chiudi | stampa

Raccolta di articoli di Giorgio Mancinelli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

- Libri

Momenti d’Autunno / 2 foglie, musica,castagne, vino e libri

Momenti d’Autunno / 2
(..foglie ingiallite e buona musica, castagne arrostite, vino e pagine di libri).

‘pluf’
(…caduta della goccia d’inchiosto)
sulla carta che inzuppa di nero
la pagina bianca
della memoria liquida
aperta nel diario della vita
che del vivere
conserva la macchia

Si protrae il tratto d’inchiostro blu sul filo dell’orizzonte immateriale come impalpabile confine tra sogno e realtà, punto focale di partenza e d’arrivo del viaggio che vorremmo intraprendere inseguendo le nuvole nei ‘quadri’ di Magritte (*), osservando “La forma delle Nuvole” di Goethe (*), e librarci in quelle “Sequenze di vento” di Bonacini (*), attraverso cadenze che dalla luce all’oscurità mutano verso il crepuscolo fino alla notte e oltre, di nuovo dall’aurora al pieno giorno in un ‘andare’ che assecondi ‘lo spirito del viaggio’ che noi, nomadi e migranti del mondo, ci portiamo dentro. La più evidente determinazione che si possa attribuire alla conoscenza senza porsi il problema della sua realtà.

«Come, più non s’inarca la vastità sovraterrena, ricca di forme, a tratti di forme priva?» (Goethe)
«E questo, che sembra concedere / un sogno di sogni a qualcosa che vedi / da un vetro in un velo, cos’è?» (Bonacini)

All’occorrenza le immagini del sogno e della fantasia vengono ordinate secondo il desiderio di evasione che sussiste in ognuno di noi, che è al tempo stesso fantastico e soggettivo come realtà identica a quella oggettiva dell’esperienza più concreta. Come dire che «..la coscienza sta al di là di questa opposizione, poiché non riconosce l’illusione come illusione, né la realtà come realtà, ma conosce solo il ‘contenuto’ della propria coscienza, che può essere tanto un dato reale quanto un’immagine fantastica.» (*) (Simmel).
Posta così la cosa, in questa assenza di alternativa, l’apparenza irreale risulta immediatamente intrecciata alla vita che verosimilmente concorre, a livello inconscio, a farci scoprire, senza distinzione alcuna, tanto l’ ‘essere’ quanto il ‘divenire’ della nostra esperienziale consapevolezza in cui lo ‘spirito del viaggio’ si manifesta. Quand’ecco allungarsi davanti ai nostri occhi, la linea che segna il confine con tutto ciò che si trova oltre la nostra identità, che va oltre il finestrino del treno, l’oblò dell'aereo, o della nave su cui stiamo viaggiando, per addentrarsi in ciò che esiste al di là del tempo e dello spazio, verso lo ‘sconosciuto’ che, forse, cambierà il nostro destino.

Composta da un ignoto autore in latino e pervenuta attraverso un numero considerevole di codici, databili dalla fine del IX al XV secolo, “La navigazione di San Brandano” (*) di autore anonimo, rifacente alla tradizione celtica dell’Irlanda evangelizzata. Diffusa secondo il genere letterario degli Echtrai, affine all’altro, detto degli Imram, l’autore affida allo ‘spirito del viaggio’ la sua andata per mare, che lo porterà verso ‘l’isola dei beati’ attraverso numerosi avvenimenti fantastici in una sorta di fusione biblica della Terra Promessa.
Allora che c’è di meglio di mettersi all’ascolto di “The Brendan Voyage”, la prima grande suite orchestrale di Shaun Davey (*) condotta da Noel Kelehan, composta per uilleann tubi e suonata da Liam O'Flynn, in cui sono presenti musicisti come Paul MacAteer, Garvan Gallagher e Tommy Hayes. La suite ben descrive la traversata atlantica del VI secolo di Saint Brendan fino al suo arrivo nel Nuovo Mondo.

Quanto basta per immergersi in una avventura oltre i confini della realtà. Un ‘viaggio’ si immaginario quanto magico, in cui la musica affronta il ‘mistero’ dell'imprevisto, dell'inatteso, dell'inspiegabile, quell’infinito e infinitamente vario che è nell’essere del mondo: «..il fatto semplice e immediato di ciò che le cose sono; e in questo senso, che l’essere è l’universale comune a tutti i contenuti del mondo, per quanto essi siano differenti e opposti.» (Simmel).
All’immaginario è dedicata una “Antologia della letteratura fantastica” curata da J.L.Borges, S. Ocampo, A.Bioy Casares (*) ricca di nomi prestigiosi della letteratura mondiale ed altri che riservano al lettore una gradita sorpresa, in cui è detto: «Forse la sua edizione in lingua italiana non produrrà miracoli o evocherà fantasmi. Pure, leggerla o rileggerla farà constatare, come gli ‘spettri’ non vengono solo dal passato remoto o prossimo, bensì richiama a un’identità (umanissima) posta al di fuori del tempo.»

In quel “..assieme schiariscono / i vetri d’acqua, riassorbiti in nuvole, / o da poco voltati, / come chi brilla fuori da quel nembo / impensierito / che il brusio lo bagni freddo; / e non lo dice spesso ma spesso non è, / non ha il sempre desiderato”.

«Così si ritorna alla poesia, all’ondulazione del senso… – nel modo in cui Giorgio Bonacini abbandona alla carta la sua riflessione critica a “Nuvolas” di Umberto Morello (*) – all’ondulazione del senso per incertezza di suoni, vacillamento della voce, incostanza del corpo che scrive ; e alla fine (sempre iniziale, sempre incompiuta) ci si trova, per metamorfosi del movimento umano, in quell’altalenante esistenza linguistica cui il poeta si affida e di cui è lucidamente , ma anche visionariamente, consapevole.»

La consapevolezza visionaria di ciò che non è (o che non c’è), che ha spinto Umberto Eco (*), nei suoi numerosi ‘romanzi’ a sfondo fantastico, alla compilazione di una “Storia delle Terre e dei Luoghi Leggendari” che l’autore stesso attribuisce alla fantasia di un narratore o di un poeta, riconoscendo così alla Poesia un precipuo ruolo culturale, per nulla inferiore a tanta letteratura pseudo-storica, e del suo preminente legame con la musica.
È così che Eco, inseguendo una, cento, mille, illusioni ha elencato in questo libro tutti quei luoghi di cui spesso abbiamo sentito parlare, ed altri che, entrati nella memoria collettiva dei popoli, appartengono oggi al ‘patrimonio universale delle cose materiali e immateriali’ che compongono il nostro bagaglio culturale, e che ancora sostengono ‘lo spirito del viaggio’ nella ricerca del migliore dei mondi possibili.

Un po’ come dire che: «..per viaggiare basta esistere” (Pessoa); così come lo è lo stesso vivere, ma anche scrivere di sé o di quello che sta attorno al sé dal punto di vista della molteplicità, nella sua forma universale. «È necessario comprendere quale prodigioso lavoro ‘spirituale’ sia raccolto in questo concetto, giacché l’infinita ricchezza del mondo, la cui molteplicità nessuno può pensare in una sintesi reale che, la disparità dei suoi contenuti sono un solo disegno, sotto la forza di questo unico pensiero che tutto è: l’astratta significazione dell’essere.» (Simmel).

Né puo mancare in una lista sul ‘fantastico’ che si rispetti “La Ballata del Vecchio Marinaio” di Samuel T. Coleridge (*) illustrata da Gustave Doré, qui presentata in tutta la sua potenza visionaria e fantastica nella versione di Mario Luzi, il quale, pur nella sua aderenza all’originale con testo a fronte, ne ha saputo dare un’interpretazione creativa più vicina alla sensibilità moderna. Inclusa nelle “Lyrical Ballads” nel 1798 insieme ai poemi di Wordswort, è considerata uno dei capolavori della letteratura romantica.
Si narra di come un vascello, oltrepassato l’Equatore, fu spinto dalle tempeste fino alla fredda regione del Polo Sud; e come di là fece rotta verso la linea dei Tropici nell’Oceano Pacifico; e delle cose meravigliose che avvennero e in che modo il Vecchio Marinaio fece ritorno al suo paese. Gustare le stupende incisioni di Gustavo Doré asseconda non poco la lettura di questo prezioso testo:

«Il marinaio racconta come la nave salpò verso sud con vento favorevole e tempo chiaro, finché raggiunse l’Equatore.»

“Il sole si levò dalla sinistra,
venne fuori dal mare!
E lucido rifulse, e sulla destra
si rituffò nel mare.
[…]
E si levò in quel punto la tempesta
furiosa, prpotente;
percossi dalle sue ali ci spinse
lungamente verso Sud …”

Agli amanti della musica ma, soprattutto ai ricercatori più fini, suggerisco l’ascolto del vinile “The Rime of the Ancient Mariner” in lingua inglese, musicato da David Bedford (*) narrato da Pobert Powell con il supporto di Mike Oldfield alla chitarra, per rinfrancarsi con l’originalità della narrazione. Un modo come un altro (meglio d’ogni altro) di spendere il proprio tempo libero in forma intelligente.

Dacché il cinema passa ripetutamente sui teleschermi di casa si è anche perso il gusto di guadarlo nella sua essenza artistica. Un po’ come il continuo passaggio delle ‘notizie stampa’ hanno destituito la lettura dei giornali cartacei, riducendo drasticamente l’importanza della lettura quotidiana che permetteva all’individuo un maggiore apprendimento della cultura tout-court.
Per quanto, poiché il meteo annuncia una certa ‘nuvolaglia’ in arrivo, tanto vale prepararsi per la pioggia, sopraffatto dall’attesa spasmodica dell’acqua che cade dal cielo per placare il ‘deserto della solitudine’ in cui, con gli anni si finisce per soccombere all’aridità dei nostri cuori, la sete di giustizia e finalmente andare incontro alla pace di questo nostro mondo frantumato dalle guerre. Ma non sarà l’Autunno con le sue foglie cadute, che hanno perso il loro colore, a restituirci la tranquillà tanto agognata, a placare quest’arsura che con la pioggia si posa sulla nostra anima in questo giorno imprigionato dall’inquietudine.

“Pioverà? Forse sì, forse no!” – mi chiedo.
Fuori della finestra, le foglie ingiallite volteggiano nel vento, come le nuvole ondose sembrano mettersi in moto, lentamente, come per partire …

‘nuvolaglia’ … a mystic’s dream (*)

vanno (penso riflessivo)
sospinte dai venti
fin dove aspirano andare
nella sospensione effimera del giorno
mutevoli
nella danza senza posa
nell’inseguito emisfero di luce
che ne svela l’arcano delle trame …

Nel frattempo, il calice (solo mezzo pieno) di vino rosso (del colore delle foglie che cadono) è adesso ricolmo in attesa dell’aperitivo serale. Nell’attesa che si avvicini l’ora di cena, inserisco nel lettore DVD “La tempesta” di William Shakespeare (*) della BBC Television Production, nella traduzione di Salvatore Quasimodo, con un cast di attori inglesi di prima grandezza. È così che mi metto subito comodo e dalla lettura delle note introduttive alla ‘collana delle opere shakespiriane’ (*), apprendo quanto segue:

“Nell’universo intertestuale generato dall’opera di Shakespeare, ‘La tempesta’ occupa un posto privilegiato. Rappresentato per la prima volta a Corte nell’estate del 1611 è l’ultima opera dovuta inteamente al maestro, dopo la quale egli si ritirò a Stratford-upon-Avon per morirvi qualche anno dopo, nel 1616. […] Scritta quindi in forma psicologia e poetica forse testamentaria della vecchiaia, ‘La tempesta’, dopo tante esperienze umane e teatrali, è così ricca e problematica, così densa e polivalente da sfuggire a ogni definizione che ne assottigli lo spessore, ne attenui la suggestione, ne soffochi la voce.”
Fin dalle prime immagini della presentazione è il vento che soffia a scatenare ‘La tempesta’di mare che poi s’abbatte furiosa sulla nave e nei versi di Shakespeare all’apice della sua potenza espressiva, fornendo un’acuta indagine sui conflitti fra potere e controllo, illusione e realtà, natura e società, e tutto ciò che ne segue. E già ci sembra di affogare con tutto il bagaglio che ci portiamo dietro, per poi ritrovarci, infine, naufraghi su di un isola fantastica:

«Quante creature perfette son qui! E, come è bello il genere umano! Magnifico mondo nuovo, che ospita una tal gente!» (Shakespeare/Quasimodo)

E quasi ci beiamo, persi in quellEden ritrovato dove tutto è ancora possibile, perché tutto deve ancora accadere. Qui dove il vento non ci è nemico, bensì carezzevole.
Ma il racconto del vento riporta ad antiche note, onde ascoltarne la musica è insieme ascoltare la poesia, un ‘vocalizzo’ prolungato che sale dalle radici degli alberi e accarezzando le foglie le fa vibrare nell’aria, nel canto che dell’Autunno spinge la parola a quell’amore per la verità che ne definisce il pensiero, sicuramente il momento poetico più alto.

“George! Ti pare questo il momento di guardare un film alla TV, quando è quasi pronto in tavola?”
“Certo che no, veramente stavo appena guardando i titoli, la presentazione di un’opera di …”
“Ma per favore, delle volte mi meraviglio di te, sai essere talmente inopportuno, che guarda … tanto-tanto avessi messo su della musica, lo capirei.”
“Detto fatto, amore!” – dico, preso dall’inquietudine di Pessoa (*) già citato nel testo. Poi ripenso alle nuvole di Magritte (*): «Il mondo è cosi totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è una fortuna: è arte allo stato puro.»

A questo punto mi dilungo un po’ e piazzo sul piatto dell’hi-fi il CD “Prospero’s Book” che Michael Nyman ha composto per la colonna sonora del film “L’ultima Tempesta”, di Peter Geenaway (*), una rivisitazione dell’opera di Shakespeare davvero inquietante.

Continua, in riferimento a:
“Non sperate di liberarvi dei libri”, il libro di Jean-Claude Carrière – Umberto Eco - Bompiani 2011 seguirà nella prossima puntata.


NOTE:

1)René Magritte, “Scritti” – Abscondita 2003
2)J.W. von Goethe, “La forma delle Nuvole” - Archinto 2017
3)Giorgio Bonacini, “Sequenze di vento” – Le Voci della Luna 2011
4)Georg Simmel, “Ventura e sventura della modernità” – Boringhieri 2003
5)Anonimo, “La navigazione di San Brandano” – Sellerio Edit. 1992
6)Shaun Davey, “The Brendan Voyage”, (vinile) Tara 3008
7)J.L.Borges, S. Ocampo, A.Bioy Casares, “Antologia della letteratura fantastica” – Editori Riuniti 1992
8)Umberto Morello, “Nuvolas” - Vincitore della XXXii edizione del Premio 'Lorenzo Montano' – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018
9)Umberto Eco, “Storia delle Terre e dei Luoghi Leggendari” – Bompiani 2013
10)Samuel T. Coleridge, “La Ballata del Vecchio Marinaio” – Rizzoli 1973
11)David Bedford, “The Rime of the Ancient Mariner” (vinile) Virgin Rec. 1975
12)Giorgio Mancinelli, ‘nuvolaglia’ … a mystic’s dream, dalla silloge poetica “Arcana memoria dell’acqua” – Premio 'Opera Prima' - Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2019
13)Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine” – La Feltrinelli Editore 1986
14)René Magritte, (op.cit.)
15)Peter Geenaway, “Prospero’s Books” – (film) DVD CG HOME VIDEO 199

*

- Libri

Momenti d’Autunno / 1 foglie, musica,castagne, vino e libri

Momenti d’Autunno / 1
(..foglie ingiallite e buona musica, castagne arrostite, vino e pagine di libri).

‘fluf’
(..spostamento dell’aria nel voltare pagina)
soffio interstiziale d’avvio
ab initio fino alla fine di un libro
afferente al verso sciolto
come alla frase di un componimento in prosa
libero e arbitrario
dell’immaginale contenuto in ogni trama

«Alcune sere fa, procacciatami una bracciata di legna, rimisi in attività un vecchio camino di casa. Dopo che la stanza si fu convenientemente riempita di fumo e di frammenti bruciacchiati di carta, che svolazzavano qua e là come folletti, le legna cominciarono ad ardere e a riscaldare; trascinai una poltrona innanzi al camino, mi ci accomodai nel miglior modo possibile, e mi abbandonai alla mia lettura preferita …»
È questo l’inizio del ‘prezioso’ libricino di Gino Doria (*) dal titolo assai programmatico: “Sogno di un bibliofilo”, ripescato nella bacheca d’angolo della libreria, tra quelli più vecchi e nuovi, meno in vista e, chissà perché, tenuti in minor conto, sebbene tra essi figurino autori di pregio, editori un tempo stimatissimi, e non in ultimo di buona fattura tipografica.

Fra i quali, sono di sicuro spicco un Seneca (*) tratto dai “Dialoghi” afferente al ‘Tempo’ in cui ci invita a «..non sprecarlo, a tenerlo ben stretto, tutto per noi. Ma dissipiamo ogni ambiguità, […] appropriarsi del tempo significa acquistare libertà e indipendenza, vivere senza falsità e compromessi, meditare su ciò che si è.» Una copia della “Divina Commedia” (*) in formato estremamente ridotto, edita da Hoepli con postille e cenni introduttivi.
Un “Hortulus Litterarum” ossia ‘Magia delle Lettere’ di Paolo Santarcangeli (*), una divagazione e venticinque variazioni sui segni, sui significati e sui simboli ideografici. Seguito dal “Taccuino del fortuito e del non detto” di Guillaume Apollinaire (*) fedele e segreto in cui custodire nel tempo gli appunti presi secondo le circostanze e le opportunità, raccolte con nonchalance.
Nonché una “Guide a l’usage d’un voyageur en Italie” di Stendhal (*), nel quale è detto : «Quali sono i piaceri di un Viaggio in Italia? Almeno sette: respirare un’aria dolce e pura; vedere paesaggi superbi; vedere belle chiese; vedere dei bei quadri; vedere belle statue; sentire della buona musica e ‘to have a bit of a lover’, (in inglese nel testo), corrispondente a ‘farsi corteggiare’».

Nell’attesa di tirar fuori dal fuoco le prime castagne che scoppiettano e lanciano nell’aria il loro profumo, affondo le dita nella ciotola ricolma di uvetta e pinoli che di tanto in tanto porto alla bocca, così, un modo per ammazzare il tempo, mentre fuori … beh, fuori il tempo lascia un po’ a desiderare, s’ode in lontananza l’abbaiare di un cane.
Il piano in sottofondo ripete in musica “Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir” di Claude Debussy (*), un suono alquanto moderato che si ripete nel “Feuilles mortes” (*) lento e malinconico che accompagna il cadere delle foglie gialle e rosse che osservo attraverso la portafinestra aperta che dà sul cortile. L’odore che emerge dalla terra mi fa pensare che forse arriverà la pioggia.
Per quanto le foglie cadendo eseguono strane volute, circonvoluzioni, spirali talvolta allegre. «Senza perdermi in vani giri di parole, racconterò (se ne sarò capace), senza per altro dimenticare la pungente ironia che inevitabilmente suggerisce lo spettacolo del (loro volteggiare sulle bellezze e/o miserie) del mondo moderno» … scrive J. Luis Borges (*) in “Le notti di Goliadkin”.

Architetture fantastiche disegnate entro “Archi Voltaici” delle Parole in libertà e sintesi teatrali delle Edizioni Futuriste (*) del 1916; a seguire “L’arte della Macchina” di Enrico Prampolini Futurista (*) e dal “Paradiso Lungo” di Sergio Dangelo (*) animatore del ‘Movimento Nucleare’ per la difesa delle forme libere, fondato dalla rivista “Il Gesto” che portò all’Esposizione omonima del 1955. Per quanto con le castagne arrostite ben bene che provo a togliere dal fuoco (del tempo) si accompagni un buon calice di vino.
La musica mi dice che “La puerta del vino” composta da Debussy sul tema dell’Habanera che il vino dev’essere corposo, aromatizzato ai frutti di bosco (?)o, come si dice, tinto, magari un Porto «..Vivace e brillantissimo, forte di una dialettica suadente e ironica, che il nostro (autore) anonimo […] intesse in una serrata apologia della vite, del vino e delle bevute, dimostrando come l’uomo dabbene non possa fare a meno di Bacco e dell’ebbrezza.» (*)

Il libro successivo, (successivo a chi?) è del dimenticato (di già?) Umberto Eco (*) che, in “Stelle e stellette”, ci ha lasciato una satira bonaria (dice lui), «...di alcuni generali piemontesi di antico stampo, che può essere riletta oggi (tra servizi segreti e ondate migratorie) come un ritratto del nostro apparato statale nel suo complesso – o forse di tutta l’Europa che sta avviandosi al 2000(20) tornando a una situazione ante ’14-’18.»
A seguire un elegante cofanetto, (sempre in formato ridotto), dal titolo “Nudi d’Autore” che raccoglie in tavole a colori i disegni di tre grandi artisti dell’Europa fin de siecle: Klimt/Schiele/Rodin (*) a confronto sul tema dell’eros. Tre diversi e ‘diversamente rivoluzionari’ modi di tradurre in segno originale il mito del corpo umano. Peccato che il cofanetto è ancora sigillato onde per cui non posso citare l’autore né l’anno di stampa.

Meglio non lasciarsi prendere da strane voglie, in una giornata come questa, in cui sento giungere dalla cucina un certo trambusto sospettoso. Che ci siano degli arrivi improvvisi? – mi chiedo. Spero proprio di no. È così che le castagne bruciano, e se non fosse per l’improvviso salire della musica che mi tiene sveglio, potrebbe bruciare anche tutta la casa, me compreso, con tutti i libri che, in forma quasi maniacale, accatasto accanto al letto pensando di leggeri tutti.
Tant’è che non riesco neppure a dare una risposta esaustiva a quanti mi porgono la domanda: “Ma li hai letti tutti?” La mia risposta è delle più semplici si possa immaginare: “So di averli, quanto basta, m’inebriano, mi consolano con il loro odore”. È così, quello dei libri stampati ha un odore particolare, per via dell’inchiostro usato, l’asciugatura della carta, l’alchimia dei colori delle copertine, la colla usata per le rilegature. Sta di fatto che non so spiegarlo, che finisco per sentirlo addosso.

L’originalità di un autore si misura anche in quello che fa, è così che Alfredo Accatino (*), classe 19.. (?), non mi è dato conoscere quanti anni sono passati da ché ha pubblicato il suo “Gli Aforismi che Non hanno cambiato il Mondo”, (ovvero, se non lo dite voi, lo dico io). Un sottotitolo gogliardico e spiritoso derivato dalla sua occupazione quale Direttore Creativo della Winner International Communication e docente di ‘varia umanità’ presso l’Istituto Superiore di Comunicazione Luiss.
Che cosa s’intenda per ‘varia umanità’ mi sfugge del tutto, mi riprometto di indagare. Sebbene il contenuto del libercolo che segue, di un certo Blaise Pascal (*) (vi dice qualcosa?), “Della necessità della scommessa”, approcci una plausibile risposta: «Ho scoperto che l’infelicità umana deriva da una sola causa, quella cioè di non saper restarsene quieti in una stanza.» Fobia della solitudine?

Non so quanti di voi mentre leggono amano ascoltare musica in sottofondo, io sì, e mi beo quando questa addirittura si fonde con l’andamento della scrittura, quasi da suggerire all’occhio il passo da tenere, né troppo lento, né troppo scaltro, tale da scavalcare alcune frasi, oppure facendomi abbassare le palpebre e magari sonnicchiare, crogiolandomi al caldo tepore del camino.
In quanto alla musica, beh la scelta è alquanto discrezionale, come dire, intrinseca della preferenza di ognuno, afferente alla propria sensibilità di ascoltatore. I suggerimenti alla scelta, perché di questo si tratta, sono sempre relativi al genere musicale che si è prescelto come colonna sonora del proprio tempo. Ad esempio, nello scrivere da sempre preferisco l’ascolto del Jazz per la sostanziale libertà improvvisativa che mi concede:

In quel tempo Martha, protagonista del romanzo inedito di chi scrive, aveva un debole per un pianista, un certo Bud Powell (*) … «per quel suo scorrere veloce delle dita sulla tastiera che gli permetteva di ricavare toni molto brillanti – diceva.
Sulla cui musica Blasco (il protagonista maschile del romanzo) s’inseriva con la sua vecchia e gloriosa Remington, arricchendola d’improvvisazioni che riflettevano spesso del suo particolare stato d’animo – quasi volesse contribuire a evocare una qualche divinità marina.»
Per poi proseguire sull’ascolto della musica: «A volte gli capitava di alzare al massimo il volume del giradischi, affinché la musica si sentisse fino alle ultime dune e oltre, fin sull’aperto mare, e poi gettarsi a capofitto nel lavoro e martellare a più non posso sui tasti della macchina per scrivere, quasi a voler infondere alla scrittura un particolare ritmo percussivo».

Un romanzo suggerito dal racconto breve “L’uomo dalla macchina per scrivere” dell’enigmatico e soprendente Fernando Campos (*), sull’alchimia della scrittura: «A dire la verità, il soggetto non ha importanza. Verrà fuori da sé. Quello che importa è avere un buon titolo... e la costruzione del futuro romanzo si realizza, passo dopo passo, ma alla rovescia, nella lieve surrealtà delle pagine.»
Surreale è anche quanto accade nei momenti che dedico alla lettura. Ad esempio, abbino spesso le tematiche affermate nel titolo e sottotitolo del libro, in modo che musica e letteratura si compenitrino l’un l’altra, permettendo alle parole di fluire nella mente allo stesso tempo e allo stesso modo, silenziosamente, apprezzarla. Per questo più spesso opto per la musica inopportunamente detta ‘classica’.

Allora opto per autori meno frequentati come Cesar Franck (*) della “Symphonie in ré mineur” e le “Variations symphoniques” che più si confanno allo spirito più intimo che mi accompagna. Del resto è come scegliere un vino adatto alle vivande che si mettono in tavola il cui abbinamento è sempre dubbio, relativo al ‘bianco’ per certi tipi di alimenti, o il ‘rosso’ per altri; quando tutti sappiamo che è l’aroma dell’uva e l’annata della sua produzione a fare la differenza, benché gli esperti facciano a gara con i suggerimenti e gli abbinamenti, talvolta davvero azzardati.
Allo stesso modo che gli alchimisti profumieri da sempre inventano nuove fragranze pur di acquisire un certo numero di proseliti, mentre sanno perfettamente che tutto dipende dalle specificità della pelle di ognuno quanto sia adeguata all’individuo che la indossa una data essenza. Più speso è l’odore stesso della pelle (nei momenti peculiari), a esprimere l’attrattiva sensuale tra i sessi. Un po’ come voler parlare della moda. Di quale moda? – viene da chiedersi.

Oppure discutere sui quotidiani di politica – per carità! È meglio soprassedere e tuffarsi nella lettura di un libro, magari di filosofia spicciola come il saggio su “La responsabiltà dello scrittore” un inedito di Jean-Paul Sartre (*) del 1946, nel quale l’autore «..delinea la nota teoria dell’engagement dell’intellettuale che, nello scegliere l’argomento di cui parlare, deve assumersi la responsabilità di tralasciare tutti gli altri: dopo la guerra lo scrittore non ha più l’alibi dell’ignoranza e tacere un’ingiustizia significa rendersene complici.»
Per quanto “L’alleanza tra la poesia e la musica” scrive Yves Bonnefoy (*), ci proietti in una «riflessione intorno all’origine dell’emozione estetica che ci conduce ad analizzare l’inestricabile rapporto tra musica e poesia, individuando nelle risorse specifiche di quest’ultima il luogo di formazione di un «accadimento del suono» che è il seme stesso da cui germoglia la musica.»

Intanto fuori è iniziato a piovere, sento il rumore ovattato della pioggia che scende leggera. Temo che la temperatura si sia abbassata di colpo perché i vetri della finestra si sono appannati. Un po’ come la mia vista affaticata dal troppo leggere, tuttavia mai stanca di iniziare un nuovo libro o di ripescarne uno acquistato molto tempo prima e che non ho ancora letto, quale ad esempio il “Il linguaggio del canarino” di Regina (*), una macchina istruttiva e intelligente, con due scritti di Luigi Bracchi e Silvio Ceccato sul Linguaggio e la Comunicazione.
A proposito di ‘letto’ – che è stata la mia più grande affermazione negli anni della giovinezza, oggi preferisco il divano per guardare la TV o la poltrona davanti al camino dove – finalmente – posso crogiolarmi, non senza dappocaggine, e dedicarmi preferibilmente alla lettura di libri di ‘Poesia’ (necessariamente con la maiuscola), gli unici che mi permettono di penetrare, psicologicamente parlando, la mente e la sensibilità degli individui e, per quanto suoni – strano a dirsi – comprendere le diverse sfaccettature dell’animo umano …

Quand’ecco risuona altisonante la voce ‘del padrone’ che mi richiama al dovere:

“Ma George sei ancora lì a leggere? Fai in fretta, sai che dobbiamo uscire, per passare alla posta, fare la spesa al supermercato, spedire le ricette in farmacia e preparaci ad accogliere gli amici che si fermano per il panzo”.
“Quando, oggi?”
“No, non oggi, ora!”
“Proprio adesso, sul più bello. Pensavo avessimo tempo di farlo …”
“No George, c’è che per te non è mai il momento di fare qualcosa. C’è che sei diventato pigro.”
“Ma veramente … mi ritengo più semplicemente un comodo!”

Continua ma: “Non sperate di liberarvi dei libri” – è una minaccia che riprendo dal titolo del libro di Jean-Claude Carrière e Umberto Eco – Bompiani 2011

Note:
1)Gino Doria, “Sogno di un Bibliofilo” – Biblioteca del Vascello 1993
2)Seneca, “Dialoghi” –
3)Dante Alighieri, “Divina Commedia” – Hoepli Milano 1985
4)Paolo Santarcangeli. “Hortulus Litterarum” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1965
5)Guillaume Apollinaire, “Taccuino del fortuito e del non detto” – Biblioteca del Vascello 1993
6)Stendhal, “Guide a l’usage d’un voyageur en Italie” – ristampa del quaderno manoscritto e illustrato di 64 pagine in lingua originale e un volume di 72 pagine con il testo tradotto e commentato, riferito a un ‘viaggio italiano’ del 1828 – Biblioteca del Vascello 1987
7)Claude Debussy, “Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir” , “Feuilles mortes” – Arturo Benedetti Michelangeli – disco DG 413 450-2 vol. 1 – 2
8)Luis Borges, “Le notti di Goliadkin” – Edizioni Studio Tesi 1993
9)“Archi Voltaici” di Parole in libertà e sintesi teatrali, apparso nelle Edizioni Futuriste 1916
10)Enrico Prampolini Futurista, “L’arte della Macchina” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1962
11)Sergio Dangelo, “Paradiso Lungo” – All’Insegna del Pesce d’Oro 1966
12)Anonimo, “Sermone in onore di Bacco e a beneficio dei bevitori” – Archinto (?)
13)Umberto Eco, “Stelle e stellette” – Il melangolo 1991
14)Alfredo Accatino, “Gli Aforismi che Non hanno cambiato il Mondo” – Agendo
15)Blaise Pascal, “Della necessità della scommessa” – Edizioni Studio Tesi 1994
16) Bud Powel, “Inner Fires” , disco Elektra 1046-71007-2
17) Fernando Campos, “L’uomo dalla macchina per scrivere” – Biblioteca del
Vascello (?)
18) Cesar Franck, “Symphonie in ré mineur” e “Variations symphoniques”, disco DECCA 436 382-2
19)Jean-Paul Sartre, “La responsabiltà dello scrittore” – Archinto
20)Yves Bonnefoy, “L’alleanza tra la poesia e la musica” – Archinto
21)Regina (la macchina parlante), “Il linguaggio del Canarino” – All’insegna del Pesce d’Oro -1971


*

- Società

Bla,bla,bla parole, parolacce, per non dire delle pentecane.

Bla, bla, bla … parole, parolacce, per non dire delle pentecane.

La deprecabile governabilità del binomio giallorosso da poco instauratosi sugli scranni del Parlamento si è già arenata sul ‘fondo melmoso’ delle medesime idiosincrasie che sentiamo ripetere da tempo immemore, come il ritornello della nota canzone: “..parole, parole, parole”.

Tant’è che è diventata ormai sinonimo di smaccata ironia: “parole, parolacce e sproloqui” giornalieri, ed eseguita in tutti gli spalti da una parte e dall’altra, come mai prima si era ripetere, neppure dai garzoni (leggi borgatari) dei più malfamati mercati rionali.
Ma gli insulti tra i due (anche tre, quattro e cinque) non sembrano bastare mentre i fatti, che stentano ancora a prendere il via, sembrano arenatisi sul fondo stavolta ‘merdoso’ degli intenti lasciati sulla carta, la cui puzza invade le strade e le piazze della Capitale, di quella Roma definita ‘la più bella città del mondo’.

Un’immagine se vogliamo romantica della città resa però invivibile dalla sporcizia riversata che si va accumulando giorno dopo giorno e che ormai arriva all’altezza dei primi piani dei palazzi. Quindi dentro e fuori dal Parlamento lasciata da chi: rossi, gialli, verdi e turchini, tutti assieme, di volta in volta vi si alternano.
Venuti da chissà dove, come si suol dire, a ‘cagare’ fuori dal bidone; tant’è che l’hanno trasformata in una discarica a cielo aperto e, come se non bastasse, abbandonata a se stessa senza ispezioni e manutenzioni di quelle aree di giurisdizione che più abbisognano di cure specifiche.

Ma non basta. Tutti ricordiamo quando Venditti cantava: “..quanto sei bella Roma quanno è sera” e continuava con “..quanno piove”. Quando piove?, che ne volete sapere Voi se non siete mai capitati a Roma “quanno piove”, quando agli ombrelli colorati vengono sostituiti dalle calosce e le mascherine diventano mute da palombari.
Cioè, è tutto un dire: quando la ‘monnezza’ comincia a sciogliersi in liquami puzzolenti negli acquitrini che hanno riempito le innumerevoli buche stradali; quando le fogne incontinenti straripano e si trasformano in fossati maleodoranti e sprofondano nel sottosuolo.

Per non dire delle ‘pentecane’ (leggi ‘sorche’ in romanesco), grasse come porcelli che si arrampicano fin sulle auto in sosta per farsi una doccia d’acqua pulita. E di quei gabbiani cosiddetti ‘reali’ per la loro grossa costituzione che, lasciate le sponde del biondo Tevere s’intrufolano nelle case e incominciano a volteggiare attorno ai frigoriferi.
Entrambi ‘sorche’ e ‘gabbiani’ non sono poi così diversi da quei parlamentari che ben si nutrono, a nostre spese, di cibi prelibati e manicaretti, ‘alla faccia di quanti tirano a campare’ con quattro baiocchi di pensione, raccimolati dopo aver sputato amaro per 40anni nei posti di lavoro.

Di quanti, haimè, si ritrovano oggi a frugare nei cassonetti dell’immondizia … quella sì davvero ‘indifferenziata’.

*

- Poesia

SanPellegrino Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini


SanPellegrino Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini.

Giunto quest'anno alla sua 10^ edizione, incontrando sempre grande interesse e partecipazione, anche grazie al patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia, prende il via il “SanPellegrino Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini”, iniziativa che si propone di creare occasioni in cui bambini e ragazzi dalla 3a elementare alla prima media e gli adulti possano esprimersi, nell’ambito scolastico e familiare, attraverso la lettura e la composizione di poesie, rime e filastrocche.

Il tema proposto è di grande attualità: La Terra. Il “pianeta azzurro”, nostra casa comune, ospita e alimenta l’infinita bellezza e il mistero della vita e di ogni vita. È potente ma non invulnerabile, ci sostiene ma ha anche bisogno di noi e del nostro sguardo fraterno e protettivo.”

L’uomo si arroga il diritto di essere il dominatore e lo sfruttatore senza limite delle risorse naturali, mettendo in pericolo la sopravvivenza delle specie vegetali e animali e il suo stesso futuro. Ma se ci accostiamo alla natura e all’ambiente con il giusto rispetto non possiamo che provare stupore e meraviglia per la sua bellezza e sentirci ispirati da sentimenti di fraternità e di responsabilità nella nostra relazione con il mondo.

Possono partecipare al Concorso sia bambini (individualmente o per gruppi) che adulti con poesie inedite che vanno consegnate entro sabato 14 dicembre 2019. Le premiazioni si svolgeranno presso il Casinò di San Pellegrino Terme (BG) il 20 marzo 2020.
Si potranno trovare tutte le informazioni, il bando di concorso, i moduli di iscrizione e la documentazione delle precedenti edizioni del festival sul sito:
www.culturabrembana.com/sanpellegrinofestival

Di grande rilevanza è Inoltre il“Concorso di Fotografia Marco Fusco”:

Il Centro Storico Culturale Valle Brembana "Felice Riceputi" indice il “Concorso di Fotografia Marco Fusco” intitolato “Eleganza discreta di una Valle” -
per ricordare la figura di Marco Fusco nativo e amante della Val Brembana.

Con questa iniziativa il Centro Storico Culturale Valle Brembana si propone di contribuire a far conoscere e valorizzare aspetti non usuali dell’area valligiana, auspicando che le immagini presentate sappiano evidenziare elementi di particolare rilevanza ambientale e bellezza formale.
L’organizzazione del concorso è curata dal Centro Storico Culturale in collaborazione con fotografi brembani.

Il concorso si svolge via Internet sul sito del Centro Storico Culturale Valle Brembana "Felice Riceputi". Le opere devono essere in formato digitale e presentate unitamente al modulo di partecipazione. Il periodo utile per la presentazione delle opere inizia il 10 febbraio e termina il 31 marzo 2020. Saranno premiati gli autori delle prime cinque opere classificate.

La premiazione si terrà a Piazza Brembana il 5 giugno 2020.

*

- Cinema

CinEuropa News -

CANNES 2019 Cannes Classics / by CINEUROPA/News
Review: 'Forman vs. Forman' by Vladan Petkovic

20/05/2019 - CANNES 2019: Helena Třeštíková and Jakub Hejna's documentary about Miloš Forman juxtaposes the director's life and creative output in Czechoslovakia and the USA.
Forman vs. Forman [+], the latest biographical documentary made as a collaborative effort by Czech filmmakers Helena Třeštíková and Jakub Hejna (after 2016's Doomed Beauty, on actress Lída Baarová), about great Czech director Miloš Forman, has just world-premiered in the Cannes Classics section of the Cannes Film Festival.
Taking a chronological approach and using archive footage from Forman's films, earlier interviews and documentaries (including Vera Chtylova's 1982 title Chtylova vs. Forman), private archives, and the director's own words from his autobiography What Do I Know?, narrated by his son Petr, Třeštíková and Hejna frame the director's life and creative output predominantly with reference to the relationship between his Czechoslovak years and subsequent exile in the USA.

Starting off with Forman's childhood, which he spent without parents, who died in Auschwitz, and moving on to his early years at FAMU, the filmmakers weave a complex but easy-to-follow story of a man who was as engaging a talker as he was a filmmaker.
"Our biggest inspiration was reacting to this enormous bullshit that was produced back then… It was the essence of boredom!" says Forman about the Czechoslovak cinema of the 1960s. He was instead impressed by Italian neorealism, and Audition and his second feature, Black Peter, reflect this in their presentation of real people with real problems, and their use of non-professional actors.
His international breakthrough, Loves of a Blonde (1965), was the first film to wake Western critics up to cinema made behind the Iron Curtain, and Firemen's Ball was one example of the unbelievable things that were happening in his life. First banned at home, and then released after Dubček's rise to power, it was invited to Cannes in 1968 – which was cancelled on the very day of its premiere. This segment also includes some priceless footage of the director being interviewed in swimming trunks on a Cannes beach.
In 1970, he was invited to the USA to "make a film about hippies" and instead came up with Taking Off, about the clueless parents of kids gone wild, which flopped at the box office but won a Grand Prix at Cannes. Forman relates how he spent two years living in the famous New York Chelsea Hotel, grappling with depression, until Michael Douglas and Saul Zaentz invited him to direct One Flew Over the Cuckoo's Nest, which brought him his first Oscars for Best Director and Best Picture.
Forman explains how he found the story of individual versus an institution very familiar: "The Communist Party was our big nurse telling us what we could and couldn’t do," and Třeštíková and Hejna utilise this mix of biographical and political approach to comment on each of his films. Ragtime was a movie about a man's pride and dignity, The People vs. Larry Flynt was about freedom of speech, and the story of the shooting of Amadeus in Prague would make for a great documentary in its own right, with its mix of politics, art, culture clashes, and the relationship between the creator and his creation.
Forman saw himself more as a Salieri than a Mozart: "Always envying Bergman, Fellini, Antonioni…" A down-to-earth, pragmatic but immensely creative artist, he was also a man whose life included two sets of twin sons with two wives, and whose biggest flop, Valmont, was released at the same time as the start of the Velvet Revolution, led by his schoolmate Václav Havel. Třeštíková and Hejna's biographical-political approach might seem overly convenient, but it is certainly close enough to home and perfectly adequate for a 78-minute biopic.
Forman vs. Forman is a co-production by Prague-based Negativ and French company Alegria Productions, with the participation of Czech Television and ARTE France. Negativ also has the international rights.

BIAFF – BATUMI 2019 Awards International Art-house Film Festival, which has reached its 14th edition, has just presented around 65 films from 35 countries both in its competitive and non-competitive sections. The BIAFF industry platform, “Alternative Wave”, welcomed eight projects from Georgia, Ukraine and Turkey.

'Let There Be Light' wins at Batumi by Vladan Petkovic

23/09/2019 - Other winners include A Tale of Three Sisters, End of Season, Shooting the Mafia, Lovemobil, Forman vs. Forman and Reza Mirkarimi's Castle of Dreams.
The 14th Batumi International Arthouse Film Festival (15-22 September) wrapped last night with a ceremony in the Black Sea city's State Musical Centre. Marko Škop's Karlovy Vary title Let There Be Light [+] picked up the Grand Prix, just two days after winning the same, main award at the Almaty Film Festival.
Iran's Reza Mirkarimi received the Best Director gong for Castle of Dreams, as well as the Award of the Georgian Film Critics’ Jury. Emin Alper's A Tale of Three Sisters [+] won both accolades in the acting categories: Best Actress for Ece Yüksel and Best Actor for Kayhan Açikgöz. Finally, the Jury's Special Prize went to Elmar Imanov's Rotterdam title End of Season [+] (Germany/Azerbaijan/Georgia).
n the Documentary Competition, Kim Longinotto's Shooting the Mafia [+] won the Best Film Award, and Special Mentions were given to Helena Treštikova and Jakub Hejna's Forman vs. Forman [+] and Elke Margarete Lehrenkrauss' Lovemobil [+].
Georgian filmmaker Amiran Dolidze's Locarno hit Animal won the Best Short Film Award, while Hope by Belarus' Aleksandra Markova and Watermelon Juice by Spain's Irene Moray received Special Mentions.

Earlier in the festival, the Lifetime Achievement Awards for Contribution to Cinema were bestowed upon Paul Schrader, Denis Lavant, Krzysztof Zanussi and veteran Georgian actor Manuchar Shervashidze, while on the closing night, the president of the jury, Russian director Alexander Mindadze, received the same honour.

Here is the full list of award winners:
Feature Competition
Grand Prix
Let There Be Light [+] - Marko Škop (Slovakia/Czech Republic)
Best Director
Reza Mirkarimi - Castle of Dreams (Iran)
Best Actress
Ece Yüksel - A Tale of Three Sisters [+] (Turkey/Germany/Netherlands/Greece)
Best Actor
Kayhan Açikgöz - A Tale of Three Sisters
Jury’s Special Prize
End of Season [+] - Elmar Imamov (Germany/Azerbaijan/Georgia)
Georgian Film Critics’ Jury Prize
Castle of Dreams - Reza Mirkarimi
Documentary Competition
Best Film
Shooting the Mafia [+] - Kim Longinotto (Ireland)
Special Mentions
Forman vs. Forman [+] - Helena Treštikova, Jakub Hejna (Czech Republic/France)
Lovemobil [+] - Elke Margarete Lehrenkrauss (Germany)
Short Film Competition
Best Film
Animal - Amiran Dolidze (Georgia)
Special Mentions
Hope - Aleksandra Markova (Belarus)
Watermelon Juice - Irene Moray (Spain)
Lifetime Achievement Award for Contribution to Cinema
Paul Schrader (USA)
Denis Lavant (France)
Krzysztof Zanussi (Poland)
Alexander Mindadze (Russia)
Manuchar Shervashidze (Georgia)

ALMATY 2019 Awards
Let There Be Light wins the second Almaty Film Festival
by Vassilis Economou
23/09/2019 - The Grand Prix was bestowed upon Marko Škop’s drama at the up-and-coming Kazakh gathering, while Maryam Touzani received the Best Director Award for Adam
The fresh-faced and dynamic Almaty Film Festival has wrapped after a successful seven-day run (14-20 September), and ended on Friday night with the awards ceremony, which was held at the Palace of the Republic in Kazakhstan’s largest city.
The triumphant film of the night was Marko Škop’s Let There Be Light [+], which won the Grand Prix in the Official Selection, focused on films that were co-produced by at least two countries. The prizes were dished out by the International Jury, headed up by British director-producer Hugh Hudson, and comprising Russian producer Natalya Ivanova, Portuguese producer António Costa Valente, president of the Tokyo International Film Festival Takeo Hisamatsu and Kazakh actress Samal Yeslyamova.
The Best Director Award went to Maryam Touzani’s feature debut, Adam [+], while Elia Suleiman’s It Must Be Heaven [+] was awarded with the Jury’s Special Prize. The Best Actor trophy went to two thesps ex aequo, as Valentin Novopolskij and Dawid Ogrodnik, who star in Oleg [+] by Juris Kursietis, shared the award, while Georgian actress Salome Demuria was presented with the Best Actress Award for her performance in Dito Tsintsadze’s Inhale-Exhale.
In the non-competitive documentary section, which is organised in collaboration with UNESCO and this year focused on “Women in Cinema”, Women of the Silk Road by Yassamin Maleknasr won the special UNESCO Main Award. Also, Hepi Meti’s Merata, How Mum Decolonized the Screen and Barbara Miller’s #Female Pleasure [+] received the UNESCO Recognition Award.
Finally, at the Alatau Film Awards, which are dedicated to commercial Kazakh films that have been particularly appreciated by the local audience, Best Film was bestowed upon Holidays Offline by Ruslan Akun, as decided via a secret ballot procedure on the Almaty Film Festival website. The other major winner of the local awards was Financier: Playoff Game by Elena Lisasina, which picked up four awards, including Best Director and Best Script.
Finally, jury president and Almaty Film Festival special guest Hugh Hudson received the Lifetime Achievement Award from the president of the festival, Akan Satayev.
Here is the complete list of winners at the second Almaty Film Festival:

Official Selection
Grand Prix
Let There Be Light [+] - Marko Škop (Slovakia/Czech Republic)
Best Director
Maryam Touzani - Adam [+] (Morocco/France/Belgium/Qatar)
Special Jury Prize
It Must Be Heaven [+] - Elia Suleiman (France/Germany/Canada/Turkey/Qatar)
Best Actor
Valentin Novopolskij and Dawid Ogrodnik - Oleg [+] (Latvia/Belgium/Lithuania/France)
Best Actress
Salome Demuria - Inhale-Exhale (Georgia/Russia/Sweden)
Documentary Films
UNESCO Main Award
Women of the Silk Road - Yassamin Maleknasr (Iran/Oman/Tajikistan/Turkey)
UNESCO Recognition Award
Merata, How Mum Decolonized the Screen - Hepi Meti (New Zealand)
#Female Pleasure [+] - Barbara Miller (Switzerland/Germany)

Alatau Film Awards
Best Film
Holidays Offline - Ruslan Akun (Kazakhstan)
Best Director
Elena Lisasina - Financier: Playoff Game (Kazakhstan)
Best Script
Dmitriy Bogomolov - Financier: Playoff Game
Best Actor
Chingiz Kapin and Asylkhan Tolepov - Financier: Playoff Game
Best Actress
Kuralay Anarbekova - Brother or Marriage 2 (Kazakhstan)
Best Cinematographer
Azamat Dulatov - Lift (Kazakhstan)
Best Composer
Alim Zairov and Roman Vishnevskiy - Businessmen (Kazakhstan)
Best Editor
Sergey Bergugin - Financier: Playoff Game

KARLOVY VARY 2019 Competition
Review: 'Let There Be Light' by Vladan Petkovic
02/07/2019 - The relationship between fathers and sons is at the heart of Marko Škop's second feature, which deals with the rise of the extreme right wing in Slovakia
It turns out that both youths belong to the paramilitary organisation The Guard, in which they are trained to "protect their family and homeland". And apparently, Peter was gay. But Adam denies he has any knowledge of what might have pushed his friend to take his own life.
Meanwhile, we come to realise that the family is very religious, and that Milan himself has a collection of rifles and machine guns that he enjoys cleaning – but is trying to make sure the kids don't go anywhere near them. After Sunday Mass, the Denišes go to visit Milan's tough, zealously religious father (Ľubomír Paulovič), who mentions how the rule of the fascist Slovak puppet state during World War II was the only time the country had it good, and in addition humiliates his son for being too soft.

But Milan is a good man at heart, and maybe that is a problem – fascism gains momentum not because too many people are evil, but because too many good people do not act. So he goes to visit Peter's parents and learns that the boy told them he was raped on the day he committed suicide. As he starts to investigate, pressuring his son, the family is threatened. Milan turns to a young priest (an appropriately irritating Daniel Fischer) only to learn that the church condones The Guard's acts even more than the local police.
Those who have seen Jan Gebert's When the War Comes [+], a documentary about a real such organisation called Slovak Recruits, will have no problem recognising the story as ringing very true. And more important than the factual reality of the topic is Škop's straightforward but nuanced script, in which small details reveal much more about modern-day Slovak society than is explicitly shown. However, Let There Be Light is, at its heart, a story about how sons perpetuate their fathers' mistakes by copying their patterns in relationships with their own sons and, in turn, how this eventually creates the incendiary and hateful atmosphere in society that brings scum to the top.

Let There Be Light is a co-production between the two biggest independent production companies in Slovakia and the Czech Republic, Artileria and Negativ, respectively, with the participation of both national broadcasters, Radio and Television Slovakia and Czech Television. Although such a production structure may have led to the film being somewhat less ambiguous than a more arthouse-spirited approach would allow for, the topic it deals with is huge and very important, and it deserves a healthy level of exhibition, both in theatres and on television. Paris-based Loco Films has the international rights.



*

- Arte

Settimana della moda a Brera - Milano

SPECIALE SETTIMANA DELLA MODA A BRERA 2019, MILANO — 2019

L'ANNO DI LEONARDO

Leonardo fashion stylist alla corte del Moro.

Costantemente aperta a ogni influenza e grata a ogni ispirazione, la moda ha sempre accettato suggerimenti e accolte nuove tendenze nel suo scorrere lungimirante, ciò per quanto la storia dell’abbigliamento in realtà non sia mai stata scritta per intero o, comunque, ancora non abbia potuto misurarsi con l’evoluzione del ‘costume’ nelle sue accezioni di abbellimento, e perché no di utilità e di praticità, riferite al quotidiano adornarsi. E chissà che non debba ancora passare del tempo prima che una tale storia possa essere scritta.

Acciò ha pensato la Pinacoteca di Brera con questa speciale e ‘immaginifica’ “Settimana della Moda”, l’esposizione dedicata al “Leonardo fashion stylist alla corte del Moro” che inizia oggi 18 Settembre a Milano.

«Forse non tutti sanno che la corte milanese era una capitale della moda, del lusso e dell’arte. Il duca Ludovico il Moro aveva chiamato infatti presso di sé l’architetto e pittore Donato Bramante e soprattutto Leonardo da Vinci che di fatto cambiò per sempre il corso della pittura milanese, influenzando sia allievi diretti che seguaci grazie alla sua pittura sperimentale. Ma alla corte del Moro Leonardo era anche regista di feste celebri come quella del Paradiso del 1491 e addirittura fashion stylist, avendo curato e progettato nei dettagli il costume da torneo del conte Galeazzo Sanseverino.»

Più spesso le ‘Corti’ della Moda tout court hanno dato originali contributi alla trasformazione dell’abbigliamento. Seppure, è indubbio, essa sia da considerarsi un prodotto privilegiato di una società elitaria, in quanto «..fenomeno collettivo che nel modo più immediato ci fornisce la rivelazione che vi è del sociale nei nostri comportamenti» (Stoetzel), e che presenta «una dialettica del conformismo e del cambiamento spiegabile solo sociologicamente» (Barthes); pretesti che permisero a Francesco Alziator (*) di rendere manifesta una prerogativa assoluta della moda: «..per cui la singolarità delle fogge si è sempre distinta in quanto motivo di curiosità e attenzione da parte di studiosi di filologia linguistica, mito, fiaba, narrativa e del folklore.»

La moda dunque vi appare come fenomeno di processi evolutivi tendenzialmente collegabili a questo o a quell’ordine di idee estetiche ‘psicologiche nonché sociologiche ed etnologiche’, che va registrata come tendenza nella continua invenzione ‘fantasiosa e arbitraria’ della quotidianità, per quanto sia entrata a far parte del patrimonio ereditario delle diverse culture dei popoli. Non di meno vanno tenute in conto la manualità artigianale, la merceologia, la chimica e la tecnologia dei tessuti, la sartoria, la progettazione e il design, che trova nell’originalità dell’arte, così come nell’immaginario collettivo, proprie linee ‘poetico-strutturali’, tipiche della cultura elitaria e non di meno popolare. Per quanto è ancora oggi riscontrabile nei musei, nelle raccolte private e quantaltro; ricostruibile attraverso le varie fonti a disposizione, a incominciare dalle Biblioteche Universitarie di molte città italiane.

Non sembri quindi azzardato supporre che la moda, nei fondamentali aspetti che la caratterizzano, è di fatto nata con l’uomo storico, sebbene è con l’avvento della società capitalistica che si fa coincidere l’insorgere di quella specie di ossessione per il nuovo o ‘neomania’ di cui l’abbigliamento rappresenta uno degli aspetti più eclatanti. È interessante ricordare come un altro storico del costume, Jules Quicherat (*), abbia fissato intorno al 1750 i canbiamenti più rilevanti della moda nella prospettiva storica più ampia. La cui evoluzione si è svolta: «..secondo un ordine proprio tendenzialmente autonomo, a conferma di come le ragioni attraverso le quali ogni novità s’impone, siano da ricercarsi sul piano dei significati sociali necessariamente insiti al fenomeno collettivo.»

È a questo punto che al fascino leonardesco, che permea di sé tutta Milano, non sfuggano gli aspetti più nascosti e segreti dell’arte del costume, sollecitando in chi osserva oggi le sue ‘opere’ la curiosità e il mistero intrinseco di alcuni elementi personali talvolta colti nell’intimità degli sguardi, da stimolare le più recondite sollecitazioni di misurata bellezza e immacolata simbiosi fra corpo e abito, concellando quasi gli artifici e le costrizioni dell’arte. Affermazione questa che rende possibile ripercorrere a grandi linee la storia di almeno un secolo di intima ‘fashionable’ eloquenza della moda, quella simbolica e luminosa di ‘essere’, ma anche quella imperfetta e misteriosa del ‘l’apparire’, inscindibili l’una dall’altra, e che pure permette a noi post-moderni, di porci, per così dire, davanti allo specchio coperti del candore della nostra intima nudità, prima di rivelarci all’amore e di lasciarci andare ai turbamenti della sensualità.

«A dettar legge in fatto di moda a Milano è (all’epoca) però la duchessa Beatrice d’Este, sempre impegnata a festeggiare matrimoni, nascite, giostre, ospiti, attorniata dai suoi nobili cortigiani ma anche da artisti, letterati, poeti e musici. Celebre è del resto la sua passione in questo campo: nel solo 1491 si fa confezionare 83 abiti, sotto le sue direttive, in un ideale gara tra regine del gusto, oggi diremmo modaiole o ancor meglio influencers, tra lei e la sorella, quella Isabella d’Este, duchessa di Mantova, che non a caso ospiterà anche lei Leonardo. A loro si devono non per nulla l’invenzione di acconciature e di tante altre innovazioni della moda dell’ultimo Quattrocento. Si narra addirittura che Beatrice sopportò la presenza di Cecilia Gallerani, l’amante ufficiale del marito Ludovico finchè il duca non ebbe la sventatezza di regalare due abiti identici a lei e alla moglie. La celebre dama ritratta da Leonardo ‘con l’ermellino’ fu di conseguenza prontamente cacciata dalla corte sforzesca.»

C’è in questo ritratto così tanta femminilità che improvvisamente, e sotto i nostri occhi attoniti, è recuperata per intero una certa ‘grazia’ dell’essere donna che, in certo qual senso, ci fa ricredere delle ‘mode’ che si sono susseguite nel tempo, tale da sembrare oggi andata perduta. Soprattutto recentemente, allorché la globalizzazione ha portato sulla scena metropolitana qualcosa che di ‘femminilità’ ha davvero poco, anzi niente.
Non di meno «..lo sfarzo e l’eleganza della corte di Ludovico Sforza detto il Moro sono manifeste nell’incidenza politica degli elementi di moda che concorrono all’elaborazione dell’immagine ufficiale destinata a celebrare quel diploma di investitura imperiale, arrivato finalmente nel 1494, che ne riconosceva il potere ducale su Milano, esercitato ufficiosamente ormai da anni. […] Il magnifico guardaroba del Moro ha la caratteristica di essere contraddistinto da una vasta fantasia decorativa di imprese: disegni e motti di famiglia che servono a comunicare il proprio potere e la propria continuità dinastica, ribadendone la legittimità di governo.»

Tuttavia in questo ipotetico viaggio nella moda Leonardo evidenzia una sua particolare chiave di lettura che va oltre le avvenute variazioni del semplice vestire, annotando come il costume sia adatto a tutte le varianti possibili e le molte interpretazioni che di volta in volta si sono succedute fino a noi contemporanei sia in ambito femminile che in quello maschile. Come, ad esempio, che si può essere diverse/i conservando la propria femminilità in concomitanza con quella dei propri partners. Infatti sempre più spesso l'utilizzo e il dichiarato scambio dei ruoli, così come appare sulle pagine dei rotocalchi e ancor più nel cinema, ciò che permette ormai di dire che c’è più motivo di nascondere o mistificare la propria immagine. Non che le donne o gli uomini non conoscessero e frequentassero le piacevolezze delle letterarie “amicizie particolari”, o “pericolose” che dir si voglia. Quelle stesse che Roland Barthes (*) analizza secondo i canoni dello strutturalismo, nel linguaggio usato da un campione di stampa femminile (strumento senza il quale la moda sarebbe ormai inconcepibile) che gli permette di ravvisare nella moda un ‘sistema’ indipendente a tutti gli effetti.

Per quanto a promuovere questo sistema e la sua annessa retorica è ovviamente l’esigenza di trasformare gli oggetti dell’abbigliamento, in beni di consumo originariamente durevoli, in prodotti di rapida usura, alquanto psicologica, così è nel darsi la possibilità di eccepire il superfluo, fare le proprie esperienze, adattarsi alle convenienze concettuali, riconoscersi nella realtà che ci circonda, perché, va detto, la moda è dentro e fuori di noi e ci consegna a quell’effervescenza della modernità in cui, volenti o nolenti, ci conduciamo. O almeno così sembra, ma è vero semmai anche il contrario: la moda contemporanea determina, sia pure a livelli nuovi e diversi, una costrizione tanto più rigorosa quanto meno dichiarata, spinta dalla sua stessa dinamica ad aumentare costantemente l’ampiezza della scelta e ad accelerare i tempi del consumo. Va detto che se un giorno la moda dovesse tornare a rispondere anzitutto ai naturali criteri di protezione, pudore, economicità, non potrebbe non guadagnarne anche in ogni altro senso.

L’importante è mantenere una certa ‘identità nella dignità' che serve alla conservazione della specie, nella continuità che ci vede umani allo stesso modo, con le nostre defiance, i nostri dubbi, la nostra diversità (talvolta negata), pur nella somiglianza e nella similitudine, al di dentro dei mutamenti sociali e delle mode. Mi chiedo se non sembra anche a voi visitatori di Brera di sentire l’effervescenza di quella vanità che fuoriuscire dalle opere leonardesche che si lascia leggere come un’intima promessa d’amore? Di percepire l'effluvio soporoso di una certa corporeità, promessa in sé di un corpoche si svela? Beh, provate di tanto in tanto a chiudere gli occhi per un istante e ben presto il suo profumo presto vi ammalierà.



NOTE:
(*) Francesco Alziator, storico del costume popolare scrisse a fronte de “La collezione Luzzietti”, (libro illustrato De Luca Editore 1963): «Per una storia dell’abbigliamento popolare in Sardegna».

(*) Jules Quicherat ,archeologo e storico francese,"Histoire du costume en France depuis les temps les plus réculés jusqu'à la fin du XVIIIe siècle" (1875).

(*) Roland Barthes, ‘Système de la Mode’- L'intera opera di Roland Barthes è cosparsa di acute osservazioni sui significati sociali dell'abbigliamento e del costume:"Il senso della moda. Forme e significati dell'abbigliamento" - Einaudi 1967.

PINACOTECA DI BRERA
Via Brera, 28
20121 Milano
fax: +39 02 72001140
pin-br@beniculturali.it
Accoglienza al pubblico
tel. +39 02 72263 230
JAMES M. BRADBURNE
Direttore della Pinacoteca di Brera e Biblioteca Nazionale Braidense
Contattare la segreteria della direzione
tel. +39 02 72263 203
Iscriversi alla newsletter della Pinacoteca di Brera e quanto di più facile, e si viene aggiornati su collezioni, mostre, eventi e molto altro.



*

- Musica

Novara - European Jazz Conference

Tutto pronto a Novara per la European Jazz Conference 2019

 

.. la massima conferenza a tema jazz a livello mondiale, che ospita in città da giovedì 12 a domenica 15 settembre 380 delegati provenienti da 40 Paesi.

 

La manifestazione è un momento di incontro con momenti di formazione, di incontro e musicali di alto livello. Il programma musicale della European Jazz Conference 2019 ha il suo culmine venerdì 13 settembre alle ore 21:30 al Teatro Coccia di Novara con il Gala Concert, con protagonisti d'eccezione Franco D’Andrea Octet in “INTERVALS” e Gianluca Petrella in “COSMIC RENAISSANCE”,  davvero "imperdibili!" e ai 'concerti' Fringe.

 

Il Gala Concert vede protagonisti Franco D'Andrea e Gianluca Petrella con due progetti straordinari che esemplificano la sperimentazione e la ricchezza di stili delle varie generazioni del jazz italiano, prevede un biglietto minimo d'ingresso, acquistabile presso la biglietteria del Teatro Coccia oppure sulla biglietteria online.

 

Il programma musicale della European Jazz Conference 2019 non finisce qui e il calendario prevede anche una serie di Fringe Concerts aperti anche a coloro che non sono iscritti alla conferenza e ad ingresso libero, al Piccolo Coccia di Novara e in altri affascinanti luoghi della città.

 

Calendario:

• mercoledì 11 settembre, ore 21:30 - 22:15 - Piccolo Coccia

FRINGE: Eloisa Manera "Duende"

• mercoledì 11 settembre, ore 22:15 - 23:00 - Piccolo Coccia FRINGE: Mirko Signorile "Trio Trip"

• giovedì 12 settembre, ore 22:30 - 23:15 - Piccolo Coccia FRINGE: WE3 (Francesco Chiapperini, Luca Pissavini, Stefano Grasso)

• giovedì 12 settembre, ore 23:15 - 00:00 - Piccolo Coccia FRINGE: Raffaele Casarano & Mirko Signorile

• venerdì 13 settembre, ore 23:00 - 23:45 - Teatro Coccia FRINGE: Roberto Ottaviano "Eternal Love"

• sabato 14 settembre, ore 09:30 - 10:00 - Basilica di San Gaudenzio FRINGE: Marco Colonna solo (nella foto)

• sabato 14 settembre, ore 21:30 - 22:15 - Piccolo Coccia FRINGE: XY Quartet (Nicola Fazzini, Alessandro Fedrigo, Saverio Tasca, Luca Colussi)

• sabato 14 settembre, ore 22:15 - 23:00 - Piccolo Coccia FRINGE: Andrea Grossi "Songs & Poems"

• sabato 14 settembre, ore 23:00 - 23:45 - Piccolo Coccia FRINGE: Enzo Favata "Crossing Quartet"

• domenica 15 settembre, ore 13:00 - 13:45 - Chiostro della Canonica del Duomo FRINGE: con Federica Michisanti "Horn Trio"

 

Our mailing address is: info@novarajazz.org

Novara Jazz - Via Mameli 8 - Novara.

*

- Politici

Bla, bla, bla … Conte-ntiamoci!?

Bla, bla, bla … Conte-ntiamoci ! ? ! ? !?!?!?!?

 

E due. Bugia + bugia (al governo del paese) non fa 2 bugie, bensì confeziona una ‘farsa’ senza ritegno che ci saremmo risparmiati volentieri. D’altro canto un perdente + perdente (all’opposizione) non fa 2 perdenti, consegue piuttosto una volgare demagogia politica.

 

Con ciò la democrazia s’avvia alla sua apostasia finale, al tradimento definitivo della supremazia popolare in fatto di governo, assicurando con ciò, e senza possibilità di smentita, lo ‘sfascio’ ideologico-politico di una realtà democratica sovrana che chiede un confronto reale; sia sul piano economico, che guardi alle misure di crescita e di sviluppo, che alle politiche sul lavoro e al debito pubblico; sia rivolto al welfare e alla cultura, così come alla ricerca e alla salute, tematiche queste che destano molta preoccupazione negli italiani, prima ancora che in Europa e nel resto del Mondo.

 

La ‘nuova intesa’, (che nuova non è perché se ne favoleggia da tempo), non è apprezzabile né convincente sotto nessun punto di vista, per mancanza di quella ‘dignità’ necessaria al ricambio reciproco da entrambe le parti: di chi sta-va al governo e di chi si affaccia ex-novo a governare. C’è da chiedersi dove sta andando questo paese? Dove ci porterà questa nuova gestione tanto approssimativa?

 

Quale forza di contrattazione politica potrà avere l’Italia in Europa? Allorché assistiamo alla sottomissione della sovranità nazionale alle politiche discriminanti di ‘comici’ sovranazionali e/o dei ‘poteri forti’ che occultamente governano il paese.

 

Perché, per quanto si metta la testa sotto la sabbia, di questo si tratta, anche quando si invoca il ‘diritto al voto’ dei cittadini, mentre, in realtà, si vota in parlamento ‘a scrutinio segreto’ per ogni singola proposta (bugiarda e ingannevole), sui ‘giochi’ decisi e consumati nelle stanze segrete del Parlamento, e nel mancato rispetto della Costituzione.

 

“Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati!”

 

È durante questo ‘vuoto governatorato’ che qualcuno si dice molto preoccupato delle ‘nuove politiche’, mentre altri decidono ‘a tavolino’ quali sono le priorità necessarie a risolvere la crisi istituzionale in corso, senza misurarsi e/o confrontarsi con le piazze reali e con il voto popolare. Ma chi andrà per primo a comprare il gelato, chi ci metterà la faccia, e chi si drogherà della maggioranza dei voti? E' ancora tutto da verificare.

 

Perdere la faccia o mantenere la poltrona (?) è diventato ormai il gioco di società più in voga, in cui i politici (da una parte e dall’altra) credono di farla franca, senza aver chiesto prima il prezzo del ‘cono’ che pretendono ‘ad ogni costo’ di far loro. Benché sappiano che alla chiamata alle urne gli italiani talvolta hanno uno scatto isterico di sana ribellione.

 

E non presentandosi alle urne (o meglio ancora votando scheda bianca), il 'popolino' come lo chiamano loro, potrebbe capovolgere la situazione e così facendo, infilargli il ‘cono’ nel c..o, stravolgendo tutte le loro aspettative. E ben gli starebbe, perché il problema in realtà è un altro, come da sempre accade, sono proprio loro, i signori politici (si fa per dire) che poi finiscono per prenderci gusto.

 

L’interrogativo vero è se riusciranno a sacrificare le proprie ‘ambizioni velleitarie’ di ‘potere assoluto’, che mettono gli uni contro gli altri, smarcando definitivamente il Nord dal Sud, dopo le promesse (e che promesse!) fatte: sia di carattere assistenziale, sia di attuazione di servizi e di risorse che (secondo loro) dovrebbero assicurare non più la semplice sopravvivenza, ma la restituzione al Sud della ‘dignità della vita’.

 

La chiamata alla piazza da parte delle future opposizioni può avere un senso se indirizzata a contrastare alcune ‘irregolatezze parlamentari’ che, a loro volta, i politici di tutte le fazioni hanno attuate pro-loro, ogni qual volta che hanno occupato gli scranni del Parlamento, senza tener conto che su quelle poltrone, li ha  messi quel ‘popolino’, come lo chiamano loro, che ‘svegliandosi’ potrebbe tornare ad alzare la mannaia in Piazza del Popolo (la bella piazza della capitale) e far cadere le tanto prezzolate teste di c... che, dopo essersene dette di tutti i colori, adesso si scambiano i favori.

 

Conte-ntiamoci … ma anche no. Grazie.

 

*

- Politica

’Bla, bla, bla ...cercasi leader disperatamente’

“Bla, bla, bla … cercasi leader disperatamente”

Peccato che sia finita la cenere, altrimenti avremmo assistito a uno spolvero straordinario sul capo di molti parlamentari fintamente pentiti che oggi si recano a Canossa. Li avrei osservati piacevolmente piangere lacrime amare … per i lasciti sanciti dal nuovo corso della politica fallimentare che hanno messo in atto.

Spiacevolmente i Talebani fermano il passo a quanti si prostrano contriti sulla via di Damasco impedendo loro di bagnare di lacrime le strade del deserto che, tanto faticosamente, hanno contribuito a sollevare con le loro azioni distruttive … ma ciò che si è consumato sul ‘vuoto’ politico non può che risolversi nel ‘nulla’ istituzionale.

Né l’una né l’altra ipotesi però sta in piedi, poiché, mancando un autentico ‘leader’ che la storia nazionale richiede, il sipario rischia di non apririsi sulla scena, lasciando che la platea in parlamento si azzuffi … mentre, dietro le quinte, i così chiamati ‘protagonisti’, si scambiano le casacche politiche, i belletti e i lustrini da prime donne.

Chi si arrufferà i capelli e le idee; chi li tingerà per ringiovanirsi inseguendo le proprie bugie; chi spalancherà gli occhi ‘vuoti’ sul mondo del lavoro; chi perseguirà la propria arroganza e volgarità al servizio di quanti non si sono mai realizzati nella vita; e/o che stringendo le immagini religiose dichiara apertamente la sua blasfemia.

La verità è invece più imbarazzante, nessuno di loro, non avendo la stoffa del ‘leader’ si lanciano in promesse meravigliose quanto assurde: lavoro, giustizia, famiglia, aiuti sociali, accordi internazionali, denaro (pro –loro) ecc. ecc. … “abbiamo sconfitto la povertà”.

Ma si avverte quanto le promesse dei nuovi ‘messia’ suonino false alle loro stesse orecchie, tant’è che se le rimangiano spesso e le sostituiscono con altre che non porteranno mai a conclusione … i cosiddetti ‘partiti del fare’, non considerando la carenza delle disponibilità economiche, semplicemente, non faranno un bel niente.

Arriviamo così alla “Caduta dell’Impero Romano”, dopo gli insulti reciproci, gli attacchi personali, le minacce giuridiche, gli approcci confusi e le conraddizioni con la stampa e nei talk-show TV … che hanno dato uno spettacolo scandaloso di un’Italia ‘stracciona e cialtrona’, resa ancor più indecente da una conduzione politica volgare.

La “Caduta” è infine arrivata più che aspettata, cercata, voluta, inevitabile. Le cause sono sotto gli occhi di tutti; la ragione, se di ragione può dirsi, è che non sembra fermarsi. Sembra che il fondo non sia ancora stato toccato ma che non sia poi così lontano … aspettiamoci di peggio.

Se quello che si sta prospettando si attuerà, ben presto finiremo nel panico istituzionale, e assisteremo a connubi insoliti quanto improponibili; il ‘minestrone politico’ che non abbiamo ancora digerito, lascerà il passo al rigurgito di tipo influenzale … a livello nazionale e la ‘gente’, più che mai decisa, abbandonerà le urne in massa delusa.

La convalescenza potrebbe essere lunga se non si trova, fin da subito, un ‘personaggio’ altolocato, politicamente preparato, giuridicamente trasparente, che va cercato disperatamente quanto immediatamente …

Ma dov’è? Se mi guardo attorno, non vedo nessuno.

*

- Cinema

Cineuropa a Locarno - intervista a Fabrice du Welz

CINEUROPA NEWS : LOCARNO 2019 Piazza Grande

Fabrice du Welz • Regista di Adoration: "Sono un regista istintivo. Lavoro rozzamente, sul momento”.

Intervista di Aurore Engelen.
16/08/2019 - Cineuropa ha incontrato Fabrice du Welz in occasione della prima internazionale del suo nuovo film, Adoration, nella Piazza Grande di Locarno
Adoration, che chiude la trilogia di Fabrice du Welz dopo Calvaire e Alleluia, questa volta è ambientato nelle Ardenne ed enfatizza l’amore dissennato di un giovanotto semplice e innocente per una giovane ragazza psicotica. Il regista belga segue la fuga folle di Paul e Gloria, diventati inseparabili. Lo abbiamo incontrato in occasione della prima internazionale nella Piazza Grande del Locarno Film Festival.

Cineuropa : Il tuo giovane eroe, Paul, vive intensamente e in maniera assoluta una storia d’amore che sembra sfuggire al suo raziocinio.

Fabrice du Welz : L’idea era di approcciare questa storia nella maniera più semplice e viscerale possibile. Sono giovani ragazzi che devono affrontare emozioni troppo grandi per loro, e vi si perdono. Durante l’adolescenza le storie d’amore ci annientano, la sensazione di essere innamorati è totale. Ho voluto trattare l’amore come un risveglio spirituale che tende al misticismo.

Detesto il realismo nel cinema, nonostante io ami l’iperrealismo. Ciò che sto cercando è una sorta di astrazione, in tutto. Cerco di spingere i codici del film drammatico verso qualcosa che è tanto astratto quanto fisico.
Ma allo stesso tempo è un film in cui mi sono messo a nudo molto più di quanto faccia di solito. Di norma mi nascondo un po’ dietro il grottesco e a scene sanguinolente. Qui c’è stato un reale desiderio di purificazione. Il film si affida interamente a questo ragazzo, tutto è visto da una prospettiva in prima persona, con lo sguardo di un essere gentile e innocente. Qualcuno che è profondamente buono.

Con Paul è la prima volta che si trova un soggetto così gentile al centro della tua storia. L’accesso alle emozioni è una cosa che ho ricercato per tanto tempo. Ho sentito che era il momento di provare qualcosa di nuovo, di superare la mia timidezza. I grandi registi che amo, da Bergman ad Almodóvar, sono quelli che non esitano a fare uso della propria intimità, delle proprie emozioni private, per farne dei film. Lo trovo ammirevole, ma allo stesso tempo mi spaventa. In un certo senso mi trovo a un incrocio con questo film. Ho bisogno di misurare me stesso con qualcosa di più semplice, e di mettermi a rischio.

Mentre il film si sviluppa avviene una sorta di rovesciamento: i due adolescenti sono sempre meno reali?

I miei film trattano sempre di frontiere. Andiamo da un ciclo a un altro, è più difficile orientarci, le cose diventano quasi spettrali. Ciò che mi interessava era farle evolvere in un paradiso, poi in un purgatorio e poi in uno spazio infernale, sino a una specie di liberazione che è soggetta all’interpretazione di ogni spettatore.
Hai un approccio molto strutturato durante le riprese. Giri a 360 gradi, quanto più vicino possibile ai corpi degli attori, a cui dai molte indicazioni durante ogni ripresa.
Lavoro come un artista visivo. Abbiamo inquadrato il film e utilizzato molto lo zoom. Non riesco a non vivere le sequenze, ho bisogno di essere un attore. Sono proprio lì con gli attori, e lavoro insieme a loro. Bè, a volte mi agito davvero troppo, forse mi manca un po’ di distanza! Ammiro i registi cerebrali che sanno visualizzare l’organizzazione di tutto. Ma io son un regista istintivo. Lavoro rozzamente, sul momento. Ho bisogno di rimpastare il materiale, il discorso con i miei attori, di dargli una spinta qua e là, di vivere qualcosa con loro.

La colonna sonora e la direzione artistica del film hanno particolarmente risalto all’inizio dei titoli di coda. Perché?

Il nostro intento con Adoration era quello di realizzare un film che sarebbe ritornato al realismo poetico degli anni ‘30 e ‘50 del secolo scorso, quando il cinema francese produceva grandi film di genere: Cocteau, Carné, Franju, Melville…
Oggi questo è un genere completamente scomparso in Francia. Il cinema di genere attualmente è legato al cinema americano, al cinema di sfruttamento degli anni ‘70. E ci siamo dimenticati che, negli anni ‘50, in Francia c’era un genere florido: il realismo poetico. Persino a casa, in Belgio, prima dei fratelli Dardenne, c’era André Delvaux. Abbiamo voluto fare un film che si sbarazzasse della patina americana di genere, e che non avesse paura di finire nella poesia. A tale scopo, avevamo bisogno di collaboratori che andassero in quella direzione. Sul set, il trio tra la messa in scena, gli scenari e la direzione fotografica era forte.

Io sono ossessionato dalle cose che risplendono, che hanno consistenza. A volte mi sconvolge vedere il cinema che guardano i nostri figli. Forse sono io che sto diventando un vecchio imbranato, ma è tutto patinato, freddo. Credo che gli scenari abbiano un’anima. E che quest’anima si mostri, in un modo o nell’altro, nel film. Tutto ciò deve essere orchestrato visivamente, e nella musica. Specialmente in questo caso, dato che ci occupiamo delle scintille dell’amore. Il cinema è un’arte profondamente sensuale, c’è la bellezza delle ambientazioni, delle emozioni, della natura.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
In autunno girerò il mio nuovo film Inexorable. Sarà caratterizzato da un’unità di tempo, spazio e azione. Tutto si svolge nella stessa casa. È la storia di una coppia, uno scrittore senza successo e una donna che si prende cura di ogni cosa per lui e che ne è perdutamente innamorata. Un giorno, una donna di 20 anni, fastidiosa e turbolenta, farà tutto ciò che può per entrare nella casa. L’idea è di fare un thriller, più cerebrale, ma che possa solo essere uno studio del personaggio.
Sinossi:
Il dodicenne Paul vive con sua madre nell’istituto dove lei lavora come infermiera. Quando incontra Gloria, decide di fuggire con lei...

titolo originale: Adoration
paese: Belgio, Francia

rivenditore estero: Memento Films International
anno: 2019
genere: fiction
regia: Fabrice du Welz
durata: 98'
sceneggiatura: Fabrice du Welz, Vincent Tavier, Romain Protat

cast: Thomas Gioria, Fantine Harduin, Benoît Poelvoorde, Laurent Lucas
fotografia: Manu Dacosse
montaggio: Anne-Laure Guégan
scenografia: Manu Demeulemeester
costumi: Florence Scholtes, Christophe Pidré
musica: Vincent Cahay
produttore: Manuel Chiche, Violaine Barbaroux, Vincent Tavier
produzione: Panique, The Jokers, Savage Film
supporto: Centre du Cinéma et de l’audiovisuel de la Fédération Wallonie-Bruxelles (BE), Eurimages
distributori: Imagine, The Jokers, Adok Films


*

- Cinema

Locarno - Festa del Cinema in Piazza Grande


Con CINEUROPA a LOCARNO 2019 Piazza Grande / Cineasti del presente / Moving Ahead / Fuori concorso / Semaine de la critique.

La Piazza Grande di Locarno tra film d’autore e grande pubblico
articolo di Muriel Del Don.

17/07/2019 - La 72esima edizione del Locarno Festival vede presenti numerosi film europei nelle sezioni parallele ma anche sulla prestigiosa Piazza Grande:

“C’è anzitutto la sfida della Piazza Grande che abbiamo affrontato con la volontà di farne un trait d’union tra intense visioni d’autore e il grande pubblico”, ecco cosa ci dice Lili Hinstin, la nuova direttrice de Locarno Film Festival, che a desvelato oggi il programma della nuova edizione del festival (leggi la news sul concorso internazionale), a proposito della programmazione della prestigiosa Piazza locarnese. Una volontà quella di Hinstin di toccare la sensibilità del grande pubblico ma anche di stuzzicare l’appetito di cinefili sempre più esigenti alla ricerca di qualità ma anche e soprattutto di novità.
Presenti sulla Piazza Grande film che spaziano dal genere thriller psicologico quale Instinct della regista olandese Halina Reijn, all’action movie angosciante 7500 di Patrick Vollrath (presenti a Locarno con il suo primo film) passando dal genere film giudiziario con il franco belga La Fille au bracelet di Stéphane Demoustier (news), senza dimenticare la sana e rigenerante comicità di Valérie Donzelli che presenterà Notre Dame.

Impossibile non citare anche l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino (presentato a Cannes) Once Upon a Time… in Hollywood. Numerosi per non dire maggioritari i film europei che sfileranno sulla Piazza Grande, segno della diversità e qualità di una cinematografia decisamente in buona salute: gli italiani Magari di Ginevra Elkann (film d’apertura) e Il Nido di Roberto De Feo, la produzione francese Camille di Boris Lojkine, il cortometraggio franco svizzero New Acid di Basim Magdy e la coproduzione belgo francese Adoration di Fabrice Du Welz, la commedia svizzera Die fruchtbaren Jahre sind vorbei di Natascha Beller e le produzioni venute dalla Gran Bretagna Days of the Bagnold Summer di Simon Bird e Diego Maradona di Asif Kapadia.

Per quanto riguarda l’attesa programmazione della sezione Cineasti del presente, Lili Hinstin sottolinea la volontà di spaziare nella selezione “di opere estreme, spesso al confine tra cinema documentario e finzione, che inventano un nuovo modo di fare cinema e ci fanno guardare il mondo da una diversa prospettiva”. Numerose in effetti le opere sorprendenti di registi pronti a rompere gli schemi : l’opera seconda dell’attrice Jeanne Balibar Merveilles à Montfermeil, Space Dogs di Elsa Kremser e Levin Peter che da voce al primo cane (Leika) mandato sulla luna, fino al surreale e incisivo film svizzero Love Me Tender di Klaudia Reynicke. Altro sorprendente film svizzero presente è L’île aux oiseaux del duo Maya Kosa e Sergio da Costa.

Anche per questa sezione locarnese ritroviamo numerose produzioni e coproduzioni europee: Here For Life di Andrea Luka Zimmerman e Adrian Jackson (Gran Bretagna), Ivana the Terrible di Ivana Mladenović (Romania/Serbia), gli italiani L’apprendistato di Davide Maldi e The Cold Raising the Cold di Rong Guang Rong, la coproduzione belgo francese Overseas di Yoon Sung-a ma anche 143 rue du désert di Hassen Ferhani (Algeria/Francia/Qatar), Oroslan di Matjaž Ivanišin (Slovenia/Repubblica Ceca) e The Tree House di Minh Quý Trương (Singapore/Vietnam/Germania/Francia/Cina).

La sezione dedicata al cinema di ricerca ha cambiato nome diventando quest’anno Moving Ahead, omaggio a Jonas Mekas (e al suo film As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty del 2000), scomparso il 23 gennaio del 2019. Lo spirito e gli obiettivi rimangono però immutati e le opere selezionate sempre destabilizzanti, sperimentali e innovative. Forte anche qui la presenza europea grazie ad opere di registi confermati ma anche di giovani leve: Black Hole di Emmanuel Grimaud e Arnaud Deshayes (Francia), Color-Blind del regista sperimentale Ben Russell (Francia/Germania), In Memoriam di Jean-Claude Rousseau (Francia), la coproduzione tra Gran Bretagna e Tailandia Krabi, 2562 del famoso artista e cineasta Ben Rivers e Anocha Suwichakornpong, Ralf's Colors di Lukas Marxt (Austria/Germania/Spagna/Francia), The Giverny Document (Single Channel) di Ja’Tovia M Gary (Stati Uniti/Francia), la coproduzione tra Cina e Germania The Invisible Hand di Omer Fast, Those That, at a Distance, Resemble Another di Jessica Sarah Rinland (Gran Bretagna/Argentina/Spagna) e Un film dramatique del francese Eric Baudelaire.

Piazza Grande
Magari – Ginevra Elkann (Italia/Francia) (film di apertura)
Lettre à Freddy Buache - Jean-Luc Godard (Svizzera) (cortometraggio, 1982)
New Acid – Basim Magdy (Francia/Svizzera) (cortometraggio)
La Fille au bracelet – Stéphane Demoustier (Francia/Belgio)
7500 – Patrick Vollrath (Germania/Austria)
Greener Grass – Jocelyn DeBoer, Dawn Luebbe (Stati Uniti)
Once Upon A Time… In Hollywood – Quentin Tarantino (Stati Uniti)
Coffy – Jack Hill (Stati Uniti) (1973)
Notre Dame – Valérie Donzelli (Francia/Belgio)
Die fruchtbaren Jahre sind vorbei – Natascha Beller (Svizzera)
Instinct– Halina Reijn (Paesi Bassi)
Memories of Murder – Bong Joon-ho (Corea del Sud) (2003)
Camille – Boris Lojkine (Francia)
Days of The Bagnold Summer – Simon Bird (Gran Bretagna)
Diego Maradona – Asif Kapadia (Gran Bretagna)
Il Nido – Roberto De Feo (Italia)
Adoration – Fabrice Du Welz (Belgio/Francia)
Cecil B. Demented – John Waters (Stati Uniti/Francia) (2000)
To the Ends of the Earth – Kiyoshi Kurosawa (Giappone/Uzbekistan/Qatar)
Cineasti del presente
143 rue du désert - Hassen Ferhani (Algeria/Francia/Qatar)
Nafi’s Father – Mamadou Dia (Senegal)
Ham On Rye – Tyler Taormina (Stati Uniti)
Here For Life – Andrea Luka Zimmerman, Adrian Jackson (Gran Bretagna)
Ivana the Terrible – Ivana Mladenović (Romania/Serbia)
L’apprendistato – Davide Maldi (Italia)
L’Île aux oiseaux – Maya Kosa, Sergio da Costa (Svizzera)
La paloma y el lobo – Carlos Lenin (Massico)
The Cold Raising the Cold – Rong Guang Rong (Italia)
Love Me Tender – Klaudia Reynicke (Svizzera)
Mariam – Sharipa Urazbayeva (Kazakistan)
Merveilles à Montfermeil – Jeanne Balibar (Francia)
The Tree House - Minh Quý Trương (Singapore/Vietnam/Germania/Francia/Cina)
Oroslan - Matjaž Ivanišin (Slovenia/Repubblica Ceca)
Overseas – Yoon Sung-a (Belgio/Francia)
Space Dogs – Elsa Kremser, Levin Peter (Austria/Germania)

Moving Ahead
(Tourism Studies) – Joshua Gen Solondz (Stati Uniti) (cortometraggio)
A Topography Of Memory – Burak Cevik (Turchia/Canada) (mediometraggio)
Black Hole – Emmanuel Grimaud, Arnaud Deshayes (Francia)
Color-Blind – Ben Russell (Francia/Germania) (mediometraggio)
Distancing – Miko Ravereza (Stati Uniti) (cortometraggio)
In Memoriam – Jean-Claude Rousseau (Francia) (cortometraggio)
Kasiterit – Riar Rizaldi (Indonesia) (cortometraggio)
Krabi, 2562 – Ben Rivers, Anocha Suwichakornpong (Gran Bretagna/Tailandia)
Lore – Sky Hopinka (Stati Uniti) (cortometraggio)
Ralf's Colors – Lukas Marxt (Austria/Germania/Spagna/Francia)
Osmosis – Zhou Tao (Cina)
Swinguerra – Barbara Wagner, Benjamin de Burca (Brasile) (cortometraggio)
The Giverny Document (Single Channel) – Ja’Tovia M Gary (Stati Uniti/Francia) (cortometraggio)
The Invisible Hand – Omer Fast (Cina/Germania) (cortometraggio)
Those That, at a Distance, Resemble Another [+] – Jessica Sarah Rinland (Gran Bretagna/Argentina/Spagna)
Un film dramatique – Eric Baudelaire (Francia)
Fuori concorso
Arguments – Olivier Zabat (Francia)
Baghdad In My Shadow – Samir (Svizzera/Germania/Gran Bretagna/Iraq)
Etre Jérôme Bel – Sima Khatani, Aldo Lee (Francia)
Felix In Wonderland – Marie Losier (Francia/Germania) (mediometraggio)
Giraffe – Anna Sofie Hartmann (Germania/Danimarca)
La Sainte Famille – Louis-Do de Lencquesaing (Francia)
Le Voyage du prince – Jean-François Laguionie, Xavier Picard (Francia/Lussemburgo)
Non è sogno – Giovanni Cioni (Italia)
Prazer, camaradas! – José Filipe Costa (Portogallo)
Under The God – Dino Longo Sabanovic, Ana Shametaj, Pier Lorenzo Pisano, Valentina Manzoni, Zhannat Alshanova, Ariel Gutiérrez Flores, Giulio Pettenò, Salvator Tinajero, Hayk Matevosyan, George Varsimashvili, Arthur Theyskens, Alex Takàcs, Naomi Waring, Grieco Rafael, Anna Spacio (film collettivo realizzato sotto la supervisione di Béla Tarr) (Svizzera)
Wilcox – Denis Côté (Canada)
Wir Eltern – Eric Bergkraut, Ruth Schweikert (Svizzera)
De una isla – José Luis Guerin (Spagna) (cortometraggio)
Lonely Rivers – Mauro Herce (Spagna/Francia) (cortometraggio)
Mi piel, luminosa – Nicolás Pereda, Gabino Rodríguez (Messico/Canada) (cortometraggio)
Nimic – Yorgos Lanthimos (Germany/United Kingdom/Stati Uniti) (cortometraggio)
San Vittore – Yuri Ancarani (Italia/Svizzera) (cortometraggio)
Sapphire Crystal – Virgil Vernier (Francia/Svizzera) (cortometraggio)
Semaine de la Critique
The Euphoria of Being - Réka Szabó (Ungheria)
Adolescentes - Sébastien Lifshitz (Francia)
Another Reality - Noël Dernesch, Olli Waldhauer (Germania/Svizzera)
Der grüne Berg (The Green Mountain) - Fredi M. Murer (Svizzera) (1990)
Lovemobil - Elke Margarete Lehrenkrauss (Germania)
Murghab - Martin Saxer, Daler Kaziev, Marlen Elders (Germania)
Notha -ye- mesi yek roya (Copper Notes of a Dream) - Reza Farahmand (Canada/Iran)
Shalom Allah - David Vogel (Svizzera)

‘Magari’
di Kaleem Aftab
07/08/2019 - Locarno apre con un’emozionante storia dal gusto popolare, diretta da Ginevra Elkann, sui figli del divorzio.

Il film di apertura della 72° edizione del Locarno Film Festival è una storia famigliare raccontata squisitamente. Magari [+] di Ginevra Elkann descrive una moderna famiglia italiana attraverso gli occhi di una bambina di sei anni di nome Alma (Oro De Commarque). Alma è una narratrice inaffidabile, più interessata ai propri sogni che alla realtà. Mentre sogna a occhi aperti durante un sermone in una chiesa ortodossa, ha due cose per la testa: il cibo, e vedere i suoi genitori biologici insieme nello stesso posto. Con una divertente voce fuori campo, Alma racconta di come i genitori si siano separati quando aveva un anno. Passati altri cinque anni, sua madre Charlotte (Céline Sallette) sta progettando di trasferirsi con la famiglia da Parigi al Canada.
Prima che partano davvero, però, Charlotte manda Alma e i suoi due fratelli maggiori, Jean (Ettore Giustiniani) e Seba (Milo Roussel), a passare il Natale a Roma con il padre biologico Carlo (Riccardo Scamarcio). Mentre Alma è una narratrice inaffidabile, di Carlo semplicemente non ci si può fidare. È più interessato alla sua sceneggiatura, e alla co-sceneggiatrice Benedetta (Alba Rohrwacher), piuttosto che alla cura dei figli. Dopo il loro arrivo la prima cosa che fa è andare in visita alla casa di produzione in cui sta pitchando un film, nel cui cast spera che partecipi Marcello Mastroianni. Finito l’incontro, scarica i figli dai suoi genitori increduli.

In lui c’è un tocco del George Bailey di James Stewart, in quel suo fallire nel non considerare la famiglia più importante del lavoro, specialmente sotto Natale. Ma questo film tratta dei tre figli e di come fanno i conti con il fatto di esser parte di una famiglia divisa: Jean, il fratello di mezzo, ama giocare con il Game Boy, mentre Seba sente il peso di essere il più grande. Un aspetto ragguardevole del film d’esordio di Ginevra Elkann è il modo in cui mantiene la narrazione immersa nella realtà, mentre la narratrice sfocia continuamente nella fantasia. Qui non ci sono fantasmi, solo una vita meravigliosa. Si deve credere a tutto ciò che accade? Alma non vede i difetti di Carlo. Per tutta la sua breve vita ha sognato di far ricongiungere i genitori, ed è anche disposta a bere un bicchiere di urina del fratello per far sì che questo avvenga. O no?
L’ossessione di Alma è divertente perché è evidente che i suoi genitori non siano fatti l’uno per l’altra. Benedetta, la nuova musa di Carlo, è molto più adatta a lui anche se è una bugiarda cronica che ruba vestiti di seconda mano. Il suo guardaroba suggerisce che abbia un certo gusto per l’abbigliamento vintage, così come per gli uomini vintage. Benedetta va d’accordo con i figli di Carlo e addirittura porta in vacanza per un giorno Seba: una vacanza destinata a finire male.

Sebbene Scamarcio e la Rohrwacher siano all’altezza della loro magnifica reputazione, grazie a delle interpretazioni piene di sfumature e piccole stravaganze, è Oro De Commarque nel ruolo di Alma a rubare la scena.

La regista Elkann dimostra un’incredibile capacità di maneggiare temi pesanti in modo leggero. Le osservazioni di Alma e i dialoghi sono sistematicamente divertenti. Alcune scene sono un po’ un cliché ma si dimenticano facilmente una volta arrivati al gran finale, che si svolge attorno al tavolo della cena sotto il sole romano. Nel corso del film ci sono miriadi di osservazioni raffinate che elevano situazioni semplici, in particolare quando le donne della vita di Carlo condividono una sigaretta in macchina. Attenendosi a una struttura classica, addirittura il cane domestico ne esce premiato. È il film divertente, leggero e sentimentale sul divorzio che si stava aspettando senza saperlo.

'Magari' è una coproduzione italo-francese, prodotta da Wildside con RAI Cinema, e coprodotta da Tribus P Films e Iconoclast Films. La vendite internazionali sono gestite da RAI Com.

L'INTERVISTA DI CINEUROPA di Davide Abbatescianni.

Davide Maldi • Regista di L’apprendistato
“Nei miei lavori parto sempre dallo studio di un rito antico e ne cerco una trasposizione nella società di oggi”

08/08/2019 - Abbiamo intervistato Davide Maldi e parlato del suo ultimo film L’apprendistato, il quale segue il difficile percorso di formazione di un gruppo di studenti di un collegio alberghiero
Abbiamo colloquiato con Davide Maldi, regista del documentario L’apprendistato [+] in concorso nella sezione Cineasti del Presente del Festival di Locarno di quest’anno. La nostra conversazione si è soffermata sui protagonisti della pellicola, sul processo di ricerca ed osservazione che ha portato alla realizzazione del documentario, nonché sui temi dell’adolescenza, delle disciplina e del lavoro.

Cineuropa: Il suo film segue il duro apprendistato di Luca Tufano e dei suoi compagni, studenti di un prestigioso collegio alberghiero. Perché è importante raccontare questa storia oggi?

Davide Maldi: Volevo trovare un contesto reale nel quale un ragazzo era portato ad accelerare il suo processo di crescita imparando da subito un lavoro. L’Istituto alberghiero mi è sembrato il luogo adatto dove muovermi perché la professione del cameriere è fatta di regole e disciplina col fine di servire il cliente. Imparare a quattordici anni le regole del mondo del lavoro mi è sembrato inusuale. Luca proviene da un piccolo borgo di montagna, ha un animo selvaggio e libero e ho scelto lui come protagonista perché attraverso la sua esperienza potevo raccontare meglio le difficoltà nell’apprendere la professione a quell’età.

Nel film la disciplina ed il rigore sono elementi centrali. Che significato hanno per lei queste due parole nel mondo odierno, specialmente per i più giovani?

Disciplina e rigore sono parole austere e forti oggi, lontane dalla vita comune. Nel film il maître/insegnante della scuola esige disciplina e rigore perché sono elementi alla base del mestiere ed è diretto e onesto con i suoi alunni. Non prende in giro l’adolescente, bensì lo tratta da adulto e lo mette di fronte alle proprie responsabilità, con possibilità di riuscita o fallimento, perché la vita che lo aspetta sarà faticosa.

Qual è stato il suo approccio registico sul set? Per quanto tempo ha seguito i soggetti e com’è riuscito a guadagnarsi la loro fiducia?

Ho passato molto tempo nella scuola senza filmare, osservando solo lo svolgimento delle lezioni. Ho atteso per poi essere più sicuro. Volevo realizzare un film che trasmettesse nella regia e nell’estetica un rigore vicino a quello della scuola e del mestiere. Lo spettatore vive questa storia attraverso l’esperienza di Luca. Mi sono sempre posto dalla parte degli alunni, instaurando col loro un rapporto di fiducia e complicità che ha permesso poi di lavorare in piena sintonia. Ho cercato di fargli capire che non ero né un docente e né li volevo giudicare idonei o meno alla scuola o alla vita.

Quali sono stati i principali ostacoli, tecnici e umani, riscontrati nel corso della lavorazione del film?

In realtà, ambientare il film all’interno di un istituto mi ha facilitato molto. Solitamente lavoro da solo, quindi muovermi e agire in un luogo così circoscritto in solitaria è più facile. Mi sembrava di avere sempre tutto sotto controllo grazie anche alla lunga preparazione fatta. Le difficoltà sono state nel mantenere vive e salde le relazioni umane, come con Luca e i suoi compagni, capire il loro linguaggio e rispettare i loro codici.

Quali temi le piacerebbe trattare in futuro nel suo lavoro cinematografico?

Nei miei lavori parto sempre dallo studio di un rito antico e ne cerco una trasposizione nella società di oggi. Mi piace unire alla realtà elementi legati al sovrannaturale. Non mi sento un documentarista classico: mi piace avere il controllo di ciò che faccio lasciando aperta la porta all’imprevisto. In futuro mi piacerebbe realizzare un film di fantascienza, una fantascienza accennata, sottile ed educata e sempre in relazione con la realtà.

Al momento sta lavorando su altri progetti?

L’apprendistato è inteso come secondo capitolo di una trilogia sull’adolescenza, iniziata con il film precedente, Frastuono, e che proseguirà con un altro lavoro, più strutturato, legato a un fallimento familiare, il tutto visto sempre attraverso gli occhi e l’esperienza di un ragazzo. Ho incominciato a fare ricerca per capire dove e come sviluppare il lavoro ma sono ancora agli inizi.

Sinossi.
D'ora in avanti i capelli devono essere corti e ben pettinati, le unghie devono rimanere pulite e le dita non devono diventare gialle per la nicotina. Il lavoro impegnerà molto sia mentalmente che fisicamente, il consiglio che viene dato è quello di venire il meno possibile influenzati dall'atmosfera festaiola che regna attorno. Queste sono alcune delle regole che Luca, un quattordicenne timido e dall'animo selvaggio, deve imparare a rispettare per sopravvivere all'interno del collegio Alberghiero.


titolo internazionale: The Young Observant
titolo originale: L’apprendistato
paese: Italia
anno: 2019
genere: fiction
regia: Davide Maldi

durata: 84'
sceneggiatura: Davide Maldi, Micol Roubini

cast: Luca Tufano, Mario Burlone, Lorenzo Campani, Enrico Colombini, Cristian Dellamora, Damiano Oberoffer, Ernesto Alberti Violetti

fotografia: Davide Maldi
montaggio: Enrica Gatto
musica: Freddie Murphy, Chiara Lee
produttore: Gabriella Manfrè, Davide Maldi, Micol Roubini, Fabio Scamoni
produttore esecutivo: Gabriella Manfrè, Micol Roubini
produzione: Invisibile Film, L'Altauro, Red House Produzione



*

- Arte

I Cinque Sensi della Pinacoteca di Brera

Il museo non ha un senso?
Alla Pinacoteca di Brera ne abbiamo cinque!

Grazie all’ingegno e alla passione di Lorenzo Villoresi, uno dei “nasi” più famosi al mondo e fondatore a Firenze del primo museo italiano del profumo, è stato infatti possibile introdurre in Pinacoteca il primo passo in un avventuroso percorso sensoriale, capace di stimolare la parte più profonda delle nostre emozioni, restituendoci gli odori e le fragranze di un mondo di per sé impalpabile e volatile.

Raggiungendo l’Adorazione dei Magi di Gaudenzio Ferrari esposta nella sala X, si possono ora incontrare, accostandosi a un apposito diffusore, le note acri dell’esotica mirra, come ugualmente intense e coinvolgenti suoneranno le dolci note del Lilium candidum, a disposizione tra le didascalie dedicate alla Madonna della Candeletta di Crivelli nella sala XXII. E a breve anche l’incenso sarà “annusabile”.

Si completa così lo spettro di coinvolgimento sensoriale che ha in parte caratterizzato il rinnovamento del museo: dal connubio di note e dipinti proposto con il programma Brera/Musica, al vedere tramite la parola del progetto “Descrivedendo”, alla percezione tattile offerta da alcune didascalie tessili che permettono ai visitatori di accarezzare dal vivo i pregiati tessuti dipinti nelle opere (i damascati di Crivelli e presto il raso di seta della fanciulla in blu dipinta da Hayez nel suo famosissimo bacio), fino alle voci del menu creativo ispirate ai capolavori di Brera del Caffè Fernanda, parte integrante del museo non solo dal punto di vista stilistico e architettonico e divenuto in breve un punto di eccellenza nella realtà milanese.

La Pinacoteca di Brera copre dunque con questa intrigante introduzione al mondo delle fragranze e degli odori i cinque sensi nell’intento di coinvolgere il visitatore in un’esperienza in cui il “vedere”, l’”osservare” diviene un momento di contemplazione sociale della bellezza, della natura e del suo rifiorire, attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi.

Immagine, dettaglio
Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo, Ansovino e Gerolamo (Madonna della Candeletta)
Carlo Crivelli - 1488 – 1490

Ferragosto con Brera/Musica
Come ogni terzo giovedì del mese torna l’appuntamento musicale della Pinacoteca, grazie alla collaborazione con il Maestro Clive Britton. Una serata in musica con i giovani musicisti della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado per celebrare il dialogo tra le arti e il dialogo tra i musicisti e il pubblico. In occasione del 210° compleanno della

Pinacoteca l’ingresso è gratuito.
Orario: Dalle ore 18.00 alle 22.15 (chiusura biglietteria ore 21.40)

Dove: Pinacoteca di Brera
Ingresso: gratuito

Dalle 18 alle 22.15 al costo di 3 euro sarà possibile ammirare l’intera collezione, visitare le splendide sale riallestite e, nello stesso tempo, ascoltare gli allievi della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado.

Come sempre la serata musicale offre al pubblico l’occasione di ammirare l’intera collezione, visitare le splendide sale riallestite e naturalmente ascoltare i giovani interpreti, che si collocheranno in diverse sale all’interno della Pinacoteca: la scelta del programma, anche per gennaio, scaturisce dalle emozioni suggerite dai dipinti.
Gli studenti saranno inoltre disponibili a rispondere alle domande del pubblico, in un inconsueto, dinamico scambio tra le arti.
Nella Sala 8, grazie al generoso appoggio di Yamaha, si potranno ascoltare alcuni brani eseguiti al pianoforte.

In Mostra: DEL ’900 A BRERA

Da Boccioni a Carrà, da de Pisis a Morandi, da Modigliani a Sironi fino a Picasso.
100 delle opere più amate della Pinacoteca, appartenenti alle collezioni e donazioni Jesi e Vitali, sono di nuovo esposte nel cuore del museo, al centro dei saloni napoleonici, nelle sale IX e XV e nel deposito a vista della sala XXIII.





*

- Musica

Omar Pedrini in ’Timoria’ - Belluno

Belluno di Sera - Giovedì 8 agosto 2019 dalle ore 21:30 alle 23:30

Omar Pedrini in "Timoria (viaggio senza vento)"
giovedì 8 agosto 2019 - Piazza dei Martiri | Belluno
ingresso gratuito.

Omar Pedrini sarà in tour durante l'estate 2019 per riproporre dal vivo “Viaggio Senza Vento”, lo storico album dei Timoria uscito nel 1993.
Il desiderio di riportare sui palchi “Viaggio Senza Vento” è maturato in Omar dopo aver constatato con quale affetto ed entusiasmo i fan hanno accolto l’edizione celebrativa per il 25° Anniversario del disco concepito e composto principalmente da Omar Pedrini, uscita lo scorso 26 ottobre per Universal Music. Proprio durante il mini tour instore di presentazione della reissue di “Viaggio Senza Vento”, infatti, Omar ha incontrato il suo pubblico, che ha richiesto a gran voce altri appuntamenti per rivivere e celebrare dal vivo lo storico concept album dei Timoria.
Esclusa la possibilità di una reunion della band, sarà “il capitano della nave” a riportare sui palchi brani come “Senza Vento”, “Sangue Impazzito”, “Piove” e molti altri. Il Viaggio di Joe raccontato in questo concept album continua, 25 anni dopo, ad emozionare i fan storici dei Timoria, ma anche a farsi conoscere dalle generazioni successive, confermando il proprio posto tra i dischi che hanno fatto la storia della musica italiana.

*

- Poesia

’Arcana memoria dell’acqua’ - premio ’Opera Prima’

'Arcana memoria dell'acqua' Premio 'Opera Prima' 2019 a Giorgio Mancinelli - Cierre Grafica / Anterem Edizioni.

 

Riflessione critica di Giorgio Bonacini: 'Scrivere con l'acqua'.

 

Ci sono luoghi, forme, figure, elementi, mondi che da sempre appartengono alla storia dell’immaginazione umana: archetipi che rappresentano il vero e reale farsi di ogni vita fondando il nostro essere, in quanto materia di natura e sostanza pensante. Se poi questo viene sentito come corpo sensibile e mentale, fisico e tangibile, e si trova dentro un’elaborazione poetica, allora la scena che si apre si muove in un territorio vastissimo, indefinibile e nello stesso tempo pertinente e inequivocabile, per effetto della diramazione di un senso diffuso, oltre il significato evidente. E l’acqua, nel caso specifico, è il costituente primo (e primordiale) che ci designa e ci nutre, nella cui esperienza configuriamo la nostra bio-grafia.

 

In questa raccolta di poesie (distinte per titoli, ma che si può dire formino un’unica ode) Giorgio Mancinelli svolge un canto per l’acqua e con l’acqua, attraverso una sapiente ondulazione avvolgente, in cui la scrittura poetica, segnata dal fluire di un dire il cui movimento è vocale e interiormente consonante, nasce da un respiro che ondeggia nell’estensione liquida che ne designa l’ambiente e ne disegna l’orizzonte di veduta. Anche visivamente (e non è un dato secondario, perché in poesia forma-sostanza-struttura aderiscono in un unico lavoro di significanza testuale) i versi si presentano, nella loro necessaria quanto voluta mancanza di punteggiatura (puntini di respiro sospensivo a parte), e di lettere maiuscole (tranne i nomi propri) come qualcosa che scorre – dopo un precedente e sconosciuto inizio – proprio come un fiume: non con linearità, ma con svolte, arresti e sospensioni lì dove si “protrae il tratto di blu”, verso una conclusione ulteriore.

 

Un estremo non pronunciato, forse indicibile o inimmaginabile, forse toccato dopo “la morte per esempio”, prova a chiedersi l’autore, nel mutismo pensieroso, inquieto e perplesso che non propone risposte. Né potrebbero esserci, quando le domande sono la sintesi di una meditazione che interroga se stessa, consapevole che ogni risposta è solo un piccolo brandello di sapere per l’intelletto inquieto e nostalgico. Nondimeno l’acqua, in tutte le sue modalità d’esistenza, anche immateriali (perché immaginative, ma non meno reali) è ciò che può sostenere - inarcando l’andamento della voce o rivolgendosi al silenzio - la linea del poema, partendo da un gesto propulsivo che dà origine a un moto sostenuto da una doppia natura: l’esperienza che trae da una visione emotiva e concettuale multipla (acqua di mare, di fiume, ma anche di nuvola) e la parola che, scrivendone, giunge a inarrivabili sviluppi, tra svolgimenti, pieghe, ricadute e tutto ciò che la scrittura nutre, concerne e sente.

 

Prendono così si forma architetture liquide che solo una mente in atto di lirica coesione può concepire: rendendo reale anche la figurazione impressa e fuggevole nello sguardo del miraggio. Ma è proprio da qui, da questa frattura che si crea, tra ciò che il poeta estrae da una realtà grezza e la riparazione estetica ed etica che il pensiero ispirato opera a partire da quella apparenza, un nuovo modo di rappresentare che è immagine, metamorfosi e sogno: musica visiva di una “possibile/impossibile sopravvivenza”. Certo, questo attraversamento che s’insinua, s’immerge e risale fluttuando tra la realtà e le sue metafore, potrebbe rischiare di portare la parola ad accarezzare il sollievo di una pacificazione con l’attrito del mondo.

 

Ma l’autore che pure a volte sfiora, (come anche nella vita accade, forse per sfinitezza o per momentaneo segno di tenerezza verso il mondo) “una pacata speranza di luce”, è però attento a non farsi sorprendere e avvolgere, perché sa che la poesia deve aprire varchi, sgranare la voce trasportando l’immedesimazione percettiva (si può essere “mare e gabbiano” nello stesso momento) fino al punto estremo in cui sembra avvenga una rottura insanabile: dove il mare diventa deserto, la schiuma d’acqua un vento di sabbia e le ombre appaiono insormontabili dune. È solo così, però, in questo continuo mutamento, che la parola poetica si fa pensiero di lacerazione e ricostruzione, complessità e semplicità: ossimori esistenziali necessari per ridisegnare il sintagma delle onde, il gocciolare delle sillabe. E anche se non sempre il testo manifesta in superficie questo stato di fibrillazione, è il suo “spostarsi silenzioso” che Giorgio Mancinelli muove nell’ oscurità di una tensione interna, modificando incessantemente l’armonia e la disarmonia del mondo in poesia.

 

Ed è proprio in questa forza che penetra il tentativo ineludibile di raggiungere la propria forma spuria (perché la poesia non ambisce a purezza intoccabile) di un dire essenziale che possiede e sente la memoria, pur nella dimensione arcana del dolore umano dove “urla straziate si levano” fra le turbolenze naturali che tremano quando “sussulta il mare/in solitario pianto”. È questa esondazione sofferente ci ricorda quanto la poesia sia costante domanda che indica un sovvertimento: non chiarezza, seppur elusiva, e nemmeno nascondimento, ma un intenso andirivieni che, antecedendo il prima, va oltre il dopo, senza mai sapere se si sta “andando o tornando dall’eterno oblio”.

 

Sono questi scorrimenti, queste fuoriuscite di correnti del corpo-mente che trasportano i linguaggi nel loro formarsi e deformarsi, tra le onde foniche che sollecitano e a volte rigurgitano i sensi di un sentimento a cui il poeta prova a dare una direzione. Un tragitto la cui modificazione, nonostante sia sempre irreversibile (come avverte l’autore in modo energico), non ha mai lo stesso inizio, mai la stessa fine. Così, ciò che rimane è la contraddizione vitale di un “limite impraticabile” che ci “rivela tutto il suo incanto”.

 

Dalla silloge poetica di Giorgio Mancinelli - Cierre Grafica / Anterem Edizioni 2019 - Premio 'Opera Prima' collana di poesia a cura di Flavio Ermini.

 

'arcana memoria dell’acqua' … Urubamba - Perù

 

ricordo di un fiume che scorreva lento

anzi lentissimo

e tutti scendemmo dal treno fermo nella valle

lungo la rotaia che costeggiava la sponda

qualcuno prese un sasso e lo gettò nell’acqua

altri s’inginocchiarono con religiosa mestizia

intenti a pregare protèsi come per bere

sussurrarono al fiume una supplica

o forse una cantilena dai poteri magici

e comunicare all’acqua inenarrabili segreti

una giovane donna rimasta in solitaria attesa

si chinò sfiorando con le labbra

l’acqua limpida trasparente del fiume

vi bisbigliò un messaggio

capace di risvegliare gli spiriti ancestrali

che lo custodisse fin oltre il possibile

negli alvei delle profondità nascoste

e lo portasse al suo perduto amore

dovunque - disse

fin dove giunge l’arcana memoria dell’acqua

 

'squarci di cielo'

 

come somigliano a stralci di poesie quegli squarci di cielo azzurri

che al diradarsi del buio sembrano spalancare

momenti di un’alba ritrovata

allorché gabbiani lunghi al volo inseguono la linea marcata

dell’orizzonte

e quelle vele bianche rigonfie di vento

come assomigliano alla rinnovata speranza del domani …

e quelle nuvole astanti allineate sulla tela di fondo

sospese come volute di panna e caramello

che pure tengono alla luce che s’indora

nell’ora del mattino prima del levar del sole

quando già s’apre al risveglio la palpebra stanca

nel sogno avverato d’esser tornata alla vita …

eppur quasi che l’acqua specchiata del mare

s’intorbida a sprazzi

e in altri lascia spiare il buio delle profondità

ove acquattate sul fondo giacciono dormienti le deità marine

che gli occhi splendenti di sale

riflettono di lacrime vive

a proseguire la grande corsa dell’onde sulla sabbia

prima di morire

 

'maree'

 

ho viaggiato a lungo sul limitare del mare

affrancando nei porti le bianche vele della giovinezza

lì dove il susseguirsi delle maree

mi conducean nell’avventura dei giorni

allorché l’adulta età ritrovasse il canto delle onde

ove appresi a conoscere

al cambiare di sponde altri luoghi e altre genti

nel giubilo danzante della vita

tutte diverse eppur tutte uguali

creature che nell’insieme avevano concepito

un’unica velleità di sopravvivenza

altresì compresi che il canto poteva farsi preghiera

levata al misterioso Iddio che s’ovvede

d’ogni cosa dell’andamento umano

ciò che all’arbitrio reclama il continuo riscatto

d’una cercata felicità

che di maree la vetusta età ricolma

allorché lasciata la sponda amica all’onda ritorna

a ritrovare l’altra che d’apprima avea lasciata

sì che la senile età delle burrasche e delle tempeste

solo ricordar vuole le nuvole che

come bianche vele un dì vide passare

sul limitare dell’immenso mare.

*

- Musica

Woodstock ’69 - Ernesto Assante


Accade ad Altroquando‎ - Woodstock '69 by Ernesto Assante

Via Del Governo Vecchio 82, 83
Roma

Chiama 06 6889 2200

www.altroquando.com

GIU22 sabato dalle ore 19:30 alle 22:30
Woodstock '69 - Ernesto Assante

Libreria artigianale con birre indipendenti e cinema, fotografia, tandem, architettura, magneti, graphic novel, locandine, live music.

Come spiegare il festival di Woodstock a cinquant'anni di distanza e a quanti non hanno avuto la fortuna di parteciparvi? Il concerto che ha cambiato la storia del rock, e di un'intera generazione, non si conclude nelle immagini d'epoca che ci restituiscono la visione dei 500mila giovani giunti a Bethel da ogni angolo del mondo.

In questo libro, curato dal giornalista e critico musicale Ernesto Assante e pubblicato dai tipi di White Star Libri, saranno proprio alcuni dei protagonisti di quei giorni indimenticabili a prendere voce, attraverso le interviste esclusive che l'autore ha realizzato nel corso della sua carriera.

Come se non bastasse, Roberto ci porterà dei veri cimeli dell'evento: biglietti del festival, giornali d'epoca, libri vari.
Per rivivere, anche grazie alle straordinarie immagini d'epoca che accompagnano il volume, il più grande evento rock della storia, i tre giorni di musica, trasgressione e di libertà che segnarono quell'agosto del 1969 e ancora fanno risentire la loro eco.

'Altroquando'
la piattaforma è nata per condividere e rendere disponibili i cataloghi e gli eventi, e per questo ci servono altri fondi per implementare funzioni come:
- l'unificazione delle tessere fedeltà
- il collegamento con le biblioteche
- l'e-commerce

Vogliamo aggregare un pubblico ampio intorno a questo tema per rafforzare l’idea che le librerie indipendenti non sono solo negozi in cui si comprano libri, ma sono presidi culturali, sono i luoghi in cui si accoglie e si include, sono isole in cui ci si incontra, in cui si scambiano idee, in cui si cresce.
Rilanciamo insieme il ruolo delle librerie indipendenti, dei librai, dei libri e della cultura!"

SALVA LE PAROLE, SALVA IL MONDO.

Librerie di Roma è una rete di 40 librai romani che si sono uniti per collaborare, condividere e sostenersi a vi...

Storia
Librerie di Roma è una rete di 40 librai romani che si sono uniti per collaborare, condividere e sostenersi a vicenda.
Lo sapevi che tra il 2010 e il 2016 hanno chiuso il 12% delle librerie italiane e la lettura è calata dell'11%?
Nonostante questo, abbiamo deciso di non chiudere e di mettere insieme le nostre idee e le nostre risorse. In un anno abbiamo fatto moltissimo, ma per continuare sulla strada tracciata fino a oggi abbiamo bisogno del sostegno di tutti voi!
Abbiamo costruito una piattaforma (www.libreriediroma.it) in modo che i lettori possano trovare facilmente i libri che cercano e gli eventi a cui vogliono partecipare.
Ora dobbiamo mettere a punto le ultime funzionalità e per farlo abbiamo bisogno della collaborazione di tutti!"

Tra le vendite online, le grandi catene di librerie, i pochi lettori e diversi altri fattori, la situazione delle librerie indipendenti è a dir poco critica.
E quindi cosa succede? Le piccole librerie indipendenti chiudono e i giganti editoriali crescono.
L’obiettivo di Librerie di Roma, allora, è quello di coinvolgere il maggior numero di persone a sostegno di queste realtà culturali senza le quali i quartieri e i territori sarebbero sicuramente più poveri.
Anche perché oggi se ci guardiamo indietro, ci rendiamo conto che in pochi mesi abbiamo fatto moltissimo.
Nell'ultimo anno, abbiamo organizzato più di 2.000 presentazioni di libri e incontri con autori, più di 200 corsi di formazione, quasi 500 concerti di musica live, più di 500 incontri per ragazzi nelle nostre librerie e nelle scuole.

Sono solo numeri? Per noi è molto di più.

Per noi questi numeri significano che abbiamo condiviso, coinvolto, conosciuto, significano che ci abbiamo messo cuore e passione, che abbiamo amato ogni momento di questo impegno costante e che vogliamo continuare a lavorare.
Utilizzeremo i fondi raccolti per continuare a offrire in modo capillare ai quartieri di Roma in corsi di formazione multitematici, laboratori didattici, incontri con autori, concerti e spettacoli.

Ma non solo! Perché la piattaforma è nata per condividere e rendere disponibili i cataloghi e gli eventi, e per questo ci servono altri fondi per implementare funzioni come:
- l'unificazione delle tessere fedeltà
- il collegamento con le biblioteche
- l'e-commerce

Vogliamo aggregare un pubblico ampio intorno a questo tema per rafforzare l’idea che le librerie indipendenti non sono solo negozi in cui si comprano libri, ma sono presidi culturali, sono i luoghi in cui si accoglie e si include, sono isole in cui ci si incontra, in cui si scambiano idee, in cui si cresce.

Rilanciamo insieme il ruolo delle librerie indipendenti, dei librai, dei libri e della cultura!

La cultura ci rende liberi, la cultura salverà il nostro mondo.
________________________________________
Paola Di Blasi • 15 giugno 2019

*

- Arte

Grazie Maestro - mostra-evento su Modigliani


Grande Evento alla Pinacoteca di Brera.

Grazie Maestro!

"La stagione di Ettore e Fernanda"
Ettore Modigliani fu direttore della Pinacoteca di Brera dal 1908 al 1935, soprintendente della Lombardia dal 1910 al 1935 e organizzatore della mostra più importante sull’arte antica italiana a Londra nel 1930. Modigliani ha anche avuto il privilegio di vivere in prima persona alcuni esaltanti momenti professionali, come l’esposizione a Brera della Gioconda di Leonardo da Vinci (1913) (link a Brera Story Quando Modigliani dormì con la Gioconda), il recupero delle opere d’arte trafugate dall’Austria all’Italia (1920), il grande riordino della Pinacoteca Braidense (1925) e la fondazione dell’Associazione degli Amici di Brera (1926).

L’incontro con Fernanda Wittgens
Il rapporto di Modigliani con Fernanda Wittgens, fu uno dei più importanti nella storia di Brera. Si incontrarono per la prima volta nel 1928 quando lei arrivò come assistente a soli 25 anni e lavorarono insieme per diciannove anni collaborando anche per la mostra londinese del 1930.
Nè posso, in una occasione come questa, tacere dello spirito di organizzazione
della signorina, spirito di cui ottima prova anche durante la preparazione
e il corso della mostra di antica arte italiana a Londra nel 1930;
sì che l’opera sua, venuta a conoscenza del Governo britannico,
fu premiata con una onorificenza; onorificenza che solo in straordinarissime
circostanze è conferita ad una donna, per di più, straniera.

Per concludere: io posso in piena coscienza dichiarare all’on. Commissione
che se si fosse oggi al punto di giudicare un concorso a un posto non di Ispettore,
ma di Direttore, il mio giudizio e la mia dichiarazione
di maturità e di merito, circa la signorina, non muterebbero.

12 aprile 1933.
Lettera alla Sovrintendenza all’arte Med. E Mod. Milano di Ettore Modigliani.

E ancora lei fu al suo fianco durante la ricerca e il successivo acquisto del capolavoro, ora esposto alla Pinacoteca di Brera, di Caravaggio La cena in Emmaus.
Modigliani sta sulle piste di un quadro insegue (un Caravaggio)
col quale gli Amici di Brera potrebbero fare splendida figura.
Ella [sa come] ´è cosa ardua e delicata, conviene per ora
non parlarne, specialmente a Chierici e Moratti.
Quando sarà sicuro che si tratta di un Caravaggio
e che lo si può avere, verrò da Lei a darle spiegazioni
e a concretare il piano per conquistare il quadro.

24 ottobre 1938
Lettera di Fernanda Wittgens al Senatore Ettore Conti di Verampio, Presidente degli Amici di Brera.

Modigliani era un direttore di talento e in Fernanda Wittgens trovò qualcuno al suo stesso livello
Qualcuno che pensava come lui, che condivideva i suoi dubbi, che risolveva problemi difficili, che lo proteggeva dall’indignazione e dall’irritazione provocata dai limiti degli altri con le critiche schiette che solo un’amica vera può muovere.
L’esilio
Insieme affrontarono anche gli anni difficilissimi in cui Modigliani, di origini ebraiche, fu costretto a lasciare Brera (1935) proprio una settimana prima della pensione e fu trasferito all’Aquila per gli effetti delle leggi razziali.

1936
Appunto durante l’inizio delle indagini del Giudice istruttore
il Ministro De Vecchi m’inferse il colpo della defenestrazione
in Aquila.

Non c’era da temere assai che esso potesse influire
sul Magistrato, perché la Magistratura giudica su fatti
e non su chiacchere, ma c’era da temere, e gravemente,
che l’opinione pubblica italiana legasse quelle accuse
alla mia altrimenti inesplicabile punizione,
e finisse per dubitare della mia rispettabilità.
E questo mi straziava il cuore.
[…]
Tutto fu tentato contro di me all’udienza, forti dell’appoggio
di Roma: dalle insinuazioni alle invettive plebee lanciatemi
contro dai due luminari del foro – uno, un magno gerarca fascista –
e punteggiate ad ogni istante, per smontarmi,
dagli scherni e dalle prevedibili grida:
“Lei è stato cacciato da Brera! Cacciato da Brera!
..., alle “testimonianze” accattate dovunque e comunque.
Il magno gerarca non si peritò infatti dal portare in udienza
alcuni numeri del “Popolo d’Italia” in cui ero stato violentemente
attaccato per antifascismo a causa di un incidente avvenuto
un giorno a Brera, e dall’urlare che, in fondo,
il processo doveva essere considerato un processo politico.
[da Ettore Modigliani, Le Memorie, 1947]

Il Mentore
Durante il suo esilio forzato, Modigliani scrisse il classico di storia dell’arte, Il Mentore, volume che non potè firmare sempre a causa delle leggi razziali e che uscì nel 1940 a firma di Fernanda Wittgens.
Sul finire del ’38 il “Mentore” – poiché mi parve opportuno che anche dal titolo
il volume rilevasse subito il suo fine di fornire i primi insegnamenti scientifici
per orientarci nel campo della materia – era finito e in gran parte composto
nelle sue più che seicento pagine.
Ma scoppiarono le leggi razziali e apparve la conseguente impossibilità di attuare
qualsiasi provvidenza per una diffusione: non esposizione nelle vetrine,
non una recensione, non pubblicità di alcun genere, non uso del libro
nell’insegnamento scolastico, insomma il vuoto pneumatico di una pubblicazione
stampata alla macchia, e perciò il fallimento del volume.[…]

E allora?
Doveva rabberciare la situazione una cara amica mia e della mia famiglia,
una valorosa scrittrice d’arte, la Dott. Fernanda Wittgens, la quale,
animata sempre dal desiderio di alleviare la sorte di un perseguitato e mossa anche
da un qualche sentimento di gratitudine per quel tanto che forse ella poteva
avere appreso al mio fianco nei lunghi anni d’ispettorato a Brera, si offerse
di nascondere col suo il mio nome sul libro, come qualche altro
aveva già fatto in casi simili per le leggi razziali.

Incurante del rischio, cui ella si esponeva, di dover pagare almeno col suo posto
a Brera la sua generosità e del fatto che ella si sarebbe preclusa la via
a partecipare più a concorsi per l’impossibilità, al tempo stesso, di presentare
e di non presentare quale titolo il “Mentore”; incurante del tormento
che avrebbe dovuto affrontare di vedersi eventualmente tributate lodi
per un opera non sua, non volle consentirmi di respingere un atto
di sì disinteressata bontà; accettai e il libro è apparso al pubblico col nome della Wittgens.

