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Raccolta di testi in prosa di Giacomo Colosio
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I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Partita a scacchi

Il gioco degli scacchi non è un vero gioco; infatti questa pratica manca di una cosa essenziale: il divertimento. Direi che gli scacchi sono più una sofferenza, una lotta, che un sollazzo. L'avversario è una sorta di ombra che vuol limitare la tua libertà e tu cerchi di proibirgli di chiudere in una trappola la tua energia mentale. Sapere che un uomo ha una forza corporea superiore alla tua, per diritto genetico, non rappresenta mai un problema di conflitto. Se un uomo grosso come un “gorilla” ti fa scappare a gambe levate, non ti senti né offeso e tanto meno sminuito nel tuo valore di uomo. Ma se la sua energia mentale è superiore alla tua, allora ci soffri e ti chiedi: perché io non riesco a dominare la forza che l'avversario mette in campo per limitare la mia libertà di movimento mentale?
Ecco il motivo per il quale amo giocare da solo, muovendo entrambi i colori. E' l'unico caso nel quale una parte di me, non importa quale, riesce a resistere al tentativo dell'altra di dominarmi. E ne esco sempre un po' distrutto e un po' felice. Ma non è davvero così, la vita? Un po' e un po'...

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L’alfabeto marino

Quello di comunicare è sempre stato il mio vero hobby; fin da ragazzo.
Tramite la parola, che ho sempre preferito perché è certamente il mezzo più diretto, ma anche la scrittura.
Se invece voglio comunicare con il mio alter, con il me stesso bambino, con quello che ero nei bei tempi andati della mia giovinezza, con la parte spirituale del mio esistere, allora utilizzo il metodo più armonico: la musica.
E' così che sono diventato un melomane onnivoro. Sì, onnivoro.
Credo infatti che difficilmente si trovi una persona che ama la musica - pur non sapendo suonare uno strumento ed essendo pure stonato - in maniera totale come la amo io.
Il primo a farmi capire che ero strano, nel mio rapporto con l'arte e la scienza della organizzazione dei suoni, è stato mio figlio Marco.
Aveva una quindicina d'anni e suonava la chitarra, a quei tempi.
Tra una strimpellata e l'altra, mi chiese:
« Che canzoni ti piacciono, Mino? »
Mino è il diminutivo di Giacomino. E' così che mi chiamano in casa: lui, Franca, mia moglie, e Chiara, la mia splendida figlia.
Chiara è splendida per il semplice motivo che assomiglia alla mamma.
Marco invece è me spiaccicato, almeno così dicono tutti.
Non può essere splendido; di lui si può dire che è rumoroso, tonante, collerico, logorroico, poliedrico, sensibile, forte e vulnerabile insieme, e un po' testa di tulipano, come suo padre. Lui però la musica la conosce davvero, suona e canta e per diletto fa serate.
Non ditemi cosa significa esattamente serate; insomma s'è capito, penso.
« Canzoni o musica in generale ? », preciso io.
« In generale..tutto quello che ascolti »
A quei tempi, ma ancor oggi che vivo solo con Franca, avevo un diffusore per ogni stanza, bagni compresi. Non posso restare un minuto senza radio...che ci sia un dibattito, o il radiogiornale, o musica.
Quando sono fuori ho sempre il mio iPod collegato almeno ad un orecchio.
« E' lunga la storia, Marco...quello che ascolto, come faccio a dirlo...di tutto »
« Dai racconta...ti piacciono i Dire Straits ? »
« Ah ah ah...a me lo chiedi? Eccerto; perché li conosci? E' roba nostra, quella »
Marco ride. So quel che pensa: “ma che ci vuoi capire tu, Mino, della chitarra di Mark knoplfner ? “
« Dai...e poi, cosa ascolti ancora? », mi fa.
Allora e solo allora mi rendo conto che per dire a mio figlio qual è la musica che mi piace ci vorrebbe una giornata. Ed infatti mi sento pure confuso perché capisco che devo spaziare dal rock al country, dal jazz al pop, le canzoncine d'amore pure, ma anche la canzone napoletana, per non parlare della musica classica e della musica orientale, araba in particolare, che pochi amano e che io, invece, adoro.
« Marco, che ti devo dire...di tutto. Vuoi un elenco? »
« Sì...sto facendo una ricerca sulla musica amata dai vecchiotti. »
Cavoli...avevo quarantacinque anni e mi sentivo un leone; vecchiotti?
« Allora chiedi al nonno, o alla nonna... »
« Non ho detto vecchi, Mino...vecchiotti, vintage, passati, lessati, ammosciati insomma »
Tutto suo padre; mi sta prendendo per i fondelli.
Mentre scrivo rido perché nonostante la bestia che è diventato oggi, due centimetri più alto di me, ancora non mi batte a braccio di ferro: pari e patta. E fino a cinque anni fa lo battevo io.
Ammosciato a chi...
Ci accordiamo che gli preparo l'elenco: ho bisogno di pensarci, e non poco. Sarà lungo.

Ora, tornando alla mia mania di comunicare anche con i sordi- come quella volta a Milos che mi misi a parlare con alcuni contadini del posto fingendo di essere muto...a gesti chiedevo se avevano i semi di quelle fantastiche cipolle rosse, dolci come il miele- insomma, tornando a monte, dovevo risolvere il problema di come poterlo fare sott'acqua, di comunicare.
E lo feci in quegli anni che vivevo a Porto Azzurro, quando mandavo avanti il mio Diving Center. Dal momento che ero più sott'acqua che fuori, si presentava il problema della comunicazione subacquea.
La scuola sub ti spiega la rudimentale tecnica dei gesti: una ventina in tutto, poco chiari, se non proprio incomprensibili per un non addetto ai lavori. E poi, valli a ricordare in una situazione magari d'emergenza, tipo : manca l'aria, mi gira la testa, andiamo giù, torniamo, come stai, attento alla murena...etc...
L'idea geniale me la diede involontariamente un amico elbano, grande cacciatore subacqueo, più volte campione italiano : Carlo Gasparri, di Portoferraio.
Mi portò in acqua, il pomeriggio di una tarda estate, e mi spiegò il metodo che aveva inventato per far avvicinare le ricciole, pesce di passo di grossa taglia, molto curioso e propenso a soddisfare le proprie voglie di conoscenza senza timore reverenziale per l'uomo.
Carlo si appiattiva su una roccia, o anche un masso prospiciente il blu, o un costone, e poi iniziava il richiamo emettendo bolle d'aria con il tipico suono : bubu, bubu, bububu...
A volte modulava il suono con dei bababa, di tonalità più bassa, o con strani Oioioi... Lo sentii pure fischiare: emetteva una specie di Uitssss...ripetuto e prolungato. Sembrava un merlo marino.
E pensare che invece tutti gli amici lo chiamavano “il mago marino”, per la sua grande acquaticità.

Era fatta. Pensai che con l'esercizio avrei potuto iniziare dalle vocali. Il giorno dopo passai ore, in acqua, e dopo le vocali vennero le consonanti.
Decisi di cominciare a parlare con le onde del mare. Dicevo loro...a, come vi amo..b, come siete belle... c, il mio cuore è tutto vostro...d, domani verrò sott'acqua e vi reciterò belle frasi d'amore.
Ricordo ancora che durante i miei primi tentativi di comunicare con i miei amici istruttori, durante un'immersione, qualcuno rideva sott'acqua, dentro l'erogatore. Io no; lo toglievo, mi pulivo la bocca per massaggiarmi per bene le labbra, e poi parlavo.
Detto in teoria il trucco è facile: basta continuare ad emettere aria senza respirare mai, proprio come si fa con quel suono che si usa emettere in una certa disciplina orientale, quell'ommmmmmm che dovrebbe servire a darti una intimità esistenziale, o almeno credo.
Poi, poco prima di aver finito l'aria, - e questo dipende da molti fattori, ognuno ha la propria autonomia – si riprende l'erogatore in bocca, lo si vuota dell'acqua entrata con una facile tecnica di espirazione violenta, e si torna a respirare aria dalle bombole, fin che si decide che siamo pronti per continuare la frase.
Ho vinto tante di quelle scommesse con chi non credeva che avevo inventato il modo naturale di parlare sott'acqua, che penso di avere ancora dei “buoni pizza” presso il ristorante Il giardino, un delizioso posto vicino al mare con i tavoli sparsi sotto un agrumeto. Le pizze le faceva l'amico Antonio Tiritiello, anche lui diventato subacqueo a forza di sentire me che ne parlavo, dell'amore per il mare sott'acqua.
Beh, ne racconterò qualcuna di queste storielle, in un apposito racconto.

Risolto il problema della comunicazione sott'acqua mi rimaneva quello della musica. Quante volte avevo detto a Marco, ma anche a mia moglie ed agli amici del Rezzato Nuoto, la mia squadra:
« Se inventano il modo di trapiantare nell'orecchio una mini radio che possa funzionare anche in acqua, mi sottopongo all'esperimento »
Qualche mese fa, durante le feste natalizie, arriva Marco con la sua donna, Elena; mentre ci sediamo a tavola, al primo bicchiere di Chianti Riserva Doc, davanti al caminetto e all'albero di Natale, mi fa:
« Mino, ecco la mini radio subacquea...è un regalo mio e di Elena. »
Incredibile: un minuscolo Mp3 impermeabile, da mettere sotto la cuffietta, che ti permette di ascoltare la musica anche durante gli allenamenti.
Ero commosso, ma anche molto curioso. Il pomeriggio non ho resistito e sono corso in piscina per il più bell'allenamento della mia vita. Ora non posso più farne a meno.
Un mattino avevo le batterie scariche ed a metà allenamento si è spento: sono uscito subito. Senza musica non riuscivo più a nuotare: mi pareva di affondare.
Fabio, il nostro trentenne allenatore che non sa di questa cosa, appena mi ha visto uscire in tutta fretta, mi fa:
« Jack, problemi? Dissenteria...? »; forse lo aveva pensato perché l'acqua era freddina.
« No no, sto benone. Ho finito le batterie. »
Con la coda dell'occhio l'ho visto fare un gesto e sorridere, rivolgendosi agli altri della squadra.
So quel che ha detto: “ che dobbiamo fare, il solito Jack . Prendere o lasciare.“
Povero Fabio: aggiornati. Ma te lo devo dire io che con la Cavalcata delle Valchirie non solo ci fai bene l'amore ma nuoti che è una meraviglia?

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I miei occhi per voi

Ogni volta che mi immergo, immagino che i miei occhi siano quelli dei lettori che leggeranno la storia dell'immersione, o la descrizione degli stupendi animali e paesaggi marini che incontrerò. A volte penso che sia il mio amore terreno a vedere queste bellezze, anche se lei non si immerge, ma anche il mio cane, un amico, come il povero Jean Pierre scomparso l'altr'anno, i miei figli, un parente, insomma per dirla tutta gli altri in senso lato.
E così, anche se l'immersione è in solitario, non posso fare a meno di dialogare tra me e me, vale a dire con l'alter di turno. E le frasi sono quasi sempre di stupore per quella che il mio amico Maurizio chiama la “descoverta”, perché se cessa quello stupore del nuovo, del diverso, la bellezza si offusca, si appanna, quasi scompare; ingiustamente, se vogliamo. Ed allora, considerando che è ingiusto non godere più di tali bellezze che ormai ai miei occhi sono diventate la piatta norma del mondo sottomarino, ecco la necessità umana: ridare bellezza alle cose, enfatizzando lo stupore che ho provato le mie prime volte, insomma guardare con altri occhi. Se anche voi vi stupirete per queste meraviglie, ecco che avrò ottenuto il mio piccolo scopo: ridare bellezza a queste meraviglie della natura, consegnandole ad occhi meno offuscati dei miei, golosi di novità.
E così ecco che appaiono, in ordine sparso: uno Scorfano di fondale, una Flabellina, lumaca dai mille colori, un Crinoide, stella marina sui generis, una Ciprea, un occhio di Santa Lucia, stupendo opercolo di chiusura della casa dell'Astrea rugosa.
Ed ancora: un Polpo femmina che cova in una tana nascosta, ventilando amorevolmente le uova, un Cavalluccio marino maschio, gravido, un delfino pinna bianca, la terribile Orca, la Murena in caccia notturna, le Margherite di mare che tappezzano le pareti dell'Altare, nota immersione nel mare dell'isola d'Elba che volge a sud est.
E ancora: la Foca monaca, la Galatea, il grande Grongo, l'harem di donzelle, la Donzella Pavonina, lo squalo Volpe, la tartaruga marina, la manta che fa evoluzioni, il pesce Luna, paffuto come un bel bimbo, la cernia Margherita che mangia le uova sode, la possente Ricciola, e le minuscole castagnole blu, neonate.
Ma come posso donarvi tutto quello che ho visto?... è impossibile, ed allora abbraccio tutto il mio mare, lo stringo forte e lo impacchetto in queste poche righe, scritte per voi, un regalo che da tempo volevo farvi.

P.S. per gustare questo racconto ci vorrebbero le relative fotografie...ma credo che qui non si possano aggiungere.

*

Nonna Lina

La signora Lina era venuta ad abitare in città, insieme al marito e ai quattro figli, a seguito del nuovo lavoro che Giuseppe, il consorte, aveva trovato presso la Pinacoteca “Tosio Martinengo” del comune di Brescia. Avevano lasciato la casa di campagna, abitata dalle sorelle di Giuseppe, e si erano trasferiti in un antico palazzo di proprietà dei conti Cantoni, in via Alessandro Monti. Lina aveva il suo bel da fare. Accudire i figli, cucinare, svolgere le mansioni di portinaia e, di tanto in tanto, fornire la sua competenza di cuoca per la signora contessa, magari in occasione di ricevimenti o speciali ricorrenze. Giuseppe, in quei frangenti, la aiutava, vestito di tutto punto da maggiordomo, ma in realtà la sua mansione principale era quella di restaurare affreschi e dipinti del grande palazzo, sotto l'attenta supervisione del conte Clemente. Dopo i primi tempi, si erano trasferiti dal piano terra all'ultimo piano, in una grande mansarda nella quale c'era una stanza enorme, che Giuseppe aveva adibito a studio. Lina era benvoluta da tutti. Conti e contessine, tutte le maestranze e perfino la signorina Fräulein, governante e istitutrice di lingua tedesca per i ragazzi dell'intero casato, le volevano bene. Aveva un buon rapporto con tutti, essendo donna non litigiosa, poco incline ai pettegolezzi e di animo gentile. Chi non l'avesse conosciuta prima, avrebbe certamente pensato che quelle buone maniere che Lina sfoggiava venissero dalla nobile famiglia, insomma che la signora fosse diventata equilibrata e gentile dopo la frequentazione di quella gente altolocata. In realtà non era così. La signora Lina era gentile ed educata, contenuta nei modi e nelle espressioni per natura o, per meglio dire, per imprimatur genetico, o indole che dir si voglia. Le poche esternazioni al di sopra delle righe erano quelle rivolte al marito, che tuttavia non trascendevano mai, limitandosi a penetranti occhiate di rimprovero, o poco più. Se Lina era tanto gentile ed educata con gli estranei, figuratevi quanto poteva esserlo con i nipoti. Fra i sette nipoti che aveva, quelli ai quali era più affezionata, ma soltanto perché frequentavano molto la loro casa, visto che la mamma li lasciava con i nonni anche per una giornata intera, erano Marco e Chiara. Questi due ragazzi erano uno diverso dall'altra, pur essendo figli della stessa madre, Franca Giulia, e del genero di Lina, un certo Jacopo, stravagante architetto che era entrato nelle grazie della suocera Lina. Il motivo di questa simpatia era uno solo: Jacopo era una buona forchetta, e Lina cucinava troppo bene. Inoltre questo architetto squattrinato aveva un'abitudine che in quella casa non esisteva: commentava ogni piatto con lodi sperticate, miagolii, leccate di dita e rumori plateali con la bocca e la lingua che mettevano in funzione le sue avide papille gustative. « Buono, mai mangiato niente di più buono di questa lepre in salmì », diceva. Oppure: « Dove si può mangiare una tinca al forno come questa? Ditemelo, suvvia, ditemelo voi... », esclamava interrogando i commensali, e nel mentre beveva un buon vino rosso di Franciacorta. Giuseppe, che era un artista poco incline ai salamelecchi, basti dire che era stato pure antifascista e nella sala del Consiglio di un comune retto da un severo Podestà aveva raffigurato, in un affresco, Benito Mussolini con falce e martello, anziché la sola falce, a petto nudo e intento alla mietitura di un campo di grano, dopo queste leccate di Jacopo era solito dire: « Cala Trinchetto... » , oppure « Uno pompa e l'altro annaffia... » Era quello uno dei casi nei quali nonna Lina rivolgeva un sorriso all'architetto, e nel frattempo fulminava il marito con un'occhiata dei suoi occhi scuri. Giuseppe aveva un gran rispetto per Jacopo, ma dopo che costui gli aveva messo incinta la figlia prima del matrimonio, gli era andato di traverso, e non risparmiava al malcapitato le sue ironiche osservazioni. L'altro, da par suo, rispondeva criticando quadri ed affreschi del suocero, che invece era un artista e ne sapeva più del diavolo. Insomma, quella di Jacopo era una mera ritorsione, un tentativo quasi mai riuscito di prendersi una rivincita. Il colmo fra i due accadde quel giorno che due gran signori vennero allo studio con un'icona del trecento, chiedendo a Giuseppe se si sentisse in grado di restaurarla. Prima di sentire una risposta, avevano aggiunto: « Signor Micheletti, nelle sue decisioni tenga presente che questa icona è di valore inestimabile... » Il “quadretto” era di dimensioni contenute, trenta per quaranta, il legno ormai quasi ridotto a segatura, con tarli evidenti nelle poche parti di tavoletta ancora consistenti, e il dipinto, stupendo, raffigurava una madonna. Era stato eseguito esclusivamente con colore rosso e oro in foglie, e i lineamenti del volto erano talmente particolari da ricordare il Giotto, o una delle sue scuole. Giuseppe, con grande sarcasmo, disse maliziosamente: « Sentiamo il parere dell'architetto... allora, Jacopo, cosa faresti tu? Suggerisci pure, ed io eseguirò... » I due guardarono incuriositi l'architetto, che nel frattempo ispezionava con una lente di ingrandimento il dipinto e le condizioni della tavoletta in legno, in attesa del suo parere. Con grande imbarazzo Jacopo, che di icone ne sapeva meno che un coltivatore di mirtilli o un taglialegna della val Brembana, se ne uscì con una risposta furba, che invece era una domanda d'attesa: « Scusate, chi vi ha mandati qui? », disse rivolgendosi ai due, probabilmente marito e moglie. « Il direttore della Pinacoteca », dissero all'unisono. « E cosa vi ha detto? » « Noi non facciamo lavori di questo tipo...l'unico che può farlo è Micheletti » « Ecco, io vi risponderei uguale...fatelo fare a Micheletti, solo un pazzo può affrontare questo rischio, ma siccome non è pazzo, vedrete che rifiuterà. » Giuseppe già rideva sotto i baffi, perché lui invece non poteva tollerare che qualcuno lo ritenesse non in grado di fare un qualsiasi restauro; quindi disse, gonfiandosi un poco il petto per far uscire tutta la sua diatriba: « Ecco, tu Jacopo non lo sapresti fare. Quindi fatti da parte e non mettere becco. Io so come fare, se permetti... » Ecco, anche in quel frangente Lina diede un'occhiataccia al marito e invece un sorriso di solidarietà verso il genero. Il lavoro alla fine venne fatto alla perfezione, ma durante l'esecuzione del restauro Lina non mancava di ricordare al marito la difficoltà di quel che stava facendo: « Te l'aveva detto Jacopo di non farlo...perché non lo ascolti, qualche volta? » Nonna Lina, come tutte le persone buone che sono le prime che se ne vanno, anche se campò abbastanza da un punto di vista biologico, morì giovane sotto l'aspetto mentale. Non aveva ancora sessant'anni quando iniziò a dire e fare cose strane. Forse già in quei giorni cominciava a manifestarsi quella subdola malattia che la colpì inopinatamente, l'Alzheimer. Alcune monete di carta, oggi diecimila lire, domani cinquanta, gettate nei rifiuti domestici, amnesie, poca voglia di cucinare ricette che erano sempre state la sua forza, e ormai dimenticate, e per ultimo alcune sue frasi che sbalordivano. Come quella volta che Chiara, la nipotina più piccola, aveva cinque anni, le chiese: « Nonna, vuoi più bene a me o a Marco? » Era Natale, e la famiglia era tutta riunita. Si erano scartati i regali e c'era un clima di allegria che contagiava anche i bambini. Tutti si aspettavano la tipica risposta: « A tutti e due uguale, piccolina! » E invece nonna Lina sbalordì figli e nipoti, generi e nuore, insomma tutti, anche il marito. Sfoderò un dolce sorriso, prese Chiara sulle ginocchia e, guardandola con amore, disse: « Ma che domande fai? Marco... » Ecco, quello fu l'inizio di una serie di circostanze che portarono alla terribile diagnosi, quasi una sentenza: Alzheimer. Nonna Lina perse pian piano il contatto con la realtà, la memoria e l'autonomia, ma rimase pur sempre una donna dolce, fine, gentile. Chi vuol ricordarla con tenerezza, narra l'episodio che sconcertò perfino la commissione medica che doveva decidere se la sua malattia fosse grave al punto di aver bisogno di un assegno di accompagnamento. Andò così: la figlia, Franca Giulia, donna di onestà inossidabile, la portò alla visita per l'accompagnamento vestita da gran signora. Ben curata, fresca di permanente, profumo da signora in età, gioielli discreti ma di pregio. Era convinta, la figlia, che cercare di ingannare la commissione non sarebbe stato né giusto e tanto meno onesto. Jacopo, il marito architetto, la derise: « Se speri che diano l'accompagnamento ad una signora che sembra Alida Valli, sei un'illusa. L'hai vestita come un'attrice...» Durante l'esame, alle prime domande Lina rispose in maniera inaspettata. «Che colore è questo divano?», chiese il primo medico. «Verde...ce l'ho uguale a casa mia», rispose nonna Lina. I medici si guardavano allibiti. Eppure la diagnosi dell'esimio professor Verzelletti, che si rigiravano fra le mani, parlava di probabile Alzheimer. «E la bandiera italiana che colori ha, signora Lina?» «Che domande: bianco, rosso e verde» Al che il responsabile della commissione, un anziano medico con la barba bianca che faceva concorrenza a quella di Matusalemme, disse: «Signora Lina, mi ascolti bene. Quella signora che l'ha accompagnata, chi è?» E nonna Lina, che per la sua risposta divenne mitica nel ricordo di Marco, Chiara, e tutti gli altri nipoti, si avvicinò alla figlia Franca Giulia, la abbracciò teneramente e sospirò: « La mia mamma.»

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Einstein diceva...

Einstein diceva: chi conosce bene una cosa, deve essere in grado di spiegarla anche a sua nonna.
Questo è uno degli aforismi del grande fisico che io amo di più, e che mi ha permesso di affrontare la mia materia di studio e di insegnamento non solo sotto l'aspetto teorico, formule e diagrammi, circuiti e dimostrazioni, ma anche quello pratico, insomma quello privo di formule.
È per questo che mi rivolgo ai genitori dei ragazzi in età scolare e non agli insegnanti, ai quali andrebbe invece rivolta questa spiegazione. L'argomento è il voto scolastico, e la media dei vari voti ottenuti, tanto usata ed abusata per giudicare un allievo.
La media usata dalla totalità del corpo docente è la media aritmetica. Voglio qui dimostrare che solo un perfetto ignorante dell'argomento può usare un metodo talmente rozzo, nonché sbagliato.
Io ho aperto gli occhi quando ancora ero studente al Politecnico di Milano e mi ripromisi che, nel caso avessi fatto l'insegnante, avrei portato una novità nel campo della valutazione della preparazione scolastica.
Provate ad indovinare chi mi aprì gli occhi. Un docente, un assistente universitario? No, nella maniera più assoluta, anche se devo ammettere che inconsapevolmente essi contribuirono ad innescare in me la curiosità.
L'uomo che mi aprì gli occhi fu Carl Gustav Jung, celebre psichiatra, psicoanalista, antropologo, filosofo ed accademico svizzero.
Ecco come andarono i fatti.
Per potersi presentare all'esame orale di Fisica1, il docente aveva preparato una sorta di test scritto, nel quale c'erano semplici domande, problemi non complessi, problemi difficili e qualche spiegazione scritta di argomenti quali Il corpo nero oppure la Curva gaussiana a campana del calcolo delle probabilità.
Vicino ad ogni quesito era messo in bella evidenza il punteggio assegnato. Va da sé che essendo il massimo dei voti 30, la somma dei vari punti assegnati era proprio pari a quel voto. In particolare una domanda, cattivella, portava la dicitura Lode.
Era la prima volta che mi capitava un metodo di quel tipo, essendo Fisica1 proprio il mio primo ( dopo Disegno Tecnico) vero esame universitario.
Per tutta la mia vita di studente i voti mi erano stati assegnati con il metodo della media aritmetica, e il ricordo degli anni passati alle medie e alle superiori mi fecero riflettere su un semplice dato: perché il professor Gatti aveva differenziato il “peso” attribuito alle singole domande?
Bene, appena provai a risolvere i quesiti capii; alcune domande erano facilissime, del tipo: scrivere la formula della velocità ricavandola dal concetto di variazione di spazio nel tempo e spiegare la differenza fra velocità istantanea e velocità media. Questa era una domanda alla quale avrei saputo rispondere quattro anni prima, quando ancora frequentavo il secondo anno dell'istituto tecnico Benedetto Castelli di Brescia. Punteggio assegnato 2.
Le domande in totale erano 10, alcune avevano come punteggio 1, altre 5, una addirittura 9.
Realizzai immediatamente che il docente aveva dato un peso diverso ai singoli argomenti, e la cosa era di una evidenza lampante, e giusta.

Qualche anno dopo, quando presi il brevetto subacqueo, lessi su una rivista sub che un pioniere del settore era stato in cura proprio dal grande psicanalista svizzero, Carl Jung, e la cosa mi incuriosì.
Leggendo qualche suo libro, in particolare Sogni, ricordi e riflessioni, trovai una frase riferita alle sue esperienze scolastiche. In queste riflessioni il grande allievo di Sigmund Freud criticava l'abuso del metodo della media aritmetica nella valutazione della preparazione scolastica.
In breve lui sosteneva, giustamente, che la media aritmetica non esiste in natura se non in un solo caso: quando si riferisce a numeri che non rappresentino niente di concreto all'infuori di se stessi.
Quindi fra il numero 8 e il numero 4 la media aritmetica è il numero 6.
Ma, sottolineava, se 8 rappresenta un'entità, e 4 un'altra entità, non si può fare la media, a meno che i due numeri in esame non vengano “pesati”, valutati in importanza, attribuendo loro un valore che chiameremo “peso”.
Proprio come le domande del test di Fisica. Il professor Gatti le aveva pesate, ovviamente secondo la sua personale esperienza.
A quei tempi non esisteva il computer, e pertanto le mie ricerche su quella che scoprii essere la Media Ponderale le trovai a fatica sui libri di matematica, i quali tuttavia non facevano cenni pratici dell'argomento, quasi che non fosse importante. C'era una spiegazione scarna, qualche esempio numerico, una formula...e tutto finiva lì. La formula oltretutto è antipatica, se non la si capisce bene è pure difficile da ricordare.
Io ve la enuncio letteralmente: la media ponderale di N numeri di peso variabile g1...gn, è pari alla sommatoria del prodotto dei singoli numeri per i loro rispettivi pesi, fratto la somma dei pesi stessi.
Una cosa così enunciata non dice niente dell'argomento. Uno si chiede: ma a cosa serve, quando, dove?...mai, si immagina.
E invece, come diceva Jung, va usata sempre . La prima conferma l'ebbi in un problema di Eleettrotecnica nel quale era richiesto di calcolare il rendimento medio dei motori di un'azienda conoscendo il singolo rendimento dei motori e la loro potenza, che poi significa la loro dimensione, o anche il loro consumo elettrico di energia.
I miei compagni, vittime di tanti anni di studi e colpevoli di non aver letto Jung, fecero la media aritmetica. Il professor Manigrasso li massacrò, letteralmente, e a tutti disse: ma secondo te per quale motivo vi ho fornito la potenza di ogni singolo motore? L'hai usata la potenza? No...hai usato solo i rendimenti così come si fa giustamente nel fare la media dei voti scolastici.
Dovevate usare la Media Ponderale, non la media aritmetica. E il peso da attribuire ad ogni motore è proprio rappresentato dalla sua potenza.
Poi venne il mio turno. Io non ero il più bravo degli allievi, e proprio per questo si stupì del fatto che non avessi sbagliato. Allora mi chiese delle spiegazioni. Chi mi conosce può immaginare come andò. A quei tempi ero intrattabile, se avevo delle ragioni le sostenevo anche di fronte al gigante Golia. Insegnamento di mio nonno, grande filosofo...ma questa è altra storia.
« Professore, io ho letto Jung...ecco perché conosco la Media Ponderale...lei invece non l'ha letto, altrimenti ci avrebbe detto che la media aritmetica non vale nemmeno nel dare un giudizio sulla preparazione degli allievi. Anzi, vorrei aggiungere che vale in un solo caso: mai! »
Tralasciamo come andò a finire l'esame: diciamo solo che fui bocciato. Dovetti ripetere la prova scritta.

Ora veniamo a voi genitori, e vi chiedo: vi sembra giusto che se vostro figlio ha preso un tre in una interrogazione sulle tabelline e poi ha preso sette in una interrogazione finale su tutto il programma scolastico, la media della sua preparazione sia valutata Cinque?
E' tanto difficile capire che i due voti hanno importanza, quindi peso, diverso? Credo proprio di no. Chi non volesse fare il calcolo esatto sarebbe ragionevolmente portato a dire: va bene, quel tre è stato un incidente di percorso, gli do almeno un sei finale, anche se tre più sette diviso due fa cinque. Questo giudizio non sarebbe scientifico ma umanamente più accettabile.
E invece, cari genitori o nonni o zii che siate, proprio gli insegnanti di matematica sono stati i più duri ad accettare come valido il metodo della media ponderale, sostenendo che non aveva niente a che vedere col metodo scolastico. E quando si usa secondo voi la media ponderale, in quali casi, domandavo io.
E, all'unanimità, tutti a dire: per quel che mi riguarda mai, è una pura teoria non applicabile alla pratica. Ed allora io tiravo fuori il famoso problema del rendimento dei motori elettrici, e altri cento che avevo ideato come collaboratore della Settimana Enigmistica.
Poi interveniva il preside, noto microcefalo della Brescia “bene”, un architetto che dell'istituto tecnico non ne sapeva niente, conoscendo solo il disegno, fra le cento materie dei vari indirizzi, e tutto si appianava.
Le acque che fecero nascere il bimbo si ruppero quel giorno che mi presentai agli scrutini finali delle mie quattro classi con la barca al traino della macchina, pronta per prendere il traghetto per l'Elba.
La professoressa Gnecchi, di lettere e storia, e il professor Scarpati, di matematica, nei riguardi di alcuni allievi non avevano deciso il voto finale, e pertanto lo scrutinio si stava arenando.
« Chiediamo il voto collegiale » dissero entrambi rivolgendosi al Preside.
Al che il microcefalo disse.
« Dettate i voti del quadrimestre... »
Dettati i voti, tutti gli insegnanti li scrissero su un foglietto e si apprestarono come brave pecore inserite nel gregge a seguire il percorso dettato dai cani pastori, che abbaiavano e ringhiavano per costringerli a fare il calcolo della media aritmetica.
« Lei, professor Colosio, non li scrive i voti? »
« No, io i calcoli li faccio a mente. Sono abituato così...ma prima ho delle domande »
« Prego... » il preside.
« Senti Scarpati, i voti che hai dettato a quali compiti in classe e a quali argomenti orali sono riferiti?
In sintesi, né lui né la professoressa Gnocchi erano in grado di dire quel quattro che avevano dato all'inizio del quadrimestre quali argomenti riguardava, e quel sei e mezzo quali altri.
« Scusate, mi chiedete di dare un giudizio collettivo senza conoscere gli argomenti nei quali sono stati interrogati o in quali compiti in classe è stato dato il voto. Io come posso attribuire un peso a quel voto? »
Fui odiato, perché costrinsi il preside a recuperare in segreteria i compiti in classe di quell'allievo, e poiché conosco molto bene il programma del quarto anno di matematica , quella era la classe, avendo frequentato quella scuola da allievo, feci la “mia “media dei voti, ovviamente ponderale.
C'era un cinque all'inizio del quadrimestre, su un argomento che per l'istituto era di scarsa rilevanza ( goniometria e trigonometria) fino ad arrivare a un sei e mezzo nell'ultimo compito, derivate e studi di funzione, vitali per il quinto anno degli Elettrotecnici.
I voti erano quattro, lo ricordo bene, ed allora attribuii un peso ad ogni voto, ed il peso decisi di estenderlo da 1 a 10.
I voti erano: 5...4,5...6...6,5. Media aritmetica: 5,5
E adesso la mia media.
Primo argomento...importanza relativa...peso 4...secondo argomento, importanza trascurabile, peso 2...terzo argomento, basilare, importanza 8, quarto argomento, essenziale, importanza 10.
Ora faccio la media: (5x4+4,5x2+ 6x8+ 6,5x10):24= 5,9
A quel punto io mi alzo e dico:
« La mia media è 5,9...quindi propongo il 6 »
Poi aggiunsi:
« Anche perché devo prendere il traghetto per l'Elba ed ho la barca già attaccata al carrello, come si può vedere nel piazzale.

Ora, ragioniamo senza numeri. È mai possibile che un insegnante dia la stessa importanza ad un brutto voto dato perché l'allievo non conosceva la data della scoperta dell'America ( quattro perché si era avvicinato ma era sbagliate le ultime due cifre...1429 anziché 1492...) e un 7 preso sul riassunto di tutta la prima guerra mondiale? Capite che è illogico?
Oppure un 4 per un calcolo errato in una formula del calore disperso da una resistenza, e un 6 preso sul vasto programma del sistema trifase?
Non voglio tediarvi con mille esempi, dico solo che un insegnante che non conosce la media ponderale dovrebbe stare attento a giudicare un allievo. Meglio andare a spanne, o a sentimento, come si dice in gergo, che con la media aritmetica.

*

E a me piaceva tanto giocare...

Credo molto nel destino, in quelle cose meravigliose che ti possono succedere di punto in bianco. Ero lì lì che stavo per buttarmi disperato dalla finestra, quando sentii squillare il telefono. Era un Road manager americano, e mi disse che mi avrebbe aiutato a mettere insieme una nuova band. Mi assicurò che tutti i componenti erano dei talenti nati, mancavano solo di esperienza musicale, mentre io ne avevo da vendere. Non capii bene cosa intendesse dire; infatti io me l'ero venduta tutta, la mia esperienza musicale, e non mi restavano altro che i soliti vizi, fumo e alcool. Niente soldi, non una donna che mi accudisse; quelle poi se ne stavano alla larga dopo che il mio successo era crollato, anzi svanito nel nulla. No money, no woman, è questa la dura legge del mondo dello spettacolo. Ero rimasto a secco, colpa di quel mio modo di aggredire il pubblico, dicevano i sapientoni, in altre parole quella che passa sotto il nome di critica musicale. E allora avevo lasciato, abbandonando il gruppo. Svanito nel nulla, si disse nell'ambiente a ragion veduta. « Jeff, prima di tutto ti devo tirar fuori da quel buco nel quale ti sei rinchiuso di proposito; quel posto è veleno per te, come uomo e ancor più come musicista » disse con una voce calma e pacata che sapeva tanto di forza e decisione; insomma, si capiva che il tipo ci sapeva fare con gli sbandati come me. Dopo meno di un'ora era già lì col suo furgone, ed io mi sentivo come una foglia secca sbattuta di qua e di là dal vento. Mi spingeva a raccattare dei vestiti e me li fece buttare alla rinfusa in una vecchia borsa, una sacca che usavo quando giocavo a basket. Prese le mie chitarre, ed aggiunse: « Vedrai la Fender che ti ho preparato... però ti devi portare anche le tue, ti aiuteranno a ricominciare. I ricordi sono più vivi che le persone, ed aiutano, specialmente se sono belli. E qualche foto della tua ex, se ti va... ma di donne, vedrai quante ne arriveranno » Mi portò a casa sua e mi mise a letto, fino a tarda sera. Mi sentivo un bambino nelle braccia di una mamma adottiva, maschio per giunta. E non era nemmeno gay, era così per natura, carino, autoritario, forte e gentile, il tutto in una miscela ben dosata. Abitava nel quartiere di West London, in una via parallela alla famosa Portobello Road. Aveva un grande appartamento in un edificio dipinto in colori pastello, ogni finestra della facciata aveva il suo, quasi fosse un arcobaleno di mattoni. Quando mi svegliai, mi parve di sentire degli strani rumori venire dalla cantina. Non potevo sbagliarmi: erano accordi, prove musicali. C'era il bel suono di un piano, e una batteria che mandava in temperatura il sangue, per non parlare del sax che pareva piangesse note calde. Sentivo l'argento vivo in corpo, e mi fiondai giù per le scale. La cantina era una grande stanza, accogliente, per niente umida. Per terra c'erano dei mattoni, disposti in strani disegni geometrici. Alle pareti erano stati dipinti degli spartiti di vecchie canzoni rock, e mi si allargò il cuore quando vidi che c'era anche la mia Heart full of soul, di qualche anno prima, quando ero diventato una star del gruppo The Yardbirds. Molto ben augurante, quella canzone, anche perché il mio cuore era pur sempre pieno di soul, anche nella disgrazia, nella vita allo sbando. I tre ragazzi mi guardarono come ipnotizzati. Avevano smesso di suonare, e mi fissavano. Erano commoventi, pareva avessero avuto una visione, e quella visione ero proprio io. Come non sentirsi gratificati. Poi Rod, il cantante, uno che aveva un sorriso pulito come una piazza spazzata dal vento di primavera, disse: « Sei sempre stato un mito per noi. Se vuoi si suona insieme, tu ci puoi aiutare » Non sapeva che erano loro che stavano aiutando me, poveri bravi ragazzi, ingenui e inesperti delle brutture della vita. Mi intonò una strofa di una canzone che non conoscevo, così, sui due piedi, senza accompagnamento. Mi venne un colpo; mi pareva di sentire me stesso quando cantavo nelle chiese di Wallington, a dieci anni, e suonavo la chitarra acustica. Li guardai tutti con un groppo alla gola, sentii una stupida lacrima che mi inumidiva la gota, e mi venne logico pensare, a quel punto: poche balle Jeff, se non ricominci sei un pezzo di merda, butti nel cesso non solo te stesso, ma anche questi bravi ragazzi, che non se lo meritano. E così decisi. E quando un uomo decide non ci sono cazzi che tengano, riprendersi è un gioco da ragazzi. E a me piaceva tanto giocare, specialmente con la musica. Inoltre, diciamo la verità, mi sentivo ancora un ragazzo.

 

nota: è la storia del rientro di Jeff Beck nel mondo della musica.

*

La città dei cecchini

Era una bella giornata di mezzo aprile e l'aria era chiara e tersa, pungente. Gli orologi segnavano le tre pomeridiane.
Jack si alzò il bavero del giaccone e vi si immerse fino al mento per ripararsi da quelle fresche raffiche di brezza marina. Amava che il vento gli si strofinasse sulla pelle, ma la sua cervicale lo faceva davvero soffrire troppo, se solo sgarrava un po'. E poi l'umidità; gli anni passavano e cominciava a sentire gli acciacchi dell'età, anche se non era ancora arrivato alla soglia dei cinquanta.
Diede una rapida occhiata di qua e di là della strada e si decise ad attraversare, con passo svelto. C'era un bel traffico, a quell'ora.
Le macchine sfrecciavano senza tante storie ed i pedoni non venivano nemmeno presi in considerazione. Erano talmente pochi ormai i pazzi che andavano a piedi, con il rischio di beccarsi una pallottola in corpo, in quella città maledetta; li potevi contare sulle dita di una mano.
Jack era uno di quelli.
Non lo faceva tutti i giorni, però. Solo quando non doveva farsi riconoscere; per lavoro, insomma. E c'era sempre la possibilità che qualche automobilista coglione avesse voglia di fare tiro a segno con quel povero bipede che attraversava la strada.
L'auto, Jack, la lasciava almeno tre isolati prima e si faceva una camminata a piedi, rasentando i muri per paura che a qualche tiratore scelto venisse voglia di esercitarsi nel tiro al bersaglio mobile, tanto per allenarsi.
Quella era proprio la città dei cecchini; così era chiamata: Killer's City.
Approdò sul marciapiede e di gran fretta si apprestò ad entrare nel grande edificio, dove sapeva avrebbe trovato l'amico George.
Una strana storia, quella di George. Una combinazione amorosa molto intrecciata, la sua, come capita poche volte nella vita.
Lui tradiva la moglie con un'amica di lei; una donna che lo aveva conquistato per il suo aspetto appariscente, non certo per il cervello.
Era una vera oca giuliva, e lo si capiva da subito, appena apriva bocca. Ma aveva un modo di guardare gli uomini che questi, chissà mai perché, si scioglievano al suo sguardo. Tutti, o quasi. A meno che fossero...sì insomma, non fossero attratti dalle grazie femminili.
Ed anche George si era sciolto, come tanti altri.
Julie, questa specie di mangiatrice di uomini, era la moglie di un collega d'ufficio con il quale non scorreva buon sangue. Era il classico uomo, quello, del quale non potevi fidarti; sul lavoro, dico, ma anche per altro.
Qualcuno sospettava pure che passasse le informazioni segrete a qualche potenza straniera. Era troppo ricco per il misero stipendio che il ministero della Difesa passava, ed ostentava un modo di vivere che non poteva certo permettersi; Lotus Elise compresa.
In più, quella scusa di una grossa vincita ad una delle tante lotterie non aveva convinto nessuno, sicché questo Paul, o Eagle come si faceva chiamare vantandosi di essere un'aquila di intelligenza, era un sorvegliato speciale dell'intero Dipartimento.
Ma la cosa che più faceva imbestialire George era il fatto di aver scoperto una tresca di sua moglie Virginia proprio con questo collega odioso.
Uno scambio di coppie, in ultima analisi, all'insaputa perfino dei protagonisti.
Una faccenda di corna incrociate. Brutta storia davvero; prima o poi ci sarebbe stata una resa dei conti, certamente.
Nemmeno Jack, che sapeva tutto di tutti ed aveva informazioni anche sul colore delle mutande di giornata del Presidente, ne sapeva niente prima di essere informato dall'amico.
Ed ormai erano passati due mesi da quando George si era confidato.
“ Chissà mai cosa vuole George da me “, pensava Jack mentre si apprestava a spingere la porta in cristallo del palazzo.
Se era un colloquio di lavoro, come il fatto di essere stato convocato nell'ufficio del Ministero faceva supporre, allora doveva prepararsi ad accettare l'incarico di ammazzare Paul, con ogni probabilità. Quello era il lavoro di Jack, dopotutto. E' che non gli era mai capitato di ricevere incarichi che riguardassero addetti del Ministero della Difesa; le sue vittime erano sempre state spie straniere, o traditori, o attentatori alla sicurezza dello Stato.
Non aveva mai sbrigato faccende che riguardavano problemi interni all'organizzazione.

