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Raccolta di testi in prosa di Gaetano Lo Castro
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Il ponte dell’arcobaleno

"Poscia passò di là dal co del ponte."

Inferno (XXI, 64)

 

Una volta c'era un certo Giufà.*

Giunse al porticciolo della baia e guardò le onde ricce e more del mare arrabbiato. Il bambino abbracciò il suo fagottino, che conteneva tutto ciò che possedeva. Egli si sentiva spiato dal buio della sera. Era il suo cuore o il mare a far maggior rumore? Giufà guardò le ombre ciclopiche dietro di sé, da cui potevano sbucar fuori i suoi inseguitori. Invocò con la mente il nome del nonno e gli venne un nodo in gola. Al mondo aveva solo lui.

Il nonno anni addietro lo aveva portato all'orfanotrofio. Aveva giurato a Giufà che un giorno sarebbe tornato a prenderlo, per non lasciarlo mai più. Lo aveva stretto al petto, dicendo che passava lo stretto. Lui lì dentro si trovava male. Non era malmenato, ma nemmeno amato. A Giufà non piaceva giocare con i compagni. Era un bambino timido e solitario, sempre con la mente nelle nuvole. Era molto intelligente, ma gli altri lo credevano cretino, e lo prendevano in giro. Giufà soffriva, ma faceva finta di niente. Aveva un gioco magico e divertente. Per la gente non avevano un vero valore le parole. Esse erano per tutti gusci d'uova, vuoti e inutili. Invece per lui le parole erano perle, belle e preziose. Erano delle cose armoniose con cui giocare. Ogni singola perlina possedeva un suo suono e un proprio colore. Erano palline da incollare in collane colorate e scampanellanti. Così s'isolava e si divertiva a fare e disfare file di sfere di melodiosi e minuscoli arcobaleni. Intanto se ne andavano gli anni, e il nonno non tornava. Finché non ce l'aveva fatta più Giufà, ed era fuggito dall'orfanotrofio per andar a cercarlo.

Il bambino si avvicinò a una barca ormeggiata, sulla quale armeggiava un giovane in jeans e maglietta bianchi, al chiarore di una lampara.

"Per piacere, mi potresti portare dall'altra parte dello stretto?" gli disse Giufà.

"Tu non hai paura di Scilla e Cariddi?" disse fissandolo Angelo, il traghettatore.

I due nomi spaventosi fecero aumentare il rumoreggiare del suo cuore. Però voleva rintracciare a ogni costo il nonno. Il bambino prese dal proprio involto il solo soldino che possedeva e glielo porse.

"Portami al di là."

"Per pagare si deve prima riuscire a traghettare. E con quei due non si sa mai. Ma speriamo che stasera stiano quieti e non diano guai."

Angelo aiutò Giufà a salire sulla sua barca, slegò gli ormeggi e salparono. Il mare era furioso fuori della baia. La barca bucava il buio con la lampara. Il traghettatore affrontava le onde remando con abilità.

D'improvviso apparve loro davanti un violento vortice: Cariddi. Catturata dalla sua forza, la barca cominciò a caderci dentro. Il piccolo tentava di tenersi aggrappato alla sponda. Il suo fagottino finì fuori bordo e fu ingoiato dall'ingordo gorgo, gola gigantesca che cercava d'inghiottire pure loro. Angelo lottò contro Cariddi con tutte le sue energie. Finché riuscì a sfuggirgli. Lui e Giufà seguitarono ad attraversare lo stretto tempestoso e tenebroso.

Arrivarono vicino all'altra costa. D'un tratto qualcosa afferrò il piccolo al collo. Giufà gridò. Il giovane colpì col remo il tentacolo che tentava di tirarlo in mare, liberandolo. Ne spuntarono altri, ed emerse un mostro. Un'enorme piovra con tanti tentacoli: Scilla. Quella bestia abbrancò la barca come una conchiglia. Angelo diventò come un demonio. Sferrò con furia colpi di remo a destra e a manca. A lungo lottò contro la piovra. Poi riuscì a sciogliere tutti i tentacoli di Scilla, e lasciarla alle spalle.

Infine furono in porto. Era ormai l'alba. La traversata era durata tutta la notte. Il piccolo passeggero scese a terra. Si girò per ringraziare il traghettatore. Ma Angelo e la sua barca erano spariti.

Si guardò intorno. Vide lì vicino un cimitero. C'erano le vittime della piovra non divorate. Su una tomba vide luccicare qualcosa. Si avvicinò. Appesa alla croce c'era una collana con mezza medaglia. Somigliava a quella che egli portava al collo. Con le mani tremanti la prese e si tolse la sua. Le due metà formavano una medaglia con uno stemma: una testa di Gorgone contornata da tre gambe. Il bambino abbracciò la tomba del nonno e si mise a piangere.

Si mise a piovere. Poi pioggia e lacrime smisero e uscì il sole. Subito sullo stretto si formò un bellissimo arcobaleno. Un arco colorato che collegava le due coste come un ponte sospeso sul mare. Giufà guardò l'arcobaleno e un'idea balenò nella sua mente. Tornò nel porto, prese da una barca una corda e legò l'arcobaleno alla banchina. Salì sull'arco di luce iridata e lo attraversò di corsa passando su Scilla e Cariddi. In pochi minuti fu di nuovo sulla sua isola, nel porticciolo della baia. Saltò giù e ormeggiò l'arcobaleno anche di qua. Lo contemplò molto contento. Adesso il ponte era permanente. Ora c'era nella bella isola del sole il ponte più lungo del mondo. Il bel ponte dell'arcobaleno.

Di colpo si sentì stanco da morire. Salì su una barca, si distese e chiuse gli occhi. Fu come addormentarsi e dopo un po' svegliarsi. Sentì che la barca si muoveva. Aprì le palpebre e vide un uomo che remava: il nonno! Non anziano e malinconico come se lo ricordava, ma giovane e giocondo. Con gioia Giufà si alzò e lo abbracciò.

"Sono tornato a prenderti e tenerti per sempre con me, come avevo promesso."

"Nonno, ma ti sei messo pure tu a fare il traghettatore? Dove mi porti?"

Il nonno ridendo riprese a remare con levità nell'aria, navigando veloce nel cielo, traghettando il proprio nipotino nel porto del paradiso.

Nella patria eterna.

 

* Giufà è un personaggio letterario millenario della cultura popolare siciliana.

 

*

Il pupo

"...sono come marionette,

e il loro filo è la passione."

 

(Rosso di San Secondo - Marionette, che passione!)

 

 

Una volta c'era, in un teatrino di marionette, un magnifico pupo.

Era un pupo di legno, rivestito da un'armatura di latta scura con scudo e spada, col capo coperto da un elmo con un lungo cimiero. Era un paladino forte e fiero.

Egli faceva parte d'uno dei non tanti rimanenti teatrini di marionette siciliane. Lui e gli altri pupi della compagnia venivano fatti esibire spesso in spettacoli per piccoli e grandi nelle piazze, nelle scuole, nei teatri. Il proprietario del teatrino era un puparo che praticava la propria professione con molta passione. Da parecchie generazioni la sua famiglia si tramandava di padre in figlio l'arte di fare marionette, di manovrarle per mezzo dei fili, di farle parlare tramite la voce umana. Il puparo amava ciascuna sua marionetta, e ne aveva cura come di una creatura.

Ma questo pupo purtroppo era molto infelice. Forse era un pupo particolare. Forse aveva qualcosa di anormale. Perché ciò che causava la sua sofferenza, ciò che angustiava la sua esistenza, era qualcosa che ha da sempre fatto parte della natura d'una marionetta: i fili. Quei fili sottili che gli facevano muovere le braccia, le gambe, la testa; quei fili tiranni che dirigevano i suoi gesti e le sue azioni; quei fili insopportabili che impedivano la sua indipendenza. E poi pure quella voce non sua, che parlava per lui, e che esprimeva pensieri non suoi. Era troppo.

Guardava i suoi simili con invidia, perché vedeva che invece per loro non costituiva un tormento tutto questo. I fili erano per loro legami normali ai quali non si fa caso, come per i cavalli le briglie, come per i cani i guinzagli. Egli perciò pensava d'avere qualcosa che non andava, e si domandava se era un povero pupo pazzo, si chiedeva se era una misera marionetta matta. Ma era come gli altri all'apparenza, perché se la teneva dentro questa sofferenza, e così nessuno ne veniva a conoscenza.

Aveva a volte voglia di togliersi d'addosso gli odiosi fili, e quindi fuggire. Non sarebbe stato tanto difficile defilarsi senza farsi scoprire. Però c'era una cosa sola che glielo impediva. Lui aveva anche un altro filo, che lo tratteneva al teatrino. Era un filo invisibile e impalpabile, che legava il suo cuore a un'altra marionetta. Amava la bella ancella, una marionetta mulatta. Si era innamorato del suo bel volto color cioccolato, coi capelli crespi e neri, cogli occhi di giaietto. Lei di questo suo sentimento ardente non ne sapeva niente. Lui nella tenzone di guerra era temerario, ma nella tenzone d'amore era timido. Il suo corpo era di legno duro, ma il suo cuore era tenero.

Una sera, dopo uno spettacolo molto applaudito, i pupi erano stati riposti dal puparo nel magazzino. La giornata era stata intensa ed essendo affaticati si erano in breve addormentati, immergendosi ognuno nei propri sogni. Dai vetri della finestra la luce lunare illuminava in minima parte l'ambiente semibuio e ingombro di pupi appesi alle pareti, di attrezzi, costumi, scenografie varie.

Lui non dormiva, ma osservava assorto la luna, lontana e leggera. D'un tratto nel silenzio sentì qualcosa, e gli parve di vedere delle ombre muoversi. Quindi udì un bisbiglio giungere da un angolo del magazzino. Si sganciò dalla parete e si lasciò cadere senza far rumore sopra un sipario ripiegato. Si avvicinò e intravvide due marionette intente a confabulare. Una era il mercante d'oriente, l'altra l'ancella mulatta. Il suo cuore subito sussultò.

"Hai fatto bene a parlare e aprirmi il tuo animo." mormorò il mercante.

"Il mio cuore è pieno d'amore. Non potevo più tenermelo dentro." sospirò l'ancella.

"Farò tutto quello che posso affinché tu sia felice." le promise il mercante.

"Oh, io ero sicura che non mi avresti delusa." gli sussurrò l'ancella.

Lui sentì dentro il petto come se si spezzasse qualcosa. Una rottura molto dolorosa. Si avvicinò alla finestra. Cercò di strapparsi i fili di dosso, ma non ci riuscì. Per liberarsene dovette togliersi la spada, lo scudo, l'elmo, e spogliarsi di tutta l'armatura. Si sentì un pupo nudo. Ma meglio nudo e libero, che vestito e legato. Accatastò alcune casse, ci salì sopra, aprì la finestra e saltò fuori.

 

In cerca di cibo nei cassonetti un cane fiutava i rifiuti. D'improvviso s'immobilizzò, drizzò le orecchie e scrutò l'oscurità. Avanzò sul marciapiede la marionetta, osservata con ostilità. Si fermò nel chiarore d'un lampione e fissò il cane con curiosità. Un ringhio intimò allo strano intruso di tenersi alla larga da là.

"Guarda che io non intendo invadere il tuo territorio." lo rassicurò il pupo.

"E allora cosa cerchi?" chiese il cane.

"Ti sei liberato del guinzaglio e sei scappato dal padrone?" domandò lui con ammirazione.

"Se vuoi davvero saperlo, io non l'ho mai avuto un padrone." rispose il cane. "E se l'avessi non sarei certo così scemo da scappare."

"Ma dunque non conta niente per te la libertà?" esclamò la marionetta.

"Libertà per me significa fame e solitudine." disse il cane con afflizione.

Il pupo lo fissò per un po', poi continuò il suo cammino. Il cane randagio seguì collo sguardo la marionetta senza fili, finché sparì di nuovo nella notte.

 

Nella sabbia della spiaggia lasciava lievi impronte. Sedette sul bordo d'una barca capovolta. Alta e luminosa la luna era sospesa sulla nera distesa marina. La marionetta rimase a meditare, mirando l'immenso mare.

D'un tratto fu distratto da un rumore che s'avvicinava, sinché scorse un'imbarcazione. Un vecchio barcone a motore senza illuminazione. Arrivò a riva e riversò sulla battigia uomini, donne e bambini. Erano sporchi e spossati. Si guardarono intorno spaesati.

Un ragazzino si accorse del pupo e se lo prese. Sul suo triste viso sorse un sorriso. Il pupo lesse negli occhi adesso raggianti del ragazzino l'aspirazione a una vita migliore di quella dalla quale la sua famiglia era fuggita. Ci lesse il desiderio di libertà dalla povertà.

All'improvviso la gelida luce di alcune torce elettriche spazzò la spiaggia buia. Subito tutti cominciarono a correre come pecore sbandate. Al ragazzino clandestino cadde di mano la marionetta. Egli fece per fermarsi a raccoglierla, ma la madre lo trascinò via.

"Alt, polizia!"

Parecchi agenti bloccarono gli immigrati. I più piccoli piansero spaventati. I poliziotti portarono tutti via. In riva al mare ritornò il silenzio.

Il pupo si rimise seduto sulla barca. Provava una profonda tristezza. Si chiese se in questo mondo esistesse qualcuno che fosse davvero libero. Forse nessun essere possedeva la vera libertà. Marionette, animali e uomini avevano ognuno i propri fili, visibili e invisibili. Gli uomini erano quelli che ne avevano di più: fili elettrici, fili telefonici, fili televisivi, e anche tanti altri invisibili. Guardò il cielo pieno di belle stelle. Ma poi certo lassù...

Si sollevò e cominciò a camminare sulla riva del mare. Nel petto sentiva una tensione. Si accorse che il filo che legava il suo cuore all'ancella non s'era spezzato come credeva. Anzi, più lui s'allontanava da lei, più il filo l'attirava a lei. Era un filo elastico. Più fra loro cresceva la distanza, più lui sentiva la sua mancanza.

Si arrestò. Ma dove stava andando? Si guardò intorno: buio e silenzio. Sentì tanto pesanti la sua solitudine, la sua nudità, la sua mancanza d'identità. Si sentì mancare la terra sotto i piedi. Stava per precipitare in un baratro mortale, ma lo trattenne un filo provvidenziale, che gli impedì di caderci dentro. Quel filo legato al suo cuore fu per lui come una corda d'alpinista, una corda di sicurezza. Quel filo era la salvezza. Quel filo era la vita.

Si voltò e tornò indietro.

 

L'oscurità della notte andava già dissolvendosi nel chiarore dell'alba. Arrampicandosi agile al tubo pluviale il pupo arrivò nella finestra, entrò dentro, scese dalla catasta di casse e fu nuovamente nel magazzino. Le marionette erano ancora addormentate. Lui indossò rapido la sua armatura, l'elmo, lo scudo, la spada. Era di nuovo a casa.

"Paladino, si può sapere dove ti eri cacciato? T'ho cercato invano dappertutto."

Il pupo sussultò. Si girò. Era il mercante d'oriente.

"Senti, ti devo parlare di un affare molto importante." riprese il mercante.

"Ti ringrazio, ma non desidero comprare niente."

L'aurora incominciava a illuminare l'ambiente.

"È un affare di cuore." continuò il mercante. "Si tratta dell'ancella mulatta."

Un raggio lambì l'armatura di latta.

"Lei e io abbiamo avuto un colloquio, in cui m'ha confidato il suo amore..."

Il sole sorse con ardore.

"...per te."

Era nato un nuovo giorno.

"E io le ho promesso che avrei fatto tutto il possibile per aiutarla." aggiunse il mercante d'oriente.

Un giorno splendente.

In quell'istante apparve la bella ancella. Lui l'abbracciò con slancio e la baciò. I fili delle due marionette si mischiarono. Anche gli altri pupi della compagnia comparvero, e li circondarono. Divertendosi assai assistettero allo spettacolo della coppia che, più cercava di districare i fili, e più questi si aggrovigliavano.

Alla fine applaudirono ridendo le due marionette, strettamente avvinte l'un l'altra.

E felici.

 

(Racconto 2° classificato nel concorso "Narrativa d'amore".)

 

*

Nell’alto dei cieli

"l'amor che move il sole e l'altre stelle."

 

Paradiso (XXXIII, 145)

 

 

Una volta c'era un sistema solare.

Uno dei suoi parecchi pianeti era verde e azzurro. Verde per i mari e azzurro per la vegetazione. Nel giardino di un villino, seduti sulla panchina, una nonna e due nipotini osservarono il tramonto. Il Sole color oro si spense oltre un monte fumante. Durante il crepuscolo l'alto vulcano esplose a più riprese nel nero firmamento lapilli variopinti. Parevano scoppi di fuochi d'artificio in una sera di festa.

"Miei piccoli, come per il Sole, anche per voi è ora d'andare a dormire."

"Nonna, possiamo rimanere ancora un poco a guardare il cielo?" chiese il nipote.

"Tu intanto ci racconti una bella storia, nonna." propose la nipote.

"Va bene, bambini. Vi narrerò la genesi del nostro sistema solare. Questa storia non si studia a scuola, ma si tramanda come un racconto da tanto tempo. Mi è stata raccontata da mio nonno quando ero piccola, e voi un giorno la dovrete narrare ai vostri nipoti."

