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Raccolta di articoli di Luigi Russo
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Sindaci, amministratori e vicende di San Prisco (1815-1860 »
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San Prisco nel Settecento. »
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Casagiove olim Casanova e Coccagna »
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Personaggi e famiglie di Capua fra XVII e XIX secolo »
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Proprietari e famiglie di San Prisco »
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Proprietarie famiglie di Pontelatone »
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Pontelatone agli inizi dell’Ottocento »
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San Potito Sannitico fra riformismo borbonico e »
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Francesco Saverio Petroni »
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Acquedotti e fontane di Capua »
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San Prisco nel Settecento »
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San Prisco agli inizi del XIX secolo »
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Geronimo Mincione, sindaco farmacista di S. Prisco »
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Scheda bibliografica Petroni Francesco Saverio »
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Francesco Ajossa, sindaco liberale di San Prisco »
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Francesco de Angelis, sindaco di San Prisco »
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Francesco di Ruggiero, sindaco carbonaro »
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Prima Cassa rurale cattolica in Terra di Lavoro »
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Stato delle anime di Orta del 1753 »
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- Storia

Restauri ed ampliamenti della Chiesa di San Prisco


RESTAURI ED AMPLIAMENTO DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI SAN PRISCO (1585-160)


Nell’anno 1587 gli eletti del casale di San Prisco decisero di restaurare la Chiesa parrocchiale che aveva bisogno di urgenti riparazioni. La decisione degli eletti fu confermata dal consiglio dell’Università, del quale facevano parte tutti i capi famiglia, che si riunì con l’autorizzazione del governatore della città di Capua. In tale occasione si decise di pagare tali lavori con l’introduzione della gabella sulla vendita del pane per la durata di quattro anni e di chiedere il regio assenso e il beneplacito regio su tale nuova imposizione, che a quel tempo era emanato dal Consiglio Collaterale.

I lavori di restauro iniziarono dunque nel 1587. Nel 1592 i lavori alla Chiesa del casale continuarono e fu necessario prorogare l’esazione della gabella, approvata ancora una volta dal consiglio dell’Università.

Nell’anno 1603 i rappresentanti del casale di Santo Prisco decisero di continuare i lavori di restauro e anche di ampliare la Chiesa parrocchiale <<essendo detta Università di populo numeroso non più per la moltitudine delle genti la parrocchiale d’essa Università essere capace di quelle>>; inoltre erano necessari urgenti riparazioni ad un muro <<minacciando roina, per essersi cominciato a distruggersi>>; i cittadini si lamentavano di non riuscire più ad udire la messa, <<né sentire le prediche, e li sermoni>>.

Il consiglio dell’Università approvò la continuazione della gabella sulla <<venditura del pane>> per affrontare le ingenti spese, sperando di introitare 300 ducati l’anno da tale imposizione. Si elessero come deputati ed economi della Chiesa parrocchiale dell’Università Giovan Alfonso d’Angelo e Luca Russo.

Un fatto molto strano fu la questione dell’affitto di tale gabella nell’anno 1603, in passato affittata da Mazzeo Boccardo, patrizio capuano trasferitosi nel casale in seguito al matrimonio con Sabba de Monaco di S.to Prisco. In un primo momento fu affittata da Fabrizio Petreccione del casale di Casapulla per un totale di 175 ducati, ma questi rinunciò spontaneamente a tale affitto in favore di Mazzeo Boccardo che si accordò per 166 ducati, una somma inferiore a quella precedente.

Nell’anno 1604, per maggior cautela da parte dell’Università di S.to Prisco, fu deciso di chiamare delle maestranze più qualificate per far eseguire i lavori della fabbrica della Chiesa parrocchiale; probabilmente in un primo momento i lavori erano stati fatti in economia da maestranze locali. Il contratto fu stipulato nel casale di San Prisco alla presenza del notaio Giulio Antonio Buompane del casale di Casapulla, del rettore curato don Luca Pisano e dei rappresentanti dell’Università. I “fabricatores” chiamati al compito di riparazione e costruzione della Chiesa parrocchiale (nell’atto notarile si affermava: <<fabricare in d.a ecclesia S.ti Prisci tam in reaparatione et in edificatione et augmento ecclesia predette>>) furono: Giuseppe Grillo della Torre di caserta, Alessandro l’Antinolfo e Lorenzo Perreca, entrambi di Caturano, Alfonso di S. Egidio di S.to Prisco e Matteo Genovese di S. Maria Maggiore.

Fra i lavori convenuti vi erano: lavorare ai pilastri, compito affidato a Giuseppe Grillo della Torre di Caserta, scarpellare, fare la tonaca e stuccareed altro.

I lavori dovevano essere eseguiti entro il mese di settembre del 1604 e la misura e l’apprezzo doveva essere condotta dal magnifico Giovan Filippo d’Antinolfo, domiciliato in Capua (probabilmente di S. Maria Maggiore, insieme ad un altro esperto eletto dalle parti.

Mentre i lavori alla Chiesa proseguivano i rappresentanti dell’Università decisero di affidare alle predette maestranze altri lavori da fare al campanile della Chiesa e ancora il completamento dei lavori già iniziati. L’accordo fu raggiunto con Giuseppe Grillo e Alessandro Antinolfo, presenti il rettore della Chiesa don Luca Pisano e gli economi Luca Russo e Giovan Alfonso d’Angelo, per la somma di 85 ducati. Le parti di accordarono di costruire il campanile con <<cornicioni di peperno nero […] di fare d.o campanile a otto angoli di palmi 14 incirca>>. Inoltre, occorreva rinnovare <<la cornicia che sta fatta in d.a fabbrica incominciata si debba fare a proprie spese di esse fabricatori […] che tanto la fabbrica fatta quanto quella da fare tutta s’habbia da increspare ad arbitrio di detti maestri et economi>>.

