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Raccolta di testi in prosa di Glauco Ballantini
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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La repubblica di Wamar

 

Le fette biscottate Wamar erano firmate, le firmava il nostro tempo, i nostri anni spensieraati.

Gli anni fanciulli del caffellatte la mattina prima di andare a scuola, senza la televisione accesa a tutte le ore e dei compiti fatti senza l'aiuto di nessuno.

Gli anni delle urla dal terrazzo di mamma per farti tornare a casa dopo il pomeriggio in via dell'Olmo, dei ginocchi sbucciati e delle bici da cross.

Gli anni della Tv dei ragazzi alle cinque del pomeriggio, l'ora del té per gli inglesi e quella della corrida ed i toreri omaggiati da Lorca.

E noi nostalgici del tempo passato, come le nostre meravigliose e dolcissime fette Wamar.

 

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Ottavio Pratesi

La sua casa era diventata una Sant'Elena, lui che aveva partecipato a giri d'Italia e tour de France con Binda e Girardengo, Calzolari e Bottecchia nell'epoca eroica del ciclismo sulle strade sterrate sulle quali correva da isolato, come chiamavano i corridori che non avevano squadra, facendo la sua corsa senza dover sottostare ad ordini di scuderia: era il capitano di se stesso.

La sua corsa era quella dei tre mari che vinse due volte. Tirreno, Adriatico, Ionio. “Dall'uno all'altro mar”.

Come una punizione dantesca, dopo tanto vagare, abitava in una palazzina nei pressi della ferrovia, vicino alla stazione di Antignano e tutti i giorni attraversava i binari per fare solo poche centinaia di metri per andare al distributore che gestiva sull'Aurelia nell'ultimo tratto rettilineo verso sud, prima che diventi un serpente che avvolge il Romito.

La bici un ricordo lasciato sulle strade polverose delle Alpi e dei Pirenei, ed ora solo un mezzo inutile, “chiuso in si breve sponda”, tra lo sferragliare dei treni che sfrecciavano senza fermarsi davanti casa ed il rumore continuo delle auto della statale, ossessivo come un fiume impetuoso, immerso tutto il giorno nell'odore della gomma e della benzina.

Quando io l'ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio, o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola. Mio nonno lo salutava ogni volta che passavamo dalla via di Banditella, dopo il campino di calcio, ormai dismesso tra gli ulivi, come si fa con un vecchio compagno di scuola schivo e riservato.

La sera, nelle estati degli anni sessanta accanto alla sua bici, si godeva il tramonto, uguale ed opposto a quello goduto al di la' del mare di Nizza nel suo primo tour del 1911, ricordando il sole che spariva ad ovest dietro ai monti.

E “dei di che furono l'assalse il sovvenir...”

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Il Batavo

Attraversava la piazza: non mi sembrava cambiato.

 

Magro come lo avevo conosciuto quando da ragazzetto frequentava l’istituto per geometri. La chitarra era la sua altra passione, perlomeno sembrava così nei primissimi anni novanta.

Dopo il diploma si era buttato sull’informatica ed era diventato bravo, tanto da lavorare come professionista prima in Italia, per un ministero, poi fuori per grandi multinazionali.

Ora era in ferie a casa, ma sarebbe dovuto tornare in Irlanda per il suo lavoro. Prodotto felice della Generazione Erasmus.

Poche parole scambiate però mi hanno fatto capire quanto poco invidiabile considerasse lui, la sua vita che sembrava piana, ma aveva scoperto quanto giocasse d’azzardo.

Mi accorgo, mi ha detto, quanto di volta in volta mi allontani sempre più da casa e per sempre più tempo. “La trama è sempre più spessa e difficile da passare; a questo punto sarebbe meglio non tornare più per poi non dover nuovamente andarsene.”

La vita lo aveva birillato come bocce da biliardo. I birilli le stava abbattendo con la sua boccia.

Perché non torni qua, un lavoro lo troveresti con le tue specializzazioni e la tua esperienza”– gli ho detto.

Dovrei accontentarmi di molto meno, di un lavoro che non sarebbe allo stesso livello; anche dal punto di vista economico, là guadagno il triplo”.

Pagava anche il suo conto, il triplo, anche se non c’erano osti.

L’ho salutato con la sensazione che non lo vedrò più. Il Batavo ripartiva per la sua vita errante, preso dal suo gioco da giocare fino in fondo, a tutti i costi.

 

Attraversava di nuovo la piazza: dentro era cambiato.

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Melinette

A volte cambiando la prospettiva cambiano anche i risultati. Per esempio una cosa è fare direttamente una cosa altra è controllare qualcuno che la faccia, ci si accorge curiosamente che pur non sapendo fare qualcosa siamo in grado di controllare che altri la facciano bene.

La matematica per esempio è uno scoglio duro ma quando mi sono trovato a dare ripetizioni di ciò che non sapevo fare, le famose espressioni, ho scoperto sorprendentemente che osservando ogni passaggio mi accorgevo quando l'allievo sbagliava.

La stessa cosa succede alla signorina Melinette; quando ti accompagna a Parigi è esperta di ogni strada poi, quando si deve orientare mentre guida, si smarrisce a Clichy.

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Un minuto

Quando dalla radio arrivò la notizia della morte di Fabrizio De Andrè, fu come perdere un parente. Due anni prima avevo visto con mia moglie un concerto al teatro La Gran Guardia a Livorno e qualche anno prima con mio fratello a Pisa in piazza dei Cavalieri, davanti a Cosimo dei Medici.

La prima volta mi colpì con la canzone “Verranno a chiederti del nostro amore”.
“Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai”. Sembrava dicesse a me.

Il giorno dei funerali, con una collega d’ufficio, ci accordammo per un minuto di raccoglimento.
“E’ l’ora” – le dissi, e staccammo lo sguardo dal computer in silenzio.

Fu un momento intenso e commovente.

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Vilma, da Renaio a Barga

 

Una bella ragazza mi salvò la vita, quando avevo undici anni, nel '73.

Con la sua Mini rossa andammo a rotta di collo verso la salvezza trai castagni, superando l'impervia manciata di chilometri che ci divideva dalla farmacia, in preda ad una crisi asmatica che mi toglieva il fiato.

Il muro dei castagni si apriva al passaggio come le acque al cospetto di Mosè.

Non so quanto abbiamo rischiato, fatto sta che lei è rimasta per me legata a quell'episodio ancora oggi dai contorni nitidi e sfumati.

Quella notte resta stampata come un sogno senza tempo, l'impressione di un momento, le luci nel buio... e il cuore di simboli pieno.

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Biondo Corsaro

In una vecchia canzone che mi cantava mio nonno il Gran Corsaro scende con il suo equipaggio, per saccheggiare l’isola. Al loro sbarco fuggirono tutti, ma i pirati riuscirono a prendere una ragazzina. La figlia del guardiano del faro.

Il capo, vedendola terrorizzata le dice:

Sirena del mar, sorridimi e non tremar. Anche se sono un pirata, piccola fata, so pure amar.”

Scoppia l'amore tra il biondo corsaro e la fanciulla, ma lui deve ripartire...

Lei resta col padre, il guardian del Faro Blu.

I corsari erano terroristi quasi autorizzati dell'epoca che agivano al di fuori delle regole, ma non solo per il proprio interesse, ma anche per conto di chi rappresenta un'autorità e quindi con una legittimazione da parte di una autorità sovrana.

Una volta finita la guerra, i governi semplicemente non concedevano più la "lettera di corsa" quindi molti corsari continuavano l’attività in proprio, diventano, di fatto, dei pirati.

Come Remirro de Orco, assolto il suo compito, il Gran corsaro, perdette la sua “lettera.”

Così, qualche tempo dopo, quando torna all'isola è un banale pirata. Le autorità lo vengono a sapere ed ordinano al guardiano di non accendere il faro, facendolo sfacellare sugli scogli.

Io l'ho capita così, Sirena del mar...

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Enzo Bertini

 

Enzo si aggiunse ai due fratelli che già vivevano insieme quando rimase vedovo. Era una cupa ciminiera che si aggirava per il selciato antistante la casa sotto il lampione.

Sembrava un rimembrante Napoleone a Sant'Elena a pensare ai di che furono.

Aveva perso il suo fil rouge, sopportava tutto con distacco snervante, anche lo sgonfiamento delle ruote della sua bici che i ragazzini gli procuravano.

Gli altri due non volevano che si fumasse in casa e così, d'inverno, Enzo era là, avvolto costantemente dalla nebbia che produceva.

La sua nuvola di smog era una scia acre e fredda che si trascinava per le due rampe di scale.

Non rideva mai.

 

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Carlo Bertini

 

Carlino era il più moderno dei fratelli che abitavano nel condominio sul viale del Tirreno; aveva una vecchia lambretta color celestino chiaro, tenuta preziosamente nel piccolo garage abusivo realizzato sul retro della casa, con la quale arrivava fino al paese e alla città per lavorare, prima di andare in pensione.

Era il sostentamento nell'accordo che si era creato trai fratelli.

Le giovanini lentiggini avevano lasciato ormai il posto alle macchie che il tempo aveva allargato ed i capelli rossi si erano trasformati in una assenza senza ritorno.

Il suo posto preferito era una sedia a sdraio verde sul piccolo terrazzo prospicente la cucina dalla quale sorvegliava il traffico della strada.

 

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Enrico Bertini

 

Enrichetto, esile come una spiga di grano, somigliava vagamente a Stan Laurel. Bianco in volto, come fosse allergico al sole, non usciva quasi mai dalla piccola casa che divideva coi fratelli, dedito alla sua gestione millimetrata come la carta dei disegni delle medie, rosso su campo bianco.

Ti chiamava con la sua voce asmaticamente flebile quando si affacciava, di tanto in tanto, per tirare di sotto dalla finestra del piccolo bagno, i resti della verdura incartati in buste di carta, da dare alle galline. Lo si poteva vedere solo così, a mezzo busto, incorniciato in una piccola televisione.

Il suo regno era la casa che manteneva pulita ed in ordine.

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Melodramma

In piazza d'arme listata a festa si svolgeva la cerimonia per la festa delle forze armate. La retorica del regime era al culmine, le colonie sabbiose fresche di conquista imperiale, il mare sempre più “nostrum” le corazzate Littorio e Vittorio Veneto in rada a mostrare la potenza del genio italico e le sorti progressive.

Italia, la portaerei nel Mediterraneo alla conquista dello spazio vitale.

La sfilata procedeva impettita, degna di una grande potenza. I reparti sfilavano: fanteria, artiglieria, marina, bersaglieri.

La cavalleria precedeva le camice nere che chiudevano le fila.

 

Dalla folla un vecchietto irriverente, melomane di loggione, commentò:

E' tutto come a teatro, dopo la Cavalleria, i Pagliacci!”

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La luce blu

C'era una volta una stella che, come tutte, si preoccupava di illuminare e riscaldare.

I pianeti e i pochi satelliti del suo sistema erano contenti della loro posizione, e disegnavano ellissi e cerchi intorno a lei.

La vita delle stelle non ha grandi soddisfazioni, specie se non si è nelle grandi costellazioni, quelle che tutti ammirano dando loro significati che sono solo dell'osservatore.

 

Un giorno la vita però, può cambiare e come nei film migliori è l'arrivo di qualcosa che la cambia. E per lei fu un nuovo pianeta, che nel suo vagare tra le stelle, incontrò il suo sistema ed entrò nella sua orbita. Sarà stata la novità, certo, o non si sa che accadde, fatto sta che la stella s’innamorò di quel pianeta.

Lo vedeva girare attorno a se nelle sue evoluzioni, ma come succede per la luna rispetto alla terra, mostrava il solito lato.

Certo che erano proprio belle le sue evoluzioni, diverse da quelle di qualunque altro, oltretutto non aveva mai la stessa traiettoria.

Anche questo non la faceva annoiare, era quello che distingue una danza da un corso di ginnastica, il movimento con un senso per la mente, e quello solo per i muscoli.

Anche i colori cambiavano, nel suo amatissimo pianeta; e le stelle se ne intendono vedendo anche i più piccoli cambiamenti da distanze lunghissime.

Così la stella s’illuse che quel pianeta, che intersecava gli altri in tangenti traiettorie, trovasse la sua stabilità orbitale.

Per questo lo seguiva con lo sguardo, sperando di vedere in lui, la sua speranza. E il suo sogno che rimanesse nel suo sistema, piccolo e familiare.

 

I sogni, purtroppo però, muoiono all'alba e il suo fu' un triste giorno quando vide che il pianeta, venuto da chissà dove, non era più tra quelli del suo sistema.

Se ne era andato come un bel sogno inutile, che si sveglia alla luce del mattino.

La stella provò a cercarlo, poi ad aspettarlo. Magari, dopo un'altra ardita traiettoria, sarebbe tornato, come un boomerang che, saputo tirare, torna docile tra le mani di chi ne è esperto.

Questo non accadde, e la stella rimase con la sua luce a illuminare i suoi pianeti di sempre, anche se la luce calda che prima li illuminava, era diventata ora tendente all'azzurro.

Era la luce del solo dovere.

 

Se ne accorsero, certo, i suoi pianeti, ma i pianeti non possono migrare, e si accontentarono della sua luce divenuta bluastra. In fondo il calore arrivava, e loro continuavano a girarli intorno. Era necessaria. E lei si accontentò del suo ruolo dispensatore di luce e calore, sopportando che quello che dava agli altri non lo aveva per se.

Precisa per le albe e tramonti dei suoi pianeti e sognante, nelle sue notti nevose, per ritrovare di nuovo, nel suo sogno, quel pianeta passato a illuminare la sua vita.

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Aspettando Ilsa a pranzo

Mentre l'aspetto intanto ordino. Un antipastino di mare, risotto agli asparagi e mezzo litro di frizzantino.

Ilsa Verrà?

 

Dopo pochi minuti arriva il pane fritto ed il bianco, sempre un premio anticipato dell'attesa. Una fetta dietro l'altra, poi le acciughe alla povera, la rucola e la cipolletta cominciano ad allietarmi.

Un uomo con una giacca bianca entra nel locale.

 

L'antipastino è finito e l'anonimo vinello nella brocchetta si è abbassato di due terzi.

L'asparago arriva verde e saporito col risottino. Ancora nulla, “mentre il tempo passa” ed il vino scema... sono sicuro che arriva, come sempre.

Dopo ventisei minuti di attesa eccola: “Tanto tempo è passato...” Dice a Sam.

 

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L’ultima Thule


La mattina del 14 luglio, dopo venti anni, sono tornato a Renaio invitato dalla comunità valdese che festeggiava la memoria dei luoghi e delle sue genti. Dopo un viaggio passato velocemente, la tappa di avvicinamento d'obbligo a Barga, da sempre sosta destinata, quando arrivavamo negli anni settanta, a fare le ultime spese possibili, le ultime provviste prima di inoltrarci nel verde dei castagni e salire la solita strada erta e bianca come il sale.
La ragione però non era solo questa, e non lo è stata neanche stavolta. La ragione era la concentrazione per prepararsi ad entrare nella porta del tempo, per affrontare il mare dei castagni ed immergersi nella atmosfera di montagna. Ho fatto un giro per Barga, prima la parte vecchia fino al duomo, poi, oltre il ponte, dopo uno sguardo al parco Kennedy, la parte nuova, i locali della vecchia edicola dove mi facevo mettere da parte i giornali dei giorni che seguivano alle partite amichevoli di agosto della Juve, il vecchio negozio di giocattoli, poco oltre il ponte e la macelleria, ultima occasione in passato per acquistare la carne prima di entrare in quel mondo "altro". Ero un po' in "Nuovo cinema Paradiso."
Dell'onda dei ricordi l'assalse il sovvenir... ho aspettato un'oretta poi mi sono deciso dopo un respirone. Andiamo!
La strada rimane un lungo nastro di catrame che come un serpente avvolge la montagna nelle sue spire senza snaturarla. L'ulimo pezzo si collega al vecchio percorso e le ultime curve sono color nostalgia. Ecco Renaio, rompe là da ponente. Sulla sinistra, in basso, la vecchia casa del Beppe e della Valentina ne annunciano oramai l'arrivo prossimo col cartello RENAIO 1013 metri sopra il livello del mare. Come ne erano orgogliosi di quella misura, quasi come fosse il limite delle possibilità umane. Non plus ultra!
Entrato nel "Mostrico" sono stato accolto da Franca che gestisce adesso il locale e che mi ha spiegato tutti i lavori che sono stati fatti per mettere a norma il locale. Le stanze sono più piccole e poco riconoscibili tagliate da pareti che delimitano gli ambienti. Ecco il primo tuffo, rivedere due quadri che testimoniavano il passaggio della mia famiglia. Un quadro del fratello di mio zio raffigurante la parte del bosco prospicente una delle case che abiamo abitato e un quadro realista di mio babbo raffigurante prigionieri scortati da tedeschi. La cosa che mi ha fatto notare Veronica Marchi, in un messaggio su facebook su quel quadro, è la tristezza di tutte le facce. Non ci sono soldati e prigionieri; se togli loro le divise non riconosci chi sia il prigioniero chi la guardia. Sono tutti dei vinti, in ruoli diversi, ma sconfitti, come nei migliori film di Visconti: puoi essere un personaggio dei Malavoglia o il tenente austriaco di Senso, momentaneo vincitore che sa già che sarà lo sconfitto di domani. Vittime e Kapò.
Uscito dalla locanda mi sono fatto poi una bella passeggiata fino alla chiesa della mia prima comunione della quale avevamo abitato la canonica, rivedendo l'antico panorama della vallata con Sommocolonia ed il vecchio castagno sul quale ci arrampicavamo. Il prato scosceso nei paraggi della chiesa e del campanile è oramai pieno di cespugli, una piccola steppa là dove in passato c'era solo un prato uniforme tenuto rasato dalle pecore. Ecco, mancano i campanacci delle pecore di Giovanni e delle Capre di Enrico e tutto è silente; anche dai castagni spuntano numerosi i ributti alla loro base.
Dopo la passeggiata ho incontrato la Wilma. Lei oggi era tra le poche persone conosciute negli anni '70 e riviste ora. Si è instaurata subito una sensazione particolare, una confidenza antica. Lei in fondo si può dire che mi abbia quasi salvato la vita all'epoca delle vacanze estive quando mi portò giù per la strada impervia, verso Barga e la farmacia, in preda ad una crisi asmatica che mi toglieva il fiato. Era la nipote di Enrico, una bella ragazza con una fiammante Mini rossa. Con quella andammo a rotta di collo verso la salvezza trai castagni, superando a tempo di record la difficoltosa manciata di chilometri che ci dividevano dalla meta. Il muro di castagni si apriva al passaggio della veloce auto come le acque si aprivano al cospetto di Mosè nel film i dieci comandamenti. Non so quanto abbia rischiato lei od io o mia madre che era con noi quella notte, fatto sta che è rimasta per me legata a quell'episodio ancora oggi dai contorni nitidi e sfumati. L'ho accompagnata verso il cimitero dove ha portato delle piante da mettere in omaggio ai suoi cari, alle croci valdesi dei Marchi, bianche come la neve in quel luogo inerpicato sulla sommità dell'ultimo cucuzzolo, dell'ultima ecumene. Oltre solo il cielo.
Gli odori di quella parte di montagna ci hanno fatto fare la considerazione che erano unici, che non si riscontravano nel resto del monte, una atmosfera diversa a poche decine di metri dalla piazzetta. Di quel posto ricordo un bastone che mio padre recuperò e lavorò. Era anche quello diverso dagli altri perchè non era di castagno; doveva essere di un qualche tipo di lenta, saggia e robusta ginestra, curvato in maniera impossibile tanto da non ritenerlo idoneo, ad una occhiata sommaria, per un appoggio per timore che si rompesse sotto il peso del corpo. Ed invece era resistentissimo e molleggiato nella sua ardita curvatura: si fletteva ma non si spezzava. Era un po' come la gente di quella montagna.
Il pranzo gustato sotto il castagno parzialmente interrato enorme e secolare che ci ha fatto ombra tra il vino rosso ed i tortelli ai funghi in compagnia di Luca, che mi ha rintracciato per questa festa valdese di inizio estate. Mi hanno chiesto un paio di volte cosa pensassi della comunità valdese, quali fossero le mie impressioni di allora su di loro. In un film di Moretti si chiede al protagonista cosa ne pensi della sua generazione, e lui risponde come ho fatto io: "Non conosco la mia generazione - come io non conoscevo i valdesi in generale - per me ci sono Giuseppe, Enrico, Giovanni, Francesco, Marina... questi sono la mia generazione e questi per me sono i valdesi, anzi i renaiesi!" Sono nelle bestemmie di Beppe come nell'espressione di Enrico quando di qualcuno che non la pensava come lui ma al quale riconosceva l'onestà di fondo diceva: "En brava gente." con lo scuotere leggermente la testa ad asseverare l'esattezza del giudizio.
Nella scuola del paese, dietro la quale nella mattinata si è svolta la cerimonia religiosa di rito valdese, su un pendio naturale all'ombra dei castagni, è stata allestita una mostra con le foto d'epoca accompagnate anche da brani tratti dal mio racconto pubblicato qualche anno fa da Luca su "Il giornale di Barga." E' stata una bellissima sorpresa vedere nelle teche in esposizione i miei brani ad accompagnare foto della comunità e della famiglia Marchi, quasi a validare la mia testimonianza, come faceva Enrico col suo leggero scuotere la testa.
Altro giro altro regalo. Non bastava il già cospicuo susseguirsi di sensazioni, ad esse si è aggiunta la visita di Pierpaolo Adami, mio compagno di banco delle medie che non vedevo dal 1976. "Venticinque anni son tanti e diciamo, un po' retorici, che sembra ieri..." cantava Guccini, figurarsi quarantadue anni che non ci vedevamo dopo essere stati quasi siamesi per due anni di scuole medie per poi perdersi alle superiori con il cambio di amicizie. Poi il suo trasferimento in Garfagnana ed infine ritrovarsi qui. Quaranta anni in poche frasi ed in un abbraccio! Mi ha presentato la sua compagna, quindi solo un breve accenno di Amarcord... poi il pomeriggio a rievocare ufficialmente l'epoca dei valdesi su questo greppe sperduto con le numerose testimonianze ed i filmati dove si rivedono e riascoltano i protagonisti.
Al termine della rievocazione ho presentato il mio libro "Alboran" che in fondo è un'isola come lo è questa. Il mare che sostituisce i castagni, una comunità, un cimitero, un eliporto lì come la chiesa e la scuola qua. Quello che non mi aspettavo al termine della presentazione è stata la fila di persone che hanno comprato il libro e sono venute a chiedermi l'autografo e la dedica, davvero, dopo essere stato considerato uno di famiglia per tutto il tempo, sono diventato lo scrittore cantore del paese. Foto e dediche in una giornata indimenticabile tra passato e presente.
Come ho detto e come c'è scritto sul mio profilo social io "sono" di Renaio.
"Capitano mio capitano."

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Gabbiani

 

Undici gabbiani, come una improbabile squadra calcistica, se ne stanno tutte le mattine davanti alla Fortezza Nuova a parlare del più e del meno, impegnati, tutto il resto del giorno, a procacciarsi il cibo in giro per la città.

Chi si è specializzato alla caccia ai piccioni di piazza della Repubblica, chi nell'apertura dei sacchetti della spazzatura incustoditi ed uno, il più snob di tutti, si reca a Montenero, alle cinque della sera, ricevendo dal proprietario della baracchina di souvenir, un piatto di pasta avanzata in casa.

Accanto ai cormorani che si immergono ed alle gabbianelle che svolazzano, però, parlano sempre di quanto era bello cacciare i pesci in mare.

 

 

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Mazzarň

Dagli anni settanta ha ampliato le proprietà della sua famiglia.

Ha dapprima ingrandito l'albergo, poi costruito il ristorante al posto della falegnameria e successivamente realizzato dei complessi immobiliari con una ditta messa in piedi in poco tempo.

 

Soldi e immobili, più ne realizza più cresce in lui la bramosia di allargare le sue attività. E' la sua personalità in espansione che ne ha bisogno; l'aumento delle proprietà ne è l'aspetto che tutti constatano, una sorta di etica che lo indirizza per la giusta strada.

E lui acquisisce le proprietà come uno Zanni ferocemente mangia.

Senza figli, però, lascerà tutto a parenti lontani che non vedono l'ora che tiri le cuoia.

 

 

 

 

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Sette sportivi

Come gocce d'acqua, tutti somiglianti tra loro i membri della famiglia Spocchi. Capigliature nerissime, folte e ricciolute; piccoli di statura, anche per entrare nella minuscola casa del quartiere residenziale.

Si somigliano tutti i sette tranne l'uomo che a volte vedi passeggiare con qualcuno di loro, è proprio un corpo estraneo. Biondino, incline alla calvizie fin da giovane, ma sportivo e allenatore di altetica al campo scuola porta comunque bene i suoi annetti.

La moglie riccioluta è anche lei sportiva, sempre con i leggins e a passo svelto per le strade intorno a casa sua.

Portare fuori quattro volte al giorno i cinque barboncini neri non è un gioco da ragazzi!

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Novobráčnaja

Stavo quasi per terminare il mio giro della Fortezza Nuova, quando, accanto ad un cassonetto, ho visto un libro.

Un romanzo rosa scritto in cirillico al quale mancavano una metà delle pagine. Accanto ad esso una serie di libri scolastici seminuovi, ma quel libro no. Era vissuto, consunto, chissà per quante mani passato.

Chi lo ha buttato, dopo averlo letto, era l'ultimo lettore che poteva goderne. Passato tra le mani del gruppo di russe che si ritrovano il pomeriggio sul viale degli Avvalorati per parlare tra loro nella loro lingua e riconoscersi; il promemoria per ricordarsi chi erano in terra straniera.

La mia gente rivedrò, quel che dico capirò...”

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Le rivoluzioni di Ulisse

 

Proprio di Ulisse si trattava quel giorno, perchè era il nome della nuova enciclopedia ispirata di certo alla bramosia del conoscere dell'eroe omerico.

Ero nell'epoca in cui ci si sente grandicelli; già dopo l'esame delle medie mi ero ringalluzzito, ora ero alle superiori, figuriamoci! Poi assistere con babbo alla presentazione di quella strana enciclopedia che non era come le altre.

A metà degli anni '70 era nata questa nuova opera tematica, molto comunista, molto alternativa, con la quale sarebbe stato difficilissimo fare le ricerche che ci proponevano a scuola perchè non era alfabetica e le cose che cercavi dovevi trovarle tra gli argomenti.

La presentazione a Roma fu la giornata particolare passata con babbo. Il lungo viaggio in treno e poi la Metro fino a via Sardegna, dove era la sede degli Editori Riuniti, una lunga strada rettilinea.

Ero vestito come si conviene per un'occasione di spolvero, solo leggermente sotto lo standard per matrimoni che era il massimo livello di rappresentanza. L'occasione lo imponeva.

Di quella lunga presentazione alla quale partecipavano i pezzi grossi del vecchio PCI, ricordo solo la dissertazione di un redattore dell'enciclopedia che parlò delle rivoluzioni che avevano caratterizzato l'evoluzione umana.

La rivoluzione coopernicana aveva tolto la terra dal centro dell'universo, quella dei grandi esploratori aveva tolto l'europa dal centro del mondo, quella darwiniana aveva tolto l'uomo dalla sua alterità rispetto agli animali e l'ultima, con Freud, all'uomo era stata tolta la centralità anche di se stesso spinto da impulsi senza il suo controllo.

Dopo la presentazione il pranzo in una trattoria romana in un giardinetto all'aperto, vista l'estate appena iniziata, con una spettacolare amatriciana.

Ecco la quinta rivoluzione, che in fondo era quella che mi interessava di più di quella giornata: mio babbo che per la prima volta mi aveva portato con sé in una occasione così importante in quel giorno di maggio della metà degli anni settanta.

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Pensione Pugli

 

Davide abitava in una pensione, anzi, sua madre gestiva una pensione, o meglio ancora dava in affitto le stanze che aveva al piano di sopra.

Sulla strada c'era solo una piccola scritta illuminata da un neon sempre scarico che la indicava, quasi a scusarsi dell'indicazione che dava.

Il fascino della pensione era racchiuso nella sala che impreziosiva gli ambienti al piano terra costituiti per il resto da una strana cucina triangolare ed una stanzetta adibita a saletta per il pranzo. Nel grande salotto la luce filtrava solo da una finestra non molto ampia che faceva rimanere l'ambiente in penombra perpetua agevolata anche dal legno scuro dei mobili di epoche diverse, con il loro splendore lasciato ormai alle spalle: anche gli specchi riflettevano il buio.

C'erano delle poltrone disposte senza ordine e due grandi divani di pelle spessa e rugosa come poteva esserlo quella di un elefante. La loro disposizione non solo era parallela ma erano uno dietro l'altro e ricordavano le due parti posteriori della mitica Fiat 600 multipla che abbiamo avuto per un po' di tempo e che ci piaceva proprio perchè ognuno di noi aveva tutto un settore di sua competenza...

Il bello del salotto della pensione era un po' questo, ognuno dei due figli della famiglia aveva, il suo divano. Che invidia!

 

Gli strani tipi che frettolosamente entravano dal portoncino e si recavano al piano di sopra però, con evidenza, non se ne servivano. Chissà perchè avevano così fretta da non apprezzare l'onore di stravaccarsi su quei divani senza neanche preoccuparsi di ciancicarli troppo considerata l'evidente vetustà decadente.

Ecco, era alla fine un salotto sprecato visto che chi frequentava le camere non ne aveva bisogno.

Allora era di Davide, di suo fratello ed anche nostro.

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Danny Zuko

 

Danny non è un cassiere, lo deve fare, ma gli strumenti elettronici si rifiutano di essere manovrati dalle sue mani inesperte.

Quando si avvicina alle casse per prenderne possesso, tutte si voltano dall'altra parte per sperare di non essere la prescelta, come a scuola si faceva da bimbi per non attirare l'attenzione dell'insegnante che ci doveva interrogare.

Lui lo vede e lo percepisce, come un rabdomante sente la presenza dell'acqua sotto la terra, e ciò aumenta il terrore che succeda qualcosa quando è di turno.

E qualcosa succede. Sempre!

I codici a barre non passano, i bancomat rifiutano di essere registrati, tutto si inceppa, tutto si blocca, e gli sguardi delle persone in fila non sono ne innamorati ne schivi. Con l'impazienza si palesa l'insofferenza per il cassiere brillantinato e partono le transumanze venso code più lunghe ma più agili, dopo sommessi improperi.

Lui imperterrito continua indefesso la sua opera rallentando il passaggio della merce come per imbonire le agnostiche casse pensando a quanto stava meglio quando faceva il magazziniere...

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Alessia

Le avevano dato un nome, ma chissà cosa ne capiva lei. Si, perchè Alessia "era" un gatto ed "era" non è riferito al fatto che abbia esaurito la sua scorta di vite ma perchè ormai non lo è più; ha ormai perso la sete del gatto, le stimmate, per diventare un peloso soprammobile timoroso di tutto ciò che non siano le crocchette o la carne cotta.

I suoi "genitori" le dedicano tutte le attenzioni fin da quando era entrata, piccolissima, in quella foresta di divani e mobili.

La domenica la portano sul lungomare con il suo bel trasportino rosa, come si addice ad una femmina; vede il lungomare attraverso le rete della gabbietta fino a quando la donna non la fa uscire col suo bel guinzaglio con la corda estensibile lunghissima che da ai suoi genitori la senzazione di darle quella libertà della quale non sa, o non ha mai saputo, che farsene. Si aggira timorosa camminando sui resti di canne e sassetti sulla spiaggetta della rotonda, gli occhioni verdi spalancati sul mondo come carte assorbenti; chissà che senzazione strana deve essere per lei abituata al divano, ai tappeti ed ai mobili.

L'uomo fa la guardia sopra la scaletta in cemento che porta alla spiaggetta nel timore che possa sopraggiungere qualche pericolosissimo cane o peggio un esemplare di un animale che Alessia non saprebbe riconoscere: un altro gatto!

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Arrogante e papale

Che bella la gita delle medie a Bologna! Una città che avrei rivisto una quindicina di anni dopo con ben altro spirito.

Un lughissimo viaggio in treno e poi a passeggio in fila per due, anche se “nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino...”

Nella città delle torri Garisenda e degli Asinelli e del voltone del Podestà, dove ci si parla da un angolo all'altro facendo riverberare la voce attraverso gli archi. Della piazza Maggiore, delle scalinate di San Petronio dove pranzammo al sacco con gli immancabili panini imbottiti al prosciutto e dei chilometri di portici cosce: rossi, fetali e affascinanti.

Mai però come lo era Susi...

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Antonio Maria Alfieri, notaio

Da sempre era un predestinato. Doveva fare il notaio e prendere il posto del padre ereditandone lo studio notarile ben avviato.

In verità non gli furono date molte alternative, Nascosto ancora nel ventre della madre la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita.

Per un periodo aveva pensato di essere sempre in tempo per svicolare dal dovere ma mano a mano che proseguivano gli studi era sempre più chiaro che avrebbe seguito le orme paterne. E lui non voleva contrastare né il suo destino né suo padre.

Alla morte dell'Alfieri “de cuius” ne ereditò lo studio anche se dovettero passare diversi anni prima della laurea e della successiva abilitazione per diventarne il titolare perchè non aveva proprio “il pallino” del notaio.

Trasferì il suo studio nella vecchia abitazione genitoriale, dove aveva trascorso la sua vita prima del matrimonio senza figli.

Il grande soggiorno su due livelli si prestava come sala riunioni con la biblioteca paterna degna di Malachia e le numerose stanze come uffici.

Quando passava le sue giornate allo studio tornava indietro nel tempo, alla sua età dell'oro quando ancora non aveva piena coscienza, nel vago avvenir che in mente aveva...

 

L'unica stanza che non aveva trasformato era la sua cameretta, lì il mondo si era davvero fermato e sembrava, entrandoci, di tornare negli anni ottanta. I poster calcistici, gli autografi di qualche personaggio illustre conosciuto e la collezione del “Guerin Sportivo”.

Durante le ore della pausa pranzo raggiungeva finalmente l'immersione totale nel passato. Usciti i colleghi tornava nella sua camera e si metteva i vestiti d'epoca che aveva ancora nell'armadio e lì cominciava la sua partita di basket.

Aveva attaccato dietro alla porta un canestrino con un tabellone e si immaginava le partite straordinarie che lo vedevano protagonista. Faceva rimbalzare la piccola palla sulle pareti per passarsela e concludere a canestro in plastici movimenti.

Chi non lo prova non sa che gioia ti da dentro/ su dieci volte almeno una fare centro...”

Teneva il conto dei punti, delle percentuali e dei rimbalzi. Una furia in trance agonistica.

Passata la mezz'ora di folle passione si faceva la doccia e pranzava nella cucina dell'appartamento rimasta intatta come trent'anni prima, poi si cambiava per tornare il notaio serio e compassato che poteva accogliere i clienti ed i colleghi vestito con indosso qualcosa di accurato e di negletto.

 

A volte, a sera, telefonava alla moglie per dire che per lavoro sarebbe restato a dormire in studio.

Il Subbuteo lo faceva in notturna...

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Poldino

Lui è il metronomo che scandisce i tempi sulla statale dodici da Pievepelago all'Abetone. Ci potresti rimettere l'orologio per quanto è puntuale nelle sue tappe.