"E se ce la scordiamo?"

"È una storia talmente bella, che ve la ricorderete ogni volta che solleverete gli occhi al cielo."

"E se non la raccontiamo?"

"Non tramandare più la storia vuol dire farla perire. Sarebbe una grave perdita per tutti, bambini e adulti. Vi raccomando tanto di non farlo!"

"Moriamo dalla voglia di sentirla."

"Forza, nonna, racconta."

"Una volta c'era solo il Sole. Il nostro astro dorato brillava solitario nel firmamento. Era composto da tre parti uguali, come tre sfere fuse insieme. Ciò non sminuiva ma arricchiva il suo esser uno. Egli, essendo perfetto, era raggiante di gloria e di gioia.

Giacché c'era molto spazio dintorno, un giorno decise d'empire il vuoto. Così fece scaturire da sé tante scintille, riempiendo il cielo di stelle. Erano tutte luminose e belle, però una d'esse si distingueva dalle altre. Ella era più grande e sfolgorante, ma sempre non confrontabile con lo splendore del Sole, il quale aveva generato le stelle per amore. Ciò nonostante questa stella volle diventare uguale al Sole. Quindi cominciò a dilatarsi, istigando le sue sorelle a far altrettanto. Parecchie seguirono il suo esempio, ma la maggior parte delle stelle si contentò di com'era, grate al Sole per averle generate. Le stelle superbe si espansero sempre più, finché esplosero. Persero perciò luce e bellezza, divenendo dei buchi neri, degli astri bui e brutti."

"Io voglio restare piccolo."

"Anch'io non voglio crescere."

"E pure noi adulti dovremmo rimanere un poco bambini. Ci guadagnerebbe molto il mondo."

"Dopo che avvenne, nonna?"

"Il Sole volle generare ancora. Dalla parte più pesante del suo immenso essere espulse della materia. Questa si consolidò e formò una sfera turchina. Era nata la Luna. Lei era bella e luminosa eccelsamente, assai superiore alle stelle, seconda soltanto a Lui. Le stelle scintillarono d'ammirazione e riconobbero la Luna turchina come loro regina. Lei ricambiò con tutta la sua pura anima l'amore del re Sole. Dal loro grande amore furono procreati i pianeti, per primo il nostro. Lui è per noi la luce, il calore, la vita; senza di Lui c'è la tenebra, il gelo, la morte. Lei è il nostro chiarore della notte, umile e potente, che con le stelle ci difende dall'odio dell'astro oscuro e delle altre stelle nere."

"Io voglio molto bene al Sole."

"Io voglio tanto bene alla Luna."

"Noi non possiamo mai amarli abbastanza, bambini. Perché è sempre meno di quanto meritano. Loro sono la nostra sola speranza. Il Sole, la Luna e le stelle sono i nostri luminosi alleati contro i tenebrosi nemici che ci combattono. Ormai la guerra siderale è nel suo finale. Infatti è vicina la battaglia conclusiva tra la schiera della luce e quella della tenebra. Anche ciascuno di noi luxiani in questa lotta deve fare la propria parte, piccola ma importante, per la vittoria definitiva della luce sulla tenebra."

"Nonna, noi bambini cosa possiamo fare?"

"Pure voi piccoli potete contribuire a far trionfare la luce astrale."

"Come?"

"Tenendo accesa una bella fiammella qua dentro." disse la nonna toccando loro il petto e la fronte.

Tutt'e tre stettero un po' in silenzio a osservare il firmamento serale.

"E adesso a letto, stelline mie."

"Ci hai raccontato una storia fantastica."

"Domani dovrai raccontarcela ancora."

I due nipotini diedero con slancio un bacio alla nonna e corsero ridendo verso il villino.

"Che i vostri sogni siano radiosi!"

 

(Racconto già pubblicato da Fiordo S.r.l.)

 

*

La chiave della biblioteca

"Guai a voi, dottori della legge,

che avete portato via

la chiave della conoscenza."

Luca (11, 52)

 

 

Il bambino indugiò innanzi all'ingresso.

"Apriti, sesamo." sussurrò con un sorriso.

La porta della stanza restò serrata. Nonostante la famosa formula magica delle "Mille e una notte" non funzionasse mai, gli piaceva provarci sempre. Aprì la porta con la chiave ed entrò guardingo nella sua stanza del tesoro.

La biblioteca dell'antico maniero era un salone saturo di libri, luce, odori. La polvere ricopriva i volumi e volteggiava leggera nei raggi luminosi. L'afrore di muffa-polvere-salsedine, per le sue nari, faceva parte del fascino ambiguo dell'ambiente. Afferrò uno dei moltissimi volumi ammassati nei massicci scaffali alti fino al soffitto. Un libro di favole. Sedette a terra sotto una delle finestre prive d'imposte e prese a leggere.

Sopra il silenzio scivolava il ricorrente sciabordio degli scogli; sotto il silenzio s'intanava l'intermittente tramestio dei topi; dentro il silenzio s'immergeva lo sporadico struscio delle pagine.

Quando terminò si sollevò e lo ripose. Si accostò alle teche di vetro, allineate nella parte centrale del salone. Osservò minerali, fossili di piante e animali, utensili litici, vasellame di terracotta, statuette lignee, pugnali e spade di metallo, monete antiche, sculture marmoree.

Dopo contemplò la collezione che compendiava l'ominazione: sette crani scuri. Scrutava per corte ore quelle ossa ora nude e morte, che in un passato remoto erano state vive, rivestite di carne, provviste di occhi e d'orecchi, e avevano contenuto un cervello che provava piacere e dolore, paura ed esaltazione, affetto e avversione. Osservò le differenze e le somiglianze della serie di crani, sempre meno scimmieschi e sempre più umani.

Un bel disegno multicolore mostrava l'aspetto esteriore dei sette ominidi. Il primo era una piccola scimmia bipede ambientata nella savana. L'ultimo un uomo che impugnava una lancia con la punta di pietra, dall'espressione intelligente ma aggressiva. Gli altri erano anelli intermedi tra le due specie. Li fissava affascinato e smaniava di conoscere la misteriosa magia che aveva mutato una scimmia in uomo. Tuttavia intuiva in maniera vaga che quella evoluzione occultasse una grande verità, al di là della natura, in sintonia con la ragione, in armonia con la religione. E poi a lui quella trasformazione non piaceva perché, fra tutti i sette primati, preferiva sicuramente l'innocua e simpatica scimmietta.

La porta schiusa scricchiolò, senza che lui la sentisse. Entrò una giovane in jeans e maglietta. Lei gli si avvicinò alle spalle e lo strinse fra le proprie braccia come se temesse che scappasse.

"Sei sempre rinchiuso qui dentro, mio unico uccellino. Non puoi startene sempre rintanato in biblioteca, mio solitario topolino. E guarda come ti sei di nuovo ridotto. Hai tutti i pantaloncini sporchi e i capelli pieni di ragnatele. Avanti, vieni a lavarti e cambiarti gli abiti."

Lui si lasciò prendere per mano e portar via senza protestare.

"Si deve essere sempre in ordine, anche se il nostro castello è malmesso. Avrebbe bisogno di essere restaurato, ma non possiamo permettercelo. Sono ormai passati i tempi dei nostri antenati. Dopo scendiamo nel pontile a vedere che pesci prende tuo padre."

Il bambino strinse piano la mano delicata della madre, la quale ricambiò subito con la sua morbida stretta. E intanto pensava già a quando avrebbe potuto di nuovo sgattaiolare in biblioteca. Nella sua magica biblioteca. Nella sua stanza del tesoro.

Di cui possedeva la preziosa chiave.

 

 

(Racconto già pubblicato da GMC Editore.)

 

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L’airone bianco

"Provai in me un profondo stupore

per la possibilità di una tale dimestichezza

con un uccello libero e selvatico,

e la constatazione di questo fatto

mi rese stranamente felice,

come se con ciò si fosse potuto un poco

riparare alla cacciata dall'Eden."

 

Konrad Lorenz - L'anello di re Salomone

 

 

Dopo aver lasciato la periferia, la jeep proseguì per la campagna, percorrendo la strada dissestata.

Si udì il vicino sibilo d'avvertimento di un treno merci, lanciato contro un passaggio a livello. Da lontano rispose il sibilo della sirena di una centrale nucleare, simile al rumore di una enorme falce rugginosa, e in un raggio vasto tutt'attorno mieté l'aria stopposa.

Il fuoristrada arrivò sul limitare d'un campo calvo e si arrestò. Si aprì lo sportello e ne scese un uomo. Andò nel retro dell'autoveicolo, afferrò un ingombrante oggetto ricoperto da un telo nero e con qualche sforzo lo adagiò a terra. All'interno qualcosa di pesante si muoveva.

"Siamo arrivati."

Da dentro provenne uno strano suono. Era come un lamento.

"È venuto il momento."

Il voluminoso contenitore ebbe un sussulto.

"Sta' buono. Non serve a niente agitarsi. Fra poco tutto sarà finito."

Andò a frugare tra la roba del cruscotto. "Ma dove è andata a cacciarsi? Ah, eccola qui." Tirò fuori una piccola scheda. "Bene, c'è messo tutto. Ci vuole solo il luogo e la data della tua dipartita." Li scrisse e ripose la scheda. Si riavvicinò alla misteriosa cosa, prese il telo e ne sollevò un lembo.

"Allora, sei pronto?"

Baluginò un occhio rosso e rotondo. Lentamente scoprì del tutto la capiente gabbia di metallo. Il prigioniero eresse il lungo collo e si guardò intorno. Lui aprì piano la portiera della gabbia e si allontanò. L'occupante rimase immobile all'interno.

"Beh, cosa stai aspettando?"

Il ciconiforme lo fissò e non si mosse. Lui incrociò le braccia e si appoggiò alla fiancata della jeep, sulla quale spiccava una scritta verde: Centro Soccorso Natura.

"Deciditi. Vieni fuori."

Infine, con alcuni timorosi passi, l'airone uscì dalla sua prigione.

"Bravo. E ora fammi vedere se la tua ala è stata curata a dovere, e se è ritornata efficiente come prima."

L'airone rimase immobile, continuando a scrutarlo ora con un occhio ora con l'altro, tuttavia con diminuente diffidenza.

"Forza, ora puoi tornare a volare. Alla faccia di quel primitivo che con una fucilata pensava d'impadronirsi della tua bellezza e della tua libertà."

L'uccello si mosse rassicurato. Il suo istinto gli diceva che non c'era niente da temere. Quell'uomo non era un nemico, come quell'altro che gli aveva sparato. Era un amico, come quelli che lo avevano curato. Anzi avvertiva che quell'uomo aveva qualcosa di simile a sé.

"Su, vola via. Beato te che puoi farlo."

L'uccello gli lanciò un grido. Un verso caratteristico della sua specie. Il verso particolare col quale un airone invita al volo un suo simile. Quindi spiegò le grandi ali e prese la rincorsa.

Lui si mise a correre sulla sua scia, come se fosse stato trascinato da una misteriosa forza. Per un attimo provò persino l'impulso di aprire le braccia e di spiccare un salto verso l'alto, ma si trattenne.

Nel momento in cui l'animale si staccò da terra, l'uomo inciampò e cadde, stramazzando sulle pietre e nella polvere. L'airone s'innalzò nel suo elemento, nella luce e nel vento. Candido, leggero, maestoso. Una lacrima nacque solitaria dall'anima, brillò per un istante, tremò e andò a morire nella polvere. L'uomo rimase immobile, disteso al suolo, fissando il bianco airone che volava sempre più in alto e distante nel cielo, verso il sole.

No, pensò, purtroppo non poteva volare. Lui non era un uccello, né un supereroe, né un angelo. Doveva accettare la sua natura di comune essere umano. Poteva soltanto aiutare gli uccelli a farlo. D'improvviso sorrise.

Forse far volare è di più che volare!

 

(Racconto già pubblicato da GMC Editore.)

 

*

Pace

"Pregate per la pace, la pace, la pace."

 

(Da un messaggio di Medjugorje.) 

 

 

"Che bel prato inglese."

"Sarebbe perfetto per un campo di calcio."

"Magari il campo della nostra scuola fosse così."

"Già, invece dobbiamo giocare in un campetto sportivo spelacchiato."

La scolaresca scorrazzava nel verde prato cosparso di candide croci, perfettamente allineate come militari schierati per una rassegna ufficiale. Difatti era un cimitero dove riposavano le spoglie mortali di soldati alleati caduti durante la seconda guerra mondiale.

"È pure merito loro," disse l'insegnante "se noi adesso abbiamo pace e libertà. Una pace sempre più in pericolo, e una libertà di cui spesso si abusa."

"Questa tomba è diversa."

"Non ha la croce."

"Ha una girandola."

"No, è una stella."

"Quella è la stella a sei punte di David, ragazzi. Essa è il simbolo della religione ebraica. In quella tomba c'è sepolto un soldato ebreo."

Qualcuno pose sulla stella bianca una rosa rossa con parecchie foglie verdi.

"Le tre religioni monoteiste hanno un capostipite comune: Abramo. Egli è il patriarca dell'ebraismo, del cristianesimo, dell'islamismo."

Nel silenzio del cimitero un'ala di vento avvolse in un unico abbraccio vivi e defunti.

"Ragazzi, chi vuole reciti una preghiera. L'eterno riposo dona a tutti loro, o Signore, e splenda a essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen."

"Pace." disse un ragazzo cattolico.

"Shalom." disse una ragazza ebrea.

"Salam." disse un ragazzo musulmano.

La scolaresca sciamò via. Nel cimitero restò soltanto la persona che aveva posto la rosa sopra la tomba: una mesta vecchietta. Ella sedé sull'erba, poggiò la schiena alla stele col fiore e sospirò.

"Ecco come preferisco stare qui. Senza nessuno in giro, da sola con te, Ronald."

"Anch'io, Rosalind."

"Quanti anni son passati?"

"Tanti."

"Com'è lento il tempo dell'attesa."

"Ma passa."

"Io avrei voluto morire giovane con te. E invece sono invecchiata senza te."

"C'è un disegno divino."

"Mi ami ancora, anche se sono ormai vecchia?"

"Io vedo la tua anima, Rosalind, ed essa è bella. Sei ancor più bella di quand'eri giovane."

"Sono stanca di aspettare, Ronald. Languo dal desiderio di rivederti. Quanto manca al nostro ricongiungimento? Quanto manca per andar insieme a Casa?"

"Ormai ci siamo. È giunta l'ora. L'attesa è finita finalmente, per te e per me. Tu hai finito il tuo pellegrinaggio terreno, e io ho finito la mia purificazione spirituale, anche grazie alle tue amorose preghiere. Adesso possiamo andare insieme nella pace della Luce!"

"Da tanti anni aspetto questo momento!"

Comparve un bel giovane in divisa da ufficiale. Lui con galanteria si chinò e porse la mano alla donna per aiutarla ad alzarsi. Lei la prese e si mise in piedi, mentre il suo corpo si abbatteva sull'erba della tomba. La donna era giovane e aveva un elegante abito anni Quaranta.

"Ronald!"

"Rosalind!"

La bella coppia con slancio si abbracciò e si baciò. Nel cimitero silente l'altra ala di vento l'avvolse e la sollevò verso il cielo sfolgorante.

Dove scomparve.

 

(Racconto già pubblicato da Il Maestrale.)

 

*

Il sole e il nero »
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*

Il falco pellegrino

"Non dimenticate che siete pellegrini

su questa terra...

...e che la vostra dimora è in cielo."

 

(Dai messaggi di Medjugorje.)

 

 

C'era una volta un prigioniero.

Dietro le strette sbarre attendeva affamato che i suoi carcerieri gli portassero il pasto quotidiano. Quando udì i loro passi approssimarsi, si rincantucciò in un angolo dell'angusta prigione. I due carcerieri, un maschio e una femmina, aprirono appena il portello e posarono all'interno la ciotola col cibo. Lo richiusero e rimasero a osservare il prigioniero, che li guardava immobile.

"Non s'è ancora abituato." disse lui.

"È sempre vissuto libero." disse lei.

"Si sta riprendendo. È meno debole dei giorni scorsi e sta guarendo rapidamente."

"Adesso andiamo, lasciamolo mangiare."

Allorché essi si allontanarono egli si accostò alla ciotola colma di carne cruda e con ingordigia ingoiò in breve i brani sanguinolenti.

L'indomani, allorquando i due ragazzi ritornarono, lo trovarono rinvigorito ancor di più. Al tal punto che, appena loro socchiusero il portello della gabbia, balzò dal suo cantuccio e sgusciò fuori, prendendoli di sorpresa. Loro provarono ad afferrarlo, ma lui con lunghe falcate delle sue zampe riuscì a fuggire.

Vagò un po' per la campagna, cercando un luogo in cui nascondersi, sperando di non essere beccato. Finché finì nei pressi di uno steccato. Si accorse che una tavoletta era mezza rotta. S'infilò dentro, andando addosso a un grosso gallo. Quello lo guardò dall'alto in basso irato.

"E tu chi sei?!" chiese a cresta eretta.

"Scusami, non l'ho fatto apposta. Io non sono del posto." gli disse lui.

"Si vede. Chiunque mi conosce non avrebbe il coraggio d'introdursi nel mio pollaio. Che cosa cerchi?" aggiunse aggressivo il gallo.