Nell’ottobre del medesimno anno alla presenza del rettore Pisano e degli economi della Chiesa, si rinnovò l’affitto della gabella sulla vendita del pane, che rimase nuovamente nelle mani di Mazzeo Boccardo, che era diventato il detentore unico, con un’offerta di soltanto 156 ducati, una somma ancora minore rispetto a quella dell’anno precedente.


Fonti:

Archivio di Stato di Napoli, Consiglio del Collaterale, Provvisioni, Iа serie, voll. 18 e 33.

Archivio di Stato di Caserta, Atti del Notaio Pietro Musto, a. 1588.

Archivio di Stato di Caserta, Atti del Notaio Giulio Antonio Bompane, aa. 1603 e 1604.

L. Russo, La chiesa arcipretale di S. Prisco e S. Matrona dalle origini alla fine del ‘700, San Prisco 2002.

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- Storia

Saverio Boccardi sorvegliato politico

SAVERIO BOCCARDI SORVEGLIATO POLITICO
DI SAN PRISCO (1848-1856)

Introduzione
Saverio nacque in San Prisco l’1 novembre 1798 da Giovan Battista e Maria Giuseppa Trirocco (figlia del notaio Pompeo e Marianna Palmiero). Egli apparteneva ad una delle maggiori famiglie di San Prisco, proveniente da Capua, ma stabilitasi nel casale da più di due secoli.
Il padre Giovan Battista morì in San Prisco il 10 agosto 1836, lasciò i suoi beni a tutti i figli e destinò il primogenito Cesare come amministratore. Le proprietà dei Boccardi erano concentrate soprattutto in San Prisco, con una rendita di 1578,80 ducati, dove possedeva: 78 moggia di terreni, 3 giardini di cui uno di 2 moggia, un palazzo con varie botteghe in Strada della Piazza e altre due abitazioni più piccole in Via Cupa.
In Capua avevano un palazzo nel Vicolo Boccardi, nei pressi della Strada S. Giovanni con due piccoli giardini murati. In esso risiedevano Marcantonio, percettore di Fondiaria, e il sacerdote Sebastiano, tesoriere della cattedrale capuana. Il resto della famiglia viveva in San Prisco: il primogenito Cesare e Cristina, che aveva sposato Giuseppe Vetta di Capua. Marianna era defunta, ma aveva lasciato dei figli in Cusano con l’altro genitore Francesco Santagata. Anche Pasqualino era morto ed aveva lasciato la sua parte di eredità al fratello Marcantonio.
La famiglia di Saverio era stata per tanti anni impegnata nell’amministrazione civile locale: Giovan Battista aveva ricoperto a lungo la crica di decurione, e soprattutto il fratello Cesare, che oltre a ricoprire la detta carica fu per tre volte sindaco.
Saverio era stato decurione dal 1832 e sindaco nel triennio 1841-43, ma negli anni 1848-49 era divenuto capitano della Guardia Nazionale.

Le vicende del 1848
Saverio Boccardi, insieme ad altri personaggi, fu coinvolto nei moti rivoluzionari del 1848 che interessarono la provincia di Terra di Lavoro. In particolare egli fu accusato di aver devastato la rete ferroviaria in Santa Maria di Capua e di aver impedito la segnalazione telegrafica in San Prisco (sito in località Croce Santa) al governo napoletano per impedire l’arrivo delle truppe regie.
Per quest’ultimo reato vi erano due testimoni a confermare tale accusa: l’impiegato addetto al telegrafo Mele e il consigliere della Gran Corte Criminale Ciardulli (che nel periodo in questione si trovava in Caserta.
In seguito il Boccardi, per sfuggire l’arresto, emigrò insieme ad altri soggetti coinvolti e si diresse con molta probabilità a Londra, dove si trovavano molti esuli politici italiani. Sulla base delle informazioni in possesso dal Ministero degli Affari Esteri il Boccardi da Londra si era trasferito in Marsiglia, altra città piena di profughi italiani, e quindi in Genova.

Dal sequestro dei beni al ritorno nel regno
Il governo borbonico per colpire gli emigrati politici e le sue famiglie cominciò ad attuare i sequestri dei loro beni perché spesso erano benestanti. Tale strategia fu attuata anche nei confronti di Saverio Boccardi nel 1850, la cui rendita, amministrata dal fratello maggiore don Cesare, fu calcolata in 220 ducati annui. Fu stabilito che il fratello Cesare versasse tale somma nella Cassa di Ammortizzazione (attraverso la Ricevitoria Generale di Terra di Lavoro). Questi prima si obbligò davanti all’intendente di Terra di Lavoro, ma poi cercò a lungo di procrastinare questo pagamento adducendo varie scuse.
Il ministro dell’Interno, avvisato puntualmente dall’intendente, ordinò di procedere al suo arresto se non avesse provveduto immediatamente a versare la somma. Tale minaccia, comunicatagli dall’ispettore di polizia di Santa Maria di Capua (a cui era stato ordinato in realtà di procedere all’arresto) ebbe subito il suo effetto perché il versamento fu fatto verso la fine di dicembre.
La resistenza del Boccardi a versare la somma per conto del fratello Saverio si manifestò anche nel corso del 1851, ma di fronte alle minacce della polizia e dell’intendente, agli inizi del 1852 dovette adempiere nuovamente al suo obbligo.
Nell’ottobre del 1852 il primo ministro Ferdinando Troja comunicò all’intendente che il re Ferdinando II da Catanzaro aveva ordinato di permettersi il ritorno nel regno all’emigrato Saverio Boccardi per subire il regolare giudizio. A tal fine doveva essere munito della carta di passaggio per presentarsi all’intendente. Seguirono le comunicazioni dell’intendente agli ispettori di polizia di Capua e Santa Maria di Capua.
Saverio giunse in Napoli il 2 dicembre 1852 e fu accompagnato dall’intendente in Caserta il giorno seguente, che diede ordini all’ispettore di polizia di accompagnarlo dal procuratore generale del re presso la Gran Corte Criminale Palladino. Il procuratore informò il Boccardi della cauzione di 550 ducati e questi si obbligò a pagare, dovendo per sovrana determinazione rimanere fuori dal carcere.
Nel frattempo che si tenesse il giudizio il ministro dell’interno ordinò all’intendente di attuare una stretta vigilanza sul Boccardi da parte degli agenti di polizia.

