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Raccolta di testi in prosa di Anna Giordano
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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I fiori di Auschwitz #GiornoMemoria

Questo racconto è tratto dal libro dell’omonimo concorso: Scrivi con lo scrittore indetto dalla casa editrice Giraldi Editore di Bologna per il quale, alcuni scrittori fornirono degli incipit e di cui
scelsi questo riportato all’inizio del racconto in corsivo. Incipit di Stefano Chiesa Mazzanti.

Dedicato ai martiri della Shoah.
Affinché non si dimentichino le persone che sono morte innocenti per un reato inesistente .
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Quando riaprii gli occhi, mi ritrovai dinanzi ad uno spettacolo unico. Un immenso prato verde si disperdeva all’orizzonte, strani esseri, mai visti in vita mia, mi fissavano incuriositi.

Ero là, i miei occhi avevano dimenticato com’era fatta una distesa verde come quella che riempiva il mio sguardo e poi c’erano loro. Stavano in piedi, mi guardavano come se io fossi stata una cavia da laboratorio. Avevano tutte le sembianze dell’essere umano, ma qualcosa che non riuscivo a decifrare nel loro sguardo, m'immergeva nel dubbio totale.
Ero in uno stato d’apparente quiete, ma la confusione mi fuorviava, non riuscivo a ricordare perché ero lì, stesa sull’erba.
C’erano dei fiori gialli che sembravano tanti piccoli soli caduti in quel prato, avevo l’impressione di sognare, quei fiori mi erano sconosciuti, ma così belli!
Pensai che mi trovassi in paradiso o in un altro luogo che non riuscivo ad immaginare. La mia vista era offuscata, mi sentivo come stordita.
Nel muovermi mi accorsi che un dolore fortissimo s’impadronì di me, facendomi riprendere coscienza. Quegli esseri strani che due minuti prima non avevo riconosciuto erano dei soldati tedeschi, le SS.
Dei flash di memoria mi accompagnavano mentre loro continuavano a guardarmi e a ridere lasciandosi sfuggire commenti odiosi, come: Volevi fuggire piccolo escremento della razza umana, ma devi soffrire prima di morire; con la tua pelle faremo fogli di pergamena, con le tue ossa bottoni. Il loro sorriso era pieno di cattiveria mista a sadismo.
E mentre continuavano a girarmi intorno, presi coscienza di tutto, di dove mi trovavo, di come tutto fosse iniziato.
Ricordai improvvisamente le mie origini rom, l’arresto di mio padre in Austria avvenuto verso la fine del 1940…

Bussarono alla porta della nostra umile dimora, stavo dormendo, le grida risuonarono nel silenzio della notte come la paura che invase il mio cuore che batteva forte, lo pressavo con la mano destra perché facesse silenzio, quasi a soffocarlo. Udii colpire col calcio del mitra, mio padre, era la Gestapo. Si dibatteva contro di loro, ma inutilmente. Fu preso di forza, stordito dai calci, fu scaraventato in una delle loro camionette grigioverde, in cui anche altri rom furono deportati per una destinazione incognita.
Avevo tredici anni, quando rimasi sola con mia madre e i miei sei fratelli e sorelle, ma fu per breve tempo. Dopo dieci giorni vennero a prendere anche noi, gli stessi uomini, tutti uguali se non per il loro aspetto fisico, quanto per il loro sguardo gelido e senza espressione e il tono della loro voce che li accomunava nell’impartire ordini perentori, che ancora ora risuonano nella mia mente:SCHNELL, eins, zwei, drei, vier, fünf… e così, ad uno ad uno, ci contavano mentre salivamo di forza sul camion; buttati come sacchi di spazzatura, gli uni sugli altri, senza distinzione, donne, bambini, vecchi, tutti sul camion, si soffocava. Ci trattavano come bestie da macello, non sapevamo dove eravamo diretti e neppure il perché di un tale viaggio. Dopo una notte passata nella paura, ci fecero salire su un treno merci e, rinchiusi, stipati, senza aria, giungemmo stremati dopo due giorni in un posto che non si può e non si deve dimenticare:Auschwitz.

Al di là dalla barriera di filo spinato ad alta tensione, uomini prigionieri sorvegliati a vista ci guardavano con occhi disperati, frustati, obbligati a correre scalzi su vetri sbriciolati. Dopo due giorni non tardai a conoscere la loro stessa sorte. I soldati ci spinsero giù dal treno su cui ci avevano obbligato a salire, i vecchi e i bambini dovevano saltare anche se no ne avevano le forze. Cadendo, le loro ginocchia si fracassavano sulle pietre vive e appuntite della strada ferrata, causandogli un atroce supplizio.
Un’infinità di strutture tutte uguali s’innalzavano alle spalle di quegli uomini che stavano dietro il filo spinato; le guardie con i mitra pronti a colpire vigilavano dalle torrette. I miei occhi faticavano a sostenere gli sguardi di quei prigionieri, quando una voce a me cara s’alzò dalla massa umana… era mio padre, gridò il nome di mia madre:Zara!.
Mi voltai e cercai di scorgere il suo viso, ma non ebbi il tempo di gridare il suo nome, che insieme a mia madre e mia sorella, lo vedemmo cadere sotto il fuoco dei mitra. Abbracciai mia madre, mentre un soldato ci divise strattonandoci e spingendoci dentro il capannone insieme con gli altri.
Giunte al blocco 26, una SS intimò a tutti di spogliarsi, vidi mia madre arrossire, mentre le lacrime uscivano da sole dagli occhi scuri e profondi, la guardai e mi vergognai.
Ci avevano divise e davanti a noi tante persone avanzavano per due, chissà cosa dovevamo sopportare? Poi me ne resi conto. Alle donne come ai bambini e agli anziani, gli rasavano la testa come pecore indifese.
Sentii gridare l’odioso:SCHNELL! Era il mio turno, non volevo che mi tagliassero i capelli, ma subito sentii scivolare il rasoio sul cranio, l’abilità con la quale privavano le teste delle chiome, mi fece capire che avevano molta esperienza.
In pochi minuti ero nuda dalla testa ai piedi. Toccai con la mano la sommità del cranio, avevo perso con i miei capelli non solo la libertà ma la dignità umana. Guardai da lontano mia madre e il dolore misto a vergogna era l’unico vestito di cui si copriva e mi coprivo.
Fui spinta ad entrare insieme con gli altri nei così detti bagni, tra botte e grida di chi si ribellava, quando l’acqua troppo calda o troppo fredda cadeva addosso.
Fui spinta ancora una volta con il calcio del mitra, che sentii entrare nella schiena affinché avanzassi.
Uscii all’aperto in pieno dicembre, mi misi in fila dietro gli altri durante l'attesa per avere un’uniforme a righe, che ricevetti appena giunto il mio turno. Vi entravo due volte, sporca e lacera, l’indossai in silenzio guadando mia sorella Sonia, di appena dieci anni, che a sua volta mi guardò e si mise a piangere. Aveva freddo, era ancora nuda nell'attesa di un’uniforme, ma dall’altro lato mia madre ci fece cenno con gli occhi affinché non la guardassimo e ci fece capire di restare tranquille. Lessi nel suo sguardo la preoccupazione, forse era meglio ignorarci per non farci dividere del tutto.
Feci cenno a mia sorella di non piangere, mi sentivo invecchiata in poche ore di almeno dieci anni. La paura mi attanagliava lo stomaco e il cuore batteva fortissimo ogni volta che le SS impartivano un ordine.
Mi resi subito conto d’essere giunta all’inferno, quando vidi mio padre morire senza una vera ragione. L’essere stata divisa da mia madre, aver subito l’umiliazione di spogliarmi davanti a tutti ferendo la mia dignità, continuando a dover fare una lunga ed estenuante fila al freddo e con lo stomaco che gridava fame, e tutto ciò per tatuarci un numero sul braccio.
Nell’attesa del mio turno capii quanto contava poco appartenere alla razza umana, per quegli uomini che ci trattavano come bestie; fui marchiata con un numero che definiva la mia identità al posto del mio nome. Da quel momento ero soltanto un numero fra tanti altri.
Ci portarono in un campo, lo stesso in cui era stato ucciso mio padre.

Trascorsero circa otto settimane dal nostro arrivo, era il posto in cui tutti dovevano dimostrare la loro tenacia, era il campo designato per la quarantena, un vero tormento senza sosta. Era un campo in cui fui sottoposta a sevizie corporali e mentali. Ci passavano pochissimo cibo e dovevamo sostenere tanti sforzi fisici sotto le incessanti botte delle SS che avevano il compito di ridurre l’essere umano in larva, sia dal punto di vista fisico che mentale, con il solo scopo di vedere se eravamo idonei per sostenere il lavoro che ci spettava.
Il loro motto forgiato sul cancello dell’entrata di Auschwitz, per l’appunto si riferiva al lavoro:Arbeit macht frei, Il lavoro rende liberi, una beffa ai danni dell’umanità, come per dire lavorando sarete liberati da questo inferno con la morte.

Uscii dalla quarantena stremata, la sola cosa piacevole fu il viso di mia madre che intravidi con quello di mia sorella. Fu un grande sollievo vedere che anche loro erano sopravvissute alla quarantena.
Iniziai a lavorare da subito. Il lavoro consisteva nel dovere spogliare i morti dei loro beni.
Entrando in quel luogo mi si raggelò il sangue nelle vene. Le mura erano altissime tre, forse quattro metri, per la metà l’enorme capannone era pieno di corpi ammucchiati che formavano cumuli alti due metri; cadaveri mutilati, già nudi, ad alcuni mancavano i capezzoli dei seni, altri corpi squarciati, privi d'organi, privi dei loro denti, mutilazioni fatte su corpi scheletrici, l’orrore era nei miei occhi.
Una donna che poteva essere mia madre, per la sua età e per lo stesso aspetto forte, mi prese la mano e mi fece girare la testa per non guardare tanta disumana crudeltà.
Quelle montagne di corpi inermi e mutilati devastarono la mia mente, c’era da impazzire e
terrorizzata, mi domandavo perché? Che cosa avevamo fatto per meritare un tale castigo?
Presto mi resi conto che non era altro che l’inizio della nostra fine.