Lui non gli rispose. Rischiava di essere ripreso e richiuso in gabbia. I molti polli si avvicinarono incuriositi a osservare l'estraneo.

"È strano."

"Non è uno di noi."

"Ma che animale sei?"

"Da dove vieni?"

Per lui le loro erano domande dolorose. Quesiti ai quali non sapeva rispondere. Perché non sapeva chi era. Ogni volta che cercava una risposta, trovava nella propria mente come un muro, nero e duro. Una barriera che non riusciva a superare, per quanti tentativi faticosi facesse. La sua era una memoria menomata. Non sapeva perché.

"Non so dove andare. Io vorrei restare un poco qui, se non disturbo." disse a disagio.

"Se vuoi puoi pure rimanere, ma ricorda chi comanda!" lo avvisò altezzoso il gallo.

E così l'evaso smemorato rimase rifugiato nel pollaio. Quando veniva il padrone per portare ai polli il becchime, si celava nel capanno. Quel cibo non era certo idoneo a lui, e quindi patì la fame. Sopravviveva nutrendosi con i pochi topi che poteva catturare. E doveva sopportare i soprusi del gallo tiranno. Inoltre tanti polli gli facevano pesare il fatto d'essere diverso da loro.

"Non sa neppure razzolare."

"Che razza d'animale."

"Che unghie lunghe hai."

"Con un becco così adunco come fai?"

"Ali così qui non si son viste mai."

Il suo disagio diveniva sempre più profondo. Si sentiva sempre più estraneo nel mondo. Uno solo tra loro lo trattava con rispetto, e poi anche con affetto. Era una bella pollastrella, nella quale trovava un po' di conforto, e a cui confidava un suo confuso ricordo. Le diceva che a volte aveva come un lampo di luce, di libertà, di leggerezza, che gli causava una struggente tristezza. Era come un ricordo d'identità dimenticata, di felicità perduta. Lei non afferrava, ma l'ascoltava con dolcezza, sin quando un giorno con tenerezza gli pigolò di amarlo.

Ma il gallo s'avvide dei due. Geloso e furioso s'avventò contro l'avversario e lo colpì col becco sul capo, strappandogli un ciuffo di piume e facendolo sanguinare. Tutti i polli osservarono la scena. Lui rimase alcuni momenti intontito dalla violenta beccata. Dopo di colpo gli tornò la memoria. Allora si rizzò sulle zampe, aprì le ali, alzò la testa e si parò davanti al rivale, minaccioso.

"Io sono un falco!" gli gridò orgoglioso.

Il gallo indietreggiò intimorito. Il falco con facilità poteva balzargli addosso, afferrarlo coi forti artigli e aprirgli la gola con una sola beccata del suo affilato rostro da rapace. Però non lo fece. Lui uccideva solo le prede per cibarsi, secondo la legge della natura.

Il suo passato adesso non era più immerso nelle tenebre, ma era emerso nella luce. Il falco pellegrino ricordò la gioiosa sensazione che quella primavera provava mentre migrava. Ricordò il dolore lancinante alle ali, lacerate dal rovente piombo di qualche bracconiere. Ricordò il pesante precipitare e la perdita della memoria nell'impatto col terreno. Poi era stato dai due ragazzi raccolto e curato, con l'intento di liberarlo quando fosse guarito.

La bella pollastrella gli si strinse contro con trasporto. "Hai messo a posto quel prepotente e antipatico." tubò con amore e ammirazione.

I polli raccolti a crocchi chioccolavano scioccati l'accaduto. Lui levò lo sguardo e cominciò ad agitare le sue ali lunghe e strette, adatte ad alte acrobazie. Adesso che era guarito finalmente nel corpo e nella mente, che aveva ritrovato se stesso, poteva ritornare a volare, poteva riprendere il proprio viaggio. Dal cielo era caduto, e nel cielo doveva ascendere. Egli era un essere alato creato per volare. La sua vita vera non era nel recinto del pollaio, ma nell'immensità del cielo. Lei guardò le sue ali frementi, guardò i suoi occhi lucenti, e sentì una fitta nel petto.

"Devo andare." le disse dispiaciuto.

"È giusto. Lo capisco." gli disse a capo chino con appena una vena di voce.

"Forse non ci vedremo più."

"Sì, lo so. Le mie ali non mi permettono purtroppo di seguirti, ma dovunque tu andrai il mio cuore volerà sempre insieme a te. Sempre."

Lui allora si staccò col becco una piccola piuma pettorale. "Con questa potrà volare lieve e veloce come me." le disse donandogliela.

Lei la prese e la mise tra quelle del suo petto. Da tutti osservato il falco balzò con pochi colpi d'ali in aria e s'alzò con pochi cerchi nella luce del cielo. Riprovò l'ebbrezza di libertà e leggerezza. Ritrovò la felicità perduta per la penosa caduta. La sua dura caduta sulla terra era finalmente finita. Il falco pellegrino ancora non ricordava da dove veniva e dove andava, però il suo istinto infallibile indirizzava il viaggio verso la meta giusta.

Il falco riprese a volare verso il sole.

 

*

Il fico d’India

"Nella misura in cui vi aprite,

coglierete i frutti."

 

(Da un messaggio di Medjugorje.)

 

 

Una volta c'era un fico d'India.

Era una giovane cactacea composta da tre tenere pale. Si trovava nel giardino d'una casa di provincia con prospettiva sul mare e sul vulcano.

Nell'abitazione ci viveva un solingo scrittore. Scrittore almeno nella sua intenzione. Perché scriveva un po' di tutto, ma non riusciva a pubblicare un bel niente. Il suo scrivere non produceva frutti utili. Ciò lo portava a isolarsi sempre più, facendolo divenire ispido.

Come diversivo gli piaceva accudire al giardino. Prediligeva le piante grasse, in particolare il piccolo fico d'India. Il virgulto l'aveva raccolto presso la spiaggia e trapiantato in un angolo soleggiato del giardino. Era necessario soltanto annaffiarlo ogni tanto.

Col tempo esso crebbe e divenne una pianta alta e articolata, dalle pale piene di lunghe spine. Ma di fichidindia non si scorgeva manco l'ombra.

"Non devi abbatterti se sei infruttuoso." gli disse l'uomo toccandolo con accortezza.

La pianta senziente ne fu sollevata.

"Non è da tutti dare buoni frutti."

L'irto e grande vegetale provò un moto d'empatia per l'esile essere umano.

"È meglio accettare il proprio destino."

Lo scrittore decise di rinunciare alla scrittura. Avrebbe cercato altrove la realizzazione della propria natura. Il suo sguardo andò verso la vetta innevata innalzata nel cielo blu. Sentì nascere un desiderio d'ascesi.

 

Dispose con precisione l'ultima pietra lavica e quindi osservò con soddisfazione la propria opera appena terminata. Di fianco al fico d'India, nella nicchia di nera sciara, troneggiava la statuetta bianca e azzurra della Madonna coronata di stelle. Colse alcune rose, le mise in un vasetto pieno d'acqua e gliele depose dinanzi.

"Ora il nostro giardino ha la sua Regina!" disse entusiasta al fico d'India.

La pianta ne era contenta.

"È una sovrana che bisogna amare."

Il fico d'India ammirò la figura minuta e regale, riposta dentro la piccola grotta sotto le sue ispide pale. Gli ispirava tanta tenerezza.

"E che occorre omaggiare, non solo coi fiori, ma ancor più con la preghiera."

Si sedette sopra la panchina, si tolse dal collo la corona e cominciò a recitare il rosario. Contemplava Maria, il mare, il vulcano. Meditava i fondamentali interrogativi esistenziali. Sentiva emanare energia tutt'attorno dalla statuetta di Maria. Era come un fluire di linfa nutriente. Era come uno scorrere d'ispirazione trascendente. Ebbe l'impulso di trascrivere tutto. Concluso il rosario corse in casa, prese il computer portatile, lo pose sul tavolino vicino alla Madonnina e con gran lena iniziò a scrivere.

 

"Complimenti, hai fatto tanti bei frutti!" disse lo scrittore al fico d'India.

La pianta n'era fiera. Le sue pale prive di spine erano piene di grossi frutti rossi. Usando un guanto l'uomo ne spiccò un poco e li sbucciò.

"Sono molto dolci." disse assaggiandone uno.

Si sedette sulla panchina e con compiacimento aprì il proprio libro appena pubblicato.

"E adesso ti faccio gustare la mia prima opera. Spero davvero che ti piaccia."

Lo scrittore si distese comodo e prese a leggere al vegetale il suo romanzo mangiando fichidindia, occhieggiando sovente con letizia Maria.

La quale sorrideva con soavità.

 

*

Giovanni, il prediletto

"Ora uno dei discepoli,

quello che Gesù amava,

si trovava a tavola al fianco di Gesù."

 

Giovanni (13, 23)

 

 

Nella sala, rischiarata da un lampadario con diverse lucerne a olio, c'era un'atmosfera di festa.

I dodici apostoli chiacchierando tra loro si adopravano nei preparativi conclusivi per la rituale cena pasquale. Nel centro del Cenacolo il lungo tavolo, ricoperto da una tovaglia di fine lino, era già apparecchiato ad arte con stoviglie, vivande e bevande. Mancava solo il Maestro.

"La pace sia con voi."

Con la sua alta figura Gesù di Nazaret si stagliò sulla soglia dell'angusta porta. Nella sua voce e nel suo sorriso v'erano dolcezza e mestizia. Scese gli scalini del seminterrato e fu subito accolto con slancio dall'apostolo più giovane, Giovanni. Il più puro. Il prediletto. Il Maestro gli diede una carezza in testa, facendolo felice.

"Vedo che avete fatto tutto. Bene. Facciamo l'abluzione e mettiamoci a mensa."

Si lavarono le mani in un bacile, se l'asciugarono e si sedettero sulle panche, secondo il posto assegnato a ognuno da Gesù. Lui era nel mezzo della tavola, tra i due fratelli di Betsaida, Giacomo e Giovanni. Cantati dei salmi, cominciarono a mangiare il pane azzimo, l'agnello arrostito e gli erbaggi bolliti intinti in salsa, bevendo vino.

"Si realizza finalmente il mio ardente desiderio di consumare con voi questa Pasqua."

La voce del Redentore era sempre più accorata.

"Finora ricorda, il rito pasquale, il passaggio del popolo eletto dalla schiavitù d'Egitto alla liberazione materiale. Ma d'ora in poi la Pasqua sarà il passaggio della cristianità dalla schiavitù del peccato alla liberazione spirituale. E questo per mezzo dell'Agnello sacrificale."

Mangiò un pezzetto di cuore d'agnello.

"Questa festa me ne ricorda un'altra, questa mensa me ne rammenta un'altra: Cana. Per l'intercessione di mia Madre vi operai il mio primo miracolo. L'acqua diventò buon vino. Adesso avverrà un altro miracolo divino. Il succo fermentato dell'uva diventerà..."

Bevve un sorso di vino rosso.

Nella sala silente fremettero le fiammelle delle lucerne. Gli apostoli fissarono il loro Maestro, rimasto col capo chino e gli occhi chiusi, immerso nel suo turbamento. Poi Cristo si sollevò con solennità nella sua tunica purpurea.

"È giunto il momento di compiere il nuovo rito, di allacciare l'altra alleanza, di operare il supremo miracolo d'amore. L'amore più grande è dare la propria vita, ma più forte della morte è l'amore."

Prese il calice comune e lo colmò di vino. Prese un pane e lo pose sul calice. Li benedisse e l'elevò verso il cielo. Nel nuovo sacrificio Lui era vittima, sacerdote, Dio. Dopo spezzò il pane in tredici parti e le distribuì.

"Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo..."

Poi porse il calice.

"Prendete e bevete. Questo è il mio sangue..."

Il Salvatore compì e proferì tutto questo con una tenerezza e una tristezza strazianti. Gli apostoli erano sempre più commossi. Mangiarono e bevvero il Santissimo Sacramento senza staccare lo sguardo dal loro Maestro. Quindi Egli prese il tredicesimo pezzetto di pane-carne e il calice col poco di vino-sangue rimasto e si alzò.

"Non vi muovete. Torno subito."

Salì gli scalini e uscì dalla sala.

"È andato nell'altra stanza, dove stanno cenando le donne, da Maria." disse Giovanni con la sua consueta ispirazione data dalla purezza.

"Povera donna." esclamò Pietro, seduto accanto a lui. "Lei si trova nello stesso stato d'animo del suo Unigenito. Uno stato tanto penoso che..." Il primo degli apostoli tentò invano di deglutire.

"Madre e Figlio sono sempre una cosa sola." Giovanni aveva gli occhi lustri.

Gesù rientrò nel Cenacolo col calice vuoto e risedette al suo posto. Gli apostoli stettero zitti.

"Io vi dico in verità: uno di voi mi tradirà."

Tutti si scrutarono l'un l'altro, mormorando tra di loro. Pietro bisbigliò a Giovanni d'informarsi di chi parlasse. Egli lo fece. Gesù gli disse che glielo avrebbe indicato. Prese un pezzo di pane, l'intinse e lo porse a Giuda di Keriot, che gli stava seduto di fronte. Quello mangiò il boccone intinto nel sugo d'agnello con la voracità d'un lupo.

"Satana!" sussurrò Giovanni.

"Ciò che ti rimane da fare, Giuda, fallo presto."

Con un sordido sorriso quello s'alzò, s'ammantò e se n'andò nella notte. Giovanni angosciato abbracciò Gesù e appoggiò il capo sul suo petto. Il Maestro adorato serrò al suo cuore l'apostolo prediletto. Una candida pecorella stretta tra le braccia del Buon Pastore. Il cui cuore umano e divino palpitava d'infinito amore e di amarezza immensa.

"Adesso, amati amici e figli miei, alziamoci e andiamo via. Ormai tutto è compiuto qui. Questa è ora di peccatori e di demoni, è l'ora del deicidio. Questo è tempo di tenebre, ma tenete a mente che vince la luce!"

Si misero i mantelli, uscirono dal Cenacolo e si avviarono verso il Getsemani. Era notte fitta. Ma dopo quei tre giorni d'oscurità sarebbe sorta l'aurora domenicale, con la sua gloria e la sua vittoria.

Nell'attesa della festa eterna.

 

(Racconto già pubblicato da A.L.I. Penna d'Autore.)

 

*

La primula gialla

"Cari figli, pregate e aprite

il vostro cuore al Signore,

affinché Lui faccia di voi

un bel fiore per il paradiso."

 

(Da un messaggio di Medjugorje.)

 

 

C'era una volta una minuta primula.

La piantina dimorava dentro un vasetto, posto sopra il davanzale della finestra di una cella claustrale, affacciata su un giardinetto.

Nella cella c'era un fraticello, che aveva ogni premura per la sua primula, l'unico lusso della sua modesta stanzetta. Essa gli era stata donata dal confratello giardiniere il giorno del suo onomastico.

Allorché la piccola primula crebbe abbastanza e il vasetto diventò troppo stretto, la trapiantò in uno più capiente. Ci aggiunse dell'altro terriccio e ci cosparse un pizzico di fertilizzante. Il frate percepiva il piacere della piantina nell'esser ben nutrita.

"E ora, dopo aver alimentato te, posso pensare ad alimentare anche me."

Prese dalla mensola la Sacra Scrittura, si sedette sulla seggiola e cominciò a leggere.

"E la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. [...] Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse."

L'umile vegetale ascoltava.

 

Quando il frate rientrava nella propria cella era accolto con letizia dalla piantina. Lui vedeva che lei si ravvivava. Vedeva che la sua aura s'accentuava. Il suo campo energetico la contornava per alcuni centimetri con una leggera luminescenza gialla. La primula possedeva un'aura che risplendeva con beltà e con semplicità. Questo anche grazie alle sue cure. Compresa quella di non lesinarle l'elemento vitale per ogni essere vivente: l'acqua. Pigliò la brocca e gliene riempì il sottovaso. Il frate percepiva il piacere della piantina nell'essere idratata a sazietà.

"E adesso, dopo aver dissetato te, posso pensare a dissetare anche me."

Prese dal saio la corona del rosario, si mise nell'inginocchiatoio di fronte al Crocifisso e alla Madonna, e cominciò con fervore a pregare.

"Padre nostro... Ave Maria... Gloria..."

Il sensibile vegetale seguiva.

 

La primavera non era ancora principiata, ma la primula era già in fiore. Aveva così fatto onore al proprio nome. Dal centro del cespo di crespe foglie era emerso un mazzetto di odorose corolle gialle.

"Fiorita sei ancor più bella." esclamò il frate accostandosi alla finestrella.

Spostò il vaso e l'espose al sole. Inalò il profumo dei fiori aperti all'irradiazione. Su un petalo si posò un'ape che prese a suggere il nettare. In un angolo alto della finestra un aracnide ordiva la ragnatela. Da un albero del giardino s'udiva il verso d'un merlo. Sul muretto delimitante il gatto del convento gnaulava al lieve vento. La natura si preparava a risuscitare dal limbo invernale. Il frate sentì il suo cuore fiorente d'amore per l'opera del Creatore.

"Deo gratias!" disse aprendo le braccia al cielo pieno di pura luce solare.

Dopo una mezzoretta rimise il vaso al fresco. Il frate percepiva la gratitudine della piantina nell'essere accudita con accorto amore.

