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Raccolta di testi in prosa di Lorena Turri
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Autobiografico stomp



Un tempo facevo il portiere di notte, ma non riuscendo a parare una palla, mi misero in riga mandandomi via dalla squadra.
Pur non avendo motivi validi, decisi di fare la cantante.
-Pianta tutto!- Mi urlavano ai concerti.
Allora andai a lavorare in campagna.
Ma la vita del contadino è umiliante, soprattutto se non ti chiami Dino.
E fu molto dura dover rinunciare ai piaceri della carne non essendo macellaio.
Avrei voluto essere sarda e chiamarmi Alice per farmi irretire da un pescatore, ma avevo un'intelligenza fuori dal comune e pertanto mi elessero Sindaco di un altro paese.
Devo dire che la cosa fu assai soddisfacente: mi capivano tutti al volo e, in particolare, i piloti d'aereo.
Finita la legislatura, siccome sono una donna di vecchio stampo, mi detti all'imprenditoria e aprii una tipografia. Ma gli affari andavano male perché non sapevo come far cantare la carta e se la carta non canta non potrà mai vincere Sanremo.
Tra la mia clientela, comunque, c'era tutta la crema della società e, grazie ad essa, iniziai a creare della pasticceria veramente squisita.
Fu allora che conobbi un elettricista e misi alla luce un figlio.
Il bambino crebbe in fretta ma non mostrò di possedere spiccate capacità. In verità non capiva un tubo e non fu nemmeno ammesso alla scuola di idraulica. Mi costò un occhio della testa e dovetti rifarmelo di vetro.
Per sbarcare il lunario mi trasferii a Livorno e mi impiegai come scaricatore di porto.
Progettai di salpare verso paesi esotici ma avevo sempre il morale a terra. A nulla servì il mio psicologo che mi piantò in asso durante una partita a poker per andare a suonare in un complesso.
Fossi stata miliardaria! Ma io so esprimermi solo in parole povere. Che vitaccia, la mia. Non ho mai trovato il cacciavite giusto.
Ma un giorno degli amici mi dissero: - Prendi fiato, conta fino a 10 e ricomincia da capo. -
Io inspirai e cominciai a contare ma, non appena provai a dir otto, piovve! E ricominciai come capo reparto in una fabbrica di ombrelli.
A volte gli amici sono angeli, con la testa fra le nuvole!

*

Paperino

TAUTOGRAMMA

 

PAPERINO

 

Paperino, panciutello pennuto papero paperopolese, povero, perdente, pessimista, portatore presagi poco propizi, pronipote (? - però posso peccare perché poco preparata parentele -) Paperone, possidente palazzo piramidale pieno pecunia , parecchio pidocchioso.
Porta  palandranina portuense più papillon, parimenti paracapo. Procede privo pedalini, pantofole, pianelle.
Presenta piedi palmati, piatti. Perbacco, possedesse piedi perfetti potrebbe pensarsi papero particolare!
Paperino poltrisce parecchio perché perdigiorno patentato, poi parla pernacchiando .
Possiede pochi parenti: Pqui, Pquo, Pqua *,  paperelli petulanti (propri pronipoti, probabilmente?), piccoli pionieri; Paperoga, personalità particolare, pensatore positivista,  puro perfino ; Paperonegastone, papero portentosamente prospero, porta paletot prestigiosi, personaggio presuntuoso paragonabile protagonista petroliniano.
Pur perdente, Paperino piace Paperina, partner perenne, possibile preda Paperonegastone.
Paperina, peposa, pettegola, piuttosto pretenziosa poiché porta Paperino per Paperopoli pretendendo presenti . Per piacere partner prova procurarsi palanche propiziandosi Paperone, però poco percepisce, poveretto!
Paperino possiede pure personalità privata parallela: Paperinik, paladino protettore per Paperopoli, papero provvisto poteri piuttosto potenti,  praticamente Paperino portentoso!

Povere persone possono pure possedere pregi, perdindirindina!


*P= prefisso per “papero”

 

*

I tre porcellini - Tautogramma

PORK, PIRK, PURK (perfetto pool porcellini)

 

Piccolo perfetto pool porcellini parecchio paffutelli, permaneva presso palazzo propri parenti.
Papà, poco propenso permanenza, pronunciò parole piuttosto perentorie:

“Partite! Prendetevi palazzina propria! Possibile  perdigiornare  perennemente? Paragònovi  parassiti! Partite! Però  prestate prudenza: proteggetevi perfido Pastore Peloso!”
Piccoli porci partirono.
Pork, porcellino più possente, prese primo percorso, Pirk per piazza, Purk preferì periferia.
Purk prese paglia per prefabbricarsi palafitta pensandosi protetto pravo pelosone  .
Pirk, procurossi pali pino per  plasmare perfetta palazzina per pararsi peloso Pastore primitivo.
Pork, più perspicace, plasmò  pietra per palazzo protetto.
Pervenne Pastore presso Purk pensando papparselo praticando piano preciso. Palafitta precipitò prontamente perché Pastore possedeva poderosi polmoni, poi pappossi porcellino perimenti panino.
Per pranzo pensò papparsi Pirk, polverizzando palazzina . Povero Pirk! Parimenti Purk, passò per pancia prepotente Pastore.
Poiché provava parecchio piacere pappando polpe porcelli, pensò provocare Pork .
Polmoni però poco poterono. Palazzo pietra presentavasi persistente.
Pensò, perciò, provare prorompere per passaggio poco pensabile. Però Pork, perspicacissimo, posevi pentolone per polenta pieno. Precipitovvi  perfido peloso, perendo presentemente.
Porcellino, pago, procedette per prontosoccorso  piccoli parenti pappati, penetrando pancia perito Pastore, prosciogliendoli.

Plauso per porcellino perspicace!

*

Storia fantagromedica - nonsense -


 

 Un giorno un contadino, che aveva fatto le analisi delle ovine, si recò da un dottore molto preoccupato.
- Dagli esami si evince che lei ha l’ettaro, l’abete alto, le patate A, B e C, il mio cardo, di cui, peraltro, si è impossessato senza il mio permesso e i porri dilatati, troppo dilatati! Come terra pia dovrà mangiare l’arachide e la foglia due volte al giorno prima di vangare. Si sdrai che la visito -
Dopo averlo visitato, scuotendo la testa, il dottore disse allarmato e allarmante:
- Il tronco è allungato, la colonna vegetale è storta, lei rischia la scarola multipla! Devo stenderlo sulla lattuga e portarlo subito in ospedale! Ci vorrà un trapianto! Ha già il frutto sanguigno? -
Il povero contadino fu preso dal panìco e cominciò a urlare all'impazzata.
- Lei è un colono irritabile – disse il medico e, preso da un dubbio, aggiunse - … ma sua moglie gliela dà la vanghina? –
A queste parole il poveretto, con in mano il pisello, si tirò la zappa sui piedi.


*

Quella volta che... per disperazione

... cosa non mi fa fare la disperazione!

Stavo su Internet, nella mia stanza buia, quando ho sentito provenire dalla cucina il suono del mio cellulare. Poichè sto aspettando di essere chiamata per un colloquio che potrebbe fruttarmi un posto di lavoro, il mio cuore ha sobbalzato e, nel breve tragitto che conduceva al telefonino, si è riempito di speranza.
 Vedo un numero che non conosco e penso: "Evvai!"
 Rispondo, ma una voce maschile chiede di un certo Luca. Mestamente dico "mi spiace, ha sbagliato", intanto che la mia speranza, come una candela consumata, si spegne. L'uomo che mi ha chiamata resta perplesso, non capacitandosi dell'errore e si congeda scusandosi.
Poco dopo chiama di nuovo, nuovamente cercando Luca. Ma rispondo ancora io!
 Gli chiedo: "Ma lei che numero fa?"
 "Non lo so, l'ho estratto direttamente dalla rubrica, ora riattaco, guardo e poi la richiamo".
 Infatti, rieccolo di nuovo dopo un minuto. Il numero è proprio il mio, così gli dico che forse ha registrato erroneamente un numero simile, magari sbagliando a scrivere il prefisso di un numero uguale al mio, magari confondendo un 9 con uno 0.
Mi ha salutata scusandosi per avermi disturbata tre volte.
 Poso il cellulare e ritorno nella mia stanzetta buia al computer, riprendendo i miei disperati lavori di ricerca di lavoro.
 Nel primo pomeriggio, molto scoraggiata dalla inutile fatica, mi ritorna alla mente la telefonata e un pensiero mi sorge spontaneo:
 "nulla è per caso..."
elucubrando che, se il caso mi aveva fatto incontrare, anche solo telefonicamente, una persona nuova, cogliendo il caso, quella persona, magari, poteva fare al caso mio.
Così gli ho inviato un sms per informarlo che sto cercando lavoro disperatamente e se...per caso... poteva aiutarmi... magari dal caso poteva nascere cosa...
 Mi ha risposto subito chiedendo di chiamarmi. Per un attimo ho davvero sperato che volesse chiamarmi per dirmi: "che caso! faccio proprio al caso suo e lei al caso mio!"
 Ma, ahimè, anche questo signore cerca lavoro! E' in mobilità e Luca è un suo collega come lui malmesso. La grande azienda dove lavoravano ha lasciato 900 dipendenti in mezzo a una strada per bancarotta fraudolenta!
 Però mi ha detto: "Intanto che cerco per me, se trovo qualcosa che fa al caso suo, il suo numero ce l'ho!"
E' pisano e cercava il suo collega per andare con lui al centro per l'impiego.
 
...e il caso si è chiuso.

*

Messaggiando sulla felicità

 

 

LEI: La felicità è una sola parola
LUI: E’ vero, la felicità è solo una parola ma, per fortuna, esiste!
LEI: A parte che ho detto che è una sola parola e non solo una parola, raccontami della felicità…
LUI: Felicità?
        La tua poesia sui doni dei Re Magi…
LEI: Quale? Questa?

ORO, MIRRA, INCENSO

è oro la gioia
che ho riposto tra le mani
fattesi conchiglia
è mirra la preghiera
che recito nel silenzio
opalino della sera
è incenso la speranza
che spando nella stanza

LUI: Sì, questa.
        Poi la felicità è:
      - i tuoi messaggi a cui sto rispondendo
      - il buon goccio di chardonnay che mi sta facendo compagnia
     - la pioggia che lentamente scende fuori .... ma fino a stamattina era neve e, al di là di ogni poesia, se ti devi muovere  è... il singolare del leader dell'UDC!
    -  il fatto che a quest'ora ci sia qualche pazzo che ti ascolta
    - il fatto che nessuno ti può impedire di sentirti felice anche se ritiene che i motivi per sentirti tale non siano sufficienti 
   -  il fatto di poter continuare a scrivere motivazioni anche se a una persona saggia, l'orario gli consiglierebbe che basterebbe così!

LEI: Allora è anche:
      - tutto quello che mi scrivi
     -  la tua amicizia (stima compresa)
     -  il mio bicchierone di pompelmo senza zucchero che tiene compagnia alla mia sete (si potrebbe fare un brindisi alla felicità)
     - il fatto che non sono sola ad esser pazza
    -  il fatto che la saggia pazzia ti trattenga fino a tardi (tanto domani è festa, anzi festissima… è l’Immacolata!)
   -  il fatto che non so che tempo fa fuori
   -  il fatto che la felicità è un fatto strano...

 


*

Alibi



LUI: Lo sai che sei il mio primo pensiero...

LEI: E allora come mai stamattina non mi hai mandato il solito messaggino di buongiorno?

LUI: Scusami, ieri sera avevo lasciato il cellulare in cucina e così non l'ho fatto appena sveglio. Poi, tra una miagolata del gatto che reclamava la sua colazione e la fretta di arrivare in ufficio perchè avevo indugiato troppo a letto...

LEI: Ok. Non ti chiedo perchè non l'hai fatto successivamente, quando eri già in ufficio, voglio dire, perchè troveresti l'alibi delle telefonate o del lavoro urgente. Ma a scrivere "Buongiorno amore" è una volata. Volendo si può creare anche un modello, nel caso uno non abbia a portata di mano gli occhiali o vada davvero di fretta. Io l'ho fatto, ad esempio. Perchè tu sei davvero il mio primo pensiero e perchè non ci sia mai gatto o fretta o un imprevisto qualsiasi a impedirmi di darti il buongiorno.
Ognuno, sai, trova sempre un alibi al suo comportamento. Me lo ha detto un amico, uno che cerca alibi persino per vivere!

*

Dove vanno a finire i pensieri

 

 

Ti sei mai chiesto dove vanno a finire i pensieri quando li perdiamo di vista?

Io molte volte. Così mi sono guardata intorno.

E ho visto una madre trovarli tra le cianfrusaglie dimenticate in un disordinato cassetto, una cameriera di un ristorante nelle palline di pane abbandonate sulla tovaglia a quadretti, un netturbino fra le foglie secche e le cartacce ai lati della piazza.

Ho visto un vecchio, che sedendosi sulla panchina di un parco li ha spazzati via con la mano per farsi posto ma un bambino raccoglierli come fossero biglie, un curioso di passaggio come fossero novità e un barbone come cosa preziosa.

Ecco dove vanno a finire i pensieri!

E mentre li cerchiamo dietro una nuvola, hanno fatto il giro del mondo.


*

Se non fosse stato per il mio cane...


Era sul finire dell’estate.

Avrei camminato per tutta la notte, inciampando di quando in quando su acciottolanti pensieri sotto quel soffitto muto di stelle - con la luna chissà dove - assordata dal frinire frenetico dei grilli accaldati.

Per tutta la notte avrei camminato così, se non fosse stato per il mio cane che con la lingua penzoloni e gocciolante, col respiro affannato e la testa obliqua, mi ricordò di tornare a cuccia.

 

 

*

Da: Cronache fantastiche - Scienza e salute

SCIENZA E SALUTE
RISOLTO IL MISTERO DELLE MICROSCOPICHE DIMENSIONI DI POLLICINA

New Castle, 28 luglio 2011 – Scienziati garfo-americani sono ormai giunti alla risoluzione del mistero di Pollicina oltre un secolo e mezzo dalla nascita della lillipuzziana creatura. L’equipe dei National Institutes of Towers ha identificato una mutazione genetica che causa la “sindrome del mignolo”, malattia prenatale che impedisce il normale sviluppo del feto in dimensioni umane. Nel mondo non si annoverano tra gli uomini altri esseri simili a Pollicina. I ricercatori sperano che l’identificazione della causa, possa portare, laddove dovesse verificarsi un nuovo caso, a un trattamento per questa sindrome al momento senza cura, ma soprattutto allo sviluppo di molecole efficaci contro i tumori, riducendo fino ad annullare la crescita fuori controllo delle cellule. La mutazione genetica alla base della sindrome si verifica spontaneamente nell’embrione durante la gravidanza. I ricercatori – si legge sul quotidiano britannico The Garfagnist – puntano adesso ad analizzare il Dna di Pollicina. Da un primo campione rilevato, pare che a causare questa mutazione sia stata la particolare alimentazione seguita dai genitori della microscopica fanciulla che, su consiglio per la fertilità di una sedicente guaritrice, costato ben 12.000 euro,  si cibavano esclusivamente di granelli d’orzo molto rari e non appartenenti alla specie comune di cui si cibano gli uccelli.


*

Quella volta che…(l’attesa)

… le pizze, per le quali avevo optato, data l’ora ormai impossibile per preparare una cena a un orario decente per i nostri stomaci, non erano un granché anzi, mia figlia disse che facevano "palesemente schifo" ma io le risposi che tutte le cene portano a letto e domani è un altro giorno.

In effetti, quell’indomani, fu una splendida giornata di sole, caratteristica meteorologica che non giustifica, però, la qualità della giornata medesima.

Infatti, andai in ufficio nel pomeriggio, con un tarlo nella testa che tutti sappiamo essere un habitué delle teste di legno quale io sono: il kippah che portava in testa quel tale, venuto ieri a propormi un lavoro, non era forse un segno della presenza divina?

Forse con quel simbolo voleva dirmi che Dio era proprio lì, nel mio ufficio?

Se c’era il giorno prima, doveva per forza esserci ancora!

Così entrai nella stanza con un po’ di trepidazione quasi certa di trovare un segno visibile, tangibile, materiale della Sua presenza. Mi guardai intorno, scrutai ogni cosa meticolosamente ma niente trovai di cambiato, tranne il foglio lasciato sulla scrivania la sera prima sul quale avevo annotato i tempi e i costi della eventuale lavorazione da svolgere.

Delusa, ma ancora speranzosa, pensai che Dio potesse essere andato un attimo in bagno e, folgorata da questa pensata, mi precipitai a vedere, rimanendo nuovamente delusa nel trovare soltanto il mio cane che, avendo scambiato la tazza del cesso per un bar, si stava concedendo la sua solita bevuta post-passeggiata.

