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Raccolta di testi in prosa di Giorgio Mancinelli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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’Lo zoo di vetro’ al Teatro del Giullare - Salerno

'Lo zoo di vetro'
il nuovo spettacolo di L.A.A.V. Officina Teatrale - Via Vernieri, trav. Incagliati – Salerno.

In collaborazione con Puracultura mediapartner
www.puracultura.it - comunicazione@puracultura.it cell. 339.7099353

Al Teatro del Giullare - giovedì 12 aprile.
Repliche: venerdì 13 e sabato 14 (h. 21) domenica 15 (h. 18,30).
Info e prenotazioni: 377 9969033 – ufficiostampa.laav@gmail.com.

'Lo zoo di vetro'
dramma in due atti di Tennessee Williams nella traduzione di Gerardo Guerrieri vede in scena Antonella Valitutti, Emilio Barone, Gianni D’Amato, Marina Napoli e Valerio Elia, ha la regia di Licia Amarante e Valerio Elia. Scenografia di Monica Costigliola ed Angelo de Tommaso, costumi Gina Oliva, foto Fulvio Ragusa.
'Il dramma è memoria, quindi irreale: la memoria si concede molte licenze poetiche, omette particolari e altri ne esagera a seconda dei valori emotivi degli oggetti sui quali si posa'. Lo spettacolo inizia e finisce con le stesse parole, con la stessa immagine: il riflesso di pezzi di vetro. È un singolo istante che penetra con forza nell’Io di Tom e vivifica il ricordo del suo passato familiare, quello da cui è fuggito.
Prende forma una dimensione psichica entro cui è il protagonista stesso a ricostruire il ricordo, a plasmare la proiezione di un mondo che non è quello reale, ma quello vissuto: l’immagine della sua casa si distorce fino a ridursi alle trasparenti geometrie della scenografia entro cui vivono non personaggi, ma fantasmi artefatti di un passato rimosso, mai del tutto. Un padre la cui assenza si fa palpabile, visibile, che domina quel che resta delle relazioni domestiche penetrando in altre forme nella vita della famiglia che ha abbandonato. Amanda, una madre asfissiante, legata all’illusione di ciò che le rimane; Laura, una sorella bisognosa di un affetto troppo più grande di quello che Tom può darle. È Laura il centro di tutto, è lei che costruisce quel mondo simbolico fatto di piccoli animali di vetro, che riflettono identità frammentate, riempiendo la scena di una ambigua vitalità.

Da non mancare.



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Storie di Natale Tortino per le Feste

STORIELLE PER IL NATALE

Tortino 'Giorgino' per le Feste.
Dosi per 365 giorni:

Mezzo kg. di felicità
1/4 di litro di bei sogni
Una dose di tranquillità
500 gr. di soddisfazioni
Un pizzico di follia
3 cucchiai di salutare speranza
Un po’ di quiete tritata
1/2 tazza di desideri
1 bustina di calma dorata.

Esecuzione:

Tagliate la ‘felicità’ a rondelle sottili, bagnatela di sogni,
cospargetele di ‘tranquillità’ e lasciate riposare per circa un’ora.
Fate rosolare a parte le ‘soddisfazioni’ aggiungendovi
un pizzico di sana follia e di folle quiete.
Bagnate il tutto di ‘desideri’ e di salutare ‘speranza’.
Passate in forno a temperatura moderata.
Decorate con la polvere di calma dorata e
disponete il tortino su un vassoio da portata
e accompagnatelo del vostro amabile sorriso.
. . .

State certi che il risultato sarà eccezionale e quanto mai inaspettato.

BUONE FESTE A TUTTI!


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La casa di fronte.




LA CASA DI FRONTE 1(..a ghost).

Come in tutte le storie che si rispettano, arriva un momento dove al sogno si sostituisce il dubbio, che diventa aspettazione, per poi trasformarsi in desiderio e quindi ansia, e ancora, inquietudine, affanno, paura. Non so perché questo accada e vorrei tanto conoscere il meccanismo che genera questo strano rincorrersi di sentimenti. Per certo so che l’abitazione di fronte, che vedo dall’ampia finestra del salone, potrebbe essere disabitata … non credi?
Ma che dici George, è abitata eccome, se verso sera a una certa ora, diciamo alle otto, si vedono tutte le luci accese!
È proprio di quello cui stavo pensando Ann, a quelle luci che si accendono tutte insieme in una volta sola, neppure fosse per una qualche ispezione di Polizia. Hai presente quando nel cuore della notte si è svegliati all’improvviso dall’arrivo dei gendarmi?
No, io no, perché tu si? No, io no.
Comunque, non mi sembra sia così normale, penso, tutto qui, nient’altro. Però, e c’è sempre un però ogni qualvolta persiste un dubbio nella mia mente, il fatto in sé mi dice che quelle luci accese, tutte insieme e sempre alla stessa ora, nascondano qualcosa che si vuole far credere agli occhi degli altri.
Certamente agli occhi dei curiosi, dei sospettosi e dei rompiscatole come te, George, che non riescono a farsi gli affari propri, non credi?
Credo invece che se ognuno di noi si occupasse solo degli affari propri non si potrebbe parlare di comunicatività, di associativismo, del civile stare insieme e quant’altro. Ci si deve occupare e preoccupare di ciò che ci circonda per infinite ragioni di altruismo, nonché per ragioni di sicurezza personale, come altrettanto di salute, non è forse detto: “mente sana in corpore sano” ? Allora tanto vale avere sotto naso il controllo della situazione ... non ti pare?
In quanto a naso fossi in te prenderei qualche precauzione, sono almeno tre giorni che non ti fai la barba e mi è sembrato di sentire che forse non la tieni poi così pulita come dovresti.
Ma che centra adesso la mia barba con la storia che sto tentando di scrivere sulla casa di fronte, proprio quando mi sembrava di aver carpito il segreto di quelle strane luci che si accendono improvvise e restano accese nottetempo fino all’alba.
Hai detto fino all’alba?
Sì l’ho detto, ed è proprio questo il dunque, quel quantum che finora mi era sfuggito di annotare, e solo perché tu hai la capacità di distrarmi dai pensieri che si accendono all’improvviso nella mia mente, con la differenza che in me fuggono via come lampi, nell’incapacità di trattenerli, mentre quelle luci si accendono così, tutte insieme ogni sera all’improvviso, come dal niente.
Lampi di follia pura, la tua George, che in ogni accadimento vedi un sintomo d’ingegno, una traccia di creatività, o al contrario dell’esasperazione umana. Piuttosto quando ti deciderai finalmente a controllare la maniglia di quella porta che cigola e che ogni volta che la si adopera sembra chiedere amorosamente di essere oliata … sarà sempre tardi.
Ci sono Ann! Immagina lo scricchiolio delle assi delle librerie che stufe di sostenere il peso voluminoso dei libri di cui sono pieni gli scaffali, fungono da avvertimento di un possibile ravvicinato schianto. Immagina lo sconquasso degli scaffali che irrompono sul pavimento e il frastuono di tutti quei libri che s’aprono, che si disciolgono dalle rilegature e si squinternano, lasciando cadere parole, frasi sconnesse, aforismi, sentenze deliberate … Ecco, immagina per un momento di trovarti lì, cosa faresti?
E tu George cosa faresti? Ah, non dirmelo, lo so già.
Mi sembra di vederti, seduto sul pavimento a raccogliere tutte quelle pagine, a riordinarle, finanche a leggerle, tutte, dalla prima all’ultima, e poi di nuovo, dall’ultima alla prima, senza fine, non è forse ciò che faresti?
Devo ammettere che hai ragione. Ebbene sì, è quello che farei. In fondo quella casa di fronte mi attrae proprio per l’idea che continuo a farmi delle sue copiose librerie che si scorgono dalle finestre illuminate nottetempo, e che mai, e dico mai, neppure un’ombra che le sfiori.
Ho ossevato a lungo le grandi vetrate che occupano l’intero lato dell’edificio, un continuum di riquadri opachi, che la luce offusca durante il giorno, ma che conservano nel buio chissà quali segreti, quali verità che non mi è dato conoscere, ed è forse ciò che più eccita la mia fantasia, la mia brama di sapere, quasi di voler essere io stesso il fantasma di quei luoghi.
Il caso vuole che ieri ho visto una finestra aperta, qualcuno quindi dev’esserci, anche fosse solo la donna delle pulizie, non lo credi George?
No, preferisco pensare che dev’essere stato a causa di un’esplosione di parole. Nient’altro. In ragione del fatto che mi sono sentito investito da un colpo d’aria proprio mentre mi aggiravo in casa, e in quel preciso momento mi è occorso di volgere lo sguardo alle finestre di fronte. In realtà mi è capitato di notare come se una delle finestre si fosse spostata sulla guida del telaio che la contiene, sì da sembrare aperta, ma non doveva essere così. Eppure so per certo che l’esplosione c’è stata se poi ho sentito l’impellente bisogno di mettermi a scrivere di quella casa.
Ma se neppure vi sei mai entrato.
Per l’appunto, mi piace immaginare che qualcuno, diciamo un vecchio signore, uno studioso o un filosofo che sia, o forse un professore di una qualche materia storica o letteraria, nottetempo se ne stia sprofondato a leggere su un comodo divano di pelle marrone, sai uno di quelli di una volta, ampio, con grandi cuscini e braccioli consumati. O meglio no, forse a meditare, filosofeggiando sulla relatività dell’esistenza, sui meccanismi di difesa messi in atto per proteggersi dagli attacchi dell’età, o magari preso da necessità di sopravvivenza.
Troppo complicato George, possibile tu non sappia pensare ad altro che a elucubrazioni arzigogolate e mai a semplici pensieri quotidiani. Pensa che magari a un vecchio signore romantico, attaccato ai ricordi, che si lascia prendere dalla malinconia … non ti sembra più plausibile?
Comunque sia, eccolo incasellato: edoardiano, edonistico, mitteleuropeo. No, piuttosto preferisco affidarlo alla cerchia di E. A. Poe, o come lo si direbbe un poetiano (?). Non saprei come altro definirlo. Tuttavia è la, apparentemente tranquillo, preso nella lettura, quando un ragno argentato appeso al suo filo di seta, discende dal soffitto e si ferma all’altezza dei suoi occhi a creare una zona d’ombra notevole sulla parola chiave di un ragionamento che sta seguendo: l’interpretazione di un momentaneo raptus di follia.
Quello che un giorno o l’altro prenderà a me, se non ti stacchi da quella infernale macchina per scrivere in cui hai tramutato il tuo portatile e finalmente ti decidi a tornare tra noi. A proposito, se non ti sei ancora accorto, si è formata una ragnatela proprio all’angolo della libreria che io non arrivo a togliere.
Quanto di più falso, penso.
Ma perché proprio a un ragno dovevi pensare, quando …
Perché ricordo di averti veduta salire su una sedia per un grillo ch’era entrato dalla finestra. Neppure che un grillo non fosse in grado di raggiungerla sulla sedia, quando deve aver fatto un volo ad alta quota per arrivare fino al quarto piano della nostra abitazione. Così ho pensato meglio che scendesse dal soffitto.
Penso davvero che Ann non potrebbe che essere così, uguale e diversa da tutte le altre, così psicologicamente malleabile quanto inflessibile nelle decisioni. Che è poi il problema di sempre, tutto qui, una decisione, qualunque essa sia, secondo lei va difesa a spada tratta, prima ancora di essere presa.
Ma George la bestia stava attraversando il pavimento del salone!
Sì certo, ma non era un rinoceronte!
Con ciò vorresti insinuare che sono una donna poco determinata? Ti rammento che “Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male”.
Ma questo è Nietzsche! – mi dico, ma non glielo dico … Anche il mio professore, è un tipo poco determinato, benché riflessivo, e anziché scansare il bellissimo ragno argentato, lo invita a condividere quella frase a dir poco ambigua che stava leggendo e di cui non è ancora venuto a capo, data l’ombra che gli oscura la visuale. In tal caso il parere del ragno è determinate nella visualizzazione del concetto – si dice il filosofo che è in lui, osservando per un momento la ferma intenzione del ragno di restare lì, dove è arrivato. In fondo è uno spazio aereo che ha conquistato. E non solo all’interno della casa, ma nella mente del professore.
Esattamente come quello che hai tu … un buco in testa dove un ragno ha tessuto la sua ragnatela, vero George?
Ecco, è esattamente come potrei definire la cefalea che mi ha tormentato tutta la notte, e che a quanto pare non c’è verso che passi. Io sto uscendo George, raggiungo mia sorella, andiamo a fare shopping, pensi tu ai ragazzi vero?
Certo, non preoccuparti!
Una spirale tessuta su fili d’argento che s’irradiano dal centro su di un piano verticale denota la bellezza di una ragnatela elegante e ingegnosa con cui la sensibilità tattile del suo tessitore avvolge, una volta catturata la preda, e la trasforma in una mummia bendata, prima di discioglierla coi suoi succhi fino a renderla liquida. Il momento è catartico. Il professore libera la sua mente dall’ostruzione di un possibile nemico e si allea con lui per definire una strategia che gli consenta di pervenire all’interpretazione della frase che stava leggendo su “la strategia del ragno” per l’appunto.
George ci sei? Ho appena detto che esco, e ricordati anche di spazzare il terrazzo.
Sì, certo, i ragazzi, ma se non so neppure dove sono?
Dov’altro vuoi che siano se non a scuola!
Va bene Ann, per l’ora in cui torneranno a casa, avrò spazzato il terrazzo e avrò preparato sicuramente qualcosa da mettere in tavola.
Devi farlo prima George, rammentalo!
Prima di cosa?
Ma che arrivino a casa! Sì certo, certo.
Dopo la mattinata uggiosa è uscito un bellissimo arcobaleno che si vede dalla mia finestra. Strano come i suoi colori non siano esattamente quelli della ricercata tavolozza di un pittore? – mi chiedo. Nient’altro. Nel frattempo, seppure nelle sembianze di un ragno argentato, sono appena entrato nella casa del professore e intendo restarci, e so che non mi muoverò di qui e fisserò il suo sguardo fintanto che mi renderò conto che non intende schiacciarmi contro la parete. Sarebbe davvero meschino da parte sua. La mia miopia, si sa, non mi permette di prevenire le sue possibili azioni future, ma la mia sensibilità senz’altro può captare le sue benevole o malevoli intenzioni. Almeno lo spero, se non altro, per non finire spiaccicato sotto i colpi di scopa.
Sì certo ora rammento, avrei anche dovuto spazzare il terrazzo, del resto l’avevo anche promesso ad Ann. Be, pazienza! Anche se potrebbe obiettare che stare qui a gingillarmi nei miei costrutti, rubo del tempo alle faccende che, una volta ogni tanto, mi sono impegnato di fare.
Lo so, lo so – mi ripeto sconcertato. Intanto il professore è lì che aspetta – mi dico. Nient’altro. Bene, allora diciamo che sta leggendo Nietzsche, la trasvalutazione di tutti i valori, a cominciare da quel rompicapo sull’insegnamento etico del cristianesimo, in cui riconosce una forma di sovversione dell’ordine naturale, e sono annientati i fondamentali istinti vitali. “Io amo colui/lei (per effetto della par condicio), la cui anima resta profonda anche nella ferita e può esser distrutto anche da un piccolo avvenimento (come spazzare il terrazzo o preparare il pranzo per i ragazzi), perché così andrà volentieri all’altro capo del ponte” (*).
Penso di non dirlo ad Ann, altrimenti mi spedisce direttamente a dormire sul divano (l’altro capo del ponte, appunto) … vediamo in seguito. Meglio qualcosa sul l’eterno ritorno dell’uguale, col quale Nietzsche intende determinare il cammino dell’uomo nel mondo. Il seguito è pressoché detto, l’eterno ritorno dell’uguale può rivelarsi terribile e impossibile da sopportare, ma costituisce la più determinante prova nel cammino verso l’emancipazione da tutti gli idoli.
“Solo a queste condizioni l’uomo saprà superare se stesso, accettando integralmente il proprio destino. Un principio questo che gli permette di interpretare gli eventi della vita senza far ricorsi a premi e punizioni” (*). Davvero non la seguo professore, vuole dire che se uno nasce coglione nutre la speranza di evolversi in dignità, oppure da morto sarà ricordato proprio perché era un coglione due volte?
Non è detto! Sarebbe come dire un coglione per due – immagino mi risponda. Oppure che una onestissima prostituta, una volta accettata la sua condizione di escort possa trasformarsi in cortigiana altolocata? – gli chiedo.
Questo mi sembra più probabile, se ho appena detto che l’essere umano saprà superare se stesso, non vedo perché anche una puttana non possa accrescere le sue potenzialità.
Quindi mi sta dicendo che un coglione resta un coglione e una puttana rimane comunque una puttana, ma così non cambia niente e che al dunque, non si tratta di un atto progressivo e graduale, bensì di un salto, di una rottura radicale rispetto al passato?
Sì, un salto però che permette a entrambi di approdare a una nuova dimensione in cui non avranno più bisogno di appigli e puntelli esterni, ma potranno esercitare un’attività libera e creativa.
Ho l’impressione prof che la situazione sia rimasta la stessa, al massimo la puttana può diventare imprenditrice, e il coglione sarà comunque uno stronzo patentato. Però sentiamo anche come la pensa il ragno, non le pare? – immagino di dirgli. Grrr, grrr …
“La felicità non è fare tutto ciò che si vuole, ma volere tutto ciò che si fa” (*).
Ma questo è di nuovo Nietzsche? Ancora lui, sempre lui. Prof mi scusi, inutile dirle che mi sono perso, ma allora il “superuomo”, la teoria sulla “volontà di potenza”? … e mentre gli pongo la domanda mi rendo conto che non si tratta affatto di una teoria ma di una semplice constatazione di fatto.
Con l’espressione “volontà di potenza” Nietzsche intende – immagino mi dica – il principio vitale che governa l’esistenza, ciò che costituisce il tratto essenziale del superuomo, l’accettazione dell’eterno ritorno, come appunto, la trasvalutazione di tutti i valori. Il superuomo è infatti l’esito dell’emancipazione di tutte le tradizioni e i fondamenti “una fune tesa tra la bestia e l’uomo”, ma non vorrei che lei si montasse la testa – aggiunge.
Beh, in quanto a superuomo Ann avrebbe certamente qualcosa da ridire. In quanto a bestia, va da sé che …
Ma George!!! – esclama Ann di ritorno, ma come, ancora non hai preparato per i ragazzi? Ti rammento che avresti dovuto spazzare il terrazzo, era il tuo turno, e poi avevi promesso che l’avresti fatto. Sei una bestia, ecco cosa sei!
Ecco Ann, posso spiegarti … semplicemente non ho potuto, mi sono intrattenuto a parlare con il professore della casa di fronte – dico. Nient’altro. In quanto a essere creduto va con sé che la finzione non regge. Soprattutto perché la casa di fronte dista almeno cento metri, in linea d’aria, dalla nostra, che neppure con un megafono avrei potuto colloquiare con il dirimpettaio. Abbasso lo sguardo e assumo un’aria dimessa in cerca di quella comprensione che solo Ann mi elargisce a piene mani, cioè lasciando cadere le braccia. Che sia per sfinimento? – mi chiedo dubbioso.

2(..the spider's strategy).

Approfitto del fatto che Ann è al Parco con i ragazzi, per riprendere da dove ho lasciato di scrivere per tornare a occuparmi della strategia che il ragno ha intenzione di metere in atto. Chi l’avrebbe detto che un giorno avrei visto tutte le finestre aperte e la casa di fronte prendere luce e aria come mai prima? La mia preoccupazione ovviamente è per il ragno argentato, che anche lui possa dover “accettare integralmente il proprio destino”? Non ci credo, non posso assolutamente credere che tutta quell’aria, tutta quella luce, l’aver staccato le tende, lo scuotimento dei tappeti, le pulizie generali intendo, non l’abbiano un po’ preoccupato.
Ma se io sono preoccupato per lui, figuriamoci lui medesimo, sarà lì che si dimena, che si dibatte contro lo scopettone, la spazzola per le pareti, la scopa, il piumino, che ne sarà della sua bellissima ragnatela argentata? – mi chiedo.
Non deve preoccuparsi George, “… solo a queste condizioni l’uomo saprà superare se stesso” – se ne rammenti, immagino mi dica il prof. Orbene, conosce il mio nome? – gli chiedo.
No, è lei a conoscere il suo, tant’è che non fa altro che parlare di sé. Ma tutto ha una spiegazione, lei è del tipo edonistico, cioè dedito al piacere edonico, al godimento ultimo come conseguimento della vita, insomma quello che si dice un epicureo. Per estensione potrebbe anche essere un artista, uno che indica nel piacere il fine dell’opera d’arte – aggiunge, non sospettando nemmeno quanto ciò mi rassicura e almeno in parte mi riscatta.
Agli occhi di chi? – viene da chiedermi, e fortuna vuole che Ann non sia qui, altrimenti …
Ma ai suoi occhi, ovviamente, che la ricerca della bellezza risiede nelle sue stanze, anche se non si accorge di avere in casa solo specchi di legno – aggiunge, con una sfumatura di distacco nella voce, tale da sottolineare la banalità e l’ostentazione che mi abita.
“Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?” (*) – mi chiedo, usando un aforisma nietzschiano.
A questo punto è indubbio che il ragno argentato sopravvive in qualche anfratto dell’ampia biblioteca della casa di fronte, sempre sperando che il professore, pur di non dargliela vinta, non l’abbia schiacciato tra le pagine del libro che stava leggendo.
Uccidere Nietzsche, come ha potuto? – mi chiedo. Lui, al tempo stesso mentore e assassino (in senso filosofico), ha ucciso colui che declina la libertà dalle costrizioni convenzionali, l’infrazione dell’ordine, degli stessi caratteri che costituiscono i tratti essenziali del suo pensiero. Colui che ha osato rovesciare gli idoli (i suoi e i nostri falsi ideali), pur di non rinunciare a se stesso, mettendo fine alle giustificazioni ultraterrene e sovrasensibili cui tutti noi andiamo soggetti … come è possibile?
Un dirimpettaio assassino, ècco chi è il prof dunque, l’assassino dello spirito di Nietzsche (il ragno argentato), e solo perché gli impediva di leggere la parola “fine” quale estrema conseguenza della propria volontà di potenza, che non gli avrebbe mai permesso di adempiere all’accettazione dell’eterno ritorno che lo inibisce, che lo lascia irrealizzato, insoddisfatto, frustrato di non essere se stesso, di aver mancato l’obiettivo della sua crescita (filosofica), il suo essere uomo (come modello), la sua “umana esistenza”.
No, non posso crederci, non lo crederò mai. E se non avesse compiuto tale omicidio? È questo il momento di farglielo fare! – mi dico. Mettiamo, per caso, che il professore non stesse leggendo Nietzsche, e che quella di Ann fosse soltanto un’uscita accidentale. Resta comunque che egli sta leggendo. Se è un assassino può solo che leggere libri del tipo horror – non vi pare?
A incominciare dai più vecchi, Bram Stoker, Robert Louis Stevenson, Jack London, Peter Straub, ai più vicini a noi, quali: Stephen King, Anne Rice, W. Peter Blatty, H. P. Lovecraft, Alicia Highsmith. Perché non il sempre valido E. Allan Poe, che ha riempito le nostre notti di tenebre e paure? E che paure erano quelle, con tutte le creature incantevoli che il cinema dell’epoca propinava agli aficionado del genere: volti meravigliosi, corpi attraenti, voci seducenti, che uno poco che fosse tendenzialmente stupratore o praticante violentatore, dopo averle baciate e concupite, non avrebbe potuto fare altro che di afferrarle per il collo e strangolarle.
Così, solo per guardare negli occhi il loro terrore, per misurarne lo sgomento, testarne la paura. Perché sono del parere, e con me lo sono tutti i registi del genere, hanno in mente una sola cosa: che la bellezza, una volta sfolgorata nell’incanto, deve risplendere solo per noi. Malgrado anche per noi, l’incanto non possa durare all’infinito, e debba cedere alla necessità di rinnovarsi, cambiare soggetto per riaffermare ¬e avvalorare la propria tendenza all’assoluto, all’eterno splendore.
E la bellezza del corpo femminile è quanto di più è dato da ammirare, anche se … “L’incanto è il più potente effetto delle donne e, per usare un linguaggio del filosofo, un effetto a distanza, una actio in distans: ma ci vuole appunto – in primo luogo e soprattutto – distanza!” (*), altrimenti …
Ma questo è ancora Nietzsche, che sorpresa! Ancora lui, sempre lui, il ragno argentato che, appeso al suo filo di seta, discende dal soffitto a colloquiare con la sua preda. Il prof che legge Allan Poe, che meraviglia; shissà se Il pozzo e il pendolo, un classico in cui confluiscono al massimo grado di espressività tutte le caratteristiche distintive della sua scrittura; uno dei migliori racconti di tensione mai scritti, sospeso fra angoscia e speranza, chiuso in una spirale vorticosa di eventi.
Oppure La caduta della Casa Usher?, un indubbio capolavoro che mi sembra certamente adeguato al soggetto: “In una giornata, cupa, silenziosa, verso il finire dell’anno, con le nubi che pendevano basse e opprimenti in cielo, avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si allungavano le ombre della sera, in prossimità della malinconica Casa Usher. Non so bene come, ma al primo sguardo che rivolsi all’edificio, un senso di tristezza intollerabile invase il mio spirito” (**) – e questo è solo l’incipit, ce n’è da farsi venire i brividi.
Quello che segue è un racconto “disperato” che A. Poe abbia mai scritto e quello che rappresenta meglio la sua geniale e terribile personalità. Mai è stato rappresentato con più evidenza il conflitto fra la ragione e il mistero della psiche e della vita, di fronte al quale le armi stesse della ragione risultano fatalmente inadeguate. E non a caso in questo breve racconto, l’io narrante raggiunge l’amico Roderick Usher nella sua casa, come anch’io vado facendo, indirizzando i passi, ops!, i miei sguardi, alla casa di fronte dove spero, no anzi, voglio che accadano cose inenarrabili.
Perché è del volere la forza che mi spinge, estrema conseguenza della volontà di potenza trovata in Nietzsche e che, coglione come sono, mi permette ora di attendere all’accettazione dell’eterno ritorno. Il primo ad accorgersi della mia presenza è proprio lui, il ragno argentato (alias Nietzsche), a causa di una vibrazione percettibile dell’aria, della presenza di un tepore insolito a infastidirlo. Poiché, vedendo il mio sguardo posato su di sé, gira all’indietro i suoi bulbi oculari ed agita fortemente il filo di seta che pende dal soffitto, come fosse la fune tenuta da un funambolo che si spinge a volteggiare nell’aria e decide di eseguire il suo numero e incantare così il suo unico spettatore, io, per imbrigliarmi nelle sue spire di seta e rendere innocuo un mio possibile intervento in aiuto del prof.
Si dice a ragione che un assassino torna sempre sul luogo del delitto, orbene, eccomi tornato a influenzare la decisione del professore, a stillare nella sua mente il mio messaggio subliminale, a dirgli che deve (pena la propria morte) schiacciare quel mellifluo bastardo di un ragno filosofo (alias Nietzsche), che tiene prigioniera una parafrasi insoluta che nulla dice della sua liquida esistenza. Ma è troppo tardi.
Il professore, che credevo essere in vita, in realtà è immobile, con in mano il libro che stava leggendo, avvoltolato in fasci di fili di seta, con lo sguardo vitreo dietro gli occhiali, morto. Solo adesso mi accorgo che sta facendo buio, fra poco le luci della casa di fronte si accenderanno e certamente potrò scrutare meglio nei suoi meandri …
Quand’ecco si accendono. Tutta la stanza è rivestita delle spire di seta che avvolgono i libri conservati negli scafali, le pregiate rilegature in pelle, in stoffa, colmi di parole soffocate in migliaia di sillabe incerte. A grida s’agitano ombre alle pareti, cocci, ciotole, pennelli d’ingenue scaramucce con la tela, smunte candele di antiche lotte con le tenebre ove finanche l’io (narrante) diventa oggetto fra le coperte del letto dismesso, fra le molte carte ormai senza più senso, dove solo l’arido sguardo accumula polvere dove più ce n’è.
Povero professore, mi dico, non gli resta che un battito di solitudine prima della fine, a colmare il vuoto che lo circonda, prima di rimanere schiacciato al suolo della sua “stanza dei giochi impossibili”, dove nessuno avrebbe improvvisato nulla, dove tutto era già detto, tutto era già scritto, schiacciato entro logori epitaffi.
Ancorché lo vedo arrivare, il bellissimo ragno argentato non più grande di un pollice, scintillante e altero, scendere dal soffitto col suo fascino incantatore che tenta di afferrarmi. Non so che fare, se lo uccido rischio di mettere a repentaglio il cammino di tanto pensare filosofico che eminenti studiosi hanno affrontato fin qui – mi dico. Se non lo faccio, azzardo un’incognita che potrebbe mettere in pericolo la mia già minata esistenza.
Ne vale la mia stessa sopravvivenza penso, vedendolo avanzare all’altezza dei miei occhi. Che voglia rendermi cieco? – mi chiedo, davanti all’abbaglio folgorante dell’autore del libro che riesco appena a leggere nel dorso del libro trattenuto dalla mano dell’anziano professore: Nietzsche Opere. Sì, lui, l’unico, l’estremo, l’assoluto. Mi sembra incredibile, tuttavia devo ammettere che è quello che veramente ha intenzione di fare, penetrare attraverso il mio sguardo, la ragnatela della mia mente, e abbattermi sul suo stesso terremo ramificato.
Avverto gli impulsi elettrici raggiungere i primi centri nervosi, poiché un sottile pizzicore urticante mi procura adesso l’umidore degli occhi. Devo fare in fretta – mi dico, e non solo perché guardando l’orologio noto che s’avvicina l’ora in cui Ann e i ragazzi tornano dal Parco, ma perché devo liberare la stanza da letto della ragnatela presente nell’angolo del soffitto. Accipicchia, glielo avevo promesso! Squilla il telefono, non intendo rispondere – mi dico. Squilla di nuovo, e ancora, e ancora …
George, perché non rispondi, potrebbe essere un’urgenza, mi dico. Ormai si vive di urgenze, nulla più che abbia un andamento tranquillo, solo una continua urgenza. Ma non è possibile, non si vive più in questa casa! – esclamo. Vado a rispondere. Ann, sei tu. Si, ma dimmi, che cosa è successo? Niente di che, ero sulla scala e non mi era possibile venire a rispondere. Ascolta George, forse non te ne sei accorto, ma se ti affacci dalla finestra vedrai che sta per arrivare un temporale e noi siamo senza le mantelle per la pioggia, puoi venirci a prendere con l’auto all’uscita del Parco?
Si certo, quale uscita intendi Ann?
Facciamo di fronte a Queensway, o preferisci Hyde Park Corner?
Non saprei, dimmi tu, sono entrambe impossibili a quest’ora.
Vada per Queensway, ok!
Tra quanto?
Il prima possibile, diciamo che praticamente siamo già lì.
La fretta, si dice, è consigliera di … ? Non mi viene, diciamo solo che è cattiva consigliera, penso, nel mentre posiziono la scala in camera da letto, prendo il piumino più lungo, faccio per spazzare via la ragnatela quando lo vedo arrivare, il malefico e bellissimo ragno argentato, si sofferma come a chiedersi cosa ho intenzione di fare. Mi osserva minaccioso, temo sappia che ho preso la mia decisione.
Pessima idea. In un istante, e proprio mentre sto per colpirlo, schizza via sulla sua fune da acrobata in un’altra direzione, distante dalla mia portata. Ci riprovo da quella posizione ma sbilanciato come sono, perdo l’equilibrio. Mi aggrappo allo sportello dell’armadio che a causa di una cerniera guasta e mai riparata, si stacca dal supporto lasciandomi cadere, andando a urtare contro la piccola libreria d’angolo che viene giù in un tonfo con tutto il suo contenuto.
Grrr, grrr! – esclamo alla volta del ragno sfuggito alla mia vista. Quando eccolo di nuovo lo vedo librarsi nell’aria appeso alla sua fune d’argento. Incredibile come scende rapido. Ci risiamo, si ferma davanti al mio viso, in mezzo ai miei occhi, mi sfida. In quel frangente infinitesimale, ècco squilla di nuovo il telefono. All’improvviso un tuono strepitoso ferisce le mie orecchie, inizia il temporale – mi dico. George, ma che fine hai fatto? Qui sta arrivando un uragano! – impreca Ann dall’altra parte del telefono.
Ti prego, non mi parte l’auto, non so davvero cosa fare, ti suggerisco di prendere un taxi.
Beh George, potevi anche dirmelo prima, non credi?
Vi aspetto a casa, vi amo, addio! – le dico.
Veramente stavo per dirle di non tornare subito, magari di aspettare un po’, di godersi il temporale, di far fare ai ragazzi un giro turistico della città, giusto il tempo per rimettere ogni cosa al suo posto … ma è tardi, ormai ha riattaccato. E poi chissà cosa avrebbe mai pensato, valle a capire le donne?
Stavolta lo faccio secco! – mi dico senza lasciargli intuire il mio pensiero (pura illusione), faccio finta di guardarlo dimesso, anzi che non mi curo di lui. Mi rialzo dal pavimento, lui ritira in parte la sua fune, rimetto a posto la scala e indifferente salgo i primi gradini. Lui con un balzo è lì, a difendere la sua Casa di Usher, pensando chissà che cosa. Affari suoi. Non sa che negli sportelli alti dell’armadio c’è ogni sorta di cosa adatta a far fuori un esercito – mi dico.
Rovisto nel primo che capita e trovo una racchetta da tennis che non ricordo di aver mai usata, un vecchio battipanni di vimini intrecciato che non so a chi sia appartenuto, una gabbia vuota per gli uccellini, un frullatore in disuso, un ventilatore anni ’50, un cannocchiale senza treppiedi, una lampada a gas con una scatola di fiammiferi … Ci sono, una lampada a gas del tipo da idraulico può fare al caso. Aziono lo stantuffo e faccio per accenderla. La fiammella dapprima blu si fa rossa, infuocata, brucia, apro di più il gettito, e la fiamma avvampa la tela del ragno, lasciando una macchia di nero fumo sulla parete e una puzza di petrolio che invade la stanza.
Del ostro malefico nemmeno l’ombra, neppure lo sfrigolio bruciato della sua peluria argentata, delle sue zampette rinsecchite. Dove mai si sarà cacciato? – mi chiedo ormai fuori di me. Nella distrazione la lampada a gas sta continuando a bruciare, ha già attaccato il piano alto dell’armadio. Dell’acqua presto – chiedo a qualcuno che non può sentirmi ... Fuggo inorridito dalla stanza, come l’io narrante alla fine fa “… da quella camera e da quella casa”.
Nel frattempo sento la chiave che gira nella toppa della porta di casa, allora prendo e mi chiudo in bagno lasciando scorrere l’acqua della doccia.
George, dove sei?
Sono in bagno!
Mommy che puzza!
Si, c’è davvero un pessimo odore!
George che cosa stai usando, sembrerebbe che ti sia dato fuoco?
Quasi, mi viene da risponderle, nient’altro ma non glielo dico.
George tutto bene?
Sì, perché – chiedo facendo finta di niente, mentre fuori il temporale annunciato da Ann, sta davvero prendendo le dimensioni di un uragano. È così che dalla finestra del bagno sbircio la casa di fronte che sembra sbattuta da una collera mortale …
“A un tratto una luce abbagliante balenò sul viottolo e io mi volsi a guardare da dove poteva provenire un così insolito fulgore, giacché alle mie spalle non c’erano che l’immensa casa e le sue ombre. (…) Mentre guardavo, (…) il turbine di vento infuriò nell’aria, (…) la mia mente vacillò, mentre vedevo le possenti mura spalancarsi; s’intese un suono lungo, tumultuoso, simile al frastuono di mille acque, e il profondo stagno ai miei piedi si chiuse cupo e silenzioso sulle rovine della “Casa Usher”” (**).

Forse, alla fine, l’ho ucciso davvero Nietzsche (alias il ragno argentato), se oggi sono qui che scrivo, senza il supporto della sua filosofia estrema. La casa di fronte è ancora la, in piedi, un po’ malmessa, anche se ho sentito in giro che è rimasta disabitata dopo che il vecchio che l’abitava era morto, e che ad accendere le luci è il portiere, alfine di non lasciar pensare che sia vuota e magari introdurvisi. Non tanto per il timore di possibili ladri ma per esplicito volere del professore, che dicono talvolta si vede passare davanti alle finestre, e la notte sedere in poltrona a leggere.

Sta di fatto, che fino a questo momento non mi sembra ancora di aver aperto gli occhi. Ho forse sognato? – mi chiedo, mentre mi sforzo di indovinare chi io sia dei due, se l’anziano prof o il malefico ragno, di certo so di aver abitato in quella casa.


Note:
(*) Nietzsche “I grandi filosofi” – Il Sole 24Ore – 2006 – Milano.
(**) E. A. Poe “Il crollo della casa Usher” – Gruppo Editoriale L’Espresso – Roma2009.


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Express de Paris à Venise – avec au bord Marcel Proust

«Orient-Express de Paris à Venise – avec au bord Marcel Proust»

Gare de l'Est - Grandes lignes, la più antica e ampia stazione ferroviaria di Parigi, un tardo pomeriggio d’estate successivo al 1900, dacché (inverosimilmente) Marcel Proust in compagnia di sua madre, Mme Jeanne Weil, s’apprestava a salire sul Simplon Orient Express che da Parigi li avrebbe portati a Venezia ambita meta del loro viaggio, sulla linea che collegava Parigi a Costantinopoli e Atene, via Losanna, Milano, Verona, Venezia, Trieste, Zagabria, Belgrado, Sofia e Salonicco. Conosciuto più semplicemente come l’Orient-Express era all’epoca il treno più famoso per antonomasia, celebre per la sua raffinatezza e per la grande cura del servizio prestato, nonché l'attenzione riposta nei dettagli che caratterizzava la vita di bordo, e che garantiva, ai numerosi viaggiatori piuttosto facoltosi e spesso di alto lignaggio, un viaggio confortevole, unito al fascino e all'atmosfera di un lusso elegante e senza tempo. Marcel Proust, che da qualche tempo meditava d’intraprendere un viaggio a Venezia in onore di John Ruskin (1), scrittore, poeta e critico britannico la cui interpretazione dell'arte e dell'architettura aveva influenzato fortemente l'estetica vittoriana ed edoardiana, pur senza darlo a vedere a sua madre era piuttosto eccitato all’idea di salire in treno quel tardo pomeriggio:

«Mi chiedevo che ora potesse essere; sentivo il fischio dei treni che, più o meno da lontano, come il canto d’un uccello in una foresta, dava risalto alle distanze, descrivendomi la distesa della campagna deserta dove il viaggiatore si affretta verso la stazione più vicina, e il sentiero che percorre è destinato ad essere impresso nel suo ricordo dall’eccitazione che gli viene da luoghi nuovi e gesti non abituali, dai discorsi e dagli addii scambiati poco fa sotto una lampada straniera e che ancora lo seguono nel silenzio della notte, dalla dolcezza che si approssima del ritorno.» (2)

Esaltato non tanto per aver da poco intrapreso la traduzione in francese di alcune opere dello scrittore inglese che lo avevano affascinato, quanto per l’impatto emozionale che gli procurava l’idea di entrare ‘finalmente’ a contatto con 'Le Pietre di Venezia' che John Ruskin aveva evidenziate e commentate nel suo libro in maniera così sublime, e dal quale Marcel '..s’apprestava ad attingere in tutto il suo remoto passato fitto di dettagli, per costruire sull’istante il suo sé maturo' (3). Tuttavia, pur senza dimostralo, Marcel era preoccupato per la scarsa conoscenza della lingua inglese che aveva appreso unicamente a livello scolastico e che adesso, più che mai, lo vedeva in difficoltà nella traduzione in francese della opera più importante: 'La Bible d'Amiens' (4), alla quale l’autore inglese aveva lavorato fin dal 1885 (pubblicata successivamente nel 1904), e che Marcel si ostinava a voler tradurre malgrado le difficoltà della lingua, per quanto fosse aiutato da sua madre e da qualche amico competente.

Acciò, nonostante le scettiche considerazioni che i negazionisti di allora ponevano nei confronti del suo lavoro di traduttore, Marcel stese una lunga ‘Prefazione’ (60 pagine per un testo di circa 120), che da allora accompagna la pubblicazione del libro, contribuendo al successo di John Ruskin in Francia e nel resto d’Europa. Quel successo che si ripeterà con la pubblicazione in francese di un altro libro dell’autore: 'Sesamo e i gigli' (5) del 1906, al quale Proust dedicò un’altra ‘Prefazione’ poi divenuta famosa, sulla natura estetica 'Del piacere di leggere' (6) in solitudine e al chiuso della sua stanza, nel momento in cui le parole: «..la riempivano di una vita silenziosa e diversa, di un mistero nel quale la mia persona si smarriva e ne era insieme incantata.»
. . .

Di null’altro dialogavano Mme Weil e suo figlio durante il trasferimento in carrozza verso la Gare de l’Est che non fosse di John Ruskin, in un discorso infervorato quanto rispettoso da parte di Marcel. Il quale, contrariamente a sua madre Mme Weil, che riteneva 'La Bible d'Amiens' non più di un racconto di viaggio, andava '..sostenendo che con la sua vita e le sue opere l’autore aveva scritto qualcosa di più di un grande romanzo' (6); qualcosa che, al contempo, si ripresentava come modalità principale dello spirito da contrapporre alla morte fisica dello scrittore. Avvenendo così a ciò che egli considerava allora più di una semplice affermazione linguistica, che s’andava introducendo in quella che in seguito si dimostrerà essere la filosofia proustiana ampliata nella composizione ideologica de la Recherche.

Accompagnato dallo stesso spirito che aveva stimolato John Ruskin a scrivere 'Le pietre di Venezia', Marcel mise particolare entusiasmo nel posare il piede sul predellino del treno, recuperando insieme quella volontà che credeva aver smarrito negli ultimi giorni in cui era stato preso dal fervore dei preparativi e che lo avevano affaticato non poco. Per quanto la sola idea del viaggio lo spingesse a meditare sull’impatto emozionale che, Marcel ne era certo, una volta giunto a destinazione, avrebbe, e ripeté ‘finalmente’, investito di senso il suo abbandonarsi '..alla minuziosa ricerca (architettonica) d’ogni particolare dei capitelli di Palazzo Ducale o dei mosaici di San Marco' eccellentemente descritti da John Ruskin.

«Ma perchè sia davvero possibile trovare Venezia, occorre prima perderla» - scriverà in seguito Marcel Proust nelle pagine de 'Il tempo ritrovato', allorché il Narratore esita con «..un piede su una lastra più alta e l'altro su quella più bassa», salendo la scala d’ingresso di Palazzo Guermantes, da cui vede risorgere come per magia le pietre del Battistero di San Marco, mettendo così fine a una sorta di inquietudine che ogni volta lo coglieva di fronte all’ ‘inconnu’ meraviglioso dell’arte.