Si guardò intorno per l'ultima volta ed entrò di gran fretta, insieme ad una folata di vento che si portò appresso qualche foglia e una manciata di polvere di strada, grigia come lo smog.
Riabbassò il bavero del giaccone e diede una rapida occhiata, per sincerarsi che all'interno fosse tutto a posto. Poteva anche essere una trappola, diamine. Era stato convocato d'urgenza e la cosa gli puzzava un po'. E, a ripensarci bene, era stato fatto con un messaggio, questo invito.
Strano; non era la forma canonica per essere convocati ad una riunione. Va bene che anche i tradimenti non rientravano nei canoni del controspionaggio, ma insomma la faccenda puzzava di bruciato lontano un miglio.
Laggiù, in fondo al corridoio che permetteva l'accesso agli ascensori, la luce lasciava spazio ad una zona d'ombra. Tanto bastò ad insospettire Jack che, d'istinto, mise mano alla sua fidata Dazer Super Laser, la pistola di ultima generazione dalla quale non si separava nemmeno a letto.
Teneva le mani in tasca, ma le dita erano appoggiate sul pulsante di comando... quella zona scura lo impensieriva.
Decise di tornare indietro molto lentamente e, dopo pochi passi, trovò l'ampia scalinata che portava ai piani superiori. Al secondo piano prese l'ascensore. Aveva pigiato il 136 ed aveva almeno tre minuti di tempo per organizzarsi. L'ufficio di George era due piani più in basso e proprio per questo motivo avrebbe tenuto meglio sotto controllo le due rampe di scale da fare, per scendere.
In quel momento il suo orologio tuttofare squillò; un messaggio in codice.
Capì al volo che era cifrato dal momento che il significato appariva davvero dubbio: “ le scale portano al paradiso...firmato George. “
Cosa poteva voler dire? Era un avvertimento, certamente. Forse su quella rampa di scale c'era qualcuno ad attenderlo, e l'amico se n'era accorto. Il Paradiso poteva significare l'aldilà.
Cambiò repentinamente il piano al quale l'ascensore doveva fermarsi e si bloccò al 104.
Aspettò una trentina di secondi e lo fece ripartire, ma lui nel frattempo era uscito. Un piccolo trucco per evitare di trovarsi di fronte l'eventuale aggressore, nel momento dell'apertura delle porte.
Camminò spedito fino alla fine del lungo corridoio e prese l'altro ascensore. Cambiò anche piano; era meglio il 138, quattro piani più in alto dell'ufficio dove George lo aspettava.
Jack la sapeva lunga in fatto di sicurezza, trucchi e quant'altro.
Per non essere colto di sorpresa si era anche messo sdraiato, con la sua pistola laser piazzata in modo tale da colpire un uomo in piedi appena si fosse aperta la porta. Sempre se ci fosse stato qualcuno, ed avesse avuto un'arma in mano.
E l'uomo c'era, infatti. E puntava l'arma ad altezza d'uomo, nel centro delle porte dell'ascensore. Era Paul.
Jack lo freddò ancora prima che quello capisse che dentro c'era un uomo sdraiato.
Fuori, una calma esagerata. Sospetta.
Cominciava a temere per la sorte dell'amico. Fece i quattro piani di corsa ed arrivò trafelato all'ufficio di George. Lo trovò socchiuso; non era sua abitudine lasciare le porte aperte.
Capì che in quelle stanze era successo qualcosa di grave quando sentì dei rumori sospetti.
C'erano due donne là dentro, e parlottavano. Virginia, la moglie dell'amico, e quell'oca, Julie, la moglie di quell'aquila che si era appena fatto freddare.
Che ci facevano insieme? E George, dov'era?
« Tu guarda nei cassetti dell'altra scrivania...mi ha detto che le prove le teneva in ufficio. »
Era Virginia a parlare.
Julie apriva e chiudeva i cassetti con una certa agitazione.
« E Paul...che aspetta ad arrivare? Non sarà per caso... »
Non riuscì a finire la frase; la resa dei conti era vicina. Jack entrò come un ciclone e non c'era bisogno della sua stazza per mettere a tacere quelle due. Al primo ceffone sentì schizzare il sangue sulla sua mano e avvertì il rumore della mandibola di Julie che si incrinava.
Cadde a terra svenuta.
Virginia invece, che aveva impugnato maldestramente un'arma, prese un gran cazzotto in bocca e cadde a terra tramortita. In un angolo della stanza c'era il corpo di George, esanime.
Lo avevano fregato, i bastardi. Tutti e tre d'accordo...sentì un morso allo stomaco, mentre sparava. Gli veniva da vomitare; non aveva mai ucciso una donna, prima, ed ora era stato costretto a farlo con due.

Fuori il vento non aveva smesso di fischiare e l'aria era ancor più gelida. Jack si alzò il bavero del giaccone e si calò fino al mento. Maledetta cervicale, e maledetto lavoro. Si sentiva stanco di quella vita. Si sentiva anche vecchio, non solo stanco.
Alzò gli occhi al cielo; il tempo si stava guastando e la sera calava in fretta. Attraversò la strada che già le automobili accendevano i fari. Il mattino seguente avrebbe fatto rapporto, ma le luci dell'alba erano lontane. Ora aveva bisogno di una bottiglia, e di un letto.



*

La morte in fondo agli occhi

Mi svegliai un mattino che il sole era ancora dietro la collina. L'orizzonte rifletteva soltanto una sorta di chiarore rosato, segno che l'aurora si stava svegliando dal torpore notturno. Mi sentii subito strano, quasi che durante la notte, che mi pareva essere stata alquanto agitata, qualche anima dell'aldilà mi avesse posseduto. Ma io ero un pragmatico, un impenitente razionale fedele ai rigori della scienza, e mai avrei accettato di pensare ad una simile eventualità.
Vivevo tutto solo in una modesta mansarda, da quando anche l'ultimo amico mi aveva lasciato. Donne? Quelle le avevo lasciate io, esigevano una vita troppo normale da me, ed io non potevo dargliela. Scesi dal letto a soppalco, che mi ero costruito con assi e paletti recuperati nel magazzino di mio nonno, morto da pochi anni, e mi avvicinai al lavello della cucina. C'era un disordine che al momento mi impedì di trovare la caffettiera, ma quando ci riuscii mi detti una mossa. Lavai i piatti e il tegamino dove mi ero fatto due uova al bacon la sera prima, e nel farlo mi resi conto di un fatto incontestabile: stavo testardamente pensando alla sensazione di essere stato posseduto, o quanto meno visitato, da uno spirito non terreno, e lo facevo in maniera insistente, quasi fosse una fissazione.
Mi sedetti, bevvi il caffè nero, forte, e mi accesi una sigaretta. Avevo una sensazione che mi entrava nei pensieri, mentre espiravo il fumo che impregnava la stanza di quell'odore acre di tabacco bruciato, mescolato all'aroma di caffè. Aspiravo e pensavo, meccanicamente, senza ostacolare il flusso dei pensieri e, pian piano, come un fiore che si apre al sole del mattino, anche la mia mente si aprì. Avevo fatto un sogno ben preciso, e cominciavo a ricordarlo, a ricostruirlo anche nei minimi particolari.
Avevo sognato mia nonna, questo era certo. Ricordavo nitidamente una fotografia che lei teneva in camera da letto, sulla petineuse in ciliegio ereditata da chissà quale avo. In quella foto c'era un uomo dall'aspetto burbero, anche se signorile, un uomo che aveva le sembianze della persona dedita alle scienze occulte. Ora, merito del caffè, il sogno si era fatto nitido; mia nonna mi aveva parlato di quell'uomo, un medico venuto da chissà dove, uno che era stato cacciato dal paese d'origine perché ritenuto una sorta di stregone, un diavolo, un indovino posseduto dalle forze del male. Nel sogno io le chiedevo spiegazioni e lei, molto sinteticamente, mi aveva detto:
« Vedeva la morte negli occhi dei suoi pazienti... e non sbagliava mai. »

Come ogni giorno mi recai in ufficio, alle poste, ed aprii il mio sportello in perfetto orario. La mattinata scorreva senza intoppi quando, verso le undici, si presentò una donna sofferente, forse per un dispiacere, o una malattia. Era ancora giovane, e mi venne da pensare ad una pena d'amore. Mentre svolgevo la pratica del bollettino postale, però, alzai gli occhi per guardarla in viso e nei suoi occhi vidi quello che le stava succedendo: quella donna stava morendo, la sua vita era irreparabilmente segnata, anche se non potevo rendermi conto del motivo per il quale sarebbe dovuta succedere una tale disgrazia. Non potevo vedere altro nei suoi occhi, ma la morte sì, quella la vedevo, ed era evidente. Non le cause, non i possibili rimedi...solo il triste epilogo che l'aspettava. Ero sorpreso di quella mia certezza di vedere la morte imminente negli occhi di un essere umano, giovane per giunta.
Approfittai di una circostanza favorevole per entrare in confidenza con quella poveretta, almeno così la vedevo io, e le dissi:
« Ha figli, signora?... la vedo stanca. Vada da un medico, si tenga su »
Scambiammo due parole e mi fu subito chiaro che la donna era in cura da molto, per un brutto male. Forse tutti, non solo io, guardandola negli occhi avrebbero potuto vedere la sua fine imminente, al che il mio sogno sarebbe risultato solo una coincidenza, in ultima analisi.
Tornai a casa con un pensiero fisso: era stata davvero una coincidenza o quel medico di cui mi aveva parlato nonna era entrato dentro di me trasferendomi questo macabro potere di vedere la morte negli occhi delle persone? E questo potere si sarebbe manifestato una sola volta o ne sarei rimasto coinvolto per sempre? E ancora: era attendibile quello che io intravedevo in quegli occhi, quale certezza c'era che vedessi realmente un futuro di disgrazie, o invece erano solo sensazioni non suffragate dalla prova dei fatti?

Dovevo uscire da quei pensieri malefici, negativi, ed allora iniziai a cucinare. Ma l'odore del cibo mi dava nausea, e riposi tutto in frigorifero. Avevo lo stomaco teso, il mal di testa e uno stato ansioso che non faceva parte del mio carattere. Accesi il televisore, ma dovetti spegnerlo subito; non mi riusciva di seguire i programmi, nemmeno quelli sportivi.
Dovevo distendermi con qualche altro passatempo. Provai prima un libro, poi un altro, alcune riviste e infine mi convinsi che l'unico modo di rilassarmi era quello di ascoltare della buona musica.
Avevo una scorta di vecchi LP di vinile, ben conservati, e scelsi Atom heart mother, il miglior album dei Pink Floyd. Erano mesi che il vecchio giradischi Pioneer con puntina laser aspettava di essere usato, e allora lo accontentai. Non c'era niente che mi liberava i pensieri come quella musica psichedelica, lo avevo sperimentato troppe volte per avere dubbi.
E invece non funzionò. Le mie orecchie non sentivano le note, e il cervello era impegnato ad elaborare sempre lo stesso pensiero: avevo o no quei poteri di vedere la morte negli occhi di chi guardavo?
Dovevo risolvere quell'enigma, non potevo stare in pace senza sapere se veramente lo spirito di quella specie di sciamano fosse entrato nel mio essere, nel mio esistere.
Mi venne in mente che il baule grande che tenevo nella “stanza del dimenticatoio” forse conteneva, tra le tante cose inutili, vecchi oggetti di nonna Teresa.
Ed infatti era proprio così. Trovai: rosari, tazzine del caffè, un candelabro in rame, e fotografie di ogni genere, raccolte in una grande busta gialla, sigillata con del nastro isolante.
Cominciai a sfogliarle e i ricordi presero forma, iniziando a galleggiare nella memoria. C'era mia mamma col fratello Giovanni, c'erano tutte le fotografie della prima comunione, e quelle della vendemmia. Ma io passavo freneticamente da una all'altra, volevo scovare quel medico, quella specie di indovino, o di mago, quello che mi era venuto a trovare in sogno.
Finalmente trovai il primo indizio. Un uomo bruno, sui cinquant'anni, sopracciglia folte, fronte bassa e molto sporgente, era stato ritratto in una posa insolita: occhi sbarrati, mani in avanti bene aperte e rivolte verso il viso di qualcuno che gli stava di fronte, forse il fotografo stesso. Insomma, la posa tipica di un ipnotizzatore. Che poi fosse una burla o meno non era dato capirlo, in quella vecchia foto ingiallita per l'ossidazione della carta.
Cercai ancora, anche perché non ero certo di riconoscere se quel viso fosse lo stesso che mi era apparso in sogno.
Feci passare tutte le fotografie, ma non trovai altro. Deluso, stavo riponendo il malloppo nella busta gialla, quando mi accorsi che una era rimasta all'interno, una fotografia piccola, un po' rovinata. La estrassi con una certa curiosità ed eccola, proprio lei, quella della nonna con questo presunto medico. Quella era proprio la fotografia del sogno. Pareva quasi si fosse nascosta, per non essere trovata. Lo considerai come un segnale negativo, e dovetti ammettere che la cosa mi turbava parecchio.

Da quel giorno la mia vita divenne un incubo. Non dormivo quasi mai e i miei sogni erano sempre brutti, addirittura incubi, a volte.
Sognavo di essere diventato un esperto assunto da una grossa multinazionale del settore assicurativo, ed ogni giorno ero obbligato a guardare attentamente negli occhi decine di persone che facevano un'assicurazione sulla vita, oppure ero un medico e visitavo centinaia di pazienti al giorno, e la prima indagine che facevo era proprio quella di fissare i pazienti nel fondo dei loro occhi.
Mi alzavo stanco, depresso, ed ero dimagrito parecchio. Non mangiavo che poca frutta ed avevo continuamente conati di vomito.
Piano piano mi convinsi che quel potere diabolico, o magico se preferite, lo avevo davvero.
Erano diventati molti i casi che lo confermavano, questo potere.
Prima una zio, negli occhi del quale solo un mese prima avevo visto la fine imminente, poi un collega di lavoro, e anche quella signora ammalata, la prima che mi fece nascere il dubbio di essere stato posseduto da uno spirito. Tutti deceduti in poco tempo.
La più ovvia conseguenza fu quella che iniziai ad avere il terrore di guardare le persone negli occhi e, per non correre il rischio, non le guardavo nemmeno in faccia. Tenevo costantemente gli occhi bassi, anche sul lavoro, al punto tale che alcuni clienti, ma anche colleghi, si lamentarono del mio comportamento con il direttore della filiale.
Fu così che fui trasferito in una sede vicina, temendo ci fossero gravi incomprensioni all'interno del personale.
Per un certo periodo tutto filò liscio. I colleghi, e anche il nuovo direttore, probabilmente immaginavano che fossi timido, o scorbutico, e fosse quello il motivo per il quale parlavo tenendo gli occhi bassi.
Poi qualcuno cominciò a porsi delle domande, e le voci si spingevano ben oltre la vaga ipotesi che attribuiva il mio comportamento alla timidezza. Non mi restava altro da fare che mettermi un bel paio di occhiali neri, molto scuri, di una tonalità che impediva al mio interlocutore di capire se avevo gli occhi ben aperti, e lo stavo guardando oppure se invece li tenevo pressoché chiusi. In tal modo riuscivo ad evitare di guardare le persone dritte negli occhi, e per un certo periodo non mi capitò di vedere la morte in procinto di agire.
Il mio medico personale, che non credeva minimamente ai miei poteri e mi considerava una specie di esaltato, se non affetto da un disturbo della personalità, mi aveva dato un buon consiglio: se ti chiedono perché usi gli occhiali scuri, devi parlare di una congiuntivite allergica dovuta a pollini, polveri ed acari. E così feci, ritrovando almeno un po' di serenità nel lavoro.

Ormai ero in pensione, anche se ero ancora giovane e potevo godermi la vita senza avere troppi contatti con la gente. Avevo da parte anche un bel gruzzoletto, risultato dei miei risparmi e di un'eredità in denaro, e alcuni beni che uno zio paterno mi aveva lasciato, essendo solo al mondo. Cominciavo insomma a rivivere, ed i cattivi pensieri mi stavano abbandonando.
Ma un brutto giorno la mia vita prese una nuova piega. Mentre mi facevo la barba, mi venne in mente, non so come, di guardare a fondo nei miei occhi. Non pensavo al mio potere, lo avevo quasi scordato. Avevo solo intenzione di valutare quei piccoli capillari che si erano rotti nella sclera, per decidere se fosse il caso di andare a fare una visita oculistica.
Fu in quel momento che la vidi, la morte. La mia morte. Non potevo sbagliarmi. Li richiusi di colpo, i miei occhi, e dopo qualche secondo, scosso dalla paura, mi guardai nuovamente. Stavo morendo, la vedevo troppo nitidamente per avere dei dubbi.
Che fare? Fui assalito dal panico; mi sentivo perso, impotente, confuso. Non sapevo nemmeno a chi confidare il mio segreto, troppo pesante da reggere sulle mie deboli spalle.
Decisi allora di andare a trovare una vecchia amica di famiglia, che aveva una figlia della quale in paese si parlava un gran bene. Era assai stimata non solo come persona, ma anche come professionista, anche se ancora giovane e alle prime armi. Viveva sola con la madre e la accudiva; in pratica le aveva dedicato la vita. In quella stessa casa aveva uno studio di psicanalisi, e si diceva in giro che sapeva ridare la voglia di vivere anche alle persone più depresse.
Arrivai in quella villetta isolata, in mezzo alla campagna della prima periferia, ad un tiro di schioppo dal centro e tuttavia immersa nella natura.
Che bel coraggio doveva avere per vivere in quel posto isolato, pensai appena giunto. Ma poi capii che non era coraggio, il suo: era serenità.
Me ne resi conto subito, al primo colloquio, o meglio seduta, come la chiamava lei.
« Qual buon vento, Riccardo », esordì la signora Maria, lontana parente di mia madre.
Che donna, quella. Aveva almeno trent'anni più di me, e dimostrava ancora una lucidità encomiabile, anche se malferma sulle gambe. La figlia, Gemma, spingeva la carrozzina sulla quale stava la mamma, racchiusa in un bel scialle azzurro chiaro che si intonava con i suoi capelli, bianchi come la neve. Sulle ginocchia una coperta, e si vedeva bene che la signora Maria se l'era fatta da sola, una passione quella del lavoro a maglia che aveva anche mia madre.
« Ho bisogno di tua figlia, Maria. E poi la volevo conoscere, ne parlano tutti tanto bene! »
« Che c'è, figliolo. Qualche problema? »
« Sì, grosso anche. Ma preferisco parlarne a lei. E' una cosa delicata »
Gemma mi sorrise, allungò la mano e ci presentammo. Aveva degli occhi dolci, azzurri e calmi come un lago alpino. Infondevano sicurezza, serenità.
« Se vuole ne parliamo anche ora. Venga nel mio studio », disse, precedendomi.
Andammo nello studio e mi fece accomodare su una poltrona che pareva studiata apposta per farmi sentire a mio agio e rilassarmi. Lei si sedette dietro una scrivania antica, aprì un quaderno ed iniziò a scrivere.
« Riccardo...e poi? » disse.
« Riccardo Gentilini », risposi. Cominciavo già a liberarmi di un peso, me lo sentivo.
Lei scrisse qualcosa e mi fece un cenno. Capii che potevo iniziare.
« Temo che non mi crederà », anticipai, prima di iniziare il racconto del mio strano sogno.
Lei mi guardò e mi sorrise con grazia. C'era qualcosa in quella donna che mi piaceva, mi rasserenava.
« Che io le creda o meno non ha alcuna importanza. Se lei ha un problema, quello esiste e nessuno può contestarlo. Non si preoccupi...si liberi »
Da quel momento in poi non parlò più. Prendeva appunti e mi guardava. Poi restava un attimo a meditare, e tornava a scrivere.
Raccontai tutto quello che ricordavo: il sogno, i miei dubbi, la ricerca delle fotografie di mia nonna, le prime esperienze con la constatazione che avevo un maleficio, o meglio un potere soprannaturale di prevedere la morte imminente di una persona, semplicemente guardandola negli occhi.
Gemma mi guardava e non palesava alcuna emozione, non pareva colpita più di tanto, e nemmeno sorpresa. Alla fine le raccontai delle verifiche che avevo fatto sulle morti che avevo previsto, quella prima donna, poi un collega, e poi altri casi di conoscenze occasionali, o quel vicino di casa che avevo incontrato fuori del garage. Tutti morti, chi in breve tempo e chi dopo alcuni mesi.
« E adesso cosa spera di cambiare, nella sua vita. Mi dica quali sono le sue esigenze, cos'è che la preoccupa maggiormente », disse lei pacatamente.
Spiegai l'espediente degli occhiali scuri, e a quel punto mi parve di vedere un lieve sorriso sulle sue labbra.
« Le sembra stupida quella cosa che ho fatto?...gli occhiali, dico », chiesi a bruciapelo.
« No, anzi »
« E allora, perché quel sorriso? »
« Niente, non si preoccupi. Se ho sorriso è perché considero geniale quella scelta », disse la psicologa.
Quindi aggiunse, dopo aver completato con calma gli appunti:
« Ma poi è successo qualcosa di grave, immagino. Me ne vuol parlare? »
E così le raccontai della pensione, della mia nuova vita, che potevo dire essere diventata tranquilla, fino al giorno che allo specchio vidi la mia morte.
Per un minuto buono nella stanza regnò un silenzio imbarazzante. Non riuscivo a capire se lei mi credesse, o meno, e se fosse rimasta sorpresa dalla mia rivelazione, oppure se anche lei si sentisse turbata. Io non avevo più niente da dire, e infatti fu Gemma a rompere il silenzio:
« Lo immaginavo. Che lei vedesse la morte nei suoi occhi era scontato dovesse accadere, prima o poi », disse.
« Quindi lei crede a questo mio potere? »
« No, assolutamente », disse con disinvoltura, « ma la questione non è se io ci credo o meno, il problema è che ci crede lei »
« Quindi... », dissi io con una certa curiosità.
« Quindi mettiamoci nell'ipotesi che sia tutto vero, che lei abbia questo potere e che non si sia sbagliato, vedendo la morte nei suoi occhi »
Ero perplesso. Se avevo ben capito mi stava dicendo che non credeva minimamente ai miei poteri ma che si sarebbe comportata come se invece io li avessi per davvero.
Volevo chiarire la cosa, quindi mi azzardai:
« Se non ci crede, come fa a curarmi? Vuol tentare di convincermi che mi sto sbagliando? »
Lei mi guardò, sfoderò il suo lieve sorriso rassicurante, e disse:
« No, non sia mai. Ci comporteremo come se lei li avesse, questi poteri. »
A quel punto fissò un appuntamento, e mi salutò. Prima che uscissi, aggiunse:
« Intanto lei pensi serenamente quali desideri vorrebbe esaudire se, poniamo, le restasse un anno di vita. La prossima seduta ne parliamo. »
Salutai sua madre, che ci guardava entrambi, forse per capire se la seduta era andata per il verso giusto, ed uscii.
In macchina continuavo a pensare a quelle parole: cosa vorrei fare, quali desideri esaudire prima di morire. In quel modo si dava per scontata la mia morte e dovevo riconoscere che,
inspiegabilmente, la cosa mi tranquillizzava ed anzi mi esortava a pensare al futuro, a come passare il tempo nel migliore dei modi.
Avevo già in mente qualcosa, e giunto a casa mi misi a cucinare, stappai una buona bottiglia di vino, e cominciai a fare progetti, mentalmente.
Col passare dei giorni mi stavo mettendo nella condizione mentale idonea ad un fine vita.
Iniziai e mettere in vendita tutte le proprietà: la casa materna, che avevo affittato perché troppo grande per me che vivevo solo, il mio bilocale a mansarda, dove abitavo, la casa in campagna che avevo ereditato, con i terreni annessi e gli attrezzi agricoli.
Il progetto era semplice: prendere una barca a vela, la mia passione di sempre, portarla al mare ed iniziare a girare per le isole e le coste italiane. E, insieme al mare, volevo visitare le grandi città marinare, Venezia, Genova, Pisa, Napoli, e poi i porti delle grandi isole, Sardegna e Sicilia.

Era passato più di un mese dal nostro primo incontro e Gemma mi fece capire che quella avrebbe potuto essere l'ultima seduta. Fisicamente stavo bene, mi sentivo tranquillo, non pensavo affatto al futuro. Volevo vivere giorno per giorno, godendomi tutte le bellezze che ero pronto a visitare. La barca ormai era in cantiere, quasi finita, ed avevo venduto tutto, tranne la mansarda. Mi restava parecchio denaro, probabilmente non sarei riuscito nemmeno a spenderlo.
« Quindi ha deciso, Riccardo, un bel giro del mondo? », esordì con un velo di allegria.
« Beh, proprio del mondo non credo, ma l'Italia vorrei vederla tutta, se ci riuscirò », risposi.
« Probabilmente i tranquillanti non serviranno più, io credo. Comunque se ne porti un paio di confezioni e la ricetta. Non si sa mai... », disse Gemma.
Parlammo ancora un po' del più e del meno, della barca, di come mi ero organizzato per viverci, e alla fine lei volle sapere che sogni facevo ultimamente.
« Viaggi, mare, barca, posti nuovi, fotografie... a volte confusi ma in certi casi nitidi, con immagini molto belle », dissi senza enfasi.
Prima di salutarci lei mi disse una cosa che mi colpì, un pensiero positivo che mi fece sperare nel miracolo.
« Senta Riccardo, volevo dirglielo prima, ma ora non posso più rimandare. Dal mio punto di vista lei è guarito, forse la morte non la riguarda più. Ne tenga conto, nel suo viaggio. Potrebbe durare molti anni », disse con il suo solito lieve sorriso sulle labbra.
« Guarito dalla morte, come è possibile? », obiettai.
« Forse lei ha visto la sua morte mentale, la sua auto-esclusione dalla vita, non la morte fisica. In tal caso, mi creda, sarebbe guarito. Il viaggio glielo chiarirà. »
Furono quelle le sue ultime parole. Salutai Gemma con un abbraccio, ringraziai la madre, che mi guardava con benevolenza, e promisi che se le cose fossero andate nel migliore dei modi sarei tornato a raccontare il mio lungo viaggio.

Tornai a casa con una certa ansia; avevo fretta di guardarmi allo specchio, senza timore.
A giorni sarei andato al cantiere navale di Viareggio per prendere possesso della barca, pronta per il varo, e mi serviva una conferma.
Salii le scale col cuore in gola, come un ragazzo al suo primo appuntamento. Mi fiondai in bagno, allargai gli occhi più che potevo, e mi feci coraggio. Rimasi più di un minuto a guardare nel profondo dei miei occhi, ma non vedevo altro che l'azzurro del cielo, il blu del mar Tirreno, e una vela che navigava beata in alto mare. E le uniche grida che avvertivo non erano più l'eco dei miei tristi pensieri, ma quelle dei gabbiani, in volo festoso dietro la mia barca a vela.

*

Il Paradiso Terrestre

Dopo l'assalto alla gioielleria del centro, la più protetta e la più difficile da svuotare, avevo guidato in preda ad una sorta di eccitazione, stato d'animo il mio che rendeva il colpo ancor più affascinante, addirittura gratificante. Le pallottole schizzavano dappertutto, perfino sul parabrezza antiproiettile; mi sentivo all'inferno, pure se la mia strada doveva portarmi in paradiso. Almeno, quello era il sogno: lasciarmi la polizia alle calcagna, raggiungere lei ed andare a farmi una vita da nababbo in un paradiso terrestre.
Il posto l'aveva scelto Julie, e aveva già i biglietti, precisina com'era. Mi fidavo di lei, e poi a me bastava che ci fosse il mare, una barca, e la possibilità di fare una bella vita. Qualunque posto di questo mondo mi sarebbe andato bene, se c'era il mare e se c'era Julie.
Cavalcavia, sopraelevate, tunnel, posti di blocco ovunque, questo era lo scenario nel quale mi trovavo, purtroppo. E poi quelle sirene spiegate, e il sordo rumore dei colpi di pistola. Ma io non perdevo il controllo, mi sentivo invincibile, e comunque avevo un piano di riserva nel caso fosse andato tutto male.
Il colpo alla più bella gioielleria della città era il primo passo obbligato. Poi avrei dovuto, una volta seminata la polizia, e non era facile, trovare un buon ricettatore. Ne avevo ben tre a disposizione, dovevo soltanto scegliere il più sicuro, quello che mi avrebbe pagato sull'unghia, e non importava se non mi avesse riconosciuto un compenso adeguato, per tutti quei gioielli.
Ne avevo presa di roba buona, anche se, per dirla tutta, non avevo nemmeno la più pallida idea del valore che potessero avere sul mercato nero tutti quei gioielli.
Quando il rumore delle sirene iniziava a risultare più ovattato e non si udivano più i colpi di pistola, capii che ce la stavo facendo. Rallentai. Era inutile correre il rischio di fare un incidente, ora che li avevo seminati. Mi sentivo talmente sicuro che, quando svoltai nel vicolo dove avevo il mio nascondiglio segreto, mi accesi una sigaretta. Ne avevo bisogno, dovevo rilassarmi un po' prima di cambiare macchina e raggiungere il ricettatore.
Julie doveva essere lì ad attendermi nel garage abbandonato, al volante della sua Ford Focus, una cabriolet che ci avrebbe garantito un certo anonimato. Chi sarebbe stato quel pazzo rapinatore ad andare in giro a tettuccio scoperto, sapendo di essere inseguito da poliziotti armati fino ai denti?
Entrai nel garage a fari spenti, e fermai la macchina. C'era una calma che non diceva niente di buono, e non vedevo nessuno lì dentro. Scesi piano, abbassandomi a livello del pavimento, ed impugnai la pistola. Avevo una torcia piccola a fascio concentrato, nell'altra mano, e mi decisi ad accenderla. Niente, nessun segnale. Nel garage non c'era anima viva, né morta. Non c'era Julie e non c'era la sua cabriolet. Era un silenzio quasi irritante, e mi faceva riflettere sull'assenza della mia donna
Cosa poteva esserle accaduto, mi chiedevo.
Mi alzai, accesi le luci al neon, e mi attaccai al telefono. Il numero dava occupato. Avevo un brutto presentimento, come se avessi sbagliato qualcosa. Cominciai a temere che m'avesse tradito ma, in quel caso, che vantaggio avrebbe avuto. Non c'era una logica. La refurtiva l'avevo in macchina io, e potevo squagliarmela come e quando avessi voluto.
Ora mi si presentavano soltanto due possibili strade: andare subito a cercarla e poi andare insieme dal ricettatore, oppure smerciare i preziosi ed andare a casa con i soldi, sperando che lei avesse avuto solo qualche contrattempo alla sua Focus e fosse lì ad attendermi con i biglietti in mano e le valigie pronte. Mi venne spontaneo pensare: chissà che posto ha scelto, sicuramente un paradiso terrestre. La conoscevo bene, lei amava la bella vita più di me, se mai era possibile.
Basta, decisi di andare prima a piazzare la refurtiva, poi sarei andato a casa sua con il grano. La faccenda, messa in questo modo, mi pareva più semplice.

Il ricettatore mi stava facendo troppe obiezioni, troppi problemi. Stavo quasi per decidere di cambiarlo.
« E' roba di lusso, difficile da piazzare. E poi sono pezzi unici, troppo facilmente riconoscibili » diceva Jack con gli occhi puntati sui gioielli. Li guardava e sembrava rapito, in estasi. Una luce sinistra brillava nella sua spenta pupilla. Già pregustava il lauto guadagno. Io avevo fretta. Per farla corta, gli dissi:
« E tu sfasciali, se sono troppo belli...recupera diamanti e gemme preziose, e tieni l'oro da parte, o fondilo. Il valore si dimezza, ma vai sul sicuro »
Mi accontentavo della metà del valore che Jack ipotizzava; erano tanti soldi, ma mi servivano tutti e subito.
« Mi bastano due ore per trovarti tutti i liquidi, se ti accontenti di mezzo milione. Vieni alle venti stasera, al buio è meglio. Vieni solo e porta i gioielli. Questo lo tengo in pegno, per farlo vedere. »
Era un grosso anello; a me pareva pacchiano, ma probabilmente il diamante era di valore. Gli lasciai anche qualche altro buon pezzo, e sentivo dentro di me che poteva essere un rischio mettergli in mano tutta quella merce. Ma volevo incentivarlo a trovare i soldi.
Uscii piano piano e, dopo aver percorso un viottolo secondario, mi immisi nella statale. Andavo a passo d'uomo, come un turista che cerca un posto per dormire. Avevo tutto il tempo per andare da Julie e tornare prima delle venti. Lei abitava a meno di dieci minuti, non serviva guidare a folle velocità correndo il rischio d'essere fermato.
Davanti a casa sua notai del movimento. C'era parecchia gente sul marciapiede di fronte alla villetta e, quando vidi l'auto della polizia e un'autoambulanza con le luci di emergenza accese, mi venne un colpo. Avevo voglia di fuggire, e passare al piano di riserva. Ma la curiosità era troppo grande, e poi l'amavo troppo per lasciarla in mano agli sbirri. Avevo il cuore in gola e l'attesa si faceva snervante.
Poi la vidi. Era su una barella, ma stava bene. Anzi, voleva scendere per entrare con le sue gambe nell'autoambulanza. Che le era successo? Aveva la testa fasciata, e qualche macchia di sangue sulla camicetta bianca, ma niente di preoccupante. Poi vidi lui. Era il vicino di casa, quel bestione con la testa rasata e il pizzetto, tatuaggi anche sulle orecchie. Un agente l'aveva ammanettato e lo stavano caricando a forza sul cellulare.
Julie gli sbraitava contro, a muso duro. Mi sembrava di vederla piangere, il trucco gli era colato sotto gli occhi, fin sugli zigomi.
Maledetto bastardo, era lo stesso che aveva già tentato una volta di violentarla; avrei dovuto ammazzarlo quella volta, invece avevo avuto pietà, un sentimento che non paga, per chi fa il mio mestiere.
Ora dovevo passare per forza al piano B. Arrivai in fondo al viale, e parcheggiai la Mustang a ridosso dei tigli. Da lì vedevo tutta la scena e non potevo essere visto. L'autoambulanza accese le sirene e partì. Dietro, incollata, viaggiava la macchina della polizia, mentre la camionetta con l'arrestato prendeva un'altra strada.
Seguii a debita distanza l'autoambulanza fin che capii in quale ospedale la portavano. Era uno dei migliori, l'Hospitality Homes. Bene, ora sapevo dov'era. Sarei passato dopo a prenderla, non doveva essere una grande impresa, anche se fosse stata piantonata.
Voltai verso Blandford Street e presi per il centro. Erano quasi le otto di sera e speravo che Jack li avesse già trovati, i soldi.
Entrai nel viottolo dove aveva il magazzino e, per sicurezza, scesi dalla macchina con la pistola in pugno. Non ero tranquillo. Aprii la porta con un calcio e mi trovai di fronte quattro agenti. Mi aspettavano, era chiaro: quel bastardo mi aveva tradito, s'era accontentato dell'anello e di quei pochi gioielli. Non ebbi il tempo nemmeno di pensare a come difendermi, che fui raggiunto da una raffica di pallottole.
Ero caduto supino sul pavimento. Feci di tutto per rialzarmi, speravo ancora di riprendere la partita, ma il joystick non rispondeva. Lo scagliai contro il muro e cliccai New Game. La prima partita l'avevo persa. Peccato, ero arrivato a buon punto. Forse avevo sbagliato a lasciare Julie sola in casa. La prossima giocata l'avrei portata con me, e l'avrei tenuta per mano. L'amavo troppo per farle correre quei rischi.


*

Una gran bella vita

Dopo tanto viaggiare in giro per il mondo, eccomi qui nella mia città natale: Torino. Qualcuno potrebbe dire: finalmente! Io no, non lo penso nemmeno. Ho fatto una vita troppo bella per aver avuto anche un minimo sentimento di nostalgia, durante le mie scorribande nei paesi d'oltreoceano.
La mia fortuna è nata il giorno stesso che sono venuto al mondo. Ero il più bello. Anzi, ero di una bellezza mai vista, come ebbe a dire un'infermiera generica del reparto di ostetricia. Ma anche le ostetriche vere e proprie, che di bambini ne avevano visti a migliaia, dovevano ammetterlo: io ero il più bello di tutti i neonati, passati e presenti, ma forse perfino futuri.
Va da sé che anche alla scuola materna prima, e alle elementari di viale Vittorio Emanuele poi, fossi
chiamato “Nello il bello”, storpiando il mio nome di battesimo, Antonello. Nome che odiai fin dall'infanzia e che mi costrinse, appena raggiunta la maggior età, a cambiarlo in Rodolfo, più consono al mio fascino latino.
Ora non starò a spiegare quanto le mamme dei miei amichetti dell'asilo invidiassero la mia, di mamma, dal momento che per tutte le maestre della prima infanzia non ero solo il più bello, ma di gran lunga il più intelligente. E non starò nemmeno a raccontare di quanto il maestro Mereghetti, detto il Rosso, avesse una speciale predilezioni nei miei confronti. Nei primi anni delle elementari, non faceva che ripetere agli alunni peggiori:
« Guardate Nello, perché non fate come lui... »
Gli ultimi due anni poi si rese persuaso che ero una sorta di genio; ne ebbi conferma dal momento che per ogni passaggio di aritmetica e geometria, o dopo le normali spiegazioni delle varie materie, dall'italiano alla storia e geografia, non faceva altro che rivolgersi a me con la domanda retorica:
« Giusto, Nello? Posso continuare... »
E non c'era verso che continuasse se prima non gli avevo fatto un cenno evidente d'assenso, con la testa o almeno con gli occhi.
Fu durante questi anni che mi convinsi di un fatto che pareva a tutti scontato: avrei avuto una vita di successi, in tutti i campi.
In casa mia ero considerato un bambino prodigio, ed i miei fratelli mi guardavano come un estraneo, un alieno, un essere soprannaturale. Mio padre usciva sempre più spesso con frasi di questo tipo:
« Spero di campare abbastanza per vedere cosa combinerà questo ragazzo. C'è da esserne fieri... »
E intanto mia madre assentiva, con gli occhi lucidi per l'emozione.
L'unico neo era rappresentato dalla grande incertezza che provavo nel decidere quali fra le mie ambizioni dovessero essere prioritarie. Quando iniziai a frequentare le medie, mi accorsi che le ragazzine della mia e di altre classi mi guardavano con insistenza e addirittura spesso arrossivano, se rivolgevo loro la parola. Per dirla in altri termini, le facevo innamorare. Fu in quel periodo che mi convinsi che avrei fatto l'attore, anche perché avevo una dizione perfetta, al punto che la professoressa di Italiano mi faceva leggere in classe tutto quello che avrebbe dovuto leggerci lei, poesie comprese. La scusa che prendeva era questa:
« Leggi tu, Nello, che hai una bellissima voce... inoltre sai fare le pause giuste »
Poi fu il turno del maestro di musica e canto. Era talmente certo che fossi dotato di una voce portentosa che mi predisse una gran carriera canora, nel campo della lirica ma anche della musica leggera. Una delle sue frasi era:
« Eccolo qui il nostro futuro Caruso »
Se poi si aggiunge che suonavo diversi strumenti con una certa facilità, vi lascio immaginare quale fosse il futuro che immaginavo in quel settore.
Ma poi vennero le superiori, e mi accorsi che oltre ad essere il migliore in tutte le materie ero anche quello fisicamente più dotato, al punto tale che vincevo regolarmente i campionati studenteschi in diverse specialità, dalla corsa al salto in lungo, dal nuoto al tennis. Perfino nel calcio, il mio sport preferito, ero considerato un campione, anche perché ero il regista della squadra ma anche il capocannoniere, qualità che raramente stanno insieme. Ero insomma un insieme di Omar Sivori, Rivera e Gigi Riva. Il nostro allenatore della squadra era convinto che non dovevo perdere tempo a studiare. Mi diceva, ad ogni allenamento:
« Smetti di studiare, non ti serve a niente. Tu diventerai un grande giocatore e guadagnerai più di dieci scienziati... »
Quando passai l'esame di maturità, con il massimo dei voti e la lode, avevo da poco compiuto i diciotto anni ed allora mio padre mi fece il primo grande regalo: una Ferrari GTB 40.
Dopo un mese mi presentai all'esame per la patente. Eravamo in pochi privatisti, e l'ingegnere che doveva valutare la guida fra quelli che avevano superato i test, quando scese dalla macchina che mi precedeva, una misera millecento Fiat di un anonimo colore grigio topo, salì sul marciapiede in attesa della vettura del successivo candidato, ignorando la mia. Dopo che gli feci un deciso colpo di clacson, ed un cenno che salisse, lui timidamente disse, chinandosi al finestrino:
« Per l'esame...è lei? »
E quando gli feci cenno di sì con la testa, salì con un certo imbarazzo. Dopo nemmeno cento metri, sentenziò:
« Ho già visto che è un provetto pilota...me la fa provare questa vettura, si fida? »
L'uomo, visibilmente eccitato, fece certe manovre che non mi sarei mai aspettato. Partenze a razzo, sgommate, sorpassi azzardati in pieno centro.
« Che macchina... » disse alla fine, dispiaciuto di dover scendere. E, per salutarmi, fece un inchino.

All'università, facoltà di architettura a Venezia, feci disastri di cuori. Non saprei dire quante ragazze vennero a letto con me, e non solo per la mia Ferrari rossa. Superavo un esame dopo l'altro e passavo i miei appunti alle giovani architette, che inesorabilmente si innamoravano.
Nel frattempo avevo fatto un provino con il Real Madrid, e dopo essere passato dovevo solo firmare l'ingaggio. Il presidente in persona, Santiago Bernabèu, mi invitò a cena con l'intenzione di farmi firmare un contratto che mi legava alla squadra per cinque anni. Quando vidi l'importo annuo che il furbo presidente mi proponeva, gli dissi:
« Non ci siamo capiti...lei mi ha scambiato per uno dei suoi dipendenti. Io sono un campione...farò una capatina dalle parti di Barcellona o al limite mi accontenterò di prendere il doppio alla Juventus».
In realtà la Juve mi aveva fatto una proposta molto più allettante, ma essendo io un torinese doc, quindi torinista, la cosa mi era andata di traverso.
Il calcio lo dimenticai quando, appena laureato, feci un viaggio vacanza in Florida. Ero ospite di un gruppo di imprenditori che si occupavano di materiale elettronico di alta tecnologia e che facevano affari in Italia tramite l'intermediazione di mio padre. La villa nella quale ero ospite, di proprietà di un certo Bill Gates, aveva una piscina olimpionica con acqua di mare, prelevata direttamente dal golfo sul quale si affacciava.
Mentre facevo la mia prima nuotata, mi si affiancò una splendida bionda dal fisico statuario, che mi confidò essere una nipote del Gates.
Con il mio fluente inglese, le feci il primo complimento:
« Che fisico, fossi in te farei l'attrice... »
Lei rispose:
« Indovinato...lo faccio già »
Ovviamente me la portai a letto la sera stessa, anzi fu proprio lei che mi ci portò. Viveva in una villa accanto, forse ancora più bella, ed in casa c'era solo la servitù. Passai una notte da tregenda, anzi la feci passare a lei perché per me era la normalità. Insomma, questa Tiffany mi si incollò per alcune settimane e mi introdusse nel mondo del cinema. Ad Hollywood, dove mi portò qualche giorno dopo, conobbi alcuni fra gli attori più in voga in quegli anni, da Charles Bronson a Jack Nicolson, passando per Paul Newman, che girava in compagnia di una ragazzina che aveva metà dei suoi anni, insomma la mia età. Fu proprio lei che chiese a Paul di farmi fare un provino.
« Ha proprio un bel viso, molto fotogenico...e poi è Italiano. Cosa ne dici, caro... », disse schiacciandomi l'occhio.
Inutile dire che che con questa Carol ci fece sesso, e che sesso. Era assatanata, e mentre facevamo l'amore gemeva in continuazione, quasi fosse una scena da girare su un Set cinematografico.
Intanto Tiffany, ingelosita, mi piantò in asso ed allora mi buttai a capofitto nel mondo del cinema. Il primo provino lo feci recitando direttamente in lingua locale, o meglio in Inglese perché l'americano non mi piaceva proprio. Il regista, un certo Stanley Kubrick, era un pignolo esagerato ma a lui piacque il mio accento londinese.
« Bella pronuncia, ragazzo, va bene così... » mi disse dopo avermi comunicato che mi avrebbe trovato un ruolo non marginale in un film che stava allestendo.
Dopo aver girato una decina di film, tutti di grande successo, cominciai ad essere richiesto anche in Italia. In particolare mi volle suo compagno sul set di “ La classe operaia va in paradiso” quel Gian Maria Volonté che avevo conosciuto durante le riprese di Quien Sabe, un buon spaghetti western del regista Damiano Damiani.
Mi presentò Elio Petri e da quel colloquio fu deciso che avrei affiancato Volonté in quel film nel quale io ero un operaio che lavorava al tornio.
Tornai quindi in Italia, un po' a malincuore, anche perché avevo la netta sensazione che mi sarebbe capitato qualcosa di spiacevole. Ed infatti ebbi un infortunio proprio sul Set del film, mentre giravo una scena nella quale lavoravo come un forsennato su un tornio parallelo con il quale dovevo produrre pezzi a ripetizione sotto il controllo cronometrico di un capoposto.
Ora sono qui in questo ospedale di Torino, il C.S.M. Di Viale Francia, controllato giorno e notte da infermieri e dottori.
A sentire questi luminari della medicina io sarei affetto da una malattia, e l'infortunio mi sarebbe capitato nel reparto montaggio motori della Fiat dove, a loro dire, lavoro da anni.
Quando gli ho chiesto spiegazioni sulla mia malattia, sulla loro specializzazione e sul nome dell'ospedale, mi hanno risposto: noi siamo tutti psichiatri, e questo è il Centro di Salute Mentale di Torino. E tu sei un tipico Mitomane; è questa la tua malattia. Poveri imbecilli, forse volevano dire che io sono un Mito-Man, ma questo lo sapevo già.

