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Raccolta di testi in prosa di Giulia Bellucci
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Un altro pianeta

Correva l’anno 4019. Si era nel mese di Maggio e il cielo era completamente sgombro di nuvole. Cam si accingeva a studiare storia. Era stata diramata un’allerta meteo con codice rosso, dovuta a un elevato rischio derivante dall’esposizione, sia pure breve, ai raggi ultravioletti provenienti dal sole e alle temperature che erano davvero improponibili: cinquanta gradi all’ombra già alle otto del mattino! Si consigliava di uscire di casa solo dopo il tramonto del sole e, in caso di necessità, indossando le tute salvavita. Le scuole erano rimaste pertanto chiuse. Gli studenti avrebbero ugualmente seguito le lezioni previste da casa sui canali web dedicati.

L’argomento di storia che il professore Adamo avrebbe affrontato quel giorno era ‘Il secondo Medioevo’, secondo quanto aveva anticipato alla fine dell’ultima lezione.

Cam era davvero molto curioso. Dopo aver fatto colazione con latte sintetico, biscotti di riso e proteine di alghe, sedette alla scrivania dinanzi allo schermo acceso. Il professore era già pronto e stava  incitando gli altri allievi a non perdersi in chiacchiere. Cam sorrise.

«Ma, professore! Dai! Non si può stare chiusi dentro casa a parlare sempre delle cose ormai passate, che non esistono più!»

Il professore Adamo lo guardò da dietro lo schermo, gli occhialini piccoli e rotondi proprio sulla punta del naso, con tono di rimprovero.

«Quante volte devo dirti che noi siamo il frutto del nostro passato. Dobbiamo quindi conoscerlo non già per emularlo, ma per imparare a correggere i nostri comportamenti odierni. Per questo studiamo la storia», replicò dispiaciuto.

«Come sarebbe stato meglio nascere all’epoca quando ancora si poteva uscire all’aperto senza preoccupazioni e godere di una giornata così limpida, facendo una lunga passeggiata e magari rotolandosi in uno di quei prati fioriti di cui molti parlano e che oggi sono tanto rari da trovare. E invece? Bisogna restare incollati davanti a questo schermo! È una follia. Perché non si può? Quando mia madre mi permette di uscire, il sole non c’è mai. Perché certe cose dobbiamo poterle vedere solo nei video che ci sono stati tramandati? Perché non è rimasto tutto com’era allora?» Cam continuava a manifestare il suo disappunto.

«Sicuro che sono veri? E non delle costruzioni come quelli che si possono vedere nella realtà virtuale? Io ho fatto un viaggio in un bosco grazie alla realtà virtuale immersiva. Sentivo addirittura il profumo del bosco, dei funghi, dei fiori. Mio padre dice che non ne sono mai esistiti nella realtà di più belli e il vantaggio è che non ti sporchi e non hai bisogno di indumenti e scarpe adatte!» gli fece eco Sam.

«Certo che sono esistiti. È tutto documentato. Non sono fake. Non date retta a supposizioni infondate. Sono solo una consolazione davvero magra. Ora basta! È andata così ed è inutile lagnarsi. Potrete passeggiare per la città ma dopo il tramonto, ora bisogna studiare, così magari un giorno sarete in grado di trovare una soluzione che vi consentirà di recuperare parte della bellezza antica del vostro pianeta. Ok, ci siete tutti?»

La risposta fu corale dagli utenti connessi: «Siiiii!»

«Inizio questo discorso dicendo che si definisce Secondo Medioevo o Medioevo-bis quel periodo storico che va dal ventesimo al ventunesimo secolo. In quell’epoca l’uomo aveva acquisito nuove tecnologie e la scienza avanzava a passi da gigante in ogni campo del sapere umano. Soprattutto, come voi già sapete, iniziò una crescita smisurata della digitalizzazione della vita su questo pianeta.  Ci fu però un appiattimento culturale. Il virtuale iniziò a sostituire lentamente il reale in ogni campo, finanche nei rapporti umani tra simili e tra uomo e natura. L’uomo si rese conto a un certo punto della pericolosità di alcuni suoi comportamenti, ma non si fermò e non corresse il proprio agire, per egoismo forse e per superficialità sicuramente. Così facendo ha portato la vita sul pianeta terra fino alla condizione attuale, che noi abbiamo ereditato. Questo è ciò che affermano i maggiori storici.»

Gli studenti seguivano con grande interesse la tele-conferenza del docente. Cam era molto affascinato. A un certo punto il professore mostrò le immagini di una cartina geografica in cui era evidenziata la suddivisione in continenti risalente a quell’epoca. Tutti si stavano chiedevano come mai il loro continente a quei tempi apperiva diviso in due continenti distinti, mentre ora ne costituivano uno solo.

«È stato così fino al trentaduesimo secolo, quando avvenne l’unificazione», spiegò il docente agli allievi. «Ma dobbiamo partire da ancora prima, più di un millennio prima. Storicamente quelli del nord, i cosiddetti europei, popolo più ricco e avanzato e con un grado di progresso di gran lunga superiore, rivolgevano lo sguardo a Sud, cioè all’Africa, solo per attingere alle loro risorse, anche umane. Il divario tra le due parti era davvero enorme e nel ventesimo secolo il popolo africano, stanco delle violenze subite nei propri paesi, stanco di morire ancora di fame e malattie, a causa anche della sovrappopolazione, iniziò a intensificare le sue migrazioni verso il nord, nella speranza di trovare condizioni di vita migliori. Il Nord dapprima ne accolse una parte, anche perché venivano sfruttati come manodopera per i lavori più faticosi e umili e perché si accontentavano di basse ricompense. Molti sparivano nel nulla, usati per l’espianto di organi. Ma quando le migrazioni divennero di massa, iniziò il respingimento generale, da quasi tutti i paesi occidentali.»

Continuò a parlare e parlare per quasi un’ora e senza interruzione da parte dei giovanissimi studenti. Ma a un certo punto grande meraviglia suscitarono le foto di persone dell’epoca passata, che passavano sullo schermo. Erano foto vecchie, molto sbiadite. Quelle immagini antiche erano state recuperate da alcuni giornali cartacei conservate in varie biblioteche. Reperti difficili da trovare. Tutto ciò che era stato conservato nei siti web era andato perso intorno al trentacinquesimo secolo a causa di un virus letale che aveva cancellato tutte le banche date digitali. Pur essendo sbiadite, da quelle foto emergeva un diverso colore della pelle tra i soggetti raffigurati.

«Professore, mi scusi, ma perché alcuni hanno la pelle così scura e altri no?»

«Il colore della pelle scura sembra che servisse da difesa dai raggi solari, quindi quelli che vivevano nell’Africa assolata avevano la pelle più scura. Oggi, grazie al rimescolamento totale dei due gruppi, la differenza si è smorzata e inoltre, poiché ormai non ci esponiamo più al sole, la colorazione è diventata più chiara per tutti.»

«Io ho sentito dire che il colore della pelle era anche il fattore usato per fare una discriminazione fra i due popoli. Ho sentito usare la parola razzismo a riguardo. Cosa significa?» chiese Ivan.

«Il razzismo è la convinzione errata che il genere umano possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, con diverse capacità intellettive, etiche, morali e che perciò sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare raggruppamento razziale possa essere definito superiore o inferiore a un altro.»

«Che stupidate sono? Beh, anche in questo siamo certamente migliori dei barbari che ci hanno preceduto», dissero in coro i ragazzi.

«Ora la lezione finisce qui! Continueremo questo argomento più dettagliatamente domani durante la lezione di sociologia.»