Passo significativo questo di un dubbio indefinito reiterato nel tempo, che l’autore de la Recherche verosimilmente doveva provare a livello emozionale riguardo al futuro, e che trascinerà con sé nel raggiungimento della ‘fine’, l’ultima parola scritta sul suo nero taccuino d’appunti, poco prima della sua dipartita, conclusiva e immutabile del suo viaggio iniziatico. Onde per cui ‘scrivere’ era come voler lasciare tracce al di là della propria esistenza immediata, allo stesso modo di contrastare la morte cui si è destinati: «Ogni inquietudine e ogni dubbio intellettuale erano dissipati. Quelli che mi tormentavano un attimo prima a proposito della realtà erano spariti come per incanto.» (7)

Dirà Salvatore Quasimodo: 'Da qui l’ansia per la ricerca di una realtà imitabile (solo) nello spirito' (8), che farà scrivere a Proust nelle pagine di 'Il tempo ritrovato' una memorabile testimonianza.

«Così come accade in una memoria che si è fatta da sola, da quegli orizzonti inegualmente lontani di solito nascosti ai nostri sguardi e dei quali la nostra vita stessa ha misurato giorno per giorno le varie distanze. Questi echi, per raggiungere la parola, la cui rassomiglianza li ha risvegliati, non avranno che da attraversare la resistente dolcezza di quest’atmosfera interposta che ha la vastità stessa della nostra vita, e che è tutta la poesia della memoria.» (9)

«Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti» – scriverà ancora Marcel Proust in 'La Renaissance Latine' (10) nel 1905:

«Quanto a me, mi sento di vivere e pensare solo in una stanza dove tutto è creazione e linguaggio di vite profondamente diverse dalla mia, di gusto opposto al mio; dove non possa trovare nulla del mio pensiero consapevole, dove la fantasia si ecciti nel sentirsi immersa nel non-me; e mi sento felice solo quando metto piede, nei pressi della stazione..».

Ma '..La memoria di Proust ha (aveva) ancora bisogno di futuro – dirà ancora Quasimodo nella ‘nota’ a 'La Bibbia d’Amiens' – e in quell’attesa interroga le ragioni più profonde dell’arte, s’avvicina al silenzio del cielo attraverso le parole d’un uomo che porta in sé motivi e inquietudini intrinsechi nella sua (stessa) natura di scrittore lento e sinuoso'. (11)
. . .

Non appena sistemati nell’elegante cabina loro riservata, arredata come un vero e proprio salottino, confortevole e lussuoso, in puro stile Art-Nouveau: con legni intarsiati e tessuti broccati di buon gusto; disposta per il giorno, con un comodo divano e un tavolo, utilizzato per la prima colazione e il tè del pomeriggio, Mme Weil e Marcel si misero a proprio agio, assistiti dal personale di bordo per tutte le necessità del viaggio. Cabina che veniva trasformata per la notte in una confortevole camera con letto a castello rivestito di biancheria elegante, con acqua calda e fredda nel lavabo e la toilette collocata in un angolo separato. Ma benché fosse disponibile anche un servizio pasti in cabina, Mme Weil preferì cenare nella carrozza ristorante, convinta per ciò che riguardava Marcel, ormai giunto alla matura età, di poterlo avviare ai piaceri ‘mondani’ del viaggiare in treno, e l’Orient Express era all’epoca quanto di meglio si potesse desiderare.

Ça vain sans dire, in ragione del rispetto dovuto ai passeggeri di una certa classe e amanti del bel vivere, l’etichetta di bordo prevedeva un indiscutibile rigore riguardo l'abbigliamento da indossare, inoltre a una certa cura ed eleganza della persona, il tutto specificato nell’ordinamento di viaggio. Acciò, l'abbigliamento durante il giorno poteva essere sportivo, ad esempio uno spezzato con cravatta per i signori e un abito da pomeriggio per le signore. Mentre per la cena, era formale che i signori passeggeri indossassero lo smoking, e le signore, un abbigliamento da gran soirée nel caso vi fosse qualche personalità regale a bordo, altrimenti un abito più sobrio e comunque pur sempre elegante, per così dire, da sera. Ovviamente ogni altro tipo di vestiario era pressoché bandito a qualsiasi ora e in qualsiasi circostanza. In caso di viaggio come passeggero senza pernottamento a bordo (ad esempio da Londra a Parigi o da Venezia a Roma) in cui era difficile fare un cambio d'abito, in ogni caso bisognava rispettare lo standard di eleganza richiesto.

Nonostante il treno fosse appena partito, fu dato modo ai passeggeri di cambiarsi d’abito per la cena che sarebbe stata servita di lì a poco nella sontuosa carrozza ristorante. Com’era suo solito e data l’età, Mme Weil indossò un ampio abito di raso nero con mantella in taffetà di seta dello stesso colore che le copriva le spalle e guanti merlettati neri a mezza mano. Per Marcel pretese qualcosa che non appesantisse la sua ancor giovane figura: '..una camicia di seta bianca e una cravatta-foulard fermata da una spilla gioiello sotto lo smoking sciallato avrebbero fatto indubbiamente al suo caso'. Allorché entrambi si apprestarono a raggiungere la pregevole carrozza ristorante illuminata dalla luce soffusa delle abajours elettriche con l’immancabile bouquet di fiori freschi sui tavolini, dove li aspettava una deliziosa cena preparata da esperti chefs francesi.

Cenare a bordo dell’Orient Express era una delizia per ogni palato, ogni pasto era preparato con cura e competenza con materie prime di grande qualità. Tutti i pasti table d’hôte, pranzo (3 portate) e cena (4 portate), erano serviti da cortesi ed esperti camerieri prevalentemente italiani. Il Maitre addetto all’assistenza degli ospiti li accolse convenientemente e li accompagnò al loro tavolo finemente apparecchiato per due. Un cameriere arrivato sull’istante servì loro due flut di champagne come apéritif, accompagnato da un sorriso spavaldo. Di certo la figura slanciata ed elegante di Marcel, benché mostrasse in viso un pallore quasi innaturale, non era passata inosservata, attraendo gli sguardi delle signore presenti, per lo più straniere di rientro dalle ‘giornate parigine’ che erano ormai diventate il’clou de la société européenne’ in fatto di moda, musica, teatro e quant’altro. Notato soprattutto dai camerieri italiani addetti al servizio di sala, cui di tanto in tanto egli lanciava uno sguardo volitivo da dietro la sua maschera d’opale, che lasciava presagire laute mance.

La conversazione intrapresa ancor prima di salire a bordo del treno fu ripresa da Mme Weil che voleva conoscere da Marcel la ragione dell’aver egli abbandonato la stesura del romanzo che stava portando avanti da alcuni anni (pubblicato solo dopo la sua morte con il titolo “Jean Santeuil”) (12). Dacché sorse un piccolo qui pro quo fra i due che Marcel, non volendo rispondere alla domanda di sua madre, imbastì all’occorrenza, lasciando poi cadere il discorso sulla difficoltà riscontrata nella continuità letteraria dello svolgimento del proprio testo, analogo a quello fatto da John Ruskin in arte, di cui Mme Weil stentò a riconoscerne la conformità.

. . .

Marcel: Vedete maman, una ragione precisa al momento non c’è … 'Si tratta, in ultima analisi, di realizzare una specie di spazializzazione dei vari motivi di identica qualità che costituiscono un’opera, come se ci si trovasse dinanzi a una serie di quadri dello stesso autore che si possono abbracciare con un solo sguardo.'(13).
Mme Weil: Marcel non comprendo il perché d’essere complicati a tutti i costi, quando i tuoi lettori sembrano così ben disposti nei tuoi riguardi.
Marcel: Lo stesso John Ruskin scrive che: 'In fondo aiutare il lettore a rilevare questi segni singolari, mettere sotto i suoi occhi, i modi analoghi che gli permettano di considerarli segni essenziali del genio di uno scrittore, dovrebbe essere il compito più importante di ogni critico'(14) che critichi se stesso.
Mme Weil: Non ti seguo mio caro, ma in quanto a John Ruskin ha ragione da vendere: 'D’altra parte i suoi testi ben si prestano a una lettura approfondita non solo delle cose dette ma anche del testo taciuto, dei continui riferimenti ad altro, delle sistematiche allusioni bibliche che vanno risolte come un proficuo esercizio intellettuale.' 15)
Marcel: Quello stesso esercizio che sono solito intraprendere, '..così come il critico ricorda che ogni opera è come un vaso che comunica con le opere passate dando vita quindi ad una sola opera.' (16)
Mme Weil: 'S'il vous plaît mon coeur … in che modo pensi di farlo?'
Marcel: 'È compito dell’artista non inventare ma scoprire (aletheia); scavare nel mondo delle apparenze riuscendo a trovare rapporti più intimi, nell’universo spirituale, fra le cose anche se distanti nel tempo e nello spazio.' (17)
Mme Weil: 'Continuo a pensare che tutto ciò sia fin troppo impegnativo, non trovi?'
Marcel: 'In effetti lo è, ma è proprio quel che trovo sia più interessante.

. . .

'Non a caso Marcel cercava nella sua scrittura l’io profondo ruskiniano nascosto dal suo io superficiale attraverso un attento rilievo della sua opera'. (..) Scriverà Pierre-François Guyot, critico letterario e traduttore francese che trova tra '..l'estetista inglese e il suo ammiratore francese dei punti di contatto psicologico molto significativi, che spiegano in qualche modo la folgorazione ruskiniana di Proust' (18). 'Primo su tutti sicuramente lo spirito di osservazione paziente, preciso, meticoloso, degli oggetti presente in entrambi.' (..) 'ddirittura Guyot si spinge oltre, attribuendo quasi la paternità della memoria involontaria a Ruskin stesso (19). 'Infatti, in ‘Modern Painters’ tratta di quelle ‘accidental associations’ di quelle ‘accidental connection of ideas and memories with material things’ (20) che sono alla base appunto del concetto proustiano di memoria involontaria. Guyot sbagliava perché ancora non conosceva il ‘Jean Santeuil’ dove già sono presenti in toto le tematiche della reviviscenza del passato attraverso la memoria involontaria ma questo non può comunque che mettere in chiaro un altro punto di contatto fra i due autori in una sorta di corrispondenza elettiva che poteva permettere a Proust di inquadrare la sfaccettata figura intellettuale di Ruskin.' (21)

. . .

La figura elegante del Maitre stante davanti al loro tavolino mise convenientemente fine alla loro conversazione con buona pace di Marcel:

'Excusez-moi Madame et Monsieur, pour commencer nous avons un consommé de poule ou une soupe exquise d'oignons, à votre approbation s'il vous plaît …'

Mme Weil: 'Une vraie délicatesse, est-ce que Marcel ne trouve pas?'

Marcel: 'Certainement maman doit dire que je ne me l'attendais pas du tout'.

. . .

Al termine della cena davvero squisita, Mme Weil non desiderando attardarsi oltre, decise di ritirarsi nella propria cabina che nel frattempo era stata trasformata in una accogliente camera a due letti. Marcel colse l’occasione per una visita al cuore dell'Orient Express, la carrozza Bar, famosa per i cocktails e la calda atmosfera accogliente, con in più il tocco del pianoforte ad accompagnare i momenti del viaggio in un ambiente rilassante e sofisticato. Tuttavia indugiò sull’entrata, distratto per un istante da ‘La Bonne Chanson’ un brano del maestro Fauré che conosceva personalmente, per quanto egli preferiva altre sue composizioni salottiere come i ‘Nocturnes’ e le ‘Ballades’ su temi di Baudelaire, Verlaine, Villers de L’Isle-Adam.

Marcel si rammentò d’una sua lettera all’amico musicista, in cui egli professava tutta la sua ammirazione; anche se i toni abbastanza ‘sopra le righe’ facevano pensare ai suoi detrattori che l’avesse scritta temendo che i suoi precedenti giudizi (non proprio positivi) avessero irritato Fauré e dunque con l’unico obiettivo di mantenere buoni rapporti con l’amico musicista. Molti anni dopo, infatti, nella ‘dedica a Jacques De Lacretelle, Proust scriverà che tra le opere cui si era ispirato per descrivere la ‘piccola frase’ della sonata di Vinteuil eseguita in casa Verdurin c'era ‘un incantevole brano di Fauré’. Brano che alcuni musicologi hanno ritenuto di individuare nella ‘Ballade pour piano et orchestre’, referente alla pagina in cui il barone di Charlus, in casa Verdurin, accompagna al pianoforte il violino di Morel:

«La signora Verdurin pretese dapprima un po' di violino. Con generale stupore, il signor di Charlus, il quale non parlava mai dei suoi grandi doni, accompagnò con il più puro stile l'ultimo pezzo (inquieto, tormentato, schumanniano, ma infine anteriore alla Sonata di Franck) della Sonata per pianoforte e violino di Fauré. Io sentii ch'egli avrebbe dato a Morel, ricco di meravigliose doti quanto al tòcco e alla virtuosità, precisamente quel che gli mancava: la cultura e lo stile.» (22).

Un momento dopo, poggiatosi al bancone del bar perchiedere una coppa di champagne, fu raggiunto dal brusio delle voci dei presenti, ma pur usando una certa precauzione che solitamente lo teneva a giusta distanza da possibili problematiche insorgenti e che immancabilmente giungevano, si ritrovò a stretto contatto con gente fin troppo esclusivista, che lo fece quasi temere di esporsi in prima persona, cosa questa che solitamente lo metteva in imbarazzo. I numerosi ospiti presenti, tutti uomini in quel momento, restarono comodamente seduti sui divanetti a ridosso dei finestrini continuando a fumare i loro sigari pregiati e sorseggiando dell’Armagnac in coppe di puro cristallo, mentre si scambiavano frasi sulla futilità del tempo e risa convenzionali: '..quasi non gli importasse un bel niente dello scorrere della loro vita' – pensò.

Ciò che invece davvero interessava Marcel, il quale cercava nelle vite degli altri le ragioni della propria esperienza esistenziale, ciò che in seguito nella Recherche diverrà un’immensa satira di sé e degli altri: 'La sua corrispondenza ne è la perfetta testimonianza: quando i corrispondenti con un certo senso dell’humour come la contessa di Noailles, Madame Straus e Reynaldo Hahn, vi si prestavano un po’, allora le sue lettere diventavano, a volte, dei veri e propri scoppi di risa, dovuti all’uso della parodia, del ‘pastiche’, della satira, dell’ironia su di sé, dell’assurdo.' (23)

«È già tanto se si intravedono alcuni aspetti ridicoli» (24) - scriverà Proust successivamente, argomentando di un sé che raccoglieva tutti gli altri o, viceversa, tutti quegli ‘altri’ che erano una medesima proiezione di sé, nei cui discorsi Marcel si appropriava spesso di frasi altrui da annotare nei carnets della propria conoscenza, spesso riusciscendo a carpire le emozioni e le sorprese inattese, le paure e le angosce alle quali invano ciascuno di loro cercava di sfuggire.

Dalla parte degli uomini:
«Se vogliamo, si tratta di una precauzione inutile.».
«Qual cosa?»
«Mah, che dire … ad esempio il rigore d’indossare l’abito nero in società.»
«Come dire che ‘l’abito non fa il monaco?’».
«Precisamente».
«In efetti, è solo una convenzione sociale che ci accomuna tutti».
«Meglio sarebbe vestire ognuno a proprio modo, indossare fogge e colori che più si addicono alla propria personalità».
«Se così fosse, di sicuro ne vedremmo delle belle …».
«Certamente, se non altro in fatto di stravaganza, ah, ah!»
«Già, la stravaganza …»
«Nel senso di eccentricità … cioé di abitudini stravaganti, o cosa?»
«Beh, devo ammettere che di personaggi bizzarri se ne vedono non pochi in giro per le strade i Parigi».
«Mai quanti se ne incontrano nei luoghi chiusi dove, come si dice, si ritrova la bonne societé parisienne, est-ce pas?»
«Certo che in quanto al vestire, di persone eccentriche fuori del comune se ne trovano ovunque».
«Se vogliamo sia dentro che fuori del Comune, ah, ah!»
«In verità, un certo estro nell’abbigliamento si comprende quando ci si avvicina più all’arte tout court, che non alla moda».
«Estro, o estroso, come si può ben attribuire a persona singolare, per così dire ‘al di fuori delle regole’».
«Certamente sì … che idea!» - irruppe Marcel con in mano la coppa di champagne, cercando uno spazio di conversazione, dubbioso che stessero parlando di lui.
«Sta, di fatto, monsieur … ?»
«Già, non mi sono ancora presentato … Marcel Proust.» - disse, convinto che nessuno dei presenti lo conoscesse, ma che salutarono sollevando il bicchiere e qua e là accennando un sorriso.
«Ovviamente mi riferivo a chi si mette al di fuori delle regole, diciamo dei limiti abituali delle convenzioni, che può voler dire di avere abitudini stravaganti, è così!»
«Personalmente preferisco di gran lunga gli artisti … che so, i pittori, i poeti, i ballerini, ai quali si può concedere di tutto …»
«Siete di gusti davvero raffinati monsieur Proust».
«Più del necessario ...» - aggiunse qualcuno.
«Molto più che raffinati … si direbbe ricercati … ah, ah, ah!»
«Mai quanto i vostri corazzieri a cavallo e capitani delle guardie … monsieur (?)» - lo rimbeccò un altro fra i presenti.
«Signori, signori, per favore, non veniamo meno a quel tanto di savoire fare che distingue noi francesi».
«Noie parisien, s'il vous plaît».
«Già, perché per il resto dei franceci immagino, avete ben altro da dire, è così?»
«Se lo credete opportuno, continuate pure a lamentarvi monsieur.»
«La società è quella che è … non si dia per scontato che siamo tutti fatti della stessa pasta …»
«La pasta, che idea … cela est tout aussi italien, et il est assez!» (Quella è fin troppo italiana, ed è quanto basta!) … ah, ah, ah!»
«Indubbiamente parlare di ‘cibo’ non fa che rimettere in moto l’appetito ... Suvvia facciamo un altro giro di bevute … Garçon! … après avoir, sil vous plaît.»

Di lì a breve, il vociare delle signore di ritorno dalle loro stanze dov’erano state a rifatte il trucco, riempì la carrozza come ‘une volière’, mentre alcuni fra gli uomini, stringendosi con il garbo dovuto, fecero loro posto sui divanetti. Altre preferirono restare in piedi accanto ai giovani e aitanti barman di servizio e, per così dire, scodinsolare nella carrozza, ora avvicinandosi al pianista per fare le loro richieste in fatto di musica, ora per farsi rimirare nei loro atteggiamenti compulsivi nel parlare con un tono più alto della voce e nell’utilizzo sensuale dei lunghi bocchini d’avorio.

All’ombra delle signore (ormai) sfiorite:

«Hai veduto mia cara, c’è monsieur …»
«Merd, farei volentieri a meno d’incontrarlo».
«Ti rammento che solo ieri lo trovavi … ‘così meraviglioso!’».
«Era ieri».
«Solo, ieri, vuoi dire, a conferma che la notte porta consiglio».
«No, troppo arrogante per un uccello rivelatosi poi così poco allettante, non ti pare?»
«Ohlalà mia cara, una rivelazione di non poco conto, e dire che ci stavo facendo sopra un pensierino ...»
«Lascia andare, cento volte meglio il figlio del panettiere all’angolo di Rue Hausmann, credimi …».
«Se lo dici tu, ti credo ad occhi chiusi. Passerò personalmente a ordinare del pane. »
«Aggiungi pure una baguette e chiedi la consegna a domicilio, ne rimarrai stupendamente sorpresa».
«Dici?»
«Aspetta, quello dev’essere il conte … la voce mi sembra la sua, ha un tono inconfondibile».
«Il tono?»
«Sì mia cara, facciamo finta di niente e avviciniamoci al tavolo della ‘petite patisserie’».
«Immagino avrai provato questo …»
«Forse non lo assaggerò del tutto, anche se ha tutta l’aria, di essere delizioso».
«Mia cara, sto già leccandomi le labbra, e non è tutta colpa dello champagne bevuto durante la cena, credimi».
«Non farti troppe illusioni, so di certo che è già preso da quella sfacciata di Mme …»
«Poiché dobbiamo passare questa serata insieme, facciamo in modo che almeno la conversazione non finisca col fare i soliti discorsi sulla moda e sui gioielli».

Dialogo intercorso tra uomini e donne:

«Ho appreso che siete diretto a Venezia, per andare forse al Casinò?» - chiese interessata una delle signore presenti rivolgendosi a Marcel.
«No, solo per una visita alle bellezze della città ...».
«Mah, non siete solo monsieur, o sbaglio?»
«Sono in viaggio con mia madre per alcune settimane …».
«Quante virtù ci fate odiare … monsieur Proust!» (Corneille) – esclamò l’amica che le stava accanto, mitigando la sua conoscenza letteraria.
«Voglio solo sperare “..che un giorno, (anzi) ne sono certo, tutta questa sofferenza servirà, per ora non si può fare altro che viverla.”» - le risponse Marcel con garbo.
«Ça vain sans dire, monsieur … noi francesi abbiamo la nostra cultura, che non trova riscontri nel resto del mondo, per quanto lo si giri.» - azzardò un passeggero riprendendo la conviviale conversazione intrapresa con gli altri viaggiatori.
«Parigini, vorrà dire …»
«È così, siamo il centro intellettuale dell’Europa, ma in quanto a cultura riserbo qualche dubbio …».
«Sil vous plaît, fateci partecipi delle vostre rimostranze a riguardo» - chiede una signora che assiste alla coversazione.
«Vi ho udito parlare di moda maschile, ma che volete saperne voi, in fatto di moda a noi signore non sfugge che avvolti dei vostri redingote sembrate tutti ugualmente vestiti da ‘pinguini’ a ogni ora del giorno …» - aggiunge un’altra.
«Se non altro non si è costrette alla fedeltà dell’uno, quando ci si presenta la possibilità di scambiarlo per un altro!»
«Sempre meglio di accorgersene quando è troppo tardi, che sotto il bell’abito spesso si nasconde una certa ‘pinguedine’, ah, ah, ah!»
«Une bonne ‘blague’ pour vos notes … monsieur Proust!» (Una buona ‘battuta’ da annotare …) che Proust mitigò dietro un falso letterario, ché in verità tutto lo interessava, in special modo i pettegolezzi.
«'Da molto tempo la vita non mi offre più che eventi che ho già descritto'». (25)
«Sempre meglio che parlare di politica.»
«Si sa, da sempre la politica a Parigi la fanno le donne …».
«Oh oui, de la rive droite à la gauche du lit … ah, ah, ah!»
«Una scurrilità (la vostra) che mi sembra fuori luogo monsieur (..), poiché a dir del vero, vi si è visto assai poco attorno a una donna … a letto intendo».
«Si accettano scommesse solo se impegnate in prima persona … Madame».
«Ci dev’essere pure un altro modo per sgonfiare il rancore che dimostrate nei confronti di noi donne, o nascondete una ragione precipua che non conosciamo?»
«Oh, ma certo mia cara, quando voi ‘donne’ la smetterete di gonfiarci e sgonfiarci con le vostre assidue false gelosie».
«La gelosia altro non è che una morbosità che si appropria della mente di voi uomini, per ciò che ne rimane è solo un gioco di carte …»
«Che voi madame sapete mischiare ancora molto bene mi pare, la vostra fama vi precede, ma il baccarat seppure non prevede una sconfitta definitiva, pur annienta le vostre difese … di fatto sappiamo che non accettate di buon grado perdere al tavolo da gioco».
«Dipende, se perdere, significa essere poi risarcita con altri mezzi, posso sempre convenire con espedienti di maggior efficacia …».
«Ad esempio?»
«Dovreste saperlo monsieur … noi donne abbiamo infinite capacità di convincimento».
«Pensavo a una qualche contingente disponibilità».
«Se intendete un matrimonio, dovreste sapere già che ho detto no a molti pretendenti».
«Avete forse qualcosa contro il matrimonio?»
«Personalmente no, ritengo il matrimonio un errore delizioso che due persone commettono insieme, ma con voi monsieur … sarebbe un errore e basta».
«E voi monsieur Proust, non avete qualcosa da dire in proposito … non siete ancora ammogliato?»
«Non ancora, come tutti del resto ho anch’io i miei amori ... ma ora vogliate scusarmi, si sta facendo tardi e vorrei avere gli occhi ben aperti al mio arrivo a Venezia ... È la mia prima volta …» - aggiunse evitando possibili intromissioni nella sua vita privata.
«Quand il est si il ne reste pas y que la leur donner bonne nuit monsieur …»
«J'imagine vous ayez déjà qui vous bordera les couvertures … ah, ah».
«Seigneur et monsieurs bonne poursuite de soirée.» - finì col dire Marcel, ritirandosi in buon ordine per avviarsi svogliatamente verso la sua cabina.
Le garçon de service pour la nuit, gli andò incontro col sorriso sulle labbra, scambiando con lui uno sguardo vellutato e sensuale cui Marcel mai avrebbe potuto sottrarsi, interpretandone una finalità secondaria che non mancò, nella vicissitudine del momento, di assecondare, nella consapevolezza di un approccio fugace che pure avrebbe segnato altresì la sua avventura di viaggio, affascinato com’era da tutto quanto gli girava attorno. Gustave, questo il nome del ragazzo, assecondò il suo desiderio immediato quando, per metterlo a suo agio, lo baciò sulla bocca. Incoraggiandolo, se mai ce ne fosse stato bisogno, a seguirlo nella guardiola di servizio, dove si scambiarono quelle che molto confusamente sono chiamate ‘alcune piacevolezze dello spirito’, e che per imparzialità giuridiche è oggi possibile definire ‘meccanismi materiali di probabili costruzioni spirituali’: '..ma solo se la filosofia riuscirà a svelare e (ri)mettere in discussione quegli elementi che determinano la società.' (26)

. . .

L’indomani mattina, all’ora richiesta, Gustave bussò ripetutamente alla porta della cabina di viaggio numero diciotto. Madame Weil che si affacciò a ritirare il vassoio della prima colazione, gli fece intendere con un cenno di non disturbare oltre le monsieur che stava ancora dormendo. Quando fu svegliatosi Marcel, aperse le tende e con sua meraviglia si riempì lo sguardo del magnifico scenario delle Alpi svizzere ancora innevate. Una vista superba, sfolgorante di luce, che lo ripagò dell’umore fosco coltivato per giorni nell’umida stanza della casa di Parigi. L’inverno nella sua coscienza andava ormai diradandosi, lasciando al di qua delle Alpi la pregorativa tutta italiana di un esistere ‘soleggiato’. Finalmente si sentiva bene e abbastanza in forze da affrontare l’inesauribile bellezza che lo aspettava delle ‘Le pietre di Venezia’, lontano dal clima austero e uggioso che negli ultimi mesi gli avevano procurato i forti attacchi d’asma che deterioravano la sua già precaria salute.
Mme Weil preferì restare in cabina fino all’ora di pranzo onde ammirare il panorama che di volta in volta cambiava con l‘andare del treno, che pareva voler «..inseguire le bianche nuvole fino al mare» - disse, rivelando una vena poetica che Marcel attribuì all’entusiasmo del viaggio. Certamente un itinerario inedito che permetteva a entrambi di cogliere in pieno spirito la naturale bellezza dei luoghi che passavano davanti ai loro occhi estasiati e che, ancor più, li avrebbe entusiasmati al loro arrivo nella Serenissima. Quello stesso entusiamo che aveva segnato un punto focale nell’avventura esistenziale di John Ruskin, inquanto: '..presenza assertiva di una scrittura prevalentemente eccezionale' (27). Per Marcel non si trattava quindi di sola evasione, piuttosto avvalorava quell’affezione che egli avrebbe voluto dare ai propri futuri lettori col rilevare il fascino dell’arte, la misura di un’autenticità spontanea, la leggerezza di una trama che esprimesse, seppure ironicamente, quella ‘joie de vivre’ che percorreva tutta l’Europa, come pure affermava Zola: ' ..in particolar modo Paris et les Parisiens'.

. . .

Il pranzo fu servito in un altro degli eleganti ristoranti di bordo e si dilungò il tempo necessario ad ammirare i panorami delle Dolomiti. Seguito nel pomeriggio da alcune ore libere onde Mme Weil e Marcel si rilassarono nella cabina di nuovo trasformata in salotto, nell’attesa dell’ora tè, in cui avrebbero attraversato il Passo del Brennero. Poi il treno avrebbe raggiunto la Stazione di Santa Lucia nella laguna di Venezia all’ora esatta prevista per la discesa degli ‘illustri’ passeggieri:
«Train en j'arrive à Venise, les voyageurs qui descendent à le gare Sainte Lucia sont priés de déplacer les bagages personnels sur la porte de la propre cabine et se préparer à descendre du train ... La Direction du Simplon Venise Orient Express et son Staff remercient pour avoir choisi notre Compagnie et il souhaite un bon séjour.» - scandì l’annuncio il capo-treno poco prima dell’arrivo in stazione, quando già Marcel, pronto sull’uscio, avvertiva il suo lento procedere sulle rotaie come quello che sempre più spesso lo coglieva davanti all’inconnu, così come all’inconoscibile consistenza della ‘bellezza’ nell’arte.
«Venise! … Venezia!» - ripeteva l’altoparlante della stazione fra lo stupore e il disinganno dei viaggiatori d’essere ‘finalmente’ arrivati nella città della laguna. Marcel ritardò volutamente la sua discesa dal treno proprio mentre sua madre, Mme Weil, provvedeva ad affidare i suoi capienti bauli e le valigie di Marcel al portabagagli: «Marcel! … Marcel, mais où tu es?», al cui richiamo Marcel volutamente non rispose, prendendo tempo per appuntare sul proprio nero taccuino, la frase che più aveva tenuto occupata la sua mente durante tutto il viaggio:
«..perchè sia davvero possibile trovare Venezia, occorre prima perderla».

Ciò a conferma di una celata ragione che lo aveva portato a sciogliere il voto di omaggio e devozione verso il suo mentore John Ruskin: '..l’insegnamento che in ultima istanza costituisce un monito a non interrompere mai l’attività cririca', e a continuare la ‘decostruzione’ d’ogni possibile mitica alleanza. 'Come un che di rivoluzionario nella misura in cui essa non accetta le semplificazioni, ma è pronta a mettere alla prova ciò che si presenta come verità indiscutibile. (28).
Al dunque un’intuitiva quanto embrionale forma di ‘decostruzione’ attinente alla scrittura proustiana, è qui sostenuta dalla frase «..perchè sia davvero possibile trovare Venezia, occorre prima perderla», che diviene elemento fondante del pensiero letterario occidentale relativamente all’epoca in cui è stata scritta.
'La lezione più profonda dell’opera ruskiniana è a tutti gli effetti assorbita nel bagaglio estetico del futuro narratore della Recherche al punto che l’idea stessa di arte esprimibile con le parole di Ruskin poteva, come per sovrapposizione, essere creduta espressa da Proust stesso: ..quel che l’arte deve fare per noi è di fermare ciò che è fuggente, di illuminare ciò che è incomprensibile, di dare forma alle cose impalpabili e di eternare le cose che non durano' (29). Un principiare di nuovo ciò che stato, dalle fondamenta di un’architettura virtuale, talvolta poetica, a una realtà pressoché immaginaria che avrebbe permesso a Marcel Proust di trascendere l’epoca della sua esistenza.
Quel che Marcel Proust scrisse in seguito al suo soggiorno a Venezia tra lo stupore e il disinganno, è indicativo della presa di coscienza di una disillusione inevitabile quanto necessaria nei confronti della scomparsa di Albertine nella Recherche:
«Siccome vi può essere bellezza tanto nelle cose più umili come nelle più preziose – vi godevo impressioni analoghe a quelle che tanto spesso, un tempo, avevo provate a Combray, ma trasposte su di una tonalità affatto diversa e più. (..) Quando alle dieci del mattino, venivano ad aprirmi le persiane e osservavo divampare, invece del marmo nero delle risplendenti ardesie di Sant’Ilario, l’angelo d’oro del campanile di san Marco. Alle volte, al tramonto, rientrando all’albergo, percepivo che l’Albertine di un tempo, invisibile, era tuttavia chiusa in fondo a me stesso come nei piombi di una Venezia interiore, i cui cancelli arrugginiti erano talora sospinti da qualche inatteso incidente, fino a schiudermi un’apertura su quel passato» (30), che non mi apparteveva più, o che fose, mi sarebbe appartenuto per sempre.


Note bibliografiche:

1)John Ruskin – 'Le Pietre di Venezia', A. Mondadori Editore 1982.
2) Marcel Proust – 'Dalla parte di Swann', in “La Recherche”, Ed. Mondadori
3) Antonio Damasio – 'Il sé viene alla mente', Biblioteca Scientifica Adelphi 2012.
4) John Ruskin – 'La Bibbia D’Amiens', A. Mondadori Editore 1971.
5) Antonio Barilli – ’Prefazione’ a 'Le Pietre di Venezia' di J. Ruskin, op.cit.
6) Marcel Proust – 'Del Piacere di Leggere, Passigli Editori 2007.
7) Marcel Proust – da ‘Il tempo ritrovato’ in La Recherche - Ed. Mondadori
8) Salvatore Quasimodo – ‘Nota del traduttore’ in 'La Bibbia D’Amiens' di J. Ruskin – op.cit.
9) Marcel Proust – da ‘Il tempo ritrovato’ in La Recherche – op. cit.
10) Marcel Proust – 'Del Piacere di Leggere', op.cit.
11) Salvatore Quasimodo – ‘Nota del traduttore’– op.cit.
12) Marcel Proust – 'Jean Santeuil', Gallimard 1955.
13) 14) 15) 16) 17) Marcel Proust – ‘Introduzione’ a 'La Bibbia D’Amiens' di J. Ruskin, op.cit.
18) 19) 20) 21) Gianni Biondillo – 'Marcel Proust: la scoperta di Ruskin', op.cit.
22) Marcel Proust – in ‘Sodoma e Gomorra’ – La Recherche, op.cit.
23) 24) Jean-Yves Tadié – 'Proust', NET Il Saggiatore 2003.
25) Marcel Proust – ‘Rime stravaganti’ (non comprese dall’autore in una raccolta organica delle sue poesie.) Articolo apparso in La Lettura – ed. Corriere della Sera 2015.
26) Jacques Derrida – in Maurizio Ferraris 'Derrida e la decostruzione', Gruppo Edit. L’Espresso 2009.
27) Antonio Damasio – op. cit.
28) Maurizio Ferraris – Il Caffè Filosofico – in 'Derrida e la decostruzione', op. cit.
29) Gianni Biondillo – 'Marcel Proust: la scoperta di Ruskin', op. cit.
30) Marcel Proust – ‘Albertine scomparsa’ in La Recherche, op. cit.









(*) Nota d’Autore

Fanno parte della raccolta intitolata «Conversazioni con Marcel Proust» tutti i saggi raccolti in “Antologia Proustiana” pubblicati in e-book e gli articoli apparsi in LaRecherche.it la rivista letteraria a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, pubblicati su questo stesso sito:

«Regardez-les..» - in «Conversazioni con Proust» - LaRecherche.it - 2011
«Dans ce temps-là..» - in «Da Illiers a Cabourg» e-Book n.113 - 2012
«Tableau Monet … avec Proust» - in «Salon Proust» e-Book n.139 - 2013
«Une orchidée, s'il vous plaît ... monsieur Proust?»- in «L’Orto Botanico di Monsieur Proust» e-Book n. 162 - 2014
«Noir Desire … paroles dévoilés d’une multitude peuplée d'une foule tourbillonnante.» - in «Una Cena al Ritz» e-Book n. 187 – 2015
«Orient Express ….» 2016

*

La notte dei lupi ’a N. Tolstòj’



LA NOTTE DEI LUPI ‘a Lev N. Tolstòj’