"E ora, dopo aver soleggiato te, posso pensare a soleggiare anche me. Vado nella cappella a far una mezzoretta di adorazione al Santissimo."

Il dipendente vegetale meditava.

 

Il tempo fluiva in fretta. Il frate e la primula sfiorivano insieme, in simbiosi. Entrambi si approssimavano alla naturale conclusione del loro ciclo biologico, in serenità. Finché un dì la piantina appassì.

"Si è compiuta la tua terrena esistenza." disse il canuto frate facendole una carezza.

La mise per terra e chiuse la finestra. Il frate non vedeva più l'aura del vegetale.

"E poiché è giunto il momento della scomparsa per te, ciò significa ch'è arrivata l'ora della dipartita anche per me. Fiat voluntas Dei."

Estrasse il suo rosario, si distese sulla branda e incrociò le braccia sul petto. Incontrò i rassicuranti sguardi di Cristo e della Vergine. Sorrise.

"Io ho coltivato la primula, e voi avete coltivato me. Vi ringrazio di cuore."

All'improvviso vide la statuina della Madre animarsi e illuminarsi, ingrandendo fino a diventare di dimensione naturale. Lei, sorridente e splendente di luce candida e azzurra, lo prese per mano e l'alzò. Lui venne sollevato, mentre il suo vecchio corpo rimaneva immobile nella branda. Il fraticello guardò il suo nuovo aspetto. Il suo spirito era come un luminoso fiore giallo.

"Ti ho colto e ti porto al tuo posto." gli comunicò lei con voce soave.

E lui si lasciò condurre dalla mano materna di Maria. Passarono attraverso la finestra chiusa e s'elevarono nel cielo. Ascesero fino al Regno dei Cieli, e si presentarono davanti alla maestà dell'Altissimo. Allora la Regina depose il fiore ai suoi piedi, assieme ai tanti altri che adornavano il trono della Trinità. Tra di essi, accanto a sé, il frate-fiore vide una leggiadra piantina fiorita.

La sua primula gialla l'accolse con gioia.

 

*

Luca, lo scriba della misericordia di Cristo

Roma, Pentecoste del 73 d.C.

 

Illustre Teofilo,

ti mando anche questo mio terzo scritto, sapendo di farti cosa gradita, dato che hai apprezzato i due precedenti, per metterti al corrente degli ultimi avvenimenti. Che purtroppo sono molto drammatici.

Nel primo scritto, il mio Vangelo, ti ho raccontato la storia dell'umana redenzione, cominciando dall'annunciazione dell'angelo Gabriele al sacerdote Zaccaria di Ebron, riguardo il concepimento d'un figlio da parte della sua anziana moglie Elisabetta. Si trattava di Giovanni, il precursore del Messia. E sei mesi dopo l'annunciazione dello stesso angelo alla cugina sedicenne di Elisabetta, Maria di Nazaret, riguardo il concepimento di Gesù, il Salvatore, l'Uomo-Dio. Ho concluso il mio racconto evangelico con l'ascensione al cielo del Cristo risorto nei pressi di Betania, alla presenza degli apostoli e di molti discepoli.

Nel secondo scritto, gli Atti degli Apostoli, ti ho raccontato la storia dell'espansione del cristianesimo nel mondo, grazie all'evangelizzazione attuata dai seguaci di Cristo, in particolare dai due principi degli apostoli: Pietro e Paolo. Ho iniziato la mia narrazione con l'ascesa di Gesù e la discesa di Dio Spirito Santo nel giorno di Pentecoste su Maria, la madre del Redentore, e sugli apostoli riuniti in preghiera nel cenacolo. L'ho terminata con l'avventuroso viaggio di Paolo e me, sotto scorta, alla volta di Roma, sostando tra l'altro tre giorni a Siracusa. Al nostro arrivo nella capitale dell'impero romano Paolo è dovuto rimanere agli arresti domiciliari in attesa del suo processo.

Dopo questo excursus per ricordarti gli eventi precedenti, o Teofilo, continuo il mio racconto col narrarti i fatti drammatici che son seguiti.

Questo mio terzo scritto l'ho intitolato Ultimi Atti degli Apostoli. Capirai perché. Dunque, poiché Paolo, nella sua controversia religiosa di Gerusalemme si è appellato al giudizio di Cesare, in quanto cittadino romano, è stato processato da un tribunale di Roma. Ed è stato assolto. Riavuta la sua libertà, si è dedicato a tempo pieno all'apostolato, con la comunità cristiana romana, capeggiata dal suo vescovo, Pietro, primo Pontefice della Chiesa di Cristo.

"Tu sei Pietro, e su questa pietra Io edificherò la mia Chiesa."

Io, oltre a collaborare con Paolo, ho esercitato la mia professione di medico, cercando di svolgere entrambe le attività con fedeltà. Infatti non ho abbandonato l'apostolo dei Gentili, quando tutti l'hanno fatto. Come non ho rinnegato il mio giuramento d'Ippocrate di essere medico al servizio della vita e non della morte, quando mi hanno proposto aborto ed eutanasia. Nella società pagana non c'è rispetto per la vita umana. Io curo tutti, cristiani e pagani, nobili e plebei, ma chiedo il pagamento della parcella solo agli abbienti, e solo quanto serve per il mio sostentamento. Come medico, nella mia conversione da pagano a cristiano, sono stato affascinato dal Messia guaritore dei corpi e delle anime. Ma soprattutto sono stato attratto dalla sua infinita misericordia. Cerco d'esser sempre suo fedele seguace.

(...)

In una notte d'estate è divampato il grande incendio di Roma. Il fuoco sospinto dal vento si è esteso tra le case dei quartieri fatte per lo più di legno, ed ecco che Roma si trasforma in un'immensa Geenna. Le fiamme hanno infuriato per giorni, e quando infine l'incendio si è estinto, due terzi della città erano un ammasso di rovine fumanti e di cadaveri anneriti. Le vittime sono state migliaia, e i senzatetto oltre 200.000. L'imperatore Nerone ne ha incolpato i cristiani e ha scatenato una feroce persecuzione. Persone di ogni ceto, uomini, donne e bambini sono stati incarcerati, torturati, martirizzati senza alcuna pietà. Sono stati tanti i cristiani dilaniati dai cani, sbranati dalle belve, morsi dai serpenti, crocifissi, spalmati di pece e arsi vivi come torce per illuminare il buio della notte. Quest'ultimo martirio è molto emblematico. È proprio ciò che dobbiamo fare noi cristiani, con la nostra vita e la nostra morte: illuminare le tenebre del mondo. Ciò hanno fatto i due fari della Chiesa di Cristo anche con la loro morte: Pietro crocifisso a testa in giù, Paolo decapitato.

"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli."

Nel mio prossimo scritto mi riprometto di raccontarti la storia di Maria, la Madre del Messia, che ho conosciuto di persona, che mi ha narrato gli episodi salienti della sua vita col suo sposo e con suo Figlio. Ti parlerò di lei dalla sua immacolata concezione alla sua assunzione in cielo con corpo e anima. Merita d'esser conosciuta e amata Maria, molto più di quanto non lo sia.

Illustre Teofilo, in conclusione, ricordiamo sempre che noi siamo fratelli di Gesù Cristo e figli della Vergine Maria, che noi siamo creature peccatrici del nostro adorabilissimo Dio uno e trino.

Luca di Antiochia,

lo scriba della misericordia di Cristo.

 

(Racconto 3° classificato nel concorso "Poeti e scrittori uniti in beneficenza" 2016.)

 

*

Viaggio extracorporeo con Maria

Nell'inoltrato pomeriggio di fine stagione la spiaggia ormai era perlopiù deserta. Sulla riva del mare vi erano rari e sonnolenti bagnanti distesi al sole, e anche alcuni pazienti pescatori con le canne. Il molle sottofondo delle onde era contrappuntato dai saltuari richiami dei gabbiani mediterranei. I due adolescenti in t-shirt, pantaloncini e scarpe sportive correvano piano lungo la riva.

"Che ne dici se ci fermiamo per riprender fiato?" disse con affanno il ragazzo.

"Andiamo ancora avanti."

"Ma ci dobbiamo allenare per partecipare alla prossima maratona olimpica?"

"Forza, cerca di resistere." disse la ragazza. "Una valente poliziotta dev'essere ben in forma per poter rincorrere i criminali e acchiapparli."

"Sì, però un povero scrittore dev'essere ancora vivo per poter scrivere le proprie opere."

"Risparmia il fiato e corri."

Lei non vide una buca nella rena e cadde a terra. Lui l'aiutò a tirarsi su.

"Ti sei fatta male?"

"Non molto."

"Naturalmente correndo c'è il pericolo di cadere ch'è sempre presente."

"L'importante è rialzarsi e rimettersi in corsa senza scoraggiarsi." disse lei decisa.

La coppia continuò a correre ancora per un po'. Poi si fermò e sedette stanca sulla sabbia. Rimase a osservare la distesa del mare.

"Da esso ogni goccia è stata generata." disse dietro di essi una voce femminile.

I due ragazzi si girarono.

"E con esso ogni goccia anela a ricongiungersi." disse ancora la donna.

Da dov'era arrivata? La giovane donna li guardava con un sorriso amoroso. Aveva una lunga veste gialla e raggiante, tanto che sembrava vestita di sole. La sua bellezza abbagliante li incantò totalmente.

"Ma per poter riunirsi col mare, le gocce devono compiere un cammino." continuò la donna misteriosa con la sua voce melodiosa.

Loro erano estasiati.

"Il vostro cammino è pieno di prove e pericoli. Perciò voglio offrirvi il mio aiuto. Volete venire con me?" domandò loro la meravigliosa signora.

I suoi occhi ammalianti brillavano di un amore così tenero e materno, che loro si sarebbero lasciati condurre dovunque lei avesse voluto.

"Sì!" risposero all'unisono.

La signora sorrise compiaciuta. Si chinò su di loro, li prese uno per mano e li alzò in piedi.

"Non abbiate alcun timore."

Tenendoli per mano, insieme si staccarono da terra, e s'alzarono nel cielo. Mentre salivano in alto i ragazzi videro in basso i propri corpi inerti distesi presso il mare. Parevano manichini lasciati sulla spiaggia. Condotti dalla signora s'innalzarono celermente nel cielo azzurro, in direzione del sole splendente. Che emozione esaltante! Quello era il vero volare! E che velocità vertiginosa!

Sotto di loro il globo terrestre s'allontanò impicciolendo sempre più, e sopra di loro la sfera solare s'avvicinò ingrandendo sempre più. Man mano che le si approssimavano, ne avvertivano sempre più forte l'attrazione. Un'attrazione assai più intensa della forza gravitazionale. Un'irresistibile attrazione di bellezza e d'amore. Finché non esisté altro che l'immenso astro. Con anelante slancio lo raggiunsero, si tuffarono e s'immersero in esso, come gocce in un immane mare di luce. E furono nell'Infinito.

Si ritrovarono in uno spazio senza spazio, in un tempo senza tempo, in una dimensione molto al di là d'ogni capacità di comprensione umana. Era il regno della luce. E quella donna tanto raggiante n'era la regina. Lì la luce era tutto, e tutto era armonia luminosa. Una luce intensa e iridescente, senza origine né fine, sempre identica a se stessa e sempre diversa. Una luce di una eccelsa bellezza, la cui essenza era un supremo amore, superiore a ogni capacità di percezione umana. Era l'eterna Luce.

E oltre a loro v'erano immersi in essa, facendone intimamente parte come piccole gocce di un mare infinito, innumerevoli esseri, bellissimi e luminosi, da essa originati e a essa ritornati. L'unione con la Luce creatrice dava a tutti una felicità senza confine, una beatitudine senza fine. I ragazzi non avevano altro desiderio che rimanere in quello stato per sempre. Il resto non esisteva più.

"Su, ora dobbiamo andare." comunicò invece la regina senza parlare.

"Non possiamo restare?" domandarono loro nello stesso modo con molto rammarico.

"È necessario proseguire il nostro viaggio."

"Come vuoi tu."

Così come vi si erano immersi, riemersero e fuoriuscirono dal sole. Si allontanarono quindi da esso, volando verso il basso, sempre guidati per mano dalla regina. I ragazzi rigustarono la gioia del vero volo. Si avvicinarono alla terra. Arrivati a metà tragitto, videro una grande nube grigia. Senza indugio vi penetrarono.

Si ritrovarono in un ambiente nebbioso e triste. Era il regno della purificazione. Vi scorsero tantissimi esseri, dall'aspetto vago e opaco. Il loro era uno stato di transizione e d'afflizione. Tutti si struggevano dall'ardente desiderio d'ascendere al regno della Luce, per poter infine unirsi a essa. E la certezza che prima o poi avrebbero appagato questo anelito, donava loro conforto.

"Se volete, potete aiutarli a liberarsi da questo stato." disse col pensiero la signora.

"Come?"

"Con la vostra preghiera e specialmente con l'offerta della Santa Messa."

"Lo faremo molto volentieri."

Fuoriuscirono dalla nube e ripresero a volare verso la terra. Quando giunsero sulla sua superficie non si fermarono, ma sprofondarono sottoterra.

Si ritrovarono in un abisso, buio e infuocato. Era il regno delle tenebre. Nell'oscurità rischiarata da un mare di fiamme ristagnava un soffocante fetore, e vi risuonavano bestemmie, maledizioni e urli di disperazione. Il vastissimo abisso era affollato di esseri, umani e demoniaci, dall'aspetto animalesco e ributtante. Tutti ardevano nell'eterno tormento d'aver perso per sempre il sommo bene: la Luce. A quell'atroce visione i ragazzi rabbrividirono di raccapriccio, e strinsero forte la rassicurante mano della signora.

"La maggior parte dei poveri peccatori che si trova in questo stato, rifiutava di credere alla sua esistenza." disse con dolore la signora.

"Ma dato che, come noi abbiamo sperimentato, è tanto grande l'amore del Creatore..."

"...perché loro sono stati condannati?" le domandarono con sgomento i ragazzi.

"Lui non condanna nessuno." rispose lei. "Lui vuole la salvezza di tutte le sue creature. Per la redenzione di tutte loro è avvenuta l'incarnazione e s'è compiuto il sacrificio di mio Figlio. Egli il suo folle amore non lo impone a nessuno, ma rispetta la libertà d'ognuno. Lui rispetta la libera scelta di molti peccatori di rifiutare, fino al loro ultimo istante di vita, la sua misericordia infinita. Però coloro che lo rifiutano come il Salvatore misericordioso, lo devono poi accettare come il Giudice giusto."

Risalirono in superficie e ritornarono sulla riva dove erano prima. E appena la materna mano della donna lasciò la loro, i ragazzi si sentirono come risucchiati dai propri corpi e rientrarono in essi. Dopo alcuni momenti d'intorpidimento, si misero a sedere.

"Vi ho condotti con me nei tre regni dell'aldilà." disse la donna con voce sonora. "Avete visto coi vostri occhi qual è la realtà. Siete liberi di scegliere il vostro futuro ultraterreno. Decidete dove volete andare, e continuate il cammino terreno in coerenza con questa scelta. Cari figli miei, io sono con voi, e vi amo!"

"Anche noi!"

"Vi ringrazio!"

La donna sorridendo con dolcezza si elevò lieve e svanì nel cielo. I due ragazzi rimasero a fissare per un po' il punto nell'azzurrità dov'era sparita.

"È già quasi il tramonto." notò la ragazza riscuotendosi per prima dalla fissità.

"Mentre il nostro straordinario viaggio è durato soltanto una decina di minuti."

"Come si spiega?"

"Con la relatività del tempo." rispose il ragazzo ripulendo il suo orologio dalla sabbia.

"Esaminiamo quanto c'è accaduto con mentalità investigativa." disse lei.

"Direi che è abbastanza evidente." disse lui. "Noi abbiamo sperimentato un classico fenomeno di uscita dal corpo con viaggio spirituale."

"E sulla realtà del fenomeno non ci sono dubbi. Anzi, è stata un'esperienza ancora più reale del normale. Come se la vera realtà non fosse questa, ma quella."

"È vero."

"Da questa esperienza extracorporea quali deduzioni si possono ricavare?" rifletté lei.

"Una è che questo nostro viaggio dantesco è la confutazione della reincarnazione."

"Un'altra è che non si deve mai rimanere rinchiusi nella propria convinzione, ma bisogna sempre tenersi aperti ai cambiamenti di opinione."

"Quindi per raggiungere la meta del nostro cammino," commentò lui, "dobbiamo mantenerci aperti ai cambiamenti di direzione, alla conversione. Perciò noi dobbiamo cercare di percorrere sempre, senza alcun pregiudizio e con umiltà, la Via della Verità..."

"...verso la Vita."

"Con la nostra guida."

Lui sorrise ed estrasse la sua collanina da sotto la maglietta. La medaglietta della Madonna brillò, raggiata dal sole al tramonto. La baciò con trasporto. Lei si chinò e ne baciò con slancio il Crocifisso.

"Allora andiamo?" disse il ragazzo.

"Sì, proseguiamo."

"Verso la meta scelta."

"Sempre insieme." disse la ragazza.

Si baciarono. S'alzarono in piedi. Quindi la coppia corse aleggiando e ridendo lungo la riva, verso il sole, che tramontava immergendosi nel mare.

