chiudi | stampa

Raccolta di testi in prosa di Teresa Cassani
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Doro

Doro 

 

Dalla cabina era stato annunciato l’atterraggio. Spegnere i dispositivi, chiudere i tavolini prensili, agganciare le cinture, non accedere ai bagni. Nel buio della sera inoltrata, le luci della metropoli si dispiegavano in basso a miriadi: lui si percepì creatura minuscola dentro il guscio di lamiere.

All’aeroporto lo rincuorò la prima parola che colse: exodos. Pensò a Mosè.

Quando il taxista gli chiese “where are you from?” e lui rispose “Italy”, quello si produsse in un trasporto di chiacchiere che non finivano più. Parlava degli immigrati. Delle loro necessità. E poi delle building. Delle building  che avevano riempito Atene dopo la dittatura.

Costantino non aveva voglia di ascoltarlo. Annuiva e integrava appena la scialorrea anglofona che usciva dalla bocca del greco: pensava allo scopo del suo viaggio.

Finalmente la via Socràtes fu raggiunta. Pagò. Salutò con ritrovata giovialità e kalispéra in chiusa.

La stanza dell’hotel era abbastanza confortevole. Ampia, con il parquet in legno e il bagno ristrutturato di recente, si affacciava dal quinto piano incontro a un edificio di architettura funzionalista, biancastro e vuoto. Sotto, in corrispondenza al balcone privo della ringhiera di sicurezza, i cassonetti dell’immondizia.

Volle ignorare la contingenza e si ritirò in bagno per sciacquare viso e mani. Ma un rumore esterno, simile a quello di uno sparo, attirò la sua attenzione. Aprì la finestra e si sporse quel tanto per cogliere, oltre l’ incrocio di strade, del fumo e poi quattro o cinque celerini con casco, manganello e scudo antisommossa.

Rabbrividì ma realizzò che non c’era aria di paura intorno: tutto si svolgeva nella più assoluta normalità. Il reparto mobile doveva aver sedato qualche piccolo disordine.

Decise, tuttavia, di rimanere in camera per quella sera. Erano già le undici, ora locale, e sarebbe stato un peccato buttare nella spazzatura i due panini al prosciutto. Inoltre, il viaggio, il pensiero del viaggio, l’attesa in aeroporto lo avevano stancato.

La notte fu priva di sogni. Solo accompagnata dal fischio del condizionatore d’aria azionato nella stanza attigua, percepito da dietro il muro giallo ocra.

All’apertura dei battenti si presentò per fare colazione. Gli venne incontro un’inserviente, gentile e dimessa: lui disse kaliméra e lei buongiorno. Si servì yogurt greco, latte macchiato, fette biscottate, burro e marmellata. Nella penombra della saletta quieta, adibita al breakfast, pensò che finalmente, dopo quarantasette anni, avrebbe calpestato il suolo della città che portava nelle viscere e che aveva visitato quando frequentava l’ultimo anno del liceo.

Ricordò di aver tratto dalla vista dei templi un senso di soggezione, quasi di vaga e inspiegabile inferiorita’ davanti ai lasciti di una civiltà tanto evoluta eppure così lontana.

Negli anni, il suo mestiere gli aveva più volte richiesto di ritornarvi col pensiero e, con le parole, aveva illustrato a generazioni di studenti i dipteri e i peripteri intorno alle celle, gli ordini dorici e corinzi delle colonne, le metope e i triglifi dei fregi, le figure umane concepite da Fidia per i frontoni.

Aveva cercato di imprimere entusiasmo alle sue lezioni, sottolineando l’eleganza formale della rastremazione e l’intenzione identitaria della immortalità.

In quelle quarantasette primavere non era più ritornato. Come se avesse voluto serbare, per unico ricordo guida, l’immagine di una giornata ventosa, un gruppo di ragazzi, dalle pose scomposte, raccolti sotto la mole incombente di un edificio di suprema misteriosa abbandonata bellezza.

Ma adesso, con i soldi della buona uscita, voleva riavviare un richiamo che non aveva mai smesso di pulsare.

L’hotel distava venti minuti dall’acropoli. Percorse il tragitto a piedi. Passò davanti al mezzo busto di Pericle sorretto da un basso piedistallo. Un tuffo al cuore, una palpitazione poi prolungata alla vista di un povero, coperto da un panno, disteso sulla soglia di un portone chiuso.

Quando fu nel quartiere di Monastiraki, l’ansia lo spinse di fretta verso l’altura: voleva vedere con urgenza l’edificio dedicato alla dea Parthenos che per tanti anni aveva presentato ai suoi allievi, citando Ictino, Callicrate, Fidia e tutti gli altri .

Riascoltare se stesso, quel che aveva capito, forse valeva più della statua crisoelefantina andata distrutta…

Attorno ai Propilei si affollavano vari turisti. L’accesso era disagevole  senza gradinate regolari.

Costantino forzò i blocchi e gli assembramenti. Lui, a differenza della massa impegnata a fissare immagini nel digitale, si proponeva di individuare tutti i pezzi che aveva studiato nella mappa.

Il tempietto di Athena Nike all’angolo, sulla scarpata, gli parve grazioso. Le copie delle Cariatidi nell’Erettdo sempre capaci della loro forza d’attrazione.

Il Partenone invece era ottenebrato nella sua bellezza dalle impalcature. Griglie fitte di ferro alloggiavano tra le mitiche colonne contro le quali un disgraziato doge aveva ordinato, secoli prima, di far fuoco.

Ai piedi del complesso, lastroni di marmo indicavano il progetto di restaurazione.

Costantino non perse l’entusiasmo davanti al cantiere aperto: quella era un’opera che meritava le cure dei mortali per l’eternità.

Era arrivato finalmente nel luogo dell’ origine: desiderava stazionare lì tutto il tempo necessario per riempirsi della potenza che i sacri edifici emanavano e rinnovare la consapevolezza che quelle erano le radici della cultura cui si era formato. Voleva guardare da tutte le angolature la sua acropoli, ammirarla da vicino ingrandita, osservarla da lontano, dal Licabetto, nella sua immagine di sogno.

Nel pomeriggio, dopo un veloce pasto, decise di prolungare il nutrimento con la visita al museo archeologico. E naturalmente si fermò a lungo davanti alle statue, alle lapidi, agli oggetti rinvenuti durante gli scavi.

Infine, scese lungo il vialetto lastricato: si accorse di avere fame. Entrò in un locale della catena Beneth e si concentrò su una focaccia rotonda, fatta alla greca con la pasta a filo: un echino.

Decise di consumarla su uno dei sedili di legno disposti in piazza, già occupati da persone.

Fu raggiunto, all’improvviso, da un’anziana signora col cappotto sdrucito  che gridava ad alta voce e ripeteva la stessa parola.

A lui parve di intendere: “doru, doru, doru!” e, siccome gli capitava spesso di essere altrove rispetto al pensiero comune, pensò prima al doriforo poi al legno su cui sedeva, chiedendosi che cosa avesse.

Ma quella non gridava “doru”, bensì “doro, doro”.

Lui, finalmente, capì: la guardò stupefatto e titubante le porse il doro, la focaccia. Quella ringraziò con un sorriso  e iniziò a mangiare.

Costantino rientrò nel locale, acquistò un’altra focaccia e rimase all’interno  a gustare il cibo.

Per la cena, aveva in mente di raggiungere un piccolo ristorante gestito da un greco che aveva lavorato a Roma per dieci anni. Voleva assaggiare i piatti tipici al lume di candela e scambiare due parole in italiano.

Il ristoratore lo accolse a suon di “ amico mio, sei a casa tua!” e gli propose moussakà e dolmades profumate al limone.

Costantino gli fu grato, anche per il bicchierino di digestivo locale che il gestore italofono volle offrirgli.

A conclusione del percorso nella polis, si predispose a rientrare in albergo. Attraversò di nuovo la plaka, e delle vie larghe e frequentate. Sotto un portico si succedevano in fila i letti di donne clochard, come in una corsia d’ospedale.

Costantino notò la pelle grinzosa dei visi e la massa di capelli grigi e scarmigliati che uscivano da sotto le coperte di tipo militare.

“La miseria accanto alla grandezza”. Pensò.

Poi, arrivò davanti ai cassonetti dell’hotel e capì che sarebbe stato a lungo perseguitato dall’immagine di una vecchia signora trasandata che rovistava nella spazzatura e mangiava l’ uovo che aveva trovato .

Dopo, in camera, il sibilo del condizionatore d’aria dell’albergo gli pose una domanda: al ritorno, l’avrebbe inseguito di più la forza sprigionata dall’immobile sempiterna Bellezza ,cui aveva consacrato i quarantasette anni della sua esistenza ,o la persistente richiesta d’aiuto dell’umanita ‘ offesa?

*

Il Risolutore

Il Risolutore


“Ma lo sai? Lo sai?”
“ No, che cosa?”
“Che sul nostro compagno di liceo, Gian Ruggero Manzoni, è stato scritto un libro”, mi dice mio cugino.
“Davvero!!! E come mai?”, rispondo io.
“Perché Gian Ruggero ha raccontato la sua storia a uno scrittore, Pier Paolo Giannubilo. Che ne ha tratto un romanzo, intitolato “Il Risolutore”. Parla della vita e della militanza di Ruggero nei Servizi Segreti, per missioni pericolose in Libano, Siria… ”
“Ma va? Il pronipote di Alessandro Manzoni , il conte Gian Ruggero Manzoni?”
“Sì, proprio lui! Infatti l’abilità del suo autore sta soprattutto nell’aver inframmezzato la narrazione con passi tratti da “ I Promessi Sposi” . Un parallelismo prevedibile è con la figura dell’Innominato”.
“Ma tu il libro ce l’hai ?”.
“Sì, l’ho comprato. Appena ho finito di leggerlo, te lo passo”.
Sono turbata dalla vicenda che percepisco scottante.
Gian Ruggero è quasi mio coetaneo. Al liceo lo conoscevamo tutti: particolare, originale per i discorsi, i riferimenti. Le opposizioni ai sistemi. Sapevo che aveva scritto “Pesta duro e vai tranquillo”, un dizionario sul linguaggio giovanile, ma nulla più. Invece, consultando Google, scopro che è autore di diversi libri, che è un drammaturgo, un critico d’arte, un pittore, eccetera.
Una vita di cui non sapevo e che ora scopro per le azioni che la costellano: azioni che devono essere rimesse al giudizio divino.
Francesco mi porta il libro. Mi ci immergo a capofitto. La forma è scorrevole, accattivante. Il contenuto addensa mille situazioni, da quelle sentimentali, familiari e professionali a quelle di mobilitazione nelle aree di guerra e nella mala. Dati i contesti di storia attuale e le sequenzialità cinematografiche, se ne potrebbe ricavare un film.
Ma il soggetto ispiratore non è un individuo ics. E’ una persona che io ho incontrato, seppure superficialmente, di cui ho ancora presente lo sguardo malinconico rivelatore di un’identità in travaglio.
Sono colpita: di fronte a me c’è un’anima che, spinta forse da un insano bisogno di notorietà, ha scelto di entrare in personaggi diversi, anche malefici come Jago o Svarto, nel caso specifico in un Risolutore assoldato dai Servizi Segreti per risolvere faccende sporche, e ora vuol uscirne invocando la misericordia di Dio e la sacralità della vita.
Mi piacerebbe andare a San Lorenzo, guardare la casa immersa nel boschetto del conte Giovanni Manzoni, padre di Ruggero, che si intravvede dalla strada e che spicca nel minuscolo centro. E poi, incontrare lui. Chiedere di raccontare, di dirmi perché. Come ha potuto, che cosa lo ha spinto. Dirmi del “bambino bullizzato, del giovane aspirante artista dall’ambizione sfrenata, e del killer scisso tra la coscienza del male compiuto e gli alibi autoassolutori” come lo definisce il suo autore.
Ma so che non lo farò, non ne ho il coraggio. E soprattutto non sarebbe giusto.
Lui ha già confessato al mondo con tante parole, forse anche troppe.
Adesso bisogna solo fare silenzio.





*

Lava

LAVA

E’ ancora presto quando Diotima arriva alla casa sul lungo mare. Scende dalla macchina e sente il vento gelido di Ponente scarmigliarle i capelli e agitare le chiome dei palmizi che recingono il giardino. Si volta un attimo a guardare la massa acquosa: stamattina è del colore dell’argilla e si fonde con il cielo.
Poi, gira la testa e la chiave nella toppa. La porta dà sulla strada e si apre lenta con un movimento impedito che sa di cosa rimasta a lungo ferma.
All’interno dell’abitazione, chiusa da mesi, c’è lieve odore di muffa.
Diotima apre con decisione le persiane: fasci di luce offuscata entrano nelle stanze.
Lei si siede sulla poltrona davanti alla porta finestra : attraverso le ringhiere del giardino e del lungomare, poste in parallelo, riesce a scorgere un lembo della distesa d’acqua color argilla cruda.
Guarda l’orologio: Flavia sta ritardando. Non c’è da eccepire, dato che deve arrivare da Agrigento.
“Troviamoci un giorno nella casa al mare dei miei! Ti dovrei parlare con calma” .
“Sì, ma quando?”
“Il giorno di carnevale: noi facciamo festa”.
“Faccio festa anch’io e quindi va bene” è stata la risposta di Flavia.
Adesso Diotima pensa che sia una follia, e comunque un po’ malinconico, trovarsi da sole nell’ambiente al mare durante la stagione morta. Ma freme al pensiero di potersi confidare con l’amica che pure le deve parlare dei difficili rapporti con la nuora.
Già Diotima le ha detto di come un anno fa ha ritrovato Demetrio al conservatorio, frequentato insieme da adolescenti, e delle audizioni di lui cui ha assistito. Delle audizioni e della comunicazione intrapresa. Già le ha detto che non funziona nemmeno col secondo compagno mentre Demetrio per lei rappresenta sempre il massimo bene a cui sente di voler tendere. Sa che Flavia frenerà i suoi entusiasmi con utili consigli e lei, reciprocamente, cercherà di spegnere i nascenti livori dell’amica consigliandola di applicare la lezione sapienziale dell’amore che nega se stesso.
Finalmente Diotima sente il rombo di un’automobile. E’ Flavia.
“Come stai?”.
“Bene, grazie”
”Ti trovo in forma”.
“Sei troppo buona, ma non è così: ho un altro rapporto con la vita”.
“Allora, Diotima, intuisco che è di Demetrio che mi vuoi parlare…”
“Già…” si è fatta scura in viso.
“Cosa non va?”
“Non mi parla più”
“Sarà un momento transitorio”.
“Non credo” la voce di Diotima rivela amarezza.
“Te ne devi fare una ragione”
“Lo so, ma non riesco ad accettare”
“Devi”
“Sì, ma almeno…”
“Almeno?”
“Almeno, potessi prendermi una piccola soddisfazione”
“E cioè?”
“Smettere di mostrarmi sempre accomodante e fargli sapere quel che penso e sento. Che so, mandargli una frase del tipo…aspetta, ho annotato nel promemoria…” Diotima porge a Flavia lo smartphone .
Flavia legge mentalmente:
“In tutta onestà non riesco a capire questo silenzio. Sebbene io abbia sostenuto e sostenga, come per altro devo, la gratuità del sentimento, che si appaga di sé stesso, e comunque io non voglia far avvertire alcunché delle mie affioranti fragilità, trovo curiosa quella che appare la determinazione a negare due semplici parole alle mie.
Penso sia chiaro che non c’è l’intento di avvolgere nel viluppo di oscure trame: ci sarebbe solo l’auspicio di un’ intesa sul piano dell’amicizia o di un rapporto largo tra persone che si conoscono e, aggiungerei, conoscono il bisogno di vivere con un pizzico di follia, ma vedo detta prospettiva sempre più flebile, per non dire respinta”.
Flavia appoggia lo smartphone sul tavolo e scuote la testa.
“Eh, ma così cosa fai? Pietisci e non puoi pietire. Non puoi chiedere ciò che deve essere offerto”
“Devo lasciar perdere?”
“Sì!!! Quante volte te lo devo dire!!! Devi ignorare, tacere, pensare ad altro. ”
“Già per te è facile”
“Sarà anche facile, ma questo è l’unico consiglio giusto che ti posso dare. E tu lo sai”
Diotima sospira. Sì, lo sa.
“Dimmi di te, allora…”
Flavia trasale.
“Al solito. Mia nuora me lo mette contro. Ho avuto il torto di accusare la consuocera di pettegolezzo e adesso non vivo più. Mio figlio prende le loro difese e per me è dolorosissimo”.
Flavia, abbandonata sul divano, è uno straccio.
Diotima ha preso fiato e, adesso, per compensare la mancanza cui deve far fronte, si produce in ciò che più ama: la citazione.
“Devi prendere spunto dall’Hecyra di Terenzio, la virtuosa suocera che si annulla per amore” sentenzia, guardandola fissa.
L’amica quasi non sente. E’ prostrata.
Diotima pensa a quanto sia facile indicare strade da seguire, quando non si vivono le situazioni in prima persona.
La pausa è di piombo, ma poi:
“Dai, godiamoci il mare!” dice all’amica.
Flavia si riscuote e sorride.
“Sì, andiamo sulla riva a respirare l’aria del mare e a guardare il cielo”
“Fin da piccola, il mare in questa stagione mi ha sempre ricordato David Copperfield alla spiaggia di Plymouth”.
“La solita!” esclama Flavia, leggermente divertita come lo è anche Diotima.
Escono.
Fuori il vento si è placato e i palmizi sono fermi.
Il giardino intorno promette rigoglio e il mare di fronte è lava luminescente.




*

Spessore umano

SPESSORE UMANO

Caramella mi ha telefonato mentre sono per strada. Vuole che la raggiunga in centro città. Si trova al bar del portico con l’immancabile Cristina.
Dai, vieni che facciamo due chiacchiere. E andiamo pure a fare queste due chiacchiere, tanto è sabato pomeriggio e non ho voglia di stare rintanato in casa davanti al computer: mi bastano le mie quaranta ore settimanali.
Caramella è simpatica, sa come animare la compagnia. Di certo avrà incontrato colleghi di scuola o altri e a quest’ora sarà seduta su un giro panca imbottito a bere caffè e a parlare di cinema.
Percorro con calma le vie del centro che mi portano al bar del portico. Eccomi arrivato: abbraccio la vetrina che dà sul passeggio e la adocchio subito; naturalmente è con l’immancabile Cristina e in compagnia di una coppia.
Faccio ingresso. Lei mi ha già visto. E’ tutta allegra, mi viene incontro e poi mi presenta agli altri.
-Piacere, Pietro!-
Loro sono Marco e Marzia. Un connubio di nomi che mi fa pensare alle pellicole strappalacrime, ma non credo che di questo stiano parlando.
Infatti, non stanno parlando di questo. Caramella rievoca concitata una scena di fine anno scolastico: il pensionamento di una collega omaggiata con fiori e canti e presentata dal Dirigente.
Francamente non capisco che cosa ci sia tanto da agitarsi o da commuoversi ma Caramella è fatta così e forse è che io non sono sentimentale.
Abbozzo, per non sentirmi tagliato fuori e spero che i discorsi prendano un’altra piega.
La mia amica per fortuna mi legge nel pensiero e intavola la conversazione sui figli di Marco e Marzia, anche per risultare gradita ai due coniugi.
Uno studia ancora, l’altro è ingegnere e lavora a Milano.
Ohibò, anch’io sono ingegnere.
“Ma che cosa fa, che cosa fa esattamente?” chiedo.
“Cura il funzionamento dei forni per la lavorazione del petrolio” dice la madre.
“Okay” rispondo io.
“Viaggia in continuazione!” annuncia Caramella che è informata.
“E poi scrive anche!” aggiunge Marco con orgoglio paterno.
“Ma proprio tutto devi far sapere!?” commenta Marzia che sembra più riservata.
“Ma ci sta, ci sta” rassicuro io e penso al parallelepipedo underground, snodato e color giada, che ogni mattina mi fa sentire stretto ad altri pendolari come a gemelli sconosciuti, e alle quattro mura in cui, dopo aver sfregato il badge sul lettore, mi rinchiudo dalle otto e trentasette alle diciassette e trentasette.
“Sta tutto il giorno davanti al computer!” Marzia scuote la testa alludendo al figlio.
Immagino che lei stia pensando alle ore di libertà concesse, invece, dal mestiere dell’insegnante. Ma mi guardo bene dal dirlo per evitare complicazioni.
“Ecco vedi, è come te, Pietro! Computer e scrittura!” Caramella mi guarda fisso.
“Ma che cosa scrive, che cosa scrive?!” domando.
“Più che altro diari di bordo relativi ai viaggi e poi fantascienza semirealistica” spiega la madre.
“No, a me interessa di più la poesia” rispondo sottovoce.
“Perché?” Marzia vuol sapere.
“Perché dice tanto in poco”.
“Ma la poesia che fine ha fatto? Era già in crisi nell’Ottocento. Allora, almeno, la natura aveva un ruolo centrale… adesso invece…, e poi che linguaggio può essere utilizzabile oggi?”
Mi guarda con l’aria della classica insegnante assertiva che fa domande intelligenti.
“Beh, la natura oggi viene surclassata dagli oggetti che hanno preso il sopravvento su di noi . Poi, oggi il poeta non può più essere un intellettuale dedito all’attività contemplativa e allo studio dei classici ma è più probabile che sia un lavoratore precario qualsiasi, né più e né meno di uno addetto a un lavoro interinale.”
Marzia sbarra gli occhi e mostra un’espressione ingenua.
“Che brutto!?”
“Sarà anche brutto, ma questa è la realtà ” le rispondo.
Lei mi guarda distratta. Non so se sia veramente interessata, ma l’argomento deve averla stuzzicata.
“A me piace il poeta che si ritira sull’ “ermo colle” a meditare l’infinito”.
“Sarebbe autismo poetante!” affermo risoluto.
“E allora dovrebbe raccontare il nostro tempo in maniera incisiva” risponde.
“Eh, sì, incisiva… ha ragione- interviene Caramella rivolgendosi a me- tu non sei incisivo!”
“Grazie, sei molto gentile. Io cerco la rappresentazione della contingenza bruta, cosa che tu forse non afferri ” guardo Caramella sorridendo per farle intendere che sto scherzando: temo infatti che si offenda.
Mi molla una gomitata sullo sterno. Non si è offesa.
“Ma come fa a conciliare la full immersion nel linguaggio informatico con quello che dovrebbe essere l’atteggiamento dissidente del poeta?” Marzia sembra voler piantare sulla mia fronte due raggi laser che le fuoriescono dagli occhi.
Capisco che la sua formazione sia diversa, penso bonariamente ad anni luce di distanza.
“ L’arte poetica, se vuole essere vita, non può fare a meno di affrontare il quotidiano. Il linguaggio informatico mi risulta congeniale a questo scopo anche nel trattare temi esistenziali” affermo con nonchalance.
“Ma la sua forma mentis, inevitabilmente, risentirà degli orientamenti del sistema cui ricorre ogni giorno, con la sua attività quotidiana, e virerà verso il convergente, mentre il sentire poetico, che dovrebbe essere anche libera e pura intuizione, la porterà a divergere. Quindi, io proprio non so come lei possa conciliare le due cose”.
Marzia si è prodotta in un ragionamento che mi colpisce.
Zittisco. Non perché non sia possibile superare la questione con una sintesi lampante o io non sappia rispondere, ma perché, semplicemente perché, mi piace l’idea che possa esistere la dicotomia che questa collega di Caramella indica. Che mi dà l’impressione di non sentirmi immerso nella liquidità.
Non so se mi sto ingannando, ma sono convinto che stanotte invece che alle mail dei clienti, infestanti il server, penserò con più forza alle interrogazioni del nostro pensiero.
Si è fatta l’ora di congedarci. Sono quasi le otto di sera. Ci si saluta con reciproco slancio.
Spero che la discussione sorta abbia sviluppi e, soprattutto, gioia di spessore umano.









*

Flora

FLORA

Ha sbirciato dalla finestra, scostando leggermente le tendine e ha notato il flusso consistente di anziani diretti all’ ambulatorio: il pomeriggio si preannuncia gonfio di visite.
Lui ha ancora i bocconi in gola e quel colpo di sonnolenza che il fegato ormai non gli risparmia. Guarda l’orologio: sono già le due, ma qualche minuto in più se lo può permettere.
Si è seduto sul divano. E’ molto comodo il divano scelto dalla moglie che adesso non abita più con lui. Ha stupito tutti quell’ abbandono, ma Germano sa che lei non è riuscita a sopportare la sua anaffettività, solo velata di dolcezza, e i silenzi in contrasto col quel suo bisogno di parole.
Lui non ascolta più certo rimordere interiore. Sa che la moglie sta bene e vive per il figlio. Lei non ha mai lavorato , continua a non lavorare e lui le passa il mensile. Punto.
Ripensa a questo e fa scivolare la mano sulla pelle liscia del divano. Appoggia la testa allo schienale, mentre si gode la comodità dei braccioli.
Adesso caccia il pensiero, che si è affacciato, e sbarra gli occhi davanti ai riquadri bianchi della finestra in cui si staglia improvvisa, inaspettata, l’immagine nitida di Flora.
Flora, innamorata di lui, si è comportata come se lo considerasse un luminare misconosciuto: incontrandolo gli ha trasmesso la sua febbre e lui, lusingato, ha sentito di accedere al coinvolgimento.
Poi, un giorno, non avendo tempo e pazienza, le ha dato una risposta tra il seccato e il respingente e lei da allora lo evita sempre e non viene più a farsi visitare.
Oggi il sole di febbraio punge e lui ha voglia di rivederla. Di avvertire il richiamo.
Sono le due e un quarto. Deve scendere in ambulatorio.
Finalmente, apre la porta dello studio. Vi fa ingresso, indossa il camice bianco e si apposta dietro il monitor.
“Allora, chi deve fare solo le ricette?” chiede, come al solito, dall’ interno della stanza.
Si fanno avanti tre signore e poi un giovane con le stampelle.
Li congeda in fretta e invita gli altri ad entrare a turno.
E’ la volta di un paziente anziano. Germano dietro il computer lo guarda a stento. Gli chiede come si sente e se si prova la pressione tutti i giorni. Riceve risposta affermativa, e allora gli domanda di comunicargli i valori che sono 120 su 80. Li registra, poi prescrive una visita dall’otorino dato che lamenta sordità.
Le visite si svolgono sempre nello stesso modo. Se viene segnalato un disturbo, lui suggerisce un esame specifico: elettrocardiogramma con holter, gastroscopia, colonscopia…
La macchina in cui sono archiviati tutti i dati esegue veloce le ricerche e poi stampa dietro semplice comando.
Il primo è già uscito. Si apprestano gli altri ad entrare.
Germano si compiace dietro la sua postazione di controllo . Il pc è di ultima generazione, la stampante anche.
Il computer è ormai un prolungamento del suo corpo. Serve per rapide anamnesi, compilazione e archiviazione di cartelle, consultazione di prontuari, contatti on line, formulazione di ricette, ecc. E’ un veloce ordinatore che permette di superare passaggi.
Si apre di nuovo la porta dello studio e questa volta entra Flora.
Flora, bellissima, con un cappotto spinato modello vintage , un basco e una sciarpa in tinta.
Germano prova una quasi accelerazione del battito.
Flora! Proprio tu! Vorrebbe dirle. Ma tace e oscura il viso a difesa.
E’ un po’ impacciata. Si avvicina titubante al tavolo accessoriato high tech, stringendo il bordo superiore della borsa a tracolla.
Germano ha già digitato la sua scheda senza più alzare lo sguardo verso di lei.
“ Ecco, allora, è da un po’che non si fa vedere “ le dice con tono formalmente accogliente.
“Sì” risponde lei, serrando le labbra che si increspano.
“Le piace il mio nuovo studio? Ha visto come l’ho rimodernato?” Germano vuol essere amichevole.
“C’è molta tecnologia” risponde Flora.
“La tecnologia oggi è tutto. Permette di fare ogni cosa e in tempi più brevi. Io ho qui davanti il suo ultimo referto del cardiologo e la sequela dei valori della pressione .Come va la pressione adesso? La tiene controllata, Flora?” Germano ha deciso di pronunciare il nome .
“Ho la minima alta. Tocca i 95”. Flora sembra costernata.
“Alla sua età molti hanno la minima alta. Le consiglierei un farmaco che diversi studi hanno dimostrato come efficace: Piant. Basta una pillola al giorno a differenza di Ramipril che ne comporta due”.
Germano guarda diritto negli occhi la paziente, convinto di averla convinta. Di ricevere uno sguardo ammirato di cui oggi ha bisogno. Quello sguardo adorante che in genere lo ha sempre infastidito.
E invece lei è da un’altra parte.
“Ecco, dottore – dice – appunto di questo io vorrei parlarle”. Esita.
Germano immagina di abbracciare l’attraente figura che gli sta di fronte, da cui sente emanare qualcosa di buono.
“Dimmi, dimmi pure, Flora” sfodera il suo tono più umano.
“Lei che ne pensa dell’erboristeria ?”.
Germano sussulta. Vorrebbe dire: “E’ acqua fresca”, ma si trattiene.
“Beh, è interessante lo studio delle proprietà delle erbe, ma …”
“Sì, perché il biancospino e l’olivo possono tenere abbassati i valori…”.
Germano comprime le labbra.
“Sì, è vero. Esistono in commercio prodotti che dicono efficaci ma, innanzi tutto, non sono mutuabili e poi se cominci la cura, non devi più smettere e quindi ti conviene affidarti a farmaci testati che offrono maggiori garanzie… e sono anche più economici”.
“Però, in estate, la pressione si abbassa naturalmente e quindi… condannarsi ad assumere un farmaco per tutto l’anno…”.
“E’ solo una questione di abitudine. Superato il periodo iniziale, non farai più caso. E poi sono prodotti ben tollerati dall’organismo e non hanno in genere effetti collaterali…”.
Flora scuote la testa. E’ avvilita.
Germano la guarda e vede davanti a sé una donna dell’Ottocento o, peggio, del Medioevo. Una che è in regressione rispetto ai tempi.
Ha già deciso che non le dirà più nulla. Tanto non potrà convincerla e lui perderà solo tempo ed energie.
Le lancia da dietro gli occhiali uno sguardo gelido che sa di congedo.
Anche lei è fredda e sprigiona un misto di ostinazione e smarrimento.
Lui riscalda formalmente l’atmosfera esibendo un opportuno sorriso.
“Ci pensi, signora. Ci possiamo sempre rivedere”.
Lei saluta e fa dietro front.
Germano vede le falde del cappotto vintage e il lembo della sciarpa in tinta sparire dietro la porta bianca, che si rinchiude.





*

Intonacato

INTONACATO

 

Ero un seminarista gnucco e un po’ assonnato. Il futuro prete meno in gamba della famiglia. Alla spedizione di Epaminonda preferivo le note di una scassata radiolina che non so come il contrabbando ci aveva rifilato. Non riuscivo a costringere la mia mente a mandare a memoria gli aoristi e i duali perché vi si insinuavano altre idee.

Perdevo tempo e sciupavo energie. Sembrava che mi mancasse qualcosa, non so che cosa.

I miei professori si erano in parte abituati alla mia aria da disarmato bambino e tolleravano il mio essere smemorato. Stagnavo in un torpore grigio di cui ero semi conscio o assai cosciente, ma che non mi riusciva di abbandonare. La navicella del mio ingegno era una bagnarola piena di falli. Ero timido, credulone, infantile e impacciato.

Mio padre era un uomo debole, dominato dalla figura di mia madre. Avevo davanti il modello dei miei fratelli e di mio zio. Dunque, prete anch’io.

Mi intimorivano le ragazze. Le subivo del tutto, arrossivo appena ne incontravo qualcuna che mi guardava con insistenza.

Le mie sorelle si erano sposate presto e poi erano così goffe e casalinghe che non mi avevano mai fatto grande effetto, se non quello di due laboriose zie. Le vedevo sempre indaffarate con i bambini al collo, i capelli unti e i grembiali macchiati. Le compiangevo un po’ e rendevo grazie a Dio per non essere nato donna.

Cacciavo il pensiero dell’altro sesso di cui non volevo sapere niente, anche se le nostre discipline in qualcosa contemplavano l’argomento.

Ogni giorno era diverso e ogni diversità costava fatica perché dovevo imparare cose nuove, sempre troppe per me che tendevo a dimenticare. Subivo con insofferenza l’incapacità di non riuscire ad approfondire ciò che sfioravo soltanto con la mia svigorita mente.

Mi esaurivo al pensiero di poco e mi ritrovavo a canticchiare il Rosario quando ero partito con S.Agostino e la Città di Dio.

La mia era una cittadella di pandispagna con molti usci chiusi e qualche guardia svizzera addormentata qua e là.

Scioglievo gli affanni in qualche facile canzonetta che mi saliva alle labbra e in qualche goccio di nettare di Bacco: mi rilassavano gli umori grigi estromettendo le sensazioni dolorose, gli scoraggiamenti.

Ma poi piangevo anche. Quando proprio non ce la facevo più, quando era umanamente indispensabile vomitare gli accumuli. Il pianto, che veniva a singhiozzi laceranti, scuoteva tutto il mio tronco, le orecchie diventavano rosse. Piangevo in disparte, seduto sul mio letto monacale, spargendo le lacrime sulla tomaia delle scarpe.. 

In seminario dividevo la camera con altri due . Uno era grasso, ronfava durante i sonni notturni, ci faceva ridere quando sbarrava gli occhioni verdi e sudava cimentandosi nella pallavolo. Aveva una naturale, incredibile predisposizione per le lingue.

L’altro aveva una faccia da bolscevico, incuteva un oscuro timore ma in fondo era solo un timido. Amava Pascal , di cui spesso citava frasi e meditazioni e meditava a lungo egli stesso nelle ore di ricreazione e di refezione.

Il professore di storia lo chiamava Vanvitelli, anche se il suo nome era Savelli, ma quello non perdeva occasione per far riferimenti culturali.

Col mio cognome, Contarini, si era sbizzarrito fin troppo tanto che aveva tirato fuori la storia della Serenissima, dei Dogi e di tutte le guardie e i bargelli. Ricordo l’imbarazzo che si impossessò di me il giorno in cui mi vergognai del mio cognome storico.

Il prete che ci insegnava latino e greco era pesante come il Te Deum. Voleva inculcarci il gusto per la metrica e finiva per trascurare la sintassi. L’avevo battezzato Dattilodattilo.

Una volta mi rifilò un bruttissimo voto nel compito di greco: una versione di Tucidide che riguardava la battaglia di Salamina e che non era neppure troppo difficile dato che avrei potuto aiutarmi con le mie conoscenze storiche. In verità quella mattina avevo un pesante raffreddore e avrei dovuto rimanere a letto, ma non me la sentii di starmene da solo in camera e preferii affrontare le lettere ricurve e la silenziosa atmosfera della classe piuttosto che rivoltarmi tra le lenzuola e aspettare le pozioni di don Matteo.

Don Matteo si proclamava erborista ma di erbe ne capiva relativamente. Propinava certi intrugli che avrebbero sconcertato un morto: non so, una ricetta a base di nasturzi e pratoline lesse. Per i raffreddori preparava decotti sulla cui efficacia c’era molto da dubitare. Io ero scettico: lui non era riuscito a curarsi quella sua sordità rinogena e faceva tanto il saccente..

Quel votaccio mi rimase ficcato in gola come un chiodo. Il votaccio e lo sguardo sprezzante dell’insegnante di greco.

Come Dattilodattilo, otto giorni dopo la prova, entrò in classe con la pila dei fogli protocollo avvolti nella meticolosa fascetta, mi lanciò uno sguardo che non lasciava dubbi.

Certo meno di quattro, pensai. Ah se me ne fossi rimasto a dormire!! Troppo tardi, Signore mio! Aiutami a non arrossire affinché io beva con minor pena dal tuo amaro calice.

Arrossii invece e maledettamente perché l’orgoglio mio non era ancora stato debellato, o forse era solo la mia oscillante autostima, e così soddisfeci quella che mi sembrò l’intima cattiveria del mio aguzzino: “Malissimo, Contarini, ma come hai potuto inventarti una simile asinata?!” Non gli dissi del mio stato di salute. Inghiottii l’umiliazione, le lacrime, tutto.

Certo dovevo rimediare. Il compagno con la faccia da bolscevico si offrì di ripassare il greco con me. Gliene fui grato, soprattutto perché mi impedì di cadere nel tedio che quelle regole, ahimè, mi procuravano.

Con Sofocle andavo forte. Forse mi aveva impressionato L’Edipo. Il bambino Edipo, reso zoppo dalle corde che lo avevano legato al Citerone e poi libero perché destinato a compiere azioni tremende, mi martellava nella testa, mi trasmetteva un’emozione strana.

Plutarco, invece, mi ispirava antipatia. I suoi parallelismi non mi risultavano sempre chiari. Tribolavo con le traduzioni, confondevo gli episodi delle varie battaglie, simpatizzavo per i nemici dei Greci.

Che voglia matta mi prendeva di fare le capriole, di cogliere il richiamo della spensieratezza, irresistibile con l’arrivo della primavera.

E invece, no: dovevo stare lì, paralizzato e condannato al tavolino. Costretto dalla mia stessa coscienza che pure doveva tacere.

Dal sonno soltanto veniva la quiete.

I ritorni in famiglia non mi risollevavano dal mio stato. Spesso anzi mi deprimevano e mi avvilivano talmente da farmi desiderare il collegio. Mia madre vi contribuiva. Mi rivolgeva di rado la parola e soprattutto per commissionarmi qualche faccenda. O c’era da spaccar la legna per il fuoco e d’inverno, quando la bora mi investiva e mi entrava nelle ossa come fossi stato senza abiti, l’incarico risultava quasi insopportabile, oppure si doveva governare le bestie, cambiare la paglia al maiale, fare la traccia dopo le nevicate fitte.

Io mi impaludavo in abiti dismessi e andavo nel cortile ad eseguire. Andavo anche a far la spesa con i soldi contati. Compravo soprattutto patate perché la provvista in dispensa finiva presto.

A Natale l’unica cosa che mi divertiva era l’allestimento del presepio. Mi ci aveva abituato lo zio scorbutico .

Quando ero bambino, una settimana prima del venticinque dicembre, lo zio mi conduceva in un boschetto a raccogliere il muschio. Con un coltello ricurvo staccava quello più ostinato dai tronchi. Io ne raccoglievo qua e là e con tutto quello che avevamo trovato tornavamo a casa.

Il giorno dopo mi spingeva in cantina e sceglieva i pezzi più belli dalla catasta di legna. I pezzi venivano posti sotto la cappa di un camino che per l'occasione non veniva utilizzato. Li disponeva in modo pittoresco formando una sorta di teatro a scalinate. Vi sistemava sopra il muschio e le statuine in terracotta. La capanna veniva realizzata intrecciando delle canne che si facevano essiccare ogni anno nel periodo estivo.

La parte interna del camino ricoperta di fuliggine fungeva da nera notte. Con gli occhi del bambino trovavo meraviglioso quel presepe.

Lo zio scorbutico mi aveva insegnato a dire le preghiere.

Lui era entrato in seminario quando era rimasto orfano.

Lo chiamavano scorbutico mia madre e le mie sorelle ma a me era simpatico e gli volevo bene.

Era magro e sotto la tonaca nera, spesso sporca di fango sull’orlo, sembrava più lungo e curvo.

Veniva a casa nostra con un lambrettone bianco, pure quello inzaccherato per via delle pozzanghere. Carlino, mio fratello, gli chiedeva le caramelle e lui, che poi non era così scorbutico, le aveva sempre in quella tasca fonda e nascosta della sua veste nera.

Mia madre gli faceva la polenta col ragù e quelle erano occasioni speciali. Mio padre, alla fine del pranzo, gli versava un po’ di vin santo nel bicchiere e diceva: “Questo è meglio di quello della chiesa”.

E lo zio diceva che era buono anche quello della chiesa.

Credo che sia stato lo zio a suggerire a Carlino e a Leo di entrare in seminario. Mia madre, ogni tanto, lo chiamava per nome, Sebastiano, e a me faceva uno strano piacere perché suor Matilde ci aveva raccontato la storia del martire Sebastiano e io di notte, vedevo e pensavo al corpo nudo del giovane Sebastiano rigato dal sangue dei dardi.

Mia madre, chiamando lo zio col nome di Sebastiano, lo innalzava ai miei occhi.

A vent’anni io ero ancora senza visuali critiche, senza quadri generali sulla vita e su tutto quello che si deve sapere.

Ero molle e ripiegato. Dicevo sì sì e no no. Nel profondo mi sentivo un indegno, fragile discepolo di Cristo di cui ci insegnavano a seguire l’esempio di amore totale.

Il martirio dei Santi, di Santo Stefano, San Sebastiano, Sant’Agnese e altri, rappresentava per me un sacrificio estremo che non avrei mai potuto imitare.

Se fossi vissuto ai tempi di Diocleziano, io credo che sarei fuggito, avrei sacrificato agli dei, poi avrei chiesto perdono a Dio. Non sarei stato nemmeno in grado di offrire la mia vita per salvare quella di altri come Massimiliano Kolbe.

Sarei stato debole, vigliacco. Perché se non ero capace di amare la vita come avrei dovuto , non avevo neppure il coraggio di lasciarla volontariamente per santa coerenza.

Adesso penso che devo ringraziare Dio per non avermi mai posto di fronte a prove del genere, per non avermi mai domandato , almeno fino ad ora, di dimostrargli con la vita o con la morte da che parte stavo e sto.

*

Trame e reticoli

TRAME E RETICOLI

 

Si chiamava Bonaventura. Bonaventura Cigno. Un nome insolito che sapeva di vento e magia, di sorte ed eleganza. Un nome insolito come insolito era lui.

Gli avevano detto che la sua pittura ricordava Dorazio. Lui prima si era schermito, chiedendo che cosa avesse a che fare con quel mostro, poi aveva fatto sapere a quelli della galleria che avrebbe voluto andare oltre le trame e i reticoli, ma in modo diverso rispetto all’artista di cui veniva considerato discepolo.

Conduceva una vita appartata, anche se per alcuni periodi dell’anno frequentava gli ambienti milanesi. Le signore si mostravano volentieri in sua compagnia alla Rotonda della Besana in occasione di eventi: la passeggiata con il pittore dandy sotto le rinchiuse ali del colonnato era essa stessa evento.

Sprigionava forza ed energia dal portamento elegante, dagli abiti scelti con cura. L’autonomia dei soggetti nell’opera d’arte era il maggior termine dei suoi discorsi.

Aveva la capacità di intrecciare rapporti con chicchessia. Faceva sentire l’altro speciale per un po’ di tempo. Poi si stancava e recideva legami che sembravano essersi stretti. Si negava al telefono, demoliva seppur velatamente quel che l’altro o l’altra diceva, per mesi e mesi non dava notizie di sé. Finché non si defilavano.

A volte sembrava oscillare tra una malcelata ossessione della propria superiorità, con inspiegabili rivalse in polemiche ideologiche e filosofiche, e certi atteggiamenti improntati a una apparente resa delle armi che, tuttavia, producevano i loro effetti. Erano soprattutto questi discorsi, infatti, nonostante la tangibile apparenza, a suscitare nelle signore, che ne apprezzavano la rara sensibilità, il desiderio istintivo di maternage quando non di complicità.

Bonaventura Cigno era un artista d’elezione come già il suo nome decretava.

Odetta Accardi ne era assolutamente convinta. Era rimasta colpita dalle fughe di pensiero che lui spesso manifestava e, ritenendole segno di genialità, non aveva esitato a stringere tempi e dinamiche per conoscerlo. In realtà, molto di quello che pensava Odetta Accardi di Bonaventura Cigno non corrispondeva al vero, perché ovviamente Odetta Accardi non conosceva tutta la sua complessa personalità, ma a lui, che pure ne era consapevole, aveva fatto piacere l’interesse della nipote di Carla.

Così si era aperto e aveva intrecciato con lei un rapporto che sembrava duraturo.

La Accardi sottoponeva le proprie opere al suo giudizio, certa di poterne ricavare un’aggiunta di afflato poetico che andasse a concretizzarsi nelle tele.

Bonaventura Cigno era un sostenitore della pittura astratta senza tuttavia aver abbandonato quel figurativismo di cui proponeva frequenti citazioni, convinto, allo stesso modo, della continuità e della discontinuità delle opere d’arte.

La Accardi, il cui temperamento risentiva di una congenita sensibilità fanciullesca, immaginava, seguendo il richiamo di una fantasia naif o volutamente profetica, un trait d’union tra il proprio nome e il cognome di lui: una sorta di trama parentale riconducibile all’archetipo ispiratore.

E, sentendosi così indissolubilmente legata, offriva spesso le sue chiose all’opera di Cigno.

Cigno le giudicava generiche, lontane dalle proprie intenzioni, sostanzialmente estranee. Come estranea era per lui l’Accardi.

L’Accardi, invece, persuasa dello spessore artistico di Bonaventura, si produceva spesso in letture critiche.

Un giorno, gli aveva attribuito la profondità di chi cerca scampo nella maschera: si riferiva alla sua persona.

Bonaventura aveva respinto con forza la considerazione, sostenendo che la sua arte era e doveva essere manifestazione di verità.

Quello era stato un motivo di frattura tra i due sodali.

Quanto insanabile non è dato sapere.

*

Solo un nome

SOLO UN NOME

 

Di tutti i ricordi che ha, quello che le si staglia più nitido e impellente nella memoria è la serata all’Alighieri.

Vi si era recata con tre amiche: avevano preso posto in un palchetto.

Lui era arrivato in ritardo, in compagnia di un’altra.Si erano accomodati in platea. Lei si era sporta per salutarlo. Lui aveva alzato la mano. Era pensieroso, sembrava assente.

La compagna si era tolta il soprabito pesante e mostrava i capelli raccolti in cima alla testa che fuoriusciva dal colletto in pizzo di una camicia nera con le ruche.

Dal modo di fare sembrava che lo prendesse bonariamente in giro.

Livia aveva smesso di pensare al “Rinaldo”.La presenza di lui annullava tutto il resto. Le amiche negli intervalli commentavano sulla stagione lirica all’Alighieri. Lei accarezzava con la mano sinistra il velluto rosso del parapetto, tenendo d’occhio il movimento delle due teste in platea.

Soppesava la confidenza con cui Eleonora si rivolgeva a Michele.

Si interrogava sui tempi che avevano dato avvio all’inattesa relazione. Le erano sfuggiti assieme a tutta la loro dinamica.

Le era sembrato di cogliere interesse per lei quando era iniziato il dialogo. E adesso, invece?

Di fronte all’altra, che percepiva sofisticata e conscia di sé, si sentiva più piccola.

Michele era sogno, follia addomesticata, energia trascinante. E poi eleganza di modi e pensieri.

Livia ne subiva il fascino e il fatto che fosse in compagnia dell’altra lo rendeva oggetto di incontrollabile desiderio.

Che la sua fosse la solita strategia?

Non aveva elementi per darsi risposta. Sapeva solo che, quella sera, non riusciva a seguire con partecipazione le vicende di Almirena e Armida, anche se la musica di Haendel era coinvolgente.

Finito lo spettacolo, lei aveva abbandonato abbastanza in fretta il teatro assieme alle amiche mentre i due erano rimasti in platea.

Con le altre aveva percorso diverse vie, prima di ritornare a casa.

Si era sentita sospesa.

Alla fine della giornata, lui le aveva mandato un messaggio: diceva di aver vagato un po’ per la città, respirandone l’umido e l’atmosfera, e in quelle note a lei era sembrato di ritrovare soltanto il riferimento a sé stessa.

Oggi questo è il ricordo di Michele cui è più legata .

Oggi che le trame di ieri si sono sciolte, oggi che Eleonora è un’ombra dileguata in fretta e Michele è solo un nome.

*

Convivere

CONVIVERE

Marta. Una donna avanti negli anni, il viso un cumulo di rughe, le gambe una ragnatela di vene. Caparbia e indomita. Determinata a imporre il proprio volere, a non lasciare ad altri le consegne.
Ha fatto della casa, in cui vive sola da anni dopo la morte del marito, il suo oggetto privilegiato di compagnia.
La casa è narrazione, è stipo di ricordi, è storia. La casa è persona vivente.
Lì dove i muri grossi recingono la consistente volumetria di una stanza al pianterreno, con le tende alle finestre, il cassettone seicentesco e il camino in pietra grigia, non vuole mettere il condizionatore: l’apparecchiatura esterna rovinerebbe il prospetto ed è meglio convivere con i rigori invernali invece di cercare soluzioni che contrastano esigenze estetiche.
Il suo angolo è la sedia in cucina, accanto alla stufa con il tubo infilato nella cappa enorme: la fiamma scoppietta e i ceppi ardono consumandosi veloci dentro il cilindro di ghisa che arroventa.
Lì è calore, è odore di pioppo, di olmo, di quercia. E’ cenere, memoria di bucato.
Lì il freddo umido è vinto con la forza dell’autenticità.
Anche la figlia sa della vita di quest’angolo, ma adesso che è sposata vorrebbe assicurare al marito e ai figli una maggiore comodità quando viene per un po’ di soggiorno.
La madre si ostina a difendere abitudini, come le ha insegnato il marito e come le detta l’impulso ad imporre.
In inverno si corre negli spazi ampi di stanze diacce, come si è sempre fatto. C’è solo l’angolo della stufa in ghisa e un paio di radiatori del termo per la sua zona letto.
Le sole persone che qualche volta circolano negli interni sono un operaio tuttofare, che raccoglie la legna nel bosco, quando la figlia non c’è, e una signora delle pulizie che si presta anche per la spesa.
Marta se ne sta per molte ore al giorno seduta sul divano davanti al televisore o accanto alla stufa. Assapora il piacere e il dispiacere del rimuginare e fa scorrere la pellicola degli episodi passati, soprattutto di quelli tristi e di conflitto che le danno la loro carica di eccitazione.
Oscilla tra l’autocommiserazione e l’inappellabile convinzione delle proprie categoriche ragioni.
La figlia, quando percepisce gli umori alterati, sente crescere dentro di sé una forma di nervosismo che, non di rado, si traduce in risposte alle provocazioni.
Un vento d’ira s’insinua tra gli interstizi di realtà umane mutate dagli eventi. A tratti si placa per poi riprendere perché è difficile estinguerlo per sempre.








*

Ristoro

RISTORO

 

Giorno di festa, giorno dell’Immacolata. Quale circostanza migliore per trovare nella cassetta della posta le bollette di acqua e luce, soprattutto dopo due mesi che è stata chiesta alla banca la domiciliazione sul conto corrente? Perché occorrano tempi tanto lunghi all’avvio del servizio non è dato sapere.

Maria Rita ha un carattere fumantino: le bastano contrarietà di questo tipo per sentire un’intera giornata guastarsi.

Ma infine è arrivato il lunedì e l’ora di recarsi in ufficio per chiedere spiegazioni.

La banca è ubicata dalla parte opposta rispetto alla zona parcheggio.

Bisogna percorrere un tratto di strada lungo, battuto da un vento gelido  questa mattina.

Maria Rita viene preceduta da un gruppetto di anziane col bastone , già vispissime e sveglie poco dopo l’apertura.

Oh, che fortuna! L’impiegato nell’area ufficio è libero.

Maria Rita s’introduce. Mostra il cartaceo, spiega.

Quello digita, ricerca nel computer e poi comunica che della pratica non c’è traccia.

Chiede da chi sia stata eseguita.

Lei ricorda una ragazza con i capelli lunghi.

”Ah, Virna, Virna - dice lui- domani c’è !“.

Maria Rita fa trasparire il disappunto.

”Volevo sbrigare oggi”.

Lui cerca di rabbonire la cliente, apre altri file.

”Quel che posso fare è registrare ancora” conclude.

Maria Rita si è decisa.

” Va bene.Vengo domani” e fa dietro front.

E’ per strada, risente il vento gelido.  Ripensa ad altre mille beghe.

Adesso non ha voglia di fare la spesa. Vorrebbe rintanarsi subito in casa e godere dell’autocommiserazione.

Ma ci sono le commissioni per la madre anziana e il richiamo dell’omelia del giorno prima:”Dio non ci vuole autocommiserevoli”.

Giunge nei pressi del market.

C’e’ una signora mora con la gonna lunga e un foulard in testa ,seduta su un porta ombrelli all’ingresso. Ha un aspetto trasandato e misterioso.

Maria Rita si accosta.

La signora sorride, l‘ha riconosciuta.

”Domani vado alla Romania “ dice.

Lei non capisce.

”Domani vado alla Romania da le mie bambine!” sorride paga e mostra un incisivo ricoperto d’oro che spicca sul viso scuro e sciupato.

”Domani vado da le mie bambine “ripete ,sorridendo felice.

Maria Rita risponde e la guarda.

”Vai dalle tue bambine?”

“Sì, vado da le mie bambine”

”Ci vediamo dopo”dice.

”Sì“risponde la donna e si risiede sul portaombrelli.

Maria Rita si affretta nelle compere. E procede con il pensiero altrove.

Pensa agli zuccherini con l’alchermes, che ricordano sempre l’infanzia.

Quando è all’uscita, la signora rumena si è già alzata in piedi e le va incontro.

Lei consegna un’offerta e i dolci cosparsi di liquore rosso: la donna allarga il sorriso e fa l’atto di abbracciarla appoggiando al suo braccio la testa avvolta nel foulard.

Maria Rita le è grata.

Sente il ristoro della gioia inattesa.

 

 

*

Natalia e Aurora

NATALIA E AURORA

Un ex casa cantoniera in curva, a guida della strada, chiome fitte di castagni irrorano verde nella calura estiva. Sotto il porticato sul retro si può sedere per godersi il fresco; il paesaggio collinare ristora.

Nella radura i ragazzi hanno messo le tende degli indiani che sono sempre abbandonate perché è piaciuto soltanto costruirle.

C’è sereno e quiete intorno: si possono ricomporre i ricordi, trovare le relazioni.

Alla gente piace l’ambiente familiare e a te la sensazione di servire da padrona.

Non hai dimenticato la lezione dei classici.

A tua madre, che ti immaginava nel condominio di città, hai detto che preferisci la campagna.

Lei non sopporta di vederti sempre in pantaloni con le scarpe impolverate e, quando viene a farti visita, le leggi in viso il rifiuto per il tuo essere dimesso e l’accusa a tuo marito di “averti ridotta così”.

La Ricerca ti piaceva beninteso, ma questo è un lavoro più appagante perché, invece delle colture in laboratorio, a volte curi microcosmi familiari in crisi cui cerchi di apportare consigli e solidarietà.

Certo, avresti potuto ambire a un partito migliore, con la tua bellezza e la consistenza economica dei tuoi, e che cosa tu ci abbia trovato in quei cinquantacinque chili e un pugno di rughe tua madre proprio non lo sa, soprattutto perché la vocazione alla pittura non ha mai sopperito alle esigenze di una famiglia.

C’è voluta la tua disponibilità a sgobbare e l’aiuto economico di tuo padre, naturalmente.

A vent’anni avevi tanti sogni: carriera, congressi e soggiorni in America. Eri brava a dragare il fondo dei libri, masticavi dispense di biologia a sorsi di caffè nelle ore notturne .

Ti sei presa la specialità oltre alla laurea.

Credevi di aver dato il massimo di te stessa e di suscitare stati di venerazione ma, improvvisamente, ti sei sentita noiosa.

I tuoi discorsi erano ordinati allineamenti di parole senza sapore. Gli esperimenti, ripetitivi maneggi di liquidi in provetta, lontani da ipotesi reali di scoperta.

Un inappagato senso di vita continuava ad assillarti e così sei rimasta abbagliata dallo shock visivo delle sue tele.

Nella simbologia delle forme e dei colori i messaggi ritrovati ti svelavano a te stessa. Facce della realtà in lucide metafore.

Accedevi al tempio sacro dell’arte, assistevi alle trasformazioni della vita. Nell’infinito gioco degli specchi eri corpo sontuoso, leggiadra figura in abito a fiori, donna ammiccante a uno sconosciuto, ragazza di buona famiglia seduta con le amiche attorno al tavolo del tè, madre generosa col turgido seno per il puttino in fasce, signora in grigio al funerale di un parente, vecchia grinzosa dallo sguardo rassegnato.

Ti fondevi con i campi di granoturco e di erba medica, raccoglievi nei catini il pesce rovesciato sul bancone, vendevi al mercato della frutta i meloni e le fragole, le arance e i limoni.

 

Sotto l’ex casa cantoniera, trasformata in ristorante dal tuo gusto educato al rispetto dei volumi, la scarpata digrada in spiazzi verso il torrente. Qui c’è il recinto delle capre, là gli orti di verdure fresche, più sotto, non lontano dall’acqua, i salici fruscianti in morbida complicità.

 

Per farti visita, Aurora ha scelto una lunga trafila di autobus. Così osserverà dal finestrino i papaveri rossi tra l’oro delle spighe e le aureole dei pioppi in slarghi di luce.

Da ragazze Natalia e Aurora lasciavano le biciclette per il fiume e i boschi. Pugni di more nei rovi e bastoncini di liquirizia lungo l’argine.

Sui fogli dell’album di Aurora c’erano campi di granoturco e di erba medica, soli di stagione, piogge violente e nevicate, radici che succhiavano sangue da una terra prodiga e feroce.

Aurora di potenti fantasie.

Dopo la morte del padre, aveva continuato ad abitare nella casa sotto l’argine con la madre e una zia.

Con te ha condiviso sogni, confidenze e, a volte, rituali contadini.

Terminati gli studi in Accademia, ha preso a organizzare mostre.

E’ stata lei a presentarti quei cinquantacinque chili.

Due occhi baluginanti sotto un cappello di paglia chiara e un’espressione scanzonata.

Anche lei lo giudicava irresistibile ma ti ha detto generosa che è la complementarietà e non l’affinità a cementare i rapporti.

 

Le dirai che tieni tra le quattro mura il tuo segreto: lui sperpera al gioco e dissipa la sua arte, coltiva antitesi e bisogno di sentirsi sull’orlo dell’abisso per ritrovare il gusto della normalità.

Le dirai che sei diventata scrigno, brava a nascondere, e hai ripreso ad aspettare che tutto maturi per trasformarsi, come le colture di laboratorio.

 

Aurora è senza fiato quando oltrepassa il cancello. Vuol subito fare un giro lungo la carraia.

“ Natalia, hai potato la pianta di glicine? Vedi come si arrampica disordinata sul cancello!”

Sedute sotto la tettoia, all’ombra sul retro della casa, tu hai già riannodato i ricordi.

Seduce la ritrovata freschezza adolescente: le rughe di colpo sono cancellate dalla fronte.

“Conservi ancora il ritratto che ti feci ?”chiede Aurora.

“Io ho imparato a conoscere il mondo dalla tua tavolozza” le rispondi tu. Intanto Sergio, tra i soffioni, studia la campitura di una tela.

A sera i ragazzi reclamano la cena.

Sul tavolo di rovere, con le tovagliette all’americana, hai servito zucchine fritte con la farina di ceci, caprini e affettati.

Osservi i lavori di ristrutturazione della casa, non ancora terminati, e speri che l’estate non faccia marcia indietro.

Sei con Aurora nella dispensa dove sono appesi i salami, la costa sotto sale, il prosciutto e le grasse vesciche piene di strutto.

“Vedi? Ho imparato da tua madre!” le dici.

Aurora sorride e scuote la lunga treccia nera; poi si aggiusta i calzini che sono scivolati in giù.

Non si è sposata anche se di uomini ne ha incontrato.

Gli occhi baluginanti s’insinuano improvvisi e saettano. Accennano un lieve sorriso, ma s’intuisce che il pensiero è lontano.

Aurora vorrebbe farsi piccola: non vuole prendersi l’intimità degli altri. “Siediti, si mangia”. Tu la tratti con l’affetto dell’infanzia.

Sergio, invece, sembra quasi ostile , chiuso nei suoi pensieri rivali.

Aurora annuncia che andrà in India.

Odori e colori le lanciano richiami.

Poserà la treccia nera sul sari e camminerà lungo il Gange nella terra limacciosa e putrescente che sa di cadaveri e di povero cibo.

Stanotte dormirà nella stanza con le travi, ascolterà il verso dei grilli e sognerà due biciclette appoggiate all’argine del fiume.

Domani tu darai l’erba alle capre, spruzzerai l’acqua sull’impiantito e poterai la pianta di glicine.

*

Forza

FORZA

Una porzione di casa, i muri scrostati, tagliati ai piedi dalla lana di vetro. La chioma d’un tiglio che sbatte contro la finestra al primo piano. Di fianco, il capannone con gli attrezzi che si guardano dalla porta a vetri.
L’ha messa in vendita la casa dei suoi genitori: non possono più abitarvi, le loro stanche fibre hanno bisogno di essere accudite per tante ore del giorno.
Lei lavora ancora. Agli sportelli. Dice che i giovani non sanno compilare una raccomandata. Forse fanno apposta a chiedere, sfrontati. Lei è ancora bella: ha gli occhi verdi e i capelli neri e una pelle così liscia che quando ti dice l’età pensi che ti prenda in giro.
Lei evita di usare il computer quando non è al lavoro. Le fa male alla vista. Ma non desidera parlarne. Sa quanto vale l’importanza del sorriso. Non vuole adombrare la faccia.
E’ una donna tenace che non si arrende. Conosce la compagnia del silenzio. Sa tacere e aspettare.
Le sue vicissitudini dicono quanto è forte.
Ho un ricordo di una escursione alla Madonna di S. Luca.
Mi aveva chiesto di accompagnarla lungo il portico a scalinate, che prende avvio da porta Saragozza.
Una giornata qualunque. A me sarebbe piaciuto imbattermi in gruppi di suore o di preti o di laici diretti al santuario. Immaginavo un viavai continuo. Invece ci venivano incontro il silenzio e l’assenza. Buoni per la meditazione personale ma anche per lo sperdimento.
Rievocare la storia dell’edificio, scambiarci impressioni sul senso del vivere, rinsaldare un’amicizia non era poco. Ma allora ci si aspettava di più, non si riusciva a dare importanza alle cose come quando il tempo stringe con le sue emergenze.
Eravamo e ci sentivamo due esserini minuscoli sotto le volte in cotto, dirette a un luogo di devozione per adempiere una promessa, ricavare sollievo.
Dentro l’edificio ci togliemmo le scarpe appoggiando sotto il banco i piedi nudi al pavimento. Ognuna pregò.
Poi guardammo dal belvedere le colline immerse nella foschia calda di luglio.
La funivia non c’era più. Invece si faceva sentire il solito traffico convulso di pullman e macchine che salivano e irrompevano nel parcheggio.
Per me quell’atto di devozione si accompagnò al senso della solitudine. La stessa percepita in chiesa, quando vedo i visi delle persone che tornano dalla comunione mentre il coro canta “Io t’amo, io t’amo, t’amo Gesù”.
La stessa che connota il lavoro di lei tra le quattro mura dell’ufficio. Lei cerca di non prestarvi ascolto, potenziando il suono delle parole per gli utenti allo sportello.
Lei mi insegna perché riempie le sue ore di forza e dinamismo: ha capito che il suo agire non deve sgonfiarsi facilmente e non vuole farsi tentare dal sonno.




*

Partire

PARTIRE

Ridente paese adagiato sulla sponda orientale del lago di Como.

Binario numero uno. L’altoparlante annunciò l’arrivo del locale. Il viaggio in treno finiva lì.

Che Lea avesse l’aria perplessa e il passo incerto era più che naturale; tra gli sballottamenti nel vagone ferroviario, l’afrore nauseante dei sedili e delle ritirate attigue, l’incubo notturno si dileguava piano in ricerca di prospettive.

Ora avrebbe dovuto prendere il pullman per raggiungere il piccolo centro di montagna.

Con la colonna vertebrale spostata ad ago di bilancia, per il peso della valigia, puntò verso le scalinate grigie e polverose della stazione. Ticchettarono i mezzi tacchi sull’impiantito cui si sovrapposero i suoni disturbati degli annunci. Lea percepì l’odore di sigarette osservando le scritte oscene dei muri.

L’autista sul piazzale, un tipo corpulento dalle mascelle serrate in un’espressione imbronciata, a palo con un collega accanto all’autobus di linea, riconobbe all’istante l’emigrata del Sud e attese malignamente il suono delle consonanti raddoppiate e delle vocali aperte .

“Mi scusi, a che ora parte il pullman per P.?”

“Alle dodici” rispose l’uomo, schiacciando sotto la suola il mozzicone di una Marlboro .

“E per i biglietti?”

“All’edicola della stazione” e accennò con il braccio.

Lea posò  la valigia pesante accanto a una ruota anteriore della corriera e si avviò frastornata, imponendosi di ignorare il disagio fisico e quello psicologico.

Poi prese posto accanto al finestrino; voleva sorbire con sguardo attento il paesaggio montano e vallivo, l'’infinità di verde, di costoloni di roccia e di case sparse tra i boschi o agglomerate insieme in armonica bilancia di volumi.

-Aveva abbandonato Vibo per una cattedra di ruolo in un centro sperduto delle Prealpi-

Le contorsioni compiute dal busto dell’autista annunciavano una serie di tornanti.

Lei ricacciò i bocconi di pane e formaggio deglutiti in fretta e solitudine la sera precedente . Non aveva ancora assimilato il cibo compresso e alterato dall’odore della borsa di plastica portata sul vagone letto.

Guardò con insistenza da dietro i vetri gli edifici abbarbicati ai pendii. Tetti in ardesia e cascinali in pietra viva. Cielo d’ottobre grigio, annuvolato sul verde scuro dei boschi.

Le note gracchianti dell'autoradio non smorzavano la malinconia.

 

Il pullman si fermò in piazza davanti alla chiesa parrocchiale. Capolinea. Quando Lea scese, si sentì più sola e più stanca soffocata dal giro di montagne incombenti intorno. Smarrita.

Le serrande dei negozi, data l’ora, erano abbassate. Un ragazzo pattinava a rotta di collo lungo la via principale. Qualche bambino in strada rideva di qualcosa con altri.

L’insegnante pensò di entrare nel bar, per chiedere di un albergo o di qualcuno che affittasse camere. La barista fu gentile: le indicò l’ufficio della Pro loco , distante due passi.

"I Tagliaferro sono brave persone , affittano ai professori”.

Per spostarsi verso la via parallela si doveva scendere le scale. Salire e scendere le scale era un esercizio fisico quotidiano che offriva il paesello a quota mille.

-Anche a Vibo si salivano le scale. Ma solo per andare al Santuario-

Il padrone di casa le spalancò la porta dell’appartamento in un corridoio stretto e buio sul quale si affacciavano alcune camere.

“Prendo quella in fondo” si affrettò lei schiva, desiderosa soltanto di sdraiarsi nel letto e di dar sfogo alle lacrime.

“Sono cento ventimila mensili, compresi riscaldamento, luce, gas e acqua. Se vuol ricevere qualche telefonata, può dare il numero del nostro apparecchio.”

Basso di statura, le mani nodose, avanti negli anni. Una vita di sacrifici e risparmi.

“Grazie, se dovesse esserci necessità”.

L’uomo s’intratteneva ancora.

“Vede – le disse non senza un certo impaccio – ecco… se vuole invitare qualcuno, può farlo, però…insomma…noi…io e mia moglie ci teniamo molto alla moralità”.

Orgoglio a fior di pelle, Lea era arrossita.

“Ah, se è per questo, non deve avere preoccupazioni…”

“Mi scusi, professoressa…” la voce era piena d’imbarazzo.

“No, ha ragione – concluse lei superiore e, rinfrancata nell’avvertire che adesso poteva anche cambiare discorso, buttò lì tanto per dire qualcosa - mi scusi, io da Vibo ho portato lo stretto necessario. Sa, sono piuttosto freddolosa e qua i rigori dell’autunno si fanno sentire presto”.

“Ci sono alcune coperte nell’armadio – informò l’uomo ritrovando il brio – e, se non dovessero bastare, può chiedere alla mamma giù…Ha già visto dov’è la scuola?”

“No, non c’è stato il tempo”

“E’ qua vicino – fece lui pratico – basta seguire la strada fino al bivio dove c’è anche l’indicazione. La Scuola Media è in basso, un edificio nuovo”. Sorrise scoprendo i denti corrosi.

“La lascio, sarà stanca. Non voglio trattenerla” concluse delicato e si avviò verso la prima rampa di scale con passo veloce, avido di uscite nei boschi e di lavori lungo i terrazzamenti.

Lea si chiuse lentamente in camera. Impiantito in palladiana e mobilia essenziale.

Posò la valigia in tela scozzese su una sedia e l’aprì: prelevò i vestiti e li dispose sul letto.

La madre le aveva preparato le maglie intime di lana e le panciere in una busta di plastica, mentre le gonne erano state sistemate dentro sacche separate. Aveva portato solo un leggero soprabito, perché contava di tornare a Vibo a Natale e prendere i capi più pesanti.

Riempì l’armadio delle sue cose, constatando con disappunto che le ante si fissavano solo inserendo nell’apertura un cartoncino. Decise di non reclamare . Il prezzo dell’affitto era modico. Inoltre l’ambiente era lindo, ben rischiarato dalla finestra in faccia all’Alpe .

Indossò le ciabatte, perché sentiva i piedi gonfi ; soprattutto la infastidiva l’odore ferrigno lasciatole addosso dal vagone ferroviario. Anche dopo che ebbe sciacquato faccia e mani in bagno, se lo sentiva tra i capelli. Tolse le ciabatte e si sdraiò sul letto. Guardò fissa il lampadario a campanula penzolante dal soffitto e pensò che a quell’ora forse sua madre aspettava una telefonata rassicurante.

“Ho trovato una camera in affitto. Il paesino è grazioso, anche se un po’ isolato. La famiglia mi piace. Non ho ancora visto la scuola”.

Sì, tra un quarto d’ora sarebbe scesa in strada per raggiungere la cabina telefonica vicino alla chiesa, avrebbe respirato aria di fumo e di pioggia, di cenere e di neve…

Per il momento voleva intrattenersi ancora un po’ tra le quattro mura, conoscere gli odori e i suoni di una casa altrui.

*

Emma

EMMA

 

Sul portone era stata posta l’onoranza funebre.

Arrivavano alla spicciolata, salivano le scale, si fermavano al primo piano dell’albergo dove era collocata la salma.

“Condoglianze”.

La testa del morto sporgeva dalla bara . La pelle levigata, il naso aquilino, grande sul viso minuto, sigillavano l’ultimo ricordo di lui.

Un secolo di vita era una benedizione passata tra quelle mura: braccia buone a lavorare, figlie a studiare  dalle suore.

Nell’ordine naturale, le cose: quell’anno il mese di dicembre era stato particolarmente freddo in laguna.

Il paese aveva recitato  il rosario, stringendosi a circolo attorno al prete intirizzito che diceva i Misteri nella sala grande dell’albergo.

Emma si era vestita di scuro e anche le sorelle.

“ L’eterno riposo dona a lui, o Signore, risplenda a lui la luce perpetua, riposi in pace il nostro fratello Emanuele. Amen”.

Mai più dietro la porta a vetri a guardare i passanti sulla via, mai più a spiare le faville del fuoco nel camino, mai più a rammendare le reti biascicando le conte, mai più seduto col bastone in mano appoggiato tra i sandali.

Riposa in pace. Babbo.

Le colleghe erano arrivate con aria di partecipata commozione.

Le vocine flautate degli alunni avevano rotto il brusio dei conoscenti.  

Grazie. Grazie a tutti.

Era arrivato anche lui: si era fermato all’ingresso con altri del paese.

Occhi al pavimento e braccia conserte.

Cappotto blu. Colore dell’equilibrio.

Le aveva stretto la mano e mormorato qualcosa.

 

Erano passati molti anni da quando lui, occhi socchiusi, le aveva detto di un viaggio a Cuba e di quanto Hemingway avesse amato la loro laguna, con gli spazi tra i canneti che sembravano eterni, i silenzi dolcissimi, il fruscio delle foglie appena mosse dal vento, il richiamo degli uccelli migratori.

Lei gli aveva chiesto, sommessa, di prendere la barca e di risalire i canali, per sentire l’odore dell’acqua placida e un po’ salmastra, i tonfi dei remi che affondavano regolari e le grida dei gabbiani in cielo.

Ma solo alla sera, davanti alla fiamma, i sogni prendevano forme reali e il futuro si faceva presente agli occhi del padre che, seduto in disparte a rammendare una rete, benediva la risata della figlia più bella.

Poi lui, per molti anni, non era più venuto.

Aveva preso il mare. Non per andare in America, di cui tanto parlava, ma in un altro paese di canali dove c’era un’osteria e, tra le siepi stracolme di fiori, i tavoli all’aperto con le tovaglie a quadretti , le panche di legno e un vecchio bancone per la mescita del vino sfuso.

Lì aveva raccontato ad altri dei suoi rapimenti . Il volto carico di intense espressioni, avvolto nel fumo della sigaretta.

E a quella ragazza, di scolpite e potenti voluttà, aveva fatto tenerezza il tipo un po’ smarrito, vulnerabile e variabile, che collezionava passioni umane , andando in cerca di leggende e di storie d’acqua da scrivere sul giornale.

Si erano sposati.

 

Il giorno del funerale nevicava.

Dall’albergo al cimitero la strada in salita compiva una larga esse sinuosa, come il corso del Canal Grande, e il corteo silenzioso e ordinato sotto gli ombrelli si avviò a occupare quelle anse.

Una fila bianca di gente si mostrava alle facce del paese.

Oltre ai parenti, ai mariti e ai figli delle sorelle sposate, c’erano quanti avevano mantenuto relazioni con la famiglia o spartito affari.

Lui, in chiesa, si tenne sul fondo di una navata laterale e, al cimitero, a ridosso della tomba più lontana.

Era arrivato il momento formale delle condoglianze.

Sfilavano per porgere la mano a Emma.

“Mi dispiace”. “Emma”..”Professoressa”. “A lunedì”. “Emma”.

Grazie. Grazie. Siete gentili.

La calma della neve, che cadeva , toglieva il respiro.

Si fermarono a pochi metri dall’antica storia , sapendo che non avrebbero trovato le parole.

Sotto la nuvola grigia di capelli, le rughe avevano scavato solchi nel volto di entrambi.

Anche per lui la principale compagna era stata la solitudine, nonostante le pubblicazioni e i riconoscimenti.

Lei, la più bella delle figlie, aveva consacrato la sua vita alla scuola, al padre, alle zie anziane, sforzandosi, in quei trentanni, di non pensare ad altri che a lui.

Ma non sempre c’era riuscita perché sapeva che, al di là dei canali, qualche volta anche lui la pensava.

Mettevano i mattoni a sigillare il loculo col cemento fresco.

Sciamavano fuori dal sacro luogo.

Lei, spalle girate, aveva già preso la curva della strada per tornare a casa.

*

Ricordi sotto la neve

RICORDI SOTTO LA NEVE

Lenta la neve…
La bianca coltre si è distesa sui prati, sugli alberi , sulle case. Ha scolpito il paesaggio in nuove forme di morbido candore. I nivei fiocchi, volteggianti nell’aria, ti sorprendono bambina dietro i vetri della finestra a occhi e bocca spalancati.
Pacifico spettacolo.
Sprofondi in sopori fanciulleschi nella magica attesa del Natale.
Fiocca, fiocca, fiocca…
Ti senti la faccia arrossata dalla fiamma del camino. Tua madre ha messo sul fuoco il ceppo più grosso, perché fuori nevica. Gli scalfarotti di lana, sferruzzati dalla nonna con ostinata caparbietà, nonostante il tremolìo alle mani, pizzicano sulla pelle delicata dei piedi, ma hanno lo stesso colore rosa dei lecca lecca, che compri in estate e vai a gustare sulla ghiaia del torrente, sotto il sole che acceca.
Lo zio ti ha insegnato a preparare il presepio. Ceppi di legna per le montagne, muschio, sassolini bianchi, carta blu stellata e la scatola del panettone dell’anno prima per la capanna di Gesù Bambino.
Fiocca, fiocca, fiocca.
Chiudi gli occhi e vedi Rodolfo d’Asburgo e Maria Vetzera a Mayerling, nella scena finale del film o la slitta di Jurij Zivago con Lara, lungo una distesa innevata degli Urali .Ti senti travolgere, come spesso ti capita ancora, dal fascino un po’ insidioso dei grandi amori infelici, prima che una benefica nostalgia ti rimandi improvvisamente alle orecchie la canzoncina dell’Antoniano.
Popoff, il cosacco dello zar, sprofonda e rotola nella neve per raggiungere il fiume Don, mentre i commilitoni, baffi e stivali congelati, marciano impassibili al ritmo accelerato della musica.
Domani la maestra ti chiederà di recitare a memoria la poesia di Pascoli: quella del bimbo che piange nella culla e poi, consolato dalla nonna, si riaddormenta con il ditino in bocca, mentre fuori la neve cade lenta.
E alla vigilia di Natale balbetterai davanti al prete: “Sopra un po’ di paglia c’è un Bimbo che vagisce”…
Fiocca, fiocca, fiocca.
Adesso i pochi veicoli per strada procedono adagio e si va a piedi sotto l’ombrello. Lungo i vialetti uomini e donne , giovani e anziani, spalano. Un po’ di sano esercizio fisico e chiacchiere cristalline accendono il buonumore nel comune disagio.
Se continua a nevicare, Michele avrà tanti giorni per costruire il pupazzo e scivolare con lo slittino lungo la discesa dietro casa, senza che tu lo accompagni in macchina e in funivia alla volta di qualche pista.
Guardi ancora oltre i vetri il bianco luminescente dei tetti e dei prati . E’ sempre nei tuoi occhi mentre sbrighi le faccende domestiche. Pensi ai doni, ai pacchi colorati, alla magia dell’albero illuminato che piace tanto a Michele . Ci saranno la messa di mezzanotte, le tavolate con i parenti, il rinnovarsi di propositi e auguri.
Lenta la neve… fiocca, fiocca, fiocca.