Portatemi della vodka ho detto, dell’altra vodka!
Ehi vecchio, smettila di gridare o ti sbatto fuori al freddo.
Brrr!
Adesso basta. Voi due, buttatelo fuori!
Mah …?
Ho detto di buttarlo fuori, altrimenti butto fuori voi!
Come volete padrone, non vi arrabbiate, dicevo così solo perché fuori c’è una bufera di neve come non si è mai vista prima.
E allora? Non penserete mica di tenerlo qui fino a che non finisce l’inverno, sempre che finisca?
Per altro non ha un becco di un quattrino e pretende che gli serva dell’altra vodka, shht!
Ho detto che vi pagherò, vi pagherò non abbiate timore!
Non faccio credito agli sconosciuti!
Sto aspettando Michail, lui vi darà i due rubli che vi devo, a quest’ora doveva essere qui, non capisco.
Michail, Michail, è più di un’ora che lo aspettiamo, tutti quanti, non è vero? Ah ah, ah ah, e Michail non arriva. E dimmi come deve arrivare Michail, sulla slitta? A cavallo?
Strano che non si veda ancora, ha detto che sarebbe arrivato. Michail è uomo di parola, se ha detto che sarebbe venuto, che avrebbe lasciato tutto e mi avrebbe raggiunto, sono certo che l’ha fatto, di sicuro sarà qui a momenti. C’è la bufera là fuori, sarà rimasto bloccato da qualche parte.
Scuse, tutte scuse, sei un ubriacone, ècco cosa sei, e per giunta non hai un rublo per pagarmi. Ma te li farò tirare fuori io i due rubli che mi devi, a costo di cavarti un dente sano. Tu sai cosa vuol dire?
Io, no, perché dovrei saperlo?
Hai una faccia conosciuta, anche se non sei di queste parti. Non ricordo dove ma credo di averla già vista quella tua faccia, che forse non sei tu quel Nikolaevič di Jasnaja Poljana, che una volta fece cavare un dente al suo servitore perché aveva rubato alcune noci?
Non so di che parli.
A no? Allora sei quell’altro, l’esattore delle tasse di Astapovo, ecco chi sei, che non ha esitato a togliere la casa a quei poveri contadini lasciandoli alla fame. Beh, sai che fine hanno fatto? Giacciono tutti sotto la neve, morti di freddo e di stenti con tutte le loro famiglie, compresi vecchi, donne e bambini.
Che infamia è mai questa, io non sono costui.
Quelli come te sono capaci di tutto. Da prima gettano la gente nella miseria poi pretendono di ricevere gratitudine. Vattene via, prima che ti prenda a legnate! E voi che aspettate a sbattetelo fuori, fate come vi dico o finite nella bufera anche voi. Sì padrone, certo padrone!
Mi dispiace, signore, ma dovete uscire, gli ordini del padrone non …
Si, si, non scomodatevi altrimenti, faccio da me, me ne vado, e dire che ho solo chiesto dell’altra Vodka, Michail vi ripagherà di tutto, lo so.
Michail, Michail! Ma va al diavolo tu e il tuo Michail!
Sbamm! … il vento richiude la porta.
Brrrr, strssss, brrrr! Che freddo che fa, è tutto gelato qua fuori, povero Michail perso nella tormenta, dev’essere ancora così lontano. È vero che certi luoghi sono vicinissimi o a poco più di un’ora di cammino, ne conosciamo i paesaggi, le campagne, le alture, i picchi, gli alberi, talvolta finanche la formazione delle nuvole; mentre altri si perdono, col passare del tempo si allontanano, si dimenticano, diventano irraggiungibili, e non ricordiamo più niente di loro, sappiamo che stanno da qualche parte ma non ricordiamo dove, persi, o forse, solo dispersi, nella tormenta dell’esistenza.
Michail, Michail sei tu?
M’è sembrato di vedere qualcuno muoversi tra gli alberi, laggiù, proprio sul bordo del bosco delle betulle, sento l’abbaiare dei cani. Una boscaglia sotto la neve è un groviglio in cui non è affatto facile districarsi. È come attraversare una frontiera, non sai mai chi potresti trovare dall’altra parte.
Corri pur sempre il pericolo che qualcuno possa spararti addosso anche quando non c’è una guerra in corso. È pur vero che c’è sempre una guerra … da qualche parte.
No, Michail no. Deve aver smarrito il sentiero, o forse ha trovato riparo in una isba. In questa tormenta neppure i lupi hanno vita agevole, la fame li rode di dentro, diventano pericolosi.
Ma queste sono macchie di sangue … macchie di sangue sulla neve, com’è possibile?
I lupi, già! Sono dappertutto, sempre pronti a sbranarti in mezzo alla bufera della vita. Ti seguono o ti camminano a fianco, vestono alla tua stessa maniera, fanno il tuo stesso percorso, seguono il tuo stesso cammino, quindi si separano dal gruppo, prendono direzioni diverse, fingono interessi diversi, poi si fermano lungo la strada in un luogo che gli sembra ospitale, su un’altura, o un dirupo, da dove fiutare, scrutare la valle, in modo da aggirare la preda e agguantarla in una lotta estrema, all’ultimo sangue.
Temo per Michail, di certo non ha portato il fucile con sé, si fida degli altri, dei lupi, è un uomo di pace, lui.
La prima volta l’ho incontrato lungo la ferrovia, abbiamo fatto amicizia, mi ha raccontato di sé mentre percorrevamo un tratto di strada insieme, abbiamo trovato riparo prima in una chiesa, poi in una fattoria, ma una mattina mi ha lasciato dicendo che avrebbe seguito la ferrovia e con un po’ di fortuna sarebbe riuscito a salire su un carro merci diretto non so dove. Evidentemente non perseguivamo lo stesso tragitto, non avevamo una stessa meta, uno stesso progetto di vita, chissà?
Rimasi da solo e continuai a camminare per l’immensa campagna attraversata dalla ferrovia, fino al limite dove il binario voltava dietro una collina e non lo rividi più per lunghissimo tempo. L’ho rincontrato piuttosto di recente. È diventato vecchio, canuto e bianco, con la barba lunga e una specie di mantello sulle spalle da somigliare a un pellegrino. Sì che la gente di campagna, che come si sa è molto devota, lo ha sostenuto indicandogli la strada da prendere, e che lui poi avrebbe seguita.
Sostava sotto la tettoia della Stazione Yaroslavsky riparandosi dal sole freddo e dalla fitta neve. Dove fosse diretto non lo sapeva, ma disse d’aver trovato spesso della gente povera ma ospitale, che aveva diviso con lui quel poco che aveva da mangiare, e che quindi avrebbe continuato ad andare, come del resto aveva sempre fatto. Sul suo cammino aveva incontrato altri fratelli erranti che fuggivano da qualche cosa, per andare incontro a qualcosa di diverso, ‘ognuno da qualcuno che non fosse se stesso’, non necessariamente migliore, ma che almeno li distogliesse dai propri pensieri, dai propri sogni, dalle proprie illusioni di vecchi.
Come quei sogni che non sempre è dato di vedere, di focalizzare, spesso confusi, indecifrabili, come una frase scritta che, pur rispettando le regole grammaticali, perde ogni significato quando è resa illeggibile. Sogni infantili, fatti di desideri semplici, di calore, di cibo, d’affetto, di protezione, e anche di giovani illusioni, mai realizzate, mai venute meno. Chissà che direbbe Michail se gli dicessi cosa penso dei suoi racconti, come li considero, come li indago, e anche come li bistratto (!?). Non credo che se ne avrebbe a male, non più di tanto, in fondo lui sa che tutto ciò fa parte del mio mestiere di scrittore, anche se nessuno qui sa chi sono, e la tormenta non legge, semmai cancella.
Eppure questa neve, che tutto appiana e nasconde, redime e affranca, questa neve che tutto depura e sbianca come le pagine di un diario ancora intonso, senza macchia alcuna, quasi riaccende in me la fiammella di quella volontà che si va spegnendo, sciupata dall’assuefazione, sfinita dai pentimenti, che quasi m’invita a scrivere, a prendere di nuovo penna e calamaio e a lasciare che la mano vaghi libera di tracciare ciò che la mente insegue da sempre, le illusioni di una gioventù spensierata e casta, gli amori fortuiti e inattesi, le passioni cocenti, le delusioni quasi sempre amare che lasciano certe macchie scure sulla corteccia dell’anima, come le incrostazioni del tempo sui tronchi delle betulle.
Brrrr! È dunque ora per me di rimettermi in cammino, il freddo incombe e la grondaia non mi ripara a sufficienza, e anche se sono capace di districarmi nella neve, devo assolutamente trovare un altro riparo, presto farà notte, e col buio gli stivali che s’affossano nella neve è come un avvertimento per i lupi con le orecchie tese che sentono di lontano il loro stridore. Oh Michail, Michail amico mio caro, dove sei? Dove passi questa notte che incombe, su quale dimenticato vagone, in quale sperduta stazione? Oltre quale frontiera ti sei avventurato?
Ma queste sono orme di stivali, le riconosco, sono di Michail, è passato di qui, e lì ce ne sono delle altre! Questo è il suo mantello. Due rubli buttati così, e il suo orologio appeso alla catena … Michail, Michail aspetta! Che hai intenzione di fare? Le acque turbolente del fiume quasi non s’odono scorrere sotto la bianca cappa ammantata della neve. Michail non c’è. Deve aver attraversato il ponte. Aspettami Michail! Dev’essere andato per di là, le orme però si fermano qui, vicine alla sponda, troppo vicine, che … Michail! Michail, oh mio Dio!
Come tutto sembra procedere verso una meta non definita ma esistente, che si avvicina giorno dopo giorno, aspettando la neve del giorno seguente, la storia che ci racconterà domani, la pagina bianca che s’apre sul nulla, o forse sul tutto, sul vuoto dell’esistenza, alla luce di un’eternità lontana, estrema.
Quale esistenza, quale eternità? – mi chiedo. Non c’è tempo per la pace in questo mondo divorato dalla guerra, né per la resurrezione dopo il giudizio, dopo il riscatto di Cristo. La storia è stata già scritta su un fascio di pagine così importanti, così sofferte, così attese, che ormai non c’è più modo di cancellarle. Le abbiamo scritte, lette e declamate, le abbiamo urlate e sperperate per intero, nel bene e nel male, tutte in una manciata di pochi secondi, briciole di quel tempo incommensurabile che è la nostra vita. Un po’ come quei giornali che una volta letti, o appena sfogliati, vengono abbandonati sulle panchine delle stazioni, sui sedili dei treni e dei mezzi pubblici, nei cestini dei rifiuti, o peggio, stracciati e utilizzati nei modi più diversi.
Michail dice che ci sono due diversi modi di interpretare la storia, i fatti di cronaca, l’economia, la politica: nei tempi buoni, quando tutto, pressappoco fila liscio, la si deve leggere con disinvoltura e un pizzico di superficialità, più o meno come passatempo o una giornata passata alla fiera delle illusioni. E un altro, nei tempi difficili, di crisi, di carestia, in occasione di insurrezioni, di guerre, da farsi con cipiglio, profondità, scrupolosità, fermezza, e cercare di dare qualcosa di personale, di apportare qualcosa di costruttivo, affidarsi a un qualche elemento reale che dia la sicurezza di non dover ricominciare dal nulla, anche se poi ci si accorge che la storia, scritta o non scritta, è tutta intrisa di sangue.
Ah Michail che disdetta!, e io che pensavo di poter appagare l’inconfessabile desiderio di scrivere chissà quali verità? E invece mi ritrovo di fronte a un diario inviolato, sul quale non si tratta più di raccontare, ma di inventare qualcosa di diverso, che so, aneddoti o forse aforismi, di tendere la mano e cogliere dal nulla il senso delle cose, di creare in astratto qualcosa che sappia di verità, obiettività, attendibilità, sincerità.
Ed eccomi ancora qui, di nuovo a biasimare questa società pusillanime, con riprovazione per questo mondo portato allo stremo, che quasi provo vergogna di starti di fronte e guardare negli occhi, i tuoi occhi Michail, così veri, che sempre vedo davanti a me.
Sento una campanella, in lontananza, ci dev’essere una stazione da qualche parte. Michail sei lì che mi aspetti, è il tuo treno che arriva, che parte, sono in ritardo, sei appena disceso che già riparti, da dove e per dove non lo saprò mai. Chissà, forse potrei trovarvi riparo anch’io, sono così stanco e infreddolito che sento le membra cedere a ogni passo.
Aspetta, mi scappa di far pipì, la sento scendere fin dentro i pantaloni, mi scalda. Ma è sangue quello, una striscia di sangue che mi lascio dietro, sulla neve bianca. Devo fare in fretta, i lupi sentiranno presto il suo odore, arriveranno in branco.
Oh Michail, Michail aspettami. Fai suonare ancora una volta la campanella, mi indicherà la strada, la stazione dev’essere vicina, ormai. Guardo l’ora sul tuo vecchio orologio e mi accorgo che non ha lancette, solo un quadrante vuoto che non dice niente, che mi informa che il tempo è scaduto. Proseguo barcollando attraverso il piano, il freddo è intenso, pungente, sono lame di sciabole le raffiche di vento sul mio viso. Laggiù un guizzo, un balenio di luce, una porta si apre, n’esce qualcuno …
Michail, oh Michail, se davvero fossi tu a venirmi incontro sarei l’uomo più felice della terra.
Il fischio del capostazione avverte che il treno sta partendo. Ecco, si chiudono le porte dei vagoni, un clangore di ferro, il vapore della locomotiva dilata per un istante il nevischio, lo spazza via ed esso si leva nell’aria. Michail ti prego aspettami sto arrivando!
M’investe una folata di neve, sento lo sferragliare del treno allontanarsi nella bufera.
Non mi rimane che aspettare il prossimo, la sala d’attesa della Stazione è buia e dentro non c’è nessuno. Aspetterò qui, al riparo dal freddo e dai lupi. Dalla finestra aperta sulla notte entra uno soffio gelido da far tremare le ossa, uno spiffero audace che ulula sotto la porta chiusa. Un ululato di fame, di dolore che annebbia la vista, di morte che s’avvicina. I lupi non sono là fuori, qualcosa li ha spinti a mettersi sulle mie tracce, sono dentro di me, impossibile scacciarli o metterli a tacere.
Ma perché non hanno chiuso quell’abbaino lassù? Michail dice che la morte è solo un passaggio, un valico da superare, e io gli credo, però se mi guardo indietro non mi è facile accettare quanto m’incombe. Come in un monologo ossessionante, sconcerta più ancora che non avvinca.
Sento urgente il bisogno di convenire a un più sincero rapporto con la vita, giustificare davanti alla morte la terrificante conclusione a cui sono giunto. Ciò che dal cieco egoismo trasale al sublime altruismo, non fa che riscattare gli errori del passato di fronte a Dio, ma agli occhi degli uomini gli errori commessi non svincolano dal dissidio angoscioso contro lo scrittore (ch’io sono), il cui appassionato attaccamento alla verità, contro le ambizioni e le speranze di tutta una vita, non mi esime dal vivere in mezzo alla menzogna che in un modo o nell’altro adesso mi spinge al cospetto della morte.
Non ci si prepara mai abbastanza ad affrontare la morte Michail, amico mio. Se fosse sonno l’aspetterei contento, disteso sul sedile di questa sala d’attesa, avvolto nei fogli di un giornale che trovo sparsi a terra e che non leggerò mai, perché ho smarrito gli occhiali e al buio comunque non ci si vede. Stento a comprendere il senso di ciò che mi accade, ma se il trapasso avvenisse in sogno, vorrei che fosse nel bosco delle betulle, a primavera, quando ancora la chioma è rada, e già il profumo delle sue foglie irrora l’aria e avvolge ogni cosa … O forse, in autunno, quando i colori si fanno rossi d’orgoglio, e il legno dei tronchi rimanda l’essenza rara che risana.
Ecco Michail, provvedi che il mio desiderio s’avveri, quando mi addormenterò trasportato da questi pensieri. Per un momento stento a capire dove mi trovo. Sento di voler distendermi su questo letto di foglie, ingiallite, un po’ rosse, completamente vestito e con gli stivali ai piedi. Sai Michail, è strano, ma non provo ansia né paura. Ma tu dimmi, come sapevi dove trovarmi? Già, che sciocco che sono, non c’è angolo di stazione da Mosca ai Balcani che tu non conosca come le tue tasche, non c’è vagone ferroviario che tu non abbia visitato …
Oh, e lei chi è, così vestito a festa? – chiedo nella perplessità.
Sei tu Michail, quasi non ti riconosco!?.
Oh non dirmi, tieni l’indice sulle labbra per impormi il silenzio, perché? … che forse qualcuno ci sta ascoltando?
Certo che sì, che forse tu non senti il richiamo? Vieni Nikolaevič il bosco delle betulle ci aspetta, è lì che andiamo! – dice Michail avviando il passo davanti a me.
Ti prego Michail aspettami! Non vedi, faccio fatica a tenere il passo … che già le forze mi vengono meno.
Che strano Michail, mi si chiudono gli occhi per la stanchezza … Ah, se sono stanco, davvero sono molto stanco, sento che sto per addormentarmi.
Su dai vieni Nikolaevič, siamo ad un passo, il bosco delle betulle è lì che ci aspetta … che forse non senti il frusciare allegro delle sue foglie al vento dell’autunno che viene?
Oh certo, siamo ancora in autunno Michail, non è vero?
Sì, un bellissimo autunno

… e dire che quest'anno non è ancora caduta la neve.

*

Osho: Book of Wisdom

 

 

'Only with the unknowable are you thrilled

with the wonder of life and existence.

Suddenly a song is born in your heart...

a song that cannot be contained,

a song that starts overflowing,

a song that starts searching others.'

 

'In the light of the morning

as the new man arises

as we dance, and we sing

in the sun and the rain.

In the light of the morning

as thenew man arises

every living thing, osho

is whispering your name.'

 

 

 

OSHO - Book of Winsdom

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Mawlānā Jalāl al-dīn Rūmī

'Di là dalle idee, di là da ciò che è giusto e ingiusto, c’è un luogo. Incontriamoci là'

 

'Quando cerchi Dio, Dio è lo sguardo dei tuoi occhi'.

 

Mawlānā Jalāl al-Dīn Rūmī (persiano: مولانا‎‎ [moulɒːnɒː]) noto in Iran e Afghanistan (Balkh, 30 settembre 1207 – Konya, 17 dicembre 1273) era un ulema, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico. Fondatore della confraternita sufi dei 'dervisci ruotanti' (Mevlevi), è oggi considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana. In seguito alla sua dipartita i suoi seguaci si organizzarono nell'ordine Mevlevi, i cui riti rappresentano un tentavano di raggiungere stati meditativi per mezzo di danze rituali.

 

Bibliografia:

'L'amore è uno straniero', poesie scelte, traduzioni e revisione a cura di Kabir Hedmund Helminski, traduzione in italiano di Giapaolo Fiorentini, Roma: Ubaldini Editore - Casa Editrice Astrolabio 2000

 

'Mathnawì', Il più grande poema mistico dell'umanità, 6 voll., traduzione in italiano di Gabriele Mandel Khàn, vicario generale per l'Italia della Confraternita sufi Jerrahi Halveti, Milano: Bompiani.

 

'Rumi - Poesie Mistiche' a cura di Alessandro Bausani, BUR 2016 (ristampa).

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Aliens and Dragons

CIRCOLO DELLE QUINTE, ROMA - OGGI ORE 21.00

'ALIENS AND DRAGONS' con

MARIE INCONTRERA piano, composizione
MARCO COLONNA sax baritono, composizione

Esistono luoghi in musica dove i confini sono indefiniti , dove le definizioni sono obsolete e per questo inutili.

Sotto le ali del pensiero di Fred Ho, si incontrano per la prima volta Marie Incontrera e Marco Colonna. E si incontrano sul territorio della composizione, del rigore e dell'immaginazione. Dove contemporaneo e jazz si incontrano , dove tradizione e spinta creativa si alimentano e dove l'interpretazione non può non essere un gesto di amore.
MARIE INCONTRERA è una giovane compositrice e bandleader americana. Ha vinto numerosi concorsi ed ha ricevuto numerosi premi per la sua attività di compositrice (Remakable thatre Art Song Competition, Vocalessence, Miriam Godeon Composition Award) I suoi lavori sono stati eseguiti nei più importanti teatri di oltroceano com Carnegie Hall, Symphony Space,ANALOGarts, Brooklyn Art Song Society, ANKAI Dance Theatre.

Studentessa di Fred Ho ne raccoglie l'eredità compositiva e di bandleader, a capo della Eco Music Big Band , gruppo variabile che oltre alle sue composizioni, si pone l'obiettivo di essere strumento per le nuove generazioni di composito ri per Big Band.

MARCO COLONNA è nato a Roma il 21 Dicembre 1978 dopo anni di attività nei più vari ambiti musicali, concerti in tutto il Mondo dalla Malesia agli Stati Uniti, frequentando Jazz, Folk, Musica Contemporanea è considerato oggi uno dei giovani talenti della musica di ricerca in Italia. Luigi Onori (giornalista del Manifesto) lo definisce uno dei migliori creaori di musica della sua generazione. Dal 2014 porta avanti lo studio della vita e delle opere del bariton sassofonista FRED HO, di cui diviene uno dei pochissimi interpreti e incide lavori e scrivi articoli dedicati alla sua figura e alla sua musica. Grazie a questo lavoro entra in contatto con Marie Incontrera e fonda il duo Aliens and Dragons, dedicato attraverso l'interpretazione e la composizione ad approfondire la lezione del sassofonista sino americano. Con questo lavoro sul sax baritono diviene endorser della ditta italiana Rampone e Cazzani.

posti limitati, prenotare a laura.urbani25@gmail.com

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Uccellagioni ..insoliti connubi.

Uccellagioni (..insoliti connubi.)

 

Simone l’aveva lasciato per uno scrittore di genere preferendo una vita agiata e più distensiva anche se noiosa, a quella ugualmente agiata ma tumultuosa che aveva sostenuta con Jacques, fatta di molti ‘contrasti’, scorribande notturne, per via di certe pulsioni sessuali che aveva scoperto nel suo entourage amicale. Jacques, nonostante la loro relazione non funzionasse più da un pezzo, era deciso a non cedere alla depressione che certamente l'avrebbe colto, se mai ve ne fosse stato il pericolo, per abbandonarsi a un’attività sessuale sfrenata che andava sostituendo al suo orgoglio ferito, spalmandosi sul letto di chiunque gli capitasse a tiro.

Per chi lo conosceva nessuno avrebbe pensato che il loro menàge potesse finire, in ragione di una concezione altruistica che l’uno svolgeva a favore dell’altra e viceversa. Tornato single Jacques riprese a esercitare il suo ruolo bisex conducendosi nottetempo all’Harry’s Bar, dov’era sempre possibile incontrare una moglie prezzolata in cerca di ‘divergenze’ serali, un affarista volenteroso di assaporare il rischio di un rapporto ad ‘alta tensione’ o, anche, un turista di passaggio per un incontro casuale e comunque temperato da una forte attrattiva sessuale. Era quello il terreno prolifico del suo bracconaggio finalizzato alla cattura indiscriminata di selvaggina volatile come le ‘passere’ e gli ‘uccelli di passo’ che accalappiava con sistemi sofisticati di seduzione.

Uno di questi scaturiva dalla sua presenza fisica aitante, dal portamento altero della sua eleganza finto-casual e, ovviamente, dal suo sorriso smagliante molto apprezzato. Per non dire del suo sguardo accattivante che spogliava completamente il manichino umano che si trovava di fronte, lasciandolo nudo con le sue timidezze e le sue vergogne, senza pudore alcuno. La sua tenacia era paragonabile a quella di un segugio pronto allo scatto in avanti simultaneo al colpo di fucile che s’apprestava a tirare da dietro le sue occhiate, e che lasciava la preda intimorita e indifesa che prima o poi cedeva nel ricambiargli il sorriso, o avvicinandolo per sentire l’odore del suo corpo virile.

Seppure talvolta era incappato in qualche sorpresa imbarazzante Jacques non si limitava al puro e semplice atto sessuale, scavava in profondità nell’inconscio delle sue prede mettendo in pratica una tecnica antica quanto il mondo, dedicandosi all’ascolto e, al momento opportuno, affascinare con la sua dialettica forbita di frasi ruvide e al tempo stesso garbate che graffiavano l’anima. Simone era una ragazza avvenente, Jacques l’aveva incontrata a un party in casa di amici e subito fra loro era scattata quell’intesa che portava alla consequenziale ‘proposta indecente’ di scopare sussurrata all’orecchio e che come risposta scaturì nel prendersi per mano e salire la scala che portava alle stanze da letto.

Entrambi eccitatissimi si erano avvinghiati ancora vestiti per poi gettare all’aria ogni indumento perfino quelli più intimi. Jacques l’aveva presa tra le braccia vigorose e lei, più esile, aveva misurato il suo corpo su quello prestante ed energico di lui, e solo quando riuscì a sdraiarlo supino gli era salita cavalcioni, impalandosi sul suo cazzo nerboruto, teso all’inverosimile, pari a un obelisco egizio per una Cleopazza invasata. “Vengo …vengo!" – gridava fuori di sé da superare la musica già ad alto volume che arrivava dalle stanze di sotto, e quello divenne il ritornello della serata. “Vengo vengo!", gridarono gli amici in coro, scandito sul tempo della musica, allorché Simone ridiscese la scala accolta da un applauso interminabile.

Con Suzanne era andata diversamente, lei era la moglie scandinava di Michael, intimo amico di Jacques che quella sera lo avevano invitato a cena. Quando Jacques arrivò da loro si trovò nel mezzo di una lite furente, perché Suzanne aveva deciso di fare le vacanze estive da sola sull’isola greca di Mikonos mentre Michael pensava di andare in montagna in Engadina per un periodo di riposo che diceva gli avrebbe permesso di smaltire la momentanea stancheza fisiologica. Jacques non comprese quale fosse l’oggetto del contendere e non afferrò la ragione dell’inutile diverbio. Per quanto gli concerneva entrambi avrebbe potuto fare le proprie vacanze separate, per poi ritrovarsi insieme una volta di ritorno.

Michael insisteva che per nessuna ragione al mondo egli sarebbe finito nella bolgia di Mikonos mentre Suzanne che mai e poi mai si sarebbe suicidata in una scarpata in Engandina, non ne vedeva la ragione. Tuttavia nessuno dei due sembrava cedere alla volontà dell’altro e a Jacques sembrò un inutile perdita di tempo, allorché se ne andò filato, lasciandoli basiti sulla porta di casa. Non fu così semplice, infatti, una volta tornato nel suo appartamento, non senza aver chiuso la serata in bellezza, passata ad uccellarsi con un ragazzo aitante di nome Curt incontrato nel parco centrale della città, trovò un certo numero di telefonate dei due nella segreteria, che ascoltò ma alle quali non rispose.

In una di queste in particolare Michael gli diceva di aver scatenato quell’inferno di scenata quasi appositamente per passare da qualche parte le vacanze da solo con lui, e rinverdire certe seduzioni sado-maso che dilettavano entrambi. In un’altra ancora, Suzanne lo invitava ad una crociera nel Mediterraneo dove, prometteva, prestazioni sessuali tali da far ingelosire l’intero harem del gran sultano. 'Per cui Mikonos?' – si chiese Jacques, altro non era se non un diversivo per distogliere Michael e lasciarlo andare in vacanza da solo. Lo apprese in un’altra telefonata lasciata nella segreteria dalla stessa Suzanne, in cui lo ravvisava che in ogni caso avrebbe dovuto lasciarsi condurre nella sofisticata perversione erotico-sessuale da lei escogitata, "..di farti il culo Jacques!". 

Jacques si rammentò della sua prima volta alquanto bestiale con Abel, il ragazzo bruno di pelle che con quel preciso proposito non aveva esitato a sfoggiare il suo fuori misura di 24cm. davvero invidiabile quanto appetibile, insaccato come un cotechino della migliore qualità e che in principio lo mise in difficoltà sul ‘che fare?’: se ‘farlo a fette prima di mangiarlo’ oppure ‘inginocchiarsi a pregare’ ma che poi, nell’impossibilità di introdurselo da qualche parte l'aveva fatto optare per la seconda, per quanto non gli fosse dispiaciuto provarci. Subito si erano ritrovati capovolti l’uno con la testa tra le gambe dell’altro leccandosi a più non posso: dai testicoli rigonfi al cordolo spermatico e su fino al glande arrossato di entrambi.

Per poi ridiscendere e affondare la lingua nel buco nero nascosto fra le chiappe sode di Abel che Jacques nel frattempo aveva fatto girare sul dorso. Un primo affondo energico aveva procurato a Jacques una lieve emissione di liquido lubrificante che gli aveva permesso dapprima di ritardare ripetutatamente di godere e infine proseguire trionfante alla meta, fino al raggiungimento dell’esplosione spermatica dilagata nelle viscere di Abel, che l'aveva fatto sussultare di piacere. Era quella la sua tecnica ricercata di lasciare che la goduria 'affogasse' nell'estrema liquidità del piacere, come di un sentimento che avvolge in pieno la sua controparte, preda prescelta di un reiterato olocausto. 

Il problema si presentò quando Abel decise ch’era il suo turno e Jacques si rese conto ben presto di non avere scampo, che il suo timore di essere impalato sarebbe inevitabilmente avvenuto. Ma ciò riguardava il passato e quindi passato nel dimenticatoio, tutto sarebbe ancora potuto accadere. Il suo essere scettico lo lasciava però nel dubbio su cosa rispondere a Michael? E Simone cosa avrebbe detto se lo fosse venuto a sapere? Di certo l'offerta di Suzanne si presentava intrigante, stuzzicava la sua perversa curiosità. Nel dubbio - si disse - quello di fare un nuovo 'gioco erotico' indubbiamente gli avrebbe spalancato le porte a nuovi e inconsueti piaceri, comunque valeva la candela.  

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’The Night Train’ - ... l’incognita dell’ora

The Night Train (l’incognita dell’ora).

 

George ti ricordi di Brian? Chiede Ann mentre alla guida dell’auto sfreccia nella notte accompagnandomi alla stazione dei treni. Si, certo. Pensa, è stato trovato ucciso, lo sapevi? No, da chi? Non si è ancora saputo. Peccato, un bravo attore da quel che si diceva in giro. Io non credo si tratti davvero di un omicidio, non ne sono affatto convinta. Brian mi ha sempre detto che l’avrebbe fatta finita il giorno in cui non avesse provato più nessun sentimento nei confronti di qualcuno. Di solito chi si suicida lascia qualcosa di scritto. Che io sappia Brian non ha lasciato alcun biglietto, e dire che era uno che andava sempre a fondo nelle cose. Più a fondo di così! La verità è che non riesco a farmene una ragione. A proposito dovremmo ormai esserci vicini. Vicini a cosa? Ma George dov’altro se non alla stazione, si da il caso che devi prendere un treno! Esclama, nel preciso momento in cui ferma l’auto davanti a uno stabile che sembra la facciata di un municipio.

Eccoti giunto a destinazione. Ann ti prego dimmi che è uno scherzo che non intendi sposarmi davvero? Non illuderti George, non basta una sana scopata ogni tanto perché qualcuno ti chieda di sposarti, ci vuole ben altro. Meglio non approfondire, mi dico. No aspetta, un bacio, addio George! Addio? Il tempo di rivolgerle la domanda che l’auto riparte. In breve Ann mi ha appena scaricato con il mio bagaglio d’orgoglio, con la mia mascolinità avvizzita, della quale mi è sembrato non sapesse cosa farsene. Mi guardo intorno perplesso in cerca di un orologio che non c’è. Che ore saranno, mi chiedo. Non credo di aver mai visto prima d’ora una stazione ferroviaria senza un orologio. Il mio, quello da polso, è fermo a causa della pila scarica. Poiché l’orario dei treni è impostato sulle coincidenze, è per me indispensabile sapere se sono in orario, o almeno a che ora è previsto che passi.

Suono ripetutamente il campanello di chiamata, senza che nessuno arrivi. Per favore, c’è qualcuno qui? Cosa c’è, perché di tanto suonare non sono mica sordo? Beh, non vedendo nessuno, ho pensato ... Ero occupato in una necessità corporea. A lei non capita mai? Aspetti di avere gli anni che ho io, poi se ne accorgerà. Ha mai fatto un controllo della prostata? Beh, lo faccia, poi ne riparliamo. Mi scusi, volevo solo un’informazione. Ci mancherebbe altro, vista l’ora. Perché, che ora è. È notte, non se n’è accorto? Dovrei prendere un treno per Londra. Spiacente non c’è alcun treno. In questa stazione i treni per la capitale non si fermano, passano e basta. A meno che lei non intenda prenderlo in corsa? Scherza, non ci penso nemmeno. Tanto non glielo lascerei prendere dice, mostrando una pistola che punta nella mia direzione. Per favore metta via quell’arma, non vorrà mica farmi paura? Guardi che è carica. Vede, basta ch’io prema il grilletto e bum, la stendo freddo sul pavimento.

Per carità non complichiamoci la vita ulteriormente che è già complicata così com’è. A chi lo dice, se sapesse cosa mi è capitato. Cosa? Oh, non oso dirglielo. Era più o meno quest’ora, proprio qui, nella toilette della stazione. Drogati? Peggio! Ho assistito a un omicidio. Davvero, e quando? Circa un mese fa. Un uomo distinto, più o meno della sua età, prima ha chiesto un’informazione di un treno per Londra, proprio come lei, poi ha voluto che gli indicassi la toilette che è la in fondo. Lei per caso deve andare alla toilette? No, grazie. Beh, semmai vi andrà dopo. Io, veramente, vorrei sapere a che ora passa il prossimo ... È caro mio, non è detto che il prossimo passi di qua, nessuno è in grado di prevedere il futuro. Figurarsi se io... ma non lo pensi neppure, come le ho già detto devo assolutamente essere in città domattina e so che c’è un treno ...

È stato soppresso. Non mi dica, da quando? Da sempre. Da qui passa un solo treno durante la notte, tutte le notti, che per questo ho chiamato “the night train”, e fa un’unica fermata a Brentwood, in coincidenza con quello diretto a Londra. Ma non ricordo se è già passato o se deve ancora passare, capirà con i problemi che mi da la prostata sono costretto ad assentarmi spesso. Ma lei può aspettarlo nella sala d’attesa, tanto non c’è nient’altro da fare, se è già passato, pazienza se ne farà una ragione, e se non è ancora passato può sempre sperare che passi, prima o poi. Posso sapere almeno che ore sono? Spiacente l’orologio della stazione è in riparazione. Lei non ha un orologio da polso, che so, da taschino? No, avevo quello del mio povero papà, ma quando si è rotto non c’è stato verso di poterlo aggiustare. Prenda pure posto sulla panca la raggiungo subito, devo prima tornare alla toilette, lei mi capisce. Faccia pure con comodo, a quanto pare non c’è fretta.

Dopo qualche minuto è di ritorno. Come le dicevo poco fa un uomo distinto, più o meno della sua età, prima ha chiesto un’informazione su un treno per Londra, proprio come lei, poi ha voluto che gli indicassi la toilette che è la in fondo. È certo di non dover andare alla toilette? No, grazie. Vorrà dire che vi andrà dopo. Quando a un certo punto, mi sono reso conto di non averlo più visto uscire. E dire che quella volta il convoglio era passato in orario. Volevo che lo sapesse, volevo dirgli di persona che aveva appena perso “the night train”, il primo e l’ultimo treno della notte. Sono sceso per la scala e quando ho aperto la porta l’ho visto in terra, rovesciato in una pozza di sangue. Aveva ancora la pistola in pugno, con la quale si era fatto saltare le cervella. Fatto curioso non mi è sembrato l’uomo che poco prima era andato alla toilette. Questo era più giovane, certamente molto più giovane di lei. Sembra si chiamasse Brian.

Ha detto Brian? Mi scusi, Brian come? Oh adesso non ricordo, ma che fa, alla fine un Brian vale l’altro. Ovviamente ho chiamato subito la Polizia, perché quell’uomo, quello che era andato alla toilette, poteva ancora trovarsi li dentro. Fatto è che la Polizia non ha creduto alla messinscena del suicidio. Di certo era stato quell’uomo a ucciderlo. Quell’uomo chi? Ma quello che mi ha chiesto di andare alla toilette. E lo hanno preso? Macché, non è stato trovato nessuno nella toilette, né nel deposito bagagli della stazione, né altrove. Perché c’è un deposito bagagli in questa stazione. Certo che non c’è. Qui non si deposita niente di niente, e non mi chieda di tenergli la sua borsa neppure per un attimo. Anche volessi non potrei tenergliela, neppure se adesso mi dicesse di voler andare alla toilette. Lo dice il regolamento. Tranquillo, non glielo chiedo, almeno posso poggiarla qui sopra? Si, ma non me la lasci lì se decide di andare alla toilette. Lei non sa cosa mi è capitato a proposito del bagaglio, ci sarebbe da scrivere un libro.

Non è quello di cui mi occupo. Dunque lei non è uno scrittore e nemmeno un giornalista? Pensi che l’avevo scambiata per uno di quelli, sa? E no, non glielo direi mica a un giornalista quello che è successo al deposito bagagli, è capace di sbattermi in prima pagina con tanto di nome e cognome. No, no, se permette ne vale la mia reputazione. Le prometto che la sua reputazione non sarà affatto compromessa. Mi da la sua parola? Certamente, mi dia la mano. D’accordo, allora le racconto che cosa è successo dopo. Quell’uomo... Quale? Quello che doveva andare alla toilette mi chiese di tenergli la borsa che poi sarebbe tornato a prenderla. Detto tra noi mi ha dato una lauta mancia, venti sterline. Ho capito bene, ha detto venti ster-li-ne?, davvero una bella cifra per tenergli una borsa che poi non è tornato a prendere. Chi glielo ha detto? Lei lo ha detto. No, pensavo, perché la Polizia non arriva a tanto. Ma che dice, la Polizia? E lei non gli ha detto della borsa? Non avrei potuto. Perché, si spieghi.

Vede, è una questione di privacy, lo dice il regolamento delle ferrovie: “È consentito restituire il bagaglio in deposito solo in presenza del corrispettivo scontrino rilasciato dall’ente depositario”. Quindi? La Polizia non poteva richiedere il suo bagaglio, perché non aveva il corrispettivo scontrino, come avrebbe potuto? Perché no? Ma perché io non glielo avevo ancora rilasciato lo scontrino, le pare? Anche perché quell’uomo poteva tornare a riprenderselo, lei comprende, per venti sterline dovrei tenerlo in deposito almeno per i prossimi tre anni. Così, andando a curiosare nella borsa ho trovato qualcosa che di certo non m’aspettavo di trovare, la pistola che le ho appena mostrato. Quella pistola? Si, quella. C’è però una cosa che ancora non riesco a mettere bene a fuoco. Beh, trattandosi di una pistola, è comprensibile se non si ha una qualche dimestichezza con le armi. Non è questo, si tratta di un rompicapo che ancora non so disbrigare. Mi dica.

Ecco, se l’uomo ha lasciato in deposito la borsa con la pistola, come ha potuto uccidere l’altro, quel Brian, e poi mettergli la pistola in mano da farlo sembrare un suicidio? Non la seguo. Mi comprenda, a quell’ora tarda della notte, potevo essere andato alla toilette mentre l’uomo usciva senza essere visto. Forse ne aveva due. Di cosa? Di pistole. Potrebbe averle consegnato la borsa con la pistola tornando dalla toilette e non prima di andarvi. Già, perché chiedermelo allora? Cosa? Dove si trova la toilette? Io non gliel’ho ancora chiesto. Fatto è che non l’ha visto uscire, quindi? È ovvio, se non può dire di averlo visto uscire, non può dire che sia stato lui ad uccidere quel Brian. Certo, è ovvio. Lei è certo che non fosse l’uomo trovato nella toilette ad averle consegnato la borsa con la pistola? Quel Brian? Perché no? Se ha registrato il deposito può risalire facilmente al suo nome, non le pare? Non l’ho fatto. Per via delle venti sterline? Nient’affatto, ma come si permette? Mi scusi non intendevo offenderla.

Le ho appena detto ch’era notte fonda quando quell’uomo mi ha chiesto dove fosse la toilette. Ho pensato a una qualche urgenza, e che avrei potuto dirglielo quando sarebbe tornato dalla toilette, dopo aver ... Non c’è bisogno di entrare in particolari, la comprendo benissimo. Scusi, ma non dirgli cosa? Ma che in questa stazione non c’è un deposito bagagli! Perciò, non avendolo visto tornare ho pensato di andarlo a sollecitare, anche perché il treno sarebbe dovuto arrivare di li a poco. A che ora? Saranno state le ventitré e trenta in punto o forse un quarto alla mezzanotte. È quella l’ora in cui di solito passa il treno? All’incirca. Adesso che ore sono? Non ne ho la più pallida idea, ma ormai dovrebbe essere qui. Allora sarà bene che raggiunga il binario, altrimenti rischio di perderlo. Lei per caso non deve andare alla toilette, magari solo per dare una sbirciatina? No, comunque grazie per l’interessamento. Beh, deve scusarmi, se io devo tornarvi di nuovo. Non c’è di che, le pare. Brentwood, si ricordi, deve scendere e prendere la coincidenza per Londra. Buonanotte!

Buonanotte, ripeto. Fuori s’è alzata la nebbia. Seguendo il mio innato senso d’orientamento mi posiziono sul primo binario, direzione Ovest. Sono appena arrivato che già sento uno sferragliare metallico, quando il mostro d’acciaio quasi mi spaventa sbucando improvviso fendendo la nebbia. Giusto in tempo! - esclamo, mentre il portello si apre proprio davanti a me. Il vagone è avvolto nella penombra. La luce di servizio del corridoio illumina appena i diversi scomparti. Entro nel primo che mi capita, a caso, senza scegliere. È vuoto, mi siedo in direzione di corsa sul sedile di velluto rosso. Poso accanto a me la borsa che ormai pesa da morire. Devo essere davvero molto stanco se accuso il peso della mia borsa, mi dico. Dopo qualche istante sono preso da un colpo di sonno. Non sapendo se “the night train” ferma definitivamente a Brentwood o prosegue, mi dico che forse è meglio se resto sveglio, in modo da non correre il rischio di perdere la coincidenza.

Il biglietto? Apro la borsa in cerca del biglietto, quando avverto qualcosa di metallico sul fondo. Oh, My Good! Ma è la pistola, quella pistola! Quel losco esemplare di mentecatto quindi me l’ha tirata, alla fine se n’è liberato. Altro che prostata! Accidenti, impreco, con tutto quel chiacchierare quell’uomo mi ha confuso le idee e al dunque ho dimenticato di chiedergli il biglietto. E comunque è bene che prepari il denaro necessario per acquistarlo all’arrivo del Controllore. Inutile dire che del Controllore non si è vista neppure l’ombra. Quando invece entra un individuo magro con gli occhiali, vestito di nero e prende posto sul sedile di fronte al mio, tenendo in grembo una grossa zucca color arancio con la faccia intagliata che ride. Dice di essere diretto a Brentwood per la festa di Halloween.

Incredibile, dice di chiamarsi Brian, e ride, ride forte, ripetutamente, mostrandomi tutti i suoi denti. È spaventoso, la somiglianza con l’altro Brian m’inquieta. Giura che non sei morto? No, ma sto andando alla festa dei morti, dice ridendo ancora più forte. Ah ah ah! Non è buffo? Che cosa? Che mi viene da ridere intendo. Provo un brivido dietro la schiena. Vedendo che io non rido, si quieta, pur sempre tenendo in mano quella zucca che continua a ridere imperterrita. Mi scusi, posso chiederle dove sta andando? - dice. No sa perché, ha l’aria di chi stia fuggendo da qualcuno. La domanda è causa del riaffacciarsi in me di un dubbio rimosso. Non è una fuga la tua, vero George? Direi di no, avevo risposto poco prima ad Ann che distrattamente me lo aveva chiesto. Su lo ammetta, una fuga attraverso la notte o magari dentro la notte, chi può dirlo? Forse si, lo è, mi dico anche se non voglio ammetterlo, che stia fuggendo da me stesso?

C’è sempre una colpa da cui dover fuggire, mi dico. Sebbene, vista da un altro punto di vista un'affermazione siffatta potrebbe dare adito a una qualche oscura ragione, per cui intraprendere una fuga sarebbe più che mai legittimo. Ah ah ah, che buffo! - esclama ancora Brian. Ah ah ah, gli fa eco sfacciatamente la zucca, con la sua boccaccia aperta color rosso sangue. Sono percorso da un brivido! Non so come, lo sparo parte spontaneo, impulsivo. Bam, centrato! Brian cade riverso nell’angusto spazio dello scompartimento, e finalmente m’impossesso di quella volgare zucca e con avidità la sbrano.

Categorico mi giunge all’orecchio l’annuncio del Capostazione: Brentwood!!!!!!

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IL COBRA E LA FARFALLA ... Rosaura chi?

IL COBRA E LA FARFALLA

 

Il cobra e la farfalla ... Rosaura chi?

Un’altra volta chiama prima di arrivare! Ma se ti avessi chiamato avrei perso la sorpresa di trovarti nuda. Bel colpo d’occhio, credimi. Niente da ridire sull'armonia delle tue gambe, due perfetti calici colmi di champagne per un brindisi alla patonza. Patonza? Sì, quella. Per non dire delle chiappe, rosate come un granbiscotto appena affettato, piene e armoniose, che sembrano il frutto di attente riflessioni che esulano dallo scrupoloso osservarti, per rivolgersi a pratiche a dir poco oscene, quanto ingorde, degne di un opificio di insaccati: dal prosciutto dolce, al culatello, alla lonza (che fa rima con patonza). Non c’è che dire Rosaura è molto più di un affascinante involucro femminile, con quel sorrisetto insolente che altera appena il disegno felice delle sue labbra carnose. Lei sì ha sicuramente trovato il mezzo per ingannare anche il demonio dei salami: dal Fabriano al Milano, alla nodosa corallina, ai coglioni di mulo. La pelle vellutata poi, lascia increduli per la sua bresaola naturalezza, anche merito del suo impegno a contrastare gli insulti del tempo. Perché il tempo che passa influisce eccome sullo spirito ribelle del salame. Che Rosaura è in gran forma lo si vede, il passo sicuro e il petto imperioso dal quale sbucano due poppe sode come due caci cavallo colme di latte ancora da scremare, meravigliose. Che fai ti rivesti? Però bello l'abito bianco! Ma no George non è un abito è solo il lenzuolo. Che sbadato! Neanche il mio è un pantalone, è solo il rivestimento del cazzo – dico, e trac lo scendo fino alle caviglie insieme alle mutande, mostrando la mia erezione incontrollata. Il viso di Rosaura subisce una metamorfosi rapidissima e s’illumina di gratitudine. Ama vedere l’uomo fornicare con la mente, filtrarle le vesti con gli occhi e i sensi estranei a tutto fuorché al modo di inneggiare al sesso. “Cos’è un pistola quella o sei soltanto felice di vedermi?” – dice lei, rifacendo il verso a una esplosiva Mae West vista al cinema. L’idea della pistola mi punzecchia. Incapace di muovermi, mostro un sorriso sciocco sulle labbra che, oltre all’intramontabile fascino e molte promesse, la dice lunga nell’acquisire onori. Rosaura mi rassicura col suo profumo di donna capace di inebriare, infilando una parola dietro l’altra con garbo, lasciando intravedere quel tanto capace di stimolare certi istinti, seppure con moderazione. Non ho più dubbi, mi abbandono al suo linguaggio forbito e all’affettuosa cordialità che ormai ci unisce. Sei una donna stupenda – gli sussurro nell’orecchio, quando mi prono su di lei e m’immergo nel lenzuolo che ha aperto lasciandosi vedere senza più veli. Salomè! – grido trovandola disposta a concedersi, come tuffato in una fontana di delizie, con gli occhi abbagliati dal sole, come immerso nell’acqua santa delle Esperidi … Mi ricorderò di queste parole, George, è una promessa. Poi un urlo, una mano alla gola, un cobra contro una farfalla – penso, mentre il mio cazzo sprofonda dibattendosi come un pesce all’amo. La seconda volta l’inganno mi coglie di sorpresa, mi fa vedere immagini deformate, per cui Rosaura, nonostante le solite affettive dicerie di certi momenti e certi slanci dovuti a particolari situazioni, si conduce pian piano verso mete più ambite. Mi rendo conto che vuole una maggiore considerazione. Come dire, più assetata di potere che di sesso. Nel frattempo noto qualcosa di cambiato in lei, mentre prona tra le mie gambe si dilunga in una pompa magnifica che sembra senza fine. Rosaura, aspetta! – non mi da il tempo di dire che già la sua lingua lambisce il succo che la bagna. Pausa. Forzata o no la ripresa è più dura che mai, ci vuole qualcosa per riprendermi! – dico. Un caffè? Perché no! – esclamo. È bell’è pronto, immediatamente, tu intanto riprenditi, come dire, rianimati! Ma non è l’anima che mi manca – penso nella solitudine della stanza – piuttosto sono i coglioni, che nella foga devono essere finiti in fondo al letto. Eccomi! Faccio spazio a Rosaura che torna col vassoio. Due tazzine due, due piattini due, due cucchiaini due, una zuccheriera di porcellana, un porta-biscuit in silver plate, il tutto di un gusto molto raffinato. L’odore fragrante e aromatico della miscela mi “rianima”, lo bevo con gusto. Rosaura, che ha indossato un'elegante sottoveste di raso perla, sembra raggiante, come pronta per la sua prima notte di sposa. Come la prima? – mi chiedo ma pur senza esagerare. Quando l’ultimo ritaglio di sole scende oltre la linea dell’orizzonte dei tetti, penso che non c’è ombra o tenebra capace di nascondere cosa sta succedendo sotto le lenzuola. Non credi che dovremmo ovviare alla noia George, e mettere la terza? Non pensi che dovresti concedermi qualche altra cosa? Sono timida lo sai, ma adesso sì, lo vorrei, fai tu. Allora che fai, dai, prendimi. Solitamente mi do lo sai. E già mi batte il cuore, lo senti? Che sia perché sono pazza di te? Dai, non ci avrei creduto … che tu ... volessi farlo ancora … che meraviglia! – dice sollevando il lenzuolo. Oh mamma mia, senti che gran casino, è come un cuore che batte, sembra rosso di vino! Tocco . . . sembra ancora più grosso! Dai, cosa vuoi che sia – dico voltandola di spalle e mettendola con le mani contro la spalliera del letto. George che fai? Non è come tu credi … quello è il buco del culo! Rosaura s’agita un poco e accusa l’affondo. Eh! Oh! – esclama, poi ride, ride, e ride ancora. Mi chiedo cosa avrà mai da ridere. Forse per le pacche che gli assesto sulle chiappe, poco più forti di massaggi, meno forti di risoluti schiaffi. Lei sa che se prende a me di ridere finisce che non la smettiamo più. Che dici mai George, già che ci siamo arriviamo fino in fondo. La prendo come una sfida. Lei sa che è come scavare in un pozzo senza fondo? E quando mi chiede se non ce n’è più, sono costretto ad ammettere che la sirena è suonata e il minatore sta ormai risalendo in superficie, anche se stavolta ha lasciato l’attrezzo del mestiere nell’alveo della miniera, portando indietro solo due palle di carbone. Spossato ma felice resto disteso nel letto godendomi il necessario riposo. Rosaura sparisce dietro la porta del bagno. A leccarsi le ferite – penso. In verità, librandosi nell’aria come una farfalla che ha avuto la meglio, sfuggendo al cobra che s’era eretto per agguantarla e che ormai s’è ammosciato, ridotto a un cencio di pelle senz’anima. Senza anima e senza pudore! - dico fra me mentre mi lascio prendere dal sonno ristoratore. Dopo un po’ Rosaura col sorriso sulle labbra mi sveglia dicendomi che s’è fatto tardi. Hallo George! Faccio per alzarmi quando mi accorgo che mi tremano le gambe. Mentre mi rivesto penso al solito regalino da lasciare sul comodino. Sai George, prima di andare c’è un conticino che dovresti saldare. Rosaura che vuol dire, prima ti accontentavi di un.. I tempi cambiano George, anche tu ti accontentavi del solito pompino, adesso invece.. Sì, ma qui c’è elencato il servizio di porcellana, la zuccheriera d’argento, il porta biscuit, la vestaglia di seta perla.. Be sai, da quando mi sono messa in proprio, per mantenermi così stupenda come tu dici, ho dovuto darmi un prezzo. All’anima del prezzo, con queste tariffe presto sarai campionessa d’incassi!