E...

 

(Brano tratto dal romanzo "I libri della Bioteca". Romanzo già pubblicato, in cerca di un nuovo editore.)

 

*

Marco, il leone alato

"Lo seguiva però un ragazzo,

che aveva addosso soltanto un lenzuolo,

e lo afferrarono.

Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo,

fuggì via nudo."

 

Marco (14, 51-52)

 

 

Giardino di Getsemani, sera del giovedì pasquale del 33 d.C.

Il soffio dello scirocco faceva fremere le fronde degli ulivi. Tra gli alberi s'insinuarono passi furtivi e voci sommesse. Parecchie persone armate con spade e bastoni, guidate da un giudeo. Parevano dei cacciatori in cerca di una preda pericolosa. Un adolescente, che dormiva avvolto in un lenzuolo sotto un ulivo, si svegliò e incuriosito li seguì di soppiatto.

"Quello che bacerò, è lui; catturatelo." sibilò il giudeo agli altri.

Li condusse ad una radura. C'era una dozzina d'uomini. S'avvicinò al più alto e gli diede sulla guancia un bacio di ghiaccio.

"Amico, per questo sei qui." disse al suo discepolo il Maestro.

La turba gridando l'aggredì e lo legò. I suoi undici seguaci lo abbandonarono e fuggirono. L'adolescente, nascosto dietro un tronco, incontrò il suo sguardo. Emanava energia virile e mitezza d'agnello.

"Ma che v'ha fatto di male?" esclamò uscendo allo scoperto.

Alcuni lo afferrarono, ma il ragazzo si divincolò e scappò svelto come un leoncello. Il lenzuolo caduto sembrava due ali, non ancora adatte a volare.

 

Alessandria d'Egitto, alba del venerdì di Pasqua, seconda metà del I secolo d.C.

La brezza di mare faceva fluttuare la chioma d'ulivo protesa su una casa modesta. S'udirono pugni alla porta e voci imperiose. Soldati scortati da gente vociante. Parevano cercare un criminale. L'uomo dentro si destò e aprì.

"Sei tu il vescovo Marco?"

"Sì, della Chiesa di Cristo!" disse con tono leonino.

Lo legarono a una biga e lo trascinarono a velocità per le vie della città. Lo sventolante manto insanguinato sembrava ali, pronte a prendere il volo verso il cielo.

 

(Racconto vincitore del concorso "Poeti e scrittori uniti in beneficenza" 2015.)

 

*

La donna luminosa

"Nel cielo apparve poi un segno grandioso:

una donna vestita di sole,

con la luna sotto i suoi piedi

e sul suo capo una corona di dodici stelle."

 

Apocalisse (12, 1)

 

 

E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. (...) Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

L'uomo terminò di leggere il testo profetico e allegorico composto dall'apostolo Giovanni. Il libro biblico della rivelazione, l'Apocalisse. Il testo conclusivo, escatologico della Sacra Scrittura, la Parola di Dio. Chiuse il volume pregiato, in cui attingeva abbondantemente per la sua sete. Lo pose sul tavolinetto, si assestò nella poltrona e rimase a meditare ciò che aveva letto.

L'umanità era già giunta negli ultimi tempi descritti con molto simbolismo dall'Apocalisse. Ma ben pochi riconoscevano i segni dei tempi odierni. Invece molti erano ignari di ciò. La gran maggioranza del genere umano rifiutava di vedere i tanti segni positivi che provenivano dal cielo. Per esempio il richiamo alla pace di Medjugorje. Come rifiutava di vedere i tanti segni negativi che arrivavano dalla terra. Per esempio il rischio del conflitto nucleare. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.

L'attuale condizione del mondo era molto critica. Il pianeta era devastato da guerre, terremoti, siccità, allagamenti, carestie, inquinamenti, malattie. Era un tempo di grande tribolazione. L'umanità era contaminata dal peccato come mai nel passato. Essa era ottenebrata a tal punto da non discernere più il male dal bene, scambiando l'uno per l'altro. Il male del tempo presente era persino maggiore di quello al tempo del diluvio universale. Perciò incombeva la nemesi del diluvio di fuoco nucleare. Eppure tutti questi segni ammonitori venivano ignorati dai più, che ciecamente e stoltamente persistevano nel rifiuto di Dio e della sua legge d'amore, seguitando a vivere sempre più impantanati nel materialismo, nel modernismo, nell'egoismo.

Era il tempo del regno delle tenebre. La terra era sommersa dall'oscurità. Un buio subdolo travestito da luce. Un insidioso male mascherato da bene. Il maligno era riuscito a irretire il genere umano e instaurare sulla terra il suo tremendo regno.

Nel misero mondo molti seminatori di zizzania, tanti falsi profeti e parecchi lupi camuffati da agnelli causavano confusione e divisione, perdita dell'unica vera fede, una grande apostasia e una dilagante impurità. Nella povera umanità, ritornata pagana e schiava, imperversava il peccato originale di superbia e ribellione verso il Creatore. Ormai l'idolatria, l'iniquità e l'empietà impestavano gran parte della terra. Ed era stata scatenata una feroce persecuzione anticristiana, assai più sanguinaria di quella perpetrata nei primi secoli del cristianesimo.

Era imminente l'avvento dell'uomo perverso, preannunciato già dai suoi molti precursori anticristici (Hitler, Stalin, Bin Laden, ecc.). Egli si sarebbe insediato nel tempio di Dio e avrebbe messo se stesso al posto di Dio, facendo adorare il proprio io; opponendosi al vero regno di Cristo, imponendosi col suo regno di Anticristo.

Era il tempo apocalittico della battaglia decisiva tra il bene e il male. Le due schiere contrapposte erano giunte allo scontro conclusivo. Infine, dopo una lunga lotta contraddistinta da tante alterne vicende, una di esse avrebbe prevalso per sempre sull'altra.

Da una parte c'era schierato l'esercito del male. Il suo capo era Satana. L'antico nemico. L'angelo di luce ribellatosi all'Altissimo e perciò decaduto a principe delle tenebre. Lo strisciante serpente che aveva causato la caduta dei due progenitori dell'umanità. I suoi seguaci erano: i molti demoni riversati sulla terra per tentar di portare alla perdizione il maggior numero possibile di anime; i tanti dannati già precipitati nell'inferno eterno; il grande drago rosso (il comunismo), l'occulta bestia nera (la massoneria) e la bestia simile a un agnello che parlava come un drago (la massoneria ecclesiastica); e tutti gli altri uomini che nel mondo combattevano con odio Dio per far trionfare l'ateismo, il relativismo e l'anticristianesimo.

Dall'altra parte c'era schierato l'esercito del bene. La sua condottiera era Maria. La piena di grazie, il capolavoro dell'Onnipotente. L'immacolata concezione. La nuova Eva. La vergine Madre di Dio, della Chiesa e dell'umanità. La corredentrice del genere umano. La calpestatrice dell'antico serpente. La mediatrice di tutte le grazie. L'assunta in cielo con corpo e anima. La regina del cielo e della terra. La donna vestita di sole. I suoi seguaci erano: i nove ordini di angeli, capeggiati dall'arcangelo Michele, principe della milizia celeste; i tanti santi ormai immersi nella luce beatificante del paradiso; tutte le anime ancora immerse nel fuoco purificante del purgatorio; e tutti gli uomini del mondo rimasti fedeli con amore al Creatore e ai suoi comandamenti, alla verità del Vangelo, alla Chiesa di Cristo e al successore di Pietro. Questa bella schiera amava la sua celeste condottiera. Lei dirigeva secondo il disegno divino.

La battaglia apocalittica era combattuta soprattutto a livello spirituale, più che a quello materiale. Ciascuna delle due schiere adoperava le proprie armi. Quelle subdole del male erano la menzogna e l'inganno, il peccato spacciato per libertà e i delitti passati per diritti, la violenza e l'immoralità, l'odio e l'egoismo, l'orgoglio e la trasgressione. Quelle potenti del bene erano l'amore e l'altruismo, l'umiltà e l'ubbidienza, la preghiera e la penitenza.

L'esito finale della lotta tra il bene e il male degli ultimi tempi era già scontato. Era già previsto ancor prima che principiasse il tempo, che avvenisse la creazione degli esseri angelici, dell'universo e degli esseri umani. L'Onnipotente attua i suoi progetti pur rispettando la libertà di tutte le sue amate creature.

L'uomo si alzò e andò a riporre la Bibbia nella libreria. Si avvicinò alla vetrata e aprì la tenda. Albeggiava. Il mare e il cielo cominciavano ormai a distinguersi l'uno dall'altro, dopo il loro congiungimento notturno in un unico elemento. Nel firmamento ancora nerastro era rimasto soltanto un astro a risplendere: Venere. La bella stella era l'estrema vedetta della notte. Il bianco pianeta faceva anche da solingo precursore del sole.

Venere per un istante lo scrutò col suo sguardo conturbante. Un paio di muliebri occhi neri che trafissero il suo cuore. Poi agli occhi si aggiunse un volto con i capelli corvini. Quindi nel cielo apparve un'intera figura femminile. Una donna vestita di notte. La donna oscura. Infine all'immagine proveniente dalla sua mente e proiettata nello schermo del firmamento si aggiunsero suoni, scene, emozioni. Fugaci filmati evocati dalla sua ossessione. Brevi brani estratti dalle sue composizioni.

(...)

Nel firmamento le immagini in bianco e nero svanirono con una lenta dissolvenza. E con esse pure Venere era scomparsa. Ne sentì subito la mancanza. Adesso il cielo era vacuo. Sembrava un limbo in aspettativa della vita incipiente. Pareva un primordio in attesa del fiat imminente.

L'uomo trattenne il suo respiro. Il tempo sospese il suo fluire. Fu una attesa d'un attimo atemporale. Ebbe la sensazione che fosse una sospensione soltanto locale e personale. Si domandò quanto tempo trascorresse e che cosa succedesse intanto nel resto del mondo.

Quindi ripresero il respiro e il progressivo mutamento del firmamento notturno in cielo diurno. Il buio era fugato dalla luce. Sulla marina distesa incedeva il chiarore dell'aurora. Man mano che l'alba procedeva tra mare e cielo si profilava sempre più prossima una fulgida figura femminile. Una donna vestita d'aurora. La donna luminosa.

Il suo cuore sussultò. Ecco infine l'atteso avvento della condottiera vittoriosa. Ecco finalmente l'apocalittico apparire del segno maestoso. La manifestazione del trionfo finale della luce sulle tenebre. La Madonna avanzava ammantata di immacolata luminanza, con una veste gialla dorata. La sua figura era sempre più nitida e splendente. La sua persona era d'eccelsa bellezza. Lei era la più bella in assoluto.

"Ave Maria!"

Lei gli si approssimò e lo fissò. Per lui tutto il resto scomparve ed esistette solamente lei. Non ci fu nient'altro che Maria. La sua presenza materna, il suo aspetto di regina, il suo sguardo amoroso, i suoi occhi di cielo, il suo sorriso di paradiso. Maria era una beatitudine.

"Deo gratias!"

La Madre annunciava con gioia la gloria di suo Figlio. L'aurora luminosa precedeva lo splendore del sole. E infatti ecco all'orizzonte spuntare, dal virginale grembo del mare, la trionfante Luce del mondo. Ecco il giubilante avvento del grande giorno senza tramonto. Infine arrivava per la terra la tanto attesa epoca di primavera. Giungeva per l'umanità l'agognata nuova era. Il Regno del Redentore.

Sorse l'eterno Sole, in tutto il suo fulgore.

"Gloria!"

 

*

Se non diventerete come bambini...

Una volta c'era un giovane scrittore.

Dopo una lunga attesa in anticamera, con in mano la propria opera, poté entrare nella stanza del direttore editoriale. Il direttore, un individuo grande e grosso, cessò di leggere, levò lo sguardo e squadrò il giovane minuto e timido che gli stava davanti.

"Vorrei proporle per la pubblicazione..." esordì esitando lo scrittore mostrando il manoscritto.

"Sangue e violenza ce ne sono a sufficienza?" domandò l'omone bruscamente.

"Io non tratto questo genere." rispose il giovane con un gesto di disgusto.

"E che cosa scrivi allora?"

"Queste sono... favole." rivelò lo scrittore sorridendo d'imbarazzo.

"Favole?!" disse il direttore con gran stupore.

"Sì, io scrivo favole per i bambini."

"Vuoi prendermi in giro, o sei proprio cretino? Non lo sai che siamo ormai nel terzo millennio? E per te è tempo ancora di favole?"

Il giovane chinò il capo e non rispose.

"Ti consiglio di buttare questa roba nella pattumiera. Se vuoi pubblicare, scrivi qualcosa di attuale." concluse il direttore editoriale.

Mogio, il giovane scrittore se ne andò. Uscì dall'ennesima casa editrice, inghiottendo l'ennesimo amaro rifiuto. Aveva perso il conto dei rifiuti ricevuti, come aveva perso il conto dei giorni digiuni. La fame ormai aveva divorato quasi tutta la sua speranza. Come ultimo tentativo pensò di proporre la propria opera ai passanti. Era talmente affamato, che gli sarebbe bastato ricavare solo i soldi per pagarsi un panino e una bibita.

E così si rivolse a un uomo. "Scusi signore, vuole acquistare le mie favole per i suoi figli? Gliele vendo per pochi euro."

"Io non ho bambini." esclamò l'uomo senza fermarsi. "Sono un single."

Quindi si rivolse a una donna. "Scusi signora, vuole acquistare le mie favole per i suoi figli? Gliele vendo per pochi euro."

"Io non ho bambini." dichiarò la donna senza girarsi. "Sono una manager."

Il giovane pensò di tentare direttamente con i destinatari dei suoi testi. Vide che in giro di bambini ce n'erano pochini.

Provò col primo. "Ciao. Vuoi comprare le mie favole? Te le cedo per poco."

"Non ho tempo per leggere le favole." si scusò il bambino. "Devo frequentare ogni giorno la palestra, perché sono sovrappeso."

Provò di nuovo. "Ciao. Vuoi comprare le mie favole? Te le cedo per poco."

"Non ho tempo per leggere le favole." si scusò la bambina. "Devo giocare coi videogame."

No, non era più tempo di favole. Lo scrittore si sentì naufragare nel mare di uno sconfinato sconforto. La terra sotto i suoi piedi ondeggiò, il mondo intorno gli si annebbiò. Barcollando entrò in un parco pubblico per poter distendersi. Ma prima di poterlo fare si accasciò al suolo. Nell'isola di verde v'erano soltanto tanti anziani, i quali si affollarono attorno al giovane. Lo aiutarono ad alzarsi e adagiarsi su una panchina. Una vecchina stava per chiamare col suo cellulare il 118.

"No, non occorre l'ambulanza. La mia è solamente fame. Non mangio da molti giorni."

Un'anziana prese dalla borsa della spesa dei biscotti, alcune arance, una tavoletta di cioccolata, una limonata, e glieli diede. "Mangia, coraggio."

Un vecchietto raccolse il manoscritto e s'accorse di cosa si trattava. "Sei uno scrittore di favole?" gli domandò con ammirazione.

Il giovane annuì con un cenno del capo, continuando a masticare.

"E già, ormai chi scrive favole fa la fame." commentò l'anziano. Gli venne quindi un'idea, che propose agli altri. "Che ne direste di farne tante fotocopie e di comprarne una copia ciascuno?"

Tutti acconsentirono.

"E intanto, quando finisci di mangiare, leggicene qualcuna."

Dopo un po', ristorato e rincorato, lo scrittore prese la propria opera e principiò:

"C'era una volta..."

Gli anziani lo ascoltarono attenti come tanti bambini. Ed era così bella quella favola, ne furono tanto incantati, che accadde loro una meravigliosa metamorfosi. Non si sa come, cominciarono le schiene a raddrizzarsi, le rughe a spianarsi, a sparire i malanni, a diminuire gli anni. Gli anziani ringiovanirono gradualmente. Finché alla fine della favola si ritrovarono bambini. Tutti allora assalirono il giovane scrittore, gareggiando per abbracciarlo e baciarlo, ridendo e gridando con gran gioia:

"Viva le favole!"

 

(Racconto pubblicato da Keltia Editrice.)

 

*

La Verità

"...e la verità vi farà liberi."

 

Giovanni (8, 32)

 

 

C'era una volta un parco pubblico.

In un giorno d'inverno freddo e coperto nel parco semideserto entrò un vecchio. Vestito con un cappotto consunto, con candidi capelli incolti, passeggiava e parlottava tra sé. Sinché si sedette su una panchina. Tirò fuori un logoro libro, l'aprì e lesse in una pagina segnata da un orecchio una frase più volte sottolineata.

La cosa più preziosa che nella vita l'uomo possa ricercare è la Verità.

Il vecchio socchiuse gli occhi e sospirò.

"La Verità. È da una vita che la cerco, senza riuscire a trovarla. Ormai comincio a credere che non esista. E se esiste, dove sta la Verità?"

Non appena aperse le palpebre gli apparve davanti un bambino. Intorno ai nove anni, in jeans e giubbino, lo guardava con un sorriso.

"Tu sorridi perché parlo da solo, vero? Eh sì, lo so, sono un po' matto."

"Io conosco ciò che cerchi." gli disse il bambino con tono rispettoso.

