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Raccolta di articoli di Giorgio Mancinelli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Società

Bla, bla, bla … Tra menzogna e irrealtà.

Bla, bla, bla … Tra menzogna e irrealtà.
Diretta dagli scranni del Parlamento.

Il mondo reale esiste e anche quello irreale. Così come esiste un mondo presente fermo sulla realtà e uno parallelo che guarda in avanti alla irrealtà che i signori (ovvio eufemismo) della politica vogliono farci credere. Il gioco di parole proviene da un libercolo che ho recuperato in questi giorni, dal titolo “Tra menzogna e ironia” di Umberto Eco (Bompiani 1998).
La sottigliezza del filologo passa in rassegna quattro ‘scritti’ decisamente letterari, riuniti – egli scrive – presumendo che avessero qualcosa in comune. E di fatto ce l’hanno, come del resto sempre accade leggendo Eco, vanno oltre la data di pubblicazione, per entrare, dopo poco più di venti anni, nel nostro quotidiano (fallimentare): Cagliostro, Manzoni, Campanile, Pratt.

«In un certo senso essi hanno tutti a che fare con strategie di menzogna, travestimento, abusi del linguaggio, capovolgimento ironico di questi abusi.»

L’ironia (della sorte) è d’obbligo se inoltre ad ‘abusi del linguaggio’, si legga ‘abusi di potere’; con la differenza che mentre a suo tempo il professore poteva più o meno scandagliare ‘con ironia letteraria’ in detti scritti; oggi, dagli scranni del Parlamento, gli ‘abusi’ sia del linguaggio che di potere, non divertono nessuno. E più che a rallegrare le orecchie di qualcuno, servono piuttosto a distrarre i molti dai veri problemi quotidiani:

«Che i discorsi mentano, o non possano mai dire abbastanza, pare chiaro. Prova ne è che tanti lettori hanno (ben) capito (e se non hanno capito è solo per ingiustificata pigrizia) […] tutti gli esempi di discorsi inconcludenti, ambigui, confusi, che vivono parassitariamente l’uno sull’altro: le gride.»

Quanto sopra, ripreso da “Il linguaggio mendace in Manzoni”, serve qui da introduzione, per meglio comprendere la mendace posizione dei ‘due’ che siedono in Parlamento se li paragoniamo ai ‘Bravi’ manzoniani; oppure ai ‘Tre Moschettieri’ dumasiani, e se, a quel che spesso si sente dire: “Uno per tutti e tutti per uno”, ma il confronto non regge.
Quindi direi dei due ‘Bravi’ qui presi ad esempio, in fatto di arroganza, turpitudine, limitatezza e meschinità, per così dire di povertà morale. Proprio come i personaggi manzoniani – afferma Eco:

«..parlano col deliberato proposito di usare il linguaggio per mentire, confondere, occultare i giusti rapporti tra le cose, o si scusano e si dolgono per non essere capaci di dire quello che sanno.»

Né di fare quel che fanno in maniera del tutto approssimativa e/o suggerita da ‘altrui’ menti occulte che dietro le quinte manovrano, non poi così segretamente, l’andamento (mai così disastrato) della politica nostrana che vaga tra un’opposizione continua verso tutto e tutti «tra segno visivo e segno linguistico»; e tra raccontare e dare credito a: «..un’evidenza, a una traccia, a un sintomo, a un indizio, a un reperto» che si configuri come una ‘prova certa’ e certificata del loro operato.

«A questo punto (un anno è già passato dal loro insediamento) occorrerebbe ripercorrere tutto “il loro operato” per verificare se l’ipotesi (di governare) tenga, e se a ogni passo si dipani un’opposizione evidente tra semiosi naturale e linguaggio. Basterà, come primo approccio, verificare in qualche episodio essenziale.»

Gli episodi sono sotto gli occhi di tutti e non serve qui elencarli di nuovo e buttare ulteriore benzina sul fuoco, anche se la tentazione di criticare e/o se volete polemizzare su quanto detto e fatto dai due Bravi. È così che negli incontri/scontri tra i due: «...le parole cortesi nel colloquio sono smentite da “il modo in cui erano proferite”» (Manzoni).

Siamo qui in presenza di una incapacità retroattiva agli anni dello studio, alla conoscenza quanto alla coscienza che, non potendo essere mediato verbalmente, viene trasformato nell’evidente mancanza di cultura e quel tanto di esperienza, capacità naturale necessarie per sostenere una dimensione di leader in qualsiasi settore.

Siamo «al delirio e alla pubblica follia», direbbe il professore Eco, (dico io cercando di estrapolare dai suoi scritti una semiotica implicita alla mia tesi di portare acqua al mio mulino:

«..ma immediatamente il linguaggio interviene per coprire la realtà, […] nel raccontare di come il contagio si diffonda (riferito alla peste bubbonica del romanzo manzoniano), e la società intera ne rimuova l’idea, del male.» O di come e quando si costruisca, «..nel senso in cui la stampa può costruire un mostro o un complotto, una vicenda di falsificazione di significati e di sostituzione di significati.»

«L’opposizione tra sintomi-segni e nomi (propri) è evidente. Il significato visivo e naturale viene occultato da un significante verbale che ne impedissce il riconoscimento. In questo intrico di segni visivi confusi da definizioni verbali, pare finalmente a qualcuno che solo la pubblica evidenza visiva possa contrastare i maneggi della parola (e della politica). […] Qui pare che, invece di dispor parole a mascherare evidenze visive, la cattiva coscienza sociale incominci a lavorare per messa in scena (leggi campagna elettorale) di evidenze visive» (personalistiche)».

E i Bravi se la ridono sotto o sopra i baffi, credendo, (meschini loro), d’essere creduti da tutti. Ma tutti non sono affatto paragonabili ai ‘chicchessia’; in molti casi i tutti fanno finta di credere a ciò che ascoltano solo per interessi personali o di per sé inetti a fare diversamente. Così come accettare l’alterazione totale del significato, usando la possibilità che il linguaggio offre loro di modificare la naturale effabilità dei segni visivi e dei sintomi naturali delle espressioni.

Basta una semplice lezione di Cesare Lombroso a dirci che mentono per primi a se stessi, a inficiare coi loro ‘vezzi e lazzi’ fisiognomici di quale pasta son fatti: «..quel comporre la faccia a quiete e ilarità»; significativa di una memoria involontaria che li separa dal dire e fare una minaccia o una promessa che sanno di non poter soddisfare, ora sventolando i fantasmi, ora gli angeli rimossi dei loro puerili desideri di rivincita da un’esistenza miserabile “..nella (pur loro) rara elargizione di follia cosciente” (Proust).

«Sarà, ma io non mi fido degli autori (di se stessi, né dei politici), che sovente mentono. Mi fido solo dei testi» (come degli atti che fanno). Tuttavia, quello che credevo fosse un parallelo non proprio riuscito con i ‘Tre Moschettieri’, ritengo sia invece azzeccato se guardiamo al Trio che abusivamente occupa gli scranni in Parlamento. È un fatto che il ‘terzo incomodo’, alias il ‘signor bugia’ ritiene di aver ultimato anzitempo la sua esperienza di governo, così facendo dando conferma della sua incapacità di ‘affermazione politica’ in contrasto con la parola data con un giuramento. E, cosa davvero di poco conto ormai, celebrando la sua definitiva disfatta di ‘uomo d’onore’.

(Buona giornata, ma fino al prossimo bla, bla, bla dal sapore amaro di cicuta).



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- Musica

Popsound Press


POPSOUND infiamma l'Annibal Caro
“Senza musica, la vita sarebbe un errore” Friedrich Nietzsche

Un Annibal Caro gremito all’inverosimile ha celebrato con balli e canti al ritmo dei Beatles e dei Rolling Stones la chiusura del secondo appuntamento di PopSound.
La serata si era aperta con una sorpresa: l’omaggio ai cinquant’anni di Abbey Road con l’esecuzione fuori programma di “Come together” interpretato dai Talk Radio di Ettore Basili e Piero Cappella.

Un Annibal Caro gremito all’inverosimile ha celebrato con balli e canti al ritmo dei Beatles e dei Rolling Stones la chiusura del secondo appuntamento di PopSound.
La serata si era aperta con una sorpresa: l’omaggio ai cinquant’anni di Abbey Road con l’esecuzione fuori programma di “Come together” interpretato dai Talk Radio di Ettore Basili e Piero Cappella. Da lì è partito un viaggio filosofico dedicato al fascino e alla suggestione dei classici delle due band che hanno segnato il destino della musica internazionale e la vita culturale degli anni sessanta.

Dal successo planetario del travolgente “Love me do”, che apre definitivamente l’era della popolarità dei quattro ragazzi di Liverpool, alla dolcezza di “Hey Jude”. Per passare al grido di guerra “I can’t get no satisfaction” dei Rolling Stones e approdare infine alla struggente tristezza della loro “Angie”. Uno spettacolo musicale reso possibile dalla bravura e dal talento della Band di Popsophia, Factory.

La serata ha visto anche la partecipazione appassionata del filosofo Massimo Donà che, ha intrattenuto il pubblico con riferimenti filosofici e racconti legati alla musica e alla vita pubblica e privata di queste due geniali e rivoluzionarie Band.
“Se i Beatles - dice Massimo Donà - sono l'archetipo della musica Pop, i Rolling Stones sono contrari al Pop e alle sale da ballo. La loro ambizione era quella di diventare la migliore Blues Band di Londra”.

Lo spettacolo ha cercato di decodificare e raccontare la magia e la genialità delle due band musicali che hanno segnato un'epoca e ispirato le generazioni a venire.

“Tra luce e ombra, bene e male - ha concluso la Direttrice Artistica di Popsophia Lucrezia Ercoli - la canzone d’amore ha dispiegato la pura potenza dell’immaginazione. Siamo ancora oggi eredi della creatività di due band musicali che hanno reinventato e posto le basi di una nuova era, cambiando per sempre non soltanto la musica ma anche lo “sguardo” dei loro contemporanei e di tutti quei giovani che nei cinquant’anni successivi hanno cercato la colonna sonora della loro vita”.

La rassegna si chiuderà con l’ultimo appuntamento di giovedì 11 aprile alle 21.30 con il terzo e ultimo spettacolo filosofico-musicale dal titolo “ROCK REVOLUTION a cinquant’anni da Woodstock” con il filosofo della musica Alessandro Alfieri.

Per prenotarsi scrivere a info@popsophia.it
Maggiori informazioni sul sito www.popsophia.it, su Facebook @Popsophia Festival del Contemporaneo e su Instagram @Popsophia

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- Sociologia

Il paradosso di essere giovani 2 - Inchiesta

IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI - 2
(inchiesta sul disagio giovanile e sul condizionamento critico del bullismo)

Tema di grande attualità e sicuramente di grande interesse, quale quello mostrato dai media riguardo al fenomeno del disagio giovanile, è qui di seguito ripreso al fine di favorirne la comprensione e promuoverne un’adeguata consapevolezza, cioè di elaborare e predisporre in seno alla famiglia e sul piano sociale, piani operativi di prevenzione e intervento. È indubbio che, alla base di questa indagine, una più approfondita conoscenza del ‘fenomeno’, riveli una qualche delegittimazione del fenomeno stesso a causa, non sempre appropriata, dei termini che ne distinguono i diversi aspetti, a loro volta indicati come ‘atti di bullismo’ pur non presentandone questi le medesime caratteristiche.

Di fatto, la sua complessità è qui evidenziata non solo dalle caratteristiche dinamiche sociali che contraddistinguono azioni di tal fatta, ma dalla definizione del fenomeno stesso che, in questo modo, rischia di non coincidere in modo preponderante con l’accezione in cui esso evoca prevaricazioni prevalentemente di tipo psico-fisico e di violenza-verbale. Questo in sintesi il concetto da cui questa inchiesta ha preso avvio: “Al fine - scrive la dott.sa Sabina Lauria (1) - di analizzare la presenza del fenomeno nel nostro paese, può essere significativo considerare i dati forniti dall’Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui è inoltre riportato quanto segue:

“Su un campione rappresentativo di 1680 bambini e 1950 adolescentidi 52 scuole italiane di ogni ordine e grado, il 25,2% degli alunni affermava di essere stata vittima di brutti scherzi da parte dei coetanei; il 27,5% dichiarava di essere stato provocato e preso in giro con azioni reiterate nel tempo, mentre il 23,2% dichiarava di essere stato offeso ripetutamente e senza chiara motivazione. Si presentavano, inoltre, situazioni più gravi: l’11,5% era stato vittima di minacce, il 10,9% dichiarava di essere stato vittima di percosse inflitte dai compagni.”(2)

“Si tratta quindi – scrivono Menesini e Fonzi (3) – di una particolare forma di aggressività che viene estrnalizzata nel gruppo dei pari la cui espressione è facilitata in tutti quei contesti dove una tacita accettazione o una sottovalutazione del fenomeno facilitano l’instaurarsi e il perpetrarsi del fenomeno stesso. […] Ciò non include occasionali azioni negative fatte per scherzo o sotto un impeto di rabbia, ma viene usata come una specie di script, cioè come una sequenza, tutto sommato abbastanza stereotipata, nella quale gli attori svolgono ruoli stabiliti (bullo, vittima, oservatore, sostenitore, difensore). Pertanto esistono diverse forme di attuazione di comportamenti di prevaricazione che il bullo può esercitare sulla vittima”.

Indubbiamente la prevaricazione e/o la prepotenza attivata dal bullo sulla vittima dipende dall’appartenenza più o meno ad un substrato sociale di degrado, seppure non sempre il binomio bullismo-periferia-degrado regge, poiché si conoscono realtà simili anche in ambienti socialmente benestanti: “Infatti, il rapporto bullismo-svantaggio sociale – scrivono ancora gli autori – non è avallato da tutte le ricerche avviate sul territorio. piuttosto che il degrado sociale e lo svantaggio economico sembrano influire variabili come il tessuto ambientale in cui il soggetto cresce e struttura le proprie conoscenze. Inoltre il ruolo delle dinamiche familiari non va sottovalutato. […] Tuttavia, non è ancora chiarito, in modo univoco, (dagli studiosi del problema), quale possa essere lo stile educativo incriminabile: autoritarismo ed eccessiva severità si contrappongono ad una educazione troppo permissiva. Risultano meno controversi i dati che riportano soggetti con autostima indebolita da atteggiamenti genitoriali iperprotettivi e da un nucleo familiare troppo coeso”. (4)

La famiglia a soqquadro: il paradigma dell’incongruenza.

La costruzione sociale della famiglia, posta in essere dalla società giuridica evolutasi all’interno del rapporto relazionale e legittimata come identità di gruppo, si è rivelata inaspettatamente anacronistica, mostrando i segni di una millenaria erosione che non l’ha risparmiata dalla catastrofe attuale. Tuttavia, senza qui dover necessariamente ripercorrerne la storia: dalle profonde crepe manifestatesi fin dal momento esperienziale della ragione, il punto critico riflessivo della sua entrata in crisi e il suo successivo decadimento; andrebbero altresì valutate tutte le digressioni intermedie sopravvenute nello stato giuridico in cui ha visto allargarsi il dibattito liberal-comunitario, a fronte delle nuove realtà che si sono affacciate nella società in trasformazione.

Non è per caso che la concezione di ‘famiglia’ si ponga oggi come paradigma incongruente, quanto inevitabile, di una trasformazione che la mette in discussione fin nelle sue fondamenta. Il problema si pone quando all’interno del nucleo famigliare la divisione dei ruoli dà luogo a divaricazioni in contrasto fra loro che ne determinano il ribaltamento. Altresì quando ne avviene l’esaurimento in seno alla sua originaria estensione, producendo all’interno di essa una situazione oltremodo stravolgente e ingovernabile. Per cui la gestibilità dei rispettivi ruoli viene a decadere, in quanto non più corrispondente alla ‘natura umana’ che si richiedeva conforme alla prospettiva di una convivenza sociale e democratica, al comportamento etico che aveva consentito alla comunità di comprenderne le proprie e le altrui convinzioni e di giustificarne le corrispettive azioni.

Si comprende così il perché della caduta di certezze che sembravano consolidate, accettate e difese in cambio di una sicurezza più interiore che reale, che più non appaga, che è forse andata smarrita, persa nella fitta rete delle relazioni dall’attuale globalizazzione e dall’avanzamento tecnologico che permette oggi una maggiore interazione fra conoscenze e opinioni. Fatto questo che, se da una parte comporta alcuni benefici di carattere culturale, dall’altra corrompe l’ambito sociale (al quale eravamo abituati). Permette cioè l’imperativo di una comunicazione più libera e aperta: “condizione sine qua non per stabilire una rete di relazioni anche più estesa”, la più ampia possibile, in cui però viene a verificarsi una frattura in seno alla famiglia, in cui: “la propria autonomia (individuale del figlio/a) e la rottura della coazione (dei genitori), sono le condizioni per sostenere un dialogo franco” (5), al fine del formarsi di una più realistica ‘identità’ individuale degli appartenenti al medesimo gruppo.

Autonomia che va intesa come ‘realizzazione di se stessi’ e quindi poter ‘prendere decisioni’ individuali come: “..deliberare, giudicare ed agire scegliendo (pro moto proprio) fra diverse azioni possibili”. Fatto questo che contrasta con il principio della famiglia istituzionale genitori-figli sconvolgendone lo ‘status sociale’, sia nella famiglia di tipo patriarcale che matriarcale; sia anche di altre forme di relazione che si equivalgono all’interno della premessa giuridica, nel rispetto della ‘individualità’ e nell’affermazione ‘democratica’ del gruppo.

Se vale che l’autonomia aiuta a definire i limiti personali (individuali) necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della premessa di democrazia va estesa non solo all’intima relazione genitori o tra genitori e figli, ma va altresì estesa alle altre forme relazionali messe in atto tra individui consenzienti come, ad esempio, le coppie di fatto, i cosiddetti pacs ecc., inoltre in quei rapporti interrazionali di parentela e amicizia, nonché di gruppo, che si equivalgono nella solidarietà e nella promessa reciproca dello statre insieme comunitario.

In proposito interviene il sociologo moderno per eccellenza Zigmunt Bauman (6), il quale ravvisa il rischio per le giovani generazioni, relativamente a: “..quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie – penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risorse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui ‘de jure’; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicito status di individuo ‘de facto’. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”, nello stare al mondo.

C’è comunque chi vede l’autonomia generazionale come un’apertura fin troppo permissiva di affrontare il fenomeno del disagio giovanile, quasi se ne voglia attribuire la causa primaria alla sola famiglia. Non è così, la problematica va affrontata con responsabilità dalla società degli individui e dalle istituzioni preposte a farlo, benché nessuno ritiene opportuno esprimere la propria opinione a riguardo, tanto meno in ambito governativo si è legiferato in proposito. Per quanto ciò richieda di dover ripartire da alcuni punti fermi, è oggi necessario, da parte di quanti si trovano nelle condizioni di dover prendere delle decisioni in proposito, di convincere in primis le giovani generazioni, che non si tratta ‘decisioni prese dagli altri’; bensì, per meglio intendere, prese nell’interesse comune da coloro che operano e sono coinvolti nella strenua opportunità di esercitare quel ‘riconoscimento incondizionato’ che permette la legittimazione di programmi e prerogative atte a determinare la vita sociale di tutti.

Possiamo anche dire che la famiglia, come si è accertato più volte, vive oggi i suoi contrasti in costante crisi di identità; incoerente e contraddittoria, presenta tutti i suoi guasti nella mancanza di autorevolezza, quasi che nella sua incessante trasformazione, abbia perduta la sua struttura narrativa, cioè non riesca più a trovare un suo adattamento con il presente. E ciò, proprio in quei processi di integrazione necessari al formarsi di una società coerente con i tempi, con quella realtà pluralistica comparata, uniformata dall’analisi qualitativa che va sotto il nome di ‘evoluzione’, i cui sinonimi trovano riscontro in educazione, cultura, ma anche civilizzazione, progresso, nel rispetto delle leggi.

In nessun altro aspetto della storicità, che abbraccia la naturale essenza umana, si riscontra una visione d’insieme così affermativa della ‘famiglia’ – seppure a livello inconscio – che va dalle emozioni ai sentimenti, alle passioni, alle argomentazioni spinte verso quelle “virtù che hanno reso la vita migliore di quella che è.” (7) Ancor più se la rapportiamo ai suoi elementi determinanti relazionati a fattori politico-economici ed ideologico-religiosi che più ne hanno rivelate le tendenze solidali con il concetto di società. Va tuttavia riconosciuta l’esistenza virtuosa su base famigliare diverse dalla nostra, di quelle ‘altre’ forme di ‘identità’ presenti nel mondo, come ad esempio nel mondo islamico, seppure in asincronia rispetto di altre che, in funzione di non so di quale parametro, vengono considerate più o meno ‘civilizzate’ senza ragione alcuna.

Non c’è a mio avviso nulla di più grande dell’insegnamento dato dalla famiglia in tal senso, nel riscoprire cioè l’esperienza virtuosa in seno alla propria natura. Che forse non sono anche le piante suddivise in specie, o gli animali suddivisi in famiglie? Cosa hanno in comune le diverse esperienze acquisite in una vita di relazione con i progressi ottenuti dal costituirsi della famiglia (qui intesa come genere)? Che cosa non è avvenuto in ambito scientifico nel ruolo della medicina, (qui intesa come cura), nel confronto con l’odierna psicoanalisi? Direbbesi niente e tutto ma, se si vuole trovare una risposta soddisfacente a una non-domanda, per comprendere appieno l’opinione formulata in questa tesi, è necessario rifarsi al concetto di ‘performatività’ teorica elaborata da Victor Turner (8), considerato un’esponente di punta dell’antropologia sociale, la cui opera “Il processo rituale”, relativa a ‘struttura e anti-struttura’ dei processi universali, fornisce a noi la possibilità di approfondire la struttura e la trasformazione avvenuta di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana.

Un concetto quello di ‘performatività’ che può essere utilizzato ancora oggi come “chiave interpretativa di alcuni caratteri archetipi”, avanzati da Carl Jung (9), in uso nelle nuove tecnologie di ricerca e, in particolar modo, utile nella connotazione in veste teorica della “costruzione di senso attraverso l’agire”, nonché favorita dagli strumenti mediatici (digitali e non) oggi a disposizione. La riflessione teorica di Turner è indubbiamente quella che meglio si adatta al riguardo, vuoi perché permette di interpretare l’idea che si ha di “performance, come pratica corporea necessaria a una ridefinizione critica del reale”, potenziale di un ‘non-luogo’ di margine o di passaggio e la più adeguata a situazioni sociali e culturali definite. Vuoi perché promuove nuove aggregazioni (anche sperimentali) di gruppo nello studio delle fenomenologie liminali (ovvero della liminalità, anche dette interstiziali): in quanto zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali, da cui la trasformazione sociale in atto. (10)

Che esiste di fatto in psicologia e fisiologia un riscontro oggettivo del fenomeno ‘liminale’ al livello della soglia della coscienza e della percezione, ce ne da conferma G. Gasparini (11) dell’Università Cattolica di Milano, nel suo libro “Sociologia degli interstizi”, in cui sviluppa un’analisi acuta, per quanto insolita, di quei fenomeni, così detti appunto ‘interstiziali’, che sottolineano il carattere sintomatico e rivelatore al centro di una approfondita riflessione: “Si tratta di esperienze che ‘stanno fra’ e che, di solito, si trovano in posizione marginale […] nelle pieghe riposte della nostra esperienza sociale […] cui raramente le scienze sociali hanno dedicato interesse”.
Esperienze, inoltre, atte a interpretare fenomeni come l’attesa, il silenzio, il viaggio, la sorpresa, in cui si torna a parlare del significato del ‘dono’ , già eleborato da M. Mauss (12) nel suo “Saggio sul dono”, seppure non come marca della logica utilitaristica di scambio o di mercato, tipici della logica di potere, per quanto si: “allude alla possibilità di coercizione e mette in gioco tra l’altro i rapporti tra cittadini e lo stato”; bensì, come espressione di scelte operate nell’ambito di valutazioni morali (virtuose e non solo) e culturali, le cui ricadute molto influiscono nella sfera del sociale così detta, in fatto di interscambio fra potere ed economia, educazione e istruzione, conoscenza e acculturazione, non esclusa l’interazione sociale fra genitori e figli.

“Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere” è scritto nel Vangelo di Matteo (25, 35-45); frase con la quale si propone qui una riflessione sul fenomeno educazionale del ‘dono’. Con queste parole riferite dal Cristo e redatte allo scopo dello sviluppo storico del cristianesimo, così come di: “vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare i prigionieri e gli infermi, seppellire i morti ecc.” si intende accentuare il preciso fondamento delle “Opere di misericordia” (13) al centro della predicazione cristiana, più che mai valida ancor oggi, allorché assistiamo agli sconvolgimenti mondiali in atto.

“Opere che – scrive Luigi Accattoli (14) in “Cerco fatti di Vangelo” – in ogni fase storica in cui avvengono – acquistano contenuti e valenze nuove, di cui non solo i singoli fedeli ma le stesse comunità ecclesiali (ordini religiosi, associazioni culturali e movimenti vari), sono chiamate a farsi carico […] Nell’osservare la realtà contemporanea, troviamo d’esse nuove interpretazioni e nuove traduzioni riguardanti l’accoglienza dei migranti e degli stranieri più in generale, dei quali ci dobbiamo far carico di dare assistenza ai drogati, ai malati di Aids, dell’adozione dei bambini rimasti offesi dalle bombe o orfani delle tante guerre che imperversano in molte parti del mondo.”

Ecco che, al dunque, riaffiora in superficie il ruolo preponderante del ‘dono’ in seno alla famiglia come paradigma interpretatito di relazioni (si vuole morali), per cui si ritiene necessario educare i figli all’accoglienza degli ‘altri’, degli umili e degli offesi in termini di assistenza e di cura; in casa come in ospedale o in carcere per effetto di detenzione; nello Stato come termine di ospitalità sul territorio; ed a quanti rifugiati e fuggitivi da calamità e guerre, in termini di asilo umanitario e politico. Onde per cui le ‘opere di misericordia’ rappresentano un dono a salvaguardia della vita, e del corpo ‘santo in se stesso’ come la Chiesa cristiana da sempre la considera nei suoi precipui insegnamenti.

Opere che non dovrebbero mai venir meno negli insegnamenti in seno alla famiglia di un ‘donare’ autentico che rinsalda i legami della stessa con la collettività sociale a diversi livelli: “Lo stesso dono unilaterale a sconosciuti che si fa come ‘opera di bene’ e che si esprime con l’adesione a progetti di solidarietà che travalgono la logica della partecipazione ai problemi, ai disagi e alle sofferenze delle persone, accomunati da una stessa condizione umana, indipendentemente dal gruppo etnico o razziale di appartenenza.” (15)

In un certo senso, l’importanza morale del non limitarsi a riconoscere la vulnerabilità sociale nel compiere determinate scelte, rappresenta la condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie in seno alla comunità, inoltre che essenziali all’individuo per conoscere fin dove spingersi a scegliere in autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo. Si tratta qui di sviluppare un progetto di vita comunitario e realizzare il proprio ‘bene’ (inteso come gratificazione) al raggiungimento del ‘bene’ degli altri (inteso come soddisfazione e ricompensa); di tutti quegli ‘altri’ i quali concorrono – in virtù della donazione di se stessi – alla sua realizzazione. Il ‘dono’ non è completo senza la benevolenza di chi lo riceve.

Scrive in proposito Alasdair MacIntyre: “Sono quelle virtù che garantiscono un agire razionale indipendente che hanno bisogno di essere accompagnate […] da opere (fatti), che rispondano a tali interrogativi […] e che né la figura dello stato nazionale moderno, né la famiglia così come essa è intesa al giorno d’oggi, né il tipo di associazione sociale e politica di cui ci sarebbe bisogno, possono rappresentare.” (16) Serve la solidarietà di tutti per dare luogo a una comune forma di cooperazione per la sopravvivenza dell’umana specie, soggiogata dagli sconvolgimenti, naturali e non, in atto.

Dacché le numerose domande che da questa indagine scaturiscono sulle cause del disagio giovanile, e che sono sia di tipo antropico-individualistico, sia socio-psicologico, per quanto tutte risultano pressoché lecite o, almeno, proponibili: Che sia per l’allontanamento della madre dalla prole, per un lavoro a tempo pieno chela distoglie dal sopravvedere ai figli? Che sia a causa del distacco del padre in altre faccende affaccendato? Oppure a causa della necessaria decisione ‘politica’ del ‘figlio unico’ o alla rinuncia di nessun figlio? Al superamento dei problemi relativi al budget economico famigliare, in parte dovuto alla continua sfida delle nuove tecnologie che hanno soppiantato l’uomo/la donna nel lavoro? Oppure dovuta a una maggiore consapevolezza di sentirsi infinitamente piccoli di fronte alle variazioni climatiche che stanno mettendo in difficoltà l’intero sistema cosmico? O forse all’innata, perché mai venuta meno, paura della morte che condiziona il presente e il futuro di tutti noi? Forse tutte queste insieme e nessuna di esse in particolare, non pretendo di conoscere le risposte.

La realtà è che non abbiamo imparato a volare, né siamo più in grado di farlo. È così che non imparando a volare abbiamo perso il controllo di noi stessi e siamo finiti per cadere rovinosamente. E dire che c’è stato un tempo in cui davvero sembrava che gli angeli volassero sopra le città. Finanche su una città costretta dietro un muro come era prima Berlino (17) da sembrare perduta per sempre. Con la caduta degli angeli da quel Paradiso così tanto agognato, abbiamo perso definitivamente la fede nella vita oltre la morte, che era uno dei capisaldi della promessa cristiana. La religiosità dei padri ha lasciato il posto al cambiamento, all’emergere di nuove concezioni religiose e filosofiche, all’enunciazione esponenziale di nuovi credi. Dalla teosofia esoterica, alla magia bianca degli oroscopi e dei filtri d’amore, alla magia nera delle moderne sette sataniche, alle stereotipe visioni paranoiche dell’ ‘Arte’, oggi destrutturata nei suoi riti, nel costume, nell’abbandono delle sue tradizioni, in cui ha espresso, in forme più o meno ingenue, quella che era l’aspirazione umana alla ‘felicità’ eterna.

Una risposta credibilmente vera, paradossalmente inaccettabile, ci viene proprio dall’incongruenza d’una ingenuità (s’intenda genuinità) che aspirava a qualcosa, a qualunque cosa avesse a che fare con la ‘bellezza’, con l’amore, con la musica, con la poesia, con i colori dell’arte, con la letteratura, con le scoperte della scienza (non con la sua sperequazione), con la grandiosa avventura della vita. Quella vita ch’era sul nascere veritiera promessa, il dono più grande – recita il poeta – alle cui parole lascio l’azione significante.

“Dopo aver impiegato alcuni anni a studiare nel libro del mondo e a farne esperienza , presi un giorno la risoluzione di studiare anche in me stesso e d’impiegare tutte le forze del mio ingegno a scegliere il cammino da seguire. Questo a mio avviso mi riuscì meglio che se non mi fossi allontanato mai dal mio paese né dai miei libri” – scriveva René Descartes alias Cartesio (18) nel lontano 1637. … nel suo costante cercare di comprendere la totalità del suo tempo, lontano dal pensare di dover assistere alla catastrofe finale, peraltro annunciata, nel momento in cui lo scibile umano si trova a confrontarsi con l’universo della globalità, e tuttavia lontano dall’autorevolezza della sua eredità culturale, posto davanti alla rappresentazione infinitesima della sua stupidità.


Ulteriori ‘possibili’ risposte, fra breve nella terza parte di questa stessa inchiesta.


Note:
1)Dott.sa Sabina Lauria, Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori di Catania con specializzazione in neuropsichiatria Infantile, in ‘Bullismo’ articolo apparso sulla rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica “Il Caduceo” vol.20, n°3 – 2018.
2) “Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza”, in Sabina Lauria – “Il Caduceo” op.cit.
3) 4)Menesini e Fonzi – (cit. Sabina Lauria op.cit.)
5) Antony Giddens (elab. del concetto redatto in) “La trasformazione dell’identità”, il Mulino 1995.
6) Zigmunt Bauman, “The Individualized Society”, Polity Press – Cambridge 2001.
7) Aristotele “Etica Nicomachea”, cfr. ‘virtù cardinali’, ‘virtù teologali’.
8) Victor Turner, “Il processo rituale”, Morcelliana 1972.
9) Carl Gustav Jung, “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” – Bollati Boringhieri 1977.
10) Cyberpunk Culture, “Victor Turner e il concetto di performance”, 2014.
11) Giovanni Gasparini, “Sociologia degli interstizi”, Bruno Mondadori 1998.
12) Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, Einaudi ristampa 2012.
13) “Opere di misericordia” - sono quelle richieste da Gesù nel Vangelo (Matteo 25) per trovare misericordia (ossia perdono per i nostri peccati) ed entrare quindi nel suo Regno. La tradizione cattolica ne elenca due gruppi di sette: corporali e spirituali. (cfr in Wikipedia).
14) 15) Luigi Accattoli, “Cerco fatti di Vangelo”, EDIZIONI Dehoniane 1995.
16) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali indipendenti”, Vita e Pensiero 2001.
17) Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” film del 1987.
18) René Descartes – Cartesio in “Meditazioni metafisiche”, Laterza 1997.

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- Società

Il paradosso di essere giovani - Inchiesta

“IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI” - 1
(inchiesta sul disagio e sul condizionamento critico dei giovani).

“Siamo davvero ciò che siamo, o siamo quello che la società vuole che noi siamo?”

È la domanda che più spesso ci si sente rivolgere da molti giovani che solleva non poche perplessità sulle possibili risposte da dare al ‘problema’, perché di questo si tratta, che una domanda siffatta accende nel dibattito costante tra famiglia e società. Come del resto provoca l’andare alla ricerca di una causa e/o di una colpa da attribuire al fenomeno scatenante – ad esempio – del ‘bullismo’, quale degenerazione di un autentico disagio sociale. Oppure l’esercizio di una effettiva provocazione, per cui i giovani, presa coscienza della pressante difficoltà generazionale, si sono dati una risposta a prescindere: “Noi non siamo chi la società pretende che noi siamo”.

Ciò che equivale a rispondere a una domanda con una domanda ‘altra’ che va nella stessa direzione e che lascia insorgere un ulteriore problema su chi deve e/o dovrebbe gestire il complesso fenomeno del ‘bullismo’ sul piano sociale, se la famiglia o la scuola o se entrambe? Se non altro per il sempre maggior numero di aggressioni apparentemente senza scopo e talvolta di perdite di vite umane che riempiono le cronache dei quotidiani e dei networks , divenute in breve tempo una consuetudine sconcertante che allarma e preoccupa l’opinione pubblica. Sia riguardo alla scolarizzazione (se è utile mandare o no i propri figli a scuola?); e le istituzioni, riguardo a nuove formule d’istruzione (se serve una regolamentazione giuridica e interventi propedeutici alla giustizia sui minori), visto che il fenomeno riguarda per lo più gruppi organizzati presenti nelle scuole e, nei centri urbani giovanissime gang di quartiere.

Sarebbe alquanto ingenuo, nell’evolversi di questa analisi, pensare che alle difficoltà evidenziate, si possano dare risposte semplici o superficiali che ne attribuiscano le cause al solo ‘paradosso di essere giovani’. Non è certo colpa dei giovani se la ‘storia’ loro l’hanno subita, non l’hanno mica scritte loro le regole del vivere comune cui non sentono di appartenere. Se non altro per il fatto che i dettami che regolano la società, la vita comunitaria ecc. loro sono chiamati a rispettarle, anche se finora nessuno (né la fimiglia, né la scuola, né le istituzioni), gli le ha mai spiegate; almeno da quando a scuola è stata abolita l’educazione civica. Quante volte si è sentiti rispondere che: "no, noi non c'eravamo", e che la loro limitata conoscenza delle regole (dei diritti e dei doveri dei cittadini), è fatta di parole tramandate, ‘le quali potrebbero non avere nulla a che vedere con la realtà d’oggi. Che lquelle che spacciamo per ‘verità della storia’ ce le siamo inventate noi delle generazioni precedenti per instaurare una società di diritto come piaceva a noi; che gli abbiamo sottaciuto, in modo da nascondere cento, mille altre verità, sui guasti che abbiamo creato noi (dalle guerre, alla fame nel mondo, al buco nell’ozono ecc.). Come se la verità della storia si possa nascondere, quando i guasti fatti sono sotto gli occhi di tutti.

Ma la verità infine viene sempre a galla, e mentre noi non ammettiamo ancora oggi, nell’era delle macroscopica interazione comunicativa, i nostri madornali errori e non sappiamo ancora chi siamo e dove stiamo andando; loro (i giovani) si sentono autorizzati a non credere a niente e a nessuno, tantomeno alla società, come alla politica, e in molti casi anche alla religione. Sta di fatto che quelli che dovevano essere i ‘valori’ (le virtù morali, il rispetto per la vita, ecc.) che avremmo dovuto trasmettergli, noi per primi li abbiamo dapprima messi sotto i piedi, poi gettati nei cassonetti insieme alla spazzatura, senza neppure rendercene conto.

Altre sono invece le domande che dovremmo porci ancor prima di studiare la fenomenologia del problema che risente di un autentico disagio sociale, al quale, nell’era super tecnologica che stiamo attraversando, si guarda con particolare attenzione, seppure da prospettive diverse, uguali e/o disuguali a seconda dei contesti sociali in cui si propagano e, solo in parte contrassegnati dalla trasformazione in atto che ne attesta le cause. Quali – ad esempio – la multiculturalità, la globalizazzione e, non in ultimo, la svolta prodotta dalle nuove componenti di rischio, come l’abuso di alcolici e di droghe più o meno pesanti, ed a quelli che vengono considerati ‘i nuovi sballi’ come i video giochi, gli sport estremi, in cui prevale l’aggressività nelle forme di violenza gratuita, l’uso delle armi, l’emulazione di atti vandalici, il bullismo ecc.

Sarebbe comunque un modo fin troppo semplicistico di spiegare le cause di un fenomeno che si presenta piuttosto ampio e, per certi aspetti, incongruente quanto inevitabile, più che mai ‘diversificato’ in molti lati oscuri ancora tutti da osservare, se
l’obiettivo di questa analisi non fosse quello di comprendere se il fenomeno sia o no paragonabile ad altre attitudini ben più gravi, come le corse folli sulle auto, le stragi del sabato sera, lo stupro di gruppo, i sassi dal cavalcavia, che riempiono indifferentemente le cronache; e se tutto ciò sia da considerare, oltre che un fenomeno sociale, una ‘anomalia individuale’ radicata e nascosta nella zona più oscura della psiche, prima ancora che collettiva, dai risvolti inquietanti. Oppure un ‘problema’ sommerso da guardare con preoccupazione e diffidenza, quest’ultima in senso di apprensione, dubbio, timore, ma anche cautela nell’affrontare il nocciolo duro di una questione di per sé ostica.è tempo di guardare in faccia la realtà come a un intrico di somiglianze e differenze che implicano interventi razionali e assidui di cui in primis la società tutta dovrebbe farci carico.

L’idea portante è dunque quella di investigare il fenomeno nei suoi molteplici aspetti: sia culturali e gestionali, sia formativi che relazionali, di specifica competenza della famiglia, della scuola che delle istituzioni. Di avviare una profonda riflessione sulle infinite ‘diversità’ e di nuovo ‘somiglianza’ che distinguono e legano certi avvenimenti all’amiente oggettivo: sia quello in cui si vive (la città, la periferia, la comunità ecc.), sia quello profondamente umano (welfare, salute, abitudini ecc. ), che forse bisogna rivedere nella sua completezza. Nel contempo, sostenere l’efficacia delle scienze socio-antropologiche, nonché psicologico-culturali, messe in campo per affrontare quelle che sembrano essere le concause di scelte generazionali che, in qualche modo, stanno cambiando il volto della società, negli aspetti più radicali del costume, delle usanze e delle tradizioni.

Certo l’applicazione del concetto di ‘parità culturale’, sia a livello individuale sia a livello collettivo e anche comunitario, potrebbe oggi portare a una certa congruenza di vedute, più ampie rispetto al passato, verso l’unione, la stabilità e la tolleranza, nonché il riconoscimento comune di appartenenza sociale, tali da riempire un nuovo vademecum della coesistenza, pur nel mantenimento di quella ‘identità antropica’ naturale oggi messa al bando che molti studiosi vedrebbero come concausa degli ‘orrori’ di cui si è sopra tragicamente parlato. È questo l’aspetto indubbiamente più rilevante del ‘problema’ in cui s’innestano le difficoltà più dure da affrontare, proprie della sfera relazionale, attribuibili, seppure in parte, alla più recente contestazione giovanile tutt’ora in atto, nei confronti di una società e, più in generale, delle sue regole.

Quelle stesse che i giovani, compresi nella fascia di età che va dai 14 ai 18 anni, considerano troppo rigide, inibitrici della libertà d’espressione e causa di una dissonanza cognitiva complessa, in bilico tra aspettative sempre più illusorie, e una realtà fatta solo di impedimenti e contrasti, spiegabile con l’anomia, ossia la mancanza e/o l’assenza di figure e di precisi punti di riferimento. Onde per cui, andare “incontro agli altri” o “conoscere se stessi”, secondo la formula dell’empatia che permetterebbe loro di superare e gestire il ‘paradosso della propria età’, si rivela infine un qualcosa che intralcia la loro crescita mentale e che quindi sentono come non indispensabile al raggiungimento della loro maturità. Più spesso abbandonandosi alla sola esperienza del proprio corpo (fisicità) che permette loro di comunicare con gli altri in modo assai più diretto, all’interno di una società che considerano non conforme alle proprie esigenze e, del tutto incapace a rispondere alle importanti ‘sfide’ che questa mette in campo e che si trovano a dover affrontare.

Un ‘problema’ dunque, prima ancora che un fenomeno, che rivela aspetti complessi e che, in alcuni casi, presenta ‘forme di trasgressione’ difficili da arginare, contrasti: “che hanno prodotto una qualche criticità, introdotta e/o causata da forze esterne travolgenti e ingovernabili” (1)(Alasdair MacIntyre, in “Animali razionali dipendenti” – ed. Vita e Pensiero 2001). Trasgressione che segna un punto focale ove convergono i diversi obiettivi di questa analisi, qui osservata anche dal punto di vista della comunicazione e della prevenzione, messe in atto dalla società nel tentativo di contrastare quegli atteggiamenti di tipo virile, al limite dell’autolesionionismo espressi soprattutto nelle ‘prove di coraggio’.

Aspetti questi di quel disagio di fondo cui solitamente non si parla, ma che sempre più spesso agitano il campanello dell’allarme sociale, inquanto lanciano messaggi di evidente difficoltà, soprattutto d’inquietudini latenti che chiedono di essere interpretati, o quantomeno ascoltate e comprese, alle quali, a fronte delle problematiche rilevate, si cerca qui di capirne la portata, con l’ausilio delle scienze che gli sono proprie in termini di sociologia, psicologia e psichiatria, tendenti a conoscere, pur se entro certi limiti, i comportamenti individuali dei giovani nel vivere il paradosso della loro età, di un sé proiettato alla ricerca di se stessi e/o di altri modi di essere, e di vivere il rapporto con gli altri in funzione di esplorare trame di vita diverse.

Aspetti psicologici e sociali del fenomeno.

Andando oltre la semplicistica comprensione del fenomeno accertato come ‘problema sociale’, che trova una sua esemplificata rispondenza nell’opinione pubblica, si cerca qui di analizzare i diversi risvolti socio-psicologici che ne sono all’origine, privilegiando gli aspetti trasformativi e conflittuali, connaturati e quelli in netta contrapposizione rispetto all’assetto strutturale dell’attuale società. Aspetti questi che riconducono il fenomeno sul terreno del concetto di ‘struttura e anti-struttura’ elaborato da Victor Turner (2), detto di ‘performatività’, implicito nei processi sociali, e che ancor oggi permette di rilevare le strutture portanti e le successive trasformazioni di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana. Così come di: “riconoscere, in certo qual modo, la vulnerabilità dell’identità sociale nel compiere determinate scelte, come condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie; sostanziale per capire fin dove il genere umano arriva a scegliere in piena autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo”.
(2) (Concetto di ‘performatività’ elaborato da Victor Turner in “Il processo rituale”, Morcelliana 1972).

È infatti il non poter scegliere in piena libertà e completa autonomia il proprio ruolo nella società che ‘paradossalmente’ fa la differenza. Spesso i giovani interrogati sui rischi che si corrono nel mettersi alla guida dopo aver bevuto fuor di misura, o voler fare comunque le ore piccole, rispondono con l’impudenza che li distingue, che “non vedono il problema”; che semmai, si tratta di nuove virtù (una sorta di plus-valore), il cui raggiungimento concorre, secondo tali e ineludibili necessità, alla loro piena realizzazione in autonomia. Autonomia che si vuole abbia la capacità di far riflettere gli individui sulle loro stesse capacità e/o possibilità, cosa che permette loro “di deliberare, giudicare, ed agire scegliendo fra diverse azioni possibili - per quanto - deve essere limitata, senza che ciò costituisca la negazione della libertà degli altri”. (3), (Antony Giddens, in “la trasformazione dell’intimità” – Il Mulino 1995).

Un principio fondamentale di democrazia che, preso ad esempio, sul piano istituzionale, sconvolge non poco lo status di relazione sociale di appartenenza. Pertanto, se vale che l’autonomia aiuta a definire i contorni della personalità, necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della promessa di democrazia va estesa non solo all’area relazionale della società, ma anche a quella più intima dell’ambito famigliare, genitoriale o tra genitori e figli, altresì alle ulteriori forme di relazione nei rapporti interrazionali, di parentela, di amicizia e di gruppo, che trovano nella solidarietà e nella promessa reciproca dello stare insieme comunitario un medesimo rapporto equivalente. A questo proposito si ravvisa comunque un rischio, cioè che: “quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie - penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risolse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui de jure; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicato status di individuo de facto. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”. (4) (Zigmunt Bauman in “The Individualized Society”, Polity Press Cambridge 2005).

Niente di più profetico è stato detto fino ad oggi, anche alla luce dello stravolgimento in corso della società – qui intesa come corpo di una comunità di individui – tendente ad abbandonare, volendo qui usare un concetto del sociologo polacco Zigmunt Bauman; i legami sociali per liquefarsi. Resta il fatto che un fenomeno come quello che stiamo analizzando preclude tutto quanto detto fin qui, per aprire invece connessioni parallele che vanno, nei soggetti più giovani, dalla superficialità nel valutare i rischi, alla irresponsabilità di fronte ai pericoli e alla mancanza di consapevolezza del valore della propria vita e di quella altrui.

Indubbiamente molteplici sono gli aspetti trasformativi della personalità che il problema presenta e che rendono difficile il tentativo di classificazione. Diverse infatti sono le cause che possono produrre questa difficoltà, ed è interessante esaminarle, seppure solo in parte, in modo da accrescere la comprensione dell’argomento. Tuttavia c’è una valutazione che fin d’ora è possibile fare, e che riguarda il principio fondamentale della nostra ‘vita psicologica’, secondo cui l’individuo: “tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, risvegliando quegli elementi che sono oppposti o complementari a quelli dominanti”, all’interno del proprio sé. Per diverse ragioni, però, questo potere di auto-regolazione di compensazione non sempre funziona alla perfezione, sia nella nostra ‘vita’ fisica che in quella psicologica: “talvolta è insufficiente, in altri casi opera all’eccesso, producendo reazioni esagerate, o ciò che potrebbe essere chiamato iper-conpensazione, per cui la tendenza a sopravvalutare le qualità che gli mancano”. (5). (Roberto Assagioli, in “I tipi umani”, Istituto di Psicosintesi – Giuntina 1987).

È quanto accade in genere quando si avviene a uno stato di incapacità di percepire il pericolo e, in modo specifico, quando ci si adopera, consciamente o inconsciamente, ad andare oltre nella fluttuante dimensione dove il tutto e il niente si equivalgono: “la negazione della morte”, diversamente dall’affermazione dell’amore per la vita, che dovrebbe essere come fin’ora è stato, fondamentale per la sopravvivenza del genere umano. Fenomeno quello della ‘morte’, che tutt’oggi conserva il suo aspetto di “livella sociale” che tutto appiana e conforma, e che da sempre costituisce, così come avveniva fra le popolazioni primitive, un “fatto sociale” che determinava una crisi non solo all’interno del gruppo famigliare ove si verificava, quanto in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan e della tribù per cui “le strutture sociali reagivano ad essa attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducevano gli individui a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società”. (6) (Jean-Didier Urbain in ‘Morte’, “Enciclopedia” - Einaudi 1980). E in “Enciclopedia di Filosofia” – Garzanti 1995).

Tra le diverse definizioni proposte riguardo al fenomeno, si fa qui riferimento alla distinzione “astratta” della morte violenta, intesa più come denuncia della fine dell’esistenza, e consistente nell’assunzione di comportamenti ed opinioni congruenti con questo titpo di evenienza. Fondamentalmente, si rilevano almeno tre variabili strettamente influenti fra loro: una prima riguarda “l’incoscienza” che si annida nel senso di insicurezza-sicurezza tipico del fenomeno legato in parte al caso, alla fatalità e quant’altro; una seconda , dovuta alla sfrenata corsa ad andarle incontro “in spregio del pericolo” e della propria sopravvivenza; e una terza detta “di rottura” con il mondo interiore (la propria identità) e, non in ultimo con la società di appartenenza.

A questo proposito va detto che la diretta conoscenza degli accadimenti e delle vittime, coglie soltanto una minima parte dei cittadini, quelli che per caso si trovano sul posto degli incidenti, e i più vicini affettivamente colpiti, come parenti e amici; la maggior parte riduce l’evento ad un fatto di cronaca, da catalogare assieme con le altre notizie di morte, di guerre, attentati, affondamenti delle carrette del mare e bambini che muoiono di fame in ogni parte del mondo, e che giornalmente affollano le cronache radiotelevisive e dei quotidiani. La consapevolezza delle dimensioni del fenomeno cresce (quando trattasi di incidenti occorsi nel proprio circondario o di persone che ne sono state vittime, tanto più se verificatesi nel proprio quartiere. La cosiddetta “vittimizzazione vicaria” è infatti più probabile e frequente della diretta esperienza personale, e quindi incide più spesso sul livello di ansia (e di paura) della collettività, così come ampiamente dimostrato negli studi pubblicati su “Neighbourhood Watch” il report della Polizia metropolitana britannica sulla Sicurezza Pubblica, rapportato alle esigenze effettive di intervento sul territorio. (7)

In ogni caso, per la società, si tratta comunque di voler salvaguardare (ad ogni costo) la sopravvivenza e l’integrità di un individuo ( quale esso sia), che va accettato e difeso in cambio di una sicurezza interezza interiore che più non appaga, che è andata smarrita, persa nella fitta “rete” dei modern mass media, e della tecnologia che avanza. E che, se da una parte corrompe e degrada il sistema “natura” al quale eravamo abituati, d’ltra parte ci permette l’imperativo di una comunicazione libera e aperta. “Condizione sine qua non, per stabilire una relazione più estesa”, la più ampia possibile, in cui “la propria autonomia e la rottura della coazione sono le condizioni per sostenere un dialogo franco”, con il futuro (8) (op.cit.)

Per completare il quadro, destinato per il momento a restare senza cornice, non bisogna sottovalutare l’attuale cultura dell’immagine diffusa dai mass-media, che spinge ad assegnare il primato all’apparire piuttosto che all’essere, alla quale si accompagna generalmente l’imperativo consumistico, per cui: “l’individuo vale più di ciò che ha che per ciò che è”, che non è uno slogan, ma una constatazione sulla quale almeno si dovrebbe meditare.

Viaggiatori sulla coda del tempo.

Con l’avanzare della spinta individualista-materialistica nella società relazionale che mina alla base la responsabilità della persona verso gli altri, è fondamentale la scelta sociale di una maggiore e collaborativa solidarietà con le nuove generazioni, quale probabile risposta al problema del disagio e della devianza giovanile, e più che mai orientata alla ‘cura’, come antidoto a orientamenti di tipo soggettocentrico – qui di seguito analizzati nell’ottica più ampia possibile che i moderni mezzi conoscitivi mettono a disposizione. Cura in sé diversificata, di tipo ‘informale’ oppure ‘istituzionale’, espressa in termini di comunicazione e prevenzione, nel difficile ma non impossibile rapporto tra società e mondo giovanile, e in grado di garantire una maggiore equità di giudizio da entrambe le parti, necessario ad arginare il problema che le ‘devianze più aggressive’ rappresentano per la società.

Interventi tra privato (informale) e pubblico (istituzionale) che vedono impegnata una pluralità di forze organizzative che vanno dalla sanità, alle forze dell’ordine, al volontariato, ai mass media, agli apparati locali (assistenti sociali, consultori ecc.), tutte ugualmente impegnate a sostegno di campagne di prevenzione sul territorio che stanno dando i loro frutti. Va detto che l’emergere delle urgenze (necessità), a cui le organizzazioni sociali sono chiamate a rispondere, si è particolarmente ampliato in corrispondenza dei drammatici esiti statistici rilevati. Notiamo come le attese risposte (sopra elencate) richiedono una rivalorizzazione, sia a livello locale che periferico, delle aree individuate cosiddette a rischio. Nonché la responsabilizzazione dei soggetti intermedi che operano all’interno e all’esterno dei locali pubblici (gestori di bar, vinerie, discoteche, addetti alla sicurezza ecc.).

In quanto preposta a dare determinate risposte, una migliore organizzazione sociale può fornire un valido contributo alla realizzazione dell’attività preventiva attraverso gli operatori (forze dell’ordine e altre istituzioni) che, per competenze e capacità, sono preposti a mantenere l’ordine ed a far rispettare le disposizioni di legge a riguardo. Alla luce dei mutamenti sopravvenuti e delle nuove realtà che affacciatesi sulla scena quotidiana, la società attuale si è rivelata inaspettatamente anacronistica, mostrando nelle sue crepe profonde i segni di una erosione annosa che non l’ha risparmiata dalla catastrofe, peraltro annunciata, sopraggiunta proprio “nel momento esperienziale della ragione e nel momento riflessivo della critica” (9) (M. D’Avenia, in MacIntyre op.cit.).

Momento in cui le nuove generazioni hanno reagito – e continuano a farlo – andando all’inseguimento di una identificazione diversa, giocata sul piano di “quelli che contano”, e combattere così l’insignificanza del nostro tempo. Non in ultimo, per volersi riappropriare della legittima indiovidualità che compete loro e, al tempo stesso, la pretesa necessità di un protagonismo che li vede uniti, nel riscattare la posizione di semplici spettatori di se stessi nell’evolversi di una società come loro vorrebbero nel compiacimento di ‘una rappresentazione esteriore e narcisistica di sé’. La difficoltà individuata è senz’altro di tipo ‘relazionale’, scollegata (e contraria) dal concetto di auto dominio (padronanza e controllo assoluto di sé), che vede inglobato in un tutt’uno (edoniostico e narcisista) tutto ciò che questo nostro mondo globalizzato e massimamente tecnicizzato mette a disposizione. Il paradosso è quanto più evidente, insito dell’andamento mutato e mutevole di una natura (quella adolescenziale) di per sé ibrida “che oscilla tra la ricerca della propria identità e la proiezione di un futuro ancora incerto, mentre vive il proprio tempo presente nel segno della precarietà e della drammaticità” (10) (Federico D’Agostino, “La metafora giovanile” – Ed.Seam 2001).

L’aspetto più evidente di quella che possiamo definire “una latente crescita individuale”, s’incontra nel complessivo rifiuto che i giovani in età adolescenziale hanno nei confronti della cultura e la carenza generazionale del rispetto degli altri e delle cose referenziali della società in cui vivono (luoghi di aggregazione in genere, edifici pubblici, di culto, monumenti, ecc.) . Due aspetti di una stessa medaglia attribuibili alla mancanza di volontà di crescita, quindi di maturazione; altresì nel ripudio di una presa di coscienza di sé che oscilla tra l’appartenere a una data collettività e lo svincolarsi da essa, tra brame di ribellione e desiderio di libertà che, talvolta, degenera e si trasforma in occasione di conflitto e di scontro violento.

Già negli anni ’50 il filosofo tedesco M. Heidegger annotava che: “Nessuna epoca ha avuto, come l’attuale, nozioni così numerose e svariate sull’uomo. Ed è anche vero che nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia l’uomo. Mai l’uomo ha assunto un aspetto così problematico come ai nostri giorni”; (11) (M.Heidegger, “Vita, pensiero, opere scelte” – Ed. Il Sole 24 Ore 2006). Allorché il virus della post-modernità aveva infettato gli animi delle generazioni di allora. Quando cioè: “La situazione emotiva apriva l’uomo al nudo fatto del suo ‘essere gettato’ nel mondo; mentre la comprensione era la proiezione attiva e ‘progetto’ o ‘interpretazione’ di qualcosa in quanto tale”. (12)(M. H. op.cit.)

Un voler re-acquisire una propria ’identità’ ex-novo, una qualsiasi insomma, nei pensieri e nelle riflessioni, buona o cattiva che sia, per quanto tutto ciò conservi l’illusione che, una volta acquisita, possa rimanere simile nel tempo, pur nella consapevolezza che essa mantiene un aspetto effimero che è sempre assolutamente identico: l’essere ‘mortale’. Ècco quindi che ritorna l’evocato ‘vuoto’ iniziale che si viene a creare proprio in concomitanza col dover fare una e/o più scelte che condizionano la ‘realtà’ giovanile, vista dal loro punto di vista: di mancanza d’identità. “Certo, l’identità genera automaticamente ‘alterità’, chiusura, limitazione o annullamento degli scambi e un senso goffo di superiorità – scrive Adriano Favole (13) , (in ‘La Lettura’ – supplemento de Il Corriere della Sera – 10 Febbraio 2019). “L’identità – aggiunge – difficilmente consente di pensare le trasformazioni e persino il futuro , è come una roccia che si oppone al cambiamento (dello stasus quo?). A livello collettivo, […] tralasciando gli ‘orrori’ del disprezzo e scherno, segregazione, respingimento di chi è bollato come ‘altro’, sussiste (in alcuni studiosi), il pensiero interposto al concetto di identità del ‘vuoto’ assoluto”; cioè l’impossibilità nell’individuo per una condivisione socialitaria “e culturale dell’io e del noi, i quali, privati della identità, sarebbero (facili) prede di alterità più forti, consistenti e voraci”.

È il caso di Francesco Remotti (14) che in “Somiglianze. Una via per la convivenza.” – (Laterza 2018 citaz. in A. Favole op.cit.), “il quale prefigura soggetti e collettività destinate a decadere e infrangersi davanti a portatori di sostanze culturali granitiche”, ponendo al centro la questione del ‘con-dividuo’ come soggetto umano; “una sorta di ‘atomo spirituale’ che percorreva già le pagine di Horkheimer e Adorno quando scrivevano: «Se nel fondamento stesso del suo esistere l’uomo è attraverso altri, che sono i suoi simili, e solo per essi è ciò che è, allora la sua definizione ultima non è quella di una originaria indivisibilità e singolarità, ma piuttosto quella di una necessaria partecipazione e comunicazione agli altri.»

In conclusione si afferma che il ‘con-dividuo’ umano è fatto di relazioni che “aprono la strada non solo alla molteplicità delle ralazioni in cui è coinvolto, ma anche al carattere irripetibile o unico delle loro manifestazioni e delle loro combinazioni: “La convivenza non è soltanto una questione che riguarda i gruppi, ma è già dentro il soggetto umano. […] Che il soggetto umano è già di per sé una convivenza organizzata, da un punto di vista sociale, neurologico, immunologico, ecologico: attraversato dai suoi simili, a cui si legano i diritto persona, […] non necessariamente il frutto di una ‘identità’ predefinita, ma di un’opera di tessitura e intreccio di relazioni che crea ogni con-dividuo un po’ simile e un po’ diverso dagli altri.”

Quali spiegazioni dare al disagio e ai fatti del condizionamento sociale nelle giovani generazioni in fatto di bullismo e quant’altro?

Alcune ‘possibili’ risposte, fra breve nella seconda parte di questa stessa inchiesta.





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- Poesia

San Pellegrino Festival premia i Bambini

LA CITTÀ DI SAN PELLEGRINO TERME
Promotrice per l'anno scolastico 2018-2019 la 9a Edizione del Festival Nazionale di Poesia
per e dei Bambini, è lieta di comunicarela cinquina delle poesie vincitrici del concorso sul tema : “La solitudine”.

Il festival si è svolto attraverso la lettura e la composizione di poesie, rime e filastrocche a partecipazione gratuita per ‘bambini e ragazzi dalla terza elementare alla prima media’, e inoltre per gli adulti (purché si sentano ancora bambini) con poesie inedite adatte a un pubblico infantile, con poesie individuali o di gruppo.

Poesia vincitrice
Arianna Bianchi Mozzo (BG)

Le altre finaliste, in ordine di presentazione delle poesie, sono:
Monica Sorti Mozzo (BG)
Laura Mapelli Monza (MB)
Maria Cannito S. Martino iin Pensilis (CB)
Elena Manenti Telgate (BG)

Le poesie sono state lette e votate da 322 alunni di 22 classi di scuole primarie e secondarie di primo grado.
La premiazione si svolgerà sabato 16 marzo alle ore 16 presso il Teatro del Casinò di San Pellegrino.
Complimenti alla giovanissima poetessa vincitrice e anche a tutti voi che avete partecipato per la vostra passione per la poesia.
Allego la poesia vincitrice e le altre della cinquina.

POESIA VINCITRICE

‘FILASTROCCA DEL TOPO DI STRADA’
Vicolo Lercio, bidone Ottantuno,
non è colpa mia se non piaccio a nessuno,
chiunque mi incrocia dà fuori di matto
e urla chiamandomi “quel brutto ratto”.
Dicon che puzzo da fare paura:
certo, io vivo nella spazzatura!
Dentro il bidone ci ho fatto la tana
ma cambio il mobilio ogni settimana,
perché un omone, grande e forzuto,
lo svuota ed elimina ogni rifiuto.
Son fortunati quel gatto e quel cane
che vedo spiando da quelle persiane.
Mangiano un sacco di prelibatezze,
ricevono coccole, baci e carezze.
Vorrei che una fata mi desse una mano
e mi trasformasse in “topo da divano”.
Son bravo, ubbidiente, ho dieci in condotta,
qualcuno di voi per favore mi adotta?
Arianna Bianchi Mozzo (BG)


LE ALTRE POESIE FINALISTE

‘JACK MUSOLUNGO’
A Bosco Incantato, in un grosso fungo,
vive lo Gnomo Jack Musolungo.
La sua casetta è bella davvero,
con tanti confort, ma ospiti zero,
perché in quel fungo sotto il nocciòlo
Jack preferisce restare da solo.
Lui non ha amici né conoscenti
e tiene alla larga vicini e parenti,
ma in una notte di zucche e vampiri
un pipistrello un po’ su di giri
con una manovra alquanto maldestra
plana veloce sulla sua finestra.
Il vetro si rompe e la sua zampa pure,
il poveretto ha bisogno di cure,
così da Jack Musolungo si accampa
finché non avrà guarita la zampa.
I primi giorni son liti e minacce,
fanno paura le loro facce,
poi Jack impara che, con la pazienza,
può esser fantastica la convivenza.
I due si scambiano sogni e progetti,
pezzi di cuore, pregi e difetti,
e quando l’amico riprende il suo volo
Jack dice: “Da oggi mai più starò solo”.
Monica Sorti Mozzo (BG)

‘LA SOLITUDINE’
Solitudine vuol dire
aver voglia di capire,
di guardar dentro noi stessi
rimanendo disconnessi
da quel mondo che là fuori,
con i mille suoi colori,
gira gira e sempre piace
soprattutto quando è in pace.
Solitudine è il tuo io
che non riesce a dirti addio,
e se questo troppo dura
impedisce l’avventura
di una vita che ha valore
se si dà e riceve amore,
se un pianto od un sorriso
è con gli altri condiviso.
Solitudine è parola
che t’insegnan anche a scuola:
cinque sillabe contate,
dieci lettere affiancate;
dille sì se hai l’esigenza,
dille no se vuoi far senza.
Scegli tu liberamente
se star solo o fra la gente!
Laura Mapelli Monza (MB)

‘STELLA’
Per quanto sia solitaria una stella
brilla
e tante solitudini
creano il firmamento.
Maria Cannito S. Martino iin Pensilis (CB)

‘I COLORI DELLA SOLITUDINE’
Nero di ombra che ti cattura
se stare da solo ti mette paura,
quando chi ami è troppo lontano
non serve a nulla tender la mano.
Grigio di nebbia che toglie il fiato come il vuoto di un abbraccio mai dato,
come il rumore di parole mai dette
chiuse nel cuore strette strette.
Ma pensaci bene, non è solo questo
solitudine è anche ascoltare te stesso.
A volte fuori c’è troppo rumore
e restare soli ha un altro colore.
Verde di prato che sa di riposo
dopo un giorno assai faticoso.
Giallo di sole che splende e riscalda
come i segnali che il cuore ti manda.
Azzurro di onde che muovono il mare
culla pensieri, fa desiderare.
Blu di cielo di stelle vestito
illumina sogni, anche il più ardito.
Elena Manenti Telgate (BG)

Non rimane che fare i più sentiti complimenti a tutti i partecipanti e ad invitare quanti volessero partecipare all’avvenimento a San Pellegrino Terme.

Si ringrazia inoltre la rivista di poesia on-line La Recherche.it per l'ospitalità elargita al Festival dedicato ai bambini.

Il coordinatore prof. Bonaventura Foppolo.

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- Cinema

Festival del Cinema Italia - Regno Unito

FESTIVAL Italia / Regno Unito
In collaborazxione con Cineuropa News

Cinema Made in Italy, edizione numero 9 di Vittoria Scarpa

26/02/2019 - Dal 26 febbraio al 3 marzo, torna il meglio del cinema italiano recente a Londra. Apre 'Loro' di Paolo Sorrentino
Si terrà oggi , dal 26 febbraio, a domenica 3 marzo, al Ciné Lumière di Londra, la nona edizione di Cinema Made in Italy, lo speciale appuntamento organizzato da Istituto Luce Cinecittà e dall'Istituto italiano di cultura di Londra che porta nel Regno Unito alcune delle migliori produzioni italiane recenti in anteprima assoluta.
Sono nove i titoli in programma quest’anno. Ad aprire la rassegna sarà il ritratto di Silvio Berlusconi del regista premio Oscar Paolo Sorrentino, Loro – il film uscirà nelle sale britanniche il 19 aprile distribuito da Curzon Artificial Eye. Gli altri titoli in selezione sono: Euforia di Valeria Golino e Troppa grazia di Gianni Zanasi, presentati rispettivamente al Certain Regard e alla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo Festival di Cannes; Ricordi? di Valerio Mieli, selezionato alle Giornate degli Autori di Venezia; Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius (visto al Torino Film Festival), L’ospite di Duccio Chiarini (debutto a Locarno) e Notti magiche di Paolo Virzì (film di chiusura della Festa del cinema di Roma); infine, Saremo giovani e bellissimi di Letizia Lamartire (Venezia, Settimana della Critica) e la commedia surreale di Paolo Zucca, L’uomo che comprò la luna.
Ai nove titoli recenti selezionati, si affiancherà la proiezione di Il conformista, capolavoro del 1970 del compianto Bernardo Bertolucci, scomparso lo scorso novembre.
Come nelle passate edizioni, saranno ospiti di Cinema Made in Italy molti dei registi che presenteranno i loro film al pubblico del festival e parteciperanno a sessioni di Q&A.

FESTIVAL Belgio
The Most Beautiful Couple e Jellyfish premiati a Mons di Aurore Engelen
25/02/2019 - Il film di Sven Taddicken si è aggiudicato il Gran Premio e il Premio per l'interpretazione, mentre il lungometraggio di James Gardner ha ricevuto il Premio alla sceneggiatura e il Premio Cineuropa.
The 34th Mons International Film Festival drew to a close on Friday night with the unveiling of its winners’ list and the triumph of both The Most Beautiful Couple and Jellyfish. In The Most Beautiful Couple, German director Sven Taddicken follows the journey of a couple traumatised by a sexual assault that takes place while they are on holiday in Majorca. Liv is raped by a group of men right in front of her helpless partner, Malte. Two years later, Malte bumps into one of the assailants in the street, which reawakens a memory in the couple that almost proves to be more destructive than the assault itself. The movie pocketed the Grand Prix as well as the Best Acting Award for Maximilian Brückner, Luise Heyer, Jasna Fritzi Bauer and Florian Bartholomaï.

There was another film that went home clutching two prizes: Jellyfish by James Gardner. In line with the great British tradition of films rooted in social topics, which explore the trials and tribulations of day-to-day life using humour, Jellyfish follows Sarah, a 15-year-old girl who is mistreated both at school and at home. Then she has an epiphany and finds her niche by trying her hand at stand-up. The movie picked up the Best Screenplay Award in addition to the Cineuropa Prize.
The Audience Award was bestowed upon the French film Head Above Water, the feature debut by director Margot Bonhomme, which tells the story of Elisa, a hot-headed and passionate teenage girl who finds herself alone with her father after her mother leaves home – together, they must look after her disabled sister. The cast includes Cédric Kahn and Diane Rouxel, a young French actress who rose to fame in Larry Clark’s The Smell of Us. The Be TV Award was presented to another French film set against a backdrop of separation and adolescence: Real Love by Claire Burger, toplined by Bouli Lanners.

THE MONS International Film Festival, which took a year off in 2018, should unspool again in 2020, as announced by its new general delegate, Maxime Dieu.
Here is the complete list of winners:
Festival Grand Prix
The Most Beautiful Couple - Sven Taddicken (Germany/France)
Best Director Award
Night Comes On - Jordana Spiro (USA)
Best Screenplay Award
Jellyfish - James Gardner (UK)
Best Acting Award
Maximilian Brückner, Luise Heyer, Jasna Fritzi Bauer and Florian Bartholomaï – The Most Beautiful Couple
Cineuropa Jury Prize
Jellyfish – James Gardner
City of Mons Audience Award
Head Above Water – Margaux Bonhomme (France)
BeTV Award
Real Love - Claire Burger (France/Belgium)
Best Short Film Award
Vihta - François Bierry (France/Belgium)
Belgian Critics’ Award
Accord Parental – Benjamin Belloir

James Gardner • Regista di Jellyfish
"Jellyfish è parte del dibattito che promuove una maggiore comprensione di come possiamo migliorare la nostra società"
di Valerio Caruso
25/02/2019 - Abbiamo parlato con il regista britannico James Gardner, il cui film d'esordio, Jellyfish, ha vinto il Premio Cineuropa al Mons International Film Festival
Beyond its indisputable acting quality, James Gardner's Jellyfish is a testament to the filmmaker's talent, demonstrating a real sense of atmosphere and accuracy, and a promising mastery of shots, lighting and music. He is an emerging talent whose career development we await with eager curiosity.

CINEUROPA PRIZE at the 34th MONS International Film Festival
LES ARCS 2018

Review: Jellyfish by Fabien Lemercier
19/12/2018 - The British director James Gardner shows promising talent with a first film that features some stinging social realism "Are you looking for something easy?", "Anyone can learn a routine and stick to it, but that's not what we're looking for here. It needs to come from somewhere deeper." It’s with these words, placed in the mouth of one of his main characters, that the British filmmaker James Gardner somehow manages to distil the colour and ambition of Jellyfish, his first feature. The film does admittedly travel the beaten path of a coming-of-age story, but focuses its plot on a teenager and her dysfunctional family against a backdrop of uncompromising social realism (in true Ken Loach style), delving into the daily life of the working class in a seaside city bathed in grey skies and the flashing lights and sounds of arcade games, all while trying to find an original means of escaping the doldrums of life via self-taught stand-up comedy.

Screened in the Playtime programme at the 10th Les Arcs Film Festival, Jellyfish has already garnered numerous awards since its premiere at Tribeca, including at Edinburgh (Best Actress Awards for Liv Hill and Sinéad Matthews), Dinard (four trophies including the Grand Prix, Best Screenplay and Critics' Prize) and Rome (Best Film in the Alice Nella Cittá section). The younger of its two major actresses has won numerous awards, has been nominated for Best Breakthrough Performance at the British Independent Film Awards and has received special mentions at both Dinard and Rome.
"Mum doesn't feel well." At 15, Sarah (Hill) finds herself, as we are soon to discover, with some pretty serious responsibilities, as her mother, Karen (Matthews), practically mute, doesn't seem to leave her bed or the sofa, sitting in front of the television as if she were hypnotised. And as for her father, he doesn’t seem to be on the scene, leaving the teenager entirely responsible for the daily lives of her siblings: her brother, Marcus (Henry Lile) and her sister, Lucy (Jemima Newman), who she must take and collect from primary school, pick up, dress, feed, reassure, etc. As money is tight, Sarah also works part-time at a nursery, where her boss (Angus Barnett) operates shamelessly and where various customers offer her extra cash in exchange for a quick hand job.
A precarious existence, which fails to improve when the girl realises that the family owes three months’ rent and that her mother's benefits have been suspended – the latter revealing herself to be bipolar and subject to enthusiastic spending sprees, especially at Dreamland Amusement Park. Grappling with an increasingly serious situation, which she continues to hide from the outside world, Sarah, who is very strong-willed, is encouraged (a lot) by her drama teacher (Cyril Nri) to pursue her potential in stand-up comedy. She begins to write a skit while struggling desperately to keep her family afloat. But the boat starts to sink, and the world is a cruel place...
Beyond the film's indisputable general acting quality (and by proxy excellent direction of the film’s cast, which includes numerous novices) and a plot that fails (as is often the case with first films) to pick up the pace somewhat in its home stretch, Jellyfish is a testament to James Gardner's filmmaking talent, demonstrating a real sense of atmosphere and accuracy, and a promising mastery of shots, light (Peter Riches is the film’s director of photography) and music (composed by Victor Hugo Fumagalli). An emerging talent, whose career development we await with eager curiosity.
Jellyfish is due to be released in the UK on 15 February by Republic Film Distribution. International sales are being handled by Bankside Films.
Cineuropa News: We chatted to British director James Gardner, (nella foto) whose debut feature, Jellyfish, premiered at Tribeca last year and has just won the Cineuropa Prize at the Mons International Film Festival.

CINEUROPA: What was the main motivation for making this film?
James Gardner: The initial idea behind Jellyfish was to tell the story of a teenage girl who discovers a hidden talent and examine how her family circumstances suffocate it. I had the idea for Sarah, her family and Margate… That all came as one, but it took a little time before I realised I was telling the story of a young carer. I knew what a young carer was, but it wasn’t until I really started developing the idea and researching properly that I came to realise to what extent it is an indisputable crisis. There are more than 800,000 young carers – young people between the ages of 11 and 18, looking after one or more family members, unpaid – in England alone, and it is unacceptable that we’re not supporting these vulnerable young people better. It saddens me to say it, but despite Jellyfish being a work of fiction, everything that was written into the film was inspired by incidents that actually happened.
Do you see your film as delivering a political message?
I think it’s virtually impossible to create art that is completely apolitical, as it will always exist within a context dictated by time and space. As a filmmaker, you have to embrace that, but I wouldn’t go so far as to say that Jellyfish delivers an overtly political message, as it is not a propaganda film, and nor was it conceived to make a political point; it just evolved and is being viewed that way because of the day and age we live in. Jellyfish is part of the conversation that promotes a better understanding of how we can improve our society.
How did you work with the actors, especially the astonishing Liv Hill?
Because of how low-budget the film is, I had no real hope of scheduling any rehearsal time with the cast all together. Therefore, a large part of my preparation with the actors was just the one-on-one conversations we had prior to the shoot. I was very lucky to be able to cast the wonderful actors I did, because there was no financial incentive for them to work on the film, as to make the film possible, we conceived of the entire production as a socialist enterprise, where everyone, from the top down, would be offered deferred payment only. It was the only way we could afford to make it. As for Sarah, it was incredibly difficult to find a young actor capable of carrying the weight of an entire feature film on her shoulders. And after about seven months of searching, I thought that perhaps we had written an impossible screenplay. In the end, after all the auditions, self-tapes, showcases, emails, phone calls and so on, it came down to a piece of luck. Cyril Nri [Mr Hale] had been offered a job that clashed with our shooting window, and his agent called to ask what was happening with the film and if I’d found Sarah. I hadn’t, and I was on the verge of postponing the shoot for the second time, when the agent offered up a self-tape for a client they had just signed. It was Liv. And it may sound like a cliché, but it’s true that within the first five seconds of watching that self-tape, I knew I’d found Sarah. And the reason I’m telling this story is to highlight just how easy it was working with her, because she’s truly gifted. She is the definition of a natural.
The film has quite a dark atmosphere. Can you tell us more about how you worked with the lighting?
I really wanted the movie to have as much of a naturalistic aesthetic as possible. Jellyfish is a drama that deals with confrontational real-world issues, and I knew that I would create the most compelling, strongest version of the story by doing everything I could to make the film feel as “real” to the audience as possible. One of my favourite scenes is the showdown between Karen and Sarah, where Sarah is in darkness and Karen is lit so brightly that you can see the detailing in the whites of her eyes. It’s magnetic. And actually, for a long time in the edit, we weren’t with Sarah enough in that scene, because the editor and I had completely fallen under Karen’s spell, and I think that’s definitely to do with the way she is lit. It’s that contrast between the light and the dark, and comedy and tragedy, that defines this scene. It runs through the entire film and characterises its tonal quality.


LECCE 2019
Dodici film in lizza per il 10° Premio Mario Verdone a Lecce
di Vittoria Scarpa

22/02/2019 - Il riconoscimento, riservato ad autori di opere prime che si siano contraddistinti nell’ultima stagione, sarà consegnato durante il 20° Festival del Cinema Europeo di Lecce (8-13 aprile)
Annunciati i 12 titoli in lizza per il Premio Mario Verdone, che quest’anno festeggia il suo decimo anniversario. Il riconoscimento, rivolto a giovani autori italiani di opera prima che si siano particolarmente contraddistinti nell'ultima stagione cinematografica, sarà consegnato come ogni anno nell’ambito del Festival del Cinema Europeo di Lecce, la cui 20ma edizione si terrà dall’8 al 13 aprile 2019.
I concorrenti di quest’anno (tra cui saranno scelti i tre finalisti) sono: Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella, Davide Rossi per Si muore tutti democristiani; Alessandro Capitani per In viaggio con Adele; Ciro D'Emilio per Un giorno all’improvviso; Damiano e Fabio D'Innocenzo per La terra dell’abbastanza; Margherita Ferri per Zen sul ghiaccio sottile; Letizia Lamartire per Saremo giovani e bellissimi; Matteo Martinez per Tonno spiaggiato; Francesca Mazzoleni per Succede; Daniele Misischia per The End? L’inferno fuori; Fulvio Risuleo per Guarda in alto, Antonio Pisu per Nobili bugie; Emanuele Scaringi per La profezia dell’armadillo.

Come ogni anno saranno Carlo, Luca e Silvia Verdone a scegliere il vincitore dell’edizione 2019 tra gli autori individuati in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia e il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani. “Il Premio Mario Verdone continua a mantenere, con rigore, scelte di assoluta qualità riguardanti i nuovi autori del cinema italiano”, sottolineano i tre fratelli. “L’abbondanza di ottime pellicole spesso sfuggite al grande pubblico, renderà il nostro compito assai delicato e probabilmente tormentato”.

Le precedenti edizioni del premio sono state vinte da: Susanna Nicchiarelli per Cosmonauta, Aureliano Amadei per 20 sigarette, Andrea Segre per Io sono Li, Claudio Giovannesi per Alì ha gli occhi azzurri, Matteo Oleotto per Zoran, il mio nipote scemo, Sebastiano Riso per Più buio di mezzanotte, Duccio Chiarini per Short Skin, Marco Danieli per La ragazza del mondo e, l'anno scorso, da Roberto De Paolis per Cuori puri.

bUON CINEMA A TUTTI.

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- Cinema

Berlinale Festival del Cinema – tutti i premiati

BERLINO 2019 Concorso
“Synonymes” vince l'Orso d'oro
in collaborazione con Cineuropa News

16/02/2019 - BERLINO 2019: L'israeliano Nadav Lapid ha conquistato l'Orso più importante con la sua storia parigina di trasformazione, nel corso di una cerimonia in cui hanno brillato l'Europa e la Germania
La 69ma edizione del Festival del cinema di Berlino (7-17 febbraio) si è conclusa con una cerimonia in cui il cinema europeo ha brillato, anche attraverso fruttuose collaborazioni con talenti di altre regioni, come nel caso del vincitore dell'Orso d'oro, l’unico e assolutamente magnifico Synonymes [+] di Nadav Lapid. Alla fine del suo discorso, il regista ha sottolineato che mentre il film potrebbe generare qualche forma di sdegno sia nel suo paese d'origine, Israele, sia in Francia, dove è ambientato, è davvero inteso come una celebrazione – del cinema, tra le altre cose.
Il Gran Premio della Giuria è andato a un altro titolo ambientato in Francia, Grâce à Dieu di François Ozon. Mentre ritirava il trofeo, il regista ha avuto parole di ammirazione per la lotta condotta dalle ex vittime di pedofilia che hanno ispirato il suo film.
L'Orso d'argento per la miglior sceneggiatura è andato a uno scrittore il cui lavoro è servito come base di molte grandi storie cinematografiche sulla camorra napoletana: Roberto Saviano (autore di Gomorra), per la sceneggiatura di La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, scritta insieme al regista e a Maurizio Braucci, e basata su uno dei suoi romanzi.
Il regista norvegese Hans Petter Moland, un habitué del concorso berlinese, è stato premiato grazie al lavoro del suo direttore della fotografia, Rasmus Videbæk, nel magnifico e commovente Out Stealing Horses.
Il palmarès celebra anche la Germania, paese (co-)produttore di due dei vincitori nella categoria cortometraggi, del vincitore del premio alla miglior opera prima (Oray di Mehmet Akif Büyükatalay) e del premio al miglior documentario (Talking About Trees di Suhaib Gasmelbari). La Germania è inoltre rappresentata da tre vincitori di un Orso nella competizione internazionale lungometraggi, tra cui il miglior film; gli altri due sono Angela Schanelec, proclamata miglior regista per I Was at Home, but, e Nora Fingscheidt, Premio Alfred Bauer per System Crasher.
Juliette Binoche, presidente di giuria, ha ricordato l'assenza del film di Zhang Yimou, One Second, in concorso, essendo il film stato ritirato all'ultimo momento, ma il suo forte rimpianto è stato compensato dall'entusiasmo della sua giuria per le performance degli attori di So Long, My Son del connazionale Wang XiaoShuai, che ha dominato nelle categorie di miglior attrice e miglior attore.
La cerimonia si è contraddistinta anche per il saluto sincero al direttore uscente della manifestazione, Dieter Kosslick, e per la consegna di altri due Orsi, uno peloso e uno occhialuto, per celebrare questa speciale occasione.
I vincitori dei premi della 69ma edizione del Festival di Berlino:
Orso d'oro del miglior film
Synonymes - Nadav Lapid (Francia/Israele/Germania)

Orso d'argento - Gran premio della giuria
Grâce à Dieu - François Ozon (Francia/Belgio)

Orso d'argento - Premio Alfred Bauer
System Crasher - Nora Fingscheidt (Germania)

Orso d'argento del miglior regista
Angela Schanelec - I Was at Home, but (Germania/Serbia)

Orso d'argento della miglior attrice
Yong Mei - So Long, My Son (Cina)

Orso d'argento del miglior attore
Wang Jingchun - So Long, My Son

Orso d'argento della miglior sceneggiatura
Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi, Roberto Saviano - La paranza dei bambini (Italia)

Orso d'argento del miglior contributo artistico
Rasmus Videbæk, direttore della fotografia - Out Stealing Horses [+] (Norvegia/Svezia/Danimarca)

Premio del miglior documentario
Talking About Trees - Suhaib Gasmelbari (Francia/Sudan/Germania/Qatar/Ciad)

Premio della miglior opera prima
Oray - Mehmet Akif Büyükatalay (Germania)

Berlinale Shorts
Orso d'oro al miglior cortometraggio
Umbra - Florian Fischer, Johannes Krell (Germania)

Orso d'argento - Premio della giuria al cortometraggio
Blue Boy - Manuel Abramovich (Argentina/Germania)

Audi Short Film Award
Rise - Bárbara Wagner, Benjamin de Burca (Brasile/Stati Uniti/Canada)
Nadav Lapid • Regista di Synonymes
“La mia motivazione ultima è quella di catturare una sorta di verità rispetto ai momenti”
di Bénédicte Prot

15/02/2019 - BERLINO 2019: Cineuropa incontra Nadav lapid - intervista

Abbiamo incontrato il regista israeliano Nadav Lapid per parlare di Synonymes, in concorso al 69° Festival di Berlino
Il regista israeliano Nadav Lapid ci parla del suo quarto lungometraggio, candidato all’Orso della 69ma Berlinale: il formidabile e singolare Synonymes, un film espansivo, sia verbale che fisico, in cui un personaggio non molto lontano da quello che lui stesso fu 17 anni fa arriva a Parigi, pieno di storie, per diventare francese ed essere sepolto a Père Lachaise.
Cineuropa: Yoav sembre essere più un concetto che un personaggio in senso stretto, una figura gettata in un universo beckettiano, o dall'altra parte dello specchio...
Nadav Lapid: È vero, nel senso che adotta un programma esistenziale a partire da un'idea che porterà avanti fino alla fine. Di fatto, vive la sua trasformazione a tutti i livelli, mentalmente, fisicamente e intellettualmente, e su base giornaliera, camminando per le strade di Parigi mentre mormora sinonimi. Detto questo, penso che come regista, ciò che mi affascina è creare un cinema che sia anche molto fisico e crudo, concreto e talvolta brutale, per rianimare un po’ le idee, per seminare il caos, evitare che ci si ritrovi solo con un concetto che incontra un altro concetto.
In effetti, rispetto alla coppia francese, molto cerebrale, che lo prende sotto la propria ala, Yoav è molto fisico. Il suo corpo esprime una rabbia che è quasi uno stress post-traumatico.
Soffre senza dubbio di una sorta di stress post-traumatico, ma il trauma è la sua identità, non qualcosa di concreto. Certo, è legato all'esercito, al servizio militare, ma è la vita che lo ha reso post-traumatico, la vita lì come un israeliano, e quindi cerca di staccarsi dal suo passato, rinuncia alle parole ebraiche e trova le parole in francese... Allo stesso tempo, la sua identità israeliana è ancorata nel suo corpo, che è molto israeliano. Questo è forse il motivo per cui tenta di annientarlo sin dall'inizio: prima lo congela, che è una specie di morte simbolica, poi lo affama e, infine, si prostituisce. Ma il corpo si rifiuta di scomparire e quando lo ha umiliato per bene, stranamente, le parole in ebraico sorgono di nuovo dalla sua bocca. Quindi, sì, penso che questo personaggio sia una specie di ferita ambulante, e deriva dal fatto che odia ciò che è.
Aveva già in mente dall’inizio la struttura che ha appena descritto?
Corrisponde alla mia esperienza personale di 17 anni fa. Quasi tutte le scene del film sono realmente accadute. Non mi piacciono molto i registi che fanno cose complesse e dicono "In realtà è molto semplice", ma qui devo fare lo stesso perché è proprio ciò è successo a me. C'è qualcosa di molto primitivo in questo film a livello narrativo: non ci sono molti punti di svolta, è la storia di un ragazzo che arriva, che vive la sua vita e se ne va. La complessità del film sta nel fatto che quasi ogni momento ed evento è intriso di ogni genere di cose che sono spesso contraddittorie.
Tutte le "storie" che Yoav porta con sé sono sue o le ha raccolte altrove?
La mia motivazione ultima è quella di catturare una sorta di verità rispetto ai momenti, non di fare auto-finzione. Sono convinto, inoltre, che ogni esperienza umana possa servire come finestra per osservare l'esistenza, e la mia esperienza personale non è così specifica, ma conoscere intimamente la mia mi ha permesso di entrare nel dettaglio. In questo senso, sì, mi è successo tutto quello che succede nel film, ma tutte queste questioni di identità (in che misura siamo schiavi del nostro passato e del nostro luogo di nascita, o al contrario siamo creature libere? Desideriamo davvero questa libertà? Ci si può davvero trasformare in qualcun altro?), penso che le affrontiamo tutti.
Cosa l’ha portata a scegliere questo approccio visivo molto vario, a volte colorato e mobile, a volte bianco e architettonico, con variazioni di angoli e distanze?
L'idea era di cercare di raggiungere la verità del momento. In questo senso, è una sorta di formalismo nudo e crudo che usa tutti i mezzi disponibili: suono, scenografia, costumi, cinepresa – perché non vedo perché la cinepresa debba rimanere emotivamente oggettiva: io metto in scena anche il corpo del capo operatore, perché per me i sentimenti passano attraverso il suo corpo e attraverso la sua mano che tiene la camera, e li vediamo sullo schermo, e anche loro sono importanti. Questo è il motivo per cui esiste davvero una sorta di diversità visiva, ma che cerca sempre di aderire a ciò che accade in scena, o di dare la visione opposta a ciò che vi accade.

Il PREMIO FIPRESCI di Berlino va a 'Synonyms'
di Cineuropa

16/02/2019 - BERLINO 2019: Dafne ottiene il FIPRESCI della sezione Panorama, il cui pubblico premia 37 Seconds e Talking About Trees. Europa Cinemas Label per Stitches
The International Federation of Film Critics (FIPRESCI) has handed out its trophies ahead of the awards ceremony of the 69th Berlin Film Festival. For the competition, the International Critics' Prize was bestowed upon Synonyms by Israeli director Nadav Lapid. For the Panorama selection, victory was claimed by Dafne by Italian director Federico Bondi, and as for the Forum section, the awarded film was Austria’s Die Kinder der Toten by Kelly Copper and Pavol Liska.
This year, the Audience Awards in the Panorama section went to Japanese film 37 Seconds, directed by HIKARI, and Sudanese director Suhaib Gasmelbari’s Talking About Trees in the documentaries section.

Lastly, the Europa Cinemas Label for Best European Film in the Panorama section, the award was given to Stitches [+] by Serbian filmmaker Miroslav Terzić, while the CICAE Art Cinema Award went to HIKARI’s 37 Seconds and French director Jean-Gabriel Périot’s Our Defeats.
Find the most relevant prizes of the independent juries here:

FIPRESCI Prize, Competition
Synonyms – Nadav Lapid (France/Israel/Germany)
FIPRESCI Prize, Panorama
Dafne – Federico Bondi (Italy)
FIPRESCI Prize, Forum
Die Kinder der Toten - Kelly Copper, Pavol Liska (Austria)
Audience Award, Panorama
37 Seconds – HIKARI (Japan)
Audience Award, Panorama Dokumente
Talking About Trees - Suhaib Gasmelbari (France/Sudan/Germany/Qatar/Chad)
Europa Cinemas Label
Stitches - Miroslav Terzić (Serbia/Slovenia/Croatia/Bosnia and Herzegovina)
CICAE Art Cinema Award, Panorama
37 Seconds – HIKARI
CICAE Art Cinema Award, Forum
Our Defeats - Jean-Gabriel Périot (France)
Ecumenical Jury Prize, Competition
God Exists, Her Name Is Petrunija - Teona Strugar Mitevska (Macedonia/Belgium/Slovenia/Croatia/France)
Ecumenical Jury Prize, Panorama
Buoyancy - Rodd Rathjen (Australia)
Special Mention
Midnight Traveler - Hassan Fazili (US/Qatar/UK/Canada)
Ecumenical Jury Prize, Forum
Earth - Nikolaus Geyrhalter (Austria)
Teddy Award - Feature Film
Brief Story from the Green Planet - Santiago Loza (Argentina/Brazil/Germany/Spain)
Teddy Award - Documentary Film
Lemebel - Joanna Reposi Garibaldi (Chile/Colombia)


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- Cinema

Berlinale Special Gala – Cineuropa News

Berlinale Special Gala – Cineuropa News

Abbiamo incontrato la superstar francese Juliette Binoche per parlare dei suoi ultimi due ruoli, in Celle que vous croyez e come presidente di giuria alla Berlinale 2019.
Juliette Binoche • Attrice

"C'è una libertà che viene con l'età, soprattutto davanti alla cinepresa"
di Marta Bałaga.
14/02/2019 - BERLINO 2019: Abbiamo incontrato la superstar francese Juliette Binoche per parlare dei suoi ultimi due ruoli, in Celle que vous croyez e come presidente di giuria alla Berlinale 2019.
Juliette Binoche sta facendo il doppio lavoro al Festival di Berlino di quest'anno, sia come presidente di giuria che come protagonista di Celle que vous croyez [+] di Safy Nebbou, basato sul romanzo omonimo di Camille Laurens. Presentato nell’ambito del Berlinale Special Gala, il film vede Binoche interpretare una cinquantenne divorziata di nome Claire, che avvia una relazione amorosa online con Alex, molto più giovane di lei. Ma il problema è che Claire usa un profilo falso, e le sue bugie cominciano ad avere le gambe corte.

Cineuropa: Claire è un’insegnante di successo; ha bei figli e una carriera avviata. Cosa la porta improvvisamente a fingere di avere 20 anni?

Juliette Binoche: Da come l’ho intesa io, la sensazione di abbandono è insopportabile per lei. È stata abbandonata dal marito per una donna più giovane, abbandonata dal suo amante, a cui non importa molto di lei. Cerca un modo per non sentirlo, aggrappandosi a qualcosa che non funziona più. Facebook è uno dei mezzi che usa, ma arriva al punto in cui deve distruggere l'illusione. È doloroso capire che sei una perdente, ma ciò le dà una nuova forza. Non ha più paura: raggiunge un luogo in cui si apre a nuove cose ed è in grado di andare avanti. Questa sensazione di abbandono è semplicemente orribile. La sentiamo molto presto da bambini, ma sentirla di nuovo da adulti...
Si nasconde dietro testi e messaggi. Ma esprimere le emozioni in questo modo non è esattamente più sicuro, vero?
Sembra sicuro, ma questo film ti mostra che non lo è; è un'illusione. La fisicità è qualcosa che può confermare i sentimenti, il corpo ha bisogno di essere coinvolto. E quando non succede, è più pericoloso, in un certo senso. Sei intrappolato in quella illusione.
Eppure, in qualche modo è anche un film che non evita di mostrare la sessualità femminile, anche la gente probabilmente pensa che non dovrebbe più sentirsi così.
Mio padre ha 85 anni e continua a flirtare con tutte le infermiere! Non va mai via. Il bisogno di desiderio è sempre lì, ma sta a te scegliere come esprimerlo. Con il tempo, puoi imparare a conviverci in un modo diverso – un modo migliore, se sei fortunato. Non ne sei dipendente come quando avevi 20 anni.

Quindi, quando si affronta una relazione, bisognerebbe essere pronti a lasciar andare?

O lasciare che non sia niente, che non è facile. Quando cresci emotivamente, sembra che stai morendo. Ed è così – c'è una parte di te che muore per raggiungere quello strato più profondo. L'età può essere uno strumento meraviglioso per questo. Ci lamentiamo sempre dell'età e ne abbiamo paura, ma è l'età che ti porta serenità, e io ci credo davvero. C'è una libertà che viene con l'età, soprattutto di fronte alla cinepresa. Mostra la verità di ciò che stai vivendo come essere umano. Ecco perché questo ruolo è stato fonte di gioia per me, perché la vita è apprendimento, e impari quando sei giovane e quando sei vecchio.

C’è qualcosa che cerca come presidente di giuria?

È più ciò che sembra importante dare al mondo. Questo è il potere che abbiamo: concentrarci su temi specifici. La Berlinale sceglie film politici che hanno soggetti molto contemporanei, che ci fanno pensare e crescere come società. Abbiamo bisogno di sentire voci diverse, e credo che avremo sempre più registe ai festival. Stanno già dimostrando la loro abilità artistica e capacità, ma Dieter [Kosslick, il direttore del festival] mi ha detto: "Non ho scelto questi film perché erano fatti da donne; li ho scelti perché erano buoni".

Claire è un personaggio complicato perché mente tutto il tempo: al suo amante, alla sua terapeuta, interpretata da Nicole Garcia, e persino a se stessa. Da attrice esperta, pensa di sapere già cosa porta le persone a comportarsi così?

Interpretare un ruolo non significa dire bugie; significa dire la verità. Ma il mio personaggio cerca di evitarlo, quindi è un gioco a nascondino. Gli attori sono abituati ad analizzare le emozioni; sai dove andare per esprimere o ricreare la vita – un po' come un pianista che sa dove si trova il Re minore. Fa parte del mio mestiere.


Sinossi di Safy Nebbou

Claire è una donna di 50 anni che lavora come insegnante. È divorziata e madre di due figli. La sua vita sentimentale con il giovane amante Ludo funziona bene ma Claire decide di creare un falso profilo Facebook per tenerlo d'occhio Si trasforma così nell'attraente ventiquattrenne Clara. Ludo resiste e si comporta bene ma ci casca invece il suo miglior amico Alex. Tra i due inizia una strana relazione.
titolo internazionale: Who You Think I Am
titolo originale: Celle que vous croyez
paese: Francia, Belgio
genere: fiction
regia: Safy Nebbou
durata: 101'
data di uscita: FR 27/02/2019, BE 6/03/2019
sceneggiatura: Safy Nebbou, Julie Peyr

cast: Juliette Binoche, François Civil, Nicole Garcia, Charles Berling, Guillaume Gouix, Marie-Ange Casta, Claude Perron, Jules Houplain

fotografia: Gilles Porte
montaggio: Stéphane Pereira
scenografia: Cyril Gomez-Mathieu
costumi: Alexandra Charles
musica: Ibrahim Maalouf
produttore: Michel Saint-Jean
produzione: Diaphana, France 3 Cinéma, Scope Pictures
supporto: Canal+ (FR), Ciné+ (FR), Sofica La Banque Postale Image (FR), Sofica Manon (FR), Sofica Cinécapital (FR)
distributori: Diaphana Distribution, Cinéart, Rosebud Motion Pictures Enterprises - Rosebud21, Alamode Film, Camera Film

Recensione: Celle que vous croyez di Fabien Lemercier
11/02/2019 - BERLINO 2019: Juliette Binoche è una cinquantenne assetata d’amore che si ringiovanisce nell'universo virtuale. Un adattamento del romanzo di Camille Laurens firmato Safy Nebbou.

"I social network, per gente come me, sono al contempo il naufragio e la zattera". E’ un ruolo difficile, di donna risucchiata nel vortice di uno sdoppiamento d’identità che le offre l’illusione della giovinezza e dell'amore, che il regista francese Safy Nebbou ha offerto a Juliette Binoche con Celle que vous croyez [+], adattato dall’omonimo romanzo di Camille Laurens.
Presentato in proiezione di gala alla 69ma Berlinale, il lungometraggio deve molto alla performance della sua attrice principale perché nonostante una trama articolata, non è certo scontato mettere in scena con intensità una storia durante la quale la protagonista trascorre molto tempo davanti allo schermo del suo computer o chinata su quello del suo cellulare, essendo gli scambi di messaggi su Facebook la materia prima del film. Ci voleva dunque una grande attrice per tenere il film e anche per accettare di incarnare una donna abbandonata dal marito, in preda a una profonda tristezza, a notti insonni arginate dal Valium, al deserto sentimentale e alla voragine che le si apre davanti allo specchio a oltre 50 anni, quando la capacità di suscitare desiderio svanisce con il passare inesorabile del tempo.
"Una donna come me, con le palpebre un po’ pesanti e la carnagione che sfiorisce". È così che Claire (Juliette Binoche) parla di se stessa alla sua nuova psicologa (Nicole Garcia), aprendo un lungo flashback che vede questa insegnante di francese all'università umiliata da Ludo (Guillaume Gouix), suo amante occasionale ("non capisco perché mi chiami, potrei essere il fratello dei tuoi figli"), tentare di avvicinarsi a lui simpatizzando su Facebook con il suo amico Alex (François Civil). A tal fine, si inventa un profilo: Clara Antunes, 24 anni. Un alter-ego virtuale che diventerà sempre più importante ("ogni parola era scelta con cura, un errore di linguaggio e la magia rischiava di svanire"), a mano a mano che si sviluppa un flirt. Seguono una foto (quella di "una sconosciuta") e scambi vocali che diventano rapidamente incessanti, invasivi, sessuali. Perché Claire è dipendente da questa relazione a distanza ("con lui, mi sento viva") al punto di trascurare i suoi doveri di madre e quasi scivolare completamente nella fantasia ("non fingevo di avere 24 anni, avevo 24 anni"; "mi sentivo più Clara di Claire"). Fino al giorno in cui Alex non ne può più: vuole vederla in carne ed ossa...
Scritto da Safy Nebbou e Julie Peyr, la sceneggiatura riserva più sorprese (più o meno verosimili) di quanto sembri, con le menzogne che si incastrano le une nelle altre fino a traboccare nell'immaginario, dando al film una punta di thriller che si dispiega nelle gelide atmosfere degli alti edifici parigini ornati da grosse vetrate. Attraverso queste confidenze di una donna che affoga in una relazione virtuale e in un amore artificiale la realtà della sua disperata solitudine, il regista traccia il quadro di una società della comunicazione moderna e influente in cui il sogno ad occhi aperti non è lontano dalla tragedia.

Prodotto da Diaphana Films e coprodotto da France 3 Cinéma e dai belgi di Scope Pictures, Celle que vous croyez è venduto nel mondo da Playtime.

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- Musica

Don’t call it Justice - Arcadia Trio


DON'T CALL IT JUSTICE - Arcadia Trio

Fatti, persone e idee che lasciano il segno: è l’impegno dell'Arcadia Trio nell'album
"Don't call it justice" uscito l’8 febbraio(AlfaMusic) di Leonardo Radicchi, impegnato nel tour italiano insieme a uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards: Robin Eubanks.

Il suo è un disco che racconta storie che energizzano il pensiero e la coscienza: dalla dedica a Gino Strada, con cui Radicchi ha collaborato durante il suo impegno con Emergency per il progetto Ebola in Sierra Leone e il progetto War Surgery in Afghanistan, alla dichiarazione di una 'rabbia piena di gioia'.

"La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di bellezza.”

E’ proprio da questo stesso concetto di Albert Camus che qualche anno fa ha preso vita il progetto del sassofonista Leonardo Radicchi: Arcadia Trio, di cui l’8 febbraio è uscito con l'etichetta AlfaMusic l'album "Don't call it Justice" (distr. EGEA Music/Believe digital).

Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato 'politico' alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.

Secondo Radicchi: “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Così l’Arcadia Trio, formato insieme al contrabbassista Ferdinando Romano e al batterista Giovanni Paolo Liguori, racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano "Child Song", ad esempio, racconta di bambini che "devono" essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack "Don’t call it Justice" urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; "Necessary Illusions" è un omaggio alla visione dell'intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia - A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity - Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.

Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Il tour
Le prime date di presentazione del disco vedono la presenza di un grande special guest: Robin Eubanks, uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards: dopo una anteprima il 7 febbraio al Padova Jazz Club @Cockney London Pub, l’8 febbraio live a Il Birraio di Perugia, il 9 febbraio allo Smallet Jazz Club di Modena, il 10 febbraio al Teatro Sant'Andrea di Pisa per il festival Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni - Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio all’Argo16 di Mestre.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l'ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy - la nostra rabbia è piena di gioia.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l'Arcadia Trio.

PRESSKIT CON FILE AUDIO> http://bit.ly/arcadiatrioPRESSKIT

CONTATTI
Amazon > https://amzn.to/2E4xUip iTunes > http://bit.ly/ARCADIATRIOitunes
Info album > http://www.ijm.it/component/music/display/796
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com tel. 3281743236
Booking > leonardoradicchi@gmail.com - arcadiatriobooking@gmail.com tel. 320.4233404



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- Cinema

Tutto il Cinema in collaborazione con Cineuropa News

Tutto il Cinema in collaborazione con Cineuropa News

TRIESTE 2019 Premi in collaborazione con Cineuropa News.
The Delegation vince il 30° Trieste Film Festival
di Vassilis Economou

24/01/2019 - The Load si è aggiudicato il Premio Cineuropa, mentre Želimir Žilnik, Milcho Manchevski e Mirsad Purivatra hanno ricevuto premi onorari
The Delegation di Bujar Alimani.

Il Trieste Film Festival ha annunciato i vincitori della sua importante edizione del 30° anniversario, con la vittoria di The Delegation di Bujar Alimani che ha ricevuto il Premio Trieste per il miglior lungometraggio, come votato dal pubblico, e il Premio della giuria PAG. Il Premio Alpe Adria Cinema per il miglior film documentario è stato conferito ad Anja Kofmel per il suo Chris the Swiss; il premio, sempre votato dal pubblico, è anche accompagnato. Chris the Swiss ha inoltre vinto il Premio Osservatorio Balcani e Caucaso - Transeuropa. Il Premio Cineuropa, assegnato a un film partecipante allo stesso concorso, è andato al secondo lungometraggio di Ognjen Glanović, The Load.

Nella competizione Corso Salani riservata ai nuovi lungometraggi italiani, assegnato da una giuria composta da Caterina Mazzucato, Judit Pinter e Rino Sciarretta, è stato attribuito a My Home, In Libya di Martina Melilli. Inoltre, il Premio del pubblico per il miglior cortometraggio in concorso, del valore, supportato dalla Fondazione Osiride Brovedani, è andato al titolo ungherese Last Call di Hajni Kis.

Il premio onorario Eastern Star è stato conferito all'acclamato regista macedone Milcho Manchevski, mentre il direttore del Sarajevo Film Festival Mirsad Purivatra ha ricevuto il Premio Cinema Warrior. Il leggendario regista serbo Želimir Žilnik, una delle figure chiave della Black Wave jugoslava, è stato premiato con il Central European Initiative Award.

L'elenco completo dei vincitori del 30° Trieste Film Festival: Premio Trieste per il miglior lungometraggio.
The Delegation - Bujar Alimani (Albania/Francia/Grecia/Kosovo)
Premio Cineuropa
The Load - Ognjen Glanović (Serbia/Francia/Croazia/Iran/Qatar)
Premio Alpe Adria Cinema
Chris the Swiss - Anja Kofmel (Svizzera/Germania/Croazia/Finlandia)
Premio Corso Salani
My Home, In Libya - Martina Melilli (Italia)
Premio Fondazione Osiride Brovedani
Last Call - Hajni Kis (Ungheria)
Premio Sky Arte
Ruben Brandt, Collector - Milorad Krstić (Ungheria)
Premio Osservatorio Balcani e Caucaso - Transeuropa
Chris the Swiss - Anja Kofmel
Premio SNCCI per il miglior film
Phantom Thread - Paul Thomas Anderson (Stati Uniti/Regno Unito)
Premio SNCCI per il miglior film italiano
Dogman - Matteo Garrone (Italia/Francia)
Premio della giuria PAG
The Delegation - Bujar Alimani
VR Hackathon Contest
Voci di Trieste - Giulia Massolino, Anna Violato (Italia)
Premio Eastern Star
Milcho Manchevski
Premio Cinema Warrior
Mirsad Purivatra
Central European Initiative Award
Želimir Žilnik

Cineuropa Prize at the 30th Trieste Film Festival.
Ognjen Glavonić's The Load is an artistically excellent treatment of one generation's view of how its predecessors, whether actively or passively, destroyed lives and societies in the Balkans, by a first-time filmmaker who possesses the talent and creativity to transcend judgment and achieve catharsis.

CANNES 2018 Directors’ Fortnight
Review: The Load
by Vladan Petkovic

13/05/2018 - CANNES 2018: Ognjen Glavonić's first fiction feature is a stark look at a war crime from the Kosovo War and its implications, with Leon Lučev giving an amazing performance in the main role.
Serbian filmmaker Ognjen Glavonić's first fiction feature, The Load , has just world-premiered in the Cannes Directors’ Fortnight. Following up on his 2016 Berlinale Forum documentary Depth Two [+], this road drama with strong thriller elements picks up on the same subject of a war crime from the Kosovo War in 1999, during the NATO bombing of Yugoslavia.
However, while Depth Two was chock-full of information, in The Load, Glavonić forsakes it in favour of an atmospheric piece that implies much more than it shows, focusing on truck driver Vlada (Croatian star Leon Lučev), who is taking a cargo of a nature unknown to him from Kosovo to Belgrade.
From the moment Vlada picks up the truck at a compound in Kosovo until he drops it off in Belgrade, DoP Tatjana Krstevski's camera is mostly pointed at the driver in his truck cabin and his face, which tells of his inner anguish and pain in response to his situation, but also his memories and the questions that this situation is forcing him to ask himself. He does not know what it is he is transporting, but the secrecy in which he has to operate, having been told not to stop anywhere before he reaches his destination, tells him his load is not simple, everyday goods. However, Vlada has a family to feed during a war, and this is his absolute top priority.

On the way, he will pick up a teenage hitchhiker, Paja (Pavle Čemerikić), who is on his way to a better life in Germany. Paja knows the road and helps to navigate when it is blocked by a burning car. A document in a blue envelope given to Vlada by his employers quickly sends a police officer who stops them running for the hills while apologising profusely.
Paja is also a kind of stand-in for Glavonić's generation, which grew up during the war. Paja had a punk band, something that kids in Serbia were still doing in the 1990s, and he plays a song to Vlada, who has a teenage son back at home. This segment adds the crucial generational context to the film, as does a side story about a lighter given to Vlada by his father, who fought in the Second World War. But make no mistake: there is no sentimentality in Glavonić's stark and inevitably dark film. With a washed-out, grey-beige colour palette and the decaying houses, muddy soil and rusty cars strewn along the road, the tone the filmmaker goes for is very low – almost the growl of a wounded, but dangerous, animal.
Throughout the film, the war remains in the background – in the beginning, we can see the flares of anti-aircraft missiles over the hills in the distance, but we barely hear their sound. In contrast with Depth Two and its fact-based investigation of the war crime, in The Load, Glavonić gives us a picture of society and the destiny of real human beings during a war, as well as his own take on what his generation inherited from the previous one.
The greatest accomplishment of the film is how it manages to transmit all of these issues to the audience through such scarce means. And this took a very special actor in the main role: it is Lučev's almost unbelievable performance that makes the execution of Glavonić's vision not only possible, but remarkably clear.
The Load was co-produced by Serbia's Non-Aligned Films, France's Cinéma Defacto, Croatia's Kinorama and Iran's Three Garden Films. Warsaw-based New Europe Film Sales has the international rights.

CANNES 2018 Directors’ Fortnight
Ognjen Glavonić • Director of The Load
“Paths are made by walking”
by Vladan Petkovic

12/05/2018 - CANNES 2018: Serbian filmmaker Ognjen Glavonić tells us about how his first fiction feature, The Load, came into being
Serbian filmmaker Ognjen Glavonić is competing in the Cannes Directors’ Fortnight with his first fiction feature, The Load [+], which tackles a crime from the Kosovo War that he first visited in his documentary Depth Two , but in a very different way. Glavonić tells Cineuropa about how the two films came into being and influenced each other.
Cineuropa: Why did you decide to tell this particular story, and in two films? Why is it so important to you?
Ognjen Glavonić: The subject matter that I'm dealing with is still conspicuously absent from the public discourse. I wasn't curious just about the theme of the crime and the silence surrounding it; I was interested in the possibility of telling the story in what I think is an exciting way.
Depth Two came out of research I did for The Load, and it was made when I realized that it was impossible to force the huge amount of material I had found into a fiction film, because that's not where it belongs. Eventually, Depth Two changed The Load from what I had originally imagined. I modified the script and shifted the focus to other things, changing the context to avoid any repetition. I wanted this film to be a personal reflection, an amalgam of my memories and research, which often collided with each other.

I wanted to emphasize the significance of a conversation about responsibility, instead of looking for alibis and pointing fingers at the "Other". I think it's necessary for cinema to speak to, as Pasolini put it, young fascists, those who are on the way to becoming ones – to educate them, teach them, jolt them out of their delusions and crack the national mythomania. A film should be a mirror of society, whatever the reflection we get.

This film is as much about the city, government and society that I am now living in as it is about the one I grew up in. But it is also about Yugoslavia and its remains, about the lessons that we can learn from it and its dissolution, and about my growing up and experiences during the NATO bombing. Above all, this is a film about what kind of inheritance a generation leaves to the next one. It's about stories that people did not want, or were not brave enough, to tell. This is the first step through the jungle of noise and lies, and as Kafka says, paths are made by walking.

How did you arrive at this form for the film, with very little actual war in it and a focus on one character?
I never thought about The Load as a war film, and nor did I want to make an action film. For me, it was an intimate, personal drama, where we feel the consequences of the war more in the face of the main character, rather than around him. It was also always supposed to be a story about him discovering not only what’s in the back of his truck but, through that, some truths about himself as a human being.

I wanted people to get this feeling of a war being fought in the background and an overwhelming danger looming somewhere nearby. I didn’t want hundreds of different shots and camera angles; it was more important to spend time with the character and the sound of the truck, to see what he sees and to feel what he feels. Through his senses, I wanted to show how my country looked at that time, without explaining the context too much or distributing information, messages and theses. I wanted to show the metaphysical, inner journey of my character, but also a society at a very specific moment of its decay.

How did you pick Leon Lučev for the main role?
I chose Leon after I saw him portray very different characters in several good films. We started working on the movie three years before we started shooting, and the experience he brought not only to his own character and the film itself, but also to the actual shoot, gave me, a distracted young director, a sense of security. Thanks to him, I started to believe that perhaps everything would turn out fine in the end.

PREMI Spagna
Rodrigo Sorogoyen trionfa ai Feroz
di Alfonso Rivera

21/01/2019 - Il regista madrileno è stato il gran vincitore dei premi dell'Associazione degli Informatori Cinematografici di Spagna con cinque riconoscimenti ottenuti per il suo thriller politico El reino
La squadra di El reino con i suoi Premi Feroz (© Premios Feroz)
On 19 January, the city of Bilbao hosted the sixth edition of the Feroz Awards, the trophies handed out every year by the Spanish Association of Film Journalists (AICE), at which there was one man who went up on stage a total of three times: filmmaker Rodrigo Sorogoyen. His latest movie, The Realm, earned him the Awards for Best Director, Best Screenplay (which he co-wrote with Isabel Peña) and Best Drama of 2018.

In addition, his actors Antonio de la Torre, who plays the lead role (and who was absent from the ceremony), and Luis Zahera, performing in a supporting role, were triumphant in their respective categories. All in all, five Feroz Awards were bestowed upon this corruption-themed thriller that was first presented at the most recent San Sebastián Film Festival. The movie has so far grossed almost €1.5 million, and was co-produced (with France) by Atresmedia Cine and Tornasol Films, among other outfits. Gerardo Herrero, a seasoned industry professional who heads up the latter company, was clearly moved as he took to the microphone and dedicated his award to young producers. He also urged those present to continue supporting excellent films – as exemplified by two of his rivals, Carmen & Lola and Journey to a Mother’s Room.

As a matter of fact, one of the actresses in the latter film, Anna Castillo, picked up the Best Supporting Actress Award (which she dedicated to her colleague on the Celia Rico film, Lola Dueñas): the Catalonian thesp actually pulled off a double win on Saturday night, as she also collected the Feroz for Best Supporting Actress in a TV Series, Arde Madrid, produced by Movistar + and directed by Paco León, which was also considered to be the Best Comedy Series and saw its lead, Andalusia’s Inma Cuesta, pick up a gong.

Quién te cantará, the third movie by Carlos Vermut, which previously won the Feroz Award at the most recent edition of the San Sebastian Film Festival, garnered four prizes: Best Poster (designed by Vermut himself), Best Trailer, Best Soundtrack (composed by Alberto Iglesias, a musician who regularly works on the films of Pedro Almodóvar) and Best Lead Actress for Eva Llorach, who, after also scooping the Forqué Award a few days ago, is clearly on course for victory at the Goyas, which will be handed out on 2 February.

At the ceremony presented by actress Ingrid García-Jonsson – which was more entertaining and spirited than proceedings usually are at events like this, and which was fuelled by an abundance of alcohol, some savage humour and a handful of indelicate remarks – the Special Feroz Award was bestowed upon Between Two Waters, a film helmed by Isaki Lacuesta; the Honorary Feroz Award (with a huge accompanying round of applause) upon the great José Luis Cuerda (“my film teacher”, as he was described by Alejandro Amenábar, who handed him the statuette); the Best Documentary Feroz upon the film Notes for a Heist Film by León Siminiani; and the Best Comedy Feroz upon Champions by Javier Fesser. The ceremony unfolded before the gaze of around 3,000 people who attended the gala, plus guests such as the mayor of Bilbao, Juan Mari Aburto, the director of the ICAA, Beatriz Navas, and the president of the Spanish Academy of Film Arts and Sciences, director Mariano Barroso (who, incidentally, was nominated for his TV series El día de mañana).

Here is the full list of film award winners:
Best Drama
The Realm – Rodrigo Sorogoyen (Spain/France)
Best Comedy
Champions – Javier Fesser
Best Director
Rodrigo Sorogoyen – The Realm
Best Lead Actress
Eva Llorach – Quién te cantará [+] (Spain/France)
Best Lead Actor
Antonio de la Torre – The Realm
Best Supporting Actress
Anna Castillo – Journey to a Mother’s Room (Spain/France)
Best Supporting Actor
Luis Zahera – The Realm
Best Screenplay
Isabel Peña and Rodrigo Sorogoyen – The Realm
Best Documentary
Notes for a Heist Film – León Siminiani
Best Original Score
Quién te cantará – Alberto Iglesias
Best Trailer
Miguel Ángel Trudu – Quién te cantará
Best Poster
Carlos Vermut – Quién te cantará
Special Feroz Award
Between Two Waters – Isaki Lacuesta (Spain/Switzerland/Romania)
Honorary Feroz Award
José Luis Cuerda

Emir Kusturica • Fondatore e regista del Küstendorf Film and Music Festival.
"Non c'è modo per i film che amo di avvicinarsi al pubblico, essere artistici e commerciali allo stesso tempo"
di Bénédicte Prot

24/01/2019 - Cineuropa ha incontrato Emir Kusturica durante il 12° Küstendorf Film and Music Festival per discutere le sue preoccupazioni sul futuro del cinema
At the 12th Küstendorf Film and Music Festival, Cineuropa met up with its founder and head, Serbian director Emir Kusturica, to talk about several recent phenomena that need to be acknowledged, and how they may affect the future of the cinema.

Cineuropa: At this year’s edition of Küstendorf, the motto of which ("The perfect dozen") is all about perfection, in your inaugural speech, you voiced quite a few concerns.
Emir Kusturica: Those are the questions and themes that I think are relevant to the continuation of the cinema today. I am positive that the cinema is going to survive. The only thing is that we don't know in which way, and for those people who are very attached to theatres, as I am, it is unsettling to see that the future of film is home cinema, movies on television or cineplexes, and that we are going to lose this kind of passion, or that it will be killed off by the market. This is why festivals are important: they will remain the principal supporter of the classical way of screening films. Even the language of the auteurs now seems to be compromising, visually and formally, between the theatrical format and the fact that a film will be watched on other screens.

You talked about the electronic image, scrolling and ads as worrisome adversaries for the cinema. Small-screen-native content in general seems to have imposed a more linear and simplistic type of narration.

Ads are awful because they kill the perception of time, and if you look at good movies like Dogman or Happy as Lazzaro [screened as part of the Contemporary Trends programme and followed by workshops], you can see that they operate with time, in two different ways. The style of a great director is in fact defined by the way they work with space and time. Unfortunately, I don't know to what extent these films will succeed in cinemas. Today, I don't believe that you can make it when you’re up against all the movies that are produced for multiplexes, unless you have a stupid Hollywood-type story conceived to please the masses worldwide, supported by aggressive advertising to create that audience.

The language of commercial cinema has been simplified, and the length of time that every artist has to reach the audience is short. Take the French-Belgian movie we screened here, Close Enemies: what a good film! I was amazed when I saw it! And also shocked, because for me, this incredible film is as close as it gets to having the best possible chance of reaching a huge audience, and yet it didn't reach it, and this is a dangerous sign for the future. More and more movies will get made as time goes on, but unfortunately, more and more good movies will go undiscovered. Back in 1985 and 1995, when I presented movies at Cannes, it was possible to be well received both by the critics and in theatres, but it is difficult to gain acceptance from both nowadays.

So there was a rift? Do you see a glimmer of hope that this situation will be resolved in years to come?
What I have noticed is that there is no way for the movies I love the most to get close to the audience, to be artistic and commercial at the same time. Now the public is divided: auteur and mainstream films are two separate things. Zhang Yimou recently told me, "I've just done a commercial movie; now I'm going back to art." When I was growing as a filmmaker, the best approach was to combine both, but today I don't think it's possible. The problem, with human history as well as culture, is that however clear your vision of the conditions that the future will be built on may be, you cannot predict it. The way cinema will develop cannot be predicted, especially not on the basis of the good movies that you see. What dominates is the cinema that people accept and, in a way, expect. An American sociologist named Stark said something that made a big impression on me: that the perfection of the image has been substituted for God, and that we are not moving towards a holy trinity, but rather towards ourselves. We have become part of an ideology, or part of an advertisement of some kind.

In spite of it all, you ended your speech with a universal, simple and pure definition of what a good film is: one that speeds up the heart rate.
I mentioned I was amazed and in shock after seeing Close Enemies, but Happy as Lazzaro, too, is the work of a very talented director, influenced by the best traditions from different periods in Italian cinema: Antonioni, Rossellini, De Sica, with his need to show that there are, in this world, some people who are so good that they are invincible, and could be the heroes of our time. The perfection of this film lies in Alice Rohrwacher's political engagement and her ideas about life, which are very strong.

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- Cinema

Accade al Cinema con Cineuropa News


Accade al Cinema by Cineuropa News.

PRODUZIONE Italia
Un’Avventura per Marco Danieli sulle note di Lucio Battisti
di Camillo De Marco

16/01/2019 - Laura Chiatti e Michele Riondino alle prese per la prima volta con un musical. Nelle sale italiane a San Valentino, il 14 febbraio con 01 Distribution
Mai prima d’ora le celeberrime canzoni di Lucio Battisti e Mogol erano state protagoniste al cinema. Sarà ora possibile ascoltarle nel secondo film di Marco Danieli, giovane regista che si era fatto notare nel 2016 con La ragazza del mondo, Miglior Opera Prima ai Gobi d’Oro italiani, Miglior regista esordiente ai David di Donatello 2017 e premiatissimo nei numerosi festival a cui ha partecipato. Il titolo del film, prodotto da Fabula Pictures di Nicola e Marco De Angelis e Lucky Red con Rai Cinema, è Un’Avventura, come l’omonima canzone uscita nel gennaio del 1969. E negli Anni 70 è ambientato il film, interpretato da Laura Chiatti e Michele Riondino, alle prese per la prima volta con un musical, protagonisti di una storia d’amore struggente e universale.

Sulle note dei più grandi successi musicali di Battisti e Mogol, Matteo (Michele Riondino) e Francesca (Laura Chiatti) scoprono l’amore, si perdono, si ritrovano, si rincorrono, ognuno inseguendo il proprio sogno: lei vuole essere una donna libera, lui vuole diventare un musicista. Francesca gira il mondo per cinque anni, mentre Matteo rimane a scrivere canzoni d’amore. Quando Francesca ritorna porta con sé il vento di cambiamento degli anni 70, fatto di emancipazione, progresso ed evasione. I due si ritrovano e il loro amore rinasce più forte di prima, ma la loro storia seguirà sentieri inaspettati.

Le coreografie del film sono state realizzate da Luca Tommassini, uno degli art director italiani più apprezzati, che ha lavorato con grandi star della musica e dello spettacolo come Madonna e Kylie Minogue, ed è conosciuto al pubblico televisivo per X Factor Italia. La sceneggiatura del film è di Isabella Aguilar, la fotografia di Ferran Paredes Rubio, il montaggio di Davide Vizzini, la scenografia di Giada Calabria, i costumi di Catia Dottori, le musiche di Pivio e Ando De Scalzi. Il film arriverà nelle sale italiane a San Valentino, il 14 febbraio con 01 Distribution. Le vendite internazionali sono affidate a True Colours, che a dicembre scorso ha partecipato a Parigi ad una sessione di Work In Progress, riservata ai compratori, nell’ambito degli Incontri del Cinema Italiano “De Rome à Paris”.

FESTIVAL Francia / Italia
10 opere italiane inedite in Francia in programma a "De Rome à Paris"
di Fabien Lemercier

03/12/2018 - Dal 7 all'11 dicembre si terrà l'11ma edizione di un evento che mette in vetrina alcuni lungometraggi italiani ancora senza distribuzione francese
Con sempre maggior successo e le sale dell'Arlequin piene, gli Incontri del cinema italiano "De Rome à Paris" organizzati a Parigi dall'ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche, Audiovisive e Multimediali) in collaborazione con l'Istituto Luce Cinecittà, l’UNEFA (esportatori di film), ICE (Istituto per il Commercio Estero), l'Ambasciata italiana e l'Istituto di cultura italiana, con il sostegno del Ministero della Cultura italiano e con partner il CNC e UniFrance, vedrà la sua 11ma edizione svolgersi dal 7 all'11 dicembre a Parigi, con un giorno in più in programma.

Nel menù dell'evento intitolato "De Rome à Paris" ci sono 11 film: 10 ancora senza distribuzione francese ed Euforia di Valeria Golino (scoperto a Cannes, al Certain Regard, e che sarà lanciato il 20 febbraio nelle sale francesi da Paname Distribution). Da notare anche, in anteprima e a chiusura della manifestazione, i primi due episodi della serie televisiva L'amica geniale, un adattamento della famosa saga di romanzi best-seller mondiali di Elena Ferrante, che erano stati anche presentati in prima mondiale alla Mostra di Venezia.

Tra gli altri dieci film inediti in cartellone spiccano altri tre titoli passati per Venezia: Un giorno all’improviso [+] di Ciro d’Emilio e la commedia La profezia dell’armadillo [+] di Emanuele Scaringi, che avevano avuto la loro première al Lido nella sezione competitiva Orizzonti, e Il ragazzo il piu felice del mondo di Gianni Pacinotti (aka Gipi) che era selezionato nel programma Sconfini. Il programma include inoltre due lungometraggi presentati a Locarno: Menocchio di Alberto Fasulo (ammirato in competizione) e Sembra mio figlio di Costanza Quatriglio (fuori concorso).

