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Raccolta di articoli di Denise Grasselli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Antropologia

La chiesa delle Sibille di Montegallo

A più di mille metri d’altezza sul mare (1159) nei pressi di Montegallo, in provincia di Ascoli Piceno, in un’area montana e solitaria si trova una delle chiese romaniche più antiche delle Marche: si tratta della Chiesa di Santa Maria in Pantano. La denominazione “in Pantano” trae origine dalla presenza di una rigogliosa fonte di acqua sorgiva. Le sue origini non sono databili in modo preciso, è stata comunque più volte riferita notizia circa la sua fondazione ad opera del Vescovo ascolano Audere o Auclere ( 745-780) dal Capponi (1898) che per primo ha avanzato questa tesi non suf-fragando però documentazioni al riguardo.

La più antica attestazione di Santa Maria in Pantano è la conferma della giurisdizione sulla “graciam de Pantano” presente nel diploma concesso da Federico II nel 1223 a Margherita badessa del monastero ascolano dei Ss. Matteo ed Antonio di Campo Pa-rignano. In ogni caso, è certa l’esistenza di una chiesa più antica dell’attuale e intorno alla chiesa superstite, agli inizi del Novecento erano osservabili i ruderi dei fabbricati che la completavano in virtù del suo prezioso ruolo di riferimento.

 

Apparentemente spoglia all’esterno, caratterizzata da un’austera e regale semplicità tipica delle costruzioni del periodo (760-780 d.C), la chiesa è nota anche come Chiesa delle Sibille” in quanto all’interno vi sono degli affreschi che raffigurano delle profetesse accanto ai profeti della chiesa. I dipinti, opera di Martino Bonfini da Patrignone risalgono al secondo decennio dei XVI secolo. Le Sibille rappresentate nelle pitture sono la Sibilla Ellespontica, la Sibilla Agrippa, la Sibilla Frigia e la Sibilla Delfica. L’attribuzione al Bonfini è stata conferita da Daniela Ferriani e a Luciano Arcangeli, due studiosi che hanno poggiato quest’intuizione sul confronto tematico e stilistico con gli affreschi anch’essi autografi del santuario della Madonna dell’Ambro presso Montefortino, realizzati nel 1610-1612 sull’onda del fervore artistico e religioso innervato dalla Santa Casa di Loreto.

Ai dipinti va attribuita una certa originalità e, a differenza dei corrispondenti di Montefortino, sono indenni da ri-tocchi e da ridipinture. L’alta qualità e singolarità degli affreschi può solo riconfermare il forte valore simbolico goduto dalla chiesa non solo per la sua felice collocazione geostorica, ma anche per il rapporto che essa aveva stabilito con un forte tessuto di credenze e tradizione, ben vive nell’area dei Sibillini almeno sin dal sec.XV.

 

L’ITINERARIO:• Ubicazione: Castro di Monte-gallo (AP)• Lunghezza del Percorso: circa 7 km (Andata e Ritorno)• Altitudine: da mt. 900 a 1.200 s.l.m. (+ 364 / – 5 m)• Difficoltà del percorso: Facile. Per escursionisti e famiglie• Durata del Percorso: 2 h (An-data) + 1.30 min (Ritorno)• Periodo Consigliato: Tutto l’anno. In caso di neve si possono usare le ciaspole.

 

A piedi: La partenza è a soli 2 km da Balzo di Montegallo, in direzione Montemonaco, dalla capannina informativa posta poco prima della Frazione Castro, in prossimità del ponte sul Fluvione. Qui troviamo il Mulino Lori da dove parte il sentiero che sale seguendo il corso del Fluvione e si immette nel bosco. Dopo circa 20 min. sulla destra si incontra una deviazione, che conduce alla frazione di Interprete. Seguendo il sentiero principale, sulla sinistra si incontra un ponticello. Attraverso il tracciato principale, si giunge (in circa 40 min. dalla partenza) al secondo mulino (Mulino di Caponi). Superando quest’ultimo, il sentiero si erge e sale in 15 min. alla Chiesa di Santa Croce. Da qui, seguendo la strada si raggiun-ge sulla destra il paese di Interpre-te e sulla sinistra l’area attrezzata di Santa Croce. Seguendo la sca-linata che fiancheggia la Chiesa il sentiero sale fino a Colle, punto di partenza ideale per la Chiesa di Santa Maria in Pantano. Il percorso sale in maniera pronunciata per circa 25 minuti attraverso una mulattiera ben visibile e priva di pericoli. Questo sentiero si incrocia con il “Sentiero dei Mietitori” nonché tappa del Grande Anello dei Sibillini che da Colle conduce al Colle Le Cese o Altino. All’in-tersezione, si deve prendere la destra e proseguendo per circa 10 minuti si incontra la Fonte Santa, dove potrete dissetarvi, e le indicazioni che vi condurranno, dopo altri 5 minuti, alla prestigiosa Chiesa di Santa Maria in Pantano.