Seminuda ero distesa su quel prato e ormai mi era chiara la ragione del dolore che sentivo. Era un dolore dovuto alle percosse ricevute dopo la mia tentata fuga dal campo di Auschwitz, dove avevo approfittato della distrazione di una guardia e mi ero infilata in una cassa di legno piena di vestiti che dovevano essere portati via dai soldati. La cassa fu caricata sul camion e quando il cancello si aprì sentii una stretta al cuore ed una gioia che mi pervase.
Ero riuscita ad uscire dal campo, dovevo tirarmi fuori da quella cassa, ma non sapevo come fare poiché c’erano i soldati. Colsi un momento propizio per uscire dalla cassa, quando il camion si fermò bruscamente; profittai del fatto che i soldati erano scesi dal camion. La ruota anteriore destra si era forata, saltai dal camion rotolando giù per la scarpata, ma un soldato mi vide e subito chiamò gli altri…
Erano gli stessi che mi guardavano in quel momento, dopo avermi massacrata di botte ridevano malignamente. Avrebbero fatto meglio se mi avessero uccisa.
Erano troppe le cose di cui mi ricordavo e che mi facevano male più delle ferite: mia madre che rubava le cinture, qualche scarpa di cuoio ai corpi seviziati da esperimenti disumani di dottori sadici.
Il cuoio racimolato da mia madre che masticava per ammorbidirlo, lo riduceva poi in briciole e di nascosto ci diceva di mangiarlo se non volevamo morire di fame, così pure, trafugava pezzetti di stoffa in cotone riducendoli in fili che spezzettava, era il nostro pasto, l’inghiottivamo sotto il suo sguardo vigile ed amorevole se pur lontano.
Quanti orrori l’essere umano ha commesso, che di umano aveva solo le parvenze, come quelle bestie che stavano a me intorno.
Uno di loro mi disse d’alzarmi. Sentivo che non ce la facevo, ma ci provai, il dolore era insopportabile e crollai di nuovo sull’erba quei fiori mi guardavano, erano l’unica cosa bella che mi era capitata di vedere, da quando ero entrata nel campo…

Un calcio mi giunse forte colpendomi all’anca già dolorante, cercai di rialzarmi riunendo tutte le mie forze ormai inesistenti. Pensai a mio padre, mia madre, al loro coraggio, e con un urlo atroce mi tirai su barcollando, uno di loro gridò ancora una volta:SCHNELL! Sempre lo stesso ordine. Con piccoli passi traboccanti da una zolla all’altra fui spinta sul loro camion e portata a Birkenau. Mi divisero da mia madre e mia sorella; gli altri fratelli, erano stati sin dall’inizio deportati in altri campi di concentramento e di loro non avevamo saputo più nulla. Quando arrivai al campo fui scaraventata giù dal camion con i miei vestiti in brandelli e le ferite ed ecchimosi su tutto il corpo; due prigionieri vennero a raccogliermi, ero a pezzi. Cercarono di disinfettare le mie ferite con la mia stessa urina, passai più giorni abbandonata a me stessa su di uno straccio di coperta, tra la vita e la morte a causa delle infezioni, al freddo delle notti, nutrita da qualche tozzo di pane che Sara, una donna ebrea, divideva con me quel poco che riceveva in cambio del lavoro da lei svolto nel campo di Auschwitz che distava tre chilometri da Birkenau, dove si trovavano mia madre e mia sorella.

Sara, mi raccontò che erano stati buoni con me perché i prigionieri che tentavano l’evasione, erano puniti con la morte, forse era stata la mia età che li aveva frenati, ero giovane e dovevo lavorare. Ogni sera dopo la ronda Sara strisciava a terra per raggiungere il mio giaciglio e mi portava notizie di mia madre e mia sorella. Una mattina doveva andare a lavorare, ma due guardie vennero e la prelevarono, da allora non ebbi più sue notizie, seppi solo che dopo pochi giorni dovetti sostituirla.
Il dispiacere di non vederla più però fu rimpiazzato dal piacere di rivedere mia madre e mia sorella.
Il lavoro che mi fu affidato fu quello di curare le aiuole che il Führer aveva ordinato, ai suoi uomini, d’intrattenere. Egli era amante della natura, incredibile, gli piaceva ammirare i fiori e le piante nei loro colori e forme. Ogni giorno annaffiavo e curavo quelle aiuole, vicino ai campi di sterminio, da un lato c’erano i fiori e dall’altro la porta che conduceva alle docce della morte. Tutto doveva sembrare bello…le guardie ogni mattina venivano a vedere se tutto fosse in ordine, se avevo zappato e ripulito il terreno dalle cattive erbe, ma su tutto se avevo annaffiato bene le piante tenere. Una giovane betulla sovrastava con i suoi rami il giardino era quella preferita dal Führer .
Da parte dei soldati, c’era come una morbosa attenzione per quelle piante, di cui non conoscevo il nome, c’erano anche i fiori che mi avevano vista giacere nel campo, quando ero stata catturata dopo la fuga.
Sì, proprio loro, i piccoli soli gialli che avevo così battezzato perché avevano la corolla come le margherite e che somigliavano tanto al sole in un cielo verde e che mi avevano regalato un senso di libertà anche se solo per un breve istante.
Che strano! Pensai che comunque, gli fosse stato riservato quello spazio esiguo e come dei prigionieri privilegiati del Führer, anch’essi, fossero stati privati della loro libertà.
Mi guardavano, ma non più con la stessa bellezza di quando ancora liberi stavano come me nel campo immenso color speranza, non avevano lo stesso colore oro di cui si fregiavano e fieri mostravano i loro petali come piccoli raggi di sole, forse era solo una mia impressione, ma percepivo la loro tristezza che era anche la mia.
Stavo ripulendo il terreno dalle erbacce e la mia mente dai pensieri cattivi, quando udii gridare mia madre, due soldati l’avevano presa per deportarla in un altro campo di concentramento,Treblinka e di cui nessuno conosceva la vera funzione di quel campo. Lasciai gli attrezzi e corsi lei incontro, mi aggrappai alla sua gonna lacera, i due soldati mi presero e mi staccarono da lei con violenza facendomi cadere sulla ghiaia ai bordi del reticolato di filo spinato ad alta tensione, restai lì per terra, tramortita dal colpo ricevuto e vidi allontanarsi per sempre mia madre insieme alle sue grida. Alzai pian piano lo sguardo e dalle aiuole a me vicino facevano capolino i fiori, forse era destino, ma stavano guardandomi ancora una volta, come per dirmi: Coraggio, rialzati e vieni a curarci, tu sola puoi capirci. Mi alzai piangendo e ripresi il lavoro poiché lo sguardo della sentinella già pesava su di me ed era pronto per lanciarmi il suo:SCHNELL! Le lacrime cadevano come fiumi, bagnai i fiori del mio pianto, dovevo stare attenta che non morissero ne valeva della mia vita, se vita poteva chiamarsi.
Il sole era da poco tramontato e la sera triste avanzava, e le mie mani sudice di terra aggiustavano le ultime zolle intorno ai fiori da poco nati, purtroppo avevo le mani stanche e per sbaglio spezzai il gambo di uno di quei fiori e per non farlo vedere lo raccolsi e lo nascosi nella tasca del grembiule. Il gesto fu notato da una guardia che mi ordinò di mostrare cosa avevo messo in tasca. Purtroppo dovetti estrarre il fiore dalla tasca che, poverino, s’era già afflosciato. Per il mio gesto, dovetti pagare.
Quella notte la passai in un buco scavato nella terra sovrastato da una grata di ferro pesante. Portai con me il fiore che avevo spezzato e ricordo che la sola cosa che feci, fu quella di stringerlo sul mio cuore, come una coperta per tenermi caldo in quella notte fredda e scura. Il mio piccolo sole, un fiore di cui ignoravo il nome, ma che occupò un posto nella mia vita regalandomi un po’ di colore in un mondo fatto d’oscurità e violenza. Un mondo in cui gli esseri umani erano solo numeri ed i fiori creature da rispettare.

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Il Piccolo Lembo di Cielo


Un giorno, un piccolo Lembo di Cielo guardando la terra, ancora quando il creato non era stato del tutto completato:
si accorse che fra tutti i colori che la componevano, mancava proprio quello del cielo, “l’azzurro”.
Allora, convocò in riunione tutto il resto del cielo, e disse: “dobbiamo fare qualcosa perché la terra abbia anche l’azzurro come colore, è il pianeta più bello, e sarebbe un peccato non esservi rappresentato con il nostro colore, anzi proporrei di farne il suo stemma”.

Il resto del cielo stava attentamente ad ascoltare il Piccolo Lembo…, che con grande ardire difendeva le sue idee. E dopo un consiglio generale, il cielo tutto, definì l’idea valida e prese al volo la proposta del Piccolo per rappresentare il loro colore anche sulla terra. Decisero così, d’inviare su terrà il promotore dell’idea, proprio il Piccolo Lembo di Cielo, e così fecero: staccarono dal cielo il Piccolo pezzo d’azzurro e lo catapultarono in un baleno sul pianeta Terra.
Egli non ebbe neppure il tempo di dare il suo consenso, che si trovò nel luogo da lui tanto decantato. Era stato lui ad avere avuto l’idea, e adesso doveva metterla in atto, cosa non facile, visto che non aveva i mezzi per farlo, e non sapeva neppure come ritornare in cielo, non avendo le ali.
Preso dalle sue mille domande, su come fare per dare il suo colore alla terra, e non trovando risposta, fu assalito dallo sgomento, tanto, che iniziò a piangere…
Pianse per giorni e giorni, la sua disperazione fu tale: che si formarono fiumi di lacrime, che piano, piano, riempirono: valli deserte, fino a
raggiungere altre valli e poi… ancora… ancora e ancora, dando così vita ad una immensa distesa d’acqua: salata come le sue lacrime, ed azzurra come il suo colore;
senza saperlo, aveva generato il mare.

Il sole, che da lassù lo guardava, volle premiare il Piccolo Lembo che nel vederlo così disperato di non poter tornare in cielo, ne ebbe compassione, e coi suoi raggi, riscaldò le lacrime del mare, facendole evaporare e trasformandole in migliaia di perline d’acqua invisibili, che, sospese nell’aria le illuminò dei suoi raggi. Come per incanto apparve un immenso ponte multicolore, aveva la forma di un grandissimo arco, tanto grande da unire la terra al cielo, era nato l’arcobaleno, sul quale il sole invitò a salire il Piccolo Lembo di Cielo che, asciugandosi gli occhi, e ringraziando il sole, sorrise.
Man mano che si arrampicava per raggiungere il cielo, guardava l’opera da lui compiuta, e l’immensa bellezza che aveva generato. Si sentì fiero, anche della sua debolezza, l’avere pianto era servito, non ad avere vergogna di lui stesso, ma ad avere dato vita al mare, con le sue lacrime ed il suo colore , tanto che, grazie a lui, la Terra fu definita anche pianeta blu.