Si chiama Leopoldo ma lo chiamono Poldino, tanto da pensare il nomignolo derivante dal personaggio nel fumetto di braccio di ferro divoratore di hot dog a cui somiglia fisicamente.

Ogni ora è al suo posto, ogni posto ha la sua ora con qualche compito di contorno durante il tragitto come aprire una saracinesca di una assicurazione di primo mattino, consegnare i giornali dall'edicola ai bar del paese e riempire la raccolta differenziata vetrosa di un ristorante alla sera.

Guai a chi lo facesse per lui!

Quando l'elettrificazione del sistema gli tolse il compito di campanaro della chiesetta di San Michele se lo legò al dito. Da fervente cattolico apostolico romano passò all'avversità più spiccata verso la religione, la chiesa ed i preti e da allora salta regolarmente le tappe delle chiesette, che un tempo faceva raccogliendosi in devota preghiera, come ritorsione per lo sgarro fattogli.

La sua passeggiata mattutina, alternando bus, camminata e vari bar, lo porta a percorrere il lungo nastro di catrame fino alle piramidi di Ximenes volute dal granduca suo omonimo per dividere i ducati di Modena e Toscana sulla via Giardini che un tempo segnavano il confine regionale prima della creazione fascista del comune dell'Abetone e la divisione della frazione di Faidello in due comuni diversi, due province e due regioni.

Fa ritorno a casa per il pranzo che la sorella gli prepara, una piccola pausa prima di ripartire instancabile per il suo percorso pomeridiano, preciso e puntuale come un orologio svizzero d'Appennino con il suo cappellino da baseball, le enormi bretelle rosse che sorreggono i pantaloni a vita alta sormontati dalla variopinta camicia quadrettata.

Al bar di Dogana Nuova spesso gli offrono da bere che a volte rifiuta per non appesantire il suo indefesso incedere; come il palo della banda della banda dell'ortica, fare il metronomo della statale del Brennero è “il so mesté” e va fatto coscienziosamente.

Nell'ultimo tratto da ponte Modino fino allo svincolo che porta alle piscine, prima del rientro al paese, non disdegna, se capita, di farsi dare un passaggio riempiendo il viaggio del malcapitato tassista coi suoi continui improperi contro il mondo.

La sera, ormai stanco della sua operatività, fa l'ultimo “struscio” sulla via Roma, dissertando di religione, perchè a lui quello sgarro proprio non dovevano farlo:

I preti e i cattolici... brutta rassa!”

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Nǐ hǎo

Smilzo, magro, anzi magrissimi sia lui che la moglie, e allora come si spiega quello strano fenomeno?

I due cinesi gestiscono un ristorante sulla via del passeggio turistico.

Tutto il giorno vivono lì tra gli involtini primavera, il riso, il bar ed il locale di fronte che hanno rilevato e dato in gestione, con diversi dipendenti di ogni razza e colore in un naturale melting pot che anticipa il futuro.

Il fenomeno che non si spiega sono i due figli della coppia.

I loro occhi sono fessura e il viso tirato a brutto.

Enormi. A dieci anni hanno già raggiunto il peso dei loro genitori, sempre con qualcosa in mano da mangiare.

Non c'è genetica che tenga, l'atavica magrezza genitoriale è stata sconfitta a vantaggio della opulenza e del cibo consumato ad ogni ora davanti alla enorme TV.

Darwin risale ormai in disordine, incalzato da Lamark, le valli che aveva disceso con la tracotante superbia della sua teoria.

L'uomo è quel che mangia!”

 

Ed anche Karl se la ride!

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Veronica

Trenta – quaranta” Disse l'arbitro con voce estentorea sottolineando il fatto che poteva essere l'ultimo punto da giocare.

Adriano... Adriano...” si era messo a gridare il catino intorno al campo in terra rossa per dare maggiore forza al servizio ed incitarlo alla resistenza.

Adriano sudava e si apprestava a servire con sofferenza. Non era più il suo mestiere, il tennis, non aveva l'atletismo dei tempi migliori. Durante le partite si trovava subito appiccicosamente sudato, con poche energie nelle gambe e quella terra rossa, che un tempo gli era alleata, ora gli si attaccava addosso rendendolo ancora più pesante.

Il servizio! Gli rimaneva quello di un certo pregio. Bello, elegante, dritto. Si appoggiava a lui per rimanere in partita. Solitamente seguiva la prima palla cercando di accorciare subito lo scambio perchè dopo due o tre colpi le gambe lo lasciavano al suo destino.

Adriano... Adriano...”

Si preparava palleggiando qualche volta in più per mettere pressione all'avversario, lo guardava con l'aria di chi prende la mira, strizzava leggermente un occhio e scostava con un colpo del capo il ciuffo che gli cadeva sugli occhi.

Gamba sinistra che si tende e la destra che flette per far scattare il dardo sferico. Lancio alto e scatto verso la palla. Colpita con potenza la “pelosa” corse veloce all'incrocio delle righe mentre lui volava per inerzia verso la rete.

La respinta dell'avversario fu veloce, ma lui era lì pronto ad affondare il colpo in sicurezza.

L'avversario corse più di quando Adriano si aspettasse ma riuscì a colpire la palla effettuando solo un lento pallonetto.

Eccolo il suo momento! Si lasciò superare dalla palla e staccò come faceva Nureyev in un balletto, spalle alla rete intercettò la palla in alto sulla sua sinistra e con un colpo di polso, dopo la piroetta, la depose al di là della rete, con una traettoria incrociata, dove il suo avversario non provò neanche ad arrivare.

 

Il Foro Italico era in piedi, una standing ovation alla quale sembrarono unirsi anche le italiche statue marmoree.

Adriano... Adriano...” ora il catino romano era una bolgia bollente, un “Colosseo”, e ci vollero dei minuti per avere il silenzio per continuare la partita.

 

Un pessimo doppio fallo ed una successiva ficcante risposta del suo avversario misero fine alla partita. 6-0, 6-0.

Ma la “Veronica” rimase impressa nei cuori...

*

Remirro de Orco

Osservava sospettoso i movimenti del piccolo condominio dalla finestra della camera del secondo piano dalla quale aveva tutto sotto controllo.
Approfittando delle finestre poste su entrambi i lati dell'immobile poteva controllare l'intera area che lo circondava, una specie di "spada di Damocle".

Controllava il suo pollaio, sul retro della casa, pieno di ogni tipo di animali, tenuti come in un allevamento intensivo in piccole gabbie che consentivano lo sfruttamento migliore dello spazio a disposizione; aveva conigli, piccioni, polli e tacchini che nutriva, ammazzava e rivendeva.
E il cuore era sempre là, tra l'ortica e la gramigna, sempre con la falce in pugno intento a tagliare erba nei campi intorno che stivava nella parte chiusa del pollaio.
Quando era il momento di ammazzare le galline, su richiesta, tirava il collo anche ai pennuti di chi, nel palazzotto, non se la sentiva di farlo personalmente. Bastava chiamarlo quando si aggirava intorno alle sue bestie. Si emozionava "nel ruolo più eccitante della legge, quello che non protegge: la parte del boia".

Nel cortile c'era una colonia felina che in primavera tendeva ad aumentare di numero anche perchè, approfittando della zona isolata, c'erano delle "brave persone" che provvedevano ad abbandonare i gatti nei dintorni.
"Remirro" non si perdeva d'animo, e provvedeva personalmente a diminuirne il numero. Quando le gatte figliavano le seguiva fiutando il nascondiglio e, una volta individuato il luogo dove erano i nuovi nati, li sopprimeva buttandoli in un pozzo nero nella parte più lontana del cortile.

Aveva due figli, il primo somigliante a lui, un vero e proprio clone. Scuro di carnagione, riccio e ricco di capelli, tarchiato con la tendenza ad imbolsire nel tempo e con i modi spicci del padre.
L'altro figlio era il suo opposto, magro, alto e biondo con gli occhi celesti presi da chissà chi, e la voce acuta presa dalla madre. Rimase coi genitori anche dopo che ebbe sposato e dopo la nascita delle figlie.

Vivevano tutti stivati nella piccola casa come i loro animali lo erano nelle gabbie.

*

L’ultimo Contrappello

Dopo undici mesi terminavo l'esperienza militare, mi ero portato un bagaglio leggero da casa perchè la settimana era corta, un paio di giorni poi l'ultimo, oggi.

Un più che decente marzo piacentino cominciato con l'alzabandiera con l'onore di comandare il plotoncino di una settantina di soldati.

Come caserma la “Cantore” lasciava molto a desiderare, era una sorta di accozzaglia di soldati che ricordava quelli di “Mediterraneo”: c'erano fanti, la maggiornaza, qualche paracadutista incappato in problemi di fumo o perchè scoppiato alla distanza, il bersagliere Silva ed uno proveniente dalla aviazione leggera, comandati da un tenente che sembrava uscito da un filmetto di Banfi, con tutte le decorazioni che poteva mettersi addosso. Un guerriero italico.

Visti tutti insieme eravamo variopinti: baschi neri, amaranto dei parà, fez del bersagliere e il basco azzurro dell'aviere leggero.

L'aviere leggero, come il Torre, era un raccomandato di Salsomaggiore ma aveva una golf cabliolet rossa con la quale, un pomeriggio, facemmo una puntata a Grazzano Visconti a berci un bianco dei colli piacentini con la macchina scoperchiata disquisendo di filosofia... Sembravamo Trintignant e Gassman ne “il Sorpasso”.

 

 

Alle 7,30 alzabandiera con il sergente imboscatore di vivande in proprio ed in conto terzi. Dall'alto delle camerate faceva gestacci il Rendinella ed il povero Pinto per il quale a seguito di una punizione, quello non sarebbe stato il giorno del congedo perchè doveva scontare una quindicina di giorni di punizione.

Poi la solita strada per l'ufficio.

In cosa consisteva il mio lavoro, perché ero stato destinato al “Consiglio di leva”?

Tutto avvenne perché il colonnello che dirigeva il “Consiglio di Leva” aveva bisogno, una volta andato in congedo il Chizzolini, un ingegnere di Parma, di avere qualcuno che potesse fungere da responsabile del gruppo di soldati che si occupavano delle pratiche riguardanti la selezione dei ragazzi.

Gli serviva qualcuno, magari laureato, di cui potesse fidarsi cui comunicare le cose da far sapere a tutti o a qualcuno senza doverlo fare sempre a tutti. Ero stato agevolato dal fatto che, provenendo dai ruoli di Marina, non avevo destinazione già assegnata, ero libero:

Buongiorno Colonnello”

Buongiorno Ballantini”

In questo ruolo mi sono sorbito anche i rimproveri che venivano fatti ai soldati, in quanto il colonnello mi chiedeva di essere presente, ma i rimproveri li sentivano tutti viste le pareti di cartongesso della stanza.

 

 

Il lavoro vero e proprio in realtà era una semplice compilazione che si faceva, standard, di tutti gli idonei alla visita dei due giorni, che erano la grande maggioranza.

C’era poi un’altra parte di lavoro che riguardava l’accoglimento dei ragazzi e la loro presa in carico controllandone i documenti d’identità e compilare la prima parte delle loro schede.

Infine la compilazione del verbale della seduta di leva con gli idonei, i rimandati, i riformati e ogni altra tipologia.

Cominciai la mia carriera con la parte dell’accoglienza, fatta direttamente in caserma, con i ragazzi che rispondevano all’appello e alle prime domande ai quali dopo aver preso i dati chiedevo spesso il significato del nome delle vie dove abitavano, specialmente quando non conoscevo il personaggio o la data. Oppure quando abitavano in vie come Togliatti, Mao Tse Tung, Che Guevara, Ho chi Minh...

Nella pausa pranzo, solitamente, non andava male, ma comunque eravamo obbligati a mangiare alla mensa. Non che ci fosse tanta scelta nelle pietanze, d’altra parte una parte delle vivande erano riservate agli ufficiali, altre portate a casa dai soliti noti e si sa, levi il cuore, ci rimane la testa e la coda….

Da un certo momento in poi, però, quando stavo per finire il servizio, con qualcuno del posto saltavamo il pranzo alla mensa, per andare in giro per ristoranti a prezzi modici, ma soprattutto alla “Pireina”, dal “Gnassu”, per un investimento sicuro in ingrassamento. Quattordicimila lire spese proprio bene.

Dopo il pomeriggio ed il rientro, l'ultima libera uscita alle 18.00, la sera, dopo le sei, non vedevamo l’ora di farci un giro e di non mangiare in caserma con gli orari ospedalieri; il nostro cuoco era in realtà un enorme pizzaiolo che la sera non voleva tirarla per le lunghe, dunque il “Carnacina” De Filippis ci proponeva “cordon bleu” o mozzarella e insalata.

Questa settimana mi ero portato la macchina fotografica per immortalare gli ultimi giorni del servizio. Il Tresconi, con il quale ci eravamo spinti fino a Cremona, era il fotografo addetto che mi immortalò in tutti i momenti più significativi: le foto dell'ultimo alzabandiera, dell'ultima guardia notturna alla De Sonnaz, quelle col maglione del colonnello, in ufficio ed in giro nel pomeriggio per Piacenza oltre che alla cena con alcuni invitati da un commilitone che aveva un ristorante sulle colline piacentine.

 

 

Per le cene, con alcuni colleghi, andavo a una specie di mensa, dove mangiavano i ragazzi delle giovanili del Piacenza Calcio; un po’ asettico, ma dopo tanto sudicio patito nel locale di Falconara mangiando i buonissimi “Roscani all'anconetana” finalmente stavo nel pulito.

La pietanza, anzi le specialità vere e proprie erano i “pisarei e fasò” e “la picula ad caval” il primo e il secondo ideale, abbinato al barbera, per il clima invernale dell’alta pianura padana, specie a cena, con fuori la nebbia che ti lasciava gli indumenti inzuppati di acqua, e ti rendeva difficile ogni attraversamento di strada; ridotti come gatti mézzi ad attraversare alla svelta, perché le auto proprio non le potevi vedere che all’ultimo momento.

Dopo qualche cena alla mensa dei calciatori, cominciammo a variare il menù con pizze e birre. Il locale migliore, per la pizza, era uno vicino al “Passeggio Pubblico”. Ci andavamo spesso con il Grande Boss Brus, che aveva trovato un prete che gli faceva suonare l’organo di una chiesa, per rimanere in allenamento: il nostro musicista!

Pizze buone e prezzi modici.

Per bersi solo una birra dopo cena invece andavamo nei pressi della “Cittadella” dove c’era un locale che ne aveva una grande scelta, sullo stile inglese dei pub.

D’estate poi c’era anche la festa dell’Unità alla fine del “Passeggio” ad allietare le serate piacentine, che davano un’atmosfera familiare e ben conosciuta e una sera anche l’avvenimento dell’anno, il concerto di Fiordaliso, anche se dovemmo rientrare prima che finisse; ci sorbimmo solo, in piazza Cavalli, le canzoni in dialetto piacentino. Mancammo le hit in fondo al concerto, alle 23.00 dovevamo essere in caserma.

Non voglio mica la luna”

Attraversato lo “Stradone Farnese”, vestiti da civili, eravamo pronti per la cerimonia dei congedi.

C'erano Matteucci da Lucca, Soriani da La Spezia e un paio di imboscati locali.

Fu ripristinata, col nostro scaglione, la cerimonia formale con la consegna dei congedi davanti a tutta la piccola caserma in abiti civili alla presenza del colonnello che voleva evitare goliardate che c'erano state in passato.

Insieme ai congedi del giorno dopo ci sarebbe stato dato anche il permesso per andare subito a casa. La cosa non fu fatta perchè il colonnello volle evitare rischi notturni. Potevamo andare via dalla mattina dopo.

Così ci salutammo fuori dalla “Cantore” accompagnati alla stazione dal Tresconi che avrebbe atteso l'arrivo del Colonnello Di Vita da Cremona.

Treno diretto è in arrivo al binario sei ferma a: Fidenza, Fornovo, Pontremoli, Aulla, Santo Stefano magra, Carrara Avenza, Massa Centro, Forte dei Marmi, Pietrasanta, Viareggio, Pisa... e Livorno.

 

*

Baudelaire

Si era costruito il personaggio di artista maledetto, di uno che non sta alle regole, di un trasgressivo.

Narrava di una vita controcorrente, tutta fatta di libertà all'opposizione, sempre all'eccesso.

Narrava la vita di strada dei negletti, dei fuori rotta, come un ottocentesco poeta francese sempre in direzione ostinata e contraria.

Esortava all'assenzio nelle notti all'aperto: “Enivrèz Vous!”

 

All'ora di pranzo, però, si trovava con i piedi sotto il tavolo di un ristorantino accanto a casa sua a mangiarsi una insalatina ed una mozzarella accompagnata da un bicchiere d'acqua della “cannella”, lamentandosi dell'osteoartrosi.

 

La moglie divorziata, aspettando l'assegno di mantenimento del figlio, ogni mese gridava in suo nome: “Maledetto Baudelaire!”

 

 

 

 

 

Centodieci d'artista

 

*

Galline, quattro stagioni

Pio, pio...”

 

Entravi in casa ed un giorno sentivi che erano arrivati. Le galline comparivano da nonno sotto forma di pulcini dorati che durante l'inverno abitavano in casa, in uno scatolone.

Solitamente venivano posti nel piccolo ingressino, quasi a miracol mostrare, un pigolare continuo. Il posto era anche stategico perchè non ingombravano il piccolo soggiorno e poi erano accanto alla stufa a legna che li teneva al calduccio.

Ne servivano una mezza dozzina perchè la selezione naturale prevedeva che qualcuno non ce la facesse.

 

In primavera, sbozzolati e rimasti solitamente in non più di quattro, venivano alloggiati in un gabbiotto esterno per acclimatarsi. Ormai erano ingombranti in casa e non potevano più stare nell'angusto scatolone di cartone.

Fuori ad accoglierli il freddo che in alcune notti era ancora pungente perchè la conquista del mondo esterno era dura per galline con la crestina ancora a raso che non erano ancora prontissime per la vita adulta. Ma chi lo è “in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna?”

 

In estate, ormai galline e rimaste in tre, veniva fatto l'inserimento nel pollaio. Inizialmente erano separate da una rete che le divideva dalle vecchie matrone poi, dopo qualche beccata di aggiustamento, entravano a pieno titolo nel gruppo.

Era qui che cominciavano i miei esperimenti per vedere quanto fossero intelligenti.

La gallina non è un animale intelligente” cantavano Cochi e Renato ed in effetti quando mettevo un vecchio specchio nel pollaio dapprima lo beccavano sorprese di vedersi senza riconoscersi, poi guardavano dietro per cercare di capire il trucco.

 

A partire dal successivo autunno un paio delle vecchie galline diventavano brodo e lesso per la domenica; non avevamo l'abitudine di dare i nomi alle galline perchè si sapeva che fine avrebbero fatto. Veniva chiamato Angiolino che scendeva dalla sua postazione al secondo piano del condominio per procedere alla esecuzione.

Nei giorni delle feste comandate si ribaltava il proverbio antico, perchè era meglio una gallina oggi che un uovo domani.

 

Il nuovo anno gettava via il vecchio e dopo l'Epifania, intorno ai giorni della merla, entrando in casa si sentiva di nuovo il suono conosciuto: anno nuovo, nuovi arrivi.

 

Pio, pio...”

 

 

 

*

Muretti

I due lunghi muretti della socialità erano nati per dividere la parte condominiale dalla parte pubblica del selciato antistante la casa dei nonni, tra di loro un passaggio che consentiva di accedere all'immobile ed ai piccoli appezzamenti retrostanti.

 

Erano una sorta di lunghe panchine in cemento senza schienale sopra le quali ci si incontrava durante il giorno, una sorta di allargato soggiorno condominiale dove si ricevevano anche gli ospiti. Se qualcuno ti veniva a trovare ed eri là non era necessario entrare in casa, lo si faceva accomodare sul muretto e si univa nell'agorà.

Erano utilissimi per il gioco, larghi spazi dove piazzare sassi, tappini e quanto di utile alla bisogna ma non erano buoni per essere “sporcati” con i mattoni, per quello c'era il marciapiede “scalato” di lato alla casa che sembrava fatto apposta, diviso in quadrerttini molto recettivi al colore rosso dei mattoni.

Su quei muretti Emilio, sul suo Surace, proponeva indovinelli e sciarade, con sua moglie che gli chiedeva dalla finestra cosa volesse per cena.

Nelle sere d'estate integrati da poltroncine piazzate sul piccolo marciapiede che circondava la casa, costituivano l'atmosfera ideale delle “veglie”, riparati dall'abitazione dai venti caldi godendo in compenso del maestralino che arrivava da Banditella.

La fortuna di chi abitava al mezzanino era che poteva partecipare alla chiacchera anche stando in casa, semplicemente affacciandosi alla finestra ed intervenire da una posizione privilegiata, magari sedendosi, intervenendo all'occorrenza.

Per me e mio fratello, da piccoli, erano il limite invalicabile; ci voleva un buona ragione per passare le colonne d'Ercole, erano le mura del castello, il limite acque sicure che campeggiava sul mare.

Una sera mio nonno, che dopocena si “permetteva” una sigaretta sdraiato sulla poltroncina, mi fece fare un tiro. Ne ebbi talmente schifo che non ho mai preso il vizio.

 

Oggi quei muretti sono diventati la base di una inferriata che divide il condominio ed il passaggio ha fatto posto ad un cancello che impedisce l'entrata.

O tempora o mores...

 

*

Gretchen

All'edicola sul viale Carducci, all'epoca dei mini assegni, tra fumetti e figurine dell'album dei calciatori, potevi incontrare Margherita.

 

Aveva l'aria di una barbona che andava in giro accompagnata dal suo vecchio carrello per la spesa.

Capelli molto sale e pochissimo pepe ed una andatura dolorante e dondolante. Attaccava discorso con i clienti dell'edicola ma non per chiedere soldi, solo per parlare dei suoi piccoli e grandi malanni, con frasi un po' ironiche e amare; “parlava in tedesco e latino, parlava di Dio e Schopenhauer”.

Trai vestiti logori, traspariva la traccia di antichi fasti.

 

Risparmiava novanta lire sulla spesa per potersi permettere, prima di congedarsi, di comprare “Il Corriere della Sera”.

 

 

 

 

Centodieci anni '70

 

 

 

*

Tre Fratelli

Non li sentivamo mai, i tre fratelli del piano di sopra. Tre vite unite in una casa di cinquanta metri quadrati.


Enrichetto, esile come una spiga di grano, non usciva quasi mai da quella piccola casa, dedito alla sua gestione millimetrata come la carta dei disegni delle medie, rosso su campo bianco. Ti chiamava con la sua voce flebile quando si affacciava di tanto in tanto per tirare di sotto dalla finestra del piccolo bagno i resti della verdura incartati in buste di carta, da dare alle galline.

Il suo regno era la casa .

 

Carlino era il più moderno, aveva una lambretta color celestino chiaro, tenuta nel piccolo garage abusivo realizzato sul retro della casa, con la quale arrivava fino al paese e alla città per lavorare, il sostentamento nell'accordo che si era creato trai due fratelli. Le giovanini lentiggini avevano lasciato ormai il posto alle macchie che il tempo aveva allargato. Il suo posto preferito era una sedia a sdraio verde sul piccolo terrazzo prospicente la cucina.

 

Ai due si aggiunse Enzo, un terzo fratello dei cinque che erano, quando rimase vedovo. Era una cupa ciminiera che si aggirava per il selciato antistante la casa sotto il lampione. Enrichetto non voleva che si fumasse in casa e così, d'inverno, Enzo era là, avvolto costantemente dalla nebbia che produceva. La sua nuvola di smog era una scia acre e fredda che si trascinava per le due rampe di scale. Non rideva mai.


Tre vite unite dalla genetica; ognuno nella sua nuvola, nel loro mondo a parte sul viale del Tirreno.

 

 

*

Trattoria delle Tele

“Di dove sei?” – mi chiese Sergio, commensale occasionale.

“Sono livornese.”

“Strano, non parli come i livornesi, non hai quell’inflessione dialettale.”

Lo presi come un complimento per la correttezza del mio parlare.

“Io sono di Firenze, anch’io non ho l’accentuazione tipica fiorentina, ma io so anche il perché.”

“Detesto il dialetto fiorentino perché lo lego a un episodio della mia infanzia.

Nel 1943, mentre con la famiglia ero sfollato sulla montagna pistoiese per la guerra, arrivarono in paese dei fascisti per un rastrellamento. Ricordo quelle voci forti, la confusione e la paura di quel giorno.

Parlavano un dialetto con una fortissima accentuazione fiorentina che si mischiava al nero delle loro uniformi e al tedesco di un gruppo di ss.

Il nero delle divise, le urla miste nelle due lingue, la polvere e le grida disperate di quel giorno mi sono rimaste, come marchio d’infamia che per me ha avuto quel linguaggio scurrile e sanguinoso.

La polvere, il sangue, le mosche, l’odore e quell’orribile parlata.

Il fiorentino non è mai stato, per me, la lingua di Dante, ma le orrende grida di quella gentaglia!

Me l’hanno fatto odiare per sempre!”

 

Mi accorsi che parlava senza enfasi, non c’era emozione nelle sue parole, mi raccontava un fatto tragico come se lo avesse vissuto un altro.

 

“Mi hanno fatto odiare una parte di me e ora che sono cieco, li odio ancora di più.”

*

Tre Donne

Ermellina P.

 

Scappata dalla tradizionalista lucchesia cristiana e democristiana arrivò nella Livorno atea e comunista dei primi anni settanta ad insegnare italiano nelle modernissime scuole medie Mazzini da poco costruite, con i deflettori al posto delle tende, la palestra seminterrata e l’ampio cortile avvolgente dove fare ginnastica nei primaverili giorni soleggiati.

Nelle terze classi, grazie al preside, introdusse la lettura del quotidiano un giorno alla settimana ed iniziò a parlare di argomenti sociali negli anni che annunciavano quelli “di piombo”.

Una scuola nuova nelle strutture doveva esserlo anche nei suoi contenuti.

L’italiano era solo un pretesto per farci ragionare con la nostra testa.

“…perché Pascoli ha scritto anche brutte poesie!”

Grazie Professoressa!

 

 

Statale dodici

 

Magra e abbronzata, con i capelli lisci tinti di un nero troppo corvino.

Non più giovane e con una figlia ingombrante da gestire, Maria guarda assorta le auto passare sulla trafficata arteria come la sua vita, seduta su una poltroncina bianca davanti al negozio.

Gli spacchi laterali della gonna lasciano intravedere le gambe quando le accavalla e dalla camicetta si scorge il reggiseno che sorregge poco più che se stesso.

Di lei affascina il modo di fare spigliato e quegli occhi di verde scuro che  s’illuminano, quasi fluorescenti.

 

Come “celles qu’on connait à peine” per lei non c’era tempo, ma sarebbe valsa la pena di perderci un secolo in più.

 

 

La Reginetta

 

Fu eletta miss cittadina nell’estate del settanta, a quindici anni.

“Figlia” di un commerciante di bilance e della moglie istriana, era il primo successo che realizzava da sola.

Ragioniera, diplomatasi dopo pochi anni, non cercò lavoro. Sposò un bel medico che era ancora molto giovane e da allora fu “la moglie del dott. Luzzi”.

Quando nacquero le figlie, da moglie divenne “la madre di Lavinia e Smilla”, belle quasi come lei.

Oggi, a sessanta anni, se parli con lei, dopo poco estrae dalla sua borsetta, in tinta con le scarpe, una foto.

“Vedi come ero bella a quindici anni? Vinsi il concorso di bellezza al Bagno Roma! “Bei ‘mi tempi!”

 

 

 

Centodieci femminili

 

*

Confessione di Ferragosto

Le due e trenta di notte: esco dalla cucina.

Il fresco mi entra nei vestiti pieni dei suoi sapori intensi.

Io, come i grandi chef penta stellati, ho preparato il trogolo per i porci mannari, il popolo che sfugge alla confusione della città per accodarsi in auto e accalcarsi per un posto nei ristoranti della vacanza.

Domenica e Ferragosto avremo due giorni per dare via tutte le croste accumulate in un anno nei congelatori, tanto mangiano tutto, servito con la pala!

Come a Pasqua e a Natale sembra che tutti vivano per ingozzarsi, ed io, vecchio cuoco che sono stato in giro per il mondo, mi schifo del mio mestiere!

 

 

 

Centodieci confessorio

*

Fuoco di Vesta

L’uomo era alto e così magro che sembrava sempre di profilo. La sua pelle era scura, le ossa sporgenti e gli occhi ardevano di un fuoco perpetuo.
Voleva imbarcarsi a tutti i costi prima che finisse la guerra, perché sarebbe finita, ma gli avevano sempre detto di no per quella sua magrezza atavica e il colorito "ascaro".
Il padre ufficiale del Regio Esercito e il nonno ex carabiniere: possibile che lui non riuscisse neanche a imbarcarsi come marinaio?

 

Ora lo volevano accontentare per placare il suo patrio ardore sapendo che sarebbe stato per poco, visto l'evolversi degli eventi bellici.
Lo arruolarono.

 

Salpò il nove settembre del quarantatrè sulla corazzata "Roma".

 

 

 


Centodieci di guerra

*

La Compieta

Leonetto Sarcini e la sua famiglia si chiudevano in casa alle sei del pomeriggio, dopo il ritorno del genero dal lavoro.
Mezzora dopo si mettevano a tavola per la cena, consistente in caffellatte e fette Wamar da inzupparci, poi poco altro che non fosse la TV dei primi anni ottanta.
Marito, moglie, figlia e genero; l’ora della chiusura dell’appartamento era la “Compieta”.
Dopo le sette del pomeriggio suonare alla porta, comportava una procedura di apertura di mandate, chiavistelli e spranghe che inibivano chiunque pensasse di osare farlo.

 

Capitò che una sera di pasqua la terra tremasse. Una bella scossa forte subito dopo l’ora di cena. Per gli altri, perché per la famiglia Sarcini era notte inoltrata.
Dal palazzotto di tre piani ci fu un fuggi fuggi giù per le scale e verso lo spartitraffico della strada di fronte, ritenuto luogo sicuro perché distante dalle abitazioni.
Ogni inquilino era uscito alla rinfusa. Tutti si erano portati le chiavi di casa e della macchina in previsione di una notte fuori, altri, sorpresi sul divano, si erano portati anche il telecomando della televisione.
Ma Leonetto e i suoi?
Dallo spartitraffico non era possibile contattarli, i cellulari non c’erano; all’epoca, a mala pena c’era il Duplex.
Possibile che non avessero sentito con tutta la confusione che c’era stata per le scale?

Mentre tutti dalla strada guardavano verso l’appartamento, alla fine uscirono, vestiti a festa come per andare a messa.
Soprabito per gli uomini con cappello in testa e vestito della domenica per le donne.
No, non scesero! Fecero la loro comparsa affacciandosi al terrazzo e guardando stupiti tutto il quartiere che li faceva segno ad ampi gesti di scendere.

Loro, imperterriti, continuarono a salutare dal balcone come una famiglia reale.
Il portone di casa, cascasse il mondo, si sarebbe aperto solo la mattina dopo.

*

La zia Palmira

Non sentiva ragioni: era più ortodossa dell’Unità quando era l’Unità.

L’Unione Sovietica faceva solo cose giuste, chi diceva il contrario era sempre dalla parte del torto.

Vacillò, ma poco, durante le invasioni del cinquantasei in Ungheria e del sessantotto in Cecoslovacchia.

Le aperture del partito alla critica non scalfirono la sua opinione neanche per l’Afghanistan negli anni ottanta.

Quando accadde il disastro di Černobyl' non si smosse dalle sue posizioni:

“Ancora una volta grazie all’Unione Sovietica l’umanità è stata messa in guardia sul pericolo nucleare!”

 

Essere comunista per lei era il vespro, e non la messa. A messa si va anche senza fede, il vespro è veramente per chi crede.

 

 

 

 

Centodieci familiare

 

*

Errabonda Istigazione

Il “J’accuse” era semplice e cristallino: furto di una gallina.

 

Si era difeso, Paolone, dall’accusa, ma le prove erano schiaccianti, le zampe del pennuto e i resti delle piume lo inchiodavano alle sue responsabilità. Si aggiunga che il vicino, a lui da sempre ostile, voleva dargli una lezione e aveva ingaggiato un avvocato costatogli più dello sfortunato pollo.

Al poveretto, invece, avevano dato d’ufficio il Farolfi, un avvocato sempre disposto a conciliare l’accusa appellandosi sempre “alla clemenza della corte” in finale di arringa nelle udienze.

 

Stavolta però l’avvocaticchio volle stupire la corte e concluse così: “Se la gallina errabonda non girovagava, il mio cliente non l’avrebbe presa”.

 

Paolone fu assolto!

 

 

 

Centodieci giudiziario

*

Apocrifo

Resurrezione

 

Uscendo dal sepolcro ancora barcollante, Lazzaro scosse le sudice vesti di lino mentre il suo “Salvatore” si compiaceva del suo miracolo nell’osanna degli astanti e dei parenti che lo acclamavano riconoscenti.

“Alzati e cammina, Lazzaro!” – Aveva detto.

 

E mentre tutti si aspettavano il ringraziamento anche da parte del risorto, furono gelati e sorpresi dalle sue parole:

“In che cosa peccai, Signore, che mi punisci così?”

“Mi avresti dovuto salvare quando stavo per morire e soffrivo.”

“Ora hai tolto la mia carne dal sepolcro, ora che non soffrivo più per questa vita”.

“Così, solo perché la stolta turba in te riconosca il suo Messia, mi condanni a morire un’altra volta!”

 

  

Premonizioni

 

Vedevano da dietro i due genitori e il loro piccolo figlio riscaldarsi col tepore dei loro fiati.

L’inverno adorava il messia venuto a redimere il mondo.

Tutti rendevano omaggio alla creatura salvatrice per la sua nascita, ma l’asino e il bue scossero la testa, non coinvolti dall’atmosfera gioiosa.

 

L’asino pensò a quanto poco sarebbe cambiata la sua vita fatta di frustate e di lavoro duro con persone e fastelli sulla groppa.

E il bue considerò anch’esso quanto poco cambiasse la sua vita in attesa di diventare carne da servire in succulenti pranzi di nozze.

 

Dopo pochi giorni l’asino fu caricato di vettovaglie dalla famigliola e il bue portato a Cana.

 

 

 

Centodieci "Apocrifi" 

 

*

Drammaccio

C’erano una volta, a ridosso di un monte, alcune catapecchie, dove parecchie famiglie disgraziate sopravvivevano nutrendosi di castagne ed erba spagna.

Tutti lo sapevano, lo vedevano e passavano facendo finta di nulla.

Un giorno il monte rovinò sulle baracche e fece quel che non avevano fatto la fame e gli stenti: uccise le numerose famiglie di diseredati.

Subito dopo l’accaduto arrivarono le televisioni e i giornali. Commozione e pianto seguirono all’evento cruento e la maligna sorte accanitasi contro quei poveretti.

 

Finito il clamore, le autorità posero, pietose, una bella lapide a ricordo delle vittime innocenti che così recitava:

“Se il monte non cascava, morivano di stenti, ma nessuno ci badava.”

 

 

 

 

Apologo in centodieci

*

Velia, la zia d’America

Vita agra quella di “Sciuse” nel dopoguerra; alla morte della sorella ne aveva sposato il marito ed era andata “all’America.”