 

In auto: Dopo il borgo di Colleluce di Montegallo si incontra un bivio con indicazione Colle (svoltando a destra), mentre pro-seguendo dritto, inizia una strada non asfaltata. Percorrendola per circa 500 mt., si incontra un bivio e qui si può parcheggiare l’auto sul bordo della strada. Si deve seguire la strada di destra e da qui inizia il vostro cammino per raggiungere la Chiesa di Santa Maria in Pantano. Si attraversano in successione 3 “canaloni” ed al-trettanti ruscelli di acqua sorgiva proveniente dal Monte Vettore (il più alto di tutto i Monti Sibillini – 2.476 mt.). Questa si congiunge con quella che proviene da Colle di Montegallo, circa 500 mt prima della fonte sotto la Chiesa di Santa Maria in Pantano. Non vi sono possibilità di errore poiché, durante il tragitto, non ci sono bivi o altre intersezioni.

 

Denise Grasselli

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- Antropologia

La magia dei colori tra fiori, fate e leggende

Proseguendo il nostro itinerario tra i Monti Sibillini non si può non rimanere affascinati dalla magia che evoca questi posti e, in particolare, un evento naturali-stico “estivo” da non perdere è la cosiddetta “fioritura” delle piane di castelluccio di norcia, meta di numerosi turisti e appassionati. Il paese, frazione del comune di Norcia (PG), da cui dista circa 28 Km, si trova a un’altitudine di circa 1.452 metri sul livello del mare, non molto distante dal Monte Vettore, il quale, con i suoi 2476 metri costituisce la sommità più alta dell’appennino umbro-marhigiano. è, infatti, tra la fine di maggio e i primi giorni di luglioche nell’altopiano di castelluccio per diverse settimane la monoto-nia cromatica del pascolo, viene spezzata da un mosaico di colori, con variazioni di toni che vanno dal giallo ocra al rosso. Anche se la festa della “fiorita” ricade nella terza e nell’ultima domenica di giugno, non esiste un preciso giorno per ammirare questo incantevole spettacolo.

 

Sul verde intenso dei prati si schiudono miriadi di fiori tra cui papaveri ossi e gialli, gli asfodeli, le genziane, le peonie chiamate dai castelluc-ciani “rose selvatiche”, i tulipani, le viole di Eugenio, le primule, i nontiscordardimé, le campanule, i narcisi, i ranuncoli, i garofani. Nel suo insieme il grandioso anfiteatro dei Piani o Altipiani di Castelluccio, coni suoi 18 km di lunghezza, è uno dei più grandi bacini carsici chiusi conosciuti. La sua origine è legata all’azione dilavante delle acque sulla roccia calcarea e, allo stesso tempo, a movimenti tet-tonici e rappresenta quanto resta di un’area occupata da un grande lago.

 

Le cosiddette “piane” di Castelluccio prendono il nome di “piano grande”, “piano pic-colo” e “pian perduto”, queste si presentano come vaste distese erbose e rappresentano un’area di eccezionale valenza ambientale e paesaggistica. Il Piano Grande si trova a quota 1270 m, si estende per 1300 ettari, è lungo 8 Km ed è attraversato dal fosso dei Mergani che, formato dallo scioglimento dei ghiacciai, fa confluire le sue acque nell’inghiottitoio, una spaccatura del terreno che caratterizza le zone carsiche. Il Piano Piccolo copre un’area di 234 ettari. Il pian perduto ha una superficie di 123 ettari e si trova quasi interamente in territorio marchigiano.