Abbozzai un sorrisetto storto, mi chinai per accarezzarlo e lui mi leccò la mano e mi posò una zampa sulla spalla come per farmi coraggio.

- Eh, – sospirai – ce ne vuole molto, sai? Ci vuole il coraggio di saper aspettare, proprio come fai tu che aspetti, un po’ triste ma paziente, dietro le porte chiuse, con il muso a terra! Si aspetta tutti qualcosa o qualcuno che a volte arriva ma più spesso no. –

Rientrai nell’ufficio chiudendo fuori il cane ad aspettarmi e mi sedetti alla scrivania rassicurandomi del fatto che Dio è invisibile e la certezza della Sua presenza altro non è che una sensazione, cioè ciò che si percepisce attraverso la stimolazione degli organi sensoriali. Quindi dedussi, esclusa la vista, che l’udito mi avrebbe dato la prova che stavo agognando. Mi soffermai per ascoltare, ma un silenzio quasi tombale mi avvolse come un mantello. Non si udiva il rumore dell’impianto di lavorazione, né il vociare delle operaie che non molto tempo prima, ma percepito in quel momento come remoto, lavoravano assiduamente tra un pettegolezzo, un brontolio, un litigio o una risata.

Mi detti una scrollata per togliermi quei pensieri di dosso, accesi il computer realizzando che il conto corrente aveva bisogno di portafoglio e ritenni che la cosa migliore da farsi subito fosse quella di preparare le fatture.

Elaborai, stampai e tirai il totale. Più che un portafoglio mi sembrò un borsellino!

Sollevai lo sguardo verso la finestra distolta dal rumore del treno appena passato e pensai che Dio se ne fosse appena andato da lì e questa volta per sempre.

Quella sera, prima di addormentarmi lo pregai. Lo pregai di darmi forza e coraggio nonché la pazienza dell’attesa che ha il mio cane.

 

 

 


*

Cappuccetto Carminio

(tautogramma)

Chiamavasi Cappuccetto Carminio, creatura cresciutella calzante cappottino con cappuccio così colorato.
Commissionata condurre cestino con cibarie cara centenaria, costipata con colite cronica, con casa collocata consecutivamente compatto cerreto, Cappuccetto, contenta, cominciò cammino.
Capitò cattivo canide che, celandosi cordiale, chiesele chiarimenti circa contenuto cestino. Conosciuto ciò, celermente congedandosi, corse casa centenaria.
Con criterio convincente corruppe corrugata canuta che, credulona, concessegli cortesia. Crudelmente come cerbero crapulò con carente crista!
Calzò camicia, cuffia, calze, conseguentemente cacciossi cuna coprendosi con coperta caprina, contraffacendosi centenaria.
Capitò Cappuccetto, con cuor contento. Considerò canide così conciato cinicamente commentando:
“Che callosità considerevoli! Che ciglia ciclopiche! Che cavorale colossale come caverna!“
Crudele canide concluse cotal costernazione collaudando catabolizzare creatura, che con clamore consistente, coinvolse cacciatore. Con carabina colpì calamitosa canaglia, cavò centenaria confusa con contentezza collettiva.
Così, Cappuccetto, cacciatore, confortata canuta celebrarono concitatamente con cibarie.

*

L’amante sgargiante.


Il sole è un amante sgargiante. Carpisce ai corpi muliebri distesi su letti di sabbia bollente, il torpore salato della noia estiva trascinandoli in un vortice caldo di desiderio fino a turbare la mente.
I suoi raggi si fanno mani infuocate e sfrontate di carezze lungo i profili bizantini
di pelli lunari.
E così goccioline d’eccitato sudore, maliziosamente, s’insinuano tra le pieghe carsiche
del monte di Venere e inondano d’assurda voglia la fessura che si fa lago tra le tra le rocce calcaree.
Il corpo freme nell’anelito di un’onda marina che la penetri con la sua lingua di sale.
E tanto più il mare è calmo e più quel corpo vibra nell’impazienza.
S’aprono le labbra, gonfiate da appiccicosi umori.
La mente implora il vento che scateni soffi di tempesta per trascinare via, nel baleno di un grido, la tormentosa smania e vacilla, affogando in un mugolio sommesso l’ultimo spasimo.



Succede, d’estate, quando la solitudine si sposa col sole.

*

Il dott. Beup! (per bambini)



Il dottor Beup era un medico di famiglia. Anzi, a dire il vero, era una dottoressa che preferiva pensarsi al maschile in quanto dottore.
Dicevo, era un medico di famiglia nel vero senso della parola, poiché curava soltanto i suoi due familiari che, disgraziatamente per lui, godevano di ottima salute.
Possiamo dire che il dottor Beup era disoccupato.
Come tutti i disoccupati aveva molto tempo libero, ma così tanto che non sapeva cosa farsene.
Allora si cercò dei passatempi.
Cominciò a pensare al tempo passato, ma gli faceva venire il magone, che fino ad allora aveva creduto un grande mago ed invece capì che era come avere un macigno sullo stomaco e gli veniva da vomitare.
Quindi, decise di smettere di pensare ai tempi passati che nuoceva alla sua salute (era un dottore e queste cose le sapeva) e pensò di guardare il tempo che passa sul quadrante di un orologio. Ma che monotonia, che noia!
Gira che ti rigira le ore son sempre quelle: da 1 a 12 e poi da capo, anche se fuori un colpo c’è luce e un colpo c’è buio.
Pensò, allora, di passare il tempo come di solito passava le verdure per fare il minestrone, ma il passaverdura non macina gli orologi.
Il problema si faceva complicato. Era proprio difficile trovare un passatempo!
Un giorno ebbe un’idea!
Decise di darsi agli anagrammi.
E’ un esercizio che tiene giovane la mente, lui lo sapeva bene perché era un dottore.
Volle cominciare col suo nome, tanto per tirarsi su il morale, pensando che in inglese “be up” volesse dire “stare su”.
L’unica parola che riuscì a trovare anagrammando il suo nome fu: pube.
“Che c‘entra il pube?” pensò, guardandosi sotto la sottana. E vide che era senza mutande.
Tutti i disoccupati sono senza mutande e non sanno come tirarsi su il morale, ché, se il morale fosse un paio di mutande, tirarselo su sarebbe cosa da poco e anche veloce!
Fu in quel preciso momento che decise di cambiare passatempo.
Smise di fare gli anagrammi e andò a decorare le locomotive per rendere i treni più allegri e colorati, in modo che alle stazioni, i bambini che andavano a salutare il treno, potessero dire: “Guarda mamma, guarda papà, che bella locomotiva, tutta colorata, fate ciao anche voi con la manina!”
Da quel giorno le stazioni si riempirono di bambini allegri e di genitori costretti a salutare tutti i treni.

Ma i bambini non sanno, nella loro innocenza, che quando mamma e papà salutano tutti i treni, non c’è proprio niente da stare allegri

Punto esclamativo

*

Come cambiare il mondo (per bambini)



A casa. Al risveglio.

- Buongiorno Mondo, come va? –
- Male!!! –
- Oh, mi dispiace! Posso fare qualcosa per te? –
- Non saprei. Hai un’idea? –
- Sì, vieni con me! –
- E dove mi porti? –
- Ti metto in tasca e ti porto in banca –
- In banca? –
- Sì, è un posto dove si cambiano i soldi,
forse possono cambiare anche il Mondo –
- Ok, allora vengo! Andiamo, sono pronto! –



In banca. Allo sportello il cortese sorriso di una impiegata
riesce a convalidare la mia convinzione di essere capitata
nel posto giusto.

- Buongiorno, desidera? –
- Buongiorno, dovrei... anzi, vorrei cambiare il Mondo. –
- Bene, metta una firma qui, grazie. –
- Una firma? E per cosa? –
- Per la responsabilità –
- Ah, sì, certo, ecco fatto! –
- Bene, si accomodi pure alla cassa –
- Grazie –

Alla cassa

- Dica –
- Devo cambiare il Mondo. Questo è il documento di
responsabilità -
- Bene, come lo vuole cambiare?
- Non saprei, mi consigli lei –
- Bond le andrebbe bene? –
- Bond? Allo 0,07%? –
- Sì, con licenza –
- Licenza? Che licenza? –
- Di uccidere –
- Nooo, mio Dio, nooo!!! Non si può modificare? –
- Che cosa? –
- La licenza, che ne so, in licenza di vivere –
- No, impossibile –
- Allora niente –
- Beh, ci sarebbero le azioni -
- Sono buone? –
- Mmmh, sa, coi tempi che corrono, mica tanto, cioè non tutte –
- Allora è meglio non rischiare –
- Ma forse lei preferisce contanti –
- CON TANTI??? Sììì!!! Con tanti va benissimo! L’unione fa e dà la
forza!
Senta, facciamo così: me li mandi tutti (i tanti) in Piazza,
sotto l’Albero, l’Albero della Vita: la Vita Nuova!
Arrivederci. Grazie e…
Buon Natale! –
- Ma non è Natale… -
- Lo sarà!!! -

*

Quella volta che(8)...


(Divagazione folle su galline, uova, asini e serotonina)

… mi fu posta una domanda alla quale avrei dovuto dare una risposta precisa.
La domanda era la seguente:
“ Sai che io non capisco perché si dica: "E' meglio un uovo oggi che una gallina domani"? Non é vero per niente! E' meglio una gallina oggi, che un uovo domani!
E così pure: " E' meglio un asino vivo che un dottore morto". Come sarebbe?
E' meglio un dottore vivo, che un asino morto!
Sì o no?”

E così risposi:

“Come direbbe un capo della Digos, è meglio il “passero” in mano che due nella siepe. Però, se quello stesso capo acchiappa anche quelli nella siepe è meglio ancora.
Per quanto mi riguarda, invece, è noto che io non acchiappo pennuti, non essendo un capo della Digos, né li mangio, quindi anche di una gallina non saprei che farmene.
Potrei allevarla per ottenere l'uovo ma, poiché non la mangio perché è proprio il suo odore, di cui è intriso anche il sapore, a ripugnarmi, non ci riuscirei.
Quindi mi vedo costretta a dover rinunciare all'uovo.
Ma posso rinunciarci volentieri in quanto, a pensarci bene, anche l'uovo fa un po' schifo, almeno a detta di un vegetariano che alla domanda "Mangi le uova?", rispose "Assolutamente no! Perché se l'uovo è fecondato è già un pulcino e se non lo è, allora, è il mestruo della gallina! Una schifezza!”
Anche mangiare l’uovo in culo alla gallina è cosa riprovevole!
Inoltre la gallina, come recita una nota canzone, "non è un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente" e, infatti, io porto sempre gli occhiali scuri non tanto per nascondere alla gente il mio modo di guardarla, quanto per guardare, inosservata, come la gente guarda.
Ma nella sua stupidità la gallina, comunque, fa le uova. Pare ci siano anche quelle che le fanno d'oro!
Sinceramente non le ho mai viste. Al massimo le uova, le ho verniciate di quel colore, tanto per illudermi un po’ e perché era Pasqua.
Tra un uovo oggi e una gallina domani la differenza non sta nell'uovo e nella gallina ma nel giorno.
Bisognerebbe sapere quale giorno. Purtroppo l'incertezza è l'unica certezza.
Però è pur vero che ogni giorno è sempre un nuovo oggi ma anche un nuovo domani (secondo la teoria del punto di vista), per cui si potrebbe dedurre che l’optimum è un uovo al giorno che, forse toglie il becchino di torno (infatti quando mia nonna smise di mangiare il suo ovetto quotidiano, morì), ma non il becchime che serve per alimentare la gallina, senza la quale non si otterrebbe l'uovo.
E’ un gatto che si morde la coda, ma se la morde perché non sa che la coda è sua.
Che c’entra il gatto con la gallina?
Con la gallina probabilmente nulla, ma prova a dare un passero al gatto e vedi la fine che fa!
E se gli dai una passera, è contento lo stesso; magari si accontenta anche di una pass… word!

Devo essermi persa in questo salomonico ragionamento! Sono una salamona!.

Riguardo agli asini e ai dottori, invece, direi che dai dottori bisogna sempre guardarsi.
Infatti, se hai bisogno del dottore medico, vuol dire che sei malato, se ti serve il dottore commercialista che non sai fare i conti, se necessiti del dottore avvocato che non sai risolvere i problemi, e così via.
Meglio sarebbe non dover ricorrere mai al dottore. Mentre un asino è utile sia da vivo che da morto: da vivo è un sostegno nel lavoro, da morto lo si può mangiare.
Col cavolo che i partigiani avrebbero fatto l’Italia se non avessero avuto gli asini! Coi dottori di certo non avrebbero ottenuto lo stesso risultato.
Ma bisogna anche fare una distinzione tra “asini dottori” e “dottori asini”.
E qui casca l’asino! Ma gli asini sono animali forti e si rialzano.
E’ meglio un asino dottore o un dottore asino?
Quanti asini laureati che rovinano il mondo!
Meglio un dottore asino che, in quanto asino, ignora di essere dottore e continua a fare l’asino.
Sicuramente si ammazza di fatica, ma è pur vero che il lavoro nobilita e rende l’uomo simile alla bestia (l’asino, appunto).
Assolutamente sono dalla parte dell’asino. Sono un asino io stessa, un asino bastonato (ovvero “percosso col bastone“ o “munito di bastone”?… boh?)
Il somaro di J.Prevert, ad esempio, fu l’unico che seppe disegnare sulla lavagna nera il volto della felicità.
Qualcuno, inoltre, sostiene di aver visto un asino volare… come fare per smentirlo?

Dunque alla domanda non posso che rispondere: forse.
Il “sì” e il “no” sono come il “dire” e “il fare” tra cui corre un mare. A volte è un mare di guai, a volte un mare di speranza.
Ma se “la speranza è un essere piumato”, come scriveva la Dickinson, mi chiedo: sarà una gallina o il dantesco “Uccello di Dio”?
Le galline hanno ali troppo piccole per volare e gli asini, a pensarci bene, non ne hanno affatto.“.

So, con questa mia divagazione, di aver firmato la mia follia e la mia inquietudine, ma mi rifiuto di assumere serotonina, come la mia interlocutrice mi consigliò, perché…

… s’ero Tonina, non ero Lorena!

*

Quella volta che (7)



… tra i regali di nozze ricevetti tre servizi da 12, molto raffinati, di tazze da tè e due servizi di bicchieri a calice di cristallo finissimo per un totale di 72 calici, nonché due servizi di piatti in fine porcellana, uno di posate con la placchetta in oro zecchino e quattro servizi da caffè, tra cui anche uno di Richard Ginori decorato in oro.
Adoravo quei regali! Li guardavo e intanto sognavo d'invitare le amiche a prendere il tè nel mio salotto bianco e passare, così, ogni tanto, pomeriggi "tra donne" a parlare di ricette, di vestiti, di lieti fine settimana, di gite e di vacanze.
Gite, vacanze, fine settimana che, tra parentesi, non ci sono mai stati.
( Sarà perché non ho mai avuto amiche? Forse o chissà…)
Già mi vedevo, a preparare gustosi manicaretti e servirli in bellavista su quelle porcellane e m'immaginavo complimenti e applausi alla cuoca.
Auspicavo calici alzati e caffè da offrire a numerosi ospiti.
Invece soltanto pochi parenti hanno brindato con quei bicchieri, mangiato in quei piatti e con quelle posate e sorseggiato i miei caffè. E lo hanno fatto fino a quando, un giorno che probabilmente la mia luna girava al contrario, mi ruppi le scatole d'invitare tutti, di lavorare come una schiava negra per Pasqua e Natale, per l'ultimo dell'anno o Capodanno, per la Befana e i compleanni senza ricevere in cambio neppure uno spicciolo di aiuto dopo i bagordi.
(Le mamme e le suocere che ci stanno a fare?)
Ricordo il giorno successivo al mio rientro a casa dall'ospedale, dopo una settimana di degenza per il parto di mia figlia: una domenica pomeriggio in cui mi ritrovai sparpagliati per la casa parenti e colleghi, tutti matti per la bambina, tutti assetati di spumante, tutti golosi di pasticcini e tutti bisognosi di un caffè!
A sera, tutta quella marmaglia mi lasciò, con tanti saluti, baci e auguri, in una casa che sembrava un reduce di guerra e con una bambina di una settimana che ancora non sapevo tenere in braccio.
Mio marito ed io ci guardammo avviliti e, mestamente, ci rimboccammo le maniche. Tra un pianto e un pannolino da cambiare, una poppata e una ninnananna, alle due di notte, finalmente, potemmo andare a dormire. La mattina seguente, mio marito andò a lavorare ed io mi ritrovai sola e sfinita con una neonata e le fatiche di un parto recente sulla pelle.
Alcune mie conoscenti sono state un mese in pigiama, dopo il parto, coccolate dalla mamma, altre sono tornate alla casa paterna per farsi aiutare, altre, oltre all'aiuto della mamma, avevano anche l'ostetrica a domicilio e la babysitter (a pagamento!)
La mia decisione di non invitare più i parenti fu dunque ben motivata.
Così i miei servizi da tè, caffè, piatti e bicchieri solo rimasti soli e derelitti insieme a me.
Si dice “meglio soli che male accompagnati, no? E sia, allora!
Però… nemmeno uno straccio di amica o di amico vero e disponibile. E non avere amici è peggio che stare chiusi nella vetrina per anni, inutilmente come quelle stoviglie, stanche anch’esse di essere solo belle e inutili stoviglie.
Neppure colleghi di lavoro da invitare, perché fui costretta a licenziarmi, rifiutandosi, le nonne, di darmi una mano con la bambina. Eppure il mio era un lavoro part-time e non le avrebbero impegnate più di tanto!
No! Io sono più derelitta di quelle stoviglie!
Almeno loro hanno me, che di quando in quando provvedo a lavarle e a rimetterle a posto, magari in una diversa disposizione, tanto per movimentare e giustificare la loro esistenza.
Nessuno, tranne mia figlia, giustifica la mia. E’ tantissimo,lo so, ma non è tutto, ahimè.
E allora?
Allora vorrei essere un oggetto da vetrina, ben conservato.
Un’inutile teiera, per esempio.
Ma felice, perché, di quando in quando, qualcuno giustificherebbe la mia esistenza.