Il giudizio e la vigilanza della polizia
La prima udienza a carico del Boccardi fu fissata per il 10 marzo 1853 e questi attraverso le sue conoscenze legali si attivò per cercare di condizionare i giudici in suo favore. I funzionari di polizia comunicarono all’intendente che l’avvocato napoletano Girolamo Magliano si era recato da Napoli presso tutti i magistrati raccomandando loro il Boccardi. Inoltre il commendatore Piccioli aveva anch’egli tali giudici per condizionarli per l’assoluzione dell’imputato Boccardi. I personaggi contattati furono: i giudici Mancinelli, Corte, Feoli, Barnaba, Miraglia, Merenda, Del Porto; il commissario Rodavera e il presidente Marzocca. Circolavano molte voci che scommettevano sull’assoluzione dell’accusato e sulla sua imminente liberazione.
La mattina del 10 marzo l’udienza iniziò con forte ritardo perché i magistrati arrivarono in ritardo perché impegnati in un’altra camera. Poi giunse l’imputato accompagnato dalla forza pubblica, che poi abbandonò subito l’aula. Il presidente Marzocca si adirò col suo comandante per farla ritornare provocando anche un forte vocio della folla che avrebbe preferito che l’accusato non comparisse con i soldati al suo fianco. L’udienza fu interrotta perché i due testimoni dell’accusa non si presentarono all’udienza e seguì l’accompagnamento del Boccardi in prigione da parte dei soldati, che gli riservavano rispetto e riverenza.
La causa fu aggiornata al 15 marzo e in tale data a carico di Saverio Boccardi fu richiesta una pena di 25 anni di ferri. Anche in questa occasione l’aula fu gremita di folla e la condanna comminata fu di 10 anni di prigionia.
In seguito tale pena, su proposta del ministro di Grazia e Giustizia, fu commutata dal re in un solo anno di prigionia. A tale gesto di infinita clemenza di Ferdinando II dovettero seguire ulteriori pressioni da parte di altissimi funzionari perché nel mese di maggio il re concesse una nuova grazia al Boccardi trasformando la pena di un anno di prigionia in 8 mesi di detenzione nel convento dei PP. Alcantarini di Piedimonte (detto di S. Pasquale).
Saverio Boccardi partì per Piedimonte il 27 maggio 1853 scortato dalla Gendarmeria reale.
L’intendente organizzò dunque la sorveglianza del Boccardi in collaborazione col sottintendente Andreace e l’ispettore di polizia del circondario di Piedimonte.
In seguito fu disposto dal Ministero della Polizia Generale il dissequestro delle rendite del Boccardi e la restituzione delle somme versate nella Cassa di Ammortizzazione.
Il Ministero della Polizia Generale, l’Intendenza e gli ispettori di polizia continuarono a sorvegliare Saverio Boccardi anche negli anni successivi fino al 1856.


NOTE:
Archivio di Stato di Caserta (AS Ce), Alta Polizia, b. 62.
AS Ce, Intendenza, Personale comunale, bb. 346-348.
AS Ce,Intendenza, Affari Comunali, bb. 208, 209, 210 e 211.

L. Russo, San Prisco agli inizi del XIX secolo, Caserta 2001.
San Prisco, da borgo rurale a città: due millenni di storia locale, San Prisco, a cura dell’Associazione “Storia locale San Prisco”, 2006.
L. Russo, San Prisco nele Settecento, Capua 2007.

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- Storia

Intervista volume su Francesco Saverio Petroni

Intervista a Luigi Russo con Simone Gambacorta

A colloquio con Luigi Russo, autore del volume “Francesco Saverio Petroni. Politico e studioso abruzzese” (& MyBook, 2009, pp. 130, Euro 15): il libro racchiude i risultati di una ricerca attraverso la quale Russo ha portato alla luce importanti informazioni sulla figura di Francesco Saverio Petroni.

Chi era Francesco Saverio Petroni?

E’ una delle maggiori personalità della prima metà dell’Ottocento, tenuta nella massima considerazione sia dai sovrani francesi – Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat – sia dai Borbone. Dotato di una vasta cultura classica e di una preparazione enciclopedica, fu considerato letterato, filosofo, studioso di economia, di giurisprudenza e di letteratura. Fu socio apprezzato delle maggiori Accademie del regno di Napoli, fra le quali il Reale Istituto di Incoraggiamento, l’Accademia Ercolanese di Archeologia e l’Accademia Pontaniana.

Qual è la rilevanza storica di Petroni?