 

L’ho conosciuta quando tornava ogni estate in Italia, negli anni settanta, spocchiosa e acidula, col suo intercalare di parole italianizzate in stile “broccolino”, e con quell’odiosa abitudine di dire “Noi all’America…” dando le sue lezioni di vita in stile yankee.  

 

So che prima di partire per sposare il nuovo mondo, nel ’44 aveva salvato mio zio da un rastrellamento in paese, grazie ai suoi “buoni uffici” con la Wehrmacht.

Certo, si era fatta una cattiva reputazione durante l’occupazione tedesca, ma quanti possono dire di aver salvato la vita a qualcuno?

 

 

 

Centodieci dopoguerra

*

Pane e Cioccolata

Due storie di emigrazione

 

 

Sally, Sestilio ed Ermellina

 

Ermellina uscì chiudendo dietro a se la porta della sua casa e del suo paese. Sua madre non si era alzata a preparargli il solito caffè d’orzo; gli dispiacque, ma non poteva avere remore e non si permise un’inutile “nostalgia da ricchi”.

 

L’incontro con Sally era stato la scoperta di se stessa che non poteva più tacere ed anche la sua unica possibilità di un’uscita dall’atavica miseria verso l’America. Non ne poteva più del fatalismo montanaro che aleggiava da sempre nella sua famiglia e del suo destino segnato da sposa di Sestilio.

In poco tempo era cambiato il volto di ogni cosa, si apprestava alla scoperta del “mondo nuovo” e a una nuova vita con Sally.

Sua madre non poteva fermarla ma neanche comprenderla né seguirla. Era troppo legata ai ricordi di una vita passata tra quei castagni con suo padre scomparso pochi anni prima; un uomo che aveva visto altra gente soltanto da dietro il mirino di un fucile.

 

Tornò al paese, a giovinezza ormai finita solo molti anni dopo, per ricomprare la casa e la terra sull’Appennino finita all’asta.

Alla morte della madre partecipò al funerale tutto quel poco del suo mondo che era rimasto.

 

Don Sestilio ebbe parole toccanti.

 

 

Il Batavo

 

Attraversava la piazza: non mi sembrava cambiato.

 

Magro come lo avevo conosciuto quando da ragazzetto frequentava l’istituto per geometri. La chitarra era la sua altra passione, perlomeno sembrava così nei primissimi anni novanta.

Dopo il diploma si era buttato sull’informatica ed era diventato bravo, tanto da lavorare come professionista prima in Italia, per un ministero, poi fuori per grandi multinazionali.

Ora era in ferie a casa, ma sarebbe dovuto tornare in Irlanda per il suo lavoro. Prodotto felice della Generazione Erasmus.

 

Poche parole scambiate però mi hanno fatto capire quanto poco invidiabile considerasse lui, la sua vita che sembrava piana, ma aveva scoperto quanto giocasse d’azzardo.

“Mi accorgo, mi ha detto, quanto di volta in volta mi allontani sempre più da casa e per sempre più tempo. “La trama è sempre più spessa e difficile da passare; a questo punto sarebbe meglio non tornare più per poi non dover nuovamente andarsene.”

 La vita lo aveva birillato come bocce da biliardo. I birilli le stava abbattendo con la sua boccia.

“Perché non torni qua, un lavoro lo troveresti con le tue specializzazioni e la tua esperienza”– gli ho detto.

“Dovrei accontentarmi di molto meno, di un lavoro che non sarebbe allo stesso livello; anche dal punto di vista economico, là guadagno il triplo”.

Pagava anche il suo conto, il triplo, anche se non c’erano osti.

L’ho salutato con la sensazione che non lo vedrò più. Il Batavo ripartiva per la sua vita errante, preso dal suo gioco da giocare fino in fondo, a tutti i costi.

 

Attraversava di nuovo la piazza: dentro era cambiato.

*

Quattro Negozi Giuridici

Un Giochino di numeri e parole

 

Negozi Giuridici in trecentodieci parole

 

Non credeva ai suoi occhiali, il Simoni, quando vide il risultato dei compiti in classe, tutti fatti benissimo! In realtà la copiatura era stata generale, facilitata dalla sua vista, che non arrivava al confine della sua cattedra. Non c’era bisogno di nascondersi tanto, i libri potevano essere lasciati aperti sul banco; qualcuno per eccesso di zelo li teneva sulle ginocchia o sotto il banco, anche se era poco più di un inutile vezzo.

 

Con Andrea, ci eravamo accordati che non avremo copiato neanche un rigo, per rispetto verso di lui. Faceva tenerezza quel suo essere sempre svagato, le sue giacchette a quadri sfumate sul marrone o sul grigio intonate ai pantaloni in tinta unita, i suoi occhiali con le lenti spesse come “culi di bottiglia”, e quel suo modo di tirarseli su con l’indice.

Ci mettemmo al primo banco senza libri sopra, solo la penna e il foglio protocollo a righe e il prezioso “Istituzioni di diritto pubblico” nello zaino.

Così noi, che eravamo il suo “orgoglio”, fummo i peggiori di tutta la classe in quel compito, con suo grande rammarico:

"Da voi mi aspettavo di più…" ci disse deluso – “Hanno tutti scritto più di voi, siete stati striminziti…”.

Poco importava che tutti avessero copiato dal libro parola per parola, senza preoccuparsi neanche di fare una minima parafrasi; evidente “icto oculi”.

 

La volta dopo, allora, lo accontentammo e ci unimmo, nella copiatura, al resto della classe.

Ci mettemmo qualche banco dietro e attingemmo a piene mani dal manuale integrandolo con commenti personali...

"Oh… finalmente vi riconosco... " – ci disse soddisfatto il buon Simoni, contento di aver trovato conferma del giudizio positivo che da sempre esprimeva su di noi.

Fu un imbroglio, è vero, ma lo facemmo per non deluderlo, per onorare il suo: "Buongiorno ragazzi!" che diceva entusiasta ogni volta che entrava nelle aule per le sue ore di lezione.

 

 

 

Negozi Giuridici in duecentodieci parole

 

Non credeva ai suoi occhiali, il Simoni, quando vide il risultato dei compiti in classe, tutti fatti benissimo! In realtà la copiatura era stata generale, facilitata dalla sua vista, che non arrivava al confine della sua cattedra.

 

Con Andrea, ci eravamo accordati che non avremo copiato neanche un rigo, per rispetto verso di lui. Faceva tenerezza quel suo essere sempre svagato, le sue giacchette a quadri sfumate sul marrone o sul grigio intonate ai pantaloni in tinta unita, i suoi occhiali con le lenti spesse come “culi di bottiglia”, e quel suo modo di tirarseli su con l’indice.

Così noi, che eravamo il suo “orgoglio”, fummo i peggiori di tutta la classe in quel compito, con suo grande rammarico:

"Da voi mi aspettavo di più…" ci disse deluso.

Poco importava che tutti avessero copiato dal libro parola per parola, senza preoccuparsi neanche di fare una minima parafrasi. 

 

La volta dopo, allora, lo accontentammo e ci unimmo, nella copiatura, al resto della classe, con pure i commenti personali...

"Oh… finalmente vi riconosco... " – ci disse soddisfatto il buon Simoni.

Fu un imbroglio, è vero, ma lo facemmo per non deluderlo, per onorare il suo: "Buongiorno ragazzi!" che diceva entusiasta ogni volta che entrava nelle aule per le sue ore di lezione.

 

 

Negozi Giuridici in centodieci parole

 

Non credeva ai suoi occhiali, il Simoni, quando vide il risultato dei compiti in classe: tutti fatti benissimo! In realtà la copiatura era stata generale, facilitata dalla sua vista che arrivava solo fino al confine della cattedra.

 

Con Andrea, ci eravamo accordati che non avremo copiato neanche un rigo, per rispetto verso di lui. Così, tra tanta bravura, noi che eravamo il suo “orgoglio” fummo i peggiori di tutta la classe e lui ne fu molto deluso!

 

Al compito successivo, allora, lo accontentammo, unendoci alla copiatura.

"Finalmente vi riconosco... " – ci disse.

Lo facemmo per non deluderlo, per onorare il suo: "Buongiorno ragazzi!" che diceva ogni volta entrando in classe.

 

 

Negozi Giuridici in dieci parole

 

L’orgoglio del Simoni, senza copiare, lo deluse. Solo una volta.

*

Storia d’amore

Anna e Marco si erano trovati e conosciuti tardi, nella loro vita, tramite una chat.

Due persone che per quaranta anni avevano avuto una vita separata, si trovarono a dover cercare un mix che rendesse possibile la convivenza.

Nella casa comune non c’erano spazi grandi, molte cose erano doppie, così ne abbandonarono qualcuna nelle case dei rispettivi genitori.

Purtroppo le vite passate avevano lasciato a entrambi un cane e a lei anche un gatto.

Loro andavano d’accordo ma gli animali no, e siccome entrambi li amavano più di ogni altra cosa, furono costretti a lasciarsi dopo poco più di un mese di convivenza.

Menomale che non avevano comprato la casa!

 

 

Centodieci di costume

*

Coerenza e Metodo

Coerenza

 

Aveva molte passioni il professore; nessuna inerente al suo ruolo d’insegnante.

La passione per le studentesse, per esempio, ma anche per le donne in generale; seminava i figli nel mondo, “perché è del mondo che sono figli.”

La sua mezza dozzina era tutta di donne diverse, non voleva far torto a nessuna. S’innamorava.

Quando a gennaio fu mandato a un convegno in vista del nuovo esame di maturità sperimentale, tornò stranamente abbronzato e con pochissime informazioni da dare, segno di una non proprio assidua presenza in platea.

Ah, la neve!

Rifiutò il ruolo di membro interno alle sue classi con le parole:

“Non faccio una figuretta per voi!”

La coerenza!

 

 

Il Metodo infallibile

 

Aveva trovato il metodo infallibile Marco, un ragazzone dai capelli rossi e dalla voce profonda, per scrivere i temi d’italiano.

Un classico giudizio dato dalla professoressa Magnetti era: “Sei andato fuori tema”.

Così, se il tema era un problema, lui lo risolveva come tale!

Per evitare di tracimare fuori dal solco faceva uno schema degli argomenti che avrebbe trattato con frecce e frasi cerchiate. Erano, in pratica, i passaggi obbligati di un esercizio matematico e tra gli argomenti che entravano sempre nel suo svolgimento, alla fine degli anni settanta, c’erano i rapporti USA-Urss.

Come facesse a menzionarli sempre non lo so, ma ci riusciva!

E non andava mai fuori tema.

 

 

Centodieci scolastici

*

La Valentina

La Moglie di Beppe era una voce acuta immersa tra gli animali da cortile: una di loro. Li curava in vita e li uccideva quando era il momento.

Girava tra le gabbie accanto alla sua casa circondata da conigli e polli. Ti sorprendevi quando entrava in casa; sembrava che il suo posto fosse in una gabbia.

Si appartava per uccidere gli animali da vendere e in regalo ti dava le uova, avvolte nei ritagli di giornale.

Un giorno acquistammo una gallina facendocela consegnare viva. La portammo a casa nel pollaio di mio nonno, dove passò il resto della sua vita.

Morì di vecchiaia dopo aver prodotto decine di preziose uova.

 

*

Settembre

Racconti in centodieci parole

 

 

Sul mare alle otto, una mattina di settembre

 

C’è un uomo barbuto che sta pescando con la canna, un ragazzo più giovane, un uomo biondo e una coppia di anziani che ha piantato l'ombrellone, aperto le sdraio e posato un piccolo zainetto.

A un certo punto il ragazzo giovane è chiamato dall’uomo barbuto con la canna perché ha preso qualcosa di grosso. I due cominciano a lottare col pesce mentre gli anziani incuriositi si alzano e lentamente li raggiungono.

Arrivati dai due con la canna, questi ultimi la lasciano immediatamente e corrono all'ombrellone degli anziani derubandoli del portafoglio e dello zainetto, salendo rapidamente sullo scooter che avevano lasciato sul bordo della strada.

 L’uomo biondo commenta: “Ci cascano sempre!”

 

 

Micol B.

 

Entrammo nell’ambulatorio al secondo piano del reparto. Ci eravamo andati già diverse volte da quando era in gravidanza. Erano le dieci di sera e mia moglie si accomodò sul lettino. La ginecologa accese l’ecografo e le mise la gelatina sulla pancia, poi prese la sonda.

Dopo pochi secondi mi fu tutto chiaro. Guardai rapidamente tutti i presenti e mi passarono dalla mente, come premonizione, gli avvenimenti che sarebbero accaduti, dopo che dalla ginecologa fossero uscite le parole che mi aspettavo in quell’attesa che non finiva.

Il battito era sparito.

“La gravidanza si è interrotta.” – disse la dottoressa – facendoci sprofondare in quel caldissimo settembre.

La gravidanza si sarebbe chiamata Micol B.

 

*

Ambulanti di spiaggia

Racconti di centodieci parole

 

Il Cocco e il Chicco

 

I venditori del cocco fresco in spiaggia erano dei veri urlatori. La loro dotazione era ridotta all’osso. Portavano il cocco già tagliato in un secchio col ghiaccio e, prima di dartelo, te lo sciacquavano con acqua dolce.

Dovevano essere in prevalenza del sud dell’Italia, perché con un accento prevalentemente napoletano gridavano:

“Cocco bbello Cooocco...”

Il Chiccaio, invece, vendeva il “chicco” alla menta, oltre che di altri dolciumi e bibite. Aveva un tormentone, un inno, una vera e propria annunciante cantilena di richiamo:

“E’ arrivata la menta, il mentaio: bambini piangete, che mamma ve lo compra!

“Me ne vado! Vado via!”

 Quasi una minaccia di terrorismo alimentare al quale ci arrendevamo! 

 

 

Il Pasticcere

 

Il fine pasticcere da spiaggia era il venditore più elegante tra gli ambulanti di Tirrenia, vendeva i frati, le ciambelle fritte. Belli e zuccherati, in una cassetta portata a tracolla, dipinta di bianco, evidentemente per igiene; un’attenzione confermata anche dalla salvietta di carta con la quale te li dava.

Li teneva coperti fino all’ultimo prima dell’ultima inzuppata nello zucchero, per impedire che la sabbia traditrice s’intrufolasse tra loro per lasciare nel prodotto i suoi granelli, che finivano orrendamente sotto i denti dando una delle sensazioni più sgradevoli che esistano.

Lo riconoscevi subito perché il “frataio” era vestito di bianco, con il grembiule e il cappello a bustina:

“Frati e Bomboloni!”

 

 

Il Giocattolaio

 

Il più atteso tra gli ambulanti della spiaggia era il venditore dei giocattoli. Anzi ce ne erano diversi.

Lo spettacolare venditore lo vedevi da lontano. Portava sulle spalle una grossa griglia, una sorta di quadro svedese da palestra, quasi come una croce per il suo quotidiano Golgota sabbioso.

Affondava i piedi nella sabbia più compatta vicino al bagnasciuga per sprofondare il meno possibile sotto il sole, sollevato solo molto parzialmente nella pena, dall’ombra che riusciva a farsi con la sua griglia variopinta, dove erano appesi i giocattoli da spiaggia.

Quando si fermava, stabilimento dopo stabilimento, conficcava nella sabbia il suo ingombrante attrezzo, con un rostro appuntito, in attesa di clienti.

*

Tre racconti di centodieci parole

Filosofia della Politica

 

E’ sempre utile andare agli esami con una certa tensione emotiva anche legata all’ansia di non aver studiato tutto bene: andarci troppo sicuri si rivolge contro.

Quella volta, sapendo bene la risposta da dare al professore, cercai di fare un ragionamento che partisse da altre considerazioni, perché mi ero annoiato di fare sempre lo stesso tipo di percorso logico, come se mi trovassi a recitare un pezzo noioso per l’ennesima volta.

Nella confusione mi persi – con Hegel non si scherza – prendendo solo ventiquattro senza avere il coraggio di rifiutarlo, come autopunizione e monito.

 “Così imparo a far le cose più semplici e a non complicarmi inutilmente la vita”- Mi dissi. 

 

 

 

Gilera 125

 

Sapeva solo dirti di pulire le cromature e ingrassare la catena della bicicletta per mantenerla bene, ma non era in grado neanche di cambiare una candeletta di un motorino; però si comprò la moto, che a me bambino sembrava enorme.

Prese il patentino dopo la pensione e metteva la prima marcia con le mani, perché non aveva sensibilità col pedale del cambio.

“La prima su, poi le altre giù.”

Quando arrivava nella piazzetta del paese, col suo casco arancione e la visiera staccabile, sembrava Agostini. Il suo essere attore completava la messa in scena.

Una volta cadde, da fermo, mentre cercava la marcia, ma quel giorno non lo vide nessuno.

 

 

 

Occhi nel buio

 

Facevamo informazione, con Marcello, sui rischi connessi alla presenza d’infrastrutture industriali pericolose nella zona nord della città. Tra tante case visitate anche qualche attività lavorativa.

Alla porta di un’officina nascosta tra rottami di ferro, ci aprì un omino minuto, con gli occhi di un celeste chiarissimo, le uniche cose che risaltavano nell’ambiente buio, saturo come lui di grasso e odori chimici.

Ci raccontò di come, in passato, si lavorasse con coscienza e ognuno avesse grande attenzione nel farlo: “Non come i giovani sbadati di oggi, che non si rendono conto dei pericoli che corrono!”

Ne era convinto.

Lo salutammo, lui si voltò e i suoi faretti celesti scomparvero nel buio. 

*

E fu sera, e fu mattina

L’aereo faceva ritorno dalla sua missione, ma il suo sistema di sganciamento non aveva vuotato completamente il carico di bombe.

 

Ne erano rimaste ancora tre che non potevano essere riportate alla base. La procedura era standard: gli ordigni non utilizzati dovevano essere sganciati prima del ritorno, non importava dove. Solitamente l’equipaggio in quei casi, poiché la missione era finita, li lasciava cadere in zone senza case, o con poche abitazioni perché non facessero altre vittime inutili, come utili dovevano essere invece quelle fatte nelle città che dovevano essere colpite.

L’incursione era stata nel pomeriggio e si tornava a casa che era quasi sera, comunque ancora si vedeva bene, si poteva fare un lancio avendo una certa cura di lanciarle in una zona giusta.

Si decise per farlo vicino a un piccolo colle, fuori dalla città più vicina; ci sarebbero state solo delle abitazioni sparse, ma il rischio era minimo.

“Procedura di sganciamento. 3,2,1 libere…”

 

Il fischio si sparse nella campagna, il terribile sibilo che annunciava l’arrivo dell’ordigno a terra, poi una di seguito all’altra due forti esplosioni che riecheggiarono fra le piantagioni di ulivo fino ad arrivare alla villa posta su di una collinetta tra due fiumiciattoli.

Niente era stato colpito, solo due grosse buche nel terreno e la terra smossa dalla deflagrazione.

“Ci siamo liberati delle bombe?” Chiese il comandante dell’aereo.

“Si signore, aereo vuoto”

“Via allora, si torna alla base…”

 

L’aereo, ripresa la sua rotta originaria dalla quale si era allontanato, tornava alla base da dove sarebbe decollato il giorno seguente.

E fu sera.

 

 

Nella tarda mattinata del giorno dopo, alcuni ragazzini delle famiglie sfollate dalla città nella villa, andarono a vedere dove fossero cadute quelle bombe che avevano sentito la sera precedente. Il rumore delle bombe lo conoscevano, purtroppo, ma la curiosità di vedere la grande buca fu più forte.

Sul terreno la distanza che separava la villa dalle buche era notevole, ma non avevano molto altro da fare, quei bambini.

 

Alla fine uno di essi trovò il primo cratere. Mentre stavano per esplorarlo la loro attenzione fu attirata da un grosso involucro di metallo che si scorgeva, scuro, su un piccolo prato verde.

Corsero tutti verso quella cosa strana.

 

Il primo, il più veloce del gruppetto, blandiva un grosso legno, come spada; voleva essere il primo a colpire il mostro grigio scuro. E così fece. Dopo due colpi, mentre gli altri si erano avvicinati, il terzo provocò l’esplosione della bomba inesplosa la sera prima.

Se ne salvarono pochi, di quel gruppetto, e chi non morì, ebbe danni permanenti alla vista e agli arti.  

 

All’aeroporto, negli stessi momenti, si approntava una nuova missione.  

“Controllate di nuovo bene il sistema di sganciamento, che ieri tre bombe non sono andate!” - Disse il comandante dell’aereo – “Non voglio seminarle tra i campi!”

E fu mattina.

*

Il cinque maggio

L'esame di Diritto Privato, per noi studenti di scienze politiche, era lo scoglio più arduo del primo anno. Si narrava di persone che lo avevano dato per sei volte, e la volpe argentata, così soprannominata la titolare della cattedra, negare il voto per le prime cinque, facendo rimandare anche la discussione delle tesi.

Quando la mattina mi presentai in facoltà, eravamo in due in lista. Bene, pensai, il dente sarebbe stato tolto subito, senza agonizzare. In fondo era il primo tentativo, assaggiavo la pedana, diciamo.
Il primo si accomoda e alle domande della volpe risponde, fin da subito, alla grandissima. Domande alle quali non avrei che saputo dare che risposte striminzite, ma forse neanche quelle.
Che fosse meglio alzarsi e con un bel gesto dichiarare che mi sarei presentato il mese dopo? Sarebbe stata la cosa logica anche perché se non si era preparati a sufficienza non soltanto non si passava l'esame, ma si rischiava, se si era proprio scarsi, di venire rimandati di due sessioni.
C'era da perderci altri tre mesi.

Il gioco quindi era pericoloso, però, pensandoci bene, considerai che le domande che avevano fatto al primo studente non sarebbero state le mie, magari avrei deciso sul momento se preferire, se avessi visto la brutta parata, una specie di abbandono dopo la prima ripresa; un bianco asciugamano da tirare per una resa indolore.
Il primo studente era davvero bravo, citava sentenze come niente, ed io annichilivo al pensiero dello stacco che si sarebbe notato con il mio linguaggio raffazzonato.
"Trenta e lode" disse orgogliosa la volpe alla fine dell'esame, quasi in estasi mistico-giuridica. Era un voto che non si vedeva spesso dare!

Ecco, era venuto il mio momento dopo le calde strette di mano al collega. Mi avvicinai titubante, si sentiva l'aria elettrizzata della commissione. Mi cominciarono a fare le domande. Cominciai a orientarmi, oltretutto vedevo che l'aria era favorevole, stavo sfruttando la scia del campione che mi aveva tirato la volata, mi era concesso un linguaggio non proprio "aderenziale e desemplicizzato". Stavo facendo la figura di chi non usa termini tecnici per alleggerire il discorso e non perché non gli viene. Gli andavano bene cose che altre volte avevano sentenziato la fine del colloquio. Le espressioni di dubbio si limitavano a qualche leggero tentennamento del capo argentato, ma sempre con un'espressione facciale benevola, disponibile ad integrare quello che dicevo ripassandomi la palla per continuare la prolusione. Il momento andava sfruttato, e lo feci alla grande: un colpo di fortuna con la C maiuscola!

"Beh, via, non proprio senza incertezze, ma il voto glielo diamo: venticinque." - sentenziò la volpe.

"E il giunge, e tiene un premio ch'era follia sperar".

*

Spalding

Ormai fuori dalla portata per recuperarla, come la voce che “dal sen fuggita, più richiamar non vale”, così la palla a spicchi, come strale non più “trattenibile”, era richiamata all’ordine terrestre attirata dal quarto piano verso il suolo.

Già non si vedeva più il disegno degli spicchi nei quali era divisa.

 

La terrazza ci aveva attirato nella trappola; troppo invitante per non essere preferita alle sudate carte per lo studio dell’ostile lingua franca.

Tutte le volte lo dicevamo; prima due tiri al canestro sulla terrazza, poi lo studio. Poi i due tiri diventavano una sfida, poi ci voleva la rivincita, poi la “bella” e via andare. Lo studio rimandato di quarto d’ora in quarto d’ora. Alla fine sudaticci e stanchi decidevamo di lasciarlo stare.

La sfida, dunque era iniziata, quando un rimbalzo sul ferro, ad altezza molto inferiore a un canestro vero, portò il pallone a rimbalzare anche su un muretto divisorio facendo uscire la palla dal terrazzo, ma soprattutto precipitare verso la strada sottostante: 

“No….. cazzo!”

 

Non avemmo il coraggio di affacciarci alla piccola prolunga recintata per vedere l’effetto della caduta, ci sdraiammo ad ascoltare il rumore sperando che non succedesse nulla d’irreparabile.

La strada non era molto trafficata dalle auto, ce ne erano, però, due file parcheggiate che potevano essere colpite, se fosse atterrato sopra il tettuccio di qualcuna, sicuramente, sarebbe stato un bel danno, senza contare l’eventualità di colpire un vetro che si sarebbe frantumato in mille pezzi.

Non avevamo finito di pensare ai danni materiali che…. E se avesse colpito qualcuno?

Ci sarebbe scappato il morto, da quattro piani un peso del genere, una carrozzina, ma chiunque se lo fosse preso in testa…

 

Attendemmo in quest’attesa irreale, seppur brevissima, il primo rumore sordo che ci fu, ma non drammatico. Poi i rumori sempre più ravvicinati che definivano la pericolosità decrescente dei rimbalzi irregolari, quindi il silenzio.

Ci alzammo piano per affacciarci alla recinzione con titubanza. In strada non c’era nessuno, vetri sparsi neanche.

“Allor fu la paura un poco queta  che nel lago del cor c’era durata…”

Scesi io per vedere la situazione, una volta individuato il pallone. Non c’erano segni evidenti di danni in giro, così lo recuperai rapidamente riportandolo in casa.

 

Inutile dire che non ci furono più tiri al canestro, in compenso ne beneficiò lo studio per l’esame di maturità.

 

A distanza di anni, quando incontravo Andrea, rievocavamo l’evento e un brivido ci passava per la schiena:

“Che cosa abbiamo rischiato…”

*

Fausto B.

“Lo chiameremo Fausto!”

Disse il mio babbo quando seppe che ero nato maschio, in quel lontano 1953.

Garrivano i suoi pensieri, come una bandiera al vento, riempiendosi dello strano rumore di quella felicità, pensando quanto il suo desiderio fosse stato realizzato.

Mio padre, era un patito della prima ora di Fausto Coppi, che aveva seguito nelle sue imprese per radio, e poi dal vivo quando passava dalle nostre parti, nelle tappe che toccavano l’appennino tosco- emiliano, sulla salita che dalla Lima portava all’Abetone.

 

Un suo amico gli aveva promesso l’interessamento per portare a Pescaglia il Campionissimo per partecipare al mio battesimo, ed era venuto il momento di dimostrare, non solo a mio padre, che non era un raccontaballe.

La chiesa dei Santi Pietro e Paolo avrebbe raccolto, a stento, i Pescagliesi che vi si sarebbero riversati in massa per l’evento.

 

Ci furono i primi contatti, tramite l’amico, con la famiglia di Coppi, con la moglie in particolare, che fu molto gentile e, dopo aver consultato Fausto, dette la diponibilità per assicurare a mio padre, la loro presenza all’evento all’inizio dell’estate del 1953, dopo il giro d’Italia.

 

Mio padre cominciò i contatti per il pranzo del battesimo, prese contatto con l’albergo principale della zona, per non far mancare ai coniugi Coppi una sistemazione degna dell’importanza che avrebbero avuto nella mia vita e quella della nostra comunità.

L’albergo si offrì di ospitarli gratis per la notte; un risparmio gradito in cambio della foto insieme al proprietario, e la targa a imperitura memoria.

Anche il ristorante avrebbe fatto un ragguardevole sconto in cambio di qualche foto e la menzione dell’onore avuto da comunicare all’ingresso degli avventori dopo l’evento.

Bene, non mancava proprio nulla per la mia consacrazione a divo del paese, quello che aveva avuto Fausto Coppi come padrino al suo battesimo.

 

Non fu così, purtroppo, perché durante il giro del 1953 scoppiò lo scandalo della “Dama Bianca” e gli accordi con la moglie saltarono. Lo scandalo ormai era divenuto un caso nazionale e Pescaglia fu dimenticata, come il mio battesimo che divenne un danno collaterale di quella vicenda.

 

“Se chiamavi Bartali non sarebbe successo, dai retta!” fu il commento più in voga.

 

Sono rimasto col nome, anche se Lui non venne al mio battesimo: le cose della vita.

 

Io nato Fausto di nome, cuoco di professione.  

 

 

*

Cara Maestra...

“Com'è triste il giorno di maggio dentro il vicolo povero e solo! Di tanto sole neppure un raggio, con tante rondini neanche un volo..”

Cominciava così “La gioia perfetta”, la poesia che la Maestra ci spiegava quella mattina di maggio. Una poesia che in quegli anni andava per la maggiore nelle scuole elementari che narrava di una povertà ben portata; una povertà serena perché “pure, c'era in quello squallore, in quell'uggia greve e amara, un profumo di cielo in fiore, un barlume di gioia chiara.”

 

Non c’era da dolersene, in fondo non era drammatica, una condizione della vita che non era colpa di nessuno, e poi bisognava anche sapersi accontentare di quello che si aveva, gioendo delle piccole soddisfazioni che non erano per niente negate. I fiori, per primi, ma anche i bambini.

“C'era... c'erano tante rose affacciate a una finestra, che ridevano come spose preparate per la festa. C'era, seduto sui gradini d'una casa di pezzenti, un bambino piccino piccino dai grandi occhi risplendenti.”

Si sa i bambini stavano seduti sui gradini delle case, magari soli; non crescevano molto perché le vitamine e le proteine non abbondavano. Gli occhi sembravano più grandi per la magrezza atavica dei pezzenti, anche se risplendevano della luce che veniva da dentro, visto che il vicolo era strettissimo, tanto il sole non penetrava e neanche le rondini riuscivano a volare tra le case.

Va bene, via, non si potevano lamentare, e neanche noi alunni. Una bella poesia che si mandava bene a memoria, che non avrebbe richiesto molte ripetizioni; ma non era finita.

 

La signora Maestra ci dette, quel giorno, una lezione che non avremmo scordato facilmente. Ci insegnò il significato della parola “razzismo”.

Le bastò spiegare il verso successivo:

“C'era, in alto, una voce di mamma

così calma, così pura!

che cantava la ninna nanna

alla propria creatura.”

Non fece la parafrasi del verso, ma una frase di sei parole con la quale definì il suo giudizio su alcune persone. Disse:

“Non come le mamme di Corea.”

Una frase detta “appena sussurrando, ma sembrava che stesse urlando” per l’enfasi e il disprezzo che trasudava.

La signora Maestra non intendeva riferirsi al paese asiatico, né al nord né al sud Corea. La sua frase era un giudizio sulle mamme e gli abitanti di un quartiere molto popolare di Livorno che, secondo lei,  non erano degni neanche di essere poveri, perché non lo erano serenamente.

 

Ci dette una lezione indimenticabile! Non ci spiegò cosa volesse dire razzismo: lo dimostrò. Un “tipo ideale” weberiano, uno stato puro, non inquinato da ragioni di concorrenza lavorativa, di religione, di razza o di colore. La semplice avversione e il disprezzo per chi non era, nella sua versione, né calmo né puro e forse neanche molto degno di mettere al mondo figli.

 

La poesia terminava con la morale positiva.

"E poi dopo non c'era più nulla... Ma, di maggio, alla via poveretta basta un bimbo, un fiore, una culla per formarsi una gioia perfetta."

 

La nostra Maestra quel maggio, in aula, c’insegnò molto di più.

 

*

Una manata di sale

La calda mattinata ai Bagni Fiume procedeva con i soliti tuffi dal trampolino nord, con gli amici della stradina.
La dolce estate era già cominciata da qualche settimana. Come ogni mattina andavamo molto presto e, quando arrivavamo, eravamo i primi a "incignare" l'acqua nella grande vasca naturale protetta dai grossi massi anche quando il libeccio era "oragioso".
Non era il caso di quella mattinata di "patana", lo specchio d'acqua somigliava più a una piscina deserta.
C'era sempre un gusto particolare nell'essere i primi a fare il bagno e a provocare la prima increspatura dell'acqua.

Quel giorno di mare calmo, però, una volta fatti i soliti tuffi con gli altri ragazzi, decidemmo di provare le immersioni nella parte più esterna della vasca. Era tanto per fare, non eravamo Maiorca che avevamo visto e sentito, l'anno prima, bestemmiare dopo essersi scontrato con un operatore subacqueo durante un tentativo di record.
Volevamo vedere chi riusciva a toccare il fondale.
Si trattava di immergersi e di portare in superficie, un pugno di sabbia dal fondo, che vedevamo dagli scogli. Il mare non era molto profondo in quel punto, giusto qualche metro.
Eravamo in quattro o cinque a provare. La cosa che mi sorprese era che sembrava che nessuno riuscisse a percorrere quei pochi metri: tornavano tutti a mani pulite, senza un briciolo di sabbia.
Quando fu il mio turno, come avevo visto fare, un bel respirone per prendere aria e giù...
La resistenza alla discesa apparve da subito notevole, ma con un po' di movimento si riusciva a scendere.
Non era però semplice!

Ecco, ero quasi alla sabbia ma la tendenza a riemergere era forte anche perché non riuscivo a stare tanto senza respirare. La vicinanza dell'obiettivo, oltretutto fallito da tutti, mi fece insistere, buttando via un po' di aria per essere meno leggero.
Fatto!
Ora però non era agevole tornare in superficie, con meno aria nei polmoni, più pesante e la distanza che sembrava essere aumentata.
Da sotto vedevo l'aria e il sole con i riflessi non nitidi, non avendo la maschera, ma per quanto mi avvicinassi, non arrivavo mai al cielo instabile che sembrava crollare sopra il pelo dell'acqua.
Alla fine erano rimasti pochi centimetri, ma prima di raggiungere l'agognata aria, la bocca si aprì da sola alla ricerca dell'ossigeno mancante.
Fu una boccata di acqua salata che lasciò il segno. Una sola per fortuna perché ero prossimo alla meta, ma bastò per farmi capire cosa avevo rischiato.

Ero tornato con un premio, la sabbia del fondo, pagato con una manata di sale in bocca come un monito dato quel giorno dal mare per ricordarmi che era meglio non scherzare con lui.

*

Vibrante protesta

"Quelli erano giorni, oh si, erano giorni
al mondo non puoi chiedere di più..."

Cantava una vecchia canzone; quelli eran giorni, quei giorni mai esistiti. Oh sì. Eravamo noi.

La verità è che non ci hanno voluto, rifiutati prima di nascere, abortiti, mai vissuti.

 

L’uomo fu il colpevole, l’artefice del nostro infausto destino;

Aveva sbagliato il suo conto, il cretino!

Quante cose potevano accadere durante la nostra esistenza,

Poteva finire una guerra, o nascere un uomo di scienza!

Parliamo insieme perché ci accomuna l’oblio:

Dimenticati dagli uomini, ed anche da Dio!

 

Si accorsero, un giorno, che si erano sbagliati, il loro calendario aveva segnato meno giorni di quanti ne contenessero i loro anni, le stagioni arrivavano prima, la pasqua era sempre più calda, tutto si anticipava. Trovarono, allora, l’arcano.

 

I giorni andavano contati in modo diverso, d’ora in poi,

Ma perché dovevano sacrificare qualcuno. Perché proprio noi?