*

Quella volta che (6)

... forse era meglio se mi davo all’ippica. Ma il problema è che non so cavalcare e sono così pigra, ma così pigra, che di andare al maneggio proprio non mi va.
Costi a parte che, comunque, non posso sottovalutare.
In tutta la mia vita ho cavalcato solo un cammello - in Tunisia durante il mio unico viaggio di nozze - e qualche uomo. Ma ora che mi son fatta suora di clausura, ho seri dubbi sulla possibilità di poter cavalcare ancora uomini e cammelli.
Del resto l'equitazione non è materia così facile come blatera il vecchio detto che, invero, sarebbe meglio rifuggire in quanto di vecchia e sorpassata matrice fascista, così fascista che persino il Duce la rifiutò asserendo che "il libro e il moschetto" erano sicuramente da preferire. Dissento sul moschetto ma, sul libro credo non si possa dissentire.
Ora che ci penso, il professore di ginnastica che avevo al liceo era stato, in gioventù, maestro di scherma di Mussolini e ogni tanto, poiché ero la migliore amica di sua figlia e bazzicavo casa sua, mi mostrava le foto scattate con lui durante le esercitazioni. Beh, insomma, il prof. mi chiamava "angelo di ippopotamo", perché ogni volta che mi costringeva a saltare il cavallo, inevitabilmente, con la mia nota agilità da pachiderma, ci piombavo in ginocchio ricascando poi all'indietro con un tonfo sordo.
Ippopotamo significa “cavallo di fiume” e, forse, quel nomignolo mi si addice più oggi che allora, perché, anche se non cavalco l'onda, cavalco, seppure indirettamente e nolente, acque fangose. Inoltre, da casalinga, un po’ “angelo” mi sento davvero. Se non altro, l’angelo del focolare. Ma con qualche scottatura!
Una delle ultime, infatti aveva proprio a che fare con l’ippica.
Dovevo concludere un affare con un tizio che praticava ippodromi e non solo ma, ahimè, l’Ippica andò in crisi e l’affare andò in fumo!

L’ironia della sorte mi perseguita!

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Quella volta che(5)…

… nelle sere d'estate, da bambina, insieme alle mie amichette, andavo per lucciole da mettere sotto un bicchiere così da trovare, al mattino, un soldino con cui comprare il gelato a merenda. Ma i bambini si sa, nella loro ingenuità sono anche furbi e, appena apprese le prime nozioni di aritmetica, risolvemmo che se una lucciola fa un soldino, più lucciole fanno più soldini. Perciò, sotto quei bicchieri (e sceglievamo persino i boccali da birra!), mettevamo reggimenti di lucciole.
Ma si dà il caso che anche i genitori siano furbi (più dei bambini!), tant'è che per giustificare che il nostro assunto non era valido, ci dissero che le lucciole maschio non fanno soldini. Ecco perché, nonostante quei reggimenti, i soldini scarseggiavano. Alcune mie amichette si ritenevano molto sfortunate nel catturare sempre tanti "luccioli" e pure io provai a convincermene.
Ma, poiché non ho mai creduto molto alla fortuna, andai in biblioteca (di nascosto a mia madre - che cosa trasgressiva! -) a informarmi sulla vita delle lucciole.
Imparai, ahimè, che i maschi non emettono luce e tirai subito le mie logiche conclusioni: se non emettono luce, nel buio io non posso vederli, quindi non posso catturare maschi. Ergo: mia madre mente!
E fu così che scoprii che le lucciole non fanno i soldini!
Allora, tanto per non darmi per vinta, come Pochettino, cominciai a spazzare i pavimenti di casa per vedere se trovavo un soldino, con grande gioia di mia madre che aveva sempre dei pavimenti pulitissimi!
Amo le lucciole per questo, per queste storie di e da bambini che allietavano le nostre estati e per quell’alone di magia che le rendevano tanto misteriose e affascinanti.
Dove vivo, pur non essendo aperta campagna, in estate se ne vedono ancora molte. Dal mio terrazzo m’incanto a guardare quei piccolissimi punti luce intermittenti che mi conducono in un mondo fantastico e meraviglioso.
Un mondo fatto di piccole dimensioni ma enormi valori, così diverso e distante dal mondo gigante che respiriamo ogni giorno.
In quel mondo minuscolo, un piccolo punto luce intermittente è un cuore che pulsa, un’anima che palpita, è la Vita.
E nichilismo è non avere occhi, occhi per “mirare”. Mirare come Leopardi, che mirava sedendo. O come Matsuo Basho:

“se guardo attentamente (yoku mireba) vedo il nazuna in fiore presso la siepe".

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Il Paese Squalificato



C’era una volta ( ma ci sarà ancora?) il Paese Squalificato dove ogni cosa era… squalificata, appunto.
Nessuno era buono o cattivo, bello o brutto, gentile o scortese, le case non erano né grandi né piccole, i bambini non avevano occhi azzurri o neri, nei prati l’erba non era fresca o secca e i cuori della gente non erano né tristi né allegri.
Ogni turista che passava di lì faceva il suo commento.
Un giorno uno disse:
“Carino questo Paese Squalificato, qui sono tutti uguali e non c’è nessuno che abbia l’automobile nuova o vecchia!”
E un altro ribadì:
“E’ vero! Qui non vive gente onesta o disonesta!”
Ma il terzo osservò:
“Sì, ma se non sei grande e non sei piccolo, come sei?”
“Già, - replicò il primo turista – è pur vero anche questo!”
“Mamma mia, - esclamò il secondo – che sconforto non avere una qualifica!”
Allora il terzo decise:
“Dobbiamo aiutare gli abitanti del Paese Squalificato a Riqualificarsi!”
E così si recarono dal Giudice del Tribunale per la Riqualificazione dei Paesi che subito riunì la sua Corte e, dopo un breve dibattimento, decretò la Riqualificazione di quel paese.
Da quel momento ogni abitante, ogni animale, ogni pianta ed ogni cosa riacquistarono tutti gli aggettivi qualificativi che, in un tempo remoto, un perfido Mago aveva tolto loro con un malefico incantesimo.
Oops… dimenticavo di dire che in fondo al decreto del Giudice fu stilata una postilla che recitava così:
“Gli aggettivi qualificativi assegnati al Paese Riqualificato non comprendono i peggiorativi”:
Era nato il primo Paese DOQ (Di Origine Qualificata)… per sempre!

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Un passo indietro nella storia

(uno spunto per riflettere)

L'amore per la montagna, per le Alpi è una caratteristica del Romanticismo.
E' in epoca romantica che nacque l'idea della "Nazione".
Questa termine, benché lo si ritrovi nel Medioevo, in Dante, Petrarca e poi in Machiavelli, non aveva ancora influenzato il pensiero europeo.
Con il romanticismo in alcuni paesi si volle far diventare la "nazione" un concetto di base. Si scoprì un'anima nazionale. Infatti il concetto di nazione è per l'uomo moderno un fatto spirituale, individualità spirituale prima che entità politica.
E le prime manifestazioni di idea di nazione avvengono in Svizzera. L'esaltazione della natura e soprattutto della montagna. Montagna che fino ad allora era stata assente dalla letteratura e dalla vita spirituale europea.
Basti pensare a Shiller (Guglielmo Tell) e a Byron (Manfred).
L'uomo della montagna ha un carattere forte, vive semplicemente.
La valorizzazione della montagna influì molto sulla formazione del carattere delle nazioni. E dalle Alpi alla tradizione svizzera di Libertà, Libertà come retaggio secolare.
Difesa della Libertà, sul piano morale, nelle credenze, nei costumi, nel pensiero, nella moralità e nella spiritualità, che è ciò che costituisce la nazione.

Non si raggiunge anche così la salvezza? Almeno quella della nostra Europa?
Credo che basti fare un passo indietro nella storia...

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Quella volta che(4)...


...era una mattina fredda e piovosa di fine autunno, stavo aspettando sul sagrato, rincantucciata sotto il mio ombrello, il Parroco che si era attardato in sagrestia dopo la fine della S. Messa.
Ero una catechista, allora, e quel giorno avevo bisogno di parlare con lui riguardo ad alcuni ragazzetti che avevo scoperto rintanati in una vecchia auto abbandonata sotto il muro della Chiesa a sfogliare giornalini pornografici.
Promisi ai ragazzi di non dirlo ai genitori per risparmiar loro le botte, ma mi sentii in dovere di dirlo al prete che, una volta acciuffati, li avrebbe condotti per le orecchie dritti dritti nel confessionale e poi, con qualche avepatergloria di penitenza, li avrebbe assolti e perdonati.
Finalmente lo vidi uscire.
Teneva la cassetta delle elemosine per i poveri sotto il braccio; non la lasciava mai incustodita per timore che qualche mascalzoncello rubasse i soldi.
Lo chiamai e lui venne verso di me camminando sui tacchi con tutta la pianta del piede sollevata.
Portava delle scarpe di vernice nera con una fibbia di metallo argentato. Erano anni che lo vedevo, sia in estate che in inverno, con quelle scarpe.
“Perché cammina a quel modo?”, gli chiesi.
“Perché piove e le suole delle mie scarpe sono bucate”
“Perché non si compra un bel paio di scarponi robusti che non lasciano passare l’acqua e tengono caldo, tantopiù che è quasi inverno?”
“Perché costano e io non ho i soldi per comperarli”
Mi venne spontaneo e immediato, annuendo alla cassetta delle elemosine, dirgli:
“Prenda i soldi da lì, è per una necessità!”
Ma lui, ritraendo a sé la cassetta quasi a volerla difendere, esclamò:
“Nooo!!! Questi soldi servono ai poveri!”

*

Quella volta che (3)...


... dicevo sempre a Gigi: "Il tuo bagno perde!"
Chi è Gigi? Quello della cremeria?...no, non è una pubblicità.
La crema di Gigi è fetida!
Io abito sopra a Gigi. Quel fetore saliva in alto, nel mio appartamento.
Avevo investito tutti i risparmi in deodoranti. Ma non c'era niente da fare.
Eravamo nella merda fino al collo.
Glielo dicevo a Gigi che il suo bagno perdeva. Lui rispondeva che era tutto a posto!
Ma non era così. Io lo sapevo perchè lo vedevo da un buco del muro dello stanzino sotto la scala. L'annosa cremeria era tutta lì!
Ci mangiavano le zanzare, noi e tutto il vicinato. Insetti di fogna vagavano indisturbati nelle nostre case. C'erano anche gli scarafaggi.
Dio volle che un giorno arrivassero gli operai del Comune per costruire le fognature!
Ad un uomo grande e grosso come un giocatore di rugby dissi in segreto di andare a sbirciare nello stanzino sotto la scala.
Andò, tornò fuori e disse:
"Mi sdraio qui, in mezzo alla strada, son morto dalla puzza!"
Tutti gli operai si misero al lavoro, anche per salvare il compagno.
L'era della cremeria, finalmente, finì.


*

Quella volta che... (2)


... mi trovavo al supermercato in un pomeriggio estivo.
Parcheggiai il carrello vicino al frigo delle verdure e andai a scegliere delle pesche. Riempii il sacchetto, lo pesai e attaccai l’etichetta col prezzo, poi lo infilai nel carrello e proseguii verso i latticini.
Ad un certo punto mi accorsi di aver preso un carrello non mio.
Ritornai indietro verso l'ortofrutta e, nei pressi della bilancia, vidi una signora perplessa davanti al mio carrello. "Signora, mi scusi, ho sbagliato carrello! Ho preso il suo, mi scusi tanto", dissi.
La signora, allora, cominciò a raccontarmi di quando un tale le aveva preso il carrello a cui aveva lasciato appesa la borsa e... blablabla, facemmo una bella chiacchierata.
Al momento di salutarci mi fece una carezza dicendo:
"Che bella signora che è!".
Poi se ne andò col suo carrello e io, commossa, piansi.

*

Quella volta che...


… mi trovavo a cena in un luogo all'aperto con intrattenimento musicale insieme ai miei suoceri e mio marito. Il tavolo di fronte era occupato da un gruppetto di vedove.
Come le riconobbi? Dai capelli platinati (Oscar Wilde docet) e ben laccati, dagli accessori vistosi, dalle gonne lunghe ma svolazzanti, dai top sgargianti decorati di lustrini e paillettes. E dalle risate, ovviamente, sguaiate.
Sulla pista da ballo si dimenavano dei giovanottoni cubani belli come il sole in pieno agosto e le simpatiche signore non persero l'occasione di scodinzolare con i loro grandi sederi strusciandosi a quei maschioni abbronzati e palestrati. Il divertimento era al massimo, lo si capiva dal loro starnazzare.
Io stavo lì, seduta composta, annoiata e un po' depressa.
Guardai mia suocera e il suo ombretto celeste spalmato come una ditata di nutella sulle gote di un bimbo dopo la merenda, guardai mio suocero e i suoi capelli “shampati” col "Fabuloso" e guardai mio marito che rideva in modo demenziale non so per quale stupida battuta; del resto uno che dopo anni e anni di Paperissima riesce ancora a ridere dei soliti filmati, non può che essere un tantino demente.
Li guardai tutti più volte e poi mi uscì una frase, e non so come:

"Non vedo l'ora di essere vedova, per divertirmi un po'!"

*

La portafinestra e il lavavetri

Certo che dalle mie parti succedono cose alquanto bizzarre!
O forse, chissà se sono bizzarre soltanto ai miei occhi…

Era uno splendido pomeriggio di sole e l’aria era tiepida, come direbbe un meteorologo, con temperature superiori alla media stagionale. In giornate così viene subito voglia di aerare la casa e di mettersi a pulire balconi e terrazzi martoriati, in questi ultimi tempi, da forti venti portatori di ogni genere di schifezze: dalle foglie mezze marce, a sacchetti vuoti di plastica, a cartacce e polvere. Non solo, tra vento, pioggia e neve, anche i vetri mi gridavano dietro la loro vendetta se non li avessi puliti in tempo reale e soprattutto immediato.
Mi sono armata dell’occorrente e ho cominciato il mio lavoro di lavavetri domestico.
Prima, però, sono salita su una scaletta per togliere la plafoniera che illumina il terrazzo (le plafoniere di per sé non illuminano, ma, insomma… ci siamo capiti!), non solo per lavarla, ma anche per smantellare due nidi di vespe. Devono essere sempre le stesse che ogni primavera ritornano a nidificare dentro quella plafoniera, forse attratte dalla resina sintetica termoindurente (fenoplasto?) del portalampada che sicuramente rende loro la parvenza di un ramoscello d’albero. Insomma, delle vespe ben integrate nel nostro sintetico mondo, poverine!
La mia terrazza si affaccia su una piazza antistante a una ferrovia ed è normale che, durante la giornata, molti automobilisti vi sostino in attesa di qualcuno in arrivo col treno oppure per accompagnare qualcuno in partenza.
Stavo salendo sulla scaletta, quando ho notato una berlina nera fermarsi, in linea d’aria, proprio di fronte a me.
Dopodiché, è scesa una persona dalla folta capigliatura bionda e riccia che indossava una maglia variopinta, per cui ho ritenuto fosse una donna, e si è messa di lena a strofinare il vetro anteriore della sua auto.
- Toh! – ho pensato - Oggi è la giornata delle lavavetri! –
Un leggero capogiro mi ha ricordato che soffro di vertigini, pertanto mi sono sbrigata a sistemare la plafoniera e a scendere da quella scaletta.
Mentre lavavo i vetri della portafinestra, non so come, canticchiavo e pensavo:
- Pensiero stupendo…si potrebbe trattare di “faccende” di cuore…meglio non dire…
…eh, mia cara Patty, la cambi tu la vita che non ce la fa a cambiare me?
Io, intanto, ho cambiato aspetto ai miei vetri! -

(La portafinestra ringrazia)


POSTILLA:

Qual è la cosa strana di questa storiella?
Che quel giorno, prima di accingermi a lavare i vetri della portafinestra, avevo scritto qualcosa...