Il Piccolo Lembo... giunto a casa , fu acclamato dal resto del cielo. In merito al suo pianto, alla sua missione compiuta, vennero appese sul suo lembo d’azzurro due stelle, di nome: “Castore e Polluce, (che troviamo nella costellazione appunto detta dei gemelli).

Così, da quel giorno, il mare riflette il cielo ed il cielo si specchia nel mare,
sorridenti all'orizzonte si tengono per mano,proprio come due fratelli gemelli.





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Il prezzo da pagare


In un grande prato verde, un grillo si confondeva col suo colore. Le sue zampette uncinate, s’aggrappavano agli esili fili d’erba che fungevano da liane. Poco distante c’era una margherita che aveva appena aperto la sua corolla bianca ai raggi del sole che la riscaldava. Il grillo stava per spiccare un salto per raggiungerla, quando frenò il suo slancio poiché fu preceduto da una stupenda farfalla che gli prese il posto, coprendo con le sue ali fragili e variopinte, tutto il fiore.
Il grillo soggiogato dalla sua eleganza e bellezza, rimase ad ammirare la livrea della farfalla che, nel suo insieme, sembrava un bouquet multicolore che irrompeva nella monocromia del verde prato.
Le sue ali come leggeri ventagli, s’agitavano permettendole di fare di tanto in tanto surplace, le sue zampine fragili sottolineavano ancor di più l’eleganza della sua bellezza. Dopo un breve riposo, sul cuore giallo della margherita, la farfalla spiegò le sue belle ali e si levò in volo. Il grillo che era rimasto nascosto ad ammirarla, si specchiò in una goccia di rugiada e, amaramente, si rese conto del suo aspetto che differiva molto da quello della bellissima farfalla. Poi disse fra sé e sé:
“ La natura però è ingiusta, io così brutto, con un naso che prende tutta la faccia, e due occhi sbozzolati ricoperti da due piccole persiane, con un corpo grosso e goffo su due zampe lunghe e mingherline come trampoli pieghevoli, e come se non bastasse, le ali, sì perché ci sono le ali che sono nascoste, talmente sono brutte, sotto due code obsolete di un vecchio frac. Senza dimenticare questo colore è quasi sempre verde o marrone, tanto da farmi confondere con i campi, così nessuno mai si accorgerà che esisto!”
Intanto, la farfalla volava col sole che le illuminava le ali, quando un signore, che camminava sul bordo del campo, munito di un retino, attirò l’attenzione del grillo che smise di borbottare per guardare l’uomo che a lunghi passi, aveva già raggiunto la farfalla. Spensierata la povera sprovveduta, volteggiava nell'aria. Il grillo, rimase nascosto mimetizzandosi fra l’erba e impotente, assistette alla cattura della bella farfalla che, finita prima nel retino e poi nelle mani dell’uomo subì un orribile destino. Il suo gracile corpo fu trafitto da un abominevole spillo e con cura, fu deposto, ancora agonizzante, in una scatola. Il povero grillo atterrito da tanta crudeltà, suo malgrado, si sentì pervaso da un senso di contentezza per essere stato creato così com'era da madre natura, e pensò che infondo, era meglio non essere troppo belli. Quel che era accaduto alla farfalla gli aveva fatto capire che per tutto c’era un prezzo da pagare, anche quello della notorietà e della bellezza che a volte, si trasforma in oggetto del desiderio e suscita gelosia ed invidia, da parte di chi, come il grillo, non si sentiva di pari bellezza.

08/03/2015

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Perché si scrive


Ci fu il primo giorno del mondo per l’essere umano, in cui la parola dischiuse le sue labbra
per salutare il sorgere del sole.
Non si sa, se fu un parlare oppure un canto, allora la scrittura non esisteva ancora, nessuno lasciò la sua parola scritta, non c’erano appuntamenti da dare, eppure l’uomo fu puntuale.
Gli uccelli cantavano insieme alla natura, e la parola era poco usata, erano suoni più che parole in cui si coglievano che d’espressioni, articolate, sillabate, strozzate in gola dallo stupore nell'aver visto nascere il sole, e l’uomo fu ancora puntuale, quando il sole lo stesso giorno andò a dormire nel mare, e ancor più grande fu lo stupore che raccontava un plenilunio. Erano suoni mozzi, misti a singhiozzi, e solo lo sguardo parlava per lui. Non c’erano filosofi e nemmeno dottori, né ministri o trattati sociali, c’era l’uomo, la terra ed i suoi componenti, liberi tutti e senza costrizioni.
Poi venne il tempo in cui l’uomo drizzatosi, camminò, dominando dall'alto ciò che aveva visto un tempo in cui sostava, sui quattro arti.
Vide i giorni… cambiarsi in stagioni e vide la vita cambiare nei suoni, la sua parola s’articolava ed imitava la voce del mondo, egli cantò il ritmo del vento, dell’acqua che scorre, il fruscio dei suoi passi nei campi incolti, ed imitò le voci dei boschi, girovagando da un punto all'altro in cerca di cibo e di calore, dalla savana alla foresta vergine, dalla tundra al deserto, che forse ancora non c’era, ma c’era il silenzio in cui s’adagiava, quando la notte spenta la luna, incuteva paura all'uomo nel mondo. Egli ne impiegò di tempo per pronunciare una vera parola! Accese il suo sguardo divenuto chiarore, quando il fuoco arrivò un giorno dal cielo, egli l’accolse come un dono di dei, si bruciò nel toccarlo ed emise un suono di dolore, così iniziò a catalogare le parole, per indicare il bene e il male.
Pian piano nel tempo quelle stesse parole si tramutarono in scambio, poiché ai gesti esse s’aggiunsero, per rafforzare le idee e le vicende vissute, per dare un nome alle cose usuali, e man mano che il tempo passava, con le parole egli trasmise i sentimenti…Venne la sera e venne il giorno, poi ancora la sera e un altro giorno, e le parole divennero il sole che rispecchiava la luce interiore.

Passò il tempo e l’uomo, tra il giorno e la notte, tra la vita e la morte, lasciò di se, nei monili ed usanze, la sua cultura, custodita, interrata.
I suoi disegni sulle rocce, sulle tavole in legno, d’argilla, di pietra, disegni incisi sul ferro, sull'oro, su fogli di papiro, su pelli e pergamene, poi sulla carta, e i disegni divennero segni, sposando i suoni della lingua in cui erano nati e assunsero diversi significati.
Ci fu l’esplosione con segni e con scritture e l’uomo a poco a poco divenne più maturo ed erudito. Amava contemplare, raccolto sul ciglio dei cieli, il cammino verso le stelle, i pianeti e le terre lontane, incominciò a parlare delle sue riflessioni e così nacquero, filosofi e profeti. Poi venne il tempo in cui la parola ormai da tempo nata, volle erudirsi affinarsi, distinguersi fra le altre, e nacquero così poeti e scrittori, che tramandarono negli anni la sola cosa che fa vivere i popoli: la libertà del pensare che si trasforma in azioni, in esempi, in canzoni, in poesie, in leggi, in insegnamenti dei sentimenti, in parole magiche, tragiche, fantastiche, uniche, e le innumerevoli sillabe se pure dissonanti negli idiomi, che sia cinese, arabo, francese, inglese, tedesco o italiano e passa…ha poca importanza, fan si che le parole esprimano la libertà d’espressione, di chi unendo le sue idee al gesto dello scrivere le rende immortali.

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Il vecchio e la terra

IL VECCHIO E LA TERRA


"Terra scura grassa e fertile, terra, che aratro taglia e zappa scava, compagna e amica che mai mi ha deluso."
Così diceva il vecchio Germano, quando l'autunno avanzava ed i campi dovevano essere arati per la semina prima del lungo riposo invernale...

Germano sin da piccolo, era vissuto nei campi, non c'era giorno che non toccava oppure soltanto sfiorava la terra; la sua terra, quella che l'aveva visto nascere. Sì, perché lui nacque un 18 luglio di un anno che non ricorda più, in un campo di grano.

Immobile, disteso, come quel giorno guarda il cielo, dall'unica finestra, sotto di essa, il suo letto.
Sorride al sole che in quello stesso mese, di un anno dimenticato, l'ha baciato per la prima volta.
In attimi di lucidità racconta la sua storia, che ripetute volte ha già raccontato, la sua nascita fra le spighe di grano mature e la sua vocazione per la terra che ama e della quale dice: "È sempre stato tutto quel che ho posseduto, chissà alla fine chi è stato veramente posseduto, io o lei?"
Poi rivolgendosi al piccolo Germano, il nipote di appena 12 anni, al quale, con un filo di voce, sussurra: "Vedi piccolo mio, tu sei il germoglio ed io il ramo da segare, ormai nonno deve lasciare spazio a chi ha braccia forti, mi devo riposare, affido a te la mia terra, rendila con le tue mani, verde e rigogliosa, non l'abbandonare, ha bisogno d'amore, quanto una novella sposa, carezza le sue gemme in primavera e veglia che nessuno e niente distrugga i suoi germogli, proteggili affinché, essa, sia fiera d'essere la loro madre".
Volgendo gli occhi alla finestra sorride quasi rassicurato che, il piccolo abbia capito la sua disperazione e prenda in mano la sua amata terra.

Lasciare la sua compagna di sempre, quella in chi ha riversato le sue gioie e dolori, la sua forza e delicatezza, quella per chi il sudore che ha versato, ha sempre contraccambiato le sue fatiche e speranze con i frutti di cui si è nutrito, e in cui le radici delle sue piante, sprofondando, ne hanno succhiato il sangue, sì, quello della sua amata terra.
Germano, un uomo forte.
La sua saggezza l'ha appresa da essa e dal cielo, il suo guardiano; quando lo scrutava ed egli parlava attraverso i segni che gli inviava, riuscendo a leggere nei suoi umori cangianti, capiva, che doveva proteggerla dalla grandine che stava per arrivare, ancor quando, il sole splendeva, fenomeno che i vecchi durante la sua giovane età, gli avevano appreso a deviare, chissà per quale magia, oppure amore per la sua amata, egli vi riusciva...