In cartellone figurano infine Fiore gemello di Laura Luchetti (selezionato a Toronto), le commedie Benedetta follia di Carlo Verdone (che sarà proiettato in apertura della manifestazione) e Metti la nonna in freezer [+] del duo Giancarlo Fontana - Giuseppe Stasi, così come due film di cineasti ben affermati sulla scena europea: Nome di donna di Marco Tullio Giordana e Napoli velata di Ferzan Ozpetek.
L’evento sarà preceduto dagli incontri professionali (leggi la news) con un Work In Progress, un mercato di coproduzione e una conferenza sulla cooperazione franco-italiana.

FESTIVAL Italia
Sudestival, a Monopoli otto opere prime italiane in concorso
di Camillo De Marco

17/01/2019 - Dal 25 gennaio la 20ma edizione della rassegna che si articolerà nella città pugliese nell’arco di 10 weekend. Tra le novità la sezione Sudestival Doc
Sarà l’ospite d’onore Pupi Avati, che festeggia i sui 50 anni di cinema, ad inaugurare venerdì25 gennaio la 20ma edizione di Sudestival, rassegna diretta da Michele Suma che si articolerà nella città pugliese di Monopoli nell’arco di 10 weekend, fino al 30 marzo 2019. La giornata di sabato 26 gennaio sarà interamente dedicata agli eventi speciali, con la proiezione di Chi scriverà la nostra Storia, docufilm della regista Roberta Grossman prodotto da Nancy Spielberg, che uscirà nelle sale italiane ed europee il giorno successivo, inomaggio alla Giornata della Memoria. Seguirà la proiezione di Ride, esordio alla regia dell’attore Valerio Mastandrea presentato all’ultimo Torino Film Festival. Mastandrea e l’attrice protagonista Chiara Martegiani saranno presenti in sala per incontrare il pubblico.

L’ormai consolidato Concorso Lungometraggi vede protagoniste otto opere prime italiane, tutte accompagnate in sala da autori, registi e attori. Venerdì 1 febbraio aprirà la gara il road-movie In viaggio con Adele di Alessandro Capitani, che vede protagonisti Sara Serraiocco e Alessandro Haber, mentre il 22 marzo chiuderà Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Tra le opere in concorso anche il film di 2015 Asino Vola, esordio alla regia dell’attore Marcello Fonte (pluripremiato protagonista di Dogman) e codiretto da Paolo Tripodi; Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri; Beate di Samad Zarmandili, commedia che vede protagonista Donatella Finocchiaro. Saranno presentati in anteprima anche due film mai usciti in sala: La Fuga, esordio al lungometraggio della regista Sandra Vannucchi, con Donatella Finocchiaro e Filippo Nigro, che racconta la storia di una ragazzina (Lisa Ruth Andreozzi) che scappa di casa per visitare Roma e del suo incontro con una coetanea rom, e La partita del regista Francesco Carnesecchi, con Francesco Pannofino, Alberto Di Stasio e Giorgio Colangeli.

Tra le novità, Giornata Gemellaggio Italia-Armenia e la sezione Sudestival Doc, competitiva, con otto titoli selezionati dalla più recente produzione italiana. A inaugurare la sezione, il documentario presentato alla 75^ Mostra del Cinema di Venezia Arrivederci Saigon di Wilma Labate. Fabio Martina torna al Sudestival con il nuovo docu-film L’estate di Gino, su Don Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto di Detenzione Minorile di Milano Beccaria. Il terzo appuntamento è con Una gloriosa delegazione a Pyongyang di Pepi Romagnoli, si prosegue con La regina di Casetta di Francesco Fei, 1938 - Diversi di Giorgio Treves con Roberto Herlitzka, L’estate più bella di Gianni Vukaj, Il clan dei ricciai di Pietro Mereu, per concludere con Camorra di Francesco Patierno.

FILM Italia
Recensione: L’agenzia dei bugiardi
di Vittoria Scarpa

17/01/2019 - Volfango De Biasi riadatta liberamente il successo francese Alibi.com per una gradevole commedia degli equivoci che gioca con le bugie e l’arte dell’inganno
Al suo decimo lungometraggio da regista, tra fiction di vario genere e documentari (tra cui Crazy for Football, premiato con il David di Donatello), Volfango De Biasi conferma la sua abilità nell’intessere action comedy dinamiche e brillanti, così come è stato per la sua triade natalizia composta da Un Natale stupefacente, Natale col boss e Natale a Londra – Dio salvi la regina. Il suo nuovo film, L’agenzia dei bugiardi, non esce a Natale ma poco dopo (e ad appena tre mesi dal romantico e non riuscitissimo Nessuno come noi), ed è un libero adattamento della fortunata commedia francese di Philippe Lacheau Alibi.com, “meno giovanilistico rispetto all’originale e più incentrato sulla storia d’amore”, secondo il regista che ha riscritto la sceneggiatura con Fabio Bonifacci (Loro chi?). Una commedia degli equivoci, tra il sentimentale e il demenziale, dal ritmo incessante e scorretta al punto giusto, che gioca con le bugie e l’arte dell’inganno.

“Meglio una bella bugia che una brutta verità” è il motto della diabolica agenzia Sos Alibi diretta dal bel Fred (la star di Ammore e malavita Giampaolo Morelli), specializzata nel coprire le menzogne dei propri clienti infedeli fornendo ingegnosi alibi su misura. Con l’aiuto dell’esperto di tecnologia Diego (Herbert Ballerina) e del neo assunto Paolo (Paolo Ruffini), Fred ha una soluzione rapida per ogni caso, a colpi di travestimenti, documenti falsi, depistaggi sui social e molto altro. La situazione però si complica quando si innamora di Clio (Alessandra Mastronardi), giurista e paladina della verità, che si rivela essere anche la figlia di uno dei clienti dell’agenzia, ossia Alberto (Massimo Ghini), il quale ha urgente bisogno di coprire una scappatella con la sua amante aspirante rapper Cinzia (Diana Del Bufalo, attualmente nelle sale anche in Attenti al gorilla) proprio nel giorno del suo anniversario di matrimonio con Irene (Carla Signoris). Per uno scherzo del destino, si ritroveranno tutti in vacanza insieme nello stesso resort, e le bugie da inventare saranno infinite.

Tradimenti, sotterfugi, scambi d’identità e di stanze d’albergo: il film vira presto verso la pochade e situazioni un po’ da cinepanettone, ma gli incastri tra i personaggi funzionano e gli espedienti pittoreschi che di volta in volta vengono trovati per ingannare strappano più di un sorriso (vuoi far credere alla tua fidanzata che sei in Senegal? Mettiti sotto una palma accanto a un venditore ambulante nero per una videochiamata, oppure vai allo zoo e fatti una foto con una zebra, ed è fatta). Nonostante qualche gag irrilevante ai fini della trama (la narcolessia di Paolo, ad esempio, così come l’ingiustificato sviluppo del suo rapporto con il collega Diego), il film intrattiene per i suoi 100 minuti di durata con leggerezza e fantasia, un tocco surreale e un azzeccato cast di attori, tra cui si segnala anche Paolo Calabresi, nel ruolo dell’accorato amico di famiglia abbandonato dalla moglie e custode di torbidi segreti, e il simpatico cameo della rockstar italiana Piero Pelù nei panni di se stesso.
L’agenzia dei bugiardi, prodotto da Picomedia in collaborazione con Medusa Film, e con il contributo di Regione Puglia e Regione Lazio, esce in Italia oggi, 17 gennaio, distribuito da Medusa in 400 copie.

PRODUZIONE Italia
Volfango De Biasi 'Bugiardi'
di Camillo De Marco

Scritto dallo stesso regista con Fabio Bonifacci, il film è interpretato da Giampaolo Morelli, Massimo Ghini, Alessandra Mastronardi, Paolo Ruffini, Carla Signoris, Herbert Ballerina, Diana Del Bufalo, Paolo Calabresi, Antonello Fassari e Raiz. La commedia racconta del seducente Fred (Giampaolo Morelli), l’esperto di tecnologia Diego (Herbert Ballerina) e l'apprendista narcolettico Paolo (Paolo Ruffini) sono i componenti di una diabolica e geniale agenzia che fornisce alibi ai propri clienti e il cui motto è “ Meglio una bella bugia che una brutta verità.” Fred si innamora di Clio (Alessandra Mastronardi), paladina della sincerità a tutti i costi, alla quale quindi non può svelare qual è il suo vero lavoro. La situazione si complica quando Fred scopre che il padre di Clio, Alberto (Massimo Ghini) è un suo cliente, che si è rivolto all’agenzia per nascondere alla moglie Irene (Carla Signoris) una scappatella con la sua giovane amante Cinzia (Diana Del Bufalo). Accidentalmente, per una distrazione di Alberto, si ritroveranno in vacanza tutti insieme: Carla, Clio, Alberto e Cinzia in una situazione esplosiva.

Prodotto da Roberto Sessa per Picomedia in collaborazione con Medusa Film, L'Agenzia dei bugiardi ha ricevuto il contributo di Apulia Film Fund di Regione Puglia e il sostegno di Apulia Film Commission e sarà distribuito da Medusa Film.

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- Società

Bla, bla, bla … la compagnia dei somari.

Bla, bla, bla … la ‘Compagnia dei Somari’.

Brividi d’immoralità quando ci aspettavamo sussulti di moralità, destabilizzazione al posto dell’ordine, eversione in opposizione al pacifismo, sussulti di rinnovato razzismo, ma forse siamo stati troppo ingenui nel pensare che un gruppo di selvaggi fuoriusciti dai banchi di scuola, quella scuola atea e anarchica da cui già i loro professori prendevano le mosse nel lontano‘68 / ’70, incuranti di guardare con un più ampio spettro oltre il proprio naso e fregarsene delle conseguenze che a medio-lungo raggio si sarebbero avute in ogni campo. Ci si aspettava un’esplosione di democrazia e sovranità popolare (non il populismo) e siamo qui a sventolare bandiere di assolutismo gretto e facinoroso. La retrocessione culturale è avanzata a passi da gigante a spese delle professionalità più operose, dell’economia generale, della giustizia, dei servizi essenziali come la sanità, la scuola, il mondo del lavoro ridotto ai minimi termini.

Sì, ci si aspettava un ‘manuale di ritrovata armonia’ politica ed assistiamo a zuffe d’ogni conto, degne di stadi e osterie, a baruffe diverbiali dove ogni fazione coglie il prestesto per dire male dell’altra, sputarsi in faccia le riproposte malefatte che né da una parte, né dall’altra, hanno ragione di essere. Ma è sempre stato così, dice qualcuno, che dalla ragione si passa al torto, soprattutto quando si vuole strafare e il torto diventa endemico, come in questo caso in cui oltre a far esplodere l’Italia, assistiamo alla depauperazione dell’Europa tutta. Miopia se non addirittura cecità della ‘compagnia dei somari’ imperanti che non hanno una visione d’insieme e arrancano come su di una scacchiera dalla luce al buio e viceversa, senza riuscire a scansare di sbattere la testa al primo spigolo che gli si pone davanti, nel nome di una ragione di stato che ripete una solfa stantia come ‘il popolo tutto ce lo chiede’, ‘facciamo gli interessi degli italiani’, ecc.

Basta! Non ci siamo, ma a questo punto il cambiamento deve avvenire, è un imperativo che richiede una certa accelerazione altrimenti non si sa dove andiamo a finire. Basta con le urne parlamentari ‘a scrutigno segreto’, che ognuno metta la propria faccia e la propria firma sulle leggi che vengono emanate non ‘sulla fiducia’ ma a pieno titolo, se non altro tenendo conto del fatto che nessuono ha raggiunto una ‘maggioranza elettorale’ degna di questo titolo; e che, al dunque, si compongano le commissioni di lavoro formate da tutte le forze in campo, e su base costruttiva, degna di un paese moderno, civile e democratico. Basta con ‘le regioni a statuto speciale’, con i ‘diritti’ v/s ‘doveri’ differenziati, e di leggi che permettono di ‘farla franca’ a soprusi inauditi di territorialità, di competenze amministrative, di ordine pubblico che richiede interventi sempre ‘speciali’ come se tutto il paese fosse impegnato in una guerra costante e infinita.

Sappiamo che ‘il buon senso’ spolverato a più non posso nei talkshow nostrani è solo una frase fatta e utilizzata ad ogni pié sospinto da quanti vi prendono parte: politologi e intellettuali menagramo, politici improvvisati indegni di poter fare gli amministratori di condominio, illetterati incapaci di esprimersi finanche in italiano corretto, fantocci che non hanno diritto di ‘firma’ delle leggi che emanano e che vengono regolarmente ‘dictate’ da qualche ‘mente esterna’ alla giurisdizione parlamentare ecc. ecc. Possibile non ci si renda conto delle carenze di questa pletora d’improvvisatori da ‘mercato rionale’, di arrampicatori sociali senza arte né parte, che non possono fare altro che creare ‘danni irreparabili’ che a medio/lungo termine porteranno al disastro totale l’intero paese Italia? Perché diciamocelo, come sempre dice qualcuno, volenti o nolenti siamo un ‘paese liquido’ (non di liquidità come vogliono farci credere), ma di dubbi interessi economici per i mercati esteri. E qui le domande sul come e perché si sprecherebbero.

Tuttavia, per voler restare coi piedi per terra, possiamo pur dire che non ci mancano le risorse di cervelli competenti che potremmo utilizzare se, addirittura, li esportiamo all’estero; di edificatori capaci in grado di ‘pensare’ e mettere in piedi una società di diritto in grado di risolvere le ambigue questioni territoriali, faziose e obsolete che si potrebbero estirpare in breve, tali che basterebbe volerlo. Il problema è che ‘non lo si vuole’, perché fa comodo a entrambi ‘da una parte e dall’altra’ della barricata poter sollevare il ‘popolo’ in una guerra di biechi quanto sporchi interessi di parte. Ed alla fine dei ‘giochi’, perché di giochi di potere si tratta, non vi saranno né vinti né vincitori, ma saremo tutti disillusi dagli ideali imperanti, più poveri e malmessi di fronte a una Europa in frantumi.

Se queste sono le premesse, il ‘medioevo futuro’ non è poi così lontano, aspettiamoci il ritorno della barbarie più agguerrita e violenta di prima, gli Unni, i Lanzichenecchi, gli Ottomani, gli Emirati, ognuno per un desiderio di supremazia che ben conosciamo, vorranno impossessarsi dei nostri tesori d’arte, distruggere la nostra cultura, affrancarci al servilismo dei poteri economici imperanti che hanno già acquisito/acquistato tutte le nostre aziende manifatturiere, le raggiunte alte tecnologie scientifiche e meccaniche, agro alimentari, le programmate distribuzioni dei prodotti su scala mondiale, finanche le nostre ‘acque sorgive’ trasformate in multinazionali delle acque minerali. Possibile non ci si chieda a quale ‘entità’ potremmo rivolgerci infine, se non a quel ‘pezzo grosso’ del Padreterno stesso, affinché getti un occhio benevolo su di noi diseredati.

Nell’oscurità del ‘medioevo futuro’ di certo non basterà il calendario con tutti i Santi agli sproloqui che s’eleveranno al cielo contro i futuri ‘reucci’ della politica, i ‘conti’ da strapazzo, e i ‘marchesi’ della pezza, che vediamo ridere da ebeti sugli schermi TV. Ma poiché la storia non perdona e al dunque presenta il conto, stiano attenti a non ridere troppo forte che le risa infine sgorgano in lacrime e le frasi abbandonate al vento somigliano sempre più a rabbiosi ragli di somari, e i somari che ragliano troppo prima o poi finiscono sempre bastonati.

Alla prossima puntata.





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- Cinema

Torna Cinesophia , un evento!

IL 18 E IL 19 GENNAIOIL PROGRAMMA DI CINESOPHIA
Al TEATRO VENTIDIO BASSO DI ASCOLI PICENO
INGRESSO GRATUITO.

“Utopia e Distopia” è il tema delle due giornate di Cinesophia, il festival sulla “popsophia del cinema” organizzato dall’Associazione culturale Popsophia, che si terrà venerdì 18 e sabato 19 gennaio al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno: l’apparente perfezione dell’utopia e i mostruosi incubi della distopia rappresentati dall’universo cinematografico, saranno indagati attraverso conferenze, proiezioni e spettacoli filosofico musicali alla presenza di giornalisti, filosofi e artisti di spicco del panorama nazionale.

La presenza al festival rientra nell’attività riconosciuta dall’Ufficio Scolastico Regionale come valida ai fini dell’aggiornamento dei docenti (DDG 1329 - 7, settembre, 2018). Per gli studenti la presenza agli appuntamenti decreterà l’acquisizione di crediti formativi e di ore di alternanza scuola lavoro.
INGRESSO LIBERO E GRATUITO
Ti aspettiamo su www.popsophia.it

IL PROGRAMMA COMPLETO:

VENERDÌ 18 GENNAIO

Gli incontri hanno valore di aggiornamento per gli insegnanti (DDG 1329 7 settembre 2018)
e di credito formativo per gli studenti.

Ore 16.00
INAUGURAZIONE E SALUTI AUTORITÀ
con Guido Castelli e con Donatella Ferretti

16.30 CINESOPHIA
L’ALBA DELLE MACCHINE VIVENTI
da Blade Runner a Black Mirror con Tommaso Ariemma

17.30 PHILOFICTION
IL 1984 NON SARÀ COME “1984” videodistopie con
Alessandro Alfieri

18.30
LECTIO POP - FILOSOFIA ALLA FINE DEL MONDO
pensare con la saga “The Terminator” con
Simone Regazzoni

19.30
Un calice - Degustazione dei prodotti Gela e vini della
Cantina Borgo Paglianetto

21.30 PHILOSHOW
FUGA DALLA LIBERTÀ
da “Metropolis” a “Il racconto dell’ancella”
spettacolo filosofico-musicale ideato e diretto da Lucrezia Ercoli
intervengono Adriano Fabris e Andrea Minuz
ensemble musicale Factory
voce recitante Pamela Olivieri
regia tecnica Riccardo Minnucci
regia e video Marco Bragaglia

SABATO 19 GENNAIO
Gli incontri hanno valore di aggiornamento per gli insegnanti (DDG 1329 7 settembre 2018)
e di credito formativo per gli studenti.

SCATTI PREZIOSI
di Giuseppe Di Caro
Un omaggio all’arte cinematografica. Nel foyer del Teatro Ventidio Basso, durante
le giornate di Cinesophia, viene allestita una esposizione di scatti d’autore
dedicati ai grandi protagonisti del cinema italiano. Opere dell’archivio del
fotografo Giuseppe De Caro, uno straordinario Cartier Bresson ascolano. Dopo
aver immortalato per anni le bellezze di Miss Italia, nel 2006 Gian Luigi Rondi lo
arruola come fotografo del prestigioso premio David di Donatello. Una piccola
selezione a Cinesophia dei suoi ritratti in ricordo di una stagione importante della
cultura e del cinema del Novecento.

ALESSANDRO ALFIERI
Dottore di ricerca in Filosofia e pubblicista, insegna Teoria e metodo dei mass media presso
l’Accademia delle Belle Arti di Roma. Collabora con diverse testate. Tra i suoi libri “Vasco, il
Male. Il trionfo della logica dell’identico” (2012); “Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe” (2015); “Il cinismo dei media. Desiderio, destino e religione dalla pubblicità
alle serie tv” (2017); “Dal simulacro alla storia. Estetica ed etica in Quentin Tarantino” (2018);
“Lady Gaga. La seduzione del mostro” (2018).

TOMMASO ARIEMMA
Ha insegnato Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, ora insegna storia e filosofia nei
licei. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Canone inverso. Per una teoria generale dell’arte” (2014), “Sul filo del rasoio. Estetica e filosofia del taglio” (2014), “Anatomia della bellezza. Cura di s. arte, spettacolo da Platone al selfie” (2015), “Niente resterà intatto, introduzione non convenzionale alla filosofia” (2016), “La filosofia spiegata con le serie tv” (2018).

ANGELA AZZARO
Giornalista, femminista, buonista. È nata a Nuoro 52 anni fa. Si è laureata in storia e critica del
cinema all’università Cattolica di Milano. Non è più certa, come un tempo, di preferire Godard a
Truffaut, Buster Keaton a Chaplin, Antonioni a Fellini. Ha lavorato per i quotidiani Liberazione, Gli Altri (poi settimanale), Il Garantista, Il Dubbio. Tra i libri che non ha mai scritto ma avrebbe voluto scrivere “Fenomenologia di una spettatrice”. Detesta il giustizialismo.

RICCARDO DAL FERRO
Filosofo, scrittore ed esperto di comunicazione e divulgazione. Direttore delle riviste di filosofia
contemporanea Endoxa e Filosofarsogood, porta avanti il suo progetto di divulgazione culturale attraverso il suo canale Youtube “Rick DuFer” e lo show podcast “Filosofarsogood”. Performer ed autore teatrale, insegna scrittura creativa presso la scuola da lui fondata a Schio (VI) “Accademia Orwell”. Nel 2014 esce il suo romanzo d’esordio “I Pianeti Impossibili” e nel 2018 esce il suo nuovo saggio filosofico “Elogio dell’idiozia”.

LUCREZIA ERCOLI
Dottore di ricerca in filosofia presso l’Università Roma Tre. Docente di “Storia dello spettacolo
e filosofia del teatro” presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e di “Storia della
televisione” e “Filosofia dell’arte” presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. È direttrice
artistica di Popsophia dal 2011. Editorialista presso diversi quotidiani nazionali, è direttrice
editoriale della rivista “PopMag”. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Filosofia della crudeltà.
Etica ed estetica di un enigma” (2015); “Filosofia dell’Umorismo” (2016); “Che la forza sia con te!
Esercizi di popsophia dei mass media” (2017).

ADRIANO FABRIS
Professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa dove insegna Filosofia
delle religioni ed Etica della comunicazione; attualmente dirige la rivista “Teoria” e le collane
“Parva Philosophica” e “Comunicazione e oltre” presso le Edizioni ETS di Pisa. Tra le sue ultime
pubblicazioni sui temi della pop filosofia: “Etica delle nuove tecnologie” (2012); “Fiction mortale:
CSI – Crime Scene Investigation” (2014) e “Twitter e la filosofia” (2016).

INTERVENGONO
IVO GERMANO
Docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università del Molise e titolare
di ‘T@ginBo’ rubrica quotidiana di prima pagina dell’edizione locale del Corriere della Sera. Si
occupa di cose inutili come il dono, lo sport, i piccoli e grandi tic delle strutture simboliche
dell’immaginario nei social media. Ha parlato e scritto di sociologia pop in tempi non sospetti con:
“Barbie. Il fascino irresistibile di una bambola leggendaria” (2000); “New Gold Dream e altre
storie degli anni Ottanta” (2013); “Aside Story. La fatica delle vacanze” (2017).

ANDREA MINUZ
Professore associato di Storia del Cinema presso l’Università di Roma La Sapienza. Dottore di
ricerca in “Il cinema nelle sue interrelazione con il teatro e le altre arti” all’Università Roma Tre.
È membro del comitato scientifico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
e direttore artistico del Sapienza Short Film Fest. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Viaggio
al termine dell’Italia. Fellini politico” (2012); “L’attore nel cinema italiano contemporaneo.
Storia, performance, immagine” (2017).

SALVATORE PATRIARCA
Dottore di ricerca in filosofia all’Università di Roma “La Sapienza” e responsabile editoriale
del portale “Salute24” de “Il Sole 24 ore”. È direttore responsabile della rivista “PopMag”.
Autore di numerosi testi dedicati all’analisi filosofica di fenomeni televisivi e cinematografici
da “Il mistero di Maria. La filosofia, la De Filippi e la televisione” (2012) a “The walking dead o il
male dentro” (2013) fino al suo ultimo “Digitale quotidiano. Così si trasforma l’essere umano”
(2018).

SIMONE REGAZZONI
Allievo di Jacques Derrida, direttore della casa editrice “Il Melangolo” e docente presso
l’Università di Pavia. È autore di diversi saggi sul rapporto tra filosofia e fenomeni di massa da “La
filosofia di Lost” (2009) a “Ti amo filosofia come dichiarazione d’amore” (2017). È autore di due
romanzi “Abyss” (2014) e “Foresta di Tenebra” (2017). Nel 2018 è in libreria con due nuovi
saggi “Iperomanzo. Filosofia come narrazione complessa” e “Jacques Derrida. Il desiderio della
scrittura”.

PIERO SANSONETTI
Giornalista di politica italiana e di esteri. Inizia a l’Unità nel 1975, prima come cronista, poi come
notista politico, caporedattore, vicedirettore e codirettore. Corrispondente fino al 1996 dagli
Stati Uniti. Dirige poi Liberazione e collabora con Il Riformista. Nel 2010 conduce Calabria Ora.
Lavora anche alla nascita del quotidiano Gli Altri e di Cronache del Garantista. Sempre ispirato al
garantismo, direttore della prestigiosa testata giornalistica Il Dubbio, che fa capo al Consiglio
Nazionale Forense.

PATROCINI:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
COLLABORAZIONI CULTURALI
Istituto d’Istruzione Superiore “Celso Ulpiani”
Istituto d’Istruzione Superiore “Mazzocchi – Umberto I”
Istituto d’Istruzione Superiore “E. Fermi – Sacconi - Ceci””
Istituto d’Istruzione Superiore “Orsini - Licini”
Liceo Classico “Stabili”
Istituto Paritario Liceo delle Scienze Umane “Tecla Relucenti”
ISC Ascoli Centro
ISC Borgo Solestà
ISC Luciani-SS Filippo e Giacomo
ISC Don Giussani
ISC Villa S. Antonio

CONTRIBUTI:
Arianna Berroni, Veronica Damiani, Pierandrea Farroni, Giulia Lazzari,
Giandomenico Lupi, Francesco Macarra, Maria Chiara Lorenzini,
Angela Angelini Marinucci, Cinzia Maroni, Barbara Pennacchietti, Lorena Rossi,
Silvia Ruggeri, Carla Sagretti, Vando Scheggia, Dolly Tempera, Sofia Tomassoni,
Viola Vanella.

#cinesophia19 #popsophia19

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- Libri

4 Christmas happiness / natale con voi - libri, relax

4 CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON VOI

In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, e un po’ di cinema (q. b.) e perché no un viaggio o una sosta in un ‘maso’ di montagna per un sicuro periodo di relax? Il resto suggeritelo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

Ɣ - “Novità dall'agriturismo in Alto Adige”, quando le giornate si accorciano, nei masi altoatesini torna la- tranquillità. Durante questo periodo dell'anno i contadini trovano finalmente il tempo per tessere, lavorare il feltro, scolpire e intagliare. Se un tempo le materie prime locali servivano a realizzare gli strumenti di lavoro e gli abiti di tutti i giorni, oggi queste vengono invece utilizzate dai contadini per esprimere la loro creatività: pezzi di legno diventano sculture, gomitoli di lana assumono le sembianze di borse di feltro e rami di vite si trasformano in lampade di design. In questo modo si cerca di preservare il tradizionale artigianato contadino. I 10 artigiani contadini del marchio di qualità "Gallo Rosso" creano pezzi unici a partire da materie prime locali, come lana e legno.

Il Natale è alle porte e nella nuova edizione della brochure "Artigianato contadino" troverete sicuramente moltissime idee regalo! Artigianato contadino - Preziosi esemplari unici dall’Alto Adige. Si può richiedere il catalogo gratuito all’indirizzo che segue:
Gallo Rosso | Südtiroler Bauernbund
Via C. M.-Gamper 5 | I-39100 Bolzano/Alto Adige
Tel. 0039 0471 999325 | Fax 0039 0471 981171
info@gallorosso.it | www.gallorosso.it

Ɣ- Cercavate un autentico Libro Strenna? Si tratta di un libro antico e pur sempre nuovo. Per chi ama il sommo Dante Alighieri, ècco una nuova veste ‘originale’ della “La Divina Commedia” a cura di Gherardo Del Lungo - Eventi Pagliai s.r.l. 2018 .
Illustrata da Attilio Razzolini: dalla collezione di cartoline d’epoca di Andrea e Fabrizio Petrioli, con la trascrizione del Poema «secondo l’antica vulgata» a cura di Giorgio Petrocchi. Il volume restituisce in fedele stampa anastatica a colori le cento cartoline, una per ciascun canto della Commedia, realizzate alla fine dell’Ottocento dal pittore toscano Attilio Razzolini, con la tecnica rinascimentale della miniatura su cartapecora. Ciascuna cartolina illustra un canto e ne offre una raffinata trascrizione in caratteri gotici, ulteriormente impreziosita da capilettera fregiati in rosso, blu e oro con ornati vari. Completano l’opera di Razzolini tre tavole per i frontespizi di Inferno, Purgatorio e Paradiso. La collezione di cartoline postali, effettivamente utilizzate come tali all’inizio del Novecento, è conservata integra presso l’archivio dei fratelli Andrea e Fabrizio Petrioli a Firenze. Il volume fornisce anche il canonico testo del capolavoro dantesco, nella trascrizione di Giorgio Petrocchi, per permetterne una facile lettura. press@eventipagliai.com.

Ɣ - ANTEREM - Rivista Di Ricerca Letteraria, annuncia la Trentatreesima Edizione del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano” 2019.
Per ogni sezione sono previsti rilevanti riconoscimenti. Gli autori segnalati, finalisti e vincitori saranno invitati a leggere i propri testi nel corso del Forum Anterem 2019, manifestazione che come di consueto si inaugurerà e si concluderà con due mostre e che coinvolgerà critici letterari e filosofi, musicisti, esponenti di case editrici, di riviste specializzate e di siti web. Per ognuno di questi autori la redazione di “Anterem” scriverà una nota critica, che sarà letta al Forum e pubblicata sul periodico on-line “Carte nel vento”.
Agli autori che saranno ritenuti meritevoli di menzione la Giuria del Premio darà evidenza sul sito www.anteremedizioni.it con la pubblicazione di un loro testo.
Tutte le opere pervenute al Premio saranno catalogate e conservate presso il Centro di Documentazione sulla Poesia Contemporanea “Lorenzo Montano”. Tale Istituto è stato fondato nel 1991 presso la Biblioteca Civica di Verona e accoglie collezioni e lasciti di alcuni tra i più importanti autori del Novecento.

Ɣ - “Opera prima” è una collana di poesia dedicata ad autori che ancora non hanno pubblicato le loro poesie in volume. La collana (fondata nel 2003) viene pubblicata in coedizione da Anterem e Cierre Grafica ed è diretta da Flavio Ermini.
È sostenuta criticamente ed economicamente da un Consiglio editoriale formato da note personalità della critica letteraria e della filosofia, oltre che da poeti e artisti. Tale comitato è affiancato da un Consiglio dei garanti costituito da Eugenio Borgna, Umberto Galimberti, Vincenzo Vitiello.
Tale gesto editoriale ha un’ambizione: non far ricadere i costi editoriali e di distribuzione sull’autore. A questo proposito la Direzione, il Consiglio editoriale e il Consiglio dei garanti mettono a disposizione la loro esperienza gratuitamente. Di rilievo è il supporto organizzativo del sito Poesia 2.0, sul quale i nostri lettori potranno leggere le condizioni per aderire all’iniziativa sul sito: www.poesia2punto0.com/2018/05/20/opera-prima-2018-2019-modalita-di-partecipazione. Se non avete mai pubblicato un libro di poesie, scriveteci! Attendiamo i vostri testi! La scadenza è il 31 dicembre 2018.

Ɣ - “Conversazioni con Dio” – articolo di Claudia Bonasi in Puracultura anno VI - n° 91 - 18 novembre 2018.www.puracultura.it (digital edition)
Premiati Antonella Quaranta e Rodolfo Fornario nell’ambito del Festival Nazionale di Corti teatrali, dove si sono confrontate compagnie provenienti dall’intero territorio nazionale. La manifestazione dal titolo “OCurto” - giunta quest’anno alla sua terza edizione si è tenuta a San Giorgio a Cremano, al CTS, Centro Teatro Spazio, quello che fu la culla del grande Massimo Troisi, che proprio in questo spazio mosse i suoi primi passi nel mondo dell’arte.
Antonella Quaranta ha presentato il monologo “Brutta”, tratto da uno spettacolo di Fornario intitolato “Conversazioni con Dio”, una storia incentrata sul dramma di una donna dall’aspetto assolutamente non gradevole, in un mondo dominato dalla bellezza ad ogni costo. I due hanno ottenuto il premio per la migliore drammaturgia
originale, dalla giuria di esperti capitanata dall’attrice Rosaria De Cicco, e l’attrice ha avuto anche il plauso dalla giuria popolare per la sua interpretazione.
Un estratto tratto dallo spettacolo “Conversazioni con Dio” è andato in scena l’11
novembre scorso presso la sede del Lab in via San Massimo a Salerno, dove sono stati presentati quattro monologhi, scelti tra i nove che compongono l’intero spettacolo, interpretati da Rodolfo Fornario, Roberto De Angelis, Rosaria La Femina
e Antonella Quaranta.

Antonella Quaranta, salernitana, è oramai da diversi anni impegnata in attività a carattere artistico e culturale tra Salerno e provincia. La sua storia artistica parte da
lontano, negli anni passati a fianco di Annabella Schiavone, indimenticata e indimenticabile attrice salernitana. Dopo la scomparsa di Annabella il rapporto dell’attrice con il teatro si intensifica: la Quaranta fonda una sua Compagnia intitolata a quella che fu suo mentore nel mondo del teatro, e comincia ad interessarsi anche all’aspetto organizzativo. Prima una rassegna teatrale a Giffoni, poi Itineranda, altra rassegna che si svolgeva nell’area dei Monti Picentini.
Venti anni fa fonda l’Associazione Teatrale Arcoscenico, con la quale produce tantissimi spettacoli, che raccolgono plausi sia dalla critica specializzata che dal pubblico. Da sette anni ha stretto un sodalizio artistico e di vita con l’attore e regista napoletano Rodolfo Fornario, e da quattro anni dirigono un laboratorio teatrale a
Salerno, dove gli allievi approcciano il mondo del teatro in maniera fattiva ed esperienziale, venendo non di rado, coinvolti in prima persona in spettacoli prodotti da Arcoscenico e rappresentati all’interno della regione.
Da due anni il duo Quaranta/ Fornario è impegnato in animazione teatralizzata nel Museo di Capodimonte. Info: 329.1606593.

Ɣ- Roberto Capuzzo / Carlo Guarienti, “Senza vera regola” , “Sparire … apparire”, libro “d’arte e di poesia" - RC Editore - collana Gli Ori 2018.
Se siete alla ricerca di un regalo raffinato e di estrema eleganza, alla cui realizzazione molto contribuisce la mano esperta di tipografi conoscitori delle tecniche di stampa e della composizione grafica, tali da far ritrovare il piacere della lettura: vuoi per la cura nella scelta della carta, l'elegante impaginato che lascia il giusto spazio allo scritto, i cratteri tipografici morbidi, il 'seppia' dei disegni sullo sfondo begie della pagina, quasi da farlo sembrare antico e al tempo stesso attuale, quasi epidermico, la cui preziosità fa sì da renderlo oggetto da collezionare. Notevoli le immagini (stupende) ivi contenute dell’artista Carlo Guarienti: “Il procedimento è tanto sofisticato intellettualmente quanto tecnicamente […] fino a creare un’immagine anche evanescente, che presume di essere l’equivalente dei versi di Roberto Capuzzo” … a darci l’illusione che sulla carta appare l’ombra , il fantasma dell’artista.” (Vittorio Sgarbi).
“Abbiamo scritto spesso parole / senza nominarle. / Nessuna in quelle occasioni / venne più scritta. / Segni a matita in luce radente.” … che pure, ogni volta, suscitano in noi, momenti di pura bellezza estetica.

Ɣ – Maria Luisa Mazzarini, “Vetri che rispecchiano il cielo”, e-book – EEE Edizioni Esordienti E-book. La raccolta forse più “mistica” di Maria Luisa Mazzarini e riprende i temi a lei cari dell’Altrove, dell’Oltre. C’è un istante di pura magia in cui l’Anima riesce a cogliere la Bellezza: un profumo, un fiore, una stilla di rugiada, un battito d’ali di farfalla… E cogliere l’attimo in cui la meraviglia accade, quel brevissimo inizio, frammento infinitesimale di tempo, è Creazione. È la Poesia che “crea nel creato”, è il luogo d’incanto e di stupore che permette di vedere oltre il buio, fusione perfetta con la Natura, e capace di liberare l’essere umano da se stesso e dal suo “corpo d’edera”.
Siamo ben oltre la visione della Poesia come semplice chiave per decodificare l’indicibile e l’invisibile: entriamo in una dimensione di sacralità, al di là dell’apparenza, al di là della ragione, al di là della paura, perché nella pura immaterialità dell’Oltre “oggi ogni paura si dissolve”.
L’Oltre è una memoria che precede la memoria. È qualcosa di così vasto e profondo che si può cogliere soltanto a frammenti, attraverso profumi “d’uva e melagrane”, o “tra i crochi e i silenzi di farfalle”. Chi vince, sul terreno della Verità? La Filosofia o la Poesia? Certamente quest’ultima. E c’è una densità incredibile, mascherata dietro l’apparente, ariosa leggerezza dei versi. La Poetessa si guarda mentre prova delle sensazioni, cerca la sua Anima, poi vuole affacciarsi sull’Oltre. Ma non le basta ancora. Si fa ‘veggente’ attraverso tutti i sensi, e alla fine, inevitabilmente, si pone la domanda che l’essere umano si pone dall’inizio dei tempi:

-Chi sono io?-
E tutto diventa Mistero.
Poi un raggio di sole
accennato,
e io sono presente.

Eccomi,
oltre la paura, la minaccia,
il silenzio,
Io esisto,
e qui, in questo luogo
io tendo l’orecchio
e ascolto.
Guardo.
Nell’imminenza del nulla
-Qualcosa-
accade comunque.

C’è quell’attimo “nell’imminenza del nulla” che segna l’inizio.
Quell’attimo in cui finalmente ci si ritrova e ci si riconosce.
Quell’attimo in cui si smette di vivere la vita e si diventa la vita.

Ɣ - “Spiritual Mind” di Carmen di Muro, in “Scienza e Conoscwnza” Novembre 2018.
Estratto: “L'acqua è solamente quella che vediamo? In questo articolo tratto dal libro “Spiritual Mind” di Carmen di Muro scopriamo ciò che può comunicare l'acqua e perché è così importante ascoltarla. L’acqua è una sostanza onnipresente e per noi usuale che in realtà possiede proprietà davvero speciali per la salute e il nostro benessere globale. Non esiste vita senz’acqua. Essa è fondamentale per tutti i processi metabolici, ovvero l’insieme delle trasformazioni chimiche che avvengono nelle cellule degli organismi viventi. Ed è proprio questa semplice combinazione di idrogeno e ossigeno (H2O) a nascondere qualcosa di molto più complesso rispetto a ciò che siamo abituati a pensare.
I numerosi ricercatori – tra cui i noti L. Montagnier, E. Del Giudice, Emoto, R. Sheldrake – che nel corso del tempo si sono dedicati allo studio delle proprietà dell’acqua hanno constatato che questa, in determinate condizioni, ha la capacità di assorbire, immagazzinare e trasmettere informazioni, sia genetiche che ambientali, a livello vibrazionale, essendo essa sensibile alle onde elettromagnetiche. (…)

Noi uomini siamo immersi in uno spazio di strutture, dalle particelle alle galassie, che vibrano e risuonano insieme come note armoniche della stessa melodia. Ciò significa che non solo siamo influenzati dall’ambiente, ma che noi stessi influenziamo tutto ciò che ci circonda. Alla base della spiegazione di queste straordinarie dinamiche invisibili, che hanno catturato lo sguardo di diversi studiosi, troviamo la teoria dei Campi Morfogenetici, come pure la teoria della Coerenza Elettrodinamica Quantistica (o QED, dall’inglese Quantum Electro-Dynamics) che si basa sul concetto di risonanza e che afferma che in alcune sostanze, come l’acqua, si formi una sorta di sintonia vibratoria tra le molecole che la compongono e un campo elettromagnetico, grazie alla cui correlazione avviene la formazione di una struttura molto particolare, ossia il dominio di coerenza, che è capace di assorbire dall’ambiente energia ad alto contenuto informativo quantistico. Emilio Del Giudice sosteneva che le molecole d’acqua comunicano tra loro solo se vibrano alla stessa frequenza, risuonando insieme. Quando ciò accade si crea la base per una fitta rete di scambio di informazioni.

I sorprendenti progressi scientifici raggiunti negli ultimi anni in questo campo di indagine non possono non far sorgere nelle menti più ricettive alcune domande fondamentali. Se il nostro corpo è costituito prevalentemente d’acqua è possibile che l’ambiente esterno influenzi l’acqua di cui siamo composti? Ma soprattutto è possibile che i nostri stati d’animo e i pensieri la plasmino fino a conferirle proprietà curative?
Masaru Emoto ideò un procedimento che ha permesso di fotografare l’acqua cristallizzata, costatando che la bellezza e la simmetria dei cristalli sarebbe proporzionale all’esperienza che l’acqua ha vissuto a livello vibrazionale. Negli esperimenti di Emoto quando l’acqua si trovava a vivere esperienze ad alto contenuto energetico positivo, i cristalli fotografati erano di forme armoniche, simmetrici e perfetti.

Se invece l’acqua si trovava a vivere in un ambiente vibrazionalmente negativo i cristalli risultavano deformati quasi fossero sottoposti a stress. Si è notato, dunque, che a seconda del trattamento subito, l’acqua forma strutture specifiche di cluster, in quanto l’elettromagnetismo del luogo e di chi lo popola, ha un effetto modellante sulla sua struttura, la quale assume conformazioni diverse in virtù della carica energetica presente. Ma la cosa strabiliante è che sono proprio i moti del nostro animo, come le emozioni e i pensieri, a esercitare l’influenza più marcata sulle sue proprietà. Amore, gioia e gratitudine sono vibrazioni potentissime a cui l’acqua risponde in modo molto particolare, lasciando al suo interno tracce permanenti in grado di risuonare con le frequenze dei sistemi biologici, così da riequilibrare l’organismo umano fiaccato da una malattia e l’ambiente, se contaminato energeticamente. Inoltre si è visto che in queste acque gli agenti patogeni perdono la loro aggressività, com’è stato dimostrato con diversi test.

Carmen Di Muro,
Psicologa clinica, psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo Post-Razionalista e ISTDP, quantum trainer e scrittrice, vive ed opera in Puglia.
“Aperta alla più ampia visione integrata dell’essere umano nella sua inscindibile unità di psiche-soma, unisce la formazione accademica con i suoi interessi nel campo della biologia, delle neuroscienze, della medicina, della meccanica e fisica quantistica che le hanno consentito di sviluppare un personale metodo di lavoro interdisciplinare quantico-emozionale”©. Da sempre attratta dal mondo spirituale dell’uomo e dall’essenza profonda dell’esistenza, orienta i suoi studi e le sue indagini scientifiche verso un tema speciale: “La guarigione dell’anima”. È referente per la regione Puglia dell’EFP- Group di Milano e oltre a svolgere l’attività clinica, divulga il suo pensiero tenendo convegni e seminari in tutta Italia. Autrice del libro “Essere è Amore. Dal Pensiero alla Materia. Viaggio Scientifico nella Pura Essenza”, Gagliano Edizioni e “Anima Quantica. Nuovi orizzonti della psiche e della guarigione” Anima Edizioni, è membro del comitato scientifico e autore per la Rivista Nazionale “Scienza e Conoscenza” di Macro Edizioni e autore di articoli e video per AnimaTV.
Per maggiori informazioni: www.carmendimuro.com
Per contatti: info@carmendimuro.com

Ɣ – In occasione del 70° anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, ècco alcuni testi d’importanza capitale : Alessandra Facchi, “Breve storia dei diritti umani, dai diritti dell'uomo ai diritti delle donne”. il Mulino 2018.
A partire dalla «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» del 1948 i diritti umani sono al centro della politica globale e del diritto sovranazionale. Nel dibattito politico e sociale contemporaneo ci si richiama ai diritti, vecchi e nuovi, per contrastare o invocare interventi pubblici, per difendere valori o interessi, per sostenere differenti concezioni morali. L’idea di diritti universali dell’uomo appare tuttavia in Europa già all’inizio dell’età moderna: questo volume propone una sintetica ricostruzione storica dell’affermazione dei diritti, dalla teoria giuridica e politica del XVI e del XVII secolo fino alle Dichiarazioni internazionali della seconda metà del XX secolo. Attraverso la confluenza di teorie, movimenti sociali, documenti giuridici si delineano gli sviluppi di diritti civili, politici, economico-sociali e i differenti percorsi seguiti dai diritti degli uomini e dai diritti delle donne.

Indice del volume: Introduzione. - I. Tra Cinquecento e Seicento: teorizzazione dei diritti. - II. Il Settecento: dichiarazione dei diritti. - III. L’Ottocento: positivizzazione dei diritti. - IV. Il Novecento: moltiplicazione e internazionalizzazione dei diritti. - Riferimenti bibliografici. - Indice dei nomi.
Alessandra Facchi insegna Filosofia del diritto e Teorie dei diritti fondamentali presso la Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università degli Studi di Milano. Per il Mulino ha curato (con C. Faralli e T. Pitch) il volume di L. Gianformaggio «Eguaglianza, donne e diritti» (2005).

Ɣ- Vladimiro Zagrebelsky, Roberto Chenal, Laura Tomasi - “Manuale dei diritti fondamentali in Europa”, il Mulino 2018.
"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti"
Il manuale, con specifica attenzione ai riflessi sull’ordinamento italiano, descrive il sistema europeo di protezione dei diritti e libertà che sono comuni alla Convenzione europea dei diritti umani e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La prima vincola i 47 Stati del Consiglio d’Europa, la seconda i 28 Stati che sono anche membri dell’Unione. Il contenuto dei diritti considerati è definito dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, di cui tiene conto la Corte di giustizia dell’Unione europea. Il manuale illustra le nozioni generali del diritto dei diritti umani in Europa e i singoli diritti ed espone la disciplina dei ricorsi e della procedura della Corte europea.

Pubblico qui di seguito l'indice del volume, perché rappresentativo dell'escursus degli interessi che riguardano davvero tutti quanti noi: Prefazione. - Parte prima: Il sistema europeo e il movimento internazionale per il riconoscimento dei diritti umani. - I. Il sistema europeo e il movimento internazionale per il riconoscimento internazionale dei diritti umani. - Parte seconda: La protezione dei diritti umani in Europa. Il sistema del Consiglio d’Europa e l’ordinamento italiano. - II. La Corte europea dei diritti umani. Natura ed efficacia della sua giurisprudenza. - III. La Convenzione europea dei diritti umani nell’ordinamento italiano. - Parte terza: La protezione dei diritti umani in Europa. Il sistema dell’Unione Europea. - IV. Origine e struttura del sistema. - V. Diritti umani e diritto dell’Unione Europea nell’applicazione dei giudici nazionali. - Parte quarta: Il giudizio della Corte europea. Applicabilità della Convenzione e giustificazione della condotta dello Stato. - VI. L’applicabilità della Convenzione. - VII. La giustificazione dell’interferenza. - Parte quinta: I diritti fondamentali considerati dalla Convenzione europea dei diritti umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. - VIII. Diritto alla vita. - IX. Divieto di tortura e delle pene o dei trattamenti inumani o degradanti. - X. Divieto di schiavitù, di servitù e di lavori forzati od obbligatori. - XI. Diritto alla libertà e alla sicurezza. - XII. Diritto a un processo equo. - XIII. Legalità dei delitti e delle pene. - XIV. Diritto al rispetto della vita privata e familiare, del domicilio e della corrispondenza. Diritto al matrimonio e uguaglianza dei coniugi. - XV. Libertà di circolazione e divieto di espulsione del cittadino. - XVI. Libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Diritto all’istruzione. - XVII. Libertà di espressione. - XVIII. Libertà di riunione e di associazione. - XIX. Diritto a elezioni libere. - XX. Diritti e divieti nell’espulsione degli stranieri. - XXI. Protezione della proprietà. - Parte sesta: I ricorsi alla Corte europea. Procedura ed esecuzione delle sentenze. - XXII. L’introduzione del ricorso e la ricevibilità. - XXIII. La Corte europea e la procedura. - XXIV. Le sentenze e la fase dell’esecuzione. - Bibliografia. - Indice analitico.

Vladimiro Zagrebelsky, già giudice della Corte Europea dei Diritti Umani, dirige ora il Laboratorio dei Diritti Fondamentali di Torino. Roberto Chenal, dottore di ricerca in Diritto penale, master in Filosofia del diritto a NYU, è giurista presso la Corte europea dei diritti umani. Laura Tomasi, magistrato, è dottore di ricerca in Diritto internazionale, già giurista assistente presso la Corte europea dei diritti umani.

Ɣ - Roberto Maggiani, “Affinità divergenti” – Italic (Collana Pequod) 2018.
Lieto di proporvi la più recente pubblicazione del direttore e mentore della rivista on-line che mi ospita Larecherche.it, al suo esordio come romanziere, e che costituisce davvero una piacevole sorpresa per tutti noi, addetti ai lavori e non, con la speranza che lo sia anche per voi. Dal risvolto di copertina:

“Roma ai giorni nostri. Il trentenne Tommaso stringe amicizia con la dirimpettaia e coetanea Elisa. Nei loro ripetuti incontri, i due giovani affinano la reciproca conoscenza. Tommaso si confida, le racconta, in particolare, del forte legame con Nathan, ragazzo conosciuto sui banchi di scuola, affetto da diplegia, restio ad affacciarsi a una vita che lo spaventa. La loro amicizia attraversa l’adolescenza e tutta l’età adulta. Tommaso si allontana da Roma per circa un anno, durante il quale conoscerà Aadil, presunto terrorista. Tornato nella sua città, si renderà conto che tra lui e Aadil si è instaurata una relazione profonda di cui farà partecipe Elisa, rivelandole anche il lato segreto della sua vita”.

Con “Affinità divergenti” Roberto Maggiani affronta tematiche sociali e politiche ‘scomode’ di stretta attualità, una tematica non nuova per un esordio, ma che vuole stabilire un punto fermo nella sua decennale attività di lettore attento della società contemporanea.“D’altronde – esgli scrive – l’amore è così: un posto in cui ci siamo persi, dove non pensavamo mai di andare o in cui qualcuno ci portasse.”
http://www.robertomaggiani.it/affinita_divergenti.asp
http://www.robertomaggiani.it / https://www.larecherche.it

Ɣ – ma c’è dell’altro, Roberto Maggiani, vi invita a partecipare al Premio Letterario “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, per opere inedite, giunto alla sua Va edizione, anno 2019 - In memoria di Luciano Ferrari .
Scadenza 15 gennaio 2019, ore 24:00
Sezione A: Poesia | Sezione B: Racconto breve
La partecipazione è completamente gratuita o previo la raccolta fondi da destinare al Premio stesso.
Si dovrà proporre la propria Opera attraverso il sito www.larecherche.it, in particolare
Dalla pagina dedicata al Premio www.larecherche.it/premio.asp. dalla quale si può scaricare il Bando di concorso.
La premiazione avverrà in data domenica 7 aprile 2019 dalle ore 15:30 alle ore 18:30 (con inizio dell'accoglienza alle 15.00) in luogo da decidere.

Non mi rimane che augurarvi Buon Natale e Giorni Felici in compagnia di quanti amate ... ma non dimenticate che un buon libro regalato o ricevuto è di per sé già un Buon Natale.





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- Vari

3 Christmas happiness / Natale con voi - musica e altro

3 CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON VOI
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, un po’ di cinema (q.b.), e perché no un viaggio? Il resto suggeritelo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

VIAGGI e altro:
Natale a Malta, inizia la festa più attesa dell’anno. Gli eventi si susseguono …
Din! Din! Din! Le campanelle natalizie annunciano liete la stagione delle feste. In questo periodo a Malta tutte le chiese organizzano una miriade di eventi, allestiscono il proprio presepe e spesso inscenano processioni dedicate alla natività, ma non mancano i mercatini e gli appuntamenti gastronomici tutti pensati per festeggiare il Natale. Per questo Malta Tourism Authority ha deciso di appuntarvi qui un elenco di attività che potrete fare a Malta per prepararvi al meglio al periodo più gioioso dell’anno.
MILIED IMDAWWAL FL-IMQABBA
Tra i tanti paesini dell’arcipelago che si preparano al Natale, il primo ad organizzarsi a Malta è Mqabba. In questo week-end sarà allestito un mercatino di prodotti artigianali e di cibo tradizionale, ma anche un angolo dedicato ai bambini che potranno farsi scattare una foto in braccio a Babbo Natale.
ITALIAN TASTE EVENT
Che siate o no turisti che non possono fare a meno della cucina italiana quando viaggiano, l’appuntamento merita attenzione anche per il solo fatto di essere organizzato al is-Suq tal-Belt di Valletta, una delle opere più interessanti frutto dei lavori eseguiti nella capitale in occasione di Valletta 2018.
MERCATO DEGLI ARTIGIANI MALTESI
Nel calendario degli appuntamenti che periodicamente organizzano gli artigiani maltesi per questo mercatino, quello in vista del Natale è fissato a Floriana nel Magazino Hall. L’appuntamento giusto dove trovare i migliori produttori di artigianato locale: filigrana, oggetti in legno, ricami, ma anche prelibatezze maltesi come olio, birra e dolci.
IL VILLAGGIO DI NATALE AL VALLETTA WATERFRONT
Nell’area rinnovata e ricca di vita del porto di Valletta conosciuta come il Waterfront, un appuntamento che è diventato un classico del periodo delle feste in cui immergersi per un mix di decorazioni, musica, cibo e tante attività legate a questa stagione magica. Sotto ad un albero di 10 metri d’altezza si alterneranno bande musicali, cori, scene di natività e laboratori, soprattutto dedicati ai più piccoli.
MERCATO DI NATALE DEI CONTADINI E DEGLI ARTIGIANI
Nei giardini di Villa Bologna ad Attard ancora un mercatino dove sbizzarrirsi con lo shopping e abbuffarsi di delizie più o meno natalizie.
NATALIS NOTABILIS
Nel centro storico di Rabat, tra i vicoli medievali, vi aspettano oltre 100 stand di golosità e prodotti tipici maltesi che strizzano un occhio al Natale, ma anche uno al vostro appetito.

FESTIVAL DEI CANTI DI NATALE
Cosa offre più l’atmosfera del Natale di un canto tradizionale? Nella chiesa di Ta’ Giezu a Rabat, antica di 500 anni, tre giorni da dedicare alle delicate note dei cori natalizi.
CONCERTO DI NATALE DI BENEFICIENZA
Presso il Santuario della Divina Grazia di Naxxar, un concerto in cui si esibiranno i giovani cantori della scuola di musica di Malta e la Malta Concert Orchestra diretti dal Maestro Paul Abela. L’ingresso è gratuito, ma saranno raccolti fondi in favore della Fondazione Puttinu Cares
IL MUSICAL GHOSTS OF CHRISTMAS PAST
Un’opera rock dedicata al Natale? Eccola al Valletta Campus Theater!
CAROLS CANDELIGHT
Un concerto della Schola Cantorum Junìbilate a cui farà seguito una deliziosa cena di 5 portate preparata dagli chef di uno dei ristoranti più celebri di Gozo, il Ta’ French.
FIERA DI NATALE DELL’ARTIGIANATO MALTESE
Nella centralissima St. George’s Square di Valletta, un altro mercatino dell’artigianato maltese per il vostro shopping last minute prima di Natale.
MALTA CHRISTMAS FESTIVAL
Natale è già passato, ma volete tenere i piedi saldi nell’atmosfera delle feste? Vi consigliamo di non perdere questo festival durante il quale si esibiranno bande, majorette e gruppi folkloristici.

L’elenco completo di tutto quello che succederà a Malta nella prossime settimane lo trovate nel calendario eventi di Visit Malta e se non avete ancora prenotato il vostro viaggio delle feste a Malta provate a cercare tra le offerte di Malta Vacanze!
MUŻA, un nuovo museo a Malta tutto da scoprire.
L’anno di Valletta 2018 Capitale Europea della Cultura sta per terminare. È stato un anno entusiasmante e ricco di attività di ogni genere che ha visto Malta rendersi protagonista della scena culturale internazionale. Cosa resterà di questa bellissima esperienza? Sicuramente una capitale rinnovata e in pieno fermento creativo che saprà continuare ad accogliere e offrire stimoli. Più nel tangibile, tra i maggiori lasciti di quest’anno glorioso ci sarà il MUŻA, il nuovissimo museo nazionale comunitario di Malta che aprirà le porte al pubblico il prossimo 15 dicembre. La nuova sede del MUŻA è lo storico Auberge d’Italie in Merchants Street, palazzo risalente all’epoca dei Cavalieri di San Giovanni il cui valore culturale intrinseco sarà ancora più esaltato dalla presenza del museo all’interno dei suoi spazi. Per maggiori informazioni consultate il sito https://muza.heritagemalta.org/


LIBRI e MUSICA:
Ɣ - Hans Tuzzi “Libro antico libro moderno” - Collana: Sfere extra - Carocci Editore 2018.
Con stile discorsivo ma senza rinunciare alla precisione scientifica, l’autore narra la storia delle componenti fisiche e concettuali del libro spiegando come sono cambiate dal torchio a mano di Gutenberg a oggi: l’invenzione del titolo, del numero di pagina, della punteggiatura, tecnica e uso delle illustrazioni... Tuzzi accompagna il lettore alla conoscenza del libro in quanto oggetto, sottolineando gli elementi di continuità fra libro antico e libro moderno, pur nel mutare delle tecnologie.
Ɣ - Adriano Angelucci “Che cos'è un esperimento mentale” - Collana: Bussole - Carocci Editore 2018.
Per quanto i filosofi non utilizzino laboratori, sarebbe scorretto affermare che essi non ricorrano a esperimenti. Nel corso delle loro indagini, infatti, i filosofi si affidano da sempre a esperimenti mentali per vagliare la correttezza delle teorie che stanno formulando. Negli ultimi decenni, in particolare, l’utilizzo di questi preziosi strumenti per riflettere si è imposto come uno dei metodi fondamentali della filosofia di tradizione analitica e, in diversi ambiti di quest’ultima, l’attività di elaborazione teorica è divenuta pressoché inscindibile da un vasto repertorio di ingegnosi scenari ipotetici.
Ɣ- Francesca Fava “Il teatro come metodo educativo” - Tascabili - Carocci Editore 2018.
Una guida per educatori e professionisti sociosanitari. Il testo illustra necessità e peculiarità del laboratorio teatrale come strumento formativo per le professioni sociosanitarie ed educative, nell'attuale contesto di rinnovamento delle Medical Humanities. Dopo un inquadramento teorico, focalizzato sugli ultimi studi che fanno dialogare il teatro e la medicina con le neuroscienze, ogni capitolo presenta, in forma di guida didattica, alcuni obiettivi-chiave (empatia, ascolto, relazione, effetto placebo, scoperta delle emozioni ecc.) da perseguire in ambiti specifici (medico, ambulatoriale, comunitario) corredati di agili schede illustrate ed esercizi pratici.

Ɣ – “Mambo Sinuendo” – CD di Ry Cooder & Manuel Galbán a film by / The Complete Soundtrack. Nonesuch Records 2018.
Mambo Sinuendo, Ry Cooder's 2003 Grammy-winning collaboration with Cuban guitar legend Manuel Galbán, has returned on vinyl for the first time in some fifteen years. "Mambo Sinuendo creates a time-warped neverland where unhurried melodies hover above subtly swaying Cuban rhythms," says the New York Times, "as the two guitar masters trade slides and twangs with a droll sense of romance." "An exquisite album," Uncut exclaimed. "One of the musical highlights of the year." The two-LP set was pressed from lacquers cut by Abbey Road Studios on vinyl at Record Industry with a custom etching on side D, and housed in an old-style, tip-on gatefold jacket.

Ɣ - Francesco Diodati con gli Yellow Squeeds "Never The Same"- CD Auand AU9080, 2018.
“Never The Same”, il nuovo album da leader di Francesco Diodati con i suoi Yellow Squeeds. Dopo l’acclamato “Flow, Home”, l’ultimo attesissimo lavoro del chitarrista è già stato protagonista al JAZZMI di Milano e al London Jazz Festival
con Enrico Zanisi (pianoforte, synth), Francesco Lento (tromba),
Glauco Benedetti (basso tuba, trombone), ed Enrico Morello (batteria).
A tre anni di distanza dal lavoro precedente (“Flow, Home”, 2015), Francesco Diodati pubblica“Never The Same”: il suo nuovo, attesissimo album da leader. E lo fa con la stessa formazione, gli Yellow Squeeds, ovvero Enrico Zanisi (pianoforte, synth), Francesco Lento (tromba), Glauco Benedetti (basso tuba, trombone a valvole), ed Enrico Morello (batteria), e la stessa casa discografica, Auand Records. Il nome del chitarrista romano è ormai uno dei più brillanti della scena italiana ed europea: se con Enrico Rava ha calcato palchi internazionali grazie a una collaborazione consolidata, gli album da leader stanno mostrando la personalità e la capacità innovativa di Diodati. La fibrillazione per questa nuova uscita è stata palpabile anche nelle due anteprime al JAZZMI di Milano, il 9 novembre, e al London Jazz Festival, dove “Never The Same” è stato presentato il 18 novembre.
Al centro del nuovo lavoro c’è una profonda riflessione sulle percezioni soggettive, sul lavoro d’insieme e sulle infinite trasformazioni che questi due elementi possono generare persino nella più semplice linea melodica. A dominare l’aspetto compositivo è «la sovrapposizione – dice Diodati – di diversi strati sonori, di linee che si intrecciano e che, pur mantenendo una propria indipendenza, diventano imprescindibili le une dalle altre. Questo modo di costruire la musica fa sì, per esempio, che lo stesso brano possa essere percepito in riferimento a un andamento ritmico diverso per ognuno. È un po’ come guardare lo stesso oggetto tridimensionale da diversi punti di vista, girandolo tra le mani o sospeso nello spazio». È questo approccio che genera l’effetto apparentemente straniante di “Entanglement”, dove la ritmica cambia continuamente.
Questa tensione al cambiamento, questa spinta verso qualcosa che prima non c’era, è anche la cifra stilistica del gruppo: «Sono tutti molto dinamici e nel corso del tempo cercano nuovi suoni, nuovi approcci – continua il chitarrista – Zanisi sul primo disco suonava il piano, qui suona piano, Fender Rhodes, synth modulare e bass synth. A Morello ho dato una montagna di gong birmani, accumulati negli anni durante i miei viaggi e concerti in Myanmar, e li abbiamo suonati insieme nell’intro di “Simple Lights”. Glauco Benedetti si è rivelato sorprendente anche con il trombone a pistoni, tanto che ho riscritto appositamente alcune parti per inserirlo. Francesco Lento tira fuori suoni sempre diversi dalla tromba portando all’estremo le possibilità timbriche, oltre a dilettarsi con bottiglie di vetro! Sa essere molto lirico oppure diventare più angolare e aspro. Con lui spesso dialoghiamo in modo serrato, una pratica che si è fatta sempre più intensa nel corso degli anni. Sono tutti musicisti formidabili. Ho scelto loro perché sono capaci di rompere le barriere, andare oltre i limiti del già sentito». E come dimostra un brano come “River”, è facile che dall’interplay si sviluppi un flusso sonoro coinvolgente, nato dalla melodia e sfociato in una densa improvvisazione collettiva.
Tra giochi sonori con una chitarra scordata, attenzione per la timbrica e scambi di ruoli nella formazione, anche la grafica riesce a condensare il senso dell’intero album in un’immagine: «La copertina è frutto di un’opera di Sara Bernabucci, artista con cui collaboro da due anni nella ricerca di un incontro fra musica e arti visive, e di Alberto Timossi. È la stratificazione di due arti diverse (la scultura e la pittura) nate da due menti diverse alle quali si è aggiunto il mio punto di vista con la macchina fotografica, rendendo l’opera irriconoscibile. È quello che intendevo: vedere lo stesso oggetto da punti diversi, e farlo non a priori, in modo astratto, ma con la prassi, la passione intuitiva di chi vive di arte».
Questo mese ancora quattro concerti per Yellow Squeeds prima dell’uscita ufficiale, prevista il 25 gennaio 2019. Sarà possibile ascoltare il progetto dal vivo in anteprima domani 11 dicembre a Belmonte Piceno per Marche in Vita, giovedì 13 al prestigioso Bimhuis di Amsterdam, domenica 16 alla Casa del Jazz di Roma e giovedì 27 al Paradox di Tilburg (sempre in Olanda).

Francesco Diodati Bio
Chitarrista, compositore e improvvisatore, inizia gli studi musicali incontrando il Jazz. Subito dopo la laurea in Statistica Economica decide di dedicare la sua vita alla musica: inizia a scrivere musica per i propri gruppi, a viaggiare soffermandosi soprattutto a New York e Parigi dove approfondisce lo studio del Jazz tramite borse di studio e collaborazioni importanti, ampliando ulteriormente la sua visione musicale. Nel 2015 il quartetto di Enrico Rava, con il quale collabora dal 2013, ha ottenuto il Top Jazz (Musica Jazz) come miglior gruppo. E’ dello stesso anno Wild Dance, inciso dal quartetto per ECM.
Oggi è uno dei più importanti improvvisatori della sua generazione e ha collaborato con personalità del calibro di Gianluca Petrella, Bobby Previte, Antonello Salis, Jim Black, Francesco Bearzatti, Shane Endsley, Dave Binney, Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Nils Landgren e molti altri.
Ha inoltre preso parte per 6 anni al progetto MyanmarMeetsEurope, con il supporto del Goethe Institute, con il quale ha partecipato a festival in tutta Europa e Asia.
I suoi album da leader hanno ottenuto riscontri entusiastici di critica e pubblico ed è stato votato come miglior chitarrista dal 2013 al 2018 dalla rivista JazzIt.
Lo stile di Francesco non è confinato a un singolo genere musicale: negli anni la sua curiosità lo ha portato a collaborare con danzatori, artisti visuali, coreografi e progetti multidisciplinari. Oltre ai progetti Yellow Squeeds, Blackline, Floors, collabora infatti con la danzatrice contemporanea Roberta Racis e con l’artista Sara Bernabucci. Il risultato è una personalità musicale caleidoscopica ma fortemente identitaria.


CD e CINEMA:

Ɣ- David Byrne: “True Stories”, a film by / CD The Complete Soundtrack. Nonesuch Records 2018.
On True Stories (1986), his sole foray into feature-film directing, David Byrne was inspired by tabloid headlines to make an ode to the extraordinariness of ordinary American life, using his songs to stitch together pop iconography, voodoo rituals, and a singular variety show. This comprehensive soundtrack contains 23 songs, collected for the first time in one package and in film sequence. "I always imagined that the music written for True Stories should be heard as it is in the film," says Byrne. "It makes the most sense this way. Me singing the song that was written for John Goodman's character always felt weird to me."
In conjunction with The Criterion Collection's special-edition DVD and Blu-ray release of David Byrne's 1986 film True Stories, Nonesuch and Todomundo Records release a comprehensive soundtrack, collected for the first time in one package and in film sequence: True Stories, A Film by David Byrne: The Complete Soundtrack is now available on vinyl LP, CD, and digital formats. The CD also is included with Criterion’s Blu-ray of the film. Get the soundtrack now at your local independent record store, iTunes , Amazon, and the Nonesuch Store, where CD and vinyl orders include a download of the complete album at checkout. The album can also be heard on Spotify and Apple Music.
David Byrne was inspired by tabloid headlines to make his sole foray into feature-film directing, an ode to the extraordinariness of ordinary American life and a distillation of what was in his own idiosyncratic mind. Byrne plays a visitor to Virgil, Texas, who introduces us to the citizens of the town during preparations for its Celebration of Specialness. As shot by cinematographer Ed Lachman, Texas becomes a hyper-realistic late-capitalist landscape of endless vistas, shopping malls, and prefab metal buildings. In True Stories, Byrne uses his songs to stitch together pop iconography, voodoo rituals, and a singular variety show.
Byrne calls the record “An immersive audio voyage into the little town of Virgil, Texas, in the mid-eighties.” He continues, “I always imagined that the music written for True Stories should be heard as it is in the film. It makes the most sense this way. Me singing the song that was written for John Goodman’s character, Louis Fine, always felt weird to me. It was written for that character, not for me.”
“True Stories”, A film by David Byrne: The Complete Soundtrack includes twenty-three songs, many of which are on CD and digital formats for the first time:
• one previously unreleased version of Talking Heads’ “Dream Operator,” from the film, with Annie McEnroe on lead vocals;
• three songs from the film that have previously been released only on the Talking Heads sets Dual Brick or Bonus Rarities & Outtakes;
• five songs from the companion 1986 Talking Heads studio album True Stories;
• fourteen songs from the 1986 film soundtrack album Sounds from True Stories: Music for Activities Freaks—previously released only on LP and cassette—performed by a wide range of artists from Kronos Quartet to Meredith Monk to Pops Staples to John Goodman.
The full album track list is below. More information about the Criterion release—which features a new, restored 4K digital transfer, supervised by director Byrne and cinematographer Ed Lachman, with 5.1 surround DTS-HD Master Audio soundtrack, supervised by Byrne, along with several other rare items—is available at criterion.com.

NAPOLI e altri Libri:

Ɣ - Paolo Macry, Libro “Napoli. Nostalgia di domani” - il Mulino 2018.
Napoli è una sorpresa che deve essere cercata senza pigrizie nella carne viva del suo corpo affollato, accettando le tensioni di un viaggio in territori ignoti. È un catalogo di possibilità che la storia ha reso talvolta drammatico. Uno specchio di intelligenze, passioni, ferite, in cui a ciascuno è dato ritrovare qualcosa di se stesso. Napoli è una sorpresa che deve essere cercata senza pigrizie nella carne viva del suo corpo affollato, accettando le tensioni di un viaggio in territori ignoti. È un catalogo di possibilità che la storia ha reso talvolta drammatico. Uno specchio di intelligenze, passioni, ferite, in cui a ciascuno è dato ritrovare qualcosa di se stesso.
Napoli è uno di quei luoghi che ciascuno crede di conoscere anche se non li ha mai visti. Un immaginario spesso ideologico, fatto di stereotipi, di racconti ossificati, di un’infinita aneddotica. La città si giudica continuamente e viene continuamente giudicata. Sconta il pessimismo indulgente che non di rado gli stessi «nativi» si cuciono addosso e sconta la lontananza culturale, arcigna o paternalistica, di chi la osserva dall’esterno.
Di Paolo Macry, storico dell’età contemporanea e commentatore politico. Tra i suoi libri per il Mulino ricordiamo «Ottocento» (2002), «Gli ultimi giorni. Stati che crollano nell’Europa del Novecento» (2009) e «Unità a Mezzogiorno» (2012). Con “Napoli”, Paolo Macry tocca le nervature profonde, ripercorre i segni di un tessuto urbano bimillenario, i comportamenti di lungo periodo della popolazione. Insegue le fratture drammatiche della sua storia, le esperienze politiche che l’hanno segnata, fino alle vicende di tre sindaci-sovrani, Lauro, Bassolino e de Magistris. Ci trasmette la suggestione di una città difficile e mai rassegnata. Napoli, per chi voglia conoscerla, capirla, ritrovarla, continua a essere un mondo. Un mondo da pensare o, forse, un modo di pensare.

Ɣ- Biagio Cipolletta – Libro “Il sogno delle nuvole” - Augh! Edizioni 2018.
Le liriche di Cipolletta si muovono lungo innumerevoli percorsi: la solitudine, il senso di fratellanza, il silenzio, lo stupore, l’amore, l’amicizia, la vita e la morte, ma più forte di tutti è il tema che riguarda la poesia stessa, o meglio, il fare poesia, il cercare la melodia della parola poetica, nella quale si nasconde il senso della vita, cioè le gioie, le ansie e i dolori che percorrono l’esistenza dell’uomo.
(dalla prefazione di Vincenzo Esposito)
Biagio Cipolletta, già ordinario di Italiano e Latino nel Liceo Linguistico e di Scienze Umane a Roma, scrive per riviste letterarie ed è presente in diverse antologie. Membro di giuria in concorsi poetici nazionali (Concorso “L’ho scrittoIO” presso “La Sapienza”), recensore, prefatore e saggista, tiene conferenze in molti circoli culturali romani e nei laboratori di scrittura creativa. Ha già pubblicato quattro libri di poesie: "Brividi di sole" (Fabio Croce Editore, 2004), "Destination Norway" (Edizioni Libreria Croce, 2009), "Di città in città" con M. Anastasi e L. Fulci (Edizioni Libreria Croce, 2011), "La Traversina e il Melograno" (Alter Ego Edizioni, 2014) e "Il gol del portiere" (Augh!, 2017).

CONTEST:
Ɣ - Invito a partecipare al prossimo numero della rivista "Euterpe" Rivista di poesia e critica letteraria sul tema: "Musica e letteratura: influenze e contaminazioni" - scadenza di invio: 20-12-2018.
Presentazione di Lorenzo Spurio.
Per parlare del rapporto tra musica e poesia dovremmo ripercorrere le pagine della storia dell’antichità quando la poesia, sia in contesti conviviali che retorici, veniva recitata oralmente accompagnata da varie tipologie di strumenti musicali. La poesia greca ne è un chiaro esempio ma anche le chanson de geste e, ancora, tutti quei componimenti poetici ed epigrammatici che venivano condivisi pubblicamente, in situazioni di festa o più formali.
Non va neppure dimenticata la letteratura per l’infanzia dove, nelle favole, racconti e ninne-nanne, fa uso di ritornelli, forme onomatopeiche, canzoncine, forme ballate e tanti altri stratagemmi che hanno una funzione e un intendimento musicale e allitterativo. Si pensi ad esempio a Edoardo Bennato il cui successo musicale è derivato forse in gran parte dai suoi album d’esordio “Burattino senza fili” (1977) e “Sono solo canzonette” (1980) ispirati rispettivamente a “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi e “Le avventure di Peter Pan” di J.M Barrie.
La musica, più che rappresentare un “accompagnamento” era una sorta di ingrediente fondamentale e imprescindibile: chi recitava modellava i suoi versi anche in base alle tonalità e all’andamento della musica che veniva proposta.
Pensando a un poeta dell’età contemporanea quale Federico Garcia Lorca dovremmo chiederci se le sue tante baladas, baladillas e romances, non siano, forse, prima che poesia, dei testi effettivamente dall’impronta musicale. L’autore granadino, grande amante della cultura popolare andalusa, fu anche attento musico e tutte le sue composizione localizzabili nelle opere magistrali de “Poema del Cante Jondo” e “Romancero gitano” hanno una strutturazione, un’impalcatura e un’origine che non può non dirsi radicata nel folklorismo musicale gitano (si pensi agli altri generi del zorongo e della seguidilla da lui spesso usate). Chiaramente si tratta solo di un esempio e numerosi altri potrebbero essere portati per mostrare come il testo (sia esso scritto che orale, anzi, dovremmo dire più genericamente “la parola”) e la musica abbiano avuto un connubio assai radicato, stretto e di successo in varie circostanze.
Trasportandoci all’età contemporanea risulta piuttosto dire se alcuni testi di Fabrizio De André e di Franco Battiato (solo per citare due delle maggiori voci cantautori ali nostrane) abbiano fatto musica o poesia. La risposta più plausibile è che abbiano fatto, congiuntamente, entrambe e nel modo più alto. C’è poi tutto un altro filone di esperienze, che vanno senz’altro tenute in considerazione, che riguardano quei testi musicali che nascono a partire da influenze letterarie vale a dire opere, autori, poesie che in alcuni cantautori hanno motivato alla scrittura di testi dedicati, ad essi ispirati, celebrativi, e via discorrendo.
La giornalista Ilaria Liparoti in un interessante articolo apparso su “Il Libraio” nel 2016 così osservava: “L’ispirazione può essere palese sin dal titolo e ritornello oppure più velata. Veri e propri “metatesti” o più semplicemente parole che attraverso le note conoscono nuova vita”. Se si pensa che la canzone “Elemosina” inserita come traccia nel cd “Max Gazzè” (2000) dell’omonimo artista non è che la traduzione in italiano (arrangiata dal musicista) della poesia di Mallarmé, ben comprendiamo come il legame tra poesia e musica sia forte e reversibile, continuo e prospero. Il fatto che l’artista romano sia influenzato o in qualche modo attratto dalla figura del poeta maledetto francese è rimarcata dal fatto che lo cita in un’altra sua canzone, divenuta molto celebre, “Su un ciliegio esterno”, gioiosamente cantabile nei concerti. Chiaramente non è solo la poesia a influenzare, motivare, intrecciare o determinare contesti musicali ma ogni altro genere della letteratura.
Il prossimo numero della rivista “Euterpe”, la cui scadenza di invio dei materiali è fissata al 20 dicembre 2018, proporrà come tema proprio “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”. Per prendere parte alla selezione di materiali si ricorda di prendere visione delle “norme redazionali” presenti nel recente riammodernamento della rivista nelle sue rubriche di Poesia, Aforismi, Saggistica (Articoli, Critica Letteraria, Recensioni).
www.associazioneeuterpe.com - associazioneeuterpe@gmail.com
PEC: ass.culturale.euterpe@pec.it
Rivista: rivistaeuterpe@gmail.com

POESIA:
Ɣ - Gianmaria Ferrante, “Abissi”, raccolta lirico-narrativa – Golden Press 2018.
Gianmaria Ferrante … un poeta immerso negli ‘abissi’ del quotidiano –recensione di Giorgio Mancinelli.
Il fascino del linguaggio ‘poetico-letterario’ che la poesia ha esercitato sugli scrittori innovativi del Novecento è andato assumendo sempre più un ruolo del tutto singolare, affermandosi preferibilmente come ‘composizione musicale’ in fatto di ‘ritmo’ e di ‘timbro’, contro il primato romantico del genere ‘melodico’ protrattosi fino alla metà del secolo scorso. Esclusa dall’insegnamento scolastico e dal linguaggio quotidiano, dove sembrava si fosse definitivamente inabissata, la poesia sembra oggi ritrovare una qualche attestazione nella forma ‘poetico-narrativa’, sia nei racconti che nei romanzi di molti giovani scrittori contemporanei. Altresì recepita dalla viva voce dei ‘cantautori’, ormai anch’essi superati nell’epiteto ma non nei fatti, inoltre sciorinata da una fiumana di ’rappers’ che ne fanno un uso, spesso indiscriminato, nei loro infiniti e impegnati scioglilingua, riscoprendo talvolta la piacevolezza della ‘rima baciata’, ancorché sincopata in digressioni verbali.
Guardata con sospetto e fatta oggetto di una tenace opera di demitizzazione da parte dei difensori dell’aulicità della forma e dello stile, l’attuale ‘forma poetica’, quella dell’Universo Iperconnesso, tanto per intenderci, va mostrando sempre più la sua vera essenza di ‘linguaggio primario’ sopra tutte le altre forme, fino a provocare un brivido negli amanti del ‘chiaro di luna’ che si sentono oltremodo diseredati della contestualità letteraria. Il nuovo linguaggio infatti, ancorché si possa dire nuovo, fa uso dell’essenzialità verbale che sfrutta la chiave onomatopeica dei ‘frattali’ per coniugare frasi e parole in contrazione, formazioni di nuovi sillogismi e deduzioni conflittuali che, per quanto insolite al nostro orecchio e alla nostra mente figurativa, possiamo definire ‘geomorfologiche’, benché immateriali, cioè teorizzate in senso ‘’ideale”, non per questo più valide di altre nel rapporto con l’attualità.
Se ne ha riscontro nelle tematiche polivalenti aggettivate con ‘iper’ e ‘super’ che trasformano gli eroi e i miti del passato in supereroi ‘Cyborg’ freschi di conio, che s’ergono comunque vittoriosi ancor prima di aver dato inizio alla battaglia sociale che hanno soltanto simulato sulla playstation. Tuttavia, incredibile a dirsi, riuscendo a dare una spiegazione ‘matematica’ alla ciclicità del ‘giro armonico’, sul quale in illo tempore si è costruita la scala musicale, la cui struttura si ripete sempre uguale su tutte le possibili scale di riproduzione. Ma, ed anche, a tutto quanto concepiamo come ‘comportamento caotico del nostro tempo’, indubbiamente di più difficile trascrizione narrativa che non sul pentagramma musicale. In quanto ‘composizione dodecafonica’ che, essendo esterna alla composizione stessa, risulta infine senza soluzione di continuità.
“Abissi”, conferma lo scrittore Gianmaria Ferrante, che di fatto non si dice ‘poeta’, per quanto comunque lo sia, costruisce e/o ri-costruisce in forma di ‘variazione poetica’ non tradizionale, la propria immagine di narratore del quotidiano, rivelando le sue potenzialità di fondo, nella cosiddetta ‘forma-a-specchio’ con la quale conferma la sua cifra costante. In cui l’autore, riemergendo dagli ‘abissi’ profondi della sua ricerca autobiografica, si sofferma perplesso sui significati non più scindibili dell’odierna società in cui viviamo …
“Io sono un testimone solitario / cultore di passato e futuro / vago tra le rovine di / città senz’anima / raccolgo a piene mani / il disastro di quanto l’uomo ha lasciato..” . “Solitario viaggiatore / giunto senza invito in questa notte aperta alla conoscenza, il racconto è già iniziato, lo spettacolo in pieno svolgimento, non ho (trovato) sedia alcuna, nemmeno un posto / riservato per l’ospite inatteso”.
Perplessità motivata dagli stravolgimenti che si trova ad affrontare sia sul piano individuale, sia sul piano sociale, afferente agli antefatti e agli accadimenti che si susseguono scomposti. Come per una recita teatrale senza copione dove, i personaggi s’agitano a vuoto sulla scena come burattini manovrati da un potere senza volto ma solo apparentemente senza velleità. Mentre dietro le quinte sollevano infinite guerre che noi eterni assenti non vediamo e/o che non vogliamo vedere, in cui l’ospite che arriva, c’è sempre un intruso nella commedia dell’arte, arreca solo inquietudine, timore, paura. La sua mano tesa alla cordialità non incontra la nostra comprensione e la necessaria solidarietà umana.
Infine la trama comunque si rivela, drammaticamente, nella definizione stessa di ‘abissi’ in quanto ‘buchi profondi’ che inghiottono in una dinamica assai complessa intere galassie, ovvero lasciano alla libera interpretazione degli scienziati, e non solo, d’immaginare altri ‘mondi paralleli’ in cui cercare il migliore dei mondi possibili. È in questo modo che Gianmaria Ferrante si lancia, fin con troppo rispetto del linguaggio poetico-narrativo che utilizza, nelle profondità pur intellettive dell’universo umano; e lo fa con la serenità dell’esperienza, di conoscitore delle pieghe amare della vita e che, al dunque, portano alla rivelazione, lì dove per una sorta dell’ironia della vita, non sempre ci è dato penetrare …
“Il mio vagare inconsulto (?), ti porgo un documento orfico, ispirato da un gatto cieco e un cane anchilosato; sono i baldi cavalieri di questo (nostro) tempo arcigno, due compari sbucati da un pertugio a caccia del solito sprovveduto”. “..di un qualche messaggio ispirato, (o forse) soltanto dello scarto di un lavorio continuo, un ammasso di parole consunte stese a macerare sopra il pavimento (dei ricordi?), il meglio gettato alla rinfusa / sul mucchio del compostaggio”.
Nei passi virgolettati qui riproposti, troviamo forse quelli che sono i momenti più significativi di “Abissi”, questo ‘dramma-minimo’ che ha il carattere di una ‘improvvisazione sul tema’ di ciò che è andato perduto, una sorta di rivisitazione risalente alle profondità più intime, frammenti che sono di volta in volta germinati dalla continua osservazione della materia umana, secondo la peculiarità che distingue il Gianmaria Ferrante poeta, dallo scrittore di romanzi impegnativi, come quelli, ad esempio, improntati sulle minoranze etniche. Ma, ed anche, da altri suoi scritti, dove egli guarda con nostalgia agli aspetti laterali della ‘storia’; svelando, di volta in volta, le ragioni della sua infinita ricerca, come a dar luogo a una stretta dipendenza operativa della realtà dei nostri giorni, di quella ‘storia universale’ che noi tutti, indipendentemente dagli accadimenti, andiamo scrivendo…
“Un possente turbine oscuro / sovverte ogni pensiero in questo giorno maledetto, si agita dal basso mostrando ai quattro testimoni (i quattro cavalieri dell’apocalisse?), l’avanzo nefasto di un intero millennio (trascorso), nel gorgo ruotano dei fasulli in concerto / i Grandi del passato bloccati contro il muro”.
“..ho visto troppo / per quanto mi compete e non potrò varcare / in futuro i confini eretti dal Tempo / un messale ho sottratto di nascosto, lo mostro orgoglioso / all’amico prudente rimasto in disparte / durante il viaggio”.
Che si voglia qui re-interpretare il passato per andare incontro all’incerto futuro? O, forse, si cerca di riscattare il passato che pure abbiamo vissuto senza averlo compreso fino in fondo? O magari soltanto affrancare, perché no, questo nostro mondo altero? Per quanto non ci è data risposta alcuna, il poeta Gianmaria Ferrante ci dice che: la ‘conoscenza’ è il solo grande motore dello sviluppo personale e comunitario che ci distingue in quanto esseri umani; che il futuro è però di chi prova almeno ad immaginarlo. E non solo per ciò che ci è dato apprezzare come dono ricevuto, ma per valorizzare al meglio ciò che dobbiamo conoscere del mondo che ci circonda, con spirito di dedizione e senso di appartenenza, in linea con le sfide che la società globale ci pone davanti.
In questo ‘poetico nulla’ incapace di giustificare il ‘vuoto olistico’ che il poeta ha creato attorno a sé, in quanto ‘abisso’ da cui non gli è possibile risalire, cosciente che la filosofia applicata al ‘nulla’ lo lascia indenne nella caduta. Viene da chiedersi a cos’altro appellarsi quando l’Empireo tutto, scende dal soffitto dipinto nella volta della Cattedrale che abbiamo elevata con così tanto affanno? Quali parole, quali verbi e, ancora, quali aggettivi deve imparare ad usare l’uomo, affinché egli comprenda che non nel ‘nulla’, né tantomeno nel ‘vuoto’ troverà infine il ‘senso’ della propria esistenza?

L’autore, Gianmaria Ferrante,
a 22 anni si reca in Inghilterra per mezzo di una borsa di studio e si diploma agli studi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia continua i propri studi e da inizio alla sua attività letteraria. Successivamente al suo ritorno in Italia pubblica "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la ‘Trilogia della Pietra’: “La Città Bianca”, “Mediterranea” e “Metropolis”, tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo "Un Uomo di Successo " (per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante). Quindi prosegue nella revisione di quanto realizzato con la stesura della ‘Trilogia del Magico’: “Vento del Nord”, “Il Cerchio Magico” premiato nel 2014 a Lecce, e “Notte a teatro”. Della successiva 'Trilogia del Sogno', nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge ‘I Cavalieri di Groen’. In Aprile 2016 esce per Golden Press “La Soglia”. Ritiratosi anzitempo dalla vita attiva per dedicarsi completamente alla letteratura, vive principalmente nella propria azienda biologica, visitata da volontari provenienti da ogni parte del mondo, situata nel Parco degli Ulivi di Puglia, in territorio di Ostuni.
Sul web: www.gianmariaferrantescrittore.it - www.ipoderidelsole.it.

Ɣ - Franca Maria Catri … O l’altrove indicibile della Poesia Contemporanea
“Ti chiedo al vento” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.
Con un’espressione finemente poetica in apertura della sua silloge di recente publicazione “Ti chiedo al vento”, Franca Maria Catri ne offre al lettore un esempio tangibile: “..tra petali di libri / il tramestio di foglie / il giusto e l’ingiusto del fiore”. C’è un tempo di frattura minimale in cui si misura lo spazio restante da quello che precede l’attimo successivo, anche detto crack-up*, che si offre come spazio liminare all’impulso creativo da cui scaturisce la ‘luce’ primordiale e avveniristica dell’idea, dell’arte, della composizione musicale come della poesia. Impulso propulsivo che permette alla parola poetica di disgiungersi dalla materia letteraria e divenire pura essenza dispersa nell’aere della concettualità estetica e percettiva. Ciò che nulla toglie alla scrittura poetica allorché, nell’interscambio modale con il poeta, il lettore interpone la propria empatia a quella dell’autore/trice. In cui la chiave di lettura ‘psicologica’ è fissata nello stato d’animo del poeta in quello che è il suo momento creativo, nel coinvolgere emotivamente il lettore nel suo messaggio: lì dove l’amore per i libri, connaturale alla sostanza fibrosa della materia, si scioglie/sfoglia in petali di fiori che s’aprono alla nascente/morente stagione; in cui il frusciare delle pagine coincide con il tramestio delle foglie al vento/aere che l’accompagna attraverso l’arco/soglia posto tra l’inizio e la fine, al limitare de “il giusto e l’ingiusto del fiore”.
Quindi non la ricerca di una soluzione al crack-up iniziale, bensì il responso imperscrutabile di un ‘altrove indicibile’ che trova luogo nell’assenza, nel pieno/vuoto cosmico della sua proiezione filosofica nella poesia contemporanea; di un ultimo grado di investigazione cui sottoporre ogni intima certezza/incertezza della relatività umana. Una ‘immagine inadeguata del morire – scrive Flavio Ermini nella postfazione che accompagna la silloge poetica – in cui lo splendore essenziale, si fa strada attraverso l’inerzia della materia visibile e si riverbera proprio su quell’invisibile alfabeto che immaginiamo ..a un passo dal cuore’. Al dunque, “se la fine ha un principio” – rivela l’autrice Franca Maria Catri – la vita è ciò che sta nel mezzo, quanto ci concerne di apprezzare in quanto dono, nel bene e nel male di un ‘principio che contempla la fine’ quale mezzo di affrancamento al nostro pur meraviglioso esistere.

Ɣ – CINEUROPA – The Best of European Cinema –
Distribution tra maestri e nuovi talenti, articolo di Camillo De Marco.
04/12/2018 - Paolo Del Brocco presenta il listino, in linea con la tradizionale offerta di Rai Cinema fatta di commistione di generi. In produzione ci sono Igort, Bellocchio, Garrone, Amelio, Salvatores
01 Distribution, il braccio distributivo di Rai Cinema, registra in questa stagione una quota di mercato superiore al 12% , che conferma la media del 10-13% degli ultimi anni. Una quota che significa 70 milioni di incasso per 10-11 milioni di spettatori che scelgono prevalentemente cinema italiano. “Un dato importante che ci suggerisce, e in qualche senso ci impone, di continuare sulla stessa strada”, commenta Paolo Del Brocco, a.d. di Rai Cinema, che ha presentato la line up di 01 durante il Torino Film Festival. “Un listino ancora una volta costruito sotto il segno della varietà e della qualità, composto sostanzialmente da opere di grandi autori, esordienti di talento, pochi e selezionati titoli internazionali, che ci permetterà di dialogare con diversi segmenti di mercato”. Nei nove anni sotto guida di Del Brocco, Rai Cinema ha coprodotto 530 film, di cui solo il 12% di commedie. Tra i nomi che hanno arricchito il panorama dell’industria cinematografica italiana ci sono quelli di Sydney Sibilia, Matteo Rovere, Pif, Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, Valerio Mastandrea, i Manetti Bros - il cui prossimo film sarà sul famoso personaggio dei fumetti Diabolik - e ora il maestro della graphic novel Igort.
Il film di Igort, intitolato 5 è “Il numero perfetto” (dalla sua omonima graphic novel), è una coproduzione Italia/Belgio/Francia. Nel cast di questo piccolo affresco napoletano nell'Italia anni Settanta ci sono Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso.
“Uno dei segni predominanti è senz’altro la varietà e la commistione di generi. Alcuni registi giocano a distanza ravvicinata con le regole del genere puro”. Il film di Fausto Brizzi Modalità aereo è una commedia, ma anche un family. Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno è una commedia girata con i toni di un gangster movie (leggi la news), Gli uomini d’oro di Vincenzo Alfieri è un noir metropolitano, Il campione di Leonardo D’Agostini è il classico coming of age (news), Dolceroma di Fabio Resinaro un giallo puro. E ancora Non sono un assassino di Andrea Zaccariello, un legal thriller tratto dall’omonimo romanzo di Francesco Caringella (news), Il grande spirito di Sergio Rubini il racconto di un’amicizia con i toni della commedia amara.
“E poi abbiamo anche alcuni autori che amano utilizzare i codici e i linguaggi del genere”. Gabriele Muccino torna con I migliori anni; Francesca Archibugi, anche lei maestra nel declinare i sentimenti, con Vivere, un’intensa storia familiare (news), e Gabriele Salvatores, di nuovo on the road con Se ti abbraccio non aver paura, questa volta per raccontare la storia di un padre e un figlio toccando temi come il disagio e l’handicap.
I maestri fanno una scelta che curiosamente li accomuna. “Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Gianni Amelio, Mario Martone. Ognuno di loro sceglie di raccontare in modo assolutamente personale storie vere, personaggi storici, fatti realmente accaduti o storie universali conosciute in tutto il mondo”. Così fa Marco Bellocchio con Il traditore (news), Matteo Garrone con Pinocchio (news), Gianni Amelio con Hammamet, Mario Martone con Capri – Revolution [+]. E infine i titoli stranieri, tra cui Anna di Luc Besson, Le Prince oublié di Michel Hazanavicius (news), Beautiful Boy di Felix Van Groeningen.
Ɣ - Emma Dante e Daniele Luchetti supportati da Sicilia Film Commission
Articolo di Vittoria Scarpa per Cineuropa News.
12/12/2018 - Tra i 34 progetti cofinanziati dalla Regione, ci sono anche i nuovi lavori di Franco Maresco e Pasquale Scimeca, e i registi Emma Dante e Daniele Luchetti.
Trentaquattro produzioni audiovisive, tra lungometraggi, documentari, corti, fiction e serie TV, riceveranno un finanziamento dalla Regione Siciliana, attraverso l’Ufficio Speciale per il Cinema e l’Audiovisivo/Sicilia Film Commission, nell'ambito del programma Sensi Contemporanei Cinema. “Le istanze pervenute erano più di 70”, spiega Alessandro Rais, direttore di Sicilia Film Commission, “tra queste, sono stati selezionati 20 lungometraggi, 9 documentari, 5 corti, per un importo totale di cofinanziamento di €1.525.000 che, come verificato già negli anni precedenti, è in grado di generare una spesa diretta sul territorio siciliano pari al quintuplo”. Il primo tra i lungometraggi in graduatoria è Il Charleston, opera seconda di Emma Dante (dopo Via Castellana Bandiera [+]), sceneggiata da lei stessa insieme allo scrittore palermitano Giorgio Vasta e alla giornalista e scrittrice Elena Stancanelli. Tratto da uno dei più fortunati spettacoli teatrali della Dante (Le sorelle Macaluso), Il Charleston sarà prodotto da Minimum Fax Media. In graduatoria anche il film diretto da Franco Maresco, A 25 anni dalle stragi di mafia, prodotto da Ila Palma, con un nuovo, grottesco sguardo sulla Sicilia di oggi e il ritorno di alcuni memorabili personaggi del suo precedente lungometraggio Belluscone.
Fra le opere cofinanziate dalla Regione Siciliana anche il nuovo film di Pasquale Scimeca, L’isola delle meraviglie (Inno alla pace), un film sulla tradizione musicale siciliana che vede la collaborazione, tra gli altri, di Mario Crispi, storico componente della band degli Agricantus. E, sempre nella categoria lungometraggi, c’è il film diretto da Daniele Luchetti Momenti di trascurabile felicità e infelicità, trasposizione dell’omonimo romanzo del Premio Strega Francesco Piccolo, girato nei mesi scorsi a Palermo. Tra gli interpreti, Pif e Renato Carpentieri.
Tra i lungometraggi che saranno realizzati in Sicilia figura inoltre la produzione inglese The Winter’s Tale, trasposizione dell’omonimo dramma shakespeariano, con la regia dell’attore e regista britannico Sacha Bennett. Girato in larga parte in Sicilia, il film sarà realizzato dalla casa di produzione Three Wise Monkeys Productions. Si segnala poi il lungometraggio d’esordio del regista palermitano Paolo Licata, che ha iniziato da poco le riprese a Favignana di Picciridda, trasposizione dell’omonimo romanzo di Catena Fiorello.
Tra i nove documentari selezionati, torna il nome di Franco Maresco, che dirigerà anche Goffredo felicissimo, prodotto dall’Associazione Lumpen, ripercorrendo il sodalizio ultradecennale che lo lega a Goffredo Fofi, intellettuale, saggista e critico di punta (e “di culto”) nel panorama nazionale. Tra i film per la televisione, oltre a Il commissario Montalbano 17 prodotto da Palomar, si segnala Lacrime di sale, ispirato al libro-testimonianza del medico lampedusano Pietro Bartolo (reso noto da Fuocoammare di Gianfranco Rosi) con Sergio Castellitto nel ruolo del protagonista e la regia di Maurizio Zaccaro, e la seconda stagione di Il cacciatore, serie che si è aggiudicata il premio della miglior interpretazione (per Francesco Montanari) alla prima edizione di Canneséries, il Festival internazionale delle serie tv di Cannes.

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- Arte

2 Christmas happiness / Natale con voi a Brera

2 CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON VOI

In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

LA BELLEZZA DI ASPETTARE IL NATALE

Quante cose possono succedere in una notte? Figuriamoci se si tratta della notte di Natale!Alla Pinacoteca di Brera ascolterai i racconti dei protagonisti e scoprirai tutto ciò che è accaduto. Insieme costruiremo la capanna, la mangiatoia, il viaggio della stella cometa… Sarà il tuo presepe.

QUEL PIANOFORTE A BRERA:

Brera di Sera per Milano – La Pinacoteca di Brera propone una serie di aperture serali per e con la città di Milano.
In questo appuntamento Brera/Musica, Archivio Storico Ricordi e Yamaha Music Europe presentano un concerto pianistico dedicato alla riscoperta del vastissimo catalogo musicale di Casa Ricordi.
Orario: Concerto: dalle ore 19:30 alle 20:30; apertura serale Pinacoteca di Brera fino alle ore 22.15 (chiusura biglietteria ore 21.40)

Ingresso: Il concerto è compreso nel costo del biglietto d'ingresso della Pinacoteca di Brera. L’iniziativa muove i passi dal patrimonio musicale del celebre editore milanese, il cui patrimonio storico dal 2003 è ospitato nel Palazzo di Brera, per “rivitalizzare” composizioni più o meno note attraverso l’esecuzione nelle meravigliose sale del Palazzo di Brera.

I concerti saranno inoltre arricchiti da “pillole” d’archivio, ovvero brevi approfondimenti divulgativi che permetteranno, grazie ai materiali dell’Archivio, di contestualizzare le creazioni artistiche nel tessuto sociale del loro tempo.

Programma:
R. Wagner, Sinfonia “Il vascello Fantasma”, da “L’olandese volante”
R. Wagner, Sinfonia, da “Tannhauser” (riduzione a 4mani di H. von Bulow)
C. Gounod, Coro dei soldati, da “Faust” (riduzione a 8mani di G. Trombetta)
G. Rossini, Sinfonia, da “La gazza ladra” (riduzione a 8 mani di M. Decourcelle)
G. Rossini, Sinfonia, da “Guglielmo Tell” (riduzione a 8mani di F. Fasanotti)

I SERVIZI EDUCATIVI:

Qual è il nostro ruolo?
Crediamo che il Museo sia un luogo di crescita culturale, scoperta, confronto, integrazione e inclusione sociale. Lo immaginiamo aperto alla città e al mondo. Vogliamo che sia per tutti un posto piacevole e gioioso: un luogo di cui innamorarsi.
Esiste un diritto al patrimonio culturale, che va conquistato abbattendo tutte le barriere, visibili ed invisibili. Lo affermano sia l’articolo 9 della Costituzione italiana che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Noi dei servizi educativi della Pinacoteca di Brera lavoriamo per aprire le porte del museo, per renderlo accessibile al più ampio numero possibile di persone.

Cosa facciamo?
Proponiamo – per adulti, bambini, singoli e famiglie – visite e approfondimenti gratuiti (Brera si racconta).
Cerchiamo strade nuove per raggiungervi in modo inedito (#breraunaltrastoria e #raccontamibrera e fra poco arriveranno nuove proposte… curiosi?).
Dedichiamo progetti specifici alle scuole di vario ordine e grado (Alla scoperta di Brera, A Brera anch’io).
Coordiniamo le attività di divulgazione del concessionario di servizi (Aster) e condividiamo anche le attività didattiche dell’Associazione Amici di Brera (Il Museo, una risorsa per la scuola)

Il personale dei Servizi Educativi lavora per valorizzare il museo come ambiente educativo dotato di proprie specifiche caratteristiche e per renderlo accessibile al più ampio numero possibile di persone.
Lo Staff, personale interno qualificato della Pinacoteca di Brera, organizza ogni mese, da giovedì a sabato, laboratori e percorsi gratuiti, compresi nel prezzo del biglietto d’ingresso:

BRERA SI RACCONTA: alla scoperta della Pinacoteca e delle sue collezioni.

• ITINERARI al sabato che offrono al visitatore uno sguardo attento e dettagliato sulle collezioni della Pinacoteca di Brera.
• ITINERARI-LABORATORI, il sabato pomeriggio, per bambini da 5 a 12 anni, per avvicinare i più giovani al mondo dell’arte e del museo.
• MEZZ’ORA CON… vengono proposti al pubblico dei brevi approfondimenti su opere e artisti della Pinacoteca in occasione delle mostre temporanee.

OFFERTA AMICI DI BRERA:

L’Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi, fondata nel 1926 per sostenere la Pinacoteca di Brera e diffondere la conoscenza del patrimonio artistico, offre percorsi rivolti ad ogni tipo di pubblico.
• PER GLI ADULTI: visite guidate a Brera, in lingua italiana – inglese – francese – tedesco e spagnolo. Le visite possono essere rivolte ai maggiori capolavori o rivolgersi approfonditamente solo ad alcune opere richieste.

PER LE SCUOLE:

• SCUOLA DELL’INFANZIA: percorsi che prevedono una visita guidata in Pinacoteca alla scoperta del luogo “museo”seguiti da un approfondimento delle tematiche della visita grazie ad un laboratorio appositamente costruito.
• SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA: la visita guidata prevede la distribuzione di materiale didattico a ciascun allievo, a seconda dell’itinerario prescelto dall’insegnante.
• LICEI E GLI ISTITUTI SUPERIORI: oltre a sensibilizzare gli studenti al rispetto del patrimonio culturale ed alla sua conoscenza, i percorsi offrono gli strumenti per comprendere il fenomeno artistico nelle sue varie articolazioni.
• CORSO D’AGGIORNAMENTO “IL MUSEO, UNA RISORSA PER LA SCUOLA”: da 17 anni l’Associazione sostiene il corso d’aggiornamento rivolto agli insegnanti delle scuole secondarie inferiori e superiori, riconosciuto dall’ufficio scolastico regionale. Il corso ed il materiale in distribuzione sono completamente gratuiti e le lezioni sono tenute da esperti di storia dell’arte e di didattica.

OFFERTA ASTER:

Aster è una società specializzata nella didattica museale, incaricata dei servizi di guida e assistenza didattica presso la Pinacoteca di Brera, in italiano o in lingua straniera. Tutte le attività didattiche sono concordate con i Servizi educativi della Pinacoteca di Brera, che ne curano la correttezza dei contenuti ed il rispetto delle specificità. E’ possibile scegliere un percorso itinerante, relativo a un determinato periodo storico o storico-artistico, che viene affrontato con la visita di opere della Pinacoteca e di monumenti ed edifici limitrofi al Palazzo di Brera.

• PER GLI ADULTI: percorsi guidati attraverso le collezioni del Museo – incentrati o sui capolavori della Pinacoteca, o su opere relative ad un preciso arco cronologico o sulla storia degli allestimenti – per contribuire ad approfondire le competenze e a fornire strumenti di lettura che arricchiscano il proprio bagaglio culturale.

• PER LA SCUOLA DELL’INFANZIA: visite guidate accompagnate da attività semplici ed interattive, per avvicinare i più piccoli al mondo dell’arte stimolando curiosità e partecipazione.

• PER LA SCUOLA PRIMARIA: visite dedicate alle opere più significative delle collezioni, viste con l’occhio del pittore e con l’ausilio di materiale didattico, ma anche percorsi rivolti alla scoperta delle istituzioni ospitate nel Palazzo di Brera e delle diverse attività di conservazione, ricerca e divulgazione che vi si svolgono. Per il primo e il secondo ciclo della scuola primaria l’offerta è differenziata, con percorsi incentrati su tematiche particolari come il colore, il ritratto o il paesaggio, che possono essere approfonditi anche attraverso un’attività di laboratorio.

• PER LA SCUOLA SECONDARIA: visite guidate alle collezioni, che possono, su richiesta, essere o incentrate su un determinato arco cronologico e sviluppate con diverso grado di complessità, per accompagnare il percorso di studio di storia dell’arte condotto dagli studenti, oppure circoscritte all’approfondimento “sul campo” di argomenti affrontati in varie discipline del programma scolastico.

DA NON PERDERE A DICEMBRE:

01/12/2018 | 02/12/2018 | 06/12/2018 | 12/12/2018 Giovani e adulti
Chiacchierata tra le sale di Brera.
Percorso dedicato a: tutti Quando: 01/12/2018 | 02/12/2018 | 06/12/2018 | 12/12/2018 Orario: sabato 1 dicembre, ore 11.00; domenica 2 dicembre, ore 9.30 e 12.00; giovedì 6 dicembre, ore 20.30; mercoledì 12 dicembre, ore 11.00.
Brera propone ai suoi visitatori un tour gratuito della Pinacoteca (incluso nel biglietto d’ingresso) che racconterà la storia del museo e delle sue collezioni, con speciale attenzione ai grandi capolavori.
Un excursus storico-artistico volto a far conoscere uno dei più importanti musei nazionali che, con il riallestimento in corso, vuole raccontarsi a tutti in modo nuovo.

SPECIALE RESTAURO
Il restauro trasparente è a cura dei restauratori della Pinacoteca di Brera.
Percorso dedicato a: tutti Quando: 13/12/2018 Orario: 12.00.
Nel corso dell’incontro sarà presentato il laboratorio nella sua struttura, con approfondimenti relativi alle attività di conservazione e ai restauri in corso, lasciando spazio alle domande dei visitatori.

SPECIALE OSPITE: "La Cena in Emmaus" di Rembrandt
Percorso dedicato a: tutti Quando: 15/12/2018 Orario: 11.30 Durata: 45'.
Visita dedicata alla Cena in Emmaus di Rembrandt, in prestito dal Musée Jacquemart-André di Parigi, tra le opere più significative del periodo in cui il grande maestro olandese tenne bottega nella natia Leida, prima di trasferirsi nella più ricca Amsterdam.
Cristo è una silhouette scura, generata da una forte luce della quale non vediamo l’origine: è una luce simbolica che ai discepoli stupiti manifesta il Risorto e a noi quanto Rembrandt sia già poeta di luce.

TALKS IN THE GALLERY:
Reserved for: all When: 15/12/2018 Hour: 11.00 a.m.
We offer to our visitors a free guided tour (all included in the ticket cost) that will lead you through the gallery rooms, telling you the history of Brera Museum and its collections, with special attention to the great masterpieces. It is a historical and artistic excursus to know one of the most important national museums in Italy.

13/12/2018 Pinacoteca di Brera, Sala della Passione
Guido Crepax 'Lanterna Magica'
Bottega Brera – La Pinacoteca di Brera e Skira editore hanno il piacere di invitarla alla presentazione della nuova prestigiosa LIMITED EDITION.
Orario: 17.30
Ingresso: ingresso libero fino ad esaurimento posti
Partecipano
Antonio, Caterina e Giacomo Crepax
Interviene
Paolo Barcucci
esperto di fumetto d’autore

Pubblicato per rendere omaggio alla prima edizione della graphic novel datata 1978, la Limited Edition di Lanterna Magica è un libro di grande formato impreziosito da tre serigrafie numerate e autenticate dall’Archivio Guido Crepax e da una tavola artistica autografata da Lorenzo Mattotti. La storia, interamente disegnata da Crepax, è esempio di grafica modernissima e di ambientazioni e contesti “fuori dalle dimensioni storiche”. La prima edizione era stata introdotta da un testo di Gillo Dorfles che qui viene riportato integralmente e che riposiziona il valore delle tavole di Valentina non solo all’interno della prospettiva creativa di Guido Crepax ma, soprattutto, nel conte- sto artistico del panorama europeo.

Scrive Gillo Dorfles: “Quali vicende attendono, ancora una volta, Valentina nelle tavole di questa nuovissima Lanterna Magica? Ancora le catene, le torture, le fustigazioni, gli adescamenti? O, invece, Crepax intraprende una ulteriore vivisezione del suo personaggio e lo immerge nel limbo della memoria per finalmente redimerlo? Valentina vive in un tempo e in uno spazio mitico, fuori dalle dimensioni storiche, dalle concatenazioni causali, ma tuttavia sottoposta a tutte le lusinghe, le attese, le ripulse, che nel mondo reale potrebbero aggredirla e invischiarla… In questo libro Crepax ci dà un quadro più complesso, forse il più completo della sua eroina… Infatti, scorrendo uno dopo l’altro questi fogli, ci addentriamo in un racconto che possiede un suo intreccio, un principio, una fine…
Mentre il costante ed ambiguo sorriso di Valentina, sotto la frangetta impeccabile alla Louise Brooks, continua ad ammaliare il lettore, forse troppo affascinato per riuscire a discernere di quali sottili astuzie si valga l’autore, per ottenere la costante palingenesi del suo personaggio”.

Le 216 pagine dell’opera sono stampate su preziosa carta avorio e arricchite da un omaggio autografo di Lorenzo Mattotti espressamente realizzato per il volume.
Il progetto Lanterna Magica, Skira Limited Edition, è tirato a 300 copie e diviso in tre varianti caratterizzate, ognuna, da una serigrafia autenticata dall’Archivio Crepax: Imitazioni, Riflesso e Bambole.
Il volume è contenuto in una scatola a pozzetto, interamente rivestita in tela, con tavola applicata e trancia bianca; ogni serigrafia è inserita in una cartella rivestita in tela posta sopra il volume.
La scatola è contenuta in un canneté protettivo.

PINACOTECA DI BRERA
Via Brera, 28
20121 Milano
fax: +39 02 720 011 40
pin-br@beniculturali.it
Segreteria della direzione
Amedea Fariello
tel. +39 02 722 63 203
PRENOTAZIONI
www.vivaticket.it
tel. 02 92 800 361

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- Libri

Christmas happiness / Natale con voi - libri e altro

CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON NOI

In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

Quello riproposto qui di seguito è un articolo datato al Natale 2017 (rivisto e aggiornato) che penso possa interessare quanti oggi si pongono domande sulla validità dei simboli di questa festa ormai millenaria con la quale onoriamo la sacralità dell’Avvento, che non è solo d’appartenenza alla religiosiotà cristiana, bensì all’intera comunità antropica che vede nella famiglia un approccio di ricongiungimento con la natura umana.
L’articolo non da risposte, in qualche caso semmai, suscita ulteriori domande; per quanto io credo possa entrare nelle argomentazioni dei molti, a incominciare proprio da quella fede cristiana che in parte ha contribuito alla creazione di tanta storia che ci riguarda da molto vicino: dalla letteratura, all’intrattenimento, alla visualizzazione di tanta arte che ancora oggi illumina il mondo.

Ɣ - MEDITAZIONE DI DON LUCIANO - III Domenica di Avvento, ci vuole un segnale luminoso!
“Dal Vangelo secondo Giovanni” (1,6-8. 19-28):

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. Giovanni rispose loro: “Io battezzo nell’acqua in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me; a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”. Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

La dimensione dell’attesa del Signore non può concludersi con la festa di Natale, ma la testimonianza del Signore che viene deve durare per tutta la nostra vita. La liturgia non ci parla mai in astratto. Ci dà degli esempi concreti; passa la parola ai testimoni.
In questa terza domenica di Avvento tocca ancora a Giovanni Battista: il primo vero testimone di Gesù. Dice l’evangelista Giovanni: il Battista venne come testimone; venne per rendere testimonianza alla luce (Cristo è la luce). La nostra felicità di uomini sta tutta nel vivere una bella relazione con Dio e in particolare con il Signore Gesù.
Mi piace allora soffermarmi un po’ sulla relazione stretta che intercorre
tra il Battista e Gesù:

Partiamo dal Vangelo. Sacerdoti e levìti, inviati da Gerusalemme, interrogarono Giovanni: ‘Chi sei tu?’ Giovanni risponde con tre ‘no’: Io non sono il Cristo! Io non sono Elia! Io non sono il profeta! Dicendo: ‘Io non sono!’, in un certo senso Giovanni dimostra di non avere una sua identità. La sua identità è quella di non avere identità. L’identità di Giovanni consiste in una sorta di progressiva autoriduzione, così da occupare il minor spazio possibile; Lui deve crescere, io devo diminuire (Gv 3,30). Invece di scegliere la via dell’addizione (titoli, competenze), come spesso facciamo noi, preoccupati di gettare luce su noi stessi (identità narcisistica), lui sceglie la via della sottrazione: ‘Io non sono!’. Ma la sua non è una testimonianza negativa, come di un depresso, che dice di non valere niente, con il complesso di inferiorità a fior di pelle.

Perché subito dà di sé una testimonianza positiva:‘Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore!’. Come dire: io non sono quello che gli altri credono di me; io non sono il mio ruolo e neanche il mio peccato. Io sono voce, un Altro è la Parola; io sono trasparenza di qualcosa che viene da oltre. Io sono persona=suono che cresce, voce che sale. Io sono al secondo posto, Perché so chi tiene il primo posto! Giovanni ha trovato la sua identità non in se stesso, ma in un Altro.La sua identità è tutta relativa a Cristo, sta tutta nella relazione con Cristo. Il Battista non lavora per se stesso, ma per un Altro. È voce che prospera e che indicherà il Cristo ai suoi discepoli. E i suoi discepoli seguiranno il Signore.

Del resto, a pensarci bene, solo Cristo può dire: ‘IO SONO’ (eco del nome divino: JHWH). Per cui, la nostra identità ci rimanda oltre a noi, ad un Altro; si fonda tutta sull’IO SONO di Cristo. Se noi non siamo ben collegati con l’identità di Cristo, noi ‘non siamo’, anzi, non siamo niente! Senza di me non potete far (essere) niente!La Chiesa deve preoccuparsi di indicare il Cristo e non se stessa. La tentazione del prestigio e del potere è sempre presente. Mi pare che il compito essenziale della Chiesa e del cristiano sia indicare Cristo e fare in modo che gli uomini incontrino lui personalmente, che interiorizzino la sua presenza. L’azione rappresentativa è ciò che conta e non l’azione produttiva. […]

Forse oggi l’annuncio del Vangelo spesso non è capace di conquistare e di accendere il cuore delle persone, perché viene dispensato dall’alto, da chi ama dire ‘io’ e si atteggia a professionista della Parola di Dio, invece di sentirsi discepoli e servitori. Giovanni Battista ammonisce la Chiesa e gli evangelizzatori a non esigere sguardi su di loro, a non parlare di se stessi, a non trattenere presso di sé chi deve essere condotto solo a Cristo! In questo tempo di narcisismo religioso, Giovanni è una presenza che ci interroga e ci giudica.Facciamo in modo che la nostra relazione con Cristo diventi talmente stretta da arrivare a dire anche noi con S. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me! Non agisco più secondo la mia coscienza, ma secondo la coscienza e l’Io di Cristo”. Solo così il cristiano è uno che ‘fa problema’ agli occhi degli altri. È uno che con la sua presenza interpella, scuote, sconcerta, mette in crisi le certezze abituali e costringe a cercarne delle altre.

‘Dicono gli empi: “Tendiamo insidie al giusto, che è per noi di incomodo... è diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade...’ (Sap 2, 12. 14-15).Se siamo presenza neutre e insignificanti, perché pienamente omologate al mondo circostante, integrate nei gusti, nelle scelte, nei rituali mondani di tutti, abbiamo già fallito la nostra identità di cristiani. Ciò che importa è essere in mezzo ai fratelli con la massima naturalezza, ‘da cristiani’. Questo sicuramente porterà gli altri a interrogarsi sul segreto di questa diversità. Proclamare la differenza cristiana in mezzo agli altri nella massima naturalezza.

È ben giusto che Giovanni, inviato per annunciare l’imminente venuta del supremo giudice, riceva il titolo di angelo, di messaggero, perché il suo nome non deve essere indegno della missione che svolge. […] E che nessuno mi venga a dire: “Io non sono capace!”. Se credete di aver fatto qualche passo avanti, cercate di trascinare anche gli altri con voi; guardatevi dal rifiutare al prossimo l’elemosina della parola. E’ su di lui, il giudice sovrano, che dovete fissare lo sguardo del vostro cuore; è lui che dovete rendere presente allo spirito di coloro che vi circondano. In questo modo, se non trascurate di annunciare la sua venuta per quanto siete capaci di farlo, meriterete di essere annoverati da lui, come Giovanni, nel numero degli angeli’ (S. Gregorio Magno).
a cura di Mirella Clementi miry.clemy@gmail.com


Ɣ - GLI INTELLETTUALI GIUDICANO LA RELIGIONE
Da "Almanacco di filosofia" - MicroMega newsletter | 14 dicembre 2017 | www.micromega.net

l rapporto fra gli intellettuali e la religione è il tema principale dell’Almanacco di filosofia di MicroMega,ebook [Amazon Apple BookRepublic Feltrinelli] e iPad.
A distanza di quasi settant’anni, la rivista diretta da Paolo Flores d'Arcais ripubblica il questionario che la storica rivista della sinistra americana Partisan Review sottopose nel 1950 ad alcune delle più importanti personalità dell’epoca. Per la prima volta sono presentate oggi al lettore italiano le risposte che diedero allora il poeta W.H. Auden e i filosofi John Dewey e J.A. Ayer, i quali si interrogavano sui motivi di ciò che appariva come un ritorno della religione.

Tra gli autori contemporanei che hanno risposto ora allo stesso questionario riproposto da MicroMega corredato da un addendum, Ian Tattersall, Jack Miles, Silvio Garattini e Giulio Giorello si concentrano sul difficile rapporto che ha sempre caratterizzato fede e scienza. È invece più direttamente il connubio fra religione e politica al centro di un altro gruppo di risposte:

Niles Eldredge ricostruisce dal punto di vista della biologia evoluzionistica la relazione fra organizzazione socio-economica e dimensione teologica; Paula Fredriksen delinea una breve genealogia della relazione fra fenomeno religioso e istituzioni politiche a partire dal pluralismo pratico pagano; Siri Hustvedt rileva un dualismo manicheo, che caratterizza la società contemporanea, denunciando i limiti di una cultura fondata sulla paura della contaminazione. Infine, secondo Boualem Sansal, la crisi delle ideologie del XX secolo è una delle ragioni di un revival della religione che sfocia in quei fenomeni sempre più noti quali fondamentalismo, integralismo e settarismo, mentre Ayaan Hirsi Ali mette a confronto l’evoluzione storico-filosofica del cristianesimo e dell’islam, sottolineando come quest’ultimo sia la cartina al tornasole di una sfida che l’Occidente deve affrontare.

Il numero ospita anche la voce di Roger Lenaers, rappresentante della ricerca teologica di frontiera nota come paradigma post-religionale, che si esprime sul rapporto fra modernità e fede. In conversazione con Claudia Fanti, il gesuita belga racconta il suo impegno per una riformulazione completa della dottrina cattolica e per una religione senza dogmi né gerarchie. È ancora la religione il tema di uno dei due inediti pubblicati per la prima volta in italiano: alcuni estratti da "Il Sacro Contagio" scritto dal barone Paul-Henri Thiry d’Holbach – accompagnati da una presentazione di Paolo Quintili – opera chiave della battaglia filosofica dell’Illuminismo e uno tra i testi fondatori dell’ateismo contemporaneo.

Il secondo inedito è una conferenza di Theodor W. Adorno, La cultura risorta, scritta nel 1949 in occasione del ritorno a Francoforte dall’esilio americano, in cui, come spiega l’introduzione di Leonardo V. Distaso, l’autore si interroga sulle reali condizioni di una rinascita, sul futuro della Germania e, più in generale, dell’Europa. In omaggio uno dei maggiori filosofi italiani del dopoguerra, MicroMega ripubblica inoltre il saggio di Guido Calogero, Leggendo Heidegger, serrata critica all’autore di Essere e Tempo, il cui pensiero si caratterizza – come sottolinea nella sua presentazione Giorgio Cesarale – per una commistione fra gnoseologia moderna e ontologia antica, risultando così ostile a una mentalità scientifica.

Arricchisce il numero una sezione dedicata all’“antifemminismo dei gender studies”, la quale comprende tre testi – di Vojin Saša Vukadinovic, Judith Butler e Sabine Hark, e infine Alice Schwarzer – che hanno animato ad inizio anno il dibattito in Germania sulla deriva identitaria e settaria degli studi di genere, sul rapporto fra sessismo e razzismo, emancipazione e appartenenza, diritti e politiche identitarie, interrogandosi su cosa vuol dire oggi esser femminista.

A dieci anni dall’uscita del volume "The Lucifer Effect" pubblicato dallo psicologo P. Zimbardo e dallo scandalo di Abu Ghraib, Carlo Scognamiglio ritorna nel suo saggio sul tema dei processi di deumanizzazione, che trasformano l’uomo in carnefice e chiamano a una riflessione sull’origine del male. Chiude il numero lo scambio fra la psicoanalista Simona Argentieri e il premio Nobel per la letteratura J.M. Coetzee: un dialogo che affronta la questione della verità e della narrazione, si allarga dalla dimensione individuale a quella collettiva e tocca i nodi salienti delle società contemporanee, come il pregiudizio, le illusioni trascendenti, le culture post-coloniali fino all'aggressività umana e ai tentativi di controllarla.

Il Sommario:
“Heri Dicebamus”
Guido Calogero con una presentazione di Giorgio Cesarale - Leggendo Heidegger
Oggi c'è chi, con aria di novità, afferma che la filosofia di Heidegger sia contro la scienza. Una critica perfettamente condivisibile, che però non è affatto nuova. Già nel 1942 Guido Calogero analizzava con lucidità e una punta di sarcasmo tutti i nodi critici del pensiero heideggeriano. A partire dalla intollerabile commistione fra gnoseologia moderna e ontologia antica. Un testo, pubblicato nel 1950 dalla Rivista di Filosofia, che riproponiamo al lettore come omaggio a un filosofo ingiustamente trascurato.

ICEBERG 1 - gli intellettuali e la religione (2)
W.H. Auden – “La religione minacciata dall’arte”:
“Viviamo in un periodo storico di rivalità tra diversi fanatismi religiosi”, “vivremo in un mondo sempre più contraddistinto da una sola cultura ma da tante fedi (assumendo, beninteso, che il comunismo non conquisti infine l’intero pianeta)”. Nel pensare il rapporto fra religione e intellettuali si è portati a ragionare sulla maggiore o minore compatibilità della prima con la scienza. Ma per il grande poeta anglo-americano, interpellato nel 1950 dalla Partisan Review nell’ambito della sua inchiesta su ‘intellettuali e religione’ quello con la scienza non è affatto il rapporto più problematico, perché la Chiesa avrebbe ormai imparato ad accettare le acquisizioni della scienza. Il vero conflitto è fra religione e arti, per le quali dogmi e miti sono la stessa cosa.

A.J. AYER – “L'illusione consolatoria della religione”:
A molti risulta insopportabile l'idea che ciò che esiste e accade – inclusi noi stessi – sia del tutto contingente, con la conseguenza che il valore e il senso della vita dipendono interamente da noi. E per questo trovano consolatoria l'illusione fornita dalla religione che ci possa essere una risposta alle domande di senso. Eppure, concludeva quasi settant'anni fa uno dei capiscuola della filosofia analitica interpellato dalla Partisan Review, prendere coscienza della propria finitezza avrebbe una conseguenza della massima importanza: riconoscere che, “se la vita dev’esser degna di essere vissuta, sta a noi renderla tale”.

John Dewey - La scienza nell'epoca della sfiducia
Le due guerre mondiali hanno rappresentato uno spartiacque nella storia, mettendo in crisi la fiducia, prima piuttosto diffusa, in un costante progresso dell'umanità. Questa crisi ha travolto anche la scienza, che ha dimostrato di poter servire anche la causa della morte e della distruzione. Questa, secondo il celebre filosofo statunitense, la ragione del ritorno del religioso sperimentato agli inizi degli anni Cinquanta, quando la Partisan Review propose la sua inchiesta. Anche se le stesse religioni – e la storia lo dimostra – sono state foriere di conflitti e violenze.

Boualem Sansal – “Vuoto esistenziale, violenza e ritorno della religione”:
La religione si caratterizza da sempre per la sua forza evocativa, la sua capacità di mobilitazione e il potere di rispondere a un bisogno di senso. Radicata nella realtà antropica in virtù della prospettiva escatologica che consola l’essere umano dalla paura della morte, implica però dinamiche di potere e si costituisce come sistema di governo e organizzazione. A seguito della crisi delle ideologie del XX secolo, della delusione della promessa democratica, della cultura dell’eccesso assurta a hybris edonista, e delle conseguenti frustrazioni, assistiamo ad un revival della religione: che nella società contemporanea riconquista una centralità come violenza apocalittica e purificatrice, con i caratteri del fondamentalismo, dell’integralismo e del settarismo.

Silvio Garattini – “L'amore per l'altro che unisce scienza e fede”:
Se scienza e religione si fondano su princìpi completamente diversi e dunque in sé non possono ‘dialogare’, scienziati e ricercatori possono – e sarebbe auspicabile che lo facessero – mettersi in reciproco ascolto. Perché quel che muove – o dovrebbe muovere – entrambi è l'amore per il prossimo e per il nostro pianeta. Su temi come la salute e l'ambiente, pertanto, un simile dialogo non può che portare frutti positivi.

Siri Hustvedt – “Contaminazione vs dogma”:
Le tesi psicoanalitiche di Melanie Klein e Otto Kernberg e la cibernetica di Norbert Wiener – così come i discorsi demenziali del senatore McCarthy settant’anni fa e di Donald Trump oggi – mettono in luce come la nostra cultura si fondi su un dualismo comune a politica, religione e scienza. Teso ad assicurare purificazione, ordine e immortalità, tale dualismo rischia di produrre una concezione manichea che, attraversando la società in generale, mette al bando ogni forma di contaminazione, ambiguità o compromesso. Contro ogni dogma sembra allora opportuno, come afferma l’autrice attraverso il riferimento a Mary Douglas, prendere coscienza del fatto che la purezza è nemica del cambiamento e augurarsi un allentamento di confini netti fra ordine e caos, bene e male.