Soltanto chi ha udito di fronte a qualche giudizio di approvazione,
le proteste di questa nobile creatura che la spinsero in qualche caso
fino al punto di spiattellare la pericolosa verità, soltanto chi ha veduto
il suo volto sbiancarsi dinanzi a un telegramma, o a una lettera, o alla pagina
di un periodico con una recensione favorevole, può essere giudice di quel tormento,
prodotto di una raffinata sensibilità e originato da una onesta coscienza
intollerante del vestire le penne altrui...

A Fernanda Wittgens, verace amica nella favorevole e nell’avversa fortuna,
l’espressione del mio animo riconoscente.
[da Ettore Modigliani, Le Memorie, 1947]

Nel 1940 Wittgens partecipò e vinse un concorso ottenendo la nomina per la Pinacoteca di Brera: fu la prima donna in Italia a ricoprire tale incarico nel ruolo del personale dei Musei e Gallerie. Fernanda Wittgens continuò l’opera di Modigliani, informando costantemente il maestro.

“… Io combatto: anche se non potrò vincere avrò fatto il mio dovere.
Ma vi sono ore in cui la nausea mi soffoca!
Specialmente quando vedo la meschinità degli uomini”.

Lettera di Fernanda Wittgens a Ettore Modigliani, maggio 1945
Ed ora mi permetto di dirle il mio pensiero; e non sorrido se sarò forse un po’ troppo
nelle nuvole della spiritualità. Ci sono cose di cui non si ama parlare:
ma in fondo è triste pensare che un giorno si può anche scomparire senza
che le persone più care sappiano cosa si aveva nel fondo dell’anima.
[…] Badi, non è il luogo e l’ora che fanno meditare.
Qui intorno si chiacchiera come in un salotto;
e da due ora siamo qui senza provare alcuna emozione.

Lettera di Fernanda Wittgens a Ettore Modigliani scritta a proposito di Guerra e pace durante un allarme aereo [1943]

Inaugurazione della Pinacoteca di Brera ricostruita, in prima piano Fernanda Wittgens e il Ministro Gonella, 1950

La fine della guerra e la ricostruzione
Dopo la guerra e il ritorno di Modigliani a Milano, lavorarono insieme per ricostruire la Pinacoteca di Brera gravemente danneggiata dai bombardamenti.
E sta bene.
Voi bombardate e incendiate spietatamente le nostre città più illustri,
storiche e monumentali, anche perché, noi,
non siamo in grado di rispondervi, ammesso che volessimo farlo.
È - si dice - la legge della guerra, e fino a un certo punto
può essere vero se prendono per buoni i motivi
dei cosiddetti obbiettivi militari.[…]
Chi non sa quale rancore covi ancora a Venezia, dopo 28 anni,
per le scempio austriaco del prodigio Tiepolesco del soffitto
degli Scalzi, scempio che è ancora oggi additato
come un abominevole atto di barbarie?
E gli Scalzi erano a due passi della stazione ferroviaria;
ma la Filarmonica, ma S. Chiara, ma la Scala, colpita
dagli spezzoni incendiari, ma Brera, ma S. Ambrogio,
il Palazzo Reale Normanno e S. Simpliciano
e cento palazzi fra i più meravigliosi d’Italia?
No: questo no, mille volte no.

Caro Direttore Brandi,
Le chiedo perdono se mi permetto scriverLe, uscendo dal ranghi
della subordinazione con un accento di semplice ed umana verità.
Non vorrei che Ella pensasse ad uno scontro dell’ambizione
di Modigliani con l’ambizione di Pacchioni.
Non vi è mai stata ambizione in Modigliani, ma il senso altissimo
della responsabilità che ha ispirato tutta la sua vita e il suo lavoro,
e che lo ha spinto a supplicare il Ministero di provvedere subito
al restauro del ‘Cenacolo’: di valersi di un’esperienza concreta,
non idoleggiando chimerici tentativi per esporre nel frattempo
il cimelio a prove che non furono - per grazie di Dio -
ma potevano essere mortali…

Non è ambizione quella di Modigliani, ma passione.
Pura.
Modigliani è ormai lontano da queste vicende.
Egli si sta lentamente spegnendo: saranno giorni o forse ore.
Sorriderebbe di questa mia lettera.
Ma io ho sentito il dovere di compiere quest’ultimo gesto
di lealtà verso chi è stato per anni maestro.
E sempre ci rimarrà esempio.
Scusa l’ardire.

18 giugno 1947
Lettera di Fernanda Wittgens a Cesare Brandi
Ettore Modigliani morì il 22 giugno 1947,
quattro giorni dopo questa lettera.
Fu la Wittgens che riaprì il Museo teatrale alla Scala, creato da Modigliani decenni prima e chiuso durante la guerra.

E ancora fu Fernanda Wittgens che finalmente inaugurò la Grande Brera in nome di Modigliani, il 9 giugno 1950, con tutte le trentotto sale completamente riallestite da Pietro Portaluppi.

In contrapposto, queste sale serene, accoglienti
intatto il tesoro della collezione Napoleonica
di pittura veneta e lombarda, possono darvi
la coscienza di quello che fu l’orrore della guerra
e di quella che é la vittoria spirituale della rinascita.
Un’altra voce doveva cantare questo miracolo:
la voce animatrice del suo primo artefice:
Ettore Modigliani.

9 giugno 1950
Fernanda Wittgens
Discorso pronunciato all’inaugurazione della Pinacoteca.

Dal momento in cui si conobbero, nel 1928, fino alla morte di Modigliani, nel 1947, il rapporto di Ettore Modigliani con Fernanda Wittgens – pur sempre platonico – crebbe ben oltre quello di semplice maestro e allievo.

Il rispetto e l'affetto che provavano l'uno per l'altra poteva solo essere chiamato amore.
Le tracce scritte del loro legame sono poche e nei lunghi anni di forzata assenza di Modigliani da Brera, ovviamente la loro corrispondenza era clandestina.
Tuttavia, il loro lavoro, guidato dall’amore comune
per la cultura, per Milano e per Brera, vive ancora davanti agli occhi di tutti noi!

Un ringraziamento speciale alla famiglia Pontremoli e a Marco Carminati.
Di prossima uscita, giugno 2019, il fumetto Ettore e Fernanda
di Paolo Bacilieri edito da Coconino Press/Fandango Editore.
Dalle Memorie di Ettore Modigliani (Biblioteca dell’Arte, Skira)
Design e sviluppo: Viva!

L'esposizione che si svolge su più sale fornisce una ricca documentazione fotografica degli interpreti e dei guasti della guerra, ma anche della ricostruzione che 'visitandola' è possibile seguire quali siano stati i lavori che l'hanno riportata alla sua immagine attuale. Quella che noi tutti apprezziamo ed amiamo, milanesi e no, come me che vi scrivo.

L’immagine.
Da sinistra, il maggiore Longden, il comandante Sturlese ed Ettore Modigliani sul ponte della «Leonardo da Vinci» carica di capolavori italiani per la mostra di Londra del 1930.





*

- Cultura

Nuovi spazi per la Cultura.

NUOVI SPAZI PER LA CULTURA.

 

"Passaggio a Sud-Ovest", diretta da Peppe Servillo. Arena del Fuenti con Paolo Fresu, Danilo Rea, Toni Servillo, Avitabile, Dee Dee Bridgewater e l'Orchestra di Piazza Vittorio con Mario Incudine.

 

"PASSAGGIO A SUD-OVEST"

La rassegna presentata a Salerno, a Palazzo Sant'Agostino, sede della Provincia, con l'Arena del Fuenti che ospiterà quest'estate, dal 28 giugno al 13 settembre 2019, nella prestigiosa location della Costiera amalfitana. La direzione artistica della manifestazione è affidata a Peppe Servillo, cantante, attore, compositore e voce storica degli Avion Travel e a Michelangelo Busco, direttore del teatro "Forma" di Bari e del Teatro Comunale "Fusco" di Taranto, che ha al proprio attivo l'organizzazione di moltissimi concerti in tutta Italia.

Sei gli appuntamenti in programma, tutti alle ore 21. Il primo concerto si terrà venerdì 28 giugno. Sul palco dell'Arena del Fuenti si esibiranno due dei più grandi talenti del jazz italiano: Paolo Fresu e Danilo Rea che, in "Duo 2019", spazieranno da brani di autori e cantautori italiani agli standard di jazz, per un'esibizione all'insegna di un dialogo musicale a forte vibrazione, che cattura per la sua grande generosità. La magia di Fresu e della sua tromba incontra i virtuosismi di Rea al pianoforte per uno spettacolo degno di un pubblico in cerca di forti ed indimenticabili emozioni.

Venerdì 5 luglio un evento straordinario: il grande attore Toni Servillo, vincitore di 5 David di Donatello, 4 Nastro d'Oro, 3 Ciak d'Oro e 2 European Film Awards, senza tralasciare l'Oscar come migliore film straniero assegnato a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino che lo ha visto protagonista assoluto della pellicola, sarà all'Arena del Fuenti con "Servillo legge Napoli", un sentito omaggio alla cultura partenopea, che l’attore rende immergendosi nella sostanza verbale di dieci poeti e scrittori che di Napoli hanno conosciuto bene la carne e il cuore.

Giovedì 18 luglio con la cantante americana Dee Dee Bridgewater, che proporrà al pubblico dell'Arena del Fuenti lo spettacolo "J'ai Deux Amours", ispirato a Josephine Baker. La cantante icona del jazz, vincitrice di Grammy e Tony Award, nel corso della sua folgorante carriera è stata custode della tradizione musicale ed esploratrice del jazz, del quale ha abilmente rivisitato i classici.

Dee Dee si è esibita con artisti del calibro di Max Roach, Sonny Rollins, Dexter Gordon e Dizzy Gillespie. Venerdì 26 luglio Peppe Servillo ed Enzo Avitabile presentano "Acoustic World". Enzo Avitabile, cantante, compositore e polistrumentista, ha nel sangue il Neapolitan Sound che ha abilmente rivisitato alla ricerca di un suono inedito e originale, contaminato dalle sue esperienze di studio, fatte di conservatorio, musica pop e ritmo afro-americano. Vincitore di due David di Donatello, ha collaborato con artisti pop e rock di tutto il mondo, da James Brown a Tina Turner, a David Crosby. All'Arena, con Avitabile, Gianluigi Di Fenza e Emidio Ausiello e l'inconfondibile voce di Peppe Servillo, special guest della serata.

Venerdì 9 agosto sarà il cantante Mario Incudine, con lo spettacolo "Mimì", a trascinare il pubblico sull'onda delle suggestioni e della nostalgia. Mimì è un viaggio da sud a sud, sulle note delle canzoni di Domenico Modugno, uno spettacolo denso di emozioni ideato da Sabrina Petix, per la regia di Moni Ovadia e Giuseppe Cutino: dedicato a chi desidera Volare ma non sempre sa di avere le ali per poterlo fare. Chiude la rassegna venerdì 13 settembre l'Orchestra di Piazza Vittorio con "OPV all'Opera", ovvero 12 straordinari musicisti e cantanti che, con la direzione artistica e musicale di Mario Tronco, propongono una versione del tutto nuova di alcune opere, come Il Flauto Magico, e il Don Giovanni di Mozart o la Carmen di Bizet, mettendo a nudo le composizioni liriche, esaltando le zone delle partiture di maggiore ispirazione popolare, per uno spettacolo di grande intensità.

 

Ufficio Stampa: Claudia Bonasi | tel. 339 7099353 | e.mail claudia@puracultura.it __________________________________________________________

 

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BERGAMO – DIPARTIMENTO DI LINGUA CULTURA E LETTERATURE STRANIERE

 

Presenta un seminario dal titolo "Le riviste Europee di Poesia e la Traduzione" il 23 Maggio 2019, introdotto e curato da Fabio Scotto.   Il seminario intende fare il punto sul ruolo e sull’importanza della traduzione tra le pagine delle riviste europee, soffermandosi in modo particolare sulle linee di poetica alla base dei criteri di selezione e il peso della traduzione negli indici. Le riviste selezionate sono tra le più significative nel panorama europeo: per "Anterem", una delle riviste europee di poesia invitate a partecipare ne parleranno Angela Urbano, Isabelle Raviolo, Elisa Primavera-Lévi, Fiona Sampson, Rafael Ballesteros, Pietro Taravacci, Lelio Scanavini, Francesco Fava, già promulgatori del CISAM (Centro Internazionale per gli Studi sulle Avanguardie e la Modernità), diretto da Flavio Ermini.

 

Per ulteriori informazioni e il Calendario dei lavori è possibile visualizzare il tutto sul sito :www.anteremedizioni.it/le_riviste_di_poesia_e_la_traduzione.

 

_______________________________________________________________

 

SILE JAZZ 2019 INFORMA:

 

L'uscita della rivista on-line, un'edizione dai grandi numeri di: "Suoni senza frontiere" - VIII edizione - 13 giugno / 28 luglio 2019.

Si festeggia l'ottavo compleanno di Sile Jazz con tante e importanti novità per il  nuovo traguardo: 42 musicisti provenienti da 13 paesi diversi; 16 concerti in 12 comuni coinvolti, la crociera nella laguna e - per la prima volta - nuovi percorsi di cicloturismo sulla pista ciclabile che costeggia il fiume e l'ospitalità nei ristoranti tipici con il menù dedicato, ricco di pietanze tradizionali del territorio.

Non "solo" musica quindi,  ma un vero porto di suoni "senza frontiere" che unisce le più nuove proposte musicali di tutto il mondo con la voglia e la curiosità di conoscere un territorio ricco di storia e di tradizioni che ha ancora il fascino dell'inesplorato: la meraviglia del Sile, dei paesi che lo circondano, dei centri storici e delle antiche Ville Venete.

Si può anche arrivarci in bicicletta, gustando i piatti tipici e rivivendo le antiche abitudini, allora è davvero un'esperienza (turistica, umana e artistica) unica!

 

R.S.V.P. - claragiangaspero@gmail.com - press@jazzareametropolitana.com -

+39 338 4543975

__________________________________________________________

 

VIETRI SUL MARE 2019: UN NUOVO SPAZIO PER LA CULTURA.

 

Si apre a Vietri sul Mare la nuova:

"Installazione del pontile per l'attracco dei traghetti, realizzazione della funicolare Vietri città e Marina e destinazione della ìTorre Vito Bianchi ad attività culturali. Sono stati questi gli argomenti principali dell'incontro che il candidato a sindaco di Vietri sul Mare, Giovanni De Simone, sostenuto dalla lista civica "Uniti per Vietri", ha tenuto lunedì scorso nella frazione della cittadina costiera.

"L'installazione del pontile consentirà di avere un maggior numero di presenze turistiche che, grazie alla fermata del traghetto anche a Marina, arriveranno da Salerno e dalla Costiera direttamente via mare. L'arrivo dei traghetti servirà anche a snellire il traffico che si crea da Vietri città in direzione mare.

Altro intervento, sempre per favorire lo snellimento del traffico di auto, è la realizzazione della funicolare Vietri città - Marina", ha affermato De Simone che ha illustrato anche la destinazione della Torre Vito Bianchi, acquisita di recente dal Comune di Vietri sul Mare. "Poche settimane fa ho firmato un accordo per l'acquisizione della Torre Vito Bianchi di Marina, di epoca vicereale. Così la nostra cittadina si dota di un nuovo prestigioso contenitore che avrà come destinazione le attività culturali".

Costruita dai Saraceni nel 1564, è stata negli anni più recenti utilizzata come edificio della Guardia di Finanza. Ora verrà restituita alla fruizione da parte di tutti i vietresi, dei turisti e di quanti vorranno utilizzare i servizi che l'edificio ospiterà, ha detto De Simone. "Creeremo nella Torre un'area da destinare a biblioteca e archivio comunale, uno spazio polivalente che possa ospitare convegni e mostre ed altre attività culturali, un servizio di book sharing e un info point con un museo multimediale dedicato al mare e alla storia dell'antica Marina. Nella Torre troverà spazio anche l'associazionismo: l'edificio storico diventerà un punto di attrazione turistico culturale, uno spazio al chiuso fruibile tutto l'anno che in questa frazione è più che mai necessario". Info e contatti:

 

e.mail: giovannidesimonesindaco@gmail.com

______________________________________________________________

 

PESCO SANNITA, ETHNOI 2019 -

 

"Festival delle minoranze culturali ed etnolinguistiche" diretto dal prof. Ugo Vuoso. Associazione puraCULTura - periodico on-line di conoscenze eventi press Editore: Direttore responsabile: Antonio Dura - Vietri Sul Mare (SA)tel. 0892867705 - mob. 3662596090 email: info@puracultura.it Stampa: Poligrafica Fusco.

 

ARTICOLI:

IL BORGO

CULTURE DI MINORANZA

IL CEICLE SEZIONI DEL FESTIVAL

LA FAMIGLIA MARAVIGLIA CUNTI, CANTI E FIABE

TAMMARO & POMPEO - UN PONTE TRA EUROPA E AFRICA

LE VOCI DIVERSE

PROGRAMMA ETHNOI 2019

 

“CULTURE DI MINORANZA”

Ethnoi nasce con l’intento di pro-muovere e valorizzare i patrimoni culturali immateriali delle cultu-re di minoranza. Sono dodici le minoranze etnolinguistiche rico-nosciute in Italia e tutelate dalla legge. Gli albanofoni o arbereshe sono oggi circa 100mila, diffusi in molti comuni dell’Italia meridio-nale, in corrispondenza dell’anti-co territorio del Regno delle Due Sicilie, punto di arrivo – fra il Quattrocento e il Settecento – di antiche migrazioni dall’Albania. San Marzano di San Giuseppe (Taranto) è un comune arbëreshë dalle antiche tradizioni espressive e coreutiche. Ethnoi, festival delle minoranze culturali ed etnolingui-stiche, progetto culturale promos-so dal Ceic - Istituto di Studi Stori-ci e Antropologici, è giunto ormai alla XII edizione e si tiene anche quest’anno a Pesco Sannita dall’8 al 12 maggio 2019.

Il Festival è nato nel 2007 a Greci (Av) ed ha mantenuto nel tempo il suo carat-tere di festival tematico e di appro-fondimento dedicato alle minoran-ze culturali ed etnolinguistiche. Nel corso della manifestazione si susseguono incontri, lezioni, ta-vole rotonde, laboratori, mo-stre, proiezioni, spettacoli teatrali, concerti dedicati all’enorme varie-tà di forme ed espressioni del pa-trimonio culturale immateriale che l’Unesco riconosce nelle arti dello spettacolo, nelle feste, nei saperi, nell’artigiana to, nei lavori tradi-zionali e, soprattutto, nel la lingua, veicolo fondamentale della cultura immateriale.

Ogni anno il festival conferisce il 'Premio internazionale Ethnoi' per i diritti dei Popoli. L’iniziativa è nata nell’intento di offrire in dono ad insigni personalità, enti o gruppi, l’artistica riproduzione dell’“uomo selvatico” – logo del nostro festival, nella elaborazio-ne scultorea in argenti vivo, opera del maestro Enrico Fiore –, quale riconoscimento pubblico (e del pubblico della manifestazione) per l’impegno da loro profuso a favore delle culture e dei popoli minoritari.

Il Premio è composto da tre sezioni: per la difesa dei di-ritti dei popoli indigeni e delle di-versità culturali; per la difesa dei diritti delle minoranze culturali, religiose ed etnolinguistiche; per la salvaguardia e la valorizzazio-ne dei patrimoni culturali immateriali.

I Premi Ethnoi sono stati assegnati a: Roberto De Simone, Cittadini di Lampedusa, Moni Ovadia, As-sociazione Manitese di Morcone, Pierfranco Bruni, Edizione Squi-libri di Roma, Associazione per i Popoli Minacciati di Bolzano, Ambrogio Sparagna.Antonio Michele, sindaco di Pesco Sannita, ospita il Festival Ethnoi, partecipando in prima persona alle numerose attività della kermesse culturale, convinto che la manife-stazione sia molto efficace per la valorizzazione e la promozione del piccolo borgo beneventano.

 

“CUNTI, CANTI E FIABE”

Il cuntista Fioravante Rea è uno dei protagonisti del Festival Ethnoi; ogni anno torna a Pesco Sannita per ammaliare bambini ed adulti con la sua narrazione magica. Autore, attore, regista, storyteller, esperto in teatro di figura, operatore e formatore di-dattico, sarà al Festival Ethnoi per “La tradizione dell’ascolto”, insieme ad Irene Isolani, Ciro Formisano e Mimmo Angrisano, giovedì 9 maggio alle ore 19,30, nell’ambito di Linguaggi / Tra-dizioni musicali, presso il Teatro comunale, nel segmento: I Teatri-ni presentano: suoni, canti e cunti. Venerdì 10 maggio l’attore andrà in scena per Linguaggi / Fabula, alle ore 17,00 al Teatro comuna-le. I Teatrini presentano: Le fiabe sono vere e non sono per bambini. Storie e racconti tradizionali nel-la narrazione di Fioravante Rea e Angela Dionisia Severino. Infine per Linguaggi / Fabula sabato 11 maggio, alle ore 16,00 al Teatro comunale “Cuntisti e storie di mare". La tradizione dei cuntisti, sempre a cura di Fioravante Rea.

 

Info e contatti: www.puracultura.it

*

- Cinema

Il cinema che aspettiamo di vedere.


Il cinema che abbiamo visto, che aspettiamo di vedere, che non avremmo voluto vedere sui nostri schermi.

In collaborazione con Cineuropa News

PRODUCERS ON THE MOVE 2019 Nadia Trevisan • Produttore, Nefertiti Film.
“Lavorare in una terra di confine mi ha portato a pensare ai progetti in un contesto internazionale”

Articolo di Camillo De Marco.
07/05/2019 - Abbiamo discusso con il produttore italiano Nadia Trevisan della sua esperienza e delle aspettative come Producer on the Move dell'EFP a Cannes
Nata dieci anni fa dall’incontro tra Nadia Trevisan e il regista Alberto Fasulo, la Nefertiti Film è una società di produzione cinematografica indipendente, radicata nel territorio del Friuli Venezia Giulia ma ormai inserita in un panorama cinematografico internazionale. Oltre ai titoli firmati da Fasulo, come Rumore Bianco, TIR, Genitori e il recente Menocchio - che è stato selezionato nel concorso ufficiale del 71mo Festival di Locarno - Nefertiti ha realizzato History of Love della regista slovena Sonja Prosenc, entrando in coproduzione con Slovenia (Monoo) e Norvegia (Incitus) e ha ora in cantiere un nuovo progetto con la Francia. Trevisan è stato selezionata per i Producers on the Move 2019 dell'European Film Promotion.

Cineuropa: TIR vinse l’edizione 2013 del Festival di Roma. Arrivando poi nelle sale, ha per così dire sdoganato il documentario in Italia, assieme a Sacro GRA, facendo conoscere ad un pubblico più largo il cosiddetto docufiction. Un grande merito nel difficile panorama della circolazione di alcuni generi.

Nadia Trevisan: Produrre TIR è stata un’esperienza formativa. Ancora oggi mi si chiede se sia un documentario o un film di finzione. Credo sia bello poter parlare semplicemente di film, un film che ha permesso di far conoscere una realtà sommersa sebbene sotto gli occhi di tutti, come il mondo dei camionisti. Dall’altra parte il gran parlare della critica, anche se non sempre favorevole nei confronti di questo film, ha permesso che si discutesse del film stesso e del suo autore Alberto Fasulo. A posteriori, dopo tanti anni, ti posso dire che il fatto che se ne sia parlato così tanto è perché ha scosso e smosso la critica, e di ciò non posso che esserne contenta.

Menocchio è stato un progetto finanziato e sviluppato attraverso importanti soggetti europei, come ad esempio EAVE, e con una Menzione speciale all’Eurimages Co-production Development Award. Ed è un film coraggioso e intenso, che forse non ha avuto la distribuzione che meritava. E’ uno storico problema dei film di qualità italiani. Qual è stata la vostra strategia?

Il film ha avuto un buon percorso produttivo che ha fatto crescere anche me come produttore, oltre che permettere al film di essere sviluppato e prodotto in un contesto internazionale. Non sono totalmente d’accordo nell’affermare che non ha avuto una distribuzione adeguata, almeno per quanto riguarda la distribuzione italiana. In questo caso abbiamo deciso di auto-distribuirlo. Siamo usciti in sala a fine ottobre 2018 e ad oggi il film è ancora nelle sale italiane. La strategia distributiva è stata cucita addosso al film, prendendosi cura di ogni minimo aspetto. Abbiamo seguito il processo distributivo sala per sala, accogliendo le richieste degli esercenti e condividendo con loro le modalità migliori di uscita per ogni singolo cinema. Le proiezioni sono state seguite dal regista o dagli attori principali nonché dagli storici, con cui si è aperto un interessante dialogo. Il riscontro del pubblico è stato molto positivo, e abbiamo trovato una grande partecipazione anche nei numerosi Q&A organizzati durante il tour.

Come società nata e attiva nel Friuli Venezia Giulia, Nefertiti Film ha una naturale predisposizione alla coproduzione con i Paesi dell’Est, e lo dimostra anche History of Love della slovena Sonja Prosenc. Uno dei prossimi progetti, Piccolo Corpo, è in coproduzione con la Francia. Ci parli di queste esperienze?

Piccolo Corpo è una co produzione con la Francia, ma siamo in attesa di avere risposte anche dalla Slovenia. History of Love è la prima coproduzione tra Slovenia, Italia e Norvegia. Menocchio è una coproduzione con la Romania. Vivere e lavorare in una terra di confine mi ha portato naturalmente a pensare ai progetti di Nefertiti in un contesto internazionale. Grazie anche al grande lavoro di internazionalizzazione fatta dal Fondo Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia, che assieme alla Film Commission FVG, ha permesso che un territorio come il nostro fosse al centro del panorama europeo. Dal punto di vista prettamente produttivo, credo che le coproduzioni internazionali siano altamente formative, perché ti obbligano a rapportati con realtà industriali diverse dalla nostre, e inoltre danno al film una visibilità e un respiro che altrimenti non avrebbe.

Quali sono le tue aspettative a Cannes come “Producer on the Move”?

Sono molto felice di essere stata selezionata per Producers on the Move. Ringrazio Istituto Luce Cinecittà per la possibilità che mi ha dato candidando me come produttore italiano. Sono onorata di poter condividere dei momenti con i colleghi produttori selezionati in questa edizione. Sicuramente avrò la possibilità di crescere professionalmente e di potermi confrontare con un alto livello di professionisti dell’industria cinematografica. Spero di aumentare ulteriormente la mia rete di contatti, e magari aprirmi a qualche nuovo progetto in coproduzione internazionale.


CANNES 2019 Marché du Film 'True Colours': nuovi titoli, direttamente dalla sala al Marché du Film.
Articolo di Camillo De Marco
08/05/2019 - Nel listino della società italiana di vendite internazionali a Cannes Il Campione, con Stefano Accorsi, e il prossimo film di Mario Martone, Il sindaco del rione Sanità
True Colours arriva al Marché du Film di Cannes 2019 con alcuni titoli freschissimi, alcuni dei quali stanno attualmente superando il test della sala: Il Campione di Leonardo D’Agostini, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema in associazione con 3 Marys Entertainment, è una dramedy a sfondo calcistico con Stefano Accorsi e Andrea Carpenzano che si sta avvicinando al milione d’incasso a due settimane dall’uscita con 01 Distribution. La commedia Ma cosa ci dice il cervello di Riccardo Milani, produzione Vision Distribution e Wildside con Sky e TIMVision, ha invece conquistato la vetta del box office nei giorni di Pasqua e si è assestato ora al quinto posto della top ten con 4.5 milioni di euro d’incasso.

Market Premiere al Riviera di Cannes anche per Croce e delizia, commedia dai toni LGBT diretta da Simone Godano con Alessandro Gassmann, Fabrizio Bentivoglio e Jasmine Trinca, prodotta da Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia e Groenlandia e distribuita in Italia da Warner Bros. Pictures a fine febbraio con un incasso di 1,2 milioni di euro in 9 settimane di programmazione.

Attesissimo il prossimo film di Mario Martone, che porta sul grande schermo la commedia in tre atti Il sindaco del rione Sanità del grande Eduardo De Filippo. Il film, prodotto da Indigo Film, vedrà nel cast Francesco Di Leva, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo e Massimiliano Gallo.

Viene proposto nella versione originale in lingua inglese l’horror psicologico In the Trap firmato da Alessio Liguori e co-prodotto da DreamWorldMovies e Mad Rocket Entertainment. Philip, un giovane correttore di bozze (Jamie Paul, Black Mirror), è intrappolato da due anni nel suo appartamento, torturato da un’entità malvagia che gli impedisce di uscire. Nel cast anche Sonya Cullingford (The Danish Girl) e David Bailie (The House That Jack Built).

Un’altra novità in listino è la riuscita commedia Bentornato Presidente! di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, sequel del campione d’incassi del 2013 Benvenuto Presidente! di Riccardo Milani (8,5 milioni di euro in totale e una candidatura agli European Film Awards). Il film prodotto da Indigo Film con Vision Distribution, che vede ancora protagonista Claudio Bisio, ha incassato nelle prime 5 settimane di programmazione 1,5 milioni di euro.

Tra gli altri titoli proposti da True Colours, 10 giorni senza mamma di Alessandro Genovesi, Il testimone invisibile di Stefano Mordini, Moschettieri del Re di Giovanni Veronesi, Un’avventura di Marco Danieli, Ti presento Sofia di Guido Chiesa, Genitori quasi perfetti di Laura Chiossone. La società di vendita italiana offre ai buyer del mercato cannense le proiezioni dei promo reel del prossimo film di Guido Lombardi (Take Five) intitolato Il ladro di giorni (Indigo Film, Bronx Film con Rai Cinema), protagonista Riccardo Scamarcio, di Freaks Out di Gabriele Mainetti, attualmente in produzione (True Colours vende solo in alcuni territori selezionati i diritti del film prodotto da Lucky Red, Goon Films e Rai Cinema in co-produzione con Gapfinders), e del biopic Io, Leonardo di Jesus Garces Lambert (Sky Italia e Progetto Immagine).

PRODUZIONE ITALIA
"Tutto il mio folle amore" è il titolo del nuovo Gabriele Salvatores.
Articolo di Camillo De Marco
09/05/2019 - Il nuovo film del premio Oscar, attualmente in postproduzione, è liberamente tratto dal romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas. Nel cast, Claudio Santamaria, Valeria Golino. Tutto il mio folle amore è il titolo definitivo del nuovo film di Gabriele Salvatores, attualmente in postproduzione, liberamente tratto dal romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, edito in Italia da Marcos y Marcos. Nel cast, Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono e il giovane Giulio Pranno.
Il film è la straordinaria avventura on the road, dall’Italia dell’est fino alle strade deserte dei Balcani, di un padre e un figlio e il loro rapporto tenero, divertente, problematico e fuori dagli schemi. “Uno dei protagonisti del film, il padre naturale del ragazzo, è un cantante”, scrive Gabriele Salvatores nelle note di regia diffuse dalla produzione. “Canta le canzoni di Domenico Modugno nei matrimoni e nelle feste in giro per la Dalmazia. Il testo di una di queste canzoni, ‘Cosa sono le nuvole’, è stato scritto da Pier Paolo Pasolini. Una frase di quel testo mi ha colpito particolarmente: ‘E tutto il mio folle amore lo soffia il vento, così’. Ho sempre pensato al nostro ragazzo protagonista come a un ’fool’ di Shakespeare, uno di quei folli buffoni che riescono a tirarsi dietro re e regine costringendoli a fare i conti con se stessi. E, nel nostro caso, a far ricorso a tutto l'amore che hanno ancora a disposizione. ‘Folle’ e ‘Amore’. Ecco il titolo del film. Tutto il mio folle amore”.

La sceneggiatura del film è firmata da Umberto Contarello e Sara Mosetti. Italo Petriccione ha curato la fotografia, il montaggio è affidato a Massimo Fiocchi, mentre la scenografia è di Rita Rabassini e le musiche sono composte dal maestro Mauro Pagani.
Tutto il mio folle amore è una produzione Indiana Production con Rai Cinema in co-produzione con EDI Effetti Digitali Italiani, e sarà distribuito da 01 Distribution. Rai Com si occupa delle vendite internazionali. Impacto Cine ha già comprato i diritti del film per Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico, Paraguay, Uruguay e Venezuela.

TRIBECA 2019
Recensione: "Run"
Articolo di Vladan Petkovic
09/05/2019 - Il terzo lungometraggio di Scott Graham è una storia di genitori che guardano i bambini ripetere i loro errori, e il conflitto tra libertà adolescenziale e responsabilità degli adulti.

In his third feature, Run, which recently world-premiered in Tribeca's International Narrative Competition, Scottish director Scott Graham (Iona, Shell) takes his cue from Bruce Springsteen and his songs about growing up in a small town – quite literally. In addition to the movie opening with a quote from "Born to Run", the title of the song is also, fleetingly but unmistakeably, seen scrawled as a tattoo on the bodies of two of the protagonists. These are Finnie (Mark Stanley, from Euphoria and Ready Player One) and Katie (Amy Manson, from T2 Trainspotting), a married couple in their late thirties living in a small Scottish coastal town. Finnie works at the fish factory, together with his elder son Kid (Anders Hayward), and at home they also have a younger son, Stevie. At the beginning, Kid gets fired from the job (which he hates anyway), despite Finnie trying to convince the boss to keep him on, as the boy's girlfriend Kelly (Marli Siu, from Anna and the Apocalypse) is pregnant. Graham treats this scene, and indeed the whole first act, in keeping with the best tradition of British kitchen-sink realism, but Run is not just a film about social circumstances. Rather, it is a treatise on wanting to run away from boredom and a limited, small-town existence, but never actually doing it, and how parents' lives and mistakes are subsequently replicated by their children. Moreover, it is about how the parents perceive themselves through the choices their offspring make.
Similarly to the world of Springsteen's songs, in small-town Scotland, youngsters get their kicks from racing their pimped-up, mid-range cars. Finnie, it transpires, used to be one of the street-racing heroes.

After a difficult evening when he manages to get into an argument with all of the members of his family, Finnie gets into Kid's car and takes it for a ride. On the way, he picks up Kelly, and the unlikely pair will spend almost the whole night together, driving around and racing.It is not easy to make an engaging film with such a bleak set-up, especially when its central part is limited to two characters sitting in a car on a dark, rainy night. Graham pulls this off through a well-planned and -edited sequence of creatively lit shots, and a rich sound design that incorporates traffic noises, snippets of songs from other cars and, in a particularly effective scene, the waves crashing against the harbour.
All of the elements needed for Graham to get his point across are there. Finnie's state of feeling nostalgia for the past but also being painfully aware of being shackled by it, exacerbated by seeing his son grow up to become exactly the same person as him, is presented in a clear and convincing manner. However, the film as a whole leaves an impression of a well thought-out draft, rather than a complete cinematic work.

As there can hardly be much of a plot in such a stripped-down approach to the subject, Graham relies on details, atmosphere and the actors’ performances. All of these aspects work, but something is missing in order for the viewer to be able to fully relate to the characters. Maybe a more ambitious plot would have given the heroes more opportunities to show their human qualities and flaws, and the audience more to engage with. As things stand, Finnie and Katie – and, in future, Kid and Kelly as well – are just good people who have never lived up to their belief that they were born to run. Run is a co-production by London-based bard entertainments and Glasgow’s barry crear. The UK's Film Constellation handles the international rights.

*

- Scienza

Mind l’interazione sociale e i cervelli sincronizzati.


LE SCIENZE NEWS : MIND – Mente e Cervello memoria / Antropologia / Cervello

20 aprile 2019
L'interazione sociale e i cervelli sincronizzati.

L'analisi dell'attività cerebrale di persone impegnate in un'interazione sociale ha rilevato i segnali di una sincronizzazione dei loro cervelli. La scoperta è stata ottenuta attraverso una nuova metodologia di imaging cerebrale, denominata "iperscanning", che coinvolge più soggetti contemporaneamentedi Lydia Denworth/Scientific American
neuroscienze comportamento.

La stragrande maggioranza degli studi di neuroscienze si basa su tre elementi: una persona, un compito cognitivo e una macchina ad alta tecnologia in grado di vedere all'interno del cervello. Questa semplice ricetta può produrre una scienza potente. Tali studi ora producono regolarmente immagini che fino a poco tempo fa un neuroscienziato poteva solo sognare. Permettono ai ricercatori di delineare la complessa macchina neurale che dà un senso alle immagini e ai suoni, elabora il linguaggio e trae un significato dall'esperienza.

Ma qualcosa manca in gran parte di questi studi: le altre persone. Noi esseri umani siamo intrinsecamente sociali, eppure neanche le neuroscienze sociali, un campo creato appositamente per esplorare la neurobiologia dell'interazione umana, sono state sociali come si potrebbe pensare. Solo un esempio: nessuno ha ancora catturato la ricca complessità dell'attività cerebrale di due persone mentre parlano insieme. "Trascorriamo le nostre vite conversando tra noi e stabilendo legami", dice il neuroscienziato Thalia Wheatley del Dartmouth College. "Ma capiamo ben poco di come effettivamente le persone si connettano tra loro. Non sappiamo quasi nulla su come si accoppiano le menti".

Impronte cerebrali di gruppo
La situazione sta cominciando a cambiare. Un gruppo sempre più numeroso di neuroscienziati utilizza una tecnologia sofisticata e una matematica molto complessa per catturare ciò che accade in uno, due o anche 12 o 15 cervello, nel momento in cui le persone sono impegnate nel contatto visivo, nella narrazione, nell'attenzione congiunta focalizzata su un argomento o su un oggetto, o qualsiasi altra attività che richieda uno scambio sociale di dare e avere.

Anche se il campo delle neuroscienze sociali interattive è ancora agli inizi, la speranza è che l'identificazione delle basi
neuronali del vero scambio sociale possa cambiare la nostra comprensione di base della comunicazione, e in definitiva migliorare l'educazione o influenzare il trattamento dei molti disturbi psichiatrici che coinvolgono disabilità sociali.

Durante le interazioni sociali, i cervelli accoppiano la loro attivazione (© AGF)In precedenza, i limiti della tecnologia hanno rappresentato un grosso ostacolo allo studio dell'interazione umana reale. L'imaging cerebrale richiede l’immobilità del soggetto e il rigore scientifico richiede un livello di controllo sperimentale tutt'altro che naturale. Di conseguenza, è difficile ottenere dati di alta qualità da un cervello; farlo con due cervelli "vuol dire più che raddoppiare", spiega il neuroscienziato David Poeppel della New York University. "Devi sincronizzare i macchinari, i dati e l'acquisizione dei dati".

Tuttavia, il primo studio che ha monitorato con successo due cervelli contemporaneamente risale a circa 20 anni fa. Il fisico Read Montague, ora al Virginia Tech, e i suoi colleghi, hanno messo due persone dentro macchine per la risonanza magnetica funzionale (fMRI) separate e hanno osservato la loro attività cerebrale mentre erano impegnate in un semplice gioco competitivo in cui un giocatore (il mittente) doveva trasmettere un segnale non appena avesse visto il colore rosso o verde e l'altro giocatore (il ricevente) doveva decidere se il mittente stesse dicendo la verità o mentendo. Le ipotesi corrette determinavano l'attribuzione di una ricompensa. Montague ha chiamato la tecnica "iperscanning", e il suo lavoro ha dimostrato la possibilità di osservare due cervelli contemporaneamente.

All'inizio, la direzione intrapresa da Montague è stato seguita principalmente dai neuroeconomisti invece che che dai neuroscienziati sociali. Ma il termine iperscanning ora viene applicato a qualsiasi ricerca di imaging cerebrale che coinvolge più di una persona. Attualmente, le tecniche che vi si adattano includono l'elettroencefalografia (EEG), la magnetoencefalografia e la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso. L'uso di queste varie tecniche, molte delle quali piuttosto nuove, ha ampliato la gamma di possibili esperimenti e ha reso l'iperscanning meno ingombrante e, di conseguenza, molto più popolare.

Il coinvolgimento conta
Al di là delle sfide pratiche delle neuroscienze interattive, è emersa una domanda più filosofica, vale a dire se le informazioni neurali raccolte monitorando le persone durante l'interazione sociale sono significativamente diverse dalle scansioni effettuate quando i soggetti sono soli o agiscono solo come osservatori. E' importante che la persona che stiamo guardando ci guardi a sua volta? C'è differenza tra pronunciare una frase e rivolgerla a qualcuno che sta ascoltando?

Sì, a quanto pare una differenza c'è. Stanno aumentando, spiega lo psichiatra e neuroscienziato sociale Leonhard Schilbach del Max-Planck-Institut per la Psichiatria di Monaco di Baviera, che "la cognizione sociale differisce fondamentalmente quando si è coinvolti direttamente con un'altra persona rispetto a quando si osserva un'altra persona".

Dimostrare queste differenze non richiede per forza studi su più di un cervello alla volta, ma esige esperimenti relativamente naturalistici, che sono difficili da progettare entro i limiti imposti ai protocolli di laboratorio standard.

La psicologa Elizabeth Redcay dell'Università del Maryland studia l'interazione sociale nell'autismo, con particolare attenzione alla prima infanzia. Nel 2010, quando occupava una posizione di postdottorato e lavorava con Rebecca Saxe al Massachusetts Institute of Technology, ha realizzato un esperimento pionieristico che includeva un partecipante all'interno dello scanner e un altro (in realtà un ricercatore) al di fuori, che interagivano in tempo reale attraverso un video. I video registrati di un altro interlocutore facevano da controllo. Redcay ha rilevato nelle interazioni in tempo reale, rispetto a quelle registrate, una maggiore attivazione delle aree cerebrali coinvolte nella cognizione sociale e nella ricompensa.

I suoi studi successivi hanno continuato a documentare differenze nel modo in cui risponde il cervello coinvolto in un'interazione.

Nei cervelli dei bambini, le regioni coinvolte nel pensare agli stati mentali degli altri – nel “mentalizzare”, in altri termini – sono più attive quando credono di interagire con un coetaneo rispetto a quando non lo sono. In studi di attenzione congiunta, una componente critica dell'interazione sociale, Redcay ha scoperto che le regioni coinvolte nella mentalizzazione cerebrale, come la giunzione parietale temporale, rispondevano in modo diverso quando i soggetti condividevano l'attenzione rispetto a quando guardavano qualcosa in modo indipendente.

Ora la ricercatrice vuole sapere se ci sono ulteriori differenze nel modo in cui interagisce il cervello degli individui con autismo. "Il grado di coinvolgimento delle regioni di mentalizzazione è legato al successo delle persone nell'interazione sociale?" si chiede. "E' troppo presto per dirlo", ma è chiaro, spiega, che "non hai il quadro completo se ti affidi solo agli approcci degli osservatori".

Schilbach è stato uno dei principali fautori di quella che ldefinisce la neuroscienza in seconda persona. I suoi studi hanno incluso personaggi virtuali che sembrano rispondere allo sguardo di un partecipante. In quelle situazioni, "i cosiddetti network di mentalizzazione e network di osservazione dell'azione sembrano connessi molto più strettamente di quanto pensassimo", afferma. "Si influenzano a vicenda, a volte in modo complementare e talvolta in modo inibitorio”. Schilbach ha scoperto inoltre che anche azioni molto semplici, come guardare un'altra persona e credere che questa stia ricambiando lo sguardo – un'interazione in cui percepisci che il tuo comportamento ha un effetto su un'altra persona – stimolano l'attività nel circuito di ricompensa del cervello, in particolare nello striato ventrale. E quanto più gratificante troviamo un comportamento, tanto più è probabile che lo ripeteremo.

Gli occhi lo sanno
Che cosa sta succedendo nel cervello dell'altra persona? Il contatto visivo era il posto più logico dove cercare.

Avere un contatto visivo attiva il cervello sociale e segnala a un'altra persona che stiamo prestando attenzione. È un modo con cui condividiamo intenzioni ed emozioni. All'inizio del 2019, Norihiro Sadato dell'Istituto nazionale di scienze fisiologiche in Giappone, e i suoi colleghi, hanno usato l'iperscanning per mostrareche il contatto visivo prepara il cervello sociale a entrare in empatia attivando contemporaneamente le stesse aree del cervello di ogni persona: il cervelletto, che aiuta a predire il conseguenze sensoriali delle azioni, e il sistema limbico dei neuroni a specchio, un insieme di aree cerebrali che si attivano sia quando muoviamo qualsiasi parte del corpo (inclusi gli occhi) sia quando osserviamo i movimenti di qualcun altro.

Guardarsi negli occhi prepara il cervello all'interazione sociale (© iStock)Il sistema limbico, in generale, è alla base della nostra capacità di riconoscere e condividere le emozioni. In altre parole, è fondamentale per regolare la nostra capacità di empatia.

Le storie che ci raccontiamo sono il mezzo ideale per esplorare il collante sociale che ci lega. Il neuroscienziato Uri Hasson della Princeton University ha condotto esperimenti pionieristici sull'accoppiamento dei cervelli usando la narrazione.

In uno di questi studi, ha posto un soggetto in uno scanner e gli ha chiesto di raccontare una storia. In seguito ha inserito un'altra persona nello scanner e gli ha fatto ascoltare una registrazione della storia raccontata dalla prima persona. Hasson ha confrontato l'elaborazione del cervello di chi parlava con quella di chi ascoltava nel corso del test, abbinando la loro attività cerebrale momento per momento e ha trovato la prova dell'accoppiamento dei due cervelli. "Il cervello dell'ascoltatore diventa simile al cervello di chi parla", dice Hasson. E più i cervelli erano allineati, maggiore era la comprensione riferita dall'ascoltatore. Afferma Hasson, "Il tuo cervello come individuo è determinato dal cervello a cui sei connesso."

Di recente Hasson ha unito le forze con Wheatley di Dartmouth per vedere se riuscivano a misurare l'accoppiamento dei cervelli durante la conversazione.

Una buona conversazione, dice Wheatley, significa "creare nuove idee insieme ed esperienze che non avresti potuto avere da solo". Vuole vedere quell'esperienza nel cervello. Il loro studio prevede l’uso di scanner in diverse università collegati online. (La maggior parte dei dipartimenti di psicologia ha solo uno scanner.) Con una persona in ogni scanner, i soggetti completano una storia a turno: un partecipante pronuncia alcune frasi e l'altro riprende da dove il compagno si è interrotto. Se gli scienziati possono catturare gli stati cerebrali durante questa interazione, dice Wheatley, potrebbero essere in grado di vedere come due cervelli si avvicinano e poi si allontanano l'uno dall'altro durante la conversazione.

Oltre le coppie
Forse inevitabilmente, i neuroscienziati sono passati a studiare non solo due, ma molti cervelli contemporaneamente. Questi esperimenti richiedono l'uso dell'EEG perché è portatile.

I primi studi hanno dimostrato che quando ci impegniamo in attività di gruppo come concerti o film, le nostre onde cerebrali si sincronizzano: l'attenzione rapita del pubblico significa che gli spettatori elaborano allo stesso modo il finale sinfonico o una scena d'amore o di lotta. Ciò non è poi così sorprendente, ma ora gli scienziati stanno applicando lo stesso approccio nelle aule scolastiche, dove i risultati potrebbero aggiungere ciò che sappiamo su come gli studenti possono apprendono meglio.

In una serie di studi nelle scuole superiori di New York, un gruppo di ricercatori dell'Università di New York tra cui Poeppel, Suzanne Dikker e Ido Davidesco ha fatto ripetute registrazioni EEG di ogni studente in una classe di biologia nel corso di un semestre. Hanno scoperto che le onde cerebrali degli studenti erano più in sintonia tra loro quando erano più impegnati in classe. La sincronia da cervello a cervello riflette anche quanto gli studenti si piacciono tra loro e quanto apprezzano l'insegnante: relazioni più strette portano a una maggiore sincronizzazione. Il loro studio attuale sta esaminando se i livelli di sincronia cerebrale durante la lezione predicono la conservazione dei contenuti appresi. "Penso che quello che stiamo facendo è molto utile", dice Poeppel. "Ma come usare queste tecniche in modo mirato per l'apprendimento STEM?”.

"Schilbach crede che le neuroscienze interattive abbiano anche applicazioni nella vita reale in psichiatria. Potrebbero rendere possibile prevedere quale terapeuta funzionerà meglio con quale paziente, per esempio. E l'attenzione alle situazioni della vita reale aiuta a garantire che ogni scoperta abbia un valore per i pazienti. "Come psichiatra", dice Schilbach, "non sono interessato ad aiutare una persona a migliorare in un particolare compito sociale cognitivo. Sto cercando di aiutare quella persona a condurre una vita felice e soddisfacente”.

(L'originale di questo articolo è stato pubblicato su "Scientific American" il 10 aprile 2019. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

Si ringrazia la redazione di Scienze/Mente.

*

- Letteratura

Napoli: quando la Storia fa Spettacolo

Napoli: quando la Storia fa spettacolo.

Dal 25 al 28 aprile, Napoli si trasformerà nella Woodstock della storiografia con "Lezioni di Storia Festival". Saranno 4 Lezioni di Storia Festival in cui i più grandi storici italiani - Carandini, Barbero, Cantarella, Canfora e tanti altri - racco

IL PASSATO È PRESENTE
A Napoli il primo Festival delle Lezioni di Storia Dai Maestri ai Miti, cento ore di racconti.
Trenta appuntamenti, quindici eventi collaterali, alcuni tra i più autorevoli e conosciuti storici italiani: le Lezioni di Storia che da dieci anni registrano il tutto esaurito nei grandi teatri italiani diventano un Festival, grazie all’inc ontro tra l’editore Laterza e la Regione Campania. Un evento che trasforma la città di Napoli dal 25 al 28 aprile nella Woodstock della storiografia, con ospiti eccezionali e con sede principale al Teatro Bellini ed incontri al MANN, al museo Madre, al Conservatoriodi San Pietro a Majella,all’Accademiadi Belle Artie al Liceo Genovesi, prestigiosi partner di Laterza nella progettazione di questa iniziativa. Tema di questa prima edizione:Il passato è presente.
Perché se è vero che viviamo in un’epoca in cui il passato, la memoria, hanno spesso lasciato il posto alla continua narrazione del presente, è altrettanto vero che questa narrazione è sempre più insufficiente per quanti vogliano individuare le radici, lecause delle grandi questioni del nostro tempo. Per farlo abbiamo bisogno della riflessione storica. Insomma, il quando delle cose ci aiuta a decifrarne il perché.
Per aiutare il pubblico ad orientarsi e scegliere tra dialoghi, lezioni, performance teatrali, incontri in libreria il festival è stato suddiviso in una serie di percorsi tematici: I maestri, La storia nell'arte, Noi e gli antichi, I volti del potere, Grandi Racconti, Il tempo della musica, Orizzonti e In questione. In ognuna di queste sezioni si predilige un aspetto: il ritratto di chi ha fatto la storia di questa disciplina, il racconto del potere e il potere del racconto, le arti come fonti storiche, la nostra relazione con il mondo antico, la storia come strumento di comprensione dell’attualità.

Per Napoli e la sua fortissima identità è stato pensatoun percorso specifico:L'invenzione di Napoli.Sul palco, nelle sale, nelle aule magne, nelle librerie di Napoli come fossimo in una Woodstock della storiografia si alterneranno i più autorevoli storici italiani e stranieri.
Andrea Carandini racconterà la lotta di Agrippina per il potere nella Roma antica;
Alessandro Barbero le tre visioni dell’Europa di Carlo Magno, Napoleone ed Hitler;
Franco Cardini spiegherà come si è formata (ed è arrivata fino ai nostri giorni) l’immagine del cattivo saraceno;
Eva Cantarella condurrà il pubblico nel mondo del mito greco;
Luciano Canfora terrà una lezione sul tirannicidio nella suggestiva cornice del Mann; Emilio Gentile affronterà un tema oggi di estrema attualità Chi è fascista;
Luigi Mascilli Migliorini regalerà al pubblico il ritratto di un grande maestro: Giuseppe Galasso;
John Dickie racconterà la massoneria; in occasione del 25 aprile Gabriella Gribaudi e Simona Colarizi proporranno una riflessione sulla Liberazione assieme a Marino Sinibaldi e Maria Filippone;
con Paolo Macry si affronterà il tema del populismo attraverso il ritratto di Achille Lauro,mentre Paolo Frascani farà un affresco della società napoletana da Carosello napoletano a Reality.
John Foot offrirà il racconto di una delle più grandi e inscalfibili icone napoletane: Diego Armando Maradona.
Alessandro Vanoli suggerirà un viaggio nel tempo e nello spazio alla scoperta delle tracce della presenza islamica in Italia.
E poi Loris Zanatta su Eva Perón, Fidel Castro e Bergoglio e sul populismo in chiave gesuita; Carlo Greppi su Bob Marley, Amedeo Feniellosulla “via della seta” oggi tornata di grande attualità.
Questi sono solo alcuni degli incontri previsti nei quattro giorni del Festival, a essi si aggiungono appuntamenti collaterali, visite guidate ed eventi di musica e spettacolo.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.
Tutte le info su www.lezionidistoriafestival.it
Il Festival è progettato e ideato dall’editore Laterza con la Regione Campania ed è organizzato dall’Associazione “A voce alta” e dalla Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini, con la partnership di MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Madre • museo d’arte contemporanea Donnaregina / FondazioneDonnaregina per le arti contemporanee, Accademia di Belle Arti di Napoli,Conservatorio di Musica San Pietro a Majella e Liceo Antonio Genovesi.

Promozione e Comunicazione sono a cura della Scabec, società inhouse della Regione Campania. Media partner, Rai Cultura e Radio 3 Rai. Partner tecnico, Ferrarelle. Ufficio Stampa Editori Laterza per Lezioni di Storia Festival Nicola Attadio.
Napoliinfo@lezionidistoriafestival.ittel.
Ospitalità e Informazioni turistiche Punto di accoglienza -spazio libreria Laterzagorà nel Teatro Bellinivia Conte di Ruvo, 14 mail: info@lezionidistoriafestival.ittel: 377 3818055 (10:00-13:00/16:00-19:00)Le librerie del FestivalUBIKVia Benedetto Croce, 28Tel. 081 4203308 LA FELTRINELLI Piazza dei Martiri, 23Tel. 02 91947777 IOCISTO Via Domenico Cimarosa, 20Tel. 081 5780421 MONDADORIBOOKSTORE Via Luca Giordano, 158Tel. 081 18639570 MONDADORIBOOKSTORE Piazza Vanvitelli, 10A Tel. 081 556 4756.

Marc Bloch
Apologia della storia o mestiere di storico, in "Apologia della storia", Einaudi.

Senza dubbio, anche se la storia dovesse essere giudicata incapace d’altri compiti, rimarrebbe da far valere, in suo favore, ch’essa è divertente. O, per essere più esatti –dal momento che ognuno cerca le sue distrazioni dove gli piace –, ch’essa, incontestabilmente, pare esser tale per un gran numero di esseri umani. Personalmente, per quanto all’indietro me ne rammenti, mi ha sempre divertito molto. Come tutti gli storici, penso. Altrimenti, per quali motivi avrebbero scelto questo mestiere? Per chiunquenon sia completamente sciocco, tutte le scienze sono interessanti. Ma ogni studioso non ne trova se non una sola la cui pratica lo diverta. Scoprirla per consacrarvisi è, propriamente, quel che si chiama “vocazione”. D’altronde, questo innegabile fascino della storia merita già, in sé, di attirare la riflessione. Come germe e come pungolo, il suo ruolo è stato e resta fondamentale. Prima del desiderio di conoscenza, il semplice gusto; prima dell’opera di scienza, pienamente conscia dei suoi fini, l’istinto che vi conduce; l’evoluzione del nostro comportamento intellettuale abbonda in filiazioni di questo tipo. Persino i primi passi della fisica debbono non poco ai “musei di curiosità”. Abbiamo visto, pari pari, le piccole gioie del bric-à-brac figurare alla culla di più d’un orientamento di studi che s’è, poco a poco, caricato di seriosità. Tale la genesi dell’archeologia e, più vicino a noi, del folclore. I lettori di Alexandre Dumas non sono forse altro che storici in potenza, cui difetta solo l’esser stati orientati a godere di un piacere più puro e, a mio giudizio, più acuto: quello delle tinte autentiche. Che, d’altra parte, questo fascino sia ben lungi dal dissolversi, una volta intrapresa la ricerca metodica, con le sue indispensabili asprezze; che anzi proprio allora ne guadagni ancora –tutti gli storici (veri) possono attestarlo –in vivacità e in pienezza: nulla v’è qui, a mio avviso, che non sia vero per qualunque attività dello spirito. La storia, tuttavia, nessuno potrebbe dubitarne, ha i propri godimenti estetici, che non assomigliano a quelli di nessun’altra disciplina. Il fatto è che la rappresentazione delle attività umane, che costituisce il suo oggetto specifico, è, più di ogni altra, fatta per sedurre l’immaginazione degli uomini. Soprattutto quando, grazie al loro distanziamento nel tempo e nello spazio, il loro dispiegarsi si colora delle sottili seduzioni del diverso. Il grande Leibniz in persona ce ne ha lasciato la confessione: allorché dalle astratte speculazioni matematiche o dalla teodicea passava alla decifrazione delle vecchie carte o delle antiche cronache dellaGermania imperiale, provava, proprio come noi, questa «voluttà d’apprendere cose singolari». Guardiamoci dal togliere alla nostra scienza la sua parte di poesia. Guardiamoci soprattutto, come ne ho sorpreso il sentimento in taluni, dall’arrossirne. Sarebbe una straordinaria sciocchezza il credere che essa, per esercitare sulla sensibilità un richiamo così potente, debba essere meno capace di soddisfare altresì la nostra intelligenza.


APERTURA ore11.00 Teatro Bellini
VINCENZO DE LUCA dialoga con ALESSANDRO BARBANO su STORIA E POLITICA introduce GIUSEPPE LATERZA

I MAESTRI ore 12.00 Teatro Bellini
LUIGI MASCILLI MIGLIORINI, GIUSEPPE GALASSO, LASTORIA E NAPOLI - Introduce ALESSANDRO BARBANO
Partendo da una città in cui –come scrisse Benedetto Croce –storia e vita si confondono, Galassol’ha restituita ai più vasti spazi del Mezzogiorno, dell’Italia e dell’Europa.

IN QUESTIONE ore 16.00
Liceo Genovesi SIMONA COLARIZI, GABRIELLA GRIBAUDI
QUALE LIBERAZIONE? introduce MARIA FILIPPONE, coordina MARINO SINIBALDI
Dalla prima insurrezione napoletana contro i tedeschi alla memoria divisa su fascismo e resistenza, il significato della Liberazione è da ritrovare nel dibattito storico in pubblico.

ORIZZONTIore 17.30 Archivio fotografico Parisio
Mostra fotografica:“NAPOLI OCCUPATA, DAI TEDESCHI AGLI ALLEATI”
La mostra, attraverso le immagini dell'Archivio Troncone, documenta un periodo triste della città di Napoli, legato agli avvenimenti della guerra, dall'occupazione nazista alla presenza degli alleati (1942-1944) introduce STEFANO FITTIPALDI
orari: 25 aprile 17:30-19:00; dal 26 al 28 aprile: 10:00-13:00/16:00-19:00

GRANDI RACCONTI ore 19.00 Museo Madre
ALESSANDRO VANOLI “DA PALERMO A NAPOLI A VENEZIA. UN VIAGGIO NELL'ITALIA ARABA” introduce LAURA VALENTE.
Un viaggio nel tempo e nello spazio, alla scoperta delle tracce della presenza islamica in Italia. Il racconto di una lunga avventura tra luoghi, arte e sogni d’Oriente per riscoprire i tanti fili che ci legano nel vasto spazio mediterraneo.

GRANDI RACCONTI ore 21.00 Teatro Bellini
GIOVANNA BOZZOLO, EVA CANTARELLA “STORIE DELL'ODISSEA. RITORNO A ITACA: STRAGE E RICONOSCIMENTO”
Tornato a Itaca, Ulisse stermina i Proci in una scena di rara truculenza che rispecchia il valore sociale della vendetta. Ulisse poi si rivela a Penelope in un incontro d’amore memorabile.

Ma c’è tanto, moltissimo altro ancora. Intervenite!

*

- Società

Bla, bla, bla … Tra menzogna e irrealtà.

Bla, bla, bla … Tra menzogna e irrealtà.
Diretta dagli scranni del Parlamento.

Il mondo reale esiste e anche quello irreale. Così come esiste un mondo presente fermo sulla realtà e uno parallelo che guarda in avanti alla irrealtà che i signori (ovvio eufemismo) della politica vogliono farci credere. Il gioco di parole proviene da un libercolo che ho recuperato in questi giorni, dal titolo “Tra menzogna e ironia” di Umberto Eco (Bompiani 1998).
La sottigliezza del filologo passa in rassegna quattro ‘scritti’ decisamente letterari, riuniti – egli scrive – presumendo che avessero qualcosa in comune. E di fatto ce l’hanno, come del resto sempre accade leggendo Eco, vanno oltre la data di pubblicazione, per entrare, dopo poco più di venti anni, nel nostro quotidiano (fallimentare): Cagliostro, Manzoni, Campanile, Pratt.

«In un certo senso essi hanno tutti a che fare con strategie di menzogna, travestimento, abusi del linguaggio, capovolgimento ironico di questi abusi.»

L’ironia (della sorte) è d’obbligo se inoltre ad ‘abusi del linguaggio’, si legga ‘abusi di potere’; con la differenza che mentre a suo tempo il professore poteva più o meno scandagliare ‘con ironia letteraria’ in detti scritti; oggi, dagli scranni del Parlamento, gli ‘abusi’ sia del linguaggio che di potere, non divertono nessuno. E più che a rallegrare le orecchie di qualcuno, servono piuttosto a distrarre i molti dai veri problemi quotidiani:

«Che i discorsi mentano, o non possano mai dire abbastanza, pare chiaro. Prova ne è che tanti lettori hanno (ben) capito (e se non hanno capito è solo per ingiustificata pigrizia) […] tutti gli esempi di discorsi inconcludenti, ambigui, confusi, che vivono parassitariamente l’uno sull’altro: le gride.»

Quanto sopra, ripreso da “Il linguaggio mendace in Manzoni”, serve qui da introduzione, per meglio comprendere la mendace posizione dei ‘due’ che siedono in Parlamento se li paragoniamo ai ‘Bravi’ manzoniani; oppure ai ‘Tre Moschettieri’ dumasiani, e se, a quel che spesso si sente dire: “Uno per tutti e tutti per uno”, ma il confronto non regge.
Quindi direi dei due ‘Bravi’ qui presi ad esempio, in fatto di arroganza, turpitudine, limitatezza e meschinità, per così dire di povertà morale. Proprio come i personaggi manzoniani – afferma Eco:

«..parlano col deliberato proposito di usare il linguaggio per mentire, confondere, occultare i giusti rapporti tra le cose, o si scusano e si dolgono per non essere capaci di dire quello che sanno.»

Né di fare quel che fanno in maniera del tutto approssimativa e/o suggerita da ‘altrui’ menti occulte che dietro le quinte manovrano, non poi così segretamente, l’andamento (mai così disastrato) della politica nostrana che vaga tra un’opposizione continua verso tutto e tutti «tra segno visivo e segno linguistico»; e tra raccontare e dare credito a: «..un’evidenza, a una traccia, a un sintomo, a un indizio, a un reperto» che si configuri come una ‘prova certa’ e certificata del loro operato.

«A questo punto (un anno è già passato dal loro insediamento) occorrerebbe ripercorrere tutto “il loro operato” per verificare se l’ipotesi (di governare) tenga, e se a ogni passo si dipani un’opposizione evidente tra semiosi naturale e linguaggio. Basterà, come primo approccio, verificare in qualche episodio essenziale.»

Gli episodi sono sotto gli occhi di tutti e non serve qui elencarli di nuovo e buttare ulteriore benzina sul fuoco, anche se la tentazione di criticare e/o se volete polemizzare su quanto detto e fatto dai due Bravi. È così che negli incontri/scontri tra i due: «...le parole cortesi nel colloquio sono smentite da “il modo in cui erano proferite”» (Manzoni).

Siamo qui in presenza di una incapacità retroattiva agli anni dello studio, alla conoscenza quanto alla coscienza che, non potendo essere mediato verbalmente, viene trasformato nell’evidente mancanza di cultura e quel tanto di esperienza, capacità naturale necessarie per sostenere una dimensione di leader in qualsiasi settore.

Siamo «al delirio e alla pubblica follia», direbbe il professore Eco, (dico io cercando di estrapolare dai suoi scritti una semiotica implicita alla mia tesi di portare acqua al mio mulino:

«..ma immediatamente il linguaggio interviene per coprire la realtà, […] nel raccontare di come il contagio si diffonda (riferito alla peste bubbonica del romanzo manzoniano), e la società intera ne rimuova l’idea, del male.» O di come e quando si costruisca, «..nel senso in cui la stampa può costruire un mostro o un complotto, una vicenda di falsificazione di significati e di sostituzione di significati.»

«L’opposizione tra sintomi-segni e nomi (propri) è evidente. Il significato visivo e naturale viene occultato da un significante verbale che ne impedissce il riconoscimento. In questo intrico di segni visivi confusi da definizioni verbali, pare finalmente a qualcuno che solo la pubblica evidenza visiva possa contrastare i maneggi della parola (e della politica). […] Qui pare che, invece di dispor parole a mascherare evidenze visive, la cattiva coscienza sociale incominci a lavorare per messa in scena (leggi campagna elettorale) di evidenze visive» (personalistiche)».

E i Bravi se la ridono sotto o sopra i baffi, credendo, (meschini loro), d’essere creduti da tutti. Ma tutti non sono affatto paragonabili ai ‘chicchessia’; in molti casi i tutti fanno finta di credere a ciò che ascoltano solo per interessi personali o di per sé inetti a fare diversamente. Così come accettare l’alterazione totale del significato, usando la possibilità che il linguaggio offre loro di modificare la naturale effabilità dei segni visivi e dei sintomi naturali delle espressioni.

Basta una semplice lezione di Cesare Lombroso a dirci che mentono per primi a se stessi, a inficiare coi loro ‘vezzi e lazzi’ fisiognomici di quale pasta son fatti: «..quel comporre la faccia a quiete e ilarità»; significativa di una memoria involontaria che li separa dal dire e fare una minaccia o una promessa che sanno di non poter soddisfare, ora sventolando i fantasmi, ora gli angeli rimossi dei loro puerili desideri di rivincita da un’esistenza miserabile “..nella (pur loro) rara elargizione di follia cosciente” (Proust).

«Sarà, ma io non mi fido degli autori (di se stessi, né dei politici), che sovente mentono. Mi fido solo dei testi» (come degli atti che fanno). Tuttavia, quello che credevo fosse un parallelo non proprio riuscito con i ‘Tre Moschettieri’, ritengo sia invece azzeccato se guardiamo al Trio che abusivamente occupa gli scranni in Parlamento. È un fatto che il ‘terzo incomodo’, alias il ‘signor bugia’ ritiene di aver ultimato anzitempo la sua esperienza di governo, così facendo dando conferma della sua incapacità di ‘affermazione politica’ in contrasto con la parola data con un giuramento. E, cosa davvero di poco conto ormai, celebrando la sua definitiva disfatta di ‘uomo d’onore’.

(Buona giornata, ma fino al prossimo bla, bla, bla dal sapore amaro di cicuta).



*

- Musica

Popsound Press


POPSOUND infiamma l'Annibal Caro
“Senza musica, la vita sarebbe un errore” Friedrich Nietzsche

Un Annibal Caro gremito all’inverosimile ha celebrato con balli e canti al ritmo dei Beatles e dei Rolling Stones la chiusura del secondo appuntamento di PopSound.
La serata si era aperta con una sorpresa: l’omaggio ai cinquant’anni di Abbey Road con l’esecuzione fuori programma di “Come together” interpretato dai Talk Radio di Ettore Basili e Piero Cappella.

Un Annibal Caro gremito all’inverosimile ha celebrato con balli e canti al ritmo dei Beatles e dei Rolling Stones la chiusura del secondo appuntamento di PopSound.
La serata si era aperta con una sorpresa: l’omaggio ai cinquant’anni di Abbey Road con l’esecuzione fuori programma di “Come together” interpretato dai Talk Radio di Ettore Basili e Piero Cappella. Da lì è partito un viaggio filosofico dedicato al fascino e alla suggestione dei classici delle due band che hanno segnato il destino della musica internazionale e la vita culturale degli anni sessanta.

Dal successo planetario del travolgente “Love me do”, che apre definitivamente l’era della popolarità dei quattro ragazzi di Liverpool, alla dolcezza di “Hey Jude”. Per passare al grido di guerra “I can’t get no satisfaction” dei Rolling Stones e approdare infine alla struggente tristezza della loro “Angie”. Uno spettacolo musicale reso possibile dalla bravura e dal talento della Band di Popsophia, Factory.

La serata ha visto anche la partecipazione appassionata del filosofo Massimo Donà che, ha intrattenuto il pubblico con riferimenti filosofici e racconti legati alla musica e alla vita pubblica e privata di queste due geniali e rivoluzionarie Band.
“Se i Beatles - dice Massimo Donà - sono l'archetipo della musica Pop, i Rolling Stones sono contrari al Pop e alle sale da ballo. La loro ambizione era quella di diventare la migliore Blues Band di Londra”.

Lo spettacolo ha cercato di decodificare e raccontare la magia e la genialità delle due band musicali che hanno segnato un'epoca e ispirato le generazioni a venire.

“Tra luce e ombra, bene e male - ha concluso la Direttrice Artistica di Popsophia Lucrezia Ercoli - la canzone d’amore ha dispiegato la pura potenza dell’immaginazione. Siamo ancora oggi eredi della creatività di due band musicali che hanno reinventato e posto le basi di una nuova era, cambiando per sempre non soltanto la musica ma anche lo “sguardo” dei loro contemporanei e di tutti quei giovani che nei cinquant’anni successivi hanno cercato la colonna sonora della loro vita”.

La rassegna si chiuderà con l’ultimo appuntamento di giovedì 11 aprile alle 21.30 con il terzo e ultimo spettacolo filosofico-musicale dal titolo “ROCK REVOLUTION a cinquant’anni da Woodstock” con il filosofo della musica Alessandro Alfieri.

Per prenotarsi scrivere a info@popsophia.it
Maggiori informazioni sul sito www.popsophia.it, su Facebook @Popsophia Festival del Contemporaneo e su Instagram @Popsophia

*

- Sociologia

Il paradosso di essere giovani 2 - Inchiesta

IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI - 2
(inchiesta sul disagio giovanile e sul condizionamento critico del bullismo)

Tema di grande attualità e sicuramente di grande interesse, quale quello mostrato dai media riguardo al fenomeno del disagio giovanile, è qui di seguito ripreso al fine di favorirne la comprensione e promuoverne un’adeguata consapevolezza, cioè di elaborare e predisporre in seno alla famiglia e sul piano sociale, piani operativi di prevenzione e intervento. È indubbio che, alla base di questa indagine, una più approfondita conoscenza del ‘fenomeno’, riveli una qualche delegittimazione del fenomeno stesso a causa, non sempre appropriata, dei termini che ne distinguono i diversi aspetti, a loro volta indicati come ‘atti di bullismo’ pur non presentandone questi le medesime caratteristiche.

Di fatto, la sua complessità è qui evidenziata non solo dalle caratteristiche dinamiche sociali che contraddistinguono azioni di tal fatta, ma dalla definizione del fenomeno stesso che, in questo modo, rischia di non coincidere in modo preponderante con l’accezione in cui esso evoca prevaricazioni prevalentemente di tipo psico-fisico e di violenza-verbale. Questo in sintesi il concetto da cui questa inchiesta ha preso avvio: “Al fine - scrive la dott.sa Sabina Lauria (1) - di analizzare la presenza del fenomeno nel nostro paese, può essere significativo considerare i dati forniti dall’Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui è inoltre riportato quanto segue:

“Su un campione rappresentativo di 1680 bambini e 1950 adolescentidi 52 scuole italiane di ogni ordine e grado, il 25,2% degli alunni affermava di essere stata vittima di brutti scherzi da parte dei coetanei; il 27,5% dichiarava di essere stato provocato e preso in giro con azioni reiterate nel tempo, mentre il 23,2% dichiarava di essere stato offeso ripetutamente e senza chiara motivazione. Si presentavano, inoltre, situazioni più gravi: l’11,5% era stato vittima di minacce, il 10,9% dichiarava di essere stato vittima di percosse inflitte dai compagni.”(2)

“Si tratta quindi – scrivono Menesini e Fonzi (3) – di una particolare forma di aggressività che viene estrnalizzata nel gruppo dei pari la cui espressione è facilitata in tutti quei contesti dove una tacita accettazione o una sottovalutazione del fenomeno facilitano l’instaurarsi e il perpetrarsi del fenomeno stesso. […] Ciò non include occasionali azioni negative fatte per scherzo o sotto un impeto di rabbia, ma viene usata come una specie di script, cioè come una sequenza, tutto sommato abbastanza stereotipata, nella quale gli attori svolgono ruoli stabiliti (bullo, vittima, oservatore, sostenitore, difensore). Pertanto esistono diverse forme di attuazione di comportamenti di prevaricazione che il bullo può esercitare sulla vittima”.

Indubbiamente la prevaricazione e/o la prepotenza attivata dal bullo sulla vittima dipende dall’appartenenza più o meno ad un substrato sociale di degrado, seppure non sempre il binomio bullismo-periferia-degrado regge, poiché si conoscono realtà simili anche in ambienti socialmente benestanti: “Infatti, il rapporto bullismo-svantaggio sociale – scrivono ancora gli autori – non è avallato da tutte le ricerche avviate sul territorio. piuttosto che il degrado sociale e lo svantaggio economico sembrano influire variabili come il tessuto ambientale in cui il soggetto cresce e struttura le proprie conoscenze. Inoltre il ruolo delle dinamiche familiari non va sottovalutato. […] Tuttavia, non è ancora chiarito, in modo univoco, (dagli studiosi del problema), quale possa essere lo stile educativo incriminabile: autoritarismo ed eccessiva severità si contrappongono ad una educazione troppo permissiva. Risultano meno controversi i dati che riportano soggetti con autostima indebolita da atteggiamenti genitoriali iperprotettivi e da un nucleo familiare troppo coeso”. (4)

La famiglia a soqquadro: il paradigma dell’incongruenza.

La costruzione sociale della famiglia, posta in essere dalla società giuridica evolutasi all’interno del rapporto relazionale e legittimata come identità di gruppo, si è rivelata inaspettatamente anacronistica, mostrando i segni di una millenaria erosione che non l’ha risparmiata dalla catastrofe attuale. Tuttavia, senza qui dover necessariamente ripercorrerne la storia: dalle profonde crepe manifestatesi fin dal momento esperienziale della ragione, il punto critico riflessivo della sua entrata in crisi e il suo successivo decadimento; andrebbero altresì valutate tutte le digressioni intermedie sopravvenute nello stato giuridico in cui ha visto allargarsi il dibattito liberal-comunitario, a fronte delle nuove realtà che si sono affacciate nella società in trasformazione.

Non è per caso che la concezione di ‘famiglia’ si ponga oggi come paradigma incongruente, quanto inevitabile, di una trasformazione che la mette in discussione fin nelle sue fondamenta. Il problema si pone quando all’interno del nucleo famigliare la divisione dei ruoli dà luogo a divaricazioni in contrasto fra loro che ne determinano il ribaltamento. Altresì quando ne avviene l’esaurimento in seno alla sua originaria estensione, producendo all’interno di essa una situazione oltremodo stravolgente e ingovernabile. Per cui la gestibilità dei rispettivi ruoli viene a decadere, in quanto non più corrispondente alla ‘natura umana’ che si richiedeva conforme alla prospettiva di una convivenza sociale e democratica, al comportamento etico che aveva consentito alla comunità di comprenderne le proprie e le altrui convinzioni e di giustificarne le corrispettive azioni.

Si comprende così il perché della caduta di certezze che sembravano consolidate, accettate e difese in cambio di una sicurezza più interiore che reale, che più non appaga, che è forse andata smarrita, persa nella fitta rete delle relazioni dall’attuale globalizazzione e dall’avanzamento tecnologico che permette oggi una maggiore interazione fra conoscenze e opinioni. Fatto questo che, se da una parte comporta alcuni benefici di carattere culturale, dall’altra corrompe l’ambito sociale (al quale eravamo abituati). Permette cioè l’imperativo di una comunicazione più libera e aperta: “condizione sine qua non per stabilire una rete di relazioni anche più estesa”, la più ampia possibile, in cui però viene a verificarsi una frattura in seno alla famiglia, in cui: “la propria autonomia (individuale del figlio/a) e la rottura della coazione (dei genitori), sono le condizioni per sostenere un dialogo franco” (5), al fine del formarsi di una più realistica ‘identità’ individuale degli appartenenti al medesimo gruppo.

Autonomia che va intesa come ‘realizzazione di se stessi’ e quindi poter ‘prendere decisioni’ individuali come: “..deliberare, giudicare ed agire scegliendo (pro moto proprio) fra diverse azioni possibili”. Fatto questo che contrasta con il principio della famiglia istituzionale genitori-figli sconvolgendone lo ‘status sociale’, sia nella famiglia di tipo patriarcale che matriarcale; sia anche di altre forme di relazione che si equivalgono all’interno della premessa giuridica, nel rispetto della ‘individualità’ e nell’affermazione ‘democratica’ del gruppo.

Se vale che l’autonomia aiuta a definire i limiti personali (individuali) necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della premessa di democrazia va estesa non solo all’intima relazione genitori o tra genitori e figli, ma va altresì estesa alle altre forme relazionali messe in atto tra individui consenzienti come, ad esempio, le coppie di fatto, i cosiddetti pacs ecc., inoltre in quei rapporti interrazionali di parentela e amicizia, nonché di gruppo, che si equivalgono nella solidarietà e nella promessa reciproca dello statre insieme comunitario.

In proposito interviene il sociologo moderno per eccellenza Zigmunt Bauman (6), il quale ravvisa il rischio per le giovani generazioni, relativamente a: “..quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie – penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risorse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui ‘de jure’; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicito status di individuo ‘de facto’. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”, nello stare al mondo.

C’è comunque chi vede l’autonomia generazionale come un’apertura fin troppo permissiva di affrontare il fenomeno del disagio giovanile, quasi se ne voglia attribuire la causa primaria alla sola famiglia. Non è così, la problematica va affrontata con responsabilità dalla società degli individui e dalle istituzioni preposte a farlo, benché nessuno ritiene opportuno esprimere la propria opinione a riguardo, tanto meno in ambito governativo si è legiferato in proposito. Per quanto ciò richieda di dover ripartire da alcuni punti fermi, è oggi necessario, da parte di quanti si trovano nelle condizioni di dover prendere delle decisioni in proposito, di convincere in primis le giovani generazioni, che non si tratta ‘decisioni prese dagli altri’; bensì, per meglio intendere, prese nell’interesse comune da coloro che operano e sono coinvolti nella strenua opportunità di esercitare quel ‘riconoscimento incondizionato’ che permette la legittimazione di programmi e prerogative atte a determinare la vita sociale di tutti.

Possiamo anche dire che la famiglia, come si è accertato più volte, vive oggi i suoi contrasti in costante crisi di identità; incoerente e contraddittoria, presenta tutti i suoi guasti nella mancanza di autorevolezza, quasi che nella sua incessante trasformazione, abbia perduta la sua struttura narrativa, cioè non riesca più a trovare un suo adattamento con il presente. E ciò, proprio in quei processi di integrazione necessari al formarsi di una società coerente con i tempi, con quella realtà pluralistica comparata, uniformata dall’analisi qualitativa che va sotto il nome di ‘evoluzione’, i cui sinonimi trovano riscontro in educazione, cultura, ma anche civilizzazione, progresso, nel rispetto delle leggi.

In nessun altro aspetto della storicità, che abbraccia la naturale essenza umana, si riscontra una visione d’insieme così affermativa della ‘famiglia’ – seppure a livello inconscio – che va dalle emozioni ai sentimenti, alle passioni, alle argomentazioni spinte verso quelle “virtù che hanno reso la vita migliore di quella che è.” (7) Ancor più se la rapportiamo ai suoi elementi determinanti relazionati a fattori politico-economici ed ideologico-religiosi che più ne hanno rivelate le tendenze solidali con il concetto di società. Va tuttavia riconosciuta l’esistenza virtuosa su base famigliare diverse dalla nostra, di quelle ‘altre’ forme di ‘identità’ presenti nel mondo, come ad esempio nel mondo islamico, seppure in asincronia rispetto di altre che, in funzione di non so di quale parametro, vengono considerate più o meno ‘civilizzate’ senza ragione alcuna.

Non c’è a mio avviso nulla di più grande dell’insegnamento dato dalla famiglia in tal senso, nel riscoprire cioè l’esperienza virtuosa in seno alla propria natura. Che forse non sono anche le piante suddivise in specie, o gli animali suddivisi in famiglie? Cosa hanno in comune le diverse esperienze acquisite in una vita di relazione con i progressi ottenuti dal costituirsi della famiglia (qui intesa come genere)? Che cosa non è avvenuto in ambito scientifico nel ruolo della medicina, (qui intesa come cura), nel confronto con l’odierna psicoanalisi? Direbbesi niente e tutto ma, se si vuole trovare una risposta soddisfacente a una non-domanda, per comprendere appieno l’opinione formulata in questa tesi, è necessario rifarsi al concetto di ‘performatività’ teorica elaborata da Victor Turner (8), considerato un’esponente di punta dell’antropologia sociale, la cui opera “Il processo rituale”, relativa a ‘struttura e anti-struttura’ dei processi universali, fornisce a noi la possibilità di approfondire la struttura e la trasformazione avvenuta di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana.

Un concetto quello di ‘performatività’ che può essere utilizzato ancora oggi come “chiave interpretativa di alcuni caratteri archetipi”, avanzati da Carl Jung (9), in uso nelle nuove tecnologie di ricerca e, in particolar modo, utile nella connotazione in veste teorica della “costruzione di senso attraverso l’agire”, nonché favorita dagli strumenti mediatici (digitali e non) oggi a disposizione. La riflessione teorica di Turner è indubbiamente quella che meglio si adatta al riguardo, vuoi perché permette di interpretare l’idea che si ha di “performance, come pratica corporea necessaria a una ridefinizione critica del reale”, potenziale di un ‘non-luogo’ di margine o di passaggio e la più adeguata a situazioni sociali e culturali definite. Vuoi perché promuove nuove aggregazioni (anche sperimentali) di gruppo nello studio delle fenomenologie liminali (ovvero della liminalità, anche dette interstiziali): in quanto zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali, da cui la trasformazione sociale in atto. (10)

Che esiste di fatto in psicologia e fisiologia un riscontro oggettivo del fenomeno ‘liminale’ al livello della soglia della coscienza e della percezione, ce ne da conferma G. Gasparini (11) dell’Università Cattolica di Milano, nel suo libro “Sociologia degli interstizi”, in cui sviluppa un’analisi acuta, per quanto insolita, di quei fenomeni, così detti appunto ‘interstiziali’, che sottolineano il carattere sintomatico e rivelatore al centro di una approfondita riflessione: “Si tratta di esperienze che ‘stanno fra’ e che, di solito, si trovano in posizione marginale […] nelle pieghe riposte della nostra esperienza sociale […] cui raramente le scienze sociali hanno dedicato interesse”.
Esperienze, inoltre, atte a interpretare fenomeni come l’attesa, il silenzio, il viaggio, la sorpresa, in cui si torna a parlare del significato del ‘dono’ , già eleborato da M. Mauss (12) nel suo “Saggio sul dono”, seppure non come marca della logica utilitaristica di scambio o di mercato, tipici della logica di potere, per quanto si: “allude alla possibilità di coercizione e mette in gioco tra l’altro i rapporti tra cittadini e lo stato”; bensì, come espressione di scelte operate nell’ambito di valutazioni morali (virtuose e non solo) e culturali, le cui ricadute molto influiscono nella sfera del sociale così detta, in fatto di interscambio fra potere ed economia, educazione e istruzione, conoscenza e acculturazione, non esclusa l’interazione sociale fra genitori e figli.

“Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere” è scritto nel Vangelo di Matteo (25, 35-45); frase con la quale si propone qui una riflessione sul fenomeno educazionale del ‘dono’. Con queste parole riferite dal Cristo e redatte allo scopo dello sviluppo storico del cristianesimo, così come di: “vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare i prigionieri e gli infermi, seppellire i morti ecc.” si intende accentuare il preciso fondamento delle “Opere di misericordia” (13) al centro della predicazione cristiana, più che mai valida ancor oggi, allorché assistiamo agli sconvolgimenti mondiali in atto.

“Opere che – scrive Luigi Accattoli (14) in “Cerco fatti di Vangelo” – in ogni fase storica in cui avvengono – acquistano contenuti e valenze nuove, di cui non solo i singoli fedeli ma le stesse comunità ecclesiali (ordini religiosi, associazioni culturali e movimenti vari), sono chiamate a farsi carico […] Nell’osservare la realtà contemporanea, troviamo d’esse nuove interpretazioni e nuove traduzioni riguardanti l’accoglienza dei migranti e degli stranieri più in generale, dei quali ci dobbiamo far carico di dare assistenza ai drogati, ai malati di Aids, dell’adozione dei bambini rimasti offesi dalle bombe o orfani delle tante guerre che imperversano in molte parti del mondo.”

Ecco che, al dunque, riaffiora in superficie il ruolo preponderante del ‘dono’ in seno alla famiglia come paradigma interpretatito di relazioni (si vuole morali), per cui si ritiene necessario educare i figli all’accoglienza degli ‘altri’, degli umili e degli offesi in termini di assistenza e di cura; in casa come in ospedale o in carcere per effetto di detenzione; nello Stato come termine di ospitalità sul territorio; ed a quanti rifugiati e fuggitivi da calamità e guerre, in termini di asilo umanitario e politico. Onde per cui le ‘opere di misericordia’ rappresentano un dono a salvaguardia della vita, e del corpo ‘santo in se stesso’ come la Chiesa cristiana da sempre la considera nei suoi precipui insegnamenti.

Opere che non dovrebbero mai venir meno negli insegnamenti in seno alla famiglia di un ‘donare’ autentico che rinsalda i legami della stessa con la collettività sociale a diversi livelli: “Lo stesso dono unilaterale a sconosciuti che si fa come ‘opera di bene’ e che si esprime con l’adesione a progetti di solidarietà che travalgono la logica della partecipazione ai problemi, ai disagi e alle sofferenze delle persone, accomunati da una stessa condizione umana, indipendentemente dal gruppo etnico o razziale di appartenenza.” (15)

In un certo senso, l’importanza morale del non limitarsi a riconoscere la vulnerabilità sociale nel compiere determinate scelte, rappresenta la condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie in seno alla comunità, inoltre che essenziali all’individuo per conoscere fin dove spingersi a scegliere in autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo. Si tratta qui di sviluppare un progetto di vita comunitario e realizzare il proprio ‘bene’ (inteso come gratificazione) al raggiungimento del ‘bene’ degli altri (inteso come soddisfazione e ricompensa); di tutti quegli ‘altri’ i quali concorrono – in virtù della donazione di se stessi – alla sua realizzazione. Il ‘dono’ non è completo senza la benevolenza di chi lo riceve.

Scrive in proposito Alasdair MacIntyre: “Sono quelle virtù che garantiscono un agire razionale indipendente che hanno bisogno di essere accompagnate […] da opere (fatti), che rispondano a tali interrogativi […] e che né la figura dello stato nazionale moderno, né la famiglia così come essa è intesa al giorno d’oggi, né il tipo di associazione sociale e politica di cui ci sarebbe bisogno, possono rappresentare.” (16) Serve la solidarietà di tutti per dare luogo a una comune forma di cooperazione per la sopravvivenza dell’umana specie, soggiogata dagli sconvolgimenti, naturali e non, in atto.

Dacché le numerose domande che da questa indagine scaturiscono sulle cause del disagio giovanile, e che sono sia di tipo antropico-individualistico, sia socio-psicologico, per quanto tutte risultano pressoché lecite o, almeno, proponibili: Che sia per l’allontanamento della madre dalla prole, per un lavoro a tempo pieno chela distoglie dal sopravvedere ai figli? Che sia a causa del distacco del padre in altre faccende affaccendato? Oppure a causa della necessaria decisione ‘politica’ del ‘figlio unico’ o alla rinuncia di nessun figlio? Al superamento dei problemi relativi al budget economico famigliare, in parte dovuto alla continua sfida delle nuove tecnologie che hanno soppiantato l’uomo/la donna nel lavoro? Oppure dovuta a una maggiore consapevolezza di sentirsi infinitamente piccoli di fronte alle variazioni climatiche che stanno mettendo in difficoltà l’intero sistema cosmico? O forse all’innata, perché mai venuta meno, paura della morte che condiziona il presente e il futuro di tutti noi? Forse tutte queste insieme e nessuna di esse in particolare, non pretendo di conoscere le risposte.

La realtà è che non abbiamo imparato a volare, né siamo più in grado di farlo. È così che non imparando a volare abbiamo perso il controllo di noi stessi e siamo finiti per cadere rovinosamente. E dire che c’è stato un tempo in cui davvero sembrava che gli angeli volassero sopra le città. Finanche su una città costretta dietro un muro come era prima Berlino (17) da sembrare perduta per sempre. Con la caduta degli angeli da quel Paradiso così tanto agognato, abbiamo perso definitivamente la fede nella vita oltre la morte, che era uno dei capisaldi della promessa cristiana. La religiosità dei padri ha lasciato il posto al cambiamento, all’emergere di nuove concezioni religiose e filosofiche, all’enunciazione esponenziale di nuovi credi. Dalla teosofia esoterica, alla magia bianca degli oroscopi e dei filtri d’amore, alla magia nera delle moderne sette sataniche, alle stereotipe visioni paranoiche dell’ ‘Arte’, oggi destrutturata nei suoi riti, nel costume, nell’abbandono delle sue tradizioni, in cui ha espresso, in forme più o meno ingenue, quella che era l’aspirazione umana alla ‘felicità’ eterna.

Una risposta credibilmente vera, paradossalmente inaccettabile, ci viene proprio dall’incongruenza d’una ingenuità (s’intenda genuinità) che aspirava a qualcosa, a qualunque cosa avesse a che fare con la ‘bellezza’, con l’amore, con la musica, con la poesia, con i colori dell’arte, con la letteratura, con le scoperte della scienza (non con la sua sperequazione), con la grandiosa avventura della vita. Quella vita ch’era sul nascere veritiera promessa, il dono più grande – recita il poeta – alle cui parole lascio l’azione significante.

“Dopo aver impiegato alcuni anni a studiare nel libro del mondo e a farne esperienza , presi un giorno la risoluzione di studiare anche in me stesso e d’impiegare tutte le forze del mio ingegno a scegliere il cammino da seguire. Questo a mio avviso mi riuscì meglio che se non mi fossi allontanato mai dal mio paese né dai miei libri” – scriveva René Descartes alias Cartesio (18) nel lontano 1637. … nel suo costante cercare di comprendere la totalità del suo tempo, lontano dal pensare di dover assistere alla catastrofe finale, peraltro annunciata, nel momento in cui lo scibile umano si trova a confrontarsi con l’universo della globalità, e tuttavia lontano dall’autorevolezza della sua eredità culturale, posto davanti alla rappresentazione infinitesima della sua stupidità.


Ulteriori ‘possibili’ risposte, fra breve nella terza parte di questa stessa inchiesta.


Note:
1)Dott.sa Sabina Lauria, Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minori di Catania con specializzazione in neuropsichiatria Infantile, in ‘Bullismo’ articolo apparso sulla rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica “Il Caduceo” vol.20, n°3 – 2018.
2) “Ottavo Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza”, in Sabina Lauria – “Il Caduceo” op.cit.
3) 4)Menesini e Fonzi – (cit. Sabina Lauria op.cit.)
5) Antony Giddens (elab. del concetto redatto in) “La trasformazione dell’identità”, il Mulino 1995.
6) Zigmunt Bauman, “The Individualized Society”, Polity Press – Cambridge 2001.
7) Aristotele “Etica Nicomachea”, cfr. ‘virtù cardinali’, ‘virtù teologali’.
8) Victor Turner, “Il processo rituale”, Morcelliana 1972.
9) Carl Gustav Jung, “Gli archetipi e l’inconscio collettivo” – Bollati Boringhieri 1977.
10) Cyberpunk Culture, “Victor Turner e il concetto di performance”, 2014.
11) Giovanni Gasparini, “Sociologia degli interstizi”, Bruno Mondadori 1998.
12) Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, Einaudi ristampa 2012.
13) “Opere di misericordia” - sono quelle richieste da Gesù nel Vangelo (Matteo 25) per trovare misericordia (ossia perdono per i nostri peccati) ed entrare quindi nel suo Regno. La tradizione cattolica ne elenca due gruppi di sette: corporali e spirituali. (cfr in Wikipedia).
14) 15) Luigi Accattoli, “Cerco fatti di Vangelo”, EDIZIONI Dehoniane 1995.
16) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali indipendenti”, Vita e Pensiero 2001.
17) Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino” film del 1987.
18) René Descartes – Cartesio in “Meditazioni metafisiche”, Laterza 1997.

*

- Società

Il paradosso di essere giovani - Inchiesta

“IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI” - 1
(inchiesta sul disagio e sul condizionamento critico dei giovani).

“Siamo davvero ciò che siamo, o siamo quello che la società vuole che noi siamo?”

È la domanda che più spesso ci si sente rivolgere da molti giovani che solleva non poche perplessità sulle possibili risposte da dare al ‘problema’, perché di questo si tratta, che una domanda siffatta accende nel dibattito costante tra famiglia e società. Come del resto provoca l’andare alla ricerca di una causa e/o di una colpa da attribuire al fenomeno scatenante – ad esempio – del ‘bullismo’, quale degenerazione di un autentico disagio sociale. Oppure l’esercizio di una effettiva provocazione, per cui i giovani, presa coscienza della pressante difficoltà generazionale, si sono dati una risposta a prescindere: “Noi non siamo chi la società pretende che noi siamo”.

Ciò che equivale a rispondere a una domanda con una domanda ‘altra’ che va nella stessa direzione e che lascia insorgere un ulteriore problema su chi deve e/o dovrebbe gestire il complesso fenomeno del ‘bullismo’ sul piano sociale, se la famiglia o la scuola o se entrambe? Se non altro per il sempre maggior numero di aggressioni apparentemente senza scopo e talvolta di perdite di vite umane che riempiono le cronache dei quotidiani e dei networks , divenute in breve tempo una consuetudine sconcertante che allarma e preoccupa l’opinione pubblica. Sia riguardo alla scolarizzazione (se è utile mandare o no i propri figli a scuola?); e le istituzioni, riguardo a nuove formule d’istruzione (se serve una regolamentazione giuridica e interventi propedeutici alla giustizia sui minori), visto che il fenomeno riguarda per lo più gruppi organizzati presenti nelle scuole e, nei centri urbani giovanissime gang di quartiere.

Sarebbe alquanto ingenuo, nell’evolversi di questa analisi, pensare che alle difficoltà evidenziate, si possano dare risposte semplici o superficiali che ne attribuiscano le cause al solo ‘paradosso di essere giovani’. Non è certo colpa dei giovani se la ‘storia’ loro l’hanno subita, non l’hanno mica scritte loro le regole del vivere comune cui non sentono di appartenere. Se non altro per il fatto che i dettami che regolano la società, la vita comunitaria ecc. loro sono chiamati a rispettarle, anche se finora nessuno (né la fimiglia, né la scuola, né le istituzioni), gli le ha mai spiegate; almeno da quando a scuola è stata abolita l’educazione civica. Quante volte si è sentiti rispondere che: "no, noi non c'eravamo", e che la loro limitata conoscenza delle regole (dei diritti e dei doveri dei cittadini), è fatta di parole tramandate, ‘le quali potrebbero non avere nulla a che vedere con la realtà d’oggi. Che lquelle che spacciamo per ‘verità della storia’ ce le siamo inventate noi delle generazioni precedenti per instaurare una società di diritto come piaceva a noi; che gli abbiamo sottaciuto, in modo da nascondere cento, mille altre verità, sui guasti che abbiamo creato noi (dalle guerre, alla fame nel mondo, al buco nell’ozono ecc.). Come se la verità della storia si possa nascondere, quando i guasti fatti sono sotto gli occhi di tutti.

Ma la verità infine viene sempre a galla, e mentre noi non ammettiamo ancora oggi, nell’era delle macroscopica interazione comunicativa, i nostri madornali errori e non sappiamo ancora chi siamo e dove stiamo andando; loro (i giovani) si sentono autorizzati a non credere a niente e a nessuno, tantomeno alla società, come alla politica, e in molti casi anche alla religione. Sta di fatto che quelli che dovevano essere i ‘valori’ (le virtù morali, il rispetto per la vita, ecc.) che avremmo dovuto trasmettergli, noi per primi li abbiamo dapprima messi sotto i piedi, poi gettati nei cassonetti insieme alla spazzatura, senza neppure rendercene conto.

Altre sono invece le domande che dovremmo porci ancor prima di studiare la fenomenologia del problema che risente di un autentico disagio sociale, al quale, nell’era super tecnologica che stiamo attraversando, si guarda con particolare attenzione, seppure da prospettive diverse, uguali e/o disuguali a seconda dei contesti sociali in cui si propagano e, solo in parte contrassegnati dalla trasformazione in atto che ne attesta le cause. Quali – ad esempio – la multiculturalità, la globalizazzione e, non in ultimo, la svolta prodotta dalle nuove componenti di rischio, come l’abuso di alcolici e di droghe più o meno pesanti, ed a quelli che vengono considerati ‘i nuovi sballi’ come i video giochi, gli sport estremi, in cui prevale l’aggressività nelle forme di violenza gratuita, l’uso delle armi, l’emulazione di atti vandalici, il bullismo ecc.

Sarebbe comunque un modo fin troppo semplicistico di spiegare le cause di un fenomeno che si presenta piuttosto ampio e, per certi aspetti, incongruente quanto inevitabile, più che mai ‘diversificato’ in molti lati oscuri ancora tutti da osservare, se
l’obiettivo di questa analisi non fosse quello di comprendere se il fenomeno sia o no paragonabile ad altre attitudini ben più gravi, come le corse folli sulle auto, le stragi del sabato sera, lo stupro di gruppo, i sassi dal cavalcavia, che riempiono indifferentemente le cronache; e se tutto ciò sia da considerare, oltre che un fenomeno sociale, una ‘anomalia individuale’ radicata e nascosta nella zona più oscura della psiche, prima ancora che collettiva, dai risvolti inquietanti. Oppure un ‘problema’ sommerso da guardare con preoccupazione e diffidenza, quest’ultima in senso di apprensione, dubbio, timore, ma anche cautela nell’affrontare il nocciolo duro di una questione di per sé ostica.è tempo di guardare in faccia la realtà come a un intrico di somiglianze e differenze che implicano interventi razionali e assidui di cui in primis la società tutta dovrebbe farci carico.

L’idea portante è dunque quella di investigare il fenomeno nei suoi molteplici aspetti: sia culturali e gestionali, sia formativi che relazionali, di specifica competenza della famiglia, della scuola che delle istituzioni. Di avviare una profonda riflessione sulle infinite ‘diversità’ e di nuovo ‘somiglianza’ che distinguono e legano certi avvenimenti all’amiente oggettivo: sia quello in cui si vive (la città, la periferia, la comunità ecc.), sia quello profondamente umano (welfare, salute, abitudini ecc. ), che forse bisogna rivedere nella sua completezza. Nel contempo, sostenere l’efficacia delle scienze socio-antropologiche, nonché psicologico-culturali, messe in campo per affrontare quelle che sembrano essere le concause di scelte generazionali che, in qualche modo, stanno cambiando il volto della società, negli aspetti più radicali del costume, delle usanze e delle tradizioni.

Certo l’applicazione del concetto di ‘parità culturale’, sia a livello individuale sia a livello collettivo e anche comunitario, potrebbe oggi portare a una certa congruenza di vedute, più ampie rispetto al passato, verso l’unione, la stabilità e la tolleranza, nonché il riconoscimento comune di appartenenza sociale, tali da riempire un nuovo vademecum della coesistenza, pur nel mantenimento di quella ‘identità antropica’ naturale oggi messa al bando che molti studiosi vedrebbero come concausa degli ‘orrori’ di cui si è sopra tragicamente parlato. È questo l’aspetto indubbiamente più rilevante del ‘problema’ in cui s’innestano le difficoltà più dure da affrontare, proprie della sfera relazionale, attribuibili, seppure in parte, alla più recente contestazione giovanile tutt’ora in atto, nei confronti di una società e, più in generale, delle sue regole.

Quelle stesse che i giovani, compresi nella fascia di età che va dai 14 ai 18 anni, considerano troppo rigide, inibitrici della libertà d’espressione e causa di una dissonanza cognitiva complessa, in bilico tra aspettative sempre più illusorie, e una realtà fatta solo di impedimenti e contrasti, spiegabile con l’anomia, ossia la mancanza e/o l’assenza di figure e di precisi punti di riferimento. Onde per cui, andare “incontro agli altri” o “conoscere se stessi”, secondo la formula dell’empatia che permetterebbe loro di superare e gestire il ‘paradosso della propria età’, si rivela infine un qualcosa che intralcia la loro crescita mentale e che quindi sentono come non indispensabile al raggiungimento della loro maturità. Più spesso abbandonandosi alla sola esperienza del proprio corpo (fisicità) che permette loro di comunicare con gli altri in modo assai più diretto, all’interno di una società che considerano non conforme alle proprie esigenze e, del tutto incapace a rispondere alle importanti ‘sfide’ che questa mette in campo e che si trovano a dover affrontare.

Un ‘problema’ dunque, prima ancora che un fenomeno, che rivela aspetti complessi e che, in alcuni casi, presenta ‘forme di trasgressione’ difficili da arginare, contrasti: “che hanno prodotto una qualche criticità, introdotta e/o causata da forze esterne travolgenti e ingovernabili” (1)(Alasdair MacIntyre, in “Animali razionali dipendenti” – ed. Vita e Pensiero 2001). Trasgressione che segna un punto focale ove convergono i diversi obiettivi di questa analisi, qui osservata anche dal punto di vista della comunicazione e della prevenzione, messe in atto dalla società nel tentativo di contrastare quegli atteggiamenti di tipo virile, al limite dell’autolesionionismo espressi soprattutto nelle ‘prove di coraggio’.

Aspetti questi di quel disagio di fondo cui solitamente non si parla, ma che sempre più spesso agitano il campanello dell’allarme sociale, inquanto lanciano messaggi di evidente difficoltà, soprattutto d’inquietudini latenti che chiedono di essere interpretati, o quantomeno ascoltate e comprese, alle quali, a fronte delle problematiche rilevate, si cerca qui di capirne la portata, con l’ausilio delle scienze che gli sono proprie in termini di sociologia, psicologia e psichiatria, tendenti a conoscere, pur se entro certi limiti, i comportamenti individuali dei giovani nel vivere il paradosso della loro età, di un sé proiettato alla ricerca di se stessi e/o di altri modi di essere, e di vivere il rapporto con gli altri in funzione di esplorare trame di vita diverse.

Aspetti psicologici e sociali del fenomeno.

Andando oltre la semplicistica comprensione del fenomeno accertato come ‘problema sociale’, che trova una sua esemplificata rispondenza nell’opinione pubblica, si cerca qui di analizzare i diversi risvolti socio-psicologici che ne sono all’origine, privilegiando gli aspetti trasformativi e conflittuali, connaturati e quelli in netta contrapposizione rispetto all’assetto strutturale dell’attuale società. Aspetti questi che riconducono il fenomeno sul terreno del concetto di ‘struttura e anti-struttura’ elaborato da Victor Turner (2), detto di ‘performatività’, implicito nei processi sociali, e che ancor oggi permette di rilevare le strutture portanti e le successive trasformazioni di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana. Così come di: “riconoscere, in certo qual modo, la vulnerabilità dell’identità sociale nel compiere determinate scelte, come condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie; sostanziale per capire fin dove il genere umano arriva a scegliere in piena autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo”.
(2) (Concetto di ‘performatività’ elaborato da Victor Turner in “Il processo rituale”, Morcelliana 1972).

È infatti il non poter scegliere in piena libertà e completa autonomia il proprio ruolo nella società che ‘paradossalmente’ fa la differenza. Spesso i giovani interrogati sui rischi che si corrono nel mettersi alla guida dopo aver bevuto fuor di misura, o voler fare comunque le ore piccole, rispondono con l’impudenza che li distingue, che “non vedono il problema”; che semmai, si tratta di nuove virtù (una sorta di plus-valore), il cui raggiungimento concorre, secondo tali e ineludibili necessità, alla loro piena realizzazione in autonomia. Autonomia che si vuole abbia la capacità di far riflettere gli individui sulle loro stesse capacità e/o possibilità, cosa che permette loro “di deliberare, giudicare, ed agire scegliendo fra diverse azioni possibili - per quanto - deve essere limitata, senza che ciò costituisca la negazione della libertà degli altri”. (3), (Antony Giddens, in “la trasformazione dell’intimità” – Il Mulino 1995).

Un principio fondamentale di democrazia che, preso ad esempio, sul piano istituzionale, sconvolge non poco lo status di relazione sociale di appartenenza. Pertanto, se vale che l’autonomia aiuta a definire i contorni della personalità, necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della promessa di democrazia va estesa non solo all’area relazionale della società, ma anche a quella più intima dell’ambito famigliare, genitoriale o tra genitori e figli, altresì alle ulteriori forme di relazione nei rapporti interrazionali, di parentela, di amicizia e di gruppo, che trovano nella solidarietà e nella promessa reciproca dello stare insieme comunitario un medesimo rapporto equivalente. A questo proposito si ravvisa comunque un rischio, cioè che: “quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie - penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risolse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui de jure; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicato status di individuo de facto. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”. (4) (Zigmunt Bauman in “The Individualized Society”, Polity Press Cambridge 2005).

Niente di più profetico è stato detto fino ad oggi, anche alla luce dello stravolgimento in corso della società – qui intesa come corpo di una comunità di individui – tendente ad abbandonare, volendo qui usare un concetto del sociologo polacco Zigmunt Bauman; i legami sociali per liquefarsi. Resta il fatto che un fenomeno come quello che stiamo analizzando preclude tutto quanto detto fin qui, per aprire invece connessioni parallele che vanno, nei soggetti più giovani, dalla superficialità nel valutare i rischi, alla irresponsabilità di fronte ai pericoli e alla mancanza di consapevolezza del valore della propria vita e di quella altrui.

Indubbiamente molteplici sono gli aspetti trasformativi della personalità che il problema presenta e che rendono difficile il tentativo di classificazione. Diverse infatti sono le cause che possono produrre questa difficoltà, ed è interessante esaminarle, seppure solo in parte, in modo da accrescere la comprensione dell’argomento. Tuttavia c’è una valutazione che fin d’ora è possibile fare, e che riguarda il principio fondamentale della nostra ‘vita psicologica’, secondo cui l’individuo: “tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, risvegliando quegli elementi che sono oppposti o complementari a quelli dominanti”, all’interno del proprio sé. Per diverse ragioni, però, questo potere di auto-regolazione di compensazione non sempre funziona alla perfezione, sia nella nostra ‘vita’ fisica che in quella psicologica: “talvolta è insufficiente, in altri casi opera all’eccesso, producendo reazioni esagerate, o ciò che potrebbe essere chiamato iper-conpensazione, per cui la tendenza a sopravvalutare le qualità che gli mancano”. (5). (Roberto Assagioli, in “I tipi umani”, Istituto di Psicosintesi – Giuntina 1987).

È quanto accade in genere quando si avviene a uno stato di incapacità di percepire il pericolo e, in modo specifico, quando ci si adopera, consciamente o inconsciamente, ad andare oltre nella fluttuante dimensione dove il tutto e il niente si equivalgono: “la negazione della morte”, diversamente dall’affermazione dell’amore per la vita, che dovrebbe essere come fin’ora è stato, fondamentale per la sopravvivenza del genere umano. Fenomeno quello della ‘morte’, che tutt’oggi conserva il suo aspetto di “livella sociale” che tutto appiana e conforma, e che da sempre costituisce, così come avveniva fra le popolazioni primitive, un “fatto sociale” che determinava una crisi non solo all’interno del gruppo famigliare ove si verificava, quanto in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan e della tribù per cui “le strutture sociali reagivano ad essa attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducevano gli individui a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società”. (6) (Jean-Didier Urbain in ‘Morte’, “Enciclopedia” - Einaudi 1980). E in “Enciclopedia di Filosofia” – Garzanti 1995).

Tra le diverse definizioni proposte riguardo al fenomeno, si fa qui riferimento alla distinzione “astratta” della morte violenta, intesa più come denuncia della fine dell’esistenza, e consistente nell’assunzione di comportamenti ed opinioni congruenti con questo titpo di evenienza. Fondamentalmente, si rilevano almeno tre variabili strettamente influenti fra loro: una prima riguarda “l’incoscienza” che si annida nel senso di insicurezza-sicurezza tipico del fenomeno legato in parte al caso, alla fatalità e quant’altro; una seconda , dovuta alla sfrenata corsa ad andarle incontro “in spregio del pericolo” e della propria sopravvivenza; e una terza detta “di rottura” con il mondo interiore (la propria identità) e, non in ultimo con la società di appartenenza.

A questo proposito va detto che la diretta conoscenza degli accadimenti e delle vittime, coglie soltanto una minima parte dei cittadini, quelli che per caso si trovano sul posto degli incidenti, e i più vicini affettivamente colpiti, come parenti e amici; la maggior parte riduce l’evento ad un fatto di cronaca, da catalogare assieme con le altre notizie di morte, di guerre, attentati, affondamenti delle carrette del mare e bambini che muoiono di fame in ogni parte del mondo, e che giornalmente affollano le cronache radiotelevisive e dei quotidiani. La consapevolezza delle dimensioni del fenomeno cresce (quando trattasi di incidenti occorsi nel proprio circondario o di persone che ne sono state vittime, tanto più se verificatesi nel proprio quartiere. La cosiddetta “vittimizzazione vicaria” è infatti più probabile e frequente della diretta esperienza personale, e quindi incide più spesso sul livello di ansia (e di paura) della collettività, così come ampiamente dimostrato negli studi pubblicati su “Neighbourhood Watch” il report della Polizia metropolitana britannica sulla Sicurezza Pubblica, rapportato alle esigenze effettive di intervento sul territorio. (7)

In ogni caso, per la società, si tratta comunque di voler salvaguardare (ad ogni costo) la sopravvivenza e l’integrità di un individuo ( quale esso sia), che va accettato e difeso in cambio di una sicurezza interezza interiore che più non appaga, che è andata smarrita, persa nella fitta “rete” dei modern mass media, e della tecnologia che avanza. E che, se da una parte corrompe e degrada il sistema “natura” al quale eravamo abituati, d’ltra parte ci permette l’imperativo di una comunicazione libera e aperta. “Condizione sine qua non, per stabilire una relazione più estesa”, la più ampia possibile, in cui “la propria autonomia e la rottura della coazione sono le condizioni per sostenere un dialogo franco”, con il futuro (8) (op.cit.)

Per completare il quadro, destinato per il momento a restare senza cornice, non bisogna sottovalutare l’attuale cultura dell’immagine diffusa dai mass-media, che spinge ad assegnare il primato all’apparire piuttosto che all’essere, alla quale si accompagna generalmente l’imperativo consumistico, per cui: “l’individuo vale più di ciò che ha che per ciò che è”, che non è uno slogan, ma una constatazione sulla quale almeno si dovrebbe meditare.

Viaggiatori sulla coda del tempo.

Con l’avanzare della spinta individualista-materialistica nella società relazionale che mina alla base la responsabilità della persona verso gli altri, è fondamentale la scelta sociale di una maggiore e collaborativa solidarietà con le nuove generazioni, quale probabile risposta al problema del disagio e della devianza giovanile, e più che mai orientata alla ‘cura’, come antidoto a orientamenti di tipo soggettocentrico – qui di seguito analizzati nell’ottica più ampia possibile che i moderni mezzi conoscitivi mettono a disposizione. Cura in sé diversificata, di tipo ‘informale’ oppure ‘istituzionale’, espressa in termini di comunicazione e prevenzione, nel difficile ma non impossibile rapporto tra società e mondo giovanile, e in grado di garantire una maggiore equità di giudizio da entrambe le parti, necessario ad arginare il problema che le ‘devianze più aggressive’ rappresentano per la società.

Interventi tra privato (informale) e pubblico (istituzionale) che vedono impegnata una pluralità di forze organizzative che vanno dalla sanità, alle forze dell’ordine, al volontariato, ai mass media, agli apparati locali (assistenti sociali, consultori ecc.), tutte ugualmente impegnate a sostegno di campagne di prevenzione sul territorio che stanno dando i loro frutti. Va detto che l’emergere delle urgenze (necessità), a cui le organizzazioni sociali sono chiamate a rispondere, si è particolarmente ampliato in corrispondenza dei drammatici esiti statistici rilevati. Notiamo come le attese risposte (sopra elencate) richiedono una rivalorizzazione, sia a livello locale che periferico, delle aree individuate cosiddette a rischio. Nonché la responsabilizzazione dei soggetti intermedi che operano all’interno e all’esterno dei locali pubblici (gestori di bar, vinerie, discoteche, addetti alla sicurezza ecc.).

In quanto preposta a dare determinate risposte, una migliore organizzazione sociale può fornire un valido contributo alla realizzazione dell’attività preventiva attraverso gli operatori (forze dell’ordine e altre istituzioni) che, per competenze e capacità, sono preposti a mantenere l’ordine ed a far rispettare le disposizioni di legge a riguardo. Alla luce dei mutamenti sopravvenuti e delle nuove realtà che affacciatesi sulla scena quotidiana, la società attuale si è rivelata inaspettatamente anacronistica, mostrando nelle sue crepe profonde i segni di una erosione annosa che non l’ha risparmiata dalla catastrofe, peraltro annunciata, sopraggiunta proprio “nel momento esperienziale della ragione e nel momento riflessivo della critica” (9) (M. D’Avenia, in MacIntyre op.cit.).

Momento in cui le nuove generazioni hanno reagito – e continuano a farlo – andando all’inseguimento di una identificazione diversa, giocata sul piano di “quelli che contano”, e combattere così l’insignificanza del nostro tempo. Non in ultimo, per volersi riappropriare della legittima indiovidualità che compete loro e, al tempo stesso, la pretesa necessità di un protagonismo che li vede uniti, nel riscattare la posizione di semplici spettatori di se stessi nell’evolversi di una società come loro vorrebbero nel compiacimento di ‘una rappresentazione esteriore e narcisistica di sé’. La difficoltà individuata è senz’altro di tipo ‘relazionale’, scollegata (e contraria) dal concetto di auto dominio (padronanza e controllo assoluto di sé), che vede inglobato in un tutt’uno (edoniostico e narcisista) tutto ciò che questo nostro mondo globalizzato e massimamente tecnicizzato mette a disposizione. Il paradosso è quanto più evidente, insito dell’andamento mutato e mutevole di una natura (quella adolescenziale) di per sé ibrida “che oscilla tra la ricerca della propria identità e la proiezione di un futuro ancora incerto, mentre vive il proprio tempo presente nel segno della precarietà e della drammaticità” (10) (Federico D’Agostino, “La metafora giovanile” – Ed.Seam 2001).

L’aspetto più evidente di quella che possiamo definire “una latente crescita individuale”, s’incontra nel complessivo rifiuto che i giovani in età adolescenziale hanno nei confronti della cultura e la carenza generazionale del rispetto degli altri e delle cose referenziali della società in cui vivono (luoghi di aggregazione in genere, edifici pubblici, di culto, monumenti, ecc.) . Due aspetti di una stessa medaglia attribuibili alla mancanza di volontà di crescita, quindi di maturazione; altresì nel ripudio di una presa di coscienza di sé che oscilla tra l’appartenere a una data collettività e lo svincolarsi da essa, tra brame di ribellione e desiderio di libertà che, talvolta, degenera e si trasforma in occasione di conflitto e di scontro violento.

Già negli anni ’50 il filosofo tedesco M. Heidegger annotava che: “Nessuna epoca ha avuto, come l’attuale, nozioni così numerose e svariate sull’uomo. Ed è anche vero che nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia l’uomo. Mai l’uomo ha assunto un aspetto così problematico come ai nostri giorni”; (11) (M.Heidegger, “Vita, pensiero, opere scelte” – Ed. Il Sole 24 Ore 2006). Allorché il virus della post-modernità aveva infettato gli animi delle generazioni di allora. Quando cioè: “La situazione emotiva apriva l’uomo al nudo fatto del suo ‘essere gettato’ nel mondo; mentre la comprensione era la proiezione attiva e ‘progetto’ o ‘interpretazione’ di qualcosa in quanto tale”. (12)(M. H. op.cit.)

Un voler re-acquisire una propria ’identità’ ex-novo, una qualsiasi insomma, nei pensieri e nelle riflessioni, buona o cattiva che sia, per quanto tutto ciò conservi l’illusione che, una volta acquisita, possa rimanere simile nel tempo, pur nella consapevolezza che essa mantiene un aspetto effimero che è sempre assolutamente identico: l’essere ‘mortale’. Ècco quindi che ritorna l’evocato ‘vuoto’ iniziale che si viene a creare proprio in concomitanza col dover fare una e/o più scelte che condizionano la ‘realtà’ giovanile, vista dal loro punto di vista: di mancanza d’identità. “Certo, l’identità genera automaticamente ‘alterità’, chiusura, limitazione o annullamento degli scambi e un senso goffo di superiorità – scrive Adriano Favole (13) , (in ‘La Lettura’ – supplemento de Il Corriere della Sera – 10 Febbraio 2019). “L’identità – aggiunge – difficilmente consente di pensare le trasformazioni e persino il futuro , è come una roccia che si oppone al cambiamento (dello stasus quo?). A livello collettivo, […] tralasciando gli ‘orrori’ del disprezzo e scherno, segregazione, respingimento di chi è bollato come ‘altro’, sussiste (in alcuni studiosi), il pensiero interposto al concetto di identità del ‘vuoto’ assoluto”; cioè l’impossibilità nell’individuo per una condivisione socialitaria “e culturale dell’io e del noi, i quali, privati della identità, sarebbero (facili) prede di alterità più forti, consistenti e voraci”.

È il caso di Francesco Remotti (14) che in “Somiglianze. Una via per la convivenza.” – (Laterza 2018 citaz. in A. Favole op.cit.), “il quale prefigura soggetti e collettività destinate a decadere e infrangersi davanti a portatori di sostanze culturali granitiche”, ponendo al centro la questione del ‘con-dividuo’ come soggetto umano; “una sorta di ‘atomo spirituale’ che percorreva già le pagine di Horkheimer e Adorno quando scrivevano: «Se nel fondamento stesso del suo esistere l’uomo è attraverso altri, che sono i suoi simili, e solo per essi è ciò che è, allora la sua definizione ultima non è quella di una originaria indivisibilità e singolarità, ma piuttosto quella di una necessaria partecipazione e comunicazione agli altri.»

In conclusione si afferma che il ‘con-dividuo’ umano è fatto di relazioni che “aprono la strada non solo alla molteplicità delle ralazioni in cui è coinvolto, ma anche al carattere irripetibile o unico delle loro manifestazioni e delle loro combinazioni: “La convivenza non è soltanto una questione che riguarda i gruppi, ma è già dentro il soggetto umano. […] Che il soggetto umano è già di per sé una convivenza organizzata, da un punto di vista sociale, neurologico, immunologico, ecologico: attraversato dai suoi simili, a cui si legano i diritto persona, […] non necessariamente il frutto di una ‘identità’ predefinita, ma di un’opera di tessitura e intreccio di relazioni che crea ogni con-dividuo un po’ simile e un po’ diverso dagli altri.”

Quali spiegazioni dare al disagio e ai fatti del condizionamento sociale nelle giovani generazioni in fatto di bullismo e quant’altro?

Alcune ‘possibili’ risposte, fra breve nella seconda parte di questa stessa inchiesta.





*

- Poesia

San Pellegrino Festival premia i Bambini

LA CITTÀ DI SAN PELLEGRINO TERME
Promotrice per l'anno scolastico 2018-2019 la 9a Edizione del Festival Nazionale di Poesia
per e dei Bambini, è lieta di comunicarela cinquina delle poesie vincitrici del concorso sul tema : “La solitudine”.

Il festival si è svolto attraverso la lettura e la composizione di poesie, rime e filastrocche a partecipazione gratuita per ‘bambini e ragazzi dalla terza elementare alla prima media’, e inoltre per gli adulti (purché si sentano ancora bambini) con poesie inedite adatte a un pubblico infantile, con poesie individuali o di gruppo.

Poesia vincitrice
Arianna Bianchi Mozzo (BG)

Le altre finaliste, in ordine di presentazione delle poesie, sono:
Monica Sorti Mozzo (BG)
Laura Mapelli Monza (MB)
Maria Cannito S. Martino iin Pensilis (CB)
Elena Manenti Telgate (BG)

Le poesie sono state lette e votate da 322 alunni di 22 classi di scuole primarie e secondarie di primo grado.
La premiazione si svolgerà sabato 16 marzo alle ore 16 presso il Teatro del Casinò di San Pellegrino.
Complimenti alla giovanissima poetessa vincitrice e anche a tutti voi che avete partecipato per la vostra passione per la poesia.
Allego la poesia vincitrice e le altre della cinquina.

POESIA VINCITRICE

‘FILASTROCCA DEL TOPO DI STRADA’
Vicolo Lercio, bidone Ottantuno,
non è colpa mia se non piaccio a nessuno,
chiunque mi incrocia dà fuori di matto
e urla chiamandomi “quel brutto ratto”.
Dicon che puzzo da fare paura:
certo, io vivo nella spazzatura!
Dentro il bidone ci ho fatto la tana
ma cambio il mobilio ogni settimana,
perché un omone, grande e forzuto,
lo svuota ed elimina ogni rifiuto.
Son fortunati quel gatto e quel cane
che vedo spiando da quelle persiane.
Mangiano un sacco di prelibatezze,
ricevono coccole, baci e carezze.
Vorrei che una fata mi desse una mano
e mi trasformasse in “topo da divano”.
Son bravo, ubbidiente, ho dieci in condotta,
qualcuno di voi per favore mi adotta?
Arianna Bianchi Mozzo (BG)


LE ALTRE POESIE FINALISTE

‘JACK MUSOLUNGO’
A Bosco Incantato, in un grosso fungo,
vive lo Gnomo Jack Musolungo.
La sua casetta è bella davvero,
con tanti confort, ma ospiti zero,
perché in quel fungo sotto il nocciòlo
Jack preferisce restare da solo.
Lui non ha amici né conoscenti
e tiene alla larga vicini e parenti,
ma in una notte di zucche e vampiri
un pipistrello un po’ su di giri
con una manovra alquanto maldestra
plana veloce sulla sua finestra.
Il vetro si rompe e la sua zampa pure,
il poveretto ha bisogno di cure,
così da Jack Musolungo si accampa
finché non avrà guarita la zampa.
I primi giorni son liti e minacce,
fanno paura le loro facce,
poi Jack impara che, con la pazienza,
può esser fantastica la convivenza.
I due si scambiano sogni e progetti,
pezzi di cuore, pregi e difetti,
e quando l’amico riprende il suo volo
Jack dice: “Da oggi mai più starò solo”.
Monica Sorti Mozzo (BG)

‘LA SOLITUDINE’
Solitudine vuol dire
aver voglia di capire,
di guardar dentro noi stessi
rimanendo disconnessi
da quel mondo che là fuori,
con i mille suoi colori,
gira gira e sempre piace
soprattutto quando è in pace.
Solitudine è il tuo io
che non riesce a dirti addio,
e se questo troppo dura
impedisce l’avventura
di una vita che ha valore
se si dà e riceve amore,
se un pianto od un sorriso
è con gli altri condiviso.
Solitudine è parola
che t’insegnan anche a scuola:
cinque sillabe contate,
dieci lettere affiancate;
dille sì se hai l’esigenza,
dille no se vuoi far senza.
Scegli tu liberamente
se star solo o fra la gente!
Laura Mapelli Monza (MB)

‘STELLA’
Per quanto sia solitaria una stella
brilla
e tante solitudini
creano il firmamento.
Maria Cannito S. Martino iin Pensilis (CB)

‘I COLORI DELLA SOLITUDINE’
Nero di ombra che ti cattura
se stare da solo ti mette paura,
quando chi ami è troppo lontano
non serve a nulla tender la mano.
Grigio di nebbia che toglie il fiato come il vuoto di un abbraccio mai dato,
come il rumore di parole mai dette
chiuse nel cuore strette strette.
Ma pensaci bene, non è solo questo
solitudine è anche ascoltare te stesso.
A volte fuori c’è troppo rumore
e restare soli ha un altro colore.
Verde di prato che sa di riposo
dopo un giorno assai faticoso.
Giallo di sole che splende e riscalda
come i segnali che il cuore ti manda.
Azzurro di onde che muovono il mare
culla pensieri, fa desiderare.
Blu di cielo di stelle vestito
illumina sogni, anche il più ardito.
Elena Manenti Telgate (BG)

Non rimane che fare i più sentiti complimenti a tutti i partecipanti e ad invitare quanti volessero partecipare all’avvenimento a San Pellegrino Terme.

Si ringrazia inoltre la rivista di poesia on-line La Recherche.it per l'ospitalità elargita al Festival dedicato ai bambini.

Il coordinatore prof. Bonaventura Foppolo.