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’DISSOI LOGOI’ (..fammi ridere o fammi male)

Dissoi Logoi

 

George !!!!!!!!!!, ma dove sei? Sì Ann, sono qui che leggo il giornale, dimmi. Puoi dirmi il significato di ‘dissoi logoi’? Una locuzione dal greco per dire ragionamenti duplici. Vuole significare, allo stesso tempo? Il tempo in questo caso non ha alcuna importanza, ad esempio oggi piove ma per te che hai voglia di uscire potrebbe pure essere una bella giornata di pioggia. Stiamo sul polemico George? Non propriamente, tu hai fatto la domanda e io ti ho dato la risposta. Piuttosto perché non dici che non hai nessuna voglia di uscire? Per quanto mi riguarda non è affatto una buona giornata, piove e ci si deve munire dell’ombrello, ci si bagnano le scarpe, ci si raffredda, ci … Basta così George, vuol dire che uscirò da sola, a godermi in santa pace la mia bella giornata di pioggia. ‘Dissoi logoi’ appunto, che ancora una volta ci vedono ragionare sulla stessa cosa ma in modo diverso. Sii più esplicito. Pensi a un esempio pratico? Direi di sì. Ecco, sarebbe inclusivo/esclusivo tra la differenza che passa fra sex-appeal e seduzione, nonché tra eccitazione e orgasmo, a te la scelta mia cara. Indubbiamente la tua è un’ossessione senza possibilità di scampo, gira e rigira gli uomini vanno sempre a finire là. Gli uomini hai detto, devo pensare a qualcuno di mia conoscenza Ann? Sì certo, tu. E chi altro? Dimmelo tu. Ahhh, smettila George, non essere infingardo. D’accordo, facciamo un esempio pratico … tu stai leggendo ’50 sfumature di grigio’ un romanzo dalla copertina patinata affatto eloquente di quello che è il suo contenuto … Per caso, e sottolineo per caso, mi è capitato di sfogliarlo e di leggere di orgasmi ripetuti a sfinimento, moltiplicati con tanto di particolari aggiuntivi che non lasciano nulla all’immaginazione … Una sorta di manuale erotico che invita chi legge a misurarsi nell’interpretazione mercificata dei rispettivi ruoli, niente di così particolarmente nuovo se non un mixer-up di pamphlet di successo … E poi critichi in me le voglie diciamo ‘particolari’ volte a supplire la staticità del nostro amplesso (?) Ma George, ti prego! No, perché vedi Ann, i ‘dissoi logoi’ quei duplici discorsi di cui sopra spesso in antitesi fra loro, pongono un problema fondamentale: quello appunto dato dall’essere duplici che a fatica vogliono/devono farsi uno, pur procedendo lungo due parallele separate. Scusami George, mi sembra un’impresa improba, un assurdo inaccettabile. Certo che sì, ma perché nascondono almeno due prospettive apparentemente inconciliabili ... Attenzione Ann, solo apparentemente … Perché basterebbe che tu dicessi un sì … e i nostri punti di vista sul sesso, per esempio, troverebbero il loro punto d’incontro … Pensaci, è una possibilità questa che non proscrive l’erotismo a una qualità esclusivamente pornografica, non credi? Ciò in cui credo è qualcosa che solo la profondità dei sentimenti arriva a soddisfare. Sì certo, non può essere diverso da così se ti ostini a leggere le voglie vituperate della protagonista Anastasia che chiede quel ‘qualcosa di più’ convinta che il sesso per il sesso non le possa dare … Ma che ne sarà di Anastasia una volta superata la febbricitante ossessione letterario-sessuofobica che si ostina a portare avanti? … Spero solo che dopo le prime ‘cinquanta sfumature di grigio’ e poi le altre ‘cinquanta sfumature di nero’ e ancora ‘cinquanta sfumature di rosso’ per completare il sequel di 560 pagine ogni volta e più di 1500 amplessi per venire a capo della storia, sarai pronta ad assumerti tutte le scontate imprudenze che la tua eroina mette in scena quasi fossero parte di una tragedia che la colpisce. Aspetta Ann, com’è che la bella Anastasia si esprime nel primo pamphlet e che finge di non farcela: “Oddio... cos’ho fatto?” Crollo sul letto, con le scarpe e tutto, e mi metto a urlare. È un dolore indescrivibile... fisico, mentale... metafisico... È ovunque, mi si infiltra nelle ossa. Una tragedia. Questa è una tragedia, e sono stata io a provocarla. Nel profondo di me stessa, un pensiero spontaneo e sgradito arriva dalla mia dea interiore, che ha un ghigno sul volto... il dolore fisico delle cinghiate non è niente, niente in confronto a questa devastazione. Mi raggomitolo, stringendo disperatamente il fazzoletto di Taylor, e mi abbandono alla disperazione”. Ma è solo finzione e tu che leggi sai perfettamente che Anastasia sta fingendo, eppure, in fondo è proprio quello che vuole: 'La porta dell’avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C’è soltanto questa porta e ciò che v’è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamare nessuno in aiuto. Ho paura' – scrive Simone de Beauvoir in ‘Una donna spezzata’, un classico che ha fatto della liberazione femminile la sua bandiera, andando oltre la sottigliezza psicologica di identità, di ruolo, di prospettive che la teneva legata alla propria condizione di donna, per far fronte a una sconfitta senza appello, perché infine è alla paura mista al piacere che Anastasia sta cedendo. Quello che ogni donna (sensata) vuole, ovviamente. Tuttavia sussiste sempre una mediazione fra la propria vita e la vita dell’altro e questa riallinea, se vogliamo, l’orizzontalità del dialogo a due, non ti sembra George? È allora che l’allocuzione greca ‘dissoi logoi’ trova la sua applicazione; permette, se così si può dire, la possibilità di una ricomposizione di una sintesi reale e coerente di un dialogo, la proposta di un ritorno all’uno seppure precluso dall’inconciliabilità … Come dire che si può essere in accordo su qualcosa pur restando dei propri separati pareri. Un po’ come fanno i nostri amici Clara e Antony quando si dicono ‘separati in casa’, o forse calza meglio l’esempio di fare del sesso come ‘sana ginnastica da camera’ come facciamo noi. Mah George! Sì Ann, riprendimi pure, tante parole, forse troppe, per non dire nulla. Noi tutti, anche se lo neghiamo con virulenta passione, siamo prigionieri dei nostri contesti, così come la parola ci limita nel suo stesso pronunciarsi … Ti è mai capitato di dire una parola, una parola qualsiasi, e dopo renderti conto che quella parola detta non è stata in grado di esprimere appieno ciò che sentivi dentro e volevi veramente dire? Con ciò George stai dicendo che hai deciso di non uscire? Sì, no, perché vedi, il tutto è solo una ipotesi, ogni possibilità è data dalle circostanze le cui prospettive vengono costruite dalla fitta trama di interrelazioni dovute al contesto in cui a condizionare la scelta è questo dannato tempo, quella che tu dici essere una bella giornata di pioggia. Ho compreso George, non c’è bisogno che tu vada oltre il tuo dire. Non è il caso di prendersela più del dovuto … le nuvole, la pioggia, il vento fanno il proprio dovere; per il resto la casa è un ‘magico rifugio’, non lo credi anche tu? ‘Dissoi logoi’ George, restiamo in casa, del resto si è fatto tardi per qualsiasi altra cosa che non sia rifugiarsi sotto le coperte del letto, dai vieni! Ann, che cosa ti prende? Come Anastasia all’improvviso mi sento febbricitante di un’ossessione letterario – sessuofobica. Vieni a letto George e una buona volta smettila di parlare, piuttosto fammi ridere ... oppure, fammi male!

 

 

Dissoi Logoi

 

George!!! Yes Ann, are here that I read the newspaper, tell me. What are the 'dissoi logoi'? A locution from the Greek to say double reasonings. Does it want to mean at the same time? Here the time doesn't have any importance, today it rains for instance but for you that you feel like going out it could be also a beautiful day of rain. Are we on the polemic George? Not you have properly, done the question and me I have given you the answer. Rather because you don't say that don't have anybody desire to go out? As it regards me it is not at all a good day, it rains and it owes us to provide some umbrella, they bathe us the shoes, it gets cold us, there… Enough so George, means that I will go out alone, to enjoy me in holy peace my beautiful day of rain. 'Dissoi logoi' note, that once more they see us reason on the same thing but in different way. Be more explicit. Do you think about a practical example? I would say of yes. Here it would be inclusive / exclusive among the difference that passes between sex-appeal and seduction, as well as between excitement and orgasm, to you my dear choice. Undoubtedly yours is an obsession without possibility of escape, it turns and it turns the men they always go to end there. The men you have said, do I have to think about someone of my knowledge Ann? Yes certain, you. And who other? Tell me him you. Ah, stop it George, not to be sluggish. Of accord, we make a practical example… you bushels reading '50 tones of grey' a novel from the cover varnished at all eloquent of what is her content… by chance, and I underline by chance, she has happened me to skim through it and to read of repeated orgasms to exhaustion, multiplied with so much of additional details that don't leave anything to the imagination… A sort of erotic manual that she invites who law to measure him in the interpretation 'mercificata' of the respective roles, nothing of so particularly new if not a mixer-up of pamphlet of success… And then critics in me the desires we say 'particular' directed to make up for the stillness of our embrace. But George, prays you! No, because you see Ann, the 'dissoi logoi' that double discourses of which above often in antithesis among them, they set a fundamental problem: that note given by the being double that they want to work / they have to make themselves one, also proceeding along two parallel separate. Excuse me George, a wicked enterprise it seems me for excellence, an unacceptable absurdity. Certainly that yes, but because they apparently hide at least two incompatible perspectives; attention Ann, only apparently… Because it would be enough that you said a yes… and would our points of view on the sex, find for example their point of meeting,… Think of us, is it a possibility this that doesn't exclusively proscribe the eroticism to a pornographic quality, don't you believe? This in which I believe is something that only the depth of the feelings arrives to satisfy. Yes certain, cannot you be different from so if you persist you to read the desires vituperated of the protagonist that asks that 'something more' convinced that the sex for the sex cannot give her… But that it will be of it of Anastasia once overcome the feverish obsession literary - sessofobica that persists him to bring before? … I hope only that after the first ones 'fifty tones of grey' and then the others 'fifty tones of black' and still 'fifty tones of red' to complete the sequel of 560 pages every time and more than 1500 embraces to come to head of the history, you will be ready to assume you all the until too you expiate indiscretions that your heroin puts in scene they were almost part of a tragedy that strikes her. It waits for Ann, as it is that the beautiful Anastasia is expressed in the first pamphlet and that it pretends of it seems not to make her: 'My Good... thing I have done?' I collapse on the bed, with the shoes and all, and I start me howling. It is an indescribable pain... physical, mental... metaphysical... it is anywhere, it infiltrates me in the bones. A tragedy. This is a tragedy, and you has been me to provoke it. In the depth of myself, a spontaneous and undesirable thought arrives from my internal goddess, that has a sneer on the face... the physical pain of the blows is not anything, nothing in comparison to this devastation. I bend me, tightening hopelessly the handkerchief of Taylor, and I surrender me to the desperation'. But it is only pretense and you that laws you perfectly know that Anastasia is pretending, when after all it is really what wants: 'The door of the future is about to open. Slowly. Implacably. I am on the threshold. There is only this door and what there is hidden behind. I am afraid. And I cannot call anybody in help. I am afraid' - writes Simone de Beauvoir in 'A broken woman', a classical that has made some female liberation her flag, going over the psychological thinness of identity, of role, of perspectives that it held her tied up to her own condition of woman, to face a defeat without appeal, because finally it is to the mixed fear to the pleasure that Anastasia is surrendering. That that every woman (sensible) she wants, obviously. Nevertheless does a mediation subsist among always her own life and the life of the other and this realigns, if we want, the horizontality of the dialogue to two, doesn't George seem yourself? It is then that the Greek allocution 'dissoi logoi' it finds his application, it allows, if so you can be said, the possibility of a ricomposizione, of a real and coherent synthesis of a dialogue, the proposal of a return to the one even though blocked by the incompatibility… As to say that you can be been also in accord on something staying some his own separate opinions; some as they make our friends Clara and Antony when they are said 'separate in the house', or perhaps stocking better the example to make some sex as 'healthy room gymnastics' as we do us. Mah George! Yes Ann, take back me pure, so many words, perhaps too, not to say anything. All of us, even if do we deny it with virulent passion, are we imprisoned of our contexts, as does the word limit us in his same to pronounce him… she has ever happened You to say a word, an any word, and later to make I count you that that word dictates she has not been able to fully express what you felt inside and did you want really to say? With this George you are saying that you have decided not to go out? Yes, no, because you see, the everything is only a hypothesis, every possibility is given by the circumstances whose perspectives are built by the sharp pain plot of due interrelations to the context in which to condition the choice is this damned time that that you say being a beautiful day of rain. I have understood George, there is no need that you go over yours to say. It is not the case to pick up him her more than the due one… the clouds, the rain, the wind they do own duty; for the rest the house is a 'magic shelter', don't you also believe it you? 'Dissoi logoi' George, let's stay in the house, after all is done delay for any other thing that is not to shelter him under the covers of the bed, from the come! Ann, what does take you? How Anastasia to the sudden one I feel me feverish of an obsession literary - sessuofobica. George and a good time you come in bed stop to speak it, rather make me to laugh ... or hurt me.

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Una Storia Provvisoria, (..if Henry James?)

Una Storia Provvisoria, (..if Henry James?).

“Lei è un gran spendaccione, il che si aggiunge agli altri suoi vizi. Non si può negare che abbia il coraggio della sua curiosità, dico che qualche volta ci si può anche invaghire di donne molto intelligenti – risposi per celia. Credevo di aver misurato il rischio che correvo, ma quando sentii cadere nell’aria le mie parole, mi colpirono per la loro imprudenza. (..) Menzogne, sono ciò che talvolta si scoprono – dissi, sorridendo della mia bonaria impertinenza. Spesso mettono a nudo la verità. Brancoliamo terribilmente nel buio, lo so – ammisi – ma se si rinuncia a tentare?” (1) – poveri noi!
Forse avrei fatto meglio a considerare la vicenda dal lato del ridicolo, se erano i sentimenti a essere messi in discussione – mi dissi, parafrasando Henry James. In qualunque caso, ciò che rappresenta la posta in gioco nelle rivalità e negli scambi di parolacce, al pari di quelle che si scambiano uomini e donne quando infuriati litigano tra loro. Lo scambio avviene nello stesso modo in cui l’uomo si rivolge alla donna che è stata, e forse è, la propria moglie, allo stesso modo in cui la donna lo fa verso il marito o quello che considera l’amante o il proprio compagno. Un fattore a sé che costituisce un’esigenza vitale che si sposta da un versante all’altro, e che, in qualche modo, si deve soddisfare. Quello che rimane, messi i contrasti, è tutta un’altra storia, alla quale viene sottratta l’energia positiva che l’uno e l’altra dovrebbero possedere naturalmente.
Quant’anche se ne dica, è facile comprendere che: “l’uomo non è una macchina che possa eventualmente essere ricostruita in vista di altri fini continuando poi a funzionare, in modo completamente diverso, con la stessa regolarità di prima” (2). Ed è proprio questo che fa tanto arrabbiare la donna quando, a distanza di tempo, convinta del contrario, si accorge che il marito, l’amante, o il compagno, benché diversamente da prima, prende a funzionare anche meglio. Non c’è che dire se il passato, in qualche modo, riappare nel presente e rivive in esso le stesse identiche emozioni di sempre, in fondo: “l’uomo porta sempre con sé tutta la sua storia (..) di repressione costituita dal passato, da ciò ch’è stato fin dalle origini (..) che è poi la storia stessa dell’umanità” (3). Del resto Freud lo ha detto chiaro: “l’inconscio può soltanto desiderare” e – noi umani – cerchiamo in ogni modo di attenerci ai suoi insegnamenti, non è vero?
Certe tendenze non sono diversi nella donna, per cui pensieri, desideri, affetti, bisogni, sentimenti ecc. assumono, proporzionalmente, caratteri regressivi, quantomeno tendenze soggettive insufficienti al proprio divenire coscienti: la cosiddetta inconsistenza o “vaghezza” femminile che, su un piano del tutto generico, le impedisce di essere cosciente delle proprie azioni: “oh, come ho potuto non pensarci prima?”, “oh, non mi sembrava la stessa cosa!”, “oh, dici davvero?”, “che dici mai, come ti permetti?”, tipico di un infantilismo primitivo cui non c’è risposta che tenga. È la forza dell’istinto che la governa, l’atteggiamento a dire “stronzo” è dire poco, che la priva di quel tanto di energia che in realtà non può esserle tolta. Ma, capiamoci bene, non che viene meno, ma è dalla donna “volutamente” relegata in fondo ai suoi vaghi principi di un’ambigua diversità, creata all’uopo.
Prendo a prestito ancora Jung per questa considerazione che mi sembra calzi a pennello per l’uomo quanto per la donna: “l’istinto non può essere estirpato per la volontà di un singolo individuo, occorrerebbe per questo la lenta evoluzione organica di molte generazioni, dato che l’istinto è l’espressione energetica di una determinata disposizione organica”, che oggi possiamo definire genetica. Faccio qui un esempio: se una è istintivamente mignotta (lasciatemi passare il termine), non può che esercitare quella che è la sua predisposizione. Per questo non serve la ricetta del medico, perché non potrebbe essere riconosciuta al pari di una forma patologica, non vi pare?
Questo residuo, che tuttavia ha ancora un’intensità non trascurabile, è ciò che nell’uomo (in genere) è designato (dalla donna) come istinto originario: primitivo, infantile, egoistico, e solo quando ci si limita ai semplici complimenti, ovviamente. Altrimenti si arriva ai più brutali vezzeggiativi, di cui la parola “frocio” detta dopo, risulta quella carezzevole, quando invece, e solo per entrare in un conflitto più o meno aperto, sentirsi dare del “cornuto” a dir poco rasenta la scelleratezza. Ciò si verifica in un primo momento con un’assurda esagerazione del punto di vista cosciente, che dovrebbe servire a una repressione dell’inconscio, ma in genere, si conclude con una ‘reductio ad absurdum’ dell’atteggiamento urtato.
Il crollo di solito avviene dopo i botta e risposta di numerosi turpiloqui: “cornuto!”, “zoccola!”, “finocchio impotente!”, “rotta in culo!”, “cazzo moscio!”, “cagna in calore”, che se da una parte arricchiscono il vocabolario, già ampiamente nutrito di parolacce, permettono al linguaggio osceno, o quanto meno scurrile, di esternare ciò che veramente si voleva dire dal profondo quegli impulsi istintivi e che, guarda caso, erano solo assopiti, in quanto bagaglio di un inconscio verosimilmente avvezzo agli insulti di tipo dispregiativo, a mascherare una insoddisfazione di fondo a lungo occultata. Poi la resa, l’abbandono, la separazione, la fuga, anziché accettare una continuità marginale di compensazione, considerata a sé stante, andata troppo oltre, e finita con un crollo nervoso di una o dell’altra parte, spesso di entrambe, a causa di un atteggiamento estroverso e differenziato che rivela un’eccezionale dipendenza soggettiva da un pronunziato egocentrismo e da preconcetti di carattere personale.
Si da il caso, che le storie più coinvolgenti sono quelle basate sui contrasti, le opposizioni, gli scontri. Non meno, oggi, ci riconosciamo in quegli eroi ed eroine di sempre, uomini e donne, protagonisti di avvenimenti ed epopee tragiche di cui sono piene le pagine della memoria, della letteratura e della storia dell’umanità. Scrive Maurizio Maggiani (***): “È desiderio di ciò che verrà, che potrà venire se continueranno tra gli umani a nascere eroi ed eroine e ognuno a riconoscersi umano con loro. Nessuna sconfitta è definitiva se non nel silenzio, nessuna tragedia sarà stata vana finché ci sarà una voce che ne porta viva la memoria. Ed anche solo essere vivi e portare con sé, nella propria, le vite passate, è vittoria sulla peggiore delle sconfitte: la smemoratezza”.
E che pensare ..se, per caso, Henry James non si fosse invaghito di una donna molto intelligente? Di sicuro avrebbe continuato “con la sua imprevedibile, persuasiva incoerenza, (..) con quella timidezza, tuttavia, tanto più appariscente dell’audacia, secondo cui la ragione sembra essere anteposta al sentimento” (4). Quel che rimane sono tutte parole vane se non si ha un certo metro con cui misurarle. Sì, penso proprio che in fondo un “metro” possa bastare …


(1) Henry James “Il carteggio Aspern” – Einaudi
(2) C. G. Jung “Tipi psicologici” – Bollati Boringhieri
(3) Maurizio Maggiani “Quello che ancora vive” – Coop Editrice.
(4) Henry James “Il carteggio Aspern” – Einaudi


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’I NORMALI’ - una categoria umana pericolosa


“I NORMALI … UNA TIPOLOGIA UMANA ALQUANTO PERICOLOSA”

“Sono affascinato dai casi estremi, da quelle vite al limite della possibilità di esistere. Storie che sembrano consumarsi senza mezzi termini, senza applicare mai quelle strategie di sopravvivenza che segnano compromessi con la vita …” – scrive Vittorino Andreoli in ‘Delitti’ (BUR 2001).
Sono da ritenersi ‘normali’ tutti coloro i quali vivono come se il mondo non ci fosse, come se la società, la comunità, i gruppi di appartenenza ecc. con le loro differenze relazionali, appartenessero a una qualche ‘normalità’ costruita pro-loro ma che in realtà non esiste neppure sulla ‘carta dei diritti’. Tant’è che l’aggettivazione ‘normale’ anche letta in ogni sua declinazione, non prevede alcuna uguaglianza fra simili, neppure fra ‘categorie’ umane (e non) analoghe o somiglianti.
Mi scusi, ma le sembra ‘normale’ ciò che sta facendo? – chiedo al tizio che dopo aver stracciato a pezzi il giornale lo getta a terra incurante di insudiciare il marciapiede.
Immagino dica a me, è così?
Sì, proprio a lei!
Allora, se ha cinque minuti di tempo da perdere, le spiego.
Mi spiega cosa?
Primo, che ‘normale’ sarà lei che pensa nel modo che limita la mia libertà; secondo che potrei avere mille ragioni per farlo che lei ignora; terzo che la mia potrebbe essere una forma legittima di protesta v/s la municipalità cittadina. Vado avanti o mi fermo qui?
E già, perché dare del ‘normale’ a qualcuno può essere imbarazzante, soprattutto se non lo è; o alquanto offensivo se, al contrario, effettivamente lo è. Sembrerebbe una contraddizione in termini, un po’ come se avere o non avere ‘il senso civico’ alla fine possa fare la differenza (?). Anziché no, se averlo può essere ‘normale’ e quindi patologico o alquanto anomalo, quasi ‘morboso’; il fatto di non possederlo affatto diventa atipico, in qualche modo singolare, quasi ‘eccezionale’.
Come dire che i sentimenti (in assenza di patologia), li si possa far passare per ‘normali’ pur in assenza di un indicatore capace di distinguere la ‘normalità ’ dal suo contrario ‘anormale’ che può essere invece un segno distintivo, una anomalia difforme dalla norma, come dire, dalla prassi, dall’ordine precostituito. A questo proposito vale richiamare il dibattito sul rapporto tra ordine e responsabilità.
Come dice, scusi?
Parlavo della consapevolezza prima ancora della responsabilità.
Perché secondo lei sarei inconsapevole del mio comportamento?
Tutto si affranca in quella che è la capacità di intendere e di volere, e che quindi va trasferita alla persona che abitualmente rispetta le regole sociali, non crede?
Cioè mi sta trattando come un qualsiasi ‘normale’ in grado di esprimere un giudizio fin troppo consapevole della propria responsabilità? Beh, si sbaglia. Finanche un giudice può, in un determinato momento, per motivi particolari, perdere tale capacità, cioè non essere in grado di valutare esattamente un giudizio corretto, avulso dalla sua prevenuta considerazione sociale.
Lei crede?
Beh, lo penso. Così come, d’altra parte, può capovolgere la situazione, ed esprimere un giudizio di colpevolezza e/o di innocenza verso un reato che non necessariamente abilita o inibisce l’intelligenza e la volontà, che di per sé può essere giusto/ingiusto nella misura in cui la consapevolezza oggettiva/soggettiva deriva dal codice ontologico cui si attiene.
Comunque, tempo scaduto! – dice infine il tizio del giornale strappato.
Perché interrompere qui una conversazione che si andava facendo più che interessante? – gli chiedo.
Per chi, per lei forse.
Beh, non solo per me!
Per me no, io mi sto semplicemente rompendo i coglioni e si da il caso che abbia anche qualcosa d’altro da fare, che farmi giudicare da lei, non le pare?
Poiché siamo nella legittimità, ritengo che lei sia libero di fare come vuole per lo stesso motivo che credo a un possibile rapporto sempre e comunque improntato sulla ragione.
Com’è ‘umano’ lei, in questo modo quasi mi sta dando ragione, è così? E no caro lei, deve fare attenzione, perché se adesso mi da ragione, è molto più ‘normale’ di quanto io pensi, appartenente cioè a una tipologia umana assai pericolosa.
Penso tra me che vale convenire d’essere tutti quanti (più o meno) schiavi della pubblica opinione e tuttavia combattere le opinioni degli altri, anche se ciò, seppure qualche volta ci permette di smentire l’avversario, sempre più spesso non si riesce a convincerlo della nostra legittimità di contraddirlo, tanto meno di giudicarlo. Così paradossalmente parlando, ho imparato a stare zitto e a farmi gli affari miei, forzando un mio rientro nella categoria di quelli che solitamente hanno ragione, come si dice: “chi tace acconsente”. Tipico delle persone ‘normali’ che disprezzano l’opinione degli altri solo perché è contraria alla loro.
“Quando un’opinione è generale, di solito è esatta” – scriveva J. Austen. Alla quale lesta è arrivata la risposta di C. Cantù: “Quando un’opinione falsa s’innesta nella società, importa combatterla, altrimenti essa s’arroga il titolo di senso comune” che non necessariamente è esattamente quello che volevasi dimostrare. Ed è qui che più si annida il paradosso che vede gli uomini tenere alle proprie opinioni quasi più che alla vita, anche se non se ne capisce il perché; in quanto non appartengono a loro, non ne sono i creatori, né (ancor meno) i padroni assoluti della verità rivelata. E il paradosso delle loro opinioni finisce con l’essere il talento dei superficiali e degli ostinati pur conservando (all’apparenza) una qualche (futile) originalità.
Il mio amico Orazio – ad esempio – spesso mi attribuisce qualità per difetto e difetti come tare, sì da crearmi preconcetti di qualità sulla sua amicizia.
Hallo George, allora ci sei, pensavo non ci fossi! – esclama, come un predatore che mi dà la caccia mentre pensavo d’essere appena scampato alla sua trappola, quando anziché essere io l’inseguitore sono finito per essere inseguito.
Guarda caso pensavo proprio a te, non dirmi che anche tu mi stavi cercando? – falsa ipocrisia da dilettante la mia che cerca di fare l’equilibrista in bilico su effimeri punti d’appoggio; sembrando “quel piccolo uccellino disperato che cerca, senza mai riuscirci, di sfuggire alle fauci dell’orologio a cucù.” (Rodrigo Fresàn). Una meta-finzione nella quale è evidente ciò che entrambi intuiamo ma che non si spiega. Una recita? Forse. Ma questo non è che l’inizio.
No sai George, volevo chiederti indietro quel prestito, poiché mi sta diventando urgente.
Dici sul serio? No, perché vedi … – cerco di aggiungere, disinteressandomi se la mia mimica imiti la realtà o no, quanto invece sia la realtà a sostenere la mimica da quattro soldi che metto in scena.
Pensavo che in questo periodo tu potessi … – riprende Orazio dimesso.
Divento evasivo, quanto basta a sostenere l’apparizione del fantasma che in quel momento devo apparirgli. Nel dubbio che lui non abbia capito, mi astengo da aggiungere altro e tergiverso, tutto qui, una breve azione annullata sull’istante che mi fa togliere la mano dalla tasca. Infatti basta questa spicciola sostituzione velata di un gesto fittizio, perché tutto l’universo, fino all’ultimo e più remoto angolo inesplorato della mia incerta volontà, per ritrovare il senno e perdere definitivamente, dopo tanti anni di indiscussa amicizia, la faccia. Al punto che l’amico rinunci alla voglia di farmi un’ulteriore richiesta di riscossione.
In fondo me la sono cavata a buon mercato – penso. Del resto meglio prevenire che lamentarsi poi. Stando almeno alla ‘teoria del perfetto idiota’ coniata da diversi scrittori ‘specializzati’ che ho fatto mia, nell’assoluto disinteresse (giuro), di chi potrebbe essere il candidato ideale, oltre a fare alcuni nomi eccellenti si fa anche il mio nome, come candidato aggiunto che Orazio non si limita di appellare tale.
George sei uno stronzo!
Non si dice forse: “chi trova un amico trova un tesoro?” fatto è che crederci mi riempie di felicità. Proprio oggi leggevo “..che una équipe di psicologi britannici – dopo avere intervistato oltre mille persone – sostiene di aver trovato la formula della felicità e che questa è P+5E+3A. Secondo i ricercatori ‘P’ sta per Personalità (caratteristiche della visione della vita); che ‘E’ sta per Esistenza (salute, amicizie, stabilità economica); ‘A’ sta per Alta (autostima, aspettative, ambizioni). Non capisco. Devo averlo già detto, ma non sono mai stato bravo in matematica”.
Ora, esaminando attentamente la formulazione della composizione, noto che non c’è traccia dello ‘stronzo’ che mi ha rifilato l’amico Orazio; posso però ammettere che tutte le altre qualità elencate, pur non rispecchiando esattamente la dostoevskijana ‘teoria dell’idiota’ si attagliano perfettamente alla mia persona, non sembra anche a voi? Non che io sia così assolutamente buono “..perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato. (..) – scrivera Fëdor Dostoevskij – Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.” Chissà, è forse un difetto di leggerezza la mia? – mi chiedo .
Di fatto “..fra leggerezza e peso – scriveva Italo Calvino – sosterrò le ragioni della leggerezza”. Come personalmente io possa farlo, avendo superato la tonnellata, davvero non lo so. Ci provo seguendo le indicazioni proprio di Calvino il quale, nella prima delle sue ‘Lezioni Americane’ che vale qui la pena di citare, afferma: “..la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane (vado in brodo di giuggiole), ora ai corpi celesti (per cui potremo un giorno afferrarli per la coda), ora alle città (ce n’è di pietrose assai); soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.”
Per quanto riguarda la forma del raccontare e raccontarmi ammetto di essere un tantino prolisso, come del resto lo sono tutti i ‘normali’ che iniziano sempre dalle Guerre Puniche anche per dire “..oggi sembra (non è) una bella giornata”. Quindi capite che già s’inizia come una palla che rotola sul flutto interminabile dell’onda. Sono meno d’accordo sul linguaggio per la medesima ragione che togliere peso alle parole si finisce per parlare del nulla, del vuoto, o appunto del tempo che fa. Tipico del ‘normale’ che alla tua richiesta “saranno pressappoco le 12,00?”, risponde: “in verità sono le ore 12 e 08 minuti!”, ed è la cosa che solitamente mi manda in pazzia. Devo comunque ammettere che per uno come Calvino, portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto, è pressoché ‘normale’.
Ma dare del ‘normale’ a Calvino (che pure adoro) è da mentecatti direi. Uno che ha scritto cose come “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante”, ‘Il cavaliere invisibile”, che attraversa “Il sentiero dei nidi di ragno”, capite che poi tanto ‘normale’ non doveva essere. No, così tanto per intenderci, il ‘normale’ chi è? Se per regola il ‘normale’ è noioso, necessariamente si deve essere ‘diversi’ o quantomeno ‘pazzi’ per essere chi siamo. Vedete anche voi che non se ne viene a capo. Perché essere ‘diversi’ significa tutt’altra cosa, in qualche caso ‘originali’; così come essere ‘pazzi’ suona più come ‘eccentrici’ se non addirittura ‘stravaganti’, che per la regola dei sinonimi sono due affermazioni contrarie le une alle altre.
La realtà è che non c’è confine fra la volontà consapevole e l’inerzia nemica del controllo, un abisso della mente che attraversa la società odierna e contrappone alla fatica di vivere l’ostentazione dell’atipicità, della stranezza a tutti i costi. Ed essere ‘strani’ non è forse una estremizzazione dell’essere in qualche modo ‘non omologati’ o più semplicemente ‘pazzi’? Tutto ciò è da considerarsi un pregio o un difetto?
George sei alquanto strano! – dice l’amico Roberto, che fa poi il paio con ‘George sei uno stronzo!’ dell’amico Orazio, o no?
Scusa, strano in che senso?
Beh, ‘strano’, come per dire indefinibile.
In tal caso userei ‘particolare’.
Una formula troppo regolare, direi ‘normale’, quantomeno ‘diversamente improbabile’.
Come dire che da zero a uno, corre uno spazio enorme di mezzo?
Se dovessimo inglobare lo spazio vuoto in un certo ordine, per quanto invisibile, forse la ‘teoria dei quanti’ potrebbe aiutarci – aggiunge Roberto (saputo).
In che modo?
Vedi George, quando paliamo di ‘vuoto’ nella vita di tutti i giorni, pensiamo di essere ben a conoscenza del concetto che stiamo esprimendo; mentre il concetto di vuoto si interseca con quelli di creazione, nulla, spazio ecc. ecc.
Adagio, mi sta fumando il cervello, preferisco il disordine a un ordine così architettato – dico io prendendo le distanze dovute.
Ma no, è sbagliato. Certamente la sola cifra diversa del tuo ragionamento si trova lontano dagli estremi fissati in zero e uno …
Magari volevo solo dire da zero a infinito!
Smettiamola qui, stiamo solo perdendo il nostro tempo.

Mi torna alla mente un tipo che ho conosciuto casualmente il giorno successivo alla messa in vendita di un libro ‘particolare’ di cui volevo disfarmi.
Pronto, è lei che ha messo in vendita il libro? – chiede l’interessato.
Direi di sì, visto che mi sta chiamando – risponde il ‘normale’ (stronzo).
Ah bene, come possiamo incontrarci?
Forse voleva dire quando?
Sì certo, quando.
Domani per lei va bene?
Sì nel pomeriggio, verso le sei può andare?
Possiamo essere un po’ più precisi?
Facciamo alle sei in punto!
Benissimo! – quindi si decide sul dove e sul come e i soliti bla, bla, bla.

L’indomani, si presenta un rubicondo e pimpante signore taglia mongolfiera, con un sorriso accattivante stampato sulla faccia che acquista il libro per il prezzo convenuto senza tanti preamboli. Il che mi viene spontaneo invitarlo per un caffè. Entrati nel bar gli chiedo perché di quel suo interesse per un libro tanto ‘particolare’.

Per la stessa ragione per cui lei lo ha posseduto fin’ora! – dice lo …
È in quel momento che la perfidia mi assale e gli chiedo (cosa che non faccio mai): di cosa si occupa di bello nella vita?
Sono alimentarista-dietologo!

Quale delle due gli venisse meglio è inutile argomentare. Tant’è che mi è scappato da ridere che a momenti spruzzo il caffè da far ritinteggiare l’intera parete del Bar.

Mi scusi, ma la curiosità è tanta. Come riesce a dire a qualcuno di dimagrire con quella stazza che si porta dietro?
Vede, nella vita è sempre una questione di scelte, c’è chi sceglie la linea ‘esile’ tipo stelo che non mi riguarda, e chi quella ‘curva’, per dire barocca come la mia.

Simpatico il tizio, no? In tal caso un qualche dubbio dovrebbe suscitarlo in colui che si sente dire di dover dimagrire in ragione di quella ‘leggerezza’ che tanto auspicava Calvino. Tuttavia togliere peso a un soggetto strutturato come l’‘Uomo Michelin’ non dev’essere facile. Ma forse un passaggio alla Pork-House vicino Roma, chissà che … (ma non glielo dico).
Del resto anch’io ho ribattuto ad Elio, il mio amico medico che sempre più spesso mi chiede la stessa cosa, di smetterla una buona volta, che “..con quello che spendo per il mangiare, se dimagrisco di un solo etto potrei incazzarmi come una belva!”. Beh, non sempre reagisco in questo modo, però piuttosto che demoralizzarmi, continuo a mantenere un certo ‘peso’ tanto per sentirmi sollevato dall’umana ‘troppo umana’ ‘follia’ che m’incombe.

Dal mio punto di vista certo non esulo dal riconoscermi ‘normale’ anche se me la cavo “..nel navigare con filosofia attraverso la scienza banalizzante, sostituendo il sarcasmo del sapere, con l’ironia che osserva che non lo siamo.” Almeno così afferma Roger Scruton nella sua analisi sulle ‘Persone’, il quale si spinge però in un’altra affermazione che mette da parte l’ ‘Io’ e le sue care illusioni ponendosi e ponendoci una domanda: “Che cos’è esattamente ciò che ci distingue dagli altri (animali) e che può giustificare l’avere investito nell’idea e nell’ideale dell’umanità?”

Scusate, perché tutto questo vi sembra ‘normale’? Per uno solo razionale in grado di capire (in questo caso io), sono in molti (gli animali cioè voi) a essere inadeguati, non vi pare? Onde per cui – incalza Vittorino Andreoli – da questa constatazione prende avvio l’affermazione che la ‘normalità’ è frutto della noia. Sì noia: ‘Tutto il resto è noia, maledetta noia’, come dice il ritornello di una canzone popolare nel ricalcare una semplice e profonda trattazione della ‘violenza’ cui siamo soggetti nel nostro tempo e che forse dovremmo sforzarci di capire. Se non altro per proteggere gli altri dal nostro compiere quegli atti nocivi (guerre, stupri, violenze, omicidi ecc.) apparentemente inspiegabili che ormai sono la ‘normalità’.

Il teorema (che riguarda il comportamento umano nel suo insieme) è tutt’ora allo studio degli scienziati (psichiatri, psicologi, sociologi), così come dei filosofi (e dei poeti); cioè aperto a qualsiasi valutazione di merito e possibili interventi coercitivi o che si rendano necessari. Dacché – avverte V. Andreoli – “..anche l’omicidio finisce per non essere espressione necessaria di ‘follia’, può anche appartenere alla normalità”. Sì che mi fa sorgere un’idea improvvisa quanto impellente è il caso che devo risolvere. “Ad ogni buon conto potrei anche uccidere un amico per surplus di ‘normalità’, se non altro per liberarmi da quelle “..qualità per difetto e difetti come tare”, tali da crearmi preconcetti di qualità di quella che più comunemente definiamo una ‘normale’ ini-amicizia.



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’La Buona Scuola?’ ...è un’idea!

La Buona Scuola? ...è un'idea!

 

Da parte mia posso dire di non aver mai smesso di studiare, tant’è che sono iscritto almeno in due università pur senza frequentarne alcuna, e forse solo per tenermi aggiornato sul metodo d’insegnamento che dovrebbe essere per così dire ‘up-to-date’ ma che di fatto non è. O almeno non da ché io, or sono decenni, frequentavo i banchi col calamaio incorporato e la scanalatura per le penne e le matite, col piano di sotto dove riporre i libri e i quaderni, e i sedili erano tutt’uno (a coppia) senza nessuna possibilità di agili spostamenti se capitavi dalla parte della parete.Poi gli anni corrono e ti ritrovi già grande con un sacco di minchiate per la testa e non sai se alle molte domande hai sempre delle risposte da dare. Ma le risposte no, non te le hanno insegnate ...e allora che fare? Devi metterti alla prova e affrontare la realtà!

Ma la realtà qual'è?

E' una parola, ci vuole tanto di spinta interiore per mettersi continuamente alla prova. Tant'è che ti ritrovi con i ‘i figli’ che non ti permettono di rimanere indietro, per cui puoi anche essere quel mostro che in verità sei, che loro immancabilmente esercitano su di te una sorta di ‘giurisdizione’ scolastica che giammai può essere pari alla loro ma nemmeno indietro, almeno un tantino più avanti. Quel tanto che serve a insegnargli alcune cose (leggi furberie), che se non le hai apprese in precedenza, sei comunque tagliato fuori perché loro, da lì a breve, ne sapranno molte più di te. Se minimo non sei stato un secchione o un bambino prodigio, preparati a subire quel poco che (per rispetto di paternità e se qualcuno glielo ha insegnato) hanno appreso pro-loro in ambito scolastico ...