Ian Tattersall – “Quel pendolo che oscilla tra scienza e fede”:
La recente rinascita della religione negli Stati Uniti – e la sua rinnovata espressione nella sfera politica – ha radici profondamente economiche. La fase di espansione senza precedenti che caratterizzò la seconda metà del XX secolo, vide scienza e secolarismo avanzare, mano nella mano, verso quello che si pensava un futuro migliore e più razionale per il genere umano. Oggi che l'economia mondiale procede a tentoni verso l'ignoto, vediamo un'attività religiosa fondamentalista militante non solo proliferare negli Stati Uniti, ma espandersi progressivamente da una parte all'altra del nostro già sovrappopolato pianeta. In tempi buoni, a quanto pare, abbiamo meno bisogno di Dio. E viceversa.

Jack Miles – “La scienza non spiega tutto”:
Quando la Partisan Review pubblicò la sua indagine sul rapporto tra intellettuali e religione, l’adesione alle varie Chiese aveva raggiunto livelli mai registrati prima (e mai più raggiunti). In Europa, i partiti dichiaratamente cattolici andavano al potere giocando un ruolo fondamentale nella ripresa dal fascismo. Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman: erano tutti politici accomunati da un cattolicesimo condiviso, tra i quali, naturalmente, occorre annoverare anche Charles de Gaulle. Oggi invece né da una parte né dall’altra dell’Atlantico è dato trovare un loro equivalente contemporaneo, antifascista e formato su ideali religiosi. A contrastare il declino verso la disintegrazione sociale non sono emerse ideologie laiche o nuove visioni religiose. Il panorama è dominato da una desolante ipocrisia spirituale.

Paula Fredriksen – “Dal pluralismo pagano al Dio totalitario. Breve storia del rapporto fra religione e politica”:
La storia ci insegna che tra religione e politica c’è sempre stato un rapporto inscindibile, tanto che l’Illuminismo rappresenta una breve parentesi di secolarismo che non mette però in questione questo legame che caratterizza l’Occidente. A partire dalle forme di evangelicalismo della destra americana e del jihadismo islamico contemporaneo, l’autrice delinea una breve genealogia dei rapporti fra fenomeno religioso e organizzazione politica: risalendo fino al pluralismo pratico dell’antica Grecia, il saggio ripercorre le tappe che hanno condotto alle persecuzioni e al mondo moderno per mostrare così le implicazioni fra istituzioni e fede.

Giulio Giorello – “La scienza antidoto al fanatismo”:
Se da un lato ciascuno, dunque anche gli scienziati, può credere in quel che vuole – credenze che sono libere finché però non nuocciono agli altri – dall'altro, chi lavora nel campo della scienza non dovrebbe permettere che la sua eventuale fede interferisca con la sua ricerca. Peraltro, al contrario di quel che di solito si sostiene, scienza e tecnologia “sono riuscite a realizzare, seppur con non poche 'contorsioni', una profonda unità spirituale, ben superiore a quella tentata senza successo da troppi 'folli di Dio'”.

Niles Eldredge – “La genesi della religione spiegata dalla biologia evoluzionistica”:
L’intreccio fra scienza, religione e politica caratterizza la cultura americana, che si distingue, non solo negli ultimi anni, per un diffuso atteggiamento antiscientifico e per la persistenza di posizioni creazioniste. Eppure scienza e religione hanno due ambiti di pertinenza separati: la prima si occupa dei dati naturali e dei processi causali sottostanti, mentre la seconda concerne lo spirituale. L’ ripercorre il processo evolutivo dagli ecosistemi locali alla rivoluzione agricola per mostrare come la religione abbia sempre a che fare, allora come oggi, con il dominio sulla natura, con il nostro posto nel mondo e con la nostra auto-comprensione come specie.

Ayaan Hirsi Ali – “Islam senza libertà e cristianesimo secolarizzato”:
Riflettere sul ruolo della religione nella nostra società o sul suo rapporto con la cultura implica declinare ‘religione’ al plurale poiché, per limitarsi a un esempio, cristianesimo e islam sono molto diverse tra loro. La scrittrice somala autrice di Infedele e della sceneggiatura del film ‘Submission’, costretta ad abbandonare l’Olanda dopo l’assassinio del regista Theo van Gogh, ripercorre le tappe storico-filosofiche di entrambe le confessioni per evidenziarne le differenze – le dichiarazioni di papa Gelasio I e trattati di Vestfalia per il cristianesimo, il passaggio da La Mecca a Medina per l’islam. Per concludere che, mentre la tara dell’islam è il disconoscimento del singolo, il mondo occidentale ha conquistato con Locke e l’Illuminismo libertà di espressione e di coscienza come secolarizzazione del cristianesimo.

INEDITO 1
Paul-Henri Thiry d'Holbach con una presentazione di Paolo Quintili – “Il Sacro Contagio, o storia naturale della superstizione”:
Chimera nociva, albero dai frutti nefasti, vaso di pandora colmo dei peggiori mali: sono solo alcune delle metafore con cui l’ descrive la religione, foriera di superstizione, menzogne e schiavitù. Attraverso l’espediente della dissimulazione, nel XVIII secolo il barone d’Holbach pubblica sotto falso nome una vera e propria requisitoria contro la religione (fin qui inedita in italiano) mettendone in luce le incongruenze, i limiti e le imposture. Dalla questione della teodicea alle contraddizioni di una presunta rivelazione fino alle conseguenze politiche come l’idolatria, la religione appare, da un punto di vista teorico, incoerente e illogica e, nei suoi effetti pratici, strumento di potere e giogo dei popoli. Il principale scopo raggiunto nel corso dei secoli è l’aver soffocato la capacità di giudizio e impedito il libero uso della ragione umana.

ERESIA CATTOLICA
Roger Lenaers in conversazione con Claudia Fanti – “Un gesuita contro il Dio Onnipotente”:
È possibile pensare a una religione senza dogmi, senza gerarchie, senza la pretesa di possedere la verità assoluta? È la domanda alla base della ricerca teologica di frontiera nota come paradigma post-religionale, che negli ultimi anni ha visto un fiorire di riflessioni a opera di teologi come John Shelby Spong, José Maria Vigil e molti altri. Una ricerca che intende riformulare ogni aspetto della dottrina, a cominciare dalla stessa immagine divina, perché nel mondo moderno non c'è più posto per un Dio concepito come un essere con un potere soprannaturale che dimora al di fuori dell'universo. Parla il gesuita belga autore de Il sogno di Nabucodonosor. La fine di una Chiesa medievale, tra i libri apripista in materia.

INEDITO 2
Theodor W. Adorno con una presentazione di Leonardo Distaso – “La cultura risorta”:
In questo testo, pubblicato qui per la prima volta in italiano e scritto in occasione del suo ritorno a Francoforte nel 1949 dopo il periodo di esilio, Adorno prende in esame la situazione tedesca e il clima intellettuale dell’epoca attraverso un confronto con l’esperienza vissuta negli Stati Uniti e, soprattutto, con gli anni successivi alla prima guerra mondiale. La stagnazione della cultura, l’aridità e l’isolamento che il nazionalsocialismo ha lasciato dietro di sé spingono il filosofo a una riflessione sulle reali condizioni di una rinascita culturale, sul concetto di spirito, sul futuro del pensiero critico, nonché sul destino della Germania e, più in generale, dell’Europa. L’analisi di uno dei teorici più importanti del secolo scorso fra barbarie ed emancipazione, passato e utopia, conformismo e libertà.

ICEBERG 2 - l'antifemminismo dei “gender studies”.
Vojin Saša Vukadinovic – “Dall’emancipazione della donna alla difesa del burqa”:
La deriva che stanno avendo i gender studies è paradossale. Il punto di partenza di questo nuovo ambito di ricerca, infatti, era la completa emancipazione dell'essere umano da ogni vincolo, fosse anche quello del genere biologico. Il punto di approdo, invece, sembra oggi essere quello della censura e del politicamente corretto. Fino all'assurda e incomprensibile giustificazione del burqa e delle mutilazioni genitali femminili da parte di Butler&Co.

Judith Butler e Sabine Hark – “Diffamazione”:
Judith Butler, insieme alla collega tedesca Sabine Hark, risponde con veemenza alle critiche che da più parti vengono rivolte ai gender studies, accusati di aver perso la bussola del femminismo. Nella loro replica, Butler e Hark arrivano a denunciare le critiche subite come trumpismo e ad accusare i loro detrattori di aver deliberatamente ignorato la complessità degli studi di genere, utilizzando spudoratamente una 'grammatica della violenza'.

Alice Schwarzer – “Razzista a chi?”:
Con la retorica del rispetto ‘dell'alterità dell'altro’ molti esponenti dei gender studies, Judith Butler in testa, finiscono per giustificare intollerabili violazioni dei diritti umani in generale, e dei diritti delle donne in particolare, quando queste vengono perpetrate in contesti ‘altri’ dal nostro. Ma per una femminista, come spiega la fondatrice e direttrice della rivista tedesca Emma, i diritti universali delle donne devono essere l'unico faro, contro l’intimidazione rappresentata delle accuse di razzismo e islamofobia.

SAGGIO
Carlo Scognamiglio – “La normalità del mostro: a dieci anni dall’‘Effetto Lucifero’”:
Una decina di anni fa, durante il processo a uno dei militari statunitensi accusati di abusi in Iraq, il team della difesa coinvolse il celebre psicologo statunitense Philip Zimbardo al fine di dimostrare come vi fossero delle responsabilità non direttamente imputabili al loro assistito, bensì alla catena di comando che aveva in qualche modo predeterminato quegli esiti distruttivi. Da quella esperienza nacque il famoso The Lucifer Effect: How Good People Turn Evil nel quale Zimbardo – che già aveva familiarità con la questione, essendo stato l’ideatore del celebre esperimento carcerario di Stanford del 1971 – analizza i modi in cui ciascun individuo può trasformarsi in carnefice. Lo scopo non è quello di sottrarre il singolo alle proprie responsabilità ma di allargare la platea dei responsabili in modo da limitare il più possibile l’esercizio di tutti quei potenti condizionamenti situazionali che incidono sulla capacità di decisione dell’individuo.

FUORI SACCO
Simona Argentieri – “La verità come mestiere”:
Qual è il rapporto tra il racconto di sé – in letteratura e in psicoanalisi – e la verità? Che ruolo gioca l'ambiguità nella dimensione psicologica individuale e in quella collettiva? Quale valore attribuire al perdono, nella storia personale di ciascuno di noi e anche in quella dei popoli, che inevitabilmente ciascuno di noi si porta appresso? Sono solo alcune delle sollecitazioni che la psicoanalista italiana Simona Argentieri propone sulla scorta della lettura dei testi del premio Nobel per la letteratura Coetzee.

J.M. Coetzee – “Il vero, il buono, il bello”:
Perché continuiamo a raccontare ai nostri bambini la storia di Babbo Natale, pur sapendo perfettamente che è falsa? Perché non si vive di sola verità: ‘La verità è troppo misera e nuda per coprirci’. Il premio Nobel per la letteratura Coetzee, di opere come Vergogna e Terre al crepuscolo, riprende in queste note alcune delle riflessioni proposte dalla psicoanalista italiana Simona Argentieri.

Ɣ - IL DIO IGNOTO – recensione libro di G. Napolitano, G. Ravasi, coord. F. De Bortoli ed. Corriere della Sera - Instant Book 2013.

In apertura di questo piccolo quanto interessantissimo libro è riportata una breve epistola del non ancora dimenticato Papa Benedetto XVI, risalente al 21 dicembre 2009 poco conosciuta o forse sottovalutata e che qui trascrivo per l'importanza profonda del messaggio lasciato da questo Apostolo di Pietro. Non in quanto teologica, bensì per il suo rapporto interno alla Chiesa, che risponde a una domanda che ci si poneva prima delle sue improvvise dimissioni che hanno lasciato tutti stupefatti: ‘dove sta andando la Chiesa?’
In realtà quanto in essa enunciato, esponeva a chiare lettere quella che Papa Benedetto XVI, in ragione di una possibile apertura ‘spirituale’ della Chiesa, rivolgeva a tutte le genti cui riferiva il suo ‘messaggio apostolico'. Una missiva che, nell’abbraccio con le altre confessioni, guardava a un possibile colloquio ‘aperto’ con gli atei e quindi con i non credenti, con i diseredati e con tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, erano (e sono) tenuti lontani dalla Chiesa, anche se non necessariamente dalla fede:
“Penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di «cortile dei Gentili» dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa.

Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”. (S.S. Benedetto XVI).Il riferimento è storico culturale, lo rivela Armando Torno nella postfazione al libro: “I Gentili nell’Antico Testamento erano gli appartenenti a stirpe non giudaica. Il termine corrisponde all’ebraico goyim. Indica, appunto, nazioni, popoli o etnie diversi da quella ebraica. Nel Nuovo Testamento, senza allontanarsi dalla sua accezione, diventa sinonimo di pagani, tanto che Paolo, impegnato a diffondere ovunque la parola di Cristo, è chiamato«Apostolo delle Genti». Nel Tempio di Gerusalemme, eretto durante i giorni e per volere di Erode il Grande, c’era un porticato esterno denominato Atrio dei Gentili. Si trattava dell’unica zona accessibile anche ai non ebrei. In essa, pur non potendo superarne i limiti, era possibile ritrovarsi, discutere, verificare le proprie tesi. Insomma, era un luogo dove la fede di coloro che si sentivano i veri credenti e quella degli altri aveva la possibilità di confrontarsi”.

È dunque questo il messaggio ultimo e forse il primo importante segno del pensiero di questo Papa dimissionario che tutti noi credevamo solamente concentrato nel far rispettare le ‘regole’ ferree di una Chiesa d’altri tempi e che, al contrario, ci lascia una grande importante eredità, cui la Chiesa, ma ancor prima tutti noi, dovremmo tener fede: la ri-costruzione oggettiva di quel ‘Cortile dei Gentili’ non più relegato al passato storico, quanto di apertura che guarda al futuro, che auspica l’incontro e il colloquio con le Genti.“Papa Benedetto XVI ha pensato a questo spazio sito nell’antica Gerusalemme – scrive ancora Armando Torno – per favorire la nascita di una serie di incontri culturali che, sparsi nel mondo, si adoperino per rinnovare la consuetudine al dialogo. L’iniziativa è stata affidata al Pontificio Consiglio della Cultura e al cardinale Gianfranco Ravasi in particolare, volutamente chiamata «Cortile dei Gentili». Il 5 e il 6 ottobre del 2012, dopo importanti tappe a Parigi, Svezia, Spagna Albania, gli incontri sono avvenuti in Italia a Bologna, a Firenze e ad Assisi. (..) L’invito di papa Benedetto XVI si è concretizzato con eventi che si svolgono ormai, per l’intensità dei contenuti, nel desiderio di «raccogliere e dae forma al grido spesso silenzioso e spezzato dell’uomo contemporaneo» verso Dio. Che , per un numero crescente di persone, rimane uno “sconosciuto”.

Va detto che ‘il fatto’ di per sé sorprende non poco se, a una tale corposità di intenti, riscontriamo aver partecipato personaggi di rilievo quali il Presidente Giorgio Napolitano, in un confronto diretto con il cardinal Gianfranco Ravasi, condotto da Ferruccio de Bortoli nelle due giornate che hanno avuto come tema, appunto ‘Dio, questo sconosciuto’. Un titolo che, nato nell’ambito del Pontificio Consiglio della Cultura, sotto l’egida di Papa Benedetto XVI, ha in sé una lieve provocazione e, al tempo stesso, riflette una problematica di non poco conto. In quell’occasione il conduttore F. de Bortoli ha posto domande sia a Napolitano sia a Ravasi, portando le due esperienze in una sorta dio zona franca, dove entrambi hanno potuto parlare del loro rapporto con Dio senza preoccuparsi dei rispettivi ruoli istituzionali.

È dunque in questo la forza di questo piccolo libro (poco più di 100 pagine) in cui il dibattito si discioglie in affermazioni di tipo ‘personale’ che mettono in luce sì le diverse e pur rispettabili posizioni ma, ancor più, si evidenzia lo spessore ‘umano’ la gentilezza d’animo dei due personaggi che, non in ultimo e lo si sente attraverso le righe, documentano perorare la stessa fede, anche se osservata e ‘vissuta’ da punti di vista diversi. Laurent Mazas che ha curato la prefazione al libro avverte essere “in questa prospettiva che s’intende l’aprirsi del Cortile dei Gentili come luogo di dialogo tra credenti e non credenti” e con “le altre religioni”, “soprattutto con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto, (..) cercando di scavare nel cuore delle questioni aprendosi alle ragioni dell’altro, fecondando il confronto con la coerenza della propria visione dell’essere e il rispetto per la visione altrui, a cui si riservano attenzione e verifica”.

Di particolare interesse sono i riferimenti testamentari all’Antico come al Nuovo Testamento (Ravasi), e quelli bibliografici ai contemporanei Bobbio, Bufalino, De Benedetti, Elia, ma anche a Nietzsche a Mann (Napolitano, De Bortoli) ed a personaggi della nostra storia-politica più recente (Napolitano), che destano non poche sorprese. La circostanza del tutto eccezionale – riferisce De Bortoli – cade nell’anno della Fede,il fatto che questa si svolga ad Assisi, luogo dello spirito e del messaggio francescano, la cattedra del dialogo interreligioso, il cenacolo della pace tra i popoli, aggiunge un significato particolare: il segno di un evento che resterà nella memoria di molti. Noi, non possiamo che ringraziare Ferruccio De Bortoli per aver permesso con questo libro, la testimonianza di un evento degno di essere ricordato che arricchisce di significato questo nostro tempo.

Recensione/saggio di Giorgio Mancinelli apparso in la recherche.it la rivista on-line che potete sfogliare gratuitamente che si avvale di numerosi autori, poeti, saggisti, giornalisti che raccolgono il plauso di tanti stimati lettori. Ai quali va il mio personale augurio di buona lettura e di Giorni Felici.


Ɣ AUDIOLIBRI E STORIE DI NATALE

Ψ – libro - AA.VV. “Racconti di Natale” - Lindau 2018
“Evviva! Arriva Natale! Esiste una festa più bella?” Ci sono le vacanze e le grandi riunioni di famiglia, i regali che è bello aspettare oltreché ricevere, i giochi insieme agli amici e ai parenti e qualche storia sui Natali di un tempo che nonni e zii raccontano con un po’ di nostalgia. Anche i grandi autori della letteratura italiana raccolti in questo volume ci raccontano il Natale di un tempo passato, e certo allora i regali erano molto diversi da quelli di oggi. Quello che però non è cambiato è il sentimento di gioia profonda che pervade ogni casa durante questa festa commovente e suggestiva che colma il cuore di speranza. I racconti raccolti in questo volume:
Grazia Deledda (1871-1936), “Comincia a nevicare e Il dono di Natale” , Premio Nobel per la Letteratura nel 1926.
Emma Perodi (1850-1918,) “Lo scettro del re Salomone e la corona della Regina di Saba, La storia del turbante e L’ombra del Sire di Narbona” , giornalista e scrittrice, importante autrice per l’infanzia.
Carlo Collodi (1826-1890), “La festa di Natale” , giornalista e scrittore, noto soprattutto come autore di “Pinocchio”.
Renato Fucini (1843-1921), “Il rublo fatato” , poeta e scrittore.

Ψ - eBook - Grazia Deledda – “Il Natale del consigliere” – La Case Books - Durata: 27Min
Narratore: Gaetano Marino.
"Il Natale del consigliere" è un racconto intriso di poesia e romanticismo. Un uomo torna nella sua Sardegna dopo aver fatto fortuna, ma più si avvicina all'isola amata e più si rende conto di essere profondamente solo. Appena sbarcato andrà alla ricerca di un suo vecchio amore per provare a costruire un nuovo futuro”. Un classico titolo natalizio per vivere la magia del Natale tra le parole e le emozioni della grande letteratura.

Ψ - libro - Massimo Cacciari “Generare Dio” – Il Mulino 2018
La figura della Vergine col suo bambino ha svolto un ruolo straordinario nella civiltà europea. Attraverso questa immagine, che assume forme diversissime, che è chiamata e invocata con nomi anche contrastanti, questa civiltà non ha pensato soltanto il proprio rapporto col divino, la relazione di Dio con la storia umana, ma l’essenza stessa di Dio. Perché Dio è generato da una donna? Pensare quella Donna costituisce una via necessaria per cogliere quell’essenza. E le grandi icone di quella Donna, come la Madonna Poldi Pezzoli del Mantegna, non sono illustrazioni di idee già in sé definite, bensì tracce del nostro procedere verso il problema che la sua presenza incarna.

Massimo Cacciari è professore emerito di Filosofia nell’Università San Raffaele di Milano. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo «Il potere che frena» (2013), «Labirinto filosofico» (2014), entrambi per Adelphi; per il Mulino: con P. Coda «Io sono il Signore Dio tuo» (2010); con E. Bianchi «Ama il prossimo tuo» (2011); con P. Prodi «Occidente senza utopie» (2016).

Ψ - libro - AA.VV. “Poesia Europea Contemporanea” – Cierre Grafica 20001
L'antologia Poesia Europea Contemporanea è un volume che promuove una meditata ricognizione sulla molteplicità di esperienze letterarie messe in opera nell’Europa del secondo Novecento; chiama in causa autori e testi che nella contemporaneità non temono di esporsi alle pulsioni in atto nella parola, al mistero di un’alterità che sfugge a qualsiasi presa e possesso. Le voci poetiche convocate costituiscono veri e propri exempla della necessità oggi di prendere congedo da illusorie conciliazioni in una forma e di accedere alla lingua che crea e al suo lacerante pensiero.

Il volume, edito nel 2001 e curato da Agostino Contò e da Flavio Ermini, è il risultato di una stretta collaborazione editoriale tra la Biblioteca Civica di Verona, Cierre Grafica e Anterem Edizioni. Raccoglie le voci di trenta poeti europei. I testi sono proposti in lingua originale - talora anche in forma autografa - con traduzione a fronte. Traduzione operata da più autori e sempre destinata a restituirecompiutamente la passione per la verità che, in ognuna di queste voci, si apre all’origine, all’inizio, secondo leggi di necessità interiore. Il libro, infine, non vuole comunque essere un contenitore esaustivo dell’intera costellazione delle “poetiche delle origini” in terra europea, bensì – mi sembra – un’ennesima occasione per riflettere sul senso della scrittura contemporanea, a partire dalla convinzione che, da qualche tempo, non esiste luogo che salvi se non quello in cui già da sempre siamo, quella zolla di terra caduca e senza altrove dalla quale gridiamo o sussurriamo il desiderio di conciliare l’inevitabile infondatezza con la necessità di collocarci stabilmente: i testi di B. Simeone, Cr. Wolf, Y. Bonnefoy, S. Kirsch, S. Martini – per citare i nomi più noti – lo stanno a dimostrare.

Ψ – Rivista di Ricerca Letteraria “Anterem n.97” Dicembre 2018, un volume di grande rilievo, destinato come i precedenti a suscitare riflessioni e appassionati dibattiti nelle università italiane e straniere. Il tema cui è dedicato è “Per oscuri sentieri”. I poeti presenti in antologia sono: Trakl, Llansol, Pizarnik, Ducros, Teti, Mansour, Cini, Hubin, Furia, Bonnefoy. I saggisti sono: Zaccaria, Vitiello, Giannetto, Jesenská, Berardini, Tatasciore, Tomatis, Pinciroli, Novello.

Ψ – libro - Giovanni Filoramo “Il grande racconto delle religioni” - Il Mulino: Grandi illustrati 2018.
Nella straordinaria varietà di miti, simboli, forme, riti e valori in cui nelle diverse culture storiche trova espressione il sentimento religioso, il nucleo fondamentale è sempre lo stesso: il rapporto dell’uomo con il cosmo e con le sue forze potenti, misteriose e ingovernabili. Che si tratti di aborigeni, di nativi americani, di sumeri, cinesi, di cultura hindu, o di antichi greci, del credo mazdeo, di ebraismo, cristianesimo o islam, la visione religiosa del mondo garantisce ai credenti un punto di vista unitario sulla realtà, una bussola per orientarsi tra il bene e il male. Mentre alcune visioni hanno al loro centro il problema del rapporto con una natura selvaggia e minacciosa, altre insegnano all’uomo a vivere in armonia con il cosmo che lo circonda, lo ha creato e lo nutre. In altre ancora, ordinatrice del cosmo è una figura di sovrano divinamente ispirato. Tra VIII e VII secolo a.C. si fa strada una visione religiosa nuova: il monoteismo. Il divino non si manifesta più nella natura, non ha tratti antropomorfi, ma trascende radicalmente l’uomo. Con il Cristianesimo la concezione del Dio incarnato opera una svolta antropologica destinata a segnare la storia del pensiero occidentale. È di tutto questo che parla il libro: dell’eterno, inesausto bisogno umano di realizzare la pienezza dell’essere attraverso il sacro.

Giovanni Filoramo è professore emerito di Storia del cristianesimo dell’Università di Torino. Fra i suoi libri ricordiamo «Il sacro e il potere. Il caso cristiano» (Einaudi, 2009), «La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori» (Laterza, 2011) e, per il Mulino, «Ipotesi Dio. Il divino come idea necessaria» (2016).

Ψ – libro ed e-Book - Patrizia Valduga - “Per sguardi e per parole” – Il Mulino 2018
Nella Cena in Emmaus di Caravaggio, esposta alla Pinacoteca di Brera, tutti guardano Gesù e Gesù ha gli occhi chini. È da questo non sguardo che comincia una riflessione prima sui poteri dello sguardo, e poi sui due sguardi, quello della ragione e quello del sentimento, che corrispondono alle due strategie, spesso in guerra fra loro, che la mente umana adotta per conoscere il mondo. Ma nella creazione artistica - sia essa un dipinto, una poesia, un romanzo – questi due sguardi trovano un miracoloso equilibrio. Un testo raffinato in cui poeti, scrittori, pensatori di ogni tempo sono convocati a portare la propria testimonianza.

Patrizia Valduga è poetessa e traduttrice. Tra le raccolte di versi si ricordano «Medicamenta» (Guanda, 1982), e «Requiem» (1994), «Libro delle laudi» (2012), «Poesie erotiche» (2018), tutte edite da Einaudi; ha tradotto, fra l’altro, «Riccardo III» di Shakespeare e «Poesie» di Carlo Porta. Nel 1988 ha fondato il mensile «Poesia». In prosa ha pubblicato «Italiani, imparate l’italiano!» (Edizioni D’If, 2010).

Ψ – e-Book e libro – Davide Fiscaletti, “Universo iperconnesso” in “Scienza e Conoscenza” – Macro Edizioni 2018.
Il percorso della conoscenza – sosteneva Anassimandro nel VI sec. a.C. – deve essere basato sulla ribellione contro certezze che appaiono ovvie, sul fatto che la nostra immagine del mondo può essere sempre perfezionata, che il mondo può essere diverso da come ci appare, che il nostro punto di vista sul mondo è limitato dalla piccolezza della nostra esperienza.
La scienza nasce da ciò che non sappiamo («che cosa c’è dietro la collina?») e dalla messa in discussione di qualcosa che credevamo di sapere, in altre parole la scienza consiste nel guardare più lontano, nell’esplorazione continua di nuove forme di pensiero per concettualizzare il mondo – sosteneva Anassimandro – Compatibilmente con la visione della scienza come entità dinamica, che è in costante evoluzione e riorganizzazione, in grado di generare percorsi evolutivi i quali si possono intrecciare l’uno con l’altro, i saggi pubblicati in questo libro intendono mostrare come, pur partendo dalla convinzione che nel corso della storia la scienza ci ha portato teorie d’immane bellezza ed eleganza con enormi benefici sul piano tecnologico, sia possibile investigare nuovi scenari, in particolare si possano aprire nuove prospettive riguardo all’immagine del mondo, alla visione della realtà che ci circonda, le quali mettono in discussione idee che, nell’ambito del nostro approccio limitato all’esperienza, appaiono ovvie.

Davide Fiscaletti,laureato in fisica all’università di Bologna, è docente di matematica e fisica e membro ricercatore del centro di ricerca indipendente SpaceLife Institute (San Lorenzo in Campo). Si occupa di fondamenti della fisica teorica, segnatamente di interpretazioni della meccanica quantistica, relatività, teoria quantistica dei campi e gravità quantistica. È autore dei libri “I fondamenti nella meccanica quantistica. Un’analisi critica dell’interpretazione ortodossa, della teoria di Bohm e della teoria GRW” (CLEUP, Padova, 2003), “I gatti di Schrödinger” (1° edizione: Muzzio, Roma, 2007; nuova edizione aggiornata: Editori Riuniti University Press, Roma, 2015).

Ψ – e-Book e libro – François Noudemann - “Il genio della menzogna: I ilosofi sono dei gran bugiardi?” – Raffaello Cortina Editore – 2018.
Affermare una teoria e vivere il contrario è una contraddizione, una menzogna, una libertà? E se un genio, maligno, animasse la produzione dei grandi pensieri? Rousseau scrive un trattato sull’educazione, non malgrado, ma grazie all’abbandono dei suoi cinque figli. Kierkegaard redige i suoi testi religiosi mentre vive da libertino. Simone de Beauvoir fonda la filosofia del femminismo pur godendo di una relazione servile con il suo amante americano. Foucault celebra il coraggio della verità e organizza il segreto della sua malattia… Nessuna compensazione, ma scissione di un pensiero che si nutre con la forza del diniego. Chi siamo quando pensiamo? Molteplici, senza dubbio. Invece di denunciare le loro ipocrisie, François Noudelmann mostra come i grandi filosofi possano creare le loro personalità multiple grazie alle loro teorie. Analizza la menzogna più complessa, quella che si dice a se stessi, attraverso le angosce, le fughe e le metamorfosi di questi pensatori dal doppio Io.

François Noudelmann insegna al dipartimento di Letteratura francese e francofona dell’Università di Paris-VIII e alla New York University. Ha pubblicato numerosi testi di letteratura e filosofia, tradotti in dodici lingue, ed è produttore e conduttore di “Le Journal de la philosophie”, una trasmissione di France Culture.

Ψ – libro - Georgia Briata - “Ricordati chi sei Anima antica” – Melchisedek Edizioni 2018.
Questo non è un romanzo, ma senza dubbio è una storia. È la storia del viaggio umano che l’Anima antica fa di vita in vita per ricordarsi di Sé. Madre Terra si sta risvegliando e noi con lei ed è di questo tempo in cui viviamo che il libro parla, del tempo del compimento, ma racconta di mutamenti interiori comuni alle anime risvegliate di tutti i tempi. Questo libro è per te Anima antica, che ti sei destata dal sonno di un’esistenza che non ti rispecchia più. Per te che nel profondo sai di arrivare da molto lontano e di essere molto altro rispetto a ciò che conosci. Per te che ora senti la terra tremarti sotto ai piedi e il cuore tremarti nel petto. Per te che se anche non comprendi cosa ti stia capitando, non cedi alla mente che ti dice che stai solo inventando. Per te che senti che, se anche la realtà ti dice il contrario, non sei sola in questo movimento e se pure non ricordi ancora chi sei e cosa sei venuta a fare, sai di far parte di una grande onda che sta tornando al mare.

Georgia Briata si è avvicinata alle discipline olistiche intorno ai trent'anni, quando, sentendo forte il richiamo della sua anima, ha lasciato un lavoro «sicuro» per realizzare il sogno di scrivere e viaggiare. Oggi è scrittrice, Master Reiki e Life Coach, oltre che un'attiva blogger olistica e un'operatrice di diversi tipi di massaggi. Ma, soprattutto, come ama dire di sé, è «una Ricercatrice di Sogni e parole» convinta che «i Sogni si possono realizzare» e proprio per questo aiuta le persone a ricordare il vero Sogno della loro anima. Tra i suoi libri ricordiamo: “L'arte del realizzare il Sogno dell'anima”; “Basta il mare”; “Il Perdono Energetico”.


Ψ – libro illustrato con inserto fotografico a colori - Michele Proclamato - “I Sigilli di Gioacchino da Fiore”, – Melchisedek Edizioni 2018.
Opera apocalittica del XII secolo di Gioacchino da Fiore. L’essenza del messaggio dell’abate calabrese è espressa nei suoi simboli, magistralmente disegnati, ma sorprendentemente ignorati nel corso dei secoli, forse perché il loro autore li usò per esporre – per l’ultima volta nella storia dell’umanità − ciò che i figli della Radix sapevano a proposito della possibilità di tradurre ogni desiderio in realtà. Attraverso le frequenze di tre sole virtù, rese numericamente frattali nei suoi alberi genealogici, si possono variare gli schemi tridimensionali di questa realtà per far posto a un’altra realtà, da Gioacchino studiata e ricercata per tutta la vita. È il celeberrimo «terzo tempo», quello dello Spirito Santo, che mai prima di lui era stato invocato per l’umanità cristiana, qui… sulla Terra. Attraverso l’esame dei suoi protocolli frattali cogliamo l’ennesima applicazione dell’Ottava, oggi comprensibile anche a chi non è iniziato, un passo avanti di straordinaria portata per quanti vogliono cambiare la realtà in cui vivono attraverso la piena realizzazione di sé stessi.

Michele Proclamato, studioso appasionato della Tradizione, vive a L’Aquila dove, da alcuni anni, si è fatto promotore di iniziative che hanno come finalità quella di svelare al pubblico quanto grande sia il lascito «misterico» del piccolo capoluogo e del territorio abruzzese. Per primo ha decodificato il linguaggio dei Rosoni e ha ideato il Tour del Mistero, basato sui siti sacri più importanti della città e della regione. www.micheleproclamato.com.

Ψ – libro – Vito Mancuso, “La via della bellezza è la via della salvezza” – Garzanti 2018.
Perché ci viene spontaneo raccogliere sulla spiaggia del mare le conchiglie e i sassolini più belli? Perché rimaniamo incantati davanti a un volto umano o a un dipinto, o avvertiamo un'inesprimibile dolcezza interiore ascoltando musica, o ci soffermiamo con gli occhi spalancati a contemplare un tramonto? Perché, in altre parole, ricerchiamo quella rivelazione, quell'epifania che definiamo bellezza? Vito Mancuso affronta in questo nuovo affascinante libro un mi-stero che è tipico dell'uomo, e ne interpreta le profondità per farne la bussola capace di orientare il cammino verso la verità. Superando l'aspetto esteriore dei nostri corpi per approfondire il senso dell'interiorità della nostra anima fatta di armonia e fascino, eleganza e grazia, questa riflessione diventa un'avventura alla ricerca delle sorgenti della bellezza in grado di indicarci quali pratiche concrete possiamo mettere in atto per rendere quotidiano il nostro rapporto con essa: solo in questo modo infatti potremo superare ogni indifferenza e tornare, o addirittura iniziare, a gioire al cospetto di quelle opere e di quegli eventi capaci di stringerci il cuore. Perché ricercare e custodire la bellezza è la via privilegiata per onorare il compito che attende la nostra vita.

Vito Mancuso, teologo italiano, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.Al centro del suo lavoro sta la costruzione di una teologia laica, nel senso di un rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla filosofia e alla scienza. Mancuso è al centro di aspre polemiche per la presunta incompatibilità di alcune sue tesi con il nucleo teologico-dogmatico tradizionale della fede cristiana. Mancuso si è pronunciato a favore della contraccezione "per prevenire la tragedia dell'aborto". Ha pubblicato, tra gli altri, “Il dolore innocente” (2002), “Per amore” (2005), “L'anima e il suo destino” (2007), “Obbedienza e libertà” (2012). Insieme a Corrado Augias ha scritto “Disputa su Dio e dintorni” (2009). Per Garzanti ha pubblicato Io e Dio. Una guida per perplessi (2011), Il principio passione (2013), Io amo. Piccola filosofia dell'amore (2014), Questa vita (2015), Dio e il suo destino (2015), Il coraggio di essere liberi (2016) e Il bisogno di pensare (2017). Assieme ad Elido Fazi è direttore della collana dedicata a un'interpretazione laica della spiritualità pubblicata da Fazi, Campo dei fiori. Dal 2009 collabora con la Repubblica. (da Il Libraio Dicembre 2018).


Buona lettura e Giorni felici per tutti voi.









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- Poesia e scienza

Gianmaria Ferrante un poeta tra gli ‘abissi’ del quotidiano.

Gianmaria Ferrante … un poeta immerso negli ‘abissi’ del quotidiano.

“Abissi”, raccolta lirico-narrativa – Golden Press 2018.
Il fascino del linguaggio ‘poetico-letterario’ che la poesia ha esercitato sugli scrittori innovativi del Novecento è andato assumendo sempre più un ruolo del tutto singolare, affermandosi preferibilmente come ‘composizione musicale’ in fatto di ‘ritmo’ e di ‘timbro’, contro il primato romantico del genere ‘melodico’ protrattosi fino alla metà del secolo scorso. Esclusa dall’insegnamento scolastico e dal linguaggio quotidiano, dove sembrava si fosse definitivamente inabissata, la poesia sembra oggi ritrovare una qualche attestazione nella forma ‘poetico-narrativa’, sia nei racconti che nei romanzi di molti giovani scrittori contemporanei. Altresì recepita dalla viva voce dei ‘cantautori’, ormai anch’essi superati nell’epiteto ma non nei fatti, inoltre sciorinata da una fiumana di ’rappers’ che ne fanno un uso, spesso indiscriminato, nei loro infiniti e impegnati scioglilingua, riscoprendo talvolta la piacevolezza della ‘rima baciata’, ancorché sincopata in digressioni verbali …

“..voci stonate da un altare / dismesso”.

“..scomposti sciabordano nel fango, pallidi attori risorti dal passato remoto, sbucano da frantoi ipogei affondati nel tufo, portano in spalla consunte sacche da viaggio, s’adunano infine nel punto convenuto”.

“..nella vana ricerca di una verità nascosta”.

Guardata con sospetto e fatta oggetto di una tenace opera di demitizzazione da parte dei difensori dell’aulicità della forma e dello stile, l’attuale ‘forma poetica’, quella dell’Universo Iperconnesso, tanto per intenderci, va mostrando sempre più la sua vera essenza di ‘linguaggio primario’ sopra tutte le altre forme, fino a provocare un brivido negli amanti del ‘chiaro di luna’ che si sentono oltremodo diseredati della contestualità letteraria. Il nuovo linguaggio infatti, ancorché si possa dire nuovo, fa uso dell’essenzialità verbale che sfrutta la chiave onomatopeica dei ‘frattali’ per coniugare frasi e parole in contrazione, formazioni di nuovi sillogismi e deduzioni conflittuali che, per quanto insolite al nostro orecchio e alla nostra mente figurativa, possiamo definire ‘geomorfologiche’, benché immateriali, cioè teorizzate in senso ‘’ideale”, non per questo più valide di altre nel rapporto con l’attualità …

“..in quanto cascame sfatto del Nulla di una civiltà fasulla, che scarica immondizia e liquame orrido”.

“..che scopre una verità velata da troppo tempo: […] un cimitero immane disteso a perdita d’occhio”.

Se ne ha riscontro nelle tematiche polivalenti aggettivate con ‘iper’ e ‘super’ che trasformano gli eroi e i miti del passato in supereroi ‘Cyborg’ freschi di conio, che s’ergono comunque vittoriosi ancor prima di aver dato inizio alla battaglia sociale che hanno soltanto simulato sulla playstation …

“I labari /spezzati di un epico / scontro garriscono invano sull’eredità dell’uomo, satrapi in nero s’adunano in cerchio per l’ultimo duello”.

“..nel riquadro violento del prossimo futuro / forse qualcuno recise con forza il mio volo notturno / le ali spezzate da un grido metallico / spaventato caddi a terra / ai piedi del letto”.

“La statua di marmo spiaggiata / dall’Egeo dopo l’ultima tempesta / si erge maestosa / […] la mano tesa verso la piana rinsecchita / testimone silenziosa di una guerra fratricida, / chiama a raccolta / i resti dell’armata tradita”.

Tuttavia, incredibile a dirsi, riuscendo a dare una spiegazione ‘matematica’ alla ciclicità del ‘giro armonico’, sul quale in illo tempore si è costruita la scala musicale, la cui struttura si ripete sempre uguale su tutte le possibili scale di riproduzione. Ma, ed anche, a tutto quanto concepiamo come ‘comportamento caotico del nostro tempo’, indubbiamente di più difficile trascrizione narrativa che non sul pentagramma musicale. In quanto ‘composizione dodecafonica’ che, essendo esterna alla composizione stessa, risulta infine senza soluzione di continuità …

Ed eccoli … “I nuovi déi / appaiono sulle terre emerse con rulli di tamburo, squilli di trombe e penosi strimpelli di chitarre; folle osannanti s’adunano festose sotto i fari violenti di mnoderni altari, le braccia tese / al cielo abbagliante”.

“Come troverai la strada / popolo volgare, fagocitato da lumi accecanti e ritornelli bolsi; solo grida fasulle nel mondo artificiale di un concerto famoso, attorno escrementi sparsi nel paese intero, in piacevole (?) ricordo / di un memorabile evento”.

“..lasciano sberleffi insani / ai pini divelti nell’ultimo fortunale estivo, vibrano inconsulte le colonne di tufo, gli occhi sbarrati si accendono ad arco, fissano il centro dell’abisso sconvolto da un maglio, / che rigurgita intruglio umano”.

“Abissi”, conferma lo scrittore Gianmaria Ferrante, che di fatto non si dice ‘poeta’, per quanto comunque lo sia, costruisce e/o ri-costruisce in forma di ‘variazione poetica’ non tradizionale, la propria immagine di narratore del quotidiano, rivelando le sue potenzialità di fondo, nella cosiddetta ‘forma-a-specchio’ con la quale conferma la sua cifra costante. In cui l’autore, riemergendo dagli ‘abissi’ profondi della sua ricerca autobiografica, si sofferma perplesso sui significati non più scindibili dell’odierna società in cui viviamo …

“Io sono un testimone solitario / cultore di passato e futuro / vago tra le rovine di / città senz’anima / raccolgo a piene mani / il disastro di quanto l’uomo ha lasciato..”

“Solitario viaggiatore / giunto senza invito in questa notte aperta alla conoscenza, il racconto è già iniziato, lo spettacolo in pieno svolgimento, non ho (trovato) sedia alcuna, nemmeno un posto / riservato per l’ospite inatteso”.

Perplessità motivata dagli stravolgimenti che si trova ad affrontare sia sul piano individuale, sia sul piano sociale, afferente agli antefatti e agli accadimenti che si susseguono scomposti. Come per una recita teatrale senza copione dove, i personaggi s’agitano a vuoto sulla scena come burattini manovrati da un potere senza volto ma solo apparentemente senza velleità. Mentre dietro le quinte sollevano infinite guerre che noi eterni assenti non vediamo e/o che non vogliamo vedere, in cui l’ospite che arriva, c’è sempre un intruso nella commedia dell’arte, arreca solo inquietudine, timore, paura. La sua mano tesa alla cordialità non incontra la nostra comprensione e la necessaria solidarietà umana …

“..lo sconosciuto attore di questo misero palcoscenico, (l’ultimo arrivato) si erge a difesa di un evento sotterraneo, rimasto senza uditorio, […] e arranca furtivo nel trullo diroccato, eretto a rifugio nel secolo trascorso, ne prende possesso quale erede consapevole di un lontano passato, […] raccoglie gli scritti […] di un poeta ridotto a fantasma ignorato”.

Infine la trama comunque si rivela, drammaticamente, nella definizione stessa di ‘abissi’ in quanto ‘buchi profondi’ che inghiottono in una dinamica assai complessa intere galassie, ovvero lasciano alla libera interpretazione degli scienziati, e non solo, d’immaginare altri ‘mondi paralleli’ in cui cercare il migliore dei mondi possibili. È in questo modo che Gianmaria Ferrante si lancia, fin con troppo rispetto del linguaggio poetico-narrativo che utilizza, nelle profondità pur intellettive dell’universo umano; e lo fa con la serenità dell’esperienza, di conoscitore delle pieghe amare della vita e che, al dunque, portano alla rivelazione, lì dove per una sorta dell’ironia della vita, non sempre ci è dato penetrare …

“Il mio vagare inconsulto (?), ti porgo un documento orfico, ispirato da un gatto cieco e un cane anchilosato; sono i baldi cavalieri di questo (nostro) tempo arcigno, due compari sbucati da un pertugio a caccia del solito sprovveduto”.

“..di un qualche messaggio ispirato, (o forse) soltanto dello scarto di un lavorio continuo, un ammasso di parole consunte stese a macerare sopra il pavimento (dei ricordi?), il meglio gettato alla rinfusa / sul mucchio del compostaggio”.

Nei passi virgolettati qui proposti, troviamo forse quelli che sono i momenti più significativi di “Abissi”, questo ‘dramma-minimo’ che ha il carattere di una ‘improvvisazione sul tema’ di ciò che è andato perduto, una sorta di rivisitazione risalente alle profondità più intime, frammenti che sono di volta in volta germinati dalla continua osservazione della materia umana, secondo la peculiarità che distingue il Gianmaria Ferrante poeta, dallo scrittore di romanzi impegnativi, come quelli, ad esempio, improntati sulle minoranze etniche. Ma, ed anche, da altri suoi scritti, dove egli guarda con nostalgia agli aspetti laterali della ‘storia’; svelando, di volta in volta, le ragioni della sua infinita ricerca, come a dar luogo a una stretta dipendenza operativa della realtà dei nostri giorni, di quella ‘storia universale’ che noi tutti, indipendentemente dagli accadimenti, andiamo scrivendo …

“Un possente turbine oscuro / sovverte ogni pensiero in questo giorno maledetto, si agita dal basso mostrando ai quattro testimoni (i quattro cavalieri dell’apocalisse?), l’avanzo nefasto di un intero millennio (trascorso), nel gorgo ruotano dei fasulli in concerto / i Grandi del passato bloccati contro il muro”.

“Resta il povero cantore (lo sconosciuto viaggiatore) / mandato allo sbaraglio tra gente folle e attori inetti vestiti da saltimbanchi / che aspirano uno sbuffo di polvere, / sollevato al cielo i calici del festino / poi ballano impazziti / nell’atrio dell’ingresso”.

“..i ricchi offrono quello che possono / il retaggio taciturno di un affronto consapevole, / una sacca bisunta per il viandante anonimo, / il teschio silenzioso all’anacoreta di passaggio, / gli avanzi di un ultimo pasto”.

“Un velo rosso ascende / dal territorio riarso e sigilla con ceralacca di fuoco / il teatro agostano; / il fine dicitore inarca appena le labbra, / si agita parecchio, / parla da un mondo asfittico disciolto in frastuono prolungato / emette in fine un editto”:

“..ho visto troppo / per quanto mi compete e non potrò varcare / in futuro i confini eretti dal Tempo / un messale ho sottratto di nascosto, lo mostro orgoglioso / all’amico prudente rimasto in disparte / durante il viaggio”.

Che si voglia qui re-interpretare il passato per andare incontro all’incerto futuro? O, forse, si cerca di riscattare il passato che pure abbiamo vissuto senza averlo compreso fino in fondo? O magari, più semplicemente, soltanto affrancare questo nostro mondo altero? Per quanto non ci è data risposta alcuna, il poeta Gianmaria Ferrante ci dice che: la ‘conoscenza’ è il solo grande motore dello sviluppo personale e comunitario che ci distingue in quanto esseri umani; che il futuro è però di chi prova almeno ad immaginarlo. E non solo per ciò che ci è dato apprezzare come dono ricevuto, ma per valorizzare al meglio ciò che dobbiamo conoscere del mondo che ci circonda, con spirito di dedizione e senso di appartenenza, in linea con le sfide che la società globale ci pone davanti …

“Vago nella notte gelida / per i monti dell’infanzia, ascoltoogni voce del passato (provenire dagli abissi) che bisbiglia furtiva all’orecchio, ne prendo idealmente possesso, la trasformo in avvertimento, in ordine perentorio, poi / ricompongo il passo incerto / in questo dirupo / sconfinato”.

“Nulla trova l’ultimo profeta / investito da una pioggia di fuoco protegge la faccia a malapena; si altera alla vista dell’opera umana, rinuncia alla missione divina, chiede perdono alla Madre Terra, […] pietoso ad ogni misero / inciampo”.

Mi fermo qui. In questo ‘poetico nulla’ incapace di giustificare il ‘vuoto olistico’ che il poeta ha creato attorno a sé, in quanto ‘abisso’ da cui non gli è possibile risalire, cosciente che la filosofia applicata al ‘nulla’ lo lascia indenne nella caduta. Viene da chiedersi a cos’altro appellarsi quando l’Empireo tutto, scende dal soffitto dipinto nella volta della Cattedrale che abbiamo elevata con così tanto affanno? Quali parole, quali verbi e, ancora, quali aggettivi deve imparare ad usare l’uomo, affinché egli comprenda che non nel ‘nulla’, né tantomeno nel ‘vuoto’ troverà infine il ‘senso’ della propria esistenza?

Come ci rammenta Davide Fiscaletti dalle pagine di “Scienza e Conoscenza” (*): “Il percorso della conoscenza – sosteneva Anassimandro nel VI sec. a.C. – deve essere basato sulla ribellione contro certezze che appaiono ovvie, sul fatto che la nostra immagine del mondo può essere sempre perfezionata, che il mondo può essere diverso da come ci appare, che il nostro punto di vista sul mondo è limitato dalla piccolezza della nostra esperienza. […] La scienza nasce da ciò che non sappiamo (che cosa c’è dietro la china) e dalla messa in discussione di qualcosa che credevamo di sapere. In altre parole la scienza consiste nel guardare più lontano, nell’esplorazione continua di nuove forme di pensiero per concettualizzare il mondo”.

E inoltre: “Compatibilmente con la visione della scienza come entità dinamica, che è in costante evoluzione e riorganizzazione, in grado di generare percorsi evolutivi i quali si possono intrecciare l’uno con l’altro – prosegue l’autore del’articolo – intende mostrare come, pur partendo dalla convinzione che nel corso della storia la scienza ci ha portato teorie d’immane bellezza ed eleganza con enormi benefici sul piano tecnologico, sia possibile investigare nuovi scenari, si possano aprire nuove prospettive riguardo all’immagine del mondo, alla visione della realtà che ci circonda, le quali sì mettono in discussione idee che nell’ambito del nostro approccio limitato all’esperienza, appaiono ovvie. Ma che pure indagano sulla ‘bellezza’ del creato”.

L’autore, Gianmaria Ferrante,
a 22 anni si reca in Inghilterra per mezzo di una borsa di studio e si diploma agli studi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia continua i propri studi e da inizio alla sua attività letteraria. Successivamente al suo ritorno in Italia pubblica "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la ‘Trilogia della Pietra’: “La Città Bianca”, “Mediterranea” e “Metropolis”, tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo "Un Uomo di Successo " (per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante). Quindi prosegue nella revisione di quanto realizzato con la stesura della ‘Trilogia del Magico’: “Vento del Nord”, “Il Cerchio Magico” premiato nel 2014 a Lecce, e “Notte a teatro”. Della successiva 'Trilogia del Sogno', nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge ‘I Cavalieri di Groen’. In Aprile 2016 esce per Golden Press “La Soglia”. Ritiratosi anzitempo dalla vita attiva per dedicarsi completamente alla letteratura, vive principalmente nella propria azienda biologica, visitata da volontari provenienti da ogni parte del mondo, situata nel Parco degli Ulivi di Puglia, in territorio di Ostuni.

Sul web: www.gianmariaferrantescrittore.it - www.ipoderidelsole.it.

Nota:
(*) Davide Fiscaletti, “Universo Iperconnesso”, in Scienza e Conoscienza, Novembre 2018. Docente di matematica e fisica e membro ricercatore del centro di ricerca indipendente SpaceLife Institute (San Lorenzo in Campo). Si occupa di fondamenti della fisica teorica, segnatamente di interpretazioni scientifiche della teoria quantistica nei campi della meccanica e della gravità quantistica. Autore inoltre di numerosi libri e articoli apparsi in numerose riviste scientifiche : “I fondamenti nella meccanica quantistica della teoria di Bohm e della teoria GRW “ (CLEUP, Padova, 2003); “The timeless approach: frontier perspectives in 21st century physics (World Scientific, Singapore, 2015); “The geometry of quantum potential. Entropic information of the vacuum” (World Scientific, Singapore, 2018). Mail: info@scienzaeconoscenza.it

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- Cultura

Etnomusicologia: l’incanto sottile della musica giapponese

QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGIA XIV – prima parte
L’incanto sottile della tradizione musicale del Giappone. (1)

Immagino possa sembrare disagevole per il lettore affrontare il ‘racconto’ che mi accingo a fare in questo contesto sulla musica giapponese di per sé ‘incomprensibile’ all’orecchio di noi occidentali, iniziando proprio dalla forma più difficile da comprendere dei generi di intrattenimento del Giappone, il ‘teatro’ Noh. Tuttavia è nell’espressione di tale forma che ho trovato, per così dire, lo spunto iniziale, da cui partire. È nel teatro infatti, che si sprigiona non solo la musica ma tutta l’arte di questo popolo immaginifico, la cui fantasia creativa ha trovato nella conservazione dei suoi forti ideali estetici, la propria ‘filosofia di vita’.
Si diceva un tempo, e a ragione, che per sapere che cosa saremmo stati in un prossimo futuro, bisognava guardare al Giappone, alla sua estetica aulica e popolare delle arti, alla raffinata eleganza del suo modo di vivere, alla sua tradizione letteraria e poetica, musicale e teatrale, al millenario e filosofico uso delle arti marziali. Quest’ultime non tanto per il loro condizionamento ‘offensivo’, quanto per l’insieme altresì ‘difensivo’, maturato nel rispetto di un eventuale nemico irrispettoso delle regole fondanti del suo comune vivere ordinato e silenzioso, necessario alla salvaguardia della sua cultura millenaria, tra le massime espressioni estetiche del suo popolo.

“Uguisu ni – / “Ah! L’usignolo –
yumesama sareshi / esco da un sogno al suo canto
asage kana”. / (2) riso del mattino”.

È scritto che la consapevolezza di qualsiasi gesto, di qualsiasi parola, di qualsiasi accadimento è di per se stesso una forma di meditazione, un ponderare della mente che tende ad acuire i sensi, nel fluire cosmico dell’esistenza. Un meditare che Ryōkan (3), monaco buddista del Sútú Zen, uno dei massimi poeti e calligrafi giapponesi, ha perseguito nei suoi componimenti poetici che fanno da ‘intermezzo’ al testo di questa ricerca letteraria, nella particolare forma dell’ ‘Hayku’.
Una forma diversa dai modelli stilistici tradizionali della struttura narrativa, in cui prevale il linguaggio scarno, privo di abbellimenti lessicali e di strutture complicate, sebbene, al tempo stesso, profondo e semplice nel contenuto, la cui forza evocativa è originata dalla suggestione propria del sentimento umano nei confronti dei fenomeni interstiziali dei sogni, e di quelli naturali come il trascorrere delle stagioni.
Anche per questo Ryōkan è chiamato “Il poeta dello Zen”, perché nel leggere le sue poesie ci si può fare un’idea della dottrina, della pratica e dei risultati riportati in ambito della cultura orientale, nel perseguimento del ‘sentiero di luce dell’uomo in cammino’, i cui insegnamenti fondamentali si possono riassumere proprio nella meditazione, così come nella libertà interiore, la comprensione, la partecipazione e l’ indulgenza. Insegnamenti questi che vanno al di fuori dei testi scritti, che non si basano sulle parole, ragione per cui lo Zen in Giappone è considerato più che una vera e propria religione: una disciplina di vita.

“Machō shite / “Cima raggiunta
hitoridachi keri / da solo mi alzo in piedi
aki no kaze” / vento d’autunno”

Tuttavia chi vuole vedere nella pratica Zen una mera disciplina solo meditativa, ne tradirebbe l’intrinseca natura, che predilige l’azione diretta e un modo di mettersi in contatto con un’esperienza di vita che non siano vincolati ai dogmi e agli insegnamenti standardizzati. “I Maestri Zen sono a volte personaggi austeri, duri con i propri allievi al punto da usare come sistema educativo il bastone o ogni altra forma di umiliazione, che li impegni in questioni. I cosiddetti ‘koan’, in chiave di domande a volte senza risposta, perché imparino ad arginare la verbosità che contraddistingue i normali esseri umani e, inizino a incanalare ogni loro energia al raggiungimento di un unico scopo, al fine che questo avvenga in una sorta di rinascita interiore, che permetta loro di vedere il mondo con occhi nuovi. Il mondo è sempre quello, ma sono gli occhi a vederlo diverso, rinnovato”. (4)
“Di particolare interesse è il concetto di vacuità (mu), che diversamente dal nichilismo dell’odierna filosofia occidentale, non è di per sé un termine negativo, di privazione (o sottrazione di qualcosa), piuttosto uno stato di germinale possibilità dell’essere, una condizione che rende plasmabile qualsiasi verità successiva. Il suo simbolo, ‘Ensō’, è raffigurato da un segno circolare chiuso, tra i più potenti dello Zen. La meditazione si pratica preferibilmente nella posizione seduta, ‘zazen’, per quanto ogni scuola ha la sua pratica di meditazione e di concentrazione: ‘portare la mente alla calma interiore’, ‘raggiungere uno stato di profonda consapevolezza’, ‘pervenire alla capacità di osservazione e autoanalisi’” (5).

“Kakitsubata / “Un giaggiolo
ware kono tei ni yoi / accanto al mio capanno –
ni keri” / inebriante”.

“Ognuna di esse, comunque, indirizzata a scopi diversi: ‘meditazione del non-coinvolgimento’ che tende a superare i problemi del quotidiano in forma equanime e compassionevole; ‘meditazione profonda e più impegnativa’ che prevede la rinuncia alle comodità e alle distrazioni mondane’, che conduce alla liberazione completa dai condizionamenti e alla realizzazione di uno stato sereno, illuminato e compassionevole, detto anche ‘Nirvana’.” (6) Pratiche queste che hanno portato la meditazione Zen ad alcune ‘varianti’ all’interno delle diverse discipline, e di alcune espressioni artistiche, inclusa la musica.
Non è difficile, infatti, trovare accostati mondi musicali diversi, anche lontanissimi tra loro nel tempo e nello spazio, commistioni di generi inconsueti nel pop, nel punk-rock, e perfino nel bluegrass e nel salsa, sfruttando i mezzi tecnologici più sofisticati, finanche l’uso di strumenti elettrificati e computerizzati nell’elaborazione di composizioni tradizionali, e negli strumenti come il tamburo ‘taiko’ e il ‘koto’ a corde, lo ‘shamisen’ e le campane ‘tubular bells’. Si spiega così il perché nella musica contemporanea del Giappone, sono rintracciabili elementi diversi che sono serviti di base all’attuale cultura musicale.

“Mahiru naka horori / “A mezzogiorno
horori to / appaiono un po’ ovunque
keshi no hana” / i papaveri”.

Vale qui la pena di apprendere che il ‘nucleo orbitante’ della millenaria cultura musicale giapponese, è presente in molte varietà di stili e ancora oggi praticata in numerose occasioni comunitarie. Almeno una parte consistente di essa, che va dall’VIII al XVI secolo, è parte costitutiva del ‘Gagaku’ (7), una forma di ‘musica di corte’ semi-classica, elegante e raffinata, riservata al cerimoniale della Casa Imperiale, che presenta una certa ricercatezza nello stile e nella struttura melodica, pur avendo mantenute le coloriture di base e i timbri preminenti della musica popolare. Lo strumento principale di questa musica è il ‘koto’ introdotto dalla Cina nell’ VIII secolo spesso usato in chiave solistica.
Si tratta di una lunga cetra di prezioso legno di paulonia, specifico nella costruzione degli strumenti musicali, con tredici o diciassette corde di seta, tese agli estremi del corpo incavato che fa da cassa di risonanza. Ogni corda attraversa un ponticello mobile rigorosamente d’avorio, necessario a determinare la lunghezza della parte vibrante. Il musicista stimola le corde con tre linguette d’avorio fissate nelle tre dita: il pollice, l’indice e il medio della mano destra procurando al tempo stesso le diverse vibrazioni sonore di diverse corde. La stessa musica per ‘koto’ venne successivamente utilizzata per l’accompagnamento nei canti appartenenti alla tradizione ‘shamisen’, una sorta di ‘liuto’, che ha dato origine all’ ‘ensamble koto-shamisen’, sulla cui musica in seguito, si sono sviluppate forme di polifonia più sofisticate, a suo tempo codificate su manoscritti di difficile interpretazione, il cui segreto è conosciuto da pochi maestri.
Rientra nella medesima formazione classica detta ‘koto-shamisen’ un strumento ricavato dalla canna di bambù, si tratta di un flauto dritto lungo almeno 54 cm. che prende il nome di ‘shakuachi’, in origine utilizzato dai monaci buddisti erranti della setta ‘Fuke’, il quale, conservato a sua volta da possibili contaminazioni, ha dato forma al genere ‘kinko-shakuachi’ di alta levatura musicale che trova nella particolare tecnica di soffio nello strumento, effetti sonori di un colore molto delicato, quasi onirico, artisticamente misurato sul respiro della natura. La grazia e la rafinata eleganza prevalentemente poetica e musicale di tanti suoni melodiosi, talvolta sfumati e quasi evanescenti, non a caso si confonde con lo ‘spirito creativo naturalistico’ della concezione estetica di questa antica ‘terra dei ciliegi in fiore’.

“Mizu no mo / “Superfice d’acqua
ni ayaori midaru / ornata come seta
haru no ame” / pioggia di primavera”.

Quando nel 1984 Takeo Kuwabara (8), professore emerito dell’Università di Kyoto e Membro dell’Accademia d’Arte del Giappone, confermò la sua assistenza alla delegazione culturale del Giappone in occasione della rappresentazione di uno spettacolo del teatro Noh, alla presenza di S.S. Giovanni Paolo II da parte della Scuola Takigi-Noh diretta dal Maestro Iwao Kongoh, l’avvenimento rese gran parte dei rappresentanti culturali intervenuti, meravigliati e senza parole. Non tanto per l’avvenimento in sé, quanto perché la messa in scena di “Hagoromo” (L’abito di piume) sarebbe avvenuta di notte e all’aperto, con l’illuminazione di un falò che riprendeva in senso letterale la forma drammatica del Takigi-Noh, il cui significato è “Noh con legna da ardere”, tra le più antiche dell’arte del teatro giapponese.
Le cronache dell’epoca riportarono che l’evento serviva a formalizzare l’incontro delle due diverse culture, quella italiana e quella giapponese, e che fu un grande onore per entrambe le delegazioni delle due diverse culture, caratterizzate da una medesima volontà di ravvivare l’antica amicizia nel segno della pace e della fratellanza tra i popoli. Il fatto che un dramma proprio della tradizione giapponese venisse eseguito non solo sui palcoscenici di Kyoto e Tokyo ma anche a Roma e a Firenze, in quanto predominanti città d’arte, forniva inoltre l’occasione per un incontro dello spirito orientale con quello occidentale, lo spirito del Noh con il misticismo del Cristianesimo. Di fatto la rappresentazione si svolse in notturna nei giardini della residenza papale estiva di Castelgandolfo, avendo come sfondo non la tradizionale ‘casa’ del Nō, ma un giardino di tipo europeo e alla luce di un grande falò. Come Takeo Kuwabara (9) ebbe a dire in quell’occasione: “È di grande significato per la storia della cultura universale il fatto che il Noh venga altamente apprezzato e che trovi anche qui una sua specifica affermazione e un suo eccellente consenso, al pari di molte altre forme di spettacolo”. (9)

“Yama wa hana / “Montagna in fiore
Sakeya sakeya / solo un grido: sake, sake!
no sufibayashi” / l’eco dei boschi”.

Il Noh in quanto forma di teatro-danza è considerato ufficialmente una cerimonia rituale, l’esempio più tipico del teatro drammatico giapponese pressoché unico al mondo. Nel periodo Tokugama ricevette una speciale protezione da parte governativa e tenuto al riparo da ogni sorta di contaminazione esterna. Nei suoi 600 anni di storia è sempre stato eseguito al chiuso durante le cerimonie di stato e in quelle più rappresentative della cultura propria del Giappone. Come si rileva dai testi narrativi che privilegiano in tutto e per tutto la forma lirico-poetica, nell’uso dei costumi tradizionali di pregevole fattura indossati durante le rappresentazioni, nelle trame dai disegni di natura simbolica e nelle decorazioni di stravagante bellezza. Il tutto di una delicatezza piena di sensibilità per il dettaglio e una percettibilità artistica non comune ad altri popoli, come dire, più raffinata, sebbene in Cina e forse in Corea si respiri una corrispondenza molto affine e tuttavia diversa.
L’antica arte del Noh si caratterizza per il simbolismo molto accentuato, spesso di difficile interpretazione per i suoi toni aspri, talvolta violenti, coadiuvati da una gestualità affine alla cultura dell’epoca in cui si è affermato, di fatto conserva intatta la sua vitalità del teatro aulico medievale. Si svolge su un palcoscenico essenziale, cioè scarno di elementi scenografici, sotto una struttura architettonica che rappresenta la ‘casa’ tipica, con il pavimento ricoperto da uno strato di stuoie di paglia di riso, dette ‘tatami’, comuni in tutte le case giapponesi. Non si fa uso di una scenografia mobile, bensì solo di un fondale con il disegno stilizzato di un pino, quanto basta a eludere ogni tentativo di creare l’illusione ‘teatrale’, contrariamente del teatro occidentale, non minimalista.

“Yamashigure sakaya / “Pioggia di motagna
no kura / nel magazzino di sake
ni nami fukashi” / grandi pozze d’acqua”.

Eppure l’illusione drammatica è resa intensamente, allorché nel repertorio del Noh si conoscono almeno 250 caratterizzazioni che distinte in cinque categorie: Divinità, Uomo, Donna, Pazzia, Demonio, che agiscono in continuo contrasto con la vita e la morte, a cui si fa spesso riferimento nei testi. Un teatro questo caratterizzato dall’uso di maschere dai caratteri spesso terrificanti, seppure di una bellezza straordinaria, che s’avvale della genialità del gesto cόlto nell’attimo riflessivo che lo determina, reso altresì vitale dai movimenti/atteggiamenti dei corpi in movimento. L’espressività ‘austera ed aulica’ delle maschere gioca in questo caso un ruolo catartico essenziale, peculiare dei sentimenti dei diversi personaggi che gli attori si trovano a interpretare, al cui servizio operano per ogni spettacolo portato in scena, decine di insegnanti di ‘stile’, per quanto riguarda la gestualità; e altrettanti per la ‘modalità’ del canto e l’utilizzo della musica sempre misurata al gesto che accompagna.
Ciò, per assecondare i movimenti stereotipi del corpo, studiati fin nei minimi dettagli, del protagoniosta principale, lo ‘Shite’, il quale porta sul volto una maschera priva di espressione emotiva, tuttavia utilizzata in chiave mimica sulle emozioni e i più reconditi sentimenti umani. La rigidità dell’abito che indossa, lo mantiene in una postura innaturale che facilita il suo corpo, protratto leggermente in avanti col busto, nel trovarsi pronto per il movimento successivo. Di fatto all’interno della figura ‘stilisticamente esagerata’ modellata dalla linea severa dell’abito, il corpo dell’attore vi si conforma, nascondendo così l’esistenza visibile della propria persona, avvicinandosi così al personaggio verosimilmente reale che interpreta.
Va inoltre considerato che ciascun movimento eseguito dall’attore sulla scena serve a esprimere un’emozione convincente, intrinseca della ‘filosofia estetica’ di ogni forma tetarale giapponese, di cui il Noh rappresenta la massima espressione: sia per la sua portata di ‘bellezza’, il cui splendore si vuole sia assoluto ‘privilegio dei vivi’; sia perché in netto contrasto con la staticità della morte che, per quanto possa essere equilibrata, sia comunque ‘privilegio dei morti’ e non merita l’appellativo di bellezza.

“Ake mado no / “A vetri schiusi
mukashi oshinobu / m’assale il passato –
sugure yume” / sogno reale”

Il ruolo principale tenuto dallo ‘Shite’ (che letteralmente significa ‘ombra’), prevede un compagno di scena, lo ‘Tsure’, in rappresentanza di un suo probabile ‘doppio’, i quali, di sovente rappresentano fantasmi o incarnano spiriti di uomini del passato, oppure un animale o talvolta una creatura sovrumana. Altra figura importante, seppure ricoprente un ruolo secondario, è il ‘Waki’ che a sua volta ha un compagno, il ‘Wachi-Tsure’ che, diversamente dall’aulico Shite e dal suo doppio Tsure, non indossano la maschera mostrando in tal mondo di vivere nel presente, e la cui presenza in scena funziona da collegamento tra il mondo astratto con il mondo reale.
Come neppure indossa una maschera il ‘Kokata’ l’attore che interpreta il ruolo del ragazzo, e che interviene di tanto in tanto sulla scena, a portare una ventata di freschezza giovanile e richiama all’attualità rinvigorita del costume tradizionale.
Il perché di questa differenza si spiega col fatto che in un’opera Noh, soltanto lo Shite è il personaggio centrale del dramma, mentre tutti gli altri non hanno in realtà alcuna influenza sulla vicenda che si svolge sulla scena, sebbene la loro presenza serva a sottolineare la cancellazione dell’individualità (maschile) dell’attore che si trova a sostenere anche i ruoli femminili, ne imita i gesti e le movenze, la voce nei dialoghi e nel canto.
Molto quindi è lasciato alla bravura degli attori, veri e propri professionisti che con la loro eccellenza artistica rappresentano l’anima del Noh, resi famosi su tutto il territorio e i cui nomi sono tenuti in grande considerazione dal cόlto popolo giapponese. Prendiamo ad esempio un attengiamento tipico di un personaggio quale appunto lo Shite: avviene che durante la rappresentazione egli dia con la testa un piccolo colpo in avanti, e la sua maschera subito riflette un’espressione di profonda disperazione; solleva il mento e la sua maschera diffonde una gioia impetuosa, a sottolineare l’alone misterioso che circonda il teatro Noh.

“Aki hiyori senba / “Cielo chiaro d’autunno
suzume no / tutti quei passeri –
haoto kana” / frullare d’ali”

“Hagoromo” (10), l’abito di piume (10), è uno dei più affascinanti e più apprezzati fra tutti i drammi Noh, si basa su un racconto popolare di pregevole fattura. In esso si narra, in una forma molto semplice, la storia di una Vergine Lunare che esegue una danza per un pescatore di nome Hakuryo, allo scopo di riavere il suo abito di piume che egli ha trovato in riva al mare nel quale si era immersa per nuotare, ancorché, essendo lei una creatura del cielo deve ad esso fare ritorno. La scena ha luogo nella baia di Mio a Suruga, un luogo noto per la bellezza del litorale e la veduta del monte Fuji:
“È una mattina di primavera e Hakuryo se ne sta immobile a godere la limpidezza del giorno quando improvvisamente avverte ‘una musica nel cielo, una pioggia di fiori, una fragranza celeste diffusa in tutti i lati’. Allorché, scoperto un meraviglioso abito di piume, lo raccoglie e si accinge a tornare a casa rallegrandosi della sua fortuna, una voce che lo chiama, chiedendone la restituzione. Avviene però che una voce ‘fantasma’ l’avverte della peculiarità dell’indumento, in quanto si tratta di un abito sacro, la cui perdita getta nella disperazione la fanciulla, senza il quale avrebbe perso la sua divinità. Quindi, posto davanti all’afflizione della fanciulla, Hakuryo, si dice disposto a restituirlo solo se ella acconsentirà ad eseguire per lui una danza celeste.
La fanciulla acconsente ma dice che prima deve avere il vestito per mostrargli una tale danza. Timoroso che la fanciulla lo inganni e che una volta riavuto l’abito voli subito via, Hakuryo rifiuta di nuovo, venendo sul momento ammonito dalla voce che: “il dubbio è per i mortali, in cielo non c’è inganno. Al dunque egli, rosso di vergogna le restituisce l’abito di piume col quale ella si appresta alla danza in una constante esaltazione della meravigliosa scena primaverile, accentuata dalla lirica salmodiata del testo eseguita dal coro, sulla musica ‘naturalisticamente astratta’ degli strumenti”.

“Yoi fushi no kotoro / “Dove assopirmi
wa koko ka / in questo stato d’ebbrezza –
hasu no hana” / fiore di loto”.

Il canto qui utilizzato si avvale di un testo antichissimo, tramandato di generazione in generazione, improntato sulla creazione del mondo e delle meraviglie del Palazzo della Luna, dove trenta fanciulle, metà vestite di bianco e metà di nero, eseguono i propri compiti a rotazione, determinando le fasi della luna, da quella nuova a quella piena, di pari passo con l’avanzare del racconto: “Nel frattempo appare in scena lo ‘Shite’ (voce altera del destino) con la maschera, e rivela le trame oscure del dramma (e del testo al pubblico presente). La bella maschera ‘zoh-onna’ dai lineamenti molto raffinati, talvolta maturi e gravi usata per i ruoli di creature celesti, incoronata da un diadema di metallo filigranato con un lòto bianco, fa il resto. La fanciulla, dopo aver reso omaggio a Seishi, il Monarca della Luna e alla Trinità Amida, manifestazione di saggezza, inizia una lenta danza accompagnata dalla musica, sostenuta dal coro, ‘Jiutai’, che si unisce nell’esecuzione per aggiungere alla stessa un tocco di colore e di appassionato sentore”.

Mi soffermo qui affinché si possa solo immaginare questo ‘bagno di bellezza’ in tutta la sua apparente semplicità, in cui la parola ‘immobile’ riferita ad Hakuryo disegna un quadro di pura limpidezza, un’assenza di sofisticata somiglianza che temporeggia nel ‘vuoto’ momentaneo, che di fatto non appartiene al ‘nulla’ assoluto. Immersi in questo incanto, immaginiamo quali sottigliezze avalla la mistica avvenenza del fatto soprannaturale descritto, quale raffinata arte scaturisce da una simile padronanza di linguaggio musicale, gestuale, rappresentativo, che la cultura giapponese ha verosimilmente regalato al mondo intero.

“Onajiku ba / “In questo posto
hana no moto / sotto il ciliegio in fiore
ni te hito yonen” / dormire una notte intera”.

Sono detti ‘Hayashi’ gli artisti che si esibiscono in musica nei quattro strumenti utilizzati nel teatro Noh: il flauto ‘shakuachi’, detto anche ‘nōkan o nohkan’; il tamburo ‘kotsuzumi’ o ‘ōtsuzumi’ ‘tamburo celeste’. Una tipica performance Noh deve coinvolgere questi elementi, il canto dello Shite e del Waki e il coro. L’esecuzione si avvale del tono alto del flauto che, con ingegnosi cambiamenti di tempo, serve ad accompagnare i passi di danza, in cui l’attore consumato (ricordo qui che anche la parte femminile è ricoperta da un attore uomo), fa sfoggio di un’ampia serie di sottigliezze mimiche, muovendosi all’unisono con la musica ‘stereotipata e minimalista’; fatta talvolta di brevi suoni pizzicati e/o stirati, seguiti da lunghe pause di silenzio meditativo. Quello stesso ‘silenzio’ – ad esempio – che abbiamo letto nel testo, lì dove Hakuryo immobile, si gode la limpidezza del giorno di primavera, quando improvvisamente avverte “una musica nel cielo, una pioggia di fiori, una fragranza celeste diffusa in tutti i lati”.

In una lettera citta da Arthur Waley (11) nel suo più noto reportage dal Giappone, un inssolito spettatore, dopo aver assistito al+ questo stesso dramma in Giappone, scrisse quanto segue: “Certamente più io guardavo la fanciulla divina, più mi appariva in azione, benché a volte l’azione se realmente avveniva, era così lieve che poteva soltanto darsi che essa ci avesse portati al punto da notare il suo respiro. C’è stato solo un movimento rapido nella danza (forse a causa di un leggero soffio di vento) da poter ricordare: il lancio della rigida larga manica al di sopra della corona con il suo loto e i campanelli pendenti. La cosa più bella che abbia mai visto.”

“Inabune ya / “La barca del riso
sashi yuku kata ya / si dirige dritta verso
mikka no tsuki”. / la falce di luna”.

Ma ècco che il tempo della musica accelera prima della fine della danza, “..allorché la fanciulla celeste, avendo mantenuto la promessa fatta ad Hakuryo, si accinge a lasciare la terra e a tornare alla sua casa sulla Luna. Quindi, fatto il giro del palcoscenico eseguendo le sue esemplari evoluzioni col ventaglio, onde spargere il suo ‘tesoro di bellezza’ sulla terra, inizia la sua ascesa al di sopra delle montagne di Ashitaka, mentre la sua immagine svanisce assorbita dalla bruma celeste sull’alto picco del Fuji yama”. L’esecuzione è accompagnata dal Coro che sottolinea descrivendole le diverse danze delle sue compagne lunari”.
Come un fiore austero ed elegante che trascorre sulla corrente di oltre 600 anni di storia attraverso periodi di turbolenza e di calma, l’arte del Noh è diventata il simbolo della caducità e insieme dell’eterno rinnovarsi della ricerca più profonda della manifestazione e dell’intelligenza, della bellezza e dell’essenza della realtà: un arazzo d’immagini e di suoni tessuti insieme con le trame più belle, accuratamente scelte in fatto di scrittura e di poesia, di musica, di danza, nonché delle arti più semplici elevate qui alla ‘nobiltà’ del vivere quotidiano, come la tessitura e l’artigianato, l’estetica di disporre i fiori ‘ikebana’, e la cerimonia del tè, in cui nulla è lasciato alla casualità. Ciò, per quanto il Giappone sia oggi anche uno dei paesi più industrializzati del pianeta, che ha conservato la sua millenaria tradizione insieme ad altri aspetti del suo passato, continuando a vivere con naturalezza, pur in mezzo a tanta frenesia tecnologica.

“Yoshi ya nen / “Che piacere dormire
Suma no ura / sulle rive del Suma
no nami makura” / le onde come cuscino”.

Altri generi di arte teatrale giapponese sono il ‘Kyogen’ (12) (lett. "parole della follia"), è una forma di teatro risalente al XIV secolo. In cui si fa uso di maschere. Essendosi sviluppato assieme al Noh ed essendo rappresentato sullo stesso palcoscenico, come intermezzo tra un nō e l'altro, viene anche chiamato ‘nō-kyōgen’. I suoi contenuti sono tuttavia diversi rispetto a quelli del teatro Noh: il Kyōgen è una forma comica, il cui scopo è produrre nel pubblico il ‘warai’ (lett. ‘riso, risata’). Ma è il popolare ‘Kabuki’ (13) il cui significato letterale è ‘canto-danza-teatro’ e che quindi è in grado di accogliere la musica in tutti i suoi più svariati aspetti di utilizzo e a tenere la scena nell’attuale teatrale in Giappone. Non a caso il ‘Kabuki’, in quanto sintesi spettacolarizzata ha contrassegnato, negli anni ’70 del millennio appena conclusosi, un forte richiamo sulle giovani generazioni e un seguito ambivalente sulla scena nazionale e internazionale nell’evoluzione della musica contemporanea.
Occorre però fare un salto nel tempo prima di giungere ai nostri giorni, cioè prima di affrontare un esame comparativo che richiede uno spazio descrittivo a se stante, di cui nondimeno proverò a relazionare più avanti. Per ora soffermiamoci sul teatro Kabuchi in quanto forma di spettacolo ‘totale’ e sul vasto repertorio in fatto di danza, canto, musica e recitazione, che ha permesso e continua a sfornare una gran varietà di drammi sia di carattere narrativo storico-mistico, sia comico-musicale, nelle forme di danza-balletto con o senza narrazione, e che si fondono insieme nello ‘spirito’ innato, improntato sul fantastico, proprio dei popoli orientali in genere, in cui si rispecchiano le usanze e le tradizioni tutt’oggi in uso. Cosicché anche la musica, usata come sottofondo per i diversi generi di spettacolo cui fa da accompagnamento, trova una sua forma di comunicazione collettiva e di trasmissione della cultura.

“Ikiseki to noborite / “Piccoli stormi d’aironi
kuru ya / solcano il cielo –
iwashi uri” / crepuscolo d’autunno”.

È parte preponderante del tatro Kabuki il dramma danzato dal titolo “Kanjincho” portato in scena dalla Compagnia di teatro Popolare Kinoshita-Kabuki (14), in cui si narra la storia di un eroe mitologico: Minamoto Yoshitsune, il quale, a causa di un conflitto col fratello, fugge dalla città di Kyoto per cercare rifugio nel Nord del paese. Quella qui di seguito narrata riguarda la scena finale che si apre in presenza dell’eroe, il quale non avendo con sé i documenti necessari, viene fermato a un posto di blocco militare e dimostrare chi egli sia. Al racconto delle sue mirabolanti avventure e delle sue più realistiche vicissitudini uno dei gendarmi si riconosce come suo ex compagno. Questi è ‘uno degli onesti’, che si vuole lì presente per intercessione del ‘fato’, inscena una danza che richiede grande virtuosismo, e che serve a distrarre l’ufficiale dal suo proposito di tenere l’eroe prigioniero. Infine tutti ormai ubriachi dal vino offerto proprio dall’ufficiale, viene concesso all’eroe di passare al di là del blocco e superare così il confine, e salvarsi”.
La musica, del tipo ‘shamisen-naganta’ è qui usata per esprimere l’intensità drammatica del momento più critico di tutta la messinscena, ricca di spunti tradizionali, ed offre l’occasione per parlare delle misteriose forze della natura che contrastano l’eroe nel suo lungo cammino attraverso le montagne per raggiungere il nord del paese. Le percussioni esuberanti del tamburo tendono a ricreare l’impressionante avanzare di un ciclone che sta per abbattersi su di lui con tutta la forza del tuono, in un crescendo percussivo quasi ossessionante a imitazione del battito agitato del suo cuore. Per quanto credo sia più che mai evidente che l’arte comunicativa del Kabuki necessiti di tutto un apparato scenico che qui non è possibile elencare: dalle suppellettili agli strumenti di scena, ai costumi sfarzosi, alle maschere e ai trucchi estetici, ispirati dalla fantasia e dall’estro creativo che trova nel teatro giapponese un ‘nesso’ costitutivo tra l’irreale e il reale.

“”Yo no naka / “Tutto attorno a noi
wa sakura no hana ni / il mondo non è altro
nari ni keri” / che fiori di ciliegio”.

Al contrario del Noh nel teatro Kabuki il trucco dell’attore è piuttosto lungo e complicato poiché non indossando una maschera, se non raramente (allorché la maschera investe tutto il suo corpo), questi recita a viso nudo seppure attentamente tinto di bianco in contrasto con il colore della pelle. La ragione per cui il trucco giunge fino a metà del petto è che gli attori per lo più maschili spesso interpretano uno scambio di ruolo con quelli femminili. Esistono regole minuziose per accentuare col bistro e matite colorate le linee degli occhi e le sopracciglia, il naso, le labbra e la bocca. Il personaggio del ‘delinquente’ userà una tinta più scura per le labbra; mentre per i ruoli più ‘truci’, dei segni blu e rossi accentueranno le linee del volto e talora anche delle braccia e delle gambe. Mentre il ‘libidinoso’ accentuerà la sua figura con il belletto intorno agli occhi; segno più scuro caratterizzerà di volta in volta il ‘traditore’ e il ‘pensieroso’; sopracciglia ampiamente marcate denunceranno un volto esprimente crudeltà o dolore; un rosa pallido sarà adatto al ruolo di ‘adolescente’.
Appaiono chiari i legami molto forti che la disciplina Zen ha con ognuna di queste espressioni artistiche, in passato considerate manifestazioni spirituali e meditative, e che oggi inflenza ancora in modo assolutistico tutta la cultura contemporanea.Per intenrci faccio qui un esempio: se il pittore di paesaggi si identifica col paesaggio che ha davanti a sé, il cultore Zen è parte integrante del paesaggio, in ragione di una conzione mentale-filosofica che si può comprendere in modo univoco nel teatro Giapponese, onde coglierne la bellezza intrinseca, propria di quella qualità che si manifesta spontanea, e che si riflette in ogni spirito elevato.

“Yuku aki no / “L’autunno finisce
aware o dare / a chi poter confidare
ni katara mashi”. / la mia malinconia”.



Note:

1)I testi qui racolti in forma letteraria sono il frutto di ricerche svolte per il programma radiofonico “Folkoncerto” e in seguito per “Maschere rituali” entrambi andati in onda negli anni 70/80 sul canale RAI3 diretti da Antonio Tabasso, con la partecipazione della giornalista Landa Ketoff che ringrazio per la loro attenta e favorevole collaborazione, alle cui memorie dedico questa mia più recente riscrittura.

2) 3) I testi poetici che corredano questa ricerca e qui riprodotti appartengono al monaco giapponese Ryōkan (1758-1831), e sono tratti da “Novantanove Haiku” – La vita felice Editore- 2012.

4) 5) 6) In “Sentieri di luce”, Storie Zen - Edizioni del Baldo 2009.

7) Takeo Kuwabara, in ‘Catalogo Evento’ di “Takigi-Noh”, The Japan Foundation - Happodo Co., Ltd. 1984.

8) 9) The Pontifical Council for Culture – Radio Vatican TV Center – Japanese Embassy, Vatican – Japanese Institute of Culture of Kyoto – The Italian-Japanese Association.

10) “Hagoromo”, (l’abito di piume), è riassuntivo del testo tradotto dal giapponese, presente nel Catalogo (op.cit.).

11) Arthur Waley , grande trasmettitore dell'alta cultura letteraria di Cina e Giappone inoltre ambasciatore d'Oriente nell'Occidente durante il XX secolo. (Wikipedia) “NO Plays of Japan: an Anthology”, citato nel ‘Catalogo Evento’ (op.cit.).

12) 13) in Wikipedia, alle voci: “Teatro giapponese Kyogen” e “Teatro Kabuki”.

14) “Kanjincho” portato in scena dalla Compagnia di teatro Popolare Kinoshita-Kabuki, in “Cenni sulla cultura giapponese tradizionale”, redatto da Kokusai, Bunka, Shinkokai – Società per lo Sviluppo delle Relazioni Culturali Internazionali – Tokyo 1967.


Discografia utilizzata durante la messa in onda:

“Sunrise” – in Stomu Yamashta – Island 19228
“O-Fune-Matsuri Nekiromi – Bayashi” – O Suwa-Dako – in Philips 6586029
“Suite Kyushiu Folk Song” – in Toshiba 95003
“Il Sole tramonta sul Tempio” – Gruppo Str. Trad. Giapponese – in Arion 1016
“Hatoma-Bushi” - Yamairi Tsuru – in Atlas - EMI-Odeon 17967
“Chidori-no-Kyoku” – Traditional – in His Master Voice HLP2
“Awa- odori” – Traditional – in Atlas - EMI-Odeon 17967
“Sanbaso” – Traditional – in Toshiba 95004

Buon ascolto!







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- Filosofia/Scienza

Convegno-Evento a Roma

Convegno / Evento ‘IL RITORNO DEGLI DEI’ - Riconnessione con le civiltà perdute,
con Graham Hancock e Corrado Malanga.

Graham Hancock, noto giornalista scozzese e autore del famoso best seller ‘Impronte degli Dei’, sarà in Italia sabato 3 Novembre per un convegno realizzato con Corrado Malanga, professore e stimato ricercatore, autore di alcune pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, incentrato sulle nuove scoperte inerenti alle grandi civiltà del passato e sui misteri non divulgati dalla storia ufficiale che svelano prospettive rivoluzionarie sull’origine e l’evoluzione della nostra specie.

Il programma è suddiviso in tre momenti divulgativi che avranno luogo nello stesso giorno: sabato 3 Novembre presso l’Hotel Capannelle in Via Siderno 37, nella magnifica cornice della città di Roma.
* 10.30 - “La Piramide di Cheope”, conferenza condotta da Corrado Malanga.
* 15.00 – in cui si offre la grande opportunità di incontrare Graham Hancock per uno speciale Meet and Greet.
* 17.00 conferenza condotta da Graham Hancock dal titolo “I Maghi degli Dei”, in lingua inglese con simultanea in italiano.


Gli autori:

Graham Hancock (Edimburgo 1950) è autore di alcuni dei maggiori bestseller internazionali di saggistica, fra cui il ‘Segno ed il Sigillo’, ‘Impronte degli Dei’, ‘Il Messaggio della Sfinge’, ‘Civiltà Sommerse e Sciamani’, e dei romanzi d'avventura epica ‘Entangled and War God’. I suoi libri hanno venduto oltre sette milioni di copie in tutto il mondo e sono stati tradotti in oltre trenta lingue. Le sue conferenze pubbliche, le numerose apparizioni radiofoniche e televisive, tra cui serie TV importanti quali ‘Quest For The Lost Civilization’, ‘Flooded Kingdoms of the Ice Age’ e ‘Ancient Aliens’, così come la sua partecipazione al documentario Netflix ‘DMT: La Molecola dello Spirito’ e la sua forte presenza su Internet, lo hanno reso una delle voci più note nel panorama del sapere alternativo e hanno fatto sì che le sue idee siano ascoltate da decine di milioni di persone in tutto il mondo. Hancock è universalmente riconosciuto come un pensatore non convenzionale, capace di sollevare domande di fondamentale importanza sul passato dell'umanità e sulla nostra attuale situazione. Il suo libro più recente, ‘Il Ritorno degli Dei’, è già un bestseller e l’autore sta attualmente lavorando a un nuovo libro-seguito incentrato sull’America antica.

Corrado Malanga (La Spezia 1951) è stato Ricercatore in Chimica organica presso il dipartimento di Chimica e Chimica industriale dell’Università degli Studi di Pisa, nonché autore di diverse pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali. La sua grande fama nasce dalla ricerca nel campo degli UFO, che porta avanti da oltre trent’anni, nell’ambito della quale ha formulato tesi di straordinaria originalità e importante stimolo, in particolare in merito al fenomeno delle ‘abduction aliene’.
Di grande interesse e coadiuvate da un grande successo di pubblico le sue conferenze ch’è possibile seguire su YouTube: ‘L’universo è un ologramma: la chiave per gestirlo’; ‘I segreti del Vaticano’. Tra le sue pubblicazioni più note: ‘Gli UFO nella mente’, ‘Evideon. L’anima dei colori’, ‘La geometria sacra in Evideon’.

Elisa Fantinel
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Spazio Interiore
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- Cultura

Festival del Mondo Antico a Rimini

XX edizione del Festival del Mondo Antico
12-13-14 Ottobre 2018

La manifestazione è realizzata in collaborazione con il Comune di Rimini, i Musei Comunali di Rimini, la Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, l'Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e con l’Ufficio scolastico provinciale di Rimini.

Questa edizione del Festival conclude le celebrazioni per l'anniversario della morte di Sigismondo Malatesta, un personaggio che ha incarnato in sé i principi del costante scambio e confronto tra Oriente e Occidente propri del mondo antico. Come nello spirito di Antico/Presente, si spazierà attraverso le epoche, fino al contemporaneo, affrontando l'argomento-guida sotto molteplici punti di vista.

Tra gli altri protagonisti: Marco Bertozzi, Marco Biscione, Giovanni Brizzi, Franco Cardini, Giuseppe Cascarino, Silvio Castiglioni, Lia Celi, Monica Centanni, Jonny Costantino, Roberto M. Danese, Oreste Delucca, Alberto De Simone, Marcello Di Bella, Massimo Donattini, Johnny Farabegoli, Massimo Giuliani, Marco Guidi, Panagiotis Kourniakos, Mario Lentano, Vito Mancuso, Valerio Massimo Manfredi, Adolfo Morganti, Maria Giuseppina Muzzarelli, Alireza Nasser Eslami, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, Patrizia Passerini, Antonella Prenner, Giorgio Ravegnani, Giovanni Ricci, Luigi Russo, Silvia Ronchey, Andrea Santangelo, Angelo Scarabel, Elisa Tosi Brandi, Natalino Valentini, Laurent Vissière, Michael W. Wyatt.

Dialoghi nel Tempo, il programma:

LE COSE DI SIGISMONDO
L’inventario dei beni del castello redatto da Isotta il 13 ottobre 1468. A cura di Elisa Tosi Brandi, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Rimini
da 9 Ottobre 2018 a 25 Novembre 2018 - Mostre

OLTRE GLI SGUARDI
Istantanee etnografiche dai depositi del Museo degli Sguardi di Rimini. In collaborazione con Italia Nostra Sez. Rimini, a cura di Guido Bartolucci, Sonia Fabbrocino, Sonia Migani e Massimo Pulini da 11 Ottobre 2018 a 25 Novembre 2018 - Mostre

MUSEI IN CONNESSIONE. IL MAO DI TORINO
A cura di Generoso Urciuoli (MAO) Mostre da 12 Ottobre 2018 a 25 Novembre 2018

RIFLESSI D’ORIENTE …
Visite guidate riservate alla Scuola secondaria di I grado
12 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

LE RADICI DEL DIALOGO TRA I FIGLI DI ABRAMO. L’ATTUALITÀ DEL MODELLO FILONIANO
Convegno Internazionale di Studi su Filone Alessandrino (Firenze 10, 11 ottobre 2018 – Rimini 12 ottobre 2018), III Sessione
12 Ottobre 2018 - Conferenze

AL CASTELLO CON SIGISMONDO E ISOTTA
Visita teatralizzata - Evento riservato alla Scuola Primaria
12 Ottobre 2018- Spettacoli

COSTRUIAMO UN PAVIMENTO ROMANO
Laboratorio teorico pratico sui moduli pavimentali romani
12 Ottobre 2018 - Laboratori

CHE COS’È ORIENTE? CHE COS’È OCCIDENTE?
Una riflessione tra filologia, letteratura, antropologia, Mario Lentano. Evento riservato alla Scuola Secondaria di II grado
12 Ottobre 2018 - Conferenze

L’UMANESIMO CRISTIANO DEL TEMPIO MALATESTIANO PERCORSI DI RISCOPERTA ARTISTICA, TEOLOGICA E SAPIENZIALE
Presentazione del volume a cura di Johnny Farabegoli e Natalino Valentini
12 Ottobre 2018 - Conferenze

GIUSTIZIA E MITO
Lectio magistralis di apertura del Festival
12 Ottobre 2018 - Conferenze

MALATESTA
Spettacolo teatrale itinerante 12 / 13 Ottobre 2018

OCCIDENTE ADDIO
La Turchia volta pagina. Valerio Massimo Manfredi e Marco Guidi
12 Ottobre 2018 - Conferenze

DIDO’S SONGS: ECHOES CAFÉ
Concerto parlato. Armida Loffredo (canto), Marcello Iiriti (fisarmonica), Simone Mauri e Maria Rossi (voci narranti)
12 Ottobre 2018 - Spettacoli

SIGISMONDO MALATESTA FRA OCCIDENTE E ORIENTE
13 Ottobre 2018 - Conferenze

SCENE DI VITA QUOTIDIANA. PROFUMI D’ORIENTE
Con ricostruzione scenica Il culto di Mitra (ore 11.30)
13 Ottobre 2018
Conferenze

TENEBRE
Antonella Prenner. Dialoga con l’Autore Lia Celi
13 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

MASCHERE DELL’IO E DELL’ALTROVE
Workshop a cura di Sonia Fabbrocino
13 Ottobre 2018 - Laboratori

VISITE GUIDATE ALLE SALE ANTICHE
13 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

LE MEDAGLIE DI SIGISMONDO
Percorso guidato fra sale malatestiane del Museo e monumenti cittadini, a cura di Michela Cesarini
13 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

RIFLESSI D’ORIENTE NELLA RIMINI IMPERIALE E BIZANTINA
13 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

CAVALIERI FRA ORIENTE E OCCIDENTE: LA VERA STORIA DEI TEMPLARI
13 Ottobre 2018 - Conferenze

ALLE RADICI DELL’EUROPA E DEL MONDO MEDITERRANEO
Antonella Prenner con Giovanni Brizzi
13 Ottobre 2018 - Conferenze

PERSONE E MONDI
Angelo Panebianco. Dialoga con l’autore Vittorio Emanuele Parsi. Coordina Marco Guidi
13 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

SULL’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA
Con Vito Mancuso. Introduce Marco Bertozzi
13 Ottobre 2018 - Conferenze

TRA ORIENTE E OCCIDENTE
Dialogo tra Giovanni Brizzi e Franco Cardini
14 Ottobre 2018 - Conferenze

SCENE DI VITA QUOTIDIANA. PROFUMI D’ORIENTE
A cura dell’Ass.Cult. Legio XIII Gemina-Rubico
14 Ottobre 2018 - Conferenze

NEMICI O ALLEATI? I TURCHI E I PRINCIPI ITALIANI DEL RINASCIMENTO
Giovanni Ricci. Dialoga con l’Autore Franco Cardini
14 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

CLEOPA MALATESTA
Silvia Ronchey 14 Ottobre 2018- Conferenze

LEGIONARI IN MARCIA
A cura dell’Ass.Cult. Legio XIII Gemina-Rubico
14 Ottobre 2018 - Conferenze

GOTHIC FASHION: UNA STORIA, ANZI UN’INVENZIONE DI LUNGA DURATA
Elisa Tosi Brandi
14 Ottobre 2018 - Conferenze

IN VISITA ALLA DOMUS
Percorso guidato fra sito archeologico e sale del Museo
14 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

SCAMBI CULTURALI IN AMBITO BELLICO NEL MEDIOEVO. DALLE CROCIATE ALLE LOTTE TRA MALATESTA E MONTEFELTRO
14 Ottobre 2018 - Conferenze

I LEGIONARI E - LE STRADE DELL’IMPERO
14 Ottobre 2018 Conferenze

SIGISMONDO PANDOLFO MALATESTA TOUCH
14 Ottobre 2018 Visite guidate e itinerari

ORIENTE E MODA: EVOCAZIONI FANTASTICHE E SPUNTI DALLA REALTÀ
Maria Giuseppina Muzzarelli
14 Ottobre 2018 - Conferenze

AMORE E PSYCHE O L’ANIMA ABBANDONATA
Concerto-spettacolo per voce, canto e musica elettronica
14 Ottobre 2018 - Spettacoli

ATATURK ADDIO
14 Ottobre 2018 - Il festival altrove

DANZE ANTICHE
A cura dell’Ass.Cult. Legio XIII Gemina-Rubico e della Scuola di danza orientale Leyla Nur
14 Ottobre 2018 - Conferenze

I CROCIATI IN TERRASANTA
14 Ottobre 2018 Conferenze

IMAGO BUDDHA. IL LINGUAGGIO DEI SIMBOLI NELL’ARTE BUDDHISTA
A cura di Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa ISUR Rimini
14 Ottobre 2018 - Conferenze

ANDAR PER VINI
14 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

SCRIPTA PAVENT (SIC!): LETTURE SPIRITICHE
con Fabrizio Loffredo, Vincenzo Aulizio, Armida Loffredo e le voci dei suoi studenti di fisiologia vocale (gruppo di lavoro Klangwelt)
14 Ottobre 2018 - Conferenze

Contatti
Musei Comunali di Rimini
Direzione-Uffici
via dei Cavalieri, 26 - 47921 Rimini
tel 0541 704422 - fax 0541 704410
musei@comune.rimini.it
festival.antico@comune.rimini.it

Museo della Città "Luigi Tonini"
via L. Tonini, 1 - 47921 Rimini
tel. 0541 793851

Domus e Chirurgo
Piazza Ferrari - 47921 Rimini
tel. 0541 793856 - Siti tematici
•Museo della Città
•Comune di Rimini

Il Festival rientra nel programma di enERgie diffuse ed è uno degli eventi nell'agenda dell'Anno Europeo del Patrimonio culturale 2018.

Ufficio relazioni esterne.

Società editrice il Mulino Spa
Strada Maggiore 37 - 40125 Bologna
tel. 051 256011; fax 051 256034
email: info@mulino.it
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- Libri

Nonni come Angeli - Invito alla lettura d’autunno

NONNI COME ANGELI - INVITO ALLA LETTURA D’AUTUNNO

L’autunno è ormai alle porte e qualcuno, ormai da qualche anno, si è inventato ‘la festa dei nonni’ relegandola al 2 Ottobre, una ricorrenza civile diffusa in gran parte del mondo. L'evento è celebrato in onore della figura dei nonni e della loro influenza sociale. Una data scelta nel 2005 dal nostro Parlamento per sottolineare l'importanza del loro ruolo in famiglia e nella società. E non sono forse loro, i nonni italiani, gli angeli custodi di ogni famiglia? Nel calendario liturgico cattolico il 2 ottobre è la ‘festa degli angeli custodi’, già festeggiata alla fine di settembre con ampia partecipazione ad Assisi presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli e della Porziuncola di San Francesco. Ma anche se le attenzioni degli Angeli/Nonni per i nipoti non hanno prezzo è proprio la società che li deve ringraziare ricordandosi di loro in questo giorno e nei mesi successivi, col regalare loro un libro ‘significativo’ come segno della nostra/vostra considerazione.

Per quanto individuare un titolo che possa essere in qualche modo ‘speciale’ va indubbiamente valutato l’impegno sociale, il tempo a disposizione, il potenziale culturale individuale. Tuttavia nell’ampia gamma delle pubblicazioni più recenti o in uscita, la scelta è più che facilitata: si passa dal romanzo ‘classico’ (sempre valido), al nuovo ‘romanzo giallo / noire / thriller’ (in cui l’adrenalina è assicurata), al ‘saggio’ distensivo (acculturante), al ‘libro d’arte’ (icononografico illustrato). Di grande utilità sono sul mercato 14 nuovi ‘audiolibri’ per una collana che punta a far riscoprire il fascino e l’incredibile attualità della ‘mitologia classica greca’.

SAGGISTICA
"Gli antichi greci ci hanno lasciato un patrimonio inestimabile di storie. Vogliamo farle rivivere tornando alla dimensione originale dell'ascolto – scrive Giacomo Brunoro direttore editoriale di LA CASE Books 2018.
L'Antica Grecia ci ha lasciato un'eredità infinita di storie, un enorme immaginario collettivo che ha letteralmente plasmato la cultura occidentale. Storie da riscoprire e che a distanza di millenni sono ancora attualissime. Storie che sono nate migliaia di anni fa nel cuore del Mediterraneo in forma orale, e che per secoli sono state raccontante e tramandate a voce. Proprio per questo motivo LA CASE Books presenta una nuova collana di audiolibri : “Con questa nuova collana inauguriamo un filone inedito per noi, ma siamo sicuri che la potenza dell’immaginario creato dagli antichi greci sia ancora attualissimo. Sono storie perfette per essere ascoltate, storie che possono affascinare tantissimo anche gli uomini e le donne del ventunesimo secolo”.

‘MITOLOGIA GRECA’, i titoli della collana di audiolibri:
La nuova collana dedicata alla Mitologia Greca, distribuita in streaming in esclusiva su Audible di Amazon e in digital download in esclusiva su iTunes Store di Apple, è composta da 14 titoli: “Edipo Re”, “Cassanda”, “Medusa”, “Odisseo e le Sirene”, “Odisseo e Calipso”, “Odisseo e il ciclope Polifemo”, “Una fatica di Sisifo”, “La guerra di Troia - L’ultima battaglia”, “Apollo innamorato”, “Achille contro Ettore”, “Atena contro Poseidone”, “Polifemo e l’amore per Galatea”, “La fuga di Enea” e “Mida, storia un re ingordo”,

Finalmente in edizione paperback i primi due titoli della serie «Grandi racconti», libri riccamente illustrati da leggere e da guardare editi da il Mulino Biblioteca Storica:
‘IL GRANDE RACCONTO DEI MITI CLASSICI’ a cura di Maurizio Bettini – il Mulino 2018.
Per i Greci i miti sono in primo luogo racconti: narrazioni meravigliose, che mescolano il divino e l’umano, il quotidiano e lo straordinario, suscitando davanti ai nostri occhi immagini di eroi, dèi, fanciulle, mostri e personaggi fiabeschi. Una schiera interminabile, perché più ci si addentra in questo fantastico mondo - attraverso l’ausilio della voce, della scrittura o delle immagini - più ci si accorge che ciascuno di questi racconti non è mai concluso in sé, ma rinvia sempre ad altri eventi, altri personaggi, altri luoghi, in un raccontare infinito che chiede solo di diventare a sua volta immagine o scrittura. La mitologia ha infatti la forma di una rete, in cui si intrecciano mille nodi. Nel corso del tempo, questa rete con i suoi molteplici richiami narrativi è stata calata infinite volte nel mare della cultura e, trascinata sul fondo, ha raccolto nomi, fatti, rituali, usi, costumi, regole, atteggiamenti, visioni del mondo. Per questo, raccontare o ri-raccontare oggi i miti degli antichi significa entrare dalla porta principale nella memoria della loro, della nostra cultura.

l'AUTORE: Maurizio Bettini, classicista e scrittore, è stato professore ordinario di Filologia classica nell’Università di Siena. Per Einaudi è curatore della serie «Mythologica». Per il Mulino dirige la collana «Antropologia del mondo antico» e ha pubblicato, oltre a «Viaggio nella terra dei sogni» (2017), «Affari di famiglia. La parentela nella letteratura e nella cultura antica» (2009), «Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche» (2014), «Radici. Tradizione, identità, memoria» (2016); ha inoltre curato con W.M. Short «Con i Romani. Un’antropologia della cultura antica» (2014).

‘IL GRANDE RACCONTO DELL'EVOLUZIONE UMANA’ di Giorgio Manzi – il Mulino 2018.
Tentare di comprendere l’uomo attraverso la sua storia è una delle sfide più affascinanti della conoscenza scientifica. È nel tempo profondo che ritroviamo il nostro posto nella natura, è da lì che possiamo disegnare la genesi della biodiversità umana. Una storia prima della storia, ricomposta a partire da ossa fossili, manufatti, siti preistorici e dati di biologia molecolare. In questo libro si racconta il grande viaggio nel mondo dei primati che ci riporta a quel gruppo di scimmie antropomorfe bipedi che, all’inizio del Pliocene, intrapresero in Africa il percorso evolutivo che ha poi dato origine alla nostra specie. Incontreremo Lucy, assisteremo all’emergere del genere Homo, vedremo evolvere i Neanderthal e comparire infine sulla scena Homo sapiens, la specie destinata ad affermare il proprio dominio sull’intero pianeta.

l'AUTORE: Giorgio Manzi è professore ordinario di Antropologia alla Sapienza - Università di Roma, dove insegna Ecologia ed evoluzione umana, Storia naturale dei primati e Museologia; è direttore del Museo di Antropologia «Giuseppe Sergi». Per il Mulino ha pubblicato «Homo sapiens» (2006), «L’evoluzione umana» (2007), «Uomini e ambienti» (con A. Vienna, 2009), «Scimmie» (con J. Rizzo, 2011) e «Ultime notizie sull’evoluzione umana» (2017).

‘INTORNO AGLI UNICORNI’ Supercazzole, ornitorinchi e ircocervi, di Maurizio Ferraris – il Mulino 2018.

«Non sempre il trapasso dall’essere al sapere ha luogo, e magari non è neanche una rovina, giacché il mondo può funzionare, nella maggior parte dei casi, in assenza di pensiero e in balìa di supercazzole». Perché ci sono così tanti bicorni e nessun unicorno, se un corno è più semplice di due? Heidegger raccomandava ai suoi uditori di accostarsi a quella immensa e candida supercazzola che è lo Zarathustra con la stessa dedizione e pensosità riservata ai trattati aristotelici. Ferraris avanza analoga richiesta per unicorni, bicorni, ornitorinchi, e per la supercazzola vera e propria, quella di Tognazzi in Amici miei. Margini o briciole di filosofia, queste entità minori riservano più scoperte che Essere, Nulla e Divenire.

L'AUTORE: Maurizio Ferraris insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove è presidente del Laboratorio di Ontologia (LabOnt) e vicerettore alla ricerca in area umanistica. Internazionalmente noto per i suoi studi, ha pubblicato oltre cinquanta libri. Per il Mulino, tra l’altro, «L’imbecillità è una cosa seria» (2016) e «Postverità e altri enigmi» (2017).

ROMANZI
Dall’autrice del bestseller "La collezionista di libri proibiti" Cinzia Giorgio, Newton Compton Editori 2018, una delle autrici italiane più amate dalle lettrici, ecco ‘La piccola bottega di Parigi’ - presentata con successo alla Libreria "Pagina 272" di Roma.
La trama: Un’eredità inaspettata, un viaggio a Parigi, un passato tutto da scoprire. Corinne Mistral è un giovane avvocato che non perde mai una causa. Vive a Roma e lavora presso il prestigioso studio legale della famiglia del fidanzato. Si sta dedicando anima e corpo a una causa molto importante quando la raggiunge la notizia della morte di sua nonna e dell’eredità che le ha lasciato: un atelier di alta moda a Parigi, nel bellissimo quartiere del Marais. Corinne parte immediatamente, decisa a sistemare il più presto possibile la faccenda e tornare poi al suo lavoro. Ma, una volta lì, resta affascinata dalla straordinaria storia di sua nonna, una donna che lei ha potuto conoscere pochissimo e che è stata persino allieva e amica della grande Coco Chanel. Il ritorno a Roma è rallentato ulteriormente dalla presenza dell’esecutore testamentario: qualcuno che Corinne conosce bene, troppo bene… Che non si tratti di un incontro casuale? No, «Cinzia Giorgio ha compiuto l’impresa: presentare nel panorama della contemporanea narrativa italiana un libro che costruisce un ponte tra romanzo storico, romanzo di formazione e romanzo d’amore.» www.sulromanzo.it

L'AUTRICE:Cinzia Giorgio è dottore di ricerca in Culture e Letterature Comparate, conduce il gruppo di lettura "Book Club 272" presso la Libreria "Pagina 272" di Roma. Si è specializzata in Women’s Studies e in Storia Moderna, compiendo studi anche all’estero. Organizza salotti letterari, è direttore editoriale del periodico "Pink Magazine Italia" e insegna "Storia delle Donne" all’Uni.Spe.D. È autrice di saggi scientifici e romanzi. Con la Newton Compton ha pubblicato "Storia erotica d’Italia", "Storia pettegola d’Italia", "È facile vivere bene a Roma se sai cosa fare" e i romanzi "La collezionista di libri proibiti", "La piccola libreria di Venezia" e "La piccola bottega di Parigi".

Con ‘OMNILAND’ – Edizioni Esordienti E-book 2018, Giancarlo Ibba si è cimentato questa volta con un thriller molto particolare, ma avvincente come sempre. La trama: Uno spietato cacciatore di taglie, un apache in fuga, un pilota di astronavi, un investigatore privato nei guai, due belle ragazze confuse, un casanova palestrato, un uomo senza memoria di cui si conosce solo l’iniziale del nome, K., una sarta maltrattata dal marito alcolista, un bambino che sembra molto più maturo della sua età: personaggi che vengono da epoche differenti e luoghi diversi, senza spiegazione e all’improvviso, si trovano misteriosamente proiettati in un nuovo, strano “mondo”. Un insieme eterogeneo e mutevole di ambienti, dove c’è sempre un dettaglio che “non torna”, non in sintonia con le leggi della fisica e della natura. Come se non bastasse, un’oscura minaccia sembra incombere costantemente su tutti loro, in un crescendo di tensione che farà emergere i lati migliori o peggiori di ciascuno. Ma la realtà è ancora più terribile e difficile da accettare...

SCIENZA E ALTRO
Raffaello COrtina Editore presente al Festivaletteratura di Mantova 2018 ha presentato un certo numero di autori agli eventi che li vedono protagonisti sulla scena della letteratura contemporanea con saggi sulle diverse sociopatologie afferenti a ‘QUALE CURA PER LA MEMORIA?’. Un libro che ha segnato l’icontro con Arnaldo Benini con Agnese Codignola e Luciano Orsi intervenuti alla manifestazione.
Al Palazzo Ducale - Basilica Palatina di Santa Barbara …
‘Tra le forme più comuni di demenza degenerativa, il morbo di Alzheimer è senza dubbio il disturbo neurocognitivo più terribile. Secondo un dato del 2017, ne soffre il 4% della popolazione italiana over 65 e, nonostante alcune statistiche mondiali sembrino indicare una relativa diminuzione percentuale del rischio, è anche vero che l'aumento delle aspettative di vita comporta una crescita delle persone colpite. Al momento non esiste trattamento che arresti o rallenti il decorso della sindrome demenziale e la gestione dei pazienti incide a vari livelli sui sistemi sanitari e sulle famiglie. Arnaldo Benini (La mente fragile. L'enigma dell'Alzheimer), docente di Neurochirurgia e Neurologia, discute insieme al palliativista Luciano Orsi e ad Agnese Codignola (Il corpo anticancro) delle future sfide che attendono medici e ricercatori, provando a fare luce sul disorientamento che ancora oggi caratterizza il dibattito su questa malattia’.

‘Un incendio per un cuore di paglia’ ha segnato un incontro con Antonio Prete e Luigi Zoja, tenutosi al Teatro Bibiena, sul tema ‘NOSTALGIA - STORIA DI UN SENTIMENTO’ – Libro 2018.

‘Nella tesi Dissertazione medica sulla nostalgia, presentata a Basilea nel 1688 dallo studente di medicina Johannes Hofer, apparve per la prima volta il termine che ancora oggi indica il rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari. Una parola moderna per un sentimento antico e obliquo, che passa da Ulisse a Proust e tocca da sempre i cuori di esuli e migranti. Sul suo passaggio da malattia a sentimento, a partire dall'Europa ottocentesca, si confrontano Antonio Prete e Luigi Zoja (Nella mente di un terrorista), studiando la rappresentazione nel linguaggio poetico e l'evoluzione clinica e letteraria di una "melanconia umana resa possibile dalla coscienza del contrasto tra passato e presente", un concetto dalle mille sfaccettature, nella ricerca di un'ideale e salvifica Itaca, un "ritorno a casa" che possa portare conforto’.

‘MINDSCAPES: IL PAESAGGIO DENTRO DI NOI’ è la tematica affrontata nell’ incontro con Vittorio Lingiardi al Tenda Sordello: ‘Laghi, vallate, paesi inerpicati sulle montagne, distese marine abitano nella nostra mente e nei nostri sogni: come oggetti psichici sono impressi nella nostra memoria che Vittorio Lingiardi ‘Mindscapes’ – Collana Minima della Raffaello Cortina Editore 2018, compie nel viaggio lungo il sottile crinale tra psiche e ambiente, alla ricerca del paesaggio elettivo. Quale è dunque il vostro? Semplice, vi basterà leggerlo per scoprirlo.

MUSICA E SUONI
Il fascino de ‘IL SUONO. L’ESPERIENZA UDITIVA E I SUOI OGGETTI’. Libro di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo, Raffaello Cortina Editore 2018, introduce il lettore nel mondo effimero dei suoni. Che cosa sono i suoni? Messaggeri di informazioni cruciali per il riconoscimento degli oggetti che ci circondano o entità evanescenti e distinte da essi? Perché, pur essendo sempre sommersi da suoni di cui non siamo consapevoli, ci accorgiamo immediatamente della loro assenza nelle situazioni di più totale silenzio? Come li percepiamo? Dove si trovano? E qual è la loro dimensione temporale? Queste sono alcune delle domande a cui risponde Il suono, un’inedita introduzione a temi che possono interessare tanto il lettore esperto quanto quello curioso. Scoprire cosa si nasconde dietro la percezione uditiva rivela il fascino di una modalità sensoriale davvero sorprendente che dà accesso al misterioso regno del suono e della musica.

GLI AUTORI:Elvira Di Bona è ricercatrice alla Polonsky Academy del Van Leer Institute di Gerusalemme. Ha conseguito il dottorato in Filosofia e Scienze cognitive presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (Milano) e l’Institut Jean Nicod (Parigi). Si è diplomata all’Accademia nazionale di alto perfezionamento di studi musicali di Santa Cecilia. I suoi ambiti di ricerca sono la filosofia della mente, la filosofia della percezione e l’estetica.

Vincenzo Santarcangelo insegna al Politecnico di Torino ed è membro del Labont - Università degli Studi di Torino. Ha conseguito il dottorato in Filosofia del linguaggio e della mente presso l’Università di Torino. Scrive di musica per il Corriere della Sera, la Lettura, il giornale della musica e Artribune. Si occupa di filosofia della percezione, filosofia della musica ed estetica.

Alla musica Jazz è dedicato il libro di Anna Harwell Celenza ‘JAZZ ALL’ITALIANA’ Da New Orleans all'Italia fascista e a Sinatra. Pubblicato da Carocci Editore nella collana ‘Sfere’, per scoprire l’influenza di una musica che ha stravolto la nostra musica popolare e quella di tutta Europa.

‘Arrivato in Italia alla fine della Prima guerra mondiale, il jazz fu accolto, almeno in parte, come una forma artistica “indigena”. I futuristi ne lodavano l’energia virile, Mussolini lo descriveva come la voce della gioventù italiana e i musicisti, ipnotizzati da quei suoni nuovi, riempivano le sale da ballo e i night club.
Il jazz italiano prosperò fino alla fine della Seconda guerra mondiale grazie al sostegno del Duce, ma dopo la sua caduta e la fine della guerra, molti musicisti cominciarono a riscrivere la propria storia nel tentativo di cancellare ogni traccia delle scomode relazioni intessute con le politiche e le pratiche del fascismo, causando così la rimozione di quest’epoca dalla storia del jazz’.
Un libro da leggere ma anche da ascoltare che fa rivivere quelle che sono state le eccellenze italiane nel Jazz.

TUTTO AL FEMMINILE
Ma ci sono anche ‘le nonne’ non dimentichiamolo e chissà se gli Angeli che sicuramente le proteggono per il calore che ‘doppiamente’ restituiscono ai propri nipoti, ci ricordano di spendere un pensiero e magari un piccolo dono anche per loro?

Intervistiamo Daniela Carelli, dopo il successo ottenuto al BookFestivalBar di Cernusco sul Naviglio dove ha presentato il suo nuovo romanzo ‘Mosaico napoletano’ – Segmenti Editori 2018.

D. Grazie Daniela per la tua disponibilità, qualche giorno fa hai presentato per la prima volta Mosaico napoletano al pubblico del BookFestivalBar, in realtà è appena iniziato un vero e proprio tour che ti vedrà a Monza e poi a Napoli...
Il tuo romanzo è stato pubblicato da poche settimane, vorremmo quindi parlare con te di Mosaico napoletano e di Daniela Carelli scrittrice e lettrice.
Com’è nata l’idea che ha dato vita al libro?

R. Circa quattro anni fa, durante una telefonata Parigi-Milano con Jean Nöel Schifano.
Erano anni che non lo sentivo, dai tempi in cui, come direttore del Grenoble rappresentò il fulcro di un grande fermento culturale napoletano. Lo conoscevo perché mi invitò a dare un concerto all’auditorio dell’Istituto. Un’esperienza incancellabile.
Potere di Internet, e grazie ad Angelo Forgione, riuscii a ottenere la sua mail.
Il giorno dopo mi chiamò, mi fece i complimenti per la “bella lettera” che gli avevo inviato e mi chiese se avessi mai pensato di darmi alla scrittura. Timidamente gli confidai che a giorni sarebbe uscito il mio secondo romanzo “Vado a Napoli e poi... MUOIO!”.
Si congratulò e di punto in bianco disse:
“Il prossimo che scrivi dovresti intitolarlo: Mosaico napoletano.”
Il suggerimento mi colse di sorpresa, ma nei giorni a venire continuai a chiedermi di cosa avrebbe potuto parlare un libro così intitolato e, anche se mi sembrò folle, decisi che un episodio tanto insolito non poteva essere ignorato.
Ed eccoci qui.
Quanto tempo hai impiegato per la stesura?
R. Un paio d’anni circa. Purtroppo ho dovuto combattere un cancro al colon, e questo ha rallentato la stesura.
In questi giorni ho messo la parola fine al capitolo cancro e vedere anche il mio libro, finalmente, pubblicato, mi ripaga di tutto.

D. Quali sono i personaggi principali?
R. Giuseppe è il protagonista. Intorno a lui ruotano una serie di figure: la famiglia; Giacomo e Salvio i suoi amici di sempre, e le donne.

D. Come è strutturato il romanzo, qual è la sua originalità?
R. Ogni capitolo del libro è un ricordo. Ogni ricordo è legato a colori e sfumature fino ad arrivare al bianco, che è la somma di tutti i colori, e quindi la rivelazione finale.
Inoltre è un libro con una colonna sonora: Pino Daniele, nelle cui canzoni Giuseppe si identifica, così come è stato per molti che hanno vissuto quegli anni a Napoli.

D. Quando è ambientato il romanzo e perché proprio in quel periodo?
R. Il romanzo è ambientato prevalentemente nel periodo che va dagli anni ‘60 ai ‘90. E torna ai giorni nostri ogni volta che Giuseppe, ricordando, fa delle considerazioni.
Volevo descrivere la città in quegli anni e il sentimento che ci legava ad essa.

D. Quali sono i temi trattati?
R. Parla della crescita personale di Giuseppe che, per diventare adulto, come tutti noi, passa attraverso molte esperienze, felici e dolorose. Parla del suo rapporto con l’amicizia; del primo amore e di come si sviluppano nel tempo le sue relazioni con le donne.
Parla della famiglia che, nonostante dissidi e contraddizioni, resta sempre un porto sicuro.
Parla di Napoli, della sua storia in quegli anni, dei suoi miti e delle tragedie che hanno funestato questa città affascinante e problematica, che non smetterà mai di ispirare chi la ama.

D. Quanto c'è di autobiografico nel romanzo?
R. Questa volta molto poco, praticamente niente, se non alcune situazioni vissute da molti in quegli anni, come il terremoto, o l’amore per astri nascenti come Pino Daniele… anche se, come disse Mario Pomilio: "Un romanzo è sempre una metafora alla quale soggiace un'autobiografia del profondo."

D. Perché il titolo: Mosaico napoletano?
R. Perché il Mosaico sarà parte della rivelazione finale.

D. Le vicende narrate sono strettamente legate alla città di Napoli, sembra quasi che la Napoli descritta nel romanzo sia essa stessa la protagonista principale. Mosaico napoletano è anche un atto d'amore nei confronti della tua città? Cosa si dovrebbe fare per comprendere realmente Napoli?
R. Bisognerebbe viverla senza preconcetti. Questo vale sia per chi la visita che per chi ci abita.

In entrambi i casi, infatti, ho notato che la gente si fa fuorviare dalla cattiva pubblicità che i mass-media perpetrano a danno della città che, da un lato non invoglia il turismo e dall’altro fa credere ai napoletani di essere gli unici ad avere problemi.
Oggi, grazie a Internet e ai social si possono vedere le bellezze di Napoli e comprendere che tutto il mondo è paese.
Da quando vivo a Milano, riesco a vedere le cose più chiaramente. A volte allontanarsi permette di cambiare prospettiva e di avere una visione d’insieme.
Anche se... Napoli non si può lasciare, te la porti dentro.
Inoltre, quasi tutta la mia famiglia vive in città, e questo accentua la nostalgia. Alla fine è lì che tornerò a vivere.

D. 'Mosaico napoletano' si può definire una storia d'amore?
R. Più che “d’amore" la definirei "di amori", al plurale. L’amore ha molti aspetti; è in ogni cosa. È vita.

D. Attraverso il romanzo hai descritto anche la vita dei giovani negli anni 80/90, le speranza, le illusioni, i progetti, la gioia di vivere, la voglia di cambiare. Come è cambiata la tua città? Com'è Napoli oggi? E come la vivono i giovani oggi?
R. Credo che i giovani napoletani, come tutti i giovani, risentano del progresso informatico che ha segnato, a mio parere, un regresso sociale.
I ragazzi di quei tempi sono cresciuti senza i computer e senza telefonini. I rapporti interpersonali erano reali e non virtuali. Si incontravano, si guardavano negli occhi quando parlavano, erano assetati di conoscenza. Cercavano di comprendere il mondo circostante.
Oggi, paradossalmente, con le nuove tecnologie abbiamo la possibilità di accedere a qualsiasi informazione. Per alcuni della mia età è il bengodi, ma sembra che per i ragazzi l’accesso immediato a qualsiasi informazione sia coinciso con la perdita della curiosità.
Il “tutto e subito” non sta poi funzionando così bene.

D. Raccontaci qualcosa di te e della tua passione per la scrittura...
R. La scrittura è un dono tardivo, ricevuto inaspettatamente.
Io amo i libri da sempre e non potrei vivere senza, ma non avrei mai immaginato di poterli anche scrivere.
In realtà è stato il mio inconscio che, nelle ore di dormiveglia, mi suggerì di raccontare una storia intitolata “Volevo fare la segretaria”, poiché da bambina era il mio gioco preferito, ma crescendo sono diventata una cantante, contrariamente a quanto accade di solito. Era una storia buffa, una riflessione curiosa, mai fatta da sveglia. Alla fine ho ceduto ed è nato il mio primo romanzo (autobiografico), che è stato pubblicato grazie alle insistenze delle mie amiche che mi spinsero a trovare un editore. Cosa che avvenne con mia grande sorpresa. E oggi... eccoci qua.

D. Cosa significa per te essere scrittrice?
R. È una sensazione unica ed eccitante: rifugiarsi in mondi paralleli e inventare storie. Conoscere alcuni dei personaggi, mai immaginati, che si affacciano a sorpresa durante la scrittura è un’esperienza incredibile.

D. Come lettrice, quale genere preferisci, da chi ti senti ispirata, quali sono i tuoi autori romanzi, saggi ecc. preferiti?
R. Per me la lettura è evasione e riflessione. Amo tutti i generi della narrativa; meno i saggi. Spazio da Azimov a Dickens, dalla Rowling a Dostoevsky. Sono una libro-dipendente.
A questo proposito ho creato un blog in cui recensisco brevemente i libri che mi sono piaciuti. Lo faccio senza rivelare niente, o spoilerare (come si usa dire oggi). Cerco di incuriosire il lettore per spingerlo all’acquisto.
Credo che un blog letterario debba servire a questo: a dare un piccolo contributo alla cultura.

D. Puoi raccontarci un aneddoto o qualcosa di particolare legato alla nascita di Mosaico napoletano e poi in generale alla tua scrittura?
R. Al liceo avevo un professore di letteratura ispirato; un uomo dalla cultura spropositata che mi ha fatto amare le lettere, più di quanto già non fosse. Era apprezzato da tutti noi studenti per il suo essere diretto, sprovvisto di filtri: se ti doveva fare un appunto, anche sgradevole, lo faceva senza indorare la pillola.
Un giorno lo incontrai a Napoli. Ci fermammo a chiacchierare e mi disse che aveva letto il mio primo romanzo. Immaginatevi il panico; ero preparata al peggio quando, a sorpresa... mi porse le sue scuse!
Alla mia espressione attonita rispose che si sentiva in colpa per non avere intuito il mio dono, per non avere incoraggiato il mio talento.
Una cosa simile mi è capitata con 'Mosaico napoletano': quando ho terminato di scriverlo, impiegai settimane per decidermi a farlo leggere a Schifano e, credetemi, ho dovuto dare fondo a tutto il mio coraggio per sottoporglielo, ma mi sembrava giusto e doveroso.
La sua risposta (che potete leggere in quarta di copertina) ha rappresentato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

’Cuori nudi’ è una raccolta di racconti di Lucia Iasio edito da Segmenti Editore, da oggi in tutte le librerie.Intervistiamo l'autrice per parlare di questo suo esordio letterario, ‘Cuori nudi’ – Segmenti Editore 2018, e della sua passione per la scrittura.