*

Una strana notte di Natale

Ogni anno, all’approssimarsi del Natale, la gente viene investita da una sorta di frenesia dei preparativi. Tutte le case si illuminano di luci, addobbi, alberi da cui far pendere gioiose palline di qualsivoglia forma e colore, fiocchi, nastri, e via dicendo. C’è anche chi, invece, preferisce allestire un presepe, grande o piccolo non importa. Poi bisogna ricordarsi di preparare i regali per tutti i parenti e gli amici. Alcuni invece scelgono di partire per qualche posto lontano. Peccato però che tutto sembri risolversi, alla fine, solo in un grande bluff, perché la gioia dell’attesa s’arresta e presto se ne va, lasciando solo nuovo vuoto. Anno dopo anno, tutto si ripete in modo identico.
Anche Alfio detestava trascorrere le vacanze di Natale in città. Uscire di casa e imbattersi per le strade o all’interno d’un centro commerciale in qualche Babbo Natale, lo irritava. Per non parlare dell’effetto che avevano su di lui le illuminazioni festose che sembravano assalire, attraverso i suoi occhi, tutto il suo essere: un assalto feroce e insopportabile. 
Durante una passeggiata in montagna, che aveva fatto in un’estate circa un decennio prima, aveva scovato una vecchia baita isolata. Era raggiungibile solo dopo un tratto a piedi lungo all’incirca tre chilometri. Era immersa nella vegetazione selvaggia del bosco, ma in buono stato. Aveva notato fin da subito che doveva essere abbandonata. Se ne era innamorato e aveva fatto di tutto per risalire al suo proprietario e convincerlo a vendergliela. In realtà non era stato difficile poiché il tizio ormai viveva lontano. Alfio ne aveva fatto il suo rifugio e vi si recava durante le vacanze. Era un insegnante di italiano e latino e, inoltre, aveva la passione di scrivere. Quel posto faceva proprio a caso suo perché gli consentiva di trarre da quel silenzio la sua ispirazione. 
Da dieci anni trascorreva lì tutto il periodo delle vacanze natalizie. Aspettava che finisse l’ultimo giorno di scuola, lasciava l’appartamento in città caricandosi in macchina poche cose necessarie e partiva per immergersi in un sodalizio con la natura. 
La baita era circondata da abeti e faggi. Gli unici rumori che lì si potevano captare erano i versi degli animali, che lentamente Alfio aveva imparato a distinguere. A volte gli capitava di provare il desiderio di scappare per un senso di paura occulta, ma poi svaniva quando rifletteva sul fatto che in realtà nulla di male gli sarebbe potuto capitare. 
In città nessuno sapeva molto di lui in quanto era nuovo del luogo e vi era giunto solo da una quindicina di anni. Non parlava molto di se stesso, neppure con le poche persone con cui aveva stretto rapporti più confidenziali. Nessuno sapeva perciò dove andasse in quei periodi in cui spariva dalla circolazione: estate, Natale, Pasqua e diversi fine settimana.
Quell’anno, il ritiro nel bosco era stato davvero agognato da Alfio a causa di una strana sensazione che l’aveva assalito fin da inizio novembre. Quello che era giunto dopo, era stato un mese di dicembre freddo più del solito e lassù in montagna era già caduta la prima neve. Alfio però non aveva desistito e si era buttato tra le braccia della natura. Ogni anno in estate provvedeva a fare una cospicua catasta di legna con quella raccolta nel bosco e caduta durante l’inverno passato. Inoltre faceva una buona scorta di riserve alimentari, soprattutto scatolame e roba a lunga scadenza e sottovuoto. Tutto il necessario per trascorrere lì una quindicina di giorni. In quella baita nascosta buttava giù fogli su fogli. Le pagine più belle della sua vita le aveva scritte lì e ne aveva tirato fuori un bellissimo romanzo che aveva avuto un discreto successo. Ma Alfio non aveva voluto nulla del ricavato delle vendite, il proprio guadagno lo aveva devoluto interamente alla ricerca sulle malattie rare, senza che nessuno ne sapesse nulla.
Nel camino della baita, il fuoco crepitava allegramente e Alfio se ne stava seduto su una vecchia sedia di paglia ad attizzare i ciocchi ardenti. Era la sera della Vigilia di Natale e lui era giunto lì quella mattina. Il tempo era buono e la neve poca. Solo alle spalle delle baita, salendo a quote più alte, lo strato di neve accumulatosi era già alto. Ad Alfio piaceva guardare tutto quel bianco che sovrastava dall’alto. Una civetta era venuta a pigolare su un albero vicino, ma Alfio non era superstizioso e lo aveva accolto come un segnale di vita. Aveva sentito, lontano, un latrare di cani selvatici o forse lupi. Un lieve vento aveva iniziato a sibilare, scuotendo gli alberi. Aveva udito dei colpi come di qualcosa che urtava contro qualcos’altro. Aveva pensato che si trattasse del ramo dell’abete che aveva visto a una spanna dal tetto. Il vento probabilmente ve lo sospingeva contro: sarebbe dovuto salire e spezzarlo il giorno dopo per evitare tale inconveniente, ma ora era buio e doveva per forza tollerarlo. Aveva fatto fatica ad addormentarsi a causa dei rumori. Si era però svegliato dopo qualche ora a causa dei colpi netti. Avrebbe preferito ignorarli ma non c’era riuscito. Si era reso conto che, a parte quei rumori, fuori il silenzio era totale. Tutto gli era apparso improvvisamente strano: anche se il vento non infuriava più, i colpi continuavano a susseguirsi. Si era reso conto che qualcosa stava sbattendo contro la porta. Aveva preso la torcia e, con fare circospetto, si era avvicinato all’uscio. Lo aveva aperto appena e, dalla fessura, aveva visto un bambino simile a una statua di ghiaccio. Addosso aveva uno strato di neve che lo ricopriva completamente e, anche dietro di lui, tutto era bianco. Aveva spalancato la porta e lo aveva fatto entrare. Aveva atteso qualche istante pensando ci fosse qualcun altro dietro di lui, ma nessuno era apparso. Allora aveva richiuso la porta dietro di sé. Aveva iniziato a rivolgergli mille domande senza ottenere alcuna risposta: il bambino sembrava mummificato. Allora aveva riattizzato il fuoco e ve lo aveva portato vicino, gli aveva scrollato con un asciugamano la neve di dosso, tolto i vestiti bagnati e avvolto in una coperta. Aveva preparato per lui del latte caldo. Lentamente e a fatica il piccolo ne aveva sorseggiato un po’. Alfio non poteva fare a meno di osservarlo. Poteva avere sei anni o qualcuno in più. Non riusciva, in quella semioscurità, a distinguere con chiarezza i tratti del suo volto. Aveva riprovato a fargli alcune domande, ma con lo stesso esito. Il bambino appariva sotto shock. 
Alfio lo aveva fatto sdraiare sul letto buttandogli addosso una coperta e il bambino aveva chiuso lentamente gli occhi e si era addormentato. Alfio rifletteva su quello che avrebbe dovuto fare e, da qualunque punto di vista esaminasse la situazione, giungeva sempre alla stessa conclusione. Forse il bambino si era perso, forse c’era un’altra baita in qualche punto del bosco e magari si trovava lì con i suoi genitori. Forse si era allontanato da solo e aveva perso l’orientamento. Questo pensiero gli aveva messo un’ansia indescrivibile addosso. Immaginava una madre disperata che cercava suo figlio; occorreva trovarla e rassicurarla. Ma cosa poteva fare lui, a quell’ora della notte? Non c’era segnale telefonico, forse a causa della bufera che si era abbattuta sul bosco, e quindi non poteva telefonare a nessuno. Aveva guardato di nuovo fuori:  c’era almeno mezzo metro di neve e continuava a nevicare incessantemente. C’era un’unica cosa da fare: attendere la luce del giorno.
Non aveva preso più sonno per il resto della notte. Si era addormentato solo verso l’alba e quando si era svegliato una luce bianca e abbagliante proveniva da fuori. La nevicata era cessata e il sole splendeva, ma un muro di neve alto poco meno di un metro si opponeva all’uscita dalla baita. Il bambino dormiva ancora nel letto. Alfio si era avvicinato e lo aveva osservato bene. Un grande stupore lo aveva colto all’improvviso vedendo la grande somiglianza con suo figlio Mattia, morto quindici anni prima, a soli cinque anni, a causa di una malattia rara di natura genetica. Era accaduto tutto una mattina di Natale. Senza alcun preavviso il suo cuoricino si era fermato e, con esso, si era spenta in sua moglie la voglia di vivere. Era morta anche lei pochi giorni dopo, schiantandosi con la sua macchina contro un camion. 
La vista del bambino aveva rievocato in Alfio un grande dolore che, pur appartenendo al passato, non era riuscito a seppellire.
Il bambino, sentendo l’uomo muoversi nella stanza, si era svegliato e si era messo a sedere sul letto. A quel punto Alfio non era più riuscito a trattenersi e gli aveva chiesto: «Chi sei? Da dove sei sbucato stanotte e cosa ci facevi da solo nel bosco?»
«Mi chiamo Mattia» aveva risposto. «Sono venuto a salvarti.»
Alfio aveva spalancato gli occhi e il suo cuore aveva preso a palpitare. Pur facendo finta di nulla, lo aveva guardato ora che era sveglio e aveva notato ancor di più quella somiglianza negli occhi verdi e nello sguardo, sebbene sapesse che era davvero improbabile qualsiasi collegamento concreto tra un evento così lontano e l’oggi.
«Chi sono i tuoi genitori? Dobbiamo ritrovarli! Dimmi il numero di telefono della tua mamma in modo che io possa rintracciarla. Sarà sicuramente in pena per te.»
«Mia madre mi attende in cielo.» aveva risposto il bambino.
«Vuoi dire che è morta?»
Il bambino aveva annuito.
«D’accordo. E il tuo papà?»
«È laggiù, in città.»
«Ricordi il suo numero di telefono?» lo aveva incalzato Alfio.
«No, puoi portarmi tu da lui?»
A quel punto Alfio aveva pensato che il bambino si prendesse gioco di lui. Aveva preso il telefono con l’intento di chiamare la polizia o i carabinieri. Si era reso conto che non c’era alcun segnale e la batteria stava per esaurirsi. Lo aveva dimenticato acceso. Mentre rifletteva sul da farsi, aveva preparato la colazione al bambino con latte e biscotti. Si era affacciato dinanzi alla baia e aveva notato che, più in alto, aveva ripreso a nevicare e tra breve la neve sarebbe tornata a cadere anche lì. Se voleva riportare il bambino in città, doveva fare presto.
«Ok», aveva detto rivolgendosi al piccolo, «Avviamoci».
Aveva fatto salire il bambino su una tavola di legno liscio a mo’ di slitta, cui aveva legato una corda per trainarlo e lui aveva inforcato gli sci. Così erano partiti sul sentiero che li avrebbe condotti verso il posto dove aveva lasciato l’auto. Pensava che, forse, lì la neve sarebbe stata più bassa. Era stato davvero difficile trascinare la tavola col bambino sopra, la neve era soffice ancora, e qua e là affossava. Alfio faceva fatica e più volte aveva dovuto fermarsi. Dopo quasi un’ora, aveva intravisto la macchina a un centinaio di metri, l’altezza della neve caduta era diminuita di molto. In quel momento aveva udito un rombo molto forte, misto a un boato. Si era voltato nella direzione da cui proveniva il rumore e aveva visto una grossa valanga che si andava a schiantare proprio sulla zona della baita. Gli alberi erano scomparsi completamente sotto quella enorme massa bianca. Dopo, il silenzio. Si era voltato a guardare la tavola. Il bambino non era più lì. Si era guardato intorno, ma nulla. Allora aveva iniziato a chiamare a gran voce il suo nome. Niente, nessuna risposta. Sulla neve intorno non una sola traccia di passi. Sembrava svanito nel nulla. Era stato allora che aveva ricordato le prime parole dette dal bambino quella mattina. Aveva sentito il proprio corpo investito da un’improvvisa ondata di calore. C’era qualcosa di impalpabile vicino a lui.
Aveva cercato di raggiungere l’auto con una convinzione nuova per rientrare in città. Da allora aveva deciso di tornare alla baita solo in periodi meno disagiati e non più con il desiderio di sfuggire al mondo, ma con quello di sentire di nuovo la vita rinascere dentro di lui, come era accaduto in quella strana notte di Natale.

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Iustitia et Bonitatem

Dio creò il mondo, dalla luce delle stelle in cielo ai pesci nel mare. Creò anche l'uomo e la donna per riflettere la Sua potenza, per amare e ben amministrare le risorse del mondo e per offrire preghiere a Dio. Un giorno allora convocò sul monte Sinai Mose’ e a lui consegnò i Dieci Comandamenti in cui fu evidenziata, perché l’uomo non la perdesse di vista, la differenza tra il bene e il male. 

Nel 1962 fu creata l’idea di una rete internet dagli statunitensi Joseph Licklider e Welden Clark.

Fino al 1995 Internet rimase una rete dedicata alle comunicazioni all'interno della comunità scientifica e tra le associazioni governative e amministrative. Fu dopo tale anno che ci fu la diffusione di accessi alla rete da parte di computer di utenti privati fino al boom degli anni 2000. Nacque allora la vita virtuale. Fu allora che il Dio del mondo virtuale chiamò a se un Angelo, Iustum Bonitatem, e gli diede il compito di vigilare sui comportamenti degli Abitanti del Nuovo Mondo. Fu a lui che consegnò le tavole con precise regole di correttezza. “Tua sarà la responsabilità di scovare il male nel web mondo e denunciare pubblicamente i peccati. Tu deciderai se possono o non possono essere assolti, dopo che pubblicamente si saranno inchinati a te riconoscendo il tuo cruciale ruolo. A te dovranno inchinarsi e dovranno omaggiarti. Sempre! Ora va, vigila e pretendi rispetto.”

Egli andò e prese a vagare in quel mondo con la lanterna di Diogene alla ricerca dei peccatori, smascherandoli, perseguitandoli, e chiedendo pubblica lapidazione. Riuscirà qualcuno a fermare la sua ira che nulla ha da invidiare a quella del ‘Pelide Achille’?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

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Un faro nel tunnel

 

Accadono cose a volte che stravolgono totalmente le esistenze delle persone coinvolte. Così successe a Elisabetta in quel giorno in cui suo marito e il suo unico figlio morirono fatalmente in un incidente d’auto. Tre furono in realtà le vite stroncate in un unico giorno. Elisabetta si spense completamente nell’anima ma non nel corpo e il suo corpo continuò a vivere distante da essa. La sua esistenza divenne priva di qualsiasi altra gioia o nuovo dolore. Continuò a svolgere il lavoro di prima e nello stesso modo. Non si evidenziavano mancanze da parte sua: sempre precisa ed efficiente. Poiché reputava eccessivo per lei sola lo stipendio percepito, ne spendeva la metà in generi alimentari o indumenti per la Caritas del suo paese. Ma non prendeva parte alla preparazione o distribuzione del cibo ai poveri. Sentiva di non riuscire più ad accettare nessun tipo di contatto umano. Non riusciva a emergere dal tunnel in cui era caduta.