Così i loro libri diventano i tuoi libri per quanto riguarda il contenuto, rimasto lo stesso da decenni, ma non i loro quaderni, perché mentre tu eri occupato a tenerli in ordine, senza macchie, senza orecchie, senza … I loro non sono neppure quaderni, sono per così dire ‘differenziati’: stralciati, bisunti, scarabocchiati, simili in tutto a chiazze di una qualche ‘allergia’ della pelle, o forse di ‘orticaria’ pregressa per quelle che sono state per noi le ‘regole’ inerenti allo ‘scritto’, prima che l’istruzione tendesse alla sola ‘oralità’ delle parole, parolacce incluse. Sì, perché se le parole scritte (in italiano) ieri avevano un senso, oggi suonano come strafalcioni; tant’è che anche quelle scritte o trascritte che sia non sono più in una qualche lingua comprensibile (conosciuta), bensì un misto di vernacolo siculo-calabro-milanese o romanesco-laziale-partenopeo, se non addirittura appartenenti a un certo gergo etrusco-tosco-umbro.

Per così dire, uno ‘slang’ oceanico-indoeuropeo-turcomanno, passato attraverso l’antica Persia o l’antico Egitto, ècco sì l’antico che si vuole chiamare ‘moderno’… Rammento che non c’era verso che t’insegnassero a copiare, né dai libri né dai compagni che ne sapevano di più (sbagliando). Perché se c’era una cosa che si doveva rendere più semplice era proprio ‘copiare’, molto più vicino alla rivisitazione e all’interpretazione di un testo che non dover creare, reinventare, resuscitare dal nulla qualcosa che non avevi affatto compreso. E pensare che copiare rimane l’unico vero momento di creatività che non ripetere le parole del libro a pappardella. Per il resto si continua a studiare date e fatti di battaglie, guerre, pestilenze, la storia più bieca che nulla ha insegnato all’umanità se non la violenza, il sopruso, la vendetta, il razzismo, l’intolleranza, l’apartheid; e non (pensate, pensate) l’evoluzione del genere umano, le scoperte scientifiche, le ‘passioni’ della mente, la socializzazione, il rispetto civico, l’amore per l’arte, per la musica, l’amore per gli altri.

Sì, l’amore per la vita, che non conosce ostacoli insormontabili, o diversità di genere, di razza, di colore della pelle, di confini geografici invalicabili. Quell’amore che ci rende tutti ugualmente liberi, gerenti di noi stessi, dei nostri affetti, del nostro corpo come del nostro sesso che sempre bistrattato ha creato mostri di narcisismo, di egotismo, di vanità; per tacere di super-uomini, eroi-divini, ecce omini diventati quelli che siamo, anticristi senza alcun credo e senza orgoglio. No, l’amore che qui intendo elogiare è quello più naturale che si esprime nella ‘bellezza’ per il creato, per tutto ciò che ci è dato e che immancabilmente stiamo distruggendo … Utopia? Forse, come moneta di scambio non meno apprezzabile di quell’odio razziale che oggigiorno spendiamo nell’indifferenza che ci allontana dagli altri e da noi stessi, trasformati in esseri ‘umani (fin) troppo umani’, appunto mostri di malvagità, disonestà, iniquità: ingiusti nella giustizia, volgari pur nella moralità, scorretti finanche nelle opportunità, blasfemi perché irriverenti, sacrileghi, miscredenti.

Allora ben tornino gli ideali, le chimere alate che s’involano, le illusioni che infine ci aprano gli occhi su questa realtà ‘umana’ fatiscente e obsoleta; che si torni a sognare in nome della ‘bellezza’ e cercarla fino al limite dei mondi possibili, in quella sostenibilità che pur ci consente di sopravvivere. «La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no...» – scrive Zygmunt Bauman e con modestia mi sento di aggiungere: “..che lo vogliamo o no.” Perché è nella volontà/non volontà che si gioca la ‘gran partita’ fin dall’infanzia; e la volontà in tutto questo assume il ruolo più importante. Rammento che alla domanda se mi sarebbe piaciuto andare a scuola, di aver risposto no perché non sapevo né leggere né scrivere. Oggi, a distanza di tempo, viene da chiedermi: perché si nasce ignoranti? Perché non conosciamo già quelle cose ‘essenziali’ che ci permettono di proseguire nel nostro cammino verso l’infinito? La verità è che non tutto ci è dato, che solo la volontà e la nostra determinazione e forse l’intraprendenza ci permette di svelare a noi stessi tutta la ‘bellezza’ del mondo in cui viviamo, e afferrare il senso della ‘grandezza’ che sì ci è data …

Ecco che allora la Scuola non può essere l’’utopia dei pochi’, non può trascurare quelli che sono i valori acquisiti da millenni di scoperte (in campo scientifico, meccanico-industriale, spaziale e tecnologico, medico-terapeutico, logistico - informatico, artistico e filosofico, linguistico - letterario, idealistico e spirituale, ecc.). Non può disconoscere l’importanza del ‘vissuto’ a livello antropologico e strutturale dell’esistenza umana, come neppure cancellare i segni del passato di antiche civiltà che a loro modo pur hanno lasciato testimonianze importanti dell’evoluzione umana. Oggi ci si chiede: quali materie abbiano ancora una precipua funzione conoscitivo/educativa? Quali materie se non quelle basate sullo studio dell’ ‘evoluzione umana’ in ogni campo della sua applicazione pratico-logistica alla base del nostro esprimerci (linguaggio); di osservazione (conoscere, distinguere); del pensare (formulare concetti) che sono all’origine del nostro ‘essere’.

Al dunque m’accorgo d’essere andato oltre, come dire, di essermi lasciato prendere la mano stufo di dover rileggere sui libri dei miei figli, tutto quello che a mia volta avevo studiato (?) sui miei libri di scuola: che in quella data si sono svolte le Guerre Puniche, in quell’altra si sono consumate le ‘Idi di Marzo’ con l’uccisione di Giulio Cesare, quindi facendo un salto di tempo si è giunti all’egemonia delle Repubbliche Marinare, alle lotte intestine dei Comuni, e poi Trafalgar Square con la statua di Nelson che ha sconfitto Napoleone, quindi la Prima, la Seconda, la Terza (?) no quella si è consumata con Hiroshima e Nagasaki, ecc. Che l’Italia è una penisola che fa parte dell’Europa unita (?), che Gli Stati Uniti si chiamano così perché … (?), che la Cina è una grande potenza mondiale, che siamo ormai più di due, tre, quattro miliardi (chi più ne ha più ne metta) di individui che affollano il pianeta, e che …

Ma che palle! (passatemi l'esclamazione), davvero non se ne può più. Allora perché cambiarli ogni anno questi libri se le date restano le stesse (?), se gli accadimenti sono sempre uguali come in un film d’azione che finisce per mancanza d’attori (?). Che forse la Peste a Milano al tempo del Manzoni ha fatto più morti di Auschwitz? Che Don Abbondio lo hanno fatto Papa? Lo capirei se la Rivoluzione Francese dov’esse ancora avvenire (ops!), oppure se Lorenzo de’ Medici fosse in gara per la presidenza della Banca Centrale Europea. Perché se non è così, allora Italo Svevo, classe 1898, che nel suo romanzo ‘Senilità’ narrava di Emilio, un uomo inetto diviso tra la brama d’amore e il piacere che prova per non averli goduti, oggi potrebbe riscriverlo in chiave erotico - viagrano sulla falsariga di ‘Cinquanta sfumature di sesso estremo’.

Chissà, magari Albertino, il primo della classe che raccoglieva le foglie nel parco, anziché farne quadretti di natura morta, potrebbe arrotolarle e farne delle canne per i vivi. E forse Marietta, la mia ex compagna di banco della Terza A, anziché collezionare farfalle spiaccicate tra le pagine dei libri potrebbe succhiare il lecca-lecca sotto il banco. Fatto è che la scuola non mi ha insegnato che Dante, ad esempio, soffriva di incubi notturni e che portava sfiga; che Monti era un triste frequentatore di tombe; che Leopardi era un anarchico rivoluzionario; che Pasolini guardava alla realtà più bieca, o che Lussuria.. beh, lasciamo perdere. Comunque resta il fatto che tanti sarebbero i modelli da ‘copiare’ e che in qualche caso la ‘volontà’ non c’entra se si diventa bravissimi a copiare, come del resto hanno fatto e continuano a fare tutti, da sempre. L’importante è superare il proprio modello.

Per il resto si può essere diversi esattamente come fare cose diverse nella vita, non c’è un ‘must’ che regoli il flusso delle emozioni e dei sentimenti: «Il problema dell'umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi.» - scriveva filosofando Bertrand Russell. Mentre io sono qua che mi sbatto il cervello su cos’altro la scuola potrebbe fare (?). Infine convengo che forse, anziché insegnare ai giovani, così come ai genitori, oltre agli inutili tabù sessuali e le idiosincrasie sociali, dovrebbe insegnare loro come diventare adulti e anziché contrastarlo, riscoprire il piacere sottile della masturbazione, (in modo da non mettere al mondo così tanti prof imbecilli).

 

D'evesserci pur stata una ragione se Albert Einstein dopo aver tanto studiato è arrivato a dichiarare: "Temo il giorno in cui il mondo sarà popolato da una generazione di idioti."

 

Dobbiamo dargli ragione ... oppure no?

 

 

 

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GLI ’ASSENTI’ ...una tipologia umana ’trascurabile

GLI ‘AS-SENTI!’ (..una tipologia umana affatto ‘trascurabile’ della quale dovremmo imparare a farne a meno).

 

“Ciao!” “Ah, sei tu?” – l’amico, si fa per dire, finge di non avermi riconosciuto “Beh, non potendoti evitare, mi sono detto perché non salutarlo quello As-Stronzo!” “In che senso, scusa?” “No, dicevo così, per assecondare la tua faccia di culo!” “As-senti chi parla, potrei dire la stessa cosa di te.” “Forse, ma con la differenza che dovresti mostrarti abile a sostenere la tua ignobile idiozia, con me non funziona.” “Perché, qualcuno ti ha riferito ...” “Non ce n’è stato bisogno, solo tu potevi darmi conferma della tua.” “E quando l’avrei fatto?” “Lo stai facendo adesso.” “No, ma io … veramente volevo dire …” “As-Senti, smettila una volta per tutte di riferire cose che non ti riguardano.” “Ma io …” “As-Senti una cosa … vai a cagare!” Non so voi, ma la falsa ingenuità è la cosa che in assoluto più mi fa imbestialire, del resto fra la credulità e l’incredulità la voce della ragione quando rimane sospesa nell’aria, è comunque soffocata. E non basta appellarsi al buon senso perché in fondo mandare qualcuno ‘a cagare’ fa parte di un frasario valido per una infinità di ragioni che, nel bene o nel male, riguarda tutti, me compreso. In tal senso che vi si rispecchia una certa effettività che puntualmente, da temprati ‘assenti’ semplicemente non si considera ma che, soprattutto non è molto tollerata da amici e conoscenti, mogli o compagne che sia, men che mai dalle/dagli amanti, per non dire dai parenti più stretti che immancabilmente ‘mettono lingua’ nelle vostre cose. “Del resto – come scrive Michele Serra – entrambi ci conosciamo poco e male, e il cui destino sfugge giorno dopo giorno dalle nostre mani, ovviamente perché così è (e così va) la vita.” “Perché come va la vita, non è forse così che deve andare?” Incominciamo (da un punto bisogna pure incominciare) dalle vicissitudini del quotidiano, per poi considerare le incompatibilità generazionali (ogni generazione ne ha di sue), per concludere (ma non è una conclusione) con le incomprensioni dei padri nei confronti dei figli e viceversa. Con la differenza che i padri (o presunti tali) ne soffrono, mentre i figli … beh i figli non si accorgono neppure di questa sofferenza dei padri e dei genitori in genere, loro non ne hanno. Le loro ‘sofferenze’ sono altre, e non si chiamano neppure sofferenze, per lo più sono di tipo ‘astenico’, ‘astrofico’, ‘esegetico’, compatibili con il ‘mobbing’ da stress genitoriale (padre), da ‘puerperio costante’ (madre), da ‘parentocrazia’ (parenti e amici dei genitori), da quelle che sono le facce obliterate e pur sempre ‘inquietanti’ degli ospiti di Galimberti. “Eppure l’ingenuità è una forza che gli astuti hanno torto di disprezzare.” – conferma A. Graf – o almeno così insegna la moderna pedagogia – dico ai figli che rincorrono pur sempre l’idea di farla franca in ogni occasione, credendosi furbi nell’evitare qualsiasi responsabilità. “Pà quando la smetterai con queste stronzate sarà comunque tardi!” – risponde il mediano nichilizzando. Ma non spaventatevi, il nichilismo, almeno per questa volta resta fuori della porta, perché “l’impacciato testimone” che presenzia alla scena, intuisce fin da subito del non avveduto e piuttosto acido sarcasmo che si pregia di una lingua franca, disincantata, e per questo capace di cogliere sia i risvolti acri, sia le effusioni paternalistiche. Pur senza lo stucchevole rammarico del diarista pedante e rimarchevole che piuttosto risponde a domande che certamente non si pone, quanto invece le sdoppia in azioni che poi si trova a dover affrontare, siano realisticamente personali o semplicemente annotate, siano apprese dalle chiacchiere degli altri che dalle proprie ‘gag’, leggi cagate esistenziali. Ma quando gli ‘altri’ sono i propri figli la cosa cambia, prende un diverso risvolto, e la chiave di lettura non può (non riesce) ad essere altro che quella dell’amore, per cui l’approccio non è indipendente (semplicemente non può), anzi, lo diremmo piuttosto ‘impertinente’ rientrante in quella dimensione del mondo in cui come padre avrebbe voluto che … anzi come genitore vorrebbe che … per poi ritrovarsi a fare tutto quello che per sé non avrebbe mai consentito di fare ancor prima per se stesso, che nei confronti degli altri. Vuoi nell’uso moderato di alcune parole, vuoi nell’affrontare certi argomenti, così come certe azioni a reazioni incontrollate e che, invece, volente o nolente si trova a dover ‘accettare’ (non si sa bene come e con quali riserve). In ciò è facilmente riscontrabile come gli ‘As-Senti’ ma presenti nella società, rivoluzionano in parte la stessa, così come ribaltano la dimensione del tempo presente che viene a perdere i suoi connotati di etica, perbenismo, moralità, amor proprio, rispetto, pudore ecc. ecc., insomma tutte quelle … “Cagate pà, ca-ga-te!” Non c’è che dire, oggi è possibile affermare con cognizione di causa che in fondo sono ‘solo parole’ di cui ‘forse’ è possibile fare a meno, di cui ‘si deve e si può’ fare a meno, senza una vera ragione, senza un reale perché (?) A rifletterci su, in realtà non c’è un perché o, almeno non sempre, e questa è appunto l’eccezione che conferma la regola, che non sempre va cercata una risposta, perché una risposta non c’è. A meno che non se ne voglia trovare una qualsiasi che, sarebbe poi, già obsoleta quanto inutile nel momento in cui è data, per il solo fatto che suonerebbe ‘moralista’, ‘virtuale’, insomma ‘campata in aria’. Oppure, (per gentile concessione dell’interessato figlio), sarebbe alquanto ‘scontata’ quanto ‘illogica’ e come direbbe Odiffreddi, interessante solo “..per chi desidera ascoltare un’ora chi si interroga sul tema da una vita” – senza aver trovato una cazzo di risposta accettabile. Ma chi sono ‘gli As-Senti’? Zombies al via! “Forse sono di là, forse sono altrove. In genere dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. (..) I figli adolescenti, i figli già ragazzi.” (M. Serra) Ai quali vanno aggiunti molti genitori ‘as-senteisti’ che, per così dire ‘si dissociano’, si disinteressano dei propri figli e di un sacco d’altre cose; che ‘non vanno a votare’, ‘che non sanno’ perché non vogliono sapere, ma che conoscono il calendario di tutte le partite di calcio, ai quali se chiedi chi è Dante Alighieri rispondono: “Scusa, ma con che squadra gioca?” “Con l’Arsenal perché lui sì che è davvero un grande!” Non sono esclusi gran parte di quegli anziani che ancor prima di raggiungere l’età pensionabile si sono già dissociati da tutto ciò che riguarda la comunità, la tradizione, la politica, gli avvenimenti culturali, che si parano dietro una forma di ‘smemoratezza senile’ mentre conoscono i nomi farmaceutici di tutte le specialità per mantenere duro il pene senza neppure aver consultato il medico. Per non dire di quanti, e sono in molti, che hanno preso le distanze dalla vita per entrare nella categoria gerontoiatrica di quelli che sono ‘morti e non se ne sono accorti’. “As-Senti pà, vuoi capirlo che non è una tipologia di umani ma solo una varietà di vegetali. Come dire: carciofi, finocchi, broccoli senza testa e senza memoria!” “As-Senti, ha parlato il biologo dei miei stivali.” (leggi dei miei coglioni). “As-Senti pà, sai quel’è il massimo per uno smemorato?” – mi chiede quel grande interlocutore che è figlio a me (come dice sua madre). “No, dimmi.” “Morire e dimenticarsi di chiudere gli occhi.” “E magari tenendo conto del tuo suggerimento da attaccante di ‘andare a cagare’?” – aggiunge. “Sì, ma almeno ricordarsi di alzare il coperchio del WC!” – (leggi cesso nella traduzione dell’altro ‘non so come definirlo’ più tenero in età). Figli di un germe (oggi ha nome virus) che si è incuneato nella società del benessere, del consumismo, dell’ “ozio padre di tutti i vizi” , di ‘quanti’ si radunano, si assemblano, si coagulano all’unisono, tutti vestiti allo stesso modo, con le stesse nuance, gli stessi piercing, gli stessi tagli di capelli, che si incontrano in un rave party, o che si ammassano all’interno di un pub o quant’altro senza avere niente da dire e da fare, che sostano davanti a un boccale di birra ‘persi’… “Noooo, che dici mai?” “Volevo dire ‘riflessivi’, intenti a decostruire ogni forma ‘viva’ del linguaggio e del pensiero meditativo.” “Che forse non è stato così anche per i ‘figli dei fiori’, dei ‘capelloni’, dei ‘punk’, e adesso dei ‘metallari’, degli sdraiati, degli … As-Senti?” “As-Senti pà … avrei bisogno di qualche soldo per …” “As-Senti, io e te dovremmo parlare di …” “Adesso ho da studiare!” “Adesso! E già non fai un c…. tutto il giorno e quando voglio parlarti devi studiare. Adesso?” “Eh, adesso, perché c’è un orario per …” “A sì, certo, le mode cambiano e con le mode cambiano i rapporti, chissà perché mai in meglio!” Ma ti senti – tu che scrivi – hai usato un eufemismo per non dire ‘sempre peggio’, che è poi quello che pensavi veramente. Ma che rispecchia ciò che diremmo tutti noi di noi (di una o due generazioni precedenti) e che probabilmente diranno anche loro, gli ‘As-Senti’ di oggi, guardandosi all’indietro tra 5, 10, 20 anni. Perché è così che cambiano le cose, come di un ‘virus’ che da semplice malattia infettiva (sviluppatosi nella precarietà dell’incoerenza) diventa letale e porta alla demenza, l’avviamento verso la de-costruzione di tutto ciò che ha senso, di tutto ciò che crea senso è ferma sulla porta … e aspetta. “Se è vero che il colmo dell’abilità sta nel nascondere la propria abilità” – scrive La Rochefoucald, e devo dire che voi i giovani ci riescono più che bene, con i loro tiri canaglieschi che altri (soprattutto le mamme) scusano dicendoli ‘infantili’, ‘ingenui’, ‘innocenti’… “In fondo sono solo ragazzi!” Sì certo, ragazzi che in realtà hanno abbracciata la sindrome di Peter Pan, per la volenterosa indolenza di non voler crescere, anche dopo la ‘maturità’. “Mi chiedo che gliela danno a fare questa ‘maturità’ che questi … beh, lasciamo perdere va.” Ma che però è esattamente quanto accadeva ai miei tempi in letteratura dove (in breve) si passava dal particolare stato di inerzia dell’ ‘oblomovismo’, da ‘Oblomov’ nome del protagonista dell’omonimo romanzo di Gončarov, all’ ‘apatia’ dell’‘Uomo senza qualità’ di Musil; dalla fatalistica ‘indolenza’ di Swann per la promessa di felicità sulla quale Proust costruì il suo capolavoro, alla ‘precarietà’ dell’esistenza esibita in la ‘Classe morta’ di Kantor, in cui si esprime l’emblematica esperienza della vita. La stessa emblematica ‘esperienza’ mostrata da Moravia in “Gli indifferenti”; nonché da Pasolini, nella figura di Carlo protagonista di ‘Petrolio’ simbolo di contraddittorietà e, soprattutto, in ‘Ragazzi di vita’, cruda testimonianza di un’esistenza che si consumava senza alcuna speranza di futuro riscatto. Ciò nondimeno se l’indifferenza esternata dai giovani verso tutto o quasi, almeno stando a quanto essi stessi affermano, noi la discriminiamo come forma di ‘apatia’ (malattia psichica), e che invece è di ‘impassibilità’ che diversamente ha rilevanza virtuosa (stoicismo), allora il ‘problema’ (se mai lo sia) è di per sé risolto, perché strettamente legato al concetto di ‘provvidenza’ necessaria ma bastante alla loro ‘sopravvivenza’. Onde, in assenza di esaltazione e di conseguente abbattimento, che sposta chi ne è affetto nel limbo dei sopravvissuti di chissà quale catastrofe, ci si può anche convincere che ogni accadimento, anche il più disdicevole, vada interpretato come ‘teso verso il bene’; quindi assente di passioni sconvolgenti, di stravolgimenti universali, nella totale indifferenza (stoica) che permette di evitare ogni successiva disillusione (tristezza). Non male per chi ha fatto della propria sopravvivenza uno ‘status’ perfettamente riconoscibile e riscontrabile di una fascia deresponsabilizzata d’età. “Perché no? In fondo rimanere ‘As-Senti’ in questa società di merda vuol dire già aver vinto!” – afferma il ‘primo uomo’ di casa che ovviamente non sono io. “Scusa sai, così per capire, aver vinto cosa?” “Non saprei, forse un lecca-lecca!” “Se mi permetti la volgarità, è cosa tipica dei lecca culi.” “Quelli non siamo certo noi.” “Secondo te chi dovrebbe assumersene il ruolo?” “Non so, noi possiamo mancare di accortezza ma non certo di astuzia.” “I soliti furbastri voialtri, senza sapere che il modo sicuro di cedere all’inganno è di credersi più astuti degli altri.” “In certo qual modo noi lo siamo più di voi che vi siete riempiti la testa di scemenze.” “Vero! ‘..la grande furberia degli uni consiste spesso nella stupidità degli altri.” (la Rochefoncauld) “Ti rispondo con un paradosso che spesso vai ripetendo: ‘non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire’ e noi (giovani) non vogliamo più starvi (a voi vecchi esperienziali) a sentire.” Quindi, dove non c’è dolo (colpa) non sussiste pena (condanna). Cosa che mi fa sentire un po’ sollevato dal non dovermi accollare le tasse di un risarcimento che gli ‘As-Senti’ con il loro ‘entusiastico’ silenzio non pagano. Un modo come un altro di farla franca dei furbastri che così hanno scelto di ovviare alle responsabilità. Nessuna è la risposta, la vita è (va) così, ed è così che deve andare. Io padre tu figlio scoordinati in un dialogo che il tempo ‘rarefatto’ man mano assottiglia fino a non farci comprendere più; che non ci permette di essere come vogliamo, e ci abbandona l’un l’altro ognuno per la propria strada, o forse per il suo cielo: come quell’aquilone che in altri tempi abbiamo costruito e che un bel momento ci sfugge di mano, è allora che bisogna lasciarlo andare. Allora io, “..non altri, sono quelle due sillabe. Io sono quello che deve. Forse non vuole, forse non può, comunque deve.” (M. Serra) Tu sei l’altro, tutto quello che vorrai essere … anche di rimanere ‘As-Sente’ fino al prossimo diluvio universale … E già l’aria ha quell’odore di terra assetata che annuncia l’arrivo della pioggia. Il temporale sta per scoppiare e nessuno potrà salvarci dall’ira elettrica dei suoi lampi. “Catastrofico pà!” – apostrofa il ‘primo uomo’ di ritorno dalla sua As-Senza. “Apocalittico!” – risponde il mediano nichilizzando. “No, ma io … veramente volevo dire …” “As-Senti, smettila una volta per tutte di riferire cose che non ti hanno mai riguardato.” “Ma io …” “As-Sentite una cosa voi due … poi uno dice, ma non li mandereste a cagare? Non so voi, io sì!”

*

’GLI ACUFENIDI’ - ..una tipologia umana / astrale

Gli ACUFENIDI ...una tipologia umana di provenienza 'astrale' tra noi.

 

Sono gli abitanti del Cyberspace venuti a ‘conquistare’ il nostro pianeta con le loro molteplici applicazioni tenologiche di Smartphone, i-Phone, i-Pad, Tablet, con Display Retina 2.0, 2.1, 2.2, Tre.Dati Plus, Blue Tout, On-Demand, All-In One, Top Unlimited, Security Suite, inclusive di Internet in Roaming International quali YouTube, Facebook, Google, Twitter che fanno uso di una lingua monogrammatica di tipo metal-acustico compressa in acronimi equipollenti e scritta in monogrammi dal suono spesso impronunciabile seppure di facile assimilazione come G(iga) e M(ega) Byte, LTE, WEB, SMS, e-Mail ecc.

 

Ma se ‘impronunciabile’ è equiparabile a ‘fare silenzio’ o quantomeno invita a ‘stare muti’, in realtà accade tutt’altro. Gli AcuFenidi, da ACU (Accounter Customers United), suddivisi in quelli che hanno un’età compresa fra 13/25anni; e i FENI (Final Estinguish National Interpreters) la cui età oscilla fra 26/36anni e che manifestano una percezione di ‘suoni/rumori’ (complessi che variano col tempo e con l’età) che l’orecchio (abituale) percepisce come particolarmente fastidiosi, e che procurano nei soggetti più sensibili, cosiddetti ‘diversamente giovani’, disturbi uditivi spesso associati a deficit neurologici.

 

Nel frattempo squilla il tuo telefonino che hai cacciato in tasca, sì ma dove? È davvero incredibile come l’onda sonora di quell’aggeggio infernale che il tuo cellulare di cui ti sei dotato giunga nel momento e nel posto sbagliato. E tu che fai non rispondi? Uno, due, tre momenti irrefrenabili di quella musichetta inqualificabile che hai scelto per suoneria. Finalmente lo trovi.

 

“Eccolo!” – pensi orgoglioso di te stesso. “Sì!” – rispondi cercando di darti una dignità che hai già persa.

“Papà perché non rispondi al telefono?”

“Ma come, ha fatto appena uno squillo!”

“Veramente è da ore che provo a chiamarti.”

“Non è possibile!”

“Non essere il solito polemico, credimi, con la tua ostinazione di tenerti quella specie di cabina telefonica che ti porti dietro, non arriverai da nessuna parte.”

“Perché, dove dovrei arrivare, sto forse partendo?”

“Te lo già detto è ora che lo cambi.”

“E di questo che ne faccio?”

“Buttalo via, rottamalo!”

“Senti, devi chiedermi qualcosa, oppure …?”

“Si, ma ti mando un SMS.”

“Nooooooooo!!!!!”

 

All’urlo terrorizzato che rintrona nel negozio, gli altri avventori reclamano una precedenza che non hanno maturato. Resto basito dai rumoreggiamenti che si levano come da un corteo in sciopero (della fame) ma non mi astengo dal far sentire la mia:

 

“Ognuno ha il suo da fare, o no?”

“Si ma fai presto e soprattutto ‘falla tutta’” – mi incita il Feno dietro di me.

“Soprattutto ricordati di alzare il coperchio della tavoletta!” – aggiunge l’Acu che gli sta accanto con le cuffie incorporate.

 

Perché una cosa che non ho detto è che gli AcuFenidi hanno un i-Pad infilato da qualche parte capaci di riceve imput astrali che rispondono a scatti con voce da sotterraneo della metro, che non sai mai da dove arriva. Per cui se si avvia una conversazione ciò che si riesce a comprendere sono frasi distanziate tra loro, interconnesse a rumori urbani da ‘rapper di strada’. Detto fatto in breve ogni luogo può trasformarsi in un ‘rave party’ dentro e fuori di un centro commerciale, una piazza, una via affollata.

 

Accadimenti come l’esposizione al rumore o all’intossicazione da ‘suoni’ misurati in decibel elevati e continui che invadono, sovrastano, espropriano tutti gli spazi ‘reali’ disponibili, sostituendosi a relative situazioni di rilassamento, come ‘pausa uditiva’, ‘pace’, ‘tranquillità’ e tutti i sinonimi possibili fino a ‘silenzio’, sono esperibili dappertutto, in ogni luogo e in ogni momento del giorno e della notte.

Una statistica di quanti dormono, si fa per dire, con la TV accesa, o con le cuffiette dell’i-Pad infilate nelle orecchie ha rivelato un dato esorbitante. Per non dire di quanti da svegli fanno la stessa identica cosa, cioè si ‘bombardano’ il cervello, per non ‘sentire’ (?), per non capire (?), per dissolvere le antiche paure (?). Forse!

 

“Papà, lo spazio non appartiene a nessuno, è virtuale, e poiché (voi) non ci lasciate un centimetro di superficie qui sulla terra, lasciateci almeno lo spazio virtuale, ti pare?”. (Ovviamente non che mio figlio parli questa lingua obsoleta, ma si fa capire e quello che voleva dire all’incirca quasi l’ho interpretato come un sintomo isolato ma molto diffuso).

 

Non so voi, ma personalmente ho potuto constatare un eccesso di interlocutori virtuali e multi-etilici che parlano rivolti al vuoto che li circonda, s’incazzano, si esprimono per sillabe, mugugni, mezze parole, mezzi pensieri, mezzi concetti, attraverso pareti, vetrine di negozi, finestrini delle auto in corsa; che calcano i marciapiedi delle strade, oppure restano immobili in un mutismo sospeso in orbite perpetue nel tempo e nello spazio. Sono creature cibernetiche, per lo più embrioni virtuali, entità interattive dal potere distruttivo.

 

Ecco, sono loro, gli attuali AcuFenidi, non potete non riconoscerli. Indossano bluse di felpa con cappuccio aventi scritte d’ogni genere, o cappellini colorati con sigle d’appartenenza (?), occhialetti con lenti (vetri) colorate che rendono il loro sguardo ‘cieco’; zainetti in spalla ‘vuoti’ perché sono trend così e lo sbatacchiano in qua e in là baldanzosi ignorando chiunque e qualsiasi cosa, dai semafori ai marciapiedi, alle strisce pedonali. Quando non sono su uno skate hanno un paio di pattini ai piedi o una biciclettina pieghevole, calzano scarpe di colore giallo, rosso, verde acido coi lacci eternamente sciolti perché ovviamente gli AcuFenidi non camminano, bensì saltellano, e regolarmente finiscono per calpestarti.

 

“Ma scusa non mi hai visto?”

“Semplice no, se non ti ho visto è perché non esisti!”

 

Per non dire dei tattoo che sfoggiano a non finire, una foresta di eroi e supereroi, velieri, auto da corsa, madonne e cristi come santini stampati sulla pelle, come dentro delle capsule virtuali, con le loro visioni di simboli astrali, svastiche, croci, vortici, stelle che vagano dagli arti, sui muri, nei cieli di domani. Sì, perché gli AcuFenidi sono già un passo ‘oltre’, hanno scavalcato l’orizzonte dell’età, oltre il quale tu semplicemente ‘non esisti’. Nel senso che ti hanno già ‘rottamato’ nel bidone della spazzatura, insieme a tutte quelle balle che da sempre gli hai raccontato: disciplina, moralità, giustizia, democrazia, ecc. ecc. Una dimensione questa dove nulla , o almeno nulla di quello che intendiamo come la nostra ‘esperienza’, potrebbe avere luogo.

 

“Che strana parola, senz’altro un refuso del Jurassico!” - mi dico, ma la prendo come una manifestazione d’affetto fra l’atterrito e il divertito.

“Ma quanto sono simpatici questi giovani?”

 

La risposta mi giunge dal distinto signore (mascherato di normalità) che mi siede accanto in ambulatorio, mentre attendo per una visita alla prostata. Sì perché sembra che raggiunti gli ‘anta’ si da il caso che diventi necessaria. Così almeno si è espresso il Feno-medico aggiungendo che se non ho mai raggiunto gli ‘anta’ prima, non posso sapere che cosa mi capiterà.

 

“Perché raggiunti gli 'anta' deve necessariamente capitarmi qualcosa?” – gli ho chiesto.

“Vede, in questa fascia temporale ‘millenarista’ la gioventù cominciata prima non può durare di più, questo è tutto! – ha sentenziato il medico/Nietzsche. 

"È indubbiamente così, pura statistica!” – aggiunge il mio interlocutore ambulatoriale.

“Perché anche lei rientra nella casistica degli ‘anta’?”

“Certo che sì, altrimenti che ci sto a fare qui? Vede caro signore, le giovani generazioni non durano neanche il minimo necessario per meritare un nome che le distingua dalle altre più giovani generazioni”.

“Ma va, sa che non ci avevo fatto caso!”

“Avanti il prossimo!” – chiama l’urologo dallo studiolo, con voce che atterrisce. “Tocca a lei!” – dico con sottile piacere al Feno-Plus che sbianca.

 

Già non vi ho ancora parlato dei FENIDI Plus. Sono un numero elevato in continuo aumento e arrivano fino agli 80anni suonati, fra i quali si riconoscono molti di noi. Siamo consapevoli che il tempo è molto più veloce della nostra capacità di assimilare la velocità dell'invecchiamento. L’incredibile è che vi rientrano tutti quelli che non si sono arresi all’usura del tempo e che cercano, ‘costi quel che costi’, di connettersi col Cyberspazio. Il mondo è pieno di umani di 60enni e più convinti di averne 20 che di per sé contraddicono quello che è visibile a occhio nudo. Cioè gli (in)arrendevoli che comunque continuano a dichiararsi ‘in’, senza aver compreso d’essere in via di estinzione definitiva, in quanto pur essendo ancora in vita, senza accorgersi sono ormai ‘out’, come dire già morti.

 

“Tu sai qual è il massimo per uno smemorato?”

“Non ho idea.”

“Morire e dimenticarsi di chiudere gli occhi!”

“Carina questa, me l’appunto.”

“È del tutto inutile, tanto poi non la ricorderesti.”

 

Come non ammettere che gli scollegati, i disgiunti, gli eterni indecisi siamo noi, ostinati come siamo a vivere nel loro stesso ‘spazio’ smaterializzato, de-contestualizzato, supersiglato, liofilizzato, multietilico, streetlinguistico, rapperfunky, dancefloor, ethnic-tribal, convinti che pure, un tempo noi ‘vintage’ lo abbiamo posseduto, se mai ci è appartenuto (?), caparbi a non condividerlo con nessuno, in particolar modo con loro, figli (de)generati da noi stessi. Tali ormai da pressarci in costante ‘mobbing’ perché gli AcuFenidi pretendono che dobbiamo assolutamente lasciare loro lo spazio di cui necessitano perché è così che da sempre va il mondo. I figli sostituiscono i padri, e fanno come gli pare.

 

“C’è qualcosa di terribilmente ingiusto nel fatto che siano i vivi (si fa per dire) ascrivere la storia, perché i vivi non sono, necessariamente, i vincitori” – afferma Rodrigo Fresán (*) lo scrittore argentino che in un suo libro ha riportato all’attualità la sindrome di Peter Pan, con tutte le sue conseguenze.

 

“Io mi riferisco a un’altra cosa che non riguarda tanto questa o quell’età, ma il poter essere pienamente consapevoli del preciso istante in cui la vita smette di essere vita e comincia a essere morte. Il secondo zero (2.0) nel quale sei a metà del corridoio e una porta si chiude alle tue spalle e un’altra ti si apre davanti e, di colpo, l’infanzia e la vecchiaia acquistano lo stesso grado di irrealtà, di finzione. Quello che è stato e quello che sarà sono scritti nello stesso stile esitante, con errori di ortografia e sintassi. È allora che il mito calante dell’infanzia (del mondo) coincide con la leggenda (dell’eternità) crescente della vecchiaia, e tu sei lì, a domandarti 'che ora è?' senza avere nessuna voglia di guardare l’orologio (paura), e con l’irrefrenabile necessità di trovare un bambino che non abbia ancora imparato a leggere, a dire l’ora, per chiedere a lui che ora è, e credere per sempre (l’illusione) a quel che ti risponderà, e non usare mai più, né mai più avere bisogno di un orologio”.

 

“Siete tutti d’accordo vero, è così che stanno messe le cose della vita?” “Se non sapete dove andare, potreste sempre andare tutti a ‘V-Day’, non vi pare?” – risponde l’AcuFeno senza orologio al quale ho chiesto l’indicazione di dove sarei dovuto andare, se lui occupava il passaggio pedonale.

 

Dalle facce che osservo intorno a me non mi sembra che la domanda abbia possibilità di raggiungere un quorum elevato di risposte affermative. Tuttavia dobbiamo ammettere che, visto come vanno le ‘cose’, essere d’accordo o meno, non fa la differenza, in fondo le ‘cose’ stanno messe così come stanno, cioè messi i contrasti ciò che avanza finirà comunque in mano loro, degli AcuFenidi. Allora sì che per noi arriveranno i guai, in quanto accettare una nostra resa in cambio di ‘mantenerci in vita’ in ogni caso non gli sarà facile. Perché non abbiamo valutato (?), misurato (?), controllato (?); perché non abbiamo … Perché semplicemente abbiamo trascurato, sottovalutato, inibito, vietato, chiuso loro tutte le porte di accesso, perché credevamo (?) in che cosa … Non è dato sapere.

 

Ma è un falso storico, Noi come Loro non abbiamo mai creduto a un cazzo di niente, il nostro credo è sempre stato finzione, illusione, abbaglio, ipocrisia. Sostenere che credevamo di fare tutto ‘per bene’, ‘al meglio’, per il sostentamento dei figli, per la sopravvivenza dell’umanità, per … Per lasciare che il pianeta esploda in mano Loro, nelle mani dei nostri figli, ècco che cosa abbiamo fatto. Avete provato a cercare una qualsiasi ragione del perché siamo stati così infami? Del perché siamo ancora così infami da voler imporre Loro i nostri dubbi, le nostre preoccupazioni, il nostro credo, le nostre paure? Perché di questo si tratta e, come volevasi dimostrare, adesso non troviamo una spiegazione, non dico logica o quantomeno razionale, ma neppure trascendente o in qualche modo spirituale.

 

“Sì, certo, si è sempre divertito il Tiranno a schernire l’imparziale dose delle necessità, a procreare despoti infiniti, a prendere possesso di feudi assillanti: neon pubblicità auto / pubblicità plastica computer; / nel sintetismo linguistico artificiale ch’egli conduce: plastica plastica plastica / neon computer computer / auto auto pubblicità. / Nel contesto della quotidiana egemonia gioca il tiranno al dominio delle cose: scarpe auto ufficio auto ufficio / auto pubblicità / web tv radio pubblicità / internet face book twitter / i-Pad Tablet / pubblicità a combattere il supplizio inferto / nelle sabbie mobili del mito / nella contemplazione delle cose astratte” (**).

 

Così abbondano i testimoni che giurano di averli visti ma che loro non ne fanno parte. Uomini e donne che insistono e concordano nell’affermare che trattasi di un’incontro casuale, al di fuori delle previsioni. Io mi spingo oltre, ho una mia teoria forse più inquietante che demolisce il fascino del ‘caso’ per qualcosa di più interessato e calcolato: l’avidità di trattenere a sé quello che fin qui è stato in loro potere, nell’egoismo di cedere quanto comunque andrebbe perduto, smembrato, disatteso del loro patrimonio, nella successione. Ma gli AcuFenidi hanno una loro strategia di mercato, non barattano, quello che vogliono se lo prendono nel modo più semplice che esiste: rinunciando all’eredità, all’esperienza, sia dei FENIDI Plus che di tutti gli altri che si ostinano nell’indecisione del futuro, della necessità di capire il presente, di essere capiti.

 

“Non c’è metodo più efficace per ottenere ciò che si vuole – scrive il mio nemico/amico argentino Rodrigo Fresán – non c’è modo più perfetto di vincere, che dichiararsi vinti (cioè fuori dal gioco degli AcuFenidi) e guadagnarsi l’affetto (che non può essere che la dispotica arroganza di tutti noi) del vincitore”.

 

Un po’ come andare dal salumiere e chiedere mezz’etto di quello, quand’è il salame che si vuole.

“Quello, non quella!”

“Allora, c’è qui del buon prosciutto dolce di Parma, un ottimo culatello, della mortadella suprema, otto tipi di salami … vado avanti?”

“Ecco quello.”

“Tutti?”

“Non esageriamo, quello.”

“Senta c’è da aspettare molto?” – chiede un AcuFeno spazientito che vuole un panino. “No, il tempo che do del ‘salame’ al signore!” – risponde il Fenido dietro il bancone.

 

 

È lì che gli AcuFenidi si ritrovano, fateci caso, all’angolo d’ogni strada con i paninari, i breacker, gli uploaded, i …

 

“Ehi Nick, che fai scendi, o vuoi che saliamo noi?” – stride la voce nel citofono.

“Noi chi?”

“Dai Nick non fare il ‘favello’!”

“Noi Nick, noi!”

“Nicola non c’è, sono suo padre!”

“Ah, suo padre, il paparino, il papi, quel ciù ciù di papà …”

“C’è dell’altro?”

“Sì, che il paparino regala un i-Pad al ragazzino / e noi glielo grattiamo / perché gli andrebbe insegnato / che non si regala un i-Pad al ragazzino. / A meno che il paparino non condivida l’idea di fare lo scortichino / e lasci che il ragazzino se la veda solino / di dividere il suo col nostro spilucchino / …”

“Ma che vuol dire?”

“Che sei un coglione!”

“Due, grazie!”

“Come coglione + coglione?”

 

Mi prendo del ‘coglione’ e chiudo la connessione, ma quando mi affaccio alla finestra sento uno stridere di gomme d’auto e alcuni motorini che partono a tutto gas. Mio figlio Nicola (Nick) esce dal bagno con le cuffiette incorporate e rifà il verso a J-AX.

 

“Nicola ma sei qui?”

“Esco.”

“Volevo dirti che …”

“Pa, non adesso.”

“Ti hanno cercato i tuoi …”

“Non ho tempo …”

“Devo ammettere che J-Ax spacca” – nel senso che fende, scava, disgiunge il cervello, ancor più rompe i …”

 

L’indomani andando in ufficio mi guardo attorno e incomincio ad elencare tutti i Feni che vedo in giro con il chewing-gum e le cuffiette alle orecchie, che calzano giubbini scarpe Nike, Diadora, Puma di ogni fatta e ogni colore che si limitano a parlare di pallone, di quello che hanno fatto (un cazzo) durante il week-end, dei problemi dei loro figli e della ‘rottura’ dei mestieri domestici, dell’auto che li ha lasciati in mezzo di strada … quando arriva un baldanzoso Fenidi Plus di collega che vuole rifilarmi la sua polizza assicurativa.