*

Una bugia a fin di bene

« Finalmente la conosco, professor Colosio. »
Aula dei colloqui. Comincio a sudare. La prima contestazione di un genitore nella mia carriera scolastica; una mamma, per giunta. Che sia una contestazione lo intuisco dal tono della voce, e dalla tensione della qual si è impregnata l'aula.
« Sono la mamma di Carminati » mi dice mostrandomi la foto del figlio.
« Piacere signora. Lo ricordo bene, come tutti i miei allievi. Non mi serve la fotografia di suo figlio. Mi dica. »
Ostento una certa sicurezza, ma comincio a sudare. Sento sì e no quello che dice. Frasi del tipo: lasci in pace mio figlio, se non vuole studiare gli dia il suo bel quattro, tre, due...come crede. Ma lo lasci in pace. Non insista nel volergli far capire questa benedetta Elettrotecnica. Abbiamo delle possibilità economiche, in famiglia, non si preoccupi se sarà bocciato; ci sono le scuole private. Non me lo stressi, per favore! E' mio il ragazzo, non suo.
Giorgio mi ha detto che lo tiene alla lavagna, per spiegazioni supplementari, anche durante l'intervallo; ma insomma!

Riesco a malapena a buttare lì un tentativo di autodifesa. La mamma è sempre la mamma. E' che non mi piace perdere...un allievo che non capisce, per me è una sconfitta personale. Non riesco a mandarle giù nemmeno nello sport, le sconfitte.
Durante le lezioni riuscivo persino a paragonare l'aria nelle bombole da subacqueo con la carica di un condensatore, pur di interessare i ragazzi.
Il principio di Archimede diventava una immersione e la profondità raggiunta la paragonavo alla tensione di una macchina elettrica.
Una volta ho fatto capire la legge di Lenz, che produce forza elettromotrice indotta, con il palpito del cuore indotto da un bacio.

Chiedo alla mamma di Carminati un mese di tempo( il giovanotto è lazzarone e viziato, ma intelligente)...dopo di che lascerò suo figlio al proprio destino.
« No no, quindici giorni, al massimo.... » dice lei seccata.
E va bene...ecco che in quel momento mi viene il colpo di genio. Certo, come no, quindici giorni bastano per una bugia. A fin di bene, s'intende.
Potrei sfruttare l'amor proprio del bulletto, che si vanta di non studiare, sconfessandolo davanti a tutti i compagni.
Il mattino seguente comunico un compito in classe, di quelli tosti. Per sabato mattina.
Sarà così difficile che non lo farà tutto nemmeno Salvetti, il bravo ragazzo per eccellenza, papà ingegnere e mamma maestra; il migliore nelle mie materie, laboratorio compreso.
Dopo il compito, mentre ritiro gli elaborati, chiedo a Carminati com'è andata...mah, dice, così e così. Vuol dire che l'ha sbagliato in pieno.

E' domenica mattina. I miei Dire Straits a tutto volume, il caffè e una Marlboro ...inizio la correzione proprio da lui. Carminati, ovvio. Errorino iniziale, poca cosa. Lo correggo con facilità...nessuno se ne può accorgere. Vado avanti così fino alla fine, un po' con una biro nera come la sua e un po' con il gommino; il capolavoro è fatto. Il compito appare perfetto. Oddio, forse Carminati vedrà qualche correzione...ma devo rischiare. Unica sufficienza della classe...un bel sette e mezzo!!

Lunedì mattina entro in classe recitando la mia parte; da piccolo gli amici mi chiamavano Gassman, mi ci diverto con le commedie.
« Allora, Carminati» esordisco «ti vanti tanto di non studiare, ma sei un gran bugiardo! Forse con le donne sarai scarso, questo si sa, ma sette e mezzo in Elettrotecnica lo si prende solo se si secchia!! Anzi, ragazzi, ritirate i vostri compiti che fanno schifo. Non vi metto il voto sul registro, niente paura, ve lo faccio rifare. Anche tu Salvetti, solo cinque. Carminati, tu puoi fare a meno di rifarlo, se lo credi. Anzi, vieni alla lavagna e ricopia il tuo capolavoro. Imparate, ragazzi. E state attenti.»
Incredulità generale...Carminati sembra perso...da quel giorno non sarà più lui.

Oggi quel ragazzo è diventato ingegnere Elettrotecnico, si è laureato al Politecnico di Milano con ottimi voti . Ho saputo dai suoi amici che con la sua testa, ed i soldi della famiglia, ha fondato un'azienda di costruzioni elettromeccaniche che tira alla grande, come si dice nell'ambiente. I progetti delle macchine sono i suoi, ovviamente.
Nessuno ha mai saputo di questa mia bugia a fin di bene ed io non ho mai saputo fino a che punto Carminati non s'è accorto delle mie correzioni illegali.
Chissà se ha la passione per la letteratura....potrebbe anche leggere questo racconto, un giorno, su questo sito, prima o dopo la mia morte.
Sarebbe meglio dopo, non vi pare?

*

Le canzoni napoletane

Le canzoni napoletane ...terzo capitolo del romanzo breve La mia naia


Quando ancora aspettavamo che ci fossero assegnate le divise io, Mash e Gianni Caverni non potevamo usufruire della libera uscita.
Per dirla tutta non eravamo nemmeno ammessi all'adunata dei nuovi arrivati, una specie di assembramento in fila indiana che aveva lo scopo di permettere all'ufficiale di picchetto una minuziosa ispezione.
Veniva preso di mira il taglio dei capelli, il modo di portare il berretto, la compostezza della persona nell'indossare la divisa. E poi le scarpe lucidate, la camicia stirata, la cravatta annodata a puntino. Solo così potevi uscire.
Noi ce ne stavamo in camerata a raccontarci le nostre cose e a parlare di ingiustizie e di abuso di potere. Eravamo come un corpo estraneo nel grande Corpo delle Forze Armate, e questo non ci dispiaceva affatto.
Una sera ci ritrovammo in cinque, stranamente. C'erano altri due ragazzi, diversissimi tra loro sia nell'aspetto fisico che nel modo di parlare.
Uno era Marco Lettieri, tipico scugnizzo napoletano, mingherlino, capelli ricci e mori che facevano contrasto con una pelle delicata e bianca come la luna.
L'altro invece, Gino Spallino, palermitano, aveva l'aspetto del signore.
Alto, robusto, anzi proprio grassoccio, capelli biondo castano mossi e ben pettinati, anche se corti, ed un paio di occhiali di pregio con montatura in osso di tartaruga. Quando indossava la divisa sembrava un ufficiale.
I due se ne stavano appartati in un angolo della camerata, seduti sulla sponda di un letto.
Non si erano nemmeno affacciati alla finestra per controllare l'adunata, come invece avevamo fatto noi.
Marco aveva in mano una chitarra, alla quale pizzicava mestamente le corde.
Gino, invece, intonava una specie di canto muto, nasale, come se stesse provando un'aria.
Di quando in quando confabulavano, a testa bassa.
Capimmo dai discorsi che erano stati puniti. Consegnati, in termine militare. Per questo non potevano uscire.
« Oh che la conoscete Bella Ciao », disse improvvisamente Gianni Caverni con il suo bell'accento fiorentino.
« E Addio Lugano bella...belin» fece eco Massimo, sfoderando quell'accento ligure a me tanto caro.
Mi voltai a guardarli, i due artisti, ma loro non ci cagavano di striscio, per usare un termine in voga.
Allora mi avvicinai, e tentai un approccio.
« Perché vi hanno punito..., si può sapere? »
Marco mi guardò, ma non disse nulla. Era arrabbiato, e sul volto aveva come una nube che gli deturpava il bel viso di ragazzino. Gino invece rispose, con mesta gentilezza:
« Vilipendio...»
« Cosa, vilipendio...? E' grave. Sapete cosa significa? »
Allora Marco Lettieri smise di accordare la chitarra e disse, guardandomi dal basso verso l'alto:
« Così ha detto il caporale...avevo fatto una marcia fischiettando la tarantella napoletana. »
« Ed io lo imitavo...», aggiunse Gino Spallino.
Mash e Gianni Caverni cominciavano già a ridere e complimentarsi con i due per l'originalità della presa in giro.
Io invece meditavo e volevo trovare una soluzione a quei ragazzi tanto affranti.
« Sbagliato, dillo a quel caporale...il vilipendio è una manifestazione di disprezzo verbale, chiara ed inequivocabile. Al massimo potete essere imputati di comportamento scorretto, nella fattispecie marcia non adeguata...»
Mi guardarono entrambi come se avessi detto un'eresia.
« Vabbè...lasciamo stare. Ci cantate qualcosa? », continuai.

Fu così che nacque il mio amore per la canzone napoletana. Io, nordico, amante del rock country e di Fabrizio De André, io che studiavo con i Dire Straits o i Doors al massimo volume, oppure sognavo con La canzone di Marinella, cominciavo ad entrare nello strano mondo della canzone napoletana, tutto core e lacreme, sentimento e nostalgia, cielo e mare.
Gino Spallino mi spiegava che i palermitani ce l'hanno nel sangue, la canzone napoletana, e la cantano forse meglio dei napoletani stessi. Era per quello che avevano fatto subito amicizia: Marco suonava e lui cantava.
Come prima canzone, forse proprio per scioccarmi, mi cantarono apposta Lacreme napulitane. Di primo acchito capii poco ma la voce di Gino, intonata, passionale, teatrale quel tanto che bastava, mi colpì molto.
Le note della chitarra, suggestive e struggenti come la canzone, sembrava volessero distillarmi il cuore. I due se ne accorsero e proseguirono di buona lena, impegnati e convinti.
Mia cara madre
sta pe' trasì Natale
e a stà luntano cchiù me sape amaro.
Comme vurria appiccià duie tre biancale
comme vurria sentì nu zampugnaro.
A 'e ninne mie facitele 'o presepio
e a tavola mettite 'o piatto mio,
facite, comm 'a sera d''a vigilia
comme si 'mmiezzo a vuie stesse pur'io.
E nce ne costa e 'llacreme st'America
a nuie napulitane
a nuie ca nce chiangimmo 'o cielo 'e Napule
comme ' amaro stu 'ppane!

Passammo sere e sere a sentire questa canzone, l'intonazione, il significato profondo che muove questa preghiera dell'emigrante, la traduzione delle parole.
Alcuni passi mi facevano venire il groppo alla gola. Forse era il momento che stavamo vivendo, lontani da casa, in una terra che ci pareva straniera, o forse era la mia predisposizione al sentimento che mi faceva commuovere come un'educanda.
Alla fine c'era sempre una lacrimuccia, malcelata da una sfregatina d'occhi o dalla scusa di pulire gli occhiali.
Poi veniva la strofa che mi faceva morire letteralmente di languore nostalgico.
La moglie dell'emigrante aveva abbandonato la famiglia e la figlioletta piangeva con i nonni per la mancanza del padre e della madre. Terribile, crudele questo passaggio.
Io piangevo come un vitello...le lacreme napulitane si trasformavano in lacrime bresciane.
M'avite scritto
che Assuntulella chiagne
chi l'ha lassata e sta luntana ancora.
Che v'aggia di?
Si 'e figlie vonno 'a mamma
facitela turnà chella Signora.
Io no nun torno. Me ne resto fore.
E resto a faticà pe' tutte quante,
io 'ch'aggio perso a patria, casa e onore,
io 'so 'carne 'e macello
io so' emigrante!
E nce ne costa e 'llacreme st'America
a nuie napulitane
Pè nuie ca nce chiangimmo 'o cielo 'e Napule
comme 'è amaro stu 'ppane!

Che devo dire se i figli voglion la mamma; fatela tornare, quella signora. Io no, non posso, devo restare, sono carne da macello. Son emigrante. Come si fa a non piangere, dopo queste parole?

Son passati tanti anni ma a volte mi ritrovo ancora a cantarla, questa canzone. Recentemente è successo anche a Porto Azzurro, dove ho molti amici pescatori di origini napoletane, vicine o lontane.
Eravamo davanti al bar Corinto e l'amico Luigi Moio, detto l'attore per la sua bella faccia,
mi presentò alcuni parenti che erano venuti in vacanza.
« Jack, ti presento questi miei parenti. Napoletani veraci. »
« Veraci veraci ..? », incalzo io, pregustandomi la scenetta.
« Veraci...» dicono quelli.
« E allora conoscerete questa canzone, certamente... »
Nel mentre attacco la strofa iniziale cercando di imitare il gorgheggio napoletano e mimando da disperazione dell'emigrante con il gesto delle braccia e delle mani che si rivolgono al cielo.
Luigi ride. Mi conosce da trentacinque anni. Sa che sono stonato come una campana e che il mio accento ricorda più l'Alto Adige che la Campania, ma le parole le so tutte ed il sentimento c'è.
Mi guardano sbalorditi, incerti tra il sorriso e il pianto.
A rompere il ghiaccio la cameriera, carina, che sta servendo dei turisti stranieri ai tavolini vicini. Quelli si dimostrano interessati alla sceneggiata napoletana e lei, con un sorriso che le permette di dire tutto ciò che vuole, mi passa accanto dicendo:
« Bravo Jack...per essere un bresciano l'hai cantata bene. Però se smetti di cantare ti offro l'aperitivo. Mi fai scappare i clienti!»
Guardo l'orologio. Sono le diciotto e trenta. L'aperitivo ci sta.
« Okkei », dico imitando l'accento napoletano, « vada per nu' spritze cu nu' poco d'Aperòl
e nu' tocco ' e Sciardonnèè».

*

In attesa della divisa

In attesa della divisa...secondo capitolo del romanzo breve La mia Naia.

Dopo l'esperienza fatta con il taglio dei capelli, ora dovevo affrontare quella del cambio dei vestiti.
L'operazione avveniva in un magazzino della caserma, e questo caseggiato era ubicato in una zona appartata del grande parco interno. Ricordo ancora con piacere che di fianco c'era un enorme prato incolto, invaso da grosse margherite gialle, altissime.
Non ne avevo mai viste di così belle. Sembravano gerbere, tanto erano grandi.
I nuovi arrivati facevano a botte per accaparrarsi la divisa per tempo, senza la quale non si poteva uscire dalla caserma.
Io non avevo fretta di abbandonare i miei jeans , la maglietta, e le mie Superga di gomma.
Allora bighellonavo per il prato e mi stendevo sotto un albero, o anche dentro le margherite a leggere un libro. A volte mi tuffavo in qualche storia di Corto Maltese o mi bevevo gli episodi di Diabolik e della sua Eva Kant.
Così passava il tempo e quando mi presentavo alla coda davanti al magazzino vestiario, restavo regolarmente tagliato fuori.
Meglio: avrei fatto il giorno dopo, senza fretta.
Fu così che conobbi Massimo Bologna, giovane recluta di Sarzana. Anche lui indossava dei jeans e portava le scarpe da ginnastica. E non aveva fretta, proprio come me.
Lo soprannominai subito Mash, un po' per il nome e anche per la sua somiglianza con uno degli autori della fortunata serie televisiva.
E poi perché era antimilitarista, come me e come quei medici di campo della Mobile Army Surgical Hospital, unità mobile ospedaliera americana stanziata in Corea durante la guerra.
Che fosse antimilitarista, per la verità, lo seppi più tardi, quando cominciammo ad uscire di caserma e a frequentare una piccola trattoria di Sassari, dove si mangiava bene e si poteva godere della vista di una graziosa e giovane vedova che veniva di corsa a servirci.
Io e Mash, come dicevo, ci stendevamo nell'erba in attesa che la coda finisse e parlavamo di tutto.
Lui era innamorato cotto di una ragazza molto bella. Mi fece vedere la fotografia. Ne era orgoglioso, di quella bellezza. Ricordo che la foto era in bianco e nero. Lei indossava dei jeans ed una maglietta bianca con il collo alto, raddoppiato, come si usava in Francia.
Era inginocchiata in un campo di fiori, e ne aveva un mazzetto in mano. Forse li stava annusando. Era stata ritratta di profilo.
« E' bella, vero? » diceva Mash
Io non smettevo di guardarla, per confermargli che mi piaceva, e fingevo di volerla tenere. Lui allora s'ingelosiva, e me la strappava di mano.
« Così non vale...non l'ho vista bene. E dai...», mi lamentavo ridendo.
Poi, fingendo una serietà eccessiva, gli dicevo:
« Non ti faccio vedere la mia, sennò svieni »
Ridevamo un po' forzatamente, nel tentativo di scacciare la malinconia. Si capiva che eravamo tutti e due innamorati persi e che non avevamo voglia di uscire per andare in cerca di avventure.
Parlavamo delle nostre ragazze, di sport, di mare. Lui ci abitava, sul mare, ed io invece lo avevo nel cuore. Forse più di lui. Per Massimo era un pezzo della sua vita, per me una dolce malattia blu.
Stavamo delle ore sdraiati nell'erba, con le mani sotto la testa e gli occhi puntati al cielo. Guardavamo le nuvole correre, incalzate dal maestrale. Parlavamo anche quando si stava in silenzio. Erano le parole di una bella amicizia che stava nascendo.
La sera ci incamminavamo verso la coda al magazzino, ma non si riusciva mai ad avere la nostra divisa, per i motivi più vari. La taglia, la chiusura del magazzino in orario anticipato, la mancanza del maresciallo addetto al cambio, e altre scuse più o meno plausibili. Gli addetti ci guardavano storto.
La verità era solo una, invece: volevano che li si pregasse di darci una divisa che ci permettesse la libera uscita.
Io, Massimo e Gianni Caverni, un architetto fiorentino che si era aggregato alla combriccola, decidemmo invece che della divisa potevamo farne a meno e che sarebbero venuti loro a cercarci.
Andò così che per una decina di giorni girammo a zonzo per la caserma in abiti civili. Nessuno ci chiedeva niente, nessuno ci obbligava a fare nulla. Potevamo essere appena arrivati, tutto sommato.
Poi la commedia ebbe un epilogo repentino.
Noi tre eravamo gli unici della nostra camerata privi di divisa ed il famigerato tenente Faedda, un ingegnere mancato che riversava sui soldati la mancata realizzazione dei suoi sogni di studente, se ne accorse alla prima ispezione.
Eravamo tutti allineati davanti alle brande e lui, con i suoi tirapiedi, doveva controllare che la divisa fosse tenuta in perfetto ordine. Rimase sbigottito.
« E voi tre, cosa credete di fare? E' uno scherzo, questo? », urlò.
Urlava sempre, anche per darsi coraggio. Di fronte aveva un atleta di 80 chili per un metro e ottantacinque, e due individui come Mash e Gianni che avrebbero potuto benissimo essere scambiati per irriducibili Tupamaros.
Massimo, oltretutto, indossava una maglietta nera con l'effige di Che Guevara stampata in rosso acceso e Gianni aveva un tatuaggio sul braccio che rappresentava il mitico simbolo della pace.
Risposi io, con sarcasmo:
« Sì, è uno scherzo »
L'uomo si imbufalì, mentre noi a stento trattenevamo una sonora rista. Gli altri soldati ci guardavano come fossimo dei pazzi. Dopo la mia risposta tutti si convinsero che ero figlio di un pezzo grosso. Ed infatti mio padre era cinque centimetri più alto di me e pesava qualche chilo in più.
« Seguitemi, immediatamente...», disse infine il tenente, rivolto a noi ma guardando i due subalterni che lo accompagnavano nell'ispezione.
« Dice a noi o a loro? », buttò lì Gianni.
« A loro...», intervenne Mash.
« Giusto », dissi io, « vedrai che adesso ce le trovano le divise».
Faedda si girò di scatto. Dalle sue narici fumanti uscivano lapilli.
« Seguitemi, cazzoni..tutti e treeee!!!» urlò, mentre diventava paonazzo e noi si trattenevano a stento le risa.

Fu così che al magazzino vestiario ci vestirono di tutto punto, in men che non si dica. Il tenente si sfogava col maresciallo, che tutto sommato era un buon diavolo, incolpandolo di averci lasciato un paio di settimane senza divisa.
Da quel giorno nacque il nostro vero servizio militare, ed ebbi modo di constatare come la mia Weltanschauung fosse davvero diversa da quella che cercavano di inculcarci.
La vita di noi tre non fu rose e fiori, in quella caserma.
Io ne combinai una più che Bertoldo, organizzando addirittura uno sciopero della fame, Gianni piombò in un assopimento esistenziale, accompagnato da una noia galoppante che lo portava a dimagrire a vista d'occhio, e Mash cadde in depressione.
Dopo qualche settimana, infatti, ricevette la fatidica lettera della fidanzata infedele e stanca di aspettare. I suoi occhi, marroni e liquidi come quelli di un extracomunitario, divennero ancora più tristi e mi ricordavano un cerbiatto colpito a morte che dichiara al mondo il suo dolore e la paura di morire.
Quegli occhi li ho ancora dentro i miei ed anche se non ho la minima idea di dove sia, Massimo, lo vedo ancora com'era in quei giorni di spietata, triste, brutale realtà. E, giocoforza, mi manca. Un giorno o l'altro prendo la macchina e vado a cercarlo.
Dopo tutto per andare all'isola d'Elba passo proprio vicino a Sarzana. Chissà se si ricorda ancora di me; ma ho la convinzione che si ricordi, eccome.

*

La mia Naia: l’arrivo a Sassari

La così detta cartolina di precetto, o chiamata alle armi, mi fu recapitata per strada, vicino casa, dal postino del paese, mio amico d'infanzia.
Era una bella giornata estiva, soleggiata ma fresca. D'un tratto divenne nuvolosa ed afosa. Sudavo per l'emozione.
« Ora tocca a te, Jack » disse ridendo il postino, mentre mi faceva firmare la ricevuta, seduto a cavalcioni del suo motorino. Lui il servizio militare l'aveva fatto sei anni prima.
Ero con Bocca, altro grande amico, e ci stavamo fumando una sigaretta in pace, davanti al suo negozio di calzature.
Lui era intento ad ammirare una bella signora che guardava le vetrine con le ultime novità di scarpe per donna; una che poteva essere sua madre.
La sua passione, le donne mature. Che farci, era così.
Controllava sempre le scarpe, per prima cosa, e da lì risaliva con gli occhi fino alle parti alte.
Deformazione professionale; anche se Domenico, detto Bocca perché tra le labbra riusciva a far passare un panino intero, era un dilettante. Nel vendere le scarpe, non nell'abbordare.
In quello sì che era un professionista nato.
Una dote naturale, una specie di imprimatur biologico. Non era né un merito e nemmeno un demerito. Un semplice dato di fatto.
Si voltò di scatto, nel sentire che si parlava di servizio militare.
« Naia? Dove, dove? »
« Sassari, mi pare » rispose Claudio, il postino.
Io firmavo, in preda all'agitazione. Preso alla sprovvista non mi veniva nemmeno in mente dove esattamente fosse, Sassari. Incredibile.
Ero già laureato da sei mesi e credevo proprio si fossero dimenticati di me, al Ministero. Invece no. Ero stato chiamato a fare il Car in Sardegna. Ma Sassari era a nord o a sud dell'isola? Non ricordavo, in quel momento.

Mio padre e mia madre mi accompagnarono a Genova, per l'imbarco. C'era anche Franca.
In attesa del traghetto mangiai le trenette più buone della mia vita ed il bacio di Franca mentre salivo sula nave mi restò sulle labbra per mesi e mesi, in caserma.
Tutto andò male durante quella maledetta traversata. Dopo un'ora di mare un anziano signore cadde a testa in giù per quelle scalette ripide dei traghetti e fummo costretti a rientrare in porto. Ci attendeva sul molo un'autoambulanza a sirene spiegate.
Fu così che il viaggio divenne lunghissimo. Non avendo una cabina letto mi sdraiai su una panchina arrugginita del ponte di coperta, nella zona di prua. Pensavo di dormire, o almeno di riuscire far decantare i cattivi pensieri. La nostalgia di casa e del mio giovane amore si era già impossessata di me.
A tenermi sveglio ci pensò un libeccio di quelli tosti che divenne addirittura furioso nei pressi delle Bocche di Bonifacio.
Il traghetto prendeva il mare al traverso, tra il fianco ed il mascone, e i suoi ferri gemevano. Stridevano in un melodioso ma funereo lamento, cadenzato dall'onda che faceva da direttore d'orchestra.
Il rumore degli spruzzi si fondeva con il fischio del vento salmastro. La musica della burrasca.
Ebbi conati di vomito per ore, ed il mio tentativo di resistere alla voglia di rigettare tutto mi faceva sudare freddo.
Arrivai a Porto Torres con altri commilitoni stravolti e fummo caricati tutti su una camionetta dell'esercito e un pulmino mimetizzato. Mi sentivo una bestia da macello ed ero distrutto, nel fisico e nel morale.
Non disporre della mia libertà di movimento mi dava la nausea più che il rollio ed il beccheggio del traghetto. Risultai subito scorbutico, per i graduati. A pelle.
Gli altri invece, appena arrivati da tutta Italia, quasi tutti più giovani di me, mi presero in simpatia perché ero uno che sapeva rispondere a tono ai superiori. Superiori in cosa, poi? Mah...non l'ho mai capito.

Dell'arrivo ricorderò sempre il primo impatto, dal barbiere.
Costui era un tipico sardo, di bassa statura e dai lineamenti decisi. Olivastro, capelli neri corti e lisci, occhi di bracia. Poteva incutere terrore.
Ho detto poteva. Io sapevo già, a quei tempi, che anche i duri hanno un cuore tenero.
Il trucco sta nel trovare la chiave della porticina che può aprire il pertugio ed intenerire il loro cuore. Tutto qui.
E quella chiave la trovai in un portacenere di vetro scheggiato che il barbiere teneva ad arte appoggiato sulla mensola portaoggetti, sistemata davanti allo specchio.
Tutti potevano vedere gli spiccioli che conteneva. Sembravano anche di più, per l'effetto ottico. Era stato messo lì apposta. Furbo, l'uomo.
In quel momento un bel ragazzone in divisa, quindi un anziano, si avvicinò alla sedia girevole. Noi eravamo tutti in borghese e ci sentivamo una razza inferiore.
Si fa per dire, noi. Io mi sentivo superiore proprio perché ero in borghese. Questione di punti di vista.
Il giovanotto tirò fuori di tasca una monetina, forse cento lire, e la depositò nel portacenere. Poi si sedette.
« Come li vuoi...?» disse il barbiere cambiando forbice.
« Sfumatura bassa »
Io pensavo ai miei capelli alla Branduardi, un po' più lunghi e ricci. Cadevano sulle spalle. Me li avrebbe massacrati, certamente. Ma ormai avevo la chiave e non mi mancava il coraggio di usarla per aprire la porta.
Finalmente si liberarono due posti, contemporaneamente.
La sedia principale, e quella sulla quale lavorava un assistente, probabilmente un militare, addetto al taglio dei capelli delle reclute. Aveva in mano una macchinetta simile a quella per tosare le pecore, per quel che ne sapevo. Una visione terribile per la mia folta chioma.
Il barbiere sardo mi guardò male, con tutti quei capelli, e mi indicò l'altra sedia, quella dove c'era il tosatore, che oltretutto era piccola e fissa, inadatta alle mie lunghe gambe.
Finsi di non capire - anch'io ero furbo - e mi avvicinai a lui con un sorriso. Gli tesi la mano destra, nella quale avevo arrotolato cinquecento lire, e mi presentai:
« Piacere, Jack. Sfumatura bassa, prego. »
Mi guardarono tutti come fossi un marziano, uno che aveva trasgredito regole incrollabili, ataviche e primordiali. L'assistente mi squadrò con disprezzo. Buon segno.
Il barbiere titolare, invece, mi guardò appena e svelto si infilò nel taschino la banconota rossa, con abile gesto della mano. Nello stesso tempo cambiò forbici e pettine. Nessuno vide la mossa repentina perché nel taschino dove aveva riposto i soldi teneva il pettine, quello di lusso. Proprio quello che intendeva usare con i miei riccioli.
Mi sistemò un panno profumato intorno al collo e disse, con grande ironia:
« Agli ordini, comandante »
Io feci un gran sospiro e mi sistemai per bene sulla sedia, per far capire che volevo star comodo. Era una conferma che il lavoro sarebbe stato abbastanza lungo, per farlo a modo.
« Guarda bene quando arrivi alle orecchie...ci tengo », dissi piano, quasi fosse un avvertimento.
I capelli lunghi le coprivano entrambe, le orecchie, ed avevo sistemato altri due rotolini a forma di sigaretta, entrambi fatti con le cinquecento lire. Nessuno li poteva vedere, lì sotto.
L'uomo, furbo come una volpe, scostò la ciocca di capelli con la punta delle forbici ed arpionò il malloppo con la rapidità con la quale un'aquila artiglia un indifeso agnellino.
Le forbici divennero gentili ed il pettine dolce. Passava nei miei riccioli con le mani che parevano delicate come quelle di una fatina azzurra che vuole farti le coccole.
Chiusi gli occhi e mi estraniai, anche se di fatine non c'era nemmeno l'ombra. Di tanto in tanto sentivo che mi profumava con un prodotto, probabilmente quello più buono che aveva. Usava una boccettina di vetro lavorato che in sommità portava una dozzinale pompetta in gomma.

Passò alla storia il mio taglio di capelli. Ne andavo fiero.
Nessuno capì mai perché quel barbiere fosse stato così tenero con me. Correvano voci anche sul fatto che mi avesse chiamato “comandante”, ma non furono mai chiarite.
Qualcuno disse che ero figlio di un pezzo grosso, dell'esercito o della politica.
A complicare la mia figura di militare ci fu una segnalazione in fureria che ero un sovversivo antimilitarista. E quello corrispondeva al vero, come poterono appurare tutti, di lì a poche settimane.

*

Aveva un neo all’angolo della bocca


Marta aveva quasi diciott’anni, quel giorno che la conobbi. Io ero più piccolo di lei; un paio d’anni e molta esperienza in meno, specialmente in materia di sesso.
Mi avvicinai titubante. Mi avevano detto tutti, anche Bruno del quale mi fidavo ciecamente, che lei era brava a baciare e non negava a nessuno un bel bacio alla francese, completa, con le lingue in bocca come fanno le tortore. Non dovevi far niente: solo chiedere e farti baciare. Le mani dovevano star ferme.
«Ah, sei tu… strano» disse quando le fui vicino.
Chissà mai perché la disse, quella frase. Lo capii dopo.
Lei era stesa sull’erba del campetto di calcio abbandonato, quello dietro la croce in marmo, in mezzo ai campi di granturco. Era la sua posizione. Dovevi stenderti accanto, dirle vorrei baciarti, e la cosa era fatta. Io non la conoscevo, e nemmeno di quale famiglia fosse, e mi parve strano che lei invece sapesse chi ero e come mi chiamavo. Non sapevo che dire, e mi tremavano le gambe per l’emozione. Credo si capisse in che stato confusionale ero.
«Mi conosci?» seppi solo dire.
«Certo; e chi non ti conosce, in paese» disse lei mostrandomi i denti bianchi circondati da quelle labbra rosse e piene. Aveva un neo all’angolo della bocca, e gli occhi a mandorla, scuri. Sembrava orientale, nell’aspetto. Anche i capelli erano neri, setosi e lunghi come quelli delle orientali, appunto. La pelle invece era bianca, liscia, di luna si diceva noi.
«Mi hanno detto i tuoi amici che sei timido, e non hai mai baciato una ragazza. E’ vero?» aggiunse facendomi segno con la mano che batteva sull’erba, di fianco a lei, come a dire che potevo accomodarmi.
Ricordo che divenni rosso in viso: ero timido davvero. Ma non per altro, è che non mi piaceva essere studiato, valutato. E quella del bacio a me pareva proprio una prova, un esame, più che un gioco. Non avrei mai potuto sopportare che non le potesse piacere; nel dubbio avrei rinunciato. Ecco perché ero timido… queste cose gliele dissi, in un modo o nell’altro, e lei rise. Forse anche perché divenni rosso, come al solito. Uno scherzo dell’emozione, e il cuore che batteva più del dovuto. Non ho mai capito perché il sangue mi venisse pompato proprio in faccia. Mah… mistero.
«Dopo che mi avrai baciato non lo sarai più, timido. Io sono una maga, e le curo queste piccole malattie dei maschi» disse lei carinamente.
Mi sistemai al suo fianco, nascosto dalle fronde generose del gelso che proiettava la sua ombra verso di noi, quasi fosse nostro complice.
Lei era spudorata: non aveva intenzione di nascondersi, anzi. Mi sa che il suo gioco era proprio quello di esibirsi.
Forse era una che un bel giorno avrebbe potuto dire:
«Lo vedi quello lì, il grande professore, o quell’altro che è diventato sindaco, o il capo dei vigili? Ecco, io li ho baciati tutti. Anche il dottore…»
Ma forse era una che aveva semplicemente una passione tutta sua per il bacio, anche se non c’era amore in quella stupida cosa che facevamo. Stupida, ma a me piacque. E quasi mi innamorai, di Marta. Ma quello avvenne dopo qualche tempo.
Tre giorni dopo, alla solita ora, tornai al Santuario della Madonna di Valverde, dove c’era il campetto abbandonato, e sentivo il cuore battere forte nel petto. Mi mordevo le labbra nervosamente, e le sentivo turgide, piene di voglia. Sentivo che dentro di me si era guastato qualcosa, s’era come rotto un vaso e non ero quello di prima.
Passato il cancello, che era sempre aperto, scartai a destra di colpo e la bici slittò sullo sterrato. Mi ritrovai per terra, di fronte al gelso. Lei non c’era. Mi sentivo perso ed avvampai ancor più del solito. Mi pareva di essere osservato, anche se in giro c’era solo qualche ragazzino che giocava, e un paio di cani randagi.
Rialzai la bici e la ispezionai per bene, per vedere se era rotta. Ma non so cosa guardavo, era tutta scena, la mia. Pensavo a Marta, come negarlo. Avevo tenuto dentro la voglia di baciarla per tre giorni ed ora avevo la netta sensazione di essere stato tradito. Ma era un’idea senza logica.
Tornai a casa dopo aver girato avanti e indietro piano piano, nella speranza di vederla all’ultimo momento. La fontana, quella al centro del piazzale, l’avrò doppiata almeno cinque volte mentre mi guardavo in giro, nella speranza.
Il giorno dopo piovve, fino al pomeriggio tardo. Quando cessò, avrei voluto fare un giretto su al Santuario ma capivo che era impossibile che lei fosse lì, nell’erba bagnata.
Ma avevo troppo voglia ed allora inforcai la bicicletta e mi misi a pedalare di buona lena. La ruota posteriore sollevava una scia di acqua e fango che mi veniva sulla schiena, ma lì per lì non la avvertii minimamente.
A metà viale sentii chiamarmi ed ebbi un tuffo al cuore, come se si fosse inceppato qualche meccanismo. Era Marta. Stava sotto uno dei grossi ippocastani del viale, in un punto dove c’era una fontanella. Si stava risciacquando i piedi, e le gambe. S’era sporcata, chissà come. Frenai di colpo e virai dalla sua parte.
«Dove vai così di fretta?» disse sorridendo mentre si alzava un po’ la gonna per sciacquarsi le ginocchia.
Io le guardavo le gambe, e soffrivo. La guardavo e non parlavo.
«Hai in mente qualcosa… mi cercavi?» disse. Gli occhi erano lucidi, non so per cosa, forse aveva pianto, e il neo all’angolo della bocca mi chiamava.
«Sì, tutte e due le cose» risposi.
«Allora mi cercavi, e hai qualcosa in mente» continuò.
Io le dissi che avevo in mente qualcosa, e lei rideva contenta. Quella cosa, mi disse, vuoi un bacio, giusto?
Io volevo di più, ma non sapevo come dirglielo.
«O vuoi qualcos’altro?» , disse Marta. Era sorridente e felice, ed anch’io lo ero. Cominciavo a sentire la maglietta bagnata sulla schiena, ma era una cosa al di fuori dei miei pensieri. Lei se ne accorse e mi disse:
«Entriamo nel casotto di caccia, quello sulla collina dei frati. E’ di mio zio. Se togli la maglietta ti scaldo.»
Entrammo nel bosco di acacie spinose e castagni. Ogni tanto incontravamo una candida betulla. La bici l’avevo lasciata nel vialetto del camposanto.
Lei era in preda ad una foga inspiegabile; mi stringeva la mano e mi tirava su per il sentiero. Si scivolava, su quella terra rossa, argillosa. Io ero in affanno e non era il respiro che mi mancava, ma la sicurezza del cuore.
Giungemmo al casotto in un lampo. La porticina era aperta e dentro eravamo debolmente illuminati da due piccole feritoie tra le fronde che coprivano il capanno. Quella penombra era già eccitante di suo, almeno così mi sentivo.
Mi tolse la maglietta e cominciò a baciarmi. Mi stringeva e mi strofinava amorevolmente le mani sulla schiena, per scaldarmi. Alzò un po’ la gonna e si sfilò le mutandine. Io avevo chiuso gli occhi e immaginavo di essere su un tavolo operatorio. Avevo sentito dire che si perdeva conoscenza, e poi si stava bene. Sentii la sua mano che afferrava la mia e poi mi accorsi di averla fra le sue cosce. Ero confuso, ma tenevo duro e cercavo di vincere l’emozione che mi toglieva il respiro.
Marta mi guidava e sentivo le dita umide appiccicate alle sue. Ci baciammo per un tempo che non saprei definire, poi mi sentii bagnare ed anche la mia mano era umida. Entrambi soffocavamo i gemiti per paura di essere scoperti.
«Esci tu per primo… prendi la bici e vai. Io mi arrangio» disse alla fine.
Così feci. Andai a casa e non dormii, quella notte. Mi stavo ammalando di quella cosa che non conoscevo e che tutti chiamavano sesso.
…dalla raccolta di racconti: “I primi amori”