L'anziano rise. "Io sono invecchiato cercando invano la Verità, e tu così piccolo la conosci già?"

"Ciò che cerchi inutilmente da tutta la vita, si trova in una sola parola."

"Quale?" chiese il vecchio incuriosito.

"In una parola di cinque lettere."

"È troppo poco per poterla trovare."

"Comincia con la a."

"È una parola di cinque lettere che comincia con a, la Verità." ripeté riflettendo l'anziano.

Il bambino gli si sedé vicino.

"Non la trovo."

"Cercala nel cuore del bambino che batte ancora in te." gli disse il piccolo.

Il vecchio chiuse gli occhi. Dopo un po' sul suo viso rugoso emerse un sorriso luminoso.

"Ma come ho fatto finora a non trovarla?" si chiese con meraviglia riaprendo gli occhi.

"Non l'hai cercata nel posto giusto."

"Grazie, piccolo! Come ti chiami?"

"Io sono Salvo." disse il bel bambino.

"Io vengo chiamato il Pensatore Solitario. Si dice che il troppo pensare m'abbia fatto ammattire."

Passarono dal viale due donne.

"Oggi che giorno grigio e triste... Come sarebbe bello se uscisse il sole." disse una.

"Davvero. Però il tempo è tanto brutto che ci vorrebbe un miracolo." le ribatté l'altra.

Allorché esse si furono allontanate abbastanza, il bambino col braccio compì un gesto verso il cielo. Subito le nubi cupe si aprirono e apparve un sole caldo e luminoso. L'anziano era esterrefatto.

"Salvo, ma com'hai fatto?!"

"Si possono compiere cose meravigliose col potere della parola che ora conosci anche tu."

"Fanne un'altra."

Il piccolo prese un pugno d'argilla dall'aiola e la modellò finché formò un uccello.

"È molto bello. Sembra quasi vero." disse il vecchio con ammirazione.

Il bambino soffiò sull'uccellino e lo lanciò nel cielo. Quello con un frullo volò via, vivo e cinguettante. Il vecchio balzò in piedi e il volume gli cadde dalle mani. La sua mente s'illuminò totalmente.

"Salvo, allora tu sei..."

Il piccolo raccolse il libro e glielo porse.

"Io sono la Verità."

L'anziano prese il libro con mano malferma. Con un sorriso amoroso il bambino scomparve.

"Ti ringrazio di cuore, mio Salvatore." sussurrò il savio Pensatore Solitario.

E se n'andò in pace.

 

*

Le due torri

"Bene e male

non sono due parole

abbandonate all'arbitrio

dell'umana interpretazione."

 

Sant'Annibale Maria Di Francia

 

 

C'erano una volta, in una moderna metropoli, due elevate torri.

Due belle torri gemelle, le quali erano attorniate da tanti altri edifici minori. Come vicine regine coregnanti esse sovrastavano in altezza e bellezza la loro cospicua corte di costruzioni circostanti.

E queste sorelle gemelle erano sempre piene di vita e d'attività. Simili a enormi termitai, ospitavano migliaia d'individui occupati in svariati mestieri. Ci lavoravano persone di ogni razza e religione. Tutta la città era ben fiera delle sue due alte torri.

In una di esse, in uno dei tanti piani, in uno dei molti uffici, ci fu un meeting una mattina.

"...e ci abbisogna uno slogan per la campagna di raccolta dei fondi."

"In quanto ente non profit, siamo costretti a contenere al massimo le spese. Non possiamo permetterci di pagare un'agenzia pubblicitaria."

"Allora lo slogan troviamolo noi."

"Bravo."

"Vediamo chi ha più inventiva."

"Ci vorrebbe una bella idea che invogli la gente a far offerte generose alla nostra organizzazione, per poter procurare tanto latte in polvere da portare ai bambini bisognosi del Medio Oriente."

"Pensiamo."

Nell'ufficio per alcuni momenti si sentì soltanto lo strofinio prodotto dal lavavetri nero appeso all'esterno della finestra semiaperta.

"Ricorda che polvere tu sei, e in polvere ritornerai!" esclamò l'uomo di colore.

Tutti lo guardarono.

"Tu sei polvere mortale, ma puoi donare un po' di polvere vitale ai bambini che muoiono di fame." disse seguitando a lavorare il lavavetri.

Tutti gli batterono le mani.

"Complimenti, è un'idea brillante!" gli disse il direttore dell'organizzazione.

"Oh, non è stato tanto difficile. La polvere è il mio pane quotidiano."

Quella stessa mattina apparve un aereo nel cielo. Uno dei molti velivoli che solcavano ogni giorno il cielo cittadino. Ma questo era fuori rotta. Sembrava un uccello che ha perso il senso dell'orientamento. Alcuni si accorsero del suo strano comportamento. Era come un colossale volatile che ha perso completamente il controllo di se stesso perché posseduto da forze maligne. E difatti, dominato da una malvagia volontà, volò verso uno dei due edifici e vi si schiantò contro con un gran boato. L'aereo esplose e la torre prese fuoco. Poco dopo un altro aereo suicida colpì la seconda torre. Le due superbe costruzioni, ferite e straziate dalle fiamme, crollarono su se stesse una dopo l'altra con un gran polverone. Le torri gemelle non esistevano più.

Ma come la mitica Fenice risorge dalle proprie ceneri, così le torri tornarono a una nuova vita. Ricostruite più alte e più salde di prima, le due belle gemelle ritornarono a elevarsi verso il cielo.

Più che in precedenza.

 

*

La Regina della Luce

"Allora il drago s'infuriò contro la donna

e se ne andò a far guerra 

contro il resto della sua discendenza..."

 

Apocalisse (12, 17) 

 

 

C'era una volta una grotta. 

Nella sua oscurità la luce delle torce osteggiava il dominio del buio, riverberandosi sui visi decisi del gruppo di persone presenti. 

"Cari Araldi, eccoci tutti qui riuniti, sperando che nessuno di noi sia stato pedinato. Non tanto per la nostra vita, quanto per l'importanza di questo nostro incontro segreto." iniziò il più anziano.

"Ormai non possiamo neppure portare addosso le nostre insegne, senza esser linciati dalla gente, oppure sacrificati al Dragone." commentò un giovane. 

"Ma anche se siamo stati decimati dalla persecuzione e dalla defezione di parecchi per paura, noi non ci arrendiamo." esclamò una ragazza. 

"Siamo convenuti qui per questo." continuò l'anziano. "Dobbiamo essere anzitutto noi, Araldi della Luce, a contrastare le tenebre che purtroppo stanno avvolgendo sempre più il nostro pianeta."

"È vero." disse una donna. "Il nostro bel sole azzurro viene sempre più eclissato, ed è sempre meno caldo e luminoso. Il giorno è sempre più breve, mentre la notte è sempre più lunga, buia e fredda." 

"E per giunta," aggiunse un uomo, "il Dragone continua a sostenere per bocca dei suoi sacerdoti che ciò succede perché non gli si fanno abbastanza sacrifici antropici, e ne chiede sempre di più."

"Come se non bastassero tutti quelli che s'è fatto fare finora: prima i bambini non ancora nati e i malati terminali, dopo gli handicappati, poi i poveri, e infine tutti coloro che non lo riconoscono come signore e non si sottomettono al suo volere, cominciando da noi Araldi." disse un altro.

"E come se l'efferato potere delle tenebre nel nostro pianeta non fosse principiato da quando è giunto lui qui." disse un altro ancora. 

"Infatti sono questi i suoi mezzi: menzogna e inganno." esclamò una giovane. "Mediante i suoi sacerdoti si è presentato come il liberatore, e ha istigato la popolazione alla ribellione contro il Signore dell'Universo e le sue leggi, facendo in poco tempo molti proseliti. Il liberatore sta riuscendo nel suo subdolo intento: liberare il pianeta dalla luce, e farvi regnare le tenebre."

"Non ha ancora vinto. E non vincerà finché vivrà un solo Araldo della Luce." disse l'anziano.

D'un tratto s'udì un fruscio all'ingresso della grotta e tutti sussultarono. Attraverso i cespugli che celavano l'entrata s'introdussero degli individui. Alcuni adolescenti con tuniche luminescenti, recanti un forziere.

"L'eterna energia sia sempre con voi." disse il più adulto d'essi. "Non temete, noi siamo gli Arcinviati del Signore dell'Universo."

"Questo dimostra che Lui non ci ha abbandonati." disse con sollievo l'anziano.

"Lui governa il proprio immenso impero dal cuore della Grande Galassia Centrale dove risiede provvedendo a tutti i suoi sudditi, anche agli abitanti d'un piccolo pianeta di una periferica galassia come voi."

"Noi confidiamo nel suo aiuto."

"Nessuno ne rimane mai deluso. Lui ovviamente è a conoscenza del fatto che il Dragone è fuggito dall'abisso del buco nero in cui era imprigionato, e che si è impadronito del vostro pianeta. Poiché il Signore dell'Universo ha molto a cuore la vostra liberazione, vi ha affidati alla sua amatissima figlia, la Regina della Luce. Lei vi manda queste armi, affinché le distribuiate ai pochi abitanti rimasti fedeli, per la battaglia finale contro il Dragone e i suoi seguaci. Lei stessa verrà a condurvi."

Un grido di giubilo sfuggì a tutti gli Araldi, tranne a un uomo, che se ne stava piuttosto in disparte. I due Arcinviati più giovinetti aprirono il forziere. Era colmo di collane, composte da piccole perle e un pendente, un grosso rubino a forma di cuore. Quello meno ragazzo ne prese in mano una e la mostrò al gruppo.

"È un'arma molto potente, ma funziona solamente se si crede nel suo potere. È una collana convertitrice, capace di trasformare i nemici in amici, di liberare i seguaci del Dragone dalla sua suggestione."

Puntò il cuore in direzione dell'Araldo che non aveva esultato. Dal rubino scaturì un raggio di luce iridata che colpì l'uomo in mezzo alle sopracciglia. Dai suoi globi oculari caddero due specie di squame.

"Come facevo a non vedere la verità?" esclamò l'uomo strofinandosi gli occhi.

"Ecco come funziona." disse l'Arcinviato riponendo la collana nel forziere.

"Presto, dobbiamo andarcene tutti da qua, perché i dragoniani stanno per arrivare! Io ho rivelato loro il luogo della nostra riunione!" disse l'uomo.

"Andate senza perder tempo, e che l'eterna energia sia sempre con voi." concluse l'Arcinviato.

I tre adolescenti sparirono all'istante, lasciando nell'aria una tenue luminescenza. Il gruppo si divise in fretta le armi e le mise sotto i propri mantelli rossi e bianchi, segnati con la croce alabardata. Quindi uscì dalla grotta e si disperse nella notte avvolgente.

 

Nel giorno incipiente l'astro azzurro affiorava sempre più sui lievi declivi erbosi, ergendosi coi suoi strali luminosi sui silenti eserciti contrapposti. I due schieramenti erano già pronti. Uno era molto folto, costituito da uomini a cavallo di imponenti ipposauri, armati con sputafiamme, guanti artigliati e tridenti avvelenati. Li comandava dalla retrovia il Dragone, l'oscuro essere con corpo umano, testa e coda di drago. L'altro era sparuto e appiedato, formato da uomini e donne, armati soltanto di collane. Li conduceva in prima linea la Regina della Luce, bella e splendente più del sole, colla corona di stelle e lo scettro a falce di luna. Dietro di lei stavano gli Araldi, i cui stendardi svettavano sventolando, con la croce alabardata brandita dal vento.

"Sterminateli tutti!" ordinò il Dragone retrocedendo con un ruggito rabbioso.

Subito i suoi seguaci si lanciarono a spron battuto urlando e imprecando.

"Non abbiate alcun timore, cari figli miei." disse ai suoi la donna con dolce voce.

Allora i reginiani seguendo la loro condottiera andarono incontro agli avversari, sorridendo e cantando un bell'inno alla Regina della Luce:

"Il tuo cuore trionferà!"

 

*

La voce dell’universo

"Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza..."

 

Isaia (53, 11)

 

 

C'era una volta un gitante.

Ch'era ormai senza voce per aver a lungo chiamato. Ma nessuno rispondeva ai richiami. Si sentiva soltanto il silenzio della montagna.

Era bastato attardarsi alcuni minuti per perdere il contatto con la comitiva. Eppure la guida aveva avvertito di non allontanarsi dal gruppo. Appena gli escursionisti erano sbucati dal bosco, si era manifestato un paesaggio da miraggio. Ma mentre gli altri si erano limitati a un'occhiata e avevano proseguito, lui era rimasto ad ammirare la vasta e ammaliante vista. Il suo sguardo rapito si era involato come un uccello. Il vulcano digradava con i boschi verde castagno, le distese laviche nere, i vigneti verde smeraldo, i paesi policromi, le valli variegate, gli agrumeti verde scuro, fino ad arrivare al mare turchino, che si congiungeva col cielo cobalto, che s'univa con la superficie del vulcano. Era un continuum di forme, colori, elementi. Un'unità completa e interagente. Ed era allora sorta una domanda dolorosa. Perché non si sentiva parte di quella unità? Si era scosso, aveva cercato di raggiungere gli altri e si era perso fra i crinali e gli avvallamenti. Aveva tentato di farsi udire, urlando fino a sfiatarsi, ma non aveva ricevuto risposta.

In quel frangente che cosa poteva fare? Certo non cercare di scendere verso il più vicino centro abitato. Non conosceva la montagna e tra non molto sarebbe stato buio. Avrebbe rischiato di precipitare in qualche canalone. Quindi non gli rimaneva che aspettare i soccorsi. Prima o poi si sarebbero accorti della sua scomparsa. La sola cosa che potesse fare era di portarsi in un punto più elevato, per esser facilmente rintracciato. Poteva perfino salire fin sulla sommità del vulcano. Non era molto distante.

Tramonto. Salendo osservò il sole che era sulla vetta della montagna. Stava per penetrare dentro il cratere. Sembrava un enorme zigote sfolgorante che rientrava nel grembo da cui era fuoriuscito, per andare a ricostituire la sua energia vitale quasi esaurita.

Crepuscolo. Sotto i suoi ormai stanchi scarponi la sciara scricchiava. Tutto intorno pareva il paesaggio d'una luna nera. L'erta culminava con la vetta, che si elevava su un cupo e lindo sfondo.

Notte. Era in cima al mondo. Sopra solo il cielo, e sotto tutta la terra. In alto una grande prateria nera, ricoperta di lucciole brillanti. In basso un crespo cielo nero, cosparso di costellazioni scintillanti.

E daccapo quella domanda. Perché...? Silenzio. Fece alcuni passi e fu sul bordo dell'abisso. Scrutò l'oscura voragine. Il grande cratere pareva una buia bocca spalancata che urlava senza voce verso il cielo. Sarebbe bastato soltanto un altro passo e... In quell'istante sentì qualcosa. Era un suono indistinto. Prima che riuscisse a individuarne la provenienza esso cessò. Ma forse lo aveva solamente immaginato, pensò. Levò gli occhi al cielo.

"Perché...?"

La sua voce vibrò nel silenzio disperata. Su, distante, sperduta fra tante altre, una stella attirò la sua attenzione. Un piccolo astro rossastro, che emanava un umile lume nella notte. Tremava, come se si fosse commosso. D'un tratto ebbe un sussulto e, sopra i suoi occhi stupiti, la stella esplose. Da ch'era appena visibile, il minuscolo astro aumentò di magnitudine, finché diventò la più grande e la più bella stella del cielo. E poiché la luna era assente, fu l'astro più splendente del firmamento.

La luce della superba supernova, proveniente dalle profondità remote dello spazio e del tempo, giunse sino a lui. Percepì un intimo contatto, come se quella irradiazione fosse penetrata fin dentro il suo essere. Un tremito percorse il suo corpo. Un sussulto scosse la sua mente. Un lampo abbagliante e il suo io esplose.

Sentì la sua coscienza crescere, sentì la sua essenza espandersi, come se fossero state spezzate delle catene, come se fossero stati distrutti i muri di una prigione. Il suo io, non più confinato all'interno del corpo, si propagò senza vincoli all'esterno, proiettandosi liberamente verso il cielo. E man mano che aumentava acquisiva una più grande e più luminosa consapevolezza di sé, della vita e dell'universo. Un nuovo sentire affluiva al suo essere, una nuova conoscenza arricchiva la sua coscienza. Egli era una vera nova umana. Sentì l'intima comunione della sua natura col cosmo intero, sentì un'incontenibile gioia sovrumana, si sentì saturare da un sapere superiore.

E come per l'abbattimento di un'ultima barriera frapposta dalla materia, ecco d'improvviso dischiudersi e rivelarglisi l'universale linguaggio dello spirito. Comprese la voce del vivo cosmo. La sentì, la vide, vi s'immerse. Era una voce vera e veloce: la luce!

"Il buio è luce che non vedi."

"Il silenzio è suono che non odi."

"La sofferenza è bene che non capisci."

"La morte è vita che non percepisci."

Per un istante estatico il suo essere vibrò sulla stessa lunghezza d'onda della voce. Una vibrazione di purezza e levità, di bellezza e verità. Poi il suo io prese rapidamente a rimpicciolire e offuscarsi, subendo un veloce fenomeno d'implosione, che lo fece ridimensionare fino allo stato iniziale. E di colpo si ritrovò dentro il corpo, ritto sulla vetta del vulcano, il viso rivolto verso le stelle, gli occhi velati di lacrime. L'esperienza mistica si era conclusa. Era durata alcuni secondi, o estesi secoli? Si guardò intorno, cercando di ritrovare il contatto con la consueta realtà. Si sedette sull'orlo del cratere.