Cuori nudi concede l'opportunità di misurarsi con grandi emozioni nello spazio sintetico di sei racconti, le cui trame si aprono al lettore attraverso uno stile elegante, trasparente ed essenziale, dove alcuna parola è superflua e ciascuna si mostra necessaria.
Proprio la ricerca dell'essenzialità, del significato puro della verità sembra guidare i protagonisti in ogni storia, di cui non si può ignorare il comune denominatore: nella vulnerabilità di un cuore messo a nudo risiede la sua forza, nella lealtà il coraggio per percorrere senza paure quelle zone grigie in cui l'esistenza può inciampare.
Lucia Iasio di origine partenopea, ha vissuto in diverse città tra il Centro e Sud Italia. Attualmente vive a Perugia.

D.Musicoterapista ed educatrice ambientale, conduce laboratori presso scuole ed enti di varia natura. Come nasce Cuori nudi?
R. Cuori nudi è una raccolta di storie brevi nata dal desiderio di raccontare quanto lontana possa essere la quotidianità dal vero “sentire” di un individuo.
Il processo che ha nutrito la stesura del manoscritto è stata la semplice osservazione di ciò che accade alle persone cosiddette comuni, come me come noi, che ad un certo punto, tuttavia, decidono di andare oltre, di emanciparsi.

D. Hai descritto il tuo libro come una raccolta di storie brevi. Ognuna ha un suo R. Sì. Ogni racconto è un'istantanea di un preciso momento della vita di ciascun protagonista, che si caratterizza per età, genere, contesto ambientale e culturale, esperienze. È proprio questa la peculiarità di Cuori nudi: non sono gli anni, il luogo dove si nasce e cresce, il lavoro che si fa a determinare chi si è; bensì il coraggio nel riconoscere la propria vulnerabilità, la lealtà nel mettersi a nudo ed attraversare senza bugie quel tratto di sofferenza che limita ed ingabbia.

D. Parli di vulnerabilità, coraggio, sofferenza e forza come ingredienti per elevarsi ad uno stato di maggiore emancipazione e libertà. Il dolore, dunque, rende migliori? È questo il messaggio che possono trovare i lettori in Cuori nudi?
R. Scrivere è una delle possibili espressioni estetiche che, in quanto tale, suscita emozioni nel lettore che le percepisce indipendentemente dalla volontà dell'autore. Un manoscritto, nel momento in cui si decide di renderlo pubblico, è un dono in cui ognuno può trovare quelle piccole o grandi verità di cui è alla ricerca. Non ho la presunzione di dare risposte, ma il desiderio di condividere esperienze che possono appartenere a chiunque.

D. Hai privilegiato la forma del racconto, più rara rispetto a quella del romanzo. In cosa si differenzia l'iter creativo?
R. Personalmente ritengo che il processo di scrittura sia simile per entrambe le forme espressive. In ogni caso l'autore lavora sull'idea originaria modellandola con i propri strumenti, affinando quegli aspetti che reputa incisivi per la trama ed incalzanti per il ritmo che deve sempre sostenere la lettura. È un gioco di equilibri che in una storia breve avviene in un intervallo di tempo e di spazio minore rispetto a quanto avvenga in un romanzo.

D. Per concludere, dove possono contattarti i lettori?
R. È possibile interagire con me e continuare a leggere i miei “momenti” di scrittura visitando i seguenti siti web: lamisuradelleemozioni.wordpress.com, www.facebook.com/dentroleparole, www.facebook.com/cuori.


Ce n'è per tutti i gusti, Buona Lettura!



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- Poesia

Gian Giacomo Menon, o la poesia del tempo lineare

Gian Giacomo Menon … o la poesia del tempo lineare.
Essai su “Geologia di silenzi” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.

Il contenuto di questa raccolta poetica, rappresenta solo un breve sapiente assaggio dell’autore di ‘migliaia di carte, foglietti, appunti contenuti nei 25 contenitori trovati nella casa del poeta e confluiti nel Fondo Menon della Biblioteca comunale Vincenzo Joppi di Udine …

«..geologia di silenzi / il mare fermato nelle conchiglie / i fuochi nella terra / anni o secoli il tempo della nostra pietà»

«..l’altrove dei giorni / pozzi di erba nessuno specchio di luna / ed era ieri l’incontro di carissime mani / palestra della mia forza per cortili obbligati / campo liberato di passeri»

«..come suoni come suoni / quelle carte fra i raggi / e passare e ripassare le attese / e oggetti di morte le stelle / e sempre più lontani / aghi e teli e vetri / sempre più antichi / i ritorni».

Ed ecco che per chi ama la poesia, conoscere Gian Giacomo Menon (1910-2000), insegnante emerito di storia patria e filosofia, stimato e rispettato dai suoi allievi, diventa quasi un requisito indispensabile alla comprensione del nostro tempo. Se mai si è amato il proprio professore di lettere questa raccolta di suoi scritti costituisce il ‘dono più sentito e più grande’ da parte dei suoi ex allievi di diverse generazioni che hanno voluto rendere omaggio a colui che ha fatto dell’insegnamento e dello scrivere l’unica sua ragione di vita, e noi tutti non possiamo che essergliene grati. “Geologia di silenzi” riunisce in un unico volume – con il titolo che l’autore avrebbe desiderato – una minima parte del suo capitale poetico dal 1988 al 1998. Sono diverse, infatti, le date di composizione e cifra stilistica delle singole raccolte da cui il libro è desunto, e che pure presentano una comune caratteristica: di essere state personalmente selezionate dall’autore all’interno della sua sterminata produzione in vista di pubblicazione …

«..non più di una e di quella / ed era al principio / ed era la parola / non più di una / quando l’arco si tese sopra la terra / quella / quando la terra fu campo di artemisie / e sempre parola»

«..non si doveva nella presenza impreziosire il discorso con stanche / metafore / ed erano già stati consultati gli orari / i calendari messi fra parentesi / e sapere la faccia bucata dai continui tramonti / paura delle pulizie solitarie / repulsione»

«..il candore e una ruga […] stanchezza più della terra / un delirio sintattico / un verbo che scarta l’accento / un aggettivo perduto / e chiederti il nome»
«..aghi verdi filtrano cotoni / una serie antica e rotonda / e incrostare il ricordo / distaccarsi di uccelli e di rami / i deserti della pioggia / integri e conflittuali / ed è come essere privati»

La raccolta, apparsa di recente nella collana ‘Itinera’ da Anterem Edizioni 2018, rende omaggio a un personaggio così poco conosciuto (direi misconosciuto), portandolo alla ribalta di quanti, ad esempio, si adoperano in ambito poetico, alla divulgazione e alla conoscenza di quella che potremmo definire ‘l’essenza stessa della vita’, o se preferite, in egual misura ‘il sale dell’esistenza’, ciò che rende alla ‘nuda parola’ il colore e la forza dei suoi più reconditi sentimenti: la poesia: “non più di un bisbiglio nella pena dell’essere”…

«..non il pugno e la verga / la schiuma del disprezzo / l’ammonimento della pena / tuoni si gettano per lunghe spaccature / risucchio di acque / il lepre spia dalle cove l’abbandono dei volti / la comune storia girotondo di alleanze / lotta di chiodi ed evasioni solari / spinta del silenzio / il tempo è la nostra siepe / dietro si affonda in antichi solchi / di rimorsi e di rabbia / occhio di scorpioni e bave di lumaca»

«..scambiati zodiaci / sostituire corde del cielo / è passata una luna ebbra di danza / tagliente nelle sue falci / verde scarlatta candida rigata di nero / un’altra luna è venuta / giusta nelle sue gobbe absidi e nodi / rotonda di stupori / bilancia di giusto mezzo / bere i suoi chiari silenzi»

Molto dobbiamo all’oculata e dotta biografia di Cesare Sartori che ci introduce alla conoscenza dell’autore: “che per un’ostinata, sofferta ‘decisione di assenza’ praticata con coerenza e determinazione, ha trascorso più della metà della sua vita praticamente tappato in casa […] accuratamente nascosto agli occhi dei più, sfuggendo ogni anche pur minimo côté sociale, ha diligentemente cancellato le proprie tracce dal mondo”; il quale, tuttavia, avverte il lettore che potrebbe “sembrare sciocca presunzione pretendere di racchiudere in poche paginette una vita come quella di Menon, ‘filosofo del nulla e poeta assoluto’ (Carlo Sgorlon), che sembra fatta di niente, ma che in realtà è una foresta lussureggiante” …

«..pomeriggi di infanzia sotto gli alberi
adunata di tende
ruote di spazio sulla città
palloncini rincorsi dai passeri
fucili di luce contro i cartoni
chi grida gli zuccheri
chi le scimmie maestre dell’uomo
l’angelo piombato dentro la carne
lungo tubi di ossa sentieri di midolla
a scuotere fiumi sepolti un ribollire di pietre
la pelle sconsacrata dall’affiorare di un dente
per ferire greggi di stelle navigazione di erbe
non sazia fame dell’essere
e noi nocchieri impazziti per nuove correnti
a reggere inconsulti timoni
nella rapina delle mani»

“Come scrisse La Fiera Letteraria del 18 agosto 1966: di Gian Giacomo Menon non sappiamo quasi nulla. Sappiamo solo che è un poeta, un vero poeta, ed è questa forse l’unica cosa che conti. Quel che è certo era pazzamente innamorato della «vita incandescente delle parole: quello che è stato il più grande, fedele, immutabile, ossessivo e probabilmente unico vero amore e conforto della sua vita”. Quanto è anche testimoniato nei due saggi critici dedicati da Flavio Ermini e Giacomo Trinci a completamento del libro, dai quali apprendiamo alcune peculiarità di questo autore singolare, il cui poetare “fa i conti con la presenza invisibile dell’essere delle cose. I cui versi ci invitano a guardare oltre le apparenze, (oltre il silenzio delle cose)”…

“Noi – scrive Flavio Ermini – viviamo infatti come se ciò che non è visto, pensato, intuito ‘non fosse’. E invece è, pulsa, seppure nascosto, alla radice delle cose. […] L’essere è l’invisibile (nascosto nelle cose che noi siamo), è il silente, si cela (dentro di noi) e qui attende di essere raggiunto. Ne cogliamo la presenza quando abbassiamo le palpebre, quando facciamo i conti con le tenebre dell’interiorità, con l’oscuro dolorare delle cose. La (loro) immediatezza non è l’essere. […] La svalutazione dell’essere a favore delle apparenze è vista da Menon come una vera e propria ostilità nei confronti della vita. Ecco perché ogni dettaglio della condizione umana va vissuto, anche il più spaventoso, il più incomprensibile. Perché ognuno di quegli attimi può portarci al cospetto della nostra essenza”.

«..terra lenta dell’erpice
fatiche di una vita
si scardina il sasso dalla zolla
nello spavento della locusta
invidia di più forti ali
e l’erba resta sospesa nel vento
questa stagione di prove
non si appoggia a stelle matematiche
imponenti nei giri assegnati
contro il caldo furore del sangue
che tira il grido dalla sua parte
e ogni perdizione
non confondermi nell’istante della resa
non goidicarmi se l’occhio si fa vetro
sulla parete offesa dalla rinuncia
tutto umano è il piede
che incontra il suo ostacolo
il braccio che decide di abbassare lo scudo»

“Dopo aver posto il problema di come noi, lettori di poesia ci avviciniamo al testo poetico di Menon – scrive Giacomo Trinci – proviamo a configurare le modalità oggettive, la fenomenologia con cui la sua stessa poesia si è presentata nel tempo. […] Con questo voglio sottolineareche quando si parla dell’accensione ermetizzante, di una parola affrancata da ogni contaminazione storica e da una funzione comunicativa scontata, non dobbiamo mai dimenticare che quella parola nasce e si forma nel pieno di quell’energia dinamica tiopica della poetica futurista; il fuocoanalogico e pirotecnico con cui questa lingua crea sé stessa e la realtà che nomina contro ogni tentazione assolutizzante è figlia di quella temperia storica, e anche nello sviluppo successivo la poesia che produce risentirà di quella provenienza, pur con tutti i suoi necessari assestamenti”.

Tutto questo suo percorso storico/poetico – conferma Giacomo Trinci – “lo obbliga ogni volta a sfidare le ragioni della sua scrittura e a chiedere a nostra volta se, in generale, quello che appartiene alla poesia si possa tranquillamente chiamare «scrittura», nella sua accezione, diciamo consumata e pacifica (?) […] Di sicuro Menon è insieme dentro il suo scrivere, cioè «prigioniero della parola», ha bisogno di esserne posseduto, catturato e, perché no?, immagato dalle sue lusinghe e dalle sue promesse, non può uscirne, appunto; nello stesso tempo, è esterno ad esso, lo contesta, ne sente la dura insufficienza (lirica?), la crosta tenace e conservativa (poetica?) che lo tiene (legato al passato) e lo preme (verso il presente/futuro della scrittura)”.

Quella di Menon è di fatto una scrittura poetica tout court, che non stento a definire “poesia del tempo lineare”, il cui scorrere nel quotidiano passa, ma solo apparentemente, senza lasciare traccia alcuna sulla superficie della pelle, e che si traduce in un soliloquio costante che, poco a poco, penetra nell’anima, somatizzata nei sentimenti, nella ricerca e nel desiderio di una solitudine estrema. Quell’emarginazione che è annullamento, pari a una ‘fuga da sé e dal mondo’ che l’autore ostenta come controparte della sua funzione pubblica di professore amabile e amato dai suoi allievi, delle sue brillanti scappatoie nella società, e che nottetempo trasforma in maschera altera di un ‘io segreto altro a se stesso’, la cui causa emotivo-psicologica è primaria nello sdoppiamento letterario innescato dalla sua stessa scrittura …

«..seminare la vergogna nella carta stampata
fra la doppia morte e la luna
gettarla oltre i legni sconnessi
dove la follia ha scavato la casa
per un impegno più alto di api
macinare la pena dell’ultima strada
con la ruota che ingrana il rimpianto»

… scrive Menon in “Sulla poesia” il breve saggio incluso in questa raccolta, e noi che lo leggiamo, per un istane ci sentiamo ‘poeti del nulla’ , figli spuri di una poesia che è a noi contemporanea e che passa veloce senza lasciare traccia, come tutte le cose di questo mondo, «..che segnano solo momenti di vita momenti di umori andati venuti. Poesia è scrittura prosodica dove un azzardo di lacerti mnestici cioè una sequenza arbitraria di parole casuali si sistema in forme pseudorazionali nella virtualità di un discorso, così dunque come di notte i cieli contano (dicono, danno) con ferma voce in nome delle stelle e di giorno passano le acque inquiete della terra e l’uomo, io, un uomo casuale nudo e impaurito annaspo cercando ganci di sopravvivenza».


Grazie Professore!


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- Alimentazione

Venezia premi / concorso / orizzonti

VENEZIA 2018 Premi / Concorso / Orizzonti

Roma vince a Venezia, Guillermo del Toro passa lo scettro a Alfonso Cuarón
di Cineuropa

08/09/2018 - VENEZIA 2018: Il film targato Netflix vince il Leone d’Oro, consegnato dal connazionale vincitore della precedente edizione. Gran Premio della Giuria a Yorgos Lanthimos, in gara con The Favourite.
Alfonso Cuarón con Roma è il vincitore della 75ma edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Un vero e proprio passaggio di scettro, dato che a premiarlo è stato il connazionale Guillermo del Toro, presidente della Giuria e Leone d’Oro della precedente edizione con La forma dell’acqua. “Grazie mille alla Mostra per il supporto continuo al film, e ai giurati”, ha detto il regista messicano in perfetto italiano, “questo premio ha una importanza incredibile per me”. Ringraziamenti - in inglese - anche per Netflix, che ha prodotto il film e a tutta l’equipe che ha lavorato al bellissimo film in bianco e nero ambientato nella Città del Messico degli anni Settanta. “Il vostro lavoro si vede in tutte le inquadrature del film”. Un grazie appassionato infine alle interpreti, “per il rispetto immenso nell’aver rappresentato le donne che mi hanno cresciuto”. Cuarón ha rivelato che oggi è il compleanno della donna su cui si basa il film, interpretata da Yalitza Aparicio con il suo personaggio della giovane tata Cleo.

VENEZIA 2018 Concorso
Mario Martone • Regista
“A Capri l’emancipazione attraverso l’esperienza collettiva”
di Camillo De Marco.

07/09/2018 - VENEZIA 2018: Il regista napoletano Mario Martone è in concorso alla Mostra di Venezia con Capri-Revolution
Con Capri-Revolution [+], in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Mario Martone conclude la sua trilogia su un periodo fondante della storia italiana e europea, composta anche da Noi credevamo [+] e Il giovane favoloso [+] su Giacomo Leopardi. Scritto, come sempre, assieme alla compagna Ippolita di Majo, il film racconta di una comunità artistica naturista insediatasi a Capri ad inizio secolo e del percorso di emancipazione di una ventenne guardiana di capre, interpretata da Marianna Fontana, autentica rivelazione due anni fa a Venezia insieme alla sorella gemella Angela in Indivisibili

VENEZIA 2018 Concorso
Recensione: Capri-Revolution
di Camillo De Marco.

06/09/2018 - VENEZIA 2018: Il valore rivoluzionario dell'arte e della creatività nel nuovo film di Mario Martone ambientato nell'isola campana agli inizi del secolo.
Un filo rosso lega Opera senza autore [+] di Florian Henckel von Donnersmarck a Capri-Revolution [+] di Mario Martone, entrambi in corsa per il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, il valore rivoluzionario dell'arte e della creatività. Nel film tedesco in contrapposizione a qualsiasi forma di totalitarismo, in quello italiano contro le convenzioni sociali e i dogmi scientifici. Arte come libertà assoluta e ricerca dell'essenza della natura, quella che cerca il pittore chiamato Seybu (interpretato da Reinout Scholten van Aschat), insediatosi in una piccola valle dell'isola di Capri nel Golfo di Napoli e attorniato da un gruppetti di fedeli seguaci. A Capri convergono nello stesso periodo anche un gruppo di esuli russi impegnati a preparare la rivoluzione d'Ottobre. Siamo nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, da lì a poco l'Inghilterra dichiarerà guerra alla Germania, l'Italia sarà presto coinvolta, e quella raccontata da Martone è una storia vera. Quella dell'anziano pittore e utopista tedesco Karl Diefenbach che creò a inizio secolo una comunità di "figli dei fiori" nell'isola. L'azione è però spostata in avanti nel tempo e le teorie espresse dal giovane Seybu e le performance nel suo gruppo sono ispirate al percorso artistico iniziato negli anni Cinquanta da Joseph Beuys. La musica e le danze (coreografate da Raffaella Giordano) che vediamo richiamano uno sperimentalismo che in quegli anni stava gettando i semi che si svilupperanno più tardi.

La musica è molto presente e importante in Capri-Revolution. Martone ha richiamato il musicista berlinese Sascha Ring, in arte Apparat, una vera star dell'elettronica, che aveva già composto per il regista lo score de Il giovane favoloso [+]. Apparat contamina classica, techno, musica orientale e l'elettronica anni Sessanta. Ma la vera protagonista del film è Lucia (Marianna Fontana), una guardiana di capre ventenne che vive nei paraggi con la famiglia composta da madre, padre in fin di vita per la fosfatasi contratta lavorando agli altiforni di Bagnoli, e due rozzi fratelli maggiori. La giovane pastora - nella cui figura si individuano echi evidenti del cinema degli amati (da Martone) Fratelli Taviani - si avvicina sempre di più a questi giovani proto-hippie che praticano il nudismo, l'amore libero e adorano il sole. In Lucia c'è un enorme desiderio di liberarsi dalle catene delle tradizioni del Sud che vogliono la donna costantemente sottomessa. Frequentando la comunità di Seybu, Lucia imparerà a leggere e scrivere, ad apprezzare l'arte e iniziare un processo di emancipazione anticipando il femminismo che verrà. E' attratta da un giovane medico del paese, un socialista con idee interventiste sulla guerra che da uomo di scienza discute e si confronta a lungo con lo spiritualista Seybu. Tanti elementi in ballo, non sempre messi ben a fuoco dalla sin troppo ricca sceneggiatura (scritta dal regista con la moglie Ippolita Di Majo), per raccontarci temi universali che ci fanno discutere ancora oggi e che ancora ci sfuggono.

Sullo sfondo Capri, con la sua bellezza abbagliante e la sua simbologia che la identifica con l’elemento fisico primigenio in cui tutto ricomincia indefinitivamente, come in una seconda rinascita. Martone mette a esergo del suo film una frase della scrittrice napoletana Fabrizia Ramondino su Capri, che ne parla come di un'isola che "compare e scompare continuamente alla vista e sempre diverso è il profilo che ciascuno ne coglie. In questo mondo troppo conosciuto è l’unico luogo ancora vergine e che ci attende sempre, ma solo per sfuggirci di nuovo”. Prodotto da Indigo Film con Rai Cinema in coproduzione con la francese Pathé Films, che ne cura anche le vendite internazionali, il film sarà distribuito in Italia da 01 a dicembre.

INDUSTRIA Italia
Rai Cinema, un’offerta per tutti i pubblici di Camillo De Marco.
13/04/2018 - L’ad Paolo Del Brocco presenta le nuove produzioni e coproduzioni e conferma l’investimento nel 2018 di oltre 70 milioni di euro.

“Cinema senza frontiere”. Così l’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco definisce le nuove coproduzioni internazionali, presentate ieri a Roma nell’appuntamento annuale con la stampa: Todos lo saben [+], il nuovo film di Asghar Farhadi con Penelope Cruz e Javier Bardem; Il peccato di Andrei Konchalovsky su Michelangelo, Opera senza autore di Florian Henckel von Donnersmarck, premio Oscar per Le vite degli altri, che con il nuovo film racconta la storia dell'artista Kurt Barnerta a cavallo della Seconda Guerra Mondiale; Il libro delle visioni di Carlo S. Hintermann prodotto da Terrence Malick e Les Estivants di e con Valeria Bruni Tedeschi, dove si racconta una vacanza in Costa Azzurra di una regista che deve gestire la fine della sua relazione e la scrittura del suo prossimo film.

LEGISLAZIONE Europa
Via libera al Parlamento europeo per la riforma del copyright
di Thierry Leclercq.

13/09/2018 - Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato a Strasburgo il progetto di riforma del diritto d'autore che è in discussione da due anni.

With 438 votes for, 226 against and 39 abstentions, the meeting gave the green light to the trilogue negotiations with the Member States and the European Commission, on the basis of a text defended by the German MP Axel Voss (PPE). Following an initial rejection on 5 July, the project was amended slightly to address the concerns raised by two provisions that crystallised the debate: the creation of a new neighbouring right to publishers’ copyright (Article 11) and the empowerment of digital platforms when publishing copyrighted content online (Article 13). According to the text’s opponents, the latter measure would result in the automatic filtering of content, which goes against the freedom of expression. The amended text specifies that the sharing of content by Internet users for non-commercial purposes does not form part of the legislation, while an exception is to be provided for small and micro-platforms and aggregators entering the market. Major platforms such as Google, YouTube and Facebook will have to enter into licensing agreements with rights holders represented by group management organisations. They will also have to make sure that their recognition and content filtering mechanisms are not abusive. Press content can still be shared via hyperlinks, but the aggregation of press titles and excerpts will be licensed by publishers who will share the revenue with journalists.

The Parliament's text also strengthens the bargaining rights of authors and performers, which is a cause for celebration for the European association of authors (SAA), directors (FERA) and scriptwriters (FSE). In a joint statement, the associations welcomed the introduction of a legal right to "equitable and proportionate remuneration for authors for the exploitation of their work, both online and offline" (Article 14). Authors and performers should also benefit from greater transparency about the results of the use of their work and will be able to renegotiate their remuneration accordingly. They may also be able to revoke or terminate license exclusivity when not effectively exercised.
Next week, a delegation of MEPs will visit Silicon Valley, where meetings are expected to take place with the heads of major GAFA platforms. According to Axel Voss, "they should participate constructively in the discussion to implement practical solutions." The main opponent to this text, the MEP Julia Reda, however, does not intend to give up, believing that Parliament will still be able to block the resulting agreement of the trilogue next spring. Once adopted definitively, the Member States will have two years to transpose the directive into their national legislation.

FESTIVAL Italia
Paolo Genovese e Bruno Dumont al Napoli Film Festival
di Vittoria Scarpa.

14/09/2018 - La 20ma edizione della manifestazione partenopea si terrà dal 24 settembre al 1° ottobre, con sei opere di giovani autori europei in concorso e una rassegna sul cinema spagnolo al femminile.

Il concorso internazionale Europa/Mediterraneo presenta sei film europei inediti di giovani autori. Dalla Grecia il thriller Blue Queen di Alexandros Sipsidis; dall’Italia Chi salverà le rose? [+] di Cesare Furesi; da Israele Holy Air [+] di Shady Srour; dall’Islanda The Swan [+] di Ása Helga Hjörleifsdóttir; dall’Albania Elvis Walks Home [+] di Fatmir Koçi; dalla Germania In the Aisles [+] di Thomas Stuber. La giuria che assegnerà il Vesuvio Award è composta dagli studenti dell’Università Federico II, Corso di Laurea in Discipline della Musica, del Cinema e dello Spettacolo e Master in Drammaturgia e Cinematografia, e dagli studenti delle scuole di cinema campane.

Tra le rassegne, si segnalano i tre “Percorsi d’autore” dedicati rispettivamente a Ingmar Bergman, Bruno Dumont (che sarà presente al festival) e Andrzei Wajda, dei quali saranno proiettate le opere più significative. La rassegna “Gli Invisibili” propone invece sette titoli di qualità europei che, penalizzati dalla distribuzione, non hanno mai raggiunto il pubblico campano: Home Care [+] di Slávek Horák (Repubblica Ceca), Illegitimate [+] e The Fixer [+] di Adrian Sitaru (Romania), Safari [+] di Ulrich Seidl (Austria), Sámi Blood [+] di Amanda Kernell (Svezia), Estate 1993 [+] di Carla Simón (Spagna), The Constitution [+] di Rajko Grlić (Croazia). Cinque opere realizzate da registe spagnole saranno inoltre proiettate nell’ambito della rassegna “Cinema spagnolo al femminile”: Most Beautiful Island [+] di Ana Asensio, El olivo [+] di Icíar Bollaín, La notte che mia madre ammazzò mio padre [+] di Inés París, La próxima piel [+] di Isa Campo e Isaki Lacuesta, Todos queremos lo mejor para ella [+] di Mar Coll.

Infine, per la sezione “Parole di Cinema”, dedicata agli studenti delle scuole superiori di Napoli, in programma cinque incontri e proiezioni. Si parte con Kedi - La città dei gatti di Ceyda Torun; seguono Quanto basta [+] e l’incontro con il regista Francesco Falaschi, Nato a Casal di Principe [+] di Bruno Oliviero, con il produttore Amedeo Letizia e lo sceneggiatore Massimiliano Virgilio, Easy - Un viaggio facile facile [+] con il regista Andrea Magnani, e Tito e gli alieni [+] di Paola Randi, con la produttrice Maddalena Barbagallo insieme ai due giovani protagonisti Luca Esposito e Chiara Stella Riccio.

VENEZIA 2018 Industria
I talenti europei chiedono al Parlamento europeo di adottare la direttiva sul diritto d'autore di Cineuropa.

03/09/2018 - VENEZIA 2018: 165 sceneggiatori e registi di tutta Europa hanno aderito alla "Dichiarazione di Venezia", sostenuta da FERA, FSE e SAA.
On the occasion of the 75th Venice International Film Festival, 165 screenwriters and directors across Europe have come together in the "Venice Declaration" (read it in full here) to call on the European Parliament to adopt legislation that puts authors at the heart of copyright and of the European cultural and creative industries, including online. The action is backed by FERA (Federation of European Film Directors), FSE (Federation of Screenwriters in Europe) and SAA (Society of Audiovisual Authors).
On 12 September, the members of the European Parliament will adopt the Parliament's position on the draft Directive on Copyright in the Digital Single Market. After several delays, this vote is the last chance for a final adoption of this much-needed Directive before the European elections. It will determine the future for audiovisual authors; if they will have a chance to receive fair and proportionate remuneration for the use of their works across the EU in a near future or if will they be left behind for another decade.
Filmmakers in Venice selections Jacques Audiard, Joachim Lafosse, Mike Leigh, Laszlo Nemes and Pierre Schoeller, LUX Prize finalists Benedikt Erlingsson, Wolfgang Fischer and Mila Turajlic, as well as Iciar Bollaín, Costa-Gavras, Matteo Garrone, Agnieszka Holland, Daniele Luchetti, Laura Morante, Cristian Mungiu, Alan Parker, Stefan Ruzowitzky, Lone Scherfig, Volker Schlondörff, Paolo Sorrentino, Paweł Pawlikowski, Bertrand Tavernier, Paolo Taviani, Fernando Trueba, Margarethe von Trotta and many others across Europe signed the Venice Declaration. Most of them already signed the FERA/FSE/SAA petition supported today by more than 18,700 signatories from over 100 countries worldwide.
The declaration reads, "We, audiovisual authors, absolutely need this Directive to be adopted on time: to ensure freedom of expression and independence of creators as well as authors' rights. The principle of fair and proportionate remuneration, improved measures on the transparency of the exploitation and contract adjustment mechanism will make a big difference. With these provisions, the Directive will improve our position in the industry."

VENEZIA 2018 Giornate degli Autori
Recensione: Ricordi? di Vittoria Scarpa.

05/09/2018 - VENEZIA 2018: Valerio Mieli realizza un film emozionante e raffinato sui meccanismi della memoria attraverso il racconto di una lunga storia d’amore che i due protagonisti ricordano in modi diversi. Nove lunghi anni dopo Dieci inverni, Valerio Mieli torna finalmente al cinema, e alla Mostra di Venezia, con il suo nuovo lungometraggio, Ricordi?, selezionato alle 15me Giornate degli Autori. Accolto con grande calore dal pubblico alla sua prima proiezione ufficiale, il film mette in scena una lunga storia d’amore, dall’inizio alla fine, interamente attraverso i ricordi dei due protagonisti, “Lui” (Luca Marinelli, visto di recente nei panni di Fabrizio De André) e “Lei” (Linda Caridi, già protagonista di Antonia). Un flusso di coscienza di 106 minuti, dove immagini e sensazioni scorrono senza un preciso ordine temporale, mischiando continuamente i punti di vista e scavando nelle contraddizioni della memoria. Insomma, un film che, sulla carta, sembrerebbe complicato da seguire, ma che invece si rivela un intenso viaggio emotivo nella testa dei suoi personaggi, e anche un po’ nella nostra, poiché è facile riconoscervi dinamiche già vissute o che viviamo tutti i giorni.
E’ la nostalgia a rendere tutto bello? Oppure siamo stati davvero felici, ma non ce ne rendevamo conto? Da questa domanda è partito il regista per la sua articolata sceneggiatura, scritta nel corso di vari anni. Sono tanti piccoli attimi di vita quotidiana, quelli che descrive il film. A partire dal primo incontro tra i due protagonisti a una festa, che lui ricorda grigia e un po’ triste, e lei, invece, piena di luci e di musica. Lei incarna la gioia di vivere, non ha ricordi brutti, vive il presente con fiducia ed entusiasmo; lui è tormentato, sopraffatto dai piccoli traumi del passato e dice solo cose negative. Si innamorano, prendono casa insieme (la stessa dove lui ha vissuto con i genitori da bambino, quindi a sua volta piena di ricordi), il rapporto si consolida. Ma poi passano gli anni, le parti si invertono: lei cambia, comincia a conoscere la malinconia, diventa insofferente. Lui, al contrario, scopre la leggerezza, ma è già troppo tardi. La magia è sparita.
Immagini, colori, emozioni, suoni, profumi. Dietro Ricordi?, si intuisce un lavoro di montaggio titanico, il cui merito va a Desideria Rayner (Tito e gli alieni [+], Salvo [+]). Un lavoro di cesello, realizzato quasi fotogramma per fotogramma, per restituire i movimenti della mente, le loro concatenazioni e soprattutto per rendere queste ultime immediatamente comprensibili. Non esiste un presente nella narrazione, è tutto solo ricordo, talvolta di lui, talvolta di lei; e poi ci sono i ricordi di Marco (Giovanni Anzaldo), l’amico d’infanzia un po’ traditore di lui, e quelli della “ragazza rossa” (Camilla Diana), oggetto del desiderio del protagonista quando era ragazzino, e al centro di una scena esemplare di quanto la realtà possa essere diversa dagli ideali che abbiamo in testa: di questa ragazza, lui ha uno dei ricordi più belli della sua vita; lei, invece, a malapena ricorda chi lui sia.
E’ un esperimento insolito e coraggioso, in particolare per il cinema italiano, quello di Valerio Mieli in questo film, che un po’ rimanda alle atmosfere di Michel Gondry. Un esperimento riuscito, a nostro avviso, che parla un linguaggio universale e molto raffinato, e che non avrà difficoltà anche a varcare i confini nazionali.
Ricordi? è una coproduzione italo-francese di Bibi Film e Les Films d’Ici con Rai Cinema. La distribuzione internazionale è affidata a Le Pacte.

LEGISLAZIONE Europa
Il Parlamento europeo pronto a rafforzare il lavoro dei creatori su Internet
di Thierry Leclercq.

21/06/2018 - Il Parlamento europeo propone una revisione del diritto d'autore più favorevole per i creatori al cospetto delle piattaforme online.

Despite tactical moves to delay the vote, the European Parliament Committee for Legal Affairs has finally adopted a position on copyright reform for the digital age. Its rapporteur, German MEP Axel Voss, has been granted a mandate to negotiate the text of the new law in trialogue with the European Council (who approved the proposal on 25 May) and with the Commission. Following the result of the vote, Voss declared: "We are happy to have achieved this result which will help creative parties strengthen their position within the European Union vis-à-vis online platforms […] It’s a good, first sign".

VENEZIA 2018 Giornate degli Autori
Andrea Purgatori • Giornalista, sceneggiatore.
"Un primo passo verso un riequilibrio del rapporto tra chi crea e chi sfrutta"

VENEZIA 2018: Incontro con il giornalista e sceneggiatore Andrea Purgatori, membro del Consiglio di Gestione della SIAE, nell'ambito delle Giornate degli Autori
Il giornalista e sceneggiatore Andrea Purgatori, membro del Consiglio di Gestione della SIAE, ci parla del premio assegnato a Mario Martone nell'ambito delle 15me Giornate degli Autori e del dibattito in atto sulla questione del diritto d'autore. (Vedi intervista on line sul sito di Cineuropa News).

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- Teatro

Teatro delle Foglie per tutte le stagioni.

IL ‘TEATRO DELLE FOGLIE’ … per tutte le stagioni e le esigenze della vita.

Attivo nella promozione e direzione artistica di Corsi di Teatro per le Scuole oltre che nella Produzione Teatrale vera e propria: dallo Show-business al Recital, dal Musical a numerosi Seminari e Corsi di Yoga olistico, fino a fare del Workshop motivazionale e di meditazione un proprio anello di congiunzione con il mondo dello spettacolo più in generale; il Teatro delle Foglie svolge la sua attività principalmente sul territorio marchigiano nel quale ha la sua sede storica in Folignano City (AP) e in altri poli saltellitari. Quali, ad esempio, la Scuola di Musical al Palariviera di San Benedetto del Tronto, uno spazio più che prestigioso dove si tengono Corsi di Formazione Professionale cui accedono ogni anno numerosi attori, insegnanti e professionisti anche da altre regioni come Abruzzo, Lazio e Umbria; i Laboratori Teatrali tenuti nei diversi Comuni di Acquasanta Terme, Acquaviva Picena, Folignano, Montalto e Monteprandone nell’ambito della provincia di Ascoli Piceno; i Corsi di Dizione e Public Speaking per manager, funzionari pubblici e dirigenti responsabili, per i quali “l’arte della conversazione e del portamento individuale” è oggi l’unico mezzo a disposizione per imporsi all’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

I protagonisti: Eugenia Brega e Paolo Clementi.

I due fondatori dell’odierna Associazione Culturale ‘Teatro delle Foglie’, nata ad Ascoli Piceno nel 1981, oltre ad aver svolto per un certo numero di anni la professione di attori e registi teatrali attraverso la produzione di numerosi spettacoli rappresentati in ambito regionale e nazionale, si occupano principalmente di ‘pedagogia teatrale’, in quanto ex-docenti di Corsi di Formazione presso Istituti Scolastici e Scuole Comunali, capaci, quindi, di conformarsi ad ogni necessità individuale in modo semplice e intuitivo delle diverse personalità degli allivi. Dacché il buon livello di preparazione ottenuto dalle centinaia di allievi, di ogni età e ceto sociale, che negli anni hanno frequentato e proseguono i vari Corsi, e di quanti hanno cercato e trovato nella risposta teatrale la propria ragione di essere, o forse di ‘sentirsi persone a tutto tondo’, cioè individui capaci di affrontare con serenità la propria crescita personale ed affrontare così le numerose sfide sociali; è testimoniato dai risultati più che apprezzabili che essi continuano a divulgare col semplice ‘passa parola’ ad ogni inizio di stagione, al chiuso degli spazi adibiti durante le stagioni più fredde e, in quelli all’aperto, open-air, tenuti nei parchi pubblici e in riva al mare in quelle più calde.

Il curriculum dei due insegnati, qui ridotto per necessità di spazio, è significativo di una professionalità esibita e convalidata nel tempo da riconoscimenti a livello nazionale e internazionale che ne segnano le tappe:

Eugenia Brega,
diplomata in solfeggio e pianoforte arricchisce la sua formazione professionale con laboratori e stage di dizione, di canto lirico e jazz, parallelamente all’attività teatrale ed espressione corporea, mimo, teatrodanza, yoga e psicodanza. Ha conseguito il Master RQI (Riequilibrio Quantico Integrato) e il diploma di 1° livello in Radioestesia e Geobiologia, al tempo stesso coltivando interessi per la spiritualità cosmica e le tecniche olistiche, con ritiri di meditazione buddista presso l’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia. Nel 1981 fonda la Compagnia del Teatro delle Foglie ad Ascoli Piceno operativa in qualità di attrice, regista teatrale e coreografa, principalmente nei settori della produzione e allestimento di spettacoli, nella direzione artistica e promozione di corsi e Scuole di Teatro presso gli Istituti Scolastici di Folignano e Monteprandone e, attualmente, in qualità di docente artistica di canto e tecniche del corpo presso la Scuola di Musical di San Benedetto del Tronto.

Paolo Clementi,
fin dagli anni 70’ svolge attività di attore con la Compagnia del Tascabile di Bergamo dando rilievo oltre che alla recitazione, soprattutto al linguaggio del corpo e alla mimica prendendo parte a rassegne, incontri, seminari e scambi artistici con gruppi e personalità del teatro nazionali ed internazionali, tra i quali spiccano Odin Teatret (Danimarca), Bread and Puppets (USA), Ives Lebreton (Francia), Comuna Baires (Argentina), Kerala Kala Kendra (India), La Rancia di Tolentino (Italia) ed altri. Successivamente, nel 1981, fonda con Eugenia Brega la Compagnia del Teatro delle Foglie attiva in Ascoli Piceno in qualità di attore e regista, occupandosi maggiormente di attività pedagogica come docente di Corsi di Formazione Professionale per Attori e Corsi di aggiornamento per Insegnanti di tecniche espressive, corsi di dizione e public-speaking. Attualmente è insegnante e direttore artistico dei Corsi di Teatro e Musical del Teatro delle Foglie.

Intervista rilasciata a all’autore
dai direttori artistici Eugenia Brega e Paolo Clementi:

Quali sono state le risposte del pubblico ai vari Corsi tenuti quest’anno 2018? (qualche dato in cifre di presenze):

«Hanno partecipato ai nostri corsi nel 2018 circa 160 allievi di tutte le età e professioni. Hanno assistito alle rappresentazioni dei saggi-spettacolo conclusivi circa 2000 spettatori.»

Quali sono le premesse per una ripresa del teatro regionale italiano? (quale è il vostro contributo alla ripresa):

«Nella regione Marche si può affermare che la cultura teatrale è un fenomeno “diffuso”, portato avanti da molti gruppi presenti nel territorio che, come noi, vivono sulla propria pelle i rischi e le incertezze del mestiere. Gli enti sono sempre meno presenti con il loro sostegno e aiuto economico. Il nostro contributo è quello di diffondere la cultura teatrale anche attraverso la pedagogia, i corsi, le lezioni, le prove, un teatro tutto dal vivo in cui cerchiamo di comunicare le nostre esperienze artistiche e culturali alle nuove generazioni.»

Come e con quali spettacoli vi accingete ad iniziare i nuovi Corsi della prossima stagione teatrale? (date e luoghi se ne avete):

«La nostra compagnia è ai nastri di partenza con la stagione 2018/2019. Abbiamo in programma 7 corsi di formazione teatrale e 7 saggi-spettacolo da allestire.»

È ancora possibile un teatro classico, così detto di parola, in Italia?

«Il cosiddetto teatro di parola o di tradizione in Italia è perlopiù appannaggio delle compagnie stabili o delle più agili cooperative teatrali che, essendo più forti, grazie ai contributi ministeriali, si dedicano ad un repertorio classico. Esse vengono circuitate dal noto ETI (Ente Teatrale Italiano). Nella nostra regione la stessa funzione è promossa dall’AMAT (Associazione Marchigiana Attività Teatrali) che si occupa delle stagioni di prosa e anche del Teatro Ragazzi ma offre poco spazio alle compagnie locali.»

Per quale forma di spettacolo c’è oggi una maggiore richiesta?

«La prosa tradizionale interessa di più quella fetta di pubblico che va a teatro per “culturalizzare”, cioè per riconoscere quegli stili e quella letteratura teatrale dei libri e degli studi classici. Non c’è più meraviglia a teatro, esso può solo rassicurare lo spettatore che, seduto in platea, non corre alcun rischio. Qualche novità è rappresentata in questi ultimi anni da un interesse particolare per il musical grazie ad allestimenti di grande qualità che sono in grado di attirare grosse fasce di pubblico.»

Secondo la vostra opinione ed esperienza, come risponderebbe il pubblico ad una ripresa dell’attività teatrale tout-court, uscirà di casa per tornare a teatro?

«Il pubblico va seguito e accompagnato dando occasioni di incontri che riportino l’attenzione sullo spettacolo dal vivo dove può ancora avvenire quella celebrazione del rito teatrale in cui lo spettatore si senta coinvolto in prima persona perché il teatro lo riguarda profondamente, perché a teatro può trovare nuove emozioni che l’attore è pronto a condividere con lui. Allora sì che varrà la pena di uscire di casa per recarsi a teatro.»

Quali sono i vostri sogni nel cassetto? (se ne avete):

«Poter avere a disposizione una struttura teatrale da gestire per farne un punto d’incontro e di scambi culturali e artistici.»

Ed eccoci al dunque, ovviamente l’attività del Teatro delle Foglie prosegue nella cornice eloquente del teatro italiano che più d’ogni altra espressione artistica risente attualmente della crisi ormai decennale che investe tutta la cultura. Tuttavia una ripresa è possibile se noi tutti, in un ambito o in un altro, partecipiamo alle iniziative scolastico-comunali, ad esempio iscrivendo i nostri figli ai corsi di teatro; così come alle attività propedautiche al miglioramento della persona fisica e psichica, avremo, nel breve giro di pochi anni, ‘future generazioni di giovani’ sicuramente più capaci, più responsabili e indubbiamente più sane. L’essere ‘persona’ non si genera con la nascita ma si apprende e si diventa attraverso il conseguimento della cultura.

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- Fede

La Festa degli Angeli ad Assisi

LA FESTA DEGLI ANGELI AD ASSISI 2018

La Festa degli Angeli è la festa di tutti e per tutti, volta ad onorare gli Angeli custodi alla Porziuncola, si tiene presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Assisi. La prossima edizione della Festa degli Angeli, siamo giunti all’ ottava, si svolgerà nei giorni 21-22-23 settembre 2018 presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli e della Porziuncola di San Francesco.

Accendi una Candela!
Un gesto semplice che da secoli aiuta gli uomini ad illuminare la speranza per qualcosa o a ricordare qualcuno. Accendere una candela per ottenere una grazia, per dire una preghiera, per ricordare la memoria di un nostro Caro, per chiedere aiuto se si è in difficoltà, per ringraziare un grazia ricevuta … Un modo per illuminare il nostro cuore e iniziare un nuovo giorno.

Nel Paradiso degli Angeli … (gruppo facebook)
Carissimi, questo gruppo facebook vuole ricordare tutti i figli in cielo che nella loro purezza godono la bellezza dell’eterno Padre che li ha creati. Per non restare irretiti dal dolore della loro “perdita”, vi invitiamo a ricordarli con una foto, con un fiore, con una frase, un ricordo, un pensiero… Sempre con quella certezza, che è speranza che non delude, della vittoria di Cristo sulla morte, su qualsiasi morte. E con le parole di san Paolo (Ef 1,17-20), Affido questo gruppo a Maria nostra Madre Consolatrice perché il Signore dia a tutti noi “uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti, secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli”. il Gruppo è raggiungibile al seguente link: https://www.facebook.com/groups/292100560938114/

Come nelle precedenti edizioni anche per questo anno c’è la nuova ‘maglietta della solidarietà’ per tutti coloro che vorranno testimoniare la loro presenza e che potete trovare disponibile presso la Basilica. Rinnoviamo l’invito a tutti per pranzare insieme sul Sagrato della Basilica, metteremo a disposizione come sempre tavoli e panche per consumare comodamente le pietanze portate da casa.

PROGRAMMA 2018 :
dal 8 al 23 settembre 2018: la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli ospiterà le Reliquie di Santa Maria Goretti.

VENERDÌ 21 settembre 2017
ore 21.00 – Sala del Refettorietto
I Santi Bambini: padre Cornelio Pallares racconta la vita di santa Maria Goretti

SABATO 23 settembre 2017
ore 21.15 – S. Rosario animato dai bambini e Processione aux-flambeaux
al termine spettacolo pirotecnico in piazza con le fontane di luce

DOMENICA 24 settembre 2017
ore 10,30 – Ritrovo in piazza
ore 11,00 – Processione degli Angeli (i bambini sono invitati a indossare qualcosa di bianco o a vestirsi da angioletti)
ore 11.30 – S. Messa presieduta da P. Giuseppe Renda, Custode del Convento Porziuncola, animata dal coro della Festa degli Angeli. La celebrazione della Santa Messa si potrà seguire via internet attraverso la nostra Web TV.
Dopo la messa sul piazzale della Basilica spettacolo dei “Piccoli sbandieratori e tamburini di Assisi”

Pranzo al sacco nei giardini della Basilica ove l’Associazione Priori di Sant’Antonio e Priori serventi 2019 offriranno un piatto a sorpresa

Nel pomeriggio, laboratorio didattico per bambini seguita dalla Festa in Piazza animata dal gruppo musicale “Perfetta Letizia”, dall’istituto Serafico di Assisi, dalla scuola di danza “La Rondine” di Assisi, dall’associazione “Mister sorriso” di Taranto e dal gruppo delle “Famiglie degli Angeli”.
A seguire:
Lancio dei palloncini
Consegna della pergamena ricordo

Sarà presente una rappresentanza del Santuario Santa Maria Incaldana di Mondragone (CE) gemellata con la nostra comunità. che augura un lieto 'benvenuti a tutti!'
«Il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità, e ci accompagna anche con la singolare presenza dei suoi Angeli Custodi, cioè ministri della divina premura per ogni uomo. Dall’inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione. E gli Angeli fanno corona» alla Madonna, alleata dell’umanità nella lotta «affinché sia sconfitto il male e si riveli, in pienezza, la bontà di Dio».
(Benedetto XVI)

Saremmo felici di avervi qui con noi a fare festa!
Per una migliore organizzazione se pensi di venire comunicaci la tua presenza tramite:
Telefono: (+39) 075.80.51.430 - fax: (+39) 075.80.51.418 - E-mail: info@porziuncola.org

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- Politica

Bla, bla, bla pupazzetti, che passione!

Bla, bla, bla … ‘pupazzetti, che passione!’

C’è un unomo di mezza età, diciamo pure un ‘signor nessuno’ che presiede ai lavori, si fa per dire, del parlamento, dove tutti parlano non si capisce bene di che, e che osserva stupito (leggi stupido), i due ‘bravi’ accanto a sé (Manzoni docet). I quali, non si fanno remore di bloccarlo allorché fa il solo tentativo di aprire bocca.

In/coscienti di quanto blaterano e di fare danni irreparabili, i due ‘bravi’ si lanciano, animati forse da passati rancori di gioventù che li hanno visti soccombere, in sproloqui demenziali e azioni pericolose per la salute mentale loro e di quanti (i più) li hanno messi lì, oggettivando così la perdita di quella ‘dignità’ che nel tempo la nazione (l’Italia) ha istituito.

Dignità che a causa della cattiva sorte i due ‘bravi’ vanno calpestando a piè sospinto con arroganza e blasfemia sociale. Non c’è che dire, la caduta di stile della politica è oramai inarrestabile e i danni procurati altrettanto irreparabili, tuttavia nessuno sembra accorgersi che il ‘teatrino dei pupazzetti’ ci ci sta portando tutti alla rovina.

Per quanto mi ricordi, a sgominare le schiere dei ‘buoni e dei cattivi’ prima o poi giungeva il momento l’atteso della resa dei conti (che oggi stenta ad arrivare), in cui uno di essi sopraffaceva l’altro, ma per il gusto sadico del gioco talvolta il cattivo dominava sul buono, come del resto accade in questo parlamento di cialtroni.

Allora, se non rispondevo alla chiamata: “è pronto in tavola!”, era la scopa di mia madre a far piazza pulita, per quanto riuscivo comunque a portarne a tavola con me uno per ogni schieramento, i quali, senza accorgermene mangiavano entrambi a quattro palmenti … eh se mangiavano! Proprio come accade oggi in parlamento.

Dove, di fatto, tolgono finanche il pane (leggi l’uso della parola che non ha) di bocca al povero ‘signor nessuno’, il quale sembra non avere alcuna dignità da difendere. Ma come si sa le ‘bugie’ hanno le gambe corte e il ‘signor nessuno’ sembra averne dette tante da non riuscire a camminare (leggi a parlare) da solo.

Mi chiedo se questi ‘bravi’ incompetenti ma soprattutto incapaci, hanno una morale cui appellarsi, se in primis la loro ‘dignità’ è in ogni caso mal riposta? Ovviamente la risposta a una domanda siffatta è dubbia, come del resto è la morale degli ignoranti (i più) che li hanno votati, e che pur di intascare un timido ‘reddito di cittadinanza’ sono pronti a dare via il culo (ops!).

Non resta che aspettare fino al prossimo inesorabile bla, bla bla.


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- Società

Incontri d’estate a San Benedetto del Tronto

Incontri d’Estate

Cronaca d’Agosto dalla Riviera delle Palme, San Benedetto del Tronto / Porto d’Ascoli.

 

Un tratto di blu ed è subito mare …

 

Numerosi esponenti della cultura hanno scelto anche in questa torrida estate la spiaggia dorata dell’Hotel Poseidon, sul Lungomare Sud di San Benedetto del Tronto, divenuto un punto d’incontro di esperienze artistiche diverse, lieta di annoverare anche quest’anno fra i suoi molteplici clienti nomi di alto livello qualitativo sia nell’ambito dell’arte che in quello letterario come scrittori e giornalisti che trovano nella Riviera delle Palme il loro annuale periodo di svago. Fra i nomi illustri si è incontrata di nuovo e con piacere la scultrice senese Vittoria Marziari Donati che da tempo ha attraversato la soglia dell’internazionalità riconosciutale in corso d’anno con il ‘Collare Laurenziano’ dell’Accademia Fiorentina: “per il suo contributo alle discipline scientifiche e artistiche” consegnatole in Firenze nella Sala dei Cinquecento.

 

Altra rilevante presenza è quella di Nicola Alberico Lombardi che dopo l’esordio dello scorso anno con la ‘silloge poetica’ ‘Là dove il mare luccica …’ sua prima raccolta poetica (Montedit - Collana ‘I Gigli’ – 2016), ha qui presentato il suo nuovo libro “Com’è profondo il mare” , dedicato proprio a tanta parte di Mare Adriatico a cui da sempre rivolge: “memore degli anni passati a rimirarlo, l’iperbole infinita del suo dire gentile, talvolta appassionato, per un amore che sorge dalle maree della vita e che mai declina, assecondando l’onda che ritorna e si rinnova, nel suo costante erodere la battigia, così come nell’infrangersi dei flutti che dirimpetto formano la scogliera". Una sottigliezza poetica quest’ultima giocata sul filo dell’onde: "la cui chiave melodico-sentimentale trascritta sul pentagramma della vita, non lascia spazio a dubbi sull’autenticità delle emozioni, il cui ego si ravvisa e richiama amore a sé d’appresso, come pasto di frutti di mare d’assaporare con palato sottile”. (GioMa)

 

Va qui inoltre elogiata la presenza del duo Eugenia Brega e Paolo Clementi costituente il rinomato ‘Teatro delle Foglie’ che proprio a San Benedetto / Palariviera ha la sua sede ufficiale portando avanti da anni un discorso interdisciplinare di teatro, danza, musica, canto, in un continuo susseguirsi di ricerca e sperimentazione; e che quest'anno, nell’ambito delle manifestazioni estive programmate dalla Direzione dell’Hotel Poseidon, nello spazio 'open-air' in riva al mare, hanno dato luogo al loro ‘Corso di Yoga’ ottenendo un cospicuo successo di pubblico. Il Teatro delle Foglie nasce nel 1981 ad Ascoli Piceno ed è operativo nel settore dello Spettacolo, caratterizzato per scelte culturali e artistiche, frutto di una rigorosa ricerca, che abbraccia un campo piuttosto ampio e copre vari settori come la produzione e l'allestimento di spettacoli, la promozione e la direzione artistica di Corsi e Scuole di Teatro per giovani e adulti ...

 

“..ed ecco il sole d’incanto, laggiù tra lustro celeste d’infuocato cielo, e l’immensa profondità del mare” (Alberico Lombardi)

 

Congratulazioni quindi e i nostri vivissimi auguri a questi artisti per quell'eccellenza tutta italiana che essi continuano a rappresentare.

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- Cinema

Venezia e altro con Cineuropa News



'Venezia 2018: un Concorso a 360 gradi'
Articolo di Camillo De Marco
25/07/2018 - Apertura con First Man di Damien Chazelle, l'esordio da protagonista di Lady Gaga, e un concorso con nomi del calibro di Olivier Assayas, Jacques Audiard, fratelli Coen, Luca Guadagnino e Mike Leigh.
La 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si terrà dal 29 agosto - 8 settembre 2018. Il segno che caratterizza l'edizione di quest'anno, spiega il direttore Alberto Barbera durante la conferenza stampa di presentazione oggi a Roma, è la presenza di "moltissimi film di genere, ma d'autore. I registi hanno compreso che è necessario ritrovare il contatto con lo spettatore attraverso codici condivisi, come il western, la commedia, i film in costume, il crime movie, il musical". Quest'anno ci saranno registi affermati, magari habitué di Cannes, da Paesi anche poco frequentati come Indonesia, Siria, Kazakistan. Ma anche molte scoperte: ben otto opere prime e due opere seconde nella competizione principale. "Ogni anno scommettiamo su qualche autore nuovo e lo buttiamo nell'arena assieme ai grandi", dice Barbera.
Attesissimo, in Concorso, è il titolo d'apertura, già svelato nei giorno scorsi, il nuovo film di Damien Chazelle dopo il successo planetario di La La Land. "First Man non ha niente di simile al precedente, niente musica e sentimentalismo, siamo in territorio completamente diverso", rivela Barbera. La storia è quella di Neil Armstrong (Ryan Gosling), l'astronauta che sbarcò sulla Luna nel luglio 1969.
Altri 20 i film in concorso, in una stagione particolarmente ricca. The Mountain è diretto da Rick Alverson, regista che ha raccolto in precedenza premi a Rotterdam e Locarno. Doubles Vies di Olivier Assayas è una deliziosa e lucida commedia, la storia di due coppie che si incrociano sentimentalmente e professionalmente, dopo la rivoluzione digitale. The Sisters Brothers di Jacques Audiard è un western europeo girato interamente tra la Spagna e la Romania, con cast interamente americano (protagonista Joaquin Phoenix) e con tecnici americani. E' un western in 6 episodi The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen, con James Franco, Liam Neeson, Tom Waits. Vox Lux di Brady Corbet, con Nathalie Portman e Jude Law, è l'inaspettata storia di una ragazza che diventa una grande star pop. Atteso da anni il nuovo Alfonso Cuarón, dopo Gravity del 2013: largamente autobiografico, Roma racconta un anno nella vita di una famiglia medio-borghese nella Mexico City degli anni Settanta. Il film è stato acquisito da Netflix. Paul Greengrass riflette su uno degli episodi terroristici più atroci degli ultimi anni, con 22 July: in quel giorno del 2011 un fanatico neonazista fa una strage tra i giovani di un campus nei pressi di Oslo. Il regista ci fa rivivere il processo e il ritorno alla vita dei sopravvissuti. Una vera sorpresa promette di essere il remake di Suspiria di Dario Argento girato da Luca Guadagnino, film ambizioso pensato per anni e anni, "con Tilda Swinton in tre ruoli differenti", anticipa Barbera.
Ritorno di Florian Henckel von Donnersmarck, dopo La vita degli altri, con Never Look Away, sulla storia della Germania dal nazismo fino agli anni 60-70, che è anche una riflessione sull'arte. The Nightingale è firmato da Jennifer Kent, giovane promessa del cinema australiano autrice di Babadouk. Molto atteso anche The Favourite di Yorgos Lanthimos, con Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz, storia di Anna d'Inghilterra nel 1700. Perterloo di Mike Leigh racconta invece, con una riflessione sul potere, un episodio nella Manchester del 1919, quando una manifestazione fu repressa con la cavalleria che fece decine di morti. Il nuovo film di Mario Martone Capri-Revolution è ambientato all'inizio della Prima Guerra Mondiale, protagonista una giovane pastorella che scopre una comunità di intellettuali proto-hippy. Il nuovo documentario di Roberto Minervini, What You Gonna Do When The World's on Fire? realizzato come i precedenti in USA, si concentra sul razzismo che serpeggia in epoca Trump e la reazione delle rinate Black Panther. C'è anche il secondo film del premio Oscar di straordinario talento László Nemes, Sunset, anch'esso ambientato alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. David Oelhoffen è presente con Frères Ennemis, su tre amici nella banlieu parigina che si dividono, uno diventa poliziotto, gli altri due criminali. Nuestro tiempo è un nuovo tassello nel cinema di Carlos Reygadas, che interpreta lui stesso il film con la moglie Eleazar. Julian Schnabel è alle prese con il tentativo di entrare nella mente del genio artistico di Vincent Van Gogh con At Eternity's Gate, interpretato da Willem Dafoe. Acusada è un'altra scommessa del festival, film tesissimo dell'autore argentino di Gonzalo Tobal alla sua seconda prova. Infine Killing di Shinya Tsukamoto è un film in costume su un samurai incapace di uccidere.
Atteso Evento special Fuori Concorso è The Other Side of the Wind, al centro di aspre polemiche a Cannes. A Venezia ci sarà la prima mondiale, per poi sbarcare a Toronto e infine su Netflix, che ha permesso a Frank Marshall, collaboratore di Orson Welles, di realizzare questo progetto perseguito per 40 anni, e cioè dare forma compiuta ad un film girato da Welles in 35 16 e 8 millimetri tra il1970 e il 1976 e rimasto senza montaggio. "Noi individuiamo i migliori film della stagione", sottolinea Barbera. "Se alcuni film arrivano da Netflix o Amazon, non si può non fare i conti con queste innovazioni produttive e con autori che privilegiano la rete, non vedo ragione per escludere dal festival un film di Cuarón o Scorsese solo perché è prodotto da Netflix. Questo non vuol dire che non bisogna fare di tutto perché le sale siano privilegiate e sopravvivano".
Con una operazione analoga a quella di Young Pope di Paolo Sorrentino, Venezia offrirà una Proiezione speciale di due puntate de L'amica geniale di Saverio Costanzo, dal romanzo di Elena Ferrante, produzione HBO-Rai con Wildside.
Tra i Fuori Concorso d'eccellenza della Mostra, in prima mondiale, A Star Is Born, l’atteso debutto nella regia di Bradley Cooper, interpretato dallo stesso Cooper e dalla pluripremiata superstar della musica e candidata all’Oscar Lady Gaga, nel suo primo ruolo da protagonista in un film. E poi Les Estivants di Valeria Bruni Tedeschi, Una storia senza nome di Roberto Andò, Mi obra maestra di Gaston Duprat, A Tramway in Jerusalem di Amos Gitai, La Quietud di Pablo Trapero.

Concorso
First Man - Damien Chazelle (Stati Uniti)
The Mountain - Rick Alverson (Stati Uniti)
Doubles Vies - Olivier Assayas (Francia)
The Sisters Brothers [+] - Jacques Audiard (Francia/Belgio/Romania/Spagna)
The Ballad of Buster Scruggs - Ethan and Joel Coen (Stati Uniti)
Vox Lux - Brady Corbet (Stati Uniti)
Roma - Alfonso Cuaron (Messico)
22 July - Paul Greengrass (Stati Uniti)
Suspiria [+] - Luca Guadagnino (Italia)
Never Look Away [+] - Florian Henckel Von Donnersmarck (Germania)
The Nightingale - Jennifer Kent (Australia)
The Favourite - Yorgos Lanthimos (Irlanda/Regno Unito/Stati Uniti)
Peterloo [+] - Mike Leigh (Regno Unito/Stati Uniti)
Capri-Revolution [+] - Mario Martone (Italia/Francia)
What You Gonna Do When The World’s On Fire? [+] - Roberto Minervini (Italia/Stati Uniti/Francia)
Sunset [+] - Laszlo Nemes (Ungheria/Francia)
Frères Ennemis - David Oelhoffen (Francia/Belgio)
Nuestro Tiempo - Carlos Reygadas (Messico/Francia/Germania/Danimarca/Svezia)
At Eternity’s Gate - Julian Schnabel (Stati Uniti/Francia)
Killing - Shinya Tsukamoto (Giappone)
Acusada - Gonzalo Tobal (Argentina/Messico)

Fuori Concorso
Eventi speciali
The Other Side of the Wind - Orson Welles (Stati Uniti)
They’ll Love Me When I’m Dead - Morgan Neville (Stati Uniti)
Proiezioni speciali
L'amica geniale - Saverio Costanzo (Italia/Belgio)
Il Diario Di Angela – Noi Due Cineasti - Yervant Gianikian (Italia)
Finzione
Una Storia Senza Nome [+] - Roberto Andò (Italia)
Les Estivants - Valeria Bruni Tedeschi (Francia/Italia)
A Star Is Born - Bradley Cooper (Stati Uniti)
Mi obra maestra [+] - Gaston Duprat (Argentina/Spagna)
A Tramway in Jerusalem - Amos Gitai (Israele/Francia)
Un peuple et son roi [+] - Pierre Schoeller (Francia/Belgio)
La Quietud [+] - Pablo Trapero (Argentina/Francia)
Dragged Across Concrete - S Craig Zahler (Stati Uniti)
Shadow - Zhang Yimou (Cina)
Non-finzione
A Letter to a Friend in Gaza - Amos Gitai (Israele) (mediometraggio)
Aquarela - Victor Kossakovsky (Regno Unito/Germania/Danimarca/Stati Uniti)
El Pepe, Una Vida Suprema - Emir Kusturica (Argentina/Uruguay/Serbia)
Process - Sergei Loznitsa (Paesi Bassi)
Carmine Street Guitars - Ron Mann (Canada)
Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul - Francesca Mannocchi, Alessio Romenzi (Italia/Germania)
American Dharma - Errol Morris (Stati Uniti/Regno Unito)
Introduzione All’Oscuro - Gaston Solnicki (Argentina/Austria)
1938 Diversi - Giorgio Treves (Italia)
Your Face - Tsai Ming-Liang (Taiwan)
Monrovia, Indiana - Frederick Wieseman (Stati Uniti)

EUROPEAN FILM AWARDS 2018
49 lungometraggi selezionati per gli European Film Awards di Cineuropa

21/08/2018 - 35 paesi europei sono rappresentati nella lista. Le nomination finali saranno annunciate il 10 novembre al Festival del cinema europeo di Siviglia.
The European Film Academy and EFA Productions have announced the titles of the 49 films on this year's EFA Feature Film Selection, the list of feature-length fiction films recommended for a nomination for the 2018 European Film Awards. With 35 European countries represented, the list once again illustrates the great diversity present in European cinema.
In the 20 countries with the most EFA members, these members have voted one national film directly into the selection list. To complete the list, a Selection Committee consisting of the EFA board and invited experts Giorgio Gosetti (Italy), Elise Jalladeau (Greece), Christophe Leparc (France), Jacob Neiendam (Denmark), Edvinas Pukšta (Lithuania) and Alik Shpilyuk (Ukraine) has included further films.
In the coming weeks, the over 3,500 members of the European Film Academy will vote for the nominations in the categories of European Film, Director, Actor, Actress and Screenwriter. The nominations will then be announced on 10 November at the Seville European Film Festival in Spain. An eight-member jury will decide on the awards recipients in the categories of European Cinematographer, Editor, Production Designer, Costume Designer, Hair and Make-up Artist, Composer, Sound Designer and - for the first time - Visual Effects Supervisor.

The 31st European Film Awards, with the presentation of the winners, will take place on 15 December in Seville.
Here is the list of films selected:
3 Days In Quiberon [+] - Emily Atef (Germany/Austria/France)
Ága [+] - Milko Lazarov (Bulgaria/Germany/France)
Anna's War - Aleksey Fedorchenko (Russia)
Arrhythmia [+] - Boris Khlebnikov (Russia/Finland/Germany)
Ayka [+] - Sergey Dvortsevoy (Russia/Germany/Poland/Kazakhstan)
Beast [+] - Michael Pearce (UK)
Border [+] - Ali Abbasi (Sweden/Denmark)
Borg/McEnroe [+] - Janus Metz (Sweden/Denmark/Finland/Czech Republic)
Carmen & Lola [+] - Arantxa Echevarría (Spain)
Cobain [+] - Nanouk Leopold (Netherlands/Germany/Belgium)
Cold War [+] - Paweł Pawlikowski (Poland/UK/France)
Custody [+] - Xavier Legrand (France)
Diamantino [+] - Gabriel Abrantes & Daniel Schmidt (Portugal/France/Brazil)
Dogman [+] - Matteo Garrone (Italy/France)
Donbass [+] - Sergei Loznitsa (Germany/France/Romania/Netherlands/Ukraine)
Dovlatov [+] - Alexey German Jr. (Russia/Poland/Serbia)
Foxtrot [+] - Samuel Maoz (Germany/Israel/France)
Fugue [+] - Agnieszka Smoczyńska (Poland/Czech Republic/Sweden)
Girl [+] - Lukas Dhont (Belgium/Netherlands)
Happy As Lazzaro [+] - Alice Rohrwacher (Italy/France/Germany/Switzerland)
Longing [+] - Savi Gabizon (Israel)
Mademoiselle Paradis [+] - Barbara Albert (Austria/Germany)
Men Don't Cry [+] - Alen Drljević (Bosnia and Herzegovina/Germany/Slovenia/Croatia)
Michael Inside [+] - Frank Berry (Ireland)
Milada [+] - David Mrnka (Czech Republic)
Mug [+] - Małgorzata Szumowska (Poland)
One Day [+] - Zsofia Szilagyi (Hungary)
Paddington 2 [+] - Paul King (UK)
Petra [+] - Jaime Rosales (Spain/France/Denmark)
Pity [+] - Babis Makridis (Greece/Poland)
Pomegranate Orchard - Ilgar Najaf (Azerbaijan)
Pororoca [+] - Constantin Popescu (Romania/France)
Scary Mother [+] - Ana Urushadze (Georgia/Estonia)
Shock Waves: Diary of My Mind [+] - Ursula Meier (Switzerland)
Styx [+] - Wolfgang Fischer (Germany/Austria)
The Captain [+] - Robert Schwentke (Germany/France/Poland)
Giant [+] - Aitor Arregi, Jon Garaño (Spain)
The Guilty [+] - Gustav Möller (Denmark)
The House By The Sea [+] - Robert Guédiguian (France)
The House That Jack Built [+] - Lars von Trier (Denmark/Sweden/France/Germany)
Summer [+] - Kirill Serebrennikov (Russia/France)
The Wild Pear Tree [+] - Nuri Bilge Ceylan (Turkey/Germany/France/Bulgaria/Republic of Macedonia/Bosnia and Herzegovina/Sweden/Qatar)
Those Who Are Fine [+] - Cyril Schäublin (Switzerland)
Touch Me Not [+] - Adina Pintilie (Romania/Germany/Czech Republic/Bulgaria/France)
Transit [+] - Christian Petzold (Germany/France)
U - July 22 [+] - Erik Poppe (Norway)
Under The Tree [+] - Hafsteinn Gunnar Sigurðsson (Iceland/Denmark/Poland/Germany)
What Will People Say [+] - Iram Haq (Norway/Germany/Sweden)
Woman at War [+] - Benedikt Erlingsson (Iceland/France/Ukraine)

PRODUZIONE Italia
Andrea Adriatico porta la storia di Mario Mieli sul grande schermo
Articolo di Vittoria Scarpa.
20/08/2018 - Cominciate le riprese di Gli anni amari, sul noto attivista per i diritti gay. Nel cast, Sandra Ceccarelli e Antonio Catania. Una produzione L’Altra Cinemare con Rai Cinema.

Sono cominciate oggi, 20 agosto, a Milano, le riprese di Gli anni amari, film che porta sul grande schermo la storia di Mario Mieli, intellettuale, attivista, scrittore e artista di grande rilievo negli anni Settanta, tra i fondatori del movimento omosessuale italiano, morto suicida nel 1983. Il film, prodotto da L’Altra Cinemare con Rai Cinema, in collaborazione con Pavarotti International 23, è diretto dal regista teatrale e cinematografico Andrea Adriatico (Il vento, di sera, selezionato a Berlino; All’amore assente [+], vincitore ad Annecy), che lo ha scritto insieme a Grazia Verasani (autrice di Quo vadis, baby?, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il suo film omonimo) e il giornalista Stefano Casi.
Gli anni amari ricuce alcuni momenti della vita personale e pubblica di Mario Mieli, interpretato dal giovane Nicola Di Benedetto al suo debutto cinematografico. Nato nel 1952 a Milano, Mario è figlio di genitori benestanti e penultimo di sette figli, tra cui Giulio (Lorenzo Balducci), e vive una vita intera in conflitto con il padre Walter (Antonio Catania) e la madre Liderica (Sandra Ceccarelli). La pellicola ne segue i passi a partire dall’adolescenza al liceo classico Giuseppe Parini di Milano. La gioventù e la vita notturna sfrenata nei locali gay milanesi, quando ancora omosessualità era sinonimo di disturbo mentale; il viaggio a Londra e l’incontro fondamentale con l’attivismo inglese del Gay Liberation Front; il ritorno in patria e la fondazione di “Fuori!”, prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano, e dei “Collettivi Omosessuali Milanesi”; la pubblicazione del saggio Elementi di critica omosessuale; la popolarità mediatica ma anche le turbe mentali.
Gli anni amari, dice il regista, è “l’attraversamento di un’epoca, di quei vitali, difficili, creativi, dolorosi e rimossi anni ’70. È anche la rievocazione di un necessario movimento per i diritti, come quello omosessuale, che doveva inventare forme nuove per farsi riconoscere. Ed è soprattutto il ritratto di un ragazzo la cui genialità, la cui libertà interiore e la cui gioia di vivere erano troppo intense per il mondo che lo circondava”. Nel cast del film, anche Francesco Martino, Davide Merlini, Giovanni Cordì e Tobia De Angelis.
Gli anni amari è sostenuto dal Mibact, e si è avvalso del contributo di Emilia-Romagna Film Commission e Apulia Film Commission. Le riprese si svolgeranno per otto settimane tra Milano, Bologna, Sanremo, Lecce e Londra.

VENEZIA 2018 Settimana Internazionale della Critica
Giona A. Nazzaro • Delegato Generale, Settimana Internazionale della Critica di Venezia
“Una selezione che allarga i confini e rifiuta la banalità”
Articolo di Camillo De Marco.

20/08/2018 - A colloquio con Giona A. Nazzaro, il responsabile della sezione parallela del Festival di Venezia Settimana Internazionale della Critica.
Cineuropa: Partiamo dal successo della precedente edizione, "davvero al di là delle più rosee aspettative", come tu stesso hai dichiarato Giona A. Nazzaro: Siamo stati piacevolmente sorpresi dalle dimensioni di questo riconoscimento e dall'attenzione con la quale sono state accolte le opere che abbiamo presentato. Ultimo, solo in ordine di tempo, Pin Cushion, il nostro film d'apertura, è stato accolto come una rivelazione in Gran Bretagna, ottenendo un vero e proprio plebiscito dalla critica e dal pubblico. Senza contare che subito dopo Venezia Lily Newmark, la protagonista del film, è stata scelta come nuovo volto da una notissima casa di alta moda, sull'onda della sua interpretazione nel film. Pin Cushion è ancora nei cinema dopo essere stato accolto nei festival di tutto il mondo. Bertrand Mandico è diventato il regista del momento in Francia (ha firmato anche un manifesto per il rinnovamento del cinema francese sui Cahiers) mentre l'eccellente Drift, forse la scommessa del 2017 di cui siamo più orgogliosi, ha preso letteralmente in contropiede il cinema tedesco affermando che è possibile un altro modo - non necessariamente narrativo - per andare incontro al pubblico con grande successo. E’ possibile vedere su Netflix Temporada de caza di Natalia Garagiola, premio del pubblico dell'anno scorso. Su Il cratere degli italiani Silvia Luzi e Luca Bellino, non c'è altro da aggiungere: semplicemente la rivelazione di un talento senza pari. Un successo così non può che lasciarti senza parole. Anche se segretamente lo desideravi.
Dunque i festival servono davvero per promuovere la circolazione delle opere?
I festival servono a rivelare film e autori, ne sono convinto, ma non si possono imputare ai festival le mancanze di un sistema che ha smesso di fare il proprio lavoro per timore di non trarre profitto. Semmai c'è da ringraziare i festival che continuano a lavorare per creare delle possibilità di futuro per i film e i registi. I festival scoprono, promuovono e tentano di indicare autori e film che promettono di muovere incontro al futuro. Non gli si può chiedere di fare anche il lavoro dei distributori, dei critici e dei sales agents. Sono lavori diversi. Né tantomeno si può pensare ai festival come a una semplice piattaforma di lancio dei film che saranno al cinema in autunno. L'anno scorso la SIC ha offerto molte ipotesi di futuro che sono state accolte con grande favore. Ci auguriamo che accada lo stesso con questa edizione.
Con questa nuova edizione avete tentato di allargare ancora di più l'orizzonte dello sguardo.
La vera sfida è allargare i confini del mondo. Il cinema non parla solo inglese, americano. Il mondo, nonostante la propaganda populista, è fatto di tanti mondi e di tantissime esperienze. Impossibile rendere conto di questa vitalissima presenza di possibilità ed esperimenti nell'arco di soli nove film, ma il dovere di chi ha il privilegio di svolgere un lavoro di promozione della cultura e del pensiero, è di tentare, per quanto possibile, di aprire tutte le finestre quando invece la politica vorrebbe chiudere tutte le porte. Non si tratta banalmente di salvaguardare delle quote di presenze nazionali in seno al festival, quanto di tentare di intercettare i movimenti, le frizioni e, perché no, gli scontri fra forma delle immagini e urgenze della storia. Mai sociologici, mai contenutistici, ma sempre sull'onda del primato del poetico che - per quanto ci riguarda - è sempre politico. Andare al cinema - nonostante la diversificazione delle offerte possibili - è ancora un'esperienza collettiva che permette di affacciarsi su altre possibilità di vita e pensiero.
Un accenno ai film. Forse nessun filo conduttore ma, meglio, un'osservazione ampia. C’è l'attualità di Still Recording sulla guerra siriana, il primo lungo dell'italiana Letizia Lamartire, l'esordio del cinema montenegrino alla SIC con You Have the Night e il peculiare esordio alla regia della popstar finlandese Anna Eriksson.
In realtà un filo conduttore c'è - anche se non lo abbiamo cercato. Ed è il rifiuto della banalità. Nei tre anni in cui ho avuto il piacere di guidare la SIC abbiamo presentato tre esordi italiani e tutt'e tre sono esordi femminili. Un risultato del quale siamo particolarmente orgogliosi. Letizia Lamartire fa parte della famiglia SIC e per noi è un onore presentare il suo primo lungo, Saremo giovani e bellissimi. Still Recording è un film che ho seguito per quasi tre anni, vedendo varie versioni. Sin dalla primissima volta ho avuto l'impressione che si trattasse di un lavoro enorme, che aiutasse a ripensare il ruolo dell'immagine nell'era della proliferazione assoluta delle immagini. Il film, ottenuto da circa 450 ore di girato, è un'esperienza cinematografica unica che ridefinisce i confini fra documentario, osservazione, cinema diretto e realismo. Al di là del fatto che il film permette di ricontestualizzare le opposte propagande sulla Siria, il film mi ha colpito per il suo essere addirittura rosselliniano nel suo assumere su se stesso il momento storico del paese. E tutto questo senza contare che scorre via con l'intensità di classici del cinema politico hollywoodiano. M di Anna Eriksson è un film che farà molto discutere. Un film che sorprenderà tutti: una specie di Pasto nudo al femminile sull'eterno ritorno del femminino.



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- Filosofia

Popsophia il Festival a Civitanova Marche

Popsophia continua a far sognare nella notte di San Lorenzo.

Con “I sogni son desideri”, un nuovo appuntamento filosofico e musicale, Popsophia conclude venerdì 10 agosto a Lido Cluana la sua stagione culturale estiva a Civitanova Marche.

• Sogniamo chi vogliamo diventare o chi siamo stati?

Il 10 agosto dalle 21.30 a Lido Cluana di Civitanova Marche, #popsophia racconterà la nostalgia contemporanea attraverso il philoshow I sogni son desideri nella notte di San Lorenzo con Adriano Fabris e @lucreziaercoli.

Al termine di un percorso che ha declinato le diverse sfaccettature del sogno e dei suoi labili confini con la realtà, la notte di San Lorenzo rappresenta nell’immaginario collettivo una notte magica in cui gli affanni della realtà lasciano il posto alla speranza e ai desideri che, in quell’unica notte, l’uomo affida al cielo stellato.

Dopo la serata dello scorso anno, Popsophia torna a indagare il tema del desiderio con uno sguardo nuovo. Una domanda universale alla quale l’arte, la poesia, la canzonetta e il cinema hanno dato risposte diverse: i desideri che popolano i nostri sogni sono orientati al futuro o riguardano il nostro passato? Sogniamo chi vogliamo diventare o chi siamo stati?

La serata inizierà alle ore 21.30 con il Philoshow “I sogni son desideri nella notte di San Lorenzo”, un nuovo spettacolo filosofico musicale ideato e condotto dalla direttrice artistica Lucrezia Ercoli, scandito dalle esecuzioni musicali live della band Factory, dalle performance teatrali dell’attrice Pamela Olivieri e dai montaggi cinematografici realizzati dai registi Marco Bragaglia e Riccardo Minnucci.

Ospite d’eccezione della serata sarà Adriano Fabris, professore di filosofia morale presso l’Università di Pisa, che guiderà il pubblico all’interno di un viaggio in cui si indagherà il desiderio nostalgico, quella tensione costitutiva dell’essere umano causata da qualcosa che abbiamo perduto.

“L’oggetto del desiderio che si rivolge alle stelle è sempre assente e per questo permette l’affiorare di una nostalgia per qualcosa che non c’è più e che abbiamo perduto” – dichiara la direttrice artistica Lucrezia Ercoli – “Dal film “Nuovo Cinema Paradiso” alla hit di Cocciante “Celeste nostalgia”, il giorno di San Lorenzo Popsophia porterà a Civitanova Marche l’occasione per un’indagine inedita sulla nostalgia contemporanea tra filosofia e cultura pop”.

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- Musica

Zaleska live teatro di Caterina Palazzi a Numana

Caterina Palazzi in Zaleska live Teatro di Paglia Mareverde – Lunedì 06 Agosto - Numana

Caterina Palazzi,
double bass, loops, effects - psychedelic/hypnotic performance on Dracula, leader della band italiana Sudoku Killer, la contrabbassista romana presenta 'Zaleska', nuovo progetto in solo più intimo e ipnotico, in cui linee melodiche si intrecciano a momenti dissonanti e rumoristici, creando una sorta di orchestrina funebre solitaria di bassi.

Ogni composizione musicale è ispirata ad un attore che ha impersonificato il personaggio di Dracula nella cinematografia. Spesso la sua musica interagisce dal vivo con performances di video designers (Kanaka, Fabio Scacchioli), pittori e artisti visivi.

20/11/2017
Intervista di Carlo Cantisani per gentile concessione di Il Termopolio - blog facebook – twitter instagram.

La figura del mostro, immortalato su miriadi di pellicole cinematografiche, romanzi, fumetti e tante altre opere d’arte, ha sempre attirato l’uomo in maniera ambivalente. Sentimenti che oscillano fra la repulsione e l’attrazione hanno spesso mosso gli animi di coloro che, nel bene ma soprattutto nel male, hanno avuto a che fare con simili creature. La solitudine, in particolare, sembra attraversare e costituire l’intera esistenza della maggior parte dei mostri dell’immaginario collettivo, esseri che alla fine non si rivelano nient’altro che specchio delle contraddizioni umane. Più di ogni altro, il vampiro potrebbe incarnare questa idea di solitudine, poiché vive in un’eterna dannazione che neanche la morte sembra alleviare.

La musicista romana Caterina Palazzi ha scelto quindi la figura di Zaleska, la figlia illegittima del più noto conte Vlad Tepes, per dare avvio a un suo personale e totalmente individuale progetto solista. A differenza dell’altro suo progetto, Sudoku Killer, dove è affiancata da chitarra, sax e batteria (e che ha all’attivo due album, l’ultimo, 'Infanticide', è uscito due anni fa per Auand Records), qui tutto ruota intorno al contrabbasso, strumento prediletto di Caterina, e alle potenzialità che questo strumento offre. Il pizzicato, l’archetto, il massiccio uso di pedali ed effettistica danno l’idea di una mini orchestrina in bianco e nero per film muti in stile cinema espressionista tedesco. Melodie inquiete e dissonanti si vanno a innestare sul noise creato dagli effetti, evocando un suono perennemente in movimento e alla ricerca della giusta atmosfera, al limite fra dark ambient e suggestioni alla The Kilimajaro Darkjazz Ensemble e Bohren and the Club of Gore.

Ascoltare Zaleska significa immergersi in un altro mondo dove le proprie sensazioni seguono lo stesso erratico andamento dei suoni e delle visioni che spesso accompagnano dal vivo la musica di Caterina Palazzi, come dimostrano le numerose partecipazioni a mostre, installazioni e proiezioni fatte insieme a video-artisti in varie occasioni. Una musica del genere non può che richiedere un ascolto intimo e raccolto, eppure il 23 novembre Zaleska testerà le sue potenzialità sul palco del Deposito Pontecorvo di San Giuliano Terme (Pisa), un palco diverso da quello ai quali la musica del progetto è solitamente abituata. Ma ciò che era già evidente con Sudoku Killer, e che viene ribadito anche con Zaleska, è proprio la caratteristica di non cercare a tutti i costi di piacere a tutti ma, semmai, di trovare una via personale per dire ciò che si vorrebbe dire. E questa via, spesso, avviene in maniera solitaria.

Da quale tipo di necessità artistica prende spunto il progetto Zaleska? E perché hai scelto proprio il nome della figlia illegittima di Dracula?

Zaleska è nata dalla voglia di intimità, di solitudine, del non dover rendere conto a nessuno, di fare esattamente ciò che mi passa per la testa anche in tempo reale.
Dracula fa parte della mia intimità e della mia vita perchè sono sempre stata affascinata dal personaggio oscuro del vampiro. Fin da piccola, invece di giocare spensierata con gli altri bambini, mi chiudevo a leggere libri sull'argomento; di conseguenza è stato spontaneo far coincidere il mio desiderio di un progetto in solitaria con quello di dedicarlo al Conte.

In molti punti, la musica di Zaleska ha gli stessi colori e le atmosfere del Nosferatu di Murnau. Quanto è importante l’aspetto visuale per questo tuo progetto?

Credo che le atmosfere possano ricordare Nosferatu per l'aspetto malinconico che hanno in comune.

Confesso di non aver ancora capito se la situazione ideale per Zaleska sia con o senza video. Sicuramente sono due cose diverse perché cambia il mio modo di suonare. Il video è stimolante sia per me che per l'ascoltatore, aggiunge sicuramente qualcosa e mi fa anche sentire più protetta emotivamente, visto che affrontare un palco da soli non è facile. Di contro mi obbliga a tenere d'occhio il cronometro quindi c'è meno spazio per l'improvvisazione.

È stato molto bello e interessante interagire con il visual designer Kanaka, che crea i video in tempo reale e quindi permette un dialogo audiovisivo ogni volta diverso.

Suoni il contrabbasso anche nell’altro tuo progetto, Sudoku Killer. Vedi quest’ultimo e Zaleska come due facce della stessa medaglia o come due mondi opposti? Dove si può dire che finisca uno e inizi l’altro?

Non li sento come due cose molto diverse: in qualche modo Zaleska è la versione intima di Sudoku Killer. I due progetti hanno in comune la componente cinematica e quella dark-ossessiva-angosciante.

I pezzi sono miei in entrambi i progetti quindi la somiglianza è evidente.

Nonostante suoni un solo strumento, il contrabbasso, il range sonoro è molto vasto. Usi l’archetto ed effettistica varia, oltre naturalmente al pizzicato. Come riesci a tenere in equilibrio le varie situazioni sonore in un solo pezzo?

Il contrabbasso ha una varietà timbrica enorme, c'è tantissimo da esplorare. Anche il solo passare dalle note basse a quelle alte basta a cambiare atmosfera.

Con Zaleska, sei solo tu e il contrabbasso. Non ci sono altri strumenti, come invece accade, ad esempio, con Sudoku Killer. Pensi che Zaleska ti abbia portato a cambiare in qualche maniera il tuo modo di rapportarti con questo strumento?

Senz'altro. In Zaleska non faccio la bassista, uso molto l'archetto e prediligo le melodie ai groove.

Un progetto come Zaleska trova la sua dimensione ideale probabilmente dal vivo, per via dell’atmosfera creata dal suono che si espande, imprimendo l’aria circostante. Nonostante ciò, hai in mente un qualche tipo di registrazione?

Non nel prossimo futuro perché, oltre agli 'spostamenti d'aria', è anche importante l'aspetto visivo, che sia l’interazione con i video o che sia invece l'osservare direttamente come vengono creati i suoni dallo strumento, dando l’idea acustica e visiva di un’orchestrina. È un progetto pensato per interagire con ambienti ogni volta diversi e su un supporto audio non funzionerebbe.

Quello del 23 novembre a Pisa sarà un concerto che ti vedrà portare Zaleska su un palco differente da quelli sui quali hai suonato finora con il tuo progetto solista. Potrebbe essere un modo per testare ulteriori potenzialità del progetto e magari avvicinarsi a un pubblico un po’ più ampio?

Spero di sì! Ho un po' di perplessità, perché Zaleska è un progetto intimo che necessita di silenzio e della concentrazione dell'ascoltatore, condizioni più facili da ottenere in ambienti raccolti, piccoli, con la gente seduta per terra.
A Pisa ci vado da sola perché Sudoku Killer non può, quindi non è stata una decisione presa a tavolino bensì una casualità. Ma amo le sfide, dunque ci andrò e cercherò di fare del mio meglio.

Continuerai a suonare completamente sola o hai pensato alla possibilità di essere affiancata in futuro da qualche altro strumento, magari solo in qualche pezzo?

Zaleska è l'emblema della solitudine e resterà sempre così. Caterina collabora e collaborerà volentieri con altri musicisti, Zaleska assolutamente no.

A che tipo di pubblico credi che possa essere indirizzata la musica di Zaleska?

Zaleska è indirizzata ai malinconici che non cercano evasioni ed è poco indicata per chi vuole passare una serata divertente.

FESTIVALS: Frame Foto Festival 2014, Festival Domina Domna 2015, Festival MoliseCinema 2015, Hamar Jazz Festival 2015, Torino Fringe Festival 2016, Green Hours Festival 2016, SudTirol Jazz Festival 2016, Sajeta Festival 2016, Disorder Festival 2016, Mu.Vi.Ments Festival 2017, Cinematica Festival 2017, Portalegre festival 2017, Lublin Jazz Festiwal 2017, MoliseCinema Festival 2017, International festival Thailand 2017, Bää Fest 2017.

Per maggiori informazioni: Sudoku Killer facebook page: facebook.com/caterinapalazzisudokukiller/
Sito Sudoku Killer: http://www.sudokukiller.it/
Sito Auand Records: http://auand.com/

Foto di Diego Baruffaldi e Donato Anselmi


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- Musica

Locomotive Jazz Festival in Puglia


LOCOMOTIVE JAZZ FESTIVAL
'La Musica Cresce nelle periferie' - Fino al 3 agosto in Puglia.

Il Locomotive Jazz Festival 2018 continua il suo viaggio di confine dove tutto è nato, dove tutto sta crescendo: una periferia di storie, musica e magia.

www.locomotivejazzfestival.it
#locomotivejf #ljf2018

Malika Ayane, Avion Travel, Dolcenera, Bungaro, Fabio Concato, Kurt Elling, Kenny Garrett, Stefano Di Battista e Nicky Nicolai, Nick The Nightfly, Gilles Peterson, Nicola Conte, Till Bronner e Dieter Ilg, Renzo Rubino & Gino Castaldo, Raffaele Casarano e molti altri.

Dopo l’anteprima del 10 luglio con il concerto di Raffaele Casarano a Lecce, fino al 3 agosto la Puglia diventa nuovamente il palcoscenico diffuso del Locomotive Jazz Festival, che quest’anno raggiunge, oltre Lecce, anche Taranto, Ceglie Messapica, Castro, Roca, Sant’Andrea e San Cataldo.

Tanti i nomi presenti nel cartellone di questa XIII edizione: Malika Ayane, Avion Travel, Dolcenera, Bungaro, Fabio Concato, Kurt Elling, Kenny Garrett, Stefano Di Battista e Nicky Nicolai, Nick The Nightfly, Gilles Peterson, Nicola Conte, Till Bronner e Dieter Ilg, Renzo Rubino & Gino Castaldo.

Con 'La Musica cresce nelle periferie', quest’anno il Locomotive intende lanciare un nuovo messaggio rivolto al territorio sul quale opera e al pubblico internazionale.
Nel corso delle sue 13 edizioni con oltre 200 mila spettatori, di cui 20 mila solo lo scorso anno, il Locomotive Jazz Festival compie ora un passo in avanti. Se, infatti, il fil rouge del 2017 era 'la Musica nasce nelle periferie', quello di quest’anno rimane nelle periferie, allargando gli orizzonti. 'Crescere' è la parola scelta per raccontare un territorio, per mettere in musica le sue storie e le sue ferite, per cancellare i luoghi comuni e rafforzarlo con nuovi modi di fare cultura.

Soprattutto quest’anno, il Locomotive ha deciso di essere nei luoghi di frontiera, luoghi maltrattati, come San Cataldo, o vittime di etichette ormai logore, come Taranto, città industriale che però nasconde una storia e una cultura profonde e da riscoprire. Con l’obiettivo di portare la musica in spazi diversi, il Festival si sposta, quindi, a Taranto, Ceglie Messapica, Lecce, Castro Marina, Roca e Torre Sant’Andrea, marine di Melendugno, e San Cataldo, marina di Lecce; luoghi da svelare sotto una nuova lente, dimostrando, al di là delle etichette, che essere ai confini può essere anche un privilegio per chi ci nasce, vive e cresce.

La sfida di tutti è quella di seguire quel che fa la Musica, liberarsi dalle gabbie, diffondersi senza limiti. Dichiara Raffaele Casarano, direttore artistico e anima traghettatrice del Locomotive Jazz Festival da ormai tredici anni. Il LJF, rispetto ad altri festival musicali, ha un pensiero forte: la musica come strumento attraverso cui narrare altre storie e fare luce su delle problematiche di carattere ambientale, sociale, culturale. Nel corso degli anni sono venuti a suonare per il Locomotive musicisti di fama internazionale, che hanno sposato la nostra causa, appassionandosene, imparando ad amare il Salento, le sue debolezze e la sua bellezza estrema.

La XIII edizione del Festival consolida l’impegno nei confronti delle nuove generazioni con il contest Locomotive Giovani, che quest’anno ha raccolto oltre 50 richieste di adesione. A coloro che hanno passato le selezioni sarà offerto un percorso di formazione alternativo agli studi accademici, con la possibilità di confrontarsi, esibirsi, aprire i concerti e suonare sul palco con i grandi del jazz. Ma il Locomotive è anche un’occasione per riscoprire e valorizzare il territorio grazie al contributo diretto del pubblico. Fondamentale, in questo senso, la partnership con il portale Puglia Events (https://viaggiareinpuglia.it/eventi/it), dove, attraverso i racconti degli utenti e l’uso di particolari hashtag (#weareinpuglia #pugliaevents #locomotivejazzfestival #ljf2018), sarà possibile seguire i concerti e scoprire gli angoli nascosti della Regione, per diffondere un’idea di marketing territoriale alternativa.

Inoltre, il Festival ha deciso di consolidare le partnership con Btm (Business Tourism Management) e Montedelia Tour grazie ai quali ha realizzato dei pacchetti vacanze vantaggiosi che permettono a tutti gli amanti della musica e del jazz di partecipare agli eventi e godersi le bellezze del territorio. Locomotive Jazz Festival è infatti anche cura e amore per la natura. La rinnovata partnership con la cooperativa Ecofesta Puglia si muove in questa direzione, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico alla raccolta differenziata dei rifiuti durante gli eventi e al rispetto consapevole dell’ambiente in cui viviamo.

Confermata l’importante collaborazione con l’associazione Movidabilia, che aiuterà a rendere accessibili a chiunque i luoghi in cui si svolgeranno i concerti, al di là di problematiche fisiche, mentali o socio-culturali, per un Locomotive Sociale e aperto a tutti. Di particolare rilievo è la serata del 3 agosto, l’ultima del Festival, organizzata in collaborazione con Tria Corda Onlus, da anni attiva per la raccolta fondi in favore della realizzazione del Polo Pediatrico salentino. Infatti, tutto l’incasso della serata sarà devoluto alla Onlus, per contribuire al raggiungimento di questo importante obiettivo.

Dal 30 luglio al 3 agosto sarà possibile seguire il Locomotive in diretta su Radio Montecarlo, dalle 15.00 alle 16.00 e dalle 22.00 alle 2.00; un altro grande riconoscimento a livello nazionale, che contribuisce a dare maggiore risonanza a tutte le novità dell’edizione 2018. La rilevanza della manifestazione è testimoniata anche dalla partecipazione di I-Jazz, associazione che dal 2008 raccoglie i maggiori festival jazz italiani, e sarà presente per condurre dibattiti e riflessioni sul ruolo e sulle prospettive della musica jazz in Italia e non solo.

Il Locomotive Jazz Festival nel dettaglio a partire dal:
27 luglio, si entra nel vivo con il secondo evento della Trilogia Locomotive, la Notte Locomotive. Il palco, allestito di fronte alla baia di Torre Sant’Andrea, ospita a mezzanotte il concerto di Dolcenera, accompagnata da Giulio Rocca, William Greco e Luca Laurentaci.
Durante la mattinata, dalle 10.00, è possibile ascoltare, tra Torre Dell’Orso e Roca, le session a cura della Locomotive Giovani Brass Band.
Alle 4 della mattina del 29 luglio, l’evento più atteso di LJF: l’Alba Locomotive, a Castro Marina, vicino al Molo Turistico, che quest’anno ospita il concerto di Raffaele Casarano con una delle voci più ricercate e particolari della musica italiana, Malika Ayane. Con loro, sul palco, il quartetto jazz formato da Mirko Signorile (piano), Giorgio Vendola (contrabbasso), Maurizio Dei Lazzaretti (batteria) e Alessandro Monteduro (percussioni).
La partecipazione agli eventi della Trilogia Locomotive, Alba, Notte e Tramonto, avrà un costo simbolico di 2 euro, donazione che verrà interamente devoluta ad associazioni sociali che operano nelle città in cui si svolgono gli eventi.

Dal 29 sera al 31 di luglio il Locomotive cambia nuovamente location, spostandosi a Ceglie Messapica. Il 29 sera alle 21.00 nel Chiostro del Castello, la band Davide Chiarelli & Marokiki 4tet feat. Raffaele Casarano si esibisce in occasione del 'Premio Pierpaolo Faggiano'.

Il 30 luglio alle 11.00, al Museo Archeologico MACC, si tiene l’incontro pubblico 'Il Locomotive Jazz Festival incontra la Città di Ceglie', dove intervengono Luigi Caroli (sindaco di Ceglie), Antonello La Veneziana (assessore alla Cultura) e Raffaele Casarano (direttore artistico del Festival). Alle 18:00 alla Med Cookin School si può assistere alla mostra fotografica 'Omaggio al Mediterraneo' del fotografo Pino Ninfa, che tiene anche un workshop nella Città di Ceglie Messapica il 30 e 31 luglio (per info: pino.ninfa@gmail.com).
Alle 21.00 Paola Perrone, in arte Ties feat. Chiarelli Jazz Band, presenta il suo nuovo album Trust your Gut, prodotto dall’etichetta Platonica, del cantautore Zibba.
Sempre alle 21.00, in Piazza Plebiscito alle ore 21.00, il concerto di Fabio Concato e Paolo Di Sabatino Trio, che presentano il loro album Gigi.

Il 31 luglio alle 11.00 parte la passeggiata musicale per le strade di Ceglie Messapica, organizzata in collaborazione con La Proloco, Cibus, Biodesart e Comunicazione.com. Alle 18.00, in Largo Ognissanti, il concerto di Luca D’amato Trio, e alle 19.00 al Belvedere Monterrone, le musiche di Adrea Rossetti (piano) e Marco Chiriatti (sassofono). Alle 21.00 in Piazza Plebiscito, il palco accoglie gli Avion Travel che presentano, dopo 15 anni dall’ultimo album, il loro nuovo lavoro discografico, Privé.

Gli ultimi tre giorni, 1, 2 e 3 agosto, LJF torna a Lecce con una serie di eventi imperdibili che coronano un’edizione densa di musica. Le tre giornate iniziano alle 10.00 con il laboratorio KIDS Orchestra nella Chiesa di San Giovanni Battista nella zona 167/B, organizzato in collaborazione con le Associazioni Baraonda e Hakuna Matata, per poi proseguire, nella stessa location, alle 11.00, le ultime sessioni dei Concerti del mattino: Parabola dei Talenti: l’1 agosto suona Roberto Gagliardi con II suono dell’anima e per l’anima, tratto di unione e speranza per tutti i popoli; Il 2 Andrea Colella in piano solo; il 3 i Kids Orchestra e Raffaele Casarano.

Il 1° agosto nel Chiostro dell’Ex convento dei Teatini, la serata ‘Happening’ news 2018!!! inizia alle 21.00 con il dj set African Spirit di Nicola Conte, e continua alle 22.00 con INCredible del dj e producer inglese Gilles Peterson, un vero e proprio viaggio intorno al mondo della musica internazionale, fatto di generi che si fondono, influenze culturali e sperimentazioni. Attualmente Peterson conduce il programma radiofonico WorldWide su BBC 6 Music, in cui si fa promotore di contenuti e mentore di nuovi talenti, e lavora per la sua casa di produzione discografica Brownswood Recording.

Il 2 agosto, sempre nel Chiostro dei Teatini, alle 21.00, i ragazzi del Locomotive Giovani hanno l’opportunità di esibirsi con il contrabbassista Luca Alemanno, seguiti alle 22.00 da uno dei più famosi altosassofonisti internazionali, Kenny Garrett, con il suo concerto Do your dance. Garrett ha iniziato a suonare con la Duke Ellington Orchestra, condotta da Mercer Ellington, figlio di Duke Ellington, e nei suoi 30 anni di carriera ha collaborato con artisti come Miles Davis, Woody Shaw, Marcus Miller e Ron Carter.

La XIII edizione del Locomotive Jazz Festival si chiude il 3 agosto nel Chiostro dei Teatini di Lecce, con l’evento speciale ‘Tria Corda Onlus’, una collaborazione che permette da anni al Festival di contribuire alla costruzione del Polo Pediatrico dell’Ospedale del Salento. La serata inizia alle 21.00 con una jam session del Locomotive Giovani, di cui è ospite Nick The Nightfly, producer, speaker radiofonico di Radio Montecarlo e direttore artistico del Blue Note di Milano, che ritorna come protagonista sul palco alle 22.00 con l’evento finale del Festival, il live concert Be Yourself.

Le tre giornate leccesi del Festival si chiudono tutte a San Cataldo, una delle Marine della Città di Lecce, con gli After Concert Party a partire dalle 23.00. L’1 agosto si esibisce la band Le train Manouche, il 2 agosto l’evento Special SQUAT PARTY invasion Locomotive sulla spiaggia e il 3 agosto, ultimo giorno di Festival, il dj set di Luca Bandirali 'Let the Music do the Talking'.

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- Teatro

Teatri in Blu al porto di Cetara

Terzo appuntamento di Teatri in Blu
NIÑO di Teatro Pubblico Incanto

19 - 20 luglio, Tonnara Maria Antonietta
Porto di CETARA (SA)


Terzo appuntamento con "Teatri in Blu", la seconda edizione della rassegna teatrale in mare ideata e diretta da Vincenzo Albano ed organizzata dall’associazione culturale Erre Teatro, in sinergia con il Comune di Cetara.

La particolarità della rassegna è avere la tonnara "Maria Antonietta" che, per l'occasione, si trasforma in palcoscenico, grazie anche allo spirito collaborativo del Capitano Pasquale della Monica.

Giovedì 19 e venerdì 20 luglio a bordo della tonnara il Teatro Pubblico Incanto presenta "NIÑO", drammaturgia e regia di Tino Caspanello, con Cinzia Muscolino.

Una storia vera, venuta alla luce soltanto pochi anni fa, che la protagonista ha taciuto fino alla morte per pudore e paura. Siamo in un piccolo borgo siciliano, nei primi anni del 1950.

Gli esiti della guerra da poco finita, una politica disattenta e un’economia mai decollata costringono ancora i siciliani a lasciare le proprie case.

La protagonista, un’anima mite e allegra, votata all’educazione dei bambini che raccoglieva per strada, incontra, per una sola volta, uno dei tanti emigrati che, dall’Argentina, è tornato per trascorrere una breve vacanza.

Ed è promessa di matrimonio, è un viaggio, è la “fortuna che arriva dall’America”; ma qualcuno, per salvarsi, gioca un brutto tiro alla donna, proprio nel momento in cui lei sta per scendere dalla nave appena approdata nel porto di Buenos Aires; e il futuro, sognato felice durante l’attesa, si trasforma in un presente doloroso, che solo un velo di poesia e di alienazione possono alleviare.

Il testo è stato scritto, tradotto e presentato in francese sotto forma di studio a Grenoble, durante il festival Regards Croisés, nel 2011.

Piccoli e grandi sponsor territoriali - come Iasa, Acqua Pazza, Agro Cetus, Al Convento, La Cianciola, Pane e Coccos’, San Pietro, Istituto Alberghiero Roberto Virtuoso di Salerno – accompagnano "Teatri in Blu" e garantiscono la degustazione a bordo post-spettacolo, momento di relax collettivo e anche opportunità di scambio di opinioni con gli artisti.

PuraCULTura, Scene Contemporanee e Theatron 2.0 sono mediaprtner della rassegna.


TONNARA MARIA ANTONIETTA
Porto di CETARA (SA)
19/20 luglio 2018 | imbarco ore 21.00

Prenotazione obbligatoria: info@erreteatro.it - 329 4022021
posti limitati sulla tonnara

Contatti: 329 4022021 - info@erreteatro.it

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- Musica

Guidi e Bosso Italian Tour

Giovanni Guidi & Fabrizio Bosso
in tour a luglio in Italia
presentano “Not a what”
11 a Casalgrande (RE), 12 a Vasanello (VT), il 13 ad Ancona, il 14 a Palestrina (RM), il 15 a Roma, il 17 a Napoli, il 18 a Pescara e il 20 a Perugia.

Giovanni Guidi e Fabrizio Bosso per la prima volta insieme sul palco, in tour a luglio in Italia per otto date con il progetto “Not a What”. Ad accompagnare il pianista e il trombettista, tre giovani talenti indiscussi della scena jazz newyorchese: Aaron Burnett al sax tenore, che sta bruciando le tappe a New York, Dezron Douglas, affidabilissimo e propulsivo contrabbassista e Joe Dyson, tra i più richiesti batteristi oggi in circolazione.
Debutto assoluto mercoledì 11 luglio a Casalgrande (RE), per il Festival Mundus, per poi proseguire mercoledì 12 a Vasanello (VT) per Ortaccio Jazz Festival, giovedì 13 ad Ancona per Ancona Jazz, venerdì 14 a Palestrina (RM) per Luci su Fortuna, sabato 15 a Roma per Roma Jazz Festival, lunedì 17 a Napoli per S.Elmo Estate, martedì 18 a Pescara per Pescara Jazz e giovedì 20 a Perugia per Umbria Jazz.
Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi hanno percorso strade molto diverse: Guidi pianista per anni alla corte di Enrico Rava, dopo alcune incisioni per CAM Jazz, è approdato alla blasonata etichetta ECM, con cui ha già registrato tre album da leader. Bosso, arrivato ai massimi vertici a livello mondiale del suo strumento, ha inciso da leader per Blue Note, Verve ed ora Warner.
Giovanni e io ci conosciamo da anni, ma non abbiamo mai suonato insieme, eppure, nonostante ci muovessimo su binari diversi, c’è stata molta sintonia - racconta Fabrizio Bosso. Sono felice di iniziare questa nuova esperienza, ho sempre ritenuto Giovanni un pianista visionario. Sono curioso di vedere dove ci porterà la fusione dei nostri background così diversi. Anche questa è la magia del jazz: da esperienze diverse può scaturire qualcosa di radicalmente nuovo.
I due incontratisi durante la scorsa estate ad Umbria Jazz, dove hanno diviso il palco, l’uno con il Quintetto di Enrico Rava e Tomasz Stanko, l’altro con il proprio progetto dedicato a Gillespie “The Champ", hanno pensato bene di unire le loro forze in una idea che li potesse spingere a oltrepassare i confini della loro personale ricerca musicale.
Con Fabrizio, ci siamo incontrati ad Umbria Jazz l’estate scorsa. Dopo aver visto il suo concerto, gli ho proposto istintivamente un progetto che facesse incrociare i nostri percorsi musicali - dichiara Giovanni Guidi. Fabrizio è un musicista eccezionale, questo viaggio non poteva partire senza il suo suono e le sue note. Mi attrae l’idea di esplorare insieme un territorio nuovo per entrambi, al di fuori dei nostri confini abituali e che metta in risalto una nostra comune attitudine di fare jazz. A questo allude il nome del progetto, il cui titolo si rifà a una frase di Bill Evans (“jazz is not a what, it is a how”): non è tanto il “cosa” che conta, quindi, ma il come. E in questo ci ritroviamo.

Formazione
Fabrizio Bosso, tromba
Giovanni Guidi, pianoforte
Aaron Burnett, sax tenore
Dezron Douglas, contrabbasso
Joe Dyson, batteria

Tour
11/7 Festival Mundus, Casalgrande (RE)
12/7 Ortaccio Jazz Festival, Vasanello (VT)
13/7 Ancona Jazz, Ancora
14/7 Luci su Fortuna, Palestrina (RM)
15/7 Roma Jazz Festival, Roma
17/7 S. Elmo Estate, Napoli
18/7 Pescara Jazz, Pescara
20/7 Umbria Jazz, Perugia
w
ww.giovanniguidi.it www.fabriziobosso.eu
Per informazioni e interviste
UFFICIO STAMPA GUIDO GAITO info@gaito.it + 39 329 0704981
Via Vincenzo Picardi, 4C - 00197 Ro

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- Filosofia

Popsophia il Festival a Pesaro

FESTIVAL POPSOPHIA - ROCCA COSTANZA (PESARO) - 6/7 Luglio

'Vietato Vietare'


E' questo il tema dell’edizione 2018 del festival Popsophia che si terrà nelle giornate del 6 e 7 Luglio a Rocca Costanza di Pesaro.

“Anche quest’anno Popsophia conferma la particolarità della sua proposta culturale. – osserva il sindaco di Pesaro Matteo Ricci - Che cosa è veramente stato il Sessantotto? Si è trattato davvero di un evento che ha cambiato il volto delle nostre società? Il pop e la filosofia ci offriranno la loro risposta”.

“Interdit d’interdire” è un divieto di proibizione che ci ha portato a mettere in discussione la validità dei nostri valori, delle nostre opinioni, delle nostre regole.Ma fino a che punto è vietato punire?

“A mezzo secolo di distanza Popsophia - spiega la Direttrice Artistica Lucrezia Ercoli - racconterà a modo suo in quale humus si è formato e come si è sviluppata nei prodotti di massa la rivoluzione mondiale del ’68, i cui effetti culturali hanno influenzato ed ancora influenzano profondamente la cultura e la politica contemporanea”.

La prima giornata del festival è dedicata a “La Gioventù”, protagonista assoluta del movimento rivoluzionario del ‘68. La giornata si aprirà alle 18.30 con la Lectio Pop “Era di Maggio” tenuta da un ospite d’eccezione, Giampiero Mughini, eclettico scrittore e giornalista italiano che ha dedicato la sua ultima opera alle giornate che lo videro testimone a Parigi del maggio. Alle 19.00 Andrea Minuz, docente di cinema, moda e culture visive presso “La Sapienza” di Roma, parlerà del “68 distopico”, della cultura di massa di quell’anno. Alle 21.10 una nuova Lectio Pop con Angela Azzaro, caporedattrice del quotidiano “Il Dubbio” verterà con “Sesso libero” sul tema dell’emancipazione dei costumi e alle 21.30 il Philoshow “Noi siamo i giovani”, inedito spettacolo filosofico-musicale ideato dalla direttrice artistica Lucrezia Ercoli, avrà come ospite Simone Regazzoni, scrittore e docente presso l’Università di Pavia, con performance live del gruppo musicale “Factory”. La serata si concluderà con il Late Night Video “The dreamers” di Giorgio Leggi, originalissime testimonianze video della cultura giovanile di quegli anni.

Sabato 7 luglio la giornata verterà sull’“Utopia”, ideale della rivoluzione studentesca che ha caratterizzato l’illusione tipicamente giovanile di poter cambiare il mondo. La Lectio Pop delle 18.30 sarà tenuta da Remo Bodei, scrittore e docente di filosofia all’University of California che proprio al tema “Vietato Vietare” ha dedicato un suo lavoro. Alle 19.00 Marcello Veneziani, filosofo e penna autorevole del “Tempo”, tratterà de “L’altra parte”, di quel mondo della destra che contestava e cambiava i valori della tradizione. Alle 21.10 si parlerà di “Utopia” con la Lectio pop di Piero Sansonetti, direttore de “Il Dubbio”, e il Philoshow “Sogni e incubi”, che animerà la seconda serata del festival avrà come ospite Umberto Curi, professore ed editorialista del Corriere della Sera. La serata si concluderà con il Late Night Video “Sous le pavés la plage”di Giorgio Leggi, inediti documenti video sulle illusioni e le speranze di allora.

Gli incontri delle due serate saranno accreditati per l’aggiornamento scolastico.
Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero fino ad esaurimento posti
Per registrarsi a POPSOPHIA - Il Festival di Pesaro, scrivere un'email a
info@popsophia.it

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- Società

Bla, bla, bla ’tutto cambia per non cambiare niente’


Bla ,bla, bla … dissoi logoi, tutto cambia per non cambiare niente.

Il ‘circo’ degli innovatori si è ormai stabilito definitivamente (?) nella grande piazza del Parlamento, e tutti festeggiano, ballano e cantano sulle note di ‘abbiamo vinto!’; ma, come si dice, ‘quando il gatto non c’è i sorci ballano’, a voler dire che senza un vero leader (il gatto), gli altri (i corci) si danno un gran ‘da fare ad arraffare’ a più non posso. Cioè fanno il mestiere che vestendo i panni dei clown (del circo mediatico), in fondo è l’unico che sanno fare bene, in ragione del fatto che non hanno mai fatto altro nella vita.

Non c’è che dire, sotto certi aspetti (la destra, il centro e la sinistra) fanno il loro mestiere, si rendono, chi più chi meno tutti quanti ridicoli e, così facendo, fanno anche ridere quei zuzzerelloni degli italiani che li stanno a sentire, senza rendersi conto del danno che stanno facendo in fatto di credibilità, di responsabilità ecc. (leggi di figure di merda) che facciamo nel mondo. Del resto non facciamo altro che confermare quei buontemponi, burloni, matterelloni, pazzarelloni che effettivamente noi italiani siamo, cioè quei mattacchioni che ‘pur di negare l’uccello alla propria moglie finiscono per tagliarselo’.

Ma va bene così, anzi va male (malissimo), perché per voler cambiare le cose in modo cos’ drastico finiamo per non cambiare niente. Come si dice ‘dissoi logoi’, in cui “Gli uni dicono che altro è il bello e altro è il brutto, differenti come di nome, così di fatto; altri invece che bello e brutto sono la stessa cosa”. per ora stiamo a vedere chi avrà ragione, ma come si dice ‘ il buogiorno si vede dal mattino’ e in questo periodo ancora (a distanza di tempo) non mi sembra di aver visto un qualche bella giornata. Speriamo in meglio, se pure non siamo nuovi a questi cambiamenti repentini che non hanno portato a nulla di fatto. Ricordo qui di seguito uno spettacolo musico-teatrale del geniale duo Dario Fo e Franca Rame andato in scena negli anni ‘60/’70, dal titolo ‘Ma che aspettate a batterci le mani’(*):

"Ma che aspettate a batterci le mani a metter le bandiere sul balcone? Sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra un carrozzone. Venite tutti in piazza fra due ore, vi riempirete gli occhi di parole, la gola di sospiri per amore e il cuor farà seimila capriole. Napoleone primo andava matto per 'sto dramma e ogni sera con la sua mamma ci veniva ad ascoltar. Napoleon di Francia piange ancora e si dispera da quel dí che verso sera ce ne andammo senza recitar. E pure voi, ragazze, piangerete se il dramma non vedrete fino in fine dove se state attente imparerete a far l'amore come le regine. E non temete se la notte è scura: abbiamo trenta lune di cartone con dentro le lanterne col carburo, da far sembrar la luna un solleone. Napoleon francese, per vederci da vicino, venne apposta sul Ticino contro i crucchi a guerreggiar. Napoleone primo, che in prigione stava all'Elba, vi scappò un mattino all'alba per venirci a battere le man. Ma che aspettate a batterci le mani, a metter le bandiere sul balcone, sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra un carrozzone. Vedrete la regina scellerata, innamorata cotta del figlioccio, far fuori tre mariti e una cognata e dar la colpa al fato del fattaccio. Ma che aspettate a batterci le mani, a metter le bandiere sul balcone? Sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra un carrozzone. Venite tutti in piazza fra due ore, vi riempirete gli occhi di parole, la gola di sospiri per amore e il cuor farà seimila capriole".

E un altro, ‘Tutta brava gente’ (*) di Carpi – Fo:
"Qui si parla di ufficiali piuttosto compromessi: tutta brava, tutta brava, tutta brava gente, e qui ci saltano fuori almeno sei processi per miliardi, a questo stato che è così indigente, qui si parla di una banca insediata in un convento, qui c'è un tal che alla Marina ha fregato un bastimento, qui un tal altro che a fatica ha corrotto un gesuita, assegnati quattro appalti a un'impresa inesistente, concessioni sottobanco contro assegni dati in bianco, truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, sopra i dazi, le dogane, i tabacchi e le banane. Oh, che pacchia, che cuccagna: bella è la vita per chi la sa far! Ma tu, miracolato del ceto medio basso, tu devi risparmiare, accetta sto salasso: non devi mangiar carne, devi salvar la lira e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!"

Non avete anche voi la sensazione che nulla sia cambiato o che stia cambiando? Io ce l’ho, tant’è che non riesco più a raccapezzarmi se stiamo facendo la strada in avanti o all’indietro, proprio ‘ come un gambero!’ direbbe Umberto Eco, del quale riporto qui di seguito alcune note tratte dal suo ‘Pape Satàn Aleppe’ - Cronache di una società liquida (*):

Fin dall’introduzione l’autore (tanto di cappello) avverte il lettore trattarsi della raccolta delle sue Bustine di Minerva apparse sull’Espresso fin dal 1985 e in altre precedenti raccolte (brevi) e che oggi: “..non tanto per colpa mia quanto per colpa dei tempi, è sconnessa, va – come direbbero i francesi – dal gallo all’asino, e riflette la natura liquida di questi (ultimi) quindici anni”. Se è lui a dirlo dovremmo quantomeno credergli, e che invece nulla risulta di più concettualmente ordinata di questa. Figuriamoci se ‘il professore’ avrebbe mai potuto mettere assieme qualcosa di sconclusionato che lo riguardasse in prima persona. Comunque crediamocgli utilizzando quel suo senso autocritico che lo vedeva sempre insoddisfatto e compiaciuto di esserlo, fino a fermare la rotativa di stampa dei suoi libri per cambiare una frase o il finale di una storia solo perché non gli piaceva. Ma come sappiamo è questa una pratica solo dei ‘grandi’ e solo a loro giustamente concessa.

Un avvertimento al lettore riguarda il titolo, ripreso dalla citazione dantesca (Inferno, VII,1) che fa pensare a una sorta di ‘vademecum satanico’ cui solo Eco sarebbe stato capace di redarre; ed anche la ragione, io credo, per cui molti lettori si astengano dallo sfogliare, per paura forse di esserne contaminati fino a perdersi nei labirinti della sua ragionevolezza (difficoltà di lingua, argomentazioni occulte ecc.) dei suoi precedenti libri. Tutt’altro, siamo qui di fronte a alle fusa di un gatto sornione fin troppo arguto e bizzarro nelle sue scelte e nei suoi lazzi che, nelle pur brevi pagine (minimal stories) delle sue ‘cartine’, riesce a introdursi nelle vene della società pulsante di vita, utilizzando una nota definizione del sociologo Zigmunt Bauman (*) riferita alla ‘società liquida’, essere invero uno stilema della modernità che ci è data di vivere in questo terzo millennio.

“C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e in gran parte l’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno.Anche per questo Bauman rimane per ora una ‘vox clamantis in deserto’” - scrive Eco, e l’insegnamento potrebbe sembrare non pertinente con la missione del professore, ma che certamente lo è, in quanto Eco è stato un insegnante di vita la cui esperienza lo ha portato a discernere, nella completezza dello scibile universale, quella che ha dimostrato essere la sua erudizione a tutto tondo e non un semplice opinionista da strapazzo come quelli che spesso si gongolano sui canali televisivi, capaci di parlare a senso unico su questo o quell’argomento. Cioè di tutto e su tutto senza sapere (a volte e sempre più spesso) neppure di quello cui stanno parlando. Che ci si chiede se non farebbero meglio a starsene zitti (?)

(Abbrevio)
“I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente – e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti Web (così come si fanno recensioni di libri <che pochi leggono> o di film <che nessuno vede>, indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse, anche un motivo per cui molti nevigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno. (..) È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa”.

Eco centra quasi con mira infallibile il problema o un dubbio contestabile pur esistente in noi esseri sociali offrendoci spesso un possibile sguardo risolutivo nei risvolti inclusivi dei diversi ‘capitoli’ che formano il corpus narrante. Per così dire ‘liquifacendoli’ dentro un linguaggio accessibilissimo a tutti, comprensivo di religione e filosofia, razzismo e odio, morte e miracoli, educazione e scuola, letteratura e poesia, stupidità e follia, politica e potere, cinema e musica, Web e telefonini, vecchiaia e ricambio generazionale, Europa e il resto del mondo, e non si ferma qui, tant’altro e tale è ogni volta l’incognita del suo spaziare che riesce a smuovere il pensiero del lettore, finanche in inezie da megalomane, di cui forse non si sarebbe mai preoccupato. Ma che invece investono tutti in ogni momento della giornata e della notte, in quanto riguardano la vita di tutti i giorni, le necessità e le esigenze di noi esseri sociali (ed anche di asociali) nel vivere comune.

Umberto Eco (come pochi altri) ha dato e può ancora darci lezioni (attraverso i suoi scritti) su quel che siamo noi italiani, su ciò che siamo capaci di inventare, di creare artisticamente parlando, anche di fare autocritica ma soltanto quando chi vuole insegnarci qualcosa ha le palle per farlo, allora tanto di cappello. Mi chiedo cosa avrebbe scritto Eco sulle ultime vignette apparse su Charlie Hebdo, lui che spesso citava il buon gusto dei cugini francesi? Ma forse ne avrebbe riso, valutandola una scivolata del bon ton che alla fin fine non può offenderci, perché tocca delle verità che egli stesso avrebbe condiviso. Magari individuando nelle ragioni di una simile caduta di stile, quelle che sono le pecche di una Nazione addormentata che sta ancora in piedi crogiolandosi sulla grandeur del Re Sole usando gli stecchini da tavola per tenere gli occhi aperti.

Davvero interessante la sua affermazione sullo stato della follia che imperversa questo primo ventennio del secolo: “Però mi pare abbia scritto una volta Saul Bellow che in un’epoca di pazzia credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia. Quindi non prendete per oro colato le cose che avete appena letto”, sembra voler concludere questo lungo escursus letterario che lo riguarda e ci riguarda, ma non è la fine, è ancora del 2015 la cartina “Gli imbecilli e la stampa irresponsabile” che, strano a dirsi, assume maggiore validità in questi nostri giorni se riferita alle vignette di Charlie: “Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del Web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta lectio magistralis a Torino avrei detto che il Web è pieno di imbecilli. È falso. La lectio era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornalisti e Web le notizie circolino e si deformino”.

(Abbrevio)
“Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar – e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social network. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli. (..) Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul Web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere. È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee.”

Pronto … pronto … siete connessi? In fine, eccoci giunti ai saluti di rito, e voi …
“Ma che aspettate a batterci le mani!”



Note:
(*) Dario Fo e Franca Rame, ‘Ma che aspettate a batterci le mani’ e ‘Tutta brava gente’ di Carpi – Fo sono due spettacoli andati in scena negli anni ‘60/’70.
(*) Umberto Eco, ‘Pape Satàn Aleppe’ - Cronache di una società liquida – La nave di Teseo 2016.
(*) Zigmunt Bauman, ‘Modernità liquida’, Edit. Laterza 2002 - (ristampa 2015)

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- Società

Bla, bla, bla ‘la farsa va in scena’

Bla, bla, bla … La ‘farsa’ va in scena.