*

L’uomo della porta accanto

La storia con il mio vicino di casa è iniziata all'alba di un giorno di marzo, poco prima che arrivasse la primavera. Erano passate appena le cinque, ed io ero pronta per il viaggio che mi aspettava di lì a poco: dovevo andare a Milano per un appuntamento di lavoro, fissato tassativamente alle dieci presso la sede commerciale di un importante atelier. Avevo scartato le altre possibilità, aereo o treno, e pertanto non mi restava altro da fare che collaudare la mia nuova vettura, acquistata con gli ultimi guadagni: una versione Suv della Mini Morris. Mentre uscivo di casa con la pesante valigia, ci incontrammo sul pianerottolo. Lui trasandato e vagamente alticcio, io pimpante e vestita elegante. Mi salutò con un breve cenno della mano, e in quel momento pensai che probabilmente era la prima volta che lo faceva da quando era venuto ad abitare nell'appartamento accanto al mio, sei mesi prima. La cosa che mi colpì fu il modo strano con il quale mi salutava, mentre cercava di infilare le chiavi nella toppa: mano destra alzata, quella libera dal mazzo di chiavi, ne dedussi quindi che era mancino, e le dita che si muovevano ondeggiando, quasi fosse un pianista che sta suonando il volo del calabrone, come in quel film meraviglioso: “ La leggenda del pianista sull'oceano ”. Mi accingevo a sollevare la valigia, dopo aver mormorato un “salve” piuttosto informale, quando sentii la sua mano sfiorare la mia, spostarla delicatamente ed infilare la sua nella robusta maniglia. In quel momento sentenziò: « Faccio io, se non le dispiace. Si fida...? » Io ero interdetta; era la prima volta che mi rivolgeva la parola da quando era venuto ad abitare nel nostro palazzo, sei mesi prima. Per togliermi d'imbarazzo aggiunse, sfoderando un'espressione fra l'infantile e l'ebete: « Troppo pesante per una donna con la sua linea. Li lasci fare ad un uomo questi lavori pesanti. » Io lo guardavo interdetta, lui mi guardava, ed aggiunse: « Intanto che la porto giù nell'atrio, lei mi cerchi un cachet per il mal di testa, la prego. È stata una nottataccia.... » Che c'è di strano, potreste pensare. Fin qui pare di capire che il gesto galante e la necessità di un analgesico possano costituire un normale scambio di cortesie, diciamo pure disinteressato. E nemmeno se l'uomo avesse voluto fare il cascamorto con una signorina sola, libera, e di certo non da buttare, si potrebbe gridare allo scandalo. Accadono ogni giorno, in ogni parte del mondo, incontri di questo tipo, situazioni di approccio a scopo di conoscenza. Sì, è vero, non fosse che il bel ragazzo, o meglio giovanotto, diciamo pure il bel quarantenne, è ritenuto, nel nostro palazzo, omosessuale. Ne sono convinti tutti, ed io non mi posso escludere dalla lista, anche perché le caratteristiche sono quelle tipiche del gay: troppo bello, capelli scuri ed occhi verdi, lineamenti perfetti, tendenti al femminile, bocca sensuale e carnosa, modi galanti e camminata ondeggiante, tipo gondola sul Canal Grande. Se si aggiunge che è sempre stato visto con ragazzi belli e giovani, oppure uomini più anziani ma sicuramente benestanti, per non dire danarosi, e che mai è rientrato accompagnato da una donna e che nessuna signorina è entrata in casa sua, o uscita, allora capirete che i sospetti sono diventati certezza. A me stava pure simpatico, proprio perché il bell'uomo non aveva mai avuto l'ipocrisia di mascherare questa sua tendenza, che so fingendo di essere interessato al genere femminile, magari guardando le signorine della nostra scala o girandosi all'arrivo di qualche minigonna. « Grazie... » dissi leggermente imbarazzata, « le vado a cercare un Moment act, signor...? » « Gianmaria, grazie mille...faccio in un attimo e risalgo » Ero lì sul pianerottolo e mi sentivo strana con quel bicchiere in una mano e la pastiglietta nell'altra, e se aggiungiamo che Gianmaria si faceva attendere, allora si può capire ancor meglio la situazione nella quale mi trovavo. Ormai erano le sei e mi restavano solo quattro ore per fare di volata l'autostrada, trovare il parcheggio, prendere il metrò per essere puntuale nella sede di piazza San Babila, di fianco al Duomo. Decisi allora di scendere le scale per anticipare i tempi, e stranamente trovai il bell'uomo che mi aspettava al pian terreno, davanti al portoncino d'ingresso del palazzo. Aveva la valigia davanti a sé e lo sguardo puntato sulle scale. Appena mi vide sfoderò un sorriso da testimonial di una pasta dentifricia, agguantò il bicchiere ed aprì la bocca, chiudendo contemporaneamente gli occhi. Era un chiaro invito a farmi mettere la pastiglia sulla lingua, con le mie mani. E così feci. In quel momento capii che sarebbe successo qualcosa, tra me e lui. Infatti Gianmaria, appena sentì il contatto sulle labbra, chiuse la bocca succhiandomi le dita con la lingua ed aspirando il cachet. Istintivamente mi pulii la mano sul vestito, come facevo da bambina quando rubavo la marmellata, ma devo confessare che provai un intimo piacere, un turbamento lieve che mi rendeva quasi felice. Ritrovai la mia freddezza di lì a breve, ed afferrai la valigia. La mia mente era a Milano, quell'incontro era troppo importante per la mia carriera, o lavoro se così vogliamo dire. Lo salutai e, mentre aprivo la porta, lo sentii dire: « Ti aspetto stasera... come ti chiami? » « Angela » dissi e poi, voltandomi, aggiunsi: « Non sarò a casa prima delle venti, se tutto andrà bene » Andò bene tutto, il colloquio era stato davvero soddisfacente e tornavo a casa con numerose commesse. Mi sentivo euforica, eppure il pensiero che mi aveva tenuta occupata durante tutta la giornata era lui, Gianmaria, il bel tenebroso, il gay che mi aveva fatto emozionare con quel gesto infantile di succhiarmi le dita. Che sfrontato; una sfacciataggine tanto simpatica non era facile incontrarla, anche in ambienti stravaganti come quelli che frequento abitualmente. Non fosse che con gli uomini non avevo mai avuto un gran feeling, anche a causa delle mie tendenze sessuali, ci avrei fatto un pensierino. Tuttavia mi era troppo simpatico per rinunciare alla sua amicizia, e poi non dovevo temere niente da uno come lui, solo una piacevole serata, una conversazione stimolante, magari una cenetta, anche semplice. Avrei bevuto volentieri un buon bicchiere di vino con Gianmaria, dal momento che per lui probabilmente era una cosa normale, visto le condizioni nelle quali l'avevo trovato alle cinque di mattino sul pianerottolo di casa. Arrivai con largo anticipo. Mi restava una buona ora e mezza per darmi una sistemata, una doccia calda, rifarmi un pochino il trucco leggero, sistemarmi i capelli, cambiarmi d'abito e magari indossare una biancheria intima sexy, anche se capivo che non sarebbe servita certamente. Eppure, dentro di me, avevo come un vago presentimento.... Mi sentivo a posto, lavata, profumata, leggera nel corpo e nello spirito. La biancheria intima che indossavo mi dava una certa sicurezza, nel caso fosse successa quella cosa improbabile. Mi guardai per l'ultima volta allo specchio, e mi voltai. Avevo in mente di andare direttamente alla sua porta, fare una scampanellata di quelle festose, come fanno i bimbi, e vedermelo comparire alla porta. Ero felice, come mai lo ero stata. Andava tutto troppo bene, ne avevo quasi paura di quella situazione. Poi mi venne un dubbio: non posso certo presentarmi a mani vuote. Aprii il frigorifero e non trovai nulla di interessante, nemmeno il vino. Poi mi venne in mente di quella bottiglia di Chianti Gallo Nero, nella credenza, dimenticato da mesi. Mi stavo chiedendo se potesse essere di suo gradimento, quando la risposta la ebbi direttamente da Gianmaria. Il campanello della porta mi fece sobbalzare. Una sistematina alla gonna corta ed aderente, e andai ad aprire, la bottiglia in mano e un sorriso grande come Piazza della Signoria. Lui era lì, bello, fin troppo, oserei dire sprecato per una come me, poco indotta a combinare col genere maschile. Mi guardò come un gatto guarda il topo, anche se sapevo che non ero io quel topo, e disse, molto carinamente: « Che bella sei... e che vino. Il mio preferito. Dove lo porti? » « Da te, sciocchino. E dove, se no? » Mi guardava come se fossi il suo uomo, o il suo amante, che certamente aveva. Me lo sentivo incollato al mio corpo il suo sguardo penetrante, e gli occhi magnetici mi davano un senso di stordimento. Ma sapevo che stava giocando; alla resa dei conti mi avrebbe raccontato le sue pene d'amore e mi avrebbe dato il bacio della buonanotte. E proprio quello volevo. Una bella serata simpatica e poi a nanna, per il mio sacrosanto e meritato riposo dopo una giornata tanto piena. « Temevo ti fossi dimenticata...tutto bene il viaggio? » « Poi ti racconto...da te o qui da me? Io non ho preparato ancora la cena » Sorrise. In quel sorriso c'era tutto: dolcezza, felicità, orgoglio di dimostrami che aveva fatto tutto lui, per bene, tavolo apparecchiato compreso. « Da me, sciocchina; hai già dimenticato che ti ho invitato a cena stamattina? Andiamo » E così detto mi prese la bottiglia, mi cinse i fianchi come fossero di cristallo pregiato, tanto leggera era la sua mano, e mi accompagnò alla porta del suo appartamento. Entrammo e non sapevo se rimanere più incantata per il tavolo che aveva preparato con cura, o per l'eleganza dell'arredamento. “ Sarà anche gay”, pensavo, “ o forse è proprio per quello che è tanto raffinato, ma sento già di star bene in questo posto”. Lui capì, ne ero certa, e sorrise amabilmente, con una punta di compiacimento. « Aspetto le tue critiche » disse, « è la prima volta che preparo una cenetta a due, o meglio una cenetta per una donna » « Lo immaginavo, ed allora voglio farti contento. Anch'io è la prima volta che ceno intimamente con un uomo, nel suo appartamento » Lui mi guardò sorpreso. Certo non poteva immaginare che anch'io gradivo essere accompagnata dal mio stesso genere, nessuno nel palazzo sapeva di me e dei miei gusti particolari. « No, non ci posso credere.... ahahahhah...che simpatica situazione. Io non avevo capito di te, e tu di me? » « Io sì...ma mi sei troppo simpatico. Possiamo essere amici, no? » « A tavola, io sono pronto » disse rompendo il ghiaccio. C'era già una bottiglia di vino rosso sul tavolo, e l'aprii. Gianmaria intanto armeggiava in cucina. Arrivò con ogni ben di Dio, credo si dica così nell'ambiente. Che sia uno chef, pensai. « Solo piatti freddi, leggeri, così ci resta il tempo per... » , disse mentre prendeva i piatti dal carrello e li sistemava ai nostri posti. « … per? » Non rispose. Mi guardò e sorrise, ma questa volta in maniera penetrante, perché anche lo sguardo era più intenso. Mi sentivo turbata, era la prima volta che capitava. La cena fredda era stata meravigliosa. Il roast beef cotto a puntino e tagliato sottile, le verdure lessate a vapore delicatissime, e l'insalata davvero superba. Per quel che ricordavo l'avevo mangiata solo in Francia, condita in quel modo. Era una Salade Niçoise, ne ero certa. Mi ricordava gli anni del mio inizio nel campo della moda a Toulone, alla fine della costa Azzurra. Ma più buona, perché condita con olio toscano di prima spremitura. Mangiavamo in silenzio e ci guardavamo, stupiti, o stupidi, che credo abbiano la stessa desinenza latina. Lui, davvero carino ed amorevole, mi faceva domande quasi fosse la mia mamma; come andava il lavoro, l'amore, se ero felice, se mi piaceva quella città nella quale non ero nata, Firenze, e se la preferivo a Milano. Questo fatto che avesse un animo materno rafforzò la mia convinzione che lui fosse un omosessuale passivo, insomma che avesse una predominanza di femminilità e pertanto si comportasse come una femmina, per gli altri uomini. E di questo fatto io ne ero contenta, perché avevo una possibilità di trovarmi bene con un uomo diciamo così effeminato, per usare un termine sbrigativo che tuttavia non approvavo, e non approvo tuttora, appieno. Finita la cena, il solito liquorino finale, da donna pure quello: un limoncello di Capri, molto buono, gradevole al palato ed aromatico. Avevo una bocca dolce, e pensavo che anche lui avesse quel bel sapore sulle labbra. Io ero seduta sul divanetto e Gianmaria su una poltrona, di fronte a me. Stavo pensando quanto mi sarebbe piaciuto baciarlo, andando contro le mie tendenze, quando lui si alzò. Aveva negli occhi bagliori astrali, non terreni, ma la luce che mi colpiva non aveva nulla di cattivo, anzi. Era come se volesse dirmi qualcosa, con quegli occhi verdi, oppure volesse piangere. Erano occhi liquidi, umidi come un bosco ombroso, ed io specchiavo la mia voglia, il mio desiderio di bambina innamorata del bello, in quegli occhi. Si avvicinò, stette un poco in piedi davanti a me, fissandomi, e poi si inginocchiò, chiuse gli occhi ed avvicinò le sue labbra alle mie, rimanendo in attesa. Come potevo non appoggiare le mie labbra sulle sue, e come avrei potuto resistere alla tentazione di spingermi dentro la sua bocca per assaporare quel dolce limoncello che profumava di terra, sole e mare? Non andammo molto oltre, non sarebbe stato possibile perché entrambi avevamo indoli diverse, e stavamo combattendo contro la nostra intima propensione ad amare persone del nostro genere, una donna per me ed un uomo per lui. Ma quanti baci, quante carezze, anche intime, sue verso di me, mentre io non potevo certo andare oltre. Quella fu una serata indimenticabile che spero abbia un seguito, forse non importante ma assai stimolante. Eravamo posseduti da una forza demoniaca, soprannaturale ma piacevole, senza possederci veramente. Nessuno di noi due aveva posseduto l'altro, eppure eravamo stati posseduti entrambi. Da chi non lo so, esattamente. L'amore? Forse. Era come se stessimo imparando ad amare, eravamo insomma diventati ragazzina io e giovanotto lui. Ecco com'è iniziata la storia con l'uomo della porta accanto. Così come vi ho raccontato. Come finirà non lo so, e credo che nemmeno lui lo sappia, perché in noi è nata una certa confusione. Ma che bella confusione, però.

*

La prima volta di Verdiana

Verdiana, fin da ragazzina, aveva in corpo la voglia di vivere. E di conoscere.
Di conoscere genti, paesi, città...il mondo, insomma. Ed il mondo significa la vita.
La sua voglia di vivere era una bella voglia, una di quelle voglie pulite, fresche, anche se curiose ed originali.
Lei pensava le stesse cose, senza saperlo, che passavano per la testa di Henry Miller, lo scrittore americano che aveva trovato la sua vena narrativa a Parigi, negli anni trenta: “ la strada è vita, tutto il resto è letteratura “, era solito dire. E di nessuno, come di lui, si può dire che la sua vita l'abbia vissuta in pieno, fino in fondo, per strada appunto.

Mare, montagna, campagna, occidente ed oriente: tutto piaceva a Verdiana, a patto che ci fosse curiosità nelle situazioni che doveva vivere. Anche alle religioni era interessata in maniera positiva, aperta, senza nessuna preclusione o limitazione.
Un giorno che era ancora giovinetta incontrò quello che lei ritenne il primo amore. Grande ed unico, come lo può pensare un'anima candida, spensierata.
Ed infatti fu una bella storia, la sua, ma destinata a finire, come tutte le storie del liceo.
Lui era il bello della classe vicina, quello che mieteva vittime come una trebbiatrice; anziché tagliare il fusto alle piante di grano tagliava i sogni delle ragazzine, così, per gioco, come niente fosse. Io lo odiai, quel distruttore inconsapevole di sogni.
Quando si lasciarono, Verdiana pianse cinque minuti; poi, ingoiato il rospo, ritornò a vivere.
Era questa la sua forza: saper uscire da una situazione di depressione psichica con la convinzione che c'era ancora molto da vedere, da conoscere, insomma da vivere.
« Dobbiamo prenderci una pausa di riflessione », disse Giorgio quel giorno. Giorgio era il suo ragazzo, e si apprestava a lasciarla con la stessa frase usata per tutte le altre sue conquiste.
Verdiana, solare ma decisa, rispose:
« Ma fammi un piacere...pausa di riflessione. Sei un ipocrita. »
Era una che guardava avanti, Verdiana, ed allora, anche se il suo cuore piangeva, non lo diede ad intendere.

L'anno prima della maturità andò con i genitori a passare le vacanze in un paesino di montagna, sui confini con l'Austria.
Si era portata diversi libri, in prevalenza romanzi d'amore. Ma c'erano anche libri di poesie, di Hikmet, Jimènez e Pessoa, i suoi preferiti.
Quando leggeva quella poesia che Nazim Hikmet aveva scritto nei giorni di prigionia, le venivano calde lacrime a bagnare quegli occhioni nocciola, già umidi per i suoi sogni d'amore.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

Certo sei stanca
come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d'argento

certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti

certo avrai fame
e io non posso apparecchiare
una tavola con lino candido

la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

Hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato

hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre

hai pianto
e perle son rotolate sulle mie palme

ricca come il mio cuore
cara come la libertà
è adesso questa prigione.
Che uomo doveva essere quel poeta turco, che nell'aspetto lo avresti detto un attore di Hollywood. E che sensibilità di uomo nei riguardi delle donne, aveva.
Ma anche Juan Ramòn Jiménez la affascinava. Quanta sensualità in quella poesia:

Lascia colare il tuo bacio
come una fonte -
filo fresco nella tazza
del mio cuore!

Il mio cuore, poi, sognando,
ti restituirà, doppia, l'acqua del tuo bacio,
dal canale del sogno,
da sotto la vita.

E l'acqua del tuo bacio
- o nuova aurora della fonte!
sarà eterna,
perché il mio cuore sarà la sua sorgente.

E l'amore venne davvero, durante quella vacanza, anche se era un amore tormentato, impossibile.
Lei era ancora una ragazzina, tutto sommato, e non si era mai concessa, come si usava tra ragazze di buona famiglia.
Francesco invece era un uomo maturo, sulla trentina, e già impegnato. Aveva moglie e figli piccoli, che a modo suo amava. Il destino però, a volte, può essere crudele più di una malattia e quel giorno fece in modo che i due si incrociassero in un sentiero che portava al laghetto della Stella Alpina, a due ore di cammino dal paese.
Verdiana era partita di buonora, tutta sola, in cerca di una solitudine che le permettesse di meditare e leggere le sue poesie.
Francesco invece era in cerca di funghi e mai avrebbe pensato di trovare in quei boschi una ragazza della quale si sarebbe innamorato all'istante.
Fu una reciproca attrazione, improvvisa come solo può essere un colpo di fulmine, o anche la morte. Ed invece era la vita a scoppiare in quegli occhi che si erano incrociati quasi per magia, come accade solo nelle favole.
« Scusa, non volevo... », aveva detto lui che era improvvisamente uscito da dietro un boschetto di giovani larici, spaventandola.
Verdiana aveva spalancato gli occhi, ma non solo per paura. Aveva avuto la visione di un uomo maturo che assomigliava, per molti aspetti, al suo poeta preferito.
Bello, alto, con i capelli castani, mossi e ben curati, gli occhi verdi screziati da rare pagliuzze dorate che luccicavano come stelle. Solo i baffetti gli mancavano, ma quella era l'unico particolare che Verdiana non amava, nel viso di Hikmet.
Quindi perfetto, per i suoi gusti.
Non era arrossita, ma l'imbarazzo per l'incontro con un uomo maturo e affascinante, in un luogo sperduto, per giunta, era evidente.
« Ma no...sono io che non mi aspettavo... », disse Verdiana sorridendo.
« Non ti aspettavi un uomo...o una persona in generale, un incontro? » , rimarcava lui, con una punta di curiosità che per lei significava già un interessamento.

Quando Verdiana mi raccontò come perse la sua verginità, e successe il giorno dopo l'incontro, pensai di star male. Mi narrò per filo e per segno i particolari, il primo giorno del nuovo anno scolastico. Io avevo appena compiuto i diciott'anni e lei era ancora diciassettenne. Era felice, mi abbracciava, senza capire quanto soffrissi.
Confesso che ero preparata da tempo a quell'evenienza, non osavo nemmeno sperarlo che Verdiana avesse un benché minimo interesse sessuale verso di me; eravamo le amiche del cuore, ci volevamo bene, ci abbracciavamo e a volte lei mi baciava sulla guancia, e mi stringeva tra le braccia. Ma niente più, come era giusto e logico. Un amore proibito è come un frutto che non appartiene all'albero del proprio giardino; lo guardi, lo accarezzi, lo sogni, ma non sarà mai tuo. Tuttavia, pur essendo preparata, nel momento che venni a conoscenza del grande passo provai uno sconforto che non mi lasciò per alcuni giorni, e notti.
Decisi allora che prima o poi mi sarei dichiarata a lei, senza forzare, con naturalezza, vale a dire con un bacio. Almeno avrebbe capito, o saputo, o forse avrebbe avuto la conferma che l'amavo, nel caso l'avesse già capito da tempo. In quel modo il nostro rapporto sarebbe cambiato, e lei non mi avrebbe più raccontato le sue avventure d'amore. Diamine, avevo anch'io il diritto di non soffrire, almeno quello mi spettava.
L'occasione capitò durante la festa del suo compleanno. La mamma aveva organizzato un rinfresco e, come sempre in quei casi, fra un pasticcino e una bibita si ballava. C'erano alcuni compagni di scuola e le nostre migliori amiche d'infanzia. Le luci erano basse, e quando le chiesi di ballare la trascinai in un angolo della grande sala, quello più buio. Lei rise, divertita; l'idea mi era venuta perché c'erano già dei ragazzi che ballavano fra loro, ridendo e facendo confusione.
Fui rapida. La strinsi a me; il suo petto prosperoso premeva sul mio, e lei appoggiò il mento sulla mia spalla. Sentivo il fiato caldo sul collo, e mi stavo eccitando. Quindi decisi di fare un blitz, senza tentennamenti. Voltai il mio viso e appoggiai la mia guancia alla sua. Il profumo della sua pelle era dolore acuto per le mie narici e, quando per un attimo ci guardammo, capii che sprofondavo nel pozzo dei suoi occhi. Avvicinai le mia labbra alle sue, premetti e con la lingua umettai quei petali di rosa che lei aveva inavvertitamente dischiuso.
Mi guardò intensamente, sorpresa, allibita; sembrava confusa, persa. Mi guardò come si guarda una meraviglia, o un animale mai visto, o un fenomeno della natura. Aveva un'aria interrogativa, ed io, spavalda, le feci cenno di sì con la testa.






*

Jazz, letteratura, amore ed autostima

La musica Jazz è una fonte inesauribile di autostima, e sapete perché? Il discorso è complicato, ma si aggancia al concetto di libertà dagli schemi. Consiglio: volete essere felici o comunque volete sentirvi bene con voi stessi? Allora provate a dirvi, senza remore:
« Bravo, hai fatto bene a liberarti di quel peso! »
Non è difficile, basta mandare al diavolo la persona che limita la vostra libertà, per esempio. Il capoufficio, se siete impiegati, il preside della scuola, se siete bidelli o insegnanti, il primario, se siete infermieri, insomma il capo inteso in senso lato, esteso, in tutti gli altri casi. Capo per capo per tre e quattordici: l'area della limitazione della vostra libertà, e questa limitazione è quella che vi abbassa l'autostima fin sotto i tacchi innalzando, contemporaneamente, la vostra infelicità.
Questo di mandare in cuffia il vostro capo è tuttavia un metodo alternativo che presenta diversi inconvenienti, visto che, subito dopo, quando sarete senza lavoro, ricomincerete ad odiarvi come e più di prima. Insomma, c'è una controindicazione a volte più grave del beneficio stesso.
Invece suonare Jazz, o scrivere jazz è più gratificante e vi rende liberi senza alcuna contropartita.
Come si suona jazz è complicato spiegarlo senza un sax in mano, anzi in bocca...ma come si scrive Jazz si può fare. Un esempio: abbasso la punteggiatura ricercata tipo pause interruzioni virgole e righe per terra come la segnaletica stradale! Certo nel brano ci saranno dissonanze tipo la nota stonata di un pezzo di free jazz, ma che libertà per voi che scrivete e per il lettore che vi legge e si sente trascinato da un vortice caotico di parole che si susseguono senza pause o interruzioni.
Altro esempio: perché assatanarsi nel cercare lapostrofo...vedete che non vi dà noia alcuna averlo omesso se siete in grado di comprendere il concetto esposto? Perché mai non scrivere cè senza apostrofo? E con cosa lo potreste confondere, dico io. Cè gente così e cè gente cosà, ma quel che direte si capirà comunque. Ovvio, questi sono esempi estremi da non imitare, ma se troverete una vostra personale scrittura “free jazz” vi sentirete meglio, garantito.

Dicevamo che l'autostima è importante per il nostro equilibrio esistenziale; funziona come quell'asta pesante che il saltimbanco usa per camminare sulle corde stese nel vuoto. Stai cadendo a destra e il peso di sinistra vi aiuta a rimettervi in sesto, e viceversa se cadete dall'altra parte
A questo punto potrei mettermi a fare un assolo di sax contralto trascinando con me il resto della banda che galopperà a briglia sciolta sulle ali musicali del mio volo pindarico. E allora in questo volo ecco che passo in rassegna i tanti modi per avere un evidente incremento di autostima, mi sono preso pure degli appunti l'altra notte quando mi sono alzato per farmi un goccetto e fumarmi una paglia: lavoro, amore, sport, scuola, musica e arti varie, passioni fai da te, bricolage e quant'altro.
Scrivere una bella poesia ed avere applausi dai lettori, o anche un racconto, suonare senza schemi magari per strada e rendervi conto che i passanti si fermano a darsi gomitate...com'è bravo, ma chi è, hai sentito che roba, ecco tutto questo produce autostima a nastro.
Insomma tutte cose queste che contribuiscono a gonfiare, o quanto meno a ringalluzzire la vostra ormai decrepita autostima.
Facci un esempio pratico, è la domanda più frequente. E allora eccolo l'esempio, e riguarda i soggetti depressi ed infelici per mancanza di una donna che abbia accettato la loro intima indole di maschio, insomma una donna che si conceda in senso biblico.
Inizio il racconto vero e proprio.
...Gianni Mainetti, che con un pizzico di cattiveria chiamavamo “ Sempresporchi “, non era nemmeno brutto, o tanto ignorante da non avere una donna. C'erano donne nel nostro rione che avevano meno chance di lui, si fa per dire, eppure rimediavano un tozzo d'amore, anche solo per una sera.
Non parliamo degli uomini, poi. Nel gruppo di amici, alcuni di noi lo battevano in tutto, parlo al negativo: brutti e acidi come la fame, per niente istruiti, si lavavano poco e non avevano nemmeno lontanamente il concetto di cosa significhi corteggiare una donna. Per dire, uno che galoppava parecchio in sella alle puledre dei paesi limitrofi era colui che noi chiamavamo, con epiteto riuscitissimo, il Bestio. Ecco, uno che ha come biglietto di presentazione Il Bestio, come volete che sia? Eppure rimediava, anzi conquistava, faceva terra bruciata, tabula rasa, altro che Attila.
Pochi discorsi, piaceva alle donne e nessuno ha mai capito il motivo, a parte che emanava un odore di stallatico che si dice nell'ambiente attiri le cavallerizze, insomma le amazzoni.
Mainetti invece era quasi normale; puzzava il giusto, si lavava non molto ma nemmeno poco, non era né alto né basso ed anche i capelli erano una via di mezzo, tra il chiaro e lo scuro e pare che anche come mattarello avesse le dimensioni tipiche medie, quelle del normotipo.
Non era stupido, non era intelligente, non buono e nemmeno cattivo, poco ricco ma non squattrinato e vestiva così così, metà alla moda e metà no, specie per le cose smesse da suo fratello che usava mettersi, tipo le scarpe o le felpe, i jeans scoloriti e altro.
Noi amici ideammo un piano, su mio consiglio. Era il periodo della mia vita che mi piaceva fare l'altruista, un comportamento che mi dava molta autostima dal momento che mi faceva sentire un vero signore. Illusioni della beata gioventù, non altro.
Bene, noi ragazzi del quartiere, quasi tutti musicisti, frequentavamo ragazze di vita che gironzolavano nei locali dove suonavamo. Certo non erano per noi queste donnine, ma per clienti di sostanza, con bigliettoni sonanti a disposizione.
« Sentite ragazzi, ma se ci raccogliamo in venti squattrinati, non ne esce qualche paio di centoni da spendere per fare un'opera buona? » dissi con l'aria del santone.
« Sputa il rospo... » risposero con una voce sola.
Fu così che decidemmo di organizzare una gran festa, con la scusa plausibile che avevamo fatto un buon incasso nelle serate dell'ultimo mese.
Invitammo Mainetti e, sul più bello, dopo esserci satollati con tartine e salatini e bevuti alcuni bicchieri di quello buono, tirammo fuori la sorpresa dal cilindro: Lola Falana, così era chiamata nell'ambiente per la sua pelle ambrata , la più bella e costosa prostituta d'alto bordo nel raggio di almeno cento miglia.
C'era costata un occhio a testa dalla testa, cioè venti occhi, e poi si era dimostrata disposta a stare al gioco. Insomma una ragazza di cuore, altruista, a parte il grano che intascava, disposta a dare una spinta all'autostima del povero Gianni, a secco da tempo immemore.
Dopo aver creato un po' di confusione, avevamo infatti suonato jazz talmente libero che addirittura pareva una musica evasa da un carcere, venne il momento di presentare Lola.
« Ragazzi, ed ora la sorpresa che vi avevo promesso » dissi fingendo che nessuno ne sapesse niente.
Presentai la ragazza, che era stata avvertita da uno squillo di telefono e si era affacciata alla porta suonando il campanello al momento giusto, ed annunciai:
« Ora Lola sceglierà uno di noi e se lo porterà a letto per tutta la notte. Il più bello, il più sexy, il più attraente, insomma quello che lei ritiene irresistibile, a suo insindacabile parere... e che parere, non vi pare? »
La ragazza sorrideva e quei suoi bianchi denti risaltavano sulla pelle scura, mentre dagli occhi uscivano lampi che mettevano i presenti in uno stato di comatosa libidine. Si muoveva tra noi come una pantera, con passo felpato, e il suo profumo inebriava anche le mosche.
Avete già capito quel che successe; cominciò a girare e guardare noi tutti negli occhi, e ogni qual volta passava davanti a Mainetti lui li chiudeva e mormorava parole con le labbra semichiuse, forse preghiere pagane indirizzate al dio Eros.
Quando Lola lo indicò chiaramente, pensammo davvero che svenisse, o peggio avesse un colpo apoplettico.
Non sapemmo mai cosa accadde quella notte, ma una cosa era certa: l'indomani sera Mainetti non era più lui. Era diventato un leone, ostentava una sicurezza ed una spavalderia che difficilmente si poteva trovare anche nei più gagliardi di noi tutti. Dovevate sentire come suonava free, oltre tutto.
E, per dirla proprio tutta, negli anni a seguire non perse tanto presto quella spavalderia anche stucchevole, al punto tale che spesso fummo sfiorati dalla tentazione di dirglielo, come erano andate veramente le cose. Ma tutto si aggiustò. Dopo un lustro Mainetti ritornò ad essere quel ragazzo timido ed insicuro che era sempre stato, dimostrando che una botta di autostima non può risolvere tutto. Ma nemmeno essere convinti di valere poco e niente risolve tutto, pertanto nessuno di noi si pentì di quella nostra azione di altruismo spicciolo, se così si può dire. E, certamente, non se ne pentì lui.

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Il tè della mamma di Vittorino




Il suo nome di battesimo, Vittor Simone, risultò subito troppo complicato per noi ragazzini della scuola elementare Tito Speri. Alcuni decisero allora di chiamarlo Vittorino e quello è il nome che è rimasto nella mia memoria fino all'ultimo dei suoi giorni.
Alcuni anni dopo qualche burlone, non ricordo chi esattamente ma forse erano più d'uno, decise di dargli un soprannome originale: Pugaciòff, il luposki della steppaff, uno dei fumetti in auge negli anni 'sessanta, uscito dalla matita di Jacovitti.
Ancor oggi noi amici non comprendiamo il motivo che ha fatto scaturire l'idea per quel soprannome, o almeno non siamo in grado di capire fino in fondo quale fosse il riferimento.
Forse per il viso allungato come quello del lupo dei fumetti, o magari a causa della sua furbizia non priva tuttavia di una buona dose di ingenuità, derivante dal suo limpido carattere di bravo ragazzo.
Ecco, Vittorino era il tipico ragazzo a modo. Figlio unico di Serafino e Catina, due persone che per trovarle uguali dovevi farle fare a Rezzato, come si diceva nei paesi limitrofi al nostro, Rezzato per l'appunto.
C'è da dire che in questa nostra bella cittadina, situato nella parte pianeggiante della Valverde, ai piedi del paese di Botticino nel quale si cava il marmo omonimo, divenuto famoso per il fatto che con i suoi blocchi è stato costruito l'altare della patria, a Roma, la gente si è industriata, nell'immediato dopoguerra, a lavorare in tutti i modi quella specie di pietra calcarea. Va da sé che Rezzato diventerà, col passare degli anni, il paese degli scalpellini, se non addirittura degli scultori. E Serafino era uno di loro. Con il martello, le sue punte affilate e gli scalpelli delle varie misure, era in grado di fare quello che voleva con un blocchetto di marmo. Ecco perché in tutta la Valverde era nato il detto “vai a fartelo fare di marmo, a Rezzato”, frase che veniva rivolta a chi pretendeva cose assurde, irrealizzabili, impossibili da pretendere nella vita reale.

La mamma di Vittorino era una donna che viveva sempre in casa e a quarant'anni, quando noi eravamo ancora ragazzini, ci appariva già molto vecchia, una sorta di nonna precoce. Certo, non potevamo sapere che ad invecchiarla in quel modo contribuiva in gran misura la malattia che da anni la tormentava, anzi le malattie. Catina era sempre sofferente e tuttavia non per questo la sua squisita gentilezza veniva meno.
Era magra, pallida in viso, i capelli completamente imbiancati, anche se molto curati e raccolti in una specie di matassa dietro la nuca che le conferiva un'aria da gentildonna, sempre in pantofole, curva come se gli anni gravassero in misura spropositata sulle sue esili spalle, sapientemente coperte da una deliziosa mantellina celeste, certamente lavorata a mano da lei stessa.
In quella piccola casa nella quale Vittorino ci invitava nei pomeriggi delle vacanze estive,
regnava un ordine quasi regale, o maniacale, secondo i punti di vista.
Vittorino, che era un ragazzo già serio di suo, in casa diventava ancora più educato. La mamma lo trattava come un principino e di riflesso anche noi, io, Gianni e Bruno, gli amici del Borgo, ci sentivamo coccolati.
« Gradite un tè, giovanotti? È proprio l'ora giusta...gli inglesi lo prendono alle quattro del pomeriggio... » diceva con un filo di voce. Aveva gli occhi azzurri, come lo scialle che, con ogni probabilità, se lo era fatto apposta di quel colore, anche per dare una nota di freschezza a quel viso pallido come la luna e ai capelli grigio perla.
Nessuno di noi, nemmeno suo figlio, amavamo particolarmente quella bevanda calda che sapeva di fieno, ma a farci gola erano i pasticcini che Catina ci serviva su un bel vassoio d'argento, sistemati ad arte sopra un centrino di tulle, certamente ricamato a mano. C'erano quelli al cioccolato con la granella sopra, le ciambelline mignon con al centro la marmellata, dei piccoli cannoli vuoti internamente ma che noi tutti amavamo perché avevano il sapore del biscotto del cono gelato, minuscoli wafer di vari gusti e tanti altri ancora.
Ci faceva accomodare in un salottino, ricavato sotto un porticato chiuso da una vetrata, e da lì potevi anche goderti lo spettacolo dei fiori che ornavano il piccolo giardino.
Ricordo che le sedie erano in vimini, così come la struttura del tavolino sul quale tuttavia c'era una lastra di robusto cristallo che aveva dei riflessi di uno strano colore, tendente all'acqua marina.
Ogni volta, quasi fosse un rito religioso, mentre serviva il tè fumante ci rivolgeva una domanda, sempre quella:
« Latte o limone... non lo avete mai provato al latte? È molto buono, ve lo assicuro »
Io non amavo quel color nocciola che prendeva il tè con l'aggiunta del latte e poi in quel modo l'aroma di fieno veniva ancor più esaltato; tuttavia, alcune volte, per accontentarla, lo prendevo con il latte. Forse era una mia personale convinzione, ma mi pareva proprio di farla felice e lei sorrideva, contenta della mia scelta.
Contrariamente ai miei compagni io sapevo stare al gioco, da attore consumato qual ero, e sfoderavo dei modi affettati che alla signora Catina piacevano molto. E così, da piccolo ruffiano che sapeva recitare la propria parte del ragazzino educato, parlavo in falsetto cercando di alleggerire i toni maschili della mia voce, e mi ritrovavo a dire, quasi inconsciamente:
« Troppo gentile, signora, l'ho molto gradito il suo tè... ed anche i biscotti. Erano deliziosi »
Quando poi uscivamo per tornare ai nostri giochi di strada, Gianni e Bruno, immancabilmente, scimmiottavano il mio modo di fare, ridendo in maniera sguaiata:
« Ed anche i biscottini... l'avete sentito? Solo i biscotti, Giacomo. Non raccontare balle... »
Io guardavo Vittorino e, cercando di difendere la mamma, insistevo:
« Sì, ma con il tè al latte sono più buoni »
Non ho mai ammesso che il tè mi piaceva poco e il latte quasi non lo sopportavo, temendo potesse rappresentare un'offesa per tutta la famiglia se avessi esternato i miei gusti.

Alle volte, mentre uscivamo dalla veranda per ritornare ai nostri passatempi, arrivava Serafino, il padre di Vittorino.
Mai nome fu più azzeccato; era sempre allegro e, mentre pedalava sulla sua Bianchi nera con i freni a bacchetta, cantava spesso romanze d'amore...” o dolci baci o languide carezze, mentr'io fremente dal corpo suo disciogliea i bei veli... svanì per sempre il sogno mio d'amore...l'ora è fuggita, io muoio disperato...”.
Aveva una bella voce e dava l'impressione di contenerla per non mettersi troppo in mostra, modesto qual era.
Un giorno suo figlio mi disse che il padre era socialista; tuttavia non ero in grado nemmeno di capire cosa potesse significare, esattamente. Sì, sapevo che era una fede politica, ma niente di più.
Poco tempo dopo mi accorsi che sulla porticina del confessionale della chiesa dei frati francescani, nella quale eravamo costretti a pregare per punizione quando fra' Simplicio ci scopriva a rubare le loro grosse nocciole, c'era un cartello in bella mostra con una scritta inquietante, almeno per me: “ Il socialismo è bandito dalla Chiesa Cattolica. Chi lo professa e lo manifesta è scomunicato “
Nessuno faceva caso a questa cosa, né gli adulti e tanto meno i ragazzini della mia età, dal momento che risultava più una ipotetica minaccia che una attendibile realtà. Invece io ne rimasi scosso, e pensai subito a Serafino.
Era una cosa ingiusta, a mio modo di vedere, che una persona tanto per bene, come lo era lui e tutta la sua famiglia, potesse ricevere una tale punizione. Ed ecco che mi diedi da fare caparbiamente con don Gino, all'oratorio, e poi con il parroco don Gabrieli. Ricordo che portai avanti quella battaglia con l'intima convinzione che quella stupida regola venisse soppressa ed addirittura andai a parlare con il priore del convento, che non conoscevo, per tentare di mediare la cosa.
Tutti cercarono di convincermi di alcuni fatti interni al loro regolamento ecclesiastico e tuttavia mi tranquillizzarono sul fatto specifico che un brav'uomo potesse subire tale ingiustizia: ed io mi accontentai di quelle spiegazioni, convinto di aver ottenuto un successo in quella battaglia sociale.

Vittorino a scuola era bravissimo; pur non eccellendo in nessuna disciplina era talmente ordinato, puntuale nel fare i compiti ed assiduo nello studio da risultare il più bravo, complessivamente.
Sapeva scrivere correttamente e i suoi temi erano spesso menzionati dal maestro che me li faceva leggere in classe.
Certo, io e Monesi, un panzone che risultava antipatico a tutti anche per le sue origini che si diceva fossero nobili, eravamo portati in auge dal maestro e i nostri componimenti erano quelli più letti; tuttavia anche Vittorino era fra i migliori. E però lui lo era anche in aritmetica, in storia e geografia. Solo in educazione fisica era una schiappa, anche perché non amava gli sport.
Era anche molto corretto e, pur testardo nelle sue convinzioni, ammetteva di aver sbagliato con una certa facilità.
L'episodio che non potrò mai dimenticare e che ci vede protagonisti, o per meglio dire antagonisti, risale agli anni sessanta.
Avevamo sedici anni. In un pomeriggio assolato di un'estate torrida, mentre eravamo al bar per la consueta partita a carte, qualcuno si mise a parlare di un film nel quale veniva narrata la vita di un atleta inglese che amava la corsa campestre. Al protagonista di quella storia piaceva correre libero nei campi, al limitare dei boschi, su per le colline e bordeggiando un corso d'acqua che irrigava la campagne nelle quali era nato.
Un giorno fu notato da un preparatore atletico che lo convinse a diventare uno sportivo, uno di quelli che corre nelle gare ufficiali. Avrebbe dovuto correre con tanto di scarpette chiodate, calzoncini e maglia della società, nelle piste di terra battuta degli stadi di atletica leggera.
Cosa che lui fece a malincuore ma che lo portò a vincere una medaglia olimpica.
Durante la narrazione della trama del film, Vittorino sostenne che il protagonista sapeva fare un percorso di cinque chilometri scavalcando fossi ed entrando nei boschi o superando radure di campi incolti, pieni di avvallamenti e di ogni sorta di ostacolo, in meno di quaranta minuti.
Io sostenni, senza acrimonia, che Vittorino doveva sbagliarsi in quanto quel tempo sarei stato in grado anch'io di farlo, e pertanto non poteva essere menzionato come un record.
Certo, io non avevo mai provato a correre in aperta campagna, in genere lo facevo nei campi di calcio, e tuttavia il tempo di quaranta minuti mi pareva alla mia portata.
Fu così che nacque la scommessa. Scegliemmo il percorso, che ricordo doveva passare anche di fianco al laghetto del Santuario della Madonna di Valverde, e tutti gli amici, ma anche qualche curioso, si attrezzò con biciclette e motorini per seguire da vicino il mio tentativo. Per prima cosa controllammo che il percorso di andata fosse esattamente due chilometri e mezzo e poi partimmo. Bruno e Gianni erano di fianco a me, in bicicletta, e tenevano sotto controllo il tempo con un orologio a cronometro. Vittorino invece era rimasto nelle retrovie. Per correttezza, a suo modo di vedere; disse poi che non voleva ossessionarmi ricordando con la sua presenza che c'era una scommessa in atto.
Quando arrivai al viale del laghetto, costeggiato da enormi ippocastani, i miei amici più stretti che mi incitavano ad alta voce mi avvertirono che erano passati già sedici minuti.
Dovevo fare tutto il lungo viale, salire le scale in marmo e toccare la Madonna di Valverde, come d'accordo, prima di iniziare la fase di ritorno. Cominciavo a sudare, respiravo a fatica ed avevo una sete esagerata. La gola secca bruciava e mi sentivo tutto rosso in viso, accaldato e stanco. Quando iniziai il percorso alla rovescia il cronometro aveva toccato i diciannove minuti e trenta secondi; così mi disse Gianni.
Inizia a temere di non farcela perché avevo solo un minuto in più per fare i due chilometri e mezzo di ritorno. Strinsi i denti e tentai pure di accelerare la corsa, ma dovetti ben presto desistere.
In mezzo a quelle grida di incitamento sentii pure quella di Vittorino, che si era avvicinato stringendo nella mano destra una bottiglietta d'acqua:
« Giacomo, tieni duro, ce la fai...non cedere. Prendi l'acqua...al volo... » e così dicendo mi affiancò con il suo motorino, porgendomi la bottiglia.
Certamente per riempirla si era fermato alla fonte di acqua sorgiva del Buiù, di fianco al laghetto. La riconobbi subito, talmente era leggera. Quel sorso d'acqua mi rinfrancò e mi permise di ritrovare le forze.
Gli ultimi cento metri li feci in apnea, senza più distinguere le voci di incitamento e senza capire se avevo superato o meno il limite dei quaranta minuti. Correvo e sentivo la sua voce che mi incitava, nient'altro.
Ecco, quando toccai il portone dell'osteria da Ignazio, che si era convenuto fosse l'arrivo, nacque immediatamente una discussione in quanto alcuni amici sostenevano che mancasse qualche secondo al tempo limite ed altri invece ritenevano che l'avessi superato di quasi mezzo minuto.
Ricordo con una certa commozione che guardai Vittorino in attesa della sua decisione; lui, senza esitazione, fece una cosa molto bella: mi abbracciò e mi alzò la mano in segno di vittoria, anche se in seguito, ma molti anni dopo, si dichiarò convinto che avessi superato di poco il limite dei quaranta minuti.

Cosa posso dire, Vittorino... quel gesto ce l'ho sempre nel cuore e proprio oggi che sono qui davanti alla tua bara e sento il dolore di tua moglie e della tua unica figlia diventare anche il mio dolore, non posso fare a meno di lasciarmi sfuggire un lieve sorriso, amaro e ricco di ricordi.
E' il mio saluto per te, questo sorriso, e la conferma che seppure le nostre strade si siano divise, sei sempre rimasto nel mio cuore di amico.
Il prete canta le sue omelie, la gente è commossa ed il profumo d'incenso inebriante; ma in me c'è solo un ricordo, il tè della tua cara mamma e la tua voce che mi incoraggia, con insistenza, mentre io corro, corro e non penso ad altro che al mio stupido orgoglio di dimostrare che tu avevi sbagliato e la ragione stava dalla mia parte. Quella lezione non la potrò mai dimenticare. Ciao Vittorino...chissà se ci ritroveremo in qualche parte dell'universo, tu, Bruno, Enzo e Sergio, insieme agli altri amici, me compreso, che prima o poi lasceranno come voi questa valle di lacrime.

...dalla raccolta di racconti: Compagni di scuola

*

Vento ed amore... riflessioni di un barbone

Il vento non si occupa delle vele che lo possono accogliere, o delle barriere frangivento. Spira per moto proprio, senza porsi domande e non preoccupandosi dei mari che si agitano in sua presenza, o delle foglie morte che svolazzano felici per l'ultima volta.
Non si occupa il vento di quanto accade al suo passaggio; panni stesi al sole, o nubi che si rincorrono in un eterno gioco infantile, grano che ondeggia in sintonia con papaveri e fiordalisi nella loro ultima danza sfrenata, prima del raccolto.
Così è l'amore. Odio, indifferenza, cuori duri e mal disposti non possono cancellare la sua presenza. L'amore vive intorno a noi, come l'aria: dobbiamo solo respirarlo, se vogliamo goderne e gioire del grande beneficio fisico ed esistenziale che esso procura.
A volte mi sveglio su una panchina del parco con le ossa doloranti, un'anca inceppata, il mal di schiena. Apro gli occhi titubanti e scorgo una margheritina che mi sorride con i suoi petali aperti, messi in bella mostra da un prato verde che le fa da cornice.
Sembrerà retorico, ma anche quel trillo di piccoli uccelli aiuta, e pure un raggio di sole che fa capolino fra le fronde degli aceri suggerisce la voglia di vivere. Questo è amore: amore per la vita, voglia di viverla, stupirsi di quanto sono belli i colori del mondo e di quanto le cose del creato armonizzino con la nostra spiritualità.
E allora soffia pure vento, e diffondi nell'aria quell'amore che sul giornale di stamattina, abbandonato da uno sconosciuto, sembra proprio non esista più, tanti sono gli orrori, che io amo definire errori esistenziali.
Mi chiedo: si riuscirà mai a vivere senza brutture, esaltando la bellezza che è in noi, traccia tangibile e riflesso di un mondo che in origine, forse, era una perfezione di colori e suoni e la natura amica fedele e non matrigna?
Darei qualche anno di vita terrena per poterne vivere altri, di anni, anche solo spiritualmente, in un prossimo futuro, che mi appare incerto ed enigmatico. Solo per curiosità, temendo tuttavia che mi stupirei ancora, ma solo negativamente per il nostro non saper accogliere l'amore come si deve, o si dovrebbe. E, se così fosse, so già che ne rimarrei molto addolorato, afflitto, affranto, dispiaciuto, scontento, insomma con un senso di amarezza nel cuore.