Finora il Petroni è stato quasi ignorato dalla maggior parte degli storici, compreso quelli abruzzesi. L’unico che scrisse una biografia del Petroni fu l’amico Nicola Nicolini, che divenne poi il più grande giurista del Regno di Napoli. Quest’ultima è una fonte preziosa di notizie personali, ma è di carattere elogiativo e non si propone come una biografia storica. Nella sua biografia il Nicolini affermò: «Abruzzese il Petroni rappresentava quasi l’ideale di questo carattere». Il Petroni fu soprattutto un uomo di Stato che visse ed esercitò le sue funzioni politiche e amminitrative come fossero l’occasione per adempiere ad una missione per dare benessere e felicità alla popolazione.

Che Abruzzo era quello di Petroni?

Ai tempi in cui il Petroni entrò nell’Amministrazione civile – 1806 – l’Abruzzo era diviso in tre province: Abruzzo Citeriore, con capoluogo Chieti, Abruzzo Ulteriore Primo, con a capo Teramo, e Abruzzo Ulteriorie Secondo con capoluogo L’Aquila. Se questa era la situazione politica, d’altro canto la cultura contribuiva a creare un’unità fra i vari centri provinciali, grazie anche ai contributi dati in questa direzione dagli allievi del Genovesi nella seconda metà del Settecento.

Quand’è che ha deciso di mettersi sulle tracce di questo personaggio?

Mi ero già occupato marginalmente del Petroni in un saggio riguardante gli intendenti della provincia di Terra di Lavoro perché Petroni fu prima nominato sottintendente e poi segretario generale dell‘Intendenza di questa provincia nel periodo 1812-13. Avevo intenzione di approfondire le ricerche su questo personaggio, ma a quel tempo non ero riuscito a trovare molto.

Ci racconti come è nato questo suo libro.

Sono stato contattato da un amico di Ortona dei Marsi proprio per il saggio sugli intendenti di Terra di Lavoro e mi è stato chiesto di scrivere una biografia del Petroni che fosse un’opera storica basata su solide ricerche archivistiche e allo stesso tempo fosse di semplice approccio anche per i non addetti ai lavori. Credo modestamente di essere riuscito a contemperare entrambe le esigenze. Ad esempio la collocazione delle note alla fine del testo è stata pensata proprio per migliorare l’approccio del lettore non interessato alla continua verifica delle fonti di ogni passaggio scritto.

Quali sono state le difficoltà maggiori?

Vista la scarsità delle fonti bibliografiche, le difficoltà maggiori sono state quelle di reperire le fonti archivistiche, sparse in diversi archivi di Stato della penisola, non soltanto abruzzesi; pertanto di dovermi spostare in varie città per effettuare le ricerche.

Parliamo della struttura che ha dato al libro illustrandone brevemente i capitoli.

Un primo capitolo è dedicato ad una sintesi storica di notizie su Ortona dei Marsi e la famiglia Petroni dalla seconda metà del Settecento agli inizi dell’Ottocento, per inquadrare meglio il personaggio.Il secondo riguarda la nascita, la sua formazione – avvenuta in Chieti e in Roma – e la sua prima attività come avvocato in Napoli, inclusa in tale contesto perché a mio parere rappresenta un’ulteriore fase della sua formazione. I capitoli terzo e quarto sono la rappresentazione della sua carriera politico-amministrativa nelle varie intendenze del Regno. Nel quinto capitolo abbiamo prima la fase costituzionale – 1820-21 – nella quale il Petroni fu nominato consigliere di Stato per la provincia di L’Aquila e poi non fu confermato come intendente in Teramo; in questa fase sembrava essere pronto a ricoprire un nuovo incarico, ma col passare del tempo fu messo da parte. In questo periodo si dedicò soprattutto agli studi e ad approfondire le sue tantissime corrispondenze con uomini di cultura e scienziati. Il sesto capitolo tratta del suo ritorno come intendente in Chieti, delle sue realizzazioni e delle difficoltà affrontate negli ultimi anni, soprattutto i suoi problemi di salute che gli impedirono di tornare a Napoli per intraprendere la nuova attività di consigliere della Gran Corte dei Conti.

Il libro è corredato anche dalla riproduzione di documenti e da fotografie.

La riproduzione dei documenti è importantissima per comprendere meglio il personaggio e quando mi è possibile cerco sempre di inserirli nell’ambito di una pubblicazione storica. Le fotografie sono anch’esse importanti per rendere più accessibile il testo a tutti ed evitare di stancare troppo il lettore.

Molto interessanti anche le appendici, che contengono notizie importanti in termini documentali. Parliamo di questa sezione del volume.

L’appendice relativa ai discorsi come intendente di Chieti ai Consigli provinciali è illuminante sul modo che aveva il Petroni di intendere i consigli rappresentativi della provincia, del suo pensiero in generale e delle problematiche affrontate. Nel caso dello scambio di lettere col ministro delle Finanze è importante anche dal punto di vista umano e professionale. La terza appendice è molto interessante ed è la trascrizione dei libri della biblioteca personale del Petroni che fortunatamente non andò perduta perché fu venduta dagli eredi del Petroni alla Biblioteca provinciale di Chieti. La quarta appendice, relativa ai carbonari in Ortona dei Marsi era inizialmente una nota, ma essendo troppo estesa ho deciso di trasformarla in una appendice. Si tratta di notizie già conosciute da studiosi abruzzesi, che io ho preferito riportarle con le relative fonti archivistiche.

Fra le varie notizie che ha portato alla luce con questo suo lavoro, quali sono quelle di cui va più fiero?