Era la vigilia di Natale e si recò il pomeriggio presto al centro commerciale da dove uscì col carrello pieno di cibo. Faceva fatica a spingerlo. Aveva il portafoglio in mano e, non appena si trovò fuori all’aperto, si sentì pervasa dal freddo gelido. Le temperature erano sotto zero, fatto insolito per il periodo e per un posto di mare. Aveva le mani gelate e perse il portafoglio senza neppure avvedersene. Un bimbo solo osservò la scena e con timidezza, dopo averci pensato per un po’, lo raccolse, la raggiunse quando lei era ormai vicina alla sua macchina e glielo restituì. Elisabetta lo guardò solo un istante, mentre prendeva da quelle mani il portafoglio, farfugliando un grazie quasi impercettibile e guardandolo solo di sfuggita in viso. Poi caricò le borse sull’auto e passò a lasciarle alla sede Caritas. Rientrò a casa propria dove l’attendevano solo i ricordi di un passato ‘presente’ in cui era rimasta imprigionata. Trascorse quella sera come tante altre e infine andò a letto al solito orario. Il suo fu un sonno molto agitato, perché la sua coscienza iniziò a rielaborare l’episodio di quel pomeriggio e tutti quei particolari, passati inosservati sul momento, si accesero e divennero chiari.  Si rivide davanti al centro commerciale e c’era il bambino che le si avvicinava per restituirle il portafoglio. Lo guardò solo allora in viso e vide i suoi grandi occhi neri, enormi in un viso smunto e sofferente. Notò gli indumenti strappati e inadatti a quel clima così freddo. Poi si svegliò e fece colazione sempre con quell’immagine ben fissata in mente. Era la mattina di Natale  e in televisione davano un telefilm sul tema. Una profonda tristezza la pervase. Spense e accese la radio. Trasmettevano il radio giornale e il giornalista stava parlando di un bambino di colore trovato morto davanti al centro commerciale. Le cause sembravano essere la denutrizione e l’assideramento. Dalla descrizione comprese che si trattava del bambino che le aveva restituito il portafoglio.

Uscì di casa in preda alla disperazione, sentendosi colpevole come un’assassina perché non aveva voluto vedere. Si rendeva conto di essere diventata una persona arida e insensibile. Vagò a lungo presa da un’angoscia che le faceva mancare il respiro. A un certo punto si trovò davanti alla porta della Chiesa e per qualche oscuro motivo varcò quella soglia. Il prete stava celebrando la messa di Natale, ma per lei non c’era Natale. Tutti erano là, dentro la Chiesa, in silenzio a pregare. Poi si inginocchiarono quando il prete passò al rito della Comunione. Fece altrettanto, automaticamente. C’era tanta convinzione apparente in quei gesti così consueti per chi in Chiesa ci va sempre. Ma per lei no! Non c’era un senso. Eppure prese anche lei a recitare insieme agli altri: “ Oh Signore, non son degno di partecipare...” A questo punto scese il silenzio e restò solo la sua voce a riecheggiare solitaria nella Chiesa. Tutti si voltarono verso di lei e urlarono: “Taci peccatrice, assassina. Certo che non sei degna.” Anche il parroco scese dall’altare, andò verso di lei e le disse: “Devi uscire da questo luogo sacro, peccatrice!”

Allora iniziò a piangere e a chiedere perdono, ma restarono tutti impassibili e anzi lentamente quei volti iniziarono a diventare sempre più sfocati. Solo il dolore permaneva vivido. Si svegliò di scatto e si trovò nel buio della propria stanza immersa nel sudore. Il ricordo del sogno non era svanito, come non lo era quello del bambino. Erano le tre di notte. Si vestì frettolosamente mossa da un presentimento causato da quel sogno e uscì di casa. Salì in macchina e, senza neppure fermarsi a pensare,  guidò per quelle strade buie finché vide le luci del centro commerciale da lontano e si diresse verso di esse. Fermò la macchina in prossimità dell’ingresso e percorse a piedi la facciata principale da un angolo all’altro, guardandosi intorno. Il freddo intenso le faceva battere i denti, mentre incredula si domandava perché era lì. Ebbe ella stessa il serio dubbio di aver perso totalmente la ragione e ogni contatto con la realtà, a causa della grande solitudine in cui era ricaduta negli ultimi anni. Finito di percorre la facciata principale, girò l’angolo e si inoltrò lì su uno dei lati meno illuminati. Vicino ai bidoni dell’immondizia, riuscì appena a scorgere un fagotto per terra sopra un cartone. Si avvicinò e lentamente quel fagotto prese le sembianze d’un bambino. Quando si avvicinò lo riconobbe, era proprio il bambino del portafoglio. Lo chiamò ma quello non si mosse. Comprese che stava male. Chiamò allora il 118 e, nonostante fosse la notte di Natale, sopraggiunsero dopo solo pochi minuti. 

Quella notte due furono le vite salvate, quella del bambino del portafoglio e quella di Elisabetta che grazie a questo evento riuscì a riemergere dal tunnel in cui si era vista sprofondare.

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Il testo smarrito

Luigi Rizzo era un signore di cinquant'anni addetto alla biblioteca del liceo classico Alessandro Manzoni a Milano. Vi lavorava fin dal lontano 1990. Svolgeva il suo lavoro con diligenza encomiabile. Eppure un giorno una dimenticanza, una fatale svista perché un telefono aveva squillato nel momento sbagliato ed ecco...

Il preside del Liceo, Matteo De Parolis, onorabile professore di Letteratura italiana, lo aveva richiamato severamente. Come aveva potuto smarrire una delle rare copie originali de I Promessi Sposi, risalente al 1840 che era stata donata al Liceo da un suo prozio dopo la Prima Guerra.

Il povero Luigi ricordava che il prof. Roberti, anch'egli insegnante di Letteratura allo stesso Istituto, aveva preso in prestito il testo per mostrarlo alla sua classe ma poi lo aveva restituito nella stessa giornata. Mentre lo stava rimettendo nella giusta collocazione, aveva squillato il telefono, poi buio totale… Adesso rischiava la denuncia.

Nell’attesa di un chiarimento, continuava a svolgere con regolarità il suo lavoro. Un giorno mentre riponeva un testo sentì tremare lo scaffale. Restò immobile ma quello tremo' ancora più forte tant'è che alcuni libri scivolarono ed uno lo colpì con violenza. Luigi ruzzolo' a terra battendo la testa. La nube di polvere che si alzò gli causò un attacco d'asma improvviso.

In mezzo a tale nube gli apparvero due tali armati di coltello, baffi arcuati e cappelli, che egli identificò con i tal bravi che minacciarono don Abbondio. Uno di essi gli mostrava il testo smarrito mentre l’altro gli puntava il pugnale al collo:

"Un tale errore non s’ha da fare. Ci manda il nostro creatore: Alessandro Manzoni, ha presente? Dobbiamo solo ricordarle che questo testo è sacro e non va mai confuso con romanzetti d’appendice. Non si deve perdere di vista un istante. Esso è il Caposaldo della Letteratura Italiana e va trattato col rispetto che si merita. Lo ricordi sempre altrimenti ci rivedremo”.

L’altro, rimasto in silenzio, ripose il testo nella giusta collocazione e poi svanirono così come erano apparsi.

Poi tutto si oscurò. Luigi si risvegliò sdraiato su una barella d'Ospedale, ma tornò presto al proprio lavoro. Non raccontò mai a nessuno di quell'incontro, anche perché egli stesso non riusciva a comprendere cosa fosse successo realmente. Sembrava tutto così nitido nella sua mente: i brividi, la paura, l’immagine dei due, le loro parole: tutto insomma. Ma come poteva essere realtà? Comunque il testo era tornato al suo posto ed egli teneva sempre d’occhio la sua posizione. Ogni qualvolta qualcuno lo chiedeva in prestito, si faceva sempre consegnare i documenti e alla restituzione lo riponeva gelosamente senza perderlo di vista un solo istante.

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L’Aquilone

Un giorno una piccola farfalla uscì dal suo bozzolo dove era rimasta per molto tempo imprigionata quando era ancora bruco. Si guardava intorno con grande curiosità poiché con gli occhi di farfalla non lo aveva mai guardato prima. E che sorpresa riuscire a volare. Una sensazione bellissima, poteva muoversi velocemente di posto in posto. Passando vicino a un ruscello guardò giù e vide la propria immagine riflessa: accipicchia, come era diventata bella, non si poteva certo dire che un giorno era stata un bruco viscido e vischioso. Subito dopo la sua attenzione fu catturata da un ranuncolo giallo su cui si posò gaiamente e poi di nuovo spiegò le sue ali e riprese il suo girovagare. Dopo un po' dei fiori bianchi la colpirono con il loro profumo inebriante e si diresse verso di essi.
​Ma ecco in quel rovo di spine giaceva una farfalla enorme, tutta colorata e bellissima: macchie rosse, gialle, blu e arancioni. La piccola farfalla pensò che non aveva mai incontrato nella sua breve vita una farfalla così grande e bella. Ma cosa faceva così distesa, immobile? Sembrava morta. Ma quando le si stava avvicinando spirò un alito di vento e quella si agitò rapidamente. "Oioioio che paura, cosa mi doveva capitare", la piccola farfalla si spaventò e volò via.
​Incontrò lungo il suo cammino una rondine che le domandò: "Dove vai così di fretta, farfallina?".
"Fuggi, fuggi, un mostro, una farfalla gigante stramazzata su un rovo di biancospino, fingeva di essere morta. Mi sono avvicinata per vedere cosa le fosse capitato, ma mentre mi avvicinavo ha iniziato a muoversi in modo minaccioso".
"Sei sicura?", replicò la rondine. "Dov'era? Fammi vedere."
Così la farfallina e la rondine, l'una dietro l'altra, si avviarono caute verso il luogo del terribile incontro.
Ed ecco che mentre volteggiavano per l'aria avvistarono laggiù nel medesimo punto del primo incontro la farfalla gigante. Giaceva ancora a terra, impigliata tra le spine. Le due eroine non sapevano cosa pensare.
"Mai vista una cosa simile. Forse ha bisogno di aiuto e noi dovremmo aiutarla."
Iniziarono la discesa lentamente ed incerte non sapendo cosa le aspettava. Non erano affatto tranquille. Poi presero coraggio e si avvicinarono sempre più.
​Ma come la prima volta un colpo di vento ancora più forte fece agitare quel mostro, che sollevandosi da una parte colpì le due malcapitate, che riuscirono a scamparla schizzando via come due razzi, si fa per dire ovviamente.
Li incontrò una colomba che fu travolta dai due fuggitivi mentre gli urlavano: "Attenta, un mostro. Mettiti in salvo".
​La colomba guardò giù e vide quell'enorme cosa che giaceva sul biancospino, tra il curioso e lo spaventato si avvicinò ad esso e più si avvicinava più si convinceva che non c'era da preoccuparsi.
Quando si avvicinò abbastanza fu attratta da una cosa sottile e filiforme proprio vicino all'enorme farfalla. Le parve un verme e pensò di catturarlo e portarselo nel proprio nido. Lo afferrò col becco e si alzò in aria e riprese il volo. L'enorme farfalla, sospinta anche dal vento, cominciò a volargli dietro. Girandosi la colomba capì che erano strettamente legati il verme e l'enorme farfalla!
"Accipicchierina, ma quale verme e quale mostro? Ho pescato un aquilone".Si il povero aquilone era stato sospinto su quei rovi dal vento e poi era precipitato, impigliandosi alle spine. Era proprio bello e si divertì tanto a dargli un po' di vita, portandolo a spasso per il cielo. Vedendolo passare, la rondine e la farfalla si spaventarono ancora pensando che il grande mostro volesse catturare la colomba. Ma questa spiegò loro tutto ed essi si sentirono un po' sciocchi ad aver avuto paura di una cosa tanto meravigliosa.
Mai farsi ingannare da quello che appare a prima vista. Perciò non abbiate paura, quelli che appaiono mostri il più delle volte non lo sono, ma possono celare cose molto belle.

*

La lampadina spenta

Sono ferma davanti allo specchio, immobile, e non mi riconosco. Non amo guardarmi. Ciò che vedo non mi piace. Vedo diverse rughe che solcano il mio viso. Credo che il tempo mi sia sfuggito di mano, scivolato così in un unico soffio. Non voglio fare bilanci, ma credo che adesso tutto ciò che riguarda i miei figli, abbia priorità assoluta. Questo deve essere il mio primo pensiero quando mi sveglio al mattino e l’ultimo quando chiudo gli occhi alla sera.