 

Il Pian Perduto è caratterizzato da una conca chiusa che ha, nella parte centrale una depressione carsica. Il fondo, ricoperto d’acqua, forma uno stagno di dimensioni variabili a seconda della quantità di piog-ge tanto che, nella stagione estiva, diviene poco più di un acquitrinio con una profondità che non supera i 2 cm. Questo particolare specchio d’acqua è chiamato “stagno rosso” dalla colorazione che assu-me: secondo le ricerche effettuate dai professori Ettore Orsomando e Antonio Dell’Uomo, sarebbe dovuta alla presenza di un’alga microscopica che si sviluppa in peculiari condizioni ambientali e climatiche. Dal Pian Grande, invece, s’innalza il versante occidentale del Monte Vettore, che per quasi 1000 metri procede spoglio di vegetazione.

 

A quota circa 2000 metri si trova una faglia che prende il nome di “Strada delle Fate”, da un’antica leggenda legata al territorio. Le “fate”, donne di estrema bellezza che amavano frequentare le feste e i balli a Castelluccio, potendo restare tra gli uomini solo di notte, all’alba do-vevano rientrare nel loro territorio. Le fate, infatti, secondo la leg-genda vivevano in una grotta del Monte Vettore insieme alla Sibilla, ma questa mal tollerava le loro uscite “furtive”. Il mito vuole che durante un ballo all’alba il Sole le sorprese e furono costrette a fuggire, e con i loro piedi caprini, nella loro folle corsa, segnarono per sempre la parete di Monte Vettore, creando una spaccatura nella parete rocciosa. Secondo un’altra versione, invece, queste furono costrette a scappare poiché uno dei pastori, ballando insieme a una di loro, ne aveva intuito l’identità tenuta finora nascosta.

 

Pochi giorni dopo giunse nel luogo dove si erano stabiliti i pastori, un valoroso cavaliere chiamato Guerrin Meschino, proveniente dalla città di Corfù in Grecia. Egli era in cerca della Sibilla, per chieder-le notizie dei propri genitori, che aveva perso in età infantile. I pa-stori decisero di chiedere aiuto al Guerrin Meschino, il quale giunse dopo pochi giorni al cospetto della Sibilla, che si innamorò subito di lui. La perfida maga gli sottopose 3 domande: se il cavaliere avesse saputo rispondere, la donna avrebbe esaudito i suoi desideri. Con grande astuzia, il Guerrin Meschino riesce a risolvere i 3 indovinelli e a rompere l’incantesimo che affliggeva le fate. La leggenda ci racconta inoltre che i pastori e le loro giovani donne, fondarono un paese sulle rovine di Colfiorito, che chiamarono Pretare, frazione di Arquata del Tronto (AP). Infine, alcune versioni narrano che la Sibilla sposò il Guerrin Meschino e che, ancora oggi, a Pretare si possono incontrare i lontani nipoti; naturalmente, questa è solamente una leggenda...

 

Denise Grasselli

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- Antropologia

Genga tra natura e spiritualitą

Il silenzio può avere molte forme.

A volte è un’acqua buia.

Donatella Bisutti

 

Conclusosi il nostro breve itinerario sulle tracce della Sibilla, ci dirigiamo non molto lontano dai Monti Sibillini alla scoperta del Parco Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi in provincia di Ancona, noto soprattutto per ospitare al suo interno le cosiddette Grotte di Frasassi, a pochi chilometri dal comune di Genga. Le grotte, scoperte nel 1971 dal gruppo speleologico del CAI di Ancona, sono state rese visitabili al pubblico fin dal primo settem-bre del 1974 e da allora ospitano ogni anno migliaia di turisti pro-venienti da tutto il mondo. Sebbene già negli anni ’60 i gruppi CAI di Jesi e di Fabriano avessero già esplorato parte delle cavità della zona, fin dalla scoperta delle prime “sale” che compongono il percorso odierno, s’intuì subito la vastità e l’immensità del complesso, che per natura e dimensioni doveva in qualche modo costituire qualcosa di straordinario: «Il gruppo speleologico anconetano ha individuato l’apertura di una grandissima grotta [...] le dimensioni della grotta sono talmente grandi che occorreranno numerose ispezioni per stabilir-ne l’ampiezza. Secondo le prime indicazioni sembra che sia una delle più grandi finora scoperte nel nostro paese e comunque fra le prime in una ipotetica classi-fica mondiale. Il gruppo ha ora in animo di effettuare una ispe-zione con permanenza in loco di almeno una settimana» - Corriere Adriatico, 6 ottobre 1971.