*

Al bar Stella

AL BAR STELLA

Al bar Stella facevano il caffè più buono di tutta la città e lì, proprio a due passi dal Policlinico, si ritrovavano da anni i medici e gli infermieri, per una pausa, invitandosi vicendevolmente o invitati da qualche paziente grato.
Alessandra Risposi, ferrista e caporeparto della divisione oncologica, vi accedeva invece raramente. Ligia al dovere e versata alle rinunce per formazione, riteneva, sicuramente a torto, che quel piccolo vizio, a cui tutti cedevano, fosse il primo passo verso le distrazioni e lei evitava accuratamente ogni tentazione che l’avesse distolta dal fine primario della sua esistenza: essere una brava efficiente infermiera.
Sempre sorridente, il camice immacolato, s’imponeva un atteggiamento di servizio impeccabile, esercitando il proprio ruolo con naturale autorevolezza, nel fermo proposito di curare al meglio ogni aspetto che il mestiere presentava.
E l’intento era tanto perseguito in quanto connesso con le attese e le attenzioni riservate dalla stessa a chi stava in cima ai suoi pensieri e cioè il professor Giovanni Della Corte, chirurgo stimato e benvoluto da tutta l’èquipe medica e paramedica, apprezzato e idolatrato dai pazienti e rispettivi congiunti . A questa affermata reputazione aveva contribuito anche lei , Alessandra, sostenendo per tanti anni il medico come una serva fedele, pronta a essere mobilitata in ogni istante, attenta a provvedere alle bisogna con intuito e professionalità.
E il chirurgo si appoggiava a lei. Le affidava tutte le fasi terminali degli interventi, perché seguisse le operazioni di sutura eseguite dagli assistenti, chiedeva che si sobbarcasse i turni di notte quando il decorso post operatorio si presentava critico per i pazienti; inoltre si lasciava andare a qualche confidenza sulla famiglia e la investiva con la sua Weltanschauung a suon di citazioni filosofiche.
E Alessandra Risposi, che aveva frequentato le Magistrali e un po’ di filosofia l’aveva masticata, anche se dimenticata, dopo anni di gramo ménage quotidiano fatto di omogeneizzati da riscaldare e di pannolini da cambiare , avviata da quegli indizi di pensiero, si era comunque spinta a fare l’identikit psicologico del suo primario che considerava, se ben aveva inteso, un po’ kierkegaardiano e un po’ faustiano. E, per colmare i propri vuoti culturali, per sentirsi all’altezza di una conversazione con il luminare, si dava nottetempo a letture intellettuali.
Naturalmente le di lui osservazioni, riflessioni e confidenze, suscitavano quelle emozioni che Alessandra consumava in silenzio, paga comunque degli sguardi elettrici che lui le riservava e di quei “vogliamo andare”, “vogliamo fare” che lui le rivolgeva.
Al reparto tutti avevano assorbito, senza particolari reazioni, la portata di quell’intesa che non destava alcun pettegolezzo, dato che rientrava nella fisiologia della situazione: entrambi erano professionalmente preparati, entrambi si mettevano a cuore il destino dei pazienti, entrambi avevano una natura delicata e idealista, entrambi meritavano rispetto. Il sodalizio, dunque, era il prodotto della comunanza degli intenti oltre che delle affinità.
Sui trascorsi del chirurgo si dipanava un’aura di mistero: si sapeva che aveva una bella moglie, seria e riservata, dedita a opere di beneficenza. In quanto ad esperienze pre-matrimoniali, c’era chi giurava che, a dispetto del nome, Giovanni Della Corte fosse stato in gioventù un misogino incurabile, mentre altri sostenevano che, al contrario, avesse sulla coscienza diversi cuori infranti.
Comunque fosse, ad Alessandra non interessava il passato del suo capo che ora, a cinquantanni suonati, esprimeva soltanto carisma e salde convinzioni.
La caporeparto inevitabilmente subiva il fascino del suo superiore, drammaticamente rafforzato dal distacco che lui mostrava e dalla naturale gentilezza con cui il professore trattava il suo prossimo.
E come darle torto se il marito di lei era talmente tranquillo da dilettarsi a realizzare composizioni floreali con sassolini colorati e fiori essiccati, appesi a calice in giù alle travi della soffitta, divertendosi nei giorni di festa a coltivare nature morte e niente più?
Così Alessandra trovava la sua pienezza in reparto, confortando malati terminali, aggrappandosi alla vita che le sfuggiva dalle mani, rinfrancata dalla vaga sensazione di sentirsi , tra le altre, la favorita.

Un giorno, era appena rientrata dalle ferie estive, notò una infermiera nuova sistemare le poltrone dell’astanteria. Le venne da osservare lo stretto giro di vita, messo in risalto dal camice sciancrato.
Una brunetta tutta impettita, rotonda di fianchi e di polpacci. Si chiamava Rosaria Floris ed era sarda. Si strinsero la mano in guardiola e Alessandra fece capire che se avesse avuto qualche problema, avrebbe potuto rivolgersi a lei. La giovane infermiera ringraziò, sorridendo.
Successivamente, alla caporeparto non occorse molto tempo per capire che la nuova venuta era una campionessa d’efficienza. Ordinata, precisa, si trovava sempre al posto giusto nel momento giusto. In sala operatoria prevedeva le richieste del chirurgo. Quando Della Corte diceva klemmer, l’infermierina aveva già la klemmer a due centimetri dalla mano del medico e lo stesso faceva con la pinza di Coker, con i tamponi e con tutti gli altri ferri. Vestiva il chirurgo con l’abilità e la premura di una governante di buona famiglia ed era pronta a detergere il sudore del dottore, che operava, con un bianco fazzoletto e l’atteggiamento di devozione della Veronica che soccorre il Nazareno.
Inizialmente, Alessandra non prestò attenzione alla cosa. Pensò che tutto quello zelo fosse solo mirato ad acquistare immediata considerazione e rispetto.
Ma la nuova infermiera sembrava essere divenuta, nel giro di pochi mesi, indispensabile per molti. Dalle camere la reclamavano perché mettesse in vena gli aghi delle flebo. I parenti dei ricoverati le si raccomandavano perché serbasse un occhio di riguardo ai propri cari, le confidavano non si sa quali problemi personali. Il suo nome risuonava da una corsia all’altra, da una sala all’altra: “ Floris, c’è un’urgenza”, “Floris in sala rianimazione”, “Floris, ti vuole Della Corte”.
E la fronte di Alessandra Risposi cominciò a essere increspata da una ruga. Adesso alla caporeparto si faceva riferimento più di rado. Sembrava che tutte le infermiere e gli infermieri sapessero esattamente cosa fare in ogni circostanza. Per inspiegabili motivi, avevano fatto quadrato attorno a Rosaria Floris che, con sorrisi espansivi e cordiali battute pronte, si era accattivata la simpatia di tutti , chirurgo compreso. Alessandra l’aveva vista sorridere a Della Corte e parlottare fitto fitto in astanteria con lui, una sera verso le nove, quando i locali dell’ospedale erano semi deserti.
E, nei giorni successivi, dovette amaramente constatare che lei, la capo infermiera scrupolosa e irreprensibile, veniva deprivata di considerazione non soltanto dal basso e da mezza altezza, ma anche dal vertice: lo stesso professor Giovanni Della Corte, l’affascinante primario idealista e idealizzato, sembrava aver preso le distanze .
Durante un’assemblea con il personale medico e paramedico lo sguardo di Della Corte aveva incrociato debolmente il suo un paio di volte ma, quando Rosaria Floris, seduta in prima fila con le gambe accavallate e strette nelle calze nere sotto il camice bianco, aveva preso la parola per esporre il problema dell’accanimento terapeutico, causa di tante sofferenze per le famiglie, rossa in viso e animata da una potente forza interiore, gli occhi degli aiuto, degli assistenti e del chirurgo erano piovuti a tiro incrociato sulla Pasionaria infermiera sarda.
E Alessandra Risposi, che si era sempre vantata di possedere uno stomaco solido, cominciò a soffrire di gastrite.
Lentamente, ma progressivamente, andò subendo una trasformazione. I muscoli facciali, prima distesi, ora erano costantemente contratti, il passo, in precedenza placido e regolare, era diventato frenetico e nervoso, il camice non si presentava più immacolato e la parola risultava lenta , come se la lingua si fosse appuntata al palato.
Ma contro quel malessere, che rischiava di compromettere fisicamente e professionalmente la ferrista, prevalse l’istinto di conservazione.
Alessandra trovò ben presto il coraggio di spiegare a se stessa la causa di tale funesta metamorfosi.
E cioè come il suo chiaro fulgido orizzonte fosse stato oscurato dalla presenza della nuova arrivata, come la sorte le avesse giocato inaspettata un tiro mancino.
Quale malia misteriosa esercitava Rosaria Floris che non era né bella, né affascinante, né particolarmente colta o elegante?
Come poteva Giovanni Della Corte dedicare tanto tempo e tanto spazio a quell’infermiera, arrivando addirittura a citare i pareri di lei in presenza degli assistenti e a farne in poco tempo il suo principale punto di riferimento?
Mentre Alessandra aveva lottato per tanti anni per arrivare dove era arrivata?
Quali rapporti dovevano intercorrere tra il primario e quella ragazza?
A queste domande la caporeparto rispondeva facendo maligne supposizioni che le riversavano veleno nell’anima. Certo “quella persona”, che doveva sicuramente ignorare le più elementari regole del galateo, era capacissima di invitare il suo superiore al bar Stella a sorbire il caffè più buono della città. Ma lui, lui di che poteva parlarle? Che cosa avrebbe potuto rispondergli la modesta infermierina, se non supplendo alla mancanza di preparazione con l’astuzia della provinciale, abituata da generazioni ad aguzzare l’ingegno per la sopravvivenza?
Ah, in quanto a scilinguagnolo, ne aveva da vendere! E pensare che Alessandra, nonostante rappresentasse il prototipo della perfetta signora, per le caratteristiche che possedeva e che aveva letto in Maupassant, e cioè finezza di lineamenti, gentilezza, eleganza innata, si era sentita tante volte davanti al suo superiore come il sarto del Manzoni al cospetto del cardinal Borromeo . E dire che lei si era letta anche Céline e quegli inquietanti romanzi autobiografici del medico- scrittore, mentre Rosaria probabilmente non aveva neppure sentito parlare della pedestre “Cittadella “ di Cronin. Semplicemente, Rosaria esercitava, senza remora alcuna, l’unica seduzione di cui disponeva: la giovinezza.
E Alessandra Risposi , che era prossima alla quarantina, sentiva che la lotta da condurre era impari. L’altra, anche se più ordinaria, poteva contare su un vantaggio schiacciante: l’età. Che significava incarnato liscio, tonicità di muscoli, capelli lucidi e pensieri frizzanti.
E per il chirurgo, abituato a vedere quotidianamente carne in disfacimento, l’aspetto sano e fresco di una donna, era l’unico balsamo da desiderare …
Alessandra, che finora aveva sublimato, evitando di oltrepassare la soglia sacra del consentito e ricacciato nella profondità del suo essere quel “dénouement”, che a volte la tentava, avvertì in questa particolare situazione che non avrebbe sopportato di sentirsi abbandonata da chi aveva provocato in lei una vertigine di sentimenti.
Decise perciò di “parlare” al suo primario per conoscere le ragioni del mutato comportamento, per capire perché , dopo anni di silenziosa intesa, lui le avesse voltato le spalle seminandole il gelo intorno.

Mancavano pochi giorni a Natale.
In reparto si respirava un’ atmosfera d’attesa e di festa. Le luci dell’abete, che illuminavano a intermittenza l’atrio dell’ospedale, suscitavano ricordi d’infanzia , di calde gioie domestiche.
Alcuni medici si preparavano ad andare in ferie. I turni erano già fissati. Molti pazienti erano stati dimessi. C’era un clima di vacanza.
Rosaria Floris aveva chiesto qualche giorno per tornare al sud a rivedere la famiglia.
Il chirurgo aveva fatto sapere che da Natale a Capodanno sarebbe andato in una località sciistica con la famiglia, rendendosi ovunque reperibile.
La caporeparto avrebbe aiutato il marito a fare le composizioni floreali, con le stelle di Natale, per distribuirle ad associazioni benefiche.
Tutto, insomma, seguiva i ritmi della normalità, fatta eccezione per la tempesta che turbinava nella mente di Alessandra la quale, alla prospettiva di un’altra lapidazione morale, che l’anno nuovo sembrava riservarle, si sentiva morire.
Riandava con la memoria ai primi tempi del sodalizio con il neo chirurgo, quando lui le offriva sincero il viso luminoso: “ Alessandra, il paziente è anziano…potrebbero insorgere delle complicanze…dobbiamo prendere tutte le precauzioni…” “Alessandra , questa è la nostra vita…”.
“Questa è la nostra vita”… Galeotta complicità delle parole.
Poi, lui aveva consolidato i propri connotati interiori, si era trovato circondato da mille persone, in parte adulatrici in parte sinceramente ammirate, la sua personalità si era fatta mito, e quelle attenzioni autentiche a lei riservate erano diventate formalità, ripetitivo frasario attinto dal deposito dei luoghi comuni…sì, certo, doveva essere così.
Alessandra adesso si sforzava di rammentare i momenti in cui lui aveva esplicitato, seppure in maniera impercettibile, senso di fastidio, indifferenza, insofferenza nei suoi riguardi. E le pareva di poter dare a certi atteggiamenti, che ora le si stagliavano nitidi nel ricordo, una interpretazione diversa da quella fino a quel momento attribuita.
Considerava che c’era stato più di un rimpasto dell’organico infermieri; erano subentrate tante facce nuove, la gestione si era fatta più complessa , soffocata dalla burocrazia tentacolare che sembrava annientare anche i rapporti umani. Non c’era più tempo per commentare sugli esiti delle operazioni o sugli stati d’animo del personale che operava. Tutto doveva essere prodotto, effettuato, con la meccanica efficienza dei robot le cui peculiarità influenzavano l’agire umano. Tutti andavano di fretta, presi dal precipuo obiettivo di dover selezionare ciò che era necessario. Anche il chirurgo sembrava piegato alle necessità che i tempi nuovi imponevano. Alessandra adesso trovava nel professore conformismo, cedimento. Non le sembrava più che percorresse, come faceva prima, strade poco battute. Non si batteva per sostenere un ideale. Si adeguava al tran tran della vita ospedaliera, frenetica e soffocante, attento sempre, però, a imporre il proprio potere seduttore: forse perché “il miglior tempo della sua vita andava passando e declinando”.
La ferrista soppesava i rapporti instaurati con Rosaria Floris e con le altre, che dimostravano come anche lui si fosse fatto prendere da “smanie insane”.
Così si comportavano tanti, che sentivano il dovere,cioè il piacere, di abusare del proprio ruolo…
E quelle voci che circolavano sui suoi trascorsi da dongiovanni ora trovavano conferma…In fondo lei stessa l’aveva definito faustiano…
Dunque, incapace di sopportare, pensò che avrebbe cercato nell’esternazione un conforto , pur sapendo di dover attentare alla propria immagine.
Sì, Alessandra Risposi stava per squadernare i suoi sentimenti al suo superiore, anche a costo di perdere dignità e onore.
Era la vigilia di Natale.
Il giro pomeridiano delle corsie, appena terminato. Della Corte si attardava con il personale a prendere gli ultimi accordi della giornata .
Alessandra attese che uscisse .E finalmente il chirurgo sgusciò fuori dalla sala infermieri. Percorse il corridoio e si ritirò nel suo studio.
L’infermiera lo seguì, si accostò a “quella” porta. Bussò ed entrò.
Il Primario era seduto a tavolino. La penna tra le mani, lo sguardo assorto.
-Ah, Alessandra è lei! Non mi dica che c’è un ‘ urgenza! Non mi rovini il Natale!”. La voce era pacata e accogliente. Continuava a scrivere qualcosa .
Alessandra deglutì faticosamente e, rigidamente, con il cuore che le pulsava nelle orecchie:
-No , nessuna urgenza – sbottò- vorrei solo parlarle, professore- aggiunse abbassando gli occhi.
-Sì, mi dica- le rispose lui attento, fissandola.
Il silenzio che seguì era di piombo e lei stava per riempirlo con un discorso che avrebbe cambiato i loro rapporti. L’infermiera si sentì raggelare ed ebbe per un attimo la tentazione di fuggire via.
Ma era pietrificata.
- Lei mi ha delusa – gli disse senza preamboli- Lei mi ha delusa, perché la credevo amico e confidente e invece ho capito che mi è lontano ed estraneo. Lei si è premurato di conquistare il mio consenso per ottenere impegno, collaborazione e affetto da parte mia e poi, indifferente alla mia dedizione e forte del suo potere, quando si è presentata una “nuova occasione”, non ha esitato a “guardare altrove”. Tanto una persona vale l’altra! Anzi, vale di più chi è più giovane! - e qui si arrestò in un gemito straziato.
Della Corte aveva ascoltato con composta partecipazione lo sfogo . Era meravigliato, ma cercò di non darlo a vedere. Davanti a lui stava una persona che soffriva e che si mostrava in tutta la sua fragilità.
Una persona apparentemente granitica che era malata di lavoro, che forse rischiava di confondere la realtà con l’immaginazione, a causa anche di quelle parole che lui aveva usato e che dovevano aver identificato delle emozioni. Le donne , si sa, subiscono più degli uomini il potere della parola.
-Mi spiace di averle dato questa impressione, Alessandra - le rispose con tono fermo e comprensivo -devo aver sbagliato in qualche cosa e le chiedo scusa. Ma credo che per me non sia cambiato nulla. La stimo e la considero fraternamente un’amica. Mi permetto solo di ricordarle che il nostro mestiere è fatto di donazione ed è in questo senso che ci muoviamo, è in questa direzione che deve marciare l’ ospedale. Perciò non dobbiamo escludere nessuno e valorizzare tutti, anche gli ultimi arrivati. Se coloro che prestano il loro servizio qua dentro, si sentono apprezzati e considerati, lavorano più volentieri e le cose funzionano meglio. Lei lo sa e può far tanto. Quindi chiedo proprio a lei, che ha tanta esperienza, quella collaborazione cui prima accennava..
Alessandra si sentì mancare. La risposta era impeccabile, nobile, perfetta. Era adeguata alla situazione, rappresentava l’idea che l’infermiera, in tanti anni, si era fatta dell’uomo che l’aveva pronunciata.
Non le rimaneva che accettarla per verità, chiedere scusa, se non voleva attirarsi il ridicolo addosso.
Il dubbio continuava a sfiorarla, ma si rendeva conto che aveva messo delle pretese sul medico,e che lei avrebbe voluto un rapporto esclusivo che , purtroppo o giustamente, non era possibile. Si convinceva che se avesse insistito nell’assumere un atteggiamento accusatore, lui avrebbe preso veramente le distanze. E allora sì che l’avrebbe perduto per sempre.
-Mi dispiace-disse lentamente -lei ha ragione. Deve essere la stanchezza…mi toglie l’obiettività-.

Mortificata, rimase immobile in piedi davanti alla scrivania del chirurgo con gli occhi bassi e le braccia abbandonate lungo i fianchi.
-Venga – le disse il medico d’impulso - la invito al bar a prendere il caffè! E non sia troppo severa con se stessa !.
Alessandra decise meccanicamente che non poteva rifiutare. Indossò il soprabito, dopo averlo tolto dall’armadietto dello spogliatoio, e seguì il primario come un automa.
Bevve il caffè al bar e si compiacque di tener testa alle battute di Della Corte, chirurgo stimato e riverito da medici e pazienti.
Tornando al Policlinico, passò davanti al presepe, che era stato allestito accanto all’albero di Natale, e le parve che il Bambino, morbidamente adagiato nella mangiatoia, la guardasse sorridendo.
Alessandra pensò che il caffè del bar Stella meritava tutta la sua fama e che in futuro l’avrebbe gustato volentieri con gli altri.

*

Nove

NOVE

 

Una piazza, una fontana. E nove ragazze intorno. Tutte more, come sono in genere le ragazze del Sud.

-Ecco le nove svedesi!- le diceva sempre lui, per prenderla in giro.

Tina la guarda volentieri quella foto. Di lei, delle sue amiche, di quando abitava a Gela.

Se n’era andata al Nord: mille cinquecento chilometri di strada. L’ultimo treno si incuneava nelle gallerie su un binario unico e il pullman giungeva in un paese abbarbicato tra i monti con una scuola ai piedi. Che d’inverno ci si andava in scarpe chiodate.

Poi, era arrivato lui. Bello, bellissimo, simpatico. Geniale per quella piccola comunità di gente dai fervori nascosti, abituata a scalinare i fianchi della montagna per far legna nei boschi.

Due complimenti, due frasi destinate a lei, erano state sporgenze cui attaccare corde.

L’aveva corteggiato senza tregua, l’aveva voluto, nonostante i suoi affondi, le sue parole che spesso ferivano.

Lui e i lasciti di un dramma, condiviso con la vecchia madre nel segreto delle stanze di un palazzone antico : la morte tragica del fratello.

James Dean. Assomigliava a James Dean.

Non le pareva vero che potesse interessarsi a lei. Non era attraente, piuttosto goffa, ma determinata e impavida.

Lui aveva percepito il suo slancio, il suo sentimento intenso e insopprimibile, la sua abnegazione e la forza.

Per lui era capace di trasformarsi in una donna quasi sofisticata, di provvedere alle mille bisogna, di tollerare scantonamenti.

Infine le aveva detto sì.

Sì, sì, sì.

Davanti all’altare con le mani intrecciate nella posa per lo scatto, lei era bella quanto lui.

Dileguati i fantasmi del passato, dopo la scomparsa della vecchia madre, la vita era finalmente la signora che offriva tutti i suoi frutti. Benessere in cui adagiarsi nell’interno ampio del palazzone dove si erano trasferiti, in quella cittadina del Centro .

Magia di un’atmosfera garantita dai figli.

Poi l’epilogo.

Sdraiato nel letto, vestito con gli abiti buoni, credeva le facesse uno scherzo.

Invece quella era l’ultima volta che vedeva il corpo e il viso simpatico e bello del ragazzo che somigliava a James Dean e che era diventato suo marito. Suo marito.

Dalla finestra del palazzone Tina aveva gridato la sua disperazione al cosmo, per sentire, allo stesso modo di lui, le arterie chiudersi e il nero della notte impadronirsi della vita.

Ma le si prospettava ancora di stringere tra le mani la foto. La foto con le nove ragazze, le nove amiche che cercavano nell’acqua della fontana i segni del destino.

Quando Tina riguarda quella foto, avverte nella stanza la presenza di lui che le sorride scanzonato e le dice:

-Ecco le nove svedesi!

*

Un giorno fortunato

Bella, quadrata, fresca, con i bordi e il ripieno intatti.

Ha deciso di comprarla. Ha voglia di una pasta, ricca e sostanziosa, dopo un mese di maccheroni al burro e bistecche veloci per pranzi necessari ai bisogni della madre, ricoverata d’urgenza all’ospedale per un’importante crisi cardiaca con relativo intervento, e adesso convalescente.

Ma, ora, basta e al diavolo anche la glicemia, il colesterolo alto e tutte quelle insidie ventilate a sessantenni avviliti.

Annalena, davanti al banco del supermercato, quando arriva il suo turno, ha deciso:

”Due arabi e quella pasta lì “ dice e indica col dito.

”Ah, la diplomatica!” risponde la commessa.

”Sì “ conferma Annalena, scoprendo solo ora come viene denominata la mattonella gialla, cosparsa di zucchero a velo.

La donna, di là dal banco, in cuffia bianca e grembiule a righe, prende una vaschetta di plastica, afferra con la molla la leccornia prescelta, l’adagia nella scatola trasparente che chiude con lo scontrino e pone sul ripiano di cristallo.

Annalena è già distratta, pensando al prosciutto che deve comperare per la madre: un etto di buono , dolce, con un po’ di grasso intorno.

”Questo è il Parma, questo il San Daniele, questo è più stagionato, questo all’inizio...”

”Quello” indica ancora Annalena, osservando un taglio con il rosso cinto di bianco.

”Ah, ho capito “ la commessa afferra lo stagionato, lo accosta all’affettatrice che avvia, deposita le fettine sottili e rosee sulla pellicola predisposta, indi trasferisce il tutto sul piatto della bilancia e digita il congegno elettronico. Ma qualcosa non va, perché fa una smorfia.

”Non me lo dà. Non mi passa il codice del San Daniele. Mi passa il Parma 

 e quindi glielo do come un Parma che costa trentuno anziché trentadue”.

”Benissimo- risponde Annalena- oggi è il mio giorno fortunato“.

La commessa ha concluso l’ operazione. L’etto di prosciutto, incartato e prezzato, è pronto dentro il suo sacchetto con il logo del supermercato al modico prezzo di quattro euro e quaranta centesimi.

Annalena l’ha messo nel carrello e adesso s’indirizza verso il reparto vini per acquistare del bianco locale, perché la madre non può pasteggiare con la sola, pura acqua.

”Feudi delle rocche” andrà bene: ha il tappo in sughero e costicchia un po’ come desidera la mamma.

Infine il mangime per i gatti è stato incluso nella spesa, così come i legumi, e lo yogurt che deve sostituire il latte non tollerato dalla convalescente in questo periodo.

Annalena ha raggiunto la cassa.

La cassiera le chiede di depositare tutto sul nastro ruotante, borsa compresa, perché vuole vedere vuoto il fondo del carrello.

Giorni fa si sono verificati dei furti.

Giorni fa Annalena ha sbottato che le persone oneste non gradiscono questo tipo di controllo, ma stamattina non ha voglia di polemiche.

Esegue docile e subito è fuori e, poco dopo, nel garage di casa.

Quando fa ingresso in cucina, la mamma sta girando intorno al tavolo con il deambulatore.

”Quanto hai tardato! Va’a vedere se è arrivata la posta!”.

La figlia appoggia la borsa della spesa sull’impiantito, prende la chiave dalla ciotola, esce, attraversa il cortile e raggiunge la cassetta appesa al cancello. La posta non è arrivata. 

Rientra e sistema negli stipi i prodotti acquistati. La mamma le chiede di versare abbondante acqua e un goccio di vino nel bicchiere perchè deve assumere i fermenti lattici.

La lavatrice ha ultimato il suo ciclo di lavaggio e Annalena ha raggiunto il piano superiore per stendere i panni nel terrazzo.

Quando scende, la madre la richiama: dice che sente cattivo odore provenire dal lavello.

Annalena si ricorda di aver dimenticato di comprare il glade alla lavanda. Versa un po’ di anticalcare nelle vaschette di acciaio inossidabile.

A pranzo la madre reclama insalata nel cespo.

”Ma come fai a mangiare quella imbustata?” dice, aggettando le pupille.

E‘ in questo momento che Annalena si rammenta della pasta e si accorge di non averla vista nella sporta della spesa.

Viene presa dalla stizza e si precipita in macchina. Vuol ritornare al supermercato.

E’ la mezza. Una sola cliente al banco che ordina carne a volontà.

Annalena aspetta un po’, poi non resiste. Si rivolge alla commessa:

”Avete visto una pasta dentro una vaschetta?”

”Sì -risponde la commessa- ma l’abbiamo rimessa in vendita . Però fino a mezz’ora fa c’era ancora”.

Annalena guarda tra le varie paste ma la diplomatica non c’è.

”È stata venduta-informa un’altra- non sapevamo chi l’avesse acquistata e quindi, essendo già passato del tempo...”.

Annalena è furiosa. Percepisce la futilità del motivo, sa di essere assurda, ma si ostina a non voler dominare la sua infantile dipendenza, proiettando su un obiettivo banale la sua carica di reazioni: un decorso post operatorio  e le manifestazioni di un carattere alterato dall'età e dai farmaci sono logoramento. 

Fa un gesto semi disperato.

”Qui nessuno vede niente!” e volta le spalle.

Esce. Il piazzale del supermercato è oppresso dalla calura e desolatamente deserto.

Annalena prende la macchina come un automa.

Al semaforo è rosso, ma lei non vede e passa.

I camionisti, a bordo di tir mastodontici, per fortuna vanno lenti. Suonano i clacson nervosi.

Lei passa indenne come in un film e si chiede del rilevatore di velocità.

Quando rientra in casa, la madre è già davanti al televisore.

Avverte nell’aria l’agitazione della figlia.

”Che cosa c’è? Che cos’hai?” le chiede.

”Non ho più ritrovato la pasta. L’hanno rimessa in vendita”.

”Che cosa vuoi che sia? - le dice la madre- c’è bisogno di fare tante storie per una pasta?”.

 

 

 

 

*

Santità

L’interno della chiesa è debolmente illuminato in questa giornata ottobrina di vento fastidioso, di cielo plumbeo che lascia cadere manciate di pioggia.

Quando Caterina raggiunge il banco, la messa è già iniziata e poco manca all’omelia.

Il vecchio arciprete, curvo e incespicante, si affretta verso l’ambone pensando con evidente coinvolgimento alla parabola del cieco:

”Gerico, una bella città con tante persone...un’oasi nella quale arriviamo noi, nella quale arriva Gesù.

Il cieco lo cerca, lo vuol vedere, lo chiama. 

Gli altri intorno tentano di dissuaderlo: - Che cosa vuoi fare, tu! Taci!

Ma il cieco grida più forte:  -Figlio di Davide, abbi pietà  di me!

E Gesù lo sente, gli chiede che cosa vuole e, quando l’uomo implorante gli domanda di riavere la vista, Gesù lo esaudisce perché sa che ha fede. E il cieco segue Gesù lungo la sua strada.

“E’ una bella parabola- prosegue il sacerdote, curvo per gli anni, aggrappato con forza ai bordi del leggio- una parabola che ci parla.

Anche noi siamo nella condizione del cieco. Abbiamo bisogno di ritrovare la vista, di essere illuminati dalla fede. Qui a un’infermità temporanea del corpo segue l’eternità dell’anima, illuminata dalla fede.”

La voce del vecchio sacerdote è piena di umanità e soprattutto di convinzione: la convinzione dell’uomo di Dio che è cresciuto nella fede e adesso è prossimo al trapasso. La convinzione di chi sa di essere abitato dallo Spirito di Dio.

Caterina pensa che le parole del vecchio sacerdote hanno la forza della gioia e quella del dolore, perché l’uomo alterna la consapevolezza del ritrovarsi a quella del perdersi.

 

*

Traccia

TRACCIA

 

Era una storia finita.

Una di quelle con esito segnato fin dall’inizio; minata dall‘impossibilità, nella sua apparente o potenziale meraviglia.  

Lui refrattario ai vincoli, perseguitato dal timore di sentirsi pezzo di un sistema altrui.

Lei avocata all’idealizzazione, con una carica passionale messa sotto censura.

Anche se in sintonia per sensibilità e profonde esigenze affettive, il filo si era spezzato.  Il ciclo si era compiuto.

Lei non aveva insistito.

Non l’aveva più cercato. Non aveva più cercato di incontrarlo.

Ma continuava a inseguire i segni di lui nei quadri che lui, artista, esponeva ogni fine settimana dietro una porta a vetri di un locale preso in affitto.

Per molti giorni dall’epilogo della storia, sul cavalletto della vetrina era rimasto esposto un vecchio dipinto già osservato più volte.

Poi, improvvisamente, un mattino d’autunno aveva fatto la comparsa un olio su tela di notevole impatto emozionale.

In una sorta di ammasso scuro, cupo e inquietante, che poteva essere il buio e il disordine dell’esistenza, nella parte inferiore dell’insieme, che indicava una strada, l’artista aveva disegnato un piccolo cerchio, o un anello, di colore giallo.

Titolo dell’opera: Traccia.

E il cuore di lei aveva accelerato i battiti, gonfiandosi d’attesa.

Ma, dopo un’altra serie imprecisabile di giorni, l’autore aveva messo in vista sul medesimo cavalletto una lavagna bianca con la scritta:

“Je suis en grève avec moi. Bonne vie.”

E lei aveva trovato conferma, e interpretato :

capisco la vita, so delle sue occasioni, doni e sorprese, ma io non posso impegnarmi oltre il privilegiante comprendere.

 

*

Corrispondenza

CORRISPONDENZA

Lina non sa capacitarsi del silenzio delle persone con le quali vorrebbe stabilire un dialogo duraturo o con cui presume un rapporto già consolidato.
Lei ama inviare messaggi, -la posta elettronica è molto comoda per questo scopo-, ma le succede spesso di non ricevere risposta.
Auguri natalizi e pasquali rimasti senza riscontro.
Proposta di scrittura per un concorso, indirizzata a una collega, caduta nel nulla senza alcun commento.
Polemica su una questione di lavoro, immaginata condivisa o contrastata, ha avuto la stessa accoglienza.
E altro naturalmente.
Non capisce perché gli eletti destinatari non sentano la grandezza dell’essere considerati tali e scansino quella che è la bellezza della corrispondenza ovvero della relazione.
Ma forse deve semplicemente acquisire la consapevolezza che, a prescindere dall’impossibilità di opporsi alla pur esistente indifferenza, i riconoscimenti possono assumere forme soggettive e personali e soprattutto che è meglio superare qualsiasi tipo di dipendenza.

*

Suolo pubblico

SUOLO PUBBLICO

 

La stazione ha mantenuto l’aspetto consueto, salvo qualche ampliamento con l’aggiunta di una fontana nel piazzale d’accesso e di un cippo dedicato ai caduti dell’ultima guerra.

All’interno lo sportello della biglietteria è malamente sprangato, le veneziane abbassate sono piegate in diversi punti.

Nell’atrio due macchine elettroniche forniscono indicazioni, anche vocaliche, per erogare i biglietti.

Ne fanno uso soprattutto gli studenti e gli immigrati diretti ai capoluoghi o a qualche centro posto sulla linea.

Caterina esce sul marciapiede che costeggia il primo binario e nota la desolazione delle erbacce che si allungano contro i bordi delle pensiline. Da studentessa, quando vi ha sostato , il suo occhio è caduto sui sassi sempre bianchi di calcina adagiati fra le traverse dei binari.

Adesso la stazione ha addosso quel viluppo di abbandono da periferia disagiata, anche se appartiene ad un centro del Nord abbastanza importante per storia ed economia.

Lei scriverà al sindaco per segnalare la cosa e darà una stoccata alle diverse iniziative che punteggiano le estati in piazza.

La stazione, priva della dovuta cura, contrasta con spettacoli e incontri: apparenza di avvenuta crescita culturale nella mera prospettiva del pour parler.

Il sindaco informerà una risposta con una frase del tipo: “ mi preme farle sapere che la cura delle stazioni è di competenza di RFI e perciò l’amministrazione comunale non può intervenire direttamente...”.

E’ sempre così: se non compete all’Ente, l’Ente non risponde.

Caterina, mentre aspetta il treno fra i pendolari , ripensa al sagrato del duomo di Messina, visto pochi giorni addietro: pieno di cartacce e bicchieri di plastica rotolanti sui lastroni di pietra.

Nè il prete del duomo, nè il cameriere del locale di fianco, nè l’ambulante della bancarella appresso, nè il tecnico, che deposita le casse per lo spettacolo della sera, provvede a spazzare l’immondizia urlante sotto i piedi del turista con la digitale in mano.

Caterina pensa nel profondo che nessuno considera il suolo pubblico come bene proprio.

*

Puparetto

PUPARETTO

Ha afferrato la brocca maiolicata e l’ha posta sotto la finestra.
I piatti bianchi e blu vanno sistemati di fronte alla porta perché ricevano la luce dall’esterno.
C’è da spolverare gli scaffali.
I turisti, e in genere tutti i clienti, devono percepire una buona sensazione di pulito.
Rina ha già preso lo straccio e lo sta passando sulle mensole quando la proprietaria la chiama di là , perché l’aiuti a togliere dagli imballaggi l’ultima infornata.
Rina è paziente. Si china sui pacchi e taglia le strisce di nylon con le forbici.
Il vasellame è pesante e i pezzi devono essere appoggiati lentamente sul pavimento.
Nuccio le dice di fare attenzione al tornio per evitare di urtarlo.
Rina lo sa e lo guarda con aria di sufficienza.
Salvatrice, la proprietaria, le lancia un’occhiata d’intesa. Con Nuccio bisogna essere tolleranti, altrimenti si litiga.
Rina continua ad aprire i pacchi e posa le terraglie sul tavolone scuro posto al centro della sala.
Intanto sono entrati alcuni turisti francesi: vogliono vedere dei portagioie.
Salvatrice mostra quelli che provengono da Caltagirone. Sono formosi, piuttosto capienti, con i colori giallo e blu che ricordano il gusto arabo.
I francesi se li passano tra le mani e commentano.
Rina ha ricevuto il primo messaggio del mattino: Cosimo Belluomo ha bisogno di cinquanta euro per pagare un residuo di bolletta. L’aspetta fuori.
Rina mette da parte i cartoni, esce dal negozio, attraversa la strada infuocata e trafficata per raggiungere il marciapiedi opposto.
Lui sfoggia la mise del mattino: camicia e pantaloni bianchi.
Le passa la punta dell’indice e del medio sotto il mento.
Lei gli dà i soldi senza chiedere.
-Grazie…- lui le strizza l’occhio e fa dietro front.
Rina riattraversa la strada.
I capelli grigi e scomposti fluttuano all’aria. Le gambe magre, che escono dagli short, articolano con decisione i passi.
Rientra nella bottega. Il caldo si fa sentire, nonostante i ventilatori, e all’interno c’è odore di trementina perché a Nuccio è venuto lo sfizio di restaurare vecchi pezzi di imbarcazioni per arredare i locali.
La proprietaria osserva Rina. I vetri delle porte hanno riflesso la camicia e i pantaloni bianchi. Nel tardo pomeriggio vedrà una giacca nera con alcuni fiori di campo nelle tasche. Per l’occasione.
Stasera i pupari, arrivati da Palermo, metteranno in scena le storie dei paladini e Cosimo Belluomo avrà modo di chiedere una sigaretta a qualcuno e degli spiccioli a qualcun altro.
Rina lavora e si spezza la schiena tutti i giorni per spostare terrecotte ma lui, lui che deve fare?
Ha avuto o non ha avuto l’infarto un anno fa?
E’ stato o non è stato dichiarato invalido?
E’ arrivato il tardo pomeriggio.
Stanno inchiodando delle assi per formare il palco che verrà posto al centro del corso.
Cosimo Belluomo è già in abito da sera.
Esce dal piccolo market all’angolo con una bottiglia di birra in una mano e nell’altra il guinzaglio del pastore maremmano che, tra poco, legherà al palo segnaletico.
Bell’animale. Affettuoso come nessun altro. Peccato che abbia sempre fame.
Cosimo Belluomo vede che muove la coda e guaisce. Sembra volersi avventare sulla bottiglia di birra.
Si caccia la mano in tasca. Qualche spicciolo c’è, sufficiente a comprare una confezione di wurstel.
Rientra nel market. Esce dopo poco con un pacchetto in mano che agita sotto il muso del cane.
Rina si è affacciata alla porta del negozio. Lungo il marciapiedi c’è il solito movimento di gente che sosta e chiacchiera. Cerca con lo sguardo Cosimo e il pastore maremmano. Li vede.
Adesso si concede un momento di pausa. Andrà a comprarsi un panino e delle crocchette.
Intanto stanno issando i fondali sul palco.
L’assessore con il casco e la motoretta si è accostato agli organizzatori. Confabulano.
Rina pensa che non potrà assistere allo spettacolo, nel corso del quale gli esercenti sono invitati dall’amministrazione a tenere i negozi aperti.
E’ sera inoltrata. La gente confluisce lungo la via principale e si assembra davanti al palco.
Cosimo Belluomo si aggira tra i tavolini e le sedie, posti sulla strada. Con una mano stringe il collo di una bottiglia di birra.
Gira la testa di qua e di là: ha un’espressione vaga e divertita.
Rina lo raggiunge per consegnargli mezzo pacchetto di sigarette.
-Picca sono…- le dice aggrottando leggermente la fronte.
Rina non gli risponde: forse ne ha fumato qualcuna in più durante la mattinata.
Lui le sorride leggermente.
Lei ritorna alla bottega.
Lui accartoccia il pacchetto per sistemarlo in una tasca della giacca accanto al fodero degli occhiali da sole. Nell’altra tasca ci sono i fiori di campo.
Il tempo dell’esibizione è giunto. La folla si è accresciuta e attende impaziente.
Finalmente ha inizio lo spettacolo.
I pupi sono bellissimi. Con le spadine e gli elmi d’oro e i costumi di stoffa colorata che avvolgono la cartapesta. Sono allineati e spenzolanti da una travicella di metallo inforcata da due pilastrini.
Il puparo li preleva a turno, in base alle esigenze sceniche, e li muove con perizia affiancato dall’aiutante. Fa le voci, riproduce il suono del corno con una conchiglia e, per enfatizzare i duelli, batte il legno delle assi con uno zoccolo che indossa al piede sinistro.
Il paladino Orlando è sempre vittorioso contro i nemici ma piange per la bella Angelica che gli sfugge.
Cosimo Belluomo tracanna l’ultimo sorso di birra. Lo esalta il rumore di quel tac tac dei legni.
-Bravi, bravi sono!- commenta a voce alta. Ride tra sé.
Il puparo prosegue il racconto nominando altri protagonisti del poema ariosteo.
E’ un professionista. Ha invitato il cantastorie a inframmezzare e adesso conclude la narrazione.
Poi, ringrazia la cittadinanza, loda il paese che l’ha ospitato, omaggia le autorità.
Il sipario sull’indiscusso regista si chiude tra gli applausi.
Cosimo ha applaudito. Poi si è accorto di avere le tasche della giacca scucite, con le fodere interne sfondate, e una macchia di dubbia origine.
Si sfila l’indumento e lo mette dentro il sacchetto del market, dopo aver tolto le due bottiglie di birra. Si incammina verso il negozio.
Rina sta prendendo i piatti dall’espositore esterno: deve chiudere il locale.
-Bello lo spettacolo?- gli chiede, aprendo la bocca sui denti piccoli. Lei ha sentito solo indistinti rumori.
-Bellissimo!- risponde lui.
Le porge la borsa con la giacca.
Lei appoggia un piatto sul marciapiedi.
Afferra il sacchetto.
-Mi serve per la festa di domani- le dice lui che le si avvicina di più. Con l’indice le accarezza il naso e il mento. Osserva la pelle diafana della donna sotto i lampioni.
La guarda supplichevole.
Lei ha capito. Apre il sacchetto. Guarda: è un lavoro semplice, lo farà appena rientrata. Stasera stessa.
Gli sorride dimessa.
Lui ricambia, le strizza l’occhio e gira le spalle.
Adesso pensa che deve parlare con l’assessore. Vuole proporgli, per l’anno venturo, di addobbare la base dei lampioni che illuminano il corso con i vasi del negozio di Rina.
La proprietaria gli sarà grata e Rina accrescerà la sua considerazione per lui.
E’ soddisfatto. Sente il petto che si gonfia mentre riprende a camminare lungo il marciapiedi.
Lui non manca di idee e, questa volta, ne ha avuto una veramente buona.





*

Spire

SPIRE

 

-Papà, papà! - la bambina lo rincorre mentre lui si avvia verso il palco.

-Vengo subito, amore! - risponde Lirio.

La mamma è alle spalle di Mata ed è pronta a sollevarla da terra perché il padre possa raggiungere agevolmente gli altri orchestrali.

La bambina lancia un piccolo grido ed affonda il viso contro il petto di Lumia.

-Ssst! Papà torna subito!- la rassicura Lumia, una bella signora dagli occhi chiari originaria dell’Est.

Non è la prima volta che il marito, maestro di tromba, si esibisce in piazza. La bambina è affezionata al padre che le infonde sicurezza e Lumia sa di aver fatto la miglior scelta della sua vita.

È una donna molto bella. Da quando ha avuto Mata, cura meno l’aspetto e l’abbigliamento ma, appena sposata, faceva girare la testa a tutti gli uomini del paese per l’eleganza e il portamento.

Sul palco gli orchestrali hanno preso posto. Indossano camicia e pantaloni neri: ognuno tiene in mano il proprio strumento. Gli ottoni brillano sotto i lampioni della sera e i riflettori.

Tutto è pronto per l’attacco. Lirio eseguirà, come solista, “Casta diva”.

La platea è immobile. Intorno, gli edifici barocchi amplificano la bellezza del luogo.

Lumia si è seduta in prima fila accanto a Mata che guarda incantata papà. La donna si fa avvolgere dalle spire ascensionali delle note. Si ricorda di altri spettacoli, di altre piazze e atmosfere...

 

Ernestina siede in terzultima fila. Tiene sulle ginocchia la figlia e guarda i suoi lunghi capelli sciolti.

La bambina si toglie gli occhiali perché si è accorta che le lenti non sono ben pulite. Prende un fazzoletto di carta dalla borsa della mamma e comincia a strofinare le lenti.

La mamma le sorride, notando il suo visetto lungo e magro.

Poi, guarda verso il palco e pensa che fra i trombettisti potrebbe esserci anche Nico. Non si è ancora rassegnata alla sua mancanza.

- Me ne vado. Io non sto bene qua.

Lei ha pensato che fosse uno sfogo momentaneo e che tutto tornasse come prima. Invece lui col treno se n’è andato, prima a Roma poi a Milano.  

-Sono in una band e compongo musica elettronica.

È sempre stato geniale, ma così volubile e imprevedibile...

Non ha più dato sue notizie.

Ernestina cerca di non pensarci e si mette a intrecciare i capelli di Saretta per raccoglierli sulla nuca.

La bambina ha notato Lirio che suona davanti agli altri.

- Mamma, guarda! Sembra papà!

Ernestina sobbalza.

Pensa agli anni belli, alle parole esclusive ricevute da Nico nei tempi felici: adesso si sciolgono come le onde del mare che si infrange sulla costa sotto il livello del paese.

Saretta crede che papà tornerà presto.

Lo spettacolo prosegue con l’esecuzione dei brani. Quello finale si approssima.

Ernestina vorrebbe ascoltare “Lascia ch’io pianga”, ma non sarebbe adatto all’atmosfera estiva che deve essere festosa. Viene proposta invece una samba.

Infine tutti applaudono e chiedono il bis.

È finita. Lumia si alza dalla prima fila e Mata corre in braccio a papà.

Si sorridono. Molti sono loro intorno.

Saretta si è quasi addormentata ed Ernestina la scuote.

-Vieni, vieni, andiamo a casa!

Mamma e figlia si alzano indolenzite, girano le spalle al palco, lasciano la piazza e s’incamminano lungo il corso.

Poi, prendono una stradetta laterale per tornare a casa.

*

Rodrigo Triscari’

RODRIGO TRISCARI’

Era un bell’uomo. Più precisamente, lo era stato: alto, spalle larghe, viso dai lineamenti regolari, portamento elegante, corporatura robusta.

Ma era un dissipatore: di cose e sentimenti.

Fidanzato, a turno, con ogni bella ragazza del paese, non ne aveva portato alcuna all’altare.

Sposatosi con una del continente, divenuta madre dell’unica sua figlia, aveva fatto naufragare il matrimonio nel giro di pochi anni. La moglie era fuggita a gambe levate con la figlia, una ragazza bellissima, per ritornare alla casa paterna.

Avrebbe potuto disporre di una bella abitazione, ereditata dal padre buonanima, ma il vizio del gioco gli aveva sottratto il capitale e adesso si trovava a calpestare i pochi metri quadrati di due anguste stanzette che possedeva ancora nel vecchio palazzo, con affaccio sulla via principale del centro e il cognome della famiglia stampato sull’insegna del negozio: Triscari’.

Era un personaggio. Avrebbe potuto popolare benissimo un romanzo di Balzac o di Dovstoevskij.

Al mattino, quando si svegliava dopo aver trascorso una nottata in qualche locale che aveva mantenuto, come a lui piaceva, le caratteristiche della vecchia osteria, doveva smaltire i postumi di una sbornia che gli stravolgeva il viso.

In quel momento parlava a voce alta, diceva spropositi e qualche bestemmia. E se si fosse trovato a portata di mano una frusta, l’avrebbe usata contro chiunque.

Insomma, era un uomo in cui la dimensione infernale, che contraddistingue ogni creatura umana, compiva più che in altri la sua opera devastatrice.

Ma a lei, all’insignificante infermiera, ultima di tante figlie, alla pallida ombra di cera che nessuno aveva mai degnato di uno sguardo, era piaciuto e piaceva lo stesso.

Nonostante i segni del tempo e dei vizi, Rodrigo Triscari’ era pur sempre un bell’uomo e, rimesso in sesto, ben vestito e sobrio, faceva ancora la sua figura.

Perciò una sera, quando in compagnia di un’amica aveva potuto ricevere le parole dell’indomato sciupafemmine di un tempo, si era messa in sintonia con lui umettando le labbra e sbattendo le palpebre all’unisono.

- Sei pazza a metterti con quello - le avevano detto le sorelle - nessuna ha mai resistito!

Ma l’umile infermiera non voleva rinunciare alla possibilità della sua vita, sapendo di poter contare su due elementi favorevoli: la non più verde età di lui e la pazienza sua, maturata in decenni col mestiere.

Così era andata a condividere i metri quadrati delle due stanzucce anguste, aveva offerto servizio umano e domestico accettando quotidianamente consumazioni dì bestialità.

Perché c’erano sempre giornate in cui Rodrigo Triscari’, con la camicia bianca di lino e i pantaloni color sabbia, esibendo uno sguardo avvertito e sensibile e, ancor di più, un corpo che molte non si sarebbero neppure sognato, faceva percepire il suo sempiterno fascino.

Lei, camminandogli a fianco con l’incrollabile determinazione della fedele compagna, avrebbe suscitato, ne era convinta e non a torto, l’invidia delle altre.

*

Dietro le persiane

DIETRO LE PERSIANE

 

La voce dello strillone, venditore di meloni, l’ha richiamata alla finestra. Si è avvicinata alle persiane. La piazza offre lo spettacolo del mattino. L’edicolante parla col dirimpettaio. Sulla destra, quattro ragazze aspettano il pullman alla fermata; dalla parte opposta il solito gruppetto di anziani, seduti su una panchina, mischia pettegolezzi e battute allusive rivolte alle passanti. La barista tira a lustro i gradini d’accesso al locale, mentre due signore, sulle strisce pedonali, arrestano il flusso del traffico che confluisce all’incrocio.

Il mondo, percepito da Velia dietro le persiane, prende il suo sapore personale.

A lei piace questo momento di contemplazione solitaria, soprattutto adesso che non è più giovane.

Il mondo, che ogni mattina si anima nella piazzetta , è capace di spazzar via i ricordi di un’esistenza subita.

Il padre adottivo le aveva detto che il negozio comportava tante esigenze e, siccome la salute della madre era molto cagionevole, lei avrebbe potuto dare un sostegno importante, risolvere una situazione.

Anni di sacrifici e di rinuncia che adesso si vanno progressivamente alleggerendo.

Che le importa ormai dei desideri delusi, delle competizioni, dei giudizi altrui? Che le importa se Giovanni N. non alza più la testa, per guardare le persiane chiuse, quando passa sotto casa?

Il tempo è diventato un formidabile alleato.

Giovanni N. è stato lo schermo su cui proiettare i sogni. Un bell’uomo, colto e sensibile.

Quando veniva al negozio e lei gli porgeva il calzante per i mocassini, lui aveva sempre parole pronte.

- Qui passano i piedi di tutto il paese.

- Lei non è mai sola, perché dalla vetrina può vedere il mondo.

Velia, inginocchiata sulla stuoia per provargli le scarpe, copriva le gambe con il lembo della gonna stretta.

Il padre gli chiedeva del progetto per l’ospedale e lui si lamentava della burocrazia.

Dopo che era rimasto vedovo, aveva avuto qualche storia con qualche donna del paese ma poi era finito tutto.

Velia sapeva gli orari. Quando mettersi dietro le persiane per vederlo passare anche nei giorni festivi. Lui alzava il capo, per guardare le finestre nella parte alta del palazzone che dava sulla piazza.

Una volta, durante la vedovanza, le si era accompagnato per strada. Lei tornava da una visita.

Non era stato facile procedere lungo il marciapiede stretto, con gli occhi della gente puntati addosso.

-Perché domenica pomeriggio non viene con me al cinema?

-Papà va alla Romandiola e io tengo compagnia alla mamma.

Un’occasione irrimediabilmente persa.

Perché non ce ne sarebbero state altre.

Ma lei si sentiva votata. E, forse, le piaceva soprattutto immaginare.

Adesso Giovanni N. passa sotto casa con un cane al guinzaglio e tiene lo sguardo fisso, puntato avanti. Assente e lontano.

Il suo aspetto avverte del tempo trascorso: i capelli sono quasi completamente bianchi, le rughe si sono ramificate.

Velia, dietro le persiane chiuse, continua a guardare il mondo che ogni giorno si anima nella piazzetta.

Sente di percepire, quasi con soddisfazione, la comunanza della solitudine.

*

Globulare

GLOBULARE

 

Per strada si era accorta di aver dimenticato il cellulare. Aveva guardato l’orologio: qualche minuto di margine c’era ancora.

Era ritornata a riprenderlo: la casa sempre immersa nel sonno della madre, le stanze ancora avvolte nella penombra del primo mattino.

Era uscita di nuovo, correndo. Col cancello aveva dato un colpo secco alla colonnina di ghisa.

Ci voleva una mezzora buona per raggiungere la fermata del pullman. Doveva forzare l’andatura. La madre non poteva più accompagnarla in macchina. Si sentiva troppo debole e vedeva male.

Gli automobilisti sfrecciavano diretti al lavoro. Quella era una strada di transito sostenuto.

Lei si augurava che qualche faccia conosciuta la notasse mentre si affannava sotto il peso dello zaino. Ma tutti andavano di fretta: i veicoli si succedevano senza tregua, uno dietro l’altro, facendo percepire la potenza dei motori, la sicurezza dei mezzi di nuova generazione.

Lei aveva in mente tempi più lenti, chilometri all’ora che si traducevano in sessanta al massimo ottanta, e al volante qualche faccia familiare aperta al bisogno e disponibile alla gratuità.

Ma non c’era nessuno. Solo automobili fiammanti che si producevano velocissime sulla provinciale, trasformata da alcuni anni in due larghe corsie con margini di sosta.

Autisti robotizzati e invisibili dietro il parabrezza.

Mentre camminava ansante ripensò ad Elly. Alla sua ultima pubblicazione.

Si era stupita di quanto fosse stata esplicita nel rivelarsi quando invece era criptica e complicata, amante di neologismi e parole astruse. Le ritornava in mente quel “globulare”, usato in un testo per indicare la deglutizione di un pasticcino.

-A me piace leggere di sentimenti. Di orgogli deposti e canti aperti- le aveva detto.

-Sì, ogni tanto ci vuole. Ma non si può eccedere perché ai lettori piace il sofisticato. Anche se fare arte in modo semplice è un’abilità, non sempre questo viene apprezzato. Poi il lineare e il sentimentale non vanno proprio- le aveva risposto Elly.

Lei continuava a ripensarci, mentre avanzava affannata lungo la via piena di traffico e guardando l’orologio.

-Non ce la farò, non ce la farò! Vedrò il pullman passarmi davanti!-

Stava per rimettersi a piovere e sarebbe stato un doppio guaio aspettare la corsa successiva: non c’erano ripari nel punto in cui avrebbe dovuto sostare e l’ombrello si era rotto.

Continuava a camminare frenetica. Chiunque avrebbe notato la sua necessità.

All’improvviso, inaspettatamente, una macchina le si affiancò:

-Vuoi un passaggio?

Era un immigrato: la pelle scura, il sorriso intuente.  

-No, grazie. Sono arrivata!

Non lo conosceva. Che cos’altro avrebbe potuto dirgli?

Magari era una brava persona, che si era semplicemente accorta della sua difficoltà e le avrebbe voluto dare un innocuo passaggio. Ma lei era costretta a declinare l’invito.

Si morse un labbro, mandò degli accidenti ai conterranei insensibili che continuavano a far rombare le macchine senza considerare il fatto che una donna, non più giovane, poteva avere urgente bisogno di prendere una corriera alle sei e mezza di mattina. E non si fermavano.

Non si fermavano, forse anche, perché avevano già realizzato di ricevere un no secco, in un mondo insidioso e complicato in cui le cose semplici non trovavano più posto.

Lei proseguì la marcia avvertendo un lieve disturbo alle coronarie. Ma le lancette sembravano aver rallentato, la fermata si faceva sempre più vicina.

Arrivò  esattamente un minuto prima rispetto all’orario previsto. Il tempo di inspirare ed espirare.

Il pullman puntualissimo le inchiodò davanti la portiera. L’autista aveva un cappellino nero all’americana, una polo dello stesso colore e due serpenti tatuati sul braccio destro.

Lei salì, timbrò il biglietto con la tariffa a zone, si avviò un po’ ondeggiante lungo il corridoio e si sedette accanto a una ragazza in short, che esibiva gambe tatuate e sandali con borchie. Fissa su una sequela di immagini nel cellulare che riprendevano gatti in varie pose.

Lei sistemò la borsa sotto il sedile e guardò dal finestrino: la campagna con le sue distese di sorgo, in parte mietuto , lanciava la sua rassicurazione.

Si chiese che cosa avrebbe scritto Elly per rappresentare il tutto.

*

Ring

RING
E’ da un po’ di tempo che non scalina lungo i fianchi della montagna e oggi si sente stranamente in vena. Elettrizzato come un adolescente al suo primo appuntamento. Ha voglia di andare lungo i sentieri ormai puliti, spazzati dal sole chiaro e dal vento di questi giorni. A Nava sì, non più in alto perché il cuore non lo permette. Una passeggiata su per declivi dolci e se la sonnolenza prende, meglio. I residui di neve ovattano l’atmosfera, lasciano cullare i ricordi.
Si è alzato di buon’ora, una colazione leggera. E poi è uscito con le racchette, lo zaino piuma. Poche manciate di minuti in cammino tra le vecchie case, le vie strette, e poi si inizia a salire.. Le gambe tirano, il fiato si fa corto. Ma è bello. E’ come alimentarsi. Le membra sottoposte allo sforzo rispondono bene, il morale è giusto.
Fuori dal centro abitato, sotto i boschi, c’è un rigagnolo d’acqua che scende lungo il sentiero. Lui ha indossato gli anfibi che sono a prova di tutto. Sente qualche tonfo prodotto dagli alberi mentre il percorso si fa erto. Bisogna far forza sulle racchette far scaricare il peso e la fatica.
Silenzio. Un odore di cortecce, di foglie macerate e di umidità. Più freddo sotto i rami nudi che si intrecciano sopra la testa. Ma il movimento scalda, i muscoli si vanno sciogliendo e restituiscono benessere.
Scende una jeep. Il rumore si propaga attraverso i conglomerati di roccia e il terreno. Qualcuno ritorna da una baita col il cane dietro che abbaia e sbatte la testa contro i vetri dell’abitacolo.
Lui ora è sul piano. Respiri lunghi e allargamento di braccia. Guarda i pendii e li ricorda a maggio. Verdi, col fieno ad asciugare e qualche cappello di paglia da donna.
Arriverà fino alla casa di Agnese e poi tornerà indietro per non far tardi. L’hanno restaurata bene la casa col fienile. Le porte sono verdi lavorate al traforo.
Vede delle orme che attraversano la mota del sentiero. Sembrano quelle di una lepre. Vorrebbe seguirle, scoprire la tana dell’animale. Fare così, come faceva da bambino. Ma non c’è tempo. Adesso il tempo stringe di più, si deve stare ai suoi ritmi.
E’ arrivato davanti alla casa di Agnese . E’ chiusa. Vengono solo durante le vacanze. A prendere il sole o a mangiare le castagne. A Natale, solo se le gelate lo permettono.
Si è ritrovato lì, con i colleghi, per le feste di fine anno.
Pasti abbondanti e bevute.
“Un’ unghia di taleggio e una lacrima di sassella”. Invece erano fette larghe e bicchieri colmi.
Lui non faceva mistero del suo piacere per la veritas dentro il vino.
E si lasciava andare a risate di gusto, che quasi non lo riconoscevano.
C’erano i ritagli per alludere alla weltanschauung da uomo di montagna convertito all’amore per i classici e la storia del ‘900. Ma poi era un porsi da consapevole di un’epoca al tramonto.
Guarda l’orologio. Sono le undici. Il tempo giusto per arrivare prima di mezzogiorno.
Dietro front e giù per il sentiero. Con passo deciso, non a rompicollo. Deve far piano se vuol conservare le energie ed evitare che le tibie comincino a dolere.

Ha appena varcato la porta. Lo zaino adagiato sulla cassapanca, assieme al berretto di lana.
-Cesare, sei tu?- la voce pacata di Franca esce dalla cucina.
-Sì. Ho fatto tardi?- domanda.
-No –risponde lei e lo accoglie nel corridoio.
Non ha il tempo di lavarsi le mani che Franca gli dice della telefonata.
-Hanno chiamato dalla scuola-
-Sì? E chi?-
-La vicepreside, pare sia una cosa importante-
-Ma lo sanno che sono completamente a riposo?- lo chiede scherzando e ha voglia di sapere.
E’ presto, non ancora l’una. Prende il telefono e compone il numero che è incollato da anni sulla copertina dell’agenda.
La vicepreside lo informa che hanno organizzato un viaggio in Europa: Salisburgo, Mauthausen, Vienna. Vogliono la sua presenza in qualità di studioso competente e di testimone.
Non sa che dire. Prende tempo mentre il cuore comincia a battere più forte.
Ci deve pensare, ma già sente il richiamo.
Vede gli studenti intorno e i fotogrammi che cominciano a scorrere. Rapidi, rapidissimi. Di anni durati giorni. Di giorni durati mesi. Stretti in una cinghia.

II
-Filippo!- Margherita ha appoggiato la mano sulla sua spalla – vedi che Carlino non vuole indossare il costume!- Filippo ha finito di scaldarsi le mani e si è appena seduto alla tastiera.
- E come facciamo? – le risponde, alzando il viso con l’espressione tirata – dobbiamo provare!
-Parlagli tu, forse ti ascolta-
Filippo tira un respiro lungo. Che avrà Carlino? Perché questi capricci?
Si alza, si avvia verso il palco, vi gira intorno e s’infila nello spogliatoio. Il ragazzo è seduto sul pavimento. Tiene la testa abbassata. Il costume giace vicino ai suoi piedi infilati nei calzini beige.
Filippo si piega sulle ginocchia accanto a lui. Sente la giacca di velluto che tira al centro della schiena, come i pantaloni in corrispondenza dell’inguine.
-Che c’è?- gli chiede a bassa voce.
Quello non lo guarda. Ha l’aria imbronciata.
-Pizzica, è tossico. Hanno messo troppo colore sulle piume!-
-E’ solo per dieci minuti. Il tempo di fare le prove…-
-Eh, ma che odore, prof!-
-Sono solo dieci minuti! Ci stanno aspettando! Alice è già pronta-
Il ragazzo lo guarda. L’espressione è ancora imbronciata. Filippo gli scompiglia i capelli, glieli sistema in una cresta. –Hai portato il gel?- gli chiede guardandolo protettivo.
-Sì, prof.- Filippo gli sorride.
Carlino sembra convincersi. Afferra l’ammasso di piume cucite su una tuta rosa carne e inizia a indossarlo.
Filippo è rimasto sulla porta a guardare.
Carlino è in piedi ricoperto di piumaggio verde e blu e si tura il naso con le mani.
-Non esagerare –gli dice Filippo.
Intanto arriva Margherita seguita da un gruppo di alunni vestiti da uccellini- Dietro le quinte!
-Dov’è Papagena?-
-Eccomi- dice la bambina avvolta nel piumaggio colorato e si mette nella posizione assegnatale.
Tutto è pronto. Si apre il sipario.
Pa pa pa pa . Allegro, in sol maggiore.
Alice e Carlino vocalizzano e mimano. Margherita e Romolo recitano.
Filippo alla tastiera ha trovato l’accordo con i flauti e i corni.
Pa pa pa pa.
Spera che l’arrangiamento faccia presa.
Lo proporranno a Natale. La scenografia è suggestiva. Vi hanno lavorato in équipe.

Le prove sono finite. Filippo è per strada. Prima di rincasare deve andare alla pasticceria Riccobene. La mamma per Natale vorrebbe i baci di dama dentro la scatola di metallo.
Mammà, che te ne fai dei baci di dama stantii?! Vuoi mettere con i nostri babà o con la pastiera?! Vorrebbe dirle Filippo. Ma Anna, la sorella, si è raccomandata. Quando scendi a Natale porta i baci di dama alla mamma. Quelli della scatola di metallo su cui è disegnata Lucia nella barchetta sul lago.
Filippo è da Riccobene. Ha adocchiato la scatola. E’ appoggiata su un ripiano ricoperto di carta vellutata. Chiede se ne esistono di diverse dimensioni. Gliele mostrano. Lui prende la più grande. Una botta di euro, per quel che vale, ma almeno saranno contente.
Esce. E’ per strada, con il pacchetto infiocchettato in una graziosa sportina di carta.
Pensa che le prove sono andate meglio del previsto. Il pezzo è suggestivo e il suo arrangiamento funziona benissimo. Gli hanno già fatto i complimenti.
Si è infilato nella stradina stretta che porta all’appartamento. Ci abita da solo.
E’ davanti al portone d’accesso. Gira la chiave nella toppa, entra nell’atrio, rinchiude il portone alle spalle, sale al secondo piano. Due stanze con il bagno . Il soggiorno-cucina dà su un cavedio interno che assicura la luce. Avrebbe voluto la vista lago ma non ha trovato. Si accontenta dell’affaccio sul retro dell’edificio. Il classico pied à terre. Comodo perché in centro.
Ha comprato il pianoforte elettrico e l’ha posto di fianco alla finestra. Può regolare il suono e non disturbare i vicini. Vi passa molte ore. Ogni tanto si avvicina ai vetri e guarda in giù verso la stradina interna. Gli hanno detto che il bagno pubblico presto verrà chiuso. Per adesso c’è un gran via vai di uomini che quando escono si chiudono la cerniera dei pantaloni.
Ha fatto ingresso nel soggiorno. Appende all’attaccapanni la sportina con il pacchetto infiocchettato e la giacca imbottita. Sono le cinque del pomeriggio. Non ha voglia di correggere i compiti che saranno la solita zuppa di strafalcioni.
Meglio vedere se qualcuno scrive. Si siede al PC e avvia il motore di ricerca. Sì, qualcuno scrive. Giovannella gli manda un invito di partecipazione per una serata a teatro.
Le risponderà più tardi. Poi ci sono le informazioni meteo, la pubblicità della solita compagnia viaggi e la notifica di una fattura.
Sta cliccando per cestinare quando arriva un sms. Anna gli chiede quando scenderà a Salerno. Digita: Tra una settimana con l’Inter City .
Prima di riascoltare Il Flauto Magico, ha deciso di rispondere anche a Giovannella. --Salvo imprevisti dell’ultima ora, sarò davanti al Sociale alle otto e quarantacinque di venerdì.

III
Nevica. Cesare si è alzato alle cinque e mezza per andare nell’orto. Vuole concimare i pomodori come ha visto fare nel film di Olmi, perché siano precoci e belli a primavera.
La moglie si è rigirata nel letto. Fantasie della terza età ha pensato.
-Mi raccomando il pavimento! Non portare dentro neve!- gli ha detto con la voce impastata nel sonno.
Cesare fa piano. Immagina che nell’altra stanza ci sia sempre la figlia che dorme e si ricorda, solo quando l’occhio cade sull’attaccapanni, che ormai vive altrove con la famiglia.
Indossa il soprabito scuro e apre l’uscio. Sotto la gronda che aggetta c’è la carriola . I fiocchi sono fitti e persistenti. La luce della lampada esterna si proietta su un’area piatta ricoperta di neve.
Vi punta lo sguardo.
Forse è la rete metallica che la recinge a dargli l’idea del –campo-.
Vogliono la sua partecipazione in qualità di studioso e testimone.
Sarebbe bello se lo zio fosse ancora al mondo. Potrebbe parlare direttamente della sua esperienza.
Afferra la vanga e scosta la neve in corrispondenza del seminato. Il letame è già pronto dentro la carriola. La neve continua a scendere silenziosa, il cielo è nero di buio.
Gli aveva dedicato due articoli. -Salvato dalla sua bontà-. Titolavano. L’aveva colpito che si fosse preso cura di un compagno e lo tenesse appoggiato a sé durante le selezioni.
-Era caduto nella retata della milizia durante uno sciopero alla fabbrica. Poi caricato su un vagone bestiame di un treno merci piombato-.
Si è chinato per distribuire bene il concime e coprirlo con la paglia e la neve. Ha imparato da un collega che abita in Puglia a tenere l’orto. Gli piace, si rilassa e, quando rientra in casa con le scarpe infangate, i pantaloni sporchi, e raggiunge lo studio per ascoltare Domenico Scarlatti, pensa alla lettera che Machiavelli scriveva a Francesco Vettori. Poi si convince che la vita e la letteratura non sempre coincidono e spesso anzi divergono.
Ha finito. I semi di pomodori possono ingrassare bene sotto la coltre di terriccio e di neve. Rientra. La moglie dorme ancora. Il sonno è passato. Andrà in cucina a preparare il caffè. D’orzo.
-Quando arrivarono al campo, dopo che furono sottoposti alle docce di acqua bollente e gelida, al taglio dei capelli, al marchio sul braccio, venne data loro una brodaglia disgustosa che tutti rifiutarono ma che poi avrebbero rimpianto-.
Le spie verdi si sono accese nella macchina con la cialda. Può premere il pulsante. Il liquido scende nella tazzina. La afferra, si siede al tavolo, aggiunge lo zucchero.
La cucina è impeccabile. Franca la tiene a specchio. C’è sempre un buon odore di sapone di Marsiglia. Anche le tendine profumano di fresco.
Non è il caso di ascoltare Domenico Scarlatti anche a quest’ora. Meglio il notiziario, a volume basso.

IV
La serata è fredda ma il cielo è completamente terso. Capannelli di gente ferma davanti al teatro Sociale in attesa che si aprano i battenti.
Filippo ha già adocchiato Giovannella e Irina. Stanno sotto il lampione con la testa avvolta in una sorta di cuffia scura che pende sulle spalle e incornicia il viso . Giovannella è in pantaloni mentre Irina indossa gonna lunga e stivali. Profumano di Eternity.
Lui si avvicina a Giovannella e le infila il braccio nell’ansa formata dal suo.
-Vedete che sono puntuale?!-
Le avvolge in un sorriso charmant.
-Filippo! Che piacere vederti! –esclama Giovannella- Ci speravamo, sai?!
-Già, perché sei un orso! – conferma Irina- sempre tappato in quel vico!-
-Sì, c’è la mia tana. E ci sto bene… benissimo- allarga i palmi delle mani verso l’alto.
-Ti fa bene uscire qualche volta!- dice Irina.
-Ma lascialo fare – soggiunge Giovannella- lui ha bisogno di cercare le verità come un filosofo e, per far questo, deve stare da solo!
-Stasera è uscito, però – insiste Irina guardando dritta gli altri due – chi lo scrive l’articolo, tu o lui?
-Io, no- afferma subito Filippo – voglio rilassarmi, godermi la serata, senza pensare ad analisi critiche di qualunque genere
-Dovrebbe essere il tuo genere – sottolinea Irina.
-Cosa, Il nipote di Rameau ?-
- E’ filosofico, no?- continua Irina.
-Sì, però stasera mi voglio godere la cosa solo dal punto di vista estetico.
-Non ti preoccupare, Filippo, lo faccio io – rassicura Giovannella – ho già concordato con la redattrice. Non per nulla ho il posto prenotato in barcaccia .
-Sei sempre la mia buona stella.- il tono di Filippo avvolge come un velluto.
-Come va l’attività musicale? – gli domanda Giovannella.
-Mah…spero bene. Domani sera ci sarà la prima. Non è stato facile mettere in piedi Il flauto magico e far recitare anche i ragazzi delle medie.
- Ragazzi delle medie? Che noia! – sbotta Irina.
-Lui oltre a insegnare inglese al mattino si dedica anche a questa attività pomeridiana, lo sai vero?- informa Giovannella rivolgendosi all’amica.
-Lo so, lo so che è un eclettico.
Hanno aperto i battenti del teatro. Il gruppo a poco a poco si assottiglia, scomparendo all’interno dell’edificio che assomiglia alla Scala.
-Sono curiosa di vedere l’interpretazione di Silvio Orlando- Irina sorride arricciando il naso. Stanno facendo ingresso nell’atrio e si è tolta il copricapo pesante. I capelli sono una cascata di riccioli ramati che scendono a pioggia sulle spalle.
-Sicuramente renderà accattivante il personaggio- osserva Filippo.
-Vieni con noi in barcaccia? C’è una poltrona in più, perché Giorgio ha rinunciato-
-No, scusatemi, ma preferisco la platea, altrimenti mi viene il torcicollo.
-Il solito separatista!-
-Così ho la visuale che cerco. Dello spettacolo e delle persone-
-Va bene, allora studiaci!- Giovannella è sempre brillante.
- Ci vediamo alla fine, per i commenti! – dice Filippo.
Si avviano in due direzioni diverse. Filippo ha trovato un posto in seconda fila, a ridosso del palco. Irina e Giovannella siedono nel loro palchetto, contiguo alle quinte, in basso.
Dal posto in platea lui si gira per salutarle, agitando la mano. Le luci rendono marmorei i loro visi. Sembrano due statue in esposizione dentro un balcone.
Giovannella è impiegata in un’agenzia viaggi e scrive articoli per un giornale on line, Irina invece tiene lezioni di danza e dirige un coro di anziani.
Finalmente la luce si spegne e si apre il sipario. Gli attori entrano in scena. Il pezzo musicale è spumeggiante come la recitazione del protagonista.
Filippo si sente coinvolto dalle sue caratteristiche, dallo iato tra la profonda sensibilità estetica e la mancanza di sentimento morale che il personaggio esprime.
Infine tutti battono le mani sul leit motiv dell’epilogo.
Il pubblico si alza lentamente dalle poltrone e sciama verso l’uscita.
Sono fuori a calpestare il porfido dell’arteria principale, quasi del tutto spopolata.
-Belle le tematiche –dice Giovannella che si è rimessa la cuffia come Irina- sull’educazione…se debba inculcare la virtù o condurre alla ricerca della ricchezza, del successo...
-A me è piaciuta la musica…ho idea che la proporrò al mio corpo di ballo- afferma Irina.
-Boh…il tema di fondo è l’adulazione- sostiene Filippo.
-Sì, molto attuale – conviene Irina facendo la bocca stretta.
-Ma secondo voi la virtù conduce alla felicità?- domanda Giovannella.
-No – risponde Filippo- e non perché si preferisce il piacere, ma perché la sofferenza umana è la condizione degli uomini.
-Ah! Come sei leopardiano!- esclama Irina
-Sì: solo la spontaneità di cui godono i bambini e quella di cui godevano gli uomini primitivi rende felici.
- Non farci ridere. Nessuno può sostenere questa posizione anche se chiama in causa i filosofi. Nemmeno tu… Felicità è progresso - afferma Giovannella sicura.
- Touché… d’accordo: gli uomini primitivi erano solo clava e legge del più forte, però quel vivere nature non mi dispiacerebbe…
-Ci prendiamo un drink?- chiede Irina interrompendo.
-Ma dove? Stanno chiudendo tutti i bar!- sbotta Filippo.
I locali fanno tristezza. Le luci all’interno sono smorzate. Se avessero vent’anni non se ne accorgerebbero e darebbero l’assalto al localino più angusto.
Ma adesso è meglio stare dentro il perimetro dei pensieri esistenziali, soppesarli nella propria intimità.
V
Lo aspettano questa sera alla Camera del Commercio. La camicia bianca lo fa sentire ancora scolaretto candido, nonostante l’età, e ha chiesto a Franca di dargli la solita oxford azzurra con il maglione blu.
E’ una serata di fine gennaio. La strada è asciutta. In cielo ci sono le stelle e la macchina fila veloce sotto le gallerie.
Ha raggiunto il parcheggio sotterraneo, già occupato da molte auto. C’è un’inaspettata ressa.
Al primo piano la cellula fotomagnetica fa scorrere le porte a vetri.
Lo accoglie Mario che lui chiama-mio coscritto-.
-Sei qua, Cesare?-
-Sono forse l’ultimo?- gli chiede leggermente ansioso. I baffi bianchi vibrano.
-No, no! Deve ancora arrivare il presidente!_
-Ma la Romegialli c’è già?-
-Sì, è di là con l’assessore-
Cesare fa ingresso nella sala con le poltrone rosse disposte a ventaglio sul dislivello del pavimento.
L’assessore è circondato da altri settantenni che, per ragioni diverse o simili, hanno a che fare con la Giornata della Memoria.
Gli presentano Maria Rosa Romegialli. E’ una donna dall’aspetto fragile. Ha i capelli biondi e nel viso si riconoscono i lineamenti del ragazzo tedesco: fanno pensare al giovane soldato.
-Piacere di conoscerla – la voce di Cesare, che le tende la mano, è grossa.
-Il piacere è mio – risponde la signora – so che anche lei ha avuto uno zio sopravvissuto…
-Ah, qui stasera siamo in tanti a portare un’eredità che ci ha segnati …-
-Ma orgogliosamente…- dice la Romegialli convinta.
-Siamo testimoni che continuano a dar voce…Mi piacerebbe che tra il pubblico ci fossero anche tanti giovani.
-Sì - concorda la signora- non so se l’essere nati lontani da quei fatti sia stato per loro un bene.
-E’ vero – rimarca Cesare- le vecchie generazioni si sono abbeverate a una realtà che potrebbe aver contribuito a dare una consapevolezza maggiore.
E’ arrivato il presidente della provincia. Gli si affollano intorno i vari responsabili dell’iniziativa e gli amministratori.
Adesso Cesare e la Romegialli siedono dietro lo stesso tavolo.
La signora racconta la propria storia di figlia di una sopravvissuta originaria della Valtellina, votata alla lotta partigiana, stuprata da un soldato della milizia mentre veniva condotta nel campo di concentramento di Mauthausen.
Sullo schermo scorrono le immagini. Cesare guarda la fortezza in mezzo ai campi coperti di neve. Il racconto della Romegialli è simile a quello dello zio. “Percorsero una strada in salita tra i boschi prima di arrivare davanti alla recinzione in mattoni sovrastata da torri”… “Diedero loro degli abiti senza tenere conto delle taglie diverse, le scarpe erano spaiate…”” Ogni giorno vedevano corpi di cadaveri ammonticchiati vicino alle baracche, cumoli di ossa che sarebbero state buone, dopo poco tempo, per essere sbriciolate e concimare i giardini …” il fumo che usciva dalle torrette diffondeva un puzzo nauseante…” “Donne e uomini furono impiegati a fare pezzi per le locomotive…”
Poi intervengono alcuni parenti di benefattori che, alla stazione di Milano, accolsero in un ricovero i reduci giunti dai campi.
-Se sono qui a parlare, questa sera, lo devo a una signora che si occupò di mia madre appena scese dal treno. Mia madre mi portava dentro una sporta e io avevo la febbre – dice la Romegialli.
Cesare abbassa la testa e guarda il tavolone lucido di ciliegio, i microfoni e i cavetti. Sa che se parlasse lui in questo momento la sua voce tremerebbe.
Pensa che quando parteciperà alla gita con i ragazzi farà questa domanda: “Come ci si salva dall’orrore del campo di concentramento?”

