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Raccolta di testi in prosa di Franca Colozzo
[ LaRecherche.it ]

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Giornata della memoria »
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Fatoş



Fatoş


Nel buio androne dello stabile, ai piedi della piazzetta prospiciente la moschea di Cihangir, Fatoş arrancava sotto il peso delle borse della spesa. Cinque figli l’attendevano nelle due umili stanzette del piano sopraelevato. Il marito, tassista, sarebbe rientrato verso mezzanotte dopo aver guidato per tutto il giorno nel traffico convulso di Istanbul.
La donna si arrabattava come meglio poteva, andando a servizio presso le famiglie straniere, numerose nel noto quartiere di Istanbul per la presenza di scuole e ambasciate. Slanciata e dai fini lineamenti incorniciati da un foulard, indossava una gonna di cotone dai minuti motivi floreali, secondo l’usanza delle donne anatoliche.
Le venne incontro il figlio di undici anni, mentre la figlia di sei l’accolse con urla festose. Fatoş si tolse il foulard e le scarpe e si affrettò verso la cucina per preparare la cena. Mise sul fuoco le pentole per riscaldare la çorba (minestra) e apparecchiò la tavola, posando il pane, ancora fragrante, nel cestino vicino alla zuppiera fumante.
«Presto, cocuklar (ragazzi), venite a mangiare! », così dicendo, prese tra le braccia la più piccola facendola sedere su un alto scanno. Quando tutti si furono accomodati, cominciò a versare la çorba nei loro piatti servendosi di un mestolo.
« Baba, nerede (dov’è papà)?» chiese la figlia più grande.
«Stasera lavora fino a notte fonda e torna tardi…»
«Sempre çorba, anne (mamma)! C’è dell’altro?» brontolò Can, il ragazzo più grande.
Fatoş racimolò una manciata di farina e iniziò a impastarla con un po’ d’acqua e un pizzico di sale. Stese la morbida pasta, così ottenuta, sul tavolo per farne dei gözleme, ripieni di formaggio e spinaci, che i famelici ragazzi si precipitarono a gustare.
«Lasciatene due a papà!» intimò loro.
«Mamma, dove hai lavorato oggi?» le chiese la figlia più grande.
«A casa di quell’insegnante del Liceo Italiano. Te la ricordi? Ti ho portato con me la prima volta che mi sono recata a casa sua…»
Fatoş, dall’aspetto curato e dignitoso, era ben voluta dalle signore residenti a Cihangir, in genere a seguito dei mariti che lavoravano presso le ditte straniere o i consolati di Istanbul.
Il suo operare, corretto e infaticabile, era molto apprezzato dalle signore del quartiere. Il giorno successivo si sarebbe dovuta recare a casa di una di loro. Mandati a letto i figli, finalmente si sedette sulla sedia accanto alla finestra aspettando l’arrivo di Mehmet.
L’ultima voce, che si stava già dissolvendo dietro l’angolo della strada, fu quella del venditore di Boza, una popolare bevanda di frumento fermentato con scarso tasso alcolico e di consistenza pastosa e dolciastra, che veniva venduta nottetempo. All’improvviso udì sulle scale i passi stanchi di Mehmet e gli andò incontro con aria assonnata.
«Cosa hai fatto oggi, tembel (pigra)?» l’apostrofò l’uomo con la sua consueta aria arrogante. Mehmet era sempre sgarbato e violento verso la povera moglie e spesso la malmenava.
«Sono stata a servizio da una signora italiana, che abita a Cihangir…» rispose Fatoş con un filo di voce.
«Non ti azzardare a farti vedere dai miei colleghi vicino alla stazione dei taxi di Cihangir! E’ disdicevole girare da sola per una donna musulmana, per di più sposata e con figli! Passerei per un poco di buono, un cornuto… Hai capito? »
«Sì, sì, farò come tu dici!» esclamò Fatoş, preoccupata, offrendogli il residuo pasto serale.
«Solo un’insipida çorba?» reclamò Mehmet con una zaffata pregna di alcol, reduce com’era da qualche osteria.
«No, no… c’è dell’altro.» ansimò Fatoş. Così dicendo, scoperchiò una padella e mostrò dei gözleme. L’uomo, rabbonitosi, le ordinò di riscaldarli subito sull’apposita piastra. Mentre i gözleme si rigonfiavano indorandosi, si domandò in quale locanda l’uomo avesse speso tutto il guadagno della giornata, bevendo rakı (liquore turco) e giocando a carte.
Gli avrebbe chiesto dei soldi per metterlo alla prova… La spesa del giorno seguente non poteva attendere! Dopo avergli somministrato il cibo, si accasciò come uno straccio sullo scranno vicino al tavolo osservandolo mentre ingurgitava grossi bocconi di cibo.
«Ho aspettato per chiederti un po’ di soldi…»
«Quali soldi? Ho guadagnato poco oggi e quel po’ me lo sono tenuto per me… Non mi irritare, sono stanco e vado subito a dormire!»
Fatoş, tremante di rabbia, si contenne per evitare le percosse. All’indomani avrebbe chiesto alla signora italiana un anticipo sul proprio lavoro. Si alzò faticosamente dalla sedia e iniziò a lavare le stoviglie sporche.
Dall’attigua camera da letto, già giungeva la monotona sinfonia dell’acuto russare del marito. Un giaciglio, poggiante su un piano di legno, occupava quasi l’intera stanza.
Con le lacrime agli occhi, si spogliò, facendo scivolare lungo le gambe, magre e slanciate, la gonna sdrucita di colore blu a piccoli fiori bianchi che le arrivava alle caviglie. L’adagiò distrattamente su una sedia della cucina, insieme al foulard e alla camicia, prima di andarsi a coricare.
Si rannicchiò in un angusto angolo del giaciglio per non svegliare il marito. Un altro giorno volgeva alla fine…
All’alba il canto del muezzin si levò alto nel cielo terso, srotolando la sua nenia sulle barche assopite lungo le rive del Bosforo. Fatoş s’incamminò verso la casa della signora italiana, ubicata nei pressi della stazione dei taxi di Cihangir. Distrattamente suonò il campanello del portone, irritata dal riso e dallo scherno di alcuni uomini.
Si volse per un attimo infinito… Mehmet, impassibile, era lì presso con una pistola in pugno.
Il rumore dello sparo coprì i commenti volgari dei tassisti. La donna si accasciò riversa sul marciapiede, grondante sangue dalla gamba destra. L’arrivo dell’ambulanza fu preannunciato dal suono sinistro delle sirene spiegate.
Fatoş rivolse un pensiero accorato ai figli prima di perdere conoscenza…