IL LAVAVETRI

http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=62&Tabella=Narrativa

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A domanda, risposta


Lei chiese a Lui: “Cosa provi per me ora?”
Lui: “Non ha nessuna importanza credimi. Sono stanco di combattere, ho lottato tanto prima di conoscerti per motivi diversi e da quando ti conosco ho dovuto ritornare a combattere,ma non sono fatto di ferro e poi mi sembra di combattere contro i mulini a vento perché finisca una battaglia e ne inizi un'altra senza ragione”
... e Lei: “Non ho capito cosa provi per me ora”.

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Succede sempre di domenica


Succede sempre di domenica quando non si riesce a trovare un medico neanche a pagarlo oro, che poi non vedo perchè lo si debba pagare tanto. E comunque non è di un medico che ho bisogno. Tantomeno di una guardia medica o di una guardia del corpo oppure di una guardia. Ma devo stare in guardia, anche se non so da cosa!

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Dal diario di una eterosessuale

Eccomi ancora qui, su questa pagina.
Pagina?
Che strano. Sai che non riesco a pensarti al femminile?
Allora è meglio dire: "Eccomi qui con te, caro foglio."
Così va meglio. Del resto, se sono qui è perché ho bisogno di stare un po’ col mio alter ego.
E il mio alter ego è sicuramente maschio.
Non essendoci un maschio nella mia vita, da qualche parte bisogna pure che me lo procuri! Dunque, caro foglio, sacrificati per me e lasciati macchiare di me.
Perché “alter ego”? Che domanda difficile! Perché tu puoi essere me e decidere per me, volendo.
Nel momento in cui io affido a te i miei pensieri, tu sei me e trattenendoli decidi ciò che io avrei deciso.
A pensarci bene anche Dio “maschio e femmina li creò” e certo è che Dio non fece le cose, così, a caso.
Ti piace quest’ultima allitterazione? La chiamano “figura retorica”. Molti dicono che è un’ampollosità, una ridondanza, una pura esteriorità priva di essenza. Ma “eirein”, la madre greca di “retorica”, significa “parlare” ed è proprio questa la nostra necessità: parlare. E la parola è il più bel dono che abbiamo ricevuto.
Parliamo.
E “figura”? Ah, sì, scusa, per poco dimenticavo la figura! “Figura” ha la sua radice in “fingere”, cioè “plasmare”.
Allora, non accontentiamoci di parlare solamente, ma spingiamoci oltre e plasmiamo parole.
Il fingitore è un plasmatore, uno che dà forma alle parole, le modella e le modula tali che non siano soltanto suoni o significanti generici.
Tu ed io non possiamo aver la pretesa di plasmare chissà quali parole sublimi ma ciò non esclude un tentativo.
Ecco perché “maschio e femmina li creò”! Perché dessero forma alla parola, insieme. Perché “in principio era il Verbo”, se ben ricordi.
E come avrebbero potuto farlo se non amandosi? Essere, cioè, l’uno l’altra e viceversa. Un tutt’uno. L’amore è unione, spirituale, mentale e fisica. L’amore è qualcosa di completo, di assoluto.
Capisci ora perché ti penso maschio?
E non è un caso, vedi, come anche certi elementi inventati dall’uomo abbiano preso il nome di “maschio e femmina”; hai presente, ad esempio, i bottoni automatici? Click!, e rimangono uniti, come fosse un eterno bacio.
(I bottoni automatici, però, non hanno sesso, o meglio, anche se lo avessero, non avrebbe nessuna rilevanza. Passami, foglio mio, questa precisazione).
In ogni caso io, personalmente, ti penso maschio, e desidero macchiarti di me.
Tutti i miei colori voglio siano tuoi, soprattutto quelli più tenui, che tu puoi comprendere.
Prendimi ad anima aperta, umida d’emozioni, eccitata di sensazioni.
Ti screzierò di lacrime e di rimmel, di sorrisi e di rossetto, di solitudine e di fard, di tristezza e di ombretto, di voglia e di profumo, di essenza e di apparenza.
Sarò io, tutta, su di te e tu, tutto di me.
E l’eco della nostra intesa sarà la sublimazione del Piacere.

Grazie di tutto lo spazio che mi dai,
ogni volta che voglio
perché sempre mi vuoi.

*

Al mercato della frutta

Quando si prende una decisione si prova un gran senso di soddisfazione verso noi stessi tradotto in un compiaciuto sorriso che si congela sulle labbra.

Oggi ho deciso di andare al mercato della frutta con il mio congelato sorriso e, durante il tragitto, ho accarezzato un cane, ho fatto i complimenti a un bambino, ho salutato, agitando la mano, un automobilista, ho distribuito “buongiorno” ai passanti e… finalmente eccomi arrivata!
Quanta frutta! Ce n’è per tutti i gusti, compreso l’imbarazzo della scelta!
L’imbarazzo della scelta!
Quell’imbarazzo, proprio quello che, all’improvviso, ha sciolto il mio sorriso vestendo di delusione la mia precedente soddisfazione poiché, quando si decide di andare al mercato della frutta, bisogna anche aver deciso, prima, quale frutta si vuole comprare e perché.
Come intontita tra le cassette di frutta, mi son detta:

“Compro le mele! Sì, le mele. Una mela al giorno toglie il medico di torno… Mah, sarà poi vero? Ho visto tanta gente ingozzarsi di mele in sala di attesa.
Compro le pere.
Certo che troppe pere, almeno su di me, producono uno strano effetto collaterale tale da farmi perdere un sacco di tempo al bagno. Allora compro le banane, che fanno l’effetto contrario!
No, troppo contrario, meglio le arance!
Sì, le arance, ricche di vitamina C, ottime per le spremute che al mattino ti danno la carica come quella delle automobiline che si trovano negli ovini di cioccolato che, percorso un metro, si fermano. Non posso mica farmi una spremuta ogni metro della mia giornata, arrivata a sera travaglierei di arance!
Compro le fragole, ma soltanto una vaschetta che troppe fragole mi fanno venire l’orticaria.
Uhm, meglio non rischiare e buttarmi sul kiwi, anche se non mi piace.
Non capisco perché dovrei comprare un frutto che non mi piace… sai cosa faccio? Non compro niente e torno a casa!
In fondo anche questa è una decisione seppure annulla la precedente, ma il tempo che è intercorso tra la prima e quest’ultima non è stato tempo sprecato bensì un’utile, benché esasperante, riflessione per capire che una decisione a metà ti lascia col carrello vuoto che è come un carrello troppo pieno, qualora avessi deciso di comprare tutta la frutta del mercato per non farmi mancare niente… e sul “niente” non sto qui a ragionare!”

Ora, con il mio carrello vuoto, procedo a ritroso e, durante il tragitto, accarezzo un cane, faccio i complimenti a un bambino, saluto con la mano un automobilista, distribuisco “buongiorno”.
Mi volto per un attimo e, con stupore, vedo dietro di me una lunga fila di gente con i carrelli vuoti, con i sorrisi scongelati e la testa china. Mi viene da dir loro:
“Ehi!, non rabbuiatevi, ci riproveremo domani! Può essere che domani troveremo un frutto nuovo, che ci invoglierà e che determinerà la nostra decisione.
Quel frutto che non abbiamo ancora assaggiato perché cresce sull’albero della semplicità!”

*

Sincerità fa rima con libertà

Un individuo è tanto meno libero quanto più è ignorante - nel senso latino del termine - ma solamente quando la sua ignoranza è determinata da un perché volutamente tenutogli nascosto.
Mi viene in mente quella commedia musicale il cui protagonista, impresario teatrale, un giorno disse:
“Bambole, non c’è una lira!”.
Fu sincero e tutti si rimboccarono le maniche perché amavano e credevano in quel lavoro.

La sincerità è stimolante.
Sempre.
E produce individui liberi.

*

Storia balorda

Storia balorda di una principessa e di una poetessa.

Un tempo fui una principessa.
Così mi elesse un principe dagli occhi azzurrini che voleva portarmi a Vienna.
Mi piaceva crederci, come un sogno d’oro, come una terra promessa.

Sissi, fu questo il nome che scelsi per rimanere a lungo principessa.

La principessa triste,
la principessa allegra,
la principessa ironica,
la principessa degli sms,
"il mito" della radio - come disse il direttore -
una stella come una star.

La stella di un David che ho creduto vero.

Una canzone e un saluto al giorno, dediche anonime per Sissi che, nella sua consapevole illusione, riusciva persino a provare gioia e calore.
E si faceva un gran parlare di questa principessa e di un castello.

La principessa della buona notte,
la principessa della notte,
la principessa del mattino
la stella mattutina, quella di un panino in due sulla panchina.

Un giorno Sissi decise di morire e di non essere più una principessa.

Ai messaggini più nessuno rispondeva, nemmeno il direttore, che una sera ad una festa si scordò di ricordare di quella Sissi, la principessa.
Niente dediche e canzoni, saluti e baci.
Quanto fervore per una Sissi principessa, quanta indifferenza per una Lori poetessa!

La principessa se ne andò col nuovo anno dopo averci pensato un po', non perché la favola non fosse a lieto fine, ma semplicemente perché non ricordava più se il principe era quello che voleva portarla a Vienna o quello che la chiamava principessa.

Ma il principe chi era?

Fu forse il principe ad inviare una scatola d’oro contenente cibo per gatti alla principessa che gatti non ne aveva?
Forse il principe era quello che portava l’anello all’anulare destro ma diceva di essere sposato?
I principi portano la vera d’oro all’anulare destro?
O vendono cibo per gatti?
O mandano catene di Sant’Antonio come augurio di Pasqua?
O posseggono una scatola piena di baci?

Ma i baci, sono anelli?
O sono stelle?
O sono croci?

Ci sono stelle come croci, a 6 punte, come la stella di David.

Ma i principi portano il kippah o la corona?
Che dubbio che mi assale!

(Allora i principi sono tutti uguali, si spacciano per tanti ma è uno solamente).

E la principessa se ne andò con la sua croce, come una stella decadente.

Anche io, adesso, vorrei andarmene ma non senza prima sapere se 06 è il prefisso di Roma o un codice numerico attribuito a un cliente.
E riflettendo mi son detta:
“Sei zero, mia cara!”
Chissà se volevo dire una nullità o una milionata...

E intanto alla radio Britti cantava:
"Mi piaci perchè sei una su un milione", prima di bere 7.000 caffè aspettando una principessa!
L’ultima tazza, forse, è quella del cesso e la tavoletta non è di cioccolato
ma è un anello di plastica o un prototipo di macchina da scrivere per non vedenti.
C’è chi non ha occhi per vedere e chi, invece, ha tante penne dentro il portaocchiali.

La chiave di questa storia balorda sarà quella del mio diario o quella di violino?
Aspetto un okei o una key.

La K!
E' una lettera greca.
Kappa, come la dea Kali, “La Nera”, terribile, come la Luna Nera, terribile, come chiamarsi Lorena ed essere all’oscuro di tutto!

*

Il mio pensiero ricorrente

Nel giorno del 10° anniversario della morte di mio padre, il mio pensiero ricorrente.

(Tutta la mia vita sembra cambiata in peggio da quando non c'è più lui che pareva essere così poco presente ed invece c'era, sempre. Con quel suo gesticolare a grandi mani e con la sua cravatta penzolante fuori dalla "mezza cappottina" blu che mi faceva inorridire, quando, la domenica di Pasqua nella piazza del paese, stava a crocchio con gli amici e mia madre si arrabbiava perchè arrivava tardi al sacrosanto pranzo e i "tordelli" si scuocevano.
E mi manca perché lui diceva che i problemi sono tutti risolvibili e io gli credevo.
Mi manca perché ora non so più a chi credere.)

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Dell’errore (una mia riflessione)


G.Frege, filosofo e matematico tedesco e padre della logica matematica, faceva distinzione tra “senso” e “significato”.
Il significato di una espressione verbale è l’oggetto che essa indica, il senso è il modo in cui viene indicato l’oggetto.
Frege portava l’esempio del pianeta Venere chiamato sia “stella del mattino” che “stella della sera”.
E’ chiaro come ambedue le espressioni indichino lo stesso oggetto, cioè Venere, e quindi abbiano lo stesso significato, ma certo non hanno lo stesso senso.
Può essere che si dia al significato un senso diverso o contrario ma non per questo inesistente.
Saussure distinse nell’espressione verbale la forma (grafica o fonica) e il concetto rispettivamente detti significante e significato, cioè i suoni e i simboli e l’immagine che attraverso essi si esprime.
Quindi ogni oggetto o immagine assume un significato grazie ai significanti (segni convenzionali prestabiliti) con cui viene espressa.
Io ritengo che esistano immagini o oggetti come sopra detti, che possiamo anche chiamare parole, in modo più semplicistico, “insignificate” che è diverso da “insignificanti”, cioè prive di senso (vedi Frege). Queste parole hanno un senso per chi le esprime ma non hanno significato per chi dovrebbe recepirlo in quanto i significanti che lo rappresentano non appartengono alla sua sfera di conoscenze e quindi anche il senso diventa aleatorio.
In poche parole, se utilizziamo lo stesso “alfabeto”, cioè gli stessi significanti, difficilmente si potranno interpretare significati inesistenti, semmai sensi diversi da meglio chiarire con ulteriori informazioni.
Per esempio: nel linguaggio degli sms giovanili si usa comunicare con sigle prestabilite tipo TVB per dire “ti voglio bene”. Ammesso che io non conosca il significato di questa espressione grafica, nel momento in cui vado a leggerla andrò a cercarlo nelle mie conoscenze e potrei errare attribuendo un significato diverso quale ad esempio, “tutto va bene”.
In tal caso, anche il senso viene a cambiare nel più ampio contesto di una discorso.
E’ necessario, dunque, in una qualsivoglia forma di comunicazione, utilizzare i medesimi significanti strettamente rapportati ai loro significati, e chiarirne eventualmente il senso in casi dubbi.
Alla base di tutto questo ci vuole però la verità, intesa come trasparenza o limpidezza di linguaggio .
L’ambiguità porta sicuramente alla confusione, all’incertezza e può diventare un’arma potente per distruggere anche la personalità di un individuo.
Tutto questo discorso per dire che molto spesso ho l’impressione della presenza di significati diversi da quelli che si possano recepire attraverso i significanti conosciuti, in quanto l’interlocutore, pur utilizzando in apparenza i medesimi significanti, in realtà li utilizza in maniera soggettiva per dare al contesto quel tono ambiguo e fraintendibile mirato ad un suo fine prestabilito.
Ne consegue una sorta di violenza psicologica che annienta l’individualità e/o la personalità.
Come sono arrivata ad elaborare tutto ciò?
Dall’errore. Ogni messaggio ( in senso lato) spesso, troppo spesso contiene errori. Di questi, sicuramente, alcuni sono involontari, ma altri sembrano appositamente voluti come fossero una sorta di evidenziatore di quella parola, come ad avvisare che su quella parola si deve meditare per coglierne il senso e il significato esatto, o meglio, calcolato.
Quindi l’errore “voluto” diventa un terribile mezzo di controcomunicazione o di comunicazione finalizzata ad altri scopi.

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Lettera a chi amo



Io ti amo, di un amore distillato come l’acqua piovana
caduta dal mio lembo di cielo per me
nel giorno del mio compleanno.
Io ti amo per quell’amore che mi porgi
offrendomi in dono ogni mio intimo desiderio.
M’hai fatto il regalo sperato, atteso, pregato
chiamandomi a colpi di pioggia
sulla plastica verde della persiana.
Guardavo scrosci cadere aprendomi a ibisco
in un pianto di gioia.
Ho mormorato in singulto un timido “grazie”
ed ho visto le rose carminie del giardino di fronte,
spettinate, sorridermi e l’agrifoglio, con le sue bacche verdi,
dirmi stupito:
- Siamo già a Natale? Non sono pronto! –
- Neanch’io – ho sussurrato.
E intanto che la siepe concedeva al vento le sue chiome
ho riposto il tuo dono tra le cose più care
sotto il mio lembo di cielo tornato sereno.
Io ti amo per tutte le grandi emozioni
che ogni giorno mi dai
nella sorpresa delle semplici cose.