VI
Il Natale è passato. Sono passati Capodanno e l’Epifania.
Filippo è tornato da Salerno. Il ricordo delle feste va rarefacendosi nell’aria come le note di una fisarmonica che da un po’ di giorni sente e non sente sotto casa.
Mammà ha ricevuto la scatola con i baci di dama.
-Più grandi me li aspettavo! – ha osservato delusa.
-Che ti devo dire mamma!? Così son fatti!-
Zia Delia è venuto a salutarlo e gli ha chiesto come va col suo filù filù. Ha mimato alzando le braccia in modo un po’ grottesco. Anna le ha risposto che non suona il clarinetto ma il pianoforte e, forse, se proprio si vogliono usare le onomatopee per rendere l’idea, è meglio dire papapa.
Filippo ha informato che lo spettacolo messo in scena l’antivigilia di Natale è visibile su youtube, ma zia Delia sostiene che i video fanno perdere la poesia e non li vuole vedere.
Filippo ha telefonato a Elisabetta Clo per farle gli auguri. Lei ha usato un tono leggermente freddo. Perché non può dipendere dai suoi respiri, dai suoi tempi dilatati. Non- può dipendere dalla sua imprevedibilità-.
Una volta gli aveva giurato di amarlo più di ogni altra cosa al mondo e sembrava disposta ad accettare ogni suo lato inconsueto. Ma le manifestazioni dell’amore risentono, si sa, di tanti condizionamenti. A partire dall’umore. Che nelle donne è variabilissimo e Filippo ha smesso di meravigliarsi.
Elisabetta Clo tiene un corso di danza per ragazzine che indossano il tutù bianco e fanno gli esercizi alla sbarra. E’ una ballerina rigorosa, ha un portamento elegante. Alcune volte si è esibita al S. Carlo. Filippo è rimasto colpito dal suo corpo flessuoso, dal suo collo di cigno. La madre è originaria del Sussex e lei parla perfettamente l’inglese al punto che quando la imbarazzano certe situazioni si esprime nella lingua materna.
“I tried to discourage him from going away”. Ha detto alla mamma . Ma non perché lui abita a ottocento chilometri di distanza, che potrebbe anche trasferirsi. Il motivo è che -He always change his mind-.
Filippo le vuol bene, le ruota intorno come una farfalla attratta da una fiammella, ma non può rinunciare ai suoi spazi e lo inquieta un legame definitivo. Cerca lo stato di chi si sente sempre sul punto di incominciare. Ha paura di scoprirsi seduto troppo presto. Ha paura di sentire minate le sue potenzialità da fisime femminili.
-Elisabé, quanto sssi bella! Maronna mia! -
Elisabetta sta uscendo dal portone di casa. Ha capelli neri fluenti all’aria, occhi pervinca e pelle di seta.
-Elisabé, lo sai dove vado in gita scolastica? A Mauthausen.-
-Che tristezza Filì – risponde Elisabetta – I ragazzini lli portate llà?-
-E’ una consuetudine della scuola. Da un po’ di tempo le terze visitano gli ex lager nazisti. L’anno scorso sono andati ad Auschwitz.-
-Ma solo a Mauthausen li portate?-
-No, anche a Salisburgo e a Vienna-
-Meno male Filì. Vienna bellissima è. Ma pure Salisburgo. Ci sta la casa di Mozàrt-
-Sì, e…-
Filippo apre gli occhi. Si era abbioccato sul divano durante la correzione dei compiti. Sempre gli stessi errori : dimenticano i soggetti, dimenticano di mettere la esse alla terza persona singolare del presente indicativo, pospongono l’aggettivo al nome.
Lui sottolinea, cerchia, segna con mille vu che vogliono dire “manca”.
Ore spese in queste amenità fanno desiderare cento altre cose. Il viso di Elisabetta Clo era scivolato tra due fogli protocollo zeppi di errori.
Si è svegliato. -Elisabetta, mo’ i’ sto ca’!-
VII
Deve fare una visita presso il centro Amplifon. La moglie si è fissata. Dice che è sordo. E’ vero. Qualche volta non afferra bene quel che dicono, anche perché è molto distratto, e completa la comprensione osservando il labiale.
Ha preso l’appuntamento e il giorno è arrivato. Franca vuole accompagnarlo. Scendono verso le quattro del pomeriggio. Lui ha dovuto pulire la macchina e mettere ordine nell’abitacolo perché la moglie si vergogna dei vecchi quotidiani arrotolati che giacciono perennemente sui sedili, accanto ai contenitori del latte acquistato nei distributori automatici.
Mentre vanno, Franca lo ispeziona con lo sguardo. Sembra che consideri una cosa rara il fatto che l’udito col passare del tempo si possa indebolire.
Ha idea lei di quanti decibel ha dovuto subire nel corso degli anni dalla tromba scuola? Dai rimbombi della palestra, dal vociare delle classi? Mentre lei si occupava delle pattine per il pavimento a specchio e delle tende di chiffon nella quiete delle stanze?
Tace. Guarda muto davanti a sé la strada che si incurva. Lei ha indosso la pelliccia di foca grigia e profuma di un misto di cipria e acqua di colonia che la fanno signora bella, sapiente dei misteri della toilette.
Sono arrivati. Cesare parcheggia la macchina sotto il campanile quasi a cercare la benedizione. Mentre camminano lungo le strade del centro, le vetrine rimandano la loro immagine riflessa. Sono sempre una bella coppia. Come lo erano da giovani.
Alla confluenza con via Roma c’è un crocchio di gente che attornia dei musicisti.
Hanno barbe lunghe, grigie e il cappello a cilindro. Uno stringe in mano il violino, l’altro il clarinetto. Eseguono musica Klezmer. Cesare ne è attratto. Non li aveva mai visti da queste parti.
La musica Klezmer gli scava dentro. E’ come se lo rimandasse a un passato ancestrale che gli appartiene senza sapere ancora bene come. Un genere tramandato oralmente dagli Ebrei dell’Est europeo, struggente come pochi altri. Stanno eseguendo un brano: un passaggio dalla musica sacra alla musica profana. Si ferma, è rapito.
Li sente amici, parenti. Vorrebbe avvicinarsi al clarinettista e dirgli: -Non ci siamo mai incontrati prima, fratello, ma è come se l’avessimo fatto. A me sembra di conoscerti da sempre e, se dai tuoi occhi esce una lacrima, anch’io ho voglia di piangere con te-.
La moglie lo strattona, lo tira per il braccio.
-Vieni, Cesare, è tardi…-
Cesare è come un bambino che si attarda davanti a uno spettacolo che non si ripeterà. Pensa ai Lautari mentre tengono il violino vicino al viso e cavalcano nelle pianure della Moldova. E alla musica di qualche jazzista che ha assimilato quei suoni. Che sono insieme dolcezza e tristezza e fanno venir voglia di scolare un bicchiere.
Franca preme con la mano sul cappotto del marito all’altezza dei reni. Lui la segue finalmente.
Raggiungono il centro Amplifon. Un locale a piano terra, spoglio e minimalista nella struttura, angusto e triste, che raffredda il cuore.
La visita è breve. Sì, ha bisogno di un apparecchietto acustico. Ce ne sono di invisibili. Occorre solo un po’ di buona volontà e saper accettare.
VIII
Il cellulare ha vibrato nella tasca dei pantaloni mentre Filippo era in bagno a sistemare l’accenno dei baffi. “Perché domenica non andiamo a fare una passeggiata sul lungo lago?” scrive Irina. Lui ha risposto: “Non è una cattiva idea”.
Passeggiare sul lungo lago è sempre rilassante o stimolante soprattutto adesso che è febbraio, le giornate si allungano e il sole scalda di più.
In questo periodo a Filippo capita spesso di svegliarsi presto la mattina con una specie di sfarfallio nello stomaco e un gran desiderio di scendere dal letto e andare a preparare la colazione spinto da chissà quali prospettive di novità.
Gli piacciono gli appuntamenti. Soprattutto quando non li decide lui.
Irina è bella. Ha un’ossatura robusta, mani grandi e solide, pelle chiarissima sotto le lentiggini di rame. S’ingioiella e si profuma come fanno le donne slave che amano un vestiario leggermente appariscente e leggermente retrò.
E’ nata in un villaggio vicino a Praga e pare sia stata abbandonata da un marito manesco che l’ha sposata giovanissima. La bambina, che hanno avuto, adesso è una ragazza di ventiquattro anni che lavora a Milano per la Macintosh.
Il punto di ritrovo convenuto è lo slargo davanti al negozio di scarpe che fa angolo con le due vie principali e occupa quattro vetrine. C’è sempre un andirivieni di gente che mette addosso fervore e prurigine.
Irina arriva puntualissima con un cappotto nero, un misto di lana e astrakan sintetico, sagomato sulla linea dei fianchi che la fa elegante e femminile insieme alla sciarpa grigio perla e alla borsetta in pelle lucida con le catenelle.
Anche Filippo indossa un capo ricercato: una giacca in velluto liscio, marrone, guarnita di un interno che assembla tessuto impermeabile e finiture in pelle.
Sono una bella coppia e insieme sembrano perfetti.
-Dove andiamo?- chiede lui.
-Si era detto sul lungo lago – risponde Irina.
Il sole scintilla sulle cose, il lago è carta argentata e foschia sul fondo che restringe il profilo della costa.
-Che luce meravigliosa!- dice Irina contenta, mentre camminano con passo vivace in direzione del circolo dei canottieri.
-Mi hanno sempre affascinato- dice Filippo alludendo alle canoe e agli omini seduti che affondano i remi nell’acqua.
Il ghiaino sotto le scarpe rende più rumorosi i passi che risuonano concitati ma anche solitari..
Ora sono fermi con le braccia appoggiate sul parapetto davanti al lago immobile.
-Sei contento? – chiede Irina, guardandolo curiosa, dopo una pausa di silenzio.
-Di che cosa?- domanda lui.
-Di essere qui, della vita…que pasa, Filippo?-
-Mah, non si è mai contenti della vita…-
-Non stai con qualcuna?- chiede Irina.
-Niente di definito…
-Non ti piacerebbe stare con qualcuna?-
-Sì e no- dice Filippo.-
-Perché sì e no?-
-Perché è evidente come sarebbe-
-Come sarebbe?-
-All’inizio giornate di passione, messaggi e attese. Poi un noioso replicare e il bisogno di rompere per tornare ad aspettare…
-Perché dici questo?-
-Perché non dura. Non dura mai. E quando finisce si comincia a farsi del male.
-Non è detto –dice Irina che è diventata seria- se non lo si vuole, non succede. Non succede così.
-Anche se non lo si vuole, scattano meccanismi più forti di noi.
Irina lo guarda impensierita. Ha il sorriso annuvolato. Questo bel figlio pieno di humour e intelligenza, che sembra fatto per essere amato, rivela un’interiorità somigliante a un ambiente arido dove crescono solo piante basse, radi cespugli spinosi in mezzo alle petraie.
-Ci vogliono i figli per unire una coppia- dice Irina.
-Sì, forse. Ma se non li si fa nell’età della follia, poi è più difficile-
-Non mi dirai che tu hai passato l’età! -
-Eh… guarda, non lo so. I figli sono una responsabilità che dura in perpetuo
-Però riempiono la vita. Io, se non avessi mia figlia, non saprei come fare. Lei ha colmato i miei vuoti, mi ha aiutato a trovare il senso.
-Può essere. Però, bisogna evitare di considerare i figli come oggetti bensì come soggetti con le loro peculiarità che possono anche contrastare con le nostre.
-Sono dei giudici straordinari, è vero- osserva Irina.
- E interlocutori, che hanno da insegnare – conferma Filippo.
-Sembri desiderare di averne-
- Sono troppo adolescente. Troppo Peter Pan , infrollito dentro il mio mondo…
Irina lo guarda muta. Gli occhi le si appannano. Niente semi tra i cespugli spinosi.
Sorride e divaga con i discorsi. Come ogni donna è brava a recitare fra gli oh e gli ah di meraviglia.
Ma ha già soppesato l’infelicità che deve tener lontana, assieme alle beatificazioni.
Racconta fatti e fa sapere di quante amicizie dispone, di quante prospettive l’attendono. Lei è un soprano e ha in programma qualche esibizione.
Questo per concludere in bellezza la giornata.
IX
Hanno scelto la domenica delle Palme che fa guadagnare un giorno. Poi ci sarà la Settimana Santa per riposare e per riflettere.
Due pullman gran turismo sono davanti alla scuola alle quattro del mattino.
Loro arrivano alla spicciolata. Hanno giacche a vento, valigie e zaini. Nell’oscurità le facce si riconoscono a stento , comprese quelle dei professori. I genitori sostano nel parcheggio, sommessi e muti come di fronte a una prospettiva che reca insidie.
Cesare è già lì, dietro un angolo a osservare. Non ha perso l’abitudine della puntualità. Quanti anni sono passati dalle sveglie antelucane per presenziare le partenze? Adesso fa il conto.
Si sente un palombaro dentro la giacca imbottita , soprattutto per la disposizione interiore. Gli pare di dover ridiscendere sul fondo a cercare qualcosa da riportare a galla. Non sa bene che cosa.
Gli autisti hanno aperto i bagagliai. Masse di schiene piegate a sistemare e qualche imprecazione. Lui stringe la maniglia del trolley: lo poserà per ultimo. Non vuole che si confonda nell’ammasso.
Dal gruppo si distacca la professoressa Marianelli. Viene verso di lui.
-E’ pronto per questa avventura, preside?-
Lo chiama ancora così, spinta da una sorta di obbligo deferente.
-Ci credi? Sono vecchio e stanco ma questo momento, che vivo come un amarcord, è ancora capace di emozionarmi.
-I ragazzi sono stati preparati e catechizzati. Gli autisti… i più disponibili della società autolinee cui facciamo riferimento da anni – dice la Marianelli.
-Ma sì, stai tranquilla! Non c’è bisogno di fare gli scongiuri…
Strizza gli occhi e mostra il suo sorriso accattivante che la Marianelli conosce.
Hanno sistemato i bagagli e preso posto nei sedili.
La vicepreside tiene il microfono in mano per fare le raccomandazioni: -mettere le cartacce dentro i cestini, non disturbare l’autista, ascoltare gli insegnanti..-
Sono pronti. Si parte.
Cesare si è seduto dietro l’autista.
L’ha nelle orecchie da tempi che si perdono nella memoria. Quel brusio confuso, che non dice nulla e però accompagna e fa compagnia. E quel senso dell’affido. Più di quaranta vite che dipendono e attendono.
Il pullman va. Fila sul velluto degli ammortizzatori. L’autostrada è dritta, piana, sempre uguale a se stessa. Le autostrade sono sempre uguali.
Albeggia, le cose vanno riprendendo i loro colori naturali, il cielo è terso. C’è una coda di corriere e camion fermi. E’ fermo anche il loro mezzo.
Qualche ragazzo chiede la sosta per andare alla toilette. Fra poco arriveranno in un autogrill, gli dicono. Obbligatorio fermarsi ogni due ore.
Cesare guarda indietro in direzione del corridoio. Gambe e braccia che si incrociano. Gli è mancata la preghiera di accompagnamento. Lui ha in mente le gite oratoriali e quelle che faceva da studente. Ma adesso non s’usa più. Sono tempi di relativismo e deriva. Si affida mentalmente all’angelo custode e alla Madonna sapendo che la festa dell’Annunciazione è vicina.
X
Sono arrivati a Innsbruck. I due pullman hanno parcheggiato in un viale che da’ in un’area di sosta. La Marianelli sfodera il proprio inglese con una vigilessa della città, che spiega quanto dista il centro e che cosa possono vedere.
I poli d’attrazione sono il tettuccio d’oro e il cenotafio di Massimiliano I nella Hofkirche.
Adesso le quattro classi si sono fuse e il gruppo sciama numeroso in direzione mentre si leva un vento freddo e fastidioso e tutti si abbottonano le giacche.
Cesare si è messo in coda. Dice che ha bisogno di camminare piano, di abituarsi all’aria nuova.
Il -tettuccio d’oro -è quasi deludente. Le guide lo descrivono con dovizia di particolari, ma il balcone coperto dà l’idea di un elemento nel complesso insignificante anche se brilla sotto il sole.
Più scenografiche invece risultano le ventotto statue gigantesche del cenotafio all’interno della -chiesa di corte-. I ragazzi ne rimangono colpiti.
Cesare ha voglia di sedersi su una panchina e di consumare il panino oppure di fermarsi in un negozio e guardare quelle giacche tirolesi di lana spessa da accompagnare a un cappello di feltro.
Ecco, hanno trovato una piazzetta con le panchine accostate ai muri. Gli insegnanti vogliono andare a comprare il panino. Lui ne ha due nello zaino e rimarrà con i ragazzi. Adesso si sente un buon papà che ha portato i figli in Tirolo durante una gita domenicale. Sorride di gusto e gli viene quell’espressione da anziano, un po’ confuso, un po’ euforico.
Filippo ha raggiunto Paola Avveduti. Si sono conosciuti a un corso di scenografia. Paola sa come realizzare fondali di uno spettacolo utilizzando materiale di riciclo.
-Come si sta sul tuo pullman?- gli chiede Paola.
-Come sul tuo-
-Schiamazzano i ragazzi?-
-Direi che nel complesso sono stati abbastanza calmi-
-Io cerco un locale in cui vendono i bretzel-
-Sì, può andar bene- risponde Filippo sistemandosi la sciarpa- tanto per quattro giorni bisogna rassegnarsi.
-Al vitto?- chiede Paola scostandosi il ciuffo scuro dalla fronte.
-E all’alloggio-
-Non ti piace l’ostello?-
-Non mi piace il baccano-
L’Avveduti lo guarda perplessa. Sembra porsi una domanda.
Intanto la Marianelli ha fatto segno da sotto il cartello di un locale dove vendono bretzel, wurstel e sandwich. Gli altri la raggiungono.
I bretzel hanno l’aspetto di pani duri. Filippo e Paola ne prendono uno a testa da accompagnare con lo speck.
Quando ritornano nella piazzetta i ragazzi stanno tirando quattro calci a un pallone sgonfio. Cesare se lo fa passare. Forse Innsbruck rimarrà nei loro ricordi per questo.
XI
Il viaggio è ripreso. Mancano quattrocento chilometri a Vienna.
Filippo guarda i messaggi sul cellulare. Anna gli chiede come sta andando la gita. Bene, tutto regolare. Irina lo informa che interpreterà Donna Elvira nel Don Giovanni. “Mi spiace non poter presenziare, ma ti penserò” le risponde. Elisabetta gli domanda se scenderà a Pasqua perché le piacerebbe partecipare a un concerto con lui.
“Al novanta per cento sì” le scrive di rimando. Meglio tenersi sul distaccato per accrescere in lei il desiderio di vederlo.
Provano e confermano i fatti che se uno si mostra innamorato, perde la propria attrattiva. L’amore deve recare in sé quella dimensione dell’impossibilità capace di renderlo ideale e perciò sublime. Filippo ha letto la biografia di Casanova e qualche lezione sa metterla in pratica.
Intanto guarda davanti a sé la strada lunga, inframmezzata da segnaletica in lingua tedesca, mentre l’autista mantiene una marcia di sicurezza con l’occhio sul navigatore.
Adesso le ore vanno vissute nella compressione del respiro e dei muscoli, nella pazienza dell’attendere. I viaggi all’estero servono a conoscere gli altri e se stessi e Filippo non si pente di aver dato la propria disponibilità ad accompagnare la classe, al posto dell’insegnante di lettere della sua sezione. Oltre a lui e al professore di musica, sul pullman ci sono la docente di matematica, Svanoletti, una signora un po’ anziana che ha qualche problema di vista, e la professoressa Artusi, insegnante di tecnica, che vanta una discreta conoscenza dei luoghi dell’Olocausto.
Filippo è un sostenitore della valenza formativa delle gite. Si è trovato a difendere queste iniziative in collegio docenti, sostenuto dalla Marianelli che è persona di notevole sensibilità, contro il parere di alcuni colleghi allarmati dalla prospettiva di eventuali disgrazie e scoraggiati dal carico di responsabilità.

XII
E’ sera. I pullman sono nella cintura periferica della capitale. Dai finestrini si intravvedono eleganti edifici illuminati dal chiarore dei lampioni. Il locale prenotato per la cena è all’interno del Ring . Si chiama Camelot e si presenta come un’enorme stanza con tutti gli attributi dell’epoca medievale.
Scudi e spade alle pareti, armature e tavoloni rustici ricordano il leggendario mondo dei cavalieri.
Il servizio è rapido. Portano pasta al pomodoro, quarti di pollo con kartoffeln e poi il dessert. Gli insegnanti, prima di addentare le porzioni, controllano che tutti si siano accomodati ai loro posti.
C’è un baccano d’inferno prodotto da più di ottanta voci. Cesare crede di avere un po’ di nausea e di non sopportare la cappa di caldo che gli preme addosso. Gli gira la testa mentre guarda la scacchiera delle piastrelle bianche e rosse su cui cade qualche forchetta o coltello.
Pensa a questo luogo non vero che attira i consumatori. Più che in una finta stanza medievale preferirebbe trovarsi nei locali di una caserma con i pastrani grigioverdi appesi alle pareti. Sarebbero più autentici. Ma se lo dicesse, lo prenderebbero in giro anche se bonariamente.
Spera che venga al più presto il momento di uscire. E’ il primo a sgattaiolare in strada nel freddo della serata dopo gli auviedersehen auviedersehen.
Sono all’ostello fuori dal ring. Occorrono tempi lunghi per la sistemazione. Lui si è offerto come interprete. Ha studiato il tedesco da autodidatta, appoggiando per anni sul cruscotto della macchina e sul comodino della camera da letto frasi e strutture da mandare a memoria.
Alla reception un impiegato distribuisce braccialetti di carta. La Marianelli gli presenta il voucher. Viene spiegato in che piani si trovano le zimmer e come sono ripartite tra i maschi e le femmine. C’è un’ulteriore ragionata compilazione di moduli. Ci si aspetterebbe la distribuzione di lenzuola e coperte, invece i letti sono già fatti.
Per gruppetti i ragazzi salgono le scale e spariscono nelle camere con il solito schiamazzo. A nulla serve ventilare lo spauracchio degli uomini della security che fanno la ronda. Ormai si è capito che tutto è subordinato al business e anche la severità austriaca non esiste più.
Sono galvanizzati dal viaggio e pieni di energie. Occorre una camminata stancante perché possano prendere sonno. Gli insegnanti decidono di uscire per raggiungere la Stephansdom, nel cuore della città.
Adesso la comitiva avanza lungo le strade di Vienna con i professori in testa in coda e al centro. La cattedrale non è illuminata e contrasta con la mondanità del resto. Le professoresse commentano sullo stile gotico . Carlino vuol fare un selfie accanto a Filippo davanti al monumento del Graben, ma il prof gli dice che a Salisburgo scatteranno tante foto insieme.

XIII
La sveglia ha suonato alle sette. Il tempo di vestirsi e scendere nella mensa del seminterrato dove già alcuni alunni e insegnanti si aggirano con i vassoi in mano e le facce assonnate perché non hanno riposato bene. Lo spazio è ampio, l’offerta assortita. Ci sono cereali, affettati, marmellata, burro, pane abbrustolito, the, caffè lungo, latte, succhi di frutta.
La Marianelli ha già consumato la sua colazione e sta facendo il giro delle stanze per assicurarsi che tutti abbiano sentito la sveglia e si stiano preparando.
Nel locale c’è il solito acciottolio di stoviglie, rumore di forchette e brusio. Ma anche atmosfera frizzantina dell’inizio giornata nei bocconi che mettono in circolo calorie, negli zaini che vengono richiusi.
Alle 8 e 30 lo squadrone è di nuovo sui pullman per il giro turistico della città. Una delle due guide, contattate dall’agenzia, assomiglia vagamente a Romy Schneider. Si chiama Veronika, ha studiato in Italia e conosce molto bene la lingua. Comincia col dare indicazioni generali sulla regione austriaca, poi spiega il perché della ubicazione decentrata della capitale, i progetti di ampliamento della città, il numero delle linee metropolitane.
Il pullman procede lento per permettere di guardare a destra e a sinistra i palazzi che si affacciano sul viale di cinta fatto costruire da Franz Joseph al posto delle mura.
Veronika orienta l’attenzione verso la cattedrale commissionata dall’imperatore, edificata in stile gotico secondo i dettami dello storicismo.
Enumera gli edifici voluti dalla famiglia imperiale, dal Theresianum alla Favorita, accenna al Palazzo dell’Opera. Le immagini del film Amadeus scorrono nella mente di qualcuno.
Arriva il momento di scendere e tutti sono felici. Hanno voglia di sgranchirsi le gambe, di calarsi
tra la folla che parla una lingua dai suoni diversi. Mentre camminano per raggiungere il Graben, si imbattono in un cavallo Lipizzano condotto nelle scuderie della Scuola di Equitazione .
Il Graben è presto attraversato. Descritta la colonna eretta in onore della scampata peste. A mezzogiorno le guide si allontanano per il pranzo. Cesare ha già adocchiato il negozio dove comperare le cartoline ma prima bisogna mettere qualcosa nello stomaco. Ci sono chioschetti che vendono wusterl e salsicce oltre ai soliti Mc Donald. E’ una soluzione che non dispiace.
Alla Marianelli non vanno proprio quei salsicciotti disgustosi che trasudano grasso: pensa di cercare un locale dove si possa mangiare un toast.
Filippo ha deciso di accompagnarla.
-Mi sembra che tutto proceda bene- afferma la vicepreside mentre si incammina lungo una via centrale.
-Senza cantar vittoria, direi proprio di sì- risponde Filippo.
Le si è affiancato cortese, il portamento elegante. Lei è una lady distinta con un tre quarti di soprabito fumo di Londra, e i pantaloni abbinati. Sempre impeccabile, nonostante le esigenze di comodità che la situazione richiede.
-Mi piace condividere il panino con gli altri, ma non sopporto l’odore di quegli insaccati- spiega facendo oscillare lievemente la testa bionda.
-Anche a me non piacciono- dice Filippo con tono vagamente tranquillizzante.
-Andiamo in fretta e poi torniamo- la Marianelli teme di lasciare il gruppo sguarnito di controllo.
-Do you have a toast?- Non lo hanno già pronto, lo devono preparare. Nel piccolo locale c’è un panino a forma di tartaruga che giace , ultimo e stantio, in un vassoio.
-All right- , hanno deciso di aspettare.
Una commessa si avvicina con la macchinetta elettronica per riscuotere - four euro and fifty- cadauno e battere lo scontrino. Finalmente i sacchetti vengono confezionati. Mangiano per strada.
- Speriamo che il tempo si mantenga sereno. Io penso a domani. Mi scuote l’idea di andare a Mauthausen. Mi chiedo se non sia prematuro metterli davanti a queste realtà…
- La formazione passa attraverso l’esperienza- risponde Filippo- non è prematuro: avranno modo di far sedimentare e verrà il giorno in cui ripescare nella memoria-
-Spero che l’intervento dell’ex preside Valenti risulti efficace- afferma la Marianelli.
-Tu lo conosci da tanto?-
-Da una vita praticamente. Mi ha insegnato che ai ragazzi bisogna dedicare tutto di se stessi, e che non ci si deve mai accontentare.
Filippo nota l’espressione ammirata della Marianelli e gli pare di cogliere la portata di un sentimento di stima.
L’appuntamento è davanti all’Albertina. Sono tutti pronti e vispi. Hanno fatto cento selfie e osservano una carrozza ferma all’angolo con un postiglione vestito come nell’Ottocento.
Si parte per Schonbrunn, la residenza di campagna degli Asburgo che dista neanche un tiro di schioppo da quella della città .
Considerando la distanza esigua, vi giungono nel giro di diversi minuti cioè il tempo permesso dai sensi unici.
E’ grande, enorme, attorniata da un parco in cui si sprofonda, si naviga e si sale.
Si attardano nei pressi degli edifici di servizio. Le guide devono fare i biglietti. C’è una polvere sottile che sale dalla spianata e un solicello di marzo che indora. Il gruppo si sparpaglia e sosta fermo nel tempo e nello spazio. Cesare ha visto la buchetta delle lettere e si è precipitato a infilarvi le cartoline perché vengano recapitate con il timbro di Vienna.
Filippo sceglie inquadrature per la digitale.
Le guide sono pronte.
Adesso li attende la storia di una famiglia imperiale raccontata da una guida che si è segnata di fantasie giovanili. Come tutte le ragazze, come la stessa Marianelli, Veronika ha sognato la vita tra quelle mura ,quei balli, quei saloni . Tra quei regnanti abbigliati come nelle fiabe.
-Suo padre non aveva figli maschi e aveva disposto con la Pragmatica Sanzione che lo scettro passasse a lei, a Maria Teresa: l’augusta sovrana che aveva voluto il catasto e l’istruzione per tutti i bambini dell’Impero, zingari compresi.- Maria Teresa, la madre di Maria Antonietta e di altri quindici figli, la sovrana illuminata dei libri di storia.
Nella sala da pranzo i tovaglioli sono disposti a forma di giglio sulla tavola apparecchiata. Ci sono manichini vestiti da guardie con caratteristiche somatiche e abiti diversi perché provengono da tutte le parti dell’impero. Un quadro presenta il carosello di alcune nobildonne che festeggiano una vittoria : mentre cavalcano impugnano la sciabola sguainata e mozzano il capo ai mori di cartapesta. C’è la sala cinese blu con la carta di riso nei parati. E lo studio dove Franz Joseph riceveva fin dalle cinque del mattino tutti coloro che desideravano parlare con l’Imperatore.
La visita finisce. Al bookshop Filippo compra due cartoline per Elisabetta. Una con il salottino cinese, l’altra con il- bacio di Klimt.
E’ indeciso se mandargliele in busta chiusa o consegnargliele personalmente a Pasqua. Ci penserà.
Paola Avveduti ha in testa il palazzo della Secessione e il Belvedere. Vuole mostrare le opposizioni al revivalismo. Per questo scopo ha investito molte energie proponendo alle classi tante attività.
La visita al Belvedere è fissata per la sera del terzo giorno accanto a quella del Prater.
Si è messo a piovigginare ma, dopo cena, bisogna uscire per la solita scorrazzata liberatoria. Pamela di 3^C non sta bene. Ha gli occhi lucidi, scotta, e dice che vuol coricarsi subito nella sua camera senza cenare. La Marianelli le prende il polso. I battiti sono veloci, qualche linea di febbre c’è. E’ una ragazzina con i capelli rossi, simpatica e determinata. Ha un’espressione avvilita e voglia di informare la mamma. La Marianelli le dice che starà con lei mentre i suoi compagni usciranno in passeggiata.
Cesare è leggermente contrariato. Non conosce gli altri insegnanti e deve abbozzare. La Marianelli è il volto amico, il ricordo di quegli anni, l’interlocutrice testimone.
Alcuni dicono che la ragazzina può stare benissimo da sola, che riposerà in camera dopo l’aspirina, ma la vicepreside è irremovibile: darà il proprio ombrello all’insegnante di musica che ne è sprovvisto .
Anche Filippo avverte un filo di disappunto. Alessandra è la scuola, il carico istituzionale. E’ il mese di settembre, l’inizio delle lezioni, la spinta, la forza, il vertice della piramide.
Quando lui prese servizio nell’istituto, la prima volta, camminava con le stampelle per una banale storta. Lei gli venne incontro sulla gradinata e gli chiese : “Si è fatto male?” con un tono così dolce e gentile, una soavità d’altri tempi che lui credeva perduta. Ne rimase colpito e pensò a un mondo popolato da persone così.
Filippo ride e scherza con le colleghe più informali ma apprezza molto la serietà, l’educazione e il garbo della Marianelli.
Se Irina fosse così, se avesse quel tratto -tanto gentile e tanto onesto- , forse la incoraggerebbe. Ma di certo le sue sono solo le scuse di un misantropo. Lui ha capito che la solitudine è un privilegio. Che una vita ricca di libero pensiero è una compagna inarrivabile.

XIV
Cesare ci ha pensato tutta la notte. Mentre dormiva con un solo occhio chiuso e sentiva dalla sua singola correre e vociare nel corridoio. Ha pensato a quel che deve dire. Del campo, dello zio, della solidarietà. Ha pensato che non è facile trovare le parole adatte per i ragazzini e che non gli riesce di liberarsi di quella sua impostazione da settantenne un po’ austero, un po’ sentenzioso.
Stamattina sul pullman si sente come Primo Levi quando ritorna ad Auschwitz . Irrigidito e turbato, come se il reduce fosse lui, come se lo zio gli avesse lasciato la sua impronta indelebile.
I ragazzi sono stranamente silenziosi. Guardano dal finestrino i boschi e le montagne, il corso del Danubio che si intravvede in lontananza. Occorre un paio d’ore per arrivare. Il cielo è plumbeo.
Lui ha fotografato nella mente la pianta rettangolare della fortezza, la “porta mongola” dell’ingresso al lager.
Vuol parlare delle centoventotto mila vittime. Dei forni costruiti con una bocca molto piccola, dimensionata a contenere i cadaveri scheletrici. Della spersonalizzazione dei prigionieri, che cessavano di essere uomini per diventare semplicemente degli –stucke-, dei pezzi, identificati semplicemente con i loro numeri tatuati. Del ricambio rapido e continuo secondo il piano di annientamento.
La guida che li accoglie all’ingresso ha un copricapo a figure geometriche da cui sfuggono ciuffi di capelli grigi che lo fanno somigliare a Moni Ovadia.
E’ un tipo taciturno, riflessivo e pensoso che procede con brevi considerazioni, domande e silenzi.
L’atmosfera all’interno è fatta di devozione e rispetto come in un cimitero.
E’ questa guida che ruba la domanda a Cesare . “Come ci si salva dal campo di concentramento?”
I ragazzi guardano smarriti. Non sanno. Come ci si può salvare dal campo di concentramento? Non ci si salva. Se non per la fortuna, per il caso.
Ma la guida trasmette la convinzione delle sue certezze, l’eredità raccolta.
Ci si salva con la solidarietà. Nonostante nella “fabbrica della morte” di Mauthausen venissero attuate torture e soppressioni continue, si era stabilita tra molti prigionieri una tacita alleanza. Così alcuni riuscivano a trafugare le provviste dai magazzini per darle ai compagni. Allo zio di Cesare qualcuno fece avere un cucchiaio per portare alla bocca la zuppa dalla gamella. Qualcuno aveva insegnato a cuocere le patate con la calce e l’orina e a curare la dissenteria con il carbone della legnaia. Qualcuno aveva imparato a tenere il posto sul tavolaccio al compagno che nella notte era andato alle latrine. Qualcuno regalava ciò che possedeva quando sentiva prossima la fine.
Cesare adesso ricorda anche il racconto della Romegialli: le compagne e i compagni che aiutarono la madre a salvarsi.
E’ il momento di visitare le baracche. Quelle grandi, destinate ai kapò, si ergono su un basamento al centro del campo. Le docce erogatrici di ziklon b sono un locale stretto e basso con tanti tubi arrugginiti posizionati sull’ esterno del muro. Fanno impressione perché il loro uso è evidenziato da una documentazione informativa affissa alle pareti.
E’ finita: si esce.
Cesare non può fare a meno di concedersi una sigaretta. Quattro boccate di fumo servono a deglutire meglio .
Si va a mangiare in un locale del centro più vicino. Pioviggina e fa freddo. Per fortuna nulla smorza la vivacità e la voglia di vivere dei ragazzi.
Il pomeriggio è dedicato a una passeggiata in libertà per le vie di Vienna, sotto un cielo schiarito. Una delle mete è il complesso di case popolari progettate dall’architetto Hundertwasser. Sono cinquanta appartamenti assegnati alle persone meno abbienti della città. Paola Avveduti è convinta che quelle facciate dipinte a colori vivaci e decorate con ceramiche colorate siano in sintonia con i gusti dei preadolescenti . Spiega uno dei concetti chiave dell’artista : tutto ciò che si espande in orizzontale appartiene alla natura, tutto ciò che si innalza al cielo, all’uomo. Indica i giardini pensili che portano il verde in ogni abitazione. Cita Gaudì.
Ma i ragazzi non sembrano particolarmente entusiasti e dimostrano di preferire la grandiosità di Schonbrunn o degli altri palazzi asburgici.
Chi li capisce è bravo, pensa l’Avveduti.
Sono tre giorni che chiedono di poter acquistare souvenir. Finalmente si possono fermare in un paio di negozietti non lontani dalle Hundertwasserhaus e far man bassa di T-shirt, ninnoli, bracciali, collanine e anelli.
Anche gli insegnanti sono in pausa.
Filippo continua a rispondere al cellulare alla mamma che gli chiede com’è il tempo e ad Anna che segnala un guasto allo scaldabagno del suo appartamento e l’impossibilità di raggiungere l’idraulico. Filippo ha il numero dell’idraulico. Cercherà di trovarlo.
-Se avete finito di comperare, possiamo cominciare ad avviarci verso il pullman- dice ripetutamente la professoressa Artusi.
Finalmente sono sul pullman, diretti al Belvedere. Si è fatto tardi. E’ buio. La residenza, bellissima, è illuminata ad effetto.
Impiegano un po’ di tempo per individuare l’ingresso giusto in questo duo di palazzi contrapposti.
Suggestiva è l’atmosfera serale, suggestivo il digradare dei giardini, suggestivi i tanti passi sul ghiaino degli interminabili viali, suggestivi i cancelli in ferro battuto.
Paola già sente l’accelerata cardiaca. Ma presto la sorpresa è deludente: il padiglione superiore, che raccoglie le opere dei secessionisti, non è visitabile. Eppure le guide lo davano sempre aperto.
La Marianelli si morde il labbro, stizzita. Non se lo aspettava. Lei propone di sopperire con la visita al Belvedere Inferiore, ma l’Avveduti sostiene che le collezioni d’arte del Medio Evo o dell’Ottocento annoiano i ragazzi.
Non rimane che il Prater ma anche quello, data l’ora, non è visitabile. E poi piove. E’ il terzo giorno. Sono stanchi.
Tornano a piedi all’ostello. Stessa strada ,stessi incroci, stesso cavalcavia.
Nell’ampia mensa gli insegnanti tentano una cena più conviviale del solito, ma qualche alunno reclama attenzione. Pamela sta meglio, ma ha preso un’altra aspirina, Angelo è rosso e trema di freddo.
La Svanoletti fa ascoltare i valzer con lo smartphone e l’amplificatore. Si aspetta che i ragazzi apprezzino, che gli inservienti dicano gut , ma la cosa passa inosservata.
Sono corpi dispersi nella grande sala che si muovono come pesci in un acquario.
-Meno male che domani è l’ultimo giorno!- afferma qualcuno.
Paola Avveduti ha il muso lungo: quell’oro di Klimt è stato un inganno come nei sogni.
-I più dispiaciuti siamo noi, siete voi! -ribadisce Cesare- a loro interessa stare insieme in un luogo diverso da quello abituale!
-Adesso devono solo far sedimentare- sostiene la Marianelli.
-Ai nostri tempi non facevamo gite del genere alle medie – dice la Svanoletti allusiva- ma oggi , se non ci si lamenta, non si sta bene.
-Cerchiamo di mandarli a riposare presto, questa sera. Saranno stanchi!- asserisce l’Artusi.
-Sì, sono stanchi – conclude la Marianelli – siamo un po’ stanchi tutti.
Cesare si è già ritirato in camera a preparare la valigia. Filippo ha informato Anna che è riuscito a trovare l’idraulico: le ha assicurato che nel giro di ventiquattrore andrà a riparare il guasto dello scaldabagno.
La Marianelli, l’Artusi e la Bonafè hanno fatto tre giri di ronda e intendono ritirarsi in camera perché crollano di stanchezza.
Quelli della security hanno sedato gli ultimi fuochi d’artificio cioè il baccano delle camere.
Sono le tre di notte e tutto sembra tranquillo.

Alle quattro e cinquanta il sistema d’allarme suona impazzito. Cesare è già sveglio. Si alza di scatto, indossa soprabito e scarpe e si precipita fuori dalla stanza. Pochi secondi dopo, altri insegnanti sono nel corridoio. Hanno il pigiama sotto le giacche, ciabatte ai piedi e capelli ritti sulla testa.
L’Avveduti comincia a bussare alla porta delle camere.
-Ragazzi, uscite ! Dobbiamo scendere!-
E’ comparsa la Marianelli. La vestaglia lunga, color tortora. Il viso bianco come la cera.
Alcuni ospiti dell’ostello attraversano veloci il corridoio.
-Was ist passiert? -What happened?- Chiede Cesare. Non lo sanno, si stringono nelle spalle.
Forse c’è un incendio. Ma dove?
La Marianelli si sente morire. Che qualche alunno abbia combinato una bravata l’ultima notte di soggiorno a Vienna? Già, ora le sembra di ricordare che Sebastian parlava di petardi… Sì, i petardi. Hanno la mania di questi petardi. Ne esistono di diversi tipi. Ogni tanto li fanno esplodere nel cortile della scuola…ma le idee son confuse, non sa trovare il bandolo… Dopo tante raccomandazioni… E adesso? Bisogna mettere in pratica le istruzioni apprese al corso per la sicurezza. Se è un incendio e c’è del fumo meglio camminare accosciati. Ma nessun ospite che passa si è messo in questa posizione. Nessuno lo sta facendo. Intanto il fischio acuto del dispositivo d’allarme sembra inarrestabile. Da tutto l’ostello viene un fragoroso vociare. Le classi sono distribuite nei diversi piani e bisogna salire le scale interne e affrontare la ressa che scende, anche se molti si sono buttati verso l’uscita di sicurezza.
Filippo è alla porta della camera di Carlino. -Apri!- ordina con un tono che sa di calma border line.
Il pomello della maniglia gira, il ragazzo è sulla soglia.
-Prof, non trovo le scarpe!- gli dice pallido come un cencio.
Filippo entra nella camera e guarda in tutti gli angoli. Si china per vedere sotto il letto e sotto il comodino. Niente, solo un ammasso di valigie aperte e di zaini in cui si inciampa.
-Non ne hai un altro paio? -chiede.
-No – dice il ragazzo-ho solo quelle.
-Non hai le ciabatte? -insiste Filippo notando i calzini ai piedi di Carlino.
-Non trovo neanche quelle!
Filippo si porta le mani alle tempie.
I compagni gli hanno fatto uno scherzo. Hanno nascosto le sue scarpe nella stanza attigua, ma nella confusione se ne sono dimenticati e stanno già scendendo.
Per fortuna Alice sa e l’ha confidato alla professoressa Avveduti la quale ha risalito affannosamente le scale antincendio per riferire. Giunge trafelata e sudata.
Fortunatamente la porta della - stanza attigua- è rimasta socchiusa : le scarpe sono in bagno attaccate con mille nodi al rubinetto della doccia. L’Avveduti inizia a sciogliere i nodi imponendosi calma per non sbagliare. Le scarpe vengono recuperate.
Filippo adesso sta pensando che i colleghi, quando sono allarmisti riguardo alle gite, non hanno tutti i torti. Non vorrebbe, ma trova che la tensione è devastante.
Con Carlino e l’Avveduti si dirige finalmente verso l’uscita di sicurezza. L’ostello è enorme, c’è una marea di gente che travolge.
Cesare ha affiancato la Marianelli: in questo momento si sente il capitano della nave. Uscirà per ultimo accanto alla responsabile della scuola. E’ suo dovere.
Alcuni hanno già superato l’uscita. L’insegnante di musica e Stefania Bonafè sono nel piazzale sotto un unico paracqua con alcuni ragazzi intorno e tanti altri alloggianti seminati ovunque. Molti non hanno l’ombrello e si riparano alla meno peggio con i cappucci o a ridosso degli alberi.
E’ arrivata anche la Svanoletti che sembra zoppicare. Ha un ombrellino minuscolo, colorato, acquistato nel negozietto vicino alle Hundertwasserhaus.
Nel giro di pochi minuti si sono raccolti tutti all’esterno, sotto la pioggia. Mancano solo la Marianelli, Cesare, Pamela di 3^ C e due maschi di 3^A.
-Li avete visti?- chiede l’Avveduti ai compagni.
-No, prof!
-Sì, erano dietro di noi.
Tutti guardano verso l’edificio, quasi in cerca di un segno che spieghi. Qualcuno forse si aspetta di vedere le fiamme divampare o di udire lo scoppio di un’esplosione.
Finalmente si ode la sirena dell’autobotte dei vigili del fuoco. Arriva sparata e si inchioda davanti all’ingresso. Escono bardati e sembrano pronti ad attivare gli idranti. Ma poi c’è come una sospensione di tutto. Il dispositivo d’allarme è stato bloccato, le sirene spente come i lampeggianti. La Marianelli non è ancora comparsa e neanche Cesare. C’è un gran confabulare tra gente che si muove a onde, un passaparola che finalmente arriva.
In breve: si è trattato semplicemente di un falso allarme. Qualcuno, non si sa chi e non si saprà, verso mattino ha urtato il quadro elettrico direttamente collegato con la centrale dei vigili del fuoco e l’intervento è scattato immediatamente.
Efficienza di un sistema antinfortunistico capace di far rischiare l’infarto.
Adesso si tratta solo di rientrare ordinatamente nelle proprie camere.
Alcuni salgono sghignazzando. Molti sono zuppi. Domani forse qualcuno avrà la febbre.

XV
Sono scesi puntuali alle sette e trenta per la colazione. Cesare ha pensato in cauda venenum ma, tutto sommato, poteva andare peggio. E, se non ci fosse qualcuno che forse si buscherà un malanno, ci sarebbe pure da ridere.
La Marianelli ha tirato un sospiro di sollievo. Anche se ha notato i mugugni dei colleghi, può pensare che è andato tutto bene e, in quanto alla prospettiva di possibili influenze, sa che hanno
pellacce dure. Al massimo avranno preso un raffreddore. Sono degli sportivi, abituati a partite di calcio, gare di sci e atletica. La Marianelli ha sempre arricciato il naso per le assenze dovute alle competizioni, ha tentato anche di ridurne l’incidenza, ma adesso si ritrova a dover rendere grazie al benedetto sport.
I bagagli occupano tutta la hall. Il tempo degli auviedershen e sono finalmente sul pullman, in viaggio di ritorno con tappa a Salisburgo per la visita alla casa di Mozart.
Filippo ha distribuito ai due autisti il CD dello spettacolo di Natale. Ascolteranno “Il flauto magico” e vedranno l’esibizione dei compagni in “Papageno e Papagena”. Un po’ di pubblicità non guasta- pensa- dopo tanta fatica, anche se lui non ama le autocelebrazioni.
Ne manderà una copia pure a Irina. Può darsi che ne tragga ispirazione per la sua scuola di danza. Una copia naturalmente a Elisabetta.
E’ risollevato. Si ritorna a casa. E’ stanco di mangiar panini, di passare la notte tra la veglia e il sonno. Anche Cesare sta pensando la stessa cosa , mentre osserva l’esibizione degli alunni nel monitor del pullman gran tour.
Salisburgo è una graziosa cittadina tra i monti, piccola, in confronto a Vienna. Vi si coglie un’atmosfera tranquilla.
La casa natale di Mozart è presto raggiunta nella Getreidegasse n. 9 e ci si deve mettere in fila per ritirare i biglietti d’ ingresso.
-Allora lei ha curato l’arrangiamento e la messa in scena di una parte de Il flauto magico!- osserva Cesare, rivolgendosi a Filippo, mentre aspettano.
-Sì, i soliti problemi dietro le quinte ma alla fine pare che non sia andata male!
-Sono sempre attività vincenti … e poi la musica unisce”- prosegue l’ex preside, tirando una boccata di fumo da una sigaretta- “Ha studiato in conservatorio?
-A Napoli… al “San Pietro”.
-Io adoro un artista napoletano… Domenico Scarlatti!
-Ah, sì, una copiosa produzione!
-Già, -risponde Cesare- gli si attribuiscono 555 sonate! Funfhundertfunfudfunfzig…
-Ah, ah, ah!- ride Filippo .
-E’ divertente il tedesco per i suoni! – afferma Cesare – ma, comunque, tornando all’argomento, c’è qualcuno che dice che nella musica di Domenico Scarlatti si può ravvisare il flusso di coscienza…-
-Sì, è un autore molto sensibile, antesignano - conviene Filippo – e di transizione tra barocco e classicismo, apprezzato anche dai Romantici.
-Un anticipatore di Debussy- sostiene Cesare.
-Ci sono tanti autori importanti nel 600 e nel 700! A me piacciono anche Vivaldi e Corelli, per parlare degli italiani.
-Beh, la musica contrappuntistica è un’arte combinatoria molto affascinante!
-A dire il vero, apprezzo anche la musica del 900 – sostiene Filippo- nonostante serva un po’ di vocabolario per farla intendere.
-Certo, è un linguaggio che risente di tutti i cambiamenti del secolo
-La melodia diventa imprevedibile e frammentaria…
-Sta parlando di Schonberg?-
- La musica dissonante non è facile da comprendere, me ne rendo conto.
-E’ stato preside per un lungo periodo?- chiede Filippo.
-Quattordici anni, tanti quanto le stazioni della via Crucis!-
-Immagino sia stato impegnativo…
Cesare abbassa lo sguardo attraversato da un lampo di pudore.
-Direi di sì, direi proprio di sì…
Adesso la coda va muovendosi e accede alle sale del palazzo museo in cui sono custoditi oggetti, dagli strumenti musicali alle lettere…
Quindi sono tutti fuori sotto una tenda, che ripara dal sole, ad acquistare dei tramezzini con prosciutto, e insalata . Alcuni si buttano a comprare altri souvenir.
Infine ricomincia il viaggio di ritorno.
Cesare ha preso posto sul pullman nel sedile dietro l’autista. E’ felice di poter naufragare in libertà tra i pensieri, sempre presenti nel tornio della mente.
La Marianelli va considerando la stesura dell’articolo per il giornalino scolastico. S’intitolerà: Dentro il ring. Le piace l’idea perché si presta a più interpretazioni.
Anche Filippo è soddisfatto. Può dare stura ai sogni tenendo il viso rivolto verso il finestrino mentre la professoressa Artusi si sgola sul fondo per richiamare quelli più vivaci.
Lui ha reclinato il capo contro la spalliera e ha preso sonno.
E gli è balzato davanti il volto di Irina, il rame dei capelli, la bocca aperta negli oh di meraviglia. Irina che cammina sul lungo lago e gli chiede se vuol stare con lei. E lui risponde che sì, gli piacerebbe, ma poi lei non deve aver pretese, perché lui ha bisogno dei suoi spazi, dei suoi tempi per cercare i sensi più profondi. E Irina gli sbatte davanti i capelli di rame che sono diventati lunghissimi e sembrano una massa d’oro come i quadri di Klimt e gli dice che esprime i non sensi. E allora lui si sente spinto dal desiderio di schernirla, di dire che non gli importa nulla di lei, che il suo mondo d’affetti è già completo così.
Nel sogno pensa che è una fortuna potersi dividere tra due realtà, far sapere all’una il compenso dell’altra e fugare in entrambe il sospetto del suo vuoto, evitando il vincolo.
Il pullman ha fatto una brusca frenata e si è svegliato. La vista e i pensieri sono annebbiati. Ha preso il cellulare per mandare un messaggio a Elisabetta.
“Prenota il biglietto anche per me, se decidi di andare al concerto. Arrivo”.
Cesare guarda le cime delle Alpi che si intravvedono in lontananza.
Si è fatta sera e sono nei pressi di Vipiteno. Scendono per una cena leggera in autogrill.
I ragazzi si aggirano tra gli scaffali e afferrano merendine, pop corn, biscotti, caramelle e bibite. Gli insegnanti vedono di scegliere tra i ciotoloni di verdura e porzioni di cannelloni o tranci di pizza. Alla fine si sono seduti tutti attorno a un tavolo di cristallo e affondano viso e forchette dentro i ciotoloni di verdura ad eccezione della Marianelli che preferisce consumare un cappuccio in piedi .
Sono silenziosi, sembrano quasi dispiaciuti perché sta per finire un’esperienza che li ha uniti. Filippo adesso si sente particolarmente vispo e va soppesando le chance con Irina. Se si farà risentire, la inviterà nel suo appartamento.
Vuol proprio esplorare quel corpo di venere, accarezzare i capelli di rame, parlarle col linguaggio primordiale che ha sempre dato piacere e felicità agli uomini a partire da quelli primitivi. In fondo da un po’ di tempo si sottopone a una astensione che per molti risulterebbe inaccettabile.
Poi si vedrà. Del resto è avvisata. Lui è tipo che non vuol legarsi e glielo ha fatto capire e non dovrà rinfacciargli niente. Sono grandi, vaccinati e consapevoli. Quindi dipende solo da lei.
Elisabetta capirà. Le donne capiscono sempre quando amano.
Sorride tra di sé mentre vanno uscendo dal locale.
Sono sul pullman. Stanno facendo l’appello. L’ultimo.
Cesare è già seduto al suo posto. Ha in mente di ripercorrere i sentieri della montagna e di rivedere con gli amici alpini l’andito nel quale si rifugiarono quei partigiani, poi scoperti dalla milizia fascista, di cui tanto si parlò .
Così quando, a conclusione del percorso didattico , lo inviteranno nella sua ex scuola arricchirà il suo intervento di testimone a conoscenza dei fatti.






*

Tessere

TESSERE

Lei pensava che c’erano modi più eleganti, o garbati, per evitare i traumi della stroncatura improvvisa.

Avrebbe potuto prendere in mano il gioco lui. Dire -Ti cerco io -, e declinare i tempi della effettiva disponibilità.

Quel pugno in faccia, sferrato di proposito, in cui trovavano sfogo sfuggiti retro pensieri, continuava a darle un dolore insopportabile.

Rimuginava dentro di sé possibili manifestazioni di rivalsa, ma al momento era in paralisi d’azione e per lunghi istanti della giornata si augurava di rimanervi.

La sera il tormento risaliva: la rabbia impotente rendeva amaro il resto della saliva, non ancora prosciugata all’interno della bocca.

E la stanchezza non era tale da evitarle reiterati sobbalzi di risveglio nel cuore della notte.

Lei, che, dopo tanto tempo, aveva creduto di poter decongelare i precordi e manifestare scopertamente ciò che di più innalzante provava, scopriva lo smacco di una felicità prima intensamente assaporata e poi perduta.  Adesso doveva fronteggiare i lasciti di una storia che sembrava chiudersi dentro uno schema premeditato.

Aveva imparato dalle sedute, cui si era sottoposta, a non far dipendere la propria autostima dal consenso dell’altro e cercava di non cadere nell’errore. Ma era in collasso di idee e sentimenti.

Poi, al risveglio di un lungo caldissimo pomeriggio d’estate, aveva creduto, come una veggente, di ricevere il primo segno di una rivelazione : quella di essersi affidata a una fragilità.

Lui non era in grado di reggere a lungo il peso di situazioni confidate. Con la sua natura sensibile, ne assorbiva la portata rimanendo per un lungo tempo in balia degli sconquassi.

Doveva essere stato per questo che , dopo otto mesi di ostinato mutismo, alle insistenti richieste di spiegazioni da parte di lei, aveva notificato con dichiarato fastidio il conto di denunciate mancanze.

Era rimasta senza respiro. Ma gli aveva risposto con spirito benevolo per non venir meno a quel tratto nobilitante con cui aveva cercato di imporsi nell’universo di lui, che credeva informato all’affermazione del bene dell’altro.

Invece lui, deliberatamente, lontano dall’elevare il battito d’ali oltre i confini del limitante egoismo, era rovinato al suolo delle rivendicazioni personali, espresse con un linguaggio terra terra e così dissonante rispetto alle enunciazioni di principio con cui si era più volte qualificato .

Adesso lei si chiedeva con urgenza quanto tempo le sarebbe occorso per considerarlo una tessera del passato.

La bruciante mortificazione, infatti, le dava la certezza che non avrebbe mai più cercato di opporsi alla sua scelta di liquidarla.

*

Finzione

FINZIONE

Si era sempre chiesta come sarebbe andata a finire. Fin da quella volta in cui le aveva telefonato per complimentarsi della sua performance, lasciandole percepire di averla già avviluppata nella propria espansione emotiva.
Lei ne aveva riportato una gioia sconfinata. Il consenso di lui la segnava dell’unto sacro che usciva dall’ampolla: aveva sottolineato l’essenza del suo tratto pittorico, cogliendo accentuazioni coloristiche e lastre fotografiche sovrimpresse.
Lei gli si era inchinata e, dopo due o tre frasi, che andavano dritte alle corde, si era quasi convinta di non dovere più tendere l’orecchio alla cupa Cassandra, che sentiva dentro negatrice di felicità.
Lui, alto, i capelli lunghi arruffati e grigi, la mimica facciale perfettamente plasmabile alle situazioni, la voce arrochita quel tanto per accelerare le pulsazioni del miocardio, lanciava sguardi eloquenti al gruppo delle studentesse che gli si faceva intorno flautando ad ogni appello.
Dopo quell’elogio pubblico e privato al suo ritrattismo di chiara vocazione sociale, lei gli aveva lanciato la chiave delle stanze interne invitandolo a presiedere le mostre.
Il nome di lui era ponte con cui sollevare la portata della propria opera.
In realtà solo un pretesto. A lei interessava gettare le basi di un rapporto, ingenuamente convinta della sua consistenza ed esclusività .
Erano stati anni di chiara e trasparente meraviglia. Di scambi di opinioni e confidenze. Di tributi sentimentali in piena regola. Di condivisioni e opposizioni di pensiero.
Anni in cui il passato di solitudine e di attesa sembrava aver trovato una prerogativa di apoteosi, fino ad allora riservata all’ambito del sogno.
Rispondeva in tutto e per tutto al sempre desiderato. Nella pratica dell’assecondamento…
-Troppo bello per essere vero-. Una volta lei glielo aveva anche detto e lui non aveva risposto.
E infatti non era vero. Solo abilità di mimesi, intuizioni e sensibilità.
E voglia temporanea di fare come se fosse, perché non era e non sarebbe mai stato.
-Non provo nulla. Sono incapace di amare. La mia è sola finzione. E proprio per questo funziona-.
Si era opposta con tutte le sue forze. Ma la cupa Cassandra era lì, seduta in qualche angolo buio della sua stanza, muta e vaticinante ogni mattina.
Doveva prenderne atto al più presto e ritrovare la dimensione del -non importa- in quello che più contribuiva ad accrescere la propria autostima: l’accecante luminosità della sua arte.
Una lastra fotografica sfuocata, una sensazione di appassito.
-Il Narciso triste- l'avrebbe chiamato :vagamente somigliante a Dorian Gray.





*

Trascorrere

TRASCORRERE

La valigia era già stata collocata con meticolosa delicatezza accanto alla porta. Stipata di maglie di lana e di tocchi di formaggio.

Zio Totò lo aspettava di sotto mentre la madre e il padre finivano di versare le ultime lacrime.

Le parole gli rimasero bloccate in gola e, quando salì sulla macchina, restò in deglutizione d’ansia, senza che Totò potesse far nulla per suscitare in lui qualcosa di diverso da un appiccicato sorriso.

Il treno partiva alle 19:30. Un convoglio né lungo né breve, lento nell'arrestarsi come nel ripartire. Ingranaggi obsoleti e odore ferrigno.

-Non sei solo! C’è già tuo fratello, là…

Una frase a cui si era aggrappato per settimane, una sicurezza che non se n'era andata, eppure non sufficiente a far scivolare quel magone fermo in gola.

 

Lo zio agitò il braccio quando il treno si mise in marcia. Lui ritirò la testa che prima aveva fatto sporgere dal finestrino e si sedette in una perdurante sensazione di frastornamento.

Non riusciva a pensare a nulla. Con la testa reclinata contro lo schienale, desiderava solo assopirsi.

Non sapeva in che modo avrebbe percepito la durata del viaggio: soltanto che l’inquietudine prevaleva sulla pazienza, il passato sul presente, il ricordo sul sogno.

-Alla pensione si sta bene! La signora è una cuoca toscana!-

Il fratello era rassicurante. Ci sarebbe voluto solo il tempo necessario per acclimatarsi alle brume, alle mimiche diverse, ai timbri bassi e alle espansività indurite e represse.

Il viaggio durava quasi un giorno intero. Allora i convogli Palermo-Milano portavano ritardi di ore, accumulate soprattutto nel trasbordo sullo stretto.

Vos et ipsam civitatem benedicimus.

Lei, la Madonnina della Lettera, era sempre immobile nel suo pilastro sull'acqua fonda: sedimento fisso in qualche remoto angolo della mente e visione arcana o propiziante per coloro che salivano lungo lo stivale diretti verso le grandi città del Nord, gonfie di possibilità e sfide.

Che orizzonti lo attendevano? Accoglienti o aridi? Ristretti o mutevoli?

Lo avrebbe saputo col tempo, non solo cronologico ma anche emotivo, che tutto il mondo è paese, che ogni porto è buono per costruire, che il resto dipende da noi.

Orgoglio determinato era molla per rimboccarsi le maniche.

Aveva affrontato le situazioni con i mezzi di cui disponeva, costanza nell’impegno e correttezza, ravvisando le mille disponibilità dei microcosmi e poi la gente col bisogno di affidarsi, di trovare conferme e sostegno : atteso dall’inatteso incontro.

Per lui che sprigionava, senza saperlo fino in fondo, forza di convinzioni non era stato molto difficile ricevere riconoscimento da classi che cercavano autorevolezza. E alle classi si univano i genitori. E il sentimento si estendeva ai colleghi e a tutto il personale.

Adesso guardava gli anni trascorsi dentro la bottiglia lunga di Barolo Cannubi e sul quadrante dell’orologio grigio champagne con cui i colleghi lo avevano omaggiato, a conclusione del lungo percorso insieme tra le mura della stessa scuola.

Pensava, con sorpresa, che aver inculcato i fondamenti della matematica e delle scienze per duecento giorni l’anno, moltiplicati per enne volte, era stato un respiro breve e lungo, allo stesso modo della prima notte trascorsa sul treno che dalla Sicilia portava a Milano.

*

Mira

MIRA

Ha tolto la stanga e aperto il portone. Viene un’aria gelida dall’esterno che sa di pozzo e di inverno. Ma le foglie marroni che giacciono sul verde ai piedi dei gelsi e della quercia fanno pensare che la morte è un passaggio alla vita.
Mira getta uno sguardo ampio sulla distesa e decide che nel pomeriggio tirerà fuori il rastrello e le accumulerà in mucchi.
Il gatto randagio si è parato davanti alla tenda e miagola la sua fame ingorda. Lei guarda il ventre tondo e quasi vorrebbe dargli un calcio, ma lo zircone degli occhi esercita uno strano fascino e il trovarsi di fronte a una creatura viva le fa dire:
“Aspetta che vengo”.
Sopra le trame nere dei gelsi, il cielo è grigio.
Mira ha già accostato l’uscio e messa la sicura. Prima vuol fare colazione.
Il gommino della caffettiera è consumato e va sostituito, però le gocce perse non le impediranno di versare la dose giusta nella solita quantità di latte freddo…
Sa che quando porterà alle labbra il cucchiaio, con l’inzuppo di fette biscottate, standosene curva al tavolo, avrà l’aspetto di una vecchia triste, ma prova masochistico autocompiacimento per quella solitudine nell’ età protratta. E senso di dominio nella grande casa senza comodità.
Pochi panni addosso, ma pur sempre tanti ora che non è più giovane. Allora buttava le secchiate d’acqua sul pavimento. Sei per stanza.
Adesso forse il viso delle cognate istruite prende corpo dietro le tendine annerite dal fumo della stufa e lei finalmente prova il distacco dal passato: quando le vedeva bere il caffè dentro le chicchere di porcellana e ridere di allusioni che le sfuggivano mentre apostrofavano caustiche ed eleganti.
Rosa e Cristiana.

Le tazzine tintinnavano vuote sul ripiano del tavolino sotto il platano.
Rosa guardava Mira issando la testa sull’abito a fiori mentre le labbra carnose si dischiudevano in un canto sugli incisivi allineati.
Appoggiava nel piattino il filtro della sigaretta tinto di rossetto :
-La prendi la patente?-
Mira si era fermata con le ciabatte sui gradini e il catino della lisciva sotto il braccio.
-Non lo so ancora-.
-Ma se Giuliano ha comprato la Cinquecento!-
Giuliano riempiva la macchina di cianfrusaglie, la carrozzeria di ammaccature. Lei voleva una macchina tutta per sé. Stava mettendo da parte un po’ di soldi, ma ci voleva del tempo.
Rosa non aveva bisogno della patente. Viveva in città. Si spostava con i mezzi o saliva sulla berlina del marito chirurgo.
Mira andava alla fabbrica in bicicletta sotto la pioggia e la neve.
Perfino il bracciante le aveva detto che doveva comprare la macchina.
Quando infine aveva preso la patente era stata più brava di Cristiana, bocciata in teoria.
Rosa veniva spesso alla casa paterna e chiedeva alla vecchia zia di prepararle la pizza.
Come aveva sempre fatto fin da ragazza.
Tra le sorelle il veleno della critica era cancrena infiltrata.
Figlie di un possidente, avevano studiato in Santa Dorotea.
Non potevano vedere Giuliano. Dicevano che era sempre stato il privilegiato. Perché zia Isa, la vecchia zia, gli riservava i secondi migliori e banconote di grossa taglia.
Forse non si erano mai rese conto che aveva risentito più di loro dello stato di orfanezza.

Dalla giuntura della caffettiera le gocce giallastre e acquose scivolano sfrigolando. Mira aspetta che il liquido sia risalito nella giusta quantità prima di serrare il gettito di gas.
Si è alzata in piedi e ha afferrato il manico della caffettiera. Versa il caffè fumante nella tazza blu. Lo sguardo si appunta sulla fascia di piastrelle che recinge senza soluzione di continuità la parete lunga. Un mare di quadretti bianchi su cui si sono incollati per decenni gli schizzi della cucina.
Ha versato. Ha deposto nel lavello la moka. Poi si è riseduta per consumare il caffellatte e le fette ai cereali. La sveglia produce il suo ticchettio ripetuto.
Ha lavato la tazza nell’acquaio, il cucchiaio, la caffettiera. Ha asciugato tutto e l’ha riposto.
Adesso se ne andrà in bagno a mettere un po’ di crema sulle rughe del viso. Ammorbidirà la pelle. Darà alla crocchia grigia una forma più ordinata raccogliendo le ciocche scomposte.
Il bagno a pian terreno è stato ricavato dal retro del garage. Assieme alla cucina e alla stanza adibita a camera da letto forma lo spazio in cui circoscrivere i passi durante il periodo invernale.
Sono le nove e trenta .Dal finestrone che dà sulla siepe dei sambuchi, sulla rete metallica e poi sulla provinciale entra un sole radioso che rende palpabile il pulviscolo della fila degli anni.

Due gatti tigrati nel corridoio che si leccavano le zampe. Un letto sfatto nel camerino a pianterreno.
E lei, la Mary, che si chiudeva la lampo della gonna.
-Filippo ?-
-Filippo è andato alla Camera del Lavoro-
Mary si era seduta sul letto con un fare indolente, due pendenti d’oro sotto la massa nera dei capelli .
-Le va bene il caffè?-
- Sì, mi basta un goccio.
-Venga di qua- la voce di Mira era incolore.
La napoletana bolliva sul fornello. Zia Isa la afferrò per il manico con un vecchio calzino rotto e la capovolse.
-Quanto zucchero?-
-Due cucchiaini, grazie-
Le tazzine bianche avevano una fascetta d’argento intorno.
Mary portò alle labbra la sua.
-Piove?- chiese un po’ sognante- ho sentito delle gocce stanotte.
-No, ha finito-
Mira era al secchiaio a lavare le stoviglie, avvolta nel grembiule di cretonne.
I pensieri della mente si arrestavano alla presenza di Mary dentro casa.
Mary avrebbe dormito nel camerino, occupando uno spazio prossimo a dilatarsi. Accanto a Filippo.
Una coppia di estranei prendeva posto nella casa in cui era appena arrivata e l’accolta pensava di essere lei.
-Filippo non può portarla in paese- non capiva se zia Isa, che le si era avvicinata, parlava con voce rauca o bassa.
-Perché?-
-Perché ha abbandonato la moglie-
-Davvero?-
-Beh… sì… -
-Dobbiamo ospitarla. Così dice Giuliano-
-Ma per quanto?-
-Non lo so. Finché Filippo non ha trovato una sistemazione-
Bella era bella. Alta e mora, la pelle di zinco , lo sguardo di fuoco.
Mira ingolfava dentro il sacco del grembiule di cretonne.
E Mary alzava il mignolo inclinando la tazzina del caffè.
Zia Isa le disse che per andare al bagno si doveva uscire sul retro. Lei se ne ritornò nel camerino e s’indirizzò verso l’esterno con un asciugamano bianco intorno al collo.
Mira sentì la folata di vento che portava dentro l’odore delle rose.
Un gatto tigrato fuggiva soffiando verso l’ingresso opposto.
Zia Isa preparava il ragù.
Quando la Mary tornò in cucina chiese di poter far qualcosa. Cristiana le disse di asciugare i bicchieri e Mary cominciò a passare lentamente lo strofinaccio sui calici.
La malia di Filippo era tale che non aveva esitato a farsi bersaglio, abbandonando Locri per un destino incognito, accanto a un uomo sposato e bandito dalla famiglia.
Mira zittiva. Imbarazzata si chiedeva se doveva rimanere lì in cucina a far compagnia all’ospite, andare in giardino a raccogliere le rose o salire le scale per rassettare la camera da letto.
Alle rose aveva già pensato la cognata che stava cercando un vaso di cristallo.
Zia Isa le porse quello di ceramica a fiori blu.
Davanti ai vuoti di conversazione, Mira risolse col ritirarsi nella camera da letto.
Sprofondare in quello stile impero era una fiaba per illudersi che il diadema sul capo non avrebbe smesso di brillare.
La vergine di Raffaello, incorniciata tra le palmette d’oro, era benedicente.
Dalle persiane aperte entrò il getto di aria fresca mentre le chiome degli olmi stillavano gocce notturne.
Seguirono giorni inquieti. Giuliano, in campeggio a Marina, ignorava i battiti della giovane sposa bisognosa della sua presenza.
La Mary intristiva: Filippo si presentava solo la sera per coricarsi nel letto del camerino..
Cristiana aspettava il marito da Venezia.
E tutto ruotava intorno alla vecchia zia. Zia Isa, la reggitrice.
-Quanti esami ha ancora?-
-Sette…sette…- il mento di Cristiana si allungava.
-Sette? Sette?! Ma non aveva detto che gli mancava solo la tesi?!-
Cristiana impallidiva e si chiudeva nel mutismo.
Lei pensava agli animali appesi a testa ingiù, al sangue sulle piastrelle bianche, all’odore di aceto misto a bicarbonato.
Una laurea è promozione agli occhi del mondo. Per il marito di una figlia, che aveva studiato in Santa Dorotea e poi a Ca’ Foscari, ci doveva essere l’alloro.
-Quegli animali da macello è meglio che li metta nelle tele- diceva.
Zia Isa faceva il grugno. E intanto chi lo mantiene?
Già, chi lo mantiene? Lo pensava anche Mira. La spartizione dell’eredità non era più roba fresca.
Cristiana voleva vendere la Ca’ Rossa. E comprare un pezzetto di terra sotto l’argine dove i pastori portavano il gregge a brucare l’erba verde e c’era la fila dei pioppi silenziosi sul fondo.
Ma intanto se ne stava ancora nella casa paterna.
Mira non vedeva l’ora che arrivasse ottobre.
Così se ne sarebbe partita per le sue supplenze a Cavina. E avrebbe preso affitto là.

Bussano alla porta. Poi ai cristalli della finestra sul davanti. Signora. Signora.
Mira finalmente ha sentito.
Chi è? Chi è?
Raggiunge l’uscio. Toglie la sicura, scosta il battente.
Le si presenta un signore anziano. E’ Adelmo. Chiede dov’è il rastrello. Vuol raccogliere le foglie.
-Ah, sì, allora lo fa lei!-
-Sono libero stamattina !-
-Guardi, è appoggiato al moro!-
Ha visto. Si sposta lento per andare a prenderlo.
Mira rinchiude la porta. Il freddo è tagliente.

Filippo aveva parlato di una sistemazione a Goro ma per il momento tutto era fermo. Lui adesso se ne stava dai suoi e la Mary nella casa di Giuliano.
Giuliano sovrintendeva ai lavori agricoli e poi si assentava per i viaggi. O se ne stava in camera a suonare la tromba.
In casa circolava poco denaro. Zia Isa lasciava nei negozi i conti da pagare annotati in un libretto. Percepiva una piccola pensione di invalidità per i disturbi al cuore e un modesto affitto per una minuscola stanza che possedeva in paese, ma forse quei soldi li dava di nascosto a Giuliano perché diceva sempre che non aveva una lira in tasca.
Mira aveva ripreso i lavori di cucito e maglia, che faceva da ragazza, dopo aver scoperto di essere incinta.
Finalmente, a Natale, la Mary partì per Goro.
Mira non voleva sapere che posto fosse. Le avevano parlato di pantani, anguille e solitudine. A lei premeva soltanto di sgombrare la mente dall’idea degli estranei in casa.
Giuliano, invece, sembrava essere affascinato dal delta del Po, dai casoni di canne e, quando vide Filippo e la Mary salire sulla Topolino C, provò una fitta al cuore perché quasi gli sarebbe piaciuto andare con loro in quella zona di acqua e terra.
Mira era contrariata nel vederlo rabbuiato e abulico. Come se fosse stata colpa sua se aveva perso la compagnia.
Giuliano aveva bisogno di gente intorno, anche se gli accadeva di litigare spesso.
Filippo era esuberante. La battuta giusta. La stretta solida. Giuliano avrebbe voluto essere come lui. Agile e guizzante nei pantaloni di cotone chiaro.
Po e No li chiamavano alla scuola elementare.
Zia Isa conservava, nel vecchio cassone in solaio, il cestino di cartone duro con un libriccino di animali e un sacchetto di battista pieno di sassolini. Che Giuliano aveva raccolto insieme a Po, Filippo, quando con la maestra erano usciti in passeggiata lungo l’argine.
Giuliano dopo i vent’anni era ingrassato. Le maniche delle camicie sempre da accorciare dalla sarta. Non reggeva la canicola potente dell’estate né i rigori dell’inverno. Sudava o si copriva di maglie.
-Ma cos’ ha Filippo di così affascinante per Mary?- chiese una sera Mira a zia Isa che contava dei bollini : era passato poco tempo dalla partenza degli ospiti.
L’aveva chiesto così, con quella voglia di insinuarsi nelle vicende degli altri che, a volte, prende.
-Come? non lo sai? Filippo scrive poesie-
Zia Isa aveva alzato la testa e Mira le aveva colto un’espressione più giovane nel viso.
Si era incuriosita. Giuliano, durante il fidanzamento, le aveva mandato lettere zeppe di similitudini che avevano esercitato la loro seduzione, ma non le aveva mai scritto una poesia.
Chissà com’erano quelle poesie. Lunghe o brevi? Di che cosa parlavano? Sicuramente d’amore. O della vita di Filippo. Non lo sapeva e non lo avrebbe saputo.
Scrive poesie e questo era tutto.