Mentre la mia mente vaga così, senza una meta ben precisa, squilla il mio cellulare. È Francesca che mi invita a casa sua per partecipare a una dimostrazione di prodotti cosmetici. L’argomento non mi interessa minimamente. Nella mia vita non ho mai puntato sul mio aspetto, non credo di dover cominciare ora! Certo riuscire ad apparire più bella mi sembra improbabile, ma più gradevole forse sì, potrei anche farci su un piccolo pensiero. Ma quasi subito mi dico no! Preferisco scacciarlo in quanto futile. Decido comunque di prestarmi perché la mia amica me lo chiede quasi come un favore.

Ed eccomi in macchina al mattino successivo. Dopo aver accompagnato alle dieci mio figlio a scuola, mi dirigo verso casa di Francesca, ma prima passo a prendere anche Laura, altra amica comune.

Vengo accolta con grande cordialità e Francesca è davvero una squisita padrona di casa. Ha persino preparato un buffet per deliziare il palato delle sue ospiti. Ma su tutto, prevalgono le essenze profumate dei prodotti che la promoter sta già mostrando alle signore arrivate prima di noi.

Incoraggiata, mi sottopongo anch’io alla pulizia viso con detergente e maschera, dopo aver miseramente ammesso di lavarmi il viso, d’abitudine, con lo stesso prodotto con cui mi lavo le mani e a questa mia affermazione consegue una fragorosa risata. ‘Ho fatto la figura della scema? ’, mi domando tra me e me. Provo poi il prodotto per il contorno occhi e le creme protettive per la sera e per il giorno. E infine (perché no?) i prodotti per le mani. Infine Elena, questo è il nome della promoter, quando ormai sento già la mia pelle emanare un profumo intenso, mi chiede di sottopormi al trucco. No, questo no! Non mi sono mai truccata, potrò cominciare ora? Mio marito penserà male. Non se ne parla proprio! Lei desiste e io mi tranquillizzo.

A conclusione acquisto, quasi come ringraziamento per il trattamento ricevuto, il detergente e prometto di acquistare successivamente anche la maschera. ‘Ipocrita’, penso di me stessa, sapendo che non lo avrei mai fatto. Chiedo il prezzo del detergente e, quando mi viene detto venticinque euro, quasi mi viene un infarto e mi chiedo, tra me e me, se il sapone da due euro che uso di solito non sia assolutamente nocivo, se per averne uno con gli effetti benefici declamati ci vuole una somma dodici volte superiore! Scanso subito quel tragico pensiero e pago la somma richiesta.

Sopraggiunge anche Martina, rappresentante dei genitori della classe dei nostri figli cioè di Francesca, Laura e me. Il discorso cade sulla ormai prossima esibizione nell’annuale concerto natalizio che vede impegnati tutti i bambini della scuola.

«Ci sarà anche la raccolta per la beneficenza alla Caritas, come ogni anno. Ognuno può fare l’offerta che ritiene più opportuno, però, per evitare polemiche, mettiamoci d’accordo prima sulla cifra di modo che non ci siano poi differenze», dice Martina.

«Io penso che tre euro a testa siano sufficienti. Purtroppo personalmente non mi sento di mettere di più: troppe spese in questo periodo», dichiara Laura.

«E così sia. Penso che anche le altre mamme saranno d’accordo. Ne ho già consultata qualcuna e volevano dare anche solo due euro. Poi comunque ci aggiorniamo.»

La promoter intanto consegna i prodotti che ciascuno ha scelto e non posso non notare che le altre signore hanno speso cifre ben superiori alla mia e mi vien voglia di fare una proposta che risulterà certamente inusuale. Mi è balenata così l’idea, come una lampadina che si accende all’improvviso. Mi verrebbe da chiedere se non possiamo fare a meno per un semestre di quei prodotti e dare la cifra che occorre per acquistarli per qualche giusta causa (la Caritas, la ricerca o per i bambini dell’Africa, che muoiono per fame o malattie, che non possono essere curate per mancanza di medicine). In fondo quei prodotti non sono vitali per noi e forse sono anche eccessivi. Vorrei proprio dirlo ma la voce mi resta strozzata in gola e, da buona codarda, taccio. La lampadina allora si spegne. Prendo il mio prodotto e faccio ritorno a casa mia, con un senso di amarezza proprio qui nel mio cuore!

*

L’abbraccio dei due ulivi

“Nando, questo è il nome del protagonista di questa storia, era un ragazzo del paese di venticinque anni, orfano di entrambi i genitori. Era il 1985 quando accadde lo pseudo miracolo. Egli giunse qui la sera del ventuno marzo e si sedette proprio sotto quello dei due ulivi che c’era allora. Intorno c’erano silenzio e pace, il cielo era limpido e qualche stella timidamente entrava già in scena. Il fiume mormorava parole incomprensibili, aggirava i sassi sul letto creando delle micro cascate; il suo scorrere era regolare, proprio come ora. L’acqua si increspava di tanto in tanto a causa di un timido venticello. I ricordi riaffiorarono incontrollabili nella mente di Nando. Solo un anno prima aveva incontrato in questo stesso posto Federica, la protagonista femminile della storia. Prima di quell’incontro, lui l’aveva corteggiata a lungo ma lei era sempre stata timidamente schiva e quasi non riusciva a guardarlo negli occhi. Fuggiva ogni volta che lo vedeva. ‘Perché?’ si chiedeva Nando ma una risposta non c’era. Lui era stato ostinato: ogni ragazza del paese aveva ceduto alla sua corte pressante, perché quella sedicenne no? Era diventata una sfida da vincere per non perdere la propria sicurezza e la fama di giovane più desiderato in paese. A volte lei gli dava l’impressione di osservarlo quando lui non la guardava, ma poi distoglieva rapidamente lo sguardo. Ogni giorno lui l’attendeva all’uscita da scuola e lei gli passava davanti con quell’apparente aria distratta, allora la salutava ma in cambio riceveva solo un fugace cenno. Un giorno, però, passandogli davanti, Federica aveva stranamente rallentato il passo, si era voltata verso di lui, l’aveva guardato negli occhi e l’aveva salutato per prima. Lui aveva chiesto di poterla accompagnare e lei accettò. Fecero un centinaio di metri assieme e prima di salire sull’autobus che l’avrebbe portata a casa, lei gli aveva consegnato un biglietto. Sopra c’era descritto questo posto e c’erano segnate una data e un’ora: ventuno marzo (del 1984 naturalmente) alle ore 19,00. Nando si presentò qui all’ora indicata e lei lo raggiunse quasi subito. Concesse a lui tutta la sua innocenza e gli sussurrò le parole d’amore come mai al mondo furono dette, proprio sotto questo stesso cielo stellato e al chiaro di luna. Poi Nando la riaccompagnò fin sotto casa quella sera e il suo cuore batteva forte per lei, sentiva di amarla come non avrebbe mai più amato nessuna. Il giorno dopo si presentò davanti alla scuola ma lei non uscì da quella porta e non lo fece per tutta una settimana. Un giorno di mattina presto sentì i rintocchi del campanile a lutto. Quando uscì per andare a lavoro nel negozio di famiglia, si accorse di un nuovo manifesto funebre su cui compariva il nome di Federica. Comprese e il dolore fu immenso. Seppe poi che il giorno dopo il loro incontro in riva al fiume, Valeria era entrata in ospedale per un delicato intervento alla testa ed era morta sotto i ferri. Lo seppe da un’amica comune che gli consegnò un biglietto: Valeria glielo aveva affidato la stessa mattina prima di andare in Ospedale. Sentiva che sarebbe morta. Nel biglietto diceva solo: ‘Sei stato la cosa più bella della mia vita. Se non saprai dove trovarmi, ricorda che sarò proprio lì, nel medesimo punto dove sono stata tua, ad attenderti’. Lui non riuscì a tornarvi: il ricordo era troppo doloroso. Dopo un anno esatto dalla prima volta, trovò in maniera inspiegabile il coraggio e alla stessa ora della prima volta vi tornò. Notò subito questo ulivo, non ricordava di averlo visto la sera in cui aveva incontrato Federica e gli sembrò strano. Le foglie dell’ulivo mosse dal vento così come il fluire dell’acqua del fiume sembravano volergli dire qualcosa. Le ascoltava e la nostalgia e il dolore per la scomparsa prematura di Federica si acuivano nel suo petto. All’improvviso i rami dell’ulivo si abbassarono e lo cinsero, quasi abbracciandolo. Lentamente e miracolosamente il suo corpo si tramutò in quello di un albero, precisamente in quello di un secondo ulivo, proprio vicino al primo e a esso avvinghiato. Ecco spiegato perché questi due alberi si intrecciano come se volessero abbracciarsi !”

Giovanni si volse verso Alessandra e osservò il suo volto rigato dalle lacrime per la commozione.

“Ti avevo detto che ti avrei stupito con il racconto! Dai, suvvia, smetti di piangere, è solo una leggenda!”

*

Storia di ordinaria incoerenza

“Se le braccia facessero tutto ciò che la bocca dice, non saremmo appartenenti alla razza umana.”

 

 

«Ecco signora, le consegniamo tutte le carte con le informazioni necessarie alla nuova scuola per accogliere suo figlio», disse Giovanni, segretario della scuola Media.

«Sì, signora, lei deve stare tranquilla. C’è proprio tutto! D’altronde l’insegnante di sostegno accompagnerà suo figlio in ogni passo necessario per un inserimento totalmente indolore. Siamo disponibili per qualsiasi cosa», aggiunge la Preside con gentilezza e cordialità.

«Li consegna lei o ce ne occupiamo noi d’ufficio?» mi domandò Giovanni.

«Non c’è problema, vado io, così porto anche Andrea che sperimenta già l’ingresso nella nuova scuola. Grazie di tutto!»

«Non si preoccupi, è nostro dovere», mi risposero in coro.

Ed eccomi giungere con Andrea nel nuovo plesso che tra alcuni mesi sarà la sua scuola e inizia ora un nuovo percorso di vita: nuove tappe, nuovi ostacoli, altre preoccupazioni. Andrea fa resistenza a entrare ma, grazie alla presenza del fratello che ho portato con noi, alla fine entra. Prima tappa: segreteria. Consegna delle carte. Chiedo delle informazioni e giunge, previo avviso, il Preside, desideroso di fare la nostra conoscenza.

«Signora, noi le richiediamo la massima collaborazione perché possiamo rendere tutto più semplice per lei e per noi. Qualsiasi cosa ce la dobbiamo dire, tra noi occorre che ci sia dialogo. Il dialogo scuola-famiglia è importantissimo.»

Le premesse sono buone. Devo fidarmi!

Mi sono richieste delle informazioni di carattere generale e mi viene anche detto che l’assegnazione dell’insegnante o insegnanti di sostegno avverrà poco prima dell’inizio della scuola, allorché il quadro interno sarebbe stato più chiaro. Nell’udire il plurale attribuito a insegnante, sobbalzo un po’ e ritengo di dover dire ciò che pensi.

«Chiedo scusa Preside, però vorrei far presente che per la patologia di mio figlio e considerato che per lui qui sarà tutto nuovo, dai compagni alla struttura e professori tutti, sarebbe meglio che questo primo anno avesse un’unica figura di riferimento, proprio per facilitarne l’inserimento.»

«D’accordo, ne terremo conto, anche se in un secondo momento io ritengo positivo che le sue figure siano più d’una.»