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Diaspora italiana »
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Kara - La sposa del Bosforo

Sinossi “Kara - La Sposa del Bosforo”

Il settennio trascorso in Turchia, in qualità di docente distaccata dal M.A.E. presso gli I.M.I. di Istanbul, ha lasciato in me un segno indelebile per l'inusuale viaggio cui mi sono accinta in età matura. Da una riflessione postuma sulla mia esperienza, rielaborata alla luce di avvenimenti successivi, nasce la storia di Meltem, il cui pseudonimo è KARA, donna piena di contraddizioni.
Quest’ultima, estrosa artista italiana, intende esibirsi in una performance, a scopi umanitari e pacifisti, che la vedrà intraprendere un viaggio in Turchia con indosso un abito da sposa. La sua esibizione ha inizio a Istanbul dove si incontra con l’amica turca, Deniz, con la quale ha preventivamente pianificato la sua missione artistica.
Il progetto - da loro tanto vagheggiato, ma incompreso da parte di alcuni ambienti politici oltranzisti - subisce una serie di imprevisti che le costringeranno ad interromperlo. Sono perseguitate, infatti, da continui pedinamenti di spie, con risvolti inquietanti, su cui aleggiano i sospetti della polizia turca, intrighi di palazzo e omicidi di stampo politico, in cui rischiano di essere coinvolte. Sullo sfondo della narrazione campeggia un fantomatico ministro-ingegnere, il quale le prende sotto la sua ala protettrice. E’ il sommo artefice, che architetta la trama nascosta, da cui risulterà, poi, lui stesso irretito, vittima di un agguato mortale da parte di fazioni avversarie.