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Della serenità

Un tempo anch’io sono stata una persona normale.
Aspettavo con ansia il fine settimana e il lunedì avevo un diavolo per capello. Come tutte le persone normali!
Trascorrevo il sabato pomeriggio in cucina a preparare gustosi piatti per riempire il cestino da picnic e da consumare freddi al mare o in montagna, al lago o al fiume. Oppure lo dedicavo alla cura della mia persona, fino allo sfinimento dello specchio che urlava:
“ Basta!!! togli il vapore e lasciami solo, tanto belli si nasce e tu non lo nascesti!”
“E’ vero, caro specchio”, rispondevo ogni volta, “ belli si nasce, ma fighi si diventa!“
E io volevo esser “figa” per andare a scatenarmi, la notte, tra lustrini e paillettes, su qualche pista da ballo o per sfilare, il giorno successivo, sottobraccio al marito, abile conducente di carrozzina e passeggino, lungo il corso di qualche lussuosa cittadina limitrofa.
Succedeva che, per qualche avverso imprevisto tipo febbre alta, diarrea, mal d’orecchie, scarlattina, vomito, tutti malanni, insomma, che se pur non provato dalla scienza, di solito colpiscono i bambini manifestando i primi sintomi sempre di sabato pomeriggio, il progetto “notte folle di tango e fox-trot” andasse a farsi friggere e così anche la passerella domenicale.
Stress, nervosismo e crisi isteriche afflosciavano la messa in piega tra un termometro e una tachipirina.
Succedeva, talvolta, che all’alba della domenica, dopo “un sabato da chef”, il tempo, sedizioso, non rispettasse le previsioni dei dottori della meteorologia e ci costringesse a sederci al solito tavolino dove l’insalata di riso e le polpette, pietanze tanto deliziose e appetitose se mangiate sull’erba, acquistavano lo stesso sapore degli avanzi della tavola calda di un autogrill.
Sconforto e desolazione delineavano, allora, i contorni delle nostre facce e la noia domenicale, la peggiore tra tutte, con i suoi lunghi sbadigli, ci abbrutiva sul divano nei nostri pigiami sgualciti e macchiati di maionese.
Il Lunedì, dopo quei tragici week-end, potendo, avrebbe scelto di non esserci e in cuor suo invidiava il Giovedì, dovendoci sopportare depressi come eravamo fin dalle prime ore del mattino. Quando, invece, per grazia divina, niente interveniva a sconvolgere i programmi, lo stesso Lunedì continuava ad invidiare il Giovedì, stressato com’era dai nostri postumi da scampagnata o da ore piccole consistenti in emicranie, mal di stomaco, alito pesante, eritema solare, punture d’insetti, muscolatura indolenzita e, nel peggiore dei casi, insolazione.
Questa è la cosiddetta “normalità” e perciò è buona “norma” augurarsi, il venerdì, fra colleghi e amici, il fatidico “buon fine di settimana”!
Oggi che non sono più una persona normale e i giorni della mia settimana hanno dimenticato le loro generalità, non c’è più un Lunedì invidioso di un Giovedì, né una Domenica che, in preda all’apatia, tenti il suicidio per soffocamento con i cuscini del divano.
Nonostante le mie ore passino nella monotonia delle faccende di casa, con lo stesso letto da rifare, i soliti piatti da lavare e i medesimi pavimenti da pulire, sono intervallate da periodi atemporali di silenzio, entro il quale niente sconvolge i miei intimi progetti.
Gli scombussolamenti climatici restano fuori dalle pareti della mia vita e non c’è pioggia, vento o sole che minacci la tenuta della mia già scompigliata acconciatura. Il mio umore varia proporzionalmente alla qualità del mio pensare ed è volgendo il pensiero che lo posso sollevare.
Non ho bisogno di auguri di “buon qualsiasicosa”, essendo, per me, ogni cosa potenzialmente buona o cattiva.

Soltanto io
posso far sì
che sia
come vorrei
che fosse.

Con un pensiero.

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Educazione ambientale

Stavo cernendo i rifiuti e il mio sguardo è caduto su un “loghetto” che si trova sulle confezioni dei beni di consumo che acquistiamo; un semplice disegnino stilizzato che ci redarguisce circa la buona norma di gettare gli involucri, i sacchetti, i contenitori in metallo o plastica, le scatole e quant’altro sia atto a contenere qualcosa, negli appositi cassonetti o cestini.
Ho controllato sulle confezioni che ho in casa: su alcune è stampato un omino nell’atto di gettare l’inservibile oggetto in un cestino e su altre una sinuosa figura femminile che compie il medesimo gesto. In quest’ultimo, però, il cestino è sostituito da un secchio con coperchio che fa pensare a quei secchi che si aprono premendo col piede un pedale.
Non mi sono chiesta il perché della differenza dei contenitori per i rifiuti nei due disegni, né perché gli uomini debbano utilizzare il cestino e le donne il secchio ma, dotata come sono di grande perspicacia, ho subito dedotto che la locuzione “differenziazione dei rifiuti” significa, in un certo senso, "discriminazione sessuale" poichè la gestione di alcuni rifiuti è di competenza maschile e di altri femminile e addirittura in contenitori distinti. Volendo, comunque, attenermi alle regole imposte, senza protestare, ho predisposto in casa, due sacchetti per i rifiuti di colore diverso: uno rosa per noi femminucce e uno celeste per il maschio di famiglia. Noi donne metteremo nel nostro sacchetto rosa ogni oggetto di rifiuto con il logo al femminile e il maschio gli altri, quelli con l’omino, nel suo sacchettino celeste. Un po' come facevamo alla scuola elementare, quando disegnavamo gli angeli col vestitino rosa o celeste per distinguerne il sesso.
Ognuno di noi provvederà, in seguito, a portare il suo sacchetto pieno nei cassonetti comunali. Inoltre, ho ritenuto pensare, circa il fatto che alla figura femminile sia stato assegnato il secchio col pedale, ad una questione di galateo, il quale prevede che la posizione piegata in avanti, per una signora, non sia conveniente poiché potrebbe suscitare nel maschio di passaggio istinti sessuali impulsivi e animaleschi.
La cosa che invece mi ha colpita e mi ha lasciata veramente perplessa è un terzo disegno finalizzato anch’esso all’educazione ambientale.
Accingendomi ad accartocciare il pacchetto delle mie sigarette preferite, mi sono accorta che sopra non v’è disegnato l’omino che getta il rifiuto nel cestino, né una sinuosa figura femminile che butta il rifiuto nella pattumiera, bensì una figura stilizzata di essere umano, forse molto giovane, su un motorino (senza casco!!!…orrore!!!) che, sfrecciando vicino ad un cestino, butta via, al volo e presumibilmente, il pacchetto vuoto delle sigarette.
Allora mi son detta: "Che i pacchetti delle sigarette vadano buttati via mentre si viaggia in motorino?"
Dunque: se una persona è a piedi, deve riempirsi le tasche o la borsa di pacchetti vuoti da buttare e se, poi, trova qualcuno che, di grazia, gli presta il motorino, può finalmente svuotarsi le tasche e/o la borsa!"
Quindi, mi sono chiesta: "Se io non possiedo un motorino e se non trovo nessuno che me lo presta, come faccio a buttare via i pacchetti vuoti delle sigarette? E peggio ancora: se non ho tasche e non ho borse e, per giunta, sono anche vecchia?"


Vogliamo renderci conto della gravità del problema?

*

Quando non so che fare



Quando non so che fare - qualche volta succede -
guardo il pavimento della mia cucina e penso:

“Devo pulire questo pavimento.
Devo togliere la cera e rilucidarlo.
Lo devo fare, ne ha proprio bisogno!”

E’ un pavimento di granito chiaro,
con macchie verdi-nerastre e biancastre.
Fisso l’occhio su una mattonella
e comincio a contare le macchie...
Quante macchie in una sola mattonella 25x25!
Macchie disordinate, disorientate, irregolari.
Sembra un puzzle, ma con degli spazi vuoti.
Ci vorrebbero altre macchie per riempire gli spazi vuoti,
questo, però, renderebbe più difficile la conta.
1, 2, 3, 4, 5...
Accidenti, ho perso il conto!
Ricomincio.
Una, due, tre, quattro, cinque volte...
(con una punta di disperazione)
Non riuscirò mai a contare tutte le macchie di quella mattonella!
(idea!)
E se cambiassi mattonella?
(sconforto)
Ipotesi da scartare, si somigliano tutte.
(altra idea!)
Via via che le conto, potrei segnare ogni macchia con il pennarello...
(di nuovo sconforto)
... ma, alla fine del conto, sicuramente esatto,
dovrei ripulire i segni del pennarello con l’alcool.
L’alcool no, toglie la cera alla mattonella!
Non posso togliere la cera ad una sola mattonella,
dovrei farlo con tutte, ma non ho il tempo per contare tutte le macchie
di ogni mattonella del pavimento di cucina!
(meditando)
Uhm.. però, a pensarci bene, questo sarebbe un buon motivo
per togliere la cera vecchia e opaca e lucidare a nuovo il pavimento.

Quando non so che fare - qualche volta succede -
pulisco e lucido il pavimento della mia cucina
e, a lavoro finito, mentre lo guardo soddisfatta,
penso:
“Adesso mi posso specchiare!”

*

Quesito-terapia

Ho sentito uno psicologo dire alla radio che al mattino appena alzati, per stare meglio con noi stessi e, perché no, raggiungere la felicità, dobbiamo interrogarci ponendoci le seguenti domande:
“Io chi sono?, come sto?, dove vado?”
Se questo è il consiglio dello specialista, significa che è importante per la nostra salute psichica e, siccome la mia non è delle migliori, ho pensato di seguire questa “quesito-terapia”.
Detto fatto, appena scesa già dal letto mi sono chiesta:

- Chi sono? –
Beh, sono Lorena Turri, nata a …………, il ……………, residente in ……………….
Ho ricordato a memoria persino il mio codice fiscale (non si sa mai, a volte fosse precipuo per riconoscermi meglio e soprattutto per individuare il mio sesso caratterizzato da quel “40” in aggiunta al giorno di nascita, che ho sempre pensato essere il numero di neuroni in più che le donne hanno rispetto agli uomini) e ho aggiunto qualche informazione circa la mia attività di casalinga e le mie abitudini; il mio essere madre, i miei cibi preferiti, gli interessi, le malattie infantili, i vaccini eseguiti, il mio gruppo sanguigno e, elemento che ho ritenuto importante, la regolarità o meno del mio intestino. Ho glissato sulla mia attività sessuale, perché l’ammissione dell’assenza della medesima avrebbe sicuramente scaturito un'animosa ed animata discussione tra me e me, dando luogo a stati di depressione confusionali che, appena alzata, mi avrebbero sconvolto l’intera giornata.
Mi sono proposta di affrontare l’argomento in tarda serata nella speranza di rimanere avvinta dal sonno.

- Come sto? –
Beh, questa mattina, nello specifico, non sto molto bene. Ma di solito sto peggio.
Sono afflitta da forti dolori mestruali che dovrò eroicamente sopportare non essendo avvezza ad assumere farmaci antidolorifici. So di essere un soggetto allergico, ma non ho cognizione alcuna riguardo alle cause della mia allergia farmacologica, non essendomi mai sottoposta ad un accertamento clinico in merito. Evito ogni farmaco avendo appurato, con mere esperienze empiriche, che anche una semplice aspirina mi procura un'orticaria persistente. Perciò, qualsiasi malanno mi capiti, me lo tengo zitta e cheta senza lamentarmi e senza proferirne parola con chicchessia. Tanto, per appurata esperienza, come sempre, non sarei creduta. Nella sopportazione della sofferenza fisica, mi sento come un’Eva condannata al dolore e ciò m'infonde una sorta di esaltazione spirituale che mi eleva rispetto al lamentoso e insofferente maschio di casa e non solo.

- Dove vado? -
Che domanda! Non vado mai da nessuna parte, perché sono al limite dell’agorafobia, ho timore di parlare con la gente, rifuggo più che posso le uscite da casa e mi concedo quasi esclusivamente di recarmi al supermercato una volta a settimana essendo, la spesa, la più importante delle mie attività domestiche! Come potrei cucinare per i miei familiari, altrimenti? Domanda inutile alla quale, in qualche modo, voglio rispondermi. Vado in giro per la casa, da una stanza all’altra, parlottando da sola, raccontandomi storie immaginarie, piangendo, ma anche ridendo dell’assurdità della mia condizione socio-economica-psico-familiare che ritengo più unica che rara.
Inesorabilmente, questo passeggio giornaliero, mi conduce sempre nello stesso luogo alla fine della giornata, vale a dire a letto dove, solitamente, faccio dei sonni profondi, stremata dalla routine del mio andirivieni casalingo e cerebrale.

Ecco fatto! Terapia eseguita.

Non avverto alcun cambiamento.

Anche i dolori mestruali insistono.

Posso fare una domanda allo psicologo?

“Dottore, domattina posso rispondermi mentendo?
Può essere che, con un’altra identità, con una salute ineccepibile e con la possibilità di prendere antidolorifici in caso di dolori mestruali e con una vita ricca di voglia di fare, di cose da fare, di amici da frequentare, di luoghi da raggiungere e soprattutto, di certezze affettive ed economiche, la terapia funzioni?

Si prenda tutto il tempo che vuole prima di rispondermi, io sono abituata ad attendere.
La mia vita, dottore, è un’attesa.
L’attesa della morte.
Sa che significa, dottore, passare i giorni attendendo la morte?
La morte della vita.

Sono già morta, dottore!!!
I morti non hanno più domande da porsi e da porre.
I morti sono finalmente felici!

Le auguro una felice giornata, dottore."

*

La mia data di nascita

 

Era di sabato, la mattina che emisi il mio primo vagito, approssimativamente tra le dieci e le dieci e trenta. Così mi ha riferito mia madre in un secondo tempo poiché il primo era finito e dei supplementari ancora non poteva sapere nulla.

Un bell’orario per venire al mondo: né troppo presto, né troppo tardi. A metà mattinata!
Metà mattinata: momento approssimato, appunto, essendo “mattinata” una parola composta da un numero dispari di sillabe e dunque, difficile da dividere a metà senza dover mettere una virgola.

Infatti è l’ora in cui chi lavora si prende una pausa, chi va a scuola si rigenera con uno spuntino e chi non studia o lavora saluta il nuovo giorno stiracchiandosi e centellinando un fumante e profumato caffé.

E’ l’ora della pausa-caffè, appunto. Chissà se ciò giustifica la mia passione per la nera e aromatica bevanda? Mah!

Era di sabato, dicevo, quell'assolata mattina d’estate. Esposta al sole, come un bambino che viene alla luce.

Sabato è il giorno che per molti precede la festa, il giorno prima, dunque.

Una sorta di anticipazione!

Ritengo di essere stata proprio fortunata a nascere di sabato; più ci penso e più mi convinco che nascere di lunedì sarebbe stato molto peggio. Avrei dovuto attendere sei giorni prima del weekend. Quindi posso dire di esser nata con la camicia: una bella camicia color pelle!

E di “pelle d’uovo” era il camicino che mi fecero indossare da lì a poco, naturalmente dopo un accurato bagnetto purificatorio, tanto per farmi subito capire che è meglio rimanere nel proprio guscio piuttosto che esporsi troppo... non si sa mai...

Sicuramente, è da imputare a quell’indumento la sensazione che ancora mi porto addosso di essere, non tanto figlia di uno spermatozoo, quanto figlia di un ovulo violato.

Lo chiamano “camicino della felicità”, ma ben presto comincia a starti tanto stretto fino a non starti più e tutto in tempi brevissimi. D’altro canto non si può pretendere un’eterna felicità, ci si deve accontentare; peccato che se ne perda il ricordo, dal momento che non ho la più pallida né colorita idea di quella subitanea felicità ma, stando a quanto appreso successivamente, piangevo e strillavo come un’invasata, a squarciagola.

Forse urlavo perché non avevo ancora una chiara visione del mondo circostante e se ancora adesso continuo a farlo, è perché il mondo mi appare meno fosco, anzi, lampante. Come un lampo, una lampadina, un lampione o un lampadario!

Qualche dubbio, riguardo al mondo, dovevo averlo avuto da subito, fin dai tempi della “violazione”, poiché tentai il suicidio all’età prenatale di due mesi. Mia madre ebbe una minaccia d’aborto e fu costretta a mettersi a riposo.