 

Il percorso sotterraneo odierno, accessibile al pubblico, con una lunghezza di 13 Km e visitabile in un’ora e un quarto, risulta suddiviso in più ambienti: l’Abisso Ancona, la Sala 200, il Gran Canyon, la Sala dell’Orsa e la Sala Infinito. All’interno della Sala Ancona è possibile vedere un laghetto cristallizzato e una peculiare formazione carsica che per il suo aspetto è stata denominata come la “cascata del Niagara”, mentre le varie forme assunte dalle stalattiti e dalle stalagmiti hanno dato origine al cosiddetto “castello delle fatine” e al complesso dei “giganti”. Anche la Sala 200 non è scevra di suggestioni offerte dalla natura: è qui che troviamo “il castello delle streghe”, la “sala Barbara” e l’ "obelisco”. Nella Sala Gran Canyon sono le formazioni calcaree assumono degli aspetti monumentali come le cosiddette “canne d’organo” o di entità minore come le “candeline”. Nella stessa vallata delle grotte di Frasassi, nei due chilometri fra le pareti a strapiombo della gola di Frasassi, scavata dal fiume due edifici religiosi tanto diversi fra loro quanto accomunati dalla perfetta armonia con la bellezza spettacolare di questi luoghi: l’Eremo di Santa Maria infra saxa e il Tempietto del Valadier.

 

La compresenza di due “luoghi del silenzio” a ridosso di un paesaggio tanto roccioso e aspro quanto luminoso e cristallino non è casuale ed è proprio in questo connubio tra natura e spiritualità che l’animo umano sembra elevarsi verso l’assoluto in un cammino dove atma (anima) e maya (materia) si fondono.

 

L’eremo di Santa Maria infra saxa venne costruito tra le rocce ed è parzialmente scavato nella parete della grotta. Le prime testimonianze scritte dell’eremo sono del 1029 e parlano di un monastero femminile di clausura abitato da monache benedettine. Santa Maria infra Saxa custodiva un’immagine lignea della Madonna perduta in un incendio negli anni Quaranta e oggi sostituita da una copia in pietra. Poco più avanti le forme maestose di un tempietto ottagonale contrastano con le spartane strutture del pri-mo edificio: si tratta del tempietto del Valadier, voluto nel 1828 da Papa Leone XII, originario di Genga, e realizzato in armoniose forme neoclassiche dall’architet-to italiano Giuseppe Valadier. Al suo interno era collocata una statua in marmo raffigurante la Madonna col Bambino uscita dalla bottega di Antonio Canova, oggi conservata al Museo di Arte Sacra di Genga e sostituita da una copia.

 

Che sia il silenzio di un eremo o di una grotta poco importa: è Genga la vera Signora del silenzio e con lei l’eco delle sue rocce, custodi di un tempo senza fine in un luogo “magico” per natura, ancora tutto da scoprire nelle sue varie forme.

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- Antropologia

Il Lago di Pilato, luogo dai mille incanti

I buoi vanno come il vento; Pilato si sveglia e chiede: “Che succede? Che succede!?” Allora la Madonna guardandolo con aria feroce, dice: “Succede... che tu, che hai ucciso mio figlio Gesù... morirai di mala morte.” (Joyce Lussu, La Madonna del telaio)

 

Incastonato tra i Sibillini a un’altezza di 1950 metri, il lago di Pilato, unico lago naturale marchigiano, si trova alle pendici di Pizzo del Diavolo, vicinissimo al Monte Vettore e non molto distante dal rifugio della Sibilla. Il lago, la cui forma ricorda le macchie “a occhiale” di un serpente a sonagli, è da sempre meta di visitatori, turisti, gruppi escursionistici e fotografi attratti dalla singolarità di un paesaggio incantato e incantevole in ogni stagione.

 

Il lago d’inverno si mostra al visitatore con un aspetto algido e lunare per effetto dei raggi del sole che - riflettendosi sulla candida neve dei Monti Sibillini che lo circondano - ne illuminano l’acqua cristallina e incontaminata, nella quale si posso-no intravedere le sfumature dell’i-ride. Con l’arrivo della primavera questo locus amoenus si trasforma, rinnovandosi in un ambiente denso di colori e odori in cui il ver-de smeraldo vellutato dei prati di montagna sposa il grigio chiaris-simo e il rosa pastello delle rocce calcaree e Flora porta con sé stelle alpine dei Sibillini, genziane, gigli martagoni, nigritelle rubre e altre specie tipiche dei Sibillini.