 

“Allora, la firmi o no questa polizza? Ti prometto il massimo della copertura!”

“Cioè che mi mandi in paradiso?”

 

Meglio leggere le clausole scritte in piccolo sul contratto messianico prima di firmare. “Non vi pare?”

 

(*) Rodrigo Fresán “I Giardini di Kensington” – Mondadori 2006

(**) L’autore.

*

’BRICIOLE DI TEMPO’ per la notte di Halloween

Briciole di tempo / Nick of time,
(..frammenti di tempo per chi ne ha da perdere).


Come spesso mi capita durante i lunghi tempi vuoti, che invece di dedicare all’ozio (che allunga la vita) investo nella scrittura (deleteria alla riabilitazione fisica e alla psiche), mi sorprendo a domandarmi quando è stata l’ultima volta che ho avuto davvero paura. Non certo per svago, poiché giocare con le parole molto spesso è stato per me come aver fatto una scommessa col diavolo. E con me il diavolo ha voluto giocare davvero duro, almeno una volta, sbattendomi in faccia la sua inconfutabile realtà, ripetendomi una frase che, a distanza di tempo, ho ritrovato nella didascalia di un film in programmazione: “L’ultima immagine che vedrai della tua vita è l’attimo fuggevole della tua morte”, e che ancora mi pesa addosso come un macigno. Certo, un’affermazione tipica da trailer dell’orrore, da non prendersi in considerazione più di tanto, se non perché rappresenta una realtà precostituita, quasi un atto di necessaria superbia, o se vogliamo di schietta presunzione, da parte di chi da sempre pensa di gestire la cosa umana, e inesorabilmente ci riesce.
Posso dire d’averla vista davvero in faccia la morte, una notte, senza saperlo. È stato quando riaprendo gli occhi in un letto d’ospedale per degenti terminali, dopo non so quanto tempo e quanto dolore avevo causato a tutti quelli che disperavano di rivedermi risanato, mi sono scoperto inamovibile, amorfo, oggetto inqualificabile dell’inconsistenza. Fatto è che nessuno dei presenti si accorse che ero diverso da quello che ero sempre stato, che ero diventato un altro, come non ero mai stato: uno zombie. Ricordo che era appena suonata la mezzanotte, quando svegliato di soprassalto, mi sono lasciato cadere sui cuscini di un ampio letto con baldacchino, in una stanza rettangolare con alti specchi alle pareti che oltrepassavano il soffitto, che ovviamente non vedevo.
Tutt’attorno al letto si allineavano solidi mobili di buona fattura rinascimentale, e un grande armadio a quattro ante, alto, scuro, che occupava l’intera parete sul fondo, e ceri, tanti ceri accesi dappertutto. Logori epitaffi, vagavano nell’aria, insieme a suoni, odori, colori, bandiere sparse a ricordo di vecchie guerre o forse giochi. Mute statuette d’ebano che raccontavano storie di etnie sconosciute, di tempi remoti, di ninnoli impolverati, e cocci, ciotole e pennelli d’ingenue scaramucce con la tela. Negli scaffali tantissimi libri pieni di parole, che si aprivano al solo guardarli fino a soffocare l’aria di virgole e punti sconnessi, sillabe incerte, chiuse in coperte di pelle, di tela, nel riecheggiare di versi contemporanei dell’ultimo Ungaretti. A grida tumultuose, ombre sparse s’agitavano affannate sulle pareti dove solitari candelabri si levavano a sostegno di smunte candele, a ricordare notturne lotte con le tenebre, presenti in ogni momento, tra le coperte in disordine del letto, tra le molte carte sparse senza senso, nella stanza disfatta, ancora da rassettare.
All’improvviso fu come se tutto intorno a me fosse cambiato, ogni mio gesto, ogni mia azione, ogni frase che pure non avevo pronunciato si rovesciasse, assumendo un significato diverso, come se il passare del tempo perdesse d’importanza, e l’orologio che pure vedevo attraverso il riverbero sulla parete, era fermo alla mezzanotte, e ancora mi sembrava di sentirne l’ultimo rintocco. Ricordo d’essere rimasto immobile per non so quanto tempo, sveglio nel sonno, immerso nella luce arcana, vaga, ingannevole d’un altro luogo, che gli altissimi specchi rimandavano, con l’arido sguardo polveroso di chi accumula polvere dove più ce n’è, oggettivamente separato da ogni cosa che pur riconoscevo come mia, che in qualche modo mi apparteneva, perso in un mondo estremo, come d’uranio, fermo nello spazio senza moto, senza suono, senza futuro, raccolto in un solo battito di solitudine, dove l’io restava schiacciato al suolo per lo spavento d’essere vivo.
Tuttavia non c’era ansia in me, bensì una sorta di emorragia del tempo attuale, in cui le pareti della stanza trasparivano a costrutti metafisici, dove non accadeva nulla, dove non arrivava nessuno, perché non aspettavo nessuno e certo non sarebbe arrivato nessuno. In ciò che pure avevo avuto fino a quel momento, nel corso della mia vita reale, fosse mancato qualcosa, che in ciò in cui avevo creduto non c’era stata la necessaria determinazione. Ricordo che l’attesa era stata lunga, interminabile, tanto lunga da infrangere le pareti di cristallo della stanza dove si dipanavano i miei giochi impossibili, troppo profondi, troppo ardui per essere autentici, e che i pensieri erano infine trasmutati in altri pensieri, diversi e pur sempre uguali, e non aveva dato frutti. L’unica cosa viva la mia penna scriveva, da sola senza l’ausilio della mia mano, in bella calligrafia sulle pagine di un quaderno, di un’agenda, o forse di un diario, o un deck, non ricordo, il problema semmai era come venire in possesso del suo contenuto.
A uno zombie si sa, non è dato utilizzare lo stesso linguaggio umano, spero soltanto di poter rileggere quello che devo aver scritto, o almeno risentire quanto oralmente credo di aver detto a un palmare, anche se per mia conoscenza il linguaggio parlato non può essere lo stesso. Se, come qualcuno ha scritto, ogni parola ha un suo tempo per essere letta, e ognuno di noi ha un tempo diverso di leggere, quello che andrei a rileggere o a risentire, potrebbe essere diverso, verosimilmente più vicino all’occulto, al paranormale. In quanto al senso, indubbiamente l’aspetto che più m’interessa, è leggere cosa si nasconde dietro quelle parole, cosa c’è dentro di me, dentro di noi, che non ci è dato conoscere, quel certo qualcosa sicuramente imperscrutabile che pure altri arrivano a scandagliare, a comprendere, nel torbido della nostra esistenza.
Si dava il caso che fossi di ritorno da una cena in un ristorante con un certo numero di persone, e che lo sguardo insistente di un commensale in fondo alla sala, che non aveva smesso di osservarmi per tutto il tempo, mi creava un certo imbarazzo. Che cosa poteva volere quello sconosciuto che mi guardava da dietro gli occhiali, se neppure lo conoscevo, se non l’avevo mai visto prima? Eppure lui sembrava conoscermi, perché, a un certo punto, mi sorrise e m’indirizzò un gesto di saluto. Sapevo di avere una buona capacità mnemonica che da sempre mi sosteneva anche a distanza di anni, ma che forse mi stava tradendo. Se avessi incontrato prima la sua faccia singolare, l’avrei certamente ricordata, riconosciuta tra mille, centomila, un milione – mi dissi. Aveva gli occhi nascosti da spesse lenti, ora invisibili, ora fortemente cerchiati quando aguzzava lo sguardo scrutatore, fino a farsi quasi invadente, come di chi cerca un sostegno all’operato di una malvagia seduzione.
Rammento che in Lo scrutatore d’anime di Groddeck veniva formulata una situazione analoga da un diverso punto di vista: che cosa mi aspettavo da lui, forse di incontrarlo da un’altra parte, in un altro momento, un altro giorno, per la strada? Impossibile negarlo, a un primo momento di reticenza sentivo in me la tenue speranza che fra noi due si fosse stabilita quell’attrazione che ci avrebbe sospinti senza sforzo l’uno verso l’altro e che la mia domanda, anziché eludere, finiva per consolidare il nostro incontro. La giustificazione razionale, invece, era che in qualsiasi piano strategico questo sarebbe stato possibile, in un momento o in un altro, semmai l’attesa era solo una componente necessaria. Da quell’ottimo scrutatore che era, il diavolo, o lo sciamano che fosse, tuttavia, sembrava deciso a fare di me una sua vittima.
Da sempre ero stato messo in guardia da certe figure spregevoli, portatori di mala sorte, che si mischiano alla gente comune per estirpare denaro o, come dicevano, per suscitare paura, per carpire l’anima. Superstizione, dicevano i più saggi, ma c’era chi a certe cose ci credeva eccome, e allora giù a raccontare aneddoti arcani, fatti raccapriccianti, accadimenti oscuri che non trovavano riscontro, se non nell’immaginazione di chi li raccontava. Niente di più di quanto in antropologia culturale indica l'insieme delle credenze e il modo di vivere e di vedere il mondo di società animiste e di fasce di popolazioni non alfabetizzate che si pensavano scomparse. E che invece, continuano a tramandarsi una sorta di cultura sotterranea, esoterica, che, nascosta all’interno di tradizioni oscure, dall’apparenza innocua, attraversa la rete planetaria, s’intrufola negli interstizi del web, e attraverso internet raggiunge ogni più remoto angolo della nostra galassia.
Una sorta di “magia bianca” che, entrata di sottecchi nella psicologia umanistica e trans-personale, così come in quella del profondo (detta anche esistenziale) e nella filosofia dei sentimenti, conferma che l’occulto riscontra un largo margine di efficienza e di autenticità nel mondo cosiddetto acculturato e tecnologicamente avanzato. Tale, che un certo numero di persone ancora vi ricorre per risolvere problemi legati al timore della morte, e mettere alla prova la tenuta della propria fragilità. Non si spiega altrimenti come, invece, proprio nel terrore della morte, ognuno trovi la spinta necessaria verso la ricerca interiore, l’intimo inconfessabile desiderio di penetrare e conoscere il senso della propria esistenza, o all’opposto, la supervalutazione del proprio ego, il potere assoluto, la semi-immortalità.
Chi l’avrebbe detto che un giorno, nel bel mezzo del XX secolo, memore dei tanti racconti cui non avevo mai dato importanza, mi sarebbe capitato di imbattermi in uno sciamano che voleva strapparmi l'anima? Eppure è accaduto, l’ho incontrato. Era seduto lì, in quel ristorante, probabilmente da sempre, e aspettava proprio me. Quando al termine della cena mi avviai verso l’uscita, in coda alla fila degli ospiti, l’uomo si alzò in piedi e mi guardò fisso negli occhi, quasi volesse appurare la mia identità. Ricambiai il suo sguardo senza battere ciglio, pensando che ciò l’avrebbe fermato dal suo intento, ma non vi riuscii, il suo sguardo era fisso su di me e io rimasi immobile davanti a lui. Devo parlarle, disse. Improvvisamente la luce delle lampadine mi parve più soffusa e per un attimo le ombre sembrarono prendere il sopravvento. Mi parse d’intuire che quelle ombre vagamente riconoscibili, sedute ai propri tavolini, rivelavano l’esistenza di un popolo maligno che mi osservava vorace.
Rimanga, la prego, lasci che la osservi più da vicino. Non si preoccupi, i suoi amici non si accorgeranno del suo ritardare ad uscire. Immagino che lei sappia perché la stavo osservando? Ci conosciamo forse? No, ma io so cosa le capiterà fuori di qui. Lei è un veggente? Forse. Ha bisogno di denaro, vuole essere pagato per una prestazione non richiesta? No. Allora cosa vuole da me? Si sbrighi, perché non ho intenzione di dedicarle oltre il mio tempo. Purtroppo l’arroganza non paga, e lei non ha poi tutto questo tempo. È quindi di denaro che stiamo parlando, non avevo dubbi. Non saprei che farmene del suo denaro, potrei ottenere tutto quello che voglio, se solo lo volessi, ma non lo voglio. Io, come lei, sono costretto a vivere dentro questa realtà quando avrei bisogno di una qualche distrazione, che non riesco a prendermi, che non posso prendermi. Vuole farmene una colpa? Assolutamente no, ma come vede io e lei siamo i due opposti che prima o poi s’incontrano, che sono destinati a incontrarsi.
Si spieghi, oppure mi lasci andare. Nessuno la trattiene, sto solo cercando di spiegarle ciò che lei non sa, che non può sapere. Non sempre ci è dato sapere, talvolta è meglio non sapere quello che non c’è dato. Ma forse, conoscere il momento della sua morte, sì. È di questo che vuole parlarmi, della mia morte? Beh, credo che quando sarà il momento, me ne accorgerò senza l’aiuto di nessuno. Comunque grazie. Buonanotte. No, aspetti. Dovevo dirle che questo potrebbe essere il suo ultimo momento, che la fine la sta aspettando fuori da quella porta. Non esca, non adesso, anche se solo adesso vedo nei suoi occhi che supererà questo tragico momento. È questa una prova per vedere se la sua sensitività ha un qualche fondamento, o una sfida lanciata per misurare la paura che riesce a inculcare nel prossimo? Entrambe.
Lo zittii sollevando una mano. No, non cerchi di scusarsi, il suo è solo un sospetto non una certezza. Non ha mai provato paura prima d’ora? Non ricordo, o forse sì, lo ammetto, nelle fiabe, nei racconti dei vecchi, nei film dell’orrore, ma ne ho anche riso, qualche volta. È ciò che l’ha salvata fin qui mi creda, il suo arguto senso dello scherno, dell’ironia, del bizzarro, che ha dell’incredibile e che la salverà ancora. Il sarcasmo induce la morte a ripensare se stessa, talvolta a retrocedere nel suo intento, al diavolo come al buon dio di fermare la partita giocata sulla scacchiera del destino. Forse si aspettava dell’altro? C’è dunque una possibilità di viverla fino in fondo questa vita, di poter scegliere il proprio destino? Nessuno di noi può vantarsi di averlo fatto, ma a qualcuno è dato, lo sanno bene gli scrittori di romanzi gialli, di racconti in nero. I primi per aver dato a certi personaggi quell’immortalità che non è data ai comuni mortali, e a tutti gli altri per aver scandagliato nei risvolti dell’anima umana quella coscienza/incoscienza dell’orrore del profondo.
Lo sanno gli spiriti della notte che trapassano le tenebre delle allucinazioni per entrare nei sogni, gli zombie come morti viventi che talvolta tornano a infestare i luoghi che pure gli sono appartenuti, i fantasmi il cui spirito vaga senza posa in cerca di rivendicazioni, quegli eroi del mito le cui gesta, impresse nel grande libro del bene e del male, hanno permesso loro di accedere nell’Olimpo degli dei. Lo sanno i grandi di ogni tempo le cui opere pittoriche, scultoree, architettoniche, sono destinate a perdurare nella futura memoria del genere umano, quasi che la suprema edificazione del mondo sia a loro attribuita, quando a loro insaputa, sempre vi si riconosce l’impronta di dio, o talvolta, per le opere più ardite, la geniale avventatezza del diavolo.
Lo sanno gli scienziati di tutte le discipline, attraverso le ricerche avanzate, le menti che trovano una possibilità di fuga dalla realtà, come pure tutti gli altri, quelli che con irresponsabilità accendono le polveri e scatenano le guerre di distruzione dell’intero pianeta. Che non è opera del diavolo, che non avrebbe di che vivere senza le meschine debolezze degli umani. Ma chi ne sa ancor più è lo scrittore di fumetti, l’inventore del genere letterario cosiddetto mistery, che vede in Edgar Allan Poe il maestro di riferimento, cui molti autori devono qualcosa. “Siete bravo quasi quanto il Dupin di Edgar Allan Poe. Non pensavo che nella vita reale esistessero persone simili”, commentava ammirato il dottor Watson nelle prime pagine del romanzo che inaugurò la fortunata serie di Sherlock Holmes. Così, con questo piccolo omaggio, Arthur Conan Doyle riconosceva il proprio debito verso l’inventore del genere poliziesco, dando al contempo conto di quanto fosse noto il nome di Poe.
Dobbiamo forse lasciarci trascinare dagli eventi nella convinzione che quanto possiamo fare sia completamente inutile? Davvero mi rimane così poco tempo da vivere? Chiesi, fingendo d’essere rimasto toccato dalle sue eloquenti parole, e in fondo lo ero, eccome. Just a nick of time, per chi ne ha da spendere, la fuori da quella porta “l’ultima immagine, che vedrai della tua vita è l’attimo fuggevole della tua morte” fu la sentenza. C’è sempre la possibilità di non aprirla, ma che differenza farebbe? – aggiunse. Già, che differenza avrebbe fatto! Non avevo forse superato innumerevoli difficoltà, nelle foreste e nei deserti che avevo attraversato vagando nelle strade delle città in cui avevo vissuto?
Già, che differenza avrebbe fatto se fossi restato ancora un poco lì, in quel ristorante che ormai mi era quasi famigliare, aspettando che lo spirito che mi aveva animato fino a quel momento, si decidesse di lasciare il mio corpo. Allora vorrei che fosse un ultimo bicchiere a decidere la sorte, il suo guardarmi abietto contro il mio sorriso - pensai. Oste, un boccale di vino tinto e due bicchieri, e via alla malasorte! La prossima volta non sarà come la precedente, né come quella che verrà, dissi poi, dopo aver bevuto fino all’ultima goccia, attraversando la soglia della porta, spalla a spalla col diavolo che mi accompagnava fin dentro la notte.
Era buio fuori, e una folla immensa mi venne incontro festeggiante, con le candele in mano e mille zucche orrende che sorridevano spaventose. Era la notte di Halloween!
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’I BIRILLI’ ..una tipologia umana da evitare.

I Birilli, (..una tipologia umana ‘da evitare’).

“Ehi lei! Si può sapere che ci fa lì, piantato in mezzo di strada?”
“Il birillo!”
“E questa le sembra una risposta?”
“Volevo provare la sua capacità di evitarmi!”

Non so voi, ma io non ho mai sentito replica più imbecille a una domanda lecita come quella fatta a un pedone che per accendersi una sigaretta si è fermato nel mezzo della carreggiata. Per non dire di quanti ormai sono impegnati al telefonino e non guardano neppure dove stanno andando. Tant’è che qualcuno viene letteralmente ‘raccolto’ dal primo automezzo che passa senza che neppure se accorga.

“Senta, non potrebbe andare a mangiare al parco anziché occupare le strisce pedonali e lasciar scorrere il traffico?”
“Lei ha mai provato il gusto di un ‘pizza’ sulle strisce?”

Il doppio senso è ovviamente scontato ed a ragione o a torto è buona educazione lasciar perdere, come dire, evitare. Non c’è ragione di prendersela neppure con gli autisti della domenica, quelli che per modo di dire ‘portano a spasso’ l’automobile. Nel senso che gli fanno fare un giro per tenerla ‘a punto’ quel tanto che serve a non farla arrugginire. Allora li vedi che la spolverano, puliscono i vetri non con le spazzole bensì con un panno impregnato di liquido detergente, scuotono i tappetini sotto i piedi, aprono e richiudono i vetri dei finestrini ma si dimenticano di accendere le luci di posizione e di mettere la freccia prima di staccarsi dal marciapiede, e finalmente vanno. Non prima di aver fatto incavolare l’autista dell’auto che in quel frangente sta arrivando ed è costretto a rallentare se non a fare una brusca frenata.

“Dico, scusi per caso porta le uova? No, sa perché, ha la strada libera per camminare e invece …”
“Infatti sto camminando!”

Se ci fate caso, la risposta giunge sempre adeguata al soggetto che stiamo osservando in quell’istante. Come ad esempio la signora che pensa di stare a prendere il tè con le amiche e guarda il semaforo come fosse un optional della sua conversazione, e che al suono di un clacson, si guarda intorno chiedendosi se per caso con quel frastuono qualcuno, al di fuori della sua cerchia, si stia proprio rivolgendo a lei. Quindi toglie il freno a mano che mette ogni volta si ferma a un semaforo, e riparte quasi subito, nel senso di ‘sì, ma con comodo’. Al che viene da chiederle quale colore preferisce?

“Signora abbiamo solo questi tre colori, giallo, rosso e verde, possibile non ce ne sia uno di suo gradimento?”
“Se è per questo preferisco il fuxia!”

Vi prego ditemi che non è vero, che il Taxi quando percorre la sua corsia preferenziale va a 30Km l’ora e quando s’immette nel percorso urbano va a 20Km alle due ore. Il reclamo delle auto che lo seguono, perché in vero non c’è spazio per superarlo, diventa feroce.

“Se scende magari ci facciamo una briscola, che ne dice?”
“Domando, perché non va a dormire la notte … (invece di dormire durante il giorno) è sottinteso.
“Hai provato con la bicicletta?”
“Lasci stare tutte quelle camomille che prende per rilassare le corna, si prenda un caffè che almeno la tira su!”
“Magari ti viene meglio con la carriola!”
“Sì certo, quella di tuo nonno!”, è la risposta più educata che ci si possa aspettare.

Se non avete mai discusso con un tassista, certamente non siete mai stati appellati come si deve, a Roma poi, un ‘tassinaro’ potrebbe tirare giù tutto il vademecum dei vostri antenati. Per non dire cosa potrebbe succedere a Napoli … ovviamente.

“Ti vuoi togliere di mezzo, pezzo di stronzo!”, grida dal finestrino la quarantenne frettolosa cui si sta facendo tardi, alla quale la vostra presenza da fastidio non meno di qualunque altra, solo perché occupate la strada o, per così dire, ‘esistete’. Chiederle perché di tanta fretta sarebbe inutile, in quanto sarebbe presa come un’intrusione alla privacy che non compete nessun altro se non lei. Sebbene non abbia ancora un lasciapassare che le consente di salire sui marciapiedi, occupare gli spazi interdetti ecc. Lei, con la sua ‘Smart’ inviperita pretende di passare comunque anche in mezzo al traffico impazzito di certi giorni in cui neppure al Papa sarebbe concesso.

“Fine davvero, non c’è che dire, molto femminile!”
“Ma vai a fare in culo!”
“Sì cara, quando vuoi, facciamo a casa mia o a casa tua? Per me fa lo stesso!”

Simpatica la ragazza che invece al suono del mio clacson perché non si muoveva, mi accostato al semaforo successivo e mi ha detto: “Visto che ti piace la musica, perché non suoni un tango, così balliamo!”

Lo sapevo, l’ho sempre saputo d’essere un birillo, di quelli che si ritrovano nella pista del Bowling, magari a fare da spalla a quello centrale che tiene le fila. Sì, perché qualche volta (in verità potrebbero essere molte) mi sono trovato ad essere d’impaccio nel bel mezzo dell’entrata di un teatro o una sala da concerto, solo perché con i biglietti già staccati in mano aspettavo l’arrivo di qualcuno che, guarda caso, era dietro di me o al mio fianco e per una qualche ragione all’improvviso non c’era più.

Immaginatemi alle prese con quell’adorabile signora che era mia madre la quale, nell’entrare al Teatro dell’Opera rimane avvolta nelle doppie tende di velluto e scompare. Sì, letteralmente sparisce. Con la mascherina che mi ripete di seguirla per indicarmi quali posti occupare, l’inserviente che trattiene la gente che spinge per entrare, alcuni allarmisti che non capiscono ed alzano la voce, qualcuno che inciampa e per non cadere s’aggrappa alle tende. Il tutto mentre lo spettacolo sta per iniziare. Il finale di questa assurda pantomima è visto la chiamata di un medico di pronto soccorso per alleviare lo spavento all’anziana signora, l’assicurarsi da parte del direttore che non si fosse fatta nulla di grave, il ripristino dello sconquasso causato nei tendaggi da parte degli inservienti, il conseguente quanto necessario ritardo dell’andata in scena.

“Mamma per favore dimmi come hai fatto?”
“Non saprei, per un istante mi sono persa fra le pieghe delle tende, sai come Francesca Bertini, solo che quando mi sono aggrappata, il velluto delle tende non mi ha tenuta. Così, piuttosto che cadere mi sono lasciata scivolare sul parquet.”
“Però, da diva!”
“Beh, visto che si era a teatro!”

Stavo per commettere un’infrazione stradale quando il vigile urbano ch’era sul marciapiede di fronte mi ha fischiato, facendomi segno che non avrei potuto fare la manovra. Così ho accostato e gli ho chiesto il nome di una via che sapevo adiacente.

“Per favore sto cercando Via … , può indicarmi come arrivarci?”
“Prego, deve proseguire in questa direzione poi non la prima ma la seconda deve voltare a sinistra.”
“Bene, molte grazie!”
“No, aspetti un momento, lì non si può girare, c’è il divieto di svolta a sinistra.”
“Vuole essere così gentile di indicarmi come ci arrivo?”
“Eh, è una parola! … Facciamo così, lei prosegue poi quando arriva all’altezza della strada che le ho appena indicato, volta a sinistra. Tanto il vigile non c’è!”

Così dicendo si è voltato nel senso opposto e si è incamminato. Ora ditemi voi, in quale altra parte del mondo è possibile che accada? Quando si dice l’efficienza!

Si parlava dei birilli, ma quanti sono? Non sono ancora riuscito a quantizzarli ma credo ce ne siano un’infinità, del resto non ho provato neppure a fare un censimento, se non altro a livello statistico potrei ottenere una percentuale che, approssimativamente, uno più uno meno dovrebbe raggiungere il 90 per cento, esclusi i presenti, ovviamente!
Basta accendere la TV per accorgersi dell’infinita quantità di ‘soggetti birillo’ appaiano sullo schermo ogni giorno. Prendiamo ad esempio i telegiornali, non c’è un servizio, dico uno, dove non ci affacci l’imbecille di turno che sta lì a guardarsi e farsi guardare, che saluta, sorride, si ‘sbraccia’ per essere riconosciuto. Ma da chi?
Per non dire dei talk-show, dove sono tutti mimetizzati tra il pubblico presente con quelle facce da idioti contenti, che non capiscono niente di quanto si va dicendo. Anzi, peggio ancora, che non gliene importa un fico secco di quanto si va discorrendo. Sì da sembrare pesci in un acquario, con rispetto parlando, per i pesci ovviamente.
E magari s’aspettano anche di ricevere l’Oscar per la migliore interpretazione del cretino. A proposito, se non avete ancora visto, procuratevelo in DVD, il titolo, se non l’avete ancora capito è “La cena dei cretini”, un film da sbellicarsi dal ridere. Un consiglio? Proponetelo ai vostri amici, e certamente qualcuno vi si rispecchierà. riconoscerete.

Il rischio è di perderli come amici.









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’Dans ce temps là’ - Conversazioni con Proust




‘DANS CE TEMPS-LÀ...’ - Conversazioni con Proust

(tratto da 'Antologia Proust 2012: Da Illiers a Cabourg, l'impronta di Proust nel cuore della Francia').

«Un desiderio, se mi è permesso di esprimere un desiderio, e vorrei poter..» – stava dicendo il giovane Marcel a sua nonna mentre salivano sul treno che da Parigi l’avrebbe portati a Cabourg nella Bassa Normandia, l’elegante Stazione Balneare frequentata, a quel tempo, dal 'bel mondo', e dove insieme avrebbero trascorso la villeggiatura. Ed era quello un 'viaggio' assai atteso da Marcel non tanto, o almeno non solo, per l’esposizione al sole o i bagni di mare dai quali avrebbe trovato giovamento la sua salute, quanto per la possibilità di intraprendere escursioni lungo le spiagge bianche e le scogliere a picco sul mare, dove, solitamente, si abbandonava a comporre quella 'mitologia solare e marina', che gli consentiva la sua lucida fantasia.
«Messieurs s'il vous plaît en voiture, cinq minutes au départ!» – avvisava il Capotreno, che già Marcel prendeva posto accanto al finestrino con quella verve che hanno i ragazzi davanti alla possibilità di osservare quello che alla sua età poteva sembrargli semplicemente 'meraviglioso'. E lo era davvero se, ripercorrendo le tappe de La Recherche, il ricordo si sofferma spesso alle 'giornate in automobile' in compagnia di Alfred Agostinelli «adorato» dal Proust più maturo, che orientava la luce dei fari dell’automobile per consentirgli di notte di ammirare le sculture del portico della Cattedrale gotica di Lisieux, le cuspidi dei Castelli, e quel che restava dell’antico villaggio di pescatori a Trouville.
Tuttavia, quel giorno, Marcel, guardando oltre il finestrino del treno che lasciava la stazione ebbe un sussulto premonitore. Sentì di doversi confrontare con una diversa percezione di sé, e pensò di riorganizzare la propria esistenza in funzione di questa nuova possibilità che gli si offriva – si disse, tornando con la mente alla propria istintiva felicità. Sebbene, solo adesso arrivava a comprendere, che una volta giunto a destinazione, il confronto col presente avrebbe rappresentato per lui una nuova minaccia: addio ai giochi sulla spiaggia, la contemplazione dei tramonti, i divertimenti nelle sere tiepide e quel cattivo tempo che, immancabilmente, avrebbe annunciato la fine dell'estate, il momento del ritorno in città, quando si riparte: «...non tutti insieme, come le rondini, ma nella stessa settimana». E con quel pizzico di quella nostalgia in più che lo distingueva, e che in seguito gli avrebbe permesso di 'associare persone e luoghi ai propri stati d'animo, ricavandone il paesaggio interiore degli impressionisti che, proprio in Normandia, nelle conversazioni con il pittore Elstir, in seguito, avrebbe imparato ad amare'.
«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi» – si disse, sforzando lo sguardo davanti a quel paesaggio 'irrazionale' che abita la profondità dell’anima, da cui si diparte, in un dialogo ininterrotto, la ragione del crescere e la follia della maturità che l’avrebbe portato a fare della propria vita, un modello interpretativo e speculare di se stesso. In quella che sarà poi la sua 'ricerca interiore', nei cospicui tomi che andranno a formare: 'A la Recherche du temps perdu'. Un 'paesaggio dell’anima' dunque, cui farà riferimento ogni qualvolta la malinconia lo travolgerà: «...tutta colpa dello spleen che a Parigi si destreggiava da una generazione all’altra colpendo le anime sensibili di chi più l’amava» – pensò assorto.
'Grandi folle silenziose si vedevano guardare la vita fluire nelle strade' – scriveva appena all’inizio del secolo Emile Zola parlando dei nuovi locali che ospitavano l’allora giovane 'pléiade' di artisti che facevano vibrare di vita le strade di Parigi – rammentò Marcel, nella superflua considerazione che forse un tempo, i cosiddetti bohémien erano più 'silenziosi', mentre i nuovi giovani erano certamente 'tumultuosi' e senza dubbio meno artisti. Del resto, come pure era stato per lui, così era per la gran parte dell’umanità che lo circondava, ancorata a quel midi - monde che si muoveva apparentemente felice lungo – '..la sterminata, ampia fascia grigia dei marciapiedi, con le loro panchine, le colorate colonne degli affissi e gli alberi radi'.
E com’era legata a Parigi tutta quella – '...folla di persone che si affrettava sui marciapiedi con il rumore delle loro suole e del loro vocio, della loro gioia pura, sconfinata, con un senso di perfezione della vita di strada'– che così attentamente aveva descritto Zola, nel volgere il suo sguardo oltre la fitta schiera di abbienti, a quei meno facoltosi bohémien che mai avrebbero raggiunto la notorietà del successo, e che pure contribuivano a fare dei Café i luoghi di ritrovo per eccellenza, considerati dall’élite del momento: 'I fari delle notti parigine'.
«Chissà se almeno loro, qualche volta si erano sentiti felici?» – si chiedeva allora Marcel, provando un certo rammarico per la futilità della vita, per quella felicità che adesso provava dentro di sé, timoroso che avrebbe potuto abbandonarlo, così come sempre accadeva col ridestarsi dei ricordi. Non era stato tuttavia un pensiero casuale il suo, la riflessione era maturata nella consapevolezza di un accadimento che sentiva vicinissimo e tuttavia inconsistente, fatto della stessa consistenza dei sogni, vago come lo erano i sogni. Ma prima che gli accadesse di mettersi a piangere per l’emozione, la nonna aveva tirato fuori alcune madeleinette dal sacchettino da viaggio ricamato all’uncinetto, e gliele aveva offerte con l’amore che la distingueva, quasi fossero stati baci sulle guance arrossate del ragazzo. «Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo?» – si chiese, rivolgendo a se stesso la domanda che successivamente il Proust scrittore, in ben altra occasione, avrebbe fatto rivolgere allo sconsolato Swann. E con quanta malinconica gioia il ragazzo di allora aveva risposto: «beaucoup de grâces chérie grand-mère».
«Ora quel mutamento era la sua ferita profonda, segreta, che gli doleva di giorno e di notte, e non appena sentiva che i suoi pensieri vi andavano un po’ troppo vicino, vivamente li dirigeva da un’altra parte, nel timore di doverne poi soffrire'». Soffrire, già! - «..aveva mai amato, sapeva a cosa sarebbe andato incontro?» – si era chiesto, ricavandone un piacere sottile che impreziosiva l’oscurità improvvisa di un tunnel, rendendo la sofferenza ancora più grande e più visibile ai suoi occhi, allorquando, ad ogni attraversamento, il treno varcava la linea sottile che separava l’oscurità dalla luce, e ogni nuovo paesaggio gli appariva più bello a vedersi e terribilmente spaventoso da dover vivere. Non ricordava di aver mai provato un piacere così seducente. Come se qualcosa d’intimo e profondo infiammasse la sua eccitazione, al solo scopo di farlo sentire vivo, quasi il prezioso riflesso di quella propensione fisica, che pure era rimasta a lui intimamente nascosta, e che mai come adesso, diventava il suo unico desiderio, come una forza che segretamente s’impossessava di lui.
Un altro tunnel e l’improvviso buio, lo fece trasalire. Chiuse gli occhi, nel timore che tutto ciò potesse avere fine... «Fin dove gli sarebbe stato possibile penetrare quel mondo di naturati e raffinati equilibri che era la vita, come spiegarsi che una giornata così piena di luce poteva dirsi conclusa senza preannunci né d’alba breve, né di timida aurora?» – si chiese, sentendosi improvvisamente circondato dal buio. E quando li riaperse, si accorse che la luce del giorno disegnava un paesaggio diverso, completamente cambiato: «Potrebbe dirsi che una profonda ferita sia qui inferta allo spirito vago che dalla terra sembra prendere forma – quasi che il suo levarsi sia condizionato da un volere supremo. Strano come tutto sia lasciato alla monocromia, al colore rosso della terra che a tratti si addensa come fosse sangue coagulato. Chissà mai perché si sia voluto infliggere una tale lacerazione alla natura già assoggettata nella morsa d’una stagione morta, votandosi a un destino preminentemente tragico, alla scelta del disordine, al caos? Perché mai, se proprio l’eccessivo disordine, al dunque, l’aveva già condannata, perché..?» – rifletté, approfondendo qualcosa che forse lo investiva intimamente, risalendo dalla segreta notte dei suoi pensieri.
'Scrivendo dei sogni, prendere nota del mondo in cui crea la mente sognante' – avrebbe scritto Jean Starobinsky molti anni dopo, nel suo preziosissimo 'Ritratto dell’artista da saltimbanco', ed era quello un suggerimento scritto sul filo di penna che ha 'fatto il giro', nel senso che ha circolato nei migliori ambienti della società, se non altro perché la frase vuole ricordarci che i 'sogni' vanno trattati con i guanti bianchi, che è bene non dimenticarlo. Soprattutto quei sogni che come 'paesaggi' attraversano fugaci la nostra mente – e che, come allora, devono esser passati davanti agli occhi del ragazzo Marcel, attraverso la cornice del finestrino del treno che proseguiva lentamente verso la lontana Balbec. Balbec? Quando mai lui era stato a Balbec? In quella lontana Syria che gli opuscoli e una certa propaganda pionieristica lasciavano immaginare come 'luogo dei sogni', foss’anche proibiti, appunto. Erano quelli gli anni in cui 'Le Mille e Una Notte' appena tradotto in francese imperversava nelle biblioteche private e sui comodini degli scapoli a oltranza, e chissà che il giovane Marcel non l’avesse letto, o almeno sbirciato qua e là, nelle sue escursioni letterarie.
«Il primo bacio?», un ricordo che, in un viaggio avvenuto successivamente, dopo la scomparsa della nonna, Marcel ricordava, gli aveva procurato una tale amorevole sensazione che nulla glielo avrebbe mai più fatto dimenticare. Avvenne che in quel momento, in treno, si udirono delle voci allegre venire dal corridoio antistante. Erano quelle di due giovani che si rincorrevano, quando, a un tratto Marcel, si affacciò dallo scompartimento, e vide che i due si trovavano, si abbracciavano e si baciavano furtivi. «Non sono forse meritevole di un bacio?» – si chiese, facendo gli occhi languidi nel riverbero specchiato del finestrino che gli restituiva la propria immagine sfocata, e null’altro gli sembrò avesse importanza in quel momento, se non l’intensità della propria 'narcisistica' reazione emotiva. A distanza di anni, in occasione di un altro viaggio che l’avrebbe portato a Balbec, il ricordo del suo primo bacio ricevuto sul lungosenna – «..una di quelle cose che non si dimenticano più» – si disse, tornando con la mente al turbamento che l’aveva colpito – lo fece sorridere ancora.
«Oh Parigi, è pur sempre Parigi!» – esclamò quasi divertito, con un leggero sorriso sulle labbra che gli illuminava il viso. In fondo, era proprio ciò che più lo affascinava, gli esseri umani, con le loro debolezze, la loro infelicità, ma anche con la loro gioia, con quella loro infinita saggezza che Marcel, ormai divenuto adulto, coglieva dovunque, nelle espressioni verbali usate dalla gente, in cui pure intravedeva la premessa di un qualche appagamento. Ai suoi occhi, anche i cosiddetti svantaggiati e i diseredati si rivelavano per la loro intima natura bohemien, quasi la ‘società’ altro non fosse che – «..il palcoscenico di tutti i desideri, un transito per l’al di là, per misurare l’intensità della luce che ci abbaglia e la profondità del buio che ci avvolge. Non c’è niente di più perfetto che il mero esistere» – disse, certo che non vi fosse null’altro oltre il “silenzio” della morte, anticipando mentalmente tutto quello che nel silenzio era contenuto.
Del resto era anche quanto, lo stesso Debussy diceva del suo fare musica: «..preferirò sempre un argomento nel quale l’azione sia sacrificata al sentimento, mettendo in certo qual modo in mostra una latente edonistica tendenza al piacere?» – pensò Marcel, predisponendo i sensi a udire il superfluo, partecipe la sua inconfutabile facoltà di ricordare che ne accelerava il consenso. All’improvviso sembrò comprendere che i suoni, e quelle voci che pure erano contenute nel silenzio, provenivano dal lontano imperscrutabile della sua incoscienza – «..un mondo estremo in cui si sarebbe infine perduto, ne era più che mai certo, e che allo stesso modo doveva essere accaduto alla musica di Debussy, quando si era avvicinata a certa poesia e alle raffinate immagini del simbolismo pittorico, che l’avevano sottratta a ogni suo divenire, per attirarla nella loro enigmatica ambiguità» – pensò, pur considerando quella, nulla di più di una teoria letteraria affermatasi, a suo tempo, fra i musicisti e i pittori parigini, e che riconduceva la musique alla peinture e alla poesia.
Si rammentò che lo stesso Debussy rivolgendosi al suo editore, aveva affermato – «..sceglierei un poeta che accennasse semplicemente alle cose e mi permettesse di innestare il mio pensiero sul suo» – e non a caso le sue scelte musicali erano poi cadute proprio sui componimenti di quei poeti che più spesso lo stesso Debussy amava citare, rapportando costantemente la sua musica all’accompagnamento dei loro versi. Forse per questo nessun’altra musica gli era mai sembrata quanto mai vicina al suo stato d’animo di quella del suo gradito maestro. Musica in cui continuava a cogliere sensazioni preziose ed evanescenti, aromi profumati d’Oriente, riflessi di luce ed ebbrezze sottili, analogamente a quelle prodotte dall’alchimia letteraria di Rimbaud, o dalle armonie pittoriche di Monet, avvolte com’erano, in nobili e cangianti atmosfere – «..in cui ogni accordo, ogni verso, addirittura ogni singola pennellata, aveva valore per se stessa e soltanto per le sonorità e la 'luminosità' che riusciva a creare». 'È ben questo l’unico mondo a cui vorrei appartenere..' – aveva aggiunto infine Debussy, ben sapendo che l’arrivarci rasentava talvolta l’impossibile.
Nel frattempo qualcosa però era cambiata. Mai come allora certi poeti gli erano parsi un pretesto da poter sorvolare per qualcos’altro, e che solo vagamente poteva identificarsi con loro, se non per quel fare talvolta un gioco, diventato di moda, in cui si abbinava brani di poesia all’armoniosa combinazione dei colori. Quello stesso gioco che, a suo tempo, aveva fatto Arthur Rimbaud, nell’attribuire alle vocali un nuovo significato poetico : – 'A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert – Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction'. Analoghe potevano considerarsi le affinità pittoriche e letterarie, dell’ 'Alchimie du verbe', a suo tempo teorizzata da Rimbaud il quale, a sua volta, teneva aperta la porta alla poesia raffinatamente suggestiva, propria dei ‘Simbolisti’.
Quant’era capitato anche a Mallarmé, un poeta che in assoluto era influenzato non poco dal ritmo musicale e dalla reciproca relazione delle parole, cui si doveva il concetto di 'simbolismo'. «Credo ci sia una quasi anormale bramosia di sensualità di suono, come pure di sensualità di colore in ogni opera d’arte» – aveva commentato Marcel, con precisa allusione a una sorta di celata metafisica che affiancava i musicisti agli scrittori, così come a quegli edonisti di cui, l’ormai divenuto Proust, poteva dirsi di appartenere. Con riferimento specifico al più eccentrico di tutti, Eric Satie, al quale si doveva l’aver indicato, in astratto per la musica, la possibilità di mettere in atto la stessa tecnica 'impressionistica' di certi pittori: – 'Perché non usare i mezzi che gli stessi Monet, Cézanne, Toulose-Lautrec ed altri ci hanno fatto conoscere? Perché non adattare quegli stessi mezzi alla musica? Niente di più semplice...' – si era risposto infine il già celebre musicista, lasciando il resto alla pura intuizione.
«Perdù, tutti quanti!» – aveva aggiunto un reporter, che aveva aderito a quel clima poetico 'raffinato e decadente' creatosi a Parigi, e ormai prerogativa degli studenti delle facoltà d’Arte e di Lettere, sull’onda del rinnovato interesse per la Recherche proustiana, e per tutta la sfilza di quei poeti “maudit” ch’erano messi al bando dalla cultura ufficiale. Che altro – «..avrebbero potuto dire un Verlaine, un Rimbaud, o lo stesso Baudelaire, che noi tutti non avessimo già provato sulla nostra pelle?» – si era poi chiesto Marcel, consapevole del fatto che una cosa era la 'douceur de vivre nell’intenzione bohémien' e ben altra cosa, era trovarvi una sorta d’idealistica corrispondenza. Ovvero, 'perdersi' sulla scia di artisti, poeti e scrittori votati alla 'purezza' dei sensi, molti dei quali avevano poi smarrita la propria identità nelle fumerie d’oppio, o erano morti di tisi, o si erano ridotti alla fame e avevano incrementato le fila dei cosiddetti – '..clochard che appestavano Parigi' – come si diceva in certi ambienti della bonne société.
Accadde a Marcel di assopirsi pian piano in un dormiveglia meraviglioso in cui l’impulso del desiderio, rimasto fino a quel momento a livello inconscio, ritrovava una sua esatta corrispondenza con la natura esclusivamente conservatrice dei suoi istinti. Letterari? Non solo. Al suo risveglio, notò che le grigie nuvole che aveva appena lasciato, si erano colorate di bianco nell’azzurro del cielo. Si sorprese nel vedere come quelle stesse nuvole che aveva guardato distratto durante tutta la mattinata adesso, di fatto, avevano invaso l’intero vano dello scompartimento, e per un momento temette che il soffio del vento potesse portargliele via, allontanarle per sempre dalla tela incorniciata del finestrino. Si rammentò che, in altre occasioni, le aveva viste scomparire lontano, oltre le colline che diradavano nella valle, e che le aveva inseguite con lo sguardo, man mano che il treno, in un preludio di lenti sospiri, si appropinquava verso Cabourg.
Così, capitava che a volte, le nuvole, quando più erano cariche d’umidità, si posassero stanche, come un 'adagio', sopra i campi e i frutteti che si stendevano in macchie argentate sul paesaggio, per poi colorarsi di sfumature viola e d’oro verso il tramonto, in un 'andante grave e minaccioso', che sollevava l’odore della terra in una 'sarabanda' ricolma di voci. Una che di festoso pari alla gioia per l’arrivo della primavera. Era allora che i contadini del luogo levavano lo sguardo in preghiera verso quel cielo gravido di pioggia e di speranza. Accadeva talvolta che un ‘presto’ richiamasse i bambini briosi prima del temporale estivo, invitandoli alle corse campestri, alle capriole sui prati, a correre dietro le galline, e il premio per chi avesse raccolto il primo uovo, o chi avesse per primo indicato trepidante l’arcobaleno. Era quella una meraviglia che ingrandiva i loro occhi increduli, per cui tutto sarebbe potuto accadere, o forse niente, anche se per loro, di certo, la cosa non avrebbe avuto molta importanza. Le nuvole in fondo, altro non erano che nuvole, in cui i bambini ravvedevano i propri sogni, i propri diavoli bonari, o forse quegli angeli che nella notte temporalesca in arrivo, li avrebbero protetti, tenuti stretti al caldo sotto le coltri amate.
Marcel ricordò altresì, che non l’emozione per l’insieme delle forme e dei toni, le vibrazioni dei colori e l’ordine imposto dalla luce agli spazi, avevano di per sé un valore intrinseco quanto le ombre che a tratti gli oscuravano la vista. Pur nell’armonia delle sfumature che da sempre gli era dato osservare, e di cui spesso sembrava avvolgersi la sua natura di uomo divenuto adulto, erano le ombre a dare profondità ai suoi sogni – una tavolozza di innegabile vigore, dalla cui formazione ogni artista, da sempre, traeva la propria ispirazione. Studiare la tavolozza di un pittore non era mai stato un esercizio facile per nessuno, sia per l’alterità dei colori nel tempo, e l’utilizzo diverso che ognuno faceva di essi; sia per la consistenza, tanto alacremente cercata, della struttura spaziale in cui certamente ogni artista concepiva la propria espressività pittorica.
Notò come i raggi di luce che filtravano attraverso le tendine dello scompartimento e lo illuminarlo a tratti, gli procuravano improvvisi risvegli di spazialità. Quella stessa libertà espressiva suggeritagli dall’osservazione delle nuvole in chissà quale stato emozionale, che pure egli riferiva più a un fatto intellettuale che emotivo, se non addirittura istintivo. E che, con l’avanzamento degli anni, più che mai gli sembrava congeniale, così tanto da fargli amare, quella quasi monocromia in cui il giorno si dibatteva e che, adesso, al contrario, gli sembrava carica di contenuti astratti: «..o chissà, forse di desideri occulti, tenuti volutamente nascosti alla luce con un tocco abile, fugace, che lasciava intravedere i segni di un’indole tenace e verosimilmente beffarda, capace di momenti di contemplazione attonita e di sconvolgimenti interiori – come di fuochi che ardono sotto le ceneri di un vulcano sull’orlo d’esplodere» – si abbandonò col dire, lasciando che le parole occupassero lo spazio lasciato libero dai pensieri.
'Combray, di lontano, a dieci miglia all'interno, veduta dalla ferrovia quando vi arrivavamo nell'ultima settimana prima di Pasqua, era soltanto una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava di lei e per lei alle persone lontane, e, quando ci si avvicinava, teneva stretto intorno al suo ampio manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, il dorso grigio e lanoso delle case aggruppate, intorno alle quali un resto di bastioni medievali segnava qua e là una linea esattamente circolare, come quella di una piccola città nel quadro di un primitivo. (..) Il campanile di Saint-Hilaire lo si riconosceva da lontano, profilarsi nella sua linea indimenticabile all'orizzonte, su cui Combray non appariva ancora; quando, lo si scorgeva balzare alternativamente da un lembo all'altro del cielo, menando in corsa per ogni senso il suo galletto di ferro, ci diceva: - su, prendete le coperte, siamo arrivati' – racconterà Proust successivamente in 'La strada di Swann'.
Il nostro treno, partito molto tempo fa da Parigi, si ferma qui, a Combray dove il giovane Marcel narratore, ormai divenuto Proust, trascorreva le vacanze estive con la famiglia in casa della zia Léonie, come racconterà in 'Il tempo ritrovato':'daltronde, che noi occupiamo un posto in continua crescita nel Tempo, tutti lo sentono, e questa universalità non poteva non rallegrarmi poiché era la verità, la verità sospettata da ciascuno, che io mi sforzavo di chiarire. Non solo tutti sentono che occupiamo un posto nel Tempo, ma questo posto anche i più semplici sono in grado di misurarlo approssimativamente così come misurerebbero quello che occupiamo nello spazio. (..) Spesso ci si sbaglia, certo, in questa valutazione, ma il fatto stesso che si ritenga di poterla fare significa che si concepisce l’età come qualcosa di misurabile. (..) Provavo un senso di stanchezza e di spavento a sentire che tutto quel tempo così lungo non solo era stato senza una sola interruzione, vissuto, pensato, secreto da me, non solo era la mia vita, non solo era me stesso, ma anche che dovevo tenerlo ogni minuto attaccato a me, che mi faceva da sostegno, a me che, appollaiato sulla sua sommità vertiginosa, non potevo muovermi senza spostarlo come potevo invece fare con lui'.
'La data in cui sentivo il rumore della campanella del giardino di Combray, così lontana eppure interiore, era un punto di riferimento in quella dimensione enorme che non sapevo di possedere. Avevo le vertigini vedendo sotto di me, eppure in me, come se la mia altezza fosse di leghe, un tale numero di anni.(..) Allora, pensando a tutti gli avvenimenti che si collocavano per forza di cose fra l’istante in cui li avevo sentiti e il ricevimento Guermantes, mi fece spavento pensare che fosse proprio quella campanella a tintinnare ancora dentro di me, senza ch’io potessi cambiare nulla alle note stridule del suo sonaglio, visto che, non ricordando più bene come spegnessero, per riapprenderlo, per ascoltarlo bene, dovetti sforzarmi di non sentire più il suono delle parole che le maschere si scambiavano attorno a me. Per cercare di sentirlo più da vicino, ero costretto a ridiscendere in me stesso. Quel tintinnio dunque, era sempre stato lì, e così, fra lui e l’istante presente , tutto quel passato indefinitamente trascorso che non sapevo di portare con me'.
'Quando la campanella aveva suonato io esistevo già, e dopo, perché sentissi ancora quel tintinnio, bisognava che non ci fosse stata discontinuità, che nemmeno per un istante avessi cessato, mi fossi preso il riposo di non esistere, di non pensare, di non avere coscienza di me, giacché quell’istante lontano stava ancora in me, potevo ritrovarlo, tornare sino a lui, solo scendendo più profondamente in me. Ed è perché contengono così le ore del passato che i corpi umani possono fare tanto male a chi li ama, perché contengono tanti ricordi di gioie e di desideri già cancellati per loro, ma tanto crudeli per chi li contempla e prolunga nell’ordine del tempo il corpo adorato di cui è geloso, geloso fino a sperarne la distruzione. Infatti dopo la morte il Tempo si ritira dal corpo, e i ricordi – così indifferenti, così sbiaditi – sono cancellati da colui che ancora torturano, ma nel quale finiranno col perire quando il desiderio di un corpo vivo smetterà di alimentarli'.
'Adesso capivo perché ... (Era per questo che il volto degli uomini d’una certa età era così impossibile confonderlo, anche per gli occhi dei più ignari, con quello di un giovane, e non appariva che attraverso una sorta di nuvola di serietà). Mi spaventava che i miei fossero già così alti sotto i miei passi, mi sembrava che non avrei avuto ancora a lungo la forza di tenere attaccato a me quel passato che scendeva già a tale lontananza. Se mi fosse stata lasciata, quella forza, per il tempo sufficiente a compiere la mia opera, non avrei dunque mancato di descrivervi innanzitutto gli uomini, a costo di farli sembrare mostruosi, come esseri che occupano un posto così considerevole accanto a quello così angusto che è riservato loro nello spazio, un posto, al contrario, prolungato a dismisura poiché toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, periodi vissuti da loro a tanta distanza e fra cui tanti giorni si sono depositati – nel Tempo'.
«Un desiderio, se mi è permesso di esprimere un desiderio, e vorrei poter..» – stava appena dicendo, quando venne interrotto dal capostazione che, con fare declamatorio annunciava ai passeggeri l’arrivo a destinazione. «Gare de Balbec, messieurs on descend, le train repart pour Paris à sept heures trente de demain!» – ma non cercatela, perché raccontare Balbec significa parlare di un luogo dell’immaginario proustiano.