Andrà bene successivamente, penso tra me e me, ma all’inizio però no. Poi trasformo il pensiero in parole e sembra che lui sia convinto. Mi aggiunge poi:

«Sarà opportuno che già dal primo giorno suo figlio raggiunga la scuola con il pullmino messo a disposizione dalla Protezione Civile. Magari per i primi giorni, per stare tranquilla, lo seguirà a distanza.»

«Mi scusi, ma il pullman che orari fa?»

«No signora, la provincia stanzia dei fondi per ciascun ragazzo, in base al chilometraggio, quindi sarà personalizzato. Se suo figlio viene alle nove ed esce alle dodici, il pullman dovrà necessariamente fare quell’orario.»

Bene, mi sembra quasi una favola! Tutto è chiaro e programmato!

Mancano cinque giorni all’inizio della scuola, quindi mi reco di nuovo a scuola insieme a mio figlio per capire cosa ci aspetta il primo giorno. La prima informazione che a stento riesco ad ottenere (il Preside non c’è) è che gli insegnanti saranno due e dal vicepreside mi sono illustrati tutti i meravigliosi vantaggi che mio figlio ne ricaverà. Che cosa devo fare? È già tutto deciso. Non voglio innescare polemiche che possono guastare i rapporti. A farne le spese sarebbe mio figlio! A quel punto chiedo del servizio di trasporto. Mi viene subito specificato che il servizio probabilmente non partirà dal primo giorno e soprattutto farà un unico viaggio d’andata e un unico viaggio di ritorno. Ecco, un’altra cosa su cui c’è dell’incoerenza. Va bene, mi rassegno. Preferisco la copertura al ritorno! Perché ogni anno è sempre la stessa storia, si dicono cose, soprattutto durante le riunioni dei gruppi di lavoro, che poi non trovano mai riscontro con la realtà?

Dulcis in fundo, uno dei due insegnanti di sostegno mi dice che non è riuscita ad avere dalla segreteria della scuola l’incartamento di mio figlio che le avrebbe consentito di carpire le informazioni passate dalla scuola precedente.

Cosa? Vale a dire quelle carte che io avevo di persona consegnato due mesi prima e che avevo visto con i miei occhi inserire nel fascicolo di mio figlio!

Sì quelle ma il segretario non riusciva a trovarle!

 

*

Le antilopi e l’illusorio senso del possesso

Con la pancia piena non si comprende la fame ( detto popolare)

 

 

In mezzo ad un grande deserto c’era una bellissima oasi ricoperta di vegetazione rigogliosa e con una notevole riserva d’acqua. Non vi mancava il cibo, difatti ce n’era in abbondanza. Gli alberi presenti fruttificavano tutto il periodo dell’anno e i frutti erano succosi, dolci e profumati. Inoltre, nelle ore più calde, quando il sole picchiava forte, sotto le verdi chiome degli alberi presenti si poteva trovare refrigerio. L’oasi apparteneva ad un ricco Sultano, che l’aveva creata ingrandendo una piccola oasi naturale. Egli vi aveva vissuto per molti anni ma poi l’aveva lasciata allorché prese moglie e andò a vivere nel palazzo di una grande città. Sua moglie, difatti, non amava vivere nella solitudine del deserto. L’oasi però continuò a restare intatta, e il Sultano vi tornava ogni volta che aveva bisogno di quella solitudine per rigenerarsi nello spirito. Un branco di antilopi (Addak) vagava nel deserto da moltissimi giorni in cerca di cibo.  Il branco fu avvistato da alcuni felini e alcune perirono, altre si dispersero nel deserto. Un piccolo gruppo avvistò l’oasi e, poiché era disabitata, vi trovò riparo e vi rimase indisturbato. Un giorno giunse il Sultano sul proprio aereo, le antilopi compresero che si trattava del proprietario e intimorite gli chiesero di poter restare nell’oasi. Il Sultano rispose che non aveva nulla in contrario e chiese loro unicamente di rispettare e lasciare intatte tutte le bellezze che vi avevano trovato. I giorni passavano e la famiglia di antilopi era molto felice e si riteneva davvero fortunata. Decisero comunque di costruire una protezione tutt’intorno all’oasi per impedire agli intrusi di introdurvisi. Un giorno una gazzella del deserto, che viveva con la sua compagna e il loro cucciolo in un’oasi rimasta a secco di acqua e distante centinaia e centinaia di chilometri da lì, si avventurò con la sua famiglia nel deserto alla ricerca di nuove risorse. Vagavano in cerca di acqua e cibo da giorni ormai ma non trovavano nulla di nulla, intorno a loro solo sabbia e sole rovente. Il maschio si sentiva in colpa perché aveva rischiato tanto intraprendendo quel viaggio. Erano ormai esausti, sul punto di cedere e abbandonarsi all’inevitabile destino, quando il maschio esclamò: “Mio Dio, un miraggio!”. Gli era parso di avvistare in lontananza delle chiazze verdi. Chiuse gli occhi e li riaprì più e più volte e l’impressione fu sempre la stessa: laggiù c’era una speranza, la possibilità di trovare un po' di refrigerio. Comprendeva che era piuttosto distante e non sapeva che tipo di accoglienza avrebbero ricevuto. Inoltre il caldo era torrido e il buon senso gli diceva di attendere lì fino alla notte quando le temperature sarebbero diventate più favorevoli. Le energie fisiche di cui ancora disponevano, soprattutto il piccolo, erano poche e il rischio di non riuscire a raggiungerla sani e salvi era alto. L’arsura però si faceva sentire forte e la mamma e il piccolo presero a correre nella direzione della salvezza e così il padre li seguì. A metà percorso furono travolti da una bufera di sabbia che trascinò via il piccolo. Nel tentativo di salvarlo, anche la madre venne travolta. Quando la bufera si placò, il maschio faticò molto ma riuscì a tirarli fuori dal cumulo di sabbia che li seppelliva, per fortuna ancora in vita ma solo per miracolo. Finalmente riuscirono a raggiungere l’oasi e iniziarono a emettere dei richiami disperati. Le antilopi che avevano udito portarono loro un poco d’acqua ma non le lasciarono entrare, nonostante le gazzelle implorassero. Mentre quelle bevevano l’acqua e riposavano fuori dalla recinzione, esse si riunirono tra di loro per deliberare e alla fine sentenziarono: “Non possiamo dividere le nostre riserve con i nuovi arrivati. Saremmo troppi e le risorse a disposizione si ridurrebbero di colpo. Inoltre, anche altri animali vaganti potrebbero pretendere lo stesso trattamento. Noi abbiamo occupato per prime l’oasi e abbiamo certamente ogni diritto di ricacciarli nel deserto. Abbiamo già dato loro del cibo e dell’acqua, ora tocca alle gazzelle adoperarsi per trovare una migliore sistemazione per se stesse.”

 Inutili furono le suppliche delle tre gazzelle. Le antilopi erano più numerose. 

Giunse in quel momento il Sultano e inorridì per ciò a cui aveva assistito. Quindi proferì con decisione:

“Quest’oasi non è di nessuno di voi. Sono stato buono con voi antilopi, non vi ho lasciato morire nel deserto e vi ho accolto senza ripensamenti o dubbi nella mia oasi” e così dicendo rivolse l’indice verso se stesso e sottolineò la parola mia. Poi proseguì: “Sono stato molto generoso con voi, non mi sono preoccupato che in mia assenza avreste potuto deprivarmi di cotanta bellezza. Tutto ciò non vi ha insegnato nulla ma vi ha reso ancora più egoiste! Pensate forse che sia già tutto vostro ciò che vi circonda? Non ricordate più che non lo è? Perché non usate la stessa compassione nei riguardi di chi soffre come già è successo a voi stesse? Cosa accadrebbe se io ricacciassi anche voi nel deserto?  O se questa oasi svanisse come un miraggio? Non è forse meglio accettare di dividere con gli altri ciò che c’è  piuttosto che restare senza più nulla?” 

Così dicendo schioccò le dita e l’oasi scomparve nel nulla e così anche il Sultano. Le antilopi si ritrovarono nel mezzo del deserto e non riuscivano a comprendere cosa fosse accaduto ma una cosa la capirono e rimpiansero per sempre il loro egoismo.

*

Fuga da Recanati

Dopo tre ore e mezza di viaggio, eccoci, finalmente, giunte alla nostra meta, Recanati. Parcheggiammo distante da Palazzo Leopardi.  Mi accompagnavano le mie inseparabili amiche, Laura e Maria; frequentavamo insieme la facoltà di Lettere Classiche all'Università di Roma. Io stavo ultimando la mia tesi di laurea su Giacomo Leopardi. 

Scendemmo dalla macchina e mi sentii subito trasportata in un'altra dimensione. L'emozione di visitare i luoghi, laddove era maturato il pensiero poetico e filosofico di Leopardi, intensificava in me i già presenti brividi dovuti alla febbre. 

"Sicura di stare bene, Teresa?" chiese Maria.

"Ho preso una tachipirina. Ora mi passa."

Recanati è un paese sito su un colle, dal quale lo sguardo si perde spaziando nei dintorni. Prima di procedere, ci soffermammo un po' a guardare il panorama affacciati da una ringhiera lungo la strada: era il mese di maggio e ciò che si poteva scorgere da lassù era un vero tripudio di colori. Da una parte si intravedeva il Monte Conero che domina sui dintorni e in lontananza  l'azzurro del mare con la riviera adriatica, dall'altra parte, invece, si potevano ammirare le campagne variopinte perché variamente coltivate: vaste zone di marrone dei campi arati alternati al verde scuro degli alberi ed al verde più brillante delle coltivazioni.  Dopo esserci deliziate dell'amena vista, abbiamo proseguito all'interno delle mura quattrocentesche che delimitano il centro antico. Il pensiero che si faceva  spazio nella mia mente, era: 'Chissà quante volte il grande Leopardi percorse queste strade e cosa provava percorrendole? '  La strada ci portò direttamente davanti a Palazzo Leopardi, la casa natale del poeta. Tuttora il palazzo è abitato dai suoi discendenti, ma è in parte messa a disposizione del pubblico, difatti è possibile visitarne la biblioteca, che custodisce oltre 20.000 volumi, raccolti dal padre del poeta, il conte Monaldo. Ed era proprio da lì che sarebbe iniziato il nostro giro, per poi proseguire verso il Colle dell'Infinito e quindi la Torre del Passero Solitario.

La Biblioteca mi apparve subito molto suggestiva anche se aveva un aspetto davvero austero e freddo. Migliaia di testi posti su tutte le pareti, irrefrenabile era il desiderio di prenderne uno a caso e sfogliarlo. Vicino ad una finestra c'era lo scrittoio di Giacomo, dove aveva speso il suo miglior tempo tra le sudate carte. Sopra vi stava ancora il suo calamaio. Mi chiedevo: 'come si può immaginare un fanciullo rinchiuso oggi in questa biblioteca, invece di giocare spensierato, come fanno i ragazzini del nostro tempo? Sembra contro natura. Ma d'altronde, se non fosse stato così, oggi non potremmo godere della bellezza racchiusa nella sua produzione letteraria'. Mi pareva di vederlo lì seduto che ogni tanto si alzava e si avvicinava alla finestra per porgere l'orecchio ad ascoltare la soave voce della giovanissima 'Silvia'. 

Dopo aver sostato per un po' all'interno della Biblioteca, ci dirigemmo all'esterno verso la cima del monte Tabor, ossia il colle dell'Infinito. Proseguii da sola poiché Laura e Maria dovettero tornare verso la macchina per recuperare le pillole per l'asma di Maria.