Adelmo ha finito. Ribussa ai cristalli della finestra. Signora.
Mira assopiva appoggiata alla spalliera del seggiolone. Scuote la schiena e la testa.. Si alza.
Un momento!
Riapre la porta.
-Ho finito- dice l’anziano.
- Ha sete? Vuole un bicchiere d’acqua?- chiede.
- Non voglio disturbare-
- Si accomodi-
L’anziano fa ingresso. Il passo malfermo. Gli abiti del contadino che non ha mai smesso di essere.
Mira prende la bottiglia di acqua minerale.
Lui si è seduto. Accosta la mano grande al bicchiere.
-Mi ricordo di quando mia madre veniva qua a lavorare alla risaia-
Già, se ne ricordano in molti. Altri tempi. Altra storia.
Basta il pivici della bottiglia a far pensare.
-Si ricorda di Nino Taliàn, il bracciante?- chiede Mira.
Adelmo annuisce.
-Faceva tutti i lavori che avrebbe dovuto fare Giuliano. Avremmo potuto essere ricchi…
La donna sospira. La fitta dei ricordi si rifà acuta.

-Ho sentito la gallina faraona cantare! Ma chissà dove avrà fatto il nido!- diceva zia Isa fuori dall’uscio- Ci andate voi a cercarlo, Nino?
Il bracciante appendeva la falce a un ramo della quercia. Si riabbottonava il giubbetto grigio e si inoltrava nel fitto a calpestare i rami caduti e la sterpaglia.
La reggitrice ritornava a tagliare le zucchine.
I pensieri non scandivano il tempo mentre le ore venivano gettate alla ricerca delle uova.
- Le ho trovate!-
Erano una dozzina, vicino al ceppo del tiglio. Lucide e fresche da bere all’istante. Finivano abbandonate dentro le ceste in dispensa o tra la cenere delle terrecotte.
Un’altra volta c’era la corda del bucato da tendere tra due alberi. O ancora, si doveva smaltare il tavolino per il the .
-Nino! Nino!-
Zia Isa lo chiamava continuamente!.
E Giuliano? Giuliano riposa. Giuliano non c’è.
Zia Isa lo sosteneva. E’ nato settimino. Un parto travagliato. Hanno usato il forcipe.
Cristiana diceva sempre che era il favorito.
Mira prima l’aveva difeso contro la cognata, poi l’aveva avversato contro zia Isa.
Eppure zia Isa non era antipatica.
Come ci era andata in ospedale a partorire?
Sulla lambretta di zia Isa.
Era estate. In piazza ballavano. Giuliano in campeggio a Marina.
-Se nasce una bambina, chiamala col nome di mia madre- aveva detto Giuliano.
Santa. Non le piaceva, ma voleva far contento il marito.
Santa. Era nata Santa.
Una bambina minuta, lo sguardo triste quasi profetico.
Di notte si alzava in piedi nel lettino e batteva i pugni contro il muro della camera in stile impero. Mira accendeva la candela. Balzava giù e se la prendeva in braccio.
Giuliano si girava dall’altra parte. E poi aveva cominciato a dormire nel camerino in fondo al corridoio accanto allo sbocco della scala.
-Ho il sonno leggero. Questi pianti mi disturbano troppo.
Così la bella stanza, destinata a mamma e figlia, aveva perso per Mira l’incantamento della camera degli sposi.
La bambina cresceva malinconica. Già quando era nella pancia, la madre le aveva trasmesso i suoi umori. La lussazione all’anca poi aveva aggrumato tristezze…
Visite, controlli, ingessature. E quel divaricatore. Che un giorno qualcuno aveva scagliato in mezzo alla carreggiata a prendere la pioggia.
- Povera bambina.
- Non le doveva capitare-
-Forse rimarrà un po’ zoppa-
E Cristiana rincarava la dose. Se si rompeva uno specchio, diceva che erano sette anni di disgrazie, se vedeva una biscia, un’ insidia era in agguato, se cadeva il sale sulla tavola…
-Oddio, stanotte ho sognato male- perciò non si poteva far questo e quello.
Mira mal sopportava i confini tracciati: quell’atmosfera creata dalle altre due donne le faceva mancare l’aria.
Percepiva se stessa sospinta verso gli angoli e non in sintonia con i loro gusti. Stonata nella voce che le usciva grossa, nei lavori di casa che risultavano maldestri.
Spesso Cristiana parlava della morte. Di come il senso del passaggio dovesse attraversare la concezione della vita. Mira a volte li giudicava discorsi bizzarri, altre volte inutilmente tristi.
Achille arrivava dalla stazione al sabato con la motoretta bianca. Vietato chiedergli a che punto era con gli studi. Zia Isa gli grattugiava dosi abbondanti di parmigiano sui passatelli.
-Devi nutrirti!- lo trattava affettuosamente come un figlio anche se per l’anagrafe non avrebbe potuto esserlo.
Mira di solito aveva già mangiato e se ne stava seduta vicino alla cassetta della legna a guardare la sagoma della donna. Curva e servizievole accanto al cognato.
Zia Isa ha allevato tutti… Zia Isa andava a scuola a piedi e faceva dieci chilometri al giorno. A zia Isa veniva sempre il mal di gola quando era piccola. Giuliano lo diceva alla bambina.
Mira stizziva. Prendeva la bambina in collo e andava in camera da letto.
Santina giocava sul pavimento della bella stanza con la bambola e una sediolina di compensato..
Mira sedeva nella poltrona a pozzetto, sul velluto verde, a consumare livore.
Guardava la bambina con le manine appoggiate al pavimento in cotto. Un raggio di sole filtrava attraverso le tende e illuminava la polvere dei mattoni.
Santina sbatteva la testa della bambola sull’impiantito.
Mira era lontana con i pensieri e non la sentiva.

Davanti al cancello si è fermato il furgoncino. E’ sceso l’ometto per sversare il vetro dal contenitore apposito. Mira sente l’inconfondibile fragore del travaso.
Le dimensioni della casa comportano tasse consistenti per la raccolta rifiuti, anche se Mira ci abita da sola e adesso non si capacita del cambiamento che è avvenuto nel giro della ruota.
Quando era appena sposata si gettava tutto in una buca dietro casa e si copriva con la calcina.
Poi, si caricava in macchina alla volta dei cassonetti.
Adesso c’è il porta a porta per bimestrali da capogiro.
Tutto sembra più comodo e a portata, ma le cose una volta avevano un altro sapore. Anche se pesava il secchio calato nel pozzo per prendere l’acqua.
Mira crede di sentirsi addosso lo spirito della vecchia zia Isa.
-Si è sempre andati avanti così- era questo il suo ritornello alla richiesta di qualche miglioria per la casa.
Adesso capisce quel bisogno di sprofondare nell’anacronismo per rivendicare la propria identità.
Ma, allora, quando era giovane, guardava al futuro negli elettrodomestici che riempivano le case delle sue amiche, mogli di operai.

-Se non ci sono abbastanza soldi, allora voglio andare a lavorare anch’io- annunciò un giorno mentre Giuliano e zia Isa prendevano il caffè nel salottino.
Zia Isa le aveva rivolto uno sguardo tra il meravigliato e il remoto.
-A lavorare? Ma dove? Come?-
-In fabbrica- rispose.
In fabbrica. Giuliano ebbe un sussulto. Il caffè traboccò dalla tazzina. Sua moglie in fabbrica?! Era una bestemmia.
Non le bastava quella casa grande di loro proprietà? I campi larghi intorno? La spesa fatta dalla zia? I conti della spesa pagati dopo gli sfalci, i raccolti ?
Che voleva questa figlia di operai? Si era già dimenticata le due stanzucce anguste in cui viveva?
Giuliano aveva fatto un gesto seccato, inappellabile.
Metti su pretese? Fatti bastare quel che ti vien dato. E ringrazia la serva che va a far la spesa e cucina anche per te.
Mira si era rifugiata in camera da letto a guardare la Madonnina di Raffaello.
Poi la posizione di Giuliano era cambiata. Se non altro perché i musi della moglie erano insopportabili. O forse perché capiva che in fondo non aveva torto.
Le aveva cercato il posto in una fabbrichetta con poche dipendenti. Il proprietario si chiamava Orio. Giuliano lo conosceva.
Producevano minuteria metallica. Mira avrebbe dovuto stare in piedi davanti a un ingranaggio che assumeva il pezzo da una imboccatura e poi lo rigettava modificato da un’altra. Otto ore al giorno.
Era iniziato il suo lavoro da operaia. Il salario si aggirava intorno alle sessantamila lire al mese. Con le quali avrebbe potuto comprare i vestiti per Santina e qualcosa per la casa.
Soprattutto si sarebbe sentita indipendente.
La bambina adesso era affidata tutto il giorno a zia Isa. Che accudiva anche il figlio di Cristiana. Lei ci sa fare con i bambini! Ben lo sanno Rosa, Cristiana, Domenico e Giuliano. I quattro fratelli, figli di Santa e Amedeo, che l’hanno avuta come balia.
Zia Isa aveva un debole per i maschi.
Non le piaceva la bambina. Con quella testa grossa, gli occhi in fuori, il corpo minuto, il camminare incerto.
Preferiva il figlio di Cristiana: Giovanni Diodato. Bello, biondo, ieratico. I capelli, dei boccoli da putto. Il viso espressivo. Riproduceva il verso degli animali, imitava il modo di parlare degli adulti.
Santina stringeva con le labbra l’imboccatura di una bottiglia di vetro e guardava nel vuoto. La mamma la infagottava dentro i grembiulini a righe o a quadretti che cuciva.
Cristiana le insegnava le preghiere. “Madonnina tienimi sempre sotto il tuo manto” “San Michele Arcangelo illuminami con la tua luce, proteggimi con le tue ali, difendimi con la tua spada”.
Le diceva che doveva sempre fare una visita in chiesa nei paesi in cui andava. Che l’unica forza e rifugio era la Fede.
Le aveva regalato il libro dei Santi Fanciulli. Le aveva parlato di devozione, facendo presa nella bambina.
Achille, seguendo i desideri della moglie, aveva progettato la casa da costruire sotto l’argine in una zona che era una cassa di colmata.
Veniva su un edificio ispirato all’architettura funzionalista. Giuliano diceva che sembrava una fabbrica. Bianca, fredda con le finestre-portelloni adatte a celle frigorifere.
Mira incupiva. Non sopportava che Giuliano offrisse vitto e alloggio alla sorella e al cognato in attesa che la nuova abitazione fosse pronta.
Una famiglia in casa! Una famiglia in casa! Continuava a dire.
-Ma è stata anche la sua casa!- diceva zia Isa.
-Sì, ma potevano rimanere nell’altra in paese!-
Mira non ne voleva sapere: si sentiva stretta, schiacciata, soffocata. Dalla cognata che aveva studiato in Santa Dorotea, che parlava di buone maniere apprese da una certa Madre Torta. Che sapeva il tedesco e lo insegnava a Giuliano per il suo viaggio a Tubinga .
Un giorno aveva sorpreso fratello e sorella parlottare nel salottino. Cristiana per vezzo gli faceva le carte. -Questa danarina ti pensa- gli diceva.
Chi era questa danarina?
Mira non aveva detto nulla. Aveva finto di non sentire, di essere concentrata sullo spazzolone e lo straccio che doveva passare sul pavimento. Ma nella testa quella cosa aveva cominciato e continuato a turbinare.

Il furgoncino è ripartito. Mira si è affacciata alla finestra. Guarda il cortile. Le foglie sono state raccolte e rinchiuse in sacchi.
Il sottobosco adesso appare più ordinato.
La donna percepisce il silenzio sotto le fronde.
Un leggero sentore di nausea la opprime. Il medico dice che deve evitare tutto ciò che ingombra l’intestino. Forse un po’ di pastina con olio e parmigiano potrebbe andare bene.
Fruga nella credenza. Ha trovato i risoni dentro la confezione di cartone blu.

Era stata una gestazione travagliata.. Il dottore le aveva ordinato riposo, riposo assoluto.
Mira aveva ottenuto astensione dal lavoro.
Al mattino presto si svegliava con la bava alla bocca. I conati di vomito.
Santa si coricava accanto a lei quando durante la giornata si distendeva nel letto.
-Sei sana, sei forte – diceva zia Isa- vedrai che andrà tutto bene.
Giuliano assicurava che questa volta sarebbe stato presente. Voleva sentire il primo vagito.
Un maschio. Un maschio.
Come lo chiamerete? Come il nonno. Come il nonno paterno naturalmente. Amedeo.
Sarebbe nato a settembre, quando riaprivano la caccia.
Mira, fino al momento del ricovero, non si aspettava complicazioni.
Il nascituro era in posizione podalica. Il medico aveva dovuto forzare, attendere, procedere. Attendere, procedere, forzare. Attendere.
Si era perso tempo. Troppo.
Giuliano era rimasto nel parco alzando ogni tanto lo sguardo pensieroso verso la finestra . Zia Isa aveva riportato veloce la cesta in macchina.
Andirivieni di infermiere... Rumore di ferri.
Mira aveva sentito solo male e malessere.
Poi, testa vuota.
-Si faccia coraggio! Si faccia coraggio!-

Non voleva più ricordare. Non voleva più piangere.
Si era rifugiata nella bambina.
-Ho la mia bambina! Ho la mia bambina!-
Guardava il suo visetto triste.
Le aveva detto del fratellino volato in cielo.
Santa aveva spalancato gli occhi, li aveva fissati in un punto.
Un essere fragile che aveva bisogno di lei. E Mira aveva bisogno di lei.
Doveva pensare ai libri, ai vestiti, alle visite mediche per i denti, le anche, i piedi.
Gli zii si erano finalmente trasferiti nella loro casa, bianca e moderna, e adesso la bambina dormiva in una camera tutta per sé. Tre finestre grandi, una dava sul terrazzo.
L’impiantito era sbreccato. A Giuliano erano partiti dei colpi da un vecchio mitragliatore e sulle piastrelle si erano formati dei buchi. Le travi erano state tinteggiate di marrone e conferivano alla stanza un’aria rustica e un po’ desolata.
Zia Isa si premurava di decantare il letto in ferro battuto con la testata dipinta.
-Questo era della nonna che si chiamava come te! Una rarità, un oggetto prezioso-
La bambina lo trovava alto.. Quello delle amiche era più basso. Si doveva arrampicare. Aveva paura di cadere mentre dormiva.
Zio Achille le aveva arredato con un' antica olla, rimessa insieme da alcuni punti di ferro, l’ angolo sotto la finestra rivolta a mezzogiorno, e le aveva appuntato nella parete di fianco al letto una stampa di Millet: “L’Angelus”.
-Guarda che bello! Guarda che poesia!-
Santa guardava lo sfondo: quella campagna bruna con l’odore della terra che le giungeva dalla finestra spalancata sul terrazzo era la stessa. Era la sua...

Mira versa i risoni nel piatto fondo e grattugia il parmigiano. Nota che la cassetta della legna è vuota. Se il freddo persiste, dovrà tenere alimentata la stufa.
Ha messo gli stivali di gomma che erano di Giuliano. Non vuole bagnare e infangare le ciabatte. Apre il portone, scende i gradini, attraversa lo spiazzo, si dirige verso la tettoia della casa di Massari per prendere qualche ceppo.
Ha preso una bracciata di legna, rifà il percorso, rientra in casa, deposita accanto al camino. Lo sguardo le cade sulla bambola infilata nel vaso. Paffuta, gli occhi spalancati.
Pensa a Santa. Chissà dov’ è a quest’ora. Chissà come sta. Come sta Justo.

-E’ inutile: c’è chi è fortunato e chi è sfortunato. E io sono sfortunata! -
-Ma perché dici questo?-
-Perché non sono riuscita a concludere gli studi e ho ripiegato su Fisioterapia, perché non sono attraente, perché non sono capace di adattarmi!-
-Sai quanti medici ci sono già?! Non hai sentito Giovanni?!-
-Giovanni ha continuato e sta finendo…io invece…-
-Meglio per te! Troverai il lavoro subito e potrai aiutare tante persone!-
Santa guardava torva ed esplodeva.
-Già, mi devo far santa! Santa!-
Mira usciva dalla stanza. Santa prendeva la macchina per scrivere e cominciava a ticchettare.
Mira negli spazi grigi della casa intravvedeva se stessa giovane. Con le gambe lunghe e i fianchi che sagomavano bene le gonne, la vita stretta, il seno rilevato sotto il golfino aderente.
Santa somigliava a Giuliano e alle zie, Rosa e Isa. Il corpo sproporzionato, il collo corto, gli occhi aggettanti e senza blu.
Perennemente immusonita, insicura, autolesionista .
- Perché non ti vesti meglio? Perché non ti valorizzi?-
- Tanto per quel che conta! E poi non mi piace, non mi piace la finzione!-
- Ma quale finzione! Si tratta solo di farsi apprezzare per quel che si è!-
- Appunto!-
Santa non voleva stare a sentire. Sguardo basso, espressione imbronciata. Abbigliamento dai colori neutri o scuri.
Giuliano taceva o se ne usciva con un laconico “Lo troverà”.
Finalmente era stata assunta presso la ASL.
Curava terapie di riabilitazione. Articolazioni da far funzionare. Anziani che non riuscivano a camminare bene, atleti o giovani reduci da qualche incidente.
Lei li faceva appoggiare a sé. Li accompagnava nei loro passi incerti in cui ritrovava la bambina col suo divaricatore.
Adesso era più serena. Tornava a casa con l’aria distesa e consapevole. Si sentiva utile.

Ha messo il pentolino a bollire. Attivato la stufa. Il borbottio del fuoco le fa compagnia. Apre lo sportello, guarda le incandescenze mentre il calore della vampata le investe il viso .
La pastina è pronta. La versa nel piatto. Una cucchiaiata d’olio e un po’ di parmigiano. Per secondo la polpetta avanzata ieri. Poi c’è la mela al forno.
La sveglia ticchetta. La legna crepita nella stufa. Da fuori viene il verso del fagiano.
Mira pensa alla bella stagione, all’aria dolce, all’odore dei fiori di acacia, al venticello che s’insinua tra le gemme dei rami.

Un pomeriggio il gatto aveva sporcato una poltrona del soggiorno e Santa stava coprendo la seduta con un avanzo di un vecchio grembiule di cretonne.
-Ci sono novità?- le chiese Mira entrando.
Lei si girò e la guardò fissa, eretta.
-Sì…-
Mira sobbalzò.
-E… come si chiama?-
-Non ne voglio parlare- rispose lenta .
-Va bene. Lo sai tu. L’importante è che tu sia felice!--Ma se dovessi definirlo con due parole?- insistette la madre, curiosa.
Santa sorrise, le lanciò uno sguardo azzurro, denso. Si sciolse:
-Dolce ed elegante-
-E… che cosa fa?-
-Vuoi sapere troppo!-
-Giusto! Non ti chiedo più nulla!
La figlia aveva iniziato a leggere poesie: Prévert, Neruda, Lorca, Merini. Montale.
Si chiudeva nella sua stanza. Scribacchiava bigliettini. Esprimeva pensieri sulla caducità delle cose, sul silenzio delle spighe di grano, sulla rosa di sale, sull’ipertempo.
Da taciturna e poco connotata che era, si era fatta creatrice di un clima d’attesa.
Giuliano incupiva, preso dalla gelosia possessiva per la figlia femmina.
Lei non parlava.
Mira si augurava che lui fosse una persona premurosa e presente. E che l’amasse. L’amasse veramente.

Ha terminato il pasto. Lavato le stoviglie. L’attende un pomeriggio interminabile. Le tre, le quattro, le cinque, le sei sono lunghe e noiose. Poi arriva l’ora di cena e finalmente un’altra giornata è compiuta.

Com’era stata la vita di Mira? Lunga e noiosa. Giornate sempre uguali, grigie come le nebbie, i vapori che uscivano dai pentoloni messi a bollore per i bucati, come l’atmosfera creata da zia Isa che viveva per Giuliano, per quel rapporto esclusivo con lui.
Un mondo morto che apparteneva a loro due, a loro due soltanto. Un mondo lontano rievocato tra le tazzine di caffè. Nei finimenti del cavallo, nel calessino col soffietto, nella biancheria ricamata di nonna Santa e della prozia Oneglia morta di tisi, negli ombrellini.
E poi nelle terre, nelle risaie ch’erano state del nonno, del bisnonno.
Un mondo racchiuso tra pareti centenarie, vivente nei racconti. Un mondo di orfani che si aggrappavano alle pietre, alle memorie, agli oggetti riposti in soffitta.
Il futuro era incertezza, minaccia, insidia.
Mira attraversava quel mondo e si sentiva investita da sussulti e respiri in cui persistevano le ragioni di quelle vite. Tremule foglie della sera che volteggiavano al soffio del vento impetuoso rimanevano pervicacemente attaccate al ramo vecchio.
Il bello era stato allora. Non poteva più ritornare. La casa si riempiva dei suoni e dei rumori delle persone che l’avevano abitata e che adesso non c’erano più. E il ricordo le indorava…
Mira, per un attimo, aveva assaporato il gusto della favola bella quando Giuliano le aveva spalancato la porta della camera da letto, sontuosa, commissionata a professionisti artigiani.
Il bello per lei era rimasto fermo lì..
Zia Isa era legata indissolubilmente a Giuliano. Gli aveva fatto da mamma, sostituendosi a nonna Santa dopo che la stessa aveva avuto tre bambini, anzi quattro perché uno era morto dopo il parto. Dopo che la stessa, a breve, era venuta a mancare.
Giuliano era il figlio che Isa avrebbe voluto.
E che aveva perduto.
Era una storia quella che non poteva e non voleva ricordare.
Isa non aveva ancora vent’anni quando era fuggita con Napoleòn: un commerciante di cavalli, avvenente quanto temerario, che le aveva promesso una vita da sogno a Parigi mirando al denaro della famiglia di lei.
Li -avevano ritrovati- a Ventimiglia. Isa, incinta, era stata costretta a tornare alla casa paterna. Il bambino, bellissimo, come lo era stato Giuliano, e con gli stessi lineamenti di Napoleòn, era campato solo pochi anni. Suo padre, trattato aspramente dal mancato suocero e dal fratello Amedeo, non l’aveva voluto riconoscere.
E l’aveva abbandonata per un’altra.
Zia Isa viveva in silenzio quel dramma che aveva forgiato il suo viso in una maschera impassibile e reso i suoi modi arcigni nella non curanza dell’aspetto.
Pochi abiti: scuri e dimessi . Due borse, una nera per l’inverno, una bianca per l’estate. Due paia di scarpe. Dovevano essere la mortificazione della sua femminilità.
Giuliano provava compassione e affetto filiali per lei e ne voleva riscattare il passato offrendole la sua completa dedizione.
Che Mira percepiva come sottrazione ai suoi danni.
E, così, Mira aveva cominciato a mendicare, negli occhi di chi incontrava, due briciole di felicità.
Bastava una favilla. Si fa presto a produrre una favilla. Due fianchi eleganti, due spalle dritte, due zigomi alti, due caviglie nervose. Un bel portamento.
Una donna sa quando un uomo la guarda. E a volte basta uno sguardo per riattivare l’alito soffocato, la tensione allentata.

Adesso pensa a zia Isa. Agli anni vissuti insieme, ai momenti di incomprensione per una donna che, involontariamente, forse, ha rappresentato un ostacolo alla sua felicità. Alla sua morte improvvisa dopo una vita così lunga.

Forse l’aveva lasciata lì di proposito, appena sgusciante da una busta gialla sul tavolinetto della sua camera. O forse Santa se l’era dimenticata davvero perché in quel periodo era molto distratta. Mira l’aveva vista. Era una foto. Di lui. Bellissimo. Gli occhi chiari, la mandibola pronunciata, le labbra morbide, i lineamenti regolari. Leggermente scantonata l’attaccatura dei capelli. Dolce e deciso lo sguardo.
Sul retro un nome a matita, scritto con l’iniziale minuscola: Jacques.
A Mira il cuore aveva cominciato a battere. Per l’involontaria intrusione, per l’inattesa scoperta.
Jacques, Jacques… chi doveva essere?! Mira compiva viaggi con l’immaginazione. E associava nella mente visi di persone che con quello avevano qualche somiglianza.
Infine aveva saputo.
Giacomo. Giacomo Beltrami. Libraio.
Era caduto per le scale con la bottiglia di latte in mano. Come un bambino. Aveva lussato la gamba.
-Le fa male qui?! Qui? Qui?-
-Sì…sì…un po’-
Durante le applicazioni si abbandonava lontano.
Assente.
Poi, era stato l’orologio del campanile… Aveva battuto le cinque: quel rintocco pesante di campana automatica doveva aver sbattuto anche in uno dei suoi centri di pensiero.
Si era rammentato dei versi e, improvviso, aveva recitato “Di lontano già gli viene la cancrena, alle cinque della sera”. Santa ricordava a memoria “il vento portò via i cotoni e l’ossido seminò cristalli e nichel alle cinque della sera”. Era stato saldatura.
Lui si era aperto un po’. Aveva detto di sé. Del suo micro universo.
Sembrava stessa lunghezza, magnete.
Lei aveva cominciato a percorrere viali ordinati tra aiuole lussureggianti cui poteva accostarsi e guardare.
E attingere forza, slancio, spinta.
Zia Isa le aveva consigliato prudenza.
-Aspetta di conoscerlo bene-
A Santa sembrava di conoscerlo da sempre.
Mira tratteneva il respiro. Giuliano non si liberava della sua tendenza al sospetto.
-Ce lo presenterai!-
Era venuto in Mercedes. -E’ di mio padre-. I capelli in ciocche scomposte e riflessi dorati avevano fatto spicco sopra la portiera, quando era sceso.
-Piacere!- Piacere- Si accomodi- Non guardi al disordine- Zia Isa faceva gli onori.
Si era seduto in punta sul divano di velluto del salotto.
Aveva rifiutato il vino novello preferendo un bicchiere di sidro.
-Sono astemio-.
Giuliano gli aveva chiesto del mercato librario.
Lo sguardo era attento, il parlare capace di aderire alle cose.
Santa si era messa accanto alla stufa che veniva dal Trentino. Mira portava bicchieri e bottiglie.
Poi, erano usciti nel parco.
Lui aveva notato le gazze. L’apertura delle ali, il piumaggio dai riflessi bluastri.
Era un esteta. Con quel tocco da decadente che faceva contorcere nelle viscere. Giuliano aveva pensato ai suoi compagni di collegio. Era stato un attimo.
Santa non diceva nulla. Intimidiva alla presenza del padre. Si interrogava sulle impressioni prodotte.
Giuliano sfoggiava informazioni e conoscenze. Lui assecondava gentile.
Erano arrivati fino alla fila delle arnie e al filo del bucato, poi erano tornati indietro. Lui aveva infangato leggermente la suola delle scarpe e la tomaia all’inglese. Zia Isa gli era andata incontro con uno straccio.
Gli avevano regalato del vino per il padre.
Lui aveva donato una stampa topografica d’epoca.
Poi era ripartito salutando con fare impostato e signore.
Giuliano aveva abbassato la testa, forse chiedendosi qualcosa.

Si è alzato il vento. Produce un rumore fastidioso.. Sbatte le imposte del bagno e quelle delle terrazze. Mira deve fare le scale, salire al piano superiore per andare a chiudere.
Le caviglie le dolgono e anche i polsi.
Il vento è sempre fastidioso. Porta malanni e notizie fredde.
E’ arrivato Giovanni Diodato. Ha battuto ai cristalli della finestra. - Zia! Zia!-
La donna è andata ad aprire. Si ripete la scena.
- Come stai?-
- Sto da povera vecchia- è una frase che Mira ha rubato a Cristiana.
Il nipote le ha portato una lepre da tenere nell’enorme congelatore . Dice che servirà per una cena con gli amici.
-E Santa?-
-Mi ha telefonato una settimana fa… pare che la cappella stia sorgendo …
-Ah…Mi ricordo quando veniva da mia madre per le carte.
Mira schiude un angolo della bocca per sorridere.

Ma davvero quell’uomo, così fine, elegante, all’apparenza esperto delle cose del mondo, provava interesse per Santa? Che cosa poteva aver visto nella figlia, che era fragile, insicura, poco furba e con scarsa considerazione di sé?
Forse erano state semplicemente quelle due mani morbide che avevano toccato il suo corpo , là dove gli doleva, ad attivare la corrente, il fuoco ? Più in generale, il bisogno. Il bisogno di fisicità, covato da tempo, proiettato su una facile ai trasalimenti?
Giuliano era dubbioso, forse solo per un sentimento di gelosia. Più possessiva che protettiva.
Guardava la figlia serio e lei, sentendo il macigno dello sguardo, teneva la testa bassa e continuava ad arrossire come aveva sempre fatto fin da bambina, sentendosi impotente.
Alla domenica pomeriggio usciva e incontrava Jacques.
Facevano una passeggiata in centro. Parlavano. Parlavano di poesia.
Lui diceva che poesia era vita, condensato, essenza. Che doveva essere risorgiva e non ripetizione.
Che implicava la scoperta di un io capace di ascoltare l’intelligenza universale. Che il pensiero diventava canto.
Lei non ne sapeva e si era messa a cercare in libreria.
Cercava di capire simbologie, accostamenti incomprensibili. Tensioni metafisiche e ricerca del valore comune.
Davanti al tavolinetto intarsiato su cui erano appoggiati il fante e il re di bastone, le carte della stesa, Santa aveva detto a zia Cristiana che Giacomo, Jacques, era un tipo speciale.
-Ti pensa- diceva zia Cristiana per farla contenta- gioisce quando ti vede.
Santa era felice.
Davvero? Davvero?
Davvero.

Giovanni Diodato si è messo a girare intorno al tavolo. Gira il dito indice intorno a una ciocca grigia di capelli in punta sulla fronte e pensa.
Poi comincia a lamentarsi dei ritmi di lavoro ospedaliero, dello stipendio che non è adeguato.
Mira considera che la sua pensione , nonostante la reversibilità, è modesta.
Giovanni Diodato fa altri giri intorno al tavolo. Guarda i segni della sua presenza nella casa dell’ infanzia. Una piastrella con l’apostolo prediletto appesa alla cappa, la tazza per il latte che usava da bambino destinata ai gatti.
Sorride mentre gli passa nella mente chissà quale pensiero. Mira lo guarda distratto. Pensa che tra poco la saluterà.

Gli piacevano gli alianti. I velivoli senza motore che andavano solo con la forza del vento.
Una volta Giacomo aveva detto a Santa:
-Ti faccio una sorpresa-
Era finito col suo volo a vela in mezzo alla campagna. Mira, Santa, Giuliano, zia Isa erano usciti nel verde per guardare l’enorme insetto bianco fatto di lamiere, con le ali spalancate tra le barbabietole.
E Giuliano, di fronte a Jacques con il foulard al collo, non aveva potuto fare a meno di ricordare il Barone Rosso e le operazioni militari della prima guerra mondiale.
-Viene da Villa San Martino?-
-Sì-
Erano rimasti per un tempo imprecisabile fermi intorno al velivolo atterrato, pieni di stupore, quasi che fosse un ufo planato da chissà dove.
Poi avevano guardato verso l’alto il puntolino che sarebbe sfumato in pochi minuti nel cielo .
Per Santa era gemma d’oro.
-Quando vi vedete?-
-Mah, non lo so…
-Come mai?-
- Ha tanto da fare… non ha tempo…
Ha tanto da fare, non ha tempo… Che cosa aveva da fare?
Mira un po’ fremeva. Voleva concretizzazioni. Invece sembrava tutto così vago e sempre in fase iniziale.
Erano già passati due anni da quando aveva scoperto la foto sul tavolino dentro la busta gialla.
Mira era in pensione, Santa lavorava all’Asl, Giuliano partiva per i viaggi , zia Isa invecchiava lentamente.
Succedeva che per settimane Santa e Jacques non si sentivano. Poi era quasi sempre lei che gli telefonava. – Sai, è timido..
Santa diceva di identificarsi con certe poetesse di grande temperamento.
Adesso stava dentro la sua narcosi. Spalancava gli occhi, partiva col pensiero, scriveva.
Il fine non era chiaro, se non che subiva il plagio di Jacques.
-Sai, lui legge molto.
Si nutriva di endecasillabi e versi liberi, colate di emozioni.
Mira diceva che erano solo parole e fantasticherie.
-Devi guardare i gesti. I gesti. Ti vuole bene?-
-Sì, me lo ha detto-
-Ma parla di fidanzamento?!-
-Questa è una cosa superata. Non s’usa più-
-E allora, di matrimonio!!
-Non esageriamo-
Era laconica come un uomo. Non si confidava.
Mira aveva l’impressione che si trattasse di qualcosa campato in aria. Una fantasia senza un fondamento concreto che stava solo nella testa della figlia.
Cristiana diceva che era giusto che facesse le sue esperienze, naturalmente temperate dal senso della moralità, e che il sogno era una cosa bellissima.
Santa sembrava esserne paga, anche se spesso le si coglieva nello sguardo una nota di malinconia.
Perché è bellissimo conoscerti/ E mantenerti nell’aura/ della cosa sconosciuta/Curiosa ti chiedo chi sei,/curiosamente tu ti celi.
Righe in corsivo che Mira trovava a bizzeffe scritte nei bordi dei quotidiani, nelle pieghe degli incarti destinati alla pattumiera, nelle scatole dei fiammiferi da cucina.
La cosa più difficile/ Da dirti /È /Che ti voglio bene.

Giovanni Diodato ha salutato ed è uscito. Il telefono ha squillato nel corridoio e Mira è andata a rispondere. E’ il solito scocciatore con qualche offerta pronta per estorcere denaro. Mira non lo lascia parlare. Gli dice subito: “Non mi interessa”
Ha acceso il televisore. Un talk show nel quale intervengono giovani con le loro storie intrecciate. Mira ascolta, si fa coinvolgere. Evade.

Santa mormorava nel parlare di Giacomo. Come se anche attraverso la voce, volesse esprimere riguardo, cura e rispetto per lui.
Lui, quando la vedeva, era gentile. Non le risparmiava sorrisi. Però, a volte, lei lo sentiva remoto: quasi che dovesse attivare la memoria per ricordarsi dell’inizio, di quando sembrava essersi tuffato nella sua palpabile sensibilità.
Le aveva fatto leggere “Gli uomini vuoti” di Eliot. Lei non aveva capito subito...
Lui aveva raccontato una storia triste, di sé, simile a quelle che Mira ascoltava nei talk show del pomeriggio.
Il padre si era rivelato un uomo efficiente negli affari ma incapace di esternare affetto. La madre era una donna fragile che, alla sua terza gravidanza, si era data dei pugni nella pancia e aveva ingoiato pastiglie: non a sufficienza, tuttavia, per impedire al concepito di venire al mondo.
Da piccolo gli si contavano le costole.
Lo avevano allevato ed educato i nonni. Poi, aveva frequentato un collegio dove il tempo pareva essersi fermato. In seguito, si era messo a lavorare nella libreria del padre. La madre gli voleva bene ma le due sorelle venivano prima di lui.
Aveva mani morbide e ciocche dai riflessi di rame. Beveva latte e sidro. Sorrideva al mondo con un fare vago e gentile. Prendeva quota nell’azzurro del cielo col suo aliante senza motore che spesso cadeva nei campi.
Gli occhi di Santa si facevano più tondi davanti al sogno. All’ aereo. Alla sciarpa al collo. All’anello coll’ametista o la corniola che portava al dito medio. Al fascino di quella storia infelice.
Lui sapeva di città. Di frenesie di signore che s’arrestavano sapute in faccia a volumi allineati per ordine alfabetico. Di condense di odori, diversi da quelli della campagna.
Lei prendeva vortice nei discorsi di lui.
-Devi chiederti chi sei, che cosa vuoi. Che cosa vuoi veramente-
-Per un sentimento che reprimi ne inasprisci un altro-
Erano emozioni pompate in vena da un motore che andava a ritmo continuo. Era deglutizione d’aria, digiuno di grazia, volo.
Ma lui sembrava voler rimanere nel limbo delle cose sospese, nella tensione di un principio permanente. Si capiva che non voleva andare oltre.
E Santa aveva cominciato a dimagrire.

Il talk show è finito. Il telecomando ha arrestato il flusso di immagini. Mira si è alzata. Ha voglia di uscire, di sentire l’aria fresca della sera che rapida viene.
E’ sull’uscio di casa. Il vento della sera porta odore di terra e di foglie morte. Gli uccelli si appollaiano sui rami con le loro sagome scure. Là, sul fondo, la carreggiata si sperde sulla linea dell’orizzonte che imbruna.

-Domenica esci con lui?-
-Non lo so !-
Le labbra erano pressate in un filo storto.
-Non ne vuole più sapere!
-Ma, no! Ti sbagli! Forse ha qualche problema che non conosci!
Santa scuoteva la testa come una bambina smarrita.
Mira non capiva. O meglio, pensava di aver sempre capito.
Quello era un tipo molle, incapace di un progetto con una donna. Un tipo inaffidabile, dispersivo, con fumo nella testa e baggianate varie che purtroppo avevano il potere di avvelenare il sangue alla sua Santa.
Ecco chi aveva incontrato sua figlia.
-Pensa al tuo lavoro- diceva Giuliano guardandola dall’alto delle sue spalle e dell’addome in fuori.
Santa aveva ripreso a claudicare .
Il fiume si era arrestato. Il greto in secca.
-Oggi che ti aspettavo non sei venuta. E la tua assenza dice che non vuoi amarmi… -
Quelle mille parole che lui le aveva detto -le svelava che- erano simulazione.
-Sai la poesia è finzione-
-Sì, però scaturisce da qualcosa di autentico-
-Può essere…magari…sì, per una scintilla-
-Una scintilla che infiamma-
-Si fa presto con le parole! Anch’io posso essere finto… che ne sai?-
-No, non ci credo-
-Sei vissuta troppo allacciata, inesperta...
Giacomo faceva lo sguardo serio, irridente, lontano.
Santa abbassava il suo, percependo se stessa ora dentro ora fuori dal bosco. Un misto di smarrimento e rabbia impotente s’impadroniva di lei.
In lui il gusto di torturare come con le lucertole quando era piccolo.
Sembrava sicuro di sé, forte, cinico.
Aveva provato piacere nell’incantarla e adesso ne provava ancor di più nel negarsi.
“Quello che sono è quasi nulla…”
- Nulla è immutabile e io non potrei accettare l’immutabilità-
-Ma alcuni sentimenti e valori devono durare, devono rimanere immutabili-
-Tu non mi conosci, non sai niente di me. Della mia vita, delle mie ombre-
Santa allibiva. Avrebbe voluto sapere. Che cosa c’era da sapere?
Che il vuoto di quell’affetto primordiale aveva spalancato ancor più le sue fauci quando lui o i parenti avevano tentato di colmarlo con altro?
Che il bambino sempre desto cercava di procacciarsi sotto altra forma ciò che gli era stato sottratto e credeva gli spettasse, facendo di se stesso l’oggetto esclusivo delle proprie cure?
-Non sono capace di dedizione, non so vivere un’amicizia. Pasticcio un po’ con tutto, sentimenti compresi, ma in realtà non so impegnarmi veramente in qualcosa.
“Si può esistere non vivendo, con radici strappate da ogni vento…”
La sua complessità diventava improvvisamente disarmo.
-Parlo di poesia, ma non so che cosa sia la poesia –
“Si può vivere nel fuochetto di voglia dell’emulazione…”
Santa impazziva. Dita e capelli si azzuffavano.
Al lavoro era spenta. Il camice macchiato.
Guardava i pazienti e non li vedeva.
Chi era Giacomo?
Un inganno, un inganno pensava la madre. Una vigliacco che suscitava l’amore senza intenzione di amare.
Giuliano trovava conferma ai sospetti iniziali.
-Pensa al tuo lavoro!-
-Senti chi parla!- gli aveva risposto la figlia, sbattendo la porta della sua camera.
Giuliano si era rivolto a Mira con livore:
-Tu me la metti contro!-
-No, sei tu che la rendi insicura!-
- Io non c’entro: è lei che è nata insicura!-
Insicurezza. Connaturata o indotta? Entrambe le cose. Entrambe le cose.

“Caro Giacomo, io busso alla tua porta ma la trovo inspiegabilmente chiusa. Mi chiedo e ti chiedo se ho mancato in qualcosa. L’impressione è che tu sia slittato altrove e questo mi riempie di indicibile pena. Pensavo che la nostra amicizia potesse trovare uno sbocco diverso, ma devo convincermi che tu vuoi guardare verso altri orizzonti. Se non ti costa troppo, mandami due righe affinché io capisca il motivo di questo tuo cambiamento. Con affetto. Santa”

“Santa, io non posso giungere allo sbocco di cui parli perché non mi piacciono le caselle. Non si tratta dei pentimenti dell’amore nella sua fase iniziale. Si tratta del mio essere che postula la libertà e quindi la solitudine. Amo volare nel cielo proprio per questo. Mi dispiace se hai investito in me. Io non sono la persona adatta.
J.”

Santa incupiva. E passava la maggior parte del tempo a fare constatazioni. Da ragazzina avrebbe voluto un corpo diverso, un padre presente e affettuoso. E poi un lavoro più importante.
Era nata con la lussazione all’anca. Che la faceva ancora zoppicare. Non era particolarmente attraente e in più oppressa dalla timidezza.
Il padre, quando stava in casa, teneva il capo abbassato sul piatto, concentrato sul cibo da portare alla bocca. Oppure si ritirava nella sua camera a lustrare l’ottone della tromba.
La madre non poteva trasmettere disinvoltura alla figlia.
Adesso lei voleva soprattutto l’amore.
Era attorniata dal deserto: cactus e sabbia fina . Reclamava il diritto a un amore sensibile ed esclusivo. Credeva di averlo trovato e, invece, era apparenza. Ghigno. Ghigno della vita, come diceva zia Cristiana.

Si sente un odore di carogna marcia nell’aria. Qualche uccello morto che imputridisce sotto le foglie. O una donnola sbranata dal cane di Giovanni Diodato. Mira sull’uscio fa roteare lentamente gli occhi da destra a sinistra. Annusa l’aria umida.
Si è fatto buio pesto. La pendola nel corridoio ha mandato i suoi rintocchi. Mira ha sprangato il portone e il suo sguardo è corso verso la scala che porta al piano superiore. Alla colonna col capitello che la affianca. L’occhio percorre la copertura in cotto dei gradini. Una volta erano ricoperti da lastroni grigi.
Due gatti miagolano all’esterno. E si azzuffano. Mira parla ad alta voce. Poi sente un brusio di voci afone, quasi di foglie contro fiato dietro i vetri di una finestra e pensa che se ne sono andati tutti…

-Gli uomini mentono. Oppure hanno paura…non se la sentono. Certi uomini sono così… sta a noi capire per tempo e non farci confondere.
Mira trovava la carica di saggezza nel suo ruolo di madre.
Santa, sdraiata sul divano del salotto, teneva la testa reclinata sull’omero sinistro.
-Lui ha sofferto molto, sai! Non si è sentito amato…
-Adesso fa soffrire te… ma perché ti sei fissata su di lui?-
-Perché è diverso da tutti. E’ un tipo incredibile… -
-Cioè?-
-Non ti guarda mai come se ti volesse spogliare, non abbassa mai lo sguardo fino alla cintola, ai fianchi o alle gambe. Ti guarda negli occhi, vuol leggere quel che hai dentro.
-E legge?-
-Sì. Legge quando sei a disagio, quando non sei te stessa, quando hai bisogno di confidarti e di ricevere le parole giuste-
-Che lui dice…-
-Sì, sa dire le parole giuste, esattamente quelle che ti aspetti. Sembra un parente. E’ come se ti conoscesse da sempre.
-Sei sicura che non sia una tattica?-
-Ha detto che l’ha imparato con la libreria. Nel leggere i libri e anche per vendere i libri alla gente ha acquisito sensibilità.
-Ecco vedi, lo dici tu stessa… c’è una componente di opportunismo-
-Ma in tutti c’è un po’ di finzione-
-Ma tu hai finto con lui?-
-No, io no-
Certo. La figlia non fingeva. E mostrava la sua autenticità che significava impaccio, insuccesso, mentre quello, incapace di provare sentimenti, interpretava bene una parte.
-E, allora, se tu non hai finto e lui invece sì, a quanto pare, vuol dire che all’inizio ti ha assecondata perché si è sentito lusingato ma poi è venuto fuori per come effettivamente è. Te ne devi fare una ragione… -
Santa annuiva.
-Sì, sì…-
Il suo sguardo da allucinata si fissava nel vuoto.
Mira si chiedeva a cosa pensasse. Ai ricordi? Ai momenti belli ? Alle illusioni che si era fatta ?
La figlia non poteva convincersi che fosse tutto finito. Non poteva credere che lui non ne volesse più sapere. Quando si ama una persona non si può pensare di non essere ricambiati. Il trasporto concepisce una familiarità accomunante, sostanzia una condivisione a due.
Non poteva vivere senza di lui.
Non voleva.
“Sei tu che mi hai creato secondo i tuoi desideri. Quel Giacomo che immagini non esiste. Forse ho contribuito a fartelo immaginare, ma non posso aderire all’idea che ti sei fatta di me”.
Zia Cristiana lo aveva definito il mese di novembre.
Il mese delle strade non percorse. Delle case vuote.

Domani è sabato. Giorno di mercato. Mira farà un giro tra le bancarelle, poi andrà in chiesa a confessarsi. Le dà sollievo confidarsi col prete, liberarsi degli accumuli.

Aveva ripreso il suo ritmo di lavoro all’ASL. Tornava verso le cinque e mezza di sera. Prendeva in braccio i gatti che le si strusciavano contro le gambe. Sbrigava qualche faccenda in casa.
Spesso guardava dalla finestra. Assente.
Stendeva i pensieri in silenzi pacati. Li appendeva come panni al filo. Li guardava sventolare al vento. Taceva e dentro faceva rimessa. Si abituava a quello stato di compagnia incorporea di cui percepiva i rumori in lontananza.
Un’idea ha un peso. Un ricordo ha un peso. Un’emozione ha un peso.
Lei tratteneva la magia compresa tra il prima e il dopo.
E, non potendo concepire altro, immaginava di poter contemplare all’infinito quelle uniche perle che le erano state destinate per il suo scrigno.
Continuava ad accarezzare una vita che aveva percepito correre sui fili dell’alta tensione. Densa di suggestioni, richiami, fantasia. Conviveva con un vissuto che non si esauriva conservando la carica di attese.
Lui, prima perno, adesso era diventato sfacelo. -Con te io sono sempre stato poco sereno-.
Lui, prima sostanza, adesso era ombra. -Mi sono impegnato a vivere un rapporto, ma ciò che ci divide è una barriera culturale e di formazione-.
Si era eclissato. Uscito dall’orbita.. Ma lei continuava a stare sulla scia, inseguendo il lasciato, il toccato, il detto, l’immaginato.
E questo la nutriva.
Perseguiva il fine con ostinazione caparbia, avendone fatto ragione di vita.
Non poteva aderire a quella che sembrava morte. Un sentimento non muore. Doveva alitarvi sopra, come si fa con le braci perché continuino a divampare le faville.
E poi l’aveva rivisto, un giorno. E naturalmente con un’altra. Ridere, scherzare come se nulla fosse. Ripetendo, chissà, la stessa strategia, lo stesso piano. Con quella intenzione arrotolata dentro un filo destinato a rompersi. Nella sua doppiezza punitiva: per sé e per l’ignara.
Era stato in quei momenti che la bellezza della città, con i calamai delle luci che segnavano i volti, per la prima volta le era sembrata inesistente.
E quando, disperata, lo aveva raccontato a Mira, Mira aveva ripensato a zia Isa. Al suo dolore. E, forse per la prima volta nella sua vita, aveva provato sincero affetto per la donna cui Giuliano aveva voluto consegnare le chiavi di casa.
“Caro Giacomo, oggi ho partecipato al funerale del marito di una collega, venuto a mancare improvvisamente. Era una persona conosciuta e amata.
In chiesa si respirava un misto di gioia e dolore. Quando ho guardato la bara, con le gerbere rosse deposte sul coperchio, ho pensato che dentro c’eri tu”.
“Ho capito che devo dimenticare, ma non è facile. I ricordi si affastellano, gridano e chiamano. Ricacciarli è sofferenza, disorientamento. Io pensavo che fosse una cosa bella scorgere nel velo del mistero il lampo di una sincera corrispondenza, ma so che devo ricominciare a trovare nella grigia quotidianità il senso dell’esistere, la consapevolezza dell’impegno con Dio. Santa”
“Santa, io so che tu sei fatta per andare oltre. Giacomo”

Le giornate di mercato sono capaci di elettrizzare. Anche se si incontrano poche persone conosciute, anche se si ritorna a casa più stanche, dopo la camminata tra le bancarelle. Anche se si acquistano cose inutili che poi finiscono in soffitta. Mira ha preso le abitudini della famiglia in cui ha vissuto per sessant’anni: porta tutto il dismesso in solaio.
Là c’è la polvere di più d’un secolo e stratificazioni di oggetti. Selle da cavallo, un aratro, un carretto, una stia, graticole di ferro, scatole di latta zeppe di carte manoscritte, anatre da richiamo, scaldaletto in legno, sedie spagliate, poltrone sfondate. Culle. Biancheria dentro sacchi. E poi dei bauli serrati da lucchetti arrugginiti di cui si è smarrita la chiave.
Lei sa che lì si sono intrecciate le vite. Vite che si sono concatenate e riflesse in mutua reciprocità. Vite di cui adesso sente di percepire con rispetto i segni.

Era accaduto l’inatteso.
Santa era da una collega , un sabato pomeriggio in città. Stavano al balcone sotto il sole di giugno, sopra una via trafficata di gente. In basso, sul marciapiede, una signora fermava le altre per vendere degli orecchini e pareva accontentarsi di qualunque risposta.
In un crocchio qualcuno issava sulle spalle una croce.
Avevano aguzzato la vista incredule: un uomo con la barba, il capo coperto, una veste lunga color marrone , avanzava reggendo una croce di legno.
L’avevano seguito con lo sguardo, finché non era sparito tra la folla.
Erano andate alla messa serale nella chiesa del Carmine.
Durante la celebrazione eucaristica il tipo alto e robusto era stato presentato da un monsignore.
Veniva dal Sud. Da giovane aveva condotto una vita da gaudente. Poi, in seguito a un incidente che l’aveva costretto per un periodo all’immobilismo, aveva sentito la voce di Dio. Si era dedicato ai poveri e ai bisognosi. Aveva fondato un centro.
-Io sono qua a offrire la mia testimonianza. Porto per le strade la croce di Gesù per rinnovare il Mistero della Fede. La Fede nell’amore totale di Dio . Di un Dio capace di morire per noi.
Voglio, vorrei, dare una scossa alle nostre coscienze che sembrano addormentate. Non sono solo. Quelle persone, che forse avete notato intorno a me, condividono la mia esperienza.
Il nostro progetto è ambizioso. Percorriamo in lungo e in largo l’Italia. Ci fermiamo nei paesi, nelle città. Veniamo ospitati dai parroci, dalla gente pia. Cerchiamo di fare apostolato.
Ci siamo prefissi di fondare delle cappelle per lampade viventi. Ma l’idea è ancora in nuce.
-Quando frequentavo la scuola, qualcuno mi disse, un giorno, che nel nostro nome c’è il nostro destino. Non so se sia vero. Io mi chiamo Justo che significa Giusto. Sono nato in Argentina, dove i miei genitori erano emigrati : mi hanno voluto dare questo nome sperando che fosse di buon augurio.
- Mi sento di dire ai giovani che cercano qualcosa al di fuori della Fede : fuori di qua non c’è nulla. Il senso della vita è qua- e indicava col dito la zona dell’abside. Dell’altare.
-Il nostro secolo è un periodo convulso. Noi siamo diventati degli uomini disorientati, vuoti. Degli uomini pieni di segatura. Se invece ci riempiamo di Dio, diventiamo uomini pieni…
-Se uno inizia a dare, non smette più.
-Quasi a tutti capita di pensare che le nostre giornate siano noiose. Che la nostra vita sia una monotona ripetizione . A volte, la durezza del vivere ci fa perdere la speranza e ci rende apatici. Ma non bisogna smettere di vegliare, che vuol dire vivere, perché il Veniente si manifesta a noi in modo nuovo. Il Veniente ci prepara sorprese. Sono sempre diverse le giornate che ci attendono .

-Il Veniente ci prepara sorprese, si manifesta a noi sempre in modo nuovo-.
Santa era vissuta con la propria tristezza murata nel cuore e aveva desiderato e creduto di trovare quel dono raro che tutti cercano, poi svaporato all’istante.
Ma, in seguito, non le erano bastate le illusioni approntate dall’anima per frenare i lamenti della sua voce piangente.
Lei aveva deciso energicamente di alzare lo sguardo al cielo che non sentiva vuoto ma grondante della verità più alta.
Mira, come ogni madre, aveva trepidato per il futuro della figlia, augurandosi che fosse migliore di quanto la sorte aveva riservato a lei. Allora, quell’imitazione di Cristo le era sembrata una mortificazione autopunitiva cui la figlia si sottoponeva, condizionata dalla dimensione di sofferenza continuamente evocata . Quell’atmosfera di tristezza, respirata in casa, che aveva portato Mira ad adagiarsi nella rassegnazione del non importa.
Per sua figlia aveva cercato di opporsi a quello che immaginava un rapimento effimero . Giudicava Justo un suggestionatore planato da chissà dove per riempire i vuoti che nello stesso modo avevano accompagnato anche le sue giornate. E si dava delle colpe. Per non essere riuscita a tacere o a dissimulare quando era necessario.
Eppure Santa, di fronte ai rimedi della madre che le comprava abiti nuovi o le offriva vacanze in luoghi pieni di attrattive, manifestava indifferenza o scontentezza.
Un giorno le aveva presentato Justo .
Era un uomo alto, deciso, di poche parole. Sprigionava energia e tenacia.
Quando si era levato in piedi, scostando la sedia del tavolo da cucina per stringerle la mano, Mira aveva rivisto il soldato che, durante l’occupazione, l’aveva invitata con forza a scendere nello scantinato prima che l’aereo ricognitore sganciasse il suo ordigno.
Due spalle larghe, capaci di opporsi alle contrarietà della vita. Due calzari che aderivano alla terra e il capo eretto che puntava verso l’ alto .

Adesso, dopo tanti anni, Mira pensa che Santa ha incontrato Justo nel momento più adatto per recepire un disegno e comprendere un cammino..
Per mettere a frutto dei semi… o dei segni. Nonostante tutto.
La religiosità di Cristiana, l’esigenza del diverso, capace di innervare la vita, di Giuliano, il bisogno di unità di Mira, la ricerca dell’essenza di Giacomo. Nonostante tutto.
La sera è inoltrata. Mira si è riseduta accanto alla stufa sulla seggiola impagliata . Vuol recitare il rosario prima di cena, perché poi avrà sonno e gli occhi le si chiuderanno.
Sorride e sente che può guardare con serena consapevolezza il circolo dell’esistenza trascorsa. Gli episodi accaduti, le situazioni, il loro senso e compimento.

*

La riva opposta

LA RIVA OPPOSTA Da “Gulliver”, 28 Giugno 2016

Era una calda giornata estiva quando, verso l’imbrunire, il sonno mi vinse. E nel mio quiescente stato di abbandono mi parve di essere su una barca che scivolava leggera lungo un fiume abbastanza profondo.
Sentivo un rumore indistinto farsi sempre più vicino. Sembrava una nenia accompagnata da battiti di mani, tonfi, imprecazioni. Guardai meglio verso riva e vidi comparire una schiera di gente che avanzava ora lenta ora scomposta. Dalla posizione in cui mi trovavo riuscivo a scorgere i visi, il movimento dei corpi, gli oggetti stretti nelle mani, i fogli di carta librati in alto.
Il mio occhio cadde appunto sui fogli di carta. Erano degli spartiti di fronte ai quali una signora, dai capelli ramati, si produceva in una esibizione canora. Fissava con attenzione le note che aveva davanti e il suo coro di ragazzini intorno… Anna!!!
-Anna- chiamai o mi parve di chiamare, ma lei era troppo intenta. Non mi vide, non mi sentì.
-Anna- pensai- la tua grinta, la tua forza!
Vicino a lei un uomo traeva suoni meravigliosi dalle corde di un violino.
-Fulvio!-. Era così preso da quella musica, destinata alla platea dei suoi piccoli, che non mi sentì nemmeno lui.
Poi, si fecero innanzi sette signore. Ognuna stringeva nella mano destra un libro e nella sinistra una risma di fogli, mentre dalle spalle pendeva uno zaino e, a giudicare da quanto si incurvavano per reggerlo, doveva essere davvero pesante. Anche loro sembravano molto assorbite da qualcosa. Alcune parlavano animatamente, altre stavano in silenzio. Erano tutte così indaffarate, frenetiche.
-Antonella, Imma!!!Rosalba! Angela! Lina! Maria Chiara! Vittoria!- chiamavo dalla mia barca che lenta solcava il fiume. La vostra compagnia, il vostro affetto, la vostra disponibilità! La professionalità! Avrei voluto dir loro.
Ma, nonostante io le vedessi chiaramente, esse sembravano molto lontane.
Ora si stagliavano in centro alla riva tre figure femminili, guidate da una maschile. Tutte con uno zaino pesante che sembrava ricolmo di pietre. Avanzavano piano ma inesorabili, piene di forza.
E in mano i gessi, i compassi, le squadre. Discutevano, gesticolavano.
-Donatella! Annalisa! Chiara! Stefania…Mario…- non li chiamavo, pronunciavo i loro nomi muovendo lentamente le labbra. Donatella l’infaticabile, Chiara dai mille interessi, Annalisa e Stefania dispensatrici di simpatia. Pensavo.
Quindi, recando sulle spalle gli stessi pesi, si spinsero innanzi altre quattro figure condotte sempre da un uomo. Le loro favelle suonavano strane.
L’uomo portava un cappello sulle ventitré e cantava una canzone in francese che mi pareva di aver già udito da qualche parte…
-Gloria! Cristina! Giusy! Angelica!...Salvatore!- sapevo che non si sarebbero voltati.
Gloria la lady, Cristina l’affabile, Giusy senso dell’humour, Angelica la battuta pronta. E Salvatore con la sua voglia di mimo e di danza.
Poi, si fece largo un gruppo più nutrito composto da un uomo che reggeva pialla e lima, sette giovani ragazze che conducevano a braccetto dei ragazzini e un giovane alto con uno schermo sotto braccio.
Makio, ovvero San Giuseppe; Pamela, Debora, Annalisa, Valentina, Sofia, Livia, ovvero le Grazie. E Mauro, il preciso.
Adesso giungevano a coppie: Brunella e Rita, Eleonora e Carla, Anna e Fabiola: le creative e le ciarliere, le riflessive e le dinamiche, le originali e le posate.
E poi Davide, il podista, l’ascetico.
E infine lei, Maria, a chiudere la fila. Maria, in moto perenne. L’impareggiabile Maria.
Tutti sotto il loro peso, tutti stravolti dal terribile sforzo.
Quando poi il mio sguardo riuscì ad abbracciare l’intero orizzonte, mi accorsi che alla schiera più folta se ne affiancava un’altra, anch’essa in continuo movimento, anch’essa a portar pesi, fogli e innumerevoli oggetti.
E riconobbi Mariangela, Rosalinda, Vincenzo, Piera e altri. E poi Lilli, Pina, Erminio, Rosa, Piero e altri ancora. Tutti presi dall’immane travaglio.
E non pareva che lo stato di fatica, in cui versavano, fosse bastevole a mortificarli perché in quel sito, percorso dalle due file, arrivò improvvisamente uno stormo di uccelli simili a picchi che, con i loro lunghi becchi, cominciarono a battere entrambe le schiere.

In quel momento mi accorsi che la mia barca era condotta da un nocchiero e mi volsi verso di lui per chiedergli perché quelle persone, che conoscevo così bene, tenessero quel modo inspiegabile sembrando vinte da tanta fatica.
Egli mi rispose che quelle erano le anime di coloro che avevano deciso di donare il fuoco della conoscenza ai piccoli e perciò, al pari di Prometeo, erano destinate a essere tormentate dagli uccelli e a portar pesi come Sisifo.
Perché anche il piacere di trasmettere conoscenza –egli aggiunse- è figlio dell’affanno.
Riguardai verso riva e scorsi un’altra animella. Che se ne stava in disparte. Ed era così rimpicciolita che pareva un essere diverso.
Allora mi rigirai verso il mio nocchiero e gli chiesi chi fosse quell’essenza.
Ed egli mi disse:
- Sei tu, che a poco a poco vai lasciando questa riva per raggiungere quella opposta- e mi indicò col dito la spiaggia di fronte dove già si scorgevano persone.
Riguardai il mio nocchiero e i suoi diversi sembianti nei quali riconobbi i volti dei miei Superiori e di altre persone con le quali avevo condiviso in precedenza il mio cammino.
Non so se volsi il capo per osservare ancora l’animella che andava sempre più assottigliandosi, discosta dalle altre, o invece mi misi a guardare la sponda dove mi stava per condurre col suo remo il timoniere esperto perché, all’improvviso, mi svegliai.
O forse ero giunta a un punto in cui non mi era più permesso di vedere… trattandosi ormai di cose future.

AI MIEI COLLEGHI CON AFFETTO E CHIEDENDO VENIA PER LE MIE MANCANZE!

Teresa

*

Di foglie perenni

“…Invidia dell’amore, odio dell’innocenza: formule dell’anima…” (da Salvatore Quasimodo: “Notizia di cronaca”)
DI FOGLIE PERENNI

Si affaccia alla ringhiera del balcone: Gherardo sta ritardando.
Le lancette dell’orologio segnano le due e gli odori della cucina svaporano. La motoretta della guardia forestale ha preso l’erta e le macchine dei muratori sono sciamate come un nugolo di moscerini dal piazzale del ristorante. Già da una buona mezzora.
Finalmente la sagoma sbuca da oltre il muretto. Il viso è allungato verso il basso, i capelli sono schiacciati sulle tempie.
Sembra ignorare la madre che si sporge dalla ringhiera e aspetta che lui alzi gli occhi. Quando apre la porta e si introduce nel soggiorno compie gesti meccanici. Deposita il mazzo delle chiavi nella ciotola di ceramica e la cartella col registro su un ripiano della libreria.
Pallido e trasognato.
La madre rimane in cucina davanti ai fornelli abituata alle simultaneità delle cose.
Quando lui mette i piedi sotto la tavola ha ancora l’espressione immobile della strada deserta.
Maria Adele affetta il pane sul tagliere.
-E’ di casa!- gli dice, raccogliendo sulla lama del coltello le fettine sottili.
Il figlio non risponde. Tiene lo sguardo concentrato sulle stoviglie.
-Che c’è?- chiede la madre.
Lui sospira. Non ha voglia di parlare.
-Ti va lo spezzatino? – Maria Adele riporta l’attenzione sul pranzo.
Lui annuisce col capo mentre versa nel bicchiere un po’ di acqua fresca.
-Pelizzi si è tolto la vita- dice improvviso in un soffio.
Maria Adele deve tenersi alla spalliera della sedia.
-Come?-
-Sì, i genitori lo hanno trovato stamattina appeso a un pilone del cancello-
- Ma… il motivo? Si sa il motivo? Che cosa dicono i compagni?-
Gherardo tossisce e si raschia la gola.
-Ma tu, avevi capito qualcosa? Avevi capito qualcosa di lui? Era un tipo fragile?- incalza la madre.
-Come tutti gli altri…un ragazzo normale… -
Gherardo versa altra acqua nel bicchiere.
Lo spezzatino rimane nel piatto.
Si alza e si mette a sedere nella poltrona del soggiorno.
Maria Adele non insiste perché continui a mangiare.
-E’ venuto il preside in classe. Ha fatto un gran discorso … Forse è successo perché i genitori stanno per separarsi … -
La madre serra le labbra e prende uno strofinaccio per colpire la mosca che ronza fastidiosa sul vetro. Apre la portafinestra per far uscire l’insetto e istintivamente dirige lo sguardo verso il comignolo della casa di fronte su cui si è posata una cornacchia. Muove il capo ora verso destra, ora verso sinistra. Non si decide a riprendere il volo.
Maria Adele rimane a guardarla sopra pensiero, cercando sagome e ricordi nella foschia che avvolge il profilo discontinuo dei monti.

Era appoggiata sul bancone. Già consumata dall’usura con le impunture di cuoio che cedevano in diversi punti. Graffiata lungo i bordi e con la tracolla stinta. Un lavoro artigianale forse realizzato dal proprietario stesso.
-Ma di chi è? – chiese Maria Adele che entrava in ufficio per il turno pomeridiano. Quella borsa di cuoio, quella bisaccia marrone le aveva dato un inspiegabile tuffo al cuore.
Era giugno inoltrato, il caldo faceva scorrere il sudore sotto la tela spessa dei jeans. Maria Adele , dopo la pedalata, ne sentiva il bagno.
-E’ la borsa del nuovo portalettere – le rispose Mara, sistemando nell’album i francobolli nuovi appena arrivati con l’ultimo corriere.
-Ah sì?! – fece Maria Adele scherzosamente frivola – E che tipo è?
-Boh…- Mara portò alle labbra la punta laccata dell’unghia rotta- Non so…Magro, magro mi è sembrato.
Maria Adele aprì la porta che dava all’interno, nella zona riservata agli impiegati, e appese la borsa lavorata all’uncinetto al piccolo attaccapanni posto all’angolo.
-Come è andata con le pensioni? –chiese rivolgendosi sempre a Mara.
-Al solito… – fece la collega- un’anziana non poteva aspettare che io siglassi, un’altra mi ha chiesto di ricontare per ben tre volte…-
- Ih! Quando si comportano così…-
- E pensare che tu avresti potuto evitare tutto ciò… con la tua laurea..- E Mara la guardò sbattendo gli occhioni incorniciati dalle ciglia nerissime allungate col rimmel.
Maria Adele ricambiò con uno sguardo intenso. Il sorriso le si smorzò sotto la sferzata inattesa del ricordo.
Entrò Gino con il sacco della posta.
-Ragazze, ecco qua… Tutta roba per voi ! – e depositò sulla bilancia l’ingombro prima di mandare un bacio a Mara con la punta dell’indice mozzato.
Nel frattempo era arrivata anche Paola, l’aria di quella che aveva bisogno di un sonnellino per rimettersi in sesto. Indossava la solita gonna blu e una camicetta a fiori in fibra sintetica che con quel caldo diffondeva un odore acre.
Occupò il solito posto e iniziò a smistare, secondo le varie forme di spedizione, il considerevole numero di lettere e pacchi.
Maria Adele aveva frequentato un corso di informatica. Assieme al direttore era l’unica che sapeva entrare in rete. Grazie al sistema poteva seguire il percorso di una assicurata fino a destinazione, ricavare i cap nel giro di pochi secondi. Le sue dita, già abituate alle vecchie Olivetti, digitavano veloci la tastiera. Erano competenze che la collocavano al di sopra degli altri impiegati di cui suscitava le piccole invidie.
Paola, invece, aveva lasciato perdere. Le era bastata l’umiliazione subita in una prova di concorso: dopo che, nella fretta, non si era accorta che stava battendo il testo sul carrello, preferiva i lavori di manovalanza a quelli che richiedevano qualche ragionamento in più.
Maria Adele si diede a inserire i codici. Quando sollevava il capo dalle schermate il suo occhio cadeva sulla bisaccia che qualcuno aveva accantonato verso il muro per lasciare più sgombro il piano del bancone.
Sì, era molto simile a quella. Che aveva comprato dal fratello di una compagna di scuola. Sergio. Un ragazzo timidissimo. Chiuso in casa a lavorare il cuoio.
Era stata ideata su mezza sagoma di chitarra.
Assemblate le parti con un laccio di pelle che passava da foro a foro come nelle scarpe.
Incise le Pleiadi in corrispondenza della apertura.
Gli aveva detto che era bellissima.
Le aveva detto che condivideva la solitudine brumosa dei campi tra i filari di vite dove potava i tralci.
La sorella l’aveva guardata riconoscente. Forse con qualche intenzione allusiva. Ma a lei non piaceva quella pertica di corpo, il viso bianco e la bocca muta. L’aveva liquidato con l’ assenza di sguardi.
Lui aveva continuato a riporre i tronchesi e i guanti da giardino sul tavolo, accanto al cuoio duro. A sparire tra le nebbie e le zolle sempre uguali e ricomparire tra le borse e le cinture.
Relegato nella solitudine.
Forse gli sarebbe piaciuto godere del profumo di qualche fiore, sbocciato apposta per lui. Magari un fiore settembrino dai colori smorzati come lo è il sole in quel mese.
L’aveva perso di vista. Per ordine naturale delle cose Maria Adele non aveva saputo più niente. Come semplicemente accade, perché ognuno viaggia sulla propria solitaria nave.
Le era rimasta la borsa, però.
Un fondo di chitarra.
Tondo e duro.
II
Erano bianchissime, con le unghie affusolate. Correvano sul banco per afferrare una penna, impacchettare i medicinali. Due animelle slanciate. Opera d’artista. Precise, decise, aggraziate. Falangi lunghe.
Lo sguardo di Vito le comprendeva dentro il cono illuminato. Quando ampliava il campo incontrava lei e il camice morbidamente sgualcito, la treccia morbidamente sciolta.
La guardava di sotto in su come un bambino timido che non sa come comportarsi davanti al fascino irresistibile di una donna.
Lei gli puntava gli occhi addosso sottintendendo “Desidera?”.
Lui voleva semplicemente dei prodotti lenitivi per i decubiti della madre.
Ci andava spesso in farmacia.
Dopo le prove, entrava con la sua bisaccia di cuoio e l’ oboe che appoggiava sul banco con fare distratto.
E una volta che non c’era nessuno lei gli aveva chiesto di quello strumento e del suono che produceva, tenero e un po’ nasale.
Vito si era sentito più alto. Le guance avevano assunto colore. La voce era uscita col velluto.
-L’oboe? L’oboe è l’ala dell’orchestra!-
Maria Assunta non aveva capito. Ma l’idea dell’ala, l’immagine dell’orchestra trasmettevano impulsi.
Era entrata gente: aveva notato la posa impalata di lei che aveva messo le belle mani nelle tasche del camice.
-Dottoressa?-
- Buonciorno!-la bocca le si era schiusa in un fianco, gli occhi inscuriti nel fondo.
Si era apprestata a servire. Non aveva fatto in tempo ad abbassare lo sguardo che l’oboe se n’era andato.
L’aveva rivisto un pomeriggio, dal balcone. Era nella banda per il funerale. Marciava deciso coi suoi re in petto e la canna di zampogna. Camminava sulle note indifferente al mondo. L’Adagio di Alessandro Marcello si legava all’emoglobina.
Maria Assunta avrebbe voluto scendere in strada e seguire quegli strumenti. La musica si perdeva in fretta tra i vicoli.
Poi lui le descrisse il sistema complicato delle chiavi e la doppia ancia. E si era portato alle labbra il suo oboe sotto l’albero della piazzetta come il dio Pan.
Ai giardini della scuola elementare, in estate, si poteva sentire la musica della banda che faceva le prove. Quando Maria Assunta cominciò a salire in groppa a quelle note il profumo dei gelsomini si fece più intenso.
-Ma non ti sarebbe piaciuto suonare il pianoforte?- gli aveva domandato un’altra volta.
- Il pianoforte è uno strumento solitario. Non sta in orchestra. Non fa l’insieme –
Eh già, le zie facevano l’insieme, invece, sedute sulle poltrone di vimini davanti al vecchio circolo. A spettegolare di quei vecchi fetusi che si erano costruiti le case abusive davanti al porticciolo. O della fimmena del dottor Iannò, trent’anni in meno e prole altrui.
Maria Assunta arrivava tra loro con la guantiera di paste secche.
“Figghiuzza bedda, accussì ci vizierai!”
III
Maria Adele affetta le zucchine per il pasto della sera. Versa nella ciotola la quantità di riso necessaria a due persone. Stende sul tavolo metà tovaglia. Grattugia il formaggio mentre ascolta il notiziario delle venti.
Gherardo ama la frugalità penitenziale.
Se ne sta tutti i pomeriggi raccolto nella propria camera a correggere i compiti, apportando notazioni e consigli, con una grafia minutissima che riflette timidezza da una parte e una certa considerazione di sé dall’altra.
Maria Adele prende posto sulla sedia di legno scuro con i giaggioli di Firenze a forma di piccoli occhi rilevati nel leggero avvallamento della seduta . Gliel’ha portata Gherardo. Lei ha scelto una collocazione semplice: sotto la piattaia della cucina o sotto il tavolo in occasione dei pasti.
Adesso Adele srotola i pensieri assieme al tovagliolo.