*

Il paradiso terrestre

Dopo l'assalto alla gioielleria del centro, la più protetta e la più difficile da svuotare, avevo guidato in preda ad una sorta di eccitazione, stato d'animo il mio che rendeva il colpo ancor più affascinante, addirittura gratificante. Le pallottole schizzavano dappertutto, perfino sul parabrezza antiproiettile; mi sentivo all'inferno, pure se la mia strada doveva portarmi in paradiso. Almeno, quello era il sogno: lasciarmi la polizia alle calcagna, raggiungere lei ed andare a farmi una vita da nababbo in un paradiso terrestre.
Il posto l'aveva scelto Julie, e aveva già i biglietti, precisina com'era. Mi fidavo di lei, e poi a me bastava che ci fosse il mare, una barca, e la possibilità di fare una bella vita. Qualunque posto di questo mondo mi sarebbe andato bene, se c'era il mare e se c'era Julie.
Cavalcavia, sopraelevate, tunnel, posti di blocco ovunque, questo era lo scenario nel quale mi trovavo, purtroppo. E poi quelle sirene spiegate, e il sordo rumore dei colpi di pistola. Ma io non perdevo il controllo, mi sentivo invincibile, e comunque avevo un piano di riserva nel caso fosse andato tutto male.
Il colpo alla più bella gioielleria della città era il primo passo obbligato. Poi avrei dovuto, una volta seminata la polizia, e non era facile, trovare un buon ricettatore. Ne avevo ben tre a disposizione, dovevo soltanto scegliere il più sicuro, quello che mi avrebbe pagato sull'unghia, e non importava se non mi avesse riconosciuto un compenso adeguato, per tutti quei gioielli.
Ne avevo presa di roba buona, anche se, per dirla tutta, non avevo nemmeno la più pallida idea del valore che potessero avere sul mercato nero tutti quei gioielli.
Quando il rumore delle sirene iniziava a risultare più ovattato e non si udivano più i colpi di pistola, capii che ce la stavo facendo. Rallentai. Era inutile correre il rischio di fare un incidente, ora che li avevo seminati. Mi sentivo talmente sicuro che, quando svoltai nel vicolo dove avevo il mio nascondiglio segreto, mi accesi una sigaretta. Ne avevo bisogno, dovevo rilassarmi un po' prima di cambiare macchina e raggiungere il ricettatore.
Julie doveva essere lì ad attendermi nel garage abbandonato, al volante della sua Ford Focus, una cabriolet che ci avrebbe garantito un certo anonimato. Chi sarebbe stato quel pazzo rapinatore ad andare in giro a tettuccio scoperto, sapendo di essere inseguito da poliziotti armati fino ai denti?
Entrai nel garage a fari spenti, e fermai la macchina. C'era una calma che non diceva niente di buono, e non vedevo nessuno lì dentro. Scesi piano, abbassandomi a livello del pavimento, ed impugnai la pistola. Avevo una torcia piccola a fascio concentrato, nell'altra mano, e mi decisi ad accenderla. Niente, nessun segnale. Nel garage non c'era anima viva, né morta. Non c'era Julie e non c'era la sua cabriolet. Era un silenzio quasi irritante, e mi faceva riflettere sull'assenza della mia donna
Cosa poteva esserle accaduto, mi chiedevo.
Mi alzai, accesi le luci al neon, e mi attaccai al telefono. Il numero dava occupato. Avevo un brutto presentimento, come se avessi sbagliato qualcosa. Cominciai a temere che m'avesse tradito ma, in quel caso, che vantaggio avrebbe avuto. Non c'era una logica. La refurtiva l'avevo in macchina io, e potevo squagliarmela come e quando avessi voluto.
Ora mi si presentavano soltanto due possibili strade: andare subito a cercarla e poi andare insieme dal ricettatore, oppure smerciare i preziosi ed andare a casa con i soldi, sperando che lei avesse avuto solo qualche contrattempo alla sua Focus e fosse lì ad attendermi con i biglietti in mano e le valigie pronte. Mi venne spontaneo pensare: chissà che posto ha scelto, sicuramente un paradiso terrestre. La conoscevo bene, lei amava la bella vita più di me, se mai era possibile.
Basta, decisi di andare prima a piazzare la refurtiva, poi sarei andato a casa sua con il grano. La faccenda, messa in questo modo, mi pareva più semplice.

Il ricettatore mi stava facendo troppe obiezioni, troppi problemi. Stavo quasi per decidere di cambiarlo.
« E' roba di lusso, difficile da piazzare. E poi sono pezzi unici, troppo facilmente riconoscibili » diceva Jack con gli occhi puntati sui gioielli. Li guardava e sembrava rapito, in estasi. Una luce sinistra brillava nella sua spenta pupilla. Già pregustava il lauto guadagno. Io avevo fretta. Per farla corta, gli dissi:
« E tu sfasciali, se sono troppo belli...recupera diamanti e gemme preziose, e tieni l'oro da parte, o fondilo. Il valore si dimezza, ma vai sul sicuro »
Mi accontentavo della metà del valore che Jack ipotizzava; erano tanti soldi, ma mi servivano tutti e subito.
« Mi bastano due ore per trovarti tutti i liquidi, se ti accontenti di mezzo milione. Vieni alle venti stasera, al buio è meglio. Vieni solo e porta i gioielli. Questo lo tengo in pegno, per farlo vedere. »
Era un grosso anello; a me pareva pacchiano, ma probabilmente il diamante era di valore. Gli lasciai anche qualche altro buon pezzo, e sentivo dentro di me che poteva essere un rischio mettergli in mano tutta quella merce. Ma volevo incentivarlo a trovare i soldi.
Uscii piano piano e, dopo aver percorso un viottolo secondario, mi immisi nella statale. Andavo a passo d'uomo, come un turista che cerca un posto per dormire. Avevo tutto il tempo per andare da Julie e tornare prima delle venti. Lei abitava a meno di dieci minuti, non serviva guidare a folle velocità correndo il rischio d'essere fermato.
Davanti a casa sua notai del movimento. C'era parecchia gente sul marciapiede di fronte alla villetta e, quando vidi l'auto della polizia e un'autoambulanza con le luci di emergenza accese, mi venne un colpo. Avevo voglia di fuggire, e passare al piano di riserva. Ma la curiosità era troppo grande, e poi l'amavo troppo per lasciarla in mano agli sbirri. Avevo il cuore in gola e l'attesa si faceva snervante.
Poi la vidi. Era su una barella, ma stava bene. Anzi, voleva scendere per entrare con le sue gambe nell'autoambulanza. Che le era successo? Aveva la testa fasciata, e qualche macchia di sangue sulla camicetta bianca, ma niente di preoccupante. Poi vidi lui. Era il vicino di casa, quel bestione con la testa rasata e il pizzetto, tatuaggi anche sulle orecchie. Un agente l'aveva ammanettato e lo stavano caricando a forza sul cellulare.
Julie gli sbraitava contro, a muso duro. Mi sembrava di vederla piangere, il trucco gli era colato sotto gli occhi, fin sugli zigomi.
Maledetto bastardo, era lo stesso che aveva già tentato una volta di violentarla; avrei dovuto ammazzarlo quella volta, invece avevo avuto pietà, un sentimento che non paga, per chi fa il mio mestiere.
Ora dovevo passare per forza al piano B. Arrivai in fondo al viale, e parcheggiai la Mustang a ridosso dei tigli. Da lì vedevo tutta la scena e non potevo essere visto. L'autoambulanza accese le sirene e partì. Dietro, incollata, viaggiava la macchina della polizia, mentre la camionetta con l'arrestato prendeva un'altra strada.
Seguii a debita distanza l'autoambulanza fin che capii in quale ospedale la portavano. Era uno dei migliori, l'Hospitality Homes. Bene, ora sapevo dov'era. Sarei passato dopo a prenderla, non doveva essere una grande impresa, anche se fosse stata piantonata.
Voltai verso Blandford Street e presi per il centro. Erano quasi le otto di sera e speravo che Jack li avesse già trovati, i soldi.
Entrai nel viottolo dove aveva il magazzino e, per sicurezza, scesi dalla macchina con la pistola in pugno. Non ero tranquillo. Aprii la porta con un calcio e mi trovai di fronte quattro agenti. Mi aspettavano, era chiaro: quel bastardo mi aveva tradito, s'era accontentato dell'anello e di quei pochi gioielli. Non ebbi il tempo nemmeno di pensare a come difendermi, che fui raggiunto da una raffica di pallottole.
Ero caduto supino sul pavimento. Feci di tutto per rialzarmi, speravo ancora di riprendere la partita, ma il joystick non rispondeva. Lo scagliai contro il muro e cliccai New Game. La prima partita l'avevo persa. Peccato, ero arrivato a buon punto. Forse avevo sbagliato a lasciare Julie sola in casa. La prossima giocata l'avrei portata con me, e l'avrei tenuta per mano. L'amavo troppo per farle correre quei rischi.


*

L’incompreso

Iniziai a rendermi conto che la gente non mi capiva, quando mi accorsi che la mia visione del mondo differiva da quella degli altri, in particolar modo da quella delle donne. Inizialmente fu mia madre a darmi il sospetto di non capirmi, ma c'erano dei buoni motivi per la sua incomprensione, non ultimo dei quali la grave malattia, e l'età avanzata.
A stretto giro di posta cominciai però a sentirmi incompreso fra le donne: le mie tre sorelle, che vivevano in un appartamento sopra il mio, al terzo piano, ed in seguito mia moglie. Con lei fu proprio rottura e, stranamente, la signora fu appoggiata da tutti i miei parenti che si lasciarono scappare, durante un'accesa discussione, la tipica frase che ti porta a pensare non ti vogliano nemmeno un po' di bene:
« Lascialo perdere, quello è matto... »
Per un po' di tempo andai a vivere nella nostra seconda casa, sul lago, e quella solitudine mi aiutò a riordinare i pensieri. C'era poco da fare, il mondo era contro di me, nessuno mi capiva.
Dopo le donne vennero gli uomini, gli amici, i conoscenti, perfino le forze dell'ordine. Memorabile quella discussione con i vigili urbani che volevano farmi una contravvenzione; ebbene, non vollero o non seppero sentir ragioni. La discussione, aspra, sfociò in un arresto da parte dei carabinieri, chiamati dalla folla che assisteva al litigio. Tutti testimoniarono che avevo offeso i vigili, prima, e poi pure i carabinieri. Macché offesi, li avevo soltanto mandati a cagare, unico posto dove uno stronzo dovrebbe trovare conforto, e poi c'era stato qualche spintone e il solito cornuto che ti scappa, come allo stadio.
Al processo fui condannato a pagare una ingente multa e me la cavai solo perché incensurato, altrimenti avrei assaggiato i rigori del carcere. Il mio avvocato non capì le mie ragioni e pertanto non fu in grado di difendermi a dovere. Lui non mi capiva, ovvio, per il fatto che non mi stava ad ascoltare. Aveva sempre qualcuno da salutare, ogni tre minuti.
Nel frattempo sul lavoro il mio rendimento calava a vista d'occhio, e mi innervosivo per un nonnulla. Il direttore generale mi consigliò un periodo di riposo, era evidente che anche lui non mi capiva. Infatti io stavo benissimo, erano loro piuttosto che facevano cose strane, incomprensibili.
Comunque sia accettai di buon grado, anche perché erano anni che volevo farmi un viaggio nelle Cicladi. Anche lì ebbi parecchie rogne, sempre dovute a quella sorta di incomunicabilità che si era eretta fra me e il mondo.
Al mio ritorno fui letteralmente tempestato di domande da parte dei colleghi, curiosi di avere notizie circa il fatto di sangue nel quale ero stato coinvolto in una taverna, nell'isola di Paros. Avevano letto la notizia sul giornale, e mi avevano riconosciuto subito, sia per il nome non proprio comune, Rinaldo, che per la descrizione con foto che un giornalista mi aveva scattato al pronto soccorso. Io mi ero difeso in quella taverna, e ne avevo stesi un bel po' prima di essere colpito da una bottigliata in testa. Avevo il viso pieno di sangue, ma non sentivo alcun dolore, solo uno stato confusionale.
Non li sopportavo più i miei compagni di lavoro, e quando iniziai ad urlare come un ossesso che mi lasciassero in pace, arrivò il direttore. Lui fu ancora più acido, era del tutto evidente che non voleva sentire le mie ragioni, insomma che non mi capiva. Fu allora che mi feci sfuggire uno schiaffo e gli sputai pure in faccia.

Ora sono qui in questo centro d'igiene mentale, e il mio distacco dal mondo si aggrava sempre più. Con gli infermieri il dialogo non funziona, loro proprio non mi capiscono. A volte mi ritrovo a scandire le parole, aprendo per bene la bocca come si fa con i bambini, ma questi si arrabbiano sempre più o, in alternativa, ridono e si danno di gomito.
« Voi...non...capite...un bel...niente... siete ot-tu-si... » dico io quando spiego i miei malesseri. E nel farlo apro bene la bocca e scandisco le sillabe, e gesticolo come un mimo, perché io invece voglio farmi capire, contrariamente a loro. Ma loro non capiscono, mi sto convincendo che sia diventata una specie di malattia contagiosa, e temo che poche persone ne siano immuni. Non certo i medici, forse i più ottusi, e nemmeno il personale non sanitario.
Prendiamo il medico che mi tiene sotto osservazione, lo psicologo, o psichiatra, non s'è mai capito bene. Se parlo, lui gira la testa e sbuffa, ovvio che non mi capisce. Parrebbe uno disinteressato al mio caso, ed allora mi chiedo: ma non è il suo lavoro quello di comunicare con me, di capirmi, di aiutarmi. Va bene, una cosa è certa: se uno difetta di intelligenza, la sua teoria imparata a scuola non vale niente e si ritroverà a non saperla mettere in pratica.
Sentite uno stralcio dell'ultimo colloquio, quello che lui chiama seduta.
« Se la sente di procedere ad una seduta di ipnosi indotta? » esordisce.
« Beh, per sentirmela me la sento, ma non ne vedo l'utilità », ribatto.
« Non si preoccupi, l'utilità è una cosa che riguarda me »
« Ah sì?... vorrebbe dire che l'ipnosi la subisco io ed è utile a lei? »
« Non la capisco...cosa intende dire? »
Eccolo, non mi capisce. A voi pare un'osservazione difficile da capire, la mia? No, vero... insomma, anche lui è uno col quale non riesco a sintonizzarmi.
« Intendo dire che io vorrei che lei adottasse una strategia psicologica che sia utile a me, non a lei »
« Già... ma se io non capisco la sua condizione come faccio a curarla ed esserle utile? »
« Quindi lo ammette; non mi capisce! »
A volte mi chiedo: come mai io capisco lui benissimo e invece il signor dottore non capisce me?
Esempi come questo potrei farne a bizzeffe. Un giorno, per dire, chiacchieravo con alcuni pazienti del centro e l'argomento della conversazione era la difficoltà dell'uomo moderno a socializzare di persona, a comunicare senza l'aiuto dei mezzi informatici, insomma a vivere in società come si è sempre fatto.
Per sostenere la mia tesi feci notare ai miei interlocutori che nella pausa pranzo diversi operatori sedevano nelle panchine del parco, uno di fronte all'altro, e non si parlavano, anzi non si guardavano nemmeno. Non uno scambio di parole, nessun dialogo. Per contro sorridevano alla luna e come ossessi battevano con le dita su quegli aggeggi elettronici che vanno sotto diversi nomi: cellulari, IPod , smartphone, Tablet.
Forse cercano di dialogare con persone che non conoscono, e magari non conosceranno mai: amici o amori virtuali.
Che poi virtuale è un termine che mi disturba; il vocabolario lo definisce come potenziale, che non esiste in atto, possibile, simulato. Ed invece l'etimologia viene da virtus, latino, che significa virtù, eccellenza, forza, facoltà. Ora, come volete che mi capiscano quegli operatori, io che sono reale ed in carne ed ossa, ben visibile, quando loro hanno l'abitudine malsana di dialogare con potenziali presenze, che sono e saranno, molto probabilmente, sempre assenze?
Ora, mentre sostenevo queste mie tesi, si ferma una psicologa che ha in cura alcuni fra i miei amici, e passando vicino a noi se ne esce con questa sortita:
« Rinaldo, sta esponendo una delle sue strampalate tesi sulla malattia della società? »
Capite, una che asserisce che la mia teoria è strampalata vuol dire che non ha capito niente di quel che ho detto, o forse non ha nemmeno ascoltato con attenzione, oppure ha percepito solo alcune frasi, senza riuscire ad entrare nel contesto.
Io l'ho guardata, ho allargato le braccia, ho abbassato la testa e sono andato via. Nel contempo smoccolavo come se parlassi alle foglie, o ai sassi del vialetto. Dietro di me ridevano, li sentivo bene. Il che sta a significare una cosa sola: nessuno mi aveva capito, o comunque mi aveva capito un po' meno dei lombrichi che spuntavano dalle aiuole.

Ormai sono qui da due mesi, e devo constatare che le cose peggiorano, per me. Non vedo miglioramenti nella gente che vive qui, e mi sento sempre più incompreso. Si potrebbe pensare che la colpa sia mia, e confesso che per un certo periodo questo dubbio mi ha seriamente sfiorato. Allora sapete che cosa ho fatto? Semplice: mi sono messo a parlare come fanno i bambini, a piangere e fare i capricci, a strillare. Ho pensato: se capiscono i bambini, capiranno anche me. Anche il linguaggio era ridotto all'essenziale, pochi termini, verbi semplicissimi, frasi sintetiche, alla maniera di uno straniero che vuole comunicare ed ha l'esigenza di essere ben compreso.
Ho iniziato un giorno con l'inserviente che veniva a prendere l'ordinazione per pranzo e cena. La donna, una specie di generalessa dai modi bruschi, mi ha mandato a quel paese all'istante. Altro che capirmi. Io avevo esordito in questo modo:
« Io stanco solita minestra...tu dare me pappa buona, per favore... »
E lei, furibonda:
« Te la darei io la pappa buona, peccato che non posso... »
Poi ha scritto qualcosa sulla mia scheda ed è uscita. A mezzogiorno mi sono ritrovato la solita minestra, fredda, senza formaggio e in più lo stracchino molle, che io detesto. Allora, per ribellione, l'ho messo sulla sedia, dopo che avevo tolto la carta, mi sono calato i pantaloni e mi ci sono seduto sopra. Ho cominciato ad urlare e sono arrivati in tre. Io ripetevo:
« Fatto cacca bianca, fatto cacca bianca... »
Volevo far capire che quel cibo per i miei gusti era cacca, ma non mi hanno capito. Ho cominciato a sentire che mi stringevano le braccia, mi strattonavano e urlavano cose irripetibili.
Intanto il mio vicino rideva come se avesse una tosse asinina, quasi soffocava dalle risate ma nessuno si occupava di lui. Tutti addosso a me, che invece stavo benissimo, mentre quell'altro scemo rischiava di morire soffocato.
Un altro che non mi capisce è il barista. Ho perfino pensato sia sordo, o straniero e non conosca bene la lingua. Infatti io bevo solo caffè, ristretto, forte. Non è difficile da capire. Eppure, appena arrivo, lui manco mi sta a sentire e mi rifila un caffè lungo, annacquato, imbevibile.
Ho provato anche a parlare straniero.
« Bongiur, caffè fort, strint, curt...capit? »
Mi guarda come se fossi un alieno e mi rifila il solito liquido imbevibile, lungo e brodoso. Già il colore ti fa passare la voglia, un marroncino slavato che non invita. Io lo voglio nero, come la pece! E poi l'aroma: inesistente. Si sente l'odore di fondi di caffè, mi sa che li riutilizza mescolandoli alla miscela. E che dire dello zucchero: lo vedi affondare come il piombo nell'acqua, senza ostacoli. E dov'è la crema?
Ho provato in inglese, tedesco, perfino in arabo.
« Ai laik coffi veri blek, sciort, anderstend or not? »
Niente, lui mi guarda nel solito modo, con gli occhi di triglia, e fa il baccalà. Allunga la tazzina e ridacchia beato. E il caffè è il solito, lungo, annacquato, marroncino.
Un giorno è nata una gran discussione, e tutti a dar ragione a lui, ma io so perché. Nessuno mi aveva capito. Ecco come andò:
« Stavolta il caffè fa più schifo del solito...è lungo come la fame, annacquato ...hai usato metà dose di miscela? »
Lui dice sempre sì con la testa, mentre mastica rumorosamente una cicca americana, ed anche quella volta lo ha fatto.
« Allora io adesso spiegare bene a te che se tu usare metà caffè io pagare metà prezzo... »; ho lasciato cinquanta centesimi e stavo andando via. E' successo un pandemonio. Mi hanno strappato gli altri cinquanta centesimi di tasca e, nel farlo, mi hanno rotto pure il pigiama.
Da quel giorno il caffè ho smesso di berlo al bar ed ho iniziato a farmelo io, in camera. Poca acqua, dose abbondante di caffè ben pressato, tre buchini con lo stuzzicadenti e coperchio aperto, che viene meglio e si sente il profumo, utile a segnalarti che sta venendo su. Poi mi hanno fatto smettere, proibito di farlo, verboten, forbidden, in arabo sarà allehvietà... del francese sono sicuro perché ho gli amici sulla Costa Azzurra; là si dice interdit, che mi ricorda un po' la nostra condizione di interdetti. Volete sapere perché me l'hanno proibito? Solo perché una volta ho dimenticato sul fuoco la macchinetta e si è bruciato tutto, quasi esplodeva. Vabbè, sono episodi isolati, ma quanto la fate lunga, più del caffè del barista.
Allora sono tornato al bar e mi è venuta un'idea fantastica: cosa si fa per sopravvivere.
Ho chiesto una tazzina vuota al barista, uno che a mio parere doveva fare il camionista, o l'apripista o anche il trappista, ma mai il barista, e gli ho fatto cenno che la volevo piena fino all'orlo di caffè.
Lui mi ha guardato torvo come un corvo, sembrava sconcertato, sorpreso, e sapete cosa ha fatto? Me l'ha riempita nemmeno a metà, e me l'ha passata grugnendo. Il più buon caffè da quando sono qui.
Ora ho idee nuove per comunicare e farmi capire. Alcune le sto mettendo in pratica, altre invece sono a lunga scadenza, e richiedono anni di studio. Poi vi farò un cenno, sempre sperando che almeno voi possiate capirmi.
Le prime idee che ho in mente sono tentativi di confondere le acque: se ho freddo dico che ho caldo, se sto male dico che sto bene, il caffè lo chiedo lungo, la minestra fredda, domando lo stracchino molle sperando me lo portino stagionato, insomma aumento le probabilità di essere compreso raccontando balle, o stravolgendo la realtà.
Invece l'idea a lunga scadenza è davvero micidiale, innovativa, da vero genio del male: progettare la macchina del tempo e provare a vagare nel passato, o nel futuro, fin che troverò chi mi capisce. Per questo progetto sto studiando diversi manuali di ingegneria spaziale e aeronautica, fisica e chimica. In biblioteca mi guardano storto, sono incompreso anche lì. L'unico dubbio che ho, quando sarà finito il progetto della macchina del tempo, è: capiranno i costruttori quel che ho progettato?
Ne dubito. E voi, mi avete capito?

*

Alzheimer

Non ricordo quale sogno feci quella notte, e nemmeno se il giorno precedente fosse successo qualcosa di eclatante, tipo una caduta o un incidente, magari sbattendo la testa da qualche parte.
Sta di fatto che quel mattino, quando mi svegliai, ebbi la netta sensazione che stavo morendo, lentamente, in maniera dolce, ma morivo. Diciamo che avvertivo la brutta sensazione che può provare una candela che si sta lentamente spegnendo.
No, non era il mio corpo, o qualche organo importante che mi dolesse o si stesse ammalando oppure funzionasse male, a farmi credere che per me era finita. Era il cervello, o meglio erano i pensieri che navigavano nel mio intelletto a convincermi che non ero più in grado di dominarli, ma nemmeno di assecondarli, questi pensieri.
Ho un ricordo confuso dei primi episodi, dei sintomi nuovi che avvertii quel mattino di un tardo autunno, piovigginoso ed insignificante, ma nemmeno diverso da tanti altri.
Andai in bagno come un automa, mi piazzai davanti allo specchio, e mentre mi guardavo mi ponevo delle domande, alcune delle quali senza risposta.
Che devo fare, adesso, e perché sono venuto davanti a questo specchio? E chi sono? Beh, sono io, mi rispondevo, anche se non ricordo bene il cognome né il lavoro che ho fatto per una vita, ma il nome sì, Jacopo, di quello ne sono sicuro. Davanti a me c'era una moltitudine di cose, appoggiate alla rinfusa sulla mensola in vetro, o anche sul lavabo e sull'armadietto, ma riconobbi con certezza soltanto il rasoio, il tubetto del dentifricio, e il sapone. Gli altri erano oggetti misteriosi.
Guardavo quelle cose, ma il cervello si rifiutava di comandare al mio corpo le azioni da eseguire.
Non sapevo fare altro che specchiarmi, e nel mentre mi interrogavo: cosa devo fare, come, in che modo devo farlo?
Ma non ricevevo risposta alcuna e di conseguenza il mio corpo non eseguiva alcunché. Era come una macchina in bella mostra nel salone di un concessionario: pronta, bella e lucidata a dovere, ma se nessuno saliva e infilava la chiave nel cruscotto, non sarebbe partito nemmeno il motore, figuriamoci il resto.
Tornai così in camera da letto e mia moglie, doveva essere mia moglie quella donna a letto, chi altri se no, disse:
« Già di ritorno, Jacopo? Non ti fai la barba? Ti sei lavato, almeno... »
Ecco, dovevo farmi la barba, lavarmi. Perché il mio cervello non me lo diceva?
Io lo sapevo, o quanto meno lo intuivo il motivo di quello sciopero della mia centralina di controllo: stava morendo, non funzionava più. Ero dunque una persona con un cervello che stava morendo. Un corpo sano con un cervello malato. Mi pareva di ricordare un motto latino che nel mio caso non funzionava per niente: mens sana in corpore sano. Io avevo un corpo sano e una mente malata. Ma forse la questione stava in altri termini; probabilmente chi aveva scritto quella espressione si augurava entrambe le cose, necessarie a vivere bene, dignitosamente: un corpo sano, ma anche una mente altrettanto sana.

Passai la giornata a farmi dire dagli altri, a turno, cosa fare, dove andare, come muovermi e tutto il resto, la così detta routine di tutti i giorni.
A tavola poi era una tragedia. Molte cose non le capivo. C'era una serie di oggetti misteriosi dei quali mi era oscura sia l'utilità che il funzionamento. Oggetti in metallo, alcuni dotati di denti e altri di una lama, oggetti in vetro o in materiale bianchissimo, duro come il marmo.
« Mangia, che aspetti... » mi suggeriva la donna che aveva dormito con me, quella che pensavo fosse mia moglie.
C'erano minuscoli chicchi bianchissimi, al centro del tavolo, raccolti in una grossa zuppiera, e ciascuno se ne serviva, mediante un aggeggio dotato di manico e con un un piccolo contenitore concavo sul davanti. Io li imitavo e mettevo in bocca quei chicchi dolciastri, insapore. Allora mia moglie si avvicinava, li condiva con un liquido giallo e li cospargeva di formaggio, per renderli più saporiti.
« Vuoi un po' di burro...sono più buoni. E una spruzzata di pepe, ti è sempre piaciuto » , mi diceva.
Allora rispondevo sì, ma solo perché lei sosteneva che mi era sempre piaciuto. Altrimenti avrei detto no, perché non ero sicuro di ricordare cos'era il burro, e il pepe.
Poi mangiavo e fingevo mi piacesse, per non offenderla, ma in realtà trovavo tutto molto insipido. Era come se avessi scordato anche i sapori.

Per fortuna non era sempre così. C'erano giornate diverse, non ho mai capito da dove venisse quella freschezza mentale che sentivo. Mi alzavo, mi lavavo, facevo la barba e salutavo mia moglie. Forse erano quelle medicine che mi davano, a ridarmi la carica.
« Buongiorno, cara, hai dormito bene? » le dicevo convinto.
« Sì, grazie Jacopo. Stai bene stamane... »
Mi accorgevo allora che mi tornavano alla mente molti ricordi, perfino quelli dell'asilo, le suore, i compagni, i giochi che facevo. Di quello dei mattoni frantumati e pestati con due pietre piatte, ricordavo persino l'odore che si sprigionava quando sputavamo sulla polvere rossa, per farla diventare cremosa. Poi facevamo scorrere le due lisciaie una sull'altra, e le staccavamo di colpo, aprendole e tenendone una per mano. Allora ci si fermava ad ammirare gli strani disegni, le forme geometriche che ne risultavano, e fantasticavamo animali, o alberi, o nuvole di forma insolita.
Ricordavo tutti questi particolari, anche se non sapevo minimamente cosa avevo fatto il giorno prima, cosa avevo mangiato, che discorsi si erano fatti a tavola, o la sera davanti alla televisione.
Ricordavo perfettamente episodi del passato più remoto, e scordavo il gas acceso, oppure quello che ero andato a cercare in cantina. Probabilmente era il vino, pensavo, ed allora tornavo con una bottiglia in mano, ma poi mia moglie, o i miei figli, giunto in cucina con la mia bella bottiglia di vino che mostravo raggiante, mi dicevano:
« Perché il vino, quello c'è già. Dovevi prendere l'acqua... »
Altre volte andavo nel mio piccolo laboratorio a cercare un attrezzo, che so una piccola zappa per l'orto, oppure un cacciavite per un lavoro che stavo facendo, e cominciavo a girare avanti e indietro guardando la gran confusione che regnava. Tiravo cassetti, osservavo gli attrezzi appesi sopra il banco di lavoro, aprivo, chiudevo, rovistavo, nella speranza che, visto l'oggetto giusto, mi tornasse alla mente quale fosse l'esigenza che mi aveva portato lì a cercare. Poi trovavo l'attrezzo, poniamo fosse un cacciavite, e tornavo in casa, felice di essermene ricordato. Ma a quel punto avevo scordato a cosa mi servisse. Era mio moglie, o mia figlia, che mi riportavano alla realtà:
« Papà, l'hai trovato il cacciavite a stella? »
« Sì, rispondevo contento, eccolo... »
Ma poi mia figlia mi gelava con una frase:
« Bene, allora fallo quel lavoretto... »
A proposito di mia figlia, a volte la sento raccontare la storia di come ho ottenuto l'indennità di accompagnamento, che a quanto pare potrebbe servire per il mio futuro. Quindi io avrei un futuro? Mah, non lo vedo proprio. Comunque ecco cosa racconta a parenti ed amici:
« Quel mattino il babbo non sbagliava una domanda. Ero certa che anche quella volta non sarebbe passata la richiesta » spiega Chiara, mia figlia.
E subito qualcuno le dice:
« Davvero?...e che domande gli facevano? »
« Beh, il colore del divano, il nome del presidente della Repubblica, i colori della bandiera Italiana, dove è nato... »
« E lui...rispondeva? »
« Come no, tutto giusto » sottolinea Chiara.
Io la ascolto e mi chiedo: la bandiera Italiana, e chi l'ha mai vista? Il presidente della Repubblica poi, quale Repubblica?
Ma gli altri insistono. Io guardo un po' loro e un po' mia figlia.
« E allora come si spiega che gli hanno concesso il diritto all'indennità? », dicono.
E mia figlia, guardandomi teneramente:
« L'ultima domanda è stata: e questa signorina che l'ha accompagnata, chi è? »
Tutti si guardano, come ad interrogarsi: cosa avrà detto, Jacopo? E Chiara allora continua:
« E sapete cosa ha detto? Prima mi ha abbracciato e poi, guardando i medici della commissione, ha detto, convinto: la mia mamma »
Io ascolto e non capisco. Lei è la mia mamma? Credevo fosse morta...ma non ne ero sicuro.

Adesso sono qui in questo Centro, e ci sono tante cose che non capisco, anzi potrei dire che non ci capisco niente. Essendo situato alla prima periferia della città, viene chiamato “Centro in periferia”, e questa denominazione mi fa pensare, a volte, tutto il giorno. Mi chiedo: ma non sono forse due termini in contraddizione? Credo di aver avuto a che fare con la tecnica, nel mio lavoro, non so bene in quale modo, ma mi è chiaro il concetto di centro, e quello di periferia, che io assimilo con la circonferenza del cerchio. Quindi un centro posizionato in periferia è un assurdo nei termini. Noi qui faremmo dunque parte di un Centro, pur essendo in periferia, un bel mistero.
Cosa vorrà dire quindi Centro? Non è certo un centro geometrico, immagino. Sarà quindi un luogo dove si concentrano delle caratteristiche, come il centro di gravità, o il centro di un problema, e se così fosse allora vorrebbe dire che noi qui siamo un problema per la società. Siamo in un centro, o addensamento, di problemi sociali. C'è da esserne demoralizzati, ma per fortuna ci penso poche volte. Più spesso vivo senza pensare a niente, senza fare ragionamenti complicati, restando in attesa. Ecco, qui siamo in attesa. Viviamo come se stessimo aspettando un'alba, una nuova vita, una comunicazione che arriverà qualcuno, o qualcosa. Forse di una nuova vita.

Ieri è successa una cosa che mi ha sconvolto e della quale ancora non ho capito la magia. Eravamo nel salone dove gli ospiti, questo mi hanno detto che siamo, passano il pomeriggio a giocare a tombola, o a carte, ma anche a parlottare del più e del meno.
Io non gioco, non mi è mai piaciuto, se si escludono gli scacchi, che però hanno mosse complicate che ho scordato completamente. Allora camminavo su e giù per la grande stanza, pensando, anche se non mi veniva un vero pensiero per la testa ma solo sensazioni, impressioni.
Ad un certo punto una delle inservienti si avvicina ad una scatola nera, grande, con un vetro scuro sul davanti, appoggiata in bella mostra sopra una mensola alta, appesa al muro. La donna armeggia, mi pare che schiacci un pulsante, ed improvvisamente la scatola si illumina. Non solo, cominciano anche ad uscire suoni, prima musica e poi voci, e perfino immagini.
E le immagini colorate sono nitide, chiare, e continuano a cambiare. Poi finalmente si arresta questo turnover di immagini e rimangono solo due persone, sedute dietro un tavolo, che parlano e nello stesso tempo ci guardano. Io mi giro, e vedo che molti ospiti si siedono e guardano dentro la scatola. Allora mi volto e guardo anch'io la scatola. Quei due mi fissano. Uno è una donna, bella pure. Mi avvicino di lato, per non farmi vedere da nessuno, e guardo dietro la scatola. Strano, non c'è nessuno la dietro, solo cavi elettrici, bianchi e neri.
Riguardo davanti, e loro sono sempre lì, imperterriti. E parlano, parlano... Svelto riguardo dietro, ma non c'è niente.
« Jacopo, siediti, non si guarda da dietro la televisione » mi dice Olga, una donna giovane e gentile. Credo sia una dottoressa, a volte mi dà le medicine e mi chiede come sto. Poi mi accompagna per farmi sedere su una poltroncina scomoda, di vimini. Io non ci sto seduto bene lì, ma per non offenderla taccio.
La stanza è umida, mal riscaldata, e sento dei brividi per tutto il corpo. Olga se ne accorge e mi porta una coperta.
Io la prendo, e la tengo in mano, come fosse un pacchetto. Non so cosa farne, dove metterla, e allora me ne sto lì in attesa. Olga mi sorride e mi viene in aiuto, stendendo la coperta sulle mie ginocchia.
Ci sono sempre quei due che mi fissano, quelli che parlano dentro la scatola, e io mi vergogno. Allora abbasso gli occhi; preferisco guardare la mia coperta, i suoi colori, i disegni, le greche di tonalità alternata, ma tutte dai colori accesi.
Si avvicina Gino, uno che è qui da parecchio e si muove con una certa disinvoltura. Lui sa tutto, se ti serve qualcosa fai prima a chiedere a lui.
« Ciao Jacopo, ti va di fare una partitella a scacchi? » mi fa.
« Certo, volentieri. Ma non ricordo le mosse... », ammetto.
« Io invece non le conosco proprio. Che importanza ha...è un gioco, tanto »
Ci sistemiamo vicino alla vetrata che dà sul giardino. Lì c'è una bella luce e di tanto in tanto possiamo guardare i fiori o i passeri che vengono a beccare le briciole di pane. Io ne lascio sempre un po' vicino alla panchina, quando vado a fare due passi.
Gino sistema i pezzi, lui vuole i bianchi. Li ha messi alla rinfusa; mi pare che non vada bene la disposizione, ma mi adeguo. Muove prima lui e dopo la mossa, un po' strana, non ho mai visto la regina mettersi proprio nel centro davanti a tutti, mi guarda in cagnesco, digrignando i denti.
« Che c'è, Gino, ti fa male la dentiera? » dico io ingenuamente.
Ma lui mi fissa senza rispondere, e allora anch'io faccio la mia mossa strana, metto il mio re nero davanti alla sue regina bianca.
E allora lui ci mette il cavallo, io la torre, poi lui raduna tutti i pedoni intorno agli altri pezzi...insomma, ogni tanto catturiamo un pezzo a casaccio, e alla fine mentre facciamo le mosse ridiamo della nostra stupidità.
Olga ci vede, viene a guardare la partita e non può far altro che sorridere di gusto pure lei.
« Bravi bravi, bella partita... » sentenzia. Poi aggiunge:
« Chi ha vinto? »
E noi, all'unisono:
« Pari e patta. Abbiamo vinto entrambi, non ha perso nessuno. »

Non so da quanto tempo sono qui in questo posto. A me sembra di non essere mai stato in un'altra casa che non sia questa, forse sono nato qui. Ormai non cammino più, le gambe non ne vogliono sapere, non le sento nemmeno. Sono un corpo estraneo, mi servono solo a sorreggere il plaid in lana con motivi scozzesi che una signora mi ha portato il giorno del mio compleanno.
Quando me l'ha data, mi ha abbracciato e mi ha chiesto:
« Hai capito chi sono? »
Io non ho detto niente, ero confuso. Allora ha continuato:
« Sono Chiara, tua figlia »
Io non ho mai saputo di avere una figlia. Perché nessuno me l'ha detto, pensavo. Lei, poverina, era afflitta, ed ha continuato:
« Pensavi che fossi la tua mamma? »
Per non deluderla ho detto sì, e lei allora mi ha abbracciato forte e dato un bacio sulla guancia.
Quando guardo questa coperta sulle mie gambe immobili penso a quella scena, a Chiara che se ne va contenta, e mi lascio andare ai pensieri più strani, che a volte si accavallano e mescolano ricordi che non so ricostruire.
Poi mi appisolo, e nel dormiveglia continuo a chiedermi le stesse cose: chi sono io, che ci faccio qui, perché non conosco nessuno...ma non trovo risposte, ed allora mi lascio prendere da un sonno liberatore, un sonno che cancella tutto, o quasi.

*

Il maestro di biliardo

“Chi di noi può dire di non aver avuto maestri nella vita? Io no di certo, anzi devo ammettere che ne ho avuti molti, un numero talmente alto che penso di non riuscire nemmeno a contarli. Il fatto è che fin da ragazzo mi guardavo in giro e vedevo tutti più belli, bravi, intelligenti e capaci di me.”...

… come potrei dimenticare, per esempio, Massimo. Lui aveva un altro nome, che ho scordato, ma tutti lo chiamavano così perché era un campione di biliardo. Il massimo, per l' appunto. Nessuno può dire che abbia mai perso una partita, anche se pur di giocare lo faceva ad handicap, regalando punti agli avversari di turno. Io nemmeno la ricordo una sua sconfitta, ed allora ecco spiegato perché lo studiavo attentamente e cercavo di imparare i suoi colpi segreti, eleggendolo a mio maestro.
Aveva qualche anno più di me, e giocava contro quelli ancor più grandi, Massimo. A soldi, per giunta. Io sedevo su una sedia nell'angolo della sala e mi annotavo nella mente il suo modo di usare la stecca, mai uguale; per ogni tiro c'era una posizione delle mani di appoggio, un particolare effetto, un colpo. Era uno spettacolo solo guardarlo, e poi a me piaceva perché era uno spaccone, come nel film. A volte faceva passare la stecca dietro la schiena, e si piegava ad arco. Poi chiudeva gli occhi, tirava e faceva punti. Paul Newman a lui faceva un baffo, anche come attore, giuro.
« Cinque punti e messa... », dichiarava dopo aver studiato tutte le possibilità.
« Boooooooom... » rispondevano gli avversari e gli spettatori, all'unisono.
« Giacomo, tu che dici...non fai booooom? », mi diceva sorridendo intanto che si piegava pancia in giù sul tavolo verde, alzando una gamba al cielo, piegata ad arte per far notare le scarpe nuove, comprate coi soldi vinti l'ultima partita.
Io mi sentivo orgoglioso che lui mi reputasse adulto, era il solo a non chiamarmi Giacomino, ed allora rispondevo a tono, serio serio, preso dalla parte:
« No, non faccio boooooom, io dico che ce la fai... »
E così accadeva, sempre; aveva la precisione di un orologio svizzero. Se dopo aver fatto i cinque punti non ne usciva la messa, poteva capitare, per lui era un colpo fallito. Allora si accendeva una sigaretta, guardava il gommino della stecca, e lo ingessava per bene. Poi, spavaldo, ma in tono bonario, dimesso, lanciava una borra al padrone del bar:
« Michele... o compri le stecche o cambi i gommini. »
Fenomeni così ne nascono pochi, in un paese come il nostro, poi. Eppure era talmente bravo che a volte guardava con gli amici i campionati alla televisione, italiani ma anche mondiali, e dopo un gran tiro del vincitore aveva la sua da dire:
« Bel tiro... ma facile »
Una volta si superò, perché dimostrò che il gran campione, non ricordo chi fosse, aveva preso una decisione sbagliata. Dopo l'applauso degli amici per il gran colpo di colui che aveva vinto il titolo, sbottò:
« Ma chi applaudite, uno che ha scelto il tiro più facile e meno redditizio? »
« Perché, tu avresti fatto meglio? » era la domanda collettiva. Anche Michle era curioso, ed allora offriva l'orologio delle biglie, magari per mezz'ora, pur di vedere cosa s'inventava Massimo. Lasciava il banco e si accostava al biliardo, un Mari extra lusso con le sponde in finta radica che era il suo fiore all'occhiello.
A quel punto partivano le discussioni, e le scommesse. Io ero scombussolato, mi girava la testa; arrivavano gli aperitivi, e venivano messe le banconote in palio sotto il portacenere. Lui era talmente sbruffone che quella volta arrivò a dire:
« Oggi sono a grana, pago doppio se non faccio meglio di quell'americano.. Chi punta cinquanta, prende cento. »
I soldi erano parecchi, a me facevano paura, temevo sempre qualche lite o discussioni strane che potessero degenerare. Quando ci sono i soldi di mezzo, si sa.
Venivano posizionate biglie e pallino sul biliardo, ed iniziavano le controversie. No, il pallino era più in qua, almeno cinque centimetri. La biglia stava più vicina alla sponda, e via discorrendo. Quando tutti avevano accettato la posizione, e Michele dava il benestare, Massimo iniziava il suo show.
Si levava la giacca, la sistemava con cura su una sedia, poi si accendeva una sigaretta. Ricordo che fumava pesante, quelle francesi dal nome improponibile. Poi si spalmava le dita della mano sinistra di borotalco, per far scorrere bene la stecca, ed iniziava a preparare il gommino con colpi di gesso secchi e precisi, dall'alto verso il basso. Faceva ruotare la stecca e ripeteva almeno tre volte l'operazione. Io credo che cercasse la calma, con quei gesti.
Mentre completava l'operazione, aveva l'abitudine di dire:
« Calma e gesso... è quello il segreto. »
Girava intorno al biliardo e posizionava la stecca sul tavolo, studiando le traiettorie. Si abbassava con gli occhi all'altezza del piano, e faceva pure dei segni sulle sponde, leggeri, con il gesso blu della stecca. Sembrava un geometra.
Quella volta sentenziò:
« Sette sponde con la mia biglia, cinque punti e messa... della messa non sono sicuro »
Iniziò la discussione. Cinque punti li aveva fatti anche quel campione, con un tiro più facile, senza fare la messa. Dove sarebbe stato il miglioramento del colpo di Massimo, sostenevano gli altri.
Fu così che dovette accettare il fatto che nella scommessa fosse compresa la messa.
Si piegò, allungandosi sul tavolo, e cominciò a far scorrere la stecca dentro l'indice, che aveva formato un cerchio, sostenuto da tutte le altre dita in appoggio sul palmo della mano.
Con la stecca scorreva svelto e si fermava ad un centimetro dalla biglia. Ogni volta pareva fosse il colpo buono, ed invece si fermava. Poi, finalmente, il colpo sordo della stecca sulla palla d'avorio. Aveva impresso un effetto esagerato a sinistra e la biglia scivolava sulle sponde ruotando come un mappamondo, in senso orario. Prima sponda, seconda, alla terza schivò di un niente la buca di mezzo... mi accorsi che a quel punto gli era nato un sorriso beffardo sulle labbra.
« E' fatta ragazzi, il peggio è passato, la buca. Ora guardate e imparate... » , diceva mentre faceva il gesto di alzare il portacenere con i soldi.
Eravamo tutti ipnotizzati da quella biglia e quando dopo sette sponde colpì quella avversaria, fece gli otto punti fermando le biglie in una posizione che una palla non “vedeva” l'altra, cioè in messa, ci sembrò di aver assistito ad una magia. Massimo, a quel punto, insisteva a fare lo spaccone, ma in modo meno eclatante: doveva dimostrare che per lui era stato facile, quel tiro, quindi non esultava. Si metteva i soldi in tasca, accendeva una sigaretta ed offriva da bere.
A me quel tiro l'ha insegnato più tardi, quando ero già grande; non era un colpo facile, ci volevano molte abilità pur sapendo come e dove colpire la biglia. Ma basta poco per sbagliare e combinare un disastro... le sette sponde amplificano l'errore, giocoforza.
Ancor oggi lo ricordo, ed a volte quando trovo un biliardo libero lo provo, ma mi va bene una volta su dieci, è questa la differenza.
Massimo l'ho visto perdere una sola volta, a biliardo, ed anche gli amici del bar rimasero di stucco.
Entrò con una bionda più alta di lui, bella come il sole, sembrava straniera, pelle bianca ed occhi azzurri. Cominciarono a giocare dopo aver messo un centone sotto il posacenere, e si guardavano in cagnesco, senza una parola. Che lei fosse muta, ci chiedevamo, oppure non capisse la lingua.
Massimo era teso, preoccupato, giocava bene sì ma lasciava sempre buon gioco a lei che non sbagliava un tiro. Lui sembrava soggiogato, intimorito. Quando andò a pagare il conto e l'orologio, mentre lei si prendeva i soldi da sotto il portacenere, Michele gli disse:
« Proprio con una donna dovevi perdere?... non ti chiami più Massimo, per me. »
Lui sorrise, si avvicinò alla ragazza, le circondò la vita e le diede un bacio da film, sulla bocca. Poi disse, guardandola negli occhi:
« Quando c'è l'amore, è bello perdere... »
Poi, rivolto al barista:
« Massimo sono e Massimo resto, anche se ho un debole per le belle donne... »
E mentre usciva abbracciato alla sua bella noi lo seguivamo con lo sguardo, che per me era di ammirazione e, per qualcuno, d'invidia.