*

- Cinema

Festival del Cinema Italia - Regno Unito

FESTIVAL Italia / Regno Unito
In collaborazxione con Cineuropa News

Cinema Made in Italy, edizione numero 9 di Vittoria Scarpa

26/02/2019 - Dal 26 febbraio al 3 marzo, torna il meglio del cinema italiano recente a Londra. Apre 'Loro' di Paolo Sorrentino
Si terrà oggi , dal 26 febbraio, a domenica 3 marzo, al Ciné Lumière di Londra, la nona edizione di Cinema Made in Italy, lo speciale appuntamento organizzato da Istituto Luce Cinecittà e dall'Istituto italiano di cultura di Londra che porta nel Regno Unito alcune delle migliori produzioni italiane recenti in anteprima assoluta.
Sono nove i titoli in programma quest’anno. Ad aprire la rassegna sarà il ritratto di Silvio Berlusconi del regista premio Oscar Paolo Sorrentino, Loro – il film uscirà nelle sale britanniche il 19 aprile distribuito da Curzon Artificial Eye. Gli altri titoli in selezione sono: Euforia di Valeria Golino e Troppa grazia di Gianni Zanasi, presentati rispettivamente al Certain Regard e alla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo Festival di Cannes; Ricordi? di Valerio Mieli, selezionato alle Giornate degli Autori di Venezia; Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius (visto al Torino Film Festival), L’ospite di Duccio Chiarini (debutto a Locarno) e Notti magiche di Paolo Virzì (film di chiusura della Festa del cinema di Roma); infine, Saremo giovani e bellissimi di Letizia Lamartire (Venezia, Settimana della Critica) e la commedia surreale di Paolo Zucca, L’uomo che comprò la luna.
Ai nove titoli recenti selezionati, si affiancherà la proiezione di Il conformista, capolavoro del 1970 del compianto Bernardo Bertolucci, scomparso lo scorso novembre.
Come nelle passate edizioni, saranno ospiti di Cinema Made in Italy molti dei registi che presenteranno i loro film al pubblico del festival e parteciperanno a sessioni di Q&A.

FESTIVAL Belgio
The Most Beautiful Couple e Jellyfish premiati a Mons di Aurore Engelen
25/02/2019 - Il film di Sven Taddicken si è aggiudicato il Gran Premio e il Premio per l'interpretazione, mentre il lungometraggio di James Gardner ha ricevuto il Premio alla sceneggiatura e il Premio Cineuropa.
The 34th Mons International Film Festival drew to a close on Friday night with the unveiling of its winners’ list and the triumph of both The Most Beautiful Couple and Jellyfish. In The Most Beautiful Couple, German director Sven Taddicken follows the journey of a couple traumatised by a sexual assault that takes place while they are on holiday in Majorca. Liv is raped by a group of men right in front of her helpless partner, Malte. Two years later, Malte bumps into one of the assailants in the street, which reawakens a memory in the couple that almost proves to be more destructive than the assault itself. The movie pocketed the Grand Prix as well as the Best Acting Award for Maximilian Brückner, Luise Heyer, Jasna Fritzi Bauer and Florian Bartholomaï.

There was another film that went home clutching two prizes: Jellyfish by James Gardner. In line with the great British tradition of films rooted in social topics, which explore the trials and tribulations of day-to-day life using humour, Jellyfish follows Sarah, a 15-year-old girl who is mistreated both at school and at home. Then she has an epiphany and finds her niche by trying her hand at stand-up. The movie picked up the Best Screenplay Award in addition to the Cineuropa Prize.
The Audience Award was bestowed upon the French film Head Above Water, the feature debut by director Margot Bonhomme, which tells the story of Elisa, a hot-headed and passionate teenage girl who finds herself alone with her father after her mother leaves home – together, they must look after her disabled sister. The cast includes Cédric Kahn and Diane Rouxel, a young French actress who rose to fame in Larry Clark’s The Smell of Us. The Be TV Award was presented to another French film set against a backdrop of separation and adolescence: Real Love by Claire Burger, toplined by Bouli Lanners.

THE MONS International Film Festival, which took a year off in 2018, should unspool again in 2020, as announced by its new general delegate, Maxime Dieu.
Here is the complete list of winners:
Festival Grand Prix
The Most Beautiful Couple - Sven Taddicken (Germany/France)
Best Director Award
Night Comes On - Jordana Spiro (USA)
Best Screenplay Award
Jellyfish - James Gardner (UK)
Best Acting Award
Maximilian Brückner, Luise Heyer, Jasna Fritzi Bauer and Florian Bartholomaï – The Most Beautiful Couple
Cineuropa Jury Prize
Jellyfish – James Gardner
City of Mons Audience Award
Head Above Water – Margaux Bonhomme (France)
BeTV Award
Real Love - Claire Burger (France/Belgium)
Best Short Film Award
Vihta - François Bierry (France/Belgium)
Belgian Critics’ Award
Accord Parental – Benjamin Belloir

James Gardner • Regista di Jellyfish
"Jellyfish è parte del dibattito che promuove una maggiore comprensione di come possiamo migliorare la nostra società"
di Valerio Caruso
25/02/2019 - Abbiamo parlato con il regista britannico James Gardner, il cui film d'esordio, Jellyfish, ha vinto il Premio Cineuropa al Mons International Film Festival
Beyond its indisputable acting quality, James Gardner's Jellyfish is a testament to the filmmaker's talent, demonstrating a real sense of atmosphere and accuracy, and a promising mastery of shots, lighting and music. He is an emerging talent whose career development we await with eager curiosity.

CINEUROPA PRIZE at the 34th MONS International Film Festival
LES ARCS 2018

Review: Jellyfish by Fabien Lemercier
19/12/2018 - The British director James Gardner shows promising talent with a first film that features some stinging social realism "Are you looking for something easy?", "Anyone can learn a routine and stick to it, but that's not what we're looking for here. It needs to come from somewhere deeper." It’s with these words, placed in the mouth of one of his main characters, that the British filmmaker James Gardner somehow manages to distil the colour and ambition of Jellyfish, his first feature. The film does admittedly travel the beaten path of a coming-of-age story, but focuses its plot on a teenager and her dysfunctional family against a backdrop of uncompromising social realism (in true Ken Loach style), delving into the daily life of the working class in a seaside city bathed in grey skies and the flashing lights and sounds of arcade games, all while trying to find an original means of escaping the doldrums of life via self-taught stand-up comedy.

Screened in the Playtime programme at the 10th Les Arcs Film Festival, Jellyfish has already garnered numerous awards since its premiere at Tribeca, including at Edinburgh (Best Actress Awards for Liv Hill and Sinéad Matthews), Dinard (four trophies including the Grand Prix, Best Screenplay and Critics' Prize) and Rome (Best Film in the Alice Nella Cittá section). The younger of its two major actresses has won numerous awards, has been nominated for Best Breakthrough Performance at the British Independent Film Awards and has received special mentions at both Dinard and Rome.
"Mum doesn't feel well." At 15, Sarah (Hill) finds herself, as we are soon to discover, with some pretty serious responsibilities, as her mother, Karen (Matthews), practically mute, doesn't seem to leave her bed or the sofa, sitting in front of the television as if she were hypnotised. And as for her father, he doesn’t seem to be on the scene, leaving the teenager entirely responsible for the daily lives of her siblings: her brother, Marcus (Henry Lile) and her sister, Lucy (Jemima Newman), who she must take and collect from primary school, pick up, dress, feed, reassure, etc. As money is tight, Sarah also works part-time at a nursery, where her boss (Angus Barnett) operates shamelessly and where various customers offer her extra cash in exchange for a quick hand job.
A precarious existence, which fails to improve when the girl realises that the family owes three months’ rent and that her mother's benefits have been suspended – the latter revealing herself to be bipolar and subject to enthusiastic spending sprees, especially at Dreamland Amusement Park. Grappling with an increasingly serious situation, which she continues to hide from the outside world, Sarah, who is very strong-willed, is encouraged (a lot) by her drama teacher (Cyril Nri) to pursue her potential in stand-up comedy. She begins to write a skit while struggling desperately to keep her family afloat. But the boat starts to sink, and the world is a cruel place...
Beyond the film's indisputable general acting quality (and by proxy excellent direction of the film’s cast, which includes numerous novices) and a plot that fails (as is often the case with first films) to pick up the pace somewhat in its home stretch, Jellyfish is a testament to James Gardner's filmmaking talent, demonstrating a real sense of atmosphere and accuracy, and a promising mastery of shots, light (Peter Riches is the film’s director of photography) and music (composed by Victor Hugo Fumagalli). An emerging talent, whose career development we await with eager curiosity.
Jellyfish is due to be released in the UK on 15 February by Republic Film Distribution. International sales are being handled by Bankside Films.
Cineuropa News: We chatted to British director James Gardner, (nella foto) whose debut feature, Jellyfish, premiered at Tribeca last year and has just won the Cineuropa Prize at the Mons International Film Festival.

CINEUROPA: What was the main motivation for making this film?
James Gardner: The initial idea behind Jellyfish was to tell the story of a teenage girl who discovers a hidden talent and examine how her family circumstances suffocate it. I had the idea for Sarah, her family and Margate… That all came as one, but it took a little time before I realised I was telling the story of a young carer. I knew what a young carer was, but it wasn’t until I really started developing the idea and researching properly that I came to realise to what extent it is an indisputable crisis. There are more than 800,000 young carers – young people between the ages of 11 and 18, looking after one or more family members, unpaid – in England alone, and it is unacceptable that we’re not supporting these vulnerable young people better. It saddens me to say it, but despite Jellyfish being a work of fiction, everything that was written into the film was inspired by incidents that actually happened.
Do you see your film as delivering a political message?
I think it’s virtually impossible to create art that is completely apolitical, as it will always exist within a context dictated by time and space. As a filmmaker, you have to embrace that, but I wouldn’t go so far as to say that Jellyfish delivers an overtly political message, as it is not a propaganda film, and nor was it conceived to make a political point; it just evolved and is being viewed that way because of the day and age we live in. Jellyfish is part of the conversation that promotes a better understanding of how we can improve our society.
How did you work with the actors, especially the astonishing Liv Hill?
Because of how low-budget the film is, I had no real hope of scheduling any rehearsal time with the cast all together. Therefore, a large part of my preparation with the actors was just the one-on-one conversations we had prior to the shoot. I was very lucky to be able to cast the wonderful actors I did, because there was no financial incentive for them to work on the film, as to make the film possible, we conceived of the entire production as a socialist enterprise, where everyone, from the top down, would be offered deferred payment only. It was the only way we could afford to make it. As for Sarah, it was incredibly difficult to find a young actor capable of carrying the weight of an entire feature film on her shoulders. And after about seven months of searching, I thought that perhaps we had written an impossible screenplay. In the end, after all the auditions, self-tapes, showcases, emails, phone calls and so on, it came down to a piece of luck. Cyril Nri [Mr Hale] had been offered a job that clashed with our shooting window, and his agent called to ask what was happening with the film and if I’d found Sarah. I hadn’t, and I was on the verge of postponing the shoot for the second time, when the agent offered up a self-tape for a client they had just signed. It was Liv. And it may sound like a cliché, but it’s true that within the first five seconds of watching that self-tape, I knew I’d found Sarah. And the reason I’m telling this story is to highlight just how easy it was working with her, because she’s truly gifted. She is the definition of a natural.
The film has quite a dark atmosphere. Can you tell us more about how you worked with the lighting?
I really wanted the movie to have as much of a naturalistic aesthetic as possible. Jellyfish is a drama that deals with confrontational real-world issues, and I knew that I would create the most compelling, strongest version of the story by doing everything I could to make the film feel as “real” to the audience as possible. One of my favourite scenes is the showdown between Karen and Sarah, where Sarah is in darkness and Karen is lit so brightly that you can see the detailing in the whites of her eyes. It’s magnetic. And actually, for a long time in the edit, we weren’t with Sarah enough in that scene, because the editor and I had completely fallen under Karen’s spell, and I think that’s definitely to do with the way she is lit. It’s that contrast between the light and the dark, and comedy and tragedy, that defines this scene. It runs through the entire film and characterises its tonal quality.


LECCE 2019
Dodici film in lizza per il 10° Premio Mario Verdone a Lecce
di Vittoria Scarpa

22/02/2019 - Il riconoscimento, riservato ad autori di opere prime che si siano contraddistinti nell’ultima stagione, sarà consegnato durante il 20° Festival del Cinema Europeo di Lecce (8-13 aprile)
Annunciati i 12 titoli in lizza per il Premio Mario Verdone, che quest’anno festeggia il suo decimo anniversario. Il riconoscimento, rivolto a giovani autori italiani di opera prima che si siano particolarmente contraddistinti nell'ultima stagione cinematografica, sarà consegnato come ogni anno nell’ambito del Festival del Cinema Europeo di Lecce, la cui 20ma edizione si terrà dall’8 al 13 aprile 2019.
I concorrenti di quest’anno (tra cui saranno scelti i tre finalisti) sono: Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella, Davide Rossi per Si muore tutti democristiani; Alessandro Capitani per In viaggio con Adele; Ciro D'Emilio per Un giorno all’improvviso; Damiano e Fabio D'Innocenzo per La terra dell’abbastanza; Margherita Ferri per Zen sul ghiaccio sottile; Letizia Lamartire per Saremo giovani e bellissimi; Matteo Martinez per Tonno spiaggiato; Francesca Mazzoleni per Succede; Daniele Misischia per The End? L’inferno fuori; Fulvio Risuleo per Guarda in alto, Antonio Pisu per Nobili bugie; Emanuele Scaringi per La profezia dell’armadillo.

Come ogni anno saranno Carlo, Luca e Silvia Verdone a scegliere il vincitore dell’edizione 2019 tra gli autori individuati in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia e il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani. “Il Premio Mario Verdone continua a mantenere, con rigore, scelte di assoluta qualità riguardanti i nuovi autori del cinema italiano”, sottolineano i tre fratelli. “L’abbondanza di ottime pellicole spesso sfuggite al grande pubblico, renderà il nostro compito assai delicato e probabilmente tormentato”.

Le precedenti edizioni del premio sono state vinte da: Susanna Nicchiarelli per Cosmonauta, Aureliano Amadei per 20 sigarette, Andrea Segre per Io sono Li, Claudio Giovannesi per Alì ha gli occhi azzurri, Matteo Oleotto per Zoran, il mio nipote scemo, Sebastiano Riso per Più buio di mezzanotte, Duccio Chiarini per Short Skin, Marco Danieli per La ragazza del mondo e, l'anno scorso, da Roberto De Paolis per Cuori puri.

bUON CINEMA A TUTTI.

*

- Cinema

Berlinale Festival del Cinema – tutti i premiati

BERLINO 2019 Concorso
“Synonymes” vince l'Orso d'oro
in collaborazione con Cineuropa News

16/02/2019 - BERLINO 2019: L'israeliano Nadav Lapid ha conquistato l'Orso più importante con la sua storia parigina di trasformazione, nel corso di una cerimonia in cui hanno brillato l'Europa e la Germania
La 69ma edizione del Festival del cinema di Berlino (7-17 febbraio) si è conclusa con una cerimonia in cui il cinema europeo ha brillato, anche attraverso fruttuose collaborazioni con talenti di altre regioni, come nel caso del vincitore dell'Orso d'oro, l’unico e assolutamente magnifico Synonymes [+] di Nadav Lapid. Alla fine del suo discorso, il regista ha sottolineato che mentre il film potrebbe generare qualche forma di sdegno sia nel suo paese d'origine, Israele, sia in Francia, dove è ambientato, è davvero inteso come una celebrazione – del cinema, tra le altre cose.
Il Gran Premio della Giuria è andato a un altro titolo ambientato in Francia, Grâce à Dieu di François Ozon. Mentre ritirava il trofeo, il regista ha avuto parole di ammirazione per la lotta condotta dalle ex vittime di pedofilia che hanno ispirato il suo film.
L'Orso d'argento per la miglior sceneggiatura è andato a uno scrittore il cui lavoro è servito come base di molte grandi storie cinematografiche sulla camorra napoletana: Roberto Saviano (autore di Gomorra), per la sceneggiatura di La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, scritta insieme al regista e a Maurizio Braucci, e basata su uno dei suoi romanzi.
Il regista norvegese Hans Petter Moland, un habitué del concorso berlinese, è stato premiato grazie al lavoro del suo direttore della fotografia, Rasmus Videbæk, nel magnifico e commovente Out Stealing Horses.
Il palmarès celebra anche la Germania, paese (co-)produttore di due dei vincitori nella categoria cortometraggi, del vincitore del premio alla miglior opera prima (Oray di Mehmet Akif Büyükatalay) e del premio al miglior documentario (Talking About Trees di Suhaib Gasmelbari). La Germania è inoltre rappresentata da tre vincitori di un Orso nella competizione internazionale lungometraggi, tra cui il miglior film; gli altri due sono Angela Schanelec, proclamata miglior regista per I Was at Home, but, e Nora Fingscheidt, Premio Alfred Bauer per System Crasher.
Juliette Binoche, presidente di giuria, ha ricordato l'assenza del film di Zhang Yimou, One Second, in concorso, essendo il film stato ritirato all'ultimo momento, ma il suo forte rimpianto è stato compensato dall'entusiasmo della sua giuria per le performance degli attori di So Long, My Son del connazionale Wang XiaoShuai, che ha dominato nelle categorie di miglior attrice e miglior attore.
La cerimonia si è contraddistinta anche per il saluto sincero al direttore uscente della manifestazione, Dieter Kosslick, e per la consegna di altri due Orsi, uno peloso e uno occhialuto, per celebrare questa speciale occasione.
I vincitori dei premi della 69ma edizione del Festival di Berlino:
Orso d'oro del miglior film
Synonymes - Nadav Lapid (Francia/Israele/Germania)

Orso d'argento - Gran premio della giuria
Grâce à Dieu - François Ozon (Francia/Belgio)

Orso d'argento - Premio Alfred Bauer
System Crasher - Nora Fingscheidt (Germania)

Orso d'argento del miglior regista
Angela Schanelec - I Was at Home, but (Germania/Serbia)

Orso d'argento della miglior attrice
Yong Mei - So Long, My Son (Cina)

Orso d'argento del miglior attore
Wang Jingchun - So Long, My Son

Orso d'argento della miglior sceneggiatura
Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi, Roberto Saviano - La paranza dei bambini (Italia)

Orso d'argento del miglior contributo artistico
Rasmus Videbæk, direttore della fotografia - Out Stealing Horses [+] (Norvegia/Svezia/Danimarca)

Premio del miglior documentario
Talking About Trees - Suhaib Gasmelbari (Francia/Sudan/Germania/Qatar/Ciad)

Premio della miglior opera prima
Oray - Mehmet Akif Büyükatalay (Germania)

Berlinale Shorts
Orso d'oro al miglior cortometraggio
Umbra - Florian Fischer, Johannes Krell (Germania)

Orso d'argento - Premio della giuria al cortometraggio
Blue Boy - Manuel Abramovich (Argentina/Germania)

Audi Short Film Award
Rise - Bárbara Wagner, Benjamin de Burca (Brasile/Stati Uniti/Canada)
Nadav Lapid • Regista di Synonymes
“La mia motivazione ultima è quella di catturare una sorta di verità rispetto ai momenti”
di Bénédicte Prot

15/02/2019 - BERLINO 2019: Cineuropa incontra Nadav lapid - intervista

Abbiamo incontrato il regista israeliano Nadav Lapid per parlare di Synonymes, in concorso al 69° Festival di Berlino
Il regista israeliano Nadav Lapid ci parla del suo quarto lungometraggio, candidato all’Orso della 69ma Berlinale: il formidabile e singolare Synonymes, un film espansivo, sia verbale che fisico, in cui un personaggio non molto lontano da quello che lui stesso fu 17 anni fa arriva a Parigi, pieno di storie, per diventare francese ed essere sepolto a Père Lachaise.
Cineuropa: Yoav sembre essere più un concetto che un personaggio in senso stretto, una figura gettata in un universo beckettiano, o dall'altra parte dello specchio...
Nadav Lapid: È vero, nel senso che adotta un programma esistenziale a partire da un'idea che porterà avanti fino alla fine. Di fatto, vive la sua trasformazione a tutti i livelli, mentalmente, fisicamente e intellettualmente, e su base giornaliera, camminando per le strade di Parigi mentre mormora sinonimi. Detto questo, penso che come regista, ciò che mi affascina è creare un cinema che sia anche molto fisico e crudo, concreto e talvolta brutale, per rianimare un po’ le idee, per seminare il caos, evitare che ci si ritrovi solo con un concetto che incontra un altro concetto.
In effetti, rispetto alla coppia francese, molto cerebrale, che lo prende sotto la propria ala, Yoav è molto fisico. Il suo corpo esprime una rabbia che è quasi uno stress post-traumatico.
Soffre senza dubbio di una sorta di stress post-traumatico, ma il trauma è la sua identità, non qualcosa di concreto. Certo, è legato all'esercito, al servizio militare, ma è la vita che lo ha reso post-traumatico, la vita lì come un israeliano, e quindi cerca di staccarsi dal suo passato, rinuncia alle parole ebraiche e trova le parole in francese... Allo stesso tempo, la sua identità israeliana è ancorata nel suo corpo, che è molto israeliano. Questo è forse il motivo per cui tenta di annientarlo sin dall'inizio: prima lo congela, che è una specie di morte simbolica, poi lo affama e, infine, si prostituisce. Ma il corpo si rifiuta di scomparire e quando lo ha umiliato per bene, stranamente, le parole in ebraico sorgono di nuovo dalla sua bocca. Quindi, sì, penso che questo personaggio sia una specie di ferita ambulante, e deriva dal fatto che odia ciò che è.
Aveva già in mente dall’inizio la struttura che ha appena descritto?
Corrisponde alla mia esperienza personale di 17 anni fa. Quasi tutte le scene del film sono realmente accadute. Non mi piacciono molto i registi che fanno cose complesse e dicono "In realtà è molto semplice", ma qui devo fare lo stesso perché è proprio ciò è successo a me. C'è qualcosa di molto primitivo in questo film a livello narrativo: non ci sono molti punti di svolta, è la storia di un ragazzo che arriva, che vive la sua vita e se ne va. La complessità del film sta nel fatto che quasi ogni momento ed evento è intriso di ogni genere di cose che sono spesso contraddittorie.
Tutte le "storie" che Yoav porta con sé sono sue o le ha raccolte altrove?
La mia motivazione ultima è quella di catturare una sorta di verità rispetto ai momenti, non di fare auto-finzione. Sono convinto, inoltre, che ogni esperienza umana possa servire come finestra per osservare l'esistenza, e la mia esperienza personale non è così specifica, ma conoscere intimamente la mia mi ha permesso di entrare nel dettaglio. In questo senso, sì, mi è successo tutto quello che succede nel film, ma tutte queste questioni di identità (in che misura siamo schiavi del nostro passato e del nostro luogo di nascita, o al contrario siamo creature libere? Desideriamo davvero questa libertà? Ci si può davvero trasformare in qualcun altro?), penso che le affrontiamo tutti.
Cosa l’ha portata a scegliere questo approccio visivo molto vario, a volte colorato e mobile, a volte bianco e architettonico, con variazioni di angoli e distanze?
L'idea era di cercare di raggiungere la verità del momento. In questo senso, è una sorta di formalismo nudo e crudo che usa tutti i mezzi disponibili: suono, scenografia, costumi, cinepresa – perché non vedo perché la cinepresa debba rimanere emotivamente oggettiva: io metto in scena anche il corpo del capo operatore, perché per me i sentimenti passano attraverso il suo corpo e attraverso la sua mano che tiene la camera, e li vediamo sullo schermo, e anche loro sono importanti. Questo è il motivo per cui esiste davvero una sorta di diversità visiva, ma che cerca sempre di aderire a ciò che accade in scena, o di dare la visione opposta a ciò che vi accade.

Il PREMIO FIPRESCI di Berlino va a 'Synonyms'
di Cineuropa

16/02/2019 - BERLINO 2019: Dafne ottiene il FIPRESCI della sezione Panorama, il cui pubblico premia 37 Seconds e Talking About Trees. Europa Cinemas Label per Stitches
The International Federation of Film Critics (FIPRESCI) has handed out its trophies ahead of the awards ceremony of the 69th Berlin Film Festival. For the competition, the International Critics' Prize was bestowed upon Synonyms by Israeli director Nadav Lapid. For the Panorama selection, victory was claimed by Dafne by Italian director Federico Bondi, and as for the Forum section, the awarded film was Austria’s Die Kinder der Toten by Kelly Copper and Pavol Liska.
This year, the Audience Awards in the Panorama section went to Japanese film 37 Seconds, directed by HIKARI, and Sudanese director Suhaib Gasmelbari’s Talking About Trees in the documentaries section.

Lastly, the Europa Cinemas Label for Best European Film in the Panorama section, the award was given to Stitches [+] by Serbian filmmaker Miroslav Terzić, while the CICAE Art Cinema Award went to HIKARI’s 37 Seconds and French director Jean-Gabriel Périot’s Our Defeats.
Find the most relevant prizes of the independent juries here:

FIPRESCI Prize, Competition
Synonyms – Nadav Lapid (France/Israel/Germany)
FIPRESCI Prize, Panorama
Dafne – Federico Bondi (Italy)
FIPRESCI Prize, Forum
Die Kinder der Toten - Kelly Copper, Pavol Liska (Austria)
Audience Award, Panorama
37 Seconds – HIKARI (Japan)
Audience Award, Panorama Dokumente
Talking About Trees - Suhaib Gasmelbari (France/Sudan/Germany/Qatar/Chad)
Europa Cinemas Label
Stitches - Miroslav Terzić (Serbia/Slovenia/Croatia/Bosnia and Herzegovina)
CICAE Art Cinema Award, Panorama
37 Seconds – HIKARI
CICAE Art Cinema Award, Forum
Our Defeats - Jean-Gabriel Périot (France)
Ecumenical Jury Prize, Competition
God Exists, Her Name Is Petrunija - Teona Strugar Mitevska (Macedonia/Belgium/Slovenia/Croatia/France)
Ecumenical Jury Prize, Panorama
Buoyancy - Rodd Rathjen (Australia)
Special Mention
Midnight Traveler - Hassan Fazili (US/Qatar/UK/Canada)
Ecumenical Jury Prize, Forum
Earth - Nikolaus Geyrhalter (Austria)
Teddy Award - Feature Film
Brief Story from the Green Planet - Santiago Loza (Argentina/Brazil/Germany/Spain)
Teddy Award - Documentary Film
Lemebel - Joanna Reposi Garibaldi (Chile/Colombia)


*

- Cinema

Berlinale Special Gala – Cineuropa News

Berlinale Special Gala – Cineuropa News

Abbiamo incontrato la superstar francese Juliette Binoche per parlare dei suoi ultimi due ruoli, in Celle que vous croyez e come presidente di giuria alla Berlinale 2019.
Juliette Binoche • Attrice

"C'è una libertà che viene con l'età, soprattutto davanti alla cinepresa"
di Marta Bałaga.
14/02/2019 - BERLINO 2019: Abbiamo incontrato la superstar francese Juliette Binoche per parlare dei suoi ultimi due ruoli, in Celle que vous croyez e come presidente di giuria alla Berlinale 2019.
Juliette Binoche sta facendo il doppio lavoro al Festival di Berlino di quest'anno, sia come presidente di giuria che come protagonista di Celle que vous croyez [+] di Safy Nebbou, basato sul romanzo omonimo di Camille Laurens. Presentato nell’ambito del Berlinale Special Gala, il film vede Binoche interpretare una cinquantenne divorziata di nome Claire, che avvia una relazione amorosa online con Alex, molto più giovane di lei. Ma il problema è che Claire usa un profilo falso, e le sue bugie cominciano ad avere le gambe corte.

Cineuropa: Claire è un’insegnante di successo; ha bei figli e una carriera avviata. Cosa la porta improvvisamente a fingere di avere 20 anni?

Juliette Binoche: Da come l’ho intesa io, la sensazione di abbandono è insopportabile per lei. È stata abbandonata dal marito per una donna più giovane, abbandonata dal suo amante, a cui non importa molto di lei. Cerca un modo per non sentirlo, aggrappandosi a qualcosa che non funziona più. Facebook è uno dei mezzi che usa, ma arriva al punto in cui deve distruggere l'illusione. È doloroso capire che sei una perdente, ma ciò le dà una nuova forza. Non ha più paura: raggiunge un luogo in cui si apre a nuove cose ed è in grado di andare avanti. Questa sensazione di abbandono è semplicemente orribile. La sentiamo molto presto da bambini, ma sentirla di nuovo da adulti...
Si nasconde dietro testi e messaggi. Ma esprimere le emozioni in questo modo non è esattamente più sicuro, vero?
Sembra sicuro, ma questo film ti mostra che non lo è; è un'illusione. La fisicità è qualcosa che può confermare i sentimenti, il corpo ha bisogno di essere coinvolto. E quando non succede, è più pericoloso, in un certo senso. Sei intrappolato in quella illusione.
Eppure, in qualche modo è anche un film che non evita di mostrare la sessualità femminile, anche la gente probabilmente pensa che non dovrebbe più sentirsi così.
Mio padre ha 85 anni e continua a flirtare con tutte le infermiere! Non va mai via. Il bisogno di desiderio è sempre lì, ma sta a te scegliere come esprimerlo. Con il tempo, puoi imparare a conviverci in un modo diverso – un modo migliore, se sei fortunato. Non ne sei dipendente come quando avevi 20 anni.

Quindi, quando si affronta una relazione, bisognerebbe essere pronti a lasciar andare?

O lasciare che non sia niente, che non è facile. Quando cresci emotivamente, sembra che stai morendo. Ed è così – c'è una parte di te che muore per raggiungere quello strato più profondo. L'età può essere uno strumento meraviglioso per questo. Ci lamentiamo sempre dell'età e ne abbiamo paura, ma è l'età che ti porta serenità, e io ci credo davvero. C'è una libertà che viene con l'età, soprattutto di fronte alla cinepresa. Mostra la verità di ciò che stai vivendo come essere umano. Ecco perché questo ruolo è stato fonte di gioia per me, perché la vita è apprendimento, e impari quando sei giovane e quando sei vecchio.

C’è qualcosa che cerca come presidente di giuria?

È più ciò che sembra importante dare al mondo. Questo è il potere che abbiamo: concentrarci su temi specifici. La Berlinale sceglie film politici che hanno soggetti molto contemporanei, che ci fanno pensare e crescere come società. Abbiamo bisogno di sentire voci diverse, e credo che avremo sempre più registe ai festival. Stanno già dimostrando la loro abilità artistica e capacità, ma Dieter [Kosslick, il direttore del festival] mi ha detto: "Non ho scelto questi film perché erano fatti da donne; li ho scelti perché erano buoni".

Claire è un personaggio complicato perché mente tutto il tempo: al suo amante, alla sua terapeuta, interpretata da Nicole Garcia, e persino a se stessa. Da attrice esperta, pensa di sapere già cosa porta le persone a comportarsi così?

Interpretare un ruolo non significa dire bugie; significa dire la verità. Ma il mio personaggio cerca di evitarlo, quindi è un gioco a nascondino. Gli attori sono abituati ad analizzare le emozioni; sai dove andare per esprimere o ricreare la vita – un po' come un pianista che sa dove si trova il Re minore. Fa parte del mio mestiere.


Sinossi di Safy Nebbou

Claire è una donna di 50 anni che lavora come insegnante. È divorziata e madre di due figli. La sua vita sentimentale con il giovane amante Ludo funziona bene ma Claire decide di creare un falso profilo Facebook per tenerlo d'occhio Si trasforma così nell'attraente ventiquattrenne Clara. Ludo resiste e si comporta bene ma ci casca invece il suo miglior amico Alex. Tra i due inizia una strana relazione.
titolo internazionale: Who You Think I Am
titolo originale: Celle que vous croyez
paese: Francia, Belgio
genere: fiction
regia: Safy Nebbou
durata: 101'
data di uscita: FR 27/02/2019, BE 6/03/2019
sceneggiatura: Safy Nebbou, Julie Peyr

cast: Juliette Binoche, François Civil, Nicole Garcia, Charles Berling, Guillaume Gouix, Marie-Ange Casta, Claude Perron, Jules Houplain

fotografia: Gilles Porte
montaggio: Stéphane Pereira
scenografia: Cyril Gomez-Mathieu
costumi: Alexandra Charles
musica: Ibrahim Maalouf
produttore: Michel Saint-Jean
produzione: Diaphana, France 3 Cinéma, Scope Pictures
supporto: Canal+ (FR), Ciné+ (FR), Sofica La Banque Postale Image (FR), Sofica Manon (FR), Sofica Cinécapital (FR)
distributori: Diaphana Distribution, Cinéart, Rosebud Motion Pictures Enterprises - Rosebud21, Alamode Film, Camera Film

Recensione: Celle que vous croyez di Fabien Lemercier
11/02/2019 - BERLINO 2019: Juliette Binoche è una cinquantenne assetata d’amore che si ringiovanisce nell'universo virtuale. Un adattamento del romanzo di Camille Laurens firmato Safy Nebbou.

"I social network, per gente come me, sono al contempo il naufragio e la zattera". E’ un ruolo difficile, di donna risucchiata nel vortice di uno sdoppiamento d’identità che le offre l’illusione della giovinezza e dell'amore, che il regista francese Safy Nebbou ha offerto a Juliette Binoche con Celle que vous croyez [+], adattato dall’omonimo romanzo di Camille Laurens.
Presentato in proiezione di gala alla 69ma Berlinale, il lungometraggio deve molto alla performance della sua attrice principale perché nonostante una trama articolata, non è certo scontato mettere in scena con intensità una storia durante la quale la protagonista trascorre molto tempo davanti allo schermo del suo computer o chinata su quello del suo cellulare, essendo gli scambi di messaggi su Facebook la materia prima del film. Ci voleva dunque una grande attrice per tenere il film e anche per accettare di incarnare una donna abbandonata dal marito, in preda a una profonda tristezza, a notti insonni arginate dal Valium, al deserto sentimentale e alla voragine che le si apre davanti allo specchio a oltre 50 anni, quando la capacità di suscitare desiderio svanisce con il passare inesorabile del tempo.
"Una donna come me, con le palpebre un po’ pesanti e la carnagione che sfiorisce". È così che Claire (Juliette Binoche) parla di se stessa alla sua nuova psicologa (Nicole Garcia), aprendo un lungo flashback che vede questa insegnante di francese all'università umiliata da Ludo (Guillaume Gouix), suo amante occasionale ("non capisco perché mi chiami, potrei essere il fratello dei tuoi figli"), tentare di avvicinarsi a lui simpatizzando su Facebook con il suo amico Alex (François Civil). A tal fine, si inventa un profilo: Clara Antunes, 24 anni. Un alter-ego virtuale che diventerà sempre più importante ("ogni parola era scelta con cura, un errore di linguaggio e la magia rischiava di svanire"), a mano a mano che si sviluppa un flirt. Seguono una foto (quella di "una sconosciuta") e scambi vocali che diventano rapidamente incessanti, invasivi, sessuali. Perché Claire è dipendente da questa relazione a distanza ("con lui, mi sento viva") al punto di trascurare i suoi doveri di madre e quasi scivolare completamente nella fantasia ("non fingevo di avere 24 anni, avevo 24 anni"; "mi sentivo più Clara di Claire"). Fino al giorno in cui Alex non ne può più: vuole vederla in carne ed ossa...
Scritto da Safy Nebbou e Julie Peyr, la sceneggiatura riserva più sorprese (più o meno verosimili) di quanto sembri, con le menzogne che si incastrano le une nelle altre fino a traboccare nell'immaginario, dando al film una punta di thriller che si dispiega nelle gelide atmosfere degli alti edifici parigini ornati da grosse vetrate. Attraverso queste confidenze di una donna che affoga in una relazione virtuale e in un amore artificiale la realtà della sua disperata solitudine, il regista traccia il quadro di una società della comunicazione moderna e influente in cui il sogno ad occhi aperti non è lontano dalla tragedia.

Prodotto da Diaphana Films e coprodotto da France 3 Cinéma e dai belgi di Scope Pictures, Celle que vous croyez è venduto nel mondo da Playtime.

*

- Musica

Don’t call it Justice - Arcadia Trio


DON'T CALL IT JUSTICE - Arcadia Trio

Fatti, persone e idee che lasciano il segno: è l’impegno dell'Arcadia Trio nell'album
"Don't call it justice" uscito l’8 febbraio(AlfaMusic) di Leonardo Radicchi, impegnato nel tour italiano insieme a uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards: Robin Eubanks.

Il suo è un disco che racconta storie che energizzano il pensiero e la coscienza: dalla dedica a Gino Strada, con cui Radicchi ha collaborato durante il suo impegno con Emergency per il progetto Ebola in Sierra Leone e il progetto War Surgery in Afghanistan, alla dichiarazione di una 'rabbia piena di gioia'.

"La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di bellezza.”

E’ proprio da questo stesso concetto di Albert Camus che qualche anno fa ha preso vita il progetto del sassofonista Leonardo Radicchi: Arcadia Trio, di cui l’8 febbraio è uscito con l'etichetta AlfaMusic l'album "Don't call it Justice" (distr. EGEA Music/Believe digital).

Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato 'politico' alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.

Secondo Radicchi: “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Così l’Arcadia Trio, formato insieme al contrabbassista Ferdinando Romano e al batterista Giovanni Paolo Liguori, racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano "Child Song", ad esempio, racconta di bambini che "devono" essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack "Don’t call it Justice" urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; "Necessary Illusions" è un omaggio alla visione dell'intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia - A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity - Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.

Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Il tour
Le prime date di presentazione del disco vedono la presenza di un grande special guest: Robin Eubanks, uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards: dopo una anteprima il 7 febbraio al Padova Jazz Club @Cockney London Pub, l’8 febbraio live a Il Birraio di Perugia, il 9 febbraio allo Smallet Jazz Club di Modena, il 10 febbraio al Teatro Sant'Andrea di Pisa per il festival Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni - Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio all’Argo16 di Mestre.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l'ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy - la nostra rabbia è piena di gioia.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l'Arcadia Trio.

PRESSKIT CON FILE AUDIO> http://bit.ly/arcadiatrioPRESSKIT

CONTATTI
Amazon > https://amzn.to/2E4xUip iTunes > http://bit.ly/ARCADIATRIOitunes
Info album > http://www.ijm.it/component/music/display/796
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com tel. 3281743236
Booking > leonardoradicchi@gmail.com - arcadiatriobooking@gmail.com tel. 320.4233404



*

- Cinema

Tutto il Cinema in collaborazione con Cineuropa News

Tutto il Cinema in collaborazione con Cineuropa News

TRIESTE 2019 Premi in collaborazione con Cineuropa News.
The Delegation vince il 30° Trieste Film Festival
di Vassilis Economou

24/01/2019 - The Load si è aggiudicato il Premio Cineuropa, mentre Želimir Žilnik, Milcho Manchevski e Mirsad Purivatra hanno ricevuto premi onorari
The Delegation di Bujar Alimani.

Il Trieste Film Festival ha annunciato i vincitori della sua importante edizione del 30° anniversario, con la vittoria di The Delegation di Bujar Alimani che ha ricevuto il Premio Trieste per il miglior lungometraggio, come votato dal pubblico, e il Premio della giuria PAG. Il Premio Alpe Adria Cinema per il miglior film documentario è stato conferito ad Anja Kofmel per il suo Chris the Swiss; il premio, sempre votato dal pubblico, è anche accompagnato. Chris the Swiss ha inoltre vinto il Premio Osservatorio Balcani e Caucaso - Transeuropa. Il Premio Cineuropa, assegnato a un film partecipante allo stesso concorso, è andato al secondo lungometraggio di Ognjen Glanović, The Load.

Nella competizione Corso Salani riservata ai nuovi lungometraggi italiani, assegnato da una giuria composta da Caterina Mazzucato, Judit Pinter e Rino Sciarretta, è stato attribuito a My Home, In Libya di Martina Melilli. Inoltre, il Premio del pubblico per il miglior cortometraggio in concorso, del valore, supportato dalla Fondazione Osiride Brovedani, è andato al titolo ungherese Last Call di Hajni Kis.

Il premio onorario Eastern Star è stato conferito all'acclamato regista macedone Milcho Manchevski, mentre il direttore del Sarajevo Film Festival Mirsad Purivatra ha ricevuto il Premio Cinema Warrior. Il leggendario regista serbo Želimir Žilnik, una delle figure chiave della Black Wave jugoslava, è stato premiato con il Central European Initiative Award.

L'elenco completo dei vincitori del 30° Trieste Film Festival: Premio Trieste per il miglior lungometraggio.
The Delegation - Bujar Alimani (Albania/Francia/Grecia/Kosovo)
Premio Cineuropa
The Load - Ognjen Glanović (Serbia/Francia/Croazia/Iran/Qatar)
Premio Alpe Adria Cinema
Chris the Swiss - Anja Kofmel (Svizzera/Germania/Croazia/Finlandia)
Premio Corso Salani
My Home, In Libya - Martina Melilli (Italia)
Premio Fondazione Osiride Brovedani
Last Call - Hajni Kis (Ungheria)
Premio Sky Arte
Ruben Brandt, Collector - Milorad Krstić (Ungheria)
Premio Osservatorio Balcani e Caucaso - Transeuropa
Chris the Swiss - Anja Kofmel
Premio SNCCI per il miglior film
Phantom Thread - Paul Thomas Anderson (Stati Uniti/Regno Unito)
Premio SNCCI per il miglior film italiano
Dogman - Matteo Garrone (Italia/Francia)
Premio della giuria PAG
The Delegation - Bujar Alimani
VR Hackathon Contest
Voci di Trieste - Giulia Massolino, Anna Violato (Italia)
Premio Eastern Star
Milcho Manchevski
Premio Cinema Warrior
Mirsad Purivatra
Central European Initiative Award
Želimir Žilnik

Cineuropa Prize at the 30th Trieste Film Festival.
Ognjen Glavonić's The Load is an artistically excellent treatment of one generation's view of how its predecessors, whether actively or passively, destroyed lives and societies in the Balkans, by a first-time filmmaker who possesses the talent and creativity to transcend judgment and achieve catharsis.

CANNES 2018 Directors’ Fortnight
Review: The Load
by Vladan Petkovic

13/05/2018 - CANNES 2018: Ognjen Glavonić's first fiction feature is a stark look at a war crime from the Kosovo War and its implications, with Leon Lučev giving an amazing performance in the main role.
Serbian filmmaker Ognjen Glavonić's first fiction feature, The Load , has just world-premiered in the Cannes Directors’ Fortnight. Following up on his 2016 Berlinale Forum documentary Depth Two [+], this road drama with strong thriller elements picks up on the same subject of a war crime from the Kosovo War in 1999, during the NATO bombing of Yugoslavia.
However, while Depth Two was chock-full of information, in The Load, Glavonić forsakes it in favour of an atmospheric piece that implies much more than it shows, focusing on truck driver Vlada (Croatian star Leon Lučev), who is taking a cargo of a nature unknown to him from Kosovo to Belgrade.
From the moment Vlada picks up the truck at a compound in Kosovo until he drops it off in Belgrade, DoP Tatjana Krstevski's camera is mostly pointed at the driver in his truck cabin and his face, which tells of his inner anguish and pain in response to his situation, but also his memories and the questions that this situation is forcing him to ask himself. He does not know what it is he is transporting, but the secrecy in which he has to operate, having been told not to stop anywhere before he reaches his destination, tells him his load is not simple, everyday goods. However, Vlada has a family to feed during a war, and this is his absolute top priority.

On the way, he will pick up a teenage hitchhiker, Paja (Pavle Čemerikić), who is on his way to a better life in Germany. Paja knows the road and helps to navigate when it is blocked by a burning car. A document in a blue envelope given to Vlada by his employers quickly sends a police officer who stops them running for the hills while apologising profusely.
Paja is also a kind of stand-in for Glavonić's generation, which grew up during the war. Paja had a punk band, something that kids in Serbia were still doing in the 1990s, and he plays a song to Vlada, who has a teenage son back at home. This segment adds the crucial generational context to the film, as does a side story about a lighter given to Vlada by his father, who fought in the Second World War. But make no mistake: there is no sentimentality in Glavonić's stark and inevitably dark film. With a washed-out, grey-beige colour palette and the decaying houses, muddy soil and rusty cars strewn along the road, the tone the filmmaker goes for is very low – almost the growl of a wounded, but dangerous, animal.
Throughout the film, the war remains in the background – in the beginning, we can see the flares of anti-aircraft missiles over the hills in the distance, but we barely hear their sound. In contrast with Depth Two and its fact-based investigation of the war crime, in The Load, Glavonić gives us a picture of society and the destiny of real human beings during a war, as well as his own take on what his generation inherited from the previous one.
The greatest accomplishment of the film is how it manages to transmit all of these issues to the audience through such scarce means. And this took a very special actor in the main role: it is Lučev's almost unbelievable performance that makes the execution of Glavonić's vision not only possible, but remarkably clear.
The Load was co-produced by Serbia's Non-Aligned Films, France's Cinéma Defacto, Croatia's Kinorama and Iran's Three Garden Films. Warsaw-based New Europe Film Sales has the international rights.

CANNES 2018 Directors’ Fortnight
Ognjen Glavonić • Director of The Load
“Paths are made by walking”
by Vladan Petkovic

12/05/2018 - CANNES 2018: Serbian filmmaker Ognjen Glavonić tells us about how his first fiction feature, The Load, came into being
Serbian filmmaker Ognjen Glavonić is competing in the Cannes Directors’ Fortnight with his first fiction feature, The Load [+], which tackles a crime from the Kosovo War that he first visited in his documentary Depth Two , but in a very different way. Glavonić tells Cineuropa about how the two films came into being and influenced each other.
Cineuropa: Why did you decide to tell this particular story, and in two films? Why is it so important to you?
Ognjen Glavonić: The subject matter that I'm dealing with is still conspicuously absent from the public discourse. I wasn't curious just about the theme of the crime and the silence surrounding it; I was interested in the possibility of telling the story in what I think is an exciting way.
Depth Two came out of research I did for The Load, and it was made when I realized that it was impossible to force the huge amount of material I had found into a fiction film, because that's not where it belongs. Eventually, Depth Two changed The Load from what I had originally imagined. I modified the script and shifted the focus to other things, changing the context to avoid any repetition. I wanted this film to be a personal reflection, an amalgam of my memories and research, which often collided with each other.

I wanted to emphasize the significance of a conversation about responsibility, instead of looking for alibis and pointing fingers at the "Other". I think it's necessary for cinema to speak to, as Pasolini put it, young fascists, those who are on the way to becoming ones – to educate them, teach them, jolt them out of their delusions and crack the national mythomania. A film should be a mirror of society, whatever the reflection we get.

This film is as much about the city, government and society that I am now living in as it is about the one I grew up in. But it is also about Yugoslavia and its remains, about the lessons that we can learn from it and its dissolution, and about my growing up and experiences during the NATO bombing. Above all, this is a film about what kind of inheritance a generation leaves to the next one. It's about stories that people did not want, or were not brave enough, to tell. This is the first step through the jungle of noise and lies, and as Kafka says, paths are made by walking.

How did you arrive at this form for the film, with very little actual war in it and a focus on one character?
I never thought about The Load as a war film, and nor did I want to make an action film. For me, it was an intimate, personal drama, where we feel the consequences of the war more in the face of the main character, rather than around him. It was also always supposed to be a story about him discovering not only what’s in the back of his truck but, through that, some truths about himself as a human being.

I wanted people to get this feeling of a war being fought in the background and an overwhelming danger looming somewhere nearby. I didn’t want hundreds of different shots and camera angles; it was more important to spend time with the character and the sound of the truck, to see what he sees and to feel what he feels. Through his senses, I wanted to show how my country looked at that time, without explaining the context too much or distributing information, messages and theses. I wanted to show the metaphysical, inner journey of my character, but also a society at a very specific moment of its decay.

How did you pick Leon Lučev for the main role?
I chose Leon after I saw him portray very different characters in several good films. We started working on the movie three years before we started shooting, and the experience he brought not only to his own character and the film itself, but also to the actual shoot, gave me, a distracted young director, a sense of security. Thanks to him, I started to believe that perhaps everything would turn out fine in the end.

PREMI Spagna
Rodrigo Sorogoyen trionfa ai Feroz
di Alfonso Rivera

21/01/2019 - Il regista madrileno è stato il gran vincitore dei premi dell'Associazione degli Informatori Cinematografici di Spagna con cinque riconoscimenti ottenuti per il suo thriller politico El reino
La squadra di El reino con i suoi Premi Feroz (© Premios Feroz)
On 19 January, the city of Bilbao hosted the sixth edition of the Feroz Awards, the trophies handed out every year by the Spanish Association of Film Journalists (AICE), at which there was one man who went up on stage a total of three times: filmmaker Rodrigo Sorogoyen. His latest movie, The Realm, earned him the Awards for Best Director, Best Screenplay (which he co-wrote with Isabel Peña) and Best Drama of 2018.

In addition, his actors Antonio de la Torre, who plays the lead role (and who was absent from the ceremony), and Luis Zahera, performing in a supporting role, were triumphant in their respective categories. All in all, five Feroz Awards were bestowed upon this corruption-themed thriller that was first presented at the most recent San Sebastián Film Festival. The movie has so far grossed almost €1.5 million, and was co-produced (with France) by Atresmedia Cine and Tornasol Films, among other outfits. Gerardo Herrero, a seasoned industry professional who heads up the latter company, was clearly moved as he took to the microphone and dedicated his award to young producers. He also urged those present to continue supporting excellent films – as exemplified by two of his rivals, Carmen & Lola and Journey to a Mother’s Room.

As a matter of fact, one of the actresses in the latter film, Anna Castillo, picked up the Best Supporting Actress Award (which she dedicated to her colleague on the Celia Rico film, Lola Dueñas): the Catalonian thesp actually pulled off a double win on Saturday night, as she also collected the Feroz for Best Supporting Actress in a TV Series, Arde Madrid, produced by Movistar + and directed by Paco León, which was also considered to be the Best Comedy Series and saw its lead, Andalusia’s Inma Cuesta, pick up a gong.

Quién te cantará, the third movie by Carlos Vermut, which previously won the Feroz Award at the most recent edition of the San Sebastian Film Festival, garnered four prizes: Best Poster (designed by Vermut himself), Best Trailer, Best Soundtrack (composed by Alberto Iglesias, a musician who regularly works on the films of Pedro Almodóvar) and Best Lead Actress for Eva Llorach, who, after also scooping the Forqué Award a few days ago, is clearly on course for victory at the Goyas, which will be handed out on 2 February.

At the ceremony presented by actress Ingrid García-Jonsson – which was more entertaining and spirited than proceedings usually are at events like this, and which was fuelled by an abundance of alcohol, some savage humour and a handful of indelicate remarks – the Special Feroz Award was bestowed upon Between Two Waters, a film helmed by Isaki Lacuesta; the Honorary Feroz Award (with a huge accompanying round of applause) upon the great José Luis Cuerda (“my film teacher”, as he was described by Alejandro Amenábar, who handed him the statuette); the Best Documentary Feroz upon the film Notes for a Heist Film by León Siminiani; and the Best Comedy Feroz upon Champions by Javier Fesser. The ceremony unfolded before the gaze of around 3,000 people who attended the gala, plus guests such as the mayor of Bilbao, Juan Mari Aburto, the director of the ICAA, Beatriz Navas, and the president of the Spanish Academy of Film Arts and Sciences, director Mariano Barroso (who, incidentally, was nominated for his TV series El día de mañana).

Here is the full list of film award winners:
Best Drama
The Realm – Rodrigo Sorogoyen (Spain/France)
Best Comedy
Champions – Javier Fesser
Best Director
Rodrigo Sorogoyen – The Realm
Best Lead Actress
Eva Llorach – Quién te cantará [+] (Spain/France)
Best Lead Actor
Antonio de la Torre – The Realm
Best Supporting Actress
Anna Castillo – Journey to a Mother’s Room (Spain/France)
Best Supporting Actor
Luis Zahera – The Realm
Best Screenplay
Isabel Peña and Rodrigo Sorogoyen – The Realm
Best Documentary
Notes for a Heist Film – León Siminiani
Best Original Score
Quién te cantará – Alberto Iglesias
Best Trailer
Miguel Ángel Trudu – Quién te cantará
Best Poster
Carlos Vermut – Quién te cantará
Special Feroz Award
Between Two Waters – Isaki Lacuesta (Spain/Switzerland/Romania)
Honorary Feroz Award
José Luis Cuerda

Emir Kusturica • Fondatore e regista del Küstendorf Film and Music Festival.
"Non c'è modo per i film che amo di avvicinarsi al pubblico, essere artistici e commerciali allo stesso tempo"
di Bénédicte Prot

24/01/2019 - Cineuropa ha incontrato Emir Kusturica durante il 12° Küstendorf Film and Music Festival per discutere le sue preoccupazioni sul futuro del cinema
At the 12th Küstendorf Film and Music Festival, Cineuropa met up with its founder and head, Serbian director Emir Kusturica, to talk about several recent phenomena that need to be acknowledged, and how they may affect the future of the cinema.

Cineuropa: At this year’s edition of Küstendorf, the motto of which ("The perfect dozen") is all about perfection, in your inaugural speech, you voiced quite a few concerns.
Emir Kusturica: Those are the questions and themes that I think are relevant to the continuation of the cinema today. I am positive that the cinema is going to survive. The only thing is that we don't know in which way, and for those people who are very attached to theatres, as I am, it is unsettling to see that the future of film is home cinema, movies on television or cineplexes, and that we are going to lose this kind of passion, or that it will be killed off by the market. This is why festivals are important: they will remain the principal supporter of the classical way of screening films. Even the language of the auteurs now seems to be compromising, visually and formally, between the theatrical format and the fact that a film will be watched on other screens.

You talked about the electronic image, scrolling and ads as worrisome adversaries for the cinema. Small-screen-native content in general seems to have imposed a more linear and simplistic type of narration.

Ads are awful because they kill the perception of time, and if you look at good movies like Dogman or Happy as Lazzaro [screened as part of the Contemporary Trends programme and followed by workshops], you can see that they operate with time, in two different ways. The style of a great director is in fact defined by the way they work with space and time. Unfortunately, I don't know to what extent these films will succeed in cinemas. Today, I don't believe that you can make it when you’re up against all the movies that are produced for multiplexes, unless you have a stupid Hollywood-type story conceived to please the masses worldwide, supported by aggressive advertising to create that audience.

The language of commercial cinema has been simplified, and the length of time that every artist has to reach the audience is short. Take the French-Belgian movie we screened here, Close Enemies: what a good film! I was amazed when I saw it! And also shocked, because for me, this incredible film is as close as it gets to having the best possible chance of reaching a huge audience, and yet it didn't reach it, and this is a dangerous sign for the future. More and more movies will get made as time goes on, but unfortunately, more and more good movies will go undiscovered. Back in 1985 and 1995, when I presented movies at Cannes, it was possible to be well received both by the critics and in theatres, but it is difficult to gain acceptance from both nowadays.

So there was a rift? Do you see a glimmer of hope that this situation will be resolved in years to come?
What I have noticed is that there is no way for the movies I love the most to get close to the audience, to be artistic and commercial at the same time. Now the public is divided: auteur and mainstream films are two separate things. Zhang Yimou recently told me, "I've just done a commercial movie; now I'm going back to art." When I was growing as a filmmaker, the best approach was to combine both, but today I don't think it's possible. The problem, with human history as well as culture, is that however clear your vision of the conditions that the future will be built on may be, you cannot predict it. The way cinema will develop cannot be predicted, especially not on the basis of the good movies that you see. What dominates is the cinema that people accept and, in a way, expect. An American sociologist named Stark said something that made a big impression on me: that the perfection of the image has been substituted for God, and that we are not moving towards a holy trinity, but rather towards ourselves. We have become part of an ideology, or part of an advertisement of some kind.

In spite of it all, you ended your speech with a universal, simple and pure definition of what a good film is: one that speeds up the heart rate.
I mentioned I was amazed and in shock after seeing Close Enemies, but Happy as Lazzaro, too, is the work of a very talented director, influenced by the best traditions from different periods in Italian cinema: Antonioni, Rossellini, De Sica, with his need to show that there are, in this world, some people who are so good that they are invincible, and could be the heroes of our time. The perfection of this film lies in Alice Rohrwacher's political engagement and her ideas about life, which are very strong.

*

- Cinema

Accade al Cinema con Cineuropa News


Accade al Cinema by Cineuropa News.

PRODUZIONE Italia
Un’Avventura per Marco Danieli sulle note di Lucio Battisti
di Camillo De Marco

16/01/2019 - Laura Chiatti e Michele Riondino alle prese per la prima volta con un musical. Nelle sale italiane a San Valentino, il 14 febbraio con 01 Distribution
Mai prima d’ora le celeberrime canzoni di Lucio Battisti e Mogol erano state protagoniste al cinema. Sarà ora possibile ascoltarle nel secondo film di Marco Danieli, giovane regista che si era fatto notare nel 2016 con La ragazza del mondo, Miglior Opera Prima ai Gobi d’Oro italiani, Miglior regista esordiente ai David di Donatello 2017 e premiatissimo nei numerosi festival a cui ha partecipato. Il titolo del film, prodotto da Fabula Pictures di Nicola e Marco De Angelis e Lucky Red con Rai Cinema, è Un’Avventura, come l’omonima canzone uscita nel gennaio del 1969. E negli Anni 70 è ambientato il film, interpretato da Laura Chiatti e Michele Riondino, alle prese per la prima volta con un musical, protagonisti di una storia d’amore struggente e universale.

Sulle note dei più grandi successi musicali di Battisti e Mogol, Matteo (Michele Riondino) e Francesca (Laura Chiatti) scoprono l’amore, si perdono, si ritrovano, si rincorrono, ognuno inseguendo il proprio sogno: lei vuole essere una donna libera, lui vuole diventare un musicista. Francesca gira il mondo per cinque anni, mentre Matteo rimane a scrivere canzoni d’amore. Quando Francesca ritorna porta con sé il vento di cambiamento degli anni 70, fatto di emancipazione, progresso ed evasione. I due si ritrovano e il loro amore rinasce più forte di prima, ma la loro storia seguirà sentieri inaspettati.

Le coreografie del film sono state realizzate da Luca Tommassini, uno degli art director italiani più apprezzati, che ha lavorato con grandi star della musica e dello spettacolo come Madonna e Kylie Minogue, ed è conosciuto al pubblico televisivo per X Factor Italia. La sceneggiatura del film è di Isabella Aguilar, la fotografia di Ferran Paredes Rubio, il montaggio di Davide Vizzini, la scenografia di Giada Calabria, i costumi di Catia Dottori, le musiche di Pivio e Ando De Scalzi. Il film arriverà nelle sale italiane a San Valentino, il 14 febbraio con 01 Distribution. Le vendite internazionali sono affidate a True Colours, che a dicembre scorso ha partecipato a Parigi ad una sessione di Work In Progress, riservata ai compratori, nell’ambito degli Incontri del Cinema Italiano “De Rome à Paris”.

FESTIVAL Francia / Italia
10 opere italiane inedite in Francia in programma a "De Rome à Paris"
di Fabien Lemercier

03/12/2018 - Dal 7 all'11 dicembre si terrà l'11ma edizione di un evento che mette in vetrina alcuni lungometraggi italiani ancora senza distribuzione francese
Con sempre maggior successo e le sale dell'Arlequin piene, gli Incontri del cinema italiano "De Rome à Paris" organizzati a Parigi dall'ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche, Audiovisive e Multimediali) in collaborazione con l'Istituto Luce Cinecittà, l’UNEFA (esportatori di film), ICE (Istituto per il Commercio Estero), l'Ambasciata italiana e l'Istituto di cultura italiana, con il sostegno del Ministero della Cultura italiano e con partner il CNC e UniFrance, vedrà la sua 11ma edizione svolgersi dal 7 all'11 dicembre a Parigi, con un giorno in più in programma.

Nel menù dell'evento intitolato "De Rome à Paris" ci sono 11 film: 10 ancora senza distribuzione francese ed Euforia di Valeria Golino (scoperto a Cannes, al Certain Regard, e che sarà lanciato il 20 febbraio nelle sale francesi da Paname Distribution). Da notare anche, in anteprima e a chiusura della manifestazione, i primi due episodi della serie televisiva L'amica geniale, un adattamento della famosa saga di romanzi best-seller mondiali di Elena Ferrante, che erano stati anche presentati in prima mondiale alla Mostra di Venezia.

Tra gli altri dieci film inediti in cartellone spiccano altri tre titoli passati per Venezia: Un giorno all’improviso [+] di Ciro d’Emilio e la commedia La profezia dell’armadillo [+] di Emanuele Scaringi, che avevano avuto la loro première al Lido nella sezione competitiva Orizzonti, e Il ragazzo il piu felice del mondo di Gianni Pacinotti (aka Gipi) che era selezionato nel programma Sconfini. Il programma include inoltre due lungometraggi presentati a Locarno: Menocchio di Alberto Fasulo (ammirato in competizione) e Sembra mio figlio di Costanza Quatriglio (fuori concorso).

In cartellone figurano infine Fiore gemello di Laura Luchetti (selezionato a Toronto), le commedie Benedetta follia di Carlo Verdone (che sarà proiettato in apertura della manifestazione) e Metti la nonna in freezer [+] del duo Giancarlo Fontana - Giuseppe Stasi, così come due film di cineasti ben affermati sulla scena europea: Nome di donna di Marco Tullio Giordana e Napoli velata di Ferzan Ozpetek.
L’evento sarà preceduto dagli incontri professionali (leggi la news) con un Work In Progress, un mercato di coproduzione e una conferenza sulla cooperazione franco-italiana.

FESTIVAL Italia
Sudestival, a Monopoli otto opere prime italiane in concorso
di Camillo De Marco

17/01/2019 - Dal 25 gennaio la 20ma edizione della rassegna che si articolerà nella città pugliese nell’arco di 10 weekend. Tra le novità la sezione Sudestival Doc
Sarà l’ospite d’onore Pupi Avati, che festeggia i sui 50 anni di cinema, ad inaugurare venerdì25 gennaio la 20ma edizione di Sudestival, rassegna diretta da Michele Suma che si articolerà nella città pugliese di Monopoli nell’arco di 10 weekend, fino al 30 marzo 2019. La giornata di sabato 26 gennaio sarà interamente dedicata agli eventi speciali, con la proiezione di Chi scriverà la nostra Storia, docufilm della regista Roberta Grossman prodotto da Nancy Spielberg, che uscirà nelle sale italiane ed europee il giorno successivo, inomaggio alla Giornata della Memoria. Seguirà la proiezione di Ride, esordio alla regia dell’attore Valerio Mastandrea presentato all’ultimo Torino Film Festival. Mastandrea e l’attrice protagonista Chiara Martegiani saranno presenti in sala per incontrare il pubblico.

L’ormai consolidato Concorso Lungometraggi vede protagoniste otto opere prime italiane, tutte accompagnate in sala da autori, registi e attori. Venerdì 1 febbraio aprirà la gara il road-movie In viaggio con Adele di Alessandro Capitani, che vede protagonisti Sara Serraiocco e Alessandro Haber, mentre il 22 marzo chiuderà Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Tra le opere in concorso anche il film di 2015 Asino Vola, esordio alla regia dell’attore Marcello Fonte (pluripremiato protagonista di Dogman) e codiretto da Paolo Tripodi; Zen sul ghiaccio sottile di Margherita Ferri; Beate di Samad Zarmandili, commedia che vede protagonista Donatella Finocchiaro. Saranno presentati in anteprima anche due film mai usciti in sala: La Fuga, esordio al lungometraggio della regista Sandra Vannucchi, con Donatella Finocchiaro e Filippo Nigro, che racconta la storia di una ragazzina (Lisa Ruth Andreozzi) che scappa di casa per visitare Roma e del suo incontro con una coetanea rom, e La partita del regista Francesco Carnesecchi, con Francesco Pannofino, Alberto Di Stasio e Giorgio Colangeli.

Tra le novità, Giornata Gemellaggio Italia-Armenia e la sezione Sudestival Doc, competitiva, con otto titoli selezionati dalla più recente produzione italiana. A inaugurare la sezione, il documentario presentato alla 75^ Mostra del Cinema di Venezia Arrivederci Saigon di Wilma Labate. Fabio Martina torna al Sudestival con il nuovo docu-film L’estate di Gino, su Don Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto di Detenzione Minorile di Milano Beccaria. Il terzo appuntamento è con Una gloriosa delegazione a Pyongyang di Pepi Romagnoli, si prosegue con La regina di Casetta di Francesco Fei, 1938 - Diversi di Giorgio Treves con Roberto Herlitzka, L’estate più bella di Gianni Vukaj, Il clan dei ricciai di Pietro Mereu, per concludere con Camorra di Francesco Patierno.

FILM Italia
Recensione: L’agenzia dei bugiardi
di Vittoria Scarpa

17/01/2019 - Volfango De Biasi riadatta liberamente il successo francese Alibi.com per una gradevole commedia degli equivoci che gioca con le bugie e l’arte dell’inganno
Al suo decimo lungometraggio da regista, tra fiction di vario genere e documentari (tra cui Crazy for Football, premiato con il David di Donatello), Volfango De Biasi conferma la sua abilità nell’intessere action comedy dinamiche e brillanti, così come è stato per la sua triade natalizia composta da Un Natale stupefacente, Natale col boss e Natale a Londra – Dio salvi la regina. Il suo nuovo film, L’agenzia dei bugiardi, non esce a Natale ma poco dopo (e ad appena tre mesi dal romantico e non riuscitissimo Nessuno come noi), ed è un libero adattamento della fortunata commedia francese di Philippe Lacheau Alibi.com, “meno giovanilistico rispetto all’originale e più incentrato sulla storia d’amore”, secondo il regista che ha riscritto la sceneggiatura con Fabio Bonifacci (Loro chi?). Una commedia degli equivoci, tra il sentimentale e il demenziale, dal ritmo incessante e scorretta al punto giusto, che gioca con le bugie e l’arte dell’inganno.

“Meglio una bella bugia che una brutta verità” è il motto della diabolica agenzia Sos Alibi diretta dal bel Fred (la star di Ammore e malavita Giampaolo Morelli), specializzata nel coprire le menzogne dei propri clienti infedeli fornendo ingegnosi alibi su misura. Con l’aiuto dell’esperto di tecnologia Diego (Herbert Ballerina) e del neo assunto Paolo (Paolo Ruffini), Fred ha una soluzione rapida per ogni caso, a colpi di travestimenti, documenti falsi, depistaggi sui social e molto altro. La situazione però si complica quando si innamora di Clio (Alessandra Mastronardi), giurista e paladina della verità, che si rivela essere anche la figlia di uno dei clienti dell’agenzia, ossia Alberto (Massimo Ghini), il quale ha urgente bisogno di coprire una scappatella con la sua amante aspirante rapper Cinzia (Diana Del Bufalo, attualmente nelle sale anche in Attenti al gorilla) proprio nel giorno del suo anniversario di matrimonio con Irene (Carla Signoris). Per uno scherzo del destino, si ritroveranno tutti in vacanza insieme nello stesso resort, e le bugie da inventare saranno infinite.

Tradimenti, sotterfugi, scambi d’identità e di stanze d’albergo: il film vira presto verso la pochade e situazioni un po’ da cinepanettone, ma gli incastri tra i personaggi funzionano e gli espedienti pittoreschi che di volta in volta vengono trovati per ingannare strappano più di un sorriso (vuoi far credere alla tua fidanzata che sei in Senegal? Mettiti sotto una palma accanto a un venditore ambulante nero per una videochiamata, oppure vai allo zoo e fatti una foto con una zebra, ed è fatta). Nonostante qualche gag irrilevante ai fini della trama (la narcolessia di Paolo, ad esempio, così come l’ingiustificato sviluppo del suo rapporto con il collega Diego), il film intrattiene per i suoi 100 minuti di durata con leggerezza e fantasia, un tocco surreale e un azzeccato cast di attori, tra cui si segnala anche Paolo Calabresi, nel ruolo dell’accorato amico di famiglia abbandonato dalla moglie e custode di torbidi segreti, e il simpatico cameo della rockstar italiana Piero Pelù nei panni di se stesso.
L’agenzia dei bugiardi, prodotto da Picomedia in collaborazione con Medusa Film, e con il contributo di Regione Puglia e Regione Lazio, esce in Italia oggi, 17 gennaio, distribuito da Medusa in 400 copie.

PRODUZIONE Italia
Volfango De Biasi 'Bugiardi'
di Camillo De Marco

Scritto dallo stesso regista con Fabio Bonifacci, il film è interpretato da Giampaolo Morelli, Massimo Ghini, Alessandra Mastronardi, Paolo Ruffini, Carla Signoris, Herbert Ballerina, Diana Del Bufalo, Paolo Calabresi, Antonello Fassari e Raiz. La commedia racconta del seducente Fred (Giampaolo Morelli), l’esperto di tecnologia Diego (Herbert Ballerina) e l'apprendista narcolettico Paolo (Paolo Ruffini) sono i componenti di una diabolica e geniale agenzia che fornisce alibi ai propri clienti e il cui motto è “ Meglio una bella bugia che una brutta verità.” Fred si innamora di Clio (Alessandra Mastronardi), paladina della sincerità a tutti i costi, alla quale quindi non può svelare qual è il suo vero lavoro. La situazione si complica quando Fred scopre che il padre di Clio, Alberto (Massimo Ghini) è un suo cliente, che si è rivolto all’agenzia per nascondere alla moglie Irene (Carla Signoris) una scappatella con la sua giovane amante Cinzia (Diana Del Bufalo). Accidentalmente, per una distrazione di Alberto, si ritroveranno in vacanza tutti insieme: Carla, Clio, Alberto e Cinzia in una situazione esplosiva.

Prodotto da Roberto Sessa per Picomedia in collaborazione con Medusa Film, L'Agenzia dei bugiardi ha ricevuto il contributo di Apulia Film Fund di Regione Puglia e il sostegno di Apulia Film Commission e sarà distribuito da Medusa Film.

*

- Società

Bla, bla, bla … la compagnia dei somari.

Bla, bla, bla … la ‘Compagnia dei Somari’.

Brividi d’immoralità quando ci aspettavamo sussulti di moralità, destabilizzazione al posto dell’ordine, eversione in opposizione al pacifismo, sussulti di rinnovato razzismo, ma forse siamo stati troppo ingenui nel pensare che un gruppo di selvaggi fuoriusciti dai banchi di scuola, quella scuola atea e anarchica da cui già i loro professori prendevano le mosse nel lontano‘68 / ’70, incuranti di guardare con un più ampio spettro oltre il proprio naso e fregarsene delle conseguenze che a medio-lungo raggio si sarebbero avute in ogni campo. Ci si aspettava un’esplosione di democrazia e sovranità popolare (non il populismo) e siamo qui a sventolare bandiere di assolutismo gretto e facinoroso. La retrocessione culturale è avanzata a passi da gigante a spese delle professionalità più operose, dell’economia generale, della giustizia, dei servizi essenziali come la sanità, la scuola, il mondo del lavoro ridotto ai minimi termini.

Sì, ci si aspettava un ‘manuale di ritrovata armonia’ politica ed assistiamo a zuffe d’ogni conto, degne di stadi e osterie, a baruffe diverbiali dove ogni fazione coglie il prestesto per dire male dell’altra, sputarsi in faccia le riproposte malefatte che né da una parte, né dall’altra, hanno ragione di essere. Ma è sempre stato così, dice qualcuno, che dalla ragione si passa al torto, soprattutto quando si vuole strafare e il torto diventa endemico, come in questo caso in cui oltre a far esplodere l’Italia, assistiamo alla depauperazione dell’Europa tutta. Miopia se non addirittura cecità della ‘compagnia dei somari’ imperanti che non hanno una visione d’insieme e arrancano come su di una scacchiera dalla luce al buio e viceversa, senza riuscire a scansare di sbattere la testa al primo spigolo che gli si pone davanti, nel nome di una ragione di stato che ripete una solfa stantia come ‘il popolo tutto ce lo chiede’, ‘facciamo gli interessi degli italiani’, ecc.

Basta! Non ci siamo, ma a questo punto il cambiamento deve avvenire, è un imperativo che richiede una certa accelerazione altrimenti non si sa dove andiamo a finire. Basta con le urne parlamentari ‘a scrutigno segreto’, che ognuno metta la propria faccia e la propria firma sulle leggi che vengono emanate non ‘sulla fiducia’ ma a pieno titolo, se non altro tenendo conto del fatto che nessuono ha raggiunto una ‘maggioranza elettorale’ degna di questo titolo; e che, al dunque, si compongano le commissioni di lavoro formate da tutte le forze in campo, e su base costruttiva, degna di un paese moderno, civile e democratico. Basta con ‘le regioni a statuto speciale’, con i ‘diritti’ v/s ‘doveri’ differenziati, e di leggi che permettono di ‘farla franca’ a soprusi inauditi di territorialità, di competenze amministrative, di ordine pubblico che richiede interventi sempre ‘speciali’ come se tutto il paese fosse impegnato in una guerra costante e infinita.

Sappiamo che ‘il buon senso’ spolverato a più non posso nei talkshow nostrani è solo una frase fatta e utilizzata ad ogni pié sospinto da quanti vi prendono parte: politologi e intellettuali menagramo, politici improvvisati indegni di poter fare gli amministratori di condominio, illetterati incapaci di esprimersi finanche in italiano corretto, fantocci che non hanno diritto di ‘firma’ delle leggi che emanano e che vengono regolarmente ‘dictate’ da qualche ‘mente esterna’ alla giurisdizione parlamentare ecc. ecc. Possibile non ci si renda conto delle carenze di questa pletora d’improvvisatori da ‘mercato rionale’, di arrampicatori sociali senza arte né parte, che non possono fare altro che creare ‘danni irreparabili’ che a medio/lungo termine porteranno al disastro totale l’intero paese Italia? Perché diciamocelo, come sempre dice qualcuno, volenti o nolenti siamo un ‘paese liquido’ (non di liquidità come vogliono farci credere), ma di dubbi interessi economici per i mercati esteri. E qui le domande sul come e perché si sprecherebbero.

Tuttavia, per voler restare coi piedi per terra, possiamo pur dire che non ci mancano le risorse di cervelli competenti che potremmo utilizzare se, addirittura, li esportiamo all’estero; di edificatori capaci in grado di ‘pensare’ e mettere in piedi una società di diritto in grado di risolvere le ambigue questioni territoriali, faziose e obsolete che si potrebbero estirpare in breve, tali che basterebbe volerlo. Il problema è che ‘non lo si vuole’, perché fa comodo a entrambi ‘da una parte e dall’altra’ della barricata poter sollevare il ‘popolo’ in una guerra di biechi quanto sporchi interessi di parte. Ed alla fine dei ‘giochi’, perché di giochi di potere si tratta, non vi saranno né vinti né vincitori, ma saremo tutti disillusi dagli ideali imperanti, più poveri e malmessi di fronte a una Europa in frantumi.

Se queste sono le premesse, il ‘medioevo futuro’ non è poi così lontano, aspettiamoci il ritorno della barbarie più agguerrita e violenta di prima, gli Unni, i Lanzichenecchi, gli Ottomani, gli Emirati, ognuno per un desiderio di supremazia che ben conosciamo, vorranno impossessarsi dei nostri tesori d’arte, distruggere la nostra cultura, affrancarci al servilismo dei poteri economici imperanti che hanno già acquisito/acquistato tutte le nostre aziende manifatturiere, le raggiunte alte tecnologie scientifiche e meccaniche, agro alimentari, le programmate distribuzioni dei prodotti su scala mondiale, finanche le nostre ‘acque sorgive’ trasformate in multinazionali delle acque minerali. Possibile non ci si chieda a quale ‘entità’ potremmo rivolgerci infine, se non a quel ‘pezzo grosso’ del Padreterno stesso, affinché getti un occhio benevolo su di noi diseredati.

Nell’oscurità del ‘medioevo futuro’ di certo non basterà il calendario con tutti i Santi agli sproloqui che s’eleveranno al cielo contro i futuri ‘reucci’ della politica, i ‘conti’ da strapazzo, e i ‘marchesi’ della pezza, che vediamo ridere da ebeti sugli schermi TV. Ma poiché la storia non perdona e al dunque presenta il conto, stiano attenti a non ridere troppo forte che le risa infine sgorgano in lacrime e le frasi abbandonate al vento somigliano sempre più a rabbiosi ragli di somari, e i somari che ragliano troppo prima o poi finiscono sempre bastonati.

Alla prossima puntata.





*

- Cinema

Torna Cinesophia , un evento!

IL 18 E IL 19 GENNAIOIL PROGRAMMA DI CINESOPHIA
Al TEATRO VENTIDIO BASSO DI ASCOLI PICENO
INGRESSO GRATUITO.

“Utopia e Distopia” è il tema delle due giornate di Cinesophia, il festival sulla “popsophia del cinema” organizzato dall’Associazione culturale Popsophia, che si terrà venerdì 18 e sabato 19 gennaio al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno: l’apparente perfezione dell’utopia e i mostruosi incubi della distopia rappresentati dall’universo cinematografico, saranno indagati attraverso conferenze, proiezioni e spettacoli filosofico musicali alla presenza di giornalisti, filosofi e artisti di spicco del panorama nazionale.

La presenza al festival rientra nell’attività riconosciuta dall’Ufficio Scolastico Regionale come valida ai fini dell’aggiornamento dei docenti (DDG 1329 - 7, settembre, 2018). Per gli studenti la presenza agli appuntamenti decreterà l’acquisizione di crediti formativi e di ore di alternanza scuola lavoro.
INGRESSO LIBERO E GRATUITO
Ti aspettiamo su www.popsophia.it

IL PROGRAMMA COMPLETO:

VENERDÌ 18 GENNAIO

Gli incontri hanno valore di aggiornamento per gli insegnanti (DDG 1329 7 settembre 2018)
e di credito formativo per gli studenti.

Ore 16.00
INAUGURAZIONE E SALUTI AUTORITÀ
con Guido Castelli e con Donatella Ferretti

16.30 CINESOPHIA
L’ALBA DELLE MACCHINE VIVENTI
da Blade Runner a Black Mirror con Tommaso Ariemma

17.30 PHILOFICTION
IL 1984 NON SARÀ COME “1984” videodistopie con
Alessandro Alfieri

18.30
LECTIO POP - FILOSOFIA ALLA FINE DEL MONDO
pensare con la saga “The Terminator” con
Simone Regazzoni

19.30
Un calice - Degustazione dei prodotti Gela e vini della
Cantina Borgo Paglianetto

21.30 PHILOSHOW
FUGA DALLA LIBERTÀ
da “Metropolis” a “Il racconto dell’ancella”
spettacolo filosofico-musicale ideato e diretto da Lucrezia Ercoli
intervengono Adriano Fabris e Andrea Minuz
ensemble musicale Factory
voce recitante Pamela Olivieri
regia tecnica Riccardo Minnucci
regia e video Marco Bragaglia

SABATO 19 GENNAIO
Gli incontri hanno valore di aggiornamento per gli insegnanti (DDG 1329 7 settembre 2018)
e di credito formativo per gli studenti.

SCATTI PREZIOSI
di Giuseppe Di Caro
Un omaggio all’arte cinematografica. Nel foyer del Teatro Ventidio Basso, durante
le giornate di Cinesophia, viene allestita una esposizione di scatti d’autore
dedicati ai grandi protagonisti del cinema italiano. Opere dell’archivio del
fotografo Giuseppe De Caro, uno straordinario Cartier Bresson ascolano. Dopo
aver immortalato per anni le bellezze di Miss Italia, nel 2006 Gian Luigi Rondi lo
arruola come fotografo del prestigioso premio David di Donatello. Una piccola
selezione a Cinesophia dei suoi ritratti in ricordo di una stagione importante della
cultura e del cinema del Novecento.

ALESSANDRO ALFIERI
Dottore di ricerca in Filosofia e pubblicista, insegna Teoria e metodo dei mass media presso
l’Accademia delle Belle Arti di Roma. Collabora con diverse testate. Tra i suoi libri “Vasco, il
Male. Il trionfo della logica dell’identico” (2012); “Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe” (2015); “Il cinismo dei media. Desiderio, destino e religione dalla pubblicità
alle serie tv” (2017); “Dal simulacro alla storia. Estetica ed etica in Quentin Tarantino” (2018);
“Lady Gaga. La seduzione del mostro” (2018).

TOMMASO ARIEMMA
Ha insegnato Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, ora insegna storia e filosofia nei
licei. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Canone inverso. Per una teoria generale dell’arte” (2014), “Sul filo del rasoio. Estetica e filosofia del taglio” (2014), “Anatomia della bellezza. Cura di s. arte, spettacolo da Platone al selfie” (2015), “Niente resterà intatto, introduzione non convenzionale alla filosofia” (2016), “La filosofia spiegata con le serie tv” (2018).

ANGELA AZZARO
Giornalista, femminista, buonista. È nata a Nuoro 52 anni fa. Si è laureata in storia e critica del
cinema all’università Cattolica di Milano. Non è più certa, come un tempo, di preferire Godard a
Truffaut, Buster Keaton a Chaplin, Antonioni a Fellini. Ha lavorato per i quotidiani Liberazione, Gli Altri (poi settimanale), Il Garantista, Il Dubbio. Tra i libri che non ha mai scritto ma avrebbe voluto scrivere “Fenomenologia di una spettatrice”. Detesta il giustizialismo.

RICCARDO DAL FERRO
Filosofo, scrittore ed esperto di comunicazione e divulgazione. Direttore delle riviste di filosofia
contemporanea Endoxa e Filosofarsogood, porta avanti il suo progetto di divulgazione culturale attraverso il suo canale Youtube “Rick DuFer” e lo show podcast “Filosofarsogood”. Performer ed autore teatrale, insegna scrittura creativa presso la scuola da lui fondata a Schio (VI) “Accademia Orwell”. Nel 2014 esce il suo romanzo d’esordio “I Pianeti Impossibili” e nel 2018 esce il suo nuovo saggio filosofico “Elogio dell’idiozia”.

LUCREZIA ERCOLI
Dottore di ricerca in filosofia presso l’Università Roma Tre. Docente di “Storia dello spettacolo
e filosofia del teatro” presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e di “Storia della
televisione” e “Filosofia dell’arte” presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. È direttrice
artistica di Popsophia dal 2011. Editorialista presso diversi quotidiani nazionali, è direttrice
editoriale della rivista “PopMag”. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Filosofia della crudeltà.
Etica ed estetica di un enigma” (2015); “Filosofia dell’Umorismo” (2016); “Che la forza sia con te!
Esercizi di popsophia dei mass media” (2017).

ADRIANO FABRIS
Professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa dove insegna Filosofia
delle religioni ed Etica della comunicazione; attualmente dirige la rivista “Teoria” e le collane
“Parva Philosophica” e “Comunicazione e oltre” presso le Edizioni ETS di Pisa. Tra le sue ultime
pubblicazioni sui temi della pop filosofia: “Etica delle nuove tecnologie” (2012); “Fiction mortale:
CSI – Crime Scene Investigation” (2014) e “Twitter e la filosofia” (2016).

INTERVENGONO
IVO GERMANO
Docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università del Molise e titolare
di ‘T@ginBo’ rubrica quotidiana di prima pagina dell’edizione locale del Corriere della Sera. Si
occupa di cose inutili come il dono, lo sport, i piccoli e grandi tic delle strutture simboliche
dell’immaginario nei social media. Ha parlato e scritto di sociologia pop in tempi non sospetti con:
“Barbie. Il fascino irresistibile di una bambola leggendaria” (2000); “New Gold Dream e altre
storie degli anni Ottanta” (2013); “Aside Story. La fatica delle vacanze” (2017).

ANDREA MINUZ
Professore associato di Storia del Cinema presso l’Università di Roma La Sapienza. Dottore di
ricerca in “Il cinema nelle sue interrelazione con il teatro e le altre arti” all’Università Roma Tre.
È membro del comitato scientifico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
e direttore artistico del Sapienza Short Film Fest. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Viaggio
al termine dell’Italia. Fellini politico” (2012); “L’attore nel cinema italiano contemporaneo.
Storia, performance, immagine” (2017).

SALVATORE PATRIARCA
Dottore di ricerca in filosofia all’Università di Roma “La Sapienza” e responsabile editoriale
del portale “Salute24” de “Il Sole 24 ore”. È direttore responsabile della rivista “PopMag”.
Autore di numerosi testi dedicati all’analisi filosofica di fenomeni televisivi e cinematografici
da “Il mistero di Maria. La filosofia, la De Filippi e la televisione” (2012) a “The walking dead o il
male dentro” (2013) fino al suo ultimo “Digitale quotidiano. Così si trasforma l’essere umano”
(2018).

SIMONE REGAZZONI
Allievo di Jacques Derrida, direttore della casa editrice “Il Melangolo” e docente presso
l’Università di Pavia. È autore di diversi saggi sul rapporto tra filosofia e fenomeni di massa da “La
filosofia di Lost” (2009) a “Ti amo filosofia come dichiarazione d’amore” (2017). È autore di due
romanzi “Abyss” (2014) e “Foresta di Tenebra” (2017). Nel 2018 è in libreria con due nuovi
saggi “Iperomanzo. Filosofia come narrazione complessa” e “Jacques Derrida. Il desiderio della
scrittura”.

PIERO SANSONETTI
Giornalista di politica italiana e di esteri. Inizia a l’Unità nel 1975, prima come cronista, poi come
notista politico, caporedattore, vicedirettore e codirettore. Corrispondente fino al 1996 dagli
Stati Uniti. Dirige poi Liberazione e collabora con Il Riformista. Nel 2010 conduce Calabria Ora.
Lavora anche alla nascita del quotidiano Gli Altri e di Cronache del Garantista. Sempre ispirato al
garantismo, direttore della prestigiosa testata giornalistica Il Dubbio, che fa capo al Consiglio
Nazionale Forense.

PATROCINI:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
COLLABORAZIONI CULTURALI
Istituto d’Istruzione Superiore “Celso Ulpiani”
Istituto d’Istruzione Superiore “Mazzocchi – Umberto I”
Istituto d’Istruzione Superiore “E. Fermi – Sacconi - Ceci””
Istituto d’Istruzione Superiore “Orsini - Licini”
Liceo Classico “Stabili”
Istituto Paritario Liceo delle Scienze Umane “Tecla Relucenti”
ISC Ascoli Centro
ISC Borgo Solestà
ISC Luciani-SS Filippo e Giacomo
ISC Don Giussani
ISC Villa S. Antonio

CONTRIBUTI:
Arianna Berroni, Veronica Damiani, Pierandrea Farroni, Giulia Lazzari,
Giandomenico Lupi, Francesco Macarra, Maria Chiara Lorenzini,
Angela Angelini Marinucci, Cinzia Maroni, Barbara Pennacchietti, Lorena Rossi,
Silvia Ruggeri, Carla Sagretti, Vando Scheggia, Dolly Tempera, Sofia Tomassoni,
Viola Vanella.

#cinesophia19 #popsophia19

*

- Libri

4 Christmas happiness / natale con voi - libri, relax

4 CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON VOI

In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, e un po’ di cinema (q. b.) e perché no un viaggio o una sosta in un ‘maso’ di montagna per un sicuro periodo di relax? Il resto suggeritelo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

Ɣ - “Novità dall'agriturismo in Alto Adige”, quando le giornate si accorciano, nei masi altoatesini torna la- tranquillità. Durante questo periodo dell'anno i contadini trovano finalmente il tempo per tessere, lavorare il feltro, scolpire e intagliare. Se un tempo le materie prime locali servivano a realizzare gli strumenti di lavoro e gli abiti di tutti i giorni, oggi queste vengono invece utilizzate dai contadini per esprimere la loro creatività: pezzi di legno diventano sculture, gomitoli di lana assumono le sembianze di borse di feltro e rami di vite si trasformano in lampade di design. In questo modo si cerca di preservare il tradizionale artigianato contadino. I 10 artigiani contadini del marchio di qualità "Gallo Rosso" creano pezzi unici a partire da materie prime locali, come lana e legno.

Il Natale è alle porte e nella nuova edizione della brochure "Artigianato contadino" troverete sicuramente moltissime idee regalo! Artigianato contadino - Preziosi esemplari unici dall’Alto Adige. Si può richiedere il catalogo gratuito all’indirizzo che segue:
Gallo Rosso | Südtiroler Bauernbund
Via C. M.-Gamper 5 | I-39100 Bolzano/Alto Adige
Tel. 0039 0471 999325 | Fax 0039 0471 981171
info@gallorosso.it | www.gallorosso.it

Ɣ- Cercavate un autentico Libro Strenna? Si tratta di un libro antico e pur sempre nuovo. Per chi ama il sommo Dante Alighieri, ècco una nuova veste ‘originale’ della “La Divina Commedia” a cura di Gherardo Del Lungo - Eventi Pagliai s.r.l. 2018 .
Illustrata da Attilio Razzolini: dalla collezione di cartoline d’epoca di Andrea e Fabrizio Petrioli, con la trascrizione del Poema «secondo l’antica vulgata» a cura di Giorgio Petrocchi. Il volume restituisce in fedele stampa anastatica a colori le cento cartoline, una per ciascun canto della Commedia, realizzate alla fine dell’Ottocento dal pittore toscano Attilio Razzolini, con la tecnica rinascimentale della miniatura su cartapecora. Ciascuna cartolina illustra un canto e ne offre una raffinata trascrizione in caratteri gotici, ulteriormente impreziosita da capilettera fregiati in rosso, blu e oro con ornati vari. Completano l’opera di Razzolini tre tavole per i frontespizi di Inferno, Purgatorio e Paradiso. La collezione di cartoline postali, effettivamente utilizzate come tali all’inizio del Novecento, è conservata integra presso l’archivio dei fratelli Andrea e Fabrizio Petrioli a Firenze. Il volume fornisce anche il canonico testo del capolavoro dantesco, nella trascrizione di Giorgio Petrocchi, per permetterne una facile lettura. press@eventipagliai.com.

Ɣ - ANTEREM - Rivista Di Ricerca Letteraria, annuncia la Trentatreesima Edizione del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano” 2019.
Per ogni sezione sono previsti rilevanti riconoscimenti. Gli autori segnalati, finalisti e vincitori saranno invitati a leggere i propri testi nel corso del Forum Anterem 2019, manifestazione che come di consueto si inaugurerà e si concluderà con due mostre e che coinvolgerà critici letterari e filosofi, musicisti, esponenti di case editrici, di riviste specializzate e di siti web. Per ognuno di questi autori la redazione di “Anterem” scriverà una nota critica, che sarà letta al Forum e pubblicata sul periodico on-line “Carte nel vento”.
Agli autori che saranno ritenuti meritevoli di menzione la Giuria del Premio darà evidenza sul sito www.anteremedizioni.it con la pubblicazione di un loro testo.
Tutte le opere pervenute al Premio saranno catalogate e conservate presso il Centro di Documentazione sulla Poesia Contemporanea “Lorenzo Montano”. Tale Istituto è stato fondato nel 1991 presso la Biblioteca Civica di Verona e accoglie collezioni e lasciti di alcuni tra i più importanti autori del Novecento.

Ɣ - “Opera prima” è una collana di poesia dedicata ad autori che ancora non hanno pubblicato le loro poesie in volume. La collana (fondata nel 2003) viene pubblicata in coedizione da Anterem e Cierre Grafica ed è diretta da Flavio Ermini.
È sostenuta criticamente ed economicamente da un Consiglio editoriale formato da note personalità della critica letteraria e della filosofia, oltre che da poeti e artisti. Tale comitato è affiancato da un Consiglio dei garanti costituito da Eugenio Borgna, Umberto Galimberti, Vincenzo Vitiello.
Tale gesto editoriale ha un’ambizione: non far ricadere i costi editoriali e di distribuzione sull’autore. A questo proposito la Direzione, il Consiglio editoriale e il Consiglio dei garanti mettono a disposizione la loro esperienza gratuitamente. Di rilievo è il supporto organizzativo del sito Poesia 2.0, sul quale i nostri lettori potranno leggere le condizioni per aderire all’iniziativa sul sito: www.poesia2punto0.com/2018/05/20/opera-prima-2018-2019-modalita-di-partecipazione. Se non avete mai pubblicato un libro di poesie, scriveteci! Attendiamo i vostri testi! La scadenza è il 31 dicembre 2018.

Ɣ - “Conversazioni con Dio” – articolo di Claudia Bonasi in Puracultura anno VI - n° 91 - 18 novembre 2018.www.puracultura.it (digital edition)
Premiati Antonella Quaranta e Rodolfo Fornario nell’ambito del Festival Nazionale di Corti teatrali, dove si sono confrontate compagnie provenienti dall’intero territorio nazionale. La manifestazione dal titolo “OCurto” - giunta quest’anno alla sua terza edizione si è tenuta a San Giorgio a Cremano, al CTS, Centro Teatro Spazio, quello che fu la culla del grande Massimo Troisi, che proprio in questo spazio mosse i suoi primi passi nel mondo dell’arte.
Antonella Quaranta ha presentato il monologo “Brutta”, tratto da uno spettacolo di Fornario intitolato “Conversazioni con Dio”, una storia incentrata sul dramma di una donna dall’aspetto assolutamente non gradevole, in un mondo dominato dalla bellezza ad ogni costo. I due hanno ottenuto il premio per la migliore drammaturgia
originale, dalla giuria di esperti capitanata dall’attrice Rosaria De Cicco, e l’attrice ha avuto anche il plauso dalla giuria popolare per la sua interpretazione.
Un estratto tratto dallo spettacolo “Conversazioni con Dio” è andato in scena l’11
novembre scorso presso la sede del Lab in via San Massimo a Salerno, dove sono stati presentati quattro monologhi, scelti tra i nove che compongono l’intero spettacolo, interpretati da Rodolfo Fornario, Roberto De Angelis, Rosaria La Femina
e Antonella Quaranta.

Antonella Quaranta, salernitana, è oramai da diversi anni impegnata in attività a carattere artistico e culturale tra Salerno e provincia. La sua storia artistica parte da
lontano, negli anni passati a fianco di Annabella Schiavone, indimenticata e indimenticabile attrice salernitana. Dopo la scomparsa di Annabella il rapporto dell’attrice con il teatro si intensifica: la Quaranta fonda una sua Compagnia intitolata a quella che fu suo mentore nel mondo del teatro, e comincia ad interessarsi anche all’aspetto organizzativo. Prima una rassegna teatrale a Giffoni, poi Itineranda, altra rassegna che si svolgeva nell’area dei Monti Picentini.
Venti anni fa fonda l’Associazione Teatrale Arcoscenico, con la quale produce tantissimi spettacoli, che raccolgono plausi sia dalla critica specializzata che dal pubblico. Da sette anni ha stretto un sodalizio artistico e di vita con l’attore e regista napoletano Rodolfo Fornario, e da quattro anni dirigono un laboratorio teatrale a
Salerno, dove gli allievi approcciano il mondo del teatro in maniera fattiva ed esperienziale, venendo non di rado, coinvolti in prima persona in spettacoli prodotti da Arcoscenico e rappresentati all’interno della regione.
Da due anni il duo Quaranta/ Fornario è impegnato in animazione teatralizzata nel Museo di Capodimonte. Info: 329.1606593.

Ɣ- Roberto Capuzzo / Carlo Guarienti, “Senza vera regola” , “Sparire … apparire”, libro “d’arte e di poesia" - RC Editore - collana Gli Ori 2018.
Se siete alla ricerca di un regalo raffinato e di estrema eleganza, alla cui realizzazione molto contribuisce la mano esperta di tipografi conoscitori delle tecniche di stampa e della composizione grafica, tali da far ritrovare il piacere della lettura: vuoi per la cura nella scelta della carta, l'elegante impaginato che lascia il giusto spazio allo scritto, i cratteri tipografici morbidi, il 'seppia' dei disegni sullo sfondo begie della pagina, quasi da farlo sembrare antico e al tempo stesso attuale, quasi epidermico, la cui preziosità fa sì da renderlo oggetto da collezionare. Notevoli le immagini (stupende) ivi contenute dell’artista Carlo Guarienti: “Il procedimento è tanto sofisticato intellettualmente quanto tecnicamente […] fino a creare un’immagine anche evanescente, che presume di essere l’equivalente dei versi di Roberto Capuzzo” … a darci l’illusione che sulla carta appare l’ombra , il fantasma dell’artista.” (Vittorio Sgarbi).
“Abbiamo scritto spesso parole / senza nominarle. / Nessuna in quelle occasioni / venne più scritta. / Segni a matita in luce radente.” … che pure, ogni volta, suscitano in noi, momenti di pura bellezza estetica.

Ɣ – Maria Luisa Mazzarini, “Vetri che rispecchiano il cielo”, e-book – EEE Edizioni Esordienti E-book. La raccolta forse più “mistica” di Maria Luisa Mazzarini e riprende i temi a lei cari dell’Altrove, dell’Oltre. C’è un istante di pura magia in cui l’Anima riesce a cogliere la Bellezza: un profumo, un fiore, una stilla di rugiada, un battito d’ali di farfalla… E cogliere l’attimo in cui la meraviglia accade, quel brevissimo inizio, frammento infinitesimale di tempo, è Creazione. È la Poesia che “crea nel creato”, è il luogo d’incanto e di stupore che permette di vedere oltre il buio, fusione perfetta con la Natura, e capace di liberare l’essere umano da se stesso e dal suo “corpo d’edera”.
Siamo ben oltre la visione della Poesia come semplice chiave per decodificare l’indicibile e l’invisibile: entriamo in una dimensione di sacralità, al di là dell’apparenza, al di là della ragione, al di là della paura, perché nella pura immaterialità dell’Oltre “oggi ogni paura si dissolve”.
L’Oltre è una memoria che precede la memoria. È qualcosa di così vasto e profondo che si può cogliere soltanto a frammenti, attraverso profumi “d’uva e melagrane”, o “tra i crochi e i silenzi di farfalle”. Chi vince, sul terreno della Verità? La Filosofia o la Poesia? Certamente quest’ultima. E c’è una densità incredibile, mascherata dietro l’apparente, ariosa leggerezza dei versi. La Poetessa si guarda mentre prova delle sensazioni, cerca la sua Anima, poi vuole affacciarsi sull’Oltre. Ma non le basta ancora. Si fa ‘veggente’ attraverso tutti i sensi, e alla fine, inevitabilmente, si pone la domanda che l’essere umano si pone dall’inizio dei tempi:

-Chi sono io?-
E tutto diventa Mistero.
Poi un raggio di sole
accennato,
e io sono presente.

Eccomi,
oltre la paura, la minaccia,
il silenzio,
Io esisto,
e qui, in questo luogo
io tendo l’orecchio
e ascolto.
Guardo.
Nell’imminenza del nulla
-Qualcosa-
accade comunque.

C’è quell’attimo “nell’imminenza del nulla” che segna l’inizio.
Quell’attimo in cui finalmente ci si ritrova e ci si riconosce.
Quell’attimo in cui si smette di vivere la vita e si diventa la vita.

Ɣ - “Spiritual Mind” di Carmen di Muro, in “Scienza e Conoscwnza” Novembre 2018.
Estratto: “L'acqua è solamente quella che vediamo? In questo articolo tratto dal libro “Spiritual Mind” di Carmen di Muro scopriamo ciò che può comunicare l'acqua e perché è così importante ascoltarla. L’acqua è una sostanza onnipresente e per noi usuale che in realtà possiede proprietà davvero speciali per la salute e il nostro benessere globale. Non esiste vita senz’acqua. Essa è fondamentale per tutti i processi metabolici, ovvero l’insieme delle trasformazioni chimiche che avvengono nelle cellule degli organismi viventi. Ed è proprio questa semplice combinazione di idrogeno e ossigeno (H2O) a nascondere qualcosa di molto più complesso rispetto a ciò che siamo abituati a pensare.
I numerosi ricercatori – tra cui i noti L. Montagnier, E. Del Giudice, Emoto, R. Sheldrake – che nel corso del tempo si sono dedicati allo studio delle proprietà dell’acqua hanno constatato che questa, in determinate condizioni, ha la capacità di assorbire, immagazzinare e trasmettere informazioni, sia genetiche che ambientali, a livello vibrazionale, essendo essa sensibile alle onde elettromagnetiche. (…)

Noi uomini siamo immersi in uno spazio di strutture, dalle particelle alle galassie, che vibrano e risuonano insieme come note armoniche della stessa melodia. Ciò significa che non solo siamo influenzati dall’ambiente, ma che noi stessi influenziamo tutto ciò che ci circonda. Alla base della spiegazione di queste straordinarie dinamiche invisibili, che hanno catturato lo sguardo di diversi studiosi, troviamo la teoria dei Campi Morfogenetici, come pure la teoria della Coerenza Elettrodinamica Quantistica (o QED, dall’inglese Quantum Electro-Dynamics) che si basa sul concetto di risonanza e che afferma che in alcune sostanze, come l’acqua, si formi una sorta di sintonia vibratoria tra le molecole che la compongono e un campo elettromagnetico, grazie alla cui correlazione avviene la formazione di una struttura molto particolare, ossia il dominio di coerenza, che è capace di assorbire dall’ambiente energia ad alto contenuto informativo quantistico. Emilio Del Giudice sosteneva che le molecole d’acqua comunicano tra loro solo se vibrano alla stessa frequenza, risuonando insieme. Quando ciò accade si crea la base per una fitta rete di scambio di informazioni.

I sorprendenti progressi scientifici raggiunti negli ultimi anni in questo campo di indagine non possono non far sorgere nelle menti più ricettive alcune domande fondamentali. Se il nostro corpo è costituito prevalentemente d’acqua è possibile che l’ambiente esterno influenzi l’acqua di cui siamo composti? Ma soprattutto è possibile che i nostri stati d’animo e i pensieri la plasmino fino a conferirle proprietà curative?
Masaru Emoto ideò un procedimento che ha permesso di fotografare l’acqua cristallizzata, costatando che la bellezza e la simmetria dei cristalli sarebbe proporzionale all’esperienza che l’acqua ha vissuto a livello vibrazionale. Negli esperimenti di Emoto quando l’acqua si trovava a vivere esperienze ad alto contenuto energetico positivo, i cristalli fotografati erano di forme armoniche, simmetrici e perfetti.

Se invece l’acqua si trovava a vivere in un ambiente vibrazionalmente negativo i cristalli risultavano deformati quasi fossero sottoposti a stress. Si è notato, dunque, che a seconda del trattamento subito, l’acqua forma strutture specifiche di cluster, in quanto l’elettromagnetismo del luogo e di chi lo popola, ha un effetto modellante sulla sua struttura, la quale assume conformazioni diverse in virtù della carica energetica presente. Ma la cosa strabiliante è che sono proprio i moti del nostro animo, come le emozioni e i pensieri, a esercitare l’influenza più marcata sulle sue proprietà. Amore, gioia e gratitudine sono vibrazioni potentissime a cui l’acqua risponde in modo molto particolare, lasciando al suo interno tracce permanenti in grado di risuonare con le frequenze dei sistemi biologici, così da riequilibrare l’organismo umano fiaccato da una malattia e l’ambiente, se contaminato energeticamente. Inoltre si è visto che in queste acque gli agenti patogeni perdono la loro aggressività, com’è stato dimostrato con diversi test.

Carmen Di Muro,
Psicologa clinica, psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo Post-Razionalista e ISTDP, quantum trainer e scrittrice, vive ed opera in Puglia.
“Aperta alla più ampia visione integrata dell’essere umano nella sua inscindibile unità di psiche-soma, unisce la formazione accademica con i suoi interessi nel campo della biologia, delle neuroscienze, della medicina, della meccanica e fisica quantistica che le hanno consentito di sviluppare un personale metodo di lavoro interdisciplinare quantico-emozionale”©. Da sempre attratta dal mondo spirituale dell’uomo e dall’essenza profonda dell’esistenza, orienta i suoi studi e le sue indagini scientifiche verso un tema speciale: “La guarigione dell’anima”. È referente per la regione Puglia dell’EFP- Group di Milano e oltre a svolgere l’attività clinica, divulga il suo pensiero tenendo convegni e seminari in tutta Italia. Autrice del libro “Essere è Amore. Dal Pensiero alla Materia. Viaggio Scientifico nella Pura Essenza”, Gagliano Edizioni e “Anima Quantica. Nuovi orizzonti della psiche e della guarigione” Anima Edizioni, è membro del comitato scientifico e autore per la Rivista Nazionale “Scienza e Conoscenza” di Macro Edizioni e autore di articoli e video per AnimaTV.
Per maggiori informazioni: www.carmendimuro.com
Per contatti: info@carmendimuro.com

Ɣ – In occasione del 70° anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, ècco alcuni testi d’importanza capitale : Alessandra Facchi, “Breve storia dei diritti umani, dai diritti dell'uomo ai diritti delle donne”. il Mulino 2018.
A partire dalla «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» del 1948 i diritti umani sono al centro della politica globale e del diritto sovranazionale. Nel dibattito politico e sociale contemporaneo ci si richiama ai diritti, vecchi e nuovi, per contrastare o invocare interventi pubblici, per difendere valori o interessi, per sostenere differenti concezioni morali. L’idea di diritti universali dell’uomo appare tuttavia in Europa già all’inizio dell’età moderna: questo volume propone una sintetica ricostruzione storica dell’affermazione dei diritti, dalla teoria giuridica e politica del XVI e del XVII secolo fino alle Dichiarazioni internazionali della seconda metà del XX secolo. Attraverso la confluenza di teorie, movimenti sociali, documenti giuridici si delineano gli sviluppi di diritti civili, politici, economico-sociali e i differenti percorsi seguiti dai diritti degli uomini e dai diritti delle donne.

Indice del volume: Introduzione. - I. Tra Cinquecento e Seicento: teorizzazione dei diritti. - II. Il Settecento: dichiarazione dei diritti. - III. L’Ottocento: positivizzazione dei diritti. - IV. Il Novecento: moltiplicazione e internazionalizzazione dei diritti. - Riferimenti bibliografici. - Indice dei nomi.
Alessandra Facchi insegna Filosofia del diritto e Teorie dei diritti fondamentali presso la Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università degli Studi di Milano. Per il Mulino ha curato (con C. Faralli e T. Pitch) il volume di L. Gianformaggio «Eguaglianza, donne e diritti» (2005).

Ɣ- Vladimiro Zagrebelsky, Roberto Chenal, Laura Tomasi - “Manuale dei diritti fondamentali in Europa”, il Mulino 2018.
"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti"
Il manuale, con specifica attenzione ai riflessi sull’ordinamento italiano, descrive il sistema europeo di protezione dei diritti e libertà che sono comuni alla Convenzione europea dei diritti umani e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La prima vincola i 47 Stati del Consiglio d’Europa, la seconda i 28 Stati che sono anche membri dell’Unione. Il contenuto dei diritti considerati è definito dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, di cui tiene conto la Corte di giustizia dell’Unione europea. Il manuale illustra le nozioni generali del diritto dei diritti umani in Europa e i singoli diritti ed espone la disciplina dei ricorsi e della procedura della Corte europea.

Pubblico qui di seguito l'indice del volume, perché rappresentativo dell'escursus degli interessi che riguardano davvero tutti quanti noi: Prefazione. - Parte prima: Il sistema europeo e il movimento internazionale per il riconoscimento dei diritti umani. - I. Il sistema europeo e il movimento internazionale per il riconoscimento internazionale dei diritti umani. - Parte seconda: La protezione dei diritti umani in Europa. Il sistema del Consiglio d’Europa e l’ordinamento italiano. - II. La Corte europea dei diritti umani. Natura ed efficacia della sua giurisprudenza. - III. La Convenzione europea dei diritti umani nell’ordinamento italiano. - Parte terza: La protezione dei diritti umani in Europa. Il sistema dell’Unione Europea. - IV. Origine e struttura del sistema. - V. Diritti umani e diritto dell’Unione Europea nell’applicazione dei giudici nazionali. - Parte quarta: Il giudizio della Corte europea. Applicabilità della Convenzione e giustificazione della condotta dello Stato. - VI. L’applicabilità della Convenzione. - VII. La giustificazione dell’interferenza. - Parte quinta: I diritti fondamentali considerati dalla Convenzione europea dei diritti umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. - VIII. Diritto alla vita. - IX. Divieto di tortura e delle pene o dei trattamenti inumani o degradanti. - X. Divieto di schiavitù, di servitù e di lavori forzati od obbligatori. - XI. Diritto alla libertà e alla sicurezza. - XII. Diritto a un processo equo. - XIII. Legalità dei delitti e delle pene. - XIV. Diritto al rispetto della vita privata e familiare, del domicilio e della corrispondenza. Diritto al matrimonio e uguaglianza dei coniugi. - XV. Libertà di circolazione e divieto di espulsione del cittadino. - XVI. Libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Diritto all’istruzione. - XVII. Libertà di espressione. - XVIII. Libertà di riunione e di associazione. - XIX. Diritto a elezioni libere. - XX. Diritti e divieti nell’espulsione degli stranieri. - XXI. Protezione della proprietà. - Parte sesta: I ricorsi alla Corte europea. Procedura ed esecuzione delle sentenze. - XXII. L’introduzione del ricorso e la ricevibilità. - XXIII. La Corte europea e la procedura. - XXIV. Le sentenze e la fase dell’esecuzione. - Bibliografia. - Indice analitico.

Vladimiro Zagrebelsky, già giudice della Corte Europea dei Diritti Umani, dirige ora il Laboratorio dei Diritti Fondamentali di Torino. Roberto Chenal, dottore di ricerca in Diritto penale, master in Filosofia del diritto a NYU, è giurista presso la Corte europea dei diritti umani. Laura Tomasi, magistrato, è dottore di ricerca in Diritto internazionale, già giurista assistente presso la Corte europea dei diritti umani.

Ɣ - Roberto Maggiani, “Affinità divergenti” – Italic (Collana Pequod) 2018.
Lieto di proporvi la più recente pubblicazione del direttore e mentore della rivista on-line che mi ospita Larecherche.it, al suo esordio come romanziere, e che costituisce davvero una piacevole sorpresa per tutti noi, addetti ai lavori e non, con la speranza che lo sia anche per voi. Dal risvolto di copertina:

“Roma ai giorni nostri. Il trentenne Tommaso stringe amicizia con la dirimpettaia e coetanea Elisa. Nei loro ripetuti incontri, i due giovani affinano la reciproca conoscenza. Tommaso si confida, le racconta, in particolare, del forte legame con Nathan, ragazzo conosciuto sui banchi di scuola, affetto da diplegia, restio ad affacciarsi a una vita che lo spaventa. La loro amicizia attraversa l’adolescenza e tutta l’età adulta. Tommaso si allontana da Roma per circa un anno, durante il quale conoscerà Aadil, presunto terrorista. Tornato nella sua città, si renderà conto che tra lui e Aadil si è instaurata una relazione profonda di cui farà partecipe Elisa, rivelandole anche il lato segreto della sua vita”.

Con “Affinità divergenti” Roberto Maggiani affronta tematiche sociali e politiche ‘scomode’ di stretta attualità, una tematica non nuova per un esordio, ma che vuole stabilire un punto fermo nella sua decennale attività di lettore attento della società contemporanea.“D’altronde – esgli scrive – l’amore è così: un posto in cui ci siamo persi, dove non pensavamo mai di andare o in cui qualcuno ci portasse.”
http://www.robertomaggiani.it/affinita_divergenti.asp
http://www.robertomaggiani.it / https://www.larecherche.it

Ɣ – ma c’è dell’altro, Roberto Maggiani, vi invita a partecipare al Premio Letterario “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, per opere inedite, giunto alla sua Va edizione, anno 2019 - In memoria di Luciano Ferrari .
Scadenza 15 gennaio 2019, ore 24:00
Sezione A: Poesia | Sezione B: Racconto breve
La partecipazione è completamente gratuita o previo la raccolta fondi da destinare al Premio stesso.
Si dovrà proporre la propria Opera attraverso il sito www.larecherche.it, in particolare
Dalla pagina dedicata al Premio www.larecherche.it/premio.asp. dalla quale si può scaricare il Bando di concorso.
La premiazione avverrà in data domenica 7 aprile 2019 dalle ore 15:30 alle ore 18:30 (con inizio dell'accoglienza alle 15.00) in luogo da decidere.

Non mi rimane che augurarvi Buon Natale e Giorni Felici in compagnia di quanti amate ... ma non dimenticate che un buon libro regalato o ricevuto è di per sé già un Buon Natale.





*

- Vari

3 Christmas happiness / Natale con voi - musica e altro

3 CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON VOI
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, un po’ di cinema (q.b.), e perché no un viaggio? Il resto suggeritelo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

VIAGGI e altro:
Natale a Malta, inizia la festa più attesa dell’anno. Gli eventi si susseguono …
Din! Din! Din! Le campanelle natalizie annunciano liete la stagione delle feste. In questo periodo a Malta tutte le chiese organizzano una miriade di eventi, allestiscono il proprio presepe e spesso inscenano processioni dedicate alla natività, ma non mancano i mercatini e gli appuntamenti gastronomici tutti pensati per festeggiare il Natale. Per questo Malta Tourism Authority ha deciso di appuntarvi qui un elenco di attività che potrete fare a Malta per prepararvi al meglio al periodo più gioioso dell’anno.
MILIED IMDAWWAL FL-IMQABBA
Tra i tanti paesini dell’arcipelago che si preparano al Natale, il primo ad organizzarsi a Malta è Mqabba. In questo week-end sarà allestito un mercatino di prodotti artigianali e di cibo tradizionale, ma anche un angolo dedicato ai bambini che potranno farsi scattare una foto in braccio a Babbo Natale.
ITALIAN TASTE EVENT
Che siate o no turisti che non possono fare a meno della cucina italiana quando viaggiano, l’appuntamento merita attenzione anche per il solo fatto di essere organizzato al is-Suq tal-Belt di Valletta, una delle opere più interessanti frutto dei lavori eseguiti nella capitale in occasione di Valletta 2018.
MERCATO DEGLI ARTIGIANI MALTESI
Nel calendario degli appuntamenti che periodicamente organizzano gli artigiani maltesi per questo mercatino, quello in vista del Natale è fissato a Floriana nel Magazino Hall. L’appuntamento giusto dove trovare i migliori produttori di artigianato locale: filigrana, oggetti in legno, ricami, ma anche prelibatezze maltesi come olio, birra e dolci.
IL VILLAGGIO DI NATALE AL VALLETTA WATERFRONT
Nell’area rinnovata e ricca di vita del porto di Valletta conosciuta come il Waterfront, un appuntamento che è diventato un classico del periodo delle feste in cui immergersi per un mix di decorazioni, musica, cibo e tante attività legate a questa stagione magica. Sotto ad un albero di 10 metri d’altezza si alterneranno bande musicali, cori, scene di natività e laboratori, soprattutto dedicati ai più piccoli.
MERCATO DI NATALE DEI CONTADINI E DEGLI ARTIGIANI
Nei giardini di Villa Bologna ad Attard ancora un mercatino dove sbizzarrirsi con lo shopping e abbuffarsi di delizie più o meno natalizie.
NATALIS NOTABILIS
Nel centro storico di Rabat, tra i vicoli medievali, vi aspettano oltre 100 stand di golosità e prodotti tipici maltesi che strizzano un occhio al Natale, ma anche uno al vostro appetito.

FESTIVAL DEI CANTI DI NATALE
Cosa offre più l’atmosfera del Natale di un canto tradizionale? Nella chiesa di Ta’ Giezu a Rabat, antica di 500 anni, tre giorni da dedicare alle delicate note dei cori natalizi.
CONCERTO DI NATALE DI BENEFICIENZA
Presso il Santuario della Divina Grazia di Naxxar, un concerto in cui si esibiranno i giovani cantori della scuola di musica di Malta e la Malta Concert Orchestra diretti dal Maestro Paul Abela. L’ingresso è gratuito, ma saranno raccolti fondi in favore della Fondazione Puttinu Cares
IL MUSICAL GHOSTS OF CHRISTMAS PAST
Un’opera rock dedicata al Natale? Eccola al Valletta Campus Theater!
CAROLS CANDELIGHT
Un concerto della Schola Cantorum Junìbilate a cui farà seguito una deliziosa cena di 5 portate preparata dagli chef di uno dei ristoranti più celebri di Gozo, il Ta’ French.
FIERA DI NATALE DELL’ARTIGIANATO MALTESE
Nella centralissima St. George’s Square di Valletta, un altro mercatino dell’artigianato maltese per il vostro shopping last minute prima di Natale.
MALTA CHRISTMAS FESTIVAL
Natale è già passato, ma volete tenere i piedi saldi nell’atmosfera delle feste? Vi consigliamo di non perdere questo festival durante il quale si esibiranno bande, majorette e gruppi folkloristici.

L’elenco completo di tutto quello che succederà a Malta nella prossime settimane lo trovate nel calendario eventi di Visit Malta e se non avete ancora prenotato il vostro viaggio delle feste a Malta provate a cercare tra le offerte di Malta Vacanze!
MUŻA, un nuovo museo a Malta tutto da scoprire.
L’anno di Valletta 2018 Capitale Europea della Cultura sta per terminare. È stato un anno entusiasmante e ricco di attività di ogni genere che ha visto Malta rendersi protagonista della scena culturale internazionale. Cosa resterà di questa bellissima esperienza? Sicuramente una capitale rinnovata e in pieno fermento creativo che saprà continuare ad accogliere e offrire stimoli. Più nel tangibile, tra i maggiori lasciti di quest’anno glorioso ci sarà il MUŻA, il nuovissimo museo nazionale comunitario di Malta che aprirà le porte al pubblico il prossimo 15 dicembre. La nuova sede del MUŻA è lo storico Auberge d’Italie in Merchants Street, palazzo risalente all’epoca dei Cavalieri di San Giovanni il cui valore culturale intrinseco sarà ancora più esaltato dalla presenza del museo all’interno dei suoi spazi. Per maggiori informazioni consultate il sito https://muza.heritagemalta.org/


LIBRI e MUSICA:
Ɣ - Hans Tuzzi “Libro antico libro moderno” - Collana: Sfere extra - Carocci Editore 2018.
Con stile discorsivo ma senza rinunciare alla precisione scientifica, l’autore narra la storia delle componenti fisiche e concettuali del libro spiegando come sono cambiate dal torchio a mano di Gutenberg a oggi: l’invenzione del titolo, del numero di pagina, della punteggiatura, tecnica e uso delle illustrazioni... Tuzzi accompagna il lettore alla conoscenza del libro in quanto oggetto, sottolineando gli elementi di continuità fra libro antico e libro moderno, pur nel mutare delle tecnologie.
Ɣ - Adriano Angelucci “Che cos'è un esperimento mentale” - Collana: Bussole - Carocci Editore 2018.
Per quanto i filosofi non utilizzino laboratori, sarebbe scorretto affermare che essi non ricorrano a esperimenti. Nel corso delle loro indagini, infatti, i filosofi si affidano da sempre a esperimenti mentali per vagliare la correttezza delle teorie che stanno formulando. Negli ultimi decenni, in particolare, l’utilizzo di questi preziosi strumenti per riflettere si è imposto come uno dei metodi fondamentali della filosofia di tradizione analitica e, in diversi ambiti di quest’ultima, l’attività di elaborazione teorica è divenuta pressoché inscindibile da un vasto repertorio di ingegnosi scenari ipotetici.
Ɣ- Francesca Fava “Il teatro come metodo educativo” - Tascabili - Carocci Editore 2018.
Una guida per educatori e professionisti sociosanitari. Il testo illustra necessità e peculiarità del laboratorio teatrale come strumento formativo per le professioni sociosanitarie ed educative, nell'attuale contesto di rinnovamento delle Medical Humanities. Dopo un inquadramento teorico, focalizzato sugli ultimi studi che fanno dialogare il teatro e la medicina con le neuroscienze, ogni capitolo presenta, in forma di guida didattica, alcuni obiettivi-chiave (empatia, ascolto, relazione, effetto placebo, scoperta delle emozioni ecc.) da perseguire in ambiti specifici (medico, ambulatoriale, comunitario) corredati di agili schede illustrate ed esercizi pratici.

Ɣ – “Mambo Sinuendo” – CD di Ry Cooder & Manuel Galbán a film by / The Complete Soundtrack. Nonesuch Records 2018.
Mambo Sinuendo, Ry Cooder's 2003 Grammy-winning collaboration with Cuban guitar legend Manuel Galbán, has returned on vinyl for the first time in some fifteen years. "Mambo Sinuendo creates a time-warped neverland where unhurried melodies hover above subtly swaying Cuban rhythms," says the New York Times, "as the two guitar masters trade slides and twangs with a droll sense of romance." "An exquisite album," Uncut exclaimed. "One of the musical highlights of the year." The two-LP set was pressed from lacquers cut by Abbey Road Studios on vinyl at Record Industry with a custom etching on side D, and housed in an old-style, tip-on gatefold jacket.

Ɣ - Francesco Diodati con gli Yellow Squeeds "Never The Same"- CD Auand AU9080, 2018.
“Never The Same”, il nuovo album da leader di Francesco Diodati con i suoi Yellow Squeeds. Dopo l’acclamato “Flow, Home”, l’ultimo attesissimo lavoro del chitarrista è già stato protagonista al JAZZMI di Milano e al London Jazz Festival
con Enrico Zanisi (pianoforte, synth), Francesco Lento (tromba),
Glauco Benedetti (basso tuba, trombone), ed Enrico Morello (batteria).
A tre anni di distanza dal lavoro precedente (“Flow, Home”, 2015), Francesco Diodati pubblica“Never The Same”: il suo nuovo, attesissimo album da leader. E lo fa con la stessa formazione, gli Yellow Squeeds, ovvero Enrico Zanisi (pianoforte, synth), Francesco Lento (tromba), Glauco Benedetti (basso tuba, trombone a valvole), ed Enrico Morello (batteria), e la stessa casa discografica, Auand Records. Il nome del chitarrista romano è ormai uno dei più brillanti della scena italiana ed europea: se con Enrico Rava ha calcato palchi internazionali grazie a una collaborazione consolidata, gli album da leader stanno mostrando la personalità e la capacità innovativa di Diodati. La fibrillazione per questa nuova uscita è stata palpabile anche nelle due anteprime al JAZZMI di Milano, il 9 novembre, e al London Jazz Festival, dove “Never The Same” è stato presentato il 18 novembre.
Al centro del nuovo lavoro c’è una profonda riflessione sulle percezioni soggettive, sul lavoro d’insieme e sulle infinite trasformazioni che questi due elementi possono generare persino nella più semplice linea melodica. A dominare l’aspetto compositivo è «la sovrapposizione – dice Diodati – di diversi strati sonori, di linee che si intrecciano e che, pur mantenendo una propria indipendenza, diventano imprescindibili le une dalle altre. Questo modo di costruire la musica fa sì, per esempio, che lo stesso brano possa essere percepito in riferimento a un andamento ritmico diverso per ognuno. È un po’ come guardare lo stesso oggetto tridimensionale da diversi punti di vista, girandolo tra le mani o sospeso nello spazio». È questo approccio che genera l’effetto apparentemente straniante di “Entanglement”, dove la ritmica cambia continuamente.
Questa tensione al cambiamento, questa spinta verso qualcosa che prima non c’era, è anche la cifra stilistica del gruppo: «Sono tutti molto dinamici e nel corso del tempo cercano nuovi suoni, nuovi approcci – continua il chitarrista – Zanisi sul primo disco suonava il piano, qui suona piano, Fender Rhodes, synth modulare e bass synth. A Morello ho dato una montagna di gong birmani, accumulati negli anni durante i miei viaggi e concerti in Myanmar, e li abbiamo suonati insieme nell’intro di “Simple Lights”. Glauco Benedetti si è rivelato sorprendente anche con il trombone a pistoni, tanto che ho riscritto appositamente alcune parti per inserirlo. Francesco Lento tira fuori suoni sempre diversi dalla tromba portando all’estremo le possibilità timbriche, oltre a dilettarsi con bottiglie di vetro! Sa essere molto lirico oppure diventare più angolare e aspro. Con lui spesso dialoghiamo in modo serrato, una pratica che si è fatta sempre più intensa nel corso degli anni. Sono tutti musicisti formidabili. Ho scelto loro perché sono capaci di rompere le barriere, andare oltre i limiti del già sentito». E come dimostra un brano come “River”, è facile che dall’interplay si sviluppi un flusso sonoro coinvolgente, nato dalla melodia e sfociato in una densa improvvisazione collettiva.
Tra giochi sonori con una chitarra scordata, attenzione per la timbrica e scambi di ruoli nella formazione, anche la grafica riesce a condensare il senso dell’intero album in un’immagine: «La copertina è frutto di un’opera di Sara Bernabucci, artista con cui collaboro da due anni nella ricerca di un incontro fra musica e arti visive, e di Alberto Timossi. È la stratificazione di due arti diverse (la scultura e la pittura) nate da due menti diverse alle quali si è aggiunto il mio punto di vista con la macchina fotografica, rendendo l’opera irriconoscibile. È quello che intendevo: vedere lo stesso oggetto da punti diversi, e farlo non a priori, in modo astratto, ma con la prassi, la passione intuitiva di chi vive di arte».
Questo mese ancora quattro concerti per Yellow Squeeds prima dell’uscita ufficiale, prevista il 25 gennaio 2019. Sarà possibile ascoltare il progetto dal vivo in anteprima domani 11 dicembre a Belmonte Piceno per Marche in Vita, giovedì 13 al prestigioso Bimhuis di Amsterdam, domenica 16 alla Casa del Jazz di Roma e giovedì 27 al Paradox di Tilburg (sempre in Olanda).

Francesco Diodati Bio
Chitarrista, compositore e improvvisatore, inizia gli studi musicali incontrando il Jazz. Subito dopo la laurea in Statistica Economica decide di dedicare la sua vita alla musica: inizia a scrivere musica per i propri gruppi, a viaggiare soffermandosi soprattutto a New York e Parigi dove approfondisce lo studio del Jazz tramite borse di studio e collaborazioni importanti, ampliando ulteriormente la sua visione musicale. Nel 2015 il quartetto di Enrico Rava, con il quale collabora dal 2013, ha ottenuto il Top Jazz (Musica Jazz) come miglior gruppo. E’ dello stesso anno Wild Dance, inciso dal quartetto per ECM.
Oggi è uno dei più importanti improvvisatori della sua generazione e ha collaborato con personalità del calibro di Gianluca Petrella, Bobby Previte, Antonello Salis, Jim Black, Francesco Bearzatti, Shane Endsley, Dave Binney, Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Nils Landgren e molti altri.
Ha inoltre preso parte per 6 anni al progetto MyanmarMeetsEurope, con il supporto del Goethe Institute, con il quale ha partecipato a festival in tutta Europa e Asia.
I suoi album da leader hanno ottenuto riscontri entusiastici di critica e pubblico ed è stato votato come miglior chitarrista dal 2013 al 2018 dalla rivista JazzIt.
Lo stile di Francesco non è confinato a un singolo genere musicale: negli anni la sua curiosità lo ha portato a collaborare con danzatori, artisti visuali, coreografi e progetti multidisciplinari. Oltre ai progetti Yellow Squeeds, Blackline, Floors, collabora infatti con la danzatrice contemporanea Roberta Racis e con l’artista Sara Bernabucci. Il risultato è una personalità musicale caleidoscopica ma fortemente identitaria.