 

Tra le acque del lago vive ancora oggi una specie di crostaceo unica al mondo: il Chirocefalo del Marche-soni. Questa specie, riconosciuta solo nel 1957, deve il suo nome a Vittorio Marchesoni, direttore dell’Istituto di Botanica dell’Università di Camerino, che la scoprì durante una delle sue escursioni nei Sibillini. Il chirocefalo è forse il vero e unico custode del lago, in-fatti, questo può vivere e riprodursi esclusivamente all’interno del lago di Pilato perché solo qui trova le condizioni fisico-chimiche adatte alla sua sopravvivenza.

 

Gli antichi, trovandosi di fronte a un luogo ricco di suggestioni per la sua bellezza, non tardarono ad attribuirgli un carattere magico, legando per sempre la fama del lago a quella della Sibilla Cumana, sacerdotessa di Apollo e custode della spiritua-lità pagana più arcaica e ispirata al mondo della natura. Il lago di Pilato, prima ancora di chiamarsi così, era sede di riti orfici connessi al culto della Sibilla; con la diffusione e l’affermazione del Cristianesimo, tali rituali - poiché estranei alla religiosità cattolica, ma fortemente radicati nell’imma-ginario collettivo “italico” - furono aspramente condannati e combat-tuti, attribuendo a queste pratiche e ai luoghi coinvolti una connota-zione demoniaca. Non riuscendone a estirpare la radice profonda e promuovendo non più la cancel-lazione, ma la sostituzione di un mito pagano con uno cristiano, in età medievale ebbe origine la nota leggenda relativa a Pilato, associando alla fama di luogo demoniaco quello di tomba infernale del funzionario romano che condannò Cristo alla crocifissione.

 

Secondo l’antica leggenda riportata dalle fonti, è tramandato, infatti, che Ponzio Pilato, viaggiando su di un carro trainato da buoi, per punizione divina fu fatto annegare nelle acque del lago sibillino con una morte degna della «legge del con-trappasso» per il fatto che l’uomo che aveva compiuto un atto d’in-giustizia con fredda indifferenza lavandosi le mani in una bacinella d’acqua potesse morire egli stesso in uno specchio d’acqua d’origine glaciale.

 

La leggenda di Pilato ha dato origine, inoltre, a un racconto della scrittrice marchigiana Joyce Lussu, dal titolo La Madonna del telaio. La storia narrata dall’autri-ce è reinterpretata: Maria, addolorata per la morte del figlio, avrebbe fatto impazzire di proposito i buoi che trainavano il carro facendolo deviare fatalmente nel lago per poi scegliere di vivere come donna comune, vivendo tra le montagne e accolta tra le Sibille, tessendo, lavorando la terra e nutrendosi di ciò che la natura le offre. Maria, scegliendo di abitare questi luo-ghi, diventa una nuova Sibilla, dal volto buono e dall’animo paziente e operoso, meno inquietante e più umana: il cerchio si chiude e il lago di Pilato, da luogo infernale, ritorna a essere luminoso e incan-tato, simbolo e immagine concreta di una realtà trascendente cui l’uomo sempre anela.

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- Storia/Mitologia

La Sibilla Cumana

Così la neve al sol si disigilla;

così al vento nelle foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla

(Dante, paradiso XXXIII, 64-66)

 

Sacerdotessa di Apollo, indovina, fata, custode di luoghi magici, incantati - e incantevoli -, la Sibilla è senz’altro una delle figure femmi-nili più affascinanti dell’antichità. Scrittori come Virgilio, Dante, Petronio, pittori come Jan Van Eyck, Andrea Del Castagno, Michelangelo – solo per citarne alcuni –, tutti sono rimasti affascinati dalla leggenda della veggente cumana, che, secondo l’antica tradizione, visse tra le cime più alte dell’Appennino umbro-marchigiano, dove ancora i Monti Sibillini sembrano risuonare l’eco della «sentenza di Sibilla». Le leggende che si richia-mano alla Sibilla Cumana hanno un’origine remota: ella, infatti, ispirata dal dio Apollo, avrebbe redatto i cosiddetti “libri sibillini”, i quali furono acquistati dal re di origini etrusche Tarquinio il Superbo alla fine del VI sec. a.C. Tale episodio leggendario, ben noto gli antichi, testimonia, oltre a una sorta di “passaggio di con-segne” – e quindi alla volontà dei romani di “inglobare” all’interno della propria religiosità istituzio-nale culti preesistenti -, che la figura della Sibilla e la sua funzio-ne divinatrice erano ben radicate nell’immaginario comune degli italici e che senza dubbio hanno origini preclassiche.