Giunsi all'interno del parco posto sulla cima del monte, dove trovai le indicazioni per il Centro Mondiale della Poesia e della Cultura, sede di manifestazioni culturali varie. Io mi diressi verso la muraglia con su scritto: Colle dell'Infinito. Il panorama era bellissimo, si riusciva ad avere una percezione dello spazio circostante straordinaria. Osservando il paesaggio da là, Leopardi diede vita all'Infinito, massima espressione, secondo molti, della sua poetica. Ciò che sentii in quel momento fu un'emozione grande e mi sentii come sotto ipnosi e trasportata in un passato di cui giammai fui testimone. Mi sedetti per un po' sul prato verde e dopo aver osservato il cielo di maggio limpido, totalmente sgombro da ogni nuvola, chiusi gli occhi per pochi minuti ricordando l'Infinito. Poi mi rialzai e a pochi passi da me scorsi, seduto con fogli e calamaio, uno strano giovane. Non pareva affatto del mio tempo, aveva lo sguardo perso nel vuoto ed un'aria alquanto malaticcia, il viso molto pallido. I suoi vestiti mi parvero ottocenteschi. Avendo deciso di proseguire, non appena mi avessero raggiunto le mie amiche, verso la torre del Passero solitario, pensai, con qualche incertezza, di chiedergli informazioni. Avvicinandomi mi resi conto che doveva essere poco più di un ragazzo, aveva l'aria di essere totalmente immerso nella lettura dei fogli che teneva in mano. 

"Mi scusi, posso disturbarla un attimo?" chiesi.

Alzò lo sguardo dai suoi figli e si soffermò con tenerezza sui miei. Intravidi in quegli occhi tanta tristezza, ma dopo qualche secondo si accesero meravigliati: "Teresa, siete voi?" domandò. Pensai tra me: 'ma come fa a sapere il mio nome? Dove ci saremo conosciuti? Possibile che io non ricordi'. 

"Si, sono io", risposi con grande incertezza.

Allora si alzò quasi di scatto, così di scatto che gli caddero i fogli e il calamaio per terra. La sua postura era completamente incurvata in avanti. D'istinto mi abbassai a raccogliere i fogli e, dando una sbirciatina fugace, lessi: "Sempre caro mi fu quest'ermo colle/.....", poi li consegnai all'uomo che mi stava di fronte. Ero alquanto incredula, restai ammutolita, letteralmente senza parole: non poteva essere reale. Riprendendosi i fogli, l'uomo mi disse: "Mi avevano detto che eravate morta un anno fa. Pensavo che la vita fosse stata così crudele a troncare la vostra giovane vita nel pieno dei sogni e delle più belle speranze. Mi hanno ingannato! Ma allora anche per me ci possono essere speranze ancora".

D'istinto, con gli occhi bagnati di lacrime, per la forte emozione che mi assaliva in quell'istante, risposi:

"Certo che c'è speranza. C'è sempre speranza". Pronunciai quelle parole con una convinzione tale, che lo sconosciuto che mi stava di fronte ne risultò nell'aspetto totalmente rinfrancato. Fu un istante e poi nella mia mente si riaffacciò la domanda: "Ma voi chi siete? Come mi conoscete?".

Egli mi guardò stupito e rispose: "Sono Giacomo, il figlio del conte Leopardi, per cui lavora vostro padre". Seguirono attimi di silenzio, in cui io non sapevo come rispondere. Quel tale era Giacomo Leopardi che mi scambiava per Teresa Fattorini?

Fu lui a rompere il silenzio ancora una volta: "Ma se non eravate morta, dove siete stata tutto questo tempo?".

"A Roma".

"A Roma! Sapevate che dopo la vostra presunta morte ho tentato di fuggire anch'io da Recanati, progettavo di andare a Milano, ma non avevo il passaporto, quindi mio padre ne è venuto a conoscenza e mi ha fermato. Da allora mi fa sorvegliare sempre anche da vostro padre. Non vuole concedermi di andare via, di conoscere il resto del mondo".

"Ma perché desiderate tanto fuggire da Recanati, qui è così bello".

"Non è Recanati, bensì la gente. Qui ho speso i miei migliori anni nello studio profondo ma la gente non mi capisce, quasi con disprezzo dicono di me saccentuzzo, filosofo, eremita. Unico divertimento a Recanati è  lo studio: l'unico divertimento è quello che mi ammazza. Al di fuori di Recanati c'è la vita ed io devo tentare ancora, prima che per me sia tardi, perché magari sarò già morto".

Allungò la sua mano e raccolse la mia, poi mi guardò, quasi implorandomi: "Se voi siete riuscita ad andare via, aiutatemi, indicatemi una via. Di voi sento di potermi fidare, di altri no".

"Va bene, vi aiuterò. Ci sono le mie amiche che mi attendono lungo la strada che esce da Recanati. Seguitemi, possiamo portarvi con noi fino a Roma".

"Allora raggiungiamo le vostre amiche prima che qualcuno ci possa vedere".

Camminavamo l'uno a fianco dell'altro sulla strada che scendeva dal colle. C'era silenzio, non sapevo cosa dire, ero stata così impulsiva: ma come avrei potuto negare il mio aiuto proprio a lui? All'improvviso, passando davanti a Palazzo Leopardi, udimmo un forte rumore simile ad un ringhiare di cani. Ci volgemmo nella direzione di provenienza dello stesso e scorgemmo un signore, anch'esso in abiti ottocenteschi, con due cani enormi, che veniva verso di noi, urlando: "Conte Giacomo, dove andate? fermatevi! Vostro padre vi cerca."

Indugiammo un attimo a guardarci negli occhi, ma all'improvviso i cani si lanciarono abbaiando verso di me. Iniziai a correre all'impazzata, non vedevo più nulla. Poi all'improvviso inciampai e caddi. Quindi persi i sensi. 

"Teresa!" rinvenni e vidi  Laura e Maria chine su di me. Intorno c'era molta gente accorsa da ogni parte.

"Ricorda cosa è successo? Come si sente?" mi chiedeva qualcuno che mi stava visitando, certamente un medico. Mi ripresi subito e non seppi spiegare nulla di ciò che era accaduto, sebbene il ricordo fosse ben nitido in me. Una volta tranquillizzate sul mio stato di salute, riprendemmo la strada per Roma. Più tardi, cercando i miei occhiali, nella tasca della mia borsa rinvenni una penna d'oca identica a quella con cui avevo visto scrivere il giovane incontrato sul Colle. Ma allora era stato tutto reale?

 

 

 

 

 

*

Impulsività

Quando Marta rientrò, Giorgia era seduta sul letto, le mani sulle ginocchia e lo sguardo rivolto verso la finestra della stanza. Sul comodino c'era una provetta.

«Giorgia! Ma allora ci sei? Cosa c'è? Hai una strana espressione! E quello sul comodino cos'è?»

Giorgia rispose senza girare lo sguardo:

«Cos'è? Vuoi saperlo? Va bene, te lo dirò: è un test di gravidanza. Non ne hai mai visto uno, forse? Neanche io fino a oggi. Ho letto diverse volte le istruzioni prima di usarlo.»

Interruppe il proprio discorso con una strana risata che sembrava forzata e nervosa. Poi riprese con apparente calma:

«Non ne avevo mai avuto bisogno fino a quarantadue anni e poi, proprio alla vigilia del mio viaggio in America, la più grande occasione della mia vita, l'ultima, forse, mi sono accorta di avere un ritardo notevole ed eccomi qui!»

Rise di nuovo. Marta la guardava incredula ed ebbe solo il coraggio di domandarle:

«Qual è l'esito?»

«Non l'ho ancora guardato.  Ci credi? Io non ho il coraggio!»

Le parole dell’ultima frase furono scandite lentamente.

«Voglio prima capire cosa farò se dovesse essere positivo! Devo pensarci prima, con la lucidità di chi non conosce ancora l'esito. Devo pensarci ora e da sola. Non ho parlato ancora dei miei dubbi con Sandro. Ho bisogno di mantenere la mia freddezza per decidere cosa è meglio.»

Seguì un breve silenzio che durò un minuto, ma sembrò a Marta e alla stessa Alessandra un’eternità.

Poi riprese con un tono di voce basso, quasi impercettibile:

«Tu mi vedi con un piccolo essere, minuscolo, tra le mie braccia, proprio così», simulò con le braccia l’atto di cullare, «seduta magari su una sedia a dondolo a canticchiare una ninna nanna come quelle che mi aveva insegnato mia madre? Eh, mi ci vedi?»

Una domanda che non era diretta a nessuno se non a se stessa, difatti non attese risposta. Sul suo viso scesero poche lacrime, lo sguardo melanconico e ancora perso nel vuoto. Si alzò all’improvviso e di scatto andò verso la finestra.

«Forse Sandro vorrebbe questo. Proprio questo!»

La sua voce divenne di nuovo decisa e appena più forte.

 «Così non partirò: questo è quanto lui crede!» Poi, alzando ancor di più la voce e con tono quasi adirato, asciugandosi le lacrime, aggiunse:

«Non era d’accordo che io partissi fin dall’inizio. È geloso?»

Dicendo ciò si volse verso l’amica, quasi come se l’accusa fosse diretta a lei. Tornò a sedersi e alzando ancor più la propria voce:

«No, non è così che andrà! Io posso», seguì poi un silenzio ancor più interminabile del primo e, dopo aver riabbassato la voce, come se non volesse essere ascoltata da alcuno:

«Posso abortire. Sono sicuramente poche le settimane di gravidanza.»

Marta restava in silenzio e immobile, sempre nella stessa posizione di prima. Ora con voce riflessiva, Giorgia riprendeva:

«Però anche l’occasione di essere madre non mi si ripresenterà più.»

Finì quella frase molto lentamente e voce bassa. Seguirono altri secondi di silenzio, mentre Giorgia si asciugava le nuove lacrime che le avevano bagnato il volto. Riprese con voce più alta e decisa:

«Non può essere. Non posso cambiare i miei programmi di vita. Questo viaggio in America è troppo importante per me, mi darà molto prestigio in campo lavorativo. Finalmente! Ho sudato tanto! Non rinuncerò per questo incidente. Se il test è positivo, abortirò e non dirò nulla a Sandro.»

Si volse di scatto verso Marta e si avvicinò, quasi urlando:

«Tu tacerai! Tacerai per me, capito? Non dovrà mai uscire nulla dalla tua bocca. Guai, altrimenti.»

La guardava, attendendo una risposta che non arrivava. Allora, in tono quasi minaccioso, ripeté:

« Tacerai per me, vero?»

L’amica frastornata fece con la testa un unico gesto di annuire.

«Va bene. Ora guarda tu la provetta e poi mi dirai.»

Marta fece per avvicinarsi al comodino ma Giorgia urlò:

«No, aspetta, non sono pronta.» Ci fu un po’ di silenzio, quindi: «Va bene, ora puoi.»

Marta prese la provetta, la guardò, poi guardò Giorgia con aria preoccupata:

«Sei incinta.»

Giorgia sedette e restò in silenzio per due lunghi minuti, mentre Marta non osava aggiungere altro né muoversi. Alla fine Giorgia prese il telefono e compose un numero:

«Sandro, corri a casa devo darti una notizia importante che cambierà tutta la nostra vita. Vuoi saperlo per telefono? Va bene: tu ed io saremo genitori!»

Marta la guardava esterrefatta, mentre Giorgia posava il telefono:

«Pensa, ha lanciato un urlo di gioia. Non potevo aspettare fino a stasera per dirglielo. È una notizia troppo importante! Avremo un bambino. Ci credi? Io sarò mamma!»

 

 

 

*

Società Odierna. Storia di ordinaria apparenza.

"Cara, sei già ai fornelli? Così presto!" dice Fernando a sua moglie Clara, entrando in cucina, e le dà un bacio sulla guancia come fa al risveglio ogni mattina. Ma quella è una mattina speciale, è il loro anniversario di matrimonio: il 48_esimo.