Ci si era imbattuta il giorno dopo. Lo spigolo della porta a vetri dell’ufficio stava per colpirle la fronte.
-Mi scusi! –
-Ah, mi scusi lei!-
Avevano farfugliato entrambi.
Adele aveva riconosciuto la bisaccia stinta, messa a tracolla accanto alla cartella della posta. Era magro con le membra nodose come un ulivo.
-Il nuovo portalettere?-
- Sì – aveva risposto lui.
Stava per inforcare la motoretta.
-Ma lo conosce il quartiere?-
- No, ho la mappa!- e gli era venuto su un sorriso largo in quella bocca stretta. Un bagliore di fulmine negli occhi d’oliva.
Lo aveva accompagnato con lo sguardo mentre si avviava sul cinquantino . Il serpente azzurro di gas rarefatto dal tubo tronco, la schiena incurvata nella sagoma incerta.
Dante se ne stava via tutto il giorno, serata compresa.
Quel pomeriggio veniva la Rai a riprendere le idrovore e poi sarebbe andato in cascina a sentire i colombi tubare.
Gli Oh! Oh! Ciuf! Ciuf! di Gherardo ammortizzavano la solitudine.
Salivano dal pavimento acuti e puntuali, mentre lui caricava la locomotiva che trascinava i trenini sui binari.
-Sì, Ardo, Ardo! Ardino mio! – Maria Adele continuava a trattarlo come fosse ancora un infante.
-Angioletto del Signore , che mi guardi tutte le ore! Angioletto del buon Dio, fa che cresca buono e pio! Sui miei passi veglia tu, angioletto di Gesù!
Ardino veniva prelevato dal pavimento e volava per qualche secondo tra le braccia di Maria Adele. Come un angioletto.
Dante telefonava alle otto.
-Sì, Gherardo sta bene-
-No, non dorme-
Il discorso cadeva sul tempo. Aveva grandinato. La grandine aveva rotto le reti. Erano da rifare. Voleva dire altre spese.
IV
Camminava con un’andatura falciante. Per una manciata di anni non gli era stato praticato il vaccino di Sabin.
Quando percorrevano il viale alberato, diretto alla stazione, Dante rimaneva dietro a tutti gli altri. Maria Adele l’aveva notato, assieme al cappotto bianco a quadri vuoti e ai capelli neri, lunghi, del Che. Non aveva la prestanza di Marescotti o la dialettica di Silvani ma era compreso nel gruppo dei liceali più in vista. Perché sapeva battere il pugno sul tavolo e contrapporsi a tutti i militanti di sinistra che indossavano l’eskimo e tenevano il Manifesto sotto il braccio.
Lui era MSI. E difendeva il ministro Bottai e il senso dello stato fascista. Gliel’aveva insegnato suo padre. Maestro elementare.
Maria Adele e le compagne non prendevano sul serio la sua conclamata militanza politica. La consideravano una posa di sapore casereccio, un vessillo innalzato per richiamare l’attenzione, una presa superficiale di partito indotta dalle contingenze.
Maria Adele pensava soprattutto al dramma della madre. Al suo dolore per quel figlio, bello e sfortunato. Alla forza d’animo che s’imponeva.
Era stata una donna bellissima. Lo era ancora. Si chiamava Rossana. Aveva un neo largo sulla guancia destra che per gli altri serviva a sottolineare il suo fascino e per lei, invece, segnava un qualche disordine interiore.
Era stato in seguito a una brutta influenza che il bambino si era indebolito e aveva preso a zoppicare. Il busto col tempo era diventato bello, però. Largo, grazie alle lezioni di nuoto che accompagnavano ogni estate di mare.
-Elargiturus, elargitura, elargiturum!- il cappotto bianco a quadri vuoti era fermo lungo il corridoio del treno davanti allo scompartimento delle femmine .
-Avanti, ragazze, donate qualcosa per la festa delle matricole!-
Somigliava a Che Guevara. Strano che fosse di opposta ideologia.
Avevano riso, si erano guardate in faccia e poi le mani erano corse ai borsellini.
Maria Adele. gli aveva lanciato uno sguardo civettuolo con i suoi occhi verdi. La manina piccola e graziosa aveva depositato nella sua cinquecento lire. Lui aveva accennato a un inchino dopo aver aperto l’arcata larga dei denti.
-Mi raccomando, vi aspettiamo a Villa Bolis! Ci sarà anche Alain Delon!-
- Ma va!!- a Cristina era venuto spontaneo il gesto di sfottò.
- Alain Delon forse no, ma Antonello Venditti sì! Vi piace Venditti?-
-Sì…abbastanza – aveva risposto qualcuna.
- E ci sarà anche la possibilità di fare il bagno in piscina. In notturna!-
- Con questo tempo?-
-Sì! Portate la pelliccia se avete freddo!!-
-Ehi, Dante, lo sai che sei brillante!?-
- Marta, scriverò una filastrocca col tuo primo verso !-
Avevano continuato a ridere ignorando l’armonia del paesaggio ritagliato nei finestrini, i pioppeti e i filari, la preparazione dei campi alla semina dopo il finire dell’estate.
V
Sì, Maria Assunta le viziava. Servizievole e devota. Aveva perso la madre e zia Giovanna l’aveva fatta studiare, le aveva procurato il posto in farmacia.
Zia Giovanna che non si era mai sposata. Che aveva guardato il mondo dal balcone. Che aveva disdegnato gli sguardi, erigendo torri e palizzate per arginare l’urto delle onde.
Zia Giovanna le aveva insegnato i fondamenti della vita, la buona educazione, i segreti della mondanità. Assunta le era affezionata. Dipendeva da quegli occhi, dalle pieghe del suo viso, dal movimento lento di quelle mani forti.
Amava le due stanze in cui si muoveva, sotto le volte affrescate, lo scintillio dei lampadari che di sera si accendevano. La credenza con i bicchierini di cristallo, le stoviglie di maiolica.
Era stata zia Giovanna a parlarle di Arcangelo. Chiddu de la putìa. Che buttava sulla terracotta i melograni e le arance, le ghiande e le stelle di Siria.
Se ne stava curvo tutto il giorno dentro la bottega del padre a decorare piatti e vasi, usciti dalla terra e dal fuoco.
Dietro la vetrina sulla balata erano allineate quelle forme, aggregati di materia, risplendenti di rossi infuocati e di verdi acquosi.
Una sera si erano incontrati al belvedere. Si sporgevano tutti dalla balaustra per afferrare le faville dei fuochi d’artificio che cadevano a grappoli dal cielo nero. Spettacolo di colori e rumori sopra il mare in burrasca.
Lui era lì, tra la folla, i talé talé. Aveva la macchina fotografica in mano, per mettervi dentro quello sfrigolio di shock visivi. In quel momento era Archita che scrutava il cielo con i capelli ricciuti e la barba antica.
Maria Assunta aveva pensato agli ossidanti, al bario e al rame che conferivano le diverse colorazioni all’ alchimia pirotecnica.
Lui voleva imprigionare un po’ di grappoli dentro una quartara.
I suoi albarelli, bellissimi, maiolicati, con i colori del mare, erano finiti nella farmacia per volere di zia Giovanna.
Maria Assunta aveva visitato finalmente il retro del locale dove lui sedeva tutto il giorno, curvo a decorare col pennello minuto e la pazienza del frate.
Aveva sentito l’odore della creta e di un’arte antica.
Il padre di Arcangelo stava ancora al tornio con la fila dei vasi bianchi sulla mensola grezza e impolverata, posta alle sue spalle.
Il suo corpo si era rimpicciolito negli anni. Le guance erano incavate, le mani e le braccia percorse da una ragnatela di vene. I capelli radi e fragili. Eppure gli occhi continuavano a lanciare quei dardi normanni, elettrici, dalle iridi chiare.
Zia Giovanna la voleva dare al figlio del normanno la sua Assuntina. Assuntina dalle belle mani, dal viso dolce. Una madonna di Antonello.
Si erano rivisti al giardino della villa. Tra gli oleandri e la fontana con i pesci rossi. Lei aveva la pastura e li chiamava in superficie.
Lui puliva l’obiettivo con un panno di daino.
Era bello quel corpo di donna con le ginocchia strette, i polpacci ben torniti, la pelle robusta, la fila regolare dei denti d’avorio.
Sarebbe stato ristoro, luce e calore, dopo le giornate di scuro e bocca dolente dentro la penombra della bottega.
VI
Il padre di Maria Adele faceva il saldatore. La figlia portava stampate nella mente le sue giornate di scintille quotidiane. Lo stridere fastidioso dell’officina. Le bruciature nella tuta blu.
La madre le aveva insegnato l’arte del ricamo. E, come una giovanetta d’altri tempi, si applicava al punto erba e al punto croce, passando i fili colorati attraverso la tela del tamburello.
Nella stanza a pianterreno, rischiarata da una finestra stretta, scatole di cartone foderate di velina si riempivano di asciugamani, tovaglioli, completini per neonati, lavorati al ricamo . Dopo le ore trascorse sui compiti, Maria Adele era pronta ad aiutare la madre. E la luce degli occhi si faceva fioca, come la lampadina da quaranta candele che rischiarava il vano dietro le imposte.
-Sei proprio fortunata, tu, – le dicevano le clienti – ad avere una madre che provvederà al tuo corredo!
Fortunata non sapeva di esserlo. Vita modesta, costretta tra gli spigoli. Economie. Ossa e muscoli fragili. Eppure volontà e tenacia.
Studiare le pagine per intero, didascalie comprese, ripetere la lezione fino allo sfinimento, consultare le più brave della classe. Comprare libri usati e rivenderli.
Si era laureata con la lode.
E aveva scelto Asiago per le prime supplenze, il paese del padre.
Alloggiava presso una zia che risparmiava nella corrente elettrica. Unico rimedio al freddo dei pomeriggi invernali era mettersi sotto le coperte a preparare la lezione e correggere i compiti. I fogli protocollo scivolavano sul pavimento quando cambiava la posizione alle gambe indolenzite.
L’armadio lucido in radica di noce le apriva un battente ai piedi del letto. Lei si alzava per chiuderlo inserendo un legnetto nella fessura ma, prima vi guardava dentro, osservava l’alloggio caldo delle assi. Avrebbe voluto chiudersi con una lucina piccola in quel guscio di noce, dimenticare la stanza fredda e mal ammobiliata che aveva intorno.
La chiamavano la tosa.
E tosa lo era per davvero anche per l’aspetto giovane, il fare dimesso e un po’ impacciato. Nel loden abbondante, la sciarpa gialla, lunga, confezionata dalla madre.
Aveva in mente i film Luce. In bianco e nero. Asiago era i contadini vestiti da soldati dietro le mitragliatrici, dentro le trincee. Era i bombardamenti. La musica triste come la voce dello speaker.
Ma i contadini adesso la mettevano in museo la Grande Guerra. Adesso Asiago era le latterie, il turismo degli sci. Era il centro più importante dei sette comuni.
Col recente passato alle spalle.
Che non stava nella testa degli studenti. Che pensavano alle discoteche, alle ragazze e agli schei.
Venne un padre a sentire del figlio. Era guardia giurata e si presentò con la cartucciera e la fondina.
-Come va?-
-Non sa la grammatica. Fa troppi errori!-
Inarcò la schiena, aggettò la pancia.
-Ostrega!-
La mano scivolò sul fianco destro. Sembrava uno sceriffo del west. Forse la voleva impressionare, per spacconeria.
VII
Gherardo raggiunge la madre già seduta al tavolo per consumare la cena. Prende posto davanti a lei. Toglie il portatovagliolo d’argento. Versa dalla caraffa l’acqua nel bicchiere.
-Sei riuscito a riposare?- chiede Maria Adele.
-Mi sono buttato sul letto ma non ho chiuso occhio!-
-Non devi pensarci troppo, però!- la madre lo guarda con affetto.
Lui riprova la dolcezza del bambino.
Il suo sguardo abbraccia in tondo le pareti accoglienti di casa.
La televisione è stata sintonizzata sui programmi radio. Trasmettono un concerto di Bach, per oboe e orchestra.
Gherardo osserva il viso della madre. Sotto la raggiera di rughe si possono riconoscere ancora i lineamenti belli di un tempo.

Aveva deciso di portare il bambino alle Acque Minerali. C’era un bel parco. Con i tassi e gli scoiattoli dietro i recinti. Ardo aveva sei anni e gli piaceva scorrazzare in quel luogo ombroso, buttare le briciole di pane alle papere dentro il laghetto.
-Non ti allontanare troppo, Ardo…-
-No! Sono qui!! – la testa del figlio era sbucata dietro il cestino delle cartacce.
-Io provo di bere un po’ di quest’acqua…- Maria Adele aveva preso il bicchierino ritraibile da viaggio e si era avvicinata a una fontanella.
- Ma come fai, mamma, a bere quell’acqua? Sa di uova marce!!!-
-E’ curativa!-
Ne aveva bevuta un po’, poi buttato il resto tra un cespuglio.
Il posto offriva un percorso didattico geologico. Maria Adele fece i biglietti al botteghino e si mise in fila con gli altri per la visita. L’itinerario si snodava in passerelle e vialetti di ghiaia.
Ad un tratto Maria Adele sentì alle spalle un passo lieve e una presenza leggera, amica.
Si voltò. Vide il portalettere.
Aveva la borsa di cuoio, a tracolla.
-Anche lei qua?- un sorriso ampio animava il suo viso.
Ardo le dava la mano e guardava, col musetto all’insù, il forestiero .
-Mi piace questo parco, è molto riposante … Ci conducono alle sorgenti?- domandò lui.
-Credo di sì – rispose Maria Adele.
Percorsero un sentiero, bordeggiante costoloni di roccia che trasudavano acqua.
-L’acqua è vita- fece il portalettere- …da Talete a Botticelli…
La guida intanto istruiva circa la storia delle acque minerali e la scoperta della vena, nel sito, risalente alla prima metà dell’800.
-Già,… è vita – confermò Maria Adele – ben lo sanno quelli del Sud che hanno imparato dagli Arabi quanto sia preziosa.
- Ne so qualcosa anch’io – proseguì il portalettere – provengo da un paese nel quale l’acqua viene razionata tutti i giorni. Eppure la Sicilia è ricchissima di sorgenti! Ma è inutile far commenti - E scosse il capo lasciando intendere.
Maria Adele lo guardò bonaria. Non desiderava approfondire l’argomento.
-E tu? –gli occhi d’oliva si rivolsero al ragazzino –che cosa vuoi fare da grande?
-Il macchinista ! – rispose Ardo con decisione.
-Tutti i bambini vogliono fare i macchinisti, perché giocano con i treni!- sorrise il portalettere- …dai, impara i rumori del treno e la prossima volta che ci incontriamo me li fai sentire!
Ardo lo guardò meravigliato, incredulo.
-Ti dirò che cosa ci si può fare con i rumori!- proseguì il portalettere con aria complice.
La visita era finita. Si salutarono. Ardo continuava a fissare il portalettere e, prima di girargli le spalle per andare a casa con la mamma, gli chiese:
-Ma tu, come ti chiami?-
-Vito! – rispose quello- Vito mi chiamo.
VIII
Si era ammalata. Era tornata da Asiago che le faceva male la schiena. Il freddo le si era messo nelle ossa, nella colonna vertebrale che accennava a una esse. Quella scapola le doleva.
-Facciamo una visita dall’ortopedico – affermò la madre.
Dante prestava servizio nel reparto. La visitò.
-Eh, certo, la posizione viziata in cui hai tenuto la schiena e l’umidità non ti hanno certo giovato.!
- E allora, dottore, che cosa si può fare?- chiedeva la madre ansiosa.
-Dovresti passare l’estate al mare a bruciarti la schiena… nel frattempo, però, un po’ di massaggi non andrebbero male!- rispose Dante rivolgendosi a Maria Adele che taceva pensierosa.
- Va bene! – fece la madre- a chi ci rivolgiamo?
- A un fisioterapista – asserì Dante- ma, se volete, posso farli io. Sto prendendo il diploma!
- Grazie, dottore! Dove? Qui, in ospedale?-
- No, a domicilio-
Veniva due volte la settimana. Lo accoglievano nella stanza dove c’erano le scatole di cartone con la biancheria ricamata. Maria Adele si sdraiava prona sul tavolo al centro. La madre presenziava in un angolo col tombolo sulle ginocchia.
Dante, come una gru, si issava sulla gamba buona e faceva forza. Poi spargeva un po’ di polvere bianca su quella pelle chiara perché le mani scivolassero agili.
Aveva un tocco leggero.
Quei massaggi furono un balsamo. Il male alla schiena sparì.
Ma Adele non voleva più continuare a insegnare. Troppa fatica. Troppe energie da investire. Per miseri riscontri e prospettive di precariato.
- A quelli non interessa né la storia né la letteratura. Vivono nell’età degli affetti. E poi non è facile intercettare il loro linguaggio-
Diceva.

Si era convinta che non le sarebbe dispiaciuto fare l’impiegata alle Poste. Niente compiti da correggere o lezioni da preparare. Con il sistema nervoso messo al riparo dagli attacchi di quegli sciamannati.
IX
Arcangelo Rubìno, quando non stava nella putìa a decorare bummoli e quartare, se ne andava in campagna a curare gli orti. Usava una vecchia 127 di colore verde e percorreva una strada priva di segnaletica, piuttosto stretta, che si inerpicava lungo i Nebrodi.
Lassù, alla Felicìta, non lontano dal santuario, possedeva una casetta senza luce elettrica che era appartenuta al vecchio nonno, massaro. Una costruzione semplice con i mattoni di tufo a vista e finestrelle piccole con ferri storti a formare le grate. Tra una enorme pianta di fico e una di citronella, tra due alberi di persiche e due di limoni si estendevano gli orti. Arcangelo vi passava ore a innaffiare l’insalata e le zucchine, estirpare le erbacce o costruire graticci per i pomidoro , i fagioli, le melanzane.
Si preparava un piatto di pasta e mangiava all’aperto su un sedile in pietra che guardava oltre il contorno dei monti un’immensità azzurra.
Scendeva in paese con due casse di limoni, di pomodori, di fiori di zucca, che collocava sui gradini d’accesso alla casa. E la gente che passava aveva l’impressione di avere a portata i prodotti dell’orto anche sul marciapiedi, anche la domenica, a sera inoltrata, sotto le luci dei lampioni.
Zia Giovanna non perdeva l’occasione di comprare i fiori di zucca per immergerli nella pastella raffreddata in frigorifero e farli gonfiare nell’olio bollente.
A Maria Assunta piacevano. Erano dolci.
E quei prodotti della terra con i loro colori finivano sugli orci, sui piatti, sui vasi che andavano a decorare le case di tanti, ricchi e poveri.
Suo padre gli aveva mostrato la purrera da cui avevano ricavato l’argilla nei secoli i turrazzari. E Arcangelo vi aveva lasciato l’impronta delle mani e si era segnato la faccia. Mentre le cicale assordanti si acquietavano e il vento si alzava dietro i pini.
Lungo il litorale che incorniciava la costa con un muretto, e dava là verso Palermo e qua verso Messina, erano stati incastonati dei tondi di ceramica Rubìno che riproducevano il sole e i simboli dell’isola.
Una mattina che i muratori si erano messi all’opera procedendo alla posa dei decori, secondo le indicazioni del capomastro, Arcangelo aveva deciso di godersi il sole su una scogliera biancicante non lontana dai lavori. Aveva portato con sé anche la canna e la lenza, ma poco importava se i pesci non abboccavano perché la presenza di Assuntina, tra le bagnanti, era il tutto che annullava il niente.
Se ne stava beato con le gambe a mollo a osservare i prodotti della sua bottega, richiamando col pensiero la grazia di quella donna. Che, come Nausicaa, lanciava alle compagne la palla. E rideva per gli schizzi salati che la colpivano in pieno viso.
L’armonia del paesaggio, l’operosità degli uomini, la bellezza di una donna si fondevano in un unico pensiero trasmettendo benessere all’anima.
X
Maria Adele conosceva appena il padre e la madre di Pelizzi. Gestivano un negozio di ottica, piuttosto rinomato in città, in cui qualche volta le era capitato di andare.
La signora, altissima, magra, un corpo da indossatrice, aveva un viso dai lineamenti irregolari, la pelle cotta da errate cure di bellezza, i capelli irti sul capo ribelli alle tinte e alle permanenti.
La sua bocca si dischiudeva in parole essenziali.
Si indovinava l’impegno che prestava alla propria attività, ma anche una tristezza latente un’insoddisfazione mal repressa.
Il marito sembrava più giovane. La testa resa lucida da una completa rasatura, la barba accennata. Sorrideva ai clienti, diceva battute scherzose forse un po’sciocche.
Maria Adele ricordava di aver percepito in un lampo, e poi dimenticato, l’impressione di un’unione forzata. Una volta aveva visto lui su un centauro con una ragazza giovane che teneva le braccia bianche strette attorno alle sue costole.
Era una coppia che sembrava essere nata dal caso.
Lei reduce da una recente storia naufragata, lui intenzionato a fare il passo definitivo per placare le ansie di una famiglia tradizionale.
Erano nati due figli. Michele e Carolina.
Carolina aveva ereditato l’ombrosità della madre e coltivava gusti che stridevano col suo aspetto di ragazza romantica dai lineamenti delicati. Le piaceva la moda punk.
Michele aveva spalle quadrate e voglia di combinare guai. Da ragazzino, era stato considerato dislessico dalle maestre. Diceva che voleva frequentare una scuola professionale per meccanici ma i nonni materni avevano premuto per l’iscrizione al liceo.
Il padre, un giorno, aveva cominciato a dire che ognuno ha diritto alla felicità.
Era un discorso che partiva da lontano e mirava ad un obiettivo.
La moglie lasciava correre sulle sue numerose assenze al negozio. Sapeva che era un appassionato di motociclette e immaginava che la felicità significasse per lui volate notturne a Saint Tropez o gare sul circuito di Imola.
Era il tipo capace di sfidare di notte una corsia autostradale in senso inverso. La sorte l’aveva sempre assistito.
Aveva regalato al figlio videocamere incorporate in sofisticati oggetti tecnologici e, durante le gite scolastiche, amava comparire dentro quelle scatolette al silicio per farsi notare dai compagni del ragazzo e anche dai professori.
Una volta, appunto, che stavano andando a Gubbio, Michele aveva chiesto a Gherardo:
-Prof, vuol vedere mio padre?-
-Perché?-
-Sì, è qui con noi!-
Gherardo l’aveva guardato senza capire bene. Michele gli aveva mostrato la scatoletta al silicio con il padre all’interno che alzava un braccio e farfugliava qualcosa in un’inquadratura deformata.
-Ah, salve!-
Gherardo aveva abbozzato a una frase di circostanza, per non venir meno alla buona educazione.

Maria Adele scodella il riso nel piatto.
Gherardo non ha appetito. Considera come il destino si modella sul carattere dei singoli. Gli eventi della vita cui si spalanca la porta.
XI
Arcangelo aveva regalato a Maria Assunta un bellissimo anello con un rubìno, appunto, perché non si dimenticasse mai di lui.
Il normanno con il figlio e la moglie si era presentato alle sei del pomeriggio in casa di zia Giovanna. La moglie recava in braccio un fascio di rose rosse prossime a spampinare per il gran caldo.
Zia Giovanna aveva preparato le paste di mandorla, il gelato e la granita. Le altre zie, quelle che si riunivano davanti al vecchio circolo, avevano preso posto sul divano e sulle poltrone capitonné mentre i genitori del promesso occupavano le savonarola.
Maria Assunta indossava un abito in picchè rosa geranio, con le spalline che mettevano in evidenza il rigoglio del decolté.
-E allora, cummare Carmela,- fece zia Cettina, rivolgendosi alla madre di Arcangelo – siamo tutti contenti, oggi , per la bella scelta che fìcero i nostri giovani!
- Contentissimi davvero fummo!- rispose Carmela agitando il ventaglio.
Zia Giovanna portò un bel vaso, acquistato a Caltagirone molti anni prima, per sistemarvi i fiori.
Il normanno non poté fare a meno di notarlo.
-Eh, ma questa ceramica calatina è inferiore alla nostra!-
-Certo che è inferiore! – esclamò zia Giovanna un po’ piccata- lo sappiamo. Chisto me lo lasciò mio padre buonanima e io lo conservai.
Arcangelo era emozionato e non diceva una parola. Andava da una stanza all’altra, camminando lentamente per non essere d’intralcio, e poi si sedette al balcone. Fu raggiunto da Maria Assunta che lo avvolse in una sussurrata conversazione.
All’interno, allora, gli altri si misero a parlare con maggiore libertà rievocando il tempo andato, la giovinezza che si indorava nel ricordo.
-E allora, Assuntina, lo facciamo questo brindisi o no? – chiese zia Concetta, alzando la voce.
Maria Assunta rientrò nella sala, resa scintillante dal lampadario in vetro di Murano acceso per l’occasione.
-A voialtri aspettavo!- e si avvicinò alla credenza chinando il busto slanciato per prendere il vassoio con i bicchieri già disposti in numero giusto.
-E, a chisto, ce lo togli tu il tappo!- fece zia Giovanna, porgendo ad Arcangelo una bottiglia di vino spumante.
-Attento al lampadario!!- raccomandò la madre.
-Evviva! Evviva i ziti !- avevano fatto il coretto. Tutti batterono le mani.
Il prosecco venne tracannato. I fidanzati un po’ storditi, un po’ emozionati, si diedero un bacio.
Ci fu un altro applauso.
-Ma a mia piacerebbe tanto assaporare una goccia di Strega, se non sono sfacciato! – fece, in un impulso di spontaneità, il normanno che aveva notato la bottiglia dietro la vetrinetta.
- Subbito! potevate dirlo prima!!
Zia Giovanna mise la bottiglia nel centro del tavolo e prese i bicchierini di cristallo lavorato.
-Ricordo che quando mi feci fidanzato con Carmela, mi offersero il liquore Strega!-
-Ma certo, è di buon augurio!- sostenne zia Concetta.
Fu versato l’alcolico giallo nei bicchierini. Commentarono sul gusto allo zafferano. Dissero che erano già brille.
Il normanno intanto girava e rigirava tra le mani la bottiglia. Osservava l’etichetta godendosi il ricordo.
XII
Era una domenica mattina. La camionetta di Gualtiero, un collega anestesista, venne a prenderlo sotto casa. C’era anche Lovati, il vecchio veterinario.
Dovevano percorrere la Montanara e raggiungere Castel del Rio. Lovati ci teneva a mostrare dei vecchi fucili che erano custoditi nella soffitta di un casolare abbandonato. Sotto i mattoni del pavimento.
Dante aveva il porto d’armi e collezionava fucili di un certo pregio, ereditati dal nonno. Antichi, con incisioni all’altezza del grilletto e della pietra focaia. Possedeva anche delle carabine, berette di diverso calibro, una spingarda usata dai cacciatori del Po, un winchester e una Smith e Wesson.
Era autunno, il fogliame del bosco si era tinto di colore infuocato. Una di quelle giornate ottobrine, malinconicamente dolci come lo è il suono del flauto traverso.
Il vecchio Lovati fece strada, dopo che l’auto fu parcheggiata lungo una salita. L’interno della casa era malandato. Si vedevano ragnatele, assi appoggiate ai muri scrostati, una zoccolatura alta con la tinta grigia persa.
Il veterinario salì la scala dell’edificio quasi diroccato e scese con a tracolla e in braccio le armi che depose su un tavolo impolverato e bucherellato.
-Ecco lo sten!- indicò Dante notando la mitraglia col caricatore.
Quei fucili, utilizzati dai partigiani o dagli sbandati rifugiati sull’Appennino, erano stati nascosti in una nicchia ricavata sotto il pavimento.
Erano ormai dei vecchi ferri ossidati, privi di un valore intrinseco. A parte una carabina, che aveva mantenuto un buono stato di conservazione, il resto era senz’altro di scarso interesse.
-Busòn mi ha detto di rimetterli al loro posto e di lasciare tutto come l’abbiamo trovato- il veterinario risalì la ripida scala per risistemare le armi.
Uscirono. Chiusero con due catenacci arrugginiti la vecchia porta stinta e sbrecciata.
Respirarono l’aria fresca del mattino.
Intorno c’era una piccola radura, ombreggiata agli orli dalle fronde dei faggi. Dietro uno stalletto si poteva scorgere l’imboccatura di un sentiero angusto.
A Lovati venne voglia di scendere per andare a raccogliere due castagne.
-E’ un’annata d’oro – disse – i marroni sono belli grossi!-
- Zuvnòt! Me a stégh cun Dante! – affermò Gualtiero.
Il dottore si avviò con un bastone trovato nella legnaia, cantilenando “ Vi presento il prode Vicchi, mangiatore di radicchi …Egli sta a Castel del Rio, il paese suo natio…”
Dante e Gualtiero si spinsero verso l’estremità del poggio. Nell’erba c’era la guazza mattinale e qualche foglia secca.
Sulle nubi, che si addensavano in cielo , si stagliò un piccolo stormo di beccaccini.
Dante istintivamente fece l’atto di imbracciare il fucile. Si sbilanciò di poco sul terreno sconnesso ma perse l’equilibrio. L’arto sottilissimo si piegò come quello di un fantoccio. Il resto del corpo lo seguì simile a un sacco inerte senza che Gualtiero potesse impedirlo. Cominciò a rotolare lungo la china schiacciando sterpaglia e foglie.
-Dante!!!-
Gualtiero si buttò lungo la traccia lasciata dal corpo che continuava a rotolare.
-Bruno!!!-
Per fortuna un cerro bloccò la caduta. Il corpo si fermò.
Gualtiero gli fu addosso. Dante era svenuto. Gli arti si erano piegati come fossero snodabili.
Lovati fu lì all’istante.
Fu avvisato il Pronto Soccorso. Attesero l’elicottero.
XIII
C’era festa. Festa in paese quella sera. Faceva talmente caldo che le granite e i gelati nei bicchieri diventavano liquidi in due battiti di palpebre..
“Rosa fresca aulentissima, ch’appari in ver l’estate…”
Tre attori sui trampoli toccavano con la testa i balconi e le finestre delle vie. I legni e i fiati accompagnavano il trio alternando alla musica la recita. Si udivano soprattutto i tamburi.
Quella poesia di Cielo D’Alcamo era un ricordo vivo per le nuove e le vecchie generazioni .
Il pensiero andava alla bellezza, alla schermaglia allusiva tra i due amanti
Tutto si confondeva , si frammentava nel ricordo, nella serata estiva, nella vita che scoppiava tra la piazza e la strada. Gli odori dei fritti e dello zucchero caramellato si mescolavano a quelli dei fiori, alle miscele degli interni, tra vetuste abitazioni che avevano da raccontare il passato.
Laureato in filosofia, Vito era stato eletto assessore. Assessore alla cultura.
Adesso lui organizzava le rappresentazioni teatrali, i concerti, le danze sotto il cielo.
Ricomporre le categorie aristoteliche tra i tavolini di un bar o davanti al caffè della società operaia era rapimento come la descrizione dell’ oboe o l’esecuzione dell’Aida nel sagrato della Matrice Vecchia.
Lui avrebbe voluto un liceo musicale per un paese in cui si era formato il corpo della banda.
Fu Vito che, in quella sera di caldo estivo, chiese a Maria Assunta di entrare nel gruppo delle majorette.
XIII
Era rientrato in ospedale dopo una lunga convalescenza. Svolgeva mansioni ambulatoriali. Ma faticava a impugnare la penna per le ricette e doveva tenerla con due mani. Si stancava di più. Aveva amnesie.
Quando tornava a casa si sedeva in poltrona nello studio e ascoltava musica classica nelle cuffie.
Adele lo doveva chiamare più volte, obbligarlo a interrompere perché andasse a tavola.
Gherardo piangeva più spesso.
Una volta che il bambino gli aveva messo una mano nella tasca della giacca Dante lo aveva allontanato in malo modo.
Gherardo si era rifugiato tra le braccia di Adele che l’aveva rassicurato tenera.

Niente. Aveva deciso. Sarebbe andato in cascina ad allevare i colombi assieme al padre pensionato. Là, in campagna, alla Bruciata. In quella casa di contadini dove crescevano erbacce alte come un pagliaio e c’era il pozzo nel cortile con i secchi, la carrucola e il raffio. Là dove il sole in estate spaccava la terra e veniva voglia di aprire le crepe.
Adele aveva tentato di dissuaderlo dicendogli che se ne sarebbe pentito.
Ma lui era caparbio.
La campagna gli piaceva. Era il luogo in cui avrebbe stretto il suo patto segreto. In cui non si sarebbe sentito infelice .
Allora il padre si era rivolto a certe amicizie e gli aveva procurato un posto da impiegato al museo della civiltà contadina presso Campotto.
Passava le ore a guardare le foto appese al muro che riprendevano re Vittorio Emanuele mentre stringeva la mano agli scariolanti che avevano alzato gli argini del Po. E, quando arrivavano i visitatori, mostrava il plastico che riproduceva i lavori di bonifica.
Con le idrovore poco distanti da lì.
XIV
Gherardo, nel mettere il tovagliolo sulle ginocchia, pensa a Guarino Veronese e al ruolo del praeceptor. Ritiene di aver applicato le più elementari norme della pedagogia instaurando un clima di dolcezza e di cordialità con e tra i propri studenti.
La madre gli serve il riso dopo averlo cosparso di parmigiano. Guarda il figlio con occhi ansiosi.
Gherardo si fa il segno della croce e porta i primi chicchi alle labbra.

Anche nei giorni di festa Dante si tratteneva in campagna. A Adele non piaceva andare. Faceva o troppo caldo o troppo freddo. Una volta che avevano dormito là, Gherardo era tornato con la fronte piena di punture di pappataci.
Adele preferiva la città. Le sue strade acciottolate. La pulizia. L’atmosfera frizzante delle chiacchiere nei bar e nei negozi.
Le bastava anche soltanto andare in stazione. C’erano treni ogni mezz’ora. Diretti a Rimini, Bologna, Ravenna e Milano.
Gherardo sapeva tutto. Degli orari, degli altoparlanti, del deposito bagagli.
Erano le undici e mezza di una domenica mattina. Adele e Gherardo sedevano da circa mezz’ ora sulla panchina di legno a ridosso del muro della stazione, contando le corse e gli annunci.
Arrivò il regionale per Ancona. Si fermò col solito stridio di freni sul binario. Quel rumore acuto, sgradevole, che entra nella memoria affettiva di chi fa uso del mezzo.
Dal treno scese il portalettere. Con la valigia e la borsa di cuoio nella quale era stato infilato di traverso qualcosa di lungo, avvolto in una fodera.
-Mamma, c’è Vito!- disse il bambino, indicando con un cubo di plastica che aveva portato con sé.
-E’ vero! – rispose Adele guardando.
Venne verso di loro.
Aveva l’aria stanca. Passata la notte in una cuccetta, i bocconi di pane e formaggio ancora nello stomaco, l’odore nauseante della carrozza ferroviaria sempre addosso.
I pantaloni di lino chiaro sgualciti come la camiciola con le maniche rimboccate.
-Oh! Oh! Ciuf! Ciuf! Ih! Ih!... Oh! Oh! Ciuf! Ciuf! Ih! Ih!..- ripeteva Gherardo.
- Che bel ritmo , hai fatto! Te ne sei accorto?- Vito si rivolse al bambino per salutare.
- Che cos’è? – chiese Gherardo.
- Hai ripetuto dei suoni in ordine!- rispose Vito.
Gherardo lo guardò.
- Ti piace la musica? – chiese il portalettere.
- Sì…- rispose il bambino incerto.
- Ma, lei, suona?- domandò Adele.
Lui appoggiò la valigia sull’impiantito della stazione, tolse la tracolla di dosso e tirò fuori lo strumento.
Lucido nelle chiavi, il legno scuro.
- Che bello! – esclamò Adele – E’ un clarinetto?
- No – fece il portalettere- è un oboe.
- E, lei, lo suona?
- Sì, certo .
Gherardo era incantato.
-Le dispiacerebbe farci sentire qualche nota?- chiese Adele.
-Sì, volentieri, ma usciamo da questo frastuono.
Si allontanarono dalla confusione. Nei giardinetti c’era una panchina. Adele e Gherardo si sedettero. Lui rimase in piedi, appoggiò la punta del mocassino al sedile, portò alle labbra l’imboccatura e accennò al “Larghetto” di Vivaldi.
- Commovente…- commentò Adele alla fine
- L’oboe è il più espressivo tra i legni – disse il portalettere – sa esprimere il candore, l’innocenza… oppure il dolore dell’essere debole …
-Sarebbe bello andare al parco e ascoltare là- propose Maria Adele.
-Dove? Alle Acque? – domandò sopra pensiero lui.
-No, al parco Tozzoni. C’è una bella radura. Ci si potrebbe sistemare un’orchestra. Come nel 700!- affermò lei col tono tenero di una ragazzetta.
-Non ci sono mai stato – affermò il portalettere.
-Andiamoci, mamma!- incoraggiò Gherardo.
- Va bene! –soggiunse Maria Adele- Domenica prossima. Per l’orario ci metteremo d’accordo in settimana.

La domenica successiva piovve. Dante passò il pomeriggio nel sottotetto della casa di campagna a sentire il ticchettio delle gocce, aggiustando alcune gabbie.
Adele bruciò la crostata nel forno.
Gherardo uscì con i nonni materni che lo portarono al cinema.
XV
Il funerale è stato fissato per le tre del pomeriggio. La Messa verrà celebrata in San Cassiano.
Gli insegnanti, i compagni raggiungono l’abitazione per le condoglianze alla famiglia.
Gherardo trova difficile stringere la mano alla signora, accostare le sue guance a quelle di lei.
Pallidissima, sotto sedativo, lei ha l’espressione della resa disperata.
Il marito lo sguardo dell’assente o dell’allucinato.
Una moltitudine silenziosa esprime il proprio cordoglio nelle forme consuete.
La città sembra fermarsi per un tempo imprecisabile.
Il cielo è diventato grigio e cumuli di nubi vi si addensano.
XVI
Zia Giovanna guardava storta la nipote. Immusonita. Gli occhi le si erano fatti di un verde palustre.
Quando Assunta si preparava con la gonnellina rossa e la pettorina bianca abbassava la testa sul cucito. La salutava appena mentre apriva la porta.
A Maria Assunta piacevano le prove della banda.
Stare in gruppo. Formare un corpo. Ascoltare le indicazioni dell’insegnante.
Marciare a ritmo. Insieme. Voltarsi e rivoltarsi.
La festa della Vergine Assunta era una meraviglia. Il gruppo delle majorette precedeva il corteo. Poi veniva la banda con i legni e gli ottoni. Quindi il prete, la statua della Madonnina sulle spalle delle pie donne e dei confratelli con i cappucci bianchi e la tunica in velluto rosso scuro. A seguire, le autorità. Infine la popolazione.
Assunta piegava le gambe. Alzava e abbassava la mazza.
La gente si sporgeva dai balconi. I coetanei le sorridevano.
Perché zia Giovanna era contrariata?
Temeva che Arcangelo non gradisse la cosa. Lei non capiva bene il discorso dello” stare insieme”.
Più insieme di due fidanzati che si amavano che cosa ci poteva essere?
Ma la disciplina che comportava il decoro della ceramica, la disciplina della farmacia, a volte, si facevano treni piombati.
A volte lei si sentiva stranita dentro un bozzolo e le pareva che anche per lui fosse così.
A lei piaceva l’atmosfera delle prove. Quel “ricominciamo”, quel “riproviamo”. Quel vedere ritrovato l’accordo e il suo proseguire.
C’era la festa del Patrono, la festa di Maria Bambina, la festa della Madonna del mare, la festa al Santuario… Non era soltanto la tradizione, la sua continuità.
Significava dare il senso, riconoscersi.
Era sempre stata rinchiusa in casa. In un’atmosfera di tristezza. L’andirivieni al cimitero, le messe di commemorazione. Gli armadi con gli abiti neri. Le visite ai lutti.
Il mondo delle zie con le loro solitudini. Per vedovanza, per scelta o appartenenza.
Aveva bisogno di prendere fiato. Di soffermarsi. Di dare spazio ai sogni.
XVII
Ci erano andati quel pomeriggio al parco Tozzoni . A Palazzo Tozzoni, Vito e Maria Adele. A vedere gli scaloni, le sale, le cucine. Il salotto rosso con le poltrone dallo schienale alto, le tende, le tappezzerie opulente. I quadri enormi, le cornici d’oro. E i lampadari con le candele.
Per sognare un ballo. Pensare ai ventagli, ai vestiti stretti in vita, ai brusii, ai bigliettini passati sui vassoi d’argento. Alla musica.
-Che bello l’Ottocento! – affermava Maria Adele.
-Sì, anche i romanzi! – concordava Vito.
-Qual è il tuo preferito?-
-Mah, forse “I Miserabili”. Da ragazzo mi aveva colpito molto la figura di Jean Valjean perché cambia identità e continua ad essere perseguitato.,… ”
- Come non dimenticare quei discorsi? Innalzavano a nobili vette. Io naturalmente amavo le sorelle Bronte. Frasi come…:” E’ il mio spirito che si rivolge al vostro spirito come se fossimo passati nell’aldilà…”
- Sì, il Romanticismo ha dato centralità all’anima, alle tensioni metafisiche, ai sentimenti più puri…
- Somigliano tutti questi palazzi dei signori – interruppe Adele.
- Erano accomunati dalle stesse abitudini, dallo stesso tenore di vita. Anche nel mio paese c’è un palazzo simile. Anzi, mia madre discende proprio dalla famiglia che vi abitava.
-Ah sì? – esclamò Adele – e, tu, come mai sei qua, allora?
Vito non le rispose. Osservava in una teca il bastone da passeggio di Umberto I, donato dalla famiglia reale al nobile Tozzoni. Che aveva soccorso sua maestà il giorno dell’attentato.
Adesso sembrava quasi intimidito. Le piccole rughe sulla fronte un accumulo.
Rispondeva di sì e di no.
Forse pensava ad altro.
XVIII
Maria Assunta aveva raccolto quelle note, distribuite nei vicoli, come caramelle cadute dal cielo. E già imparava qualcosa della fanfara, delle marcette.
Zia Giovanna le aveva detto che il padre di Vito, Gaetano, chiamato da tutti “ il professore” anche se non si era mai laureato, era stato in gioventù un gran dissoluto come il nonno, ambasciatore in Eritrea, che chissà quante mogli di ufficiali aveva conosciuto.
Non c’era fimmena che sapesse resistere al suo linguaggio diretto ai sensi, al suo fare insinuante.
Che stesse attenta Assuntina! Tale il padre, tale il figlio!

Maria Assunta un giorno fece il bagno in zona “barche grosse”. Aveva il materassino e Vito vi passava sotto. Le afferrava i piedi e la faceva cadere in acqua. E ridevano.
E poi si erano asciugati sugli scogli davanti al sole che gettava il suo barbaglio infuocato .
Lui le aveva ricomposto il fiocco nel laccio del bikini. E le aveva raccontato la storia di Alfeo.
E poi giocava a rimbalzello con i sassi tondi e piatti.
Due, tre rimbalzi. Tre, quattro rimbalzi sulla superficie liscia e arrossata del mare.
E un gabbiano attraversava la striscia del cielo col suo verso acuto.

XIX
Non occorre un’omelia particolarmente efficace per suscitare il pianto. L’evento inatteso scuote tutti con la forza di un movimento tellurico.. E non ci sono parole da dire. Solo emozioni da contenere.
Gherardo si tiene vicino ai colleghi col capo abbassato.
Maria Adele, il busto eretto dietro la penultima colonna , sente che la sonata di Bach slarga qualcosa in petto.

“Avara pena, tarda il tuo dono/ in questa mia ora/ di sospirati abbandoni./ Un oboe gelido risillaba/ gioia di foglie perenni,/non mie, e smemora;/ in me si fa sera/:l’acqua tramonta/sulle mie mani erbose./ Ali oscillano in fioco cielo,/labili: il cuore trasmigra/ ed io sono gerbido,/ e i giorni una maceria”.
Maria Adele l’aveva riletta. Riaperti i testi di letteratura. Riafferrato il filo dell’aquilone.
Portati i libri di poesie, i romanzi in ufficio. Sistemati nel sottobanco come a scuola. Da leggere nei momenti morti.
-Sei cambiata!- le disse un giorno Mara a bruciapelo.
-In che senso?- chiese Maria Adele .
-Sei più silenziosa! Più assorta. E poi, sempre con quei libri…
-E’ il potere dei ricordi, il percorso che ritorna…-rispose Adele.
-Te l’avevo detto io! –sottolineò Mara¬- con la tua laurea...non dovresti essere qui …ma, Dante come sta? Sempre alla Bruciata?
-Non riesce a riposare bene la notte. Prende le gocce e si alza tardi al mattino. Così la giornata si capovolge- informò Adele con tono malinconico.
-Ma… lo sapete che ieri sera c’era Vito che suonava per la festa della Ripresa!- annunciò Mara con eccitazione.
-Cioè?- chiese Paola.
-Ma sì! Quella festa che si fa da un po’ di anni in cui sfilano i costumi antichi dei quartieri! C’era anche lui accanto ai tamburi… l’hai visto, tu, Adelina?
-No, non sono andata- rispose Maria Adele intenta a digitare qualcosa.
-Certo che, a guardarlo bene, è proprio un bel ragazzo. Quanti anni avrà? - fece Mara.
-Mah, io direi una trentina…- intervenne Paola – comunque, è vero e, se avessi qualche anno in meno, un pensierino lo farei…
- Ti mette addosso qualcosa –Mara faceva la voce stridula –è come se ti buttasse…sì,… il fuoco, a destra e a sinistra quando parli con lui !
-Adesso non esageriamo! – ridacchiò Paola – così moriremmo tutte! – e continuò a ridere.
-Sì, invece –insistette Mara – è come… è come…se ti facesse una magia… non so come dire.
-E’ il fascino latino- disse Paola con aria saputa -Ma tu, Adele, lo sai dove abita?
-No- fece Adele guardando un punto nel vuoto.
-Ah, pensavo che te lo avesse detto… Non siete usciti qualche volta?
- Sì, ma non abbiamo parlato di questo – rispose Adele asciutta.
- Ho sentito il direttore un giorno dire che sta a Modena da certi parenti – notificò Mara.
Mara e Paola continuarono a confabulare. La mattinata trascorse greve.
Poi, dalla scuola elementare telefonarono a Maria Adele: Gherardo non si era sentito bene ed era meglio accompagnarlo a casa.
Fu una buona occasione per interrompere il rimbombo dei discorsi.
XX
Al vecchio Rubino piaceva l’opera lirica. Sua madre gli aveva trasmesso questa passione perché, da giovane, aveva alloggiato per un certo periodo a Parma e si era innamorata del velluto rosso e delle cantanti liriche., del mondo realizzato nella bomboniera del Regio.
Durante la stagione invernale il normanno si concedeva il lusso di andare al Teatro Massimo per assistere a “La cavalleria rusticana” , al “Rigoletto”, alla “ Turandot”.
La sua preferita era “Il barbiere di Siviglia” che ascoltava anche in bottega e ne sapeva a memoria il testo.
Ma adesso il venticello della calunnia calava pesante.
La moglie quasi gli impediva di ascoltare. Si sentiva schiacciata dall’atmosfera del paese. L’aria si era riempita di veleno e i discorsi non avevano più la simpatia di prima. Le parole erano gialle come le epatiti, i riferimenti erano gli stipiti delle porte che in “casa Rubino dovevano essere alzati”.
Assuntina non diceva niente e loro non le dicevano niente.
Ma era la gente che diceva.

Le zie avevano predisposto l’ultimo piano mansardato. Stanze ampie, ben arieggiate, con il soffitto a volta, affrescato nelle tonalità del verde e dell’azzurro. E i balconi con le ringhiere in ferro battuto e ritorto.
Era necessario, però, sostituire agli impiantiti di cemento, sbreccati, le mattonelle in ceramica con i disegni destinati un tempo alle famiglie gentilizie.
Zia Giovanna le voleva tutte come quelle di palazzo Alfieri.
Il normanno era d’accordo. E il forno dell’azienda Rubino fu attivato per cuocere le piastrelle che avrebbero recato i decori eleganti. Da signori.
Per un matrimonio che si voleva imminente.
Anche il tetto venne rifatto con una copertura a travi spesse, lo strato di assi e le tegole avvitate perché il vento non le portasse via.
Furono installate le impalcature.
E il rumore dei martelli si diffuse lungo la via per giorni e giorni.
Arcangelo metteva tutto dentro l’obiettivo per mostrare il prima e il dopo.
Ai mobili avrebbero pensato in seguito. Ma dicevano, scherzando, che per due persone che si vogliono bene sarebbero bastati un tavolo e due sedie.
XXI
Michele Pelizzi percepiva lo studio della letteratura come un monotono acquisire informazioni intorno a questo e a quell’autore.
Gherardo aveva detto che si doveva provare entusiasmo per le opere dei poeti, aggiungendo alla parola entusiasmo il suo significato etimologico: in Dio.
Il ragazzo un giorno gli aveva chiesto perché Leopardi avesse scritto “Il canto notturno ” e “ La ginestra”, che senso avesse piangere sulla vita e poi continuare a vivere.
E Gherardo gli aveva spiegato che la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza e anche l’ironia, l’umorismo e tante altre cose difficili quanto necessarie per la consapevolezza.
Ma era successo solo qualche volta e chissà dov’erano planate le sue parole.
Gherardo continuava a darvi importanza e sentiva di crederci, ma sapeva che l’età degli studenti non favoriva un vero ascolto.

Michele aveva visto la madre prendere le gocce troppo spesso. E farsi sempre più debole e triste. Il marito, quando inforcava il centauro, voleva che quelle due braccia bianche rimanessero attorno alle sue costole.
La moglie, allora, aveva preteso il divorzio.

Quando il collega di matematica riferisce questo a Gherardo, lui si sente svuotato. Sperso sul sagrato enorme e bianco in cui va formandosi il corteo.

Nella casa di campagna dei nonni, sulla facciata di mattoni rossi, c’era una cassetta appesa con due finestrelle a volta. Era la dimora di due colombi.
Gherardo, da bambino, li aveva osservati molte volte e aveva impresso nella mente quel volo insieme. Quelle ali sbattute e arruffate. Prima dell’ uno, poi dell’altra e viceversa.
Non li avrebbe mai immaginati divisi.
D’estate nelle ore più calde, con la scala interna a pioli, raggiungeva il solaio e si affacciava da un foro sotto il culmine del tetto.
Guardava in giù.
E li sentiva tubare.
XXII
Gherardo un pomeriggio, alla cascina, dopo che il padre aveva sparato su barattoli e bottiglie allineate sui ceppi, gli fece ascoltare, registrata in un nastro, “La Colomba”, tratta da “ Gli uccelli” di Respighi e gli parlò dell’oboe.
-Perché non lo mandi a scuola di musica?- propose Dante a Maria Adele- Ci sono dei bravi insegnanti in città.
Gherardo aveva cominciato a prendere lezioni di piano dalla signora Artemisia che abitava in un vecchio palazzone sulla via Emilia.
-Il pianoforte è uno strumento completo che può stare anche fuori dall’orchestra – gli diceva.
Era una maestra severa.
Da lei Gherardo imparava che le note risalgono al Medioevo e che la musica come la poesia è il linguaggio dell’anima.
Ma non gli piaceva il solfeggio e forse nemmeno l’immobilismo delle lezioni. Si sentiva irrigidito dentro quella stanza, pensava all’impossibilità di spostare lo strumento. Mentre il portalettere andava in giro col suo legno e lo suonava dove voleva.
-Mamma, voglio suonare l’oboe! – disse una sera mentre si lavava i denti.
Maria Adele gli comprò un flauto di plastica e chiese a Vito di dargli lezioni.
Vito, tutti i sabati e le domeniche pomeriggio, lo portava lungo il Santerno, vicino a un vecchio scanno per le lavandaie, e lo faceva suonare.
Perché la musica corresse sull’acqua del fiume e arrivasse al mare.
XXIII
-Quella borsa è un prodotto d’artigianato? – domandò Adele a Vito un giorno. Entrambi avevano preso l’autobus delle due alla fermata davanti all’ufficio postale.
L’occhio le era caduto ancora sulla bisaccia che spenzolava dalle spalle magre del portalettere.
-Non ci crederai – le rispose lui- ma questa borsa proviene da Massaua. E’ un regalo del nonno, ambasciatore là quando l’Italia possedeva le colonie.
Avevano adocchiato due sedili liberi sulla piattaforma del bus che vibrava ..
Il portalettere si tolse la tracolla e la mostrò a Maria Adele.
Era stata realizzata con pellame di qualità. In un angolo, in basso, erano incise le stelle dell’Orsa e alcuni caratteri arabi.
-Me la diede completamente nuova. Nessuno l’aveva mai usata, prima … lui sapeva come interpretare il pensiero di chi gli stava intorno. Diceva agli africani: “Noi siamo gli invasori!”.
Maria Adele pensò che probabilmente si trattava di un dono ricevuto in cambio di un favore.
-Dentro vi custodisco gli insegnamenti del nonno che ho fatto miei – disse Vito con aria tra il grave e il candido.
- Ne potrei conoscere qualcuno?- chiese sottovoce Adele.
- Sì – rispose Vito disponibile- … si deve precedere gli altri nel bene e… per essere liberi, coltivare ciò che si ama…la bontà e la bellezza ci permettono di crescere…
-E tu, precedi gli altri nel bene?- domandò Adele, colpita.
-A volte… credo di sì, ma non ne sono sempre sicuro…
L’aveva guardata in un modo penetrante e lei si era sentita ridotta in scaglie.
-Perché non vieni anche tu sul Santerno a sentirmi suonare?- le chiese inaspettato.
- Sì … potrei anche … ma che cosa ti attrae, perché vai sul fiume?-
-Perché è inarrestabile… - affermò lui.
- Ah … come il divenire - disse Adele .
- Come le emozioni- disse Vito.

XXIV
Arcangelo era salito con la 127 verde lungo la strada a tornanti che portava alla Felicìta. Voleva godersi il cielo e la vista delle colline, il frinire delle cicale .
Sarebbe andato tra le piante e avrebbe accarezzato le scorze dei limoni, la peluria delle pesche, mentre il sole premeva con la sua vampa forte.
Stava raccogliendo dei fichi quando l’odore acre del fumo gli pizzicò le narici. Allora raggiunse l’orlo del terrazzamento e guardò in basso verso il pendio da dove saliva la nube. Qualche pastore ogni anno appiccava fuoco in un angolo della montagna perché la cenere concimasse il terreno dove brucavano le pecore.
L’incendio si propagò per un’area di notevole estensione.
Arcangelo vide le fiamme avvicinarsi in direzione della casa e le sentì crepitare sui rami degli alberi, sulla mignola degli ulivi. Allora cominciò a riempire i secchi dalla fontanella per buttare l’acqua sul perimetro degli orti. Lo fece tante volte e corse e corse talmente che le gambe gli facevano male e il cuore gli batteva troppo forte.
La situazione si era fatta difficile col vento levatosi all’improvviso.
Ma lui non si dava per vinto. Pensava che se non sapeva difendere la sua roba, non sarebbe stato degno di godersela.
Dopo diverse ore, i coniugi Rubino con alcuni amici e parenti cominciarono a cercare il figlio.
Lo trovarono accanto al fico d’India del muretto, lungo la vecchia mulattiera.
Forse aveva ricevuto un colpo in testa da un ramo che si era schiantato al suolo.
XXV
Un giorno di luglio alla cascina facevano una gara di tiro a segno. Gherardo volle invitare Vito. Gli piacevano i cerchi concentrici rossi e neri delle tavole di legno allineate sul limitare delle stoppie.
E il fragore degli spari.
Dante andava avanti e indietro con frenesia per le cavedagne , piegando l’arto come fosse quello di un fantoccio.
-Papà, questo è Vito! –
Dante gli strinse la mano con un- Ah…-era distratto dal setter che gli correva a fianco.
Si concentrò sulla gara osservando i tiratori che preparavano le carabine.
Poi, rivolto al portalettere:-Ha mai provato a sparare?-
-No, anche se in casa ci sono i fucili ereditati da mio nonno-
-Da suo nonno?-
- Sì, anzi dai miei nonni. Quello paterno li portò dall’Africa, quello materno li usava per la caccia-
-Ah, allora forse abbiamo qualcosa in comune – disse Dante, mostrando un sorriso che sembrava privo del bianco.
Intanto la gara era iniziata. I tiratori si avvicendavano seguendo le indicazioni dell’arbitro.
La competizione si fece accesa perché, in parallelo al poligono di tiro, un gruppo di dilettanti con le carabine prendeva di mira barattoli e bottiglie sui ceppi.
Il setter abbaiava saltando furioso e Vito lo richiamava per evitare che Gherardo lo seguisse.
Vito aveva raggiunto la linea dei ceppi quando i dilettanti sembravano a riposo.
Ad un certo punto, non si seppe mai come, partì una rosa di pallini: venne deviata da un sasso, da qualcosa posta sulla traiettoria.
Forse si sarebbe potuto fermare tutto.
Gherardo saltellava su una balla di paglia e si voltò, quando sentì le grida e poi le carabine tacere.
Vito aveva la testa riversa sull’erba bruciata.
Per lui il sole era diventato nero e la cornea uno smeriglio.
XXVI
Il campanile mandò i primi rintocchi.
Davanti alla Matrice Vecchia la portiera della vettura funebre era stata alzata. La gente usciva piano dalla chiesa nel caldo torrido delle tre.
Furono sistemate le corone con le onoranze. La bara venne adagiata nell’automobile.
Il normanno e la moglie, stretti e fragili negli abiti scuri, presero posto dietro la macchina funebre che si avviò lenta e silenziosa verso il cimitero.
Don Alfio cominciò a recitare il Requiem e tolse di tasca il Rosario…
Una fila di bianche lumache compose il corteo.
I fiati partirono in sordina con l’ ”Adagio” di Albinoni.
La salita, lungo i lastroni neri di pietra lavica, alimentò il senso della penitenza.
Zia Giovanna dava il braccio a zia Concetta. Maria Assunta, accanto a zia Cetti, faticava a trovare la regolarità del respiro. Il rosso colava dal dito.
Sentiva di subire un’avversità intollerabile. Come il rumore della cazzuola sul cemento fresco.
L’oboe non c’era.
XXVII
Maria Adele, dopo quel giorno della gara di tiro a segno, aveva saputo che Vito era andato in America per curare la vista. Ma poi non aveva più avuto notizie di lui..
Una sera aperse la cassapanca dove custodiva ancora il fondo di chitarra, con il cuoio fiorito di muffa in corrispondenza delle Pleiadi, e decise di buttarlo nella spazzatura perché non sarebbe stato buono neanche come surrogato.
Dante continuò a ricercare negli archivi aspetti inediti di storia contemporanea.
Quando Gherardo iniziò a insegnare, ebbe voglia di rivedere lo scanno sul Santerno. Ma non riuscì più a ritrovare il luogo esatto, il punto in cui sostava con in mano la canna del flauto.
La vegetazione aveva ricoperto tutto in modo ordinato e diverso.

Sul finire della giornata, dopo le esequie di Michele Pelizzi, Gherardo pensa alla lezione dell’indomani. Desidera parlare agli studenti dei marosi di Montale e del dovere di resistenza.
E poi di come la letteratura insegna a considerare il prossimo e se stessi, a trovare le proporzioni della vita, il posto dell’amore e della morte, il modo di pensarci o non pensarci…
Maria Adele si affaccia alla ringhiera del balcone per guardare il profilo discontinuo dei monti e le ali aperte degli uccelli.
Si ricorda del portalettere.
Di quando le ha detto che si deve precedere gli altri nel bene, coltivare ciò che si ama… per essere liberi… Crescendo in bontà e bellezza.


“Avara pena tarda il tuo dono/ in questa mia ora/ di sospirati abbandoni/ un oboe gelido risillaba/ gioia di foglie perenni,/…” (S.Quasimodo “L’oboe sommerso”)




*

Duale

DUALE
L’orologio del campanile segna le dieci e cinquanta. Presto. Prima delle undici e cinque la messa non ha inizio. Il sacerdote aspetta gli ultimi ritardatari sperando di contare qualche fedele in più. Ma non succede neanche oggi che è il giorno dei Santi. Magari domani si assembreranno in numero maggiore davanti alla cappella del cimitero ma oggi no, oggi la chiesa sarà semivuota come al solito.
Margherita preferisce l’ingresso laterale. Oltre l’angusta porticina, l’interno dell’edificio si slarga e sorprende perché le sedie e i banchi, di piccole dimensioni, sono stati collocati su un pavimento alzato di livello che amplifica la percezione dello spazio.
Lei varca la soglia e lancia un’occhiata veloce ai pochi fedeli presenti.
Raggiunge, come di consueto, il banco in terza fila, si inginocchia e china il capo. Il sacerdote esce dalla sacrestia e la celebrazione ha inizio.
Margherita trova sempre conforto nelle parole dell’omelia. Chi sono i santi? Sono coloro che hanno messo in pratica gli insegnamenti di Gesù. Dunque possono esserlo anche le persone più umili e semplici, anche se il loro nome non compare nel calendario..
Il sacerdote ripete il concetto, lo argomenta con esempi.
Margherita pensa al libro dei “Santi fanciulli” che ha letto quando era piccola: Santa Regina, Santa Solangia, Santa Imelda, Santa Caterina Tekakwitha…
I coristi accompagnano all’unisono il momento della comunione..
La Messa è finita. Lei si attarda ancora, inginocchiata al suo posto.
-Posso salutarti, Margherita ?- una voce amica la fa voltare. E una presenza accanto.
-Angela! Che piacere vederti!- Le due teste grigie si allineano nell’abbraccio- sei venuta a trovare i tuoi?
-Sì, come sempre in occasione delle feste!- dice l’altra.
-Eh, già! Tu sei finita proprio in capo al mondo! Come ti trovi? Stai sempre là?
- Sì, sempre a S. Candido… beh…non mi lamento, il paesaggio è magnifico e, nel complesso, le cose funzionano su tutti i versanti anche se non è come stare qua…-
- Già – risponde Margherita abbassando il viso in un sospiro - la nostalgia tiranneggia sempre…-
Angela le lancia uno sguardo vivo dalla ragnatela di rughe.
Entrambe si sentono ragazze: non percepiscono la durata del tempo lungo che è trascorso.


-Margherita, la servi tu la birra ai tavoli di fuori?-
La mamma era ferma davanti alla cassa con il rifornitore di aperitivi e liquori che prendeva appunti.
-Ma Daria non c’è?- chiese Margherita che stava notando da diversi minuti l’assenza della sorella.
-Non te lo ha detto? Oggi pomeriggio non viene perché va al mare con Giorgio.
Margherita fece una smorfia.
-Va bene – rispose sostenuta.
Girò dietro il bancone, prese i bicchieri, li avvicinò allo spinello, fece scendere il liquido biondo con la schiuma. Li depose sul vassoio rotondo e si avviò verso l’esterno, irrompendo nel sole estivo.
Servì prima il gruppo dei tennisti, seduti vicino alla fioriera, quindi portò l’ultimo bicchiere al tipo che occupava il tavolino sotto l’ombrellone, a ridosso del muro. Posò delicatamente il bicchiere sul ripiano d’alluminio assieme allo scontrino.
Il tipo, tenendo le palpebre abbassate, sembrò guardare con interesse il muoversi aggraziato della ragazza e le sue dita lunghe, strette intorno agli oggetti.
-Mi fa un panino?- le chiese.
-Come lo vuole?-
-Va sempre bene- rispose lui arrotando la erre nella voce nasale.
Margherita tornò dentro. Afferrò il pane da uno stipo, lo tagliò, aprì il frigorifero, prese il cartoccio del prosciutto e un pezzetto di burro.
Gli servì il panino dentro un vassoio di plastica lucida e bianca . Lui lo portò con urgenza alla bocca. – Buono- disse.
Non aveva ancora pranzato, nonostante fossero quasi le tre.
Quando ebbe finito di consumare continuò a rimaner seduto come se non sapesse dove andare, che cosa fare.
Margherita osservò con curiosità la sua aria dimessa, andante. Aveva tirato fuori una scatola di cerini. Sembrava annotare qualcosa .
Arrivarono due medici dal centro geriatrico e si sedettero sugli sgabelli posti davanti alla fioriera.
Margherita li raggiunse.
-Che cosa porto?- chiese.
-Due Campari e un po’ di noccioline!- fece il più anziano.
La ragazza rientrò nel locale e uscì poco dopo recando sul vassoio le bottigliette di liquido rosso, i bicchieri e il piattino con le arachidi.
-Margherita… – chiamò il medico giovane- hai già finito con l’Università?
La conosceva. Era un cugino acquisito, di secondo grado.
-No, mi mancano ancora alcuni esami- rispose lei.
-Ma sei in pari vero?- continuò il medico- so che sei molto brava e poi, con un padre così…
-Così come?- chiese il collega curioso.
-Così severo- affermò il cugino di secondo grado sghignazzando un po’.
Margherita arrossì e abbassò la testa.
-Sì, sono in pari – confermò sorridendo timida.
-Anche tu hai scelto medicina…- continuò lui – per una donna è molto impegnativo! Speriamo non ti debba pentire…
E le lanciò uno sguardo supponente.
Perché avrebbe dovuto pentirsi? Aveva deciso lei quel corso di studi.
-Lo dico per te – proseguì il cugino che aveva notato l’espressione contrariata- se vuoi farti una famiglia, avere dei figli…
- Si possono sempre avere- disse l’altro, col tono di chi si sente più esperto, portando alla bocca il bicchiere semi vuoto.
Margherita non rispose. Abbassò nuovamente la testa e strinse le labbra sentendosi avvampare. Si comportava così quando veniva presa dalla collera e non poteva rispondere. O non voleva. Ernesto, a volte, risultava sgradevole e dispettoso, puntuale a ledere la sensibilità altrui con i suoi discorsi.
Lei ritirò le bottigliette vuote del Campari e i bicchieri.
Ernesto si girò verso il collega per dirgli qualcosa sottovoce.
Margherita fece dietro front sollevando con il cabaret i cristalli tintinnanti. Prima di rientrare, gettò l’occhio verso il tavolino sotto l’ombrellone, a ridosso del muro. Il tipo era sempre là, con lo sguardo perso nel vuoto.
Chi era? Non ricordava di averlo visto prima.
Continuò a prendere le ordinazioni dei clienti fino a sera. A lavare i bicchieri sotto il gettito tiepido dell’acqua. Era sabato e doveva alleggerire il lavoro della madre.
Il padre al sabato non voleva rinunciare alle sue uscite in bicicletta. Gli servivano per ricaricare l’umore dell’impiegato comunale, sorbito da un lavoro rutinario.
A volte anche Margherita lo seguiva e Tullio non perdeva l’occasione per catechizzare la figlia, metterla in guardia dalle insidie del mondo, controllare a che punto era con gli studi.
Quella sera Margherita chiese alla madre del tipo che era rimasto per tre ore sotto l’ombrellone con le frange, a ridosso del muro.
-Fa l’antiquario… ma gli affari non vanno… I suoi lo avrebbero voluto avvocato, ma lui ha piantato gli studi e fatto cento mestieri… - disse la madre, studiando il viso della figlia.
-Non si era mai visto da queste parti- osservò la ragazza.
-Lui abita da tutt’altra parte- spiegò la madre.– Che fai stasera? Studi o esci? – le chiese subito dopo.
-Studio- rispose Margherita.
- Bene- fece la madre, pensando che Tullio sarebbe stato contento.

Una settimana dopo, era ritornato. Aveva scelto lo stesso posto. Il tavolino a ridosso del muro sotto l’ombrellone con le frange.
Lei lo ignorò per tutto il tempo che rimase seduto.
La madre gli aveva servito una focaccia con le olive e del bianco locale.
Arrivò un gruppo di tennisti in compagnia di ragazze. Le loro voci acute fendevano l’aria.
La sorella aveva attivato lo stereo e, quando si diffuse un motivo di musica dance, uno di loro si alzò in piedi mimando col corpo. Gli altri risero ammiccanti.
Margherita si sentiva invisibile. Era un automa che girava tra i tavoli e ripeteva gesti meccanici, compreso il sorrisino di maniera con cui accoglieva le ordinazioni e depositava sui tavoli.
A volte tra i clienti riconosceva qualcuno, qualcuna…
Molte sue coetanee si erano fidanzate e venivano con il partner.
Anche sua sorella Daria aveva intrecciato con Giorgio, mentre Lia era ancora piccola per queste cose.
-Prima il dovere, poi il piacere- aveva sempre detto il padre. Ma intanto Daria aveva già trovato il moroso, anche se si era appena iscritta all’ Università.
La madre cercava di contrastare le posizioni del marito.
-E’ il loro momento, sono giovani- diceva.
-Non è la sartina che deve accasarsi- sbottava Tullio riferendosi alla figlia maggiore.
Margherita aveva sempre portato i calzettoni e la coda di cavallo. Le gonne sotto il ginocchio e i pantaloni larghi. Mai un filo di trucco. La fioritura dell’acne curata con metodi casalinghi cioè asciugamano, vapore e bicarbonato.
In qualche modo si compiaceva di questo suo “annullamento”, di questo suo prepararsi alle cose del mondo con il consiglio e la sapienza del padre ma, anche se non voleva ammetterlo, se non voleva ammetterlo neppure a se stessa, si sentiva inadeguata. E sola.
Il gruppo dei tennisti, intanto, faceva un gran chiasso. Uno aveva afferrato lo spinello per innaffiare i fiori. Le ragazze ridevano a crepapelle perché da sotto un vaso era sbucato un gatto che, disturbato nella sua siesta, soffiava aggressivo.
-Vieni qua, Muffi- chiamò Margherita.
L’animale continuò ad arcuare il corpo e ad agitare la coda.
-Basta, non ti faccio nulla!- disse l’innaffiatore chiudendo il rubinetto dell’acqua.
Margherita prese il gatto tra le braccia e lo portò lontano.
Il tipo seduto al tavolo sembrò scrollarsi dal suo stato di torpore, così almeno lo percepì lei mentre attraversava lo spazio tra i tavolini.
Quelli continuarono a confabulare per più di un’ora. L’occhio di Margherita cadde diverse volte sulla schiera delle gambe ben tornite e abbronzate che spuntavano dai pantaloncini bianchi dei giocatori di tennis.
Ad un certo punto si alzarono in piedi decisi ad andarsene. Il più alto pagò il conto per tutti. Quella che doveva essere la sua ragazza continuava a chiamare il gatto, facendo smorfie con la bocca.
Aveva un paio di gambe lunghe da capogiro.
-Micio, Micio…Muffi…mon chat!!-
Il ragazzo le scompigliò i capelli.
-Non hai mai visto un gatto?- le chiese tra il divertito e l’irritato.
Lei aveva assunto quell’atteggiamento per farsi notare.
-Senti…- la ragazza si rivolse a Margherita- non è che ne hai uno anche per me?
-Di che cosa?- chiese Margherita senza afferrare.
-Un gatto!…- fece quella con tono falsamente ingenuo.
-No- rispose lei meravigliata- ma se vuoi, posso chiedere a qualcuno.
-Lasciala perdere- intervenne il compagno- non vuole nessun gatto. Lo dice tanto per dire.
La ragazza atteggiò una smorfia con le labbra. Lui reclinò la sua testa sulla sua spalla .
Infine se ne andarono.
Margherita li accompagnò per un tratto con lo sguardo, quindi si voltò e puntò l’occhio verso il tavolino posto sotto l’ombrellone con le frange.
Vuoto.
Nessuno vi si sedette fino a sera. Poi, quando infine la ragazza andò per rassettare tutti i tavoli, riportando ciascuno nel proprio spazio, notò che sul ripiano di quello, vicino al posacenere, c’era un accendino.
Lo prese in mano. Era quadrato e massiccio. Di metallo che sembrava argento. Vi era un monogramma inciso.
-Verrà a riprenderselo lui- disse la madre sbrigativa e lo buttò in uno scomparto del registratore di cassa.
Nei giorni seguenti, però, il tipo non si fece vedere.
Margherita disse che forse avrebbero dovuto recapitare l’oggetto a casa del proprietario.
E cercò l’indirizzo esatto sull’elenco telefonico.
-Vado io – disse il padre – so dov’è.
-Potrei venire con te?- chiese Margherita afona.
-Se proprio vuoi… – fece Tullio, serio - Va bene.. così ci facciamo una bella passeggiata.
Margherita era abituata a sorbire i discorsi del padre che andavano dalle considerazioni sulla ignoranza delle masse, alla critica della gioventù con le sue manifestazioni demenziali. Entrare in contatto con lui significava accettare di assimilarsi a una forma mentis precostituita in cui le idee erano sempre riconducibili agli stessi archetipi.

Era pomeriggio inoltrato. Di un giovedì d’agosto. Molte serrande abbassate sul perimetro dei portici. All’interno del Pavaglione allestivano altri ponteggi per l’esecuzione di spettacoli.
Faceva caldo e da Est giungeva aria salmastra che miscelava gli odori dell’asfalto, delle gelaterie, dei carburanti e delle torce attive nella zona periferica…
Margherita camminava aerea accanto al padre. Stesse sagome alte e slanciate. Tullio aveva avviato un monologo intorno a uno dei suoi argomenti preferiti: la spiritualità francescana.
Spaziando tra la storia degli ordini religiosi finiva con la descrizione delle pievi di campagna. Luoghi di autentica semplicità.
-Dobbiamo ritornare a Campanile, uno di questi giorni. Forse è bene rivedere ogni tanto quel gioiellino di arte romanica. Non c’è bisogno di andare chissà dove per ammirare esempi pregevoli di architettura.
Lei aveva fatto più d’una volta l’escursione in bicicletta a Campanile. Un piccolo centro il cui toponimo dipendeva proprio dalla presenza di un antico campanile di forma cilindrica, risalente al VII secolo, che s’innalzava pendente in mezzo alla campagna.

Il palazzone anni ’60 sorgeva di fianco al S.Francisco Hotel.
Lui era sul balcone quando li vide arrivare. Stava nel cono d’ombra e teneva i piedi scalzi pressati contro la ringhiera. Guardò la figura della ragazza appiattirsi contro il muro di fronte, quando il padre le disse di aspettarlo lì, sul marciapiede sotto un prugno esile, che avrebbe fatto in un attimo.
Tullio attraversò la strada e raggiunse il portone d’ingresso per suonare il campanello.
Margherita restò immobile mentre il vento le alzava i capelli raccolti sulla nuca.
Lui scese le scale a precipizio e s’imbatté nella figura del padre fermo nella frescura dell’atrio .
Tullio notò le piccole tessere color acqua marina che riempivano a mosaico la tromba delle scale.
Edgardo si fermò sugli ultimi due gradini della rampa. Con il piede sinistro accartocciato intorno a una delle infradito. Le sue gambe nude stavano sotto il naso aquilino del padre ,la curvatura delle spalle.
-Le ho riportato questo- disse con un piccolo raschio , porgendogli l’accendino.
-Ah, grazie – rispose lui- pensavo di averlo lasciato in negozio e poi mi ero convinto di averlo perso.
Lo afferrò allungando lentamente il palmo.
-Stia attento – esortò Tullio- questi oggetti sono preziosi. Sarebbe un peccato che andasse smarrito…
- Apparteneva a un collezionista… le figlie hanno voluto disfarsene…
-Va bene…- soggiunse Tullio quasi brusco- adesso la saluto – e fece dietro front verso il portone.
-Grazie ancora- Edgardo lo accompagnò.
Il portone si rinchiuse subito dopo dietro le spalle del padre.
Tullio riattraversò la strada.
-Deve proprio avere la testa tra le nuvole, quello!- disse alla figlia.
-Perché?-
-Credo che abbia problemi di memoria…- e non aggiunse altro.
Margherita aprì la bocca e poi la richiuse.
Il padre guardò fisso davanti a sé. Aveva già cancellato l’incontro.


-Ti tratterrai a lungo?- chiede Margherita ad Angela.
-No, il solito tempo necessario per far sentire meno soli i miei e rassicurarli intorno a tante cose.
Margherita pressa le labbra. La mandibola si slarga, stringe la corda delle vicissitudini nella saliva aspra.


Era ritornato. Sedeva al solito posto. Sotto l’ombrellone con le frange al tavolino circolare, il ripiano d’alluminio e le gambe smaltate di rosso.
Un pomeriggio il vento si era messo a tirare improvviso sparpagliando i tovagliolini sotto i tavoli.
Stava finendo l’hamburger.
-Venga dentro!- gli disse la madre quando si mise a piovere.
Lui prese il piatto e trovò posto al coperto.
Bagnato, sprigionava un odore di terra e di panni bruciati e umidi . Rimase in un angolo a consumare i bocconi.
Margherita guardava imbambolata i fiotti di pioggia oltre i vetri e la punta degli ombrelloni sbatacchiati dal vento.
Erano immobili, ognuno nel proprio angolo.
-E’ un gran putanno – le aveva detto la sorella la sera prima.
-Perché?- aveva chiesto Margherita-
-Perché si fa tante donne. Va anche con le sposate-
Con quello sguardo disarmato? A lei sembrava solo un uomo solitario e triste.
Gli portò il posacenere. Lui le chiese dov’era la toilette.
La corrente era saltata e dovette farsi strada a tentoni tra i secchi e una pila di sedie.
Ritornò in sala mentre si udiva il rumore dell’acqua che risaliva le tubature.
-Ha un gettone?- chiese
-Sì - disse Margherita spostandosi dietro il bancone per aprire il registratore di cassa.
-Telefono per farmi venire a prendere… devo incontrare un cliente- sembrava avvilito.
-Se vuole, la accompagno- propose lei.
-No, non voglio disturbare-
La madre stava sistemando le bottiglie vuote nelle casse.
-Esco un attimo!- avvisò la figlia.
Due minuti dopo era davanti all’ingresso. Le gocce di pioggia cadevano furiose pungendo come spilli.
Edgardo aprì la portiera della centoventisette. Salì impacciato. Sedette. Stava un po’ curvo con la schiena appoggiata per metà.
-Che tempaccio!- disse cercando di riscaldare l’atmosfera.
Margherita era concentrata sulle marce e la visibilità.
Aveva preso da poco la patente. Temeva di far brutta figura davanti all’estraneo cui voleva mostrare invece di essere abile.
Lui se ne stava rigido portando il suo corpo come un sacco empito di cose poco importanti.
-Ho bisogno di scendere là – si voltò verso il profilo di lei aggettando la palla degli occhi e indicò la direzione.
La ragazza frenò affiancandosi a una motocicletta .
-Grazie!- lo sportello gli sfuggì senza che lo volesse, sbattendo sgarbatamente.
Margherita guardò il prospetto del negozio.
La serranda era alzata. Gli infissi in legno scuro contornavano una porta a vetro smerigliato.
Lui la raggiunse saltellando sul marciapiedi in pendenza per evitare il flusso dell’acqua che scorreva. Poi abbassò la maniglia, aprì la porta e scomparve all’interno.
Lei cercò un’area libera per fare retromarcia.
-Meno male che tuo padre non c’era!- le disse la madre appena fu rientrata- Non farlo più. Non è una buona cosa dare confidenza agli estranei !
Margherita sospirò.
Non sapeva perché, ma le faceva piacere che lui arrivasse.
Sembrava trovarsi a proprio agio. Come se fosse sempre venuto, come se avesse sempre abitato lì.
Un pomeriggio lui si risedette sotto l’ombrellone con le frange e, quando Margherita gli servì la focaccia imbottita, Edgardo tirò fuori le sue posate.
_Porto via queste?- chiese lei, indicando quelle del bar.
-Sì, non mi servono-
Lei rimise la forchetta e il coltello sul vassoio, volse le spalle ma poi le rigirò per guardare interrogativa.
Lui prese il cucchiaio e lo alzò verso l’alto reggendolo come un aspersorio.
-Vieni a vedere!-
Margherita posò sul tavolo il vassoio e gli si avvicinò.
Lui inclinò il manico in modo che la luce lo colpisse: Margherita vi scorse un orsetto in rilievo.
-Erano le mie quando ero piccolo. Adesso le uso per il campeggio-
-Va in campeggio?-
-Sì-
-Ma dove?-
-A Marina-
-Che cosa c’è di bello là?-
-I padelloni-
-Cosa si prende?-
-Un po’ di tutto, anche le anguille. Ma a me piace sentire il verso dei gabbiani e gli odori-
-Gli odori?-
-Sì, di fondali, di pantani-
-Ma non ci sono le zanzare?-
-Uso la pomata-
Parlava lento. Le parole gli uscivano sgangherate. Sembrava incerto, timoroso.
-Tu vai all’Università, vero?-
-Mi mancano alcuni esami e poi presento la tesi
Per un attimo sembrò non ascoltarla
-Perché non mi dai del tu.
-Con piacere- rispose Margherita.
-Anche per me- disse lui guardandola.
Era decisamente poco attraente. Non tanto alto, le braccia corte che si muovevano scomposte, la barba non rasata e una trascuratezza generale che faceva pensare a una scarsa igiene.
-E’ un gran putanno-. Margherita arrossì, mentre pensava a come lo aveva definito la sorella.
C’era in lui una innocenza disarmante. Una aderire alla vita con primitiva naturalezza.
Sembrava non avere sovrastrutture ed esprimere solo se stesso.