 

Il cinque di ottobre poteva nascere un grande pittore, il sei invece avevamo riservato un posto per un geografo, che sarebbe stato di grande aiuto in quei tempi, il sette poi sarebbe stata la volta di un condottiero di fama europea, la domenica dell’otto ci saremo riposati.

Eravamo pur cristiani, cattolici e romani.

 

La settimana seguente sarebbe partita con la nascita di un esploratore,

Poi, a seguire un navigatore.

Sarebbero morte tante persone,

Certo, nelle solite guerre d’umana tradizione.

 

Perché non saremmo stati, alla fine, migliori dei giorni che ci avevano preceduto, nemmeno peggiori di quelli che ci seguirono. Però ci saremmo stati. 

 

Eleviamo pertanto, con questa nostra, un vibrante protesta, noi sottoscritti giorni dal cinque al quattordici ottobre del 1582.

 

Tanto a voi dovevamo, per nostra buona amministrazione e vostra conoscenza!

 

 

*

Undici Chilometri

All’epoca delle ferie d’agosto, dalla fine degli anni ’60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l’Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la realtà di tutti i giorni dalla vacanza.

Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l’altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell’avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.

 

La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega e il telefono pubblico a scatti collocato nell’antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava…. Ed anche di chi era in bagno.

Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall’altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l’Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, a un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio,  a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio solo da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell’Alpe.

La strada, tutte curve, continuava, infatti, nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo percorso anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per Castelnuovo Garfagnana.

La strada era poco transitabile con le auto cittadine, piena di sassi anche grossi che si staccavano dal monte, ed era un’avventura percorrerla, specie una volta quando trovammo la nebbia, affrontata come tale con il timore di provocare qualche danno alla macchina di babbo, una comunque robusta Ford Taunus.

Alla metà del percorso ci fermavamo al Saltello, il punto dove si scollinava passando il crinale della montagna; c’era un bel prato pieno di carline, i fiori tipici di quella parte di montagna, ed era libero da alberi, così che si poteva ammirare il panorama di entrambe le valli facendo riposare l’auto che, seppur in quei pochi chilometri, era costretta ad un andamento faticoso con le marce sempre basse. In quelle traversate del bosco si sentiva meno il problema delle curve, che tanta noia davano nell’ultimo tratto del viaggio da Barga a Renaio: lo stomaco era tenuto su dalla tensione del viaggio, vissuto in cima ai sedili posteriori affacciati per vedere la strada davanti.

 

I castagni erano la caratteristica del posto, i veri protagonisti di quella parte di montagna, sovrani indiscussi di quel mondo: alcuni enormi, risalenti a secoli precedenti, avevano sfamato tutta la gente di montagna coi loro frutti ed ora erano ancora lì a produrre le castagne! Il miracolo delle castagne! Sorprendente, come dei frutti così lisci potessero albergare e uscire illesi da ricci tanto irsuti e respingenti.

I castagni, poi, erano utili a tutto; oltre che sfamare, fornivano la legna per riscaldarsi, erano artefici del divertimento per noi cittadini, occasione per le gite di un giorno, e con le foglie verdi poi si costruivano copricapo che ricordavano quelli degli indiani, con la loro forma appuntita come piume; erano ancora materiale per fare bastoni da passeggio, utili per le camminate, ed infine, aiuto alla caccia: quelli più vecchi e cavi all’interno erano utilizzati infatti come capanni. Uno di essi era grande come una piccola stanza ed era stato arredato alla bisogna: ci si entrava da una porta chiusa con un chiavistello e una “finestra”, di fronte permetteva al cacciatore di stare seduto, al coperto e provvisto di ogni genere di conforto. I castagni erano come il maiale nella campagna, non si buttava via nulla!

 

Nella provincia di Lucca, cristiana e democristiana, Renaio – quel piccolo paese nella montagna di comunisti e valdesi – non era certamente agevolato, anzi era apertamente osteggiato, e le discussioni sui tavoli della locanda per diversi anni s’incentrarono sulle proteste, vane, per avere finalmente qualcuna delle comodità che arrivavano solo fino a un chilometro da lì.

L’elettricità per esempio fu una conquista successiva al nostro arrivo; forse intorno alla metà degli anni ’70, non prima; ricordo come per qualche anno elettricità e asfaltatura si fermassero a Bebbio, una località d’importanza molto inferiore a Renaio, ma più vicina per altri aspetti, non ultimo quello politico, all’amministrazione barghigiana.

Bebbio era costituita da due case con prati intorno con due famiglie che ci vivevano; compagni di una di esse due cani di cui uno speciale, un cane lupo completamente nero con un pelo lungo che quando ti correva incontro faceva una certa paura. Vicino c’era una piccola pineta, rara da quelle parti, tutto qui.

Nei primi anni del nostro soggiorno dunque non c’era l’energia elettrica, o meglio quella che c’era non proveniva dalla rete nazionale, ma da una piccola centrale locale che distribuiva alla montagna. Era corrente a bassa tensione, insufficiente anche per gli elettrodomestici più banali: niente TV, frigorifero, riscaldamento elettrico ma molto formaggio pecorino, lasciato in una parte riparata della locanda, dove anche d’estate la temperatura non si alzava. E ancora, niente carne da conservare a lungo, con la necessità di andare a prenderla “giù” a Barga ogni tanto o ordinarla a Enrico, uno dei fratelli Marchi, che scendeva ogni due o tre giorni con la mitica Skoda rossa che al tempo era, oltre che rara – forse della fine degli anni ’50 – anche significativamente provocatoria nei confronti dei barghigiani.

 

Barga era il contraltare di Renaio; era comunque vacanza, ma quando ci andavamo, tornavamo a vivere un’atmosfera novecentesca. Si poteva fare la spesa in più botteghe, comprare il giornale, essere circondati dalle case, vedere le auto, c’era anche la farmacia e in caso di necessità l’ospedale. Solitamente ci andavamo, quando anche babbo era in ferie, ogni quattro o cinque giorni e il 16 agosto per San Rocco, in auto, ma si poteva andare anche in pullman, o meglio con la corriera che partiva dalla piazza di Renaio alle 8.00 per ripartire dalla cittadina verso mezzogiorno. Una discesa indimenticabile in auto è stata invece una sera in preda ad un attacco di asma, fu una discesa verso la farmacia su una mini guidata da una cugina di Enrico, seduto sul sedile posteriore: sembrava di fare un rally, strada completamente libera e alberi che correvano di lato e che si aprivano davanti a noi illuminati dai fari.

 

L’arrivo al paese avviene oggi attraverso la nuova strada, un’autostrada in confronto a quella vecchia, da ogni punto di vista: larga con curve molto più dolci, non all’altezza dei tornanti di un tempo, che non permettevano di vedere chi veniva in senso opposto. Ogni curva un colpo di clacson o meglio le trombe, per avvertire chi stava per incrociarci.

Il cartello indicante la località Renaio 1013 m slm, scritta nera su campo bianco, sostituisce quello di un tempo, bianco su campo celeste, piazzato nei pressi della piccola discesa verso la piazzetta, una maniera impropria di chiamare una sorta di spiazzo ricavato da un terrazzamento prospiciente l’ingresso della casa locanda.

Il parcheggio è rimasto nella discesa che portava alla vecchia scuola elementare edificata durante il ventennio fascista e ora adibita a ostello, segno evidente della maggiore quantità di persone che popolavano un tempo, la montagna; ora si direbbe una cattedrale nel deserto, vista l’assenza di alunni che in passato occupavano le aule, anche se le classi erano solitamente composte di alunni di età diverse. All’esterno ancora i fasci littori e all’interno un mondo che non c’era più già quando siamo arrivati. I banchi erano quelli tutti di un pezzo, di colore legno chiaro o celestino, con la panca incorporata e il recipiente per l’inchiostro.

La struttura, già negli anni del soggiorno, d’agosto era data in affitto per i campeggi delle parrocchie. Era l’occasione per entrare e vederla, oltre che per fare un po’ di pulizia e usare i locali che sarebbero stati destinati alla rovina. Ne feci anch’io uno tragico di campeggio con una parrocchia di Pisa, finito dopo pochi giorni con febbre e vomito.

 

La locanda del paese non è più gestita dai vecchi proprietari, che hanno ceduto anni fa l’attività; ora è un agriturismo, ma i locali sono ancora quelli. Il bar, entrando a sinistra, è ora un semplice bar, ma trenta anni prima era la piazza al coperto del paeseche continuo a chiamare così, anche se sarebbe meglio definire come località di case sparse con poche famiglie –, un luogo di acquisto, ma anche d’informazione sulle vicende del posto, vero centro della socialità del luogo.

Il bar era costituito da un banco in laminato di legno color celestino, molto semplice e stretto, con un lavandino tondo incassato dentro che serviva per sciacquare, il più delle volte senza sapone o in alternativa con una spugnetta bicolore, i bicchieri da disporre “puliti” rovesciati sul tavolo per le consumazioni. Alle spalle lo scaffale dei liquori e delle bevande; fra l’uno e l’altro Enrico, uno dei due fratelli, quello al quale era demandata la parte commerciale e le pubbliche relazioni dell’attività dei Marchi.

Dentro la bottega si trovava un po’ di tutto, dalle sigarette ai detersivi, pasta, affettati, formaggio, scatolame ecc, ma la cosa che mi attirava di più erano i grandi sacchi con le sementi e con una paletta di acciaio per fornirle pesate ai clienti: c’era il sacco del granturco, del grano, dell’orzo, dell’avena che servivano per gli animali domestici che ogni famiglia aveva vicino e dentro casa.

La vera soddisfazione era di mettere le mani dentro i grandi sacchi e sprofondarle fino ai gomiti nei semi; se ne usciva con un odore stupendo. Ci portavamo dietro tutto il giorno quella specie di polverina profumata che restava attaccata alle braccia. Bastava mettere il naso nell’incavo del gomito e la soddisfazione tornava!

 

Enrico era un montanaro che stava bene a Renaio, ma aveva anche viaggiato, difficilmente si vedeva vestito da lavoro, o meglio da boscaiolo; gestiva il bar, faceva il pane, aveva la patente e andava spesso a Barga. Non si era sposato e forse gli pesava in fondo essere rimasto là, anche se era uno cui molti si rivolgevano per qualsiasi cosa: era la mente più moderna della famiglia Marchi, e d’altra parte uno che era stato anche in Inghilterra era un vero uomo di mondo a confronto di molti compaesani, per i quali Barga era già una meta da raggiungere con fatica.

Il camoscio di Renaio poi, abitava in fondo ad una piccola valle sotto all’Abetaia, un chilometro oltre il paese, una lunga camminata prima di incontrare la civiltà; così isolati, lui e la sua famiglia, che per andare a lavorare nella cittadina doveva percorrere gli undici chilometri a piedi.

Il lunedì, quando babbo tornava a Livorno a lavorare in tabaccheria, dopo il fine settimana, lo trovava nella piazzetta e gli dava un passaggio: una pacchia di chilometri risparmiati, ma anche un allenamento in meno, visto che lo sport che praticava era quello delle corse in montagna, per il quale era famoso.

Al suo opposto c’era il Doriano, nipote di Decimo, il giovane scavezzacollo del posto; aveva una 850 sport rossa con la quale si faceva sentire al suo arrivo intorno alle sei del pomeriggio. Si cominciavano a sentire le trombe dell’auto – i clacson al tempo erano molto asfittici – che lo annunciavano qualche secondo prima; poi arrivava a tutta velocità facendo stridere freni e gomme e lasciando sulla terra le sue sgommate nella curva a gomito che immetteva nella piccola strada che portava alla sua casa. Era l’attrazione della sera.

 

La preparazione del pane era uno spettacolo che andava in scena due o tre volte la settimana, al quale assistevamo con mio fratello come se si trattasse di un film. Solitamente quando arrivavamo – eravamo alloggiati in una casa di proprietà della stessa famiglia, poco distante dal centro della frazione – il forno era già in funzione, alimentato con le fascine di legno di castagno stoccate in prossimità, ed Enrico era in procinto di iniziare la fattura del pane, servendosi di una conca di legno nella quale mischiare farina, acqua e lievito. Da lì in poi era un lavoro di braccia per girare e rigirare la farina facendola divenire un tutt’uno con gli altri elementi, formando una massa omogenea che si adagiava sul fondo della conca.

La prima fase della preparazione finiva con la formazione delle picce di pane da un chilo, pesate sulla bilancia a basculla, messe sulla pala di legno e infornate dopo aver liberato il forno ormai caldo dai resti delle fascine, chiuso infine con il suo coperchio di ghisa.

A volte si aggiungevano nell’ultima infornata cose che potevano essere cotte in forno: coniglio, pollo, patate nelle rispettive teglie che approfittavano anche loro dell’ultimo calore del forno!

Ma il gran finale era l’uscita del pane caldissimo e fumante dal forno che, dopo esser stato pulito sommariamente con uno straccio dai resti della cenere, era messo su apposite tavole di legno e portato nella locanda e tenuto lì a raffreddare dispensando tutto intorno il suo intenso profumo.

A volte, su nostra richiesta o per magnanimità di Enrico, erano fatti anche dei panini che qualche volta facevamo noi stessi e che consumavamo ancora caldi; la produzione era bastante per la piccola comunità per tre giorni, ma d’estate e la domenica con qualche presenza in più potevano essere fatte anche due sfornate nei giorni successivi.

 

I muli erano un’altra attrattiva del posto: robusti e alti come cavalli, ma dalle orecchie lunghe, venivano dal fondovalle con i loro carichi e facevano sosta davanti alla locanda, lasciati legati in fila come in un film western. Ricordo di avere anche una foto a cavallo di uno di essi; conficcati nel muro c’erano anche degli anelli per agevolare l’aggancio della corda che li teneva, e la pila della piazza fungeva da abbeveratoio in attesa che i loro conducenti, dopo essersi rifocillati, li riprendessero per continuare il viaggio e portare le merci di là dall’Appennino.

Dopo tanti anni i gloriosi muli non ci sono più; una strada ormai larga e asfaltata oggi ha preso il posto della mulattiera, ma anche allora i muli si fecero sempre più rari e poi sparirono, come molte cose scomparse e sostituite da altre che hanno preso il loro posto.

 

 

Le serate erano al lume di candela e della fioca luce che usciva timidissima dalle lampadine; le cose che si potevano fare erano poche e la locanda le permetteva tutte, come le interminabili partite a carte sui tavoli di legno coperti da una tovaglia plastificata a quadretti bianchi e rossi, consumata in prossimità dell’appoggio dei gomiti dei giocatori seduti spesso all’interno dei lati lunghi del tavolo rettangolare per lasciare i posti liberi nella parte stretta per il pubblico. Fra quel pubblico eravamo anche io e mio fratello, colpiti, più che dal gioco delle carte, dall’osservare lo spettacolo di parole e gesti dei protagonisti, e le parole erano spesso delle bestemmie, tranne quando giocava il prete, e bestemmie assai fantasiose:

“io lai”

“io beschia”

“io campanile”

 Talvolta le bestemmie diventavano dei mezzi racconti come:

“io rincorso da un lupo”

“io serpente”

“io schiacciato da un camion!”

Era questo un intercalare continuo, unito alle critiche al gioco del compagno o a quello degli avversari, cui seguiva immancabile la ricostruzione postuma della partita:

“Se tiravi il due poi lui avrebbe tirato il quattro così io….”

Tutti esperti!        

 

La tombola era un altro dei divertimenti quando c’era abbastanza gente e ci si accordava prima della cena per essere in tanti, il più possibile.

“Allora stasera si gioca, mi raccomando venite!”.

Si sistemava per il gioco preparando un tavolo unico nella parte dell’entrata della locanda; in quel caso erano essenziali le candele perché quando andava via anche la miserrima luce era necessario concludere la partita. La vecchia matrona Eva, madre di Giovanni ed Enrico, era l’organizzatrice delle tombole e quando si facevano non c’erano storie: la stanza di ingresso era per la tombola; quelli che volevano giocare a carte dovevano andare in cucina, nella stanza del caminetto o nella adiacente stanza del bar. Per chi non giocava rimanevano comunque le chiacchiere all’aperto.

 

Quella delle discussioni politiche era un’altra maniera per passare le serate. Le più spettacolari erano annunciate dalla presenza del “Notarone”, un notaio di Barga, parente acquisito della famiglia; il Notarone era un liberale che affrontava le discussioni con i comunisti di montagna tra i quali mio padre, i socialisti di passaggio e il prete: il Peppe poi dava il suo contributo, non di grande spessore, ma condiva la discussione con le sue infinite bestemmie che facevano arrabbiare il prete: quando c’erano tutti lo spettacolo era assicurato.

Nelle sere d’estate, quando era possibile, la piazza o terrazza era il luogo ideale per le discussioni che “sapevan di vino e di scienza”: stavamo sdraiati sulle sdraio nel buio rischiarato solo dalla luna, o seduti sulle sedie o sulla panca che cingeva lo spiazzo; le discussioni, alla fine di agosto per l’inizio dell’autunno di montagna, si spostavano attorno al camino; si poteva partire dall’universale (il comunismo, la socialdemocrazia, il cristianesimo, i valdesi) giù fino al particolare o viceversa.

“Perché il comune di Barga non ci fa arrivare la corrente?”

“Perché la comunità montana non si muove per questa cosa.”

“Ma come comunisti cosa pensate di..”

“Certo che la chiesa…..”

Sempre riprendendo poi i soliti temi.

Accanto al camino si ascoltavano anche i racconti della montagna narranti d’incontri con qualche animale o situazioni pericolose, concluse nel migliore dei modi, con la matrona seduta sulla sua poltrona e Giovanni, il figlio più grande, nella poltrona di fronte, di fianco al camino che provvedeva a ravvivare; il resto dei famigliari e affiliati come noi seduti sulle sedie e sugli sgabelli intorno al fuoco.

Erano tre stanze dove si viveva la vita del paese: Bar, stanza d’ingresso, e la cucina con il camino.

 

Il ballo ha fatto la sua comparsa dopo l’arrivo della luce o forse poco prima, grazie ad un generatore di corrente a motore diesel che integrava la scarsa energia proveniente dalla rete elettrica; andavano di moda le mazurche, i fox-trot, i valzer e non poteva mancare il “casachok”, il ballo della steppa nella versione di Dori Ghezzi che una sera vide uniti nel ballo il Peppe ed il Notarone,  finiti per terra cercando di ballarlo insieme in un cerchio che si era fatto intorno a loro. Era un’occasione di grande divertimento per tutti, assicurato da un juke-box vecchissimo fornito col repertorio di una quarantina di 45 giri azionato da Vinicio, figlio di Giovanni; non c’era neanche la possibilità di fare le combinazioni di lettere e numeri come negli apparecchi più moderni, ma solo un pulsante per ogni disco.

 

La “Tonda” era, quando si veniva per Pasqua, obbligatoria: un giro delle bellezze del posto ed una visita, solo fuori, alle case che durante quei quattordici anni avevamo abitato, praticamente tutte quelle disponibili. La più “storica” era stata la canonica attigua alla chiesa, affittata dalla curia di Barga: una casa su due piani con un soggiorno, la cucina e tre camere, una delle quali fornita di campanella esterna; c’era proprio un buco con una corda che permetteva di suonare una piccola campana posta su di una specie di torrino esterno. Il gabinetto era, credo, una aggiunta novecentesca alla chiesa, risalente a qualche secolo prima. Infine la sala del trono, una specie di salotto al piano superiore con una sedia savonarola con la spalliera alta, e davanti ad essa un tappeto rosso appoggiato sul solaio di legno, dal quale saliva il calore delle stanze sottostanti.

La chiesa era anche provvista di un piccolo forno accanto alla canonica, ristrutturato negli anni, e che servì persino da pollaio per una gallina, che avrebbe avuto vita breve, comprata dalla Valentina, la moglie del Peppe il bestemmiatore, una voce acuta immersa tra gli animali da cortile, un animale tra gli animali che curava in vita e che uccideva quando era il momento.

La gallina fu comprata per farla al forno: con mio fratello eravamo riusciti a farcela dare viva, così di giorno in giorno divenne sempre più difficile ammazzarla e mangiarsela, tanto che poi, alla fine della vacanza, dopo aver soggiornato sotto il forno, venne a Livorno con noi finendo nel pollaio di mio nonno, dove concluse ormai vecchia la sua vita per un pranzo di Natale.

Di un periodo successivo rispetto alla chiesa è il campanile costruito a una cinquantina di metri dalla chiesa stessa, nel punto più alto, così che le campane potessero essere udite dalle due parti del crinale. Anche il campanile era un’avventura, vista la pericolosità dei solai. Ci andavamo con mio zio a suonare le campane; ci voleva un po’ per metterle in funzione, ma poi c’era la soddisfazione del fare una cosa proibita.

Davanti alla canonica, una strada sterrata si ricongiungeva con la via dell’Alpe, che portava al passo delle Radici e di lì si poteva godere della vista sulla valle ed i paesi della prima parte delle alture intorno a Castelnuovo Garfagnana; intorno alla chiesa, due grandi prati scoscesi con solo un piccolo accenno di terrazzamento, nei quali pascolavano spesso le pecore e qualche capra, specie nel pomeriggio, quando si avvicinava l’ora che Giovanni le riaccompagnava per la notte all’ovile lì vicino.

 

Giovanni era un vero montanaro! Credo che si sia mosso poche volte da quel posto; si occupava delle pecore e delle capre, oltre a fare la pulizia del bosco. Era un uomo di altri tempi, poteva essere anche un residuato ottocentesco, non corrotto in alcun modo dalla realtà in movimento. Vestiva con orgoglio i suoi scarponi pesanti che si toglieva davanti al camino ed i calzettoni di lana che si era tenuto per tutto il giorno; non aveva bisogno di molto altro che non fosse la sua camicia di tutti i giorni e quella di ricambio per la domenica. Ricordo di lui i baffetti fini curati e le sigarette che si faceva con le mani, tanto ruvide e grosse quanto abili a rollare le sigarette. Quando stavamo per certi periodi da soli con la mia mamma e mio fratello, visto che babbo tornava a casa per il lavoro, passava prima di cena a controllare che fosse tutto a posto, beveva un bicchiere di vino ed andava via; era una presenza rassicurante, una forza calma che incuteva rispetto e infondeva sicurezza.

 

Accanto all’ovile si trovava un’altra casa, dove abbiamo abitato, più recente, dalla quale si poteva assistere alla tosatura delle pecore e alla raccolta della lana, che veniva fatta a metà di agosto con l’ausilio di personale esterno alla famiglia. La mattina della tosatura si sentiva il rumore delle macchinette con le quali erano tosate le pecore; dopo il lavoro grosso del taglio della lana sul corpo delle pecore, con le vecchie forbici a molla erano fatti i ritocchi nelle parti che erano difficilmente raggiungibili con le macchinette come il sotto coda, le orecchie e intorno alle corna; poi la lana veniva raggruppata su dei grossi teli di plastica e lavata grossolanamente nel lavatoio della piazza vicino alla bottega.

Anche questa casa accanto all’ovile era frutto della ristrutturazione di una stalla; disposta su due livelli, con due appartamenti gemelli sopra e sotto. Davanti c’era un piccolo slargo dove giocare interminabili partite a volano o badmington come si chiama più propriamente, e sul retro un grande prato alla fine del quale si trovava la pista di scivolo con i cartoni sull’erba, dove occupare una parte delle mattinate.

L’erba di quel prato, accanto ad un grande ciliegio, era molto ruvida e non si prestava allo scivolamento, anche perché la discesa era ripida; l’ultima parte invece, sotto ai castagni, era di erba morbida, all’ombra e di pendenza giusta, con il finale della recinzione ad evitare sconfinamenti pericolosi in una parte piena di sassi e di vecchi ricci senza più le castagne, insomma l’ideale per uno scivolamento agevole.

 

Il primo pomeriggio degli ultimi anni era dedicato da me alla lettura, sfruttando la frescura dell’ombra della casa dove mi preparavo per l’anno scolastico successivo; ho letto diversi libri sulla poltrona al fresco: I promessi sposi, Il rosso e il nero, Il giardino dei Finzi Contini, Fontamara ed altri che mi portavo da casa facendo i compiti delle vacanze. Negli ultimi anni poi, con l’arrivo della energia elettrica, portavamo da casa anche la televisione, e le sere non era più obbligatorio passarle nella piazza.

 

I primi anni eravamo i soli villeggianti del posto, ma in quelli successivi la colonia livornese si è fatta imponente: ricordo di un anno in cui eravamo più noi di famiglia che gli abitanti del posto. Ricordo nell’ordine:

Noi 4, le zie materne, nonna e nonno, la sorella di nonna con marito, il fratello del marito di una zia con famiglia, sua mamma e babbo.

Una dozzina di livornesi che sconvolsero la località: l’anno dell’invasione fu quello dell’invenzione della toponomastica. Furono inventati i nomi alle vie, e posizionati i relativi cartelli, dipinti sul legno a cura del fratello di mio zio, rimasti poi lì appesi per parecchi anni.

Furono create:

Piazza Eva, la matrona che ebbe la piazza principale prospiciente la locanda.

Piazza della Repubblica, uno slargo sovrastante la piazza dove passava la via dell’Alpe e dove fu ricavata la fermata del bus che portava a Barga, il capolinea.

Via Claudio Pardini – pittore – il fratello di mio zio, l’ideatore del progetto.

Via Bruno Giuntini – attore – mio nonno, al quale fu dedicata la via che portava alla chiesa.

Piazza Pinelli – anarchico – l’unica dedicata ad un morto.

 

La colonia dei livornesi si muoveva spesso abbastanza compatta per le passeggiate, che erano la vera specialità del posto. Le più brevi all’Abetaia ed a Bebbio, abbastanza in piano e fatte spesso durante il mese di permanenza; più ardimentosa era la passeggiata alla Casermetta , su di una strada transitabile ma impervia e molto lunga, dalla quale si poteva poi affrontare la traversata del monte Giovo per andare al Lago Santo dall’altra parte del monte. Quella gita io non la feci mai, all’inizio perché troppo piccolo e dopo perché non se ne fecero più. Peccato!

Le escursioni al Lago Santo erano promosse da mio nonno Bruno, grande camminatore, un reduce dalla campagna di Russia che veniva da noi per un periodo; non poteva rimanere fermo ed ogni giorno ci portava in giro per la montagna, ma l’escursione al Lago Santo era ogni anno la “sua” passeggiata, una camminata a dire il vero non facile per i sentieri a volte stretti e franosi, tanto che una volta lui e mio zio Gigi scivolarono durante il ritorno finendo in un cespuglio di mirtilli, e tornando “insanguinati” ed un po’ sbucciati, ma ovviamente pieni di gloria.

 

La sala pranzo di oggi è cambiata; hanno tolto i vecchi quadri di Enrico, ed anche uno del mio babbo che gli aveva regalato, così come la cucina, ormai a norma, in luogo della vecchia che si allargava, oltre ai consueti fuochi, anche al camino utilizzato per la polenta e la pasta; per gli arrosti c’era invece il forno, dove era cotto il pane.

Quando venivamo a mangiare per qualche occasione, il menù era stabilito telefonicamente e non variava: spaghetti con il ragù con un gran sapore di cipolla, poi arrosti misti con il coniglio e il pollo di produzione locale, patate arrosto e dolce fatto in casa.

I proprietari mangiavano lo stesso pranzo nella stanza del camino, sul tavolo lungo che era servito per fare la pasta in casa e da punto di appoggio per cucinare, sbarazzato ed apparecchiato; erano sempre pronti, specie Enrico, ad alzarsi per l’arrivo di qualche avventore della bottega.

Il pranzo era preparato da Giulia, moglie di Giovanni e mamma di Vinicio, una donna che col tempo si era sempre più incurvata, come se si fosse adattata a stare china: in effetti la si vedeva china sui fornelli o nei pressi del camino, china al lavatoio sulla piazza, china sul lavandino in pietra della cucina, che per qualche oscura ragione era più basso di quelli che avevamo a casa. La chiamavano tutti l’”Alpa”, nata e vissuta in montagna; non credo si sia mai mossa da là.

Aiuto per la preparazione del cibo era garantito da Eva, la matrona, il cui raggio di azione è sempre stato la casa, le tre stanze e il piano di sopra; l’ho sempre vista vecchissima e sempre a sedere o quasi, vestita con pantaloni e cardigan scuri, ma si capiva che su certe cose l’ultima parola la metteva lei; gli ordini più chiari erano poi fatti in un dialetto incomprensibile parlato con Giovanni, come invece non lo era quello di Enrico.

D’altra parte loro non avevano grandi rapporti con il mondo esterno: erano gli altri che avevano bisogno di loro, che erano nell’ambiente giusto al posto giusto.

 

Nella sala pranzo oltre ai quadri, di cui uno non terminato con una parte ancora bianca, ma comunque incorniciato, c’era un vecchio appendiabiti al muro con illustrazioni di caccia e degli attrezzi che ancora erano usati. Dove oggi c’è un ricordo del passato, allora c’era proprio una casa di montanari con le attrezzature in uso, tra le quali c’erano anche, appoggiate in un angolo, le tavole che servivano per mettere il pane a raffreddare dopo la cottura.

In quella sala festeggiammo anche il 24 agosto del 1975 la comunione mia e di mio fratello con una tavolata con don Luciano, il prete che anni dopo lasciò gli abiti talari per sposarsi, e tutti noi con nonno, nonna e le zie, alla fine del pranzo anche Enrico e Giovanni per il brindisi.

Il catechismo per la comunione fu molto rapido: eravamo già grandini e il tutto durò un paio di giorni. Si fecero delle chiacchierate col prete, le ricordo all’aperto, ma forse mi sbaglio. Poi la domenica la festa per il piccolo paese, noi due ai lati dell’altare vestiti a festa e la piccola folla della domenica pomeriggio; Luciano ci regalò due vangeli a testa, il classico piccolo e quello illustrato, un vangelo “cronologico” dove erano messi in ordine gli avvenimenti raccontati dai diversi punti di vista degli evangelisti, e illustrati con le cartine dei luoghi dove gli stessi si svolgevano.

 

Il prete era un’altra figura significativa del posto; ne sono cambiati molti e degli stampi più diversi. Alcuni abitavano nella canonica, tranne quando l’affittavano, altri venivano da Barga. Abbiamo avuto quindi un prete molto aperto, quale era quello che ci ha comunicati, altri molto ortodossi, fino ad uno abbastanza disincantato che passava molto tempo a giocare a carte nella locanda e quando arrivò la notizia della morte di papa Paolo VI disse a commento:

“Chiudo a zero!”, vincendo la mano di carte che stava giocando ed entrando nella leggenda del posto, tanto che, diversi anni dopo, si parlava ancora dell’episodio con intenti anche polemici da parte valdese e comunista.

 

Un appuntamento fisso di fine estate era poi il mercato dei funghi, occasione in cui la piazza si popolava di auto con i portelloni posteriori aperti sulle cassette e ceste di funghi porcini, perché i funghi erano solo i porcini! Questo di solito avveniva nella seconda metà di agosto, quando la locanda era frequentata da molti forestieri che arrivavano sull’Alpe appunto alla ricerca dei funghi e si fermavano per uno spuntino ed un bicchiere di vino, con le scarpe pesanti ed i vestimenti per andare al bosco. L’ambiente diventava meno familiare con l’entrata e l’uscita di avventori sconosciuti; la familiarità però tornava a sera quando il via vai finiva, con l’arrivo del freddo pungente dopo che il sole era sceso dietro al monte Pania e con la chiusura della porta di ingresso, nella giornata rimasta sempre aperta. Si presentava quindi di nuovo il volto consueto degli ambienti e si tornava tutti dentro attorno al fuoco per la serata.

Nelle giornate di fine agosto, ultime della vacanza, il tempo peggiorava, cominciavano le prime pioggerelle ed era il momento di ritornare a casa.

 

L’ultima visita da fare era al cimitero, posto nella parte alta del paese, sopra la bottega, sulla cresta della montagna. Piccolissimo, con un cancello sempre aperto dal quale si accedeva al prato verde dove spuntavano solo le pietre verticali delle lapidi, che davano proprio la sensazione di un cimitero inglese: il bianco delle lapidi ed il verde del prato.

Sono tutti là i Marchi, a cento metri dalla loro casa, a guardare Renaio attraverso gli alberi della loro montagna.

 

Eva, Enrico, Giovanni e Giulia “dormono sulla collina” ed il loro mondo, la sotto, ormai perduto: il Vinicio, la Valentina, il Peppe, il Notarone, i preti, le bestemmie, le pecore e le capre, il formaggio, la Skoda rossa, l’erba e i cartoni, i bastoni per le camminate, tutto finito “nel tacito e infinito andar del tempo”.

Tutto tranne loro, i castagni, che hanno visto nascere ed ancora presidiano Renaio.

*

Numero Trentadue

Finalmente ci siamo, sono arrivato in griglia di partenza, questa volta al completo, e non per la rinuncia di altri!

In fondo allo schieramento, certo, il primo anno è così, poi già per il prossimo devo cambiare team. Questa macchina è bella ed ha dei colori stupendi, i più eleganti della “Formula uno” un intenso blu elettrico che sfuma fino al bianco; ma è lenta ed anche poco affidabile, via!

 

Tra due giorni è il mio compleanno, e lo festeggio con la prima qualificazione vera! A casa, poi, lo festeggerò in un giugno vero, non come qui, che sembra Milano in autunno.

 

Ora pensiamo alla gara, devo cercare di rimanerci più dei sette giri dell’unica gara che ho fatto, certo è difficile, cercherò di risparmiare questa macchina bella e lenta, mi metterò alle calcagna del penultimo e cercherò di rimanerci attaccato, senza forzare, poi magari dopo l’ottavo giro vedo come va, ma lì ci devo arrivare, per Dio!

Tagliare il traguardo alla fine sarebbe un sogno, non ci voglio pensare, potrei essere doppiato più volte, ma magari chissà, ci riesco.

 

La smetteranno di considerarmi il figlio cui il papà ha comprato un posto in formula uno, li farò ricredere tutti, tornerò a casa da protagonista se porto la macchina alla fine.

 

Ecco, ci siamo incolonnati, vedo solo quello davanti, mi sposto a destra per vedere meglio, poi cominceranno tutti a zigzagare cercando i sorpassi, io me ne starò tranquillo, alla prima curva chiudo la fila, di sicuro.

Sto sulla mia corsia e vado diritto!

 

Semaforo rosso, ecco, ma quanto ci mette lo starter?

 

Via!!!

Prima, seconda, terza, che confusione. Io sto sulla mia destra, niente fronzoli!

Quarta, quinta…

 

Cazzz!! Nooo!!!

*

Sotto falsa bandiera

Il notaio Di Girolamo entrò nella stanza, dove fu fatto accomodare su una poltroncina davanti alla scrivania.

“Prego notaio, leggiamo questa lettera postuma del Saccaccini, sono curioso” disse il commissario Sacco.

Il notaio cominciò la lettura della lettera…

 

Cari concittadini,

a distanza di trenta anni ho chiesto allo studio del notaio Di Girolamo, di rendere nota questa mia.

Tutti sappiamo della mia morte avvenuta per mano del regime che oggi ci tiene sotto il suo giogo. Spero vivamente che, a distanza di tanti anni, la dittatura sia finita attraverso la progressiva presa di coscienza della popolazione sulla natura del regime che oggi ci opprime.