CD e CINEMA:

Ɣ- David Byrne: “True Stories”, a film by / CD The Complete Soundtrack. Nonesuch Records 2018.
On True Stories (1986), his sole foray into feature-film directing, David Byrne was inspired by tabloid headlines to make an ode to the extraordinariness of ordinary American life, using his songs to stitch together pop iconography, voodoo rituals, and a singular variety show. This comprehensive soundtrack contains 23 songs, collected for the first time in one package and in film sequence. "I always imagined that the music written for True Stories should be heard as it is in the film," says Byrne. "It makes the most sense this way. Me singing the song that was written for John Goodman's character always felt weird to me."
In conjunction with The Criterion Collection's special-edition DVD and Blu-ray release of David Byrne's 1986 film True Stories, Nonesuch and Todomundo Records release a comprehensive soundtrack, collected for the first time in one package and in film sequence: True Stories, A Film by David Byrne: The Complete Soundtrack is now available on vinyl LP, CD, and digital formats. The CD also is included with Criterion’s Blu-ray of the film. Get the soundtrack now at your local independent record store, iTunes , Amazon, and the Nonesuch Store, where CD and vinyl orders include a download of the complete album at checkout. The album can also be heard on Spotify and Apple Music.
David Byrne was inspired by tabloid headlines to make his sole foray into feature-film directing, an ode to the extraordinariness of ordinary American life and a distillation of what was in his own idiosyncratic mind. Byrne plays a visitor to Virgil, Texas, who introduces us to the citizens of the town during preparations for its Celebration of Specialness. As shot by cinematographer Ed Lachman, Texas becomes a hyper-realistic late-capitalist landscape of endless vistas, shopping malls, and prefab metal buildings. In True Stories, Byrne uses his songs to stitch together pop iconography, voodoo rituals, and a singular variety show.
Byrne calls the record “An immersive audio voyage into the little town of Virgil, Texas, in the mid-eighties.” He continues, “I always imagined that the music written for True Stories should be heard as it is in the film. It makes the most sense this way. Me singing the song that was written for John Goodman’s character, Louis Fine, always felt weird to me. It was written for that character, not for me.”
“True Stories”, A film by David Byrne: The Complete Soundtrack includes twenty-three songs, many of which are on CD and digital formats for the first time:
• one previously unreleased version of Talking Heads’ “Dream Operator,” from the film, with Annie McEnroe on lead vocals;
• three songs from the film that have previously been released only on the Talking Heads sets Dual Brick or Bonus Rarities & Outtakes;
• five songs from the companion 1986 Talking Heads studio album True Stories;
• fourteen songs from the 1986 film soundtrack album Sounds from True Stories: Music for Activities Freaks—previously released only on LP and cassette—performed by a wide range of artists from Kronos Quartet to Meredith Monk to Pops Staples to John Goodman.
The full album track list is below. More information about the Criterion release—which features a new, restored 4K digital transfer, supervised by director Byrne and cinematographer Ed Lachman, with 5.1 surround DTS-HD Master Audio soundtrack, supervised by Byrne, along with several other rare items—is available at criterion.com.

NAPOLI e altri Libri:

Ɣ - Paolo Macry, Libro “Napoli. Nostalgia di domani” - il Mulino 2018.
Napoli è una sorpresa che deve essere cercata senza pigrizie nella carne viva del suo corpo affollato, accettando le tensioni di un viaggio in territori ignoti. È un catalogo di possibilità che la storia ha reso talvolta drammatico. Uno specchio di intelligenze, passioni, ferite, in cui a ciascuno è dato ritrovare qualcosa di se stesso. Napoli è una sorpresa che deve essere cercata senza pigrizie nella carne viva del suo corpo affollato, accettando le tensioni di un viaggio in territori ignoti. È un catalogo di possibilità che la storia ha reso talvolta drammatico. Uno specchio di intelligenze, passioni, ferite, in cui a ciascuno è dato ritrovare qualcosa di se stesso.
Napoli è uno di quei luoghi che ciascuno crede di conoscere anche se non li ha mai visti. Un immaginario spesso ideologico, fatto di stereotipi, di racconti ossificati, di un’infinita aneddotica. La città si giudica continuamente e viene continuamente giudicata. Sconta il pessimismo indulgente che non di rado gli stessi «nativi» si cuciono addosso e sconta la lontananza culturale, arcigna o paternalistica, di chi la osserva dall’esterno.
Di Paolo Macry, storico dell’età contemporanea e commentatore politico. Tra i suoi libri per il Mulino ricordiamo «Ottocento» (2002), «Gli ultimi giorni. Stati che crollano nell’Europa del Novecento» (2009) e «Unità a Mezzogiorno» (2012). Con “Napoli”, Paolo Macry tocca le nervature profonde, ripercorre i segni di un tessuto urbano bimillenario, i comportamenti di lungo periodo della popolazione. Insegue le fratture drammatiche della sua storia, le esperienze politiche che l’hanno segnata, fino alle vicende di tre sindaci-sovrani, Lauro, Bassolino e de Magistris. Ci trasmette la suggestione di una città difficile e mai rassegnata. Napoli, per chi voglia conoscerla, capirla, ritrovarla, continua a essere un mondo. Un mondo da pensare o, forse, un modo di pensare.

Ɣ- Biagio Cipolletta – Libro “Il sogno delle nuvole” - Augh! Edizioni 2018.
Le liriche di Cipolletta si muovono lungo innumerevoli percorsi: la solitudine, il senso di fratellanza, il silenzio, lo stupore, l’amore, l’amicizia, la vita e la morte, ma più forte di tutti è il tema che riguarda la poesia stessa, o meglio, il fare poesia, il cercare la melodia della parola poetica, nella quale si nasconde il senso della vita, cioè le gioie, le ansie e i dolori che percorrono l’esistenza dell’uomo.
(dalla prefazione di Vincenzo Esposito)
Biagio Cipolletta, già ordinario di Italiano e Latino nel Liceo Linguistico e di Scienze Umane a Roma, scrive per riviste letterarie ed è presente in diverse antologie. Membro di giuria in concorsi poetici nazionali (Concorso “L’ho scrittoIO” presso “La Sapienza”), recensore, prefatore e saggista, tiene conferenze in molti circoli culturali romani e nei laboratori di scrittura creativa. Ha già pubblicato quattro libri di poesie: "Brividi di sole" (Fabio Croce Editore, 2004), "Destination Norway" (Edizioni Libreria Croce, 2009), "Di città in città" con M. Anastasi e L. Fulci (Edizioni Libreria Croce, 2011), "La Traversina e il Melograno" (Alter Ego Edizioni, 2014) e "Il gol del portiere" (Augh!, 2017).

CONTEST:
Ɣ - Invito a partecipare al prossimo numero della rivista "Euterpe" Rivista di poesia e critica letteraria sul tema: "Musica e letteratura: influenze e contaminazioni" - scadenza di invio: 20-12-2018.
Presentazione di Lorenzo Spurio.
Per parlare del rapporto tra musica e poesia dovremmo ripercorrere le pagine della storia dell’antichità quando la poesia, sia in contesti conviviali che retorici, veniva recitata oralmente accompagnata da varie tipologie di strumenti musicali. La poesia greca ne è un chiaro esempio ma anche le chanson de geste e, ancora, tutti quei componimenti poetici ed epigrammatici che venivano condivisi pubblicamente, in situazioni di festa o più formali.
Non va neppure dimenticata la letteratura per l’infanzia dove, nelle favole, racconti e ninne-nanne, fa uso di ritornelli, forme onomatopeiche, canzoncine, forme ballate e tanti altri stratagemmi che hanno una funzione e un intendimento musicale e allitterativo. Si pensi ad esempio a Edoardo Bennato il cui successo musicale è derivato forse in gran parte dai suoi album d’esordio “Burattino senza fili” (1977) e “Sono solo canzonette” (1980) ispirati rispettivamente a “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi e “Le avventure di Peter Pan” di J.M Barrie.
La musica, più che rappresentare un “accompagnamento” era una sorta di ingrediente fondamentale e imprescindibile: chi recitava modellava i suoi versi anche in base alle tonalità e all’andamento della musica che veniva proposta.
Pensando a un poeta dell’età contemporanea quale Federico Garcia Lorca dovremmo chiederci se le sue tante baladas, baladillas e romances, non siano, forse, prima che poesia, dei testi effettivamente dall’impronta musicale. L’autore granadino, grande amante della cultura popolare andalusa, fu anche attento musico e tutte le sue composizione localizzabili nelle opere magistrali de “Poema del Cante Jondo” e “Romancero gitano” hanno una strutturazione, un’impalcatura e un’origine che non può non dirsi radicata nel folklorismo musicale gitano (si pensi agli altri generi del zorongo e della seguidilla da lui spesso usate). Chiaramente si tratta solo di un esempio e numerosi altri potrebbero essere portati per mostrare come il testo (sia esso scritto che orale, anzi, dovremmo dire più genericamente “la parola”) e la musica abbiano avuto un connubio assai radicato, stretto e di successo in varie circostanze.
Trasportandoci all’età contemporanea risulta piuttosto dire se alcuni testi di Fabrizio De André e di Franco Battiato (solo per citare due delle maggiori voci cantautori ali nostrane) abbiano fatto musica o poesia. La risposta più plausibile è che abbiano fatto, congiuntamente, entrambe e nel modo più alto. C’è poi tutto un altro filone di esperienze, che vanno senz’altro tenute in considerazione, che riguardano quei testi musicali che nascono a partire da influenze letterarie vale a dire opere, autori, poesie che in alcuni cantautori hanno motivato alla scrittura di testi dedicati, ad essi ispirati, celebrativi, e via discorrendo.
La giornalista Ilaria Liparoti in un interessante articolo apparso su “Il Libraio” nel 2016 così osservava: “L’ispirazione può essere palese sin dal titolo e ritornello oppure più velata. Veri e propri “metatesti” o più semplicemente parole che attraverso le note conoscono nuova vita”. Se si pensa che la canzone “Elemosina” inserita come traccia nel cd “Max Gazzè” (2000) dell’omonimo artista non è che la traduzione in italiano (arrangiata dal musicista) della poesia di Mallarmé, ben comprendiamo come il legame tra poesia e musica sia forte e reversibile, continuo e prospero. Il fatto che l’artista romano sia influenzato o in qualche modo attratto dalla figura del poeta maledetto francese è rimarcata dal fatto che lo cita in un’altra sua canzone, divenuta molto celebre, “Su un ciliegio esterno”, gioiosamente cantabile nei concerti. Chiaramente non è solo la poesia a influenzare, motivare, intrecciare o determinare contesti musicali ma ogni altro genere della letteratura.
Il prossimo numero della rivista “Euterpe”, la cui scadenza di invio dei materiali è fissata al 20 dicembre 2018, proporrà come tema proprio “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”. Per prendere parte alla selezione di materiali si ricorda di prendere visione delle “norme redazionali” presenti nel recente riammodernamento della rivista nelle sue rubriche di Poesia, Aforismi, Saggistica (Articoli, Critica Letteraria, Recensioni).
www.associazioneeuterpe.com - associazioneeuterpe@gmail.com
PEC: ass.culturale.euterpe@pec.it
Rivista: rivistaeuterpe@gmail.com

POESIA:
Ɣ - Gianmaria Ferrante, “Abissi”, raccolta lirico-narrativa – Golden Press 2018.
Gianmaria Ferrante … un poeta immerso negli ‘abissi’ del quotidiano –recensione di Giorgio Mancinelli.
Il fascino del linguaggio ‘poetico-letterario’ che la poesia ha esercitato sugli scrittori innovativi del Novecento è andato assumendo sempre più un ruolo del tutto singolare, affermandosi preferibilmente come ‘composizione musicale’ in fatto di ‘ritmo’ e di ‘timbro’, contro il primato romantico del genere ‘melodico’ protrattosi fino alla metà del secolo scorso. Esclusa dall’insegnamento scolastico e dal linguaggio quotidiano, dove sembrava si fosse definitivamente inabissata, la poesia sembra oggi ritrovare una qualche attestazione nella forma ‘poetico-narrativa’, sia nei racconti che nei romanzi di molti giovani scrittori contemporanei. Altresì recepita dalla viva voce dei ‘cantautori’, ormai anch’essi superati nell’epiteto ma non nei fatti, inoltre sciorinata da una fiumana di ’rappers’ che ne fanno un uso, spesso indiscriminato, nei loro infiniti e impegnati scioglilingua, riscoprendo talvolta la piacevolezza della ‘rima baciata’, ancorché sincopata in digressioni verbali.
Guardata con sospetto e fatta oggetto di una tenace opera di demitizzazione da parte dei difensori dell’aulicità della forma e dello stile, l’attuale ‘forma poetica’, quella dell’Universo Iperconnesso, tanto per intenderci, va mostrando sempre più la sua vera essenza di ‘linguaggio primario’ sopra tutte le altre forme, fino a provocare un brivido negli amanti del ‘chiaro di luna’ che si sentono oltremodo diseredati della contestualità letteraria. Il nuovo linguaggio infatti, ancorché si possa dire nuovo, fa uso dell’essenzialità verbale che sfrutta la chiave onomatopeica dei ‘frattali’ per coniugare frasi e parole in contrazione, formazioni di nuovi sillogismi e deduzioni conflittuali che, per quanto insolite al nostro orecchio e alla nostra mente figurativa, possiamo definire ‘geomorfologiche’, benché immateriali, cioè teorizzate in senso ‘’ideale”, non per questo più valide di altre nel rapporto con l’attualità.
Se ne ha riscontro nelle tematiche polivalenti aggettivate con ‘iper’ e ‘super’ che trasformano gli eroi e i miti del passato in supereroi ‘Cyborg’ freschi di conio, che s’ergono comunque vittoriosi ancor prima di aver dato inizio alla battaglia sociale che hanno soltanto simulato sulla playstation. Tuttavia, incredibile a dirsi, riuscendo a dare una spiegazione ‘matematica’ alla ciclicità del ‘giro armonico’, sul quale in illo tempore si è costruita la scala musicale, la cui struttura si ripete sempre uguale su tutte le possibili scale di riproduzione. Ma, ed anche, a tutto quanto concepiamo come ‘comportamento caotico del nostro tempo’, indubbiamente di più difficile trascrizione narrativa che non sul pentagramma musicale. In quanto ‘composizione dodecafonica’ che, essendo esterna alla composizione stessa, risulta infine senza soluzione di continuità.
“Abissi”, conferma lo scrittore Gianmaria Ferrante, che di fatto non si dice ‘poeta’, per quanto comunque lo sia, costruisce e/o ri-costruisce in forma di ‘variazione poetica’ non tradizionale, la propria immagine di narratore del quotidiano, rivelando le sue potenzialità di fondo, nella cosiddetta ‘forma-a-specchio’ con la quale conferma la sua cifra costante. In cui l’autore, riemergendo dagli ‘abissi’ profondi della sua ricerca autobiografica, si sofferma perplesso sui significati non più scindibili dell’odierna società in cui viviamo …
“Io sono un testimone solitario / cultore di passato e futuro / vago tra le rovine di / città senz’anima / raccolgo a piene mani / il disastro di quanto l’uomo ha lasciato..” . “Solitario viaggiatore / giunto senza invito in questa notte aperta alla conoscenza, il racconto è già iniziato, lo spettacolo in pieno svolgimento, non ho (trovato) sedia alcuna, nemmeno un posto / riservato per l’ospite inatteso”.
Perplessità motivata dagli stravolgimenti che si trova ad affrontare sia sul piano individuale, sia sul piano sociale, afferente agli antefatti e agli accadimenti che si susseguono scomposti. Come per una recita teatrale senza copione dove, i personaggi s’agitano a vuoto sulla scena come burattini manovrati da un potere senza volto ma solo apparentemente senza velleità. Mentre dietro le quinte sollevano infinite guerre che noi eterni assenti non vediamo e/o che non vogliamo vedere, in cui l’ospite che arriva, c’è sempre un intruso nella commedia dell’arte, arreca solo inquietudine, timore, paura. La sua mano tesa alla cordialità non incontra la nostra comprensione e la necessaria solidarietà umana.
Infine la trama comunque si rivela, drammaticamente, nella definizione stessa di ‘abissi’ in quanto ‘buchi profondi’ che inghiottono in una dinamica assai complessa intere galassie, ovvero lasciano alla libera interpretazione degli scienziati, e non solo, d’immaginare altri ‘mondi paralleli’ in cui cercare il migliore dei mondi possibili. È in questo modo che Gianmaria Ferrante si lancia, fin con troppo rispetto del linguaggio poetico-narrativo che utilizza, nelle profondità pur intellettive dell’universo umano; e lo fa con la serenità dell’esperienza, di conoscitore delle pieghe amare della vita e che, al dunque, portano alla rivelazione, lì dove per una sorta dell’ironia della vita, non sempre ci è dato penetrare …
“Il mio vagare inconsulto (?), ti porgo un documento orfico, ispirato da un gatto cieco e un cane anchilosato; sono i baldi cavalieri di questo (nostro) tempo arcigno, due compari sbucati da un pertugio a caccia del solito sprovveduto”. “..di un qualche messaggio ispirato, (o forse) soltanto dello scarto di un lavorio continuo, un ammasso di parole consunte stese a macerare sopra il pavimento (dei ricordi?), il meglio gettato alla rinfusa / sul mucchio del compostaggio”.
Nei passi virgolettati qui riproposti, troviamo forse quelli che sono i momenti più significativi di “Abissi”, questo ‘dramma-minimo’ che ha il carattere di una ‘improvvisazione sul tema’ di ciò che è andato perduto, una sorta di rivisitazione risalente alle profondità più intime, frammenti che sono di volta in volta germinati dalla continua osservazione della materia umana, secondo la peculiarità che distingue il Gianmaria Ferrante poeta, dallo scrittore di romanzi impegnativi, come quelli, ad esempio, improntati sulle minoranze etniche. Ma, ed anche, da altri suoi scritti, dove egli guarda con nostalgia agli aspetti laterali della ‘storia’; svelando, di volta in volta, le ragioni della sua infinita ricerca, come a dar luogo a una stretta dipendenza operativa della realtà dei nostri giorni, di quella ‘storia universale’ che noi tutti, indipendentemente dagli accadimenti, andiamo scrivendo…
“Un possente turbine oscuro / sovverte ogni pensiero in questo giorno maledetto, si agita dal basso mostrando ai quattro testimoni (i quattro cavalieri dell’apocalisse?), l’avanzo nefasto di un intero millennio (trascorso), nel gorgo ruotano dei fasulli in concerto / i Grandi del passato bloccati contro il muro”.
“..ho visto troppo / per quanto mi compete e non potrò varcare / in futuro i confini eretti dal Tempo / un messale ho sottratto di nascosto, lo mostro orgoglioso / all’amico prudente rimasto in disparte / durante il viaggio”.
Che si voglia qui re-interpretare il passato per andare incontro all’incerto futuro? O, forse, si cerca di riscattare il passato che pure abbiamo vissuto senza averlo compreso fino in fondo? O magari soltanto affrancare, perché no, questo nostro mondo altero? Per quanto non ci è data risposta alcuna, il poeta Gianmaria Ferrante ci dice che: la ‘conoscenza’ è il solo grande motore dello sviluppo personale e comunitario che ci distingue in quanto esseri umani; che il futuro è però di chi prova almeno ad immaginarlo. E non solo per ciò che ci è dato apprezzare come dono ricevuto, ma per valorizzare al meglio ciò che dobbiamo conoscere del mondo che ci circonda, con spirito di dedizione e senso di appartenenza, in linea con le sfide che la società globale ci pone davanti.
In questo ‘poetico nulla’ incapace di giustificare il ‘vuoto olistico’ che il poeta ha creato attorno a sé, in quanto ‘abisso’ da cui non gli è possibile risalire, cosciente che la filosofia applicata al ‘nulla’ lo lascia indenne nella caduta. Viene da chiedersi a cos’altro appellarsi quando l’Empireo tutto, scende dal soffitto dipinto nella volta della Cattedrale che abbiamo elevata con così tanto affanno? Quali parole, quali verbi e, ancora, quali aggettivi deve imparare ad usare l’uomo, affinché egli comprenda che non nel ‘nulla’, né tantomeno nel ‘vuoto’ troverà infine il ‘senso’ della propria esistenza?

L’autore, Gianmaria Ferrante,
a 22 anni si reca in Inghilterra per mezzo di una borsa di studio e si diploma agli studi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia continua i propri studi e da inizio alla sua attività letteraria. Successivamente al suo ritorno in Italia pubblica "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la ‘Trilogia della Pietra’: “La Città Bianca”, “Mediterranea” e “Metropolis”, tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo "Un Uomo di Successo " (per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante). Quindi prosegue nella revisione di quanto realizzato con la stesura della ‘Trilogia del Magico’: “Vento del Nord”, “Il Cerchio Magico” premiato nel 2014 a Lecce, e “Notte a teatro”. Della successiva 'Trilogia del Sogno', nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge ‘I Cavalieri di Groen’. In Aprile 2016 esce per Golden Press “La Soglia”. Ritiratosi anzitempo dalla vita attiva per dedicarsi completamente alla letteratura, vive principalmente nella propria azienda biologica, visitata da volontari provenienti da ogni parte del mondo, situata nel Parco degli Ulivi di Puglia, in territorio di Ostuni.
Sul web: www.gianmariaferrantescrittore.it - www.ipoderidelsole.it.

Ɣ - Franca Maria Catri … O l’altrove indicibile della Poesia Contemporanea
“Ti chiedo al vento” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.
Con un’espressione finemente poetica in apertura della sua silloge di recente publicazione “Ti chiedo al vento”, Franca Maria Catri ne offre al lettore un esempio tangibile: “..tra petali di libri / il tramestio di foglie / il giusto e l’ingiusto del fiore”. C’è un tempo di frattura minimale in cui si misura lo spazio restante da quello che precede l’attimo successivo, anche detto crack-up*, che si offre come spazio liminare all’impulso creativo da cui scaturisce la ‘luce’ primordiale e avveniristica dell’idea, dell’arte, della composizione musicale come della poesia. Impulso propulsivo che permette alla parola poetica di disgiungersi dalla materia letteraria e divenire pura essenza dispersa nell’aere della concettualità estetica e percettiva. Ciò che nulla toglie alla scrittura poetica allorché, nell’interscambio modale con il poeta, il lettore interpone la propria empatia a quella dell’autore/trice. In cui la chiave di lettura ‘psicologica’ è fissata nello stato d’animo del poeta in quello che è il suo momento creativo, nel coinvolgere emotivamente il lettore nel suo messaggio: lì dove l’amore per i libri, connaturale alla sostanza fibrosa della materia, si scioglie/sfoglia in petali di fiori che s’aprono alla nascente/morente stagione; in cui il frusciare delle pagine coincide con il tramestio delle foglie al vento/aere che l’accompagna attraverso l’arco/soglia posto tra l’inizio e la fine, al limitare de “il giusto e l’ingiusto del fiore”.
Quindi non la ricerca di una soluzione al crack-up iniziale, bensì il responso imperscrutabile di un ‘altrove indicibile’ che trova luogo nell’assenza, nel pieno/vuoto cosmico della sua proiezione filosofica nella poesia contemporanea; di un ultimo grado di investigazione cui sottoporre ogni intima certezza/incertezza della relatività umana. Una ‘immagine inadeguata del morire – scrive Flavio Ermini nella postfazione che accompagna la silloge poetica – in cui lo splendore essenziale, si fa strada attraverso l’inerzia della materia visibile e si riverbera proprio su quell’invisibile alfabeto che immaginiamo ..a un passo dal cuore’. Al dunque, “se la fine ha un principio” – rivela l’autrice Franca Maria Catri – la vita è ciò che sta nel mezzo, quanto ci concerne di apprezzare in quanto dono, nel bene e nel male di un ‘principio che contempla la fine’ quale mezzo di affrancamento al nostro pur meraviglioso esistere.

Ɣ – CINEUROPA – The Best of European Cinema –
Distribution tra maestri e nuovi talenti, articolo di Camillo De Marco.
04/12/2018 - Paolo Del Brocco presenta il listino, in linea con la tradizionale offerta di Rai Cinema fatta di commistione di generi. In produzione ci sono Igort, Bellocchio, Garrone, Amelio, Salvatores
01 Distribution, il braccio distributivo di Rai Cinema, registra in questa stagione una quota di mercato superiore al 12% , che conferma la media del 10-13% degli ultimi anni. Una quota che significa 70 milioni di incasso per 10-11 milioni di spettatori che scelgono prevalentemente cinema italiano. “Un dato importante che ci suggerisce, e in qualche senso ci impone, di continuare sulla stessa strada”, commenta Paolo Del Brocco, a.d. di Rai Cinema, che ha presentato la line up di 01 durante il Torino Film Festival. “Un listino ancora una volta costruito sotto il segno della varietà e della qualità, composto sostanzialmente da opere di grandi autori, esordienti di talento, pochi e selezionati titoli internazionali, che ci permetterà di dialogare con diversi segmenti di mercato”. Nei nove anni sotto guida di Del Brocco, Rai Cinema ha coprodotto 530 film, di cui solo il 12% di commedie. Tra i nomi che hanno arricchito il panorama dell’industria cinematografica italiana ci sono quelli di Sydney Sibilia, Matteo Rovere, Pif, Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, Valerio Mastandrea, i Manetti Bros - il cui prossimo film sarà sul famoso personaggio dei fumetti Diabolik - e ora il maestro della graphic novel Igort.
Il film di Igort, intitolato 5 è “Il numero perfetto” (dalla sua omonima graphic novel), è una coproduzione Italia/Belgio/Francia. Nel cast di questo piccolo affresco napoletano nell'Italia anni Settanta ci sono Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso.
“Uno dei segni predominanti è senz’altro la varietà e la commistione di generi. Alcuni registi giocano a distanza ravvicinata con le regole del genere puro”. Il film di Fausto Brizzi Modalità aereo è una commedia, ma anche un family. Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno è una commedia girata con i toni di un gangster movie (leggi la news), Gli uomini d’oro di Vincenzo Alfieri è un noir metropolitano, Il campione di Leonardo D’Agostini è il classico coming of age (news), Dolceroma di Fabio Resinaro un giallo puro. E ancora Non sono un assassino di Andrea Zaccariello, un legal thriller tratto dall’omonimo romanzo di Francesco Caringella (news), Il grande spirito di Sergio Rubini il racconto di un’amicizia con i toni della commedia amara.
“E poi abbiamo anche alcuni autori che amano utilizzare i codici e i linguaggi del genere”. Gabriele Muccino torna con I migliori anni; Francesca Archibugi, anche lei maestra nel declinare i sentimenti, con Vivere, un’intensa storia familiare (news), e Gabriele Salvatores, di nuovo on the road con Se ti abbraccio non aver paura, questa volta per raccontare la storia di un padre e un figlio toccando temi come il disagio e l’handicap.
I maestri fanno una scelta che curiosamente li accomuna. “Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Gianni Amelio, Mario Martone. Ognuno di loro sceglie di raccontare in modo assolutamente personale storie vere, personaggi storici, fatti realmente accaduti o storie universali conosciute in tutto il mondo”. Così fa Marco Bellocchio con Il traditore (news), Matteo Garrone con Pinocchio (news), Gianni Amelio con Hammamet, Mario Martone con Capri – Revolution [+]. E infine i titoli stranieri, tra cui Anna di Luc Besson, Le Prince oublié di Michel Hazanavicius (news), Beautiful Boy di Felix Van Groeningen.
Ɣ - Emma Dante e Daniele Luchetti supportati da Sicilia Film Commission
Articolo di Vittoria Scarpa per Cineuropa News.
12/12/2018 - Tra i 34 progetti cofinanziati dalla Regione, ci sono anche i nuovi lavori di Franco Maresco e Pasquale Scimeca, e i registi Emma Dante e Daniele Luchetti.
Trentaquattro produzioni audiovisive, tra lungometraggi, documentari, corti, fiction e serie TV, riceveranno un finanziamento dalla Regione Siciliana, attraverso l’Ufficio Speciale per il Cinema e l’Audiovisivo/Sicilia Film Commission, nell'ambito del programma Sensi Contemporanei Cinema. “Le istanze pervenute erano più di 70”, spiega Alessandro Rais, direttore di Sicilia Film Commission, “tra queste, sono stati selezionati 20 lungometraggi, 9 documentari, 5 corti, per un importo totale di cofinanziamento di €1.525.000 che, come verificato già negli anni precedenti, è in grado di generare una spesa diretta sul territorio siciliano pari al quintuplo”. Il primo tra i lungometraggi in graduatoria è Il Charleston, opera seconda di Emma Dante (dopo Via Castellana Bandiera [+]), sceneggiata da lei stessa insieme allo scrittore palermitano Giorgio Vasta e alla giornalista e scrittrice Elena Stancanelli. Tratto da uno dei più fortunati spettacoli teatrali della Dante (Le sorelle Macaluso), Il Charleston sarà prodotto da Minimum Fax Media. In graduatoria anche il film diretto da Franco Maresco, A 25 anni dalle stragi di mafia, prodotto da Ila Palma, con un nuovo, grottesco sguardo sulla Sicilia di oggi e il ritorno di alcuni memorabili personaggi del suo precedente lungometraggio Belluscone.
Fra le opere cofinanziate dalla Regione Siciliana anche il nuovo film di Pasquale Scimeca, L’isola delle meraviglie (Inno alla pace), un film sulla tradizione musicale siciliana che vede la collaborazione, tra gli altri, di Mario Crispi, storico componente della band degli Agricantus. E, sempre nella categoria lungometraggi, c’è il film diretto da Daniele Luchetti Momenti di trascurabile felicità e infelicità, trasposizione dell’omonimo romanzo del Premio Strega Francesco Piccolo, girato nei mesi scorsi a Palermo. Tra gli interpreti, Pif e Renato Carpentieri.
Tra i lungometraggi che saranno realizzati in Sicilia figura inoltre la produzione inglese The Winter’s Tale, trasposizione dell’omonimo dramma shakespeariano, con la regia dell’attore e regista britannico Sacha Bennett. Girato in larga parte in Sicilia, il film sarà realizzato dalla casa di produzione Three Wise Monkeys Productions. Si segnala poi il lungometraggio d’esordio del regista palermitano Paolo Licata, che ha iniziato da poco le riprese a Favignana di Picciridda, trasposizione dell’omonimo romanzo di Catena Fiorello.
Tra i nove documentari selezionati, torna il nome di Franco Maresco, che dirigerà anche Goffredo felicissimo, prodotto dall’Associazione Lumpen, ripercorrendo il sodalizio ultradecennale che lo lega a Goffredo Fofi, intellettuale, saggista e critico di punta (e “di culto”) nel panorama nazionale. Tra i film per la televisione, oltre a Il commissario Montalbano 17 prodotto da Palomar, si segnala Lacrime di sale, ispirato al libro-testimonianza del medico lampedusano Pietro Bartolo (reso noto da Fuocoammare di Gianfranco Rosi) con Sergio Castellitto nel ruolo del protagonista e la regia di Maurizio Zaccaro, e la seconda stagione di Il cacciatore, serie che si è aggiudicata il premio della miglior interpretazione (per Francesco Montanari) alla prima edizione di Canneséries, il Festival internazionale delle serie tv di Cannes.

*

- Arte

2 Christmas happiness / Natale con voi a Brera

2 CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON VOI

In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

LA BELLEZZA DI ASPETTARE IL NATALE

Quante cose possono succedere in una notte? Figuriamoci se si tratta della notte di Natale!Alla Pinacoteca di Brera ascolterai i racconti dei protagonisti e scoprirai tutto ciò che è accaduto. Insieme costruiremo la capanna, la mangiatoia, il viaggio della stella cometa… Sarà il tuo presepe.

QUEL PIANOFORTE A BRERA:

Brera di Sera per Milano – La Pinacoteca di Brera propone una serie di aperture serali per e con la città di Milano.
In questo appuntamento Brera/Musica, Archivio Storico Ricordi e Yamaha Music Europe presentano un concerto pianistico dedicato alla riscoperta del vastissimo catalogo musicale di Casa Ricordi.
Orario: Concerto: dalle ore 19:30 alle 20:30; apertura serale Pinacoteca di Brera fino alle ore 22.15 (chiusura biglietteria ore 21.40)

Ingresso: Il concerto è compreso nel costo del biglietto d'ingresso della Pinacoteca di Brera. L’iniziativa muove i passi dal patrimonio musicale del celebre editore milanese, il cui patrimonio storico dal 2003 è ospitato nel Palazzo di Brera, per “rivitalizzare” composizioni più o meno note attraverso l’esecuzione nelle meravigliose sale del Palazzo di Brera.

I concerti saranno inoltre arricchiti da “pillole” d’archivio, ovvero brevi approfondimenti divulgativi che permetteranno, grazie ai materiali dell’Archivio, di contestualizzare le creazioni artistiche nel tessuto sociale del loro tempo.

Programma:
R. Wagner, Sinfonia “Il vascello Fantasma”, da “L’olandese volante”
R. Wagner, Sinfonia, da “Tannhauser” (riduzione a 4mani di H. von Bulow)
C. Gounod, Coro dei soldati, da “Faust” (riduzione a 8mani di G. Trombetta)
G. Rossini, Sinfonia, da “La gazza ladra” (riduzione a 8 mani di M. Decourcelle)
G. Rossini, Sinfonia, da “Guglielmo Tell” (riduzione a 8mani di F. Fasanotti)

I SERVIZI EDUCATIVI:

Qual è il nostro ruolo?
Crediamo che il Museo sia un luogo di crescita culturale, scoperta, confronto, integrazione e inclusione sociale. Lo immaginiamo aperto alla città e al mondo. Vogliamo che sia per tutti un posto piacevole e gioioso: un luogo di cui innamorarsi.
Esiste un diritto al patrimonio culturale, che va conquistato abbattendo tutte le barriere, visibili ed invisibili. Lo affermano sia l’articolo 9 della Costituzione italiana che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Noi dei servizi educativi della Pinacoteca di Brera lavoriamo per aprire le porte del museo, per renderlo accessibile al più ampio numero possibile di persone.

Cosa facciamo?
Proponiamo – per adulti, bambini, singoli e famiglie – visite e approfondimenti gratuiti (Brera si racconta).
Cerchiamo strade nuove per raggiungervi in modo inedito (#breraunaltrastoria e #raccontamibrera e fra poco arriveranno nuove proposte… curiosi?).
Dedichiamo progetti specifici alle scuole di vario ordine e grado (Alla scoperta di Brera, A Brera anch’io).
Coordiniamo le attività di divulgazione del concessionario di servizi (Aster) e condividiamo anche le attività didattiche dell’Associazione Amici di Brera (Il Museo, una risorsa per la scuola)

Il personale dei Servizi Educativi lavora per valorizzare il museo come ambiente educativo dotato di proprie specifiche caratteristiche e per renderlo accessibile al più ampio numero possibile di persone.
Lo Staff, personale interno qualificato della Pinacoteca di Brera, organizza ogni mese, da giovedì a sabato, laboratori e percorsi gratuiti, compresi nel prezzo del biglietto d’ingresso:

BRERA SI RACCONTA: alla scoperta della Pinacoteca e delle sue collezioni.

• ITINERARI al sabato che offrono al visitatore uno sguardo attento e dettagliato sulle collezioni della Pinacoteca di Brera.
• ITINERARI-LABORATORI, il sabato pomeriggio, per bambini da 5 a 12 anni, per avvicinare i più giovani al mondo dell’arte e del museo.
• MEZZ’ORA CON… vengono proposti al pubblico dei brevi approfondimenti su opere e artisti della Pinacoteca in occasione delle mostre temporanee.

OFFERTA AMICI DI BRERA:

L’Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi, fondata nel 1926 per sostenere la Pinacoteca di Brera e diffondere la conoscenza del patrimonio artistico, offre percorsi rivolti ad ogni tipo di pubblico.
• PER GLI ADULTI: visite guidate a Brera, in lingua italiana – inglese – francese – tedesco e spagnolo. Le visite possono essere rivolte ai maggiori capolavori o rivolgersi approfonditamente solo ad alcune opere richieste.

PER LE SCUOLE:

• SCUOLA DELL’INFANZIA: percorsi che prevedono una visita guidata in Pinacoteca alla scoperta del luogo “museo”seguiti da un approfondimento delle tematiche della visita grazie ad un laboratorio appositamente costruito.
• SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA: la visita guidata prevede la distribuzione di materiale didattico a ciascun allievo, a seconda dell’itinerario prescelto dall’insegnante.
• LICEI E GLI ISTITUTI SUPERIORI: oltre a sensibilizzare gli studenti al rispetto del patrimonio culturale ed alla sua conoscenza, i percorsi offrono gli strumenti per comprendere il fenomeno artistico nelle sue varie articolazioni.
• CORSO D’AGGIORNAMENTO “IL MUSEO, UNA RISORSA PER LA SCUOLA”: da 17 anni l’Associazione sostiene il corso d’aggiornamento rivolto agli insegnanti delle scuole secondarie inferiori e superiori, riconosciuto dall’ufficio scolastico regionale. Il corso ed il materiale in distribuzione sono completamente gratuiti e le lezioni sono tenute da esperti di storia dell’arte e di didattica.

OFFERTA ASTER:

Aster è una società specializzata nella didattica museale, incaricata dei servizi di guida e assistenza didattica presso la Pinacoteca di Brera, in italiano o in lingua straniera. Tutte le attività didattiche sono concordate con i Servizi educativi della Pinacoteca di Brera, che ne curano la correttezza dei contenuti ed il rispetto delle specificità. E’ possibile scegliere un percorso itinerante, relativo a un determinato periodo storico o storico-artistico, che viene affrontato con la visita di opere della Pinacoteca e di monumenti ed edifici limitrofi al Palazzo di Brera.

• PER GLI ADULTI: percorsi guidati attraverso le collezioni del Museo – incentrati o sui capolavori della Pinacoteca, o su opere relative ad un preciso arco cronologico o sulla storia degli allestimenti – per contribuire ad approfondire le competenze e a fornire strumenti di lettura che arricchiscano il proprio bagaglio culturale.

• PER LA SCUOLA DELL’INFANZIA: visite guidate accompagnate da attività semplici ed interattive, per avvicinare i più piccoli al mondo dell’arte stimolando curiosità e partecipazione.

• PER LA SCUOLA PRIMARIA: visite dedicate alle opere più significative delle collezioni, viste con l’occhio del pittore e con l’ausilio di materiale didattico, ma anche percorsi rivolti alla scoperta delle istituzioni ospitate nel Palazzo di Brera e delle diverse attività di conservazione, ricerca e divulgazione che vi si svolgono. Per il primo e il secondo ciclo della scuola primaria l’offerta è differenziata, con percorsi incentrati su tematiche particolari come il colore, il ritratto o il paesaggio, che possono essere approfonditi anche attraverso un’attività di laboratorio.

• PER LA SCUOLA SECONDARIA: visite guidate alle collezioni, che possono, su richiesta, essere o incentrate su un determinato arco cronologico e sviluppate con diverso grado di complessità, per accompagnare il percorso di studio di storia dell’arte condotto dagli studenti, oppure circoscritte all’approfondimento “sul campo” di argomenti affrontati in varie discipline del programma scolastico.

DA NON PERDERE A DICEMBRE:

01/12/2018 | 02/12/2018 | 06/12/2018 | 12/12/2018 Giovani e adulti
Chiacchierata tra le sale di Brera.
Percorso dedicato a: tutti Quando: 01/12/2018 | 02/12/2018 | 06/12/2018 | 12/12/2018 Orario: sabato 1 dicembre, ore 11.00; domenica 2 dicembre, ore 9.30 e 12.00; giovedì 6 dicembre, ore 20.30; mercoledì 12 dicembre, ore 11.00.
Brera propone ai suoi visitatori un tour gratuito della Pinacoteca (incluso nel biglietto d’ingresso) che racconterà la storia del museo e delle sue collezioni, con speciale attenzione ai grandi capolavori.
Un excursus storico-artistico volto a far conoscere uno dei più importanti musei nazionali che, con il riallestimento in corso, vuole raccontarsi a tutti in modo nuovo.

SPECIALE RESTAURO
Il restauro trasparente è a cura dei restauratori della Pinacoteca di Brera.
Percorso dedicato a: tutti Quando: 13/12/2018 Orario: 12.00.
Nel corso dell’incontro sarà presentato il laboratorio nella sua struttura, con approfondimenti relativi alle attività di conservazione e ai restauri in corso, lasciando spazio alle domande dei visitatori.

SPECIALE OSPITE: "La Cena in Emmaus" di Rembrandt
Percorso dedicato a: tutti Quando: 15/12/2018 Orario: 11.30 Durata: 45'.
Visita dedicata alla Cena in Emmaus di Rembrandt, in prestito dal Musée Jacquemart-André di Parigi, tra le opere più significative del periodo in cui il grande maestro olandese tenne bottega nella natia Leida, prima di trasferirsi nella più ricca Amsterdam.
Cristo è una silhouette scura, generata da una forte luce della quale non vediamo l’origine: è una luce simbolica che ai discepoli stupiti manifesta il Risorto e a noi quanto Rembrandt sia già poeta di luce.

TALKS IN THE GALLERY:
Reserved for: all When: 15/12/2018 Hour: 11.00 a.m.
We offer to our visitors a free guided tour (all included in the ticket cost) that will lead you through the gallery rooms, telling you the history of Brera Museum and its collections, with special attention to the great masterpieces. It is a historical and artistic excursus to know one of the most important national museums in Italy.

13/12/2018 Pinacoteca di Brera, Sala della Passione
Guido Crepax 'Lanterna Magica'
Bottega Brera – La Pinacoteca di Brera e Skira editore hanno il piacere di invitarla alla presentazione della nuova prestigiosa LIMITED EDITION.
Orario: 17.30
Ingresso: ingresso libero fino ad esaurimento posti
Partecipano
Antonio, Caterina e Giacomo Crepax
Interviene
Paolo Barcucci
esperto di fumetto d’autore

Pubblicato per rendere omaggio alla prima edizione della graphic novel datata 1978, la Limited Edition di Lanterna Magica è un libro di grande formato impreziosito da tre serigrafie numerate e autenticate dall’Archivio Guido Crepax e da una tavola artistica autografata da Lorenzo Mattotti. La storia, interamente disegnata da Crepax, è esempio di grafica modernissima e di ambientazioni e contesti “fuori dalle dimensioni storiche”. La prima edizione era stata introdotta da un testo di Gillo Dorfles che qui viene riportato integralmente e che riposiziona il valore delle tavole di Valentina non solo all’interno della prospettiva creativa di Guido Crepax ma, soprattutto, nel conte- sto artistico del panorama europeo.

Scrive Gillo Dorfles: “Quali vicende attendono, ancora una volta, Valentina nelle tavole di questa nuovissima Lanterna Magica? Ancora le catene, le torture, le fustigazioni, gli adescamenti? O, invece, Crepax intraprende una ulteriore vivisezione del suo personaggio e lo immerge nel limbo della memoria per finalmente redimerlo? Valentina vive in un tempo e in uno spazio mitico, fuori dalle dimensioni storiche, dalle concatenazioni causali, ma tuttavia sottoposta a tutte le lusinghe, le attese, le ripulse, che nel mondo reale potrebbero aggredirla e invischiarla… In questo libro Crepax ci dà un quadro più complesso, forse il più completo della sua eroina… Infatti, scorrendo uno dopo l’altro questi fogli, ci addentriamo in un racconto che possiede un suo intreccio, un principio, una fine…
Mentre il costante ed ambiguo sorriso di Valentina, sotto la frangetta impeccabile alla Louise Brooks, continua ad ammaliare il lettore, forse troppo affascinato per riuscire a discernere di quali sottili astuzie si valga l’autore, per ottenere la costante palingenesi del suo personaggio”.

Le 216 pagine dell’opera sono stampate su preziosa carta avorio e arricchite da un omaggio autografo di Lorenzo Mattotti espressamente realizzato per il volume.
Il progetto Lanterna Magica, Skira Limited Edition, è tirato a 300 copie e diviso in tre varianti caratterizzate, ognuna, da una serigrafia autenticata dall’Archivio Crepax: Imitazioni, Riflesso e Bambole.
Il volume è contenuto in una scatola a pozzetto, interamente rivestita in tela, con tavola applicata e trancia bianca; ogni serigrafia è inserita in una cartella rivestita in tela posta sopra il volume.
La scatola è contenuta in un canneté protettivo.

PINACOTECA DI BRERA
Via Brera, 28
20121 Milano
fax: +39 02 720 011 40
pin-br@beniculturali.it
Segreteria della direzione
Amedea Fariello
tel. +39 02 722 63 203
PRENOTAZIONI
www.vivaticket.it
tel. 02 92 800 361

*

- Libri

Christmas happiness / Natale con voi - libri e altro

CHRISTMAS HAPPINESS / NATALE CON NOI

In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

Quello riproposto qui di seguito è un articolo datato al Natale 2017 (rivisto e aggiornato) che penso possa interessare quanti oggi si pongono domande sulla validità dei simboli di questa festa ormai millenaria con la quale onoriamo la sacralità dell’Avvento, che non è solo d’appartenenza alla religiosiotà cristiana, bensì all’intera comunità antropica che vede nella famiglia un approccio di ricongiungimento con la natura umana.
L’articolo non da risposte, in qualche caso semmai, suscita ulteriori domande; per quanto io credo possa entrare nelle argomentazioni dei molti, a incominciare proprio da quella fede cristiana che in parte ha contribuito alla creazione di tanta storia che ci riguarda da molto vicino: dalla letteratura, all’intrattenimento, alla visualizzazione di tanta arte che ancora oggi illumina il mondo.

Ɣ - MEDITAZIONE DI DON LUCIANO - III Domenica di Avvento, ci vuole un segnale luminoso!
“Dal Vangelo secondo Giovanni” (1,6-8. 19-28):

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. Giovanni rispose loro: “Io battezzo nell’acqua in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me; a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”. Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

La dimensione dell’attesa del Signore non può concludersi con la festa di Natale, ma la testimonianza del Signore che viene deve durare per tutta la nostra vita. La liturgia non ci parla mai in astratto. Ci dà degli esempi concreti; passa la parola ai testimoni.
In questa terza domenica di Avvento tocca ancora a Giovanni Battista: il primo vero testimone di Gesù. Dice l’evangelista Giovanni: il Battista venne come testimone; venne per rendere testimonianza alla luce (Cristo è la luce). La nostra felicità di uomini sta tutta nel vivere una bella relazione con Dio e in particolare con il Signore Gesù.
Mi piace allora soffermarmi un po’ sulla relazione stretta che intercorre
tra il Battista e Gesù:

Partiamo dal Vangelo. Sacerdoti e levìti, inviati da Gerusalemme, interrogarono Giovanni: ‘Chi sei tu?’ Giovanni risponde con tre ‘no’: Io non sono il Cristo! Io non sono Elia! Io non sono il profeta! Dicendo: ‘Io non sono!’, in un certo senso Giovanni dimostra di non avere una sua identità. La sua identità è quella di non avere identità. L’identità di Giovanni consiste in una sorta di progressiva autoriduzione, così da occupare il minor spazio possibile; Lui deve crescere, io devo diminuire (Gv 3,30). Invece di scegliere la via dell’addizione (titoli, competenze), come spesso facciamo noi, preoccupati di gettare luce su noi stessi (identità narcisistica), lui sceglie la via della sottrazione: ‘Io non sono!’. Ma la sua non è una testimonianza negativa, come di un depresso, che dice di non valere niente, con il complesso di inferiorità a fior di pelle.

Perché subito dà di sé una testimonianza positiva:‘Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore!’. Come dire: io non sono quello che gli altri credono di me; io non sono il mio ruolo e neanche il mio peccato. Io sono voce, un Altro è la Parola; io sono trasparenza di qualcosa che viene da oltre. Io sono persona=suono che cresce, voce che sale. Io sono al secondo posto, Perché so chi tiene il primo posto! Giovanni ha trovato la sua identità non in se stesso, ma in un Altro.La sua identità è tutta relativa a Cristo, sta tutta nella relazione con Cristo. Il Battista non lavora per se stesso, ma per un Altro. È voce che prospera e che indicherà il Cristo ai suoi discepoli. E i suoi discepoli seguiranno il Signore.

Del resto, a pensarci bene, solo Cristo può dire: ‘IO SONO’ (eco del nome divino: JHWH). Per cui, la nostra identità ci rimanda oltre a noi, ad un Altro; si fonda tutta sull’IO SONO di Cristo. Se noi non siamo ben collegati con l’identità di Cristo, noi ‘non siamo’, anzi, non siamo niente! Senza di me non potete far (essere) niente!La Chiesa deve preoccuparsi di indicare il Cristo e non se stessa. La tentazione del prestigio e del potere è sempre presente. Mi pare che il compito essenziale della Chiesa e del cristiano sia indicare Cristo e fare in modo che gli uomini incontrino lui personalmente, che interiorizzino la sua presenza. L’azione rappresentativa è ciò che conta e non l’azione produttiva. […]

Forse oggi l’annuncio del Vangelo spesso non è capace di conquistare e di accendere il cuore delle persone, perché viene dispensato dall’alto, da chi ama dire ‘io’ e si atteggia a professionista della Parola di Dio, invece di sentirsi discepoli e servitori. Giovanni Battista ammonisce la Chiesa e gli evangelizzatori a non esigere sguardi su di loro, a non parlare di se stessi, a non trattenere presso di sé chi deve essere condotto solo a Cristo! In questo tempo di narcisismo religioso, Giovanni è una presenza che ci interroga e ci giudica.Facciamo in modo che la nostra relazione con Cristo diventi talmente stretta da arrivare a dire anche noi con S. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me! Non agisco più secondo la mia coscienza, ma secondo la coscienza e l’Io di Cristo”. Solo così il cristiano è uno che ‘fa problema’ agli occhi degli altri. È uno che con la sua presenza interpella, scuote, sconcerta, mette in crisi le certezze abituali e costringe a cercarne delle altre.

‘Dicono gli empi: “Tendiamo insidie al giusto, che è per noi di incomodo... è diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade...’ (Sap 2, 12. 14-15).Se siamo presenza neutre e insignificanti, perché pienamente omologate al mondo circostante, integrate nei gusti, nelle scelte, nei rituali mondani di tutti, abbiamo già fallito la nostra identità di cristiani. Ciò che importa è essere in mezzo ai fratelli con la massima naturalezza, ‘da cristiani’. Questo sicuramente porterà gli altri a interrogarsi sul segreto di questa diversità. Proclamare la differenza cristiana in mezzo agli altri nella massima naturalezza.

È ben giusto che Giovanni, inviato per annunciare l’imminente venuta del supremo giudice, riceva il titolo di angelo, di messaggero, perché il suo nome non deve essere indegno della missione che svolge. […] E che nessuno mi venga a dire: “Io non sono capace!”. Se credete di aver fatto qualche passo avanti, cercate di trascinare anche gli altri con voi; guardatevi dal rifiutare al prossimo l’elemosina della parola. E’ su di lui, il giudice sovrano, che dovete fissare lo sguardo del vostro cuore; è lui che dovete rendere presente allo spirito di coloro che vi circondano. In questo modo, se non trascurate di annunciare la sua venuta per quanto siete capaci di farlo, meriterete di essere annoverati da lui, come Giovanni, nel numero degli angeli’ (S. Gregorio Magno).
a cura di Mirella Clementi miry.clemy@gmail.com


Ɣ - GLI INTELLETTUALI GIUDICANO LA RELIGIONE
Da "Almanacco di filosofia" - MicroMega newsletter | 14 dicembre 2017 | www.micromega.net

l rapporto fra gli intellettuali e la religione è il tema principale dell’Almanacco di filosofia di MicroMega,ebook [Amazon Apple BookRepublic Feltrinelli] e iPad.
A distanza di quasi settant’anni, la rivista diretta da Paolo Flores d'Arcais ripubblica il questionario che la storica rivista della sinistra americana Partisan Review sottopose nel 1950 ad alcune delle più importanti personalità dell’epoca. Per la prima volta sono presentate oggi al lettore italiano le risposte che diedero allora il poeta W.H. Auden e i filosofi John Dewey e J.A. Ayer, i quali si interrogavano sui motivi di ciò che appariva come un ritorno della religione.

Tra gli autori contemporanei che hanno risposto ora allo stesso questionario riproposto da MicroMega corredato da un addendum, Ian Tattersall, Jack Miles, Silvio Garattini e Giulio Giorello si concentrano sul difficile rapporto che ha sempre caratterizzato fede e scienza. È invece più direttamente il connubio fra religione e politica al centro di un altro gruppo di risposte:

Niles Eldredge ricostruisce dal punto di vista della biologia evoluzionistica la relazione fra organizzazione socio-economica e dimensione teologica; Paula Fredriksen delinea una breve genealogia della relazione fra fenomeno religioso e istituzioni politiche a partire dal pluralismo pratico pagano; Siri Hustvedt rileva un dualismo manicheo, che caratterizza la società contemporanea, denunciando i limiti di una cultura fondata sulla paura della contaminazione. Infine, secondo Boualem Sansal, la crisi delle ideologie del XX secolo è una delle ragioni di un revival della religione che sfocia in quei fenomeni sempre più noti quali fondamentalismo, integralismo e settarismo, mentre Ayaan Hirsi Ali mette a confronto l’evoluzione storico-filosofica del cristianesimo e dell’islam, sottolineando come quest’ultimo sia la cartina al tornasole di una sfida che l’Occidente deve affrontare.

Il numero ospita anche la voce di Roger Lenaers, rappresentante della ricerca teologica di frontiera nota come paradigma post-religionale, che si esprime sul rapporto fra modernità e fede. In conversazione con Claudia Fanti, il gesuita belga racconta il suo impegno per una riformulazione completa della dottrina cattolica e per una religione senza dogmi né gerarchie. È ancora la religione il tema di uno dei due inediti pubblicati per la prima volta in italiano: alcuni estratti da "Il Sacro Contagio" scritto dal barone Paul-Henri Thiry d’Holbach – accompagnati da una presentazione di Paolo Quintili – opera chiave della battaglia filosofica dell’Illuminismo e uno tra i testi fondatori dell’ateismo contemporaneo.

Il secondo inedito è una conferenza di Theodor W. Adorno, La cultura risorta, scritta nel 1949 in occasione del ritorno a Francoforte dall’esilio americano, in cui, come spiega l’introduzione di Leonardo V. Distaso, l’autore si interroga sulle reali condizioni di una rinascita, sul futuro della Germania e, più in generale, dell’Europa. In omaggio uno dei maggiori filosofi italiani del dopoguerra, MicroMega ripubblica inoltre il saggio di Guido Calogero, Leggendo Heidegger, serrata critica all’autore di Essere e Tempo, il cui pensiero si caratterizza – come sottolinea nella sua presentazione Giorgio Cesarale – per una commistione fra gnoseologia moderna e ontologia antica, risultando così ostile a una mentalità scientifica.

Arricchisce il numero una sezione dedicata all’“antifemminismo dei gender studies”, la quale comprende tre testi – di Vojin Saša Vukadinovic, Judith Butler e Sabine Hark, e infine Alice Schwarzer – che hanno animato ad inizio anno il dibattito in Germania sulla deriva identitaria e settaria degli studi di genere, sul rapporto fra sessismo e razzismo, emancipazione e appartenenza, diritti e politiche identitarie, interrogandosi su cosa vuol dire oggi esser femminista.

A dieci anni dall’uscita del volume "The Lucifer Effect" pubblicato dallo psicologo P. Zimbardo e dallo scandalo di Abu Ghraib, Carlo Scognamiglio ritorna nel suo saggio sul tema dei processi di deumanizzazione, che trasformano l’uomo in carnefice e chiamano a una riflessione sull’origine del male. Chiude il numero lo scambio fra la psicoanalista Simona Argentieri e il premio Nobel per la letteratura J.M. Coetzee: un dialogo che affronta la questione della verità e della narrazione, si allarga dalla dimensione individuale a quella collettiva e tocca i nodi salienti delle società contemporanee, come il pregiudizio, le illusioni trascendenti, le culture post-coloniali fino all'aggressività umana e ai tentativi di controllarla.

Il Sommario:
“Heri Dicebamus”
Guido Calogero con una presentazione di Giorgio Cesarale - Leggendo Heidegger
Oggi c'è chi, con aria di novità, afferma che la filosofia di Heidegger sia contro la scienza. Una critica perfettamente condivisibile, che però non è affatto nuova. Già nel 1942 Guido Calogero analizzava con lucidità e una punta di sarcasmo tutti i nodi critici del pensiero heideggeriano. A partire dalla intollerabile commistione fra gnoseologia moderna e ontologia antica. Un testo, pubblicato nel 1950 dalla Rivista di Filosofia, che riproponiamo al lettore come omaggio a un filosofo ingiustamente trascurato.

ICEBERG 1 - gli intellettuali e la religione (2)
W.H. Auden – “La religione minacciata dall’arte”:
“Viviamo in un periodo storico di rivalità tra diversi fanatismi religiosi”, “vivremo in un mondo sempre più contraddistinto da una sola cultura ma da tante fedi (assumendo, beninteso, che il comunismo non conquisti infine l’intero pianeta)”. Nel pensare il rapporto fra religione e intellettuali si è portati a ragionare sulla maggiore o minore compatibilità della prima con la scienza. Ma per il grande poeta anglo-americano, interpellato nel 1950 dalla Partisan Review nell’ambito della sua inchiesta su ‘intellettuali e religione’ quello con la scienza non è affatto il rapporto più problematico, perché la Chiesa avrebbe ormai imparato ad accettare le acquisizioni della scienza. Il vero conflitto è fra religione e arti, per le quali dogmi e miti sono la stessa cosa.

A.J. AYER – “L'illusione consolatoria della religione”:
A molti risulta insopportabile l'idea che ciò che esiste e accade – inclusi noi stessi – sia del tutto contingente, con la conseguenza che il valore e il senso della vita dipendono interamente da noi. E per questo trovano consolatoria l'illusione fornita dalla religione che ci possa essere una risposta alle domande di senso. Eppure, concludeva quasi settant'anni fa uno dei capiscuola della filosofia analitica interpellato dalla Partisan Review, prendere coscienza della propria finitezza avrebbe una conseguenza della massima importanza: riconoscere che, “se la vita dev’esser degna di essere vissuta, sta a noi renderla tale”.

John Dewey - La scienza nell'epoca della sfiducia
Le due guerre mondiali hanno rappresentato uno spartiacque nella storia, mettendo in crisi la fiducia, prima piuttosto diffusa, in un costante progresso dell'umanità. Questa crisi ha travolto anche la scienza, che ha dimostrato di poter servire anche la causa della morte e della distruzione. Questa, secondo il celebre filosofo statunitense, la ragione del ritorno del religioso sperimentato agli inizi degli anni Cinquanta, quando la Partisan Review propose la sua inchiesta. Anche se le stesse religioni – e la storia lo dimostra – sono state foriere di conflitti e violenze.

Boualem Sansal – “Vuoto esistenziale, violenza e ritorno della religione”:
La religione si caratterizza da sempre per la sua forza evocativa, la sua capacità di mobilitazione e il potere di rispondere a un bisogno di senso. Radicata nella realtà antropica in virtù della prospettiva escatologica che consola l’essere umano dalla paura della morte, implica però dinamiche di potere e si costituisce come sistema di governo e organizzazione. A seguito della crisi delle ideologie del XX secolo, della delusione della promessa democratica, della cultura dell’eccesso assurta a hybris edonista, e delle conseguenti frustrazioni, assistiamo ad un revival della religione: che nella società contemporanea riconquista una centralità come violenza apocalittica e purificatrice, con i caratteri del fondamentalismo, dell’integralismo e del settarismo.

Silvio Garattini – “L'amore per l'altro che unisce scienza e fede”:
Se scienza e religione si fondano su princìpi completamente diversi e dunque in sé non possono ‘dialogare’, scienziati e ricercatori possono – e sarebbe auspicabile che lo facessero – mettersi in reciproco ascolto. Perché quel che muove – o dovrebbe muovere – entrambi è l'amore per il prossimo e per il nostro pianeta. Su temi come la salute e l'ambiente, pertanto, un simile dialogo non può che portare frutti positivi.

Siri Hustvedt – “Contaminazione vs dogma”:
Le tesi psicoanalitiche di Melanie Klein e Otto Kernberg e la cibernetica di Norbert Wiener – così come i discorsi demenziali del senatore McCarthy settant’anni fa e di Donald Trump oggi – mettono in luce come la nostra cultura si fondi su un dualismo comune a politica, religione e scienza. Teso ad assicurare purificazione, ordine e immortalità, tale dualismo rischia di produrre una concezione manichea che, attraversando la società in generale, mette al bando ogni forma di contaminazione, ambiguità o compromesso. Contro ogni dogma sembra allora opportuno, come afferma l’autrice attraverso il riferimento a Mary Douglas, prendere coscienza del fatto che la purezza è nemica del cambiamento e augurarsi un allentamento di confini netti fra ordine e caos, bene e male.

Ian Tattersall – “Quel pendolo che oscilla tra scienza e fede”:
La recente rinascita della religione negli Stati Uniti – e la sua rinnovata espressione nella sfera politica – ha radici profondamente economiche. La fase di espansione senza precedenti che caratterizzò la seconda metà del XX secolo, vide scienza e secolarismo avanzare, mano nella mano, verso quello che si pensava un futuro migliore e più razionale per il genere umano. Oggi che l'economia mondiale procede a tentoni verso l'ignoto, vediamo un'attività religiosa fondamentalista militante non solo proliferare negli Stati Uniti, ma espandersi progressivamente da una parte all'altra del nostro già sovrappopolato pianeta. In tempi buoni, a quanto pare, abbiamo meno bisogno di Dio. E viceversa.

Jack Miles – “La scienza non spiega tutto”:
Quando la Partisan Review pubblicò la sua indagine sul rapporto tra intellettuali e religione, l’adesione alle varie Chiese aveva raggiunto livelli mai registrati prima (e mai più raggiunti). In Europa, i partiti dichiaratamente cattolici andavano al potere giocando un ruolo fondamentale nella ripresa dal fascismo. Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman: erano tutti politici accomunati da un cattolicesimo condiviso, tra i quali, naturalmente, occorre annoverare anche Charles de Gaulle. Oggi invece né da una parte né dall’altra dell’Atlantico è dato trovare un loro equivalente contemporaneo, antifascista e formato su ideali religiosi. A contrastare il declino verso la disintegrazione sociale non sono emerse ideologie laiche o nuove visioni religiose. Il panorama è dominato da una desolante ipocrisia spirituale.

Paula Fredriksen – “Dal pluralismo pagano al Dio totalitario. Breve storia del rapporto fra religione e politica”:
La storia ci insegna che tra religione e politica c’è sempre stato un rapporto inscindibile, tanto che l’Illuminismo rappresenta una breve parentesi di secolarismo che non mette però in questione questo legame che caratterizza l’Occidente. A partire dalle forme di evangelicalismo della destra americana e del jihadismo islamico contemporaneo, l’autrice delinea una breve genealogia dei rapporti fra fenomeno religioso e organizzazione politica: risalendo fino al pluralismo pratico dell’antica Grecia, il saggio ripercorre le tappe che hanno condotto alle persecuzioni e al mondo moderno per mostrare così le implicazioni fra istituzioni e fede.

Giulio Giorello – “La scienza antidoto al fanatismo”:
Se da un lato ciascuno, dunque anche gli scienziati, può credere in quel che vuole – credenze che sono libere finché però non nuocciono agli altri – dall'altro, chi lavora nel campo della scienza non dovrebbe permettere che la sua eventuale fede interferisca con la sua ricerca. Peraltro, al contrario di quel che di solito si sostiene, scienza e tecnologia “sono riuscite a realizzare, seppur con non poche 'contorsioni', una profonda unità spirituale, ben superiore a quella tentata senza successo da troppi 'folli di Dio'”.

Niles Eldredge – “La genesi della religione spiegata dalla biologia evoluzionistica”:
L’intreccio fra scienza, religione e politica caratterizza la cultura americana, che si distingue, non solo negli ultimi anni, per un diffuso atteggiamento antiscientifico e per la persistenza di posizioni creazioniste. Eppure scienza e religione hanno due ambiti di pertinenza separati: la prima si occupa dei dati naturali e dei processi causali sottostanti, mentre la seconda concerne lo spirituale. L’ ripercorre il processo evolutivo dagli ecosistemi locali alla rivoluzione agricola per mostrare come la religione abbia sempre a che fare, allora come oggi, con il dominio sulla natura, con il nostro posto nel mondo e con la nostra auto-comprensione come specie.

Ayaan Hirsi Ali – “Islam senza libertà e cristianesimo secolarizzato”:
Riflettere sul ruolo della religione nella nostra società o sul suo rapporto con la cultura implica declinare ‘religione’ al plurale poiché, per limitarsi a un esempio, cristianesimo e islam sono molto diverse tra loro. La scrittrice somala autrice di Infedele e della sceneggiatura del film ‘Submission’, costretta ad abbandonare l’Olanda dopo l’assassinio del regista Theo van Gogh, ripercorre le tappe storico-filosofiche di entrambe le confessioni per evidenziarne le differenze – le dichiarazioni di papa Gelasio I e trattati di Vestfalia per il cristianesimo, il passaggio da La Mecca a Medina per l’islam. Per concludere che, mentre la tara dell’islam è il disconoscimento del singolo, il mondo occidentale ha conquistato con Locke e l’Illuminismo libertà di espressione e di coscienza come secolarizzazione del cristianesimo.

INEDITO 1
Paul-Henri Thiry d'Holbach con una presentazione di Paolo Quintili – “Il Sacro Contagio, o storia naturale della superstizione”:
Chimera nociva, albero dai frutti nefasti, vaso di pandora colmo dei peggiori mali: sono solo alcune delle metafore con cui l’ descrive la religione, foriera di superstizione, menzogne e schiavitù. Attraverso l’espediente della dissimulazione, nel XVIII secolo il barone d’Holbach pubblica sotto falso nome una vera e propria requisitoria contro la religione (fin qui inedita in italiano) mettendone in luce le incongruenze, i limiti e le imposture. Dalla questione della teodicea alle contraddizioni di una presunta rivelazione fino alle conseguenze politiche come l’idolatria, la religione appare, da un punto di vista teorico, incoerente e illogica e, nei suoi effetti pratici, strumento di potere e giogo dei popoli. Il principale scopo raggiunto nel corso dei secoli è l’aver soffocato la capacità di giudizio e impedito il libero uso della ragione umana.

ERESIA CATTOLICA
Roger Lenaers in conversazione con Claudia Fanti – “Un gesuita contro il Dio Onnipotente”:
È possibile pensare a una religione senza dogmi, senza gerarchie, senza la pretesa di possedere la verità assoluta? È la domanda alla base della ricerca teologica di frontiera nota come paradigma post-religionale, che negli ultimi anni ha visto un fiorire di riflessioni a opera di teologi come John Shelby Spong, José Maria Vigil e molti altri. Una ricerca che intende riformulare ogni aspetto della dottrina, a cominciare dalla stessa immagine divina, perché nel mondo moderno non c'è più posto per un Dio concepito come un essere con un potere soprannaturale che dimora al di fuori dell'universo. Parla il gesuita belga autore de Il sogno di Nabucodonosor. La fine di una Chiesa medievale, tra i libri apripista in materia.

INEDITO 2
Theodor W. Adorno con una presentazione di Leonardo Distaso – “La cultura risorta”:
In questo testo, pubblicato qui per la prima volta in italiano e scritto in occasione del suo ritorno a Francoforte nel 1949 dopo il periodo di esilio, Adorno prende in esame la situazione tedesca e il clima intellettuale dell’epoca attraverso un confronto con l’esperienza vissuta negli Stati Uniti e, soprattutto, con gli anni successivi alla prima guerra mondiale. La stagnazione della cultura, l’aridità e l’isolamento che il nazionalsocialismo ha lasciato dietro di sé spingono il filosofo a una riflessione sulle reali condizioni di una rinascita culturale, sul concetto di spirito, sul futuro del pensiero critico, nonché sul destino della Germania e, più in generale, dell’Europa. L’analisi di uno dei teorici più importanti del secolo scorso fra barbarie ed emancipazione, passato e utopia, conformismo e libertà.

ICEBERG 2 - l'antifemminismo dei “gender studies”.
Vojin Saša Vukadinovic – “Dall’emancipazione della donna alla difesa del burqa”:
La deriva che stanno avendo i gender studies è paradossale. Il punto di partenza di questo nuovo ambito di ricerca, infatti, era la completa emancipazione dell'essere umano da ogni vincolo, fosse anche quello del genere biologico. Il punto di approdo, invece, sembra oggi essere quello della censura e del politicamente corretto. Fino all'assurda e incomprensibile giustificazione del burqa e delle mutilazioni genitali femminili da parte di Butler&Co.

Judith Butler e Sabine Hark – “Diffamazione”:
Judith Butler, insieme alla collega tedesca Sabine Hark, risponde con veemenza alle critiche che da più parti vengono rivolte ai gender studies, accusati di aver perso la bussola del femminismo. Nella loro replica, Butler e Hark arrivano a denunciare le critiche subite come trumpismo e ad accusare i loro detrattori di aver deliberatamente ignorato la complessità degli studi di genere, utilizzando spudoratamente una 'grammatica della violenza'.

Alice Schwarzer – “Razzista a chi?”:
Con la retorica del rispetto ‘dell'alterità dell'altro’ molti esponenti dei gender studies, Judith Butler in testa, finiscono per giustificare intollerabili violazioni dei diritti umani in generale, e dei diritti delle donne in particolare, quando queste vengono perpetrate in contesti ‘altri’ dal nostro. Ma per una femminista, come spiega la fondatrice e direttrice della rivista tedesca Emma, i diritti universali delle donne devono essere l'unico faro, contro l’intimidazione rappresentata delle accuse di razzismo e islamofobia.

SAGGIO
Carlo Scognamiglio – “La normalità del mostro: a dieci anni dall’‘Effetto Lucifero’”:
Una decina di anni fa, durante il processo a uno dei militari statunitensi accusati di abusi in Iraq, il team della difesa coinvolse il celebre psicologo statunitense Philip Zimbardo al fine di dimostrare come vi fossero delle responsabilità non direttamente imputabili al loro assistito, bensì alla catena di comando che aveva in qualche modo predeterminato quegli esiti distruttivi. Da quella esperienza nacque il famoso The Lucifer Effect: How Good People Turn Evil nel quale Zimbardo – che già aveva familiarità con la questione, essendo stato l’ideatore del celebre esperimento carcerario di Stanford del 1971 – analizza i modi in cui ciascun individuo può trasformarsi in carnefice. Lo scopo non è quello di sottrarre il singolo alle proprie responsabilità ma di allargare la platea dei responsabili in modo da limitare il più possibile l’esercizio di tutti quei potenti condizionamenti situazionali che incidono sulla capacità di decisione dell’individuo.

FUORI SACCO
Simona Argentieri – “La verità come mestiere”:
Qual è il rapporto tra il racconto di sé – in letteratura e in psicoanalisi – e la verità? Che ruolo gioca l'ambiguità nella dimensione psicologica individuale e in quella collettiva? Quale valore attribuire al perdono, nella storia personale di ciascuno di noi e anche in quella dei popoli, che inevitabilmente ciascuno di noi si porta appresso? Sono solo alcune delle sollecitazioni che la psicoanalista italiana Simona Argentieri propone sulla scorta della lettura dei testi del premio Nobel per la letteratura Coetzee.

J.M. Coetzee – “Il vero, il buono, il bello”:
Perché continuiamo a raccontare ai nostri bambini la storia di Babbo Natale, pur sapendo perfettamente che è falsa? Perché non si vive di sola verità: ‘La verità è troppo misera e nuda per coprirci’. Il premio Nobel per la letteratura Coetzee, di opere come Vergogna e Terre al crepuscolo, riprende in queste note alcune delle riflessioni proposte dalla psicoanalista italiana Simona Argentieri.

Ɣ - IL DIO IGNOTO – recensione libro di G. Napolitano, G. Ravasi, coord. F. De Bortoli ed. Corriere della Sera - Instant Book 2013.

In apertura di questo piccolo quanto interessantissimo libro è riportata una breve epistola del non ancora dimenticato Papa Benedetto XVI, risalente al 21 dicembre 2009 poco conosciuta o forse sottovalutata e che qui trascrivo per l'importanza profonda del messaggio lasciato da questo Apostolo di Pietro. Non in quanto teologica, bensì per il suo rapporto interno alla Chiesa, che risponde a una domanda che ci si poneva prima delle sue improvvise dimissioni che hanno lasciato tutti stupefatti: ‘dove sta andando la Chiesa?’
In realtà quanto in essa enunciato, esponeva a chiare lettere quella che Papa Benedetto XVI, in ragione di una possibile apertura ‘spirituale’ della Chiesa, rivolgeva a tutte le genti cui riferiva il suo ‘messaggio apostolico'. Una missiva che, nell’abbraccio con le altre confessioni, guardava a un possibile colloquio ‘aperto’ con gli atei e quindi con i non credenti, con i diseredati e con tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, erano (e sono) tenuti lontani dalla Chiesa, anche se non necessariamente dalla fede:
“Penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di «cortile dei Gentili» dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa.

Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”. (S.S. Benedetto XVI).Il riferimento è storico culturale, lo rivela Armando Torno nella postfazione al libro: “I Gentili nell’Antico Testamento erano gli appartenenti a stirpe non giudaica. Il termine corrisponde all’ebraico goyim. Indica, appunto, nazioni, popoli o etnie diversi da quella ebraica. Nel Nuovo Testamento, senza allontanarsi dalla sua accezione, diventa sinonimo di pagani, tanto che Paolo, impegnato a diffondere ovunque la parola di Cristo, è chiamato«Apostolo delle Genti». Nel Tempio di Gerusalemme, eretto durante i giorni e per volere di Erode il Grande, c’era un porticato esterno denominato Atrio dei Gentili. Si trattava dell’unica zona accessibile anche ai non ebrei. In essa, pur non potendo superarne i limiti, era possibile ritrovarsi, discutere, verificare le proprie tesi. Insomma, era un luogo dove la fede di coloro che si sentivano i veri credenti e quella degli altri aveva la possibilità di confrontarsi”.

È dunque questo il messaggio ultimo e forse il primo importante segno del pensiero di questo Papa dimissionario che tutti noi credevamo solamente concentrato nel far rispettare le ‘regole’ ferree di una Chiesa d’altri tempi e che, al contrario, ci lascia una grande importante eredità, cui la Chiesa, ma ancor prima tutti noi, dovremmo tener fede: la ri-costruzione oggettiva di quel ‘Cortile dei Gentili’ non più relegato al passato storico, quanto di apertura che guarda al futuro, che auspica l’incontro e il colloquio con le Genti.“Papa Benedetto XVI ha pensato a questo spazio sito nell’antica Gerusalemme – scrive ancora Armando Torno – per favorire la nascita di una serie di incontri culturali che, sparsi nel mondo, si adoperino per rinnovare la consuetudine al dialogo. L’iniziativa è stata affidata al Pontificio Consiglio della Cultura e al cardinale Gianfranco Ravasi in particolare, volutamente chiamata «Cortile dei Gentili». Il 5 e il 6 ottobre del 2012, dopo importanti tappe a Parigi, Svezia, Spagna Albania, gli incontri sono avvenuti in Italia a Bologna, a Firenze e ad Assisi. (..) L’invito di papa Benedetto XVI si è concretizzato con eventi che si svolgono ormai, per l’intensità dei contenuti, nel desiderio di «raccogliere e dae forma al grido spesso silenzioso e spezzato dell’uomo contemporaneo» verso Dio. Che , per un numero crescente di persone, rimane uno “sconosciuto”.

Va detto che ‘il fatto’ di per sé sorprende non poco se, a una tale corposità di intenti, riscontriamo aver partecipato personaggi di rilievo quali il Presidente Giorgio Napolitano, in un confronto diretto con il cardinal Gianfranco Ravasi, condotto da Ferruccio de Bortoli nelle due giornate che hanno avuto come tema, appunto ‘Dio, questo sconosciuto’. Un titolo che, nato nell’ambito del Pontificio Consiglio della Cultura, sotto l’egida di Papa Benedetto XVI, ha in sé una lieve provocazione e, al tempo stesso, riflette una problematica di non poco conto. In quell’occasione il conduttore F. de Bortoli ha posto domande sia a Napolitano sia a Ravasi, portando le due esperienze in una sorta dio zona franca, dove entrambi hanno potuto parlare del loro rapporto con Dio senza preoccuparsi dei rispettivi ruoli istituzionali.

È dunque in questo la forza di questo piccolo libro (poco più di 100 pagine) in cui il dibattito si discioglie in affermazioni di tipo ‘personale’ che mettono in luce sì le diverse e pur rispettabili posizioni ma, ancor più, si evidenzia lo spessore ‘umano’ la gentilezza d’animo dei due personaggi che, non in ultimo e lo si sente attraverso le righe, documentano perorare la stessa fede, anche se osservata e ‘vissuta’ da punti di vista diversi. Laurent Mazas che ha curato la prefazione al libro avverte essere “in questa prospettiva che s’intende l’aprirsi del Cortile dei Gentili come luogo di dialogo tra credenti e non credenti” e con “le altre religioni”, “soprattutto con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto, (..) cercando di scavare nel cuore delle questioni aprendosi alle ragioni dell’altro, fecondando il confronto con la coerenza della propria visione dell’essere e il rispetto per la visione altrui, a cui si riservano attenzione e verifica”.

Di particolare interesse sono i riferimenti testamentari all’Antico come al Nuovo Testamento (Ravasi), e quelli bibliografici ai contemporanei Bobbio, Bufalino, De Benedetti, Elia, ma anche a Nietzsche a Mann (Napolitano, De Bortoli) ed a personaggi della nostra storia-politica più recente (Napolitano), che destano non poche sorprese. La circostanza del tutto eccezionale – riferisce De Bortoli – cade nell’anno della Fede,il fatto che questa si svolga ad Assisi, luogo dello spirito e del messaggio francescano, la cattedra del dialogo interreligioso, il cenacolo della pace tra i popoli, aggiunge un significato particolare: il segno di un evento che resterà nella memoria di molti. Noi, non possiamo che ringraziare Ferruccio De Bortoli per aver permesso con questo libro, la testimonianza di un evento degno di essere ricordato che arricchisce di significato questo nostro tempo.

Recensione/saggio di Giorgio Mancinelli apparso in la recherche.it la rivista on-line che potete sfogliare gratuitamente che si avvale di numerosi autori, poeti, saggisti, giornalisti che raccolgono il plauso di tanti stimati lettori. Ai quali va il mio personale augurio di buona lettura e di Giorni Felici.


Ɣ AUDIOLIBRI E STORIE DI NATALE

Ψ – libro - AA.VV. “Racconti di Natale” - Lindau 2018
“Evviva! Arriva Natale! Esiste una festa più bella?” Ci sono le vacanze e le grandi riunioni di famiglia, i regali che è bello aspettare oltreché ricevere, i giochi insieme agli amici e ai parenti e qualche storia sui Natali di un tempo che nonni e zii raccontano con un po’ di nostalgia. Anche i grandi autori della letteratura italiana raccolti in questo volume ci raccontano il Natale di un tempo passato, e certo allora i regali erano molto diversi da quelli di oggi. Quello che però non è cambiato è il sentimento di gioia profonda che pervade ogni casa durante questa festa commovente e suggestiva che colma il cuore di speranza. I racconti raccolti in questo volume:
Grazia Deledda (1871-1936), “Comincia a nevicare e Il dono di Natale” , Premio Nobel per la Letteratura nel 1926.
Emma Perodi (1850-1918,) “Lo scettro del re Salomone e la corona della Regina di Saba, La storia del turbante e L’ombra del Sire di Narbona” , giornalista e scrittrice, importante autrice per l’infanzia.
Carlo Collodi (1826-1890), “La festa di Natale” , giornalista e scrittore, noto soprattutto come autore di “Pinocchio”.
Renato Fucini (1843-1921), “Il rublo fatato” , poeta e scrittore.

Ψ - eBook - Grazia Deledda – “Il Natale del consigliere” – La Case Books - Durata: 27Min
Narratore: Gaetano Marino.
"Il Natale del consigliere" è un racconto intriso di poesia e romanticismo. Un uomo torna nella sua Sardegna dopo aver fatto fortuna, ma più si avvicina all'isola amata e più si rende conto di essere profondamente solo. Appena sbarcato andrà alla ricerca di un suo vecchio amore per provare a costruire un nuovo futuro”. Un classico titolo natalizio per vivere la magia del Natale tra le parole e le emozioni della grande letteratura.

Ψ - libro - Massimo Cacciari “Generare Dio” – Il Mulino 2018
La figura della Vergine col suo bambino ha svolto un ruolo straordinario nella civiltà europea. Attraverso questa immagine, che assume forme diversissime, che è chiamata e invocata con nomi anche contrastanti, questa civiltà non ha pensato soltanto il proprio rapporto col divino, la relazione di Dio con la storia umana, ma l’essenza stessa di Dio. Perché Dio è generato da una donna? Pensare quella Donna costituisce una via necessaria per cogliere quell’essenza. E le grandi icone di quella Donna, come la Madonna Poldi Pezzoli del Mantegna, non sono illustrazioni di idee già in sé definite, bensì tracce del nostro procedere verso il problema che la sua presenza incarna.

Massimo Cacciari è professore emerito di Filosofia nell’Università San Raffaele di Milano. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo «Il potere che frena» (2013), «Labirinto filosofico» (2014), entrambi per Adelphi; per il Mulino: con P. Coda «Io sono il Signore Dio tuo» (2010); con E. Bianchi «Ama il prossimo tuo» (2011); con P. Prodi «Occidente senza utopie» (2016).

Ψ - libro - AA.VV. “Poesia Europea Contemporanea” – Cierre Grafica 20001
L'antologia Poesia Europea Contemporanea è un volume che promuove una meditata ricognizione sulla molteplicità di esperienze letterarie messe in opera nell’Europa del secondo Novecento; chiama in causa autori e testi che nella contemporaneità non temono di esporsi alle pulsioni in atto nella parola, al mistero di un’alterità che sfugge a qualsiasi presa e possesso. Le voci poetiche convocate costituiscono veri e propri exempla della necessità oggi di prendere congedo da illusorie conciliazioni in una forma e di accedere alla lingua che crea e al suo lacerante pensiero.

Il volume, edito nel 2001 e curato da Agostino Contò e da Flavio Ermini, è il risultato di una stretta collaborazione editoriale tra la Biblioteca Civica di Verona, Cierre Grafica e Anterem Edizioni. Raccoglie le voci di trenta poeti europei. I testi sono proposti in lingua originale - talora anche in forma autografa - con traduzione a fronte. Traduzione operata da più autori e sempre destinata a restituirecompiutamente la passione per la verità che, in ognuna di queste voci, si apre all’origine, all’inizio, secondo leggi di necessità interiore. Il libro, infine, non vuole comunque essere un contenitore esaustivo dell’intera costellazione delle “poetiche delle origini” in terra europea, bensì – mi sembra – un’ennesima occasione per riflettere sul senso della scrittura contemporanea, a partire dalla convinzione che, da qualche tempo, non esiste luogo che salvi se non quello in cui già da sempre siamo, quella zolla di terra caduca e senza altrove dalla quale gridiamo o sussurriamo il desiderio di conciliare l’inevitabile infondatezza con la necessità di collocarci stabilmente: i testi di B. Simeone, Cr. Wolf, Y. Bonnefoy, S. Kirsch, S. Martini – per citare i nomi più noti – lo stanno a dimostrare.

Ψ – Rivista di Ricerca Letteraria “Anterem n.97” Dicembre 2018, un volume di grande rilievo, destinato come i precedenti a suscitare riflessioni e appassionati dibattiti nelle università italiane e straniere. Il tema cui è dedicato è “Per oscuri sentieri”. I poeti presenti in antologia sono: Trakl, Llansol, Pizarnik, Ducros, Teti, Mansour, Cini, Hubin, Furia, Bonnefoy. I saggisti sono: Zaccaria, Vitiello, Giannetto, Jesenská, Berardini, Tatasciore, Tomatis, Pinciroli, Novello.

Ψ – libro - Giovanni Filoramo “Il grande racconto delle religioni” - Il Mulino: Grandi illustrati 2018.
Nella straordinaria varietà di miti, simboli, forme, riti e valori in cui nelle diverse culture storiche trova espressione il sentimento religioso, il nucleo fondamentale è sempre lo stesso: il rapporto dell’uomo con il cosmo e con le sue forze potenti, misteriose e ingovernabili. Che si tratti di aborigeni, di nativi americani, di sumeri, cinesi, di cultura hindu, o di antichi greci, del credo mazdeo, di ebraismo, cristianesimo o islam, la visione religiosa del mondo garantisce ai credenti un punto di vista unitario sulla realtà, una bussola per orientarsi tra il bene e il male. Mentre alcune visioni hanno al loro centro il problema del rapporto con una natura selvaggia e minacciosa, altre insegnano all’uomo a vivere in armonia con il cosmo che lo circonda, lo ha creato e lo nutre. In altre ancora, ordinatrice del cosmo è una figura di sovrano divinamente ispirato. Tra VIII e VII secolo a.C. si fa strada una visione religiosa nuova: il monoteismo. Il divino non si manifesta più nella natura, non ha tratti antropomorfi, ma trascende radicalmente l’uomo. Con il Cristianesimo la concezione del Dio incarnato opera una svolta antropologica destinata a segnare la storia del pensiero occidentale. È di tutto questo che parla il libro: dell’eterno, inesausto bisogno umano di realizzare la pienezza dell’essere attraverso il sacro.

Giovanni Filoramo è professore emerito di Storia del cristianesimo dell’Università di Torino. Fra i suoi libri ricordiamo «Il sacro e il potere. Il caso cristiano» (Einaudi, 2009), «La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori» (Laterza, 2011) e, per il Mulino, «Ipotesi Dio. Il divino come idea necessaria» (2016).

Ψ – libro ed e-Book - Patrizia Valduga - “Per sguardi e per parole” – Il Mulino 2018
Nella Cena in Emmaus di Caravaggio, esposta alla Pinacoteca di Brera, tutti guardano Gesù e Gesù ha gli occhi chini. È da questo non sguardo che comincia una riflessione prima sui poteri dello sguardo, e poi sui due sguardi, quello della ragione e quello del sentimento, che corrispondono alle due strategie, spesso in guerra fra loro, che la mente umana adotta per conoscere il mondo. Ma nella creazione artistica - sia essa un dipinto, una poesia, un romanzo – questi due sguardi trovano un miracoloso equilibrio. Un testo raffinato in cui poeti, scrittori, pensatori di ogni tempo sono convocati a portare la propria testimonianza.

Patrizia Valduga è poetessa e traduttrice. Tra le raccolte di versi si ricordano «Medicamenta» (Guanda, 1982), e «Requiem» (1994), «Libro delle laudi» (2012), «Poesie erotiche» (2018), tutte edite da Einaudi; ha tradotto, fra l’altro, «Riccardo III» di Shakespeare e «Poesie» di Carlo Porta. Nel 1988 ha fondato il mensile «Poesia». In prosa ha pubblicato «Italiani, imparate l’italiano!» (Edizioni D’If, 2010).

Ψ – e-Book e libro – Davide Fiscaletti, “Universo iperconnesso” in “Scienza e Conoscenza” – Macro Edizioni 2018.
Il percorso della conoscenza – sosteneva Anassimandro nel VI sec. a.C. – deve essere basato sulla ribellione contro certezze che appaiono ovvie, sul fatto che la nostra immagine del mondo può essere sempre perfezionata, che il mondo può essere diverso da come ci appare, che il nostro punto di vista sul mondo è limitato dalla piccolezza della nostra esperienza.
La scienza nasce da ciò che non sappiamo («che cosa c’è dietro la collina?») e dalla messa in discussione di qualcosa che credevamo di sapere, in altre parole la scienza consiste nel guardare più lontano, nell’esplorazione continua di nuove forme di pensiero per concettualizzare il mondo – sosteneva Anassimandro – Compatibilmente con la visione della scienza come entità dinamica, che è in costante evoluzione e riorganizzazione, in grado di generare percorsi evolutivi i quali si possono intrecciare l’uno con l’altro, i saggi pubblicati in questo libro intendono mostrare come, pur partendo dalla convinzione che nel corso della storia la scienza ci ha portato teorie d’immane bellezza ed eleganza con enormi benefici sul piano tecnologico, sia possibile investigare nuovi scenari, in particolare si possano aprire nuove prospettive riguardo all’immagine del mondo, alla visione della realtà che ci circonda, le quali mettono in discussione idee che, nell’ambito del nostro approccio limitato all’esperienza, appaiono ovvie.

Davide Fiscaletti,laureato in fisica all’università di Bologna, è docente di matematica e fisica e membro ricercatore del centro di ricerca indipendente SpaceLife Institute (San Lorenzo in Campo). Si occupa di fondamenti della fisica teorica, segnatamente di interpretazioni della meccanica quantistica, relatività, teoria quantistica dei campi e gravità quantistica. È autore dei libri “I fondamenti nella meccanica quantistica. Un’analisi critica dell’interpretazione ortodossa, della teoria di Bohm e della teoria GRW” (CLEUP, Padova, 2003), “I gatti di Schrödinger” (1° edizione: Muzzio, Roma, 2007; nuova edizione aggiornata: Editori Riuniti University Press, Roma, 2015).

Ψ – e-Book e libro – François Noudemann - “Il genio della menzogna: I ilosofi sono dei gran bugiardi?” – Raffaello Cortina Editore – 2018.
Affermare una teoria e vivere il contrario è una contraddizione, una menzogna, una libertà? E se un genio, maligno, animasse la produzione dei grandi pensieri? Rousseau scrive un trattato sull’educazione, non malgrado, ma grazie all’abbandono dei suoi cinque figli. Kierkegaard redige i suoi testi religiosi mentre vive da libertino. Simone de Beauvoir fonda la filosofia del femminismo pur godendo di una relazione servile con il suo amante americano. Foucault celebra il coraggio della verità e organizza il segreto della sua malattia… Nessuna compensazione, ma scissione di un pensiero che si nutre con la forza del diniego. Chi siamo quando pensiamo? Molteplici, senza dubbio. Invece di denunciare le loro ipocrisie, François Noudelmann mostra come i grandi filosofi possano creare le loro personalità multiple grazie alle loro teorie. Analizza la menzogna più complessa, quella che si dice a se stessi, attraverso le angosce, le fughe e le metamorfosi di questi pensatori dal doppio Io.

François Noudelmann insegna al dipartimento di Letteratura francese e francofona dell’Università di Paris-VIII e alla New York University. Ha pubblicato numerosi testi di letteratura e filosofia, tradotti in dodici lingue, ed è produttore e conduttore di “Le Journal de la philosophie”, una trasmissione di France Culture.

Ψ – libro - Georgia Briata - “Ricordati chi sei Anima antica” – Melchisedek Edizioni 2018.
Questo non è un romanzo, ma senza dubbio è una storia. È la storia del viaggio umano che l’Anima antica fa di vita in vita per ricordarsi di Sé. Madre Terra si sta risvegliando e noi con lei ed è di questo tempo in cui viviamo che il libro parla, del tempo del compimento, ma racconta di mutamenti interiori comuni alle anime risvegliate di tutti i tempi. Questo libro è per te Anima antica, che ti sei destata dal sonno di un’esistenza che non ti rispecchia più. Per te che nel profondo sai di arrivare da molto lontano e di essere molto altro rispetto a ciò che conosci. Per te che ora senti la terra tremarti sotto ai piedi e il cuore tremarti nel petto. Per te che se anche non comprendi cosa ti stia capitando, non cedi alla mente che ti dice che stai solo inventando. Per te che senti che, se anche la realtà ti dice il contrario, non sei sola in questo movimento e se pure non ricordi ancora chi sei e cosa sei venuta a fare, sai di far parte di una grande onda che sta tornando al mare.

Georgia Briata si è avvicinata alle discipline olistiche intorno ai trent'anni, quando, sentendo forte il richiamo della sua anima, ha lasciato un lavoro «sicuro» per realizzare il sogno di scrivere e viaggiare. Oggi è scrittrice, Master Reiki e Life Coach, oltre che un'attiva blogger olistica e un'operatrice di diversi tipi di massaggi. Ma, soprattutto, come ama dire di sé, è «una Ricercatrice di Sogni e parole» convinta che «i Sogni si possono realizzare» e proprio per questo aiuta le persone a ricordare il vero Sogno della loro anima. Tra i suoi libri ricordiamo: “L'arte del realizzare il Sogno dell'anima”; “Basta il mare”; “Il Perdono Energetico”.


Ψ – libro illustrato con inserto fotografico a colori - Michele Proclamato - “I Sigilli di Gioacchino da Fiore”, – Melchisedek Edizioni 2018.
Opera apocalittica del XII secolo di Gioacchino da Fiore. L’essenza del messaggio dell’abate calabrese è espressa nei suoi simboli, magistralmente disegnati, ma sorprendentemente ignorati nel corso dei secoli, forse perché il loro autore li usò per esporre – per l’ultima volta nella storia dell’umanità − ciò che i figli della Radix sapevano a proposito della possibilità di tradurre ogni desiderio in realtà. Attraverso le frequenze di tre sole virtù, rese numericamente frattali nei suoi alberi genealogici, si possono variare gli schemi tridimensionali di questa realtà per far posto a un’altra realtà, da Gioacchino studiata e ricercata per tutta la vita. È il celeberrimo «terzo tempo», quello dello Spirito Santo, che mai prima di lui era stato invocato per l’umanità cristiana, qui… sulla Terra. Attraverso l’esame dei suoi protocolli frattali cogliamo l’ennesima applicazione dell’Ottava, oggi comprensibile anche a chi non è iniziato, un passo avanti di straordinaria portata per quanti vogliono cambiare la realtà in cui vivono attraverso la piena realizzazione di sé stessi.

Michele Proclamato, studioso appasionato della Tradizione, vive a L’Aquila dove, da alcuni anni, si è fatto promotore di iniziative che hanno come finalità quella di svelare al pubblico quanto grande sia il lascito «misterico» del piccolo capoluogo e del territorio abruzzese. Per primo ha decodificato il linguaggio dei Rosoni e ha ideato il Tour del Mistero, basato sui siti sacri più importanti della città e della regione. www.micheleproclamato.com.

Ψ – libro – Vito Mancuso, “La via della bellezza è la via della salvezza” – Garzanti 2018.
Perché ci viene spontaneo raccogliere sulla spiaggia del mare le conchiglie e i sassolini più belli? Perché rimaniamo incantati davanti a un volto umano o a un dipinto, o avvertiamo un'inesprimibile dolcezza interiore ascoltando musica, o ci soffermiamo con gli occhi spalancati a contemplare un tramonto? Perché, in altre parole, ricerchiamo quella rivelazione, quell'epifania che definiamo bellezza? Vito Mancuso affronta in questo nuovo affascinante libro un mi-stero che è tipico dell'uomo, e ne interpreta le profondità per farne la bussola capace di orientare il cammino verso la verità. Superando l'aspetto esteriore dei nostri corpi per approfondire il senso dell'interiorità della nostra anima fatta di armonia e fascino, eleganza e grazia, questa riflessione diventa un'avventura alla ricerca delle sorgenti della bellezza in grado di indicarci quali pratiche concrete possiamo mettere in atto per rendere quotidiano il nostro rapporto con essa: solo in questo modo infatti potremo superare ogni indifferenza e tornare, o addirittura iniziare, a gioire al cospetto di quelle opere e di quegli eventi capaci di stringerci il cuore. Perché ricercare e custodire la bellezza è la via privilegiata per onorare il compito che attende la nostra vita.

Vito Mancuso, teologo italiano, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.Al centro del suo lavoro sta la costruzione di una teologia laica, nel senso di un rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla filosofia e alla scienza. Mancuso è al centro di aspre polemiche per la presunta incompatibilità di alcune sue tesi con il nucleo teologico-dogmatico tradizionale della fede cristiana. Mancuso si è pronunciato a favore della contraccezione "per prevenire la tragedia dell'aborto". Ha pubblicato, tra gli altri, “Il dolore innocente” (2002), “Per amore” (2005), “L'anima e il suo destino” (2007), “Obbedienza e libertà” (2012). Insieme a Corrado Augias ha scritto “Disputa su Dio e dintorni” (2009). Per Garzanti ha pubblicato Io e Dio. Una guida per perplessi (2011), Il principio passione (2013), Io amo. Piccola filosofia dell'amore (2014), Questa vita (2015), Dio e il suo destino (2015), Il coraggio di essere liberi (2016) e Il bisogno di pensare (2017). Assieme ad Elido Fazi è direttore della collana dedicata a un'interpretazione laica della spiritualità pubblicata da Fazi, Campo dei fiori. Dal 2009 collabora con la Repubblica. (da Il Libraio Dicembre 2018).


Buona lettura e Giorni felici per tutti voi.









*

- Poesia e scienza

Gianmaria Ferrante un poeta tra gli ‘abissi’ del quotidiano.

Gianmaria Ferrante … un poeta immerso negli ‘abissi’ del quotidiano.

“Abissi”, raccolta lirico-narrativa – Golden Press 2018.
Il fascino del linguaggio ‘poetico-letterario’ che la poesia ha esercitato sugli scrittori innovativi del Novecento è andato assumendo sempre più un ruolo del tutto singolare, affermandosi preferibilmente come ‘composizione musicale’ in fatto di ‘ritmo’ e di ‘timbro’, contro il primato romantico del genere ‘melodico’ protrattosi fino alla metà del secolo scorso. Esclusa dall’insegnamento scolastico e dal linguaggio quotidiano, dove sembrava si fosse definitivamente inabissata, la poesia sembra oggi ritrovare una qualche attestazione nella forma ‘poetico-narrativa’, sia nei racconti che nei romanzi di molti giovani scrittori contemporanei. Altresì recepita dalla viva voce dei ‘cantautori’, ormai anch’essi superati nell’epiteto ma non nei fatti, inoltre sciorinata da una fiumana di ’rappers’ che ne fanno un uso, spesso indiscriminato, nei loro infiniti e impegnati scioglilingua, riscoprendo talvolta la piacevolezza della ‘rima baciata’, ancorché sincopata in digressioni verbali …

“..voci stonate da un altare / dismesso”.

“..scomposti sciabordano nel fango, pallidi attori risorti dal passato remoto, sbucano da frantoi ipogei affondati nel tufo, portano in spalla consunte sacche da viaggio, s’adunano infine nel punto convenuto”.

“..nella vana ricerca di una verità nascosta”.

Guardata con sospetto e fatta oggetto di una tenace opera di demitizzazione da parte dei difensori dell’aulicità della forma e dello stile, l’attuale ‘forma poetica’, quella dell’Universo Iperconnesso, tanto per intenderci, va mostrando sempre più la sua vera essenza di ‘linguaggio primario’ sopra tutte le altre forme, fino a provocare un brivido negli amanti del ‘chiaro di luna’ che si sentono oltremodo diseredati della contestualità letteraria. Il nuovo linguaggio infatti, ancorché si possa dire nuovo, fa uso dell’essenzialità verbale che sfrutta la chiave onomatopeica dei ‘frattali’ per coniugare frasi e parole in contrazione, formazioni di nuovi sillogismi e deduzioni conflittuali che, per quanto insolite al nostro orecchio e alla nostra mente figurativa, possiamo definire ‘geomorfologiche’, benché immateriali, cioè teorizzate in senso ‘’ideale”, non per questo più valide di altre nel rapporto con l’attualità …

“..in quanto cascame sfatto del Nulla di una civiltà fasulla, che scarica immondizia e liquame orrido”.

“..che scopre una verità velata da troppo tempo: […] un cimitero immane disteso a perdita d’occhio”.

Se ne ha riscontro nelle tematiche polivalenti aggettivate con ‘iper’ e ‘super’ che trasformano gli eroi e i miti del passato in supereroi ‘Cyborg’ freschi di conio, che s’ergono comunque vittoriosi ancor prima di aver dato inizio alla battaglia sociale che hanno soltanto simulato sulla playstation …

“I labari /spezzati di un epico / scontro garriscono invano sull’eredità dell’uomo, satrapi in nero s’adunano in cerchio per l’ultimo duello”.

“..nel riquadro violento del prossimo futuro / forse qualcuno recise con forza il mio volo notturno / le ali spezzate da un grido metallico / spaventato caddi a terra / ai piedi del letto”.

“La statua di marmo spiaggiata / dall’Egeo dopo l’ultima tempesta / si erge maestosa / […] la mano tesa verso la piana rinsecchita / testimone silenziosa di una guerra fratricida, / chiama a raccolta / i resti dell’armata tradita”.

Tuttavia, incredibile a dirsi, riuscendo a dare una spiegazione ‘matematica’ alla ciclicità del ‘giro armonico’, sul quale in illo tempore si è costruita la scala musicale, la cui struttura si ripete sempre uguale su tutte le possibili scale di riproduzione. Ma, ed anche, a tutto quanto concepiamo come ‘comportamento caotico del nostro tempo’, indubbiamente di più difficile trascrizione narrativa che non sul pentagramma musicale. In quanto ‘composizione dodecafonica’ che, essendo esterna alla composizione stessa, risulta infine senza soluzione di continuità …

Ed eccoli … “I nuovi déi / appaiono sulle terre emerse con rulli di tamburo, squilli di trombe e penosi strimpelli di chitarre; folle osannanti s’adunano festose sotto i fari violenti di mnoderni altari, le braccia tese / al cielo abbagliante”.

“Come troverai la strada / popolo volgare, fagocitato da lumi accecanti e ritornelli bolsi; solo grida fasulle nel mondo artificiale di un concerto famoso, attorno escrementi sparsi nel paese intero, in piacevole (?) ricordo / di un memorabile evento”.

“..lasciano sberleffi insani / ai pini divelti nell’ultimo fortunale estivo, vibrano inconsulte le colonne di tufo, gli occhi sbarrati si accendono ad arco, fissano il centro dell’abisso sconvolto da un maglio, / che rigurgita intruglio umano”.

“Abissi”, conferma lo scrittore Gianmaria Ferrante, che di fatto non si dice ‘poeta’, per quanto comunque lo sia, costruisce e/o ri-costruisce in forma di ‘variazione poetica’ non tradizionale, la propria immagine di narratore del quotidiano, rivelando le sue potenzialità di fondo, nella cosiddetta ‘forma-a-specchio’ con la quale conferma la sua cifra costante. In cui l’autore, riemergendo dagli ‘abissi’ profondi della sua ricerca autobiografica, si sofferma perplesso sui significati non più scindibili dell’odierna società in cui viviamo …

“Io sono un testimone solitario / cultore di passato e futuro / vago tra le rovine di / città senz’anima / raccolgo a piene mani / il disastro di quanto l’uomo ha lasciato..”

“Solitario viaggiatore / giunto senza invito in questa notte aperta alla conoscenza, il racconto è già iniziato, lo spettacolo in pieno svolgimento, non ho (trovato) sedia alcuna, nemmeno un posto / riservato per l’ospite inatteso”.

Perplessità motivata dagli stravolgimenti che si trova ad affrontare sia sul piano individuale, sia sul piano sociale, afferente agli antefatti e agli accadimenti che si susseguono scomposti. Come per una recita teatrale senza copione dove, i personaggi s’agitano a vuoto sulla scena come burattini manovrati da un potere senza volto ma solo apparentemente senza velleità. Mentre dietro le quinte sollevano infinite guerre che noi eterni assenti non vediamo e/o che non vogliamo vedere, in cui l’ospite che arriva, c’è sempre un intruso nella commedia dell’arte, arreca solo inquietudine, timore, paura. La sua mano tesa alla cordialità non incontra la nostra comprensione e la necessaria solidarietà umana …

“..lo sconosciuto attore di questo misero palcoscenico, (l’ultimo arrivato) si erge a difesa di un evento sotterraneo, rimasto senza uditorio, […] e arranca furtivo nel trullo diroccato, eretto a rifugio nel secolo trascorso, ne prende possesso quale erede consapevole di un lontano passato, […] raccoglie gli scritti […] di un poeta ridotto a fantasma ignorato”.

Infine la trama comunque si rivela, drammaticamente, nella definizione stessa di ‘abissi’ in quanto ‘buchi profondi’ che inghiottono in una dinamica assai complessa intere galassie, ovvero lasciano alla libera interpretazione degli scienziati, e non solo, d’immaginare altri ‘mondi paralleli’ in cui cercare il migliore dei mondi possibili. È in questo modo che Gianmaria Ferrante si lancia, fin con troppo rispetto del linguaggio poetico-narrativo che utilizza, nelle profondità pur intellettive dell’universo umano; e lo fa con la serenità dell’esperienza, di conoscitore delle pieghe amare della vita e che, al dunque, portano alla rivelazione, lì dove per una sorta dell’ironia della vita, non sempre ci è dato penetrare …

“Il mio vagare inconsulto (?), ti porgo un documento orfico, ispirato da un gatto cieco e un cane anchilosato; sono i baldi cavalieri di questo (nostro) tempo arcigno, due compari sbucati da un pertugio a caccia del solito sprovveduto”.

“..di un qualche messaggio ispirato, (o forse) soltanto dello scarto di un lavorio continuo, un ammasso di parole consunte stese a macerare sopra il pavimento (dei ricordi?), il meglio gettato alla rinfusa / sul mucchio del compostaggio”.

Nei passi virgolettati qui proposti, troviamo forse quelli che sono i momenti più significativi di “Abissi”, questo ‘dramma-minimo’ che ha il carattere di una ‘improvvisazione sul tema’ di ciò che è andato perduto, una sorta di rivisitazione risalente alle profondità più intime, frammenti che sono di volta in volta germinati dalla continua osservazione della materia umana, secondo la peculiarità che distingue il Gianmaria Ferrante poeta, dallo scrittore di romanzi impegnativi, come quelli, ad esempio, improntati sulle minoranze etniche. Ma, ed anche, da altri suoi scritti, dove egli guarda con nostalgia agli aspetti laterali della ‘storia’; svelando, di volta in volta, le ragioni della sua infinita ricerca, come a dar luogo a una stretta dipendenza operativa della realtà dei nostri giorni, di quella ‘storia universale’ che noi tutti, indipendentemente dagli accadimenti, andiamo scrivendo …

“Un possente turbine oscuro / sovverte ogni pensiero in questo giorno maledetto, si agita dal basso mostrando ai quattro testimoni (i quattro cavalieri dell’apocalisse?), l’avanzo nefasto di un intero millennio (trascorso), nel gorgo ruotano dei fasulli in concerto / i Grandi del passato bloccati contro il muro”.

“Resta il povero cantore (lo sconosciuto viaggiatore) / mandato allo sbaraglio tra gente folle e attori inetti vestiti da saltimbanchi / che aspirano uno sbuffo di polvere, / sollevato al cielo i calici del festino / poi ballano impazziti / nell’atrio dell’ingresso”.

“..i ricchi offrono quello che possono / il retaggio taciturno di un affronto consapevole, / una sacca bisunta per il viandante anonimo, / il teschio silenzioso all’anacoreta di passaggio, / gli avanzi di un ultimo pasto”.

“Un velo rosso ascende / dal territorio riarso e sigilla con ceralacca di fuoco / il teatro agostano; / il fine dicitore inarca appena le labbra, / si agita parecchio, / parla da un mondo asfittico disciolto in frastuono prolungato / emette in fine un editto”:

“..ho visto troppo / per quanto mi compete e non potrò varcare / in futuro i confini eretti dal Tempo / un messale ho sottratto di nascosto, lo mostro orgoglioso / all’amico prudente rimasto in disparte / durante il viaggio”.

Che si voglia qui re-interpretare il passato per andare incontro all’incerto futuro? O, forse, si cerca di riscattare il passato che pure abbiamo vissuto senza averlo compreso fino in fondo? O magari, più semplicemente, soltanto affrancare questo nostro mondo altero? Per quanto non ci è data risposta alcuna, il poeta Gianmaria Ferrante ci dice che: la ‘conoscenza’ è il solo grande motore dello sviluppo personale e comunitario che ci distingue in quanto esseri umani; che il futuro è però di chi prova almeno ad immaginarlo. E non solo per ciò che ci è dato apprezzare come dono ricevuto, ma per valorizzare al meglio ciò che dobbiamo conoscere del mondo che ci circonda, con spirito di dedizione e senso di appartenenza, in linea con le sfide che la società globale ci pone davanti …

“Vago nella notte gelida / per i monti dell’infanzia, ascoltoogni voce del passato (provenire dagli abissi) che bisbiglia furtiva all’orecchio, ne prendo idealmente possesso, la trasformo in avvertimento, in ordine perentorio, poi / ricompongo il passo incerto / in questo dirupo / sconfinato”.

“Nulla trova l’ultimo profeta / investito da una pioggia di fuoco protegge la faccia a malapena; si altera alla vista dell’opera umana, rinuncia alla missione divina, chiede perdono alla Madre Terra, […] pietoso ad ogni misero / inciampo”.

Mi fermo qui. In questo ‘poetico nulla’ incapace di giustificare il ‘vuoto olistico’ che il poeta ha creato attorno a sé, in quanto ‘abisso’ da cui non gli è possibile risalire, cosciente che la filosofia applicata al ‘nulla’ lo lascia indenne nella caduta. Viene da chiedersi a cos’altro appellarsi quando l’Empireo tutto, scende dal soffitto dipinto nella volta della Cattedrale che abbiamo elevata con così tanto affanno? Quali parole, quali verbi e, ancora, quali aggettivi deve imparare ad usare l’uomo, affinché egli comprenda che non nel ‘nulla’, né tantomeno nel ‘vuoto’ troverà infine il ‘senso’ della propria esistenza?

Come ci rammenta Davide Fiscaletti dalle pagine di “Scienza e Conoscenza” (*): “Il percorso della conoscenza – sosteneva Anassimandro nel VI sec. a.C. – deve essere basato sulla ribellione contro certezze che appaiono ovvie, sul fatto che la nostra immagine del mondo può essere sempre perfezionata, che il mondo può essere diverso da come ci appare, che il nostro punto di vista sul mondo è limitato dalla piccolezza della nostra esperienza. […] La scienza nasce da ciò che non sappiamo (che cosa c’è dietro la china) e dalla messa in discussione di qualcosa che credevamo di sapere. In altre parole la scienza consiste nel guardare più lontano, nell’esplorazione continua di nuove forme di pensiero per concettualizzare il mondo”.

E inoltre: “Compatibilmente con la visione della scienza come entità dinamica, che è in costante evoluzione e riorganizzazione, in grado di generare percorsi evolutivi i quali si possono intrecciare l’uno con l’altro – prosegue l’autore del’articolo – intende mostrare come, pur partendo dalla convinzione che nel corso della storia la scienza ci ha portato teorie d’immane bellezza ed eleganza con enormi benefici sul piano tecnologico, sia possibile investigare nuovi scenari, si possano aprire nuove prospettive riguardo all’immagine del mondo, alla visione della realtà che ci circonda, le quali sì mettono in discussione idee che nell’ambito del nostro approccio limitato all’esperienza, appaiono ovvie. Ma che pure indagano sulla ‘bellezza’ del creato”.

L’autore, Gianmaria Ferrante,
a 22 anni si reca in Inghilterra per mezzo di una borsa di studio e si diploma agli studi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia continua i propri studi e da inizio alla sua attività letteraria. Successivamente al suo ritorno in Italia pubblica "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la ‘Trilogia della Pietra’: “La Città Bianca”, “Mediterranea” e “Metropolis”, tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo "Un Uomo di Successo " (per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante). Quindi prosegue nella revisione di quanto realizzato con la stesura della ‘Trilogia del Magico’: “Vento del Nord”, “Il Cerchio Magico” premiato nel 2014 a Lecce, e “Notte a teatro”. Della successiva 'Trilogia del Sogno', nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge ‘I Cavalieri di Groen’. In Aprile 2016 esce per Golden Press “La Soglia”. Ritiratosi anzitempo dalla vita attiva per dedicarsi completamente alla letteratura, vive principalmente nella propria azienda biologica, visitata da volontari provenienti da ogni parte del mondo, situata nel Parco degli Ulivi di Puglia, in territorio di Ostuni.

Sul web: www.gianmariaferrantescrittore.it - www.ipoderidelsole.it.

Nota:
(*) Davide Fiscaletti, “Universo Iperconnesso”, in Scienza e Conoscienza, Novembre 2018. Docente di matematica e fisica e membro ricercatore del centro di ricerca indipendente SpaceLife Institute (San Lorenzo in Campo). Si occupa di fondamenti della fisica teorica, segnatamente di interpretazioni scientifiche della teoria quantistica nei campi della meccanica e della gravità quantistica. Autore inoltre di numerosi libri e articoli apparsi in numerose riviste scientifiche : “I fondamenti nella meccanica quantistica della teoria di Bohm e della teoria GRW “ (CLEUP, Padova, 2003); “The timeless approach: frontier perspectives in 21st century physics (World Scientific, Singapore, 2015); “The geometry of quantum potential. Entropic information of the vacuum” (World Scientific, Singapore, 2018). Mail: info@scienzaeconoscenza.it

*

- Cultura

Etnomusicologia: l’incanto sottile della musica giapponese

QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGIA XIV – prima parte
L’incanto sottile della tradizione musicale del Giappone. (1)

Immagino possa sembrare disagevole per il lettore affrontare il ‘racconto’ che mi accingo a fare in questo contesto sulla musica giapponese di per sé ‘incomprensibile’ all’orecchio di noi occidentali, iniziando proprio dalla forma più difficile da comprendere dei generi di intrattenimento del Giappone, il ‘teatro’ Noh. Tuttavia è nell’espressione di tale forma che ho trovato, per così dire, lo spunto iniziale, da cui partire. È nel teatro infatti, che si sprigiona non solo la musica ma tutta l’arte di questo popolo immaginifico, la cui fantasia creativa ha trovato nella conservazione dei suoi forti ideali estetici, la propria ‘filosofia di vita’.
Si diceva un tempo, e a ragione, che per sapere che cosa saremmo stati in un prossimo futuro, bisognava guardare al Giappone, alla sua estetica aulica e popolare delle arti, alla raffinata eleganza del suo modo di vivere, alla sua tradizione letteraria e poetica, musicale e teatrale, al millenario e filosofico uso delle arti marziali. Quest’ultime non tanto per il loro condizionamento ‘offensivo’, quanto per l’insieme altresì ‘difensivo’, maturato nel rispetto di un eventuale nemico irrispettoso delle regole fondanti del suo comune vivere ordinato e silenzioso, necessario alla salvaguardia della sua cultura millenaria, tra le massime espressioni estetiche del suo popolo.

“Uguisu ni – / “Ah! L’usignolo –
yumesama sareshi / esco da un sogno al suo canto
asage kana”. / (2) riso del mattino”.

È scritto che la consapevolezza di qualsiasi gesto, di qualsiasi parola, di qualsiasi accadimento è di per se stesso una forma di meditazione, un ponderare della mente che tende ad acuire i sensi, nel fluire cosmico dell’esistenza. Un meditare che Ryōkan (3), monaco buddista del Sútú Zen, uno dei massimi poeti e calligrafi giapponesi, ha perseguito nei suoi componimenti poetici che fanno da ‘intermezzo’ al testo di questa ricerca letteraria, nella particolare forma dell’ ‘Hayku’.
Una forma diversa dai modelli stilistici tradizionali della struttura narrativa, in cui prevale il linguaggio scarno, privo di abbellimenti lessicali e di strutture complicate, sebbene, al tempo stesso, profondo e semplice nel contenuto, la cui forza evocativa è originata dalla suggestione propria del sentimento umano nei confronti dei fenomeni interstiziali dei sogni, e di quelli naturali come il trascorrere delle stagioni.
Anche per questo Ryōkan è chiamato “Il poeta dello Zen”, perché nel leggere le sue poesie ci si può fare un’idea della dottrina, della pratica e dei risultati riportati in ambito della cultura orientale, nel perseguimento del ‘sentiero di luce dell’uomo in cammino’, i cui insegnamenti fondamentali si possono riassumere proprio nella meditazione, così come nella libertà interiore, la comprensione, la partecipazione e l’ indulgenza. Insegnamenti questi che vanno al di fuori dei testi scritti, che non si basano sulle parole, ragione per cui lo Zen in Giappone è considerato più che una vera e propria religione: una disciplina di vita.

“Machō shite / “Cima raggiunta
hitoridachi keri / da solo mi alzo in piedi
aki no kaze” / vento d’autunno”

Tuttavia chi vuole vedere nella pratica Zen una mera disciplina solo meditativa, ne tradirebbe l’intrinseca natura, che predilige l’azione diretta e un modo di mettersi in contatto con un’esperienza di vita che non siano vincolati ai dogmi e agli insegnamenti standardizzati. “I Maestri Zen sono a volte personaggi austeri, duri con i propri allievi al punto da usare come sistema educativo il bastone o ogni altra forma di umiliazione, che li impegni in questioni. I cosiddetti ‘koan’, in chiave di domande a volte senza risposta, perché imparino ad arginare la verbosità che contraddistingue i normali esseri umani e, inizino a incanalare ogni loro energia al raggiungimento di un unico scopo, al fine che questo avvenga in una sorta di rinascita interiore, che permetta loro di vedere il mondo con occhi nuovi. Il mondo è sempre quello, ma sono gli occhi a vederlo diverso, rinnovato”. (4)
“Di particolare interesse è il concetto di vacuità (mu), che diversamente dal nichilismo dell’odierna filosofia occidentale, non è di per sé un termine negativo, di privazione (o sottrazione di qualcosa), piuttosto uno stato di germinale possibilità dell’essere, una condizione che rende plasmabile qualsiasi verità successiva. Il suo simbolo, ‘Ensō’, è raffigurato da un segno circolare chiuso, tra i più potenti dello Zen. La meditazione si pratica preferibilmente nella posizione seduta, ‘zazen’, per quanto ogni scuola ha la sua pratica di meditazione e di concentrazione: ‘portare la mente alla calma interiore’, ‘raggiungere uno stato di profonda consapevolezza’, ‘pervenire alla capacità di osservazione e autoanalisi’” (5).

“Kakitsubata / “Un giaggiolo
ware kono tei ni yoi / accanto al mio capanno –
ni keri” / inebriante”.

“Ognuna di esse, comunque, indirizzata a scopi diversi: ‘meditazione del non-coinvolgimento’ che tende a superare i problemi del quotidiano in forma equanime e compassionevole; ‘meditazione profonda e più impegnativa’ che prevede la rinuncia alle comodità e alle distrazioni mondane’, che conduce alla liberazione completa dai condizionamenti e alla realizzazione di uno stato sereno, illuminato e compassionevole, detto anche ‘Nirvana’.” (6) Pratiche queste che hanno portato la meditazione Zen ad alcune ‘varianti’ all’interno delle diverse discipline, e di alcune espressioni artistiche, inclusa la musica.
Non è difficile, infatti, trovare accostati mondi musicali diversi, anche lontanissimi tra loro nel tempo e nello spazio, commistioni di generi inconsueti nel pop, nel punk-rock, e perfino nel bluegrass e nel salsa, sfruttando i mezzi tecnologici più sofisticati, finanche l’uso di strumenti elettrificati e computerizzati nell’elaborazione di composizioni tradizionali, e negli strumenti come il tamburo ‘taiko’ e il ‘koto’ a corde, lo ‘shamisen’ e le campane ‘tubular bells’. Si spiega così il perché nella musica contemporanea del Giappone, sono rintracciabili elementi diversi che sono serviti di base all’attuale cultura musicale.

“Mahiru naka horori / “A mezzogiorno
horori to / appaiono un po’ ovunque
keshi no hana” / i papaveri”.

Vale qui la pena di apprendere che il ‘nucleo orbitante’ della millenaria cultura musicale giapponese, è presente in molte varietà di stili e ancora oggi praticata in numerose occasioni comunitarie. Almeno una parte consistente di essa, che va dall’VIII al XVI secolo, è parte costitutiva del ‘Gagaku’ (7), una forma di ‘musica di corte’ semi-classica, elegante e raffinata, riservata al cerimoniale della Casa Imperiale, che presenta una certa ricercatezza nello stile e nella struttura melodica, pur avendo mantenute le coloriture di base e i timbri preminenti della musica popolare. Lo strumento principale di questa musica è il ‘koto’ introdotto dalla Cina nell’ VIII secolo spesso usato in chiave solistica.
Si tratta di una lunga cetra di prezioso legno di paulonia, specifico nella costruzione degli strumenti musicali, con tredici o diciassette corde di seta, tese agli estremi del corpo incavato che fa da cassa di risonanza. Ogni corda attraversa un ponticello mobile rigorosamente d’avorio, necessario a determinare la lunghezza della parte vibrante. Il musicista stimola le corde con tre linguette d’avorio fissate nelle tre dita: il pollice, l’indice e il medio della mano destra procurando al tempo stesso le diverse vibrazioni sonore di diverse corde. La stessa musica per ‘koto’ venne successivamente utilizzata per l’accompagnamento nei canti appartenenti alla tradizione ‘shamisen’, una sorta di ‘liuto’, che ha dato origine all’ ‘ensamble koto-shamisen’, sulla cui musica in seguito, si sono sviluppate forme di polifonia più sofisticate, a suo tempo codificate su manoscritti di difficile interpretazione, il cui segreto è conosciuto da pochi maestri.
Rientra nella medesima formazione classica detta ‘koto-shamisen’ un strumento ricavato dalla canna di bambù, si tratta di un flauto dritto lungo almeno 54 cm. che prende il nome di ‘shakuachi’, in origine utilizzato dai monaci buddisti erranti della setta ‘Fuke’, il quale, conservato a sua volta da possibili contaminazioni, ha dato forma al genere ‘kinko-shakuachi’ di alta levatura musicale che trova nella particolare tecnica di soffio nello strumento, effetti sonori di un colore molto delicato, quasi onirico, artisticamente misurato sul respiro della natura. La grazia e la rafinata eleganza prevalentemente poetica e musicale di tanti suoni melodiosi, talvolta sfumati e quasi evanescenti, non a caso si confonde con lo ‘spirito creativo naturalistico’ della concezione estetica di questa antica ‘terra dei ciliegi in fiore’.

“Mizu no mo / “Superfice d’acqua
ni ayaori midaru / ornata come seta
haru no ame” / pioggia di primavera”.

Quando nel 1984 Takeo Kuwabara (8), professore emerito dell’Università di Kyoto e Membro dell’Accademia d’Arte del Giappone, confermò la sua assistenza alla delegazione culturale del Giappone in occasione della rappresentazione di uno spettacolo del teatro Noh, alla presenza di S.S. Giovanni Paolo II da parte della Scuola Takigi-Noh diretta dal Maestro Iwao Kongoh, l’avvenimento rese gran parte dei rappresentanti culturali intervenuti, meravigliati e senza parole. Non tanto per l’avvenimento in sé, quanto perché la messa in scena di “Hagoromo” (L’abito di piume) sarebbe avvenuta di notte e all’aperto, con l’illuminazione di un falò che riprendeva in senso letterale la forma drammatica del Takigi-Noh, il cui significato è “Noh con legna da ardere”, tra le più antiche dell’arte del teatro giapponese.
Le cronache dell’epoca riportarono che l’evento serviva a formalizzare l’incontro delle due diverse culture, quella italiana e quella giapponese, e che fu un grande onore per entrambe le delegazioni delle due diverse culture, caratterizzate da una medesima volontà di ravvivare l’antica amicizia nel segno della pace e della fratellanza tra i popoli. Il fatto che un dramma proprio della tradizione giapponese venisse eseguito non solo sui palcoscenici di Kyoto e Tokyo ma anche a Roma e a Firenze, in quanto predominanti città d’arte, forniva inoltre l’occasione per un incontro dello spirito orientale con quello occidentale, lo spirito del Noh con il misticismo del Cristianesimo. Di fatto la rappresentazione si svolse in notturna nei giardini della residenza papale estiva di Castelgandolfo, avendo come sfondo non la tradizionale ‘casa’ del Nō, ma un giardino di tipo europeo e alla luce di un grande falò. Come Takeo Kuwabara (9) ebbe a dire in quell’occasione: “È di grande significato per la storia della cultura universale il fatto che il Noh venga altamente apprezzato e che trovi anche qui una sua specifica affermazione e un suo eccellente consenso, al pari di molte altre forme di spettacolo”. (9)

“Yama wa hana / “Montagna in fiore
Sakeya sakeya / solo un grido: sake, sake!
no sufibayashi” / l’eco dei boschi”.

Il Noh in quanto forma di teatro-danza è considerato ufficialmente una cerimonia rituale, l’esempio più tipico del teatro drammatico giapponese pressoché unico al mondo. Nel periodo Tokugama ricevette una speciale protezione da parte governativa e tenuto al riparo da ogni sorta di contaminazione esterna. Nei suoi 600 anni di storia è sempre stato eseguito al chiuso durante le cerimonie di stato e in quelle più rappresentative della cultura propria del Giappone. Come si rileva dai testi narrativi che privilegiano in tutto e per tutto la forma lirico-poetica, nell’uso dei costumi tradizionali di pregevole fattura indossati durante le rappresentazioni, nelle trame dai disegni di natura simbolica e nelle decorazioni di stravagante bellezza. Il tutto di una delicatezza piena di sensibilità per il dettaglio e una percettibilità artistica non comune ad altri popoli, come dire, più raffinata, sebbene in Cina e forse in Corea si respiri una corrispondenza molto affine e tuttavia diversa.
L’antica arte del Noh si caratterizza per il simbolismo molto accentuato, spesso di difficile interpretazione per i suoi toni aspri, talvolta violenti, coadiuvati da una gestualità affine alla cultura dell’epoca in cui si è affermato, di fatto conserva intatta la sua vitalità del teatro aulico medievale. Si svolge su un palcoscenico essenziale, cioè scarno di elementi scenografici, sotto una struttura architettonica che rappresenta la ‘casa’ tipica, con il pavimento ricoperto da uno strato di stuoie di paglia di riso, dette ‘tatami’, comuni in tutte le case giapponesi. Non si fa uso di una scenografia mobile, bensì solo di un fondale con il disegno stilizzato di un pino, quanto basta a eludere ogni tentativo di creare l’illusione ‘teatrale’, contrariamente del teatro occidentale, non minimalista.

“Yamashigure sakaya / “Pioggia di motagna
no kura / nel magazzino di sake
ni nami fukashi” / grandi pozze d’acqua”.