"Ma, caro, lo sai che abbiamo ospiti: vengono Antonio con tutta la famiglia. Hai dimenticato che giorno è?"
"Non l'ho dimenticato, infatti ho una sorpresa per te, anzi per noi."Tirò fuori dalla tasca un biglietto per andare ad assistere alla rappresentazione della Norma quella sera al teatro comunale.
"Hai sempre detto che ti dispiaceva di non essere mai andata a teatro e stasera ti porterò."
Clara ne fu davvero felice, la loro era stata una vita fatta dell'essenziale, il massimo divertimento erano state le feste in piazza per il Santo Patrono, qualche giornata al mare a pochi chilometri da casa e gli spettacoli trasmessi in televisione, ovviamente. Ma, ogni volta che facevano il bilancio della loro vita insieme, si reputavano felici.
Antonio era il loro figlio unico, quindi era sempre stato accontentato quasi in ogni richiesta, prima e dopo il matrimonio, soprattutto per intercessione di Clara che era la Bontà fatta persona, non adeguatamente ricambiata dalla moglie di Antonio. Gertrude, questo il suo nome vero, ma Apparenza era quello che le calzava meglio, invece non ricambiava tanto affetto. Faceva comodo anche a lei frequentare i genitori di suo marito, ma si manteneva fredda e distaccata. Era insegnante di matematica al Liceo Scientifico della loro città: una donna distinta, sempre in ordine, mai un capello fuori posto, ben truccata e ben vestita, abiti firmati, una vita di società impegnata. Ovviamente un tipo di vita così richiedeva un certo impegno economico. Antonio invece era un ingegnere impegnato nell'ufficio tecnico del comune, ecco perché Gertrude ci teneva tanto a mantenere una certa immagine. Avevano due figli: un maschio ed una femmina di quattordici e tredici anni, cui non facevano mancare nulla perché non dovevano avere nulla da invidiare ai coetanei che frequentavano.
A mezzogiorno Clara aveva già finito di preparare tutto per il pranzo. Antonio e famiglia giunsero poco dopo. Gertrude, vestita a puntino per l'occasione, con tanto di profumo, che si diffuse in casa ancor prima che potesse entrare lei, fece mille complimenti alla suocera per la bellissima tavola imbandita e poi per il delizioso pranzo. Durante il pranzo non mancarono le occasioni per pavoneggiarsi della loro vita, dell'influenza che Antonio aveva in paese, di quanti amici tra quelli che contavano in città li cercavano e delle loro importanti cene.
Dopo pranzo Antonio chiese al padre di potergli parlare in privato.
"Dimmi, Antonio, c'è qualcosa che ti preoccupa?"
"Sai papà, oggi la vita è molto difficile. Non è come ai tuoi tempi. Non è semplice arrivare a fine mese. Troppe spese. Siamo in arretrato di quattro mesi con l'affitto. Potresti farci un prestito, diciamo, di quattromila €. Giuro che te li restituiremo non appena sarà possibile."
Ferdinando sgrano' gli occhi e disse: "Ma come fate ad avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese, due professionisti come te e tua moglie. Se è vero, dovreste cercare di moderare il vostro regime di vita. Avete comprato l'Audi sei mesi fa quando avevate già una BMW e un'Alfa. Avete fatto una vacanza di due settimane in giro per l'Europa solo un mese fa. Non vi sembra di condurre una vita oltre le vostre possibilità? Di questo passo dove andrete?"
"Hai ragione papà, ma oggi non si può fare diversamente, se si vuol stare al passo con gli altri. Per le posizioni che occupiamo in società, non possiamo venire meno a certi standard di vita. Gertrude ci tiene tanto, sai come sono le donne."
"Va bene, ne riparliamo domani. Ripassa da solo."
Antonio e famiglia andarono via verso le 17,00. Clara si era subito accorta che, dopo aver parlato con il figlio, Ferdinando aveva cambiato completamente umore: era diventato pensieroso e si era alienato per tutto il resto del tempo in cui Antonio e famiglia erano rimasti.
"Caro, cosa ti preoccupa. Di cosa avete parlato con Antonio? È da allora che ti sei oscurato" chiese Clara.
"Antonio mi ha chiesto un prestito di quattromila €. Sono in arretrato di quattro mensilità di affitto. Ti rendi conto? Una casa, con due stipendi come loro, avrebbero dovuto acquistarla. Dice che fanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese."
"Ma come fanno? Comunque, se ci chiedono aiuto, forse glielo dovremmo dare. Siamo i genitori."
"Non è questo il punto. Ti rendi conto che le persone che non arrivano a fine mese non tengono tre macchine di quella portata? È vergognoso. Ti ricordi quando ci siamo sposati noi? Non avevamo una lira e nessuno ci ha dato nulla. Abbiamo acquistato una casa, abbiamo laureato un figlio. Ma tu, quante volte andavi al mese dall'estetista? E dalla parrucchiera, anzi coiffeur, che fa chic? E al ristorante? E quante vacanze hai fatto? Io non dico che non si debbano fare queste cose, ma, se poi non si riesce a pagare l'affitto, sarà il caso di rinunciare a qualcosa? Ma è possibile che oggi si pensi solo all'apparenza? Che eredità lasceranno ai loro figli, e parlo soprattutto di eredità morale? Quali valori si trasmettono alle nuove generazioni?" Era davvero arrabbiato Ferdinando.
Clara gli prese la mano e disse: "Le cose sono cambiate, è tutto diverso oggi. Loro sentono di dover fare come fanno gli altri per non trovarsi indietro".
" Cioè tu mi stai dicendo che noi facevamo le lotte per mangiare, per cose vitali e oggi la gente invece deve far le lotte per adeguarsi agli altri? Per essere accettati dagli altri? Ma di cosa stiamo parlando? Io non voglio prestarmi a questo. Non gli darò quella cifra. Forse prima o poi capiranno."
"Ma non servirà a nulla se non ad allontanarli da noi. Sai com'è Gertrude, sembra carina, gentile, ma serba rancore se non si sente onorata, se non si sente rispettata. Penserà che siamo cattivi e che vogliamo andarle contro" replicò Clara.
"Cioè devo far finta di niente ed essere accondiscendente? Ma se noi un giorno dovessimo avere bisogno, lei ci aiuterà? Non credo."
"Si, ma cosa importa. Noi dobbiamo farlo per nostro figlio e i nipoti. Vedrai, saremo ricompensati dal Signore, un giorno."
Alla fine la Bontà di Clara vinse un'altra volta su Ferdinando, che era una persona di sani principi e con una morale individuale davvero enorme e non era mai sceso a bassi compromessi conformisti nella sua vita. Grazie alla Bontà di Clara, vinse anche l'Apparenza, quella che caratterizza l'odierna società. Ma Ferdinando non mancò di precisare al proprio figlio che da allora egli non li avrebbe più aiutati ed avrebbero dovuto perciò trovare un modo alternativo per poter continuare a mantenere quel tenore di vita.

*

Dialogo tra Elio e Geo


"Elio? Cosa fai? Non starai ancora dormendo beato?" gridò Geo a gran voce per catturare la sua attenzione.
"No, cara amica di innumerevoli viaggi. Continuo la mia passeggiata perenne, vestito della mia luminosa bellezza. Viaggerò tranquillo ancora per milioni e milioni di anni, almeno finché avrò ancora l'energia sufficiente per riscaldarvi tutti."
"E poi cosa farai?" rispose Geo, un po' preoccupata.
"Ah, finirò nell'oblio, diventerò invisibile nell'universo buio, come tante altre. Lo so, non manca neanche tanto, ma così sarà." Fece una pausa e poi riprese: "ma dimmi, cosa succede lì da te. È passata quella brutta tosse?"
"Ancora no, ma non mi preoccupo: sono mali stagionali. Passerà, certo che passerà."
"Cosa dicono i tuoi innumerevoli ospiti?" chiese curioso Elio.
"Ma sai la maggior parte continua il suo normale ciclo, senza lamentarsi troppo. Ma qui è una continua lotta per la sopravvivenza. Poi c'è una specie che è così patetica, tira fuori le sue teorie, cerca di sistemare le cose secondo il suo momentaneo bisogno. Credono che tutto l'Universo sia stato creato per rendere felici loro. E sapessi come si combattono l'un l'altro! Ognuno di essi pensa di avere più diritti e non è facile che riescano a comprendere che non è così."
"Parli di quella specie che s'é chiamata umana? Ti daranno molto fastidio, immagino. Menomale che io non ho ospiti, soprattutto così molesti."
"Ma no, tranquillo, amico mio" rispose Geo con aria pacata e serena. Poi proseguì, non dopo un piccolo colpo di tosse: "purtroppo è vero, respiro male, mi sono presa delle scottature qua e là, ma vedrai che se continuano così tra un po' resterò senza ospiti. Il maggior danno lo fanno a loro stessi, io in qualche modo sopravviverò. Riesco sempre a riassestarmi. Ti ricordi quanto tempo mi ci è voluto per raggiungere questo stato? Ti ricordi quei brutti raffreddori che mi prendevo a periodi? Ma sono sopravvissuta. Magari non potrò più avere ospiti, ma anche gli altri miei fratelli non ne hanno già. Che cambia? Io non solo sola. Ho tanti amici."
"Ben detto, amica mia. Certo che da quanto mi racconti tu, in quanto io da qui non ne avverto proprio la presenza, ne hanno fatto di cambiamenti i tuoi molesti ospiti".
"Già, proprio così. Sembra ieri che erano indistinguibili dagli altri. Erano taciti e poco pericolosi. Poi hanno cominciato a ragionare, dicono loro. Subito dopo hanno pensato che io, e quindi loro, fossi il centro di tutto. Non volevano accettarlo proprio che c'eri tu invece al centro. Pian piano poi hanno capito che nemmeno tu sei immobile. Proprio in questi giorni, poi, hanno fatto una gran scoperta e ne vanno tutti fieri."
"Raccontami cara, non sto nella pelle."
" Hanno scoperto che non molto lontano esiste un altro quasi uguale a te e sette altre entità simili a me ed ora stanno fantasticando".
"Cosa fantasticano? Non penseranno di andarci! Non penseranno che Dio li ha creati per loro, così da poterne usufruire quando da te non potranno più vivere?"
"Mah, sai da loro so che ti puoi aspettare di tutto. Io sto a guardare."
"Va bene, cara amica. Ci aggiorniamo più tardi. Vado a controllare che la combustione proceda secondo quanto stabilito."
"Ciao Elio e grazie per essere sempre presente, per la tua amicizia, il tuo calore e le belle chiacchiere. Io ti seguirò sempre."