La mia morte avrà certamente provocato un ampliarsi dei sentimenti di ostilità, che vedo oggi  sempre più manifestarsi nella nostra città e nella nazione in generale.

Per rendere omaggio alla realtà, però, voglio confessarvi, anche se in maniera postuma, la realtà di questi giorni. 

La causa della democrazia e del riscatto di tutto il nostro popolo, sono stati per me la pietra miliare, il faro a cui volgere sempre il mio sguardo, il fine da perseguire senza incertezze e con tutti i mezzi. Non è stato lo spirito machiavellico che mi ha spinto a progettare ciò che ho fatto, ma quello di rendere un servigio, di essere agevolatore, di dare un contributo alla fine della dittatura.

La sostanza della giusta causa, non può interferire con l’azione delle persone per mano delle quali procede, né con le loro motivazioni personali.

 

Vi confesso oggi che la mia uccisione, trenta anni fa’, non sarà stata opera del regime che combattevo, ma dei miei stessi compagni di lotta. D’accordo con me.

Il Danti, il Marchi e lo Scotti hanno eseguito ciò che io gli avevo ordinato.

Oramai mi restano pochi mesi di vita lucida, prima che la malattia mi renda estraneo a me stesso, così ho pensato di fare della mia vita una vita martirizzata per una causa superiore.

L’omicidio, lo sapete, avverrà nel bar in piazza, come previsto. Il Danti mi sparerà e gli altri due si occuperanno di testimoniare che l’omicida sarà scappato dal retrobottega, concordando con le caratteristiche somatiche non identificabili. La colpa del misfatto cadrà su un complotto del regime al quale mi sono sempre opposto.

La scelta dell’assassinio è stata mia, potevo scegliere di uccidere qualcuno, di preparare un piano per assassinare il dittatore, magari con l’aiuto degli amici, ma non eravamo in grado.

Era una questione pratica, non ci si può ingannare sulle proprie capacità al punto di rendere inutile anche il sacrificio. Non sarebbero stati capaci. Non saremmo stati capaci. In fondo siamo solo dei contadini; sarebbe stato difficile ordire un piano complesso, coordinarci senza tradirsi, usare le armi in maniera opportuna, magari anche contro altri. Ci saremo bloccati, e avremo fallito.

L’orrendo crimine sarà, lo spero, comunque ascritto al regime, a maggior ragione non trovandosi un colpevole.

 

Non mi dilungo oltre. Da ultimo sollevo, esplicitamente, il Danti, il Marchi e lo Scotti, che non sono a conoscenza della presente, da ogni responsabilità, se sono ancora vivi, e li saluto con affetto, certo che il mio sacrificio non sia stato comunque vano.

 

Saccaccini Olindo, 9 settembre 1936

 

 

Il silenzio era calato nell’ufficio del commissario Sacco, seduto accanto al notaio, che con un filo di voce disse:

“Che facciamo?”

 

Il Questore allora si alzò dalla comoda poltrona, dove era sprofondato durante la lettura della lettera, mise le mani sulla scrivania e con voce ufficiale disse: “Bene, innanzi tutto ringrazio l’intuito del nostro notaio Di Girolamo che ci permette di risolvere, a distanza di pochi giorni, il caso di questo misterioso omicidio Saccaccini, che sta recando danno all’immagine del nostro paese e sta sconvolgendo la nostra comunità.”

“I traditori della patria hanno fatto i conti senza l’oste, contadini! Ecco cosa sono!” Si sono improvvisati e ne pagheranno le conseguenze.”

“Sveleremo tutto, ma non subito. Li faremo protestare un po’ accusandoci di questo, come già lo chiamano “efferato delitto”, prima di risolverlo.” 

“Dirò a Sua Eccellenza che il caso sta per essere chiuso.”Nel frattempo lei, commissario Sacco, metta sotto torchio i tre amici del Saccaccini e ne ricavi delle adeguate confessioni, dicendo a ognuno che qualcuno di loro ha parlato e che sappiamo tutto.”

 

“La lettera la custodisco io, fino al termine delle condanne, che saranno esemplari!”

”Non mancherò ovviamente di comunicare, con chi di dovere, per i giusti riconoscimenti del caso per l’efficienza dimostrata.”

 

“Signori, grazie a tutti della collaborazione.”

 

Il notaio Di Girolamo, dopo essere uscito dalla stanza, percorse il lungo corridoio che lo separava dalla scalinata della questura, la scese, e si avviò verso il suo studio.

Era il 15 settembre 1936.

*

Danni collaterali

“Svegliati, è per te...” Mi disse mia madre.

Andai al telefono.

“Buongiorno, ci sarebbe l’incarico per una supplenza di un giorno, alle scuole Razzauti, in via Basilicata, per la sostituzione dell’insegnante di Inglese.”

 

Accettai, anche se l’inglese l’ho sempre trovato ostico. Si trattava comunque di una scuola elementare, via, me la sarei cavata!

Si trattava di fare un’ora d’inglese a diverse classi delle elementari, sarei stato lo specialista insomma. Era la legge del contrappasso. Io che pensavo che la Neda Rossi, insegnante alle superiori, avesse avuto ragione quando mi disse:

“…Ma oh, Glauco, si vive anche senza sapere l’inglese...” chiosando la fine del mio patimento scolastico nel liceo scientifico “Cecioni”.

 

Purtroppo anche all’università, invece, c’era stato l’esame di lingua inglese, ed era passato non senza preoccupazioni. Ora arrivava la supplenza che tornava a smentire la profezia; che l’inglese servisse davvero?

 

Parto, col mio bravino blu notte, alla volta delle scuole, puntuale, alla seconda ora dei bambini. Il fatto di fare una sola ora per ogni classe è in un certo senso positivo, ottimizzando, diciamo, l’effetto sorpresa, mi mantengo meglio nel ruolo d’insegnante, senza che i bambini prendano confidenza. Vado per tentativi sul cosa farli fare. Sento come si chiamano, ma non ho la necessità di fare appello, perché le presenze le prendevano alla prima ora le insegnanti che li accompagnavano nell’”Aula di Inglese”.

Peccato, qualche minuto se ne sarebbe andato così, invece c’è da impiegarlo inventandosi qualcosa.

 

Mi oriento sui numeri. Inizialmente li scrivo in lettere chiedendo alla classe la traduzione, poi, visto che su alcuni ho anche dei dubbi, le comincio a scrivere volutamente sbagliati, cosa che mi riesce benissimo, chiedendo a tutti di correggere i miei errori.

Questa tecnica paga con i bambini più piccoli. Per i più grandi c’è la tombola in inglese che mi dicono che a volte fanno con l’insegnante vera.

Per allontanare anche altri rischi, riesco a individuare, per ogni classe, il bambino più agitato, quello che potrebbe creare problemi, facendo estrarre a lui i numeri e dirli alla classe, accanto a me alla cattedra.

Un’idea davvero geniale.

 

Sull’ultima classe però, la tattica riesce parzialmente, così mentre il frastuono aumenta nel cercare di farli zittire, con una riga, di quelle per il disegno geometrico, colpisco sulla cattedra.

Il colpo sortisce l’effetto sperato. Eh, il bastone!

 

Alla seconda occasione però il colpo “cattedratico”, diciamo, spezza la preziosa riga. Inizialmente un silenzio aleggia sulla classe, poi una risata generale prende tutti.

“Era la riga preferita della maestra..” – dice il terribile bambino a mio fianco.

“Sì, figuriamoci…”- gli rispondo incassando la beffa.

L’ora comunque era finita anche con loro, menomale che era l’ultima.

 

Finivano le sette ore di supplenza con una vittima, anzi due. Una ero io, che uscivo senza voce e con la testa dolente, l’altra la povera riga da cinquanta centimetri, spezzatasi eroicamente per mantenere l’ordine pubblico.

 

Da quel giorno non ci furono altre repliche di supplenze alle scuole elementari, non era il mio mestiere.

 

*

Il nostro Segreto

Eravamo arrivati alla stazione ferroviaria di Antignano da via della Salute, proprio di fronte ad essa dopo aver fatto un giro fino al Miramare, dove finiva il paese.

Attraversai il piccolo spiazzo prospiciente alla stazione di corsa per essere il primo ad attraversare i binari, lasciandomi alle spalle la scuola elementare, la casetta di servizio delle ferrovie, mio nonno e mio fratello.

Passata la piccolissima sala di attesa, attraversai i binari; ero già oltre il primo, quando, girandomi alla mia destra, scorsi il treno, d’improvviso che arrivava dalla curva del Miramare per oltrepassare la stazione.

 

Non si sarebbe fermato, né avrebbe rallentato, non era un treno accelerato, come si diceva al tempo dei treni che fermavano a ogni stazione, ma procedeva speditamente. Inclinato, nell’affrontare la curva, sembrava ancora più veloce; le canne che costeggiavano la ferrovia erano sconvolte da suo transito più di quanto non lo fossero per il libeccio che picchiava forte.

Ero là in mezzo ai binari senza sapere se tornare indietro o superare anche il secondo binario e scappare verso il marciapiede di fronte.

Mio nonno e mio fratello erano appena usciti dalla piccola porta di accesso ai binari, basiti, atterriti, ma soprattutto sorpresi.

Perché non avevamo sentito il campanello che annunciava l’arrivo del treno?

Il treno fischiò forte, togliendomi dalla piccola trance in cui ero caduto. Scelsi di superare velocemente anche il secondo binario per raggiungere il marciapiede lato terra.

Il treno argento e verde passò fischiando ancora e portandosi dietro il vento odoroso di ferro, il sussulto e il rumore, dileguandosi verso la via dell’Uliveta e i campi del Casini.

 

Attraversò i binari anche mio nonno con mio fratello, spaventato e scosso.

Non un rimprovero, non una parola per lunghi minuti. Ci mettemmo a sedere, silenziosi, sulla nostra solita panchina a listelli di legno colorati di verde, sotto la pianta di pitosforo.

Non dicemmo nulla a casa, né a mia nonna, né a mamma, per evitare “storie”. Promisi a mio nonno, anzi promettemmo con mio fratello, che da allora in poi, avremmo sempre aspettato lui per traversare i binari.

 

Fu il nostro segreto che mantenemmo per sempre.

*

Tigre di carta

Il colonnello Antonio, presidente del consiglio di Leva, a differenza di quasi tutti gli ufficiali che conobbi durante l’anno del militare, era una persona molto consapevole di non essere colonnello che sulla carta, anzi un giorno me lo disse:

“Vede, noi che siamo qui, siamo militari, ma di fatto civili perché non contiamo niente, siamo delle tigri di carta.”

Un paio di cose utili in quei dieci mesi me le insegnò il colonnello. Per esempio, una volta mi fece un ragionamento sul comportamento formale e sul saluto, riferito al fatto che aveva ripreso due sottotenenti medici che non lo avevano salutato.

“Vede, io non pretendo che mi si saluti militarmente, per onorare il mio grado, ma che mi si saluti sì. Lo pretendo perché lavoriamo nello stesso ufficio, e poi, all’esterno di qui deve esserci anche la considerazione che si deve.”Una certa formalità, ci vuole.”

 

Infatti, tutte le mattine, quando arrivava, si affacciava lui per primo a salutare tutti.

“Buongiorno, Ballantini.”Buongiorno colonnello.”

 

Aveva l’aria di una persona che prendeva sul serio il suo dovere, anche se non era appagante per lui, ma il dovere prima di tutto. Dava del lei a tutti, indistintamente:

“Lo faccio per rispetto, perché comunque voi non mi potreste dare del tu, e allora ci diamo tutti del lei.”

Un'altra volta, sulle ragioni delle formalità mi disse:

“Io capisco quegli ufficiali che, durante la prima guerra mondiale, punivano i soldati perché non si erano rasati. “Ecco, in quel caso, il decoro personale serviva anche a far avere a quelle persone una maggiore stima di se stessi, a non buttarsi giù, ad avere una migliore immagine di se”.

Lo capivo benissimo, la mia tesi di laurea trattava proprio l’immagine di se, se non l’avessi fatta prima del militare, lo avrei citato volentieri.

 

E una mattina ebbi anche io, il mio rimprovero.

Avevo mandato, come caporale responsabile dell’ufficio, un soldato nuovo ad aprire con le chiavi, e non ci era riuscito. Quando arrivai, erano tutti in attesa di entrare. Una cinquantina di persone.

 

Al suo arrivo in ufficio, lui veniva da Cremona, mi chiamò:

“Che cosa è successo, Ballantini?”

Gli spiegai il fatto. Lui mi disse:

“Vede, lei si deve accertare che le persone siano in grado di eseguire i suoi ordini.”Non discuto il fatto di mandare l’ultimo arrivato ad aprire, ma il fatto che lui non lo sapesse fare, e che lei non se ne sia accertato.”Ora lo sa, per la prossima volta.”

 

Mi piacque molto che prima di rimproverare l’effetto, mi chiese la causa.

 

Ed anche che non mi punì.

*

La Brigata del Duca

Si apprestava a uscire, il Duca. La sua epoca volgeva all'occaso, la storia gli girava le spalle.

Il suo tempo ormai era concluso.

 

Aveva cominciato la giornata con la vestizione, anche se immaginava che all’uscita non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo, sperava solo di non assistere ai lanci di frutta e al “codardo oltraggio” lungo la via dell’esilio, che temeva facesse seguito al “servo encomio” che molti gli avevano tributato da quando era asceso al trono, e che molti tributavano ai regnanti spazzati dall’onda di “mar commosso” che li colpiva.

E più l’encomio era stato servo, maggiore era, poi, l’oltraggio.

 

Un’insolita calma “regnava”, si può ben dire, nel Palazzo Ducale, nessuno si faceva vedere, e questo gli metteva una certa ansia, unita al fatto che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe percorso i corridoi e le stanze che costituivano la reggia.

 

Sapeva che si era comportato bene, specie in quell’ultimo atto, non aveva voluto che nessuno si facesse male. La sorte era segnata e dunque era inutile sacrificare il suo piccolo esercito in una difesa che sarebbe stata vana di fronte ad un esercito tanto più numeroso e armato del suo.

“Sono più belle le nostre uniformi, che efficaci e numerose le armi” – aveva detto al suo consigliere.

Tutta la rabbia, l’aveva riposta in una lettera che fatta recapitare all’ambasciatore di chi stava per impossessarsi del suo Ducato.

“Noi dobbiamo dunque a nostro malgrado volgere lagnanze verso il governo nostro vicino che intese a soppiantarci e, senza giusti motivi, considerarci come nemici…”

 

“Touchez…” almeno pensava lui, toccava con la penna, perché non aveva potuto farlo con la spada.

 

Percorrendo l’ultima parte dei corridoi, e avvicinandosi alla porta, cominciò a sentire il rumore che fanno le persone in silenzio, dentro il palazzo e fuori dal grande portone che si apriva sul cortile interno dove lo aspettava la carrozza che lo avrebbe portato verso l’esilio. Che poi tanto esilio non era, visto che tornava nella sua città di origine, che aveva in grande i fasti che lui aveva cercato di riprodurre nel suo ducato.

Avrebbe rivisto le colossali scenografie dei colonnati e delle ampie vie della capitale imperiale che l’aveva visto bambino.

Perché gli prendeva allora quell’assurda nostalgia per ciò che lasciava?

 

Dalla luce ovattata del palazzo e dalla frescura fu sorpreso dalla grande luce e dal caldo di giugno che irradiava il cortile, ma, subito dopo ancora di più dalla presenza di tutto il suo piccolo esercito che aveva messo in libertà il giorno prima, accordandosi perché tutti potessero, se volevano, entrare nell’esercito “vincitore”.

 

“Mi daranno l’ultimo saluto” - pensò e avanzò solenne e impettito, orgoglioso del tributo che riceveva.

 

Diede un ultimo sguardo ai portici del cortile e salì sulla carrozza, che allora si mosse.

 

Di lì a poco anche tutto il suo piccolo esercito lo seguì.

*

Il mese dello Squarci

Maggio è il mese mariano per i credenti ed è il mese della rosa, che dei poeti è il fiore; per noi delle appena inaugurate scuole Elementari Puccini di via Emilio Zola, nel 1973, fu il mese dello Squarci.

 

Nei primi giorni, dopo le feste laiche della liberazione e del primo maggio, arrivò il giorno che eravamo uno in più in classe.

L’ultimo mese e mezzo di scuola, con l’arrivo del Luna Park, si aggiunse l’errante Squarci che girava le “scuole del regno” in concomitanza del pellegrinare della sua famiglia di giostrai.

 

Fu l’ingresso della novità in una classe molto omogenea nella provenienza sociale. Si distingueva per quei capelli lunghi, fuori ordinanza, i denti davanti accavallati e l’aria di chi è più grande, ci si sente, e lo fa sembrare agli altri.

I lineamenti erano vagamente somiglianti a quelli degli indiani d’America, come il colorito olivastro della carnagione.  

Anche il suo grembiule non era come il nostro, era quasi una giacchetta da adulto dalla quale usciva il colletto bianco che, nel suo caso, aveva la parvenza di una camicia, agevolata dal suo tenere il fiocco azzurro costantemente sciolto dando l’impressione di avere la cravatta con un nodo piccolo.

Ricordava, per certi aspetti, i ragazzi di Pietralata di Bruno Cirino, dello sceneggiato “Diario di un maestro” che trasmisero in televisione quell’anno. Finito lo sceneggiato a marzo, come a dimostrazione della sua veridicità, arrivò lui. Il suo parlare strascicato e l’assenza assoluta di timore nella terribile maestra Lina aumentava il fascino del personaggio.

I pantaloni, che per noi erano ancora corti per gran parte delle giornate, con la possibilità del pantalone lungo solo per le occasioni ufficiali, e comunque niente che non fosse classico con la riga, per lui erano jeans o da ginnastica, pur mantenendo la zampa di elefante che era la foggia dell’epoca.

Impreziosivano, per noi, il personaggio, la disponibilità di gettoni per le automobili dell’autoscontro, di plastica multicolore, che ci elargiva generosamente.

 

Il suo fu il segno che le elementari stavano per finire, venne per darne il segnale di chiusura, la sirena dello scadere del tempo, i tre fischi arbitrali. Cominciò il conto alla rovescia per la fine dell’anno scolastico, e il Luna Park fu un’anticipazione delle ormai prossime vacanze estive.

 

L’anno dopo sarebbe cominciata l’avventura delle scuole medie, l’addio al grembiule nero, al fiocco azzurro e ai pantaloni corti.

 

Ed anche l’errante Squarci avrebbe continuato la sua avventura, in altre “scuole del regno” a dispensare i suoi gettoni colorati.

*

Dall’alba al tramonto

“La SV è convocata per la prima prova del concorso che si terrà il 27 dicembre alle 7,30 presso il Palasport  di Livorno(…).”

 

Una data particolare, certo, soprattutto perché entro la fine dell’anno dovevano essere finite le operazioni concorsuali per l’assunzione alla USL 13.

Il fatto era che una legge finanziaria bloccava le assunzioni pubbliche dall’anno successivo, salvo che le procedure non terminassero entro l’anno in corso.

 

Ancora con il pranzo di Natale sullo stomaco arrivai, verso le sette, la mattina del 27 dicembre con un altro paio di migliaia di candidati, al Palasport di Livorno. Ci accolse una timida alba di fine anno, un bel freddo intenso, e il servizio di sorveglianza.

 

Controllo accurato dei documenti, della lettera d’invito e finalmente dentro, nel tepore del Palasport, dove ognuno era smistato secondo la lettera iniziale del cognome, in un settore, sorvegliato a vista perché non potesse “migrare” verso amici, parenti o consulenti.

I sorveglianti, con le loro belle fascette rosse con la scritta “USL 13” ci controllavano, orgogliosi come dei caporali di servizio.

Rigidi e inflessibili, immersi nel loro ruolo.

Ci fu consegnata una tavoletta bicolore di plastica durissima che avrebbe fatto da scrittoio improvvisato per rispondere alle domande del quiz che ci avrebbero “somministrato, ” e una penna.

 

La commissione si riunì dopo che tutti fummo dentro, in modo da evitare uscite di notizie preventive.

Le prime due ore furono ritenute da tutti un tempo giusto per predisporre il materiale, ma dopo cominciarono a serpeggiare i primi malumori.

 

Alla terza ora la situazione cominciò a farsi calda, l’attesa iniziava a scocciare; i sorveglianti non erano informati di quello che stava succedendo e la commissione non diffondeva notizie.

 

Alle 11.00 la comunicazione ufficiale, visto il protrarsi delle operazioni di redazione del test, ci davano appuntamento alle 15.30 del pomeriggio in modo che, per quel tempo, sarebbe potuto partire il concorso.

Male di poco, per chi era di Livorno! Purtroppo per chi era venuto da fuori si ritrovò in un quartiere periferico senza neanche un bar nelle vicinanze, ad assaltare negozi di generi alimentari per farsi fare un panino e bere qualcosa. Di freddo!

 

Alle 15.30, finalmente, nuovo ingresso nel palazzetto con la speranza di fare alla svelta.

Speranza vana perché, purtroppo, le cose continuavano ad andare per le lunghe.

Ora anche i sorveglianti, prima ligi al dovere, cominciarono a disertare e si tolsero le fasce rosse dal braccio, che erano state il loro orgoglio, unendosi alla progressiva protesta di tutti.

Dopo due ore di attesa venne anche il turno della polizia, carabinieri e vigili, poiché vacillava anche l’ordine pubblico.  

Ormai il palazzetto era divenuto un girone infernale, un due giugno, un otto settembre, ormai erano entrati, anche parenti, fidanzati, amici e curiosi dalle porte di sicurezza aperte dall’interno. La bolgia era totale, adesso sembrava di essere ad una partita di pallacanestro: urla, cori all’indirizzo della commissione. Il palazzetto aveva gli stessi umori dell’agonismo esasperato dei derby.

 

Ecco che, a un certo punto, dopo le 19.00 appare, come una visione, un omino che parte da una curva e traversa tutto il campo da basket  per andare al microfono dalla parte opposta.

E’ il presidente della commissione esaminatrice che pronuncia poche, ma sentite parole che diffondono la calma negli astanti:

“Stiamo lavorando per voi, se volete annullare il concorso, non ci sono problemi, lo faremo.”Vuol dire che il lavoro non v’interessa!”

 

Fannulloni e sfaccendati ancor prima di essere assunti!

 

Se l’andatura dell’andata era stata fatta alla velocità di un attacco a difesa schierata, il ritorno fu fatto a velocità doppia, quasi un contropiede, sotto una marea d’improperi e soprattutto in un diluvio delle pericolose tavolette bicolore di plastica dura, che gli arrivavano addosso dagli spalti.

Riuscì a guadagnare l’uscita scortato dalle forze dell’ordine.

 

Era tutto finito. La prima prova del concorso annullata per motivi di ordine pubblico, dopo tredici ore di vana attesa, e senza aver risposto neanche a una domanda del quiz.   

All’uscita, ci accolse la notte precoce di fine dicembre, c’eravamo giocati le ore di luce della giornata.

 

L’unica cosa che guadagnai  quel giorno, fu la tavoletta bicolore bianca e rossa che mi portai a casa, e dopo venti anni è ancora lì….

 

A proposito, dov’è che l’ho messa?

*

Burattinaio di parole

Nonna sulla sua poltrona accanto alla finestra semichiusa, vista ormai la bella stagione che era iniziata, perché non entrasse tanta "aria" in casa; nonno alla mia destra davanti al tavolo tondo allungabile del soggiorno.
Alla televisione Gianni Minà presenta Joan Baez nel suo programma Blitz dicendo:
"Le abbiamo chiesto di cantarci una canzone italiana, le abbiamo proposto C'era un ragazzo... e la canzone di Marinella..."
La Baez sceglie quest'ultima e la canta.
Una versione particolare della canzone, alla fine della quale guardo nonno e lo vedo scosso. Mi sorprende, non credo avesse mai sentito la canzone poiché la musica leggera, specie quella dei cantautori, non gli piaceva per nulla.
Lo riguardo per trovare una conferma od una smentita:
"Mi ha commosso, ... non so perché ma mi ha commosso" mi dice asciugandosi gli occhi.
Non avevo mai visto mio nonno con le lacrime agli occhi eppure si commuoveva per una canzone, mio nonno.

Si commuoveva e sapeva coinvolgere, farsi coinvolgere e narrare. I suoi racconti della ritirata in Russia, erano la storia che ti entrava nella vita. Quando, alle medie, lessi "Centomila gavette di ghiaccio", in pratica lo conoscevo già, come il film "Italiani, brava gente", che già avevo visto con i suoi occhi.
Le storie che raccontava di quella ritirata, non erano cruente, edulcorava i fatti e te li metteva in una luce di racconto per bambini. Non erano spaventosi, come doveva essere stata quella pagina della sua vita che lo aveva visto richiamato alle armi, dopo i trenta anni con la mia mamma già nata.
Fu anche per questo che lui non si perse nell'inverno del quarantatré.
Pizzicotti, disse, e schiaffi in faccia per non addormentarsi nell'abbraccio della morte bianca, perché si era imposto di tornare a casa, da quell'inferno.
Rimase il ricordo delle isbe calde, del freddo e qualche parola di russo.

Dopo la Russia, la prigionia a Pratica di Mare, con la malaria in regalo, e la fuga nella scoscesa pineta, rincorso dai tedeschi che gli sparavano contro che ci raccontò quasi come una scena comica, con la salvezza trovata in un prunaio.
Entrato integro e uscito ferito dai rovi.

Era uscito più integro, invece, dagli anni di lavoro alla Richard-Ginori, dal dopoguerra fino agli anni settanta, con solo una piccola silicosi che uccideva invece, uno a uno, tutti i suoi colleghi ancora giovani.
Usava i dispositivi tecnologici che poteva, per proteggersi. Si metteva un fazzoletto bagnato davanti alla bocca per non respirare la polvere bianca degli isolatori che la fabbrica produceva, e poi a pranzo, nella gavetta, si lavava le mani per levarsi quella mortale porcellana che si sarebbe andata ad infilare nei polmoni per non uscirne più.

Quelle lacrime di trenta anni fa' le ricordo ancora oggi, come quella stanza avvolta nella penombra di un giorno di una estate precoce, appena oscurata dalle persiane semichiuse.
Non raccontava già più le sue storie, non ero più bambino, crescevo e lui invecchiava, ma mi regalò ancora un'emozione.

"Ed io, burattinaio di parole, perché mi perdo dietro a un primo sole,
perché mi prende quest'assurda nostalgia?" F. Guccini.

*

Il disegno (favola)

C'era una volta un bambino che andava a scuola. L'insegnante di disegno diede un titolo da svolgere alla classe: il carnevale.

 

I bambini s’impegnarono al meglio, ognuno fece il suo disegno ed anche lui lo fece. L'insegnante guardando i disegni dei bambini scelse il suo come il più carino, ma anche perché, tra tutti era quello diverso, originale.

 

Il bambino ne fu molto contento e se ne ricordò l'anno dopo, quando l'insegnante diede di nuovo il titolo, lo stesso: il carnevale.

Anche stavolta la classe svolse il compito. Il bambino fece di nuovo quel bel disegno che lo aveva fatto primeggiare l'anno precedente. L'insegnante stavolta, pur riconoscendo la fattura di pregio e i colori, lo ritenne nella media, e scelse il disegno di un altro alunno.

Il bambino ci rimase un po' male; ma perché un disegno più curato, con la stessa fattura del primo, era stato valutato meno?

 

Ci rimase male, certo, ma l'anno dopo, alla riproposizione dello stesso tema, rispose con l'ennesimo disegno con le maschere e i coriandoli, come gli altri due.

L'insegnante, stavolta, lo valutò in maniera pessima, tra i peggiori. Allora il bambino chiese spiegazioni della valutazione dei tre disegni simili tra loro.

L'insegnate gli rispose che nel tempo si sarebbe aspettata qualcosa di diverso, era diventato più grande, mentre lui, solo per non rischiare, aveva riproposto la stessa cosa per tre anni.

 

Se il primo anno il disegno era originale, il secondo era banale il terzo, poi, era ripetitivo.

Quello che sorprende prima, se riproposto, stanca e poi annoia.

 

Impararlo con un disegno, fu importante per lui.

*

Arrivano alle cinque

Arrivano silenziosamente. Solitamente, non fanno rumore, ma entrano sicuri, come la primavera.

Difficilmente sono più di uno e quindi li faccio passare senza attendere, tanto sanno che l’orario è solitamente quello.

Alle cinque.

 

Quatti s’intrufolano e si presentano, qualcuno ha bisogno di darsi una sistemata, a volte si presenta in un modo ma ne esce molto cambiato. Sono un dottore perfezionista con loro.

Mi somigliano? Beh, sì, abbastanza.

Li conosco. Magari all’inizio non li ricordo ma poi ascoltandoli capisco che molti li conosco; alcuni proprio bene.

C’è un gusto particolare nel sentirli raccontare, prima di capire chi sono e dove, magari, ci siamo conosciuti.

 

“Ah… venti… ventidue anni fa.” “E’ vero, ora ricordo quell’occasione!”

 

Difficilmente devo fare grandi sforzi prolungati, dopo poco li colloco; magari non nell’anno giusto ma loro, subito, mi correggono. 

E ci tengono a correggermi, ci mancherebbe!

A volte non le conosco e me lo dicono subito, comunque non per questo li mando via, non faccio questo solo per gli amici, magari lo diventeranno in seguito, sicuramente!

 

Si somigliano tra loro, per molti versi, anche se sono in prosa.

 

Arrivano alle cinque di mattina, i miei racconti.

*

L’ultimo natale

Le scale, una porta e un corridoio come tanti, con l'acre odore ospedaliero; poi l'ingresso nella stanza.

C'eravamo tutti.
La sera del giorno di Natale.
Da sempre il Natale, o il secondo giorno, eravamo da lei ad Antignano; stavolta le condizioni di salute la relegavano in ospedale ma quasi per un accordo c'eravamo dati appuntamento tutti in quella stanza. Ancora una volta nonna riusciva a passare il Natale con noi, nipoti, figlie e parenti prossimi. Ci aveva tacitamente convocato.

Che differenza c'è tra una stanza piena e una vuota? Enorme. E la sua era colma, e poi noi continuavamo a parlare di cose varie, non solo di lei, era una riunione familiare. Per lei, l'osservazione dal suo letto, l'immagine della vita che sarebbe continuata.
L'ultimo atto non poteva che essere così, davanti a se aveva tutte persone che, in sua mancanza, non ci sarebbero state o comunque non si sarebbero mai conosciute tra loro.

Non eravamo più all'ospedale, anche gli odori del Natale ce li eravamo portati da casa; li avevamo sui vestiti, sui capelli e sulle facce tristi. Ma li avevamo.
Era il giorno dell'ultima volta, e meglio non avrebbe potuto essere.
Quando mi sono avvicinato per salutarla le ho dato un bacio sulla fronte. Non glielo avevo mai dato.
"Poi torno a trovarti" - le dissi.
"Ciao." - mi disse piano.
"Come nonna?"
"Ho detto ciao."

Io non lo sapevo, ma lei sì, che sarebbe stato l'ultimo.

*

Lady Oscar

“Mi parli della rivoluzione francese” - mi chiese.

Era il presidente della commissione, e mi doveva interrogare, anche se non ne aveva voglia!

Ed io di rispondergli anche meno.

 

Non voleva sapere grandi cose, solo due date, qualche generica informazione, insomma, si sarebbe accontentato del minimo sindacale. Era un esame di due anni in uno, per essere ammessa alla classe quinta della scuola privata che avrei frequentato l’anno dopo, però non mi ricordavo niente, ma proprio niente di quell’argomento.

 

Balbettai qualche parola per prendere tempo, per cercare un bandolo, qualcosa che rimettesse in moto le informazioni che da qualche parte avevo nella memoria, anche se mi ero trastullata molto quell’anno, nella certezza che, insomma, se paghi poi “due in uno” te lo fanno passare, via.
Qualcosa dovevo pur dire. Si trattava anche di uno scatto, piccolo, di orgoglio. Non potevo fare scena muta!

 

A studiare ci avrei pensato l’anno prossimo, lo promisi a me stessa, lo avrei fatto!

Ma ora mi occorreva un aiuto.

 

E a un certo punto il mio desiderio fu soddisfatto, si aprì una luce nella mia mente!
Era “Lady Oscar” che dal cartone animato che avevo visto da piccola, mi veniva in aiuto. Me lo ricordavo molto chiaramente, quello si, così cominciai dalle informazioni più sicure, quelle che, pensavo, non fossero della fantasia degli ideatori del cartone, che si svolgeva durante la rivoluzione francese, appunto, per proseguire osando di più con lo scorrere del dialogo col professore che m’interrogava.
Ora le vicende avevano fatto affiorare anche i debolissimi ricordi propriamente scolastici e del mio tenue studio e mescolavo abilmente le due fonti d’informazione osando molto, ma colpendo nel segno. Il Re Luigi, Maria Antonietta, Robespierre... arrivavano tutti. E su tutti avevo da dire qualcosa.


Fu un bel successo, considerando l’inizio infausto, e riuscii a essere ammessa alla quinta classe.
L’anno seguente avrei studiato di più, non volevo ritrovarmi di nuovo, in una situazione simile, e poi lo feci soprattutto per ringraziare il mio cartone preferito da bambina, che mi aveva salvata.

 

Devota a Lady Oscar.

 

*

Mare e Pongo

Le giornate estive ad Antignano, dai nonni, solitamente cominciavano con la discussione con mio fratello, la sera prima, per rimanere, a turno, a dormirci.

A volte capitava la concessione di rimanere entrambi, dormendo uno da capo e uno da piedi nel lettino per gli “ospiti”, che ospiti non erano.

 

La mattinata cominciava con l'odore del caffè che preparava nonna, era l'avvisaglia che la colazione era in procinto di cominciare, dopo la sveglia.

L'arrivo di nonno con la schiacciata del Tomei, appena sfornata, dava l'inizio alle danze.

Partiva con la bici dal viale del Tirreno per arrivare in piazza Bartolommei dove la sfornavano.

Lo strano sapore che mischiava il dolce del caffellatte zuccherato e il salato della schiacciata calda era un connubio di grande gusto. L'unica cosa che non mi piaceva era vedere le chiazzette di olio, che la schiacciata rilasciava, galleggianti, nella tazza.

Chiudevi gli occhi, però, e le chiazzette non c'erano più.

La vista lasciava il campo al sapore.

 

Al mare si poteva andare, solitamente, in due posti: al moletto o alla pompa.

 

La pompa era un posto nel quale ho trascorso tanta parte dell’estate da bambino, una piccola spiaggietta di rena e sassi e un molo sempre più diroccato, distrutto anno dopo anno dal libeccio “oragioso” che in quel punto dava sfogo alla sua furia.

Il moletto diroccato portava alla “piana”, lo scoglio del sale, ultima terra prima di immergersi in acque abbastanza profonde, degne di una nuotata.

La piana, però, era da conquistare! Il percorso, dopo una breve camminata fra piccoli scoglietti, in poca acqua, che erano molto fastidiosi, specie se non si usavano le ciabattine da mare, che però facevano molto di schizzignoso. Sugli scogli si va con i piedi scalzi! Non siamo mica di Fauglia!

Per passare meglio il tempo, alla pompa, si poteva pure pescare con le “correntine” fatte in casa, o se te ne scordavi, acquistarle dal “Renai” belle e fatte.