Note su Illiers – Cabourg – Combray - Balbec: Marcel Proust frequenta Cabourg, un antico villaggio di pescatori sulle coste della Bassa Normandia, luogo - come scrive Thierry Laget - in cui Proust compone 'una mitologia solare e marina', famosa per la sua bellissima cattedrale gotica e la suggestiva ed elegante 'passeggiata' che costeggia la spiaggia: il Boulevard des Anglais; il Grand Hotel e il Casinò. A cavallo tra il 1800 e il 1900 è una delle stazioni balneari più in voga e Proust la frequenterà dal 1907 al 1914 facendone il suo abituale luogo di villeggiatura, alloggiando al Grand Hotel. Nella Recherche Cabourg diventa Balbec, centinaia di pagine divise tra 'All'ombra delle fanciulle in fiore' e 'Sodoma e Gomorra'; sulla sua diga avviene il primo incontro con la piccola brigata delle fanciulle in fiore e con Albertine, la sala da pranzo del Grand Hotel viene presentata come un 'immenso e meraviglioso acquario', nei dintorni di Balbec il narratore fa le sue gite in automobile con Albertine, nella sua stanza al Grand Hotel la bacia per la prima volta.
Il trucco narrativo di Marcel Proust può provocare sensazioni meravigliose, anche se viene adottato più modestamente da un cronista o da un viaggiatore, e persino se non si è mai letto niente della Recherche. Proust non inventava nulla. Alcuni critici hanno accostato pagine della Recherche alla cattedrale di Rouen, o meglio, alle 'cattedrali' di Monet. Il risultato sono ricordi, emozioni, melanconie, attimi fuggenti che appartengono - se si ha voglia di ricercarli - alla vita interiore di ciascuno. Ma Balbec-Cabourg non è un paese o un lungomare, bensì un luogo dell' anima, un paesaggio proustiano, fatto d' immagini e del riflesso che queste immagini hanno su emozioni e sul ricordo delle emozioni. E' la luce del cielo, il profumo della campagna, le distese di mare e di frutteti, il passeggio silenzioso sulla riva, in attesa del tramonto. E' il mondo che ha ispirato poeti, scrittori e pittori e che continua a richiamare sognatori e artisti in cerca d' ispirazione. La Balbec di Proust, nonostante la propaganda dell' ufficio del turismo di Cabourg, esiste soltanto nella Recherche, soprattutto nella parte più famosa e più letta, ‘All'ombra delle fanciulle in fiore’, e in ‘Sodoma e Gomorra’.
Certamente centinaia di quelle pagine furono concepite e scritte proprio al Grand Hotel di Cabourg, dove lo scrittore trascorse numerose estati nel primo Novecento, fino alla scoppio della prima guerra mondiale, quando l' albergo venne trasformato in ospedale militare. I recenti restauri hanno ridonato all' edificio lussi e antichi splendori, anche se, come tutti i grandi alberghi del mondo, non disdegna comitive, congressi e gruppi organizzati. La camera di Proust, la 414, al quarto piano, che lo scrittore pretendeva per non essere disturbato dai passi degli ospiti durante le sue lunghe notti insonni, è stata ricostruita, con mobili, letto, suppellettili e tende dell' epoca. Da quella finestra, Proust guardava «il mare calmo, dove i gabbiani sparsi volteggiavano come corolle bianche». «Nessuna camera mi ha mai dato tante sensazioni di atmosfera pulita, naturale, genuina, dove i muri contengono il passato». Negli ultimi anni, sempre più debilitato, scendeva raramente in spiaggia e approfittava ben poco dei piaceri della vacanza, «cosa che dava ancor più il desiderio di ritornarci.»
Proust è nell' aria, nella magia del paesaggio e nella costante rivisitazione di intellettuali e cultori locali che propongono libri, mostre, conferenze. Di Proust, resta un po' la sua epoca e si può cogliere quella sua aspirazione, frustrata dalla malattia, ad una vita sana, all' aria aperta, persino sportiva. Forse per questo, generazioni di lettori continuano a venire qui a ricercarne lo spirito. Lo stesso dicasi di Illiers viene, il più delle volte, indicata con il suo vero nome, nella Recherche Illiers diventa Combray. Il nome, secondo Tadié, deriva dal castello di Combray, a sette chilometri a nord di Lisieux, nella Bassa Normandia. Combray è un paese tutto organizzato attorno alla chiesa di Saint-Hilaire il cui modello principale è la chiesa di Saint Jacques. In realtà, ad Illiers era esistita un'altra chiesa che si chiamava proprio Saint-Hilaire, e che era stata distrutta durante la Rivoluzione. La chiesa di Illiers ha la stessa struttura di quella di Combray, ma quest'ultima è arricchita da molti altri particolari architettonici provenienti da altre chiese.
'Come l'amavo, come l'ho ancora davanti, la nostra chiesa!' esclama il Narratore descrivendo Saint-Hilaire per pagine e pagine in tutti i particolari: il portico, l'abside, gli arazzi, i banchi dei fedeli...'La chiesa! Così familiare!'. Nella casa della zia Léonie sono riunite tre generazioni della famiglia del Narratore. Tutti i personaggi più importanti della RTP sono di Combray, compaiono per la prima volta a Combray o si rivelano in seguito comunque legati in qualche modo – per rapporti di parentela o di amicizia con qualcuno del villaggio – a Combray: la madre, la nonna, la zia Léonie, Françoise, il duca e la duchessa di Guermantes, M.lle Vinteuil, Legrandin e Madame de Cambremer, Swann, Odette (M.me Swann), Gilberte, Charlus, M.me de Villeparisis, Robert de Saint-Loup e la stessa Albertine.



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’DIMENTICATI DEL FUTURO’, (..if you can do it).

Dimenticati del futuro, (..if you can do it).

George, ti comunico che i nostri amici Eleanor e Michael sono in partenza per una crociera sul Bosforo e che quindi quella di stasera sarà l’ultima cena che faremo insieme prima dell’estate. Perché, gli hai preparato un dessert al cianuro, o hai messo la cicuta nel prosecco? Ma che dici, si può sapere cosa ti salta in mente? Peccato! Come dici? No, dicevo che sono dispiaciuto di non vederli più! Ma perche gridi, sono qui. Scusami ma ti facevo nell’altra stanza, o in bagno, o che so io. Ci tenevo a dirti che mi hanno chiesto dove andremo in vacanza e gli ho risposto che ancora non lo sappiamo. Hai fatto malissimo! Perché mai? Dovevi dir loro che andremo in Palestina, più precisamente a Gaza. Perché mai dovremmo andare a Gaza? Per dare una mano ai Palestinesi, contro la loro volontà ovviamente, che non saprebbero cosa farsene di due s …. come noi. George! Errata corrige, volevo dire due sprovveduti (tanto è uguale) come noi. Avanti George, vuoi dirmi perché ce l’hai tanto con loro? – m’ingiunge Ann con le mani sui fianchi a mo’ di sfida. A causa della loro ostinata arroganza di schierarsi ostinatamente sempre dalla parte dei più forti, vedi con l’Afganistan, vedi con l’Iraq, vedi … So già che tu e Michael finirete per parlare di politica anche questa sera, come se le dispute internazionali possano risolversi a tavolino tra voi due. Ma ho già trovato una soluzione alla questione perché ho invitato anche Miriam e Oswald, almeno noi donne potremo giocare al bridge mentre voi penserete a come nutrire ottanta milioni di affamati nel mondo. Oswald hai detto? Sì, con Miriam, perché? Non credo che riusciremo a stabilire una qualche tregua sul fronte dello sterminio di massa, non fa che dire che siamo troppi, che stiamo intasando il pianeta, che ci vorrebbe una bella epidemia, una qualche catastrofe naturale, e che non ci rimane che aspettare il prossimo diluvio, molto vicino tra l’altro. Non mi risulta che Oswald sia poi uno così menagramo. No, ma quando ci si mette. Quindi evita di prendere certi argomenti, George, tu che puoi, dimenticati di voler salvare il mondo. Per finire a parlare di gossip tutta la sera come fate voi? No grazie tante! Comunque tu mantieni il punto. Quale? Che non abbiamo ancora deciso dove andare in vacanza. E se tenteranno di trascinarci con loro, capisci che sarebbe una catastrofe, oppure tu … Io cosa? – chiede Ann immersa in una nuvola di aloa tropicale. Vieni, abbracciami, ti amo così come sei, sebbene capisco solo adesso che sarei capace di uccidere metà della popolazione mondiale, pur di non condividerti con nessuno. Hai mai pensato che forse si farebbe prima a eliminare te, in modo che ciò che rimane dell’umanità vivrebbe senz’altro meglio. E tutti vissero felici e contenti – dico, mentre Ann mi passa una mano tra i capelli. Andiamo di la? – le chiedo. Non c’è tempo, gli ospiti stanno per arrivare, il bagno è libero, puoi andare a darti una ritoccata al capello, visto che ci tieni tanto, sei un po’ spettinato. Convenevoli, battute, baci e abbracci delle signore, prima di accomodarci per la cena fredda self-service. Gradite del buon vino bianco ghiacciato? Si grazie! Michael è decisamente invecchiato dall’ultima volta che ci siamo visti a casa sua, l’amante deve averlo sciupato un po’ più del solito prima di lasciarlo andare in crociera con sua moglie, la tenera, dolce Eleanor. In quanto a Oswald non se ne è parlato molto, è sentenzioso, quanto perentorio, roboante, anatemico, credo potrebbe uccidere l’altra metà della popolazione mondiale al posto mio, anche per questo stasera penso di spendere con lui qualche parola in più del solito. Se non altro mi assicuro che dopo di me lo sterminio venga portato a termine con oculatezza, a cominciare da Miriam, che avendo capito la mia tendenza all’infedeltà fa leva sulla fragilità dei miei sentimenti per sedurmi, neppure ce ne fosse bisogno. Ha la spudoratezza di chiedere ad Ann se può prendermi in prestito? Mi chiedo se Ann accetterebbe? Infatti il problema non è Miriam, ma Ann, o forse nessuna di loro, quanto il vero problema è rappresentato da me. Però, se Ann me lo chiedesse, magari … cosa sto mai dicendo? Magari è solo un gioco che entrambe fanno per spronare noi mariti alla gelosia – mi dico. Non ne sarei così certo, George – incalza Oswald, quest’anno, per esempio, io e Miriam siamo incerti su dove andare in vacanza, e so già che finiremo per farle separate. A sì, e come mai? Ne vale il nostro futuro di coppia. In che senso? Vedi George, dopo qualche tempo di perfetta sintonia si sente il bisogno.. Ti rammento che siamo a tavola – lo corregge Miriam. Pardon, la necessità, di mettersi alla prova. Quale prova, del nove, del cerchio, del fuoco? – chiede stentoreo Michael. Credo tu abbia bevuto abbastanza – gli dice Oswald. Che vuoi dire? Quello che ho appena detto. Di certo Michael potrebbe essere la seconda vittima dopo sua moglie – penso, ma taccio. Per certo partiremo insieme, portiamo i bambini da sua madre al mare, e poi decideremo ognuno per proprio conto secondo le nostre volontà. E quali sarebbero le vostre volontà? – chiede Eleanor, tornando da chissà quale pianeta di pudicizia e di moralità. Magari fare il loro porco comodo! – dico io. George! – blatera Ann quasi fuori di sé. Non volevo mancare di rispetto a nessuno, mi è venuto spontaneo pensare che una scelta del genere la si fa in quel senso, se no perché farla. Quindi George devo pensare che quando sei da solo, dai sfogo alle tue bassezze di porco? – insinua Miriam. Se fossi in te non avrei dubbi Ann – conferma Michael abbandonandosi in una risata fragorosa. Grazie, sei un vero amico. Non c’è di che George! Penso davvero che Michael non sopravvivrà a questa cena, nella speranza che mi sia rimasto ancora un po’ di arsenico da qualche parte. E dimmi Oswald, ti sei fatto una qualche idea del tipo di vacanza vorresti fare? Ci sto pensando. Non è che magari ti ritroviamo a marciare da qualche parte in Baviera o a sparare a Beirut o, che so, a Gaza per esempio? Tutt’altro. Si vede che stai invecchiando Oswald – dice Michael. Non lo bere il vino se ti fa quest’effetto – gli dico. Sentiamo cosa ha da dire Miriam. Beh, per come la vedo io George potresti lasciare che Ann si prenda un periodo di riposo dove vuole lei, e tu magari, raggiungermi al mare dei tropici. Magari, come tu dici Miriam, ci farò sopra un pensierino. Spero che il sole dei tropici si riversi su di te come lava incandescente – penso. Comunque grazie per l’invito. Non credete di aver fatto male a non scegliere anche voi una crociera? Chiede Eleanor mentre afferra un ultimo pasticcino. Peccato che il Titanic sia affondato senza di voi – mi viene di dire, ma non lo dico per non volermi sentire accusare di amoralità. E con questo buona notte e buone vacanze a tutti. Forget about the future, if you can do it, e sempre che sopravviviate! È appena scoppiata l’estate e la calura di luglio si rivela infernale. Ann ha portato i bambini per qualche giorno al mare, fino al prossimo fine settimana, quando sarà di ritorno, dopo averli lasciati con la zia (sorella di suo padre). Alla fine abbiamo deciso di fare un giro attraverso la verde Scozia, io e lei da soli, tanto per rinverdire (è il caso di dirlo) il nostro ancor sano menage quotidiano, seppure va detto che con l’età che avanza ha subìto una drastica riduzione, da parte mia ovviamente. Approfittiamo per far visita a Malcolm che nei pressi di Birmingham ha una stupenda magione. Ad accoglierci sull’entrata è la sempre stupenda Rita, con qualche ruga in più (penso), contenta di vederci entrambi come non mai. Ma non è così, è più giovane di quando l’abbiamo lasciata l’ultima volta, un viso di bambola, una pelle levigata, quasi trasparente! – esclama Ann che mi guarda sbigottita. Accomodatevi, Malcolm si sentiva un po’ stanco e sta facendo un pisolino pomeridiano, come dicono in Messico sta facendo la siesta. A dire il vero deve ancora riprendersi dalla sbronza di ieri sera, abbiamo avuto ospiti e così … Del resto non gli si può impedire di fare gli onori di casa col dare fondo all’intera cantina – penso ma non dico. Ma ditemi, il tempo passato lontano da voi, seppur breve, mi sembra sempre un’eternità. Ma questa volta non vi muoverete da qui fino alla fine dell’estate. Non dimenticarti Rita che abbiamo dei ragazzi. Saranno grandi ormai, perché non li avete portati con voi? Si sarebbero divertiti moltissimo, si possono fare gite ai laghi, sulle alture, andare a cavallo, non da molto Malcolm ha preso anche dei pony, sono deliziosi. Te lo immagini Malcolm su un pony Ann? A meno che non sia grosso e robusto come un tir? Il pony intendo. George, sei sempre lo stesso, non perdi l’occasione per le tue battutacce. Ma che importa, sono pur sempre ficcanti, del resto Malcolm ha superato anche quella dimensione, quella del tir umano, intendo.

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’LITI DI MARZO’ ... Sorry my dear.

"Liti di Marzo", (…Sorry my dear).

 

Si dice che dietro un omicidio ci sia sempre qualcuno che chiede di morire, nonostante la consapevolezza di tanti buoni motivi per voler restare in vita. Come dire che la morte ha come conseguenza quella di transitare l’ucciso in un altro presente privato degli audaci rivali che materialmente commettono l’omicidio, e che bensì lo trascinano in un futuro avulso dall’omicidio stesso.

Di che parliamo Ann, il soggetto?

Non saprei, un barlume di logicità sopraggiunto mentre leggo le Idi di Marzo. Sai, George, non credo che Giulio Cesare avesse voglia di morire.

Lo hai chiesto a lui?

Certo che no, ho però la sensazione che egli fosse cosciente di dover morire.

Oh, se è per questo lo sono anch’io, tu no?

Dicevo in quel modo, in quel luogo, in quel giorno, assassinato davanti all’aula del Senato di Roma. Tuttavia non è questo ciò che volevo dire, ma che addirittura avesse la sensazione di non potersi sottrarre all’omicidio che stava per essere commesso in suo favore.

Infatti credo che Giulio Cesare abbia poi ringraziato i suoi uccisori.

Non ti seguo George.

Cioè vuoi dire che tu non segui me, quando sostieni che gli assassini di Giulio Cesare in fondo gli facevano un favore?

Come al solito sei fuori strada.

Certo, data la mole che mi porto dietro potrei essere scambiato per un Suv, ma andiamo!

Non so come spiegarmi, ciò che intendo va oltre il male causato dall’omicidio, quando sono altri fattori che subentrano a provocare la morte dell’ucciso.

Ann ti prego, fammi un esempio, almeno uno, anche breve, non lasciarmi nel dubbio che Giulio Cesare sia imploso lasciando fuoriuscire il proprio sangue da antiche ferite causategli in battaglia.

Non c’entra, quello che voglio dire è che, razionalmente parlando non poteva chiedere di vivere quando era stabilito che dovesse morire.

Quando si dice la forza della parola! Stai dicendo che, poiché stabilito da 'terzi' che doveva morire, non avrebbe potuto sottrarsi dal fare la fine che ha fatto, cioè di morire assassinato?

Non proprio, ci sarà pure un qualche principio che afferma ciò che intendo dire, ad esempio, che se uno è candidato a diventare presidente, ha buone probabilità di diventarlo poiché qualcuno ha avallato la sua candidatura.

Matematicamente accettabile, ma non vedo dov’è il 'favore' da te concesso agli uccisori di Giulio Cesare.

Vedi George, nell’avallare le proprie preferenze ad esempio in una candidatura a presidente, si sostiene anche la possibilità di una vittoria, e viceversa di una sconfitta. Pertanto sostenere qualcuno o qualcosa che lo riguarda, in un verso o nell’altro, ci si rende egualmente responsabili di un consenso, in conformità di un’intesa che diventa autorizzazione a procedere, la cui approvazione è per adesione, accettazione, gradimento, beneplacito, seguito, favore, successo …

Basta così, ti prego Ann.

E no, devi lasciarmi finire George, altrimenti potresti non comprendere quello che intendo per 'favore'.

Vai avanti ti ascolto.

Purtroppo all’elenco si aggiungono quelli che sono i contrari come il dissenso, la negazione, la disapprovazione, l’opposizione, ciò che apre ad alternative e risultati fortemente negativi e che di certo hanno contribuito alla svolta delle Idi di Marzo. Proprio non me ne capacito, che sciocco sono stato fin’ora a non averci pensato!

Il problema non è se ucciderai qualcuno George, ma in quanto tu pensi di fare un 'favore' all’umanità nel togliere psicologicamente di mezzo la gente che dentro i tuoi incubi malsani detesti, quando invece è l’umanità che ne riceverebbe un grande favore se per primo levassi di mezzo te stesso.

Era dunque qui dove volevi arrivare, ebbene ci sei, ma non hai considerato che i miei incubi sono i segreti degli altri, quelli che più si tengono nascosti.

Se mai George, quelli che tu attribuisci loro.

Prendi ad esempio quegli ipocriti dei nostri vicini, che ne commettono di tutti i colori e pensano di farla franca in quanto vigliacchi e codardi, che non sanno che li tengo d’occhio. Per non dire dei nostri parenti più stretti, amici e conoscenti, allora sì che ce ne sarebbe di carne da mettere sul fuoco.

Parli per te stesso, immagino, non è così George? Non puoi domandarmi come io dica ciò che dico, perché non saprei risponderti, un conto è ciò che è, e un altro ciò che pensiamo debba essere.

Lasciamo stare, sta di fatto che mi sono detta che Giulio Cesare non aveva scampo, doveva morire e così è avvenuto.

Se per caso non hai aggiornato il tuo calendario mentale Ann ti ricordo che a qualunque conclusione tu sia arrivata è ormai acqua passata, le Idi di Marzo si riferivano all’anno … (?), mentre noi siamo, non vorrei sbagliarmi, alle soglie del Terzo Millennio o giù di lì.

Mentre tu George non ti accorgi nemmeno che passi dalla credulità più ingenua allo scetticismo più risoluto. Quando ti fa comodo credi nelle favole, e ne inventi pure, al contrario non credi a niente e tutto ruota nella vaga significazione dei tuoi intendimenti. Sai cosa c’è, che sono stanca di stare a sentire i tuoi commenti, dimmi piuttosto che non hai compreso il senso del mio discorso e lasciamo cadere questa sterile conversazione.

Se lo preferisci.

Ecco ci sono! È questo il caso in cui ti sto facendo davvero un 'favore', ché, smettendo di parlarti di quello che non ti piace sentire, in fondo avallo quello che tu da sempre sostieni, e cioè, che noi donne neppure sfioriamo la profondità dei 'ragionamenti' che fate voi uomini.

Semmai avrei detto dei 'sentimenti'.

Peggio ancora!

Ti basti guardare la nostra vicina Letizia, con un nome così dovrebbe portare gioia in una casa, allegrezza nel cuore di chi le sta accanto, e invece quel poveraccio di Glenn si è dato all’alcool per la disperazione.

Tu davvero lo credi George?

Se per lui non c’è più rimedio, riguardo a lei potrei investirla con la mia auto la prossima volta che si trova ad attraversare la strada.

Questa è la dimostrazione di quanto dicevo poco fa, forse non sai George che Glenn si è dato all’alcol per un’altra ragione che non riguarda Letizia, ma perché sa di essere affetto da un cancro, e tu volendo far fuori Letizia arrecheresti senza saperlo un gran 'favore' a entrambi: a Glenn che dispera di lasciarla sola, e a Letizia che non accetta di vederlo andarsene così.

Stai dicendo che dobbiamo aspettarci che accada qualcosa di tragico Ann?

Mi auguro di no. In ogni caso non saremmo stati noi a volerli morti, ti pare? Beh, va detto che tu George ce la metti sempre tutta per raggiungere il tuo scopo. Spero solo che nessuno ti abbia preso sul serio, altrimenti considerali già andati.

Che disdetta!

Che dici George? – domanda Ann sulla porta della cucina, mentre va a controllare la cottura dello stufato.

No, niente di importante! Senza che Letizia finisca sotto la mia auto, potrei sempre sparare un colpo a Glenn durante una battuta di caccia – mi dico, tuttavia senza esternare questo mio pensiero che, altrimenti, darebbe piena ragione ad Ann.

Eppure qualcosa hai detto, ti conosco mascherina, tu bofonchiavi qualcosa, è così?

Per mia fortuna squilla il telefono, se non altro non sono obbligato a rispondere alla sua domanda.

Hallo, George sei tu?

Sì, certo Glenn, in persona, dimmi che cosa succede, ti sento affranto.

O George non so se faccio bene a dirtelo, c’è che sono in ospedale, sai Letizia...

Letizia cosa?

E' stata investita da un auto mentre tornava a casa, non so se ce la farà.

O Glenn cosa mi dici, sono davvero molto dispiaciuto, c’è qualcosa che posso fare per te?

No, niente, non in questo momento.

Non so come dirlo ad Ann, chissà come ci rimane male, per il momento tanti auguri Glenn, tienici informati.

Perché questa faccia appesa George, chi era al telefono?

Non lo immagineresti mai, siediti.

Non posso ho lo stufato sul fuoco.

Era Glenn, chiamava dall’ospedale, Letizia forse non ce la farà.

Oh mio Dio, cosa le è capitato?

È finita sotto un’auto mentre tornava a casa.

Che cosa?

È andata così Ann, è senz’altro una concomitanza, come dire, una coincidenza fortuita, uno pensa una cosa e ciò accade.

Quando si dice la forza della parola, vero George?

Beh, in questo caso avrei detto del pensiero.

Era quindi questo a cui stavi meditando poco fa, la cosa non mi sorprende George, se devo essere sincera, mi spaventa non poco.

Vorrà dire che le ho reso quel 'favore' di cui parlavi poco fa, a entrambi!

George, non dirmi che … oh dov’eri tu quando il fatto è accaduto?

Mah.. credo fossi già a casa.

Oh George sei un mostro, un cinico odioso, un essere malvagio, ècco che cosa sei ... perché non me lo hai detto subito?!

Sono le sette Ann, a quest’ora lo stufato dovrebbe essere pronto.

Ahhhhh!, grida uscendo, e sbam! – sbatte la porta della cucina.

Che modi! Sorry Glenn!

Bé sì, poveraccio, almeno lui sa già cosa lo aspetta, quello che invece ancora non sa è che lo sconforto inizia là dove la speranza cessa i suoi effetti, e che tutto ciò che accade prima o poi, meglio prima (per lui), finisce.

*

Tre brevi racconti sulla mia persona.

'Narrando di me' (tre brevi racconti sulla mia persona)

 

Who’s inside?, (…life is so contemporary).

Ne è passato di tempo dacché mi sono impegnato nel restauro della mia vita e mai mi sono accorto di quelle crepe che dal soffitto scendono lungo la parete che solo per il fatto che stanno lì (dentro lo specchio degli anni), offendono lo sguardo. Anni che hanno visto le sfaldature interne risalire in superficie, cominciare a farsi notare, assieme con le rughe dell’età che avanza, le gote che scendono e trasformano il sorriso in pieghe amare, le grinze profonde attorno agli occhi stanchi di vedere, i solchi profondi sulla fronte che a stento trattengono l’inarrestabile precarietà dei pensieri. E sono graffiti, geroglifici, grafie di scritture che non raccontano ‘solo’ le stagioni, per definizione effimere, ma che altresì illustrano lo ‘spazio’ zodiacale in cui fin da principio sono stato ammesso. Segni evidenziali che affiorano in superficie e che danno forma al meta-linguaggio di un certo disfacimento in corso, che avvelena non già il passato carico di parole, quanto il futuro dei pensieri prossimi a venire.
E dire che sono stati anni di straordinari momenti creativi in cui, forte della convinzione che le cose sarebbero andate decisamente meglio, mi sono abbandonato al piacere edonistico che porta con sé ogni nuova avventura intellettualistica (godereccia), sperimentando le molteplici forme della conoscenza. Ricche, come sono, di suggestioni inusitate e nuovi proponimenti che, in qualche modo, hanno dato forma a nuovi linguaggi imprevedibili, trame di sceneggiature impossibili che, nella ricchezza delle sfumature e delle espressioni che le distinguono, e che sono l’affermazione del ‘timido’ filosofare che mi accompagna. Riferimento necessario per la contemporaneità della vita ‘liquida’ che altresì mi affanna, mentre vago (in quanto scrittore) alla ricerca di nuove forme di narrazione che mi soddisfino, che mi appaghino, desideroso come sono di sperimentare nuove ‘formule’ per raccontarmi e raccontare agli altri le ‘favole’ belle che invento ogni giorno, onde rendere migliore questo mondo astruso in cui mi conduco.
Ecco allora il continuo misurarmi con linguaggi diversi, che in qualche modo concorrono e si intrecciano nelle pur differenti espressioni di pensiero, veicolanti un’univoca formula meditativa, come un possibile ‘mantra’ che mi conduce alla luce della consapevolezza, e mi concede di misurarmi sui significati profondi della mia cosmica esistenza (nel senso che sono spesso con la testa fra le nuvole). È così che le parole assumono significato, restituiscono fermento, vivacità, creatività, si fanno in me motivo di comunicazione, s'aprono al mondo che mi gira intorno nella diversità delle lingue, delle etnie, dei diversi colori della pelle, delle usanze e dei costumi dei popoli che incontro, unicamente per rispondere a una domanda da sempre sollecitata: ‘who’s inside?’, chi c’è in me? Alla quale una sola risposta può essere data, significante e significativa, che amplifica in prospettiva la ‘voce’ del comunicare per uscire da me stesso e aprirsi agli altri, tutti quegli altri che come me albergano in questo strano mondo.

È vero, ho constatato di persona come talvolta la vita, lì dove essa trova accoglienza, è così sincrona da mettere in stretto contatto ogni forma di ‘linguaggio’ seppure estremo, ogni umano ‘genere’ nella diversità, ogni estrapolata ‘fattezza di forme’, ogni possibile ‘qualificazione’ d’argomenti. Tutto ciò che mi permette di interagire con gli 'altri' provenienti da habitat diversi, e offrendomi di conoscere e approfondire nuove culture, tendenze ed espressioni di quella creatività, che dalle lontane origini si spinge a quella contemporanea più avanzata. Un'opportunità di confronto meravigliosa con la quale da sempre cerco di riaffermare come la ‘parola’ sia il ‘motore’ esclusivo di idee e fattore ‘unico’ di coesione sociale, in grado di mettere in moto innovazione artistica, creatività intellettuale, così come di esaltare le diversità, trovare soluzioni inedite a problemi complessi sia pure nascosti nelle pieghe della quotidianità che da sempre cerco di sfuggire o che fin’ora non ho osato indagare. È vero, la ‘vita’ spesso sa cogliere la contemporaneità meglio di quanto i sensi e la mente siano in grado di fare, tempestati come siamo da messaggi veloci, da informazioni sfuggenti, da conversazioni efficaci ma prive di senso, da azioni efficienti ma impersonali, da ritmi che non sono i nostri e che non riusciamo ad afferrare, dentro una quotidianità sfuggevole che non lascia il tempo alla riflessione, e che sembra non appartenerci, pur avvertendo la sensazione di farne parte.

Ma se la contemporaneità si nutre dell’intreccio tra la dimensione intima dell’essere e la collettività umana, ècco che farne parte, allontana da noi assieme alle speranze dismesse, le paure del futuro che ci viene incontro, permettendoci di riacquisire la nostra individualità perduta, la sola davvero capace di comprimere le differenze tra passato e futuro, le divergenze tra i ‘generi’, le disuguaglianze di sesso, l’inizio e la fine di una incertezza che è insieme ragione e speranza del nostro vivere quotidiano. Dacché l’usura del tempo anche se reale, diviene fittizia, come quelle crepe che vedo scendere dal soffitto lungo la parete e che solo per il fatto che stanno lì offendono il mio sguardo e che invece, nell’annullamento dei limiti che le distingue, danno forma al mio/nostro ‘contemporaneo quotidiano’. Un quotidiano dal quale non ci si deve difendere, bensì conciliare, entrare a farne parte, perché frutto dell’esperienza maturata su un altro livello di conoscenza, di quella realtà che altrimenti si rischia di non comprendere perché non ascoltata, di esperienze che non avremmo potuto, o forse voluto vivere, e che, guardandole con distacco, pure continuiamo a voler perseguire.

Un percorso compiuto attraverso le emozioni che da sempre hanno accompagnato i nostri sogni di bambini, i dubbi e gli oblii degli adulti, le favole di tutti noi, ora capaci di rappresentare, ora di sublimare quel piano inclinato che rappresenta la nostra vita, come di una danza immaginifica della natura umana che tutti ci contiene nella sua intimità più profonda. Quand'eccoci accolti in un’unica esperienza ‘de-costruttiva’ che vede ridisegnati i tratti di quell’umanità molteplice che tutti ci coinvolge, in un ‘gioco’ di rimandi, di silenzi e di paure, ma anche di esaltazione e magica follia, in cui rivestire chi davvero abita in ognuno di noi, e che ci fa dire ‘..life is so contemporary’ che per la gioia di vivere quasi ci manca il fiato.

 

È forse questo il segreto d’una possibile eternità, o solo la pulsione di una calda 'imperdonabile' giovinezza?


Late Night, (…mind a parte).