In quel mentre riudì il debole rumore di prima. Proveniva dal basso e diveniva sempre più distinto. Pareva il ronzio di un enorme insetto volante del carbonifero. E infatti scorse un insetto abnorme librato nell'aria, che saliva verso di lui. Quando fu più vicino vide che nella testa della locusta ciclopica c'era un grande occhio luminoso, con cui perlustrava le tenebre del terreno sottostante, come se cercasse la propria preda. Sperò d'istinto di sfuggire alla sua ricerca. Ma fu subito colpito dal fascio di luce accecante. La locusta cacciatrice con una veloce virata si portò sopra di lui. Lo aggredì col suo rumore assordante e lo investì col violento spostamento d'aria delle sue ali. Lui si sentì in trappola. Cercò nel cielo con occhi spersi la supernova. La sua luce era ancora visibile, anche se offuscata. Il faro dell'elicottero non aveva eclissato del tutto la sua voce.

S'alzò e si lasciò salvare.

 

*

La coppia di stelle

"I cieli narrano la gloria di Dio..."

 

Salmi [19 (18), 2] 

 

 

C'era una volta un individuo.

Lui levitava nello spazio. Interagiva con moltissimi altri esseri coscienti. Esseri grandi e piccoli, vicini e lontani, tutti unici e importanti, tutti facenti parte del grandioso e misterioso fenomeno del divenire.

Il suo corpo caldo, sferico e sfolgorante era tutto un gran ribollire di materia ed energia. Era una comune gigante azzurra. Una delle tante stelle d'una delle molte galassie di questo universo.

Egli era come tutti gli altri in moto. Un moto piuttosto complesso e inarrestabile. Il movimento di rotazione attorno al suo asse si sommava al movimento di rivoluzione attorno a un'altra stella vicina e al movimento di traslazione attorno al centro della sua galassia.

Lui e l'altra stella eran circondati da una corte di esseri eterogenei che ruotava loro attorno: pianeti, satelliti, asteroidi, comete, meteore, molecole di polveri, atomi di gas, particelle subatomiche. Lui e la sua vicina formavano un sistema binario. Giravano l'uno attorno all'altra, o meglio, giravano entrambi attorno al baricentro del sistema.

Loro erano nati insieme, tanto tempo innanzi, dalla medesima nebulosa, e insieme erano procedute le loro esistenze fino a non molto addietro. Comunque loro erano una coppia di astri legata dallo stesso destino.

Lei era pur sempre la sua compagna. L'essere a lui più simile, l'essere di cui sentiva maggiormente l'attrazione. Lei era l'unico essere che aveva amato, e che continuava ad amare anche adesso, dopo la sua morte. La sua amata era stata una bellissima stella bianca. E ora era un'arcana stella nera. Era divenuta un buco nero.

Egli avrebbe voluto estirpare dai propri ricordi le terribili immagini della sua incontrollabile contrazione. Quella sua inarrestabile implosione che l'aveva fatta collassare su se stessa in breve tempo, fino a svanire nel nulla. Così senza poterla aiutare aveva assistito alla sua sofferenza, alla sua agonia, alla sua morte.

Ed era rimasto menomato. Era come se avesse perso una parte importante di sé.

Lui non sapeva in quale dimensione spazio-temporale lei fosse adesso. In quest'universo di lei era rimasta solamente una tremenda forza gravitazionale, a cui niente poteva sfuggire, neanche la luce. E lui continuava a ruotare attorno a quest'oscura singolarità, attorno a questa sua occulta spoglia. Ma non per molto.

Perché l'attrazione che lei esercitava nello spazio circostante era così intensa, che un flusso di materia azzurra si staccava dalla superficie del corpo di lui, e cadeva a spirale nel buco nero, scomparendovi dentro. Così si andava consumando rapidamente, attratto e fagocitato da lei, penetrando e annientandosi in lei. Era come se, da lì dove si trovava ora, lei lo chiamasse a sé, per esser finalmente uniti e felici come non lo erano stati mai. E lui pensando a questo futuro radioso sopportava la sofferenza di essere straziato dalla sua forza gravitazionale.

Ma intanto sentiva sempre più la mancanza della propria compagna. Gli mancava la bellezza del suo splendore e la dolcezza del suo candore. Gli mancava la sua raggiante razionalità. Gli mancava la sua luminosa spiritualità. Sentiva la mancanza dei loro lunghi dialoghi mentali sui misteri dell'immanente e del trascendente. Questo vuoto l'aveva costretto a cercare di comunicare con lei. Ci aveva provato in vari modi. Prima con le onde elettromagnetiche sublimate. Dopo con le onde mentali concentrate. Quindi con le onde iperspaziali accelerate. Infine aveva ricevuto una sua risposta, che l'aveva ripagato di tutti gli sforzi compiuti: un'irradiazione interiore di pace, gioia, amore!

La sua morte prossima avrebbe provocato purtroppo anche altre morti. La maggior parte dei diversi esseri viventi che componevano il suo sistema solare non avrebbe subito alcun danno dalla sua scomparsa. Essi con un graduale assestamento avrebbero continuato a gravitare attorno al buco nero. Ma per la totalità dei piccoli e deboli esseri biologici che popolavano certi pianeti la sua sparizione comportava l'oscurità, il gelo, l'estinzione.

Ciò era ineluttabile. Tutti sono interagenti. Ogni fenomeno, macroscopico o microscopico che sia, si ripercuote nel resto dell'universo. La morte di una stella rossa come supernova; l'annichilimento d'un fotone con un antifotone; la nascita di un quasar dall'enorme energia; il decadimento di un quark per qualche istante nelle sue tre particelle componenti; la morte di un pianeta anulare frantumato dalla collisione con una cometa interstellare; l'accoppiamento di due ominidi su un pianetino d'una nana gialla periferica di una piccola galassia a spirale. Ogni evento, nel bene o nel male, si riflette nell'intero universo.

Soltanto alcuni dei molti pianeti del suo sistema solare ospitavano la vita biologica. Tutte le varie specie di organismi superiori, intelligenti e antropomorfi, che abitavano questi pianeti si trovavano ancora a un livello evolutivo piuttosto basso. Infatti essi non avevano nemmeno raggiunto il controllo dei loro istinti primari (sessualità, alimentazione, aggressività, ecc.), e credevano che la vita fosse solamente quella biologica.

Non sapevano che non esiste la materia non vivente, e che tutto invece è cosciente. Non sapevano che l'universo intero è costituito da individui vivi e pensanti. Non sapevano che ogni particella e atomo e cellula che componevano i loro corpi erano altrettanti io, così come lo erano i pianeti su cui vivevano, le stelle attorno alle quali giravano, il loro sistema solare, la loro galassia, e lo stesso universo. Il cosmo è vita e ordine.

Essi credevano di essere il prodotto di una evoluzione biologica meramente materiale e casuale, pertanto non potevano apprezzare la grandezza e la bellezza del dono che avevano ricevuto: la vita. Essi non credevano nell'esistenza dell'Essere Supremo, uno e trino, da cui tutto fu originato con l'atto creativo del Big Bang.

E intanto si approssimava celermente la completa trasmutazione del suo essere cosciente, goccia di uno sterminato oceano evolvente.

Una delle tante giganti azzurre di una delle incalcolabili galassie, d'uno degli innumerevoli ammassi, d'uno degli illimitati universi, d'uno...

 

[Racconto vincitore del premio "La biblioteca d'oro", Barrafranca (EN), 2011.]

 

*

Misericordia Dei

"Io sono la Misericordia Infinita.

Non temere..."

(Dal diario di Santina Scribano.)

 

"L’abisso della Mia Misericordia

è insondabile."

(Dal diario di Faustina Kowalska.)

 

 

C'era una volta una scuola.

In un'aula di essa l'urlo d'un alunno ruppe la noia e interruppe la lezione.

"Mi hanno rubato dalla cartella la merendina!" disse una bionda bambina.

"Su, chi l'ha presa gliela restituisca." disse paziente alla classe l'insegnante.

Tanti scolari si guardarono tra loro, dubitando che la cosa fosse ancora possibile. A meno che il ladro della merendina non l'avesse restituita all'adirata proprietaria vomitata oppure digerita.

"Tu sai per caso chi è stato?" domandò la donna a un rotondo bambino che aveva sulle labbra delle briciolette fortemente sospette.

"Forse l'ha fatta fuori qualche topolino." rispose quello forbendo i frammenti con la lingua.

"Un topo molto grosso." commentò uno.

"Un topo senza coda." continuò un altro.

"Un topo a due zampe." concluse un terzo.

Tutta la classe rise.

L'insegnante sorrise. "Avviserò il bidello che c'è un sorcio che mangia le merendine."

"Sei un ladro." esclamò la biondina.

"Ci vediamo fuori." digrignò il cicciottello.

"Se provi a toccarmi con un dito lo dico a mio fratello maggiore, e ti faccio gonfiare di botte come un pallone, ancor più di quanto sei." sbottò lei.

"E io lo dico a mio padre, che fa finire tuo fratello all'ospedale." proruppe lui.

"E mio padre prende il suo fucile da caccia, e manda il tuo all'altro mondo!" gridò la bambina.

"E i miei zii militari ammazzano tutta la tua famiglia!" urlò il bambino.

"E i miei parenti politici...!"

"Basta così." interferì l'insegnante. "Stamattina per una merendina rischiamo di far scoppiare la guerra nucleare. Qualcuno di voi pensa che si possa risolvere questa questione con una soluzione migliore?"

"Tieni, io ne ho un'altra." disse la compagna di banco alla biondina dandole una merendina. Quindi le bisbigliò qualcosa all'orecchio.

Lei si calmò. "Ti perdono." disse al cicciottello.

Pure lui si quietò. "Scusami, non lo faccio più."

"Ottima soluzione." disse la donna ai suoi alunni con amore, e riprese la lezione.

D'un tratto la porta si spalancò e nell'aula irruppe un gruppo di individui. Indossavano una tuta mimetica, avevano il volto nascosto da passamontagna ed erano armati di kalashnikov. L'insegnante e gli scolari li scrutarono sconcertati. In principio pensarono che fosse uno scherzo, ma presto compresero che era invece un incubo. Furono fatti uscire dall'aula e portati nella palestra, dove furono ammassati assieme a tutti gli altri alunni e docenti della scuola. Furono fatti sedere per terra con le mani dietro la nuca. Centinaia d'agnelli inermi, in balia di un branco d'una trentina di lupi, muniti pure di bombe ed esplosivo. Nel branco c'erano anche alcune donne col volto velato. Nell'aria incombeva l'attesa di qualcosa. Un'impaurita agnellina si alzò e si avvicinò al capobranco, un corpulento lupo in tuta mimetica nera, che andava avanti e indietro ringhiando ordini ai suoi.

"Hai fame? Prendi questa." gli disse offrendo la sua seconda merendina.

"Ho fame di vendetta e sete di sangue." le disse facendo volar via la merendina con una zampata. "Siamo qui per sbranarvi. Rimettiti seduta."

E l'attesa proseguì. A un certo punto una insegnante abbassò le braccia stanche.

"Rimetti le mani sulla nuca." le intimò una lupa puntandole la pistola alla testa.

"Ma si può sapere che avete intenzione di fare?" disse la donna obbedendo.

"Per ora dobbiamo aspettare."

"Non capite che per il governo le vostre richieste sono del tutto inaccettabili?"

"Noi lo sappiamo benissimo." disse la lupa scostando la sua lunga veste nera e mostrando il sottostante corpino imbottito di esplosivo.

"Non sapete ciò che fate." disse la donna inorridita. "Che c'entrano tutti questi bambini innocenti con le vostre insensate pretese?"

"Anche il mio bambino era innocente!" latrò la lupa. "Ho scavato con le mani tra le macerie della mia casa bombardata per recuperare il suo corpo!"

"Posso capire il tuo dolore." disse la donna col cuore. "Io non ho figli, ma amo i miei scolari come tali, e pensando a ciò che può loro succedere..."

"Succederà." esclamò la lupa senza pietà.

"E in tal caso credi che il tuo bambino sarà contento, sapendo che la sua mamma ha massacrato tanti altri bambini, innocenti come lui?"

"Lo saprò quando lo raggiungerò."

"Io non penso proprio che col peso del tuo cuore pieno di odio, e delle tue mani lorde di sangue, potrai salire lassù dove si trova ora tuo figlio." le disse la donna. "Questo è un peso tremendo, che ti farà precipitare nell'abisso più profondo. Invece vuota il tuo cuore col perdono, non sporcare le tue mani di sangue, e un giorno gioirai riabbracciando tuo figlio che sarà fiero di sua madre."

"Io non conosco perdono. Il mio cuore vuole vendetta. Noi tutti esigiamo sangue."

"In nome di chi?"

"Nel nome del nostro Dio, Allah, che è grande." esclamò esaltata la lupa.

"Il Dio vostro è anche nostro e di tutta l'umanità. E Lui non vuole odio, ma amore. Voi non fate la volontà del nostro grande Dio, ma solo del vostro piccolo io."

Con due sberle rabbiose la lupa chiuse la discussione. D'improvviso si udì un'esplosione, nella parete della palestra si aprì una breccia e fece irruzione il corpo speciale. L'attesa era terminata. La scintilla era arrivata. L'inferno infine poté deflagrare. Urla raffiche scoppi sangue terrore. Nell'infernale confusione, con la mano sul detonatore, la lupa ebbe qualche istante d'esitazione. Indugiò innanzi al suo bivio decisivo, da cui divergevano due strade estreme, l'una in salita e l'altra in discesa. Per qualche istante tentennò tra la pietà e l'odio, fra Dio e l'io, tra la luce e la tenebra. Una favilla di umanità scintillò nel buio del suo cuore e cercò di condurla sulla via che saliva. Sarebbe bastato per la lupa affidarsi a essa con una briciola di umiltà. Ma l'orgoglio dell'io asfissiò la scintilla, spegnendo l'ultima speranza. Mentre premeva l'innesco scorse l'insegnante gettarsi su due dei suoi scolari, la biondina e il cicciottello, coprendoli col proprio corpo. Ma non scoppiò. Forse un difetto nel detonatore. Si levò il velo dal volto, la veste nera e il corpetto. Confondendosi coi docenti uscì dalla scuola e scappò.

 

Sul letto l'islamica seguitava a rigirarsi da ore, senza pace, cercando l'oblio nel sonno. Avrebbe voluto addormentarsi e non destarsi più. Infine si assopì. Subito sprofondò in un abisso fondo e fosco. Il buio era soffocante. La sofferenza le ardeva l'anima. La disperazione era dilacerante. E lì non si scorgeva alcuna via d'uscita. D'un tratto laggiù la raggiunse una voce infantile.

"Misericordia di Dio, unica speranza delle anime disperate." sussurrò in modo quasi impercettibile.

Da dove proveniva quella vocina?

"Misericordia di Dio, che infondi speranza contro ogni speranza." sussurrò un po' più distintamente.

Lei trasalì riconoscendo la voce del suo bambino morto. "Dove sei, piccolo mio?!"

"Sono nella luce eterna, nella gioia immensa, nell'amore infinito. Sono in Dio."

"Questo è di conforto al mio patimento."

"Ho tanto pregato per te, mamma. Ciao."

La vocina si dileguò. Il buio dell'abisso si rifece fitto. Il tormento ritornò intenso. La disperazione ridivenne nera. Finché percepì un'altra voce. Questa era una voce giovane e soave, con nuance non umane.

"Anima immersa nelle tenebre, non ti disperare, non è ancora perduto tutto. Parla con me, che sono l'Amore e la Misericordia in persona."

"Chi sei?"

"Io sono il tuo Dio. Io sono la Misericordia Infinita. Non temere. Le preghiere dei bambini sono quelle che toccano di più il mio paterno cuore. L'intercessione di tuo figlio ha impedito che il tuo esplosivo scoppiasse, e che contribuissi anche tu alla grande strage di agnellini innocenti provocata dai tuoi compagni."

"Comincio a rendermi conto delle mie colpe." disse lei chinando il capo.

"L'abisso della tua miseria è immenso, ma l'abisso della Mia Misericordia è insondabile. Ti darò l'opportunità di riparare. Volevi essere una martire del male, dovrai essere una vittima del bene."

"Ma potrò riunirmi con mio figlio?"

"Da me tanto si ottiene, quanto si spera; più si spera, e più si ottiene."

"Che devo fare?" chiese lei umilmente.

"Abbandonati al mio Amore misericordioso e confida, confida a dismisura."

Nelle tenebre della disperazione iniziò a brillare una scintilla di speranza. Lei si prostrò grata alla divina volontà, e svanì nel ristoro dell'oblio.