Nota: la “messa” si verifica quando una palla non “vede” l'altra se non passando sopra i birilli. Per colpirla, quindi, il giocatore lo può fare solo con un tiro di sponda, che risulta evidentemente più difficile che il colpo diretto. Se anziché una sponda per colpire la biglia, se ne usano sette, immaginate la difficoltà...

*

La carrozza d’oro

L'uscita in mare

Il mare ci dà il benvenuto, alle sei e trenta del mattino. Ci aspetta, calmo e liscio come un lago alpino. Si è camuffato da vetro, e dentro di lui si specchia il mondo intero. Un bel biglietto da visita. Sembra un nobile, tanto è elegante.
Il sole, ancora debole per la faticosa nottata, osserva in silenzio, scrutandoci con i suoi timidi raggi.
Il piccolo peschereccio, con cinque persone a bordo, si ferma al largo di punta Calamita. Esattamente a due miglia e mezza dall'isola di Montecristo, in direzione nord, di fronte a Cala Maestra.
Il comandante del battello ci guarda con aria sorpresa, quasi fossimo marziani.
E dire che è stato proprio lui a segnalare a Renato che lì sotto, forse, c'è la carrozza d'oro. Ha visto la sagoma all'ecoscandaglio, ritirando i palamiti. Così pare.
Vecchia leggenda, questa. Si tratta di una carrozza d'oro che veniva portata in omaggio ad Isabella di Castiglia, e che invece affondò con il veliero che la trasportava, sorpreso da un fortunale di libeccio proprio nei pressi dell'isola.
Le carte nautiche riferiscono di numerose ricerche fatte proprio in questa zona, in effetti.

La quota segnalata è di meno centodieci metri, non uno scherzo. Useremo una miscela di gas leggeri, al posto dell'aria: il Nitrox. La percentuale di ossigeno è la stessa dell'aria, ovviamente. Cambiano i gas inerti che sostituiscono l'azoto, troppo pesante per le immersioni profonde.
In questo modo i tempi di decompressione si riducono notevolmente, e non risulteranno proibitivi.

Il programma dell'immersione prevede una prima tappa a ottanta metri. Poi, io e Renato, se tutto funziona alla perfezione, andremo giù a verificare questa ennesima segnalazione.
A me la cosa interessa solo da un punto di vista emotivo. Fisicamente sto troppo bene, sono in una forma che definirei splendida e non temo la cosa sotto questo aspetto.
Ma, non avendo mai superato gli ottanta metri, voglio guardarmi dentro e capire fino a che punto sono un animale marino. E' la testa, il problema, mai il corpo. O quasi.
Renato invece è un corallaro professionista e fa anche lavori subacquei nelle piattaforme; per lui queste profondità sono normali. La solita routine. O quasi, anche per lui.
Per noi Istruttori sportivi invece queste sono quote sconsigliate, anzi proibite dalla Federazione. Va buono, direbbe Antonino Esposito. E poi aggiungerebbe: iamuninne.

Vestizione e tuffo

La vestizione è un rito scaramantico. Vengono religiosamente controllati gli strumenti e le attrezzature con la precisione di uno svizzero che regola un orologio antico, ereditato dal nonno.
Guarnizioni, erogatori, fruste di collegamento alle bombole, computer subacqueo, torcia. Tutto a posto.
Non si parla. Ognuno ha il proprio rito scaramantico. Io mi bacio l'anello che mi ha regalato Franca. E' già stata pianificata ogni cosa, decine e decine di volte. Un cenno del capo, una mano sulla maschera e ci si butta all'indietro. O, meglio, si buttano.
Io, da sempre, preferisco vestirmi in acqua, in maniera più naturale perché in assenza di peso. E' più sicuro, e meno faticoso. Quand'ero militare si diceva: la vecchia è furba. E la vecchia sono io, oggi.
L'impatto con l'acqua è sempre un'incognita per l'attrezzatura e quindi, prima di scendere, ci controlliamo a vicenda. Un cerchiolino eseguito con l'indice ed il pollice della mano destra è il segnale che possiamo scendere.

L'immersione

Ci si cala lungo la cima dell'ancora che, giocoforza, risulta leggermente obliqua. Il mare è buono, niente vento, assenza completa di correnti fastidiose. Meno male, almeno quello.
Siamo nel blu fino a circa sessanta metri; poi inizia una certa oscurità che diventa quasi buio, a ottanta.
Lì ci si ferma. Franco e Fabio ci danno l'O.K. per confermare gli accordi, mentre io e Renato ci guardiamo per dieci secondi negli occhi. Fissi , con le pupille dilatate in cerca di luce.
Il respiro, stranamente, si fa meno affannoso; ogni inspirazione risulta prolungata, come se fosse l'ultima.
Un saluto agli amici che fanno tappa in quella solitudine, ed ecco che comincia l'avventura.
Bella e terribile. Prima impressione: freddo, nausea, paura. O meglio: paura di aver paura. Questo è il pensiero fisso. Se hai paura di aver paura, prima o poi viene davvero.
La faccenda si concretizza con il buio totale. Già a cento metri c'è sostanzialmente assenza di luce. A segnalare dove si trova la superficie sono solo le bolle che vanno in quella direzione, per la nota legge che se sei leggero voli.
E' come essere nello spazio, immagino. Riferimenti non ne abbiamo, ma la mia esperienza mi dice che il fondo è dove la cima s'inclina verso destra. Per Renato, che mi è opposto, sarà il contrario.
Ci fermiamo a centosette metri perché le pinne iniziano a sollevare fango. La visibilità peggiora ulteriormente, ma tant'è. Zero virgola zero qualcosa, o zero, che differenza fa?
Cominciamo a far scorrere il fascio di luce delle nostre torce, in disordinata rotazione. Senza volerlo ci si abbaglia, per qualche attimo.
Niente; lo sapevo. Una distesa di fango. Un deserto bagnato senza dune. E senza cammelli, certo.
Vale a dire che non ci sono nemmeno i pesci.
A me non interessa poi tanto questa fantomatica carrozza che risolverebbe i problemi della nostra e di altrui vite. Non mi interessa perché...perché si dice così quando non si arriva all'uva. O no?
Da giovane lo dicevo anche delle donne; poi gli amici sorridevano maligni e allora ho smesso.
Non ci sono arrivati gli Inglesi a questa benedetta carrozza, pur attrezzatissimi, e gli Svizzeri, precisi come i loro orologi; perché mai avremmo dovuto arrivarci noi?
So già quel che mi risponderebbe Renato:
« Per una botta di culo, Jack, per una stramaledetta botta di culo che noi non abbiamo.»
Risposta esatta, Renato. Una sola volta abbiamo avuto fortuna: mai.

Ora sono concentrato sugli strumenti. Abbiamo solo tre minuti e poi si risale, comunque sia andata. E' quella la difficoltà; il tempo. O trovi subito quello che cerchi oppure non lo trovi più. Come nella vita, nel lavoro, nell'amore ed altre storie così.
Ho la netta sensazione di aver messo un piede nell'aldilà, o anche di aver sfidato qualcuno di molto grande. Forse il mare.
Il buio è terribile, almeno per me che amo i colori. Mi viene in mente che senza colori non si digerisce; meno male che non dobbiamo mangiare.
La luce della torcia, puntata in quel mare nero, si scioglie come il burro. L'effetto è quello di darti giramento di testa, nausea e crampi allo stomaco. Mi succede anche nelle nebbie della Val Padana, quando accendo gli abbaglianti.
Adesso la respirazione inizia a diventare difficoltosa ed il rumore dell'aria che trafila nel secondo stadio dell'erogatore ricorda il respiro di un malato terminale durante un attacco d'asma. Solo più metallica, quindi più sinistra.
Potrebbe essere un film di fantascienza quello che stiamo girando, ed il mare lo spazio intergalattico.
Freddo, buio pesto, paura di animali che sbuchino da chissà dove e quel silenzio di tomba mi danno l'esatta percezione della vulnerabilità dell'uomo. Ed io mi sento molto uomo, in questo frangente.

La risalita

Iniziamo la risalita. Dapprima abbastanza velocemente, in modo tale da non far aumentare i tempi di permanenza sul fondo. É una teoria abbastanza nuova, questa di risalire veloci nei primi metri.
Per far dimezzare la pressione e raddoppiare il volume delle bolle, ci vogliono quasi sessanta metri; quindi si può risalire anche come schegge.
Poi si va su sempre più lentamente, nello stesso modo usato per spendere lo stipendio da metà mese in poi. Arrivi anche a fermarti, ovvio, quando non ce n'è più.
A ottanta metri incontriamo i nostri fedeli cani pastore ed insieme si ritorna alla vita.
C'è una gioiosa tristezza nell'aria, anzi nell'acqua. In fila indiana, lentissimi, quasi al rallentatore, torniamo alla vita guidati dalla cima dell'ancora, tirata e lasciata alternativamente dalla mano destra e dalla sinistra. Le pinne restano penzoloni; non servono più a nulla. Potrebbero tagliarci le gambe e non ce ne accorgeremmo. O quasi.
Ognuno con i propri pensieri. I visi si distendono con l'apparire dei colori...i primi sono i gialli del giubbetto, poi i rossi ma con diversa tonalità, tendenti al marrone. Poi d'un tratto tutti gli altri, come un'esplosione d'arcobaleno.
Quella lucina in alto era il sole, ed ecco che diventa sempre più grande, bella ed amica.
Sostiamo venticinque minuti per la decompressione, che inizia a nove metri.
Finalmente, infreddoliti e stanchi, si riemerge.

In barca

Si sale in barca senza parlare. Solo un cenno della testa fatto da Renato al capitano, per dirgli che non s'è visto niente. Ma s'era capito...saremmo saliti come razzi, avessimo trovato la carrozza.
Per diversi minuti regna un silenzio assoluto, interrotto solo dal ronzio della pompa di sentina o dalle grida sporadiche dei gabbiani. Anche il vento tace.
Ci si spoglia alla svelta e si rimane per un certo tempo immobili, come sospesi tra cielo e mare. Dicono che questa voglia di intima pace sia un'esigenza del metabolismo che, a quanto pare, subirebbe un trauma durante l'immersione, addirittura con una notevole variazione di globuli rossi.
Ecco perché io sogno sempre di far l'amore, dopo. O, in alternativa, una fiorentina al sangue.
« Allora, Jack, ti è garbata l'immersione? » mormora Renato, piano e senza guardarmi.
« Sì », rispondo in maniera sbrigativa ma con il sorriso sulle labbra, « siamo vivi, giusto? »
Una risata collettiva e l'abbraccio finale, liberatorio, caldo ed importante, come quello che ognuno di noi pensa di aver fatto. Forse ci baciamo anche sulla bocca. Solo con Renato però; gli altri due non sono i miei tipi.
Chissà mai perché siamo commossi e, nonostante tutto, felici.
Giovannone, il capitano del peschereccio, ci guarda storto. Non può capire. Ha passato una vita in barca, guardando il mare da fuori, come fosse una divinità inviolabile. Cosa può capirne del mare di sotto, anzi dentro. Noi gli dei li sfidiamo, non siamo sudditi.
Morire un po' per godersi il ritorno alla vita, questo sarebbe il mio riassunto della faccenda, se proprio dovessi dirla tutta.
Credo proprio che non lo rifarò, questo viaggio nel blu. Va buono accussì, cumpà, direbbe ancora Esposito.

Intanto il sole è alto e l'imbarcazione si avvicina all'Elba. Che spettacolo quelle montagne che sbucano dal mare. Sono lì a ricordarmi che la vita è bella, e stanotte non sarò solo.

*

Il mare e il bambino

Mare, implacabile fratello, così ti definiva Charles Baudelaire, misterioso e profondo come gli anfratti del mio cuore, insondabile al pari del pozzo dei miei desideri, del quale non vedo la fine, il fondo, inarrivabile come le valli dei tuoi abissi. Sempre ti amerò, e tu lo stesso farai con me, fratello, grande fratello mio, simbolo di quanta grandezza e bellezza possiedono le cose del creato.
Mi sorreggi, quando ti navigo, ti avvolgo, quando fra le tue braccia nuoto, e lo stesso fai con me, accarezzandomi con grazia il corpo e ancor più lo spirito, entrando nelle segrete pieghe del mio sentire il mistero della vita. A volte ti guardo, nel tuo profilo di tramonto, o nel rinnovamento delle tue stupefacenti albe, e vorrei esserti abitante, schiavo e padrone di goderti, allo stesso tempo.
Mi tuffo nelle tue acque e mi illudo di entrare in me stesso, nel mondo segreto dei miei sogni, dentro la mia anima, inquieta come lo sei tu, a volte. E, così come ho timore di me stesso, e dei miei pensieri, così mi capita di temerti, pur attratto fatalmente, di volerti e desiderarti, pur temendoti, così come sai che quella donna alla quale non puoi resistere potrà portarti al tormento dell'anima, alla dannazione dei tuoi giorni.
Un bambino che non ti ha mai visto mi ha chiesto di descriverti, di parlare di te.
Come potevo fargli capire che sei l'amore, quali immagini usare? I colori, l'acqua, il tuo umore calmo di bonaccia e la tua ira dei momenti bui? Descrivere il tuo fondale, o il vasto orizzonte, il lucore delle tue acque argentate di luna oppure la gioia che le tue piccole onde spumeggianti donano a tutti i bambini del mondo?
Mi è venuto solo il paragone col cielo, e mi sono sentito uccello che vola dentro di te, muovendo le ali di pensiero nel seno delle tue acque, leggere come nuvole. Allora gli ho detto:
« Il mare è uno strano cielo capovolto, che ti permette di volarci dentro con una barca a vela, anziché un aereo, e di nuotarci anche con la testa fra le nuvole, sbattendo gambe e braccia come fossero ali speciali.
Cielo e mare: uno lo specchio dell'altro, due sogni reali che si completano nel desiderio di bellezza.
Io so cosa c'è dentro il mare; chissà mai cosa c'è dentro il cielo, oltre gli uccelli. Aspetto il mio giorno, per scoprirlo. E confesso che sono curioso assai... »
Il bambino mi ha guardato e mi ha detto:
« Che bella storia, raccontane altre... »

*

L’ultimo viaggio

Riccardo l'ho sempre considerato un amico, fin da ragazzo. Per la verità il ragazzo ero io, lui era già un uomo. E non solo per l'età, no no. Riccardo ci è nato, uomo. Quando lui andava all'asilo ed io non ero ancora nato, le suore che lo tenevano sotto le loro ali protettrici lo consideravano già un uomo. Me lo fecero capire, anzi me lo dissero apertamente, una decina d'anni dopo, quando anch'io cominciai a frequentare quell'asilo e lui veniva a trovarmi. Aveva lo sguardo, il piglio, l'autorità e il carisma dell'uomo che domina; bonariamente, senza clamori o minacce, ma che domina. Una specie di uomo alfa.
Non c'erano liti o controversie che non sapesse dirimere. Aveva l'istinto del diplomatico, la forza di pensiero del filosofo sgamato, termine che Riccardo usava spesso per definire la grande esperienza di suo nonno, il tutto unito alla pacatezza di un piccolo Budda, o di un Dalai Lama in erba.
Quando lo guardavo non potevo fare a meno di pensare, tremando alla sola idea: “ ma quante vite hai già vissuto, Riki, e quanti mondi, quante persone hai conosciuto prima di venire al mondo qui, dove ora vivi? “
Riccardo quindi per me era un uomo, ma anche un amico. Avevo un uomo per amico, insomma, per dirla alla maniera di un moderno cantautore.
Ma a me non bastava essere amici, e a lui non bastava niente nella vita, era un esagerato, sicché fummo d'accordo nel siglare, ad un certo punto, un patto di sangue che stabiliva la nostra fratellanza.
Avvenne con il solito rito enfatizzato sui giornaletti che si leggevano all'epoca, il grande Blek, Capitan Miki, Tex Willer: un piccolo taglio ai polsi con la punta di un coltellino multiuso svizzero che mi aveva regalato lo zio Antonio, tornato fresco fresco dal lavoro nelle miniere di carbone, in Belgio, e la fatidica unione dei due avambracci, tenuti in alto e incrociati nel contatto consanguineo, mentre ci guardavamo negli occhi fissamente, senza batter ciglio. Dopo quel fatto emozionante, fra noi nacque un legame speciale, che andava oltre ogni cosa, anche oltre la vita e la morte. Non eravamo solo fratelli, di quel tipo che il fato biologico regala ai genitori, insomma non eravamo fratelli occasionali, quindi non obbligati ad amarsi, visto che la condizione di consanguineità non lascia nessuna possibilità di decidere. Noi invece avevamo scelto di essere fratelli, lo avevamo voluto fortemente e, giorno dopo giorno, quella convinzione aveva passato la soglia dell'amicizia semplice, naturale, per entrare in un altro mondo.

Riccardo aveva la capacità di dominare le folle, anche in circostanze limite. Ricordo ancora quella volta all'oratorio, io avevo dodici anni, quando fra i grandi scoppiò una discussione furibonda. Accadde durante una partita di calcio fra squadre occasionali di amici, quelle dispute che si facevano nel bel mezzo delle vacanze scolastiche. Lui aveva da poco terminato la maturità e si apprestava ad iscriversi ad architettura, a Venezia. Pareva proprio dovesse scoppiare una guerra tra bande; i due capi se le erano già date e si stavano tirando calci accapigliandosi di brutto, quando intervenne Riccardo, che stava giocando tutto solo in disparte, intento a provare varie tecniche di tiro libero al canestro.
« Che fate, si può sapere? » disse semplicemente, mettendosi nel mezzo. Teneva la sua palla arancione fra le mani, e se la passava di mano in mano, attirando l'attenzione su quella.
I capi smisero di litigare per spiegare le loro ragioni, che erano di carattere tecnico sul regolamento del calcio.
Riccardo non amava particolarmente quello sport, anche perché li praticava tutti, e credo non conoscesse a fondo il regolamento del fuorigioco, che a quanto pareva era l'oggetto della disputa per un gol fatto in circostanze dubbie.
« Alt... uno alla volta. Le domande le faccio io, voi rispondete » disse con la calma dell'uomo sicuro di sé.
Iniziò così a chiedere particolari, ora all'uno ora all'altro, tirando la questione per le lunghe. E man mano che le spiegazioni si susseguivano, gli animi trovavano la calma. Quando fu certo che i bollenti spiriti si erano calmati, disse una frase che gelò tutti quanti, me compreso:
« Avete torto tutti e due... stavate litigando per niente. Un giorno che ho tempo vi spiego bene la cosa. Ora continuate a giocare e rimandate la discussione alle calende greche »
Ci guardammo tutti, e qualcuno iniziò pure a sorridere. Anch'io, come gli altri, pensai: e cosa saranno mai queste calende greche?
« Va bene, dissero tutti in coro. Facci sapere tu quando saranno queste calende greche... »
Lui fece un cenno con la mano, ritornò alla sua pallacanestro e le squadre ripresero il gioco.
Passando davanti a me, schiacciò l'occhio e disse, sottovoce:
« Lo sai quando cadono le calende greche? »
Io dissi di no con la testa, e lui:
« Mai...un giorno te lo spiegherò, il motivo »
Sorridemmo entrambi, e quella fu l'ennesima dimostrazione di come Riccardo riuscisse a dominare le situazioni anche più complicate. Furbizia, intelligenza, carisma, sicurezza di sé: servivano tutte queste qualità, per essere come lui.

Insomma Riccardo, se non l'avete ancora capito, era speciale, un uomo come pochi. Un uomo che non si può dimenticare, se solo si incrocia la sua esistenza. Mai che l'abbia visto abbattuto, o triste, o anche semplicemente scoraggiato. Era un positivista, vedeva la vita dal suo lato migliore, e a quella finestra restava affacciato ad osservare il mondo. Le altre le chiudeva a doppia mandata, le oscurava proprio.
Ora mi chiederete: ma perché ne parli al passato, non è più così come ce lo hai descritto?
Sì, è ancora così, solo che Riccardo sta morendo. Quando lo incrocio, davanti alla sua villetta, magro com'è diventato, mi si stringe il cuore. Certo il fascino è sempre quello, gli occhi hanno ancora una luce dentro, ma s'è opacizzata quella luce, e c'è della tristezza in lui che non avevo mai visto. Lui sa che sta morendo, e sa pure che io l'ho capito.
« Ciao Riki, come va? » dico io per attaccare bottone.
« Va come deve andare, la vita è questo »
Mi guarda fisso, sembra perso in pensieri troppo grandi, grandi come i suoi occhi che ora appiano scavati. Oppure sta raccogliendo tutte le sue forze per affrontare il momento. Io ho un nodo alla gola, e temo che lui se ne accorga.
Mi schiarisco la voce con un leggero colpetto di tosse, per renderla meno cupa, meno velata d'emozione. E m'illudo che lui ci caschi, ma già so che non è così.
Mi viene in aiuto; eccolo, è sempre lui, vuol dominare la situazione.
« Riguardati Jack, con questo caldo si suda e basta un niente di tramontana per raffreddarsi. Poi ti manca la voce... »
Diavolo d'un Riccardo, mi ha tolto d'impaccio.
« Eh già... ho fatto una corsetta nel bosco stamattina, ed ho sudato. Non siamo più ragazzini, gli anni cominciano a farsi sentire »
Mi guarda e sorride, mentre accenno ad un altro colpo di tosse.
Lo guardo e penso: ma da quanti mesi non esce più di casa, nemmeno per una piccola passeggiata? Guardalo come è bianco in viso, come sono infossati gli occhi, com'è curvo, lui che sembrava un albero. Devo riuscire a portarlo in giro con me, la mattina. Magari al santuario della Madonna di Valverde, passando per il bosco, di fianco al laghetto del miracolo.
« Senti Riccardo, perché non facciamo un giretto insieme domattina...andiamo al Santuario, magari mi racconti com'è quella storia delle calende greche. Mi pare che non me l'hai più spiegato, l'arcano, o sbaglio? »
« Ma sì, te l'ho detto che ancora eri un ragazzo, facevi le medie. É che avevi in mente altro, a quei tempi »
« Va bene, magari parleremo d'altro, ne ho di cose da chiederti. Per esempio come facevi a non avere paura di niente. O l'avevi pure tu, e simulavi? »
Mi guarda e sfodera il suo sorriso, discreto. Quello è rimasto uguale, anche se ora è leggermente più amaro.
« No Jack, non mi va di camminare. Dopo l'operazione sono diventato debole, mi viene il fiatone solo a fare il vialetto del giardino »
Io rimango così, come una statua, e temo che i cattivi pensieri mi montino alla testa. Devo dire qualcosa. Invece è lui a continuare:
« Piuttosto devi farmi un favore, prima di... »
« Prima di cosa » dico io dopo un po', tremando all'idea.
Mi guarda e mi gela. Mi dice con gli occhi che lui sa, e sa che anch'io so.
« Prima che sia troppo tardi. Si dice che non è mai troppo tardi, ma non è vero. »
« Spiegati... », dico, e intanto penso cosa possa avere in mente.
« Voglio fare un bel giro in moto. Mi ci porti sul lago? »
In moto? Ma io non ce l'ho più la moto da strada, cosa avrà in mente. Non vorrà mica...
« Lo sai guidare il mio kawasaki? Ti insegno io. »
Diavolo d'un Riccardo, è una moto potente, un mille e rotti se non ricordo male. Io con le grosse cilindrate non mi ci trovo, ho avuto solo un Guzzi 750 e poi Scooteroni senza marce. Lo guardo, e lui sembra leggermi nel pensiero.
« Te le do io le dritte. Partiamo piano, poi quando senti di cavalcarla a modo, apri il gas. E' più facile che stare in sella alla tua vecchia Guzzi. É un po' che ho voglia di farlo »
Non posso rifiutarmi, e così ci accordiamo per l'indomani mattina.

Non ho dormito tutta notte. Mi sveglio e mi sento come uno che è stato investito da un Tir. Butto giù qualcosa, un caffè macchiato e due biscotti, e mi affaccio alla finestra per radunare i pensieri. È una giornata nuvolosa. Meglio così, non avrò il sole negli occhi. Squilla il telefono, è Riccardo.
« Ciao Jack... sei pronto? »
« Pronto è una parola grossa. Ho fatto colazione, ora arrivo »
« Portati la tuta... ce l'hai ancora, vero? »
« Certo »
Lo trovo davanti a casa che mi aspetta e mi pare di cogliere in lui una sorta di emozione, un tremito che lo avvolge.
« Dov'è il Kawasaki? », attacco io.
« Giù in garage. Non me la sentivo di toglierlo dal cavalletto. Vai... ti aspetto qui »
Scendo, ed ora tocca a me emozionarmi. Che moto: mille e duecento di cilindrata, quattro cilindri in linea, freno anteriore con doppio disco, 178 cavalli purosangue, trecento chilometri all'ora di velocità. Il solo pensarlo mi fa star male. Questo nuovo modello ha un'estetica che ha conquistato tutti, con la parte superiore della carenatura che invita a penetrare nell'aria. Ora la Kawasaki ZX ha il naso un po’ più schiacciato, il becco meno adunco, per migliorare le penetrazione aerodinamica e diminuire la portanza alle alte velocità. In compenso è ancora più protettiva, perché il cupolino si è rialzato di un paio di centimetri ed allargato, così che il pilota ha a disposizione una bolla d’aria calma ancora più efficace che nel vecchio modello.
Le chiavi sono nel cruscotto, e credo proprio che Riccardo l'abbia già messa in moto perché sento il radiatore caldo. Giro la chiave ed è come se avessi azionato un interruttore. Si accende quasi fosse elettrica, e il ronzio è quello di una moto silenziosa ma cattiva, nervosa.
Non per niente è la più veloce al mondo.
Innesto la prima e mollo la frizione. Quasi mi scappa di mano, anche se ho aperto il gas al minimo. Devo fare qualche chilometro per sensibilizzarmi alla potenza esagerata.
Riccardo mi aspetta già col casco chiuso. Metto il mio e mi preparo a partire.
« Le hai messe le ginocchiere? » mi fa lui, e per me è una sorpresa.
« Le ginocchiere... no, a cosa mi possono servire? »
« Ho capito, non le hai. Prendi le mie »
Parto, ma sono preoccupato. Cosa vuole che faccia, che mi butti giù come ai vecchi tempi?
« Fai un po' di curve piano, ti do io le dritte » sussurra Riccardo.
Lo sento aggrappato a me come un uccellino al nido. Non avverto il suo peso, è come se dietro ci fosse un fantasma, o meglio una voce, una presenza senza corpo.
Le prime curve serie le troviamo a Villanuova sul Clisi.
« Abbassati Jack, poi apri...e tieni il ginocchio largo. Impostata la curva mandala in coppia, la
senti? »
« Sì, sembra incollata al terreno. Chi è che la tiene in strada, sembra una magia »
Ora sento anche il cambio. Non accelero più di tanto ma mi diverto a buttarmi giù nelle curve, credo che faccia una certa impressione vedere due centauri in simbiosi che si abbracciano tra loro e ad una moto.
All'uscita della curva che immette nella discesa di Salò, mi vedo davanti una paletta della polizia. Mi viene un colpo.
L'agente si era sporto troppo, deve rientrare se non vuole essere investito.
« Lascia parlare me... so cosa dire » mi fa Riccardo.
Accosto. Mi tolgo il casco e prendo i documenti. Si avvicina uno dei due poliziotti.
« Buongiorno, agente. Siamo in contravvenzione?...le assicuro che la velocità era nei limiti. » dice Riki.
L'uomo ci guarda sorpreso. Non se l'aspettava di vedere due della nostra età su quella belva meccanica.
« No, non direi...ero solo curioso di vedere che giovanotti erano quelli che si buttano sulle curve, manco fossero Valentino Rossi », dice tutto d'un fiato.
Poi continua:
« Immagino siate in regola... patente, assicurazione, bollo e quant'altro. Anche la revisione »
Riccardo sorride.
« Può starne certo. Amo questa moto più di mia moglie. »
« E' sua? Perché non la guida lei? »
« Ho voluto che mio fratello se ne innamorasse... la lascio a lui, dopo... »
« Dopo cosa? »
« Dopo questo viaggio. E' l'ultimo »
A me viene un groppo alla gola. L'agente mi guarda, e capisce tutto. Si rimette con calma la paletta tra pantaloni e stivale, e sfodera un bel saluto militare, con tanto di mano a visiera. Poi, aggiunge:
« Buon viaggio allora, signori. Cercate di tornare interi »
Parto, ma i miei pensieri sono altrove. Non so come, ma la moto va da sé. Abbiamo un centinaio di chilometri da fare. È davvero una gran macchina, questa Kawasaki ZX. Intanto il lago, laggiù, ci sorride e Riccardo appoggia il suo viso alla mia schiena, che sento umida. Forse è scappata una lacrima, ma non può essere. Lo conosco troppo bene, mio fratello. Non piangerebbe mai.