Le vicende politiche, dalla Primavera araba ai venti di guerra civile che sconvolgono la Siria, si frappongono sul loro cammino a causa di un’escalation terroristica interna (Curdi, Lupi Grigi, spie russe, ecc.), cui si aggiunge il pericolo di infiltrazioni di matrice islamica che serpeggia lungo i confini sud-est e nord-est della Turchia (Siria, Iraq, Iran). Come per effetto di una moviola, i cortometraggi si svolgono sotto gli occhi delle due principali protagoniste, le quali, pur non riuscendo all’inizio a intuire chi sia il regista degli eventi di cui sono vittime, seguono con apprensione l’evolversi degli avvenimenti che le travolgono. Delitti passionali e politici, nell’atmosfera rarefatta e magica della vecchia Istanbul, si sovrappongono al fascino incantatore di alcuni scorci, descritti con lirica lucidità.
Su questo scenario campeggiano le figure di diverse donne: da Meltem, artista sognatrice e romantica, a Deniz, insofferente del maschilismo turco; da Fatoş, vittima del marito-padrone, a Vera, docente distaccata all’estero con due figlie a seguito, la quale, pur tra mille difficoltà e diffidenze, comprende l’importanza di immergersi nella cultura locale e di imparare i primi rudimenti della lingua turca.
Altre donne ancora compaiono sulla scena, con le loro differenze caratteriali e la pervicacia di inserirsi in un contesto multietnico e multiculturale, cui intende adattarsi Meltem prima di accingersi al viaggio vero e proprio, imponendosi di imparare l’astrusa lingua turca per poter far fronte a eventuali avversità future. Il viaggio, in fondo, rappresenta anche il pretesto per una più consapevole presa di coscienza da parte delle donne - in particolare di quelle musulmane - delle proprie condizioni materiali e culturali in un mondo, in cui sono solo a voce propagandate le “pari opportunità” tra i due sessi.
Meltem (Kara), artista sospesa tra realtà e sogno, incarna, insieme alla sua amica Deniz, il desiderio di riscatto liberatorio delle donne. Non a caso, Istanbul, con la sua aria da vecchia signora in bilico tra Oriente e Occidente, riproduce la cornice adatta alle vicende narrate; mentre il viaggio al monte Nemrut Daǧi raffigura la ricerca delle proprie comuni arcane radici nella fissità eterna delle sue colossali statue di pietra. L’incanto e il disincanto, legati insieme in una spirale di contemplazione e azione, si alternano in un continuum che, da un’ascensionale leggerezza iniziale quasi fantastica, si avvita attorno ad un coacervo di situazioni sempre più realisticamente tragiche ed attuali.
Costrette entrambe, onde evitare rappresaglie maggiori, ad abbandonare la Turchia senza aver portato a termine la loro missione artistica, avvertono, nonostante tutto, la necessità di lasciare aperto uno spiraglio di speranza nel saluto rivolto a Istanbul prima di partire, che si trasforma in un accorato arrivederci: “Istanbul, Görüȿmek üzere”.

L’intenzione di proseguire la performance è più forte dell’incendio che divampa a Taksim e del colpo di stato perpetrato da un gruppo di famigerati Lupi Grigi, proprio mentre la confinante Siria è dilaniata da una guerra fratricida, con possibili infiltrazioni integraliste da parte di Al Qaeda, dell’ISIS e di frange salafite.
La Primavera Araba - che appariva foriera di cambiamenti democratici, soprattutto per quelle donne sottomesse alle prevaricazioni maschili e succube del loro retaggio storico - si è rivelata, invece, un fuoco fatuo, un’illusione di breve durata. L’unico frutto da essa partorito sembra essere un integralismo più stringente e più lontano dall’universo femminile.
Riusciranno, in seguito, le nostre due protagoniste a trasmettere il loro messaggio di pace e di speranza in un mondo migliore, proprio quando il Mediterraneo è in fiamme e la forbice tra mondo occidentale e islamico, tra democrazia e dittatura, sembra ingigantirsi ancora di più?