Il mio lavoro ha il merito di essere il primo lavoro di carattere storico sulla figura di Francesco Saverio Petroni. Oltre alla precisa ricostruzione della sua famiglia, della carriera nell’Amministrazione pubblica, credo di aver portato alla luce la dimensione culturale del Petroni, sia nell’opinione degli altri contemporanei, sia nella sua adesione alle Accademie del regno, nota ai suoi contemporanei, ma sconosciuta ai posteri. Purtroppo un limite oggettivo che ha impedito di tracciare meglio tale profilo è stata la perdita del suo vastissimo ed interessantissimo epistolario: secondo il Nicolini, che lo aveva visionato, avrebbe meritato di essere pubblicato.

Quanto tempo di lavoro ha richiesto la stesura di questa sua ricerca?

Ho iniziato il lavoro di ricerca nel marzo del 2008, lavorando quasi esclusivamente a questo progetto, fino al mese di maggio 2009. Ho alternato il lavoro di ricerca a quello di stesura del testo e fino all’ultimo mese ho continuato ad insistere sulla ricerca in archivio in cerca di nuove fonti.

Veniamo adesso a lei: parliamo un po’ del suo percorso di storico.

Mi sono laureato in Lettere moderne all’Università Federico II di Napoli con una tesi sui Catasti Provvisori in Terra di Lavoro. Ho collaborato con la cattedra di Storia del Risorgimento ad una ricerca sui Catasti murattiani nel Regno di Napoli. Ho realizzato studi sui Catasti provvisori e su quelli onciari di vari Comuni, lavorando a ricerche storiche sui secoli XVIII e XIX. Negli ultimi anni mi sono dedicato a studi biografici su vari personaggi storici fra i quali Mattiangelo e Francesco Saverio Forgione, Alessandro d’Azzia, Lelio Parisi, Giulio Mastrilli, Luigi Macedonio e Michele Bassi. Ho lavorato a saggi sugli intendenti e sui consiglieri d’Intendenza di Terra di Lavoro.

Come interpreta il ruolo di storico?

Il ruolo dello storico è molto importante perché questi ha il delicatissimo compito di fare luce sul passato e sui protagonisti di tantissime fasi della nostra storia che necessitano di essere conosciute anche da un pubblico non specialistico. Se lo storico riesce a far emergere alcuni personaggi dalla polvere, renderà possibile a molti di apprezzare valori e insegnamenti che altrimenti andrebbero perduti.

Che cosa significa per lei “fare” ricerca?

Fare ricerca storica per me significa contribuire a portare alla luce personaggi e vicende che possono farci capire meglio il passato. La ricerca è spesso faticosissima e molte sono le tentazioni di percorrere varie scorciatoie, di battere i soliti sentieri già percorsi da altri, più rassicuranti e poco dispendiosi. Per me questo lavoro faticosissimo ha in se stesso un enorme valore e quindi la consapevolezza di ciò consente di provare soddisfazione anche durante questo duro percorso, non soltanto alla fine della ricerca. Spesso riscontro una scarsissima considerazione nella società per chi fa ricerca storica e cerca anche di divulgare il contenuto dei suoi lavori.

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- Storia

Eresia e inquisizione nei casali capuani

CASI DI ERESIA E INQUISIZIONE NEI CASALI CAPUANI: IL CASO DI SAN PRISCO (1551-1564)

Introduzione
Il Mezzogiorno d’Italia ebbe un ruolo importante nella diffusione delle idee riformate nel resto della penisola, soprattutto grazie ai cenacoli che nacquero attorno all’esule spagnolo Juan de Valdés, che raccoglievano aristocratici, letterati e religiosi, fra cui anche importanti vescovi ed arcivescovi del Napoletano.
Una fonte importante sul movimento eterodosso a Napoli e in Terra di Lavoro rimane il Compendium processuum Sancti Officii Romae, qui fuerunt compilati sub Paulo III, Iulio III et Paulo IV summis pontificibus, un manoscritto che riassumeva gli atti del processo al cardinale Morone.
In esso è interposto un brano in volgare del teatino Antonio Caracciolo, che riassume la situazione dei gruppi ereticali in Napoli e in Terra di Lavoro a partire dagli anni ’40 del XVI secolo, che ricopiò una memoria circa l’eresia di Napoli e Terra di Lavoro dal 1540 al 1564, scritta da Giulio Antonio Santoro, cardinale di Santa Severina.
Tali fonti sono state autorevolmente pubblicate nel notevole saggio di Pierroberto Scaramella “Con la croce al core”, Inquisizione ed eresia in Terra di Lavoro (1551-1564), pubblicato in «Campania Sacra» nell’anno 1994. Scaramella ha il merito di aver ricostruito le varie vicende della diffusione delle idee ereticali in Terra di Lavoro partendo dalle fonti essenziali e confrontandole con le fonti dei processi che si tennero in Capua nel periodo 1551-64.
Nella seconda metà degli anni ’40 del Cinquecento il fenomeno si allargò anche agli strati e classi più bassi della popolazione, dando vita a delle vere e proprie comunità eterodosse con caratteristiche originali rispetto agli altri esempi conosciuti nella penisola.
Una figura importante come propugnatore delle idee riformate in Napoli e in Terra di Lavoro fu Lorenzo Romano, agostiniano apostata proveniente da Messina. Egli era un maestro di scuola e soggiornò in Napoli venendo a contatto con Valdés e utilizzò anche le sue opere. Il Romano soggiornò in Napoli presso l’Ospedale di Santa Maria di Loreto, in Caserta in più periodi e anche in Piedimonte e in altri casali di Terra di Lavoro.
Altre figure locali furono i casertani Giovan Francesco Alois e Simone Fiorillo, Giovan Berardino Gargano (nativo della regione) e Apollonio Merenda (cappellano dell’arcivescovo capuano Arcella), tutti in contatto con i capi della “setta eretica” capuana.