Un semplice amo, un piombo, e l’esca dei “garagoli”, le chiocciole di mare, trovati sul posto. Bisognava prendere, però, quelli con le gambette, non quelli con l'occhio. Chissà perché, forse le bavose dovevano essere razziste... o “stucche”!

La pesca consisteva nel giro delle buchette a cercare di catturare qualche ghiozzo, ma più spesso, appunto, le bavose, con il dito indice che teneva su la piccola corda di nylon in attesa di sentire il tocco del pesce.

 

Al moletto del porticciolo c'era molto di più! Soprattutto si potevano fare i tuffi, risalendo da una scaletta molto comoda. Le specialità erano la “seggioletta”, di testa o la “bomba” e l'ardimento era farlo da altezze crescenti. Si potevano montare via via gli scalini della scaletta in pietra e alzarsi di livello fino al molo. Poi il salto dal molo alto, come ultimo livello, dal quale si controllava anche che non arrivassero imbarcazioni in entrata, oltre a quelle in uscita che erano individuabili facilmente.

Il volo con l'acqua che si avvicina e poi... le bolle dell'aria che ti trascini dietro.

Sul quel moletto l'umiliazione più grande che ricordo! Una volta volevo fare il bagno solo se avevo le pinne, che ovviamente mi ero dimenticato. Una bizza, niente più. Mio nonno allora chiese a uno dei ragazzetti più grandi, Mario, se andava a casa, con la bici, a farsele dare da mia nonna. In cambio li dette cento lire, che negli anni 60 erano una mancetta.

Stetti ad aspettare il suo ritorno.

Capii che una persona che ti serviva per denaro, non mi faceva stare così bene. Ebbi le mie pinne, ma mi sentii un po' una merda.   

 

Qualche anno dopo, più grandicelli, invece eravamo ai bagni Roma dove mio nonno, sempre alla ricerca di qualcosa da fare per avere qualche soldo in più faceva il bagnino. Lo faceva anche in vista della villeggiatura a Porretta Terme - per non pesare come diceva lui, sul bilancio familiare Così eravamo spesso ospiti del rimessaggio dei surf e delle canoe. E facevamo il bagno ai “Roma “ il bagno degli antignanesi un po’ più sostenuti.

 

Al ritorno verso casa di nonna, alla periferia del paese, sosta rinfrescante alla fonte vecchia, i vecchi lavatoi del paese. Un posto freschissimo da raggiungere ma poi da lasciare dopo una bella scarpinata, che mi ha sempre fatto chiedere per quale ragione li avessero fatti così in basso rispetto al paese. Tre grandi vasche in sequenza e una fonte d'acqua sempre aperta, senza il rubinetto, un tubo color ruggine largo tre volte l'acqua che ci usciva.

 

Il ritorno a casa di nonna per il pranzo. Quando non eravamo in due, si poteva usufruire della canna della bici di nonno. Scomodo, a dir la verità, ma sempre meglio che farsela a piedi, stanchi, dopo il mare.

Il pomeriggio, dopo pranzo, il riposino nella frescura delle persiane socchiuse.

Alle cinque la merenda con pane e pomodoro, pane e zucchero, e, quando andava bene pane e nutella.

 

A seguire la discesa nell'orto a giocare col “Pongo” per costruire supereroi e trame che prendevamo dai fumetti ma che inventavamo anche con le caratteristiche più disparate.

La caratteristica del Pongo era la sua versatilità, i suoi colori, il fatto che non seccava mai!

La passione vera era seguente al fatto che il materiale, con l'uso, si sporcava. Cominciava così ad avere un colore grigio sempre più scuro!

Chi l'ha detto che i colori dell'iride, se mischiati, davano il bianco? Col Pongo si dimostrava il contrario.

Con la poltiglia grigia scura si facevano gli eroi più belli, quelli originali, gli antagonisti dei “griffati” Marvel. Poi potevano essere fatti enormi, tanto di materiale ce ne era sempre di più  che di quello colorato!

 

La sera, il ritorno a casa. Ci veniva a prendere mamma e si tornava sul viale Alfieri, in città. O a Livorno, come dicevano gli antignanesi, volendo distinguersi dal capoluogo labronico.

Quanti giorni mancavano ancora all'inizio della scuola?

Pochi!

Speriamo di farcene incastrare ancora qualcuno.... ad Antignano!

*

Il bianco roditore

Non era stata piena di sorprese, fino a quel momento, la vita di Nino. Figlio di una benestante famiglia dell’entroterra toscano, con terreni e proprietà immobiliari, che per emanciparsi dal suo essere figlio unico, si era trasferito in città, dopo aver vinto un concorso in una banca locale.

Avrebbe avuto, col tempo, la possibilità di avvicinarsi di nuovo al paese natale, ma non ne aveva fatto di nulla. D’altra parte la scelta di allontanarsi da casa non avrebbe avuto senso se alla prima occasione se ne fosse tornato al paese.

 

Per cosa? Voleva vivere in città, non al paesello, dove tornava spesso il fine settimana dai suoi.

Certo che poteva andare anche meglio la sua avventura, perché non aveva legato molto né con i colleghi e neanche fuori.

Si godeva la sua libertà che era però anche il suo limite. La sua misoginia aveva fatto il resto

 

La sola compagnia che sopportava era quella di un criceto bianco.

Bianco, sì. Perché erano stati sempre bianchi, per lui i criceti, per distinguerli meglio dai volgari topi, dai tarponi, di colore dal marrone al grigio scuro. Il colore era essenziale per allontanarli dalla loro famiglia di origine e renderli più accettabili.

E lui li aveva sempre avuti. Morto uno ne comprava un altro uguale, da tenere nel suo open space attrezzatissimo, dove si ritirava dopo il lavoro. Il nome per tutti lo stesso: Gigio.

 

Chissà cosa lo affascinava di quei piccoli animali e della loro vita, confinata nelle piccole gabbie. Costretti a mangiare solo semi di girasole da stivarsi nelle gote per nasconderli, per istinto, sotto un pezzo di stoffa in un angolo, oppure impegnati nell’attività frenetica di correre sulla ruota fissata alla gabbia: il loro minuscolo angolo di libertà condizionata, non rendendosi conto dell’imbroglio.

 

“Povero, Gigio”- disse un giorno Nino - “Mi dispiace vederti così illuso nel tuo correre, vorrei spiegarti!”

“Se almeno ci fosse un modo…”

 

Il piccolo animale allora, improvvisamente, gli rispose:

“Io ti capisco, Nino, e so anche perché mi tieni in questa gabbietta angusta.”

“Hai bisogno di vedere qualcuno in una condizione peggiore della tua, ma non siamo diversi.”

“Anche la tua è una gabbia, solo più grande; la TV e il computer sono i tuoi semi di girasole, la cyclette e il tapis roulant, la tua ruota.”

 

“La differenza che c’è tra noi è che nella mia gabbia mi ci hai messo tu, nella tua ti sei messo da solo, povero Nino!”

 

Non parlò più, Gigio, dopo quella volta, e neanche Nino di quell’episodio, perché lo avrebbero preso anche per matto.

*

E caddi...

Accadde che a Piacenza in un lunedì dopo il ritorno dalla licenza mi senta male ed abbia uno svenimento. Solo una febbre alta (influenza) e un abbassamento di pressione ma, cadendo nel corridoio della camerata, mi rompo i denti.

Ecco accorrere prontamente il (sotto) tenente Caudarini, detto il “Caudillo”, un imboscato con la fissa di fare il “Rambo” che vede finalmente uno scenario di guerra: io disteso in una piccola pozzetta di sangue.

La prima domanda che mi fece una volta rinvenuto fu:

“Ti sei drogato?”.

“No grazie!” gli risposi.

 Ambulanza? Macché! Facciamo tutto da soli, siamo militari, cazzo!”

 

Non vedeva l’ora di essere finalmente operativo, e con un’emergenza per dimostrare il suo mal sopito spirito guerriero. Si organizza e passa all’azione il Caudillo!

 

La tristissima camerata era al primo piano di un ex convento cadente, adattato in maniera posticcia a caserma. Così sono trasportato al piano di sotto, come si farebbe con un grosso pacco voluminoso. O un cadavere da occultare.

Viene presa una coperta di quelle militari grigio marrone con bande finali bianche ed avvolto in questa, vengo trasportato da quattro commilitoni che mi tirano su dai vertici della coperta.

Due ripide rampe di scale, poi sono adagiato su un furgone verde per l’inizio della pellegrinazione per Piacenza sotto la supervisione del sergente maggiore Campanella, all’opposto del “Caudillo”, disincantato come pochi, un impiegato più che altro intento a piccole ruberie da niente:

“Tanto gli altri rubano di più, quindi…”

Piacenza è città dalle vie strette, e dalle molte curve! Prima tappa all’ospedale militare dove mi fanno un elettrocardiogramma e mi dimettono perché non avevano posto e comunque ero in condizioni di tornare in un’infermeria, che però in caserma non avevamo.

Si riparte così verso l’ospedale civile, dove arriviamo dopo un altro tortuoso percorso, che vedevo sdraiato dietro il furgone. Anche lì elettrocardiogramma ed elettroencefalogramma e assicurazioni che va tutto bene, a parte i denti rotti.

Per il ricovero non era possibile perché ero militare, dovevo ritornare all’ospedale militare.

Ma c’ero stato!

 

Comunque un altro tentativo fu fatto; di nuovo nel furgone, ospedale militare e nuovo rifiuto. Mi sembrava di essere “il malconcio” che Alberto Sordi porta in giro per gli ospedali romani e che nessuno vuole.

Dopo trattative, seguenti al secondo rifiuto, si riparte per altra destinazione, stavolta previa prenotazione, in un'altra caserma di Piacenza, dove finalmente avevano un’infermeria.

 

Arrivato a destinazione la prima cosa che faccio, è vomitare, tra le ire degli addetti all’infermeria e la reazione di chi mi accompagnava che provoca quasi una rissa tra di loro.

 

Passa una settimana, nella quale riuscii a leggere “Croniche Epafaniche” che il mi portò il Brus, e l’influenza se ne va. Per una visita di controllo sono mandato all'Ospedale Militare di Bologna, in psichiatria, con i matti veri e quelli finti che non volevano fare il servizio militare. Altro elettrocardiogramma ed elettroencefalogramma e, dopo la visita odontoiatrica, che certifica che i denti sono rotti, convalescenza a Livorno per una ventina di giorni.

All’Ospedale Militare labronico, poi, prima di rimandarmi a destinazione e dopo aver costatato la guarigione, mi dicono:

“Ci sarebbe da fare un elettroencefalogramma di controllo ma lo facciamo il martedì oggi è mercoledì, non possiamo aspettare una settimana!”

“Ti facciamo un elettrocardiogramma, tanto è uguale!” Così sei tranquillo e puoi tornare al corpo”.

Logica stringente, mi risparmiai di insistere.

“Va bene, grazie”.

Tornato a Piacenza, dopo la malattia e convalescenza, trionfale accoglienza!

 

“Ah, ma perché non sei rimasto a Livorno? “Non conoscevi nessuno all’Ospedale Militare che ti facesse rimanere lì?”.

 

“Grazie di nuovo a tutti ”.

*

Tre storie da un verbale

 

Racconti di centodieci parole

 

Il Musicista di Fiorenzuola

 

Carlos è un musicista argentino di origini italiane, arrivato in Italia con il percorso inverso di tanti italiani che erano andati in Sudamerica. Aveva avuto problemi con la dittatura ed era tornato con la famiglia in provincia di Piacenza.

Lo chiamarono alla leva esonerandolo perché aveva superato i trenta anni. Alcuni lo facevano intenzionalmente, avendone i mezzi, di farsi trovare residenti all’estero e tornare, superata la soglia critica, a farsi dispensare. Non era il suo caso.

L’Argentina lontana, come quella gente anni cinquanta. Fu arruolato e dispensato, per sopraggiunti limiti d’età.

Rimarrà tutta la vita con la nostalgia della Pampa che non riuscirà mai a superare nella piccola pianura padana.

 

 

Il Gaucho di Bobbio

 

Non conoscevo Manolo Bellocchio, un ragazzo argentino, nato da genitori italiani che avevano fatto il percorso canonico degli emigranti. Aveva conservato la doppia cittadinanza.

Lo chiamarono alle armi in Argentina, come tutti quelli nella sua condizione, per “dare un aiuto alla sua terra”. 

“Gli avevano dato le mostrine e le stelle e il consiglio di vendere cara la pelle”, ma Manolo cadde in battaglia nell’inferno della guerra delle Malvine, ventenne.

Il consolato trasmise al distretto di Piacenza la documentazione relativa alla sua triste vicenda conclusa in modo così repentino.

 La dicitura sul verbale per esonerarlo dal servizio in Italia fu quasi comica: arruolato e dispensato, perché deceduto.

Lo conobbi così.

 

  

Il Lattaio di Lemignano

 

Luca era bravo, un ragazzo di una famiglia molto bene. Non c’erano motivi per dispensarlo dal servire la patria, come usava ancora nel lontano 1989 ma si sa, le vie del signore sono infinite, come le conoscenze e le convenienze che può avere un padre imprenditore dell’alta pianura padana. Il latte fa bene.

Sic transit gloria mundi.

Non ebbe bisogno di dimostrazioni eccessive, non si presentò neanche insieme con gli altri per la visita di leva. Una certificazione, una presa d’atto, e neanche fu mandato in un ospedale militare per accertare la veridicità di quanto asserito dalle carte.

Lo dispensarono subito, perché non poteva proprio perderlo un anno di tempo.

 

 

 

 

 

 

 

*

Il diciotto natalizio

L’esame di francese all’università si annunciava arduo da superare.

La dimestichezza con le lingue in genere, già dimostratasi negativa alle medie e alle superiori, si è era tristemente confermata.

Avevo frequentato il corso biennale all’università con Dominique, che a fine lezione ci proponeva i “mot à retenir” e ci spiegava, pazientemente, cosa fosse o no “coretto”.

Non c’era nulla da fare, il mio francese latitava come un brigante in Aspromonte.

Si aggiunga a questo che, il giorno dell’esame, Dominique, come gli altri lettori della facoltà, era in agitazione, così mancò anche il sostegno morale, e magari un aiutino, nelle due parti di comprensione e di scritto che feci la mattina.

 

Il pomeriggio l’esame orale; solo un testo da leggere e qualche domanda. Il tutto a livello di liceo, ma per me insormontabile.

Il professore, dopo che avevo letto il testo, prese il libro e, dopo averlo riletto lui, mi disse:

“Ah era questo che hai letto!” Non avendo capito niente del mio francese maccheronico.

 

Il dialogo che ne seguì fu questo:

“Si rende conto vero che la sua preparazione non è sufficiente?”

Non potei che annuire!

“Purtroppo il mio livello di francese è questo” - gli dissi - “e non sono in grado di migliorarlo. Dovrei perfezionarlo, ma più che frequentare il corso non so che fare. “Onestamente potrei solo approfondire maggiormente i contenuti del testo, ma per la lingua il mio livello è questo.”

 

“Va bene” – mi disse - “visto che siamo prossimi al Natale le propongo un diciotto, una specie di voto politico ed un regalo per le feste.”

“Grazie lo accetto volentieri.” Risposi.

 

E fu il mio 18 natalizio.

*

Bellana

Il mare non è tutto uguale, i tratti di costa non lo sono.

 

La Bellana non è bella, come parrebbe dire il nome, non è alta come la scogliera del Romito col suo mare profondo e limpido.

Non è neanche la spiaggia dei Tre Ponti, portata ogni anno per incrementare ciò che il mare reclama ogni anno e trascina via, non è il mare degli scogli dell'Accademia o della Rotonda, né quello degli stabilimenti balneari di facile accesso e pieno di cemento e tende.

 

La Bellana è un non luogo, è ciò che resta fuori e vicino al porto. Di lei non ci si cura, di lei si sa ciò che non è.

Davanti la diga curva del porto che devia le correnti che arriverebbero da ovest, di fianco lo “Scoglio della Regina” che impedisce, con la sua costruzione, che le correnti dal sud arrivino naturalmente. A nord il porto di Livorno, precisamente il porto del cantiere, dove sostano gli yacht in attesa di essere allestiti e venduti.

 

E nel mezzo, lui, il mare della Bellana, sconvolto dalla deviazione delle correnti per opera dell'uomo, non certo bello, né affascinante.

Un po' di renina, appena appena, e scoglietti neanche degni di tale nome, poi il fondale basso, di quelli noiosi, che non ci riesci neanche a camminarci.

L'acqua è inquinata per la vicinanza del porto, per cui, anche volendo, il bagno proprio non lo faresti mai.

Li ha tutti i difetti, il mare della Bellana, con i gorghi che si formano per la natura del fondale e per le deviazioni delle correnti indotte dal costruito umano.

Dietro di se, poi, un parcheggio sterrato, quasi senza ordine e qualche tamerice spennacchiata dal libeccio.

 

La Bellana non è un tratto di mare come gli altri della costa livornese, è inadatto a se stesso per colpa sua e per volontà degli altri.

Andateci alla Bellana!

 

Scoprirete il mare esistenziale.

 

*

Chiocciole e Cavalleria

La “pausa pranzo” deve essere sia pausa, che pranzo, e capita che un giorno le suggestioni ti portino il sapore del passato.

 

Il locale, sempre il solito, ma appena seduto, sentivo arrivare le note conosciute della "Cavalleria Rusticana", un’opera che amo particolarmente per tanti motivi.

Già quello mostrava la particolarità del pranzo, non è solito ascoltare un’opera per intero.

A dire la verità era già a metà ma l’atmosfera, per la conoscenza del libretto, si è fatta subito di immersione totale.

 

“Che c’è da mangiare?”

“Le solite cose, anzi una cosa diversa c’è, le chiocciole in umido!”

“Va bene, vada per le chiocciole, che con la Cavalleria vanno a Nozze, e vino rosso:”

 

“Viva il vino scintillante…” che tra poco arriverà dalle casse.

 

Si parte, però dal “Voi lo sapete o mamma..”

E Lucia, impaziente, ascolta il racconto di Santuzza.

 

Nel frattempo arrivano, in anticipo sulla pietanza, il vino rosso e il pane per cominciare a prepararsi l’appetito per “les Escargot”, mangiate, l’ultima volta a Parigi.

Erano sei di numero, ma in compenso piazzate in piatti fatti apposta e incavati per accoglierle.

Escargot à la Bourguignonne da estrarre con lo strumento adatto, una forchettina ideata per la bisogna.

Oggi non mi aspetto tanto, infatti sono in umido e con un paio di stuzzicadenti per farle uscire dal loro guscio.

 

Il dialogo tra Santuzza e Turiddu corre veloce e comprensibile solo per chi conosca le parole, come spesso nella lirica. E’ difficile capire come si possa gustare solo una cosa alla volta.

I due sensi si alternano ma non si mescolano, la musica commuove e il gusto avviluppa.

Non riesco a seguire le due cose, però entrano, nel frattempo altre sensazioni che si uniscono.

 

“Cavalleria” era l’opera preferita da mio nonno, che spesso cantava, è grazie a questo che conosco tutte le parole del libretto e che mi permettono ora di seguirla anche con il volume basso ed il canto che non scandisce bene le parole.

D’altra parte mi ricordo come le chiocciole le cucinava mia nonna.

Andavamo a farle, insieme al radicchio, nella collinetta antistante alla casa di Antignano, quando ancora non c’era nulla di costruito, e il campo era ad accesso libero ricoperto di erba e sterpaglia.

Poi in un secchio nella farina gialla per qualche giorno, per spurgarle, e via alla cottura!

Nonno, nonna, Alfio, Santuzza, Turiddu e Lola, tutti insieme. 

 

Siamo al duetto Tra compare Alfio e Santuzza, dopo che Lola “c’hai di latti la cammisa” l’ha umiliata in presenza di Turiddu, concedendoli di parlare, allontanandosi da loro.

 

Nel frattempo le chiocciole danno sapore al pranzo e gli stecchini di legno fanno il loro sporco dovere di buttafuori. Da nonna si cavavano anche con gli aghi da lana.

 

“Ad essi non perdono!” canta ora Alfio promettendo vendetta!

 

Ecco ci siamo è il momento della commozione totale, nel quale non si può trattenere l’umidità negli occhi, bisogna smettere di mangiare e farsi assorbire dalla musica.

L’intermezzo parte piano, come sotterraneo e impercettibile e poi cresce, cresce, come una metafora della vita in fotogrammi velocizzati, fino a smorzarsi al silenzio nel finale.

E’ l’ultimo momento di quiete, poi arriverà il dramma!

 

Le chiocciole sono finite, un caffè sull’”Addio alla mamma” poi il rapido finale.

“Hanno ammazzato compare Turiddu!”

 

Commozione di nuovo, ma che mi aspettavo? Finisce sempre così, che diamine!

Una grappa, il conto e si torna al lavoro.

*

Matador

Anche oggi la missione è la stessa. Stanerò i nemici che si nascondono tra le montagne di questo impervio paese.

Il panorama è sempre lo stesso, terra, sassi e deserto. Questo è quello che vedo. Non sono belle immagini a colori, ma, anche se lo fossero, ci sarebbe poco colore da vedere in questa terra sempre grigia e uguale a se stessa.

La cuffia mi da noia, anche se rispetto al caldo del posto dove devo andare a colpire, non è noia di molto.

Due ore di missione a osservare il percorso stabilito, ben in alto, in modo da non essere colpito da questi guerriglieri che mi sparerebbero addosso anche con i mitra, o mi prenderebbero a sassate se solo li capitassi a tiro; ma non gli capito a tiro, sicuro!

Sono a un’altezza che non possono raggiungere con quello che hanno in dotazione. Arrivato all’obiettivo, inquadrerò e sparerò il mio missile.

 

Eccola, finalmente, quella deve essere la costruzione da colpire, da questa distanza non si vede neanche tanto bene, ma il target è sicuro. Bisogna inquadrarlo bene, mirare e…. Partito!

Dalla telecamera sul missile vedo che si avvicina sempre più e…. Colpito l’obiettivo. Tutto distrutto. Missione compiuta.

  

C’è da tornare indietro. La parte forse ancora più noiosa di queste missioni coi droni è riportarli alla base.

Che delusione che è, sempre!

Volevo fare il pilota militare e mi trovo in un videogioco, davanti ad uno schermo a migliaia di chilometri di distanza dagli obiettivi!

 

Di avventuroso, mi è rimasto il nome in codice: Matador.

*

Appello!

Per tre anni di scuole medie l’appello era una litania, un laico rosario con il quale cominciava la mattinata.

Durante i tre anni il solito elenco e nessuna bocciatura o ingresso di nuovi alunni.

Allora eccoli di nuovo in rigido ordine alfabetico, per non dimenticare nessuno.

Io ero prima dei fratelli, dopo le lunghe leve del Bechi..

 

Abbati - Il compagno di banco di due anni su tre. Andavo a casa sua per la lezione, ma anche nel suo cortile a giocare a pallone. Per porte due saracinesche all’inizio della strada condominiale che nessuno rivendicava, l’ideale le tirarci le pallonate. E poi ai pratini della stazione con le porte costituite da giacchetti, o meglio se capitava da un tronco di un albero… o entrambi. Un palo un albero, l’altro il giacchetto.

Una volta mi tagliai un ginocchio su quei pratini grazie ad un fondo di bottiglia rotto nascosto tra l’erba. Suo padre mi portò al pronto soccorso prima di riaccompagnarmi a casa.

 

Acori - Abitava vicino a me ma non nella stessa strada, era altissima e filiforme, una specie di “ombra della sera” etrusca, mi ricordava la cantante Marisa Sannia….

“C’è una casa bianca che…”

 

Allegri - Faceva onore al suo cognome, la faccia cicciottella da bambina ma già molto sviluppata, diciamo.

A volte credo mi prendesse un po’ in giro, altre era invece molto carina con me. Come un fratello più piccolo.

  

Bechi - Alto e magro, seduto nel banco dietro a quello mio e dell’Abbati. Era nel banco da solo perché aveva bisogno di molto spazio, anche per il suo modo di stare non parallelo tra la sedia e il banco che lo faceva stare di sguincio con aria assente e disincantata.

Con i suoi jeans a zampa di elefante e gli immancabili stivaletti numero quarantadue.

 

Fratelli Berti – Uno per l’altro, i ripetenti. Uno di un anno, l’altro di due. Si erano affezionati. Erano i più adulti della classe, al banco sempre insieme.

Più saggio Rocco, il maggiore, più incline allo scherzo Claudio del quale si ricorda la canzoncina sulla Selmi.

 

Bozzi – Giocava con me nella squadra di calcio dei Ferrovieri, o meglio lui giocava, mentre io mi allenavo e basta. Ero là giusto per fare numero nelle partitelle al termine degli allenamenti quando da una parte giocavano gli attaccanti e i centrocampisti, dall’altra i difensori titolari la domenica. Così l’azione si svolgeva in prevalenza in una metà campo.

Nell’altra s’intessevano conversazioni che s’interrompevano con l’arrivo della palla.

 

Cerri – Un tipetto dispettoso, non lo ricordo bene, ma aveva la passione di mettersi sempre davanti quando facevamo le foto ogni anno, o sdraiato o seduto.

 

Corsi – Una bambina molto tranquilla e riservata, purtroppo morì l’anno dopo la fine delle medie in un incidente col motorino. Non seppi nulla perché alla fine del triennio non rimasi in contatto con nessuno.

 

Di Meglio – Aveva il nome più lungo della classe Di Meglio Cardone Andrea Giuseppe, ed era preso in giro per quello. La canzoncina diceva, ricordando un ritornello di una pubblicità: “La mattina il pomeriggio a colazione…dimegliocardone!”

 

D’Ottavio – Un biondo rosso con la pelle bianco latte che diventava rossissimo in faccia quando era interrogato, o quando era impegnato in un’attività sportiva come in palestra o nella corsa, che facevamo nel cortile della scuola sul rettilineo di fianco alla nostra aula.

 

Dreina – Imponente come una matrona, solo quando aveva i capelli sciolti, era meno evidente la sua mole.

 

Fiorentini – Al primo banco, davanti alla cattedra, ma per niente secchiona. Di lei mi ricordo che a una festa in casa, durante i balli lenti, rifiutò di ballare con il Bozzi per ballare con me. Che voleva dire? Forse era chiaro, ma non per me.

Comunque ricordo benissimo i suoi capelli a caschetto di quel pomeriggio e i tre minuti di quel ballo.

 

Franchi – Beh, l’amore delle medie. Sarà stato per il nome, Mari, si con la “i” semplice, oppure per lo sguardo a volte imbronciato e misterioso, i capelli neri e gli occhi castani, il suo essere minuta. Non facevo altro che girarmi dietro, anche se ero al secondo banco della prima fila e lei al penultimo della terza, accanto alla Selmi.

Ricordo che mi regalò un pezzo di stoffa plastificata per foderare un portacarte che costruimmo nelle ore di applicazioni tecniche.

Il portacarte l’ho tenuto fino alla metà degli anni duemila ed è andato perduto in un trasloco.

Era nero con fiori rosa e bianchi e foglie verdi.

 

Giannotti – Compagna di banco il primo anno. Rossiccia e lentigginosa… il secondo anno, migliorò e il terzo era tra le più adulte. Durante l’ultimo anno era vestita, a scuola, come se dovesse andare in ufficio: camicetta, gonna, tacco medio.

In una foto accanto alla Paladini, d’italiano, sembrava un’insegnante.

 

Mannina – La bionda della classe, che sembrava svampita. Il suo aspetto la classificava come la maggiorata, in più bionda con i capelli sotto le spalle e la zazzera alla Raffaella Carrà … nell’immaginario doveva essere per forza scemetta. Ma non lo era!

Come Jessica Rabbit, chi l’aveva disegnata l’aveva fatta così.

 

Marchi – Un fascino sorridente. Sarà stato per quel dente leggermente inclinato che dava al sorriso un fascino particolare, i capelli di media lunghezza neri e mossi. In terza era diventata una ragazza elegante.

Un fascino alla Claudia Cardinale.

 

Mori – Biondo cestista che giocava nel Don Bosco, lo incontravo, a volte quando andavo alla palestra dei Salesiani a fare pallavolo, dopo aver rinunciato al calcio.

E il calcio, volentieri, a me.

 

Parini – L’amicizia delle medie, insieme alla Tresconi erano nel banco davanti a me e l’Abbati, e c’era davvero un bel rapporto di amicizia, tutto racchiuso durante le ore scolastiche, ma molto complice.

Si collaborava molto.

 

Selmi  – La compagna di banco della Franchi, per questo la vedevo molto, quando mi giravo per la Mari. Aveva degli occhiali da sole che dovevano essere o Rayban o Lozza e una mole notevole specie se confrontata con la Mari. 

 

Tommasi – Abitava alla fine del viale di casa mia, suo fratello capitò in classe con il mio e cosa importante, fu a casa sua che la Fiorentini m’invitò a ballare.

Solo per quello meriterebbe un encomio.

 

Tresconi – Come per la Parini era l’amica della scuola, dall’aspetto più riservato rispetto alla Parini, abitava sul viale Carducci in una palazzina indipendente. Esperta di matematica e inglese nel lavoro di gruppo.

 

Zerri – Faceva coppia di banco con la Dreina. Erano le sagge della classe, mai impreparate. Un po’ sgobbona anche, ma forse sembrava soltanto.

 

Anche oggi l’appello è fatto, non manca nessuno, ora si può cominciare la giornata!

*

A scuola, nel ’68

O meglio dire il primo di ottobre del 1968.

 

No, non era la contestazione studentesca, era il primo giorno di scuola.

Nella scuola elementare Fattori in via Tiberio Scali andava in scena l’esordio della mia carriera scolastica.

La cartella rossa con il libro, l’astuccio e i due quaderni sembrava una cattedrale per il deserto; molto, ma molto eccessiva per quello che doveva contenere!

Il grembiule classico, elegantemente nero, con fiocco azzurro nella versione da fare a mano quando già ne esistevano di fatti che si attaccavano al grembiule con un bottone a pressione.

Comunque il primo ottobre era arrivato e la campanella delle 8.30 già suonava.

 

A differenza di ora non c’era la fase dell’accoglienza, o meglio questa consisteva nel fatto che te ne dovevi andare in giro per il grande atrio a cercare la tua aula.

Ovviamente non mi aspettavo di essere assegnato alla prima classe dove avevo chiesto se ci fosse stato il mio nome, ma dopo la terza cominciavo a essere preoccupato.

Il gruppo dei “non trovanti classe” scemava di numero a vista d’occhio, rimanevamo sempre in meno e non eravamo assegnati a nessuna classe.

La cosa era drammatica.

Feci un secondo giro per vedere se qualcuno avesse letto male il mio nome ma nulla.

Fuori da tutte le scuole del regno?

Sembrava proprio di sì, e con me un’altra ventina di alunni.

 

Finalmente la soluzione s’intravide quando una bidella venne a chiedere alle maestre se quelli rimasti non fossero nei loro elenchi. Una volta appurato di nuovo che non eravamo nelle liste delle aule nell’atrio, ci disse:

“Allora questi vengono con me che li porto alla loro classe!”

 

Percorremmo un piccolo corridoio alla fine del quale c’era un’aula, l’ultima, la nostra dove ci aspettava la maestra: la Papale.

Una donnina minuta e molto anziana che aveva iniziato la sua carriera scolastica prima della guerra. La cosa che mi colpì fu di vederla con il grembiule, nero anche lei, molto antica nei modi, quasi una “pre montessoriana”.

La maestra nonna più che mamma. Rigida nell’aspetto ma solo in ossequio ad un dovere.

 

Quel primo anno ci furono i doppi turni, con la scuola il pomeriggio per mancanza di aule, ma poi la soddisfazione, l’anno dopo, di inaugurare le scuole Puccini in via Emilio Zola, belle, luminose, nuove e finalmente poter fare lezione solo la mattina, anche se non ce le godemmo con la Papale, che ci lasciò presto per la pensione.

 

Cominciavano gli anni ’70.

*

All’ombra della sera

Giornata particolare quella del giuramento a Falconara, un sabato di fine maggio nell’ottantanove, cominciata prestissimo con tutte le fasi della preparazione e durata a lungo, anche dopo, prima della consegna del Garand in armeria, del cinturone e della baionetta.

Era venuto mio padre, al giuramento, si era fatto qualche centinaio di chilometri, sarebbe ripartito presto, la domenica mattina. Per la notte gli avevo prenotato l’albergo vicino alla caserma.

 

Quel sabato andammo a pranzo a Senigallia, una bella girata sulla FIAT 131, per allontanarci un po’ da dove mangiavo sempre.

Durante il CAR, a Falconara, mi ero solo preoccupato di mangiare il più sano possibile, di fare molto uso di verdura.

Avevo trovato la quadratura del cerchio con i Roscani all’anconetana, una verdura che ricordava gli spaghetti, che erano la specialità del posto, mangiati al ristorante dove andavamo con i commilitoni e dove era anche possibile telefonare e ricevere le telefonate.

Il locale aveva la caratteristica di essere sudicio, ma non poco! Basti pensare che lo chiamavamo, affettuosamente, “Il trogolo”. Le sedie dei tavoli erano così attaccate al pavimento che dovevamo fare un movimento ondulatorio prima per staccarle dal suolo e inserirsi tra loro e il tavolo.

Stavolta invece un bel pranzo sul mare vero e di mare, scordando i Roscani, poi un giro su un lungomare veramente degno di tale nome; a Falconara c’era una bella raffineria che ingentiliva il paesaggio.

Mi tolsi per qualche ora dall’immersione nella vita di caserma, una piacevole sensazione di libertà.

 

Tornati all’albergo, in attesa della cena, mi misi alla TV a vedere la finale di basket della “Libertas”; perché se è vero che ero tifoso della “Pielle”, era pur sempre una squadra di Livorno che si giocava il titolo nazionale.

Partita punto a punto, Il piccolo allungo di Milano, poi il finale, con la rimonta e, dopo il canestro all’ultimo secondo all’ombra della sera, la confusione e il titolo assegnato. Il canestro era buono e l’esultanza legittima.

“Livorno campione d’Italia”.

La conferma data durante il telegiornale della sera, l’ufficialità fatta persona: lo diceva il TG1.

Salutai mio padre, ci saremo rivisti la settimana dopo con la prima licenza, e tornai in caserma da livornese campione d’Italia, e tale rimasi per tutta la notte.

Chissà come godevano i Libertassini a Livorno, pensavo, chissà che sfottò verso noi Piellini e che caroselli di auto!

 

La domenica mattina uscii più tardi del solito, tanto avevo da passarmela da solo. Quasi quasi compro il giornale - pensai - per vedere cosa dicono di “Livorno campione d’Italia.”

 

Brutta sorpresa vedere che non era vero e che quell’immagine del finale del collegamento, con l’uno sopra il triangolo tricolore, si era trasformata nel ventesimo e rotti degli scudetti di Milano.

Il canestro non fu dato buono. Milan l’è un gran Milan.

 

L’anno dopo cambiò il tabellone segnatempo e misero anche i centesimi. Fu fatto per affermare che ne mancavano ancora novantanove alla fine, ma era troppo tardi. Quello che poteva essere l’inizio di una nuova esplosione del basket, fu un atto finale.

Finì sul quel terzo tempo la stagione delle illusioni.

Seguirono i ridimensionamenti delle due squadre negli anni successivi, poi la fusione e un Palasport che fu come quel tabellone segna centesimi.  

 

Quando fu pronto, non c’erano più le squadre. 