Il piccolo Germano, tiene la mano del nonno, mentre si è assopito, guardandolo lo accarezza con la sua, che non è ancora da uomo e neppure più da bambino, una mano che nonostante il sonno, il nonno stringe delicatamente, lui sorride e l'abbraccia, nell'orecchio lascia scivolare un candido:
" Va bene nonno, conta su di me".
Germano sorride dolcemente e con la poca forza che gli resta passa la mano sulla sua guancia e aggiunge:
“Quando sarai solo con lei, raccontale il mio amore, liberala dalle prigioni di rovo che la infestano insieme alla gramigna e non lasciano germogliare le sue gemme preziose.
Lei è buona, e lascia spazio a tutti, fino a farsi divorare. Non permetterle di distruggersi per amore, fai in modo che la sua bontà non sia carpita da erbe infestanti, tienila pulita perché vesta sempre di smeraldi e topazi, che la sua chioma possa cambiare ogni stagione affinché dal suo aspetto, tu possa capire che ti darà, come ha dato a me, il suo amore in frutti”.
L'amore che il nonno nutriva per la terra che lui, nipote, aveva visto solo come terreno e basta, prese, con quelle parole, un altro aspetto.
Nel suo cuore ormai, albergavano sentimenti di rispetto e gratitudine verso di essa, gli stessi che nel nonno si erano trasformati in amore.

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Il computer di Martino

Il computer di Martino Martino era un bambino molto svogliato. A scuola tutti lo deridevano perché era l’ultimo della classe. Troppe volte sbagliava i compiti, quello che a lui interessava era il suo migliore amico: il computer. Un giorno, mentre stava giocando, accadde una cosa stranissima … a sua sorpresa, vide uscire dallo schermo tante lettere che si tenevano per mano. Strabiliato, cercò di afferrarne una, per vedere se era solo la sua immaginazione, ma la lettera A, gridò forte: “Ahiii, mi fai male!” Martino rimase ancora più sorpreso nel sentirne la voce. Con molta reticenza e con un po’ di paura, cercò di afferrare la lettera M che, rivolgendosi a lui disse: “Ma cosa fai, stai attento a non rompermi una gamba!” Martino sempre più sorpreso domandò: “ Ma siete vere?” Le lettere risposero in coro: “Sì certo, siamo uscite dallo schermo per dirti di lasciarci un po’ in pace.” “Io non ho fatto nulla,” rispose, “come in pace?” “Tu non fai altro che metterci nel posto sbagliato, ancora non sai né parlare e né scrivere, faresti bene di prendere un libro e imparare, al posto di giocare sempre; con il computer si fa anche altro, ad esempio, studiare!” “Studiare? Non ci penso nemmeno!” Replicò Martino, ridendo. “Ecco, vedi?Abbiamo ragione noi! Siamo qui per toglierti la parola, fin quando non saprai scrivere e parlare correttamente. Le lettere fecero un girotondo componendo una frase: “Finché tu non studierai resterai privo di vocali e consonanti!” Martino riuscì a leggere appena, che tutte le lettere rientrarono nel pc, poi si mise a ridere, ma dalla sua bocca non usciva nessun suono, pensò che per un momento le sue orecchie si fossero otturate. Si mise davanti allo specchio e cercò di pronunciare una parola, che non uscì, gridò forte dalla paura, ma anche questa volta nessuno lo sentì; iniziò a piangere e le lacrime uscivano silenziose, senza che un lamento le accompagnasse. Martino corse al pc e con il pensiero pregò le lettere d’uscire di nuovo, ma nulla accadde. Allora prese carta e penna per scrivere, ma neppure sulla carta la penna lasciava traccia di quello che scriveva. Disperato uscì in strada, pensando che era solo uno scherzo di qualcuno, fermò un suo compagno di scuola e quando gli parlò, nessun suono la sua bocca pronunciò. Il suo compagno lo guardò e conoscendolo, disse: “ Sei sempre il solito burlone!” Martino capì che, l’unica cosa che gli restava da fare era di mettersi a studiare. Corse in camera, prese la grammatica ed iniziò a leggere le regole, imparò a memoria i verbi, sfogliò le pagine del suo computer, solo per apprendere e non giocare. Poi, con la mente, recitò quel che aveva imparato, studiò la storia che fino a quel momento non aveva mai appreso, cercò di mettere alla prova il suo sapere, ponendosi delle domande, ma ancora non sentiva la sua voce; cercò di scrivere, ma ancora niente, erano ormai passati molti giorni e la speranza di ritrovare le lettere dell’alfabeto rimase vana. Martino in lacrime accese il pc, sperando che le lettere avessero pietà di lui … La notte arrivò e lui, stanco, si addormentò davanti allo schermo acceso del computer. Quando la mattina si svegliò, sullo schermo del pc trovò la scritta: “ Prova a scrivere” Martino subito prese un foglio bianco e come vi poggiò la penna sopra, iniziò a vedere le lettere che scriveva. Finalmente era stato premiato per i suoi sforzi. Un grido di gioia uscì dalla sua bocca, anche la voce era ritornata, che gioia! Poteva di nuovo parlare e scrivere. Da quel giorno, i compagni di classe non lo presero più in giro e Martino capì quanto fosse importante studiare. _______________________________________

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Il sorriso di Maìva


Gli rideva addosso, con la schiena inarcata all’indietro e i seni sontuosi che sobbalzavano ogni volta che lei riprendeva fiato. Tutto di lei rideva, gli occhi, i denti, le mani con quelle dita sottili e le unghie curate, i capelli che si dividevano scomposti in tante piccole ciocche disordinate, rideva la sua pelle ambrata e profumata, ridevano le orecchie con quattro orecchini in fila sul lobo, in ordine decrescente, le ridevano i fianchi, le cosce, le gambe magre e muscolose e, persino, quei suoi deliziosi piedini, forse appena troppo piccoli, come appartenessero ad un’altra persona. Avrebbe voluto morderla, strapparle la carne a piccoli morsi, ingoiarla per fare finalmente sua quella donna che aveva desiderato per anni, troppi, quella femmina che sovrapponeva a qualsiasi altra donna, ed erano tante, troppe, che si portava a letto ogni giorno, ma che lo lasciavano puntualmente con un incolmabile senso di vuoto, solo, insoddisfatto, a riflettere e a riflettersi davanti allo specchio del bagno.
Uno specchio, che avrebbe tante volte voluto frantumare in mille pezzi, come in quel momento, per non guardare più il suo viso che oramai, segnato dal tempo iniziava a sentire il peso degli anni, lasciò lo specchio alle sue spalle e ritornato da lei dopo la sua crisi d’angoscia, che lo immergeva in dilemmi esistenziali, la guardò. Era là, davanti a lui ad offrirsi ancora per godere delle sue attenzioni, che in quel momento in parte erano distolte dai ricordi riaffiorati alla superficie di un’acqua, forse stagnante, diventata specchio.
Renzo uscì dai suoi pensieri e guardò lei che si dimenava in tutta la sua femminilità, lasciò che si appagasse del desiderio infuocato che l’abitava, la fece fremere sotto le sue mani calde e carezzevoli, il corpo di Maìva, incandescente, si forgiava col suo, fondendosi in un amplesso di fuoco. Il loro abbraccio si sciolse gradualmente, man mano che i respiri si calmavano, lasciarono le loro forze sprofondare in un dolce abbandono a se stessi. La mano di Renzo accarezzò il suo volto, scostandole la ciocca di capelli, un viso che pian piano andava sbiadendosi passando dal colore porpora al rosa ambrato.




2)
Maìva lo guardava con dolcezza. Distesa al suo fianco, disegnava con lo sguardo i contorni di un corpo ancora muscoloso, scolpito, giusto quanto basti, perché egli apparisse forte e virile ai suoi occhi. Purtroppo non era quello che pensava Renzo in quel momento, sarebbe rimasto per ore a guardarla, tanto era bella e dolce la sua Maìva, la pelle profumata di muschio e rosa, il suo viso ovale, gli occhi che poco prima erano di brace, in quel momento sembrava che avessero perso la follia che vi si leggeva. La follia, pensò Renzo. Solo la follia poteva farla stare insieme a lui.
Aveva desiderato Maìva più di tuttaltra cosa al mondo, ora che era là, accanto a lui, non faceva altro che pensare che l’avrebbe persa, un po’ come tante altre sue conquiste avevano perso lui, soltanto che questa volta non sarebbe stato lui a lasciarla, temeva, appunto, che Maìva si sarebbe resa conto della differenza d’età che sussisteva fra loro, venti anni, “già, erano tanti”, pensava angosciato Renzo; ciò l'avrebbe fatta riflettere sul fatto che il giorno in cui lui non sarebbe più stato quello che ancora lei guardava con tanta ammirazione, si sarebbe stancata e l'avrebbe abbandonato. La sua voce dolce e sensuale lo fece trasalire riportandolo alla realtà del momento:
- Allora? Stai ascoltandomi, dove sei? Sembra che tu sia assente!
- Ah, scusami, mi ero distratto, stavo pensando a, quando ti stancherai di me perché troppo vecchio per te, non sarò più il tuo uomo.
- Non dire idiozie, lo sai che sei il mio amore, e poi sei tanto sexi, credimi e non voglio un altro, baciami.
Renzo a quelle parole non seppe resistere e la baciò con trasporto e amore, il sentimento che nutriva per lei, la sua piccola principessa, la sua gazzella-tigre. Sapeva che avrebbe sofferto per lei, ma in quel momento le sue labbra dolcissime gli avevano fatto dimenticare le sue angosce.
Maìva guardò l’orologio, ed esclamò:
- Mio Dio, ma sono già le cinque, ma è tardi!
- Calma, non agitarti ti accompagno io, così non farai tardi per la cena.
- No, è troppo rischioso, lui rientra alle sei e il tempo che mi resta è pochissimo devo solo sbrigarmi aiutami, allacciami il reggiseno devo scappare.
- Ecco fatto, se vuoi ti chiamo un taxi?
- No, no, tranquillo arrivo più in fretta a piedi che con un qualsiasi altro mezzo.
- Okay come vuoi, domani ci vediamo?
- Sì, lo sai che non posso stare senza di te.