Le conversazioni erano continuate
-Come mai ti trattieni a parlare con quel tipo?- le chiese il padre una mattina che era sceso a far colazione al bar.
-Mi comporto con lui come con gli altri clienti. Quando fanno qualche osservazione mi sembra una buona cosa partecipare - rispose Margherita.
-Purché tu non partecipi un po’ troppo- disse il padre sarcastico.
-E’ solo comunicazione!- ribatté la figlia sfidante.
-Sì, ma attraverso quella comunicazione possono passare tante cose…Perciò : prudenza!


Aveva preso in affitto una casa di campagna assieme a un gruppo di amici. Ci andavano per arrostire braciole di castrato e mangiare all’aperto.
Perché non ci vieni con Daria?
C’erano andate. Anche per vedere la casa con i muri bianchi. E l’aia.
Un quadro di Fattori.
L’interno della cucina a pianterreno odorava di fumo. I mattoni del camino erano anneriti di fuliggine . Vi spenzolavano due graticole enormi.
-Non le usiamo oggi – disse Edgardo mentre Margherita sostava davanti agli alari- ci sono quelle del barbecue all’aperto.
Guiduccio era già vicino ai roveti a sventolare penne d’oca sulla brace mentre qualcuno aveva buttato le coperte per prendere il sole nel prato.
Ad un tratto si sentì il suono prolungato di un clacson e si intravvide una jeep decapottabile che aveva infilato la carreggiata.
-Arriva Corradino! Arriva Corradino!-
-Meno male – fece Daria- così sentiremo un po’ di musica!
Corradino aveva issato sul sedile posteriore una chitarra di cui si scorgeva il manico anche da una certa distanza .
La decapottabile finì nelle erbacce dell’aia.
Corradino scese tenendo la chitarra sulla linea delle spalle.
-A che punto siamo? Avete portato il vino?-
-Sì, l’ho portato io – fece Edgardo- l’ho già messo al fresco.
- Che non sia il solito Lambrusco per donne!- disse Corradino.
- No, Chianti e Trebbiano!-
- Il Chianti va benissimo-
Edgardo se ne andò dietro la rimessa per far qualcosa mentre Corradino fu raggiunto dalle ragazze che gli chiedevano di suonare.
Lui affermò che sentiva caldo e si tolse la canottiera per esibire i pettorali. Si rinfrescò con l’acqua dell’abbeveratoio. Poi cercò la panchina sotto il gelso.
-No! Non lì che cadono le more!
-Non fa nulla- rispose lui- per I giardini di marzo va sempre bene!
- Dopo ci fai Baglioni, però! – ordinò Daria.
Si disposero a semicerchio, c’erano anche Roberta e Maria Carla, e a squarciagola fecero involare i passeri appollaiati tra le fronde.
Guiduccio, intanto, si era stancato di sventolare l’intreccio di penne e chiese a Giorgio di dargli il cambio.
Edgardo portò gli affettati e un vassoio con i bicchieri.
Margherita osservava tutto senza dire una parola. Le piaceva quell’atmosfera di allegria e di compagnia. Era come se si fosse potuto disciogliere nell’aria tutte le energie buone che si avevano dentro.
Per mangiare la carne arrostita si misero in piedi attorno al tavolo nell’autorimessa. Ognuno con una forchetta prendeva il suo pezzo dal tagliere di legno per posarlo su un piattino di plastica. Era buono l’odore di rosmarino che si spandeva intorno, anche se le braciole si erano annerite con i tizzoni di legna.
Qualcuno aveva appeso una lavagna che doveva immortalare gli autografi.
Per dolce c’era un semifreddo portato da Daria :piacque a tutti la sensazione che dava in quella calura estiva.
I maschi tracannarono un paio di bicchieri
Poi si misero sotto la fila delle tamerici.
Edgardo si sedette accanto a Margherita.
-Sei mai andata al bowling?- le chiese.
-No- rispose la ragazza.
-Devi venirci. Un giorno ti porto-
-Ma perché ti piace? – domandò lei.
- Serve a scaricare –
-Scaricare?-
-Sì, il malumore, le tensioni che hai-
La guardò con degli occhi di bue che facevano tenerezza. E allungò le dita tozze verso le sue gambe coperte dai jeans per toccarle le ginocchia.
Margherita avvertì un sussulto interno.
Arrossì.
Lui sembrò estraniarsi.
Daria si era messa supina a prendere il sole e Giorgio le si buttò addosso inscenando una cosa.
-Smettetela, voi due, - disse Guiduccio- date una mano piuttosto –
-Come sei severo!- Daria gli lanciò un ghigno beffardo.
-Tutta invidia la sua – fece Roberta - perché con le donne non pianta un chiodo!
Guiduccio alzò le spalle e mise i vassoi sporchi nell’abbeveratoio.
Giorgio se n’era uscito nella radura con un pallone di cuoio.
-Che ne dite di questo?-
Gli furono appresso a sfogare energie.
Margherita, Daria e le altre continuarono a prendere il sole.
Edgardo si staccò dal gruppo e si sedette accanto a Margherita:
-Vieni a vedere l’orto- le disse.
Margherita si alzò e lo seguì indolenzita e con la faccia arrossata.
Percorsero un piccolo sentiero e raggiunsero un recinto di siepe. Margherita desiderò essere bambina per immaginare oltre la recinzione .
Invece dentro il quadrato poté vedere le pianticelle di insalata e i radicchi allineati nelle loro aree, i ciuffi delle carote e delle cipolle ; in un canto il rosmarino e la salvia.
-Che meraviglia! Ma li coltivi tu?
-No, mio padre- rispose Edgardo – ci vuole costanza. Vedi come le foglie si riempiono di buchi? Ogni anno c’è un parassita nuovo.
Edgardo sospinse il cancelletto e la fece entrare di due passi.
Margherita notò che le fragole erano già state colte.
-Eh, sì – disse lui – le cose più buone durano poco.


II

Un edificio di recente costruzione posto tra tanti altri, tutti uguali, che formavano un centro commerciale in periferia. Il bowling era là.
Attorno c’era confusione di veicoli parcheggiati e in movimento.
Dentro, una sorta di luna park fatto palestra con un rumore assordante di palle lanciate sulla pista e di birilli che si sollevavano .
Margherita pensò subito che le sue sarebbero finite nei canali laterali.
Edgardo andò alla cassa.
Poi la invitò ad una postazione e si produsse in lanci. Lei faticò ad afferrare le palle che le sfuggivano, lisce e grosse, e a direzionarle come doveva.
Finalmente qualcosa le venne fuori.
Le sfere lanciate cadevano con un botto sul percorso come se dovessero bucarlo, rotolavano velocissime verso la bocca del fondo per rompere lo sbarramento alla fila di denti dei birilli.
La segnaletica acustica accompagnava.
Chi faceva punti saltellava battendo le mani.
Ma era tutto così ripetitivo e monotono.
C’era una coppia di sposi che festeggiava l’anniversario con amici e parenti che si dividevano nel tifo.
Edgardo rideva, rideva come un bambino.
Margherita si sentiva un pesce fuor d’acqua. Ma non le dispiaceva essere lì. In mezzo a quella compagnia e con un uomo.

Lei lo aveva voluto invitare a Poggiolo. A trovare don Ferroni. Che occupava una canonica in collina e diceva la messa per quattro anime.
Si teneva dentro la tonaca raccolta in un balzo.
Era bello andare a Poggiolo in estate. Per fare la strada polverosa su cui si appoggiava la cascata dei roveti. Guardare in basso e vedere i vigneti lungo i declivi.
La centoventotto Edgardo l’aveva lasciata al primo tabernacolo.
E così erano saliti. Con il sole implacabile che faceva calura pesante, la polvere che si alzava ad ogni transito di mezzo.
Porte e finestre sonnecchiavano. Anche il cane lanciò soltanto un piccolo sordo mugolio al loro sbucare nello spiazzo.
Si misero sotto i noci ad aspettare. Fortunatamente l’erba era fresca. Edgardo soffiò su qualche filo per trarre suoni.
Era come se il tempo fosse fermo. Imprigionato dentro la macchia dei noccioli e la siepe di sambuco.
C’era odore di umidità nel fitto e di clorofilla. Se uno avesse buttato la mano, avrebbe potuto trovare le chiocciole addormentate.
Poi il cane cominciò ad abbaiare e si sentì il cigolio dell’uscio.
Il prete uscì muovendosi come un cieco. Aveva ancora sonno e il sole lo colpiva in pieno viso.
-Chi c’è ?-
-Sono io… sono Margherita!- disse la ragazza avvicinandosi
--Ah Margherita!-
Avanzava piano col fare di chi esce dal chiuso di una cella.
-Vorrei presentarle Edgardo-
-E’ il tuo fidanzato?- fece il prete.
-E’ un amico- rispose lei, arrossendo.
L’avevano raggiunto. Strizzava gli occhi chiari e la bocca gli si contorceva semi aperta sotto il sole in una smorfia che sapeva di dolore e di ostinazione.
-Ti ho mai fatto vedere il pozzo interno?- disse inaspettato.
-No- fece Margherita.
-Venite-
Lo seguirono.
Entrarono nella canonica.
Don Ferroni si fermò davanti a due pilastri con due battenti al centro. Li aprì sulla carrucola e la catena appesa alla trave col secchio immobile nel gancio . . .
-Vedi, dove attingo la mia acqua? Penso sempre alle mie parabole quando vengo qui. Anche voi dovete pensare alla vostra parabola.
- Quella della Samaritana?- chiese Margherita.
- Sì… e il costato di Cristo da cui esce sangue e acqua…-
Edgardo non diceva una parola e si guardava intorno. Quei discorsi gli erano estranei, ma seguiva accomodante.
A Margherita pareva di stare nelle premesse della condivisione. Provava un esaltante senso del ritrovarsi.
-Questa è una brava ragazza- disse don Ferroni prendendo le mani di Margherita e guardando Edgardo fisso negli occhi.
Edgardo abbassò le palpebre per quei secondi che significavano ricevuto.
Il prete regalò loro le poesie di Wojtyla.
Stettero ancora a conversare per un po’. A Don Ferroni piaceva cimentarsi nei lavori di cucina e chiese se volevano assaggiare le sue frittelle ai fiori di sambuco o la marmellata di ciliegie.
Loro ringraziarono rifiutando. Infine si congedarono.
La discesa lungo l’erta polverosa fu più leggera e veloce. Edgardo fischiettava.
-Come ti è sembrato don Tiso?
-Simpatico- pronunciato da Edgardo l’aggettivo sembrava un globulo rosso.
-E’ bello andare a Poggiolo- osservò Margherita.
-Sì, potremmo farlo più spesso- disse lui.

E ci erano ritornati più di una volta. Sempre durante quell’estate. E nelle giornate torride.
Dalla canonica partiva una careggiata che scendeva lungo il declivio e mostrava sul lato pieno le radici scoperte dei castagni. A Margherita piaceva toccarle con le mani, trasmettere e prendere la linfa.
Le veniva tanta allegria e desiderio di raccontare storie di folletti e di animali del bosco come se fosse stata in compagnia di un bambino, anche lei bambina.
Un impulso di voglia spensierata: aprire le labbra rosse e mostrare il bianco dei denti ben lavorati. Solo ora le sembrava di conoscere le risate liberatorie, correnti improvvise come getti d’acqua dalle chiuse.
Di fronte agli impacci di lui che le suscitavano la tenerezza per l’umanità. Di cui aveva solo letto nei libri.
Forse era stato sotto quelle fronde che si erano risvegliati in tutta la loro potenza anche i richiami della giovinezza primordiale, capaci di spaventare e di esaltare. Quel senso percepito come tale a contatto con la terra.
Il primo bacio Margherita l’aveva vissuto quasi per gioco. Quasi a interpretare una parte.
Poi il trovarsi sola nel bosco con un uomo - il viso del padre indagatore cacciato e oscurato nel folto- il canto degli uccelli e l’odore acre del muschio e della torba l’avevano fatta sentire in preda a uno sdoppiamento che imperioso comandava di continuare.
E così era andata oltre.

-Come sta tua madre?- chiede Margherita ad Angela.
-Mah, io non mi lamento. E’ sempre vispa e autosufficiente-
-Beata te! La mia invece si muove con il carrellino. Il geriatra dice che bisogna lasciarla fare perché è soggetta a depressione.

-Ci vogliamo sposare! Lo voglio sposare!
Margherita era inginocchiata ai piedi dell’uscio di casa e stava passando la lama di un coltello affilato tra il pavimento e la parte terminale del battente per togliere un sasso che vi si era infilato.
-Cosa? Ma ti rendi conto di chi è?- Daria aveva un’espressione esterrefatta.
-E chi è? Chi è secondo te? Sentiamo!- il tono di Margherita era pieno di rabbia, di sfida. La lama del coltello grattò la superficie del pavimento stridendo fastidiosa.
-Un fallito. Un essere incapace quando non dannoso…- Daria aveva abbassato la testa e le aveva urlato nelle orecchie.
-Come fai a essere così sicura? Non lo conosci, tu!
-E tu invece credi di conoscerlo, ma ti illudi! E poi lo sanno tutti, in paese… – Daria si era messa nel corridoio a gambe divaricate e a braccia conserte.
-Io non sono come te, non do credito alle chiacchiere. Io ho parlato con lui: è solo timido e disarmato, ma disponibile a capire chi gli sta vicino!
-Ti vuoi rovinare la vita! E poi il babbo non vuole! – la voce di Daria si era incrinata.
-Non mi rovino nulla io! Siete voi che me la rovinate! E poi il babbo non c’entra… devo essere io a decidere.
Daria non aveva risposto. Solo si era morsicata con forza il labbro inferiore.
Margherita continuava a passare nervosamente la lama del coltello sotto la porta. Finalmente venne fuori un sassolino incatramato schizzando sulle piastrelle dell’ingresso.
(1. Continua)










*

Una consapevolezza nuova

UNA CONSAPEVOLEZZA NUOVA

La Pina aveva sempre pensato, con rincrescimento, di non poter aspirare che a una vita modesta, complice il mestiere di travet che, ostinata, dopo l’Università aveva scelto..
Impiegata in un ufficio postale.
Giornate dietro la tastiera a battere codici o allo sportello a ripetere sempre le stesse cose ai pensionati. E ambiente ristretto di chiacchiere intorno.
Ma non aveva voluto saperne di concorsi a ripetizione, di corsi d’aggiornamento, di pendolarismo e di stress da insegnamento.
La Pina si era rovinata gli occhi sopra i libri e aveva fatto il colorito diafano di chi passa le belle giornate chiuso tra le quattro mura.
Così, quando finalmente era arrivato il sospirato centodieci, si era detta che da quel momento in poi voleva godersi la vita. In quanto al lavoro, un impiego da ragioniera dattilografa avrebbe azzerato ogni ansia. Tutto si sarebbe giocato dentro l'Ufficio nelle quattro o cinque ore quotidiane e poi si voltava pagina.
Inoltre, la Pina era un tipo che non aveva mai nutrito troppa fiducia in se stessa. Aveva frequentato il liceo ma, a suo avviso, senza averne i requisiti se non la ferrea determinazione a non desistere. Però non si reputava intelligente, si sentiva sempre l’ultima e stava bene tra quelli che avevano fatto le scuole professionali, quelli che si dedicavano a materie pratiche, tecniche, senza avere pretese intellettuali.
Ai tempi del liceo arrossiva di fronte a un suo compagno, un ragazzo di bell’aspetto e di brillante intelligenza, un certo Andrea Serra, che disquisiva spesso con l’insegnante d’italiano su certe interpretazioni critiche degli autori di cui lei non riusciva a cogliere né il punto di partenza né le connessioni..
Così si prese il diploma di dattilografa, superò un affollatissimo concorso per aspiranti impiegati postali e si trovò seduta in un ufficio.

Però, come si sa, ogni essere umano è per sua natura insoddisfatto.
E anche la Pina, dopo un po’ di tempo che faceva quel lavoro, che avrebbe dovuto garantirle la tranquillità per tutta la vita, cominciò a provare un’uggia, uno spleen, un’insoddisfazione che non sapeva spiegarsi.
Si sentiva come Kafka, presa dall’ossessione di occupare nella società uno spazio più ampio del piccolo insignificante travet di un ufficio postale. Sì, insomma, la Pina desiderava lasciare un segno di se stessa, un’impronta indelebile che avesse rivelato lo spessore della sua persona. E personalità.
La Pina, nelle cui fibre le conoscenze apprese erano col tempo lievitate, si dilettava a scrivere poesie e racconti attingendo dalla realtà circostante. Riservava un'attenzione particolare al dialetto del suo paese, Agliè, che uno zio materno le aveva insegnato ad apprezzare .
Quanto le sarebbe piaciuto vedere il suo nome stampato sul giornale locale a firma di un suo scritto! Magari un semplice racconto che facesse riferimento alle tradizioni locali, a quella parlata che si usava in famiglia e che, a suo parere, risultava mezzo espressivo assai efficace, per i termini idiomatici coloriti che traducevano con insostituibile mimesi la realtà.
Da un po’ di anni Pina moriva dalla rabbia ogni volta che vedeva il nome di quel suo ex compagno di liceo, Andrea Serra, accompagnare regolarmente racconti e articoli nel solito giornale. E pure poesie in dialetto canavesano!
Ma a quello non bastavano le pubblicazioni? Quei libri che sfornava preceduti dal tam tam degli sponsor?
Non avrebbe potuto lasciare un piccolo spazio anche a lei, umile merlettaia, che si era rovinata gli occhi sui libri, studiando e ripetendo la lezione a voce alta alla madre che le confezionava gli abiti con gli scampoli da cinquecento lire? A lei che aveva sofferto le pene dell’inferno per il figlio neonato, operato a cielo aperto al torace?
La Pina era una ragazza semplice. Lei voleva solo scrivere una piccola storia. Riuscire a vedere finalmente il suo semplice nome, Pina Grosso, stampato sul giornale locale.
Così, un anno, dopo aver letto l’ennesimo racconto del suo ex compagno di liceo, decise di tentare la fortuna. Una sera si mise a tavolino e raccontò una storia con gli ingredienti della vita, prediligendo un registro che da una parte includeva i riferimenti al linguaggio vernacolare e dall'altra rimandava alla sensibilità dei crepuscolari .
Limò, corresse, sostituì, rielaborò finché dopo diversi giorni, o mesi? , ( tante erano state le energie e le ore che la Pina aveva investito), non vennero fuori otto pagine dattiloscritte, otto, il numero della Rivelazione, il numero degli anni di suo figlio, che spedì in raccomandata con ricevuta di ritorno alla Redazione del giornale locale.
E avvenne l’incredibile.
Avvenne, non si sa se per misericordia divina o per l’indubbia qualità dello scritto, che il racconto di Pina Grosso comparve sul quindicinale, con nome e cognome dell’autrice evidenziati in grassetto.
Fu gioia ed esultanza in famiglia. Le colleghe in ufficio si congratularono strabiliate a suon di -Non conoscevamo queste tue doti letterarie - e di -Perché non cambi mestiere, qui sei sprecata- che la riempirono d’orgoglio.
La panettiera volle regalarle i baci di dama di Tortona, perché si era sentita toccata dall'acutezza del suo racconto.
Persino Andrea Serra le strinse la mano, dopo averla incrociata uscendo dal ristorante, con un sorriso da attore e un sarcastico - A quando il tuo primo best-seller ?-, leggermente irritante.
Nel complesso, comunque, quell’inatteso desiderato riconoscimento l’aveva colmata di felicità.
Poi tutto tornò alla normalità. La Pina nel suo cantuccio all’ufficio postale, le colleghe della Pina a far pettegolezzi e il mondo a girare come aveva sempre fatto.
I giornali uscivano regolarmente con gli articoli di Andrea Serra .E il racconto della Pina, che aveva sorpreso ed estasiato tanti, diventò nel giro di poco un lontano ricordo, un piccolo pallino luminoso destinato a scomparire nel nulla oscuro.
La Pina fu ripresa dallo sconforto e dalla sgradevole sensazione che quello che aveva ingenuamente considerato un meritato trionfo fosse invece un beffardo inganno.
Non si dava pace. Voleva continuare a scrivere per sentirsi appagata.
E così decise di rimettersi a tavolino alla sera e, vincendo la tentazione del sonno, si confrontava con la scrittura. E riempiva pagine di quaderno che poi modificava, correggeva o strappava.
Ma come facevano gli altri a scrivere volumi di trecento pagine? Lei, a stento, poteva metterne assieme dieci, venti al massimo!
Infine arrivò il mese di dicembre.
E la Pina si era fatta cupa e scostante. In casa aveva da ridire su tutto.
- Superba ! – le disse un giorno la madre- sei diventata superba , Pina, invece devi essere umile, come vuole Nostro Signore. Come ti abbiamo insegnato noi con la nostra vita semplice.
La Pina ignorò il richiamo e si rinchiuse nello studio per inoltrare alle redazioni il suo nuovo racconto, dedicato al Natale.
Poi uscì con il figlio a far compere.

Questa volta, però, ciò che la Pina aspettava disperatamente non arrivò. I giornali della vigilia pubblicavano racconti di altri. E la Pina che, nella giornata topica, aveva preso d’assalto l’edicola più vicina, per acquistare i giornali, nel constatare che quelle pagine erano tragicamente prive del suo contributo letterario, si sentì invadere dalla disperazione.
Si sarebbe buttata a terra a battere i pugni contro l’asfalto gelido nella gelida mattina, avrebbe gridato ai Santi tutti del Paradiso e al Padreterno: perché??? Non avevano colto le redazioni il messaggio comprensivo dei valori morali che il suo scritto conteneva??? Non era stata apprezzata la riproposizione di quei dialoghi, espressione di un linguaggio quotidiano, in cui rifluiva tutta la saggezza della tradizione?

Se ne ritornò sconsolata a casa e continuò a singhiozzare in cucina con la testa appoggiata sulla cerata del tavolo non ancora apparecchiato per la prima colazione.
Poi, improvvisamente, si assopì . E sognò.
Sognò di trovarsi lungo la strada che portava a Bertesseno e, in quell'asprezza di paesaggio, di incontrare prima i suoi genitori giovani, con cui andava in vacanza quando era bambina, poi Guido Gozzano con la mamma. E infine Gesù Bambino. Anche Lui con la Mamma.
La Pina fece un oh di meraviglia davanti al Salvatore e si inginocchiò. Il Bambino Gesù le fece vedere che tra le mani stringeva il suo scritto e le disse: -Non temere-, mentre intorno si affollavano tutte le persone del paese.
La Pina si svegliò percependo dentro di sé un sommovimento interiore, un improvviso risalire dalle profondità dell’essere di una forza inattesa.
Di una consapevolezza nuova.

*

Il regalo di Natale

IL REGALO DI NATALE


Una incontenibile euforia prendeva il controllore Alessio Tornabuoni, allorché iniziavano le festività natalizie. Ogni anno infatti il ferroviere pensava ai doni e alle novità che aveva in serbo per lui Gesù Bambino e che avrebbero rallegrato la sua esistenza.
Questa disposizione d’animo risaliva all’ infanzia, quando i genitori gli facevano trovare regolarmente sotto l’albero di Natale i pacchi colorati, delizia per gli occhi e per il cuore.
Ricordava i vecchi orsetti finiti in soffitta, la biciclettina che aveva perso tanto smalto rosso, il piccolo piano scordato e privo di una gamba..
Dopo che si era sposato e la sua vita si era arricchita con la nascita del figlio, provvedeva lui, seguendo il giro della ruota, a rallegrare il Natale del pargoletto, depositando sotto l’albero giganteschi pacchi, per rivedere se stesso bambino nell’atto di tuffarsi su tutta quella festa.
Adesso prestava servizio presso le Ferrovie dello Stato e aveva preso il gusto di incrociare tanta gente, in quei fugaci momenti di contatto in cui i biglietti venivano dati, per dirla alla Carducci, al suo secco taglio; sapeva di poter ricevere dai gesti, dalle frasi spezzate e dalle atmosfere, portate dai passeggeri, impulsi nuovi.
E così cercava di intrecciare parvenze di rapporti, informando persone anziane sulle coincidenze e vezzeggiando con battute spiritose i bambini di qualche bella signora.
Del resto, se non avesse svolto il suo mestiere con una certa disponibilità verso il prossimo, si sarebbe condannato ad una vita tediosa, anche perché i turni sul treno erano da caserma.
Sotto Natale, aumentando il numero dei viaggiatori, che erano immersi nell’atmosfera di festa, si sentiva prendere da una gioia effervescente, perché le signore gli rivolgevano la parola più spesso e molti, persino i teenager, gli facevano gli auguri.
Sì, la festa più bella dell’anno arrivava, con la sua ventata di inconfondibile letizia familiare, anche sulle carrozze ferroviarie, tra la limatura di ferro e l’afrore dei sedili, sotto le divise del personale in servizio che mostrava i denti bianchi.
In verità il Natale non era stato sempre foriero di novità piacevoli. Una volta al controllore era capitato di dover spendere più di una parola e far leva su tutta la sua pazienza, per rassicurare i passeggeri, garantendo che era pronto un servizio pullman sostitutivo, dato che qualcuno aveva deciso di stroncare la propria vita sui binari, proprio la vigilia di Natale, e il locomotore non poteva più ripartire.
Cose che capitano. L’avevano detto anche i colleghi. L’entusiasmo del controllore non si era raffreddato. Natale era sempre Natale.

Quell’anno Alessio Tornabuoni, la vigilia , era salito sull’interregionale Milano-Ancona delle quindici per terminare il suo turno alle diciotto, smontando a Bologna. Avrebbe avuto davanti a sé tutto il tempo per acquistare i doni ai grandi magazzini e trascorrere la serata in famiglia a gustare il cappone ripieno e i cappelletti in brodo, in compagnia della madre, del figlio e della moglie,- pardon-, in compagnia della moglie, del figlio e della madre.
Era di buonumore e si pavoneggiava nella divisa di panno verde, in nuova dotazione , che ricordava, neanche a dirlo, il verde dell’abete natalizio e del muschio nel presepe.
Che bello il verde! Il colore della speranza e del riposo.
Molto più bella di quelle giubbe grigio-azzurro, un po’ militaresche, che si indossavano prima.
Quella giacca verde, gallonata, sapeva di negozio con la carta da parati e con il velluto nelle poltrone, sapeva di lussuosa compagnia ferroviaria.
Ad Alessio piaceva, soprattutto perché metteva in risalto il colorito rosato del suo viso tondo, pacifico, sotto la visiera del berretto, sormontata dal cordoncino giallo.
Il viaggio stava procedendo regolarmente. C’era la solita confusione. I vetri appannati creavano un’atmosfera ovattata e nulla importava se i bambini vi scrivevano sopra. Molte valigie giacevano sulle reticelle, da cui sporgevano carte colorate e zampe di peluche.
Si sentivano intense fragranze di tuberosa e di gelsomino, che le signore avevano sparso generosamente sugli abiti e sui cappotti per sentirsi più gradevoli e lanciare qualche frizzante messaggio…
Alla stazione di Piacenza erano salite parecchie persone. Alessio aveva cominciato a controllare i biglietti dei passeggeri, partendo dalle carrozze di testa, per spingersi poi verso quelle di coda, mentre il suo collega avrebbe fatto l’inverso.
In prossimità di Fiorenzuola si trovò quasi al centro del convoglio, esattamente nella quarta carrozza.
La sua attenzione venne subito attratta da una comitiva di cinesi con tanti bambini al seguito, che correvano vociando tra gli scompartimenti, come se si trovassero in un giardino pubblico.
Erano tre famiglie, composte ognuna da padre, madre e relativa prole, tutti piuttosto bassi di statura, come sono in genere le persone di quella nazionalità.
Alessio chiese loro il biglietto e constatò che l’importo pagato non era corrispondente al numero degli utenti. Diede una rapida occhiata indagatrice a quella folla e sbottò con la sua esse emiliana:
-Signori, avete troppi bambini. Dove stanno seduti questi bambini?
Uno dei tre capifamiglia fece capire , impacciato nell’usare la lingua e nel mostrare la propria identità, che occupavano, tutti insieme, tre scompartimenti.
-Troppi, signori: qui per alcuni di questi bambini dovete pagare la tariffa ridotta che non avete pagato, come evidenzia il biglietto!- sentenziò il controllore, che si mise a fare un’indagine anagrafica sui più piccoli, scoprendo approssimativamente che la maggioranza non aveva superato i sei anni.
-Quanti anni ha questo bambino?- chiese poi indicando il più grandicello.
-Nove anni- riuscì a rispondere la stessa persona che aveva parlato prima.
-Allora- fece Alessio - questo bambino deve pagare il biglietto.
Il cinese si fece scuro in faccia e spiegò che in stazione gli avevano detto che, in base all’altezza raggiunta dal piccolo, non era tenuto al pagamento.
-No, signore. Non è possibile . Non possono averle fatto questo discorso. Il biglietto non si paga in base all’altezza, ma in base all’età. Chiaro? Questo bambino ha più di sei anni e deve pagare metà tariffa .
La comitiva si era ammutolita. Le mogli mostravano un’espressione preoccupata e i bambini, che avevano smesso di vociare, se ne stavano seduti silenziosamente sui sedili.
Alessio proseguì: -Adesso io vi faccio il biglietto con la soprattassa e voi pagate se volete essere in regola…Dunque siete diretti a Castelbolognese quindi…
-Noi non pagare. Noi avere già fatto il biglietto in stazione…- lo interruppe il solito capofamiglia.
-Insomma, se volete essere in regola ,dovete pagare!
-Tra poco cederanno- pensava, per farsi coraggio, Alessio che, nel dare un’occhiata in giro, aveva notato voluminosi pacchi regalo -Ma che cosa andranno a fare a Castelbolognese con tutti questi pacchi?
-Noi avere già fatto biglietto in stazione…-
E dai.
-Sì, signore,ma il biglietto non è completo. Non possono averle parlato di altezza. Voi avete un bambino che ha superato i sei anni e quindi, per legge, deve pagare la tariffa ridotta…
Ma era come parlare al muro.
-Oh, insomma - sbottò Alessio, spazientendosi- se non volete pagare, chiamo la Polizia Ferroviaria e alla prossima fermata scendete!
I cinesi si erano chiusi in un ostinato mutismo. Si metteva male.
-Allora, devo chiamare la polizia ferroviaria?
-Come vuoi tu! rispose il cinese candidamente.
-No, non come voglio io! Come volete voi!- s’inferocì Alessio.
Cinesi cocciuti e prepotenti. Con la scusa di essere extracomunitari credevano di avere più diritti degli altri. Dove se ne andavano con tutti quei pacchi? A far Natale a Castelbolognese da comuni capitalisti borghesi! Ma non erano abituati ad andare in bicicletta e a indossare la giubba grigia? Che fine aveva fatto la saggezza di Mao? E gli insegnamenti di Confucio basati sul rispetto dei superiori? Altro che rispetto. Questi non solo si godevano il sistema occidentale, ma avevano anche la pretesa di dettare legge.
Alessio non aveva nessuna intenzione di cedere. Il cinese s’intestardiva? Sarebbe stato più testardo il ferroviere italiano. Ne andava dell’orgoglio personale. Il suo compito era quello di far rispettare le regole. Se non fosse riuscito nell’intento, avrebbe perso la stima per se stesso.
Boia d’un mondo ladro!
Nel frattempo il treno era arrivato a Parma. Alessio scese per accompagnare i passeggeri e per chiedere al collega come doveva regolarsi con quei cinesi.
Il collega fu drastico: -Devono pagare!”
Una volta ripartito l’interregionale, il controllore ritornò alla carica nella carrozza numero otto.
-Signori, pagate o no? Sono ventun euro.
-Noi non pagare. Noi avere già fatto il biglietto in stazione.
Alessio era già uscito dai gangheri. Si sedette per ritrovare le forze che lo stavano lasciando , a causa del nervosismo. Il berretto gli era scivolato di traverso, gocce di sudore gli imperlavano la fronte e la giacca, prima liscia e fresca , adesso era tutta sgualcita.
Altro che regalo di Natale. Quella era una bega bella e buona.
Si guardò intorno, roteando gli occhi per studiare la situazione. Gli altri viaggiatori, pur consapevoli di quanto accadeva, sembravano immersi nella più assoluta indifferenza Erano delle statue polverose, immobili nei loro gesti. C’era chi leggeva, chi si sforzava di dormire, chi guardava dal finestrino, chi teneva gli occhi incollati sul cellulare, chi sgranocchiava patatine. Nessuno aveva voglia di prendere parte a quel noioso incidente che infastidiva tutti .
Che stava guastando la vigilia di Natale al controllore .
Alessio ora si pentiva di aver preso la cosa di petto. Cominciava a pensare che avrebbe potuto ignorare tutto. In fondo quei testardi cinesi sarebbero scesi dopo poche fermate. Nessuno li avrebbe più controllati. Avrebbero abbandonato l’interregionale, felici e vocianti, con i loro pacchi giganteschi e sarebbero andati a far festa secondo programma, attorniati da tutti i loro bambini monelli, beatamente ignari delle difficoltà della vita.
Alessio sarebbe sceso a Bologna sereno, con il cuore vibrante di emozione, al pensiero che il rituale natalizio, dopo un anno, stava per ripetersi.
Invece si era impuntato ed ora si vedeva costretto a chiamare la polizia ferroviaria, spiegare l’accaduto, presenziare ad un’ulteriore discussione, veder scendere forzatamente i malcapitati nella stazione successiva e magari sentirsi riprendere da qualche superiore, perché -in certi casi, è meglio chiudere un occhio-.Inoltre, se avesse raccontato l’episodio alla moglie, che aveva un’ingenua visione delle cose, avrebbe provato anche la sgradevole sensazione di sentirsi chiamare -cattivo-.Insomma, era stato precipitoso e per giunta non poteva più far marcia indietro. Avrebbe dovuto andare fino in fondo per non darla vinta e non perdere la faccia.
Il treno si stava approssimando alla stazione di Modena. Dopo l’ennesimo invito e l’ennesima minaccia,senza alcun risultato,aveva deciso di consumare il sacrificio e così aveva fatto il numero della Polizia con il cellulare:
-Qui è l’operatore Tornabuoni. Sono sull’interregionale 3679, carrozza quattro. Davanti a me ci sono dei signori di nazionalità cinese che non vogliono pagare il biglietto a tariffa ridotta per il figlio che ha superato i sei anni d’età. Io li faccio scendere a Modena . Così se la vedranno con voi… Sì… Va bene…
Intanto il treno era arrivato sul primo binario. Dal finestrino Alessio aveva adocchiato due agenti della Polfer. Si era alzato in piedi per scendere. Era sceso e già risaliva con dietro i due in giubba blu quando, improvvisamente, in cima ai gradini del vagone, tra i passeggeri che aprivano la porta del corridoio, gli si era parata davanti una figuretta di donna smilza che, con una vocetta acuta, chiedeva:
-Lo posso pagare io il biglietto, signore?
Alessio, che si era già rassegnato ad accettare il peso di una giornata nata sotto cattivi auspici, credeva di non aver capito bene, tanto che l’irreale signora si trovò costretta a ripetere:
-Lo posso pagare io il biglietto?
I due poliziotti avevano già fatto dietro front e Alessio, che a poco a poco realizzava, domandò, ancora incredulo, stralunando gli occhi:
-Lo vuol pagare lei?.
-Sì- rispose la signora -Quant’è?
-Sono ventun euro- informò il controllore e la signora gli porse una banconota da cinquanta.
Alessio si mise a scrivere, tenendo un piede sul primo gradino della carrozza e l’altro sul marciapiede della stazione, dove nel frattempo era sceso ancora. Poi avrebbe cercato il resto.
Eccolo il regalo di Natale.
Quella minuscola creatura, sbucata chissà da dove, con i capelli lunghi, le lenti spesse e una vita talmente sottile che -sarebbe bastata una sola mano per stringerla-, come scriveva Salgari quando descriveva Marianna Guillonk , Alessio ricordava di aver letto da ragazzino, nei libri che trovava sotto l’albero, le avventure di Sandokan, gli stava facendo un immenso favore, gli stava salvando la giornata, la serata, le festività natalizie.
Provvida creatura . -Sei forse una dea ? Fortunati tuo padre e tua madre- avrebbe scritto Omero.
Il controllore desiderava ringraziare, riconoscente, ma temeva di svelare il suo essere fragile e allora cominciò a commentare sull’episodio, cercando solidarietà.
-Non possono aver detto che non dovevano pagare per la statura…Si sono impuntati…- e, strappando la copia del biglietto, dava il resto alla signora -Controlli bene…guardi che i soldi ci siano tutti...
La signora sembrava indifferente. Raccoglieva con una mano le monete e le banconote, che il controllore le porgeva, senza verificare l’esattezza del conto fatto. Alessio insisteva perché calcolasse, quasi volesse esprimere la propria riconoscenza con quella piccola premura.
Poi il controllore ritelefonò con il cellulare, per informare che aveva risolto la faccenda -grazie alla signora- e cominciò a riflettere su quel gesto.
Forse la signora voleva essere d’esempio ai propri figli. Alessio aveva intravisto, sbirciando lungo il corridoio, due ragazzini che le somigliavano in uno scompartimento. Magari faceva parte di un’associazione umanitaria ed era una di quelle che non solo raccoglievano fondi per i lebbrosi del Ruanda o per i poveri del Mato Grosso, ma era pronta anche ad aiutare il prossimo, che incontrava ogni giorno, qualunque faccia o carattere avesse.
Oppure quell’eterea signora aveva versato quel denaro per riscattare qualche sbaglio, commesso in gioventù, e guadagnarsi, come si suol dire, il Paradiso. Chi poteva dirlo? Nessuno è immune da colpe e anche quella soave creatura, pensava Alessio, poteva avere le proprie sulla coscienza.
In fondo l’elemosina serve a cancellare i peccati ,secondo il Cristianesimo.
E se invece, osò pensare il ferroviere, l’avesse fatto per lui ? Forse la signora era vedova (non c’era ombra di marito, in giro) oppure divorziata, e il controllore le ricordava qualcuno, magari un perduto amore di gioventù… Può darsi che si sentisse sola e avesse voluto cercare contatti umani, compiendo, per altruistici principi, la classica buona azione…
Insomma Alessio, dopo essere sceso finalmente a Bologna, si perse in un mare di ipotesi intriganti, impulsi nuovi forniti da quell’incontro casuale, consapevole che anche quell’anno Gesù Bambino non si era dimenticato di lui.








*

Al cor gentil

AL COR GENTIL…

Ogni mattina Isabella Fiorentini arrivava puntualissima davanti al cancello della Scuola.
Alle sette e trenta aveva già superato il portone d’ingresso, per immettersi nei meandri dell’Istituto: controllava il termostato e la caldaia dell’impianto, dopo aver fatto scattare gli interruttori del quadro generale.
Dalle sette e quaranta in poi era pronta a ricevere le telefonate dei docenti, che si annunciavano assenti, dei fornitori e dei tecnici, incaricati dall’amministrazione di riparare i diversi guasti, prodotti da mani incaute, dall’usura o dal maltempo.
La portineria, che dava sul corridoio principale d’accesso, permetteva al personale di osservare, attraverso un’ampia porta a vetri, l’arrivo delle applicate di segreteria, dei docenti e della preside.
Alle otto meno cinque la sala insegnanti era gremita da tutti i professori destinati ad entrare alla prima ora nelle classi.
Isabella aveva imparato ad osservare bene le loro espressioni, a leggere nelle pieghe dei visi i litigi del giorno prima, il malumore o la serenità.
Da alcuni anni attendeva alla custodia e alla pulizia della stessa scuola e conosceva opere e miracoli dei docenti, la cui vita, come voleva il destino, incrociava la sua.
Le erano diventati, caratteri a parte, tutti familiari e le piaceva sentire l’atmosfera del mattino riscaldata dal brusio delle loro voci e dall’odore del caffè che lei stessa preparava, con la moka e le tazzine, al gruppetto di quelli che non volevano servirsi del freddo distributore meccanico.
-Isabella, se non ci fossi tu!, - Isabella, tu ci resusciti! le dicevano, facendola sentire per un attimo Ebe, la coppiera degli dei. Leggermente più coccolata delle sue colleghe.
Sì, perché quello era l’Olimpo dove lei era venuta a sedere, seppure all’ultimo gradino, vicino alle persone di cultura, i professori, che le ricordavano l’infanzia e l’adolescenza e facevano riscoprire gli archetipi.
Non era riuscita a concludere alla scuola di Turismo. Indirizzo di studi sbagliato. Condensato di materie e competenze da acquisire dall’oggi al domani.
L’esaurimento le aveva portato via i capelli.
Così aveva preso il diploma di segretaria d’azienda e poi, cambiato diversi mestieri.
Prima teneva la contabilità presso un elettrauto, poi si era impiegata alla reception di un albergo, infine aveva partecipato ad un concorso per essere assunta come bidella.
E l’aveva vinto.
Era ritornata a scuola e, il primo giorno, varcando la soglia dell’Istituto Magistrale, si era rivista bambina, con il grembiule nero, il fiocco rosa e la cartella più grande di lei davanti al portone delle Elementari.
Prestare il suo servizio in quel luogo era congeniale alla sua natura,quieta e malinconica, propensa a sentirsi soddisfatta, come una semplice massaia, nel vedere i locali in ordine, i vetri nettati, il bagno igienizzato e i pavimenti lustri.
Inoltre, da perfetta padrona di casa, sapeva relazionarsi con le persone, ricevere e diramare le indicazioni della Preside, occuparsi dei bisogni degli studenti.
La consapevolezza di questa sua efficienza compensava in parte quel senso di vuoto, dettato dalla sua condizione di donna sola attesa a casa da genitori anziani e malati, con cui condivideva ansie e tristezze.
Il padre, minato da una rara forma di tumore osseo dal lento decorso, trascorreva le giornate a parlare dei farmaci che assumeva.
Faceva la spola con l’ospedale, dove era stato ricoverato più volte, accompagnato sempre dalla figlia che, sola in famiglia, aveva la patente.
-Dai, babbo, che ti rimetterai!, -Non fare così, ci vuole pazienza.
La mamma sospirava e si lamentava della sua cataratta e dell’artrosi e Isabella consolava, serviva e si accontentava.
In chiesa l’aveva colpita una frase del parroco: -Siamo nati per servire, sia che capiamo sia che non capiamo.
Lei infatti serviva senza capire i perché .
Oltre che per le omelie del parroco, aveva provato il raptus per certe storie lette nei libri, dove istitutrici, brutte e orfane, si rifacevano dei patimenti subiti con l’amore sconfinato di affascinanti signori, perdutamente ricambiati dalle protagoniste.
Purtroppo la vita era ben diversa dai romanzi e quella di Isabella era stata piuttosto ingenerosa.
A partire dal nome beffardo, che i genitori poco accorti le avevano affibbiato.
Isabella a lei! Con quei denti neri e sporgenti, il naso a roncola e la schiena tutta gibbi. Un corpo tozzo da nascondere dentro tute grigie e cappotti larghi. Anche perché con se stessa era spietata. Colpa di madre natura e degli eventi.
Le amiche si erano via via accasate e per lei l’unica compagnia inseparabile era diventato il cagnolino Putin-Pao,vispo e affettuoso, che abbaiava a tutto il vicinato e che le dava il pretesto di scendere giù in strada quando era libera dal lavoro, dalle faccende domestiche e dagli impegni familiari.
Il padre, se smetteva di parlare del pagutin e concentrava l’attenzione sulla figlia, cominciava a ragionare sul suo stato di zitella, utilizzando la solita frusta metafora: - La frutta quando è matura deve essere raccolta, altrimenti raggrinzisce sull’albero e fa tristezza vederla- e Isabella fingeva di non sentire, corazzandosi dietro un grugno lungo, rappresentativo di tutto il suo umore.
Ovvero malumore.
A scuola aveva cercato tra il personale qualche giovane che facesse al caso, ma era circondata soprattutto da colleghe e quei pochi uomini, con cui aveva spostato banchi e cattedre, o erano sposati o non in grado di accendere scintille.
In realtà, l’unica persona cui Isabella riservava i propri sentimenti era un professore, che aveva preso servizio nella scuola da qualche anno. Si chiamava Domenico Alcesti e insegnava italiano e latino nelle classi terze.
Alto, andatura dinoccolata, viso lungo e magro, espressione assorta e aspetto gentile, si dedicava al lavoro con molta scrupolosità. Il suo fare un po’ impacciato lo faceva oggetto di scherno di qualche collega maligna e di un folto gruppo di studentesse scriteriate, che canzonavano la sua inaudita pretesa di insegnar loro a commentare i canti di Dante e la Pentecoste del Manzoni.
Spesso la voce alterata di Alcesti arrivava in portineria dove Isabella, nei momenti morti, se non leggeva, realizzava golfini a maglia per le suore di Maria Bambina.
I bidelli da parecchio tempo non facevano più caso alle grida degli insegnanti che, a tenere quella masnada di ribelli incivili, ci rimettevano salute e vita, ma Isabella, quando sentiva la voce esagitata del professor Alcesti, sobbalzava e d’istinto alzava gli occhi dal suo lavoro di tricoteuse per guardare l’orologio a muro, sperando di vedere la lancetta grande in dirittura d’arrivo sul dodici.
A volte qualche insegnante si lamentava, perché la campana era suonata prima del tempo e, siccome era quasi sempre Isabella l’autrice degli anticipi, ella si giustificava dicendo che non c’era sincronismo tra gli orologi distribuiti nei vari piani della scuola e che da tempo i tecnici promettevano una registrazione generale che in realtà non avevano mai effettuato.
Non poteva dire che quei minuti, rubati agli insegnanti cerberi, erano un regalo che lei faceva all’angelico Alcesti.
Una volta, mentre stava pulendo il corridoio e, casualmente si era trovata davanti alla porta della presidenza rimasta socchiusa, aveva colto lo stralcio di una conversazione in atto tra la Preside e l’insegnante in questione:
-Professore, -la voce stridula della dottoressa Mortazzone era un affondo nelle delicate fibre di Alcesti – lei ha la fortuna di essere un uomo! Faccia la voce grossa, le spaventi queste bimbe! Via, non sono poi così terribili come crede. S’imponga, usi tutte le strategie possibili, ma le zittisca una volta per tutte!.
- Vede, preside – rispondeva l’imputato – sfortunatamente ho dei noduli alle corde vocali, che mi impediscono di forzare la voce…
- E allora curi l’aspetto relazionale! Parli con queste ragazze, si faccia loro complice. In fin dei conti basta un po’ di diplomazia. Avrà letto i manuali di psicologia, immagino. Cerchi di capire le sue studentesse, le assecondi, le conquisti… - la voce della Preside si faceva sempre più impaziente e incalzante.
Isabella non aveva voluto ascoltare oltre e si era allontanata con il secchio e lo spazzolone sul fondo del corridoio, nella zona meno illuminata, per non farsi notare dal professore quando fosse uscito.
Soffriva per la mortificazione che quell’ottima persona doveva sopportare, a causa della sua trasparente onestà.
Ah, sarebbe andata lei in quelle classi sciagurate, avrebbe offerto se stessa al martirio per salvare l’amato, proprio come aveva fatto la moglie del re Admeto, l’Alcesti, protagonista della tragedia euripidea , che Isabella si era letta, dopo che ne aveva sentito parlare dalla professoressa Costa.
Quell’uomo portava un nome, pensava la bidella stupendosi, che rappresentava la proiezione di se stessa, dei suoi più intimi pensieri.
Una volta il professore le aveva chiesto di preparargli una camomilla, per rischiararsi la voce e calmare i crampi allo stomaco.
Nel frattempo si era ritirato in biblioteca con un libro tra le mani e, quando Isabella lo raggiunse con il vassoio, il bricco dell’acqua calda, la zuccheriera e la tazzina, lui chiuse prontamente il volume e incrociò il suo sguardo azzurrino con quello di lei.
- Grazie, signorina Isabella – le aveva detto con gratitudine e il tono d’un giovane d’altri tempi- lei non sa il bene che mi fa- e Isabella aveva stretto le labbra per non lasciarsi sfuggire parole che non potevano sfuggire, ma incapace di proferirne altre.
-Sa, - aveva continuato lui – questo momento mi ricorda quando ero studente squattrinato. La mia padrona di casa saliva ogni giorno a portarmi il tè durante le ore del pomeriggio. Io mi sentivo corroborare dalla bevanda calda e zuccherata…Penso che gli inglesi abbiano sempre avuto ragione…
La bidella annuì, abbozzando un timido sorriso e, giudicando che il momento d’intrattenersi fosse esaurito, non volendo per giunta importunare con la sua presenza, che non sapeva gradita, rinchiuse la porta allontanandosi con il vassoio.
Dolce signore, anima candida.
Era fidanzato con una ragazza gentile simile a lui. Una sera li aveva visti insieme al cinema : davano un film di Tornatore.
C’era una bella intesa tra i due. L’aveva capito alla prima occhiata.
Ma a Isabella non importava che fosse già promesso. Le bastava vederlo arrivare la mattina con la sua borsa di cuoio e il giaccone chiaro, e poi entrare in sala insegnanti o nello sgabuzzino della fotocopiatrice, dopo aver dato a tutti un compitissimo buongiorno.
Isabella lo seguiva con gli occhi, mentre camminava lungo il corridoio per raggiungere la sua classe.
Quanto avrebbe desiderato essere una giovane studentessa per sedersi accanto a quelle ragazze, che masticavano il chewingum e si ripassavano il kajal negli occhi, nascondendosi dietro le compagne che davano le spalle, ad ascoltare il suono modulato di quella voce…
Una volta aveva avuto l’occasione di sentire una lezione di Alcesti, perché il professore aveva portato la scolaresca in biblioteca, le cui pareti perimetrali erano tagliate nella parte superiore e la voce di chi parlava si propagava all’esterno …

-Dante si prefigge di educare l’uomo alla conoscenza. Ritiene che l’uomo debba trovare in ciò che legge e che studia qualcosa che lo aiuti a migliorare. Dante ha un concetto universale di conoscenza. Più l’uomo conosce, più arriva alla felicità.
La lingua, secondo il poeta, è un mezzo importantissimo perché contiene valori morali, etici, religiosi, universali…
C’era silenzio. Le studentesse ascoltavano, prendendo appunti.
Poi qualcosa turbò l’atmosfera. Si udì un brusio e dopo un gran vociare. Che era successo?
Una ragazza sentiva la faccia gonfiarsi, probabilmente perché vi aveva spalmato una crema alla quale era allergica e allora le compagne si erano messe a gridare, come delle prefiche, per far dispetto a quel martire, che invitava l’infortunata a uscire e le altre a stare calme.
-Bisogna telefonare al Pronto Soccorso, ai genitori!- diceva Alcesti affacciato alla porta.
Erano accorse le bidelle e delle colleghe, accortesi della situazione anomala.
Isabella aveva già raggiunto l’apparecchio telefonico quando, dalla presidenza, era uscita la dottoressa Mortazzone:
-Fiorentini, alt! -aveva ammonito come un vigile severo da metà corridoio, allungando il palmo spalancato della mano: -Avverto io la famiglia, che conosco personalmente- e rivolta all’agonizzante: -Silvia, tu vieni nel mio studio, mentre le tue compagne tornano in classe. Professor Alcesti, gradirei che la biblioteca rimanesse libera questa mattina, perché devono arrivare gli alunni delle Medie a visionare un filmato- e aveva fatto un brusco dietrofront, seguita dal passo incerto di Silvia.
Tutte a lui dovevano capitare, pensava Isabella contrariata. Non era nemmeno riuscita a gettarsi per un attimo nell’azzurra intensità degli occhi del professore che lui a capo basso aveva preso il gruppo e si era rintanato nella sua aula.

In famiglia intanto il padre aveva notato il cambiamento. Nonostante continuasse a mantenere il broncio alla vita, lo sguardo della figlia era più luminoso, la pelle si era fatta più tesa e il guardaroba si era arricchito di qualche giaccone rosso fuoco e di pantaloni attillati.
-Oh, non ti starai, per caso, innamorando?- le chiese una sera, mettendo il suo viso rugoso sotto quello di lei e mostrando i denti gialli dell’ex fumatore incallito e la saliva.
Isabella aveva fatto un gesto nell’aria con la mano , quasi a volerlo scacciare .
-Mah- aveva sillabato nel naso.
Non voleva parlare con nessuno di quel suo affetto, quasi temesse che potesse consumarsi. Perché vi si aggrappava come a una colonna, che le si fosse edificata dentro e le facesse dispiegare tutte le sue forze.
-Per me non ce la racconta giusta, questa figliola – diceva, rivolgendosi alla moglie, il signor Fiorentini, che conservava nella parlata l’accento toscano. E la moglie :-Tullio, lasciala in pace. Se non te lo vuol dire, non insistere!.
-Via, ragazzetta, non ci sarebbe niente di male. Anzi!
Ma Isabella teneva duro. A che scopo parlare di un amore senza speranze? Sarebbe stato troppo doloroso discorrere di una fantasia a senso unico.
Isabella preferiva assumere l’espressione della sfinge. Non far leggere niente a nessuno.
Le avrebbe dato fastidio qualunque considerazione o interpretazione, anche la più comprensiva e affettuosa. Nel suo immaginario, invece, avrebbe potuto figurarsi tranquillamente le situazioni che voleva, intrattenere conversazioni ideali con l’immagine virtuale dell’amato. Fantasticava su incontri ravvicinati in una dimensione oltre il tempo e oltre lo spazio oppure dentro il microcosmo della scuola, eletto a teatro delle sue emozioni.

-Guido Guinizelli è considerato il maestro del Dolce Stilnovo. L’amore per lui è il valore più alto che porta l’uomo a Dio. Dà alla donna l’attributo di angelo.
-Al cor gentil rempaira sempre amore-. Se uno ha il cuore gentile, è pieno di valori spirituali. Per Guinizelli la nobiltà è nobiltà d ’animo. Se l’amore è espressione dei massimi sentimenti, l’uomo di sentimenti nobili non può non amare.
Gli Stilnovisti crearono una vera e propria teoria filosofica fondata sull’amore. La donna-angelo porta l’uomo a Dio. Un uomo di bassi istinti non può avvicinarsi a una tal donna. Le donne del Dolce Stilnovo sono il simbolo della perfezione, della virtù e della poesia.
Isabella un giorno, facendo le pulizie in terza A, aveva trovato gli appunti di una lezione di Alcesti in una minuta, dimenticata sotto il banco da una studentessa.
Ne aveva fatto prontamente la fotocopia e se l’era portata a casa, dove l’aveva sistemata esattamente nel comodino della sua camera.
-La donna conduce l’uomo a Dio-.Ma era vero?
Isabella pensò alle donne che conosceva: sua madre, le zie, le studentesse.
Conducevano gli uomini a Dio queste persone?
Sua madre era stata probabilmente una donna dolce e gentile, ma la tirannia esercitata dal marito pretenzioso e irascibile, l’avevano, con gli anni, inasprita. E lo stesso doveva essere capitato ad altre, che avevano finito per farsi corrodere dal rancore e dalle ripicche quotidiane o abbruttire dalla fatica del lavoro, compreso quello domestico.
Non sapeva davvero cosa rispondersi. Qualcuna, forse…
Ma poi dedusse che Guinilzelli apparteneva al mondo letterario e la letteratura era trasfigurazione della realtà.
Però il sogno ricorrente, che Isabella faceva sul professor Alcesti ,avrebbe potuto essere l’ultimo capitolo di un romanzo.
Che stesse anche lei trasformando la sua vita in letteratura?
Ecco come Isabella immaginava l’incontro che avrebbe dovuto appagare completamente il suo senso di vita.

E’ una mattina di primavera. Il sole stuzzica le gemme sui rami degli alberi, che sbattono contro i vetri della scuola. Isabella sta spolverando gli scaffali della biblioteca quando, inaspettato, entra Alcesti che ha l’ora buca.
Isabella lo guarda e fa per andar via, ma Domenico la trattiene.
-Isabella – le dice a bassa voce per non farsi sentire da altri – le dovrei parlare.
Isabella trasale e appoggia le mani alla spalliera di una sedia.
-Forse, quello che sto per dirle la sorprenderà…- il professore s’interrompe per rischiararsi la voce, senza avvicinarsi troppo – ecco, vede io… Si sarà accorta, insomma, che lei non mi è indifferente…- le labbra sono bianche e secche per la tensione- Io credo di conoscerla e di saper apprezzare le sue doti. Lei è sensibile, attenta, umile. Non dice mai sciocchezze. E’ autentica nelle sue manifestazioni, affidabile, sincera. Possiede un animo gentile, delicato. Racchiude in sé valori nobili, come uno scrigno racchiude le perle…
Isabella si è fatta pallida. Vorrebbe sedere, ma non osa. Trattiene il fiato. Teme di interrompere il flusso di parole che esce dalla bocca di Alcesti e che l’incanta.
-Forse mi giudicherà ridicolo, ma desideravo che lo sapesse…- poi, avvicinandosi e mostrandole un azzurro di mare infinito, e facendosi un po’ serio, con voce sommessa – Sappia che non glielo dirò mai più. Che la rinnegherò davanti agli altri, che la ignorerò , fingendo indifferenza, perché tutti siamo prigionieri delle convenzioni. Ma la verità è che io la trovo simile a me ,mi sento migliore in sua presenza, e se ci fossimo incontrati prima…- e qui sospira senza concludere la frase, ma abbassando gli occhi.
Isabella è rapita. Per la prima volta il suo nome non le sembra più un beffa.
-Grazie, grazie professore- risponde con un fil di voce.
E il professore esce…

Come sarebbe stato facile! E bello... Sarebbero bastate quelle poche parole per regalarle la felicità sconfinata cui credeva di avere diritto.
Avrebbe potuto andar fiera per la strada e pensare, incrociando le varie coppie:
-Chissà se quello che c’è tra voi è vero amore o un compromesso come c’è tra tanti che si sposano. Io l’ho trovata la persona che amo e che mi ama. E non è uno qualunque, ma un intellettuale.
Sì, avrebbe portato quel segreto nel suo cuore e la sua vita sarebbe stata dolce per sempre.
Ma Alcesti non avrebbe mai corrisposto alle attese di Isabella. Prima di tutto perché era felicemente fidanzato, poi perché non l’amava e se, nella più remota ipotesi l’avesse amata, non gliel’avrebbe mai detto.
Anche perché il modo di amare degli uomini, Isabella aveva letto qualcosa al riguardo su Io Donna, è diverso da quello delle donne.
Le donne si fanno consumare nottedì dal sentimento, mentre gli uomini vi dedicano, salvo eccezioni, qualche momento quotidiano, perché vi antepongono gli impegni di lavoro e i propri hobby .
In più Isabella aveva letto, sempre su Io Donna, che gli uomini, forse per motivi ancestrali, si sentono impacciati, goffi e retorici nell’esternare i loro stati d’animo più intimi con le parole. E perciò non esternano.
Al massimo lasciano intendere. Che cosa, esattamente non si sa…
Alla fine, Isabella concluse che, tra le attenzioni da riservare al padre, che parlava dei benefici effetti del pagutin, e quelle per il professor Alcesti, che disquisiva di Guido Guinizelli e ogni tanto le chiedeva di preparargli una camomilla per rischiararsi la voce, le rimaneva pur sempre da uscire con il cagnolino Putin Pao in strada, dove qualcosa di nuovo sarebbe potuta per altro accadere…

*

Di squisita cultura

“ DI SQUISITA CULTURA…”

Perché il Provveditore l’avesse convocato quasi d’urgenza, come la segretaria gli aveva fatto vagamente intendere consegnandogli il fax, non gli riusciva facile da spiegare. Forse si trattava solo di una normale pratica di routine e il nuovo Dirigente Provinciale voleva semplicemente conoscere quel preside che aveva inoltrato al competente ufficio la domanda di pensionamento.
Tuttavia, al pensiero di dover varcare la soglia dell’ufficio nell’enorme palazzone kafkiano, per incontrare una persona con la quale i rapporti si preannunciavano finiti sul nascere, il preside Cesare Riva, già carico di obblighi burocratici , si sentiva sfiorare da un senso di inquieto fastidio, anche se non poteva sottrarsi all’appuntamento con il superiore…
Vent’anni. Erano passati vent’anni da quando aveva consegnato a Roma, tra tanti candidati, le considerazioni sulle qualità che deve possedere un perfetto dirigente, affermando, nero su bianco, che il preside, nell’esercitare le proprie mansioni, deve essere guidato dall’esprit de géométrie e soprattutto dall’esprit de finesse.
Era piaciuto il riferimento alla contrapposizione pascaliana tra mente e cuore e, così , in quella scuola di Caluso, dove era stato apprezzato come insegnante, era ritornato per essere stimato preside.
Anni lunghi e pesanti a imparare la pratica del mestiere, a mettere assieme con dedizione quasi claustrale e pazienza certosina la burocrazia, gli orientamenti didattici e le relazioni umane.

L’appuntamento era stato fissato per le dieci.
Parcheggiò la macchina in via S. Tommaso. Scese e sigillò gli sportelli dell’Audi. Raggiunse l’ingresso dell’edificio kafkiano, superò l’atrio e attese l’ascensore. Quarto piano.
Varcò una porta, dopo aver delicatamente bussato. Il Provveditore era all’interno e si alzò in piedi.
- Preside Riva? Piacere di conoscerla!
Ci fu una stretta di mano.
-Si sieda- proseguì il Dirigente Provinciale- Come si sta nel Canavese? Maturano le uve?
Sorrise leggermente Cesare , andando col pensiero al motivo della convocazione.
-Dunque, Preside, io ho qui una lettera che mi hanno mandato, da quel che capisco, i suoi insegnanti, nella quale mi si chiede di convincerla a ritirare la domanda di pensionamento, che lei ha presentato, non è vero? - chiese il Dirigente.
-Sì, l’ho presentata – confermò Riva, incredulo.
-Francamente- proseguì il Provveditore - non mi era mai capitato di dover invitare un preside a ritirare la domanda di pensionamento. In tutti questi anni, infatti, mi sono giunte da parte dei docenti richieste per motivi esattamente opposti. Lei allora è molto stimato, a quanto vedo. Del resto, la lettera parla chiaro: “…il nostro preside, persona di squisita cultura e di profonda sensibilità , è stato nell’esercizio del proprio ruolo elemento di coesione nell’ambito della scuola e del territorio… ”.
Riva, imponendosi un atteggiamento distaccato e di tranquilla compostezza, chiese di vedere lo scritto. Il dirigente glielo porse e il pensionando dottore lesse bene e memorizzò.
-Allora ? Che ne dice? Vuol far contenti i suoi insegnanti?
-Francamente, ho raggiunto un’età veneranda che non mi consente di esercitare oltre questo mestiere.
- La sua scuola funziona bene...
- Non si fa mai abbastanza...- era umile.
-Tra l’altro, so che lei, come me, è un estimatore della nostra storia, delle nostre tradizioni che oggi purtroppo rischiano di essere travolte, sa… con l’impero della tecnologia…Insisto anche per questo- e il Dirigente lo guardò serio.
Cesare non rispose.
-Che posso dirle, dottore ? Non ho la facoltà di obbligarla!
-Beh, lascio le consegne a un buon gruppo di insegnanti validi…che hanno organizzato tante attività, tra cui anche laboratori di ricerca su testi dialettali, sulle danze e le canzoni popolari…
L’incontro ebbe termine.
Cesare, di ritorno a Caluso, pensò che avrebbe chiesto all’insegnante di religione, don Giustino, e al vicario per capire di più. Ma il giorno dopo entrambi dimostrarono di non sapere nulla della lettera.
Riva era meravigliato.
Si ricordò, poi, che l’Istituto comprendeva anche la Scuola Elementare e allora non gli fu difficile supporre che le autrici fossero invece le maestre, più affiatate delle insegnanti delle medie.
Quelle che erano state sue colleghe, inoltre, ne avevano subito il plagio e non si sarebbero permesse di interferire nelle sue decisioni. Lui aveva citato più d’una volta una frase di Mauriac : “Non si deve entrare nella vita degli altri, se non si vuole essere mutati in una statua di sale” .
Sì, adesso restava solo da scoprire da chi era partita l’iniziativa. Ma, per questo, c’era tempo.


I colleghi organizzarono una cena d’addio monumentale presso il ristorante più rinomato della zona. Il menu era stato curato personalmente dallo staff presidenziale e si concludeva con il dolce bonet.
Terminata la cena, interrotto il cicaleccio sotto le lampade forti, fu portato il regalo: un pacco di libri. Volumi dalla coperta goffrata mostravano stampe patinate di pittori prestigiosi, da Caravaggio a De Chirico. Tra le pieghe dell’incarto zigrinato era stata collocata la lettera d’encomio, con cui i colleghi, ripercorrendo affettuosamente il cammino insieme, esprimevano rammarico e auspici.
Lette personalmente dal Capo d’Istituto, quelle righe suscitarono emozioni nei presenti: si videro lacrime fuoriuscire dalla congiuntiva di qualcuno.
Infine, il folto gruppo dei convenuti sciamò dal giardino del ristorante dopo il congedo finale .
L’intermezzo vacanziero trascorse per il preside Riva nel modo consueto. Il mese di luglio fu dedicato a compilare scartoffie e quello di agosto comprese il soggiorno in una città europea e lunghe passeggiate nell’anfiteatro morenico del canavese.

L’arte, accanto allo studio del dialetto, era una passione di Cesare. Interveniva a convegni e a mostre, collezionava tele a olio. Se usciva con il cavalletto, si buttava sul guado dei torrenti e ritraeva la sagoma delle montagne. Anche i mercati di frutta e verdura lo ispiravano per l’intensità dei colori naturali.
Un venerdì, a Ivrea, incontrò la maestra più anziana, quella che aveva insegnato alla figlia le poesie di Rodari e i canti popolari.
La vide incespicare tra le bancarelle con due borse di carciofi.
Le si avvicinò.
-Ah, Cesare, sei qua?!
-Vuoi che ti aiuti, Adele?
-Ce la farei anche da sola. Ma grazie. Sei sempre gentile…- e poi -Come va? Come si sta in pensione ?
-Mah, io non mi lamento. Dormo di più e sono anche più grasso. Riscopro le gioie del focolare domestico…
-E anche quelle del talamo?- ridacchiò bonariamente Adele -Ah, Cesare, ricordo ancora la tua cena d’addio… Tutte eravamo per te e tu dimostravi quattordici anni mentre leggevi la nostra lettera…Le gioie ti ringiovaniscono…- e gli occhi di Adele s’inumidirono.
-A proposito di lettere…tu sicuramente mi potrai svelare l’arcano…Da chi di voi è partita l’idea di mandare la lettera in Provveditorato?- e la fissò deciso.
Finalmente stava per sapere.
- Di quale lettera parli, scusa ?-
- Ma sì, di quella inviata al Dirigente Provinciale…
- Ah, guarda, Cesare, io cado dalle nuvole- poi, dopo due secondi di pausa ispirata, - forse dovresti chiederlo agli insegnanti delle Medie-
-Già fatto…- a Cesare salì alle labbra la parola di Cambronne.


Nel mese di luglio a Ivrea si svolgevano molte manifestazioni.
L’ex preside Riva venne incaricato dalla Pro Loco di presentare il volume di un suo antenato, autore di poesie in dialetto canavesano: “Dal grappolo alla bottiglia”. Il mondo che usciva da quelle garbate rime era quello della buona e tranquilla borghesia di provincia che a Riva piaceva tanto, così come gli piacevano le poesie di Gozzano.
Spiegò al pubblico di amatori, convenuto nella sala, il significato dell’opera del parente lontano e la storia del dialetto canavese nel corso dei secoli. La sua loquela facile ed elegante, la dizione in perfetta aderenza con i suoni vernacolari sedussero gli spettatori, - lui aveva già affascinato per anni il suo corpo insegnanti-, tanto che le signore rimasero in estasi ad ascoltarlo “… purtroppo non si conosce più il dialetto e non lo si sa nemmeno scrivere ma non è segno di progresso questo. E’ un mondo di autenticità e di ricchezza espressiva al pari del latino quello che si perde”.

Cesare si accomiatò per raggiungere la Audi parcheggiata in un vicolo.
Si trovava ormai vicino alla vettura, quando udì una voce alle spalle.
– Preside Riva, buonasera!
Si voltò di scatto e vide di fronte a sé Milena. L’applicata di segreteria, che aveva seguito per tanti anni come una pallida ombra tutte le pratiche d’ufficio.
-Ah, Milena…c’eri anche tu !?
-Sì, Preside, e ho seguito tutto il suo intervento…è stato affascinante, come sempre.
-Milena, grazie…la conoscenza è nutrimento, lo so,…ma sei a piedi? Vuoi un passaggio?
-No, ho la macchina qui vicino- ondeggiò un poco la gonna a pieghe mentre il passo veniva articolato lungo, per evitare la grata di un tombino.
A Cesare quel movimento ricordò, neanche a dirlo, i passi della Monferrina.
-Preside Riva, io…- disse Milena, mentre il suo viso si faceva più lungo sotto il chiarore del lampione - lo sa ?
Cesare la guardò interrogativo.
-Preside Riva– ripeté lei daccapo.
“Spicciati , Milena mia” trasmise telepaticamente Cesare , colto da un improvviso colpo di sonno.
-Quella lettera…
-Quale lettera?…- Cesare non afferrava.
- La lettera al Provveditore… sa? Sono stata io a mandarla…- e balbettando un po', guardandolo di sotto in su - forse l’aveva sospettato, non è vero?- lo fissò ingenua, come una bambina, mentre le ombre della notte scavavano buchi sulla sua faccia magra.
-Ah, davvero!?-, Riva mostrò all’applicata di segreteria un bel sorriso -Allora, non sono stati gli insegnanti!?- aggiunse.
- No,- fece lei, e gli occhi le brillavano- s o n o s t a t a i o !
- Grazie Milena, mi hai commosso. Ma perché?…
- Come perché? Perché non volevo che andasse via … Peccato che non sia riuscita a farla restare…
E si rattristò.
-Milena, mi lasci senza parole…
Milena sorrise, scoprendo una fila di denti che non avevano conosciuto i benefici dell’ortodonzia.
Era la donna provocazione del Berni?
No, Cesare vide di fronte a sé la Signorina Felicita di Gozzano e provò per lei una tenerezza infinita…




*

Semplice e arcano

SEMPLICE E ARCANO

Sale con gli altri sul pullman e prende posto in prima fila accanto al finestrino. Il cantuccio gli piace. S’immergerà nei pensieri e le ore voleranno.
Dall’alto del mezzo guarda distratto il movimento ripetitivo delle macchine sulla scacchiera: il nastro grigio induce al sonno.
Con le palpebre abbassate si culla nella nenia del chiacchiericcio confuso, interrotto a tratti dal soprassalto improvviso di qualche alunno che lo chiama.
Le risate delle colleghe scandiscono il tempo.
La Costa Azzurra, assolata e ventosa, corre sull’immensità del mare spalancando alle vista strapiombi di scogliere .
Giunge nella città dei Papi. Elegante e austero, misterioso e composito, il Palazzo dà su un parco in altura da cui si può ammirare il fiume Rodano e un isolotto lontano.
La visita degli interni è una giravolta nelle stanze, uno strascicare i piedi sugli impiantiti .
Il pasto insipido della sera, in un locale oppresso dal chiuso, non gli toglie disponibilità. Attorno a un piano di cristallo, che moltiplica i riflessi luminosi delle fiammelle tremolanti , lui accoglie naturale e paziente i rovelli giovanili. E sublima risposte con poetico afflato.
La notte breve precede l’ arrivo in Spagna.
Dimentica subito la facciata dell’ hotel e la sistemazione nelle camere ed è col cuore e la leggerezza dello spirito alla spiaggia di Lloret de Mar. Uno squarcio di Sicilia.
Verso Ovest, in cima a una collinetta, le rovine di un antico maniero riproducono il castello di Milazzo. Su radi scogli garrisce lo stormo dei gabbiani.
Un gruppo di giovani tedeschi, nonostante la stagione ancora fredda, immerge nelle acque del Mediterraneo i corpi di muscoli scolpiti.
I ragazzi camminano sulla sabbia granulosa, sollevando una polvere sottile che s’attacca alle scarpe. Si distribuiscono lungo la caletta libera da bagnanti, in mobili onde umane, ora allargandosi ora restringendosi, come nel mantice di una fisarmonica scordata.
Lui vorrebbe fermare il tempo. Rimanere nella contemplazione estatica di questi attimi che niente danno di straordinario se non il senso dell’evasione e la familiarità del ricordo.
Vede l’esile corpo del bambino, al mare con i nonni, correre dietro a una piccola palla che un piede maldestro ha fatto rotolare lungo la battigia in pendenza. Lui l’ha afferrata con rabbia feroce, buttandosi in acqua e, per la prima volta, si è affacciato sulla distesa blu e profonda che ha portato qualche parente a trovare fortuna in terre lontane.
Adesso i corpi dei ragazzi si sono disposti in una fila lunga, quasi retta, parallela al bagnasciuga, componendo l’immagine di una tastiera.
Sente il desiderio di coprirli in quella posa con un drappo a colori vivaci; desidera sintonizzare il ritmo della risacca con lo stridio dei gabbiani. Chiedere di irrorare emozioni.
Mare e cielo, riuniti nel piccolo lembo di costa, amplificheranno la forza degli accordi..
Ma arriva una ventata . La fila si rompe, bagnata da un getto improvviso di acqua salina . I tasti si disperdono scomposti in suoni e forme disarticolate.

Si ritorna in albergo. E’ l’ ora di cena.
I bocconi di pesce spada grigliato abbracciano lo stomaco. La torta alle noci ristora.
Nella grande mensa semi interrata, sotto le luci un po’ stordenti e languide dei lampadari, in un impulso di abbandono o di condivisione lui si lascia andare alle confidenze. Narra con rattenute parole i trascorsi di una vita sofferta.
Della educazione affidata ai nonni.
Di un matrimonio precoce e spezzato.
Dei figli realizzati e felici in un’altra città.
Della musica e della poesia.
Del viso e dei capelli lunghi.
Da trovatore.
Novello e antico. Semplice e arcano.
Racconta se stesso con una trasparenza quasi commovente, appoggiando per un attimo i pesanti fardelli sull’ educata compostezza e lo spirito partecipe dei compagni di viaggio..
Segue la scorrazzata sul lungomare insieme agli alunni che vociano e saltellano.
Poi, ancora la notte breve e un’alba lattiginosa. Ancora il pullman: direzione Barcellona. Città antica, navi da carico in scalo nel suo grande porto.
Davanti alla fantasmagoria della Sagrada Familia il gruppo degli studenti si raccoglie ordinato per osservare l’originalità del prospetto, i simboli della cristianità e i doni della natura elevati al cielo in votiva offerta.
Lui guarda verso l’alto la figura di Cristo, Risorto e Presente. Vorrebbe raggiungere la cima del Tempio Espiatorio, rannicchiarsi in una raggiera di guglia dentro le forme curve che imitano la natura e sentirsi filo d’erba, grano di sale, chicco di frumento.
Poi un ragazzo gli porge un flauto. Un piccolo flauto bianco.
Lui accosta l’imboccatura alle labbra e ne trae suoni che paiono celesti.
Gli altri , felici, accompagnano col battito delle mani la melodia delle sue note.
Rapiti. Per sempre.