 

L'affollato mercato era ricco dei consueti colori, suoni e odori d'oriente. Lei s'aggirava tra la gente, guardando la mercanzia varia dei venditori vocianti. Si soffermò nella bancarella dei tessuti, colma di colori solari. Quindi andò alla bancarella delle spezie, piena di erbe e aromi. Tra le molte persone che vi sostavano notò un suo correligionario. Gli islamici erano sporadici in quel mercato, frequentato perlopiù dagli indù. Il giovane guardava la gente intorno con uno strano sguardo. Sembrava un lupo famelico, infiltratosi in un ignaro gregge. Reggeva una pesante borsa della spesa appesa all'avambraccio. Il musulmano ci mise dentro la mano, e lei ci si gettò sopra. L'esplosione la prese in pieno. La folla fu falcidiata, con molti morti e feriti, ma il suo gesto servì a salvare diverse persone.

Si ritrovò sospesa sopra la scena. Osservò con distacco il proprio corpo dilaniato, disteso assieme alle altre vittime. Guardò con disgusto tutto quel sangue. Assistette al terrore e alle grida degli scampati, al dolore e ai lamenti dei feriti, alle sirene della polizia e delle ambulanze. Si avvide che non poteva più interagire col mondo materiale. Era ormai "morta". Osservò ciò che rimaneva del responsabile di quella disumana carneficina. Provò una profonda pietà per lui. Non sapeva ciò che faceva. Anche lei stava per essere una lupa spietata, una martire del male.

"Ma adesso invece tu sei stata una pecorella innocente, una vittima del bene."

Lei riconobbe subito quella voce unica. Una voce vicina, umana e divina.

"E hai così potuto riparare alle tue colpe, come Io ti avevo promesso."

Una voce che fece palpitare il suo cuore d'umiltà, di gratitudine, d'amore.

"Come vedi, chi si affida alla Mia Misericordia non rimane mai deluso."

"Ti ringrazio, mio Dio!"

"Io voglio il vero bene per tutte le mie creature. La gioia piena che non si estingue nel tempo, ma dura in eterno. La felicità infinita. Però molte di esse rifiutano il mio misericordioso e folle Amore di Creatore, rinunciando quindi liberamente al loro sommo bene. Guarda che cosa comporta per le anime l'eterna perdita di Dio."

Lei vide un oscuro abisso. Un luogo-stato sterminato. Un luogo di tenebre terribili, uno stato di tormenti tremendi. Un abisso abitato da una moltitudine d'anime, la maggior parte delle quali in vita non aveva voluto credere alla sua esistenza. La densa oscurità infernale era pregna di un fetore soffocante. Nonostante il buio le anime potevano vedersi bene tra loro, e percepivano pure tutte le colpe di cui si erano macchiate. Ogni peccato era punito con una particolare pena. S'aggiungeva il rimorso per il male commesso, il fuoco immateriale che bruciava l'anima senza consumarla, la compagnia dei demoni, e la consapevolezza che quei tormenti non avrebbero avuto mai termine. Le tenebre vibravano di dolore e disperazione. L'abisso risuonava di bestemmie e maledizioni. I dannati urlavano il proprio odio per se stessi, per il prossimo, per Dio. Poi la visione spaventosa disparve.

"E ora che hai concluso il tuo compito terreno, ti porto da qualcuno che t'aspetta."

Lei vide una grande luce. Un bel sole vivente, verso cui si sentì attratta con tutto il suo essere. In quella luce paradisiaca, senza origine e senza fine, vide un bambino giocondo. La sua gioia fu raggiante.

S'innalzò e s'immerse nel Sole.

 

*

Gli amanti di pietra

"...toglierò da voi il cuore di pietra

e vi darò un cuore di carne."

 

Ezechiele (36, 26)

 

 

All'improvviso gli apparve davanti una piccola radura della giungla.

Si arrestò. Era senza fiato. Ma più per l'emozione che per l'ardua marcia. Si appoggiò a un tronco. Quindi non si trattava soltanto di una leggenda, come si raccontava. Esisteva realmente. E lui l'aveva trovata. Si deterse il sudore del viso. Eccola lì, nello spiazzo. La osservò, sorridendo soddisfatto per la sua fortunata scoperta. Assisa su un basso piedistallo, la statua stava al centro della non grande radura, sperduta nella giungla asiatica.

Avanzò adagio, respirando piano, temendo quasi di vederla svanire da un istante all'altro come un miraggio. Le si fermò di fronte e rimase immobile ad ammirarla. Scolpita in uno scuro monolite, impreziosita dalla diuturna carezza del tempo, la scultura a grandezza naturale raffigurava un dio e una dea indù. In un'artistica posizione eretta i due nudi corpi divini erano avvinti in un amplesso amoroso.

Estrasse dalla sacca un libro di archeologia e prese a scorrerlo. Sì, era come pensava. Pareva risalire all'incirca al 1000 d.C. Lo ripose.

Si guardò un po' intorno. Il terreno erboso era ricoperto di recenti orme umane. La volta verde smeraldo della giungla, sorretta da cristalline colonne di luce, ricca di multiforme e variopinta vita animale, sovrastava la radura come la cupola di un tempio. Un tempio che superava per arte e bellezza tutte le costruzioni sacre scaturite dalla mente e dalle mani degli uomini. Un tempio costruito dal Creatore, dedicato alla natura, alla vita, all'amore.

L'occidentale prese la macchina fotografica e cominciò a scattare, riprendendo gli dèi indù da diverse distanze e da differenti angolazioni.

Nell'appassionato abbraccio dei due amanti c'erano la semplicità e la spontaneità. Nelle loro membra allacciate c'era un'armoniosa bellezza, che il tempo aveva sempre più perfezionato. Così come aveva raffinato l'intensa espressione dei loro visi. Con gli occhi negli occhi, i volti delle due divinità dimostravano un piacere eccelso, una gioia mistica che ne illuminava i tenui tratti orientali. La loro era una totale unione di corpi, una completa fusione di anime, che facevano provare loro una felicità estatica. Pensò che sicuramente non esistevano degli amanti umani da poter paragonare a quegli amanti di pietra.

Sentì di aver calpestato qualcosa. Guardò. Erano i resti di un fuoco. Emanavano ancora un procace profumo. Inquadrò un'altra volta la statua e stava per scattare, ma si bloccò per lo stupore. Rimase fermo, col dito sul pulsante, con l'occhio chiuso, con l'obiettivo puntato. Poi abbassò lentamente la sua macchina fotografica.

La coppia di dèi era scomparsa. La scultura era là, ma loro non c'erano più.

Fece due passi laterali verso destra, ed essi gli riapparvero. Ritornò nella precedente posizione, e scomparvero ancora. Fece due passi verso sinistra, e apparvero nuovamente. Rimise i piedi sopra il mucchietto di carbone e cenere. Solamente da quella prospettiva avveniva quell'insolito fenomeno ottico. Soltanto lungo la linea che passava per i resti del fuoco i due amanti indù non si distinguevano più. Le loro sagome si sovrapponevano e si confondevano. Insieme formavano così un unico individuo. Strano e indefinibile. Né maschio, né femmina. E nemmeno un androgino. Dopo averlo osservato a lungo gli sembrò che quell'essere riunisse e trascendesse entrambi i sessi, che fosse un individuo asessuato, completo, perfetto. Però egli non comprese come e perché si fosse formata questa sua impressione.

Si chiese quale fosse in realtà la vera divinità. Era la coppia che appariva un solo dio, oppure era il contrario? Quegli amanti erano meravigliosi. C'era veramente da rammaricarsi che fossero fatti di fredda e immobile pietra senza vita. Ma no, anche questa era apparenza. Quella che pareva pietra inerte in realtà era tutto un brulichio di materia e un ribollio di energia in immensi spazi vuoti. Era un vibrare di molecole e di atomi, un vorticare di elettroni, un ruotare di particelle subnucleari, e tutto questo a velocità straordinarie. Infine, riguardo al fatto che quei due fossero senza vita... Sorrise tra sé. Ormai nulla gli sembrava più troppo assurdo. E se fosse ancora apparenza?

Si avvicinò all'antica scultura. Scrutò la coppia che da mille anni era persa nell'estasi di una unione divina. Toccò il suo crocifisso appeso al collo e pregò di essere illuminato. D'un tratto un raggio di sole saettò dall'alto del tempio. Lui alzò il viso e i suoi occhi ne furono trafitti. E in quegli attimi di luminosa cecità, gli parve di udire la misteriosa verità. Sussurrata da una voce interiore.

"Non lasciarti ingannare dai sensi. Nulla è superficiale casualità. Tutto è evoluta creazione."

Gli parve che subito tutt'attorno a sé echeggiasse quella rivelazione.

"Creazzzzzzzione." ronzavano le zanzare nell'aria.

"Crrrrrrreazione." strisciava il cobra tra l'erba e i sassi.

"Creaziooooooone." urlavano i macachi sopra gli alberi.

"Cccccccreazione." cantavano i pappagalli sui rami.

"Creazionnnnnnne." frusciava il monsone estivo fra le folte fronde.

E tutte quelle voci si fondevano in una universale eufonia, che ribadiva con raggiante allegria:

"Creazione!"

La creatura umana sentì un impeto di gratitudine e d'amore scaturire dal suo cuore.

"Complimenti, Creatore!"

 

*

Otto

"Togli il numero a ogni cosa,

e tutte le cose periranno."

 

S. Isidoro di Siviglia

 

 

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9

L'insegnante scrisse col gessetto i numeri sulla lavagna e si volse verso gli alunni.

"Bambini, parliamo dei numeri."

"Maestra, perché si muovono?"

Infatti sopra la lavagna i segni matematici tracciati non rimasero fermi al loro posto, ma si disposero per conto proprio in un altro ordine:

1 2 3 4 5 7   0 6 9        8

L'insegnante sbuffò. "Ci risiamo. Ormai questi impertinenti seguono il cattivo esempio degli esseri umani, e non rispettano più le leggi naturali."

"Maestra, perché non stanno tutti uniti?"

"Perché adesso anch'essi sono divisi da discriminazioni irrazionali."

"Maestra, ma i numeri non sono tutti uguali?"

"Ora non più, secondo loro. L'1, il 2, il 3, il 4, il 5 e il 7 che sono longilinei si sentono superiori allo 0 che è rotondetto, al 6 che ha la pancia, al 9 che ha la gobba, e soprattutto all'8 che ha la pancia e la gobba."

Tutta la classe rise.

"Eh sì, bambini, è una cosa buffa. Però i numeri che non sono snelli vengono discriminati. Lo zero, il sei e il nove vengono a malapena tollerati, ma l'otto è da tutti disprezzato ed emarginato."

"Poverino."

"Che pena."

"Non è giusto."

"Guardatelo, bambini. A voi sembra che come numero sia tanto brutto l'otto?"

"Noooooooo!!!" urlarono gli alunni all'unisono.

"A che cosa vi fa pensare l'otto?"

"L'otto volante."

"Il gioco del lotto."

"L'ottagono."

"L'ottone."

"Ottobre."

"Gli ottomani."

"Il biscotto."

"Lancillotto."

L'insegnante fece una risata. "Beh, in qualche modo più o meno corretto, l'otto è connesso a tutto quello che avete detto. E anche a tanto altro. Per esempio: la rosa dei venti ha otto punte; la distanza tra la terra e il sole è di 8 minuti luce; l'8 marzo è la festa della donna; l'8 dicembre è la festa dell'Immacolata; otto sono le beatitudini evangeliche nel discorso di Gesù sulla montagna. Quindi questo è un numero unico e importante. Ma tutti i numeri lo sono, non si può far a meno di nessuno di loro. Se s'elimina un solo numero, l'intera matematica crolla come un castello di carte."

Il numero 1, che si sentiva il più bello, ribolliva d'invidia per il fatto che il numero 8, il più handicappato, fosse diventato il protagonista della lezione. Si avvicinò al suo simile e lo aggredì con un brutto spintone, facendolo cadere di traverso. Tutta la classe s'indignò.

"Sei cattivo!"

"Non si alzano le mani!"

"L'otto non t'ha fatto nulla di male!"

L'8, molto mortificato, non reagì ma stette disteso così: ∞.

L'insegnante d'improvviso s'illuminò. "Bambini, ammiratelo! Ecco che il numero più sminuito è divenuto il numero più grande che esista: l'infinito!"

La classe esplose in una ovazione. L'uno era sul punto di scoppiare dalla bile.

"Ciò insegna che non bisogna giudicare nessuno dall'apparenza. L'aspetto esteriore può ingannare. Chi sembra l'ultimo può in realtà risultare il primo. Voi conoscete qualcuno che sia come il numero otto?"

"Lui." disse un bambino bassino indicando Cristo Crocifisso appeso alla parete sopra la cattedra.

"Perché?" chiese la maestra.

"Lui è odiato e combattuto." mormorò una bambina timidina dalla pelle bruna.

"Lui è uomo e Infinito." aggiunse un bambino biondino con gli occhiali.

L'insegnante fu piena d'ammirazione per la semplicità e la profondità di ogni affermazione. "Quanto è vero quello che il Maestro ha detto: «Se non diventerete come bambini...»." pensò con commozione.

"Avete proprio ragione, miei bravi bambini. Gesù Cristo è davvero come il numero otto. L'Uomo-Dio lo si vuole sempre più emarginare ed eliminare. Nell'intero mondo contro l'Otto lottano in tanti. Perseguitano con ogni mezzo, dal più subdolo al più cruento, Lui, l'unico Salvatore dell'umanità. E' per questo motivo che il mondo è molto sconvolto, tanto che non si discerne più il bene dal male, confondendo l'uno con l'altro. E dato che i numeri imitano gli uomini, anche il loro mondo è tutto sottosopra."

"Cosa possiamo fare noi?" domandò una bambina dagli occhi a mandorla.

"Voi potete dare loro un buon esempio col non valutare i vostri compagni in maniera superficiale, col rispettarvi nonostante le vostre differenze fisiche, etniche e religiose. Ciò non significa però rinunciare alla propria identità. Ognuno deve rispettare l'altrui libertà, che non è illimitata, ma è fatta di diritti e di doveri. Dovrà vincere la verità, che non è, così come non lo è la matematica, un'opinione. In questo modo il mondo degli uomini e il mondo dei numeri potranno ritornare all'ordine naturale, all'armonia universale."

Nella classe stagnò per un po' il silenzio.

"Credete che ciò sia possibile?"

"Sìììììììì!!!" gridarono gli alunni in coro.

"Quindi, cari bambini, che possiamo dire a conclusione della lezione?"

"Viva tutti gli otto!" suggerì qualcuno.

"Viva tutti gli otto!!!" approvò con entusiasmo la classe all'unanimità.

 

 

(Racconto insignito della menzione speciale nel premio La fragile bellezza.)

 

*

Matteo, il pubblicano

"...Gesù vide un uomo, chiamato Matteo,

seduto al banco delle imposte,

e gli disse: «Seguimi».

Ed egli si alzò e lo seguì."

 

Matteo (9, 9)

 

 

Nei pressi del lago di Gennèsaret, nello spiazzo soleggiato di un centro abitato, parecchi galilei stavano in coda davanti al tavolo delle imposte. Vi era seduto un pubblicano, dietro al quale stazionavano due soldati romani di guardia. La varia gente, più o meno povera e più o meno abbiente, attendeva il proprio turno discorrendo.

"Papà, perché portiamo i nostri denari a quell'uomo, invece di spenderli per noi?"

"Perché è un dovere farlo, figlio. Jeshua, il nazareno, dice che dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio."

"Chi è Cesare?"

"E' l'imperatore romano Tiberio. Guarda, egli è raffigurato sopra queste monete, con cui dobbiamo pagare il nostro tributo di cittadini."

Non mancavano i commenti dei contribuenti riguardo il pubblicano.

"E' un esattore senza cuore."

"Non vuol sentir ragione."

"E non guarda in faccia a nessuno."

L'uomo al banco era totalmente intento a contare e ad accumulare le monete, col capo chino e lo sguardo catturato dal luccichio dei denari d'argento. A un certo momento giunse nello spiazzo un individuo, il quale scavalcando la fila s'avvicinò al suo tavolo.

"Matteo, figlio di Alfeo, seguimi!" gli disse con gentilezza e autorevolezza.

Lui sollevò la testa e l'osservò.

"Abbandona la schiavitù di mammona, e abbraccia la luce liberatrice."

Il bel volto del Cristo era radioso, circonfuso dallo splendore del sole.

"Seguimi, e ti farò amministratore delle mie preziose grazie."

Il pubblicano sentì pulsare il suo cuore. D'impulso si alzò rovesciando il banco e facendo cadere le monete nella polvere. Tutti lo guardarono stupefatti.

"Eccomi!"

Matteo lasciando tutto seguì, senza volgersi indietro, il Maestro.

 

*

Cari libri

"O de li altri poeti onore e lume,

vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore

che m'ha fatto cercar lo tuo volume."

 

Inferno (I, 82-84)

 

 

"Scusi," dissi alla bella commessa, "cerco una biografia su san Giovanni Paolo II."

"Nella nostra libreria è difficile non trovare ciò che si cerca." esclamò lei.

Presi a esplorare negli indicati scaffali, scrutando fra i tanti volumi come un cercatore di diamanti tra i sassi d'un torrente.

Finché il mio sguardo fu attratto da un brillare nello scaffale più basso. Mi chinai. Vidi una strana collana, formata da piccoli libri luccicanti: I più grandi. Socrate... Gandhi... Padre Pio... Madre Teresa... Giovanni Paolo II...

Portai alla cassa il mio diamante.

"Lei paga 500 euro." disse la commessa con un sorriso brillante.