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Raccolta di testi in prosa di Carmen De Stasio
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La tortorella e l’incanto

La Tortorella e l’incanto

 

Carmen De Stasio

 

Mi guarda.

Osa puntarmi lo sguardo a spillo, immobile dal suo grembo ingrigito dalla natura. Occhio fisso che di beltà non gode. Strana creatura di disordine convulsa. Aspetto formidabile di una natura che sembra gemere se stessa per un piumaggio di disturbo. Tale é il piccione delle città contemporanee. Orridi sguardi sferzano l’aria; sovente indugiano a piroettare sull’asfalto come panciuti pensionati in attesa che il tempo scorra.

Una nuova tazzina di caffè semi tiepido, quel tanto per distogliere l’attenzione dalla cura con cui sto imbastendo i miei pensieri sulle poesie alle quali dedicherò il mio tempo.

Invasa dal silenzio inorgoglito dagli uccellini fantasma che inondano con il loro canto una città che appare vivere solo con le sue terrazze vestite a festa per la luminosità del sole pomeridiano, mi sollevo un attimo. Il tempo di mandar giù la tremula bevanda. Volgo lo sguardo verso la mini serra naturale, nella quale le piante grasse più belle fanno mostra di sé nel lucore del verde smeraldo al sole. Là, scelta la dimora in un vaso di comodo coccio abbandonato da una domestica troppo sollecitata a sbrigar d’altro, una silhouette mi accoglie con occhio puntuto.

Perché vieni? Le tue bricioline lasciale pure ad altri commensali. Oggi in albergo non si pranza. E probabilmente non sarà servita cena perché di cena posso far a meno.

Questo sembra insolentirmi lo sguardo altero. Rigida, il ciuffo caudale poggiato al ventre della parete acquista la rotondità e la leggiadria di una ruota di pavone maschio alla vista della femmina.

Qui a esser femmine siamo due. Io e la Tortorella. La picciona? Oh, it’s so unpleasant, s’il vous plait! Piccione femmina. Mamma. Eroina. Protettrice delle sue creature di bianco vestite. Candide rotondità che un giorno verranno a passeggiare sul davanzale, fingendosi mascherine e sentinelle marcianti avantendrè.

Sguardo fisso. Adesso sono solo tenere parvenze di ciò che potranno essere. E i loro stridenti suoni saranno vagiti per la mammina.

 Immobile. Mi degna – eccome! – di uno sguardo. Anzi della sua fissità.

Una docile brezza mi avvisa che forse non avrò bisogno di ventilatore.

Non sopporto i climatizzatori. Sono innaturali. Mi piace vivere l’atmosfera alla Greene o alla Miller. Il sudore sa di vita e la penombra sa di pensieri accesi.

Pigio e pigio ancora sui tasti del computer.

Dove sarà il pensiero della mia Tortorella? Chiamarla Tortorella consolida il senso di una bellezza e di un occaso degni della brillante poesia armoniosa. Ahimè, viviamo fuori dalle mura dell’armonia e forse non ci desterebbe interesse solcare ogni volta lo stesso identico sogno di un andare e oscillare e pensare che l’identicità sia perfezione. La nostra non simil vita ci permette di corrispondere con altre coincidenze. Anche quelle di una Tortorella richiamata all’auberge de la lumière da poche sparse bricioline abbandonate con passo segreto nelle oscurità della sera, non vista al cieco angolo nel quale l’altrui vista si lascia proteggere dalle ombre.

Quelle bricioline furono un tempo richiamo. E mai – dico mai – quel pavimento di grigio ghiaccio anonimo é stato puntinato da rimembranze organiche. Certamente no, é la consolidata stanza del déjeuner.

Non già invitata da un triste richiamo, ogni volta ho pressato perché quelle bricioline fossero leccornie per solitari e ammirevoli piccioni panciuti. Signori o damigelle. Singoli rampanti o tortorelle in carriera e single per scelta. Gentlemen or ladies. Scioperati e femminucce nullafacenti. La loro sessualità fuor dal rigore.

Adesso sì. Realizzo che tra loro una donna ci fosse. Senza voce. Sottile – anzi – l’occhio. Interrogativa nella postura. Elegante e solitaria.

Eroina.

Complice io.

Complice e amica lei, che mi guarda senza dimenar un sol passo.

Quanto diverso appare lo spazio in un tempo diverso: ieri pomeriggio ciascun volo salutava i miei passi e i miei passi salutavano un volo. Mi accostavo e mi ritraevo furtiva. Timore avito per un volo di pipistrello. Nulla di cosa: solo un lontano spavento per un volo radente nella grotta Zinzulusa a Castro.

Quel grigio fumo volante non mi colpisce, né mi spaventa. Come potrei? Il mio terrazzo è uno zoo che io stessa nutro: coccinelle, formichine, gechi che lontano tengono le zanzare con i complici gerani. Senza parlare della pianta fustigatrice. Attila peggiore dell’originale. Là dove spunta, nulla cresce più. Non era vero per Attila – la storia finalmente ne ha riconosciuto il merito. Non é vero – m’impunto – non è vero! – per la mia bella pianta che si è duplicata, triplicata, quintuplicata – ho tralasciato il quadruplicato per non perder tempo – sestuplicata, ipermetaennepotenzamoltiplicata, inondando di luce fredda verde metallico lo spazio gigantesco di una sconfinata veranda, adagiata in lungo prospettico quasi quanto un boulevard. Anche se non è Paris.

Pianta infestante. Rampicante, semigrassa e sempreverde. Come si chiama? Non lo so. É la NN del mio giardino pensile. Un luogo in cui le piante sono ordinate in fila, l’una accanto all’altra. Passo in rassegna ogni giorno, scrutando la crescita o l’eventuale scambio reciproco di collocazione. Strano abbigliamento tra lo scialle grezzo della strega di Hansel e Gretel e la divisa di un compassato Generale di Brigata.

Foglie acuminate e denticolate, con la straordinarietà che a ciascun dentino laterale – simile a una collana di perle o a biglie di giada o smeraldo – corrisponda una minuscola rosellina che é fiore e seme e che non permette di sognare un sogno. Una volta caduto o inserito nel terreno, in capo a un giorno e mezzo o due permette la nascita di una gioiosa fogliolina. Presto quella fogliolina – sguardo tenero e innocente – diventerà un’adulta foglia grande, sempre più graaaaande. Incrocerà lo sguardo con un’altra e a un’altra tenderà l’abbraccio e a un’altra ancora, fin quando riempirà il vaso che vorrà soddisfare la grandeur di bellezza smeralda da imprimere del suo lucore lo spazio circostante.

Se questo é infestare, che tutto il mondo sia avvolto nell’intrico e che una sola rosellina sia bacchetta magica per i sogni.

Non é così e la mente – spinta a incontrare fantasia e pragmatismo – impone condizioni: i sogni non sono tutti uguali. Se si sognasse di far sparire un territorio, gli abitanti non ne sarebbero felici. Né il desiderio di un’eterna estate renderebbe tutti complici servili. Tutti i pupazzi di neve e gli orsi bianchi piangerebbero e mesti vorrebbero che fosse sempre inverno, ma l’inverno così perderebbe l’incontro salutare con l’autunno e la fulgida primavera.

La natura prende il suo spazio. Io glielo concedo ‒ fedele a un particolare cantico delle creature. Tutte amiche, tutti brillanti e allegri fiori di un grande giardino, dove c’è spazio anche per una mamma piumata che ha fiducia che in quest’angolo di vita ci sarà posto per sempre anche per lei.