*

Luci della ribalta

Quante volte era salito sul palco di un teatro? Molte, davvero, ma quella doveva essere l'ultima ed aveva un sapore particolare.

Il teatro, che oggi ha fatto posto ad un grande magazzino, era il più imponente della città, ma il pubblico non gli faceva paura. Quello che temeva era non ricordarsi le battute, considerato che ad ottanta anni la mente non era più quella di un tempo.

La parte la sapeva, l'aveva recitata molte volte quella commedia, ma a distanza di qualche anno non era più lo stesso.

Si preparava, nel camerino al trucco e pensava come in un flash back tutte le volte che si era trovato di fronte a quello specchio, con le luci.

Gli inizi, prima della guerra nel teatro serio, delle compagnie drammatiche, i concorsi teatrali, poi la guerra, la Russia, il ritorno e quello che poteva essere il mestiere divenne una passione da coltivare, ma a livelli buoni. Commedie ed anche uno sceneggiato RAI con Panelli e Valori, con i quali recitava in teatro,  che lo vollero per una parte.

Negli ultimi anni, poi, anche il teatro vernacolare, ma con due punti fissi: mai vestito da donna e mai recitare in dialetto, solo in lingua italiana. Parti di contorno ma che gli permettevano di recitare in italiano: il dottore, il prete, il maresciallo.

A distanza di anni, poi, questa recita, che doveva fare una sola volta; poi, nelle altre in giro per la toscana, sarebbe stato un altro a recitare.

 

Questa era per lui! Nel teatro più grande che aveva visto passare da Totò a Mastroianni, da Bramieri a Dapporto e con il pienone che era sempre assicurato per il teatro vernacolare.

Il giornale locale presentò la commedia dicendo degli ottanta anni che lui avrebbe compiuto sul palco.

Era tutto pronto.

Si parte.

 

Arrivò, a metà del primo atto, il momento dell'entrata in scena. Un suono di campanello, si va ad aprire e arriva lui, il prete, la sua parte.

“La pace del signore sia con voi!” - disse.

Un secondo di silenzio e partì l'applauso.

Un applauso consistente, non proprio una standing ovation, ma la presenza di tante persone fece in modo di renderlo notevole.

La recitazione si fermò e l'applauso continuò finché lui non fece un piccolo passo in avanti e chinò la testa in basso e leggermente inclinata in segno di ringraziamento.

Avrebbe potuto arrivare fino al proscenio, allargare le braccia a prendersene di più di quelli applausi, ma non lo fece.

Solo quel piccolo gesto con la testa e via. Si ridà la battuta all'attore che segue.

“La pace del signore sia con voi!”- ripeté.

“E con quelli di là!” rispose l'altro attore.

 

La commedia continuò. Finale e passerella con altri applausi scroscianti, per tutti.

Ma quello seguito alla sua entrata no. Fu solo suo, intenso e a scena aperta.

 

Come Calvero. E come piaceva a lui. 

*

Ferdinandea (favola)

C'era una volta un'isola, una piccola isola che nessuno vedeva.

Era molto timida ed era rimasta sotto il mare. Non era proprio sprofondata negli abissi, ma giusto un po' sotto il pelo dell'acqua per non farsi vedere: una mezza dozzina di metri.

 

Era in una posizione favorevole, riusciva a non essere vista, ma vedeva il cielo pochi metri sopra di lei e vedeva il passaggio del mondo che viveva tra la superficie e il suo suolo.

Poteva vedere pesci, delfini, polpi ed anche gli uccelli marini che si fiondavano sott'acqua per pochi secondi nel tentativo di ghermire le loro prede.

Vedeva anche le barche, perlomeno la parte sommersa delle stesse, dalle quali si affacciavano a intermittenza degli strani esseri che non riusciva a inquadrare bene per il riverbero dell'acqua, però vedeva bene le loro reti che penzolavano verso il suo suolo e nelle quali finivano i pesci ignari della loro presenza.

Insomma non c'era da annoiarsi; non era certo una vita movimentata, ma non c'era, a ben guardare, motivo di lamentarsene.

Non so cosa le prese, ma a un certo punto della sua esistenza volle provare l'ignoto, tentare l'avventura.

La piccola isola decise, un giorno, di uscire dal mare e vedere l'aria: avrebbe lasciato il mondo che conosceva per cambiare elemento nel quale vivere, dall'acqua all'aria. Avrebbe visto gli uccelli in una visione nuova, con le ali ben spiegate, avrebbe goduto della vista di nuvole e sole e poi avrebbe conosciuto quegli strani esseri che si affacciavano dalle barche.

Sarebbero stati contenti, pensava, di avere un posto in mezzo al mare dove fermarsi; aveva visto quanto fosse per loro difficoltoso, una volta fuori dalle loro barche, adattarsi all'elemento liquido tanto che molti che erano caduti nel mare, non erano sopravvissuti per molto.

Decisamente poco adatti, senza branchie come i pesci e neanche agili come i delfini.


Un giorno come gli altri si decise. Prese tutte le sue forze e s’innalzò verso la superficie: prima emersero le parti più alte poi le altre. Nel mezzo a essa si formò anche un laghetto salato che attingeva la propria acqua dal mare, così poteva rimanere in contatto con il suo passato.


Era un’isoletta carina, proprio adatta alla sosta di uccelli migratori e stanchi pescatori, proprio quello che mancava in quella parte di mare.

Aspettò che qualcuno si accorgesse di lei. Per primi arrivarono gli uccelli, che si posarono contenti provando ad assaggiare anche le alghe che si era portata dal fondo del mare. Alcuni apprezzavano, altri meno; tutti comunque grati all'isola che li rifocillava perlomeno di una sosta nel loro interminabile vagare fra cielo e mare.

Una pioggia scrosciante la ripulì dal troppo sale che le era rimasto addosso, ed anche il laghetto divenne meno salato. Ora poteva vedere bene il sorgere del sole e il tramonto, era molto soddisfatta dello sforzo fatto per emergere.


Dopo due giorni fece il suo incontro con gli uomini. Arrivarono in pochi, con una piccola barca. Molto sospettosi rimasero nei pressi della battigia; parlarono tra loro e uno conficcò un remo sulla sua superficie, dicendo parole che lei non era in grado di capire. Rimasero poco e se ne andarono, così com’erano venuti.

 

Passò poco tempo ed ecco avvicinarsi un'altra imbarcazione, più grande, dalla quale scesero altri uomini, vestiti tutti uguali, la esplorarono un po' e arrivarono fino alla sua sommità per osservarne le dimensioni poi, discesi, piantarono una bandiera; dissero qualche frase, tipo gli altri, ma sembravano un'altra tribù, molto più ufficiali, fecero quasi una cerimonia e poi tac ecco la bandiera al posto del remo.

Strani davvero, ma non bastavano i primi?

Pensò fosse un’usanza e non approfondì oltre.

Ancora qualche giorno di tranquillità e di sole che asciugò la superficie, si trovava proprio bene, ma perché non era emersa prima, accidenti!

Ecco ora, al suo orizzonte, spuntare due navi, tipo quella dei secondi uomini, la più grande restò discosta, la più piccola si avvicinò e l'equipaggio scese sulla superficie. Anche questi uomini erano vestiti tutti uguali, ma non erano né come i primi né come i secondi, anche loro si avevano una bandiera e la piantarono dopo le solite parole strane.

Proprio strani questi uomini, pensò, ogni gruppo parlava diverso dall'altro e la sola preoccupazione sembrava essere quella di piantare bandiere.

Non aveva finito di fare queste considerazioni che, dall'altra parte delle sue coste, rispetto agli ultimi, spuntò un'altra nave con altri uomini che, una volta arrivati, fecero le stesse cose dei secondi e dei terzi “approdatori”, discorso, breve perlustrazione e bandiera. Davvero cominciavano ad annoiare!

Veramente non avevano altri posti per mettere quelli stracci, che infilarli sulla sua superficie? Mah!

 

Le cose divennero poi pericolose quando si trovarono insieme le navi dei tre gruppi arrivati con le bandiere, non si capiva bene perché se sbarcava un gruppo non sbarcava l'altro; i tre gruppi ad un certo punto non sbarcarono più, le navi aumentarono e ne arrivarono di più grandi, rimanevano distanti tra loro ma si controllavano, si capiva!

Nessuno sbarcava, ma erano pronti tutti e tre a farlo, anzi uno dei gruppi ci provò avvicinandosi, ma gli sparò contro uno degli altri due.

Presto capì che ognuno voleva mettere solo la sua bandiera ed erano disposti a tutto, come avvenne una sera, quando due gruppi cercarono di sbarcare. Cominciarono a spararsi l'un l'altro; qualche nave affondò e molti degli uomini vestiti uguali affondarono con le loro navi.

L'isola ci rimase male, era emersa dal mare per curiosità, ma anche per essere di aiuto, voleva migliorare la vita di chi passava da quella parte di mare ed invece ora era disputata a cannonate, ed andava sempre peggio visto che le navi aumentavano, per una affondata ne venivano due o tre a rimpiazzarla, ad un cento punto l'isola non ne potette più, i morti erano tanti ed alcuni anche sul suo suolo.


Non voleva creare disturbo, né contese e nemmeno eroi, gli uomini che vide non gli piacquero, non era proprio il caso di insistere con questi. Il panorama era sempre lo stesso: navi e cannoni, e non era un bello spettacolo, così decise di tornare sott'acqua, in fondo non stava poi male a pochi metri dalla superficie e non aveva a che fare con quegli strani animali. Fece due conti e, amareggiata, se ne tornò da dove era venuta, lasciando i tre gruppi di navi senza isola da conquistare.

 

Li vide allontanarsi uno a uno dopo aver fatto ognuno di nuovo delle cerimonie, stavolta per ricordare chi era caduto.

 

Si era resa conto della difficoltà di esistere fuori dal mare, così s’inabissò, lasciando solo una secca che nessuno contese più.

 

*

Furino

Furino era un calciatore della Juventus, non era elegante come Bettega né geometrico, nei passaggi, come Capello. Non era leggendario come Zoff, né bello come Cabrini, e neanche arcigno come Gentile. Non era poi alto e biondo come Morini, non urlava come Tardelli, e non aveva l'eleganza di Scirea.  Poi, neanche segnava, come faceva invece Cuccureddu.

 

Si faceva un culo per tutti e mai la gioia di un gol, non era il suo mestiere.

Quando quasi tutti i suoi compagni erano convocati in nazionale, lui era quasi il solo che non lo era e rimaneva ad allenarsi da solo o con i ragazzini.

La vita da mediano! Certo a Oriali, come canta Ligabue, lo portò ad anche a essere un campione del mondo. Lui no!

Era il meno considerato in una squadra di campioni. E lui campione non lo era.

Era il più sporco alla fine delle partite, i pantaloncini subito macchiati di verde o di fango, i pochi capelli subito sconvolti dalla corsa incessante e la maglietta in disordine.

 

Una volta, però, accade l'imponderabile. Riuscì a segnare!

E allora le sue fatiche furono premiate in un modo "che era follia sperar". Ed anche lui ebbe la gioia di essere protagonista, e non un semplice portatore di acqua per la gloria altrui...

E si accorse, quel giorno, di non avere un modo di esultare, ognuno ha il suo; lui si trovò impreparato come non lo era in campo.

Non aveva messaggi da mandare sotto la maglietta, non usava al tempo, e poi il messaggio sarebbe stato troppo vecchio, avrebbe dovuto aspettare anni.

 

Capita di non essere preparati a esultare, così lui lo fece girando felice per il campo, agitando le mani in modo incerto, mettendosele davanti alla faccia, insomma un po' di tutto quello che aveva visto fare agli altri.

 

Era lui di solito ad abbracciare i compagni goleador, quella volta lo cercarono loro!

*

L’espace d’un matin

 

Tanti anni passati ad incontrarsi decine di volte il giorno. Che strani quelli incontri.

In realtà erano stati, da sempre, brevissimi, con la possibilità di darsi solo un cenno istintivo di saluto.

Uno si specchiava nell'altra, intuivano qualcosa l'uno dell'altra ma l'incontro era finito.

A volte capitava che, per il loro lavoro, si fermassero a conversare per qualche momento, ma poi, il tempo era troppo breve per raccontarsi, dirsi qualcosa che non fosse banale, standard, e che non andasse oltre quella simpatica interazione di pochi momenti.

Alla sera, ognuno tornava alla sua casa.

 

Ma dopo la notte, torna il giorno e gli incontri riprendono.

Partono le due vetture della funicolare.   

 

 

Racconto in centodieci parole

 

*

Rosso di sera

Sarà che per anni è stata – nei venti giorni del suo svolgersi – la caratteristica dei mesi  estivi degli anni settanta, ma la festa provinciale dell'Unità di Livorno è stata sempre legata, nel mese di Luglio, alle estati che vanno dall'inizio dell'adolescenza fino alla sua fine.

Mio padre vendeva i libri della casa editrice del PCI e quindi tutte le sere, dopo cena, andavamo alla festa.

Fino a mezzanotte tutte le sere tra i banchi, un tempo numerosi, dentro e fuori della Rotonda di Ardenza, con puntate di ”azzardo” ai giochi che si facevano per vincere qualcosa di inutile.

 

Il gioco del porcellino era il più divertente. Un porcellino d'india veniva messo sotto una scatola. Intorno le tane, numerate, legate ai numeri che venivano dati ai partecipanti; veniva quindi alzata la scatola a forma di piramide e l'animale andava a rifugiarsi in una di quelle.

Lo spettacolo “vero”, non era il povero porcellino, ma era l’accanimento delle persone per dirigere lo spaesato animale verso il buco corrispondente alla casella con il proprio numero. Era vietato solo tirare cose sulla pista, per il resto urla, fazzoletti ed anche qualche colpo sul bordo pista erano ammessi.

I porcellini in realtà erano più di uno, d'altra parte lo stress andava messo in conto! A volte proprio non voleva camminare, lo spaesato animale.

 

Allo stand delle piante atmosfera più rilassata, visto che toccava alzare il tappo e ognuno era artefice della propria fortuna per vincere una pianta piccola o grande. L'errore, per chi voleva tentare il gioco, era andarci subito, appena arrivati. Se avevi la fortuna di vincere una pianta gigante, il problema era continuarla, la serata. Te la dovevi portare dietro in giro per la festa. Vedevi gente che riconoscevi da lontano per la pianta che la sopravanzava di una spanna.

Poi la cosa, in realtà, era solitamente meno drammatica se conoscevi qualcuno in qualche stand, - e chi a Livorno non conosceva qualcuno che lavorava come volontario, in uno stand- Gliela lasciavi e tornavi a prenderla quando andavi via.

 

C'erano i bar, altri giochi e la Direzione dalla quale partivano i fatidici annunci “il bambino Paolo attende i genitori in direzione....” Come diceva Dalla del centro di Bologna, dove non si perde neanche un bambino, magari si perdeva, ma poi si ritrovava.

Un anno anche la TV! C'erano gli europei di atletica e un orgoglio nazionalista pervase la festa per la sfida tra la Simeoni e l’Akermann... poi Mennea che erano le sicurezze. Le medaglie sicure.

 

Lo spettacolo ufficiale, però, era assicurato a quella che chiamavano la grande Arena, il luogo cult. Lo spettacolo gratis attirava molte persone a prescindere da cosa si rappresentasse: c’erano persone che si sedevano in prima fila qualsiasi fosse lo spettacolo dell’arena, quasi per “partito” preso.

“Che cosa fanno stasera?”

“Non lo so, ma qualcosa fanno sempre!”

Era un po' il rifugio della certezza, come l'Unità, insomma. 

C'è stato di tutto: dagli Inti-illimani a un Pino Daniele giovanissimo e sconosciuto, da Sergio Endrigo ai Litfiba, Ruggeri commedie in vernacolo e non. Un grande cartellone, da gustare tra odore di patate e pesce fritto.

 

Ogni rione si caratterizzava per qualcosa. I ristoranti erano i protagonisti “goderecci” della festa. Quello dei portuali era il ristorante dedicato al pesce, o perlomeno lo si cucinava in prevalenza. Organizzatissimo, sembrava una specie grande fabbrica, era quasi una dimostrazione del comunismo all'italiana: organizzato e democratico. Più “alla buona” gli altri ristoranti.

Per tutti valeva la regola che il mangiare ci si prendeva da soli, con i vassoi. Era molto corretto non farsi servire a tavola, ed era anche pratico. Qualche anno più tardi qualcuno cominciò a organizzare il servizio borghese, ai tavoli, e via via la fila si è sempre più limitata a quella alla cassa per pagare.

 

L'anno migliore quello dei dischi. Accanto ai libri, un anno, vendevamo anche i dischi, tutta roba impegnata: canti anarchici, popolari, canzoni di lotta, insomma tutto ciò che poteva definirsi “di sinistra”.

I dischi degli Inti-illimani erano i più venduti. Musicassette e dischi, da mandare a tutto spiano. Lo stand che gestiva mio padre era più grande del solito, c'erano sempre più persone al banco. Per vendere, ma anche per controllare. Poi si sa, compagni compagni ma qualcosa spariva anche lì.

 

Otre ai dischi, di quell'anno ricordo, davanti allo stand, una gigantografia che mi è rimasta per sempre impressa. Una foto della strage di Brescia. La festa doveva quindi essere di poco successiva al 1974. Nella foto si vedeva un uomo inginocchiato con la mano destra in faccia per l'orrore, l'altra lungo la coscia sinistra, che non si vede. S’intuiva di fianco all'uomo solo un corpo sotto una bandiera.

Era la foto che, per me, è stata l'emblema di quegli anni.

 

Lo spuntino di mezzanotte era il finale, l'ultimo premio, pane e pomodoro o latte e menta allo stand della Centrale del latte e il cocomero nelle serate più calde. Ma non tutti insieme eh? Sennò poi chi dormiva?

Con l'avvicinarsi della mezzanotte, come la magia di Cenerentola, la festa si svuotava, e i fogli e le carte per terra divenivano via via più numerosi della gente che li calpestava; si mischiavano quelli gialli e untuosi che avevano avvolto i cibi, a quelli che annunciavano gli eventi della serata.

 

La grande festa  seguiva ed era preceduta da altre feste rionali, che scandivano quei mesi.

Ardenza, Coteto, Shangay, Corea e quella in Fortezza Nuova. A quelle andava però solo mio padre e non lo faceva, come noi, per divertirsi!

Noi andavamo alla rionale di Antignano, ovviamente, ed un anno il premio del gioco della ruota erano le galline.... vive!

C'era un grosso pollaio fatto con i tubi “Innocenti”- la materia prima con la quale si forgiavano le feste -  dove, per una settimana, dirazzolarono decine di galline. Tanto chi partecipava alla ruota aveva comunque un pollaio dove metterle! Le galline lo speravano vivamente.

 

Insomma, non c'era da annoiarsi in città, anche prima che cominciassero, anni dopo, le feste con le bancarelle venute da fuori, gli sponsor, e l'area espositiva che prendeva poco a poco il sopravvento.

 

Che tempi sereni e spensierati! E che estati, quelle degli anni settanta. Le giornate, come gli esami, non finivano mai! 

 

*

Cinema con vista

Le sere d’estate al cinema di Antignano iniziavano alle 21.15 ma prima occorreva la preparazione. Solitamente le uscite serali seguivano la cena da nonna dove andavamo tutti, o solo noi bimbi. Poi passavano mamma e babbo a prenderci “al volo”. Nonno mangiava prima perché faceva la maschera: un modo come un altro per restare di lato al mondo dello spettacolo che tanto amava.

Alla conclusione del film la replica del primo tempo,  per i ritardatari. O per chi voleva ottimizzare il prezzo del biglietto.

I film come tutti, le vedevo in platea. Sedie scricchiolanti e scomode che facevano spesso il paio con le pellicole consumate dall’uso trattandosi, solitamente, di seconde se non terze visioni.

Il cinema all'aperto consentiva una visione diversa dello spettacolo rispetto alla sala al chiuso. Il film si mischiava con l'ambiente attorno. Nella proiezione del “Dottor Zivago” per esempio, una serata fresca di settembre, divenne ideale per seguire, infreddoliti un film nel quale il freddo e la neve erano protagonisti per buona parte del film, quasi come Omar Sharif e Julie Christie.

 

Le postazioni al cinema di Antignano erano predefinite. Nella parte sotto la stanza del protezionista i ragazzi, con il muro dietro  e su una fila unica, che ricordava l'ultima fila dei pullman o l'ultimo banco a scuola.

Nei pressi del bar, sotto la tenda, i “notabili” del paese – il farmacista, qualche bottegaio etc -  ed i  frequentanti i “Bagni Roma” riparati dalla “guazza”, che dopo una certa ora cominciava a farsi sentire.

Nella platea, sulle poltroncine scomodissime, tutti gli altri.

Non che fosse scritto così.

Dal bar,  si vedeva anche peggio, ma si stava più comodi, al tavolino tondo, sulle poltroncine di gomma e ferro, anche se si doveva consumare.

D'altra parte, come si dice, noblesse...oblige!

 

Fra il primo ed il secondo tempo la corsa al bar per comprarsi le gomma da masticare, le noccioline o le stringhe di liquirizia. Si poteva, ad intuito, andare qualche minuto prima della fine del primo tempo, evitando la ressa che immancabilmente si creava quando si riaccendevano le luci.

 

Ad un certo punto, però, succedeva che lo spettacolo fosse sopra lo schermo.

Sul finale della proiezione, infatti, iniziava solitamente un altro spettacolo: la processione dei topi, che utilizzavano la parte superiore dello schermo, un cordolo in cemento, per le loro evoluzioni.

Era una processione in bella vista perché, con la luce della strada dietro ed il buio pieno, si vedevano le forme che si stagliavano, con molti, dalla platea,  ad indicarne il passaggio.

E, così, se il film non era granché, lo spettacolo si integrava con una parte teatrale e documentaristica.

L'apprezzamento della pellicola era inversamente proporzionale all'attenzione rivolta ai roditori.

Se c'erano più spettatori che seguivano i topi, invece della trama, era un segno evidente dello scarso successo della pellicola.

“Che film hai visto ieri sera?”

“La replica di  “topi sul cordolo...”

Grande film, ed attori molto affiatati!

*

Mezz’ora in venti anni

"Allora ci vediamo alle 21. 00?"

"D'accordo."
Era nata così quella serata d'estate, lui e lei si erano dati l'appuntamento alla piazzetta. Di solito le serate d'estate cominciavano più tardi per chi si ritrovava lì, per quello si erano trovati prima. Oltretutto lei doveva rientrare a casa prima.

Lui aveva da compiere trent'anni, lei ne aveva compiuti quattordici pochi mesi prima, erano amici da qualche mese. Ovviamente ogni amicizia è diversa, questa poi trai due, che facevano parte di due gruppi diversi per età che pur condividevano lo spazio di quel posto, lo era davvero.

Non c'erano ragioni particolari per trovarsi quella sera. O forse si. Ognuno aveva, quella sera, voglia di uscire per non rimuginare sui propri pensieri che forse erano gli stessi, ma non riguardavano qualcosa che avesse a che fare con loro due.

Non avevano semplicemente voglia di stare in casa, forse, e così si accordarono per uscire.


Arrivarono entrambi in anticipo; chi per una ragione, chi per un'altra la situazione era comunque inedita e meritava un po' di attenzione in più, da parte di entrambi, nel rispetto degli orari.

"Eccomi!" disse lei, dove si va?

"Andiamo a fare un giro in macchina. Sul Romito va bene?"

"Si, si d'accordo."


E partirono con la cinquecento bianca, alla volta della scogliera del Romito. La serata estiva non era delle migliori, c'era un forte vento che spesso è presagio di bufera. E così fu. Venne, infatti, un bello scroscio d'acqua che fece temere per il raggiungimento della scogliera. Ebbero, però, fortuna la perturbazione era limitata a un pezzo della città, dopo Ardenza era sereno, non era venuta giù neanche una goccia.

Meglio così. Si diressero verso sud, Antignano, poi il Boccale e gli scogli del Romito.

Scesero in un punto, dove si trovava un piccolo parcheggio, in prossimità del ponte di Calafuria.
Si misero a sedere sugli scogli conversando del più e del meno; non era importante quello che dicevano ma l'atmosfera rilassata. Il rumore del mare e l'odore di salsedine, che arrivava fino in cima alla scogliera, unito al vento che ancora tirava, fecero si che smettessero di parlare. Vicini, ma ognuno su uno scoglio, in silenzio. Soltanto a osservare il mare e sentirne l'odore, il rumore e il profumo.

 

Una bella atmosfera che durò una mezz'ora, poi la salsedine si faceva appiccicosa e il vento troppo fresco.
Tornarono indietro contenti di quella bella atmosfera di silenzio che si era creata.
Al ritorno nella piazzetta molti volti stupiti di vederli arrivare insieme, ma nessuno disse niente, anche se qualche critica, sottovoce, ci fu'.

Nei giorni e nei mesi successivi non ebbero occasione di ritornare sulla serata, e perché poi? Non ce n'era ragione.


Rimase, in entrambi, una sensazione piacevole ma che terminò senza che nessuno avesse la volontà di chiedere all'altro qualcosa.

La vita continuò, e si lasciò alle spalle quella mezz'ora.


Molti anni dopo si ricontattarono in occasione di un compleanno di lei. Lui le mandò un messaggio di auguri al quale lei rispose facendo capire di essere in crisi col lavoro e con la vita in generale.

Lui si ricordò di quella serata e le scrisse:

"Ti ricordi una ventina di anni fa', che ci trovammo la sera dopo cena con un tempo da lupi e andammo con la 500 agli scogli del Romito a guardare il mare e a pensare ognuno alla sua delusione? Facciamo conto di tornarci. Fai un sospirone pieno di salmastro!

Non ti senti già meglio?"

Lei rispose:

"Sì che lo ricordo. E non avevo mai capito perché arrivare fino al Romito. “Però quegli scogli li ho conosciuti con te, e a quella sera sono rimasti legati.”


Fece un sospirone, e ritrovò un po' di serenità. E la trovarono entrambi perché, per entrambi, che l'altro si ricordasse quella mezz'ora di venti anni prima fu' come ritornare su quegli scogli.
Inutile, di nulla.

Ma bellissimo.

*

Recondita armonia

Eravamo preparati a puntino, per entrare al Teatro Goldoni in una piovosa sera d’inverno della prima metà degli anni settanta!

 Il libretto dell’opera, io e mio fratello, lo conoscevamo tutto, grazie alle lezioni che nonno ci aveva impartito nelle settimane precedenti, perché altrimenti l’opera lirica è una noia mortale se non si conoscono gli avvenimenti che si narrano. Così ci aveva cantato e recitato tutte le parti dell’opera, tutti e tre gli atti della “Tosca”.

 

Arrivammo con grande anticipo a teatro, perché, insomma, non avevamo biglietti di platea. Nonno conosceva un po’ di gente nel teatro e, con un biglietto di galleria, o in piedi, si poteva accedeva alla platea.

L’ingresso nel teatro è una bella esperienza specie se si è sotto i dieci anni. La sala illuminata, l’ovale della platea che ci abbracciava, sovrastata dall’enorme lucernario del soffitto della sala.

Tutto intorno i palchetti numerati, quattro ordini con il palco reale come chiave di volta.

Vestiti di tutto punto, come in occasione del matrimonio della zia. Diversi ma nello stesso stile, “Recondita armonia.”

Pantaloni lunghi con abbottonatura alla marinara, cappottini Montgomery e camicia bianca. Due figurini “di bellezze diverse!”

 

Dopo la non breve attesa, ecco che si comincia. Come da copione in platea ci sono numerosi posti liberi, specie nelle prime file. Dopo aver atteso pazientemente in piedi, una volta iniziata l’opera, ci inserimmo con tempismo in quinta fila, dove si vedevano anche gli sputi del tenore che cantava.

“La chiave, la colonna ai piè della Madonna…” la scena inizialmente buia si illumina della sorpresa di due bimbi che per la prima volta assaporano i gesti e l’atmosfera del teatro.

 L’ingresso di Scarpia ci fa un certo effetto. Di nero vestito, con voce bassa e convincente che ricordava i rimproveri ai bambini.

“Un tal baccano in chiesa?” Bel rispetto!”

 La cattiveria del personaggio lo aveva, come si dice, preceduto e atterriva ancor di più. Si ponevano le premesse del dramma.

 La promessa a Cavaradossi “nel tuo cuor si annida Scarpia!” è quasi un giuramento prima del “Te Deum” che conclude il primo atto, facendoci rifiatare.

 

L’immaginifica atmosfera del Foyer, tra le finte colonne di marmo in  “Trompe l'Oeil”, che non avevamo notato all’ingresso, è un ulteriore spettacolo con la gente che rende giustizia alla saletta. Due bibite per noi e un’Averna per nonno, anche se la digestione era già fatta, considerato il largo anticipo col quale eravamo arrivati.

 

Il secondo atto era il più temuto, per le torture al povero Cavaradossi. La scena, però, data la vicinanza del palco ne sdrammatizza il contenuto, quindi si può andare verso il “vissi d’arte” con animo più sereno e rilassato.

La pugnalata a Scarpia provoca quasi un “te lo meriti.”

Lo canta o lo recita il “Davanti a lui tremava tutta Roma”? Sciolse il dubbio, il soprano e lo recitò per tenersi la voce per il finale!

 

La seconda pausa non ha lo stesso sapore della prima, come il secondo bicchiere di spuma fresca al cinema d’estate.

 

Siamo alla fine, l’inganno duplice, triplice. Fuori dal teatro veniva giù un acquazzone memorabile! Ce ne accorgemmo quando sulla scenografia si allargava una macchia d’acqua sul telone di sfondo e quando, dalla copertura scorrevole del teatro, cominciarono a scendere goccioloni di acqua sulle nostre teste.

Ci spostammo e attendemmo che il plotone d’esecuzione facesse il suo dovere a dispetto degli accordi.

“Com’è bello il mio Mario”

Bello e morto, “e cadde come corpo morto cade.”

Volo finale e sipario.

Era finita l’avventura sul palco. Gli interpreti escono e rientrano un paio di volte per ringraziare il pubblico che si trattiene all’ingresso per la pioggia insistente che veniva giù.

 

Aspettiamo che arrivino mamma e babbo a prenderci, sotto le logge davanti al teatro, dalla parte dello scivolo a sinistra, uscendo dall’ingresso.

Quanta acqua si può prendere in dieci metri? Tanta.

 

Quella sera avemmo il battesimo teatrale, e se quello che il bruco chiama fine del mondo, il mondo lo chiama farfalla, per noi, quello che a Livorno fu chiamato nubifragio, lo ricordiamo come “la prima volta a teatro.”

*

Ottantasei passi

Ottantasei passi per quarantadue, tali erano le dimensioni del magazzino da controllare, dall’esterno, dal caporale Bastiano del secondo reggimento del “Genio Pontieri”.

La guardia, l’aveva già fatta, a quei magazzini, ma di giorno, durante l’estate. E non era andata male, un bel turno all’aria aperta, girando intorno all’edificio numero due.

Che cosa contenevano di così importante quelli edifici accanto al vecchio convento trasformato in caserma?

 

“Armi ed equipaggiamento per armare cinquemila soldati in caso di necessità.” Gli aveva detto il sergente che fungeva da capoposto.

Mettiamo che la Jugoslavia ci dichiarasse guerra e le sue armate irrompessero nella pianura padana; occorreva fermarle e prepararsi a combattere.

“Mah, siamo nel 1990, il muro di Berlino è appena crollato, e ancora aspettiamo le orde rosse?” Pensava Bastiano.

Il materiale bellico custodito era poi costituito dalla dotazione base dell’esercito, i moschetti a otto colpi M1 Garand che, per esperienza personale, erano più pericolosi per chi era dietro al mirino che davanti. I proiettili s’inceppavano spesso nel fucile e, per estrarli ci voleva molta cura. 

Come si sarebbe potuto contrastare l’invasione con quel materiale?

Se lo era chiesto già in estate.

 

Stavolta l’era toccata una guardia invernale, dodici ore in cui si alternavano il turno di guardia e il riposo.

Il secondo turno di guardia, dalle una alle tre, era proprio duro. Già infreddolito dal primo e con la nebbia che si era abbassata, le luci fredde al neon, che circondavano gli edifici, spandevano un indistinto alone biancastro intorno, senza fare molta luce.

Non si vedeva bene, in compenso c’era da combatterla, e non con i fucili, la nebbia, che inzuppava la mimetica. Ti ritrovavi l’umidità dappertutto, e poi Bastiano abitava sul mare, quella cosa lì non l’aveva mai vista, non così, almeno!

 

Uno due tre…ottantasei, si era messo a contarli per tenersi sveglio, i passi che doveva fare sul lato lungo del fabbricato, prima dell’angolo che, a volte gli faceva vedere il commilitone che faceva la guardia all’altro edificio.

 

Uno, due, tre… quarantadue e via, per l’altro angolo.

Un momento.

La sua attenzione fu attirata dalla porta dell’edificio. Non era completamente chiusa, quando ci era passato vicino. Era intento a contare, in quel momento ma ora che il conto ricominciava, rivide l’immagine che li tornò alla mente.

Era meglio controllare.

Tornò sui suoi passi fino alla piccola porta a due ante al centro del lato corto. Effettivamente non era chiusa bene, una dimenticanza di qualcuno che ogni tanto andava a controllare il materiale, forse.

Così decise di controllare se fosse aperto.

La porta faceva resistenza ma era aperta, non era neanche quella principale. Avevano ceduto i fermi in alto, e anche se all’apparenza chiusa, si poteva entrare.

Un po’ di forza in più e...

 

Il caporale Bastiano accese la torcia che si era portato per dare un’occhiata ma, incredibile, non credeva ai suoi occhi.

Il magazzino era completamente vuoto.

C’erano le rastrelliere per le armi ma nessun fucile, nessun segno di una presenza recente di alcun che.

 

Stava facendo la guardia a un edificio vuoto, chissà da quanto! Le guardie, i turni e gli arrabbiamenti per quattro mura cadenti e un tetto.

 

Bastiano richiuse accuratamente la porta dietro di sé e continuò il suo giro.

Al ritorno dopo il turno di guardia, al sergente che gli chiese se ci fosse qualcosa da segnalare rispose:

“Niente, proprio niente.”

 

Non voleva noie il caporale Bastiano, solo il congedo e tornare al mare.

*

Il colonnello e il soldato Andrea

Il tenente colonnello Nicola era proprio odioso, ne aveva le stimmate naturali.

 

Di origini pugliesi, trapiantato a nord, aveva la voce acuta e stridula che si attagliava al personaggio, legato a piccole formalità da contestare ai soldati e all’addetta alle pulizie della sua stanza.

Non poteva neanche comandare tanto, il colonnello, perché non era il più alto in grado, e aspettava che fosse in ferie il suo superiore per fare un po’ il fenomeno, anche verso il capitano che con lui e il presidente costituiva il collegio di leva; ma erano brevi momenti.

Del resto non aveva mai comandato niente di serio che non fossero soldati di leva impiegati in lavori di ufficio.

Nella sua stanza erano esposte le sue glorie; pergamene e gagliardetti che ne riconoscevano i meriti, tutti conquistati sulla carta, perché non aveva avuto le promozioni che per corsi di perfezionamento e anzianità di servizio.