Io di notte vado a spasso coi ricordi, scendo le scale di una villa in stile liberty nel sud degli Stati Uniti, ma quando il mio sguardo incontra il verde del prato le risalgo e ricomincio d’accapo a scenderle per poi risalirle ancora, e questo per un certo numero di volte. Quante? Ve lo saprei dire se le avessi contate. In verità non l’ho fatto. Perché? Non lo so. Non ho modo di contare le cose che faccio per abitudine, e questo vale per i gesti o i movimenti consuetudinari, così come ad esempio di tutte le volte che mi capita di sbattere le palpebre. In realtà non me ne accorgo neppure, così non tengo in considerazione il fatto ch'io lo faccia. Difatti lo faccio e basta. Qualcuno mi dice che non è così, che la nostra mente tiene in conto tutto ciò che facciamo seppure in modo abitudinario e che perciò dovrei ricordare quante volte ho salite e discese quelle maledette scale. È importante? – mi chiedo. In un certo senso sì, perché in quei frangenti di tempo, nella propria vita, così come in tutte le vite degli altri, e con ciò intendo dire nel mondo, sono accadute una infinità di cose che potrebbero interpretarsi in modo diverso se solo ci si ricordasse il perché qualcuno è salito e disceso per le scale di quella villa liberty nel sud degli Stati Uniti, e soprattutto il numero delle volte che l'ha fatto. Per esempio? Magari il mio vicino Mr. Hogan non si sarebbe preso la pallottola in fronte che lo ha ucciso, perché non si sarebbe affacciato sulla porta di casa attratto dal mio continuo andirivieni. O alla povera signora Harlington a New York non sarebbe sfuggito di mano il guinzaglio del suo boxer e per rincorrerlo non sarebbe finita sotto l’auto che proprio in quel momento sopraggiungeva ad alta velocità. A New York? Certamente a Sao Paulo non sarebbe capitato che durante la sfilata per il Carnevale un carro sarebbe caracollato in mezzo alla via addosso alla folla riunita … o a Calcutta il rogo per l’inumazione del santone Honjbaba non sarebbe stato trascinato via dalla corrente e involato verso l’al di là, come tutti hanno potuto vedere. Basta così, la prego, ha detto a Sao Paulo in Brasile, e perché no a Rio de Janeiro, è lì che si tiene il Carnevale. Le rammento che il Carnevale si tiene in tutto il mondo e che un fatto del genere è possibile accada sia a Sidney come a Milano. A Milano, per la sfilata del Carnevale? Mai sentito. Magari è capitato durante un Gay Pride, vai a sapere? Accipicchia, è avvenuto tutto questo nel mentre io salivo e scendevo le scale della villa liberty nel sud degli Stati Uniti? Anche molto di più, per esempio … No, basta così, mi sembra di aver procurato abbastanza catastrofi in giro per il mondo. Fatto è che non ricordo quando ciò possa essere avvenuto, perché non essendo io mai stato nel sud degli Stati Uniti, ospite o quant’altro in una villa in stile liberty e, nemmeno se cerano o no scale da scendere e da salire, come posso essere causa di tali disastri? Se solo ripenso a quel Mr. Hogan ed alla povera Mrs. Harlington mi viene da piangere, anche se.. Anche se? Beh, una pallottola a quell’uomo lì, gliela avrei cacciata in fronte con le mie stesse mani, per avermi venduto un paio di scarpe che mi fanno un male cane. Per quanto accaduto alla signora di New York le sta bene, così impara a impicciarsi dei fatti propri e badare un po’ più al suo cane. Comunque, mentre son lì che scendo e salgo le scale per un infinità di volte, un qualche dubbio a riguardo mi viene, ed è di non sapere se i miei ricordi che pur mi sono cari, sono veri, nel senso di autentici, oppure falsi, nel senso di costruiti, cioè elaborati dalla mia memoria mnemonica sulla base di eventi spaziali inesistenti, di cui sono consapevole o forse inconsapevole tout-court. E se si trattasse, e questo sarebbe il vero dramma, di un film che avrei voluto dirigere/interpretare fin dalla prima infanzia o, magari, una di quelle scuse patetiche, (leggi alibi), che spesso capita di inventare per non ammettere con se stessi l’incapacità, (ovviamente la mia), di scrivere un copione che possa dirsi ‘originale’? Un copione che mi porto dietro fino a notte inoltrata quando, scendendo le scale rammento di aver dimenticato qualcosa, l’orologio forse, per cui risalgo, ma quando sono in cima alle scale, trovo ciò che stavo cercando. Quindi le ridiscendo ma, c’è sempre un ma che incombe, quando sono di nuovo in fondo alle scale, sento lo stimolo di dover andare in bagno, allora le risalgo immediatamente. È lì che guardo l’orologio e mi accorgo d’essere fottutamente in ritardo. Nell’impossibilità di arrivare per tempo alla riunione indetta dal Capo, rinuncio ad andare in bagno, con la speranza di poterci andare durante il break, d’impeto decido di ridiscendere le scale. E se non dovesse indire nessun break? - mi chiedo. È allora che il mio sguardo incontra il verde del prato, mi dico perché non la faccio qui (?) ma, quando sto per liberarmi, ecco che Mr. Hogan si affaccia sulla porta di casa e mi guarda in quel modo seccato.

Allora risalgo le scale in tutta fretta con le braghe calate e ricomincio d’accapo. Salgo le scale di una villa in stile liberty nel sud degli Stati Uniti, poi ne discendo per risalirle ancora, e questo per un certo numero di volte fino a che me la faccio addosso. Ma poiché perseverare non è eroico ma inutile e sbagliato, convengo che forse i miei genitori avrebbero dovuto mandarmi da uno specialista. Dite che sono ancora in tempo?


Still alive (..non proprio certo)

Dentro lo specchio del giorno, il buio. Non mi riconosco. Eppure so di essere qui, presente nel presente. Mi distendo nel letto con una mano sotto il cuscino, come a voler afferrare i pensieri che dovessero essermi sfuggiti. Il tempo si muove seguendo il respiro, dimentico del battito del cuore, che non sento. Deve pur esserci da qualche parte se sono qui che rifletto. Speculazione obbligatoria che apre le porte ad altre realtà e alla molteplicità di un divenire che forse non mi riguarda. O forse sì, mi riguarda eccome, se adesso pondero una possibilità indistinta che agita il mio esistere. Scherzi della solitudine, mi dico. Mentre mi lascio andare nel gorgo senza fondo dell’inquietudine che mi abbranca. Tacita di voci. Silenziosa di suoni che pure mi confondono. Li porto tutti con me. Sono in me. Anche se non ne sono certo, ogni cosa sembra accadere senza una ragione e non faccio che inventariarla come non mia. Di chi allora? È tempo, mi dico, di lasciare spazio all’incoscienza. O meglio, alla coscienza profonda che si nasconde in me, nella parte buia dello specchio, che non permette il mio riconoscimento. Mi domando dove sono stato? Chi ho visto? Cosa ho mangiato? Mi smarrisco nelle risposte che non trovo. Sono dunque stato? Ho visto qualcuno? Ho mangiato? Chi, dove, quando? Comincio a scomparire nel buio della coscienza. Nell’incoscienza vedo solo ombre senza volto, che appaiono e scompaiono, per apparire di nuovo, diverse, obliterate da una qualche conoscenza passata. O forse futura, che deve ancora avvenire e che viene a popolare la mia solitudine, mi dico. L’inquietudine che la consapevolezza della solitudine comporta tra le diverse dimensioni del vivere. Che non è né la dimensione del bene, né quella del male ma che tuttavia m’incute di guardare al di dentro di me. Quell’io sconosciuto a me stesso che adesso s’avvia nella nebbia della notte. L’alba tarda a venire, mentre la luce del giorno non è che un miraggio. Il timore di dover morire nel buio. Un desiderio che non riesco ad esprimere e che reprimo in me ogni qual volta il buio mi sorprende nel cuore della notte. Nella nebbia cammino sul filo dell’acqua per tenere la strada, eppure mi perdo. Per ritrovarla guardo in me, alla mia graduale natura di uomo, all’investitura ricevuta, alla luce che s’accende in fondo alla strada. Un moto improvviso ‘da mente a mente’, mi dico. Senza l’uso di parole, di quei particolari suoni che pure sento e che mi confondono. Un soffio leggero dell’aria, come di una porta che s’apre. Il frusciare dei passi sospesi sul pavimento, come lo scorrere silenzioso e inesorabile del tempo, e poi.. Le mani dell’ombra che mi afferrano per le caviglie, che le stringono, che mi tirano giù dal letto. La reazione avviene in un attimo, ne segue uno scuotimento eccessivo che mi libera, con un moto improvviso. Sento di nuovo il mio cuore. Ha il battito accelerato. Lo sento dentro di me. Tornato da chissà quale occluso emisfero della mente. Apro gli occhi. La luce mi dice ch’è giorno pieno. L’alba è giunta a piedi nudi, senza clamori, senza scalpiccio di piedi, in silenzio. Attorno tutto è rimasto com’era prima: il letto disfatto, la sedia stracolma d’abiti dismessi, i falsi d’autore alle pareti, le pile dei libri già letti e quelli ancora da leggere, la lampada spenta sul comodino, il clangore dei mezzi che arriva dalla finestra, l’irraggiungibile scopo della rinascita interiore. È questo a cui anelo? È strano, eppure quanto accaduto mi permette adesso di guardarmi attorno con occhi nuovi. Il mondo è pur sempre quello ma, sono i miei occhi a vederlo rinnovato, pur nella vacuità del mio esistere. Direi piuttosto come uno stato germinale delle possibili diversità dell’essere che rende plasmabile qualsiasi verità successiva.

Il driiiin della sveglia rende la realtà dura da accettarsi, richiede una maggiore energia e invece sono talmente stanco che finisco per scivolare fuori del letto e mi ritrovo disteso sul pavimento. Adesso sì che rialzarmi mi costerà fatica, mi dico. Però almeno, sono ancora vivo … oh yes, I am still alive!


 

 

 

 

 

*

CRISPINO - fiaba ecologica per i più piccini.

“C R I S P I N O” (fiaba ecologica per i più piccini)


Un mattino che non si andava a scuola, Ninetto correndo attraversò la strada chiamando a gran voce:
«Serafino! Serafino! dai vieni giù a vedere, qualcosa di nuovo è accaduto nella vecchia stalla!»

«Su dai, chiamiamo anche gli altri: Carletto! Marietta! Albertino! Margheritina, su presto accorrete!»

Gran corsa, gran chiasso, ed ecco gli amici arrivarono in fondo al paese con grande affanno ma il rude Michele brandendo un bastone li accolse scortese:
«Che fate voi qui? Andate via e non fatevi più vedere!

Serafino, il più grande fra loro, si tolse le scarpe, dicendo:
«Venite con me, conosco un passaggio segreto che dal ruscello porta dritto al fienile. Ma fate attenzione a non farvi sentire!»

Arrivati che furono dietro alla stalla vi guardarono dentro e con gran meraviglia scoprirono la gran novità. Sul fieno - che bello! - c’era un somarello accanto alla mamma.

«Ma è senza pelliccia!» - esclama Albertino.
«Magari avrà freddo?» – si preoccupa Ninetto.
«Facciamo qualcosa!» - esclama Marietta.
Margheritina già dice ch’ è rosa.

Al nuovo amichetto un nome vuol dare Carletto:
«Pierino, oppur Giacomino!»
«Ma no! - ribattè Albertino - a me sembra carino chiamarlo Crispino.»
«Si, sì! Crispino, che bello per un somarello.

Intanto di corsa, arrivò Michele alquanto arrabbiato:
«Vi prendo! Vi picchio, monelli!

«Su presto, scappiamo!» – li avverte Ninetto, che Michele è un uomo cattivo.

«Allora ciao Crispino, ma non preoccuparti, verremo ancora a trovarti!» - promette Albertino.


Passano i giorni e un giovedì che il vecchio Michele si reca al mercato, di nuovo insieme correndo, gli amici raggiungono il vecchio steccato.

Crispino è fuori sdraiato sul prato, coperto di un bel manto argentato.

«Alzati dai!» - gli gridano in coro gli amici.
«Ma è ancora un bambino, camminare non sa!» – dice tenera Margheritina.
Mentre Marietta gli dà una zolletta.
Chi gli afferra una zampa, chi per la coda lo tira di già, e ben presto assomiglia Crispino a un burattino.

Più svelto Ninetto, lancia il suo gridolino, che suona più o meno così:
«Y- yo! - Y-yo! Y-yo!»

«Y- yo! - Y-yo! Y-yo!» -
ripete contento Crispino, travolto dalle risa di tutti gli amici.

«Che bello, è un vero asinello!» - dice Carletto.
«Carino!» - aggiunge Marietta.
«Evviva Crispino!» – esclama di suo Serafino.

Quand’ècco che Margheritina gli dona una cosa: un campanello con un fiocco rosa.

«Io, - ribatte Carletto - gli avrei messo una sella, piuttosto che uno stupido fiocco con un campanello» - tirandolo via così, per dispetto.

Piange Margheritina e con gran meraviglia di tutti, le si avvicina Crispino come a consolarla, strofinandogli la testa sopra la spalla.

. . .

Passa del tempo e intanto cresce Crispino, compagno di giochi d’ogni bambino. Serafino lo vuole per giocare ai Cow-boy. Allegro Carletto salitogli in groppa li incita  a far carovana, disponendo gli amici in fila indiana.

«Adesso tocca a me!» - esclama Albertino, che di salire reclama.

Dacché Carletto scendendo gli dà uno spintone, inciampa Albertino coi piedi un fuscello, andando a cadere dentro il ruscello. Ninetto non poco spaventato s’accorge che il mal capitato dalla corrente sta per esser trascinato.

Serafino in un battibaleno già un ramo gli porge, allorché Albertino l’afferra ma è senza fiato. Tosto Crispino l’afferra per una bretella e fin sulla riva con uno strattone lo riporta a galla.

Salvo è dunque Albertino che dello spintone perdona Carletto che muto trattiene un luccicone.

Marietta felice regala a Crispino un’altra zolletta.

Contento è il buon somarello  che di nuovo fa sentir la sua voce:
«Y- yo! Y- yo!, - Y- yo! Y- yo!»

Rappacificati gli amici ripetono in coro il suo verso:
«Y- yo! Y- yo!, - Y- yo! Y- yo!»

. . .

Del tempo è passato e finita è ormai la scuola. Tornano gli amici con la cartella, ridendo o piangendo per la pagella.

Albertino durante l’estate studiare dovrà la geografia. Carletto è promosso per un colpetto.

Margheritina con le treccine, imparare dovrà le tabelline. Una bella pagella porta a casa Marietta.

Ninetto studiare dovrà ‘religione’ con qualche lezione di riparazione.

Serafino la ‘quarta’ ha ormai ultimato, ma il suo papà è molto ammalato e a lavorare andrà come garzone al mercato.

Vanno i compagni di giochi a chiamarlo ma Serafino sa già che giocare più non potrà, ché giunto è il momento delle ‘responsabilità’. Ed ognuno s’accorge che sul suo bel faccione tosto già scende un lacrimone.

Nei giorni a venire di nuovo i monelli vanno a cercare Crispino sul prato e il bel somarello contento li accoglie ogni volta allo steccato col suo ritornello:
«Y- yo! Y- yo!, - Y- yo! Y- yo!»

Più tardi Michele li sorprende di nuovo dietro il fienile e con fare marrano li scaccia:
«Andate via, vi ho detto che più non dovete venite a cercar l’asinello.»

E dopo averli rincorsi, ancor minaccia Albertino con il frustino.

Si lagna Crispino nel vedere scacciare il bambino:
«Y- yo! Y- yo! - Y- yo! Y- yo! Y- yo!» - grida contro Michele il suo gridolino.

Allorché Michele arrabbiato lo punisce per la sua mal parata lasciandolo senza la tenera biada.

«Oh poverino!» - esclama Marietta, rammaricata per la disdetta.
«Ma è ancora un bambino!» - dice Margheritina sorpresa.
«Come lo è Serafino!» – aggiunge Ninetto.
«Michele è davvero un uomo cattivo!» - aggiunge Carletto non dimentico dell’avvertimento.
«Ieri al mercato, mi ha detto la mamma, che Michele le ha chiesto il denaro per un nuovo steccato» - aggiunge Albertino.
«Di certo dobbiamo fare qualcosa!» - reclama Ninetto.
«Ma cosa?» - si chiede Marietta.

. . .

Passano i giorni, passa una settimana, e nessuno più vede Crispino sostare sul prato di casa.

«Che il cattivo Michele lo tenga legato nella stalla?» – si chiedono gli amichetti preoccupati, mentre qualcuno di loro già escogita un piano: di chiedere a Michele che lasciar deve Crispino giocare con loro sul prato.

«Altro che giochi, andate via birbanti, o vi faccio sentire il fuoco del mio frustino!» - esclama furente Michele.

Ed è così che un bel giorno, mentre tutti in paese sono a messa per la Candelora, Ninetto e compagni attraversano in silenzio lo steccato in fondo al dirupo. Si arrampicano su, fino a raggiungere il piano, ma ahimè, non trovano Crispino nel prato.

«Che venduto lo abbia Michele al mercato?» – domanda Carletto.

Crispino, uditi i loro passi avvicinarsi alla stalla, già raglia per farsi sentire da dentro alla stalla:

«Y- yo! Y- yo! - Y-yo! Y-yo!»

«Crispino! Crispino! Crispino!» – urlano gli amichetti in coro.

«Y- yo! Y- yo! - Y-yo! Y-yo!», risponde contento Crispino ripetendo il suo verso.

Legato lo trovano gli amici al carretto e con un saltino son già tutti sopra, pronti a scappare lontani dal cattivo Michele. E' così che Crispino trotterella contento oltre lo steccato, lungo la strada che li porta lontano da casa.

Margheritina ha con sé un ramo di pesco fiorito e in piedi sul carro sciorina la sua canzoncina:

“Io sono la Fata della brigata.
Marietta tu sei la Regina.
Tieni una rana ti do una susina.
Pur senza corona stai sul carrettino ma oggi tu Nino
Sei il re del Mattino.
Carletto sei tu il principe della contrada.
Io sono la Fata della brigata”.

Allegro trotterella Crispino mentre risuona nell’aria il dolce suono del suo campanellino.

«Fate silenzio, già dice Marietta, ho anch’io una strofetta»:

“Sei bello, sei bello
Tu sei somarello
Tu sei birichino
Il tuo nome è Crispino!”.

D’intorno è silenzio, allorquando la tiepida sera li sorprende ormai lontani da casa. Le mamme e i papà cercano ovunque i propri bambini con il cuore in pena, che intanto in paese s’è sparsa la voce, qualcuno già dice che un uomo malvagio col sacco ha rapito i bambini:


«Aveva in testa un berretto nero!»
«E in mano un bastone!»
«Ha rubato un carretto!»
«Li sta portando lontano!»

. . .

Giunta che è ormai la notte, ognuno in cuor suo dispera: c’è chi piange, chi prega, chi prende una zappa e chi porta un lampione.
In paese c’è gran confusione: chi corre di qua, chi dice - di là! Ma in verità nessuno sa dove cercarli potrà.

Sopra al carretto gli amichetti infreddoliti si stringono tremanti fra foro, e mentre del vento si sente la stura, qualcuno già piange per la paura.

Intanto in paese ognuno li cerca, e c’è chi parla di un Orco sopra un nero destriero:

«Era brutto!»
«Scuro da far paura!»
«Un uomo cattivo!»

Le mamme piangendo chiaman già tutti per nome:
«Ninetto! - Marietta! - Albertino! - Margheritina! Carletto! Dove siete?»

Ma nessuno risponde loro, e c’è già chi piangendo per la paura unisce le mani in preghiera dentro la notte scura.

«Guardate là, in cima alla strada, mi sembra si muova qualcosa!» - esclama improvviso qualcuno.
«A me sembra una luce lontana!» – esclama un papà sperando in cuor suo che la cerca non sia poi vana.

«Una luce, ma dove?»
«No, mi sembra di sentire un rumore»
«Sembra anche a me, si avvicina lo sento!»

E nel silenzio risuona un tintinnire che sembra un richiamo.

«Mi sembra un campanellino!» - esclama Michele pensoso.

«Ehi voi per di qua, accorrete! – esclama di lontano un contadino – Ma fate pianino, che i bambini dormon già tutti sul carrettino.»

Di gioia, di pianto, un coro di gente già chiama un nome soltanto:
«Crispino! Crispino! Evviva Crispino!»

Nella piazza silenziosa in fin giunge Crispino con il carrettino ricolmo di neri capelli e di riccioli d’oro. Al tinnire del suo campanellino s’infiamma contenta ogni mamma di riabbracciare il proprio bambino.

Raggiante Michele solleva lo sguardo lassù e felice nel profondo del cuore ringrazia il Signore.

«Domani - egli dice abbracciando Crispino – sarai compagno di giochi di ogni bambino.»

Ninetto, Marietta, Margheritina, Albertino, Carletto, e il buon Serafino, non dimentichi di quel giorno lontano, sono gli amici di sempre che di tanto in tanto s’incontrano ancora nella nella piazza del paese, nel ricordo di un tempo lontano, in cui come compagno di giochi c’èra un certo bambino, un asinello di nome Crispino:

«Y-yo! Y-yo! Y-yo!» - li si sente nell’aria ripetere in coro, al suono di un minuscolo campanellino.


F I N E

 

 

*

Regardez-les, conversazioni con Proust


Regardez-les. . .

(tratto dal romanzo inedito "Tutte le sfumature del nero" - stralcio del Cap.V)


La lampada liberty accesa sul basso tavolino di legno intarsiato di manifattura orientale, diffondeva sul soffitto una luce sfrangiata di molteplici colori, l’atmosfera giusta per Helen de Bergére, la nota gallerista d’arte parigina che, seduta nella sua comoda poltrona in giunco con molti cuscini di seta fantasia, s’intratteneva a leggere nelle ore che precedevano la sua andata a letto. Diede appena uno sguardo al volume della Recherche che, poco prima di sedersi a tavola aveva tralasciato di leggere, pensando che Marcel Proust sarebbe stato davvero un ospite ideale del suo “salotto” dopocena – «..che fosse un insanabile cinico? No, direi piuttosto un beffardo dileggiatore della società» – si disse, dubbiosa del fatto che quella fosse una nuova e interessante chiave di lettura per riprendere a leggere.
Ne aveva appena scorsi alcuni capitoli senza cedere neppure per un momento alla noia, né tantomeno alla malinconia che l’autore doveva aver provato lui-mếme, nel rivangare le temps perdu, quando si lanciò in alcune considerazioni. Tutt’altro disse – «..il tempo sembrava non essere trascorso affatto» – il piccolo “clan” dei Verdurin con i suoi ospiti démodé e tuttavia “di riguardo” l’avevano in qualche modo finanche divertita. Per non dire del piacere che aveva provato durante la cena, nel rimuginare sull’– «..eleganza del pittore alla moda, e l’intraprendenza del giovane musicista» – Per non dire di quello Swann – «..quel suo perseguire l’amore attraverso la musica – era quello – un fatto che l’aveva intimamente ammaliata.»
Poco prima, infatti, si era intrattenuta al piano sulla scia dei ricordi che le pagine della Recherche avevano risvegliato in lei: – «..del resto non era forse la musica a raccogliere il meglio di sé, le sensazioni preziose e le sottili ebbrezze della sua natura di donna? Non era forse la musica la sua unica lingua, oltre a quella dell’arte, s’intende!» –rammentò di aver ammesso apertamente al telefono con Sophie, la sua migliore amica, in osservanza di quel distacco estetico che ormai concedeva solo alle parole.
«Oh sì, certo, trovo Monsieur Swann indubbiamente molto affascinante!» – ripeté, e si compiacque di averlo ritrovato integro, seppure soltanto fra le pagine di un’opera letteraria che da sempre incontrava il suo favore. Si chiese se Swann potesse assomigliare in qualche modo al suo autore, e se mai le fosse capitato d’incontrare un tipo simile– «..nella realtà, s’intende?» – disse poi, osservando la fotografia di Proust stampata in sovraccoperta. Dopodiché fece un salto indietro nel tempo. Erano passati almeno dieci anni, o forse più, da che lei e Ghiannis, assidui frequentatori delle sale da concerto e del Théatre, erano ben accolti nei salotti della bonne société parisienne, ma non riuscì a ricordare nessuno che somigliasse a Swann, se non, e solo per certi aspetti, il suo carissimo amico Jean-Claude – «..ma forse più per l’eleganza della figura che per affinità di carattere» – convenne infine con se stessa.
Come Swann, Jean-Claude era melanconico e voluttuoso, padrone assoluto delle proprie emozioni – «..specialmente in quanto cercava di nasconderle» – si disse, considerando che a tratti, anche lui si atteggiava a bohemien, subitamente tradito dai suoi modi ricercati, tali – “..da essere talvolta affettati, e dalla sua apparente sensualità, che era alla lunga la sua prerogativa migliore”. Tuttavia l’aspetto che lo rendeva più vicino al personaggio della Recherche era indubbiamente la trasgressione, quell’irresistibile attrazione che logorava il perdurare della sua felicità – quasi che la gratificazione senza la sventura stesse a Jean-Claude come l’ombra alla luce, fatta oggetto di un’immediata indifferenza.
Cosa questa che Georges Bataille si era trovato, seppure molto tempo dopo, ad elogiare con l’ormai nota frase – “..il pregio della felicità consiste nel non essere frequente”. A Swann, come del resto anche a Jean-Claude – «..mancava la delizia estrema del senso morale che conferiva ai misfatti quel sapore di crimine, senza il quale sembrano naturali, senza il quale sono naturali (..), soprattutto perché la felicità, da sola, non essendo per se stessa desiderabile, porterebbe alla noia se le prove dell’infelicità non ne risvegliassero l’avido desiderio”– ripeté quasi a menadito.
«Povero Jean-Claude!» – esclamò Helen, rilevando come sempre negli uomini di tipo fine – «..gli entusiasmi fossero piuttosto controllati, e il buongusto una delle note caratteriali più evidenti e pressoché infallibile». Non era per nulla un caso che gli riuscisse così spesso di mettere a segno le sue intuizioni artistiche su questo o quell’artista che in breve riusciva a piazzare sul mercato – «..cosa piuttosto difficile da realizzare se non si era più che affermati nel campo dell’arte» – convenne ancora Helen con risolutezza.
In quanto a Swann era certa di non averlo mai incontrato e si convinse che nonostante la sua sensualità e l’apparente dolcezza, fosse della stessa specie di Jean-Claude, un irriducibile edonista – «..anche se andava considerato che era passato quasi un secolo dagli avvenimenti descritti, e che gli uomini, i parigini in particolare, non erano certo rimasti a guardare» – aggiunse poi, con una punta di sottile e inconsueto sarcasme. «No» – convenne con se stessa, anche se Jean-Claude non le sembrava all’altezza, neppure Swann era il tipo d’uomo che avrebbe voluto accanto. Sebbene, potesse dire, non senza un pizzico di civetteria, che era senz’altro – «..il tipo d’uomo che forse avrebbe conferito un più alto valore alla sua sensibilità» – ma che, al dunque, avrebbe preferito avere – «..più come amico che come amante, come del resto lei considerava Jean-Claude» – si disse, nascondendo un più intimo desiderio, o forse soltanto un’altra verità.
«Siamo ormai prossimi all’autunno della vita, mon cher ami» – disse poi a fior di labbra, come se articolare le parole l’aiutasse ad accettare con rassegnazione l’inarrestabile passare del tempo che pure incombeva su tutti, protagonisti e non, di quel particolare momento che stava vivendo. Ne constatò i segni posandosi le mani sui fianchi – «..non più snelli come una volta» – disse poi guardandosi, riflessa nell’ampio specchio del salone. «E che dire della piccola ruga d’espressione che le era apparsa attorno alle labbra?» – niente di più di un’ombra appena indefinita sul bel volto luminoso, ma che indubbiamente faceva la differenza.
Sebbene fosse alle soglie dell’età matura, Helen de Bergére aveva conservato integro il suo particolare charm, con quell’aria raffinata e vagamente intellettuale che la rendeva oltremodo affascinante e altrettanto desiderabile – «Erano davvero passati dieci anni, da che Ghiannis..?» – la cosa non le sembrava possibile. Dieci lunghissimi anni trascorsi troppo in fretta. Come in fretta adesso le sembravano passare davanti allo specchio le ombre dissepolte della Recherche – «..quasi a voler rilevare lo stillicidio morboso della solitudine che incombe».
“Se la solitudine (..) vuol dire lontano dallo spazio costantemente invaso dalla presenza altrui, allora preferisco restare sola, impigrirmi affinché la mia anima abbia il tempo e l’agio di crescere (..) sarò felice, se nessuno verrà a disturbarmi (..) dove c’è silenzio, ho scoperto c’è la pace” – furono le uniche frasi che le riuscì di leggere, poi, mise il segnapagina nella piega del libro e lo richiuse, cui fece seguito un momento di completo abbandono.
Marcel Proust continuava a guardarla dalla sovraccoperta in bianco-nero col suo sguardo languido e lontano, immerso nell’ombra del tempo, quasi volesse spezzare una lancia in favore dell’amato Swann – “Che fosse rimasto intrappolato nel labirinto della musica?”. Prigioniero cioè – “..di quella musica che si elevava per qualche istante sopra le onde sonore?” – si chiese Helen parafrasando lo stesso Proust, sorridendo infine per l’innocente sciarada che non chiedeva risposta.
A lei non erano certo mancati gli ammiratori. Al contrario, gli amici di un tempo erano ancora tutti suoi potenziali pretendenti. Incluso ovviamente Jean-Claude, intimo amico di Ghiannis, più che suo. L’unico che anche dopo l’assurda imprevedibile scomparsa di suo marito, le era rimasto accanto, e a sua volta, era diventato suo assiduo frequentatore. Fin quando le aveva fatto quelle odiose avances che lei non aveva affatto gradite e per nulla al mondo avrebbe voluto che la cosa si ripetesse. All'improvviso si rammentò di avere un appuntamento con Jean-Claude l’indomani, per l’ora di colazione, e si propose di stare in guardia dai suoi ricercati giochi di parole.
In un certo senso lo riteneva un bell’uomo, sebbene alla ricerca costante di quel successo che in qualche modo pure gli arrideva, ma anche che era un libertino privo di scrupoli – «Jamais!» – si era limitata a rispondere con fermezza alla sua amica Sophie che le aveva chiesto se il fatto che lo frequentasse non costituiva di per sé un’ovvia scusante alle sue avances.
«Del resto, è un uomo» – aveva aggiunto l’amica, suggerendole che era pur qualcosa di cui lei avrebbe dovuto tener conto.
«Ciò non dovrebbe significare assolutamente nulla, siamo soltanto amici. Ecco tutto. Dei buoni amici che fanno affari di lavoro, nient’altro» – aveva ribadito Helen con tutta la forza e l’incoscienza di cui certe volte era capace.
L’affermazione non aveva per nulla meravigliato Sophie, che aveva preferito tacere quel che anche Jean-Claude in fondo non le aveva mai rivelato, quel certo non so ché, che pure lei aveva intuito, e che attribuiva alla stretta relazione che da sempre egli aveva intrattenuta con Ghiannis. Un’intuizione questa che aveva tenuto per sé, soprattutto quando Helen, che aveva preso l’abitudine di telefonarle più volte durante il giorno, con la scusa di cambiare l’orario di un appuntamento, l’aveva informata di aver cercato in passato di dissipare un suo vecchio e farraginoso dubbio, riguardante appunto la stretta amicizia tra i due.
Helen raramente si soffermava sul proprio passato, quanto invece trovava sempre molto da dire sul presente, sulle ultime tendenze della moda, gli acquisti fatti o da fare, le novità letterarie, su cosa c’era di nuovo da vedere a teatro e al cinema, e ovviamente, sugli eventi dell’arte. Del resto si fidava molto della premurosa opinione della sua amica, il che significava che sarebbero andate d’accordo fintanto che l’una non avesse invaso lo spazio dell’altra. Soprattutto, che Sophie non avrebbe mai preso discorsi che riguardavano la sua vita privata, rimanendo dentro l’austera sfera della discrezione.
Sophie, che la conosceva fin dagli anni dell’Università, sapeva che una sua intrusione di campo avrebbe tenuta Helen lontana per chissà quanto di quel tempo. Bastava un nonnulla per farla adirare, e che ogni volta sarebbe stata poi lei a dover ricorrere alle scuse, anche se non dovute, e far sì che mettesse da parte la sua suscettibilità. Talvolta era invece Helen a farle delle confidenze in tutta spontaneità, seppure spesso fossero di poco conto – «..mi sentirei più a mio agio, se conservasse un po’ dell’antica deferenza» – le aveva detto un giorno, segnando il punto massimo della sua intimità riguardo all’amico.
Contravvenendo al suo modo di essere riservato, era stato lo stesso Jean-Claude a dire a Sophie d’essere innamorato di Helen – «..che l’avrebbe amata con devozione per tutto quello che aveva da farsi amare e che andava ben oltre la semplice amicizia in cui lei lo aveva relegato». L’aveva anche pregata, se mai ne avesse avuta l’opportunità, di spezzare una lancia in suo favore e di metterlo a conoscenza degli intendimenti dell’amica. Sophie in quel caso non gli aveva fatto alcuna promessa, poiché intuiva come un’ombra nello sguardo di Jean-Claude, che velava la sua sincerità – «..nulla più di una mera supposizione» – le era capitato di pensare, ma teneva più all’amicizia di Helen che alla sua, anche per questo conservava di lui un’opinione massimale di gradevolezza, nient’altro.
Sophie sì che poteva dire di conoscere certi tipi d’uomini, che in diverse occasioni le avevano procurato non poche delusioni, fin quando non aveva detto basta, e aveva reagito con determinazione – «..l’errore più grande che possiamo fare noi donne è credere che gli uomini siano in grado di darci la felicità mentre ci spingono ancora più a fondo nella nostra disperazione» – aveva sostenuto con previdente acutezza femminile. Cosa che Helen, non potendo alcun termine di confronto personale, aveva del tutto trascurato. Ciò nonostante Sophie, anche se non fosse stata messa a conoscenza degli intimi sentimenti di  Jean-Claude  verso Helen, si era fatta una sua precisa opinione del caso, e non vedeva fattibile un coinvolgimento fra i due.
Vedeva invece in entrambi possibili scambi d’intenti e di pensiero, fatto che andava oltre il linguaggio parlato, a quegli intendimenti dell’arte che rappresentavano in vero, qualcosa di diverso dalla banalità che di solito accomuna i simili. Una sorta di amicizia distaccata, se di questo si poteva parlare, ferma a uno stadio garbato, incapace di svilupparsi in un vero e proprio sentimento. Due amici cui faceva piacere dialogare e intendersi nell’ambito della stessa estrazione culturale, come era appunto quella dell’arte, ma del tutto incapaci di ricomporsi in una coscienza comune che li avrebbe tenuti insieme.
Ai suoi occhi disincantati, apparivano entrambi succubi del fascino che reciprocamente elargivano, e pagavano per questo loro essere connaturato con lo spleen che spesso li coglieva – quasi vivessero entrambi delle stesse esperienze e, in certo qual modo, condividessero un medesimo alibi. Quello stesso che, a suo tempo, aveva colto i poeti cosiddetti “maudit”, da Baudelaire a Rimbaud, a Verlaine, per quel velo di malinconia che si stendeva sulle loro azioni oltre che nelle loro poesie, e che riaffiorava silenziosamente in altre circostanze, per ritentare un nuovo o forse un vecchio enigma che sempre si ripeteva, laddove c’era qualcosa di contrastato o di oscuro da svelare.
A differenza di Helen, Sophie comprendeva attraverso i semplici sguardi, le leggere vibrazioni delle palpebre, le sottese modulazioni del respiro, la colpevole intensità degli impulsi di un uomo, la veridicità dello stimolo emozionale dei suoi sentimenti. E non le era sfuggito di sentire in Jean-Claude, la sottile ansietà di vivere la realtà nascosta dell’amica, di voler conoscere i suoi segreti. Come in un’esaltata continua vibrazione che lo vedeva, in certi momenti, veramente attratto da lei e, allo stesso tempo, comportarsi esattamente nella maniera che a lei più piaceva, ma – «..in quanto a provare un sincero affetto o addirittura un vero sentimento» – Sophie manteneva i suoi dubbi.
«Perché quello che affascina maggiormente gli uomini è la bellezza esteriore?» – le aveva chiesto ingenuamente Helen prima di darle la buonanotte al telefono.
«Per sentirsi orgogliosi di se stessi» – le aveva risposto Sophie, volendo colpire con sottile ironia la vanità intrinseca presente in tutti i rappresentanti dell’altro sesso.
Helen aveva sorriso per la vena di stupidità che Sophie riscontrava negli uomini in genere, e almeno per un istante immaginò se stessa nei panni della seducente Madame Verdurin, che nelle pagine della Recherche si scioglieva in lacrime, mentre il giovane che le teneva le mani – “..provava per lei un amore sconosciuto (..) senza ch’egli sapesse se avrebbe potuto mai almeno rivedere, colei che già amava, e di cui ignorava persino il nome”.
«Doveva essere un’epoca bellissima..» – affermò Helen, rammaricandosi quasi di non provare intimamente certi sentimentalismi, quella romantica devozione che lei non aveva mai provato, alla quale, romanzieri e poeti invece, avevano dedicato pagine altrettanto memorabili – «..chissà quanto fossero sentite?» – si chiese, anche se in realtà tutto dipendeva dal fatto che amava dipingere con delicata sobrietà la sua vita, bandendo ogni asprezza e ogni bruttezza dalla tavolozza dei suoi colori.
«Oh sì, la letteratura m’incanta, la musica m’inebria, l’arte in generale mi stordisce, ma sono la mia vita, null’altro conta di più per me..» – aggiunse, rifacendo il verso all’amato Proust, ma era quella una speciale qualità della sua mente, che se da un lato le permetteva di sentirsi viva, dall’altro squarciava la sua esistenza da improvvisi lampi a ciel sereno, che non sempre riusciva a diradare, mentre, intanto, le nuvole si andavano lentamente accumulando all'orizzonte.
Come i personaggi dei romanzi che amava leggere e rileggere, Helen era del tutto incapace di sfuggire alle forze misteriose che determinavano il corso del proprio destino. Nella sua concezione più pessimistica c’era solo una realtà a sovrastare ogni cosa e di cui si diceva certa – «..un punto fermo nel tempo” – qualcosa di immutabile, che sembrava abolire la temporalità che dava corpo all’istante. Varcata la soglia del quale, entrava nella sua essenza sacrificale, e nient’altro la affascinava come la morte – «..c’è in essa un lato così oscuro e freddo che quasi pare vi si consumi un’anomala bramosia di sensualità» – aveva affermato durante una conferenza tenuta sui Simbolisti, lanciandosi in un’ammissione che non era sfuggita alla platea dei cronisti.
Niente di più che un gioco di parole – «..il exist l’amour por l’amour, n’est pas» – col quale alludeva all’amore con una espressione ricercatamente ambigua, capace di trasfondere le parole in musica, la musica in poesia, e la poesia negli smaglianti colori della pittura. «Come del resto sempre accadeva per Monét e Cézanne, o Matisse, così come per Manet, Renoir e Degas, i cui i colori donavano alla vita l’indispensabile supporto del sogno..» – aveva poi aggiunto in quell’occasione, e ne era stata pienamente soddisfatta. Non che le accadesse molto di frequente di lanciarsi in simili affermazioni, per lo più si conduceva nei limiti del casuale, cercando nelle parole una possibile simbiosi di tutte le arti – quasi che certi passaggi narrativi, insiti nella poesia o in una partitura musicale, potessero in qualche modo fondersi in una sola cosa: “..l’amore dell’arte per l’arte”, capace di farla vibrare interiormente per l’emozione straordinaria che le procurava.



*

Natale Contadino

Natale Contadino.

Un grosso Ceppo di quercia, veniva messo a bruciare il giorno della Vigilia e doveva durare fino a Capodanno e, in alcuni casi, se l’inverno era rigido più del solito, anche fino all’Epifania. Il nonno lo spegneva durante le ore più tiepide del giorno: «Per farlo durare più a lungo» diceva. E non faceva che rammentarci il significato di quella che egli definiva la più antica tradizione della nostra regione, l’Emilia. Egli abbinava la durata di dodici giorni del Ceppo ai dodici mesi dell’anno, cioè al giro che il sole compie intorno alla terra, da cui gli auspici e gli influssi benefici per tutta la famiglia. Era anche solito rammentare la potenza purificatrice del fuoco, che considerava detentore di arcane virtù, da cui l’uso di conservare un po’ di cenere che restava del Ceppo e che poi la nonna usava per chissà quali alchimie nascoste nel bucato. La memoria mi rammenta che veniva tagliato qualche tempo prima, e che doveva essere di una precisa grandezza, né più grande né più piccolo, scelto fra i tanti che la vecchiaia aveva ormai essiccato, e conservato appositamente per l’occasione della festa del Natale. Poi, quand’era il giorno stabilito dal calendario, esso veniva deposto su uno speciale alare di ferro battuto e acceso tra la gioia degli astanti, contenti di partecipare a quell’arcano rito. Noi fanciulli venivamo bendati e fatti girare intorno in un girotondo e, a turno, eravamo invitati a picchiare con le molle il ciocco avvolto dalle fiamme e recitare una filastrocca augurale: l’Ave Maria del Ceppo, alla quale si attribuiva la virtù di far piovere dal cielo ogni sorta di doni.La ricordo ancora:

Ave Maria del Ceppo
Angelo benedetto,
L’Angelo mi rispose,
Portami tante cose.

Il rituale del Ceppo si completava per noi proprio nella notte della veglia (perché il significato di vigilia in fondo è quello proprio di veglia), quando, per primo il nonno versava un bicchiere di buon vino sul ciocco acceso. Dopodiché a ognuno era permesso di gettare nel fuoco qualche briciola di pane. Era allora che il fuoco crepitava e la fiamma avvolgeva il Ceppo per intero. Era allora che la luce, scaturita all’improvviso, illuminava le facce perplesse di noi fanciulli e le rughe espressive dei vecchi raccolti tutt’intorno al Presepe nell’angolo in ombra della stanza, dove la favola diventava per un momento realtà. Il “fatto meraviglioso” della nascita del Bambino, a suggellare con la sua venuta, l’antica saggezza contadina.

Usanze e costumi di una tradizione.

Antichissima e caratteristica tradizione delle regioni del settentrione italiano, ma che troviamo anche in Jugoslavia, in Svizzera e in Belgio, quella del Ceppo riporta alla necessità primaria di scaldare il luogo in cui ci si riuniva per l’occasione delle festività natalizie durante la veglia e la recita delle novene. Il significato originario è però dubbio, seppure se ne riscontri la provenienza pagana dell’aldilà, per cui dare fuoco a qualcosa aveva significato di espiazione, quindi di rinascita. Come si è visto al Ceppo erano anche attribuite virtù terapeutiche e propiziatorie: in Puglia, ad esempio, si crede che il fuoco del ciocco simboleggi la distruzione del peccato originale e, man mano che il legno si consuma, sia annullata la colpa commessa da Adamo. In quel di Genova, dove l’usanza si è mantenuta fin quasi un secolo fa, il Ceppo natalizio era offerto al Doge (della Serenissima) dalle genti delle montagne vicine con una cerimonia pubblica movimentata e pittoresca chiamata del “confuoco”. Per l’occasione il Doge versava vino e confetti sul grande ciocco acceso nella pubblica piazza, tra la gioia degli astanti, ciascuno dei quali, prendeva con sé un po’ di brace ardente da portare alla propria casa. In un primo tempo, cioè prima di cadere in disuso per ovvi motivi di carattere pratico e di sicurezza, la tradizione, in ottemperanza alla fede cristiana, il rito del Ceppo, e con esso quello più generalizzato di accendere il fuoco (San Giovanni, Sant’Antonio, Capodanno), assunse significato di invocazione per la rinascita del sole dopo il buio profondo dei giorni invernali. Ma, nella mentalità contadina, tutto ciò, resta pur sempre relegato alla notte dei tempi e all’eccezionalità di altri prodigi: “… è come se l’intero mondo degli uomini e della natura attraversi una strettoia, un passaggio rischioso, che pone fine ai mesi trascorsi e inaugura il ciclo delle nuove stagioni” (*).

(*)Paolo Toschi “Invito al folklore italiano” – Studium Roma 1963.

Tratto da “Anno Domini” di Giorgio Mancinelli – Grafica e Arte – Bergamo 1989.