Ed eccoci alla svolta, la ‘farsa’ del rinnovamento del Parlamento che voleva essere all’insegna di una giovane elite di politici motivati, onesti (per dire non intrallazzoni), va in scena con una risma di attori (tecnici più che mai) che possiamo definire giovanili, spinti da velleità di potere e in qualche caso da interessi personali di far valere riscatti da passate amministrazioni. A incominciare da ‘primo attore’ (leggi premier) che si accinge a manovrare l’apparato delle carrucole e delle funi di un teatro senza quinte, sempre più somigliante all’antico Carro di Tespi dove pur accadeva che nel tragitto perdeva qualche pezzo per la strada. Niente da ridire ma certo c’èra da ridere quando qualche sventata comparsa improvvisava sul ‘canovaccio’ (la Costituzione) che doveva servire per la messa in scena.
Per quanto ne sia passata d’acqua sotto i ponti, le cose non sembrano affatto cambiate, gli sproloqui e le disaffezioni (del disimpegno politico) sono rimasti gli stessi: ‘saremo, diremo, faremo’ rimbombano sulla scena nelle piazze (e nei talk-show come nei comizi), senza spiegare con chi (?) e con quali mezzi (?). è la solita ‘farsa’ che tuttora rappresentata ha un esasperato carattere comico, spesso con qualche (si fa per dire) grossolanità pedestre a buon mercato, destinata unicamente a suscitare il riso con espedienti didozzinali e spesso di cattivo gusto. Ma se il cattivo gusto impera sulla bocca e nelle scelte degli italiani delle ultime generazioni, non è tollerabile che i politici (di dubbio corso), affidino alla ‘farsa’ priva di serietà costituzionale la loro cretina buffonaggine.
D’accordo, la farsa a teatro è per suo genere basata su situazioni e personaggi a dir poco stravaganti (per quanto non poi così dissimili dal vero) nei loro aspetti irrazionali. Tuttavia, più in generale, essi mantengono aspetti che in fine convergono entro un certo realismo ‘moralmente accettabile’. Ciò non toglie che sulla falsariga del goldoniano “Arlecchino servitore di due padroni” avremo un leader (falso) che dovrà barcamenarsi sugli ‘svarioni’ politicamente scorretti di due avidi improvvisatori / sputasentenze che si esibiscono sulla scena ‘per il popolo’, ‘per salvare questo paese’, ‘per amore dell’Italia’ ecc, ecc.
Niente di più falso se fra le righe del ‘canovaccio politico’ leggiamo quel che leggiamo. Va bene la ‘farsa’ ma che tutti gli altri (oltre loro due) siano tutti degli stupidi analfabeti, ce ne passa. Comunque lo spettacolo ‘must go on’ e noi (quegli altri) stiamo tutti qui a ridere come deficienti, davanti alla TV mentre va in onda un’altra puntata della Corrida che raccoglie il ‘peggio o il meno peggio’ della defiance mentale umana: “quel comportamento in cui ci si rifiuta di obbedire alle regole” o, almeno a quelle scritte in una costituzione civilmente accettata, nei diversi modi di ‘venir meno’, o nel senso di ‘far resistenza’, come la ‘sfida’ e lo ‘sprezzo’, ma anche con significato di ‘sfiducia’ nelle norme e nei valori che i diversi popoli (in primis gli italiani) si sono dati nell’Unione Europea.
È quanto realmente accaduto ai due suddetti attori/politici, i quali davanti a un insuccesso dei loro sforzi, hanno accusato una ‘defiance’, cioè una debolezza improvvisa, per aver ‘sudato sette camicie’ durante i giorni e le notti del loro impegno a formare un governo. Troppo per una vita spesa a non fare niente e che, memori della fatica dell’ozio passato, vogliono ‘distribuire uno stipendio’ (perché di questo si tratta), a tutti quegli infaticabili ma energici individui che gironzolano per le strade dello shopping a spendere i soldi di papà. Del resto gli esempi sono più che eccellenti, perché non lasciare che i ‘vecchi’ continuino a lavorare? Perché non lasciare che si dividano le poltrone, se è proprio questo che loro vogliono?
La rottamazione? Non conviene a nessuno, visto che un ultra ottattenne è chiamato (falsamente perché si è imposto da solo per la sua vanità e velleità eroica), ad occupare la poltrona più prestigiosa della finanza pubblica? E che poi si accontenta, senza vergogna alcuna, di fare l’usciere di un governo che traballa. O che un altro ottuagenario arcimiliardario che anziché godersi la sua vecchiaia ancora non si da per vinto d’essere arrivato alla stazione col suo treno imbandierato, dove però ormai non lo sta ad aspettare nessuno? Per non parlare della ‘in-giustizia’ in cui si barcamena il paese di Arlecchino, alla cui presidenza arriva un ‘azzeccagarbugli’, dott. Pettola o Duplica di manzoniana memoria, cioè d’infima levatura ( leggi senza arte né parte).
E visto che ci siamo, perché non parlare di quel dott. Balanzone a Ministro della Salute, del quale è chiamata a rivestire i panni sulla scena una donnina che, in mancanza dei baffi che contraddistinguono la maschera della vecchia Commedia dell’Arte, continua a sgranare gli occhi quantomeno perplessa, rivoltasi alla politica perché gli ‘altri’ non le lasciavano ‘spazio’ in corsia durante il giro di visita ai pazienti. Di fatto l’abbiamo vista all’opera, tenuta in disparte al seguito dei suoi mentori, mentre si arrabattavano nei corridoi fin troppo sfolgoranti del Parlamento dove accecati sbattevano contro le porte; come dire: ‘faccia di culo che non ha mai visto camicia la sporca di merda’ (vecchio detto sempre attuale).
Ma non è questo il problema, piuttosto è che a sporcarci siamo tutti noi che abbiamo creduto e optato per una scelta democratica che tenesse alti i valori della Costituzione, l’insieme di regole che fin qui hanno garantito a dare al paese quell’unità nazionale (mai raggiunta del tutto per i soliti furbetti del quartierino che si sono spartiti la torta alla faccia degli italiani), che pure essa, nello stipulare ‘i diritti e i doveri’ dei cittadini, prefissava dentro un modello/esempio di duratuta libertà e pace oltre le fazioni e le faide territoriali.
Che si sia sbagliato tutto? Che non si dovesse credere neppure a quei ‘principi’ fondanti he sia tutto da rimettere in discussione? Forse! Ma se a dirlo (anzi a pretenderlo con molta arroganza) sono coloro che abbiamo visto all’opera, che Iddio ce ne scampi e liberi al più presto, perché alla cialtroneria non c’è rimedio, si finisce tutti per vestire gli stessi panni (omologati) di ‘brutti, sporchi e cattivi’, solo che a farne le spese saremo comunque tutti noi, hai voglia di aspettare, come appunto nella ‘farsa’ arrivi Pantalone.

La ‘farsa’ prosegue nella prossima puntata.


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- Arte

Mario Compostella International Tattoo Fest

Mario Compostella all’International Tattoo Fest Napoli 2018
Dal 25 maggio alle 13:00 al 27 maggio alle 12:00

Insieme a quasi 300 tatuatori di fama nazionale e internazionale che saranno presenti nella cornice di grande fascino e bellezza in un contesto di puro divertimento che sarà l’International Tattoo Fest di Napoli 2018 in occasione della Mostra d’Oltremare, una delle più importanti e caratteristiche sedi fieristiche in Italia, l’artista Mario Compostella, presente con alcune sue opere di maggiore impatto visivo, rappresenta il fulcro di quella tradizione partenopea mai venuta meno che ritroviamo proiettata nel futuro della contemporaneità.
Le motivazioni che lo hanno spinto a partecipare all’International Tattoo Fest Napoli 2018, sono molteplici. In primis la volontà dell’artista di confrontarsi con altri ‘creatori di immagini’, decoratori visionari, artisti con l’arte tra le mani ecc. che indubbiamente rappresentano il meglio dell’arte creativa presente sulla scena. Quale miglior location dell’International Tattoo Fest di Napoli, dunque, se non quella che vede numerosi spazi appositamente dedicati , dove incontrare artisti di strada, balli e giochi di animazione e aree per il relax e il ristoro, e altri destinati ai manufatti della tradizione artistica partenopea e non solo.

Ma lasciamo che Mario Compostella ci parli della sua attività artistica:

Professionalmente nasco nel laboratorio di artigianato artistico di famiglia Ditta Arte Compostella, dove prima mio nonno e poi mio padre costruivano e restauravano arredi classici decorandoli con oro a foglia, l’inestimabile patrimonio di tecniche, manualità e conoscenza che mi sono state tramandate sono la genesi della mia espressione artistica, che inizia ufficialmente nel 1994.
Nel 1997 il mio laboratorio è inserito nell’Itinerario delle botteghe storiche nell’ambito del Maggio dei Monumenti, nell’anno 2000 partecipo alla Mostra di Artigianato Religioso in Pompei, dove sono premiato dai Lions Club International Pompei Host per qualità e raffinatezza delle opere esposte.
In questi anni decoro alberghi di lusso tra cui: Grand Hotel Parker’s, Excelsior, Grand Hotel San Francesco al Monte, fornisco teatri per arredi di scena tra cui: Opera Buffa del Giovedi Santo del Maestro Roberto De Simone, Tartufo di Tony Servillo, restauro arredi del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella e dell’istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
Nel 2006 partecipo al Columbus Day in New York, nel 2007 all’Italian Lifestyle in Emirates e nel 2008 al 5° concorso internazionale 'Il Mobile Significante' promosso dalla Fondazione Aldo Morelato in queste manifestazioni decido di presentare i miei nuovi lavori di design e ricerca, il consenso e le discussioni che ne seguono, producono una serie di eventi e iniziative ampliando di fatto il mio ambito professionale.
Nel 2011 la mia prima mostra personale ‘la materia della memoria’ nell’ambito del Forum delle Culture, 2012 ‘decorAZIONI’ che ha come location la Cattedrale di Caserta nel borgo medioevale, 2014 ‘Le sette Madonne’mostra itinerante nel percorso della Napoli Sotteranea, nel 2015 Istitut Francais di Napoli espongo il ‘Trono Itinernate’ dal quale segue un importante pubblicazione sulla rivista Rencontres dal titolo ‘La via dell’oro’, imperniato sul mio percorso artistico.
Nel 2016 sono nominato Fornitore Ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. Nel 2017 progetto e realizzo ‘La Macchina dell’Energia e ‘Il giardino dei Chakra’ per il I International Reiki Festival di Ferla (SR).
Ed ecco che in occasione dell’International Tattoo Fest Napoli 2018, decido così di realizzare una grande pannellatura luminosa di 2 metri per 1 raffigurante PACESOTERICO, prendendo spunto dal video game degli anni 80 Pac Man, sostituendo i personaggi famosi con elementi naturali come il sole, la luna, la morte, proponendo un percorso labirintico in cui rappresento il ‘ciclo della vita’. Le figure sono realizzate in alluminio a fogli lavorati con tecnica a sbalzo, il metallo punzonato e bordate con chiodi in ottone.
Continuando a giocare con questi elementi Pop oramai metabolizzati nella nostra cultura, ho realizzato inoltre una ristretta collezione di mummie partendo da alcuni pupazzi di gomma degli anni 70 della Walt Disney, utilizzando piccole bende di cotone e colla naturale le ho rivestite e messe in campane di vetro decorandone la base in legno tornito con una incisione a rombo alternata con colori e foglia dorata, ciò mi riporta inconsciamente ad un linguaggio popolare che da estetico decorativo si proietta in un cosmo mistico di rilevanza esoterica.

Altre cose con le quali partecipo sono le mie classiche formelle in legno in cui incido elementi Sacri, Orientali, Zodiaco. Talismani. Paesaggi, come San Michele, appare su di una antica tavola di legno incisa e decorata con foglia di oro 22 carati applicata con tecnica a guazzo e lucidata a mano, qui il linguaggio figurativo è intrinsecamente legato al linguaggio del corpo, quel corpo di cui le mani fanno parte e che sapientemente generano un’immagine sacro-mitologica.
Infine una serie di specchi, cornici e paraventi in cui la decorazione, le dorature, i colori diventano elementi principali di dialogo visivo nel quale il riconoscimento e la sua lettura, nasce per riflesso di memoria culturale.
Diverso è invece il linguaggio strettamente simbolico di tipo ‘totemico’ che una certa oggettivazione visiva, non sempre di facile interpretazione, è parte del retaggio di una tradizione artistica e devozionale attribuita all’arte tout court , una lontana funzione magica, che si riconduce alla terra e al popolo ‘elettivo’ per eccellenza, in quanto possessore della chiave che ha reso l’‘homo faber’ napoletano artefice di se stesso nell’esplicare al meglio le proprie facoltà intellettive e comunicative che, da sempre e nel tempo, ha dato impulso alla propria creatività. Sia nel senso della conservazione della passata ‘memoria’, afferente ai mestieri più antichi dell’utilizzo dei materiali primari; sia al rinnovamento dei ‘tratti distintivi’ dello stile e delle nuove forme espressive del nostro tempo.

Mario Compostella … ‘o la memoria creativa del tempo’, in larecherche.it
Per quanto la ‘napoletanità’ non sia scevra da queste connotazioni più profonde, tuttavia è nella spontaneità di ‘vivere’ che in essa si rispecchia la sua più grande esperienza connotativa e filosofica: in quel ‘saper fare’ che vale qui la pena di sottolineare, in cui va ricercato l’esito di quella che è un’acquisita esperienza deduttiva, quel suo ‘fare creativo’, costitutivo di un voler guardare oltre il presente e che, ancor più, si apre al futuro e che sono connotative dell’arte di Mario Compostella, un ‘homo faber’ a tutto tondo, in cui la ‘creatività napoletana’ si ripropone con evidenza, sia nei manufatti artigianali sia nella sua recente produzione artistica. Si è qui costantemente partecipi di eventi risalenti a origini antropologiche che richiedono una colta rivisitazione o, comunque, una ricerca culturale che scandagli nel fondo ‘occulto’ delle scienze esoteriche e filosofiche. In quel simbolismo ‘creato dall’uomo per l‘uomo’ ancora non del tutto smarrito che accompagna il nostro vivere quotidiano e che, in qualche caso, restituisce ‘senso’ a ciò che forse senso non ha, o per meglio dire, allevia e/o appaga l’umana ragione di essere al mondo,
Ed è pur questo il mondo magico in cui ‘lavora’ e si ‘esprime’ Mario Compostella, il giovane artista del ‘fare’ che accomuna all’elemento tempo la sostanza allegorica dell’operosità creativa; all’essenzialità poetica dell’immagine l’umiltà del mestiere e la preziosità dell’arte. Ed è lui che oggi andiamo a conoscere nella sua operosa essenzialità. E sia che si tratti dell’esperienza artistica nei suoi ambiti diversi, in quanto Mario Compostella è inoltre maestro d’arte applicata al restauro, nonché disegnatore di architetture e arredamento d’interni, o di scenografie per il teatro. Quanto il suo dare ‘vita alle forme’, al suo desiderio di soddisfare la propria aspirazione nel mondo della percezione, o ai suoi ‘fantasmi creativi’ (composizioni artistiche, immagini pittoriche e non solo), spesso utilizzando materiali recuperati, o per meglio dire: ‘rubati alla terra’, come terre e pietre, corde e legni, metalli poveri o preziosi come l’oro.
Ed è alla mano operosa dell’artista che si fa qui ricorso. Egli è infatti maestro doratore, una professione che gli giunge da lontano, almeno da tre generazioni di fattivo lavoro che risale al suo bisnonno e chissà da quale frequentazione ‘in illo tempore’ dell’estrazione dei metalli. I suoi attrezzi più frequenti sono il pennello, la cera, la gomma, la matita, una quantità di spatole e spatoline, lo scavino, lo scalpello, la punta di bulino per incidere sul metallo. Ancor più gli ‘occhi’ e le ‘mani’, prima ancora dell’afflato ultimo che le riveste: esoterico-allegorico, per voler dire ‘intimo e riservato’ che trasforma le sue creazioni in ‘immagini’ insostituibili dell’umana vicinanza al divino (come ad esempio le sue rivisitazioni sacre); o quelle di un creato astrale (come le sue visioni cosmiche), così vicino a noi da lasciare stupefatti per la ‘bellezza’ che in esso si esprime.
È dunque nel ricreato mondo di una certa ‘bellezza’ che l’artista Mario Compostella esprime la sua sollecitudine alla riscoperta dei ‘segni’ che più coincidono con la nostra sensibilità d’interlocutori attenti e volitivi, sempre alla ricerca di avvalorare certe intuizioni nascoste, quelle significazioni illuminanti che ricreino l’emergere di un senso nuovo, seppure destinato a smarrirsi nella fuga delle definizioni. E lo fa nel comporre, levigare, cesellare, delineare l’indefinito e addirittura, in certi casi, l’indefinibile.
Per quanto, essendo ciò quel che vi è di più avvalorante, ha anche sempre a che fare con la sua sensibilità e quindi con il sentimento poetico del ‘fare’ che si fa ‘verbo’, capace di quell’originalità che trasforma ogni suo momento creativo. E che si tratti dell’amore, del sogno, del coraggio o della paura, così come del giorno e della notte, della guerra e della pace o di qualche altro tema di una lista infinita, alla fin fine egli pur ci parla di noi, e lo fa in modo semplice (mai banale), di ciò che siamo e che trascende dalla nostra ostinata esistenza nell’universo, di quell’‘uomo del fare’ che dapprima esternò nel ‘segno’ la propria inclinazione artistica.

Mario Compostella vive a Napoli, dove gestisce il Laboratorio d’Arte e Restauro in qualità di Maestro artigiano e d’arte applicata, Perito-Esperto in doratura e argentatura a foglia, Disegnatore di architettura, arredamento d’interni e scenografie per il teatro.
Contatti:
www.mariocompostella.it
info@mariocompostella.it inoltre su facebook e youtube.

L’evento si svolgerà in occasione della Mostra d’Oltremare di Napoli, nella zona di Fuorigrotta ed è facilmente raggiungibile da qualunque parte del capoluogo campano. Dal 25 maggio ore : 13:00 al 27 maggio ore : 22:00 presso i padiglioni della Fiera:Padiglione 10 e Giardino dei Cedri - Piazzale Tecchio - Napoli, 80125

Contatti:
http://www.tattoofestnapoli.com
INTERNATIONAL TATTOO NAPOLI S.R.L.
Telefono: 0818854876 - Email: info@tattoofestnapoli.com
Sito web: www.tattoonapoliexpo.it









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- Cinema

Cannes il Palmares e oltre

CANNES 2018 in collaborazione con Cineuropa
La Palma d'Oro per ‘Shoplifters’
di Fabien Lemercier

19/05/2018 - CANNES 2018: Il film di Hirokazu Kore-eda si aggiudica il titolo più importante. Nel palmarès anche gli italiani Alice Rohrwacher e Marcello Fonte, il polacco Pawel Pawlikowski e Jean-Luc Godard. E’ la combinazione di emozione e finezza ad aver guidato la giuria presieduta da Cate Blanchett visto che la Palma d'Oro del 71° Festival di Cannes è stata assegnata al sottilissimo Shoplifters del giapponese Hirokazu Kore-eda. Presente per la quinta volta in concorso, il cineasta era stato già premiato due volte (premio della giuria nel 2013 e attraverso l’interpretazione maschile nel 2004) e porta nel suo paese una quinta Palma d’Oro.

Il cinema europeo è ampiamente rappresentato nel palmarès di questa edizione 2018. Una Palma d’Oro speciale è comparsa per la prima volta nel palmarès, ricompensando l’incredibile Le Livre d’image dello svizzero Jean-Luc Godard (87 anni), prodotto dagli svizzeri di Casa Azul Films e i francesi di Ecran Noir Productions; le vendite sono guidate da Wild Bunch.Il premio per la regia è andato molto giustamente al polacco Pawel Pawlikowski per Cold War, un’opera prodotta da Polonia (Opus Film), Regno Unito (Apocalypso Pictures) e Francia (mk2 che gestisce anche le vendite internazionali).

Il cinema italiano ha vinto due volte. Il premio dell’interpretazione maschile è andato al bel lavoro del buster-keatoniano Marcello Fonte in Dogman di Matteo Garrone, un film prodotto da Archimede con i francesi di Le Pacte, e venduto dalla Rai. Il premio della sceneggiatura (ex-aequo) è stato attribuito ad Alice Rohrwacher per Lazzaro felice. Già vincitrice del Grand Prix nel 2014 (con Le meraviglie), la cineasta 36enne prosegue la sua ascesa, ed è appena al suo terzo lungometraggio. Prodotto da Tempesta con Rai Cinema, gli svizzeri di Amka Films Productions, i francesi di Ad Vitam e i tedeschi di Pola Pandora Filmproduktion.

I vincitori dei premi della 71a edizione del Festival di Cannes:

Palma d'Oro
Shoplifters - Hirokazu Kore-eda (Giappone)
Palma d'Oro Speciale
Le Livre d'image - Jean-Luc Godard (Svizzera/Francia)
Grand Prix
BlacKkKlansman - Spike Lee (Stati Uniti)
Premio alla regia
Pawel Pawlikowski - Cold War (Polonia/Regno Unito/Francia)
Premio all'interpretazione femminile
Samal Yeslyamova - Ayka (Russia/Germania/Polonia/Kazakistan/Cina)
Premio all'interpretazione maschile
Marcello Fonte - Dogman (Italia/Francia)
Premio alla migliore sceneggiatura (ex-aequo)
Alice Rohrwacher - Lazzaro felice (Italia/Svizzera/Francia/Germania)
Jafar Panahi - Three Faces (Iran)
Premio della giuria
Capharnaüm - Nadine Labaki (Libano/Francia)
Caméra d'Or
Girl - Lukas Dhont (Belgio/Paesi Bassi)
Palma d'Oro al cortometraggio
All These Creatures - Charles Williams (Australia)
Menzione speciale
On the Border - Wei Shujun (Cina)

Mentre a Cannes vengono consegnati i premi per i migliori film in concorso, non possiamo non rivolgere uno sguardo appassionato al film di chiusura del festival ‘The Man Who Killed Don Quixote’ di Terry Gilliam che in fine ha vinto la sua battaglia epocale portando il suo progetto a Cannes 2018 e ora può finalmente, dopo 25 anni, consegnare al pubblico la sua personale e tormentata visione del classico di Cervantes.
Il film è stato presentato fuori concorso al 71º Festival di Cannes il 18 maggio 2018, come film di chiusura del festival. Originariamente avrebbe dovuto concorrere per la Palma d'oro, ma lo scoppio di una causa legale tra Gilliam e l'ex produttore Paulo Branco, ha costretto i produttori a rimuovere il film dalla competizione. Verrà distribuito nelle sale cinematografiche francesi da Océan Films a partire dal 19 maggio 2018.

“The Man Who Killed Don Quixote” è un film co-sceneggiato e diretto da Terry Gilliam. Liberamente ispirato al Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, il film è noto come uno dei più estremi esempi di development hell della storia del cinema, con ben otto tentativi di realizzazione da parte del regista nell'arco di quasi vent'anni.

"The Man Who Killed Don Quixote" articolo di Alfonso Rivera per Cineuropa18/05/2018 - CANNES 2018:
L’approccio di Terry Gilliam all’universo della creazione più famosa di Miguel de Cervantes, opera tanto attesa quanto maledetta, è pieno di segni deliranti della sua identitàutti conoscono la lunga odissea della gestazione di questo film, ma a ricordarcelo è lo stesso regista, Terry Gilliam, con un cartello all’inizio di The Man Who Killed Don Quixote che dice come finalmente, dopo più di vent’anni di attesa, potremo godere della sua personale trasposizione del romanzo spagnolo più celebre di tutti i tempi, nato dalla penna e la mente di Miguel de Cervantes Saavedra.
Ci sarebbe da chiedere a Gilliam se ha incorporato i problemi personali dell'eterna elaborazione di The Man... nella sceneggiatura finale che si è potuta vedere in chiusura del 71° Festival di Cannes, perché la sua trama, che si svolge durante le riprese di una versione filmica del Don Chisciotte della Mancia, distilla nostalgia, critica verso i produttori (compresi russi e cinesi), giri impensabili e alcuni elementi biografici. Il protagonista, interpretato dall'americano Adam Driver, è questo regista che vedrà vari elementi – reali e immaginari, controllabili o meno – impedire che il suo progetto cinematografico si materializzi.

Il resto del film, su sceneggiatura di Gilliam e Tony Grisoni (già collaboratori in Tideland), segue le avventure del regista che scopre qualcosa che lo riporta al suo tentativo precedente di fare lo stesso film: i suoi passi lo porteranno a incontrare quell'uomo che, come Albert Serra in Honor de caballería, reclutava gente del villaggio per incarnare con vero realismo manchego l'ingegnoso hidalgo (interpretato qui dal gallese Jonathan Pryce, protagonista di quell'indimenticabile Brazil, che pure aveva qualcosa di donchisciottesco). E lì entrerà in una spirale delirante, in puro stile Gilliam, dove la realtà si confonde con la finzione, la follia con l'intelligenza e la frenesia con il nonsense.Irregolare ma con momenti affascinanti, folle e fantasioso come tutto il cinema del regista di Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, The Man Who Killed Don Quixote – titolo che contiene uno spoiler grande come un mulino a vento – conquisterà i fan del regista nordamericano e infastidirà o persino irriterà gli spettatori più esitanti verso i suoi eccessi grandguignoleschi, ma dimostra che Gilliam, a 77 anni, rimane in gran forma e continua a costruire universi unici, divertenti, grotteschi e irripetibili.

In conclusione,il nuovo film, girato in maestosi scenari storici e naturali della penisola iberica e delle isole Canarie, oltre ad essere dedicato ai due attori che in precedenza hanno cercato di incarnare Don Chisciotte ai suoi ordini (John Hurt e Jean Rochefort), si erige come un'ode all'inconscienza necessaria per vivere, creare e, soprattutto, fare film. Terry Gilliam lo sa bene e lo dimostra felicemente in quest'opera festosa, rischiosa, spericolata, combattiva e quasi testamentaria.
The Man Who Killed Don Quixote, con la colonna sonora composta da Roque Baños e la direzione della fotografia di Nicola Pecorini, è una produzione europea tra Spagna, Portogallo, Regno Unito e Francia delle compagnie Tornasol Films, Kinology.

Trama
Un vecchio impazzito si convince di essere Don Chisciotte e scambia il giovane consulente pubblicitario Toby per il suo fedele scudiero Sancho Panza. I due si imbarcano quindi in un viaggio bizzarro e allucinato, sospeso tra i giorni nostri e un magico XVIII secolo. Tuttavia, come già accaduto al vecchio cavaliere, anche Toby inizia a venire gradualmente consumato dalle illusioni che si crea, rischiando di non saper più distinguere i sogni dalla realtà.

Riprese del primo film.
La pre-produzione del film venne avviata per la prima volta nel 1998, con Jean Rochefort come Don Chisciotte e Johnny Depp nel ruolo del co-protagonista Toby Grisoni. Le riprese cominciarono nel 2000 in Spagna con un budget di 32 milioni di dollari, ma, a causa di vari contrattempi e problemi finanziari, della distruzione di alcuni set e materiali dovuta a un'alluvione improvvisa e dell'abbandono di Rochefort per problemi di salute, il film venne cancellato in fase di riprese. Il materiale girato fu poi riutilizzato per la realizzazione del documentario Lost in La Mancha (2002), che ripercorre le vicende della travagliata produzione del film. L'intero film si sarebbe dovuto girare in Spagna e in altre parti dell'Europa. Le riprese iniziarono nel settembre del 2000 in una zona deserta a nord di Madrid, vicino ad una base militare. Sarebbero terminate entro il 2001. A causa di enormi problemi (ad esempio il costoso set della pellicola che venne danneggiato da un violentissimo nubifragio), in particolar modo riguardanti la salute del protagonista Jean Rochefort, sofferente a causa di una doppia ernia del disco ed una prostatite, le riprese vennero immediatamente interrotte. Solamente Johnny Depp e il protagonista girarono qualche scena. Le poche riprese del film finirono nel documentario Lost in La Mancha.

In seguito al fallimento del progetto, Gilliam perse i diritti della sceneggiatura, recuperandoli solamente nel 2006. Tra il 2006 e il 2016, la pre-produzione ricominciò a più riprese, con periodici cambiamenti nel cast e nella sceneggiatura: Robert Duvall, Michael Palin e John Hurt si succedettero nel ruolo di Chisciotte, mentre Depp, Ewan McGregor, Jack O'Connell e Adam Driver in quello di Grisoni. Tuttavia i tentativi di Gilliam si rivelarono puntualmente fallimentari a causa delle difficoltà a finanziare nuovamente il progetto e al conciliare la disponibilità degli attori. Nel 2017 il film riuscì definitivamente ad entrare e a completare con successo la produzione, con Jonathan Pryce nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver nuovamente come Grisoni, diciannove anni dopo l'inizio della produzione originale.
Primo sviluppo (1998-2000). Nel marzo 2000 il regista Terry Gilliam ebbe la conferma dai produttori per la realizzazione del film. Il progetto del film era assai ambizioso, con un budget di più di 32 milioni di dollari e sarebbe stato tra le più costose produzioni cinematografiche realizzate con fondi esclusivamente europei (Spagna, Francia e Regno Unito). I realizzatori del film incompiuto sarebbero stati Terry Gilliam alla regia, Rene Cleitman e José Luis Escolar come produttori, Bernard Bouix come produttore esecutivo, Gilliam e Tony Grisoni alla sceneggiatura, Nicola Pecorini come direttore della fotografia, Benjamín Fernández alla scenografia, Gabriella Pescucci e Carlo Poggioli per i costumi.

Sceneggiatura
Data la vastità del materiale letterario di Cervantes (il celebre romanzo picaresco Don Chisciotte della Mancia), Gilliam e lo sceneggiatore Tony Grisoni pensarono di riadattare la storia ispirandosi al romanzo Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain. Nel nuovo soggetto Sancho Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, sarebbe dovuto apparire solo all'inizio, per poi esser sostituito da Toby Grisoni, un uomo del ventunesimo secolo scaraventato indietro nel tempo, che il protagonista avrebbe confuso per Panza.

Cast
Nel marzo del 2000 Johnny Depp fu scelto per interpretare Toby Grosini dallo stesso regista, dopo gli ultimi successi insieme. La parte di Don Chisciotte venne affidata all'attore francese Jean Rochefort, il quale ha dovuto imparare l'inglese in sette mesi di preparazione. Rochefort e Depp furono gli unici a girare alcune scene (escludendo le comparse).Il resto del cast scelto, che non ha avuto modo di recitare, sarebbe stato composto da Vanessa Paradis nel ruolo di Altisidora (riuscì solo a fare le prove per i costumi e per il trucco), Miranda Richardson, Ian Holm, Jonathan Pryce, Christopher Eccleston, Bill Paterson e Peter Vaughan.

Cancellazione
Come mostrato nel documentario Lost in La Mancha, le prime riprese in location furono in una zona deserta a nord di Madrid, vicino ad una base militare. Come primo problema ci furono i jet F16 che volavano in continuazione sopra il set, rendendo le registrazioni degli attori incomprensibili. La situazione non era molto grave: il tutto si sarebbe sistemato grazie al doppiaggio in post-produzione. In seguito la troupe venne colpita da un nubifragio, che rovinò l'equipaggiamento e ridusse il terreno un pantano: per alcuni giorni fu impossibile tornare sul posto. Una volta ritornata, la troupe si trovò davanti ad uno scenario completamente diverso: le dune desertiche, che caratterizzavano la location, erano quasi del tutto sparite ed il colore del terreno era cambiato.
Poi l'improvvisa partenza di Jean Rochefort, costretto a tornare a Parigi a causa di un'infezione alla prostata: la produzione attese il ritorno di Rochefort, concentrandosi su scene che non lo coinvolgevano ma a pochi giorni di distanza divenne chiaro che il ritorno dell'attore sarebbe stato difficile. Quest'ultimo fatto fu un duro colpo per Gilliam; aveva speso due anni per trovare l'attore giusto per Don Chisciotte, più altri sette mesi serviti a Jean Rochefort per imparare l'inglese. La produzione venne cancellata. Dopo l'annullamento della produzione, le compagnie di assicurazione si sono impossessate della sceneggiatura e hanno risarcito gli investitori della pellicola, con circa 15 milioni di dollari.

Tentativi successivi (2005-2016)
Nel 2002 iniziarono a circolare alcune indiscrezioni che volevano una possibile ripresa della produzione, forte del sostegno di Gilliam e dei suoi investitori. Nel 2005 il produttore Jeremy Thomas (Tideland - Il mondo capovolto) espresse la propria personale convinzione secondo cui il film avrebbe dovuto essere realizzato. Nel 2008 Gilliam e Thomas annunciarono d'essere riusciti ad avviare un preliminare sviluppo per un film completamente nuovo, lasciando alle spalle il materiale girato anni or sono e riformulando il personaggio di Rochefort. Gilliam spiegò d'aver pensato a Robert Duvall per Don Chisciotte, affiancato forse da Johnny Depp visto il suo attaccamento al progetto.
A causa di alcuni ritardi della produzione dovuti a problemi non meglio specificati, Depp annunciò che in base al contratto stipulato in precedenza con la The Walt Disney Company, per la quale avrebbe dovuto partecipare a due pellicole della casa, avrebbe molto probabilmente contribuito a dilungare ulteriormente i tempi già lenti della realizzazione e che per questo forse stava decidendo di uscire definitivamente dal film.

Dal momento che i produttori annunciarono le riprese entro l'inizio del 2010, l'attore acconsentì a rimanere pur ammettendo che nel suo calendario lavorativo avrebbe dovuto sapere nello specifico le date di produzione per poter rendere un suo reale e sicuro coinvolgimento. Si pensò a Colin Farrell per sostituirlo. Nel 2009 il film entrò in piena preproduzione. Dopo aver richiesto ed ottenuto la riconcessione dei diritti della sceneggiatura, Gilliam iniziò a lavorare sulla sceneggiatura insieme a Tony Grisoni nel gennaio 2009, dicendosi speranzoso di terminarla entro un mese. Jeremy Thomas fu incaricato della produzione via Recorded Picture Company. La vendita dei diritti di distribuzione internazionale fu affidata alla HanWay Films. Ewan McGregor fu inoltre confermato nel cast artistico. Il 5 settembre 2010 la rivista Variety riportò le dichiarazioni di Terry Gilliam, il quale aveva rivelato poco tempo prima che a causa della mancanza di fondi la produzione era collassata un mese prima circa (ad agosto), poche settimane prima dell'inizio di riprese, provocando quindi il rinvio a tempo indeterminato della lavorazione. Comunque, Gilliam tenne a precisare che altre procedure importanti, come la selezione del cast artistico, erano terminate, con Duvall a svolgere il ruolo principale e McGregor ad affiancarlo e che la ricerca di nuovi investitori era appena partita.

Secondo sviluppo (2017)
Il 16 luglio 2016, in un'intervista, lo stesso Gilliam annuncia che le riprese partiranno ad ottobre in Spagna. Le riprese, iniziate il 27 febbraio 2017 e concluse il 4 giugno, si sono tenute alle Isole Canarie, Convento dell'Ordine di Cristo, San Martín de Unx, Castiglia-La Mancia, Gallipienzo e Olite. Nella versione finale, che arriva al festival in chiusura e contemporaneamente nelle sale francesi, è Jonathan Pryce a interpretare il cavaliere errante e Adam Driver il suo scudiero Sancho Panza, ma l'identità dei personaggi cambia in tutto il corso del film. Che inizia con le immagini di un Don Chisciotte che lotta con un mulino a vento ma altro non è che uno spot commerciale che il regista di fama mondiale Toby Grisoni (Driver) sta girando nella campagna spagnola. Mentre il set è in preda al caos e i vari assistenti discutono su come realizzare gli effetti speciali Toby ritrova per caso un vecchio suo film, L'uomo che ha ucciso Don Chisciotte, realizzato dieci anni prima insieme a degli amici come saggio della scuola di cinema.

Tornando nel piccolo paesino dove aveva girato il suo filmino in bianco e nero, Toby ritroverà alcuni di quelli che erano apparsi nel suo "progetto del cuore", se chi faceva Sancho è morto per cirrosi, Javier il ciabattino "con una bella faccia" ha invece perso il senno e vive ai margini del paese interpretando il suo show per i turisti. Toby suo malgrado finirà in una serie di avventure rincorrendo Javier - Don Chisciotte entrando e uscendo dalla realtà in una sorta di andirivieni tra il passato, la sua ricostruzione in forma di spettacolo e il presente fatto di produttori alla continua ricerca di clienti (Stellan Skarsgård), magnati della vodka russa (Jordi Mollà) e donne del boss (Olga Kurylenko). Toby ritroverà anche la ragazzina che aveva fatto debuttare quindicenne nel suo film amatoriale Angelica e che oggi è una donna vittima della prepotenza di un uomo potente. Il film non ha ancora una distribuzione italiana ma dopo la decisione della corte di Parigi potrebbe arrivare presto.

Note d’autore:
Eccoci proiettati nel fulcro del lavoro di una troupe cinematografica, con le sue priorità esecutive, le sue difficoltà di dover stare dentro i tempi programmati, nonché il budget prefissato dai finanziatori, gli imprevisti dalla produzione, gli immancabili problemi tecnici da affrontare, la preparazione più o meno capace della manovalanza di affrontare un lavoro di gruppo, ed ancor più placare le turbolenze personali degli attori. Ma non è tutto, il regista, sulle cui spalle gira tutto questo mondo artato di capacità, cambia talvolta idea ed improvvisa, secondo il momento e le opportunità che gli si presentano sul set, la sequenza delle scene, cambiando inoltre palinsesto e la trama che lo sceneggiatore ha messo sulla carta. Ecco che allora si presenta la possibilità di dover cambiare il tutto nel giro di ore, di giorni, quanto di dover rinunciare alla sua produzione.
Questo è l’incredibile lavoro messo in evidenza in quello che in primis era destinato a rimanere una lezione di ‘regia’ di alto livello didattico per tutti coloro che si avvicineranno al cinematografo, in cui di Terry Gilliam, solo in parte ‘seriamente divertito’cui lo si vede in “Lost in La Mancha” destinato a entrare nella storia del cinema come il ‘primo documentario sulla mancata realizzazione di un film’. “Concepito inizialmente come veicolo promozionale da distribuire prima della sua uscita nelle sale cinematografiche, il film ha una caratteristica che lo rende diverso da tutti gli altri documentari appartenenti allo stesso genere. In esso, invece di mostrarci una versione edulcorata di quello che succede ‘dietro le quinte’, si narra la storia di un film mai realizzato, le cui immagini ‘uniche e complete’ mostrano l’aspetto più duro del mestiere del cinema”.

In realtà definire “Lost in La Mancha” un documentario è davvero restrittivo quando la sua visione completa è quella di un ‘lungometraggio’ a tutti gli effetti, la cui validità d’intenti supera di gran lunga certi film pre-confezionati. “Attraverso conflitti personali e catastrofi bibliche, il film è un’accurata e fedele rappresentazione della disintegrazione e del fallimento di un progetto e riesce a cogliere tutto il dramma della storia attraverso interviste sul posto e riprese fatte dalla privilegiata posizione di spettatore non visto. Le idee di Terry Gilliam prendono vita nei disegni animati commentati dalla voce del c-sceneggiatore Tony Grisoni e dallo stesso Gilliam. Infine, i provini filmati dei protagonisti e i giornalieri degli unici sei giorni di riprese, ci danno un assaggio dello spettacolo cinematografico che avremmo potuto vedere, se le cose fossero andate come si deve”. Il risultato finale ci restituisce in breve tutta la grandezza del Gilliam regista, la sua mente immaginifica, la sua capacità sollecitativa nell’utilizzo degli attori, lo straordinario evolversi della trama come di una ‘variazione’ costante della partitura originale, capace di coinvolgere ed emozionare anche lo spettatore più distratto dagli eventi d’una trama che, per quanto si voglia, appartiene alla grande letteratura mondiale, che pur lasciandosi modellare da tutte le esigenze registiche, dalle false mode letterarie che si susseguono nel tempo (500 anni), resta quel capolavoro comico-tragico che gli compete, apprezzato da tutte le generazioni.

“I due elementi – scrive un altro grande della letteratura mondiale Luigi Pirandello – li ritroviamo fusi in un’opera, che darà a questo mondo consistenza d’anima viva e lo chiamerà ‘Don Quijote’, in cui l’autore Miguel de Cervantes conferma le ragioni del passato di un mondo fantastico, in contrasto continuo e doloroso col presente. […] Don Quijote non finge di credere a quel mondo meraviglioso delle leggende cavalleresche: ci crede sul serio; lo porta, lo ha in sé quel mondo, che è la sua realtà, la sua ragion d’essere, per quanto sperduta nella realtà oggettiva della sua lungimiranza:

«Sì, dice Don Quijote, i molini a vento son molini a vento, ma sono anche giganti; non io, Don Qijote, ho scambiato per giganti i molini a vento; ma il mago Freston ha cangiato in molino a vento i giganti.»

Ma intanto, altro è fingere di credere, altro è credere sul serio. Quella finzione, per se stessa ironica, può condurre a un accordo con la leggenda, la quale, o si scioglie facilmente nell’ironia (della sorte), o con un procedimento inverso a quello fantastico, cioè con una impalcatura logica, si lascia rifurre a parvenza di realtà. e intanto noi ridiamo, ci commoviamo, continuiamo ad amare Don Chijote e Sancio Panza malgrado tutto quello che capita loro, anzi, ancor più ogni volta che succede qualcuna nuova disavventura. Più o meno ogni qual volta in Don Chijote vince la sua esuberanza. Come è accaduto, voglio sperare, ma ne ho la certezza all’ostinato Terry Gilliam regista del film, matto anche lui nel condurre la ‘sua avventura’ fino all’estremo, spingendo verso la definitiva vittoria le sue ridicole disavventure con la massima serietà.

“Noi – scrive ancora Pirandello – commiseriamo ridendo, o ridiamo commiserando”, ogni cosa di questo mondo ma il cinema si sa è anche un atto d’amore , e Gilliam sembra amare nel profondo i personaggi dei suoi film, che chiedono d’essere ascoltati nel ‘brivido drammatico’ e nel ‘comico emozionante’ della loro mascheratura. “Qualcuno, è vero, si è spinto fino a dire che la vera ragione del lavoro sta nel contrasto, costante in noi, fra le tendenze poetiche e quelle prosaiche della nostra natura, fra le illusioni della generosità e dell’eroismo e le dure esperienze della realtà. ma questa che, se mai, vorrebbe essere una spiegazione astratta del libro (da cui Gilliam ha tratto il film), non ci dà la ragione per cui fu composto”. Così come non ci restituisce le gioia infinita della speciale vittoria del regista che infine ha portato alla ribalta la sua avventura cinematografica.

Altro:
Tuttavia la mente torna ad un altro ‘capolavoro’ forse unico nella storia del cinema, afferente allo stesso soggetto ‘Don Chisciotte’ del regista Orson Welles autoprodotto e mai terminato per ragioni finanziarie:

“Come ho deciso di girare Don Chisciotte? – rispondeva così Orson Welles ai suoi intervistatori dell’epoca – È un po’, voi lo sapete, quello che è accaduto a Cervantes, che cominciò a scrivere una novella e finì per scrivere il ‘Don Chisciotte’. È un soggetto che non si può lasciare una volta che lo si comincia.”

La pellicola, o meglio, quanto era stato girato nel 1955 e per 14 anni successivi, fu per lunghissimo tempo creduta perduta, è stata ricostruita e montata dal maestro spagnolo Jess Franco che con lui collaborò in quegli anni, e ‘restituita alla luce’ nel 1992, regalandoci la possibilità unica di poter ammirare le geniali capacità artistiche di orson Welles cineasta, giustamente ricordato e ammirato ancora oggi dalle ultime generazioni come uno dei più grandi in assoluto della storia del cinema. La pellicola cui si fa qui riferimento è la più completa dal punto di vista critico mai realizzata: comprende oltre alla versione originale in b/n del film sottotitolata in italiano, molti importanti contenuti extra, curatiin collaborazione con l’Università di Bologna.

Cinematografia in dvd:
“Don Chisciotte” per la regia di Orson Welles che vi appare anche come sceneggiatore originale, con ‘l’immenso’ Francisco Reiguera nel ruolo di Don Chisciotte (una grande interpretazione da premio), Akim Tamiroff (uno straordinario quanto indimenticabile Sancho Panza ) e lo stesso Orson Welles nel ruolo canonico di regista col sigaro in bocca e la cinepresa. La cosa più straordinaria del film è indubbiamente il taglio fotografico della regia e un montaggio incredibilmente efficace che il curatore Jess Franco ha saputo valorizzare al massimo livello.

“Lost in La Mancha” ovvero: La mancata realizzazione di Don Quixote. Film di Keith Fulton e Luis Pepe, con Jean Rochefort (nel ruolo principale non interpretato), Terry Gilliam (nel suo essere fantastico alla regia), Johnny Depp (sempre straordinario anche nel suo essere assente). Dolmen Home Video2001.

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- Società

Bla, bla, bla 3 - baracca e burattini

Bla, bla, bla 3 : ‘baracca e burattini’.

Nella lontananza del tempo e dello spazio la mente risale al ricordo di quando ci si divertiva all’arrivo della ‘baracca dei burattini’ nella pubblica piazza, e c’era non poca sorpresa quando sul finire della rappresentazione, da dietro il sipario s’affacciava il burattinaio, il quale fra gli applausi e lo sconcerto dei più piccini, quasi annullava tutta la magia che egli stesso aveva creato. Che spettacolo ragazzi! Oggi che quella rappresentazione non la si vede più calcare le scene della pubblica piazza quasi mi assale la nostalgia per quei personaggi: eroi e sovrani, dame e cavalieri che in fine trovavano una loro precipua ragione d’essere all’interno della ‘commedia ridicolosa’ che andavano recitando tra lazzi e screzi in cui pur traspariva un fondo di ovvietà e di giustizia, col rispetto dovuto e la necessaria considerazione d’una verità altra che, al tempo stesso ammiccava nella testa dei più grandi.

Ben altro teatro, o meglio, ben altra ‘baracca’ e altra rappresentazione è quella a cui assistiamo ogni giorno dagli scranni del Parlamento e nel prosieguo sulle pagine dei quotidiani, nei talk-show e nei ‘pizzini’ sempre più frequenti che appaiono sui social fra insulti e parolacce, invettive e minacce, senza riguardo per alcuno anche quando si tratta della massima carica dello stato. Ciò che è più grave è non comprendere se si vuole salvaguardare l’istituto democratico su cui si fonda la Costituzione o se c’è una volontà ‘sommersa e oscura’ che vuole che il tutto – come si suol dire – vanda ‘a carte quarantotto’, trascinando il ‘paese’ nell’anarchia più dissoluta o spingerlo in una guerra faziosa fra le diverse istituzioni che lo compongono.

‘Paese’ s’è detto perché, nella realtà dei fatti, continuiamo ad essere un piccolo paese con manie di grandezza all’interno di una economia macroscopica (fatta da altri) che ci schiaccia e ci assoggetta in ragione delle nostre ‘piccole dimensioni e minime risorse naturali’; pur essendo un grande parse in fatto di rinascenza culturale e beneficiaria prosperità turistica improntata sulla ‘bellezza naturale’ del territorio e la ‘creatività artistica’ eccellente. “Molto, molto pittoresco!” – ci sentiamo dire da chi ci osserva con occhio rivolto alla propria benestante consistenza economica, sostenendo che da ‘paese di cuccagna’ siamo passati a ‘paese di burattini’ passando attraverso l’esperienza napoletana di ‘paese dei quaqquaraqquà’.

Ma, come abbiamo visto e come da tempo andiamo ormai constatando, non si vive sugli allori del passato, né di una ipotesi di ‘bellezza’ duratura, quando poi se ne fa continuo scempio e, per di più siamo noi stessi a farlo. Che spettacolo ragazzi! Quale spettacolo ci è dato di assistere ogni giorno: dalle continue liti del peggiore dei condomini attorali/politici, allo squallore indegno che si svolge sulla scena del teatro più autorevole della nazione che è il nostro Parlamento; dai cambiamenti di quinte (leggi ‘sacacche’), alle luci che si oscurano improvvisamente (leggi di stelle nascenti che si esauriscono nel giro di una frase malposta), e di ‘primedonne’ (soprattutto uomini) che pur di farsi notare sono disposti a mettersi le piume sul culo.

Ma non finisce qui l’elenco delle malefatte, dei soprusi, delle ruberie , delle prevaricazioni, delle ingiustizie, delle speculazioni, degli imbrogli e delle truffe ai danni dei cittadini (che li osservano spesso ignari), non sono che punte di obelischi che, prima o poi, ci ritroviamo tutti infilati nel posteriore e che fanno gran male quando ci vengono regolarmente ficcati (volenti o nolenti) a mo’ di supposta, facendoli passare per necessari a una ‘ripresa economica’ che non arriva mai. O almeno queste le prerogative ‘promesse’ poi ‘negate’ e poi ‘ripromesse’ e nuovamente ‘smentite’, o piuttosto ‘sconfessate’, da quegli stessi partiti politici e movimenti ‘occultamente’ politicizzati che le hanno a bella posta confezionate per farci credere a una qualche possibilità di cambiamento.

Di fatto assistiamo al solito teatrino dove noi ‘burattini’ siamo più o meno sempre gli stessi: quegli arlecchini e pulcinella bighelloni, le rosaure innamorate, i pantaloni restii e i dottor balanzone; soggiogati però da pinocchi bugiardi (tutti i politici lo sono), dai pirati furbeschi (tutti i politici lo fanno), dalle bande violente (create dalla politica per destabilizzare), dalle organizzazioni mafiose (d’accordo con i politici per la spartizione dei poteri), ecc. ecc., tutti in scena per una rappresentazione degna dei ‘baracconi’ che essi stessi hanno istituiti, fondati, edificati (BANCHE, ENI, IMPS, ALITALIA, RAI, TIM, COOP, FINSIDER, FINCANTIERI …) – chi più ne ha più ne metta; coadiuvati dai Sindacati cosiddetti dei ‘lavoratori’ che da tempo ormai, anziché mediare i contrasti e gli interessi tra le parti, si sono venduti al migliore offerente capitalista in cambio della pelle dei dipendenti in tutti i settori lavorativi.

“Pittoresco, molto pittoresco!”, aver permesso che interi settori manifatturieri siano stati rilevati da investitori stranieri e trasferiti all’estero; che molte attività di servizi non appartengano più di fatto allo Stato Italiano, spostati altrove e governati da realtà imprenditoriali ultranazionali come, per esempio, lo smaltimento dei rifiuti dai quali ‘altri’ ricavano oneri assai sostanziosi e quant’altro. Non ha certo fatto bene al paese concedere ad alcune Regioni certi ‘statuti speciali’ che vanno smembrando l’unità dello stato in favore di rivendicazioni di lingua, di cultura, di religione, di servizi offerti ecc., per poi assistere a invalidità istituzionali come quella ‘sanitaria’ che non consente lo stesso trattamento per tutti i cittadini in ogni angolo del paese.

Siamo d’appresso all’oscurantismo pragmatico di quei valori essenziali che sono alla base del costituire una ‘realtà sociale’ coesa con le necessità di un ‘paese’ che non ne può più fare a meno, la cui cittadinanza è ormai arrivata a consumare le ‘bucce della frutta’ che produce in gran quantità; che si vede derubata delle acque minerali che sgorgano sorgive in abbondanza; dell’ossigeno che serve alla salute psico-fisica e che invece ci logora i polmoni e ottenebra la mente, rendendoci tutt’altro che quei ‘pensatori, eroi, poeti’ e quant’altro che qualcuno ha inciso a lettere cubitali sul monumento alla modernità.

Davvero ‘molto pittoresco’ direi, lasciare ad altri (mafie, investitori criminali, associazioni a delinquere, city-gang ecc.) di farla da padroni sul nostro territorio, altri che ignorano i principi fondanti di quella Costituzione che ci siamo dati e di cui altresì dovremmo andare fieri. Ma haimè non accade così, perché (e sarebbero tanti i perché), fino a che Roberto Benigni non l’ha riproposta alla TV (e dobbiamo rendergliene merito), metà (ma la percentuale è azzardata) non solo non la conosceva, ma neppure sapeva a che cosa facesse riferimento. Ciò a testimonianza che nessuno nelle varie rifondazioni della Scuola che ci sono state nel corso degli anni si è preso la briga di spiegarla. Come del resto i più ignorano che ancora nel 2018 sussistono nel nostro paese sacche di analfabetismo e comunque di una idea superficiale di lingua parlata (dagli stessi insegnanti) come l’Italiano.

Per non parlare della falsa e ipocrita frase ‘la giustizia è uguale per tutti’ che troviamo in tutte le aule di giurisprudenza (come dire: ‘per non dir del cane’ rifacendo il verso a Jerome K. Jerome), perché di una giustizia cane si tratta, con tanto di rispetto per l’animale che rimane indubitabilmente il più fedele e devoto amico dell’uomo. Cosa che non sono i giudici togati e soprattutto gli avvocati (sempre di parte perché politicizzati), chiamati a risolvere le diatribe più o meno efferate con maestria quasi alchemica (cause penali), e che assolvono invece come ‘mestiere di routine’ le dispute (cause civili) tra cittadini e ad esempio lo Stato o le istituzioni comunali.

Ma il cane spesso si morde la coda e fa dei giudici e degli avvocati gli aguzzini del cittadino che ad essi (volente o nolente) si affida e/o è affidato, mettendo a soqquadro l’intero istituto della giurisprudenza con sentenze spesso inusitate che sappiamo essere coordinate dall’esterno (dai poteri forti politicizzati), quando non addirittura da interessi competenti premi e ricompense sottobanco in odore di peculato: sottrazione e furto di denaro pubblico, corruzione, concussione, malvessazione ecc. E che, guarda caso, attribuiscono (malgrado siano stati presi con le mani nella marmellata) a quei ‘burattini’ (che essi stessi sono) che scavallano sulla scena parlamentare per rubarsi la poltrona migliore.
Che spettacolo ragazzi! Da non credere. Eppure dovete credermi se dopo aver legiferato più volte sui doppi incarichi dei politici, degli alfieri della giurisprudenza, dei sindacalisti e dei magistrati che aspirano alle più alte cariche dello stato; dei baroni della sanità che chiedono fino a 300/500 euro per una visita di quindici minuti exstra agli stipendi esosi che ricevono dagli incarichi ospedalieri; dei sapienti della ‘scienza e della conoscenza’ che si spartiscono gli incarichi professorali in diverse Università pubbliche e private (con remunerazioni da favola); degli imprenditori (spesso senza arte né parte) messi a capo delle grandi aziende di interesse pubblico, che vengono spostati da una all’altra (o in qualità di presidenti di entrambe) come se possedessero l’onniscenza, la conoscenza totale e illimitata, attribuita e pertinente alla natura divina in quanto l'assoluta perfezione esclude la possibilità di una ignoranza sia pure minima.

Quando i veri ‘ignoranti’ siamo noi che permettiamo tutto questo, nel senso che ignoriamo (ipocriti) che tutto questo accade veramente. Noi i veri ‘burattini’ che attaccati ai fili, ci lasciamo muovere sulla scena di un teatrino obsoleto (la baracca) da un nugolo di Parlamentari meschini, per quanto meschine fossero le storie dei Pupi di passata memoria, che pure, davano un senso al ‘tempo immaginifico della storia’ e coscienza al ‘tempo sacro della vita’. Ma “..La coscienza – scrive Luigi Pirandello – non è una potenza creatrice; ma lo specchio interiore in cui il pensiero si rimira.” Così noi (tutti noi in primis) siamo i veri responsabili del destino che rimiriamo, parte e controparte di un copione scritto da ‘burattinai’ (i pupari), che (volenti o nolenti) ci siamo scelti e che continuiamo a recitare sul grande palcoscenico del mondo, al limite fra favola e realtà.

Ma è tempo di cambiamento. Come nei “Giganti della montagna”, l’ultimo dei miti teatrali di Luigi Pirandello, i ‘fantasmi’ del passato, con l’innocente convinzione di trovare un loro teatro (Parlamento) di rappresentazione, cercano un ‘mago’ (Premier) capace di occulti quanto singolari prodigi di risoluzione dei ‘problemi esistenziali e di sopravvivenza’ (primari cui noi tutti aspiriamo), che chiede (vuole e pretende) che il suo operato incida, magari anche con conflittualità, su chi attende (noi burattini) alla rappresentazione. Posto che (e non concesso), il ‘mago’ sottoponga il copione (programma politico) ai ‘Giganti della montagna’ (la risma autocratica dei parlamentari), pur consapevole del pericolo di portare un’opera così ricca di sensibilità (infingarda) verso quei potenti signori (detentori del potere) avvolti dalla volgarità che hanno completamente abdicato alle ragioni dell’interiorità e dello spirito, per correlare la loro esistenza solo a una dimensione materiale, concede loro che la rappresentazione sia allestita davanti al popolo.

Dacché il popolo (meschino), non certo abituato a questo tipo di spettacolo, apostrofa rozzamente il ‘mago’ (premier) e gli attori (parlamentari) e alla fine li uccide; e nell’epilogo, attraverso l’uccisione di tutti (parlamentari e premier compreso) si consuma la tragedia della morte dell’arte e della cultura, (insieme alla Costituzione a fondamento della Democrazia), di quella che noi (odierni consumatori di entrambe), pensiamo sia formata la società moderna. “Con ciò Pirandello frantumava anche la visione stessa di una verità assoluta e, additando alle «Maschere nude», sottolineava la trama di menzogna e di inautentico esistenziale, capaci di impaniare l’essere umano (sociale) nelle molpteplici ipocrisie e finzioni della società”. […] Nell’affermazione della propria consapevolezza critica, del valore soggettivo della rappresentazione del mondo secondo un’attività cosciente (e coscienziosa). […]

La ricerca della verità, secondo Pirandello, si deve coniugare con la tensione civile (popolare), per distruggere gli pseudovalori e i resti di una società arretrata o per denunciare gli effetti sociali e culturali negativi. Acciò scriveva: “Badate, io non mi propongo di farvi ridere facendo sgambettare le parole” […] Nessuna penosa dottrina, nessuna crisi interiore ha (il diritto o l’obbligo) di alterare la serena armonia della vita e del temperamento umano, […] e (non pensiate che) questi elementi più tardi , sotto l’azione del sentimento (che prima o poi verrà fuori in ognuno si spera), non s’agiteranno per combinarsi nei modi più svariati”. Finanche con una possibile/impossibile sollevazione popolare (la storia insegna).

Nella situazione odierna noi, burattini senza e fili e senza un burattinaio al governo, per di più senza un copione sul quale appronare una rappresentazione di noi stessi davanti a un pubblico emerito (l’Europa e il resto del Mondo), al quale è lasciato il plauso e l’applauso finale: “..a forza di ripetere continuamente che sembri sorriso e che sei dolore … ne è venuto che oramai non si sa più né che cosa veramente tu sembri, né che cosa veramente tu sia … Se tu ti potessi vedere, non capiresti, come me (io che scrivo e trascrivo), se tu abbia più voglia di piangere o di sorridere.” Quale possa essere la svolta alla stagnazione attuale, mi chiedi? (rivolto al lettore).

“Adesso è vero – gli risponde l’humour moderno di Pirandello. Perché adesso penso solamente che voi vi siete fermato a mezza via. Al vostro tempo le gioie e le angustia della vita avevano due forme o almeno due parvenze più semplici e molto dissimili fra di loro, e niente era più facile che sceverare le une dalle altre per poi rialzare le prime a danno delle seconde, o viceversa; ma dopo, cioè al tempo mio, è sopravvenuta la critica e lefelice notte; s’è brancolato molto tempo a non sapere né che cosa fosse il meglio, né che cosa fosse il peggio, finché principiarono ad apparire, dopo essere stati così gran tempo quasi nascosti, i lati dolorosi della gioia e i lati risibili del dolore umano.”
Ora questo pregiudizio (perché di questo si tratta), sa di retorica intellettuale, è per certi versi grottesco, e seppure per gioco esaminiamo anche gli arabeschi capricciosi degli italiani, di certo arriveremo a una creazione arbitraria; vale a dire che ci ritroveremo ad essere governati da una contaminazione mostruosa di diverse politiche ideologiche con elementi e programmi che sicuramente sono al di fuori del seminato, del conosciuto e dell’accettato; posti decisamente oltre quanto di peggio fin qui conosciuto.

Non resta che sperare in quella feconda spontaneità creatrice in cui gli italiani si sono fin qui barcamenati (per la sopravvivenza) e che, seppure trovandosi nel definitivo trionfo del volgare (coatto), non c’è fine al maggior numero dei mediocri, si ritrovi quel moto d’originalità e di amor proprio (e di patria) che da sempre è sollecitudine di rinascimento; il riacquisto di un patrimonio che sappia far fruttare sapientemente il senso delle cose e della verità, per riempire il ‘vuoto’ d’idealità che altresì da sempre ci distingue. Questo è il punto da chiarire e che richiede un’analisi più sottile. Scrive Pirandello: “Si potrebbe dire altresì che l’unica verità oggettiva per l’uomo sia quella ch’egli stesso riesce a creare oggettivando con la volontà il proprio sentimento.

Di vero, insomma, non c’è che la rappresentazione che noi ci facciamo del mondo esteriore , rappresentazione continuamente mutabile e infinitamente varia […] che è per noi la verità oggettiva, ed è illusione e finzione […] perché è in noi senza volontà; il senso estetico (del nostro vivere) comincia quando questa rappresentazione (di noi stessi) acquista in noi volontà, azione. Quello che dà infatti valore espressivo alla rappresentazione che si vuole è il sentimento. Ma per se stesso qusto non potrebbe nulla se non provocasse nella rappresentazione il movimento che la effettui, la volontà. Se non vi suscita dentro questa volontà, che è appunto l’azione, il sentimento è sterile.” Cioè, fine a se stesso.

Ma da questo dualismo d’intendimenti non vedo scampo alcuno, dal che si comprende che per “.. il popolo la storia non è scritta (non da esso), o se è scritta, esso la ignora o non se ne cura (non gli serve da insegnamento e non si comprende il perché); la sua storia esso la crea (vivendola), e in modo che risponda a’ suoi sentimenti e alle sue aspirazioni. Poiché non è così e tutte le promesse fin qui dette (e ascoltate dai nostri parlamentari), non sono use ad essere soddisfatte da alcuna delle parti (politiche), il popolo attento li guarda tutti come dei ‘fantocci’ e le loro ‘gesta’ (i loro proponimenti) come inverosimili; talvolta ignaro del danno incalcolabile che tutto ciò comporta.

Ma ecco che rileggendo il Berni, ci confessiamo d’essere dalla sua parte: “Che penitenza è la mia, a dare intendere al mondo che questo si debbe piuttosto imputare alla mia disgrazia che ad alcuna elezione? Io non ho comprato a contanti questo tormento, né me lo sono andato cercando a posta per far rider la gente del fatto mio; che se non se ne ridon però se non gli scempi. Ciascun faccia secondo il suo cervello, che non siam tutti d’una fantasia.” Pur avvertendo appunto un senso di ribellione e derisione del bisogno d’intendersi almeno nella forma, perché non abbia ragione chi di questo passo coglie l’occasione per dileguarsi dal problema insorto, né di lasciar andare i giovani che non trovano riscontro in questa nostra realtà sociale ad anni di studi, né dei sacrifici che i genitori hanno affrontato per farli studiare. Né chi per ragioni di crescita economica abbandona il ‘teatro/baracca’ con tutti i burattini per altri lidi.

L’errore è sempre quello: ‘quaranta denari (in più) non valgono tutta una vita spesa fra la comune gente (e la coscienza popolare). Questo è il nodo da sciogliere per chiunque azzardi oggi un governo: nascere e crescere a stretto contatto con il proprio territorio, investire nella cultura e nella rappresentatività delle proprie eccellenze, per arrivare, possibilmente, ad uno stato intermedio di equità sociale e dare a ognuno quella ‘pace’ che a costo di molte vite perse si è guadagnata. “D’altra parte, nessuno più si sogna di negare che gli antichi (avi) avessero l’idea della profonda infelicità degli uomini. La espressero, del resto, chiaramente filosofi e poeti. Ma, al solito, anche tra il dolore antico e il dolore moderno si è voluto vedere da alcuni una differenza quasi sostanziale svolgentesi con la storia stessa della civiltà, una progressione che ha fondamento nella sensibilità dell’umana coscienza, sempre più delicata, e nell’irritabilità e incontenibilità sempre maggiori.”

“Facilmente oggi – scrive ancora Pirandello – agli occhi nostri, se crediamo d’essere infelici, il mondo si converte in un teatro d’universale infelicità, […]la ragione che più s’interessa del valore filosofico del contenuto più che della vaghezza risente di un sentimento profondo di una disunione, di una doppia natura (piuttosto vaga) della modernità.” È pur vero che a un dramma, assistiamo talvolta a una farsa trascendentale, ingigantita a dismisura e, quella che era la povera ‘baracca dei burattini’ assume oggi la vana parvenza d’un teatro macroscopico che si ripete in ogni parlamento del mondo. Una banale concezione dell’umorismo o cosa? Di fatto la parodia costante inscenata dalla politica nostrana (che a tutti i costi vuole apparire seriosa), s’avvia a trasformarsi in una ‘cena dei cretini’ (dall’omonimo film di Francis Veber).

La cena, in cui ognuno deve invitare un individuo maldestro e incline al rompiballe (uno a caso) che ne combina di tutti i colori, si trasforma in gara il cui si sceglie il più cretino da portare a casa degli amici. Qui, tra gags e qui pro quò, s’avvera quella che è la nostra prossima scelta governativa per chi sarà il prossimo ‘cretino’ da nominare ‘premier’, da invitare a casa e mostrargli i nostri conti in rosso? Renderlo partecipe delle nostre necessità di sopravvivenza? Del nostro buono e cattivo umore riguardo le nostre certezze e incertezze sull’istruzione, la sanità, la pensione, i trasporti pubblici, la cultura, l’abbattimento delle tasse ecc.? Insomma di quel fardello di limitazioni cui ci obbliga il vivere quotidiano all’interno del nostro ‘piccolo paese’ che proprio non ne vuol sapere di diventare grande?

Eccolo, è lui. Lo stile è quello che conosciamo tutti: ‘che il ridere degli altrui malanni lo rende stolto’, che tuttavia è in grado di modulare perfettamente i toni e le espressioni, che di volta in volta (a seconda dei casi e degli interessi), affronta paradossalmente con ironia (e stupidità) fino all’assurdo, la caricatura e il grottesco, quasi con geniale estro umoristico come già in passato abbiamo avuto occasione di annotare. È qui che scatta la contraddizione che in essi genera il riso, ma non si pretenda di rassegnarci a non dir parola, che ci vuole poco a sostituir parola in cambio di un’altra (democrazia con dittatura) e subito svanisce il ridicolo (il riso ostentato sulla bocca di certi parlamentari), che di sventure ce né ben per tutti. Stiano attenti e andiamo avanti, che retorica e imitazione son ben la stessa cosa.

E con ciò mi taccio, ma solo fino alla prossima puntata.

(*) Tutti brani e le citazioni sono riprese dalle ‘Opere’ di Luigi Pirandello, I Meridiani Mondadori 2004.
E da ‘L’umorismo’, Oscar Mondadori 2010 a cura di Daniela Marcheschi.






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- Società

L’uomo che ride, terza parte.

L’UOMO CHE RIDE
Ovvero, in che cosa consiste il risibile, di Giorgio Mancinelli.
Sociologia - Terza parte.

Se l’altra metà del cielo ride!

Approntare un qualcosa che richiede ponderatezza è di per sé non facile, se – come sto cercando di fare – vorrei poter dare al “ridere” lo spessore di una teoria, seppure nella dimensione dell’analisi socio-psicologica. Perché in fondo ridere è un po’, come dire, dare la giusta importanza “all’entrare in scena” in modo sorprendere, un dire repentino e accattivante, e se vogliamo irruento e dinamico ma, come dire, “a vuoto”. Cioè staccato, per lo più, dal gesto che è di per sé imperativo, così come certe volte è il silenzio, quando è parte integrante di un parlare muto, di una “pausa” che raccoglie una qualche significazione. Che è poi come dare all’attesa, spaziale e temporale, la sensazione che tutto o nulla stia per accadere. Dipende dall’intensità espressiva della “pausa”, dall’immediatezza o dalla lentezza quasi ostentata dello sguardo o del gesto che l’accompagna. Trattenere il pensiero (visivo) entro l’intuizione dell’istante in cui si mette in moto la psiche, dato dall’intervento del fatto emotivo ch’è subito tramutato in sensazione. Allo stesso modo che avviene per l’effetto di provare caldo o freddo, simpatia o antipatia, agevolezza o ritrattezza, riprovazione o meraviglia, percezione o sensitività. E perché no, che scaturiscono talvolta in quei moti dell’anima come l’affetto, l’amore, l’ardore, la volontà di conseguire qualcosa che fino a quel momento non ci era dato, ecc. E che subito facciamo nostri tramutandoli in fervore, piacere, sensualità, passione. In tutti quei “trasferimenti emotivi” che ci invitano a sorridere ( e spesso a ridere) di noi, degli altri, della loro e della nostra comicità. Di quella che possiamo considerare “l’alterazione, o meglio la trasformazione ridicola, nel senso naturale, degli uomini e delle cose in genere (..), che è l’alterazione ridicola (o ridicolosa) di una data persona (i suoi tic e le sue manie), o anche di una data cosa”. (*)

Ma in che consiste l’idea del comico?

«Il comico è l’idea del bello che si smarrisce nelle relazioni e negli accidenti della vita ordinaria» (Solger)
«Il comico è il brutto vinto, la liberazione dell’assoluto schiavo nel finito, il bello rinascente dalla sua propria negazione» (Ruge)
«L’idea uscita dalla sua sfera, e confinata nei limiti della realtà, di guisa che la realtà appaia superiore all’idea» (Vischer)
«Una realtà senza idee, o contraria alle idee» (Carrière)
«La negazione della vita infinita, la soggettività che si mette in contraddizione con sé medesima e con l’oggetto, e che manifesta così al maggior grado le sue facoltà infinite di determinazione e di libero arbitrio» (Luigi Pasi che rifà il verso a Schlegel, Ast, Hegel).

Non c’è che dire se nel passare in rivista le varie definizioni del comico dei vari filosofi ci viene da ridere, la filosofia (spicciola e popolare) spesso è cagione del ridere, “una gioia mescolata d’odio”, dice qualcuno, e un altro gli fa eco col dire che è “contrasto, mancanza d’armonia”. Non meno per lo Zeising che dice: «L’universo è il riso di Dio, e il riso è l’universo di colui che ride. Colui che ride s’innalza fino a Dio, diviene in parte creatore d’una creazione allegra..» (*). Volendo dare una definizione filosofica delle cause del riso, io credo che il meglio sia ancora di attenerci all’opinione del vecchio Aristotele, come hanno fatto gran parte degli scrittori moderni, e fra essi lo scozzese Dugald Stewart, per il quale «..cagioni del riso sono propriamente quelle imperfezioni del carattere e dei modi che non sollevano punto l’indignazione morale, né gettano l’anima umana in quella tristezza che ispira la depravazione» (*). Va qui tenuto conto che talvolta il riso diventa derisione, la caricatura di una crudeltà se basato su compassionevoli imperfezioni. Ma allora bisogna risalire alla ragione di quella crudeltà nelle qualità morali del ridere, cioè del ridere di pietose deformità che mettiamo in caricatura.

E voi ridete, ma di qual riso?

Riso di soddisfazione per la macchietta, che ha il sapore di atto vendicativo per la punizione inflitta. Il comico in questo caso non centra per nulla. Osservazioni le mie che, se determinano, in certo qual modo, l’arte del riso, non determinano in alcun modo le cagioni che possiamo additare con certezza, soltanto perché subordinate alle varie sensibilità dell’uomo che ride. «Basterebbe recarsi a una esposizione di caricature (e non solo) per vedere e studiare nell’espressione dei visitatori le cause molteplici del riso. Per accorgersi che, accanto a colui che ammira, c’è quasi sempre colui che ride. E la cagione? Chi sa dirla! Bisognerebbe cercarla nella sua sensibilità (..) nel suo spirito d’osservazione con attitudine aperta al comico, la sua più chiara cagione del riso. (..) E gli esempi valgano a farmi concludere che tanto vi ha cagion di riso, quanti sono i caratteri dell’umano genere, i quali, hanno poi bisogno a loro volta di un determinato momento per afferrare la tale o tal altra materia di riso» (*).

“Ci sono degli uomini nel mondo nati ridicoli, per essere posti in ridicolo (caricatura), e che muoiono ridicoli; altri invece nati apposta per trovare il ridicolo nei ridicoli, e far ridere il prossimo alla barba degli altri” – afferma il Paolieri in una sua conferenza, riportata da Luigi Rasi in “La caricatura e i comici italiani” - Bemporad – Firenze 1907, dove ho affondato la mia ricerca a piene mani.

Tutto ciò che il ridere accoglie e scaturisce non avviene forse nel silenzio inconscio della nostra mente e del nostro cuore? Va con se che quell’ “attesa” che in questo scritto mi ostino a chiamare simbolicamente “silenzio”, pur richiede nell’immediatezza un tempo minimo di gestazione, che va dal presente indietro al passato remoto, ed avanti al futuro immediato, che trova adempimento sulla scena del quotidiano. Un tempo misurato sull’interpretazione di una pausa (né corta, né troppo lunga) equilibrata sulla parola detta, in rapporta con la gestualità di chi ride, o di chi in quel momento interpreta. La gestualità nella parola, la pausa significativa, sono costanti del teatro e della teatralità, onde per cui, chi interpreta, o narra, o verseggia, alla fine si ritrova a essere attore del teatro che autogestisce. Se vogliamo, un teatro dell’assurdo, o delle assurdità, che in rapida successione (il tempo di una battuta, una freddura, una barzelletta) permette di imprimersi nella mente che lo traduce in linguaggio, in quel parlare fatto di parole e di intendimenti che ci permettono di comunicare. Ma ciò non basta. È necessario che la parola detta abbia valenza di suono, che sia “sonora”, che acquisti, cioè, la tonalità e lo spessore giusti che le permettano di farsi udire.

La risposta è il “riso” e se vogliamo “l’applauso” che ci facciamo da noi stessi, che scaturisce nell’applauso degli altri. Ma è comunque l’idea che abbiamo di noi, la certezza delle nostre capacità d’una pienezza e d’un’evidenza positiva, o almeno singolare, a permetterci di dare sfogo al riso. Solo in esso e per esso, abbiamo la reale sensazione di esistere. Ecco che ridere è riempire il silenzio che ci circonda e farlo nostro, riappropriarci del nostro inconscio, della nostra dimensione onirica che sta tra la realtà e la finzione, sospeso tra la temporalità e la temporaneità della parola, tra il presente scenico e la coscienza del passato, ch’è pur vive entro la precaria eternità del futuro futuribile.

Tutto dipende da noi, dalla nostra volontà di essere e divenire, di ridere o di piangere delle nostre sventure, importante nella vita non perdere l’illusione di essere vivi. “Probabilmente l’umorismo in sé non esiste. Esiste solo il senso dell’umorismo C’è chi ce l’ha e c’è chi non ce l’ha. Chi ce l’ha sta meglio di chi non ce l’ha. Nessuno può insegnarcene l’acquisizione. C’è chi ce l’ha in forma irriverente quando qualcuno cade dalle scale e chi ne fa mostra solo quand’è di buon umore. C’è chi ride esclusivamente delle proprie spiritosaggini e chi, fortuna sua, ride delle proprie disgrazie. La vita è piena di situazioni. E la maggior parte delle situazioni (escluse quelle desolatamente insignificanti) ha due facce: comica o drammatica. Per cogliere quella comica è appunto necessario il senso dell’umorismo. Chi ce l’ha ce l’ha e chi non ce l’ha non ce l’ha. Io ho scoperto solo questo: che c’è gente che ride per delle fesserie immani e gente che non si degna di un sorriso neppure di fronte alla più comica delle situazioni” – scrive Leila Baiardo, (non me ne voglia), nella prefazione a “Barzellette” www.laRecherche.it.

Ed a proposito della barzelletta, una delle forme del ridere, aggiunge: “La barzelletta è quella forma di comicità adatta a tutti per il semplice fatto che non è una narrazione interamente comica, cosa che richiederebbe attenzione, intelligenza, capacità associativa e la conoscenza degli svariati accordi tematici riguardanti l’umorismo. La barzelletta è piuttosto una situazione tipica e normale in cui a un certo punto si ribaltano le regole del gioco per mezzo di un imprevisto o d’una battuta inaspettata. Chi ascolta, ascolta impaziente, solo perché sa che prima o poi arriveranno la frase o il gesto che lo faranno ridere. L’importante è il finale, la didascalia sotto la vignetta, la risposta ridicola a una domanda seria”.

Se ve la sentite di dire la vostra su questo argomento, scrivetelo come commento a questo testo, ogni argomentazione sarà ben accetta. Grazie.


(contninua)

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- Società

L’uomo che ride, seconda parte.

L’UOMO CHE RIDE: Ovvero, in che cosa consiste il risibile.
(seconda parte)

Si è già parlato del “tipo psicologico” interno (a noi stessi), ed esterno (gli altri), senza tuttavia aprire una finestra (oggi si usa dire così), sugli aspetti linguistici che fanno del ridere un vero e proprio etimo della nostra vita. Vogliamo chiederci cos’è questa vita umana? “È davvero giusto chiamarla vita, se ne togliamo il piacere di un riso pieno di allegria?” (Erasmo da Rotterdam “Elogio della follia”).
Non a caso, o, guarda caso, l’uomo che ride può essere così aggettivato: ridente, allegro, ameno, lieto, gioviale, giocondo, brioso, gaio (nel senso di gay?); oppure pensate: lepido, arguto, ridatello (nel senso di scimunito?), ridanciano, spiritoso, sorridente, sereno, vivace, vispo (nel senso di vivo e vegeto?), fidente, fiducioso, aperto (in che senso?).
C’è poi chi non ride, come il ghignante, il sogghignante (che non ride per nulla), lo sghignazzante (che ride troppo e si copre spesso di ridicolaggine). Pensate, c’è il cachinno che viene da chiedersi se è chi si caca addosso dalle risate? Invece niente affatto, proviene dal latino “cachinnus” e sta per chi ride smoderatamente e beffardamente. Passiamo dunque ai modi del ridere.
Si può ridere in modo così detto “figurato”: a scroscio, oppure in modo molto figurato, di schianto, a scoppio, con fare solleticante, con convulsione, con singulto; e anche ridacchiare, sghignare, sgrignare (cioè arrotando i denti), sbellicarsi, scompisciarsi, smammolarsi, smammarsi, nel senso di: tenersi la pancia, stringere le mascelle, (in senso di ganasce), e forse spisciandosi, (nel senso di pisciandosi addosso), farsi matte risate, crepare dalle risa, sbracarsi dalle risa, ridere a crepapelle, e ridere a crepapancia.
Eccolo, è lui, “l’uomo che ride” a fior di labbra, a mezza bocca, di nascosto, di sottecchi; colui che deride, che mette in ridicolo, che schernisce.
Diffidate gente, diffidate!
Dunque, eccoci giunti al ridere ridicoloso, che si copre di ridicolo e che nasconde non poche curiosità linguistiche, che vanno dal buffo, bizzarro, burlesco (clown e clownerie), al goffo (Rigoletto, Gargantua, Sancio Panza), e pensate, al grottesco (il Gobbo di Notre Dame). Ed anche al ridevole, visibile, umoresco (personaggio da barzelletta); brutto (che pian piano si avvicina al suo contrario), come falso, che per similitudine si confà all’essere comico, arguto, spiritoso e quindi alla caricatura e alla parodia, che trova i suoi equivalenti nelle tipiche figure del teatro popolare (atellane), nelle Sacre Rappresentazioni (Sacramentales), e infine nelle maschere del Teatro dell’Arte.
Ecco allora zimbello, buffone (di corte), sgorbio (che mette alla berlina tutte le anomalie e le menomazioni umane), pagliaccio, fino ad Arlecchino, arlecchini sta, arlecchinesco, dalla maschera indossata dal personaggio di tante commedie teatrali, un modo per aggettivare un individuo e il suo comportamento.
Infatti, è detto anche, burattinesco (dal Teatro dei Burattini, all’Opera dei Pupi); e farsesco (appunto da farsa), oppure comico (intrinseco della comicità); carnevalesco (da “carnevale” che richiede una considerazione a parte). Ed anche pulcinellesco, derivato da Pulcinella (maschera complessa che riassume aspetti diversi della psicologia umana, per la quale rimando a un futuro intervento sulla “maschera e il volto” che mi auguro riesca a fare in proseguimento).
La maschera di Pulcinella è qui usata per introdurre i vari stati d’animo che manifestano il riso e il ridere più in generale, come l’intrinseca umanità, l’insostenibile leggerezza, la stoltezza bonaria, l’implicita filosofia del quotidiano, la subordinazione alle esperienze della vita: l’inestinguibile speranza che regna nell’animo umano.

Si dice: il riso abbonda sulla bocca degli stolti.

Tuttavia, il riso, o meglio il ridere di per sé, può essere un connettivo tra il troppo serio e il faceto, e cosa incredibile da credere, può essere aggettivato come meglio si crede: da amaro, a forzato, a compassionevole, a beffardo, in modo canzonatorio, e perché no, represso, domato, vinto, soffocato, contenuto, annacquato, cattivo, dispettoso, mefistofelico (da Mefistofele), satanico (da Satana), e comunque diavolesco.
Oppure: leale, franco, libero, spinto, schietto, genuino, grasso, grazioso, irresistibile, aperto, vezzoso, limpido, ironico, sarcastico, sardonico, mordace, osceno, licenzioso, artefatto, insincero, ipocrita, sciocco, insipido, cretino; e ancora: moderato, misurato, discreto, temperato, rumoroso, sonoro, stolido, scomposto, disordinato, sguaiato, sconveniente, sconclusionato, smodato, sgangherato, eccessivo, spappolato, stiracchiato, sprezzante.
Il che può significare tutto e il contrario di tutto, il significato e il significante, ed anche usato in luogo di verbalizzazioni indicative e concettuali, come: ridere, ridacchiare, sorridere, ghignare, sogghignare; ed anche eccitare, muovere, suscitare, indurre, scoppiare, frenare, trattenere, reprimere, vincere, tenere, mordere (la lingua), scappare, morire, crepare (dalle risate). Va detto, e forse non lo credevate possibile, ma queste sono solo alcune attività connesse con il ridere e tante altre ve ne sono che nell’impossibilità di elencarle tutte, rimando (per chi fosse interessato a saperne di più), al volume “Il Riso” di Henri Bergson, Nobel per la Letteratura.

Ridete pure, non sogghignate, che il ghigno può essere nefasto.

A dirlo è Victor Hugo il cui romanzo “L’uomo che ride” il cui nome è Gwynplaine, rivela una terribile deformazione del viso che sembra una perenne risata, e può essere considerato il simbolo dell'uomo che è costretto a mostrarsi felice pur soffrendo interiormente, per colpa di una società che ne deforma l'intelligenza e ne mutila la ragione. Nel 1940 ne fu tratto un famoso fumetto dal disegnatore Bob Kane e dallo scrittore Bill Finger i quali, utilizzarono il ritratto che Conrad Veidt aveva dato di Gwynplaine come ispirazione per la loro creazione di Joker, la nemesi di Batman. La somiglianza tra Gwynplaine e Joker è esclusivamente visiva: Joker riprende il fisico slanciato di Veidt e il suo sorriso grottesco. “Batman: L'uomo che ride” (Batman: The Man Who Laughs, 2005) è anche il titolo di una storia a fumetti che rielabora il primo incontro tra Batman e Joker e, inoltre, il nome di un personaggio della serie “Ghost in the Shell: Stand Alone Complex” creata da Masamune Shirow. Ma già il cinema si era impossessato del personaggio di Gwynplaine nel 1909, col film dal titolo omonimo “L'uomo che ride”, film francese del 1909 del quale non si hanno più copie. “Das grinsende Gesicht” è invece il titolo del film tedesco del 1921 diretto da Julius Herzka. Altri due film furono tratti dalla medesima opera e sono: “L'uomo che ride”, del 1928, realizzato dal grande Paul Leni, e ancora: “L'uomo che ride”, il film italiano del 1966 diretto da Sergio Corbucci che adattò la vicenda nell'Italia di Lucrezia Borgia.
Vi è piaciato?

Vi chiederebbe il maestro della satira Petrolini, dal palcoscenico del comico mondo in cui viviamo, parlando di Harold Lloid, Ridolini, Stanlio e Onlio, come pure dei Fratelli Marx, Woody Hallen; e perché no di Charlie Chaplin, Totò, Federico Fellini, Dario Fò; ma anche dei De Rege, i Piccolini, Albero Sordi, Macario, De Filippo, Aldo Fabrizi, Bice Valori, Paolo Panelli, Roberto Benigni, solo per citarne alcuni, e di tutti gli altri, tutti quelli che abbiamo conosciuto nel corso degli anni. E che, sicuramente, adesso se la ridono di questo folle mondo che non sa più ridere. Che ha perso l’occasione e il piacere di farsi una sana “matta” risata.

Giunti al dunque, la risposta alla domanda di Petrolini, non può che essere una sola: "ridere, ridere, ridere che ridere fa bene allo spirito".

E voi, che aspettate a battere le mani!

L’UOMO CHE RIDE: Ovvero, in che cosa consiste il risibile.
(terza parte).

'e risi

dei giorni miei passati
e mentre che ridevo
m’accorsi che pur piangevo
del lungo mio vagare
poi guardandomi d’intorno
stupito me vidi forestiero
quando d’un tratto voltommi
indietro' (GioMa)


(continua)




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- Letteratura

È qui la Pasqua? , una festa della tradizione

È QUI LA PASQUA? – chi più ne ha più ne metta da parte, di ‘uova’ s’intende.
(una festa di simboli, colori e forme sulle tracce delle tradizioni popolari).
Terza parte.

Pasqua deriva da una parola ebraica che significa ‘passaggio’: passaggio verso la primavera, verso una nuova vita e verso una nuova stagione di semina e raccolti. Scrive Laura Tuan (*) – Negli antichi rituali agresti, infatti, l’arrivo della novella stagione assumeva valore di ‘rito di passaggio’, allorché il Capodanno coincideva con l’equinozio d’Ariete le uova, al naturale o colorate, trionfavano in qualità di talismano e di offerta. Si regalavano come oggetto beneaugurante e si consumavano come pasto rituale; si seminavano fra le zolle dove, in virtù del principio di similitudine, avrebbero trasmesso il loro potere fecondativo al terreno. Greci e Romani le offrivanoa Dioniso e ai dioscuri, i gemelli divini nati secondo il mito da un uovo di cigno.
Anche Russi e Germani se ne cibavano prima di dare avvio ai lavori agricoli. Gli Egizi, certi del suo carattere difensivo, lo impiegavano come amuleto contro le forze del male e come antidono risolutore di ogni malanno. Per la stessa ragione veniva inumato nelle sepolture, a salvaguardia del defunto o come promessa di fecondità e di rinascita. è questo il caso delle uova d’oro estratte dal sepolcro di Ur o di quelle decorate e incise rinvenute a Cartagine, in Etruria, in Ucraina. Anche i protocristiani, che le consumavano ritualmente, le seppellivano nelle tombe dei martiri come simbolo della speranza nella resurrezione.
C’era chi si accontentava delle uova di gallina o di piccione, e chi preferiva di struzzo come i Greci e i Copti, che le appendevano perfino nelle chiese come talismano di felicità. Russi, Scandinavi e Giapponesi, invece, andavano pazzi per quelle di cicogna che consideravano indispensabili accumulatori di fortuna, tanto da attrarne volontariamente alcune con offerte di cibo perché nidificassero sui tetti delle loro case. La consuetudine di offrire uova colorate, in una commistione di retaggi pagani e di spunti cristiani, si consolida dopo l’anno Mille.
Era la chiesa stessa a gestirne lo scambio, al termine della mesaa pasquale dopo averle benedette e dipinte di rosso. Ma perché l’uovo beneaugurali si trasformi nell’attuale Uovo di Pasqua arricchito dalla sorpresa, bisogna attendere il 1500, quando l’imperatore Francesco I di Francia ricevette in dono un uovo d’oro contenente una scultura lignea della ‘passione’. IN poco più di cent’anni offrire uova pasquali a nobili e sovrani divenne una vera mania, quasi una gara a scovare l’esemplare più pregiato e originale.
Le follie naturalmente non si contavano più: circolavano uova d’oro massiccio, tempestate di gemme e gusci delicatamente impreziositi dai pittori più in vista dell’epoca come, ad esempio, Jean-Antoine Watteau e Jea-Honoré Fragonard vissuti entrambi nel ‘700. Ma il primato nella decorazione delle uova spetta comunque agli Slavi e ai Russi, accurati esecutori di autentiche opere d’arte. Essi credevano che ogni uovo dipinto entro Pasqua aggiungesse un anello alla lunghissima catena che imprigionava lo spirito del male e che per questo infine dovevano essere rotte.
Diverse leggende però si contendono l’origine della tintura delle uova pasquali, abitudine che risale al primo Medioevo. In una di esse, si racconta che quando Maria Maddalena annunciò a Péietro la resurrezione di Cristo, questi, incredulo, le rispose: ‘quando queste uova diventeranno rosse, Cristo resusciterà’. E in quello stesso istante le uova che Maddalena recava nel paniere divennero rosse. Un altro racconto leggendario rumeno, sempre a sfondo religioso, riporta che la Madonna, in fuga insieme a Gesù e incalzata dai Giudei, fece rotolare delle uova che subito si tinsero di rosso. In questo modo, mentre gli inseguitori stupiti si fermavano a raccoglierle, i due fuggitivi riuscirono a distanziarli e a mettersi così in salvo.
Questi capolavori di simbolismo, anche chiamati ‘pysanky’, scatuirivano dall’ispirazione poetico-religiosa che si traduceva in figure allegoriche ricche di messaggi finemente tracciati a colori vivaci. Dopo essere state recate in chiesa per la benedizione di rito, le uova venivano distribuite ad amici e parenti, assegnando a ciascuna di esse un messaggio augurale preciso. Ma ancor più, e ancora oggi è questa la formula rituale, recavano una missiva simbolica d’affetto, d’amicizia, di stima e di speranza o, anche, come pegno d’amore che il ragazzo offriva alla ragazza, destinato a mantenersi vivo nel tempo, capace di risorgere e di rinnovarsi continuamente.
Le uova, accumulate a causa delle restrizioni ecclesiastiche che ne proibivano il consumo durante la quaresima, prodotte senza avarizia durante il tepore primaverile, venivano così ad arricchire una riserva alimentare sempre più abbondante, tale da consentire anche nella società contadina spesso affamata, l’abbuffata pasquale che metteva fine al tempo quaresimale.
La decorazione delle uova fra i contadini, era affidata solitamente alla madre e alla figlia maggiore e avveniva secondo precise regole rituali e nel più rigoroso silenzio interrotto solo dai canti religiosi e dalle preghiere.
Il colore, considerato da un punto di vista magico-simbolico, svolge un ruolo determinante nella scelta del messaggio da affidare all’uovo pasquale. Ciò che definiamo comunemente rosso, giallo, verde, non erano altro che i diversi livelli vibratori di un’unica energia, la stessa che collegava tutti gli elementi del cosmo. Le grandi culture del passato accordavano la massima importanza al colore al colore, con cui si esprimevano, curavano e si sintonizzavano sulla divinità, che spesso veniva rappresentata con immagini a tinte vivaci.
L’uovo dipinto di bianco, ad esempio, espone il colore lunare, si sintonizza sulla vibrazione emotiva: fecondatrice dall’infanzia alla maternità, dall’immaginazione alla medianità. È il colore dell’innocenza, della purezza e, come massima concentrazione della luce, del bene che sconfigge le tenebre.
Il colore rosso, riconduce simbolicamente al sangue, ne assimila, soprattutto in Oriente, il significato concreto di vita e di forza. È il colore augurale per eccellenza, da indossare a Capodanno per propiziare la fortuna e, in Cina, anche nel giorno delle nozze. In India, Brahma, il dio che crea, e Rudra, la divinità che guarisce, sono entrambi rappresentati con il corpo dipinto di rosso. Rossi sono anche gli dei benefici egizi, che ricordano, nel colore, la fanghiglia fecondatrice del Nilo. Ardore e sensualità, coraggio e vigore si ricollegano al rosso negli attributi di Ares (Marte) e di Pan, divinità primaverile greca della potenza sessuale maschile e della fertilità vegetativa. Il rosso, inoltre, riassume la forza purificatrice del fuoco. Come titnta-base delle uova pasquali, che la tradizione vorrebbe rigorosamente rosse, questo colore augura gioia, fecondità, vitalità e naturalmente, passione amorosa.
Il blu, colore gioviano, emblema della saggezza e della spiritualità, conduce, in assonanza con il cielo, all’idea dell’ascesi, dell’accesso allo spirito. È il colore del lapislazzolo, pietra a cui i tibetani attribuiscono il massimo potere rigeneratore. Il mitico trono del Buddha della medicina è interamente costruito con questo minerale. Blu è anche il corpo del dio indiano Visnù, della dea greca Hera sposa di Zeus, e degli abiti di quest’ultimo, padre di tutti gli déi. Nel cristianesimo, in analogia col cielo e dunque con la spiritualità, contrassegna il manto della Madonna, in qualità di messaggio pasquale, come augurio di serenità, guarigione e saggezza.
Il giallo, vibrazione della luce e del sole, emana un messaggio di chiarezza e di verità. Simboleggia la massima luminosità dell’oro, ottenuto attraverso purificazione alchemica degli Elementi, in senso di augurio di intellettualità e conoscenza.
Il verde, nel suo rapporto simbolico con il trionfo della vegetazione, riveste un significato di speranza, di fertilità e rigenerazione. Non a caso convoglia su di sé la vibrazione di Venere, il pianeta dell’armonia e dell’amore, della fioritura e della primavera. L’uovo dipinto di verde annuncia la speranza, la salute e l’arrivo di un nuovo e tenerissimo amore.
Il marrone, è il colore della terra, della solidità e della continuità ben rappresentata dall’influenza stabilizzante del pianeta Saturno. Il signore dei segni zodiacali invernali quali il Capricorno e l’Acquario, considerati presso i Romani, divinità della semina e della fecondità sotterranea, ancora non evidente ma assicurata. Questo colore in particolare, promette una realizzazione lenta ma ben costruita, ancorata a solide basi che ne protrarranno gli effetti inalterati nel tempo. simboleggia inoltre la Grande Madre terra e tutte le creature che vivono in essa. Infatti, è il caso dell’uomo stesso, in ebraico ‘adam’, creato secondo il racconto biblico dalla terra ‘adama’, da cui trae non solo il nutrimento ma anche il nome.
Le uova, si sa, sono elemento e simbolo associato alla Pasqua. Sulle uova tradizionalmente decorate per la fesività pasquale, oltre alle solite raffigurazioni di fiori, animali, personaggi storici o biblici, fanno la loro comparsa svariati simbolo astratti. Si tratta di segni antichissimi, conosciuti e impiegati in quasi tutte le culture: etrusca e fenicia, egizia e greca e romana, cristiana e celtica, indiana ecc. molti dei quali, ma solo più tardi, il cristianesimo li ha inglobati nel proprio patrimonio simbolico, sovrapponendo al loro significato originario un valore evangelico ed ecclesiastico.
Alla sensibilità delle decoratrici tuttavia non sembra tuttavia essere sfuggito il senso primordiale di questi segni, sempre intrinsecamente connesso con le tematiche primaverili del rinnovamento cosmico: la luce, la vita, il ciclo della natura che muore e che risorge, ecc. Si hanno così tutta una serie di simboli principali riferiti al cosmo, quali: il Sole, la Luna, le Stelle, l’Arcobaleno; ed altri di carattere magico-esoterico: il Triangolo, il Quadrato, la Croce, la Spirale, il Rombo, il Cerchio, la Linea del destino, la Mano, l’Albero spesso capovolto, il Fuoco ecc. esaminiamoli uno per uno.

Il Sole, è l’attributo di sovrani e déi, le cui corone dorate nel primo caso e le aureole raggiate nel secondo, tentano di uguagliarne lo splendore.
La Luna, è significatrice delle acque e del rinnovasmento e della maternità per eccellenza, legato all’antico culto delle maree e della fecondità femminile. Nel Medioevo cristiano compare spesso affiancata al Sole ai lati della Croce.
La Stella o il cielo stellato, esprime la speranza in un futuro più sereno, la direzione ritrovata dopo la burrasca. Non a caso infatti il cristianesimo sceglie proprio la Stella per annunciare la venuta del Messia. In medio oriente essa assume altri significati secondo il numero delle sue punte, emblema del l’alba e dell’amore.
L’Arcobaleno, è il ponte di luce che unisce la terra a l cielo e gli uomini agli déi, ricorda il patto stretto da Jahvè con il genere umano alla fine del diluvio.
Il Triangolo è l’emblema della nascita della vita e della morte e rappresenta la perfezione del ‘tre’, il nuimero della sapienza divina e della completezza. Se l’area è annerita acquisisce la connotazione iniziatica della caverna o della montagna sacra, la prova estrema che il neofita deve superare, a conclusione di un lungo e impegnativo processo di apprendimento.
Il Quadrato, riconduce all’idea di stabilità, della razionalità e dell’intelligenza umana, solida ma limitata. Quando vi sono inseriti altri quadrati concentrici si ricollega alle tre età della vita, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia.
La Croce è il simbolo precristiano dal significato universale, fa riferimento all’albero cosmico, l’asse centrale del mondo che ne sorregge il peso e le sorti. Come attributo cristiano della passione e della resurrezione di Cristo, si è affermata piuttosta tardi, alla fine del IV secolo, ed è sempre affiancata dai simboli del Sole e della Luna. Se ha quattro braccia uguali si dice ‘a croce greca’ che simboleggia la potenza del numero quattro, come le stagioni, gli evangeli e i segni fissi che li rappresentano: Leone, Acquario, Aquila e Toro. Quattro come gli Elementi e le Virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
La Spirale: la curva priva di inizio e fine evoca l’idea di continuità e dell’evoluzione, ben rappresentata nel simnolismo esoterico dell’ouroborus, il mitico serpente del Tempio che si morde la coda.
Il Rombo , allude alla matrice della Grande Madre cosmica e alle sue potenzialità generative.
Il Cerchio è l’emblema indiscusso della perfezione, suggerisce nella continuità della sua forma, che non ha inizio né fine, l’idea della’eternità.
Una Linea orizzontale che gira tutt’attorno all’uovo allude alla linea del destino; ondulata ripropone il potere fecondativo delle acque, mentre se è verticale presuppone le concezioni primaverili della vita e della rinascita.
La simbologia esoterica, come abbiamo visto, gira più o meno, attorno ai pochi temi di riferimento, presenti in tutte le realtà culturali e le confessioni del mondo; ma ce nè un simbolo in particolare che si eleva su tutti gli altri, ed è l’Albero universale, con tutti gli annessi vegetativi, come i rami e le radici, le foglie e le bacche, ma anche il prato, i fiori, i frutti, che lo contornano:

«Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden e quivi pose l’uomo … e fece germogliare dal suolo ogni specie di alberi piacevoli d’aspetto e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male .»

Così la Bibbia. Ma la religione ebraico-cristiana non è l’unico contesto in cui il simbolo potente dell’albero vive e si moltiplica in un’infinita varietà di forme. Sì perché l’albero, con le sue radici che affondano nell’oscurità della terra e da questa trae la linfa vitale per la sua rigenerazione; altresì la sua chioma che si espande nella luce, riflette simbolicamente l’intenso desiderio umano di collegarsi alla realtà essenziale del mondo.È questa un’immagine ancestrale che ha preso forma nello spazio e nel tempo in cui si è formata, nella mitologia e nella religione, nel folklore popolare e nei saperi esoterici che si rinnova continuamente e prende alimento da una sorgente sacra al centro del mondo, sulla quale l’umanità ha modellato e dato corpo a un’aspirazione profonda: il perenne rinnovamanto della vita, la propria centralità nel cosmo, in un mondo armoniosamente ordinato.
All’ “Albero della vita”, Roger Cook (1) (Red edizioni 1987) ha dedicato un libro illustrato che ho rintracciato in una biblioteca di periferia, sotto l’etichetta ‘ Arte e Immaginazione’. Il prezioso volume di normali dimensioni è illustrato in modo splendido per cui offre al lettore che coltiva di questi interessi, la possibilità di un doppio escursus, testuale e fotografico, ricco e stimolante, col fare ricorso a materiali originali di studio e di verifica che motivano l’universalità del simbolo iconico preso a soggetto. In esso sono rappresentate tutte le culture, fin dalla visualizzazione della pittura firmata dai grandi artisti di ieri e di oggi, alla scultura come anche alla miniatura e alle anonime trame dei tappeti persiani e delle stoffe pregiate dell’Estremo Oriente.
Interessanti i temi trattati in indice: l’albero dell’immaginazione, della storia, della fertilità, dell’ascesa, del sacrificio, della conoscenza, della necessità interiore, e di quell’albero ‘cosmico’ capovolto, immutabilmente fisso nel mondo empireo, all’origine di innumerevoli tradizioni diverse. La si trova, per esempio, nei rituali sciamanici degli aborigeni australiani e presso i Lapponi, che, quando sacrificavano al dio della vegetazione, disponevano presso l’altare un albero capovolto, le cui radici crescono in alto e i cui rami si estendono verso il basso. Nei Veda e nelle Upanishad è l’albero cui ‘tutti i mondi riposano’ nella non-morte. È così che, mediante l’immagine dell’albero capovolto, la metafisica indiana riconcilia con molta sottigliezza il politeismo indù con il punto di vista monoteistico: perché tutti gli déi del suo pantheon interagiscono in funzione di un’unica radice nascosta.

«Un ritorno alle origini come per un rito di passaggio all’inverso, dunque?»

Umberto Eco (2), nel suo libro illustrato “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” (Bompiani 2013), ci introduce, passo dopo passo, nell’immaginario umano così come si è espresso nel corso dei millenni. Scrive:

“La nostra immaginazione è popolata da terre e luoghi mai esistiti, dalla capanna dei sette nani alle isole visitate da Gulliver, dal tempio dei Thugs di Salgari all’appartamento di Sherlock Holmes. Ma in genere si sa che questi luoghi sono nati solo dalla fantasia di un narratore o di un poeta. Al contrario, e sin dai tempi più antichi, l’umanità ha fantasticato su luoghi ritenuti reali […] che hanno soltanto animato affascinanti leggende e ispirato alcune delle splendide rappresentazioni visive che in gran parte conosciamo (riportate in questo volume), altri hanno ossessionato la fantasia alterata di cacciatori di misteri, altri ancora hanno stimolato viaggi ed esplorazioni così che, inseguendo una illusione, viaggiatori di ogni paese hanno scoperto altre terre.”
Terre come Atlantide, Mu, Lemuria, le terre della regina di Saba, il regno del Prete Gianni, le Isole Fortunate, l’Eldorado, l’Ultima Thule, Iperborea e il paese delle Esperidi, il luogo dove si conserva il Santo Graal, la rocca degli Assassini, del Veglio della Montagna, il paese di Cuccagna, le isole di Utopia, l’isola di Salomone e la Terra Australe, l’interno di una terra cava e il misterioso regno sotterraneo di Agarttha, lo stesso Eden biblico, l’Inferno e il Paradiso danteschi, l’Eldorado, l’Albero della Vita, l’Uovo cosmico, che se esistono o, almeno, sono esistite nella fantasia o nei sogni di qualcuno, equivale a dire in certo qual modo che da qualche parte esistono, non vi pare?
Altri temi si annunciano non privi di interesse e ci riconducono, almeno spero, a quello spirito ancestrale da cui noi tutti, indissolubilmente, veniamo …

«Ma per favore, vogliamo tornare all’Uovo?»

«D’altronde quand’è che un uovo non racconta per diritto o per storto le pieghe segrete dell’esistenza umana e per riflesso di quella divina? Un uovo è al contempo il creato e la creazione: e la creazione, come è noto, si esprime nelle più svariate forme e differenti elaborazioni. In sintesi, più o meno tutto quello che abbiamo da dire a riguardo è che dentro un uovo c’è già tutto, il poco e l’assai, sia l’uno che l’altra, l’universo e il vuoto contenuti da un buco chiuso in se stesso: ma da quello che dice di sé, di solito, non lo si capisce» (3).

«Sì certo, ma non è che possiamo ricominciare!»
«Scusi, ricominciare da dove, dall’Uovo o dalla PasQua?»

Emblema antico di fecondità ed eternità, l’uovo era presente nella cosmologia egizia, in quella Fenicia e nell’ebraismo contrassegna la continuità della vita. Per i Cristiani è rappresentazione della Resurrezione dalle tenebre e dalla morte

«Ma l’avevamo già detto!»

Se il pulcino che sbuca dall’uovo è metafora di questa rinascita (e del Cristo risorto), le uova decorate e colorate sono segno di buona sorte e di roseo futuro anche per gli antichi Persiani, che se le scambiavano in alcune cerimonie religiose. Sono diventate persino prezioso regalo della Pasqua del 1885 in Russia, quando l’orafo e gioielliere di corte Peter Carl Fabergé accontentò lo zar di tutte le Russie Alessandro III che volle un originale pegno d’amore per la moglie Maria Fyodorovna, dando il via alla realizzazione delle costosissime e bellissime uova Fabergè.

«Alle uova della ‘Leda’ di Leonardo, di cui rimangono soltanto alcuni bozzetti, o a quelle di Maria F. ?»

Restiamo con Barbara Martusciello (4), la quale ci illumina sull’ Uovo attraverso l’arte:
“L’Alchimia lo assume a catalizzatore di significati oscuri e l’arte non si esime dalle raffigurazioni delle uova in opere di tutti i tipi, gli stili e i materiali. La più celebre è forse la grande tempera e olio su tavola di Piero della Francesca, oggi conservata nella Pinacoteca di Brera a Milano, databile al 1472 circa e nota come ‘Pala di Brera, o Montefeltro’. È una ‘Sacra Conversazione’ con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore (Federico da Montefeltro). Al centro, in un’esedra semicircolare che racchiude una copertura a forma di conchiglia, campeggia un piccolo, perfetto uovo di struzzo che pende appeso a un filo e illuminato dalla luce. Il significato più accreditato ed evidente di questa figura emblematica – oltre all’articolato richiamo al dogma della verginità di Maria –, inteso comunemente come simbolo di vita e della Creazione, corrisponde all’Assoluto divino, centro e fulcro dell’Universo.
La raccontiamo iniziando dal grottesco dipinto di Hieronymus Bosch ‘Le concert dans l’œuf’ (Il concerto nell’uovo) riprodotto nella copia nel XVI secolo (oggi al Musée de Beaux-Arts Lille) dal ‘Maestro di Lille’, perché l’originale fu perduto; non dimenticando il Barocco di nature morte con gusto (Georg Flegel, ‘Spuntino con uova’, 1600 circa, Staatsgalerie, Castello di Johannisburg, Aschaffenburg) e dello spagnolo Diego Velasquez che vede anch’egli nell’uovo doti da leccarsi i baffi: nella ‘Vecchia friggitrice di uova’, 1618 (National Gallery of Scotland, Edimburgo) non c’è simbolo che tenga poiché v’è un tale realismo che pare di sentire il profumo delle uova fresche appena cotte… Una sinestesia che scaturisce anche di fronte alla solida, corposa ‘Natura Morta con pane e uova’ di Paul Cezanne (1865, al Museo di Cincinnati) e poi a quella di Georges Braque (1941) dove l’uovo è a scaldare sulla stufa…
Dalle uova imbiondite e croccanti passiamo ora a quelle di cioccolata, a ricordare la Pasqua, l’allora fiorente industria (dolciaria) italiana e una tradizione nell’eccellenza dell’illustrazione pubblicitaria: ecco Fortunato Depero che nel 1927 crea la locandina per ‘Uova Sorpresa’ dell’azienda Unica di Torino. Dal Futurismo ci affacciamo sulla magica sospensione spazio-temporale di Felice Casorati (con il piccolo olio su tela ‘Uova su libro’, 1949; i più grandi ‘Uova e limoni’; ‘Uova sul tappeto o sulla scacchiera’; ‘Maternità con uova’, 1958; ‘Notturno: uova’, 1959) e analizziamo l’archetipo dell’ovale nel Surrealismo, dove prende forma ed è riposto in nidi indecifrabili o nelle gabbie di Renè Magritte.
Tra gli artisti dell’inconscio e dell’onirico, Man Ray inserì l’uovo in alcune sue sperimentali composizioni fotografiche chiamate, per la tecnica a contatto pionieristica, con il suo nome – ‘Rayogrammi’ – e lo acclamò, per linda perfezione e carico simbolico, nel più netto e categorico ‘Uovo di struzzo’, 1944. Se la bizzarra, surrealisteggiante Leonor Fini, ne ‘La Guardiana dell’Huevo negro’ (1955) aggiunge un interessante versione occulta del tema, fu Salvador Dalì a primeggiare in questo, tra l’altro abbellendo in modo incredibile l’architettura del suo teatro-casa-museo a Figueres, città in cui egli nacque (1904) e abitazione dove morì nel 1989. Egli dipinse ironiche ‘Uova al tegame con tegame’ (o nel piatto col piatto), 1932, e passò a più concentrate riflessioni con ‘La metamorfosi di Narciso’, 1937 (alla Tate Gallery, Londra), in cui il giovane della mitologia greca, famoso per la sua bellezza, si specchia mentre accanto a lui una mano si materializza porgendo un uovo che è schiuso dal germogliare di un fiore. C’è tutto, qui: la leggenda greca, la punizione, la metamorfosi e, infine, la vita eterna.
Nuova di zecca, come è nuovo l’uomo-bambino ‘Geopoliticus’, eseguito nel 1943 nel ritiro americano di Dalì e della moglie e musa Gala: lì l’uovo indica più la nascita del novello Mondo – gli Stati Uniti – che un riferimento spirituale e universale… Che, invece, ritroviamo nel Dalì-uovo immortalato in una delle originali foto del sodale Philippe Halsman: per l’effetto-bozzolo che raffigura, sembra ideale spunto per il dipinto ‘L’aurora’, 1948, in cui l’uomo (ri)sorge dall’enorme guscio alle cui spalle s’irradiala la luce-tuorlo. Nel 1973 serpenti, donne-Eva ammiccanti e un grande uovo sono il suo contributo per il numero speciale di Playboy Magazine. Insomma: sacro e profano si rincorrono, si sovrappongono e si ammantano di ambiguità misterica: di quest’ultima sono piene le piazze d’Italia e le ‘wunderkammern’ di Giorgio De Chirico (l’uovo è inserito in molti suoi quadri).
A svelare qualche arcano e mostrare l’evidenza dietro gli emblemi della società – di massa – ci penserà poi Andy Warhol: con la sua massiva produzione di immagini seriali tra le quali quelle di piatte uova multicolor; il suo talentuoso figlioccio disperato, l’unruly child del gesto graffitistico Jean Michel Basquiat torna, con ‘Eyes and Eggs’ (olio su tela, 1983), alla dimensione quotidiana, alla fame di cibo, di amore, di 15 minuti di successo per tutti, il (degno?) nipotino di Warhol, Jeff Koons tridimensionalizzerà e monumentalizzerà le uova (di Pasqua) virando verso il lato kitsch dell’immaginario iconico, a differenza dell’originale Claes Oldenburg, che si ferma appena prima (in varie declinazioni museali di ‘Sculpture in the Form of a Fried Egg’.”
L’Uovo rientra nella scultura di Vittoria Marziari (5) “..affascinata dal mistero degli spazi cosmici e interiori che costituiscono la sua inesauribile fonte d’ispirazione, che si vuole definire scultura filosofica”, nell’emozionante bronzo intitolato ‘Amanti segreti’ dove i due ‘amanti’ si sovrappongono all’interno della ‘forma dell’uovo’ che si dischiude nell’emozione dell’idillio manifesto che s’apre all’amore. Momento che altresì trasforma “..l’immensa energia universale nella forma dell’arte, e che avvicina l’artista a quel misterioso soffio che fa muovere tutte le cose” (W. Fabbri). Un’eccellenza tutta italiana nel campo dell’arte e la prima scultrice donna ad aver ricevuto l’onoreficienza di Cavaliere della Repubblica Italiana nel 2016 per le sue riconosciute qualità artistiche.Dell’artista è apparso su questo stesso sito larecherche.it l’articolo con nota critica di Giorgio Mancinelli, intitolato “La danza immobile, la ‘poesia delle forme’ nei ‘lunghi silenzi’ dell’arte contemporanea”:

“Dagli albori dei tempi, nascondi la verità, con ingannevoli lusinghe e sfaccettature”
“Non udisti, non vedesti, ma inaspettata giunse la tempesta”.
“Non è la tenebra, ma la luce, quella sottile attrazione che ti spinge a gaurdare oltre il sipario”.
“Svuotiamoci dal torpore che inibisce il nostro risveglio”.
“Oltre le vesti il cuore, donando, amando”.

Sono queste solo alcune delle frasi altamente ‘poetiche’ afferente ad altrettanti ‘titoli esperienziali’ di avita bellezza trascendentale che accompagnano le opere scultoree di Vittoria Marziari, che oggi ci consentono di assaporare in pieno il gusto e il senso della profonda quietudine che ci viene incontro nelle forme che con maestria ha ricavato dalla materia, nel racconto dominato dal ‘silenzio’ … quel silenzio che nulla toglie alla bellezza che noi tutti, nel confronto visuale di rimando con le sue opere, ci portiamo dentro.

L’Uovo è il principio: Buona Pasqua.


Note:
(*) L’intero articolo è tratto in gran parte dallo studio e ricerca sull’argomento afferente all’Uovo di Pasqua, di Laura Tuan, apparso in ‘Astra’ - Editoriale Astra (1975?)

1) Roger Cook, “L’Albero della Vita” – Le radici del cosmo, (Red edizioni 1987)
2) Umberto Eco, “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” (Bompiani 2013)
3) Giovanni Nucci, “E due uova molto sode” – Gaffi Edit. 2017
4) Barbara Martusciello - per la parte afferente all’arte contemporanea, articolo apparso in ‘My Where’ del 23 Marzo 2016
5) Vittoria Marziari – “Amanti segreti” (nell’immagine) - bronzo 2015, è parte integrante del suo vasto curriculum ricco di riconoscimenti e premi. L’artista ha esposto in musei, ambasciate, consolati, Istituti Italiani di Cultura, Palazzi Comunali ed Expo d’Arte Internazionali. Svolge la sua attività a Siena nell’atelier di via Stalloreggi 23 e nel laboratorio di via dei Tufi, adiacente al parco “Sculture di luce” ideato e inaugurato dall’artista nel giugno 2013.


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- Società

L’uomo che ride, ovvero in che cosa consiste il risibile.

L’UOMO CHE RIDE: Ovvero, in che cosa consiste il risibile (?)

 

Che cosa ha in comune una smorfia sulla faccia di un pagliaccio con un gioco di parole? Un verbale qui pro quo preso da un vaudeville e una scena vagamente seriosa di una commedia? Quale distillazione segreta rivela l’essenza di un odore indiscreto o un profumo delicato? Chi sa rispondere si faccia avanti, ogni risposta o anche la semplice ipotesi va bene. Noi (plurale maiestatis per significare noi moderni) ci abbiamo provato e siamo giunti, dopo molte ricerche, a trovare il 'dunque' o il 'quonqueribus' se volete (detto così alla romana, che personalmente non so che cosa voglia dire, ma l'ho sempre trovato un dire risibile, ridibile o come vi piace, che mi ha sempre fatto ridere). Ed ecco che infine una definizione, per quanto semplicistica, è stata formulata, e per qualcuno potrebbe anche valere come risposta:

 

Il riso è il prodotto dello spirito.

 

Finanche “..i più grandi pensatori, da Aristotele in poi, sono scivolati sovente sul comico, cimentandosi con questo sottile problema che sfida lo sforzo della soluzione, sfuggendole, impertinente quanto gettato alla speculazione filosofica” – (Bergson “Il riso”); sono infine "..riusciti a definire l’essere Dio, ma quando sono arrivati a spiegarci (l’essenza del ridere), si sono avvolti in una serie di contraddizioni e ne sono usciti, dopo immensi sforzi, con risposte esilissime” (U. Eco “Il nemico dei filosofi”). L’importanza pratica del ridere risiede, infatti, nel suo applicarsi (in primis) a noi stessi, nel cercare di classificare l’effetto sugli altri (secondi), per affinare l’umana capacità di percezione psicologica. Quando però cerchiamo di farlo (verso noi stessi mai, molto spesso nei confronti degli altri), scopriamo che, mentre è facile trovare da ridere degli altri, siamo dubbiosi e perplessi nei nostri riguardi, e cioè non siamo capaci di ridere di noi stessi seppure in molti casi sappiamo renderci ridicoli.

 

Paura di scoprirci e quindi di rivelarci per quello che siamo?

 

Probabilmente sì, se talvolta dopo aver aggettivato qualcuno (mettendolo alla berlina), evidenziando un suo difetto o una défiance tanto per ridere, ci accorgiamo, guarda caso, che avremmo potuto attribuircene la medesima aggettivazione, provocando in noi stessi il timore di riconoscerci quali intimamente siamo. Se è vero che esistono individui inclassificabili (persone apatiche e poco sviluppate mentalmente, non di meno, quelle più evolute e versatili che hanno raggiunto un certo avanzamento nelle diverse aree della personalità), è anche vero il contrario, cioè che si possono ben classificare numerosi altri individui attraverso il linguaggio delle loro espressioni, di cui il ridere è una delle qualità più importanti.

 

Riporto qui un detto: “Talvolta fa più una risata che una …”. di cui lascio il seguito a vostro piacimento, ma è piuttosto comico che un fenomeno sociale di tali dimensioni paia così ambiguo e contraddittorio. In fondo tutti ridiamo in un certo modo, ognuno diverso dall’altro, tuttavia senza saperne sempre il perché. Probabilmente il comico che ci fa tanto ridere provoca in noi risultati diversi secondo le condizioni del corpo sociale che lo consuma. Un po’ “come il sonno, che ritempra o rincretinisce, secondo della notte o del giorno, dell’ora, della stagione in cui è consumato” (U. Eco op. cit.). “Come il sonno … se solo Umberto Eco avesse scritto «come il sogno» forse, l’avrei capito, perché avremmo fatto un passo più avanti verso la soluzione del problema” – (B. Placido “Il riso”).

 

Ridere sano in corpore sano.

 

Suggerisce il medico, e ciò perché mediante una buona e sana risata avvengono la dilatazione e la contrazione dei vasi sanguigni a favore della respirazione, come pure le variazioni di caldo che accompagnano il riso mostra un complicato influsso delle ghiandole endocrine, le cui polarità, se ben regolate, sono attive nell’equilibrio dinamico che rende possibile una migliore vita fisica. Per non parlare della quantità di muscoli facciali che entrano in funzione nel momento stesso che ridiamo. Lo stesso vale per la nostra vita psicologica, nella quale “una sana risata” tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, col risvegliare gli elementi attivi opposti e complementari a quello dominanti. In breve, da sempre in una frase si dice che:

 

Una risata allunga la vita.

 

La frase, ripresa anche in un famoso spot televisivo, se anche così non fosse, sicuramente la renderebbe migliore. Per dire che una sana risata aiuta a essere migliori, più tranquilli, più gioviali, più accondiscendenti, più simpatici, insomma più, aprendo a quel quid che manca in certi momenti della vita. “Il comico è giustiziere, ridimensiona uomini e istituzioni, demistifica, riveste funzione di critica sociale … ma del pari, il comico è strumento di conservazione, diverge le energie contestatarie, acquieta le irritazioni” (U. Eco op. cit.). Se cercate un pretesto, per essere solidali con voi stessi e con gli altri, il consiglio del medico e del filosofo è senza dubbio: Ridete! Sicuramente vi farete degli amici e, chissà? Magari potreste anche fondare un partito.

 

Slogan a parte, talvolta ridere è talvolta causa di eccesso, produce reazioni esagerate, tendenti a sopravvalutare le qualità mancanti nell’individuo che ride, arrivando persino a essere giustificativo di un’esuberanza mal riposta; che, se osservata come comportamento esteriore, rasenta, per effetto della reazione che si ottiene, l’impulsività e l’insolenza, fino a raggiungere la crudeltà. Qui il gioco si fa più difficile, la prima cosa da farsi è applicare lo slogan sempre valido, che recita: Dimmi come ridi e ti dirò chi sei. Che non è lo stesso di chiedere: “Dimmi con chi si ride, e …” che ci coinvolge in altri approfondimenti. Qui non si tratta di accettazione passiva e inconscia del proprio carattere, come possiamo osservare nella massa delle persone che si lasciano trasportare ciecamente dagli eventi.

 

Bensì si tratta di mettere in pratica almeno due metodi riconosciuti: quello "del riconoscimento” e quello "del consenso” allo stesso tempo, in modo consapevole, sia delle possibilità inerenti al tipo psicologico che riconosciamo in noi, che delle sue o nostre opportunità e dei suoi o nostri limiti, come espressione, nel modo più puro e più evoluto, della nostra disponibilità a trovare una giustificazione. Il secondo compito che va affrontato per meglio individuare il “tipo psicologico” di appartenenza, è quello di controllare e correggere gli eccessi provenienti dall’esterno, cioè dagli altri, per non cedere a una sorta di disarmonia con noi stessi. Con ciò che siamo e che ci degrada nel senso della moralità e del rispetto totale degli altri (leggi dell’umanità che ci circonda), per continuare a esprimere e sviluppare una certa libertà nel criticare e, al tempo stesso, le facoltà di autocritica già attive in noi.

 

In conclusione questa mi pare, essere una condizione piacevole e fruttuosa, apparentemente positiva, sebbene va con sé che non sia per niente futile: "Ride bene chi ride ultimo".

 

(fine prima parte)

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- Società

Non solo mimose, 8Marzo festa delle Donne

‘Non solo mimose’, 8 Marzo festa delle donne.

Per comprendere e ricordare il vero significato della ricorrenza dell’8 marzo, torniamo a parlare di Donne, naturalmente di tutte le donne, che siano pazze, sognatrici o rivoluzionarie,cantanti, ballerine, matematiche, scrittrici, scienziate, prostitute, curanderas, calciatrici, pilote d’aereo, schiave, rabdomanti, giornaliste, vagabonde, suore, filosofe, poetesse, amanti, guerrigliere … di tutto ciò che sono e che vogliono essere ...

'Volubil sempre come foglie al vento' (Boccaccio)

Tutto quì, sicuro che si vuole/debba solo parlare di loro in tal modo?

Ci si può sempre offrire in ostaggio ... du, du dù! per amarle non usare loro violenza, riconoscere loro quel donarsi con e per amore.

Per loro la vita può essere ripartita in tre fasi: 'sognare l'amore, praticare l'amore, rimpiangere l'amore. Prima il bacio e poi le unghie. (di anonimo)

Ma infine è sempre quello: l'amore, e non è poco se sono sempre loro a praticarlo, non vi pare?

'Come ammettere che (la donna) è la regina del mondo e la schiava di un desiderio!' (Balzac)

Di fatto ciò non è una colpa. Certo che no, ma suona come un atto d'accusa contro l'egoismo, l'individualismo eccessivo, la trascuranza e la nullità di certi uomini.

Quindi è colpa degli uomini se le donne sono ... come sono?

Le donne però, a differenza degli uomini, sono sempre disposte a perdonare ... anche se non sempre a dimenticare.

Dunque, il loro maggior nemico non è l'uomo (questo sconosciuto) bensì, 'quella pietà che gli fa fare la maggior parte degli spropositi che fanno'. (Baretti)

Buono a sapersi, quindi per l'8 Marzo regaliamo a tutte daffodils, rose e tulipani gialli, giunchiglie e quant'altro purchè donati con amore.

Ecco, l'unico merito di un uomo è il buon senso ... quando ce l'ha.
Pertanto, messi da parte i più virili pensieri, resto a disposizione limitandomi a godere di sentirle pronunciar parola in un qualche balzello letterario.

Auguri, dunque, che Marzo lustri per voi i fiori più belli, 'non solo mimose'.

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- Poesia

Franca Maria Catri … o l’altrove indicibile della poesia

Franca Maria Catri … o l’altrove indicibile della poesia contemporanea.

 

C’è un tempo di frattura minimale in cui si misura lo spazio restante da quello che precede l’attimo successivo, anche detto crack-up*, che si offre come spazio liminare all’impulso creativo da cui scaturisce la ‘luce’ primordiale e avveniristica dell’idea, dell’arte, della composizione musicale come della poesia. Impulso propulsivo che permette alla parola poetica di disgiungersi dalla materia letteraria e divenire pura essenza dispersa nell’aere della concettualità estetica e percettiva. Ciò che nulla toglie alla scrittura poetica allorché, nell’interscambio modale con il poeta, il lettore interpone la propria empatia a quella dell’autore/trice.

Con un’espressione finemente poetica in apertura della sua silloge di recente publicazione “Ti chiedo al vento” (**), Franca Maria Catri ne offre al lettore un esempio tangibile:

..tra petali di libri / il tramestio di foglie / il giusto e l’ingiusto del fiore”.

In cui la chiave di lettura ‘psicologica’ è fissata nello stato d’animo del poeta in quello che è il suo momento creativo, nel coinvolgere emotivamente il lettore nel suo messaggio: lì dove l’amore per i libri, connaturale alla sostanza fibrosa della materia, si scioglie/sfoglia in petali di fiori che s’aprono alla nascente/morente stagione; in cui il frusciare delle pagine coincide con il tramestio delle foglie al vento/aere che l’accompagna attraverso l’arco/soglia posto tra l’inizio e la fine, al limitare de “il giusto e l’ingiusto del fiore”.

Non la ricerca di una soluzione al crack-up iniziale, bensì il responso imperscrutabile di un ‘altrove indicibile’ che trova luogo nell’assenza, nel pieno/vuoto cosmico della sua proiezione filosofica nella poesia contemporanea; di un ultimo grado di investigazione cui sottoporre ogni intima certezza/incertezza della relatività umana. Una ‘immagine inadeguata del morire – scrive Flavio Ermini nella postfazione che accompagna la silloge poetica – in cui lo splendore essenziale, si fa strada attraverso l’inerzia della materia visibile e si riverbera proprio su quell’invisibile alfabeto che immaginiamo ..a un passo dal cuore’.

Un’immagine questa indubbiamente suggestiva, per quanto afferente al binomio vita/morte empaticamente legate alla percezione antropomorfica della natura umana che le rende entrambe preziose nella scrittura connettiva dell’autrice, lì dove ‘si svincola dal mondo dei corpi per abbracciarne l’intima essenza’ (F. Ermini): “Questo è il punto / in cui si comincia a morire / la pietra di un inciampo”; non è solo una parafrasi poetica, bensì è ciò che da senso a “il giusto e l’ingiusto del fiore”, all’essere qui per il tempo dell’inizio, per non essere più alla sua fine, esattamente come accade per la vita nella morte.

Certamente un lasso breve di tempo che, paragonato all’infinito cosmico, non è più di un casuale inciampo, la pietra/terra su cui instancabilmente camminiamo; il sasso/passo originario quale ‘immagine più adeguata del nostro vivere’ quotidiano, nel riscontro speculare con ‘l’immagine inadeguata del nostro morire’. Un “appuntamento al buio” che sappiamo di non poter perdere, che Franca Maria Catri mostra di aver individuato nei corsi e i ricorsi di una storia vissuta a lungo eppur breve nel suo dispiegarsi, e che continua a scorrere “oltre il grido di ferro delle navi” dirette verso quel “fine di corsa” che “esangue vuoto di forme / bussa forte alla mente” … «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato» (*), per un’ultima replica.

Ma sarà l’ultima? No, perché ciò che scriveranno coloro che verranno dopo di noi, per quanto consci della ‘mala ora’ che il tempo avrà loro segnato, sanno di avere dalla loro parte la forza germinale di un ‘altrove’ che va oltre la conoscenza del passato, oltre la dinamica proiezionale del futuro …

 

“ultima replica

la messinscena della primavera

prova un sorriso

si ritrae

non toccherà il tuo ultimo sangue

 

se la fine ha un principio

tu lo sapevi il punto

in cui si comincia a morire

la pietra di inciampo

- fuoricampo l’eterno che ci fonda

sopravvive -

 

tu lo sapevi bambino dagli occhi di sole

bambino di pioggia

passo a passo le ore

scagliano pietre

rubano petali

al tuo stupopre animale

 

come sarà perdonare la vita

il disperato odore di bellezza

per sottrazione

un po’ di terra

quello che rimane

tu lo sapevi …”

 

. . .

 

“ti chiedo al vento

respiro gentile che sfiora il mare

scioglie le onde in farfalle di sole

in campo azzurro

pascola nuvole piccole

innamorato accarezza

la luna d’agosto

va sui pini e le rose

si culla sui prati

allaccia case

in confidenza di finestre

odore di pane

e favole antiche

 

ti chiedo al vento

generoso che lega terre e distanze

racconta voci e silenzi

a medicare sconfinate solitudini …”

 

Al dunque, “se la fine ha un principio” – rivela l’autrice Franca Maria Catri – la vita è ciò che sta nel mezzo, quanto ci concerne di apprezzare in quanto dono, nel bene e nel male di un ‘principio che contempla la fine’ quale mezzo di affrancamento al nostro pur meraviglioso esistere.