3)
- Già, me lo hai detto chissà quante volte da quando ci vediamo, ma non hai il coraggio di lasciarlo. È un’idea fissa la mia, ma non mi stanco di dirtelo. No. Io non posso pensare che lui ti sfiori con una sola mano. Divento pazzo!
- Renzo non devi essere così, lui è mio marito, lo capisci? Veramente, non potrei fargli del male, non me la sento, tutto qua. Se vuoi ne riparleremo domani, ma adesso devo scappare ciao e non dimenticarlo…
- Cosa?
- Che ti amo. Ciao a domani!
Per Renzo quello fu l’ultimo: ti amo, l’ultimo ciao. Da quel giorno non rivide più Maìva. La cercò senza alcun esito, quando si recò dove abitava, il portiere riferì che la signora e suo marito avevano lasciato l’immobile da due mesi e non avevano lasciato recapito. Così Renzo, dopo averla desiderata tanto, pensò che fosse stata sua soltanto per qualche mese, e lui che pensava di poter passare il resto dei suoi giorni insieme a lei.
- Che stupido. - Si ripeteva guardandosi allo specchio, lo stesso in cui si era specchiato anche l’ultima volta che aveva fatto l’amore con lei.
Si era presa gioco di lui, dicendogli d’essere il suo amore, che non poteva restare senza di lui e tutte le belle parole che gli aveva dato da bere. Tutto ciò, offuscava la sua mente, cercava di ragionare per capire il perché di tale comportamento, perché non gli aveva mai confessato la verità? Lei quel giorno sapeva che non sarebbe mai più tornata da lui, cosa l’aveva indotta a non raccontargli che non abitava più al vecchio indirizzo? Partita…ma dove? Era il pensiero che riveniva il più sovente nella sua mente oltre al dolore della menzogna, c’era anche il sentimento che provava per lei ed occupava il suo cuore, c’era la voglia di rivederla, per gridarle la sua disapprovazione, ma anche per abbracciarla, per baciarla, respirarla, tenerla fra le sue braccia ancora una volta. Renzo pensava d’impazzire senza di lei, faceva di tutto per occupare la sua mente ed il suo spirito, con il lavoro che lo portava a viaggiare il più sovente, o a partecipare ad eventi mondani: sfilate di moda, incontri commerciali, teatro, cinema, egli tentava di affogare il suo dolore drogandolo con i suoi impegni che sempre di più lo sommergevano.
Erano passati dieci mesi da quel giorno e Renzo iniziava appena a riprendere un po’ di fiducia in quello che faceva; grafico pubblicitario, fotografo, manager di un’agenzia di fotomodelle. Cercava di annegare nel lavoro i pensieri che lo torturavano.




4)
Aveva preso appuntamento con una modella telefonicamente per un servizio fotografico, riguardo la pubblicità per un cosmetico, l’aspettava, quando il telefono squillò. Sulla sua scrivania c’era un disordine infernale, tanto che le carte coprivano il telefono che continuava a squillare con insistenza. Alzò la cornetta, che era riuscito a trovare nonostante il caos, nel rispondere udì una voce che lo fece sobbalzare dalla sedia in cui s’era lasciato sprofondare.
Era lei! Sì, Maìva, stava parlando con lui, il suo viso cambiò all’istante, s’illuminò di un sorriso seguito da un’espressione che lasciava immaginare, almeno in parte, che lei si stava scusando, Renzo riuscì finalmente a frenare la sua sorpresa e ripresosi dall’emozione, disse: - Perché tutte quelle bugie, spero solo che tu non me ne stia raccontando altre? Già, questo è quello che tu sostieni, ma non ti sei preoccupata di telefonarmi, come stai facendo adesso, per dirmi: “Guarda che non sono morta, sono solo stata picchiata da lui quel giorno, almeno avrei potuto capire il perché, avrei fatto qualcosa per te. Sono passati dieci lunghi mesi che sono stati un inferno per me, ho sofferto come un cane e tu? Dov’eri? DIMMELO!
Gridò così forte, che la ragazza che aveva appena bussato alla porta semiaperta del suo studio, intese tutto e stava per partire, Renzo si accorse di lei e le fece cenno con una mano di entrare, guardandola le indicò il vestito da indossare, dietro il paravento sulla sua destra.
Poi, seguitò a parlare dicendo: - Bene, adesso devo lasciarti, ma dimmi dove posso giungerti non mi va di lasciarti così, ho un servizio fotografico, ma dopo dimmi dove ti posso chiamare.
Scrisse su di un foglietto il numero e riattaccò. Poi si scusò con la ragazza che nel frattempo aveva indossato l’abito da sera e si stava truccando, quando Renzo guardandola le disse di non farlo, che era bella così, la ragazza gli fece notare che doveva truccarsi almeno le labbra la pubblicità era appunto per un rossetto, lui asserì col capo. La modella fu invitata a sedersi, un ventilatore le soffiava aria fra i capelli, Renzo esclamò:
- Ferma così. Ecco sorridi, dimmi il tuo nome, sussurralo, ecco ci siamo, ancora una. Girati,
alzati, passa una mano nei capelli stop, ferma così, ancora una, sì, ancora, sorridi ancora
sorridi…
A quelle parole Renzo ricordò, quando lei, Maìva, sorrideva, tutto di lei era un sorriso. La ragazza guardava Renzo che continuava a guardarla stranamente, era come se stesse sognando, tanto che le si avvicinò e la baciò, la ragazza si scostò bruscamente e Renzo si svegliò dal suo incomprensibile gesto. Si scusò spiegando che non era lei che aveva visto, ma la ragazza andò a cambiarsi e uscendo disse, di non preoccuparsi avendo compreso che non era lei che guardava. Poi aggiunse che le sarebbe piaciuto sapere chi era la donna che l’aveva messo in un tale stato, lui passivamente rispose che era stata una donna bella e spregiudicata. La ragazza partì lasciandolo solo col numero di telefono che aveva appuntato sul foglietto.



5)
Prese la cornetta meccanicamente e compose il numero, frastornato ed incredulo attendeva che lei rispondesse dall’altro lato.
Una voce rispose:
- Pronto!
- Pronto, mi scusi, forse ho sbagliato numero. Disse Renzo sorpreso di sentire un altro timbro di
voce.
- Chi sta cercando? Rispose la sconosciuta.
- No, nulla, cercavo Maìva, ma mi sono reso conto che lei non è Maìva. Rispose Renzo deluso.
- No, sono sua sorella. Maìva non c’è.
- Come non c’è? E’ andata già via?
- Sì, via.
- Come via? Non mi affermi che le ha detto di non cercarla, io la cercherò, dovessi
andare in capo al mondo.
- Maìva mi ha parlato di lei, del suo amore smisurato. Mi creda. Lei non potrà più
vederla, come neppure io e nessun altro.
- Ma cosa sta dicendo, non è possibile e perché neppure lei? È così arrabbiata con me?
Eppure, io l’amo!
- Renzo! È così che si chiama vero?
- Sì, mi chiamo così, ma come fa a saperlo?
- Le ho appena detto che Maìva mi ha parlato di lei e la conosco attraverso ciò che mi
ha raccontato.
- Allora può capire il mio sentimento l’amore che nutro per lei. Deve dirmi dove posso trovarla, non so stare più senza di lei, la vita è diventata un inferno, vedo dappertutto lei, finanche dieci minuti fa ho baciato una modella perché ho visto in lei il suo volto. Lei, mi deve aiutare, la prego! Esclamò portandosi la mano nei capelli e appoggiando la fronte al suo palmo. La voce, riprese dicendo:



6)
- Lo so che soffre, in questo momento anche io sto soffrendo, soffro e non posso
alleviare né la sua di sofferenza e né la mia.
- Ma perché?
- Perché Maìva non c’è più? Maìva è vissuta nella sua vita come nella mia, ma adesso non c’è
più. Maìva è MORTA!
- Morta? No! Non è possibile. Se ho parlato con lei dieci minuti fa, mi ha telefonato e mi ha
dato questo numero. Non è possibile. Lei non può essere morta da dieci minuti.
Lei chi è veramente? Mi dica!
- Si calmi, come? Le ho appena detto che sono sua sorella, e mia sorella è stata interrata ieri, lo vuole capire che è morta e non può avere telefonato dieci minuti fa!
- Lei è solo stanco e ossessionato dal suo pensiero, magari le avrà telefonato l’altro ieri, quando era ancora in vita, lei è morta in un incidente stradale, quando stava venendo da lei, suo marito mi ha riferito che si erano bisticciati ancora una volta e che aveva fatto la valigia per raggiungerla, soltanto, non è arrivata fino a lei.
Renzo stava per impazzire, dal dolore, avere appreso che lei ancora una volta sarebbe potuta rimanere per sempre con lui e che la sorte aveva deciso altrimenti, si sentiva responsabile della sua morte, anche se lui no ne sapeva niente e stentava a crederci, responsabile di avere distrutto lei, il suo amore. Non era possibile che fosse morta, disse ancora una volta gridando al telefono, e poi riprendendosi disse:
- Non è possibile che mi sia sbagliato, ho appena terminato un servizio fotografico, e la ragazza ha sentito, quando ho detto a Maìva che l’avrei richiamata, sì, insomma non me lo sono inventato, ho parlato con Maìva un quarto d’ora fa.
- Non è possibile e se non mi crede, è inutile che io rimanga ancora al telefono con lei, le ho detto che mia sorella è morta e non esiste più.
- Forse per lei non esiste più, ma per me ci sarà sempre e la troverò, dovessi girare
il mondo intero.
Renzo riagganciò, prese la testa fra le mani ed irruppe in un pianto sincopato.



7)
La mattina seguente decise di non recarsi al lavoro, doveva saperne di più sulla scomparsa di Maìva. Riprese il numero di telefono che aveva messo nella tasca della giacca lo compose ancora una volta con la speranza di avere sognato tutto.
Il telefono squillò più volte, ma nessuno rispose, neppure la fantomatica sorella. Non dandosi per vinto, Renzo si mise al computer ed iniziò la ricerca per sapere a chi apparteneva il numero di telefono, a sua sorpresa scoprì che il numero non era quello di un’abitazione, ma quello di una fabbrica di tessuti, non lontana dal suo studio fotografico. Il suo rammarico, era quello di non averci pensato prima, magari avrebbe risolto l’enigma andandoci subito di persona.
Non si scoraggiò, doveva andare fino in fondo alla faccenda, non poteva lasciare la sua mente nel dubbio. Prese la sua giacca, il suo apparecchio fotografico e si diresse, a bordo della sua auto, alla fabbrica.
Sul tetto dell’azienda si leggeva l’insegna, l’aveva vista chissà quante volte. Prima di giungere, si fermò sul ciglio del piccolo viale che portava al cortile della fabbrica tessile, prese il suo cellulare e compose il numero, una voce di donna rispose, non era quella di Maìva, neppure di colei che diceva d’essere sua sorella, la voce sollecitava dicendo:
- Pronto! Pronto!
- Pronto, sì, mi scusi signorina vorrei parlare con la signora Solina. La voce, esitò un istante prima di rispondere, poi aggiunse:
- Chi la cerca?
- Sono un rappresentante, mi chiamo Sandro Paoli, la signora non mi conosce, ma un amico che abbiamo in comune mi ha raccomandato di contattarla e siccome oggi sono di passaggio a Firenze, le domando se c'è possibilità d'incontrarla.
Renzo si era inventato tutto all’istante, non sapeva neppure lui cosa stava facendo, era deciso ad andare in fondo e non voleva rinunciare a scoprire la verità. La signorina lo fece attendere un attimo al telefono, poi rispose che la signora non era ancora giunta in ufficio e che sarebbe arrivata tra una mezz’ora. Renzo ringraziò aggiungendo che avrebbe ritentato più tardi.
Doveva parcheggiare in qualche posto lontano dagli sguardi indiscreti. Rimise in moto e cercò un parcheggio non troppo lontano dalla fabbrica, poi andò in un bar poco distante per bere un caffé, l’accompagnava il suo apparecchio fotografico, poteva essergli utile, così si sedette davanti al bar ad attendere che lei arrivasse nel cortile della fabbrica. Era passata mezz’ora, quando giunse un’auto scura con i vetri tinti, di media cilindrata. Non riuscì a vedere chi guidava, pressò il suo berretto sul capo ed inforcò gli occhiali da sole, prese il vialetto per avvicinarsi all’auto che si era appena fermata davanti l’entrata.