1. La comunità capuana
Le idee ereticali nei casali capuani trovarono diffusione a partire dal 1544, quando alcuni inquisiti affermarono che Vincenzo Iannelli era un pubblico luterano; tuttavia una vera e propria comunità si formò solo negli anni 1548-49.
Fra i capi della setta capuana, confessati dagli stessi inquisiti, erano: don Ursino e don Vincenzo de Rocchia, due predicatori locali, don Masello e don Francesco Pascale, il canonico della cattedrale di Santa Maria Maggiore Pietro Antonio Cirillo, il notaio Giovan Bernardino Ventreglia e don Lorenzo de Antinoro, altro predicatore capuano. Si trattava di un gruppo appartenente alla classe media, formato da medi e piccoli possidenti, notai e sacerdoti. A questo nucleo principale di eretici locali si affiancavano anche predicatori casertani come Simone Fiorillo, Leucio Gazillo, Lorenzo Lasco ed Ettore Diamante.
Figura preminente era, infine, un predicatore tedesco che non fu possibile identificare, che fu probabilmente il punto di congiunzione diretto tra la comunità capuana e i luoghi della riforma protestante.
La restante parte del gruppo religioso dei casali capuani era di bassa estrazione: contadini, piccoli artigiani, “funari”, sarti e muratori.
La grandissima diffusione delle idee ereticali portò per qualche anno ad attività parallele a quelle della Chiesa ufficiale con riunioni clandestine, dove si celebrava la cena e si leggevano testi riformati (chiamati generalmente “luterani”). Già dal 1549 diversi abitanti dei casali capuani evitavano di seguire le numerosissime festività religiose.
Tra la fine del 1550 e l’estate del 1551, in seguito alle dispute teologiche e alle prese di posizioni contro le indulgenze, accaddero delle vere e proprie azioni di contrasto alla Chiesa cattolica.
In Santa Maria Maggiore i riformati si riunivano nella chiesetta di S. Stefano, di proprietà dell’abate Berardinetto, di cui era procuratore Francesco Pascale, uno dei più importanti esponenti della setta capuana. Vincenzo Iannelli era stato nominato diacono del luogo di culto dal 1549. Un altro luogo di riunione della comunità era quello della bottega di Jacobetto Gentile, dove i riformati si riunivano a leggere il “Testamento nuovo” e le “Epistole di San Paolo”.
Questi avvenimenti causano la prima grossa azione antiereticale. Ci furono abiure a carcerazioni. Alcuni eretici fuggirono a Ginevra, altri, dopo lunghi soggiorni, tornarono ai luoghi natii dopo l’attenuazione dell’azione repressiva.
Tra l’estate del 1551 e il marzo del 1552 avvenne un abbandono delle celebrazioni eucaristiche da parte di buona parte della popolazione dei casali capuani. Ciò fece emanare un’ordinanza del vicario che imponeva a tutti la partecipazione a tutte le celebrazioni religiose. Seguì una lunga campagna repressiva e un inasprimento delle posizioni nei rispettivi schieramenti.

2. Caratteristiche e specificità della comunità ereticale
Dalle testimonianze degli inquisiti, delle quali alcune estorte sotto tortura e altre rese spontaneamente, notiamo che all’interno della comunità ereticale si insegnava un sentimento diverso della comunione, che rifiutava la confessione sacramentale con l’affermazione che Cristo non era presente nell’ostia consacrata in carne ed ossa, ma soltanto “in spiritu”.
Gli adepti avevano le seguenti credenze: rigettavano la confessione al sacerdote, affermando di confessarsi ogni giorno al Signore; consideravano gli altri componenti della comunità fratelli in Cristo; rifiutavano l’esistenza del purgatorio; negavano il giovamento delle messe celebrate per i morti, così come le elemosine e consideravano le indulgenze soltanto un mezzo lucrativo della Chiesa; inoltre, rigettavano il potere dell’intercessione dei santi e della Madonna, accanendosi contro le immagini, considerate degli idoli.
Ma l’aspetto più interessante e distintivo della comunità protestante capuana era la celebrazione della cena. Vincenzo Iannelli affermò di avervi partecipato dal 1550. Egli dichiarò:

li cristiani se devevano comunicare quando si facea la cena … la messa non ei necessaria perché Dio ha lassata la cena et la messa non ei necessaria né di domenica né mai de nesciuno dì …Nella cappella de Sancto Stefano … lo dicto todisco represe esso deposante che facea male a far dire la messa perché non lla havea instituita Christo ma lle gente de lo mundo et cossì esso deposante crese tale parole et non era bene fare dire messa né vedere quella … Erano tre che faceano la cena, notare Ioanne Berardino Ventrillo, donno Ursino et mastro Iacobo de Cayaza habitanti in Santa Maria et esso deposante, et lo dicto donno Ursino tagliava il pane ad felle in la predicta cappella de Sancto Stefano de lo tempo de le vendegne … et depoi negei legeva certe oratione sopra dicte felle de pane lle quali otaitone erano in uno libro de loteranj venuto d’Alemagna et esse benedicte ut supra ne deva una fella de pane per uno ... accipite et manducate hoc est corpus meum, dicendo dicte parole rozamente et depoi pigliava uno becchiere pieno de vino et nge dicea sopra certe oratione puro de libri luteranj, dicendo tale parole: hic est calix et sanguis meus et altre parole … Et dicte dicte parole lo dicto donno Ursino deva ad bevere ad uno ad uno ad tutti … che erano llà presente.