 

Nota biografica:

Franca Maria Catri è nata a Roma, dove vive. Ha lavorato per molti anni come medico in un quartiere periferico segnato da tutte le solitudini della nuova marginalità urbana. Cerca nel suo lavoro e nella scrittura il segno di una corrispondenza. Ha ottenuto autorevoli giudizi critici, presenze in antologie e testi di poesia contemporanea, premi di saggistica e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

Tra le sue pubblicazioni più recenti, vanno qui ricordate: “Maschera neutra sulla prima voce” , Rebellato, Padova 1984; “A passi trasversali”, Forum, Forlì 1988; “Antinòo”, Mistral, Treviso 1990; “Il corpo il sogno”, Gazebo, Firenze 2004; “La rosa afgana”, Gazebo, Firenze 2009; “Uccelli di passo”, Gazebo, Firenze 2013. Per Via Heràkleia: Forme della poesia contemporanea: “Ti chiedo al vento” n.51 della Collana ideata da Ida Travi e Flavio Ermini.

 

Note: (*) dall’omonimo racconto “The crack-up” di F. Scott Firgerarld. (**) da “Ti chiedo al vento” - Cierre Grafica - Anterem Edizioni 2018.

 

Sitografia: www.anteremedizioni.it direzione@anteremedizioni.it

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- Cinema

MyFrenchFilmFestival

MyFrenchFilmFestival: più di 10 milioni di visualizzazioni
Articolo di Fabien Lemercier – in collaborazionwe con Cineuropa News

20/02/2018 - In inglese: Nuovo record per il festival online di UniFrance. La giuria dei cineasti presieduta da Paolo Sorrentino consacra Les Derniers Parisiens


For the third year in a row, MyFrenchFilmFestival, the online event organised by UniFrance broke records. After 6.5 million views in 2016 and 6.7 million last year, the 8th edition of the festival (read the news here), which took place from 19 January to 19 February, smashed its previous record with more than 10 million views. On the MyFrenchFilmFestival.com platform, the five countries with the most views were (in order): Mexico, Brazil, Argentina, Poland and Russia. But the festival was also accessible via fifty partner platforms around the world and China established itself as the most consumer-heavy region via Jia Screen (the platform founded by Jia Zhangke).
The Filmmakers’ Jury Award (chaired by Paolo Sorrentino along with Julia Ducournau, Brilliant Mendoza, Kim Chapiron and Nabil Ayouch) crowned Paris Prestige by director duo Hamé and Ekoué as the winner, and awarded a special mention to Willy 1er by Ludovic and Zoran Boukherma, Marielle Gautier and Hugo P. Thomas. For its part, A Wedding by Belgian director Stephan Streker scored a double-whammy, scooping up the Audience Award and the International Press Award.
Awards:

Filmmakers’ Jury Award
Paris Prestige – Hamé et Ékoué
Filmmakers’ Jury Special Mention
Willy 1er - Ludovic Boukherma, Zoran Boukherma, Marielle Gautier et Hugo P. Thomas
Lacoste Audience Award
Feature film: A Wedding – Stephan Streker (Belgium/France/Luxembourg/Pakistan)
Short film: La Mort, Père & Fils – Winshluss and Denis Walgenwitz
International Press Award
Feature film: Noces – Stephan Streker
Short film: La Mort, Père & Fils – Winshluss and Denis Walgenwitz
I vincitori e le cifre record dell'8° edizione di MyFrenchFilmFestival!
L'8° edizione di MyFrenchFilmFestival si è appena conclusa. Gli ultimi parigini di Hamé e Ékoué vince il Premio della Giuria dei Cineasti. Con più di 10 milioni di visualizzazioni, il festival registra un nuovo record.
Il festival registra un record per il 3° anno consecutivo
Con più di 10 milioni di visualizzazioni in tutto il mondo contro i 6,7 milioni nel 2017, il festival raggiunge un nuovo record!
I 5 paesi che hanno registrato il maggior numero di visualizzazioni sulla piattaforma MyFrenchFilmFestival.com sono (nell'ordine) :
• Messico
• Brasile
• Argentina
• Polonia
• Russia
A titolo informativo, MyFrenchFilmFestival era visibile su oltre 50 rinomate piattaforme partner : le piattaforme mondiali iTunes (in 91 territori), Google Play, Amazon Instant Video, Dailymotion, YouTube, Facebook, Windows, Sony, MUBI, Pantaflix e ancora FilmDoo, ma anche CableTV VOD (Corea del Sud), Jia Screen (Cina), Filmin (Spagna, Portogallo, Messico), Curzon Home Cinema (Regno Unito), MyMovies e IndieFilmChannel (Italia), Movistar+ (Spagna), TriArt (Svezia), Proximus et UniversCiné (Belgio), VOD.lu e Post Telecom (Lussemburgo), TV5 Monde Cinema on Demand, inDEMAND, Vubiquity, Vudu, FestPicks, Filmatique, FilmFestivalFlix e Le CiNéMa Club (Stati Uniti), Orange (Romania e Costa d'Avorio), ivi e Megogo (Russia, CEI), Qubit.tv (America Latina), Cinepolis Klic e Morelia (Messico), ONET.pl e TVP VoD (Polonia), Aoyama, Videx, Digital Screen, Uplink Cloud, VideoMarket, Precine e Gyao (Giappone)...
I vincitori sono stati premiati questo lunedi 19 febbraio 2018 a Parigi in occasione di una cerimonia presso il Secrétariat d'État au Numérique alla presenza del Primo Ministro, incaricato del Digitale Mounir Mahjoubi
Isabelle Giordano (direttrice generale di UniFrance) ha assegnato i seguenti Premi:
Il Premio della Giuria dei Cineasti
La Giuria dei Cineasti, presieduta da Paolo Sorrentino e composta da Nabil Ayouch, Kim Chapiron, Julia Ducournau e Brillante Mendoza ricompensa il film :
• Gli ultimi parigini, di Hamé e Ékoué
Il film vince una dotazione di 15 000 euro (5 000 € per i registi, 5 000 € per il produttore e 5 000 € per l'esportatore).
Per la seconda volta dalla creazione del festival, la Giuria ha scelto di premiare un secondo film attribuendogli una Menzione Speciale per premiare la proposta artistica dei suoi registi :
• Willy I, di Ludovic Boukherma, Zoran Boukherma, Marielle Gautier, Hugo P. Thomas
I Premi della Stampa Internazionale
La Giuria della Stampa Internazionale composta da Fabio Ferzetti, Sabine Mann, Fernando Ganzo, Finn Halligan, Yana Labushkina ha deciso di premiare i seguenti film:
• Un matrimonio, di Stephan Streker (lungometraggio presentato in partenariato con Wallonie-Bruxelles Images (WBI))
• Death, Dad & Son, cortometraggio di Winshluss e Denis Walgenwitz
Il Premio Lacoste del Pubblico
Il pubblico di MyFrenchFilmFestival quest'anno ha votato in massa. Con più di 50 000 voti, ha scelto di premiare:
• Un matrimonio, di Stephan Streker (lungometraggio presentato in partenariato con Wallonie-Bruxelles Images (WBI))
• Death, Dad & Son, cortometraggio di Winshluss e Denis Walgenwitz
I film premiati saranno diffusi a bordo degli aerei Air France per una durata di 6 mesi, a partire dall'estate.
Anche quest'anno degli eventi federatori in tutto il mondo
Oltre alla piattaforma MyFrenchFilmFestival.com e alle sue piattaforme partner, il festival ha offerto al pubblico l'occasione, in molti luoghi in giro per il mondo, di riunirsi fisicamente per godere collettivamente del meglio del giovane cinema francese e francofono!
Proiezioni di cortometraggi della selezione sono state organizzate a Parigi all'Atelier Renault sulla “più bella avenue del mondo”: gli Champs-Élysées. E' stata l'occasione, per i registi francesi, di intrattenersi con il loro pubblico e di condividere un momento di convivialità in questo luogo emblematico parigino.Morgane Polanski è, tra gli altri, venuta a presentare in anteprima il suo secondo cortometraggio La carezza.
Grazie al partenariato stabilito con l'AEFE, delle proiezioni hanno avuto luogo anche in una ventina di istituti scolastici in tutto il mondo come a Tokyo, Los Angeles, Varsavia o ancora Dubai. Inoltre, grazie all'appoggio della rete degli Istituti francesi, il film della selezione sono stati diffusi sul grande schermo in Russia, in COlombia, in Brasile, in Egitto e in Italia.

Diverse migliaia di persone hanno anche partecipato al concorso di MyFrenchFilmFestival su Facebook. Come premio, un viaggio a Parigi e 5 notti all'Hotel Scribe, valido per 2 persone grazie al sostegno di Air France e dell'Hôtel Scribe.
Altra novità di quest'anno, la playlist du festival e la playlist du Jury, redatta in collaborazione con il Bureau Export, sono sempre disponibili su molti canali di diffusione.
MyFrenchFilmFestival è organizzato da UniFrance, con il sostegno di:
CNC - Ministère de la Culture - Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères - Institut français - Telefilm Canada & Talent Fund - Wallonie-Bruxelles Images - Swiss Films - Alliance Renault-Nissan-Mitsubishi - Lacoste - TitraFilm - Air France - iTunes - AEFE - Le Monde - Variety - Télérama - TV5 Monde - France Médias Monde - Dailymotion - CIAK - Quadro por Quadro - Critic.de - Corre Camara - Orange - Los Inrockuptibles- AlloCiné - AdoroCinema - SensaCine - SensaCine México - FILMSTARTS

Gli ultimi parigini
Les Derniers Parisiens

Non appena uscito di prigione, Nas torna nel suo quartiere, Pigalle, dove ritrova i suoi amici e Arezki, suo fratello maggiore e proprietario del bar Le Prestige. Nas è deciso a volersi rifare un nome e Le Prestige potrebbe servigli da trampolino…
ELLE
E' un Cassavetes alla francese: filmato con la cinepresa sulla spalla, all'altezza dell'umanità, andremo a vederlo per incanagliarci e ne usciremo sconvolti.
LE NOUVEL OBSERVATEUR
In questo film aleggiano una poesia aspra, un'energia folle, delle emozioni grezze. Ma il film ha soprattutto una qualità rara : l'anima.
LE PARISIEN
Hamé e Ekoué, fondatori del gruppo rap La Rumeur, per il loro primo lungometraggio realizzano un'immersione affannosa in una Pigalle di delinquenti, di bar e di una notte in pieno mutamento.
PARIS MATCH
Vero "close-up", questa tragedia moderna di due fratelli nati in periferia e che vogliono cavarsela, consacra due registi. Grazie a loro, Pigalle "la Blanche" non aveva mai avuto colori cosi' belli...
PRESSE
André
-
Paul Ricci et
Tony Arnoux
6 place de la Madeleine, 75008 Paris
Tél.: 01 49 53 04 20
tonyarnoux@orange.fr
apricci@wanadoo.fr

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- Società

Sanremo Wince - cronaca

SANREMO 2018 WINCE

Eleganza, charm, raffinatezza, cordialità, Sanremo riscopre se stessa e la canzone italiana. Non si era mai visto un festival così, malgrado qualche piccolo scivolone di stile, scusabilissimo in una ‘diretta’ di più di cinque ore ogni sera. Del resto se il da farsi sul palco per i pur bravissimi Pierfrancesco Favino e Michelle Hutzigher, come si è visto è stato esorbitante, non si riesce a pensare cosa dev’essere stato dietro le quinte, visto il numero degli addetti ai lavori che, stando ai ritmi frenetici, hanno reso lo spettacolo effervescente e dinamico. Certo, si può dire che questo 68 Festival è stato il festival di Baglioni per Baglioni, visto che da solo ha diretto, cantato, duettato, presentato, più di tutti i concorrenti e presentatori messi insieme. Ma è andata bene così, è indubbiamente l’autore/cantante più preparato, più eloquente in fatto di musica, compositore e paroliere di grande successo come se ne conoscono pochi; colui che ha fatto cantare generazioni di innamorati, più giovani e diversamente giovani, conoscitori delle sue canzoni fin da saperle tutte a memoria (chi di noi no). Ma la vera voncitrice del festival è la Canzone Italiana che sembra aver ritrovata la sua vena migliore. Testi bellissimi e coerenti con l’attualità, con i problemi sociali e intimistici che ci portiamo dentro, ed anche con la risolutezza dell’amore vissuto ogni giorno, la diversità degli approcci con la realtà, tutta la bellezza di cui siamo capaci di dire con le parole che, se non è paragonabile alla poesia, chi saprà mai dirci perché, le è sorella d’istintiva emozione. È infatti all’emozione che vanno riferite quelle ‘che non sono solo canzonette’ e che il mondo intero spesso riconosce essere frutto di una sensibilità tutta italiana di esprimere i sentimenti, le angustie e le paure, le passioni come i desideri, portatrici di un profumo avvolgente e sensuale. Possibile che siano solo pulsazioni del garbo e della raffinatezza che, seppure non la si riscontra quasi più nei gesti, riusciamo però quasi a intravederla negli animi dove è riposta. Sono ancora le parole, le frasi, la concordanza di note che accompagna anche il più arrabbiato dei cantanti, la corrispondenza degli intenti ‘spezzati’ musicalmente, l’armonia che regna in quelli di loro più dimessi. Perché, malgrado le problematiche di un festival così concepito, ciò che è più rilevante è l’aver riscoperto la padronanza di una lingua ricca di espressività, carica di una tradizione che non ci ha abbandonati mai, e che ritroviamo anche nella riscoperta di alcune frasi dialettali che bene si attagliano nel contesto dei propri intenti, così vicini alla gente qualunque, alla tanto detestata lingua parlata d’ogni giorno, a Roma (Pasame er sale) come a Napoli (Il coraggio di ogni giorno), o alle tante flessioni linguistiche presenti in ogni singolo idioma regionale ed extra nazionale ascoltato dagli ospiti internazionali intervenuti alla manifestazione che hanno reso omaggio all’Italia cantando nella nostra lingua (Sting, Skin, Daby Touré, Taylor, Shaggy). E che dire delle interpretazioni, se Ornella Vanoni ci fa regalo di una così raffinata presenza; se Mario Biondi, sornione come sempre, sussurra più che cantare l’intimistica ‘rivederti’; se Nina Zilli ‘senza appartenere’ cin rende partecipi del suo essere donna oggi, mentre Noemi in ‘non smettere mai di cercarmi’ riferisce della peculiarità tutta femminile di un voler essere comunque al centro dell’attenzione. Se Ron con ‘almeno pensami’ recupera quell’affetto amicale che per lungo tempo lo ha legato all’incommensurabile Lucio Dalla di cui noi tutti, oggi più che mai, sentiamo la mancanza. Se gli altri, giovani e meno giovani, hanno portato sul palco di questa ennesima kermesse l’attualità delle mode, una ventata dei suoni e dei ritmi, di questo nostro secolo che canta con disinvolta sfontatezza e che, ognuno a suo modo, ha dimostrato di essere all’altezza di un successo che se non pieno almeno li sfiorerà. Basta una volta nella vita per fare la differenza e chissà che in ognuno di loro non risplenda la fiammella dell’affermazione e della popolarità. Glielo auguro con affetto se non altro per ripagarli di averci creduto; di aver creduto che una canzone può, a volte, cambiarci la vita. Questa vita che rincorriamo a denti stretti e col fiatone che irrompe nei polmoni per la corsa a voler cambiare tutto. Panta rei, dicevano gli antichi per dire che tutto scorre e tutto resta fermo, mentre siamo solo noi a continuare nella nostra pazza corsa. Di fatto, un festival così, che a 68anni sperpera emozioni a non finire come ‘il segreto del tempo’ significa che crede ancora nell’amicizia; che contro le guerre ‘non mi avete fatto niente’, che ‘custodire’ in fondo non è poi così ‘sbagliato’ ci riscatta dall’essersi disfatti di un bagaglio fin troppo pesante. E che, non in ultimo, ‘ognuno ha il suo racconto’ da narrare; che in fondo ‘la leggenda di Cristalda e Pizzomunno’ è un’autentica e commovente storia d’amore pugliese, ci affranca a quell’amore universale che ci da vita. Così come Ultimo risultato Primo fra i giovani, vincitore quindi, risveglia in noi quel ‘ballo delle incertezze’ cui siamo propensi a risvegliare il ‘senso’ della vita; che Mirkoeilcane (peccato senza il cane sulla scena) sarcasticamente ci fa cantare ‘stiamo tutti bene’ , malgrado tutto il resto non vada bene affatto. È adesso che dobbiamo re-‘imparare ad amarci’, ‘adesso’, prima che sia troppo tardi … e che / “reinventarla dobbiamo la vita / cogliere ciò che intorno sorride / ridisegnare dobbiamo orizzonti / cancellare dobbiamo frontiere / reinventare dobbiamo l’amore / dare un posto ai sogni / sapendo che infine / nulla è per sempre / come il poeta platonico si bea delle parole”. (Gioma)

Per ricomnciare dai ‘passame er sale’, e anziche dirci addio, diciamoci ‘arrivedolci’.

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- Teatro

Una storia assurda al Teatro ArMa di Roma

Al Teatro Ar.Ma di Roma Una storia assurda scritto da Alessandro Martorelli, per la regia di Luca Avallone (2, 3, 4 Febbraio)

‘Una Storia Assurda’
Organizzato da Teatranti Tra Tanti

Dettagli
Una giornata normale. Una posta qualunque piena di gente in coda. Due individui ordinari entrano e aspettano il loro turno. Si chiacchiera del più e del meno, di lavoro, della crisi economica, del mondo in generale. Insomma un normale spaccato di vita quotidiana. Ma la normalità è solo apparenza. All'improvviso qualcosa stravolge quella giornata “qualunque” e le persone che attendono il proprio turno si ritrovano con una pistola puntata alla testa, ostaggio di una rapina messa in atto proprio da quei due uomini che fino a un momento prima fingevano di non conoscersi.

Dal dramma al giallo, dal thriller al surreale tutto in 60 minuti pregni di tensione e di una travolgente carica emotiva. Uno spettacolo intrigante e adrenalinico che lascia con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.

Regia: Luca Avallone
Testo: Alessandro Martorelli
Con Simone Ruggiero, Luca Avallone e Alessandro Martorelli.

VENERDI 2, SABATO 3 e DOMENICA 4 FEBBRAIO ORE 21.00
AR.MA TEATRO Via Ruggero De Lauria n.22

Informazioni su Teatranti Tra Tanti
Info e Prenotazioni 06 3974 4093 - info@capsaservice.it, elisafantinel@yahoo.it - 3358160566


I dialoghi veloci, il ritmo incalzante e il linguaggio fanno di Una storia assurda un copione teatrale che presenta forti richiami alla sceneggiatura cinematografica
Dal 2 al 4 febbraio presso l’Ar.Ma teatro di Roma si terrà lo spettacolo Una storia assurda scritto da Alessandro Martorelli e con la regia di Luca Avallone. Nel cast oltre Avallone e Martorelli anche Simone Ruggiero.
Settanta minuti di pura adrenalina che vede due uomini, in fila davanti agli sportelli di una posta. Completamente diversi tra di loro, parlano del più e del meno. Chiacchiere banali, pacifiche, a tratti un po’ sopra le righe. Tutto sembra svolgersi come in un tranquillo giorno feriale, quando all’improvviso i due uomini scattano in piedi, armi in pugno e danno inizio a quello che sembra essere un vero e proprio incubo. I due protagonisti sono ben decisi a prendere il loro bottino e fuggire via velocemente. Ma le loro idee su come portare a termine quella rapina, sono totalmente opposte. Ben presto la situazione precipita e comincia a sfuggirgli di mano, innescando così un’escalation di eventi che manda completamente all’aria il loro piano. O almeno così sembra.Perché un evento improvviso fa rivedere il tutto sotto una nuova e diversa prospettiva.

NOTE DI REGIA
Una storia assurda è un testo teatrale che assume varie sfaccettature. In breve tempo infatti la trama assume connotati differenti tra loro, che la trasformano da commedia a dramma, da grottesca a giallo, da surreale a thriller. I due protagonisti, si trovano così impegnati in un’intensa prova di recitazione, che li vede anche obbligati a portare davanti agli occhi dello spettatore, un sequestro di persone che sono solamente immaginarie. Gli attori infatti interagiscono non solo tra di loro, ma anche con presunti clienti e impiegati della banca, che però non sono fisicamente in scena. In questo modo lo spettatore non subisce passivamente la storia, ma ci entra dentro, sentendosi quasi anch’esso un ostaggio e perciò parte attiva dello spettacolo stesso.

I dialoghi veloci, il ritmo incalzante e il linguaggio fanno di Una storia assurda un copione teatrale che presenta forti richiami alla sceneggiatura cinematografica, come alcune citazioni, ad esempio, che ricordano Quel pomeriggio di un giorno da cani di Lumet, Insoliti Criminali di Spacey o Le Iene di Tarantino. Tutto l’ambiente viene ricreato dai dialoghi e dai gesti degli attori, che sono i veri mattatori della scena e che hanno il delicato e fondamentale compito di rendere reale agli occhi del pubblico ciò che è solo immaginario.

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- Cinema

Ella and John – un film di Paolo Virzì

‘Ella & John – The Leisure Seeker’ – un film di Paolo Virzì tratto dal romanzo di Michael Zadoorian.

Non c’è molto altro da aggiungere su Paolo Virzì ma di certo non abbiamo ancora visto tutto, data la sua giovane età e la sua già corposa e premiata cinematografia, se non che ci aspettiamo ancora moltissimi film di buona qualità che riscattino il cinema italiano dalla mancanza di idee e dal decadimento in cui è finito da qualche anno. Citato più volte in questa stessa sede (larecherche.it) il regista s'impone alla ribalta col suo ultimo film ‘Ella & John’ appena arrivato sugli schermi dopo il successo riscosso alla Mostra del Cinema di Venezia. Un film ‘on the road’ che ripercorre La Route 1 sulla East Coast degli States e che termina a Key West dove si trova la casa di Hemingway, tappa disillusoria e conclusiva del dramma che, fra colpi di scena e situazioni comiche, quelle ormai tipiche di Virzì che da sempre ha fatto proprie cogliendo il lato ironico della vita.

Una location tipicamente americana quindi come americana è la storia d'amore che si svolge tra i due anziani personaggi meravigliosamente interpretati da Donald Sutherland ed Helen Mirren, tali da far credere alla leggerezza di due ‘novelli interpreti’ presi appunto dalla strada, quando ben sappiamo ciò che entrambi rappresentano per il cinema e il teatro mondiale, qui impegnati in una sceneggiatura di genere solo apparentemente evasiva. Altresì, che mantiene i suoi punti fermi con coraggio registico nel trattare un tema che potremmo definire usato ma anche abusato dal cinema in genere e da quello americano in modo particolare: quello dell'invecchiamento, la demenza senile e le malattie invasive che hanno costituito terreno di coltura per film belli (vedi per tutti ‘Sul lago dorato’ il film di Mark Rydell del 1981 con i pur immensi Katharine Hepburn ed Henry Fonda), ma anche per retoriche di calibro mediocre.

Un film decisamente ‘poetico’ almeno nell’intento della sceneggiatura che a sprazzi si abbandona e ci regala piccole perle di saggezza (senile ma pur sempre valide) legate alla quotidianità attuale, del tipo “… ma è il paradiso, credi che si possa avere un hamburger quassù?”. Virzì pur conservando intatto il proprio modo di fare cinema ma guardando l'America con lo sguardo di chi ama un certo modo scanzonato di vivere tutto italiano, (si notano infatti alcune discrepanze di linguaggio in quanto certe espressioni non appartengono all’uso americano), coadiuvato dai suoi co-sceneggiatori (F. Archibugi e F. Piccolo) si dimostra invece sempre più in grado di equilibrare (apparentemente senza sforzo) il riso e la commozione, l'ironia e lo sconforto. Quegli stessi sentimenti che pure deve aver trasmesso ai due attori protagonisti che si calano nei loro personaggi (ognuno con la propria tecnica recitativa) al punto di consentirci di ammirarli ex novo.

Non nuova è invece ‘l’ispirazione poetica’ della trama in cui si racconta di due anziani, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren), che partono in camper per un ultimo viaggio di piacere.‘The Leisure Seeker’ è il soprannome del vecchio camper con cui Ella e John Spencer andavano in vacanza coi figli negli anni Settanta. Una mattina d'estate, per sfuggire ad un destino di cure mediche che li separerebbe per sempre, la coppia sorprende i figli ormai adulti e invadenti e sale a bordo di quel veicolo anacronistico per scaraventarsi avventurosamente giù per la Old Route 1, destinazione Key West. John è svanito e smemorato ma forte, Ella è acciaccata e fragile ma lucidissima. Il loro sarà un viaggio pieno di sorprese. Questo professore di letteratura che ricorda le studentesse ma dimentica i nomi dei figli ha lampi di tenerezza nello sguardo che si spengono all'improvviso lasciandolo solo e indifeso. Ha al fianco una moglie volitiva che si è fatta carico del suo e del proprio disagio e ha deciso che la loro storia possa concedersi (così come recita il nome del vecchio camper) una ricerca di quel tempo libero che cliniche e case di riposo vorrebbero loro togliere e che già i loro figli hanno iniziato a condizionare.

Un risvolto amaro che Virzì non dimentica di raccontarci, di come sia faticoso e anche doloroso divenire, a un certo punto della vita, genitori dei propri genitori. Avere cioè la sensazione che coloro che ti hanno tenuto per mano e ti hanno insegnato a muovere i primi passi nella vita debbano infine dipendere da te per compiere invece i loro ultimi.


‘In fuga per la vita con Ella & John’ articolo di Camillo De Marco in collaborazione con Cineuropa.

"Libertà è solo un altro modo per dire che non hai più nulla da perdere..." canta Janis Joplin mentre il vecchio camper Winnebago del 1975 corre sulla Old Route 1, destinazione Key West, Florida, a casa di Ernest Hemingway. Sembra il classico film on the road americano, anche se il regista è l'italiano Paolo Virzì, considerato un erede della grande commedia all'italiana. Protagonisti sono Helen Mirren e Donald Sutherland, anziana coppia del Massachusetts, lei malata di cancro terminale, lui ex professore di letteratura con un Alzheimer che già gli apre improvvisi baratri nella mente. Insieme hanno deciso di partire, ed eccoli in fuga da inutili e crudeli cure mediche per ripercorrere un viaggio già fatto anni prima attraverso un'America neo-trumpiana che ovviamente non riconoscono più. E' Ella, nonostante la sofferenza fisica, che deve badare a John.

L'attrice britannica infonde al suo personaggio forza, allegria e ‘joie de vivre’ sufficienti, Sutherland quella malinconia e saggezza necessari, e anche se battute e situazioni sono tutte già viste, la coppia funziona benissimo per tutti i 112 minuti del film. "Sono una natural born tourist" scherza lei, e lui alla guida (un po' distratta ma esperta) del camper torna con finta gelosia su quel primo fidanzato di lei, discetta di Joyce e Melville con le cameriere dei diner in cui si fermano a mangiare junk food, consiglia un corso serale di grammatica ai due giovani che tentano di rapinarli, si unisce ad un gruppo di sostenitori di Trump: Make America Great Again.

"Viaggiare allarga i tuoi orizzonti", dice John, peccato che dimentichi Ella alla stazione di servizio, di avere due figli ormai quarantenni, persino il nome di sua moglie. Quando la scambia per la vicina di casa, con cui ha avuto una storia solo di sesso mentre lei era incinta, Ella lo pianta per dispetto in una casa di riposo per anziani, per poi andarlo a riprendere e perdonarlo dopo 45 anni. Momenti di felicità, dolore, tenerezza e nostalgia si alternano, innaffiati con Canadian whisky e Diazepam. Lui cita Hemingway al rovescio, "un uomo può essere sconfitto ma non distrutto", lei scrive un'ultima lettera ai figli per spiegare il perché di quel viaggio senza ritorno: evitare loro la visione di menti e corpi in disfacimento.

Ella & John, dal nome dato al vecchio camper, si ispira al romanzo The Leisure Seeker (in Italia "In viaggio contromano") di Michael Zadoorian, autore armeno-americano di Detroit di successo, scritto in forma di diario da Ella. Il libro, ambientato invece sulla mitica Route 66 da Chicago a Los Angeles e Disneyland, non risparmia particolari crudi edulcorati nel film. Virzì ha scritto la sceneggiatura con gli italiani Francesca Archibugi, che aveva collaborato con lui per La Pazza Gioia , e Francesco Piccolo, con il quale aveva scritto La Prima Cosa Bella e Il capitale umano , assieme al romanziere Stephen Amidon, il cui libro del 2005 Human Capital è stato adattato da Virzì nel 2014. Quando la Motorino Amaranto, la società di produzione di Virzì, ha deciso insieme alla Indiana Productions di realizzare Ella & John, Virzì si è rivolto ad Amidon per includerlo nel team di scrittura. Menzione per il direttore della fotografia Luca Bigazzi, noto negli Stati Uniti soprattutto per il suo lavoro ne La Grande Bellezza, film premio Oscar 2013.

Note.

Donald Sutherland, 82 anni, non è mai stato candidato ad una statuetta, nonostante una carriera lunga 50 anni - aveva infatti debuttato nel 1967 con Quella sporca dozzina di Robert Aldrich, - e alcuni ruoli iconici come quello del disincantato e ironico chirurgo militare Hawkeye Pierce di MASH (1970). Più recentemente ha interpretato il Presidente Snow nella saga di Hunger Games. Reduce dal successo a riportato a Venezia per il film di Paolo Virzì The Leisure Seeker, riceverà l'Oscar alla carriera dall'Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, in una cerimonia che lo vedrà protagonista insieme ai registi Agnes Varda e Charles Burnett e al direttore della fotografia Owen Roizman.

Helen Mirren, nata Elena Vasil'evna Mironova (Hounslow, 26 luglio 1945), è vincitrice di un Premio Oscar, tre Golden Globe, quattro Premi BAFTA, quattro Screen Actors Guild Award, quattro Emmy Award e di un Tony Award, per le sue straordinarie interpretrazioni. Tra le più apprezzate attrici cinematografiche, è attiva da quattro decenni in teatro (in particolare shakespeariano), in televisione e nel cinema. Ha vinto il primo dei suoi numerosi Emmy nel 1993 per la sua interpretazione di Jane Tennison nell'acclamata serie TV Prime Suspect (1991-06). È tra le poche attrici nella storia del cinema ad aggiudicarsi due Prix d'interprétation féminine al Festival di Cannes, rispettivamente nel 1984 per Cal e nel 1994 per La pazzia di Re Giorgio. Ha inoltre ottenuto il plauso della critica con la sua interpretazione di Elisabetta II del Regno Unito in The Queen - La regina (2006), per il quale vince l'Oscar alla miglior attrice, il Golden Globe per la migliore attrice in un film drammatico, un BAFTA, uno Screen Actors Guild Award e una Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia.

La colonna sonora, rigorosamente anni ’70 è curata da Carlo Virzì, e include canzoni e musiche originali già utilizzate nel trailer e, presumibilmente, anche nel film sono: Carol King all'inizio e Janis Joplin alla fine, due donne che restituiscono l'atmosfera del periodo; a seguire,Laughing, brano del 1971 di David Crosby estratto da If I Could Only Remember My Name, e Me & Bobby McGee brano del ’70 di Janis Joplin estratta dall’album Pearl, ed altre, per quanto la lista completa delle canzoni e le musiche originali non è ancora disponibile.

Rilevanti (da premiare) i doppiatori che prestano le voci ai due protagonisti, accattivanti e teneri, al tempo stesso credibilissimi con le splendide voci di Giancarlo Giannini e Ludovica Modugno, ed anche tutti gli altri.

In collaborazione con Mymovies.it




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- Cinema

Cinesophia torna ad Ascoli Piceno


CINESOPHIA - La filosofia del cinema torna dal 23 al 24 febbraio al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno

Venerdì 23 e sabato 24 febbraio 2018 Ascoli Piceno ospita la seconda edizione di “Cinesophia, estetica e filosofia del cinema”, il festival organizzato dall’Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno e dall’Associazione Culturale Popsophia, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale.

Dopo il successo della prima edizione, si rinnova la sfida culturale che porterà al Teatro Ventidio Basso filosofi, artisti e giornalisti su un tema che accomuna le opere dei cineasti più amati e le avanguardie dell’ultima generazione: “Realismo Magico”. Un’indagine sulla capacità del cinema di sviscerare gli aspetti perturbanti della quotidianità, in un continuo gioco tra finzione e verità, tra immaginario e reale, tra sogno e veglia.
“Le due giornate – ha dichiarato la direttrice artistica di Popsophia, Lucrezia Ercoli – saranno dedicate alle opere di due grandi maestri del cinema che continuano a influenzare la cultura contemporanea: le geniali invenzioni di Ingmar Bergman di cui nel 2018 si celebra il centenario dalla nascita e le visioni oniriche di Federico Fellini”.
“L’Amministrazione Comunale di Ascoli – ha dichiarato il sindaco Guido Castelli – crede nel progetto di Cinesophia che ha attratto e coinvolto la città, già nella prima edizione, per il suo approccio originale alle tematiche contemporanee. Con Popsophia crediamo di poter diventare un punto di riferimento del dibattito culturale nazionale”.
“Le giornate di Cinesophia di febbraio saranno un’opportunità di riflessione attenta, appassionante e popolare per riflettere sugli infiniti legami che legano i classici al presente” ha aggiunto la vicesindaco Donatella Ferretti.

Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero.
info@popsophia.it

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- Poesia

Fabio Squeo...o la difficile identità del suo essere poeta

Fabio Squeo … o la difficile ‘identità’ del suo essere poeta.

“I poeti fioriscono al buio” – raccolta poetica di Fabio Squeo – Bibliotheka Edizioni 2017. www.bibliotheka.it


Radici.

“Le mie radici appartengono al niente.

Si nasce tra i rovi spenti e ci inalberiamo

nella parvenza di un eclissi di sole.



..ma le radici non appartengono

a questi luoghi insaziabili

così incarnati

nell’oblio che mi sostiene.”


Cancellare i vincoli dell’identità per scivolare nell’infinito errare della poesia nel labirinto delle molteplici coincidenze virtuali della contemporaneità, non è cosa facile da intraprendere. Si rischia di condurre una vita impersonale, immergersi in un’attività di erranza nello spazio e nel tempo impropri delle cose del mondo; che è poi come vagheggiare e/o fantasticare, su qualcosa che va oltre la concomitanza delle situazioni, quasi un voler ‘fuggire da se stessi’, dal frastuono delle diverse identità che si è costretti ad assumere nella concretezza del reale.

Una tangibilità che, estranea alla dissolvenza filosofica, moltiplica l’identità in numerosi altri sé dalla personalità conforme e/o difforme, solo apparentemente diversa quanto più affine a quella ‘desiderata’, ovvero ‘sospesa’ nel rimando della coscienza, come processo narrativo di sé. È allora che dalla relazione fra le due parti, diverse e uguali, narrativa e poetica, si erge il romanziere e il poeta, l’uno compenetrato nell’altro. Da cui le strutture dotte che spesso s’intersecano, si moltiplicano, si completano nel ‘diverso e uguale’ linguaggio letterario:


“..nella bellezza di un sentire che vuol essere dedizione, comprensione, per un’esistenza che oltrepassa le barriere dell’umano.”


Fabio Squeo si inserisce in questa dualità, nei passaggi interstiziali delle forme che appartengono alla parola detta, ancor più che ai segni grafici della scrittura, interponendosi nelle ‘pieghe del tempo’ che ancor giovane ha fatto sue, andando qui alla ricerca del proprio essere poeta pur conservando ‘una mente prigioniera del passato’, che ‘lentamente si consuma’ nelle ‘incertezze degli istanti’ che lo ‘separano dalla vita’. Un ‘consumarsi sotto il sole dell’esistenza’ che sembra non concedere(gli) tregua, ma che altresì l’aiuta a trovarsi e/o ritrovarsi, al di qua e al di là della soglia di avanzamento della propria esperienza poetico – crepuscolare:


“..scorgo in lontananza l’immagine

del mio palpito furibondo

offuscato dai macigni di un tempo infinito

ma il cuore finge di ascoltare



Il suo melanconico canto

mi accompagna oltre i confini della realtà.”


Esperienza maturata nell’alone di quella dissolvenza filosofica che l’ha accompagnato per tutto il tempo degli studi peculiari alla sua formazione, e che oggi, diversamente, invade la sua sopravvivenza come uomo di cultura alle prese con una realtà globalizzata diversa e/o discorde, scollegata dalla sensibilità poetica e la fragilità dei propri sentimenti, forse provati ma non necessariamente contrastati, seppure fortemente inquieti nel loro ‘eterno divenire’ che lo porta ‘a fuggire a mani vuote’ nella pur ‘spensierata illusione di esistere’:


“..e domani sarò ancora qui

con un altro giorno

e col freddo dell’eterno divenire.”


L’immagine delle ‘mani vuote’ rende particolarmente efficace l’inquieta ‘solitudine’ che l’autore vuole significare e che traspone con enfasi nel linguaggio poetico di molte sue liriche, nelle quali è più sentita la sua ‘pena’ nel ‘l’oblio che mi sostiene’, talvolta disarmante se si pensa alla sua giovane età che, come un ‘disegno imperfetto’ sembra aver già spazzato via tutto di quanto la vita futura altresì, potrebbe serbare alla sua esistenza feconda di nuove ‘esistenze e resistenze’, comunque esperienze per una ‘libertà ritrovata’:


“Vorrei librarmi ad alta quota

prima che il gelo della radura

faccia calare un altro sole.”


Appassionati i suoi costanti riferimenti ai flutti, agli abissi, ai moti ondosi del ‘mare’e a tutto ciò che esso contiene in sé, dalla sabbia, ai detriti di rocce e conchiglie, ai residuati che in altre parti diventano dune e intere oasi. Così come i riferimenti alla terra, ‘la sua terra natia’, strappata dal vento, nel risalire dei fiumi; e alla pioggia come ‘brezza allo stato primordiale’ che sembra ascendere anziché cadere nello specchio lunare, come per una rivoluzione cosmica in cui il sole, dominatore implacabile del giorno, non è che una lampada del suo soggiornare nel vivere, che prosciuga ‘la sete della sua conoscenza’:


“Nuove onde muovono la mia zattera

ma i misteri del buio scorrono dovunque

là dove il mio occhio inquieto non può arrivare…”



“Le grida di un gabbiano

e le incertezze degli istanti

che mi separano dalla vita...”


E via, via così nel prosieguo di intenti poetico - linguistici che trovano conferma nella scrittura musicale della frase, nelle assonanze evocative dei verbi e/o nelle colorature aggettivate rivolte al sentimentalismo d’amore, sofferto più che ammirato, interiormente vessato più che realmente vissuto, frutto di una pena o forse di un pentimento che chiede qui, sulle pagine bianche del libro, negli interstizi dei componimenti scritti, la sua redenzione o forse la sua dannazione. Chi siamo noi per giudicare il ‘verbo’ di chi sa? Chi è in grado di accordare al ‘poeta’ la sua espiazione, di riscattare la ‘sua’ verità? La poesia come la musica non nasce dalle parole ma dai sentimenti, affrancata da indulgenze come da assoluzioni si espande libera nell’aria, il suo addivenire è nel canto interiore e profondo del ‘buio’:


“I poeti fioriscono al buio,

nascosti tra le rupi della notte

tendono il loro pugno sopra il grano

quando il sole capriccioso se ne va.”


Come anche in quello estrinseco e tumultuoso del cuore che, nel costante battere svela il proprio desiderio di rivelarsi all’altro e/o agli altri, per comunicare il proprio stato primordiale, il proprio avvento nella natura che a braccia aperte l’accoglie, il proprio narcisistico attaccamento alla vita, l’essere qui, oggi, al centro dell’esistenza matura dell’uomo che si rivela:


“Si è nascosto il sole

dietro la foglia appassita

e sotto le coperte ingiallite

ove il poeta si scopre

brandisce la spada della malinconia..



..danze di spuma disancorano

la voce del mare

e i nostri palpiti d’amore

naufragano cullati

nel disegno imperfetto dei nostri sensi.”


Perché in fine questo è il ‘poeta’, colui che ha ricevuto in eredità il suono e il canto iniziali, afferente a ciò che noi tutti siamo, individui effettivi del nostro comune essere, spuri abitatori d’una costellazione imperfetta nel ricalcare l’orma pessoana di ‘Una sola moltitudine’, l’essenza stessa della nostra vita:


“..nella solitudine del poeta / … / quando il fumo delle notti / agita le sue onde. /…/ la nascita non è più una nenia / oscura / da ricordare / ma una fulgida gemma / di acero fiorito”.


Fabio Squeo, laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, è studioso del pensiero di Sartre e della filosofia esistenzialista del XX secolo. Autore di poesie svolge la sua attività di saggista e curatore di opere letterarie e collabora ai progetti editoriali della casa editrice Limina Mentis.


Tra le sue pubblicazioni:

“Jean-Paul Sartre e il fenomeno della coscienza nelle sue relazioni con l’altro.” - Bibliotheka Edizioni 2014.

“Alber Camus e la condizione umana come testimonianza dell’assurdo” - Bibliotheka Edizioni 2014.

“Heidegger, Lacan, Sartre, Lévinas: L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza.” - Bibliotheka Edizioni 2017.


Nota: Tutti i virgolettati sono tratti dalla raccolta poetica “I poeti fioriscono al buio” - Bibliotheka Edizioni 2017.

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- Viaggi

Christmas Happiness / 4 in viaggio.

CHRISTMAS HAPPINESS / 4
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): libri ‘strenna’ per il Natale che viene, quanto basta di poesia, qualche mostra, un concerto, per chi ha intenzione di fare un viaggio, il resto createlo Voi lettori … in fondo Natale è anche Vostro, o no?

Viaggiare nel passato, nel presente, nel futuro …
Ogni libro è un ‘viaggio’, o almeno è in divenire un ‘viaggio’ all’insegna della novità che rappresenta. Mi spiego meglio, lo è in funzione del tempo in cui il singolo lettore in esso si rappresenta. Il suo farsi ‘viaggio’ non è nel gioco di parole che riempieno le pagine, quanto nel dipanarsi del percorso via via che la storia narrata prende forma e ci coinvolge. Allora ‘viaggiare’ è come essere dentro le pagine del libro, condividere gli sviluppi narrati, farsi partecipi delle emozioni (idilli, concetti, metamorfosi, illusioni, sogni, amori ecc.) d’ogni singolo autore capace di trascinarci con sé, nel suo mondo reale oppure confinante con l’irrealtà, addirittura estremo, purché coinvolgente l’intimo dei nostri desideri reconditi, le nostre sensazioni epidermiche nell’effluvio di quell’essenza “che in noi respira”.
Sorpresi talvolta, in certi passaggi narrativi, di ritrovare noi stessi nel presente di una realtà ancora più sconvolgente, senza accorgerci che nel libro si sta parlando dell’antica Cina, o di un futuribile ‘viaggio’ su Marte; di ‘antiche sere’ passate sul Nilo o dell’ ‘odore dell’India’ che si respira sul Gange; sospesi sull’orlo dell’abisso della ‘garganta del diablo’ a Iguassù in Brasile, o dispersi nel deserto del Sahara, mentre siamo avvoltolati nelle coperte del letto o sdraiati comodamente sul divano di casa nostra a Roma, a Firenze o a Milano, come sul grattacielo più alto del mondo.
Ma se è vero che ‘tutto cambia nulla cambia’, è allora che dalle pagine di un libro possiamo amare ogni altro/a diverso da noi stessi allo stesso modo che provenga dall’appartamento di fronte o dal ‘pasadiso perduto’ alla periferia d’ogni grande città metropolitana. Possiamo finanche restare affascinati da ‘Il Barone di Munchausen’ o ‘Il visconte dimezzato’, da ‘La fattoria degli animali’o da ‘I viaggi di Gulliver’; essere dalla parte di Moby Dick o del Capitano Achab, dalla parte del Gobbo di Notre Dame o della bella Esmeralda; ed anche del Dott. Jeckyl o di Mr.Hyde, perché in fondo l’amore è universale e può chiamarsi amore solo quando è amore ‘nel bene e nel male’afferente alla nostra vita …

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.” : (dal film ‘Blade Runner’).

Ma se “la felicità è reale solo quando è condivisa” : (dal film ‘Into the wild’), allora è ‘tempo di vivere’, e di vivere la vita fino in fondo. Per dire che possiamo viverla quando e quanto vogliamo, lasciandoci ‘prendere’ dalle pagine di un libro che ci coinvolge in nome di quell’amore che non accetta la diversità di pelle, di razza, di genere, e che ci pone tutti sulla stessa linea di partenza per un ‘viaggio’ che potrebbe non finire mai …

Ɣ – “LA VIA DELLA SETA”, Dèi, Guerrieri, Mercanti – di Luce Boulnois - Bompiani ristampa 2017.

Ma il viaggio è davvero mai finito? Certo che no! Continua ancora fin dai tempi di quell’intraprendente di Marco Polo autore de “Il Milione”, (1295 circa) una vera e propria enciclopedia geografica che riunisce le conoscenze essenziali disponibili alla fine del XIII secolo, ricco della descrizione geografica, storica, etnologica, politica, scientifica (zoologia, botanica, mineralogia) dell'Asia medievale. Le sue descrizioni contribuirono alla compilazione del “Mappamondo” di Fra Mauro ed ispirarono i viaggi di Cristoforo Colombo.
Un libro redatto in una nuova edizione aggiornata che vale la pena di rispolverare, ideale per tutti coloro che intendono approntarsi al viaggio della loro vita, ma … “Cosa intendiamo in realtà quando diciamo Via della Seta? Una promessa di bellezza, bellezza di paesaggi, di montagne sovrumane e deserti leggendari. Bellezza dell’arte di un lontano passato buddista, dell’architettura musulmana. Un viaggio lungo dodicimila chilometri che separano la Grande Muraglia dalle sponde del Mediterraneo.”
Così, in questo libro magnificamente scritto che copre più di dieci secoli di storia, attraverso un’analisi rigorosa e documentata, risponde a ognuna di queste domande, raccontandoci i rapporti tra Oriente e Occidente e le reciproche influenze alla luce delle ultime scoperte archeologiche e dei recenti sconvolgimenti geopolitici. Un compendio di nomi di luogo ‘in indice’ e dei nomi di persona ‘in analitico’ che hanno fatto la storia, di luoghi sognati che spesso hanno fatto la stravaganza di viaggiatori; di mercanti che hanno favoleggiato sulle cose viste dando luogo a leggende; di divinità e di eroi vividi solo nella fantasia di scrittori audaci, favolosi regni che oggi diremmo di mondi paralleli alla nostra esistenza, rintracciabili ‘in indice’ alle numerose cartine di riferimento, di grande interesse per studiosi e ricercatori; nonché per l’insieme delle note esplicative al testo.

L’autrice, Luce Boulnois, scomparsa nel 2009 è stata una storica e ricercatrice nel vero senso della parola, ha lavorato per trent’anni al Centre national de la recherche scientifique, riconosciuta come autorità mondiale sulla Storia della Via della Seta e degli scambi transhimalayani, che ha riversato nello studio prodigioso e appassionato di tutta una vita.

Ɣ – “LA VIA DELLA SETA”, Una storia millenaria tra Oriente e Occidente – di Franco Cardini e Alessandro Vanoli – Il Mulino 2017

È il caso di dire ‘Il viaggio ricomincia’ (cap. conclusivo) ma questa volta colto da un altro punto di vista che non è solo quello emerito storico-professionale, quanto quello del vademecum che accompagna il lettore attraverso le fasi più autentiche, investigate e accertate della Via della Seta di cui rilevanti sono gli aspetti socio-economico-politici qui trattati con rigorosa affermazione. C’è molto dell’Italia in queste pagine in cui la storia ‘inusuale’ (spesso ignorata o poco trattata) che scorre dal Mediterraneo alle vie d’acqua dell’Oceano che dal passato giunge fino ai nostri giorni,la cui trattazione tocca “Le trasformazioni della via della seta verso un mondo globale” (cap. XIII), fino ad entrare ne “Il grande gioco” (cap.XVI) in cui l’Asia incontra l’Europa attraverso il colonialismo, l’avvento delle ferrovie famose, e tutto ciò che ne consegue …

“C’è al mondo, che si sappia, solo un’altra cupola come quella della tomba di Tamerlano a Samarcanda. Dunque le ciminiere devono essere dei minareti. Mi sono coricato, come un bambino la notte della vigilia di Natale, con l’impazienza dell’indomani. Viene il mattino. Esco e mi sposto sul tetto adiacente all’albergo da cui vedo sette colonne celesti che sorgono dai campi spogli e si stagliano contro le diafane montagne colore dell’erica. L’alba getta su ciascuna uno sprazzo d’oro pallido. In mezzo ad esse risplende un’azzurra cupola a forma di melone, con la sommità smozzicata. Hanno una bellezza che va oltre l’elemento scenografico, legato alla luce e al paesaggio. Visti da vicino, ogni piastrella, ma anche ogni fiore e ogni petalo del mosaico, danno il loro contributo geniale all’insieme. Perfino allo stato di rovina quest’architettura parla di un’età aurea. La storia l’ha forse dimenticata? Non è un oblio totale. Ma gli artisti e la vita che le hanno prodotte, e questi edifici, occupano uno spaziio esiguo nella memoria del mondo.”

“Oggi quel percorso sta cominciando a unire paesi che aspirano a svolgere un ruolo dominante sulla scena mondiale. Difficile fare previsioni su come tutto questo trasformerà Oriente e Occidente. ... Ecco perché riprendere oggi il filo di questa storia millenaria può essere così importante: che lo si voglia o meno la Via della Seta ha a che fare con le nostre radici e col nostro destino.”

I due ‘autorevoli’ autori:
Franco Cardini, prof emerito di Storia medievale all’Istituto Italiano di Scienze Umane e Sociali Scuola Normale Superiore. Directeur de Recherches nell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e Fellow dellaHarward University. Autore di moltissimi libri di Storia Medievale. Ha un curriculum ampio da riempire un toma, colmo di pubblicazioni in tutto il mondo. Per il Mulino ha tra l’altro pubblicato «Gerusalemme » (2012), « Istanbul » (2014), « Samarcanda » (2016), tutti recensiti dall’autore sulla rivista letteraria larecherche.it

Alessandro Vanoli, esperto in storia della filosofia medievale presso l'Università di Bologna. Ha studiato arabo presso la Bourguiba University di Tunisi ed ebraico a Bologna. E' attualmente docente di Politica comparata del Mediterraneo presso l'Università di Bologna (sede di Ravenna) e docente di Cultura Spagnola presso l'Università Statale di Milano. Ha svolto ricerca presso università e centri scientifici in Germania (2000), Tunisia (1999, 2000, 2004), Argentina (2004), Spagna (1999, 2000, 2005). Con il Mulino ha pubblicato “La reconquista” (2014), “Andare per l’Italia araba” (2014), “La Sicilia musulmana” (2016).

Ɣ - Di ‘viaggio’ al di là del conosciuto si narra nel visionario e apocalittico “Lanark: una vita in quattro libri”, di Alasdair Gray – Safarà Editore (in cofanetto 2017), in cui si narra dei destini di due città che corteggiano il dissolvimento, Unthank e Glasgow, mentre fluttuano incerte sul limitare del passato e del futuro. Lungo le loro strade tortuose verranno dipanati gli intricati fili che uniscono le vite di Lanark e di Duncan Thaw i quali, nell’attraversare un vasto e labirintico universo simbolico, ci conducono nei sentieri battuti dell’uomo contemporaneo, tanto pericolosi quanto seducenti, tanto impensabili quanto reali.
Pubblicato per la prima volta in lingua inglese nel 1981, Lanark ha immediatamente collocato Gray nell’empireo dei più importanti autori britannici ed è stato comparato, tra gli altri, a Dante, Blake, Joyce, Orwell, Kafka, Huxley e Lewis Carroll. Per una più completa informazione sull’opera propongo qui di seguito il commento di Vanni Santoni pubblicato mercoledì, 20 settembre 2017 sul blog di approfondimento culturale Minima & Moralia:

Le possibilità dell’indagine postmoderna nella prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray.

La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di ‘Lanark’ di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981 propone alcune riflessioni su uno dei miei libri preferiti: Lanark di Alasdair Gray, di Jeff VanderMeer.

Nella terribile devastazione dello scenario che ci offre Alasdair Gray nel suo romanzo, mentre sulla distopica città di Unthank spira un vento freddo «misto all’odore salato di alghe putrescenti», bocche giganti calano dal cielo per divorare il protagonista Lanark. Lanark ne viene inghiottito, e lo stesso accade al lettore. Le visioni evocate da Gray nel suo capolavoro sono tanto apocalittiche quanto politiche: «Io credo che esistano città in cui il lavoro è una prigione, il tempo uno stimolo e l’amore un peso» dice Lanark; la dragonite, affezione che da subito lo colpisce, è «una patologia comune, come le bocche, i mollicci o il rigor pigolante», che incrosta gli arti dei cittadini con una «pelle fredda e lucida di intenso verde scuro» portandoli a far emergere la propria natura nascosta. Ma quando il tema della giustizia sociale si intreccia a tal punto con la dimensione fantastica, un critico che cercasse di smontare e analizzare tali visioni rischia di essere a sua volta inghiottito.
Gray esplicita le sue intenzioni attraverso le parole della nemesi di Lanark, Sludden: «La metafora è uno degli strumenti più essenziali del pensiero. Ma l’illuminazione a volte è tanto brillante da abbagliare anziché rivelare». 
Se la fortuna di Lanark può risiedere nell’uso della metafora in prosa, il genio di Gray sta nella sua abilità di ritrarre la lotta dell’individuo contro istituzioni disfunzionali mantenendosi sempre nei duplici termini del personale e del fantastico.
Come lo stesso Gray ha affermato durante un’intervista: «Il mio approccio ai dogmi e agli standard istituzionali, chiamiamolo “il mio approccio alle istituzioni” riflette il loro approccio nei miei stessi confronti. Nazioni, città, scuole, agenzie di marketing, ospedali, forze di polizia, sono state create dalla gente per il bene della gente. Non posso vivere senza di loro, non lo desidero e non mi aspetto che possa accadere. Ma quando li vediamo lavorare per aumentare la sporcizia, la povertà, la sofferenza e la morte, allora qualcosa è andato storto. Tutti soffrono di tale distorsione, e per questo motivo è un aspetto presente in tutti i miei romanzi, eccetto quelli più blandamente d’evasione».Il romanzo, oltre alla vita di Lanark nella città fantastica di Unthank, ha un secondo epicentro in quella di Duncan Thaw, sua precedente incarnazione, in quella reale di Glasgow. Thaw cresce e si forma in una Glasgow ostile e decadente, che cercherà di illuminare dando vita a un’arte grandiosa; fallirà nel tentativo, e si toglierà la vita dopo aver verosimilmente ucciso un’amica.
Lo ritroveremo trasfigurato in Lanark nella città di Unthank, quasi essa fosse l’inferno a cui è destinato. Lanark arriva a Unthank senza alcuna memoria del suo passato come Thaw, del quale riceverà nozione, grazie all’intervento di un oracolo, solo alla fine del primo libro. Mentre cerca di scoprire la propria identità, Lanark si aggira per quello che è lo specchio deformato di una città, in cui tutti i vizi e i problemi del mondo “reale” sono stati amplificati e distorti. Ma non appena Lanark recupera la memoria della sua vita come Duncan Thaw, e quindi della ragione del suo essere lì, si lancia nel frenetico tentativo di salvare la città di Unthank dalla distruzione: il piano fantastico diventa la “realtà” e le letture si ribaltano.
Gray divide di proposito il suo romanzo in quattro “Libri”. Tuttavia, quello che tecnicamente è il primo libro, è chiamato Libro Terzo; seguono il Libro Primo e il Libro Secondo (nei quali si racconta la storia di Thaw) e infine il Libro Quarto, dove è nuovamente protagonista Lanark. La ragione più pragmatica di una simile dislocazione cronologica è quella di introdurre per prima cosa il lettore al fantasmagorico mondo sotterraneo di Unthank. Considerata la qualità intensamente realistica e piuttosto cupa della sezione dedicata a Glasgow, l’estremo surrealismo di Unthank sarebbe stato troppo stridente per il lettore se presentato dopo i primi due libri. Invece, Gray si assume il rischio calcolato di posizionare le sezioni realistiche in mezzo, così da farle apparire più integrate nella narrazione, e nell’utilizzare quest’ordine riesce a far percepire le scene naturalistiche come fantasy, perché sono “fantasy” agli occhi degli abitanti di Unthank, e apre così alla possibilità di un’interpretazione alternativa in cui Glasgow è l’inferno e Unthank la realtà, e non viceversa …

“Vuol dire che siamo casi eccezionali. Non sono in molti a pregare per ottenere una via d’uscita. la maggior parte passa la vita a temerla” (Alasdair Gray)

Non a caso ‘Lanark’ è stato definito in molti modi da molti scrittori e critici. Anthony Burgess lo ha innalzato a capolavoro. John Crowley e Micheal Dirda hanno elogiato la straordinaria visione e la genialità delle singole scene dell’opera, mentre hanno criticato l’accresciuto contenuto allegorico dell’ultima parte del romanzo. L’opera vira in effetti verso l’astrazione nel Libro Quarto, e il rapporto tra dialogo ed esposizione si alza pericolosamente. Gray arriva a far dialogare Lanark con se stesso e dedica un capitolo a catalogare i propri furti ai danni di scrittori morti. Se è vero che un capitolo del genere può rallentare l’impulso della narrazione, nel caso di Lanark simili critiche sono irrilevanti, per la stessa identica ragione per cui sono irrilevanti le critiche ai capitoli sulla caccia alla balena in Moby Dick. La correzione di questi “difetti” deruberebbe entrambi i libri della loro genialità: il marchio di fabbrica di uno scrittore originale è quello che rende l’autore diverso e non può essere separato da quello che rende lo stesso scrittore bravo, e gli “spigoli” di Gray finiscono anzi per assomigliare a delle profezie.

Cosa ancora più importante, nei termini del contenuto fantastico, Lanark offre un esempio unico dell’uso dell’elemento fantasy nella critica sociale. A differenza della Fattoria degli animali (1945), di Candido (1759) o dei Viaggi di Gulliver (1726), Lanark non intende essere solo una parodia, una satira o una parabola. Se Gray tende a incorporare fantasy e fantascienza, lo fa per poter sfruttare appieno tutti gli strumenti appropriati, e perché l’idea di un’immaginazione priva di confini rappresentano la stessa personale ricerca della luce da parte dello scrittore. Anche se non è un surrealista, Gray appoggia l’idea della “bellezza convulsiva”: la bellezza, anche quella più feroce, al libertà. L’umorismo nero, l’ossessione per la giustizia sociale, la formazione di un artista, i difficili atti di comunicazione fra i sessi, l’omaggio, anche se in forma alterata, a Glasgow: tutto questo, pur miscelandosi a una dimensione assolutamente fantasy, si manifesta con pienezza in Lanark, il romanzo che rappresenta lo zenit dell’eccentricità di Gray, del suo difficile genio e delle possibilità stesse dell’indagine postmoderna.

Jeff VanderMeer è autore di racconti e romanzi con i quali ha vinto il Nebula Award, il BSFA Award e il World Fantasy Award, e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Nel 2015 Einaudi ha pubblicato Annientamento, Autorità e Accettazione, volumi della “Trilogia dell’Area X”.

Vanni Santoni (1978), autore del commento, dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per Minimum Fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.

Ɣ - Ci sono molti modi di viaggiare più o meno organizzati da grandi compagnie del turismo che salvaguardano l’aspetto commerciale di iniziative non sempre all’altezza degli impegni presi sulla carta, oppure, al contrario sviluppare un interesse da ‘turista fai da te’ non proprio consigliabile. Un altro modo è quello di affidarsi alla propria idea del viaggio culturale ‘come finestre da esplorare’; come nel caso dell’iniziativa realizzata dal Mulino con Viaggi di cultura di Bologna, che propone un modo diverso di viaggiare, occasione di confronto con intellettuali e uomini di cultura per entrare in contatto con la storia viva di un paese.
Viaggiare quindi fuori dai tracciati fisici e mentali di un frettoloso consumo turistico, può rivelarsi un'avventura culturale emozionante e profonda, una finestra che si apre su nuovi orizzonti da esplorare. È questo il senso dell’iniziativa pensata per piccoli gruppi di viaggiatori che hanno in comune l’amore per la scoperta culturale, accompagnati da una guida esperta e appassionata, sono condotti a scoprire la ricchezza di valori che ogni luogo foggiato dagli uomini possiede e può dispiegare, se lo si sa vedere con gli occhi giusti, se lo si esplora anche negli angoli più riposti, nelle molte facce della sua storia.

Tra le proposte dell’inizio del 2018 è di notevole interesse il viaggio nella “Grecia classica”: ‘quando tutto era nel segno degli déi, di santuari e oracoli’, con l’assistentza culturale di due esperti: Claudia Lambrugo e Donatella Puliga. In programma ad Aprile:

“La religione del mondo greco - scrisse Walter Burkert - in certa misura è conosciuta da sempre, però è tutt’altro che nota e comprensibile; apparentemente naturale, eppure atavicamente straniata, insieme raffinata e barbara, essa venne presa come guida nella ricerca dell’origine della religione in senso assoluto, mentre invece rappresenta un fenomeno storico unico e irripetibile...”

La religione greca sopravvisse nella cultura occidentale grazie a molteplici forme di tradizione: in primo luogo la sua presenza nella letteratura antica e la polemica che i Padri della Chiesa ingaggiarono in modo pressoché sistematico contro di essa. Eppure nulla contribuì così tanto a una sua popolarità quanto l’uso e l’interpretazione allegorica che se ne fornì nel corso dei secoli. Gli dei trasformati ora in princìpi naturali ora in entità metafisiche; le loro emozioni, vicende, storie che diventavano allegoria della vita umana condussero l’intero mondo religioso greco all’interno del Cristianesimo senza che se ne avvertisse il contrasto, o l’opposizione.
La religione greca sopravvisse per secoli - misteriosa e incompresa - come una abituale compagna di strada, di cui si crede di conoscere tutto e a cui non si domanda più nulla, perché - si pensa - tutto è già noto. Solo recentemente la religione dei Greci è uscita da questa improbabile collocazione e ha iniziato il lento recupero di una sua dimensione più vera e scientifica. Figlia di un’aggrovigliata preistoria, essa affiora già nelle grotte umide e mai abitate dall’uomo, nelle fronde delle querce, nell’oscurità impenetrabile degli spazi e delle esperienze. Nella sua profonda alterità, che è una sfida scoprire, soprattutto se presumiamo di partire dai nostri monoteismi.

In breve la religione greca resta una delle più misteriose e complesse questioni dell’umanità occidentale. A questo mistero è dedicato il nostro itinerario di aprile. Le vette delle montagne, le fonti; gli innominabili riti, le follie orgiastiche dei culti legati a Dionisio; l’immoralità del comportamento degli dei, la loro dissolutezza sessuale; l’egoismo più sfrontato; il non arrestarsi neppure davanti al crimine più mostruoso: il parricidio. Eppure nel segno di questi dei, ora a loro ispirandosi ora a loro contrapponendosi, il cittadino e la polis greca costruirono un sistema morale di tutt’altro segno, e che pare a noi quasi familiare. Ma nulla è più lontano di ciò che sembra assomigliarsi.

Un viaggio completamente nuovo. Raccoglie alcune delle vedute più selvagge della Grecia, coinvolge divinità fondamentali per la conoscenza di quel mondo: tra queste Apollo, Artemide, Atena, Dionisio, Poseidone. Coglie le loro forme di comunicazione con il mondo degli uomini e delle donne. Un viaggio che ha l’ambizione di aprirci un varco nuovo in una cortina di note vicende mitologiche, per penetrare nell’oscuro silenzio che in gran parte ancora avvolge la spiritualità del mondo greco. E consegnarci alla meraviglia e allo stupore di cui tutti - oggi più che mai - abbiamo bisogno.

In programma ad Aprile /Maggio “Gerusalemme”, La Città Santa per Ebraismo, Cristianesimo e Islam, con l’assistenza culturale diell’ormai ‘mitico’ Franco Cardini.
Non è un viaggio di religione, ma sarà impossibile affrontare Gerusalemme senza inserirla nel contesto di città santa a tre religioni. L’occupazione del luogo e le sue vicende hanno creato uno spazio che - unico al mondo - è anche luogo dello spirito. Ne è seguito un impegno a testimoniare al tempo stesso la fede e la cultura di chi l’ha professata, generando dinamiche che nella loro spesso tormentata complessità hanno creato questo unicum urbano, culturale e spirituale.

Il progetto, pur nella consapevolezza che esistono questioni complesse e fedi profonde, è ispirato alla città stessa. Come coloro che l’hanno fondata e abitata per secoli, l’hanno vissuta prima e dopo la distruzione di epoca imperiale romana fino all’epoca presente. Come gli ebrei di Gerusalemme e quelli che qui si recavano sono sopravvissuti alla diaspora, all’islamizzazione del territorio circostante fino all’epoca contemporanea.
Come i cristiani si mossero in questi spazi che erano sacri a Israele e a partire da Elena se ne appropriarono anche dal punto di vista monumentale, costruendo alcuni degli edifici più straordinari del periodo costantiniano. Infine cosa fu Gerusalemme per l’Islam e come avvenne che la città si ornasse di edifici che non hanno eguali nel mondo islamico. Sicché a partire dall’epoca omayyade e poi per tutto il grande periodo mamelucco la città fu viva e ricca e - talora - servì a rivendicare una sorta di autonomia da La Mecca.

La storia di una capitale religiosa che conobbe momenti drammatici – come ben sappiamo – ma che è assai più lunga e complessa dei franchi, delle Repubbliche Marinare e della tragedia delle Crociate. In definitiva, e per molti secoli, Gerusalemme è stata la testimonianza più indiscuribile e famosa di un lungo processo di condivisione. Della possibile coesistenza di popoli e di fedi che hanno più cose in comune di quanto non sembri o non vogliano, in determinati momenti, confessare. Un itinerario splendido, magistralmente condotto.

Il programma è indubbiamente tra i più impegnativi e interessanti da farsi ma non l’unico, molti altri si susseguiranno durante l’intero arco dell’anno. Per maggiori informazioni:
www.viaggicultura.com / segreteria@viaggicultura.com,
Viaggi di Cultura tel. 051233716 (09-13,30).

Ma se Natale può sembrare ormai una parola consumata e ambigua è pur sempre reale, dunque proviamo a pronunciarla in modo differente fino a capovolgerne il senso allo stesso tempo diverso e uguale, facciamone il ‘meeting point’ per una lettura nuova del mondo, contrasssegnamolo come lo spartiacque fra due ere: ‘prima e dopo di noi’ e ritrovarne il naturale prosiegue all’interno di quell’unione che sfocia nella famiglia, in cui la nascita di un figlio segue al viaggio intrapreso dal progenitore. Ecco che allora ‘Natale’ trova il suo posto in un nuovo calendario delle nostre azioni attraverso ogni territorio che avremo scandagliato; tramite d’unione di noi con gli atri, divenendo esso stesso parola, addobbo, luminaria, regalo, dono, musica e folklore di cui nessuna cultura saprebbe privarsi.

Soprattutto sarebbe l'inizio di un ‘viaggio’ intrapreso senza biglietto di ritorno, alla scoperta di quei luoghi che nessuno ormai più conosce, legato a storie dimenticate nell’invenzione nostalgica di qualcosa ch’è stato, come per un ritorno alle origini di un linguaggio figurativo animato di docile stagnola che ognuno modella secondo la propria fantasia, con personaggi re-inventati all’uopo per un teatrino che si configura, ogni volta diverso, che pure si ricrea, in un gioco interscambiabile di quinte, di sfondi e paesaggi ‘impossibili’ che pure ogni volta si ricrea nell’invenzione di più rischiosa utopia quale il nostro costante andare. O meglio, come il nostro viaggiare nel passato, nel presente, nel futuro, nel nostro ‘Presepe’ quotidiano …

Così accadeva anno dopo anno, e accade ancora, generazione dopo generazione nel prosieguo della nostra eternità, di costanti ‘viaggiatori’ sulle ali del tempo:

‘In viaggio’(di Gioma)

Nessun viaggio ci porta lontano
così lontano
come il rimuginare della Terra
la nostra Terra (che trema)

né la scossa che dall'Inferno avanza
né l'acqua che dal Cielo cade
né la speranza che può venir meno
né il canto che talvolta il cuore inganna

sopravvivremo
nel rigenerarsi del Tempo
nei sogni che avremo avanzati
nei 'figli' che avremo lasciati

perché noi siamo la voce
dell'eterno evolversi del Mondo
seppure un giorno, sappiamo
dovesse esplodere questa nostra Terra

allora saremo polvere cosmica
molecole di luce che il poetare produce
che nella continuità di questa Vita
di per sé non abbandona

che l'amore è canto
e non basterà l'annientamento
che la parola esalta
sublime la presenza del Tutto

no, nessun viaggio ci porterà lontano
così lontano da qui perché noi siamo
viaggiatori sulle ali del Tempo
in cerca di un'ultima parola.

Buon Natale … e buon viaggio.



*

- Libri

Christmas Happiness / 3


CHRISTMAS HAPPINESS / 3
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): libri ‘strenna’ per il Natale che viene, quanto basta di poesia, qualche mostra, un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo Natale è anche Vostro, o no?

Capita sempre più spesso che qualcuno lamenti una certa disillusione nell’amicizia asserendo che in certi casi ci si è fidati degli amici sbagliati di cui dispiacersi, o che dovremmo compiangere. A mio parere non esistono amici sbagliati, quando invece siamo noi che sbagliamo a sceglierli. È ovvio che dovremmo essere più cauti nel chiamarli amici. Comunque capita che ci illudiamo dell’amicizia di qualcuno/a che (forse) non la merita e che spesso, distribuendo ‘perle ai porci’, la dispensiamo senza ragione. Personalmente credo nell’amicizia e posso affermare di aver trovato tanta bellezza intorno a me, a volte è bastato poco, l’importante è nel non pretendere nulla in cambio se non l’amicizia stessa. È sempre un investimento di benevolenza che trova la sua forza nel donare e donarsi. È un po come Natale, che ogni anno ritorna con il suo carico di gradevolezza e felicità, con un sussulto di gratificazione e appagamento nell’amore verso gli altri.

Molto dipende nella nostra anima, quell’anima a noi cara eppure misconosciuta che opera in nostra vece senza che neppure ce ne accorgiamo, ma che sappiamo esserci cara anche quando si scontra con la nostra intemperanza, con le nostre istintive ribellioni che, in ultima istanza, sono parte della nostra essenza umana. Non esistono bambini cattivi in natura, gli esempi che spesso ci raccontano gli altri sono cosruiti a bella posta per esorcizzare le nostre paure ancestral. I cattivi sono spesso il frutto di sofferenze e malvessazioni subite, di opposizioni ed esperienze di rifiuto, di successive interferenze malevole, scaturite dall’eccesso di avidità, cupidigia di possesso. Se non fossimo così pretenziosi e pretestuosi forse vivremmo in ‘pace’ con la nostra animalità inquieta, ci riconcilieremmo con quell’ “anima amica” che pure un giorno incontreremo sul talamo nuziale della nostra vita:

‘ANAM CARA' (in lingua gaelica, forma per dire ‘anima amica’)

Anima cara
sempre in viaggio
nel luogo estremo
dove non esiste distanza
fra noi e l’eterno
rischiara nello splendore della solitudine
il nostro cammino interiore
come poetica di crescita
l’antica saggezza
esalta la bellezza dell’invisibile brama
cui tendiamo le mani
e il petto …

Anima amica
accogli
nella spiritualità arcana dei sensi
il nostro raccolto
nel mistero che non ci lascia mai soli
affamati di desiderio
che nessuna immagine
potrà mai placare
onde il noto e l’ignoto
il temporale e l’eterno
quale unico accesso
di questo primario e ineludibile senso …

Anima silente
fedele
all’immagine primaria
segno visibile della grazia invisibile
specchio inclinato
dove vedere e riconoscere
l’intimo suffragio dell’amicizia interiore
iniziatrice e sovvertitrice
della legge segreta della vita
dell’universo intero
trasfigurazione recondita d’una entità estatica
ascosa nell’ignoto nostro essere …

Anima mia
rivelazione invocata
sublime unità d’un dualismo perfetto
che stringe
in un unico abbraccio mortale
una tormentata separazione
segreto
del continuo nascere e rinascere
dell’amore
quale creatività di un’appartenenza
relativa e funzionale insieme
dello spirito nella morte
. . .
dietro lucenti superfici
sei tenebra e silenzio
il vecchio e il nuovo procedere
dei miei passi
l’incessante potenza del possibile
interiore.
(Gioma)

Ɣ - “HAPPINESS IS” è un piccolo/grande libro che va oltre l’anima amica, e ci dice che dobbiamo coltivare la nostra e l’altrui ‘felicità’ regalando un sorriso a chi ci sta attorno. A chi, ad esempio, ama i nostri stessi libri, accetta di avere amici strambi, di ricevere un complimento da uno sconosciuto, di chi si tiene per mano senza vergogna della sua diversità, a chi usa la (nostra) penna avuta in prestito, fino all’ultima goccia d’inchiostro, magari per scrivere una lettera di ricongiungimento, o perché no, gli amati bigliettini d’auguri per il prossimo Natale. Ma allora la “felicità” cos’è?, si chiederà qualcuno e, ovviamente molte sono le risposte che si possono dare a siffatta domanda. Una per tutte è che gli amici sono come i denti guasti, fanno un po’ male ma una volta tolti poi passa; che il dolore di ieri lascerà il posto a un nuovo incontro domani … perché come ha lasciato scritto Vinicius De Morales nel suo testamento in musica, l’amicizia è l’arte dell’incontro.

Hanno ben pensato Lisa Swerling e Ralph Lazar, due autori e illustratori che hanno creato fumetti molto apprezzati in tutto il mondo già nel 2014, sottotitolando questo piccolo e gradevole libro “Happiness Is” ‘500 cose che ti rendono felice’, per i titoli di Sperling & -Kupfer. Pensate che la loro pagina facebook dedicata ha raggiunto solo in Italia i due milioni di fan alla sua prima uscita. Dire che è stato divertente guardare le illustrazioni e leggerne le didascalie è davvero riduttivo, perché oltre ad essere un piacevole ‘oggetto’ è anche un gradevole divertissement da leggere e portarsi in viaggio. Così come fin dalla prima pagina ci viene indicato ‘l’inizio di un viaggio’ con la freccia “direzione”, che poi ritroviamo sulla strada del ritorno, alla fine del viaggio che abbiamo appena concluso … o forse, solo iniziato.

Ɣ – “NIHIL” (nulla si oppone - imprimatur) una poesia di Marco Mazzi, detratta da PlayOn/Poetry il libro sottratto dalla bancarella del mercatino sotto casa e che viaggia nelle pagine del web:

“Anche il mio volto, forse si lasciava
Specchiare da un’acqua limpida e perpetua.
Prima che le stigmate della nascita
Ne violassero il tepore o un ventre
Materno ne rapisse l’ombra. Adesso
Quel pasto d’avorio si consuma nei tuoi occhi.
È il desiderio il feto di Dio. Ascolta, come neve
Dispersa in un’acqua tenue, la carne
Che ne placa l’istinto può farsi dono
Alla verginità di un abisso. E l’iride
Di ciò che fu il tuo respiro nel balsamo
Del suo primo nettare ha fondato nuova
Trasparenza dalla fatale umiltà che nutre
L’eco di ogni elemento. Così ti riveli;
L’impeto o la vivida stele della purezza
Ha suscitato il palmo fedele del tuo germoglio, non qui,
Non dove il silenzio si fa pregno di polline,
Ma in quella suprema urna di quiete
Che l’istinto ha inflitto a tutto ciò che esprime
La tua origine. Oras, in un mosaico d’inconsapevolezza,
Solo l’essere perpetua la creazione come un’eclisse
Neutra alla sfera del tuo pudore, là
Dove non esiste nascita, ma un pallido
Equilibrio è fra materia e innocenza.
Un corpo nasce dalla sua stessa nudità
E infligge, all’altro, un’ala di materia
Perpetua che attende il compiersi di un volto.
Ma è l’implacabile
Umiltà dell’elemento a schiudere dalla sua ombra
Un simbolo, a fare del tempo uno strumento
D’estasi che oltre la carne esulta.
Non è il lamentodi una chiara
Metamorfosi a liberare nel senso l’iride
Della tua pienezza, ma un’inviolabile
Conquista della materia sulle sue stesse membra.
Non credere che la morte apra i tuoi polsi
Al respiro di un animale vergine, ma accogli la fibra
Di una carne superiore dove ancora palpita
L’eco fragile dell’esperienza. Nelle tue mani,
La misteriosa umiltà del desiderio è una voce
Che migra verso l’inesistenza. Limpida e mortale,
Forse è la materia che veste la stagione
Di ciascuna essenza, e la libertà è di nuovo sfinge.
Così voglio che ti riveli, per concepire l’istante
In cui la carne si è fatta estranea al giunco
Della sua stessa umanità e, sola, esiste
Per farsi impeto della sua sostanza
E porgere alla morte il nettare dell’elemento.”

La poesia che abbiamo appena letta insieme è tratta da un progetto culturale promosso da Aeroporti di Roma pubblicato e stampato nel 2002 per conto di PlayOn – Itinerari di conoscenza, dal titolo ‘Poetry’ allo scopo di dar valore a giovani talenti internazionali a scopo divulgativo nei diversi campi dell’Arte (poesia, prosa, pittura, scultura, musica classica, video, teatro). L’autore Marco Mazzi, è nato a Firenze nel 1980 dove ha studiato presso l’Università degli Studi - Facoltà di Lettere, è uno degli autori italiani inserito a pieno titolo in questa singolare (e forse unica perché introvabile) antologia poetica. È oggi uno scrittore affermato, tra le sue pubblicazioni e partecipazioni a libri in lingua inglese:

“Relational Syntax: Aesthetic Awareness and Ideological Experience in Post-industrial Society”, Maschietto editore, 2012. In Criticism & Theory • Art / Criticism & Theory • Philosophy / Aesthetics.
"Uninspired Architecture" presenta un ciclo di 250 fotografie in bianco e nero di Marco Mazzi incentrato sulla città di Tirana (Albania). Gli scatti sono stati realizzati nel 2013 nell'ambito del programma di residenze d'artista .
“Extispicio. Una Scienza Divinatoria Tra Mesopotamia Ed Etruria “di Bellelli Vincenzo, Mazzi Marco edito da Scienze E Lettere: HOEPLI.it

Ɣ – “HOMO DEUS” – Breve storia del futuro – di Yuval Noah Harari Saggi. Bompiani 2017. Dello stesso autore di “Sapiens. Da animali a dèi” (2014), titolato ‘libro dell’anno’ da il ‘Guardian’, l’Evening Standard, e il ‘Times Literary Supplement’.
“Se ‘Sapiens’ ci ha mostrato da dove veniamo, ‘Homo Deus’ ci mostra dove stiamo andando. Questo lo slogan che lo presenta al grande pubblico, un libro complesso ordinato secondo i canoni e i parametri dello storiografo che ripercorre le tappe che dall’Homo sapiens, porta all’Homo faber, all’Homo marginalis di ieri, all’Homo videns di oggi, attraverso gli stadi della rivoluzione umanista, della grande separazione del passato al moderno fino all’oceano della conoscenza e della coscienza, alla ‘bomba a orologeria’ creata in laboratorio di cui l’Homo ha perso il controllo:

“Abbiamo passato in rassegna le più recenti scoperte scientifiche che stanno destabilizzando le fondamenta su cui poggia la filosofia liberale. È giunto il momento di esaminare le implicazioni pratiche di queste scoperte. I liberali sono a favore del libero mercato (ma non del libero arbitrio) e di elezioni democratiche poiché credono che ogni umano sia un individuo prezioso in un mondo unico e irripetibile, e che le sue libere scelte rappresentino l’origine ultima dell’autorità. Nel XXI secolo tre sviluppi ‘concreti’ potrebbero rendee obsoleta questa fede: 1) Gli umani diventeranno sempre meno utili sia sotto il profilo economico che sotto quello militare, di conseguenza il sistema economico e politico cesserà di accordare loro così tanta importanza. 2) Il sistema continuerà a considerare preziosi gli umani come collettività, ma non come singoli individui. 3) Il sistema continuerà a considerare preziosi alcuni singoli individui, ma questi costituiranno una nuova élite di superuomini potenziati, non la massa della popolazione.”

“E allora cosa accadrà quando robotica , intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna?” Il genere umano rischia di essere superfluo, questa al dunque la conclusione fin cui si spinge l’autore, che si pone e ci pone, infine, altre domande cui dare (è doveroso) dare delle risposte: “Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini?”
2012 è stato membro della Giovane Accademia israeliana delle scienze, insegna all'Università Ebraica di Gerusalemme ed è noto soprattutto per aver pubblicato “Sapiens. Da animali a dèi” (2014).

E noi, che ne sarà di noi? Si chiede il lettore attento partendo dal presupposto di essere fra i ‘salvati’ prima dal Diluvio, poi dall’Apocalisse che ci incombe sulla testa con la bomba a idrogeno che minaccia l’umanità intera. Saremo gli eredi incontrastati della Terra (rimasta) oppure gli schiavi di una Galassia governata dai Robot e dalla IA (intelligenza artificiale) conoscitori della forma del buio de ‘i buchi neri’ che per lungo tempo hanno riempito le pagine della fantascienza? Oggi che la realtà è venuta a galla e ci ha rivelato che era tutto olisticamente possibile, quindi verosimile al reality-life cui in fondo (segretamente) aspiravamo, a quella semi-immortalità che ci avvicina a Dio ci preoccupiamo di non avere le parole giuste per raccontarlo, e che, soprattutto la vicinanza all’Homo Deus ci spaventa non poco, anzi ci terrorizza come quei ‘colpevoli d’esser nati’ puniti dal Giudizio Universale del Padreterno che ammiriamo nella Cappella Sistina di Michelangelo Buonarroti.

Ɣ- “La forza imprevedibile delle parole” di Clara Sanchez – Garzanti 2017, in cui si cercano ancora quei valori che oggi lasciano a desiderare che tutto ciò di cui abbiamo detto fin qua non accada mai: “Pensi davvero che ogni incontro sia casuale? Pensi davvero che tutto sia nelle mani del destino?”, ma all’improvviso vedo scendere il dubbio nel silenzio, sul viso del lettore. (Il Lettore / Redazione News and Magazine)

Ɣ- “Il bisogno di pensare”, di Vito Mancuso – Garzanti 2017, prima di parlare o anche di scrivere rende perfettamente l’idea del contrasto di ciò che troppo spesso sbandieriamo ai quattro venti senza cognizione. Perché pensare, prima di ogni altra cosa, richiede di porsi all’ascolto nel modo in cui la ‘saggezza ci indica la strada della libertà’, non solo di ciò che hanno da dire gli altri, ma anche di porci domandi come: “Perché vivete? Quale scopo date al vostro essere qui? Cosa volete da voi stessi?”., ma le risposte chi dovrebbe darcele se non l’autore, teologo e filosofo, autore di larga affermazione che spesso intreccia un dialogare fervido con il lettore. (Il Lettore / Redazione News and Magazine).

Ɣ- “Eppure cadiamo felici”, di Enrico Galiano – Garzanti 2017, la storia di una ragazza di diciassette anni che non si sente al suo posto tra i suoi coetanei, firmata da un insegnate di lettere nominato nella lista dei migliori cento professori d’Italia: grazie a un metodo di insegnamento poco convenzionale, Galiano riesce a entrare veramente in contatto con i suoi studenti, al punto da diventare molto seguito su Facebook:

“È la storia di Gioia che, nonostante il suo nome esprima allegria e vitalità, è stata soprannominata dai compagni di scuola “Maiunagioia“, e tra di loro non si sente al suo posto. Lei non è come loro, non le interessano i vestiti e le feste piene di gente, ha una sola passione, di cui non ha mai parlato a nessuno, ma che la rende felice: collezionare parole di tutte le lingue del mondo, parole intraducibili, come cwtch, un termine gallese che indica non un semplice abbraccio, ma un abbraccio affettuoso che diventa un luogo sicuro. Una notte, fuggendo ancora una volta dalle discussioni dei genitori, incontra Lo; così dice di chiamarsi il ragazzo che gioca a freccette da solo, in un bar chiuso, nascosto sotto il cappuccio di una felpa.
Parlando con Gaia si sente compresa per la prima volta in vita sua, non più sola, incapace, per una volta, di dar nome alla nuova emozione che prova ogni volta che lo vede. Una sensazione che non è destinata a durare. Lo scompare nel nulla, all’ombra di un segreto che solo Gioia può svelare, gli indizi che il ragazzo ha lasciato sono pensati apposta per lei, e per capirli bisogna imparare a riconoscere tutti i mille significati del verbo amare: un romanzo per insegnare che, a volte, basta essere in due perché le emozioni non facciano più paura.” (Il Lettore / Redazione News and Magazine).

Se per gioco mettiamo insieme i vari titoli sopra elencati ne viene fuori un incipit non indifferente per scrivere un libro sul sociale che si consegna a pieno titolo a chi sta cercando il proprio posto nel mondo. Allora perché non tornare a sorridere con chi ha un grande spirito e sa sorridere (e ridere) di tutto, anche della morte:

Ɣ - “Anime e Acciughe”, l’aldilà come non l’avete mai immaginato, di Achille Mauri,Bollati Boringhieri 2017., con il quale l’autore approfittando del gioco parabolico si diverte a raccontare l’ aldiquà. “E cosa c’entrano le anime con le acciughe? C’entrano, c’entrano”. La risposta a chi ha bisogno di un pizzico di ottimismo. Per poter superare gli ostacoli e colmare il vuoto insopportabile che è dentro ognuno di noi. O, come scrive Vanni Oddera in “Il grande salto” - Ponte alle Grazie 2017: “Se si salta da soli è solo un sogno, se si salta insieme è la vita che inizia davvero. Ovvero, come ho capito che l’amore per gli altri rende felici.” (Il Lettore / Redazione News and Magazine).

Ɣ- “Stranieri residenti” per una filosofia della migrazione. Libro di Donatella Di Cesare – Bollati Boringhieri 2017 . Professore di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza, è tra le voci più impegnate nel dibattito pubblico contemporaneo in tema della migrazione, onde ripensare la convivenza in un mondo globalizzato quale è il nostro attuale: “Abitare e migrare non si contrappongono, come invece vorrebbe il senso comune, ancora preda dei vecchi fantasmi dello ‘jus-sanguis’ e dello ‘jus soli’. In ogni migrante si deve invece riconoscere la figura dello ‘straniero residente’, il vero protagonista del libro. Atene, Roma, Gerusalemme sono i modelli di città esaminati, in un affresco superbo, per interrogarsi sul tema decisivo e attuale della cittadinanza:
‘DALLA PARTE DELLE NUVOLE MIGRANTI’

migranti
sopra gli estesi deserti incompresi
dove l’incontro col tempo remoto
sussegue al presente
fin dentro il futuro del mondo
e che vanno
sospinte dai venti
d’un vortice di fuoco
che avvampa bruciando
ogni cosa d’intorno …

a piedi nudi affrontano in peregrino andare masse di genti che nude nell’anima ambiscono di sopravvivere in questo mondo estremo

migranti
che s’avvoltolano sui rami
rinsecchiti degli alberi
senza fronde
dove la pantera affamata
ha cercato
una visuale migliore
prima d’assalire la preda
che stanca si trascina
nella traversata …

uomini contro avidi d’ogni cosa che s’impossessano delle vite degli altri da vendere al mercato dei nuovi schiavi della contemporaneità

migranti
di differente credo accomunati
che obliterano il soldo
all’odierno traghettatore d’anime
per un insensato viaggiare
verso un medesimo
inferno ultraterreno
nello spazio indefinito
di un mare da attraversare
senza ritorno

che ancor li tiene legati a un ancestrale destino prigionieri accecati e abbandonati
alla luce d’un domani che non si accenderà

migranti
nel buio di quelle profondità marine
che li accoglie senza identità
come broscia da dare in pasto
ai pesci
alle divinità melliflue
che avare d’ogni ragione
s’avanzano
a contrastarne
l’antropico riconoscimento
(Gioma)

Ɣ- “ANTEREM”, rivista di poesia e filosofia giunta quest’anno al numero 95 - Dicembre 2017, appena pubblicato. In questo speciale numero viene dibattuto l’affascinante tema “L’altrove poetico” con gli interventi di poeti e filosofi di rilievo internazionale, in un succedersi avvincente di poesie e saggi. Significativamente si dà evidenza alle vertiginose poesie di Paul Celan e Rainer Maria Rilke, oltre che a testi di Maurice Roche, Jean Flaminien, Gian Giacomo Menon e altri. Da tempo immemore l’uomo si interroga sul senso dell’esistenza, vagando per strade impervie verso l’illusorio orizzonte della storia, lì dove anche la fede si smarrisce nel male gratuito e l’umano diviene il testimone della propria finitezza.

A tale proposito Flavio Ermini registra nell’editoriale:
«Il dire del poeta ci parla di un altrove dov’è in opera una prospettiva rovesciata rispetto al mondo sensibile. Grazie a questo dire, ciò che eccede il mondo sensibile si esprime nelle proprietà di ogni singola parola, conferendo fondatezza e legittimità a quanto può apparire soltanto empirico e casuale».

Questo numero straordinario può essere richiesto alla direzione:
flavio.ermini@anteremedizioni.it Allo stesso indirizzo possono essere richieste informazioni per abbonarsi ad “Anterem”, in modo di avere un aggiornamento costante sulle più significative tendenze poetiche e teoriche internazionali.
• info@anteremedizioni.it

Ɣ- Di Flavio Ermini va in-oltre citato il nuovo libro “Della fine. La notte senza mattino” - Formebrevi Edizioni 2017, con il quale l’autore ci conduce in un viaggio nella tenebra, attraverso i nomi che la evocano, nell’indicibile che ci annienta, quali esseri per la fine, viandanti perduti nella notte senza mattino. Le sue brevi riflessioni affondano le radici nel dolore che divora l’essere umano gettato nell’ignoto, sospeso sull’abisso dell’esistenza, in preda ai venti ingannevoli che lo condannano a vagare nell’oscura selva della vita.
Il volume inaugura la collana “Microliti”, collana di saggistica di Formebrevi Edizioni, giovane progetto editoriale impegnato nella diffusione della ricerca letteraria e delle scritture non convenzionali. Il libro è distribuito nelle migliori librerie, ma può essere ordinato anche direttamente alla casa editrice: info@formebrevi.it ; ne parlano: Paolo Barbieri su QuiLibri; Danilo Di Matteo su Riforma; Mauro Germani su Margo; Marco Furia su Perigeion; Rosa Pierno su Trasversale; Giorgio Linguaglossa su L'ombra delle parole; Patrizia Garofalo su TellusFolio; Giulio Galetto su L'Arena; Giorgio Mancinelli su LaRecherche.it; Antonio Spagnuolo su PoetryDream.

Ɣ- “SULL’AMORE, SULLA MORTE”, di Patrick Süskind – Longanesi 2007, ecco un nome che ritorna sulla scena, e lo fa solo di rado con titoli programmatici come ‘Ossessioni’, ‘Il conrabbasso’, ‘Il piccione’ fino al suo romanzo ‘Il prumo’ che gli a dato fama internazionale, e che non lasciano al lettore la pur minima effrazione al dubbio, con una scrittura secca e vibrante che s’impone per la una sorta di sensibilità inespressa, come di foglia gialla che penzola dal ramo dell’albero e che stenta a cadere fino al culmine dell’ostinazione. Lo spirito ‘noir’ dei suoi racconti e pieces teatrali non viene meno al senso dell’indicibile, al quale l’autore affida la sua scrittura, andando alla ricerca costante di un pretesto narrativo che lo rende ‘unico’ nel suo genere. Pietro Citati, in una nota su Süskind dalle pèagine del Corriere della Sera, ha scritto: “..che possiede quella prodigiosa sensualità oggettiva, quella ricchezza di impressioni e di sensazioni, quell’apertura (alle cose) del mondo, senza la quale nessun romanzo è mai stato scritto. Appena raccoglie qualche impressione, subito, sotto i nostri occhi meravigliati, si trasforma in un personaggio, diventa un altro corpo … e noi, per contagio, siamo quel corpo.”

“Qualcosa di misterioso (in Süskind) sembra connesso con l’amore. Quindi nell’amore dev’esserci qualcosa di più del misterioso. È chiaro che ognuno lo sente come un problema strettamente personale e importantissimo dal punto di vista esistenziale.”
D’altro non voglio qui parlare, è questo il tempo in cui si parla della nascita alla vita, nel tempo della luna piena in tutta la sua bellezza, e il cielo di Natale sarà attraversato dalla scia di una cometa …

Ɣ – “QUANDO SARA?”, di Gialâl ad-Dîn Rûmi in “Poesie Mistiche” – Bur-Rizzoli ristampa 2016:

“Quando saràche questa gabbia divenga giardino fiorito,
e degna divenga ch’io vi passeggi in letizia?
Quando questo veleno mortale si farà miele
e questa spina pungente sarà gelsomino?
Quando quella luna di quattordici giorni sarà
stretta al mio seno?
Quando il sole ci proteggerà coi suoi raggi?
Quando quel cero resterà acceso resterà nel mio candelabro?
Quando quel liuto di gioia troverà nuovi accordi,
e questo orecchiosi adatterà al tan-tan del suo ritmo?
Quando nel campo del cielo avremo raccolti di Luna e di Spica?
Quando la luce di Canopo brillerà su di noi?
Quando le giare del vino dell’amore traboccheranno
e sarà il momento di saporosi festini e banchetti?
Quando ogni atomo di pulviscolo diverrà come un sole,
e ogni goccia, per grazia di Dio, diverrà un Paradiso.?
. . .
Non dir ciò che resta, conservalo ancora nel cuore; è meglio che la Parola si aggiri in quella patria profonda.”

Mawlānā Jalāl al-Dīn Rūmī (persiano: مولانا‎‎ [moulɒːnɒː]) in Iran e Afghanistan (Balkh, 30 settembre 1207 – Konya, 17 dicembre 1273) è stato un ulema, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico di origine persiana. Fondatore della confraternita sufi dei 'dervisci rotanti' (Mevlevi), è considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana …
“Quando cerchi Dio, Dio è lo sguardo dei tuoi occhi.”

(continua)

























*

- Cinema

Intervista a Francesca Comencini Regista



In collaborazione con Cineuropa News

Intervista a Francesca Comencini • Regista
di Vittoria Scarpa

29/11/2017 - La regista romana Francesca Comencini ci parla del suo nuovo film Amori che non sanno stare al mondo, proiettato al 35° Torino Film Festival e al cinema dal 29 novembre.

Dopo il debutto a Locarno, Francesca Comencini ha portato al 35° Torino Film Festival (sezione Festa Mobile) il suo nuovo film, Amori che non sanno stare al mondo , un’arguta commedia sentimentale tratta dal suo libro omonimo. Con protagonisti Lucia Mascino, vista di recente in La pelle dell’orso di Marco Segato e Suburra - La serie, e Thomas Trabacchi (Nico, 1988), il film esce nelle sale italiane il 29 novembre con Warner.

Cineuropa: Il suo film ricorda un po’ Io e Annie di Woody Allen, ma dal punto di vista di una donna. E’ stato un suo riferimento al momento di trasporre il libro al cinema?
Francesca Comencini: Non oso dirlo perché è un capolavoro, ma in effetti sì, è un film che abbiamo molto guardato e a cui abbiamo pensato con le sceneggiatrici Francesca Manieri e Laura Paolucci. Lì, anche se dal punto di vista maschile, c’è una narrazione simile: un uomo che ripercorre ossessivamente la sua storia d’amore dal momento che è finita. Io e Annie è un tale modello di libertà e ironia, anche nel dolore, che è stato inevitabile pensarci.

Il racconto si articola come una sorta di flusso di coscienza della protagonista, ma ogni tanto sentiamo anche qualche riflessione dell’uomo. Come avete strutturato il film?

All’inizio, quando ho cominciato a prendere appunti di quello che poi è diventato il libro, avevo pensato a quattro voci off, dei quattro personaggi principali, come un monologo interiore ininterrotto di quattro punti di vista diversi. Il libro in effetti è strutturato così, è più corale. Poi scrivendo il film, con le sceneggiatrici ci siamo rese conto che l’io narrante più forte era quello di Claudia. Già il film era in apparenza caotico e frammentario, quindi moltiplicare le voci off diventava impossibile. Però è rimasta quella di Flavio che ogni tanto fa capolino.

Soprattutto nella prima parte, le nevrosi della protagonista sono portate all’estremo, sfiorano l’inverosimile. Era intenzionale creare questo distacco dalla realtà?

Sì lo era, perché lei, specialmente nella prima parte del film, è affetta da questa sorta di iper narrazione continua che hanno le persone innamorate quando vengono lasciate. Chiunque di noi che abbia un’amica o un amico separati da poco sa che per sei mesi dovrà rassegnarsi a sentir parlare solo di quello. E’ una cosa buffa e anche ironica del personaggio, ma più in generale ho cercato di raccontare una donna che prima di tutto non fosse una vittima. Lei è disperata, ma questo suo essere eccessiva è stato un modo per renderla iper reattiva. Volevo anche un personaggio che uscisse dai canoni: quando sei una donna che vuole sempre esprimere la propria soggettività, a rischio di essere a volte molesta, rischi di diventare eccessiva, perché questo mondo non lo prevede. Il tuo eccesso è il non saper stare al mondo così come è, ossia un mondo raccontato dagli uomini.

Aveva pensato fin dall’inizio a Lucia Mascino come protagonista?

Sinceramente no, ci sono arrivata tramite il casting. L’avevo già vista in teatro, ma non avevo pensato a lei perché all’inizio immaginavo un’interprete più grande di età. Ma quando ha fatto il provino, ho capito subito che era lei. Sono contenta di aver dato sia a Lucia che a Thomas Trabacchi un ruolo da protagonisti, sono due attori molto bravi, con molto teatro alle spalle, con molta tecnica, ma anche molta ingenuità e capacità di mettersi in gioco.

Una scena molto divertente immagina una lezione universitaria di 'eterocapitalismo', dove si calcola l’età di una donna sulla base di fattori che prescindono dall’anagrafe…
Uno degli aspetti del film è quello di ragionare sull’invecchiare, che è diverso per un uomo o una donna. Non biologicamente, intendiamoci: diversa è l’autorizzazione che il mondo dà alle donne e agli uomini di invecchiare, in un sistema patriarcale. La scena, in realtà, si basa su un testo serissimo di un filosofo che si chiama Paul B. Preciado, che ragiona in maniera estrema e per me geniale sulle costruzioni normative dell’eterocapitalismo. Lo abbiamo rigirato in modo ironico, perché è un modo molto efficace per far capire come tutto ciò che riguarda l’età, i ruoli, gli stereotipi di genere, sia una costruzione culturale. Nel mercato reale se sei divorziata, se non hai lavoro, se hai figli a carico non vali niente, sei considerata una settantenne anche se hai 46 anni. Ho sentito miliardi di volte dire che le donne invecchiano peggio, ma sono cazzate.

Ha già qualche altro progetto in cantiere? Continuerà a misurarsi con la serialità televisiva?
Non ho ancora nuovi progetti per il cinema. Quanto alla serialità, sono tra i registi di Gomorra - La serie dalla prima stagione, ora siamo alla terza. E’ una cosa che mi appassiona tantissimo. Penso che nella serialità oggi ci siano possibilità di ricerca e libertà di affrontare temi scomodi quasi più che al cinema, quindi sì, vorrei continuare su questa strada.

Sinossi
Claudia e Flavio si sono amati, a lungo, morbosamente, con la clemenza del tempo che cambia e che passa. Poi tutto è finito, e per lei è stato come mettere qualcuno alla porta nella speranza che si riaprisse di colpo. A cinquant’anni quello che vedono è un mondo alla deriva, come un’isola. Lui ha dentro la furia che dà l’assoluzione, perché vuole andare avanti, tornare a terra; lei è un pozzo profondo nel quale annegare, perché salvarsi vorrebbe dire dimenticare e il ricordo non deve sparire. Il tempo che si concedono non è lo stesso, e forse non solo quello. Flavio incontra Giorgia, basta un attimo tra loro e la pioggia d’estate fa il resto. Lei, con l’energia e la freschezza dei trent’anni, il corpo acerbo di chi non vuole crescere, gli ha indicato la terraferma, e lui, appesantito dalla vita, si è abbandonato alle sue velleità. Claudia e Nina si conoscevano già, ma all’università, divise dal ruolo, dall’età, dall’idea che il rispetto non si sarebbe mai trasformato in amore. Eppure Nina è bellissima, una giovane Chloë Sevigny seducente e meravigliosa, e ora l’abbraccio che tende è famelico, e ha una potenza a cui nessuna donna può sottrarsi.

titolo internazionale: Stories of Love That Cannot Belong to This World
titolo originale: Amori che non sanno stare al mondo
paese: Italia
rivenditore estero: Fandango
anno: 2017
genere: fiction
regia: Francesca Comencini
durata: 92'
data di uscita: IT 29/11/2017
sceneggiatura: Francesca Comencini, Francesca Manieri, Laura Paolucci
cast: Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Valentina Bellé, Francesca Manieri.
fotografia: Valerio Azzali
montaggio: Ilaria Fraioli
musica: Valerio Vigliar
produttore: Domenico Procacci
produzione: Fandango, RAI Cinema

Amori che non sanno stare al mondo, un fiume di parole che prendono corpo con ironia
di Giorgia Del Don

07/08/2017 - LOCARNO 2017: Il titolo lunghissimo del film ben si adatta al torrente (verbale ed epidermico) che domina l'ultimo film di Francesca Comencini
Lucia Mascino e Flavio Thomas Trabacchi in Amori che non sanno stare al mondo
Presentato in prima mondiale sulla Piazza Grande del Festival del Film Locarno, Amori che non sanno stare al mondo [+] di Francesca Comencini fa la pericolosa scommessa di parlarci del dolore di un amore che finisce.

Claudia (straordinariamente interpretata da Lucia Mascino che calamita l’attenzione sin dai primi secondi) e Flavio (Thomas Trabacchi) si sono amati per ben sette anni di una passione divorante ed intellettualmente stimolante. Fra tira e molla, notti in bianco impregnate di discorsi tanto paradossali quanto universali e psicofarmaci camuffati in una scatola di vitamine, la loro storia finisce, di colpo. Lui sente la necessità di atterrare dopo un lunghissimo e vertiginoso volo mentre lei proprio non riesce a ritornare a terra, prigioniera di una terra di mezzo dove risuonano i suoi monologhi compulsivi.

È proprio da questo punto di vista 'femminile, complesso e inafferrabile, che Comencini riflette sull’innamoramento, sul fantasma di una passione che perdendo ogni appiglio nel mondo reale si sgretola ogni giorno di più diventando pura confusione. In questo senso Comencini opera una piccola ma significativa rivoluzione: quella di allontanarsi da una visione “maschiocentrica” per dare voce alle donne. Un punto di vista che alla fine ci rendiamo ben conto essere più universale di quello che si potrebbe pensare.
Uniti dalle stesse insicurezze e nevrosi uomini e donne combattono una stessa battaglia per trovare una pista d’atterraggio emotiva, un momento di tregua che faccia tacere, anche solo per un attimo, i propri dubbi. Il fiume di parole che fa da cornice a tutto il film, nato appunto dal romanzo Amori che non sanno stare al mondo della stessa Comencini, straborda sempre di più fino a trasformarsi in torrente, in poema dell'assurdo che non può che strapparci alcune sane e liberatorie risate. La sfida che da subito Amori che non sanno stare al mondo si è lanciata è quella di unire parole e immagini senza che nessuna delle due prenda il sopravvento ma al contrario facendo in modo che entrambe partecipino alla costruzione di una commedia surreale ed esaltata proprio come i nostri sentimenti, scombussolati da un’improvvisa perdita.

A chi potrebbe rimproverare alla regista un punto di vista troppo elitista (i personaggi, tutti o quasi professori universitari, sono molto colti ed eruditi), la regista risponde a suon di scene esilaranti che mettono i suoi protagonista a nudo come a volerci dire che al di là della nostra educazione, ognuno di fronte al dolore di un amore che finisce è uguale: smarrito, ridicolo e vulnerabile.

A tratti almodovariano (nella descrizione dei suoi personaggi femminili) e divinamente Woody Alleniano (nella scioltezza delle sue battute), Amori che non sanno stare al mondo ribalta i ruoli prestabiliti ridando infine alle donne la loro vera identità: non quella di un territorio da conquistare ma bensì da esplorare.


*

- Società

Contro la violenza sulle donne.

‘Donna: madre, sorella, amante’

Madre
è sentire il battito del cuore
il pulsare regolare del respiro
la linfa che scorre nel reticolo venoso
il formarsi del piccolo corpo
che s’allieta in noi

è l’eremo ascetico del silenzio
il soffio vitale del labbro
adorno di vita
una pausa infinita
nell’approssimarsi del dubbio

è la paura devastante
che adombra la ragione
l’acuto del dolore
il grido liberatorio
il vagito primario del mondo

è il seno donato al poppante
che sugge gioioso
ciò che alla vita lo induce
nel corso degli anni
a venire

è l’animo quieto
nel levarsi della coscienza
nell’incontro col sole
il silenzio dell’infinito
che tace


Sorella

è immemore dell’ombra
dell’albero che abbiamo allevato
del sibilare del vento
che pur la distoglie
dal racconto della nostra venuta

non chiede libertà di vincolo
né giustizia di pace
nell’accogliere il fardello
della costola d’Adamo
nel proprio corpo diviso

è parte di noi come noi
siamo parte di lei
in assenza di verbo come noi
siamo presenza
del verbo ch’è stato

è lei che ci ama
che ci comprende e difende
è lei che ci consola
donandosi alla stregua
della madre ch’è stata

ancor prima che fosse
la foglia caduta dall’albero
ancor prima di giacere
sulla terra spoglia
a nuova germinazione


Amante

è il verso del racconto
‘l’ultima riga delle favole’
l’attrazione profonda
la percezione segreta
di ciò che i sensi incarna

è la forza misteriosa
la passione incandescente
la forza irresistibile
l’affetto significante
del disincanto

è l’incolumità amorosa
la ferita che si risana
l’infinitamente presente
il mondo delle infinite passioni
degli improvvisi ritorni

l’indissolubilità del desiderio
l’epilogo d’ell’odierno dramma
lei sorella, lei amica, lei amante
tutt’uno
con la natura che ci circonda

lei, lo scopo e la fine
che s'incarna nel tempo del sacro
che ci lega all'eternità di Dio
il segreto dell’estrema felicità
. . .

lei: eterna Madre

*

- Letteratura

Fogli/e d’Autunno 5

“Fogli(e) d’Autunno 5”
(letteratura, poesia, narrativa, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica e viaggi.)

“Quando arrivò l’Autunno se ne accorsero appena, faceva ancora così caldo che la sera lasciavano spegnere il fuoco. (…) Lenta, calma, l’Estate finiva. L’aria odorava dei fuochi che bruciavano nelle sodaglie, degli aromiche salivano dai pendii. (…) Mattine e sere tiepide, senza vento. Per giorni interi osservarono i cieli bassi e umidi, opachi come i sooni. Quando i viaggiatori partivano lei metteva le braci negli scaldapiedi e saliva a riempire d’olio le lampade nelle camere, loro rimanevano in cucina a parlare, commentavano la giornata, respiravano l’aria della sera. Finito il suo lavoro lei augurava la buona notte e saliva nella sua soffitta. Di lassù sentiva le loro voci e le loro risate, e l’upupa che gemeva nel boschetto sul fiume”. (Da ‘L’offerta’ di Michèle Desbordes – op.cit.).

È tornato l’autunno senza che me ne accorgessi. Così, quando d’improvviso ho scorto le foglie ingiallite che cadevano dagli alberi. Tutto sommato non me ne dispiace anche perché ero quasi stanco di tanta assolata solitudine (si fa per dire) degli alberi. Come dire, la cosa mi fa sentire un po’ meno solo, ed accarezzo l’idea di rimettermi a scrivere, senza alcuna cognizione del tempo che passa. Ma che ora è (?) Davvero non saprei dire perché non guardo mai l’ora. Eppure so che non è vero, la guardo sovente ma capita che un momento dopo già non la ricordi più. Allora torno a guardare l’orologio per vedere se nell’affanno siano cadute le lancette, oppure … al contrario è invece scemato l’interesse per ciò cui forse prima avevo riposto interesse, ma prima di quando (?)
Il fatto in se stesso all’apparenza sembra non dire niente, anzi, lasciar cadere ogni cosa nell’indifferenza, forse perché non c’è nessuno con cui condividere l’interessamento di poco prima, ma di quale interesse si trattasse ora davvero non saprei dire. Che mi sia sfuggito insieme all’attimo segnato dall’orologio anche il nesso che il passare del tempo reclama alla sopravvivenza (?)
Per quanto, se non ne trovo la ragione, mi pare sia del tutto inutile rimpiangere l’attimo andato comunque perduto e, insieme con la ragione, ritrovare l’istanza che lo rendeva partecipe della mia stessa esistenza. Un fatto di essere presente a se stessi, oppure … e mi rifaccio alla logica che mi dice che potrebbe non essere così, ma così come (?)
Di certo non è così che funziona, quando nell’evolversi del tempo, anche l’attimo può avere, anzi ha, una sua ragione d’essere all’interno degli spazi occupati da una qualche riflessione, come nel caso di un momento di solitudine che arriva all’improvviso e ci sorprende impreparati … ma impreparati a cosa davvero non saprei. Che forse stiamo aspettando il diluvio (?)
Quand’ecco la mente attiva da luogo al fluire di sentimenti contrastanti, reclama in sua difesa le emozioni, si concede spazi di rifrazione, inclusivi di suggestioni, di turbamenti ed eccitazioni, che attraverso i condotti interstiziali della mente sollecitano all’immaginazione ciò che dell’immaginario non è … nell’incapacità di cogliere il nostro ‘attimo fuggente’(!) e tornare a impossessarci delle ragioni di un silenzio che era divenuto assordante e non ci lasciava vivere, ma che forse possiamo ancora governare …

“tra le righe” (GioMa inedita)

..torno talvolta a leggere
come sono fatto
negli spazi in bianco
leggo quello che vorrei essere

Ɣ – Al nostro inconscio immaginario appartengono l’arte, la musica e la poesia, e gran parte della letteratura che ci ha impegnati fin dall’inizio di questa lunga passeggiata narrativa fra passato e presente, fra attualità del passato e future letture autunnali. A incominciare dall’affermazione di Albert Einstein:

“La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero, sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza” e che, per quanto la scienza dichiari il contrario, richiama alla religiosa osservanza del creato, a quel mistero che ha un solo nome ‘Dio’.

La citazione è di Mario Brunello, violoncellista che, nel suo libro “Silenzio” (Il Mulino 2014), ci racconta come scaturiscono le sue straordinarie note, semplicemente facendo vibrare le corde del suo strumento all’interno di una cassa armonica, specie di luogo in cui esse non sono; in cui, per l’appunto, domina il silenzio che permette però all’artista di entrare, di essere segnato dalla creazione. “E così nasce la musica. Il suono si sistema in quel silenzio. Ecco allora la ricerca di luoghi dove il silenzio è d’oro, dove esso prospera e viene rispettato, come una montagna o un deserto. Persino in un mercato caotico pieno di colori, di parole e di forme, il musicista trova il suo silenzio e lo trasforma in qualcosa di portentoso: «È un silenzio che sta anche intorno ai suoni, un silenzio che è ‘liquido amniotico’, che dà vita e ne fa riconoscere e individuare il (suo) senso profondo”.

Discografia: “Violoncello and” – EGEA 2009; “Odusia” – EGEA 2008; Bach - “Concerti Brandenburghesi 1-6” direttore Claudio Abbado - 2008; Bach - “Sei suites per violoncello solo” - EGEA. Ed altre incisioni, moltissimi altre, dedicate ad autori come Vivaldi, Beethoven, Sollima, Villalobos, Jobim, Brahms, Chopin, Samti, Dvorak con Antonio Pappano.
Pubblicazioni: Mario Brunello “Fuori con la musica” – Rizzoli 2011. “Silenzio” Il Mulino 2014.

Sitografia: rivistailmulino@mulino.it

Ɣ – ‘L’arte di essere fragili’ di Alessandro d’Avenia (Mondadori 2016) non è un romanzo, e neppure un libro qualunque, ci si può innamorare nel leggerlo così come si è sempre innamorati della ‘bellezza’. Finanche nella sua sfuggevole accezione, quando cioè la bellezza trova il suo equivalente nella ‘fragilità’ di ciò che non si può afferrare, che solo è lasciata all’incanto dell’osservatore attento, che la esalta e la celebra su tutte le cose: come il pittore fa con la natura, l’uomo con la donna, quando il sentimento sublima l’amore e ci fa dono di un ‘salvavita’ che molti non stenteranno a riconoscere come il più bel libro mai letto prima. Insieme a tanti altri ovviamente, ma in senso assoluto quello che più asseconda la necessità attuale di riconciliazione con gli altri, col mondo in cui viviamo, con la bellezza della natura che ci circonda e, non in ultimo, con noi stessi.
Quei ‘noi’ che forse non conosciamo fino in fondo o che volutamente disconosciamo per scelta, per ansietà o per disamore di quelle cose che pure abbiamo amate e in segreto ancora amiamo, alle quali senza ragione non prestiamo più alcuna attenzione.
Non c’è in questo trattato poetico nulla che sappia di vecchia morale, di nebbiosa credulità, di ingiusta etica, nulla che nel bene e nel male delle faccende umane sappia di stantio, tutto è qui riportato al giorno d’oggi. Così le storie che vi sono riportate, le impressioni che danno lustro alla nostra modernità obsoleta, le esperienze maturate sul campo dal giovane prof d’Avenia calatosi nel raffronto agevole con il poeta Giacomo Leopardi, sono tali da riuscire a formulare un epistolario impossibile eppure verosimilmente attestabile ai nostri giorni.
Scrive d’Avenia: “Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra, e ciò che la rallegra è la scoperta dei legami che uniscono cose e persone, che rendono viva la vita. Cogliere quei legami, e ripararli è la felicità del cuore e della mente”. Ed è forse questo il breve lucido resoconto che scaturisce da un dialogo siffatto in cui il termine ‘raffronto’, produce tuttavia una sorta di seduzione che modella l’incanto della lettura, lo scherzo intelligente di esistere e di nascondersi a noi cercatori d’oppio letterario che stanchi, lasciamo talvolta al caso di offrirci le sue leccornie poetico-filosofiche.
Forse l’una e l’altra delle cose, per quanto è l’aver scoperto che le ‘cose’ davvero:

“..tornano a reclamare i loro diritti, la loro tenerezza, la loro impurità, la loro ombra luminosa, la loro fragilità. Le cose e le persone, i loro volti, tornano a invocare la nostra misericordia: custoditeci e riparateci, nonostante tutto.(..) Così è la poesia, ci costringe ad abbassare la luce artificiale e tornare a vedere il mondo, mutilato e fragile, ridotto così dalla nostra indifferenza. (..) Se le stelle riuscissero ancora a colpire i nostri occhi, non solo una volta all’anno quando cadono, credo che avremmo più possibilità di costruire la nostra casa su fondamenta celesti, quelle della nostra unicità”. (d’Avenia).

E chi meglio di Giacomo Leopardi che non ha avuto il tempo di invecchiare, ha potuto investigare nei sentimenti umani la fragile essenza dell’essere? – si chiede l’autore d’Avenia – Chi ha dato a questa nostra epoca, la dimensione di come davvero "la poesia può salvarci la vita”? “Forse se il nostro lettore, Giacomo (Leopardi), stanotte spegnesse tutte le luci e guardasse il cielo in silenzio, saprebbe che la bellezza e la gratitudine ci salvano dallo smarrimento dovuto alla nostra carenza di destino e destinazione”.

“Forse se in quel buio luminoso avesse accanto o nel cuore qualcuno, ne scorgerebbe meglio la seducente fragilità, un infinito ferito che chiede cura e riparazione, e capirebbe di esser ‘poeta’, cioè chiamato a fare qualcosa di bello al mondo, costi quel che costi. Forse allora saprebbe che solo uno è il metodo della faticosa ed entusiasmante arte di dare compimento a se stessi e alle cose fragili, per salvarle dalla morte: l’amore. Questo è il segreto per rinascere … questa è l’arte di essere fragili”. (..) Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili”.

Alessandro d’Avenia, dottore di ricerca in Lettere classiche, vanno ricordati ‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’ (Mondadori 2010) dal quale è stato tratto nel 2013 l’omonimo film; ‘Cose che nessuno sa (2011); ‘Ciò che inferno non è’ (2014) con il quale ha vinto il premio speciale del presidente al premio Mondello 2015. Da questo libro l’autore ha tratto un racconto teatrale che presto porterà in giro per l’Italia.
Sitografia: info@mondadori.com , news@mondadori.it

Ɣ – “Cedi la strada agli alberi - Poesie d’amore e di terra”, un libro di Franco Arminio (Chiarelettere 2017), dal quale sono ripresi i passi che seguono:

“La prima volta non fu quando ci spogliammo ma qualche giorno prima, mentre parlavi sotto un albero. Sentivo zone lontane del mio corpo che tornavano a casa.”

Chi scrive ha in mano un’emozione o un sentimento. Scrivendo, si trasforma in chi legge, acquisendo forma e suono, allora diventa poesia. Il sentimento perso o perduto è una delle fonti di maggiore ispirazione dei poeti di tutti i tempi. Come in questa poesia di Franco Arminio, ‘poeta della suburbia’ …

Portami con te in un supermercato,
dentro un bar, nel parcheggio
di un ospedale.
Spezza con un bacio il filo
a cui sto appeso.
Portami con te in una strada di campagna,
dove abbaiano i cani,
vicino a un’officina meccanica,
dentro a una profumeria.
Portami dove c’è il mondo,
dove non c’è la poesia.

“Franco Arminio ci invita a immaginare e vivere l’amore che non si è voluto o potuto cogliere. Descrive alcune ipotetiche scene di vita come rituali d’amore da seguire nel quotidiano per cogliere la concretezza di un rapporto che sia pieno di fatti, oltre che di parole, perché solo così può riempirsi di significato e di senso. (…) Paesologo, così si definisce Franco Arminio, professione poeta, registra, scrittore, ma anche animatore del festival “La luna e i calanchi” di Aliano, in Basilicata, regione per la quale ha scritto il documento strategico per le aree interne: “Nei paesi, nelle aree interne, dove gli altri vedono solo il passato, io vedo il presente e il futuro, spiega a Linkiesta, a margine della Rena Summer School di Matera, dove è intervenuto in qualità di relatore. E il luogo migliore in cui si può fare sono le aree interne. (…) Le aree interne sono molto meglio: hanno tradizione, identità, bellezza. (…) La città non è il cuore di tutto. In città non c’è il sacro di cui l’uomo ha bisogno. Quel sacro che rimane nelle comunità abbandonate, lontane dalle città. Io nutro più fiducia nei posti più marginali possibili, anche quelli colpiti dal sisma lo scorso anno. Soprattutto quelli”.

Sitografia: info@chiarelettere.it

Ɣ – Ma la poesia dov’è, dove si è cacciata? Si chiederanno alcuni di voi (lettori che mi seguite), non certo è rimasta nelle torri d’avorio e neppure è finita nelle discariche, perché la poesia è qui, ovunque, intorno a noi, e scovarla si può in ogni luogo, in ogni momento dove riponiamo la nostra ‘bellezza’ interiore; dovunque spendiamo il nostro ‘amore’, in qualunque luogo ci misuriamo con il creato. Perché la poesia è vita è nel nostro modo di vivere, nel nostro comportamento, nella nostra stessa esistenza, quando implode nell’abbandono di noi stessi, o esplode nell’assoluto della nostra volontà in ‘attimi’ di felicità …

È questo il caso di Antonia Pozzi, poetessa, fotografa, cineasta, che ha raccolto in un libro i suoi “Versi d’Autunno” (Carteggi letterari Le Edizioni 2017), in cui ci svela “Tramonti muti e foglie che volteggiano nella brezza autunnale” … della vita:

“La vita” (18 agosto 1935)

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto
scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta
come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più.

“Ottobre” (Pasturo, 30 settembre 1935)

È crollo di morta stagione
quest’acqua notturna sui ciotoli.
Languono
fuochi di carbonai sulla montagna
e gela
nella fontana un fioco lume.
L’alba vedrà
l’ultima mandria divallare
coi cani, coi cavalli,
in poca polvere
dietro un dosso scomporsi.

“Sole d’Ottobre” (20 ottobre 1933)

Felci grandi
e garofani selvaggi
sotto i castani –
mentre il vento scioglie
l’un dopo l’altro
i nodi rossi e biondi
alla veste di foglie
del sole –
e il sole in quella
brucia
della sua bianca
bellezza
come un fragile corpo
nudo .

Sitografia: leedizioni@carteggiletterari.it

Ɣ “Musicofilia”, un libro di Oliver Sacks (Adelphi 2008).
“Le piace Brahms?” – fa chiedere François Sagan dalla bella arredatrice quarantenne al giovane amante. Ovviamente non ricordo la risposta – ammetto che è passato un certo tempo – tuttavia, personalmente, avrei risposto: “Forse sì, forse no!”, solo perché penso di essere io a non piacere al signor Brahms. Se invece la domanda mi fosse stata rivolta per Tchaicovski o Dvorak o qualcun altro avrei avuto una risposta decisa, come dire, più determinata: “Semplicemente sì!”. E questo, in qualche modo, fa la differenza, seppure ciò suoni alquanto strano a dirsi da parte di chiunque ami la musica in genere. A spiegarci i perché di questa discordanza di risposte ci ha pensato Oliver Sacks, neurologo e psichiatra, nel suo libro “Musicofilia” di recente ristampa, in cui la musica è trattata come patologia, lì dove essa rappresenta di fatto una disfunzione, o meglio una disorganizzazione nella normalità.

Un libro di non facile lettura ma che riserva un’infinità di sorprese, o meglio, di possibilità sorprendenti per quanti fanno della musica una costante esperienza, così come nell’ascoltarla o riascoltarla, fanno un atto di rinnovata scoperta, per cui ogni momento “si mostra come se il passato può esistere senza essere ricordato” – come già vissuto – “e il futuro senza essere previsto” – quindi tutto da vivere e da godere. Questo ci permette di comprendere quanto di ciò che ascoltiamo in musica è propedeutico all’alimentazione del nostro apparato sensoriale che fin dalla pubertà si nutre di “suoni”, o meglio di “emissioni sonore” che elaborate a livello corporeo, sviluppano trasformazioni di diverso tipo, interessando altri organi sensitivi oltre che l’udito, come l’olfatto e la vista.

“L’olfatto, la vista?” – viene da chiedersi. La risposta equivale a un “Sì!” affermativo ed ha anche un nome: “sinestesia”, per cui “non esiste una separazione netta, presente in ciascuno di noi, fra vista, udito, tatto e gusto. (..) Ogni parola o immagine che udiva o vedeva, ogni percezione, dava istantaneamente origine a un’esplosione di equivalenze sin estetiche – le quali erano tenute a mente con precisione, in modo indelebile e implacabile, per il resto della sua vita”. Il che, in ambito strettamente neurologico, può risultare una disfunzione cerebrale, tuttavia ciò non vuol dire che fungiamo da agenti “sinestetici”, o almeno non del tutto e non ancora.

In verità qualche dubbio il neurologo Sacks ce lo crea, e scorrendo le molte pagine del libro qua e là è possibile che ci ritroviamo tutti in bella mostra con qualche patologia in più. Finanche quella di essere fruitori tormentati da sentimenti musicali, che so, essere piuttosto fan dei Beatles che dei Rolling Stones, degli U2 invece che dei Coldplay o viceversa, e di subire una musicofilia pregressa, quando non da allucinazioni musicali, o da epilessia musicogena – che orrore! Non è tutto, il libro, che non è di medicina e neppure di psichiatria, si limita ad esporre quelle che sono le patologie senza la pretesa di dare soluzioni curative.

Molto più tranquillamente permette di addentrarci nelle diverse dimensioni della musicalità, in quello che è il paesaggio sonoro della nostra ragione, e che riguarda il sentimento, la memoria e l’identità, di uno stato emozionale affettivo che da sempre la musica regala a tutti noi, seppure nel diverso modo di sentire e apprezzarla. Che, al di là della seduzione o dell’indifferenza che talvolta ci coglie, alla malinconia che sembra creare intorno a noi, spesso risulta essere la cura che cercavamo. Unico nel suo genere, il libro ha una sua valenza per gli aspetti inusitati e insospettabili che il lettore trova nelle pagine fitte di richiami etnico- musicologici, medicali e scientifici che appartengono a un panorama letterario di scarsa fruizione, in cui nomi illustri, operano nel silenzio della ricerca più ostica delle amnesie e amusie cocleari (l’imperfetta percezione dei suoni), e la musicoterapia applicata (morbo di Parkinson, demenza precoce, sindromi temporali e durature) e non solo.

Bensì anche delle problematiche connesse al linguaggio così come si è sviluppato in tutti i suoi aspetti, che quasi c’è di conforto sapere che: “L’origine della musica umana è molto meno facile da comprendere”. Un libro utile per quanti: musicisti, appassionati di musica, neurologi, educatori, insegnanti di sostegno, linguisti, logopedisti, ricercatori, etnomusicologi che, possono trovare in esso le ragioni di quella conoscenza sconfinata che pure è parte rilevante della nostra crescita culturale. E che straordinariamente ricalca le parole di Darwin – che ne era al tempo stesso sconcertato – quando nel suo “L’origine dell’uomo” scrisse: “Giacché né il piacere legato alla produzione di note musicali, né la capacità (di produrle) sono facoltà che abbiano il benché minimo utile diretto per l’uomo … devono essere collocate fra le più misteriose di cui egli è dotato”.

E a voi, piace Brahms?

Oliver Sacks, recentemente scomparso ha insegnato neurologia e psichiatria alla Columbia University Artist. Medico e scrittore, è autore di dieci libri, fra i quali: “L’uomo che scambiò la moglie per un cappello” (Adelphi 1985); “Vedere voci” (Adelphi 1989) un viaggio nel mondo dei sordi; e “Risvegli”, da cui è stato tratto il film che nel 1990 ha ricevuto tre nomination agli Oscar.