 

Molti sono i luoghi che hanno visto come protagonista Sibilla e che ancora oggi, come Monte Sibilla, Passo Cattivo, Pizzo del Diavolo, Gola dell’Infernaccio e Grotta della Sibilla conservano nel nome quel legame intenso e antico tra il ter-ritorio e quello che è considerato il suo “genius loci”: nelle civiltà arcaiche, infatti, si pensava che l’ambiente naturale – e in particolar modo nei suoi angoli più selvaggi e incontaminati – fosse custodito da entità divine (come ninfe, spiriti, fauni ecc.), le quali vivevano in eterna simbiosi con la natura, a metà tra cielo e terra, materia e spirito; la Sibilla Cumana, la quale aveva la funzione di oracolo del dio Apollo, si inseri-sce in questo contesto in quanto figura di riferimento per la religiosità pagana popolare legata al territorio. D’altra parte, è possibile rintracciare il nesso tra divinità e ambiente anche nell’antica tradi-zione biblica: nella Genesi (1-2) si può leggere, infatti, che «lo spirito di Dio» - originariamente indicato come ruah, termine ebraico che significa “vento” – «aleggiava sulle acque».

 

Passeggiando tra i Sibillini, immersi nel verde smeraldo dei prati che costeggiano le montagne di natura calcareo-dolomitica e dirigendo lo sguardo verso le som-mità più alte non è raro vedere con i propri occhi l’operato dei monaci cristiani che, spinti dal desiderio di visitare questi luoghi ameni e allo stesso tempo impervi, hanno pian-tato al suolo alte croci proprio nei luoghi che prima erano “consacrati” alla Sibilla, trasformando quel-li che erano siti di culti pagani in punti di riferimento spaziale e spirituale per i “nuovi” cristiani, tra cui possiamo ricordare il noto santuario della Madonna dell’Ambro, sede ancora oggi di numerosi pellegrinaggi, nei pressi di Montefortino. Nello stesso santuario, tra i vari dipinti che lo adornano, si trova un affresco di Martino Bonafini che ritrae la Sibilla Cumana (1610-1612).

Il luogo che più di tutti risulta essere legato alla fama della Sibilla, e per questo motivo oggetto di numerose escursioni, è tuttavia, la cosiddetta Grotta della Sibilla o Grotta delle fate, sita tra Montemonaco e Arquata del Tronto. Assai apprezzato e conosciuto è il romanzo medievale di Andrea Barberino (edizione originale 1473), il quale narra la vicenda di un certo Guerino detto “il Meschino”, cavaliere errante che si recò nei pressi della Grotta della Sibilla per ritrovare i suoi genitori, contribuendo all’immagine della Sibilla come guida spirituale per l’accesso agli Inferi, che le era già stata attribuita nel sesto libro dell’Eneide virgiliana. Tale connotazione “infernale” ha senz’altro contribuito ad alimentare la curiosità di stu-diosi e appassionati di leggende, tanto che dal Quattrocento in poi vi sono numerose testimonianze di vario tipo (racconti, annotazioni, disegni) che attestano le numerose visite alla Grotta. Tra i personaggi illustri che si sono recati alla Grot-ta della Sibilla troviamo Giambat-tista Miliani, padre della moderna speleologia, gli intellettuali Pio Rajna e Gaston Paris e lo scritto-re tolentinate Tullio Consalvati-co.

 

Nel 2000, grazie al Comitato promotore “Grotta della Sibilla appenninica” e al patrocinio della sovrintendenza Archeologica delle Marche, la Grotta è stata oggetto di studio del prof. Pambianchi e del Dott. Beano del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Camerino, dalla cui relazione scientifica è emerso che la Grotta si trova a circa 15 m di profondità da terra e risulta essere lunga circa 150 m. La Sibilla da sempre incanta, affascina e attrae a sé chiunque s’incammini alla ricerca delle sue tracce; ella ha cosparso i “suoi” monti vellutati di indizi, echi e sussurri, ha fatto dei Sibillini un paesaggio unico che vale la pena di riscoprire nel suo splendore passo dopo passo...perché «l’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi». 

 

Denise Grasselli