Questo elemento pone la comunità dei casali capuani in posizione non perfettamente coincidente con i gruppi religiosi presenti in Napoli e fa pensare ad un rapporto autonomo e diretto con i gruppi riformatori presenti in Ginevra, in particolare con la concezione di Calvino.
Il gruppo capuano si dimostrò particolarmente compatto per varie motivazioni: le diverse visite fatte da parenti e amici nelle carceri dell’Arcivescovato, affrontando rischi di una cattura o della denuncia; la rete di informazioni attraverso la quale avvertivano in tempo gli inquisiti per favorirne la fuga; il rifiuto non sempre esplicito di seguire la messa e il rigetto della sepoltura ecclesiastica; rifiuto dell’estrema unzione e dell’assistenza spirituale da parte dei religiosi appartenenti alla Chiesa Madre Romana, accompagnate dall’assistenza dei religiosi appartenenti alla comunità riformata locale.

3. I processi della primavera del 1552
L’ondata dei processi del 1552 iniziò con un’indagine del governatore capuano in seguito ad episodi iconoclasti. Questi scrisse immediatamente all’imperatore Carlo V che in quel periodo si trovava a Pozzuoli. Le prime udienze furono firmate dai giudici secolari e soltanto in un secondo momento, principiando dal mese di maggio, gli incartamenti furono spediti alla Curia arcivescovile.
Contemporaneamente iniziano i processi contro Jacobetto Gentile e fra’ Vincenzo Iannelli.
La Curia capuana, prima di affrontare la fase repressiva vera e propria, mise in campo parroci e predicatori per verificare la disponibilità degli appartenenti alla comunità protestante a ricredersi e ritornare nel grembo della Chiesa cattolica. I parroci in tale fase investigarono e fecero pressioni sui familiari dei sospettati.
L’azione dei parroci portò i suoi frutti perché già alla fine di gennaio 1552 alcuni abitanti dei casali di Santa Maria e di San Prisco iniziarono a recarsi dai parroci per pentirsi e confessare i propri errori. Seguì la già citata ordinanza del vicario arcivescovile che obbligava tutta la popolazione alla partecipazione alle celebrazioni eucaristiche. Si cercava di far uscire il gruppo più compatto allo scoperto.
A questo punto diversi esponenti della comunità cominciarono a fuggire fuori della diocesi, mentre altri cominciarono a partecipare alle celebrazioni anche in modo frettoloso ed esclusivamente formale.
La Curia capuana in questo frangente per ottenere informazioni sull’eresia e sui singoli esponenti della comunità adottò la confessione come strumento di delazione e denunzia.
In seguito tale strumento fu molto criticato da diversi esponenti della stessa Chiesa cattolica.
Esemplari furono le condanne al rogo di Jacobetto Gentile, sarto di Santa Maria Maggiore, e Vincenzo Iannelli (anche Ciannelli o Giannelli), “funaro” di S. Pietro in Corpo che in maniera diversa ammisero le loro convinzioni religiose. I due avendo abiurato qualche anno prima opinioni eterodosse, furono dichiarati “confessus et relapus”.
I veri capi della setta riuscirono a fuggire, molti altri furono imprigionati e molti individui si presentarono spontaneamente al tribunale arcivescovile. Per costoro le condanne furono più miti e il fatto discriminante fu che essi non fossero stati citati o denunziati in precedenza.
Nel mese di ottobre del 1552 seguì l’indagine sui beni degli appartenenti alla comunità religiosa per la loro confisca.

3. I processi capuani del 1563-64
I processi del 1563-64 si svolsero sulla spinta della vasta azione antiereticale svolta dall’Inquisizione romana in seguito ai processi romani di Giovan Francesco Alois e Giovan Bernardino Gargano.
Gli inquisiti, quasi tutti donne, erano appartenenti allo stesso gruppo decimato dai processi del 1552; fra loro vi erano molte mogli e parenti degli “eresiarchi” condannati o fuggiti nel 1552.
Nel 1563 la Corte capuana processò singoli individui che, pur continuando a partecipare alla vita religiosa e liturgica dei casali, continuavano a nutrire dubbi sui sacramenti e precetti della Santa Madre Chiesa.
Molte donne furono condannate al carcere per pene molto minori rispetto a quelle riscontrate nei processi del 1552, ma alla maggior parte di esse dopo poco fu permesso di scontare la pena nelle loro abitazioni.
L’unico processo ad un personaggio sconosciuto fu quello a Gregorio Martuccio, “funaro” di Santa Maria Maggiore, che confessò il legame con Simone Fiorillo di Caserta. La sua condanna, emanata in Capua il 10 marzo del 1564, fu a dieci anni di galera.