Eppure l’illusione drammatica è resa intensamente, allorché nel repertorio del Noh si conoscono almeno 250 caratterizzazioni che distinte in cinque categorie: Divinità, Uomo, Donna, Pazzia, Demonio, che agiscono in continuo contrasto con la vita e la morte, a cui si fa spesso riferimento nei testi. Un teatro questo caratterizzato dall’uso di maschere dai caratteri spesso terrificanti, seppure di una bellezza straordinaria, che s’avvale della genialità del gesto cόlto nell’attimo riflessivo che lo determina, reso altresì vitale dai movimenti/atteggiamenti dei corpi in movimento. L’espressività ‘austera ed aulica’ delle maschere gioca in questo caso un ruolo catartico essenziale, peculiare dei sentimenti dei diversi personaggi che gli attori si trovano a interpretare, al cui servizio operano per ogni spettacolo portato in scena, decine di insegnanti di ‘stile’, per quanto riguarda la gestualità; e altrettanti per la ‘modalità’ del canto e l’utilizzo della musica sempre misurata al gesto che accompagna.
Ciò, per assecondare i movimenti stereotipi del corpo, studiati fin nei minimi dettagli, del protagoniosta principale, lo ‘Shite’, il quale porta sul volto una maschera priva di espressione emotiva, tuttavia utilizzata in chiave mimica sulle emozioni e i più reconditi sentimenti umani. La rigidità dell’abito che indossa, lo mantiene in una postura innaturale che facilita il suo corpo, protratto leggermente in avanti col busto, nel trovarsi pronto per il movimento successivo. Di fatto all’interno della figura ‘stilisticamente esagerata’ modellata dalla linea severa dell’abito, il corpo dell’attore vi si conforma, nascondendo così l’esistenza visibile della propria persona, avvicinandosi così al personaggio verosimilmente reale che interpreta.
Va inoltre considerato che ciascun movimento eseguito dall’attore sulla scena serve a esprimere un’emozione convincente, intrinseca della ‘filosofia estetica’ di ogni forma tetarale giapponese, di cui il Noh rappresenta la massima espressione: sia per la sua portata di ‘bellezza’, il cui splendore si vuole sia assoluto ‘privilegio dei vivi’; sia perché in netto contrasto con la staticità della morte che, per quanto possa essere equilibrata, sia comunque ‘privilegio dei morti’ e non merita l’appellativo di bellezza.

“Ake mado no / “A vetri schiusi
mukashi oshinobu / m’assale il passato –
sugure yume” / sogno reale”

Il ruolo principale tenuto dallo ‘Shite’ (che letteralmente significa ‘ombra’), prevede un compagno di scena, lo ‘Tsure’, in rappresentanza di un suo probabile ‘doppio’, i quali, di sovente rappresentano fantasmi o incarnano spiriti di uomini del passato, oppure un animale o talvolta una creatura sovrumana. Altra figura importante, seppure ricoprente un ruolo secondario, è il ‘Waki’ che a sua volta ha un compagno, il ‘Wachi-Tsure’ che, diversamente dall’aulico Shite e dal suo doppio Tsure, non indossano la maschera mostrando in tal mondo di vivere nel presente, e la cui presenza in scena funziona da collegamento tra il mondo astratto con il mondo reale.
Come neppure indossa una maschera il ‘Kokata’ l’attore che interpreta il ruolo del ragazzo, e che interviene di tanto in tanto sulla scena, a portare una ventata di freschezza giovanile e richiama all’attualità rinvigorita del costume tradizionale.
Il perché di questa differenza si spiega col fatto che in un’opera Noh, soltanto lo Shite è il personaggio centrale del dramma, mentre tutti gli altri non hanno in realtà alcuna influenza sulla vicenda che si svolge sulla scena, sebbene la loro presenza serva a sottolineare la cancellazione dell’individualità (maschile) dell’attore che si trova a sostenere anche i ruoli femminili, ne imita i gesti e le movenze, la voce nei dialoghi e nel canto.
Molto quindi è lasciato alla bravura degli attori, veri e propri professionisti che con la loro eccellenza artistica rappresentano l’anima del Noh, resi famosi su tutto il territorio e i cui nomi sono tenuti in grande considerazione dal cόlto popolo giapponese. Prendiamo ad esempio un attengiamento tipico di un personaggio quale appunto lo Shite: avviene che durante la rappresentazione egli dia con la testa un piccolo colpo in avanti, e la sua maschera subito riflette un’espressione di profonda disperazione; solleva il mento e la sua maschera diffonde una gioia impetuosa, a sottolineare l’alone misterioso che circonda il teatro Noh.

“Aki hiyori senba / “Cielo chiaro d’autunno
suzume no / tutti quei passeri –
haoto kana” / frullare d’ali”

“Hagoromo” (10), l’abito di piume (10), è uno dei più affascinanti e più apprezzati fra tutti i drammi Noh, si basa su un racconto popolare di pregevole fattura. In esso si narra, in una forma molto semplice, la storia di una Vergine Lunare che esegue una danza per un pescatore di nome Hakuryo, allo scopo di riavere il suo abito di piume che egli ha trovato in riva al mare nel quale si era immersa per nuotare, ancorché, essendo lei una creatura del cielo deve ad esso fare ritorno. La scena ha luogo nella baia di Mio a Suruga, un luogo noto per la bellezza del litorale e la veduta del monte Fuji:
“È una mattina di primavera e Hakuryo se ne sta immobile a godere la limpidezza del giorno quando improvvisamente avverte ‘una musica nel cielo, una pioggia di fiori, una fragranza celeste diffusa in tutti i lati’. Allorché, scoperto un meraviglioso abito di piume, lo raccoglie e si accinge a tornare a casa rallegrandosi della sua fortuna, una voce che lo chiama, chiedendone la restituzione. Avviene però che una voce ‘fantasma’ l’avverte della peculiarità dell’indumento, in quanto si tratta di un abito sacro, la cui perdita getta nella disperazione la fanciulla, senza il quale avrebbe perso la sua divinità. Quindi, posto davanti all’afflizione della fanciulla, Hakuryo, si dice disposto a restituirlo solo se ella acconsentirà ad eseguire per lui una danza celeste.
La fanciulla acconsente ma dice che prima deve avere il vestito per mostrargli una tale danza. Timoroso che la fanciulla lo inganni e che una volta riavuto l’abito voli subito via, Hakuryo rifiuta di nuovo, venendo sul momento ammonito dalla voce che: “il dubbio è per i mortali, in cielo non c’è inganno. Al dunque egli, rosso di vergogna le restituisce l’abito di piume col quale ella si appresta alla danza in una constante esaltazione della meravigliosa scena primaverile, accentuata dalla lirica salmodiata del testo eseguita dal coro, sulla musica ‘naturalisticamente astratta’ degli strumenti”.

“Yoi fushi no kotoro / “Dove assopirmi
wa koko ka / in questo stato d’ebbrezza –
hasu no hana” / fiore di loto”.

Il canto qui utilizzato si avvale di un testo antichissimo, tramandato di generazione in generazione, improntato sulla creazione del mondo e delle meraviglie del Palazzo della Luna, dove trenta fanciulle, metà vestite di bianco e metà di nero, eseguono i propri compiti a rotazione, determinando le fasi della luna, da quella nuova a quella piena, di pari passo con l’avanzare del racconto: “Nel frattempo appare in scena lo ‘Shite’ (voce altera del destino) con la maschera, e rivela le trame oscure del dramma (e del testo al pubblico presente). La bella maschera ‘zoh-onna’ dai lineamenti molto raffinati, talvolta maturi e gravi usata per i ruoli di creature celesti, incoronata da un diadema di metallo filigranato con un lòto bianco, fa il resto. La fanciulla, dopo aver reso omaggio a Seishi, il Monarca della Luna e alla Trinità Amida, manifestazione di saggezza, inizia una lenta danza accompagnata dalla musica, sostenuta dal coro, ‘Jiutai’, che si unisce nell’esecuzione per aggiungere alla stessa un tocco di colore e di appassionato sentore”.

Mi soffermo qui affinché si possa solo immaginare questo ‘bagno di bellezza’ in tutta la sua apparente semplicità, in cui la parola ‘immobile’ riferita ad Hakuryo disegna un quadro di pura limpidezza, un’assenza di sofisticata somiglianza che temporeggia nel ‘vuoto’ momentaneo, che di fatto non appartiene al ‘nulla’ assoluto. Immersi in questo incanto, immaginiamo quali sottigliezze avalla la mistica avvenenza del fatto soprannaturale descritto, quale raffinata arte scaturisce da una simile padronanza di linguaggio musicale, gestuale, rappresentativo, che la cultura giapponese ha verosimilmente regalato al mondo intero.

“Onajiku ba / “In questo posto
hana no moto / sotto il ciliegio in fiore
ni te hito yonen” / dormire una notte intera”.

Sono detti ‘Hayashi’ gli artisti che si esibiscono in musica nei quattro strumenti utilizzati nel teatro Noh: il flauto ‘shakuachi’, detto anche ‘nōkan o nohkan’; il tamburo ‘kotsuzumi’ o ‘ōtsuzumi’ ‘tamburo celeste’. Una tipica performance Noh deve coinvolgere questi elementi, il canto dello Shite e del Waki e il coro. L’esecuzione si avvale del tono alto del flauto che, con ingegnosi cambiamenti di tempo, serve ad accompagnare i passi di danza, in cui l’attore consumato (ricordo qui che anche la parte femminile è ricoperta da un attore uomo), fa sfoggio di un’ampia serie di sottigliezze mimiche, muovendosi all’unisono con la musica ‘stereotipata e minimalista’; fatta talvolta di brevi suoni pizzicati e/o stirati, seguiti da lunghe pause di silenzio meditativo. Quello stesso ‘silenzio’ – ad esempio – che abbiamo letto nel testo, lì dove Hakuryo immobile, si gode la limpidezza del giorno di primavera, quando improvvisamente avverte “una musica nel cielo, una pioggia di fiori, una fragranza celeste diffusa in tutti i lati”.

In una lettera citta da Arthur Waley (11) nel suo più noto reportage dal Giappone, un inssolito spettatore, dopo aver assistito al+ questo stesso dramma in Giappone, scrisse quanto segue: “Certamente più io guardavo la fanciulla divina, più mi appariva in azione, benché a volte l’azione se realmente avveniva, era così lieve che poteva soltanto darsi che essa ci avesse portati al punto da notare il suo respiro. C’è stato solo un movimento rapido nella danza (forse a causa di un leggero soffio di vento) da poter ricordare: il lancio della rigida larga manica al di sopra della corona con il suo loto e i campanelli pendenti. La cosa più bella che abbia mai visto.”

“Inabune ya / “La barca del riso
sashi yuku kata ya / si dirige dritta verso
mikka no tsuki”. / la falce di luna”.

Ma ècco che il tempo della musica accelera prima della fine della danza, “..allorché la fanciulla celeste, avendo mantenuto la promessa fatta ad Hakuryo, si accinge a lasciare la terra e a tornare alla sua casa sulla Luna. Quindi, fatto il giro del palcoscenico eseguendo le sue esemplari evoluzioni col ventaglio, onde spargere il suo ‘tesoro di bellezza’ sulla terra, inizia la sua ascesa al di sopra delle montagne di Ashitaka, mentre la sua immagine svanisce assorbita dalla bruma celeste sull’alto picco del Fuji yama”. L’esecuzione è accompagnata dal Coro che sottolinea descrivendole le diverse danze delle sue compagne lunari”.
Come un fiore austero ed elegante che trascorre sulla corrente di oltre 600 anni di storia attraverso periodi di turbolenza e di calma, l’arte del Noh è diventata il simbolo della caducità e insieme dell’eterno rinnovarsi della ricerca più profonda della manifestazione e dell’intelligenza, della bellezza e dell’essenza della realtà: un arazzo d’immagini e di suoni tessuti insieme con le trame più belle, accuratamente scelte in fatto di scrittura e di poesia, di musica, di danza, nonché delle arti più semplici elevate qui alla ‘nobiltà’ del vivere quotidiano, come la tessitura e l’artigianato, l’estetica di disporre i fiori ‘ikebana’, e la cerimonia del tè, in cui nulla è lasciato alla casualità. Ciò, per quanto il Giappone sia oggi anche uno dei paesi più industrializzati del pianeta, che ha conservato la sua millenaria tradizione insieme ad altri aspetti del suo passato, continuando a vivere con naturalezza, pur in mezzo a tanta frenesia tecnologica.

“Yoshi ya nen / “Che piacere dormire
Suma no ura / sulle rive del Suma
no nami makura” / le onde come cuscino”.

Altri generi di arte teatrale giapponese sono il ‘Kyogen’ (12) (lett. "parole della follia"), è una forma di teatro risalente al XIV secolo. In cui si fa uso di maschere. Essendosi sviluppato assieme al Noh ed essendo rappresentato sullo stesso palcoscenico, come intermezzo tra un nō e l'altro, viene anche chiamato ‘nō-kyōgen’. I suoi contenuti sono tuttavia diversi rispetto a quelli del teatro Noh: il Kyōgen è una forma comica, il cui scopo è produrre nel pubblico il ‘warai’ (lett. ‘riso, risata’). Ma è il popolare ‘Kabuki’ (13) il cui significato letterale è ‘canto-danza-teatro’ e che quindi è in grado di accogliere la musica in tutti i suoi più svariati aspetti di utilizzo e a tenere la scena nell’attuale teatrale in Giappone. Non a caso il ‘Kabuki’, in quanto sintesi spettacolarizzata ha contrassegnato, negli anni ’70 del millennio appena conclusosi, un forte richiamo sulle giovani generazioni e un seguito ambivalente sulla scena nazionale e internazionale nell’evoluzione della musica contemporanea.
Occorre però fare un salto nel tempo prima di giungere ai nostri giorni, cioè prima di affrontare un esame comparativo che richiede uno spazio descrittivo a se stante, di cui nondimeno proverò a relazionare più avanti. Per ora soffermiamoci sul teatro Kabuchi in quanto forma di spettacolo ‘totale’ e sul vasto repertorio in fatto di danza, canto, musica e recitazione, che ha permesso e continua a sfornare una gran varietà di drammi sia di carattere narrativo storico-mistico, sia comico-musicale, nelle forme di danza-balletto con o senza narrazione, e che si fondono insieme nello ‘spirito’ innato, improntato sul fantastico, proprio dei popoli orientali in genere, in cui si rispecchiano le usanze e le tradizioni tutt’oggi in uso. Cosicché anche la musica, usata come sottofondo per i diversi generi di spettacolo cui fa da accompagnamento, trova una sua forma di comunicazione collettiva e di trasmissione della cultura.

“Ikiseki to noborite / “Piccoli stormi d’aironi
kuru ya / solcano il cielo –
iwashi uri” / crepuscolo d’autunno”.

È parte preponderante del tatro Kabuki il dramma danzato dal titolo “Kanjincho” portato in scena dalla Compagnia di teatro Popolare Kinoshita-Kabuki (14), in cui si narra la storia di un eroe mitologico: Minamoto Yoshitsune, il quale, a causa di un conflitto col fratello, fugge dalla città di Kyoto per cercare rifugio nel Nord del paese. Quella qui di seguito narrata riguarda la scena finale che si apre in presenza dell’eroe, il quale non avendo con sé i documenti necessari, viene fermato a un posto di blocco militare e dimostrare chi egli sia. Al racconto delle sue mirabolanti avventure e delle sue più realistiche vicissitudini uno dei gendarmi si riconosce come suo ex compagno. Questi è ‘uno degli onesti’, che si vuole lì presente per intercessione del ‘fato’, inscena una danza che richiede grande virtuosismo, e che serve a distrarre l’ufficiale dal suo proposito di tenere l’eroe prigioniero. Infine tutti ormai ubriachi dal vino offerto proprio dall’ufficiale, viene concesso all’eroe di passare al di là del blocco e superare così il confine, e salvarsi”.
La musica, del tipo ‘shamisen-naganta’ è qui usata per esprimere l’intensità drammatica del momento più critico di tutta la messinscena, ricca di spunti tradizionali, ed offre l’occasione per parlare delle misteriose forze della natura che contrastano l’eroe nel suo lungo cammino attraverso le montagne per raggiungere il nord del paese. Le percussioni esuberanti del tamburo tendono a ricreare l’impressionante avanzare di un ciclone che sta per abbattersi su di lui con tutta la forza del tuono, in un crescendo percussivo quasi ossessionante a imitazione del battito agitato del suo cuore. Per quanto credo sia più che mai evidente che l’arte comunicativa del Kabuki necessiti di tutto un apparato scenico che qui non è possibile elencare: dalle suppellettili agli strumenti di scena, ai costumi sfarzosi, alle maschere e ai trucchi estetici, ispirati dalla fantasia e dall’estro creativo che trova nel teatro giapponese un ‘nesso’ costitutivo tra l’irreale e il reale.

“”Yo no naka / “Tutto attorno a noi
wa sakura no hana ni / il mondo non è altro
nari ni keri” / che fiori di ciliegio”.

Al contrario del Noh nel teatro Kabuki il trucco dell’attore è piuttosto lungo e complicato poiché non indossando una maschera, se non raramente (allorché la maschera investe tutto il suo corpo), questi recita a viso nudo seppure attentamente tinto di bianco in contrasto con il colore della pelle. La ragione per cui il trucco giunge fino a metà del petto è che gli attori per lo più maschili spesso interpretano uno scambio di ruolo con quelli femminili. Esistono regole minuziose per accentuare col bistro e matite colorate le linee degli occhi e le sopracciglia, il naso, le labbra e la bocca. Il personaggio del ‘delinquente’ userà una tinta più scura per le labbra; mentre per i ruoli più ‘truci’, dei segni blu e rossi accentueranno le linee del volto e talora anche delle braccia e delle gambe. Mentre il ‘libidinoso’ accentuerà la sua figura con il belletto intorno agli occhi; segno più scuro caratterizzerà di volta in volta il ‘traditore’ e il ‘pensieroso’; sopracciglia ampiamente marcate denunceranno un volto esprimente crudeltà o dolore; un rosa pallido sarà adatto al ruolo di ‘adolescente’.
Appaiono chiari i legami molto forti che la disciplina Zen ha con ognuna di queste espressioni artistiche, in passato considerate manifestazioni spirituali e meditative, e che oggi inflenza ancora in modo assolutistico tutta la cultura contemporanea.Per intenrci faccio qui un esempio: se il pittore di paesaggi si identifica col paesaggio che ha davanti a sé, il cultore Zen è parte integrante del paesaggio, in ragione di una conzione mentale-filosofica che si può comprendere in modo univoco nel teatro Giapponese, onde coglierne la bellezza intrinseca, propria di quella qualità che si manifesta spontanea, e che si riflette in ogni spirito elevato.

“Yuku aki no / “L’autunno finisce
aware o dare / a chi poter confidare
ni katara mashi”. / la mia malinconia”.



Note:

1)I testi qui racolti in forma letteraria sono il frutto di ricerche svolte per il programma radiofonico “Folkoncerto” e in seguito per “Maschere rituali” entrambi andati in onda negli anni 70/80 sul canale RAI3 diretti da Antonio Tabasso, con la partecipazione della giornalista Landa Ketoff che ringrazio per la loro attenta e favorevole collaborazione, alle cui memorie dedico questa mia più recente riscrittura.

2) 3) I testi poetici che corredano questa ricerca e qui riprodotti appartengono al monaco giapponese Ryōkan (1758-1831), e sono tratti da “Novantanove Haiku” – La vita felice Editore- 2012.

4) 5) 6) In “Sentieri di luce”, Storie Zen - Edizioni del Baldo 2009.

7) Takeo Kuwabara, in ‘Catalogo Evento’ di “Takigi-Noh”, The Japan Foundation - Happodo Co., Ltd. 1984.

8) 9) The Pontifical Council for Culture – Radio Vatican TV Center – Japanese Embassy, Vatican – Japanese Institute of Culture of Kyoto – The Italian-Japanese Association.

10) “Hagoromo”, (l’abito di piume), è riassuntivo del testo tradotto dal giapponese, presente nel Catalogo (op.cit.).

11) Arthur Waley , grande trasmettitore dell'alta cultura letteraria di Cina e Giappone inoltre ambasciatore d'Oriente nell'Occidente durante il XX secolo. (Wikipedia) “NO Plays of Japan: an Anthology”, citato nel ‘Catalogo Evento’ (op.cit.).

12) 13) in Wikipedia, alle voci: “Teatro giapponese Kyogen” e “Teatro Kabuki”.

14) “Kanjincho” portato in scena dalla Compagnia di teatro Popolare Kinoshita-Kabuki, in “Cenni sulla cultura giapponese tradizionale”, redatto da Kokusai, Bunka, Shinkokai – Società per lo Sviluppo delle Relazioni Culturali Internazionali – Tokyo 1967.


Discografia utilizzata durante la messa in onda:

“Sunrise” – in Stomu Yamashta – Island 19228
“O-Fune-Matsuri Nekiromi – Bayashi” – O Suwa-Dako – in Philips 6586029
“Suite Kyushiu Folk Song” – in Toshiba 95003
“Il Sole tramonta sul Tempio” – Gruppo Str. Trad. Giapponese – in Arion 1016
“Hatoma-Bushi” - Yamairi Tsuru – in Atlas - EMI-Odeon 17967
“Chidori-no-Kyoku” – Traditional – in His Master Voice HLP2
“Awa- odori” – Traditional – in Atlas - EMI-Odeon 17967
“Sanbaso” – Traditional – in Toshiba 95004

Buon ascolto!







*

- Filosofia/Scienza

Convegno-Evento a Roma

Convegno / Evento ‘IL RITORNO DEGLI DEI’ - Riconnessione con le civiltà perdute,
con Graham Hancock e Corrado Malanga.

Graham Hancock, noto giornalista scozzese e autore del famoso best seller ‘Impronte degli Dei’, sarà in Italia sabato 3 Novembre per un convegno realizzato con Corrado Malanga, professore e stimato ricercatore, autore di alcune pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, incentrato sulle nuove scoperte inerenti alle grandi civiltà del passato e sui misteri non divulgati dalla storia ufficiale che svelano prospettive rivoluzionarie sull’origine e l’evoluzione della nostra specie.

Il programma è suddiviso in tre momenti divulgativi che avranno luogo nello stesso giorno: sabato 3 Novembre presso l’Hotel Capannelle in Via Siderno 37, nella magnifica cornice della città di Roma.
* 10.30 - “La Piramide di Cheope”, conferenza condotta da Corrado Malanga.
* 15.00 – in cui si offre la grande opportunità di incontrare Graham Hancock per uno speciale Meet and Greet.
* 17.00 conferenza condotta da Graham Hancock dal titolo “I Maghi degli Dei”, in lingua inglese con simultanea in italiano.


Gli autori:

Graham Hancock (Edimburgo 1950) è autore di alcuni dei maggiori bestseller internazionali di saggistica, fra cui il ‘Segno ed il Sigillo’, ‘Impronte degli Dei’, ‘Il Messaggio della Sfinge’, ‘Civiltà Sommerse e Sciamani’, e dei romanzi d'avventura epica ‘Entangled and War God’. I suoi libri hanno venduto oltre sette milioni di copie in tutto il mondo e sono stati tradotti in oltre trenta lingue. Le sue conferenze pubbliche, le numerose apparizioni radiofoniche e televisive, tra cui serie TV importanti quali ‘Quest For The Lost Civilization’, ‘Flooded Kingdoms of the Ice Age’ e ‘Ancient Aliens’, così come la sua partecipazione al documentario Netflix ‘DMT: La Molecola dello Spirito’ e la sua forte presenza su Internet, lo hanno reso una delle voci più note nel panorama del sapere alternativo e hanno fatto sì che le sue idee siano ascoltate da decine di milioni di persone in tutto il mondo. Hancock è universalmente riconosciuto come un pensatore non convenzionale, capace di sollevare domande di fondamentale importanza sul passato dell'umanità e sulla nostra attuale situazione. Il suo libro più recente, ‘Il Ritorno degli Dei’, è già un bestseller e l’autore sta attualmente lavorando a un nuovo libro-seguito incentrato sull’America antica.

Corrado Malanga (La Spezia 1951) è stato Ricercatore in Chimica organica presso il dipartimento di Chimica e Chimica industriale dell’Università degli Studi di Pisa, nonché autore di diverse pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali. La sua grande fama nasce dalla ricerca nel campo degli UFO, che porta avanti da oltre trent’anni, nell’ambito della quale ha formulato tesi di straordinaria originalità e importante stimolo, in particolare in merito al fenomeno delle ‘abduction aliene’.
Di grande interesse e coadiuvate da un grande successo di pubblico le sue conferenze ch’è possibile seguire su YouTube: ‘L’universo è un ologramma: la chiave per gestirlo’; ‘I segreti del Vaticano’. Tra le sue pubblicazioni più note: ‘Gli UFO nella mente’, ‘Evideon. L’anima dei colori’, ‘La geometria sacra in Evideon’.

Elisa Fantinel
Ufficio Stampa e Comunicazione
cell. 3358160566
e-mail elisafantinel@yahoo.it
www.elisafantinel.it

Spazio Interiore
Via Vincenzo Coronelli 42
00146 ROMA
Info: www.spaziointeriore.com/ilritornodeglidei/. in collaborazione con In&Out
eventi@spaziointeriore.com
cell. 366.4224150

*

- Cultura

Festival del Mondo Antico a Rimini

XX edizione del Festival del Mondo Antico
12-13-14 Ottobre 2018

La manifestazione è realizzata in collaborazione con il Comune di Rimini, i Musei Comunali di Rimini, la Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, l'Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna e con l’Ufficio scolastico provinciale di Rimini.

Questa edizione del Festival conclude le celebrazioni per l'anniversario della morte di Sigismondo Malatesta, un personaggio che ha incarnato in sé i principi del costante scambio e confronto tra Oriente e Occidente propri del mondo antico. Come nello spirito di Antico/Presente, si spazierà attraverso le epoche, fino al contemporaneo, affrontando l'argomento-guida sotto molteplici punti di vista.

Tra gli altri protagonisti: Marco Bertozzi, Marco Biscione, Giovanni Brizzi, Franco Cardini, Giuseppe Cascarino, Silvio Castiglioni, Lia Celi, Monica Centanni, Jonny Costantino, Roberto M. Danese, Oreste Delucca, Alberto De Simone, Marcello Di Bella, Massimo Donattini, Johnny Farabegoli, Massimo Giuliani, Marco Guidi, Panagiotis Kourniakos, Mario Lentano, Vito Mancuso, Valerio Massimo Manfredi, Adolfo Morganti, Maria Giuseppina Muzzarelli, Alireza Nasser Eslami, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, Patrizia Passerini, Antonella Prenner, Giorgio Ravegnani, Giovanni Ricci, Luigi Russo, Silvia Ronchey, Andrea Santangelo, Angelo Scarabel, Elisa Tosi Brandi, Natalino Valentini, Laurent Vissière, Michael W. Wyatt.

Dialoghi nel Tempo, il programma:

LE COSE DI SIGISMONDO
L’inventario dei beni del castello redatto da Isotta il 13 ottobre 1468. A cura di Elisa Tosi Brandi, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Rimini
da 9 Ottobre 2018 a 25 Novembre 2018 - Mostre

OLTRE GLI SGUARDI
Istantanee etnografiche dai depositi del Museo degli Sguardi di Rimini. In collaborazione con Italia Nostra Sez. Rimini, a cura di Guido Bartolucci, Sonia Fabbrocino, Sonia Migani e Massimo Pulini da 11 Ottobre 2018 a 25 Novembre 2018 - Mostre

MUSEI IN CONNESSIONE. IL MAO DI TORINO
A cura di Generoso Urciuoli (MAO) Mostre da 12 Ottobre 2018 a 25 Novembre 2018

RIFLESSI D’ORIENTE …
Visite guidate riservate alla Scuola secondaria di I grado
12 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

LE RADICI DEL DIALOGO TRA I FIGLI DI ABRAMO. L’ATTUALITÀ DEL MODELLO FILONIANO
Convegno Internazionale di Studi su Filone Alessandrino (Firenze 10, 11 ottobre 2018 – Rimini 12 ottobre 2018), III Sessione
12 Ottobre 2018 - Conferenze

AL CASTELLO CON SIGISMONDO E ISOTTA
Visita teatralizzata - Evento riservato alla Scuola Primaria
12 Ottobre 2018- Spettacoli

COSTRUIAMO UN PAVIMENTO ROMANO
Laboratorio teorico pratico sui moduli pavimentali romani
12 Ottobre 2018 - Laboratori

CHE COS’È ORIENTE? CHE COS’È OCCIDENTE?
Una riflessione tra filologia, letteratura, antropologia, Mario Lentano. Evento riservato alla Scuola Secondaria di II grado
12 Ottobre 2018 - Conferenze

L’UMANESIMO CRISTIANO DEL TEMPIO MALATESTIANO PERCORSI DI RISCOPERTA ARTISTICA, TEOLOGICA E SAPIENZIALE
Presentazione del volume a cura di Johnny Farabegoli e Natalino Valentini
12 Ottobre 2018 - Conferenze

GIUSTIZIA E MITO
Lectio magistralis di apertura del Festival
12 Ottobre 2018 - Conferenze

MALATESTA
Spettacolo teatrale itinerante 12 / 13 Ottobre 2018

OCCIDENTE ADDIO
La Turchia volta pagina. Valerio Massimo Manfredi e Marco Guidi
12 Ottobre 2018 - Conferenze

DIDO’S SONGS: ECHOES CAFÉ
Concerto parlato. Armida Loffredo (canto), Marcello Iiriti (fisarmonica), Simone Mauri e Maria Rossi (voci narranti)
12 Ottobre 2018 - Spettacoli

SIGISMONDO MALATESTA FRA OCCIDENTE E ORIENTE
13 Ottobre 2018 - Conferenze

SCENE DI VITA QUOTIDIANA. PROFUMI D’ORIENTE
Con ricostruzione scenica Il culto di Mitra (ore 11.30)
13 Ottobre 2018
Conferenze

TENEBRE
Antonella Prenner. Dialoga con l’Autore Lia Celi
13 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

MASCHERE DELL’IO E DELL’ALTROVE
Workshop a cura di Sonia Fabbrocino
13 Ottobre 2018 - Laboratori

VISITE GUIDATE ALLE SALE ANTICHE
13 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

LE MEDAGLIE DI SIGISMONDO
Percorso guidato fra sale malatestiane del Museo e monumenti cittadini, a cura di Michela Cesarini
13 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

RIFLESSI D’ORIENTE NELLA RIMINI IMPERIALE E BIZANTINA
13 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

CAVALIERI FRA ORIENTE E OCCIDENTE: LA VERA STORIA DEI TEMPLARI
13 Ottobre 2018 - Conferenze

ALLE RADICI DELL’EUROPA E DEL MONDO MEDITERRANEO
Antonella Prenner con Giovanni Brizzi
13 Ottobre 2018 - Conferenze

PERSONE E MONDI
Angelo Panebianco. Dialoga con l’autore Vittorio Emanuele Parsi. Coordina Marco Guidi
13 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

SULL’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA
Con Vito Mancuso. Introduce Marco Bertozzi
13 Ottobre 2018 - Conferenze

TRA ORIENTE E OCCIDENTE
Dialogo tra Giovanni Brizzi e Franco Cardini
14 Ottobre 2018 - Conferenze

SCENE DI VITA QUOTIDIANA. PROFUMI D’ORIENTE
A cura dell’Ass.Cult. Legio XIII Gemina-Rubico
14 Ottobre 2018 - Conferenze

NEMICI O ALLEATI? I TURCHI E I PRINCIPI ITALIANI DEL RINASCIMENTO
Giovanni Ricci. Dialoga con l’Autore Franco Cardini
14 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

CLEOPA MALATESTA
Silvia Ronchey 14 Ottobre 2018- Conferenze

LEGIONARI IN MARCIA
A cura dell’Ass.Cult. Legio XIII Gemina-Rubico
14 Ottobre 2018 - Conferenze

GOTHIC FASHION: UNA STORIA, ANZI UN’INVENZIONE DI LUNGA DURATA
Elisa Tosi Brandi
14 Ottobre 2018 - Conferenze

IN VISITA ALLA DOMUS
Percorso guidato fra sito archeologico e sale del Museo
14 Ottobre 2018 - Visite guidate e itinerari

SCAMBI CULTURALI IN AMBITO BELLICO NEL MEDIOEVO. DALLE CROCIATE ALLE LOTTE TRA MALATESTA E MONTEFELTRO
14 Ottobre 2018 - Conferenze

I LEGIONARI E - LE STRADE DELL’IMPERO
14 Ottobre 2018 Conferenze

SIGISMONDO PANDOLFO MALATESTA TOUCH
14 Ottobre 2018 Visite guidate e itinerari

ORIENTE E MODA: EVOCAZIONI FANTASTICHE E SPUNTI DALLA REALTÀ
Maria Giuseppina Muzzarelli
14 Ottobre 2018 - Conferenze

AMORE E PSYCHE O L’ANIMA ABBANDONATA
Concerto-spettacolo per voce, canto e musica elettronica
14 Ottobre 2018 - Spettacoli

ATATURK ADDIO
14 Ottobre 2018 - Il festival altrove

DANZE ANTICHE
A cura dell’Ass.Cult. Legio XIII Gemina-Rubico e della Scuola di danza orientale Leyla Nur
14 Ottobre 2018 - Conferenze

I CROCIATI IN TERRASANTA
14 Ottobre 2018 Conferenze

IMAGO BUDDHA. IL LINGUAGGIO DEI SIMBOLI NELL’ARTE BUDDHISTA
A cura di Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa ISUR Rimini
14 Ottobre 2018 - Conferenze

ANDAR PER VINI
14 Ottobre 2018 - Aperitivo con l'autore

SCRIPTA PAVENT (SIC!): LETTURE SPIRITICHE
con Fabrizio Loffredo, Vincenzo Aulizio, Armida Loffredo e le voci dei suoi studenti di fisiologia vocale (gruppo di lavoro Klangwelt)
14 Ottobre 2018 - Conferenze

Contatti
Musei Comunali di Rimini
Direzione-Uffici
via dei Cavalieri, 26 - 47921 Rimini
tel 0541 704422 - fax 0541 704410
musei@comune.rimini.it
festival.antico@comune.rimini.it

Museo della Città "Luigi Tonini"
via L. Tonini, 1 - 47921 Rimini
tel. 0541 793851

Domus e Chirurgo
Piazza Ferrari - 47921 Rimini
tel. 0541 793856 - Siti tematici
•Museo della Città
•Comune di Rimini

Il Festival rientra nel programma di enERgie diffuse ed è uno degli eventi nell'agenda dell'Anno Europeo del Patrimonio culturale 2018.

Ufficio relazioni esterne.

Società editrice il Mulino Spa
Strada Maggiore 37 - 40125 Bologna
tel. 051 256011; fax 051 256034
email: info@mulino.it
http://www.mulino.it

*

- Libri

Nonni come Angeli - Invito alla lettura d’autunno

NONNI COME ANGELI - INVITO ALLA LETTURA D’AUTUNNO

L’autunno è ormai alle porte e qualcuno, ormai da qualche anno, si è inventato ‘la festa dei nonni’ relegandola al 2 Ottobre, una ricorrenza civile diffusa in gran parte del mondo. L'evento è celebrato in onore della figura dei nonni e della loro influenza sociale. Una data scelta nel 2005 dal nostro Parlamento per sottolineare l'importanza del loro ruolo in famiglia e nella società. E non sono forse loro, i nonni italiani, gli angeli custodi di ogni famiglia? Nel calendario liturgico cattolico il 2 ottobre è la ‘festa degli angeli custodi’, già festeggiata alla fine di settembre con ampia partecipazione ad Assisi presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli e della Porziuncola di San Francesco. Ma anche se le attenzioni degli Angeli/Nonni per i nipoti non hanno prezzo è proprio la società che li deve ringraziare ricordandosi di loro in questo giorno e nei mesi successivi, col regalare loro un libro ‘significativo’ come segno della nostra/vostra considerazione.

Per quanto individuare un titolo che possa essere in qualche modo ‘speciale’ va indubbiamente valutato l’impegno sociale, il tempo a disposizione, il potenziale culturale individuale. Tuttavia nell’ampia gamma delle pubblicazioni più recenti o in uscita, la scelta è più che facilitata: si passa dal romanzo ‘classico’ (sempre valido), al nuovo ‘romanzo giallo / noire / thriller’ (in cui l’adrenalina è assicurata), al ‘saggio’ distensivo (acculturante), al ‘libro d’arte’ (icononografico illustrato). Di grande utilità sono sul mercato 14 nuovi ‘audiolibri’ per una collana che punta a far riscoprire il fascino e l’incredibile attualità della ‘mitologia classica greca’.

SAGGISTICA
"Gli antichi greci ci hanno lasciato un patrimonio inestimabile di storie. Vogliamo farle rivivere tornando alla dimensione originale dell'ascolto – scrive Giacomo Brunoro direttore editoriale di LA CASE Books 2018.
L'Antica Grecia ci ha lasciato un'eredità infinita di storie, un enorme immaginario collettivo che ha letteralmente plasmato la cultura occidentale. Storie da riscoprire e che a distanza di millenni sono ancora attualissime. Storie che sono nate migliaia di anni fa nel cuore del Mediterraneo in forma orale, e che per secoli sono state raccontante e tramandate a voce. Proprio per questo motivo LA CASE Books presenta una nuova collana di audiolibri : “Con questa nuova collana inauguriamo un filone inedito per noi, ma siamo sicuri che la potenza dell’immaginario creato dagli antichi greci sia ancora attualissimo. Sono storie perfette per essere ascoltate, storie che possono affascinare tantissimo anche gli uomini e le donne del ventunesimo secolo”.

‘MITOLOGIA GRECA’, i titoli della collana di audiolibri:
La nuova collana dedicata alla Mitologia Greca, distribuita in streaming in esclusiva su Audible di Amazon e in digital download in esclusiva su iTunes Store di Apple, è composta da 14 titoli: “Edipo Re”, “Cassanda”, “Medusa”, “Odisseo e le Sirene”, “Odisseo e Calipso”, “Odisseo e il ciclope Polifemo”, “Una fatica di Sisifo”, “La guerra di Troia - L’ultima battaglia”, “Apollo innamorato”, “Achille contro Ettore”, “Atena contro Poseidone”, “Polifemo e l’amore per Galatea”, “La fuga di Enea” e “Mida, storia un re ingordo”,

Finalmente in edizione paperback i primi due titoli della serie «Grandi racconti», libri riccamente illustrati da leggere e da guardare editi da il Mulino Biblioteca Storica:
‘IL GRANDE RACCONTO DEI MITI CLASSICI’ a cura di Maurizio Bettini – il Mulino 2018.
Per i Greci i miti sono in primo luogo racconti: narrazioni meravigliose, che mescolano il divino e l’umano, il quotidiano e lo straordinario, suscitando davanti ai nostri occhi immagini di eroi, dèi, fanciulle, mostri e personaggi fiabeschi. Una schiera interminabile, perché più ci si addentra in questo fantastico mondo - attraverso l’ausilio della voce, della scrittura o delle immagini - più ci si accorge che ciascuno di questi racconti non è mai concluso in sé, ma rinvia sempre ad altri eventi, altri personaggi, altri luoghi, in un raccontare infinito che chiede solo di diventare a sua volta immagine o scrittura. La mitologia ha infatti la forma di una rete, in cui si intrecciano mille nodi. Nel corso del tempo, questa rete con i suoi molteplici richiami narrativi è stata calata infinite volte nel mare della cultura e, trascinata sul fondo, ha raccolto nomi, fatti, rituali, usi, costumi, regole, atteggiamenti, visioni del mondo. Per questo, raccontare o ri-raccontare oggi i miti degli antichi significa entrare dalla porta principale nella memoria della loro, della nostra cultura.

l'AUTORE: Maurizio Bettini, classicista e scrittore, è stato professore ordinario di Filologia classica nell’Università di Siena. Per Einaudi è curatore della serie «Mythologica». Per il Mulino dirige la collana «Antropologia del mondo antico» e ha pubblicato, oltre a «Viaggio nella terra dei sogni» (2017), «Affari di famiglia. La parentela nella letteratura e nella cultura antica» (2009), «Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche» (2014), «Radici. Tradizione, identità, memoria» (2016); ha inoltre curato con W.M. Short «Con i Romani. Un’antropologia della cultura antica» (2014).

‘IL GRANDE RACCONTO DELL'EVOLUZIONE UMANA’ di Giorgio Manzi – il Mulino 2018.
Tentare di comprendere l’uomo attraverso la sua storia è una delle sfide più affascinanti della conoscenza scientifica. È nel tempo profondo che ritroviamo il nostro posto nella natura, è da lì che possiamo disegnare la genesi della biodiversità umana. Una storia prima della storia, ricomposta a partire da ossa fossili, manufatti, siti preistorici e dati di biologia molecolare. In questo libro si racconta il grande viaggio nel mondo dei primati che ci riporta a quel gruppo di scimmie antropomorfe bipedi che, all’inizio del Pliocene, intrapresero in Africa il percorso evolutivo che ha poi dato origine alla nostra specie. Incontreremo Lucy, assisteremo all’emergere del genere Homo, vedremo evolvere i Neanderthal e comparire infine sulla scena Homo sapiens, la specie destinata ad affermare il proprio dominio sull’intero pianeta.

l'AUTORE: Giorgio Manzi è professore ordinario di Antropologia alla Sapienza - Università di Roma, dove insegna Ecologia ed evoluzione umana, Storia naturale dei primati e Museologia; è direttore del Museo di Antropologia «Giuseppe Sergi». Per il Mulino ha pubblicato «Homo sapiens» (2006), «L’evoluzione umana» (2007), «Uomini e ambienti» (con A. Vienna, 2009), «Scimmie» (con J. Rizzo, 2011) e «Ultime notizie sull’evoluzione umana» (2017).

‘INTORNO AGLI UNICORNI’ Supercazzole, ornitorinchi e ircocervi, di Maurizio Ferraris – il Mulino 2018.

«Non sempre il trapasso dall’essere al sapere ha luogo, e magari non è neanche una rovina, giacché il mondo può funzionare, nella maggior parte dei casi, in assenza di pensiero e in balìa di supercazzole». Perché ci sono così tanti bicorni e nessun unicorno, se un corno è più semplice di due? Heidegger raccomandava ai suoi uditori di accostarsi a quella immensa e candida supercazzola che è lo Zarathustra con la stessa dedizione e pensosità riservata ai trattati aristotelici. Ferraris avanza analoga richiesta per unicorni, bicorni, ornitorinchi, e per la supercazzola vera e propria, quella di Tognazzi in Amici miei. Margini o briciole di filosofia, queste entità minori riservano più scoperte che Essere, Nulla e Divenire.

L'AUTORE: Maurizio Ferraris insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove è presidente del Laboratorio di Ontologia (LabOnt) e vicerettore alla ricerca in area umanistica. Internazionalmente noto per i suoi studi, ha pubblicato oltre cinquanta libri. Per il Mulino, tra l’altro, «L’imbecillità è una cosa seria» (2016) e «Postverità e altri enigmi» (2017).

ROMANZI
Dall’autrice del bestseller "La collezionista di libri proibiti" Cinzia Giorgio, Newton Compton Editori 2018, una delle autrici italiane più amate dalle lettrici, ecco ‘La piccola bottega di Parigi’ - presentata con successo alla Libreria "Pagina 272" di Roma.
La trama: Un’eredità inaspettata, un viaggio a Parigi, un passato tutto da scoprire. Corinne Mistral è un giovane avvocato che non perde mai una causa. Vive a Roma e lavora presso il prestigioso studio legale della famiglia del fidanzato. Si sta dedicando anima e corpo a una causa molto importante quando la raggiunge la notizia della morte di sua nonna e dell’eredità che le ha lasciato: un atelier di alta moda a Parigi, nel bellissimo quartiere del Marais. Corinne parte immediatamente, decisa a sistemare il più presto possibile la faccenda e tornare poi al suo lavoro. Ma, una volta lì, resta affascinata dalla straordinaria storia di sua nonna, una donna che lei ha potuto conoscere pochissimo e che è stata persino allieva e amica della grande Coco Chanel. Il ritorno a Roma è rallentato ulteriormente dalla presenza dell’esecutore testamentario: qualcuno che Corinne conosce bene, troppo bene… Che non si tratti di un incontro casuale? No, «Cinzia Giorgio ha compiuto l’impresa: presentare nel panorama della contemporanea narrativa italiana un libro che costruisce un ponte tra romanzo storico, romanzo di formazione e romanzo d’amore.» www.sulromanzo.it

L'AUTRICE:Cinzia Giorgio è dottore di ricerca in Culture e Letterature Comparate, conduce il gruppo di lettura "Book Club 272" presso la Libreria "Pagina 272" di Roma. Si è specializzata in Women’s Studies e in Storia Moderna, compiendo studi anche all’estero. Organizza salotti letterari, è direttore editoriale del periodico "Pink Magazine Italia" e insegna "Storia delle Donne" all’Uni.Spe.D. È autrice di saggi scientifici e romanzi. Con la Newton Compton ha pubblicato "Storia erotica d’Italia", "Storia pettegola d’Italia", "È facile vivere bene a Roma se sai cosa fare" e i romanzi "La collezionista di libri proibiti", "La piccola libreria di Venezia" e "La piccola bottega di Parigi".

Con ‘OMNILAND’ – Edizioni Esordienti E-book 2018, Giancarlo Ibba si è cimentato questa volta con un thriller molto particolare, ma avvincente come sempre. La trama: Uno spietato cacciatore di taglie, un apache in fuga, un pilota di astronavi, un investigatore privato nei guai, due belle ragazze confuse, un casanova palestrato, un uomo senza memoria di cui si conosce solo l’iniziale del nome, K., una sarta maltrattata dal marito alcolista, un bambino che sembra molto più maturo della sua età: personaggi che vengono da epoche differenti e luoghi diversi, senza spiegazione e all’improvviso, si trovano misteriosamente proiettati in un nuovo, strano “mondo”. Un insieme eterogeneo e mutevole di ambienti, dove c’è sempre un dettaglio che “non torna”, non in sintonia con le leggi della fisica e della natura. Come se non bastasse, un’oscura minaccia sembra incombere costantemente su tutti loro, in un crescendo di tensione che farà emergere i lati migliori o peggiori di ciascuno. Ma la realtà è ancora più terribile e difficile da accettare...

SCIENZA E ALTRO
Raffaello COrtina Editore presente al Festivaletteratura di Mantova 2018 ha presentato un certo numero di autori agli eventi che li vedono protagonisti sulla scena della letteratura contemporanea con saggi sulle diverse sociopatologie afferenti a ‘QUALE CURA PER LA MEMORIA?’. Un libro che ha segnato l’icontro con Arnaldo Benini con Agnese Codignola e Luciano Orsi intervenuti alla manifestazione.
Al Palazzo Ducale - Basilica Palatina di Santa Barbara …
‘Tra le forme più comuni di demenza degenerativa, il morbo di Alzheimer è senza dubbio il disturbo neurocognitivo più terribile. Secondo un dato del 2017, ne soffre il 4% della popolazione italiana over 65 e, nonostante alcune statistiche mondiali sembrino indicare una relativa diminuzione percentuale del rischio, è anche vero che l'aumento delle aspettative di vita comporta una crescita delle persone colpite. Al momento non esiste trattamento che arresti o rallenti il decorso della sindrome demenziale e la gestione dei pazienti incide a vari livelli sui sistemi sanitari e sulle famiglie. Arnaldo Benini (La mente fragile. L'enigma dell'Alzheimer), docente di Neurochirurgia e Neurologia, discute insieme al palliativista Luciano Orsi e ad Agnese Codignola (Il corpo anticancro) delle future sfide che attendono medici e ricercatori, provando a fare luce sul disorientamento che ancora oggi caratterizza il dibattito su questa malattia’.

‘Un incendio per un cuore di paglia’ ha segnato un incontro con Antonio Prete e Luigi Zoja, tenutosi al Teatro Bibiena, sul tema ‘NOSTALGIA - STORIA DI UN SENTIMENTO’ – Libro 2018.

‘Nella tesi Dissertazione medica sulla nostalgia, presentata a Basilea nel 1688 dallo studente di medicina Johannes Hofer, apparve per la prima volta il termine che ancora oggi indica il rimpianto per la lontananza da persone o luoghi cari. Una parola moderna per un sentimento antico e obliquo, che passa da Ulisse a Proust e tocca da sempre i cuori di esuli e migranti. Sul suo passaggio da malattia a sentimento, a partire dall'Europa ottocentesca, si confrontano Antonio Prete e Luigi Zoja (Nella mente di un terrorista), studiando la rappresentazione nel linguaggio poetico e l'evoluzione clinica e letteraria di una "melanconia umana resa possibile dalla coscienza del contrasto tra passato e presente", un concetto dalle mille sfaccettature, nella ricerca di un'ideale e salvifica Itaca, un "ritorno a casa" che possa portare conforto’.

‘MINDSCAPES: IL PAESAGGIO DENTRO DI NOI’ è la tematica affrontata nell’ incontro con Vittorio Lingiardi al Tenda Sordello: ‘Laghi, vallate, paesi inerpicati sulle montagne, distese marine abitano nella nostra mente e nei nostri sogni: come oggetti psichici sono impressi nella nostra memoria che Vittorio Lingiardi ‘Mindscapes’ – Collana Minima della Raffaello Cortina Editore 2018, compie nel viaggio lungo il sottile crinale tra psiche e ambiente, alla ricerca del paesaggio elettivo. Quale è dunque il vostro? Semplice, vi basterà leggerlo per scoprirlo.

MUSICA E SUONI
Il fascino de ‘IL SUONO. L’ESPERIENZA UDITIVA E I SUOI OGGETTI’. Libro di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo, Raffaello Cortina Editore 2018, introduce il lettore nel mondo effimero dei suoni. Che cosa sono i suoni? Messaggeri di informazioni cruciali per il riconoscimento degli oggetti che ci circondano o entità evanescenti e distinte da essi? Perché, pur essendo sempre sommersi da suoni di cui non siamo consapevoli, ci accorgiamo immediatamente della loro assenza nelle situazioni di più totale silenzio? Come li percepiamo? Dove si trovano? E qual è la loro dimensione temporale? Queste sono alcune delle domande a cui risponde Il suono, un’inedita introduzione a temi che possono interessare tanto il lettore esperto quanto quello curioso. Scoprire cosa si nasconde dietro la percezione uditiva rivela il fascino di una modalità sensoriale davvero sorprendente che dà accesso al misterioso regno del suono e della musica.

GLI AUTORI:Elvira Di Bona è ricercatrice alla Polonsky Academy del Van Leer Institute di Gerusalemme. Ha conseguito il dottorato in Filosofia e Scienze cognitive presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (Milano) e l’Institut Jean Nicod (Parigi). Si è diplomata all’Accademia nazionale di alto perfezionamento di studi musicali di Santa Cecilia. I suoi ambiti di ricerca sono la filosofia della mente, la filosofia della percezione e l’estetica.

Vincenzo Santarcangelo insegna al Politecnico di Torino ed è membro del Labont - Università degli Studi di Torino. Ha conseguito il dottorato in Filosofia del linguaggio e della mente presso l’Università di Torino. Scrive di musica per il Corriere della Sera, la Lettura, il giornale della musica e Artribune. Si occupa di filosofia della percezione, filosofia della musica ed estetica.

Alla musica Jazz è dedicato il libro di Anna Harwell Celenza ‘JAZZ ALL’ITALIANA’ Da New Orleans all'Italia fascista e a Sinatra. Pubblicato da Carocci Editore nella collana ‘Sfere’, per scoprire l’influenza di una musica che ha stravolto la nostra musica popolare e quella di tutta Europa.

‘Arrivato in Italia alla fine della Prima guerra mondiale, il jazz fu accolto, almeno in parte, come una forma artistica “indigena”. I futuristi ne lodavano l’energia virile, Mussolini lo descriveva come la voce della gioventù italiana e i musicisti, ipnotizzati da quei suoni nuovi, riempivano le sale da ballo e i night club.
Il jazz italiano prosperò fino alla fine della Seconda guerra mondiale grazie al sostegno del Duce, ma dopo la sua caduta e la fine della guerra, molti musicisti cominciarono a riscrivere la propria storia nel tentativo di cancellare ogni traccia delle scomode relazioni intessute con le politiche e le pratiche del fascismo, causando così la rimozione di quest’epoca dalla storia del jazz’.
Un libro da leggere ma anche da ascoltare che fa rivivere quelle che sono state le eccellenze italiane nel Jazz.

TUTTO AL FEMMINILE
Ma ci sono anche ‘le nonne’ non dimentichiamolo e chissà se gli Angeli che sicuramente le proteggono per il calore che ‘doppiamente’ restituiscono ai propri nipoti, ci ricordano di spendere un pensiero e magari un piccolo dono anche per loro?

Intervistiamo Daniela Carelli, dopo il successo ottenuto al BookFestivalBar di Cernusco sul Naviglio dove ha presentato il suo nuovo romanzo ‘Mosaico napoletano’ – Segmenti Editori 2018.

D. Grazie Daniela per la tua disponibilità, qualche giorno fa hai presentato per la prima volta Mosaico napoletano al pubblico del BookFestivalBar, in realtà è appena iniziato un vero e proprio tour che ti vedrà a Monza e poi a Napoli...
Il tuo romanzo è stato pubblicato da poche settimane, vorremmo quindi parlare con te di Mosaico napoletano e di Daniela Carelli scrittrice e lettrice.
Com’è nata l’idea che ha dato vita al libro?

R. Circa quattro anni fa, durante una telefonata Parigi-Milano con Jean Nöel Schifano.
Erano anni che non lo sentivo, dai tempi in cui, come direttore del Grenoble rappresentò il fulcro di un grande fermento culturale napoletano. Lo conoscevo perché mi invitò a dare un concerto all’auditorio dell’Istituto. Un’esperienza incancellabile.
Potere di Internet, e grazie ad Angelo Forgione, riuscii a ottenere la sua mail.
Il giorno dopo mi chiamò, mi fece i complimenti per la “bella lettera” che gli avevo inviato e mi chiese se avessi mai pensato di darmi alla scrittura. Timidamente gli confidai che a giorni sarebbe uscito il mio secondo romanzo “Vado a Napoli e poi... MUOIO!”.
Si congratulò e di punto in bianco disse:
“Il prossimo che scrivi dovresti intitolarlo: Mosaico napoletano.”
Il suggerimento mi colse di sorpresa, ma nei giorni a venire continuai a chiedermi di cosa avrebbe potuto parlare un libro così intitolato e, anche se mi sembrò folle, decisi che un episodio tanto insolito non poteva essere ignorato.
Ed eccoci qui.
Quanto tempo hai impiegato per la stesura?
R. Un paio d’anni circa. Purtroppo ho dovuto combattere un cancro al colon, e questo ha rallentato la stesura.
In questi giorni ho messo la parola fine al capitolo cancro e vedere anche il mio libro, finalmente, pubblicato, mi ripaga di tutto.

D. Quali sono i personaggi principali?
R. Giuseppe è il protagonista. Intorno a lui ruotano una serie di figure: la famiglia; Giacomo e Salvio i suoi amici di sempre, e le donne.

D. Come è strutturato il romanzo, qual è la sua originalità?
R. Ogni capitolo del libro è un ricordo. Ogni ricordo è legato a colori e sfumature fino ad arrivare al bianco, che è la somma di tutti i colori, e quindi la rivelazione finale.
Inoltre è un libro con una colonna sonora: Pino Daniele, nelle cui canzoni Giuseppe si identifica, così come è stato per molti che hanno vissuto quegli anni a Napoli.

D. Quando è ambientato il romanzo e perché proprio in quel periodo?
R. Il romanzo è ambientato prevalentemente nel periodo che va dagli anni ‘60 ai ‘90. E torna ai giorni nostri ogni volta che Giuseppe, ricordando, fa delle considerazioni.
Volevo descrivere la città in quegli anni e il sentimento che ci legava ad essa.

D. Quali sono i temi trattati?
R. Parla della crescita personale di Giuseppe che, per diventare adulto, come tutti noi, passa attraverso molte esperienze, felici e dolorose. Parla del suo rapporto con l’amicizia; del primo amore e di come si sviluppano nel tempo le sue relazioni con le donne.
Parla della famiglia che, nonostante dissidi e contraddizioni, resta sempre un porto sicuro.
Parla di Napoli, della sua storia in quegli anni, dei suoi miti e delle tragedie che hanno funestato questa città affascinante e problematica, che non smetterà mai di ispirare chi la ama.

D. Quanto c'è di autobiografico nel romanzo?
R. Questa volta molto poco, praticamente niente, se non alcune situazioni vissute da molti in quegli anni, come il terremoto, o l’amore per astri nascenti come Pino Daniele… anche se, come disse Mario Pomilio: "Un romanzo è sempre una metafora alla quale soggiace un'autobiografia del profondo."

D. Perché il titolo: Mosaico napoletano?
R. Perché il Mosaico sarà parte della rivelazione finale.

D. Le vicende narrate sono strettamente legate alla città di Napoli, sembra quasi che la Napoli descritta nel romanzo sia essa stessa la protagonista principale. Mosaico napoletano è anche un atto d'amore nei confronti della tua città? Cosa si dovrebbe fare per comprendere realmente Napoli?
R. Bisognerebbe viverla senza preconcetti. Questo vale sia per chi la visita che per chi ci abita.

In entrambi i casi, infatti, ho notato che la gente si fa fuorviare dalla cattiva pubblicità che i mass-media perpetrano a danno della città che, da un lato non invoglia il turismo e dall’altro fa credere ai napoletani di essere gli unici ad avere problemi.
Oggi, grazie a Internet e ai social si possono vedere le bellezze di Napoli e comprendere che tutto il mondo è paese.
Da quando vivo a Milano, riesco a vedere le cose più chiaramente. A volte allontanarsi permette di cambiare prospettiva e di avere una visione d’insieme.
Anche se... Napoli non si può lasciare, te la porti dentro.
Inoltre, quasi tutta la mia famiglia vive in città, e questo accentua la nostalgia. Alla fine è lì che tornerò a vivere.

D. 'Mosaico napoletano' si può definire una storia d'amore?
R. Più che “d’amore" la definirei "di amori", al plurale. L’amore ha molti aspetti; è in ogni cosa. È vita.

D. Attraverso il romanzo hai descritto anche la vita dei giovani negli anni 80/90, le speranza, le illusioni, i progetti, la gioia di vivere, la voglia di cambiare. Come è cambiata la tua città? Com'è Napoli oggi? E come la vivono i giovani oggi?
R. Credo che i giovani napoletani, come tutti i giovani, risentano del progresso informatico che ha segnato, a mio parere, un regresso sociale.
I ragazzi di quei tempi sono cresciuti senza i computer e senza telefonini. I rapporti interpersonali erano reali e non virtuali. Si incontravano, si guardavano negli occhi quando parlavano, erano assetati di conoscenza. Cercavano di comprendere il mondo circostante.
Oggi, paradossalmente, con le nuove tecnologie abbiamo la possibilità di accedere a qualsiasi informazione. Per alcuni della mia età è il bengodi, ma sembra che per i ragazzi l’accesso immediato a qualsiasi informazione sia coinciso con la perdita della curiosità.
Il “tutto e subito” non sta poi funzionando così bene.

D. Raccontaci qualcosa di te e della tua passione per la scrittura...
R. La scrittura è un dono tardivo, ricevuto inaspettatamente.
Io amo i libri da sempre e non potrei vivere senza, ma non avrei mai immaginato di poterli anche scrivere.
In realtà è stato il mio inconscio che, nelle ore di dormiveglia, mi suggerì di raccontare una storia intitolata “Volevo fare la segretaria”, poiché da bambina era il mio gioco preferito, ma crescendo sono diventata una cantante, contrariamente a quanto accade di solito. Era una storia buffa, una riflessione curiosa, mai fatta da sveglia. Alla fine ho ceduto ed è nato il mio primo romanzo (autobiografico), che è stato pubblicato grazie alle insistenze delle mie amiche che mi spinsero a trovare un editore. Cosa che avvenne con mia grande sorpresa. E oggi... eccoci qua.

D. Cosa significa per te essere scrittrice?
R. È una sensazione unica ed eccitante: rifugiarsi in mondi paralleli e inventare storie. Conoscere alcuni dei personaggi, mai immaginati, che si affacciano a sorpresa durante la scrittura è un’esperienza incredibile.

D. Come lettrice, quale genere preferisci, da chi ti senti ispirata, quali sono i tuoi autori romanzi, saggi ecc. preferiti?
R. Per me la lettura è evasione e riflessione. Amo tutti i generi della narrativa; meno i saggi. Spazio da Azimov a Dickens, dalla Rowling a Dostoevsky. Sono una libro-dipendente.
A questo proposito ho creato un blog in cui recensisco brevemente i libri che mi sono piaciuti. Lo faccio senza rivelare niente, o spoilerare (come si usa dire oggi). Cerco di incuriosire il lettore per spingerlo all’acquisto.
Credo che un blog letterario debba servire a questo: a dare un piccolo contributo alla cultura.

D. Puoi raccontarci un aneddoto o qualcosa di particolare legato alla nascita di Mosaico napoletano e poi in generale alla tua scrittura?
R. Al liceo avevo un professore di letteratura ispirato; un uomo dalla cultura spropositata che mi ha fatto amare le lettere, più di quanto già non fosse. Era apprezzato da tutti noi studenti per il suo essere diretto, sprovvisto di filtri: se ti doveva fare un appunto, anche sgradevole, lo faceva senza indorare la pillola.
Un giorno lo incontrai a Napoli. Ci fermammo a chiacchierare e mi disse che aveva letto il mio primo romanzo. Immaginatevi il panico; ero preparata al peggio quando, a sorpresa... mi porse le sue scuse!
Alla mia espressione attonita rispose che si sentiva in colpa per non avere intuito il mio dono, per non avere incoraggiato il mio talento.
Una cosa simile mi è capitata con 'Mosaico napoletano': quando ho terminato di scriverlo, impiegai settimane per decidermi a farlo leggere a Schifano e, credetemi, ho dovuto dare fondo a tutto il mio coraggio per sottoporglielo, ma mi sembrava giusto e doveroso.
La sua risposta (che potete leggere in quarta di copertina) ha rappresentato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

’Cuori nudi’ è una raccolta di racconti di Lucia Iasio edito da Segmenti Editore, da oggi in tutte le librerie.Intervistiamo l'autrice per parlare di questo suo esordio letterario, ‘Cuori nudi’ – Segmenti Editore 2018, e della sua passione per la scrittura.

Cuori nudi concede l'opportunità di misurarsi con grandi emozioni nello spazio sintetico di sei racconti, le cui trame si aprono al lettore attraverso uno stile elegante, trasparente ed essenziale, dove alcuna parola è superflua e ciascuna si mostra necessaria.
Proprio la ricerca dell'essenzialità, del significato puro della verità sembra guidare i protagonisti in ogni storia, di cui non si può ignorare il comune denominatore: nella vulnerabilità di un cuore messo a nudo risiede la sua forza, nella lealtà il coraggio per percorrere senza paure quelle zone grigie in cui l'esistenza può inciampare.
Lucia Iasio di origine partenopea, ha vissuto in diverse città tra il Centro e Sud Italia. Attualmente vive a Perugia.

D.Musicoterapista ed educatrice ambientale, conduce laboratori presso scuole ed enti di varia natura. Come nasce Cuori nudi?
R. Cuori nudi è una raccolta di storie brevi nata dal desiderio di raccontare quanto lontana possa essere la quotidianità dal vero “sentire” di un individuo.
Il processo che ha nutrito la stesura del manoscritto è stata la semplice osservazione di ciò che accade alle persone cosiddette comuni, come me come noi, che ad un certo punto, tuttavia, decidono di andare oltre, di emanciparsi.

D. Hai descritto il tuo libro come una raccolta di storie brevi. Ognuna ha un suo R. Sì. Ogni racconto è un'istantanea di un preciso momento della vita di ciascun protagonista, che si caratterizza per età, genere, contesto ambientale e culturale, esperienze. È proprio questa la peculiarità di Cuori nudi: non sono gli anni, il luogo dove si nasce e cresce, il lavoro che si fa a determinare chi si è; bensì il coraggio nel riconoscere la propria vulnerabilità, la lealtà nel mettersi a nudo ed attraversare senza bugie quel tratto di sofferenza che limita ed ingabbia.

D. Parli di vulnerabilità, coraggio, sofferenza e forza come ingredienti per elevarsi ad uno stato di maggiore emancipazione e libertà. Il dolore, dunque, rende migliori? È questo il messaggio che possono trovare i lettori in Cuori nudi?
R. Scrivere è una delle possibili espressioni estetiche che, in quanto tale, suscita emozioni nel lettore che le percepisce indipendentemente dalla volontà dell'autore. Un manoscritto, nel momento in cui si decide di renderlo pubblico, è un dono in cui ognuno può trovare quelle piccole o grandi verità di cui è alla ricerca. Non ho la presunzione di dare risposte, ma il desiderio di condividere esperienze che possono appartenere a chiunque.

D. Hai privilegiato la forma del racconto, più rara rispetto a quella del romanzo. In cosa si differenzia l'iter creativo?
R. Personalmente ritengo che il processo di scrittura sia simile per entrambe le forme espressive. In ogni caso l'autore lavora sull'idea originaria modellandola con i propri strumenti, affinando quegli aspetti che reputa incisivi per la trama ed incalzanti per il ritmo che deve sempre sostenere la lettura. È un gioco di equilibri che in una storia breve avviene in un intervallo di tempo e di spazio minore rispetto a quanto avvenga in un romanzo.

D. Per concludere, dove possono contattarti i lettori?
R. È possibile interagire con me e continuare a leggere i miei “momenti” di scrittura visitando i seguenti siti web: lamisuradelleemozioni.wordpress.com, www.facebook.com/dentroleparole, www.facebook.com/cuori.


Ce n'è per tutti i gusti, Buona Lettura!



*

- Poesia

Gian Giacomo Menon, o la poesia del tempo lineare

Gian Giacomo Menon … o la poesia del tempo lineare.
Essai su “Geologia di silenzi” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.

Il contenuto di questa raccolta poetica, rappresenta solo un breve sapiente assaggio dell’autore di ‘migliaia di carte, foglietti, appunti contenuti nei 25 contenitori trovati nella casa del poeta e confluiti nel Fondo Menon della Biblioteca comunale Vincenzo Joppi di Udine …

«..geologia di silenzi / il mare fermato nelle conchiglie / i fuochi nella terra / anni o secoli il tempo della nostra pietà»

«..l’altrove dei giorni / pozzi di erba nessuno specchio di luna / ed era ieri l’incontro di carissime mani / palestra della mia forza per cortili obbligati / campo liberato di passeri»

«..come suoni come suoni / quelle carte fra i raggi / e passare e ripassare le attese / e oggetti di morte le stelle / e sempre più lontani / aghi e teli e vetri / sempre più antichi / i ritorni».

Ed ecco che per chi ama la poesia, conoscere Gian Giacomo Menon (1910-2000), insegnante emerito di storia patria e filosofia, stimato e rispettato dai suoi allievi, diventa quasi un requisito indispensabile alla comprensione del nostro tempo. Se mai si è amato il proprio professore di lettere questa raccolta di suoi scritti costituisce il ‘dono più sentito e più grande’ da parte dei suoi ex allievi di diverse generazioni che hanno voluto rendere omaggio a colui che ha fatto dell’insegnamento e dello scrivere l’unica sua ragione di vita, e noi tutti non possiamo che essergliene grati. “Geologia di silenzi” riunisce in un unico volume – con il titolo che l’autore avrebbe desiderato – una minima parte del suo capitale poetico dal 1988 al 1998. Sono diverse, infatti, le date di composizione e cifra stilistica delle singole raccolte da cui il libro è desunto, e che pure presentano una comune caratteristica: di essere state personalmente selezionate dall’autore all’interno della sua sterminata produzione in vista di pubblicazione …

«..non più di una e di quella / ed era al principio / ed era la parola / non più di una / quando l’arco si tese sopra la terra / quella / quando la terra fu campo di artemisie / e sempre parola»

«..non si doveva nella presenza impreziosire il discorso con stanche / metafore / ed erano già stati consultati gli orari / i calendari messi fra parentesi / e sapere la faccia bucata dai continui tramonti / paura delle pulizie solitarie / repulsione»

«..il candore e una ruga […] stanchezza più della terra / un delirio sintattico / un verbo che scarta l’accento / un aggettivo perduto / e chiederti il nome»
«..aghi verdi filtrano cotoni / una serie antica e rotonda / e incrostare il ricordo / distaccarsi di uccelli e di rami / i deserti della pioggia / integri e conflittuali / ed è come essere privati»

La raccolta, apparsa di recente nella collana ‘Itinera’ da Anterem Edizioni 2018, rende omaggio a un personaggio così poco conosciuto (direi misconosciuto), portandolo alla ribalta di quanti, ad esempio, si adoperano in ambito poetico, alla divulgazione e alla conoscenza di quella che potremmo definire ‘l’essenza stessa della vita’, o se preferite, in egual misura ‘il sale dell’esistenza’, ciò che rende alla ‘nuda parola’ il colore e la forza dei suoi più reconditi sentimenti: la poesia: “non più di un bisbiglio nella pena dell’essere”…

«..non il pugno e la verga / la schiuma del disprezzo / l’ammonimento della pena / tuoni si gettano per lunghe spaccature / risucchio di acque / il lepre spia dalle cove l’abbandono dei volti / la comune storia girotondo di alleanze / lotta di chiodi ed evasioni solari / spinta del silenzio / il tempo è la nostra siepe / dietro si affonda in antichi solchi / di rimorsi e di rabbia / occhio di scorpioni e bave di lumaca»

«..scambiati zodiaci / sostituire corde del cielo / è passata una luna ebbra di danza / tagliente nelle sue falci / verde scarlatta candida rigata di nero / un’altra luna è venuta / giusta nelle sue gobbe absidi e nodi / rotonda di stupori / bilancia di giusto mezzo / bere i suoi chiari silenzi»

Molto dobbiamo all’oculata e dotta biografia di Cesare Sartori che ci introduce alla conoscenza dell’autore: “che per un’ostinata, sofferta ‘decisione di assenza’ praticata con coerenza e determinazione, ha trascorso più della metà della sua vita praticamente tappato in casa […] accuratamente nascosto agli occhi dei più, sfuggendo ogni anche pur minimo côté sociale, ha diligentemente cancellato le proprie tracce dal mondo”; il quale, tuttavia, avverte il lettore che potrebbe “sembrare sciocca presunzione pretendere di racchiudere in poche paginette una vita come quella di Menon, ‘filosofo del nulla e poeta assoluto’ (Carlo Sgorlon), che sembra fatta di niente, ma che in realtà è una foresta lussureggiante” …

«..pomeriggi di infanzia sotto gli alberi
adunata di tende
ruote di spazio sulla città
palloncini rincorsi dai passeri
fucili di luce contro i cartoni
chi grida gli zuccheri
chi le scimmie maestre dell’uomo
l’angelo piombato dentro la carne
lungo tubi di ossa sentieri di midolla
a scuotere fiumi sepolti un ribollire di pietre
la pelle sconsacrata dall’affiorare di un dente
per ferire greggi di stelle navigazione di erbe
non sazia fame dell’essere
e noi nocchieri impazziti per nuove correnti
a reggere inconsulti timoni
nella rapina delle mani»

“Come scrisse La Fiera Letteraria del 18 agosto 1966: di Gian Giacomo Menon non sappiamo quasi nulla. Sappiamo solo che è un poeta, un vero poeta, ed è questa forse l’unica cosa che conti. Quel che è certo era pazzamente innamorato della «vita incandescente delle parole: quello che è stato il più grande, fedele, immutabile, ossessivo e probabilmente unico vero amore e conforto della sua vita”. Quanto è anche testimoniato nei due saggi critici dedicati da Flavio Ermini e Giacomo Trinci a completamento del libro, dai quali apprendiamo alcune peculiarità di questo autore singolare, il cui poetare “fa i conti con la presenza invisibile dell’essere delle cose. I cui versi ci invitano a guardare oltre le apparenze, (oltre il silenzio delle cose)”…

“Noi – scrive Flavio Ermini – viviamo infatti come se ciò che non è visto, pensato, intuito ‘non fosse’. E invece è, pulsa, seppure nascosto, alla radice delle cose. […] L’essere è l’invisibile (nascosto nelle cose che noi siamo), è il silente, si cela (dentro di noi) e qui attende di essere raggiunto. Ne cogliamo la presenza quando abbassiamo le palpebre, quando facciamo i conti con le tenebre dell’interiorità, con l’oscuro dolorare delle cose. La (loro) immediatezza non è l’essere. […] La svalutazione dell’essere a favore delle apparenze è vista da Menon come una vera e propria ostilità nei confronti della vita. Ecco perché ogni dettaglio della condizione umana va vissuto, anche il più spaventoso, il più incomprensibile. Perché ognuno di quegli attimi può portarci al cospetto della nostra essenza”.

«..terra lenta dell’erpice
fatiche di una vita
si scardina il sasso dalla zolla
nello spavento della locusta
invidia di più forti ali
e l’erba resta sospesa nel vento
questa stagione di prove
non si appoggia a stelle matematiche
imponenti nei giri assegnati
contro il caldo furore del sangue
che tira il grido dalla sua parte
e ogni perdizione
non confondermi nell’istante della resa
non goidicarmi se l’occhio si fa vetro
sulla parete offesa dalla rinuncia
tutto umano è il piede
che incontra il suo ostacolo
il braccio che decide di abbassare lo scudo»

“Dopo aver posto il problema di come noi, lettori di poesia ci avviciniamo al testo poetico di Menon – scrive Giacomo Trinci – proviamo a configurare le modalità oggettive, la fenomenologia con cui la sua stessa poesia si è presentata nel tempo. […] Con questo voglio sottolineareche quando si parla dell’accensione ermetizzante, di una parola affrancata da ogni contaminazione storica e da una funzione comunicativa scontata, non dobbiamo mai dimenticare che quella parola nasce e si forma nel pieno di quell’energia dinamica tiopica della poetica futurista; il fuocoanalogico e pirotecnico con cui questa lingua crea sé stessa e la realtà che nomina contro ogni tentazione assolutizzante è figlia di quella temperia storica, e anche nello sviluppo successivo la poesia che produce risentirà di quella provenienza, pur con tutti i suoi necessari assestamenti”.

Tutto questo suo percorso storico/poetico – conferma Giacomo Trinci – “lo obbliga ogni volta a sfidare le ragioni della sua scrittura e a chiedere a nostra volta se, in generale, quello che appartiene alla poesia si possa tranquillamente chiamare «scrittura», nella sua accezione, diciamo consumata e pacifica (?) […] Di sicuro Menon è insieme dentro il suo scrivere, cioè «prigioniero della parola», ha bisogno di esserne posseduto, catturato e, perché no?, immagato dalle sue lusinghe e dalle sue promesse, non può uscirne, appunto; nello stesso tempo, è esterno ad esso, lo contesta, ne sente la dura insufficienza (lirica?), la crosta tenace e conservativa (poetica?) che lo tiene (legato al passato) e lo preme (verso il presente/futuro della scrittura)”.

Quella di Menon è di fatto una scrittura poetica tout court, che non stento a definire “poesia del tempo lineare”, il cui scorrere nel quotidiano passa, ma solo apparentemente, senza lasciare traccia alcuna sulla superficie della pelle, e che si traduce in un soliloquio costante che, poco a poco, penetra nell’anima, somatizzata nei sentimenti, nella ricerca e nel desiderio di una solitudine estrema. Quell’emarginazione che è annullamento, pari a una ‘fuga da sé e dal mondo’ che l’autore ostenta come controparte della sua funzione pubblica di professore amabile e amato dai suoi allievi, delle sue brillanti scappatoie nella società, e che nottetempo trasforma in maschera altera di un ‘io segreto altro a se stesso’, la cui causa emotivo-psicologica è primaria nello sdoppiamento letterario innescato dalla sua stessa scrittura …

«..seminare la vergogna nella carta stampata
fra la doppia morte e la luna
gettarla oltre i legni sconnessi
dove la follia ha scavato la casa
per un impegno più alto di api
macinare la pena dell’ultima strada
con la ruota che ingrana il rimpianto»

… scrive Menon in “Sulla poesia” il breve saggio incluso in questa raccolta, e noi che lo leggiamo, per un istane ci sentiamo ‘poeti del nulla’ , figli spuri di una poesia che è a noi contemporanea e che passa veloce senza lasciare traccia, come tutte le cose di questo mondo, «..che segnano solo momenti di vita momenti di umori andati venuti. Poesia è scrittura prosodica dove un azzardo di lacerti mnestici cioè una sequenza arbitraria di parole casuali si sistema in forme pseudorazionali nella virtualità di un discorso, così dunque come di notte i cieli contano (dicono, danno) con ferma voce in nome delle stelle e di giorno passano le acque inquiete della terra e l’uomo, io, un uomo casuale nudo e impaurito annaspo cercando ganci di sopravvivenza».


Grazie Professore!


*

- Alimentazione

Venezia premi / concorso / orizzonti

VENEZIA 2018 Premi / Concorso / Orizzonti

Roma vince a Venezia, Guillermo del Toro passa lo scettro a Alfonso Cuarón
di Cineuropa

08/09/2018 - VENEZIA 2018: Il film targato Netflix vince il Leone d’Oro, consegnato dal connazionale vincitore della precedente edizione. Gran Premio della Giuria a Yorgos Lanthimos, in gara con The Favourite.
Alfonso Cuarón con Roma è il vincitore della 75ma edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Un vero e proprio passaggio di scettro, dato che a premiarlo è stato il connazionale Guillermo del Toro, presidente della Giuria e Leone d’Oro della precedente edizione con La forma dell’acqua. “Grazie mille alla Mostra per il supporto continuo al film, e ai giurati”, ha detto il regista messicano in perfetto italiano, “questo premio ha una importanza incredibile per me”. Ringraziamenti - in inglese - anche per Netflix, che ha prodotto il film e a tutta l’equipe che ha lavorato al bellissimo film in bianco e nero ambientato nella Città del Messico degli anni Settanta. “Il vostro lavoro si vede in tutte le inquadrature del film”. Un grazie appassionato infine alle interpreti, “per il rispetto immenso nell’aver rappresentato le donne che mi hanno cresciuto”. Cuarón ha rivelato che oggi è il compleanno della donna su cui si basa il film, interpretata da Yalitza Aparicio con il suo personaggio della giovane tata Cleo.

VENEZIA 2018 Concorso
Mario Martone • Regista
“A Capri l’emancipazione attraverso l’esperienza collettiva”
di Camillo De Marco.

07/09/2018 - VENEZIA 2018: Il regista napoletano Mario Martone è in concorso alla Mostra di Venezia con Capri-Revolution
Con Capri-Revolution [+], in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Mario Martone conclude la sua trilogia su un periodo fondante della storia italiana e europea, composta anche da Noi credevamo [+] e Il giovane favoloso [+] su Giacomo Leopardi. Scritto, come sempre, assieme alla compagna Ippolita di Majo, il film racconta di una comunità artistica naturista insediatasi a Capri ad inizio secolo e del percorso di emancipazione di una ventenne guardiana di capre, interpretata da Marianna Fontana, autentica rivelazione due anni fa a Venezia insieme alla sorella gemella Angela in Indivisibili

VENEZIA 2018 Concorso
Recensione: Capri-Revolution
di Camillo De Marco.

06/09/2018 - VENEZIA 2018: Il valore rivoluzionario dell'arte e della creatività nel nuovo film di Mario Martone ambientato nell'isola campana agli inizi del secolo.
Un filo rosso lega Opera senza autore [+] di Florian Henckel von Donnersmarck a Capri-Revolution [+] di Mario Martone, entrambi in corsa per il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, il valore rivoluzionario dell'arte e della creatività. Nel film tedesco in contrapposizione a qualsiasi forma di totalitarismo, in quello italiano contro le convenzioni sociali e i dogmi scientifici. Arte come libertà assoluta e ricerca dell'essenza della natura, quella che cerca il pittore chiamato Seybu (interpretato da Reinout Scholten van Aschat), insediatosi in una piccola valle dell'isola di Capri nel Golfo di Napoli e attorniato da un gruppetti di fedeli seguaci. A Capri convergono nello stesso periodo anche un gruppo di esuli russi impegnati a preparare la rivoluzione d'Ottobre. Siamo nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, da lì a poco l'Inghilterra dichiarerà guerra alla Germania, l'Italia sarà presto coinvolta, e quella raccontata da Martone è una storia vera. Quella dell'anziano pittore e utopista tedesco Karl Diefenbach che creò a inizio secolo una comunità di "figli dei fiori" nell'isola. L'azione è però spostata in avanti nel tempo e le teorie espresse dal giovane Seybu e le performance nel suo gruppo sono ispirate al percorso artistico iniziato negli anni Cinquanta da Joseph Beuys. La musica e le danze (coreografate da Raffaella Giordano) che vediamo richiamano uno sperimentalismo che in quegli anni stava gettando i semi che si svilupperanno più tardi.

La musica è molto presente e importante in Capri-Revolution. Martone ha richiamato il musicista berlinese Sascha Ring, in arte Apparat, una vera star dell'elettronica, che aveva già composto per il regista lo score de Il giovane favoloso [+]. Apparat contamina classica, techno, musica orientale e l'elettronica anni Sessanta. Ma la vera protagonista del film è Lucia (Marianna Fontana), una guardiana di capre ventenne che vive nei paraggi con la famiglia composta da madre, padre in fin di vita per la fosfatasi contratta lavorando agli altiforni di Bagnoli, e due rozzi fratelli maggiori. La giovane pastora - nella cui figura si individuano echi evidenti del cinema degli amati (da Martone) Fratelli Taviani - si avvicina sempre di più a questi giovani proto-hippie che praticano il nudismo, l'amore libero e adorano il sole. In Lucia c'è un enorme desiderio di liberarsi dalle catene delle tradizioni del Sud che vogliono la donna costantemente sottomessa. Frequentando la comunità di Seybu, Lucia imparerà a leggere e scrivere, ad apprezzare l'arte e iniziare un processo di emancipazione anticipando il femminismo che verrà. E' attratta da un giovane medico del paese, un socialista con idee interventiste sulla guerra che da uomo di scienza discute e si confronta a lungo con lo spiritualista Seybu. Tanti elementi in ballo, non sempre messi ben a fuoco dalla sin troppo ricca sceneggiatura (scritta dal regista con la moglie Ippolita Di Majo), per raccontarci temi universali che ci fanno discutere ancora oggi e che ancora ci sfuggono.

Sullo sfondo Capri, con la sua bellezza abbagliante e la sua simbologia che la identifica con l’elemento fisico primigenio in cui tutto ricomincia indefinitivamente, come in una seconda rinascita. Martone mette a esergo del suo film una frase della scrittrice napoletana Fabrizia Ramondino su Capri, che ne parla come di un'isola che "compare e scompare continuamente alla vista e sempre diverso è il profilo che ciascuno ne coglie. In questo mondo troppo conosciuto è l’unico luogo ancora vergine e che ci attende sempre, ma solo per sfuggirci di nuovo”. Prodotto da Indigo Film con Rai Cinema in coproduzione con la francese Pathé Films, che ne cura anche le vendite internazionali, il film sarà distribuito in Italia da 01 a dicembre.

INDUSTRIA Italia
Rai Cinema, un’offerta per tutti i pubblici di Camillo De Marco.
13/04/2018 - L’ad Paolo Del Brocco presenta le nuove produzioni e coproduzioni e conferma l’investimento nel 2018 di oltre 70 milioni di euro.

“Cinema senza frontiere”. Così l’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco definisce le nuove coproduzioni internazionali, presentate ieri a Roma nell’appuntamento annuale con la stampa: Todos lo saben [+], il nuovo film di Asghar Farhadi con Penelope Cruz e Javier Bardem; Il peccato di Andrei Konchalovsky su Michelangelo, Opera senza autore di Florian Henckel von Donnersmarck, premio Oscar per Le vite degli altri, che con il nuovo film racconta la storia dell'artista Kurt Barnerta a cavallo della Seconda Guerra Mondiale; Il libro delle visioni di Carlo S. Hintermann prodotto da Terrence Malick e Les Estivants di e con Valeria Bruni Tedeschi, dove si racconta una vacanza in Costa Azzurra di una regista che deve gestire la fine della sua relazione e la scrittura del suo prossimo film.

LEGISLAZIONE Europa
Via libera al Parlamento europeo per la riforma del copyright
di Thierry Leclercq.

13/09/2018 - Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato a Strasburgo il progetto di riforma del diritto d'autore che è in discussione da due anni.

With 438 votes for, 226 against and 39 abstentions, the meeting gave the green light to the trilogue negotiations with the Member States and the European Commission, on the basis of a text defended by the German MP Axel Voss (PPE). Following an initial rejection on 5 July, the project was amended slightly to address the concerns raised by two provisions that crystallised the debate: the creation of a new neighbouring right to publishers’ copyright (Article 11) and the empowerment of digital platforms when publishing copyrighted content online (Article 13). According to the text’s opponents, the latter measure would result in the automatic filtering of content, which goes against the freedom of expression. The amended text specifies that the sharing of content by Internet users for non-commercial purposes does not form part of the legislation, while an exception is to be provided for small and micro-platforms and aggregators entering the market. Major platforms such as Google, YouTube and Facebook will have to enter into licensing agreements with rights holders represented by group management organisations. They will also have to make sure that their recognition and content filtering mechanisms are not abusive. Press content can still be shared via hyperlinks, but the aggregation of press titles and excerpts will be licensed by publishers who will share the revenue with journalists.

The Parliament's text also strengthens the bargaining rights of authors and performers, which is a cause for celebration for the European association of authors (SAA), directors (FERA) and scriptwriters (FSE). In a joint statement, the associations welcomed the introduction of a legal right to "equitable and proportionate remuneration for authors for the exploitation of their work, both online and offline" (Article 14). Authors and performers should also benefit from greater transparency about the results of the use of their work and will be able to renegotiate their remuneration accordingly. They may also be able to revoke or terminate license exclusivity when not effectively exercised.
Next week, a delegation of MEPs will visit Silicon Valley, where meetings are expected to take place with the heads of major GAFA platforms. According to Axel Voss, "they should participate constructively in the discussion to implement practical solutions." The main opponent to this text, the MEP Julia Reda, however, does not intend to give up, believing that Parliament will still be able to block the resulting agreement of the trilogue next spring. Once adopted definitively, the Member States will have two years to transpose the directive into their national legislation.

FESTIVAL Italia
Paolo Genovese e Bruno Dumont al Napoli Film Festival
di Vittoria Scarpa.

14/09/2018 - La 20ma edizione della manifestazione partenopea si terrà dal 24 settembre al 1° ottobre, con sei opere di giovani autori europei in concorso e una rassegna sul cinema spagnolo al femminile.

Il concorso internazionale Europa/Mediterraneo presenta sei film europei inediti di giovani autori. Dalla Grecia il thriller Blue Queen di Alexandros Sipsidis; dall’Italia Chi salverà le rose? [+] di Cesare Furesi; da Israele Holy Air [+] di Shady Srour; dall’Islanda The Swan [+] di Ása Helga Hjörleifsdóttir; dall’Albania Elvis Walks Home [+] di Fatmir Koçi; dalla Germania In the Aisles [+] di Thomas Stuber. La giuria che assegnerà il Vesuvio Award è composta dagli studenti dell’Università Federico II, Corso di Laurea in Discipline della Musica, del Cinema e dello Spettacolo e Master in Drammaturgia e Cinematografia, e dagli studenti delle scuole di cinema campane.

Tra le rassegne, si segnalano i tre “Percorsi d’autore” dedicati rispettivamente a Ingmar Bergman, Bruno Dumont (che sarà presente al festival) e Andrzei Wajda, dei quali saranno proiettate le opere più significative. La rassegna “Gli Invisibili” propone invece sette titoli di qualità europei che, penalizzati dalla distribuzione, non hanno mai raggiunto il pubblico campano: Home Care [+] di Slávek Horák (Repubblica Ceca), Illegitimate [+] e The Fixer [+] di Adrian Sitaru (Romania), Safari [+] di Ulrich Seidl (Austria), Sámi Blood [+] di Amanda Kernell (Svezia), Estate 1993 [+] di Carla Simón (Spagna), The Constitution [+] di Rajko Grlić (Croazia). Cinque opere realizzate da registe spagnole saranno inoltre proiettate nell’ambito della rassegna “Cinema spagnolo al femminile”: Most Beautiful Island [+] di Ana Asensio, El olivo [+] di Icíar Bollaín, La notte che mia madre ammazzò mio padre [+] di Inés París, La próxima piel [+] di Isa Campo e Isaki Lacuesta, Todos queremos lo mejor para ella [+] di Mar Coll.

Infine, per la sezione “Parole di Cinema”, dedicata agli studenti delle scuole superiori di Napoli, in programma cinque incontri e proiezioni. Si parte con Kedi - La città dei gatti di Ceyda Torun; seguono Quanto basta [+] e l’incontro con il regista Francesco Falaschi, Nato a Casal di Principe [+] di Bruno Oliviero, con il produttore Amedeo Letizia e lo sceneggiatore Massimiliano Virgilio, Easy - Un viaggio facile facile [+] con il regista Andrea Magnani, e Tito e gli alieni [+] di Paola Randi, con la produttrice Maddalena Barbagallo insieme ai due giovani protagonisti Luca Esposito e Chiara Stella Riccio.

VENEZIA 2018 Industria
I talenti europei chiedono al Parlamento europeo di adottare la direttiva sul diritto d'autore di Cineuropa.

03/09/2018 - VENEZIA 2018: 165 sceneggiatori e registi di tutta Europa hanno aderito alla "Dichiarazione di Venezia", sostenuta da FERA, FSE e SAA.
On the occasion of the 75th Venice International Film Festival, 165 screenwriters and directors across Europe have come together in the "Venice Declaration" (read it in full here) to call on the European Parliament to adopt legislation that puts authors at the heart of copyright and of the European cultural and creative industries, including online. The action is backed by FERA (Federation of European Film Directors), FSE (Federation of Screenwriters in Europe) and SAA (Society of Audiovisual Authors).
On 12 September, the members of the European Parliament will adopt the Parliament's position on the draft Directive on Copyright in the Digital Single Market. After several delays, this vote is the last chance for a final adoption of this much-needed Directive before the European elections. It will determine the future for audiovisual authors; if they will have a chance to receive fair and proportionate remuneration for the use of their works across the EU in a near future or if will they be left behind for another decade.
Filmmakers in Venice selections Jacques Audiard, Joachim Lafosse, Mike Leigh, Laszlo Nemes and Pierre Schoeller, LUX Prize finalists Benedikt Erlingsson, Wolfgang Fischer and Mila Turajlic, as well as Iciar Bollaín, Costa-Gavras, Matteo Garrone, Agnieszka Holland, Daniele Luchetti, Laura Morante, Cristian Mungiu, Alan Parker, Stefan Ruzowitzky, Lone Scherfig, Volker Schlondörff, Paolo Sorrentino, Paweł Pawlikowski, Bertrand Tavernier, Paolo Taviani, Fernando Trueba, Margarethe von Trotta and many others across Europe signed the Venice Declaration. Most of them already signed the FERA/FSE/SAA petition supported today by more than 18,700 signatories from over 100 countries worldwide.
The declaration reads, "We, audiovisual authors, absolutely need this Directive to be adopted on time: to ensure freedom of expression and independence of creators as well as authors' rights. The principle of fair and proportionate remuneration, improved measures on the transparency of the exploitation and contract adjustment mechanism will make a big difference. With these provisions, the Directive will improve our position in the industry."

VENEZIA 2018 Giornate degli Autori
Recensione: Ricordi? di Vittoria Scarpa.

05/09/2018 - VENEZIA 2018: Valerio Mieli realizza un film emozionante e raffinato sui meccanismi della memoria attraverso il racconto di una lunga storia d’amore che i due protagonisti ricordano in modi diversi. Nove lunghi anni dopo Dieci inverni, Valerio Mieli torna finalmente al cinema, e alla Mostra di Venezia, con il suo nuovo lungometraggio, Ricordi?, selezionato alle 15me Giornate degli Autori. Accolto con grande calore dal pubblico alla sua prima proiezione ufficiale, il film mette in scena una lunga storia d’amore, dall’inizio alla fine, interamente attraverso i ricordi dei due protagonisti, “Lui” (Luca Marinelli, visto di recente nei panni di Fabrizio De André) e “Lei” (Linda Caridi, già protagonista di Antonia). Un flusso di coscienza di 106 minuti, dove immagini e sensazioni scorrono senza un preciso ordine temporale, mischiando continuamente i punti di vista e scavando nelle contraddizioni della memoria. Insomma, un film che, sulla carta, sembrerebbe complicato da seguire, ma che invece si rivela un intenso viaggio emotivo nella testa dei suoi personaggi, e anche un po’ nella nostra, poiché è facile riconoscervi dinamiche già vissute o che viviamo tutti i giorni.
E’ la nostalgia a rendere tutto bello? Oppure siamo stati davvero felici, ma non ce ne rendevamo conto? Da questa domanda è partito il regista per la sua articolata sceneggiatura, scritta nel corso di vari anni. Sono tanti piccoli attimi di vita quotidiana, quelli che descrive il film. A partire dal primo incontro tra i due protagonisti a una festa, che lui ricorda grigia e un po’ triste, e lei, invece, piena di luci e di musica. Lei incarna la gioia di vivere, non ha ricordi brutti, vive il presente con fiducia ed entusiasmo; lui è tormentato, sopraffatto dai piccoli traumi del passato e dice solo cose negative. Si innamorano, prendono casa insieme (la stessa dove lui ha vissuto con i genitori da bambino, quindi a sua volta piena di ricordi), il rapporto si consolida. Ma poi passano gli anni, le parti si invertono: lei cambia, comincia a conoscere la malinconia, diventa insofferente. Lui, al contrario, scopre la leggerezza, ma è già troppo tardi. La magia è sparita.
Immagini, colori, emozioni, suoni, profumi. Dietro Ricordi?, si intuisce un lavoro di montaggio titanico, il cui merito va a Desideria Rayner (Tito e gli alieni [+], Salvo [+]). Un lavoro di cesello, realizzato quasi fotogramma per fotogramma, per restituire i movimenti della mente, le loro concatenazioni e soprattutto per rendere queste ultime immediatamente comprensibili. Non esiste un presente nella narrazione, è tutto solo ricordo, talvolta di lui, talvolta di lei; e poi ci sono i ricordi di Marco (Giovanni Anzaldo), l’amico d’infanzia un po’ traditore di lui, e quelli della “ragazza rossa” (Camilla Diana), oggetto del desiderio del protagonista quando era ragazzino, e al centro di una scena esemplare di quanto la realtà possa essere diversa dagli ideali che abbiamo in testa: di questa ragazza, lui ha uno dei ricordi più belli della sua vita; lei, invece, a malapena ricorda chi lui sia.
E’ un esperimento insolito e coraggioso, in particolare per il cinema italiano, quello di Valerio Mieli in questo film, che un po’ rimanda alle atmosfere di Michel Gondry. Un esperimento riuscito, a nostro avviso, che parla un linguaggio universale e molto raffinato, e che non avrà difficoltà anche a varcare i confini nazionali.
Ricordi? è una coproduzione italo-francese di Bibi Film e Les Films d’Ici con Rai Cinema. La distribuzione internazionale è affidata a Le Pacte.

LEGISLAZIONE Europa
Il Parlamento europeo pronto a rafforzare il lavoro dei creatori su Internet
di Thierry Leclercq.

21/06/2018 - Il Parlamento europeo propone una revisione del diritto d'autore più favorevole per i creatori al cospetto delle piattaforme online.

Despite tactical moves to delay the vote, the European Parliament Committee for Legal Affairs has finally adopted a position on copyright reform for the digital age. Its rapporteur, German MEP Axel Voss, has been granted a mandate to negotiate the text of the new law in trialogue with the European Council (who approved the proposal on 25 May) and with the Commission. Following the result of the vote, Voss declared: "We are happy to have achieved this result which will help creative parties strengthen their position within the European Union vis-à-vis online platforms […] It’s a good, first sign".

VENEZIA 2018 Giornate degli Autori
Andrea Purgatori • Giornalista, sceneggiatore.
"Un primo passo verso un riequilibrio del rapporto tra chi crea e chi sfrutta"

VENEZIA 2018: Incontro con il giornalista e sceneggiatore Andrea Purgatori, membro del Consiglio di Gestione della SIAE, nell'ambito delle Giornate degli Autori
Il giornalista e sceneggiatore Andrea Purgatori, membro del Consiglio di Gestione della SIAE, ci parla del premio assegnato a Mario Martone nell'ambito delle 15me Giornate degli Autori e del dibattito in atto sulla questione del diritto d'autore. (Vedi intervista on line sul sito di Cineuropa News).

*

- Teatro

Teatro delle Foglie per tutte le stagioni.

IL ‘TEATRO DELLE FOGLIE’ … per tutte le stagioni e le esigenze della vita.

Attivo nella promozione e direzione artistica di Corsi di Teatro per le Scuole oltre che nella Produzione Teatrale vera e propria: dallo Show-business al Recital, dal Musical a numerosi Seminari e Corsi di Yoga olistico, fino a fare del Workshop motivazionale e di meditazione un proprio anello di congiunzione con il mondo dello spettacolo più in generale; il Teatro delle Foglie svolge la sua attività principalmente sul territorio marchigiano nel quale ha la sua sede storica in Folignano City (AP) e in altri poli saltellitari. Quali, ad esempio, la Scuola di Musical al Palariviera di San Benedetto del Tronto, uno spazio più che prestigioso dove si tengono Corsi di Formazione Professionale cui accedono ogni anno numerosi attori, insegnanti e professionisti anche da altre regioni come Abruzzo, Lazio e Umbria; i Laboratori Teatrali tenuti nei diversi Comuni di Acquasanta Terme, Acquaviva Picena, Folignano, Montalto e Monteprandone nell’ambito della provincia di Ascoli Piceno; i Corsi di Dizione e Public Speaking per manager, funzionari pubblici e dirigenti responsabili, per i quali “l’arte della conversazione e del portamento individuale” è oggi l’unico mezzo a disposizione per imporsi all’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

I protagonisti: Eugenia Brega e Paolo Clementi.

I due fondatori dell’odierna Associazione Culturale ‘Teatro delle Foglie’, nata ad Ascoli Piceno nel 1981, oltre ad aver svolto per un certo numero di anni la professione di attori e registi teatrali attraverso la produzione di numerosi spettacoli rappresentati in ambito regionale e nazionale, si occupano principalmente di ‘pedagogia teatrale’, in quanto ex-docenti di Corsi di Formazione presso Istituti Scolastici e Scuole Comunali, capaci, quindi, di conformarsi ad ogni necessità individuale in modo semplice e intuitivo delle diverse personalità degli allivi. Dacché il buon livello di preparazione ottenuto dalle centinaia di allievi, di ogni età e ceto sociale, che negli anni hanno frequentato e proseguono i vari Corsi, e di quanti hanno cercato e trovato nella risposta teatrale la propria ragione di essere, o forse di ‘sentirsi persone a tutto tondo’, cioè individui capaci di affrontare con serenità la propria crescita personale ed affrontare così le numerose sfide sociali; è testimoniato dai risultati più che apprezzabili che essi continuano a divulgare col semplice ‘passa parola’ ad ogni inizio di stagione, al chiuso degli spazi adibiti durante le stagioni più fredde e, in quelli all’aperto, open-air, tenuti nei parchi pubblici e in riva al mare in quelle più calde.

Il curriculum dei due insegnati, qui ridotto per necessità di spazio, è significativo di una professionalità esibita e convalidata nel tempo da riconoscimenti a livello nazionale e internazionale che ne segnano le tappe:

Eugenia Brega,
diplomata in solfeggio e pianoforte arricchisce la sua formazione professionale con laboratori e stage di dizione, di canto lirico e jazz, parallelamente all’attività teatrale ed espressione corporea, mimo, teatrodanza, yoga e psicodanza. Ha conseguito il Master RQI (Riequilibrio Quantico Integrato) e il diploma di 1° livello in Radioestesia e Geobiologia, al tempo stesso coltivando interessi per la spiritualità cosmica e le tecniche olistiche, con ritiri di meditazione buddista presso l’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia. Nel 1981 fonda la Compagnia del Teatro delle Foglie ad Ascoli Piceno operativa in qualità di attrice, regista teatrale e coreografa, principalmente nei settori della produzione e allestimento di spettacoli, nella direzione artistica e promozione di corsi e Scuole di Teatro presso gli Istituti Scolastici di Folignano e Monteprandone e, attualmente, in qualità di docente artistica di canto e tecniche del corpo presso la Scuola di Musical di San Benedetto del Tronto.

Paolo Clementi,
fin dagli anni 70’ svolge attività di attore con la Compagnia del Tascabile di Bergamo dando rilievo oltre che alla recitazione, soprattutto al linguaggio del corpo e alla mimica prendendo parte a rassegne, incontri, seminari e scambi artistici con gruppi e personalità del teatro nazionali ed internazionali, tra i quali spiccano Odin Teatret (Danimarca), Bread and Puppets (USA), Ives Lebreton (Francia), Comuna Baires (Argentina), Kerala Kala Kendra (India), La Rancia di Tolentino (Italia) ed altri. Successivamente, nel 1981, fonda con Eugenia Brega la Compagnia del Teatro delle Foglie attiva in Ascoli Piceno in qualità di attore e regista, occupandosi maggiormente di attività pedagogica come docente di Corsi di Formazione Professionale per Attori e Corsi di aggiornamento per Insegnanti di tecniche espressive, corsi di dizione e public-speaking. Attualmente è insegnante e direttore artistico dei Corsi di Teatro e Musical del Teatro delle Foglie.

Intervista rilasciata a all’autore
dai direttori artistici Eugenia Brega e Paolo Clementi:

Quali sono state le risposte del pubblico ai vari Corsi tenuti quest’anno 2018? (qualche dato in cifre di presenze):

«Hanno partecipato ai nostri corsi nel 2018 circa 160 allievi di tutte le età e professioni. Hanno assistito alle rappresentazioni dei saggi-spettacolo conclusivi circa 2000 spettatori.»

Quali sono le premesse per una ripresa del teatro regionale italiano? (quale è il vostro contributo alla ripresa):

«Nella regione Marche si può affermare che la cultura teatrale è un fenomeno “diffuso”, portato avanti da molti gruppi presenti nel territorio che, come noi, vivono sulla propria pelle i rischi e le incertezze del mestiere. Gli enti sono sempre meno presenti con il loro sostegno e aiuto economico. Il nostro contributo è quello di diffondere la cultura teatrale anche attraverso la pedagogia, i corsi, le lezioni, le prove, un teatro tutto dal vivo in cui cerchiamo di comunicare le nostre esperienze artistiche e culturali alle nuove generazioni.»

Come e con quali spettacoli vi accingete ad iniziare i nuovi Corsi della prossima stagione teatrale? (date e luoghi se ne avete):

«La nostra compagnia è ai nastri di partenza con la stagione 2018/2019. Abbiamo in programma 7 corsi di formazione teatrale e 7 saggi-spettacolo da allestire.»

È ancora possibile un teatro classico, così detto di parola, in Italia?

«Il cosiddetto teatro di parola o di tradizione in Italia è perlopiù appannaggio delle compagnie stabili o delle più agili cooperative teatrali che, essendo più forti, grazie ai contributi ministeriali, si dedicano ad un repertorio classico. Esse vengono circuitate dal noto ETI (Ente Teatrale Italiano). Nella nostra regione la stessa funzione è promossa dall’AMAT (Associazione Marchigiana Attività Teatrali) che si occupa delle stagioni di prosa e anche del Teatro Ragazzi ma offre poco spazio alle compagnie locali.»

Per quale forma di spettacolo c’è oggi una maggiore richiesta?

«La prosa tradizionale interessa di più quella fetta di pubblico che va a teatro per “culturalizzare”, cioè per riconoscere quegli stili e quella letteratura teatrale dei libri e degli studi classici. Non c’è più meraviglia a teatro, esso può solo rassicurare lo spettatore che, seduto in platea, non corre alcun rischio. Qualche novità è rappresentata in questi ultimi anni da un interesse particolare per il musical grazie ad allestimenti di grande qualità che sono in grado di attirare grosse fasce di pubblico.»

Secondo la vostra opinione ed esperienza, come risponderebbe il pubblico ad una ripresa dell’attività teatrale tout-court, uscirà di casa per tornare a teatro?

«Il pubblico va seguito e accompagnato dando occasioni di incontri che riportino l’attenzione sullo spettacolo dal vivo dove può ancora avvenire quella celebrazione del rito teatrale in cui lo spettatore si senta coinvolto in prima persona perché il teatro lo riguarda profondamente, perché a teatro può trovare nuove emozioni che l’attore è pronto a condividere con lui. Allora sì che varrà la pena di uscire di casa per recarsi a teatro.»

Quali sono i vostri sogni nel cassetto? (se ne avete):

«Poter avere a disposizione una struttura teatrale da gestire per farne un punto d’incontro e di scambi culturali e artistici.»

Ed eccoci al dunque, ovviamente l’attività del Teatro delle Foglie prosegue nella cornice eloquente del teatro italiano che più d’ogni altra espressione artistica risente attualmente della crisi ormai decennale che investe tutta la cultura. Tuttavia una ripresa è possibile se noi tutti, in un ambito o in un altro, partecipiamo alle iniziative scolastico-comunali, ad esempio iscrivendo i nostri figli ai corsi di teatro; così come alle attività propedautiche al miglioramento della persona fisica e psichica, avremo, nel breve giro di pochi anni, ‘future generazioni di giovani’ sicuramente più capaci, più responsabili e indubbiamente più sane. L’essere ‘persona’ non si genera con la nascita ma si apprende e si diventa attraverso il conseguimento della cultura.

*

- Fede

La Festa degli Angeli ad Assisi

LA FESTA DEGLI ANGELI AD ASSISI 2018

La Festa degli Angeli è la festa di tutti e per tutti, volta ad onorare gli Angeli custodi alla Porziuncola, si tiene presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Assisi. La prossima edizione della Festa degli Angeli, siamo giunti all’ ottava, si svolgerà nei giorni 21-22-23 settembre 2018 presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli e della Porziuncola di San Francesco.

Accendi una Candela!
Un gesto semplice che da secoli aiuta gli uomini ad illuminare la speranza per qualcosa o a ricordare qualcuno. Accendere una candela per ottenere una grazia, per dire una preghiera, per ricordare la memoria di un nostro Caro, per chiedere aiuto se si è in difficoltà, per ringraziare un grazia ricevuta … Un modo per illuminare il nostro cuore e iniziare un nuovo giorno.

Nel Paradiso degli Angeli … (gruppo facebook)
Carissimi, questo gruppo facebook vuole ricordare tutti i figli in cielo che nella loro purezza godono la bellezza dell’eterno Padre che li ha creati. Per non restare irretiti dal dolore della loro “perdita”, vi invitiamo a ricordarli con una foto, con un fiore, con una frase, un ricordo, un pensiero… Sempre con quella certezza, che è speranza che non delude, della vittoria di Cristo sulla morte, su qualsiasi morte. E con le parole di san Paolo (Ef 1,17-20), Affido questo gruppo a Maria nostra Madre Consolatrice perché il Signore dia a tutti noi “uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti, secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli”. il Gruppo è raggiungibile al seguente link: https://www.facebook.com/groups/292100560938114/

Come nelle precedenti edizioni anche per questo anno c’è la nuova ‘maglietta della solidarietà’ per tutti coloro che vorranno testimoniare la loro presenza e che potete trovare disponibile presso la Basilica. Rinnoviamo l’invito a tutti per pranzare insieme sul Sagrato della Basilica, metteremo a disposizione come sempre tavoli e panche per consumare comodamente le pietanze portate da casa.

PROGRAMMA 2018 :
dal 8 al 23 settembre 2018: la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli ospiterà le Reliquie di Santa Maria Goretti.

VENERDÌ 21 settembre 2017
ore 21.00 – Sala del Refettorietto
I Santi Bambini: padre Cornelio Pallares racconta la vita di santa Maria Goretti

SABATO 23 settembre 2017
ore 21.15 – S. Rosario animato dai bambini e Processione aux-flambeaux
al termine spettacolo pirotecnico in piazza con le fontane di luce

DOMENICA 24 settembre 2017
ore 10,30 – Ritrovo in piazza
ore 11,00 – Processione degli Angeli (i bambini sono invitati a indossare qualcosa di bianco o a vestirsi da angioletti)
ore 11.30 – S. Messa presieduta da P. Giuseppe Renda, Custode del Convento Porziuncola, animata dal coro della Festa degli Angeli. La celebrazione della Santa Messa si potrà seguire via internet attraverso la nostra Web TV.
Dopo la messa sul piazzale della Basilica spettacolo dei “Piccoli sbandieratori e tamburini di Assisi”

Pranzo al sacco nei giardini della Basilica ove l’Associazione Priori di Sant’Antonio e Priori serventi 2019 offriranno un piatto a sorpresa

Nel pomeriggio, laboratorio didattico per bambini seguita dalla Festa in Piazza animata dal gruppo musicale “Perfetta Letizia”, dall’istituto Serafico di Assisi, dalla scuola di danza “La Rondine” di Assisi, dall’associazione “Mister sorriso” di Taranto e dal gruppo delle “Famiglie degli Angeli”.
A seguire:
Lancio dei palloncini
Consegna della pergamena ricordo

Sarà presente una rappresentanza del Santuario Santa Maria Incaldana di Mondragone (CE) gemellata con la nostra comunità. che augura un lieto 'benvenuti a tutti!'
«Il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità, e ci accompagna anche con la singolare presenza dei suoi Angeli Custodi, cioè ministri della divina premura per ogni uomo. Dall’inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione. E gli Angeli fanno corona» alla Madonna, alleata dell’umanità nella lotta «affinché sia sconfitto il male e si riveli, in pienezza, la bontà di Dio».
(Benedetto XVI)

Saremmo felici di avervi qui con noi a fare festa!
Per una migliore organizzazione se pensi di venire comunicaci la tua presenza tramite:
Telefono: (+39) 075.80.51.430 - fax: (+39) 075.80.51.418 - E-mail: info@porziuncola.org

*

- Politica

Bla, bla, bla pupazzetti, che passione!

Bla, bla, bla … ‘pupazzetti, che passione!’

C’è un unomo di mezza età, diciamo pure un ‘signor nessuno’ che presiede ai lavori, si fa per dire, del parlamento, dove tutti parlano non si capisce bene di che, e che osserva stupito (leggi stupido), i due ‘bravi’ accanto a sé (Manzoni docet). I quali, non si fanno remore di bloccarlo allorché fa il solo tentativo di aprire bocca.

In/coscienti di quanto blaterano e di fare danni irreparabili, i due ‘bravi’ si lanciano, animati forse da passati rancori di gioventù che li hanno visti soccombere, in sproloqui demenziali e azioni pericolose per la salute mentale loro e di quanti (i più) li hanno messi lì, oggettivando così la perdita di quella ‘dignità’ che nel tempo la nazione (l’Italia) ha istituito.

Dignità che a causa della cattiva sorte i due ‘bravi’ vanno calpestando a piè sospinto con arroganza e blasfemia sociale. Non c’è che dire, la caduta di stile della politica è oramai inarrestabile e i danni procurati altrettanto irreparabili, tuttavia nessuno sembra accorgersi che il ‘teatrino dei pupazzetti’ ci ci sta portando tutti alla rovina.

Per quanto mi ricordi, a sgominare le schiere dei ‘buoni e dei cattivi’ prima o poi giungeva il momento l’atteso della resa dei conti (che oggi stenta ad arrivare), in cui uno di essi sopraffaceva l’altro, ma per il gusto sadico del gioco talvolta il cattivo dominava sul buono, come del resto accade in questo parlamento di cialtroni.

Allora, se non rispondevo alla chiamata: “è pronto in tavola!”, era la scopa di mia madre a far piazza pulita, per quanto riuscivo comunque a portarne a tavola con me uno per ogni schieramento, i quali, senza accorgermene mangiavano entrambi a quattro palmenti … eh se mangiavano! Proprio come accade oggi in parlamento.

Dove, di fatto, tolgono finanche il pane (leggi l’uso della parola che non ha) di bocca al povero ‘signor nessuno’, il quale sembra non avere alcuna dignità da difendere. Ma come si sa le ‘bugie’ hanno le gambe corte e il ‘signor nessuno’ sembra averne dette tante da non riuscire a camminare (leggi a parlare) da solo.

Mi chiedo se questi ‘bravi’ incompetenti ma soprattutto incapaci, hanno una morale cui appellarsi, se in primis la loro ‘dignità’ è in ogni caso mal riposta? Ovviamente la risposta a una domanda siffatta è dubbia, come del resto è la morale degli ignoranti (i più) che li hanno votati, e che pur di intascare un timido ‘reddito di cittadinanza’ sono pronti a dare via il culo (ops!).

Non resta che aspettare fino al prossimo inesorabile bla, bla bla.


*

- Società

Incontri d’estate a San Benedetto del Tronto

Incontri d’Estate

Cronaca d’Agosto dalla Riviera delle Palme, San Benedetto del Tronto / Porto d’Ascoli.

 

Un tratto di blu ed è subito mare …

 

Numerosi esponenti della cultura hanno scelto anche in questa torrida estate la spiaggia dorata dell’Hotel Poseidon, sul Lungomare Sud di San Benedetto del Tronto, divenuto un punto d’incontro di esperienze artistiche diverse, lieta di annoverare anche quest’anno fra i suoi molteplici clienti nomi di alto livello qualitativo sia nell’ambito dell’arte che in quello letterario come scrittori e giornalisti che trovano nella Riviera delle Palme il loro annuale periodo di svago. Fra i nomi illustri si è incontrata di nuovo e con piacere la scultrice senese Vittoria Marziari Donati che da tempo ha attraversato la soglia dell’internazionalità riconosciutale in corso d’anno con il ‘Collare Laurenziano’ dell’Accademia Fiorentina: “per il suo contributo alle discipline scientifiche e artistiche” consegnatole in Firenze nella Sala dei Cinquecento.

 

Altra rilevante presenza è quella di Nicola Alberico Lombardi che dopo l’esordio dello scorso anno con la ‘silloge poetica’ ‘Là dove il mare luccica …’ sua prima raccolta poetica (Montedit - Collana ‘I Gigli’ – 2016), ha qui presentato il suo nuovo libro “Com’è profondo il mare” , dedicato proprio a tanta parte di Mare Adriatico a cui da sempre rivolge: “memore degli anni passati a rimirarlo, l’iperbole infinita del suo dire gentile, talvolta appassionato, per un amore che sorge dalle maree della vita e che mai declina, assecondando l’onda che ritorna e si rinnova, nel suo costante erodere la battigia, così come nell’infrangersi dei flutti che dirimpetto formano la scogliera". Una sottigliezza poetica quest’ultima giocata sul filo dell’onde: "la cui chiave melodico-sentimentale trascritta sul pentagramma della vita, non lascia spazio a dubbi sull’autenticità delle emozioni, il cui ego si ravvisa e richiama amore a sé d’appresso, come pasto di frutti di mare d’assaporare con palato sottile”. (GioMa)

 

Va qui inoltre elogiata la presenza del duo Eugenia Brega e Paolo Clementi costituente il rinomato ‘Teatro delle Foglie’ che proprio a San Benedetto / Palariviera ha la sua sede ufficiale portando avanti da anni un discorso interdisciplinare di teatro, danza, musica, canto, in un continuo susseguirsi di ricerca e sperimentazione; e che quest'anno, nell’ambito delle manifestazioni estive programmate dalla Direzione dell’Hotel Poseidon, nello spazio 'open-air' in riva al mare, hanno dato luogo al loro ‘Corso di Yoga’ ottenendo un cospicuo successo di pubblico. Il Teatro delle Foglie nasce nel 1981 ad Ascoli Piceno ed è operativo nel settore dello Spettacolo, caratterizzato per scelte culturali e artistiche, frutto di una rigorosa ricerca, che abbraccia un campo piuttosto ampio e copre vari settori come la produzione e l'allestimento di spettacoli, la promozione e la direzione artistica di Corsi e Scuole di Teatro per giovani e adulti ...

 

“..ed ecco il sole d’incanto, laggiù tra lustro celeste d’infuocato cielo, e l’immensa profondità del mare” (Alberico Lombardi)

 

Congratulazioni quindi e i nostri vivissimi auguri a questi artisti per quell'eccellenza tutta italiana che essi continuano a rappresentare.

*

- Cinema

Venezia e altro con Cineuropa News



'Venezia 2018: un Concorso a 360 gradi'
Articolo di Camillo De Marco
25/07/2018 - Apertura con First Man di Damien Chazelle, l'esordio da protagonista di Lady Gaga, e un concorso con nomi del calibro di Olivier Assayas, Jacques Audiard, fratelli Coen, Luca Guadagnino e Mike Leigh.
La 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si terrà dal 29 agosto - 8 settembre 2018. Il segno che caratterizza l'edizione di quest'anno, spiega il direttore Alberto Barbera durante la conferenza stampa di presentazione oggi a Roma, è la presenza di "moltissimi film di genere, ma d'autore. I registi hanno compreso che è necessario ritrovare il contatto con lo spettatore attraverso codici condivisi, come il western, la commedia, i film in costume, il crime movie, il musical". Quest'anno ci saranno registi affermati, magari habitué di Cannes, da Paesi anche poco frequentati come Indonesia, Siria, Kazakistan. Ma anche molte scoperte: ben otto opere prime e due opere seconde nella competizione principale. "Ogni anno scommettiamo su qualche autore nuovo e lo buttiamo nell'arena assieme ai grandi", dice Barbera.
Attesissimo, in Concorso, è il titolo d'apertura, già svelato nei giorno scorsi, il nuovo film di Damien Chazelle dopo il successo planetario di La La Land. "First Man non ha niente di simile al precedente, niente musica e sentimentalismo, siamo in territorio completamente diverso", rivela Barbera. La storia è quella di Neil Armstrong (Ryan Gosling), l'astronauta che sbarcò sulla Luna nel luglio 1969.
Altri 20 i film in concorso, in una stagione particolarmente ricca. The Mountain è diretto da Rick Alverson, regista che ha raccolto in precedenza premi a Rotterdam e Locarno. Doubles Vies di Olivier Assayas è una deliziosa e lucida commedia, la storia di due coppie che si incrociano sentimentalmente e professionalmente, dopo la rivoluzione digitale. The Sisters Brothers di Jacques Audiard è un western europeo girato interamente tra la Spagna e la Romania, con cast interamente americano (protagonista Joaquin Phoenix) e con tecnici americani. E' un western in 6 episodi The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen, con James Franco, Liam Neeson, Tom Waits. Vox Lux di Brady Corbet, con Nathalie Portman e Jude Law, è l'inaspettata storia di una ragazza che diventa una grande star pop. Atteso da anni il nuovo Alfonso Cuarón, dopo Gravity del 2013: largamente autobiografico, Roma racconta un anno nella vita di una famiglia medio-borghese nella Mexico City degli anni Settanta. Il film è stato acquisito da Netflix. Paul Greengrass riflette su uno degli episodi terroristici più atroci degli ultimi anni, con 22 July: in quel giorno del 2011 un fanatico neonazista fa una strage tra i giovani di un campus nei pressi di Oslo. Il regista ci fa rivivere il processo e il ritorno alla vita dei sopravvissuti. Una vera sorpresa promette di essere il remake di Suspiria di Dario Argento girato da Luca Guadagnino, film ambizioso pensato per anni e anni, "con Tilda Swinton in tre ruoli differenti", anticipa Barbera.
Ritorno di Florian Henckel von Donnersmarck, dopo La vita degli altri, con Never Look Away, sulla storia della Germania dal nazismo fino agli anni 60-70, che è anche una riflessione sull'arte. The Nightingale è firmato da Jennifer Kent, giovane promessa del cinema australiano autrice di Babadouk. Molto atteso anche The Favourite di Yorgos Lanthimos, con Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz, storia di Anna d'Inghilterra nel 1700. Perterloo di Mike Leigh racconta invece, con una riflessione sul potere, un episodio nella Manchester del 1919, quando una manifestazione fu repressa con la cavalleria che fece decine di morti. Il nuovo film di Mario Martone Capri-Revolution è ambientato all'inizio della Prima Guerra Mondiale, protagonista una giovane pastorella che scopre una comunità di intellettuali proto-hippy. Il nuovo documentario di Roberto Minervini, What You Gonna Do When The World's on Fire? realizzato come i precedenti in USA, si concentra sul razzismo che serpeggia in epoca Trump e la reazione delle rinate Black Panther. C'è anche il secondo film del premio Oscar di straordinario talento László Nemes, Sunset, anch'esso ambientato alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. David Oelhoffen è presente con Frères Ennemis, su tre amici nella banlieu parigina che si dividono, uno diventa poliziotto, gli altri due criminali. Nuestro tiempo è un nuovo tassello nel cinema di Carlos Reygadas, che interpreta lui stesso il film con la moglie Eleazar. Julian Schnabel è alle prese con il tentativo di entrare nella mente del genio artistico di Vincent Van Gogh con At Eternity's Gate, interpretato da Willem Dafoe. Acusada è un'altra scommessa del festival, film tesissimo dell'autore argentino di Gonzalo Tobal alla sua seconda prova. Infine Killing di Shinya Tsukamoto è un film in costume su un samurai incapace di uccidere.
Atteso Evento special Fuori Concorso è The Other Side of the Wind, al centro di aspre polemiche a Cannes. A Venezia ci sarà la prima mondiale, per poi sbarcare a Toronto e infine su Netflix, che ha permesso a Frank Marshall, collaboratore di Orson Welles, di realizzare questo progetto perseguito per 40 anni, e cioè dare forma compiuta ad un film girato da Welles in 35 16 e 8 millimetri tra il1970 e il 1976 e rimasto senza montaggio. "Noi individuiamo i migliori film della stagione", sottolinea Barbera. "Se alcuni film arrivano da Netflix o Amazon, non si può non fare i conti con queste innovazioni produttive e con autori che privilegiano la rete, non vedo ragione per escludere dal festival un film di Cuarón o Scorsese solo perché è prodotto da Netflix. Questo non vuol dire che non bisogna fare di tutto perché le sale siano privilegiate e sopravvivano".
Con una operazione analoga a quella di Young Pope di Paolo Sorrentino, Venezia offrirà una Proiezione speciale di due puntate de L'amica geniale di Saverio Costanzo, dal romanzo di Elena Ferrante, produzione HBO-Rai con Wildside.
Tra i Fuori Concorso d'eccellenza della Mostra, in prima mondiale, A Star Is Born, l’atteso debutto nella regia di Bradley Cooper, interpretato dallo stesso Cooper e dalla pluripremiata superstar della musica e candidata all’Oscar Lady Gaga, nel suo primo ruolo da protagonista in un film. E poi Les Estivants di Valeria Bruni Tedeschi, Una storia senza nome di Roberto Andò, Mi obra maestra di Gaston Duprat, A Tramway in Jerusalem di Amos Gitai, La Quietud di Pablo Trapero.

Concorso
First Man - Damien Chazelle (Stati Uniti)
The Mountain - Rick Alverson (Stati Uniti)
Doubles Vies - Olivier Assayas (Francia)
The Sisters Brothers [+] - Jacques Audiard (Francia/Belgio/Romania/Spagna)
The Ballad of Buster Scruggs - Ethan and Joel Coen (Stati Uniti)
Vox Lux - Brady Corbet (Stati Uniti)
Roma - Alfonso Cuaron (Messico)
22 July - Paul Greengrass (Stati Uniti)
Suspiria [+] - Luca Guadagnino (Italia)
Never Look Away [+] - Florian Henckel Von Donnersmarck (Germania)
The Nightingale - Jennifer Kent (Australia)
The Favourite - Yorgos Lanthimos (Irlanda/Regno Unito/Stati Uniti)
Peterloo [+] - Mike Leigh (Regno Unito/Stati Uniti)
Capri-Revolution [+] - Mario Martone (Italia/Francia)
What You Gonna Do When The World’s On Fire? [+] - Roberto Minervini (Italia/Stati Uniti/Francia)
Sunset [+] - Laszlo Nemes (Ungheria/Francia)
Frères Ennemis - David Oelhoffen (Francia/Belgio)
Nuestro Tiempo - Carlos Reygadas (Messico/Francia/Germania/Danimarca/Svezia)
At Eternity’s Gate - Julian Schnabel (Stati Uniti/Francia)
Killing - Shinya Tsukamoto (Giappone)
Acusada - Gonzalo Tobal (Argentina/Messico)

Fuori Concorso
Eventi speciali
The Other Side of the Wind - Orson Welles (Stati Uniti)
They’ll Love Me When I’m Dead - Morgan Neville (Stati Uniti)
Proiezioni speciali
L'amica geniale - Saverio Costanzo (Italia/Belgio)
Il Diario Di Angela – Noi Due Cineasti - Yervant Gianikian (Italia)
Finzione
Una Storia Senza Nome [+] - Roberto Andò (Italia)
Les Estivants - Valeria Bruni Tedeschi (Francia/Italia)
A Star Is Born - Bradley Cooper (Stati Uniti)
Mi obra maestra [+] - Gaston Duprat (Argentina/Spagna)
A Tramway in Jerusalem - Amos Gitai (Israele/Francia)
Un peuple et son roi [+] - Pierre Schoeller (Francia/Belgio)
La Quietud [+] - Pablo Trapero (Argentina/Francia)
Dragged Across Concrete - S Craig Zahler (Stati Uniti)
Shadow - Zhang Yimou (Cina)
Non-finzione
A Letter to a Friend in Gaza - Amos Gitai (Israele) (mediometraggio)
Aquarela - Victor Kossakovsky (Regno Unito/Germania/Danimarca/Stati Uniti)
El Pepe, Una Vida Suprema - Emir Kusturica (Argentina/Uruguay/Serbia)
Process - Sergei Loznitsa (Paesi Bassi)
Carmine Street Guitars - Ron Mann (Canada)
Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul - Francesca Mannocchi, Alessio Romenzi (Italia/Germania)
American Dharma - Errol Morris (Stati Uniti/Regno Unito)
Introduzione All’Oscuro - Gaston Solnicki (Argentina/Austria)
1938 Diversi - Giorgio Treves (Italia)
Your Face - Tsai Ming-Liang (Taiwan)
Monrovia, Indiana - Frederick Wieseman (Stati Uniti)

EUROPEAN FILM AWARDS 2018
49 lungometraggi selezionati per gli European Film Awards di Cineuropa

21/08/2018 - 35 paesi europei sono rappresentati nella lista. Le nomination finali saranno annunciate il 10 novembre al Festival del cinema europeo di Siviglia.
The European Film Academy and EFA Productions have announced the titles of the 49 films on this year's EFA Feature Film Selection, the list of feature-length fiction films recommended for a nomination for the 2018 European Film Awards. With 35 European countries represented, the list once again illustrates the great diversity present in European cinema.
In the 20 countries with the most EFA members, these members have voted one national film directly into the selection list. To complete the list, a Selection Committee consisting of the EFA board and invited experts Giorgio Gosetti (Italy), Elise Jalladeau (Greece), Christophe Leparc (France), Jacob Neiendam (Denmark), Edvinas Pukšta (Lithuania) and Alik Shpilyuk (Ukraine) has included further films.
In the coming weeks, the over 3,500 members of the European Film Academy will vote for the nominations in the categories of European Film, Director, Actor, Actress and Screenwriter. The nominations will then be announced on 10 November at the Seville European Film Festival in Spain. An eight-member jury will decide on the awards recipients in the categories of European Cinematographer, Editor, Production Designer, Costume Designer, Hair and Make-up Artist, Composer, Sound Designer and - for the first time - Visual Effects Supervisor.