8)
Renzo si era fermato dietro un albero facendo finta di specchiarsi nei vetri di un'auto in sosta, il suo sguardo celato dagli occhiali, non si staccava dalla portiera dell’auto appena giunta, infatti, non tardò ad aprirsi. Una gamba di donna lo fece sussultare, conosceva quella caviglia, aspettò prima di gridare vittoria doveva esserne certo, la donna nel frattempo, elegantemente vestita si mostrò per intero allo sguardo camuffato di Renzo, il quale non aveva più dubbi, era Maìva.
La rabbia lo stava soffocando, voleva andarle incontro e dirle quello che pensava di lei, ma il buon senso lo fece riflettere e così si decise a non agire nell’immediato. Vide la donna allontanarsi nell’entrata della fabbrica. Renzo decise di fare un piano per scoprire cosa c’era dietro tutto ciò, ed il perché di tante menzogne, a che scopo?
Rientrò a casa e prese appunti sul suo blocnotes scrisse tutto quello che era successo dal giorno in cui Maìva l’aveva lasciato, fino al giorno precedente, quando l’aveva telefonato.
Prese il telefono e chiamò la fabbrica, camuffando il numero come aveva fatto la mattina, e fornendo lo stesso nome falso di Sandro Paoli alla segretaria, fissò un appuntamento con la signora Solina per la mattina seguente. Contento si alzò e spiccò un salto alzando le braccia, compiaciuto, in segno di vittoria.
Giunto alla fabbrica, parcheggiò dietro l’entrata principale e si precipitò all’interno, si presentò al terzo piano e comunicò il suo nome alla segretaria della signora Solina, lei lo precedette facendolo accomodare, riferendogli che la signora sarebbe giunta subito. Renzo si sedette, non senza una certa ansia, sapendo che a momenti l’avrebbe rivista, le avrebbe parlato e mentre fantasticava, sentì la porta aprirsi alle sue spalle e una voce dolce scusarsi per averlo fatto attendere. Lui si girò, si alzò per andarle incontro, ma lei tese la mano con molta indifferenza e lo salutò come un qualsiasi sconosciuto:
- Molto lieta, Davina Solina. Renzo la guardò confuso. Era lei la sua Maìva?
Cosa stava succedendo, non l’aveva riconosciuto, era lei nessun dubbio, a che gioco stava giocando? Confuso rispose:
- Molto lieto.
- Allora? La mia segretaria mi ha riferito che io e lei abbiamo un amico in comune, però non so a chi si riferisce, poiché non ne ha menzionato il nome, chi è l’amico in comune e cosa posso fare per lei?
Renzo era di più in più confuso, la guardava per scoprire una pur minima falla da parte sua, recitava alla perfezione era sicura di se non sbagliava una frase, era sicura, perfetta, che attrice, pensò: "Le darei l’oscar per la migliore interpretazione".



9)
- Signor Paoli, a cosa sta pensando, ha forse dimenticato il nome del nostro amico?
- No, mi scusi ma non arrivo a ricordarmi il suo, ma quello di sua moglie, sì, lei conosce sua moglie?
- Può darsi ma se non mi dice il suo nome come faccio a dirglielo?
- Sì, mi scusi, lei in effetti, si chiama: "Maìva".
- Maìva? Ma lei chi è? Cosa è venuto a fare qui?
- Calma sono un intruso che cerca di capire lei mia cara chi è veramente, finiamola di recitare
Sai benissimo chi sono e non puoi prenderti gioco di me all’infinito, è ora di toglierti la maschera.
- Già dovevo immaginarlo, mi sembrava strano che non avesse ritelefonato signor Renzo, no, non sto recitando, lei è nella mia azienda, quella di Davina Solina, sorella gemella di Maìva, strano che mia sorella non le abbia mai parlato di me. Anche perché Maìva deve essermi riconoscente per averle reso un servizio molto importante, purtroppo devo arrendermi all'evidenza.
- A cosa si riferisce? Se non vuole farlo per lei lo faccia per me, dov’è Maìva e perché mi ha
telefonato ieri?
- Ieri non ti ha telefonato Maìva, no. Ti ho telefonato io, e se tradisco in parte ciò che ho giurato a mia sorella credimi, lo faccio soltanto per te Renzo. Mia sorella non è mai stata fra le tue braccia, no, quando tu credevi di fare l’amore con lei, "in effetti" lo facevi con me, e se ieri ti ho telefonato è stato perché mia sorella mi aveva proibito di rivederti ora che va d’accordo con suo marito ha paura che tu possa cercarla e distruggere il suo matrimonio. In un momento di nostalgia non ho resistito. Avevo voglia di sentire la tua voce. Così, ti ho telefonato. Ora sai tutto o quasi. Maìva vive in Australia e se ricordi, poco prima che avessimo il nostro primo incontro, lei ti ha promesso che avrebbe lasciato suo marito, poi lui le fece la sorpresa del trasferimento e lei non volle deluderlo e lo seguì, incaricando me di venire al suo appuntamento, il resto lo sai.
Renzo non sapeva se ridere o piangere, se doveva andarsene o rimanere, abbracciarla o schiaffeggiarla. Si sentì nullità, aveva amato ed amava, ma non sapeva veramente chi amava. Si sentì beffato, ma allo stesso tempo attratto da lei che lo guardava pentita e sollevata dal peso. Si soffermò a guardarla negli occhi e sentì un brivido percorrergli la schiena…aveva ritrovato Maìva negli occhi di Davina.

*

Luigino e l’abete

l’aria quella mattina era più fredda del solito. Il Natale non era lontano, e i bambini che stavano per accingersi ad andare a scuola guardavano il cielo cinereo, come per scorgere se qualche fiocco di neve se ne staccasse e venisse giù.