4. Il caso particolare di San Prisco
Le idee ereticali nel casale di San Prisco furono molto diffuse, una prova evidente è data dal lungo elenco degli inquisiti nei processi che si tennero in Capua dal marzo al maggio del 1552; infatti, con 31 individui era il casale con maggior presenza di persone indagate (le altre erano così distribuite: 22 in Santa Maria Maggiore, 9 in San Pietro in Corpo, 4 in Curti; 7 in Stafaro[?], 7 in Capua, 3 in Sala di Caserta, 13 in Caserta e altri 21 di cui non si conosceva la provenienza).
Inoltre, occorre ricordare che l’inizio dell’indagine condotta prima dal governatore capuano e poi dalla Curia arcivescovile ebbe inizio proprio in seguito ad azioni iconoclaste verificatesi nel casale di San Prisco. In particolare era accaduto che un gruppo di eretici aveva distrutto una croce e “cacciati gli occhi” all’immagine di una Madonna in una Chiesa del casale.
In seguito alla strategia investigativa e persuasiva della Curia capuana molti individui di San Prisco, insieme ad altri di Santa Maria Maggiore, si recarono dai propri parroci per pentirsi e confessare le proprie deviazioni dalla Chiesa ufficiale.
Il gruppo sanprischese era strettamente legato a quello di Santa Maria Maggiore, ai capi della setta; infatti, Giovanni Palmieri, uno delle persone più in vista del casale, durante un interrogatorio all’Arcivescovato di Capua, affermò di essere stato contattato da don Ursino, don Vincenzo de Rocchia e da don Francesco Pascale.
Dopo le prime condanne esemplari di esponenti della comunità di Santa Maria Maggiore e la fuga dei suoi principali rappresentanti (alcuni in casali casertani e altri direttamente a Ginevra), un gruppo di 8 persone di San Prisco decise di autodenunciarsi spontaneamente per avere condanne più miti e probabilmente per difendere le proprie famiglie e i propri beni. Essi erano: Giovanni Palmieri, Giovan Battista de Felice, Francesco de Galluccio alias Cappello, Felice de Felice, Giovanni Impaglia, Ettore de Monaco, Marco de Monaco e Tommaso de Monaco.
La maggior parte di essi ricevettero una condanna molto lieve: furono costretti a portare cartigli sulla schiena e candele in mano durante i giorni di festa e nelle funzioni sacre; inoltre, dovevano abiurare le proprie colpe dai maggiori pulpiti dei casali della diocesi per tutto il periodo nel quale erano stati “in heresia”.
Felice de Felice, probabilmente già inquisito in passato, fu condannato a 10 anni ai remi da scontare in Napoli.
Nel marzo del 1552 Girolamo di Monaco del casale di San Prisco fu sentito come testimone nel processo contro Vincenzo Iannelli. Questi affermò: di aver sentito dagli uomini del casale che don Leucio di Caserta, abitante in San Prisco, era “luterano”; di conoscere Vincenzo Iannelli da molti anni ed aveva sentito dire che da circa 8 anni era pubblico “luterano”; di conoscere bene Ursino de Rocchia in quanto era suo cognato e di essere a conoscenza che fosse pubblico “luterano” e che non lo vedeva da più di un mese; di non essere luterano (anche se in un primo momento Vincenzo Iannelli asserì di aver inteso dire che Girolamo era anch’egli “luterano”).
La comparizione spontanea nella Curia arcivescovile di Giovanni Palmieri, una delle figure principali della comunità eretica sanprischese, incoraggiò anche gli altri a compiere il medesimo passo. Il Palmieri il 21 marzo 1552 asserì di aver aderito alle idee “luterane” da circa tre anni, cooptato da don Ursino e don Vincenzo de Rocchia (de Roccia nella deposizione) e don Francesco Gaglione di Santa Maria Maggiore; inoltre, fece i nomi anche di Hettorro de Monaco, Marco de Monaco, Tomaso de Monaco e Janni de Campo Lattaro di San Prisco. Egli affermò di essersi confessato a don Cesare de Fratta, di essersi pentito delle sue precedenti scelte e di essere ritornato alla Chiesa Santa Madre Romana.
Dopo le condanne di Jacobetto Gentile e Vincenzo Iannelli (o Giannelli) nel maggio del 1552, fu affrontato il processo contro gli iconoclasti sanprischesi, che si svolse parallelamente a quello principale per le sue peculiarità. L’imputato principale fu Jacobo de Baja, che fu condannato al carcere perpetuo nelle regie galere; in seguito la condanna fu diminuita a dieci anni. I coautori del delitto furono puniti con 5 anni da scontare di carcere; si trattava di Caprio de Felice, Antonio de Lillo, Stefano di Mastro Giovanni (o Mastro Janne), Ottaviano Russo e Stefano de Caprio.
E’ verosimile che alcuni di rei confessi di San Prisco, che nel 1552 si erano recati spontaneamente alla Corte arcivescovile di Capua, continuarono in segreto ad aderire alle idee riformate e a nutrire dubbi sui sacramenti, partecipando però alla vita ecclesiastica e alle celebrazioni ufficiali della Chiesa cattolica capuana.
Felice de Felice, condannato ai remi per dieci anni, dopo aver scontata la pena non si mostrò pentito delle sue scelte religiose, anzi le prove subite rafforzarono le sue convinzioni. Infatti, tentò di scappare in Svizzera per raggiungere Ginevra, attraverso la cittadina di Chiancuvac .In seguito cercò di ritornare al proprio casale, ma fu catturato nell’agosto del 1563 in Napoli e fu costretto nuovamente ad abiurare nell’Arcivescovato di Napoli; quindi fu condannato a “murarsi” come “relapso”.
Nei processi tenutisi a Capua negli anni 1563-64 troviamo anche qualche donna di San Prisco, insieme ad altre di Santa Maria Maggiore, ma non vi fu un grande coinvolgimento di individui, come era accaduto nel periodo 1551-52.

FONTI ARCHIVISTICHE
Archivio Arcivescovile di Capua (AAC), Sant’Ufficio, vol. I, Processi, marzo-maggio 1552.
AAC, Sant’Ufficio, vol. II, Processi, dicembre 1563-marzo1564.

BIBLIOGRAFIA
Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 4592, Persecutione eccitata al signor Santorio che fu poi cardinal et fu detto il cardinale di Santa Severina.
M. FIRPO, Il processo inquisitoriale del Cardinale Giovanni Morone, I: “Compendium”, Roma 1981, pp. 227-229.
M. FIRPO, Tra alumbrados e “spirituali”. Studi su Juan de Valdés e il valdesianesimo nella crisi religiosa del ‘500 italiano, Firenze 1990.
P. SCARAMELLA, “Con la croce al core”, Inquisizione ed eresia in Terra di Lavoro (1551-1564), in «Campania Sacra», n. 25, a. 1994, pp. 173-268.