The 31st European Film Awards, with the presentation of the winners, will take place on 15 December in Seville.
Here is the list of films selected:
3 Days In Quiberon [+] - Emily Atef (Germany/Austria/France)
Ága [+] - Milko Lazarov (Bulgaria/Germany/France)
Anna's War - Aleksey Fedorchenko (Russia)
Arrhythmia [+] - Boris Khlebnikov (Russia/Finland/Germany)
Ayka [+] - Sergey Dvortsevoy (Russia/Germany/Poland/Kazakhstan)
Beast [+] - Michael Pearce (UK)
Border [+] - Ali Abbasi (Sweden/Denmark)
Borg/McEnroe [+] - Janus Metz (Sweden/Denmark/Finland/Czech Republic)
Carmen & Lola [+] - Arantxa Echevarría (Spain)
Cobain [+] - Nanouk Leopold (Netherlands/Germany/Belgium)
Cold War [+] - Paweł Pawlikowski (Poland/UK/France)
Custody [+] - Xavier Legrand (France)
Diamantino [+] - Gabriel Abrantes & Daniel Schmidt (Portugal/France/Brazil)
Dogman [+] - Matteo Garrone (Italy/France)
Donbass [+] - Sergei Loznitsa (Germany/France/Romania/Netherlands/Ukraine)
Dovlatov [+] - Alexey German Jr. (Russia/Poland/Serbia)
Foxtrot [+] - Samuel Maoz (Germany/Israel/France)
Fugue [+] - Agnieszka Smoczyńska (Poland/Czech Republic/Sweden)
Girl [+] - Lukas Dhont (Belgium/Netherlands)
Happy As Lazzaro [+] - Alice Rohrwacher (Italy/France/Germany/Switzerland)
Longing [+] - Savi Gabizon (Israel)
Mademoiselle Paradis [+] - Barbara Albert (Austria/Germany)
Men Don't Cry [+] - Alen Drljević (Bosnia and Herzegovina/Germany/Slovenia/Croatia)
Michael Inside [+] - Frank Berry (Ireland)
Milada [+] - David Mrnka (Czech Republic)
Mug [+] - Małgorzata Szumowska (Poland)
One Day [+] - Zsofia Szilagyi (Hungary)
Paddington 2 [+] - Paul King (UK)
Petra [+] - Jaime Rosales (Spain/France/Denmark)
Pity [+] - Babis Makridis (Greece/Poland)
Pomegranate Orchard - Ilgar Najaf (Azerbaijan)
Pororoca [+] - Constantin Popescu (Romania/France)
Scary Mother [+] - Ana Urushadze (Georgia/Estonia)
Shock Waves: Diary of My Mind [+] - Ursula Meier (Switzerland)
Styx [+] - Wolfgang Fischer (Germany/Austria)
The Captain [+] - Robert Schwentke (Germany/France/Poland)
Giant [+] - Aitor Arregi, Jon Garaño (Spain)
The Guilty [+] - Gustav Möller (Denmark)
The House By The Sea [+] - Robert Guédiguian (France)
The House That Jack Built [+] - Lars von Trier (Denmark/Sweden/France/Germany)
Summer [+] - Kirill Serebrennikov (Russia/France)
The Wild Pear Tree [+] - Nuri Bilge Ceylan (Turkey/Germany/France/Bulgaria/Republic of Macedonia/Bosnia and Herzegovina/Sweden/Qatar)
Those Who Are Fine [+] - Cyril Schäublin (Switzerland)
Touch Me Not [+] - Adina Pintilie (Romania/Germany/Czech Republic/Bulgaria/France)
Transit [+] - Christian Petzold (Germany/France)
U - July 22 [+] - Erik Poppe (Norway)
Under The Tree [+] - Hafsteinn Gunnar Sigurðsson (Iceland/Denmark/Poland/Germany)
What Will People Say [+] - Iram Haq (Norway/Germany/Sweden)
Woman at War [+] - Benedikt Erlingsson (Iceland/France/Ukraine)

PRODUZIONE Italia
Andrea Adriatico porta la storia di Mario Mieli sul grande schermo
Articolo di Vittoria Scarpa.
20/08/2018 - Cominciate le riprese di Gli anni amari, sul noto attivista per i diritti gay. Nel cast, Sandra Ceccarelli e Antonio Catania. Una produzione L’Altra Cinemare con Rai Cinema.

Sono cominciate oggi, 20 agosto, a Milano, le riprese di Gli anni amari, film che porta sul grande schermo la storia di Mario Mieli, intellettuale, attivista, scrittore e artista di grande rilievo negli anni Settanta, tra i fondatori del movimento omosessuale italiano, morto suicida nel 1983. Il film, prodotto da L’Altra Cinemare con Rai Cinema, in collaborazione con Pavarotti International 23, è diretto dal regista teatrale e cinematografico Andrea Adriatico (Il vento, di sera, selezionato a Berlino; All’amore assente [+], vincitore ad Annecy), che lo ha scritto insieme a Grazia Verasani (autrice di Quo vadis, baby?, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il suo film omonimo) e il giornalista Stefano Casi.
Gli anni amari ricuce alcuni momenti della vita personale e pubblica di Mario Mieli, interpretato dal giovane Nicola Di Benedetto al suo debutto cinematografico. Nato nel 1952 a Milano, Mario è figlio di genitori benestanti e penultimo di sette figli, tra cui Giulio (Lorenzo Balducci), e vive una vita intera in conflitto con il padre Walter (Antonio Catania) e la madre Liderica (Sandra Ceccarelli). La pellicola ne segue i passi a partire dall’adolescenza al liceo classico Giuseppe Parini di Milano. La gioventù e la vita notturna sfrenata nei locali gay milanesi, quando ancora omosessualità era sinonimo di disturbo mentale; il viaggio a Londra e l’incontro fondamentale con l’attivismo inglese del Gay Liberation Front; il ritorno in patria e la fondazione di “Fuori!”, prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano, e dei “Collettivi Omosessuali Milanesi”; la pubblicazione del saggio Elementi di critica omosessuale; la popolarità mediatica ma anche le turbe mentali.
Gli anni amari, dice il regista, è “l’attraversamento di un’epoca, di quei vitali, difficili, creativi, dolorosi e rimossi anni ’70. È anche la rievocazione di un necessario movimento per i diritti, come quello omosessuale, che doveva inventare forme nuove per farsi riconoscere. Ed è soprattutto il ritratto di un ragazzo la cui genialità, la cui libertà interiore e la cui gioia di vivere erano troppo intense per il mondo che lo circondava”. Nel cast del film, anche Francesco Martino, Davide Merlini, Giovanni Cordì e Tobia De Angelis.
Gli anni amari è sostenuto dal Mibact, e si è avvalso del contributo di Emilia-Romagna Film Commission e Apulia Film Commission. Le riprese si svolgeranno per otto settimane tra Milano, Bologna, Sanremo, Lecce e Londra.

VENEZIA 2018 Settimana Internazionale della Critica
Giona A. Nazzaro • Delegato Generale, Settimana Internazionale della Critica di Venezia
“Una selezione che allarga i confini e rifiuta la banalità”
Articolo di Camillo De Marco.

20/08/2018 - A colloquio con Giona A. Nazzaro, il responsabile della sezione parallela del Festival di Venezia Settimana Internazionale della Critica.
Cineuropa: Partiamo dal successo della precedente edizione, "davvero al di là delle più rosee aspettative", come tu stesso hai dichiarato Giona A. Nazzaro: Siamo stati piacevolmente sorpresi dalle dimensioni di questo riconoscimento e dall'attenzione con la quale sono state accolte le opere che abbiamo presentato. Ultimo, solo in ordine di tempo, Pin Cushion, il nostro film d'apertura, è stato accolto come una rivelazione in Gran Bretagna, ottenendo un vero e proprio plebiscito dalla critica e dal pubblico. Senza contare che subito dopo Venezia Lily Newmark, la protagonista del film, è stata scelta come nuovo volto da una notissima casa di alta moda, sull'onda della sua interpretazione nel film. Pin Cushion è ancora nei cinema dopo essere stato accolto nei festival di tutto il mondo. Bertrand Mandico è diventato il regista del momento in Francia (ha firmato anche un manifesto per il rinnovamento del cinema francese sui Cahiers) mentre l'eccellente Drift, forse la scommessa del 2017 di cui siamo più orgogliosi, ha preso letteralmente in contropiede il cinema tedesco affermando che è possibile un altro modo - non necessariamente narrativo - per andare incontro al pubblico con grande successo. E’ possibile vedere su Netflix Temporada de caza di Natalia Garagiola, premio del pubblico dell'anno scorso. Su Il cratere degli italiani Silvia Luzi e Luca Bellino, non c'è altro da aggiungere: semplicemente la rivelazione di un talento senza pari. Un successo così non può che lasciarti senza parole. Anche se segretamente lo desideravi.
Dunque i festival servono davvero per promuovere la circolazione delle opere?
I festival servono a rivelare film e autori, ne sono convinto, ma non si possono imputare ai festival le mancanze di un sistema che ha smesso di fare il proprio lavoro per timore di non trarre profitto. Semmai c'è da ringraziare i festival che continuano a lavorare per creare delle possibilità di futuro per i film e i registi. I festival scoprono, promuovono e tentano di indicare autori e film che promettono di muovere incontro al futuro. Non gli si può chiedere di fare anche il lavoro dei distributori, dei critici e dei sales agents. Sono lavori diversi. Né tantomeno si può pensare ai festival come a una semplice piattaforma di lancio dei film che saranno al cinema in autunno. L'anno scorso la SIC ha offerto molte ipotesi di futuro che sono state accolte con grande favore. Ci auguriamo che accada lo stesso con questa edizione.
Con questa nuova edizione avete tentato di allargare ancora di più l'orizzonte dello sguardo.
La vera sfida è allargare i confini del mondo. Il cinema non parla solo inglese, americano. Il mondo, nonostante la propaganda populista, è fatto di tanti mondi e di tantissime esperienze. Impossibile rendere conto di questa vitalissima presenza di possibilità ed esperimenti nell'arco di soli nove film, ma il dovere di chi ha il privilegio di svolgere un lavoro di promozione della cultura e del pensiero, è di tentare, per quanto possibile, di aprire tutte le finestre quando invece la politica vorrebbe chiudere tutte le porte. Non si tratta banalmente di salvaguardare delle quote di presenze nazionali in seno al festival, quanto di tentare di intercettare i movimenti, le frizioni e, perché no, gli scontri fra forma delle immagini e urgenze della storia. Mai sociologici, mai contenutistici, ma sempre sull'onda del primato del poetico che - per quanto ci riguarda - è sempre politico. Andare al cinema - nonostante la diversificazione delle offerte possibili - è ancora un'esperienza collettiva che permette di affacciarsi su altre possibilità di vita e pensiero.
Un accenno ai film. Forse nessun filo conduttore ma, meglio, un'osservazione ampia. C’è l'attualità di Still Recording sulla guerra siriana, il primo lungo dell'italiana Letizia Lamartire, l'esordio del cinema montenegrino alla SIC con You Have the Night e il peculiare esordio alla regia della popstar finlandese Anna Eriksson.
In realtà un filo conduttore c'è - anche se non lo abbiamo cercato. Ed è il rifiuto della banalità. Nei tre anni in cui ho avuto il piacere di guidare la SIC abbiamo presentato tre esordi italiani e tutt'e tre sono esordi femminili. Un risultato del quale siamo particolarmente orgogliosi. Letizia Lamartire fa parte della famiglia SIC e per noi è un onore presentare il suo primo lungo, Saremo giovani e bellissimi. Still Recording è un film che ho seguito per quasi tre anni, vedendo varie versioni. Sin dalla primissima volta ho avuto l'impressione che si trattasse di un lavoro enorme, che aiutasse a ripensare il ruolo dell'immagine nell'era della proliferazione assoluta delle immagini. Il film, ottenuto da circa 450 ore di girato, è un'esperienza cinematografica unica che ridefinisce i confini fra documentario, osservazione, cinema diretto e realismo. Al di là del fatto che il film permette di ricontestualizzare le opposte propagande sulla Siria, il film mi ha colpito per il suo essere addirittura rosselliniano nel suo assumere su se stesso il momento storico del paese. E tutto questo senza contare che scorre via con l'intensità di classici del cinema politico hollywoodiano. M di Anna Eriksson è un film che farà molto discutere. Un film che sorprenderà tutti: una specie di Pasto nudo al femminile sull'eterno ritorno del femminino.



*

- Filosofia

Popsophia il Festival a Civitanova Marche

Popsophia continua a far sognare nella notte di San Lorenzo.

Con “I sogni son desideri”, un nuovo appuntamento filosofico e musicale, Popsophia conclude venerdì 10 agosto a Lido Cluana la sua stagione culturale estiva a Civitanova Marche.

• Sogniamo chi vogliamo diventare o chi siamo stati?

Il 10 agosto dalle 21.30 a Lido Cluana di Civitanova Marche, #popsophia racconterà la nostalgia contemporanea attraverso il philoshow I sogni son desideri nella notte di San Lorenzo con Adriano Fabris e @lucreziaercoli.

Al termine di un percorso che ha declinato le diverse sfaccettature del sogno e dei suoi labili confini con la realtà, la notte di San Lorenzo rappresenta nell’immaginario collettivo una notte magica in cui gli affanni della realtà lasciano il posto alla speranza e ai desideri che, in quell’unica notte, l’uomo affida al cielo stellato.

Dopo la serata dello scorso anno, Popsophia torna a indagare il tema del desiderio con uno sguardo nuovo. Una domanda universale alla quale l’arte, la poesia, la canzonetta e il cinema hanno dato risposte diverse: i desideri che popolano i nostri sogni sono orientati al futuro o riguardano il nostro passato? Sogniamo chi vogliamo diventare o chi siamo stati?

La serata inizierà alle ore 21.30 con il Philoshow “I sogni son desideri nella notte di San Lorenzo”, un nuovo spettacolo filosofico musicale ideato e condotto dalla direttrice artistica Lucrezia Ercoli, scandito dalle esecuzioni musicali live della band Factory, dalle performance teatrali dell’attrice Pamela Olivieri e dai montaggi cinematografici realizzati dai registi Marco Bragaglia e Riccardo Minnucci.

Ospite d’eccezione della serata sarà Adriano Fabris, professore di filosofia morale presso l’Università di Pisa, che guiderà il pubblico all’interno di un viaggio in cui si indagherà il desiderio nostalgico, quella tensione costitutiva dell’essere umano causata da qualcosa che abbiamo perduto.

“L’oggetto del desiderio che si rivolge alle stelle è sempre assente e per questo permette l’affiorare di una nostalgia per qualcosa che non c’è più e che abbiamo perduto” – dichiara la direttrice artistica Lucrezia Ercoli – “Dal film “Nuovo Cinema Paradiso” alla hit di Cocciante “Celeste nostalgia”, il giorno di San Lorenzo Popsophia porterà a Civitanova Marche l’occasione per un’indagine inedita sulla nostalgia contemporanea tra filosofia e cultura pop”.

*

- Musica

Zaleska live teatro di Caterina Palazzi a Numana

Caterina Palazzi in Zaleska live Teatro di Paglia Mareverde – Lunedì 06 Agosto - Numana

Caterina Palazzi,
double bass, loops, effects - psychedelic/hypnotic performance on Dracula, leader della band italiana Sudoku Killer, la contrabbassista romana presenta 'Zaleska', nuovo progetto in solo più intimo e ipnotico, in cui linee melodiche si intrecciano a momenti dissonanti e rumoristici, creando una sorta di orchestrina funebre solitaria di bassi.

Ogni composizione musicale è ispirata ad un attore che ha impersonificato il personaggio di Dracula nella cinematografia. Spesso la sua musica interagisce dal vivo con performances di video designers (Kanaka, Fabio Scacchioli), pittori e artisti visivi.

20/11/2017
Intervista di Carlo Cantisani per gentile concessione di Il Termopolio - blog facebook – twitter instagram.

La figura del mostro, immortalato su miriadi di pellicole cinematografiche, romanzi, fumetti e tante altre opere d’arte, ha sempre attirato l’uomo in maniera ambivalente. Sentimenti che oscillano fra la repulsione e l’attrazione hanno spesso mosso gli animi di coloro che, nel bene ma soprattutto nel male, hanno avuto a che fare con simili creature. La solitudine, in particolare, sembra attraversare e costituire l’intera esistenza della maggior parte dei mostri dell’immaginario collettivo, esseri che alla fine non si rivelano nient’altro che specchio delle contraddizioni umane. Più di ogni altro, il vampiro potrebbe incarnare questa idea di solitudine, poiché vive in un’eterna dannazione che neanche la morte sembra alleviare.

La musicista romana Caterina Palazzi ha scelto quindi la figura di Zaleska, la figlia illegittima del più noto conte Vlad Tepes, per dare avvio a un suo personale e totalmente individuale progetto solista. A differenza dell’altro suo progetto, Sudoku Killer, dove è affiancata da chitarra, sax e batteria (e che ha all’attivo due album, l’ultimo, 'Infanticide', è uscito due anni fa per Auand Records), qui tutto ruota intorno al contrabbasso, strumento prediletto di Caterina, e alle potenzialità che questo strumento offre. Il pizzicato, l’archetto, il massiccio uso di pedali ed effettistica danno l’idea di una mini orchestrina in bianco e nero per film muti in stile cinema espressionista tedesco. Melodie inquiete e dissonanti si vanno a innestare sul noise creato dagli effetti, evocando un suono perennemente in movimento e alla ricerca della giusta atmosfera, al limite fra dark ambient e suggestioni alla The Kilimajaro Darkjazz Ensemble e Bohren and the Club of Gore.

Ascoltare Zaleska significa immergersi in un altro mondo dove le proprie sensazioni seguono lo stesso erratico andamento dei suoni e delle visioni che spesso accompagnano dal vivo la musica di Caterina Palazzi, come dimostrano le numerose partecipazioni a mostre, installazioni e proiezioni fatte insieme a video-artisti in varie occasioni. Una musica del genere non può che richiedere un ascolto intimo e raccolto, eppure il 23 novembre Zaleska testerà le sue potenzialità sul palco del Deposito Pontecorvo di San Giuliano Terme (Pisa), un palco diverso da quello ai quali la musica del progetto è solitamente abituata. Ma ciò che era già evidente con Sudoku Killer, e che viene ribadito anche con Zaleska, è proprio la caratteristica di non cercare a tutti i costi di piacere a tutti ma, semmai, di trovare una via personale per dire ciò che si vorrebbe dire. E questa via, spesso, avviene in maniera solitaria.

Da quale tipo di necessità artistica prende spunto il progetto Zaleska? E perché hai scelto proprio il nome della figlia illegittima di Dracula?

Zaleska è nata dalla voglia di intimità, di solitudine, del non dover rendere conto a nessuno, di fare esattamente ciò che mi passa per la testa anche in tempo reale.
Dracula fa parte della mia intimità e della mia vita perchè sono sempre stata affascinata dal personaggio oscuro del vampiro. Fin da piccola, invece di giocare spensierata con gli altri bambini, mi chiudevo a leggere libri sull'argomento; di conseguenza è stato spontaneo far coincidere il mio desiderio di un progetto in solitaria con quello di dedicarlo al Conte.

In molti punti, la musica di Zaleska ha gli stessi colori e le atmosfere del Nosferatu di Murnau. Quanto è importante l’aspetto visuale per questo tuo progetto?

Credo che le atmosfere possano ricordare Nosferatu per l'aspetto malinconico che hanno in comune.

Confesso di non aver ancora capito se la situazione ideale per Zaleska sia con o senza video. Sicuramente sono due cose diverse perché cambia il mio modo di suonare. Il video è stimolante sia per me che per l'ascoltatore, aggiunge sicuramente qualcosa e mi fa anche sentire più protetta emotivamente, visto che affrontare un palco da soli non è facile. Di contro mi obbliga a tenere d'occhio il cronometro quindi c'è meno spazio per l'improvvisazione.

È stato molto bello e interessante interagire con il visual designer Kanaka, che crea i video in tempo reale e quindi permette un dialogo audiovisivo ogni volta diverso.

Suoni il contrabbasso anche nell’altro tuo progetto, Sudoku Killer. Vedi quest’ultimo e Zaleska come due facce della stessa medaglia o come due mondi opposti? Dove si può dire che finisca uno e inizi l’altro?

Non li sento come due cose molto diverse: in qualche modo Zaleska è la versione intima di Sudoku Killer. I due progetti hanno in comune la componente cinematica e quella dark-ossessiva-angosciante.

I pezzi sono miei in entrambi i progetti quindi la somiglianza è evidente.

Nonostante suoni un solo strumento, il contrabbasso, il range sonoro è molto vasto. Usi l’archetto ed effettistica varia, oltre naturalmente al pizzicato. Come riesci a tenere in equilibrio le varie situazioni sonore in un solo pezzo?

Il contrabbasso ha una varietà timbrica enorme, c'è tantissimo da esplorare. Anche il solo passare dalle note basse a quelle alte basta a cambiare atmosfera.

Con Zaleska, sei solo tu e il contrabbasso. Non ci sono altri strumenti, come invece accade, ad esempio, con Sudoku Killer. Pensi che Zaleska ti abbia portato a cambiare in qualche maniera il tuo modo di rapportarti con questo strumento?

Senz'altro. In Zaleska non faccio la bassista, uso molto l'archetto e prediligo le melodie ai groove.

Un progetto come Zaleska trova la sua dimensione ideale probabilmente dal vivo, per via dell’atmosfera creata dal suono che si espande, imprimendo l’aria circostante. Nonostante ciò, hai in mente un qualche tipo di registrazione?

Non nel prossimo futuro perché, oltre agli 'spostamenti d'aria', è anche importante l'aspetto visivo, che sia l’interazione con i video o che sia invece l'osservare direttamente come vengono creati i suoni dallo strumento, dando l’idea acustica e visiva di un’orchestrina. È un progetto pensato per interagire con ambienti ogni volta diversi e su un supporto audio non funzionerebbe.

Quello del 23 novembre a Pisa sarà un concerto che ti vedrà portare Zaleska su un palco differente da quelli sui quali hai suonato finora con il tuo progetto solista. Potrebbe essere un modo per testare ulteriori potenzialità del progetto e magari avvicinarsi a un pubblico un po’ più ampio?

Spero di sì! Ho un po' di perplessità, perché Zaleska è un progetto intimo che necessita di silenzio e della concentrazione dell'ascoltatore, condizioni più facili da ottenere in ambienti raccolti, piccoli, con la gente seduta per terra.
A Pisa ci vado da sola perché Sudoku Killer non può, quindi non è stata una decisione presa a tavolino bensì una casualità. Ma amo le sfide, dunque ci andrò e cercherò di fare del mio meglio.

Continuerai a suonare completamente sola o hai pensato alla possibilità di essere affiancata in futuro da qualche altro strumento, magari solo in qualche pezzo?

Zaleska è l'emblema della solitudine e resterà sempre così. Caterina collabora e collaborerà volentieri con altri musicisti, Zaleska assolutamente no.

A che tipo di pubblico credi che possa essere indirizzata la musica di Zaleska?

Zaleska è indirizzata ai malinconici che non cercano evasioni ed è poco indicata per chi vuole passare una serata divertente.

FESTIVALS: Frame Foto Festival 2014, Festival Domina Domna 2015, Festival MoliseCinema 2015, Hamar Jazz Festival 2015, Torino Fringe Festival 2016, Green Hours Festival 2016, SudTirol Jazz Festival 2016, Sajeta Festival 2016, Disorder Festival 2016, Mu.Vi.Ments Festival 2017, Cinematica Festival 2017, Portalegre festival 2017, Lublin Jazz Festiwal 2017, MoliseCinema Festival 2017, International festival Thailand 2017, Bää Fest 2017.

Per maggiori informazioni: Sudoku Killer facebook page: facebook.com/caterinapalazzisudokukiller/
Sito Sudoku Killer: http://www.sudokukiller.it/
Sito Auand Records: http://auand.com/

Foto di Diego Baruffaldi e Donato Anselmi


*

- Musica

Locomotive Jazz Festival in Puglia


LOCOMOTIVE JAZZ FESTIVAL
'La Musica Cresce nelle periferie' - Fino al 3 agosto in Puglia.

Il Locomotive Jazz Festival 2018 continua il suo viaggio di confine dove tutto è nato, dove tutto sta crescendo: una periferia di storie, musica e magia.

www.locomotivejazzfestival.it
#locomotivejf #ljf2018

Malika Ayane, Avion Travel, Dolcenera, Bungaro, Fabio Concato, Kurt Elling, Kenny Garrett, Stefano Di Battista e Nicky Nicolai, Nick The Nightfly, Gilles Peterson, Nicola Conte, Till Bronner e Dieter Ilg, Renzo Rubino & Gino Castaldo, Raffaele Casarano e molti altri.

Dopo l’anteprima del 10 luglio con il concerto di Raffaele Casarano a Lecce, fino al 3 agosto la Puglia diventa nuovamente il palcoscenico diffuso del Locomotive Jazz Festival, che quest’anno raggiunge, oltre Lecce, anche Taranto, Ceglie Messapica, Castro, Roca, Sant’Andrea e San Cataldo.

Tanti i nomi presenti nel cartellone di questa XIII edizione: Malika Ayane, Avion Travel, Dolcenera, Bungaro, Fabio Concato, Kurt Elling, Kenny Garrett, Stefano Di Battista e Nicky Nicolai, Nick The Nightfly, Gilles Peterson, Nicola Conte, Till Bronner e Dieter Ilg, Renzo Rubino & Gino Castaldo.

Con 'La Musica cresce nelle periferie', quest’anno il Locomotive intende lanciare un nuovo messaggio rivolto al territorio sul quale opera e al pubblico internazionale.
Nel corso delle sue 13 edizioni con oltre 200 mila spettatori, di cui 20 mila solo lo scorso anno, il Locomotive Jazz Festival compie ora un passo in avanti. Se, infatti, il fil rouge del 2017 era 'la Musica nasce nelle periferie', quello di quest’anno rimane nelle periferie, allargando gli orizzonti. 'Crescere' è la parola scelta per raccontare un territorio, per mettere in musica le sue storie e le sue ferite, per cancellare i luoghi comuni e rafforzarlo con nuovi modi di fare cultura.

Soprattutto quest’anno, il Locomotive ha deciso di essere nei luoghi di frontiera, luoghi maltrattati, come San Cataldo, o vittime di etichette ormai logore, come Taranto, città industriale che però nasconde una storia e una cultura profonde e da riscoprire. Con l’obiettivo di portare la musica in spazi diversi, il Festival si sposta, quindi, a Taranto, Ceglie Messapica, Lecce, Castro Marina, Roca e Torre Sant’Andrea, marine di Melendugno, e San Cataldo, marina di Lecce; luoghi da svelare sotto una nuova lente, dimostrando, al di là delle etichette, che essere ai confini può essere anche un privilegio per chi ci nasce, vive e cresce.

La sfida di tutti è quella di seguire quel che fa la Musica, liberarsi dalle gabbie, diffondersi senza limiti. Dichiara Raffaele Casarano, direttore artistico e anima traghettatrice del Locomotive Jazz Festival da ormai tredici anni. Il LJF, rispetto ad altri festival musicali, ha un pensiero forte: la musica come strumento attraverso cui narrare altre storie e fare luce su delle problematiche di carattere ambientale, sociale, culturale. Nel corso degli anni sono venuti a suonare per il Locomotive musicisti di fama internazionale, che hanno sposato la nostra causa, appassionandosene, imparando ad amare il Salento, le sue debolezze e la sua bellezza estrema.

La XIII edizione del Festival consolida l’impegno nei confronti delle nuove generazioni con il contest Locomotive Giovani, che quest’anno ha raccolto oltre 50 richieste di adesione. A coloro che hanno passato le selezioni sarà offerto un percorso di formazione alternativo agli studi accademici, con la possibilità di confrontarsi, esibirsi, aprire i concerti e suonare sul palco con i grandi del jazz. Ma il Locomotive è anche un’occasione per riscoprire e valorizzare il territorio grazie al contributo diretto del pubblico. Fondamentale, in questo senso, la partnership con il portale Puglia Events (https://viaggiareinpuglia.it/eventi/it), dove, attraverso i racconti degli utenti e l’uso di particolari hashtag (#weareinpuglia #pugliaevents #locomotivejazzfestival #ljf2018), sarà possibile seguire i concerti e scoprire gli angoli nascosti della Regione, per diffondere un’idea di marketing territoriale alternativa.

Inoltre, il Festival ha deciso di consolidare le partnership con Btm (Business Tourism Management) e Montedelia Tour grazie ai quali ha realizzato dei pacchetti vacanze vantaggiosi che permettono a tutti gli amanti della musica e del jazz di partecipare agli eventi e godersi le bellezze del territorio. Locomotive Jazz Festival è infatti anche cura e amore per la natura. La rinnovata partnership con la cooperativa Ecofesta Puglia si muove in questa direzione, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico alla raccolta differenziata dei rifiuti durante gli eventi e al rispetto consapevole dell’ambiente in cui viviamo.

Confermata l’importante collaborazione con l’associazione Movidabilia, che aiuterà a rendere accessibili a chiunque i luoghi in cui si svolgeranno i concerti, al di là di problematiche fisiche, mentali o socio-culturali, per un Locomotive Sociale e aperto a tutti. Di particolare rilievo è la serata del 3 agosto, l’ultima del Festival, organizzata in collaborazione con Tria Corda Onlus, da anni attiva per la raccolta fondi in favore della realizzazione del Polo Pediatrico salentino. Infatti, tutto l’incasso della serata sarà devoluto alla Onlus, per contribuire al raggiungimento di questo importante obiettivo.

Dal 30 luglio al 3 agosto sarà possibile seguire il Locomotive in diretta su Radio Montecarlo, dalle 15.00 alle 16.00 e dalle 22.00 alle 2.00; un altro grande riconoscimento a livello nazionale, che contribuisce a dare maggiore risonanza a tutte le novità dell’edizione 2018. La rilevanza della manifestazione è testimoniata anche dalla partecipazione di I-Jazz, associazione che dal 2008 raccoglie i maggiori festival jazz italiani, e sarà presente per condurre dibattiti e riflessioni sul ruolo e sulle prospettive della musica jazz in Italia e non solo.

Il Locomotive Jazz Festival nel dettaglio a partire dal:
27 luglio, si entra nel vivo con il secondo evento della Trilogia Locomotive, la Notte Locomotive. Il palco, allestito di fronte alla baia di Torre Sant’Andrea, ospita a mezzanotte il concerto di Dolcenera, accompagnata da Giulio Rocca, William Greco e Luca Laurentaci.
Durante la mattinata, dalle 10.00, è possibile ascoltare, tra Torre Dell’Orso e Roca, le session a cura della Locomotive Giovani Brass Band.
Alle 4 della mattina del 29 luglio, l’evento più atteso di LJF: l’Alba Locomotive, a Castro Marina, vicino al Molo Turistico, che quest’anno ospita il concerto di Raffaele Casarano con una delle voci più ricercate e particolari della musica italiana, Malika Ayane. Con loro, sul palco, il quartetto jazz formato da Mirko Signorile (piano), Giorgio Vendola (contrabbasso), Maurizio Dei Lazzaretti (batteria) e Alessandro Monteduro (percussioni).
La partecipazione agli eventi della Trilogia Locomotive, Alba, Notte e Tramonto, avrà un costo simbolico di 2 euro, donazione che verrà interamente devoluta ad associazioni sociali che operano nelle città in cui si svolgono gli eventi.

Dal 29 sera al 31 di luglio il Locomotive cambia nuovamente location, spostandosi a Ceglie Messapica. Il 29 sera alle 21.00 nel Chiostro del Castello, la band Davide Chiarelli & Marokiki 4tet feat. Raffaele Casarano si esibisce in occasione del 'Premio Pierpaolo Faggiano'.

Il 30 luglio alle 11.00, al Museo Archeologico MACC, si tiene l’incontro pubblico 'Il Locomotive Jazz Festival incontra la Città di Ceglie', dove intervengono Luigi Caroli (sindaco di Ceglie), Antonello La Veneziana (assessore alla Cultura) e Raffaele Casarano (direttore artistico del Festival). Alle 18:00 alla Med Cookin School si può assistere alla mostra fotografica 'Omaggio al Mediterraneo' del fotografo Pino Ninfa, che tiene anche un workshop nella Città di Ceglie Messapica il 30 e 31 luglio (per info: pino.ninfa@gmail.com).
Alle 21.00 Paola Perrone, in arte Ties feat. Chiarelli Jazz Band, presenta il suo nuovo album Trust your Gut, prodotto dall’etichetta Platonica, del cantautore Zibba.
Sempre alle 21.00, in Piazza Plebiscito alle ore 21.00, il concerto di Fabio Concato e Paolo Di Sabatino Trio, che presentano il loro album Gigi.

Il 31 luglio alle 11.00 parte la passeggiata musicale per le strade di Ceglie Messapica, organizzata in collaborazione con La Proloco, Cibus, Biodesart e Comunicazione.com. Alle 18.00, in Largo Ognissanti, il concerto di Luca D’amato Trio, e alle 19.00 al Belvedere Monterrone, le musiche di Adrea Rossetti (piano) e Marco Chiriatti (sassofono). Alle 21.00 in Piazza Plebiscito, il palco accoglie gli Avion Travel che presentano, dopo 15 anni dall’ultimo album, il loro nuovo lavoro discografico, Privé.

Gli ultimi tre giorni, 1, 2 e 3 agosto, LJF torna a Lecce con una serie di eventi imperdibili che coronano un’edizione densa di musica. Le tre giornate iniziano alle 10.00 con il laboratorio KIDS Orchestra nella Chiesa di San Giovanni Battista nella zona 167/B, organizzato in collaborazione con le Associazioni Baraonda e Hakuna Matata, per poi proseguire, nella stessa location, alle 11.00, le ultime sessioni dei Concerti del mattino: Parabola dei Talenti: l’1 agosto suona Roberto Gagliardi con II suono dell’anima e per l’anima, tratto di unione e speranza per tutti i popoli; Il 2 Andrea Colella in piano solo; il 3 i Kids Orchestra e Raffaele Casarano.

Il 1° agosto nel Chiostro dell’Ex convento dei Teatini, la serata ‘Happening’ news 2018!!! inizia alle 21.00 con il dj set African Spirit di Nicola Conte, e continua alle 22.00 con INCredible del dj e producer inglese Gilles Peterson, un vero e proprio viaggio intorno al mondo della musica internazionale, fatto di generi che si fondono, influenze culturali e sperimentazioni. Attualmente Peterson conduce il programma radiofonico WorldWide su BBC 6 Music, in cui si fa promotore di contenuti e mentore di nuovi talenti, e lavora per la sua casa di produzione discografica Brownswood Recording.

Il 2 agosto, sempre nel Chiostro dei Teatini, alle 21.00, i ragazzi del Locomotive Giovani hanno l’opportunità di esibirsi con il contrabbassista Luca Alemanno, seguiti alle 22.00 da uno dei più famosi altosassofonisti internazionali, Kenny Garrett, con il suo concerto Do your dance. Garrett ha iniziato a suonare con la Duke Ellington Orchestra, condotta da Mercer Ellington, figlio di Duke Ellington, e nei suoi 30 anni di carriera ha collaborato con artisti come Miles Davis, Woody Shaw, Marcus Miller e Ron Carter.

La XIII edizione del Locomotive Jazz Festival si chiude il 3 agosto nel Chiostro dei Teatini di Lecce, con l’evento speciale ‘Tria Corda Onlus’, una collaborazione che permette da anni al Festival di contribuire alla costruzione del Polo Pediatrico dell’Ospedale del Salento. La serata inizia alle 21.00 con una jam session del Locomotive Giovani, di cui è ospite Nick The Nightfly, producer, speaker radiofonico di Radio Montecarlo e direttore artistico del Blue Note di Milano, che ritorna come protagonista sul palco alle 22.00 con l’evento finale del Festival, il live concert Be Yourself.

Le tre giornate leccesi del Festival si chiudono tutte a San Cataldo, una delle Marine della Città di Lecce, con gli After Concert Party a partire dalle 23.00. L’1 agosto si esibisce la band Le train Manouche, il 2 agosto l’evento Special SQUAT PARTY invasion Locomotive sulla spiaggia e il 3 agosto, ultimo giorno di Festival, il dj set di Luca Bandirali 'Let the Music do the Talking'.

*

- Teatro

Teatri in Blu al porto di Cetara

Terzo appuntamento di Teatri in Blu
NIÑO di Teatro Pubblico Incanto

19 - 20 luglio, Tonnara Maria Antonietta
Porto di CETARA (SA)


Terzo appuntamento con "Teatri in Blu", la seconda edizione della rassegna teatrale in mare ideata e diretta da Vincenzo Albano ed organizzata dall’associazione culturale Erre Teatro, in sinergia con il Comune di Cetara.

La particolarità della rassegna è avere la tonnara "Maria Antonietta" che, per l'occasione, si trasforma in palcoscenico, grazie anche allo spirito collaborativo del Capitano Pasquale della Monica.

Giovedì 19 e venerdì 20 luglio a bordo della tonnara il Teatro Pubblico Incanto presenta "NIÑO", drammaturgia e regia di Tino Caspanello, con Cinzia Muscolino.

Una storia vera, venuta alla luce soltanto pochi anni fa, che la protagonista ha taciuto fino alla morte per pudore e paura. Siamo in un piccolo borgo siciliano, nei primi anni del 1950.

Gli esiti della guerra da poco finita, una politica disattenta e un’economia mai decollata costringono ancora i siciliani a lasciare le proprie case.

La protagonista, un’anima mite e allegra, votata all’educazione dei bambini che raccoglieva per strada, incontra, per una sola volta, uno dei tanti emigrati che, dall’Argentina, è tornato per trascorrere una breve vacanza.

Ed è promessa di matrimonio, è un viaggio, è la “fortuna che arriva dall’America”; ma qualcuno, per salvarsi, gioca un brutto tiro alla donna, proprio nel momento in cui lei sta per scendere dalla nave appena approdata nel porto di Buenos Aires; e il futuro, sognato felice durante l’attesa, si trasforma in un presente doloroso, che solo un velo di poesia e di alienazione possono alleviare.

Il testo è stato scritto, tradotto e presentato in francese sotto forma di studio a Grenoble, durante il festival Regards Croisés, nel 2011.

Piccoli e grandi sponsor territoriali - come Iasa, Acqua Pazza, Agro Cetus, Al Convento, La Cianciola, Pane e Coccos’, San Pietro, Istituto Alberghiero Roberto Virtuoso di Salerno – accompagnano "Teatri in Blu" e garantiscono la degustazione a bordo post-spettacolo, momento di relax collettivo e anche opportunità di scambio di opinioni con gli artisti.

PuraCULTura, Scene Contemporanee e Theatron 2.0 sono mediaprtner della rassegna.


TONNARA MARIA ANTONIETTA
Porto di CETARA (SA)
19/20 luglio 2018 | imbarco ore 21.00

Prenotazione obbligatoria: info@erreteatro.it - 329 4022021
posti limitati sulla tonnara

Contatti: 329 4022021 - info@erreteatro.it

*

- Musica

Guidi e Bosso Italian Tour

Giovanni Guidi & Fabrizio Bosso
in tour a luglio in Italia
presentano “Not a what”
11 a Casalgrande (RE), 12 a Vasanello (VT), il 13 ad Ancona, il 14 a Palestrina (RM), il 15 a Roma, il 17 a Napoli, il 18 a Pescara e il 20 a Perugia.

Giovanni Guidi e Fabrizio Bosso per la prima volta insieme sul palco, in tour a luglio in Italia per otto date con il progetto “Not a What”. Ad accompagnare il pianista e il trombettista, tre giovani talenti indiscussi della scena jazz newyorchese: Aaron Burnett al sax tenore, che sta bruciando le tappe a New York, Dezron Douglas, affidabilissimo e propulsivo contrabbassista e Joe Dyson, tra i più richiesti batteristi oggi in circolazione.
Debutto assoluto mercoledì 11 luglio a Casalgrande (RE), per il Festival Mundus, per poi proseguire mercoledì 12 a Vasanello (VT) per Ortaccio Jazz Festival, giovedì 13 ad Ancona per Ancona Jazz, venerdì 14 a Palestrina (RM) per Luci su Fortuna, sabato 15 a Roma per Roma Jazz Festival, lunedì 17 a Napoli per S.Elmo Estate, martedì 18 a Pescara per Pescara Jazz e giovedì 20 a Perugia per Umbria Jazz.
Fabrizio Bosso e Giovanni Guidi hanno percorso strade molto diverse: Guidi pianista per anni alla corte di Enrico Rava, dopo alcune incisioni per CAM Jazz, è approdato alla blasonata etichetta ECM, con cui ha già registrato tre album da leader. Bosso, arrivato ai massimi vertici a livello mondiale del suo strumento, ha inciso da leader per Blue Note, Verve ed ora Warner.
Giovanni e io ci conosciamo da anni, ma non abbiamo mai suonato insieme, eppure, nonostante ci muovessimo su binari diversi, c’è stata molta sintonia - racconta Fabrizio Bosso. Sono felice di iniziare questa nuova esperienza, ho sempre ritenuto Giovanni un pianista visionario. Sono curioso di vedere dove ci porterà la fusione dei nostri background così diversi. Anche questa è la magia del jazz: da esperienze diverse può scaturire qualcosa di radicalmente nuovo.
I due incontratisi durante la scorsa estate ad Umbria Jazz, dove hanno diviso il palco, l’uno con il Quintetto di Enrico Rava e Tomasz Stanko, l’altro con il proprio progetto dedicato a Gillespie “The Champ", hanno pensato bene di unire le loro forze in una idea che li potesse spingere a oltrepassare i confini della loro personale ricerca musicale.
Con Fabrizio, ci siamo incontrati ad Umbria Jazz l’estate scorsa. Dopo aver visto il suo concerto, gli ho proposto istintivamente un progetto che facesse incrociare i nostri percorsi musicali - dichiara Giovanni Guidi. Fabrizio è un musicista eccezionale, questo viaggio non poteva partire senza il suo suono e le sue note. Mi attrae l’idea di esplorare insieme un territorio nuovo per entrambi, al di fuori dei nostri confini abituali e che metta in risalto una nostra comune attitudine di fare jazz. A questo allude il nome del progetto, il cui titolo si rifà a una frase di Bill Evans (“jazz is not a what, it is a how”): non è tanto il “cosa” che conta, quindi, ma il come. E in questo ci ritroviamo.

Formazione
Fabrizio Bosso, tromba
Giovanni Guidi, pianoforte
Aaron Burnett, sax tenore
Dezron Douglas, contrabbasso
Joe Dyson, batteria

Tour
11/7 Festival Mundus, Casalgrande (RE)
12/7 Ortaccio Jazz Festival, Vasanello (VT)
13/7 Ancona Jazz, Ancora
14/7 Luci su Fortuna, Palestrina (RM)
15/7 Roma Jazz Festival, Roma
17/7 S. Elmo Estate, Napoli
18/7 Pescara Jazz, Pescara
20/7 Umbria Jazz, Perugia
w
ww.giovanniguidi.it www.fabriziobosso.eu
Per informazioni e interviste
UFFICIO STAMPA GUIDO GAITO info@gaito.it + 39 329 0704981
Via Vincenzo Picardi, 4C - 00197 Ro

*

- Filosofia

Popsophia il Festival a Pesaro

FESTIVAL POPSOPHIA - ROCCA COSTANZA (PESARO) - 6/7 Luglio

'Vietato Vietare'


E' questo il tema dell’edizione 2018 del festival Popsophia che si terrà nelle giornate del 6 e 7 Luglio a Rocca Costanza di Pesaro.

“Anche quest’anno Popsophia conferma la particolarità della sua proposta culturale. – osserva il sindaco di Pesaro Matteo Ricci - Che cosa è veramente stato il Sessantotto? Si è trattato davvero di un evento che ha cambiato il volto delle nostre società? Il pop e la filosofia ci offriranno la loro risposta”.

“Interdit d’interdire” è un divieto di proibizione che ci ha portato a mettere in discussione la validità dei nostri valori, delle nostre opinioni, delle nostre regole.Ma fino a che punto è vietato punire?

“A mezzo secolo di distanza Popsophia - spiega la Direttrice Artistica Lucrezia Ercoli - racconterà a modo suo in quale humus si è formato e come si è sviluppata nei prodotti di massa la rivoluzione mondiale del ’68, i cui effetti culturali hanno influenzato ed ancora influenzano profondamente la cultura e la politica contemporanea”.

La prima giornata del festival è dedicata a “La Gioventù”, protagonista assoluta del movimento rivoluzionario del ‘68. La giornata si aprirà alle 18.30 con la Lectio Pop “Era di Maggio” tenuta da un ospite d’eccezione, Giampiero Mughini, eclettico scrittore e giornalista italiano che ha dedicato la sua ultima opera alle giornate che lo videro testimone a Parigi del maggio. Alle 19.00 Andrea Minuz, docente di cinema, moda e culture visive presso “La Sapienza” di Roma, parlerà del “68 distopico”, della cultura di massa di quell’anno. Alle 21.10 una nuova Lectio Pop con Angela Azzaro, caporedattrice del quotidiano “Il Dubbio” verterà con “Sesso libero” sul tema dell’emancipazione dei costumi e alle 21.30 il Philoshow “Noi siamo i giovani”, inedito spettacolo filosofico-musicale ideato dalla direttrice artistica Lucrezia Ercoli, avrà come ospite Simone Regazzoni, scrittore e docente presso l’Università di Pavia, con performance live del gruppo musicale “Factory”. La serata si concluderà con il Late Night Video “The dreamers” di Giorgio Leggi, originalissime testimonianze video della cultura giovanile di quegli anni.

Sabato 7 luglio la giornata verterà sull’“Utopia”, ideale della rivoluzione studentesca che ha caratterizzato l’illusione tipicamente giovanile di poter cambiare il mondo. La Lectio Pop delle 18.30 sarà tenuta da Remo Bodei, scrittore e docente di filosofia all’University of California che proprio al tema “Vietato Vietare” ha dedicato un suo lavoro. Alle 19.00 Marcello Veneziani, filosofo e penna autorevole del “Tempo”, tratterà de “L’altra parte”, di quel mondo della destra che contestava e cambiava i valori della tradizione. Alle 21.10 si parlerà di “Utopia” con la Lectio pop di Piero Sansonetti, direttore de “Il Dubbio”, e il Philoshow “Sogni e incubi”, che animerà la seconda serata del festival avrà come ospite Umberto Curi, professore ed editorialista del Corriere della Sera. La serata si concluderà con il Late Night Video “Sous le pavés la plage”di Giorgio Leggi, inediti documenti video sulle illusioni e le speranze di allora.

Gli incontri delle due serate saranno accreditati per l’aggiornamento scolastico.
Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero fino ad esaurimento posti
Per registrarsi a POPSOPHIA - Il Festival di Pesaro, scrivere un'email a
info@popsophia.it

*

- Società

Bla, bla, bla ’tutto cambia per non cambiare niente’


Bla ,bla, bla … dissoi logoi, tutto cambia per non cambiare niente.

Il ‘circo’ degli innovatori si è ormai stabilito definitivamente (?) nella grande piazza del Parlamento, e tutti festeggiano, ballano e cantano sulle note di ‘abbiamo vinto!’; ma, come si dice, ‘quando il gatto non c’è i sorci ballano’, a voler dire che senza un vero leader (il gatto), gli altri (i corci) si danno un gran ‘da fare ad arraffare’ a più non posso. Cioè fanno il mestiere che vestendo i panni dei clown (del circo mediatico), in fondo è l’unico che sanno fare bene, in ragione del fatto che non hanno mai fatto altro nella vita.

Non c’è che dire, sotto certi aspetti (la destra, il centro e la sinistra) fanno il loro mestiere, si rendono, chi più chi meno tutti quanti ridicoli e, così facendo, fanno anche ridere quei zuzzerelloni degli italiani che li stanno a sentire, senza rendersi conto del danno che stanno facendo in fatto di credibilità, di responsabilità ecc. (leggi di figure di merda) che facciamo nel mondo. Del resto non facciamo altro che confermare quei buontemponi, burloni, matterelloni, pazzarelloni che effettivamente noi italiani siamo, cioè quei mattacchioni che ‘pur di negare l’uccello alla propria moglie finiscono per tagliarselo’.

Ma va bene così, anzi va male (malissimo), perché per voler cambiare le cose in modo cos’ drastico finiamo per non cambiare niente. Come si dice ‘dissoi logoi’, in cui “Gli uni dicono che altro è il bello e altro è il brutto, differenti come di nome, così di fatto; altri invece che bello e brutto sono la stessa cosa”. per ora stiamo a vedere chi avrà ragione, ma come si dice ‘ il buogiorno si vede dal mattino’ e in questo periodo ancora (a distanza di tempo) non mi sembra di aver visto un qualche bella giornata. Speriamo in meglio, se pure non siamo nuovi a questi cambiamenti repentini che non hanno portato a nulla di fatto. Ricordo qui di seguito uno spettacolo musico-teatrale del geniale duo Dario Fo e Franca Rame andato in scena negli anni ‘60/’70, dal titolo ‘Ma che aspettate a batterci le mani’(*):

"Ma che aspettate a batterci le mani a metter le bandiere sul balcone? Sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra un carrozzone. Venite tutti in piazza fra due ore, vi riempirete gli occhi di parole, la gola di sospiri per amore e il cuor farà seimila capriole. Napoleone primo andava matto per 'sto dramma e ogni sera con la sua mamma ci veniva ad ascoltar. Napoleon di Francia piange ancora e si dispera da quel dí che verso sera ce ne andammo senza recitar. E pure voi, ragazze, piangerete se il dramma non vedrete fino in fine dove se state attente imparerete a far l'amore come le regine. E non temete se la notte è scura: abbiamo trenta lune di cartone con dentro le lanterne col carburo, da far sembrar la luna un solleone. Napoleon francese, per vederci da vicino, venne apposta sul Ticino contro i crucchi a guerreggiar. Napoleone primo, che in prigione stava all'Elba, vi scappò un mattino all'alba per venirci a battere le man. Ma che aspettate a batterci le mani, a metter le bandiere sul balcone, sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra un carrozzone. Vedrete la regina scellerata, innamorata cotta del figlioccio, far fuori tre mariti e una cognata e dar la colpa al fato del fattaccio. Ma che aspettate a batterci le mani, a metter le bandiere sul balcone? Sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra un carrozzone. Venite tutti in piazza fra due ore, vi riempirete gli occhi di parole, la gola di sospiri per amore e il cuor farà seimila capriole".

E un altro, ‘Tutta brava gente’ (*) di Carpi – Fo:
"Qui si parla di ufficiali piuttosto compromessi: tutta brava, tutta brava, tutta brava gente, e qui ci saltano fuori almeno sei processi per miliardi, a questo stato che è così indigente, qui si parla di una banca insediata in un convento, qui c'è un tal che alla Marina ha fregato un bastimento, qui un tal altro che a fatica ha corrotto un gesuita, assegnati quattro appalti a un'impresa inesistente, concessioni sottobanco contro assegni dati in bianco, truffe sui medicinali, sulle mutue e gli ospedali, sopra i dazi, le dogane, i tabacchi e le banane. Oh, che pacchia, che cuccagna: bella è la vita per chi la sa far! Ma tu, miracolato del ceto medio basso, tu devi risparmiare, accetta sto salasso: non devi mangiar carne, devi salvar la lira e, mentre gli altri fregano, tu fai l'austerità!"

Non avete anche voi la sensazione che nulla sia cambiato o che stia cambiando? Io ce l’ho, tant’è che non riesco più a raccapezzarmi se stiamo facendo la strada in avanti o all’indietro, proprio ‘ come un gambero!’ direbbe Umberto Eco, del quale riporto qui di seguito alcune note tratte dal suo ‘Pape Satàn Aleppe’ - Cronache di una società liquida (*):

Fin dall’introduzione l’autore (tanto di cappello) avverte il lettore trattarsi della raccolta delle sue Bustine di Minerva apparse sull’Espresso fin dal 1985 e in altre precedenti raccolte (brevi) e che oggi: “..non tanto per colpa mia quanto per colpa dei tempi, è sconnessa, va – come direbbero i francesi – dal gallo all’asino, e riflette la natura liquida di questi (ultimi) quindici anni”. Se è lui a dirlo dovremmo quantomeno credergli, e che invece nulla risulta di più concettualmente ordinata di questa. Figuriamoci se ‘il professore’ avrebbe mai potuto mettere assieme qualcosa di sconclusionato che lo riguardasse in prima persona. Comunque crediamocgli utilizzando quel suo senso autocritico che lo vedeva sempre insoddisfatto e compiaciuto di esserlo, fino a fermare la rotativa di stampa dei suoi libri per cambiare una frase o il finale di una storia solo perché non gli piaceva. Ma come sappiamo è questa una pratica solo dei ‘grandi’ e solo a loro giustamente concessa.

Un avvertimento al lettore riguarda il titolo, ripreso dalla citazione dantesca (Inferno, VII,1) che fa pensare a una sorta di ‘vademecum satanico’ cui solo Eco sarebbe stato capace di redarre; ed anche la ragione, io credo, per cui molti lettori si astengano dallo sfogliare, per paura forse di esserne contaminati fino a perdersi nei labirinti della sua ragionevolezza (difficoltà di lingua, argomentazioni occulte ecc.) dei suoi precedenti libri. Tutt’altro, siamo qui di fronte a alle fusa di un gatto sornione fin troppo arguto e bizzarro nelle sue scelte e nei suoi lazzi che, nelle pur brevi pagine (minimal stories) delle sue ‘cartine’, riesce a introdursi nelle vene della società pulsante di vita, utilizzando una nota definizione del sociologo Zigmunt Bauman (*) riferita alla ‘società liquida’, essere invero uno stilema della modernità che ci è data di vivere in questo terzo millennio.

“C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e in gran parte l’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno.Anche per questo Bauman rimane per ora una ‘vox clamantis in deserto’” - scrive Eco, e l’insegnamento potrebbe sembrare non pertinente con la missione del professore, ma che certamente lo è, in quanto Eco è stato un insegnante di vita la cui esperienza lo ha portato a discernere, nella completezza dello scibile universale, quella che ha dimostrato essere la sua erudizione a tutto tondo e non un semplice opinionista da strapazzo come quelli che spesso si gongolano sui canali televisivi, capaci di parlare a senso unico su questo o quell’argomento. Cioè di tutto e su tutto senza sapere (a volte e sempre più spesso) neppure di quello cui stanno parlando. Che ci si chiede se non farebbero meglio a starsene zitti (?)

(Abbrevio)
“I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente – e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti Web (così come si fanno recensioni di libri <che pochi leggono> o di film <che nessuno vede>, indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse, anche un motivo per cui molti nevigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno. (..) È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa”.

Eco centra quasi con mira infallibile il problema o un dubbio contestabile pur esistente in noi esseri sociali offrendoci spesso un possibile sguardo risolutivo nei risvolti inclusivi dei diversi ‘capitoli’ che formano il corpus narrante. Per così dire ‘liquifacendoli’ dentro un linguaggio accessibilissimo a tutti, comprensivo di religione e filosofia, razzismo e odio, morte e miracoli, educazione e scuola, letteratura e poesia, stupidità e follia, politica e potere, cinema e musica, Web e telefonini, vecchiaia e ricambio generazionale, Europa e il resto del mondo, e non si ferma qui, tant’altro e tale è ogni volta l’incognita del suo spaziare che riesce a smuovere il pensiero del lettore, finanche in inezie da megalomane, di cui forse non si sarebbe mai preoccupato. Ma che invece investono tutti in ogni momento della giornata e della notte, in quanto riguardano la vita di tutti i giorni, le necessità e le esigenze di noi esseri sociali (ed anche di asociali) nel vivere comune.

Umberto Eco (come pochi altri) ha dato e può ancora darci lezioni (attraverso i suoi scritti) su quel che siamo noi italiani, su ciò che siamo capaci di inventare, di creare artisticamente parlando, anche di fare autocritica ma soltanto quando chi vuole insegnarci qualcosa ha le palle per farlo, allora tanto di cappello. Mi chiedo cosa avrebbe scritto Eco sulle ultime vignette apparse su Charlie Hebdo, lui che spesso citava il buon gusto dei cugini francesi? Ma forse ne avrebbe riso, valutandola una scivolata del bon ton che alla fin fine non può offenderci, perché tocca delle verità che egli stesso avrebbe condiviso. Magari individuando nelle ragioni di una simile caduta di stile, quelle che sono le pecche di una Nazione addormentata che sta ancora in piedi crogiolandosi sulla grandeur del Re Sole usando gli stecchini da tavola per tenere gli occhi aperti.

Davvero interessante la sua affermazione sullo stato della follia che imperversa questo primo ventennio del secolo: “Però mi pare abbia scritto una volta Saul Bellow che in un’epoca di pazzia credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia. Quindi non prendete per oro colato le cose che avete appena letto”, sembra voler concludere questo lungo escursus letterario che lo riguarda e ci riguarda, ma non è la fine, è ancora del 2015 la cartina “Gli imbecilli e la stampa irresponsabile” che, strano a dirsi, assume maggiore validità in questi nostri giorni se riferita alle vignette di Charlie: “Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del Web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta lectio magistralis a Torino avrei detto che il Web è pieno di imbecilli. È falso. La lectio era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornalisti e Web le notizie circolino e si deformino”.

(Abbrevio)
“Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar – e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social network. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli. (..) Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul Web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere. È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee.”

Pronto … pronto … siete connessi? In fine, eccoci giunti ai saluti di rito, e voi …
“Ma che aspettate a batterci le mani!”



Note:
(*) Dario Fo e Franca Rame, ‘Ma che aspettate a batterci le mani’ e ‘Tutta brava gente’ di Carpi – Fo sono due spettacoli andati in scena negli anni ‘60/’70.
(*) Umberto Eco, ‘Pape Satàn Aleppe’ - Cronache di una società liquida – La nave di Teseo 2016.
(*) Zigmunt Bauman, ‘Modernità liquida’, Edit. Laterza 2002 - (ristampa 2015)

*

- Società

Bla, bla, bla ‘la farsa va in scena’

Bla, bla, bla … La ‘farsa’ va in scena.

Ed eccoci alla svolta, la ‘farsa’ del rinnovamento del Parlamento che voleva essere all’insegna di una giovane elite di politici motivati, onesti (per dire non intrallazzoni), va in scena con una risma di attori (tecnici più che mai) che possiamo definire giovanili, spinti da velleità di potere e in qualche caso da interessi personali di far valere riscatti da passate amministrazioni. A incominciare da ‘primo attore’ (leggi premier) che si accinge a manovrare l’apparato delle carrucole e delle funi di un teatro senza quinte, sempre più somigliante all’antico Carro di Tespi dove pur accadeva che nel tragitto perdeva qualche pezzo per la strada. Niente da ridire ma certo c’èra da ridere quando qualche sventata comparsa improvvisava sul ‘canovaccio’ (la Costituzione) che doveva servire per la messa in scena.
Per quanto ne sia passata d’acqua sotto i ponti, le cose non sembrano affatto cambiate, gli sproloqui e le disaffezioni (del disimpegno politico) sono rimasti gli stessi: ‘saremo, diremo, faremo’ rimbombano sulla scena nelle piazze (e nei talk-show come nei comizi), senza spiegare con chi (?) e con quali mezzi (?). è la solita ‘farsa’ che tuttora rappresentata ha un esasperato carattere comico, spesso con qualche (si fa per dire) grossolanità pedestre a buon mercato, destinata unicamente a suscitare il riso con espedienti didozzinali e spesso di cattivo gusto. Ma se il cattivo gusto impera sulla bocca e nelle scelte degli italiani delle ultime generazioni, non è tollerabile che i politici (di dubbio corso), affidino alla ‘farsa’ priva di serietà costituzionale la loro cretina buffonaggine.
D’accordo, la farsa a teatro è per suo genere basata su situazioni e personaggi a dir poco stravaganti (per quanto non poi così dissimili dal vero) nei loro aspetti irrazionali. Tuttavia, più in generale, essi mantengono aspetti che in fine convergono entro un certo realismo ‘moralmente accettabile’. Ciò non toglie che sulla falsariga del goldoniano “Arlecchino servitore di due padroni” avremo un leader (falso) che dovrà barcamenarsi sugli ‘svarioni’ politicamente scorretti di due avidi improvvisatori / sputasentenze che si esibiscono sulla scena ‘per il popolo’, ‘per salvare questo paese’, ‘per amore dell’Italia’ ecc, ecc.
Niente di più falso se fra le righe del ‘canovaccio politico’ leggiamo quel che leggiamo. Va bene la ‘farsa’ ma che tutti gli altri (oltre loro due) siano tutti degli stupidi analfabeti, ce ne passa. Comunque lo spettacolo ‘must go on’ e noi (quegli altri) stiamo tutti qui a ridere come deficienti, davanti alla TV mentre va in onda un’altra puntata della Corrida che raccoglie il ‘peggio o il meno peggio’ della defiance mentale umana: “quel comportamento in cui ci si rifiuta di obbedire alle regole” o, almeno a quelle scritte in una costituzione civilmente accettata, nei diversi modi di ‘venir meno’, o nel senso di ‘far resistenza’, come la ‘sfida’ e lo ‘sprezzo’, ma anche con significato di ‘sfiducia’ nelle norme e nei valori che i diversi popoli (in primis gli italiani) si sono dati nell’Unione Europea.
È quanto realmente accaduto ai due suddetti attori/politici, i quali davanti a un insuccesso dei loro sforzi, hanno accusato una ‘defiance’, cioè una debolezza improvvisa, per aver ‘sudato sette camicie’ durante i giorni e le notti del loro impegno a formare un governo. Troppo per una vita spesa a non fare niente e che, memori della fatica dell’ozio passato, vogliono ‘distribuire uno stipendio’ (perché di questo si tratta), a tutti quegli infaticabili ma energici individui che gironzolano per le strade dello shopping a spendere i soldi di papà. Del resto gli esempi sono più che eccellenti, perché non lasciare che i ‘vecchi’ continuino a lavorare? Perché non lasciare che si dividano le poltrone, se è proprio questo che loro vogliono?
La rottamazione? Non conviene a nessuno, visto che un ultra ottattenne è chiamato (falsamente perché si è imposto da solo per la sua vanità e velleità eroica), ad occupare la poltrona più prestigiosa della finanza pubblica? E che poi si accontenta, senza vergogna alcuna, di fare l’usciere di un governo che traballa. O che un altro ottuagenario arcimiliardario che anziché godersi la sua vecchiaia ancora non si da per vinto d’essere arrivato alla stazione col suo treno imbandierato, dove però ormai non lo sta ad aspettare nessuno? Per non parlare della ‘in-giustizia’ in cui si barcamena il paese di Arlecchino, alla cui presidenza arriva un ‘azzeccagarbugli’, dott. Pettola o Duplica di manzoniana memoria, cioè d’infima levatura ( leggi senza arte né parte).
E visto che ci siamo, perché non parlare di quel dott. Balanzone a Ministro della Salute, del quale è chiamata a rivestire i panni sulla scena una donnina che, in mancanza dei baffi che contraddistinguono la maschera della vecchia Commedia dell’Arte, continua a sgranare gli occhi quantomeno perplessa, rivoltasi alla politica perché gli ‘altri’ non le lasciavano ‘spazio’ in corsia durante il giro di visita ai pazienti. Di fatto l’abbiamo vista all’opera, tenuta in disparte al seguito dei suoi mentori, mentre si arrabattavano nei corridoi fin troppo sfolgoranti del Parlamento dove accecati sbattevano contro le porte; come dire: ‘faccia di culo che non ha mai visto camicia la sporca di merda’ (vecchio detto sempre attuale).
Ma non è questo il problema, piuttosto è che a sporcarci siamo tutti noi che abbiamo creduto e optato per una scelta democratica che tenesse alti i valori della Costituzione, l’insieme di regole che fin qui hanno garantito a dare al paese quell’unità nazionale (mai raggiunta del tutto per i soliti furbetti del quartierino che si sono spartiti la torta alla faccia degli italiani), che pure essa, nello stipulare ‘i diritti e i doveri’ dei cittadini, prefissava dentro un modello/esempio di duratuta libertà e pace oltre le fazioni e le faide territoriali.
Che si sia sbagliato tutto? Che non si dovesse credere neppure a quei ‘principi’ fondanti he sia tutto da rimettere in discussione? Forse! Ma se a dirlo (anzi a pretenderlo con molta arroganza) sono coloro che abbiamo visto all’opera, che Iddio ce ne scampi e liberi al più presto, perché alla cialtroneria non c’è rimedio, si finisce tutti per vestire gli stessi panni (omologati) di ‘brutti, sporchi e cattivi’, solo che a farne le spese saremo comunque tutti noi, hai voglia di aspettare, come appunto nella ‘farsa’ arrivi Pantalone.

La ‘farsa’ prosegue nella prossima puntata.


*

- Arte

Mario Compostella International Tattoo Fest

Mario Compostella all’International Tattoo Fest Napoli 2018
Dal 25 maggio alle 13:00 al 27 maggio alle 12:00

Insieme a quasi 300 tatuatori di fama nazionale e internazionale che saranno presenti nella cornice di grande fascino e bellezza in un contesto di puro divertimento che sarà l’International Tattoo Fest di Napoli 2018 in occasione della Mostra d’Oltremare, una delle più importanti e caratteristiche sedi fieristiche in Italia, l’artista Mario Compostella, presente con alcune sue opere di maggiore impatto visivo, rappresenta il fulcro di quella tradizione partenopea mai venuta meno che ritroviamo proiettata nel futuro della contemporaneità.
Le motivazioni che lo hanno spinto a partecipare all’International Tattoo Fest Napoli 2018, sono molteplici. In primis la volontà dell’artista di confrontarsi con altri ‘creatori di immagini’, decoratori visionari, artisti con l’arte tra le mani ecc. che indubbiamente rappresentano il meglio dell’arte creativa presente sulla scena. Quale miglior location dell’International Tattoo Fest di Napoli, dunque, se non quella che vede numerosi spazi appositamente dedicati , dove incontrare artisti di strada, balli e giochi di animazione e aree per il relax e il ristoro, e altri destinati ai manufatti della tradizione artistica partenopea e non solo.

Ma lasciamo che Mario Compostella ci parli della sua attività artistica:

Professionalmente nasco nel laboratorio di artigianato artistico di famiglia Ditta Arte Compostella, dove prima mio nonno e poi mio padre costruivano e restauravano arredi classici decorandoli con oro a foglia, l’inestimabile patrimonio di tecniche, manualità e conoscenza che mi sono state tramandate sono la genesi della mia espressione artistica, che inizia ufficialmente nel 1994.
Nel 1997 il mio laboratorio è inserito nell’Itinerario delle botteghe storiche nell’ambito del Maggio dei Monumenti, nell’anno 2000 partecipo alla Mostra di Artigianato Religioso in Pompei, dove sono premiato dai Lions Club International Pompei Host per qualità e raffinatezza delle opere esposte.
In questi anni decoro alberghi di lusso tra cui: Grand Hotel Parker’s, Excelsior, Grand Hotel San Francesco al Monte, fornisco teatri per arredi di scena tra cui: Opera Buffa del Giovedi Santo del Maestro Roberto De Simone, Tartufo di Tony Servillo, restauro arredi del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella e dell’istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
Nel 2006 partecipo al Columbus Day in New York, nel 2007 all’Italian Lifestyle in Emirates e nel 2008 al 5° concorso internazionale 'Il Mobile Significante' promosso dalla Fondazione Aldo Morelato in queste manifestazioni decido di presentare i miei nuovi lavori di design e ricerca, il consenso e le discussioni che ne seguono, producono una serie di eventi e iniziative ampliando di fatto il mio ambito professionale.
Nel 2011 la mia prima mostra personale ‘la materia della memoria’ nell’ambito del Forum delle Culture, 2012 ‘decorAZIONI’ che ha come location la Cattedrale di Caserta nel borgo medioevale, 2014 ‘Le sette Madonne’mostra itinerante nel percorso della Napoli Sotteranea, nel 2015 Istitut Francais di Napoli espongo il ‘Trono Itinernate’ dal quale segue un importante pubblicazione sulla rivista Rencontres dal titolo ‘La via dell’oro’, imperniato sul mio percorso artistico.
Nel 2016 sono nominato Fornitore Ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. Nel 2017 progetto e realizzo ‘La Macchina dell’Energia e ‘Il giardino dei Chakra’ per il I International Reiki Festival di Ferla (SR).
Ed ecco che in occasione dell’International Tattoo Fest Napoli 2018, decido così di realizzare una grande pannellatura luminosa di 2 metri per 1 raffigurante PACESOTERICO, prendendo spunto dal video game degli anni 80 Pac Man, sostituendo i personaggi famosi con elementi naturali come il sole, la luna, la morte, proponendo un percorso labirintico in cui rappresento il ‘ciclo della vita’. Le figure sono realizzate in alluminio a fogli lavorati con tecnica a sbalzo, il metallo punzonato e bordate con chiodi in ottone.
Continuando a giocare con questi elementi Pop oramai metabolizzati nella nostra cultura, ho realizzato inoltre una ristretta collezione di mummie partendo da alcuni pupazzi di gomma degli anni 70 della Walt Disney, utilizzando piccole bende di cotone e colla naturale le ho rivestite e messe in campane di vetro decorandone la base in legno tornito con una incisione a rombo alternata con colori e foglia dorata, ciò mi riporta inconsciamente ad un linguaggio popolare che da estetico decorativo si proietta in un cosmo mistico di rilevanza esoterica.

Altre cose con le quali partecipo sono le mie classiche formelle in legno in cui incido elementi Sacri, Orientali, Zodiaco. Talismani. Paesaggi, come San Michele, appare su di una antica tavola di legno incisa e decorata con foglia di oro 22 carati applicata con tecnica a guazzo e lucidata a mano, qui il linguaggio figurativo è intrinsecamente legato al linguaggio del corpo, quel corpo di cui le mani fanno parte e che sapientemente generano un’immagine sacro-mitologica.
Infine una serie di specchi, cornici e paraventi in cui la decorazione, le dorature, i colori diventano elementi principali di dialogo visivo nel quale il riconoscimento e la sua lettura, nasce per riflesso di memoria culturale.
Diverso è invece il linguaggio strettamente simbolico di tipo ‘totemico’ che una certa oggettivazione visiva, non sempre di facile interpretazione, è parte del retaggio di una tradizione artistica e devozionale attribuita all’arte tout court , una lontana funzione magica, che si riconduce alla terra e al popolo ‘elettivo’ per eccellenza, in quanto possessore della chiave che ha reso l’‘homo faber’ napoletano artefice di se stesso nell’esplicare al meglio le proprie facoltà intellettive e comunicative che, da sempre e nel tempo, ha dato impulso alla propria creatività. Sia nel senso della conservazione della passata ‘memoria’, afferente ai mestieri più antichi dell’utilizzo dei materiali primari; sia al rinnovamento dei ‘tratti distintivi’ dello stile e delle nuove forme espressive del nostro tempo.

Mario Compostella … ‘o la memoria creativa del tempo’, in larecherche.it
Per quanto la ‘napoletanità’ non sia scevra da queste connotazioni più profonde, tuttavia è nella spontaneità di ‘vivere’ che in essa si rispecchia la sua più grande esperienza connotativa e filosofica: in quel ‘saper fare’ che vale qui la pena di sottolineare, in cui va ricercato l’esito di quella che è un’acquisita esperienza deduttiva, quel suo ‘fare creativo’, costitutivo di un voler guardare oltre il presente e che, ancor più, si apre al futuro e che sono connotative dell’arte di Mario Compostella, un ‘homo faber’ a tutto tondo, in cui la ‘creatività napoletana’ si ripropone con evidenza, sia nei manufatti artigianali sia nella sua recente produzione artistica. Si è qui costantemente partecipi di eventi risalenti a origini antropologiche che richiedono una colta rivisitazione o, comunque, una ricerca culturale che scandagli nel fondo ‘occulto’ delle scienze esoteriche e filosofiche. In quel simbolismo ‘creato dall’uomo per l‘uomo’ ancora non del tutto smarrito che accompagna il nostro vivere quotidiano e che, in qualche caso, restituisce ‘senso’ a ciò che forse senso non ha, o per meglio dire, allevia e/o appaga l’umana ragione di essere al mondo,
Ed è pur questo il mondo magico in cui ‘lavora’ e si ‘esprime’ Mario Compostella, il giovane artista del ‘fare’ che accomuna all’elemento tempo la sostanza allegorica dell’operosità creativa; all’essenzialità poetica dell’immagine l’umiltà del mestiere e la preziosità dell’arte. Ed è lui che oggi andiamo a conoscere nella sua operosa essenzialità. E sia che si tratti dell’esperienza artistica nei suoi ambiti diversi, in quanto Mario Compostella è inoltre maestro d’arte applicata al restauro, nonché disegnatore di architetture e arredamento d’interni, o di scenografie per il teatro. Quanto il suo dare ‘vita alle forme’, al suo desiderio di soddisfare la propria aspirazione nel mondo della percezione, o ai suoi ‘fantasmi creativi’ (composizioni artistiche, immagini pittoriche e non solo), spesso utilizzando materiali recuperati, o per meglio dire: ‘rubati alla terra’, come terre e pietre, corde e legni, metalli poveri o preziosi come l’oro.
Ed è alla mano operosa dell’artista che si fa qui ricorso. Egli è infatti maestro doratore, una professione che gli giunge da lontano, almeno da tre generazioni di fattivo lavoro che risale al suo bisnonno e chissà da quale frequentazione ‘in illo tempore’ dell’estrazione dei metalli. I suoi attrezzi più frequenti sono il pennello, la cera, la gomma, la matita, una quantità di spatole e spatoline, lo scavino, lo scalpello, la punta di bulino per incidere sul metallo. Ancor più gli ‘occhi’ e le ‘mani’, prima ancora dell’afflato ultimo che le riveste: esoterico-allegorico, per voler dire ‘intimo e riservato’ che trasforma le sue creazioni in ‘immagini’ insostituibili dell’umana vicinanza al divino (come ad esempio le sue rivisitazioni sacre); o quelle di un creato astrale (come le sue visioni cosmiche), così vicino a noi da lasciare stupefatti per la ‘bellezza’ che in esso si esprime.
È dunque nel ricreato mondo di una certa ‘bellezza’ che l’artista Mario Compostella esprime la sua sollecitudine alla riscoperta dei ‘segni’ che più coincidono con la nostra sensibilità d’interlocutori attenti e volitivi, sempre alla ricerca di avvalorare certe intuizioni nascoste, quelle significazioni illuminanti che ricreino l’emergere di un senso nuovo, seppure destinato a smarrirsi nella fuga delle definizioni. E lo fa nel comporre, levigare, cesellare, delineare l’indefinito e addirittura, in certi casi, l’indefinibile.
Per quanto, essendo ciò quel che vi è di più avvalorante, ha anche sempre a che fare con la sua sensibilità e quindi con il sentimento poetico del ‘fare’ che si fa ‘verbo’, capace di quell’originalità che trasforma ogni suo momento creativo. E che si tratti dell’amore, del sogno, del coraggio o della paura, così come del giorno e della notte, della guerra e della pace o di qualche altro tema di una lista infinita, alla fin fine egli pur ci parla di noi, e lo fa in modo semplice (mai banale), di ciò che siamo e che trascende dalla nostra ostinata esistenza nell’universo, di quell’‘uomo del fare’ che dapprima esternò nel ‘segno’ la propria inclinazione artistica.

Mario Compostella vive a Napoli, dove gestisce il Laboratorio d’Arte e Restauro in qualità di Maestro artigiano e d’arte applicata, Perito-Esperto in doratura e argentatura a foglia, Disegnatore di architettura, arredamento d’interni e scenografie per il teatro.
Contatti:
www.mariocompostella.it
info@mariocompostella.it inoltre su facebook e youtube.

L’evento si svolgerà in occasione della Mostra d’Oltremare di Napoli, nella zona di Fuorigrotta ed è facilmente raggiungibile da qualunque parte del capoluogo campano. Dal 25 maggio ore : 13:00 al 27 maggio ore : 22:00 presso i padiglioni della Fiera:Padiglione 10 e Giardino dei Cedri - Piazzale Tecchio - Napoli, 80125

Contatti:
http://www.tattoofestnapoli.com
INTERNATIONAL TATTOO NAPOLI S.R.L.
Telefono: 0818854876 - Email: info@tattoofestnapoli.com
Sito web: www.tattoonapoliexpo.it









*

- Cinema

Cannes il Palmares e oltre

CANNES 2018 in collaborazione con Cineuropa
La Palma d'Oro per ‘Shoplifters’
di Fabien Lemercier

19/05/2018 - CANNES 2018: Il film di Hirokazu Kore-eda si aggiudica il titolo più importante. Nel palmarès anche gli italiani Alice Rohrwacher e Marcello Fonte, il polacco Pawel Pawlikowski e Jean-Luc Godard. E’ la combinazione di emozione e finezza ad aver guidato la giuria presieduta da Cate Blanchett visto che la Palma d'Oro del 71° Festival di Cannes è stata assegnata al sottilissimo Shoplifters del giapponese Hirokazu Kore-eda. Presente per la quinta volta in concorso, il cineasta era stato già premiato due volte (premio della giuria nel 2013 e attraverso l’interpretazione maschile nel 2004) e porta nel suo paese una quinta Palma d’Oro.

Il cinema europeo è ampiamente rappresentato nel palmarès di questa edizione 2018. Una Palma d’Oro speciale è comparsa per la prima volta nel palmarès, ricompensando l’incredibile Le Livre d’image dello svizzero Jean-Luc Godard (87 anni), prodotto dagli svizzeri di Casa Azul Films e i francesi di Ecran Noir Productions; le vendite sono guidate da Wild Bunch.Il premio per la regia è andato molto giustamente al polacco Pawel Pawlikowski per Cold War, un’opera prodotta da Polonia (Opus Film), Regno Unito (Apocalypso Pictures) e Francia (mk2 che gestisce anche le vendite internazionali).

Il cinema italiano ha vinto due volte. Il premio dell’interpretazione maschile è andato al bel lavoro del buster-keatoniano Marcello Fonte in Dogman di Matteo Garrone, un film prodotto da Archimede con i francesi di Le Pacte, e venduto dalla Rai. Il premio della sceneggiatura (ex-aequo) è stato attribuito ad Alice Rohrwacher per Lazzaro felice. Già vincitrice del Grand Prix nel 2014 (con Le meraviglie), la cineasta 36enne prosegue la sua ascesa, ed è appena al suo terzo lungometraggio. Prodotto da Tempesta con Rai Cinema, gli svizzeri di Amka Films Productions, i francesi di Ad Vitam e i tedeschi di Pola Pandora Filmproduktion.

I vincitori dei premi della 71a edizione del Festival di Cannes:

Palma d'Oro
Shoplifters - Hirokazu Kore-eda (Giappone)
Palma d'Oro Speciale
Le Livre d'image - Jean-Luc Godard (Svizzera/Francia)
Grand Prix
BlacKkKlansman - Spike Lee (Stati Uniti)
Premio alla regia
Pawel Pawlikowski - Cold War (Polonia/Regno Unito/Francia)
Premio all'interpretazione femminile
Samal Yeslyamova - Ayka (Russia/Germania/Polonia/Kazakistan/Cina)
Premio all'interpretazione maschile
Marcello Fonte - Dogman (Italia/Francia)
Premio alla migliore sceneggiatura (ex-aequo)
Alice Rohrwacher - Lazzaro felice (Italia/Svizzera/Francia/Germania)
Jafar Panahi - Three Faces (Iran)
Premio della giuria
Capharnaüm - Nadine Labaki (Libano/Francia)
Caméra d'Or
Girl - Lukas Dhont (Belgio/Paesi Bassi)
Palma d'Oro al cortometraggio
All These Creatures - Charles Williams (Australia)
Menzione speciale
On the Border - Wei Shujun (Cina)

Mentre a Cannes vengono consegnati i premi per i migliori film in concorso, non possiamo non rivolgere uno sguardo appassionato al film di chiusura del festival ‘The Man Who Killed Don Quixote’ di Terry Gilliam che in fine ha vinto la sua battaglia epocale portando il suo progetto a Cannes 2018 e ora può finalmente, dopo 25 anni, consegnare al pubblico la sua personale e tormentata visione del classico di Cervantes.
Il film è stato presentato fuori concorso al 71º Festival di Cannes il 18 maggio 2018, come film di chiusura del festival. Originariamente avrebbe dovuto concorrere per la Palma d'oro, ma lo scoppio di una causa legale tra Gilliam e l'ex produttore Paulo Branco, ha costretto i produttori a rimuovere il film dalla competizione. Verrà distribuito nelle sale cinematografiche francesi da Océan Films a partire dal 19 maggio 2018.

“The Man Who Killed Don Quixote” è un film co-sceneggiato e diretto da Terry Gilliam. Liberamente ispirato al Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, il film è noto come uno dei più estremi esempi di development hell della storia del cinema, con ben otto tentativi di realizzazione da parte del regista nell'arco di quasi vent'anni.

"The Man Who Killed Don Quixote" articolo di Alfonso Rivera per Cineuropa18/05/2018 - CANNES 2018:
L’approccio di Terry Gilliam all’universo della creazione più famosa di Miguel de Cervantes, opera tanto attesa quanto maledetta, è pieno di segni deliranti della sua identitàutti conoscono la lunga odissea della gestazione di questo film, ma a ricordarcelo è lo stesso regista, Terry Gilliam, con un cartello all’inizio di The Man Who Killed Don Quixote che dice come finalmente, dopo più di vent’anni di attesa, potremo godere della sua personale trasposizione del romanzo spagnolo più celebre di tutti i tempi, nato dalla penna e la mente di Miguel de Cervantes Saavedra.
Ci sarebbe da chiedere a Gilliam se ha incorporato i problemi personali dell'eterna elaborazione di The Man... nella sceneggiatura finale che si è potuta vedere in chiusura del 71° Festival di Cannes, perché la sua trama, che si svolge durante le riprese di una versione filmica del Don Chisciotte della Mancia, distilla nostalgia, critica verso i produttori (compresi russi e cinesi), giri impensabili e alcuni elementi biografici. Il protagonista, interpretato dall'americano Adam Driver, è questo regista che vedrà vari elementi – reali e immaginari, controllabili o meno – impedire che il suo progetto cinematografico si materializzi.

Il resto del film, su sceneggiatura di Gilliam e Tony Grisoni (già collaboratori in Tideland), segue le avventure del regista che scopre qualcosa che lo riporta al suo tentativo precedente di fare lo stesso film: i suoi passi lo porteranno a incontrare quell'uomo che, come Albert Serra in Honor de caballería, reclutava gente del villaggio per incarnare con vero realismo manchego l'ingegnoso hidalgo (interpretato qui dal gallese Jonathan Pryce, protagonista di quell'indimenticabile Brazil, che pure aveva qualcosa di donchisciottesco). E lì entrerà in una spirale delirante, in puro stile Gilliam, dove la realtà si confonde con la finzione, la follia con l'intelligenza e la frenesia con il nonsense.Irregolare ma con momenti affascinanti, folle e fantasioso come tutto il cinema del regista di Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, The Man Who Killed Don Quixote – titolo che contiene uno spoiler grande come un mulino a vento – conquisterà i fan del regista nordamericano e infastidirà o persino irriterà gli spettatori più esitanti verso i suoi eccessi grandguignoleschi, ma dimostra che Gilliam, a 77 anni, rimane in gran forma e continua a costruire universi unici, divertenti, grotteschi e irripetibili.

In conclusione,il nuovo film, girato in maestosi scenari storici e naturali della penisola iberica e delle isole Canarie, oltre ad essere dedicato ai due attori che in precedenza hanno cercato di incarnare Don Chisciotte ai suoi ordini (John Hurt e Jean Rochefort), si erige come un'ode all'inconscienza necessaria per vivere, creare e, soprattutto, fare film. Terry Gilliam lo sa bene e lo dimostra felicemente in quest'opera festosa, rischiosa, spericolata, combattiva e quasi testamentaria.
The Man Who Killed Don Quixote, con la colonna sonora composta da Roque Baños e la direzione della fotografia di Nicola Pecorini, è una produzione europea tra Spagna, Portogallo, Regno Unito e Francia delle compagnie Tornasol Films, Kinology.

Trama
Un vecchio impazzito si convince di essere Don Chisciotte e scambia il giovane consulente pubblicitario Toby per il suo fedele scudiero Sancho Panza. I due si imbarcano quindi in un viaggio bizzarro e allucinato, sospeso tra i giorni nostri e un magico XVIII secolo. Tuttavia, come già accaduto al vecchio cavaliere, anche Toby inizia a venire gradualmente consumato dalle illusioni che si crea, rischiando di non saper più distinguere i sogni dalla realtà.

Riprese del primo film.
La pre-produzione del film venne avviata per la prima volta nel 1998, con Jean Rochefort come Don Chisciotte e Johnny Depp nel ruolo del co-protagonista Toby Grisoni. Le riprese cominciarono nel 2000 in Spagna con un budget di 32 milioni di dollari, ma, a causa di vari contrattempi e problemi finanziari, della distruzione di alcuni set e materiali dovuta a un'alluvione improvvisa e dell'abbandono di Rochefort per problemi di salute, il film venne cancellato in fase di riprese. Il materiale girato fu poi riutilizzato per la realizzazione del documentario Lost in La Mancha (2002), che ripercorre le vicende della travagliata produzione del film. L'intero film si sarebbe dovuto girare in Spagna e in altre parti dell'Europa. Le riprese iniziarono nel settembre del 2000 in una zona deserta a nord di Madrid, vicino ad una base militare. Sarebbero terminate entro il 2001. A causa di enormi problemi (ad esempio il costoso set della pellicola che venne danneggiato da un violentissimo nubifragio), in particolar modo riguardanti la salute del protagonista Jean Rochefort, sofferente a causa di una doppia ernia del disco ed una prostatite, le riprese vennero immediatamente interrotte. Solamente Johnny Depp e il protagonista girarono qualche scena. Le poche riprese del film finirono nel documentario Lost in La Mancha.

In seguito al fallimento del progetto, Gilliam perse i diritti della sceneggiatura, recuperandoli solamente nel 2006. Tra il 2006 e il 2016, la pre-produzione ricominciò a più riprese, con periodici cambiamenti nel cast e nella sceneggiatura: Robert Duvall, Michael Palin e John Hurt si succedettero nel ruolo di Chisciotte, mentre Depp, Ewan McGregor, Jack O'Connell e Adam Driver in quello di Grisoni. Tuttavia i tentativi di Gilliam si rivelarono puntualmente fallimentari a causa delle difficoltà a finanziare nuovamente il progetto e al conciliare la disponibilità degli attori. Nel 2017 il film riuscì definitivamente ad entrare e a completare con successo la produzione, con Jonathan Pryce nel ruolo di Chisciotte e Adam Driver nuovamente come Grisoni, diciannove anni dopo l'inizio della produzione originale.
Primo sviluppo (1998-2000). Nel marzo 2000 il regista Terry Gilliam ebbe la conferma dai produttori per la realizzazione del film. Il progetto del film era assai ambizioso, con un budget di più di 32 milioni di dollari e sarebbe stato tra le più costose produzioni cinematografiche realizzate con fondi esclusivamente europei (Spagna, Francia e Regno Unito). I realizzatori del film incompiuto sarebbero stati Terry Gilliam alla regia, Rene Cleitman e José Luis Escolar come produttori, Bernard Bouix come produttore esecutivo, Gilliam e Tony Grisoni alla sceneggiatura, Nicola Pecorini come direttore della fotografia, Benjamín Fernández alla scenografia, Gabriella Pescucci e Carlo Poggioli per i costumi.

Sceneggiatura
Data la vastità del materiale letterario di Cervantes (il celebre romanzo picaresco Don Chisciotte della Mancia), Gilliam e lo sceneggiatore Tony Grisoni pensarono di riadattare la storia ispirandosi al romanzo Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain. Nel nuovo soggetto Sancho Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, sarebbe dovuto apparire solo all'inizio, per poi esser sostituito da Toby Grisoni, un uomo del ventunesimo secolo scaraventato indietro nel tempo, che il protagonista avrebbe confuso per Panza.

Cast
Nel marzo del 2000 Johnny Depp fu scelto per interpretare Toby Grosini dallo stesso regista, dopo gli ultimi successi insieme. La parte di Don Chisciotte venne affidata all'attore francese Jean Rochefort, il quale ha dovuto imparare l'inglese in sette mesi di preparazione. Rochefort e Depp furono gli unici a girare alcune scene (escludendo le comparse).Il resto del cast scelto, che non ha avuto modo di recitare, sarebbe stato composto da Vanessa Paradis nel ruolo di Altisidora (riuscì solo a fare le prove per i costumi e per il trucco), Miranda Richardson, Ian Holm, Jonathan Pryce, Christopher Eccleston, Bill Paterson e Peter Vaughan.

Cancellazione
Come mostrato nel documentario Lost in La Mancha, le prime riprese in location furono in una zona deserta a nord di Madrid, vicino ad una base militare. Come primo problema ci furono i jet F16 che volavano in continuazione sopra il set, rendendo le registrazioni degli attori incomprensibili. La situazione non era molto grave: il tutto si sarebbe sistemato grazie al doppiaggio in post-produzione. In seguito la troupe venne colpita da un nubifragio, che rovinò l'equipaggiamento e ridusse il terreno un pantano: per alcuni giorni fu impossibile tornare sul posto. Una volta ritornata, la troupe si trovò davanti ad uno scenario completamente diverso: le dune desertiche, che caratterizzavano la location, erano quasi del tutto sparite ed il colore del terreno era cambiato.
Poi l'improvvisa partenza di Jean Rochefort, costretto a tornare a Parigi a causa di un'infezione alla prostata: la produzione attese il ritorno di Rochefort, concentrandosi su scene che non lo coinvolgevano ma a pochi giorni di distanza divenne chiaro che il ritorno dell'attore sarebbe stato difficile. Quest'ultimo fatto fu un duro colpo per Gilliam; aveva speso due anni per trovare l'attore giusto per Don Chisciotte, più altri sette mesi serviti a Jean Rochefort per imparare l'inglese. La produzione venne cancellata. Dopo l'annullamento della produzione, le compagnie di assicurazione si sono impossessate della sceneggiatura e hanno risarcito gli investitori della pellicola, con circa 15 milioni di dollari.

Tentativi successivi (2005-2016)
Nel 2002 iniziarono a circolare alcune indiscrezioni che volevano una possibile ripresa della produzione, forte del sostegno di Gilliam e dei suoi investitori. Nel 2005 il produttore Jeremy Thomas (Tideland - Il mondo capovolto) espresse la propria personale convinzione secondo cui il film avrebbe dovuto essere realizzato. Nel 2008 Gilliam e Thomas annunciarono d'essere riusciti ad avviare un preliminare sviluppo per un film completamente nuovo, lasciando alle spalle il materiale girato anni or sono e riformulando il personaggio di Rochefort. Gilliam spiegò d'aver pensato a Robert Duvall per Don Chisciotte, affiancato forse da Johnny Depp visto il suo attaccamento al progetto.
A causa di alcuni ritardi della produzione dovuti a problemi non meglio specificati, Depp annunciò che in base al contratto stipulato in precedenza con la The Walt Disney Company, per la quale avrebbe dovuto partecipare a due pellicole della casa, avrebbe molto probabilmente contribuito a dilungare ulteriormente i tempi già lenti della realizzazione e che per questo forse stava decidendo di uscire definitivamente dal film.

Dal momento che i produttori annunciarono le riprese entro l'inizio del 2010, l'attore acconsentì a rimanere pur ammettendo che nel suo calendario lavorativo avrebbe dovuto sapere nello specifico le date di produzione per poter rendere un suo reale e sicuro coinvolgimento. Si pensò a Colin Farrell per sostituirlo. Nel 2009 il film entrò in piena preproduzione. Dopo aver richiesto ed ottenuto la riconcessione dei diritti della sceneggiatura, Gilliam iniziò a lavorare sulla sceneggiatura insieme a Tony Grisoni nel gennaio 2009, dicendosi speranzoso di terminarla entro un mese. Jeremy Thomas fu incaricato della produzione via Recorded Picture Company. La vendita dei diritti di distribuzione internazionale fu affidata alla HanWay Films. Ewan McGregor fu inoltre confermato nel cast artistico. Il 5 settembre 2010 la rivista Variety riportò le dichiarazioni di Terry Gilliam, il quale aveva rivelato poco tempo prima che a causa della mancanza di fondi la produzione era collassata un mese prima circa (ad agosto), poche settimane prima dell'inizio di riprese, provocando quindi il rinvio a tempo indeterminato della lavorazione. Comunque, Gilliam tenne a precisare che altre procedure importanti, come la selezione del cast artistico, erano terminate, con Duvall a svolgere il ruolo principale e McGregor ad affiancarlo e che la ricerca di nuovi investitori era appena partita.

Secondo sviluppo (2017)
Il 16 luglio 2016, in un'intervista, lo stesso Gilliam annuncia che le riprese partiranno ad ottobre in Spagna. Le riprese, iniziate il 27 febbraio 2017 e concluse il 4 giugno, si sono tenute alle Isole Canarie, Convento dell'Ordine di Cristo, San Martín de Unx, Castiglia-La Mancia, Gallipienzo e Olite. Nella versione finale, che arriva al festival in chiusura e contemporaneamente nelle sale francesi, è Jonathan Pryce a interpretare il cavaliere errante e Adam Driver il suo scudiero Sancho Panza, ma l'identità dei personaggi cambia in tutto il corso del film. Che inizia con le immagini di un Don Chisciotte che lotta con un mulino a vento ma altro non è che uno spot commerciale che il regista di fama mondiale Toby Grisoni (Driver) sta girando nella campagna spagnola. Mentre il set è in preda al caos e i vari assistenti discutono su come realizzare gli effetti speciali Toby ritrova per caso un vecchio suo film, L'uomo che ha ucciso Don Chisciotte, realizzato dieci anni prima insieme a degli amici come saggio della scuola di cinema.

Tornando nel piccolo paesino dove aveva girato il suo filmino in bianco e nero, Toby ritroverà alcuni di quelli che erano apparsi nel suo "progetto del cuore", se chi faceva Sancho è morto per cirrosi, Javier il ciabattino "con una bella faccia" ha invece perso il senno e vive ai margini del paese interpretando il suo show per i turisti. Toby suo malgrado finirà in una serie di avventure rincorrendo Javier - Don Chisciotte entrando e uscendo dalla realtà in una sorta di andirivieni tra il passato, la sua ricostruzione in forma di spettacolo e il presente fatto di produttori alla continua ricerca di clienti (Stellan Skarsgård), magnati della vodka russa (Jordi Mollà) e donne del boss (Olga Kurylenko). Toby ritroverà anche la ragazzina che aveva fatto debuttare quindicenne nel suo film amatoriale Angelica e che oggi è una donna vittima della prepotenza di un uomo potente. Il film non ha ancora una distribuzione italiana ma dopo la decisione della corte di Parigi potrebbe arrivare presto.

Note d’autore:
Eccoci proiettati nel fulcro del lavoro di una troupe cinematografica, con le sue priorità esecutive, le sue difficoltà di dover stare dentro i tempi programmati, nonché il budget prefissato dai finanziatori, gli imprevisti dalla produzione, gli immancabili problemi tecnici da affrontare, la preparazione più o meno capace della manovalanza di affrontare un lavoro di gruppo, ed ancor più placare le turbolenze personali degli attori. Ma non è tutto, il regista, sulle cui spalle gira tutto questo mondo artato di capacità, cambia talvolta idea ed improvvisa, secondo il momento e le opportunità che gli si presentano sul set, la sequenza delle scene, cambiando inoltre palinsesto e la trama che lo sceneggiatore ha messo sulla carta. Ecco che allora si presenta la possibilità di dover cambiare il tutto nel giro di ore, di giorni, quanto di dover rinunciare alla sua produzione.
Questo è l’incredibile lavoro messo in evidenza in quello che in primis era destinato a rimanere una lezione di ‘regia’ di alto livello didattico per tutti coloro che si avvicineranno al cinematografo, in cui di Terry Gilliam, solo in parte ‘seriamente divertito’cui lo si vede in “Lost in La Mancha” destinato a entrare nella storia del cinema come il ‘primo documentario sulla mancata realizzazione di un film’. “Concepito inizialmente come veicolo promozionale da distribuire prima della sua uscita nelle sale cinematografiche, il film ha una caratteristica che lo rende diverso da tutti gli altri documentari appartenenti allo stesso genere. In esso, invece di mostrarci una versione edulcorata di quello che succede ‘dietro le quinte’, si narra la storia di un film mai realizzato, le cui immagini ‘uniche e complete’ mostrano l’aspetto più duro del mestiere del cinema”.

In realtà definire “Lost in La Mancha” un documentario è davvero restrittivo quando la sua visione completa è quella di un ‘lungometraggio’ a tutti gli effetti, la cui validità d’intenti supera di gran lunga certi film pre-confezionati. “Attraverso conflitti personali e catastrofi bibliche, il film è un’accurata e fedele rappresentazione della disintegrazione e del fallimento di un progetto e riesce a cogliere tutto il dramma della storia attraverso interviste sul posto e riprese fatte dalla privilegiata posizione di spettatore non visto. Le idee di Terry Gilliam prendono vita nei disegni animati commentati dalla voce del c-sceneggiatore Tony Grisoni e dallo stesso Gilliam. Infine, i provini filmati dei protagonisti e i giornalieri degli unici sei giorni di riprese, ci danno un assaggio dello spettacolo cinematografico che avremmo potuto vedere, se le cose fossero andate come si deve”. Il risultato finale ci restituisce in breve tutta la grandezza del Gilliam regista, la sua mente immaginifica, la sua capacità sollecitativa nell’utilizzo degli attori, lo straordinario evolversi della trama come di una ‘variazione’ costante della partitura originale, capace di coinvolgere ed emozionare anche lo spettatore più distratto dagli eventi d’una trama che, per quanto si voglia, appartiene alla grande letteratura mondiale, che pur lasciandosi modellare da tutte le esigenze registiche, dalle false mode letterarie che si susseguono nel tempo (500 anni), resta quel capolavoro comico-tragico che gli compete, apprezzato da tutte le generazioni.

“I due elementi – scrive un altro grande della letteratura mondiale Luigi Pirandello – li ritroviamo fusi in un’opera, che darà a questo mondo consistenza d’anima viva e lo chiamerà ‘Don Quijote’, in cui l’autore Miguel de Cervantes conferma le ragioni del passato di un mondo fantastico, in contrasto continuo e doloroso col presente. […] Don Quijote non finge di credere a quel mondo meraviglioso delle leggende cavalleresche: ci crede sul serio; lo porta, lo ha in sé quel mondo, che è la sua realtà, la sua ragion d’essere, per quanto sperduta nella realtà oggettiva della sua lungimiranza:

«Sì, dice Don Quijote, i molini a vento son molini a vento, ma sono anche giganti; non io, Don Qijote, ho scambiato per giganti i molini a vento; ma il mago Freston ha cangiato in molino a vento i giganti.»

Ma intanto, altro è fingere di credere, altro è credere sul serio. Quella finzione, per se stessa ironica, può condurre a un accordo con la leggenda, la quale, o si scioglie facilmente nell’ironia (della sorte), o con un procedimento inverso a quello fantastico, cioè con una impalcatura logica, si lascia rifurre a parvenza di realtà. e intanto noi ridiamo, ci commoviamo, continuiamo ad amare Don Chijote e Sancio Panza malgrado tutto quello che capita loro, anzi, ancor più ogni volta che succede qualcuna nuova disavventura. Più o meno ogni qual volta in Don Chijote vince la sua esuberanza. Come è accaduto, voglio sperare, ma ne ho la certezza all’ostinato Terry Gilliam regista del film, matto anche lui nel condurre la ‘sua avventura’ fino all’estremo, spingendo verso la definitiva vittoria le sue ridicole disavventure con la massima serietà.

“Noi – scrive ancora Pirandello – commiseriamo ridendo, o ridiamo commiserando”, ogni cosa di questo mondo ma il cinema si sa è anche un atto d’amore , e Gilliam sembra amare nel profondo i personaggi dei suoi film, che chiedono d’essere ascoltati nel ‘brivido drammatico’ e nel ‘comico emozionante’ della loro mascheratura. “Qualcuno, è vero, si è spinto fino a dire che la vera ragione del lavoro sta nel contrasto, costante in noi, fra le tendenze poetiche e quelle prosaiche della nostra natura, fra le illusioni della generosità e dell’eroismo e le dure esperienze della realtà. ma questa che, se mai, vorrebbe essere una spiegazione astratta del libro (da cui Gilliam ha tratto il film), non ci dà la ragione per cui fu composto”. Così come non ci restituisce le gioia infinita della speciale vittoria del regista che infine ha portato alla ribalta la sua avventura cinematografica.

Altro:
Tuttavia la mente torna ad un altro ‘capolavoro’ forse unico nella storia del cinema, afferente allo stesso soggetto ‘Don Chisciotte’ del regista Orson Welles autoprodotto e mai terminato per ragioni finanziarie:

“Come ho deciso di girare Don Chisciotte? – rispondeva così Orson Welles ai suoi intervistatori dell’epoca – È un po’, voi lo sapete, quello che è accaduto a Cervantes, che cominciò a scrivere una novella e finì per scrivere il ‘Don Chisciotte’. È un soggetto che non si può lasciare una volta che lo si comincia.”

La pellicola, o meglio, quanto era stato girato nel 1955 e per 14 anni successivi, fu per lunghissimo tempo creduta perduta, è stata ricostruita e montata dal maestro spagnolo Jess Franco che con lui collaborò in quegli anni, e ‘restituita alla luce’ nel 1992, regalandoci la possibilità unica di poter ammirare le geniali capacità artistiche di orson Welles cineasta, giustamente ricordato e ammirato ancora oggi dalle ultime generazioni come uno dei più grandi in assoluto della storia del cinema. La pellicola cui si fa qui riferimento è la più completa dal punto di vista critico mai realizzata: comprende oltre alla versione originale in b/n del film sottotitolata in italiano, molti importanti contenuti extra, curatiin collaborazione con l’Università di Bologna.

Cinematografia in dvd:
“Don Chisciotte” per la regia di Orson Welles che vi appare anche come sceneggiatore originale, con ‘l’immenso’ Francisco Reiguera nel ruolo di Don Chisciotte (una grande interpretazione da premio), Akim Tamiroff (uno straordinario quanto indimenticabile Sancho Panza ) e lo stesso Orson Welles nel ruolo canonico di regista col sigaro in bocca e la cinepresa. La cosa più straordinaria del film è indubbiamente il taglio fotografico della regia e un montaggio incredibilmente efficace che il curatore Jess Franco ha saputo valorizzare al massimo livello.

“Lost in La Mancha” ovvero: La mancata realizzazione di Don Quixote. Film di Keith Fulton e Luis Pepe, con Jean Rochefort (nel ruolo principale non interpretato), Terry Gilliam (nel suo essere fantastico alla regia), Johnny Depp (sempre straordinario anche nel suo essere assente). Dolmen Home Video2001.

*

- Società

Bla, bla, bla 3 - baracca e burattini

Bla, bla, bla 3 : ‘baracca e burattini’.

Nella lontananza del tempo e dello spazio la mente risale al ricordo di quando ci si divertiva all’arrivo della ‘baracca dei burattini’ nella pubblica piazza, e c’era non poca sorpresa quando sul finire della rappresentazione, da dietro il sipario s’affacciava il burattinaio, il quale fra gli applausi e lo sconcerto dei più piccini, quasi annullava tutta la magia che egli stesso aveva creato. Che spettacolo ragazzi! Oggi che quella rappresentazione non la si vede più calcare le scene della pubblica piazza quasi mi assale la nostalgia per quei personaggi: eroi e sovrani, dame e cavalieri che in fine trovavano una loro precipua ragione d’essere all’interno della ‘commedia ridicolosa’ che andavano recitando tra lazzi e screzi in cui pur traspariva un fondo di ovvietà e di giustizia, col rispetto dovuto e la necessaria considerazione d’una verità altra che, al tempo stesso ammiccava nella testa dei più grandi.

Ben altro teatro, o meglio, ben altra ‘baracca’ e altra rappresentazione è quella a cui assistiamo ogni giorno dagli scranni del Parlamento e nel prosieguo sulle pagine dei quotidiani, nei talk-show e nei ‘pizzini’ sempre più frequenti che appaiono sui social fra insulti e parolacce, invettive e minacce, senza riguardo per alcuno anche quando si tratta della massima carica dello stato. Ciò che è più grave è non comprendere se si vuole salvaguardare l’istituto democratico su cui si fonda la Costituzione o se c’è una volontà ‘sommersa e oscura’ che vuole che il tutto – come si suol dire – vanda ‘a carte quarantotto’, trascinando il ‘paese’ nell’anarchia più dissoluta o spingerlo in una guerra faziosa fra le diverse istituzioni che lo compongono.

‘Paese’ s’è detto perché, nella realtà dei fatti, continuiamo ad essere un piccolo paese con manie di grandezza all’interno di una economia macroscopica (fatta da altri) che ci schiaccia e ci assoggetta in ragione delle nostre ‘piccole dimensioni e minime risorse naturali’; pur essendo un grande parse in fatto di rinascenza culturale e beneficiaria prosperità turistica improntata sulla ‘bellezza naturale’ del territorio e la ‘creatività artistica’ eccellente. “Molto, molto pittoresco!” – ci sentiamo dire da chi ci osserva con occhio rivolto alla propria benestante consistenza economica, sostenendo che da ‘paese di cuccagna’ siamo passati a ‘paese di burattini’ passando attraverso l’esperienza napoletana di ‘paese dei quaqquaraqquà’.

Ma, come abbiamo visto e come da tempo andiamo ormai constatando, non si vive sugli allori del passato, né di una ipotesi di ‘bellezza’ duratura, quando poi se ne fa continuo scempio e, per di più siamo noi stessi a farlo. Che spettacolo ragazzi! Quale spettacolo ci è dato di assistere ogni giorno: dalle continue liti del peggiore dei condomini attorali/politici, allo squallore indegno che si svolge sulla scena del teatro più autorevole della nazione che è il nostro Parlamento; dai cambiamenti di quinte (leggi ‘sacacche’), alle luci che si oscurano improvvisamente (leggi di stelle nascenti che si esauriscono nel giro di una frase malposta), e di ‘primedonne’ (soprattutto uomini) che pur di farsi notare sono disposti a mettersi le piume sul culo.

Ma non finisce qui l’elenco delle malefatte, dei soprusi, delle ruberie , delle prevaricazioni, delle ingiustizie, delle speculazioni, degli imbrogli e delle truffe ai danni dei cittadini (che li osservano spesso ignari), non sono che punte di obelischi che, prima o poi, ci ritroviamo tutti infilati nel posteriore e che fanno gran male quando ci vengono regolarmente ficcati (volenti o nolenti) a mo’ di supposta, facendoli passare per necessari a una ‘ripresa economica’ che non arriva mai. O almeno queste le prerogative ‘promesse’ poi ‘negate’ e poi ‘ripromesse’ e nuovamente ‘smentite’, o piuttosto ‘sconfessate’, da quegli stessi partiti politici e movimenti ‘occultamente’ politicizzati che le hanno a bella posta confezionate per farci credere a una qualche possibilità di cambiamento.

Di fatto assistiamo al solito teatrino dove noi ‘burattini’ siamo più o meno sempre gli stessi: quegli arlecchini e pulcinella bighelloni, le rosaure innamorate, i pantaloni restii e i dottor balanzone; soggiogati però da pinocchi bugiardi (tutti i politici lo sono), dai pirati furbeschi (tutti i politici lo fanno), dalle bande violente (create dalla politica per destabilizzare), dalle organizzazioni mafiose (d’accordo con i politici per la spartizione dei poteri), ecc. ecc., tutti in scena per una rappresentazione degna dei ‘baracconi’ che essi stessi hanno istituiti, fondati, edificati (BANCHE, ENI, IMPS, ALITALIA, RAI, TIM, COOP, FINSIDER, FINCANTIERI …) – chi più ne ha più ne metta; coadiuvati dai Sindacati cosiddetti dei ‘lavoratori’ che da tempo ormai, anziché mediare i contrasti e gli interessi tra le parti, si sono venduti al migliore offerente capitalista in cambio della pelle dei dipendenti in tutti i settori lavorativi.

“Pittoresco, molto pittoresco!”, aver permesso che interi settori manifatturieri siano stati rilevati da investitori stranieri e trasferiti all’estero; che molte attività di servizi non appartengano più di fatto allo Stato Italiano, spostati altrove e governati da realtà imprenditoriali ultranazionali come, per esempio, lo smaltimento dei rifiuti dai quali ‘altri’ ricavano oneri assai sostanziosi e quant’altro. Non ha certo fatto bene al paese concedere ad alcune Regioni certi ‘statuti speciali’ che vanno smembrando l’unità dello stato in favore di rivendicazioni di lingua, di cultura, di religione, di servizi offerti ecc., per poi assistere a invalidità istituzionali come quella ‘sanitaria’ che non consente lo stesso trattamento per tutti i cittadini in ogni angolo del paese.

Siamo d’appresso all’oscurantismo pragmatico di quei valori essenziali che sono alla base del costituire una ‘realtà sociale’ coesa con le necessità di un ‘paese’ che non ne può più fare a meno, la cui cittadinanza è ormai arrivata a consumare le ‘bucce della frutta’ che produce in gran quantità; che si vede derubata delle acque minerali che sgorgano sorgive in abbondanza; dell’ossigeno che serve alla salute psico-fisica e che invece ci logora i polmoni e ottenebra la mente, rendendoci tutt’altro che quei ‘pensatori, eroi, poeti’ e quant’altro che qualcuno ha inciso a lettere cubitali sul monumento alla modernità.

Davvero ‘molto pittoresco’ direi, lasciare ad altri (mafie, investitori criminali, associazioni a delinquere, city-gang ecc.) di farla da padroni sul nostro territorio, altri che ignorano i principi fondanti di quella Costituzione che ci siamo dati e di cui altresì dovremmo andare fieri. Ma haimè non accade così, perché (e sarebbero tanti i perché), fino a che Roberto Benigni non l’ha riproposta alla TV (e dobbiamo rendergliene merito), metà (ma la percentuale è azzardata) non solo non la conosceva, ma neppure sapeva a che cosa facesse riferimento. Ciò a testimonianza che nessuno nelle varie rifondazioni della Scuola che ci sono state nel corso degli anni si è preso la briga di spiegarla. Come del resto i più ignorano che ancora nel 2018 sussistono nel nostro paese sacche di analfabetismo e comunque di una idea superficiale di lingua parlata (dagli stessi insegnanti) come l’Italiano.

Per non parlare della falsa e ipocrita frase ‘la giustizia è uguale per tutti’ che troviamo in tutte le aule di giurisprudenza (come dire: ‘per non dir del cane’ rifacendo il verso a Jerome K. Jerome), perché di una giustizia cane si tratta, con tanto di rispetto per l’animale che rimane indubitabilmente il più fedele e devoto amico dell’uomo. Cosa che non sono i giudici togati e soprattutto gli avvocati (sempre di parte perché politicizzati), chiamati a risolvere le diatribe più o meno efferate con maestria quasi alchemica (cause penali), e che assolvono invece come ‘mestiere di routine’ le dispute (cause civili) tra cittadini e ad esempio lo Stato o le istituzioni comunali.

Ma il cane spesso si morde la coda e fa dei giudici e degli avvocati gli aguzzini del cittadino che ad essi (volente o nolente) si affida e/o è affidato, mettendo a soqquadro l’intero istituto della giurisprudenza con sentenze spesso inusitate che sappiamo essere coordinate dall’esterno (dai poteri forti politicizzati), quando non addirittura da interessi competenti premi e ricompense sottobanco in odore di peculato: sottrazione e furto di denaro pubblico, corruzione, concussione, malvessazione ecc. E che, guarda caso, attribuiscono (malgrado siano stati presi con le mani nella marmellata) a quei ‘burattini’ (che essi stessi sono) che scavallano sulla scena parlamentare per rubarsi la poltrona migliore.
Che spettacolo ragazzi! Da non credere. Eppure dovete credermi se dopo aver legiferato più volte sui doppi incarichi dei politici, degli alfieri della giurisprudenza, dei sindacalisti e dei magistrati che aspirano alle più alte cariche dello stato; dei baroni della sanità che chiedono fino a 300/500 euro per una visita di quindici minuti exstra agli stipendi esosi che ricevono dagli incarichi ospedalieri; dei sapienti della ‘scienza e della conoscenza’ che si spartiscono gli incarichi professorali in diverse Università pubbliche e private (con remunerazioni da favola); degli imprenditori (spesso senza arte né parte) messi a capo delle grandi aziende di interesse pubblico, che vengono spostati da una all’altra (o in qualità di presidenti di entrambe) come se possedessero l’onniscenza, la conoscenza totale e illimitata, attribuita e pertinente alla natura divina in quanto l'assoluta perfezione esclude la possibilità di una ignoranza sia pure minima.

Quando i veri ‘ignoranti’ siamo noi che permettiamo tutto questo, nel senso che ignoriamo (ipocriti) che tutto questo accade veramente. Noi i veri ‘burattini’ che attaccati ai fili, ci lasciamo muovere sulla scena di un teatrino obsoleto (la baracca) da un nugolo di Parlamentari meschini, per quanto meschine fossero le storie dei Pupi di passata memoria, che pure, davano un senso al ‘tempo immaginifico della storia’ e coscienza al ‘tempo sacro della vita’. Ma “..La coscienza – scrive Luigi Pirandello – non è una potenza creatrice; ma lo specchio interiore in cui il pensiero si rimira.” Così noi (tutti noi in primis) siamo i veri responsabili del destino che rimiriamo, parte e controparte di un copione scritto da ‘burattinai’ (i pupari), che (volenti o nolenti) ci siamo scelti e che continuiamo a recitare sul grande palcoscenico del mondo, al limite fra favola e realtà.

Ma è tempo di cambiamento. Come nei “Giganti della montagna”, l’ultimo dei miti teatrali di Luigi Pirandello, i ‘fantasmi’ del passato, con l’innocente convinzione di trovare un loro teatro (Parlamento) di rappresentazione, cercano un ‘mago’ (Premier) capace di occulti quanto singolari prodigi di risoluzione dei ‘problemi esistenziali e di sopravvivenza’ (primari cui noi tutti aspiriamo), che chiede (vuole e pretende) che il suo operato incida, magari anche con conflittualità, su chi attende (noi burattini) alla rappresentazione. Posto che (e non concesso), il ‘mago’ sottoponga il copione (programma politico) ai ‘Giganti della montagna’ (la risma autocratica dei parlamentari), pur consapevole del pericolo di portare un’opera così ricca di sensibilità (infingarda) verso quei potenti signori (detentori del potere) avvolti dalla volgarità che hanno completamente abdicato alle ragioni dell’interiorità e dello spirito, per correlare la loro esistenza solo a una dimensione materiale, concede loro che la rappresentazione sia allestita davanti al popolo.

Dacché il popolo (meschino), non certo abituato a questo tipo di spettacolo, apostrofa rozzamente il ‘mago’ (premier) e gli attori (parlamentari) e alla fine li uccide; e nell’epilogo, attraverso l’uccisione di tutti (parlamentari e premier compreso) si consuma la tragedia della morte dell’arte e della cultura, (insieme alla Costituzione a fondamento della Democrazia), di quella che noi (odierni consumatori di entrambe), pensiamo sia formata la società moderna. “Con ciò Pirandello frantumava anche la visione stessa di una verità assoluta e, additando alle «Maschere nude», sottolineava la trama di menzogna e di inautentico esistenziale, capaci di impaniare l’essere umano (sociale) nelle molpteplici ipocrisie e finzioni della società”. […] Nell’affermazione della propria consapevolezza critica, del valore soggettivo della rappresentazione del mondo secondo un’attività cosciente (e coscienziosa). […]

La ricerca della verità, secondo Pirandello, si deve coniugare con la tensione civile (popolare), per distruggere gli pseudovalori e i resti di una società arretrata o per denunciare gli effetti sociali e culturali negativi. Acciò scriveva: “Badate, io non mi propongo di farvi ridere facendo sgambettare le parole” […] Nessuna penosa dottrina, nessuna crisi interiore ha (il diritto o l’obbligo) di alterare la serena armonia della vita e del temperamento umano, […] e (non pensiate che) questi elementi più tardi , sotto l’azione del sentimento (che prima o poi verrà fuori in ognuno si spera), non s’agiteranno per combinarsi nei modi più svariati”. Finanche con una possibile/impossibile sollevazione popolare (la storia insegna).

Nella situazione odierna noi, burattini senza e fili e senza un burattinaio al governo, per di più senza un copione sul quale appronare una rappresentazione di noi stessi davanti a un pubblico emerito (l’Europa e il resto del Mondo), al quale è lasciato il plauso e l’applauso finale: “..a forza di ripetere continuamente che sembri sorriso e che sei dolore … ne è venuto che oramai non si sa più né che cosa veramente tu sembri, né che cosa veramente tu sia … Se tu ti potessi vedere, non capiresti, come me (io che scrivo e trascrivo), se tu abbia più voglia di piangere o di sorridere.” Quale possa essere la svolta alla stagnazione attuale, mi chiedi? (rivolto al lettore).

“Adesso è vero – gli risponde l’humour moderno di Pirandello. Perché adesso penso solamente che voi vi siete fermato a mezza via. Al vostro tempo le gioie e le angustia della vita avevano due forme o almeno due parvenze più semplici e molto dissimili fra di loro, e niente era più facile che sceverare le une dalle altre per poi rialzare le prime a danno delle seconde, o viceversa; ma dopo, cioè al tempo mio, è sopravvenuta la critica e lefelice notte; s’è brancolato molto tempo a non sapere né che cosa fosse il meglio, né che cosa fosse il peggio, finché principiarono ad apparire, dopo essere stati così gran tempo quasi nascosti, i lati dolorosi della gioia e i lati risibili del dolore umano.”
Ora questo pregiudizio (perché di questo si tratta), sa di retorica intellettuale, è per certi versi grottesco, e seppure per gioco esaminiamo anche gli arabeschi capricciosi degli italiani, di certo arriveremo a una creazione arbitraria; vale a dire che ci ritroveremo ad essere governati da una contaminazione mostruosa di diverse politiche ideologiche con elementi e programmi che sicuramente sono al di fuori del seminato, del conosciuto e dell’accettato; posti decisamente oltre quanto di peggio fin qui conosciuto.

Non resta che sperare in quella feconda spontaneità creatrice in cui gli italiani si sono fin qui barcamenati (per la sopravvivenza) e che, seppure trovandosi nel definitivo trionfo del volgare (coatto), non c’è fine al maggior numero dei mediocri, si ritrovi quel moto d’originalità e di amor proprio (e di patria) che da sempre è sollecitudine di rinascimento; il riacquisto di un patrimonio che sappia far fruttare sapientemente il senso delle cose e della verità, per riempire il ‘vuoto’ d’idealità che altresì da sempre ci distingue. Questo è il punto da chiarire e che richiede un’analisi più sottile. Scrive Pirandello: “Si potrebbe dire altresì che l’unica verità oggettiva per l’uomo sia quella ch’egli stesso riesce a creare oggettivando con la volontà il proprio sentimento.

Di vero, insomma, non c’è che la rappresentazione che noi ci facciamo del mondo esteriore , rappresentazione continuamente mutabile e infinitamente varia […] che è per noi la verità oggettiva, ed è illusione e finzione […] perché è in noi senza volontà; il senso estetico (del nostro vivere) comincia quando questa rappresentazione (di noi stessi) acquista in noi volontà, azione. Quello che dà infatti valore espressivo alla rappresentazione che si vuole è il sentimento. Ma per se stesso qusto non potrebbe nulla se non provocasse nella rappresentazione il movimento che la effettui, la volontà. Se non vi suscita dentro questa volontà, che è appunto l’azione, il sentimento è sterile.” Cioè, fine a se stesso.

Ma da questo dualismo d’intendimenti non vedo scampo alcuno, dal che si comprende che per “.. il popolo la storia non è scritta (non da esso), o se è scritta, esso la ignora o non se ne cura (non gli serve da insegnamento e non si comprende il perché); la sua storia esso la crea (vivendola), e in modo che risponda a’ suoi sentimenti e alle sue aspirazioni. Poiché non è così e tutte le promesse fin qui dette (e ascoltate dai nostri parlamentari), non sono use ad essere soddisfatte da alcuna delle parti (politiche), il popolo attento li guarda tutti come dei ‘fantocci’ e le loro ‘gesta’ (i loro proponimenti) come inverosimili; talvolta ignaro del danno incalcolabile che tutto ciò comporta.

Ma ecco che rileggendo il Berni, ci confessiamo d’essere dalla sua parte: “Che penitenza è la mia, a dare intendere al mondo che questo si debbe piuttosto imputare alla mia disgrazia che ad alcuna elezione? Io non ho comprato a contanti questo tormento, né me lo sono andato cercando a posta per far rider la gente del fatto mio; che se non se ne ridon però se non gli scempi. Ciascun faccia secondo il suo cervello, che non siam tutti d’una fantasia.” Pur avvertendo appunto un senso di ribellione e derisione del bisogno d’intendersi almeno nella forma, perché non abbia ragione chi di questo passo coglie l’occasione per dileguarsi dal problema insorto, né di lasciar andare i giovani che non trovano riscontro in questa nostra realtà sociale ad anni di studi, né dei sacrifici che i genitori hanno affrontato per farli studiare. Né chi per ragioni di crescita economica abbandona il ‘teatro/baracca’ con tutti i burattini per altri lidi.

L’errore è sempre quello: ‘quaranta denari (in più) non valgono tutta una vita spesa fra la comune gente (e la coscienza popolare). Questo è il nodo da sciogliere per chiunque azzardi oggi un governo: nascere e crescere a stretto contatto con il proprio territorio, investire nella cultura e nella rappresentatività delle proprie eccellenze, per arrivare, possibilmente, ad uno stato intermedio di equità sociale e dare a ognuno quella ‘pace’ che a costo di molte vite perse si è guadagnata. “D’altra parte, nessuno più si sogna di negare che gli antichi (avi) avessero l’idea della profonda infelicità degli uomini. La espressero, del resto, chiaramente filosofi e poeti. Ma, al solito, anche tra il dolore antico e il dolore moderno si è voluto vedere da alcuni una differenza quasi sostanziale svolgentesi con la storia stessa della civiltà, una progressione che ha fondamento nella sensibilità dell’umana coscienza, sempre più delicata, e nell’irritabilità e incontenibilità sempre maggiori.”

“Facilmente oggi – scrive ancora Pirandello – agli occhi nostri, se crediamo d’essere infelici, il mondo si converte in un teatro d’universale infelicità, […]la ragione che più s’interessa del valore filosofico del contenuto più che della vaghezza risente di un sentimento profondo di una disunione, di una doppia natura (piuttosto vaga) della modernità.” È pur vero che a un dramma, assistiamo talvolta a una farsa trascendentale, ingigantita a dismisura e, quella che era la povera ‘baracca dei burattini’ assume oggi la vana parvenza d’un teatro macroscopico che si ripete in ogni parlamento del mondo. Una banale concezione dell’umorismo o cosa? Di fatto la parodia costante inscenata dalla politica nostrana (che a tutti i costi vuole apparire seriosa), s’avvia a trasformarsi in una ‘cena dei cretini’ (dall’omonimo film di Francis Veber).

La cena, in cui ognuno deve invitare un individuo maldestro e incline al rompiballe (uno a caso) che ne combina di tutti i colori, si trasforma in gara il cui si sceglie il più cretino da portare a casa degli amici. Qui, tra gags e qui pro quò, s’avvera quella che è la nostra prossima scelta governativa per chi sarà il prossimo ‘cretino’ da nominare ‘premier’, da invitare a casa e mostrargli i nostri conti in rosso? Renderlo partecipe delle nostre necessità di sopravvivenza? Del nostro buono e cattivo umore riguardo le nostre certezze e incertezze sull’istruzione, la sanità, la pensione, i trasporti pubblici, la cultura, l’abbattimento delle tasse ecc.? Insomma di quel fardello di limitazioni cui ci obbliga il vivere quotidiano all’interno del nostro ‘piccolo paese’ che proprio non ne vuol sapere di diventare grande?

Eccolo, è lui. Lo stile è quello che conosciamo tutti: ‘che il ridere degli altrui malanni lo rende stolto’, che tuttavia è in grado di modulare perfettamente i toni e le espressioni, che di volta in volta (a seconda dei casi e degli interessi), affronta paradossalmente con ironia (e stupidità) fino all’assurdo, la caricatura e il grottesco, quasi con geniale estro umoristico come già in passato abbiamo avuto occasione di annotare. È qui che scatta la contraddizione che in essi genera il riso, ma non si pretenda di rassegnarci a non dir parola, che ci vuole poco a sostituir parola in cambio di un’altra (democrazia con dittatura) e subito svanisce il ridicolo (il riso ostentato sulla bocca di certi parlamentari), che di sventure ce né ben per tutti. Stiano attenti e andiamo avanti, che retorica e imitazione son ben la stessa cosa.

E con ciò mi taccio, ma solo fino alla prossima puntata.

(*) Tutti brani e le citazioni sono riprese dalle ‘Opere’ di Luigi Pirandello, I Meridiani Mondadori 2004.
E da ‘L’umorismo’, Oscar Mondadori 2010 a cura di Daniela Marcheschi.






*

- Società

L’uomo che ride, terza parte.

L’UOMO CHE RIDE
Ovvero, in che cosa consiste il risibile, di Giorgio Mancinelli.
Sociologia - Terza parte.

Se l’altra metà del cielo ride!

Approntare un qualcosa che richiede ponderatezza è di per sé non facile, se – come sto cercando di fare – vorrei poter dare al “ridere” lo spessore di una teoria, seppure nella dimensione dell’analisi socio-psicologica. Perché in fondo ridere è un po’, come dire, dare la giusta importanza “all’entrare in scena” in modo sorprendere, un dire repentino e accattivante, e se vogliamo irruento e dinamico ma, come dire, “a vuoto”. Cioè staccato, per lo più, dal gesto che è di per sé imperativo, così come certe volte è il silenzio, quando è parte integrante di un parlare muto, di una “pausa” che raccoglie una qualche significazione. Che è poi come dare all’attesa, spaziale e temporale, la sensazione che tutto o nulla stia per accadere. Dipende dall’intensità espressiva della “pausa”, dall’immediatezza o dalla lentezza quasi ostentata dello sguardo o del gesto che l’accompagna. Trattenere il pensiero (visivo) entro l’intuizione dell’istante in cui si mette in moto la psiche, dato dall’intervento del fatto emotivo ch’è subito tramutato in sensazione. Allo stesso modo che avviene per l’effetto di provare caldo o freddo, simpatia o antipatia, agevolezza o ritrattezza, riprovazione o meraviglia, percezione o sensitività. E perché no, che scaturiscono talvolta in quei moti dell’anima come l’affetto, l’amore, l’ardore, la volontà di conseguire qualcosa che fino a quel momento non ci era dato, ecc. E che subito facciamo nostri tramutandoli in fervore, piacere, sensualità, passione. In tutti quei “trasferimenti emotivi” che ci invitano a sorridere ( e spesso a ridere) di noi, degli altri, della loro e della nostra comicità. Di quella che possiamo considerare “l’alterazione, o meglio la trasformazione ridicola, nel senso naturale, degli uomini e delle cose in genere (..), che è l’alterazione ridicola (o ridicolosa) di una data persona (i suoi tic e le sue manie), o anche di una data cosa”. (*)

Ma in che consiste l’idea del comico?