Luigino era un bambino, forse il solo, a non volere la neve, e lasciando indietro i suoi compagni di scuola, sì incamminò per la scorciatoia che tagliava per il bosco per giungere a scuola in tempo, prima che la neve iniziasse a cadere. Gli alberi del bosco sembravano incantati da chissà quale sortilegio; quelli con i rami spogli, apparivano ancora più scheletrici e il gelo li rivestiva di un leggero strato di ghiaccio. Guardavano Luigino dall’alto, come se volessero chiedergli aiuto per farsi liberare da quei cristalli bianchi che irrigidivano i loro rami. Luigino si fermò un attimo a guardarli, sentiva quel richiamo e li capiva anche, poi si guardò le scarpe rattoppate male, avevano trasformato i sui piedi, un po’come i rami gelati di quegli alberi. Avrebbe voluto fare qualcosa per loro, ma non sapendo cosa, passò vicino i tronchi e li accarezzò, come per consolarli. Continuando il suo cammino, con i piedi intirizziti dal freddo, guardò un abete che alto si teneva sul lato destro del sentiero, i rami erano forniti di foglie verdi che lo riparavano meglio dalle intemperie, e il suo scheletro non gli sembrava tanto che patisse il freddo.
Egli si soffermò a guardarlo. Ebbe un’impressione differente dalla prima. L’abete, sembrava che fosse tutto contento di avere sui suoi rami il gelo. Erano rivestiti di tantissime foglioline aghiformi. Agli occhi di Luigino, appariva come un signore che vestiva un cappotto di pelliccia, un po’come i suoi compagni di scuola, loro, avevano le scarpe imbottite di pelliccia, i cappotti o i piumini che li coprivano e poteva anche cadere la neve, si sarebbero rotolati dentro e giocato senza soffrire il freddo.
Mentre Luigino pensava a tutto ciò, sentì sul suo capo una goccia d’acqua gelida penetrare tra i suoi riccioli scuri, fino a giungere sul cuoio capelluto, che lo fece rabbrividire un attimo. Passò la mano sul capo per stemperare la goccia d’acqua, quando la ritirò, si accorse che nel palmo aveva una moneta d’oro. Luigino non credeva ai suoi occhi, non aveva mai visto tanto splendore.
Si domandò da dove fosse caduta, ebbe quasi paura, si guardò intorno cercando di trovare una risposta, ma non c’era nessuno a parte l’abete che lo guardava dall'alto del suo tronco. Alzò il capo e stava per abbassare gli occhi, quando scorse fra i rami un folletto che teneva in mano una pentola con l’ansa tutta in oro. Luigino lo guardò strofinandosi gli occhi, non poteva essere vero, non credeva ai folletti, ma vederne uno che lo fissava con un grande sorriso stampato sul viso, lo convinse, non senza reticenza. Dovette sforzarsi per far uscire un suono dalla sua bocca, un suono di stupore che a malapena riuscì ad articolare. Il folletto scese qualche ramo più giù e fissandolo domandò lui, se fosse contento della moneta d’oro, Luigino rispose in modo affermativo oscillando il capo avanti e indietro, perché non riusciva ancora a parlare. Il folletto, allora facendo una smorfia disse di volere udire la sua voce. Il poverino, si sforzò talmente che riuscì appena ad articolare un sì, tanto silenzioso che la cosa fece stizzire il folletto, diventò tutto rosso e gridò con una voce smisurata in rapporto alla sua statura, che voleva sentire la sua voce. Luigino un po’ per la paura un po’ per non contrariarlo, prese tutte le sue forze e rispose con un grido pronunciando un si, prolungato. Il folletto contento gli lanciò una seconda moneta che arrivò dritta nella tasca della sua misera giacca, ma essendo bucata la moneta scivolò a terra ruzzolando, emettendo un suono tintinnante.
Luigino corse dietro la moneta per raccattarla, ma la moneta s’infilò in una fessura delle radici del grande abete che poco prima sovrastava Luigino. Le sue dita gelate s’infilarono nella fessura dell’abete, il folletto ridacchiava su uno dei rami, quando, una voce cavernosa fece sussultare Luigino:
- Chi osa svegliare il mio riposo! Luigino alzando gli occhi vide l’abete che aveva una
bocca, si strofinò gli occhi pensando di sognare. Non aveva mi visto parlare un albero. Impaurito, fece uscire dalla sua bocca un debole:
- Mi scuso signore abete, ma lei imprigiona tra le sue radici una moneta che è mia.
- Tua? Ma se tu non possiedi nulla come vuoi possedere una moneta d’oro?
- Sì, lo so signore abete, io sono povero, ma la moneta mi è caduta dalla tasca è il signor folletto che sta su i suoi rami che me l’ha regalata, soltanto, la mia tasca è bucata ed è scivolata via.
- Il folletto è un mio inquilino, abita da anni nel mio tronco e non mi ha mai pagato l’affitto, e questa moneta d’oro sarà un piccolo anticipo al suo debito.
- Ma signor abete lei non ne ha bisogno, lei è un albero bello forte, sopporta il freddo e non ha bisogno certo di scarpe e né di mangiare; a casa ho sette fratelli e sorelle e questa moneta farebbe comodo ai miei genitori che non sanno come sfamarci.
- Non piagnucolare, piccolo insolente straccione, come osi dire quel che io devo fare, io sono un abete, ma ogni tanto anche io ho bisogno di qualche moneta d’oro.
- Ma per farci cosa?
- Questo non ti riguarda, bamboccio!
- Ma un albero non ha bisogno di monete d’oro.
- Eppure ti ripeto che sì, non aggiungo altro ora puoi anche andare, la moneta resta mia e la terrò stretta fra le mie radici, guai a chi si azzarda a volermela sottrarre, avrà le dita della mano stroncate dalle mie radici, se solo oserà provarci.
Luigino intimorito dall'abete indietreggiò e dispiaciuto, lanciò un lieve saluto, accompagnato da un sorriso appena percettibile, rivolto al folletto che stava sul ramo divertito per l’accaduto. Egli sobbalzò giù dal ramo, con la sua pentola scintillante e piena di monete davanti ai piedi di Luigino, il quale stava incamminandosi sul sentiero per raggiungere la scuola. Il folletto sghignazzando lanciò un alt al ragazzo che subito si bloccò. Guardò negli occhi il piccolo omino che gli sbarrava la strada e si domandò cosa volesse ancora da lui… il folletto saltò sulla pentola raccolse ancora una moneta alzò la mano che la serrava e disse a Luigino:
- Se tu sarai capace di prenderla al volo, questa moneta sarà tua.
Così dicendo la lanciò in alto, ma la moneta fu afferrata da uno dei rami dell’abete, prima ancora che cadesse a terra, così, Luigino si vide sottrarre dall'albero, la seconda moneta che gli era destinata. Le sue proteste furono vane, l’abete non volle ridargli la moneta e se la tenne per sé. Sconsolato il povero ragazzo riprese il suo cammino, ma il folletto lo seguiva saltando da un punto all'altro del sentiero, fin quando, saltando cadde e con lui la pentola piena di monete che si dispersero e, lungo la strada, ruzzolarono tutte verso l’abete che scrollò le sue radici per imprigionarle tutte. Luigino e il folletto corsero lungo il sentiero per tentare di raccattarne qualcuna, ma fu inutile, l’ingordo abete aveva imprigionato tutte le monete con le sue radici. Nel vedere i due ai suoi piedi che, inginocchiati, cercavano le monete, lo fece ridere, i suoi rami furono scossi dalla sua risata portentosa e alcuni ghiaccioli si staccarono e uno inchiodò il piccolo folletto a terra trapassando la coda della sua bella livrea rossa impedendogli di muoversi. Luigino vide il piccolo folletto in difficoltà si precipitò per liberarlo, estrasse dalla terra il pugnale di ghiaccio e lo gettò lontano, poi aiutò il folletto a rimettersi in piedi, il quale lo ringraziò e saltò sull'albero dicendo all'abete che le monete erano le sue, ma l’albero grondò dicendo che anche il tronco era suo e lui ci abitava con tutta la sua famiglia e che non gli aveva mai fatto dono di nulla. Luigino ascoltava il battibecco fra i due e si ricordò che doveva andare a scuola, la neve iniziava a cadere ed il freddo gli bloccava i movimenti dei piedi. Così, salutò il piccolo folletto che ringraziò per la moneta che gli aveva regalato, il folletto gli sorrise e disse che se l’era meritata. L’abete ascoltò la conversazione e per dispetto, quando Luigino passò su una delle sue radici, gli fece lo sgambetto facendolo cadere, e nel mentre, aprì la mano che serrava la moneta d’oro e questa rotolò, anch'essa, fra le radici avide dell’albero. Luigino cercò di riprendersela e il folletto con tutta la sua rabbia pestò il ramo su cui poggiava i suoi piccoli piedi, in segno di ribellione per la cattiveria dell’albero, ma l’abete non fece altro che ridere della loro sventura. Luigino si rialzò e si allontanò di corsa…
Giunto davanti alla scuola col fiatone, entrò svelto in classe; la campanella era già suonata e quando prese posto nel suo banco, la maestra gli domandò la ragione del suo ritardo. Il povero Luigino non potendo raccontare quel che gli era accaduto, disse che si era smarrito nel bosco. La cosa fece ridere i suoi compagni e fu spunto di un’ennesima derisione. Finita la lezione, Luigino riprese la strada per andare a casa e pensò di passare ancora per il bosco, se non altro, per vedere se le monete d’oro erano ancora ai piedi dell’albero e anche per rendersi conto se tutto non fosse stato solo frutto della sua immaginazione . Camminava Luigino, e giunse al bosco, dove si addentrò con cautela, quasi come se fosse un ladro che temesse di farsi scorgere, infatti, dopo pochi passi intravide l’abete che imponente occupava una vasta area del bosco; Luigino avanzava intimorito sulla strada che costeggiava le sue radici, l’albero appena lo vide scosse alcuni rami come se fosse nervoso ed aspettò che lui passasse.
Del folletto però, neppure l’ombra. Luigino continuò sulla strada e passando accanto alle radici gettò un occhiata per vedere se le monete fossero ancora prigioniere di esse, purtroppo l’abete le teneva strette, allora, senza fermarsi continuò la sua strada, ma giunto all'altezza del tronco dell’albero si sentì chiamare: “ Ehi, tu! Se pensi d’impossessarti di queste monete ti sbagli,” brontolò l’abete. Luigino si mise a correre impaurito. Giunto a casa non sapeva se raccontare tutto al padre, lui era molto severo e se non l’avesse creduto, avrebbe rischiato di guadagnarsi anche un castigo, così, decise di raccontare la sua avventura alla madre, che di carattere dolce e remissivo, gli avrebbe dato sicuramente ascolto.
La mamma dopo avere ascoltato attentamente il racconto del figlio disse che magari raccontando tutto al padre avrebbero trovato insieme una soluzione al problema. Luigino anche se non del tutto d’accordo, alla fine accettò e corse insieme alla mamma nel capannone dove il papà tagliava i tronchi che abbatteva ogni giorno nel bosco. La madre raccontò tutto al padre e, quando finì, lui la guardò perplesso, poi guardò suo figlio e aggiunse: “ Se tutto questa storia non è vera, giuro che resterai senza minestra per tre giorni e tre sere. Luigino disse: “ Ti prego papà credimi è vero”.
Il padre prese la sega poi la mano di suo figlio e domandò di condurlo al bosco dove l’abete dimorava. La sua intenzione era quella di tagliere l’albero e prendergli le monete che imprigionava con le sue radici. I due partirono in direzione del bosco, giunti in prossimità dell’albero, Luigino si fermò, indicando al padre l’abete. Il boscaiolo s’avvicinò, toccò il tronco e fiutando la direzione del vento, prese posizione per tagliare l’albero. Luigino che era rimasto nascosto fino allora, avanzò per aiutare il padre a segare l’abete, ma l’abete vedendolo reagì dicendo:
- Ah! Sei venuto accompagnato da tuo padre, piccolo moccioso!
Il boscaiolo non credeva alle sue orecchie, non aveva mai sentito un albero parlare e pensò di rispondere al posto del figlio che era rimasto muto, con la paura addosso che l’albero potesse far del male al suo papà. Il boscaiolo domandò all’abete perché fosse così cattivo e avido, l’abete rispose:
- Perché sono stati gli uomini a rendermi così con la loro cupidigia, uomini che mi hanno tolto più volte l’affetto dei miei figli nati ai miei piedi, e solo per far piacere ai piccoli mocciosi come tuo figlio, quando arriva il Natale. Così, sapendo che gli uomini sono attaccati al denaro ne serbo tanto da pagarli perché lascino i miei nuovi germogli crescere in pace. Il papà di Luigino ascoltò con attenzione le parole dell’abete e provò il dolore che l’Abete aveva sentito per i suoi alberelli, che i suoi amici boscaioli avevano tagliato. Si rese conto che anche lui aveva fatto la stessa cosa con altri alberi, purtroppo il suo lavoro era quello e non poteva cambiarlo; spiegò all'abete che lui non gli aveva mai tagliato i figli. L’abete rispose che i suoi amici l’avevano fatto. Il boscaiolo domandò cosa potesse fare per rimediare al male che aveva subito. L’abete rispose che doveva scrivere un pannello e inchiodarlo su uno dei suoi rami, proibendo di tagliare i piccoli abeti che stavano ai suoi piedi. Il boscaiolo acconsentì sperando che l’abete parlante gli desse le monete che tratteneva fra le sue radici, ma l’abete non volle dargli nulla dicendo che comunque gli servivano per gli altri boscaioli che non erano bravi come lui. Luigino indignato protestò dicendo al padre che era solo un vecchio abete buono per riscaldare la casa e i suoi fratelli e sorelle. L’albero incollerito iniziò a scuotere i suoi rami e con una grossa voce disse:
- Ecco! Vedi? Avevo ragione io che non bisogna fidarsi di voi uomini! Siete tutti avidi.
Il boscaiolo lo interruppe e disse: - Ingordi noi non siamo, ero venuto qui per tagliarti caro abete ma la tua storia mi ha intenerito, anche io sono un padre e devo dare da mangiare ai miei figli e come te devo vegliare su di loro, ma come ben sai noi uomini non possiamo fare nulla senza il denaro, tu ricevi dalla terra il tuo nutrimento e non hai bisogno di riscaldarti in inverno, i miei bambini muoiono se non mangiano e non si riscaldano. Le monete che hai sotto le tue radici, bastano a sfamare tutte le famiglie dei boscaioli e se tu mi dai le monete, le dividerò con loro così non avranno bisogno di tagliare gli alberi per vivere e ti prometto che sarai tu a vegliare per la spartizione delle monete d’oro, faremo in modo che questo bosco non venga più toccato e che i tuoi germogli crescano per diventare abeti adulti come te. L’abete aveva ascoltato con attenzione il boscaiolo e, se non avesse accettato si sarebbe trovato ridotto in tronchetti per il camino, così il buon senso lo fece riflettere e senza dare l’impressione d’essere accondiscendente, storse la bocca e disse:
- Sia!
Il papà disse a Luigino di correre in paese a chiamare i suoi amici colleghi e di portarli al bosco senza spiegargli nulla. Luigino obbedì e corse in paese come gli aveva ordinato il padre. Intanto rimasto solo con l’abete, il papà iniziò a raccogliere le monete e le mise nella pentola che era rimasta, dopo la caduta del folletto, capovolta a terra. L’albero poco a poco lasciò tutte le monete che le sue radici serravano e chiese al boscaiolo di lasciargliene una per ricordo.
Il boscaiolo acconsentì e l’abete la nascose sotto la sua radice più grande. Luigino intanto era giunto insieme agli altri boscaioli, il padre seduto sulla pentola delle monete, iniziò a spiegare ai suoi amici tutta la storia e domandò alla fine chi fosse d’accordo di non abbattere più alberi in quel bosco. Tutti esposero le loro perplessità, ma alla fine, quando videro la prima moneta uscire dalla pentola, iniziarono ad accettare. I loro occhi scintillavano più delle stesse monete, la conta in parti uguali era iniziata sotto lo sguardo attento dell’abete che fino allora non aveva più parlato, quando tutti ebbero le loro monete, l’abete tossì. I boscaioli spaventati si fermarono e sbigottiti videro il tronco dell’albero aprire la bocca per dire loro di non dimenticare le promesse fatte. Anche se ancora spaventati dall'albero parlante, i boscaioli erano felici, quelle monete ricevute erano come manna dal cielo e non esitarono a rispondere che avrebbero mantenuto la promessa fatta. Luigino e il papà promisero inoltre all'abete che avrebbero vegliato a che nessuno rompesse il patto. Rientrarono a casa contenti.
Da quell'anno festeggiarono il Natale accontentandosi del presepe e così fecero anche gli altri boscaioli.
L’abete è ancora nel bosco ed ha visto crescere i suoi figli tutti intorno a lui… Il folletto che aveva nel frattempo recuperato la pentola vuota, iniziò ad accumulare altre monete… divenne l’inquilino più amato dal bosco poiché, per gli alberi, era una garanzia alla loro incolumità.