L’aria che si respirava era pesante, in quella stanza, per l’odore di sudaticcio e di viziato che c’era dentro. Le serrande erano sempre chiuse e la lampada sul tavolo, sempre accesa, emanava una luce di un colore giallo intenso che era assorbito dagli accessori di pelle scura della scrivania, rendendo l’illuminazione soffusa e greve.   

 

Il tenente colonnello Nicola passava le sue giornate al telefono a parlare di Bridge di cui era un accanito giocatore. Per telefono si accordava per il circolo, per organizzare incontri di tennis e per vantarsi delle sue conquiste galanti. La sua attività si limitava a pochi giri di scartoffie senza rilevanza, che firmava elegantemente con la sua stilografica.

 

 

Si era creata, fin dal suo arrivo, un’avversione col soldato Andrea, figlio di un onorevole locale, un biondino quasi tedesco, alto, magro con gli occhi celesti e l’erre moscia, che faceva il militare a casa per paterna intercessione.

Lo chiamava, quando poteva, “Tenente colonnello”, invece di colonnello come voleva lui, senza che Nicola lo potesse né obbligare né punire, perché il soldato Andrea non era direttamente un suo sottoposto. 

Si limitava a rispondere agli ordini eseguendoli some un robot, il soldato, con una certa aria di fare le cose con la mano sinistra. E il colonnello non mancava di farli appunti di tutti i tipi.

Lo punzecchiava!

 

“E’ proprio un maiale.” Diceva Andrea, dopo essere tornato dal suo ufficio per la firma giornaliera dei documenti.

“E puzza anche come un maiale!”

 

E, per punire in cuor suo l’abominevole uomo, il soldato Andrea metteva in atto il suo rito quotidiano.

Entrava nella sua stanza prima del suo arrivo. Si avvicinava con cura alla sua scrivania e prendeva con delicatezza un libro finemente rilegato dei tanti che erano alle spalle della poltrona, lo apriva con le due mani e ci sputava dentro, con la tecnica a spruzzo.

Poi richiudeva con cura il libro.

Un libro al giorno! Una specie di rito sacrificale in ossequio ad un dovere.

“Quando li andrà ad aprire li troverà intostiti e appiccicati, peccato non esserci in quel momento!”

Oltre che ai libri, lo stesso trattamento veniva riservato alla cornetta del telefono del colonnello.

Si sentiva bene, l’Andrea, e poteva serenamente cominciare la sua giornata.

 

Poi, arrivò anche l’ultimo giorno, quello del congedo. Il soldato Andrea andò nell’ufficio del colonnello Nicola per accomiatarsi da lui.

Anche quella mattina aveva fatto il suo rito, più abbondante, giacché era l’ultimo. Appena vide entrare il colonnello bussò alla sua porta.

“Comandi colonnello…”

Lo vide che, con una salvietta umidificata, stava pulendo la cornetta del telefono.

“Vedi, io non mi fido delle pulizie che fanno queste troiette che lavorano per comprarsi la pelliccia, chissà come me lo puliscono il telefono.”

”E’ questione d’igiene!”

 

Quanta saliva sprecata pensò Andrea. Aveva timore a chiederlo, ma glielo porgeva il cuore, voleva sapere conferma perlomeno dei libri.

“E i suoi libri, glieli spolverano?”

“I miei libri?” Ah questi, figurati li ho trovati qua e ce li lascio tali e quali, quelli che uso li tengo nel cassetto caro il mio soldatino!”

E aprì il cassetto più in basso della pesante scrivania.

 

“Questi sono quelli che m’interessano!” Disse, mostrando ad Andrea due manuali del Bridge.

“E’ un bel gioco, soldato, lo impari!”

 

*

Giancarlo, il biondo

Le due porte erano lontane, la più vicina una quarantina di metri, l’altra anche di più, dipendeva da dove si giocava.

Non era sugli spalti, certo, ma non si poteva dire che fosse trai pali in campo, per quei quattro anni di riposo seduto sulla panchina, il buon Giancarlo.

 

Poteva sperare solo in qualche evento imprevisto, perché il portiere titolare non mancava mai una partita. Gli concedevano qualche minuto nelle amichevoli estive e qualche partita di fine annata per la coppa, ma quando era in campo, c’erano solo le riserve, che giocavano comunque più di lui.

 

Sono i casi della vita. Non era in sofferenza, ma certo giocare in campionato con quelli veri non gli sarebbe dispiaciuto. Vendeva anche giubbotti e stava preparandosi un’attività normale, per il dopo calcio, anche se era ancora giovane. Chi non è campione ha il tempo e il dovere di pensarci.

 

Sapeva già, quel pomeriggio, che quello sarebbe stato il suo ultimo anno in squadra e non si aspettava che all’ultima partita succedesse l’imprevedibile.

 

Quella domenica di maggio, nel caldo pomeriggio, la partita in programma si dipanava lenta, come sanno esserlo le partite di fine stagione: il campionato perso e il risultato acquisito di 2-0 nei confronti degli avversari, impegnati a non retrocedere cercando la matematica certezza senza dipendere dai risultati sugli altri campi.

 

Al ventesimo minuto della ripresa, l’allenatore gli dice di spogliarsi, sarebbe entrato prendendo il posto del titolare.

Un sussulto dello stadio: il Gianca, gioca!

 

Una breve corsetta del portierone verso la linea del centrocampo, per lasciare posto e guanti al Gianca che corricchia verso gli agognati pali.

Un saluto ai tifosi con la mano, e un sorriso a trentasei denti, "bello come la mattina il sole", col ciuffo biondo che sussulta nei saltelli della corsa e il cuore che “gli batte forte addosso come una donna che si va a sposare".

 

Poco dopo il suo ingresso, ecco arrivare il terzo gol: il risultato sembra al sicuro e il pomeriggio tranquillo.

Qualcosa comincia, però, a non andare, l’aria di disarmo coinvolge un po’ tutti. La difesa dei grandi campioni si deconcentra e tac, arriva il gol del riccioluto Gil, mannaggia!

Là dietro non si riprende la concentrazione, e poi il divino flipper è così. Allora ecco anche il secondo gol di Gil.

Ora anche lui ha perso la sicurezza, le gambe sono molli dalla paura, le mani, dentro i guanti del portierone, cominciano a tremare.

Alla fine eccolo, il temuto terzo gol degli ospiti, segnato da Beppinello, un giocatore minuscolo che lo supera con un pallonettaccio che gli permette di andare anche a riprendere la palla, e accompagnarla oltre la linea fatale.

 

Termina così la partita e il suo supplizio; la solita invasione festosa dei tifosi di casa, la contentezza degli ospiti per la salvezza acquisita e lui, il solo sconfitto dei venticinque entrati in campo quel pomeriggio di maggio.

 

Continuò la sua carriera nelle serie minori, e facendo da secondo nella massima serie.

 

Il dodici era un numero che gli donava.

*

Ringo

Saliva le scalette con fare trionfante, il suo momento era prossimo a venire e sarebbe stato di gloria!

 

I lunghi pomeriggi ai bagni Fiume dovevano essere pur passati, in attesa che arrivasse il momento di fare il bagno.

“Dopo tre ore!” Era l’imperativo rigido,

“Sennò ti prendi una congestione e affoghi.”

Ecco, il piacere di restare a pranzo al mare comportava il sacrificio di quel tempo senza fare il bagno. Come occuparlo?

E’ vero che c’erano le gabbionate del torneo dello stabilimento balneare che si potevano vedere; era il calcio giocato dentro un vero gabbione, sull’asfalto, dove la palla non usciva mai e il gioco non si fermava se non per qualche fallo.

Uno sport eroico, che durava mezz’ora, sotto il sole delle prime ore dei pomeriggi di luglio, con l’accanimento forsennato dei protagonisti riarsi dal sole e sudati fradici.

Dopo un paio di partite però, pur all’ombra delle cabine che circondavano il gabbione, scattava l’ora dell’altro spettacolo.

I tuffi.

 

Due erano i gruppi di trampolini dei bagni Fiume, quello a nord, nel quale il tuffo era un piacere solo per se stessi, l’altro a sud era dedicato tacitamente all’esibizione pomeridiana.

Erano i tempi di Cagnotto e Di Biasi e il pubblico sui gradoni irregolari pensava a loro quando qualcuno lo deliziava di un accenno di carpiato o un avvitamento.

Gente brava, che faceva più di un tuffo alternando il trampolino alto a quello basso, ma noi lo aspettavamo e finalmente…

 

Arrivava, Ringo!

Non aveva in repertorio avvitamenti o piroette, ma il tuffo creativo.

Si presentava con oggetti e travestimenti vari e posticci: un mantello, una bambola, una spada e… interpretava, in quei pochi secondi che gli concedeva l’attrazione terrestre.

Non era un tipo con tutte le rotelle a posto, ma in quel momento si ergeva a protagonista.

Tutti lo incitavano in attesa di vederlo sfracellare in mare dall’altezza del trampolino alto, perché lui si faceva anche male, per quell’effimero momento di gloria.

A volte, quando non era vestito, riemergeva rosso come un peperone in qualche parte del corpo che aveva incontrato l’acqua poco dolcemente.

 

Stavolta stava osando di più per stupirci. Si trascinava sulla scaletta una bici piccola da bambino, poi un asciugamano.

Da lassù vide ancora la distesa brillante del mare che rifletteva il sole alto dell’infuocato pomeriggio, e, come sempre, si preparò legandosi l’asciugamano al collo e salendo sulla piccola bici.

 

Quella volta il tuffo celo faceva penare più del solito ma sembrava che ne valesse la pena.

 

Inforcò la bici e via, con la pedalata veloce e dritta sul breve rettilineo del trampolino, poi lo stacco e il vuoto. Quasi un effetto speciale; lui contro il sole, e la gravità che lo rivendicava a se.

Maledetto Newton e la sua mela!

Si fece male quella volta, Ringo, che cadde, con la piccola bici che gli venne addosso, e dovettero darli una mano a risalire.

Recuperò solo l’asciugamano, perché la Graziellina affondò.

 

Si fece male certo, ma si riprese dal colpo senza conseguenze drammatiche, e pronto per deliziarci l’indomani di un nuovo tuffo.

 

“Mi dispiace per la bici…” disse.

*

L’arrivo

“Piacenza, stazione di Piacenza.”

La prima volta che sentì questa frase era la fine di maggio dell’ottantanove, dopo un interminabile viaggio durato otto ore sulla tradotta militare.

Neanche mio nonno, ai tempi della guerra, doveva aver fatto un viaggio così lento ma cavolo! Stavamo entrando negli anni novanta, erano passati cinquanta anni!

 

Destinazione Piacenza, appunto. E dov’è? Quando me lo comunicarono, al CAR, ne avevo solo un’idea vaga.

La cosa buona fu che seppi che andavo a un distretto, anzi al “Consiglio di leva” l’organo che era preposto alla selezione dell’idoneità dei diciottenni della provincia di Parma, Piacenza e Reggio. Le truppe ducali.

 

Dell’intero treno eravamo in quattro ad andare al distretto, il resto era destinato al “Genio Pontieri”, una caserma operativa. Una massa di soldati, appesantiti da zaino militare e valigia per gli abiti civili, inquadrati a gruppi dai caporali del “Genio” e sistemati sui camion. E noi?

 

“Non siete con noi!” ci dicevano, verranno a prendervi altri.

 

Ed eccoli, i nostri.

L’arrivo, meraviglioso! Un pulmino FIAT 900 con niente popò di meno che… un sottotenente, roba rara per la truppa e i sottufficiali di leva, questo perlomeno s’intuì dai “sugli attenti” che gli erano costretti a tributare i caporaletti dei pontieri.

Rivedevo la splendida figura del Colonnello Philippe Mathieu ne “La battaglia di Algeri.

Si era tirato a lucido, il tenentino, che trattava male ogni caporale che aveva a tiro. A qualcuno che gli chiedeva informazioni, rispondeva seccato:

“Non sono cazzi miei, arrangiati, io prendo questi quattro!” Come se dovesse prendere in consegna dei colli, che erano importanti solo per permettere a lui di avere l’occasione di farsi grande.

 

Guardandolo bene riconobbi il distintivo dei parà. Cazzo, ero capitato nei paracadutisti? Ma non dovevo andare al distretto militare? Qualcosa non tornava, però non capivo...

Gli anfibi lucidi e ben in evidenza, da parà. Il distintivo, la tuta mimetica con le maniche rigirate fin sopra il gomito per evidenziare il tono rigido e massiccio, gli occhiali a specchio per lo sguardo sfuggente, le mani sui fianchi, in posa da macho marziale, ma ecco… mancava il basco amaranto, simbolo stesso dei paracadutisti. Ne aveva uno nero, con simboli strani, ed anche le mostrine non corrispondevano, inoltre il distintivo, seppi dopo, che era di un brevetto civile di paracadutismo sportivo.

 

“Allor fu la paura un poco queta che nel lago del cor m'era durata...” per il breve tragitto prima di entrare nella, si fa per dire, caserma. Il tono rigido del sottotenente si ammoscia, l’aria rude del legionario si stempera all’interno di un ambiente che definire fatiscente era farli un complimento.

La recita era finita, come la musica. Soldati ciabattanti svelano l’arcano. Scarpe da tennis ai piedi, abbigliamento non operativo e mimetiche usate solo per lavori che comportassero il rischio di sporcarsi; per il resto divise da libera uscita, o da ufficio, le sahariane con pantaloni estivi, beh, qualcuno anche pantaloncini corti, per il caldo.

 

Da subito ci fecero consegnare lo zaino, perché alcune cose che ci avevano dato, disse subito il colonnello che guidava la baraonda, non erano quelle giuste. Le mimetiche nuove furono sostituite da quelle usate, i maglioni, che il colonnello si affrettò a dire che erano da ufficiali, furono sostituiti da maglioncini usati da ufficio. In realtà s’intuiva il perché di tutto quel sostituire, anzi si capì dopo.

Cominciarono così i dieci mesi di militare: la mia avventura piacentina.

*

Un risveglio

Strappato dal sonno, forse per sbaglio, ma non un sonno tranquillo, cosa era stato?

 

Una vertigine come un’anestesia, le immagini che corrono rapide impedendo di renderne chiara l’appartenenza, poi colori e tutto che intorno gira con voci sospese, distorte, irriconoscibili pure sapendo a chi attribuirle.

Quanto è durato quel frastuono di rumori e colori?

 

Ora però pian piano svanisce, ecco arrivare il nevischio che subito comincia a diradarsi. Gli occhi ancora non si aprono, non per mancanza di volontà ma contro di essa: pesantissime palpebre. Ancora per poco, però, la volontà ha lentamente la meglio, ma è difficile.

Sono su una superficie bianca e liscia, dove sono finito?

 

La faccia rivolta di lato e la mano che tocca la superficie che vedo ma non sento, provo a muoverla ma nulla, ancora non risponde.

Sì, ora sì, però non si alza, resta anche lei cosciente ma non animata. L’altro braccio non lo vedo e lo sento poco, dietro di me, forse per quello. Non vederlo non aiuta!

 

Ecco, pian piano comincio a sentire anche lui. Un breve censimento, un appello delle parti del corpo, chi sento e chi no. Mancano le gambe, le sento ma non le muovo, aspettiamo che rispondano, mandiamoli qualche messaggio.

 

Gli occhi sempre pesanti ma apribili decisamente meglio e con maggior leggerezza, un timido tentativo di rialzare la testa ma… meglio rimanere ancora sdraiati.

 

Ora il braccio vicino alla testa si muove, la mano si articola e l’altro comincia ad attivarsi; le gambe pure, ecco ora sono sul binario conosciuto. C’è solo da aspettare, lo so. La natura deve fare il suo corso!

 

Stavolta lo svenimento mi ha fatto cadere nella vasca da bagno con una fortuna innegabile: era vuota.     

*

Suonala ancora, Horacio!

Da molto tempo non vedevo un concerto degli Inti-Illimani, dai primi anni settanta, quando rimasero in Italia dopo il colpo di stato in Cile, e facevano concerti da tutte le parti.

Nel 1997 c’era rimasto poco della ventina di anni abbondantemente passati. Alcuni periodi passano e invecchiano più in fretta di altri.

Passati i fasti delle feste dell’Unità autoprodotte, trasformate in una sorta di mercatino dove, a parte i ristoranti, si vendeva già di tutto: dal folletto alle magliette di marca fino alle automobili. Si era partiti timidamente con la vendita delle auto con le Skoda e le UAZ, molto di sinistra, ma ora le auto erano FIAT, Ford, Opel.

Passeggiavo, cercando di arrivare dove era in programma il concerto, all’aperto, con il parco rivolto al mare.

Le facce degli spettatori erano attempate. Sì, vero, giovanili, abbronzati come si richiede a Luglio, ma comunque quarantenni e oltre.

Non se ne vedeva nessuno più giovane

Che cosa vuoi, gli Inti non sono più all’apice. Mi ricordavo un concerto di molti anni prima nel teatro tenda, molto bello ma ora? Le emozioni torneranno come allora?

Entrerò nel film ancora una volta quando verrà il momento, entreremo nel film?

 

Cos’è che unisce un film e una canzone che non c'entra niente l'uno con l'altra? Forse nulla, specie se il film è “Casablanca” e la canzone è “El pueblo Unido”.

Li unisce il momento eroico, quello nel quale, in un attimo, si ribaltano i ruoli e lo sconfitto, per un momento vince, momentaneamente, la sua battaglia.

 

Così di fronte ai tedeschi vincitori, l'esecuzione della Marsigliese richiesta da Lazlo, ma autorizzata da Bogart, zittisce gli invasori. Tutto il pubblico del locale trova la forza di ribellarsi all'esecuzione di una loro canzone e il numero vince sulla tracotanza. I molti sui pochi.

Scattano corde recondite, quasi genetiche: la cantante, l'orchestra, Sam, la prostituta, tutti gli astanti la intonano nel film, e, davanti allo schermo che lo trasmette, non si può avere che un’ondata di commozione.

Allo stesso modo l'esecuzione di “El pueblo Unido” provoca la stessa reazione di commozione.

 

Ed eccola, infatti, l’onda di commozione che assale, ci siamo!

 

Horacio Salinas suona e canta con gli Inti-Illimani e cominci a sentire gli occhi lucidi, la vista si offusca; qualcosa ti si smuove dentro e la cosa strana è che, guardandoti intorno, ti accorgi che sono tutti nelle stesse tue condizioni.

Qualche pugno alzato, come per “La locomotiva” gucciniana, ma è la saliva che non scende, che ti manca, perché l'acqua è andata agli occhi, e non ne hai abbastanza per la gola, è inutile resistere.  

Sei tu in Casablanca!

 

Che tu sia Sam o la prostituta, Lazlo o la cantante, Rick o Ilsa.

Forse siamo come gli sconfitti francesi? Forse immaginiamo la nostra insana rivincita di un momento?

Può essere.

 

In ogni caso, suonala ancora Horacio!

*

Lo Splendido (favola)

C'era una volta un cigno, era chiamato "lo Splendido"; un po' perché era uno degli esemplari più belli, effettivamente, della zona e un po' per ironia perché poi, via, negli atteggiamenti e nei modi... se la tirava!

I cigni erano i volatili più belli e imponenti di quella zona del Necktar, il fiume che bagna la città di Tubinga, e lui, pertanto, sentendosi il più bello tra i cigni aveva facilmente fatto le somme!
Il migliore dei migliori.

Si sentiva il re indiscusso di quella parte di fiume, di tutto il tratto che tagliava in due l'amena cittadina.

C'è un vantaggio, certo, a essere cigni, ma non bisogna approfittarne perché gli svantaggi sono in agguato. E il nemico era... un ponte.

Tutti i cigni ci passavano sotto; era il modo più semplice per passare da una parte all'altra del fiume che divideva. Scavalcarlo era faticoso e passarci attraverso pericoloso.

Non era un ponte piccolo, nel suo interno ci passava l'arteria principale del traffico urbano e due ampi marciapiedi, dove passavano, specie nel pomeriggio, molte persone.

 

Ma lui era "lo Splendido" e la saggezza non faceva parte delle sue qualità.

 

Così azzardò l'impresa che lo avrebbe reso ancora più orgoglioso di se stesso, e avrebbe zittito anche le battutine ironiche che si facevano sul suo conto: grande, grosso e...

E un pomeriggio come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo, per certe battute che erano fatte tra i cigni e tra gli altri uccelli del Neckar, decise che era il giorno giusto.

Bhe, insomma, la rabbia lo accecò non poco nel decidere che sarebbe passato attraverso il ponte e che avrebbe anche attraversato la strada per poi planare dall'altra parte.

Lo disse prima di allontanarsi dalla dozzina di cigni che sostavano, stanchi e indolenti, sotto il ponte, godendone la frescura.

 

Fece un breve volo risalendo il fiume per prendere lo slancio, e via.

Il ponte si avvicinava rapidamente, occorreva essere accorti, rallentare mettendo le ali più perpendicolari, ma solo all'ultimo, alla fine, per rendere l'atterraggio più spettacolare. E così fu.
Stupendo era al massimo, diede anche due battiti d'ali a vuoto, tanto per non passare inosservato a tutti, ma proprio a tutti.

Saltò giù dal parapetto e dondolante si diresse verso il bordo del marciapiede, poi, cominciò ad attraversare. Aveva messo in conto la confusione che avrebbe creato, ma non così. Gente che lo fotografava, gente che cercava di cacciarlo più in la specie dalla carreggiata. Auto impazienti che suonavano, ma era il prezzo della gloria.

 

Ora si trattava di discendere.

Infilò il collo tra le sbarre del parapetto, ma restò, evidentemente, bloccato dal resto del corpo, che non ci passava. Tornò leggermente indietro, fece un passo laterale e ci riprovò: niente da fare, anche tra queste altre due sbarre non passava.

 

Perché non gli venne in mente di cercare di conquistare nuovamente il bordo della spalletta portandosi indietro e fare un salto non si sa.

Fatto sta che presto si trovò incastrato tra le sbarre. Ora si che era disperato! La testa e il collo penzoloni sul Necktar, il resto del corpo sul ponte. Se gli umani lo impensierivano dietro di lui, non da meno gli altri cigni e pennuti minori che si portarono dall'altra parte del ponte per godersi lo spettacolo di Slendido incastrato. Era una situazione che, oltre l'imbarazzo, era potenzialmente pericolosa.


E in questo vuoto artificiale, giungendo a corsa dall'orizzonte di una riva del fiume, si avvicina a tutta velocità un ragazzone con un gran pacco sotto il braccio, che evidentemente ha fretta di consegnare da qualche parte di là del ponte. Senza batter ciglio, e senza perdere il ritmo, molla il pacco per terra, afferra il pennuto, lo lancia nel vuoto oltre la spalletta, torna ad afferrare il pacco e prosegue la sua corsa.

 

Lo splendido era salvo, non altrettanto la sua fama che fu irrimediabilmente distrutta.
Così terminò il suo regno!

Dopo qualche tempo andò via dal ponte sul Necktar per andare a stare in un posto meno in vista del fiume e di lui, si persero le tracce.

 

Rimase comunque nel vocabolario dei cigni del ponte.

Quando qualcuno esagerava, erano soliti dirgli: "Non fare lo Splendido!"

*

Libeccio

Contento matto, dopo un mese e mezzo di lavoro, eccoli i primi soldi veri!

 

Niente accredito in banca, i soldi pronti sull’unghia; troppi per tenerseli in casa, meglio metterli sul libretto postale il pomeriggio stesso, nonostante la giornata di libeccio non promettesse bel tempo.

C’era solo da arrivare in auto al quartiere vicino dov’era l’ufficio postale.

 

I soldi, venti pezzi da centomila lire, inseriti con cura dentro una bustina trasparente insieme al libretto e riposti nella tasca interna del giacchetto di jeans.

Scesi le scale e salii in macchina.

Troppo avanti il sedile, visto che era l’auto di mamma, una vecchia Panda.

Allora giro di maniglia, sotto il sedile, e qualche movimento per farlo regredire. Niente da fare.

Apro la portiera e metto un piede interra per dare più forza facendo al movimento ondulatorio.

 

La scena come in un film. Vidi la tasca del giacchetto aprirsi, la bustina che cadeva sull’asfalto perpendicolarmente e che rimbalzava facendo sobbalzare il pacchetto di soldi nuovi all’interno e facendoli uscire tutti.

Vederli un attimo e non vederli più fu fulmineo. 

 

Il libeccio se li portò via tutti, sparirono sotto la macchina e uscirono dall’altro lato.

 

Uscito dall’auto, subito dopo, la scena era ancora peggiore. I soldi volavano via e alcuni si erano attaccati alla rete del condominio di fronte. Erano lì in irreale attesa.

“Non può essere vero!” Non sta succedendo a me, è un film!”

Sembrava una sorta di campo dei miracoli con i soldi attaccati, invece che agli alberi, alla rete metallica.

 

Una volta capito che era proprio successo a me, cominciò la raccolta e la ricerca dei biglietti via via mancanti. I primi li presi agilmente sulla rete, poi nel condominio di fronte, incastrati sotto le piante, poi dietro al palazzo, su indicazione di un condomino.

“Uno l’ho visto andare dall’altra parte!”Un altro è andato sotto quella siepe.”

Una caccia al biglietto!

 

Alla fine della raccolta ne mancava solo uno. Poteva andare peggio!

 

Chissà chi ne ha usufruito di quel biglietto, o forse è ancora in giro per la campagna dietro il quartiere residenziale che nel tempo è stato costruito.

 

Mi chiedo: ma se un giorno lo trovassi, me lo cambierebbero in euro?

 

Va bene! Me lo terrei per ricordo.

 

*

Questione di banco

Al funerale siamo stati grandi, la Terza A tutta all'ultimo banco, anzi in piedi, dopo l'ultimo banco in chiesa, da conquistare come a scuola.
Gli altri posti li abbiamo lasciati agli altri perché siamo entrati per ultimi, siamo rimasti accostati lungo il muro della chiesa, in fila per uno, come alle elementari.
Ad un certo punto mi sono sentito un braccio intorno al mio, di una compagna di classe con la quale, in cinque anni di liceo, avremo scambiato dieci parole alla settimana... però li... beh eravamo tutti in sospensione... se non fosse che era per una occasione così direi che meglio, tutti, non ci saremo potuti comportare... meglio che al tempo del liceo... C'è chi fa sempre l'ironico ma l'ho sentito che rompeva il fiato per non scoppiare... nessuno lo ha fatto.
Sobri come era lui.
Quando il sabato mi sono risvegliato dalla piccola pennichella e mi sono messo al computer per cazzeggiare quelli strani messaggi con il ciao che precedeva il nome... ma come, come può essere? Ed era così!
Allora mi sono venuti in mente quei tre anni di liceo, da compagni di banco in classe e di tanti pomeriggi passati a casa sua facendo finta di studiare, perché la grande terrazza sull'attico di via Doveri attirava di più con il suo canestro ad altezza tale, che sembrava di essere come i giocatori veri...
Prima della terrazza, però, c'era da vedere il Giro d'Italia sulla televisione a colori, una rarità nel '79, negli anni del duello tra Saronni e Moser che a maggio non si poteva perdere... insomma tutto valeva per non mettersi a studiare su "Living english structure for School"(se si scriveva così), un piccolo ed orrendo libro arancio pallido di esercizi di inglese del quale si sarebbe fatto volentieri a meno, come di "Aspettando Godot" del quale, furbi come volpi, avevamo comprato la versione italiana per tradurre meglio le pagine che la Neda ci assegnava...
Il teatro era dell'assurdo, ma anche le parole non erano tradotte alla lettera... fallimento!
L'inglese, come il francese, erano gli scogli duri, ma perlomeno il francese ci dette la scusa per la gita scolastica a Parigi di una settimana... "Parigi val sempre una gita". Con lo spettacolo alle "Folies Bergère", molto istruttivo, e la pizza mangiata da sedicenti ristoratori napoletani, dopo giorni di jambon cru e baguette.
Era buona per forza.
Per le lingue, no, ma sul diritto eravamo messi bene, quasi l'orgoglio del Simoni, anche perché lui, figlio di un noto avvocato, partiva avvantaggiato ed anch'io me la cavavo tra i negozi... giuridici.
Ed ad un compito decidemmo di farci male. Una specie di giuramento che non avremo copiato neanche un rigo, cosa invece facilitata dalla vista del buon Simoni, che non arrivava al confine della sua cattedra, per rispetto verso di lui.
Fummo i peggiori di tutta la classe in quel compito, con grande rammarico del professore:
"Da voi mi aspettavo di più.." ci disse.
E noi, la volta dopo, lo accontentammo e ci unimmo, nella copiatura, al resto della classe, con pure i commenti personali...
"Oh,... finalmente vi riconosco..."
Cosa si fa' per fare felice qualcuno... lo facemmo per non deluderlo, per onorare il suo: "Buongiorno ragazzi" che diceva ogni volta all'entrata della sua ora di lezione.
Ciao Piso.
Indimenticabile, come quegli anni.

*

I ragazzi di via dell’Olmo

Li conoscevo bene, loro, i ragazzi di via dell’Olmo, che arrivarono un giorno ad allietare la piccola via.

Non a tutti, s’intende.

Perché a qualcuno la confusione dei ragazzi dava noia più della fabbrica della Pirelli che, con i capannoni alla fine della strada, produceva gomme, tubi e pneumatici.

Davano noia, i ragazzi, specie a chi abitava nella piccola viuzza privata e sterrata, che nasceva nel mezzo alla via asfaltata che declinava dal viale Alfieri fino al viale Carducci.

 

Arrivarono in pochi, nel ’70, in qualche maniera da fuori, visto che non abitavano lì che le zie di tre di loro.

Nel tempo, si unirono a quei tre anche qualcuno che invece abitava nella strada, e a un certo punto erano una banda di una decina.

 

I primi pomeriggi li passavano a giocare ai supereroi, quelli della Marvel.

Si divertivano a interpretare le avventure che leggevano sui giornalini, le trasformazioni e le lotte, vicino al grande cancello che si trovava a metà della piccola strada sterrata, e che portava all’ingresso dell’ex villa trasformata, tra le due guerre, in appartamenti.

Il cancello della villa, poi, si prestava anche a essere usato come porta di calcio, anche perché, a differenza delle saracinesche, il rumore che faceva il pallone, quando lo colpiva, era un rumore sordo, che non infastidiva, né i vicini né i proprietari anziani che, circondati dal parco, neanche sentivano.

 

Nel ’72 fu l’anno delle Olimpiadi di Monaco e, i ragazzi della via, idearono le loro.

Al tempo, una marca di formaggini, dava in omaggio delle riproduzioni delle medaglie, così i ragazzi le misero insieme per premiare le specialità che riuscirono a mettere in piedi.

Due tipi di corse; quella breve, nella parte asfaltata e leggermente in discesa della via, e quella lunga che prevedeva la circumnavigazione dell’isolato triangolare.

Le gare in bici erano a tempo, usando lo stesso isolato, oppure per la gara lunga, il giro che comprendeva l’aggiramento dell’intero complesso ospedaliero per poi tornare nella via dalla parte opposta da quella dalla quale erano partiti. Quasi una tappa del giro d’Italia. Ognuno con la sua bici,  c’erano grazielle, bici con la canna e le mitiche bici da cross, antesignane delle mountain bike, ma molto più pesanti.

I lanci erano fatti nella strada sterrata con “sasso standard”, nella polvere che, della fine estate del 1972, a settembre chiudeva, da sempre, le vacanze estive.

 

Durante l’inverno i ragazzi si videro subito meno, nel pomeriggio. Cominciarono a stare sulle poche scale delle palazzine della via. Le preferite erano le scale del Soldaini, nella parte senza sfondo della via.

C’erano diversi ragazzi, ora, nella via dell’Olmo e alcuni di qualche anno più piccoli, che abitavano nella stradina, per cui le mamme gli concedevano di uscire senza superare le colonne di ercole della strada sterrata. Così le scale non potevano che essere quelle, con l’aria un po’ scocciata dei proprietari.

L’inverno fa buio presto e dopo le cinque erano tutti a casa per fare merenda.

A un certo punto si misero a frequentare casa di uno di loro che aveva il giardino, poi, nei giorni di pioggia, nei quali non rinunciavano a uscire, il sottoscala della parte della villa adibita ad appartamenti, anche se il puzzo di piscio non allettava e bisognava stare in piedi tra le biciclette appoggiate l’una sull’altra. Era solo per fare due chiacchiere.

 

Con la buona stagione, si torna a riempire i pomeriggi interi. Cambiò il posto, e fu la volta delle scale di casa di uno dei ragazzi.

Davanti casa due belle saracinesche libere, una di fronte all’altra.

Una di esse si apriva su un misterioso garage trasformato in un mini club privato.

A dire il vero non frequentato durante il giorno, ma evidentemente attivo nella notte. Si riusciva a intuire qualcosa di misterioso con i colori prevalenti di nero e rosso e strani simboli che s’intuivano quando qualcuno entrava per portarci qualcosa.

 

Le saracinesche, usate come porte, cominciavano, però, a disturbare in modo particolare Teresa, che abitava di fronte alla stradina sterrata, in un terra tetto molto terra e meno tetto, visto che si entrava in casa scendendo un gradino.

Una casa umida e sempre a rischio allagamento quando la via si trasformava, in caso di piogge violente, in un torrente in piena, a causa della pendenza e del fatto che sul viale alfieri si formava un piccolo lago che aveva come sfogo la via dell’Olmo. Lei provvedeva ponendo delle paratie che non so quanto efficaci.

Aggiungete che il marito qualche volta la menava anche ed ecco il perché dell’incazzatura perenne che sfogava urlandoli dietro.

 

Era una persona da seguire, un anno che si misero a rifare uno sceneggiato che andava per la maggiore: “Qui squadra mobile”.

I ragazzi di via dell’Olmo seguivano le persone, trasmettendo con dei walkie-talkie, ma più spesso a piedi o in bici, dandosi il cambio. Il tutto portava al nulla, ovviamente, ma nel frattempo passavano le mattine che non potevano andare al mare.

 

Ci fu poi un anno in cui scoprirono i segreti della cerbottana, e allora le giornate passavano in lunghe guerre a cannoli di carta. Cerbottane lunghe, multi colpi e normali.

Il gioco preferito era l’assedio, che facevano a casa di uno dei ragazzi. Lui aveva un piccolo garage di suo padre e allora alcuni assediavano quelli disposti dentro per mattinate intere, avendo per riparo le auto parcheggiate lungo la via, e alle spalle il muro dei capannoni della fabbrica dove qualche urlo e litigata degli operari, rompeva il fittizio assedio.

 

Dopo qualche anno, cominciarono a diradarsi le presenze nella via, nuove amicizie alle scuole medie fecero si che la via tornasse a svuotarsi com’era in passato e a tornare nella calma che l’aveva sempre contraddistinta.

Oggi una sbarra chiude l’ingresso della strada privata, ormai asfaltata, diventata un semplice parcheggio dove se qualcuno passa gli viene chiesto chi sia e dove vada.

 

Che fine hanno fatto i ragazzi? Di qualcuno si sa qualcosa, di altri nulla, ormai.

 

Chissà se un giorno ne tornerà almeno uno da queste parti.

Magari qualcuno, quando lo vedrà aggirarsi nella stradina, senz’altro li chiederà:

“Scusi lei dove va? “Lo sa che è una strada privata?”

“Vado via subito, volevo solo vedere com’è cambiata.”

 

Io spero solo di riconoscerlo, perché anch’io lo ero.

 

Un ragazzo di via dell’Olmo.