Nello stato di ozio forzato, si sa, c’è più tempo per pensare ed io, in quel frangente, maturai una temeraria decisione: quella, ovviamente, di non staccare la spina. Ma non posso dire quanto quella scelta fosse condizionata dalla lunghezza del cavo!!!

Fatalità o razionalità, in entrambi i casi, una sola cosa è certa: la mia data di nascita.

E l’eccezionalità del fatto è che sono ancora viva!

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Da: Cronache fantastiche (2)

(prove tecniche di fantagiornalismo)

L’assalto al Forno delle grucce

Paura e tumulto per le vie di Milano.

Milano. Nemmeno l’intervento degli alabardieri e del Capitano di Giustizia è riuscito a placare l’ira della folla in rivolta.
E’ accaduto ieri, nel milanese, quando la popolazione, presa dal logoro della fame, si è riversata nelle vie per manifestare contro i tiranni. Tutta quella povera gente ha dimostrato la propria rabbia distruggendo il Forno delle grucce e rubando pagnotte.
Molti i feriti, di cui nessuno grave. Due i morti.
“Vogliamo che sia fatta giustizia!”, “Ora basta, di pane ce n’è ma i ricchi se lo tengono tutto per loro!”, “Abbiamo fame!”. Queste sono le rimostranze di alcuni manifestanti che vorrebbero poter mangiare.
Nella confusione anche il Capitano di Giustizia è stato colpito ma senza riportare gravi lesioni. Domani sarà reso noto il suo bollettino medico.
Soltanto un uomo si è accorto che l’accaduto è stato un grosso sbaglio.
Queste le sue parole:
“Non è una bella cosa. Se concian così i forni, dove pensano di cuocere il pane? Nei pozzi?”



Autrici: Lorena e la sua bambina

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Da: Cronache fantastiche

(prove tecniche di fantagiornalismo)


In coma per 100 anni

“Giovane e bellissima principessa si sveglia da un coma profondo durato ben 100 anni”

Bosco. E’ accaduto ieri a Bosco, un piccolo paese nel regno di Fiabilandia. La giovane principessa Aurora Labella si è svegliata dal suo lungo coma grazie al bacio del principe Azzurro Ranieri.
Il caso che un secolo fa paralizzò di dolore l’intero regno ed incuriosì tutta l’opinione pubblica, vide la principessina vittima di un terribile anatema scagliatole da una maga già nota per le sue illecite prestazioni.
L’ignobile fattucchiera, non essendo stata invitata alla festa di Battesimo di Aurora, inveì contro la piccola prevedendo un fatale incidente che sarebbe occorso nel giorno del suo sedicesimo compleanno.
Com’è noto, la principessa, quel giorno, in visita nei reparti dell’azienda tessile di famiglia, si punse con un fuso che, provocandole uno shock anafilattico, la indusse al coma profondo.
Molti medici, nel corso degli anni, hanno tentato invano di guarire la ragazza.
Incuriosito dall’eclatante caso, il principe Azzurro Ranieri si è recato al capezzale della principessa e, come ha dichiarato, estasiato dalla sua regale bellezza, non ha resistito dal baciarla.
Quel bacio è riuscito dove la scienza aveva fallito e tutto lo staff dei medici afferma l’inspiegabilità del fatto.
La Santa Sede si sta pronunciando a favore d un miracolo: “un miracolo d’amore”, ha dichiarato il Cardinal Rovini.
E l’amore trionfa senz’altro, perché i due giovani hanno già annunciato le loro nozze per il mese prossimo.



Autrici: Lorena e la sua bambina

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La donnina al contrario

(favoletta)


C’era una volta una donnina grande e grossa, con i capelli corti raccolti in una lunga treccia e così magra che sembrava una palla.
Lei faceva ogni cosa al contrario: portava il guanto destro al piede sinistro e il guanto sinistro al piede destro, la scarpa destra alla mano sinistra e la scarpa sinistra alla mano destra; gonna e camicia alla rovescia e quando aveva freddo si toglieva il cappotto.
Si alzava sempre alla sera e si coricava al mattino, andava a dormire quando non aveva sonno, mangiava sempre quando non aveva fame e, naturalmente, beveva quando non aveva sete e soprattutto quando mancava l’acqua.
Passava sempre col semaforo rosso e non si fermava agli stop.
Quando andava a fare la spesa, non comprava mai niente e poi si lamentava perché il suo frigorifero era strapieno!
Aveva un ombrello che, in caso di pioggia, si apriva all’insù, un cane a due zampe che miagolava sempre e abitava in una villetta con giardino posta al terzo piano di un condominio.
Ogni volta che aveva voglia di leggere, scriveva e quando voleva scrivere una lettera, leggeva un buon, anzi, un cattivo libro.
Guardava sempre la radio ed ascoltava la TV e siccome era molto stonata, cantava sempre quando voleva ballare e viceversa.
Un giorno che aveva voglia di stare da sola, andò a trovare un nemico che l’accolse con enorme piacere. Appena entrata scorse un grande specchio e allora domandò:
“A cosa serve?”
“E’ lo Specchio Giusto” disse il nemico “ prova a guardarti”:
La donnina al contrario si specchiò e con meraviglia scoprì che era tutto alla dritta!
Solo il suo nome era rimasto uguale.

Era un palindromo!

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Gallo Raspàre »
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Bacioprogramma




A tutti i concittadini del Paesedichissàdove,

in un tempo in cui imperversano gli schiaffi, fondando il PDB (Partito del bacio) e candidandomi alla presidenza del Buonconsiglio, voglio e vorrò rovesciare la situazione e ripristinare quell’amore e quella dolcezza ormai perduti.

Il programma per giungere allo scopo è organico e preciso.
L’ho chiamato “Bacioprogramma” e si articola in 7 importantissimi punti:

1) Bacio del buongiorno e della buonanotte, garantito a tutti.

2) Baci a profusione per vecchi e bambini per sempre.

3) Agli stranieri verrà testata la lingua; se ritenuta bacioidonea da prestigiosi e prestigiose esperti ed esperte, saranno accettati e perfettamente integrati, se no, verranno rispediti in Italia che è come andare a quel paese.

4) Bacio accademico a chi davvero se lo merita.

5) Baci appassionati, erotici, sensuali, amorosi, dolci e coccolosi verranno distribuiti gratuitamente a tutti i bisognosi d’affetto in locali idonei detti “case aperte all’amore reciproco”, muniti di ogni servizio, altamente controllati e sicuri.

6) Marchio di qualità e d’origine controllata a tutti i baci.

7) E, per concludere, il “bacio all’occhiello”, ovvero: pensieri, parole e versi di altissimo e indubbio valore letterario accompagneranno sempre ogni bacio.


Perché 7 punti?
Perché 7 sono i colori dell’arcobaleno (dopo la pioggia torna il sereno),
7 sono i punti della coccinella portafortuna,
7 sono le bacionote musicali
... e la settima è un “SI”, come il consenso che non potrete negarmi.

...E perché 7 è la “ellemaiuscolacapovolta” con cui firmerò questo Bacioprogramma, poiché, per costruire un Paese “al bacio”, bisogna pensare capo-volti!

Il vostro presidente,

7

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Dal diario di Cappuccetto Rosso

Caro diario,

la mamma mi ha ordinato di andare dalla nonna che abita in fondo al bosco.
Le porto un bel cestino colmo di mele del sudtirol; me le ha date la mamma, le mele!
La mia mamma si chiama Marlene ed è una lontana parente di Heidy, quella ragazzina amica di Peter che tutte le caprette la salutano. La mamma, invece, la salutano i caproni!
Il papà dice che la mamma ha delle belle mele, infatti le palpeggia sempre come fanno certe signore (d)all’ortolano.
Il papà dice che le mele, per essere buone, devono essere sode e mature.
Per questo prima le palpeggia.
La mamma ogni tanto dice che si sente un po’ ammaccata, che non so che significa ma me lo immagino!
La mamma dice che devo stare attenta al lupo c(h)attivo quando vado nel bosco.
...Ma io non mica paura, sai, perchè ogni volta che incontro il lupo gli porgo una bella mela e lui se ne va via con la coda tra le gambe... che poi non ho capito bene se è la coda o...
La mamma dice che certe cose non le devo fare.
Allora, la prossima volta che incontro il lupo chiamo il cacciatore col suo fucilone…
Altro che coda fra le gambe!
La mamma dice che certe cose non le devo dire!
Ora, caro diario, devo scappare.
Mi è arrivato un sms: è del lupo, dice che mi aspetta dietro il solito rovo...quello degli uccelli!
Dice che è tutto arrapato.
(C’entrano le rape con le mele?...il lupo dice che c’entrano...oh!, se c’entrano!)
Dice che ha portato anche un amico, questa volta.
Sono proprio curiosa di conoscerlo...

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Lettera di un uomo solo alla luna »
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Lettera

Caro Padre,
ora che la tua casa è il Regno dei Cieli dubito che sarà un eterno riposo.
Mille e mille preghiere ti giungeranno dai nostri cuori e avrai un gran daffare ad ascoltarci tutti.
E quando noi, povera gente, preghiamo, il più delle volte chiediamo. Dire semplicemente “grazie” sembra ci costi fatica.
O forse è per via del bisogno che cresce ogni giorno.
Io non sono diversa. A volte ringrazio, ma più spesso chiedo.
Vorrei chiederti un favore. Anzi, due.
Vedi come sono meschina!
Mio papà se ne andò nel 1999, improvvisamente, senza preavviso, addormentandosi per sempre in un tiepido pomeriggio di settembre.
Dicono che è la morte dei giusti.
Io non so come muore un uomo giusto, ma mio papà fondamentalmente lo era; era buono, generoso, altruista, amava il suo prossimo, era semplice e spontaneo. Ho visto i suoi amici piangerlo e tanta, tanta gente partecipare, inaspettata, al suo funerale.
Amava tanto la vita! Amava tanto la gente!
Penso si sia meritato una serena vita eterna e per questo mi rivolgo a te.
Spero tu possa incontrarlo, lassù, da qualche parte. Lo riconoscerai facilmente. Era un gran parlatore: parlava di tutto, anche di ciò che non sapeva, in modo schietto, come chi ha una natura umile, e gesticolava a grandi mani, perché erano veramente grandi, le sue mani! Diceva sempre “in quanto per cui” e io lo prendevo in giro.
Ecco, Padre, io ti prego di ringraziarlo, quando, quella notte di maggio, il mese in cui lui nacque(*), vegliò sulla sua unica nipote, mia figlia, che si salvò da un brutto incidente. Grazie perché posso ancora vederla crescere. Grazie di aver ascoltato le mie preghiere. Lui mi ha sempre dato conforto col suo dire: “Che problema c’è? E se c’è, si risolve!”. Quella notte ho sentito la sua mano grande sulla mia spalla e la sua voce dirmi ancora una volta quelle parole.
Grazie per questo.
E poi ti prego di dirgli che qui le cose non vanno molto bene e non si riesce a risolvere i problemi.
Abbiamo bisogno di una sua preghiera, se non è chiedere troppo. I figli non smetteranno mai di aver bisogno dei genitori.
Portagli un bacio da parte mia che troppo pochi ne ha avuto da me nella sua vita terrena. Non sono stata una figlia modello, non sono diventata quello che a lui sarebbe piaciuto, eppure non me l’ha mai fatto pesare.
Questo ti chiedo, o Padre.
Non smetterò mai di sperare, te lo prometto.

Ciao.


Note: - lettera indirizzata a Papa Giovanni Paolo II, scritta la prima volta poco dopo la sua morte. Lettera che ogni giorno riscrivo.

- (*) Mio padre nacque il 19 maggio.

*

Nella mia stanza buia



Rannicchiata come un feto, chiusa in questo ring senza finestre e stretta da un cordone all’iperspazio, soffermo lo sguardo inebetito sul poster di Lupo Alberto e leggo:
“Belli si nasce...fighi si diventa!”
E cosa sono diventata io, adesso, se non lo zimbello del mio stesso corpo
stizzito da tanta sciatteria?
Vedi che anche tu sbagli, Lupo!
Ormai ho perso il conto dei giorni persino sul pallottoliere, incastrata dal moto perpetuo di due delfini che giocano a palla, souvenir di una vacanza marina quando ancora ballare scalza di notte, sull’umida sabbia di un cielo adriatico, poteva sembrare il lietofine della mia vita.
Eccomi qui, invece, né carne né pesce, in questa mia adolescente vecchiaia a perseguitare parole per dire a tutti che lo sconforto, davvero, non ha finestre.

*

Un gioco per i bambini dell’asilo

Cari bambini,
siete un gruppetto di amici e non potete andare a scorrazzare in bicicletta o a giocare a palla o a nascondino perché piove?
Sigh!
Siete sulla spiaggia nelle ore che il sole ruggisce come un leone - altrimenti detto “solleone" - e siete costretti a rimanere all’ombra sotto l’ombrellone (grosso parasole che fa una grande ombra…eheheheh)?
Che noia!!!
Via la tristezza, via la noia!!!,
zia Glicine vi propone un gioco da sballo…attenzione, ho detto SBALLO (cioè che mette entusiasmo) e non BALLO (balleremo un'altra volta).
Evviva! Evviva! Evviva!
(lo dico io se non lo dite voi)
Eccolo qua.

IL SOMMOPOETA

Per prima cosa “COSTRINGETE”, battendo i piedi per terra, tirandolo per le braccia, accerchiandolo gridando “dai! dai! dai!”, un adulto a fare (tanto è solo per un giro) il POETADASTRAPAZZO.
Il poetadastrapazzo dovrà farvi una domanda ed ognuno di voi, a turno, dovrà rispondere in RIMA BACIATA.
Cos’è una rima baciata?
Quando l’ultima parola di una frase termina con alcune lettere uguali a quelle dell’ultima parola della frase precedente.
Capito?
Non tanto?
Non preoccupatevi! E’ più facile di quanto sembri.
Ora vi faccio un esempio di come funziona il gioco:
POETADASTRAPAZZO: “Cosa indossi stamattINA?”
I° BAMBINPOETA: “Una bella camicINA”
II° BAMBINPOETA: “Io una rossa gonnellINA”
III°BAMBINPOETA: “ Le ciabatte di zia GINA”
E così via.
Il poetadastrapazzo conterà lentamente fino a cinque per dare a ciascuno la possibilità di pensare la risposta.
A tempo scaduto il bambinpoeta che non avrà risposto verrà eliminato.
L’ultimo BAMBINPOETA rimasto in gioco avrà vinto e verrà incoronato SOMMOPOETA e prenderà il posto del poetadastrapazzo che potrà riprendere i suoi panni di adulto affaccendato.
Ora le domande le farà il sommopoeta di turno.
Il gioco può durare almeno fino all’ora di cena.
La fame è fame… non si può resistere alle prelibatezze!

Sarebbe meglio preparare qualcosa
prima di fare questo gioco.
Cosa?
Una scorta di CORONCINE DI ALLORO
da porre sulla testa dei SOMMIPOETI.
Sapete?, come quella che portava Dante, il Sommo Poeta fiorentino del 1300.
Dante era uno che di rime ne ha scritte tante!!!
Ho fatto la rima baciata anch’io!!! Dante – tante
CORONCINE DI ALLORO

OCCORRENTE:
- Fogli di carta verde
- Lapis per disegnare
- Forbicine con punta rotonda
- Pinzatrice
Disegnate sui fogli tante foglioline di alloro.
Per il modello, chiedete al vicino di casa.
I vicini di casa hanno sempre tutto quello che ci serve...
…specialmente se hanno un orto!
L’alloro dà un saporino così buono a certe salsette di pomodoro!
Riecco la rima baciata…alloro/pomodoro!!!
Ritagliate le foglioline e cucitele insieme con la pinzatrice formando tante coroncine.
Zia Glicine vi saluta (ma solo per ora)
e vi augura...

UNO SBALLO POETICO!