Sitografia: info@adelphi.it

Ɣ – Alla musica, la ‘grande musica orchestrale’ cosiddetta ‘classica’ che si vuole distinguere da quella ‘popolare’ anche detta ‘arte di cavar suoni’, è dedicato un libro di Raffaele Mendace “Il racconto della musica europea - Da Bach a Debussy” (Sfere 2017), che ho appena ricevuto come notizia poiché previsto in uscita in libreria dal 19 Ottobre. Un saggio di 500 pagg. circa, concepito per l’appassionato non musicista, ma perfettamente adatto anche agli studenti di università e conservatori, il libro propone una narrazione avvincente, sintetica e ricca di dettagli del periodo centrale della musica occidentale, cuore del repertorio concertistico, operistico e discografico. Innovativo per taglio e struttura, il volume offre uno strumento accessibile e scientificamente affidabile che esplora percorsi biografici e creativi, generi, forme e stili, indagando significato, origine e contesto dei fenomeni musicali. È tutto quello che so e che trascrivo per conoscenza.

Sitografia: Sfere - opere@networkeditoriale.it

Ɣ – “Il canto delle sirene” - Argomenti musicali, un libro di Eugenio Trías (Tropea Editore 2009).

“La musica non è soltanto un fenomeno estetico, né si riduce a una delle forme di quel sistema delle ‘belle arti’ che si è costituito a metà del Diciottesdimo secolo. La musica è molto più di un fenomeno estetico; è una forma di gnosi sensoriale, è conoscenza sensibile, emozionale, capace di offrire salvezza.; e per questa ragione è in grado di produrre effetti determinanti sulla nostra natura e sul nostro destino. Autentico viatico per la conoscenza che Eugenio Trias ha ricostruito in quest'opera dedicata ai grandi compositori della musica occidentale, dal Rinascimento fino alle più recenti avanguardie.
Un compendio di ben 864 pagine da leggersi individualmente oppure seguendo il ‘filo d'Arianna’ indicato dall'autore: dai gloriosi misteri di Bach, il dualismo del tragico e del comico in Mozart, le grandi narrazioni di Haydn, lo stile eroico di Beethoven, il concetto di opera totale in Wagner; e ancora, lo spirito creatore di Mahler, la nuova teologia musicale di Schònberg, la notte eterna di Béla Bartók, i sacrifici di Stravinskij, il panteismo sonoro di Cage o l'architettura musicale di Xenakis, sono soltanto alcuni degli ‘argomenti musicali’ che si distendono in quest'opera e animano un mosaico che, attraverso una lettura profonda e originale, sa restituire di ogni compositore i tratti distintivi e individuarne le reciproche relazioni di somiglianza e differenza.

Ne nasce una partitura filosofica avvolgente all'interno della quale possiamo riconoscere sotto nuova luce le figure dei grandi compositori occidentali degli ultimi quattrocento anni. Ma in questo percorso è lo stesso Trias che riconosce il debito verso una tradizione che comprende la filosofia hegeliana e quella platonica, e in particolare verso la lettura che di Platone ha elaborato la scuola di "Tubinga-Milano" (di cui massimo esponente è Giovanni Reale). La proposta dell’autore coincide allora con una meta-narrazione che, a partire dai momenti più alti della storia della musica, ritrova nei miti greci, nella tradizione pitagorica e del Platone delle dottrine ‘non scritte’ il nucleo generativo comune al pensiero filosofico e musicale … per cui ‘in principio era il suono’.

Eugenio Trias è attualmente professore di filosofia alla Facultad de Humanidades della Univesitat Pompeu Fabra di Barcellona ed è considerato il più grande filosofo spagnolo vivente. Come testimoniano le sue numerose pubblicazioni, ha dedicato il suo lavoro all’approfondimento filosofico spaziando in diversi ambiti. Nel 1995 è stato insignito del riconoscimento internazionale Friedrich Nietzsche per gli studi filosofici. In “Il canto delle sirene” egli ci regala un’appassionata e vibrante ricerca filosofica che si immerge nella musica come fenomeno originario per riconoscere, attraverso la sua storia e le vette toccate dai grandi compositori, la sua pulsazione più autentica”.

Sitografia: info@marcotropeaeditore.it

Ɣ – “Quaderni di un mammifero”, un libro di Erik Satie (Adelphi 1980).
“Mi chiamo Erik Satie / come chiunque” … “Sono un uomo del tipo / di Adamo (del paradiso)” … “A chiunque. Vieto di leggere, ad alta voce, il testo durante l’esecuzione della musica. ogni inosservanza di quest’ammonimento determinerebbe la mia giusta indignazione verso l’impudente. Non sarà accordato alcun lasciapassare” …

“Agli altri”
Non dimenticate che le epoche hanno, sull’artista (e sui poeti), una grande influenza; esse lo dominano e gli impongono la loro atmosfera. Egli non vi si può sottrarre” …
“Erik Satie, nato a Honfleur (Calvados) il 17 Maggio 1866, passa per il più strano musicista del nostro tempo”. Del nostro tempo, davvero c’è scritto così? Sì, proprio così. “Si situa lui stesso tra i ‘fantasisti’ che, secondo lui, sono ‘brave persone del tutto ammodo’. Spesso, dice ai suoi amici : ‘Miope dalla nascita, sentimentalmente presbite. Fuggite l’orgoglio: di tutti i nostri mali, è quello che rende più stitici. Se c’è qualche sventurato, i cui occhi non mi vedono, che gli si annerisca la lingua e che gli scoppino le orecchie”.

“Ecco qual è il linguaggio abituale del signor Erik Satie. Non dimentichiamo che il maestro è considerato, da un gran numero di ‘giovani’, il precursore e l’apostolo della presente rivoluzione musicale. (…) Numerosi musicisti, fra cui Claude Debussy e Maurice Ravel, ma anche altri, lo hanno presentato come tale: ‘colui capace di immaginare l’immaginario’, e questa loro affermazione si basa su fatti di un’esattezza garantita. Dopo aver trattato i generi più alteri, il prezioso compositore presenta qui (in questo libro) delle sue opere umoristiche.”

Ça va sans dire, che le parole usate, come ‘alteri’ sia riferito alla musica cosiddetta ‘classica’ e all’opera ‘lirica’; e ‘prezioso’ compositore, sostituisce un eufemismo che sta per ‘ricercato’ ed ‘eccentrico’; in quanto alle sue opere (brevi, corte, ecc.) definite nel testo ‘humoristique’ va riferito al gusto ‘sofisticato’ delle sue scelte musicali, alle quali spesso ha dato nomi intraducibili, di pura fantasia. Di certo non è mancato alla sua ‘tastiera musicale’ un certo ‘pizzico di follia’ che, proprio per questo, lo rende ‘maestro’ delle avanguardie che sono seguite alla sua epoca.

Vanno inoltre ricordati alcuni titoli originali, quali: ‘Air du rat’, ‘Chanson du chat’, ‘Rambouillet’, dove spesso utilizza un frasario alquanto bizzarro sul genere onomatopeico infantile. ‘Veritable préludes flasques’(pour un chien) che il grande pianista Ricardo Viñes interpretò in modo supremo alla Salle Pleyel (1913); ‘Pièces froides’, ‘Ogives’, ‘Gnossienne’, ‘Gymnopédie’, ‘Sports et divertissements’, ‘Descriptions Automatique’ che riscossero un notevole successo al Conservatorio (1913) e che lo stesso Viñes suonò con una finezza segreta, con uno spirito irresistibile.

In proposito, lo stesso Satie, affermava: “Scrissi le ‘Descriptions Automatiques’ in occasione della mia festa. Quest’opera segue a ruota i ‘Véritables Préludes Flasques’. È evidente che i Prosternati, gli Insignificanti e i Bolsi non vi troveranno alcun diletto. Ma che si mangino la barba! Che si ballino sulla pancia!”. Ma non sono i soli, tutta la musica di Satie, eccezion fatta per i suoi amici più appassionati (più della persona in sé che della sua musica), fu bistrattata non so per quanto tempo, e sempre tornata in auge fino ai nostri giorni, sia per la sua ‘forza distraente’ che di solito si avverte all’ascolto; sia per il suo ‘avvicendamento’ a quella creatività di cui tutti siamo, o che potremmo essere, ‘portatori sani’ del virus della modernità.

Riguardo poi a ‘Sports et divertissements’, il maestro scrive nella ‘Prefazione’: “Questa pubblicazione si compone di due elementi artistici: disegno, musica. la parte disegno è composta di segni – di segni d’intelligenza; la parte musicale è espressa da punti – da punti neri. Queste due parti riunite – in un solo volume – formano un tutto: un album. Consiglio di sfogliarlo con un dito amabile e sorridente, giacché questa è un’opera di fantasia. Non vi si veda nient’altro. Per gli ‘Incartapecoriti’ e gli ‘Inebetiti’, ho scritto un corale grave e dignitoso. Questo corale è una sorta di preambolo amaro, una forma di introduzione austera e afrivola. Ci ho messo tutto quel che so sulla Noia. Dedico questo corale a coloro che non mi amano. Mi ritiro. (…) I miei corali eguagliano quelli di Bach, con la sola differenza che sono più rari e meno presuntuosi”.

Ed anche che “La ‘Musique d’ameublement” è in sostanza un prodotto industriale” – scrive – e la definizione potrebbe riguardare non so quanti altri pezzi musicali che in verità non riesco a definire, se non ‘giochi divertenti’, ‘allegre scappatoie’, e che invece il maestro appellava come: “una curiosa facezia, che associa l’originalità alla grazia”, alla quale anche era uso dire: “prima di scrivere un’opera, le giro intorno più volte in compagnia di me stesso”.

Non è forse questo il principio delle così dette ‘variations’ che molti compositori più ‘seriosi’, non necessariamente migliori di Satie, ci hanno lasciato? Così come di ogni assolo del Jazz più autentico? O anche di gran parte della musica americana fino a Gerswin? E non è questa anche la sequela di ‘argomentazioni musicali’ dell’ideologia futurista di Marinetti, Russolo, Cangiullo, Piatti, Grandi; del profilo ‘sintetico’ di certi esempi sonori trascritti in ‘Echantillonage’ per utensili ripresi dai ‘rumoristi’ radiofonici e/o teatrali? Il costante oscillare di Erik Satie tra poesia e musica, tra il vezzo umoristico e l’emozione del mistero e l’esigenza di soffondere una sorta di atmosfera fatta di piccole sonorità ‘mi poétique’, il suo fare ricorso allo spirito infantile nei suoi pezzi più eclatanti è Surrealista o Dada? Ripeto qui le parole esatte spese da Erik Satie a riguardo:

“Chiedo di ascoltarli (e aggiungo riascoltarli) a piccoli sorsi, senza precipitazione. Che la Modestia cali sulle spalle ammuffite dei Rattrappiti e degli Insabbiati! Non si abbelliscano della mia amicizia! È un ornamento che non gli spetta”.
Che dire? Ci troviamo davanti al ‘genio’ assoluto della musica contemporanea, o no?

Discografia insolita di Erik satie:
- Jean-Pierre Armengaud – ‘Piano’ – LP Le Chant du Monde 1986
- Marjanne Kweksilber (soprano) – Reinbert Di Leeuw (piano) ‘Songs, Lieder, Mélodies’ –
LP Philips 1980
- Reinbert Di Leeuw (piano)’Les oeuvres de jeunesse pour piano’ – cofanetto LP Philips 1980 (molto apprezzato dal pubblico ‘pop’ per il quale ha ricevuto il disco di platino.
- Erik Satie ‘Danceries’(per orchestra e voce soprano) – CD Denon 1986
- Erik Satie ‘Oeuvres pour piano (pièces humoristiques) – Vol. 1/2 CD Accord 1986
- Paolo Poli (voce) Antonio Ballista (piano) – ‘Soiree Satie’ LP FonitCetra 1982

Sitografia: info@adelphi.it

Vi prego, non vi scomodate più di tanto, nella prossima puntata vi parlerò di “Parade” su musica di Erik Satie, in occasione della grande Mostra aperta a Roma alle Scuderie del Quirinale di un altro ‘genio’ della pittura e non solo che fu Pablo Picasso.
Au revoir!

*

- Letteratura

Fogli(e) d’Autunno

“Fogli(e) d’Autunno”
(letteratura, poesia, narrativa, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica e viaggi.)

(*) «Erano arrivati dai colli, dalla strada che dopo gli ultimi villaggi e le vigne raggiungeva il fiume, da lontano avevano visto i tetti grigi e il crinale roccioso e più in basso, tra i salici, dei pescatori su una barca. Attraverso i sentieri e il boschetto avevano costeggiato il fiume, andavano lenti e tenevano i cavalli al passo, guardavano le acque chiare, quasi azzurre nel sole, e la pianura immensa al di là del fiume. (…) Erano cinque sui loro cavalli, il più giovane aveva appena vent’anni e riccioli fino alle spalle, il più vecchio non aveva età, un vegliardo forse, la cui bellezza attirava ancoa gli sguardi, gli occhi chiari nel volto bruno, il corpo dritto e svelto sotto il gabbano di panno marrone. Chiunque li avesse osservati avrebbe capito che avevano fatto un lungo viaggio, la stanchezza segnava i volti e forse anche un’inquietudine, lo smarrimento di forestieri venuti da molto lontano.
Presto si fermarono a guardare il paesaggio intorno a loro, sembrava immenso dopo la foresta, come il cielo sopra i poggi e l’altro lato del fiume verso la piana, il vegliardo faceva un gesto largo nell’indicarla in silenzio, forse pensavano alla pianura lombarda e ai colori del cielo nelle sere sul Po, l’ora non consentiva parole, tacevano, allievi e servitori, in attesa sui cavalli, il vegliardo capiva, lui stesso non aveva nulla da dire e nulla intendeva dire, né la stanchezza, né i giorni difficili da cui uscivano, la strada così lunga nel freddo e l’umidità delle cime. (…) Per un istante il vegliardo aveva dimenticato chi fosse e da dove venisse, guardava il nuovo paese, si avvicinava all’ignoto. (…)
Lui intendeva partire con gli allievi, percorrere il paese come aveva percorso l’Emilia e la Romagna, l’Umbria e la valle del Tevere, disegnando, calcolando, tracciando mappe e piani, dipingendo il resto del tempo. (…) Guardava il paesaggio e i colori del cielo al di sopra del fiume, cercava un’ultima volta la grandezza, la bellezza, immaginava delle ville sulle rocce bianche come in Toscana, la profondità infinita delle terrazze. (…) Lui spiegava agli allievi, loro disegnavano quello che lui diceva. La sera quando dormivano guardava i loro disegni, correggeva, riprendeva l’idea. A inchiostro, a mina di piombo, a pietra nera, ispessiva il tratto, rettificava il calcolo, nei margini aggiungeva un commento, un’idea … di bellezza e più ancora che la bellezza, la certezza della bellezza.»

Un’introduzione letteraria per un argomentare che concerne narrativa, saggistica, poesia, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica e viaggi, nell’ambito della stagione autunnale, intermedia, prima del sopraggiungere dell’Inverno e dei festeggiamenti per la Natività del Signore. Un vademecum di Libri nuovi ancora non letti, e di altri più datati raccolti sulle bancarelle, di Mostre di grande e piccolo richiamo, di suggerimenti per spettacoli da vedere al Cinema e a Teatro, di Concorsi di scrittura, di brevi Viaggi per quanti intendono affrontare un momento di svago. Un po’ come quei ‘viandanti’ nelle pagine introduttive, che ho appena trascritte per il piacere di offrirvi un esempio di ottima letteratura, in cui l’osservatore rimane estasiato davanti allo spettacolo della ‘bellezza’, unica moneta di scambio fra l’essere naturale e il sublime divino. Onde cercarla è sinonimo di apprendimento, di riconoscenza, di felicità interiore e che solo l’amore in ultima istanza appaga.
Amore per tutto ciò che ci circonda nel quotidiano e ancor più per la vita che ci è data come dono che non va dispregiata, tale da essere usata e gettata via come nonnulla, senza tener conto della ragione per cui siamo al mondo o del perché qualcuno ce l’ha data. Quei nostri genitori che per mille ragioni a noi sconosciute, un giorno hanno concepito di dare prosieguo alla propria esistenza. Foss’anche per un disguido inconscio e tuttavia guidato e ‘offerto’ da un volere supremo, nel rispetto di una natura antropica che ci attaglia. Questo il tema primario del libro d’apertura di questa pagina e che sottopongo alla vostra attenzione di lettori attenti e partecipi come voi che mi leggete:

- (*) “L’offerta” di Michèle Desbordes – (Mondadori 2001); passato in sordina negli scaffali delle librerie e subito finito sulle bancarelle; ‘un libro di straordinaria bellezza interiore’, una storia intima vissuta sulla pelle, fatta di sguardi e sospensioni tra luci ed ombre di chi si offre all’amore nella maniera più pura, nel silenzio dei sentimenti senza chiedere e senza aspettative. Un raffinato florilegio sull’arte del Rinascimento europeo nobile e lusinghiero in cui s’avverte il senso dell’espressione creativa dell’artista, quel veliardo co-protagonista del romanzo. Ma il fascino e la bellezza del romanzo è tutto racchiuso nella densità di un’atmosfera avvertibile nei gesti quotidiani di lei, Tassine, un mistero della natura di donna, còlta dalla grazia di una scrittura sospesa e inesorabile come il passare del tempo.

Ɣ - La tematica dell’offerta riporta alla memoria il “Saggio sul dono” di Marcel Mauss – (Einaudi 1965), ormai consunto ma che non smetterò mai di proporre. E l’altro pregevole “Lo spirito del dono” di Jacques T. Goldbout – (Bollati Boringhieri 1993), entrambi riguardanti l’aspetto etnologico e sociologico del dono arcaico che si spinge nella filosofia del ‘donare’ moderno, da cui emerge un aspetto sostanziale: la libertà di un appagamento personale che è poi uno (solo) dei movimenti dell’atto del donare. «Ne risulta la prospettiva perfettamente praticabile del rafforzamento degli elementi di reciprocità ‘gratuita’ e nondimeno vincolante, presenti nella vita sociale.» Se è vero che si dona per soddisfare il proprio piacere di vedere felice un’altra persona, tale gesto rientra in quella che si chiama ‘economia della gratitudine’ nutrita dal surplus di sorprese reciproche, che fomentano il probabile scambio agevole del dono a tutti i livelli della vita sociale: la famiglia, il volontariato ecc. come un vero e proprio investimento di benevolenza.

Ɣ – Solo opponendo il sentimento alla ragione e imponendo la volontà sul sentimento si può giungere a sostituire all’isolamento e alla stasi l’alleanza e il perdono; alla guerra il reciproco scambio di pace; alla sopraffazione l’irrinunciabile generosità del dono. Allora anche la vita assume una maggiore versatilità, non più univoca, verso cui convogliare tutte la “Vite di scarto” di Zigmunt Bauman – (Editori Laterza 2007), “..una guida illuminante e lungimirante per chi vorrà studiare l’estinzione dell’uomo e della sua storia, e il sorgere della nuova volatile specie che lo sta soppiantando.” Ma anche ai rifiuti della globalizzazione dobbiamo trovare una collocazione e quelli che sono i residui d’una esistenza vanno in qualche modo salvati da una fine indegna e inumana. Come non saprei, sta di fatto che va trovata una soluzione, a molto servirà la comprensione di quanti si sentono già assolti dal Giudizio di Dio.

Ɣ – Pensiamo a una di queste ‘vite’ e traiamone la conseguente solitudine interiore che ne deriva, l’inaridimento dei sentimenti, gli ostacoli psicologici da superare, l’inarrivabile domani dietro un punto interrogativo che non ha risposte. È questo il tema profondo del libro “Angelo SenzaDio” di Carmelo Musumeci (Amazon 2017) ergastolano oggi in semilibertà che durante 26 anni di prigionia ha trovato la forza di raschiare i muri della sua cella così come della sua anima, per un riscatto che sapeva blindato dietro pesanti sbarre di ferro, spalancando la porta ferrata e mostrando al mondo le ‘verità nascoste’ dietro di essa. E lo ha fatto con una scrittura ferma nei sentimenti, nel dolore e nella rabbia dei giorni e degli anni che passano inesorabilmente, senza evasioni letterarie, nella crudezza della realtà reinventata all’uopo, che gli desse certezza della sua sopravvivenza di uomo, ancor più d’essere umano: “Mai superficiale. Mai compiacente. È un cuore che grida sofferenza – patita e inflitta - rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere, e amore. con un linguaggio capace di esprimere forti sentimenti e emozioni; dolore, rabbia, e speranze deluse.”

Ɣ – Voglio qui ricordare un precedente libro dal titolo “L'assassino dei sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano.” (Amazon 2014) in cui Carmelo Musumeci è coautore insieme a Giuseppe Ferraro, a cura di F. De Carolis, in cui un filosofo e un ergastolano si scrivono. Ne nasce un racconto di vite: di quella prigioniera dell' “Assassino dei Sogni” che non dà scampo, e di quella che pensiamo libera ma che pure può diventare prigione di qua dalle mura del carcere. Ricca del fascino discreto della scrittura epistolare, una riflessione sulla carcerazione che diventa discorso amoroso e ‘disse questo entrando parole’ pronuncia sentieri di libertà. Pagine che, quando tutto sembra perso e il buio sta per avere il sopravvento, diventano lezioni e iniezioni di vita, per l'ergastolano, per il filosofo, ma forse anche per tutti noi.

“Dopo ventisei anni di carcere – scrive Musumeci alla redazione di larecherche.it – oggi è il mio primo compleanno da uomo semilibero, voglio dedicare a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri, questa poesia che avevo scritto negli anni bui quando ero convinto che di me dal carcere sarebbe uscito solo il mio cadavere. Grazie a tutti quelli che in questi anni mi hanno letto, senza di voi non ce l’avrei mai fatta a sopravvivere, vivere e ad esistere. Grazie. Un sorriso da me e uno dal mio cuore.”

“Vite disabitate.” (una poesia di Carmelo Musumeci)
Sangue nell’anima
Lacrime nei ricordi
Sguardi spenti
Occhi bui
Silenzi vuoti
Rumori senza colori
Fine pena mai.

Gelida vita
Senza luce
Né fine pena
Sorrisi opachi
Rivestiti di ghiaccio
Notti inteminabili
Fine pena mai.

Tempo che va
Su e giù
Fra la vita
La morte
Fra sogni
E incubi
Fra bianco
Grigio
Fine pena mai.

Ɣ – A questo proposito “L’esistenza a volte ci pesa – scrive David Le Breton sociologo e antropologo dell’ultim’ora – in “Fuggire da sé” (Raffaello Cortina Edit. 2016). La società contemporanea esige da noi un’affermazione permanente, la continua reinvenzione della vita, il successo. E se qualcuno non si sente all’altezza ècco subentra la tentazione di lasciare la presa , di assentarsi da sé divenendo irraggiungibili, che può manifestarsi in forma di fuga nell’alcol, nelle droghe, nel gioco, nella follia, o può assumere il carattere di una fuga vera e propria, quando non si lasciano tracce di sé, scegliendo per esempio di vivere ‘nelle terre estreme’. Eppure, la volontà di sottrarsi al legame sociale è, a volte, la condizione per continuare a vivere, per inaugurare un rapporto nuovo con sé, con gli altri e con il mondo. La frantumazione del legame sociale isola l’individuo, restituendoloalla sua libertà, al godimento della propria autonomia (libero arbitrio?) o, per contro, alla sensazione di inadeguatezza, di scacco personale. L’individuo che non disponga di solide risorse interiori per adattarsi e attribuire senso e valore agli avvenimenti (e/o accadimenti), o che non abbia sufficiente fiducia in sé, si sentirà molto più vulnerabile e, pertanto, costretto a darsi da solo il sostegno che non può aspettarsi dalla comunità (libero arbitrio!). Sovente, è immerso in un clima di tensione, d’inquietudine, di dubbio che gli rende la vita difficile.”

Ɣ – Come nello sfortunato caso accaduto alla protagonista di ‘Metà di me’ libro di Laura Feri – (Mauro Pagliai Editore 2015) in cui l’autrice si spinge in ‘esercizi di normalità’ a voler dare un senso a ciò che, forse, senso non ha, andando alla ricerca di quel qualcosa in più, per cui affermare che vale sempre la pena di vivere questa nostra vita, nel bene e nel male che pure ci riserva … “..Come un fiume in piena lo sconforto mi travolge, rompendo di colpo una diga che fino ad ora ha miracolosamente retto, una diga fabbricata con una miscela di ottimismo e speranzosa incoscienza.” Anche quando … “..Le lacrime scendono copiose dai miei occhi grandi rigando il mio volto di pulcino ed il pianto annega il mio cuore malandato. Solo quando i singhiozzi hanno esaurito tutte le mie forze, mi addormento piombando in un sonno che non è mio.” Soprattutto quando …
“..la recuperata coscienza di noi stessi si libra sopra di noi per avvertirci che il peggio è passato, che quanto accaduto non era poi insormontabile se riusciamo a parlarne, a ponderare le nostre capacità liberatorie, delle quali non eravamo neppure a conoscenza. È allora, ed ogni momento potrebbe essere quello giusto o forse dovrei dire quello più prossimo, che prendere coscienza della nostra sofferenza, ha la stessa valenza dell’afflizione che ci colpisce e che, in certi casi, ha permesso e ci permette di affrontare il calvario che ci spetta, e che purtroppo non vedrà esclusi nessuno di coloro che per un investimento di benevolenza, ci ruotano quotidianamente attorno.

Ɣ – Che lo scrivere non sia solo un ‘esercizio di stile’ lo abbiamo appurato da tempo, ma è grazie all’apporto di molti giovani autori se oggi l’argomentazione tematica, soprattutto nel romanzo, affronta tematiche ritenute, in certo qual modo, inibitorie. È quanto accade a Rebecca l’intrepida protagonista di ‘Metà di me’, libro di Laura Feri – (Mauro Pagliai Editore 2015) questo romanzo diretto e introspettivo che senza cadere nella retorica e nei facili sentimentalismi, ci svela come il coraggio presente nel cuore di ognuno di noi, ci permetta di affrontare ostacoli che sembrano insormontabili'. Per quanto, benché nel pieno della loro drammaticità lo siano davvero, pur aprono porte alla speranza, una, o forse la sola, soglia di sbarramento allo scoramento, all’abbandono definitivo a quella solitudine che dobbiamo in ogni modo contrastare, per noi e per gli altri. Noi, "..non siamo qui per noi, siamo qui per i nostri amici e i nostri parenti, per ringraziarli, per stare in loro compagnia, per festeggiare tutti insieme.” Non in ultimo quando, per un ulteriore ‘esercizio di normalità’, l’autrice afferma di volere: “..che i sorrisi di chi ci circonda lascino tracce indelebili nella nostra vita, che mantengano i loro effetti positivi nel tempo, una scia di benevolenza a cui potremo attaccarci nei momenti più complicati. So che continueremo a trovare sul nostro cammino molte difficoltà, magari anche impreviste, ma noi le affronteremo insieme (questo è certo!) sempre e per sempre uniti nel nostro amore imperfettamente perfetto.”

Ɣ – Recensire questo libro, con il suo linguaggio scorrevole e veloce, improntato sulla realtà esistenzenziale di disabile, mi ha permesso di prendere consapevolezza della capacità umana di non perdersi d’animo e di saper reagire anche di fronte all’inesorabile tragedia di una vita, di “..riuscire a sdrammatizzare il dramma e salvarsi con l’amore. (…) Sono speciali tutti coloro che non si arrendono, coloro che di fronte a difficoltà fisiche, delusioni sociali, fallimenti professionali, reagiscono con un sorriso.”, ammetto che mi ha fatto bene. Sebbene qualcuno sembra averlo dimenticato, per Mauro Pagliai Editore della collana “Le ragioni dell’Occidente” con la quale, attraverso scritti polemici, romanzi, saggi e conversazioni, si offre di affrontare le problematiche che stanno incendiando il mondo moderno: ‘Ci sono ancora dei valori che sono validi per tutti, e c’è ancora una morale da difendere. Abbiamo ancora un’etica che può distinguere il giusto dall’ingiusto ed esistono saldi e assoluti punti di riferimento’, che sono imprescindibili da problematiche che recano in sé dolore, insoddisfazione, pena, incomprensione, ingiustizie ataviche che vanno combattute su tutti i fronti della comunità umana e, singolarmente, nella pretestuosa compagine dei ‘non tocca a me occuparmene’, o dei ‘non mi riguarda’. Grazie quindi a Mauro Pagliai per la costanza nel portare avanti ‘tematiche’ ritenute appunto ‘inibitorie’ del comune senso sociale. Contatti: info@polistampa.com

Ɣ – Se – come scrive Marcel Proust in “Il tempo ritrovato” ("La Recherche" Mondadori Edit. 2005): “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”; l’attuale sfida posta dal filosofo Jacques Derrida in “Luoghi dell’indecidibile” (Rubettino 2012), è quella di ripercorrere il tracciato filosofico (ben più impegnativo) del lessico contemporaneo che mette in gioco le nozioni di ‘luogo’ e dell’ ‘indecidibile’ nel loro significato più ampio. Il ‘luogo’ come spazio storico e simbolico della verità; l’ ‘indecicibile’ in quanto produttivo di senso, ‘che fa del dire, della lingua, della scrittura qualcosa di più ampio di quello che la presenza, l’intenzione o la semplice percezione potrebbero esprimere, ad esempio, sulla democrazia, sulle categorie del linguaggio politico, e sulla ricerca di ‘senso’ dell’intera evoluzione occidentale. Un susseguirsi di firme autorevoli che si misurano con le tematiche filosofiche care al filosofo: da Francesco Garritano ed Emilio Sergio entrambi curatori del presente volume, a Giuseppe Barresi, Gérard Bensussan, Marc Crépon, Jacob Rogozinski, Davide Tarizzo e altri; in cui si affrontano su temi diversi, pur tutti inerenti al pensiero derridiano, sull’origine in quanto ‘idea’ del primato, sull’identità, sull’autobiografia e la scrittura biografica, ‘su come si diventa ciò che si è’, sull’happy-endin. Sul facile rovesciamento ‘autobiografico’ di una certa consuetudine dell’auto rappresentazione come ossessione narcisistica.”Non è possibile – afferma Francesco Garritano – sottrarsi a ciò che è costitutivamente mutevole, dunque (…) non resta che accettare la realtà di una lingua che, essendo recintata da una soggettività meticcia , non è data da chi parla a se stesso, ma si dà, nel senso che porta in sé una forma di autonomia non rispondente ad alcuna identità, ma unicamente alla tradizione come unità-molteplicità. (…) Chi parla non può porre una rigida corrispondenza fra ciò che dice e la sua identità, quand’anche sottoscrivesse con la propria firma ciò che dice, rimanderebbe sempre alla propria assenza, a quel tempo immemoriale in cui giace la lingua dopo aver attraversato la storia.”

Ɣ – Se l’atto di parola si fonda sul primato dell’uno, di una parola che non è parola, ma accadimento – scrive ancora Francesco Garritano (op.cit.) “..l’idioma si fonda sul primato dello spettro: è la connessione della lingua con la sua dimensione storica, con quella memoria della lingua nella lingua”. Siamo di fronte a una prospettiva speculare n cui ‘ciò che è’ corrisponde all’apertura del presente, alla mescolanza con il passato e il futuro, tempo, per eccellenza, dell’evento, dell’incontro. (…) Di organizzare l’universo all’interno di un unico tempo, quello della parola nel momento in cui si manifesta: tutto questo implica che c’è un solo tempo, il presente dell’enunciato-azione”. È questo il tempo della ‘poesia’, un non-tempo in cui è fissato l’accadimento; dove l’indecidibile derridiano trova il terreno più adatto alla sua catarsi, in senso di purificazione e riscatto dal tempo stesso, dall’inesorabilità della sua natura di ‘attraversamento’ della soglia (F.Rella); di là dove non c’è più fine, nell’ ‘infinito’ leopardiano; colà dove “Non c’è fine al principio”, almeno stando alla tematica codificata dalla Rivista di Ricerca Letteraria “Anterem” diretta da Flavio Ermini (Anterem Edizioni – n.94 Giugno 2017). Della quale sottolineo “Il canto di Orfeo” di Vincenzo Vitiello che c’introduce alla poesia come tempio in cui accogliere il mito; e a contrasto “La riservata vergogna della poesia” di Enrico Castelli Gattinara, un esempio di de-costruzione derridiana dell’accadimento poetico. Egli scrive: “C’è un pudore particolare nella poesia. Una riservatezza che si espone ritirandosi. Una vergogna che non lascia scampo. Il poeta sa della violenza tremenda che ogni parola porta con sé: violenza contro le cose, nel momento in cui la parola s’instaura come differente da loro, senza più essere una cosa fra cose. Unicità della parola, differenza estrema, incolmabile.”

Ɣ – Non dimentico di essere presente sulle pagine de LaRecherche.it, la rivista on-line di poesia e altra letteratura, invito a leggere alcuni versi tratti da “Edeniche” di Flavio Ermini (op.cit.):

‘La strada che fiancheggia il vuoto’
viaggia l’uomo sugli oscuri sentieri lungo i quali i viventi
intraprendono l’ultimo pellegrinaggio alla ricerca di un varco
che li riporti dotati come sono di parola nell’indistinto
quali principali testimoni dello sgomento che genera il tempo
quando si accumula insensato nel portarci alla morte

‘Il luogo ostile’
si muove su una terra da cui fa segno a ciò che in alto appare
il mortale sottraendosi all’idea stessa di atemporalità
proprio come l’uomo che su se stesso si curva
e tra forti indugi avanza affidandosi all’esilio
grazie a quel varco dal quale può udire
nella sua naturalezza la voce che si perde
in plaghe remote insieme al valore della fugacità

‘L’argine delle pietre d’onda’
dà al nostro esserci senso e forma questo errare
sulle terre non ancora emerse tra le pietre d’onda
alla ricerca di un rifugio contro le illusioni
cui l’umana avventura induce nell’oscillazione
tra presenza e assenza in una sorta di estinzione
che appare infinita davanti alla dimore
della quale riconosciamo il vero fondamento
unicamente negli strati periferici del vuoto

sitografia: www.anteremedizioni.it
e-mail direzione@anteremedizioni.it


La publicazione di questo articolo prosegue per tutto l’autunno … la stagione che mesta più accoglie il mio cuore.)
Continuate a leggere larecherche.it



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- Arte

Mario Compostella ‘o la memoria creativa del tempo’.

Mario Compostella … ‘o la memoria creativa del tempo’.

Il giorno in cui i pesci uscirono dal mare, rispondendo al richiamo della cetra di Orfeo, la sirena Partenope diede loro un’anima trasformandoli nella genìa di umani che di lì a poco avrebbe popolato la città cumana di Neapolis. Con ciò, inoltre, donò loro l’arte di modulare la musica alla melodia e al canto, rendendoli inoltre capaci di fabbricare manufatti e strumenti adeguati a riprodurla e a trasformarla, secondo le proprie esigenze e le piacevolezze che gli ancora oggi gli sono riconosciute, distintive di quella ‘napoletanità’ tipica delle genti partenopee.
Un indirizzo iniziatico che ha reso l’‘homo faber’ napoletano artefice di se stesso nell’esplicare al meglio le proprie facoltà intellettive e comunicative che, da allora, e sono passati almeno 5000 anni, ha visto accrescere la propria creatività nella spinta di forza per la sopravvivenza. Sia nel senso della conservazione della passata ‘memoria’, afferente ai mestieri più antichi dell’utilizzo dei materiali primari; sia al rinnovamento dei ‘tratti distintivi’ dello stile e delle nuove forme espressive del nostro tempo.
Per quanto la ‘napoletanità’ non sia scevra da queste connotazioni più profonde, tuttavia è nella spontaneità di ‘vivere’ che in essa si rispecchia la sua più grande esperienza connotativa e filosofica: in quel ‘saper fare’ che vale qui la pena di sottolineare, in cui va ricercato l’esito di quella che è un’acquisita esperienza deduttiva, quel suo ‘fare creativo’, costitutivo di un voler guardare oltre il presente e che, ancor più, si apre al futuro.
Ciò per parlare delle capacità connotative di Mario Compostella, un ‘homo faber’ a tutto tondo, in cui la ‘creatività napoletana’ si ripropone con evidenza, sia nei manufatti artigianali sia nella sua recente produzione artistica. Si è qui costantemente partecipi di eventi risalenti a origini antropologiche che richiedono una colta rivisitazione o, comunque, una ricerca culturale che scandagli nel fondo ‘occulto’ delle scienze esoteriche e filosofiche. In quel simbolismo ‘creato dall’uomo per l‘uomo’ ancora non del tutto smarrito che accompagna il nostro vivere quotidiano o, che in qualche caso, allevia e/o appaga l’umana ragione di essere al mondo, restituendo ‘senso’ a ciò che forse senso non ha.
È alquanto singolare che a una deriva mitologica come quella sopra accennata corrisponda una tale concentrazione di mestieri artigianali e/o specificatamente artistici tipicamente partenopei, che vanno dalla costruzione di autentici oggetti d’arte quali, ad esempio, la pittura e la ‘gentilizia’ statuaria presepiale; agli strumenti musicali come il mandolino. Così come al canto e al teatro o alla creazione di autentici ‘miti’ culinarii come la pizza e la pastasciutta; per dire di un certo ‘modo’ d’essere in cui la ‘napoletanità’ si offre inoltre a tutte le esperienze poetiche e gestuali di un ‘fare teatrale’ rappresentativo della vita comportamentale del singolo e dell’intera comunità.
Un modo come un altro che assume carattere ‘rituale’ che allontana il male, intrinseco di uno scongiurare solo apparentemente faceto, quanto invece intriso di una certa simbologia, ‘fatta oggetto’, più spesso in passato, di fiabe e racconti entrati nella mitologia e nella tradizione letteraria. Così come all’interno dei sogni e di altri meccanismi di fuga il cui significato psicologico può essere conscio o inconscio a seconda dei casi e, comunque, sempre di rimozione di eventi nefasti o traumatici vissuti sulla propria pelle o cacciati nel fondo oscuro dell’anima.
Non è così per i partenopei che trovano e danno un senso a tutto ciò che fanno, che comunichino o che cantino, in un ‘continuum’ apotropaico, solitamente attribuito al rito e al gesto scaramantico in grado di allontanare l’umano ‘timor Dei’, o quella che comunemente appelliamo ‘paura’ quando riferita alla morte. Non in questo caso, in cui la ‘napoletanità’ piuttosto ne fa uso in quanto ‘consapevolezza di Dio’, da cui deriva il dovere morale di ‘vivere’, di onorare la propria condotta esorcizzando così la propria ‘umanissima’ quanto atavica paura.
Ed è pur questo il mondo magico in cui ‘lavora’ e si ‘esprime’ Mario Compostella, il giovane artista del ‘fare’ che accomuna all’elemento tempo la sostanza allegorica dell’operosità creativa; all’essenzialità poetica dell’immagine l’umiltà del mestiere e la preziosità dell’arte. Ed è lui che oggi andiamo a conoscere nella sua operosa essenzialità.

Il ‘gesto’, il ‘segno’ e la ‘parola’.

È detto che alcun segno delinei una forma senza che lo spirito creativo elabori un concetto che di per sé risponda a un’oggettivazione del pensiero, o senza che lo stesso si offra all’interpretazione della parabola che lo contiene e che lo elabora nella contiguità del tempo, oggettivandolo dentro la 'materia della memoria’; così come nel suo declinare all’interno della parola che ‘muta’ risponde al gesto concettuale che lo ha tracciato. E sia che si tratti dell’esperienza artistica nei suoi ambiti diversi, in quanto Mario Compostella è inoltre maestro d’arte applicata al restauro, nonché disegnatore di architetture e arredamento d’interni, o di scenografie per il teatro. Quanto il suo dare ‘vita alle forme’, al suo desiderio di soddisfare la propria aspirazione nel mondo della percezione, o ai suoi ‘fantasmi creativi’ (composizioni artistiche, immagini pittoriche e non solo), spesso utilizzando materiali recuperati, o per meglio dire: ‘rubati alla terra’, come terre e pietre, corde e legni, metalli poveri o preziosi come l’oro.
Ed è alla mano operosa dell’artista che si fa qui ricorso. Egli è infatti maestro doratore, una professione che gli giunge da lontano, almeno da tre generazioni di fattivo lavoro che risale al suo bisnonno e chissà da quale frequentazione ‘in illo tempore’ dell’estrazione dei metalli. I suoi attrezzi più frequenti sono il pennello, la cera, la gomma, la matita, una quantità di spatole e spatoline, lo scavino, lo scalpello, la punta di bulino per incidere sul metallo. Ancor più gli ‘occhi’ e le ‘mani’, prima ancora dell’afflato ultimo che le riveste: esoterico-allegorico, per voler dire ‘intimo e riservato’ che trasforma le sue creazioni in ‘immagini’ insostituibili dell’umana vicinanza al divino (come ad esempio le sue rivisitazioni sacre); o quelle di un creato astrale (come le sue visioni cosmiche), così vicino a noi da lasciare stupefatti per la ‘bellezza’ che in esso si esprime.
È dunque nel ricreato mondo di una certa ‘bellezza’ che l’artista Mario Compostella esprime la sua sollecitudine alla riscoperta dei ‘segni’ che più coincidono con la nostra sensibilità d’interlocutori attenti e volitivi, sempre alla ricerca di avvalorare certe intuizioni nascoste, quelle significazioni illuminanti che ricreino l’emergere di un senso nuovo, seppure destinato a smarrirsi nella fuga delle definizioni. E lo fa nel comporre, levigare, cesellare, delineare l’indefinito e addirittura, in certi casi, l’indefinibile. Per quanto, essendo ciò quel che vi è di più avvalorante, ha anche sempre a che fare con la sua sensibilità e quindi con il sentimento poetico del ‘fare’ che si fa ‘verbo’, capace di quell’originalità che trasforma ogni suo momento creativo.
Che si tratti dell’amore, del sogno, del coraggio o della paura, così come del giorno e della notte, della guerra e della pace o di qualche altro tema di una lista infinita, alla fin fine egli pur ci parla di noi, e lo fa in modo semplice (mai banale), di ciò che siamo e che trascende dalla nostra ostinata esistenza nell’universo, di quell’‘uomo del fare’ che dapprima esternò nel ‘segno’ la propria inclinazione artistica …

‘uomo’ (paleolitico)

ancor prima che la segreta notte del tempo
aprisse al cosmico universo
ponesti alla rupe il segno della tua esistenza
- principio di tutte le arti -
ancor prima che la tenebra offuscasse l’infinito astratto
lasciasti all’immenso futuro
il messaggio informe del tuo silenzio
- ritorno di ancestrali echi -
al richiamo germogli di voci fuoriescono
dalle ferite inflitte alla pietra
onde ponesti
- l’orma sull’orma del padre -
che il domani accoglie fra le sue stesse spoglie. (GioMa)

Ma lasciamo che Mario Compostella ci parli della sua attività artistica:
Professionalmente nasco nel laboratorio di artigianato artistico di famiglia Ditta Arte Compostella, dove prima mio nonno e poi mio padre costruivano e restauravano arredi classici decorandoli con oro a foglia, l’inestimabile patrimonio di tecniche, manualità e conoscenza che mi sono state tramandate sono la genesi della mia espressione artistica, che inizia ufficialmente nel 1994.
Nel 1997 il mio laboratorio è inserito nell’Itinerario delle botteghe storiche nell’ambito del Maggio dei Monumenti, nell’anno 2000 partecipo alla Mostra di Artigianato Religioso in Pompei, dove sono premiato dai Lions Club International Pompei Host per qualità e raffinatezza delle opere esposte.
In questi anni decoro alberghi di lusso tra cui: Grand Hotel Parker’s, Excelsior, Grand Hotel San Francesco al Monte, fornisco teatri per arredi di scena tra cui: Opera Buffa del Giovedi Santo del Maestro Roberto De Simone, Tartufo di Tony Servillo, restauro arredi del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella e dell’istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
Nel 2006 partecipo al Columbus Day in New York, nel 2007 all’Italian Lifestyle in Emirates e nel 2008 al 5° concorso internazionale 'Il Mobile Significante' promosso dalla Fondazione Aldo Morelato in queste manifestazioni decido di presentare i miei nuovi lavori di design e ricerca, il consenso e le discussioni che ne seguono, producono una serie di eventi e iniziative ampliando di fatto il mio ambito professionale.
Nel 2011 la mia prima mostra personale ‘la materia della memoria’ nell’ambito del Forum delle Culture, 2012 ‘decorAZIONI’ che ha come location la Cattedrale di Caserta nel borgo medioevale, 2014 ‘Le sette Madonne’mostra itinerante nel percorso della Napoli Sotteranea, nel 2015 Istitut Francais di Napoli espongo il ‘Trono Itinernate’ dal quale segue un importante pubblicazione sulla rivista Rencontres dal titolo ‘La via dell’oro’, imperniato sul mio percorso artistico.
Nel 2016 sono nominato Fornitore Ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. Nel 2017 progetto e realizzo ‘La Macchina dell’Energia e ‘Il giardino dei Chakra’ per il I International Reiki Festival di Ferla (SR).

Mario Compostella vive a Napoli, dove gestisce il Laboratorio d’Arte e Restauro in qualità di Maestro artigiano e d’arte applicata, Perito-Esperto in doratura e argentatura a foglia, Disegnatore di architettura, arredamento d’interni e scenografie per il teatro.
Contatti:
www.mariocompostella.it
info@mariocompostella.it
E inoltre in facebook e youtube



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- Libri

Vite infinite un libro di Diego K. Pierini

DIEGO K. PIERINI ‘VITE INFINITE’
MEMORIE AD ACCESSO CASUALE DI UN VIDEOGAMER
Edizioni Ultra – 2017

Gli occhi incollati agli schermi, i calli dovuti alle manopole, i mostri di fine livello e un altro gettone per continuare il gioco sognando di avere “Vite infinite”. Fari puntati sul “videogame” raccontato dal brillante autore sabino d’adozione Diego K. Pierini in un diario atipico, minuzioso e profondamente intimo che mescola impressioni, riflessioni, ricordi personali e molta ironia per parlare di uno dei più grandi fenomeni intergenerazionali dell’era moderna.

Nato ad Ancona nel 1979, è la prova vivente che i videogiochi fanno male. Miope, moderatamente sociopatico, ridotto in povertà dalla passione per le consolle vintage e come se non bastasse laureato in filosofia. Ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Ha alle spalle un lungo percorso nel settore televisivo, prima come autore di Parla con me, quindi a Voyager, The Show Must Go Off e Gazebo, con cui lavora tuttora, e collabora con Synthesis come traduttore freelance di videogiochi.

Da 15 anni vive a Poggio Mirteto e la sua carriera spazia di arte in arte, con una particolare attenzione a quella letteraria. Ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Ha pubblicato un saggio sull’intelligenza artificiale 'Noi, robot' (Bandalarga, 2010) e una raccolta di racconti, 'SubLimen' (Ensemble, 2012).

Dall’intervista apparsa in Archivio, Cultura, Index 07/09/2017

Il tuo libro è scandito sui tuoi ricordi e al centro ci sono i videogamer, più che i videogame. Perché hai fatto questa scelta?

Diego K. Pierini

Questo libro non è un romanzo e non è un semplice saggio, ma un diario atipico, minuzioso
e a suo modo profondamente intimo che mescola impressioni, spunti di riflessione, ricordi personali e molta ironia per parlare di uno dei più grandi fenomeni intergenerazionali dell’era moderna: il videogame. Leggere questo libro significa indossare di nuovo, magicamente, i panni di un ragazzino degli anni Settanta. Uno di quelli (tutti,più o meno) che da un giorno all’altro si sono trovati di fronte a una sconosciuta tecnologia aliena fatta di schermi luminosi, manopole e fessure avide di monetine. Catapultati in una dimensione alternativa ricolma di enigmi, mostri di fine livello, genitori apprensivi e vite extra, sarete protagonisti di un’avventura lunga oltre tre decenni.

Il testo tutto sommato vede i due soggetti in equilibrio paritario: rivolgere agli esperti di videogames una nuova disamina sul tema mi pareva inutile, mentre mi premeva molto di più offrire un affresco più emozionale che andasse a rievocare, in chiave nostalgica ma anche decisamente ironica, l’epopea ipersatura ed entusiasmante di quei figli estetici degli anni 80 la cui psiche è rimasta tragicamente corrotta dalle ore spese tra mondi fantastici e manipolazione onanistica del proprio joystick (ma anche da Drive In e Automan). Qualcuno doveva pur spiegare la sociopatia e il decremento della vista da cui è affetta l’ultima generazione analogica. Ciò detto, parlare del mondo dei videogiochi, più che dell’oggetto videogioco, è un escamotage per toccare argomenti molto più vari, dalla sottocultura musicale al cinema, dal rapporto con le riviste alle relazioni umane.

Ufficio Stampa: Elisa Fantinel - 3358160566 –
elisafantinel@yahoo.it
www.elisafantinel.it

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- Musica

Roma in Musica a Villa Torlonia

'Che Grande Guerra'. Oratorio per Soprano, Contralto, Voce recitante ed Ensemble.

Teatro di Villa Torlonia - Roma
17/09/2017 Concerto, Spettacolo

Domenica 17 settembre 2017 ore 19
'Che Grande Guerra'
Oratorio per Soprano, Contralto, Voce recitante ed Ensemble
In occasione del 100° anniversario della Prima Guerra Mondiale, una riflessione sul mondo della composizione contemporanea che si accompagna alla meditazione e al confronto con la più grande avanguardia connotante il nostro Paese: il Futurismo e la sua visione positivista della Grande Guerra.
Al centro dello spettacolo un componimento musicale originale, composto da un Preludio strumentale, 8 scene e un Finale, che viene accostato a un libretto costituito da stralci di lettere di giovani soldati dal fronte e di testi di grandi poeti tra futurismo ed ermetismo tra i quali: C.Rebora, E.Montale, G.D’Annunzio, G.Pascoli.
L’esecuzione della Spirale Armonica Ensemble, in forma di Oratorio, vede la contemporanea proiezione di video di repertorio tratti da documenti storici inerenti la Prima Guerra Mondiale e spezzoni di filmati futuristi. In apertura di spettacolo viene eseguito il brano 'Al crepuscolo' di G.Verrengia, anche quest’ultimo ispirato alla Grande Guerra.

Spirale Armonica Ensemble:
Soprano Sofya Yuneeva
Contralto Eva Maria Ruggieri
Voce recitante Emanuele Gamba
Flauto Annalisa Sorio
Clarinetto Margherita Ramirez
Sax Marcos Palumbo
Fisarmonica Riccardo Pugliese
Violino Daniele Scaramella
Violoncello Elisa Pennica
Percussioni 1 Claudio Piselli
Percussioni 2 Giuseppe Piraino
Pianoforte 1 Federica Posta
Pianoforte 2 Andrea Feroci
Direttore Andrea Palmacci

Regia di Emanuele Gamba
Musica di Daniele Scaramella
Elaborazione testi di Luigi Boneschi
Montaggio video di Emanuele Gamba
A cura di Associazione culturale Spirale Armonica

*Ingresso con prenotazione obbligatoria allo 060608 a partire da 7 giorni prima dell’evento.

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- Letteratura

Invito alla lettura - Laura Feri in Metà di me

Moby Dick biblioteca hub culturale - https://www.facebook.com/MobyDickhubculturale/?ref=hovercard in Via Edgardo Ferrati 3, Roma invita alla presentazione del libro "Metà di me" di Laura Feri / Mauro Pagliai Editore – Ingresso gratuito

 

Con l'intervento di:

• Luciano Russi, docente di Teoria e Tecniche della Comunicazione di massa e di Organizzazione e comunicazione degli uffici stampa e degli URP all’Università di Roma “La Sapienza"

• Stefano Sepe, docente di “Storia dell’amministrazione” presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione e di “Comunicazione pubblica” all'Università della LUISS “Guido Carli”

• Lorena Fiorini, Presidente del Premio Letterario "Donne tra ricordi e futuro"

 

La vita di Rebecca è ordinaria ma appagante: un buon lavoro, un fidanzato che la ama, una famiglia lontana geograficamente ma vicina con il cuore. Quando però la giovane viene improvvisamente colpita da un'emorragia, tutto cambia. Paralizzata nella parte destra del corpo, dovrà affrontare un calvario fatto di sofferenza fisica e psicologica. Ma spesso un forte trauma può segnare l'inizio di una nuova vita, e Rebecca non sarà da sola nel suo quotidiano cammino verso la speranza...

Un romanzo diretto e introspettivo, che senza cadere nella retorica e nei facili sentimentalismi ci svela come il coraggio presente nel cuore di ognuno di noi ci permetta di affrontare ostacoli che sembrano insormontabili.

Laura Feri è nata nel 1979 a Firenze dove tutt’ora vive. Si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena e si è iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Toscana come giornalista pubblicista. Dopo qualche esperienza all’estero di studio e lavoro, è approdata nella pubblica amministrazione, ricoprendo diversi ruoli in diversi enti. Ha dedicato molti anni alla pallavolo, prima come giocatrice poi come allenatrice di bambine. Ama fare sport, leggere libri e soprattutto viaggiare. Metà di me, edito da Pagliai nel 2015, è il suo primo romanzo.

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- Cultura

Cronache d’Agosto dalla Riviera delle Palme



Cronache d’Agosto dalla Riviera delle Palme.

San Benedetto del Tronto / Porto d’Ascoli
Anche quest’anno si è ripetuto all’Hotel Poseidon, sul Lungomare Sud di San Benedetto del Tronto, l’appuntamento con alcune ‘eccellenze dell’arte’ contemporanea italiana. Numerosi gli artisti che hanno scelto la spiaggia dorata di quello che possiamo ben definire ‘punto d’incontro di presenze fattive della nostra cultura’ che si avvalgono della loro esperienza artistica in ambiti diversi come la pittura e la scultura, nonché l’architettura d’interni e la scenografia per il teatro. La direzione dell’Hotel Poseidon è lieta inoltre di annoverare fra i suoi molteplici clienti nomi di alto livello qualitativo in campo letterario come scrittori e giornalisti che trovano nella Riviera delle Palme il loro annuale periodo di svago.

Fra i nomi illustri di quest’anno la scultrice senese Vittoria Marziari Donati è stata senz’altro quella più apprezzata, un’eccellenza tutta italiana che da tempo ha attraversato la soglia dell’internazionalità e che s’avvia a completare il suo ciclo creativo nella contemporaneità dell’arte. Un percorso vissuto dentro e fuori le forme, nei pieni e nei vuoti che sono all’origine della vita delle cose, in cui tutto infine si compie, nel ricongiungimento di quella creatività umana, pur sublime, che l’alterità delle correnti artistiche ha disgiunto e che l’artista nella sua costante ricerca dedicata alla ‘poesia delle forme, ha sublimato in autentici ‘luoghi dell’anima’, recuperandone la ‘spazialità’ naturalistica che ad esse è propria.

È con questo spirito che la ‘materia’ così plasmata dall’artista, sia essa la ceramica degli inizi o la pietra dura successiva e, infine, l’impiego dei metalli come il ferro, l’acciaio e il bronzo della sua ultimissima produzione, raggiunge le forme volute di una concept-art che dal sottosuolo della materia rimanda alla luce e si veste di poesia. A tutt’oggi il curriculum di Vittoria Marziari Donati è assai ricco di riconoscimenti e premi che vanno oltre l’attualità espositiva che la vede protagonista in prestigiosi riconoscimenti quali: l’Onorificienza al Merito dell’Ordine della Presidenza della Repubblica 2017 in presenza del Sindaco e del Prefetto della nobile Città di Siena.
Ancora in questo primo scorcio d’anno, la scultrice ha ricevuto inoltre il ‘Collare Laurenziano’ dell’Accademia Fiorentina “per il suo contributo alle discipline scientifiche e artistiche” consegnatole in Firenze nella Sala dei Cinquecento.

La sua attività prossima-futura si apre con diverse inaugurazioni di Mostre dedicate alla scultura che la vedono impegnata a Siena per il IV anniversario del ‘Parco della Luce’ istituito dall’artista e aperto alle visite dal 04 Giugno scorso fino al 30 Settembre, e che vede la partecipazione di altri scultori italiani e stranieri.

Altra rilevante presenza di quest’anno è quella dell’artista napoletano Mario Compostella (nella foto), maestro d’arte applicata al restauro, nonché disegnatore di architetture d’interni e d’arredamento. Un artista ‘a tutto tondo’ scoperto ‘in anonimato’ dal giornalista Giorgio Mancinelli mentre con la sua famiglia sulla spiaggia dell’Hotel, disegnava sulla sabbia arzigogoli e ghiribizzi per le sue splendide bambine Elena e Viola. Riconosciuto e intervistato l’artista ha rivelato le sue peculiari origini di ‘artigiano’conoscitore profondo dei segreti di un ‘fare’ creativo che è alla base dell’arte.

Un ‘fare’ quello di Mario Compostella, che lo rende artefice di se stesso nell’esplicare al meglio le proprie facoltà intellettive e comunicative che gli sono riconosciute da più parti e che sono distintive di una certa ‘napoletanità’, tipica delle genti partenopee. Si sta quì parlando della capacità manifatturiera in cui la creatività dell’artista ripone la sua spinta di forza nel senso della conservazione della ‘memoria’ passata: sia nell’inventiva ‘evoluzionistica’ che guarda al futuro del fare artigianale, sia del rinnovarsi delle ‘linee conduttrici’ riscontrabili nelle ‘forme nuove’ dell’espressione dell’arte.

Nato professionalmente nel 1994 nel laboratorio artigiano di famiglia “Ditta Arte Compostella” dove, prima suo nonno e poi suo padre costruivano e restauravano arredi classici decorandoli con oro a foglia, un inestimabile patrimonio di tecniche, di manualità e conoscenza che gli sono state tramandate e che sono all’origine della sua espressione artistica. Successivamente, nel 1997 il suddetto laboratorio ormai passato nelle sue mani, viene inserito nell’Itinerario delle botteghe storiche nell’ambito del Maggio dei Monumenti e nell’anno 2000 partecipa alla Mostra di Artigianato Religioso in Pompei dove è premiato dal Lions Club International Pompei Host per qualità e raffinatezza delle opere esposte.

Negli anni che vanno dal 2007 al 2015 partecipa al Columbus Day in New York e all’Italian Lifestyle in Emirates con ‘Il Mobile Significante’ promosso dalla Fondazione Aldo Morellato, manifestazioni in cui egli presenta nuovi lavori di design e ricerca dando luogo alla sua prima mostra personale intittolata “La materia della memoria” nell’ambito del Forum delle Culture. Segue la location “decorAZIONI” nel borgo medioevale della Cattedrale di Caserta, e la mostra itinerante “Le sette Madonne” inserita nel percorso della Napoli Sotteranea. Nel 2016 è nominato fornitore ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. È di quest’anno 2017 la realizzazione di “La Macchina dell’Energia” e de “Il giardino dei Chakra” per il I° International Reiki Festival di Ferla (SR).

Congratulazioni quindi e i nostri vivissimi auguri a questi artisti per quell'eccellenza tutta italiana che essi continuano a rappresentare.

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- Arte

Sarzana Festival Europeo della creatività e delle idee

Evento 2017 Sarzana - Biblioteca Civica C. Martinetti 7

Il primo festival europeo dedicato alla creatività e alla nascita delle idee.
Sabato 2 ore 17.30 / Domenica 3 settembre ore 10.30
Bambini / Ragazzi
Sarzana - Biblioteca Civica C. Martinetti 7

Noemi Bermani, Salvatore Panu

‘Suoni di c/arte’

laboratorio
5-10 anni
60 minuti
25partecipanti

Quante cose si possono fare con un foglio di carta? E quanti suoni possiamo ottenere? Un Laboratorio Metodo Bruno Munari ® in cui – passando dall'esplorazione alla composizione istantanea – creeremo un repertorio di suoni informali per arrivare ad una conduzione musicale collettiva.

Noemi Bermani
vive a Bologna. Con il nome di Bradipo-Spazio per la cultura dell'infanzia progetta e realizza laboratori per bambini e adulti secondo il Metodo Bruno Munari®.

Salvatore Panu
ha studiato al Dams di Bologna. Dal 1989 svolge un’intensa attività didattica e di sperimentazione musicale conducendo laboratori di musica e canto sociale.

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- Arte

Street Art progetto letterario figurativo

Progetto Letterario Figurativo STREET-ART

Associazione Culturale CAFFE’ DELLE ARTI
Presentato da Concorsiletterari.net


Il concorso è in lingua italiana o straniera, obbligatoriamente accompagnata da traduzione. Al Progetto partecipano autori/artisti minorenni, di età compresa tra i 12 e 17 anni, autorizzati dai genitori. È ammessa la partecipazione a più sezioni con una o più opere (sino a un massimo di 3 opere in totale).

SEZIONE A – “VERSI (DI)VERSI”
Poesie, filastrocche, testi di qualsiasi genere musicale, con preferenza per il rap e freestyle rap…
Si partecipa inviando l’elaborato in formato Word: .doc, .docx, .odt, .txt (no .PDF)
In caso di testi per canzoni inviare anche il file mp3 dell’opera, completa di base musicale, se disponibile.
Non ci sono limiti di lunghezza.
SEZIONE B – “NERO SU BIANCO”
Racconti brevi, saggi brevissimi, pagine di diario, lettere senza destinatario, STORIE CHE SCRIVERESTI SUI MURI, progetti e considerazioni personali, fiabe e favole (classiche o moderne, di qualsiasi genere) …
Si partecipa inviando l’elaborato in formato Word: .doc, .docx, .odt, .txt (no .PDF).
Il limite di lunghezza è di circa 9000 battute, spazi compresi (4-5 pagine in formato A4).

SEZIONE C – “CITTA’ D’ARTE”
FOTOGRAFIA E Opere pittoriche (qualsiasi tecnica e dimensione), disegno, (vari generi, anche tattoo), caricatura, fumetto (anche strisce), graffiti, murales…
Per graffiti e murales e per tutte le opere di grandi dimensioni: si partecipa inviando una o più immagini fotografiche, in alta risoluzione, di opere realizzate su qualsiasi supporto di grandi dimensioni (.jpg – .png – .gif -.bmp) e indicando la tecnica usata.

Per disegni, caricature, fumetti, ecc… : si partecipa inviando una o più immagini fotografiche ad alta risoluzione o copie delle opere originali. La paternità delle opere andrà dichiarata sulla scheda d’iscrizione.

Tutte le Opere dovranno pervenire, entro e non oltre, il 30 DICEMBRE 2017.

Le opere contenenti turpiloqui, messaggi blasfemi, violenti, razzisti omofobi e pornografici, saranno escluse senza NESSUN preavviso.

MODALITÀ DI INVIO

Nell’invio, a mezzo email o mezzo posta, dovrà essere allegata SEMPRE la scheda regolarmente compilata e firmata da un genitore.

A MEZZO POSTA ELETTRONICA all’indirizzo: progettostreetart@gmail.com
N.B. Nell’oggetto della mail si dovrà specificare SEMPRE: Progetto “ARTI DI STRADA”.

SEZIONI A e B
Inviare una copia dell’elaborato in formato Word (doc. docx. odt. NO PDF) o mp3 e la scheda di partecipazione compilata in ogni voce e firmata dal genitore.

SEZIONI C
Inviare i file fotografici o fotocopiati delle opere e la scheda di partecipazione compilata in ogni voce e firmata dal genitore.

A MEZZO POSTA RACCOMANDATA
“Caffè delle Arti” c/o Mario Angelo Carlo Dotti, Via G. Marconi 2 – 25030 Adro (BS)
Inviare una sola copia dell’opera, stampata o in formato digitale (CD) completa di titolo e di scheda di partecipazione compilata in ogni voce e firmata dal genitore.

I PREMI
I giovani saranno premiati da una commissione esaminatrice, appositamente creata per il progetto e che vedrà impegnati, nella fase conclusiva delle valutazioni, ragazzi o ragazze dai 18 ai 30 anni e da esponenti dei vari generi artistici.
Verranno assegnati i seguenti premi.
Primo, secondo e terzo classificato.
Premi della Giuria.
Segnalazioni speciali.
Meritevoli di pubblicazione.

Caffè delle Arti si riserva la facoltà di assegnare, oltre ai premi previsti, altri premi o ulteriori podi non espressamente elencati nel bando. Nel caso in cui le opere non raggiungessero i livelli sufficienti, la commissione si riserva di NON assegnare premi per alcune sezioni.

LA RACCOLTA ANTOLOGICA

È prevista, a seguito del Progetto, la realizzazione, in collaborazione con Incipit Group, di una Raccolta Antologica delle opere premiate e di quelle segnalate dalla Giuria e, pertanto, ritenute considerevoli e meritevoli di pubblicazione.
L’Antologia sarà proposta in vendita agli autori prima della Cerimonia di Premiazione: l’acquisto non è obbligatorio.

CERIMONIA DI PREMIAZIONE E VERBALE DI GIURIA

I risultati del concorso saranno resi noti sul sito internet dell’Associazione Culturale “Caffè delle Arti”: www.caffedellearti.net e sulla pagina Facebook relativa all’associazione.

Tutti gli Artisti premiati riceveranno via mail i risultati finali e l’invito alla cerimonia di premiazione che si terrà a Roma il giorno sabato 31 marzo 2018, in contemporanea a quella del Premio Letterario Figurativo Nazionale “Caffè Sospeso”, cui il progetto giovani è strettamente collegato. Ulteriori dettagli sulla Cerimonia di Premiazione verranno comunicati successivamente.

La Giuria si riserva il diritto di NON assegnare premi qualora le opere non fossero, per qualsiasi motivo, conformi al bando o di livello inadeguato a giustificarne il merito.
Il giudizio della Giuria è inappellabile. Ogni Autore, per il fatto stesso di partecipare al Progetto, dichiara la paternità e l’originalità delle opere inviate e del loro contenuto, autorizza il trattamento dei suoi dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003 e sottoscrive,
a titolo gratuito, l’iscrizione all’Associazione Culturale “Caffè delle Arti”.
N.B L’iscrizione non prevede il rilascio di una tessera ma il solo inserimento dei dati nel nostro archivio.

Le opere non saranno restituite e verranno utilizzate dall’Associazione Culturale “Caffè delle Arti” solo per le finalità del Progetto e per i tempi a queste connesse.

Caffè delle Arti si riserva di concordare, in caso di vittoria o segnalazione, con i giovani Autori/Artisti l’inserimento, in scaletta, di brevi esibizioni da presentare al pubblico nel corso della Cerimonia di Premiazione.



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- Arte

La danza immobile - nell’arte di Vittoria Marziari

LA DANZA IMMOBILE

‘La danza e il gesto nell’arte di Vittoria Marziari Donati’.

 

Si vuole che la ‘danza’, qui presa a pretesto per formalizzare una sorta di ricerca spaziale, corrisponda a un concetto metafisico che la parola in sé solo talvolta riesce a contenere. Per quanto, almeno nelle sue rappresentazioni più eclatanti, si lasci travolgere dal tentativo di manifestare l’indicibile di un comunicare muto. Allo stesso modo che il ’gesto’, di per sé contenuto entro l’alone contemplativo dell’astrazione, assicura ad entrambe una necessaria consequenzialità interdisciplinare all’interno del ‘movimento’ delle due diverse espressioni, alle quali si aggiunge la riflessione ‘oggettivante’ dell’arte. Riflessione che, con maggiore evidenza statica, funge da intermediaria tra le due discipline rappresentate dalla ‘danza’ e dal ‘gesto’, nell’evolversi costante della spazialità figurativa ‘modificata e modificante’ nelle opere di Vittoria Marziari.

Spazialità creativa di ‘forme statiche’ in quanto ‘solidamente immobili’ benché soggiacenti alla mobile visualizzazione di chi, per così dire, le guarda dentro lo ‘spettro ottico’, in grado di diversificare il proprio punto di osservazione da diverse angolazioni e diverse prospettive. Come pure dalla diversificazione della luce e delle imprevedibili ombre che ogni forma proietta di se stessa, dando vita a una sorta di ‘movimento costante’ che è di per sé ‘danza’ o quantomeno ‘gesto’ che assume valenza teatrale. È così che nel dibattito fra ‘pieni’ e ‘vuoti’ il moto si attesta ora come ‘presenza’ ora come ‘assenza’ per una sorta di ‘danza immobile’ in cui l’osservatore, che possiamo definire spettatore di un metafisico ‘fare teatro’, viene  interamente coinvolto nel movimento delle sue ‘sculture poetiche’, nei gesti e nei passi di quella danza che esse suggeriscono.

Nella realtà non esiste una linea di confine fra il gesto e la danza in quanto sono entrambe espressioni dominanti e interagenti in modo evolutivo, quasi che l’una dipenda dall’altra in quanto ‘cadenza’ alternata e alternativa di una ‘concretezza’ pressoché onirica, suggestiva di emozioni scaturite dall’inconscio che si saldano come immagini nella memoria cosciente. Entrambe danno luogo a quella ‘scansione’ di emozioni che l’ ‘indicibile’ trasforma in note musicali come ‘misura del tempo’, sulla quale s’instaura l’ordine dell’armonia cosmica. Quella stessa armonia che è ‘struttura primaria’ di riferimento di tutte le varianti in cui l’arte si esprime, e che sono proprie della classificazione matematica delle cose, così come dell’espressione letteraria, della poesia e di molta concettualità filosofica.

Armonia che è all’origine di ogni ‘segno tracciato’ come di ogni singola ‘forma plasmata’ nel nostro ‘spazio comunicativo’ dai nostri diversi “modi di misurare il mondo” che ci circonda. Spazio significativo di contemporaneità che accoglie gesti percettibili e forme distinguibili in cui convergono le linee della progettualità speculativa, e altre se ne prospettano, seppure disgiunte da una futuribile oggettivazione. Va tuttavia considerato il contesto nel quale una certa creatività origina, si riproduce e si propaga nelle diverse ‘forme’ dell’arte; sia in cui la contestualizzazione utilitaristica si rende necessaria (oggettistica quotidiana, immagine illustrativa ecc.); sia lì ove l’adattamento alle nuove tecnologie (auto, computer, costruzioni meccaniche ecc.) richiede nuove formulazioni propedeutiche all’utilizzo pratico e usuale.

È inevitabile che lo spazio operativo che rimane all’arte così detta si riveli tendente alla sola ‘indagine programmatica’ più che all’arte stessa, per cui oggi si passa attraverso un’infinita gamma di esempi che pure vengono da lontano. Se mai l’arte è stata fine a se stessa, cioè se mai è servita a mostrare una certa creatività insita nell’essere umano, la nostra epoca denuncia l’esistenza di un flusso crescente durato almeno cinquemila anni che ha portato alla sublimazione dell’arte come qualcosa di irripetibile. Di contro si prospetta l’ ‘indicibile’ che ha portato alla ‘action-painting’ di Pollock, alla ‘street-art’ metropolitana di Haring e Basquiat, e che va bene per riempire di effetti colorati le superfici vuote delle stazioni o quelle dei muri delle case in disuso. Così come la ‘light-art’, affermatasi come forma d’arte visiva mediante le opere di Dan Flavin e James Turrell, il cui mezzo di espressione è il fine stesso dell'opera, va considerata ‘figlia della luce’ che, pur mettendo in evidenza le capacità tecniche di chi manipola lo strumento che la produce, si esprime in forma creativa, ma resta l’arte in assoluto più effimera che si sia vista fino ad oggi.

È nelle pieghe di quest’arte astratta e informale evolutasi nella ‘forma modificata e modificante’ che Vittoria Marziari trova la sua fonte d’ispirazione creativa, traendo dal passato quegli elementi naturali, oggi diremmo ecologici, come la terra refrattaria e la creta, la resina e il marmo, nonché il cristallo e i metalli più diversi, che rendono alle sue opere la ‘tangibilità della luce’ e il ‘senso equanime’ di una incontestabile contemporaneità. Tutto questo senza necessariamente rinnegare il passato dell’arte aulica dei grandi scultori e delle opere colossali, con opere dalle dimensioni ridotte, decisamente appetibili in ambito oggettistico e dell’arredamento di pregio, pur restando nei canoni propri dell’arte scultorea incentrata sulla tradizione. Tuttavia permettendo alle sue opere, di entrare nel vortice di quella ‘danza imobile’ che coinvolge tutta l’arte e che ancora ‘fortunatamente’ ci coinvolge tutti, regalando al nostro sguardo attento quell’effimera bellezza di cui da sempre andiamo alla ricerca, e che in fine salverà questo nostro mondo.

 

L'artista Vittoria Marziari Donati è stata insignita quest’anno 2017 dell’Onorificienza al Merito dell’Ordine della Presidenza della Repubblica in presenza del Sindaco e del Prefetto della nobile Città di Siena. Inoltre, ancora in questo primo scorcio di anno, ha ricevuto in quel di Firenze Sala dei Cinquecento, il prestigioso ‘Collare Laurenziano’ dell’Accademia Fiorentina “per il suo contributo alle discipline scientifiche e artistiche”.

La sua attività prossima-futura si apre con diverse inaugurazioni di Mostre dedicate alla scultura che la vedono impegnata a Siena per il IV anniversario del ‘Parco della Luce’ istituito dall’artista che ha aperto alle visite fin dal 04 Giugno scorso fino al 30 Settembre e che vede la partecipazione di sette scultori fra italiani e stranieri Con Vittoria Marziari espongono le loro opere eseguite con materiali diversi quali il bronzo, metalli, pietra ecc.: Giacomo del Giudice, Sara del Giudice, Giacobbe Giusti, Hota Kohei, Valerio Savino, Anton Ndoja, Alessandro Marrone.

L’11 Giugno appena trascorso è avvenuta l’inaugurazione a Roccaraso del monumento in bronzo dedicato ‘ai genitori’ visibile nel piazzale antistante Hotel 5Miglia della cittadina medesima.

Ancora il 18 Luglio, inaugurazione della Mostra Collettiva organizzata dalla ‘Enciclopedia d’Arte Italiana’ al Palazzo Visconti di Bergamo (oggi sede comunale) con l’opera intitolata ‘La superbia’ in bronzo levigato con escrezioni di materia informe che bene mettono in risalto la dicotomia dentro/fuori (pieno/vuoto), illustrati nel testo, presentata dall’autrice stessa con la poesia didascalica: ‘Come colonna senza piedistallo, sta la superbia al cospetto dei venti’.

Una seconda ‘opera’ dal titolo concettuale ‘Oltre la conoscenza’ svettante dalla base a forma di calotta che rappresenta la terra, per la quale ci si avvale dell’interpretazione cosmica che ha voluto l’artista: ‘Chissà se come, dove e quando, ti sarà data tutta la conoscenza’.

Questo fine Luglio a Roveredo (Suisse) inoltre, Vittoria Marziari apresenzierà all’inaugurazione della Mostra nel Parco organizzata da OpenArt insieme ad altri artisti provenienti da varie parti del mondo.

 

Congratulazioni quindi e i nostri vivissimi auguri da parte della redazione di larecherche.it all'artista Vittoria Marziari Donati per l'eccellenza italiana che ci rappresenta all'estero.

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- Cinema

Cineuropa News Informa

Cinecittà Studios torna alla gestione pubblica
di Camillo De Marco

04/07/2017 - Istituto Luce-Cinecittà ha acquisito il ramo d’azienda dello storico complesso di via Tuscolana. Al via il rilancio.

Istituto Luce-Cinecittà ha comunicato ieri l’acquisizione del ramo d’azienda di Cinecittà Studios. Come già preannunciato dal ministro della cultura Dario Franceschini a maggio (leggi l’articolo), il complesso di via Tuscolana e le sue attività di produzione ritornano alla gestione pubblica.
Nel nuovo piano di sviluppo c’è il rilancio del sito e delle sue attività, i nuovi progetti, e una filiera unificata dalla produzione alla promozione. Il disegno generale è l’unificazione delle attività di Cinecittà Studios - legate alla gestione dei teatri e alla produzione di opere audiovisive - con le attività storicamente coordinate da Istituto Luce-Cinecittà: dal sostegno al cinema italiano classico e contemporaneo, alla conservazione e diffusione del grande Archivio Storico dell’Istituto Luce, il sostegno alle opere prime e seconde, la produzione documentaristica, l’attività di informazione cinematografica on line e su stampa periodica, il realizzando MIAC - Museo Italiano del Cinema e dell’Audiovisivo, la gestione dei Media Desk di Europa Creativa e la gestione dei Fondi Cinema del MiBACT.
L’auspicio del consiglio d’amministrazione di Istituto Luce-Cinecittà è che “in tempi brevi possa concorrere al maggior sviluppo del sito di Cinecittà l’altro grande polo pubblico di produzione culturale: la RAI, partner naturale per il sostegno alle produzioni e per la costruzione con le sue Teche, assieme all’Archivio Luce, del più grande patrimonio audiovisivo che un Paese possa offrire”.

Tutto pronto per la 7a edizione di Ciné a Riccione
di Vittoria Scarpa

29/06/2017 - I professionisti del cinema si riuniranno alle Giornate Estive di Cinema dal 4 al 7 luglio. In programma grandi anteprime, convegni, anticipazioni e laboratori
Si svolgerà a Riccione dal 4 al 7 luglio 2017 la settima edizione di Ciné - Giornate Estive di Cinema, la manifestazione dell’industria cinematografica nazionale promossa e sostenuta da ANICA, in collaborazione con ANEC e ANEM. Occasione di incontro per gli addetti ai lavori, ma anche festa per il grande pubblico, il programma prevede tanti ospiti, grandi anteprime, convegni e laboratori.
Le convention delle distribuzioni, che presenteranno in anteprima i titoli della prossima stagione, prenderanno il via martedì 4 con The Walt Disney Company Italia, per proseguire mercoledì 5 con Universal Pictures, Adler, Notorious Pictures, Warner Bros, Videa, Koch Media e Ambi Media; giovedì 6 luglio sarà la volta di 20th Century Fox, Cinema, M2 Pictures, Vision Distribution, Medusa, I Wonder Pictures, Lucky Red, per concludere venerdì 7 con Eagle Pictures, Bim Distribuzione e 01 Distribution. Negli stessi giorni saranno presentati i reel di Distribuzione Indipendente, Distribuzione Cinema, Merlino Distribuzione, Officine Ubu, Rai Com, Twelve Entertainment, Altre Storie.

Tra gli ospiti di questa edizione, Fausto Brizzi parlerà in anteprima del suo nuovo film Poveri ma ricchi 2, sequel della commedia campione di incassi, in uscita per Warner Bros. a Natale, e Alessio Maria Federici presenterà, con i suoi protagonisti Ambra Angiolini e Pietro Sermonti, il film Terapia di coppia per amanti, tratto dall’omonimo romanzo di Diego De Silva, in uscita in autunno sempre per Warner Bros.
Medusa schiererà invece Donato Carrisi, al suo esordio alla regia con La ragazza nella nebbia, tratto dal suo romanzo omonimo del 2015; il duo comico formato da Corrado Nuzzo e Maria Di Biase, anche loro per la prima volta dietro la macchina da presa con Vengo anch’io, in uscita il prossimo autunno; Vincenzo Salemme, Max Tortora e Carlo Buccirosso protagonisti della nuova commedia dei fratelli Vanzina Caccia al tesoro (nelle sale italiane a novembre), e infine Neri Parenti con Massimo Boldi per presentare Natale da chef.

Vision Distribution proporrà i suoi titoli in compagnia di Alessandro Gassmann, regista e interprete del road movie Il Premio (leggi la news), e di Lillo, tra i protagonisti della commedia Nove lune e mezza, opera prima dell’attrice Michela Andreozzi (news). Saranno inoltre a Riccione Vinicio Marchioni e Anna Foglietta con i registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini per parlare de Il contagio, opera seconda che uscirà per Notorious Pictures, tratta dal romanzo di Walter Siti (news), e Paolo Ruffini per la nuova commedia natalizia di casa Filmauro.

Tra le grandi anteprime in programma: Atomica Bionda, con Charlize Theron e James McAvoy (in uscita il 17 agosto per Universal Pictures), e il nuovo action movie firmato Edgar Wright, Baby Driver [+] (dal 7 settembre per Warner Bros.) con Jamie Foxx. Al grande pubblico è invece dedicata l’offerta della sezione CinéMax, con Due sotto il burqa [+], sorprendente opera prima della regista franco-iraniana Sou Abadi (da dicembre per I Wonder Pictures); il documentario Safari [+] di Ulrich Seidl (Lab80), presentato l’anno scorso a Venezia; la passione travolgente e proibita raccontata da Rolando Colla in Sette giorni [+] (in uscita ad agosto per Solaria Film - Movimento Film in collaborazione con Lo Scrittoio); e il documentario Bagnini e Bagnanti di Fabio Paleari e Luca Legnani (102 Distribution), tra le spiagge più famose della penisola alla scoperta della leggendaria figura del bagnino.

Spazio all’aggiornamento professionale, infine, con gli ANICALAB, l’appuntamento di confronto sui temi della produzione, della distribuzione e dell’esercizio; con il convegno sulla produzione cinematografica italiana a cura di Box Office e con la presentazione della ricerca realizzata da GFK, finanziata dal Mibact, relativa alla fruizione stagionale del cinema e alle direttrici di soluzione finalizzate ad allungare la stagione cinematografica.

Nastri d'Argento 2017: La tenerezza Miglior Film
di Camillo De Marco

03/07/2017 - Gianni Amelio premiato anche per regia, fotografia, attore protagonista. 5 Nastri a Indivisibili di Edoardo De Angelis. Premiati Fortunata, Fai bei sogni e Sicilian Ghost Story.

Per i giornalisti cinematografici italiani La tenerezza [+] è il miglior film dell'anno. Nella corsa dei Nastri d'Argento 2017, il film di Gianni Amelio ha conquistato anche il premio per la regia, la fotografia di Luca Bigazzi (che ha firmato anche Tutto quello che vuoi [+]), l'attore protagonista Renato Carpentieri. Ma è stato Indivisibili [+] di Edoardo De Angelis ad aver ricevuto più riconoscimenti, ben cinque: per la produzione di Attilio De Razza e Pier Paolo Verga - il primo premiato anche per L'ora legale [+] - il soggetto di Nicola Guaglianone, i costumi di Massimo Cantini Parrini, la colonna sonora di Enzo Avitabile e la canzone scritta da Avitabile, "Abbi pietà di noi", interpretata con le gemelle protagoniste del film Angela e Marianna Fontana.

I giornalisti cinematografici, che assegnano ogni anno i loro premi 'storici' dal 1946, hanno votato L'ora legale di Salvo Ficarra e Valentino Picone migliore commedia dell'anno mentre Andrea De Sica è il miglior regista esordiente con I figli della notte [+]. La sceneggiatura premiata è quella di Francesco Bruni per Tutto quello che vuoi.
Verdetto in parte annunciato per gli attori: Jasmine Trinca dopo il Festival di Cannes ottiene il bis come migliore attrice protagonista in Fortunata [+] di Sergio Castellitto. Ad Alessandro Borghi, che sarà padrino della prossima Mostra di Venezia, va invece il Nastro come miglior attore non protagonista sia per Fortunata che per l'opera prima di Michele Vannucci Il più grande sogno [+]. Ex aequo, molto raro ai Nastri, tra le attrici non protagoniste: Sabrina Ferilli (Omicidio all'italiana [+] di Maccio Capatonda) e Carla Signoris, accanto a Toni Servillo in Lasciati andare [+] di Francesco Amato. Star della serata è stata Monica Bellucci, che ha ritirato il Nastro d’Argento Europeo per On the Milky Road - Sulla Via Lattea [+] di Emir Kusturica.

Tra gli altri premi significativi, quello a Marco Dentici, scenografo di Fai bei sogni [+] e Sicilian Ghost Story [+] e alla montatrice Francesca Calvelli per Fai bei sogni di Marco Bellocchio. A Roberto Faenza il Nastro alla carriera 2017 e i riconoscimenti "per l'attenzione al cinema civile, in particolare sul tema del lavoro" a Sole cuore amore [+] di Daniele Vicari e 7 minuti [+] di Michele Placido.


Tutti i premi dei Nastri 2017:
Miglior Film
Gianni Amelio - La tenerezza [+]
Migliore Regia
Gianni Amelio - La tenerezza
Miglior Regista Esordiente
Andrea De Sica - I figli della notte [+]
Migliore Commedia
L'ora legale [+] - Salvo Ficarra e Valentino Picone
Miglior Soggetto
Nicola Guaglianone - Indivisibili [+]
Migliore Sceneggiatura
Francesco Bruni - Tutto quello che vuoi [+]
Miglior Produttore
Attilio De Razza - L’ora legale
Attilio De Razza, Pier Paolo Verga - Indivisibili
Miglior Attore Protagonista
Renato Carpentieri - La tenerezza
Migliore Attrice Protagonista
Jasmine Trinca - Fortunata
Miglior Attore non protagonista
Alessandro Borghi - Fortunata, Il più grande sogno [+]
Migliore Attrice non protagonista ex aequo
Sabrina Ferilli - Omicidio all'italiana [+]
Carla Signoris - Lasciati andare
Migliore Fotografia
Luca Bigazzi - La tenerezza, Sicilian Ghost Story [+]
Migliore Scenografia
Marco Dentici - Fai bei sogni [+], Sicilian Ghost Story
Migliori Costumi
Massimo Cantini Parrini - Indivisibili
Miglior Montaggio
Francesca Calvelli - Fai bei sogni
Miglior Sonoro in presa diretta
Alessandro Rolla - Fortunata
Migliore Colonna Sonora
Enzo Avitabile - Indivisibili
Migliore Canzone Originale
“Abbi pietà di noi” - Enzo Avitabile - Indivisibili
Nastro D’argento Europeo
Monica Bellucci - On the Milky Road - Sulla Via Lattea [+]
Nastro D’argento Alla Carriera
Roberto Faenza - 50 Anni di cinema nell’anno de La verità sta in Cielo [+]
Nastro D’argento Speciale
Giuliano Montaldo - Tutto quello che vuoi
Premi Speciali
Per l’attenzione al cinema civile in particolare sul tema del lavoro
7 minuti [+] - Michele Placido
Sole cuore amore [+] - Daniele Vicari
Per l’impegno in una dura prova di interpretazione
Claudia Potenza, Andrea Sartoretti - Monte [+]
Premio ‘Nino Manfredi’
Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak - Moglie e Marito [+]
Hamilton ‘Behind The Camera-Nastri D’argento’
Gabriele Muccino
Persol – Personaggi dell’anno
Claudio Amendola, Luca Argentero - Il permesso 48 ore fuori [+]
‘Wella - Nastri D’argento’ per l‘immagine
Jasmine Trinca - Fortunata
I Premi per il Cinema Giovane - Nastro Speciale - Cinquina Speciale 2017 –Film sui Giovani
Piuma [+] - Roan Johnson
Nastri D’argento – Siae - ‘Borse’ di formazione per due giovani sceneggiatori
Irene Dionisio - Le ultime cose [+]
Michele Vannucci - Il più grande sogno
Premio ‘Graziella Bonacchi’ 2017
Simone Liberati - Cuori Puri [+]
I Premi ‘Guglielmo Biraghi’ 2017 - Dedicati a Josciua Algeri
Brando Pacitto - L’estate addosso [+]
Daphne Scoccia - Fiore [+]
Piuma - Roan Johnson
Angela e Marianna Fontana - Indivisibili
Ludovico Tersigni – Slam Tutto per una ragazza [+]
Menzioni Speciali
Andrea Carpenzano - Tutto quello che vuoi
Vincenzo Crea - I figli della notte
Premi ‘Guglielmo Biraghi’- Nuovo Imaie 2017
Valentina Belle’ e Giacomo Ferrara - Il permesso 48 ore fuori
Nastro Dell’anno
The Young Pope per l’ideazione, la scrittura, la regia Paolo Sorrentino
Per La Produzione
Wildside - Sky
Per Il Miglior Casting director
Anna Maria Sambucco
Riconoscimento Speciale al Cast Artistico e Tecnico
Sceneggiatura: Umberto Contarello, Tony Grisoni, Stefano Rulli
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: Lele Marchitelli
Scenografia: Ludovica Ferrario
Costumi: Carlo Poggioli, Luca Canfora
Suono: Emanuele Cecere

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- Musica

Umbria Jazz - Omaggio a Gillespie

Umbria Jazz 2017
Prima assoluta martedì 11 luglio - Perugia, Arena Santa Giuliana

Fabrizio Bosso e Paolo Silvestri Orchestra
THE CHAMP to Dizzy - Omaggio a Dizzy Gillespie

Martedì 11 luglio, prima assoluta all’Arena Santa Giuliana di Perugia in occasione di Umbria Jazz, con il nuovo progetto targato Fabrizio Bosso e Paolo Silvestri Orchestra, dal titolo “The Champ - to Dizzy”, omaggio a Dizzy Gillespie. Dopo Perugia, anche Roma, Sulmona, Milano e Moncalieri.

Dopo il fortunato omaggio a Duke Ellington, Fabrizio Bosso e Paolo Silvestri celebrano un'altra icona della storia del jazz, in occasione del centenario della sua nascita: Dizzy Gillespie, il più grande trombettista dell'era del bebop e uno dei più importanti in assoluto.
Il concerto a Perugia, sarà diviso in due parti. Prima di Bosso, infatti, alle ore 21.00 saliranno sul palco della Santa Giuliana, Enrico Rava & Thomazs Stanko in quintetto, anche’essi con un progetto inedito.

Fu mio padre ad accompagnarmi, quando avevo 10 anni, a sentire Gillespie dal vivo – ricorda Fabrizio Bosso. Era un concerto in piazza, ad Aosta, e pioveva molto ma tutti noi eravamo lì ad ascoltarlo lo stesso. Alla fine del concerto, mio padre si avvicinò a Gillespie, facendogli un gesto per fargli capire che suonavo la tromba. Lui si avvicinò, salutandomi affettuosamente, mettendo una mano sulla mia testa. Ovviamente, seppur breve, per me ha significato molto quel gesto. Suonare oggi un omaggio a lui, all’Arena Santa Giuliana in occasione di Umbria Jazz, sarà per me un’emozione enorme, dalla quale sarà difficile sfuggire.

Dopo il concerto in anteprima assoluta per Umbria Jazz, Fabrizio Bosso e Paolo Silvestri Orchestra saranno in concerto anche a Roma, mercoledì 12 luglio a Palazzo Venezia e l’11 agosto a Sulmona per Muntagninjazz, il 18 novembre all’Unicredit Pavilion di Milano e il 19 novembre al Moncalieri Jazz Festival.

Quella con Silvestri, è una partnership artistica assidua, cominciata con il primo disco "fondamentale" di Fabrizio, "You've changed", pubblicato da BLUE note nel 2007, passando per il progetto live "Melodies", fino all’album Duke, uscito nel 2015 per la Verve Universal.

Per The Champ - To Dizzy, l’organico è sostanzialmente lo stesso di Duke, ma con l’aggiunta di ulteriori fiati; l’unione tra il quartetto del trombettista e l’ensemble di Silvestri, ha dato vita a un’orchestra di 14 elementi. È stata scelta, quindi, la dimensione orchestrale, piuttosto che quella delle piccole formazioni. Nella sua carriera, infatti, Gillespie militò in molte orchestre che scrissero la storia del jazz: Cab Calloway, Lionel Hampton, Earl Hines, Billy Eckstine, più le numerose big band a suo nome.

Perugia, Umbria Jazz
Martedì 11 luglio, ore 21 (dopo concerto Enrico Rava & Thomazs Stanko 5et)
Arena Santa Giuliana

Roma, Il Giardino Ritrovato
Palazzo Venezia
Mercoledì 12 luglio, ore 21.00

Formazione
arrangiamenti e direzione di Paolo Silvestri
Fabrizio Bosso, tromba
Julian Oliver Mazzariello, pianoforte
Jacopo Ferrazza, contrabbasso
Nicola Angelucci, batteria
Claudio Corvini, Fernando Brusco, Sergio Vitale, tromba
Mario Corvini, Enzo De Rosa, trombone + Gianni Oddi, sax alto
Marco Guidolotti, sax baritono
Michele Polga, sax tenore e soprano
Alessandro Tomei, sassofoni, flauto

Per interviste e informazioni su Fabrizio Bosso
Gaito Ufficio Stampa e Promozione
Guido Gaito info@gaito.it | guido@gaito.it
+39 329 0704981 | + 39 06 45677859
Via Vincenzo Picardi 4C 00197 Roma

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- Musica

Closing Live al 28divino jazz a Roma

CLOSING LIVE AL 28DIVINOJAZZ DI ROMA
con due grandissimi della musica . Danilo Gallo e Marco Colonna - STIKA duo.

SABATO 8 LUGLIO
ore 22.30
STIKA
Danilo Gallo, basso el.
Marco Colonna, fiati

Incontrarsi nel movimento. Musicisti che attraverso la pratica dell'improvvisazione costruiscono suoni e silenzi , conoscono limiti e possibilita' di formazioni che risplendono nel loro essere possibilita'. Possibili percorsi, possibili azioni future, possibili bellezze. Il momento dell'incontro nel movimento e' il più puro , il piu' elettrizzante e irripetibile

dopo live, se lo si vuole, lo si può... Impro Jam !

DANILO GALLO:
Sommo produttore di gravita' ritmiche. Per far cio' usa il contrabbasso, il basso elettrico, il basso acustico, le balalaike basse, il liuto contrabbasso...
Nato a Foggia, profondo sud, nel vicino 1972. Vivente.Danilo e' membro ed emanazione del collettivo El Gallo Rojo Records (www.elgallorojorecords.com)
Le sue referenze? ...Tutti i musicisti - e non solo - che ho incontrato nella sua vita.... ma se vi piace: Uri Caine, Cuong Vu, Marc Ribot, Gary Lucas, Chris Speed, Rob Mazurek, Steven Bernstein, Elliot Sharp, Anthony Coleman, Ben Perowsky, Jim Black, Ralph Alessi, Tom Rainey, Angelica Sanchez, Mike Patton, Napoleon Maddox, Jessica Lurie, Alexander Balanescu, Bob Mintzer, Benny Golson, John Tchicai, Famoudou Don Moye, Steve Grossman, Enrico Rava, Francesco Bearzatti, Cristina Dona', Giovanni Falzone, Pietro Tonolo, Giancarlo Schiaffini, Enzo Favata, tra gli altri.
Danilo e' il vincitore del Referendum indetto da Musica Jazz "Top Jazz 2010" come miglior bassista.

MARCO COLONNA:
Clarinettista, improvvisatore, compositore.
Attivo da oramai vent'anni nei più vari ambienti musicali si forma sotto la guida di Piero Quarta e Gaetano Zocconali,.Frequenta il conservatorio Licinio Refice di Frosinone e frequenta seminari con Alfredo impulliti e Achille Succi. . Si specializza nell'esecuzione di musica contemporanea con il maestro Harry Sparnaay.
Si occupa di musica per teatro, cinema e documentari collaborando con Rai Trade e con le compagnie Centro Mediterraneo delle Arti, Artes, Piccolo Brancaccio, L'Orologio. Dedicatario di molte opere per clarinetto basso e clarinetto contrabbasso solo di compositori come Giorgio Colombo Taccani, Dan Di Maggio, Sofia Mikaelyan, Shigeru Kan No.
Partecipa alla biennale di Venezia e al Festival Cinque giornate di Milano con un programma di prime esecuzioni assolute per clarinetto contrabbasso solo.
In ambito jazzistico suona con Andrew Cyrille, Gebhard Ulmann, Omar Tamez, Ivano Nardi, Michele Rabbia, Silvia Bolognesi, Eugenio Colombo e molti altri.
Partecipa a Festival Internazionali come Roccella Jonica, Musica Sulle Bocche, Visiones, Encuentro di jazz e Musica Viva.
In ambito folk suona nel gruppo Acquaragia Drom con cui registra un disco (Rom Kaffè) e realizza tour in Messico, Usa, Malesia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Germania e in tutta Italia, partecipando ai principali festival di World Musica come Sziget (Ungheria) , Rain Forest World
Music Festival (Malesia), Roma Incontra il Mondo, NYC Gipsy festival.
Segnalato dalla rivista Musica Jazz fra i migliori giovani talenti del jazz italiano nel 2012. Luigi Onori dedica a lui una pagina su Alias del Manifesto, definendolo “Uno dei migliori creatori di musica della sua generazione”.

ingresso libero
28Divino Jazz - via Mirandola, 21 - Roma - tel 3408249718 - www.28divino.com


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- Libri

Libreria Fahrenheit Roma present.ne nuovo libro

LIBRERIA FAHRENHEIT 451 - CAMPO DE' FIORI 44
00186 ROMA - tel. 06-6875930

Mercoledi 28 giugno, ore 18.30 presentazione del libro

'La mia guerra di Spagna'
di Mika Etchebéhère


Intervengono:
Maria Rosa Cutrufelli, scrittrice
Sergio D’Amia, autore della Postfazione
Pina Sardella, storica
Coordina: Katia Gabrielli

Durante l'incontro, Salvatore Panu con la sua fisarmonica eseguirà canti della guerra civile e della resistenza spagnola

Dopo essere stati a Berlino, testimoni impotenti dell’ascesa di Adolph Hitler nelle elezioni del 1933, Mika e Hippolyte giungono in Spagna perché lì “il popolo combatte in armi per la rivoluzione”. Dopo la morte dell’amato marito, Mika si trova a imbracciare il fucile, vincendo le diffidenze degli uomini e trasformandosi nell’unica donna “capitana” di una colonna militare del POUM, l’organizzazione antifranchista e antistalinista fondata da Andrés Nin. Quaranta anni dopo Mika Etchebéhère racconta questa “sua” storia, da protagonista e da vera scrittrice. E ce la fa rivivere, appassionatamente.

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La Convivialité
Cercle des lecteurs d'Ivan Illich

Invitation à une conférence de Salvatore Panu
Cher(e)s ami(e)s,
Je vous invite à une conférence à Lausanne, de notre ami lecteur de Bologne Salvatore Panu, le Dimanche 2 Juillet, à 17 heures.
Chez nous: Av. William Fraisse 14, 3ème étage, tel: 0216173490
(sous la gare CFF, à 5')
Sa conference, en français, s'intitulera: "Instruments musicaux pour la convivialité"
Nous préparons un apéritif pour clore l'aprés-midi. N'amenez rien mais invitez vos conjoint(e) et ami(e)s. Entrée libre.
Amicalement
Jean-Michel Corajoud


Reteivanillich mailing list
Reteivanillich@lists.contaminati.net
https://lists.contaminati.net/listinfo/reteivanilich

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- Filosofia

Popsophia del Solstizio a San Benedetto del Tronto

"SOLIDEO" : La Popsophia del Solstizio

Si svolgerà presso la PALAZZINA AZZURRA di SAN BENEDETTO DEL TRONTO dal 22 al 23 Giugno 2017 il Festival di Popsophia dedicato alla filosofia del solstizio d'estate.

Conferenze, spettacoli e concerti dal vivo.

Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero.
Maggiori informazioni su www.popsophia.it

Sarà San Benedetto del Tronto ad aprire la stagione culturale estiva della Regione Marche. Giovedì 22 e venerdì 23 giugno, avremo la prima edizione di Solideo, la popsophia del solstizio, una manifestazione promossa dall'Amministrazione Comunale di San Benedetto del Tronto, ideata dall'Associazione Culturale Popsophia, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, dedicata alla “filosofia del solstizio d’estate”, quando la luce sconfigge le tenebre, il momento in cui il sole si “ferma” più a lungo nell’emisfero settentrionale e raggiunge il culmine del suo percorso ascensionale. Su questi temi si svolgeranno due giornate di eventi spettacolari insieme a filosofi, scrittori, artisti e musicisti, che animeranno gli spazi meravigliosi della Palazzina Azzurra, monumento elegante dell’architettura del ventennio e luogo di eccellenza della Riviera delle Palme.

Negli eleganti spazi della Palazzina Azzurra, simbolo del turismo Sambenedettese, si svolgono gli appuntamenti di “Solideo”. In occasione del Festival le sale del piano terra
ospiteranno una mostra realizzata dal Circolo dei Sambenedettesi proprio sulla storia di questo straordinario luogo. Concepita negli anni trenta come sede del Club del Tennis e del Circolo Forestieri, la Palazzina sorgeva in mezzo a due campi da tennis e aveva davanti un piazzale per il ballo. Sport, cultura e divertimento nella San Benedetto degli anni spensierati alla vigilia del conflitto, si incontravano in un’unica struttura azzurra come il mar.Il tema del mare venne esaltato dalla realizzazione di una pista da ballo con una raffinata pavimentazione ad intarsi marini e di una grande conchiglia bianca che faceva da “cassa armonica” alle orchestrine musicali.Nel dopoguerra è stato il dancing tra i più rinomati della costa adriatica. Oggi, dopo un paziente restauro, ha recuperato forme e colori originari e il suo parco è ricco di piante rare e di fiori dai mille colori.

In collaborazione con il Circolo dei Sambenedettesi

POPSOPHIA
È l’unica associazione italiana dedicata alla pop filosofia, un genere culturale che coniuga la riflessione con i fenomeni pop della cultura di massa. Popsophia è un laboratorio permanente dove il pensiero critico si contamina con le forme popolari della musica, del cinema, del teatro, dello sport, della televisione, della fiction, dei social media.

“Il nostro progetto è quello di affiancare l’offerta turistica con appuntamenti culturali di grande qualità. Il sole che nasce dall’Adriatico con l’alba del giorno più lungo, le struggenti ore del tramonto e il mare illuminato solo dalla luna, da giovedì 22 a venerdì 23 giugno 2017, accoglieranno il pubblico delle vacanze, con mostre, performance,degustazioni e concerti di musica dal vivo; tutti ad ingresso gratuito”.

Pasqualino Piunti
Sindaco di San Benedetto del Tronto
Annalisa Ruggieri
Assessore alla Cultura di San Benedetto del Tronto

“Solideo è un appuntamento culturale dedicato alla popsophia del solstizio. Il solstizio, venerato da tutte le civiltà del nord del mondo, dalla civiltà greco-latina agli indiani d’America fino alle religioni orientali, è l'esaltazione della luce e della
vita: una metafora che ha ispirato generazioni di scrittori, poeti e filosofi e ha riempito l’immaginario della cultura pop, dal cinema alla fiction fino alle canzonette.

Alla Palazzina Azzurra vivremo appuntamenti e spettacoli inediti, realizzati su un tema importante in un luogo splendido”.

Lucrezia Ercoli
Direttrice Artistica di Popsophia

21.00
INAUGURAZIONE
AZZURRA COME IL MARE
con intervento artistico del settore moda IPSIA
21.00
LECTIO POP OCCASUM
con Massimo Donà
Università San Raffaele di Milano
21.30
PHILOSHOW IL SOLE FILOSOFIA DEL TRAMONTO
Uno spettacolo filosofico-musicale
da Hegel ai Beatles
ideazione e direzione
Lucrezia Ercoli.

E con ENSEMBLE MUSICALE FACTORY
Luca Cerigioni voce
Luca Cingolani batteria
Ludovica Gasparri voce
Anna Greta Giannotti chitarra
Alessia Ippoliti chitarra
Rebecca Liberati voce
Matteo Moretti basso
Pamela Olivieri voce recitante
Gianluca Pierini voce e tastiera
Leonardo Rosselli sassofono

Voce recitante Pamela Olivieri
regia tecnica Riccardo Minnucci
Matteo Lorenzini regia e video
Marco Bragaglia

STAFF
Marco Bragaglia, Simona Damen, Cecilia De Dominicis, Pierandrea
Farroni, Dania Gaspari, Laura Gioventù, Giorgio Leggi, Matteo Lorenzini,
Cinzia Maroni, Riccardo Minnucci, Marta Palazzini, Stefania Pierangeli,
Francesca Pierri, Ilaria Pisciarelli, Martina Romano, Emanuela Sabbatini,
Carla Sagretti, Vando Scheggia.

23.30
TIRATARDI
'SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE'
performance con Cesare Catà
21.00
LECTIO POP
ANCHE IL MARE SOGNA
con Luciano De Fiore
Università Sapienza di Roma
21.30
PHILOSHOW
IL MARE FILOSOFIA TRA I FLUTTI
Uno spettacolo filosofico-musicale
da Omero a Lucio Dalla
ideazione e direzione
Lucrezia Ercoli

23.30
TIRATARDI
AMARE IL TRAMONTO
performance con
Riccardo Dal Ferro

Siete tutti invitati ad intervenire.

Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero.
Maggiori informazioni su www.popsophia.it

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- Cinema

Roman Polansky il nuovo originale film

In collaborazione con CINEUROPA – The Best of European Cinema

'D’après une histoire vraie': Polanski da un romanzo
di Bénédicte Prot

01/06/2017 - CANNES 2017: Il maestro ci regala un thriller psicologico (troppo) solido su una donna fragile, adattato dal best-seller omonimo di Delphine de Vigan.

Nella foto: Emmanuelle Seigner ed Eva Green in D’après une histoire vraie

La 69a edizione si era congedata con l’eccellente Elle di Paul Verhoeven. Per concludere la sua 70a edizione, il Festival di Cannes ha presentato, fuori concorso, un film la cui inquietante protagonista si fa chiamare L. Si tratta del nuovo film di Roman Polanski, D’après une histoire vraie, tratto dal best-seller di Delphine de Vigan di cui ha conservato il titolo (e che è stato adattato con Olivier Assayas), con Emmanuelle Seigner ed Eva Green nei suoi ruoli principali, quello della scrittrice Delphine e della sua nuova "amica" Elle, ghostwriter delle star (che è anche il suo doppio, la sua vicina, la sua persecutrice...).

sinossi
Una scrittrice attraversa un periodo di crisi esistenziale. Dopo l'uscita del suo ultimo libro, viene tormentata da un ammiratore segreto che la ossessiona.
Il film comincia con una sessione di autografi in cui il mix di realtà e finzione è subito chiaro tramite le reazioni delle lettrici emozionate, così come la dissociazione tra la figura della scrittrice e la donna. Questo gioco sottile (per le sue implicazioni letterarie e psicologiche) sul motivo dello sdoppiamento, già al centro del libro, proseguirà e si amplierà lungo tutto il film, con la comparsa del personaggio di L., che riesce sempre più a invadere e a manipolare Delphine, con il pretesto di incoraggiarla a produrre il "libro nascosto" che porta dentro di sé.
Ciò che colpisce quasi subito è che la giovane donna spudorata (senza limiti morali, che soddisfa i suoi appetititi e le sue dipendenze senza pensarci due volte) non si prende neanche la briga di interferire surrettiziamente: al contrario, usurpa apertamente l’identità di Delphine (si fa passare per lei non solo fisicamente, a una conferenza, ma anche penetrando il lato più personale e solitamente inviolabile delle sue comunicazioni elettroniche, che si mette a gestire all’insaputa di Delphine, firmando per conto suo), e anche la sua identità di scrittrice, poiché questo suo alter ego le soffierà pure la materia per il suo prossimo libro.
E’ sulla dimensione inverosimile dell’usurpazione (troppo estrema, troppo facile) che riposa il film, che gioca piacevolmente con la credulità del fragile personaggio incarnato da Seigner di fronte alla sfacciata astuzia di quello di Eva Green, che sembra cercare quasi di essere smascherata, tanto calca la mano: fomentata dalla sua impunità, divertita dalla sua viziosa audacia, arriva persino a minacciarla, con tono faceto - dopo che Delphine si è rotta la gamba cadendo dalle scale incidentalmente (o forse no) - di "romper(le) l’altro ginocchio". L’ironia della situazione è al suo apice quando Delphine comincia a prendere appunti su L. per il suo prossimo romanzo, convinta di essere lei a ingannare l’altra.
Così, se Polanski sceglie di non dare una risposta esplicita su ciò che accade a Delphine, lo indica giocando con l’enormità del rapporto tra le due donne e dell'assoluta cecità della scrittrice presa in ostaggio (un artificio che rendono bene le performance ben coordinate delle due attrici), moltiplicando, come fa L., gli indizi più appariscenti (fino alle scritte sulle t-shirt di Delphine), forse in eccesso, come se l’invisibile, in mancanza di sostanza, cedesse ai segni visibili, e il mistero alla dimostrazione cosciente, esatta ma senza sorprese, e soprattutto senza tutta la finezza e le suggestioni inquietanti di cui sappiamo capace il regista di L'inquilino del terzo piano e di Rosemary’s Baby.
Il grande cineasta polacco, autore negli ultimi anni di The Ghost Writer, Carnage e Venere in pelliccia, non è nuovo nell’arte dell’adattamento letterario e nel confondere le piste tra invenzione e realtà, racconto e verità, e frequenta gli autori francesi contemporanei già da un po’, ma qui rimpiangiamo che abbia adattato così fedelmente il libro di Delphine de Vigan, senza aggiungervi niente di veramente nuovo.
Prodotto da WY Productions (Francia) e Monolith Films (Polonia), D'après une histoire vraie uscirà nelle sale francese con Mars Films ed è venduto all'estero da Lionsgate.

Titolo internazionale: Based on a True Story
titolo originale: D'après une histoire vraie
paese: Francia, Polonia
genere: fiction
regia: Roman Polanski
durata: 110'
sceneggiatura: Roman Polanski, Olivier Assayas
cast: Eva Green, Emmanuelle Seigner, Vincent Perez, Alexia Séféroglou, Brigitte Roüan
fotografia: Paweł Edelman
montaggio: Margot Meynier
scenografia: Sandrine Jarron
costumi: Laurence Nicolas
musica: Alexandre Desplat
produttore: Wassim Béji
produzione: WY Productions, Monolith Films
supporto: Polish Film Institute
distributori: Mars Films Distribution


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- Società

puraCultura - la tua rivista per la solidarietà



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la rivista per il tuo tempo libero

I Nobraino al VI Festival della solidarietà

Musica e impegno sociale alla VI Edizione del «Festival Della Solidarietà,» che si terrà sabato 17 giugno a Villa Angri, in piazza Doria ad Angri.

Dalle ore 10,00 alle ore 17,00, attività ludico formative dedicate ai bambini: laboratori artigianali, pet therapy, decupage, danza, ed altre attività in collaborazione con le associazioni Libera contro le mafie, Ferro3, Officina delle Idee, Diparipasso, Chitesona, Controra, Nomos, Palesta Michelangelo. Dalle ore 20,00 alle ore 24,00, concerto con la partecipazione di varie band musicali: Nobraino, Capitan Capitone, Malatja, Edipo’s band, Tony Borlotti e i suoi Flauers, Route 18. Inoltre anche Artisti Distratti, mercatini dell’usato e dell’artigianato e stand gastronomici.

Intervista a Tony Laudadio

Domenica 18 giugno al Castello Doria dalle ore 20,00 alle ore 24,00 serata africana con la presenza dei ragazzi di alcuni centri d’accoglienza che prepareranno piatti tipici della cucina africana, con la danze e musiche etniche, mostre e istallazioni di artisti campani.

I proventi raccolti durante l’iniziativa verranno devoluti per la realizzazione di un Centro d’accoglienza per bambini di strada ed orfani nel villaggio di Akata in Togo; la scolarizzazione di 25 bambini del quartiere di Gounghin a Ouagadougou in Burkina Faso e per il sostegno ad alcuni centri d’accoglienza, che fanno attività formative e di integrazione.


Puracultura - quindicinale di conoscenze
Editore: Associazione Puracultura,
Direttore responsabile: Antonio Dura
Redazione: Via Bottaio, 30 – Benincasa
84019 - Vietri Sul Mare (SA)
tel. e fax 089761171 - mob. 3662596090
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- Poesia

Zerofavola: il canto della differenza

Renato Zero / Zerofavola: il canto della differenza.

Ciao nì!

Talvolta sono le parole a fare la differenza, altre volte è nel modo di esprimerle nel canto o nell’accostarle alla forma che più s’adduce alla poesia a configurare un tuttuno lirico proprio dell’anima alla ricerca di un ‘sé’ errante, nel modo che questa ha di comunicare con l’esterno del proprio essere interiore. Lo sanno gli scrittori impegnati come lo sanno i poeti più ispirati o, forse, i cantautori più fedeli a se stessi; quella sorta di cantastorie migranti che oggi riempiono gli stadi e talvolta le platee sterminate con le loro canzoni, spesso altrettanto ‘vere’, da sembare ‘vissute’ ognuna sulla propria pelle, sulla nostra pelle di ‘ascoltatori erranti’, persi nelle mille disuguaglianze che ci separano l’uno dall’altro, e che pure formano quel tuttuno che rappresentiamo: questa umanità così diversa e così uguale nei sentimenti e nelle affezioni dell’anima.

Diversi sì, ma non nel modo in cui l’abbiamo appreso dalle convenzioni, bensì dissimili perché separati dalle diverse condizioni di vita di ognuno, da ambigue fasce sociali che dividono anziché tenere reciprocamente uniti nella medesima utilità; perché d’appartenenza ‘all’altra gente’, quella massa informe che va tenuta ai confini della società, dove attingere all’occorrenza, per poi attribuire ad essa tutte le malefatte frutto dell’altrui cupidigia, come delle altrui frustrazioni, per l’appunto dalle mortificazioni di una umanità diversa. Due realtà diverse messe a confronto che si rivelano enrambe necessariamente valide, ognuna con il proprio linguaggio, con le proprie realtà da difendere, ognuna con la propria dignità.

Due risme formate di ‘numeri uno’ v/s ‘numeri zero’ che s’incontrano solo o quasi, esclusivamente negli stadi, nei concerti di musica leggera, nelle piazze della movida. L’una per ‘mostrare se stessa’, l’altra per guardare chi si mostra, lasciando che la vita ‘quella vera’ continui a scorrere nell’indifferenza delle parti, ma l’esclusiva è negata a entrambe, fin quando ci si accorge che il divario è giunto all’estremo e si arriva allo scontro, onde per cui si accetta che la disparità fra gli ‘uni’ e gli ‘zero’ è sociale, e lo spazio umano spetta di diritto a tutti in egual misura. Anche a coloro che per ragioni difficili da scandagliare hanno accettato di essere considerati gli ‘zero’ del mondo.

Questa introduzione è alquanto dovuta poiché si vuole qui parlare di ‘canzonette’ come in molti erroneamente interpretano questa forma di canto forse più ‘leggera’ di composizione, dovuta spesso alla rima che scatena una qualche sonorità in più, ma non di meno espressiva e profonda della lirica ‘poetica’ con la quale viene spesso confrontata. Il Nobel a un menestrello come Bob Dylan ci dice forse qualcosa in più riguardo a un riconoscimento che solitamente viene dato a un ‘poeta’ di tutt’altro genere e non che non vi fossero altri cantautori cui attribuirlo (esempio siano Leonard Cohen, Cico Buarque, Vinicius de Moraes ecc.) ma, come si sa una giuria dev’essere libera di fare le sua scelte in autonomia.

Così è che oggi apprendiamo, come già fu per la letteratura attribuito a quel grande che è stato Dario Fo, della possibilità di questo riconoscimento anche per quei cantautori che si distinguono per i testi. Ancor più ci pregiamo che un numero Zero (e chi più di Renato Zero lo è) può autoattribuirsi (anche insieme a Lucio Dalla, Franco Battiato e, ovviamente il duo Mogol-Battisti), il Nobel per aver scritto i testi più significativi di questa nostra epoca straordinaria rappresentativa della musica italiana: stereotipi di quelle che finora erano considerate disuguaglianze sociali, amori impossibili, diversità inaccettabili, mondi lontanissimi, cieli incondivisibili che improvvisamente nelle loro ‘liriche’ diventavano non solo possibili ma estremamente ‘vivi’ da sentirli scorrere sulla propria pelle, nelle proprie vene.

Molti i titoli che andrebbero qui elencati per ognuno dei sopra citati attori e protagonisti di quelli che non stento a definire “i migliori anni della nostra vita”, almeno per noi attenti alle scelte della musica, di quelle varianti che pure l’hanno vista evolversi e diversificarsi nel corso dei decenni. Ciò che più importa è che le attuali generazioni non sembrano abbiano dimentica la lezione di quei ‘grandi’ e accorrono pieni di entusiasmo ad ogni loro rappresentazioni che sia dal vivo che sia ‘in ricordo’ ed esultano al punto di conoscere tutti i testi a memoria e li cantano tutti insieme. Ciò che da la misura della eccezionale forza che questi trasmettono, per cui si può ben dire che ‘il canto fa la differenza’.

Una ‘differenza’ che Renato Zero a vissuto fin dagli esordi in prima persona e a dimostrato di poter cavalcare davanti a tutti coloro che malevolmente lo indicavano come un numero ‘Zero’, a tal punto che il suo non era un amaro ‘voto in condotta’, bensì un giottesco e coerente ‘cerchio’ in cui spendere la propria vita, pur illuminata da mille lustrini e paillettes, di costumi variopinti di autentica poesia. Chi può, ricorda il suo primo affacciarsi al Teatro Sistina di Roma nella minuscola parte avuta in “Orfeo Nove” in cui egli cantava una canzone di Tito Schipa Jr. “Il venditore di felicità” distribuendo sorrisi e brandelli di verità all’indirizzo di un pubblico attonito, quasi sconvolto, dall’energia di quella ‘favola’ ancora bella e stralunata che si svolgeva davanti ai loro occhi.

“Una onesta bugia e una finta realtà di un ragazzo che mai sarà grande..” – canta Renato Zero in “Tutti gli Zeri del mondo” che ha raccolto intorno a sé una fetta generazionale di quanti, come lui all’inizio, non aveva le possibilità di frequentare gli studi, quei tantissimi Sorcini (maschi e femmine all’unisono) costretti a vivere di un amorevole disincanto, in un costante ‘sottolerighe’ del pentagramma della vita, di chi ha provato o prova la dimensione di una ‘diversità’ incomprensibile, rifiutata, socialmente abiurata e che Renato ha sconfessata alla radice, demolendo il castello delle convenzioni, con le sole ‘parole’ della canzone, quella stessa che molti scambiavano per banale favola del tempo.

Favola sì, ma una Zerofavola che egli racconta ormai da ben 30 anni di palcoscenici calcati e che non arretra nella sua dimensione di ‘speranza’ lanciata come un dardo verso quel cielo che ha sfidato con coerenza, mai con superficialità. Lo rivelano i testi delle sue canzoni più belle e più sentite ‘sulla pelle’ di quanti le ascoltano. I più vecchi legati agli anni che furono, e i giovani che per qualche ragione (qualunque essa sia non ha importanza), trovano le ragioni del proprio ‘essere’ che talvolta si allontana ‘nei giardini che nessuno sa’, circondati da quei silenzi in cui tutto si appiana: difetti, incoerenze, tradimenti, sorrisi virtuali, pianti disperati, ma anche emozioni suggestive, sogni irrealizzati, volontà dismesse.

L’invito che Renato lancia loro (da sempre) è quello di non ‘abbandonare mai la presa’, di esercitare il proprio libero arbitrio, di non lasciarsi prendere dallo sconforto della notte che prima o poi arriverà, perché comunque saranno questi gli anni in cui avranno vissuto ‘la favola più bella della loro vita’, allora “..dipingiamolo questo nostro mondo, dell’amore che vuoi, dell’amicizia che rincorri da sempre, dipingiamolo di noi, a noi ci basta un sorriso, una stretta di mano, e ci basti dire ti amo”. C’è qualcos’altro da dire? Sì, c’è molto di più, tantissime cose, un’infinità di cose ‘altre’, diverse ed entusiasmanti, sulla scia delle sue canzoni più recenti, sulle emozioni che si provano nell’ascoltare o, se preferite, nel leggere i testi delle sue canzoni, nella consapevolezza “..di non esserci mai definitivamente perduti o, forse, che è ancora stupendo restare al buio abbracciati e nudi, come gli ultimi sopravvissuti, e che in realtà tutta quella tristezza in realtà non è mai esistita … per tutti gli anni della nostra vita.”

Renato Zero, “l’amico” che nella fotografia è abbracciato a ognuno di noi aspetta di sorprenderci con un ‘nuovo tour’ che prenderà il via all’inizio dell’estate da Roma verso altre città italiane e su quelle “spiagge immense ed assolate che hanno visto nascere mille avventure e mille amori”, sui versi di mille canzoni in cui ognuno ha lasciato il cuore. Intanto un’altra vela và, la favola bella non è ancora finita.


Cio Renà,
è stato bello conoscerti, se alla mia età mi commuovo ancora.

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- Poesia

Il silenzio - un libro di Erling Kagge

“Il silenzio” un libro di Erling Kagge – Einaudi 2017

 

No, in questo libro non troverete ‘dove, come e quando’ andare incontro al Silenzio, né vi sarà indicato ‘perché’ cercarlo se fino adesso non siete riusciti a trovarlo da soli nella quantità in cui vi necessita. E neppure è il caso di lasciarsi prendere la mano di acquistarlo e/o leggerlo solo perché è entrato nelle classifiche dei libri più venduti o perché qualche critico mediocre e consenziente si è sentito pago del vuoto sentire di una filosofia spicciola onnicomprensiva e conseziente con le aspettative del proprio ego.

Allora non è del Silenzio di cui si parla ma è piuttosto della Solitudine, come lo stesso autore dice: “Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito”. Di rimando equivale a una Scelta ponderata sulla dimensione psichica di tacere, al pari di una domanda cui non intendiamo rispondere. Ma quali e quante sono le domande che ci poniamo alle quali non diamo una risposta? Quante sono quelle a cui non rispondiamo per Timore (paura, compromesso, illazione, bugia ecc.)?

In questo caso il silenzio è allora usato come Alibi (scusante, giustificazione, pretesto) che non soddisfa se non in modo parziale e momentaneo il proprio ego, ma va qui ricordato che, prima o poi, arriva sempre il momento in cui fare i conti, perché o l’alibi è perfetto e quindi vale la pena di tacere (con noi stessi),  in quanto è servito a coprire il nostro carente spirito interiore, oppure? Oppure abbiamo giocato allo scoperto e la ‘pezza bianca’ (del vuoto) che abbiamo cucito sulla tela colorata si mostra sporca della trasparenza del colore della Verità.

No, neppure la verità è pregna di Silenzio nel modo in cui pensiamo, forse può non richiedere una spiegazione, restare attonita in disparte senza trovare un’aggettivazione che la notifichi a chi è costretto a porsi in ascolto, e neppure a chi è desideroso di sventolarla e non trova le parole adatte per farlo, solo perché la Verità è entrata a far parte di un 'indicibile' senso di giustizia che ci rende pane per i nostri denti, giudici di misfatti che  in qualche modo vedono coinvolti anche noi, noi che vogliamo ad ogni costo che il Giudizio dei giudicanti ci renda quella 'verità' che abbiamo passato sotto silenzio.

Quel giorno in cui abbiamo intuito che quella era la sola dimensione possibile per ottenere il Silenzio che ci avrebbe permesso di superare l'impasse che stavamo vivendo, bello o brutto che fosse, che fossimo colpevoli o innocenti. Ma se la vita non ci risparmia certe falsità allora il Silenzio in cui abbiamo trovato riparo, non è più vivere. No, il Silenzio che tanto andiamo cercando e che pensavamo ci fosse amico, non lo è più, o forse, non lo è mai stato, piuttosto è colluso con noi, ci interpreta, ci muove come una pedina di scacchi, compiacente d’illuderci che ce l’abbiamo fatta. Viceversa trova la sua convenienza nello spingerci alla deriva, verso quel Vuoto immenso che s’apre oltre la scacchiera.

E qui ripeto le parole già usate dall’autore: “Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito”. Quei suoni che fin dall’inizio ci siamo buttati alle spalle e che adesso fanno parte del caos cosmico dei rumori che ci ottunde. Come dire che il Silenzio perfetto non esiste, ma non è così, esiste da sempre lì dove vogliamo trovarlo, se davvero lo vogliamo.

“Anche il topolino può mangiare un elefante, basta che le porzioni siano piccolissime” – scrive l’autore del libro – e noi dobbiamo solo sapere se vogliamo essere l’uno o l’altro, il topolino affamato o l’elefante che vorrebbe schiacciarlo per non finire divorato minuziosamente, giorno dopo giorno, per i prossimi cento anni, non ci sono luoghi al mondo dove ci si può nascondere. O almeno, non sembra averli trovati nemmeno Erling Kagge, che nelle 90 pagine, poco più poco meno, si è spinto fino al Polo Sud in solitaria e sulla cima dell’Everest a cercarli, e ci dice anche che “il silenzio può essere noioso”.

Scusa, ma perché lo stai tanto cercando? Cos’è che non ti piace di questo mondo così caotico, così rumoroso, così fetenziale, così arrogante, così esplosivo, così guerresco, così … insomma così com’è che neppure un giudice della Corte Suprema potrebbe dirti perché?

Per quanto abbia trovato interessanti le risposte 32 + 1 risposte che Erling ha messo insieme, soprattutto quell’ 1 finale dove, nelle pagine in bianco che seguono, egli trova finalmente la Pace dopo tanto affanno, nel 'vuoto' sostanziale dei fiordi. Ecco che allora il Silenzio si veste di rilassatezza ed Egli, abbandonato sull’erba  del prato dietro casa, assapora la ritrovata Pace. E lo scrive anche  in un haiku alla Ryökan che questa gli ispira:

 

“Il silenzio che si trova nell’erba / al di sotto di ogni filo / e nel solco azzurro tra i sassi.”

 

C’era davvero bisogno di fare tanta strada per trovarlo, il SIlenzio? – viene da chiedersi. Ma noi che viviamo in Italia e abbiamo avuto più di un poeta  ‘profondamente’ riflessivo come Leopardi, lo sapevamo già, il Silenzio era lì, nella quieta Pace oltre la siepe. Quella siepe “… che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…”, in cui “… l’immensità s’annega … e il naufragar m’è dolce in questo mare.” ... Scusami Erling ma non ce la faccio ad andare avanti, sono preso dall'emozione delle parole.

Apprendo dalle tue ‘annotazioni’ di fondo, in cui sono contrassegnate tutte le citazioni riportate, che infine il ‘tuo libro’ lo hanno scritto gli altri, tutti quelli che ti sei limitato a leggere durante i tempi ‘vuoti’ che hai incontrato sulla tua strada. Non c’è che dire, il puzzle è riuscito se hai addirittua trovato un editore come Einaudi che l’ha pubblicato. Siine riconoscente perché a un ‘poeta’ italiano non capita molto spesso d’incontratre tanta generosità, dovesse anche viaggiare tutta una vita, ‘cercando’ da un Polo all’altro del mondo.

C’è però un suggerimento che vorrei darti: ancor prima di prendere a leggere e/o a scrivere il prossimo libro, torna a sadraiarti sull’erba del prato dietro casa e medita con ‘amore’ sul dono che la vita ti ha fatto: “Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo.” - come è riportato nelle note che accompagnano il tuo libro - ma perché se non l’hai ancora compreso, il Silenzio prima di tutto è Amore! Ciao!

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- Cinema

News da Cineuropa

EFP presenta la 18a edizione di Producers on the Move.
by Cineuropa

03/05/2017 - Venti produttori europei emergenti prenderanno parte alla piattaforma di incontri al 70° Festival di Cannes.