«Il comico è l’idea del bello che si smarrisce nelle relazioni e negli accidenti della vita ordinaria» (Solger)
«Il comico è il brutto vinto, la liberazione dell’assoluto schiavo nel finito, il bello rinascente dalla sua propria negazione» (Ruge)
«L’idea uscita dalla sua sfera, e confinata nei limiti della realtà, di guisa che la realtà appaia superiore all’idea» (Vischer)
«Una realtà senza idee, o contraria alle idee» (Carrière)
«La negazione della vita infinita, la soggettività che si mette in contraddizione con sé medesima e con l’oggetto, e che manifesta così al maggior grado le sue facoltà infinite di determinazione e di libero arbitrio» (Luigi Pasi che rifà il verso a Schlegel, Ast, Hegel).

Non c’è che dire se nel passare in rivista le varie definizioni del comico dei vari filosofi ci viene da ridere, la filosofia (spicciola e popolare) spesso è cagione del ridere, “una gioia mescolata d’odio”, dice qualcuno, e un altro gli fa eco col dire che è “contrasto, mancanza d’armonia”. Non meno per lo Zeising che dice: «L’universo è il riso di Dio, e il riso è l’universo di colui che ride. Colui che ride s’innalza fino a Dio, diviene in parte creatore d’una creazione allegra..» (*). Volendo dare una definizione filosofica delle cause del riso, io credo che il meglio sia ancora di attenerci all’opinione del vecchio Aristotele, come hanno fatto gran parte degli scrittori moderni, e fra essi lo scozzese Dugald Stewart, per il quale «..cagioni del riso sono propriamente quelle imperfezioni del carattere e dei modi che non sollevano punto l’indignazione morale, né gettano l’anima umana in quella tristezza che ispira la depravazione» (*). Va qui tenuto conto che talvolta il riso diventa derisione, la caricatura di una crudeltà se basato su compassionevoli imperfezioni. Ma allora bisogna risalire alla ragione di quella crudeltà nelle qualità morali del ridere, cioè del ridere di pietose deformità che mettiamo in caricatura.

E voi ridete, ma di qual riso?

Riso di soddisfazione per la macchietta, che ha il sapore di atto vendicativo per la punizione inflitta. Il comico in questo caso non centra per nulla. Osservazioni le mie che, se determinano, in certo qual modo, l’arte del riso, non determinano in alcun modo le cagioni che possiamo additare con certezza, soltanto perché subordinate alle varie sensibilità dell’uomo che ride. «Basterebbe recarsi a una esposizione di caricature (e non solo) per vedere e studiare nell’espressione dei visitatori le cause molteplici del riso. Per accorgersi che, accanto a colui che ammira, c’è quasi sempre colui che ride. E la cagione? Chi sa dirla! Bisognerebbe cercarla nella sua sensibilità (..) nel suo spirito d’osservazione con attitudine aperta al comico, la sua più chiara cagione del riso. (..) E gli esempi valgano a farmi concludere che tanto vi ha cagion di riso, quanti sono i caratteri dell’umano genere, i quali, hanno poi bisogno a loro volta di un determinato momento per afferrare la tale o tal altra materia di riso» (*).

“Ci sono degli uomini nel mondo nati ridicoli, per essere posti in ridicolo (caricatura), e che muoiono ridicoli; altri invece nati apposta per trovare il ridicolo nei ridicoli, e far ridere il prossimo alla barba degli altri” – afferma il Paolieri in una sua conferenza, riportata da Luigi Rasi in “La caricatura e i comici italiani” - Bemporad – Firenze 1907, dove ho affondato la mia ricerca a piene mani.

Tutto ciò che il ridere accoglie e scaturisce non avviene forse nel silenzio inconscio della nostra mente e del nostro cuore? Va con se che quell’ “attesa” che in questo scritto mi ostino a chiamare simbolicamente “silenzio”, pur richiede nell’immediatezza un tempo minimo di gestazione, che va dal presente indietro al passato remoto, ed avanti al futuro immediato, che trova adempimento sulla scena del quotidiano. Un tempo misurato sull’interpretazione di una pausa (né corta, né troppo lunga) equilibrata sulla parola detta, in rapporta con la gestualità di chi ride, o di chi in quel momento interpreta. La gestualità nella parola, la pausa significativa, sono costanti del teatro e della teatralità, onde per cui, chi interpreta, o narra, o verseggia, alla fine si ritrova a essere attore del teatro che autogestisce. Se vogliamo, un teatro dell’assurdo, o delle assurdità, che in rapida successione (il tempo di una battuta, una freddura, una barzelletta) permette di imprimersi nella mente che lo traduce in linguaggio, in quel parlare fatto di parole e di intendimenti che ci permettono di comunicare. Ma ciò non basta. È necessario che la parola detta abbia valenza di suono, che sia “sonora”, che acquisti, cioè, la tonalità e lo spessore giusti che le permettano di farsi udire.

La risposta è il “riso” e se vogliamo “l’applauso” che ci facciamo da noi stessi, che scaturisce nell’applauso degli altri. Ma è comunque l’idea che abbiamo di noi, la certezza delle nostre capacità d’una pienezza e d’un’evidenza positiva, o almeno singolare, a permetterci di dare sfogo al riso. Solo in esso e per esso, abbiamo la reale sensazione di esistere. Ecco che ridere è riempire il silenzio che ci circonda e farlo nostro, riappropriarci del nostro inconscio, della nostra dimensione onirica che sta tra la realtà e la finzione, sospeso tra la temporalità e la temporaneità della parola, tra il presente scenico e la coscienza del passato, ch’è pur vive entro la precaria eternità del futuro futuribile.

Tutto dipende da noi, dalla nostra volontà di essere e divenire, di ridere o di piangere delle nostre sventure, importante nella vita non perdere l’illusione di essere vivi. “Probabilmente l’umorismo in sé non esiste. Esiste solo il senso dell’umorismo C’è chi ce l’ha e c’è chi non ce l’ha. Chi ce l’ha sta meglio di chi non ce l’ha. Nessuno può insegnarcene l’acquisizione. C’è chi ce l’ha in forma irriverente quando qualcuno cade dalle scale e chi ne fa mostra solo quand’è di buon umore. C’è chi ride esclusivamente delle proprie spiritosaggini e chi, fortuna sua, ride delle proprie disgrazie. La vita è piena di situazioni. E la maggior parte delle situazioni (escluse quelle desolatamente insignificanti) ha due facce: comica o drammatica. Per cogliere quella comica è appunto necessario il senso dell’umorismo. Chi ce l’ha ce l’ha e chi non ce l’ha non ce l’ha. Io ho scoperto solo questo: che c’è gente che ride per delle fesserie immani e gente che non si degna di un sorriso neppure di fronte alla più comica delle situazioni” – scrive Leila Baiardo, (non me ne voglia), nella prefazione a “Barzellette” www.laRecherche.it.

Ed a proposito della barzelletta, una delle forme del ridere, aggiunge: “La barzelletta è quella forma di comicità adatta a tutti per il semplice fatto che non è una narrazione interamente comica, cosa che richiederebbe attenzione, intelligenza, capacità associativa e la conoscenza degli svariati accordi tematici riguardanti l’umorismo. La barzelletta è piuttosto una situazione tipica e normale in cui a un certo punto si ribaltano le regole del gioco per mezzo di un imprevisto o d’una battuta inaspettata. Chi ascolta, ascolta impaziente, solo perché sa che prima o poi arriveranno la frase o il gesto che lo faranno ridere. L’importante è il finale, la didascalia sotto la vignetta, la risposta ridicola a una domanda seria”.

Se ve la sentite di dire la vostra su questo argomento, scrivetelo come commento a questo testo, ogni argomentazione sarà ben accetta. Grazie.


(contninua)

*

- Società

L’uomo che ride, seconda parte.

L’UOMO CHE RIDE: Ovvero, in che cosa consiste il risibile.
(seconda parte)

Si è già parlato del “tipo psicologico” interno (a noi stessi), ed esterno (gli altri), senza tuttavia aprire una finestra (oggi si usa dire così), sugli aspetti linguistici che fanno del ridere un vero e proprio etimo della nostra vita. Vogliamo chiederci cos’è questa vita umana? “È davvero giusto chiamarla vita, se ne togliamo il piacere di un riso pieno di allegria?” (Erasmo da Rotterdam “Elogio della follia”).
Non a caso, o, guarda caso, l’uomo che ride può essere così aggettivato: ridente, allegro, ameno, lieto, gioviale, giocondo, brioso, gaio (nel senso di gay?); oppure pensate: lepido, arguto, ridatello (nel senso di scimunito?), ridanciano, spiritoso, sorridente, sereno, vivace, vispo (nel senso di vivo e vegeto?), fidente, fiducioso, aperto (in che senso?).
C’è poi chi non ride, come il ghignante, il sogghignante (che non ride per nulla), lo sghignazzante (che ride troppo e si copre spesso di ridicolaggine). Pensate, c’è il cachinno che viene da chiedersi se è chi si caca addosso dalle risate? Invece niente affatto, proviene dal latino “cachinnus” e sta per chi ride smoderatamente e beffardamente. Passiamo dunque ai modi del ridere.
Si può ridere in modo così detto “figurato”: a scroscio, oppure in modo molto figurato, di schianto, a scoppio, con fare solleticante, con convulsione, con singulto; e anche ridacchiare, sghignare, sgrignare (cioè arrotando i denti), sbellicarsi, scompisciarsi, smammolarsi, smammarsi, nel senso di: tenersi la pancia, stringere le mascelle, (in senso di ganasce), e forse spisciandosi, (nel senso di pisciandosi addosso), farsi matte risate, crepare dalle risa, sbracarsi dalle risa, ridere a crepapelle, e ridere a crepapancia.
Eccolo, è lui, “l’uomo che ride” a fior di labbra, a mezza bocca, di nascosto, di sottecchi; colui che deride, che mette in ridicolo, che schernisce.
Diffidate gente, diffidate!
Dunque, eccoci giunti al ridere ridicoloso, che si copre di ridicolo e che nasconde non poche curiosità linguistiche, che vanno dal buffo, bizzarro, burlesco (clown e clownerie), al goffo (Rigoletto, Gargantua, Sancio Panza), e pensate, al grottesco (il Gobbo di Notre Dame). Ed anche al ridevole, visibile, umoresco (personaggio da barzelletta); brutto (che pian piano si avvicina al suo contrario), come falso, che per similitudine si confà all’essere comico, arguto, spiritoso e quindi alla caricatura e alla parodia, che trova i suoi equivalenti nelle tipiche figure del teatro popolare (atellane), nelle Sacre Rappresentazioni (Sacramentales), e infine nelle maschere del Teatro dell’Arte.
Ecco allora zimbello, buffone (di corte), sgorbio (che mette alla berlina tutte le anomalie e le menomazioni umane), pagliaccio, fino ad Arlecchino, arlecchini sta, arlecchinesco, dalla maschera indossata dal personaggio di tante commedie teatrali, un modo per aggettivare un individuo e il suo comportamento.
Infatti, è detto anche, burattinesco (dal Teatro dei Burattini, all’Opera dei Pupi); e farsesco (appunto da farsa), oppure comico (intrinseco della comicità); carnevalesco (da “carnevale” che richiede una considerazione a parte). Ed anche pulcinellesco, derivato da Pulcinella (maschera complessa che riassume aspetti diversi della psicologia umana, per la quale rimando a un futuro intervento sulla “maschera e il volto” che mi auguro riesca a fare in proseguimento).
La maschera di Pulcinella è qui usata per introdurre i vari stati d’animo che manifestano il riso e il ridere più in generale, come l’intrinseca umanità, l’insostenibile leggerezza, la stoltezza bonaria, l’implicita filosofia del quotidiano, la subordinazione alle esperienze della vita: l’inestinguibile speranza che regna nell’animo umano.

Si dice: il riso abbonda sulla bocca degli stolti.

Tuttavia, il riso, o meglio il ridere di per sé, può essere un connettivo tra il troppo serio e il faceto, e cosa incredibile da credere, può essere aggettivato come meglio si crede: da amaro, a forzato, a compassionevole, a beffardo, in modo canzonatorio, e perché no, represso, domato, vinto, soffocato, contenuto, annacquato, cattivo, dispettoso, mefistofelico (da Mefistofele), satanico (da Satana), e comunque diavolesco.
Oppure: leale, franco, libero, spinto, schietto, genuino, grasso, grazioso, irresistibile, aperto, vezzoso, limpido, ironico, sarcastico, sardonico, mordace, osceno, licenzioso, artefatto, insincero, ipocrita, sciocco, insipido, cretino; e ancora: moderato, misurato, discreto, temperato, rumoroso, sonoro, stolido, scomposto, disordinato, sguaiato, sconveniente, sconclusionato, smodato, sgangherato, eccessivo, spappolato, stiracchiato, sprezzante.
Il che può significare tutto e il contrario di tutto, il significato e il significante, ed anche usato in luogo di verbalizzazioni indicative e concettuali, come: ridere, ridacchiare, sorridere, ghignare, sogghignare; ed anche eccitare, muovere, suscitare, indurre, scoppiare, frenare, trattenere, reprimere, vincere, tenere, mordere (la lingua), scappare, morire, crepare (dalle risate). Va detto, e forse non lo credevate possibile, ma queste sono solo alcune attività connesse con il ridere e tante altre ve ne sono che nell’impossibilità di elencarle tutte, rimando (per chi fosse interessato a saperne di più), al volume “Il Riso” di Henri Bergson, Nobel per la Letteratura.

Ridete pure, non sogghignate, che il ghigno può essere nefasto.

A dirlo è Victor Hugo il cui romanzo “L’uomo che ride” il cui nome è Gwynplaine, rivela una terribile deformazione del viso che sembra una perenne risata, e può essere considerato il simbolo dell'uomo che è costretto a mostrarsi felice pur soffrendo interiormente, per colpa di una società che ne deforma l'intelligenza e ne mutila la ragione. Nel 1940 ne fu tratto un famoso fumetto dal disegnatore Bob Kane e dallo scrittore Bill Finger i quali, utilizzarono il ritratto che Conrad Veidt aveva dato di Gwynplaine come ispirazione per la loro creazione di Joker, la nemesi di Batman. La somiglianza tra Gwynplaine e Joker è esclusivamente visiva: Joker riprende il fisico slanciato di Veidt e il suo sorriso grottesco. “Batman: L'uomo che ride” (Batman: The Man Who Laughs, 2005) è anche il titolo di una storia a fumetti che rielabora il primo incontro tra Batman e Joker e, inoltre, il nome di un personaggio della serie “Ghost in the Shell: Stand Alone Complex” creata da Masamune Shirow. Ma già il cinema si era impossessato del personaggio di Gwynplaine nel 1909, col film dal titolo omonimo “L'uomo che ride”, film francese del 1909 del quale non si hanno più copie. “Das grinsende Gesicht” è invece il titolo del film tedesco del 1921 diretto da Julius Herzka. Altri due film furono tratti dalla medesima opera e sono: “L'uomo che ride”, del 1928, realizzato dal grande Paul Leni, e ancora: “L'uomo che ride”, il film italiano del 1966 diretto da Sergio Corbucci che adattò la vicenda nell'Italia di Lucrezia Borgia.
Vi è piaciato?

Vi chiederebbe il maestro della satira Petrolini, dal palcoscenico del comico mondo in cui viviamo, parlando di Harold Lloid, Ridolini, Stanlio e Onlio, come pure dei Fratelli Marx, Woody Hallen; e perché no di Charlie Chaplin, Totò, Federico Fellini, Dario Fò; ma anche dei De Rege, i Piccolini, Albero Sordi, Macario, De Filippo, Aldo Fabrizi, Bice Valori, Paolo Panelli, Roberto Benigni, solo per citarne alcuni, e di tutti gli altri, tutti quelli che abbiamo conosciuto nel corso degli anni. E che, sicuramente, adesso se la ridono di questo folle mondo che non sa più ridere. Che ha perso l’occasione e il piacere di farsi una sana “matta” risata.

Giunti al dunque, la risposta alla domanda di Petrolini, non può che essere una sola: "ridere, ridere, ridere che ridere fa bene allo spirito".

E voi, che aspettate a battere le mani!

L’UOMO CHE RIDE: Ovvero, in che cosa consiste il risibile.
(terza parte).

'e risi

dei giorni miei passati
e mentre che ridevo
m’accorsi che pur piangevo
del lungo mio vagare
poi guardandomi d’intorno
stupito me vidi forestiero
quando d’un tratto voltommi
indietro' (GioMa)


(continua)




*

- Letteratura

È qui la Pasqua? , una festa della tradizione

È QUI LA PASQUA? – chi più ne ha più ne metta da parte, di ‘uova’ s’intende.
(una festa di simboli, colori e forme sulle tracce delle tradizioni popolari).
Terza parte.

Pasqua deriva da una parola ebraica che significa ‘passaggio’: passaggio verso la primavera, verso una nuova vita e verso una nuova stagione di semina e raccolti. Scrive Laura Tuan (*) – Negli antichi rituali agresti, infatti, l’arrivo della novella stagione assumeva valore di ‘rito di passaggio’, allorché il Capodanno coincideva con l’equinozio d’Ariete le uova, al naturale o colorate, trionfavano in qualità di talismano e di offerta. Si regalavano come oggetto beneaugurante e si consumavano come pasto rituale; si seminavano fra le zolle dove, in virtù del principio di similitudine, avrebbero trasmesso il loro potere fecondativo al terreno. Greci e Romani le offrivanoa Dioniso e ai dioscuri, i gemelli divini nati secondo il mito da un uovo di cigno.
Anche Russi e Germani se ne cibavano prima di dare avvio ai lavori agricoli. Gli Egizi, certi del suo carattere difensivo, lo impiegavano come amuleto contro le forze del male e come antidono risolutore di ogni malanno. Per la stessa ragione veniva inumato nelle sepolture, a salvaguardia del defunto o come promessa di fecondità e di rinascita. è questo il caso delle uova d’oro estratte dal sepolcro di Ur o di quelle decorate e incise rinvenute a Cartagine, in Etruria, in Ucraina. Anche i protocristiani, che le consumavano ritualmente, le seppellivano nelle tombe dei martiri come simbolo della speranza nella resurrezione.
C’era chi si accontentava delle uova di gallina o di piccione, e chi preferiva di struzzo come i Greci e i Copti, che le appendevano perfino nelle chiese come talismano di felicità. Russi, Scandinavi e Giapponesi, invece, andavano pazzi per quelle di cicogna che consideravano indispensabili accumulatori di fortuna, tanto da attrarne volontariamente alcune con offerte di cibo perché nidificassero sui tetti delle loro case. La consuetudine di offrire uova colorate, in una commistione di retaggi pagani e di spunti cristiani, si consolida dopo l’anno Mille.
Era la chiesa stessa a gestirne lo scambio, al termine della mesaa pasquale dopo averle benedette e dipinte di rosso. Ma perché l’uovo beneaugurali si trasformi nell’attuale Uovo di Pasqua arricchito dalla sorpresa, bisogna attendere il 1500, quando l’imperatore Francesco I di Francia ricevette in dono un uovo d’oro contenente una scultura lignea della ‘passione’. IN poco più di cent’anni offrire uova pasquali a nobili e sovrani divenne una vera mania, quasi una gara a scovare l’esemplare più pregiato e originale.
Le follie naturalmente non si contavano più: circolavano uova d’oro massiccio, tempestate di gemme e gusci delicatamente impreziositi dai pittori più in vista dell’epoca come, ad esempio, Jean-Antoine Watteau e Jea-Honoré Fragonard vissuti entrambi nel ‘700. Ma il primato nella decorazione delle uova spetta comunque agli Slavi e ai Russi, accurati esecutori di autentiche opere d’arte. Essi credevano che ogni uovo dipinto entro Pasqua aggiungesse un anello alla lunghissima catena che imprigionava lo spirito del male e che per questo infine dovevano essere rotte.
Diverse leggende però si contendono l’origine della tintura delle uova pasquali, abitudine che risale al primo Medioevo. In una di esse, si racconta che quando Maria Maddalena annunciò a Péietro la resurrezione di Cristo, questi, incredulo, le rispose: ‘quando queste uova diventeranno rosse, Cristo resusciterà’. E in quello stesso istante le uova che Maddalena recava nel paniere divennero rosse. Un altro racconto leggendario rumeno, sempre a sfondo religioso, riporta che la Madonna, in fuga insieme a Gesù e incalzata dai Giudei, fece rotolare delle uova che subito si tinsero di rosso. In questo modo, mentre gli inseguitori stupiti si fermavano a raccoglierle, i due fuggitivi riuscirono a distanziarli e a mettersi così in salvo.
Questi capolavori di simbolismo, anche chiamati ‘pysanky’, scatuirivano dall’ispirazione poetico-religiosa che si traduceva in figure allegoriche ricche di messaggi finemente tracciati a colori vivaci. Dopo essere state recate in chiesa per la benedizione di rito, le uova venivano distribuite ad amici e parenti, assegnando a ciascuna di esse un messaggio augurale preciso. Ma ancor più, e ancora oggi è questa la formula rituale, recavano una missiva simbolica d’affetto, d’amicizia, di stima e di speranza o, anche, come pegno d’amore che il ragazzo offriva alla ragazza, destinato a mantenersi vivo nel tempo, capace di risorgere e di rinnovarsi continuamente.
Le uova, accumulate a causa delle restrizioni ecclesiastiche che ne proibivano il consumo durante la quaresima, prodotte senza avarizia durante il tepore primaverile, venivano così ad arricchire una riserva alimentare sempre più abbondante, tale da consentire anche nella società contadina spesso affamata, l’abbuffata pasquale che metteva fine al tempo quaresimale.
La decorazione delle uova fra i contadini, era affidata solitamente alla madre e alla figlia maggiore e avveniva secondo precise regole rituali e nel più rigoroso silenzio interrotto solo dai canti religiosi e dalle preghiere.
Il colore, considerato da un punto di vista magico-simbolico, svolge un ruolo determinante nella scelta del messaggio da affidare all’uovo pasquale. Ciò che definiamo comunemente rosso, giallo, verde, non erano altro che i diversi livelli vibratori di un’unica energia, la stessa che collegava tutti gli elementi del cosmo. Le grandi culture del passato accordavano la massima importanza al colore al colore, con cui si esprimevano, curavano e si sintonizzavano sulla divinità, che spesso veniva rappresentata con immagini a tinte vivaci.
L’uovo dipinto di bianco, ad esempio, espone il colore lunare, si sintonizza sulla vibrazione emotiva: fecondatrice dall’infanzia alla maternità, dall’immaginazione alla medianità. È il colore dell’innocenza, della purezza e, come massima concentrazione della luce, del bene che sconfigge le tenebre.
Il colore rosso, riconduce simbolicamente al sangue, ne assimila, soprattutto in Oriente, il significato concreto di vita e di forza. È il colore augurale per eccellenza, da indossare a Capodanno per propiziare la fortuna e, in Cina, anche nel giorno delle nozze. In India, Brahma, il dio che crea, e Rudra, la divinità che guarisce, sono entrambi rappresentati con il corpo dipinto di rosso. Rossi sono anche gli dei benefici egizi, che ricordano, nel colore, la fanghiglia fecondatrice del Nilo. Ardore e sensualità, coraggio e vigore si ricollegano al rosso negli attributi di Ares (Marte) e di Pan, divinità primaverile greca della potenza sessuale maschile e della fertilità vegetativa. Il rosso, inoltre, riassume la forza purificatrice del fuoco. Come titnta-base delle uova pasquali, che la tradizione vorrebbe rigorosamente rosse, questo colore augura gioia, fecondità, vitalità e naturalmente, passione amorosa.
Il blu, colore gioviano, emblema della saggezza e della spiritualità, conduce, in assonanza con il cielo, all’idea dell’ascesi, dell’accesso allo spirito. È il colore del lapislazzolo, pietra a cui i tibetani attribuiscono il massimo potere rigeneratore. Il mitico trono del Buddha della medicina è interamente costruito con questo minerale. Blu è anche il corpo del dio indiano Visnù, della dea greca Hera sposa di Zeus, e degli abiti di quest’ultimo, padre di tutti gli déi. Nel cristianesimo, in analogia col cielo e dunque con la spiritualità, contrassegna il manto della Madonna, in qualità di messaggio pasquale, come augurio di serenità, guarigione e saggezza.
Il giallo, vibrazione della luce e del sole, emana un messaggio di chiarezza e di verità. Simboleggia la massima luminosità dell’oro, ottenuto attraverso purificazione alchemica degli Elementi, in senso di augurio di intellettualità e conoscenza.
Il verde, nel suo rapporto simbolico con il trionfo della vegetazione, riveste un significato di speranza, di fertilità e rigenerazione. Non a caso convoglia su di sé la vibrazione di Venere, il pianeta dell’armonia e dell’amore, della fioritura e della primavera. L’uovo dipinto di verde annuncia la speranza, la salute e l’arrivo di un nuovo e tenerissimo amore.
Il marrone, è il colore della terra, della solidità e della continuità ben rappresentata dall’influenza stabilizzante del pianeta Saturno. Il signore dei segni zodiacali invernali quali il Capricorno e l’Acquario, considerati presso i Romani, divinità della semina e della fecondità sotterranea, ancora non evidente ma assicurata. Questo colore in particolare, promette una realizzazione lenta ma ben costruita, ancorata a solide basi che ne protrarranno gli effetti inalterati nel tempo. simboleggia inoltre la Grande Madre terra e tutte le creature che vivono in essa. Infatti, è il caso dell’uomo stesso, in ebraico ‘adam’, creato secondo il racconto biblico dalla terra ‘adama’, da cui trae non solo il nutrimento ma anche il nome.
Le uova, si sa, sono elemento e simbolo associato alla Pasqua. Sulle uova tradizionalmente decorate per la fesività pasquale, oltre alle solite raffigurazioni di fiori, animali, personaggi storici o biblici, fanno la loro comparsa svariati simbolo astratti. Si tratta di segni antichissimi, conosciuti e impiegati in quasi tutte le culture: etrusca e fenicia, egizia e greca e romana, cristiana e celtica, indiana ecc. molti dei quali, ma solo più tardi, il cristianesimo li ha inglobati nel proprio patrimonio simbolico, sovrapponendo al loro significato originario un valore evangelico ed ecclesiastico.
Alla sensibilità delle decoratrici tuttavia non sembra tuttavia essere sfuggito il senso primordiale di questi segni, sempre intrinsecamente connesso con le tematiche primaverili del rinnovamento cosmico: la luce, la vita, il ciclo della natura che muore e che risorge, ecc. Si hanno così tutta una serie di simboli principali riferiti al cosmo, quali: il Sole, la Luna, le Stelle, l’Arcobaleno; ed altri di carattere magico-esoterico: il Triangolo, il Quadrato, la Croce, la Spirale, il Rombo, il Cerchio, la Linea del destino, la Mano, l’Albero spesso capovolto, il Fuoco ecc. esaminiamoli uno per uno.

Il Sole, è l’attributo di sovrani e déi, le cui corone dorate nel primo caso e le aureole raggiate nel secondo, tentano di uguagliarne lo splendore.
La Luna, è significatrice delle acque e del rinnovasmento e della maternità per eccellenza, legato all’antico culto delle maree e della fecondità femminile. Nel Medioevo cristiano compare spesso affiancata al Sole ai lati della Croce.
La Stella o il cielo stellato, esprime la speranza in un futuro più sereno, la direzione ritrovata dopo la burrasca. Non a caso infatti il cristianesimo sceglie proprio la Stella per annunciare la venuta del Messia. In medio oriente essa assume altri significati secondo il numero delle sue punte, emblema del l’alba e dell’amore.
L’Arcobaleno, è il ponte di luce che unisce la terra a l cielo e gli uomini agli déi, ricorda il patto stretto da Jahvè con il genere umano alla fine del diluvio.
Il Triangolo è l’emblema della nascita della vita e della morte e rappresenta la perfezione del ‘tre’, il nuimero della sapienza divina e della completezza. Se l’area è annerita acquisisce la connotazione iniziatica della caverna o della montagna sacra, la prova estrema che il neofita deve superare, a conclusione di un lungo e impegnativo processo di apprendimento.
Il Quadrato, riconduce all’idea di stabilità, della razionalità e dell’intelligenza umana, solida ma limitata. Quando vi sono inseriti altri quadrati concentrici si ricollega alle tre età della vita, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia.
La Croce è il simbolo precristiano dal significato universale, fa riferimento all’albero cosmico, l’asse centrale del mondo che ne sorregge il peso e le sorti. Come attributo cristiano della passione e della resurrezione di Cristo, si è affermata piuttosta tardi, alla fine del IV secolo, ed è sempre affiancata dai simboli del Sole e della Luna. Se ha quattro braccia uguali si dice ‘a croce greca’ che simboleggia la potenza del numero quattro, come le stagioni, gli evangeli e i segni fissi che li rappresentano: Leone, Acquario, Aquila e Toro. Quattro come gli Elementi e le Virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
La Spirale: la curva priva di inizio e fine evoca l’idea di continuità e dell’evoluzione, ben rappresentata nel simnolismo esoterico dell’ouroborus, il mitico serpente del Tempio che si morde la coda.
Il Rombo , allude alla matrice della Grande Madre cosmica e alle sue potenzialità generative.
Il Cerchio è l’emblema indiscusso della perfezione, suggerisce nella continuità della sua forma, che non ha inizio né fine, l’idea della’eternità.
Una Linea orizzontale che gira tutt’attorno all’uovo allude alla linea del destino; ondulata ripropone il potere fecondativo delle acque, mentre se è verticale presuppone le concezioni primaverili della vita e della rinascita.
La simbologia esoterica, come abbiamo visto, gira più o meno, attorno ai pochi temi di riferimento, presenti in tutte le realtà culturali e le confessioni del mondo; ma ce nè un simbolo in particolare che si eleva su tutti gli altri, ed è l’Albero universale, con tutti gli annessi vegetativi, come i rami e le radici, le foglie e le bacche, ma anche il prato, i fiori, i frutti, che lo contornano:

«Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden e quivi pose l’uomo … e fece germogliare dal suolo ogni specie di alberi piacevoli d’aspetto e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male .»

Così la Bibbia. Ma la religione ebraico-cristiana non è l’unico contesto in cui il simbolo potente dell’albero vive e si moltiplica in un’infinita varietà di forme. Sì perché l’albero, con le sue radici che affondano nell’oscurità della terra e da questa trae la linfa vitale per la sua rigenerazione; altresì la sua chioma che si espande nella luce, riflette simbolicamente l’intenso desiderio umano di collegarsi alla realtà essenziale del mondo.È questa un’immagine ancestrale che ha preso forma nello spazio e nel tempo in cui si è formata, nella mitologia e nella religione, nel folklore popolare e nei saperi esoterici che si rinnova continuamente e prende alimento da una sorgente sacra al centro del mondo, sulla quale l’umanità ha modellato e dato corpo a un’aspirazione profonda: il perenne rinnovamanto della vita, la propria centralità nel cosmo, in un mondo armoniosamente ordinato.
All’ “Albero della vita”, Roger Cook (1) (Red edizioni 1987) ha dedicato un libro illustrato che ho rintracciato in una biblioteca di periferia, sotto l’etichetta ‘ Arte e Immaginazione’. Il prezioso volume di normali dimensioni è illustrato in modo splendido per cui offre al lettore che coltiva di questi interessi, la possibilità di un doppio escursus, testuale e fotografico, ricco e stimolante, col fare ricorso a materiali originali di studio e di verifica che motivano l’universalità del simbolo iconico preso a soggetto. In esso sono rappresentate tutte le culture, fin dalla visualizzazione della pittura firmata dai grandi artisti di ieri e di oggi, alla scultura come anche alla miniatura e alle anonime trame dei tappeti persiani e delle stoffe pregiate dell’Estremo Oriente.
Interessanti i temi trattati in indice: l’albero dell’immaginazione, della storia, della fertilità, dell’ascesa, del sacrificio, della conoscenza, della necessità interiore, e di quell’albero ‘cosmico’ capovolto, immutabilmente fisso nel mondo empireo, all’origine di innumerevoli tradizioni diverse. La si trova, per esempio, nei rituali sciamanici degli aborigeni australiani e presso i Lapponi, che, quando sacrificavano al dio della vegetazione, disponevano presso l’altare un albero capovolto, le cui radici crescono in alto e i cui rami si estendono verso il basso. Nei Veda e nelle Upanishad è l’albero cui ‘tutti i mondi riposano’ nella non-morte. È così che, mediante l’immagine dell’albero capovolto, la metafisica indiana riconcilia con molta sottigliezza il politeismo indù con il punto di vista monoteistico: perché tutti gli déi del suo pantheon interagiscono in funzione di un’unica radice nascosta.

«Un ritorno alle origini come per un rito di passaggio all’inverso, dunque?»

Umberto Eco (2), nel suo libro illustrato “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” (Bompiani 2013), ci introduce, passo dopo passo, nell’immaginario umano così come si è espresso nel corso dei millenni. Scrive:

“La nostra immaginazione è popolata da terre e luoghi mai esistiti, dalla capanna dei sette nani alle isole visitate da Gulliver, dal tempio dei Thugs di Salgari all’appartamento di Sherlock Holmes. Ma in genere si sa che questi luoghi sono nati solo dalla fantasia di un narratore o di un poeta. Al contrario, e sin dai tempi più antichi, l’umanità ha fantasticato su luoghi ritenuti reali […] che hanno soltanto animato affascinanti leggende e ispirato alcune delle splendide rappresentazioni visive che in gran parte conosciamo (riportate in questo volume), altri hanno ossessionato la fantasia alterata di cacciatori di misteri, altri ancora hanno stimolato viaggi ed esplorazioni così che, inseguendo una illusione, viaggiatori di ogni paese hanno scoperto altre terre.”
Terre come Atlantide, Mu, Lemuria, le terre della regina di Saba, il regno del Prete Gianni, le Isole Fortunate, l’Eldorado, l’Ultima Thule, Iperborea e il paese delle Esperidi, il luogo dove si conserva il Santo Graal, la rocca degli Assassini, del Veglio della Montagna, il paese di Cuccagna, le isole di Utopia, l’isola di Salomone e la Terra Australe, l’interno di una terra cava e il misterioso regno sotterraneo di Agarttha, lo stesso Eden biblico, l’Inferno e il Paradiso danteschi, l’Eldorado, l’Albero della Vita, l’Uovo cosmico, che se esistono o, almeno, sono esistite nella fantasia o nei sogni di qualcuno, equivale a dire in certo qual modo che da qualche parte esistono, non vi pare?
Altri temi si annunciano non privi di interesse e ci riconducono, almeno spero, a quello spirito ancestrale da cui noi tutti, indissolubilmente, veniamo …

«Ma per favore, vogliamo tornare all’Uovo?»

«D’altronde quand’è che un uovo non racconta per diritto o per storto le pieghe segrete dell’esistenza umana e per riflesso di quella divina? Un uovo è al contempo il creato e la creazione: e la creazione, come è noto, si esprime nelle più svariate forme e differenti elaborazioni. In sintesi, più o meno tutto quello che abbiamo da dire a riguardo è che dentro un uovo c’è già tutto, il poco e l’assai, sia l’uno che l’altra, l’universo e il vuoto contenuti da un buco chiuso in se stesso: ma da quello che dice di sé, di solito, non lo si capisce» (3).

«Sì certo, ma non è che possiamo ricominciare!»
«Scusi, ricominciare da dove, dall’Uovo o dalla PasQua?»

Emblema antico di fecondità ed eternità, l’uovo era presente nella cosmologia egizia, in quella Fenicia e nell’ebraismo contrassegna la continuità della vita. Per i Cristiani è rappresentazione della Resurrezione dalle tenebre e dalla morte

«Ma l’avevamo già detto!»

Se il pulcino che sbuca dall’uovo è metafora di questa rinascita (e del Cristo risorto), le uova decorate e colorate sono segno di buona sorte e di roseo futuro anche per gli antichi Persiani, che se le scambiavano in alcune cerimonie religiose. Sono diventate persino prezioso regalo della Pasqua del 1885 in Russia, quando l’orafo e gioielliere di corte Peter Carl Fabergé accontentò lo zar di tutte le Russie Alessandro III che volle un originale pegno d’amore per la moglie Maria Fyodorovna, dando il via alla realizzazione delle costosissime e bellissime uova Fabergè.

«Alle uova della ‘Leda’ di Leonardo, di cui rimangono soltanto alcuni bozzetti, o a quelle di Maria F. ?»

Restiamo con Barbara Martusciello (4), la quale ci illumina sull’ Uovo attraverso l’arte:
“L’Alchimia lo assume a catalizzatore di significati oscuri e l’arte non si esime dalle raffigurazioni delle uova in opere di tutti i tipi, gli stili e i materiali. La più celebre è forse la grande tempera e olio su tavola di Piero della Francesca, oggi conservata nella Pinacoteca di Brera a Milano, databile al 1472 circa e nota come ‘Pala di Brera, o Montefeltro’. È una ‘Sacra Conversazione’ con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore (Federico da Montefeltro). Al centro, in un’esedra semicircolare che racchiude una copertura a forma di conchiglia, campeggia un piccolo, perfetto uovo di struzzo che pende appeso a un filo e illuminato dalla luce. Il significato più accreditato ed evidente di questa figura emblematica – oltre all’articolato richiamo al dogma della verginità di Maria –, inteso comunemente come simbolo di vita e della Creazione, corrisponde all’Assoluto divino, centro e fulcro dell’Universo.
La raccontiamo iniziando dal grottesco dipinto di Hieronymus Bosch ‘Le concert dans l’œuf’ (Il concerto nell’uovo) riprodotto nella copia nel XVI secolo (oggi al Musée de Beaux-Arts Lille) dal ‘Maestro di Lille’, perché l’originale fu perduto; non dimenticando il Barocco di nature morte con gusto (Georg Flegel, ‘Spuntino con uova’, 1600 circa, Staatsgalerie, Castello di Johannisburg, Aschaffenburg) e dello spagnolo Diego Velasquez che vede anch’egli nell’uovo doti da leccarsi i baffi: nella ‘Vecchia friggitrice di uova’, 1618 (National Gallery of Scotland, Edimburgo) non c’è simbolo che tenga poiché v’è un tale realismo che pare di sentire il profumo delle uova fresche appena cotte… Una sinestesia che scaturisce anche di fronte alla solida, corposa ‘Natura Morta con pane e uova’ di Paul Cezanne (1865, al Museo di Cincinnati) e poi a quella di Georges Braque (1941) dove l’uovo è a scaldare sulla stufa…
Dalle uova imbiondite e croccanti passiamo ora a quelle di cioccolata, a ricordare la Pasqua, l’allora fiorente industria (dolciaria) italiana e una tradizione nell’eccellenza dell’illustrazione pubblicitaria: ecco Fortunato Depero che nel 1927 crea la locandina per ‘Uova Sorpresa’ dell’azienda Unica di Torino. Dal Futurismo ci affacciamo sulla magica sospensione spazio-temporale di Felice Casorati (con il piccolo olio su tela ‘Uova su libro’, 1949; i più grandi ‘Uova e limoni’; ‘Uova sul tappeto o sulla scacchiera’; ‘Maternità con uova’, 1958; ‘Notturno: uova’, 1959) e analizziamo l’archetipo dell’ovale nel Surrealismo, dove prende forma ed è riposto in nidi indecifrabili o nelle gabbie di Renè Magritte.
Tra gli artisti dell’inconscio e dell’onirico, Man Ray inserì l’uovo in alcune sue sperimentali composizioni fotografiche chiamate, per la tecnica a contatto pionieristica, con il suo nome – ‘Rayogrammi’ – e lo acclamò, per linda perfezione e carico simbolico, nel più netto e categorico ‘Uovo di struzzo’, 1944. Se la bizzarra, surrealisteggiante Leonor Fini, ne ‘La Guardiana dell’Huevo negro’ (1955) aggiunge un interessante versione occulta del tema, fu Salvador Dalì a primeggiare in questo, tra l’altro abbellendo in modo incredibile l’architettura del suo teatro-casa-museo a Figueres, città in cui egli nacque (1904) e abitazione dove morì nel 1989. Egli dipinse ironiche ‘Uova al tegame con tegame’ (o nel piatto col piatto), 1932, e passò a più concentrate riflessioni con ‘La metamorfosi di Narciso’, 1937 (alla Tate Gallery, Londra), in cui il giovane della mitologia greca, famoso per la sua bellezza, si specchia mentre accanto a lui una mano si materializza porgendo un uovo che è schiuso dal germogliare di un fiore. C’è tutto, qui: la leggenda greca, la punizione, la metamorfosi e, infine, la vita eterna.
Nuova di zecca, come è nuovo l’uomo-bambino ‘Geopoliticus’, eseguito nel 1943 nel ritiro americano di Dalì e della moglie e musa Gala: lì l’uovo indica più la nascita del novello Mondo – gli Stati Uniti – che un riferimento spirituale e universale… Che, invece, ritroviamo nel Dalì-uovo immortalato in una delle originali foto del sodale Philippe Halsman: per l’effetto-bozzolo che raffigura, sembra ideale spunto per il dipinto ‘L’aurora’, 1948, in cui l’uomo (ri)sorge dall’enorme guscio alle cui spalle s’irradiala la luce-tuorlo. Nel 1973 serpenti, donne-Eva ammiccanti e un grande uovo sono il suo contributo per il numero speciale di Playboy Magazine. Insomma: sacro e profano si rincorrono, si sovrappongono e si ammantano di ambiguità misterica: di quest’ultima sono piene le piazze d’Italia e le ‘wunderkammern’ di Giorgio De Chirico (l’uovo è inserito in molti suoi quadri).
A svelare qualche arcano e mostrare l’evidenza dietro gli emblemi della società – di massa – ci penserà poi Andy Warhol: con la sua massiva produzione di immagini seriali tra le quali quelle di piatte uova multicolor; il suo talentuoso figlioccio disperato, l’unruly child del gesto graffitistico Jean Michel Basquiat torna, con ‘Eyes and Eggs’ (olio su tela, 1983), alla dimensione quotidiana, alla fame di cibo, di amore, di 15 minuti di successo per tutti, il (degno?) nipotino di Warhol, Jeff Koons tridimensionalizzerà e monumentalizzerà le uova (di Pasqua) virando verso il lato kitsch dell’immaginario iconico, a differenza dell’originale Claes Oldenburg, che si ferma appena prima (in varie declinazioni museali di ‘Sculpture in the Form of a Fried Egg’.”
L’Uovo rientra nella scultura di Vittoria Marziari (5) “..affascinata dal mistero degli spazi cosmici e interiori che costituiscono la sua inesauribile fonte d’ispirazione, che si vuole definire scultura filosofica”, nell’emozionante bronzo intitolato ‘Amanti segreti’ dove i due ‘amanti’ si sovrappongono all’interno della ‘forma dell’uovo’ che si dischiude nell’emozione dell’idillio manifesto che s’apre all’amore. Momento che altresì trasforma “..l’immensa energia universale nella forma dell’arte, e che avvicina l’artista a quel misterioso soffio che fa muovere tutte le cose” (W. Fabbri). Un’eccellenza tutta italiana nel campo dell’arte e la prima scultrice donna ad aver ricevuto l’onoreficienza di Cavaliere della Repubblica Italiana nel 2016 per le sue riconosciute qualità artistiche.Dell’artista è apparso su questo stesso sito larecherche.it l’articolo con nota critica di Giorgio Mancinelli, intitolato “La danza immobile, la ‘poesia delle forme’ nei ‘lunghi silenzi’ dell’arte contemporanea”:

“Dagli albori dei tempi, nascondi la verità, con ingannevoli lusinghe e sfaccettature”
“Non udisti, non vedesti, ma inaspettata giunse la tempesta”.
“Non è la tenebra, ma la luce, quella sottile attrazione che ti spinge a gaurdare oltre il sipario”.
“Svuotiamoci dal torpore che inibisce il nostro risveglio”.
“Oltre le vesti il cuore, donando, amando”.

Sono queste solo alcune delle frasi altamente ‘poetiche’ afferente ad altrettanti ‘titoli esperienziali’ di avita bellezza trascendentale che accompagnano le opere scultoree di Vittoria Marziari, che oggi ci consentono di assaporare in pieno il gusto e il senso della profonda quietudine che ci viene incontro nelle forme che con maestria ha ricavato dalla materia, nel racconto dominato dal ‘silenzio’ … quel silenzio che nulla toglie alla bellezza che noi tutti, nel confronto visuale di rimando con le sue opere, ci portiamo dentro.

L’Uovo è il principio: Buona Pasqua.


Note:
(*) L’intero articolo è tratto in gran parte dallo studio e ricerca sull’argomento afferente all’Uovo di Pasqua, di Laura Tuan, apparso in ‘Astra’ - Editoriale Astra (1975?)

1) Roger Cook, “L’Albero della Vita” – Le radici del cosmo, (Red edizioni 1987)
2) Umberto Eco, “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” (Bompiani 2013)
3) Giovanni Nucci, “E due uova molto sode” – Gaffi Edit. 2017
4) Barbara Martusciello - per la parte afferente all’arte contemporanea, articolo apparso in ‘My Where’ del 23 Marzo 2016
5) Vittoria Marziari – “Amanti segreti” (nell’immagine) - bronzo 2015, è parte integrante del suo vasto curriculum ricco di riconoscimenti e premi. L’artista ha esposto in musei, ambasciate, consolati, Istituti Italiani di Cultura, Palazzi Comunali ed Expo d’Arte Internazionali. Svolge la sua attività a Siena nell’atelier di via Stalloreggi 23 e nel laboratorio di via dei Tufi, adiacente al parco “Sculture di luce” ideato e inaugurato dall’artista nel giugno 2013.


*

- Società

L’uomo che ride, ovvero in che cosa consiste il risibile.

L’UOMO CHE RIDE: Ovvero, in che cosa consiste il risibile (?)

 

Che cosa ha in comune una smorfia sulla faccia di un pagliaccio con un gioco di parole? Un verbale qui pro quo preso da un vaudeville e una scena vagamente seriosa di una commedia? Quale distillazione segreta rivela l’essenza di un odore indiscreto o un profumo delicato? Chi sa rispondere si faccia avanti, ogni risposta o anche la semplice ipotesi va bene. Noi (plurale maiestatis per significare noi moderni) ci abbiamo provato e siamo giunti, dopo molte ricerche, a trovare il 'dunque' o il 'quonqueribus' se volete (detto così alla romana, che personalmente non so che cosa voglia dire, ma l'ho sempre trovato un dire risibile, ridibile o come vi piace, che mi ha sempre fatto ridere). Ed ecco che infine una definizione, per quanto semplicistica, è stata formulata, e per qualcuno potrebbe anche valere come risposta:

 

Il riso è il prodotto dello spirito.

 

Finanche “..i più grandi pensatori, da Aristotele in poi, sono scivolati sovente sul comico, cimentandosi con questo sottile problema che sfida lo sforzo della soluzione, sfuggendole, impertinente quanto gettato alla speculazione filosofica” – (Bergson “Il riso”); sono infine "..riusciti a definire l’essere Dio, ma quando sono arrivati a spiegarci (l’essenza del ridere), si sono avvolti in una serie di contraddizioni e ne sono usciti, dopo immensi sforzi, con risposte esilissime” (U. Eco “Il nemico dei filosofi”). L’importanza pratica del ridere risiede, infatti, nel suo applicarsi (in primis) a noi stessi, nel cercare di classificare l’effetto sugli altri (secondi), per affinare l’umana capacità di percezione psicologica. Quando però cerchiamo di farlo (verso noi stessi mai, molto spesso nei confronti degli altri), scopriamo che, mentre è facile trovare da ridere degli altri, siamo dubbiosi e perplessi nei nostri riguardi, e cioè non siamo capaci di ridere di noi stessi seppure in molti casi sappiamo renderci ridicoli.

 

Paura di scoprirci e quindi di rivelarci per quello che siamo?

 

Probabilmente sì, se talvolta dopo aver aggettivato qualcuno (mettendolo alla berlina), evidenziando un suo difetto o una défiance tanto per ridere, ci accorgiamo, guarda caso, che avremmo potuto attribuircene la medesima aggettivazione, provocando in noi stessi il timore di riconoscerci quali intimamente siamo. Se è vero che esistono individui inclassificabili (persone apatiche e poco sviluppate mentalmente, non di meno, quelle più evolute e versatili che hanno raggiunto un certo avanzamento nelle diverse aree della personalità), è anche vero il contrario, cioè che si possono ben classificare numerosi altri individui attraverso il linguaggio delle loro espressioni, di cui il ridere è una delle qualità più importanti.

 

Riporto qui un detto: “Talvolta fa più una risata che una …”. di cui lascio il seguito a vostro piacimento, ma è piuttosto comico che un fenomeno sociale di tali dimensioni paia così ambiguo e contraddittorio. In fondo tutti ridiamo in un certo modo, ognuno diverso dall’altro, tuttavia senza saperne sempre il perché. Probabilmente il comico che ci fa tanto ridere provoca in noi risultati diversi secondo le condizioni del corpo sociale che lo consuma. Un po’ “come il sonno, che ritempra o rincretinisce, secondo della notte o del giorno, dell’ora, della stagione in cui è consumato” (U. Eco op. cit.). “Come il sonno … se solo Umberto Eco avesse scritto «come il sogno» forse, l’avrei capito, perché avremmo fatto un passo più avanti verso la soluzione del problema” – (B. Placido “Il riso”).

 

Ridere sano in corpore sano.

 

Suggerisce il medico, e ciò perché mediante una buona e sana risata avvengono la dilatazione e la contrazione dei vasi sanguigni a favore della respirazione, come pure le variazioni di caldo che accompagnano il riso mostra un complicato influsso delle ghiandole endocrine, le cui polarità, se ben regolate, sono attive nell’equilibrio dinamico che rende possibile una migliore vita fisica. Per non parlare della quantità di muscoli facciali che entrano in funzione nel momento stesso che ridiamo. Lo stesso vale per la nostra vita psicologica, nella quale “una sana risata” tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, col risvegliare gli elementi attivi opposti e complementari a quello dominanti. In breve, da sempre in una frase si dice che:

 

Una risata allunga la vita.

 

La frase, ripresa anche in un famoso spot televisivo, se anche così non fosse, sicuramente la renderebbe migliore. Per dire che una sana risata aiuta a essere migliori, più tranquilli, più gioviali, più accondiscendenti, più simpatici, insomma più, aprendo a quel quid che manca in certi momenti della vita. “Il comico è giustiziere, ridimensiona uomini e istituzioni, demistifica, riveste funzione di critica sociale … ma del pari, il comico è strumento di conservazione, diverge le energie contestatarie, acquieta le irritazioni” (U. Eco op. cit.). Se cercate un pretesto, per essere solidali con voi stessi e con gli altri, il consiglio del medico e del filosofo è senza dubbio: Ridete! Sicuramente vi farete degli amici e, chissà? Magari potreste anche fondare un partito.

 

Slogan a parte, talvolta ridere è talvolta causa di eccesso, produce reazioni esagerate, tendenti a sopravvalutare le qualità mancanti nell’individuo che ride, arrivando persino a essere giustificativo di un’esuberanza mal riposta; che, se osservata come comportamento esteriore, rasenta, per effetto della reazione che si ottiene, l’impulsività e l’insolenza, fino a raggiungere la crudeltà. Qui il gioco si fa più difficile, la prima cosa da farsi è applicare lo slogan sempre valido, che recita: Dimmi come ridi e ti dirò chi sei. Che non è lo stesso di chiedere: “Dimmi con chi si ride, e …” che ci coinvolge in altri approfondimenti. Qui non si tratta di accettazione passiva e inconscia del proprio carattere, come possiamo osservare nella massa delle persone che si lasciano trasportare ciecamente dagli eventi.

 

Bensì si tratta di mettere in pratica almeno due metodi riconosciuti: quello "del riconoscimento” e quello "del consenso” allo stesso tempo, in modo consapevole, sia delle possibilità inerenti al tipo psicologico che riconosciamo in noi, che delle sue o nostre opportunità e dei suoi o nostri limiti, come espressione, nel modo più puro e più evoluto, della nostra disponibilità a trovare una giustificazione. Il secondo compito che va affrontato per meglio individuare il “tipo psicologico” di appartenenza, è quello di controllare e correggere gli eccessi provenienti dall’esterno, cioè dagli altri, per non cedere a una sorta di disarmonia con noi stessi. Con ciò che siamo e che ci degrada nel senso della moralità e del rispetto totale degli altri (leggi dell’umanità che ci circonda), per continuare a esprimere e sviluppare una certa libertà nel criticare e, al tempo stesso, le facoltà di autocritica già attive in noi.

 

In conclusione questa mi pare, essere una condizione piacevole e fruttuosa, apparentemente positiva, sebbene va con sé che non sia per niente futile: "Ride bene chi ride ultimo".

 

(fine prima parte)

*

- Società

Non solo mimose, 8Marzo festa delle Donne

‘Non solo mimose’, 8 Marzo festa delle donne.

Per comprendere e ricordare il vero significato della ricorrenza dell’8 marzo, torniamo a parlare di Donne, naturalmente di tutte le donne, che siano pazze, sognatrici o rivoluzionarie,cantanti, ballerine, matematiche, scrittrici, scienziate, prostitute, curanderas, calciatrici, pilote d’aereo, schiave, rabdomanti, giornaliste, vagabonde, suore, filosofe, poetesse, amanti, guerrigliere … di tutto ciò che sono e che vogliono essere ...

'Volubil sempre come foglie al vento' (Boccaccio)

Tutto quì, sicuro che si vuole/debba solo parlare di loro in tal modo?

Ci si può sempre offrire in ostaggio ... du, du dù! per amarle non usare loro violenza, riconoscere loro quel donarsi con e per amore.

Per loro la vita può essere ripartita in tre fasi: 'sognare l'amore, praticare l'amore, rimpiangere l'amore. Prima il bacio e poi le unghie. (di anonimo)

Ma infine è sempre quello: l'amore, e non è poco se sono sempre loro a praticarlo, non vi pare?

'Come ammettere che (la donna) è la regina del mondo e la schiava di un desiderio!' (Balzac)

Di fatto ciò non è una colpa. Certo che no, ma suona come un atto d'accusa contro l'egoismo, l'individualismo eccessivo, la trascuranza e la nullità di certi uomini.

Quindi è colpa degli uomini se le donne sono ... come sono?

Le donne però, a differenza degli uomini, sono sempre disposte a perdonare ... anche se non sempre a dimenticare.

Dunque, il loro maggior nemico non è l'uomo (questo sconosciuto) bensì, 'quella pietà che gli fa fare la maggior parte degli spropositi che fanno'. (Baretti)

Buono a sapersi, quindi per l'8 Marzo regaliamo a tutte daffodils, rose e tulipani gialli, giunchiglie e quant'altro purchè donati con amore.

Ecco, l'unico merito di un uomo è il buon senso ... quando ce l'ha.
Pertanto, messi da parte i più virili pensieri, resto a disposizione limitandomi a godere di sentirle pronunciar parola in un qualche balzello letterario.

Auguri, dunque, che Marzo lustri per voi i fiori più belli, 'non solo mimose'.

*

- Poesia

Franca Maria Catri … o l’altrove indicibile della poesia

Franca Maria Catri … o l’altrove indicibile della poesia contemporanea.

 

C’è un tempo di frattura minimale in cui si misura lo spazio restante da quello che precede l’attimo successivo, anche detto crack-up*, che si offre come spazio liminare all’impulso creativo da cui scaturisce la ‘luce’ primordiale e avveniristica dell’idea, dell’arte, della composizione musicale come della poesia. Impulso propulsivo che permette alla parola poetica di disgiungersi dalla materia letteraria e divenire pura essenza dispersa nell’aere della concettualità estetica e percettiva. Ciò che nulla toglie alla scrittura poetica allorché, nell’interscambio modale con il poeta, il lettore interpone la propria empatia a quella dell’autore/trice.

Con un’espressione finemente poetica in apertura della sua silloge di recente publicazione “Ti chiedo al vento” (**), Franca Maria Catri ne offre al lettore un esempio tangibile:

..tra petali di libri / il tramestio di foglie / il giusto e l’ingiusto del fiore”.

In cui la chiave di lettura ‘psicologica’ è fissata nello stato d’animo del poeta in quello che è il suo momento creativo, nel coinvolgere emotivamente il lettore nel suo messaggio: lì dove l’amore per i libri, connaturale alla sostanza fibrosa della materia, si scioglie/sfoglia in petali di fiori che s’aprono alla nascente/morente stagione; in cui il frusciare delle pagine coincide con il tramestio delle foglie al vento/aere che l’accompagna attraverso l’arco/soglia posto tra l’inizio e la fine, al limitare de “il giusto e l’ingiusto del fiore”.

Non la ricerca di una soluzione al crack-up iniziale, bensì il responso imperscrutabile di un ‘altrove indicibile’ che trova luogo nell’assenza, nel pieno/vuoto cosmico della sua proiezione filosofica nella poesia contemporanea; di un ultimo grado di investigazione cui sottoporre ogni intima certezza/incertezza della relatività umana. Una ‘immagine inadeguata del morire – scrive Flavio Ermini nella postfazione che accompagna la silloge poetica – in cui lo splendore essenziale, si fa strada attraverso l’inerzia della materia visibile e si riverbera proprio su quell’invisibile alfabeto che immaginiamo ..a un passo dal cuore’.

Un’immagine questa indubbiamente suggestiva, per quanto afferente al binomio vita/morte empaticamente legate alla percezione antropomorfica della natura umana che le rende entrambe preziose nella scrittura connettiva dell’autrice, lì dove ‘si svincola dal mondo dei corpi per abbracciarne l’intima essenza’ (F. Ermini): “Questo è il punto / in cui si comincia a morire / la pietra di un inciampo”; non è solo una parafrasi poetica, bensì è ciò che da senso a “il giusto e l’ingiusto del fiore”, all’essere qui per il tempo dell’inizio, per non essere più alla sua fine, esattamente come accade per la vita nella morte.

Certamente un lasso breve di tempo che, paragonato all’infinito cosmico, non è più di un casuale inciampo, la pietra/terra su cui instancabilmente camminiamo; il sasso/passo originario quale ‘immagine più adeguata del nostro vivere’ quotidiano, nel riscontro speculare con ‘l’immagine inadeguata del nostro morire’. Un “appuntamento al buio” che sappiamo di non poter perdere, che Franca Maria Catri mostra di aver individuato nei corsi e i ricorsi di una storia vissuta a lungo eppur breve nel suo dispiegarsi, e che continua a scorrere “oltre il grido di ferro delle navi” dirette verso quel “fine di corsa” che “esangue vuoto di forme / bussa forte alla mente” … «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato» (*), per un’ultima replica.

Ma sarà l’ultima? No, perché ciò che scriveranno coloro che verranno dopo di noi, per quanto consci della ‘mala ora’ che il tempo avrà loro segnato, sanno di avere dalla loro parte la forza germinale di un ‘altrove’ che va oltre la conoscenza del passato, oltre la dinamica proiezionale del futuro …

 

“ultima replica

la messinscena della primavera

prova un sorriso

si ritrae

non toccherà il tuo ultimo sangue

 

se la fine ha un principio

tu lo sapevi il punto

in cui si comincia a morire

la pietra di inciampo

- fuoricampo l’eterno che ci fonda

sopravvive -

 

tu lo sapevi bambino dagli occhi di sole

bambino di pioggia

passo a passo le ore

scagliano pietre

rubano petali

al tuo stupopre animale

 

come sarà perdonare la vita

il disperato odore di bellezza

per sottrazione

un po’ di terra

quello che rimane

tu lo sapevi …”

 

. . .

 

“ti chiedo al vento

respiro gentile che sfiora il mare

scioglie le onde in farfalle di sole

in campo azzurro

pascola nuvole piccole

innamorato accarezza

la luna d’agosto

va sui pini e le rose

si culla sui prati

allaccia case

in confidenza di finestre

odore di pane

e favole antiche

 

ti chiedo al vento

generoso che lega terre e distanze

racconta voci e silenzi

a medicare sconfinate solitudini …”

 

Al dunque, “se la fine ha un principio” – rivela l’autrice Franca Maria Catri – la vita è ciò che sta nel mezzo, quanto ci concerne di apprezzare in quanto dono, nel bene e nel male di un ‘principio che contempla la fine’ quale mezzo di affrancamento al nostro pur meraviglioso esistere.

 

Nota biografica:

Franca Maria Catri è nata a Roma, dove vive. Ha lavorato per molti anni come medico in un quartiere periferico segnato da tutte le solitudini della nuova marginalità urbana. Cerca nel suo lavoro e nella scrittura il segno di una corrispondenza. Ha ottenuto autorevoli giudizi critici, presenze in antologie e testi di poesia contemporanea, premi di saggistica e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

Tra le sue pubblicazioni più recenti, vanno qui ricordate: “Maschera neutra sulla prima voce” , Rebellato, Padova 1984; “A passi trasversali”, Forum, Forlì 1988; “Antinòo”, Mistral, Treviso 1990; “Il corpo il sogno”, Gazebo, Firenze 2004; “La rosa afgana”, Gazebo, Firenze 2009; “Uccelli di passo”, Gazebo, Firenze 2013. Per Via Heràkleia: Forme della poesia contemporanea: “Ti chiedo al vento” n.51 della Collana ideata da Ida Travi e Flavio Ermini.

 

Note: (*) dall’omonimo racconto “The crack-up” di F. Scott Firgerarld. (**) da “Ti chiedo al vento” - Cierre Grafica - Anterem Edizioni 2018.

 

Sitografia: www.anteremedizioni.it direzione@anteremedizioni.it

*

- Cinema

MyFrenchFilmFestival

MyFrenchFilmFestival: più di 10 milioni di visualizzazioni
Articolo di Fabien Lemercier – in collaborazionwe con Cineuropa News

20/02/2018 - In inglese: Nuovo record per il festival online di UniFrance. La giuria dei cineasti presieduta da Paolo Sorrentino consacra Les Derniers Parisiens


For the third year in a row, MyFrenchFilmFestival, the online event organised by UniFrance broke records. After 6.5 million views in 2016 and 6.7 million last year, the 8th edition of the festival (read the news here), which took place from 19 January to 19 February, smashed its previous record with more than 10 million views. On the MyFrenchFilmFestival.com platform, the five countries with the most views were (in order): Mexico, Brazil, Argentina, Poland and Russia. But the festival was also accessible via fifty partner platforms around the world and China established itself as the most consumer-heavy region via Jia Screen (the platform founded by Jia Zhangke).
The Filmmakers’ Jury Award (chaired by Paolo Sorrentino along with Julia Ducournau, Brilliant Mendoza, Kim Chapiron and Nabil Ayouch) crowned Paris Prestige by director duo Hamé and Ekoué as the winner, and awarded a special mention to Willy 1er by Ludovic and Zoran Boukherma, Marielle Gautier and Hugo P. Thomas. For its part, A Wedding by Belgian director Stephan Streker scored a double-whammy, scooping up the Audience Award and the International Press Award.
Awards:

Filmmakers’ Jury Award
Paris Prestige – Hamé et Ékoué
Filmmakers’ Jury Special Mention
Willy 1er - Ludovic Boukherma, Zoran Boukherma, Marielle Gautier et Hugo P. Thomas
Lacoste Audience Award
Feature film: A Wedding – Stephan Streker (Belgium/France/Luxembourg/Pakistan)
Short film: La Mort, Père & Fils – Winshluss and Denis Walgenwitz
International Press Award
Feature film: Noces – Stephan Streker
Short film: La Mort, Père & Fils – Winshluss and Denis Walgenwitz
I vincitori e le cifre record dell'8° edizione di MyFrenchFilmFestival!
L'8° edizione di MyFrenchFilmFestival si è appena conclusa. Gli ultimi parigini di Hamé e Ékoué vince il Premio della Giuria dei Cineasti. Con più di 10 milioni di visualizzazioni, il festival registra un nuovo record.
Il festival registra un record per il 3° anno consecutivo
Con più di 10 milioni di visualizzazioni in tutto il mondo contro i 6,7 milioni nel 2017, il festival raggiunge un nuovo record!
I 5 paesi che hanno registrato il maggior numero di visualizzazioni sulla piattaforma MyFrenchFilmFestival.com sono (nell'ordine) :
• Messico
• Brasile
• Argentina
• Polonia
• Russia
A titolo informativo, MyFrenchFilmFestival era visibile su oltre 50 rinomate piattaforme partner : le piattaforme mondiali iTunes (in 91 territori), Google Play, Amazon Instant Video, Dailymotion, YouTube, Facebook, Windows, Sony, MUBI, Pantaflix e ancora FilmDoo, ma anche CableTV VOD (Corea del Sud), Jia Screen (Cina), Filmin (Spagna, Portogallo, Messico), Curzon Home Cinema (Regno Unito), MyMovies e IndieFilmChannel (Italia), Movistar+ (Spagna), TriArt (Svezia), Proximus et UniversCiné (Belgio), VOD.lu e Post Telecom (Lussemburgo), TV5 Monde Cinema on Demand, inDEMAND, Vubiquity, Vudu, FestPicks, Filmatique, FilmFestivalFlix e Le CiNéMa Club (Stati Uniti), Orange (Romania e Costa d'Avorio), ivi e Megogo (Russia, CEI), Qubit.tv (America Latina), Cinepolis Klic e Morelia (Messico), ONET.pl e TVP VoD (Polonia), Aoyama, Videx, Digital Screen, Uplink Cloud, VideoMarket, Precine e Gyao (Giappone)...
I vincitori sono stati premiati questo lunedi 19 febbraio 2018 a Parigi in occasione di una cerimonia presso il Secrétariat d'État au Numérique alla presenza del Primo Ministro, incaricato del Digitale Mounir Mahjoubi
Isabelle Giordano (direttrice generale di UniFrance) ha assegnato i seguenti Premi:
Il Premio della Giuria dei Cineasti
La Giuria dei Cineasti, presieduta da Paolo Sorrentino e composta da Nabil Ayouch, Kim Chapiron, Julia Ducournau e Brillante Mendoza ricompensa il film :
• Gli ultimi parigini, di Hamé e Ékoué
Il film vince una dotazione di 15 000 euro (5 000 € per i registi, 5 000 € per il produttore e 5 000 € per l'esportatore).
Per la seconda volta dalla creazione del festival, la Giuria ha scelto di premiare un secondo film attribuendogli una Menzione Speciale per premiare la proposta artistica dei suoi registi :
• Willy I, di Ludovic Boukherma, Zoran Boukherma, Marielle Gautier, Hugo P. Thomas
I Premi della Stampa Internazionale
La Giuria della Stampa Internazionale composta da Fabio Ferzetti, Sabine Mann, Fernando Ganzo, Finn Halligan, Yana Labushkina ha deciso di premiare i seguenti film:
• Un matrimonio, di Stephan Streker (lungometraggio presentato in partenariato con Wallonie-Bruxelles Images (WBI))
• Death, Dad & Son, cortometraggio di Winshluss e Denis Walgenwitz
Il Premio Lacoste del Pubblico
Il pubblico di MyFrenchFilmFestival quest'anno ha votato in massa. Con più di 50 000 voti, ha scelto di premiare:
• Un matrimonio, di Stephan Streker (lungometraggio presentato in partenariato con Wallonie-Bruxelles Images (WBI))
• Death, Dad & Son, cortometraggio di Winshluss e Denis Walgenwitz
I film premiati saranno diffusi a bordo degli aerei Air France per una durata di 6 mesi, a partire dall'estate.
Anche quest'anno degli eventi federatori in tutto il mondo
Oltre alla piattaforma MyFrenchFilmFestival.com e alle sue piattaforme partner, il festival ha offerto al pubblico l'occasione, in molti luoghi in giro per il mondo, di riunirsi fisicamente per godere collettivamente del meglio del giovane cinema francese e francofono!
Proiezioni di cortometraggi della selezione sono state organizzate a Parigi all'Atelier Renault sulla “più bella avenue del mondo”: gli Champs-Élysées. E' stata l'occasione, per i registi francesi, di intrattenersi con il loro pubblico e di condividere un momento di convivialità in questo luogo emblematico parigino.Morgane Polanski è, tra gli altri, venuta a presentare in anteprima il suo secondo cortometraggio La carezza.
Grazie al partenariato stabilito con l'AEFE, delle proiezioni hanno avuto luogo anche in una ventina di istituti scolastici in tutto il mondo come a Tokyo, Los Angeles, Varsavia o ancora Dubai. Inoltre, grazie all'appoggio della rete degli Istituti francesi, il film della selezione sono stati diffusi sul grande schermo in Russia, in COlombia, in Brasile, in Egitto e in Italia.

Diverse migliaia di persone hanno anche partecipato al concorso di MyFrenchFilmFestival su Facebook. Come premio, un viaggio a Parigi e 5 notti all'Hotel Scribe, valido per 2 persone grazie al sostegno di Air France e dell'Hôtel Scribe.
Altra novità di quest'anno, la playlist du festival e la playlist du Jury, redatta in collaborazione con il Bureau Export, sono sempre disponibili su molti canali di diffusione.
MyFrenchFilmFestival è organizzato da UniFrance, con il sostegno di:
CNC - Ministère de la Culture - Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères - Institut français - Telefilm Canada & Talent Fund - Wallonie-Bruxelles Images - Swiss Films - Alliance Renault-Nissan-Mitsubishi - Lacoste - TitraFilm - Air France - iTunes - AEFE - Le Monde - Variety - Télérama - TV5 Monde - France Médias Monde - Dailymotion - CIAK - Quadro por Quadro - Critic.de - Corre Camara - Orange - Los Inrockuptibles- AlloCiné - AdoroCinema - SensaCine - SensaCine México - FILMSTARTS

Gli ultimi parigini
Les Derniers Parisiens

Non appena uscito di prigione, Nas torna nel suo quartiere, Pigalle, dove ritrova i suoi amici e Arezki, suo fratello maggiore e proprietario del bar Le Prestige. Nas è deciso a volersi rifare un nome e Le Prestige potrebbe servigli da trampolino…
ELLE
E' un Cassavetes alla francese: filmato con la cinepresa sulla spalla, all'altezza dell'umanità, andremo a vederlo per incanagliarci e ne usciremo sconvolti.
LE NOUVEL OBSERVATEUR
In questo film aleggiano una poesia aspra, un'energia folle, delle emozioni grezze. Ma il film ha soprattutto una qualità rara : l'anima.
LE PARISIEN
Hamé e Ekoué, fondatori del gruppo rap La Rumeur, per il loro primo lungometraggio realizzano un'immersione affannosa in una Pigalle di delinquenti, di bar e di una notte in pieno mutamento.
PARIS MATCH
Vero "close-up", questa tragedia moderna di due fratelli nati in periferia e che vogliono cavarsela, consacra due registi. Grazie a loro, Pigalle "la Blanche" non aveva mai avuto colori cosi' belli...
PRESSE
André
-
Paul Ricci et
Tony Arnoux
6 place de la Madeleine, 75008 Paris
Tél.: 01 49 53 04 20
tonyarnoux@orange.fr
apricci@wanadoo.fr

*

- Società

Sanremo Wince - cronaca

SANREMO 2018 WINCE

Eleganza, charm, raffinatezza, cordialità, Sanremo riscopre se stessa e la canzone italiana. Non si era mai visto un festival così, malgrado qualche piccolo scivolone di stile, scusabilissimo in una ‘diretta’ di più di cinque ore ogni sera. Del resto se il da farsi sul palco per i pur bravissimi Pierfrancesco Favino e Michelle Hutzigher, come si è visto è stato esorbitante, non si riesce a pensare cosa dev’essere stato dietro le quinte, visto il numero degli addetti ai lavori che, stando ai ritmi frenetici, hanno reso lo spettacolo effervescente e dinamico. Certo, si può dire che questo 68 Festival è stato il festival di Baglioni per Baglioni, visto che da solo ha diretto, cantato, duettato, presentato, più di tutti i concorrenti e presentatori messi insieme. Ma è andata bene così, è indubbiamente l’autore/cantante più preparato, più eloquente in fatto di musica, compositore e paroliere di grande successo come se ne conoscono pochi; colui che ha fatto cantare generazioni di innamorati, più giovani e diversamente giovani, conoscitori delle sue canzoni fin da saperle tutte a memoria (chi di noi no). Ma la vera voncitrice del festival è la Canzone Italiana che sembra aver ritrovata la sua vena migliore. Testi bellissimi e coerenti con l’attualità, con i problemi sociali e intimistici che ci portiamo dentro, ed anche con la risolutezza dell’amore vissuto ogni giorno, la diversità degli approcci con la realtà, tutta la bellezza di cui siamo capaci di dire con le parole che, se non è paragonabile alla poesia, chi saprà mai dirci perché, le è sorella d’istintiva emozione. È infatti all’emozione che vanno riferite quelle ‘che non sono solo canzonette’ e che il mondo intero spesso riconosce essere frutto di una sensibilità tutta italiana di esprimere i sentimenti, le angustie e le paure, le passioni come i desideri, portatrici di un profumo avvolgente e sensuale. Possibile che siano solo pulsazioni del garbo e della raffinatezza che, seppure non la si riscontra quasi più nei gesti, riusciamo però quasi a intravederla negli animi dove è riposta. Sono ancora le parole, le frasi, la concordanza di note che accompagna anche il più arrabbiato dei cantanti, la corrispondenza degli intenti ‘spezzati’ musicalmente, l’armonia che regna in quelli di loro più dimessi. Perché, malgrado le problematiche di un festival così concepito, ciò che è più rilevante è l’aver riscoperto la padronanza di una lingua ricca di espressività, carica di una tradizione che non ci ha abbandonati mai, e che ritroviamo anche nella riscoperta di alcune frasi dialettali che bene si attagliano nel contesto dei propri intenti, così vicini alla gente qualunque, alla tanto detestata lingua parlata d’ogni giorno, a Roma (Pasame er sale) come a Napoli (Il coraggio di ogni giorno), o alle tante flessioni linguistiche presenti in ogni singolo idioma regionale ed extra nazionale ascoltato dagli ospiti internazionali intervenuti alla manifestazione che hanno reso omaggio all’Italia cantando nella nostra lingua (Sting, Skin, Daby Touré, Taylor, Shaggy). E che dire delle interpretazioni, se Ornella Vanoni ci fa regalo di una così raffinata presenza; se Mario Biondi, sornione come sempre, sussurra più che cantare l’intimistica ‘rivederti’; se Nina Zilli ‘senza appartenere’ cin rende partecipi del suo essere donna oggi, mentre Noemi in ‘non smettere mai di cercarmi’ riferisce della peculiarità tutta femminile di un voler essere comunque al centro dell’attenzione. Se Ron con ‘almeno pensami’ recupera quell’affetto amicale che per lungo tempo lo ha legato all’incommensurabile Lucio Dalla di cui noi tutti, oggi più che mai, sentiamo la mancanza. Se gli altri, giovani e meno giovani, hanno portato sul palco di questa ennesima kermesse l’attualità delle mode, una ventata dei suoni e dei ritmi, di questo nostro secolo che canta con disinvolta sfontatezza e che, ognuno a suo modo, ha dimostrato di essere all’altezza di un successo che se non pieno almeno li sfiorerà. Basta una volta nella vita per fare la differenza e chissà che in ognuno di loro non risplenda la fiammella dell’affermazione e della popolarità. Glielo auguro con affetto se non altro per ripagarli di averci creduto; di aver creduto che una canzone può, a volte, cambiarci la vita. Questa vita che rincorriamo a denti stretti e col fiatone che irrompe nei polmoni per la corsa a voler cambiare tutto. Panta rei, dicevano gli antichi per dire che tutto scorre e tutto resta fermo, mentre siamo solo noi a continuare nella nostra pazza corsa. Di fatto, un festival così, che a 68anni sperpera emozioni a non finire come ‘il segreto del tempo’ significa che crede ancora nell’amicizia; che contro le guerre ‘non mi avete fatto niente’, che ‘custodire’ in fondo non è poi così ‘sbagliato’ ci riscatta dall’essersi disfatti di un bagaglio fin troppo pesante. E che, non in ultimo, ‘ognuno ha il suo racconto’ da narrare; che in fondo ‘la leggenda di Cristalda e Pizzomunno’ è un’autentica e commovente storia d’amore pugliese, ci affranca a quell’amore universale che ci da vita. Così come Ultimo risultato Primo fra i giovani, vincitore quindi, risveglia in noi quel ‘ballo delle incertezze’ cui siamo propensi a risvegliare il ‘senso’ della vita; che Mirkoeilcane (peccato senza il cane sulla scena) sarcasticamente ci fa cantare ‘stiamo tutti bene’ , malgrado tutto il resto non vada bene affatto. È adesso che dobbiamo re-‘imparare ad amarci’, ‘adesso’, prima che sia troppo tardi … e che / “reinventarla dobbiamo la vita / cogliere ciò che intorno sorride / ridisegnare dobbiamo orizzonti / cancellare dobbiamo frontiere / reinventare dobbiamo l’amore / dare un posto ai sogni / sapendo che infine / nulla è per sempre / come il poeta platonico si bea delle parole”. (Gioma)

Per ricomnciare dai ‘passame er sale’, e anziche dirci addio, diciamoci ‘arrivedolci’.

*

- Teatro

Una storia assurda al Teatro ArMa di Roma

Al Teatro Ar.Ma di Roma Una storia assurda scritto da Alessandro Martorelli, per la regia di Luca Avallone (2, 3, 4 Febbraio)

‘Una Storia Assurda’
Organizzato da Teatranti Tra Tanti

Dettagli
Una giornata normale. Una posta qualunque piena di gente in coda. Due individui ordinari entrano e aspettano il loro turno. Si chiacchiera del più e del meno, di lavoro, della crisi economica, del mondo in generale. Insomma un normale spaccato di vita quotidiana. Ma la normalità è solo apparenza. All'improvviso qualcosa stravolge quella giornata “qualunque” e le persone che attendono il proprio turno si ritrovano con una pistola puntata alla testa, ostaggio di una rapina messa in atto proprio da quei due uomini che fino a un momento prima fingevano di non conoscersi.

Dal dramma al giallo, dal thriller al surreale tutto in 60 minuti pregni di tensione e di una travolgente carica emotiva. Uno spettacolo intrigante e adrenalinico che lascia con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.

Regia: Luca Avallone
Testo: Alessandro Martorelli
Con Simone Ruggiero, Luca Avallone e Alessandro Martorelli.

VENERDI 2, SABATO 3 e DOMENICA 4 FEBBRAIO ORE 21.00
AR.MA TEATRO Via Ruggero De Lauria n.22

Informazioni su Teatranti Tra Tanti
Info e Prenotazioni 06 3974 4093 - info@capsaservice.it, elisafantinel@yahoo.it - 3358160566


I dialoghi veloci, il ritmo incalzante e il linguaggio fanno di Una storia assurda un copione teatrale che presenta forti richiami alla sceneggiatura cinematografica
Dal 2 al 4 febbraio presso l’Ar.Ma teatro di Roma si terrà lo spettacolo Una storia assurda scritto da Alessandro Martorelli e con la regia di Luca Avallone. Nel cast oltre Avallone e Martorelli anche Simone Ruggiero.
Settanta minuti di pura adrenalina che vede due uomini, in fila davanti agli sportelli di una posta. Completamente diversi tra di loro, parlano del più e del meno. Chiacchiere banali, pacifiche, a tratti un po’ sopra le righe. Tutto sembra svolgersi come in un tranquillo giorno feriale, quando all’improvviso i due uomini scattano in piedi, armi in pugno e danno inizio a quello che sembra essere un vero e proprio incubo. I due protagonisti sono ben decisi a prendere il loro bottino e fuggire via velocemente. Ma le loro idee su come portare a termine quella rapina, sono totalmente opposte. Ben presto la situazione precipita e comincia a sfuggirgli di mano, innescando così un’escalation di eventi che manda completamente all’aria il loro piano. O almeno così sembra.Perché un evento improvviso fa rivedere il tutto sotto una nuova e diversa prospettiva.

NOTE DI REGIA
Una storia assurda è un testo teatrale che assume varie sfaccettature. In breve tempo infatti la trama assume connotati differenti tra loro, che la trasformano da commedia a dramma, da grottesca a giallo, da surreale a thriller. I due protagonisti, si trovano così impegnati in un’intensa prova di recitazione, che li vede anche obbligati a portare davanti agli occhi dello spettatore, un sequestro di persone che sono solamente immaginarie. Gli attori infatti interagiscono non solo tra di loro, ma anche con presunti clienti e impiegati della banca, che però non sono fisicamente in scena. In questo modo lo spettatore non subisce passivamente la storia, ma ci entra dentro, sentendosi quasi anch’esso un ostaggio e perciò parte attiva dello spettacolo stesso.

I dialoghi veloci, il ritmo incalzante e il linguaggio fanno di Una storia assurda un copione teatrale che presenta forti richiami alla sceneggiatura cinematografica, come alcune citazioni, ad esempio, che ricordano Quel pomeriggio di un giorno da cani di Lumet, Insoliti Criminali di Spacey o Le Iene di Tarantino. Tutto l’ambiente viene ricreato dai dialoghi e dai gesti degli attori, che sono i veri mattatori della scena e che hanno il delicato e fondamentale compito di rendere reale agli occhi del pubblico ciò che è solo immaginario.

*

- Cinema

Ella and John – un film di Paolo Virzì

‘Ella & John – The Leisure Seeker’ – un film di Paolo Virzì tratto dal romanzo di Michael Zadoorian.

Non c’è molto altro da aggiungere su Paolo Virzì ma di certo non abbiamo ancora visto tutto, data la sua giovane età e la sua già corposa e premiata cinematografia, se non che ci aspettiamo ancora moltissimi film di buona qualità che riscattino il cinema italiano dalla mancanza di idee e dal decadimento in cui è finito da qualche anno. Citato più volte in questa stessa sede (larecherche.it) il regista s'impone alla ribalta col suo ultimo film ‘Ella & John’ appena arrivato sugli schermi dopo il successo riscosso alla Mostra del Cinema di Venezia. Un film ‘on the road’ che ripercorre La Route 1 sulla East Coast degli States e che termina a Key West dove si trova la casa di Hemingway, tappa disillusoria e conclusiva del dramma che, fra colpi di scena e situazioni comiche, quelle ormai tipiche di Virzì che da sempre ha fatto proprie cogliendo il lato ironico della vita.

Una location tipicamente americana quindi come americana è la storia d'amore che si svolge tra i due anziani personaggi meravigliosamente interpretati da Donald Sutherland ed Helen Mirren, tali da far credere alla leggerezza di due ‘novelli interpreti’ presi appunto dalla strada, quando ben sappiamo ciò che entrambi rappresentano per il cinema e il teatro mondiale, qui impegnati in una sceneggiatura di genere solo apparentemente evasiva. Altresì, che mantiene i suoi punti fermi con coraggio registico nel trattare un tema che potremmo definire usato ma anche abusato dal cinema in genere e da quello americano in modo particolare: quello dell'invecchiamento, la demenza senile e le malattie invasive che hanno costituito terreno di coltura per film belli (vedi per tutti ‘Sul lago dorato’ il film di Mark Rydell del 1981 con i pur immensi Katharine Hepburn ed Henry Fonda), ma anche per retoriche di calibro mediocre.

Un film decisamente ‘poetico’ almeno nell’intento della sceneggiatura che a sprazzi si abbandona e ci regala piccole perle di saggezza (senile ma pur sempre valide) legate alla quotidianità attuale, del tipo “… ma è il paradiso, credi che si possa avere un hamburger quassù?”. Virzì pur conservando intatto il proprio modo di fare cinema ma guardando l'America con lo sguardo di chi ama un certo modo scanzonato di vivere tutto italiano, (si notano infatti alcune discrepanze di linguaggio in quanto certe espressioni non appartengono all’uso americano), coadiuvato dai suoi co-sceneggiatori (F. Archibugi e F. Piccolo) si dimostra invece sempre più in grado di equilibrare (apparentemente senza sforzo) il riso e la commozione, l'ironia e lo sconforto. Quegli stessi sentimenti che pure deve aver trasmesso ai due attori protagonisti che si calano nei loro personaggi (ognuno con la propria tecnica recitativa) al punto di consentirci di ammirarli ex novo.

Non nuova è invece ‘l’ispirazione poetica’ della trama in cui si racconta di due anziani, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren), che partono in camper per un ultimo viaggio di piacere.‘The Leisure Seeker’ è il soprannome del vecchio camper con cui Ella e John Spencer andavano in vacanza coi figli negli anni Settanta. Una mattina d'estate, per sfuggire ad un destino di cure mediche che li separerebbe per sempre, la coppia sorprende i figli ormai adulti e invadenti e sale a bordo di quel veicolo anacronistico per scaraventarsi avventurosamente giù per la Old Route 1, destinazione Key West. John è svanito e smemorato ma forte, Ella è acciaccata e fragile ma lucidissima. Il loro sarà un viaggio pieno di sorprese. Questo professore di letteratura che ricorda le studentesse ma dimentica i nomi dei figli ha lampi di tenerezza nello sguardo che si spengono all'improvviso lasciandolo solo e indifeso. Ha al fianco una moglie volitiva che si è fatta carico del suo e del proprio disagio e ha deciso che la loro storia possa concedersi (così come recita il nome del vecchio camper) una ricerca di quel tempo libero che cliniche e case di riposo vorrebbero loro togliere e che già i loro figli hanno iniziato a condizionare.

Un risvolto amaro che Virzì non dimentica di raccontarci, di come sia faticoso e anche doloroso divenire, a un certo punto della vita, genitori dei propri genitori. Avere cioè la sensazione che coloro che ti hanno tenuto per mano e ti hanno insegnato a muovere i primi passi nella vita debbano infine dipendere da te per compiere invece i loro ultimi.


‘In fuga per la vita con Ella & John’ articolo di Camillo De Marco in collaborazione con Cineuropa.

"Libertà è solo un altro modo per dire che non hai più nulla da perdere..." canta Janis Joplin mentre il vecchio camper Winnebago del 1975 corre sulla Old Route 1, destinazione Key West, Florida, a casa di Ernest Hemingway. Sembra il classico film on the road americano, anche se il regista è l'italiano Paolo Virzì, considerato un erede della grande commedia all'italiana. Protagonisti sono Helen Mirren e Donald Sutherland, anziana coppia del Massachusetts, lei malata di cancro terminale, lui ex professore di letteratura con un Alzheimer che già gli apre improvvisi baratri nella mente. Insieme hanno deciso di partire, ed eccoli in fuga da inutili e crudeli cure mediche per ripercorrere un viaggio già fatto anni prima attraverso un'America neo-trumpiana che ovviamente non riconoscono più. E' Ella, nonostante la sofferenza fisica, che deve badare a John.

L'attrice britannica infonde al suo personaggio forza, allegria e ‘joie de vivre’ sufficienti, Sutherland quella malinconia e saggezza necessari, e anche se battute e situazioni sono tutte già viste, la coppia funziona benissimo per tutti i 112 minuti del film. "Sono una natural born tourist" scherza lei, e lui alla guida (un po' distratta ma esperta) del camper torna con finta gelosia su quel primo fidanzato di lei, discetta di Joyce e Melville con le cameriere dei diner in cui si fermano a mangiare junk food, consiglia un corso serale di grammatica ai due giovani che tentano di rapinarli, si unisce ad un gruppo di sostenitori di Trump: Make America Great Again.

"Viaggiare allarga i tuoi orizzonti", dice John, peccato che dimentichi Ella alla stazione di servizio, di avere due figli ormai quarantenni, persino il nome di sua moglie. Quando la scambia per la vicina di casa, con cui ha avuto una storia solo di sesso mentre lei era incinta, Ella lo pianta per dispetto in una casa di riposo per anziani, per poi andarlo a riprendere e perdonarlo dopo 45 anni. Momenti di felicità, dolore, tenerezza e nostalgia si alternano, innaffiati con Canadian whisky e Diazepam. Lui cita Hemingway al rovescio, "un uomo può essere sconfitto ma non distrutto", lei scrive un'ultima lettera ai figli per spiegare il perché di quel viaggio senza ritorno: evitare loro la visione di menti e corpi in disfacimento.

Ella & John, dal nome dato al vecchio camper, si ispira al romanzo The Leisure Seeker (in Italia "In viaggio contromano") di Michael Zadoorian, autore armeno-americano di Detroit di successo, scritto in forma di diario da Ella. Il libro, ambientato invece sulla mitica Route 66 da Chicago a Los Angeles e Disneyland, non risparmia particolari crudi edulcorati nel film. Virzì ha scritto la sceneggiatura con gli italiani Francesca Archibugi, che aveva collaborato con lui per La Pazza Gioia , e Francesco Piccolo, con il quale aveva scritto La Prima Cosa Bella e Il capitale umano , assieme al romanziere Stephen Amidon, il cui libro del 2005 Human Capital è stato adattato da Virzì nel 2014. Quando la Motorino Amaranto, la società di produzione di Virzì, ha deciso insieme alla Indiana Productions di realizzare Ella & John, Virzì si è rivolto ad Amidon per includerlo nel team di scrittura. Menzione per il direttore della fotografia Luca Bigazzi, noto negli Stati Uniti soprattutto per il suo lavoro ne La Grande Bellezza, film premio Oscar 2013.

Note.

Donald Sutherland, 82 anni, non è mai stato candidato ad una statuetta, nonostante una carriera lunga 50 anni - aveva infatti debuttato nel 1967 con Quella sporca dozzina di Robert Aldrich, - e alcuni ruoli iconici come quello del disincantato e ironico chirurgo militare Hawkeye Pierce di MASH (1970). Più recentemente ha interpretato il Presidente Snow nella saga di Hunger Games. Reduce dal successo a riportato a Venezia per il film di Paolo Virzì The Leisure Seeker, riceverà l'Oscar alla carriera dall'Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, in una cerimonia che lo vedrà protagonista insieme ai registi Agnes Varda e Charles Burnett e al direttore della fotografia Owen Roizman.

Helen Mirren, nata Elena Vasil'evna Mironova (Hounslow, 26 luglio 1945), è vincitrice di un Premio Oscar, tre Golden Globe, quattro Premi BAFTA, quattro Screen Actors Guild Award, quattro Emmy Award e di un Tony Award, per le sue straordinarie interpretrazioni. Tra le più apprezzate attrici cinematografiche, è attiva da quattro decenni in teatro (in particolare shakespeariano), in televisione e nel cinema. Ha vinto il primo dei suoi numerosi Emmy nel 1993 per la sua interpretazione di Jane Tennison nell'acclamata serie TV Prime Suspect (1991-06). È tra le poche attrici nella storia del cinema ad aggiudicarsi due Prix d'interprétation féminine al Festival di Cannes, rispettivamente nel 1984 per Cal e nel 1994 per La pazzia di Re Giorgio. Ha inoltre ottenuto il plauso della critica con la sua interpretazione di Elisabetta II del Regno Unito in The Queen - La regina (2006), per il quale vince l'Oscar alla miglior attrice, il Golden Globe per la migliore attrice in un film drammatico, un BAFTA, uno Screen Actors Guild Award e una Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia.

La colonna sonora, rigorosamente anni ’70 è curata da Carlo Virzì, e include canzoni e musiche originali già utilizzate nel trailer e, presumibilmente, anche nel film sono: Carol King all'inizio e Janis Joplin alla fine, due donne che restituiscono l'atmosfera del periodo; a seguire,Laughing, brano del 1971 di David Crosby estratto da If I Could Only Remember My Name, e Me & Bobby McGee brano del ’70 di Janis Joplin estratta dall’album Pearl, ed altre, per quanto la lista completa delle canzoni e le musiche originali non è ancora disponibile.

Rilevanti (da premiare) i doppiatori che prestano le voci ai due protagonisti, accattivanti e teneri, al tempo stesso credibilissimi con le splendide voci di Giancarlo Giannini e Ludovica Modugno, ed anche tutti gli altri.

In collaborazione con Mymovies.it




*

- Cinema

Cinesophia torna ad Ascoli Piceno


CINESOPHIA - La filosofia del cinema torna dal 23 al 24 febbraio al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno

Venerdì 23 e sabato 24 febbraio 2018 Ascoli Piceno ospita la seconda edizione di “Cinesophia, estetica e filosofia del cinema”, il festival organizzato dall’Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno e dall’Associazione Culturale Popsophia, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale.

Dopo il successo della prima edizione, si rinnova la sfida culturale che porterà al Teatro Ventidio Basso filosofi, artisti e giornalisti su un tema che accomuna le opere dei cineasti più amati e le avanguardie dell’ultima generazione: “Realismo Magico”. Un’indagine sulla capacità del cinema di sviscerare gli aspetti perturbanti della quotidianità, in un continuo gioco tra finzione e verità, tra immaginario e reale, tra sogno e veglia.
“Le due giornate – ha dichiarato la direttrice artistica di Popsophia, Lucrezia Ercoli – saranno dedicate alle opere di due grandi maestri del cinema che continuano a influenzare la cultura contemporanea: le geniali invenzioni di Ingmar Bergman di cui nel 2018 si celebra il centenario dalla nascita e le visioni oniriche di Federico Fellini”.
“L’Amministrazione Comunale di Ascoli – ha dichiarato il sindaco Guido Castelli – crede nel progetto di Cinesophia che ha attratto e coinvolto la città, già nella prima edizione, per il suo approccio originale alle tematiche contemporanee. Con Popsophia crediamo di poter diventare un punto di riferimento del dibattito culturale nazionale”.
“Le giornate di Cinesophia di febbraio saranno un’opportunità di riflessione attenta, appassionante e popolare per riflettere sugli infiniti legami che legano i classici al presente” ha aggiunto la vicesindaco Donatella Ferretti.

Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso libero.
info@popsophia.it

*

- Poesia

Fabio Squeo...o la difficile identità del suo essere poeta

Fabio Squeo … o la difficile ‘identità’ del suo essere poeta.

“I poeti fioriscono al buio” – raccolta poetica di Fabio Squeo – Bibliotheka Edizioni 2017. www.bibliotheka.it


Radici.

“Le mie radici appartengono al niente.

Si nasce tra i rovi spenti e ci inalberiamo

nella parvenza di un eclissi di sole.



..ma le radici non appartengono

a questi luoghi insaziabili

così incarnati

nell’oblio che mi sostiene.”


Cancellare i vincoli dell’identità per scivolare nell’infinito errare della poesia nel labirinto delle molteplici coincidenze virtuali della contemporaneità, non è cosa facile da intraprendere. Si rischia di condurre una vita impersonale, immergersi in un’attività di erranza nello spazio e nel tempo impropri delle cose del mondo; che è poi come vagheggiare e/o fantasticare, su qualcosa che va oltre la concomitanza delle situazioni, quasi un voler ‘fuggire da se stessi’, dal frastuono delle diverse identità che si è costretti ad assumere nella concretezza del reale.

Una tangibilità che, estranea alla dissolvenza filosofica, moltiplica l’identità in numerosi altri sé dalla personalità conforme e/o difforme, solo apparentemente diversa quanto più affine a quella ‘desiderata’, ovvero ‘sospesa’ nel rimando della coscienza, come processo narrativo di sé. È allora che dalla relazione fra le due parti, diverse e uguali, narrativa e poetica, si erge il romanziere e il poeta, l’uno compenetrato nell’altro. Da cui le strutture dotte che spesso s’intersecano, si moltiplicano, si completano nel ‘diverso e uguale’ linguaggio letterario:


“..nella bellezza di un sentire che vuol essere dedizione, comprensione, per un’esistenza che oltrepassa le barriere dell’umano.”


Fabio Squeo si inserisce in questa dualità, nei passaggi interstiziali delle forme che appartengono alla parola detta, ancor più che ai segni grafici della scrittura, interponendosi nelle ‘pieghe del tempo’ che ancor giovane ha fatto sue, andando qui alla ricerca del proprio essere poeta pur conservando ‘una mente prigioniera del passato’, che ‘lentamente si consuma’ nelle ‘incertezze degli istanti’ che lo ‘separano dalla vita’. Un ‘consumarsi sotto il sole dell’esistenza’ che sembra non concedere(gli) tregua, ma che altresì l’aiuta a trovarsi e/o ritrovarsi, al di qua e al di là della soglia di avanzamento della propria esperienza poetico – crepuscolare:


“..scorgo in lontananza l’immagine

del mio palpito furibondo

offuscato dai macigni di un tempo infinito

ma il cuore finge di ascoltare



Il suo melanconico canto

mi accompagna oltre i confini della realtà.”


Esperienza maturata nell’alone di quella dissolvenza filosofica che l’ha accompagnato per tutto il tempo degli studi peculiari alla sua formazione, e che oggi, diversamente, invade la sua sopravvivenza come uomo di cultura alle prese con una realtà globalizzata diversa e/o discorde, scollegata dalla sensibilità poetica e la fragilità dei propri sentimenti, forse provati ma non necessariamente contrastati, seppure fortemente inquieti nel loro ‘eterno divenire’ che lo porta ‘a fuggire a mani vuote’ nella pur ‘spensierata illusione di esistere’:


“..e domani sarò ancora qui

con un altro giorno

e col freddo dell’eterno divenire.”


L’immagine delle ‘mani vuote’ rende particolarmente efficace l’inquieta ‘solitudine’ che l’autore vuole significare e che traspone con enfasi nel linguaggio poetico di molte sue liriche, nelle quali è più sentita la sua ‘pena’ nel ‘l’oblio che mi sostiene’, talvolta disarmante se si pensa alla sua giovane età che, come un ‘disegno imperfetto’ sembra aver già spazzato via tutto di quanto la vita futura altresì, potrebbe serbare alla sua esistenza feconda di nuove ‘esistenze e resistenze’, comunque esperienze per una ‘libertà ritrovata’:


“Vorrei librarmi ad alta quota

prima che il gelo della radura

faccia calare un altro sole.”


Appassionati i suoi costanti riferimenti ai flutti, agli abissi, ai moti ondosi del ‘mare’e a tutto ciò che esso contiene in sé, dalla sabbia, ai detriti di rocce e conchiglie, ai residuati che in altre parti diventano dune e intere oasi. Così come i riferimenti alla terra, ‘la sua terra natia’, strappata dal vento, nel risalire dei fiumi; e alla pioggia come ‘brezza allo stato primordiale’ che sembra ascendere anziché cadere nello specchio lunare, come per una rivoluzione cosmica in cui il sole, dominatore implacabile del giorno, non è che una lampada del suo soggiornare nel vivere, che prosciuga ‘la sete della sua conoscenza’:


“Nuove onde muovono la mia zattera

ma i misteri del buio scorrono dovunque

là dove il mio occhio inquieto non può arrivare…”



“Le grida di un gabbiano

e le incertezze degli istanti

che mi separano dalla vita...”


E via, via così nel prosieguo di intenti poetico - linguistici che trovano conferma nella scrittura musicale della frase, nelle assonanze evocative dei verbi e/o nelle colorature aggettivate rivolte al sentimentalismo d’amore, sofferto più che ammirato, interiormente vessato più che realmente vissuto, frutto di una pena o forse di un pentimento che chiede qui, sulle pagine bianche del libro, negli interstizi dei componimenti scritti, la sua redenzione o forse la sua dannazione. Chi siamo noi per giudicare il ‘verbo’ di chi sa? Chi è in grado di accordare al ‘poeta’ la sua espiazione, di riscattare la ‘sua’ verità? La poesia come la musica non nasce dalle parole ma dai sentimenti, affrancata da indulgenze come da assoluzioni si espande libera nell’aria, il suo addivenire è nel canto interiore e profondo del ‘buio’:


“I poeti fioriscono al buio,

nascosti tra le rupi della notte

tendono il loro pugno sopra il grano

quando il sole capriccioso se ne va.”


Come anche in quello estrinseco e tumultuoso del cuore che, nel costante battere svela il proprio desiderio di rivelarsi all’altro e/o agli altri, per comunicare il proprio stato primordiale, il proprio avvento nella natura che a braccia aperte l’accoglie, il proprio narcisistico attaccamento alla vita, l’essere qui, oggi, al centro dell’esistenza matura dell’uomo che si rivela:


“Si è nascosto il sole

dietro la foglia appassita

e sotto le coperte ingiallite

ove il poeta si scopre

brandisce la spada della malinconia..



..danze di spuma disancorano

la voce del mare

e i nostri palpiti d’amore

naufragano cullati

nel disegno imperfetto dei nostri sensi.”


Perché in fine questo è il ‘poeta’, colui che ha ricevuto in eredità il suono e il canto iniziali, afferente a ciò che noi tutti siamo, individui effettivi del nostro comune essere, spuri abitatori d’una costellazione imperfetta nel ricalcare l’orma pessoana di ‘Una sola moltitudine’, l’essenza stessa della nostra vita:


“..nella solitudine del poeta / … / quando il fumo delle notti / agita le sue onde. /…/ la nascita non è più una nenia / oscura / da ricordare / ma una fulgida gemma / di acero fiorito”.


Fabio Squeo, laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, è studioso del pensiero di Sartre e della filosofia esistenzialista del XX secolo. Autore di poesie svolge la sua attività di saggista e curatore di opere letterarie e collabora ai progetti editoriali della casa editrice Limina Mentis.


Tra le sue pubblicazioni:

“Jean-Paul Sartre e il fenomeno della coscienza nelle sue relazioni con l’altro.” - Bibliotheka Edizioni 2014.

“Alber Camus e la condizione umana come testimonianza dell’assurdo” - Bibliotheka Edizioni 2014.

“Heidegger, Lacan, Sartre, Lévinas: L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza.” - Bibliotheka Edizioni 2017.


Nota: Tutti i virgolettati sono tratti dalla raccolta poetica “I poeti fioriscono al buio” - Bibliotheka Edizioni 2017.

*

- Viaggi

Christmas Happiness / 4 in viaggio.

CHRISTMAS HAPPINESS / 4
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): libri ‘strenna’ per il Natale che viene, quanto basta di poesia, qualche mostra, un concerto, per chi ha intenzione di fare un viaggio, il resto createlo Voi lettori … in fondo Natale è anche Vostro, o no?

Viaggiare nel passato, nel presente, nel futuro …
Ogni libro è un ‘viaggio’, o almeno è in divenire un ‘viaggio’ all’insegna della novità che rappresenta. Mi spiego meglio, lo è in funzione del tempo in cui il singolo lettore in esso si rappresenta. Il suo farsi ‘viaggio’ non è nel gioco di parole che riempieno le pagine, quanto nel dipanarsi del percorso via via che la storia narrata prende forma e ci coinvolge. Allora ‘viaggiare’ è come essere dentro le pagine del libro, condividere gli sviluppi narrati, farsi partecipi delle emozioni (idilli, concetti, metamorfosi, illusioni, sogni, amori ecc.) d’ogni singolo autore capace di trascinarci con sé, nel suo mondo reale oppure confinante con l’irrealtà, addirittura estremo, purché coinvolgente l’intimo dei nostri desideri reconditi, le nostre sensazioni epidermiche nell’effluvio di quell’essenza “che in noi respira”.
Sorpresi talvolta, in certi passaggi narrativi, di ritrovare noi stessi nel presente di una realtà ancora più sconvolgente, senza accorgerci che nel libro si sta parlando dell’antica Cina, o di un futuribile ‘viaggio’ su Marte; di ‘antiche sere’ passate sul Nilo o dell’ ‘odore dell’India’ che si respira sul Gange; sospesi sull’orlo dell’abisso della ‘garganta del diablo’ a Iguassù in Brasile, o dispersi nel deserto del Sahara, mentre siamo avvoltolati nelle coperte del letto o sdraiati comodamente sul divano di casa nostra a Roma, a Firenze o a Milano, come sul grattacielo più alto del mondo.
Ma se è vero che ‘tutto cambia nulla cambia’, è allora che dalle pagine di un libro possiamo amare ogni altro/a diverso da noi stessi allo stesso modo che provenga dall’appartamento di fronte o dal ‘pasadiso perduto’ alla periferia d’ogni grande città metropolitana. Possiamo finanche restare affascinati da ‘Il Barone di Munchausen’ o ‘Il visconte dimezzato’, da ‘La fattoria degli animali’o da ‘I viaggi di Gulliver’; essere dalla parte di Moby Dick o del Capitano Achab, dalla parte del Gobbo di Notre Dame o della bella Esmeralda; ed anche del Dott. Jeckyl o di Mr.Hyde, perché in fondo l’amore è universale e può chiamarsi amore solo quando è amore ‘nel bene e nel male’afferente alla nostra vita …

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.” : (dal film ‘Blade Runner’).

Ma se “la felicità è reale solo quando è condivisa” : (dal film ‘Into the wild’), allora è ‘tempo di vivere’, e di vivere la vita fino in fondo. Per dire che possiamo viverla quando e quanto vogliamo, lasciandoci ‘prendere’ dalle pagine di un libro che ci coinvolge in nome di quell’amore che non accetta la diversità di pelle, di razza, di genere, e che ci pone tutti sulla stessa linea di partenza per un ‘viaggio’ che potrebbe non finire mai …

Ɣ – “LA VIA DELLA SETA”, Dèi, Guerrieri, Mercanti – di Luce Boulnois - Bompiani ristampa 2017.

Ma il viaggio è davvero mai finito? Certo che no! Continua ancora fin dai tempi di quell’intraprendente di Marco Polo autore de “Il Milione”, (1295 circa) una vera e propria enciclopedia geografica che riunisce le conoscenze essenziali disponibili alla fine del XIII secolo, ricco della descrizione geografica, storica, etnologica, politica, scientifica (zoologia, botanica, mineralogia) dell'Asia medievale. Le sue descrizioni contribuirono alla compilazione del “Mappamondo” di Fra Mauro ed ispirarono i viaggi di Cristoforo Colombo.
Un libro redatto in una nuova edizione aggiornata che vale la pena di rispolverare, ideale per tutti coloro che intendono approntarsi al viaggio della loro vita, ma … “Cosa intendiamo in realtà quando diciamo Via della Seta? Una promessa di bellezza, bellezza di paesaggi, di montagne sovrumane e deserti leggendari. Bellezza dell’arte di un lontano passato buddista, dell’architettura musulmana. Un viaggio lungo dodicimila chilometri che separano la Grande Muraglia dalle sponde del Mediterraneo.”
Così, in questo libro magnificamente scritto che copre più di dieci secoli di storia, attraverso un’analisi rigorosa e documentata, risponde a ognuna di queste domande, raccontandoci i rapporti tra Oriente e Occidente e le reciproche influenze alla luce delle ultime scoperte archeologiche e dei recenti sconvolgimenti geopolitici. Un compendio di nomi di luogo ‘in indice’ e dei nomi di persona ‘in analitico’ che hanno fatto la storia, di luoghi sognati che spesso hanno fatto la stravaganza di viaggiatori; di mercanti che hanno favoleggiato sulle cose viste dando luogo a leggende; di divinità e di eroi vividi solo nella fantasia di scrittori audaci, favolosi regni che oggi diremmo di mondi paralleli alla nostra esistenza, rintracciabili ‘in indice’ alle numerose cartine di riferimento, di grande interesse per studiosi e ricercatori; nonché per l’insieme delle note esplicative al testo.

L’autrice, Luce Boulnois, scomparsa nel 2009 è stata una storica e ricercatrice nel vero senso della parola, ha lavorato per trent’anni al Centre national de la recherche scientifique, riconosciuta come autorità mondiale sulla Storia della Via della Seta e degli scambi transhimalayani, che ha riversato nello studio prodigioso e appassionato di tutta una vita.

Ɣ – “LA VIA DELLA SETA”, Una storia millenaria tra Oriente e Occidente – di Franco Cardini e Alessandro Vanoli – Il Mulino 2017

È il caso di dire ‘Il viaggio ricomincia’ (cap. conclusivo) ma questa volta colto da un altro punto di vista che non è solo quello emerito storico-professionale, quanto quello del vademecum che accompagna il lettore attraverso le fasi più autentiche, investigate e accertate della Via della Seta di cui rilevanti sono gli aspetti socio-economico-politici qui trattati con rigorosa affermazione. C’è molto dell’Italia in queste pagine in cui la storia ‘inusuale’ (spesso ignorata o poco trattata) che scorre dal Mediterraneo alle vie d’acqua dell’Oceano che dal passato giunge fino ai nostri giorni,la cui trattazione tocca “Le trasformazioni della via della seta verso un mondo globale” (cap. XIII), fino ad entrare ne “Il grande gioco” (cap.XVI) in cui l’Asia incontra l’Europa attraverso il colonialismo, l’avvento delle ferrovie famose, e tutto ciò che ne consegue …

“C’è al mondo, che si sappia, solo un’altra cupola come quella della tomba di Tamerlano a Samarcanda. Dunque le ciminiere devono essere dei minareti. Mi sono coricato, come un bambino la notte della vigilia di Natale, con l’impazienza dell’indomani. Viene il mattino. Esco e mi sposto sul tetto adiacente all’albergo da cui vedo sette colonne celesti che sorgono dai campi spogli e si stagliano contro le diafane montagne colore dell’erica. L’alba getta su ciascuna uno sprazzo d’oro pallido. In mezzo ad esse risplende un’azzurra cupola a forma di melone, con la sommità smozzicata. Hanno una bellezza che va oltre l’elemento scenografico, legato alla luce e al paesaggio. Visti da vicino, ogni piastrella, ma anche ogni fiore e ogni petalo del mosaico, danno il loro contributo geniale all’insieme. Perfino allo stato di rovina quest’architettura parla di un’età aurea. La storia l’ha forse dimenticata? Non è un oblio totale. Ma gli artisti e la vita che le hanno prodotte, e questi edifici, occupano uno spaziio esiguo nella memoria del mondo.”

“Oggi quel percorso sta cominciando a unire paesi che aspirano a svolgere un ruolo dominante sulla scena mondiale. Difficile fare previsioni su come tutto questo trasformerà Oriente e Occidente. ... Ecco perché riprendere oggi il filo di questa storia millenaria può essere così importante: che lo si voglia o meno la Via della Seta ha a che fare con le nostre radici e col nostro destino.”

I due ‘autorevoli’ autori:
Franco Cardini, prof emerito di Storia medievale all’Istituto Italiano di Scienze Umane e Sociali Scuola Normale Superiore. Directeur de Recherches nell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e Fellow dellaHarward University. Autore di moltissimi libri di Storia Medievale. Ha un curriculum ampio da riempire un toma, colmo di pubblicazioni in tutto il mondo. Per il Mulino ha tra l’altro pubblicato «Gerusalemme » (2012), « Istanbul » (2014), « Samarcanda » (2016), tutti recensiti dall’autore sulla rivista letteraria larecherche.it

Alessandro Vanoli, esperto in storia della filosofia medievale presso l'Università di Bologna. Ha studiato arabo presso la Bourguiba University di Tunisi ed ebraico a Bologna. E' attualmente docente di Politica comparata del Mediterraneo presso l'Università di Bologna (sede di Ravenna) e docente di Cultura Spagnola presso l'Università Statale di Milano. Ha svolto ricerca presso università e centri scientifici in Germania (2000), Tunisia (1999, 2000, 2004), Argentina (2004), Spagna (1999, 2000, 2005). Con il Mulino ha pubblicato “La reconquista” (2014), “Andare per l’Italia araba” (2014), “La Sicilia musulmana” (2016).

Ɣ - Di ‘viaggio’ al di là del conosciuto si narra nel visionario e apocalittico “Lanark: una vita in quattro libri”, di Alasdair Gray – Safarà Editore (in cofanetto 2017), in cui si narra dei destini di due città che corteggiano il dissolvimento, Unthank e Glasgow, mentre fluttuano incerte sul limitare del passato e del futuro. Lungo le loro strade tortuose verranno dipanati gli intricati fili che uniscono le vite di Lanark e di Duncan Thaw i quali, nell’attraversare un vasto e labirintico universo simbolico, ci conducono nei sentieri battuti dell’uomo contemporaneo, tanto pericolosi quanto seducenti, tanto impensabili quanto reali.
Pubblicato per la prima volta in lingua inglese nel 1981, Lanark ha immediatamente collocato Gray nell’empireo dei più importanti autori britannici ed è stato comparato, tra gli altri, a Dante, Blake, Joyce, Orwell, Kafka, Huxley e Lewis Carroll. Per una più completa informazione sull’opera propongo qui di seguito il commento di Vanni Santoni pubblicato mercoledì, 20 settembre 2017 sul blog di approfondimento culturale Minima & Moralia:

Le possibilità dell’indagine postmoderna nella prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray.

La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di ‘Lanark’ di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981 propone alcune riflessioni su uno dei miei libri preferiti: Lanark di Alasdair Gray, di Jeff VanderMeer.

Nella terribile devastazione dello scenario che ci offre Alasdair Gray nel suo romanzo, mentre sulla distopica città di Unthank spira un vento freddo «misto all’odore salato di alghe putrescenti», bocche giganti calano dal cielo per divorare il protagonista Lanark. Lanark ne viene inghiottito, e lo stesso accade al lettore. Le visioni evocate da Gray nel suo capolavoro sono tanto apocalittiche quanto politiche: «Io credo che esistano città in cui il lavoro è una prigione, il tempo uno stimolo e l’amore un peso» dice Lanark; la dragonite, affezione che da subito lo colpisce, è «una patologia comune, come le bocche, i mollicci o il rigor pigolante», che incrosta gli arti dei cittadini con una «pelle fredda e lucida di intenso verde scuro» portandoli a far emergere la propria natura nascosta. Ma quando il tema della giustizia sociale si intreccia a tal punto con la dimensione fantastica, un critico che cercasse di smontare e analizzare tali visioni rischia di essere a sua volta inghiottito.
Gray esplicita le sue intenzioni attraverso le parole della nemesi di Lanark, Sludden: «La metafora è uno degli strumenti più essenziali del pensiero. Ma l’illuminazione a volte è tanto brillante da abbagliare anziché rivelare». 
Se la fortuna di Lanark può risiedere nell’uso della metafora in prosa, il genio di Gray sta nella sua abilità di ritrarre la lotta dell’individuo contro istituzioni disfunzionali mantenendosi sempre nei duplici termini del personale e del fantastico.
Come lo stesso Gray ha affermato durante un’intervista: «Il mio approccio ai dogmi e agli standard istituzionali, chiamiamolo “il mio approccio alle istituzioni” riflette il loro approccio nei miei stessi confronti. Nazioni, città, scuole, agenzie di marketing, ospedali, forze di polizia, sono state create dalla gente per il bene della gente. Non posso vivere senza di loro, non lo desidero e non mi aspetto che possa accadere. Ma quando li vediamo lavorare per aumentare la sporcizia, la povertà, la sofferenza e la morte, allora qualcosa è andato storto. Tutti soffrono di tale distorsione, e per questo motivo è un aspetto presente in tutti i miei romanzi, eccetto quelli più blandamente d’evasione».Il romanzo, oltre alla vita di Lanark nella città fantastica di Unthank, ha un secondo epicentro in quella di Duncan Thaw, sua precedente incarnazione, in quella reale di Glasgow. Thaw cresce e si forma in una Glasgow ostile e decadente, che cercherà di illuminare dando vita a un’arte grandiosa; fallirà nel tentativo, e si toglierà la vita dopo aver verosimilmente ucciso un’amica.
Lo ritroveremo trasfigurato in Lanark nella città di Unthank, quasi essa fosse l’inferno a cui è destinato. Lanark arriva a Unthank senza alcuna memoria del suo passato come Thaw, del quale riceverà nozione, grazie all’intervento di un oracolo, solo alla fine del primo libro. Mentre cerca di scoprire la propria identità, Lanark si aggira per quello che è lo specchio deformato di una città, in cui tutti i vizi e i problemi del mondo “reale” sono stati amplificati e distorti. Ma non appena Lanark recupera la memoria della sua vita come Duncan Thaw, e quindi della ragione del suo essere lì, si lancia nel frenetico tentativo di salvare la città di Unthank dalla distruzione: il piano fantastico diventa la “realtà” e le letture si ribaltano.
Gray divide di proposito il suo romanzo in quattro “Libri”. Tuttavia, quello che tecnicamente è il primo libro, è chiamato Libro Terzo; seguono il Libro Primo e il Libro Secondo (nei quali si racconta la storia di Thaw) e infine il Libro Quarto, dove è nuovamente protagonista Lanark. La ragione più pragmatica di una simile dislocazione cronologica è quella di introdurre per prima cosa il lettore al fantasmagorico mondo sotterraneo di Unthank. Considerata la qualità intensamente realistica e piuttosto cupa della sezione dedicata a Glasgow, l’estremo surrealismo di Unthank sarebbe stato troppo stridente per il lettore se presentato dopo i primi due libri. Invece, Gray si assume il rischio calcolato di posizionare le sezioni realistiche in mezzo, così da farle apparire più integrate nella narrazione, e nell’utilizzare quest’ordine riesce a far percepire le scene naturalistiche come fantasy, perché sono “fantasy” agli occhi degli abitanti di Unthank, e apre così alla possibilità di un’interpretazione alternativa in cui Glasgow è l’inferno e Unthank la realtà, e non viceversa …

“Vuol dire che siamo casi eccezionali. Non sono in molti a pregare per ottenere una via d’uscita. la maggior parte passa la vita a temerla” (Alasdair Gray)

Non a caso ‘Lanark’ è stato definito in molti modi da molti scrittori e critici. Anthony Burgess lo ha innalzato a capolavoro. John Crowley e Micheal Dirda hanno elogiato la straordinaria visione e la genialità delle singole scene dell’opera, mentre hanno criticato l’accresciuto contenuto allegorico dell’ultima parte del romanzo. L’opera vira in effetti verso l’astrazione nel Libro Quarto, e il rapporto tra dialogo ed esposizione si alza pericolosamente. Gray arriva a far dialogare Lanark con se stesso e dedica un capitolo a catalogare i propri furti ai danni di scrittori morti. Se è vero che un capitolo del genere può rallentare l’impulso della narrazione, nel caso di Lanark simili critiche sono irrilevanti, per la stessa identica ragione per cui sono irrilevanti le critiche ai capitoli sulla caccia alla balena in Moby Dick. La correzione di questi “difetti” deruberebbe entrambi i libri della loro genialità: il marchio di fabbrica di uno scrittore originale è quello che rende l’autore diverso e non può essere separato da quello che rende lo stesso scrittore bravo, e gli “spigoli” di Gray finiscono anzi per assomigliare a delle profezie.

Cosa ancora più importante, nei termini del contenuto fantastico, Lanark offre un esempio unico dell’uso dell’elemento fantasy nella critica sociale. A differenza della Fattoria degli animali (1945), di Candido (1759) o dei Viaggi di Gulliver (1726), Lanark non intende essere solo una parodia, una satira o una parabola. Se Gray tende a incorporare fantasy e fantascienza, lo fa per poter sfruttare appieno tutti gli strumenti appropriati, e perché l’idea di un’immaginazione priva di confini rappresentano la stessa personale ricerca della luce da parte dello scrittore. Anche se non è un surrealista, Gray appoggia l’idea della “bellezza convulsiva”: la bellezza, anche quella più feroce, al libertà. L’umorismo nero, l’ossessione per la giustizia sociale, la formazione di un artista, i difficili atti di comunicazione fra i sessi, l’omaggio, anche se in forma alterata, a Glasgow: tutto questo, pur miscelandosi a una dimensione assolutamente fantasy, si manifesta con pienezza in Lanark, il romanzo che rappresenta lo zenit dell’eccentricità di Gray, del suo difficile genio e delle possibilità stesse dell’indagine postmoderna.

Jeff VanderMeer è autore di racconti e romanzi con i quali ha vinto il Nebula Award, il BSFA Award e il World Fantasy Award, e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Nel 2015 Einaudi ha pubblicato Annientamento, Autorità e Accettazione, volumi della “Trilogia dell’Area X”.

Vanni Santoni (1978), autore del commento, dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per Minimum Fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.

Ɣ - Ci sono molti modi di viaggiare più o meno organizzati da grandi compagnie del turismo che salvaguardano l’aspetto commerciale di iniziative non sempre all’altezza degli impegni presi sulla carta, oppure, al contrario sviluppare un interesse da ‘turista fai da te’ non proprio consigliabile. Un altro modo è quello di affidarsi alla propria idea del viaggio culturale ‘come finestre da esplorare’; come nel caso dell’iniziativa realizzata dal Mulino con Viaggi di cultura di Bologna, che propone un modo diverso di viaggiare, occasione di confronto con intellettuali e uomini di cultura per entrare in contatto con la storia viva di un paese.
Viaggiare quindi fuori dai tracciati fisici e mentali di un frettoloso consumo turistico, può rivelarsi un'avventura culturale emozionante e profonda, una finestra che si apre su nuovi orizzonti da esplorare. È questo il senso dell’iniziativa pensata per piccoli gruppi di viaggiatori che hanno in comune l’amore per la scoperta culturale, accompagnati da una guida esperta e appassionata, sono condotti a scoprire la ricchezza di valori che ogni luogo foggiato dagli uomini possiede e può dispiegare, se lo si sa vedere con gli occhi giusti, se lo si esplora anche negli angoli più riposti, nelle molte facce della sua storia.

Tra le proposte dell’inizio del 2018 è di notevole interesse il viaggio nella “Grecia classica”: ‘quando tutto era nel segno degli déi, di santuari e oracoli’, con l’assistentza culturale di due esperti: Claudia Lambrugo e Donatella Puliga. In programma ad Aprile:

“La religione del mondo greco - scrisse Walter Burkert - in certa misura è conosciuta da sempre, però è tutt’altro che nota e comprensibile; apparentemente naturale, eppure atavicamente straniata, insieme raffinata e barbara, essa venne presa come guida nella ricerca dell’origine della religione in senso assoluto, mentre invece rappresenta un fenomeno storico unico e irripetibile...”

La religione greca sopravvisse nella cultura occidentale grazie a molteplici forme di tradizione: in primo luogo la sua presenza nella letteratura antica e la polemica che i Padri della Chiesa ingaggiarono in modo pressoché sistematico contro di essa. Eppure nulla contribuì così tanto a una sua popolarità quanto l’uso e l’interpretazione allegorica che se ne fornì nel corso dei secoli. Gli dei trasformati ora in princìpi naturali ora in entità metafisiche; le loro emozioni, vicende, storie che diventavano allegoria della vita umana condussero l’intero mondo religioso greco all’interno del Cristianesimo senza che se ne avvertisse il contrasto, o l’opposizione.
La religione greca sopravvisse per secoli - misteriosa e incompresa - come una abituale compagna di strada, di cui si crede di conoscere tutto e a cui non si domanda più nulla, perché - si pensa - tutto è già noto. Solo recentemente la religione dei Greci è uscita da questa improbabile collocazione e ha iniziato il lento recupero di una sua dimensione più vera e scientifica. Figlia di un’aggrovigliata preistoria, essa affiora già nelle grotte umide e mai abitate dall’uomo, nelle fronde delle querce, nell’oscurità impenetrabile degli spazi e delle esperienze. Nella sua profonda alterità, che è una sfida scoprire, soprattutto se presumiamo di partire dai nostri monoteismi.

In breve la religione greca resta una delle più misteriose e complesse questioni dell’umanità occidentale. A questo mistero è dedicato il nostro itinerario di aprile. Le vette delle montagne, le fonti; gli innominabili riti, le follie orgiastiche dei culti legati a Dionisio; l’immoralità del comportamento degli dei, la loro dissolutezza sessuale; l’egoismo più sfrontato; il non arrestarsi neppure davanti al crimine più mostruoso: il parricidio. Eppure nel segno di questi dei, ora a loro ispirandosi ora a loro contrapponendosi, il cittadino e la polis greca costruirono un sistema morale di tutt’altro segno, e che pare a noi quasi familiare. Ma nulla è più lontano di ciò che sembra assomigliarsi.

Un viaggio completamente nuovo. Raccoglie alcune delle vedute più selvagge della Grecia, coinvolge divinità fondamentali per la conoscenza di quel mondo: tra queste Apollo, Artemide, Atena, Dionisio, Poseidone. Coglie le loro forme di comunicazione con il mondo degli uomini e delle donne. Un viaggio che ha l’ambizione di aprirci un varco nuovo in una cortina di note vicende mitologiche, per penetrare nell’oscuro silenzio che in gran parte ancora avvolge la spiritualità del mondo greco. E consegnarci alla meraviglia e allo stupore di cui tutti - oggi più che mai - abbiamo bisogno.

In programma ad Aprile /Maggio “Gerusalemme”, La Città Santa per Ebraismo, Cristianesimo e Islam, con l’assistenza culturale diell’ormai ‘mitico’ Franco Cardini.
Non è un viaggio di religione, ma sarà impossibile affrontare Gerusalemme senza inserirla nel contesto di città santa a tre religioni. L’occupazione del luogo e le sue vicende hanno creato uno spazio che - unico al mondo - è anche luogo dello spirito. Ne è seguito un impegno a testimoniare al tempo stesso la fede e la cultura di chi l’ha professata, generando dinamiche che nella loro spesso tormentata complessità hanno creato questo unicum urbano, culturale e spirituale.

Il progetto, pur nella consapevolezza che esistono questioni complesse e fedi profonde, è ispirato alla città stessa. Come coloro che l’hanno fondata e abitata per secoli, l’hanno vissuta prima e dopo la distruzione di epoca imperiale romana fino all’epoca presente. Come gli ebrei di Gerusalemme e quelli che qui si recavano sono sopravvissuti alla diaspora, all’islamizzazione del territorio circostante fino all’epoca contemporanea.
Come i cristiani si mossero in questi spazi che erano sacri a Israele e a partire da Elena se ne appropriarono anche dal punto di vista monumentale, costruendo alcuni degli edifici più straordinari del periodo costantiniano. Infine cosa fu Gerusalemme per l’Islam e come avvenne che la città si ornasse di edifici che non hanno eguali nel mondo islamico. Sicché a partire dall’epoca omayyade e poi per tutto il grande periodo mamelucco la città fu viva e ricca e - talora - servì a rivendicare una sorta di autonomia da La Mecca.