*

Dai miei pensieri sparpagliati

Come quella formichina che cammina, cammina, credendo di aver fatto il giro del mondo, si accorse di aver fatto soltanto il giro dell’isolato, io sono.
Tanto peregrinare con l’illusione di aver scoperto l’America - nella mia ignoranza storica - per ritrovarmi ancora qui, tra queste quattro mura che lasciano la vista su due lati solamente. Sì, perché un lato è chiuso da un muro comune e sull’altro, da dove potevo ammirare, in lontananza, la torre di un castello sognando di essere una principessa prigioniera in attesa del suo principe liberatore, hanno costruito un muro, un altro. Per metà sono murata viva e per metà sono morta affacciata a due finestre sotto le quali le serenate le cantano di notte i gufi e le civette.
E il paesaggio non cambia mai sotto il mio stralcio di cielo, nonostante i vicini si sforzino di piantare nuovi fiori nei loro giardini o i treni a volte cambino gli orari. Questo, si vede da qui: una ferrovia con poca gente che va o viene e le case dei miei dirimpettai su uno sfondo montano. Nient’altro.
- Novità? - Chiedeva Arnolfo alla sua giovane protetta, allontanata dal mondo per mantenerla pura.
- E’ morto il gattino -, rispondeva innocentemente la fanciulla, credendo fosse chissà che cosa.
E lui sentenziava: - Oh, che peccato, ma sapete, mia cara, siamo tutti destinati a morire! –
Infatti qui è morto anche il gatto della famiglia del piano di sotto. L’hanno trovato steso in strada con la linguetta di fuori; “ forse il cuore”, han detto.
Anche ai gatti si spegne il cuore! Il mio è ancora acceso, ma l’orologio che non porto si è fermato alle 5 in punto di un giorno che non so o non ricordo.
Sono ancor più triste da quando è morto il gatto che ronfava a giornate sullo zerbino davanti alla mia porta.
Gli avevo comprato uno zerbino adatto al suo essere gatto, con un gattino disegnato e una scritta: Welcome! In inglese, perché credevo d’essere in America! Insomma, gli avevo offerto un comodo giaciglio, non potendo offrir di meglio, come una spalla su cui contare. Cosa non so, forse i giorni, quelli che passano pigri e lasciano in bocca il sapore del sale, come quello delle mie lacrime che, per non perderle, raccolgo con la lingua, quella italiana, con la quale scrivo i miei pianti.
Ora che il gatto non c’è più, cambierò zerbino. Ne comprerò uno in plastica col marchio CE, di quelli verdi, come un brandello di prato, di quel grande prato verde dove nascono speranze.
Senza scritte, perché la speranza non ha parole.



13/07/2005

*

La principessa sordomuta

( Libero adattamento a quattro mani tratto da una novella orientale dal titolo omonimo)


NARRATORE: C’era una volta un re che aveva due figli: un maschio, Igor, e una femmina, Chiaraluna. Chiaraluna era così bella, ma così bella, che la fama della sua bellezza si era sparsa anche nei regni vicini.
Purtroppo la Principessina era stata colpita da una grave disgrazia: per un misterioso e terribile maleficio non era più in grado di parlare né di sentire. Il Re suo padre, per anni aveva sperato che ricominciasse a parlare; l’aveva fatta visitare da tutti i medici più illustri e facoltosi, aveva condotto a corte maghi e fattucchiere di grande fama nella speranza che, dove non era riuscita la scienza, potessero riuscire le stregonerie.
(entrano in scena il Re, Chiaraluna, i dottori)

RE: (rivolgendosi ai dottori) Signori, miei, vi supplico, vi prego, v’imploro, aiutate questo povero padre infelice! Questo vecchio re, che presto dovrà lasciare il suo regno e le sue ricchezze per passare ad altra vita, non ha più avuto la gioia di sentire la sua bambina dire “papà”. Cosa sono, oro, argento, pietre preziose, terre, cavalli, castelli in confronto a questa semplice gioia? Deh! Fate che prima di morire io possa riascoltare la voce di Chiaraluna!

I° DOTTORE: (ausculta la principessa, la visita, poi scuote la testa e allarga le braccia) Desperazionem…parolam non polet proferirem…nullam da farem est! Vi spedirò la fattura, Sire. (dà una pacca consolatoria sulla spalla del re ed esce)

RE: Oh, me infelice! Me disgraziato! Me tapino! (inginocchiato ai piedi di Chiaraluna)

II° DOTTORE: (Dà un’occhiatina veloce alla ragazza) Sursum corda…300 euro senza fattura, altrimenti 500(dice al re sottovoce ed esce)

RE: (Piange) ah!ah! ah!ih!ih!ih!

III° DOTTORE: Veni, vidi vici! Sono venuto, ho preso visione (visita la Principessa) e…vincerò! (continua a visitarla)
Veni, vidi…(scuote la testa) nullam fecit! Per l’onorario vi farò sapere, devo controllare le nuove tariffe! (esce)

RE: Oh, povera la mia bambina!!!
(entra il Mago)

I° MAGO: Animo, Maestà! Sono qua io! Occhio al mago che toglie il malocchio con aglio , prezzemolo e finocchio, un po’ di salvia, timo e rosmarino, alloro, origano e cumino, menta, basilico e cannella e parlerà la Principessa bella!
(Chiaraluna non mostra alcun segno di miglioramento) O mio sire, vi saluta questo mago impotente, vi porterà il conto il mio assistente! (esce mentre il Re è sempre più straziato dal dolore)

II° MAGO: Son finite le vostre lacrime Maestà, eccomi qua! Sono il Mago Salamino che farà parlare questo dolce fiorellino (si prepara )…Sin salamin…né cotechin…zamponcin…prosciuttin…suin suin…un bel panin tu mangerai e la favella ritroverai! (la principessa resta impassibile) Sua maestà, ho fallito, mi dispiace, prego vogliate favorirmi la dovuta mia porcella…emh ... parcella! (esce)

RE: Oh me sempre più infelice!!!…(tra sé) e sempre più povero se si continua così!

FATTUCCHIERA: Maestà…ci sono io…non piangete! E’ arrivata Liù (reca con sé un secchio con spazzolone e strofinaccio) che il pavimento fa brillare sempre più!

RE: Ma non ho bisogno di pulire il pavimento!!! Non vedete il mio dolore? Non vedete questa fanciulla che non riesce a parlare?

FATTUCCHIERA: Calmatevi…Liù, prima lucida i pavimenti e poi fa parlare le principesse…una cosa per volta, Sire!
(pulisce per terra e poi con il secchio davanti comincia il suo rito magico) Ciuffi di capelli, grani di polvere, briciole di pane, impronte fangose, zampe di acari e …voilà…la Principessa parlerà! Caccole di topi, tele di ragni, peli di gatti ed altri animali…sani gli orecchi e corde vocali! (Chiaraluna non si scompone) Niente da fare, Maestà, Liù prende il secchio e se ne va e domani il conto vi porterà. (esce)

RE: (abbracciando la figlia sventurata) Ahi lasso! Il mio dolor non si placherà!

NARRATORE: La principessa, crescendo, si faceva ogni giorno più bella ed i suoi occhi erano tanto dolci ed espressivi, così colmi di bontà che tutti l’amavano, pur compiangendola.
Ma un brutto giorno il Re si ammalò gravemente e quando capì che per lui stava ormai giungendo la fine, preoccupandosi per la sorte dell’amata figliola, chiamò il figlio Igor.

RE: Igor, Igor…

IGOR: Sì. padre…

RE: Figlio mio, oramai il tuo povero padre sta morendo…

IGOR: Oh, padre, che dite…

RE: …ma non è la morte che mi stringe il cuore, altro dolor mi strazia…la tua amata sorella…senza la favella…quale destino sarà il suo…A te la raccomando.

IGOR: Padre, si rassereni il vostro nobile animo, Chiaraluna è la pupilla dei miei occhi. Sempre avrò cura di lei. Venite, ora, venite con me che avete bisogno di riposare. (escono)

NARRATORE: Così il Re chiuse per sempre gli occhi tranquillo.
Bisogna ora sapere che il Principe Igor aveva una moglie, Rufilde, tanto perfida quanto Chiaraluna era buona ed era così gelosa della bellezza della Principessa che chissà cosa avrebbe fatto per levarsela di torno. Cominciò a meditare il modo per farla cadere in disgrazia agli occhi del fratello e non ci dormiva la notte assillata com'era da questo infame desiderio.
(entra Rufilde)

RUFILDE: Ah, quella perfida di Chiaraluna, vipera che non è altro, che mi ha rubato tutte le attenzioni di mio marito!

PAPPAGALLO: Vipera sarai tu, tu, tu, tu, tu….occupato…

RUFILDE: Ma cosa si crede! Con quei suoi occhi incanta tutti…ah, ma non incanta certo me! Lo troverò.Troverò il modo di metterla in cattiva luce!

PAPPAGALLO: Spegni quella cattiva luce…luce..luce…luce

RUFILDE: Vediamo…mmhh…cosa potrei fare….???

PAPPAGALLO: Vai a morì ammazzata…zata…zata..zata…

RUFILDE: Ecco!!! TU, proprio tu, stupido pennuto balbuziente, leccapiedi di Igor…tu, farai quella fine!Ahahah!!!

PAPPAGALLO: Senza fine…fine…fine… FINE???

RUFILDE: Sì, ucciderò questo uccellaccio! Igor ne sarà molto addolorato! E poi ne darò la colpa a Chiaraluna…e Igor smetterà di adorarla!
(si gira verso il pappagallo brandendo un coltellaccio)

PAPPAGALLO: Aiuto, aiuto….stasera finisco allo spiedo!!! (Scappa inseguito da Rufilde) Mammaaa!!!
(entra Igor)

IGOR: Rufilde!
(torna Rufilde)

IGOR: Dov'è Cocorito?

RUFILDE: Oh, caro, caro il mio Igor! Che cosa triste devo annunciarti, proprio io che ti amo tanto e che vorrei vederti sempre sereno e felice! Un doppio dolore! Dolore perché il tuo Cocorito è morto assassinato e dolore perché chi l’ha ucciso è tua sorella Chiaraluna…

IGOR: Ah…disgraziata!…Ma…come è possibile? Chiaraluna è così dolce, così buona, così…non posso crederci!

RUFILDE: Rassegnati, non infierire contro di lei. La poverina, infelice e disperata, l’ha ucciso per invidia: Cocorito parlava…lei no!

IGOR: Oh, povera sorella mia! Quanta infelicità deve esserci nel fondo del suo povero cuore…Vado a seppellire Cocorito! (esce)

RUFILDE: Accidenti! Non ha funzionato! Dovrò escogitare qualcos’altro! (pensa) …Ho trovato!!! (si sdraia sul divano e si lamenta) Ohi, ohi, ohi, che dolore! Ohi!
(Entra Chiaraluna, vede la cognata che si strazia, esce di nuovo e torna con una tazza, la fa bere, la accarezza. Intanto Rufilde urla sempre più forte. Entra Igor)

IGOR: Ma che succede…perchè ti strazi in codesto modo?

RUFILDE: Mi sono sentita mancare e quella vipera…è accorsa facendomi bere da questa tazza fingendo di volermi curare...è certamente veleno…ho dei crampi tremendi…Tua sorella con quella faccia da santarellina ci ha sempre ingannati, è capace di tutto. Prima ha ucciso Cocorito ed ora vuole uccidere me! E’ pazza, ti odia! Tu devi decidere, non si può andare avanti così. Non c’è posto in questa casa per tutti e due! O via lei o via io! (Igor la prende e l’accompagna fuori)

IGOR: Su, vieni…ci penserò…

NARRATORE: Così un giorno il Principe Igor montò a cavallo, prese la sorella sulla sella e galoppò verso la montagna. Quando furono giunti in un bosco che sembrava non avesse fine, scesero da cavallo e la fanciulla, felice di sentirsi libera, lontana dalla cognata cattiva, cominciò a correre qua e là cogliendo fiori e bacche. E corse, corse e corse allontanandosi dal fratello e dal cavallo rimasti in una piccola radura. Quando si accorse che stava allontanandosi troppo ritornò alla radura, ma non vi trovò più nessuno. Davanti a lei stava il bosco con i suoi alberi fitti fitti e, attorno, una grande solitudine. Girovagò, poi sfinita si gettò sull’erba. Ben presto sarebbe scesa la notte e lei si sarebbe trovata lì, sola nel buio del bosco: si mise a piangere e a pregare il suo Dio perché la proteggesse. Ma era tanto spossata e stanca che, senza accorgersene, cadde in un sonno profondo.
Venne il lupo!

LUPO: Uh..Uh… che buon bocconcino sarebbe per me! Slurp..slurp…Questa è anche meglio dei tre porcellini…Arislurp..slurp…Ora me la mangio!( fa per avvicinarsi ma poi si ferma) Accidenti! Il mago dottore della foresta me l’ha proibito! E’ per via del diabete…le principesse troppo dolci mi fanno venire il diabete! Che sfortuna…dovrò accontentarmi di quella vecchia rimbambita della nonna di Cappuccetto Rosso!…(esce con la coda fra le gambe)

NARRATORE: E venne l’orso!

ORSO: Ugh…Ugh… Ugh… che vedono i miei occhi…una buona fanciulla, saporita e tenera…carne bianca…una bella pollastrella…proprio come mi ha ordinato il mago dottore della foresta per il colesterolo! Ora la mangio! (Fa per avvicinarsi ma si ferma) Accidenti! Dimenticavo che mi ha proibito di mangiare pollame di derivazione sconosciuta…per via di una malattia…come si chiama?...boh…non importa...meglio che la lasci lì! Peccato...una simile squisitezza non mi capiterà più…( esce mesto).

NARRATORE: Scampata così la notte, giunse il mattino. Un raggio di sole che filtrò tra i rami degli alberi fece destare Chiaraluna. Lì per lì non capi bene dove si trovasse ma, quando si accorse di non essere nel suo confortevole letto, si ricordò del giorno prima e di quanto era successo e cominciò a temere per la sua sorte. S’incamminò cercando una via di salvezza. Ad un certo punto vide un cervo avvicinarsi…

CERVO: Beeella , principeeessa, vuoi veenire con mee?

NARRATORE: Chiaraluna si meravigliò! Aveva udito le parole dell’animale! Lei poteva sentire solo la voce degli animali! Ma ancor più si meravigliò quando si rese conto di poter sentire anche la propria voce che rispondeva…

CHIARALUNA: Volentieri, caro cervo!

CERVO: Allora, seeeguimi!

CHIARALUNA: (a voce alta) Ma io sento! Io parlo! E’ un miracolo o un sogno?

NARRATORE: Cammina, cammina giunsero davanti ad un grande castello. Entrarono. E mentre la Principessa continuava a guardarsi intorno stupefatta, vide venirle incontro un bellissimo giovane che s’inchinò a lei, le prese la mano e le disse:

OLAF: Chiaraluna, finalmente! E’ tanto tempo che ti aspetto! Io sono Olaf. Solo tu mancavi per dar la luce al mio palazzo che è il più bello di tutto il reame! ( La sbircia da cima a fondo emettendo un fischio di ammirazione) Aveva ragione il mago della foresta: non c’è altra fanciulla più bella di te! Per questo stanotte ha tenuto a bada lupi ed orsi, perché tu fossi salva e diventassi mia sposa! Per questo ti ha ridonato udito e parola!

CHIARALUNA: Oh…mio signore…sono..sono…sono…SENZA PAROLE!

OLAF: Di nuovo…non facciamo scherzi...eh???!!!
(entra il mago)

MAGO: Oh, eccoli i piccioncini! Belli! Sono venuto a darvi la mia benedizione! E ad augurarvi figli maschi. E come dono di nozze accettate queste due stelle d’oro. Ci giocheranno i vostri marmocchi. E finché le terrete con voi la felicità e la salute regneranno in questa casa! (esce)

NARRATORE: Come furono belle le nozze! Per tre giorni e tre notti il palazzo echeggiò di canti e suoni. Corsero fiumi di vino e di panna e gli spiedi d’oro delle cucine reali girarono ininterottamente.
(entra la servitù indaffarata)

I° CAMERIERA: Cielo! E’ già quest’ora e ancora non è pronta la torta nuziale!

II° CAMERIERA: Poveri noi!

CUOCO: Presto…tutti in fila…: Pan di Spagna (gli altri ripetono a voce alta l’ingrediente richiesto dal cuoco, e, a catena, glielo porgono)…Uova – zucchero – crema – marmellata – cioccolata – profiteroles – scala (ci sale sopra) siringa piena di panna …….ecco fatto…ancora un ricciolino….CILIEGIA! (pone la ciliegina sulla torta e poi la trasportano fuori. Entrano gli sposi)

PAGGIO: Il duca e la duchessa di Roccapepata (entrano)

DUCA: I miei auguri, soavi maestà!

DUCHESSA: Vogliate accettare questa impepata che gli abitanti hanno preparato per le vostre maestà!

PAGGIO: Il barone e la baronessa di Pian dei Tontoli!

BARONE: Vi portiamo i voti augurali di tutto il regno di Pian dei Tontoli!

BARONESSA: A Pian dei Tontoli sono tutti rintontiti dalla letizia per questa festa.

PAGGIO: Il marchese e la marchesa di Monte Tremolante!

MARCHESE: Vostre Maestà, gli abitanti di Monte Tremolante vi fanno dono di questo…budino!

MARCHESA: A Monte Tremolante nessuno riesce a stare fermo…dalla gioia!