EFP (European Film Promotion) e le organizzazioni ad esso aderenti hanno selezionato per la 70a edizione del Festival di Cannes (17-28 maggio) venti tra i più promettenti produttori europei emergenti, invitati a partecipare a una piattaforma di networking d’alto profilo, promossa da EFP e denominata Producers on the Move. Durante i cinque giorni di manifestazione compresi tra il 19 e il 23 maggio, i produttori selezionati potranno profittare di un programma fatto su misura e articolato in una serie di tavole rotonde, incontri faccia a faccia, analisi di casi specifici (una in collaborazione con il fondo di coproduzione paneuropeo Eurimages) e altre diverse riunioni tra gli attori dell’industria cinematografica. Tutte le iniziative mirano a sostenere lo scambio di esperienze e ad aiutare la creazione di reti professionali. Il programma, ormai di lunga data, è finanziato da Europa Creativa - programma MEDIA dell’Unione europea e dagli organismi membri di EFP.

La selezione finale mostra che qualità e intraprendenza sono caratteristiche che possono emergere non solo tra gli operatori più importanti dei grandi paesi europei, ma anche dalle nazioni più piccole. È così che ritroviamo Victoria Petranyi, produttrice ungherese e partecipante di Producer on the Move nel 2003, in concorso per la Palma d’oro a Cannes per la produzione di Jupiter's Moon del regista Kornél Mundruczó, o ancora Patrick Quinet, portabandiera belga alla piattaforma del 2003, in gara con la sua ultima coproduzione, Rodin [+] di Jacques Doillon. Altro titolo in competizione sulla Croisette è The Square di Ruben Östlund, prodotto da Erik Memmendorff (PoM per la Svezia nel 2009) e dalla coproduttrice danese Katja Adomeit (PoM per la Danimarca nel 2015).

Il gruppo di Producers on the Move di quest’anno comprende inoltre la polacca Maria Blicharska, che porterà Frostdi Sharunas Bartas alla Quinzaine des réalisateurs, e la francese Didar Domehri, coproduttrice della pellicola La cordillera del regista argentino Santiago Mitre, che verrà presentato in anteprima mondiale nella sezione Un Certain Regard.

I partecipanti del programma Producers on the Move 2017 sono:
Zoran Galić
Società di produzione: Vizart Film (Bosnia Erzegovina)
Mila Voinikova
Società di produzione: Miramar Film (Bulgaria)
Pavla Janoušková Kubečková
Società di produzione: Nutprodukce (Repubblica Ceca)
Ditte Milsted
Società di produzione: Profile Pictures (Danimarca)
Didar Domehri
Società di produzione: Maneki Films (Francia)
Lasha Khalvashi
Società di produzione: Artizm (Georgia)
Verena Gräfe-Höft
Società di produzione: Junafilm (Germania)
Anton Máni Svansson
Società di produzione: Join Motion Pictures (Islanda)
Alan Maher
Società di produzione: Marcie Films (Irlanda)
Tommaso Bertani
Società di produzione: Ring Film (Italia)
Gints Grube
Società di produzione: Mistrus Media (Lettonia)
Julius Ponten
Società di produzione: New Amsterdam Film Company (Paesi Bassi)
Maria Blicharska
Società di produzione: Donten & Lacroix Films (Polonia)
Iuliania Tarnovetchi
Società di produzione: Alien Film (Romania)
Jovana Nikolić
Società di produzione: Prababa Production (Serbia)
Carlo D’Ursi
Società di produzione: Potenza Producciones (Spagna)
Katarína Krnáčová
Società di produzione: Silverart (Slovacchia)
Petra Vidmar
Società di produzione: Gustav Film (Slovenia)
Ivan Madeo
Società di produzione: Contrast Film (Svizzera)
Chris Martin
Production company: Indie Movie Company (Regno Unito)

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Postdoctoral researcher in functional magnetic resonance imaging methodology development
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Postdoc position in computational HCI in Aalto University, Helsinki
School of Electrical Engineering / Closes on 15.05.2017
Postdoctoral researcher in the area of Biomaterials
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Postdoctoral position in Multi-physics
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Doctoral candidates and a post-doctoral researcher in the field of characterizing and analyzing cellular network topologies
School of Electrical Engineering / Closes on 01.06.2017
Doctoral Student Position in Microwave Quantum Backscatter Communication
School of Electrical Engineering / Closes on 30.06.2017
Service and other positions
Coordinator (Marketing)
School of Science / Closes on 14.05.2017
Digital Workflow Specialist
University Joint Units / Closes on 21.05.2017



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- Società

Manifestazione Demi e Dafne per bambini rapiti in Slovacchia

Manifestazione Demi e Dafne e tutti i bambini rapiti in Slovakia.
Marco Di Marco, segretario generale associazione International Child Abduction Slovakia ( ICASK) vittima di sottrazione internazionale di minori con la Slovacchia.

In data giovedì 04.05.2017 dalle ore 15:00 alle ore 18:00 davanti all'ambasciata slovacca a Roma si terrà una manifestazione pacifica organizzata dalla nostra associazione internazionale International Child Abduction Slovakia ( ICASK) e dal Presidente dell'associazione Figli Negati il Dott. Giorgio Ceccarelli Ed Amedeo Palazzo , che ringraziamo con grande stima per il suo grandissimo impegno e per averci permesso grazie al suo intervento di rendere possibile questa manifestazione.

La nostra associazione ha scelto la data di giovedì 04.05.2017 proprio perchè in concomitanza nello stesso giorno in cui si svolgerà il convegno internazionale sulla PAS a Bratislava, in Slovacchia.
Lo scopo della nostra associazione è quello di farci ricevere dall'ambasciatore slovacco a Roma , il sig. Ján Šoth per fare in modo che lui ci possa organizzare un incontro personale con il Presidente della repubblica Slovacca Andrej Kiska a Bratislava, la capitale della Slovacchia.
Come associazione chiediamo alle massime autorità slovacche il rimpatrio immediato in Italia delle bambine Demi e Dafne , figlie del sig. Emiliano Russo nostro associato, come anche di tutti gli altri bambini rapiti e trasferiti illegalmente in Slovacchia , ma anche il diritto del vero esercizio del diritto di visita da parte del genitore straniero nei confronti dei propri figli che vivono in Slovacchia, spesso a seguito di un rapimento e trasverimento illegale, non vogliamo che i diritti di visita per il genitore straniero continuino a non essere tutelati in Slovacchia o quando permessi questi vengano attuati come nelle modalità dei regimi totalitari ovvero poche ore al mese in presenza del genitore slovacco.

Chiederemo in quel giorno la presenza dei media nazionali ed internazionali, stampa insieme a televisione italiana ed estera.
Durante la manifestazione interverranno
-Emiliano Russo , padre di Demi e Dafne vittima di sottrazione internazionale di minori con la Slovacchia.

- Salvatore Basile, Presidente della nostra associazione International Child Abduction Slovakia (ICASK) ex vittima di sottrazione internazionale di minori con la Slovacchia
- Liberato Volpe, Vicepresidente associazione International Child Abduction Slovakia (ICASK) vittima di sottrazione internazionale di minori con la Slovacchia

- Altri padri vittime di sottrazioni internazionali con la Slovacchia, in caso di loro presenza.

- On. Roberta Angelilli, già mediatore Europeo per le sottrazioni internazionali di minori presso il parlamento Europeo, l'unica europarlamentare che si è impegnata per il destino dei nostri figli facendo diverse interrogazioni scritte al parlamento europeo con richiesta di procedura d'infrazione contro la Slovacchia.
- Dott. Giorgio Ceccarelli , Presidente associazione Figli negati come organizzatore dell'evento e conclusioni.

Chiediamo alle associazioni ed ai loro presidenti come agli invitati di venire in tanti, per sostenere questa nostra causa a tutela dei minori , i quali hanno diritto ad avere entrambi i genitori.

MI RIVOLGO A TUTTI I PAPÀ CHE ABBIAMO I FIGLI TRATTENUTI IN SLOVACCHIA STIAMO UNITI FACCIAMOCI AVANTI DOBBIAMO FARE QUALCOSA DI POSITIVO AFFINCHÉ DIANO I DIRITTI AI NOSTRI FIGLI OLTRE CHE A NOI PADRI ..UN CARO SALUTO A TUTTI VOI E SPERO DI POTERVI STRINGERE LA MANO UNO PER UNO E CONOSCERVI . (Emiliano Russo)

Ingresso libero.

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- Musica

Zoo on the Moon - Summer Solstice presentazione album

Il 28DivinoJazz è lieta di presentare: Zoo On The Moon - con i chitarristi Enrico Angarano e Alessandro Bruno per la presentazione del CD 'Summer Solstice'-

VENERDI 28 APRILE
ore 22.30

ZOO ON THE MOON - 'Summer Solstice'
Presentazione CD.

Enrico Angarano, chitarra & voce
Alessandro Bruno, chitarra & voce

Zoo on the Moon presentano dal vivo il loro nuovo lavoro discografico 'Summer Solstice', un album che fonde improvvisazione, influenze rock prog e psichedelico, forma canzone. Zoo on the Moon si presentano dal vivo nella dimensione del duo, chitarre-voci, con un impatto live che rende le sonorità del combo quelle di una formazione più ampia.

Zoo on the Moon sono:

Enrico Angarano: Chitarra e voce. Co/fondatore del gruppo Solar Lodge, gruppo attivo dal 1986 con diverse produzioni discografiche. Fondatore e leader del gruppo Solar Orchestra, formazione attiva dal 2005 con diverse produzioni discografiche.
Ha collaborato con A Sud di Nogales

Alessandro Bruno: Chitarra e voce. Componente storico di Epsilon Indi, Europa String Choir, Desiderata. Ha collaborato con The League Of Crafty Guitarists, Solar Orchestra, Oak.

https://zooonthemoon.bandcamp.com/track/01-i-wander


28Divino Jazz - Via Mirandola, 21 - Roma
Tel: 340 8249 718 - tutte le info: www.28divino.com

Sotto il Jazz Club:
Ingresso con prima consumazione inclusa
Sopra Wine Food Bar e chiacchiere tra amici Ingresso Libero


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- Musica

core - coraçao nuovo disco per Maria Pia de Vito

In arrivo il nuovo e atteso album di Maria Pia De Vito "core/coraçao" special guest Chico Buarque.

Un lungo lavoro di traduzione di canzoni brasiliane dal portoghese al dialetto napoletano svolto al fianco degli autori, diviene finalmente un album registrato tra Roma e Parigi, che uscirà il 5 maggio. Prodotto e edito da Jando Music in collaborazione con Via Veneto Jazz, l'album sarà presentato ufficialmente lo stesso 5 maggio all'Auditorium Parco della Musica e il 7 maggio al Blue Note di Milano.

Chico Buarque: "Un regalone, Maria Pia! Il tuo "Você Você" è bello da piangere, l'ho sentito venti volte. Grazie, mille grazie. Mi piace molto la traduzione, credo che tutte le canzoni brasiliane dovrebbero essere cantate in napoletano. E che bella questa parola, malombra. Um beijo (te vaso ngoppo all'uocchie), Chico"

Guinga: "Le versioni di Maria Pia sono perfette. Sembra che le canzoni siano state concepite a Napoli, d'ora in poi hanno la doppia cittadinanza."

Egberto Gismonti: "Bella, straordinaria, impressionante, prevalentemente dolce, e delicata la versione di "Agua e vinho" di Maria Pia. Quanta abbondanza! L'arrangiamento è assolutamente trasparente. Tutti gli intenti sono chiari e ben eseguiti. Ogni voce che entra nell'arrangiamento dà la sensazione di un nuovo livello, una nuova idea di abbracciare la melodia. Complimenti ai musicisti che rispettano i loro strumenti fino al punto di renderli "parlanti" e fargli dire quello che vogliono."

E' "core/coraçao" il nuovo album di Maria Pia De Vito registrato tra Roma e Parigi, che uscirà il 5 maggio con l'etichetta Jando Music in collaborazione con Via Veneto Jazz e che sarà presentato ufficialmente in concerto lo stesso 5 maggio al Teatro Studio "Gianni Borgna" dell'Auditorium Parco della Musica di Roma e il 7 maggio al Blue Note di Milano.
Nuova fatica discografica, una delle più sentite, ed una delle più chiaramente transculturali: il titolo va ad indicare espressamente un lavoro del cuore, la cui scintilla è stata accesa dall’incontro con il compositore e chitarrista brasiliano Guinga ed il successivo incontro poetico con Chico Buarque, ospite del disco in due brani "Todo sentimento" e “O Meu Guri" (quest'ultimo un duetto in napoletano).

Un lavoro accurato di traduzione dal portoghese al napoletano, svolto fianco a fianco con gli autori, in particolare con Chico, volto a conservare intatta la bellezza, la poesia e la musicalità dei testi originali, resi nella lingua napoletana, formidabile strumento musicale, lirico, ritmico e visionario allo stesso tempo. In questa visione metamorfica, come un tuffo in profondità nel mondo della canzone d’autore brasiliana, le danze campane incrociano quelle brasiliane, il samba visionario di Tom Zè incontra una tammurriata e insieme incorniciano il capolavoro "Construçao" di Chico Buarque divenuto "'A costruzione", "Agua e Vinho" di Egberto Gismonti si mescola a "Voce ‘e notte", meraviglioso esempio della grande tradizione melodica napoletana, "A volta do malandro" diviene "'O ritorno d'o Jammone", "Partido alto" diviene "Dio ce penzarrà", "Teresinha" diviene "Teresella", "Trocando em miudos" diviene "Facimmo ampresso".

Maria Pia De Vito:
"Il lavoro è stato favorito dalla straordinaria potenza del napoletano, mia lingua madre che non smette di stupirmi e di farmi innamorare. Quando, 7 anni fa, fui invitata da Guinga per il nostro primo concerto insieme e mi ritrovai a tradurre in napoletano i testi dei suoi brani, mi fu chiaro che per me si stava aprendo una nuova via. Il mio lavoro è progredito insieme ad un rapporto epistolare con Chico, un carteggio di anni divenuto nel tempo una amicizia profonda e per me preziosissima, basata su un amore feroce per le parole ed il loro suono. Abbiamo discusso insieme significati e sfumature: il mio impegno maggiore è stato quello di restituire il più possibile, nelle mie traduzioni, non solo il significato, ma anche la sonorità originale dei testi. Laddove non possibile, mi sono consentita delle licenze poetiche, anche esse discusse con Chico..."

Accanto a Maria Pia, grandissimi musicisti e compagni di lungo corso, virtuosi di strumento e di un interplay profondo, portatori di intimità e di sentimento che la comune e lunga frequentazione dei palchi consente: il pianista gallese Huw Warren, che con lei ha inciso due album "Dialektos" e "'O Pata Pata"; il virtuoso clarinettista Gabriele Mirabassi a suo agio in ambito classico e jazz, e da molti anni legato alla musica e alla cultura brasiliana; il chitarrista brasiliano Roberto Taufic autore di molti arrangiamenti del disco e musicista di straordinaria sensibilità; Roberto Rossi, percussionista peculiarmente creativo e anticonvenzionale. Ospite del disco, anche l'Ensemble Vocale Burnogualà, fondato anni fa dalla stessa Maria Pia De Vito, particolarmente volto alla ricerca vocale e musicologica.

Maria Pia De Vito:
"Sono stati anni di studio e di lavoro certosino costellati nel frattempo da tanti incontri ed eventi straordinari: le tournée e le registrazioni in Brasile cantando le composizioni di Guinga, gli incontri con Ivan Lins e con Egberto Gismonti, anche lui prodigo di incoraggiamenti per il mio lavoro, gli affettuosi scambi epistolari con Geraldo Carneiro, autore di "Agua e Vinho", e con Paulo Cesar Pinheiro, autore di "Notturna" (di Guinga). L’appoggio e la stima di questi artisti straordinari mi hanno fatto sentire in questi anni sempre più "felice prigioniera" di una rete di bellezza , e sono per me fonte di una gioia e di una gratitudine che non avrà mai fine. Come quella che provo per i miei compagni di musica in questo lavoro, e non solo..."

La sperimentazione sul canto e sulla voce di Maria Pia De Vito, cantante e compositrice pluripremiata a livello internazionale, abbraccia diversi campi d'azione.
La sua carriera è densa di importanti collaborazioni e incontri musicali: John Taylor, Ralph Towner, Chico Buarque, Guinga, Rita Marcotulli, Ernst Rejiseger, Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Norma Winstone, Steve Swallow, Gianluigi Trovesi, Danilo Rea, Enzo Pietropaoli, Paolo Fresu, Paolo Damiani, Cameron Brown, Ramamani Ramanujan, David Linx, Diederik Wissels, Area, Joe Zawinul, Michael Brecker, Peter Erskine, Kenny Wheeler, Miroslav Vitous, Nguyen-Le, Uri Caine, Dave Liebman, Billy Hart, Eliot Ziegmund, Steve Turre, Maria Joao, Monica Salmaso, Art Ensemble of Chicago.

LINK E CONTATTI
Prevendite concerto Roma: http://bit.ly/MARIAPIADEVITOroma
Prevendite concerto Milano: http://bit.ly/MARIAPIADEVITOmilano
www.jandomusic.com www.mariapiadevito.com
Management: Francesca Gregori Tel. +39.329.9433115 E-mail management@slmc.it
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei Tel. +39.328.1743236 E-mail fiorenzagherardi@gmail.com

Brani:
1. ‘A costruzione' [Construção]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), G. Mirabassi
(cl), R. Taufic (g) R. Rossi (perc).

2. 'Facimmo ampresso' [Trocando em miudos]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), G. Mirabassi (cl), R. Taufic (g).

3. ‘O Piccerillo' [O meu guri]: M.P. De Vito, C. Buarque (v), H. Warren (p), G. Mirabassi (cl), R. Taufic (g), R. Rossi (perc).

4. 'M’abbasta ’nu juorno' [Basta um dia]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p).

5. 'Teresella' [Teresinha]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), G. Mirabassi (cl), R. Taufic.(g), R. Rossi (perc).

6.'Todo sentimento': M.P. De Vito, C. Buarque (v), H. Warren (p), R. Taufic (guit).

7.'Dio ce penzarrà' [Partido alto]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), R. Taufic (guit).

8.'Notturna' [Noturna]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), G. Mirabassi (cl), R. Taufic (g).

9. 'Je t’amo' [Eu te amo]: M.P. De Vito (v), R. Taufic (g).

10. ‘O ritorno d’o Jammone' [A Volta do Malandro]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), G. Mirabassi (cl), R. Taufic (g), R. Rossi (perc), Burnogualà Large Vocal Ensemble (choir).

11. 'Ll’acqua e ‘o vino' [Agua e vinho]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), G. Mirabassi (cl), R. Taufic (g).

12. 'E dimme' [Você Você ]: M.P. De Vito (v), H. Warren (p), G. Mirabassi (cl),
R. Taufic (g).

13. 'Curre maria' [Olha Maria]: M.P. De Vito (v), G. Mirabassi (cl)

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- Religione

Il rito della Pasqua - nella Musica Contemporanea

Equinozio di Primavera / Aspettando la Pasqua.
(musica ‘contemporanea’ per una festa)

“Dixit Dominus Domino meo … ”,
“Laudate pueri Dominum: laudate nomen Domini …”
“Confitebor tibi Domine in toto corde meo …”,
“Te Deum laudamus, te Dominum confiteremur … “
“Magnificat anima mea Dominum … ”,

Proiettati nella festitità della liturgia cristiana per la Santa Pasqua, sebbene spogliata di quegli ornamenti ridondanti lasciati dalla patina del tempo, ritroviamo qui quel legame affettivo che durante le funzioni del culto, nelle feste e nei vesperi domenicali, ci vedeva intonare in coro i versetti melodiosi e solenni dei Salmi sotto la volta della chiesa, mentre il turibolo andava e veniva come un pendolo davanti all’altare maggiore, mandando al cielo grate nuvole d’incenso. Sarà un fatto emotivo, forse, che certe ‘prime messe’ siano legate ai ricordi del tempo di Pasqua, ma ancora oggi, nel riascoltarli, li riscopro pieni di tono, quasi che in essi si rivelasse l’anima semplice partecipata della gente, a conferma dello stretto legame che da sempre unisce l’uomo (questo strano essere inintellegibile) alla divinità che dimora fra la terra e il cielo, in quello spazio pur silente dove non c’è il vuoto.

«Una cultura – scrive Raymond Williams – mentre viene vissuta, è sempre in parte sconosciuta , in parte incompresa. Il formarsi di una cultura comunitaria è pur sempre un tentativo, perché la consapevolezza non può precedere la creazione, e non esiste una formula per la’esperienza ignota. Una comunità sana, una cultura viva, proprio per questo non soltanto accoglierà, ma attivamente incoraggerà tutti, e chiunque sia in grado di contribuire al progresso della consapevolezza, che è la necessità comune.»

«I riti religiosi rituali della Settimana Santa – scrive Diego Carpitella docente di etnomusicologia alla facoltà di lettere dell’Univesità di Roma – ricalcano consuetudini di origine chiaramente precristiane, sotto il punto di vista della ritualità e periodicità calendariale legata agli eventi della natura. Su queste radici il Cristianesimo delle origini ha quindi conformato i suoi riti che celebrano la ‘passione’e la ‘morte’, ma anche la ‘resurrezione’ di Cristo, e che altro non è che il germogliare del seme della vita. Senzaltro l’interiorizzazione dell’aspetto penitenziale delle ‘Lamentazioni’ e del ‘Compianto’, poi sfociati nell’evento processionale della ‘Via Crucis’, dove i fedeli sono chiamati a farsi partecipi della Passione di Cristo così come la descrivono i Vangeli, sono stati la fonte ispiratrice dei ‘canti’ che l’accompagnano. Non meno delle pagine di musica tra ‘Oratori’ e ‘Messe’ di grande bellezza suggestiva che oggi possiamo ascoltare in esecuzioni di più ampio respiro artistico.»

L’atmosfera meditativa dei grandi misteri del ‘triduo pasquale’ (giovedi, vederdì, sabato, santi) , elaborata nelle melodie gregoriane dai monaci cistercensi e la perfetta risonanza delle volte delle chiese, è qui ricreata nell’addolorato e toccante ‘Stabat Mater’ attribuito a Jacopone da Todi e musicato da G. B. Pergolesi:

«Stabat Mater dolorosa
Iuxta crucem lacrimosa,
dum pendebat Filius …
Quis est homo, qui not fleret,
Christi Matrem si videret
In tanto supplicio? …
Quis non posset contristari,
piam Matrem contemplari
dolentem cum Filio?»

Respiro artistico, dunque, che mette in risalto il fulcro della solennità della Pasqua e che, accolto all’interno del rito liturgico della Chiesa ufficiale, ne conserva l’afflato, il momento estatico, celebrativo e trascendentale dell’assemblea dei cristiani riuniti. Leggiamo insieme il seguente testo tratto dall’ ’Introitus’:

“… Egli, dunque nacque
e il suo pianto risuonò come un grido
levato nella profondità della notte:
un’eco lontana che ripeteva nel sussulto d’un attimo
il sorgere strepitoso della vita.
… Egli era il seme
il germoglio e la causa del germogliare
la ragione e la volontà del prevalere
la sospensione cosmica del tempo
che attendeva la primeva luce-
… Egli, era il Figlio
L’inequivocabile continuità del Padre
sua immagine e somiglianza
l’acquisita coscienza dell’umano volere
la sua suprema speranza.
… Egli, era l’unica volontà possibile
il dono elargito con generosità
l’ineluttabile gesto del suo grande amore:
la conoscenza e l’armoniosa proporzione del tutto
l’inizio e la fine di ogni cosa.
… Egli, era l’Agnello del sacrificiuo
l’amaro sudario della fine
l’estremo abbandono, l’ultimo castigo
l’eterno sepolcro della carne
prima della resurrezione.
… Egli, dunque morì e fu sepolto
e il suo pianto si levò al di sopra del mondo
come un inno levato alla divinitàceleste del Padre
che lo aveva reso all’umano volere
nell’inconsavevole reminiscenza dell’affanno
… del dolore più grande.»

* Arvo Pärt è indubbiamente il compositore del cambiamento e della trasformazione della musica liturgica, il più ascoltato, il più eseguito, il più aderente alla tradizione coreutica del gregoriano, il più rigoroso lettore delle Scritture Sacre: «..ai cui testi – egli afferma – mi sono sempre sentito molto vicino e dai quali ricevo ispirazione per i miei componimenti, in quanto contengono verità che hanno un valore secolare e comunque sempre fortemente attuali.» Le sue architetture strumentali prendono avvio e si formano su una componente distintiva ‘classica’, ma sono molti i brani ‘singoli’ come ‘Arbos’, ‘Fratres’ e ‘Alina’, ma anche quello delle tracce 5 ‘Solitudine’ e 11 ‘Fragile e conciliante’ contenute in ‘Lamentate’ (ECM 2005) che, ad un ascolto attento, presentano per così dire ‘difformità fuorvianti’ dalla regolarità di una partitura cosiddetta sinfonica.

Altre, ad esempio, almeno quelle contenute in ‘Orient e Occident’, oppure ‘Tabula rasa’ o ‘Cantus’, sono tali da sembrare concepite su una ‘scala dilatata’ piuttosto che sul consueto pentagramma, peculiare delle ultime tendenze nichilistiche più vicine a Peter Eötvös di ‘Replica’ e György Kurtág di ‘Movement’; come anche alle elaborate sonorità dei Kronos Quartet quando affrontano gli ‘String Quartet’ di Górecki o di Philip Glass dal titolo omonimo o il Michael Nyman di ‘The piano concerto’ . Dilatata a tal punto da sembrare libera da qualunque inflessione accademica eppure non meno rigorosa di quelli che sono i ‘canoni’ dettati dallo studio e dalla percezione. «Alla base della mia tecnica compositiva è la sostanza musicale stessa per cui il colore sonoro può diventare secondario. Da tutto ciò si sviluppano delle libertà legate ad alcune scelte, che possono indurre successivamente a una serie di sviluppi e a infinite rielaborazioni. Così come del resto dev’essere senzaltro avvenuto con le opere di quei compositori che mi hanno accompagnato, quali sono stati Bach, Mozart e Schubert nel corso di tutta la mia vita, e lo fanno tuttora.»

Dopo i tanti ‘segni più’ attribuitigli, nel 2016 Arvo Pärt ne ha aggiunto un altro, quello d’essere per il sesto anno consecutivo indicato nelle classifiche come ‘il compositore vivente più eseguito al mondo’. Ciò non toglie che possiamo attribuirgli qualche ‘segno meno’, quale, ad esempio: ‘il meno abusato’ e quello del ‘meno contaminato’ che, a quanto sembra non sempre è un bene, in ragione di un’avvicendarsi sulla scena musicale mondiale di una contaminazione influente quanto creativa di suoni ‘altri’ che stanno cambiando l’orecchio degli ascoltatori e soprattutto il gusto. Così come nella musica vocale sacra si sta tornando alla forma medievale del ‘discanto’ o ‘discantus’ che poteva essere improvvisato secondo una prassi dalle regole ben codificate, ma che non si riteneva opportuno annotarlo.

D’altra parte anche le partiture vocali e polifoniche di Arvo Pärt risultano non poco impegnative sul piano dell’ascolto e molto probabilmente su quello dell’esecuzione: i suoi pianissimo da ‘canto firmus’ giocate sulla sospensione prolungata della voce e del suono che talvolta rasentano il silenzio, quasi a voler affrontare quel mondo estremo che solo appartiene aldilà interiore. Sospensione che permette al compositore di eludere la voce con sonorità prolungate sostitutive della voce stessa, efficienti nell’esternare il ‘sacro’ indicibile contenuto, in quei momenti, nell’afflato corale e che ogni volta ritorna come per una ‘resurrezione’.

Non si può dire che le sue maggiori composizioni dedicate al ‘fatto religioso’ non raggiungano lo scopo voluto, tuttaltro; opere quali ‘Litany’, ‘Lamentate’, ‘Miserere’, ‘De profundis’, ‘Stabat Mater’, ‘Passio secundum Joannem’, ‘ Te Deum’ e quel ‘Kanon pokajanen’ basato sul canone di penitenza recuperato da antichi manoscritti di origine greco-ortodossa, attribuito a Sant’Andrea da Creta prima dell’VIII sec d.C.,
sublimano l’effetto evocativo, quasi che il tutto stia lì per accadere nell’imminenza del ‘sacro’: “..ci si innalza verso la luce che sta arrivando, la stessa luce che nel momento culmine della Messa, splenderà con tutta la sua forza nel corso della liturgia. Anche per questo Arvo Pärt è il più significativo dei compositori, come è già stato detto l’autore ‘del cambiamento e della trasformazione’ in atto nel XXI secolo.

Colui che ha permesso alla ‘musica sacra’ di conformarsi alla svolta della contemporaneità e raggiungere sonorità fin’ora inusitate, quasi “.. l’auge della potenza e della gloria” che da sempre Pärt sembra perseguire, e che ha portato alla ribalta della musica internazionale. Le sue composizioni sono oggi fatte oggetto di ‘cult’ presso le giovani generazioni alla ricerca di emozioni epidermiche e talvolta superficiali ma che rispondono alla suggestiva emotività e le tensioni del tempo attuale. Non c’è davvero una categoria nella quale iscrivere la sua musica, tanto è ricca di riferimenti, di tensioni, di colori che sfugge a una sommaria quanto inutile classificazione. Ed è proprio questa la sua caratteristica più affascinante, la magica alchimia di suoni e assonanze che sostiene ogni sua composizione, elaborata con pazienza e dedizione nei molti anni della sua avventura musicale.

Per comprendere l’opera di Arvo Pärt è però necessario fare più di un passo indietro nel tempo e tornare alle origini della sacralità del Canto Gregoriano, comprenderne gli sviluppi e le trasformazioni successive. Sebbene qui sarà fatto per brevi linee, è fuor di dubbio che l’impronta penitenziale del gregoriano per la Santa Pasqua risente dell’atmosfera lugubre in cui è immerso, per quanto non manchino in esso ampie ‘schiarite’ di gloria, soprattutto in quegli ‘oratori’ che sono motivo di ‘grazia’ operata dalle anime dei giusti, nel raggiungimento del culmine massimo della celebrazione rappresentato dalla sopraggiunta ‘enfasi estatica’ di pieno splendore. È allora che il ‘canto firmus’, pur nel timore supplichevole che incombe, avverte lo sguardo indagatore del divino sopra di sé, ed esprime nel ‘de profundis’ la volontà di mostrare la propria anima, profondamente addolorata e contrita. O, come spesso accade durante le commemorazioni liturgiche popolari, lasciando sciogliere il dolore in un fiotto di lacrime (e di grida tipiche), per poi recuperare quella felicità interiore che la ritrovata voce infonde nel canto che si leva ‘alto’, a raggiungere le vette del sentimento più puro.

* Molteplici e notevoli sono le trascizioni eseguite dell’antico Canto Gregoriano delle ‘Messe per il Venerdì Santo’ dalle ‘Schola Cantorum’ attive in tutta Europa, oggi reperibili in registrazioni qualitativamente apprezzabili, sebbene l’ascolto diretto, in latino, eseguito da Corali professionali sia tutt’altra cosa. L’invito quindi è di cercare i luoghi e le occasioni di dette esibizioni corali che in questo periodo non mancano nelle chiese che rispettano la tradizione. Di vero interesse e, soprattutto, di grande effetto rappresentativo sono le parti cosiddette ‘a responsorio’ dove la voce solista (solitamente un narratore) si interroga sui ‘fatti’ della Passione e interpella il popolo (coro) che risponde, aggiungendo all’enfasi della richiesta il proprio risentito dolore.
Dalla Messa ?In Passione et Morte Domini’ leggiamo un passaggio significativo:

Tractus.
«Domine, audivi auditum tuum, et timui;
Consideraavi opera tua, et expavi.
In medio duorum animalium innotescéris:
dum appropinquaverint anni, cognoscéris;
dum advenirit tempus, ostendéris.
In eo dum conturbata fuerit anima mea:
in ira, misericordiae memor eris.
Deus a Libano veniet,
et Sanctus de monte umbroso et condenso.
Operuit caelos maistas eius:
et laudis eius plena est terra.»

Responsorium-Graduale.
«Christus factus est pro nobis obediens
Usque ad mortem, mortem autem crucis.
Propter quod Deus exaltavit illum,
Et dedit illi nomen quod est super omne nomen.»

Improperia.
«Popule meus, quid feci tibi?
Aut in quo contristavi te?
Respondi mihi.
Hagios o Theos.
Sanctus Deus.
Hagios Ischyros
Sanctus Fortis.
Hagios Athanatos, eleison hymas.
Sanctus Immortalis, miserere nobis.
Qua eduxi te de terra Aegypti;
Parasti Crucem Salvatori tuo.»

Adoratio Sanctae Crucis.
«Ecce lignum Crucis,
In quo salus mundi pependit,
Venite adoremus.»

* Tuttavia non siamo ancora alla definitva conclusione, dal Medioevo qui appena rivisitato, per tornare ad Arvo Pärt dobbiamo fare non uno bensì molti passi in avanti, allorché altri compositori si affacciarono sulla scena della musica d’ispirazione liturgica per arrivare all’mpianto della Messa contemporanea, rivolta per lo più all’evidenza laica, e che sono rispettivamente Pierre Schaeffer e Pierre Henry, che conversero le loro ricerche in una medesima esperienza. Compositore e allievo di Olivier Messiaen e Nadia Boulanger, Pierre Henry già collaboratore del Club d'Essai fondato da Pierre Schaeffer presso la RTF francese, col quale ha anche composto la “Symphonie pour un homme seul” (1949-50), è considerato uno dei teorizzatori della ‘musica concreta’ basata su suoni pre-esistenti, uno dei primi modelli di manipolazione del suono per fini compositivi (in quel caso magnetofoni), che aprì alla cosiddetta ‘musica elettronica’ e che di fatto, ampliava gli orizzonti musicali a confini mai intravisti prima.
Tale opportunità si collocava in contrapposizione all'idea di ‘astrazione’ che secondo Pierre Schaeffer caratterizzava l'approccio musicale dominante (musica elettronica, musica strumentale): cioè, il pensare la musica per criteri astratti (armonia, contrappunto, notazione, dispositivi logici, etc.) piuttosto che elaborarla concretamente attraverso il suono e l'ascolto. Schaeffer parlava di ‘musica concreta’ intendendo il suono nella sua completezza; ovverosia il fatto di ascoltare il suono in tutti i suoi aspetti (attacco sonoro, durata, inviluppo, densità di massa sonora, andamento, timbro, frequenza, ampiezza etc.). I suoni potevano provenire dalle fonti più varie della realtà acustica (rumori, strumenti tradizionali, voci e molti altri) e in gran parte dei casi venivano captati tralasciando la ‘risonanza’ in un dato punto dello spazio. A differenza della musica elettronica ‘pura’, la ‘musica concreta’ non era basata su sonorità ottenute direttamente da frequenze elettroniche. Questa attività gli permise di utilizzare il vasto archivio discografico della radio della RTF in cui lavorava come ingegnere del suono e di cominciare a fare esperimenti sul suono ed il rumore, ma soprattutto cominciò a maturare dei nuovi metodi compositivi, come dimostrarono i suoi saggi: “Introductrion à la musique concrète” e “A la recherche d'une musique concrète”.

Egli inoltre è autore inoltre, del primo brano di musica concreta: “Étude aux chemins de fer” del 1948: un breve studio sul ritmo per giradischi che riproduce i suoni provenienti da un treno in movimento (fischi, suoni di vapore, e altri). Ad esso seguirono negli anni successivi altre composizioni non troppo diverse e sempre di breve durata quali “Étude aux tourniquets”, “Étude au piano I (Étude violette), Étude au piano II (Étude noire), ed Étude aux casseroles (Étude pathétique)”. Durante questa fase, Schaeffer lavorò quasi completamente da solo. A partire dal 1949, iniziò una collaborazione con Pierre Henry che fruttò composizioni più lunghe, ambiziose (e, a detta di molti, più mature) quali la “Symphonie pour un homme seul”. Iniziata nel 1949 e terminata l'anno seguente, (sebbene sia stata oggetto di più revisioni) essa è un altro esempio di musica concreta in cui suoni strumentali si mescolano a suoni presi dalla vita quotidiana di un uomo (respiri, passi, fischi, porte che sbattono ecc.). La ‘musica concreta’ di questo periodo è poco o per nulla strutturata e meno ‘rigida’ di quella che seguirà.

Nel 1951, in seguito all'introduzione di nuove apparecchiature, Schaeffer, Henry e il fisico Andrè Moles fondarono il Gruppo di ricerca di musica concreta (futuro Gruppo di ricerche musicali) che era finanziato dallo studio parigino RTF, che fu il primo studio costruito per comporre musica elettronica:

«Noi abbiamo chiamato la nostra musica concreta, poiché essa è costituita da elementi preesistenti, presi in prestito da un qualsiasi materiale sonoro, sia rumore o musica tradizionale. Questi elementi sono poi composti in modo sperimentale mediante una costruzione diretta che tende a realizzare una volontà di composizione senza l'aiuto, divenuto impossibile, di una notazione musicale tradizionale. Fra i nuovi macchinari erano inclusi magnetofoni e quattro apparecchiature speciali: la prima controllava i suoni nello spazio esecutivo, la seconda era un registratore in grado di riprodurre riverberazioni, mentre le ultime due permettevano di variare la velocità di riproduzione del nastro e di "trasporre il materiale registrato su ventiquattro altezze, (esse erano nominate rispettivamente pupitre de relief spatial, il morphophone, e le phonogènes). I magnetofoni, che da allora rimpiazzarono il giradischi, permisero al compositore di suddividere i suoni in più parti al fine di adoperare solo quelli necessari alla composizione.»

* Fu in quello stesso periodo, che emersero altri studi di musica elettronica. Altri musicisti iniziarono a comporre seguendo la loro stessa filosofia ed esperienza. Fra essi Karlheinz Stockhausen, che realizzò nel 1955 la prima composizione di musica concreta a presentare sonorità provenienti da segnali generati elettricamente: “Gesang der Jünglinge im Feuerofen”, mentre “Desert” del 1954, una composizione di Edgar Varèse per fiati e percussione, è invece considerata il primo capolavoro di questo metodo compositivo. In seguito all'uscita di Henry dal GRMC, che decise di fondare lo Studio Apsome nel 1958, Schaeffer intraprese, ispirandosi a Varèse, un percorso di ricerca molto più rigoroso e meno ‘empirista’ di quello dei suoi primi lavori. Da questo momento, i membri della ‘scuola’ francese si concentrarono maggiormente sull'analisi dei suoni registrati e iniziarono a comporre una musica realizzata da suoni "presi così come vengono percepiti".

* Di questa fase, caratterizzata da composizioni più astratte rispetto a quelle degli esordi, si ricordano il lunghissimo “Traitè des objets musicaux”, terminato nel 1966 (ma iniziato quindici anni prima) e registrato da Schaeffer con musicisti quali Abraham Moles, Jacques Poullin più altri ricercatori. A differenza di Schaeffer, Pierre Henry proseguì gli ideali originari della ‘musica concreta’ degli esordi. Con “Variations pour une porte et un soupir” del 1963 e, successivamente con “Messe pour le temps present” composta con Michel Colombier per il coreografo Maurice Béjart, contenente il brano ‘Psyche-Rock’, utilizzato poi nella colonna sonora di « Z: l’orgia del potere » di Costa Gravas del 1969; e la “Messe de Liverpool” del 1967 registrato dal vivo in occasione dell’inaugurazione nella Cattedrale Metropolitana del Crist-Roi di quella città; nonché “Musique pour une Fete” del 1971 in occasione della Festa dell’Umanità tenutasi alle Tuileries di Parigi e danzata dal Ballet du 20° Siècle di Maurice Béjart, siamo di fronte ad una vera e propria apoteosi celebrativa di questa musica che s’avvia alla sua esperienza conclusiva a partire dai primi anni settanta, periodo in cui i compositori, interessati ad approfondire l'analisi dei suoni con nuovi mezzi, iniziarono ad adoperare apparecchiature quali sintetizzatori e computer etichettata poi come ‘progressiva’, e che da questo momento in poi abbraccia ogni genere musicale che si avvale della strumentazione elettrificata e di apparecchiature elettroniche nel mixage.

* Questo fenomeno ebbe come principale conseguenza quella di annettere il concetto di ‘musica concreta’ a quello più generale di ‘musica elettronica’ almeno altre due esperienze, separate tra loro da anni di vuoto, e che hanno portato alla ribalta gli Eela Craig, un gruppo rock austriaco degli anni 1970 e 1980, che ha unito ‘progressive rock’ con influenze jazz e di musica classica e ‘testi liturgici’ cristiani. Il nome della band pur senza significato nota riprende il discorso abbandonato da Henry delle ‘Messe’, infatti il loro album più importante ‘Missa Universalis’ del 1978 è confluita in quella New Age di più largo consumo. L’altra esperienza di un certo livello, maturata a cavallo tra gli anni ‘60 e il 1980, è senza ombra di dubbio quella di Hans Werner Henze compositore tedesco vissuto in Italia, noto per le sue opinioni politiche marxiste e il loro influsso sulla sua opera. Il suo stile compositivo abbraccia il neo-classicismo, il jazz, la tecnica dodecafonica, lo strutturalismo e alcuni aspetti della musica popolare e del rock. In seguito però, ribellatosi agli obblighi dello strutturalismo e dell'atonalità, al punto che nella sua opera "Boulevard Solitude" del 1951 sono presenti elementi riconoscibili provenienti dal jazz nonché dalla canzone francese dell'epoca.

* Laltro suggerimento è ancora più toccante, si tratta della colonna sonora del film “Passion: The last temptation of Christ” (Virgin / Realworld 1989) di Martin Scorsese, con i pur bravi Willem Dafoe e Harvey Keitel. Composta e diretta dal ‘mostro sacro’ del rock-progressivo Peter Gabriel, cantante, polistrumentista, compositore, produttore discografico e attivista britannico che, dopo aver raggiunto il successo negli anni settanta nel celebre gruppo dei Genesis e aver intrapreso una carriera solista di successo sperimentando numerosi linguaggi musicali, negli anni ottanta si è impegnato nella promozione della ‘world music’ attraverso la sua etichetta Real World, andando alla ricerca di moderne tecniche di incisione e nello studio di nuovi metodi di distribuzione della musica online. È anche noto per il suo costante impegno umanitario. La colonna sonora de ‘L'ultima tentazione di Cristo’, pubblicata un anno dopo l’uscita del film sotto il nome di ‘Passion’ voluto da Peter Gabriel, è oggi considerata un capolavoro dell’allora neo-nata world music. Per la realizzazione l'ex-Genesis si avvalse della collaborazione di artisti internazionali di musica tradizionale quali Youssou N'Dour, Billy Cobham e Nusrat Fateh Ali Khan. Ad esso si accompagna l'album 'Passion sources' il quale completa la colonna sonora e promuove gli artisti che hanno collaborato con Gabriel proponendo dei loro brani importanti, finora sconosciuti al grande pubblico.

Tuttavia, ad oggi, non è possibile affermare che in Arvo Pärt, fautore del ‘cambiamento e della trasformazione’ si possa trovare tutto questo; certo è che malgrado egli, come abbiamo fin qui appreso, è indubbiamente il riformatore e il continuatore della tradizione millenaria riversatasi nella ‘musica liturgica’. Per quanto egli rimanga ancorato alla ‘musica sinfonica’ e al gregoriano come ‘forma compiuta’ nei suoi componimenti, non esclude il fatto dell’aver trovato nela estensione sonora della ‘musica contemporanea’ il perno d’appoggio per le sue personalissime creazioni, col fare qua e là uso di determionate sonorità e di ricercate assonanze atonali, seppure utilizzate in maniera eccelsa. Non è per caso che Arvo Pärt è oggi il compositore più seguito e ascoltato dalle nuove generazioni, sulle quali approfondire e sviluppare ‘nuovi linguaggi’ sonori.Ma, in tutto questo bla-bla, sarebbe servito a poco se adesso non dicessi ciò che non ho ancora detto, cioè in che cosa mi trovo d’accordo col maestro: “..che la musica, macerie di tutte le idee, fa da sfondo ad un incendio che ancora non rischiara il mondo”.








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- Società

’Terremoti’ una mostra a Milano - seconda parte

’TERREMOTI’ UNA MOSTRA - (SECONDA PARTE)
Origini, storie e segreti dei movimenti della Terra.
Milano, Museo di Storia Naturale
29 ottobre 2016 - 30 aprile 2017

Oralità e fantasia poetica.

Occuparsi oggi, in epoca super-industrializzata e altamente tecnologizzata di ‘oralità’ può sembrare un forzato recupero del passato per definizione obsoleto, mentre invece ciò che accade è esattamente il contrario. L’ ‘oralità’ in questi ultimi decenni non solo sembra voler recuperare il suo posto predominante nella sfera del linguaggio parlato ma addirittura scalciare il primato detenuto dalla ‘scrittura’. Primato che a sua volta la scrittura ha indubbiamente usurpato, definendo l’oralità un antecedente del ‘linguaggio scritto’, relativo al primario ceppo antropico che, insieme alla musica (suono, canto, rumore), era legato alla trasmissione e alla elaborazione evoluzionistica del pensiero umano.
Ed è certamente in siffatta dimensione che va oggi riconsiderata la forza estrinseca dell’oralità, facilitata nel suo ritorno all’attualità dalla memorizzazione, notazione e computo ch’erano stati, in illo tempore, concettuali dei ‘popoli senza scrittura’. Non solo quella di toni vocali e di suoni acustici (da qualcuno definita vera e propria scrittura) ma anche attraverso il computer multimediale, internet (insieme di sistemi audio visivi), dove la dimensione suono s’intreccia a quella alfabetico visiva della ‘scrittura’. Soprattutto in quella oggi condensata e in parte svigorita in SMS, Chat ed E-mail: “C’è chi asserisce a giusta ragione che si è passati da esseri mono-mediali (uomo libro) ad esseri multimediali (uomini Tv / Telefono / Computer /Radio/Libro, ecc.) che re-incorporano così i riti delle civiltà orali”. (28)
Ma se le civiltà preletterarie per definizione, non hanno conosciuto una letteratura scritta, hanno conservato però una ricca e varia ‘tradizione orale’, in particolare all’interno della famiglia e del gruppo di appartenenza; copiosa di narrazioni epiche e leggende urbane, canzoni e musiche per ogni circostanza, incluso l’evento sismico. Nonché una forbita produzione di ‘poesia popolare’ che unitamente alle altre ‘liriche’ costituiscono oggi un unico ‘corpus’ elettivo della grande ‘tradizione orale’ riconosciuta a tutti i popoli, e per gran parte catalogata, trascritta e registrata con strumenti fonografici. Riconoscimento che l’UNESCO (29), al fine di salvaguardare ed evitarne la definitiva scomparsa, ha ritenuto ragionevole considerare “patrimonio orale e immateriale dell’umanità” all’interno di una Convenzione per la Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.

Di fatto la Convenzione Unesco 2003, Art.2 vede inclusi tutti quei beni che vanno: “..dalle prassi relative alla natura e all’universo, alle consuetudini sociali e gli eventi rituali e festivi, alle rappresentazioni e le arti dello spettacolo, le conoscenze, il know-how, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti dell’artigianato tradizionale e gli spazi culturali associati agli stessi che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale; ivi incluse le tradizioni, le espressioni orali, nonché le regole e le tecniche del linguaggio in quanto veicolo del sapere. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana”.
Fanno inoltre parte della tradizione ‘orale’ tutte quelle forme ed espressioni artistiche diverse ‘non scritte’ riconducibili alla cultura popolare, dai canti alle danze, dal teatro alla musica, passando attraverso le esperienze più varie, come narrazioni di miti, canti, frasi, leggende, fiabe e in particolare la ‘poesia popolare’, considerata presso i diversi popoli, il mezzo di comunicazione e trasmissione della cultura e spesso utilizzata come legittima fonte storica di approfondimento dalle scienze moderne. Certamente il mezzo più immediato nella diffusione dei procedimenti e i comportamenti tipici che si apprendono anche senza l’uso della scrittura, come l’agricoltura o l’allevamento e tantissimi altri mestieri e capacità induttive che vengono tramandate di generazione in generazione. Non in ultimo, di quei valori e ideali che guidano l’agire umano e animano le sue reazioni.
Nella storiografia occidentale, ad esempio, le fonti storiche più antiche sono basate su una tradizione orale precedente che, nel passaggio ‘di bocca in bocca’ ha in qualche modo alterato la sua forma originaria ma non necessariamente ha perduto il ‘senso’ etico e/o estetico moraleggiante di riferimento. Per meglio comprendere le fasi di questo importante trasferimento verbale, riporto qui la narrazione che ne ha fatto lo studioso Wilhelm Radloff (30): “Ogni cantore appena appena abile improvvisa sempre i suoi canti secondo l'ispirazione del momento, così che non è in condizione di recitare due volte un canto in modo perfettamente uguale. Ma nessuno pensa che questa improvvisazione produca un canto ogni volta nuovo”. Di conseguenza.. “..l'arte del cantore consiste nel mettere in successione queste parti come è richiesto dal corso degli avvenimenti e nel collegarle con versi composti ex novo. Il cantore sa cantare queste parti in modo assai diverso. Egli è capace di tratteggiare la stessa immagine in pochi tratti veloci o di descriverla più ampiamente o di procedere con epica ampiezza ad una descrizione molto dettagliata. (..) Un cantore abile può ‘perform impromptu’ (improvvisare) qualsiasi tema, qualsiasi racconto, se gli è chiaro l'andamento della vicenda.”
Particolare riferito alla figura del ‘cantore’ cosiddetto il Cantastorie nostrano è che sovente, cantava e raccontava storie vere e/o immaginarie, trovate in giro nei suoi viaggi o adattate per l'occorrenza, a versioni di alcuni racconti antichi che rinnovava a seconda del particolare avvenimento e/o il dialetto da utilizzare in base al luogo dell’avvenuta performance e a causa del diffuso analfabetismo. Storie che raccontavano di incursioni di pirati, miracoli di santi, eventi catastrofici, leggende sacre, novene e racconti profani, meravigliose vittorie e lacrimevoli sconfitte, anche se magari si trattava di cruente imprese dei briganti, cari alla fantasia popolare (teatrino delle marionette, dei Pupi, Carretto siciliano, drappi dipinti a strisce antesignani dei fumetti).
In seguito all'avvento della stampa il Cantastorie (31) acquisì sempre più un ruolo che, in un certo senso, si avvicina al mondo giornalistico, diffondendo le storie che rappresentava e/o fatti e notizie d’ogni genere stampati su foglietti volanti che poi vendeva al pubblico che numeroso accorreva ad ascoltarlo. I generi spaziavano dal fantastico al divertente o d’introduzione a temi diversi e di questione morale; non raramente vi inseriva canti e ritornelli che, in certo qual modo, spezzavano la sequenza del racconto, o falsavano il ‘ritmo’ narrativo; in ogni modo il valore intrinseco della trasmissione ‘orale’ era mantenuto intatto, e talvolta ne risultava arricchito.
Un altro fattore relativo all’oralità era la non meno significante ‘mimica’ spontanea del cantore e/o del ‘fine dicitore’, che si arricchiva così dei timbri, dei suoni onomatopeici, delle smorfie e dei rumori con i quali, di volta in volta il Cantastorie accompagnava le sue esecuzioni, aggiungendo credibilità alle narrazioni. Ma come si sa ogni ‘cronaca’ non è tale se non è seguita dall’ascolto e dalla viva partecipazione degli spettatori, chiamati a stupirsi, a commentare, a ridere o commuoversi, ad applaudire se necessario. Per meglio dire, a rendersi ‘partecipi’ di quella che è la prima autentica forma di teatro conosciuto. È qui lecito ricordare che “la verità dipende sia da chi la dice come da chi l’ascolta”; questa frase fatta è forse la chiave di lettura adatta alla tematica qui approntata, circoscritta a ‘oralità e fantasia poetica’.
A questa prospettiva teorica, come già in qualche modo si è detto, l’apporto ‘emozionale’ gioca un ruolo essenziale, importantissimo nel costituirsi di fenomeni morali e nell’evoluzione della mera ‘fantasia poetica’ entrata di forza nell’ampio circuito culturale attraverso i canti tradizionali eseguiti durante le feste e le manifestazioni popolari, i recital tenuti nei teatri, i proverbi riportati a formulazioni dialettali, le partecipazioni a letture specifiche di raccolte di poesie e di racconti legati alle diverse tematiche letterarie. Come appunto, nel caso dell’antologia poetica qui esaminata dal titolo suggestivo “La luce oltre le pietre” dedicata all’evento sismico che nel 2012/13 ha colpito la regione Emilia-Romagna. Non è escluso che l’empatia (qui nell’accezione filosofica di emozione/sentimento), cioè la capacità di immedesimarsi con individui socializzati in una forma di vita divenuta improvvisamente estranea e/o dissonante a se stessa, preclude qualsiasi presupposto di prospettiva per quanti hanno subito perdite affettive e comunque il trauma della catastrofe.
“Le emozioni in genere, e l’empatia in particolare – scrive Martha C. Nussbaum (32) – implicano dei giudizi di valore che non è però la filosofia a valorizzare, dal momento che essa tende spesso a ridurle a distorsioni della ragione, a fattori di turbamento che alterano la chiara visione delle cose e la spontanea propensione degli uomini al bene”. Tuttavia la filosofia aiuta a coltivare e valorizzare presupposti emozionali per un’assunzione di ‘ruolo ideale’, in base all’idea configurata che “..il lettore artificialmente permetta di costruire quella figura di ‘spettatore imparziale’, con il compito (privilegiato) di filtrare le emozioni” (33) e di vedersi assegnare il ruolo di beneficiante che gli è consono. Non risulta astruso quindi affermare che la ‘poesia popolare’ costituisce una fonte illimitata per l’immaginazione letteraria, in quanto ingrediente essenziale in ogni teoria etica che si propone di arrivare al bene delle persone. È in seno alla ‘tradizione popolare’ che l’infinita ricerca di noi stessi si amplia di nuovi importanti capitoli, che vanno ad aggiungersi così alla macroscopica ‘storia universale’ che noi tutti stiamo scrivendo, e che un giorno ci permetterà di conoscere il mondo in cui viviamo.

Scrittura e Volti nuovi della Poesia Civile.

Avventuriamoci, dunque, nella regione per eccellenza del ‘pericolo’ , della minaccia, dell’ambiguità invischiante, frugando nello strato percettivo, emozionale - cognitivo che, dal punto di vista dell’affermazione individuale è possibile riconoscere nell’excursus dell’antologia qui presa in oggetto. Si può dire, ora, che sarebbe assurdo criticarne e/o giudicarne il contenuto finora volutamente trascurato, ma non assente, che in molti hanno ritenuto di sostenere rispondendo all’appello lanciato sul web dai due autori Roberta De Tomi (34) e Luca Giglioli (35) sostenendo pienamente il progetto con la loro disponibilità a partecipare, in qualche modo, al dramma vissuto dalla popolazione della bassa padana, rivissuto dai ‘poeti’ inseriti nell’antologia con soluzioni interpretative talvolta suggestive quanto più partecipate, riunite in una complessa relazione di elementi emotivamente significativi.
Quanto più affiora dai contenuti ‘individualistici’ non appartiene all’estatico letterario, frutto di esperienze liminari facilmente riconducibili alla comune percezione di isolamento e frammentazione dell’evento sismico in senso cosmico. Semmai si tratta qui di superare il generale accoglimento dell’evento stesso, cogliendo in esso un momento originario di molteplici esperienze creative, solo relativamente suggestionate e/o magnetizzate dall’esigenza antropologica come una delle ‘forme’ più suggestive della poetica popolare, anche in senso collettivo, civile e sociale. A fare da cassa di risonanza al paradigma antropologico qui prospettato, è il determinarsi coerente e articolato dell’archetipo junghiano che raccoglie almeno tre lemmi di relazione: bisogno (necessità), auto dominio (selfcontrol, volontà) e donazione (solidarietà, sostenibilità), in un unico modello esemplare, appunto archetipo di matrice disciplinare, cioè l’insieme di impegni condivisi affrontati dalla ‘comunità’ fondata dagli individui.
Ne deriva una sorta di ottimismo nel futuro in vista di una trasformazione dello status quo sul versante psicologico che già durante e subito dopo l’evento sismico, “..ipotizzava la fine irrimediabile del mondo sulla base del prosciugamento delle proprie forze inconsce non controllate dall’io ormai affidate a una casualità senza direzione e orientamento (..) riassumibile nel passaggio storico (esponenziale), come promessa al futuro, (..) connesso al desiderio di desiderare la vita, senza farsi irretire da quel sentimento oggi dominante che è l’insicurezza”. (36) Condizione questa che conduce alla formulazione di una doppia verità, filosofica e teoretica, dello svolgersi dell’esistenza umana in un ambiente dal quale bisogna trarre il sostentamento e nel quale bisogna sopravvivere; e che porta, necessariamente, alla ricostruzione e/o costruzione “..di una nuova realtà mediante la creazione di situazioni intuitive in cui consiste la spiritualità” (37), per un progressivo rinnovarsi di una nuova ‘memoria sociale’.
Da cui il risvegliarsi di una ‘scrittura poetica’ che nel suo sognare utopistico si ricollega ad esperienze, se vogliamo infantili che, a partire da Freud si propongono come una chiave di lettura affascinante quanto emozionante e significativa. Appare allora chiaro come l’utopia di un risanamento pedissequo della ‘parola parlata’ arrivi a suggestionare la mera conoscenza individuale e trasformare in ‘atto di volontà’ formale le passioni che hanno significato le precedenti esperienze di vita. Interessante, a questo punto, quanto proposto da D. Meltzer (38), di estendere il concetto di linguaggio al ‘sogno’ come forma di linguaggio interno (interiore dell’individuo), o meglio di ‘linguaggio poetico’ capace di comunicare le proprie emozioni proiettive, cioè di quel mondo arcano ed estremo che è l’inconscio umano, al mondo esterno.
È infatti primario nella ‘scrittura poetica’ l’uso dell’identificazione proiettiva del ‘sogno’ come modo privilegiato di comunicare le proprie emozioni utilizzando la lingua specifica (interna) della poesia per comunicare lo stato emozionale in cui soggiace la mente; un po’ come il riappropriarsi di una ‘lingua madre’ e, a un tempo, di comunicare significati senza confini, così come di proporre una verità assoluta che si collega al mondo interno, qui appena evidenziato, e ai suoi valori escatologici. È interessante osservare come, per altre vie, la critica letteraria proveniente da esperienze diverse s’incontri con quella poetica e raggiungano analoghe intuizioni per cui, nella rappresentazione di un testo letterario ‘onirico’ e uno finitamente ‘poetico’ finiscano per rientrare ambedue nel dominio dell’estetica, inclini a una medesima ‘religione’ della mente.
L’analisi qui di seguito riportata è pertanto di tipo interculturale applicata alla parte ‘emozionale’ del discorso interpretativo riferito ai drammatici avvenimenti del sisma, al fine di evidenziare il dualismo ‘materiale e ‘spirituale’ ricorrente nella natura umana, dimostrando con ciò che la complessità non è altro che la conseguenza di più semplici forze casuali. Idea questa, o almeno in parte, desunta dallo studio di Sigmund Freud (39) del concetto di ‘transfert’, per il quale: “..ogni relazione precoce forma, per così dire, una struttura emotiva, da cui saranno modellati gli atteggiamenti, le relazioni, le paure e le speranze successive”. Forti di questa sempre rinnovata speranza accingiamoci all’ascolto delle ‘voci’ dei molti poeti popolari che si sono cimentati in questa antologia, “..una categoria di artisti – ha scritto Giuseppe Pederiali (40) – che non può godere di platee immense, non riempie stadi e piazze, ma che sa come penetrare nelle coscienze, nel cervello e nel cuore della gente e accendervi emozioni”.







Analisi critico-comparativa dei testi e delle discipline etno-socio-psicologiche di metodo evidenziate.

‘Tremula terra’ di Giuseppina Abbate

E d’un tratto nel cuore della notte
il buio divenne veglia e morte …
che rendesti i respiri cupi
come concerti ammainati dalla sorte.

La scelta non è casuale, oltre ad essere la poesia d’apertura dell’antologia, è qui scelta perché già nel titolo, in quel ‘tremula’ affronta con determinazione la problematica intrinseca al ‘dramma’ che si vuole rappresentare. Notare come l’abbinamento notte/morte/sorte rivela la forza schiacciante dell’evento quasi fosse nel ‘destino’ che quella notte tutto accadesse, e infatti …
I cani ulularono come lupi,
i gatti mormorarono lamenti d’infanti …

Come solitamente accade prima di un evento catastrofico che arriva a sconvolgere la natura, sono proprio gli animali ad ‘avvertire’ il pericolo, ma non solo, perché lo ‘spirito ancestrale’ che sub-esiste nella natura umana, seppure questa se ne è in parte distaccata, risente allo stesso modo e avverte, seppure a livello inconscio, la stonatura nel ritmo del ‘tempo’.

Una, due, dieci, cento …
L’intercalare rapidissimo della frase, scandito più volte nel testo, marca il ritmo del conseguente fuggire della gente, delle gambe levate, del correre verso un riparo che non sa, perché il ‘maestro’ concertista (Madre natura, Dio), in quel preciso momento, ha abbandonato il podio, ha rotto l’incanto della musica, sostituita dal boato spaventoso del terremoto senza indicare dov’era la salvezza.
..vicoli e viottoli tra le onde funeste
mentre le campane impazzite urlarono al vento
nelle piazze gremite di fronte alla morte
attonite folle s’abbracciarono sconvolte.

C’è in questa scena da brivido tutta l’efferatezza del sisma per un film che nessuno ha chiesto, in cui sono visibili i segni del disastro compiuto. Il paragone con il mare in tempesta ‘le onde funeste’ è calzante, trasforma in un baleno la piazza del paese nella ‘Zattera della Medusa’ di Géricault sulla quale ognuno per lo spavento abbraccia metaforicamente l’altro nell’affrontare insieme (gesto di solidarietà, unione di fratellanza genica) il triste destino che l’incombe. Va qui notata la forte pregnanza della ‘simbologia’ civile e cristiana che distingue in due conseguenti momenti il verso, da una parte la conformazione urbanistica: vicoli e viottoli, le piccole piazze; dall’altra la torre campanaria che preclude l’esistenza di una chiesa e quindi di una relatività spirituale (non espressa apertamente nel testo) ma che nel prosieguo s’avverte, con la campana che torna a suonare, nelle parole ‘amorevoli’ della ‘veglia’ forzata che segue al sisma, che tutto appianano e cancellano delle avversità, dei dispiaceri della malattia, dell’odio e del rancore.

..fai la nanna che il lupo è scappato
dammi la mano che il giorno è rinato …

Bellissima e commossa la metafora che risana con il nuovo giorno l’avvenuta riconciliazione col creato, reminiscenza infantile, di figlia, di madre protettiva che non conosce abbandono davanti alla paura, davanti a niente … per una volontà di vita che le permetterà di ricostruire là dove tutto sembrava compiuto: per “Una, due, dieci, cento …” notti ancora, all’infinito.

‘E siamo stati come case’ di Luca Artioli

E siamo stati come case
per un tempo senza tempo,
quand’era ancora Maggio …
–pietra dopo pietra –
nella storia che si salda
al ventre di ogni madre …
nella storia di ogni padre …

Il raffronto tra le case tirate su ‘pietra dopo pietra’ e fatalmente crollate, creano qui un fermo immagine di una immediatezza sconcertante, in cui lo sguardo costruisce e decostruisce per ricostruire mentalmente domani, quello che fino a un momento prima, era un ‘luogo dell’anima’ andato perduto dentro un nero profondo che sa di fumo di memorie, di travi carbonizzate, di mobilia cariche di ricordi, di immolazioni, lutti, orgoglio e solitudine … e siamo stati carne congiunta visceralmente alla madre, molecola nella storia del padre e del figlio del padre …
..in quell’abitare scomodo
nello stesso sacrificio.

Nel ricordo fa pensare a un nucleo numeroso, come un tempo era la composizione famigliare, in cui i conflitti interni, quando ce n’erano (e necessariamente c’erano), erano per lo più condivisione di uno stare tutti insieme con i diversi problemi che solitamente venivano risolti senza né vinti né vincitori, per così dire ‘alla pari’, tra fratelli e/o sorelle, senza rancore. Ciò che aveva significato di un ‘dare e avere’ e che nessuno doveva niente a nessuno, bensì solo le scuse ai genitori per aver alzato la voce; al figlio che chiedeva prima e nuovamente chiede – pietra dopo pietra – di ricostruire la casa crollata; alla terra per aver disprezzato i favori (il pane) che generosamente concede; e infine a Dio per aver imprecato “..per non farsi dimenticare”…
.. e di (poter) risalire da questo vuoto
e che poi sia sforzo leggero il futuro
quasi che fosse volo …

Ed ecco nella disillusione affacciarsi la speranza del superamento possibile del tempo, cioè entro “..un tempo senza tempo” smarrito nella sfera del tempo che forse non esistito, se non nel ricordo della stagione che più di tutte lo fa ricordare “..quand’era ancora Maggio”, la primavera, in cui tutto rinasce alla vita.

“29 Maggio” – di Sara Bellingeri

Commosso il seno
a nutrire la tua bocca di giglio
la terra ha urlato
– e casa non è più casa –
spremuto il cuore nell’abbraccio
voglio porgerti al domani
Figlio.

La tematica del ricongiungimento con la spirale familiare si affaccia strepitosa nell’incipit di questa poesia che autentica il respiro sommesso con cui andrebbe letta e che immagino l’autrice l’abbia scritta, muta di paura e con le lacrime amare che le scendevano dagli occhi, incredula d’esser viva e di poter donare al figlio quella speranza che gli aveva dato quando lo mise al mondo …

..il sangue arenato
sullo squarciato suolo.

Non poi così dissimile dalla natura per i propri germogli, stravolte entrambe per le ragioni diverse eppure così uguali, proprie del partorire. E ancora …

Ancora non ti ho raccontato
dei lupi e delle fate …

S’apre qui un lembo dell’amore immenso della madre per il proprio figlio, nel metterlo in guardia delle vicissitudini e i guasti cui si troverà ad andare incontro (che la madre deve aver provato sulla propria pelle), nonché la sospensione del ‘tempo piano’ in cui ogni cosa deve ancora avvenire …
Ancora non ti ho detto …
della gente che compra il mondo
con maschere lavate …
che la verità brucia,

Tuttavia non è questo che intende dire e infatti nega di averlo pensato (scritto) per un riscatto che ritorna al figlio in forma di consolazione data dal perdono che in fondo nutre in seno …

..che la sua voce spegne l’incendio
quello più nero
dell’odio e della paura.

Tale è il suo amore e così dirompente che squarcia la pagina con un grido inconsulto di felicità, fino all’esplosione finale …

Il seno commosso
a nutrire la tua bocca di giglio
la terra ha urlato
– ma oggi ha ancora il suo domani –
avvolto il cuore nell’abbraccio
siamo vivi – vivi!
Figlio.


“Le case bambine” di Marzia Braglia


Si chiamano: La Gnola,
la Disturbata, la Guidalina,
Patrinia, la Losca,
la Pitoccheria e Angelina …
le vecchie case
sparse nella valle
dormono e sognano
quand’erano belle.
Riposano nel buio perfetto
di una notte senza luna
e si rivedono bambine
baciate dalla fortuna.
Rammentano gelidi inverni
che segnavano ore noiose,
scolorivano i capelli
e appassivano le rose.
Vibra ancora la musica
fra le antiche mura
e i fantasmi ballano
nella notte oscura.

Sembra di vederle sullo sfondo di tele dipinte di Fattori, Signorini, Lega, Sernesi, Banti che dall’amata Toscana si spinsero alla Romagna e all’Emilia affermando che la ‘forma’ (oggettiva delle cose) in fondo non esiste, se non come ‘macchie di colore’ (da cui il nome del movimento detto dei Macchiaioli) distinte o sovrapposte ad altre macchie di colore, perché la luce, colpendo gli oggetti, viene rinviata all’occhio come immagine di puro colore. Due sono i motivi di questa scelta qui elaborata: per primo il riferimento alle cose ‘amate’ che, solo per il fatto che abbiano un nome, rivelano l’esistenza di una storia più o meno felice che stava nelle mani di chi le ha costruite per la felicità di qualcuno, non si costruisce una casa se non per soddisfare un bisogno e per accogliere i propri affetti. Il secondo, per quell’ “.. vibra ancora la musica e i fantasmi ballano” e che sta a significare che esse non sono più, forse andate distrutte con il terremoto che non le ha risparmiate allo scempio, insieme a quanti vi abitavano, con i loro ricordi, le rose che appassivano nei vasi, i frutti degli orti raccolti nel ‘coccio’ posato sulla tavola, e le loro padrone che invecchiando (come le rose) scolorivano i capelli. Ciò che rimane nel ricordo vivo dell’autrice, è la musica di un valzer lento come può essere lento il tempo trascorso “..di inverni gelidi che segnavano ore noiose”, e che all’improvviso subisce un arresto, per lasciare che i ‘fantasmi’ si ritrovino nella notte oscura e ballare ancora insieme … Addio Gnola, Disturbata, Guidalina, Patrinia, Losca, vecchie case incorniciate nel tempo, però bella la musica che vi ricorda!

“Il muto fantasma” di Tommaso Campera

S’alzavano le rondini dal campanile
impaurite da un suono rotto di campana,
le funi tirate da un fantasma impolverato.
Risuona per le strade il muto sgomento
di frotte di persone che correvano in tondo,
muto dolore sui visi, graffiati da lacrime!
Dopo ampio cerchio, si posano le rondini
sul campanile … senza più le ore
ed ecco che, il muto fantasma
nuovamente, si appende alle funi
e al suono rotto della campana
più non si posano le rondini
sul campanile abbandonato.
Un profondo, cupo brontolio
di nostra, amata, madre terra
e più nulla sarà come prima:
perch’io qua … non son più!

Breve e ridondante ma non per questo scevra da sillogismi dedotti dall’osservazione di reali accadimenti. Quasi una ripresa in diretta del momento in cui il terremoto fa sentire la sua voce “..Un profondo, cupo brontolio / di nostra, amata, madre terra / e più nulla sarà come prima”: le rondini che fuggono dal campanile semidistrutto in bilico e prossimo a cadere, chi può dimenticare la sua immagine sospesa; il “..suono rotto della campana” suonata da un “muto fantasma” a simboleggiare il boato che accompagna il terremoto e il perduto sostegno che l’ineluttabilità della catastrofe si porta via, e che ritorna a sconvolgere l’esistenza dell’autore, nel momento dell’abbandonarsi al fato.


!SPACCA CASCA SCAPPA! di Serse Cardellini

Terra Frana Trema!
Crina Scava Crolla!
Casa Grida Cade!
pregare bestemmiare
famiglia casa fede
ma tu bambino mio
non piangere non piangere
sogna ancora …

Questo ‘in sintesi’ il messaggio contenuto nel testo in cui il ritmo poetico è scandito dalla ripetizione ossessionata dalla paura, nel momento in cui la paura blocca la mente stretta dal panico che chiude il diaframma e fa mancare il respiro. Appassionante è la reazione immediata del padre che premuroso verso il figlio lo invita a non piangere e a danzare “..con la terra” che trema, e infine confessa a se stesso una verità universale di cui ha fatto tesoro “..da sempre si cerca qualcuno da amare”:
..ma tu bambino mio
non piangere non piangere
c’è tanto da rifare
dal sorriso alla carezza
ricostruire tutto di nuovo.



“Un attimo prima. Un attimo dopo” di Vincenzo Ciminiello

Un attimo prima del boato
guardavo i miei compagni
nei volti carichi di pensieri,
nelle mani infaticabili.
Un attimo prima del boato
Avvertii la fatica del lavoro.
Mi vennero in mente i miei figli.
Arrossii e continuai a lavorare sorridendo.
. . .
Un attimo dopo il boato
Eravamo gli operai caduti sul lavoro.
Quegli eroi semplici,
quasi senza alcun volto,
quasi senza alcun nome da ricordare.
Sogli gli operai.
Morti di lavoro.
Morti di terremoto.

Poesia di denuncia sociale che mette in risalto la condizione dell’uomo abituato per tradizione a lavorare sodo, non senza i suoi pensieri, gli amori, i vizi, le futili apparenze, e che all’improvviso si ritrova a ragionare con se stesso sul da farsi, di non stare a guardare e non “..lasciarsi avvolgere dall’oblio”; l’antica paura della morte che ritorna, e a cui risponde col rimboccarsi le maniche e riprendere il lavoro e vegliare con amore sulla terra d’Emilia, insieme alla ‘compagna’ della sua vita …

..quelle madri che ritroveranno la forza
per ritornare a tirar tardi la notte
solo per amore.




“Tsunami” di Mabi Col

Rimesto nel paiolo briciole di vita,
pelo una patata
frammento inessenziale
d’universo,
penso a quello scoglio
malfermo e insicuro
che mi ospita,
pezzetto sperso
inesplorato e vuoto
di tempeste ignote,
elettromagnetiche speranze,
casa buia piena di misteri
in cui indifferente
rotola, rimescola e patisce
il nostro sasso
vivo e derelitto,
la nostra pentola
d’acqua e di canzoni
marmellata amara
d’assurde sensazione
cortocircuiti e minestre
ricordi astrusi da dimenticare
ansie e calligrammi.
Minuscoli coriandoli
D’avventura e sentimenti
Ci accapigliamo
In cerca di consensi,
mentre sopra di noi
s’abbatte l’orizzonte.

Poesia cosmica che riunisce il micro mondo di una cucina, qui immaginato (o forse vissuto) come un territorio di confine che rende il percorso dell’io poco avventuroso, scandito da ‘ansie come calligrammi’ del residuale, con il macrocosmo esistenziale “..in cerca di consensi”, dove l’essenza dell’io si perde di fronte all’evento conoscitivo, incerto e pericoloso, dello ‘tsunami’ che sopraggiunge nel momento quotidiano che è dato sottendere. Anche qui la metafora dello tsunami (tipico del maremoto) si sostituisce al terremoto derivato dallo scuotimento della terra, che non sembra scuotere però il calmo equilibrio dell’autore/autrice (non so), alle prese con i fornelli della sua cucina, quasi fosse un rito (e in parte lo è) ineluttabile dove si prepara il cibo per gli déi, dove l’io di fatto “..non conosce il pathos, l’aritmia dell’eros, la coscienza della morte”, (41). Neppure “..mentre sopra di noi / s’abbatte l’orizzonte” e tutto deve ancora accadere, mentre la pentola dell’acqua ribolle, e il cuore ispirato intona canzoni, certamente d’amore.



“At to Final” di Maria Grazia Fabbri (con traduzione a fronte).

La tua Finale (Finale Emilia).
Papà, è bèla passà tria n / Papà, sono già passati tre anni
da quand te andà via / da quando te ne sei andato /
e adèsa che è capità / e adesso che è successo /
stal brut lavor, t’am manc tant. / questo brutto lavoro,
mi manchi tanto” …

Pagina di diario, lettera, preghiera … tutte raccolte in una forma davvero delicata, che oso dire quasi emozionata, nel rammentare a chi, pur non essendo più viene messo al corrente di quanto accade nella terra dove forse è nato, certamente cresciuto e deve aver messo su famiglia. Ancor più si sente qui un attaccamento filiale profondamente partecipe dei sentimenti del padre e dei ricordi a lui legati, di una presenza che non si è mai trasformata in assenza neppure adesso che la rivolta della terra tenta di cancellare quei ‘luoghi della memoria’ che erano lì a rappresentare l’esistenza in vita di ambedue, padre e figlia, congiunti nell’amore per la propria piccola città, così grande da contenere tutto il loro mondo.
.. ma at fag na prumessa / ..ma ti faccio una promessa.
Appena la tera la lasa li ad tarmar ... / Appena la terra smette di tremare …
e prèda dop prèda / e pietra dopo pietra
con i nostar braz / con le nostre braccia
al tirem su al nostar paes … / lo tiriamo su il nostro paese …
adrà papà che al turnem a far / e at ve vedrai papà che lo torniamo a fare
ancora più bel. / ancora più bello.

Ben sappiamo che non c’è preghiera senza promessa, il laggio che si paga per ogni richiesta, tanto quanto sono disposte a pagare l’energiche donne emiliane capaci di una volontà ferrea e d’amore materno, pronte a combattere e di rivoltare il mondo per ideali di giustizia e di libertà, più che il ‘terremoto’.
Va detto che la poesia letta ‘in lingua originale’ rivela una maggiore espressività di toni, di sospensioni e di ritmi, per cui la traduzione, per quanto si voglia, non regge il confronto. A riguardo vale quanto detto nello script d’inizio sulla ‘poesia dialettale’.

“Sos ogros de sa poesia” di Stefano Flore (con traduzione a fronte)

Tenia in coro cussos logos e los conocchia
galu prima de los aer bidos
cando sas cartolinas biaziant
prenas de artevisia pintada
E Issa...mi nde arrerjonaiat sempre
cun sa ‘oghe prus durche de su cantigu …

Amavo quei posti e li conoscevo
prima ancora di averli visti
quando le cartoline viaggiavano
piene di orgoglio illustrato
e Lei… me ne parlava sempre
con la voce più dolce del canto.
Ora piango le lacrime
nascoste tra le nebbie
che sento mie nei sussulti dell’anima
vicino
a quella gente generosa e ferita
tra le case crollate
i campanili distrutti
e gli orologi con le ore spezzate
che si affacciano allo sguardo
come mute membrane di un silenzio infinito.
Poi asciugo le lacrime e vedo
oltre la nebbia
l’uomo della fornace
che lacerato e stanco mi guarda.
intingo il pane nella sua storia
mi chino
e raccolgo
uno ad uno i mattoni rossi
li pulisco e li lavo con l’acqua del Panaro
e attendo
che il postino bussi ancora alla mia porta.
… Ci sarà un’altra cartolina
per raccontare il tempo degli uomini!

Lirica intensa, ‘idilliaca’, dedicata a una terra ospitale che deve aver accolto il migrante stagionale o forse stanziale (per i Sardi l’Italia è il continente), o anche uno dei moltissimi giovani volontari arrivati in Emilia per dare soccorso alla popolazione, scavando con le mani e tirando su “..uno ad uno i mattoni rossi / li pulisco e li lavo con l’acqua del Panaro”. Sono questi i mattoni cotti di un forno dove si faceva il pane, che il terremoto ha fatto crollare addosso al panettiere “..che lacerato e stanco mi guarda. / Intingo il pane nella sua storia”. Siamo di fronte all’umiltà che si china davanti a chi ha perso tutto, davanti all’uomo della fornace che si porta dietro una storia antica quanto il mondo, dove l’autore stesso intinge il suo pezzo di pane. Il pane consacrato della solidarietà.

“Alla mia Gente e ai Volontari” di Antonella Iaschi

Ho al collo una foglia dorata
raccolta nelle campagne della Bassa:
è pesante come la mia impotenza,
è leggera come le mie certezze.
Guardo immagini che non vorrei vedere,
cerco tracce fra polvere e macerie..
la mia terra è madre di dolore,
i miei amici figli maltrattati.
Vorrei tagliare il cordone ombelicale
E dirle che la odio, ma non posso:
è appiccicata a me come la pelle
e scende sulle guance col suo sale.
Mi manca il tempo, ci vorranno anni
Per vedere di nuovo le sue quieti,
l’afa che cambia la luce delle piazze,
l’ombra, il rifugio sotto le sue torri.
Quella foglia è legata a una catena
E lì mi aggrappo per restare a galla,
ogni maglia è lo sguardo di qualcuno
che è lì e lavora per ricominciare.

Il tema del volontariato e della solidarietà civile si affaccia in questa lirica pregna di volontà di rinascita in contrasto con la rabbia inconscia che sostiene il dialogo che l’autrice improvvisa con se stessa. In lei non c’è rancore, piuttosto amore soffocato che “..le scende sulle guance col suo sale”, semmai desolazione che s’imprime sotto la pelle fin dentro le ossa e che la lascia inerme “..come le mie certezze” a cui s’aggrappa, come alle maglie di una catena che non si può spezzare, che non deve spezzarsi, perché altrimenti … la lascerà volare via. Cosa che lei non vuole e non può, per quell’attaccamento alla terra d’origine che la fa rimanere, pesante come quella foglia dorata che “..raccolta nelle campagne della Bassa” la inchioda alla sua pelle come la pianta alla terra, nel timore che un’altra scossa potrebbe portarle via insieme, per sempre.


“Inventario” di Roberta Panizza

Sepolto
dai cumuli delle nostre certezze
ti ritrovo
strappato al mio esistere
ed oggi
sulla prima pagina bianca
della tua assenza
scrivo.
‘È feroce quest’orizzonte
Schiuso ai pensieri
Dove l’occhio spazia
Indisturbato dalle cose’.
È ancora mio
quel bacio dilaniato dai calcinacci
sulla nostra fotografia.
È mio l’amore che ho vissuto e vivo
vetro mai infranto
dei fiori di gioia
che ogni giorno mi regalavi.
Sono miei i giovani respiri
sotto le tende,
ancora fiato
al sangue ancora mio e vivo
e luce, verso il futuro.
Nutrono ancora le mie arterie
e i sogni
delle mie cellule impazzite
se trema ancora questa terra.
La paura è mia e il terrore
e me li stringo
perché vivere per vivere
dove persino l’erba non sta ferma
ci vuole voglia.

La forma poetica del ‘compianto’ è tipica della poesia popolare vernacolare con esempi illustri in lingua italiana a cominciare da Jacopone da Todi fino a Manzoni, da Pascoli a Leopardi. Presente inoltre in alcuni paesi del centro-sud dell’Italia e, in particolare, del Mediterraneo. Fa quindi un certo effetto ritrovarla oggi in tutta la sua chiarezza e il suo candore sinceri. Ciò che più coglie è l’immediatezza delle sequenze: “Sepolto / dai cumuli delle nostre certezze / ti ritrovo..”; e in successione: “È ancora mio ..”, “È mio l’amore che ho vissuto e vivo..”; “Sono miei i giovani respiri sotto le tende..”; “La paura è mia …” cui va aggiunto ‘è mio il ricordo’. Frasi che rivelano una possessione furente dopo lo strappo di “..quel bacio dilaniato dai calcinacci / sulla nostra fotografia” che brucia ancora sulle labbra, frutto di una passione travolgente a cui l’evento sismico, in sé già fortemente drammatico, ha spento improvvisamente l’ardore del fuoco, senza lasciare niente per domani.


“… e non ci credi” di Claudio Porena


Trabocca, goccia
dopo goccia, il catino
sotto il tetto che pende.
Ci si specchiano chine dalla sete
le macerie riarse, e tutto pare
inchiodato al suo posto: il lampadario
di Murano ormai spento,
il cassetto riverso, le tazzine
sul mobile di noce, la cornice
con la natura morta alla parete, le lunghe crepe
che fulminano il muro sulla porta.
Una lingua di vento
fischia attraverso
i frantumi di vetro fra le tende,
nel vano semivuoto
dove pare echeggiare sotto i piedi
lo scricchiolio, il fragore
delle maioliche cadute in terra
quando la Terra tremò il giorno avanti,
contro tutte le attese.
E dopo il terremoto
spunta il calvario, il momento dei pianti
che impregnano le rughe del paese
evacuato, infelice,
e che gonfiano gli occhi impolverati
e addormentati
nel risucchio del cielo.
È pallida la luna sulla siepe:
sbianca il cavo dei portici. La roccia
d’ogni casupola grida dolore
e dappertutto è lutto come un velo.
E si aspetta il mattino ..e non ci credi.


Il taglio fotografico delle ‘immagini’ verbali e sonore qui riportate rivela un’immediatezza rara nell’uso della parola, molto vicina alla ‘poesia automatica’ di stampo ‘futurista’. Indubbiamente l’osservatore coglie nei particolari ciò che finora è sfuggito a tutti gli altri: la dimensione onirica dell’evento sismico. Neppure stesse approntando una mostra fotografica egli dispone le opere in sequenza per così dire ‘alternativa’ alfine di creare una sorta di happening visivo dove tutto è detto e nulla è al proprio posto. Dove finanche gli spazi aperti dal sisma, illuminati del proprio caleidoscopio rotto, sono trasformati in immagini da osservare: allora si è risucchiati dal cielo nel taglio della finestra divelta e del muro crollato, dove la luna fa capolino dalla siepe dell’ ‘infinito’ leopardiano e “..sbianca il cavo dei portici”. Tuttavia lo sguardo attento dell’osservatore si sofferma su un’immagine in particolare: lì dove “alla parete, le lunghe crepe / che fulminano il muro sulla porta”, a dir poco strepitosa che potrebbe diventare il manifesto dell’ipotetica mostra ‘poetica’ sull’argomento. E quando tutto è pronto, “..e si aspetta il mattino”, arriva l’alba …

“..e non ci credi”.

Sospensione strepitosa, in cui la voce s’arresta in mancanza delle parole, in cui tutto è accolto nel silenzio onirico di un perché filosofico che aspetta una risposta, e che “..Una lingua di vento / fischia attraverso / i frantumi di vetro fra le tende, / nel vano semivuoto /.. contro tutte le attese”.


Conclusione


Se la cultura di un popolo si misurasse sulle mode musicali e canzonettistiche di passaggio perderebbe ogni particolare significato poetico e letterario, mentre, al contrario la ‘poesia popolare’ non conosce alcuna forma di stasi o di annullamento, ed è per questo che di tanto in tanto assistiamo a una sua ‘rinascita’ riscontrabile nella sua continuità, seppure in alcuni periodi storici più lenta e difficile a causa della contaminazione di certe mode ‘inflazionistiche’ entrate di straforo nella sua evoluzione. È un fatto che quando si parla di cultura popolare cosiddetta ‘tradizionale’ si torna sempre a un passato remoto di dimenticata memoria, ma che altresì l’uso in voga della rivisitazione, del recupero, chiamiamolo anche del ‘revival’, sottolineano una certa continuità discorsiva con quei ‘valori’, mai completamente perduti. Valori significativi di una cultura autonoma tipicamente italiana, formativa della realtà sociale che noi tutti ci troviamo a vivere.
Ne è un luminoso esempio l’antologia poetica presa in esame, proiettata com’è in un tempo per così dire ‘estemporaneo’ che, altresì la collega a una certa attualità che va a integrarsi allo sviluppo culturale di altre realtà a noi relativamente più vicine e che ci permette di dire, che la ‘poesia popolare’ è più che mai ‘viva’. A meno che non venga cancellata dalla faccia della terra insieme al popolo che la tiene in vita, la ‘poesia popolare’ prosegue nel suo avanzamento di pari passo con la storia, anzi è la storia stessa, la sua ‘identità’ sociale e umana che le proviene dal popolo che verosimilmente continua a produrla. Un valido mezzo di trasmissione in grado di ‘raggiungere’ e farsi ‘comprendere’ dalle generazioni future, e da esportare in giro per il mondo. Ne sono la conferma i nostri tanti poeti e scrittori sempre più impegnati nel recupero di quel ‘mondo interiore’ che ci appartiene, e che talvolta ci appassiona e ancora più ci emoziona.

Come pure ha scritto A. MacIntyre (42): “La storia che coinvolge ciascuno in questo passaggio (esistenziale) è naturalmente non soltanto la storia di un soggetto particolare, ma anche la storia di quegli altri soggetti la cui presenza o assenza, intervento o mancanza di intervento, risultano di cruciale importanza nel determinare fino a che punto il passaggio è stato completato (..) superando gli ostacoli e le difficoltà affrontate nelle circostanze (descritte). (..) Ciascuno ha perciò bisogno degli altri per comprendere la sua particolare condizione. E queste è uno dei punti in cui è importante ricordare che esiste una scala di disabilità nella quale tutti noi siamo collocati. (..) Noi ci troviamo in differenti periodi delle nostre vite, in punti molto diversi di quella scala, spesso senza poterlo prevedere, e che presuppongono un certo grado di comprensione condivisa delle possibilità presenti e future”.

Ovviamente non qui, nel ristretto spazio di questa trattazione, per quanto ampia possa sembrare, si realizza quello che si può dire il completamento di un discorso critico contingente e più o meno interessante, che ho affrontato col dovuto impegno e con rigore. Tuttavia il lavoro svolto attorno a questo singolare tema e alla poesia contemporanea più in generale, è forse quello che più mi ha emozionato e che, soprattutto, mi ha dato lo slancio necessario a proseguire in avanti. All’inizio, ossessionato com’ero dalle tante domande che mi ponevo, quasi mi sembrava impossibile poter infine riuscire a trovare il bandolo della matassa. Rammento ancora di essermi chiesto se infine “tutto sembrerà, ma sembrerà come?”, che ancora mi rimbomba nella testa come un martello; e l’altra domanda “cosa mi aspetto nella direzione che non prendo?”, semplicemente terribile al punto che mi occludeva finanche il libero pensare.
Il risultato è qui, fra queste pagine che con orgoglio sottopongo all’insindacabile giudizio di chi legge, e con le quali ho creduto di completare un quadro tuttavia destinato a rimanere senza cornice, premettendo, con tutta la sincerità che mi distingue, di aver lavorato con coscienza e nel rispetto dei ‘poeti’ inseriti nell’antologia. Anche per questo voglio ringraziare inoltre tutti gli autori dei testi citati, il cui insegnamento è per me continua fonte di riferimento, pur restando il fatto che, come si dice in questi casi: “tutti gli errori sono soltanto i miei”.



Note:


(1) Paolo Toschi, “Il Folklore”, Universale Studium 1969.

(2) Rudolph Arnheim, “Il pensiero visivo” Einaudi 1974.

(3) C. Lévi-Strauss, “Mito e Significato”, introduzione di Cesare Segre, Il Saggiatore, Milano 1980.

(4) Axel Honneth, “la lotta per il riconoscimento”, Il saggiatore 20002; e in Mario Manfredi “Teoria del riconoscimento”, Le Lettere 2004.

(5) C. G. Jung, “Gli archetipi e l’inconscio collettivo”, Boringhieri 1980.

(6/7) Henry Frankfort, “Il dio che muore”, La Nuova Italia 1992.

(8) Alasdair Macintyre, “Animali razionali dipendenti”, Vita & Pensiero 2001.

(9/10) A. C. Grayling, “Il significato delle cose”, alla voce ‘Memoria’, Il Sole 24 Ore 2007.

(11) Umberto Galimberti, “Paesaggi dell’anima”, Mondadori 1998.

(12) Franco Rella in “Il silenzio e le parole”, Feltrinelli 2001. E in “Micrologie” – Fazi Editore 2007.

(13) Sigmund Freud, in “Opere”, Boringhieri 2000; e in “Memoria Collettiva” Wikipedia.

(14) A. MacIntyre, op.cit.

(15) Umberto Eco, “Sei passeggiate nei boschi narrativi” – Bompiani 2000.

(16) P. Ricouler, “Vulnerabilité de la mémoire, in Patrimoine et passiòn de la identitaires” a cura di J. Le Goff , Fayard Paris 1998.

(17) Paola Massa, in “Luoghi di memoria luoghi di identità” - Cultura popolare a Napoli e in Campania nel Novecento, a cura di Amalia Signorelli.

(18/19) Pierre Nora, “Mémoire collective” in J. Le Goff “La nouvelle histoire” – Retz Paris 1978.

(20/21/22/23/24) Zigmunt Bauman, “Paura liquida”, Laterza 2008.

(25) Maurice Blanchot, “La comunità inconfessabile” SE, Milano 2002.

(26) C. G. Jung, op.cit.

(27) C. E. Gadda, “La cognizione del dolore” (romanzo), Einaudi 1970.

(28) Wikipedia, alla voce “tradizione orale”.

(29) UNESCO, Conferenza Generale del 17 ottobre 2003, ratificata dall’Italia il 27 settembre 2007 con Legge n. 167.

(30) Wilhelm Radloff, in Martha Nusbaum “Giustizia poetica” – Mimesis 2012.

(31) A. Altamura (a cura di), “I Cantastorie e la Poesia popolare italiana”,– Fiorentino Ed. Napoli 1965.

(32/33) Martha C. Nussbaum, “Giustizia poetica” – Mimesis 2012

(34) Roberta De Tomi, si occupa dell’organizzazione di eventi, scrittrice e poetessa, ha pubblicato alcuni racconti e un romanzo “Ragazza post-modern” (Il-Filo 2006, fuori edizione) e la partecipazione all’antologia “Il rumore degli occhi” (Edizioni Creativa, 2009) della Confraternita dell’uva. Suoi racconti sono inseriti in antologie cartacee e sul web. Insieme a Luca Giglioli è ideatrice e curatrice dell’Antologia di Poesia “La luce oltre le crepe”, Bernini Editore 2012.

(35) Luca Giglioli, poeta e scrittore, ha avuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Sue poesie sono rintracciabili su riviste letterarie come larecherche.it e numerosi siti web. Inoltre è ideatore e curatore dell’antologia poetica “La luce oltre le crepe”, Bernini Editore 2012.

(36/37) Martha Nussbaum, op.cit.

(38) Donald Meltzer, “Dream-life” A Re-examination of the Psyco-analytical Theory and Tecchnique – Clunie Press; e in it. “La vita onirica” Borla 1984.

(39) Sigmund Freud, “Osservazioni di un caso di nevrosi ossessiva” (Caso clinico dell’uomo dei topi), in Opere, Bollati Boringhieri 1985. E in C. G. Jung, “Psicologia del transfert”, Mondadori 1985.

(40) Giuseppe Pederiali, romanziere e narratore ha scritto numerose opere divulgative, poco prima di lasciare la sua Finale Emilia per sempre, ha contribuito con la sua sentita ‘Prefazione’all’antologia poetica “La luce oltre le crepe”, Bernini Editore 2012.

(41) Henry Frankfort, op.cit.

(42) Alasdair Macintyre, op.cit.



Bibliografia di consultazione:


“Enciclopedia Einaudi”, ‘Memoria’ – vol.8 – Giulio Einaudi Ed. Torino 1979.

“Antropologia Culturale”, Le risorse della cultura:, Parte Seconda ‘Il linguaggio’ – E. A. Schultz, R. H. Lavenda – Zanichelli Ed. Bologna 1999.

“Il gesto e la parola”, Leroi-Gourhan, Einaudi 1977.

“I popoli senza scrittura”, (a cura di) H. C. Puech, Laterza 1978

“Il processo rituale”, Victor Turner, Morcelliana 1972.

“Breve storia delle emozioni”, Keith Oatley, il Mulino 2007

“Dizionario dei modi di dire”, a cura di Ottavio Lurati - Garzanti 2001.

“Dizionario Etimologico dei Dialetti Italiani”, a cura di M. Cortelazzo, C. Marcato – Garzanti 2000.

“Poesia popolare italiana”, a cura di M. Barbi – Sansoni Ed. Firenze 1974.

“Le parole di legno: Poesia in dialetto del ‘900 italiano”, a cura di M. Chiesa e G. Tesio – A. Mondadori Ed. Milano 1984.

“La poesia in dialetto” a cura di Franco Brevini – 4vl. A. Mondadori Ed. Milano 1999.

“Canzoniere Italiano” a cura di P. P. Pasolini – Guanda Ed. Parma 1975.

“Guida allo studio della cultura del mondo popolare in Emilia e in Romagna”, a cura di R. Leydi e T. Magrini – Ed. Alfa, Bologna 1982.

“Morte e Pianto rituale, dal lamento funebre antico al pianto di Maria”, a cura di E. De Martino,Editore Boringhieri Ed., Torino 1958.

“Guida allo studio delle tradizioni popolari”, P. Toschi – Boringhieri Ed. Torino 1962.

“Cultura egemonica e culture subalterne”, A. M. Cirese, Palumbo Ed. Palermo 1971.

“Folklore e profitto, Tecniche di distruzione di una cultura”, L. M. Lombardi-Satriani, Guaraldi Ed. Rimini 1973.

“Storia della Civiltà Contadina”, a cura di Jerome Blum - Rizzoli 1982.




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- Società

’Terremoti’ una mostra a Milano

TERREMOTI. Origini, storie e segreti dei movimenti della Terra
Milano, Museo di Storia Naturale
29 ottobre 2016 - 30 aprile 2017

“Il cuore ha le sue ragioni,
che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal, Pensieri)

In ogni istante della giornata in qualche parte del mondo avviene un terremoto. Secondo il National Earthquake Information Center (NEIC) in un anno si producono alcuni milioni di terremoti, ma solo una parte di essi è registrabile dai sismografi della rete mondiale.
Il terremoto è un fenomeno naturale con il quale la nostra penisola è costretta a convivere, e ogni volta ci si interroga sulla natura di questa manifestazione del nostro pianeta. La mostra a cura di Marco Carlo Stoppato nasce come momento di riflessione volto a comprendere le cause di questi eventi, il perché si verificano, dove avvengono con particolare frequenza, le modalità attraverso le quali le onde sismiche si propagano nel terreno e quali sono le energie sprigionate in pochi secondi. L’esposizione guarda poi alla sicurezza e al futuro, e illustrerà tutte quelle pratiche e quei comportamenti che la popolazione deve sapere e “interiorizzare” per limitare i danni che un terremoto potrebbe provocare.

Introduzione a ‘La luce oltre le crepe’:
Oralità e Scrittura nella Tradizione Poetica Italiana - un saggio di Giorgio Mancinelli.

«Il corso della vita si svolge, per il popolo, secondo una continua e fitta trama di forme tradizionali che ispirano, determinano e interpretano via via le azioni e le situazioni di cui è intessuta l’esistenza dell’uomo» – scrive Paolo Toschi (1) in apertura di “Il ciclo dell’uomo” nel poi non così lontano 1969, e da allora questa realtà non è mai cambiata, almeno secondo la ‘teoria sociale’ intorno allo sviluppo della persona e della società. Se non che l’uomo è diventato uditore vorace, un insaziabile divoratore di ciò ‘che non ascolta più’, dimenticando finanche di esigere significato e valore da ciò che ascolta e, soprattutto, tralasciando di dare un ‘senso’ a quello che dice.
Per quanto tutto questo sembri irrilevante, al contrario, ‘significato’ e ‘valore’ sono due elementi essenziali, disuguali eppure inseparabili della dialettica correlata alla logica del ragionare (pensare, riflettere, desumere) e dell’argomentare (disputare, dimostrare), corrispettive del linguaggio collettivo e comunitario oggi in uso nel mondo. Sia esso espresso nella forma ‘orale’, come enunciazione verbale che s’imprime di significato; sia in quella ‘scritta’, come grafia simbolica diversificata, che non possono essere isolate l’una dall’altra per le medesime circostanze che ne costituiscono la causa, il significato e la ragion d’essere.
Ciò non basta però a giustificare, in un ambito o nell’altro, i tentativi di scoprire, comprendere e interpretare lo strato percettivo e/o cognitivo dell’imprimere ‘senso’ all’uso delle parole (utilità, praticità, relazione, comunicazione); cioè di dare un ‘senso compiuto’ (intrinseco e/o estrinseco) a ciò che la connotazione emozionale, nel suo insieme, suggerisce al linguaggio nel formulare una frase e/o all’interno di un dialogare in cui vi siano espliciti impulsi emotivi e sensazioni inerenti (percezioni, sentimenti, affetti), condivisi dalla parola orale e/o scritta.
Una trattazione questa che, almeno secondo Rudolph Arnheim (2), se per un verso può risultare eccessiva d’interesse per quelli che sono i processi primari della percezione, specifici del ragionare; nell’altro verso, sarebbe fin troppo contenuta, per l’inestricabile ambiguità di cui si compone.
Ma come si sa, la mente ha i suoi labirinti in cui talvolta è difficile districarsi, sebbene per farlo, vada tenuto conto degli ‘impulsi emozionali’, indispensabili in ogni processo percettivo e/o cognitivo, al fine di dare significato, e quindi ‘senso compiuto’ a ciò che si vuole qui analizzare di precipuo interesse ‘teorico sociale’, e che vede inoltre impegnate discipline diverse di tipo antropologico e socio-psicologico, volte a riconoscere all’essere umano la ‘prerogativa’ (individualistica) di selezione e scelta che gli compete (libero arbitrio), e la ‘determinazione’ (altruistica) di propendere per la sopravvivenza della specie antropica. Determinazione che l’individuo nel corso dei millenni si è trovato più volte ad affermare con ostinazione e tenacia, principalmente in occasione di calamità come terremoti, maremoti, accadimenti cosmici di diverso genere, tendenti a stravolgere l’equilibrio del proprio habitat naturale.
Quella stessa determinazione che ‘l’antropologia strutturale’ di C. Lévi-Strauss (3) riscontra nelle somiglianze culturali presenti nella struttura del pensiero umano, riconducibili alla dicotomia dell’ ‘agire comunicativo’ quanto dell’ ‘agire strategico’: sia nell’oralità, in quanto prerogativa caratterizzante l’individuo sociale (dialogo, scambio di idee, di conoscenza); sia nella scrittura e/o altra forma espressiva dell’attività collettiva (graffiti, pitture rupestri, tessuti, simboli votivi ecc.), attinente alla creatività umana. Trattasi dunque di pre-requisiti che stando alla ‘teoria del riconoscimento’ di Axel Honneth (4) si rendono necessari per quanti, avendo perduto tutto o quasi (condizione, status, posizione sociale) a causa dell’evento sismico al centro di questa argomentazione, si ritrova nella situazione primordiale del ‘dopo’ che può essere risolto solo con uno sforzo comune: sostituendo al proprio ‘conscio individuale’ l’opportunità dell’ ‘inconscio collettivo’.
Allo stesso modo di quanti altri (individui) che, pur nello smarrimento, cercano di dare un ‘senso’ filosofico e/o teologico alla propria ‘sopravvivenza’, contestualizzata nel ‘perché’ di ogni cosa: dalla ragione per cui la natura si abbatte con violenza contro una popolazione che stenta inerme a comprenderne la portata; alla spiegazione logica di un distacco forzoso da quelli che sono i costrutti (significati e valori) di un’intera ‘esistenza’ individuale, che li riscatti dall’incognita archetipica, avanzata da C. G. Jung (5), propria della ‘transitorietà umana’. Transitorietà che nell’inconscio collettivo sarà al tempo stesso ‘causa’ ed ‘effetto’ di una medesima problematica che spazia dall’avere al dare ‘senso’ alla condizione di ‘precarietà’ che si è venuta a instaurare dopo l’evento sismico da parte dei ‘sopravvissuti’.
È psicologicamente accertato che l’individuo sorpreso dallo ‘spavento’ procurato da un evento imprevisto e imprevedibile, quale per l’appunto un terremoto che ne mette a dura prova la sopravvivenza, in molti casi incombe in una sorta di alterazione psicofisica (mentale, dialettico, verbale), come l’improvviso mutismo, la perdita dell’udito, o anche della memoria. Diversamente, mentre uno stato d’ansia e di timore crescente, presuppone una sorta di ‘angosciosa’ attesa del pericolo che un nuovo evento sismico potrebbe comportare. La ‘paura’ connaturata in ogni individuo che si trovi ad affrontare la privazione dei propri affetti e/o l’incapacità di combattere ciò che lo sovrasta, prende il sopravvento, protraendo l’individuo in una fase di disordine invisibile che va dal momentaneo ‘smarrimento’ a quello di possibile ‘abbandono’.
Difformemente, mentre gli effetti dello spavento iniziale riguardano un aspetto problematico che l’individuo psicologico si trova a dover affrontare sul piano (soggettivo) strettamente personale; le conseguenze dell’ ‘angoscia’ e della ‘paura’ da sisma vanno altresì valutate sul piano (oggettivo) specificamente sociale, riguardanti la possibile disgregazione dell’intera comunità d’appartenenza che non va affatto sottovalutata. Poiché, seppure a livello inconscio al momento dell’evento sismico non è recepita immediatamente come ‘paura’, in quanto derivata da causa accidentale; altresì essa influisce sull’equilibrio psicologico autoreferenziale che pone il voler ‘continuare a vivere’ in netto contrasto con l’avvenuta perdita di ‘senso’ del proprio status sociale.
“Non sappiamo – scrive Henry Frankfort (6) – come in passato si provvedesse alla necessità dei singoli di un sostegno soprannaturale alle loro personali esistenze. (..) Né di quale peso gli elementi sopra evidenziati, esercitino sul problema della sopravvivenza e del rapporto tra forme culturali di immediata rilevanza. (..) Come quella di considerare la sopravvivenza apparente, come un atto creativo completamente originale (..) da stimolare nuovi modelli di integrazione. Ed è in questa ‘sopravvivenza come rinascita’ che le forme culturali, benché transeunti, riescono a superare la propria scomparsa.”
Conseguentemente all’evento sismico, la riaffermazione della ‘tradizione culturale’ (qui intesa come amalgama di tutte le espressioni concernenti) da parte del singolo individuo che si trova a dover riconsiderare se stesso all’interno del proprio nucleo (gruppo, clan, società) di appartenenza, si rende quanto mai necessaria, onde arrestare la progressiva involuzione socio-culturale che il sisma ha causato e che improvvisamente avverte come perdita sostanziale di un patrimonio irrecuperabile che solo il recupero della ‘memoria culturale’ di quanti sono sopravvissuti, può aiutare a ricostituire. Necessita una ferrea volontà interiore (individualistica) per riuscire a trasformare in ‘voglia di vivere’, l’estenuante annientamento psicologico e la perdita d’ogni valore affettivo che pure finora l’aveva sostenuto e che l’individuo stesso ha contribuito a formare, onde per cui, ‘continuare a vivere’ si rivela proporzionale a ‘ricominciare a vivere’ che, per quanto auspicabile sappiamo non è sempre possibile.
In quest’ottica pertanto, si pone in evidenza come il problema dello ‘smarrimento’ (confusione, sconcerto, disorientamento) o dell’ ‘abbandono’ (rinuncia, cessazione di interesse, abdicazione), siano consequenziali dell’incapacità relativa all’individuo di dominare gli eventi (nel caso specifico l’evento sismico che si ripete nel tempo), unita alla inequivocabile percezione di totale dipendenza da essi. Questo spiega in parte la fortissima accentuazione emozionale di quanti si pongono interrogativi sul ‘senso’ del proprio agire in un ambito specifico della propria attività, associata e/o della propria condotta nel suo complesso. Ciò che porta alla ‘precarietà’ cui l’individuo va soggetto, in mancanza di una promessa di prosieguo e di futuro benessere in seno alla comunità, o di effettiva capacità di difesa che lo salvaguardi da eventi successivi, e che invece lo scopre del tutto impreparato ad accettare.
Problematica questa che sarà ripresa più volte in questa trattazione ed esaminata nelle diverse accezioni psicologico-filosofiche e socio-culturali corrispettive, affatto discordanti dall’interesse specifico ‘letterario e poetico’ che qui si vuole investigare. Ci metteremmo fuori strada, rifiutandoci di credere che problematiche del genere, solo perché ci appaiono fortemente sfuggenti dai moduli di una società evoluta: “Nondimeno – scrive ancora H. Frankfort (7) – negare ogni problematica lì dove l’incognita della sopravvivenza è particolarmente sentita, sarebbe dare solo parte di una delucidazione che invece richiede un’eventuale spiegazione plausibile.”Secondo Alasdair MacIntyre (8): “.. la rete di corretti rapporti di dare e ricevere possono essere instaurate solamente all’interno di comunità nelle quali sia assicurata una partecipazione attiva e motivata e un interscambio tra i vari componenti – che lo compongono – (..) perché senza di esse lo scambio utilitaristico e manipolativo viene a soppiantare quel più profondo bisogno di ‘reciproco’ e ‘incondizionato’ che è del riconoscimento tipico delle persone”.
Sta di fatto che la contrapposizione prospettata fra ‘oralità’ e ‘scrittura’ cui si fa riferimento nel titolo, vuole essere solo una chiave di lettura per un argomentare fluido non privo di una sua specificità, che scorge nella ‘poesia popolare’, sia in vernacolo che in lingua, una radice organica e funzionale che gli è propria, all’interno di un percorso che si annuncia avvincente solo se proiettato a restituire dignità alle ‘strutture portanti’ della tradizione. Così come ai costrutti mentali tipici di un territorio quanto al lessico di una popolazione autoctona (popolo, gente, razza), per la capacità intrinseca, quando suggerita dal ‘senso’, di cancellare dalla cultura ufficiale, troppo spesso detrattiva, quei pregiudizi antiquati e obsoleti che essa stessa ha coniato appellando la ‘poesia popolare’, ora a ‘erudizione povera’, ora a ‘folklore clandestino’. Quasi anch’esse non fossero, in ogni caso, espressioni ‘reali e vitali’ della nostra formazione intellettuale in costante evoluzione e che perciò stesso impone rispetto e implica il dovere di contribuire alla sua conservazione.
Ancor più quando la ‘poesia popolare’ si adopera per eludere mediazioni etnocentriche tendenti a invalidare altre forme erroneamente ritenute ‘inferiori’ come, per esempio, la ‘canzone popolare’ (‘non sono solo canzonette’), non trattata in questa trattazione, ma che altresì è da considerarsi alla stregua del linguaggio poetico e popolare dei Bardi e dei Trovieri di un tempo. Per quanto componente non emerita della cultura ufficiale, eccezion fatta per la lirica medioevale, la ‘poesia popolare’, dapprima tipica della ‘oralità’ declamatoria e solo successivamente trasferita nei simboli della ‘scrittura’ e della notazione musicale che pure ci ha accompagnato fin qui, è di fatto un bagaglio secolare prezioso e indispensabile del quale non possiamo e non dobbiamo fare a meno. Ciò in ragione del fatto che la ‘poesia popolare’ ad uso civile e sociale ha permesso e continua a permettere al passato, anche quello più remoto, di essere attiguo al presente. In quanto consente alla memoria di rapportarsi con le vicende contingenti, nel caso specifico del terremoto che ha colpito l’Emilia-Romagna, e di quanti non hanno potuto e non possono dimenticare.
Ciò a dimostrazione di un ‘fatto culturale’ persistente negli animi e nel pensiero di quanti sono ‘sopravvissuti’ ad eventi catastrofici avvenuti in illo tempore, e che si rinnova ogni qual volta la dinamica sismica prende il sopravvento sul lineare corso degli equilibri naturali. Posto che si tratta di eventi terribili, dei quali la ‘memoria del tempo’ riferisce l’inequivocabile testimonianza d’una caducità irreversibile, a cominciare da quelli di più antica memoria fino a quelli qui di seguito elencati: eruzione dell’Etna (1693); terremoti di Casamicciola d’Ischia (1882), di Messina (1908) con ripercussioni in Sicilia e Calabria, e di Stromboli (1919- 1930); fino alle spaventose tragedie del Vajont (1963) e di Firenze (1966). E, ancora, i terremoti che sconvolsero il Belice (1968), il Friuli (1976), l’Irpinia (1980) e gli ultimi in ordine di tempo che hanno colpito l’Abruzzo (2009), l’Emilia-Romagna (2012), il Centro Italia – Lazio, Umbria, Marche (2016).
Le cui storie di riferimento, almeno quelle più in là nel tempo, sono pervenute a noi grazie alla narrazione ‘orale’ di Cantastorie di strada e dalla viva voce di Poeti cosiddetti a-braccio di umili origini che le declamavano e/o cantavano nei borghi e per le contrade, apprese, a loro volta, dalla gente che credibilmente le aveva vissute, e per questo ritenute attendibili. Narrazioni per lo più di tipo ‘lirico-poetico’ entrate poi nella ‘tradizione orale’ in forma di carmi e canzoni propedeutiche alla formazione di un’unica inequivocabile cultura popolare nostrana; e che solo successivamente ritroviamo, ingentilite e/o impreziosite nella ‘scrittura’ autorevole di poeti e letterati quali Saba, Pasolini, Leydi, Marini, De Simone, Paolini che hanno dedicato ad argomenti specifici (ivi inclusi terremoti, cataclismi, alluvioni,) alcune ‘pagine’ memorabili che non vanno ignorate.
Da non dimenticare inoltre, l’apporto dei numerosi informatori e ricercatori quali Croce, Rajna, Pitrè, Nigra, Barbi, Bosio, Altamura, Pianta, Carpitella, Bosio, Lo Straniero, Cocchiara, Lombardi-Satriani, Di Nola, De Martino, solo per citarne alcuni, che hanno raccolto documentazioni vocali, narrative, teatrali e musicali che nell’insieme formano il patrimonio culturale più autentico della ‘tradizione poetica italiana’. Se mai l’esistenza di una ‘espressione della ‘poesia popolare’ improntata sugli effetti e le problematiche sociali del ‘terremoto’ fosse ancora dubbia, la pubblicazione oggi di una nuova antologia poetica dedicata, come quella qui presa in esame, rivela una dimensione culturale di ben più ampio respiro, che abbraccia tutta la comunità investita dallo sconvolgimento sismico i cui tragici accadimenti abbiamo noi tutti ‘vissuti in diretta’ attraverso i media televisivi e la carta stampata, con articoli, servizi giornalistici, reportage e commenti che hanno impressionato e coinvolto quanti si sono prodigati negli aiuti con spirito di sacrificio, partecipi della sofferenza e del dolore di chi l’ha vissuto in prima persona, e che in egual modo ha visto colpiti il territorio e la popolazione.
Siamo qui di fronte alla narrazione di autentiche sciagure umane e disastri ambientali di grandi proporzioni, inclusivi di tutto quanto si evince nella prefazione di Giuseppe Pederiali, e nelle note dei due curatori Roberta De Tomi e Luca Giglioli, che si sono prodigati nella raccolta e nella diffusione di questa antologia poetica dal titolo suggestivo: “La luce oltre le crepe”, degna di essere annoverata negli annali letterari in quanto ‘testimonianza partecipe’ di un accadimento realmente avvenuto, come appunto l’evento del terremoto in Emilia-Romagna. Tema questo forse non fondamentale ma ricorrente, che riaffiora costante nella ’poesia popolare’ di rilevanza civile e sociale, che restituisce spazio alla ‘voce poetica’ e quindi all’ ‘oralità’ declamatoria, allo stesso modo che alla ‘scrittura’ in quanto mezzo di diffusione mediatica di riferimento, rivolta alla selezione e alla catalogazione dei componimenti come fatto contingente di una realtà triste e dolorosa.
Va qui detto, inoltre, che la scelta degli interventi critici di seguito riportati, non è stata attuata in ordine di un distinguo delle tematiche affrontate, in ragione di una sola tematica presente: il terremoto che ha colpito le regioni dell’Emilia-Romagna. Così come, per un principio di equità della provenienza degli autori stanziali e immigrati presenti sul territorio, non si è tenuto conto dell’uso linguistico italiano o vernacolare con cui i poeti hanno scelto di esprimersi singolarmente. Come neppure dell’attinenza espressiva al tema, la correttezza o no delle locuzioni, la ridondanza verbale, la complementarietà e/o la supplementarietà del fenomeno poetico con altri fenomeni più illustri. Bensì, si è preferito soffermarsi sulla musicalità intrinseca alle parole, ai ritmi e alle assonanze componenti l’intero nucleo ‘poetico-emozionale’ il solo in grado di legittimare l’abbattimento di ogni barriera linguistica e razziale.
Pur tuttavia una scelta andava fatta più per questioni di contenimento degli spazi critici che non per ragioni qualitative, pertanto va detto che ogni singolo poeta presente nella raccolta, nessuno escluso, contribuendo con impegno a una causa onorevole di per sé giusta, ha dimostrato la propria vicinanza umana, sociale e civile alle popolazioni colpite dall’evento sismico con quanto di più umile e discreto ognuno era in grado di disporre: la propria ‘oralità’ e ‘scrittura’ poetica, autentica e amica che spero incontri tra la gente la giusta corrispondenza che merita. Pertanto rivolgo a ognuno di loro, il mio più rispettoso e sentito: ‘grazie’.

Della memoria e dell’oblio.

Allorché il silenzio propaga la sua eco luttuosa su un evento sismico che improvvisamente è arrivato a sconvolgere la natura di un territorio spargendo morte e distruzione, inevitabilmente la popolazione colpita subisce una brusca recessione a causa della perdita del ‘vincolo temporale’ con una parte della ‘memoria’ individuale e collettiva di riferimento che entra in cortocircuito per lo sbigottimento inatteso e lo spavento che ne consegue. “Allo stesso modo che la ‘memoria’ è essenziale per la definizione dell’identità, tra i vari elementi concomitanti, quando una persona incappa in una forma di amnesia, uno di quelli che causa maggiore sofferenza è proprio la perdita del senso del sé” – scrive A. C. Grayling (9). Altresì il comune parlare quotidiano (gergale, dialettale, in lingua) tipico del lessico individuale, non rinvenendo la necessaria corrispondenza con la realtà, segnata dallo sconfinamento in corso in ‘territori emozionali’ diversi da quelli conosciuti, s’arresta basita, chiusa nel proprio ‘silenzio’, davanti a quelli ch’erano i ‘luoghi eletti’ della memoria definitivamente e/o apparentemente perduti.
Accade così che le ‘parole’ rivelino tutta la loro usura, il lessico individuale/familiare e/o collettivo/popolare successivamente si impoverisce a causa della sopravvenuta cancellazione (involontaria) di usi e modi di dire del linguaggio ‘vernacolare/gergale/dialettale’ che gli è proprio; legato com’è al proverbiale quotidiano, utilizzato dal ‘pensiero dinamico’ a custodia e salvaguardia della ‘memoria’ del recente passato. Sono infatti le immagini e i volti di quanti la furia violenta del sisma ha spazzato via con le pietre delle case, le fontanelle agli angoli delle strade, i campanili delle chiese, i monumenti insigni, le piazze e i luoghi di ritrovo che, insieme alle fabbriche, le masserie e i poderi agricoli, sono destinati a restare, almeno per un certo tempo, nei ricordi dei sopravvissuti, in quanto ‘luoghi concettuali’ e/o ‘simbolici’ investigati dalla memoria inarrendevole. “Secondo alcuni ciò che fa di un individuo la stessa persona per tutta la sua vita, è l’insieme dei ricordi che si accumulano nella sua mente e che egli si porta dietro". (10)
Acquisizione questa che trae la propria essenza vitale attraverso l’inestinguibile e vigoroso apporto della ‘cultura’ autoctona e/o trapiantata nel territorio, in cui si sviluppa e sedimenta all’interno della ‘tradizione’, in quanto formativa del ‘corpus memoriae’ più o meno coerente, formato da credenze e pratiche condivise nell’ambito della realtà sociale e della ritualità religiosa. Di cui sono parte integrante le testimonianze di eventi sociali e storici, le usanze e i costumi, le credenze e le superstizioni (Feste patronali religiose, Sagre popolari tipiche della ‘civiltà contadina’, gli Almanacchi e i Lunari) che, per lo più, si rifanno alla ‘cultura orale’, per definizione ‘poetica’ e ‘canora’, cioè non mediata dalla scrittura, in cui la pausa ‘silenziale’ è solo un frammento emblematico delle forme e dei ritmi del linguaggio abituale.
Ma è l’insieme dei ricordi, più o meno consci, più o meno inventati e/o elaborati dalla ‘memoria simbolica’ a trasformare i cosiddetti ‘luoghi elettivi’, in luoghi di raccolta del ‘sentimento del passato’ che ogni singolo individuo si porta dietro come bagaglio di esperienze più o meno vissute, conseguenti al pieno ‘riconoscimento’ avvenuto all’interno della tradizione, e che va esteso alle forme del non umano e/o del soprannaturale. Ovvero a quel ‘sovrumano’ che la consuetudine attribuisce alla natura, all’ecosistema terrestre, al proprio habitat, così come ai concetti formativi e intellettivi, al proprio status di salute ecc. capaci di restituire all’individuo e alla collettività, la sua imprescindibile ‘veridicità esistenziale’ all’interno della significazione umana del mondo.
È nei cosiddetti ‘luoghi della memoria’, in cui si raccoglie l’‘identità’ formativa e/o integrativa dell’esperienza umana, seppure ostentata all’interno di un ambiente fluido e in costante cambiamento, che pure si consolida quel ‘valore’ pregno di ‘significato’ che accorda all’individuo e alla collettività intera di cui è parte integrante. Quell’aspettativa di vita ‘costante’ che rende immuni allo scorrere del tempo le necessità della coabitazione solidale, l’integrità di gruppo e la giustizia sociale che, l’evento sismico, per il potere ineffabile che lo distingue, ha ripetutamente nel tempo, tentato di condurre a una funzione ‘sovrumana’ spontanea, legata alla ‘paura epifanica’ delle origini. Il cui significato estrinseco oggi sfugge alla concepibilità, e per questo non meno ineccepibile di emanazione metafisica e/o trascendentale emblematica del ‘sacro’.
Una sorta di osmosi che porta all’annientamento della cosa materiale in sé, con ripercussioni sullo stato psico-fisico dell’individuo e, in qualche modo, della capacità di coesione con la collettività che lo rappresenta e che si trova a fronteggiare apertamente con i soli mezzi che ha a disposizione, la propria atavica paura dello scontro con gli elementi fenomenologici della natura e lo scoramento per l’impotenza di reagire che ne consegue. Uno scontro prepotentemente impari, in quanto l’evento del ‘terremoto’ arreca come si è visto, oltre allo spavento improvviso, l’angoscia della negatività che incombe sul futuro, senza mai diventare ‘né sapere né possesso’, ma che solo indica l’incompiutezza dell’essere antropico di fronte alla potenza del soprannaturale e/o del prodigio trascendentale. Purtroppo il pregiudizio culturale è qualcosa che frequentemente separa la percezione che l’uomo d’oggi ha di se stesso dalla sua storia passata.
Anche quando tutto ciò contrasta fortemente coi fondamenti della ragione, la scelta conscia e/o inconscia del ‘silenzio della memoria’, non declina l’individuo dall’aggrapparsi al supporto dell’esistenza vissuta, della discendenza e del prosieguo della specie, in ragione di una sopravvivenza possibile. Tuttavia, per quanto dura da sostenere, per superare i condizionamenti che la natura mette in campo quali ostacoli alla contraddittorietà delle intenzioni di difesa della specie, la scelta del ‘silenzio della memoria’ concorre nell’attuare una sorta di ‘rimozione’ forzata e più o meno definitiva dell’avvenimento nefasto, fino a cancellare dal lessico quotidiano le espressioni che lo ricordano più da vicino o che, in qualche modo, riecheggiano il dolore ad esso legato.
Ma se il ‘terremoto’ col suo rombo potente cancella quelle che sono le ‘passioni della mente’, è indubbio che la ragione e/o la memoria, risentano maggiormente della carenza di ‘senso’ nelle parole che le discernono (distinguono, differenziano, caratterizzano). Quelle stesse parole che il ‘silenzio’ dei sopravvissuti raccoglie in sé, e da cui scaturiscono i lemmi luttuosi del dolore e del pianto, l’oralità sospirata della disperazione. Ciò che, straordinariamente, pur si rivelano pregni di una insospettabile vena ‘poetica’ che sovrasta la parola (parlata), e diventa suono, e poi musica, ‘liricità’ epica; attraversa la vocalità orale del mutismo sonoro (pianto rituale, coro muto, barcarole), e che consciamente e/o inconsciamente l’individuo racchiude nel proprio ‘mutismo interiore’.
Ne risulta, comunque, una scelta che svilisce il senso antropologico di ‘sopravvivenza’ che si vuole far emergere in questo scritto, imperniato sul travagliato cammino umano gravato dalla paura. Quella stessa paura che – secondo Umberto Galimberti (11) –“..allontana gli altri, diffondendo intorno a sé un vuoto che più nessuno riesce a riempire; (..) lo si scopre quando è già penetrato per devastare, far tacere, nascondere, negare l’esistenza di un mondo interiore abitato che si vuole disabitare”. Ma che si rivela, infine, il solo mezzo per accettare con sottomissione un ‘continuare a vivere’ che, al contrario, si svelerebbe conflittuale con se stesso, di pari passo con il riconoscimento della struttura del male come privazione di un bene dovuto. Sulla base del ‘possesso’ e della ‘necessità’ che si configura quale ‘rete di dare e di ricevere’ che conduce alla realizzazione (per quanto possibile) del proprio benessere individuale e comunitario.
Si tratta di una concessione a parere di molti eccessiva che implica una diversa cognizione del ‘tempo-intermedio’ che passa dalla profondità psichica del dolore (trauma psicologico subito), alla ‘rimozione’ del dolore stesso (come reazione psicologica); dalla ‘memoria’ che ne accantona il ricordo instaurato con la rappresentazione luttuosa (evento escatologico), ai recessi di un’ostilità preconcetta che spinge verso l’ ‘oblio’ più profondo. Stando a Plutarco: “l’oblio, trasforma ogni evento in un non-evento”, fondando la sua concezione sull’assunto che vede nella ‘memoria’ un organo della percezione del passato, proprio come gli occhi e gli altri sensi sono organi della percezione del presente. Franco Rella (12) parla invece del ‘dolore’ come “..la ripetizione dell’inconscio (individuale e/o collettivo) che si propone come atteggiamento ontologico nuovo: diametralmente diverso, nei confronti del presente e del passato, che tuttavia, (per reazione conforme), rende pensabile anche una diversa costruzione del futuro.”
Un ‘sentire’ comune che è anche un ‘ricordare’, seppure a un livello metafisico, consapevole della precarietà e la caducità del presente che si lascia vivere, e la cognizione del futuro altrettanto precario che incombe. Lo stesso che, nel punto della sua massima resistenza e di massima tensione, ha prodotto in passato l’idea avanzata del pensiero psicoanalitico di Sigmund Freud (13), per cui i due eventi si equivalgono, in quanto “..il ricordare è sempre un rivivere, viceversa la rimozione di un ricordo, rende più difficile che il fatto storico si ripeta due volte alla stesso modo, per quanto, se associato da alcune persone ad un altro ricordo individuale non rimosso, potrebbe, accadere che dall’inconscio tenda ad emergere nella memoria collettiva”, formatasi in ambito filosofico e maturata all’interno del concetto dinamico (metastorico) che l’ha consegnata alla tradizione.
Alla ‘memoria collettiva’ in ambito antropologico e storiografico, si attribuisce l’accezione strutturale di estensione del concetto di ‘memoria individuale’ in quanto, in entrambi i casi, sussiste una condivisione in termini; cioè sia nel caso della memoria esterna (collettiva), sia interna (individuale), questa va comunque riferita a un’unica entità formativa (popolazione, comunità, gruppo sociale, ecc.) in cui, verosimilmente, si è plasmata e ha dato forma al corrispettivo ‘topos’ culturale che, tramandato da una generazione all’altra attraverso le diverse forme della comunicazione (oralità, scrittura, immagini ecc.), in esso si esprime e si rappresenta. Benché ognuno di noi non ne sia consapevole, si profila in questa corrente della filosofia contemporanea, scrive inoltr