*

Piena di spazio

PIENA DI SPAZIO

La casa gialla posta in fondo alla strada principale levò anche quel giorno la sua spirale di fumo dal comignolo. Era un’abitazione ampia e spaziosa. Un paese nel paese.
Il rituale quotidiano per la signora Angela, custode affidabilissima, prevedeva che alle ore nove venisse aperto il portone d’ingresso, seguito dalle persiane.
La governante, così la chiamavano amorevolmente i proprietari, passava l’aspirapolvere lungo i corridoi e negli angoli in cui più s’accumulava il terriccio depositato dalle suole delle scarpe. Quindi, con lo straccio, nettava i pavimenti, dopo che l’acqua dei rubinetti era fluita a lungo. Anche lo sciacquone veniva azionato ripetutamente per evitare che il tanfo si diffondesse nelle stanze.
Era necessario avviare di frequente il riscaldamento affinché asciugasse i muri perimetrali che fiorivano di muffa in quel mese di dicembre particolarmente umido.
I lavori di restauro, praticati qualche anno prima, avevano mobilitato due architetti e una squadra di muratori e all’edificio era stato restituito il suo aspetto di villa elegante, attorniata da un bel giardino con gli alberi, che si coloravano di tinte forti in autunno, e i fiori rinvasati o piantati nel terreno ad ogni cambio di stagione.
La casa, bellissima, disponeva, all’interno della sua cinta muraria, di una piccola corte in porfido nella quale avrebbero potuto giocare tanti bambini con la palla. I proprietari vi facevano visita di rado e, in particolare nel periodo estivo, quando il signor Gianni e la signora Lena ricoveravano la loro BMW nell’autorimessa e portavano le valigie, stracolme di abiti, al piano superiore.
In quell’occasione tra i glicini del terrazzo veniva aperto un enorme ombrello color pervinca, riparo alla calura soffocante.
Qualche volta arrivavano anche i figli e i nipoti dei due anziani coniugi con le loro macchine lussuose, rombanti e superaccessoriate. Dormivano una notte nelle rispettive camere, i bambini scorrazzavano in lungo e in largo e poi tutti ripartivano veloci verso la grande città dopo aver decantato le bellezze del posto.
E la governante, partiti i proprietari, doveva pulire, rassettare, risistemare con la cura meticolosa che le era propria e che era degna della fiducia in lei riposta .
Era una donna sulla settantina dall’aria quieta e dimessa. Una montatura ingombrante attraversava il viso minuto. Il passo frettoloso, il sorriso malinconico tradivano i trascorsi di una vita sofferta.
Nei mesi freddi le visite alla villa diventavano pressoché nulle. La signora Angela continuava ad attendere alle proprie mansioni con il puntiglio della governante fedele. Tutti i giorni percorreva i seicento metri di marciapiede che separavano il suo appartamento, in affitto, dalla dimora signorile e procedeva alle sue funzioni di guardiana, girando per stanze vuote, esponendo tappeti al pallido sole che al mattino indorava i profili dei monti e sovrastava l’ombra dei boschi.
Quei raggi che bucavano la macchia umida e scura degli alberi erano una trafittura per gli occhi dell’anziana donna, affacciata al balcone, intenta a rimirare il cielo, a osservare il volo delle cince e le punte degli abeti agitate dal vento . Unici segni di vita cui abbeverare la solitudine del cuore dove pulsavano i fremiti di interminabili attese.
Per quanto affezionata e devota ai proprietari, che conosceva da tempo, l’anziana donna non poteva fare a meno di rammaricarsi per quelle prolungate assenze. Per quei lavori di restauro rimasti privi di una naturale finalità che non fosse la semplice cura estetica dell’avita dimora. Lei, che aveva trascorso la sua esistenza a respirare aria concentrata in pochi metri cubi, calpestando impiantiti opachi dentro le strette di un modesto appartamento, si rattristava pensando alla sovrabbondanza di uno spazio destinato ai fantasmi.
Anche quel giorno dunque la spirale di fumo si levò, come al solito, dal comignolo della casa gialla componendo volute bianche e sinuose verso il cielo. Ma quello non era un giorno come tutti gli altri. Era la vigilia di Natale. Un vago sentimento di speranza si fece strada nell’animo della donna. Fin dalle prime luci dell’alba nel cielo grigio i fiocchi bianchi cominciarono a volteggiare creando quella atmosfera magica che accelera i battiti e i respiri.
L’anziana custode ricordò la volta in cui erano arrivate le nipoti del signor Gianni e si erano sporte dai balconi gridando di felicità perché nevicava.
Si augurò di poterle rivedere e, nell’attesa, scelse dalla legnaia, il ceppo più grosso da cui si sarebbero levate le faville dei desideri nella notte santa.
Ma il cellulare squillò malauguratamente alle undici del mattino. La signora Lena annunciava ad Angela che improrogabili impegni trattenevano tutta la famiglia in città. Non sarebbero giunti in Valle, non avrebbero trascorso la notte più bella dell’anno insieme a lei. Le assicuravano, però, il loro affetto, il loro pensiero e la invitavano a rimanere nella casa, badando che i caloriferi rimanessero accesi perché i muri non trasudassero umidità.
Dopo aver eseguito il dovuto, con quella scrupolosità che caratterizzava da sempre la sua vita, l’anziana signora fece ritorno al suo piccolo appartamento che si affacciava sulla piazza. Passò prima dal macellaio per ordinare la solita razione di carne da brodo, sottoponendosi pazientemente alla solita domanda. “Altro? “ le chiedeva infatti con malcelata insistenza, la sorella del macellaio, lievemente contrariata per quella modesta spesa, e lei non poteva che rispondere “Nient’altro” perché viveva sola ed era sempre stata di poco appetito.
Consumò un pasto semplice e si sedette sul divano con nelle orecchie il ticchettio familiare della sveglia, regalatale dalla sorella sposata che abitava in Svizzera.
Guardò dalla finestra : aveva smesso di nevicare. La donna decise di uscire, di evadere, la vigilia di Natale, dal chiuso angusto della casa. Percorse l’arteria principale del piccolo centro, inghirlandata dalle luminarie, camminò finché non si trovò davanti alla scuola. L’esterno era tutto illuminato e una frotta di bambini saltellava su un ammasso di cubi e parallelepipedi di legno disposti ad arte nel cortile. Lei vi si avvicinò e raggiunse i margini delle assi dove sostava anche qualche adulto che non conosceva.
I bambini vociavano occupando, ognuno, uno spazio all’interno del paese stilizzato. Che in quel giorno non poteva che ricordarle un Presepe insolito, rischiarato dai lampioni.
“Ehi, tu- chiese leggermente preoccupata la signora Angela, notando il più monello che si sporgeva dal punto più alto- che cosa fai là?”
“Sono sul mio grattacielo – rispose il piccolo mentre la voce incespicava tra i denti e l’apparecchio – e cerco di prendere la stella cometa”.
“E tu? – domandò ancora l’anziana signora, rivolgendosi a una bambina che passava le mani lungo le pareti del suo abitacolo- che cosa fai lì?”.
“Spolvero la mia camera. La mamma si lamenta sempre perché non lo faccio mai!” rispose la ragazzina mentre i riccioli si scioglievano a cascata sulle spallucce strette. “E’ Natale e devo prepararla!”.
“Sta attento, dico a te – esclamò Angela guardando un ragazzino che sembrava volersi buttare dal suo osservatorio sui piccoli mucchi di neve- cosa fai?”
“Sono sulla prua di una nave e cerco l’isola del tesoro!”
Un altro le disse : “Sono nella casa della nonna che mi ha preparato la polenta. La devo portare a Gesù Bambino”, un altro ancora “Questo è il mio garage dove ho i miei attrezzi per costruire tante cose”.
Mentre una leggera brezza le scompigliava le ciocche sottili, l’anziana signora si sentiva immersa tra le meraviglie. Anche lei bambina tra i bambini, in quel clima festoso e rasserenante. Quando si girò notò, accanto a un mucchio di cassette, il costruttore. Con la barba e una sorta di bisaccia appesa ai fianchi era evocativo. Pensò che il suo nome doveva essere Giuseppe ma non osò chiedere. Era una donna timida e riservata e non amava apparire spavalda.
Anche lui faceva il guardiano. Di quei bambini.
Perché non si facessero male.
Si rigirò e riguardò l’insieme , ascoltò le voci, sempre immersa nello stupore.
“Ma… non desiderate tornare a casa? Fa freddo qui…” chiese ancora.
“No! Si sta benissimo” le rispose uno dei più piccoli sorridendo.
“ Ma, non hanno freddo?” insistette rivolgendosi al costruttore.
“Non lo avvertono” rispose il presunto Giuseppe.
“Come mai? “ incalzò lei.
“Perché sono felici. Sono felici, sì, di essere al mondo e di occupare uno spazio in cui si riconoscono e si sentono riconosciuti. Uno spazio nel mondo tutto per loro.” asserì il falegname.
Lei lo guardò come se fosse un personaggio giunto apposta da un paese lontano per consegnarle un dono . Fu pervasa da una dolcezza inattesa e si sentì in cammino sotto le stelle.
L’abbraccio fumante le venne incontro alzandosi dalle falde rosse del tetto .
La corte interna della casa era immobile, i cubetti di porfido ricoperti da un leggero strato di neve non solcata dai pneumatici.
Quando aprì il portone d’ingresso percepì il tepore della famiglia. La presenza del signor Gianni seduto al tavolo che consultava le carte, e della moglie di lui che strofinava un panno sul giaccone di renna. Dallo studio si diffondevano le note di un jingle, eseguito al pianoforte dalla figlia più giovane e romantica, così innamorata della musica e dell’arte, e dalla cucina arrivava l’odore della crostata di mele che piaceva tanto al soriano grigio.
Angela accese tutte le luci: la mobilia del soggiorno scintillò, irradiata da quei fari. Il chiarore cancellò il buio della solitudine. Qualcosa o qualcuno si materializzò.
Quella casa iride, e aria, quella casa piena di spazio si popolava di ricordi, di persone, e tutto prendeva il suo posto secondo l’ordine naturale dei sentimenti e delle cose.
Adesso l’affidabilissima governante sapeva che un grosso ceppo avrebbe continuato ad ardere tra gli alari, lanciando nella notte la sua scia di faville e lei avrebbe guardato davanti a sé il mondo nuovo, vivo e palpitante, che le stava intorno e che si portava dentro .









*

Lucio

LUCIO

Pioveva a dirotto fuori dalla scuola e la collega, borse di sonno agli occhi e rughe di trascurata bellezza sulla fronte, lo tratteneva sotto l’ombrello per raccontargli del figlio e del marito in un diluvio di parole.

Lui ad annuire gentilmente e a porgerle frasi di conforto non aveva allontanato i morsi della fame che gli laceravano lo stomaco.

La mensa universitaria era a un tiro di schioppo , ma quello sfogo estenuante e la sua andatura lenta gli potevano far rimediare al massimo maccheroni scotti e un po’ di Gulasch.

Quando fu all’asciutto nell’enorme edificio si trovò impacciato con il giaccone e l’ombrello a mettere sul vassoio i piatti che sceglieva, ma la cassiera gli venne incontro reggendogli le posate e il mezzo litro di vino mentre prendeva il portafoglio.

I tavoli di formica bianca erano ingombrati di tovaglioli di carta e di cenere e , come si accomodò in uno che sapeva di spugnetta umida appena passata, trasse un sospiro di sollievo. I bocconi andavano giù veloci e il cibo, che riempiva lo stomaco, lo ristorava. Non badò ai muri scrostati e segnati da scritte né al grigiore dell’ambiente a cui i neon non ponevano rimedio.

Del resto i locali della mensa universitaria, quelli che Lucio frequentava fin da quando era venuto a studiare a Bologna, alla facoltà di lettere, erano spogli, quasi dovessero ricordare all’uomo, come già le chiese medievali (l’accostamento che spesso faceva forse era un po’ forzato), la sua pochezza.

Consumò il pasto in fretta, desideroso di immettersi nelle stradine acciottolate che lo avrebbero portato all’appartamento, affittatogli dal cugino, in pieno centro storico.

Lì respirava un’aria antica , di bottega e di mercato, la stessa del suo paese di Sicilia, che aveva lasciato anni prima per venire al Nord a farsi una vita. Il padre lavorava la ceramica e non aveva voluto che quel figlio facesse il suo mestiere; così Lucio, per non mendicare una raccomandazione presso chi sapevano tutti al paese, aveva preferito studiare al continente, cercar lavoro lì e sentirsi libero.

I fratelli e le sorelle erano rimasti a plasmare la creta nella bottega del padre per farne vasi, quartare, bummoli, e piatti su cui buttavano i colori del sole, della terra e del mare e Lucio, quando ritornava a casa, nella stagione estiva, dopo essere stato per un anno sotto il cielo plumbeo del Nord, immerso nel frenetico andare di macchine e di gente e riprendeva quei dialoghi interrotti, fatti di sottintesi, di battute e di battiti di ciglia, sapeva che cosa gli era mancato.

Per non sentirsi estraneo all’attività della famiglia, aveva collaborato a modo suo al lavoro del padre e dei fratelli, spedendo al paese le fotografie delle opere degli artisti, che scovava nelle biblioteche, nelle chiese e nei musei. Aveva persino rimediato il calco dell’ angioletto di Niccolò dell’Arca e, a Venezia, le miniature della Scuola Grande di S.Marco in un rifacimento.

E così il padre, oltre al melograno, alle ghiande, agli aranci e alle stelle di Siria, metteva sulle terrecotte battaglie , ascensioni ,e Madonne che aggiungeva a quelle di Antonello.

Il pasto era finito. Lucio ripose i piatti sul vassoio e lo sistemò nel carrello. Poi uscì, intabarrandosi bene, e si buttò sotto i portici per non prendere la pioggia.

Mentre camminava pensava alla sua andatura falciante, che lo faceva procedere così lento, e alle generazioni che non avevano beneficiato del vaccino di Sabin.

Non vedeva l’ora di arrivare a casa in via delle Pescherie Vecchie e di gettarsi nel letto.

Passando davanti alla chiesa di San Giacomo , pensò alla visita d’istruzione che aveva organizzato per la fine del mese, dopo che un’alunna, nemmeno la migliore, lo aveva colpito, osservando che le chiese gotiche e romaniche, spoglie e severe, erano più adatte delle formose chiese rinascimentali a rappresentare la spiritualità dell’uomo.

La collega di educazione artistica aveva sghignazzato, affermando che gli studenti della Scuola Media non sono in grado di provare il raptus estetico per certe cose, né tanto meno possono cogliere e apprezzare i nessi storici e artistici, ma siccome Lucio non provava interesse per le caterve di fumetti, zeppi di puffi e paperini, con cui l’insegnante liquidava la trattazione della sua materia, sostenendo che voleva proporre “attività vicine al mondo dei ragazzi”, aveva deciso di sopperire lui alla mancanza, spiegando che come docente di lettere gli capitava di frequente di far collegamenti con la storia dell’arte.

La Preside lo appoggiava: “Professor Castaldi, lei ha ragione. Offra a questi ragazzi conoscenza ed entusiasmo e non avrà da pentirsi! Pingo aeternitati!” gli diceva quando Lucio, in separata sede, le faceva presente le sue intenzioni didattiche.

Lucio provava una certa soggezione al cospetto di quell’ anziana, autorevole signora, dall’ampia fronte elisabettiana, che si mostrava tagliente e assoluta in collegio docenti e che a tu per tu rivelava un’indole tenera e sentimentale.

“Vede, professore, io credo nelle ricette semplici. Se uno nel profondo della sua coscienza percepisce onestamente che cosa è buono per i propri alunni e lo attua, ha già trovato la giusta strada. Si ricordi che Sant’Agostino dice ascendebamus interius… Lì è la chiave”.

Lucio si rallegrava per questi ragionamenti che in fondo identificavano i suoi pensieri.

“Non si faccia confondere dalle proposte più nuove e astruse che spesso sono un abbaglio o solo valide teoricamente. La scuola deve essere innovatrice, è vero, ma deve anche conservare ciò che di bello e di buono è stato fatto: mi riferisco alla nostra più solida tradizione. Questi “atti sociali”, verso cui si orienta attualmente l’azione educativo-didattica, spesso sono inconsistenti. Sono un riflusso del pedagogismo americano che, mi perdoni , è alla base della distruzione della scuola, la quale , invece, deve ritrovare il suo ruolo guida, la sua fibra intellettuale. Le discipline accademiche hanno una valenza formativa eterna. Servono proprio a far sviluppare le intelligenze. Se lei interroga gli alunni, si accorge che, al di là dei casi particolari che sicuramente meritano un’attenzione particolare, essi sono più tradizionalisti di certi loro insegnanti. In fondo, accanto alle tecnologie informatiche, vogliono semplicemente che la scuola li faccia accedere alle Stanze del Sapere..”

“Bisogna perciò conoscere bene la propria materia e avere chiaro dove si vuole condurre gli studenti, amare i ragazzi, usare un linguaggio immediato, comunicativo, e provare tanto entusiasmo ogni mattina…Lei che insegna lettere è avvantaggiato: pensi a tutto il bendiddio che può trasmettere. Coltivi la passione per l’arte e coinvolga i suoi alunni, dato che per alcuni sarà l’unica occasione per imparare a distinguere una facciata gotica da una romanica… non dimentichiamo che il cervello dagli undici ai quindici anni ha le maggiori potenzialità… – e poi, ex abrupto, seguendo il filo dei suoi pensieri,- Lo sapeva che l’Arcangeli ha pianto davanti alle opere del Pollock?”.

“ No, non lo sapevo” aveva risposto Lucio incredulo. Pollock non gli piaceva. Lo considerava un imbrattatele come ,del resto, altri artisti moderni.

“Ha pianto perché, con impressionante intuizione, ha visto un rapporto profondo tra il groviglio dei colori di Pollock e i grovigli di natura e di animali di Wiligelmo. Pensi! Ha trovato un legame tra l’arte romanico-padana e l’arte contemporanea, riportando la natura al centro dell’attenzione. Ecco, bisogna trovare e far capire ai ragazzi i legami profondi tra presente e passato, se vogliamo dar loro spessore.”

Lucio non aveva saputo cosa osservare, dato che non aveva conoscenze approfondite sull’arte contemporanea. Si limitò ad annuire.

“Vede, purtroppo io devo fare un’opera di mediazione – gli aveva confidato in un’altra circostanza la dottoressa Mariella Masperi – non posso sempre dire quello che penso, ma pensare rigorosamente a quello che dico, e le confesso che questo, a volte, mi pesa”.

Lucio si era chiesto come mai la preside lo facesse oggetto di tante sincere confidenze. Ne concluse che forse la dirigente , che aveva dedicato tutta la sua vita alla scuola, aveva bisogno di qualcuno su cui proiettare se stessa e le proprie emozioni. Qualcuno di cui potesse fidarsi. In fondo lui , siciliano laconico, refrattario ad ogni tipo di omologazione, faceva al suo caso. Inoltre suscitava in lei un senso di protezione e di affetto materni.

 

Si trovò sotto le due Torri. Il vento si era alzato e il battito d’ali dei piccioni di Piazza Ravegnana sfiorava i passanti. Lucio attraversò via Rizzoli, dopo aver atteso che fosse sgombra da tram e macchine.

Poi prese la traversa di via Drapperie, su cui si affacciava un negozietto di frutta e verdura, gestito da padre e figlio originari di Sciacca. Notò gli alberelli di limoni e mandarini, poggiati sul selciato a far primavera.

“Professò, era buona pasta c’a sarsa? ”. Gli rivolgevano sempre la parola quando lo vedevano arrivare, dato che spesso sedevano fuori all’aperto. Lucio sentiva l’odore di basilico e di gelsomino mischiarsi a quello della frittura di melanzane e si vedeva al balcone della sua casa, accanto alla madre che cuciva e gli parlava fitto.

 

Alle tre in punto girò la chiave nella toppa del suo appartamento, al primo piano, in via delle Pescherie Vecchie. Ringhiera sul cortile interno e muri rossi di cotto. La camera da letto era buia, resa più fredda dal pavimento in marmo chiaro con cornice scura. Sul tavolino giacevano quaderni e pacchi di compiti da correggere. Improba fatica per chi, come lui, non si limitava a segnare gli errori, ma forniva la versione corretta completa scrivendo tutto minuziosamente, con lo scopo di aiutare gli alunni.

Nel togliersi il tutore dalla gamba, ripensò alla mattinata. In classe aveva letto del suicidio di uno studente sedicenne, oppresso da genitori ansiosi e da insegnanti coercitivi.

Il cronista, nel fare ipotesi sulle cause, parlava di “mancanza autostima”. Immediato era stato per Lucio il collegamento con Van Gogh. Così aveva detto: “Credeva di non valere niente, perché era un modesto pittore, un modesto disegnatore e nessuno apprezzava i suoi quadri, ma in verità era un grande artista, perché la sua arte coincideva con la sua vita. I suoi dipinti erano un prolungamento della sua esistenza, una specie di grido che s’incideva nella tela”.

Gli alunni l’avevano guardato a bocca aperta e Lucio aveva rivisto lo stupore dei bambini davanti alle vetrine di Natale e poi aveva sentito la voce spezzarsi in gola di fronte alla scolaresca ammutolita che lo fissava, mentre parlava dell’infelice vita di Van Gogh.

Per allontanare da sé quell’aleggiante sentimento di pietà, che lo metteva a disagio, si era affrettato a rifugiarsi nel pensiero di Emerson, riguardante la fiducia che l’uomo deve nutrire verso se stesso:

“Emerson afferma che dobbiamo coltivare il nostro pensiero e non sottovalutarlo solo perché è il nostro, proprio per non sentirci dire, un giorno, quello che pensiamo da un altro, magari da una persona più importante, ad esempio un artista…” E ne aveva ricavato attenzione.

Sì, quelle teste che gli stavano di fronte erano come i vasi della bottega di suo padre, che aspettavano di essere riempiti di forme infinite e di smalti colorati.

Siccome il pomeriggio era ormai inoltrato, decise di rinunciare al momento di relax e di correggere i compiti di storia ammonticchiati sul tavolino. Erano dei questionari relativi alla Riforma Protestante e alla Controriforma. Semplici domande conseguenti alla lezione andata.

Lucio rifiutava le cosiddette prove oggettive, con risposte predeterminate a scelta multipla, perché gli pareva che appiattissero nei ragazzi la possibilità d’esplicitare tutte le conoscenze acquisite.

Quando vedeva le colleghe affannarsi a computare i punteggi totalizzati su prove ritenute “scientificamente rigorose”, pensava che tutti stessero diventando schiavi di un sistema livellante e che la pretesa esattezza di quegli strumenti valutativi fosse , in realtà, poco significativa.

Si convinceva ogni giorno di più che, invece di sottoporre gli alunni a fredde prove, mirate ad accertare le capacità logico-razionali, si dovesse privilegiare la conoscenza, trasmettendo contenuti basilari, anche di cultura generale, anelli mancanti nella preparazione rilevata dagli insegnanti della scuola secondaria superiore, e che la lectio medievale rimanesse comunque irrinunciabile. Così le sue lezioni spaziavano in tutti i campi e le domande che gli alunni gli ponevano, stimolo per approfondire, innescavano collegamenti a catena. Provava una sconfinata soddisfazione nel constatare che era naturale in tutti la tensione verso la conoscenza e che la capacità di suscitare l’emozione, per favorire l’apprendimento, dipendeva dal grado di autentico entusiasmo che l’insegnante evidenziava. Lui ricordava di essere stato rapito dall’eloquio di certi suoi docenti le cui lezioni erano talmente affascinanti da fargli perdere la percezione di quanto gli stava intorno. Perché anche agli altri non avrebbe dovuto capitare lo stesso? A volte Lucio temeva di peccare di presunzione e si chiedeva se dentro di lui non si agitassero le forze ataviche degli antichi signori della sua isola, la cui arroganza tanto male aveva prodotto nei secoli trascorsi ma, quando alla sera andava a far compieta dai padri domenicani e si confidava al Superiore, si sentiva rispondere che poteva dar fiato ai suoi pensieri, purché lo facesse serenamente e senza astio verso nessuno. “Tu ti chiami Lucio e devi essere luce per le persone che ti stanno intorno” gli aveva detto il frate, facendolo sentire il discepolo di Gesù che si alza in piedi nella Cena di Emmaus del Caravaggio.

La correzione dei compiti lo assorbì per l’intero pomeriggio. Cenò con due uova al tegamino, provola, le olive mattuluna che gli stuzzicavano l’appetito e innaffiò il tutto con una spremuta di brasiliani, favolose arance che gli spedivano dalla Sicilia, anche se alla sera non erano indicate poiché avrebbero potuto disturbare la digestione durante il sonno. Ma a lui piacevano troppo.

La notte trascorse tranquilla: non udì il miagolare del gatto della coinquilina né lo scrosciare della poggia, che verso sera aveva ripreso a cadere furiosa. Sognava.E il mattino seguente era pronto per ricominciare la quotidiana avventura .

Con la collega di educazione artistica, militante di Rifondazione, erano sorte purtroppo delle tensioni. Forse perché gli alunni riferivano che con il professor Castaldi avevano conosciuto la tormentata vita di Michelangelo e le vicende del Gian Bologna, che si era mozzato una mano dopo aver realizzato il Nettuno, forse perché Lucio si vedeva spesso a quattrocchi con la preside.

Così, durante i consigli di classe, quando Lucio parlava, la professoressa Giusy Servino aveva sempre da bisbigliare con i colleghi che le stavano gomito a gomito e nei cambi d’ora la stessa sembrava non accorgersi della presenza dell’insegnante di lettere, perché continuava a discorrere con qualche alunno, stando a cavallo della porta, e poi si allontanava in fretta, come se venisse presa da un’improvvisa urgenza.

Lucio accusò il colpo e cominciò a sentirsi teso ogni mattina , quando faceva il suo ingresso a scuola. Sentiva che i rapporti si erano guastati e poiché la collega Servino era piuttosto ombrosa non osava avvicinarla.

Un giorno, durante la ricreazione, non essendo addetto alla sorveglianza delle classi, mentre se ne stava a sistemare un file, nell’aula informatica, separata con una parete divisoria in carton gesso dall’auletta audiovisivi dove si trovava la Servino, sentì quest’ultima che diceva a qualcuno: “La preside sclerotica collude con lo storpio chiesaiolo, siciliano, che mi ruba il mestiere!”. E nelle ore che seguirono gli alunni continuarono a chiedere al professor Castaldi se per caso non si sentisse male, perché lo vedevano pallidissimo e Lucio, per sdrammatizzare, si sforzava di risultare scherzoso, chiedendo loro come potessero rilevare la tonalità del colorito , dal momento che il suo viso era ricoperto da una folta barba e da altrettanta capigliatura.

Decise comunque che non avrebbe riferito niente a nessuno, che avrebbe tenuto per sé quell’insulto, sperando che la situazione potesse migliorare col tempo.

I frati domenicani gli avevano offerto prontamente un soccorso in preghiere, che gli procurava serenità, e, alla sera, quando sua madre gli telefonava, Lucio assicurava che tutto andava bene, che era stimato e benvoluto e che la vita nella grassa e umana Bologna gli piaceva. Cosa che era anche vera, se non fosse stato per la collega di educazione artistica.

Ci pensarono comunque gli altri insegnanti a far sapere alla preside, che convocò Castaldi e la Servino nel suo studio.

“ Signori, - esordì la dottoressa Masperi, con l’abituale schiettezza- non voglio conflitti nel corpo insegnanti. Noi siamo degli educatori e non possiamo permetterci di essere meschini. Non ci deve essere dicotomia tra quello che diciamo e quello che facciamo”.

“Se è a me che allude – intervenne prontamente Giusy Servino- sappia che non ho nulla da nascondere. Semplicemente non condivido l’azione didattica del collega che, dimostrando di avere una scarsa preparazione pedagogica, propone agli alunni contenuti sproporzionati alla loro età, illudendosi di elevarli a livelli di conoscenza che non possono ancora raggiungere”.

“Ma io semplifico al massimo, – si difese Lucio- non li faccio studiare sui manuali dell’Argan”. “Inoltre non è corretto da parte sua – ignorò la Servino –invadere un campo che non gli compete, quello della storia dell’arte, che è riservato a me, ma che io ritengo di non dover percorrere, perché la classe non è, nella sua totalità, in grado di seguirmi, non essendo per altro motivata. Sono ragazzi abituati al linguaggio dei cartoni animati, dato che passano i pomeriggi davanti al televisore. Sono spesso disturbati, anche perchè molti di loro provengono da famiglie separate… per non parlare dei figli degli extracomunitari, di cui la nostra città trabocca. Io ho impostato la mia attività, dopo aver analizzato lo specifico dell’ attuale realtà, e non secondo una mentalità idealistico- gentiliana … che qui si vuole ancora salvaguardare a dispetto dei tempi…”.

“Guardi, signora, che il professore viene dalla Sicilia – aveva risposto la preside con tono pacato e accomodante- e la Sicilia è museo a cielo aperto.Sappiamo tutti di quanti tesori artistici sia piena quella regione. Perciò, probabilmente, al professore, che oltretutto è figlio di ceramisti, viene più che naturale fare riferimento alle opere d’arte, prendendo in considerazione la nostra città che pure ne vanta tante. Personalmente io condivido l’orientamento del collega, forse perché ho una formazione classica, ma lei non si deve sentire deprezzata per questo. Se lei ritiene che le sue scelte didattiche siano rispondenti alle esigenze della classe, se ottiene in ciò che fa risultati apprezzabili, la sua attività è sacrosanta”.

“Sì, ma il collega finisce con lo sminuire la mia immagine agli occhi degli alunni, i quali mi hanno già chiesto perché il professore d’italiano faccia utilizzare il libro di storia dell’arte che è stato adottato da me”.

“Io credo, professoressa, che non sia difficile dare la risposta. Il libro fa parte dei testi che ogni alunno ha in adozione ed è connesso con la didattica della disciplina. Che lo faccia usare l’insegnante di storia, anziché quello di artistica è comunque plausibile, in quanto la materia è interdisciplinare”.

“La cosa non mi convince – si ostinava la professoressa che era diventata di fiamma e, rivolgendosi a Lucio –fammi il piacere, evita almeno di far usare il libro!”. “Va bene, forse hai ragione- rispose Lucio con calma – era solo per non ricorrere alle fotocopie”.

“D’accordo professore, - concluse la preside – lei non farà più usare il libro e la professoressa non si lamenterà se qualche volta le scapperà di parlare di Jacopo della Quercia o della Loggia dei Mercanti, considerando che ha tante ore da spendere nella stessa classe.”

Giusy annuì imbarazzatissima e strinse la mano a Lucio altrettanto imbarazzato.

Passò del tempo. Le giornate di Lucio erano scandite dai soliti rituali..

I rapporti con la collega sembravano salvi, almeno formalmente.

La fine dell’anno si approssimava. Gli alunni, dietro suggerimento dell’insegnante d’italiano, preparavano le mappe d’esame con gli opportuni collegamenti per il colloquio pluridisciplinare.

Un giorno Lucio, sfogliando la cartelletta di educazione artistica dell’alunna più brava, notò, dopo la sequela di strisce con i personaggi dei fumetti, tre tavole con gli ultimi lavori. In una il Nettuno della fontana, aiutato dalle sirene e dai delfini, salvava da una tempesta l’equipaggio di una nave, nel quale si riconosceva l’intera scolaresca, nell’altra compariva Re Enzo nel tentativo di fuggire dalla prigione, prontamente arrestato dai pokemon-bolognesi, l’ultima infine presentava i prospetti delle chiese più importanti della città…

Lucio pensava, sorridendo tra sé, che le preghiere dei frati domenicani cominciavano a dare i loro frutti…

*

La luce di fronte

Il tavolo esce come una portantina dall’ingresso. Il camioncino bianco è stato parcheggiato sotto il platano.

Loretta sistema la poca argenteria dentro la scatola di cartone e pensa che ci sono tante  cose da trasportare anche se parte della mobilia rimarrà lì, nella casa di campagna. Ma un trasloco fa sempre scoprire la notevole quantità di oggetti che ingombrano ogni angolo di un’ abitazione. Amedea si preoccupa per la cristalleria.

-Odio comprare i bicchieri. Riempiono tutte le mensole e quando si rompono vanno in mille pezzi!-

- Non si romperà nulla, sta’ tranquilla mamma, li ho avvolti bene nella carta spessa – rassicura Loretta.

Il furgone bianco si muove, percorrendo lento il rettilineo che porta verso il paese. Amedea si asciuga la fronte con un lembo del grembiale verde. Poi si gira a guardare la facciata della casa. Un cordone le stringe il cuore : nel giallo dell’intonaco ci sono gli occhi di Ezio.

-Mamma, rientriamo per riposare un attimo?- propone Loretta. Pensa ai capelli in disordine, al bisogno che ha di risciacquarsi il viso.

Amedea è ferma sul vialetto interno a contemplare le piante di rosmarino. Sono così rigogliose e profumate. Il vento muove i rami del fico che sbattono contro la parete dell’autorimessa.

-Forse vuol piovere- afferma l’anziana, mentre la crocchia le si disfa leggera lambendole le spalle. In cielo infatti stanno addensandosi nubi. Grigie, come i suoi capelli.

-Il solito giugno ballerino – commenta Loretta sull’uscio – speriamo non venga la grandine.

- Per fortuna non abbiamo più da correre per sistemare i teloni – Amedea raccoglie la biancheria sospesa alla corda dei pali.

- Mi ricordo il verso delle galline faraone quando il cielo tuonava- Loretta non si decide ancora a rientrare in casa.

-Come ci teneva alla campagna tuo padre! – dice Amedea, tenendo la montagna di lenzuola sgualcite sotto il braccio.

Loretta osserva oltre l’autorimessa i ruderi della vecchia stalla con il portone semiaperto e la punta del catenaccio arrugginito che sporge . Guarda l’arco di ferro e la carrucola del vecchio pozzo, il raffio appoggiato al muretto che serviva per afferrare i secchi quando si staccavano dal gancio e si perdevano nel fondo. La catena oscilla sotto la spinta del vento. I rami del fico si piegano flessibili come archi tirati da invisibili corde . Loretta si sente nel vortice del sibilare. Le pare strano che i ricordi le facciano visita proprio in questo momento. Eppure ode il bisbiglio delle donne e poi le voci esili delle bambine che cantano durante la messa di Capodanno.

Quel giorno di tanti anni addietro la strada era ghiacciata e la madre aveva voluto raggiungere la chiesa a piedi. Due chilometri al passo della bambina. Poi si era messo a nevicare e il paesaggio sembrava una landa sperduta e loro, due pellegrine incerte sotto i fiocchi fini.

L’immagine della messa coincideva con le braccia dello zio, che uscivano dalla pianeta e formavano una croce, mentre diceva “Il Signore sia con voi !” . Lei guardava la lucina rossa nel tabernacolo di fronte e pensava che Gesù era lì dentro. I pochi fedeli stavano sulle sedie impagliate e si sentiva l’odore dell’incenso e del pavimento in cotto scuro su cui era stata passata la cera. Era una semplice stanza a pianterreno di una casa colonica adibita a cappella per la celebrazione eucaristica. Comoda a raggiungersi per il pugno di contadini che popolavano quella punta di strada.

Loretta, dopo la comunione, aveva pregato per il padre rimasto a letto con l’ influenza.

Al ritorno un automobilista aveva dato a mamma e figlia un passaggio. Grandissimo era sembrato l’abitacolo della sei e cinquanta e così confortevole in confronto alla strada, ai lastroni di ghiaccio che Loretta aveva percorso quasi zoppicando con i suoi scarponcini di cuoio alti e rigidi.

-Rientriamo, che c’è troppo vento – dice Amedea inseguendo i capi di biancheria caduti sul prato. Loretta adesso non si decide a varcare la soglia. La vista delle stanze spoglie le mette tristezza. I muri e gli angoli parlano dei tanti anni trascorsi nella sacra intimità. Riguarda i locali della stalla. Pensa al muggito dei buoi, alla mungitura, all’odore di letame. A quando i vicini venivano a comprare il latte con i loro secchielli di alluminio.

Si erano trasferiti in quell’angolo della Bassa per lavorare la terra e allevare le bestie. La zia Caterina era rientrata a Padova perché non sopportava il fango nel cortile della casa di campagna. Una casa grande, imponente e misteriosa. Attorno alla quale circolavano dicerie.

Il padre l’aveva presa senza prestare ascolto, per sistemarsi con la famiglia e dare inizio alla nuova vita. Gli eredi chiedevano un affitto modico. Ezio Stradiotto aveva attuato per gradi l’opera di restauro richiesto dallo stato di abbandono. Facciata fatiscente, impiantiti sbreccati, infissi rotti.

 

Loretta sente la voce della madre che dall’interno la chiama. Si decide a rientrare, rimanendo impalata nel corridoio lungo e largo. Osserva la porta a vetri sul fondo che fa trasparire una vegetazione fitta con il noce e il tiglio in primo piano. Nel corso del tempo il boschetto attorno all’abitazione si è infoltito e d’estate la macchia di verde fa scorgere a stento la casa. Adesso la prospettiva di dover lasciare l’oasi di frescura stringe come una morsa, anche se si sono sempre lamentati per quella terra dura, quella terra valliva che d’estate crepa di sete e d’inverno è fango. Buona per larghe di grano , barbabietole ed erba medica. Con scarsi guadagni.

Un fratello del padre ha occupato, lungo la stessa strada , una casa colonica in prossimità del ponte che dà su un incrocio stradale assai frequentato. Quella casa, appunto, in cui lo zio prete aveva voluto allestire la cappella. Pranzarono nella casa del ponte in occasione del battesimo della cugina, più giovane di qualche anno: un involto bianco tutto ricamato, due manine grinzose, una faccina da gatto appena nato, con gli occhi chiusi , la bava sul disegno delle labbra.

Lo zio prete sedeva a capotavola con la veste nera e lunga e la sua figura dominava enorme nella testa di Loretta e nella stanza semplice con il camino e la cucina economica. Durante i pellegrinaggi a S. Giovanni Rotondo i suoi rosari erano inframmezzati da episodi divertenti, raccontati ai fedeli, compreso quello della signorina che frequentava i lupanari e aveva equivocato…

 

-Chissà cosa direbbe tuo padre, se fosse qui … – sospira Amedea che si è seduta sulla punta del divano in velluto verde consunto.

-Sarebbe un colpo per lui lasciare questa casa – Loretta è entrata nel soggiorno e si guarda intorno quasi spaesata come se abbia perso la consueta intimità.

– Ti ricordi di quella volta in cui il signor Luigi gli fece vedere la radio? - Te lo ricordi ancora? – chiede la madre- ma tu, dovevi avere cinque o sei anni!

- Sì, ma non posso dimenticare l’espressione di mio padre alle prese con quel residuato bellico. Diceva “mettiamo via” con preoccupazione, come se la wermacht fosse ancora dietro la porta.

-E’ che si calava nelle situazioni- Amedea ha la voce rotta.

Loretta punta lo sguardo sulle macchie di umidità che ristagnano nei muri, appena al di sopra dello zoccolo. Una caratteristica tipica delle case vecchie, dice la madre pensando che l’appartamento in cui si trasferiranno è situato in una zona soleggiata, al primo piano di un condominio di recente costruzione, dove inconvenienti del genere sono praticamente assenti.

-Ma, secondo te, perché non si fece intimorire da ciò che si diceva su questa casa?- chiede Loretta.

Amedea si aggiusta la crocchia e abbandona con lentezza le braccia in grembo: -Perché la casa gli piaceva. Gli sembrava “da signori”. E lui aveva bisogno di sentirsi un po’ così.

Sì, una casa da signori.

Prima della guerra era un “paese” con un incredibile andirivieni di gente. Braccianti, sensali, maniscalchi, garzoni vi orbitavano intorno. Il signor Luigi raccontava con nostalgia della realtà agricola e padronale che l’aveva visto, svagato adolescente, seduto sotto i sambuchi o sotto la pianta di rose selvatiche rampicanti intorno al gelso centenario. Ezio nutriva nei riguardi del proprietario un sentimento di sincero affetto misto a riverenza, che Luigi coglieva e coltivava nell’animo con un piacere intenso. Perché gli rinnovava il ricordo di un mondo, alimentato dai flati della fantasia. Un mondo in cui aveva immaginato che i padroni venissero considerati amorevolmente come padri, capaci di provvedere ai bisogni dei sottoposti. Sosteneva che i contadini erano stati meglio alle dipendenze dei nobili, mentre la ricca e avida borghesia li aveva solo sfruttati. Raccontava di personaggi che percorrevano in carrozza le lunghe carraie dei latifondi, chiedendo con candida ingenuità ai servi se i campi, che si estendevano davanti ai loro occhi, erano stati coltivati a frumento o a cipolla.

Per Loretta, invece, il signor Luigi era poco più che un estraneo. La sua presenza anzi la intimidiva. Aveva un fare impositivo che la faceva sentire piccola e insignificante. Quei siate, quei dovete non le piacevano.

Ezio, al contrario, sembrava comprendere. Se Ezio poteva in qualche modo rappresentare il servo e Luigi il padrone, i ruoli avrebbero potuto benissimo confondersi perché Ezio chiedeva consigli a Luigi sulla conduzione del podere e Luigi faceva altrettanto. Si era instaurato tra i due un rapporto di fiducia reciproca e forse di complicità.

Loretta aveva ascoltato distrattamente una certa storia di fittavoli invidiosi che forse avevano tramato ai danni della famiglia. Ma allora era piccola e il ricordo di quelle mormorazioni si perdeva sempre più esile nella spirale dei cambiamenti.

-E questo lo lasciamo qua?- chiede la madre afferrando il Rocci da un ripiano della libreria.

- Com’è impolverato!- commenta Loretta – me lo ero quasi scordato. No, viene con me. E guarda amorevolmente il vocabolario di greco che il padre aveva comprato a metà prezzo a Bologna quando si era iscritta al ginnasio liceo classico. Un trasloco mette insieme i tasselli del passato.

Il vocabolario di greco. Una volta aveva dimenticato di portarlo per il compito in classe e il padre con la millecento aveva inseguito il pullman sotto la pioggia battente. Ventotto schiene disposte a punto interrogativo sui banchi, un sussurrare attutito, bigliettini furtivi e l’espressione forse volutamente altrove dell’insegnante.

-Menin aeide Tzeà … - ora rammenta appena questo e poco altro di quella lingua e cultura, accanto alle atmosfere sonnolente, alle mattinate uguali o diverse condivise nel volgere di un lustro mille volte rovesciato dalla clessidra del tempo. Come se quel lungo arco le abbia lasciato soltanto le tre parole con cui ha avuto inizio la poesia epica …

Tutto sommato, di quegli anni di studi non ha giornate nitide da raccontare, episodi articolati in sequenze concatenate, ma solo lampi isolati, immagini fisse, istantanee finite. Il tutto seguito da una schermata lunga e bianca, alla fine della quale campeggia quella che è stata, che continua ad essere, la vicenda primaria della sua esistenza.

 

Venezia, settembre 19…

Era pesantissima la valigia della madre, senza ruote, da portare a costo di una postura sbilanciata . Una valigia in pelle abbandonata per anni su un armadio trovava finalmente un utilizzo per quel viaggio.

Loretta dalla stazione aveva percorso le calli a piedi per attraversare a Rialto perché il Pontòn dell’Accademia era stato chiuso in occasione della Regata. Una domenica di sole scintillante, un rutilare di colori sul canal Grande, un clima di festa, di rievocazione storica. Le salesiane del sestriere Dorsoduro, erano state gentilissime. Suor Amabilia l’aveva accolta con grazia tra le studentesse che frequentavano Ca’ Foscari.

Le era stata assegnata una camera singola. La madre superiora non voleva che rimanesse isolata al tavolo del refettorio e aveva pregato le ragazze più sensibili di tenerle compagnia. Le avevano insegnato a raccogliere le briciole dalla tovaglia con una spazzola apposita, le avevano indicato la trafila da seguire per un abbonamento ai mezzi.

Aveva fatto le foto in una di quelle macchinette che rilasciano un ritratto da schedati da sbattere su una tessera color arancione.

La mattina le preparavano il cestino per il pranzo perché prendere il traghetto da fondazione Cini e rientrare o comunque la camminata dall’Archivio di Stato significava dispersione del tempo. Così a mezzogiorno consumava i panini seduta su qualche gradinata o presso l’imbarcadero e poi , nel pomeriggio, riprendeva le ricerche.

Doveva svolgere una tesi sul ruolo sociale rivestito nel corso dei secoli dai Pii Istituti, presenti a Venezia in numero cospicuo. Le piaceva l’impatto con i documenti antichi: registrazioni di ricoveri, e di degenze, trattamento degli assistiti offrivano uno spaccato di società, economia e religiosità proprie della Serenissima con le campagne intorno.

La città era meravigliosa a settembre. Loretta sapeva di quell’incanto. E guardava con gli occhi e la bocca spalancati i pittori sulla Riva degli Schiavoni che davano spettacolo come i colombi che becchettavano i chicchi di grano in piazza S. Marco e poi si involavano verso le balaustre della basilica o la facciata delle Procuratie .

Prima della cena si attardava lungo le calli saltellando sui gradini dei ponticelli, aspettandosi quasi che qualche gondoliere che passava così vicino le rivolgesse la parola.

Dopo una settimana, ritornava a casa. Era venerdì sera, pioveva, i vetri del traghetto appannati. In stazione si era fatta abbagliare dalle luci avvolte nell’umidità . Varie coppiette si sdilinquivano contro i pilastri e lei si chiedeva se mai un giorno le sarebbe capitato …

Prese posto in uno scompartimento dove c’era una ragazza soltanto. Buttò con fatica la valigia sulla reticella e poi si rannicchiò nell’angolo vicino al finestrino. Il dondolio del treno conciliava il sonno. Chiuse gli occhi, senza far caso a chi entrava e usciva dallo scompartimento.

Assecondava una serie di scossoni cercando di cambiare posizione , quando sentì una voce vicina: -Tanto non riesci a dormire!-

Si girò intimidita chiedendosi se qualcuno stesse parlando con lei. Si trovò davanti, a poca distanza dal suo, un viso simpatico, due occhi pungenti , una dentatura aperta in un sorriso espansivo.

-Tanto non riesci a dormire – ripeté il giovane alto che le sedeva accanto. -Sì – ammise Loretta – non riesco per via degli scossoni.

-O forse perché non hai sonno – fece lui sicuro. Loretta lo guardò. Che ne sapeva quello? Ma era vero: non aveva sonno.

-Dove stai andando?- continuò lui accattivante.

- Scendo a Ferrara –

- Io a Bologna – disse il giovane inarcando il dorso contro lo schienale Loretta si girò verso il finestrino per controllarsi allo specchio. I capelli lunghi, lisci, castani erano tenuti fermi da una fascia bianca che conferiva al viso un tratto di purezza. Gli occhi nocciola chiaro illuminavano una pelle in cui trasparivano vene azzurrine. La bocca, ben disegnata, era socchiusa e leggermente contratta. Si rigirò verso lo sconosciuto.

-Studi? –le chiese lui sorridente e con uno sguardo tenerissimo- che cosa studi?

-Lettere, lettere moderne – rispose Loretta col tono di chi esibisce le credenziali.

- Lettere… bah, - fece il tipo- meglio filosofia, meglio Hegel.

- Filosofia?! Quando si inizia a studiarla non si capisce niente, anche la terminologia risulta ostica…poi se si entra nell’ottica…

-E’ un ‘ottica ostica – giocò lui sull’ assonanza.

- Poi si comincia a capire un po’… ma quando io la studiavo al liceo mi sembrava che fosse giusto il pensiero di tutti i filosofi!

- Al liceo si studia storia della filosofia. Io invece faccio filosofia teoretica Loretta lo guardò spalancando gli occhi e stringendo le labbra. Sprofondò più piccola nel velluto del sedile.

-A volte i ragionamenti filosofici sono cervellotici. Stancano- asserì convinta.

- Raffinano la mente, invece. Dotano di senso razionale conseguente.

- I filosofi sono coloro che danno un’interpretazione al mondo, senza mai trovare una risoluzione ai problemi-

- Senza cambiarlo: Marx- il tono era leggermente severo.

- In ogni modo preferisco la storia e i poeti- fece Loretta.

- Beh, storia e filosofia sono connesse e i poeti possono avere qualcosa in comune con i filosofi anche se i filosofi sono cugini dei matematici.

-Che cosa?-

-La capacità di cogliere l’essenza delle cose-

-Prima viene Omero, poi Socrate- ribadì lei- la poesia è il linguaggio dell’anima, immediato, mentre la filosofia implica elucubrazioni mentali macchinose.

- Anche la filosofia ha contemplato l’idea dell’anima. Avrai sentito parlare di Platone e di Agostino. La filosofia approfondisce, aiuta a dare senso ai pensieri. E poi, tu, che fai lettere, dovresti aver presente gli stilnovisti che fecero della filosofia il fondamento della loro poesia. Loretta tacque. Forse quello aveva fatto solo un battuta… Ma certo che aveva sentito parlare di Platone e di Agostino! Però lei stava demolendo la filosofia senza motivo. Magari per spirito di contraddizione perché, invece, ne era rimasta affascinata .

Lui continuò a mostrare l’arcata superiore dei denti.

-Come ti chiami?- le chiese.

-Loretta -

-E io Vittorio, piacere – le strinse la mano - abbiamo in comune due tau. Potrebbe essere un segno propizio…- commentò sottovoce.

-Propizio per che cosa?- domandò Loretta. Lui non rispose. Si era messo a sfogliare un giornalino a fumetti.

-E’ lì la filosofia?- chiese lei con tono scherzoso. - Perché no? C’è la rappresentazione della realtà. Guarda, ci sono immagini, pensiero, parole…

- Allora la filosofia è in tutto…- lo bloccò Loretta

- Certo, se cerchi i modi di essere dell’essere. La filosofia è vita. I filosofi imparano dalla vita-

- Ma, preferisci la teoria di Platone sulla conoscenza o quella di Aristotele?

- Aristotele, perché è più legato all’esperienza sensibile. Per me la filosofia è anche ricerca di perfezione dell’esperienza.

-Questo, a dir la verità, mi ricorda Casanova in qualche modo-

-Uhm, può darsi , ma non deragliamo…

I discorsi erano proseguiti, naturali, semplici. Loretta gli disse dove abitava e che cosa faceva a Venezia, finché non scese a Ferrara per prendere la piccola carrozza sull’unico binario e lui rimase nel convoglio diretto a Bologna, subito ripartito dalla stazione e poi scomparso alla vista.

Dondolata dall’altro vagone aveva guardato il finestrino, abbagliante sul buio dei campi e delle strade. Le era rimasto in bocca e nelle narici il sapore di quello scompartimento, misto a un indefinibile odore di saponetta o di deodorante.

Aveva pensato al gioco dell’anello che si faceva alla scuola elementare. Un giorno la maestra si era sfilata la fede e aveva passato le sue mani giunte tra quelle dei bambini, per lasciarla all’alunno più timido. Agli altri aveva chiesto di indovinare. Il più timido si era sentito orgoglioso. Adesso Loretta provava una gioia strana e aveva la sensazione che l’anello d’oro fosse stato depositato tra le sue mani.

 

-Ci sei Loretta? – chiede Amedea – -Sì, mamma , stavo sognando un po’. Come è grande adesso questa stanza! –dice ruotando se stessa sui metri quadri del pavimento, sgombro dal tavolo e dalle sedie. - Da bambina facevo così- e inarca le braccia, pensando alla gonna rosa, alle scarpette di pelle lucida col cinturino che si chiudeva attorno alla caviglia.

 

Quando andava a Bologna non poteva evitare la tappa alla libreria Feltrinelli. Era la naturale sosta quasi imposta dallo sbocco di via Zamboni che confluisce, nella raggera delle altre strade, su piazza Ravegnana. La libreria Feltrinelli sapeva di stampa intellettuale, di stimolo alla critica proposto da quelle riviste di fondazione storica per le quali collaboravano le penne di maggiore spessore. Loretta vi andava volentieri e si intratteneva nelle aree in cui venivano allineate le nuove pubblicazioni. Cercava sempre qualcosa in cui ritrovare se stessa.

Era un giorno d’ottobre. I venditori di caldarroste già appostati dietro gli angoli, la bruma intorno alle due torri e l’odore tipico della stagione . In facoltà la relatrice le aveva dato suggerimenti per modificare le bozze della tesi: doveva ampliare sull’operato delle Congregazioni e dell’antico Ospedale di S. Maria della Pietà. E questo comportava un ritorno a Venezia. Con la musica di Mozart nelle orecchie, diffusa dagli stereo tra i vari settori che andavano dall’arte alla zoologia, Loretta alla Feltrinelli sfogliava un libro di Hesse quando sentì al fianco qualcuno.

-Ciao!- le disse Alzò lo sguardo e vide un soprabito scuro e il viso di Vittorio.

-Ciao! – rispose Loretta incredula. Lei indossava una giacchetta grigia e un paio di pantaloni in velluto nero , liscio.

-Non mi dire che sei ancora a Hesse – le fece lui. -Non ho letto tutti i suoi romanzi!- -“Narciso e Boccadoro”, però sì,…immagino-

-Mi è piaciuto molto!-

-Il mio preferito è “Il lupo nella steppa”- - C’è sempre il dualismo, la contrapposizione all’interno dell’anima-

-E la denuncia della società borghese. Ricordo che lessi “Il lupo nella steppa” mentre approfondivo lo studio di Franco Fortini-

- Ti interessa il dibattito politico-culturale?

-Come simpatizzante di Autonomia Operaia, direi proprio di sì-

Lo sguardo di Loretta lo perlustrò da capo a piedi, come in cerca di un segno che indicasse quell’appartenenza.

-Ho avuto qualche problema con le forze dell’ordine… Loretta raggelò. Il suo ambiente cattolico contadino le si stringeva intorno come un bozzolo. -Tranquilla! I frati domenicani mi hanno già assolto… tutte le sere vado a far compieta da loro.

-Vai dai domenicani! Che bello!-

- Non lancio le molotov in piazza-

-Voglio ben sperare-

-Vieni, facciamo un giro- le propose.

Uscirono. Lui alto, svettante. Lei incerta e sussultante. La selenite degli Asinelli lanciava piccoli barbagli. L’ odore di smog pungente prendeva alle narici. Una signora anziana a passi da lumaca fermava un autobus per attraversare via Rizzoli. Via Indipendenza fu breve da percorrere come la vita che si ha davanti. Gomitate di studenti, i poveri seduti a tendere i piattini, le voci alte e fioche delle ragazze, capannelli d’uomini che discutevano le quotazioni in borsa. Lui le cinse le spalle con il braccio. Era un tipico gesto dei compagni di scuola e di università , a cui lei si era sempre sottratta per timore che le mancassero di rispetto. Ma adesso sembrava la cosa più giusta e naturale. Le piaceva quel contatto caldo e rassicurante, quella protezione trasfusa. Le gambe e i piedi andavano sulle ruote . Il lungo portico con le sue vetrine allineate diventava un caleidoscopio di esagoni colorati che si fondevano l’uno nell’altro. Camminava per strada, con quel ragazzo alto al fianco per andare…

Dove andava non era importante. Era sulla strada del mondo, semplicemente. All’altezza di via Irnerio svoltarono per risalire la Montagnola. Nel parco il frastuono delle macchine e delle voci si attutiva. Le foglie gialle e rosse cadevano ai piedi degli alberi , alcune erano già marce e affondate nell’erba bagnata. I ricci delle castagne giacevano sul terreno e qualche bambino li faceva rotolare. C’era quella sonnolenza nell’aria e la sensazione di ferma che fa venir voglia di abbandono.

-Dove sei col pensiero?- le chiese

- In un angolo indefinito, direi. Un po’ incantata dallo spettacolo delle foglie, un po’ con la testa inghirlandata dalla tesi, un po’…

-Un po’?

-Un po’ penso a quest’incontro.- c’era tensione nel suo tono.

Lui le tolse il braccio dalle spalle e la guardò fisso.

-E la sentenza?-

- Pro, pro…-

- Ah, volevo ben dire! Un altro come me non lo troverai mai- lui fece un respiro lungo.

- Se è per questo, non esiste copia di nessuno- smorzò lei.

--Io sono un tipo speciale e, se starai con me, ti aiuterò a cogliere le connessioni tra i pensieri.

“Se starai con me”. Era una dichiarazione? Una proposta? Un’ipotesi? Loretta non sapeva. Le connessioni al momento erano bloccate. Suo padre quel giorno procedeva alla torchiatura dell’uva. L’odore di mosto compresso sotto le volte della cantina si era propagato attraverso le fessure delle porte fin dal primo mattino. Era salito lungo le scale e nel corridoio le aveva cinto la testa quando stava per uscire di casa. E adesso si faceva risentire. Un senso di ubriachezza, sì. E di sospensione nel vuoto. Vuoto di pensieri, di parole. Perché quel momento, tanto atteso, che forse avrebbe aperto la porta del centro, preludeva a un aggrumare di cose sconosciute. Che cosa sarebbe uscito dalla porta spalancata, che cosa sarebbe colato dal cielo in movimento di nubi? Loretta si sentì scossa da un brivido di freddo, subito spazzato via dal sole che filtrava cocente tra i rami nell’ora che si faceva più calda. Chi era lui? Con chi stava parlando? Lo conosceva appena. Solo perché le aveva rivolto la parola e l’aveva guardata con gli occhi tenerissimi che si riservano alle persone più care. Ma poteva anche essere finzione, passatempo, capriccio. Gioco. Adesso si erano staccati e camminavano lenti e silenziosi. Poi lui si fermò al centro del vialetto dove sostava un giapponese a scattare foto con la Canon.

-Quando torni a Venezia? – le chiese.

-A dicembre. Anche tu andrai?- la voce si era improvvisamente arrochita. -Sì, certo, devo piazzare qualche volume.

-Qualche volume?-

-Della Treccani- -

Fai il rappresentante?-

-Più o meno-

-Allora può darsi che ci si riveda-

-Non può darsi. Ci dobbiamo vedere- affermò convinto- dammi il tuo numero.

La mano bianca frugò automatica nella borsetta per cercare un ritaglio di carta. Mentre era intenta a scrivere lui fece scivolare lo sguardo sull’intera figura.

-Dovresti metterti qualcosa di colorato- le disse.

-Perché? A me piacciono i colori neutri. -Appunto! Non sono colori. Tu devi tirare fuori i colori che hai dentro.

-Per esempio?-

-Per esempio, il giallo-

-Il giallo? Per carità! E’ aggressivo, il colore dell’invidia.

-No, è il colore del sole, della gioia. Basta saper abbinare. Per esempio il bianco e il giallo ti dovrebbero piacere. Sono papalini.

Loretta fece una smorfia. Questo sindacare sul modo di vestire la disturbava.

-Non mi pare tu indossi colori così sgargianti- gli disse con spirito di rivalsa.

-Mi sono messo il primo cappotto che ho trovato. Però a me il nero sta bene. Gli stava bene infatti. Lo faceva elegante, raffinato.

-Se fosse per me indosserei il saio. Mi sembra futile curare tanto il vestiario- insistette lei. -

Sei troppo austera. Sei giovane, lo sai?

Ma perché non le parlava delle due tau? Perché non faceva qualche altra considerazione che sapesse di lettura, di conoscenza? Avrebbe voluto chiederglielo, ma temeva di condizionare la spontaneità . Voleva che parlasse liberamente che si esprimesse come gli veniva. Gli porse il foglietto con il numero. Cadde da una foglia qualcosa che lo sporcò.

-E’ la benedizione dell’uccellino! – esclamò lui divertito.

-Arriva il mio treno – annunciò inaspettata Loretta mentre gli angoli della bocca si piegavano.

-Beh? Te ne vai già?-

-Devo- gli disse con distacco- dare una mano in casa. Ma era vero solo per metà.

La telefonata arrivò dopo una settimana mentre Amedea stava entrando nel corridoio tenendo sotto braccio le fascine per accendere il fuoco. Il cane sguinzagliato le abbaiava dietro e il trillo del telefono giungeva confuso, fastidioso nella situazione.

-Sono Vittorio, c’è Loretta?

-Sì, adesso gliela chiamo-

-Pronto! Vittorio?

- Ciao. Ti piacciono le conferenze?

-Beh, dipende dall’argomento e anche dal relatore.

-Se ti dicessi che devo presentare un articolo? - Su che cosa? Dove? -Hegel. L’11 novembre al seminario dell’Alberzoni -

Filosofia?-

-Puoi venire anche tu. Sei di casa in facoltà. No?

-Se non ho altri impegni, vengo.

L’undici novembre era la festa del paese. Le caldarroste e il vin brulè distribuito alla popolazione. Suo padre lo serviva nei bicchieri alle mani della gente. Loretta gli disse che lo avrebbe aiutato solo durante la mattinata.

 

L’aula è occupata da tante persone. Loretta prende posto in terzultima fila. La prolusione della docente precede l’intervento. Eccolo. Concentrato, il plico dei fogli sul tavolo, lo sguardo che insegue un punto invisibile davanti. E parla dei modi e delle forme in cui lo spirito appare. E della coscienza che deve formarsi e deve sfidare la morte se vuole divenire autocoscienza. La sua figura campeggia nell’aula. Le file degli studenti intorno sono cordoni incolore. Alcuni prendono appunti.. Piace il riferimento a Hegel come “colui che ha saputo fendere le tenebre”. Il dibattito ha inizio e si fa acceso. Vittorio risponde, sottolinea, fa gli avanti e indietro citando Kant e Schopenhauer . E’ lanciato, ma non assertivo. Loretta beve le parole, i gesti, gli occhi liquidi, il movimento delle mani e delle palpebre di lui che è là, in fondo all’aula. L’animo di Loretta diventa fiamma per quella passione nelle parole che aprono mondi. Le piace il discorso sulla coscienza che si forma nel calvario per arrivare all’autocoscienza e lo pensa in termini psichici al di là della metafora servo-padrone. Non può aspettarlo quando ha finito. Il lievito che ha ricevuto è in espansione e lei ha bisogno di tempi in solitudine per governare ciò che sente. Riprende il treno e guarda i campi dal finestrino ma una luce troppo intensa le impedisce di vedere. E’ sulla scia dorata che la porta sempre più in alto e le dà le vertigini. In alto sempre più in alto. Poi ritorna in sé e sente un inspiegabile senso di vuoto. Adesso le pare di essersi appuntata solo su una tessera di un mosaico e che molto di quello che sta intorno le sfugga.

II

Alla fine dell’Ottocento le campagne della Bassa erano funestate dai briganti. Uomini senza scrupoli si introducevano nelle case e praticavano la tortura e l’omicidio per rubare il denaro nascosto sotto qualche mattonella del pavimento.

Dal limitare della carreggiata che conduceva tra i campi di barbabietole e di granoturco Loretta aveva più volte osservato un rudere di casa in lontananza in cui le finestre squarciate erano dei varchi che facevano vedere il cielo dall’altra parte. Un lato della vecchia abitazione si elevava annerito verso l’alto.

Molto tempo prima vi risiedeva Pompeo Torchi un uomo che possedeva risaie , distese di frumento e vigneti. Elegantissimo nel vestire, percorreva in lungo e in largo le strade della zona con un calessino e un cavallo dai finimenti sempre lucidi. Dicevano che era arrogante con i braccianti che lavoravano le sue terre e forse fu per questo che decisero di fargliela pagare. I banditi lo sorpresero di notte mentre dormiva da solo nel suo letto, lo appesero con le corde alle travi del soffitto, gli praticarono delle bruciature sul corpo con l’attizzatoio del camino e, siccome non riuscirono a sapere dove teneva i soldi, lo uccisero.

Loretta sapeva di questa storia e spesso guardava di lontano il rudere abbandonato nella sua desolazione. La paura dei ladri, che prendevano di mira le case di campagna, era molto diffusa tra i piccoli proprietari terrieri i quali munivano le finestre di grate, mettevano stanghe e lucchetti alle porte.

Telemaco Landi, bisnonno del signor Luigi, era nato in città da una famiglia che lavorava alla stazione di posta. Una volta adulto, siccome aveva il pallino degli affari e un po’ di cultura, era diventato il fattore dei signori Bonvicino. Aveva deciso poi di comprare della terra e di farvi costruire una casa. La voleva grande, imponente ed elegante. E perciò non aveva lesinato denaro perché i muri fossero alti e solidi, le travi in legno duro, consistente il tetto di copertura. Dalla città arrivarono carri di ghiaia, mattoni pieni, legname di pregio, paglia. Realizzò una dimora elegante con le stesse caratteristiche di quella dei Bonvicino. E la gente che passava per la strada l’ammirava e diceva tutt’intorno che quella sì che era una bella casa. Telemaco conosceva la storia di Pompeo Torchi e aveva fatto mettere grosse inferiate alle finestre.

I fatti che accaddero in quella abitazione andarono in questo modo. Così almeno li raccontò Amedea alla figlia, una volta che la grandine furiosa aveva danneggiato il vigneto. L’aveva appresa da Anita, una vecchia risaiola che conosceva tutte le traversie dei Landi.

Era una sera d’autunno inoltrato. Non faceva ancora buio . Pioveva. Gli usci erano stati sprangati. Il fuoco ardeva nel camino della sala da pranzo, i lumi a petrolio mandavano le loro piccole fiammelle. Sulle braci una graticola faceva cuocere delle tinche.

-Il vino è agli sgoccioli – affermò Telemaco già seduto al tavolo per cenare.

-Vado a prenderne un’altra bottiglia – Serena si avviò verso le scale della cantina dopo aver afferrato dal ripiano della madia il lume a petrolio. Stava scendendo quando udì dei rumori provenire dal basso, leggermente confusi dal ticchettio della pioggia. Ritornò immediatamente in sala da pranzo.

-Ho sentito dei rumori in cantina- disse Serena, pallidissima.

-Come?- Telemaco si girò verso di lei con la fronte aggrottata. Si alzò di scatto e afferrò un lungo coltello a serramanico che stava appoggiato sulla mensola del camino. Fece scattare la lama. La moglie lo seguì, tenendo in mano il lume a petrolio con la luce smorzata.

I rumori si erano fatti più decisi ed era chiaro che qualcuno si era introdotto in cantina attraverso una finestra che non aveva l’inferriata e stava cercando di aprire la porta interna forzando le cerniere del piccolo sportello in basso. . Con il cuore che andava a mille Telemaco e Serena si acquattarono dietro la porta e, quando finalmente l’ignoto figuro sporse la testa dentro per togliere il rampone, Telemaco lo colpì alla gola. Questi lanciò un urlo fortissimo e poi si accasciò sull’imboccatura rantolando. -Bisogna seppellirlo subito- disse Telemaco impietrito. Trascinarono il corpo per diversi metri lungo la carreggiata nello scuro e nella pioggia. Il disgraziato continuava a rantolare pronunciando maledizioni verso il suo uccisore, la sua famiglia, le generazioni a venire e tutti quelli che avrebbero abitato in quella casa. Scavarono in fretta e furia una buca sotto un olmo siberiano e ricoprirono il corpo con la terra. Telemaco pensava di aver agito come necessario, perché temeva di fare la fine di Pompeo Torchi. Si rammaricava soltanto di non aver messo le inferriate anche nelle finestre della cantina. Serena era enormemente spaventata. Sconvolta dal delitto che pesava come un macigno e dalle maledizioni della vittima.

In seguito le disgrazie funestarono le esistenze. Dei quattro figli di Telemaco si salvò solo Sostiene perché gli altri morirono al fronte. Le figlie di Sostiene si ammalarono di tubercolosi. Una fuggì con un filibustiere per il quale aveva perso la testa, si ritrovò povera e sola con una bambina da allevare e ritornò alla casa paterna . Sostiene per rimpinguare le sostanze si diede al commercio dei cavalli che gli fruttò abbastanza. Il figlio Ermete beneficiò dell’opera del padre e poté far studiare le femmine e i maschi, Luigi e Costante, in collegio. La casa tornò a splendere e le terre intorno fecero accorrere tanta manodopera. Ma Costante, fratello di Luigi, dilapidò parte del patrimonio al gioco e dovette sfuggire ai creditori, facendo perdere le tracce di sé. Durante la guerra le granate e le bombe danneggiarono la casa e poco mancò che Elvira, la madre, non perdesse la vita. Pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, Ermete morì e Luigi, traumatizzato e impressionabile, decise di trasferirsi con la famiglia nella città d’origine dei Landi e di mettere in affitto la casa e il terreno.

 

Le giornate erano dedicate alla redazione della tesi nel periodo in cui il padre di Loretta, assieme ai fratelli, aveva comprato da poco la proprietà dei Landi. Improvvisamente, infatti, il signor Luigi era stato colto nel sonno da un infarto e la vedova si era risolta a vendere.

Fu proprio allora che Ezio cominciò ad accusare dei dolori alle ossa. All’inizio non capirono. Pensavano che fossero i reumatismi.

Una sera venne lo zio prete a far visita alla famiglia. Il cane abbaiò e poi si accucciò ai piedi della tonaca scodinzolando.

“Pace a questa casa e ai suoi abitanti” Quando fece ingresso nel corridoio, un sentimento di tranquillità colse tutti. Il fratello , tirando fuori dal sorriso i denti ingialliti e le gengive ritratte , gli chiese come stava mentre si accomodavano nella sala da pranzo. Amedea aveva interrotto il lavoro di stiratura e Loretta era già scesa per accogliere l’ospite. Ezio prese la China e il Vermouth e mise il cabaret d’argento con i bicchierini sul piano di marmo del tavolo. Don Pietro non voleva che si disturbassero e rifiutò ogni cosa. Amedea disse che al marito facevano male le ossa. Con tutta l’acqua che prendeva quando usciva sotto la pioggia per rigovernare le bestie… Don Pietro lo osservò preoccupato. Gli chiese di riguardarsi.

-Ma è solo un po’ d’artrite. Ho già fatto domanda per le cure termali- tranquillizzò Ezio.

-Avete comprato la casa. Siete più soddisfatti ora?- chiese don Pietro. Amedea gli rivelò che continuavano a udire rumori strani cui non riuscivano a dare spiegazioni. -

-Saranno le vibrazioni prodotte dai camion che passano lungo la strada oppure il vento-affermò Ezio che aveva il senso del razionale. Amedea leggermente tesa chiese al cognato di benedire le stanze. Il sacerdote venne accompagnato in tutti gli angoli dell’abitazione perché vi fosse distribuita l’acqua benedetta, venissero pronunciate le formule e le preghiere. Quando ebbe terminato, si risedette in soggiorno.

Disse loro che la moglie del dottor Caranti gli aveva telefonato, chiedendo un esorcismo per Ca’ Dario, il palazzo acquistato dall’imprenditore sul Canal Grande. La richiesta era stata suggerita dal vescovo.

-Allora andrai a Venezia, zio?- -Sì, vado il 9 dicembre dopo la festa dell’Immacolata. -

-Potrei venire con te? Devo andare a Venezia per le mie ricerche –domandò Loretta. -

Se ti fidi della mia guida, sì-

-Ma è vero ciò che si dice su quel palazzo?- chiese Amedea curiosa, sperando di avere dei particolari. Don Pietro accennò frettoloso alla maledizione, ai fatti inspiegabili che accadevano in quella casa.

 

La giornata era bella, scintillante di sole, nonostante la coltre di neve sui campi. La centoventisette verde correva sparata lungo l’autostrada. Dopo aver seguito il rosario, trasmesso da radio Maria, don Pietro aveva fatto ascoltare a Loretta alcune canzoni di De André. Lo scorrimento lungo la A 4 era veloce. Giunsero in mattinata a destinazione. La macchina fu parcheggiata. Loretta aveva chiesto allo zio di poter vedere il palazzo. Aveva nella mente le arcatelle e le trifore della facciata di Ca’ Dario. Suonarono il campanello di un ingresso laterale e venne ad accoglierli la signora. Gentile, il sorriso sulle labbra, i capelli neri raccolti in uno chignon, l’apprensione leggibile nello sguardo.

-Grazie, don Pietro- gli disse- non appena aprì la porta- Prego, accomodatevi.

Salirono un lungo scalone. Loretta teneva a tracolla una piccola borsa con l’essenziale per il suo soggiorno. Le numerose sale erano ampie. Fasci di luce entravano dalle finestre la cui forma a volta si ripeteva all’interno. Lampadari enormi erano appesi al soffitto e a ridosso dei muri stavano allineate sedie d’epoca. La signora Caranti offerse il thè e delle frolle alla vaniglia intavolando una breve conversazione di circostanza, il cui contenuto era già noto. Disse che il palazzo era stato edificato su un cimitero dei templari, che il sangue versato gridava ancora vendetta, che di notte sentiva dei trapestii sinistri e che qualcuno definiva il luogo nodo di energie negative. Loretta rimase in una sala mentre il sacerdote girava il palazzo con l’aspersorio in mano.

Il tempo le parve interminabile. Dai piani superiori provenivano rumori di mobili trascinati. Quando finalmente don Pietro rientrò nella sala era pallidissimo, come fosse reduce da una malattia o avesse compiuto uno sforzo enorme. Si raccolsero in preghiera per dieci minuti. La signora Caranti li invitò per il pranzo, ma il religioso rispose che aveva un impegno urgente in arcivescovado. Loretta fu felice di uscire. L’aria freschissima ossigenò la mente e i polmoni. L’espressione attonita dello zio le oscillava davanti.

Bordeggiando il canale percepì la vista di gondole e motoscafi, che solcavano le acque, come mezzi di fuga verso la libertà. Pensò a Vittorio. Il telefono era rimasto muto. Forse si sentiva offeso perché non lo aveva aspettato dopo la conferenza. Ma Loretta non aveva voluto tradire le proprie emozioni preferendo fuggire. Adesso sperava che il caso lo rimettesse sul cammino.

Le suore le avevano lasciato sul tavolo il piatto coperto. Francesca, una studentessa modello, le tenne compagnia. Una luce viva animava i suoi occhi dietro le piccole lenti che rendevano più grazioso il viso, incorniciato da una chioma nera e voluminosa . Le domandò a che punto fosse con la tesi e le disse che Gombrich concepiva la storia come racconto.

Nel pomeriggio Loretta visitò il palazzo Ducale dato che l’Archivio era chiuso. Siccome era l’ultima della fila, l’impiegato le abbonò il biglietto. Ma lei non riuscì a concentrarsi sui quadri dei pittori famosi come avrebbe voluto . Una strana inquietudine l’aveva presa. Uscì dal Palazzo con l’immagine della scala d’oro nelle pupille, passò davanti al Ponte dei Sospiri e puntò dritta verso l’imbarcadero. L’andirivieni dei passeggeri le metteva euforia come le acrobazie compiute dai battellieri. Era sempre un’attrattiva osservare il pelo dell’acqua, sudario dove pulsavano le emozioni. Lei vedeva Tadzio inseguito da Aschenbach e provava uno strano godimento nel rievocare l’atmosfera di morte aleggiante in quel libro.

Il caso lo aveva messo sul cammino. Vittorio quel giorno era a Venezia in compagnia di un amico, pittore e antiquario conosciuto a Parigi, che gestiva un piccolo negozio in prossimità di piazza S. Marco.

Loretta stava osservando un vecchio candelabro esposto in vetrina quando lo vide uscire. -Ciao!- Lui era immerso nei pensieri e impiegò qualche secondo per tornare in superficie. -Ciao- rispose con tono sordo e subito aggiunse con aria delusa-

Perché te ne sei andata? -Ti ho visto circondato da tante persone. Ho immaginato che avessi bisogno di tempi…

-Bah, mi sarei sbrigato subito- lui la interruppe. Lei rimase impalata nello stretto passaggio, seguendo la condensa dei fiati che svaporava. Non sapeva cosa dire. -Il mio traghetto parte tra un’ora. Potremmo fare un giro - propose Vittorio.

Attraversare piazza S. Marco dava l’impressione di possedere la città. Loretta si strinse nel montgomery beige perché tirava vento e faceva freddo. I colombi si levarono verso l’alto e il pontile dell’imbarcadero attirò come una calamita. Adesso la laguna significava sedimento di tante cose: ricordi, attese, gioia e speranza. Camminavano lungo il molo e guardavano l’orizzonte aperto nel mare. Loretta gli disse dello zio prete e della benedizione a Ca’ Dario.

-Lo so che la chiesa cattolica attribuisce le colpe al maligno, da scacciare secondo i sacri crismi, e si fregia di dare una spiegazione a tutto. Questo è il suo limite- il tono di Vittorio era leggermente sarcastico. - Da che cosa dipendono allora le morti violente e le disgrazie dei proprietari che si sono avvicendati in quel palazzo?

-Non lo so, non si può sapere tutto. Potrebbero essere solo coincidenze. La religione non può pretendere di dare una spiegazione a tutto!-

-Ma gli uomini di Dio, come ad esempio S. Agostino, hanno parlato del mistero che ci avvolge.

-Questo per spaventare la gente. La chiesa ha sempre agitato spauracchi come forma di controllo.

-La chiesa è un’istituzione umana, e quindi con i suoi difetti, ma anche divina ed ispirata. Ed è per questo che non perirà mai.

-Non perirà mai perché si allea con i potenti. La religiosità è alla deriva. Quanti, tra i tuoi conoscenti, si fanno monaci?

-Nessuno. Ma questo non vuol dire niente.

-Alla religione ci si aggrappa dopo un lutto, una malattia, una disgrazia. Si riscopre la religione in queste circostanze. Oppure ci si allontana.

- Se ci si è messi ad adorare il vitello d’oro, di chi è la colpa?