PAGGIO: Entrino le fate!

I° FATA: Io sono la fata Confettino, il mio regalo di nozze sarà un meraviglioso bambino!

II° FATA: Io sono la fata Caramella, e vi reco una piccola dolce puella!

III° FATA: ( è in ritardo, arriva ansimando) Io sono la fata…(prende fiato)…un poco sbadata…ecco il mio regalo di matrimonio: un’insalata e un pinzimonio!

TUTTI INSIEME: (Brindano) evviva gli sposi! Evviva! (escono)

NARRATORE: Così i due sposi vissero felici e contenti e mai nessuna nube offuscò il cielo della loro felicità
(entra Chiaraluna) Soltanto talvolta, la principessa provava una pena al cuore nel ripensare al suo amato fratello Igor del quale non aveva più avuto notizie. Una sola volta dei mercanti di stoffe erano entrati alla reggia…(entrano i mercanti)

I° MERCANTE: Volere gomberare zignora?

I° MERCANTE: Niende garo, niende garo!

CHIARALUNA: Da dove venite?

I°MERCANTE: Dal regno del Bringibe Igor..

CHIARALUNA: Dite davvero? Il regno del Principe Igor?

II° MERCANTE: Cerdo zignora, lo gonoscede?

CHIARALUNA: Eh, sì…un po’…e ditemi…e del principe che notizie avete?

III°MERCANTE: Oh..Bringibe sdare moldo bene…ma…bovero Bringibe!

CHIARALUNA: Cosa gli è accaduto?

III°MERCANTE: Niende, zignora, ma..zua moglie ezzere una vibera…moldo vibera, moldo velenosa, gaddiva con duddo bobolo!

CHIARALUNA: Cattiva…oh…

I°MERCANTE: Zignora…voi barlare, barlare…ma gnende gomberare!

CHIARALUNA: Ah…scusatemi...sì, certo…vi compro tutto!

II°MERCANTE: DUDDOOO??? Zignora??? Voi sgherzade!

CHIARALUNA: No, ho detto tutto…venite con me (escono)

NARRATORE: E così passarono gli anni. Erano nati due meravigliosi bambini, un maschietto ed una femminuccia e tutto andava per il meglio. Una sera, mentre Chiaraluna stava seduta sul balcone a ricamare, vide avanzare per il viale del parco un uomo a cavallo. Dal suo portamento si capiva che doveva essere un gran signore anche se i suoi abiti erano impolverati. Quando fu più vicino e Chiaraluna poté vederlo in viso, per poco non si lasciò sfuggire un grido di meraviglia; quell’uomo dal viso serio e scarno era proprio suo fratello Igor!

CHIARALUNA: Oh, quel cavaliere è mio fratello! Che voglia di abbracciarlo, dopo tanti anni! Ma...forse..è meglio fingere di non conoscerlo.

IGOR: (scende da cavallo) Signora, sono molto stanco, da molti giorni sono in viaggio, non potrebbe offrirmi ospitalità per questa notte?

CHIARALUNA: Ospitarvi, potrei, per questa notte, ospitarvi potrei di tutto cuore…Venite.

NARRATORE: L’ospite fu ben accolto. Mentre Igor si stava intrattenendo a tavola con il principe Olaf, Chiaraluna andò nella camera dell’ospite, aprì la sua bisaccia e dentro vi pose le due stelle d’oro che il mago le aveva regalato per i suoi bambini. Poi ritornò nella sala come se niente fosse. La mattina seguente…

IGOR: Miei signori, vi sarò eternamente grato per l’accoglienza che mi avete riservato, era tanto tempo che non passavo una serata tranquilla come in una armoniosa famiglia!

OLAF: E’ stato un piacere per noi, principe.
(entrano i bambini)

BAMBINI: (parlano in coro) Mamma! Mamma! Ci hanno rubato le nostre stelle d’oro!

CHIARALUNA: Ma come, cosa dite!? Chi può aver fatto una cosa simile!?

BAMBINI: Vogliamo le nostre stelle!!! (piangono)

CHIARALUNA: Servi!!! Frugate dappertutto e…quando dico dappertutto…voglio dire dappertutto… anche nel bagaglio del Principe nostro ospite!

IGOR: Ma come potete, signora, dubitare di me?

CHIARALUNA: Fidarsi è bene...ma non fidarsi è meglio!

IGOR: Ma come…quasi quasi mi offendo…

SERVO: Eccole qua, Maestà, erano nella bisaccia di questo forestiero!

IGOR: Ma come…non è possibile… Sono costernato! Vi giuro che sono innocente! E’ la prima volta che le vedo, oh, me sventurato, nessuno mi può credere! Vi prego, credetemi, non le ho messe io lì dentro, sono innocente!

CHIARALUNA: Vedi, dunque? Anche tua sorella fu incolpata in questo modo il giorno che tu la lasciasti nel bosco… Eppure era innocente, come tu ora affermi di essere…

IGOR: Mi prendesse un accidente! Come fate a sapere…NOOOOO!!! Non posso crederci…tu, tu….tu…sei…mia sorella Chiaral…nooo, non è possibile! Che sciocco, mia sorella era sordomuta! Voi invece parlate…udite…ma…
Quegli occhi…sì…i tuoi occhi…mi dicono che sei proprio lei...la mia amata sorellina Chiaraluna!!! (si getta in ginocchio ai suoi piedi) O sorellina, sorellina storna…potrai mai perdonarmi?

CHIARALUNA: Alzati! So bene che non è stata colpa tua, tu hai solo ascoltato quella perfida di tua moglie Rufilde ed io, incapace di parlare non potevo difendermi: ma ora non parliamone più! Sono così felice di averti ritrovato! Le stelle le ho messe io nella tua bisaccia, perché tu potessi capire quanto grande sia stata la mia sofferenza! Abbracciamoci, ora!

OLAF: Caro cognato! (si abbracciano)

NARRATORE: Il principe Igor rimase al palazzo con la sorella per molti giorni avendo molte cose da raccontarsi ed una volta tornato a casa fece scacciare la perfida Rufilde. E da quel giorno la serenità e la pace regnarono nel Paese.
Tutto è bene quel che finisce bene, vero mercanti?

I°, II°, III° MERCANTE: (in girotondo) Ziamo rigghi! Ziamo rigghi!!!


FINE

*

La bomba

Come ogni giorno, Arturo era alla guida dell’autotreno della ditta presso la quale lavora.
La sua mansione consiste nel recarsi in alcune aziende a recuperare materiali cartacei destinati al riciclo.
E’ un bel lavoro. E’ come riciclare denaro, ma è denaro pulito, a meno che qualcuno non faccia il furbo.
E’ un lavoro ambientalmente utile, che risparmia un gran numero di alberi dalla decimazione e dà un colpo di mano anche alla lontana Amazzonia che alla verginità delle sue foreste ci tiene in particolar modo. Un valore, la verginità, che anche i giovani, sorprendentemente, sembrano aver riscoperto.
Non a questo, però, Arturo stava pensando quando, verso l’ora di pranzo, era in procinto di addentrarsi nel caotico traffico del capoluogo toscano con quell’ingombrante mezzo.
Doveva raggiungere una tipografia che tra giornali, riviste e scartoffie varie, buttava al macero anche le “novelle scritte a macchina” di Gianni Rodari, che nessuno legge (e scrive) più da quando è uscito “Il codice Da Vinci” e le “favole”, che si raccontano e si ascoltano al telefono, ora, si chiamano intercettazioni.
La sua prima preoccupazione, infatti, fu quella di sganciare il rimorchio in un agevole parcheggio.
L’enorme piazzale dell’Esselunga di Osmannoro è il più frequentato dai camionisti per le sue notevoli dimensioni e fu proprio lì che si diresse, appena uscito dall’autostrada.
Arturo non ha mai capito perché l’abbiano chiamata “esselunga” anziché “ilunga”, che sarebbe stato molto più facile e rapido trovarla nell’ordine alfabetico, ma essendo una persona rispettosa delle scelte altrui, non ne ha mai fatto un dramma.
Tra un pensiero consonantico ed uno semiconsonantico, pensò anche di consumare in quel luogo il pranzo, dal momento che il suo stomaco borbottava reclamando un adeguato sostegno.
Non lontano, in un angolo tranquillo del piazzale, vide il furgoncino ben accessoriato di veranda, tavolinetti e sgabelli di un porchettaro ambulante.
Decise di comperare, non già una consonante, ma un succulento panino con la porchetta e di mangiarselo al fresco nella sua cabina di guida. Nel frigo portatile aveva tutto il resto per completare il pranzo: acqua, birra, frutta e Baunty, i suoi dolcetti al cocco preferiti.
Il suo occhio fu attratto dalla scritta di un cartello che attivò repentinamente i suoi succhi gastrici: “Panino Bomba”.
“Che c’è dentro la bomba?” chiese al porchettaro.
“Peperoni, cipolle, salse piccanti e porchetta, ovviamente.”
“Me ne prepari uno, ma ci metta tutto in quantità moderata…non vorrei che mi esplodesse nello stomaco!”
Mentre l’uomo si accingeva a tagliare la porchetta, Arturo sentì uno dei due avventori, che poco più in là stavano gustando le loro “bombe”, dire all’amico:
“Ehi, eccola! Guarda com’è bella stamani, tutta vestita di rosso! Madonna quant’è bona! E’ lei la vera bomba!” additando uno schianto di ragazza che si stava avvicinando al furgoncino.
Arturo non poté fare a meno di voltarsi e di notare tutto quel bendidio di femmina dai tratti somatici e dal colore ambrato della pelle tipico delle sudamericane, che tracimava procaci rotondità dall’attillato body rosso e dagli ancor più attillati pantaloni rossi.
Non si trattava di Cappuccetto Rosso sul punto di essere divorata dal lupo famelico, bensì della stuzzicante e appetitosa commessa del porchettaro che iniziava a quell’ora il suo turno giornaliero di lavoro.
Alla domanda “ Lo mangia qui il panino o lo porta via?”, Arturo rispose: “Lo mangio, qui, grazie, mi dia anche una birra”, cambiando sul momento la decisione presa precedentemente di consumarlo sul camion.
Molte donne, è risaputo, hanno il grande potere di riuscire a stravolgere in pochi minuti le scelte maschili e quella donna, oltre al potere, di grande aveva anche altre prerogative che, nel gergo del camionista e non solo, si chiamano tette e culo!
Si sedette ad un tavolo e quella bomba di femmina gli servì birra e panino.
Oltre ai succhi gastrici, anche qualcos’altro si stava attivando nel corpo di Arturo alla vista di quel fondoschiena che la bella ragazza ora gli stava dimenando sotto il naso, con il pretesto più o meno giustificato di lucidare il cartello dei prezzi!
Mentre Arturo cercava mentalmente di mettere insieme qualche parola per un abbordaggio sicuro e fruttuoso, uno strano, ma non troppo, rigonfiamento sotto la patta dei suoi calzoni, evidenziava vistosamente la sua eccitazione e certo il merito o la colpa non era da imputare né ai peperoni né alle salse piccanti.
Tra un boccone, un’occhiata e una tiratina al cavallo dei pantaloni che stava prendendo il trotto, notò che il porchettaro si era allontanato dal suo banco dirigendosi verso i rimorchi parcheggiati più in fondo.
“Vuoi vedere” pensò Arturo sospettosamente “ che qui, per una “sveltina”, se ti va bene, o, nel peggiore dei casi, per una sega, c’è da metter mano al portafoglio? Sarà meglio che stia calmo…mi sa tanto che il porchettaro e la bella porca sono due furbastri di carriera!”
Distolse lo sguardo dal procace sederone per seguire i passi dell’uomo; lo vide addentrarsi nel corridoio che si era formato tra due rimorchi in sosta e fermarsi proprio in fondo a gambe leggermente divaricate. Dalla posizione assunta e dai movimenti delle braccia capì che stava armeggiando con la cerniera dei calzoni, come chi ha un impellente bisogno di pisciare, ma non ancora sufficientemente convinto che quello fosse il suo intento, continuò ad osservarlo.
Anche Arturo è avvezzo a compiere le sue minzioni nei luoghi più disparati e solitamente lo fa restando fermo e lasciando vistosi pozzetti che, scaldandosi al sole, esalano un fetido odore.
Quell’uomo, invece, o per gioco o per accelerare il processo di esalazione in modo da cancellare più in fretta ogni traccia della sua escrezione, una volta dato l’avvio alla minzione, prese ad indietreggiare sparpagliando la sua urina a mo’ di serpentina lungo il corridoio.
“E’ ovvio!, nel parcheggio dell’Esselunga si piscia ad esse lunga!” dedusse Arturo, non poco sorpreso da quel bizzarro evento, intanto che la sua mente stava già elucubrando su quale poteva essere il modo più idoneo per pisciare nei parcheggi della Coop o della Conad.
Ma le sorprese per Arturo non finirono lì.
Com’è noto, al termine di ogni pisciata, gli uomini sono soliti procedere alla cosiddetta “sgrollatina” per far sgocciolare gli ultimi residui di urina, prima di riporre l’organo urogenitale.
L’uomo fu bizzarro ed originale anche in quest’ultima fase della minzione. Non si limitò a sgrollarlo una, né due, bensì tre volte, compiendo, ogni volta, dei grandi salti a gambe allargate molleggiandosi un poco sulle ginocchia.
A quella vista, Arturo si ricordò, in merito, della tesi di un suo amico il cui assunto è: “La terza sgrollata è quasi una sega!”
Il porchettaro, riassettandosi i pantaloni con aria soddisfatta, fece ritorno verso il suo furgone dove, nel frattempo, era giunto un signore distinto, in giacca e cravatta, con l’aspetto da raffinato rappresentante di commercio.
Doveva essere un cliente abituale perché il porchettaro lo salutò calorosamente con una energica pacca sulle spalle, pulendosi così ambedue le mani galeotte sulla sua impeccabile giacca.
“Che ti preparo di buono?” chiese l’esercente.
“La solita bomba” rispose l’ignaro arrivato per il quale Arturo provò un forte sconvolgimento interiore accompagnato da un senso di mesta solidarietà.
Così l’uomo, ripreso il suo posto dietro al bancone, ignorando nel modo più assoluto che esistono acqua e sapone per detergere ogni impurità, con le sue luride mani schiaffò dentro ad un panino peperoni, cipolle, salse piccanti e due belle fette di porchetta. Lo avvolse in un tovagliolino e, con il più cordiale dei sorrisi, lo porse al malcapitato cliente che subito lo addentò manifestando tutta la sua approvazione per la squisitezza.
Arturo, dal canto suo, nel breve tempo che aveva trascorso in quel posto, aveva provato le emozioni più svariate: dall’eccitazione delle papille gustative per il profumo invitante del panino bomba, a quella sessuale al limite del desiderio di violenza carnale per l’avvenenza della commessa, fino al più completo disgusto che si stava palesando in conati di vomito.
La “bomba” stava facendo il suo effetto e certo il merito o la colpa non era da imputare né alle salse piccanti nè al fondoschiena esorbitante della bambolona in rosso.
Il suo pisello si era ritirato e tristemente nascosto dentro una piegolina dei boxer e il pranzo, con un rigurgito, fu deposto, in memoria, vicino ad un rimorchio.

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Giornaliera giornata

Aspetto qui, vicino al chiosco, col mio cane e con in bocca il sapore amaro di un caffè espresso buttato giù in fretta, davanti ad un panorama sbiadito che allora apostrofava di rosa il giorno ed ora è così duro da mordere con le nostre ormai caduche dentiere.
Aspetto qui, guardando gente che passa senza più gioia da proferire né grazia da chiedere a un santo dal paradiso profanato, passando in rivista una vita periodica che un prezzo troppo alto dissuade dall’abbonarsi.
Aspetto qui, osservando una donna moderna dalle mani di fata percorrere la sua carriera tra ostentati sorrisi e canzoni remix.
Con una risma di cioè chiedo a un messaggero con le ali tarpate il tempo necessario per 24 ore di sole. Sole che mestamente scompare dietro il foglio del mattino.
Si è fatta sera, oramai, e sono ancora qui, col mio cane, aspettando un corriere che, stanco di correre, si è assopito in un vecchio grand hotel tra nostalgiche lenzuola fotoromanzate.
Al crocevia delle parole un elzeviro tenta di risolvere l’ultima sciarada chiedendosi quale epidemia abbia colpito gli strilloni mutilati della voce, intanto che l’edicolante, mentre chiude i battenti, racconta che è costretto a campare coi gratta e vinci.
- Gratta, gratta… – pensa il mio cane.
E’ un cane fedele e mi fa tanta compagnia, è un carlino...
e il resto mancia!



Errata corrige:... Il resto manca!