La storia di una capitale religiosa che conobbe momenti drammatici – come ben sappiamo – ma che è assai più lunga e complessa dei franchi, delle Repubbliche Marinare e della tragedia delle Crociate. In definitiva, e per molti secoli, Gerusalemme è stata la testimonianza più indiscuribile e famosa di un lungo processo di condivisione. Della possibile coesistenza di popoli e di fedi che hanno più cose in comune di quanto non sembri o non vogliano, in determinati momenti, confessare. Un itinerario splendido, magistralmente condotto.

Il programma è indubbiamente tra i più impegnativi e interessanti da farsi ma non l’unico, molti altri si susseguiranno durante l’intero arco dell’anno. Per maggiori informazioni:
www.viaggicultura.com / segreteria@viaggicultura.com,
Viaggi di Cultura tel. 051233716 (09-13,30).

Ma se Natale può sembrare ormai una parola consumata e ambigua è pur sempre reale, dunque proviamo a pronunciarla in modo differente fino a capovolgerne il senso allo stesso tempo diverso e uguale, facciamone il ‘meeting point’ per una lettura nuova del mondo, contrasssegnamolo come lo spartiacque fra due ere: ‘prima e dopo di noi’ e ritrovarne il naturale prosiegue all’interno di quell’unione che sfocia nella famiglia, in cui la nascita di un figlio segue al viaggio intrapreso dal progenitore. Ecco che allora ‘Natale’ trova il suo posto in un nuovo calendario delle nostre azioni attraverso ogni territorio che avremo scandagliato; tramite d’unione di noi con gli atri, divenendo esso stesso parola, addobbo, luminaria, regalo, dono, musica e folklore di cui nessuna cultura saprebbe privarsi.

Soprattutto sarebbe l'inizio di un ‘viaggio’ intrapreso senza biglietto di ritorno, alla scoperta di quei luoghi che nessuno ormai più conosce, legato a storie dimenticate nell’invenzione nostalgica di qualcosa ch’è stato, come per un ritorno alle origini di un linguaggio figurativo animato di docile stagnola che ognuno modella secondo la propria fantasia, con personaggi re-inventati all’uopo per un teatrino che si configura, ogni volta diverso, che pure si ricrea, in un gioco interscambiabile di quinte, di sfondi e paesaggi ‘impossibili’ che pure ogni volta si ricrea nell’invenzione di più rischiosa utopia quale il nostro costante andare. O meglio, come il nostro viaggiare nel passato, nel presente, nel futuro, nel nostro ‘Presepe’ quotidiano …

Così accadeva anno dopo anno, e accade ancora, generazione dopo generazione nel prosieguo della nostra eternità, di costanti ‘viaggiatori’ sulle ali del tempo:

‘In viaggio’(di Gioma)

Nessun viaggio ci porta lontano
così lontano
come il rimuginare della Terra
la nostra Terra (che trema)

né la scossa che dall'Inferno avanza
né l'acqua che dal Cielo cade
né la speranza che può venir meno
né il canto che talvolta il cuore inganna

sopravvivremo
nel rigenerarsi del Tempo
nei sogni che avremo avanzati
nei 'figli' che avremo lasciati

perché noi siamo la voce
dell'eterno evolversi del Mondo
seppure un giorno, sappiamo
dovesse esplodere questa nostra Terra

allora saremo polvere cosmica
molecole di luce che il poetare produce
che nella continuità di questa Vita
di per sé non abbandona

che l'amore è canto
e non basterà l'annientamento
che la parola esalta
sublime la presenza del Tutto

no, nessun viaggio ci porterà lontano
così lontano da qui perché noi siamo
viaggiatori sulle ali del Tempo
in cerca di un'ultima parola.

Buon Natale … e buon viaggio.



*

- Libri

Christmas Happiness / 3


CHRISTMAS HAPPINESS / 3
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): libri ‘strenna’ per il Natale che viene, quanto basta di poesia, qualche mostra, un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo Natale è anche Vostro, o no?

Capita sempre più spesso che qualcuno lamenti una certa disillusione nell’amicizia asserendo che in certi casi ci si è fidati degli amici sbagliati di cui dispiacersi, o che dovremmo compiangere. A mio parere non esistono amici sbagliati, quando invece siamo noi che sbagliamo a sceglierli. È ovvio che dovremmo essere più cauti nel chiamarli amici. Comunque capita che ci illudiamo dell’amicizia di qualcuno/a che (forse) non la merita e che spesso, distribuendo ‘perle ai porci’, la dispensiamo senza ragione. Personalmente credo nell’amicizia e posso affermare di aver trovato tanta bellezza intorno a me, a volte è bastato poco, l’importante è nel non pretendere nulla in cambio se non l’amicizia stessa. È sempre un investimento di benevolenza che trova la sua forza nel donare e donarsi. È un po come Natale, che ogni anno ritorna con il suo carico di gradevolezza e felicità, con un sussulto di gratificazione e appagamento nell’amore verso gli altri.

Molto dipende nella nostra anima, quell’anima a noi cara eppure misconosciuta che opera in nostra vece senza che neppure ce ne accorgiamo, ma che sappiamo esserci cara anche quando si scontra con la nostra intemperanza, con le nostre istintive ribellioni che, in ultima istanza, sono parte della nostra essenza umana. Non esistono bambini cattivi in natura, gli esempi che spesso ci raccontano gli altri sono cosruiti a bella posta per esorcizzare le nostre paure ancestral. I cattivi sono spesso il frutto di sofferenze e malvessazioni subite, di opposizioni ed esperienze di rifiuto, di successive interferenze malevole, scaturite dall’eccesso di avidità, cupidigia di possesso. Se non fossimo così pretenziosi e pretestuosi forse vivremmo in ‘pace’ con la nostra animalità inquieta, ci riconcilieremmo con quell’ “anima amica” che pure un giorno incontreremo sul talamo nuziale della nostra vita:

‘ANAM CARA' (in lingua gaelica, forma per dire ‘anima amica’)

Anima cara
sempre in viaggio
nel luogo estremo
dove non esiste distanza
fra noi e l’eterno
rischiara nello splendore della solitudine
il nostro cammino interiore
come poetica di crescita
l’antica saggezza
esalta la bellezza dell’invisibile brama
cui tendiamo le mani
e il petto …

Anima amica
accogli
nella spiritualità arcana dei sensi
il nostro raccolto
nel mistero che non ci lascia mai soli
affamati di desiderio
che nessuna immagine
potrà mai placare
onde il noto e l’ignoto
il temporale e l’eterno
quale unico accesso
di questo primario e ineludibile senso …

Anima silente
fedele
all’immagine primaria
segno visibile della grazia invisibile
specchio inclinato
dove vedere e riconoscere
l’intimo suffragio dell’amicizia interiore
iniziatrice e sovvertitrice
della legge segreta della vita
dell’universo intero
trasfigurazione recondita d’una entità estatica
ascosa nell’ignoto nostro essere …

Anima mia
rivelazione invocata
sublime unità d’un dualismo perfetto
che stringe
in un unico abbraccio mortale
una tormentata separazione
segreto
del continuo nascere e rinascere
dell’amore
quale creatività di un’appartenenza
relativa e funzionale insieme
dello spirito nella morte
. . .
dietro lucenti superfici
sei tenebra e silenzio
il vecchio e il nuovo procedere
dei miei passi
l’incessante potenza del possibile
interiore.
(Gioma)

Ɣ - “HAPPINESS IS” è un piccolo/grande libro che va oltre l’anima amica, e ci dice che dobbiamo coltivare la nostra e l’altrui ‘felicità’ regalando un sorriso a chi ci sta attorno. A chi, ad esempio, ama i nostri stessi libri, accetta di avere amici strambi, di ricevere un complimento da uno sconosciuto, di chi si tiene per mano senza vergogna della sua diversità, a chi usa la (nostra) penna avuta in prestito, fino all’ultima goccia d’inchiostro, magari per scrivere una lettera di ricongiungimento, o perché no, gli amati bigliettini d’auguri per il prossimo Natale. Ma allora la “felicità” cos’è?, si chiederà qualcuno e, ovviamente molte sono le risposte che si possono dare a siffatta domanda. Una per tutte è che gli amici sono come i denti guasti, fanno un po’ male ma una volta tolti poi passa; che il dolore di ieri lascerà il posto a un nuovo incontro domani … perché come ha lasciato scritto Vinicius De Morales nel suo testamento in musica, l’amicizia è l’arte dell’incontro.

Hanno ben pensato Lisa Swerling e Ralph Lazar, due autori e illustratori che hanno creato fumetti molto apprezzati in tutto il mondo già nel 2014, sottotitolando questo piccolo e gradevole libro “Happiness Is” ‘500 cose che ti rendono felice’, per i titoli di Sperling & -Kupfer. Pensate che la loro pagina facebook dedicata ha raggiunto solo in Italia i due milioni di fan alla sua prima uscita. Dire che è stato divertente guardare le illustrazioni e leggerne le didascalie è davvero riduttivo, perché oltre ad essere un piacevole ‘oggetto’ è anche un gradevole divertissement da leggere e portarsi in viaggio. Così come fin dalla prima pagina ci viene indicato ‘l’inizio di un viaggio’ con la freccia “direzione”, che poi ritroviamo sulla strada del ritorno, alla fine del viaggio che abbiamo appena concluso … o forse, solo iniziato.

Ɣ – “NIHIL” (nulla si oppone - imprimatur) una poesia di Marco Mazzi, detratta da PlayOn/Poetry il libro sottratto dalla bancarella del mercatino sotto casa e che viaggia nelle pagine del web:

“Anche il mio volto, forse si lasciava
Specchiare da un’acqua limpida e perpetua.
Prima che le stigmate della nascita
Ne violassero il tepore o un ventre
Materno ne rapisse l’ombra. Adesso
Quel pasto d’avorio si consuma nei tuoi occhi.
È il desiderio il feto di Dio. Ascolta, come neve
Dispersa in un’acqua tenue, la carne
Che ne placa l’istinto può farsi dono
Alla verginità di un abisso. E l’iride
Di ciò che fu il tuo respiro nel balsamo
Del suo primo nettare ha fondato nuova
Trasparenza dalla fatale umiltà che nutre
L’eco di ogni elemento. Così ti riveli;
L’impeto o la vivida stele della purezza
Ha suscitato il palmo fedele del tuo germoglio, non qui,
Non dove il silenzio si fa pregno di polline,
Ma in quella suprema urna di quiete
Che l’istinto ha inflitto a tutto ciò che esprime
La tua origine. Oras, in un mosaico d’inconsapevolezza,
Solo l’essere perpetua la creazione come un’eclisse
Neutra alla sfera del tuo pudore, là
Dove non esiste nascita, ma un pallido
Equilibrio è fra materia e innocenza.
Un corpo nasce dalla sua stessa nudità
E infligge, all’altro, un’ala di materia
Perpetua che attende il compiersi di un volto.
Ma è l’implacabile
Umiltà dell’elemento a schiudere dalla sua ombra
Un simbolo, a fare del tempo uno strumento
D’estasi che oltre la carne esulta.
Non è il lamentodi una chiara
Metamorfosi a liberare nel senso l’iride
Della tua pienezza, ma un’inviolabile
Conquista della materia sulle sue stesse membra.
Non credere che la morte apra i tuoi polsi
Al respiro di un animale vergine, ma accogli la fibra
Di una carne superiore dove ancora palpita
L’eco fragile dell’esperienza. Nelle tue mani,
La misteriosa umiltà del desiderio è una voce
Che migra verso l’inesistenza. Limpida e mortale,
Forse è la materia che veste la stagione
Di ciascuna essenza, e la libertà è di nuovo sfinge.
Così voglio che ti riveli, per concepire l’istante
In cui la carne si è fatta estranea al giunco
Della sua stessa umanità e, sola, esiste
Per farsi impeto della sua sostanza
E porgere alla morte il nettare dell’elemento.”

La poesia che abbiamo appena letta insieme è tratta da un progetto culturale promosso da Aeroporti di Roma pubblicato e stampato nel 2002 per conto di PlayOn – Itinerari di conoscenza, dal titolo ‘Poetry’ allo scopo di dar valore a giovani talenti internazionali a scopo divulgativo nei diversi campi dell’Arte (poesia, prosa, pittura, scultura, musica classica, video, teatro). L’autore Marco Mazzi, è nato a Firenze nel 1980 dove ha studiato presso l’Università degli Studi - Facoltà di Lettere, è uno degli autori italiani inserito a pieno titolo in questa singolare (e forse unica perché introvabile) antologia poetica. È oggi uno scrittore affermato, tra le sue pubblicazioni e partecipazioni a libri in lingua inglese:

“Relational Syntax: Aesthetic Awareness and Ideological Experience in Post-industrial Society”, Maschietto editore, 2012. In Criticism & Theory • Art / Criticism & Theory • Philosophy / Aesthetics.
"Uninspired Architecture" presenta un ciclo di 250 fotografie in bianco e nero di Marco Mazzi incentrato sulla città di Tirana (Albania). Gli scatti sono stati realizzati nel 2013 nell'ambito del programma di residenze d'artista .
“Extispicio. Una Scienza Divinatoria Tra Mesopotamia Ed Etruria “di Bellelli Vincenzo, Mazzi Marco edito da Scienze E Lettere: HOEPLI.it

Ɣ – “HOMO DEUS” – Breve storia del futuro – di Yuval Noah Harari Saggi. Bompiani 2017. Dello stesso autore di “Sapiens. Da animali a dèi” (2014), titolato ‘libro dell’anno’ da il ‘Guardian’, l’Evening Standard, e il ‘Times Literary Supplement’.
“Se ‘Sapiens’ ci ha mostrato da dove veniamo, ‘Homo Deus’ ci mostra dove stiamo andando. Questo lo slogan che lo presenta al grande pubblico, un libro complesso ordinato secondo i canoni e i parametri dello storiografo che ripercorre le tappe che dall’Homo sapiens, porta all’Homo faber, all’Homo marginalis di ieri, all’Homo videns di oggi, attraverso gli stadi della rivoluzione umanista, della grande separazione del passato al moderno fino all’oceano della conoscenza e della coscienza, alla ‘bomba a orologeria’ creata in laboratorio di cui l’Homo ha perso il controllo:

“Abbiamo passato in rassegna le più recenti scoperte scientifiche che stanno destabilizzando le fondamenta su cui poggia la filosofia liberale. È giunto il momento di esaminare le implicazioni pratiche di queste scoperte. I liberali sono a favore del libero mercato (ma non del libero arbitrio) e di elezioni democratiche poiché credono che ogni umano sia un individuo prezioso in un mondo unico e irripetibile, e che le sue libere scelte rappresentino l’origine ultima dell’autorità. Nel XXI secolo tre sviluppi ‘concreti’ potrebbero rendee obsoleta questa fede: 1) Gli umani diventeranno sempre meno utili sia sotto il profilo economico che sotto quello militare, di conseguenza il sistema economico e politico cesserà di accordare loro così tanta importanza. 2) Il sistema continuerà a considerare preziosi gli umani come collettività, ma non come singoli individui. 3) Il sistema continuerà a considerare preziosi alcuni singoli individui, ma questi costituiranno una nuova élite di superuomini potenziati, non la massa della popolazione.”

“E allora cosa accadrà quando robotica , intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna?” Il genere umano rischia di essere superfluo, questa al dunque la conclusione fin cui si spinge l’autore, che si pone e ci pone, infine, altre domande cui dare (è doveroso) dare delle risposte: “Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini?”
2012 è stato membro della Giovane Accademia israeliana delle scienze, insegna all'Università Ebraica di Gerusalemme ed è noto soprattutto per aver pubblicato “Sapiens. Da animali a dèi” (2014).

E noi, che ne sarà di noi? Si chiede il lettore attento partendo dal presupposto di essere fra i ‘salvati’ prima dal Diluvio, poi dall’Apocalisse che ci incombe sulla testa con la bomba a idrogeno che minaccia l’umanità intera. Saremo gli eredi incontrastati della Terra (rimasta) oppure gli schiavi di una Galassia governata dai Robot e dalla IA (intelligenza artificiale) conoscitori della forma del buio de ‘i buchi neri’ che per lungo tempo hanno riempito le pagine della fantascienza? Oggi che la realtà è venuta a galla e ci ha rivelato che era tutto olisticamente possibile, quindi verosimile al reality-life cui in fondo (segretamente) aspiravamo, a quella semi-immortalità che ci avvicina a Dio ci preoccupiamo di non avere le parole giuste per raccontarlo, e che, soprattutto la vicinanza all’Homo Deus ci spaventa non poco, anzi ci terrorizza come quei ‘colpevoli d’esser nati’ puniti dal Giudizio Universale del Padreterno che ammiriamo nella Cappella Sistina di Michelangelo Buonarroti.

Ɣ- “La forza imprevedibile delle parole” di Clara Sanchez – Garzanti 2017, in cui si cercano ancora quei valori che oggi lasciano a desiderare che tutto ciò di cui abbiamo detto fin qua non accada mai: “Pensi davvero che ogni incontro sia casuale? Pensi davvero che tutto sia nelle mani del destino?”, ma all’improvviso vedo scendere il dubbio nel silenzio, sul viso del lettore. (Il Lettore / Redazione News and Magazine)

Ɣ- “Il bisogno di pensare”, di Vito Mancuso – Garzanti 2017, prima di parlare o anche di scrivere rende perfettamente l’idea del contrasto di ciò che troppo spesso sbandieriamo ai quattro venti senza cognizione. Perché pensare, prima di ogni altra cosa, richiede di porsi all’ascolto nel modo in cui la ‘saggezza ci indica la strada della libertà’, non solo di ciò che hanno da dire gli altri, ma anche di porci domandi come: “Perché vivete? Quale scopo date al vostro essere qui? Cosa volete da voi stessi?”., ma le risposte chi dovrebbe darcele se non l’autore, teologo e filosofo, autore di larga affermazione che spesso intreccia un dialogare fervido con il lettore. (Il Lettore / Redazione News and Magazine).

Ɣ- “Eppure cadiamo felici”, di Enrico Galiano – Garzanti 2017, la storia di una ragazza di diciassette anni che non si sente al suo posto tra i suoi coetanei, firmata da un insegnate di lettere nominato nella lista dei migliori cento professori d’Italia: grazie a un metodo di insegnamento poco convenzionale, Galiano riesce a entrare veramente in contatto con i suoi studenti, al punto da diventare molto seguito su Facebook:

“È la storia di Gioia che, nonostante il suo nome esprima allegria e vitalità, è stata soprannominata dai compagni di scuola “Maiunagioia“, e tra di loro non si sente al suo posto. Lei non è come loro, non le interessano i vestiti e le feste piene di gente, ha una sola passione, di cui non ha mai parlato a nessuno, ma che la rende felice: collezionare parole di tutte le lingue del mondo, parole intraducibili, come cwtch, un termine gallese che indica non un semplice abbraccio, ma un abbraccio affettuoso che diventa un luogo sicuro. Una notte, fuggendo ancora una volta dalle discussioni dei genitori, incontra Lo; così dice di chiamarsi il ragazzo che gioca a freccette da solo, in un bar chiuso, nascosto sotto il cappuccio di una felpa.
Parlando con Gaia si sente compresa per la prima volta in vita sua, non più sola, incapace, per una volta, di dar nome alla nuova emozione che prova ogni volta che lo vede. Una sensazione che non è destinata a durare. Lo scompare nel nulla, all’ombra di un segreto che solo Gioia può svelare, gli indizi che il ragazzo ha lasciato sono pensati apposta per lei, e per capirli bisogna imparare a riconoscere tutti i mille significati del verbo amare: un romanzo per insegnare che, a volte, basta essere in due perché le emozioni non facciano più paura.” (Il Lettore / Redazione News and Magazine).

Se per gioco mettiamo insieme i vari titoli sopra elencati ne viene fuori un incipit non indifferente per scrivere un libro sul sociale che si consegna a pieno titolo a chi sta cercando il proprio posto nel mondo. Allora perché non tornare a sorridere con chi ha un grande spirito e sa sorridere (e ridere) di tutto, anche della morte:

Ɣ - “Anime e Acciughe”, l’aldilà come non l’avete mai immaginato, di Achille Mauri,Bollati Boringhieri 2017., con il quale l’autore approfittando del gioco parabolico si diverte a raccontare l’ aldiquà. “E cosa c’entrano le anime con le acciughe? C’entrano, c’entrano”. La risposta a chi ha bisogno di un pizzico di ottimismo. Per poter superare gli ostacoli e colmare il vuoto insopportabile che è dentro ognuno di noi. O, come scrive Vanni Oddera in “Il grande salto” - Ponte alle Grazie 2017: “Se si salta da soli è solo un sogno, se si salta insieme è la vita che inizia davvero. Ovvero, come ho capito che l’amore per gli altri rende felici.” (Il Lettore / Redazione News and Magazine).

Ɣ- “Stranieri residenti” per una filosofia della migrazione. Libro di Donatella Di Cesare – Bollati Boringhieri 2017 . Professore di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza, è tra le voci più impegnate nel dibattito pubblico contemporaneo in tema della migrazione, onde ripensare la convivenza in un mondo globalizzato quale è il nostro attuale: “Abitare e migrare non si contrappongono, come invece vorrebbe il senso comune, ancora preda dei vecchi fantasmi dello ‘jus-sanguis’ e dello ‘jus soli’. In ogni migrante si deve invece riconoscere la figura dello ‘straniero residente’, il vero protagonista del libro. Atene, Roma, Gerusalemme sono i modelli di città esaminati, in un affresco superbo, per interrogarsi sul tema decisivo e attuale della cittadinanza:
‘DALLA PARTE DELLE NUVOLE MIGRANTI’

migranti
sopra gli estesi deserti incompresi
dove l’incontro col tempo remoto
sussegue al presente
fin dentro il futuro del mondo
e che vanno
sospinte dai venti
d’un vortice di fuoco
che avvampa bruciando
ogni cosa d’intorno …

a piedi nudi affrontano in peregrino andare masse di genti che nude nell’anima ambiscono di sopravvivere in questo mondo estremo

migranti
che s’avvoltolano sui rami
rinsecchiti degli alberi
senza fronde
dove la pantera affamata
ha cercato
una visuale migliore
prima d’assalire la preda
che stanca si trascina
nella traversata …

uomini contro avidi d’ogni cosa che s’impossessano delle vite degli altri da vendere al mercato dei nuovi schiavi della contemporaneità

migranti
di differente credo accomunati
che obliterano il soldo
all’odierno traghettatore d’anime
per un insensato viaggiare
verso un medesimo
inferno ultraterreno
nello spazio indefinito
di un mare da attraversare
senza ritorno

che ancor li tiene legati a un ancestrale destino prigionieri accecati e abbandonati
alla luce d’un domani che non si accenderà

migranti
nel buio di quelle profondità marine
che li accoglie senza identità
come broscia da dare in pasto
ai pesci
alle divinità melliflue
che avare d’ogni ragione
s’avanzano
a contrastarne
l’antropico riconoscimento
(Gioma)

Ɣ- “ANTEREM”, rivista di poesia e filosofia giunta quest’anno al numero 95 - Dicembre 2017, appena pubblicato. In questo speciale numero viene dibattuto l’affascinante tema “L’altrove poetico” con gli interventi di poeti e filosofi di rilievo internazionale, in un succedersi avvincente di poesie e saggi. Significativamente si dà evidenza alle vertiginose poesie di Paul Celan e Rainer Maria Rilke, oltre che a testi di Maurice Roche, Jean Flaminien, Gian Giacomo Menon e altri. Da tempo immemore l’uomo si interroga sul senso dell’esistenza, vagando per strade impervie verso l’illusorio orizzonte della storia, lì dove anche la fede si smarrisce nel male gratuito e l’umano diviene il testimone della propria finitezza.

A tale proposito Flavio Ermini registra nell’editoriale:
«Il dire del poeta ci parla di un altrove dov’è in opera una prospettiva rovesciata rispetto al mondo sensibile. Grazie a questo dire, ciò che eccede il mondo sensibile si esprime nelle proprietà di ogni singola parola, conferendo fondatezza e legittimità a quanto può apparire soltanto empirico e casuale».

Questo numero straordinario può essere richiesto alla direzione:
flavio.ermini@anteremedizioni.it Allo stesso indirizzo possono essere richieste informazioni per abbonarsi ad “Anterem”, in modo di avere un aggiornamento costante sulle più significative tendenze poetiche e teoriche internazionali.
• info@anteremedizioni.it

Ɣ- Di Flavio Ermini va in-oltre citato il nuovo libro “Della fine. La notte senza mattino” - Formebrevi Edizioni 2017, con il quale l’autore ci conduce in un viaggio nella tenebra, attraverso i nomi che la evocano, nell’indicibile che ci annienta, quali esseri per la fine, viandanti perduti nella notte senza mattino. Le sue brevi riflessioni affondano le radici nel dolore che divora l’essere umano gettato nell’ignoto, sospeso sull’abisso dell’esistenza, in preda ai venti ingannevoli che lo condannano a vagare nell’oscura selva della vita.
Il volume inaugura la collana “Microliti”, collana di saggistica di Formebrevi Edizioni, giovane progetto editoriale impegnato nella diffusione della ricerca letteraria e delle scritture non convenzionali. Il libro è distribuito nelle migliori librerie, ma può essere ordinato anche direttamente alla casa editrice: info@formebrevi.it ; ne parlano: Paolo Barbieri su QuiLibri; Danilo Di Matteo su Riforma; Mauro Germani su Margo; Marco Furia su Perigeion; Rosa Pierno su Trasversale; Giorgio Linguaglossa su L'ombra delle parole; Patrizia Garofalo su TellusFolio; Giulio Galetto su L'Arena; Giorgio Mancinelli su LaRecherche.it; Antonio Spagnuolo su PoetryDream.

Ɣ- “SULL’AMORE, SULLA MORTE”, di Patrick Süskind – Longanesi 2007, ecco un nome che ritorna sulla scena, e lo fa solo di rado con titoli programmatici come ‘Ossessioni’, ‘Il conrabbasso’, ‘Il piccione’ fino al suo romanzo ‘Il prumo’ che gli a dato fama internazionale, e che non lasciano al lettore la pur minima effrazione al dubbio, con una scrittura secca e vibrante che s’impone per la una sorta di sensibilità inespressa, come di foglia gialla che penzola dal ramo dell’albero e che stenta a cadere fino al culmine dell’ostinazione. Lo spirito ‘noir’ dei suoi racconti e pieces teatrali non viene meno al senso dell’indicibile, al quale l’autore affida la sua scrittura, andando alla ricerca costante di un pretesto narrativo che lo rende ‘unico’ nel suo genere. Pietro Citati, in una nota su Süskind dalle pèagine del Corriere della Sera, ha scritto: “..che possiede quella prodigiosa sensualità oggettiva, quella ricchezza di impressioni e di sensazioni, quell’apertura (alle cose) del mondo, senza la quale nessun romanzo è mai stato scritto. Appena raccoglie qualche impressione, subito, sotto i nostri occhi meravigliati, si trasforma in un personaggio, diventa un altro corpo … e noi, per contagio, siamo quel corpo.”

“Qualcosa di misterioso (in Süskind) sembra connesso con l’amore. Quindi nell’amore dev’esserci qualcosa di più del misterioso. È chiaro che ognuno lo sente come un problema strettamente personale e importantissimo dal punto di vista esistenziale.”
D’altro non voglio qui parlare, è questo il tempo in cui si parla della nascita alla vita, nel tempo della luna piena in tutta la sua bellezza, e il cielo di Natale sarà attraversato dalla scia di una cometa …

Ɣ – “QUANDO SARA?”, di Gialâl ad-Dîn Rûmi in “Poesie Mistiche” – Bur-Rizzoli ristampa 2016:

“Quando saràche questa gabbia divenga giardino fiorito,
e degna divenga ch’io vi passeggi in letizia?
Quando questo veleno mortale si farà miele
e questa spina pungente sarà gelsomino?
Quando quella luna di quattordici giorni sarà
stretta al mio seno?
Quando il sole ci proteggerà coi suoi raggi?
Quando quel cero resterà acceso resterà nel mio candelabro?
Quando quel liuto di gioia troverà nuovi accordi,
e questo orecchiosi adatterà al tan-tan del suo ritmo?
Quando nel campo del cielo avremo raccolti di Luna e di Spica?
Quando la luce di Canopo brillerà su di noi?
Quando le giare del vino dell’amore traboccheranno
e sarà il momento di saporosi festini e banchetti?
Quando ogni atomo di pulviscolo diverrà come un sole,
e ogni goccia, per grazia di Dio, diverrà un Paradiso.?
. . .
Non dir ciò che resta, conservalo ancora nel cuore; è meglio che la Parola si aggiri in quella patria profonda.”

Mawlānā Jalāl al-Dīn Rūmī (persiano: مولانا‎‎ [moulɒːnɒː]) in Iran e Afghanistan (Balkh, 30 settembre 1207 – Konya, 17 dicembre 1273) è stato un ulema, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico di origine persiana. Fondatore della confraternita sufi dei 'dervisci rotanti' (Mevlevi), è considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana …
“Quando cerchi Dio, Dio è lo sguardo dei tuoi occhi.”

(continua)

























*

- Cinema

Intervista a Francesca Comencini Regista



In collaborazione con Cineuropa News

Intervista a Francesca Comencini • Regista
di Vittoria Scarpa

29/11/2017 - La regista romana Francesca Comencini ci parla del suo nuovo film Amori che non sanno stare al mondo, proiettato al 35° Torino Film Festival e al cinema dal 29 novembre.

Dopo il debutto a Locarno, Francesca Comencini ha portato al 35° Torino Film Festival (sezione Festa Mobile) il suo nuovo film, Amori che non sanno stare al mondo , un’arguta commedia sentimentale tratta dal suo libro omonimo. Con protagonisti Lucia Mascino, vista di recente in La pelle dell’orso di Marco Segato e Suburra - La serie, e Thomas Trabacchi (Nico, 1988), il film esce nelle sale italiane il 29 novembre con Warner.

Cineuropa: Il suo film ricorda un po’ Io e Annie di Woody Allen, ma dal punto di vista di una donna. E’ stato un suo riferimento al momento di trasporre il libro al cinema?
Francesca Comencini: Non oso dirlo perché è un capolavoro, ma in effetti sì, è un film che abbiamo molto guardato e a cui abbiamo pensato con le sceneggiatrici Francesca Manieri e Laura Paolucci. Lì, anche se dal punto di vista maschile, c’è una narrazione simile: un uomo che ripercorre ossessivamente la sua storia d’amore dal momento che è finita. Io e Annie è un tale modello di libertà e ironia, anche nel dolore, che è stato inevitabile pensarci.

Il racconto si articola come una sorta di flusso di coscienza della protagonista, ma ogni tanto sentiamo anche qualche riflessione dell’uomo. Come avete strutturato il film?

All’inizio, quando ho cominciato a prendere appunti di quello che poi è diventato il libro, avevo pensato a quattro voci off, dei quattro personaggi principali, come un monologo interiore ininterrotto di quattro punti di vista diversi. Il libro in effetti è strutturato così, è più corale. Poi scrivendo il film, con le sceneggiatrici ci siamo rese conto che l’io narrante più forte era quello di Claudia. Già il film era in apparenza caotico e frammentario, quindi moltiplicare le voci off diventava impossibile. Però è rimasta quella di Flavio che ogni tanto fa capolino.

Soprattutto nella prima parte, le nevrosi della protagonista sono portate all’estremo, sfiorano l’inverosimile. Era intenzionale creare questo distacco dalla realtà?

Sì lo era, perché lei, specialmente nella prima parte del film, è affetta da questa sorta di iper narrazione continua che hanno le persone innamorate quando vengono lasciate. Chiunque di noi che abbia un’amica o un amico separati da poco sa che per sei mesi dovrà rassegnarsi a sentir parlare solo di quello. E’ una cosa buffa e anche ironica del personaggio, ma più in generale ho cercato di raccontare una donna che prima di tutto non fosse una vittima. Lei è disperata, ma questo suo essere eccessiva è stato un modo per renderla iper reattiva. Volevo anche un personaggio che uscisse dai canoni: quando sei una donna che vuole sempre esprimere la propria soggettività, a rischio di essere a volte molesta, rischi di diventare eccessiva, perché questo mondo non lo prevede. Il tuo eccesso è il non saper stare al mondo così come è, ossia un mondo raccontato dagli uomini.

Aveva pensato fin dall’inizio a Lucia Mascino come protagonista?

Sinceramente no, ci sono arrivata tramite il casting. L’avevo già vista in teatro, ma non avevo pensato a lei perché all’inizio immaginavo un’interprete più grande di età. Ma quando ha fatto il provino, ho capito subito che era lei. Sono contenta di aver dato sia a Lucia che a Thomas Trabacchi un ruolo da protagonisti, sono due attori molto bravi, con molto teatro alle spalle, con molta tecnica, ma anche molta ingenuità e capacità di mettersi in gioco.

Una scena molto divertente immagina una lezione universitaria di 'eterocapitalismo', dove si calcola l’età di una donna sulla base di fattori che prescindono dall’anagrafe…
Uno degli aspetti del film è quello di ragionare sull’invecchiare, che è diverso per un uomo o una donna. Non biologicamente, intendiamoci: diversa è l’autorizzazione che il mondo dà alle donne e agli uomini di invecchiare, in un sistema patriarcale. La scena, in realtà, si basa su un testo serissimo di un filosofo che si chiama Paul B. Preciado, che ragiona in maniera estrema e per me geniale sulle costruzioni normative dell’eterocapitalismo. Lo abbiamo rigirato in modo ironico, perché è un modo molto efficace per far capire come tutto ciò che riguarda l’età, i ruoli, gli stereotipi di genere, sia una costruzione culturale. Nel mercato reale se sei divorziata, se non hai lavoro, se hai figli a carico non vali niente, sei considerata una settantenne anche se hai 46 anni. Ho sentito miliardi di volte dire che le donne invecchiano peggio, ma sono cazzate.

Ha già qualche altro progetto in cantiere? Continuerà a misurarsi con la serialità televisiva?
Non ho ancora nuovi progetti per il cinema. Quanto alla serialità, sono tra i registi di Gomorra - La serie dalla prima stagione, ora siamo alla terza. E’ una cosa che mi appassiona tantissimo. Penso che nella serialità oggi ci siano possibilità di ricerca e libertà di affrontare temi scomodi quasi più che al cinema, quindi sì, vorrei continuare su questa strada.

Sinossi
Claudia e Flavio si sono amati, a lungo, morbosamente, con la clemenza del tempo che cambia e che passa. Poi tutto è finito, e per lei è stato come mettere qualcuno alla porta nella speranza che si riaprisse di colpo. A cinquant’anni quello che vedono è un mondo alla deriva, come un’isola. Lui ha dentro la furia che dà l’assoluzione, perché vuole andare avanti, tornare a terra; lei è un pozzo profondo nel quale annegare, perché salvarsi vorrebbe dire dimenticare e il ricordo non deve sparire. Il tempo che si concedono non è lo stesso, e forse non solo quello. Flavio incontra Giorgia, basta un attimo tra loro e la pioggia d’estate fa il resto. Lei, con l’energia e la freschezza dei trent’anni, il corpo acerbo di chi non vuole crescere, gli ha indicato la terraferma, e lui, appesantito dalla vita, si è abbandonato alle sue velleità. Claudia e Nina si conoscevano già, ma all’università, divise dal ruolo, dall’età, dall’idea che il rispetto non si sarebbe mai trasformato in amore. Eppure Nina è bellissima, una giovane Chloë Sevigny seducente e meravigliosa, e ora l’abbraccio che tende è famelico, e ha una potenza a cui nessuna donna può sottrarsi.

titolo internazionale: Stories of Love That Cannot Belong to This World
titolo originale: Amori che non sanno stare al mondo
paese: Italia
rivenditore estero: Fandango
anno: 2017
genere: fiction
regia: Francesca Comencini
durata: 92'
data di uscita: IT 29/11/2017
sceneggiatura: Francesca Comencini, Francesca Manieri, Laura Paolucci
cast: Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Valentina Bellé, Francesca Manieri.
fotografia: Valerio Azzali
montaggio: Ilaria Fraioli
musica: Valerio Vigliar
produttore: Domenico Procacci
produzione: Fandango, RAI Cinema

Amori che non sanno stare al mondo, un fiume di parole che prendono corpo con ironia
di Giorgia Del Don

07/08/2017 - LOCARNO 2017: Il titolo lunghissimo del film ben si adatta al torrente (verbale ed epidermico) che domina l'ultimo film di Francesca Comencini
Lucia Mascino e Flavio Thomas Trabacchi in Amori che non sanno stare al mondo
Presentato in prima mondiale sulla Piazza Grande del Festival del Film Locarno, Amori che non sanno stare al mondo [+] di Francesca Comencini fa la pericolosa scommessa di parlarci del dolore di un amore che finisce.

Claudia (straordinariamente interpretata da Lucia Mascino che calamita l’attenzione sin dai primi secondi) e Flavio (Thomas Trabacchi) si sono amati per ben sette anni di una passione divorante ed intellettualmente stimolante. Fra tira e molla, notti in bianco impregnate di discorsi tanto paradossali quanto universali e psicofarmaci camuffati in una scatola di vitamine, la loro storia finisce, di colpo. Lui sente la necessità di atterrare dopo un lunghissimo e vertiginoso volo mentre lei proprio non riesce a ritornare a terra, prigioniera di una terra di mezzo dove risuonano i suoi monologhi compulsivi.

È proprio da questo punto di vista 'femminile, complesso e inafferrabile, che Comencini riflette sull’innamoramento, sul fantasma di una passione che perdendo ogni appiglio nel mondo reale si sgretola ogni giorno di più diventando pura confusione. In questo senso Comencini opera una piccola ma significativa rivoluzione: quella di allontanarsi da una visione “maschiocentrica” per dare voce alle donne. Un punto di vista che alla fine ci rendiamo ben conto essere più universale di quello che si potrebbe pensare.
Uniti dalle stesse insicurezze e nevrosi uomini e donne combattono una stessa battaglia per trovare una pista d’atterraggio emotiva, un momento di tregua che faccia tacere, anche solo per un attimo, i propri dubbi. Il fiume di parole che fa da cornice a tutto il film, nato appunto dal romanzo Amori che non sanno stare al mondo della stessa Comencini, straborda sempre di più fino a trasformarsi in torrente, in poema dell'assurdo che non può che strapparci alcune sane e liberatorie risate. La sfida che da subito Amori che non sanno stare al mondo si è lanciata è quella di unire parole e immagini senza che nessuna delle due prenda il sopravvento ma al contrario facendo in modo che entrambe partecipino alla costruzione di una commedia surreale ed esaltata proprio come i nostri sentimenti, scombussolati da un’improvvisa perdita.

A chi potrebbe rimproverare alla regista un punto di vista troppo elitista (i personaggi, tutti o quasi professori universitari, sono molto colti ed eruditi), la regista risponde a suon di scene esilaranti che mettono i suoi protagonista a nudo come a volerci dire che al di là della nostra educazione, ognuno di fronte al dolore di un amore che finisce è uguale: smarrito, ridicolo e vulnerabile.

A tratti almodovariano (nella descrizione dei suoi personaggi femminili) e divinamente Woody Alleniano (nella scioltezza delle sue battute), Amori che non sanno stare al mondo ribalta i ruoli prestabiliti ridando infine alle donne la loro vera identità: non quella di un territorio da conquistare ma bensì da esplorare.


*

- Società

Contro la violenza sulle donne.

‘Donna: madre, sorella, amante’

Madre
è sentire il battito del cuore
il pulsare regolare del respiro
la linfa che scorre nel reticolo venoso
il formarsi del piccolo corpo
che s’allieta in noi

è l’eremo ascetico del silenzio
il soffio vitale del labbro
adorno di vita
una pausa infinita
nell’approssimarsi del dubbio

è la paura devastante
che adombra la ragione
l’acuto del dolore
il grido liberatorio
il vagito primario del mondo

è il seno donato al poppante
che sugge gioioso
ciò che alla vita lo induce
nel corso degli anni
a venire

è l’animo quieto
nel levarsi della coscienza
nell’incontro col sole
il silenzio dell’infinito
che tace


Sorella

è immemore dell’ombra
dell’albero che abbiamo allevato
del sibilare del vento
che pur la distoglie
dal racconto della nostra venuta

non chiede libertà di vincolo
né giustizia di pace
nell’accogliere il fardello
della costola d’Adamo
nel proprio corpo diviso

è parte di noi come noi
siamo parte di lei
in assenza di verbo come noi
siamo presenza
del verbo ch’è stato

è lei che ci ama
che ci comprende e difende
è lei che ci consola
donandosi alla stregua
della madre ch’è stata

ancor prima che fosse
la foglia caduta dall’albero
ancor prima di giacere
sulla terra spoglia
a nuova germinazione


Amante

è il verso del racconto
‘l’ultima riga delle favole’
l’attrazione profonda
la percezione segreta
di ciò che i sensi incarna

è la forza misteriosa
la passione incandescente
la forza irresistibile
l’affetto significante
del disincanto

è l’incolumità amorosa
la ferita che si risana
l’infinitamente presente
il mondo delle infinite passioni
degli improvvisi ritorni

l’indissolubilità del desiderio
l’epilogo d’ell’odierno dramma
lei sorella, lei amica, lei amante
tutt’uno
con la natura che ci circonda

lei, lo scopo e la fine
che s'incarna nel tempo del sacro
che ci lega all'eternità di Dio
il segreto dell’estrema felicità
. . .

lei: eterna Madre

*

- Letteratura

Fogli/e d’Autunno 5

“Fogli(e) d’Autunno 5”
(letteratura, poesia, narrativa, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica e viaggi.)

“Quando arrivò l’Autunno se ne accorsero appena, faceva ancora così caldo che la sera lasciavano spegnere il fuoco. (…) Lenta, calma, l’Estate finiva. L’aria odorava dei fuochi che bruciavano nelle sodaglie, degli aromiche salivano dai pendii. (…) Mattine e sere tiepide, senza vento. Per giorni interi osservarono i cieli bassi e umidi, opachi come i sooni. Quando i viaggiatori partivano lei metteva le braci negli scaldapiedi e saliva a riempire d’olio le lampade nelle camere, loro rimanevano in cucina a parlare, commentavano la giornata, respiravano l’aria della sera. Finito il suo lavoro lei augurava la buona notte e saliva nella sua soffitta. Di lassù sentiva le loro voci e le loro risate, e l’upupa che gemeva nel boschetto sul fiume”. (Da ‘L’offerta’ di Michèle Desbordes – op.cit.).

È tornato l’autunno senza che me ne accorgessi. Così, quando d’improvviso ho scorto le foglie ingiallite che cadevano dagli alberi. Tutto sommato non me ne dispiace anche perché ero quasi stanco di tanta assolata solitudine (si fa per dire) degli alberi. Come dire, la cosa mi fa sentire un po’ meno solo, ed accarezzo l’idea di rimettermi a scrivere, senza alcuna cognizione del tempo che passa. Ma che ora è (?) Davvero non saprei dire perché non guardo mai l’ora. Eppure so che non è vero, la guardo sovente ma capita che un momento dopo già non la ricordi più. Allora torno a guardare l’orologio per vedere se nell’affanno siano cadute le lancette, oppure … al contrario è invece scemato l’interesse per ciò cui forse prima avevo riposto interesse, ma prima di quando (?)
Il fatto in se stesso all’apparenza sembra non dire niente, anzi, lasciar cadere ogni cosa nell’indifferenza, forse perché non c’è nessuno con cui condividere l’interessamento di poco prima, ma di quale interesse si trattasse ora davvero non saprei dire. Che mi sia sfuggito insieme all’attimo segnato dall’orologio anche il nesso che il passare del tempo reclama alla sopravvivenza (?)
Per quanto, se non ne trovo la ragione, mi pare sia del tutto inutile rimpiangere l’attimo andato comunque perduto e, insieme con la ragione, ritrovare l’istanza che lo rendeva partecipe della mia stessa esistenza. Un fatto di essere presente a se stessi, oppure … e mi rifaccio alla logica che mi dice che potrebbe non essere così, ma così come (?)
Di certo non è così che funziona, quando nell’evolversi del tempo, anche l’attimo può avere, anzi ha, una sua ragione d’essere all’interno degli spazi occupati da una qualche riflessione, come nel caso di un momento di solitudine che arriva all’improvviso e ci sorprende impreparati … ma impreparati a cosa davvero non saprei. Che forse stiamo aspettando il diluvio (?)
Quand’ecco la mente attiva da luogo al fluire di sentimenti contrastanti, reclama in sua difesa le emozioni, si concede spazi di rifrazione, inclusivi di suggestioni, di turbamenti ed eccitazioni, che attraverso i condotti interstiziali della mente sollecitano all’immaginazione ciò che dell’immaginario non è … nell’incapacità di cogliere il nostro ‘attimo fuggente’(!) e tornare a impossessarci delle ragioni di un silenzio che era divenuto assordante e non ci lasciava vivere, ma che forse possiamo ancora governare …

“tra le righe” (GioMa inedita)

..torno talvolta a leggere
come sono fatto
negli spazi in bianco
leggo quello che vorrei essere

Ɣ – Al nostro inconscio immaginario appartengono l’arte, la musica e la poesia, e gran parte della letteratura che ci ha impegnati fin dall’inizio di questa lunga passeggiata narrativa fra passato e presente, fra attualità del passato e future letture autunnali. A incominciare dall’affermazione di Albert Einstein:

“La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero, sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza” e che, per quanto la scienza dichiari il contrario, richiama alla religiosa osservanza del creato, a quel mistero che ha un solo nome ‘Dio’.

La citazione è di Mario Brunello, violoncellista che, nel suo libro “Silenzio” (Il Mulino 2014), ci racconta come scaturiscono le sue straordinarie note, semplicemente facendo vibrare le corde del suo strumento all’interno di una cassa armonica, specie di luogo in cui esse non sono; in cui, per l’appunto, domina il silenzio che permette però all’artista di entrare, di essere segnato dalla creazione. “E così nasce la musica. Il suono si sistema in quel silenzio. Ecco allora la ricerca di luoghi dove il silenzio è d’oro, dove esso prospera e viene rispettato, come una montagna o un deserto. Persino in un mercato caotico pieno di colori, di parole e di forme, il musicista trova il suo silenzio e lo trasforma in qualcosa di portentoso: «È un silenzio che sta anche intorno ai suoni, un silenzio che è ‘liquido amniotico’, che dà vita e ne fa riconoscere e individuare il (suo) senso profondo”.

Discografia: “Violoncello and” – EGEA 2009; “Odusia” – EGEA 2008; Bach - “Concerti Brandenburghesi 1-6” direttore Claudio Abbado - 2008; Bach - “Sei suites per violoncello solo” - EGEA. Ed altre incisioni, moltissimi altre, dedicate ad autori come Vivaldi, Beethoven, Sollima, Villalobos, Jobim, Brahms, Chopin, Samti, Dvorak con Antonio Pappano.
Pubblicazioni: Mario Brunello “Fuori con la musica” – Rizzoli 2011. “Silenzio” Il Mulino 2014.

Sitografia: rivistailmulino@mulino.it

Ɣ – ‘L’arte di essere fragili’ di Alessandro d’Avenia (Mondadori 2016) non è un romanzo, e neppure un libro qualunque, ci si può innamorare nel leggerlo così come si è sempre innamorati della ‘bellezza’. Finanche nella sua sfuggevole accezione, quando cioè la bellezza trova il suo equivalente nella ‘fragilità’ di ciò che non si può afferrare, che solo è lasciata all’incanto dell’osservatore attento, che la esalta e la celebra su tutte le cose: come il pittore fa con la natura, l’uomo con la donna, quando il sentimento sublima l’amore e ci fa dono di un ‘salvavita’ che molti non stenteranno a riconoscere come il più bel libro mai letto prima. Insieme a tanti altri ovviamente, ma in senso assoluto quello che più asseconda la necessità attuale di riconciliazione con gli altri, col mondo in cui viviamo, con la bellezza della natura che ci circonda e, non in ultimo, con noi stessi.
Quei ‘noi’ che forse non conosciamo fino in fondo o che volutamente disconosciamo per scelta, per ansietà o per disamore di quelle cose che pure abbiamo amate e in segreto ancora amiamo, alle quali senza ragione non prestiamo più alcuna attenzione.
Non c’è in questo trattato poetico nulla che sappia di vecchia morale, di nebbiosa credulità, di ingiusta etica, nulla che nel bene e nel male delle faccende umane sappia di stantio, tutto è qui riportato al giorno d’oggi. Così le storie che vi sono riportate, le impressioni che danno lustro alla nostra modernità obsoleta, le esperienze maturate sul campo dal giovane prof d’Avenia calatosi nel raffronto agevole con il poeta Giacomo Leopardi, sono tali da riuscire a formulare un epistolario impossibile eppure verosimilmente attestabile ai nostri giorni.
Scrive d’Avenia: “Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra, e ciò che la rallegra è la scoperta dei legami che uniscono cose e persone, che rendono viva la vita. Cogliere quei legami, e ripararli è la felicità del cuore e della mente”. Ed è forse questo il breve lucido resoconto che scaturisce da un dialogo siffatto in cui il termine ‘raffronto’, produce tuttavia una sorta di seduzione che modella l’incanto della lettura, lo scherzo intelligente di esistere e di nascondersi a noi cercatori d’oppio letterario che stanchi, lasciamo talvolta al caso di offrirci le sue leccornie poetico-filosofiche.
Forse l’una e l’altra delle cose, per quanto è l’aver scoperto che le ‘cose’ davvero:

“..tornano a reclamare i loro diritti, la loro tenerezza, la loro impurità, la loro ombra luminosa, la loro fragilità. Le cose e le persone, i loro volti, tornano a invocare la nostra misericordia: custoditeci e riparateci, nonostante tutto.(..) Così è la poesia, ci costringe ad abbassare la luce artificiale e tornare a vedere il mondo, mutilato e fragile, ridotto così dalla nostra indifferenza. (..) Se le stelle riuscissero ancora a colpire i nostri occhi, non solo una volta all’anno quando cadono, credo che avremmo più possibilità di costruire la nostra casa su fondamenta celesti, quelle della nostra unicità”. (d’Avenia).

E chi meglio di Giacomo Leopardi che non ha avuto il tempo di invecchiare, ha potuto investigare nei sentimenti umani la fragile essenza dell’essere? – si chiede l’autore d’Avenia – Chi ha dato a questa nostra epoca, la dimensione di come davvero "la poesia può salvarci la vita”? “Forse se il nostro lettore, Giacomo (Leopardi), stanotte spegnesse tutte le luci e guardasse il cielo in silenzio, saprebbe che la bellezza e la gratitudine ci salvano dallo smarrimento dovuto alla nostra carenza di destino e destinazione”.

“Forse se in quel buio luminoso avesse accanto o nel cuore qualcuno, ne scorgerebbe meglio la seducente fragilità, un infinito ferito che chiede cura e riparazione, e capirebbe di esser ‘poeta’, cioè chiamato a fare qualcosa di bello al mondo, costi quel che costi. Forse allora saprebbe che solo uno è il metodo della faticosa ed entusiasmante arte di dare compimento a se stessi e alle cose fragili, per salvarle dalla morte: l’amore. Questo è il segreto per rinascere … questa è l’arte di essere fragili”. (..) Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili”.

Alessandro d’Avenia, dottore di ricerca in Lettere classiche, vanno ricordati ‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’ (Mondadori 2010) dal quale è stato tratto nel 2013 l’omonimo film; ‘Cose che nessuno sa (2011); ‘Ciò che inferno non è’ (2014) con il quale ha vinto il premio speciale del presidente al premio Mondello 2015. Da questo libro l’autore ha tratto un racconto teatrale che presto porterà in giro per l’Italia.
Sitografia: info@mondadori.com , news@mondadori.it

Ɣ – “Cedi la strada agli alberi - Poesie d’amore e di terra”, un libro di Franco Arminio (Chiarelettere 2017), dal quale sono ripresi i passi che seguono:

“La prima volta non fu quando ci spogliammo ma qualche giorno prima, mentre parlavi sotto un albero. Sentivo zone lontane del mio corpo che tornavano a casa.”

Chi scrive ha in mano un’emozione o un sentimento. Scrivendo, si trasforma in chi legge, acquisendo forma e suono, allora diventa poesia. Il sentimento perso o perduto è una delle fonti di maggiore ispirazione dei poeti di tutti i tempi. Come in questa poesia di Franco Arminio, ‘poeta della suburbia’ …

Portami con te in un supermercato,
dentro un bar, nel parcheggio
di un ospedale.
Spezza con un bacio il filo
a cui sto appeso.
Portami con te in una strada di campagna,
dove abbaiano i cani,
vicino a un’officina meccanica,
dentro a una profumeria.
Portami dove c’è il mondo,
dove non c’è la poesia.

“Franco Arminio ci invita a immaginare e vivere l’amore che non si è voluto o potuto cogliere. Descrive alcune ipotetiche scene di vita come rituali d’amore da seguire nel quotidiano per cogliere la concretezza di un rapporto che sia pieno di fatti, oltre che di parole, perché solo così può riempirsi di significato e di senso. (…) Paesologo, così si definisce Franco Arminio, professione poeta, registra, scrittore, ma anche animatore del festival “La luna e i calanchi” di Aliano, in Basilicata, regione per la quale ha scritto il documento strategico per le aree interne: “Nei paesi, nelle aree interne, dove gli altri vedono solo il passato, io vedo il presente e il futuro, spiega a Linkiesta, a margine della Rena Summer School di Matera, dove è intervenuto in qualità di relatore. E il luogo migliore in cui si può fare sono le aree interne. (…) Le aree interne sono molto meglio: hanno tradizione, identità, bellezza. (…) La città non è il cuore di tutto. In città non c’è il sacro di cui l’uomo ha bisogno. Quel sacro che rimane nelle comunità abbandonate, lontane dalle città. Io nutro più fiducia nei posti più marginali possibili, anche quelli colpiti dal sisma lo scorso anno. Soprattutto quelli”.

Sitografia: info@chiarelettere.it

Ɣ – Ma la poesia dov’è, dove si è cacciata? Si chiederanno alcuni di voi (lettori che mi seguite), non certo è rimasta nelle torri d’avorio e neppure è finita nelle discariche, perché la poesia è qui, ovunque, intorno a noi, e scovarla si può in ogni luogo, in ogni momento dove riponiamo la nostra ‘bellezza’ interiore; dovunque spendiamo il nostro ‘amore’, in qualunque luogo ci misuriamo con il creato. Perché la poesia è vita è nel nostro modo di vivere, nel nostro comportamento, nella nostra stessa esistenza, quando implode nell’abbandono di noi stessi, o esplode nell’assoluto della nostra volontà in ‘attimi’ di felicità …

È questo il caso di Antonia Pozzi, poetessa, fotografa, cineasta, che ha raccolto in un libro i suoi “Versi d’Autunno” (Carteggi letterari Le Edizioni 2017), in cui ci svela “Tramonti muti e foglie che volteggiano nella brezza autunnale” … della vita:

“La vita” (18 agosto 1935)

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto
scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta
come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più.

“Ottobre” (Pasturo, 30 settembre 1935)

È crollo di morta stagione
quest’acqua notturna sui ciotoli.
Languono
fuochi di carbonai sulla montagna
e gela
nella fontana un fioco lume.
L’alba vedrà
l’ultima mandria divallare
coi cani, coi cavalli,
in poca polvere
dietro un dosso scomporsi.

“Sole d’Ottobre” (20 ottobre 1933)

Felci grandi
e garofani selvaggi
sotto i castani –
mentre il vento scioglie
l’un dopo l’altro
i nodi rossi e biondi
alla veste di foglie
del sole –
e il sole in quella
brucia
della sua bianca
bellezza
come un fragile corpo
nudo .

Sitografia: leedizioni@carteggiletterari.it

Ɣ “Musicofilia”, un libro di Oliver Sacks (Adelphi 2008).
“Le piace Brahms?” – fa chiedere François Sagan dalla bella arredatrice quarantenne al giovane amante. Ovviamente non ricordo la risposta – ammetto che è passato un certo tempo – tuttavia, personalmente, avrei risposto: “Forse sì, forse no!”, solo perché penso di essere io a non piacere al signor Brahms. Se invece la domanda mi fosse stata rivolta per Tchaicovski o Dvorak o qualcun altro avrei avuto una risposta decisa, come dire, più determinata: “Semplicemente sì!”. E questo, in qualche modo, fa la differenza, seppure ciò suoni alquanto strano a dirsi da parte di chiunque ami la musica in genere. A spiegarci i perché di questa discordanza di risposte ci ha pensato Oliver Sacks, neurologo e psichiatra, nel suo libro “Musicofilia” di recente ristampa, in cui la musica è trattata come patologia, lì dove essa rappresenta di fatto una disfunzione, o meglio una disorganizzazione nella normalità.

Un libro di non facile lettura ma che riserva un’infinità di sorprese, o meglio, di possibilità sorprendenti per quanti fanno della musica una costante esperienza, così come nell’ascoltarla o riascoltarla, fanno un atto di rinnovata scoperta, per cui ogni momento “si mostra come se il passato può esistere senza essere ricordato” – come già vissuto – “e il futuro senza essere previsto” – quindi tutto da vivere e da godere. Questo ci permette di comprendere quanto di ciò che ascoltiamo in musica è propedeutico all’alimentazione del nostro apparato sensoriale che fin dalla pubertà si nutre di “suoni”, o meglio di “emissioni sonore” che elaborate a livello corporeo, sviluppano trasformazioni di diverso tipo, interessando altri organi sensitivi oltre che l’udito, come l’olfatto e la vista.

“L’olfatto, la vista?” – viene da chiedersi. La risposta equivale a un “Sì!” affermativo ed ha anche un nome: “sinestesia”, per cui “non esiste una separazione netta, presente in ciascuno di noi, fra vista, udito, tatto e gusto. (..) Ogni parola o immagine che udiva o vedeva, ogni percezione, dava istantaneamente origine a un’esplosione di equivalenze sin estetiche – le quali erano tenute a mente con precisione, in modo indelebile e implacabile, per il resto della sua vita”. Il che, in ambito strettamente neurologico, può risultare una disfunzione cerebrale, tuttavia ciò non vuol dire che fungiamo da agenti “sinestetici”, o almeno non del tutto e non ancora.

In verità qualche dubbio il neurologo Sacks ce lo crea, e scorrendo le molte pagine del libro qua e là è possibile che ci ritroviamo tutti in bella mostra con qualche patologia in più. Finanche quella di essere fruitori tormentati da sentimenti musicali, che so, essere piuttosto fan dei Beatles che dei Rolling Stones, degli U2 invece che dei Coldplay o viceversa, e di subire una musicofilia pregressa, quando non da allucinazioni musicali, o da epilessia musicogena – che orrore! Non è tutto, il libro, che non è di medicina e neppure di psichiatria, si limita ad esporre quelle che sono le patologie senza la pretesa di dare soluzioni curative.

Molto più tranquillamente permette di addentrarci nelle diverse dimensioni della musicalità, in quello che è il paesaggio sonoro della nostra ragione, e che riguarda il sentimento, la memoria e l’identità, di uno stato emozionale affettivo che da sempre la musica regala a tutti noi, seppure nel diverso modo di sentire e apprezzarla. Che, al di là della seduzione o dell’indifferenza che talvolta ci coglie, alla malinconia che sembra creare intorno a noi, spesso risulta essere la cura che cercavamo. Unico nel suo genere, il libro ha una sua valenza per gli aspetti inusitati e insospettabili che il lettore trova nelle pagine fitte di richiami etnico- musicologici, medicali e scientifici che appartengono a un panorama letterario di scarsa fruizione, in cui nomi illustri, operano nel silenzio della ricerca più ostica delle amnesie e amusie cocleari (l’imperfetta percezione dei suoni), e la musicoterapia applicata (morbo di Parkinson, demenza precoce, sindromi temporali e durature) e non solo.

Bensì anche delle problematiche connesse al linguaggio così come si è sviluppato in tutti i suoi aspetti, che quasi c’è di conforto sapere che: “L’origine della musica umana è molto meno facile da comprendere”. Un libro utile per quanti: musicisti, appassionati di musica, neurologi, educatori, insegnanti di sostegno, linguisti, logopedisti, ricercatori, etnomusicologi che, possono trovare in esso le ragioni di quella conoscenza sconfinata che pure è parte rilevante della nostra crescita culturale. E che straordinariamente ricalca le parole di Darwin – che ne era al tempo stesso sconcertato – quando nel suo “L’origine dell’uomo” scrisse: “Giacché né il piacere legato alla produzione di note musicali, né la capacità (di produrle) sono facoltà che abbiano il benché minimo utile diretto per l’uomo … devono essere collocate fra le più misteriose di cui egli è dotato”.

E a voi, piace Brahms?

Oliver Sacks, recentemente scomparso ha insegnato neurologia e psichiatria alla Columbia University Artist. Medico e scrittore, è autore di dieci libri, fra i quali: “L’uomo che scambiò la moglie per un cappello” (Adelphi 1985); “Vedere voci” (Adelphi 1989) un viaggio nel mondo dei sordi; e “Risvegli”, da cui è stato tratto il film che nel 1990 ha ricevuto tre nomination agli Oscar.

Sitografia: info@adelphi.it

Ɣ – Alla musica, la ‘grande musica orchestrale’ cosiddetta ‘classica’ che si vuole distinguere da quella ‘popolare’ anche detta ‘arte di cavar suoni’, è dedicato un libro di Raffaele Mendace “Il racconto della musica europea - Da Bach a Debussy” (Sfere 2017), che ho appena ricevuto come notizia poiché previsto in uscita in libreria dal 19 Ottobre. Un saggio di 500 pagg. circa, concepito per l’appassionato non musicista, ma perfettamente adatto anche agli studenti di università e conservatori, il libro propone una narrazione avvincente, sintetica e ricca di dettagli del periodo centrale della musica occidentale, cuore del repertorio concertistico, operistico e discografico. Innovativo per taglio e struttura, il volume offre uno strumento accessibile e scientificamente affidabile che esplora percorsi biografici e creativi, generi, forme e stili, indagando significato, origine e contesto dei fenomeni musicali. È tutto quello che so e che trascrivo per conoscenza.

Sitografia: Sfere - opere@networkeditoriale.it

Ɣ – “Il canto delle sirene” - Argomenti musicali, un libro di Eugenio Trías (Tropea Editore 2009).

“La musica non è soltanto un fenomeno estetico, né si riduce a una delle forme di quel sistema delle ‘belle arti’ che si è costituito a metà del Diciottesdimo secolo. La musica è molto più di un fenomeno estetico; è una forma di gnosi sensoriale, è conoscenza sensibile, emozionale, capace di offrire salvezza.; e per questa ragione è in grado di produrre effetti determinanti sulla nostra natura e sul nostro destino. Autentico viatico per la conoscenza che Eugenio Trias ha ricostruito in quest'opera dedicata ai grandi compositori della musica occidentale, dal Rinascimento fino alle più recenti avanguardie.
Un compendio di ben 864 pagine da leggersi individualmente oppure seguendo il ‘filo d'Arianna’ indicato dall'autore: dai gloriosi misteri di Bach, il dualismo del tragico e del comico in Mozart, le grandi narrazioni di Haydn, lo stile eroico di Beethoven, il concetto di opera totale in Wagner; e ancora, lo spirito creatore di Mahler, la nuova teologia musicale di Schònberg, la notte eterna di Béla Bartók, i sacrifici di Stravinskij, il panteismo sonoro di Cage o l'architettura musicale di Xenakis, sono soltanto alcuni degli ‘argomenti musicali’ che si distendono in quest'opera e animano un mosaico che, attraverso una lettura profonda e originale, sa restituire di ogni compositore i tratti distintivi e individuarne le reciproche relazioni di somiglianza e differenza.

Ne nasce una partitura filosofica avvolgente all'interno della quale possiamo riconoscere sotto nuova luce le figure dei grandi compositori occidentali degli ultimi quattrocento anni. Ma in questo percorso è lo stesso Trias che riconosce il debito verso una tradizione che comprende la filosofia hegeliana e quella platonica, e in particolare verso la lettura che di Platone ha elaborato la scuola di "Tubinga-Milano" (di cui massimo esponente è Giovanni Reale). La proposta dell’autore coincide allora con una meta-narrazione che, a partire dai momenti più alti della storia della musica, ritrova nei miti greci, nella tradizione pitagorica e del Platone delle dottrine ‘non scritte’ il nucleo generativo comune al pensiero filosofico e musicale … per cui ‘in principio era il suono’.

Eugenio Trias è attualmente professore di filosofia alla Facultad de Humanidades della Univesitat Pompeu Fabra di Barcellona ed è considerato il più grande filosofo spagnolo vivente. Come testimoniano le sue numerose pubblicazioni, ha dedicato il suo lavoro all’approfondimento filosofico spaziando in diversi ambiti. Nel 1995 è stato insignito del riconoscimento internazionale Friedrich Nietzsche per gli studi filosofici. In “Il canto delle sirene” egli ci regala un’appassionata e vibrante ricerca filosofica che si immerge nella musica come fenomeno originario per riconoscere, attraverso la sua storia e le vette toccate dai grandi compositori, la sua pulsazione più autentica”.

Sitografia: info@marcotropeaeditore.it

Ɣ – “Quaderni di un mammifero”, un libro di Erik Satie (Adelphi 1980).
“Mi chiamo Erik Satie / come chiunque” … “Sono un uomo del tipo / di Adamo (del paradiso)” … “A chiunque. Vieto di leggere, ad alta voce, il testo durante l’esecuzione della musica. ogni inosservanza di quest’ammonimento determinerebbe la mia giusta indignazione verso l’impudente. Non sarà accordato alcun lasciapassare” …

“Agli altri”
Non dimenticate che le epoche hanno, sull’artista (e sui poeti), una grande influenza; esse lo dominano e gli impongono la loro atmosfera. Egli non vi si può sottrarre” …
“Erik Satie, nato a Honfleur (Calvados) il 17 Maggio 1866, passa per il più strano musicista del nostro tempo”. Del nostro tempo, davvero c’è scritto così? Sì, proprio così. “Si situa lui stesso tra i ‘fantasisti’ che, secondo lui, sono ‘brave persone del tutto ammodo’. Spesso, dice ai suoi amici : ‘Miope dalla nascita, sentimentalmente presbite. Fuggite l’orgoglio: di tutti i nostri mali, è quello che rende più stitici. Se c’è qualche sventurato, i cui occhi non mi vedono, che gli si annerisca la lingua e che gli scoppino le orecchie”.

“Ecco qual è il linguaggio abituale del signor Erik Satie. Non dimentichiamo che il maestro è considerato, da un gran numero di ‘giovani’, il precursore e l’apostolo della presente rivoluzione musicale. (…) Numerosi musicisti, fra cui Claude Debussy e Maurice Ravel, ma anche altri, lo hanno presentato come tale: ‘colui capace di immaginare l’immaginario’, e questa loro affermazione si basa su fatti di un’esattezza garantita. Dopo aver trattato i generi più alteri, il prezioso compositore presenta qui (in questo libro) delle sue opere umoristiche.”

Ça va sans dire, che le parole usate, come ‘alteri’ sia riferito alla musica cosiddetta ‘classica’ e all’opera ‘lirica’; e ‘prezioso’ compositore, sostituisce un eufemismo che sta per ‘ricercato’ ed ‘eccentrico’; in quanto alle sue opere (brevi, corte, ecc.) definite nel testo ‘humoristique’ va riferito al gusto ‘sofisticato’ delle sue scelte musicali, alle quali spesso ha dato nomi intraducibili, di pura fantasia. Di certo non è mancato alla sua ‘tastiera musicale’ un certo ‘pizzico di follia’ che, proprio per questo, lo rende ‘maestro’ delle avanguardie che sono seguite alla sua epoca.

Vanno inoltre ricordati alcuni titoli originali, quali: ‘Air du rat’, ‘Chanson du chat’, ‘Rambouillet’, dove spesso utilizza un frasario alquanto bizzarro sul genere onomatopeico infantile. ‘Veritable préludes flasques’(pour un chien) che il grande pianista Ricardo Viñes interpretò in modo supremo alla Salle Pleyel (1913); ‘Pièces froides’, ‘Ogives’, ‘Gnossienne’, ‘Gymnopédie’, ‘Sports et divertissements’, ‘Descriptions Automatique’ che riscossero un notevole successo al Conservatorio (1913) e che lo stesso Viñes suonò con una finezza segreta, con uno spirito irresistibile.

In proposito, lo stesso Satie, affermava: “Scrissi le ‘Descriptions Automatiques’ in occasione della mia festa. Quest’opera segue a ruota i ‘Véritables Préludes Flasques’. È evidente che i Prosternati, gli Insignificanti e i Bolsi non vi troveranno alcun diletto. Ma che si mangino la barba! Che si ballino sulla pancia!”. Ma non sono i soli, tutta la musica di Satie, eccezion fatta per i suoi amici più appassionati (più della persona in sé che della sua musica), fu bistrattata non so per quanto tempo, e sempre tornata in auge fino ai nostri giorni, sia per la sua ‘forza distraente’ che di solito si avverte all’ascolto; sia per il suo ‘avvicendamento’ a quella creatività di cui tutti siamo, o che potremmo essere, ‘portatori sani’ del virus della modernità.

Riguardo poi a ‘Sports et divertissements’, il maestro scrive nella ‘Prefazione’: “Questa pubblicazione si compone di due elementi artistici: disegno, musica. la parte disegno è composta di segni – di segni d’intelligenza; la parte musicale è espressa da punti – da punti neri. Queste due parti riunite – in un solo volume – formano un tutto: un album. Consiglio di sfogliarlo con un dito amabile e sorridente, giacché questa è un’opera di fantasia. Non vi si veda nient’altro. Per gli ‘Incartapecoriti’ e gli ‘Inebetiti’, ho scritto un corale grave e dignitoso. Questo corale è una sorta di preambolo amaro, una forma di introduzione austera e afrivola. Ci ho messo tutto quel che so sulla Noia. Dedico questo corale a coloro che non mi amano. Mi ritiro. (…) I miei corali eguagliano quelli di Bach, con la sola differenza che sono più rari e meno presuntuosi”.

Ed anche che “La ‘Musique d’ameublement” è in sostanza un prodotto industriale” – scrive – e la definizione potrebbe riguardare non so quanti altri pezzi musicali che in verità non riesco a definire, se non ‘giochi divertenti’, ‘allegre scappatoie’, e che invece il maestro appellava come: “una curiosa facezia, che associa l’originalità alla grazia”, alla quale anche era uso dire: “prima di scrivere un’opera, le giro intorno più volte in compagnia di me stesso”.

Non è forse questo il principio delle così dette ‘variations’ che molti compositori più ‘seriosi’, non necessariamente migliori di Satie, ci hanno lasciato? Così come di ogni assolo del Jazz più autentico? O anche di gran parte della musica americana fino a Gerswin? E non è questa anche la sequela di ‘argomentazioni musicali’ dell’ideologia futurista di Marinetti, Russolo, Cangiullo, Piatti, Grandi; del profilo ‘sintetico’ di certi esempi sonori trascritti in ‘Echantillonage’ per utensili ripresi dai ‘rumoristi’ radiofonici e/o teatrali? Il costante oscillare di Erik Satie tra poesia e musica, tra il vezzo umoristico e l’emozione del mistero e l’esigenza di soffondere una sorta di atmosfera fatta di piccole sonorità ‘mi poétique’, il suo fare ricorso allo spirito infantile nei suoi pezzi più eclatanti è Surrealista o Dada? Ripeto qui le parole esatte spese da Erik Satie a riguardo:

“Chiedo di ascoltarli (e aggiungo riascoltarli) a piccoli sorsi, senza precipitazione. Che la Modestia cali sulle spalle ammuffite dei Rattrappiti e degli Insabbiati! Non si abbelliscano della mia amicizia! È un ornamento che non gli spetta”.
Che dire? Ci troviamo davanti al ‘genio’ assoluto della musica contemporanea, o no?

Discografia insolita di Erik satie:
- Jean-Pierre Armengaud – ‘Piano’ – LP Le Chant du Monde 1986
- Marjanne Kweksilber (soprano) – Reinbert Di Leeuw (piano) ‘Songs, Lieder, Mélodies’ –
LP Philips 1980
- Reinbert Di Leeuw (piano)’Les oeuvres de jeunesse pour piano’ – cofanetto LP Philips 1980 (molto apprezzato dal pubblico ‘pop’ per il quale ha ricevuto il disco di platino.
- Erik Satie ‘Danceries’(per orchestra e voce soprano) – CD Denon 1986
- Erik Satie ‘Oeuvres pour piano (pièces humoristiques) – Vol. 1/2 CD Accord 1986
- Paolo Poli (voce) Antonio Ballista (piano) – ‘Soiree Satie’ LP FonitCetra 1982

Sitografia: info@adelphi.it

Vi prego, non vi scomodate più di tanto, nella prossima puntata vi parlerò di “Parade” su musica di Erik Satie, in occasione della grande Mostra aperta a Roma alle Scuderie del Quirinale di un altro ‘genio’ della pittura e non solo che fu Pablo Picasso.
Au revoir!

*

- Letteratura

Fogli(e) d’Autunno

“Fogli(e) d’Autunno”
(letteratura, poesia, narrativa, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica e viaggi.)

(*) «Erano arrivati dai colli, dalla strada che dopo gli ultimi villaggi e le vigne raggiungeva il fiume, da lontano avevano visto i tetti grigi e il crinale roccioso e più in basso, tra i salici, dei pescatori su una barca. Attraverso i sentieri e il boschetto avevano costeggiato il fiume, andavano lenti e tenevano i cavalli al passo, guardavano le acque chiare, quasi azzurre nel sole, e la pianura immensa al di là del fiume. (…) Erano cinque sui loro cavalli, il più giovane aveva appena vent’anni e riccioli fino alle spalle, il più vecchio non aveva età, un vegliardo forse, la cui bellezza attirava ancoa gli sguardi, gli occhi chiari nel volto bruno, il corpo dritto e svelto sotto il gabbano di panno marrone. Chiunque li avesse osservati avrebbe capito che avevano fatto un lungo viaggio, la stanchezza segnava i volti e forse anche un’inquietudine, lo smarrimento di forestieri venuti da molto lontano.
Presto si fermarono a guardare il paesaggio intorno a loro, sembrava immenso dopo la foresta, come il cielo sopra i poggi e l’altro lato del fiume verso la piana, il vegliardo faceva un gesto largo nell’indicarla in silenzio, forse pensavano alla pianura lombarda e ai colori del cielo nelle sere sul Po, l’ora non consentiva parole, tacevano, allievi e servitori, in attesa sui cavalli, il vegliardo capiva, lui stesso non aveva nulla da dire e nulla intendeva dire, né la stanchezza, né i giorni difficili da cui uscivano, la strada così lunga nel freddo e l’umidità delle cime. (…) Per un istante il vegliardo aveva dimenticato chi fosse e da dove venisse, guardava il nuovo paese, si avvicinava all’ignoto. (…)
Lui intendeva partire con gli allievi, percorrere il paese come aveva percorso l’Emilia e la Romagna, l’Umbria e la valle del Tevere, disegnando, calcolando, tracciando mappe e piani, dipingendo il resto del tempo. (…) Guardava il paesaggio e i colori del cielo al di sopra del fiume, cercava un’ultima volta la grandezza, la bellezza, immaginava delle ville sulle rocce bianche come in Toscana, la profondità infinita delle terrazze. (…) Lui spiegava agli allievi, loro disegnavano quello che lui diceva. La sera quando dormivano guardava i loro disegni, correggeva, riprendeva l’idea. A inchiostro, a mina di piombo, a pietra nera, ispessiva il tratto, rettificava il calcolo, nei margini aggiungeva un commento, un’idea … di bellezza e più ancora che la bellezza, la certezza della bellezza.»

Un’introduzione letteraria per un argomentare che concerne narrativa, saggistica, poesia, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica e viaggi, nell’ambito della stagione autunnale, intermedia, prima del sopraggiungere dell’Inverno e dei festeggiamenti per la Natività del Signore. Un vademecum di Libri nuovi ancora non letti, e di altri più datati raccolti sulle bancarelle, di Mostre di grande e piccolo richiamo, di suggerimenti per spettacoli da vedere al Cinema e a Teatro, di Concorsi di scrittura, di brevi Viaggi per quanti intendono affrontare un momento di svago. Un po’ come quei ‘viandanti’ nelle pagine introduttive, che ho appena trascritte per il piacere di offrirvi un esempio di ottima letteratura, in cui l’osservatore rimane estasiato davanti allo spettacolo della ‘bellezza’, unica moneta di scambio fra l’essere naturale e il sublime divino. Onde cercarla è sinonimo di apprendimento, di riconoscenza, di felicità interiore e che solo l’amore in ultima istanza appaga.
Amore per tutto ciò che ci circonda nel quotidiano e ancor più per la vita che ci è data come dono che non va dispregiata, tale da essere usata e gettata via come nonnulla, senza tener conto della ragione per cui siamo al mondo o del perché qualcuno ce l’ha data. Quei nostri genitori che per mille ragioni a noi sconosciute, un giorno hanno concepito di dare prosieguo alla propria esistenza. Foss’anche per un disguido inconscio e tuttavia guidato e ‘offerto’ da un volere supremo, nel rispetto di una natura antropica che ci attaglia. Questo il tema primario del libro d’apertura di questa pagina e che sottopongo alla vostra attenzione di lettori attenti e partecipi come voi che mi leggete:

- (*) “L’offerta” di Michèle Desbordes – (Mondadori 2001); passato in sordina negli scaffali delle librerie e subito finito sulle bancarelle; ‘un libro di straordinaria bellezza interiore’, una storia intima vissuta sulla pelle, fatta di sguardi e sospensioni tra luci ed ombre di chi si offre all’amore nella maniera più pura, nel silenzio dei sentimenti senza chiedere e senza aspettative. Un raffinato florilegio sull’arte del Rinascimento europeo nobile e lusinghiero in cui s’avverte il senso dell’espressione creativa dell’artista, quel veliardo co-protagonista del romanzo. Ma il fascino e la bellezza del romanzo è tutto racchiuso nella densità di un’atmosfera avvertibile nei gesti quotidiani di lei, Tassine, un mistero della natura di donna, còlta dalla grazia di una scrittura sospesa e inesorabile come il passare del tempo.

Ɣ - La tematica dell’offerta riporta alla memoria il “Saggio sul dono” di Marcel Mauss – (Einaudi 1965), ormai consunto ma che non smetterò mai di proporre. E l’altro pregevole “Lo spirito del dono” di Jacques T. Goldbout – (Bollati Boringhieri 1993), entrambi riguardanti l’aspetto etnologico e sociologico del dono arcaico che si spinge nella filosofia del ‘donare’ moderno, da cui emerge un aspetto sostanziale: la libertà di un appagamento personale che è poi uno (solo) dei movimenti dell’atto del donare. «Ne risulta la prospettiva perfettamente praticabile del rafforzamento degli elementi di reciprocità ‘gratuita’ e nondimeno vincolante, presenti nella vita sociale.» Se è vero che si dona per soddisfare il proprio piacere di vedere felice un’altra persona, tale gesto rientra in quella che si chiama ‘economia della gratitudine’ nutrita dal surplus di sorprese reciproche, che fomentano il probabile scambio agevole del dono a tutti i livelli della vita sociale: la famiglia, il volontariato ecc. come un vero e proprio investimento di benevolenza.

Ɣ – Solo opponendo il sentimento alla ragione e imponendo la volontà sul sentimento si può giungere a sostituire all’isolamento e alla stasi l’alleanza e il perdono; alla guerra il reciproco scambio di pace; alla sopraffazione l’irrinunciabile generosità del dono. Allora anche la vita assume una maggiore versatilità, non più univoca, verso cui convogliare tutte la “Vite di scarto” di Zigmunt Bauman – (Editori Laterza 2007), “..una guida illuminante e lungimirante per chi vorrà studiare l’estinzione dell’uomo e della sua storia, e il sorgere della nuova volatile specie che lo sta soppiantando.” Ma anche ai rifiuti della globalizzazione dobbiamo trovare una collocazione e quelli che sono i residui d’una esistenza vanno in qualche modo salvati da una fine indegna e inumana. Come non saprei, sta di fatto che va trovata una soluzione, a molto servirà la comprensione di quanti si sentono già assolti dal Giudizio di Dio.

Ɣ – Pensiamo a una di queste ‘vite’ e traiamone la conseguente solitudine interiore che ne deriva, l’inaridimento dei sentimenti, gli ostacoli psicologici da superare, l’inarrivabile domani dietro un punto interrogativo che non ha risposte. È questo il tema profondo del libro “Angelo SenzaDio” di Carmelo Musumeci (Amazon 2017) ergastolano oggi in semilibertà che durante 26 anni di prigionia ha trovato la forza di raschiare i muri della sua cella così come della sua anima, per un riscatto che sapeva blindato dietro pesanti sbarre di ferro, spalancando la porta ferrata e mostrando al mondo le ‘verità nascoste’ dietro di essa. E lo ha fatto con una scrittura ferma nei sentimenti, nel dolore e nella rabbia dei giorni e degli anni che passano inesorabilmente, senza evasioni letterarie, nella crudezza della realtà reinventata all’uopo, che gli desse certezza della sua sopravvivenza di uomo, ancor più d’essere umano: “Mai superficiale. Mai compiacente. È un cuore che grida sofferenza – patita e inflitta - rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere, e amore. con un linguaggio capace di esprimere forti sentimenti e emozioni; dolore, rabbia, e speranze deluse.”

Ɣ – Voglio qui ricordare un precedente libro dal titolo “L'assassino dei sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano.” (Amazon 2014) in cui Carmelo Musumeci è coautore insieme a Giuseppe Ferraro, a cura di F. De Carolis, in cui un filosofo e un ergastolano si scrivono. Ne nasce un racconto di vite: di quella prigioniera dell' “Assassino dei Sogni” che non dà scampo, e di quella che pensiamo libera ma che pure può diventare prigione di qua dalle mura del carcere. Ricca del fascino discreto della scrittura epistolare, una riflessione sulla carcerazione che diventa discorso amoroso e ‘disse questo entrando parole’ pronuncia sentieri di libertà. Pagine che, quando tutto sembra perso e il buio sta per avere il sopravvento, diventano lezioni e iniezioni di vita, per l'ergastolano, per il filosofo, ma forse anche per tutti noi.

“Dopo ventisei anni di carcere – scrive Musumeci alla redazione di larecherche.it – oggi è il mio primo compleanno da uomo semilibero, voglio dedicare a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri, questa poesia che avevo scritto negli anni bui quando ero convinto che di me dal carcere sarebbe uscito solo il mio cadavere. Grazie a tutti quelli che in questi anni mi hanno letto, senza di voi non ce l’avrei mai fatta a sopravvivere, vivere e ad esistere. Grazie. Un sorriso da me e uno dal mio cuore.”

“Vite disabitate.” (una poesia di Carmelo Musumeci)
Sangue nell’anima
Lacrime nei ricordi
Sguardi spenti
Occhi bui
Silenzi vuoti
Rumori senza colori
Fine pena mai.

Gelida vita
Senza luce
Né fine pena
Sorrisi opachi
Rivestiti di ghiaccio
Notti inteminabili
Fine pena mai.

Tempo che va
Su e giù
Fra la vita
La morte
Fra sogni
E incubi
Fra bianco
Grigio
Fine pena mai.

Ɣ – A questo proposito “L’esistenza a volte ci pesa – scrive David Le Breton sociologo e antropologo dell’ultim’ora – in “Fuggire da sé” (Raffaello Cortina Edit. 2016). La società contemporanea esige da noi un’affermazione permanente, la continua reinvenzione della vita, il successo. E se qualcuno non si sente all’altezza ècco subentra la tentazione di lasciare la presa , di assentarsi da sé divenendo irraggiungibili, che può manifestarsi in forma di fuga nell’alcol, nelle droghe, nel gioco, nella follia, o può assumere il carattere di una fuga vera e propria, quando non si lasciano tracce di sé, scegliendo per esempio di vivere ‘nelle terre estreme’. Eppure, la volontà di sottrarsi al legame sociale è, a volte, la condizione per continuare a vivere, per inaugurare un rapporto nuovo con sé, con gli altri e con il mondo. La frantumazione del legame sociale isola l’individuo, restituendoloalla sua libertà, al godimento della propria autonomia (libero arbitrio?) o, per contro, alla sensazione di inadeguatezza, di scacco personale. L’individuo che non disponga di solide risorse interiori per adattarsi e attribuire senso e valore agli avvenimenti (e/o accadimenti), o che non abbia sufficiente fiducia in sé, si sentirà molto più vulnerabile e, pertanto, costretto a darsi da solo il sostegno che non può aspettarsi dalla comunità (libero arbitrio!). Sovente, è immerso in un clima di tensione, d’inquietudine, di dubbio che gli rende la vita difficile.”

Ɣ – Come nello sfortunato caso accaduto alla protagonista di ‘Metà di me’ libro di Laura Feri – (Mauro Pagliai Editore 2015) in cui l’autrice si spinge in ‘esercizi di normalità’ a voler dare un senso a ciò che, forse, senso non ha, andando alla ricerca di quel qualcosa in più, per cui affermare che vale sempre la pena di vivere questa nostra vita, nel bene e nel male che pure ci riserva … “..Come un fiume in piena lo sconforto mi travolge, rompendo di colpo una diga che fino ad ora ha miracolosamente retto, una diga fabbricata con una miscela di ottimismo e speranzosa incoscienza.” Anche quando … “..Le lacrime scendono copiose dai miei occhi grandi rigando il mio volto di pulcino ed il pianto annega il mio cuore malandato. Solo quando i singhiozzi hanno esaurito tutte le mie forze, mi addormento piombando in un sonno che non è mio.” Soprattutto quando …
“..la recuperata coscienza di noi stessi si libra sopra di noi per avvertirci che il peggio è passato, che quanto accaduto non era poi insormontabile se riusciamo a parlarne, a ponderare le nostre capacità liberatorie, delle quali non eravamo neppure a conoscenza. È allora, ed ogni momento potrebbe essere quello giusto o forse dovrei dire quello più prossimo, che prendere coscienza della nostra sofferenza, ha la stessa valenza dell’afflizione che ci colpisce e che, in certi casi, ha permesso e ci permette di affrontare il calvario che ci spetta, e che purtroppo non vedrà esclusi nessuno di coloro che per un investimento di benevolenza, ci ruotano quotidianamente attorno.

Ɣ – Che lo scrivere non sia solo un ‘esercizio di stile’ lo abbiamo appurato da tempo, ma è grazie all’apporto di molti giovani autori se oggi l’argomentazione tematica, soprattutto nel romanzo, affronta tematiche ritenute, in certo qual modo, inibitorie. È quanto accade a Rebecca l’intrepida protagonista di ‘Metà di me’, libro di Laura Feri – (Mauro Pagliai Editore 2015) questo romanzo diretto e introspettivo che senza cadere nella retorica e nei facili sentimentalismi, ci svela come il coraggio presente nel cuore di ognuno di noi, ci permetta di affrontare ostacoli che sembrano insormontabili'. Per quanto, benché nel pieno della loro drammaticità lo siano davvero, pur aprono porte alla speranza, una, o forse la sola, soglia di sbarramento allo scoramento, all’abbandono definitivo a quella solitudine che dobbiamo in ogni modo contrastare, per noi e per gli altri. Noi, "..non siamo qui per noi, siamo qui per i nostri amici e i nostri parenti, per ringraziarli, per stare in loro compagnia, per festeggiare tutti insieme.” Non in ultimo quando, per un ulteriore ‘esercizio di normalità’, l’autrice afferma di volere: “..che i sorrisi di chi ci circonda lascino tracce indelebili nella nostra vita, che mantengano i loro effetti positivi nel tempo, una scia di benevolenza a cui potremo attaccarci nei momenti più complicati. So che continueremo a trovare sul nostro cammino molte difficoltà, magari anche impreviste, ma noi le affronteremo insieme (questo è certo!) sempre e per sempre uniti nel nostro amore imperfettamente perfetto.”

Ɣ – Recensire questo libro, con il suo linguaggio scorrevole e veloce, improntato sulla realtà esistenzenziale di disabile, mi ha permesso di prendere consapevolezza della capacità umana di non perdersi d’animo e di saper reagire anche di fronte all’inesorabile tragedia di una vita, di “..riuscire a sdrammatizzare il dramma e salvarsi con l’amore. (…) Sono speciali tutti coloro che non si arrendono, coloro che di fronte a difficoltà fisiche, delusioni sociali, fallimenti professionali, reagiscono con un sorriso.”, ammetto che mi ha fatto bene. Sebbene qualcuno sembra averlo dimenticato, per Mauro Pagliai Editore della collana “Le ragioni dell’Occidente” con la quale, attraverso scritti polemici, romanzi, saggi e conversazioni, si offre di affrontare le problematiche che stanno incendiando il mondo moderno: ‘Ci sono ancora dei valori che sono validi per tutti, e c’è ancora una morale da difendere. Abbiamo ancora un’etica che può distinguere il giusto dall’ingiusto ed esistono saldi e assoluti punti di riferimento’, che sono imprescindibili da problematiche che recano in sé dolore, insoddisfazione, pena, incomprensione, ingiustizie ataviche che vanno combattute su tutti i fronti della comunità umana e, singolarmente, nella pretestuosa compagine dei ‘non tocca a me occuparmene’, o dei ‘non mi riguarda’. Grazie quindi a Mauro Pagliai per la costanza nel portare avanti ‘tematiche’ ritenute appunto ‘inibitorie’ del comune senso sociale. Contatti: info@polistampa.com

Ɣ – Se – come scrive Marcel Proust in “Il tempo ritrovato” ("La Recherche" Mondadori Edit. 2005): “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”; l’attuale sfida posta dal filosofo Jacques Derrida in “Luoghi dell’indecidibile” (Rubettino 2012), è quella di ripercorrere il tracciato filosofico (ben più impegnativo) del lessico contemporaneo che mette in gioco le nozioni di ‘luogo’ e dell’ ‘indecidibile’ nel loro significato più ampio. Il ‘luogo’ come spazio storico e simbolico della verità; l’ ‘indecicibile’ in quanto produttivo di senso, ‘che fa del dire, della lingua, della scrittura qualcosa di più ampio di quello che la presenza, l’intenzione o la semplice percezione potrebbero esprimere, ad esempio, sulla democrazia, sulle categorie del linguaggio politico, e sulla ricerca di ‘senso’ dell’intera evoluzione occidentale. Un susseguirsi di firme autorevoli che si misurano con le tematiche filosofiche care al filosofo: da Francesco Garritano ed Emilio Sergio entrambi curatori del presente volume, a Giuseppe Barresi, Gérard Bensussan, Marc Crépon, Jacob Rogozinski, Davide Tarizzo e altri; in cui si affrontano su temi diversi, pur tutti inerenti al pensiero derridiano, sull’origine in quanto ‘idea’ del primato, sull’identità, sull’autobiografia e la scrittura biografica, ‘su come si diventa ciò che si è’, sull’happy-endin. Sul facile rovesciamento ‘autobiografico’ di una certa consuetudine dell’auto rappresentazione come ossessione narcisistica.”Non è possibile – afferma Francesco Garritano – sottrarsi a ciò che è costitutivamente mutevole, dunque (…) non resta che accettare la realtà di una lingua che, essendo recintata da una soggettività meticcia , non è data da chi parla a se stesso, ma si dà, nel senso che porta in sé una forma di autonomia non rispondente ad alcuna identità, ma unicamente alla tradizione come unità-molteplicità. (…) Chi parla non può porre una rigida corrispondenza fra ciò che dice e la sua identità, quand’anche sottoscrivesse con la propria firma ciò che dice, rimanderebbe sempre alla propria assenza, a quel tempo immemoriale in cui giace la lingua dopo aver attraversato la storia.”

Ɣ – Se l’atto di parola si fonda sul primato dell’uno, di una parola che non è parola, ma accadimento – scrive ancora Francesco Garritano (op.cit.) “..l’idioma si fonda sul primato dello spettro: è la connessione della lingua con la sua dimensione storica, con quella memoria della lingua nella lingua”. Siamo di fronte a una prospettiva speculare n cui ‘ciò che è’ corrisponde all’apertura del presente, alla mescolanza con il passato e il futuro, tempo, per eccellenza, dell’evento, dell’incontro. (…) Di organizzare l’universo all’interno di un unico tempo, quello della parola nel momento in cui si manifesta: tutto questo implica che c’è un solo tempo, il presente dell’enunciato-azione”. È questo il tempo della ‘poesia’, un non-tempo in cui è fissato l’accadimento; dove l’indecidibile derridiano trova il terreno più adatto alla sua catarsi, in senso di purificazione e riscatto dal tempo stesso, dall’inesorabilità della sua natura di ‘attraversamento’ della soglia (F.Rella); di là dove non c’è più fine, nell’ ‘infinito’ leopardiano; colà dove “Non c’è fine al principio”, almeno stando alla tematica codificata dalla Rivista di Ricerca Letteraria “Anterem” diretta da Flavio Ermini (Anterem Edizioni – n.94 Giugno 2017). Della quale sottolineo “Il canto di Orfeo” di Vincenzo Vitiello che c’introduce alla poesia come tempio in cui accogliere il mito; e a contrasto “La riservata vergogna della poesia” di Enrico Castelli Gattinara, un esempio di de-costruzione derridiana dell’accadimento poetico. Egli scrive: “C’è un pudore particolare nella poesia. Una riservatezza che si espone ritirandosi. Una vergogna che non lascia scampo. Il poeta sa della violenza tremenda che ogni parola porta con sé: violenza contro le cose, nel momento in cui la parola s’instaura come differente da loro, senza più essere una cosa fra cose. Unicità della parola, differenza estrema, incolmabile.”

Ɣ – Non dimentico di essere presente sulle pagine de LaRecherche.it, la rivista on-line di poesia e altra letteratura, invito a leggere alcuni versi tratti da “Edeniche” di Flavio Ermini (op.cit.):

‘La strada che fiancheggia il vuoto’
viaggia l’uomo sugli oscuri sentieri lungo i quali i viventi
intraprendono l’ultimo pellegrinaggio alla ricerca di un varco
che li riporti dotati come sono di parola nell’indistinto
quali principali testimoni dello sgomento che genera il tempo
quando si accumula insensato nel portarci alla morte

‘Il luogo ostile’
si muove su una terra da cui fa segno a ciò che in alto appare
il mortale sottraendosi all’idea stessa di atemporalità
proprio come l’uomo che su se stesso si curva
e tra forti indugi avanza affidandosi all’esilio
grazie a quel varco dal quale può udire
nella sua naturalezza la voce che si perde
in plaghe remote insieme al valore della fugacità

‘L’argine delle pietre d’onda’
dà al nostro esserci senso e forma questo errare
sulle terre non ancora emerse tra le pietre d’onda
alla ricerca di un rifugio contro le illusioni
cui l’umana avventura induce nell’oscillazione
tra presenza e assenza in una sorta di estinzione
che appare infinita davanti alla dimore
della quale riconosciamo il vero fondamento
unicamente negli strati periferici del vuoto

sitografia: www.anteremedizioni.it
e-mail direzione@anteremedizioni.it


La publicazione di questo articolo prosegue per tutto l’autunno … la stagione che mesta più accoglie il mio cuore.)
Continuate a leggere larecherche.it



*

- Arte

Mario Compostella ‘o la memoria creativa del tempo’.

Mario Compostella … ‘o la memoria creativa del tempo’.

Il giorno in cui i pesci uscirono dal mare, rispondendo al richiamo della cetra di Orfeo, la sirena Partenope diede loro un’anima trasformandoli nella genìa di umani che di lì a poco avrebbe popolato la città cumana di Neapolis. Con ciò, inoltre, donò loro l’arte di modulare la musica alla melodia e al canto, rendendoli inoltre capaci di fabbricare manufatti e strumenti adeguati a riprodurla e a trasformarla, secondo le proprie esigenze e le piacevolezze che gli ancora oggi gli sono riconosciute, distintive di quella ‘napoletanità’ tipica delle genti partenopee.
Un indirizzo iniziatico che ha reso l’‘homo faber’ napoletano artefice di se stesso nell’esplicare al meglio le proprie facoltà intellettive e comunicative che, da allora, e sono passati almeno 5000 anni, ha visto accrescere la propria creatività nella spinta di forza per la sopravvivenza. Sia nel senso della conservazione della passata ‘memoria’, afferente ai mestieri più antichi dell’utilizzo dei materiali primari; sia al rinnovamento dei ‘tratti distintivi’ dello stile e delle nuove forme espressive del nostro tempo.
Per quanto la ‘napoletanità’ non sia scevra da queste connotazioni più profonde, tuttavia è nella spontaneità di ‘vivere’ che in essa si rispecchia la sua più grande esperienza connotativa e filosofica: in quel ‘saper fare’ che vale qui la pena di sottolineare, in cui va ricercato l’esito di quella che è un’acquisita esperienza deduttiva, quel suo ‘fare creativo’, costitutivo di un voler guardare oltre il presente e che, ancor più, si apre al futuro.
Ciò per parlare delle capacità connotative di Mario Compostella, un ‘homo faber’ a tutto tondo, in cui la ‘creatività napoletana’ si ripropone con evidenza, sia nei manufatti artigianali sia nella sua recente produzione artistica. Si è qui costantemente partecipi di eventi risalenti a origini antropologiche che richiedono una colta rivisitazione o, comunque, una ricerca culturale che scandagli nel fondo ‘occulto’ delle scienze esoteriche e filosofiche. In quel simbolismo ‘creato dall’uomo per l‘uomo’ ancora non del tutto smarrito che accompagna il nostro vivere quotidiano o, che in qualche caso, allevia e/o appaga l’umana ragione di essere al mondo, restituendo ‘senso’ a ciò che forse senso non ha.
È alquanto singolare che a una deriva mitologica come quella sopra accennata corrisponda una tale concentrazione di mestieri artigianali e/o specificatamente artistici tipicamente partenopei, che vanno dalla costruzione di autentici oggetti d’arte quali, ad esempio, la pittura e la ‘gentilizia’ statuaria presepiale; agli strumenti musicali come il mandolino. Così come al canto e al teatro o alla creazione di autentici ‘miti’ culinarii come la pizza e la pastasciutta; per dire di un certo ‘modo’ d’essere in cui la ‘napoletanità’ si offre inoltre a tutte le esperienze poetiche e gestuali di un ‘fare teatrale’ rappresentativo della vita comportamentale del singolo e dell’intera comunità.
Un modo come un altro che assume carattere ‘rituale’ che allontana il male, intrinseco di uno scongiurare solo apparentemente faceto, quanto invece intriso di una certa simbologia, ‘fatta oggetto’, più spesso in passato, di fiabe e racconti entrati nella mitologia e nella tradizione letteraria. Così come all’interno dei sogni e di altri meccanismi di fuga il cui significato psicologico può essere conscio o inconscio a seconda dei casi e, comunque, sempre di rimozione di eventi nefasti o traumatici vissuti sulla propria pelle o cacciati nel fondo oscuro dell’anima.
Non è così per i partenopei che trovano e danno un senso a tutto ciò che fanno, che comunichino o che cantino, in un ‘continuum’ apotropaico, solitamente attribuito al rito e al gesto scaramantico in grado di allontanare l’umano ‘timor Dei’, o quella che comunemente appelliamo ‘paura’ quando riferita alla morte. Non in questo caso, in cui la ‘napoletanità’ piuttosto ne fa uso in quanto ‘consapevolezza di Dio’, da cui deriva il dovere morale di ‘vivere’, di onorare la propria condotta esorcizzando così la propria ‘umanissima’ quanto atavica paura.
Ed è pur questo il mondo magico in cui ‘lavora’ e si ‘esprime’ Mario Compostella, il giovane artista del ‘fare’ che accomuna all’elemento tempo la sostanza allegorica dell’operosità creativa; all’essenzialità poetica dell’immagine l’umiltà del mestiere e la preziosità dell’arte. Ed è lui che oggi andiamo a conoscere nella sua operosa essenzialità.

Il ‘gesto’, il ‘segno’ e la ‘parola’.

È detto che alcun segno delinei una forma senza che lo spirito creativo elabori un concetto che di per sé risponda a un’oggettivazione del pensiero, o senza che lo stesso si offra all’interpretazione della parabola che lo contiene e che lo elabora nella contiguità del tempo, oggettivandolo dentro la 'materia della memoria’; così come nel suo declinare all’interno della parola che ‘muta’ risponde al gesto concettuale che lo ha tracciato. E sia che si tratti dell’esperienza artistica nei suoi ambiti diversi, in quanto Mario Compostella è inoltre maestro d’arte applicata al restauro, nonché disegnatore di architetture e arredamento d’interni, o di scenografie per il teatro. Quanto il suo dare ‘vita alle forme’, al suo desiderio di soddisfare la propria aspirazione nel mondo della percezione, o ai suoi ‘fantasmi creativi’ (composizioni artistiche, immagini pittoriche e non solo), spesso utilizzando materiali recuperati, o per meglio dire: ‘rubati alla terra’, come terre e pietre, corde e legni, metalli poveri o preziosi come l’oro.
Ed è alla mano operosa dell’artista che si fa qui ricorso. Egli è infatti maestro doratore, una professione che gli giunge da lontano, almeno da tre generazioni di fattivo lavoro che risale al suo bisnonno e chissà da quale frequentazione ‘in illo tempore’ dell’estrazione dei metalli. I suoi attrezzi più frequenti sono il pennello, la cera, la gomma, la matita, una quantità di spatole e spatoline, lo scavino, lo scalpello, la punta di bulino per incidere sul metallo. Ancor più gli ‘occhi’ e le ‘mani’, prima ancora dell’afflato ultimo che le riveste: esoterico-allegorico, per voler dire ‘intimo e riservato’ che trasforma le sue creazioni in ‘immagini’ insostituibili dell’umana vicinanza al divino (come ad esempio le sue rivisitazioni sacre); o quelle di un creato astrale (come le sue visioni cosmiche), così vicino a noi da lasciare stupefatti per la ‘bellezza’ che in esso si esprime.
È dunque nel ricreato mondo di una certa ‘bellezza’ che l’artista Mario Compostella esprime la sua sollecitudine alla riscoperta dei ‘segni’ che più coincidono con la nostra sensibilità d’interlocutori attenti e volitivi, sempre alla ricerca di avvalorare certe intuizioni nascoste, quelle significazioni illuminanti che ricreino l’emergere di un senso nuovo, seppure destinato a smarrirsi nella fuga delle definizioni. E lo fa nel comporre, levigare, cesellare, delineare l’indefinito e addirittura, in certi casi, l’indefinibile. Per quanto, essendo ciò quel che vi è di più avvalorante, ha anche sempre a che fare con la sua sensibilità e quindi con il sentimento poetico del ‘fare’ che si fa ‘verbo’, capace di quell’originalità che trasforma ogni suo momento creativo.
Che si tratti dell’amore, del sogno, del coraggio o della paura, così come del giorno e della notte, della guerra e della pace o di qualche altro tema di una lista infinita, alla fin fine egli pur ci parla di noi, e lo fa in modo semplice (mai banale), di ciò che siamo e che trascende dalla nostra ostinata esistenza nell’universo, di quell’‘uomo del fare’ che dapprima esternò nel ‘segno’ la propria inclinazione artistica …

‘uomo’ (paleolitico)

ancor prima che la segreta notte del tempo
aprisse al cosmico universo
ponesti alla rupe il segno della tua esistenza
- principio di tutte le arti -
ancor prima che la tenebra offuscasse l’infinito astratto
lasciasti all’immenso futuro
il messaggio informe del tuo silenzio
- ritorno di ancestrali echi -
al richiamo germogli di voci fuoriescono
dalle ferite inflitte alla pietra
onde ponesti
- l’orma sull’orma del padre -
che il domani accoglie fra le sue stesse spoglie. (GioMa)

Ma lasciamo che Mario Compostella ci parli della sua attività artistica:
Professionalmente nasco nel laboratorio di artigianato artistico di famiglia Ditta Arte Compostella, dove prima mio nonno e poi mio padre costruivano e restauravano arredi classici decorandoli con oro a foglia, l’inestimabile patrimonio di tecniche, manualità e conoscenza che mi sono state tramandate sono la genesi della mia espressione artistica, che inizia ufficialmente nel 1994.
Nel 1997 il mio laboratorio è inserito nell’Itinerario delle botteghe storiche nell’ambito del Maggio dei Monumenti, nell’anno 2000 partecipo alla Mostra di Artigianato Religioso in Pompei, dove sono premiato dai Lions Club International Pompei Host per qualità e raffinatezza delle opere esposte.
In questi anni decoro alberghi di lusso tra cui: Grand Hotel Parker’s, Excelsior, Grand Hotel San Francesco al Monte, fornisco teatri per arredi di scena tra cui: Opera Buffa del Giovedi Santo del Maestro Roberto De Simone, Tartufo di Tony Servillo, restauro arredi del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella e dell’istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
Nel 2006 partecipo al Columbus Day in New York, nel 2007 all’Italian Lifestyle in Emirates e nel 2008 al 5° concorso internazionale 'Il Mobile Significante' promosso dalla Fondazione Aldo Morelato in queste manifestazioni decido di presentare i miei nuovi lavori di design e ricerca, il consenso e le discussioni che ne seguono, producono una serie di eventi e iniziative ampliando di fatto il mio ambito professionale.
Nel 2011 la mia prima mostra personale ‘la materia della memoria’ nell’ambito del Forum delle Culture, 2012 ‘decorAZIONI’ che ha come location la Cattedrale di Caserta nel borgo medioevale, 2014 ‘Le sette Madonne’mostra itinerante nel percorso della Napoli Sotteranea, nel 2015 Istitut Francais di Napoli espongo il ‘Trono Itinernate’ dal quale segue un importante pubblicazione sulla rivista Rencontres dal titolo ‘La via dell’oro’, imperniato sul mio percorso artistico.
Nel 2016 sono nominato Fornitore Ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. Nel 2017 progetto e realizzo ‘La Macchina dell’Energia e ‘Il giardino dei Chakra’ per il I International Reiki Festival di Ferla (SR).

Mario Compostella vive a Napoli, dove gestisce il Laboratorio d’Arte e Restauro in qualità di Maestro artigiano e d’arte applicata, Perito-Esperto in doratura e argentatura a foglia, Disegnatore di architettura, arredamento d’interni e scenografie per il teatro.
Contatti:
www.mariocompostella.it
info@mariocompostella.it
E inoltre in facebook e youtube



*

- Libri

Vite infinite un libro di Diego K. Pierini

DIEGO K. PIERINI ‘VITE INFINITE’
MEMORIE AD ACCESSO CASUALE DI UN VIDEOGAMER
Edizioni Ultra – 2017

Gli occhi incollati agli schermi, i calli dovuti alle manopole, i mostri di fine livello e un altro gettone per continuare il gioco sognando di avere “Vite infinite”. Fari puntati sul “videogame” raccontato dal brillante autore sabino d’adozione Diego K. Pierini in un diario atipico, minuzioso e profondamente intimo che mescola impressioni, riflessioni, ricordi personali e molta ironia per parlare di uno dei più grandi fenomeni intergenerazionali dell’era moderna.

Nato ad Ancona nel 1979, è la prova vivente che i videogiochi fanno male. Miope, moderatamente sociopatico, ridotto in povertà dalla passione per le consolle vintage e come se non bastasse laureato in filosofia. Ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Ha alle spalle un lungo percorso nel settore televisivo, prima come autore di Parla con me, quindi a Voyager, The Show Must Go Off e Gazebo, con cui lavora tuttora, e collabora con Synthesis come traduttore freelance di videogiochi.

Da 15 anni vive a Poggio Mirteto e la sua carriera spazia di arte in arte, con una particolare attenzione a quella letteraria. Ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Ha pubblicato un saggio sull’intelligenza artificiale 'Noi, robot' (Bandalarga, 2010) e una raccolta di racconti, 'SubLimen' (Ensemble, 2012).

Dall’intervista apparsa in Archivio, Cultura, Index 07/09/2017

Il tuo libro è scandito sui tuoi ricordi e al centro ci sono i videogamer, più che i videogame. Perché hai fatto questa scelta?

Diego K. Pierini

Questo libro non è un romanzo e non è un semplice saggio, ma un diario atipico, minuzioso
e a suo modo profondamente intimo che mescola impressioni, spunti di riflessione, ricordi personali e molta ironia per parlare di uno dei più grandi fenomeni intergenerazionali dell’era moderna: il videogame. Leggere questo libro significa indossare di nuovo, magicamente, i panni di un ragazzino degli anni Settanta. Uno di quelli (tutti,più o meno) che da un giorno all’altro si sono trovati di fronte a una sconosciuta tecnologia aliena fatta di schermi luminosi, manopole e fessure avide di monetine. Catapultati in una dimensione alternativa ricolma di enigmi, mostri di fine livello, genitori apprensivi e vite extra, sarete protagonisti di un’avventura lunga oltre tre decenni.

Il testo tutto sommato vede i due soggetti in equilibrio paritario: rivolgere agli esperti di videogames una nuova disamina sul tema mi pareva inutile, mentre mi premeva molto di più offrire un affresco più emozionale che andasse a rievocare, in chiave nostalgica ma anche decisamente ironica, l’epopea ipersatura ed entusiasmante di quei figli estetici degli anni 80 la cui psiche è rimasta tragicamente corrotta dalle ore spese tra mondi fantastici e manipolazione onanistica del proprio joystick (ma anche da Drive In e Automan). Qualcuno doveva pur spiegare la sociopatia e il decremento della vista da cui è affetta l’ultima generazione analogica. Ciò detto, parlare del mondo dei videogiochi, più che dell’oggetto videogioco, è un escamotage per toccare argomenti molto più vari, dalla sottocultura musicale al cinema, dal rapporto con le riviste alle relazioni umane.

Ufficio Stampa: Elisa Fantinel - 3358160566 –
elisafantinel@yahoo.it
www.elisafantinel.it

*

- Musica

Roma in Musica a Villa Torlonia

'Che Grande Guerra'. Oratorio per Soprano, Contralto, Voce recitante ed Ensemble.

Teatro di Villa Torlonia - Roma
17/09/2017 Concerto, Spettacolo

Domenica 17 settembre 2017 ore 19
'Che Grande Guerra'
Oratorio per Soprano, Contralto, Voce recitante ed Ensemble
In occasione del 100° anniversario della Prima Guerra Mondiale, una riflessione sul mondo della composizione contemporanea che si accompagna alla meditazione e al confronto con la più grande avanguardia connotante il nostro Paese: il Futurismo e la sua visione positivista della Grande Guerra.
Al centro dello spettacolo un componimento musicale originale, composto da un Preludio strumentale, 8 scene e un Finale, che viene accostato a un libretto costituito da stralci di lettere di giovani soldati dal fronte e di testi di grandi poeti tra futurismo ed ermetismo tra i quali: C.Rebora, E.Montale, G.D’Annunzio, G.Pascoli.
L’esecuzione della Spirale Armonica Ensemble, in forma di Oratorio, vede la contemporanea proiezione di video di repertorio tratti da documenti storici inerenti la Prima Guerra Mondiale e spezzoni di filmati futuristi. In apertura di spettacolo viene eseguito il brano 'Al crepuscolo' di G.Verrengia, anche quest’ultimo ispirato alla Grande Guerra.

Spirale Armonica Ensemble:
Soprano Sofya Yuneeva
Contralto Eva Maria Ruggieri
Voce recitante Emanuele Gamba
Flauto Annalisa Sorio
Clarinetto Margherita Ramirez
Sax Marcos Palumbo
Fisarmonica Riccardo Pugliese
Violino Daniele Scaramella
Violoncello Elisa Pennica
Percussioni 1 Claudio Piselli
Percussioni 2 Giuseppe Piraino
Pianoforte 1 Federica Posta
Pianoforte 2 Andrea Feroci
Direttore Andrea Palmacci

Regia di Emanuele Gamba
Musica di Daniele Scaramella
Elaborazione testi di Luigi Boneschi
Montaggio video di Emanuele Gamba
A cura di Associazione culturale Spirale Armonica

*Ingresso con prenotazione obbligatoria allo 060608 a partire da 7 giorni prima dell’evento.

*

- Letteratura

Invito alla lettura - Laura Feri in Metà di me

Moby Dick biblioteca hub culturale - https://www.facebook.com/MobyDickhubculturale/?ref=hovercard in Via Edgardo Ferrati 3, Roma invita alla presentazione del libro "Metà di me" di Laura Feri / Mauro Pagliai Editore – Ingresso gratuito

 

Con l'intervento di:

• Luciano Russi, docente di Teoria e Tecniche della Comunicazione di massa e di Organizzazione e comunicazione degli uffici stampa e degli URP all’Università di Roma “La Sapienza"

• Stefano Sepe, docente di “Storia dell’amministrazione” presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione e di “Comunicazione pubblica” all'Università della LUISS “Guido Carli”

• Lorena Fiorini, Presidente del Premio Letterario "Donne tra ricordi e futuro"

 

La vita di Rebecca è ordinaria ma appagante: un buon lavoro, un fidanzato che la ama, una famiglia lontana geograficamente ma vicina con il cuore. Quando però la giovane viene improvvisamente colpita da un'emorragia, tutto cambia. Paralizzata nella parte destra del corpo, dovrà affrontare un calvario fatto di sofferenza fisica e psicologica. Ma spesso un forte trauma può segnare l'inizio di una nuova vita, e Rebecca non sarà da sola nel suo quotidiano cammino verso la speranza...

Un romanzo diretto e introspettivo, che senza cadere nella retorica e nei facili sentimentalismi ci svela come il coraggio presente nel cuore di ognuno di noi ci permetta di affrontare ostacoli che sembrano insormontabili.

Laura Feri è nata nel 1979 a Firenze dove tutt’ora vive. Si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena e si è iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Toscana come giornalista pubblicista. Dopo qualche esperienza all’estero di studio e lavoro, è approdata nella pubblica amministrazione, ricoprendo diversi ruoli in diversi enti. Ha dedicato molti anni alla pallavolo, prima come giocatrice poi come allenatrice di bambine. Ama fare sport, leggere libri e soprattutto viaggiare. Metà di me, edito da Pagliai nel 2015, è il suo primo romanzo.

*

- Cultura

Cronache d’Agosto dalla Riviera delle Palme



Cronache d’Agosto dalla Riviera delle Palme.

San Benedetto del Tronto / Porto d’Ascoli
Anche quest’anno si è ripetuto all’Hotel Poseidon, sul Lungomare Sud di San Benedetto del Tronto, l’appuntamento con alcune ‘eccellenze dell’arte’ contemporanea italiana. Numerosi gli artisti che hanno scelto la spiaggia dorata di quello che possiamo ben definire ‘punto d’incontro di presenze fattive della nostra cultura’ che si avvalgono della loro esperienza artistica in ambiti diversi come la pittura e la scultura, nonché l’architettura d’interni e la scenografia per il teatro. La direzione dell’Hotel Poseidon è lieta inoltre di annoverare fra i suoi molteplici clienti nomi di alto livello qualitativo in campo letterario come scrittori e giornalisti che trovano nella Riviera delle Palme il loro annuale periodo di svago.

Fra i nomi illustri di quest’anno la scultrice senese Vittoria Marziari Donati è stata senz’altro quella più apprezzata, un’eccellenza tutta italiana che da tempo ha attraversato la soglia dell’internazionalità e che s’avvia a completare il suo ciclo creativo nella contemporaneità dell’arte. Un percorso vissuto dentro e fuori le forme, nei pieni e nei vuoti che sono all’origine della vita delle cose, in cui tutto infine si compie, nel ricongiungimento di quella creatività umana, pur sublime, che l’alterità delle correnti artistiche ha disgiunto e che l’artista nella sua costante ricerca dedicata alla ‘poesia delle forme, ha sublimato in autentici ‘luoghi dell’anima’, recuperandone la ‘spazialità’ naturalistica che ad esse è propria.

È con questo spirito che la ‘materia’ così plasmata dall’artista, sia essa la ceramica degli inizi o la pietra dura successiva e, infine, l’impiego dei metalli come il ferro, l’acciaio e il bronzo della sua ultimissima produzione, raggiunge le forme volute di una concept-art che dal sottosuolo della materia rimanda alla luce e si veste di poesia. A tutt’oggi il curriculum di Vittoria Marziari Donati è assai ricco di riconoscimenti e premi che vanno oltre l’attualità espositiva che la vede protagonista in prestigiosi riconoscimenti quali: l’Onorificienza al Merito dell’Ordine della Presidenza della Repubblica 2017 in presenza del Sindaco e del Prefetto della nobile Città di Siena.
Ancora in questo primo scorcio d’anno, la scultrice ha ricevuto inoltre il ‘Collare Laurenziano’ dell’Accademia Fiorentina “per il suo contributo alle discipline scientifiche e artistiche” consegnatole in Firenze nella Sala dei Cinquecento.

La sua attività prossima-futura si apre con diverse inaugurazioni di Mostre dedicate alla scultura che la vedono impegnata a Siena per il IV anniversario del ‘Parco della Luce’ istituito dall’artista e aperto alle visite dal 04 Giugno scorso fino al 30 Settembre, e che vede la partecipazione di altri scultori italiani e stranieri.

Altra rilevante presenza di quest’anno è quella dell’artista napoletano Mario Compostella (nella foto), maestro d’arte applicata al restauro, nonché disegnatore di architetture d’interni e d’arredamento. Un artista ‘a tutto tondo’ scoperto ‘in anonimato’ dal giornalista Giorgio Mancinelli mentre con la sua famiglia sulla spiaggia dell’Hotel, disegnava sulla sabbia arzigogoli e ghiribizzi per le sue splendide bambine Elena e Viola. Riconosciuto e intervistato l’artista ha rivelato le sue peculiari origini di ‘artigiano’conoscitore profondo dei segreti di un ‘fare’ creativo che è alla base dell’arte.

Un ‘fare’ quello di Mario Compostella, che lo rende artefice di se stesso nell’esplicare al meglio le proprie facoltà intellettive e comunicative che gli sono riconosciute da più parti e che sono distintive di una certa ‘napoletanità’, tipica delle genti partenopee. Si sta quì parlando della capacità manifatturiera in cui la creatività dell’artista ripone la sua spinta di forza nel senso della conservazione della ‘memoria’ passata: sia nell’inventiva ‘evoluzionistica’ che guarda al futuro del fare artigianale, sia del rinnovarsi delle ‘linee conduttrici’ riscontrabili nelle ‘forme nuove’ dell’espressione dell’arte.

Nato professionalmente nel 1994 nel laboratorio artigiano di famiglia “Ditta Arte Compostella” dove, prima suo nonno e poi suo padre costruivano e restauravano arredi classici decorandoli con oro a foglia, un inestimabile patrimonio di tecniche, di manualità e conoscenza che gli sono state tramandate e che sono all’origine della sua espressione artistica. Successivamente, nel 1997 il suddetto laboratorio ormai passato nelle sue mani, viene inserito nell’Itinerario delle botteghe storiche nell’ambito del Maggio dei Monumenti e nell’anno 2000 partecipa alla Mostra di Artigianato Religioso in Pompei dove è premiato dal Lions Club International Pompei Host per qualità e raffinatezza delle opere esposte.

Negli anni che vanno dal 2007 al 2015 partecipa al Columbus Day in New York e all’Italian Lifestyle in Emirates con ‘Il Mobile Significante’ promosso dalla Fondazione Aldo Morellato, manifestazioni in cui egli presenta nuovi lavori di design e ricerca dando luogo alla sua prima mostra personale intittolata “La materia della memoria” nell’ambito del Forum delle Culture. Segue la location “decorAZIONI” nel borgo medioevale della Cattedrale di Caserta, e la mostra itinerante “Le sette Madonne” inserita nel percorso della Napoli Sotteranea. Nel 2016 è nominato fornitore ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. È di quest’anno 2017 la realizzazione di “La Macchina dell’Energia” e de “Il giardino dei Chakra” per il I° International Reiki Festival di Ferla (SR).

Congratulazioni quindi e i nostri vivissimi auguri a questi artisti per quell'eccellenza tutta italiana che essi continuano a rappresentare.

*

- Arte

Sarzana Festival Europeo della creatività e delle idee

Evento 2017 Sarzana - Biblioteca Civica C. Martinetti 7

Il primo festival europeo dedicato alla creatività e alla nascita delle idee.
Sabato 2 ore 17.30 / Domenica 3 settembre ore 10.30
Bambini / Ragazzi
Sarzana - Biblioteca Civica C. Martinetti 7

Noemi Bermani, Salvatore Panu

‘Suoni di c/arte’

laboratorio
5-10 anni
60 minuti
25partecipanti

Quante cose si possono fare con un foglio di carta? E quanti suoni possiamo ottenere? Un Laboratorio Metodo Bruno Munari ® in cui – passando dall'esplorazione alla composizione istantanea – creeremo un repertorio di suoni informali per arrivare ad una conduzione musicale collettiva.

Noemi Bermani
vive a Bologna. Con il nome di Bradipo-Spazio per la cultura dell'infanzia progetta e realizza laboratori per bambini e adulti secondo il Metodo Bruno Munari®.

Salvatore Panu
ha studiato al Dams di Bologna. Dal 1989 svolge un’intensa attività didattica e di sperimentazione musicale conducendo laboratori di musica e canto sociale.

*

- Arte

Street Art progetto letterario figurativo

Progetto Letterario Figurativo STREET-ART

Associazione Culturale CAFFE’ DELLE ARTI
Presentato da Concorsiletterari.net


Il concorso è in lingua italiana o straniera, obbligatoriamente accompagnata da traduzione. Al Progetto partecipano autori/artisti minorenni, di età compresa tra i 12 e 17 anni, autorizzati dai genitori. È ammessa la partecipazione a più sezioni con una o più opere (sino a un massimo di 3 opere in totale).

SEZIONE A – “VERSI (DI)VERSI”
Poesie, filastrocche, testi di qualsiasi genere musicale, con preferenza per il rap e freestyle rap…
Si partecipa inviando l’elaborato in formato Word: .doc, .docx, .odt, .txt (no .PDF)
In caso di testi per canzoni inviare anche il file mp3 dell’opera, completa di base musicale, se disponibile.
Non ci sono limiti di lunghezza.
SEZIONE B – “NERO SU BIANCO”
Racconti brevi, saggi brevissimi, pagine di diario, lettere senza destinatario, STORIE CHE SCRIVERESTI SUI MURI, progetti e considerazioni personali, fiabe e favole (classiche o moderne, di qualsiasi genere) …
Si partecipa inviando l’elaborato in formato Word: .doc, .docx, .odt, .txt (no .PDF).
Il limite di lunghezza è di circa 9000 battute, spazi compresi (4-5 pagine in formato A4).

SEZIONE C – “CITTA’ D’ARTE”
FOTOGRAFIA E Opere pittoriche (qualsiasi tecnica e dimensione), disegno, (vari generi, anche tattoo), caricatura, fumetto (anche strisce), graffiti, murales…
Per graffiti e murales e per tutte le opere di grandi dimensioni: si partecipa inviando una o più immagini fotografiche, in alta risoluzione, di opere realizzate su qualsiasi supporto di grandi dimensioni (.jpg – .png – .gif -.bmp) e indicando la tecnica usata.

Per disegni, caricature, fumetti, ecc… : si partecipa inviando una o più immagini fotografiche ad alta risoluzione o copie delle opere originali. La paternità delle opere andrà dichiarata sulla scheda d’iscrizione.

Tutte le Opere dovranno pervenire, entro e non oltre, il 30 DICEMBRE 2017.

Le opere contenenti turpiloqui, messaggi blasfemi, violenti, razzisti omofobi e pornografici, saranno escluse senza NESSUN preavviso.

MODALITÀ DI INVIO

Nell’invio, a mezzo email o mezzo posta, dovrà essere allegata SEMPRE la scheda regolarmente compilata e firmata da un genitore.

A MEZZO POSTA ELETTRONICA all’indirizzo: progettostreetart@gmail.com
N.B. Nell’oggetto della mail si dovrà specificare SEMPRE: Progetto “ARTI DI STRADA”.

SEZIONI A e B
Inviare una copia dell’elaborato in formato Word (doc. docx. odt. NO PDF) o mp3 e la scheda di partecipazione compilata in ogni voce e firmata dal genitore.

SEZIONI C
Inviare i file fotografici o fotocopiati delle opere e la scheda di partecipazione compilata in ogni voce e firmata dal genitore.

A MEZZO POSTA RACCOMANDATA
“Caffè delle Arti” c/o Mario Angelo Carlo Dotti, Via G. Marconi 2 – 25030 Adro (BS)
Inviare una sola copia dell’opera, stampata o in formato digitale (CD) completa di titolo e di scheda di partecipazione compilata in ogni voce e firmata dal genitore.

I PREMI
I giovani saranno premiati da una commissione esaminatrice, appositamente creata per il progetto e che vedrà impegnati, nella fase conclusiva delle valutazioni, ragazzi o ragazze dai 18 ai 30 anni e da esponenti dei vari generi artistici.
Verranno assegnati i seguenti premi.
Primo, secondo e terzo classificato.
Premi della Giuria.
Segnalazioni speciali.
Meritevoli di pubblicazione.

Caffè delle Arti si riserva la facoltà di assegnare, oltre ai premi previsti, altri premi o ulteriori podi non espressamente elencati nel bando. Nel caso in cui le opere non raggiungessero i livelli sufficienti, la commissione si riserva di NON assegnare premi per alcune sezioni.

LA RACCOLTA ANTOLOGICA

È prevista, a seguito del Progetto, la realizzazione, in collaborazione con Incipit Group, di una Raccolta Antologica delle opere premiate e di quelle segnalate dalla Giuria e, pertanto, ritenute considerevoli e meritevoli di pubblicazione.
L’Antologia sarà proposta in vendita agli autori prima della Cerimonia di Premiazione: l’acquisto non è obbligatorio.

CERIMONIA DI PREMIAZIONE E VERBALE DI GIURIA

I risultati del concorso saranno resi noti sul sito internet dell’Associazione Culturale “Caffè delle Arti”: www.caffedellearti.net e sulla pagina Facebook relativa all’associazione.

Tutti gli Artisti premiati riceveranno via mail i risultati finali e l’invito alla cerimonia di premiazione che si terrà a Roma il giorno sabato 31 marzo 2018, in contemporanea a quella del Premio Letterario Figurativo Nazionale “Caffè Sospeso”, cui il progetto giovani è strettamente collegato. Ulteriori dettagli sulla Cerimonia di Premiazione verranno comunicati successivamente.

La Giuria si riserva il diritto di NON assegnare premi qualora le opere non fossero, per qualsiasi motivo, conformi al bando o di livello inadeguato a giustificarne il merito.
Il giudizio della Giuria è inappellabile. Ogni Autore, per il fatto stesso di partecipare al Progetto, dichiara la paternità e l’originalità delle opere inviate e del loro contenuto, autorizza il trattamento dei suoi dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003 e sottoscrive,
a titolo gratuito, l’iscrizione all’Associazione Culturale “Caffè delle Arti”.
N.B L’iscrizione non prevede