*

Le tre case dei matti

Hanno cominciato a dire che ero impazzito subito dopo il fattaccio accaduto quel maledetto giorno, e alla fine mi sono trovato in questa casa di matti, una palazzina moderna adibita ai pazienti con bisogno di assistenza psicologica. L'hanno chiamata con le iniziali APM, Assistenza Psichica Momentanea, mentre le altre due portano la sigla MPL e MPG, rispettivamente Malati Psichici Lievi e Gravi. Hai voglia di giocare sui nomi, sempre tre case per matti, sono, insomma tre manicomi mimetizzati. Noi le abbiamo soprannominate: Carcere mentale provvisorio, duro e definitivo. Anche i tre colori delle case servono a differenziarle. La prima è rosa chiaro, la seconda un rosa antico, più scuro, la terza un color rosso mattone, carico e lugubre già di suo. A me vien da ridere di tutto ciò, ma non per una cosa in particolare, per i nomi, o per l'originalità delle strutture, o per i medici: per tutto. Intanto io non sono malato certamente, ed infatti la dottoressa mi fa notare, ogni volta che facciamo la seduta, che sono lì solo per essere assistito nel mio percorso di recupero sociale. Sono di passaggio, per farla breve. Insomma, io in prestito alla scienza e la scienza in prestito a me. Mi chiedo: ma per quale motivo io dovrei essere recuperato, se in realtà non mi sono mai allontanato dal così detto ambito sociale. La versione ufficiale è questa: il fatto che io abbia mandato in ospedale l'amante di mia moglie è sinonimo di pazzia, se pur parziale ed occasionale, dal momento che per tutta la mia vita sono stato una persona educata, corretta, non incline alla delinquenza. Ed allora io, che ho una mente razionale e poco contorta, insomma ben più limpida di quella della mia psicanalista, vorrei chiederle: state sostenendo che delinquenti si nasce, e invece se il gesto inconsulto lo fai in tarda età, quello non è un atto delinquenziale ma da squilibrati mentali? No, io la penso diversamente. Quando mi sono accorto che mia moglie mi tradiva, ed è successo in casa nostra, si badi bene, proprio nel letto coniugale, ho avuto un senso di nausea ed in me si sono allentati tutti i freni inibitori, quelli che per tutta la vita mi avevano tenuto buono e capace di sopportare le ingiustizie. Perché, secondo voi quella volta che il maestro mi ha rimproverato e punito per la pernacchia che, detto tra noi, non avevo nemmeno fatto, non ho sentito la voglia di sputargli in faccia, o fargli lo sgambetto quando scendeva giù per quelle scale ripide della scuola? Non ero già allora un piccolo delinquentello potenziale, dunque? E quella volta che mi hanno dato la multa perché ero passato col rosso, balla sacrosanta, non ho sentito l'impulso di rompere la faccia a quel vigile antipatico e prepotente? Se l'avessi fatto, avrebbero detto che ero impazzito, o no? Basta, io so bene perché sono qui: per un grosso equivoco. E già che ci sono ne approfitto per studiare la dottoressa Regosini, che noi tutti chiamiamo mamma Rosa anche se è più giovane di me di qualche anno. La studio per passare il tempo, per divertirmi, e per tenere allenate le mie notevoli capacità mentali, le quali dopo il fattaccio non si sono minimamente incrinate. Si dice che non si spiegherebbe in altro modo, se non con la perdita di senno, il fatto che ho tentato di investire mia moglie mentre usciva di casa. Confesso che questo episodio non la ricordo affatto; se è accaduto avrò avuto i miei motivi, ed inoltre c’è da dire che non ho mai guidato bene, nemmeno da ragazzo. Se non ricordo male mia moglie mi citò in giudizio per percosse, elargite in abbondanza a lei e a quel porco del suo amante, ma io credo fermamente di averla colpita per sbaglio, mentre lei cercava di difendere quell'imbecille. Ma confesso che non potrei giurarlo sia andata così: mi sa che quel fatto l'ho abbondantemente rimosso. Insomma, tutto del mio comportamento sta ad indicare normalità, sanità mentale ed equilibrio psichico. Piuttosto ditemi chiaramente, senza giri di parole: anche tu avevi la tua buona parte di delinquenza potenziale pronta a scattare. Questa diagnosi la accetterei, anzi forse la sottoscriverei. A meno che si voglia farmi credere che una persona normale l'avrebbe ammazzato quel maiale che stava grufolando tra le gambe di mia moglie. Beh, se la normalità è quella allora devo ammettere che qualche carenza intellettiva ce l'ho; io non l'ho ammazzato. Punto. Credo di essere un caso facilissimo, da studiare; invece la Regosini no, lei è un tipo complicato assai, volubile, scostante. Immagino che Freud faticherebbe più con lei che con me. A me direbbe, semplicemente: io avrei fatto di peggio se avessi trovato a letto un uomo con mia moglie. Far cornuto proprio me, uno psicanalista?...non sia mai. E allora io chi sono, un imbecille? Non sono uno psicanalista, va bene, ma ho gli stessi diritti di Freud, o no? Oggi abbiamo la seduta settimanale con la dottoressa, e farò un esperimento per aggiungere un tassello, forse l’ultimo, alla mia ricerca. Eccola, sta arrivando; vedrete che accavallerà le gambe. Se lo farà, allora posso chiudere questo esperimento e considerarlo un successo, insomma portato a termine. Appena lo farà, di accavallare le gambe, vi spiegherò. « Buonasera Giovanni, ti trovo in perfetta forma » Ci siamo, ora si siede e accavallerà le gambe. Ne sono certo. E' un linguaggio del corpo, una sorta di comunicazione non verbale, significa che mi desidera, o comunque è attratta dal mio comportamento. Lo fa solo quando mi faccio la barba, mi metto il completo di pantaloni color crema, quelli in lino, maglietta Lacoste azzurra e scarpe in corda, con lacci grossi. E poi mi spalmo un pochino di gel ai capelli, per dare l'effetto bagnato, e mi metto un buon profumo, tipo Burberry o Roma. « Buonasera mamma Rosa, sì mi sento discretamente » « Lo sai che non mi piace essere chiamata così... ho la tua età, cosa credi? » Eccola, si è seduta ed ha accavallato le gambe. Non solo, ha inforcato anche gli occhiali; no, non quelli da lettura, proprio quelli da miope. Ora comincerà a guardarmi. Mi chiedo: possibile che una professionista come lei si faccia scoprire da un principiante come me? Che farebbe se giocasse a poker, perderebbe sicuramente. « Bene, iniziamo; vuoi parlarmi di qualcosa? » Ora la prenderò in giro come si merita. Le parlerò del mio rapporto con entrambi i genitori, ma opererò delle sostituzioni, la mia specialità. Mio padre diventerà mia madre, e viceversa, amore si trasformerà in odio, indifferenza in partecipazione, bontà in cattiveria e via di questo passo. Nel frattempo sarà interessante notare come prenderà gli appunti. Quando mi presento sporco, puzzolente, barba lunga e quattro stracci addosso, lei si defila, finge di ascoltarmi e prende appunti finti. Non inforca gli occhiali e non accavalla le gambe, Come lo so che sono finti gli appunti? Facile, io parlo apposta in tre modi diversi: veloce, lento, e con pause lunghe. Qualche volta parlo pure dialetto, o tre parole in francese, un pizzico d'inglese e frasi fatte in tedesco. Bene, sapete mamma Rosa cosa fa? Scrive sempre con la stessa velocità, insomma finge di scrivere; non mi guarda mai e non rilegge quel che non ha scritto, come pare ovvio. E non mi chiede mai spiegazioni o significati. Invece oggi scriverà tutto esattamente, e mi guarderà. Di tanto in tanto si sistemerà la gonna, specialmente se io mi metterò a fissare le sue gambe, e state certi che lo farò. Adoro metterla in imbarazzo, è la mia piccola gratificazione per il sacrificio che faccio restando a disposizione della psicanalisi in questa palazzina APM, assistenza psichica momentanea, se l'avete dimenticato. Io no, non dimentico, ho una memoria non comune, insomma quella delle persone normali. « Mi piacerebbe parlare dei miei genitori, del mio rapporto con loro nei tempi della mia giovinezza, quando tutti si aspettavano grandi cose da me », attacco. « Grandi cose, e invece...? » « Invece niente, ho mantenuto le attese. Volevano un artigiano del legno, e sono diventato falegname. Anche bravo, dicono. » Eccola che prende appunti e mi sbircia. Chissà cosa pensa di me, forse che se ho mezzo massacrato l'amante di mia moglie sono un uomo focoso, passionale, e può essere che le piaccia questo tipo di uomo. « Bene, racconta pure Giovanni. Io ti ascolto » Ora inizio la commedia, sono curioso di capire dove andrà a parare, che ragni caverà dal buco della sua psicologia analitica. « Inizierei con mio padre, gran brava persona. L'ho amato da subito. Lui dimostrava di volermi bene ad ogni occasione, mi difendeva da mia madre e dagli insegnanti, mi giustificava. Gli amici di scuola, quando venivano a fare i compiti, lo trovavano sempre ben disposto. Una persona socievole, comprensiva » « Bel quadro...e tua madre? » « Che dire di lei... mai andato d'accordo. Un carattere forte, autoritario. In fin dei conti non ci sopportavamo » Eccola, ora scrive tutto, cosa vi dicevo? Mi guarda, guarda il suo notes, si sistema la gonna e mi pare pure che sospiri. Stessimo giocando a poker direi che ha in mano un gioco forte, e vuole mascherarlo per attirare nella trappola qualche giocatore. Ma a me non la fa. Apre una cartella e sfoglia alcuni documenti. Ci sono dei timbri, cosa potrà mai essere? Non che mi importi gran che, si fa per dire, per capire. « Senti Giovanni, forse hai confuso i tuoi genitori, scambiandoli. Qui c'è una denuncia di tua madre verso tuo padre, per percosse immotivate a te medesimo...avevi 15 anni... Ce la fai a scavare meglio nella memoria, ad essere più preciso? » Ecco cos'erano quei documenti. Dannazione, mi sono tirato la zappa sui piedi. Mi sono auto gambizzato, in definitiva. Ora sollevo un polverone e la confondo, lei tonta com'è abboccherà di certo. « Ma no dottoressa, come fa a non capire. Io ormai considero mia madre come se fosse un padre...è l'unica figura positiva che ho avuto in famiglia, l'unico sostegno... è evidente che la chiami padre, nel senso etimologico della parola: colui che protegge, che nutre, che mantiene e sostiene la famiglia. A me pare evidente... il vero pater» « Capisco, ma la cosa si complica; diventa anche più interessante, se vogliamo, ma si complica maledettamente. Avremo più tempo a disposizione per l'analisi quando sarai trasferito nella palazzina MPL, oltretutto più ariosa, confortevole, con un bel giardino. Oggi stesso darò disposizione per il trasloco. Niente in contrario, vero? E poi è un espediente per stare insieme un po' di più, per seguirti meglio... » Che vi dicevo? Le studia tutte pur di avermi, me lo sento. Non so ancora quali sono le sue mire, ma posso intuirlo. « Anzi...sarà un piacere. E poi mi piace coltivare il giardino, ho sempre amato i fiori. Mi ricordano mio padre, insomma mia madre, ha capito » Eccola, si alza. Il modo con il quale si alza quando sono ben vestito, non è la stessa cosa di sempre. Sono nella palazzina MPL da tre settimane, ma non accade niente di speciale. Malati psichici lievi, io direi lievissimi. Per quanto mi riguarda, io sono quello di sempre, ed anche i pazienti mi danno la netta sensazione di essere persone normalissime. Qualche stranezza la evidenziano, d’accordo, ma a mio modo di vedere è il sale della vita; indica personalità, intelligenza, unicità di carattere, se proprio vogliamo esaltazione della diversità. C’è Gino, per esempio, che si masturba ad ogni occasione e, non avendo una donna a disposizione, credo sia del tutto normale quella pratica. Ricordo di aver letto qualcosa di Freud sull’onanismo, che diventa patologico solo se si continua a manifestare la voglia di autoerotismo anche in presenza di una bella femmina indiavolata. Ma quella non c'è, ergo… Unico particolare che rende Gino originale è che dopo il fatto va in giro a salutare e dare la mano, specialmente ad infermiere e dottoresse. Se si è lavato le mani?...ma certo, è un igienista, se le laverà trenta volte al giorno, usando tre tipi di sapone diverso ogni volta. Il primo è del tipo sgrassante, molto granuloso, come quello che si usa nelle officine meccaniche, poi un altro di tipo alcalino, ed infine quello profumato alla lavanda, il suo fiore preferito proprio per il profumo che emana. Quindi Gino è normale, a mio modo di vedere, anzi più che normale, normalissimo. Il contatto con la sua mano è un modo di esternare il suo erotismo, di trasmettere emozioni. Vi pare? Giancarlo invece ha più di una stranezza. Ma mi sento di confessare che un paio come le sue, di stranezze, le ho pure io che sono il vero normotipo, quindi… La più evidente è la mania di spostarsi solo in bicicletta, oppure in carrozzella. A piedi mai, in macchina nemmeno. La sua bici è diversa dal solito. Intanto è maneggevole, occupa poco spazio e quindi passa per ogni pertugio. Per percorrere corridoi o entrare ed uscire dalle varie stanze, è l’ideale. E’ una di quelle biciclette che usano i giocolieri al circo, quelle ad una sola ruota e senza manubrio. Ed infatti credo proprio che Giancarlo abbia fatto parte di qualche circo famoso, Medrano mi pare. Poi ha un debole per i calzini rossi, e usa solo quelli, sempre, per ogni occasione. Anche in estate, quando indossa calzoncini tipo bermuda. Lui dice che il rosso è l’unico colore che esiste in natura, gli altri sono inganni dell’occhio e della mente, coalizzati per distorcere la realtà. Il sangue è rosso, il tramonto pure, ed anche le vere rose sono rosse: questa è una delle sue frasi preferite. Antonio invece è un medico in pensione, viene dalla Sicilia e parla continuamente della sua terra. Come si mangia bene, come si vive in armonia con la natura, quant’è bello quel mare, anzi quei mari, com’è buono il vino di Salaparuta e come sono belle le donne del sud. So già quel che vi state chiedendo: perché mai è lì nella vostra palazzina se è del tutto normale? Oddio, del tutto… chi è del tutto normale, su questa terra? Qualche stranezza la manifesta pure lui, ovviamente. Quella che ha convinto i medici a trattenerlo per studiarlo è in pratica la storia della sua vita professionale ed affettiva. Sentite quel che faceva gli ultimi tempi prima della pensione. Dopo aver visitato il paziente nel suo studio, se aveva qualche dubbio sul tipo di malattia e sulla cura da somministrare si allontanava dallo studio con un motorino, ed iniziava a percorrere la città. Ogni tanto apriva le braccia per raccogliere la maggior parte di scienza che fosse umanamente possibile recepire, come se la conoscenza medica fosse una sorta di plancton presente nell'aria. Apriva la bocca e respirava a pieni polmoni. Poi rientrava, tornava nel suo studio ed emetteva la diagnosi, ordinando pure le medicine. Bene, dicono che non abbia mai sbagliato diagnosi una volta, quando usava quel metodo. Traeva ispirazione dal mondo vivo, dalla strada, dalla città, dalla gente che incontrava. Certo non era normale, era più che normale, una specie di sciamano occidentale. Medicina alternativa, motorizzata, adatta alla nostra società iper tecnologica. Che ci farà in questa palazzina, non lo capirò mai; a meno che lo tengano per consultarlo sui malanni di medici ed infermieri, e su quelli del personale amministrativo, visto che sono sempre a casa in malattia. Lui ha detto di essere disponibile a fare diagnosi precise, ma vuole il suo motorino. No, non uno qualsiasi, il suo proprio. Un Gerosa anni 60, serbatoio doppio, sellino posteriore, portaoggetti sul manubrio, colore giallo e blu e il clacson a trombetta, che lui sostiene fosse quello di suo nonno Tano quando andava in giro col carretto a vendere il ghiaccio. Quello che mi lascia più dubbi è Amilcare. Forse lui di problemi ne ha davvero, anche perché lo senti discutere da mattina a sera di tante cose, e lo fa con uno che lui crede sia davanti a se stesso; ma io non lo vedo, nessuno lo vede. La sua frase più ricorrente è: « Ma tu chi ti credi di essere, chi ti credi di essere… » È una frase che dice muovendo la mano destra avanti e indietro, con le dita chiuse che oscillano davanti alla sua bocca. E intanto se le fissa con gli occhi, quelle dita, e ripete continuamente: chi ti credi di essere, insomma. Un giorno l’ho fermato, e gli ho fatto una domanda, semplice. Lui mi guardava fisso come fosse stato una civetta, ad occhi aperti e meravigliati. « Amilcare, con chi parli che non vedo nessuno davanti a te? » E lui: « Come fai a vederlo se non lo vedo nemmeno io, che sono lui? Guarda che lui è il dentro di me che è uscito per sentire quel che voglio dirgli, ma non è in carne ed ossa, è puro spirito » A volte Amilcare lo vedo nel parco che cammina calpestando le foglie, e lo fa a tempo di musica. Ha sempre gli auricolari, quindi ascolta la radio o qualche altro aggeggio. Se le foglie sono secche lo vedi che tenta di creare un effetto sonoro calpestandole e strisciando coi piedi sui vialetti, come se pattinasse. E nel contempo muove le braccia come un direttore d'orchestra. Un giorno l'ho salutato in maniera ironica, e lui mi ha sorpreso con una risposta sagace. « Ciao Beethoven, viaggi a tutta musica? », gli ho detto sorridendo per fargli capire che era una battuta. E lui, senza pensarci un attimo: « Confondi Beethoven con Wagner, non ci capisci niente di musica. » Cosa faceva Amilcare nella vita, prima di venire qui, nessuno lo sa. Chi dice che era imbarcato su navi da crociera come musicista, chi invece racconta strane storie che lo vedono coinvolto in questioni di piccola malavita, chi dice che sia istruito pur avendo scordato tutto, e chi ancora lo reputa un analfabeta. Per me è un uomo come gli altri, non mi sono fatto idee preconcette; noto solo che qualche difficoltà esistenziale potrebbe pure averla. Forse la dottoressa Regosini sa tutto di lui, ma lei è come una cassaforte che non si può scassinare, è inutile tentare. Io ho l'intima convinzione che se gratti sotto il primo strato di vernice, in ognuno di noi trovi questioni legate all'amore, ad una donna che ti ha tradito o un amore impossibile. E Amilcare è uno di noi, potrebbe essere così anche per lui. Stamattina, in tarda mattinata, andrà a colloquio con la psicanalista; subito dopo, toccherà a me. Infatti siamo qui nella saletta d'attesa, seduti uno di fronte all'altro. Io fingo di sfogliare un giornale, lui finge di ascoltare musica, ma è possibile che abbia le batterie scariche e non ascolti niente. Eccola, sta entrando. « Buongiorno Giovanni, dopo tocca a lei, se lo ricorda vero? Non vada via, mi raccomando» « Certo mamma Ro... dottoressa, sono qui apposta » Non ci riesco, quel mamma Rosa mi scappa sempre. Pazienza, se ne farà una ragione, la signora. Intanto che aspetto, mi chiedo: ma che ci faccio qui in questa Palazzina per malati psichici, seppur lievi? No perché a volte mi vien da ridere. Mangio e bevo a sbafo, mi diverto, vuoi vedere che se glielo chiedo mi pagano pure? Tuttavia la curiosità di capire il motivo per il quale la dottoressa mi tiene qui da tre mesi è troppo grande. Una risposta io ce l'ho, ed ho pure calcolato che la probabilità che sia un'ipotesi attendibile è talmente alta che rasenta la certezza. Come ho fatto ad arrivarci? Sono andato per esclusione e pertanto, scartando tutte le ipotesi di malattia mentale o di studio sulla complessità del mio cervello, rimane solo l'evidenza: la dottoressa è innamorata di me a ci tiene ad avermi qui in esclusiva. Ho deciso: le esporrò questa mia tesi nel colloquio di oggi, papale papale, e vediamo come andrà a finire. Ma chi si crede di essere, dopotutto, questa Regosini, chi si crede di essere? Neanche a farlo apposta m'è venuta la stessa frase amletica di Amilcare. Ormai sono nella palazzina MPG, insomma nella terza, quella dei gravi, da parecchio, e continuo a chiedermi se la dottoressa non abbia frainteso quel che volevo dire nell'ultimo colloquio, quando le ho espresso l'ipotesi sulla mia permanenza nella seconda palazzina. Ammettiamo pure che non sia innamorata di me, ma non ci credo perché in tal caso non si presenterebbe ogni volta tirata a lucido, profumata, e vestita sexy, con quel camice bianco appena sopra le ginocchia ed aperto sul davanti, bottoni slacciati proprio per dar modo al seno prosperoso di lasciarsi guardare. Anche i geni possono sbagliare, è normale. Ma non mi sembrava il caso di chiamare infermieri e dottore per farmi trasferire nella terza ed ultima palazzina, il carcere duro. E che fretta, poi. Quasi mi offendevo, anche se devo ammettere che qui sto benissimo. Gente simpatica, viva, anche se rumorosa, specialmente di notte. A volte ho l'impressione che qualcuno stia male, tanto urla. Ma poi, il mattino dopo si torna alla normalità. Ultimamente ho fatto amicizia con un ex galeotto che è stato trasferito temporaneamente qui da noi, ma forse dovrà tornare in cella, nelle carceri di Voghera. Mi ha già raccontato la sua storia almeno cinque volte, ma io fingo ogni volta che sia la prima, anche perché c'è sempre qualcosa di diverso che esce nella narrazione. Si chiama Angelo, poi da piccolo è diventato Angiolino, e ora tutti lo chiamano Lino. In definitiva lui ha ammazzato il barista del bar ristorante sotto casa sua, dove si fermava tre volte al giorno per le sue consumazioni. Colazione il mattino, aperitivo prima di pranzo e caffè dopo, e una bella bevuta la sera, quando decideva di affogare la tristezza di una vita solitaria con del buon whisky, rigorosamente di malto. Glen Grant ten years, Glenfiddich 18 years e Bowmore 15 years, i suoi preferiti. Roba costosa, di gran lusso. Ma a quanto pare lui aveva buone possibilità economiche, visto che la sua attività di commerciante di preziosi rendeva parecchio. Il vero motivo per cui l'ha ammazzato, quel barista, non è chiaro; mi pare d'aver capito che erano anni ed anni che lo sopportava. Forse era anche l'amante della moglie, cosa facile per lui che, vista la vicinanza alla casa e la conoscenza degli orari di Lino, andava all'appuntamento a botta sicura, insomma senza rischi. Beh, fin qui direi tutto normale, poteva succedere pure a me; invece la faccenda cambia quando mi racconta il vero motivo per cui questo barista lo faceva arrabbiare. « Ordinavo un whisky doppio malto, dieci anni, e mi portava un blended giovane, imbevibile. Oppure gli chiedevo un aperitivo alcolico e mi portava un Crodino. Per me lo faceva apposta... rideva, pure » Io lo stavo ad ascoltare divertito per le storielle, anche se sapevo che poi erano sfociate in un fatto di sangue. « E poi, cosa combinava ancora, racconta... » « Non ti parlo nemmeno dei caffè lunghi, quando sapeva benissimo che li volevo ristretti, o di correzioni con grappa, liquore che io proprio non tollero, mi fa venire eruzioni cutanee. Queste cose erano all'ordine del giorno. Ma c'era di ben più grave: coca cola con aggiunta di whisky e limone, impossibile da bere, oppure il cappuccino servito nella tazzina da caffè e quest'ultimo nella tazza grande, fredda » Io ero sconcertato, ma mi divertivo pure a sentirlo parlare delle sue arrabbiature. Insomma, il giorno fatidico, quando Lino ammazzò il barista con una sgabellata in testa, portata a tutta forza, combinazione volle che ci fosse un temporale. Nel locale regnava la confusione più completa, giacché c'era gente che entrava per ripararsi dalla pioggia, altri affacciati alle vetrine per vedere i lampi e controllare che non grandinasse, e poi i soliti clienti abituali. Lino, che era già nervoso di suo, ricevette l'ennesimo sgarbo, ed in lui scattò un meccanismo distruttivo che gli fece perdere la ragione, ammesso che ne fosse normalmente in possesso. La sua ordinazione non arrivava mai, in mezzo a quella moltitudine di clienti, e dopo essersi lamentato più volte si sentì rivolgere una frase di disprezzo, che gli fece montare l'ira più funesta. « La smetti di seccarmi col tuo caffè, cornuto che non sei altro... »; pare proprio sia stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Qui nel carcere duro, come lo chiamiamo, ci sono altri soggetti originali. Per esempio Oscar, che vuol essere chiamato Rubinstein. Nessuno sa chi mai possa essere questo Rubinstein, ed allora ho deciso di fare la mia piccola indagine per scoprirlo. E lo spunto me l'ha dato proprio Oscar, il quale mi ha confidato che nessuno sa della sua grande passione per gli scacchi. Gioca soltanto quando è in camera sua, e mi ha detto che l'avversario è un grande campione polacco, deceduto negli anni sessanta. Da una mia ricerca risulta che questo fortissimo giocatore, di nome Rubinstein, negli ultimi anni di vita era un po' uscito di testa; per esempio dopo ogni mossa dell'avversario e prima di fare la sua andava a chiedere la mossa migliore a Dio, inginocchiandosi all'angolo della stanza dove si svolgeva il torneo; e lo faceva pregando a mani giunte e ad alta voce. A questo punto m'è venuto un dubbio ed ho chiesto spiegazioni ad Oscar: « E Dio gli rispondeva? » « Certamente. Sempre rispondeva, e Rubinstein non perdeva mai, o quasi. A volte faceva la mossa di testa sua, ecco perché qualche partita finiva male...ma erano rare... » Allora ho capito: Oscar nella sua stanza faceva la stessa cosa, si inginocchiava e pregava per avere un consiglio dall'aldilà. Ho evitato di chiedergli chi vinceva, ed invece ho iniziato a giocare anch'io a scacchi. Ora gioco con Oscar, nella sua stanza, ed entrambi andiamo a pregare a turno nel nostro angolo. Finora vince sempre lui, ma sto migliorando. Devo solo imparare a pregare meglio, con più fede, con convinzione. Le mosse buone verranno da sé, è logico. Qui la vita continua fra alti e bassi, e non sono più sicuro di niente, tranne che la Regosini è ancor più più innamorata di me. Si veste sempre meglio in occasione delle sedute, curatissima, profumata. Recentemente mi ha chiesto cosa faccio di notte, quando me ne sto affacciato alla finestra con il viso rivolto al cielo. Deve essere stato qualche infermiere che gliel'ha detto. Allora mi sono confidato, so che non mi tradirà mai. « Aspetto gli extraterrestri, sono sicuro che verranno a trovarmi. Mi hanno già avvisato di stare all'erta, atterreranno con un disco volante proprio sopra la grande quercia. Io mi tengo pronto per il mitico incontro » voglio sparire. Mi metterò a girare il mondo, che ci faccio qui. « Certo, tienti pronto, Giovanni, e fammi sapere come va l'incontro. Potremmo trarre beneficio dalla loro scienza » Lei mi guarda da sotto gli occhiali, prende appunti e sospira. Non sa quello che ho in mente, nessuno può immaginarlo. Le farò credere che sono andato via con loro, di notte, ed invece finalmente ho deciso. Lascio questo Carcere duro, non mi diverto più. Ma prima di scappare mi nasconderò dietro la siepe di bosso, quella fitta fitta, per vedere le facce di medici ed infermieri e quella sbigottita della Regosini. Ecco, ho posizionato una lunga scala che arriva in cima alla grande quercia, e questa lettera che spiega la mia avventura nello spazio, indirizzata a lei, mamma Rosa. La lego con un nastrino rosso ad un piolo della scala, impossibile non vederla. Già che ci sono le scrivo anche la domanda che da sempre volevo farle, chissà che faccia farà: “ Mi dica dottoressa, io la sto osservando dallo spazio infinito, lo ammetta: non era almeno un po' innamorata di me? “

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Il maestro di biliardo

“Chi di noi può dire di non aver avuto maestri nella vita? Io no di certo, anzi devo ammettere che ne ho avuti molti, un numero talmente alto che penso di non riuscire nemmeno a contarli. Il fatto è che fin da ragazzo mi guardavo in giro e vedevo tutti più belli, bravi, intelligenti e capaci di me.”...

… come potrei dimenticare, per esempio, Massimo. Lui aveva un altro nome, che ho scordato, ma tutti lo chiamavano così perché era un campione di biliardo. Il massimo, per l' appunto. Nessuno può dire che abbia mai perso una partita, anche se pur di giocare lo faceva ad handicap, regalando punti agli avversari di turno. Io nemmeno la ricordo una sua sconfitta, ed allora ecco spiegato perché lo studiavo attentamente e cercavo di imparare i suoi colpi segreti, eleggendolo a mio maestro.
Aveva qualche anno più di me, e giocava contro quelli ancor più grandi, Massimo. A soldi, per giunta. Io sedevo su una sedia nell'angolo della sala e mi annotavo nella mente il suo modo di usare la stecca, mai uguale; per ogni tiro c'era una posizione delle mani di appoggio, un particolare effetto, un colpo. Era uno spettacolo solo guardarlo, e poi a me piaceva perché era uno spaccone, come nel film. A volte faceva passare la stecca dietro la schiena, e si piegava ad arco. Poi chiudeva gli occhi, tirava e faceva punti. Paul Newman a lui faceva un baffo, anche come attore, giuro.
« Cinque punti e messa... », dichiarava dopo aver studiato tutte le possibilità.
« Boooooooom... » rispondevano gli avversari e gli spettatori, all'unisono.
« Giacomo, tu che dici...non fai booooom? », mi diceva sorridendo intanto che si piegava pancia in giù sul tavolo verde, alzando una gamba al cielo, piegata ad arte per far notare le scarpe nuove, comprate coi soldi vinti l'ultima partita.
Io mi sentivo orgoglioso che lui mi reputasse adulto, era il solo a non chiamarmi Giacomino, ed allora rispondevo a tono, serio serio, preso dalla parte:
« No, non faccio boooooom, io dico che ce la fai... »
E così accadeva, sempre; aveva la precisione di un orologio svizzero. Se dopo aver fatto i cinque punti non ne usciva la messa, poteva capitare, per lui era un colpo fallito. Allora si accendeva una sigaretta, guardava il gommino della stecca, e lo ingessava per bene. Poi, spavaldo, ma in tono bonario, dimesso, lanciava una borra al padrone del bar:
« Michele... o compri le stecche o cambi i gommini. »
Fenomeni così ne nascono pochi, in un paese come il nostro, poi. Eppure era talmente bravo che a volte guardava con gli amici i campionati alla televisione, italiani ma anche mondiali, e dopo un gran tiro del vincitore aveva la sua da dire:
« Bel tiro... ma facile »
Una volta si superò, perché dimostrò che il gran campione, non ricordo chi fosse, aveva preso una decisione sbagliata. Dopo l'applauso degli amici per il gran colpo di colui che aveva vinto il titolo, sbottò:
« Ma chi applaudite, uno che ha scelto il tiro più facile e meno redditizio? »
« Perché, tu avresti fatto meglio? » era la domanda collettiva. Anche Michle era curioso, ed allora offriva l'orologio delle biglie, magari per mezz'ora, pur di vedere cosa s'inventava Massimo. Lasciava il banco e si accostava al biliardo, un Mari extra lusso con le sponde in finta radica che era il suo fiore all'occhiello.
A quel punto partivano le discussioni, e le scommesse. Io ero scombussolato, mi girava la testa; arrivavano gli aperitivi, e venivano messe le banconote in palio sotto il portacenere. Lui era talmente sbruffone che quella volta arrivò a dire:
« Oggi sono a grana, pago doppio se non faccio meglio di quell'americano.. Chi punta cinquanta, prende cento. »
I soldi erano parecchi, a me facevano paura, temevo sempre qualche lite o discussioni strane che potessero degenerare. Quando ci sono i soldi di mezzo, si sa.
Venivano posizionate biglie e pallino sul biliardo, ed iniziavano le controversie. No, il pallino era più in qua, almeno cinque centimetri. La biglia stava più vicina alla sponda, e via discorrendo. Quando tutti avevano accettato la posizione, e Michele dava il benestare, Massimo iniziava il suo show.
Si levava la giacca, la sistemava con cura su una sedia, poi si accendeva una sigaretta. Ricordo che fumava pesante, quelle francesi dal nome improponibile. Poi si spalmava le dita della mano sinistra di borotalco, per far scorrere bene la stecca, ed iniziava a preparare il gommino con colpi di gesso secchi e precisi, dall'alto verso il basso. Faceva ruotare la stecca e ripeteva almeno tre volte l'operazione. Io credo che cercasse la calma, con quei gesti.
Mentre completava l'operazione, aveva l'abitudine di dire:
« Calma e gesso... è quello il segreto. »
Girava intorno al biliardo e posizionava la stecca sul tavolo, studiando le traiettorie. Si abbassava con gli occhi all'altezza del piano, e faceva pure dei segni sulle sponde, leggeri, con il gesso blu della stecca. Sembrava un geometra.
Quella volta sentenziò:
« Sette sponde con la mia biglia, cinque punti e messa... della messa non sono sicuro »
Iniziò la discussione. Cinque punti li aveva fatti anche quel campione, con un tiro più facile, senza fare la messa. Dove sarebbe stato il miglioramento del colpo di Massimo, sostenevano gli altri.
Fu così che dovette accettare il fatto che nella scommessa fosse compresa la messa.
Si piegò, allungandosi sul tavolo, e cominciò a far scorrere la stecca dentro l'indice, che aveva formato un cerchio, sostenuto da tutte le altre dita in appoggio sul palmo della mano.
Con la stecca scorreva svelto e si fermava ad un centimetro dalla biglia. Ogni volta pareva fosse il colpo buono, ed invece si fermava. Poi, finalmente, il colpo sordo della stecca sulla palla d'avorio. Aveva impresso un effetto esagerato a sinistra e la biglia scivolava sulle sponde ruotando come un mappamondo, in senso orario. Prima sponda, seconda, alla terza schivò di un niente la buca di mezzo... mi accorsi che a quel punto gli era nato un sorriso beffardo sulle labbra.
« E' fatta ragazzi, il peggio è passato, la buca. Ora guardate e imparate... » , diceva mentre faceva il gesto di alzare il portacenere con i soldi.
Eravamo tutti ipnotizzati da quella biglia e quando dopo sette sponde colpì quella avversaria, fece gli otto punti fermando le biglie in una posizione che una palla non “vedeva” l'altra, cioè in messa, ci sembrò di aver assistito ad una magia. Massimo, a quel punto, insisteva a fare lo spaccone, ma in modo meno eclatante: doveva dimostrare che per lui era stato facile, quel tiro, quindi non esultava. Si metteva i soldi in tasca, accendeva una sigaretta ed offriva da bere.
A me quel tiro l'ha insegnato più tardi, quando ero già grande; non era un colpo facile, ci volevano molte abilità pur sapendo come e dove colpire la biglia. Ma basta poco per sbagliare e combinare un disastro... le sette sponde amplificano l'errore, giocoforza.
Ancor oggi lo ricordo, ed a volte quando trovo un biliardo libero lo provo, ma mi va bene una volta su dieci, è questa la differenza.
Massimo l'ho visto perdere una sola volta, a biliardo, ed anche gli amici del bar rimasero di stucco.
Entrò con una bionda più alta di lui, bella come il sole, sembrava straniera, pelle bianca ed occhi azzurri. Cominciarono a giocare dopo aver messo un centone sotto il posacenere, e si guardavano in cagnesco, senza una parola. Che lei fosse muta, ci chiedevamo, oppure non capisse la lingua.
Massimo era teso, preoccupato, giocava bene sì ma lasciava sempre buon gioco a lei che non sbagliava un tiro. Lui sembrava soggiogato, intimorito. Quando andò a pagare il conto e l'orologio, mentre lei si prendeva i soldi da sotto il portacenere, Michele gli disse:
« Proprio con una donna dovevi perdere?... non ti chiami più Massimo, per me. »
Lui sorrise, si avvicinò alla ragazza, le circondò la vita e le diede un bacio da film, sulla bocca. Poi disse, guardandola negli occhi:
« Quando c'è l'amore, è bello perdere... »
Poi, rivolto al barista:
« Massimo sono e Massimo resto, anche se ho un debole per le belle donne... »
E mentre usciva abbracciato alla sua bella noi lo seguivamo con lo sguardo, che per me era di ammirazione e, per qualcuno, d'invidia.

*

Lo zio Peppino

Lo zio Peppino

E' morto Peppino, mio caro amico. Non è riuscito a fare l'ultimo giro dell'anno; il suo cuore s'è fermato qualche giorno prima, era stanco da tempo. Alcuni di noi lo chiamavano confidenzialmente “ l'albero degli zoccoli “, per le sue origini contadine e per la sua filosofia di vita.
Altri, molto più semplicemente, zio.
Da lui ho imparato i segreti della terra; in particolare come far nascere piantine sane dai semi dei nostri prodotti biologici.
Ad uno dei miei pomodori preferiti ho dato un nome, in suo onore: palle di fuoco, o palle dello zio Peppino. Lui rideva, quando glielo dicevo, e con la mano faceva un segno portandola indietro all'altezza della testa, come a dire: una volta.

Sono in anticipo per la funzione religiosa, ed allora attendo sul sagrato della chiesa.
Mi sento un po' impacciato, esposto agli sguardi di tanta gente che non mi vede da anni. Non che mi importi granché, ma la chiesa non è il mio luogo ideale.
Se proprio dovessi collocarmi nel mondo religioso, mi definirei agnostico; forse per questo rispetto moltissimo, ed invidio, chi ha più fede di me. Sempre che i principi siano sani, non di comodo, come quelli di Peppino.
Un uomo di aspetto distinto, vestito di tutto punto per la cerimonia funebre, mi accenna un sorriso. Ci siamo, penso. Sarà uno del quale ho scordato l'esistenza; lui no, a quanto pare.
Si avvicina e mi tende la mano, sorridendomi, proprio come faccio io con una bella donna, per galanteria.
Poi, con mia grande sorpresa, mentre mi saluta, mi ricorda la nostra antica amicizia.
« Ciao Jack...non ti ricordi di me? Dai, si vede lontano un miglio che non mi hai riconosciuto. Sono Umberto. O preferisci chiamarmi Bob? »
Bob? Quello che cantava nei Milk Man ed aveva i capelli cotonati ed ossigenati?
Dio santo, non lo riconosco quasi; nemmeno adesso che me lo ha detto.
Un cambiamento incredibile. Quando girava con il suo complesso nelle balere della provincia sembrava un senza tetto, uno libero da qualsiasi vincolo, senza alcun tabù.
Ora potrei scambiarlo per il prete che deve fare la funzione, se solo avesse l'abito talare.
Di colpo mi vengono in mente le sue canzoni preferite ed il suo modo di cantarle, imitando Bob Marley. No woman no cry, era il suo cavallo di battaglia; inconfondibile il suo stile contadino-jamaicano di muoversi e la sua pronuncia padano-americana con la esse mezza blesa e un tantino strisciante. Come quella di Fausto Leali, nato in un paese vicino, dall'altra parte della statale undici, verso il lago.
Lo guardo bene; non è più lui. I capelli, cortissimi e ben curati, sono anche più scuri di quando era giovane. Ah già, se li ossigenava.
Che dire del vestito: perfetto. Giacca, cravatta e camicia intonata. Anche le scarpe, a punta e lucide, nere come si conviene, mi fan capire che il giovane scapestrato e donnaiolo, tutto sesso droga e rock and roll, non esiste più.
Erano tanti come lui, ai tempi della mia gioventù. Donne, musica, alcool, notti tirate fino all'alba e un pizzico d'incoscienza. Lui, però, aveva una marcia in più. Faceva credere a tutti di usare stupefacenti che venivano d'oltremanica.
Solo io, in realtà, avevo capito cos'era quella polvere nera che teneva in una scatoletta d'argento, appesa al gilet con una catenella anch'essa d'argento: tabacco di Santa Giustina, quello nero da fiuto. Forse rubato a sua nonna, o ad una vecchia zia materna.
Lo avevo capito dall'odore di confessionale e di muffa di cantina, dove stanno appesi i salami, emanata da quella presunta droga che Bob sniffava, davanti a tutti.
La usava anche la signora Maria, una vecchia vedova grossa come una balena che abitava di fronte a casa mia.
Da ragazzino le portavo il brodo ed un pezzo di carne ogni sabato, per accontentare quella santa donna di mia madre che quasi si vergognava del nostro benessere e dell'abbondanza della nostra tavola.
Stesso modo di sniffare, stesso odore acre di tabacco turco, ridotto in polvere finissima, stessa reazione fisica. Anche la signora Maria, come Bob, dopo aver sniffato, emetteva un suono con le labbra, tipo un brrrr di freddo, un fischio a naso chiuso con le labbra che vibrano battendo una sull'altra.
Poi, e Bob questo lo accentuava apposta per farsi credere sballato, un tremito del corpo, prolungato e ripetuto due volte. A me ricordava lo scrollarsi di un cane per liberarsi della pioggia che gli ha inzuppato il pelo.
« Ciao Umberto, certo che ti ho riconosciuto, figurati », mento spudoratamente.
Poi, con il dubbio che lui non l'abbia bevuta, cambio discorso.
« Ma, conoscevi anche tu zio Peppino? Non lo sapevo. »
« No no, solo di fama...so che era un bel tipo, uno che merita di essere omaggiato con una bella cerimonia funebre. Un pezzo di storia che se ne va.»
Sono belle parole. Bravo Bob, non me l'aspettavo da te.

Arriva il corteo. Io rimango perplesso a riflettere sulle ultime parole di Bob, anzi ormai sarà meglio chiamarlo Umberto. Omaggiarlo? Una bella cerimonia funebre?
Non sarà uno che lavora per l'agenzia delle pompe funebri? Che io ricordi, la messa non sapeva nemmeno che esistesse. Mai visto in chiesa, da giovane. Io sì che frequentavo parecchio l'ambiente, specialmente nel periodo che mi ero innamorato di una suora dell'oratorio femminile; ma lui.
Entriamo. Umberto viene a cercarmi e, sgomitando, si piazza accanto a me.
Sembra quasi che voglia dimostrarmi o dirmi qualcosa. Sono curioso perché mi accorgo che si muove con disinvoltura.
Non serve molto tempo per capire che della messa funebre sa tutto; un vero professionista del rito. Si inginocchia al momento giusto, si siede, risponde alle litanie del prete, si alza e si risiede, preciso come un orologio svizzero.
Io lo imito; con lui al fianco mi sento sicuro.
Poi viene il momento di intonare un salmo funebre dal titolo: Io credo, risorgerò.
Non conosco una parola di questa canzone, anche se ho l'impressione di averle già sentite, parole in tema con l'evento luttuoso.
Umberto, invece, parte in quarta. Intona un: “ Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore “, che mi fa venire la pelle d'oca. La sua voce è limpida, alta, tonante, e scuote le quattro navate di questa grande chiesa.
Averlo di fianco, spalla a spalla, non fa che accentuare l'effetto.
La raucedine alla Bob Marley è scomparsa. Non è proprio tenorile, la sua voce, ma certo più squillante di quella d'un baritono, del quale ha però la forza musicale, la potenza delle note che ben si sposa con una grande chiesa come questo Duomo.
La sorpresa non è solo mia; altri si girano a guardare chi è che canta tanto bene.
Io sento gli occhi su di noi ed abbasso i miei. Faccio però in tempo a notare che tantissimi lo conoscono, anche il prete. Anzi, il coro delle donne che rigorosamente si è piazzato nella parte sinistra della chiesa, attende i suoi attacchi, per iniziare. E, ad ogni nuovo salmo, il prete gli fa un cenno con la testa.
Sicuro di sé, gli occhi pieni di nuova luce, un sorriso che sembra quello di un santo, almeno così pare a me; questo è Umberto.
Mi guarda per raccogliere la mia approvazione ed io non posso far altro che schiacciargli l'occhio, mentre con una piega della bocca rimarco il mio stupore.
« Bravo, Umberto. Sei bravissimo » dico durante una pausa nella quale non si recitano preghiere e nemmeno si canta.
« Vedo che sei diventato molto religioso ...» continuo.
Lui si stira la giacca verso il basso e si sistema la cravatta; poi si gira leggermente verso di me, senza farsi notare e mi dice, con un sibilo:
« Neanche un po'. E' che mi piace cantare, e poi ho un certo successo, forse più di quando ero un Milk Man. Sono anni che non mi perdo un funerale, sentirai come canto l'ultimo salmo, Quando busserò alla tua porta...con quello mi sfogo proprio. Qualche volta c'è qualcuno che piange, perfino, o quanto meno si commuove alla grande.»

Diavolo d'un Bob, questa non me l'aspettavo proprio. Io sono un tenerone, mi commuovo per un niente anche davanti a un film, ma alla fine della messa, quando il mio vecchio amico cotonato ed ossigenato si è messo a cantare, con una convinzione che forse non aveva mai sfoderato in vita sua, ho sentito un groppo alla gola ed ho pensato al mio amico Peppino che non avrei più rivisto. E non sono stato capace di trattenere le lacrime anche se ho finto, bugiardo come sono, di soffiarmi il naso.
Quando busserò, alla tua porta
avrò fatto tanta strada
avrò piedi stanchi e nudi
avrò mani bianche e pure
avrò frutti da portare
avrò ceste di dolore
avrò grappoli d'amore.
Ciao zio Peppino...mi rimangono i tuoi pomodori. Ti prometto che quei semi li tramanderò ai miei figli, in tuo ricordo. Buon viaggio, albero degli zoccoli , ti auguro di ritrovare quella vita contadina che ti è stata compagna e che sapevi tanto ben raccontare, nelle tue storie di vita.

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Un attacco di panico Jazz

Premessa: pubblicato su un sito nel quale avevo assunto l'eteronimo di Jazz Writer, anche se tutti sapevano chi ero...buon lettura.

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Come accadde che venissi colto da un improvviso e immotivato attacco di panico, non me lo so spiegare nemmeno a distanza di anni. E dire che di specialisti del settore, da quella volta, ebbi modo di incontrane parecchi assai e il racconto della mia strana avventura di fare il giro di tutti i locali rimasti a New Orleans nei quali si fa ancor oggi buona musica Jazz.
Insomma, se affermassi che ho capito quel che mi stava succedendo mentre camminavo tra la Orleans Avenue e la St. Philip Street, direi una grossa bugia.
Andò così, mi pare di ricordare. Avevo una certa fretta perché di lì a poco avrei dovuto suonare con la mia band al Blue Nile, locale che ci aveva onorato di un bel contratto per tre mesi, cosa che ci permetteva di tirare a campare in maniera dignitosa, il che significa dire che eravamo usciti brillantemente da quella che stava diventando una condizione di quasi senzatetto.
Ero vestito bene, in testa il mio cappellino con la scritta Awesone Jazz Musician, le scarpe nere lucide di vernice, traforate e a punta tonda con tacchi alti per segnare il tempo , i pantaloni scuri a righe non troppo vistose, una giacca a maniche larghe che mi permetteva dopo un'ora di sax di arrotolarle fino ai gomiti, una cravatta multicolore su una camicia di un bell'azzurro cielo d'Irlanda.
Stavo bene, ero in pace con me stesso ed abbracciato al mondo, felice di essere in questo strano viaggio che è la vita. Avevo solo fretta, nient'altro. Vedevo la gente indaffarata camminare speditamente sui marciapiedi, le mamme spingere carrozzine come se stessero facendo una gara di slalom gigante, le macchine sfrecciare veloci suonando il clacson senza interruzione, ed i taxi fare gimcana tra una coda e l'altra, spostandosi continuamente nella carreggiata più veloce per arrivare in pole position al semaforo.
Fu in quel momento che mi venne l'attacco; uno strano senso di vertigine, di nausea, di noia che mi opprimeva e mi chiedeva continuamente, quasi fosse una voce dell'oltretomba: perché corri, non agitarti, non vedi che questa gente è pazza, perché fai come loro, fermati, prenditi una pausa...
Istintivamente mi ribellai a quella frenesia e, a quanto mi si disse in seguito, lo feci in una maniera stranissima, quasi volessi esorcizzare il momento e l'ambiente nel quale mi muovevo.
Mi fermai di colpo, barcollando, tant'è che fui pure urtato da alcuni passanti che camminavano spediti alle mie spalle. Allora mi sedetti per terra, tolsi il mio prezioso berretto, che appoggiai vicino a me dopo averlo usato a mo' di ventaglio per farmi aria, visto che stavo svenendo e sudavo freddo, e chiusi gli occhi alzando il volto al cielo. Poi, quasi in trance, tolsi il mio sax contralto dalla custodia a zainetto ed iniziai a suonare un pezzo del mio idolo, John Coltrane.
L'effetto che ottenni fu magico, a dir poco. La gente era scomparsa dalla mia vista, ne sentivo soltanto lo scalpiccio, il rumore delle macchine risultava attenuato e lontano, la cognizione del tempo dilatata, come se ci fosse stato un rallentamento di tutti gli orologi del mondo, non solo il mio.
Cominciai a suonare in sordina, seguendo il ritmo del pezzo caro a John, ma poi mi feci prendere la mano dalla fluidità del free jazz e attaccai con fraseggi musicali lunghi e veloci, suonati in sedicesime, fondendo le note in un continuo “glissando”. Qualcuno parlottava vicino a me, sentivo frasi del tipo: sta male, è drogato, ha bevuto...ma anche: è un artista, sta protestando contro qualcosa, ci lancia dei messaggi, chissà mai cosa vuole dirci.
Io suonavo, anzi avevo la netta sensazione che fosse il mio sax ad imporsi sulle mie labbra. Era diventato un prolungamento della mia voce disperata che urlava al mondo: fermatevi, fermiamoci, balliamo, godiamoci dieci minuti di questa vita.
Ecco, non erano note quelle che uscivano dallo strumento, erano parole accorate, disperate, imploranti, parole di tregua, di pausa. Stavo insomma parlando al mondo usando la voce più alta che avevo, quella del mio Selmer, prestigioso sassofono parigino che mi era costato una vita di risparmi e al quale volevo un bene dell'anima.
E quel che volevo dire erano preghiere, accorate orazioni tese a convincere gente e macchine a fermarsi, sospendere per un poco la loro frenesia per ritrovare un ritmo più umano, a misura di jazz.
Fui svegliato da un urlo, e alcune risate. Erano i miei amici della band, e Sam fu il primo che riconobbi.
« Che fai, Writer, ti sei messo a fare il barbone...datti una mossa, ci aspettano al Blue Nile » disse.
Non capivo: il barbone, e perché mai? Poi mi accorsi che il cappello era pieno di soldi. Allora mi diedi una mossa, mi alzai, ed attraversai la strada. Le macchine frenavano e suonavano il clacson in segno di disapprovazione, ma arrivai dall'altra parte sano e salvo. C'era sempre un barbone lì, uno di quelli veri, con un cucciolo di cane accovacciato vicino a lui. Rovesciai il mio cappello nella sua scatola di cartone, dove c'era qualche spicciolo, e cominciai a suonare un pezzo ballabile.
E così accadde il miracolo: le macchine si bloccarono, la gente si fermava sul marciapiede e tutti si misero a ballare per strada e davanti a bar e negozi, come se io fossi stato un sassofonista magico che li stava ammaestrando e loro non potessero sottrarsi a quell'incantesimo. Intanto il vecchio barbone piangeva di gioia, di un pianto che pareva di liberazione e il cagnolino scodinzolava a tempo di musica, abbaiando a tratti.
Sarà stato anche un attacco di panico, come sostengono i sapientoni della psiche umana, ma in cuor mio ho sperato che accadesse altre volte. E invece, niente; da allora la vita è cominciata a girare con la solita ruota: una gioia che viene, un dolore che resta, un amore che sboccia ed un altro che sfiorisce. E nel cuore il ricordo di quella indimenticabile storia che ancora non so spiegarmi, a meno che mi si convinca che non è mai accaduto niente di tutto ciò, ed io non sono un musicista jazz, e il mio sassofono non esiste, o meglio io non l'ho mai suonato, men che meno in quella strada, tra quella gente che ballava forse per motivi suoi, uno dei tanti misteri inspiegabili della vita terrena.
E, se vogliamo cogliere una morale in tutto ciò, è proprio questo il bello di questa preziosa, meravigliosa, anche se dura e imprevedibile, avventura che è la vita: uno strano viaggio che ad ogni alba cambia ostinatamente strada e direzione, pure se a noi appare in maniera monotona una sorta di sentiero nel deserto.

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Uomini e donne

“ Gli uomini sono tutti uguali “: questa è una delle frasi preferite dalle donne, e immagino che sia rivolta al pensiero fisso che occupa l'esistenza della maggior parte dei maschi, questa asserzione. Ma forse quel “tutti uguali” si estende anche ad altri campi del vivere, e credo proprio che ci sia un fondamento di verità, in tutto questo. Quindi, lungi da me contestare questa convinzione, certo come sono di essere comunque un diverso, in senso lato, e non sentirmi uguale o simile a nessun altro uomo. Questione di Weltanschauung, non di genere.
Invece io le donne le vedo in maniera totalmente differente; per meglio dire, le vedo tutte diverse.
Nessuna uguale ad un'altra. Ne ho conosciute molte, alcune le ho amate, altre frequentate nel mondo del lavoro o nei vari sport che ho esercitato, come il nuoto agonistico che mette in contatto noi atleti con centinaia di nuotatrici di ogni età e livello, ma non mi è mai capitato una sola volta che una donna assomigliasse ad un'altra già conosciuta. In ognuna c'era una personalità, un intimo sentire che la rendeva, e la rende tuttora, unica. Io una frase del tipo: “le donne sono tutte uguali” non la direi mai, nemmeno sotto tortura.
Il solo aggettivo che potrebbe accomunarle è: amorevoli, ma mi rendo conto che anche questa è una grande è sciocca semplificazione e, dopotutto, una personale convinzione che dipende semplicemente dal rapporto che ho avuto con mia madre, amorevole per l'appunto. E, come sostiene Nietzsche in un suo noto aforisma, l'uomo nel suo rapporto con le donne segue la traccia del rapporto che ha avuto con la madre. Ergo la donna è amorevole per antonomasia. Ed ecco la diversità di alcune fra le mie amiche, alcune del cuore:

Grazia, per esempio, lo era di nome ma non di fatto. Una donna che aveva tutto, tranne che la femminilità.
Sgraziata nei movimenti, a dispetto di come l'avrebbero voluta i suoi genitori, visto il nome che le avevano dato senza nemmeno consultarla. La sua bellezza era, diciamo così, diversa, una bellezza fisica che esula dai classici canoni che si rifanno al mito di Adone e Venere.
Glutei mascolini, nervosi, da gran nuotatrice di fondo, spalle da lottatore, vita non proprio stretta, diciamo così da lambretta, più che da vespa, labbra carnose, in particolare il labbro inferiore, naso pronunciato. Negli occhi niente lampi, ma la tipica nota di colore dei boschi ombrosi, dove luci e chiaroscuri si alternano cangiando di tono ad ogni sguardo. Come potrei definirla: bella, brutta, discreta, passabile?... aggettivi maschilisti, di gente che nulla capisce delle donne. Grazia era Grazia, era lei, nessuna come lei nel bene o nel male, nella eccezionalità o nella normalità. Una donna diversa. Punto.

Irene invece aveva un carattere che rispettava in pieno il suo nome, che nella desinenza greca sta a significare pace. Mai vista indispettita, o nervosa, mai sentita urlare o tanto meno litigare; una donna pacifica. Anche l'aspetto confermava la sua tendenza sociale: né bella né brutta, mediamente alta, capelli tra il chiaro e lo scuro, tipo castagna maturata al sole ottobrino, occhi fermi come un lago alpino, ma non chiari, e nemmeno scuri. Se la baciavi e le chiedevi: ti è piaciuto, lei diceva sì. Se non la baciavi e la portavi a casa salutandola, lei era contenta. Facevi l'amore con lei e ti sentivi dire: sono stata bene. E' per quello che non l'ho mai fatto. Irene era una ragazza unica, come lei nessuna. La riconoscerei ovunque, anche solo dal silenzio, visto che non parlava mai per prima.
E comunque era talmente diversa dalle altre che mi ritrovo qui a ricordarla. La cosa che non potrò mai scordare è la sua pettinatura. Cambiava taglio di capelli e colore ad ogni ragazzo che conosceva. Si adeguava ai gusti degli altri, forse perché lei non ne aveva. Alla fine si è sposata con uno che era la sua controfigura. Diceva sempre sì, anche se non c'era una domanda che gli veniva fatta. In ultima analisi due persone uniche, impossibili da trovare nei loro paesi d'origine, figuriamoci in altri sperduti posti del mondo.