 

 

 

*

Ordinaria Ipocrisia

"Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti." Luigi Pirandello

Saliva lentamente le scale Marcella, forse, per rinviare il più possibile quel confronto. Era da quella mattina, quando le era stata consegnata quella busta gialla, che attendeva quel momento ed ora più si avvicinava, più cercava di prendere tempo, per paura di affrontarlo. Si fermò davanti alla porta, infilò la chiave nella serratura ed entrò lentamente. Il cuore le batteva all'impazzata; da allora la loro vita non sarebbe stata più la stessa. Teneva in mano la busta con le foto che le aveva portato la sua amica Teresa. Scorse la figura di Gianni nell'ombra; era nel salone, seduto in poltrona con un bicchiere ed una bottiglia di whisky in mano. In quel momento squillò il cellulare e Gianni rispose: "Laura, si sono a casa" ci fu una pausa, "ormai è inevitabile, è già sul quotidiano locale." Ancora una pausa: "no, non ci sono né Marcella né Michele." Seguì un'altra pausa: "non so. Ormai la bomba è scoppiata. Non preoccuparti, non vi coinvolgerò. Forse dovrei dimettermi. Va bene. Ciao, ci sentiamo dopo". Si risedette, aveva l'aria distrutta. Si prese il viso tra le mani che poi si passò tra i capelli. Lo guardava Marcella in silenzio, da distante, e vedeva un uomo quasi fragile in quel momento: piccolo e fragile. Provava quasi un intimo sentimento di pietà, avrebbe anche potuto perdonarlo, pensò. Ma ricacciò subito quel pensiero lontano.
Gianni era diventato sindaco un anno prima, battendo il sindaco uscente, Andrea Giglio, di una coalizione avversaria. Era stata una vera battaglia. Aveva giocato sporco, però, Gianni. Con l'aiuto di Laura e suo fratello, allora braccio destro di Giglio, era riuscito a costruire una storia, con tanto di prove fasulle, di imbrogli e corruzione a carico dell'avversario. Gianni riuscì così ad impersonare il ruolo della persona onesta che aveva denunciato le irregolarità. Grazie a ciò, l'esito elettorale fu un plebiscito. In paese era diventato un eroe ed il suo unico figlio, che frequentava il quarto anno delle scuole superiori, si fregiava del titolo di figlio di eroe. Ma Giglio che innocente lo era, portò avanti la sua difesa, collaborando pienamente con i magistrati ed in segreto. Cosicché il castello di sabbia crollò. Quel primo pomeriggio gli era stato recapitato dal maresciallo dei carabinieri l'ordine di presentarsi il giorno dopo davanti al giudice, non gli era stato detto null'altro ma immaginava. Erano giorni che si era accorto di strani movimenti al comune. La cosa che lo preoccupava di più era quella di essere lasciato solo dai suoi complici ad accollarsi ogni responsabilità. Aveva interpretato bene, fino ad allora, il personaggio del sindaco buono, sensibile alle problematiche sociali dei suoi concittadini ed onesto. Ne sarebbe uscito distrutto nella sua immagine.
Marcella entrò nella stanza, Gianni alzò la testa e si guardarono negli occhi. Marcella teneva in mano la busta gialla ed esclamò, sollevandola: "Come hai potuto ingannarmi, per tutto questo tempo! Io credevo in te! Dimmi, perché?"
"Mi dispiace, mi sono lasciato prendere la mano. Sono stato solo usato."
"Usato? Chi vorresti ingannare?" replicò Marcella con gli occhi umidi e lo sguardo smarrito.
Udirono la porta di casa aprirsi. Era Michele, il loro unico figlio, che rincasava dopo la giornata a scuola. Aveva il tablet in mano. Entrò nel salone, aveva l'aria di essere sconvolto. Si diresse verso il padre, gli porse il tablet ed esclamò: "Dimmi che non è vero o non uscirò più di casa".
Restò in silenzio Gianni, guardando il tablet, poi lo ridiede al figlio e disse: "È un'esagerazione, si sistemerà tutto".
Marcella guardò sul tablet e lesse: 'Scoperte irregolarità durante l'elezione del sindaco a danno di Andrea Giglio, dell'opposizione. Sembra che sia stato l'attuale sindaco ad ordire la truffa.'
Michele si riprese il tablet ed uscì di corsa. Marcella guardò il marito disgustata, non riusciva a credere a quello che aveva letto. Rimase in silenzio senza riuscire a proferire parola. Gianni la guardò e disse: " Credevo che fossimo una famiglia e in famiglia ci si appoggia sempre. Perché mi guardi con tanto disgusto? Mi hai già condannato? Proprio tu? Non dovresti aspettare una mia spiegazione prima di giudicare?"
Marcella lo guardò scuotendo la testa. Poi disse: "Come si può portare una maschera con tanta disinvoltura e per tanto tempo?"
Piangeva, avrebbe voluto urlare, ma l'urlo restava soffocato in gola. "Il sindaco onesto, il padre amorevole, il marito fedele non sono mai esistiti. Hai mai pensato a Michele? Tu avresti dovuto essere il suo esempio e invece? Cosa apprenderà da te? Che la vita è tutta un imbroglio? "
Gli porse la busta gialla, Gianni l'aprì. C'erano delle foto che lo ritraevano mentre si baciava in macchina con Laura e altre scattate in una stanza d'albergo a letto con lei.
"Chi te le ha date? Sono dei fotomontaggi!" disse, senza avere il coraggio di guardarla negli occhi.
"Non offendermi. Come avresti potuto comportarti in modo onesto con i tuoi elettori, con tutta quella gente che ha avuto fiducia in te, se non sei riuscito ad essere onesto con noi che siamo la tua famiglia. E Dio solo sa da quanti anni va avanti questa storia. Proprio in casa nostra dovevi andare a cercarla. Proprio con la mia migliore amica, che frequentava casa nostra tutti i giorni, dovevi tradirmi. Ipocrita. Avevi anche il coraggio di fare il geloso con me! Ipocrita, sei solo un ipocrita." Restò in silenzio per qualche istante, quasi come se aspettasse che lui le dicesse qualcosa che potesse cambiare i fatti. Ma furono solo alcuni secondi, interminabili, di silenzio doloroso e opprimente. All'improvviso si riebbe e disse: "Esco ora, al mio ritorno tu non sarai più qui. Affoga da solo nella tua melma. Oramai hai imparato l'arte, vedrai, anche se questa tua maschera è crollata, te ne ricostruirai una più solida e duratura. Comunque sia, io non ci sarò nella tua rappresentazione."
Si girò e lentamente andò verso l'ingresso con una calma apparente e gelida, quindi uscì, senza voltarsi indietro.

*

Verso la libertà

Noori salì  sull’autobus delle 7, come faceva ogni mattina da tre anni ormai. Era ben rasato e vestito in maniera distinta: un gilè blu su camicia bianca e pantaloni eleganti. In mano la sua borsa ed il giornale appena preso all’edicola vicina alla fermata. Si recava in Ospedale al reparto di oncologia dove lavorava come medico. Durante il viaggio era solito dare un’occhiata al giornale. Una notizia su tutte catturò la sua attenzione: ‘Nuovi sbarchi di immigranti nella notte sulle coste del crotonese’. I ricordi lo assalirono, impedendogli a tratti di respirare. Si rivide bambino in Siria con sua madre, suo padre e sua sorella Raj di nove anni più piccola di lui. Guardò fuori dal finestrino ed osservò il via vai di gente frenetica in quella Roma tanto amata, ma gli mancava la sua terra, soprattutto l'infanzia con mamma, papà e Raj. All'improvviso il rumore dei bombardamenti, le urla, la paura riaffiorarono nella sua mente in modo prepotente. Ricordò il fratello di suo padre morto in un bombardamento vicino  Damasco  e  suo padre che qualche giorno dopo diceva: "Fuggiremo con la prossima imbarcazione per il Cairo, da lì saremo imbarcati per Lampedusa. Non voglio più rischiare la vita in questa terra maledetta da Dio”. Il  padre aveva dovuto pagare tanto per quel viaggio. Scacciò per un attimo quel ricordo doloroso e guardò sul giornale: se quattordici anni prima non fossero  partiti, non sarebbero andati incontro alla morte. O forse sarebbero comunque morti tutti sotto i bombardamenti successivi. Nessuno poteva dire come sarebbero adesso le cose. Ma partirono  con i cuori ricolmi di speranza. Lui aveva solo dodici anni, mentre sua sorella tre. Il mare però si oppose e si ribellò quella notte. Vivido in lui il ricordo delle onde che travolgevano l'imbarcazione che avrebbe dovuto dare loro la libertà. Ma l'unica libertà trovata fu la morte. Chissà come mai proprio lui era stato uno dei pochi sopravvissuti? Quante volte se lo chiese! Ricordava ancora di aver visto l'onda travolgere i suoi genitori che sparirono inghiottiti dalla furia dell'acqua. Raj stringeva la sua mano, ma un signore disse :"lasciala a me, sono più forte".

Arrivarono i soccorsi. Su 400 imbarcati solo 70 sopravvissuti. Tra i cadaveri ripescati lui riconobbe i genitori, ma non la sorella, di cui non seppe più nulla. Non poteva che essere morta.

Nel campo di accoglienza conobbe un professore universitario di Siracusa, docente a Roma. Non avevano figli, lui e sua moglie, e Noori era l’unico bambino sopravvissuto. Lo accolse in casa sua come un figlio, studiò, così si diplomò e poi si iscrisse a Medicina a Roma. Fu uno studente di grande intelligenza e si laureò con il massimo dei voti. Quanto gli mancò in quel giorno felice la sua famiglia! Grazie al professore ebbe la possibilità di fare il suo tirocinio al seguito del dottor De Bartoli, responsabile del reparto di oncologia.

L’autobus si fermò e, immerso nei suoi ricordi, non si era accorto di essere giunto a destinazione. Scese dall'autobus e raggiunse il reparto. Fu informato di un nuovo ricovero: una ragazza siriana di soli diciassette anni proveniente dal reparto di chirurgia. Era stata picchiata fino a ridurla vicina alla morte da alcuni uomini. Sembrava fosse entrata in un giro di prostituzione e sfruttamento ad opera di un gruppo di suoi connazionali. Ella aveva tentato di uscire da quella situazione e ne aveva parlato con qualcuno. Questo suscitò la loro ira ed era solo per un miracolo che era ancora viva. Da varie analisi fatte nel reparto di chirurgia era risultata anche affetta da tumore: leucemia. La ragazza prima non lo sapeva. Era in uno stadio avanzato e rischiava la morte. Stavano aspettando di fare altri esami e il parere di un altro oncologo. La sua vita era appesa ad un filo.

La storia colpì così tanto Noori che ebbe quasi un presentimento. Seguì il dottor De Bartoli durante la visita quella mattina. Quando entrarono nella stanza la ragazza dormiva. Noori la guardò, poi osservò che le mancava la falangetta del mignolo ed in quel momento ricordò che anche sua sorella Raj ne era priva in quanto se l'era troncata all'età di due anni. Coincidenza? pensò. Ma Raj aprì gli occhi ed i loro sguardi si incontrarono. Avevano un non so che di familiare. Purtroppo sua sorella aveva solo tre anni all’epoca del naufragio. Aveva sempre avuto un presentimento che fosse viva, ma era solo una sensazione.

"Raj?" non poté fare a meno di esclamare.

La ragazza lo guardò,  dimostrando di non comprendere. Tornati nello studio, dopo aver finito le visite, il dottor De Bartoli gli chiese: “Conosci Zahira?”

Allora Noori gli raccontò di sua sorella e del fatto che aveva sempre voluto immaginarla ancora viva e disse anche del particolare del mignolo mancante. Il dottore rispose che potava trattarsi di una coincidenza, anche se l’età e la nazionalità erano le stesse.

Il consulto oncologico confermò quanto già il dottor De Bartoli pensava: c’era un’unica cosa da fare per tentare di salvare la vita di Zahira: il trapianto di midollo ma, poiché non si conoscevano familiari, era pressoché impossibile trovare un donatore compatibile. Noori chiese di sottoporsi al test e con grande sorpresa risultò compatibile come solo il legame tra fratelli può portare. L’intervallo fu tentato e Zahira guarì. Successivamente Noori riuscì a ricostruire quanto era accaduto alla sorella dal giorno del naufragio. Era una brutta storia di sfruttamento da parte dell’uomo che le aveva salvato la vita. Era stata venduta, portata lontana e poi riportata in Italia all’età di undici anni ed obbligata alla prostituzione.

Il destino aveva voluto, però, premiare, dopo tanto dolore, i due fratelli. Dopo la guarigione, Zahira, ovvero Raj, seguì un lungo percorso verso la sua riabilitazione e recupero.

 

(Questa storia è totalmente frutto di immaginazione e non ha alcuna base reale)