Se passate un giorno nel bosco del signore abete, potrete leggere il cartello che il papà di Luigino scrisse e appuntò sul suo tronco:
NON TRONCATE LA VITA AI GIOVANI GERMOGLI DI QUESTO ABETE, SONO SUOI FIGLI…

“Ogni cosa è stata creata per le stesse ragioni che l’uomo è stato creato: “Vivere per dare la vita.”
Il valore della vita è lo stesso anche per gli animali, le piante e le cose e, com'è giusto che sia, deve essere rispettato; la ragione e la saggezza risiedono in ognuno di noi, basta solo farsi guidare dalla loro voce e dal cuore”.

*

Il guardiano del cancello.



Non capivo il perché di quella strada situata tra le due colline della città fosse differente da tutte le altre, sempre deserta, pulita, ordinata, neppure una foglia fuori posto.
Le aiuole che la costeggiavano erano piene di fiori, tutti dello stesso colore e le poche villette,anche esse tutte uguali, sembravano uscite da un quadro d’autore. La cosa strana, era che, a parte me, non c’era nessun altro; nessuno, eccetto una persona: un guardiano.
Un guardiano con tanto di divisa e berretto che sostava imperturbabile dietro un cancello di ferro battuto dall’altro lato della strada.
Con aria schiva leggeva sempre un giornale e mi teneva d’occhio quando passavo.
Beh, un po’ come fanno i guardiani, ma la cosa più strana era che, dietro quel cancello, non c’era altro che un immenso prato fiorito. Quel giorno mi feci coraggio ed attraversai la strada. Non avevo mai osato farlo, forse inconsciamente avevo paura. Quell’uomo, era l’unica persona, forse, che potesse rispondere ai miei perché, ma egli m’incuteva angoscia. Aveva uno sguardo indagatore e poi era bizzarro, sempre dietro quel cancello a leggere o a far finta di leggere il giornale. Giunta alla sua altezza, per rompere il ghiaccio gli indirizzai un timido:
«Buon giorno»!
«Buon giorno». Rispose lui, con la testa china sul giornale e con la coda dell’occhio che mi sbirciava, sembrava quasi infastidito dalla mia presenza.
Imbarazzata e non sapendo come iniziare la conversazione, esclamai: « Ma… lei non si ammala mai»?
Di colpo alzò la testa e guardandomi, sorpreso, disse: « Perché, mai? S’interessa alla mia salute»?
«No, beh, sì, volevo dire che passando ogni giorno la vedo sempre al suo posto e…
mi sono chiesta…»
« Perché non mi ammalo»? Rispose con tono scherzoso.
Non sapevo perché mi fossi cacciata in una situazione così ridicola. Poi lui, d’un tono inquisitore e mantenendo una certa familiarità, aggiunse:
« Beh, vede, anche io mi sono chiesto la stessa cosa vedendola passare ogni giorno». Concludendo, scoppiò a ridere, tanto che mi contagiò, poi aggiunsi:
« Sì, vero è una strana domanda la mia, ma vede, io passo soltanto, lei invece è qui sempre, anche sotto la pioggia, a leggere il suo giornale». Al quale diedi una sbirciata, non aveva la testata, né i titoli e né le pagine numerate… Proseguii, dicendo: « È più facile ammalarsi, no»?
Lui rispose: «Bene, è tutto»?
«Tutto cosa»? Domandai.
«Non penso che sia venuta dall’altra parte della strada per occuparsi solo della mia salute? Se così fosse, la ringrazio, gentile da parte sua, ha qualcos’altro da chiedermi»?
Non esitai e dissi: «Sì. Come mai sono la sola a passare in questa strada»?
Era da tempo che questa domanda mi tormentava. E lui senza pensarci rispose:
«È la sola persona a passarvi perché questa è la sua strada, il suo destino, quelle case con i fiori e tutto il resto che si vede sull’altro lato della strada, rappresentano la sua vita ordinata, pulita, che non oltrepassa nessun limite. Oggi ha osato sconfinare, rompendo la monotonia della passeggiata abituale, cronometrata, perfetta, senza mai uscire dal tracciato, contenuta come i fiori nelle aiuole, seguendo sempre la linea bianca, il suo cammino, in questa strada tutta sua». Presa dalla curiosità esclamai:
«Ma, lei chi è»?
«Io? Sono il passato che ha già vissuto, sono il presente di questo momento, oltre questo cancello c’è il futuro da coltivare, il campo ed i fiori lo rappresentano, il cammino del suo destino ogni giorno lo leggo su questo giornale, spero sempre che lei apporti piccole varianti nella sua vita, come oggi. Se lei non avesse osato parlarmi, avrebbe continuato a vivere nella routine giornaliera, ignorando che c’è anche altro nella vita che bisogna scoprire. La curiosità che oggi l’ha spinta ad attraversare la strada per raggiungermi, le ha dato l’opportunità di capire che la vita ha bisogno di rinnovarsi, di aprire nuovi orizzonti, e per questo bisogna porsi delle domande e non avere paura di porle per trovare la risposta che si cerca.
Da quando lei è nata vivo dietro questo cancello, in attesa della sua visita. Sono qui per impedire ai semi di questi fiori dai mille colori, di contaminare le aiuole e i suoi giardini, e questo, solo per suo volere; anche se, secondo me, non c’è cosa più bella dell’innesto tra fiori di campo e di giardino per generare fiori unici che possano rallegrare, con i loro colori, le sue giornate monotone e grigie, per regalare sfumature alle tappe importanti della sua vita. Lei fino adesso ha ignorato tutto di questo lato della sua strada, vivendo senza mai domandarsi se oltre i limiti, che si è posta, potrebbe esserci altro».
Da quel giorno lasciai che il cancello si aprisse e che i fiori di campo si mischiassero con quelli delle aiuole per colorare le zolle grigie, incolte e senza fiori.



Anna Giordano[/size]

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Mi manchi



Dio, com’ è bello questo mare!
Com’è perfetto nonostante le sue rughe e le fossette porose disegnate dal vento.
Il destino delle sue onde s’arresta ai piedi delle rocce…
Gabbiani dominatori, sulle sommità delle colline di pietra, adottano gli atteggiamenti di un pensatore africano.
Mi piacerebbe viaggiare nella loro anima, per vivere il loro sguardo anche soltanto un attimo.
I pescatori, in cerca di solitudine, assaporano la tranquillità, seduti su quello che io chiamo:
“Marciapiede del mare”… passerelle rocciose, appiattite in superficie, come tappeti di mosaici.
Amo questi marciapiedi, che si slanciano perpendicolari verso l’infinito.
Il mare è il solo viso che conosco, la cui bellezza sembra eterna… che piova, che faccia bello,che
soffi il vento o l’aria non respiri, è sempre là… vestito d’espressioni diverse ed infinitamente
seducente….che gioisca o no, dei raggi solari o lunari, lo sguardo suo è terribilmente luminoso d’emozioni. Sono incantata ad ogni istante dai suoi movimenti, le onde sue si spingono nel mio profondo, ne sento l’odore ed il rumore, l’eco dei suoi passi come musica inedita, vestiti di grazia si ripetono in me, apportando l’eleganza d’una danza, di cui lo stile dimora indefinito.