-Pecchi di moralismo. Non può essere invece che la religione non sia più in grado dare risposte convincenti? L’uomo è uomo e tale deve essere accettato nella sua totalità. Pensa al fatto che la maggior parte della popolazione mondiale è atea o agnostica. Sono tutti da condannare?

-E’ un male . E’ importante, invece, credere in Dio !- lei si accalorava. -Adesso… bisogna distinguere tra il credere che Dio esista e l’aver fede. -Sì, certo. Volevo dire appunto che il dono più grande è quello della Fede. -Ciò implica l’amore per l’uomo in tutte le sue peculiarità in quanto creatura di Dio.

-Chissà perché gli uomini tendono ad essere meno religiosi delle donne ed esprimono tanto scetticismo…-osservò lei.

-Perché sono concreti. Si attengono ai fatti.

-E la tensione verso la metafisica, allora?

-Per Hegel la metafisica coincide con la logica.

-Sì, ma il tuo Hegel attribuisce alla religione il merito di essere rappresentazione dell’Assoluto.

- Il discorso della rappresentazione o della narrazione dello Spirito a opera della religione mi sembra un po’ sfocato. A me piace Hegel quando parla del rovesciamento del ruolo servo-padrone e anche dell’importanza dello stato.

-La metafisica è un’esigenza dell’uomo il quale è infelice se pensa solo alle cose della Terra…- rimarcò Loretta.

_Ma l’infelicità è una condizione esistenziale. Anche i preti sono infelici. -Però hanno strumenti formidabili per combattere l’infelicità.

-Senti Loretta Stratiota, Loretta soldato…Tregua! Che ne dici,, piuttosto, se ci troviamo a Venezia durante le vacanze di Natale?

-Quando esattamente?- la domanda le era uscita senza poterla controllare. -Propongo l’antivigilia.

_Ci devo pensare. Magari ti telefono- lei si sistemò la tracolla e si girò in direzione del traghetto che stava sopraggiungendo proprio in quel momento .Vittorio, muovendosi rapido e deciso, si avvicinò a Loretta, la strinse a sé e le diede un bacio lieve all’ angolo della bocca. Poi fece un salto sul pontile, si voltò un attimo per articolare con le labbra senza emettere suoni “Ci vediamo a Natale” e infine si eclissò tra i passeggeri all’interno dell’area cabinata.

Il traghetto si staccò lento dal molo e seguì pigro il suo corso lungo il canale. Loretta lo guardò solcare le acque grigiastre assieme ai motoscafi. Respirò odore di nafta e di fondali mentre pensava che l’anello d’oro fosse stato depositato un’altra volta tra le sue mani.

 

Dell’Ospedale di S. Maria della Pietà avevano beneficiato nel corso dei secoli i poveri, i malati, gli anziani, gli orfani e le ragazze madri. La quantità di notizie che si ricavava dalla consultazione dei documenti in Archivio era veramente notevole ed occorreva procedere ad un’opera di selezione e di sistemazione per redigere un’analisi mirata che tenesse conto delle indicazioni della relatrice.

Nei giorni seguenti Loretta raccolse il materiale attraverso fotocopie e appunti e avviò una redazione del prodotto finale, secondo i criteri della ricerca storica. Lavorava con una gioia canterina in cuore trasmessa da un invito riservato a lei, a lei soltanto: “Ci vediamo a Natale”.

Quelle registrazioni di ricoveri, quelle note di degenza avevano anche la funzione di farle immaginare un mondo passato, in cui i letti di ospedale degli ulcerosi, degli scrofolosi , dei tisici esalavano afrori terribili che pie donne sopportavano per la loro buona natura e per amore di un Cristo sofferente. Pensava agli abiti lunghi delle ragazze, alla loro biancheria ricamata e anche all’abbigliamento degli uomini, più pittoresco rispetto a quello dei tempi moderni. A uno stile di vita, più semplice e sofferto per molti, ma con una potente carica di autenticità e sapore.

 

Venne a prenderla in stazione. Lei aveva il suo montgomery beige e lui il cappotto scuro. Lei si era messa una sciarpa scozzese con qualche quadro rosso, lui i guanti foderati e il passamontagna. Cadeva un nevischio gelato che si appiccicava sfarinandosi sulle cose. Lui le prese il braccio e la borsa e l’accompagnò per le calli con un fare gentile, un bon ton d’altri tempi.

– Dove andiamo con questo freddo?- domandò Loretta.

-In piazza, poi vediamo- le coprì la testa col cappuccio.

Dall’Ala Napoleonica la piazza sembrava una pista da pattinaggio, viscida e scivolosa. Loretta propose la chiesa come riparo. Molti avevano avuto la stessa idea e sostavano seduti sulle sedie all’interno della basilica con le scarpe dentro il bagnato dell’impiantito, i residui di neve.

Una turista disse “pas de rien” quando Loretta la urtò con la borsa chiedendole scusa.

C’era un’atmosfera di tranquillità e di raccoglimento che non faceva desiderare altro. E le sedie impagliate e la lucina nel tabernacolo erano le stesse della piccola cappella sulla punta di strada. Rimasero lì per un tempo imprecisabile, ognuno in ritiro nei propri pensieri . Congelati.

A mezzogiorno, scoccarono i rintocchi del campanile. Il caffè all’angolo e le brioches fresche erano la soluzione migliore. Lei ne voleva una con il cappuccino. Lui preferì un sandwich e una birra.

-E allora, osservi il digiuno al collegio?- le chiese divertito.

-Affatto. Il vitto non conosce limitazioni. Ma a me il sacrificio, a volte, non dispiace-

-Perché?-

-Perché purifica. Prepara alla pace-

-Se è per questo, tutta la vita è un sacrificio, non ti preoccupare.

-Sì, ma viviamo nell’abbondanza. A me piacerebbe più sobrietà, più… -Puoi sempre ritirarti in un monastero…

-Non ti pare che cerchiamo troppo la comodità, il piacere?-

-No, mi pare invece che conosciamo le difficoltà e le sofferenze in tutte le forme.

-Eppure la sofferenza esprime grandezza-

-La sofferenza abbruttisce e basta- asserì lui, scotendo la testa. -Molti scrittori e poeti la sostengono.

-Per esempio?

-Per esempio, Tarkovskij . -

E’ un’anima russa. Mi piacciono i russi- confermò lui.

-Amiamo e adoriamo un Dio crocifisso- evidenziò lei allargando il palmo della mano sul tavolino lucido.

-Dio ci vuole felici. Ci sono tanti passi della bibbia che lo dimostrano. -

Il linguaggio della bibbia è da interpretare

-C’è un insegnamento che sa quasi di erotico, mi sembra. Hai letto i salmi? -

Sì, qualcuno. Ma io preferisco il Nuovo Testamento.

-Dovresti leggere gli apocrifi- -

Perché questo bisogno di dissentire? -

Per non obbedire ciecamente, per non smettere di pensare in autonomia -A me interessa il messaggio evangelico che è di una semplicità disarmante, anche se si vogliono costruire chissà quali sovrastrutture intorno.

-L’uomo è un fabbricatore di parole che spesso sono artificio, questo è vero. Il pensiero, invece, è puro.

Si erano seduti intorno ad un piccolo tavolo da bistrot. La tazza con il cappuccio fumante era ancora come il cameriere l’aveva portata. Loretta teneva i gomiti appoggiati e le mani incrociate sotto il mento. Si era tolta il montgomery e mostrava un grazioso insieme .

-Non hai ancora assaggiato nulla ! –le disse lui consumando l’ultimo boccone. Loretta portò alle labbra la pasta sfoglia glassata. Quando si trovava in un bar le piaceva ascoltare l’acciottolio delle stoviglie che venivano prelevate dai cestelli immersi nel vapore. Adesso le percezioni sensoriali erano ferme. Il cuore batteva nello stomaco. Bevve un sorso di cappuccio e concentrò la vista su un punto della vetrina che aveva di fronte.

-Avremmo potuto fare il giro dei canali se fosse stata una bella giornata- disse.

-La bella giornata la facciamo e non la facciamo noi, con qualsiasi tempo meteorologico- osservò Vittorio-e lo stesso vale per la nostra vita!

-Sei molto puntualizzante! Qual è il tuo cognome, scusa?

-Cantalupi. Vittorio Cantalupi. -

Non ti sta male. Si adatta a qualcosa di dolce e ferino che ti caratterizza- fece Loretta. Presero il traghetto per vedere l’isola dei pescatori e la Giudecca. Il vento era freddissimo e la laguna agitata. Lui le cingeva la vita con il braccio mentre guardavano dalla cabina semideserta il mondo intorno.

-Lo ricorderemo questo Natale…- disse lei Lui le prese il mento tra le mani e le rivolse una richiesta.

–Dimmi che credi in me- -

Sì, certo- rispose Loretta trasalendo- non sarei qui altrimenti

-Sono un tipo complesso che tende però a un disarmante semplice. Vorrei che fossimo amici per un lungo tempo. Vedi che evito il per sempre. Loretta abbassò lo sguardo e si sentì ricolma di gioia. “Vorrei che fossimo amici per un lungo tempo”. Amici. Essere amici è una cosa molto bella e difficile. Difficile da realizzare pienamente, soprattutto tra un uomo e una donna. L’appello all’amicizia tuttavia manifestava nobiltà.

A questo pensava Loretta che non riusciva a prendere sonno, girandosi e rigirandosi nel proprio letto quella sera stessa . Si chiedeva se l’amicizia iniziale potesse preludere ad altro. Si diceva che lui aveva esordito con la delicatezza necessaria ma, per quanto cercasse di soffocarla, la sensazione che qualcosa le sfuggisse era un tarlo sordo che lavorava. Si mise supina, in diagonale, con la testa leggermente reclinata sul lato sinistro per trovare sollievo. In cuor suo non osava coltivare aspettative, anche se desiderava suonare i campanelli d’argento, battere le mani con forza, produrre un rumore assordante . Immaginava l’intelligenza di lui come un finissimo filo di seta, argenteo, capace di avvolgersi in mille complicate volute e di assumere tutte le forme possibili. Avrebbe voluto sapere di più della sua vita. Dove abitava? Com’era il suo appartamento? Quali le sue amicizie? Continuò a inseguire gli assilli che assumevano dimensioni gigantesche nel buio finché non prese sonno .

III

L’appartamento che avevano comprato in paese era un trilocale di modeste dimensioni, sito in un condominio periferico. Un enorme edificio di un bianco ospedaliero che, per la forma e il colore, faceva pensare d’impatto a un presidio medico. Era piaciuta, però, la ripartizione razionale degli spazi, vista dalle due donne sulla carta dell’esecutivo. Il soggiorno cucina trovava sfogo in una piccola terrazza coperta che ne ampliava la cubatura. Le camere da letto erano ampie, ben rischiarate dalle finestre e dalle aperture sui balconi. La nuova abitazione offriva la possibilità di maggiori contatti con il vicinato e perciò di fronteggiare la solitudine. Certo, avrebbero rimpianto la casa di campagna soffrendo di nostalgia. Ma le cose cambiano e nulla resta immutabile. Semplicemente, iniziava una nuova fase cui andare incontro con la ragione di chi si affida. Loretta, poi, aveva sempre desiderato una casa piccola, un nido in cui ovattarsi senza dissipare i contatti.

Quel “paese”, con le numerose stanze dai soffitti alti, i corridoi larghi e interminabili, dava lo sperdimento. “E’ vetusta e autentica” diceva il signor Luigi. Ma era troppo grande, studiata in un’epoca al tramonto. Una casa concepita secondo un’estetica non funzionale e un’austerità che non aveva ragione d’essere.

Il trasloco era divenuto inevitabile anche a causa di un fiscalismo esoso che non lasciava scelta. Inoltre la gestione di quella proprietà aveva sempre comportato problemi. Il prezzo del frumento e dell’uva per la cantina sociale era sempre stato basso. Le spese per i numerosi trattamenti anti parassitari, alte. Una volta, negli anni accesi delle lotte anti padronali, degli associati alla cooperativa agricoltori avevano seminato punte di ferro nei campi prima della mietitura, per indurre il proprietario a cedere il terreno. Luigi dispiaciuto e adirato aveva detto all’affittuario.

“Ezio, più che darla a quei figli del demonio la regalo a te!” Ezio aveva sorriso con lo sguardo complice di chi condivide una medesima intolleranza. Luigi non l’avrebbe mai ceduta alla cooperativa. In ogni zolla di quella terra c’erano il sudore degli antenati, gli anni di fatica, le roncole delle donne e degli uomini di famiglia, le zappe e i forcali dei consanguinei. La terra è madre e vita da cui scorre la vita. Il grano assicura il pane, l’uva il vino. Il corpo e il sangue. Cibo e nutrimento. Prima della guerra, chi possedeva la terra era qualcuno. Ma adesso veniva avanti l’operaismo, il lavoro di fabbrica. I prodotti dei campi non costavano nulla. L’allargamento dei mercati internazionali significava contrazione. Eppure qualcuno assicurava che la terra si sarebbe rivalutata, che era capitale sicuro, un bene di possesso irrinunciabile. Ezio aveva rimpinguato i guadagni con il bestiame. La stalla del nonno Sostiene era stata riempita di mucche da latte. I loro muggiti attraversavano la giornata in ogni ora del giorno. Il latte veniva fornito ai rivenditori e ai singoli clienti.

Anche Loretta aveva imparato a mungere. Seduta su un piccolo sedile rotondo, ricavato dai rami e dal tronco di una betulla, stringeva con delicatezza le mammelle che spruzzavano in un secchio il liquido caldo e sieroso. Era un’operazione che conferiva serenità mentale, rilassamento e, se all’inizio, lei aveva provato una sorta di repulsione, in seguito aveva scoperto che desiderava compierla. Era un abbandonarsi a un rito antico che segnava ritmi diversi del tempo.

Anche le operazioni di macelleria erano un rito. E costituivano giornate di festa in cui arrivavano i fratelli di Ezio di primo mattino, quando faceva ancora buio, e mettevano al fuoco i pentoloni d’acqua. E poi preparavano le budella da avvicinare alla bocca del tritacarne per farne salami, salsicce, cotechini ,la coppa d’estate, la coppa di testa. E il cassone di rovere veniva reclinato sui cavalletti per contenere i prosciutti salati. Loretta si incaricava di avvolgere il fegato nella rete prima di arrostirlo sulla graticola accanto alle costine.

 

Quell’antivigilia Venezia era stata una morsa di ghiaccio. Freddo, freddissimo. Che fosse un segno? Un segno di sfortuna che precedeva eventi freddi? Le belle giornate le facciamo noi, con qualunque tempo meteorologico. Ma adesso quali belle giornate sarebbero seguite? Il Natale trascorse come al solito.

La sera di S. Silvestro lui le telefonò per farle gli auguri.. Fu quasi frettoloso. La voce era atona. -Buon anno! Ti auguro ogni bene!- nient’altro. Seguiva il nulla. Lei non sapeva se e quando si sarebbero visti. Non voleva telefonargli. Non voleva essere giudicata come una che dava l’assalto. Intanto la discussione della tesi si faceva sempre più prossima. Quando finalmente giunse il momento e lei glielo comunicò, lui le espresse compiacimento ma non si fece vedere. Fuori dall’aula il corridoio sembrò infinitamente lungo e deserto e la corona d’alloro, deposta dalle amiche sulla testa, una spina. Una soddisfazione spenta nei sorrisi e nelle frasi convenzionali. “Congratulazioni” “Ad maiora”. Eccetera… Anche se Loretta sapeva di condividere con i genitori una gioia intima e profonda.

 

Le telefonò l’8 marzo. Lei andò piena di speranze all’appuntamento. Gli occhi nocciola scintillavano come la giornata sul Canal Grande quella domenica di settembre. Aveva indosso un paio di pantaloni blu come la giacca stile marinaio, un cardigan giallo oro sulla camicetta bianca. Il punto di ritrovo era il portico di S. Maria dei Servi. Arrivò in ritardo e lo trovò immobile accanto a una colonna. Le sorrise, ma con una nota di distacco. Loretta arrossì.

-Ciao, finalmente!-

-Ciao- rispose lui. -

E’ un incanto questo posto! Mi ha sempre affascinato. Anche l’arte è una manifestazione dell’Assoluto hegeliano.

-Sì- fece lui laconico. Loretta lo guardò interrogativa. Che cos’aveva? -Senti, Loretta … Loretta non capiva. -Io avrei voluto, avrei voluto sì, ma non posso ingannare me stesso… non posso ingannare nessuno. Loretta continuava a non capire, anche se cento pensieri si affacciavano. -Io… ho un brutto carattere. Rendo infelici le persone.

-Perché dici questo?-

-Perché alcune persone che mi hanno amato si sono sentite ferite da me- Il cuore di lei era nella morsa di una tagliola. Lui la guardò: -E’ giusto che tu lo sappia. Io amo, ho bisogno della solitudine. Perché ho le mie assenze. E a volte non sono in grado di ascoltare, di occuparmi dell’altro.-

-Ah… però sei pieno di risorse- lei rotolava lungo una china, aggrappata a una speranza flebile.

-Non ho spirito di sacrificio. Questo a breve andare allontana.

-Capisco- rispose lei impacciata- e … quell’amicizia cui accennavi? -Ci possiamo vedere , sentire, se vuoi- sembrava voler rimediare.Era solo il preambolo e c’era dell’altro. Loretta respirò un’aria che sapeva di caligine. Un viaggio finito in mezzo all’erba secca. Un sogno che girava nel vuoto.

 

Sentire, vedere. Pensava che sarebbe stato bello. Le piaceva parlare con lui. Le piaceva la sua intelligenza, la sua testa, il modo di muoversi, di socchiudere le labbra e di sbattere le palpebre. E soprattutto gli occhi. Quello sguardo che era dolcezza, sintonia e ironia. Quel suo essere di mistero che accresceva l’attrattiva. Del prospettare con la brillantezza del ragionamento l’essenza delle cose e poi dichiarare la propria nullità e non aspettarsi nulla dalla vita. Con l’atteggiamento di chi è pronto ad andarsene ramingo per il mondo, a cogliere le verità in solitudine. Tutto questo le piaceva. Le piaceva , accidenti. E pensava che non aveva scelta: non avrebbe potuto più riprovare un sentimento come quello. E non poteva, non voleva rinunciarvi.

 

Glielo dissero un giorno che era ritornata dal sindacato dove aveva chiesto informazioni circa la possibilità di lavorare in qualche scuola . In casa c’era la zia Pina che aveva portato una torta con la crema al rosolio. Il padre aveva fatto le analisi. Non si trattava di artrite reumatoide. Quando la zia Pina glielo bisbigliò all’orecchio Loretta non ci credette. Ezio sembrava sereno. Continuava a parlare di reumatismi e anche di osteoporosi. Ma forse sapeva. Stava in casa più spesso. Prendeva il paracqua grande, verde, da pastore, per andare a rigovernare le bestie. Loretta gli teneva compagnia. Gli comprava i giornali. Cominciava già a far scorrere i ricordi. Del padre che la portava sul manubrio della bicicletta quando era piccola. Del padre che le asciugava i pinini scalsi quando erano bagnati. Che le aveva insegnato a contare soprattutto sulle proprie forze. Sì, l’aveva già immaginata. Come sarebbe stata. Come sarebbe stata la vita senza di lui. Un inverno fermo, luci spente e solitudine a due nella grande casa con i soffitti alti e i corridoi lunghi e larghi in cui ci si perdeva. Quella casa con i suoi misteri che il signor Luigi aveva tanto difeso, che il padre aveva voluto a dispetto delle dicerie. E però destinata all’abbandono.

Non volle andarsene lontana a cercare un posto in cui insegnare. Voleva rimanere lì, a sentire gli ultimi respiri di chi le aveva dato la vita. Perciò accettò la reception al Conventello, un albergo ristorante in cui avrebbe anche servito ai tavoli. Al padre disse che si trattava di un’occupazione temporanea in attesa della nomina. Lui ci aveva tenuto più di tutti a quella laurea, a ciò che avrebbe significato.

Un edificio basso con le porte ad arco. Un orfanotrofio che aveva ospitato bambini e bambine dalla faccia smunta che, quando uscivano in passeggiata, mettevano le mantelle grigie. Una volta apparteneva alla curia. Intorno si innalzavano gli ippocastani, i platani e le querce. Il proprietario, che l’aveva rilevato, aveva voluto il cotto per i pavimenti e le porte in noce massiccio, all’inglese, senza che l’edificio perdesse, tuttavia, la sua impronta originaria: la sala da pranzo con le fratine era un refettorio, le camere da letto mantenevano il loro aspetto sobrio e pulito. Un punto di richiamo per la funzione sociale rivestita in passato, ancora presente nella memoria collettiva di tanti e per il campo di tiro con l’arco nelle vicinanze. Molti andavano a pranzo e a cena al Conventello per incoccare le frecce su quelle armi pesanti e sofisticate e centrare i bersagli.

Lui venne una sera verso l’imbrunire. Era il mese di aprile. C’era già il tepore nell’aria. Alcuni tavoli erano stati apparecchiati all’aperto. Lei gli portò le caraffe. A lui fece un certo effetto vederla con le bretelle del grembiule incrociate sul dorso e il menù sottobraccio. Dopo che le stoviglie sporche furono raccolte, lui rimase seduto a tirare due boccate di fumo. Lei sedette al suo tavolo, si tolse le bretelle e gli chiese che cosa faceva. Lui le disse della supplenza di filosofia allo scientifico. Quindici giorni, proprio lì al paese. Le disse della scuola. Di come era . Di come avrebbe dovuto essere. Parlò della scuola classista e del ’68.

_La scuola autoritaria paradossalmente ha prodotto lo spirito critico. E perciò non è stata così negativa. Il ’68, invece, ha prodotto lassismo- disse lei. -

La scuola autoritaria ha prodotto intolleranza da parte di una classe dirigente, a discapito dei più deboli. La scuola deve essere speculare alla società, non trasmettere un sapere sempre uguale a se stesso, vecchio e obsoleto.

- Basta che non pretenda di risolvere tutto con lo psicologismo. Il compito della scuola è quello di insegnare. Ricordo un docente che lasciava proporre agli studenti. Non ti dico il caos..

-Certo! Insegnare significa lasciare un segno. Ma i docenti, nel proporre, devono sempre rinnovarsi, prospettare i problemi senza dare precotte soluzioni. -Gentile diceva che durante l’ora di lezione l’insegnante e gli studenti devono dimenticare il mondo intorno, concentrandosi su un unico obiettivo che è la conoscenza.

- L’insegnante, soprattutto, deve essere capace di suscitare il desiderio di imparare, insegnare a imparare in autonomia che è il modo migliore per interiorizzare.

Con lui la parola si accendeva, prendeva vita. Diventava vita. Sotto i platani nel mordente del discorso lei era felice. Venne altre volte. Anche all’una, dopo le lezioni. Gli piacevano i passatelli. Diceva che gli davano energia. E poi un po’ di bollito con la salsa verde a base di acciughe, capperi e prezzemolo. Lei si toglieva il grembiule e si sedeva al tavolo. E parlavano. Di come andava il mondo, di come intendeva incantare i suoi studenti, dell’amore filiale e paterno, dell’amore tra un uomo e una donna. Poi le rivelò che aveva una figlia. Nazarena. E anche una compagna. -

Da quando è nata la bambina, Angela non sa più che io esista- scosse la testa tristemente- un giorno l’ho trovata che faceva la valigia.

Loretta non si meravigliò. Aveva quasi immaginato. Gli rispose che era nell’ordine naturale delle cose. I figli richiedono tante attenzioni ed è normale che una madre si annulli per loro. Lui le mostrò un sorriso pago della condivisione.

-Lo capisco, ma non ero…non sono pronto. Forse sono solo un’egoista- ammise. Poi allungò la mano.

-Vorrei averti incontrato prima- gli disse Loretta con gli occhi fissi nei suoi, liquidi.

-Lasciamo che le cose fluiscano, seguano il loro corso- rispose lui, stringendole la mano. Lei si svincolò.

-Ci sono delle regole da rispettare- si irrigidì.

-Quali regole?- chiese lui. -

Morali- -

Di quale morale parli ?-

-Quella dettata dalle istituzioni-

-Come la Chiesa, vuoi dire?

-Sì, naturalmente-

-Non possono prevalere sui sentimenti-

-Il rispetto delle regole può rendere più soddisfatti di sé- affermò Loretta. -Ma anche più infelici, se si censurano i sentimenti. Difendere i propri sentimenti è un diritto che appartiene all’uomo-

Sì, era così. Lui le prospettava il bivio. E lei non era ancora sicura di che cosa voleva. Pensava che la strada sarebbe stata difficile comunque e che l’affermazione di un sentimento forte e vero meritava rispetto. Ma non voleva agire secondo un profilo che non le apparteneva. Non se lo sarebbe mai perdonata. Lui era già impegnato, unito a un’altra da un vincolo indissolubile. La scelta non poteva che essere una, una sola. Però sarebbe stata capace di amarlo ugualmente. L’avrebbe portato nel petto sempre e ogni tanto avrebbe dischiuso il medaglione per guardarlo . Niente poteva impedirlo . Si sarebbe nutrita della dolcezza di un segreto che era il dono più grande che potesse ricevere.

Quando lui venne l’ultima volta per mangiare i passatelli le regalò un album con le foto di tutte le città in cui era stato. Lei se lo tenne in camera e ogni sera faceva un viaggio. Ma ritornava sempre a Venezia, in quel giorno di dicembre, quando avevano sostato nella basilica davanti al tabernacolo e poi avevano fatto il giro dei canali e lui le aveva detto che le giornate belle o brutte le facciamo noi. Qualche tempo dopo le comunicò al telefono che Angela era ritornata e che lo commuoveva la consapevolezza di essere padre.

 

-Andiamo, mamma?- La Punto di Loretta è già al cancello. Amedea sta girando la chiave nell’uscio. L’aria si è rinfrescata perché durante la notte è scrosciata una pioggia violenta. Le piante intorno stillano gocce che svaporano al caldo. L’anziana riguarda gli occhi di Ezio che forano il giallo dell’intonaco, la pianta di rosmarino che profuma al tepore del sole estivo. Percorre il vialetto, chiude alle spalle i battenti di cinta, rigira il cartello con la scritta “Vendesi”. Sale sulla macchina piano.

-Abbiamo preso tutto?-chiede Amedea- Tutte le cose importanti?

-Sì, mamma. Quelle sono sempre con me- risponde Loretta.

*

Maria

MARIA


La facciata della casa, un tempo rosa cipria, ora offre allo sguardo dei passanti grumi color verde rame e lunghe ragnatele di crepe.
Le teste blu delle ortensie nelle aiuole non contrastano l’ incuria desolante, perché sono in gran parte rinsecchite e perse tra la sterpaglia del giardino una volta ridente al sole.
Don Carlo spinge il cancello di ferro battuto, che apre il muro di cinta e, percorrendo il vialetto chiazzato d'erba, si avvicina all'uscio scolorito. Indugia sotto il balcone, sormontato da due piccoli busti di marmo posti agli angoli, a cogliere l’atmosfera intorno.
Il suono del campanello a molla si propaga attraverso i muri dell'abitazione . Passa qualche istante e poi la porta ha uno scatto.
- E' permesso, signora Maria ? -lLa voce del reverendo è più rauca del solito nell'atrio semibuio.
Percepisce una risposta flebile provenire dall’interno e, muovendosi a passi svelti lungo il corridoio, raggiunge il salotto buono dove ricorda di essere stato ricevuto ogni volta.
Maria, un’ anziana maestra in pensione, è nella stanza attigua . Avvolta nel tepore dell'ambiente esposto al sole del mattino, si è leggermente assopita cullata dalla poltrona a dondolo.
Ormai adora questo stato di dormi veglia, durante il quale può seguire il filo dei ricordi in un viaggio scivoloso e senza sforzi.
Socchiudendo gli occhi di fronte alla vetrata che dà sullo specchio di lago, ha rivisto la fiancata della nave color piombo che venne al porto di Brindisi per condurla alle isole dell’Egeo.
L' avevano portata a bordo marinai esperti lanciando il sacco, in cui era imprigionata, da un gradino all'altro di una scala lunghissima .
Nel dormiveglia ha sentito l'odore della notte fredda sul mare e la luce abbagliante di Rodi… di Calino : molle trasparenza di acque… e cubi bianchi di case.
Kalimèra ! Kalimèra !
Sole , vento e pietraie. Canestri di uova, arance e fichi. Odore di caffè. Gonne lunghe e nere, denti persi nell’acqua di cisterna. Mosche nelle culle. Occhi timidi e ardenti di figli di commercianti di spugne e pescatori.
Un pezzo di lavagna nera e due gessetti bianchi erano una ricchezza per i bambini di Calino.
Maria nella colonia del Duce aveva portato matite, pastelli e quaderni, mentine e sassolini di zucchero . Gli alunni parlavano un italiano stentato e stonavano nelle poesie, però sorridevano alla maestra occhi color genziana.
Il regime imponeva un atteggiamento sprezzante, ma lei rideva nella lingua dei suoi Kouroi. C’era tanto affetto in quelle vite ignare di Plutarco.
“Ti nascondiamo noi, signorina, se arrivano i soldati” diceva Kjriakos. Sotto la tenda profughi, a Cipro, avrebbe ripensato più volte a quegli occhi di cielo.
Le colleghe facevano il gruzzolo frequentando gli ufficiali. Lei si concedeva lo spasso di scandalizzare il monakòs, regolando la lunghezza dell’abito quando lo vedeva passare.
Un giorno, nell'isola , una anziana donna greca con un'ampia gonna rossa la chiamò da un sentiero polveroso che tra le pale di fichi d'India e i cespugli di rosmarino selvatico conduceva al mare.
Le voleva leggere la mano in cambio di poco denaro.
Maria con lo stridio delle cicale nelle orecchie affrettava il passo per sfuggire alla donna, ma questa le veniva dietro insistente.
- Perìmene, perìmene! , Aspetta, aspetta ! .
Infine la fermò .
Maria si sentì annegare in quegli occhi in cui c'erano il bene e il male di tutte le anime.
-Ti sposerai per dovere - le disse la vecchia – il lago ti farà compagnia , amerai tanti bambini , ma non saranno figli tuoi. Una stella brillerà a lungo per te !
Non l' avevano impressionata le parole dell'indovina: quella bocca affamata, quegli occhi intelligenti e maligni avevano un sol desiderio....
Ma poi , alla sera sotto il cielo stellato, ripensando all'inattesa profezia , si era detta che poteva esserci del vero in ciò che aveva udito : non le riusciva difficile, infatti, immaginare che avrebbe amato tanti bambini dal momento che li amava già.


La camionetta dei soldati americani la riportò a casa più consapevole, dopo la Liberazione .
I fratelli, durante la ritirata dal fronte russo, avevano trovato il suo fidanzato, magro e astenico com'era, mezzo assiderato vicino ad un palo del telegrafo. Loro che erano forti, taurini , con le mani larghe come badili e la grappa nel sangue, le avevano salvato il marito .
Rino aveva perso un occhio e la mano sinistra , ma era vivo.

Figli non ne vennero. Peccato. Avrebbero potuto correre nell' ampio cortile attorno alla casa rosa, tra le ortensie blu e le siepi d’alloro, dietro gli scoiattoli e le galline.
Nell’azienda del padre marmista Rino rincorreva la sua immagine sana.
Lei sullo specchio del lago- Canal Grande, Senna , fiume Hudson, Rio - spiava il mondo.
Ascoltava il vociare di luoghi lontani.
Cacciava i silenzi di lui che alla sera posava sul marmo del comò il suo bulbo vitreo e bianco.
Nelle notti d’agosto Maria interrogava le stelle dal pontile. Sotto il manto di neve, in inverno, la chiostra dei monti si faceva più calda e vicina.

- La disturbo, signora Maria ? - La voce del parroco l' ha riportata al presente .
-No , no , sarò da lei tra qualche istante - risponde lentamente la donna da dietro una porta a vetri semi aperta - se ha la bontà di aspettare - e raggiunge il bagno per rinfrescarsi il viso.
- Non sarà venuto per l' estrema unzione, don Carlo!?- ironizza .
- No, signora ! Il buon Dio ha ancora bisogno di lei qui sulla terra!-.
A Maria si inumidiscono gli occhi e intanto, mentre insapona la faccia , sente l'odore di gomme e di matite.
Chiude gli occhi e si vede in classe, seduta alla cattedra .
I banchi sono vuoti . C'è silenzio perché la campanella di mezzogiorno è già suonata, ma lei s'attarda: deve preparare gli esercizi per l'indomani .
Ecco, ha già riempito di mille piccole lettere i fogli dei quaderni che andranno completati dai suoi alunni , ma poi le viene un'idea .
Sì, domani farà descrivere l' itinerario di un viaggio immaginato. In Grecia.
Così potrà parlare dei ragazzi dagli occhi neri che le portavano le arance succose in un'isola dove ha trascorso stagioni trasparenti....
-Sono pronta, don Carlo , con i vecchi ci vuole pazienza, sa? - incespica un po' mentre si avvicina alla poltrona in velluto e si accomoda accanto all'inatteso ospite.
-Vecchia lei ? - le pieghe del viso di don Carlo si fanno più spesse - Ma se cammina tutto il giorno come un treno !
- Come una carrozza vecchia e sgangherata, vorrà dire ! - Sorride la maestra in pensione , tirando fuori quel sorriso ancora bello , anche se di denti ingialliti.
Quel sorriso aveva fatto l' invidia degli dei e delle amiche.
Dopo la morte di Rino, c’erano stati sguardi d’intesa e sogni malinconicamente dolci per il suo direttore didattico di Bellano.
Un uomo sensibile, bello ed elegante nelle movenze aeree lasciategli da una forma tubercolare .
Era sposato.


-Ne fa ancora di traduzioni per qualche casa editrice, signora Maria ?
-Ma, don Carlo , ha voglia di scherzare questa mattina ?- si schermisce lei- con la mia retinopatia cosa vuole che traduca ?
- Oh, non faccia sempre la moribonda ! L' edicolante dice che legge libri e giornali come una volta. Ed è un bene ,sa?
- Davvero ? E perché? - Risponde la maestra con aria assente.
- Perché lei dovrà usare i suoi benedetti occhi per compiere una buona azione !
Maria si è incuriosita : - Di che cosa si tratta ? Non mi dica che devo dare lezioni di greco a qualcuno, perché non ricordo una parola !
- No, stia tranquilla ! Deve solo insegnare un po' di italiano a un gruppo di bambini profughi dai Balcani. Ha capito?
- Che scherzi da prete sono questi ?- la maestra si è alzata in piedi, sbattendo le palpebre dietro gli occhiali. La richiesta le sembra sproporzionata, assurda.
- Le piaceranno, vedrà - insiste il prete – Non mi dica niente!

“Una stella brillerà a lungo per te lassù” aveva detto la vecchia greca con l’ampia gonna rossa sulla strada polverosa che portava al mare. A Calino .
E Maria aveva avuto un tuffo al cuore .
Occhi neri e insinuanti le avevano indicato il cammino, occhi patiti e ardenti l' aspettano ancora.
Sono succose le arance che staccano i bambini dalla pianta e i fichi d' India profumano di pesca e di albicocca.
Maria è confusa .Vede il mare e la traversata nella notte fredda. Flutti spumeggianti ed equipaggi muti....
Esita , sprofondando nella poltrona, e si guarda intorno. Pensa che dovrà mettere in ordine la casa e togliere la polvere e i grumi color verde rame dai muri esterni, che nessuno ha più rimosso dopo la morte di Rino.
Sente Don Carlo che saluta dicendo: -Benedico nella Divina Volontà- e le ritornano in mente gli appelli fatti ogni mattina, per tanti anni.
Si è affacciata al terrazzo che dà verso il lago: c’è una bianca vela immobile sul pelo argenteo dell’acqua. I contorni sfumano in una nebbiolina di fiaba.
Sì, ora lo sa. Cercherà immagini e parole disperse nella memoria, comprerà tanti fogli bianchi dall'edicolante e una scatola nuova di matite colorate.
Preparerà la pita e lo yogurt con i cetrioli .
Strapperà la sterpaglia dal giardino , innaffierà le ortensie e la facciata della sua casa sarà nuovamente rosa...






*

L’onda

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”( Antoine de Saint- Exupéry )


L’ONDA

L’onda spumosa andò a infrangersi sullo scoglio dove erano appoggiati i suoi piedi, lambendoli, prima di ritirarsi con fragore.
Lei pensò a quella forza in movimento a cui si sentiva contrapporre e non fu più sulla spiaggia del Cilento a guardare il mare, ma in classe seduta alla cattedra in attesa del ritorno dalla palestra.
Arrivò, procedendo con un boato sordo, il gruppo degli alunni e il pavimento vibrò sotto il loro peso.
Lei li aspettava immobile con la penna alzata a mezz’aria, come fosse la bacchetta di un direttore d’orchestra o quella magica di una fata.
La massa rumorosa finalmente si zittì, avvolta dal silenzio di quell’aula quieta, nella penombra antimeridiana.
L’insegnante chiese di prendere il libro e gli alunni aprirono la pagina su una poesia di D’Annunzio: “La sabbia del tempo”.
Lei parlò loro del fluire, dello scorrere degli eventi, avendo negli occhi l’immagine della sabbia che scendeva lenta dentro la clessidra del pugno.
- E’ il mio ultimo anno, il mio ultimo giorno di scuola, ragazzi… – disse alla fine.
E una vaga malinconia s’impadronì di lei, pulsando un fremito di vita sommessa.
Dalla campagna del Cilento al cavo della valle lombarda i convogli avevano tessuto gli anni.
Sotto un cielo annuvolato, nelle poche vie dei piccoli centri, la sua persona si era mossa in lungo e in largo col passo quieto e tenace, con la forza del sacrificio e il sentimento dell’umiltà.
Dentro gli occhi di mare custodiva uno spirito vivace e la ricerca del sorriso nei visi che incontrava.
Alzò lo sguardo e lo puntò verso la classe, abbracciandola affettuosa , come a dire:
“Me ne vado, ma rimango con voi!”.
Quando suonò la campanella e il gruppo si ricostituì in onda fragorosa a rotolare verso l’uscita, prima che con la sua forza si frangesse sui gradini dell’ingresso o sullo spiazzo di cemento, le arrivò alle orecchie un richiamo:
-Ci mancherà, prof! –
Lei non sapeva chi gliel’avesse lanciato ma sentì, nel profondo del suo cuore, che adesso poteva contrapporre alla malinconia la gioia della commozione.
Sulla spiaggia del Cilento, dove si trovava per trascorrere l’estate alla ricerca delle origini, osservava i marosi comporsi in piccoli flutti blu.
Le loro bocche bianche di spuma facevano gli echi ai ragazzi di una piccola valle lombarda:
“ Ci mancherà, prof! Ci mancherà!”.



*

L’Infinito

“La più grande sorpresa della vita
è invecchiare” (L.N.Tolstoj))


L’ INFINITO


La professoressa di lettere suonò il campanello.
- Ancora qua prof. Sala? Lei non ha proprio voglia di andare in vacanza! – le disse il bidello aprendo la porta della Scuola.
- Eh, Vincenzo, le abitudini sono abitudini. Abbi ancora un po’ di pazienza e lasciami controllare per un’ultima volta la biblioteca. Non vorrei aver dimenticato qualcosa. Sai, l’anno prossimo, chi mi sostituirà dovrà trovare tutto in ordine.
- Lei, prof, meticolosa e precisa com’è, non lascia mai nulla fuori posto! Ma si accomodi, prego, la strada la conosce…- e il bidello si raccolse con deferenza su un lato dell’ingresso, permettendo all’insegnante di introdursi nell’edificio.
La professoressa entrò, sostò per un attimo sui due metri quadrati di pavimento in grisaglia opaca, calpestati milioni di volte, e si avviò lungo le scale per raggiungere la biblioteca nel seminterrato. Sentiva un inatteso tremolio alle gambe e il cuore che batteva più rapido. Come se, invece di essere l’ultima volta che faceva ingresso in quella scuola, fosse stata la prima tanta era l’emozione che provava.
“Che strani scherzi fa l’età ! Come si diventa teneri e più inclini alle lacrime quando i grandi cambiamenti della vita ci colgono!”. Così pensava la professoressa di Italiano mentre si dirigeva lentamente verso la biblioteca.
Da anni svolgeva l’incarico di tenere in ordine e ben sistemati i libri sulle scaffalature grigie. Da anni procedeva alla loro periodica distribuzione, introducendo sistemi sempre più oculati che coinvolgevano anche gli altri docenti. Raccoglieva denaro per rimpinguare il piccolo patrimonio librario e, quando le case editrici mandavano i loro rappresentanti, per l’adozione dei manuali scolastici, non esitava a chiedere in omaggio i libri di narrativa… Inoltre, organizzava incontri con scrittori, gare di lettura, cineforum...
La biblioteca era una saletta di modeste dimensioni, con finestre posizionate sul lato alto del muro perimetrale. Esemplari di generi diversi occupavano i vari ripiani. Avventura, horror, gialli, romanzi storici… La prof li aveva riordinati molte volte , perché i ragazzi, nonostante le raccomandazioni, se rovistavano per scegliere un libro, lasciavano in disordine i rimanenti e lei, quando ricontrollava, doveva inevitabilmente rassettare con grande dispendio di energie. Alla fine dell’anno, poi, la fatica decuplicava perché, prima doveva correre da una classe all’altra a elemosinare la restituzione, interrompendo la lezione dei colleghi, che talvolta sembravano reprimere un moto di insofferenza, e poi doveva procedere a fare l’inventario e riallineare i volumi per genere e in ordine alfabetico. Un’attività che richiedeva annualmente forza e pazienza…
Ma una passione, si sa, travalica gli angusti confini delle comodità e l’insegnante non avrebbe mai rinunciato a quella dedizione, senso e sugo della sua vita.
La professoressa girò la chiave nella toppa ed accese l’illuminazione all’interno del locale. Percepì l’odore consueto e amato, diffuso dalla carta di quei volumi che macerava all’aria e alla luce.
Alzò le tapparelle perché la stanza fosse ben rischiarata e con lo sguardo abbracciò il piccolo fondo della scuola: i dorsi colorati o sbrindellati dei libri stavano disposti in bell’ordine sugli scaffali..
La prof Sala era una accesa sostenitrice della lettura. Se si voleva alzare il livello culturale, infatti, al di là di ogni altro buon progetto, quello della lettura era senz’altro il più mirato.
Il Dirigente Scolastico in persona aveva riconosciuto, coram populo, ovvero in Collegio Docenti, la validità di quell’impegno, orgoglio di tutto l’Istituto.
Nella sua modesta entità, il fondo comprendeva libri di storia locale, una collana Einaudi, diversi testi di recente pubblicazione, la sequela di “ Piccoli Brividi” ecc.
-Non sarà come la biblioteca paterna di Leopardi – pensava la docente- ma qualcosa di buono l’avranno pur imparato da questi volumi, quei..!- e nel retro pensiero si affacciò un termine poco nobile con cui definire le intelligenze degli alunni. Che subito venne ricacciato nei meandri più remoti della coscienza.
Prese quindi a osservare i testi e a consultare lo schedario per verificare se tutti i libri erano stati effettivamente restituiti. Tra le altre, aveva fatto acquistare una fornitura, costituita da pubblicazioni di tipo elementare, per favorire l’approccio da parte dei meno dotati.
Ma alcuni ragazzini non si erano mai fatti coinvolgere dal piacere di leggere e quei testi giacevano nuovi e dimenticati sulla apposita mensola.
Che lotta quotidiana! A tirare le orecchie a questo e a quello! Esercitare l’autorevolezza e nel contempo non fare spegnere il sorriso sulle labbra di certe faccette spavalde. Leggi, è per il tuo bene! Leggi, così impari a scrivere e a vivere! Così conosci! Quante volte aveva ripetuto quelle frasi in tanti anni di insegnamento!
“ Eh, già, l’Infinito l’ha trovato prima nei libri e poi dietro il monte Tabor! – disse, tra sé e sé, la professoressa ripensando a Leopardi e alla grande biblioteca in penombra, zeppa di libri e di edizioni rare- lì, il poeta ha assunto il cibo necessario per la mente,… lì, da quei preziosissimi tomi”.
E, spostando i classici della letteratura, in edizione ridotta per ragazzi, che collocò su un ripiano più centrale, continuò il monologo in un rigurgito di saggezza: “ Mi sono detta più volte che il sapere si acquisisce col tempo. Io ho gettato il seme e mi resta solo da sperare che un domani si raccoglieranno i frutti…”
Infine passò lo straccio sulle scaffalature per togliere gli ultimi residui di polvere. Giudicò che tutto era a posto e che poteva chiudere con tranquillità i battenti della porta.
Abbassò le tapparelle e si avviò verso l’uscita del locale ma, quando andò per spegnere l’interruttore della corrente, fu presa da un senso di vuoto. Si sentì improvvisamente sospesa e irrequieta. Presa dal desiderio di portare con sé qualcosa che potesse continuare a darle le emozioni che stava per lasciare. Ma che cosa avrebbe potuto portare con sé? Non c’era nulla che fosse adatto allo scopo.
Cacciò il pensiero insinuante, spense la luce e girò la chiave della porta. Il rituale era ormai concluso.
In quel momento, però, sentì dei passi frettolosi provenire dalle scale.
-Prof Sala, Prof Sala, aspetti! Hanno portato questo per lei!- il bidello agitava un libro con la mano.
- “Alla buon’ora” – pensò l’insegnante- “ i soliti ritardatari !”- e gli occhiali le scesero sul naso puntuto che si allungò, come le succedeva sempre quando qualcosa la irritava. E ciò si verificava non di rado, perché era impulsiva e naturalmente le capitava di scontrarsi con i colleghi, anche se poi si curava sempre di ricomporre i conflitti. Infatti la sua apparente scorza da burbera celava, in realtà, un animo tenero e buono.
- Meglio tardi che mai, Vincenzo, almeno non è andato smarrito!- esclamò la docente, chiedendosi perché non avesse registrato la mancanza. Afferrò senz’altro il libro che il bidello le porgeva.
Lo guardò attentamente. Aveva un aspetto particolare: la copertina era di colore indefinibile che variava dal rosa al marrone e sul dorso non compariva il cartellino con la classica segnatura..
La prof riaprì la porta della biblioteca e si sedette al tavolo per esaminare il curioso volume che non aveva mai visto prima e che forse doveva essere ancora catalogato.
Lo aprì, sfogliò, lesse le prime parole e si accorse che il libro parlava di tutti coloro che avevano frequentato QUELLA SCUOLA. Le vite di mille persone si dispiegavano e si intrecciavano all’interno delle pagine del volume dentro una enorme rete senza soluzione di continuità.
Incuriosita, cominciò col leggere la prima storia, in ordine alfabetico. Era la vita dell’insegnante di religione. Una storia, lunga, lunghissima, come lo erano quelle di tutti gli altri. Ed era impossibile leggerle tutte perché le pagine poi si moltiplicavano all’infinito. Inoltre, tra quelle pagine si materializzavano degli oggetti, muovendosi come dentro le onde del mare. Il manico della chitarra del docente di religione emergeva dalle acque, simile alla polena di una nave, le righe e le squadre della collega di educazione tecnica tracciavano proiezioni ortogonali, i colori dell’insegnante di arte componevano le scie dell’arcobaleno e poi… e poi…
Gli oggetti non si contavano più. C’erano i palloni, i cerchi, le borse, gli occhiali con la catenella dell’insegnante di matematica… i bicchierini del caffè. C’erano i flauti, le felpe degli alunni, i loro zaini, i loro giubbotti…
La professoressa Piera Sala venne rapita da quella magia, a misura di ragazzini, a cui il suo cuore di ragazzina non poteva resistere.
Non si accorse più del tempo che passava.
Arrivò il bidello a bussare alla porta della biblioteca, perché doveva chiudere la scuola.
-Interessante il libro, professoressa?-
-Molto, Vincenzo, molto- rispose lei - ma lo devo portare via, perché non è stato catalogato- e, stringendo saldamente il testo con la mano , l’insegnante si avviò decisa verso l’ uscita.
-Buone vacanze, Vincenzo! – disse sorridendo.
-Buone vacanze a lei, prof.!- rispose il bidello, chiudendo la porta d’ingresso.
Sì, adesso la professoressa Piera Sala aveva trovato ciò che cercava.
E sarebbe naufragata dolcemente in quel mare Infinito.









*

Silvia

“Non lasciarti sgomentare dagli addii. Un addio è necessario prima che ci si possa ritrovare. E il ritrovarsi, dopo momenti o esistenze, è certo per coloro che sono amici” (Richard Bach)

SILVIA

“Silvia!” la collega di lettere la rincorre, battendo le suole dei sandali sull’ impiantito grigio antracite dell’atrio.
Lei si volge a guardare l’altra che cammina affannata, agitando un pacco di fogli con le bozze del nuovo libretto di valutazione.
Silvia si ferma a un passo dalla vetrata e torce il busto e la testa, aspettando che la collega la raggiunga.
“Silvia” ripete quella “hanno apportato le modifiche necessarie. Se vuoi ricontrollare prima che venga dato alle stampe…”
“Ma… il prossimo anno saremo solo on line! A che servono ormai le scartoffie?” risponde Silvia aprendo di poco le labbra.
Ha detto saremo.
“Sì, ma da’ un’occhiata ugualmente al cartaceo. Questione di sicurezze e… di fisicità! E’ difficile liberarsene, sai…?” insiste la collega di lettere facendo gli occhi tondi, a palla.
“Darò un’occhiata…” annuisce Silvia, arrendevole, afferrando il plico.
Il polo informatico è già stato messo sotto chiave, data l’ora tarda a ridosso del meriggio.
Vi si rintroduce paziente. Siede a una postazione. Accende il PC. Apre il file. Fa scorrere le schermate.
Si tratta di eliminare qualche spazio o crearne altri. Cambiare diciture, aggiungere nel calendario- vacanze la festa del patrono. Operazioni semplicissime di fine anno scolastico e ormai di fine rapporto con la scuola. Affidate da anni a lei. Meticolosa insegnante di matematica, sempre attenta a non dar nulla per scontato, a ideare verifiche e prove d’esame ben scandite in termini di difficoltà e di originalità. Ad arricchire la didattica con proposte che esulano dal curricolo. Tra le altre, ha fatto costruire un libro cartonato con pagine manoscritte alla maniera dei monaci. Ha realizzato erbari meravigliosi da far invidia ai cistercensi di Piona.
Cancella. Invio. Modifica. Tabella. Copia. Incolla. Infine Salva. Ogni procedura deve essere conclusa pigiando quel pulsante.
Salva…
Quella parola conferisce una impronta di umanità, alla terribile freddezza del comando elettronico, pensa Silvia, mentre estrae il mazzo di chiavi dalla sacca floscia, aspettando i tempi di arresto .
L’automobile, parcheggiata sotto il sole a picco, non può che offrire asfissia cui pone rimedio, dopo un paio di minuti, attivando il climatizzatore.
Tempo da record, conquista di sofisticate tecnologie.
Il fuoristrada con le sue lamiere roventi rotola veloce verso casa. Imbocca la via attraverso il centro, supera il semaforo, rallenta davanti alla villa, sosta, attende che i battenti del cancello telecomandato si aprano. Svolta.
Le colonne affusolate del portico, la facciata elegante e vetusta, testimone di un tempo mai trascorso, allungano le braccia verso di lei. Gli usignoli cinguettanti sui pini, l’ombrosità degli alberi offrono un refrigerio naturale che Silvia percepisce in pieno. Intensamente.
L’attimo si amplifica. Diviene durata. Si contrappone a tanti anni passati a impostare tabelle, resettare, ordinare, pianificare. Correggere compiti, classificare, valutare. Anni che adesso sembrano raccogliersi leggeri in una mano.
Scende dal mezzo, poggia i piedi sulla ghiaia del vialetto e pensa che la sua essenza sia lì. Davanti a lei. Chiara ed evidente nel suo rivelarsi.
Pensa che d’ora in poi le piacerà stare a osservare la vegetazione rigogliosa, che sempre sorprende l’occhio. Lo sgocciolare degli abeti e dei larici dopo la pioggia. Il volo alto degli uccelli.
Non raccoglierà tarassaco e consolida per costruire erbari. Non controllerà la produzione di clorofilla nelle pianticelle nascoste sotto i cespugli.
Curerà ortensie e rododendri, ascolterà il frusciare delle foglie mosse dal vento, camminerà a piedi nudi sull’erba.
Perché desidera essere soltanto una libera, semplice creatura.
Nella semplicità di questo luogo, nel suo spazio.
Lei. Silvia.







*

Augusto

AUGUSTO

Le luci della stazione e dei treni in arrivo erano come le porte le finestre di casa. Aveva imparato a conoscerle e, di notte, quando il movimento dei passeggeri finiva, gli tenevano compagnia.
I fari dell’espresso da Stoccarda delle ventiquattro gli accarezzavano le caviglie, la lampada latte raggiante sulla toilette per signora ammiccava suadente e le lettere sul tabellone degli arrivi e delle partenze scorrevano silenziose e composte come le luminarie di Natale.
Natale… Non poteva risparmiarsi il trambusto e le sincronie di confusioni, le occasioni per vedere luccichii colorati e addobbi troneggianti nel grigiore del cemento.
Gli procuravano godimento l’andirivieni delle mille vite tra i binari, l’incrociarsi di membra frenetiche raccolte insieme nella rete del caso, i sorrisi delle ragazze sulle bocche nivee di denti.
Desiderava che una di quelle graziose signorine con la vita strizzata nel cappotto sciancrato e lo sfrigolio dei sogni negli occhi gli si avvicinasse per chiedergli qualcosa, magari un’informazione.
Ma chi avrebbe mai potuto avvicinarsi a lui, alla sua pelle deturpata dai geli notturni?
Esprimevano solo disprezzo o indifferenza gli sguardi della gente che cadevano sulla sua figura torpida e incerta, sulla giacca informe, sulle scarpe macchiate e i pantaloni sdruciti.
Quando era andato per mare anni addietro, nel buio in coperta mentre gli altri dormivano, si era sentito in pace a scrutare le stelle che, tra le sartie, gli indicavano la rotta.
Ma adesso, nell’ospizio di notte, gli venivano strane allucinazioni. E lottava, lottava per non dormire, perché nel dormiveglia gli oggetti potevano prender altre forme: le pediere erano sbarre e, dietro le sbarre c’erano le manifestazioni in piazza, la celere e i lacrimogeni.
Se gli avesse rivolto la parola una graziosa signorina, pensava quella sera, la vigilia di Natale, nella stazione della grande città, tra i lampioni che gettavano gialli lucori e farfuglianti mormorii, lui l’avrebbe condotta a osservare il lucernario di stelle dell’albero: come un bizzarro clown avrebbe accennato a un passo di valzer, avrebbe intonato l’Alleluia.

Aveva studiato dai frati. C’era un bianco salice nel piccolo chiostro, che da solo faceva gli autunni e le primavere, e alla sera la campana del Rosario .
Dai frati aveva studiato la storia degli uomini antichi e la filosofia dei moderni.


Le palpebre pesanti sugli occhi irrorati si erano alzate ad un tratto quel tanto che bastò per fargli scorgere, a venti centimetri dal naso, l’involucro azzurro, prima confuso poi chiarissimo, di un panettone che una mano guantata dello stesso colore gli porgeva.
-Buon Natale, signore! Questo è per lei!- una voce femminile squillante di giovinezza, una sagoma di ragazza con un cappotto lungo incrociato sul petto come un saio.
In quel momento lui pensò all’albergo sul lago e rivide Caterina…
Erano passati tanti anni da quando avevano guardato insieme le capriole di fuoco nel camino. Le zie versavano gocci di grappa nei bicchierini e il padre offriva il merlot.
La sala da pranzo si svuotava e, nel calore della sera sotto le lampade a testuggine, appese al soffitto come nel salone di una nave, le parole si facevano più fitte.
Lui le parlava delle regate. Le metteva tra le mani le parole come primule appena colte e nella vena azzurrina di lei, appena rilevata sulla fronte, pulsavano le emozioni del mondo.
Dopo la disgrazia dei canottieri…di suo padre… non era più andato a mangiare il pesce e la polenta.

La ragazza continuava a parlare. Lui avrebbe voluto dirle del suo colon malato ma taceva fissando con occhi di vetro la leggiadra figura.
Poi sentì una fitta al braccio farsi sempre più acuta e finalmente si svegliò: una giubba blu d’agente ferroviario, aria di stiracchiata sufficienza, gli stava davanti.
Si alzò aggranchito per dirigersi verso il sottopassaggio. Mise il piede destro su un gradino, poi il sinistro, poi ancora il destro finché non notò un foglietto dal vago color rosa carne poggiato ad angolo nell’ombra della scala.
Si accorse che era una grossa banconota.
Istintivamente la raccolse furtivo e trasse un respiro profondo.

Giacca pulita. Gomiti sulla tovaglia bianca. Indistinto brusio di voci. Signori compiti e camerieri servizievoli. Lo chiameranno “signore” e non “capo” con tono di addomesticata diffidenza. Forse qualcuno apprezzerà ancora il suo fare cortese. Accetterà di sentire parlare di Schopenhauer. Lui indagherà negli occhi delle signore.
Sì, più tardi, all’ospizio, taglierà bene la barba e i capelli, godrà di sentirsi risalire dal pozzo.

Continuò a scendere per raggiungere la fermata del metrò: il suo passo più agile e lieve procedeva sul marciapiede grigio dietro le righe gialle.
Sotto il tabellone dove s’intrecciavano le linee della mappa metropolitana, guida alla grande città, stava seduta una donna con una gamba amputata. Sul coperchio di una scatola da scarpe c’era una richiesta d’aiuto per lei e per i figli.
Dal tunnel nero non spuntavano ancora i fari. La gente si accalcava con pacchetti in frettolosa attesa.
Qualcuno lasciò cadere sul cartone delle monete. Il lembo della pelliccia di una signora sfiorò la spalla della donna umiliata sul marciapiedi.
-A Natale spuntano come funghi! Se si volesse fare l’elemosina a tutti, non basterebbe la Banca d’Italia!-
-Alcuni si fanno la casa con le nostre elemosine! Ci sono tanti imbroglioni in giro!-
-Ragazzi giovani si fingono invalidi, invece di andare a lavorare! Vergogna!-
Labbra rosse su visi incipriati muovevano commenti malevoli.
Augusto, per un attimo, pensò alla madre che non aveva mai conosciuto.
Adesso non gli importava più della tovaglia bianca, delle signore dietro i tavoli, del brusio indistinto atmosfera gran ristorante.
Non gli importava di prendere parte alla farsa.
Il treno sotterraneo era arrivato. Si aprivano le portiere con elettronico sincronismo.
Scendevano e salivano.
Augusto si avvicinò rapido alla sconosciuta umiliata e abbandonò sul coperchio della scatola da scarpe il suo ingannevole sogno.
Poi, mise il piede sulla piattaforma grigia e s’immerse leggero nelle luci del metrò.




*

L’Antonio

L'ANTONIO

L’autobus stava per partire. Il piazzale era gremito di gente. I passeggeri battevano i piedi sul selciato perché faceva freddo.
Mela sperava di vedere l’autista aprire lo sportello e mettere in moto il mezzo.
Dopo quella scarpinata in centro desiderava salire e sedersi, sentire il tepore dei sedili e guardare la città dietro il finestrino.
Il conducente adesso era arrivato e le persone si erano messe in fila con i biglietti in mano da obliterare. Anche Mela aveva preso il suo e lo stringeva bene tra il pollice e l’indice sotto il guanto nel timore che le cadesse.
Il pacchetto con lo strudel spenzolava attaccato ad un polso e la gamba aveva già articolato il passo per posare il piede sul predellino, quando sentì un lieve colpo alle spalle che la portò a girarsi di scatto interrogativa.
Due occhi azzurri la fecero irrigidire nella stretta di uno sguardo che non aveva mai dimenticato.
Che strano: portava il cappello…ma la sciarpa e il cappotto mostravano i colori usuali.
Mela…
La cardiopatia le aveva imposto di contenere l’agitazione. O era la consapevolezza dell’età?
Si era girata ed era fuori dalla fila. Lo guardava impietrita un po’ ebete o disarmata.
Mela…
Lo guardava inespressiva , a disagio sotto il cumulo di rughe in continuo movimento sul viso,
mentre si risvegliavano i sogni fatti e mai svaniti…

Le fece cenno di seguirla, indicando la strada che conduceva all’imbarcadero.
Andavano piano quasi incespicando lungo il marciapiede con i fanali addosso che abbagliavano.
Un acre odore di smog avvelenava l’aria della sera.
Anche l’odore dei crotti si metteva nelle narici, ma era familiare e buono.
Lui voleva il burro della zangola da spalmare sul pane e poi guardava il volo dei nibbi dallo spiazzo.
Alla sera veniva spesso al rifugio e s’intratteneva fino a tarda ora a parlare del padre partigiano.
Fucilato in una fossa.
Lei lavava i piatti in cucina e ,quando sentiva le canzoni di montagna saturare l’aria del locale, si avvicinava al tavolo e gli chiedeva se voleva bere un po’ d’acqua della sorgente.
Lui le mostrava il sorriso largo e maliardo.
E gli occhi socchiusi, chiari, da gatto.
Alla mattina presto era già partito per scendere in paese.
Boia d’un Antonio! Aveva scritto un lungo articolo sull’attacco a Saigon e giù, alla Redazione, non avevano tagliato nemmeno un rigo.
Mela faceva trovare le doghe del pavimento lustrissime e le brocche lucide sui tavoli di castagno.


Camminavano adagio lungo il marciapiede e l’Antonio mostrava il passo malfermo sotto i pantaloni vuoti. Perché fosse così dimagrito Mela non se lo spiegava.

Tra il polverio di neve il corpo aveva saettato largo e sinuoso lungo i fianchi della montagna. C’erano ancora le foto appese alle pareti del rifugio.
Lui non si sarebbe vergognato di portarla in giro per il paese, perché una donna con quella pelle lattea, il seno rigoglioso, gli occhi di giada e una chioma serica con i riflessi blu non l’avrebbe trovata da nessuna parte.
Come si fosse seppellito sotto i tetti, le antenne e la frenesia Mela non se lo era spiegato.
Lo zio aveva rilevato la farmacia giù in città e il dottor Antonio non veniva più come prima al rifugio a mangiare il burro della zangola e a cantare le canzoni degli alpini.
Lei pensava che un uomo di montagna non avrebbe resistito al grigio e ai ritmi cittadini, ma poi le dissero che stava per sposare la signorina che sistemava i medicinali dentro gli armadietti.
Allora aveva sentito il cuore appiattirsi contro le doghe del pavimento.
Pioveva a dirotto quando li incontrò per la prima volta davanti al Caffè Centrale e l’Antonio fece una faccia piccola nelle presentazioni.
L’altra era una ragioniera. Orfana di guerra. Le aveva detto.

Dopo la morte di suo padre, Mela si era messa a fare i lavori da uomo. Negli alpeggi portava i secchi di ferro con il latte, dava il foraggio alle mucche e le mungeva.
La madre le diceva che avrebbe dovuto curare il suo aspetto, perché era un peccato rimanere zitella, ma Mela rispondeva “Sono un tipo difficile” e cambiava discorso subito.
Del resto, uno come l’Antonio non l’avrebbe trovato da nessuna parte e non valeva la pena dire di sì a qualcun altro.
A volte però le prendeva uno stringimento al cuore che quasi le toglieva il respiro e, andando lungo un sentiero che dal rifugio portava alla cima, batteva con un bastone di nocciolo i ciottoli grigi che si trovava davanti, fissandoli con un’attenzione allucinata e sorda, come se avesse voluto tramutarne qualcuno nella persona che cercava. Poi, si buttava nell’abetaia e parlava agli alberi e piangeva.
Ma quando tornava a casa, era serena. Diceva che la montagna le aveva fatto bene, che il verde aveva assorbito tutto.
In seguito, il fratello Piero prese in affitto la pasticceria giù in città e Mela dava una mano.
Dolci così buoni che si leccavano le dita tutti.
Ci metteva gli ingredienti migliori e le ricette della zia di Innsbruck.
In pasticceria avevano preso a chiamarla Mela, forse perché non si era sposata o per via dello strudel.
L’Antonio non era mai venuto al negozio. I dolci non gli piacevano. Lei invece era andata qualche volta in farmacia.
“Il dottore è fuori, torna tra un attimo. Se ha premura, può ripassare dopo”.
Ripassava infatti per chiedere al dottore la pomata all’ ossido di zinco.
Lui era cortese e delicato. Con il camice bianco sembrava più alto e più magro e Mela gli si rivolgeva intimidita .
Dal paese e dalla valle tutti si servivano nella farmacia dell’Antonio, gli chiedevano consigli, lo sostituivano al medico curante. L’Antonio faceva credito e teneva l’ erboristeria.
Le aveva chiesto di procurargli le genziane, la malva e il tarassaco .E lei glieli aveva raccolti a notte fonda perché serbassero intatte tutte le proprietà.
Una domenica l’Antonio la incontrò sul lungolago e siccome era solo, poiché la moglie a casa si occupava dei bambini, le chiese di accompagnarlo in una passeggiata verso l’imbarcadero.
Quando il battello si staccò dalla riva, guardando da poppa lo strascico bianco e spumeggiante, Mela pensò alle distese innevate e alla tuta rossa che fasciava il corpo dell’Antonio e rivide il suo bel viso sorridente dietro lo steccato.
Lui le disse che la gente di città era come quella di paese, soltanto più lesta nel parlare e nell’andare. Le disse che traduceva con la scrittura la vita di quanti gli passavano accanto e che il mondo non gli era mai sembrato così vivo e palpitante come adesso.
Le disse anche che gli mancavano le canzoni degli alpini e che sarebbe venuto a prendere le foto al rifugio.
Ed era venuto infatti, un giorno, ma lei non c’era e le foto erano rimaste appese là.
Poi continuarono a vedersi in città sempre più raramente e sempre presso l’imbarcadero. Ma il battello non lo prendevano e rimanevano a inseguire dal parapetto l’orizzonte a volte chiaro, a volte brumoso del lago.
Di notte Mela vedeva la faccia dell’Antonio così vicina che quasi contava i pori dilatati e si svegliava di soprassalto col cuore che le batteva forte.
Sotto il castagno c’erano le scarpe dell’Antonio, sul davanzale della finestra, esposta a mezzogiorno, i suoi occhi chiari, socchiusi, di gatto.
L’Antonio era nell’acqua della sorgente, nella brocca sul tavolo, era in piedi accanto al camino e seduto vicino al fuoco. L’Antonio era nell’aria.
Mela gli parlava e immaginava i suoi gesti, interpretava i suoi silenzi.
Quando morì la mamma dell’Antonio, Mela andò nella casa di lui in paese per le condoglianze.
Era una sera di gennaio e le persone si stringevano nella stanzetta a onorare il farmacista e le sorelle che offrivano le sedie ai più anziani.
Mela aspettò in fila e, quando l’Antonio le venne incontro, nel porgergli la guancia, si accorse che il corpo di lui aderiva al suo sotto il cappotto.
Sentì le sue ginocchia appuntite premerle contro. Come in una supplica.
Una colata di emozioni troppo intense con quel lutto intorno.
Era rimasta immobile per il resto del tempo e senza dire le preghiere…

Andavano piano verso l’imbarcadero con i fanali addosso che abbagliavano.
Che follia essere lì in quella stagione che la gelateria era chiusa e il pontile sbarrato..
“Il lago è solitario adesso” disse lui. La voce era la stessa, solo un po’ più rauca.
“Porti il cappello?” gli chiese Mela.
“Sì, è per il freddo …e per l’età” e poi “E tu, porti lo strudel su al rifugio?”
“Sì, siamo in piena stagione adesso”.
Era irrigidita dagli anni passati..
“E’ da un po’ che non ci si vede” riprese lui, annodandosi la sciarpa. Le mani erano curate , come un tempo, le unghie squadrate.
Mela rabbrividì nel vuoto della sensazione .
“Senti il lago, com’è silenzioso…” l’Antonio si era girato verso la distesa lunga, di cui si perdevano lontano i confini nello scuro della sera.
“Che fantasmagoria…” sorrise , aprendo la bocca larga sulle luci che aguzzavano intorno.
“Devo andare…” disse Mela con la timida ritrosia di quando era ragazza e lui le si avvicinò un po’.
“La mia vita mi è piaciuta tutta per le persone che ho incontrato…” disse in uno slancio di spontaneità, puntandole gli occhi sul viso.
Mela trattenne il respiro .
“ Ci sono stati dei momenti in cui … e mi dispiace se tu, in tutti questi anni, ti sei sentita sola…”.
Come potesse parlarle in quel modo, lei non se lo spiegava.
“Sono sempre stata in compagnia dei miei pensieri e…dei ricordi” gli rispose.
“Se si è nella vita degli altri non si soffoca nella propria ...” sembrò che mormorasse.

Dietro i finestrini del pullman gocciolanti di pioggia c’era solo la faccia dell’Antonio che le sorrideva, mentre risaliva i tornanti della montagna. E poi c’erano le doghe di legno dell’impiantito, le brocche piene d’acqua, il vino, il fumo nell’aria e le canzoni …

Fu un giorno di gennaio che Piero le portò la notizia . E lei si sentì gelare dentro.
Allora capì i discorsi. E rivide i vestiti vuoti e il passo incerto dell’Antonio lungo il marciapiede sul lago.
Ma il sorriso era sempre lo stesso .Largo e maliardo.
E anche gli occhi. Chiari e socchiusi.
Da gatto.





*

L’accordatore

L’ACCORDATORE

La giornata di febbraio era ventosa, leggermente fredda.

Manrico si avviò di buonora compiendo il tragitto consueto. Calpestò l’asfalto grigio, con passo a tratti deciso a tratti incerto, stringendo ogni tanto il bavero del cappotto blu intorno al collo.

Giunto davanti al monumento, gettò un’occhiata allo specchio grigiazzurro del lago. Non c’era la bruma pesante e immobile dei giorni precedenti: l’aria era tersa, sferzante sul viso e sulle cose. Pungenti i raggi del sole nel post inverno.

Quando svoltò in via Lazzaretto, sentì la quiete ferma.

Pochi secondi e metri lo separavano ormai dal numero diciannove. Notò le persiane immobili e malinconiche dischiuse sulla facciata ampia della casa e la cima dell’abete piegarsi verso l’interno della corte.

La porticina era semiaperta.

“E’ permesso?” Gli si parò davanti Mimì, incredibilmente minuscolo come era sempre stato, con uno dei suoi soliti abiti fuori moda.

“Ah, sei tu Manrico- gli disse col tono familiare di sempre- ti aspettavo”. Manrico si piegò sulle ginocchia, chinò la testa e avvicinò le guance a quelle di Mimì- “Vieni, l’abbiamo sistemato qua a pianterreno”.

Mimì lo condusse in una saletta strettissima attigua allo stanzone dove erano i pianoforti. Manrico rabbrividì quando vide le mani nodose incrociate sopra il petto e il viso giallognolo schiacciato contro l’imbottitura viola della cassa.

“Sei stato il primo ad arrivare” gli disse Mimì sommesso.

“Già – rispose Manrico– io il primo ad arrivare e tu l’ultimo ad accompagnarlo… e l’unico a rimanergli sempre al fianco”.

“Beh, ho sempre lavorato con lui in questo negozio” disse l’ometto semplicemente.

Manrico appoggiò le mani sul bordo della cassa in radica di noce e ritornò indietro di molti anni.

 

Era una luminosa giornata di maggio. Di mercato e di confusione allegra lungo la via che portava al Duomo.

Il bimbo biondo, dietro le persiane verdi, guardava impaziente l’andirivieni della gente per la strada.

Finalmente comparve un carretto da rigattiere con esposto alla vista un pianoforte verticale in radica di noce, di marca tedesca. Mimì accompagnava Giovanni Mastrandrea.

Il pianoforte prese posto nel soggiorno davanti alle tende di mussola.. Mastrandrea mise sotto uno dei piedi mezza molletta da bucato perché il kreutzer rimanesse completamente fermo.

Poi si sedette davanti allo strumento e controllò la sonorità e le vibrazioni facendo scorrere le mani sulla tastiera.

Manrico rimase subito affascinato da quelle dita che volavano tra i tasti e l’atmosfera della casa si riempì di magia.

Fu in quel momento che la madre di Manrico fece ingresso nella sala e il ragazzo notò l’espressione di Giovanni Mastrandrea. Non l’avrebbe mai dimenticata.

Bianca dell’O era una donna bellissima. Schiva e solitaria, amante dell’atmosfera raccolta di casa e di pochi e intensi legami d’affetto, custodiva della famiglia le traversie passate.

Il marito, di origini tedesche come lei, le aveva anteposto l’ambizione di una carriera diplomatica.

Mastrandrea era scattato in piedi riverente. Lei gli si era avvicinata per porgergli la mano.

“Bisogna accordarlo una volta all’anno e tenerlo lontano dalle fonti di calore, perché i legnetti tendono a dilatare” aveva informato lui con getto melodioso.

“Va bene, ogni anno verrà qua per accordarlo” aveva risposto lei con la voce che sostava sulle –a.

La mamma di Manrico, Bianca dell’O, aveva voluto che fosse proprio l’accordatore ad impartire i primi rudimenti della musica al ragazzo.

“Il signor Giovanni conosce i pianoforti come un artigiano”.

Nonostante l’aspetto etereo, Bianca dell’O possedeva la concretezza della donna teutonica. Per il figlio desiderava che l’approccio alla musica fosse affettivo e pratico, temendo la freddezza di certi maestri che un tempo le avevano trasmesso il senso dell’inaccessibile.

 

Manrico, un giorno di febbraio quando tornò dalla scuola, trovò l’uomo inginocchiato accanto al pianoforte aperto. Con una chiave agiva sui pironi per tendere le corde. Il ragazzo osservò la tavola armonica in legno di abete che faceva risaltare le vibrazioni: Mastrandrea gli spiegò come si innescava il meccanismo che portava alla percussione della corda. “Senti?!!...questo è un do diesis… ”.

Manrico lo guardava serio e giudizioso.

Una domenica pomeriggio Mastrandrea condusse Manrico all’imbarcadero e gli disse che aveva imparato a conoscere la musica sull’acqua. A bordo delle navi aveva visto i pianisti e le ballerine.

Allora, davanti agli occhi attoniti del ragazzo si erano materializzate figure femminili che descrivevano ripetuti rondeau nella gaia atmosfera del lago.

Quello stesso giorno Manrico andò in via Lazzaretto, numero diciannove, e vide i pianoforti .Molti erano di marca tedesca, altri americani o giapponesi.

Mastrandrea li presentava al piccolo allievo come se fossero stati degli amici. Certi risalivano all’Ottocento. I tasti d’ avorio erano ingialliti, ma sembrava che tutti chiedessero di essere toccati, provati.

Bianca dell’ O disse al figlio che nella voce di Mastrandrea c’era la musicalità dell’ uomo del Sud e che la moglie di Mastrandrea era morta il giorno delle nozze, come Euridice…

Un vento impetuoso aveva fatto cadere un angolo di cornicione da un vecchio palazzo e il vestito bianco della bella sposa si era riempito di terra e di sangue. Il vento aveva scarmigliato le vesti e i capelli, sconquassato le porte e le finestre, straziato di dolore il viso dell’uomo.

Che aveva frapposto tra sé e la sua terra mille chilometri di ricercato oblio.

Manrico nell’età dell’adolescenza si era iscritto al Conservatorio e aveva studiato con testarda caparbietà.

Tutti gli anni, in un giorno di febbraio, l’accordatore si inginocchiava accanto al pianoforte, come ai piedi di una madonna azzurra, e faceva girare i pironi con la chiave per allentare o tirare le corde. Era un rituale che si svolgeva con benefico sentimento di parentela tra l’uomo del sud e la donna del nord.

Entrambi custodi di un dolore grande.

 

In seguito, Manrico scoprì che ogni giorno la madre ascoltava la Sonata in F minor numero 5 per violino e piano di J.S. Bach, nei movimenti del largo e dell’adagio.. Pensò che fosse stato Mastrandrea a farle conoscere quel brano ma, quando glielo chiese, lei non gli rispose.

La Sonata sembrava descrivere la lontananza e l’abbandono.

Quando Bianca dell’O morì, Manrico volle che, dal presbiterio, le note di Bach si levassero verso le alte volte del Duomo in tutta la loro nostalgica levità .

 

Manrico accarezzava la radica di noce e un rantolo gli squassava il petto. Mimì lo scosse e gli chiese di recitare insieme il Requiem.

Mentre pregavano incominciarono ad arrivare i visitatori. Ognuno sostava davanti al feretro per rendere omaggio al defunto e poi si accomiatava mormorando parole d’affetto.

“E il negozio?” chiese infine Manrico.

”E’ già chiuso da un po’. I pianoforti sono tutti venduti” gli rispose Mimì. Si congedarono.

Quando ripercorse il lungolago Manrico pensò ai brani che avrebbe eseguito l’indomani in Duomo.

Poi, girò lo sguardo verso lo specchio grigiazzurro: vide le ballerine sui cerchi concentrici descrivere i rondeau nel largo d’acqua.

E una fila di luci, sulla sponda opposta del lago.