Di tutte le donne che schiererei nella squadra delle diverse, Zoe sarebbe la più diversa di tutte, la capitana. Il nome in greco significa vita, ed è l'equivalente di Bios, ma con una differenza: Bios è riferita alla vita qualificata, di qualsiasi genere, che ha un inizio ed una fine, mentre Zoè è proprio l'essenza della vita.
E così era lei, la mia amica del cuore, la subacquea più coraggiosa che ho conosciuto, marinaia, velista, surfista, ti cambiava pure la gomma se bucavi, quindi anche gommista. Donna di intelligenza superiore, a me intendo, e non so se mi spiego. Io forse la consideravo più acuta di me per il suo sguardo elettrico, innocente ma fulminante, che aveva dentro il DNA della scienza e il calore del sangue che scorre turbolento nelle vene. Una miscela esplosiva: bellezza, intelligenza, coraggio, e gran voglia di vivere. E questa voglia la trasmetteva come un contagio, non potevi mai appisolarti, riflettere, pensare. Lei ti obbligava ad agire. Quando si programmava un'immersione a tavolino, la sua frase tipica era: ragazzi, andiamo sott'acqua, forza, poi si vede. Ma andiamoci, però...

Ma la più strana, la più eccentrica, di una intelligenza penetrante, e forse anche la più bella, con quel viso da angelo in un cuore di demoniaca tentatrice, arma che a volte usava senza forse rendersene conto, è stata Giulia. Io avevo un debole per lei, e mi sentivo suo schiavo, capivo che a lei non avrei mai detto di no e ne soffrivo, per orgoglio maschile. Così iniziai a conoscerla litigandoci, visto che tutti gli uomini cadevano ai suoi piedi ed io, da bravo diverso, volevo dimostrare di non essere uno del branco. La lite fu aspra; lei mi offese, ed una donna che offende un uomo si può perdonare, è palese. Ma un uomo che offende pesantemente una donna no che non si può perdonare, e quell'uomo ero proprio io. Sicché la bella Giulia, per farmela pagare, ideò un piano davvero demoniaco, non privo tuttavia di un tocco angelico. Mi chiese di essere perdonata e da quel momento io mi sentii in torto, con il rimorso che mi rodeva dentro. Piano piano me ne invaghii; non so dire se fosse amore, parola troppo grossa per una storia nata in quel modo, ma di fatto io pensavo a lei giorno e notte. Qualunque cosa mi chiedesse, io gliela davo. Le avrei dato anche la vita, ed intanto aspettavo il momento che mi chiedesse di far l'amore. Quando fui certo che c'eravamo, che ormai era questione solo di decidere come e quando, in quale letto, sotto le lenzuola o sopra l'erbetta fresca e gentile di maggio, lei mi disse semplicemente, e con gran classe: Mio caro, dobbiamo diluire la nostra amicizia. Il mio fidanzato è geloso di te. Io gliel'ho detto: ma via, come fai a essere geloso di Giacomo, non vedi com'è... è un amico, nient'altro.
Ecco, “come fai a essere geloso di Giacomo, non vedi com'è” è una frase che ammazzerebbe un bue della razza Chianina, figuratevi se non poteva ammazzare me.
E vorreste forse dirmi che Giulia, bene o male, è uguale a Zoe, Irene, o Grazia, o qualunque altra donna; no, vero?
Nessuna donna è uguale ad un'altra; non fosse così, per noi uomini la femminilità non sarebbero più un mistero, un Rebus irrisolvibile. Ed io li amo questi Rebus, anche perché, se prima o poi riesci a risolverli, allora ti sentirai l'uomo più felice del mondo.




*

Zia Carmela

E' la prima volta che vengo a trovarla, da quando l'hanno portata in questo ospizio a causa di quella sua crudele demenza senile. Mi pare ieri che la portarono via di casa, ma ne sono passati di mesi. Chissà se si ricorda ancora del suo Gennarino. Io credo, o spero, di sì.
Arrivo davanti ad una grande porta in vetro scorrevole, con telecamera. E' questo il suo reparto.
La fotocellula non funziona, e la porta non si apre. Rimango in piedi come un allocco, e guardo dentro.
Sì, perché c'è sempre un dentro e un fuori, non solo in questo luogo triste. Di là del vetro, dentro, c'è un uomo, seduto per terra. Mi guarda come se non mi vedesse. La sua faccia è immobile, una maschera. Anche le rughe sembrano disegnate. Gli occhi sono belli, hanno dentro tutta la vita passata, nonostante io non riesca a leggerla. Ma sono chiari, luminosi; parlano, anche se sono muti.
Ci guardiamo fissi. Lui non fa la classica piega, a me invece viene il magone. Per fargli capire che voglio entrare, insceno una mimica: fingo di non accorgermi che c'è il vetro e ci sbatto la testa. Mentre me la gratto, lui si alza, preme un pulsante e la porta si apre.
Entro, e mi accorgo che ha una divisa da ospedale, o da carcere: pigiama a righe, ciabatte, calze pesanti. Sorride, sorrido. Ora vedo meglio i suoi occhi, e riesco a leggere qualcosa ma è un racconto scritto in una lingua che mi è straniera, la lingua degli anni che passano e corrono più lunghi dei passi.
E' gentile, come lo può essere un fiore che appassisce senza lamento in un giardino dismesso.
Lui torna a sedersi davanti alla porta di vetro, forse la sua anima ha bisogno di luce, o forse ha bisogno di un contatto fisico con il fuori; io mi incammino nel lungo corridoio in cerca della stanza, la numero 17, che nella Smorfia napoletana è La sfortuna, 'a disgrazzia. Spero tanto che zia Carmela non se ne sia accorta, lei che giocava sempre al lotto.
In fondo al corridoio scorgo una vecchina minuta e curva, con una borsetta al braccio. Cammina a piccoli passi, svelti, come fa il passero quando cerca briciole di pane sulla neve. Poi si ferma, guarda nelle stanze, e riprende il suo viaggio, sempre con le stesse movenze. Anche lei mi sorride, e mi guarda. Mi piacerebbe tanto sapere cosa pensa, ma nei suoi occhi non vedo la strada, né la gente. Non c'è confusione, quella del mercato per dire, non c'è disordine in quello sguardo, non c'è vita. E' come se si guardasse dentro, a ritroso, specchiando i suoi occhi nei miei, trasferendo il suo vissuto nella mia giovinezza.
Le chiedo di zia Carmela; lei mi guarda e sorride. Io sorrido, e comincio a capire quel che mi aspetta in questo “mondo dentro”.

La stanza diciassette è l'ultima, in fondo al corridoio. Entro, e mi accorgo che regna la penombra. Re silenzio e penombra Regina, questi sono i regnanti di questo mondo tra la vita e la morte, un mondo di mezzo, un mondo senza rapporti con l'esterno.
Le persiane tengono fuori la luce di questa giornata di sole. Anche per il sole c'è un fuori e un dentro.
Alla mia sinistra, un letto con le sponde in ferro. Sembra vuoto, tanto è esile il corpo che gonfia niente niente le bianche lenzuola. Poi intravedo un testolina piccola, esce appena, sembra un uccellino nel nido che si guarda intorno stupito, e spaventato. Sulla destra l'altro letto, vuoto.
Zia Carmela è in un angolo, seduta davanti ad un tavolino. Una luce illumina a malapena la sua figura, e il cuor mi balza in petto perché la vedo invecchiata di colpo. Mi ricorda la nonna, prima di morire. Sta cucendo il vestito ad una bambola di pezza, e la sua figura curva mi dice tutto della sua fragilità.
« Ciao zia, come stai ? » , dico senza convinzione, come se fosse una frase obbligata dalle circostanze. Lei non si volta nemmeno.
« Buongiorno dottore... mi porta al mare, oggi? »
Mi avvicino e comincio a parlarle, e mi rendo conto che il groppo alla gola mi impedisce di dire parole sincere. Parlo, ma più per assecondarla che per dirle cosa provo. Mi viene in mente che zia ha sempre amato il mare e le barche a vela, quella passione non l'ha scordata. E nemmeno le bambole, ne aveva di bellissime e le cambiava spesso, le metteva sedute sul letto come se potessero far da guardia alla camera. E per ognuna aveva tanti vestiti, tutti diversi.
Mi chiedo come sia possibile che quella stupida malattia che l'ha colpita faccia dimenticare le persone alle quali si vuol bene, e invece ti lasci il ricordo delle cose. Che significato ha: che siamo più attaccati alle cose che agli affetti?
Esco dalla stanza amareggiato, anche se sono contento d'averla vista. In fondo al corridoio c'è l'uomo seduto. Si alza, mi apre la porta di vetro e mi sorride. Io gli sorrido, e non so quale dei due sorrisi sia più amaro. Forse il mio, il suo è quello di una maschera. Non è un sorriso.

Fuori è una giornata di sole; dentro non ci sono più giornate: solo attese.
Alzo gli occhi alla finestra e vedo l'uomo della porta di vetro. Io lo vedo, ma lui no che non mi vede. Mi guarda, ma il suo sguardo non è rivolto alla vita, è perso nel vuoto. E' uno sguardo dentro e, in quel dentro, chi mai può dire cosa c'è.

*

Emma

Emma l'ho conosciuta che aveva quindici anni; sembrava uno scricciolo, tanto era minuta. Me l'aveva portata Aldo, il padre, dicendomi:
« Gian, questa ragazza va matta per la fotografia. Le devi fare un corso »
Io la guardai e le feci una bocca meravigliata, come a dire: davvero ti piace così tanto? Lei mi disse di sì, prima con gli occhi, che sembravano più grandi, annegati in quel faccino, e poi addirittura me lo segnò due o tre volte con la testa, quel sì.
Avessi saputo, o solo sospettato, che quella ragazza sarebbe stata la mia rovina, non avrei detto di sì a suo padre. Avrei preso una scusa qualsiasi, tipo non ho tempo, devo fare un servizio importante, o anche avrei potuto rispondere:
« Corsi non ne tengo più. Sono andati tutti male quei pochi che ho fatto, e forse per colpa mia. Insegnare non è il mio mestiere... »
Invece fui colto dall'entusiasmo e consegnai a Emma l'opuscolo con gli orari e con le poche cose che doveva portarsi, anche la sua macchina fotografica, se già ce l'aveva. E ce l'aveva, bella anche. Un regalo per i suoi quattordici anni. Lei mi fissava e sorrideva, ma era un sorriso timido il suo. Credo che avesse un poco di soggezione, verso di me. Forse il padre mi aveva mitizzato; in paese ero diventato famoso, dopo quella mostra sugli usi e costumi della civiltà contadina che era stata segnalata con ottime recensioni anche sul Gazzettino di Mantova. E allora la ragazza pensava di avere davanti un mostro sacro della fotografia, anche se la realtà era ben diversa.
Comunque Emma si presentò puntuale alla prima lezione e anche in seguito dimostrerà di essere precisa in tutto, non solo nell'orario. Anzi, notai pure che era pignola, sotto certi aspetti, ed intuii che il suo campo sarebbe stato quello della macro fotografia, un settore nel quale c'è bisogno di molto studio, tanta preparazione e poco istinto, poca velocità di esecuzione e paziente ricerca del momento propizio.
Dopo sei mesi Emma era una fotografa fatta e finita, come si usa dire. Aveva solo un vuoto tecnico: non aveva mai voluto imparare la tecnica del ritratto.
« Non ne farò mai di ritratti, non è fotografia quella » diceva spesso in maniera convinta.
A me questa cosa dava fastidio perché io invece consideravo importanti tutte le forme di fissare le immagini, e non approvavo.
Negli anni a seguire ebbi modo di constatare i suoi miglioramenti: concorsi vinti, mostre fotografiche, servizi per riviste specializzate in macro fotografie. Insomma Emma diventò più brava di me, più conosciuta ed apprezzata.
Seppi da Aldo che si era trasferita a Milano e, come si poteva prevedere, nella metropoli lombarda si era fatta un nome.

Quando la vidi entrare nel mio studio, circa dieci anni dopo, rimasi a bocca aperta. Ebbi delle sensazioni che non posso spiegare, perché indefinibili. Una sorta di rigidità degli arti, una contrazione dei muscoli facciali, insomma rimasi a bocca aperta e non riuscivo più a chiuderla, un certo batticuore con aritmie evidenti, sudore, tremore delle gambe e delle mani. Emma non era più Emma. Era diventata donna, troppo donna, troppo femmina perché potessi affrontare un incontro a cuor leggero. Seppi solo dire:
« Emma?... »
Intanto calcolai che doveva avere venticinque anni, perché ricordavo che tra noi due c'era un ventennio di differenza ed io avevo ormai quasi quarantacinque anni.
« Certo, Emma... e chi se no? » disse lei con un sorriso non più timido, anzi sfacciato, con grazia ma sfacciato, e malizioso. Pareva volesse farmi vedere i suoi denti bianchi e perfetti da testimonial di un dentifricio di marca, ma forse ero io che lo pensavo.
Mentre le stavo chiedendo: qual buon vento?, frase già fatta, l'unica che mi veniva in mente essendo i miei neuroni in momentanea catalessi, lei mi buttò le braccia al collo, mi diede un bacio sulla bocca e, nel mentre, schiacciava il suo seno piccolo ma sodo e ben formato contro il mio petto. Sentii il suo ventre aderire al mio pube e, inspiegabilmente, ebbi un inizio di erezione della quale mi stupii e me ne vergognai.
« Ehi, che impeto...come sei cambiata » dissi, per non dirle apertamente “come sei bella e desiderabile”.
« In meglio o peggio? »
« Cambiata » non sapevo cosa dire d'altro, ma era chiaro a me e a lei che era stato in meglio.
Se Emma non fosse stata lucida, il dialogo si sarebbe arenato in un rossore alle guance, una commozione, una lacrimuccia per il ricordo del bel tempo andato. Invece lei era venuta per un motivo ben preciso e lo espose, senza batter ciglio.
« Devi insegnarmi la tecnica del ritratto » disse, « abbiamo tre mesi di tempo. Mi puoi ospitare? »
Domanda retorica. Avevo una casa grande, con stanze chiuse da anni, un giardino, un piccolo orto e lo studio; avrebbe potuto scegliere fra due camere, a piacere, ma già sapevo che avrebbe voluto la finestra sull'orto per studiare gli insetti e fotografarli: dorifore, farfalle cavolaie, coccinelle, perfino i grilli talpa golosi di radici d'insalata. Con quei soggetti, e con la mantide religiosa, aveva vinto parecchi concorsi.
« Ma Aldo lo sa? » dissi.
« Certo, me l'ha detto lui di venire da te...come ai vecchi tempi »

Vedermi per casa una donna tanto giovane, fresca, disinibita, mi turbava. Stavo male, respiravo a fatica, mi guardavo continuamente allo specchio e mi trovavo vecchio. Un giorno, mentre mi facevo la barba, mi ritrovai a guardarmi allo specchio e mi dissi:
« Gian, sei invecchiato, hai venti anni in più ma sembri suo nonno »
Lei se ne accorgeva e faceva di tutto per mettermi a mio agio, ma la mia malattia peggiorava. Non era amore, né desiderio, e neppure contemplazione della bellezza, con relativo turbamento. Erano tutte queste cose insieme, quindi non trovo altre parole per definire quello stato d'animo, se non disagio.
Quel disagio cessò dopo che Emma mi portò a letto. Quella notte resterà indimenticabile, perché irripetibile. Si, facemmo altre volte l'amore, ma quella prima volta fu talmente bella da non poterla definire.
Accadde dopo uno scambio di fotografie, che ci facevamo per studiare i modi di ritrarre modelle, o modelli. Era questo che voleva imparare Emma e quindi io le servivo come modello e lei doveva prestarsi a mettersi in posa, affinché potessi farle vedere i risultati dei miei trucchi del mestiere.
Beh, lei poteva essere brava in macro fotografia, quello era noto, ma in quel campo del ritratto in posa, viso o corpo che fosse, il maestro riconosciuto ero io.
Dopo le prime volte lei iniziò a volersi mettere un po' più libera. Uno spallino del reggiseno caduto dalla spalla, una foto di lei su un letto senza gonna, soltanto mutandine e golfino scollato, e via di seguito.
Le cose andavano sempre più avanti, fin che arrivammo ai nudi. E la prima volta che lei si spogliò io persi la testa. Non riuscivo a fotografarla. Lei si avvicinò, io chiusi gli occhi e mi trovai a letto.

Quella notte fu la mia rovina. Non potevo più vivere senza Emma accanto a me, ma lei partì, come stabilito, dopo tre mesi, e tranne qualche telefonata che mi faceva più male che bene, non la rividi più. Prima a Milano, poi trasferita a Roma, e poi in giro per il mondo. Ogni volta mi diceva:
« Appena passo a Mantova ci sfoghiamo, porta pazienza »
Io la porto questa pazienza, fin troppo, perché sono invecchiato di colpo. Faccio foto ai fiori e penso a lei, quindi i fiori non hanno più colore, immortalo un uccello del paradiso in un canneto, o un germano maschio dai colori del pavone, e non lo percepisco nell'occhio, o meglio l'occhio lo vede ma il cuore è là, dov'è Emma, anche se in quale città sia non lo so mai.
Vivo di ricordi, respiro i ricordi, fotografo i ricordi anche se invece l'obiettivo mi restituisce immagini di animali e piante, che ormai per me non esistono più.

*

La lavatrice e il suo motore...lectio magistralis

Fra i tanti motori elettrici in uso nella nostra civiltà dei consumi, uno che veramente ha reso le donne un po' meno schiave è quello che, abbinato ad opportuni comandi che provengono da schede elettroniche, fa ruotare avanti e indietro, piano o forte, un cestello colmo di biancheria da lavare. Personalmente ricordo quando le donne andavano al fosso a lavare i panni, oppure al lavatoio comunale: credo che difficilmente le nostre signorine si adatterebbero a tornare a quei tempi. Questo motore elettrico è del tipo monofase, vedremo per quale motivo, ed è asincrono, cioè è una macchina elettrica il cui rotore, collegato al cestello mediante opportuni cinghioli in gomma, ruota ad una velocità non in sincronismo con il campo magnetico rotante. Tecnicamente si dice che esiste uno scorrimento fra il campo magnetico che vorrebbe trascinare il motore alla propria velocità, e il numero di giri reali dell'albero. Questo scorrimento, o ritardo, è proprio quello che dà forza meccanica, o coppia, al marchingegno... è come dire che se rimane un po' indietro, allora si fa trascinare. Proprio quello che volevamo. Da un punto di vista dell'alimentazione elettrica è monofase, cioè usa una sola fase e siccome per avere una fase serve un filo di andata ed uno di ritorno, bastano due fili conduttori, proprio quelli che abbiamo negli impianti elettrici domestici, detti civili. Gli impianti industriali invece usano il così detto trifase, ed i fili conduttori sono tre, più un quarto collegato a terra che serve come sicurezza per eventuali contatti accidentali. Bene, questo motore asincrono monofase ha innumerevoli pregi, ed un solo difetto: non ce la fa a partire da solo e al momento del suo avviamento richiede un aiuto, una specie di spinta analoga a quella che viene data ai ciclisti che devono iniziare una gara in pista. Dopo questa spintarella, il motore diventa autonomo. E chi gliela darà mai questa spinta? Beh, un serbatoio di cariche elettriche, un piccolo marchingegno detto Condensatore che tiene racchiuse dentro di sé queste cariche necessarie a dare al motore la prima botta di vita, l'input, il cicchetto. Donne, se il cestello non gira i casi sono due: o si è rotto il cinghiolo di trasmissione, e allora chiamatemi che ve lo cambio in trenta secondi ( ne ho una scorta di ogni tipo recuperati in una discarica di lavatrici) oppure si è “bruciato” il condensatore, e allora chiamatemi che ve lo cambio in ventinove secondi...anche di quelli ne ho una scorta, sempre recuperati dalle lavatrici improvvidamente mandate a morte in un lager di apparecchi domestici. Sapeste cosa si può recuperare da una macchina non più funzionante, ammesso che non si possa riparare...da non credere. Sarebbe come buttare in un cassonetto un povero uomo solo perché non ha più l'erezione...via signore, non si fa...eheheheh...c'è sempre un rimedio. Ma questa è un'altra lectio magistralis... Bene, stavo spiegando il funzionamento del motore asincrono monofase ai miei allievi del quinto anno che si preparavano all'esame di abilitazione tecnica, ovviamente con grafici e formule che in questa sede evito perfino di accennare, quando un allievo mi sorprese per un colpo di fantasia che gli fece dire: « Scusi prof, lei sostiene che il condensatore serve solo a far partire il motore e poi viene automaticamente escluso, vero? » « Certamente, è così... » risposi. Intanto cercavo di anticipare il pensiero dell'allievo, ma devo ammettere che non mi veniva naturale capire dove volesse andare a parare. « Beh, se è vero, significa che potremmo anche avviarlo in un altro modo che non sia elettrico, tipo quella spinta meccanica al ciclista, e il motore sarebbe poi in grado di girare da solo come quel pistard... » Geniale. Ero sconcertato, allibito... e quel ragazzo non era certamente il più bravo della classe. Mi aveva quasi commosso la sua straordinaria constatazione. Non faceva una grinza la sua ipotesi. È in questi momenti che ad un insegnante viene spontaneo pensare: “signori, trattenetevi pure il mio stipendio, ho già avuto fin troppo. Questo allievo mi ha fatto godere, non mi serve più niente, nemmeno una donna. Mia moglie non ne sarà felice, ma così è se vi pare....e se non vi pare ve lo confermo io: godetti.” “ Sì, sì, e ancora sì...il tuo pensiero non fa una grinza “, pensai. Rimasi qualche secondo in silenzio. I ragazzi, anzi i giovanotti, mi guardavano con curiosità. Immaginavo i loro pensieri. Lo abbiamo preso in castagna, questa volta. Non sa più cosa pensare e come rispondere; lo abbiamo steso...eheheheh. Povere piccole nebulose nella grande galassia del sapere umano, piccole scoregge di passerotto che svolazzate sul deretano di un elefante che sta defecando, teneri virgulti che a stento trovate un raggio di luce nella giungla della scienza, come potete pensare di avermi messo in difficoltà avendomi invece offerta una leva magica per dimostrare, da un punto di vista pratico, le grandi teorie di Galileo Ferraris, padre del motore elettrico? Così ragionando, pensavo al modo di dimostrare che quel giovane perito tecnico industriale aveva ragione e volevo farlo con un esperimento di laboratorio. In quel minuto di riflessione, mentre camminavo avanti e indietro nei pressi della lavagna, ecco l'idea: avrei usato lo stesso metodo che usava Sabatino per far partire il motore Arona del suo gozzo siciliano. Ricordavo perfettamente quella puleggia, la corda avvolta e quella maniglia stretta tra le mani callose, fatta con il manico in osso di un vecchio coltello la cui lama si era spezzata. Detto fatto. Finita la lezione, salutai i ragazzi e tornai a casa in preda ad una eccitazione che mia moglie, pur avvezza alle mie smanie, quella volta non capì a fondo. Le chiesi: « La vecchia lavatrice di tua madre è ancora in magazzino? » « Sì, certo, l'hai voluta tenere per i pezzi di ricambio, non ricordi. Ti ho chiesto mille volte di buttarla... » Mangiai in fretta e furia ed inforcai la bici. Il magazzino era in un'altra casa, ereditata da mio nonno...un vecchia cascina il cui portico avevo adibito a rimessaggio di tutte le mie “robe”, e la casa era a poche centinaia di metri. Arrivai in un lampo, aprii la lavatrice e in un niente levai il motore. La puleggia non andava bene, ne serviva una più piccola e con scanalature molto più larghe. Per questo c'era Leonardo, l'inventore de 'noantri, il mio geniale vicino di casa. Gli spiegai tutto, e lui mi disse: « La teoria del motore non l'ho capita ma, se vuoi farlo girare a mano con una corda ho la puleggia giusta...te la monto subito » Il giorno dopo arrivai a scuola con uno scatolone... i bidelli mi chiesero spiegazioni, e io li pregai di tenere la bocca chiusa. La burocrazia scolastica non mi avrebbe permesso di fare quell'esperimento in laboratorio. Andai in segreteria e mi feci dare le chiavi del laboratorio di Misure Elettriche... poi telefonai a Fogliadini, il mio assistente, un ragazzo che per queste cose andava matto. Lui è diventato un artigiano di gran valore nel campo delle schede elettroniche di controllo delle macchine utensili. Oggi è ricco...mi fa un enorme piacere. Fu così che alla chetichella andammo in laboratorio con i ragazzi. L'esperimento presentava alcuni rischi... per i ragazzi, non per un marinaio come me. Decisi quindi che l'avrei fatta io la parte manuale, io e Fogliadini. Avvolsi la cordicella dotata di manico in legno di gelso ( bello il colore giallo zafferano, un esperimento come quello se lo meritava), e collegai il motore al banco di prova, a duecentoventi Volts, dopo aver eliminato il condensatore. Interposi un interruttore che avrebbe dovuto azionare l'assistente solo dopo che io avessi fatto partire a mano il motore. I tempi li avrei dettati io, anche il “vai” a Fogliadini. Diedi uno strappo forte e prolungato, e dopo che la cordicella aveva abbandonato completamente la puleggia aspettai qualche secondo; il motore stava aumentando i suoi giri. L'avevo avvisato, l'assistente, che il segnale alla chiusura dell'interruttore l'avrei dato in ritardo. « Via, chiudi... » gridai in preda ad una certa eccitazione. Ero proprio curioso di vedere come sarebbe andata a finire. Il motore non fece un cenno, non sentimmo nella maniera assoluta nessun rumore tipico della partenza che avviene col condensatore. Rimasi con il cuore in gola, temevo che l'esperimento fosse fallito e di lì a qualche secondo il motore si fermasse. E invece no, girava, girava, girava felice e cantava una leggera sinfonia metallica, una sorta di ringraziamento religioso a dei poveri ricercatori in erba quali eravamo noi. Vorrei solo aggiungere che l'esperimento passò alla storia dell'istituto e, anche se non mi fu più permesso di realizzarlo praticamente, fu segnalato come teoria nella spiegazione dell'avviamento dei motori asincroni monofasi. Da quel giorno i miei allievi cercarono altri espedienti per mettermi in difficoltà...è quello il bello della scuola, un luogo di battaglie pacifiche tra cervelli stagionati e meningi in erba, tra ponti di sapienza e acque giovani e fresche che scorrono ai piedi di quegli archi portanti il bene della conoscenza.

*

La traversata

Fuori, in mare aperto, nemmeno una barca. Traversava, affondando la prora nelle onde e queste reagivano, tormentando il mascone di dritta.
Maledetto grecale, mezzo sangue nella rosa dei venti, imparentato con la bora.
Non riusciva a tenere la rotta per più di cento braccia senza dover offrire alla schiuma l'altro fianco, quello di mancina. Sulle vele gravava la salsedine e la forza delle raffiche, tese, maligne.
Le vibrazioni della stoffa davano il segnale per il lasco, oppure per cazzare la scotta.
L'isola pareva lì, a meno d'un miglio e quello era il punto risultante delle sue deviate traiettorie, imposte dalla direzione del vento.
Lei lo aspettava, ne era certo. E sapeva bene anche dove fosse, in quel momento: era affacciata alla finestra di levante, sopra la pergola di gelsomino.
E sfidava vento e salmastro, con il suo petto offerto al mare quale splendida polena. L'avrebbe trovata umida di passione, ne era certo.
Gli pareva di vedere i suoi lunghi capelli, profumati di voglie, tormentati come panni stesi al vento.
E i suoi occhi chiari fissi sul mare, leggermente socchiusi come quando facevano l'amore.
Ancora un tiro di vela e la costa lo avrebbe coperto dalla furia di quella burrasca.
L'imbarcazione reggeva bene la bolina stretta, era stata costruita proprio in vista di quel tipo di andatura. Ora i colori dell'isola diventavano nitidi, anche se la luce scomposta dalle goccioline di acqua salata creava strane forme, come in un gioco di specchi e perle.
Tutto era perfetto, come l'attesa. Sarebbe arrivato in porto felice e stanco, con le membra pronte all'abbandono.
Avrebbe attraccato la barca in tutta fretta e sarebbe salito sul fianco di ponente della collina, per aggirarla ed andare incontro ad un momento di felicità.
Sentiva già il petto allargarsi, dilatato da un sospiro che diceva tutto quanto il suo desiderio.

Ammainò la randa e, con gesti precisi, meccanici, assicurò la cima alla bitta in banchina.
Scese con passo agile balzando dalla poppa; si fermò per un breve istante e, con una mano a visiera, si coprì gli occhi per guardare il limitare del bosco, quello a picco sul mare.
Lei era là, e lo stava aspettando. Iniziò a camminare e sentì distintamente il proprio cuore danzare
di gioia, nel petto.

*

Lorenzo Mullon

Lorenzo Mullon

Egregi signori e signore, mi fosse andata bene la mia storia d'amore con la donna del sud, metafora ed archetipo e prototipo di un amore ancestrale che ogni uomo del nord coltiva nella propria Weltanschauung, insomma se mi fosse stato concesso di farmi in santa pace qualche bella scopata con questa sensuale creatura mitologica, ma reale, non sarei qui a chiedervi: ma dove è finito l'amico mio caro Lorenzo Mullon, il poeta del Parco?
Me ne starei beato a godermi i piaceri dell'amore sia fisico che spirituale e mi disinteresserei dei morti di questo sito, per restare in tema con la giornata di oggi.
Ma così non è, purtroppo, e allora mi chiedo: cosa è successo al pover'uomo? Dove ero io, dannazione? Mi dicono che sia stato cacciato... così fosse, cacciate anche me, allora, oppure ditemi quali possono essere stati i misfatti commessi dal poeta. Non vorrei che anche lui come me, dopo che pubblicai quel racconto scherzoso sugli uomini e le donne, sia stato attaccato su più fronti ed abbia dovuto difendersi da solo.
Spero non sia stato così, mi auguro che le informazioni avute siano inesatte, in caso contrario mi troverei a doverlo difendere con tutte le mie forze ed a chiedervi: allora cacciate anche me, perché la penso come lui in ogni aspetto della vita e nei riguardi della poesia.

*

Davanti a Porto Azzurro

Una piccola barca scivola sull'acqua, proprio come una goccia d'olio solca le venature di un ciuffo di morbida lattuga. Nuvole scure ma allegre corrono verso l'isola di Montecristo, forse per un appuntamento. Ci sarà un temporale, laggiù. Un gabbiano fa evoluzioni nel cielo terso, e le sue grida si fondono con il rumore argentino della piccola imbarcazione, un suono ripetitivo che ricorda il ticchettio di un gigantesco orologio. Sulla barca a vela ormeggiata in rada un bimbo gioca col suo cane. Al levar del sole il vento di grecale inizia e stropicciare il mare e le piccole onde si rincorrono, come in un gioco di luci d'acqua salata e perle trasparenti. Il vecchio pescatore, seduto sulle reti ammassate in banchina, dà la misura del tempo che passa e ci ricorda la caducità terrena della bellezza. La sirena del traghetto lancia il suo avvertimento agli abitanti del mare. L'uomo sul piccolo gozzo si volta, per un attimo, alzando il braccio in alto, come per un saluto alla vita.
Lo spirito del giorno soffoca dolcemente, ammantandolo di luce, quello della notte, consegnata al passato.

*

L’uomo con una gamba sola

L'uomo con una gamba sola


Non ho mai combattuto contro gli avversari, se non con un'unica eccezione: la boxe.
In quel caso, purtroppo, o le prendi oppure le dai, ma anche entrambe le cose insieme. Ho smesso ancor giovane proprio perché, a mio vedere, sarebbe davvero una nobile arte quella del pugilato se non terminasse con l'effetto violento del pugno.
Il mio sogno è che in un futuro non lontano, come si usa dire, la faccenda evolva come per la spada, o il fioretto, che è uno sport con gli stessi movimenti e le stesse problematiche della prontezza di riflessi, caratteristica che anche il pugilato richiede.
Come è evoluta la scherma? Lampante...anziché infilzarsi a morte, i duellanti segnano punti con un cartello elettronico che sente le toccate. Fosse così per la boxe, nessuno la vedrebbe più come sport violento.
Nel nuoto invece ho sempre gareggiato contro me stesso, vale a dire il mio tempo personale.
Il tentativo di migliorarsi è umanamente comprensibile e deriva dal fatto che nuotare tre chilometri ogni mattina per ottenere un decimo di secondo in meno nella tua gara esige anche il riscontro che non hai buttato del tempo, del danaro e impiegato tanto sacrificio per niente.
Nove nuotatori su dieci tra i venticinque e i trent'anni crollano, proprio per l'eccessiva mole di lavoro in piscina.

Quel giorno avevo già vinto un oro nella mia specialità: cento metri rana, categoria Over Sessanta.
Fabio, il nostro allenatore del Brescia Nuoto, un bravo ragazzo di trent'anni che in gara non eccelle ma ha meriti grandissimi per il suo modo di fare la preparazione dei sessanta e più atleti in gara ogni volta, mi convinse a tentare anche nella gara dei cinquanta delfino.
Io, in quella specialità, ho un handicap: le gambe sono troppo lunghe, sproporzionate rispetto alla mia già notevole altezza, prossima ai centonovanta centimetri. Va da sé che le gambe tanto lunghe affondano e costituiscono un attrito notevole sia nello stile libero che nel delfino. In quest'ultimo poi si deve pure fare quel bellissimo movimento di dare una sorta di calcio all'acqua fingendo che in superficie ci sia un pallone che si vuol far affondare.
Ecco: io fatico a tirar fuori le gambe, troppo a fondo nella nuotata, ed allora perdo secondi preziosi.
Ci chiamano ai blocchi di partenza. L'emozione è grande perché nei tempi segnalati dalla Fisi dovrei arrivare secondo. Il probabile vincitore è un fiorentino, della Old Star nuoto Firenze. Fabio continua a dirmi: Mino, ce la puoi fare. Stringi i denti.
Mino è il mio nomignolo per gli intimi: mia moglie, i miei figli, gli amici sub, nel nuoto e negli scacchi. Diminutivo di Giacomo...Giacomino...Mino.
Sorpresa delle sorprese: al blocco di partenza viene accompagnato, da un apposito assistente, un bell'uomo che, contrariamente ai nostri coetanei, ha ancora i capelli neri corvini. Gran fisico, spalle larghe ma non eccessive, muscoli tonici e ben proporzionati. Venti centimetri più basso di me.
Dove sta la sorpresa, direte voi? Ebbene, l'uomo, un toscano di una simpatia unica, ha un piccolo handicap: ha una sola gamba. L'altra gli è stata amputata all'altezza dell'anca.
Il mio cuore per un attimo si ferma, quando vedo la fatica che fa per salire sul blocco di partenza. Lo aiutano; poi lui si sistema, si piega su quella sola povera gamba, agguanta con determinazione la tavoletta del blocco di partenza e, con perfetto stile, raro a vedersi, pone la testa fra le gambe, proprio come se ci fosse anche la seconda.
Allo sparo mi ritrovo in testa, dopo il tuffo: è sempre così, sono alto ed ho un notevole slancio. Alla mia sinistra c'è il campione di Firenze della Old Star, favorito, il quale piano piano sta recuperando centimetro su centimetro.
Resisto...voglio farcela, per Fabio, per la squadra, per me stesso. I miei punti potrebbero far vincere l'oro a squadre.
A venti metri dal traguardo capisco che ce l'ho fatta...il mio avversario ha mollato.
Ma, ora che mi rilasso e non guardo più a sinistra e la mia nuotata si fa ancor più fluida ed efficace, comincio a sentire un tipico sciacquio, quello di un corpo che pare sempre più vicino alle mie orecchie. E' proprio alla mia destra...è lui, l'uomo con una gamba sola.
Inesorabile, bracciata dopo bracciata, il rumore si avvicina...sciacc...shiii...sciacc...shiii...; sembra una macchina perfetta, non perde un colpo, possiede la cadenza di un orologio svizzero.
Poco prima di toccare, riesco a scorgere la sua cuffietta bianca e le possenti braccia che escono in alto per lanciarsi sul blocco d'arrivo, simultaneamente, quasi un tuffo alla rovescia, da dentro a fuori l'acqua.
Tutti insieme voltiamo la testa al tabellone elettronico d'arrivo...sono secondo, il primo è lui, corsia numero sei.
Ho una sensazione mista, nel cuore...gioia, dolore, fatica, stupore. Il tutto diventa commozione, che sul podio della premiazione diventa per me groppo alla gola e per il pubblico un applauso mai sentito. Anch'io mi unisco agli applausi, interrotti dal vincitore che mi vuole stringere la mano. Lo fa, ed io, che ho una stretta esagerata, per la prima volta in vita mia ho capito cos'è una morsa d'acciaio. Non c'è solo forza nella sua mano: c'è calore, c'è la storia della sua determinazione, del suo coraggio di portare avanti una passione.
Che dire, in quel momento il mio cuore era sul podio più alto, insieme a lui.
Quando lo hanno aiutato a scendere, una bella ragazza, che ho saputo poi essere la figlia, gli è corsa incontro e lo ha abbracciato in un modo talmente affettuoso da farmi capire quanto possa essere grande l'amore verso un genitore. E allora mi è venuta spontanea una domanda: c'è bellezza nella sofferenza?
Il bello è lo splendore del vero, sosteneva Platone; e non posso fare a meno di pensare che, se fosse qui oggi, troverebbe molto vero quell'uomo che ha fatto del suo handicap una ragione di vita sportiva.
Ma io, vagando nel mio piccolo mondo di ricerca della verità, posso anche dire di aver capito oggi un po' di più di quella magica frase che Dostoevskij fa dire al principe Miškin, nel suo capolavoro, l'Idiota: La bellezza salverà il mondo. Forse la bellezza di cui parla il grande scrittore Russo è proprio quella che in questa circostanza ho avuto modo di toccare con mano.
Non so dire se alla sofferenza sia sempre associata la bellezza, ma credo proprio che la sofferenza rappresenti le radici di un grande albero che è la bellezza interiore, e non solo.

Io e Gianni, questo è il suo nome, siamo diventati grandi amici e quando ci troviamo in manifestazioni regionali toscane faccio un gran tifo per lui.
Un giorno, in una gara Regionale, eravamo a Livorno, gli dissi:
« Forza Gianni, ce la puoi fare. Devi vincere... »
E lui, guardandomi con quella sua espressione pacata e sfoderando un sorriso che più umano non si può, rispose:
« Giacomo, la mia vittoria è essere qui, in mezzo a tutti voi...credimi, non desidero altro ».
Per me, una bella lezione di vita.
Ah, non faccio più gare a delfino, io sono un ranista, c'è poco da fare. Avete presente com'è una rana: braccine corte, gambe lunghissime...solo che io ho anche le braccia lunghe, purtroppo. Sono un ranista con un altro tipo di handicap.
E, a ben pensarci, siamo tutti handicappati in questa vita che a volte si dimostra crudele, anche più di certe belve umane, ma che lascia sempre una possibilità di riscatto e rinascita che è giusto imparare a saper cogliere.

P.S. per sentire il file audio... https://soundcloud.com/mmassarotti/luomo-con-una-gamba-sola

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La prima tata

La prima tata


Sono nato il tre luglio del millenovecentoquarantasei, alle tre del pomeriggio, nella camera dei miei genitori, quella stessa stanza nella quale mi avevano concepito.
Mia madre Elisabetta, donna di rara bontà ed educazione, mi racconterà in seguito che proprio in quel momento passava il funerale di un noto ribelle del paese, un partigiano ferito gravemente tre anni prima in un agguato fascista, perpetrato tra i monti della vicina Valverde.
Lei sosteneva che il mio irriducibile spirito contrario all'autorità e l'indole ribelle che mi ritroverò a gestire malamente nel corso degli anni, dipendeva da quell'evento.
Può essere; sta di fatto che in terza elementare fui folgorato dal mito di Prometeo e recentemente ho assistito ad una conferenza durata due giorni su quel tema, presso l'Università Cattolica di Brescia, che potrebbe far pensare ad un connubio di influenze.
Ora ho le idee più chiare. I nostri ragazzini che hanno per mito Balotelli o Lady Gaga non avranno certo quel lato ribelle del mio carattere: beati loro, davvero.
Mi è costata qualcosa questa mia indole...

I primi ricordi dell'infanzia sono legati al paese di Botticino, luogo d'origine dei miei genitori, nonni, zii, cugini e parenti vari. Noi ci eravamo trasferiti in un centro vicino, più industriale, con commercio avviato e fabbriche che davano lavoro a molte famiglie.
Ecco perché amavo tanto Botticino, paese di vigneti, colline, cave di marmo, boschi e tutto quanto la natura può dare in un luogo prealpino, ai piedi del colle della Maddalena, che sovrasta la città.
Le vacanze estive in quel paese le ricordo ancora con nostalgia; non le potrò mai dimenticare, nemmeno se fossi colto da una demenza senile galoppante. Resterebbero sicuramente i profumi del mosto, l'odore della terra pedemontana bagnata dalla pioggia, il sapore delle amarene dello zio Giovanni e il caffè con la “rosolada” di nonna Teresa.
E che dire dei funghi e delle castagne dello zio Giulio, e del sapore dei baci di una maestrina dell'amore, una bella morettina della quale ho dimenticato il nome e che spero sia ancora tra noi, in questa valle di lacrime. E come dimenticare il profumo di polenta e coniglio che zia Lucia ci portava nel vigneto, il giorno della vendemmia.

Una parte fondamentale della mia educazione l'ha avuta la così detta tata, la prima che ho avuto, un donnone che mi pare di ricordare mi abbia anche allattato. La mia famiglia, assai numerosa ed impegnata in diverse attività, aveva bisogno di un aiuto domestico, ed allora nella nostra mastodontica casa trovarono posto nonno Angelo, la cugina Carla, che si occupava di varie faccende, e questa tata tuttofare di nome Livia. E poi noi figli, tre sorelle e due fratelli.
Della cugina Carla, più grande di me di qualche anno, ho un ricordo dolcissimo dovuto al fatto che lei, convinta che il benessere della nostra famiglia richiedesse un comportamento raffinato, usava espressioni altolocate, provocando la nostra benevola ilarità.
Per esempio, se veniva a farci visita il sindaco, che poi era il socio di mio padre in una delle sue attività industriali, Carla lo accoglieva con un sorriso largo come un'autostrada a quattro corsie, prendeva la sedia migliore, che lei chiamava seggiola, quella antica in legno di ciliegio con imbottitura in raso damascato, e porgendogliela diceva:
« La prego, signor Fausto, si segga...posso fare qualcosa per lei? Desidera un caffè, oppure un tè...»
Seggiola e segga erano due termini tra loro collegati, a mio avviso, forse imparati leggendo qualche romanzo tipo L'amante di Lady Chatterley, un tormentone vagamente erotico di D. H. Lawrence tanto in voga alla fine degli anni 'cinquanta.
Tornando a Livia, di lei ricordo due fatti salienti che ancor oggi me la fanno immaginare come una gigantessa, terribile ma buona.
Il primo riguarda quel giorno che mi accompagnò a scuola, nel vecchio edificio delle elementari che era stato ricavato dalle vecchie stanze di una casa attigua al palazzo comunale.
La maestra della prima classe, anche di lei ho smarrito il nome, perso nei meandri della mia labile memoria, la guardò allibita quando Livia, che teneva stretta alla sua la mia mano destra, disse, con un tono da badessa di un convento di suore di clausura:
« Signora maestra cara, questo discolo viene a scuola senza lavarsi le orecchie...e non vuole l'olio di fegato di merluzzo nel caffellatte, che gli fa tanto bene. »
I miei compagni di classe si guardavano divertiti e si davano gomitate ai fianchi:
« Il signorino non si lava le orecchie...senti che roba. E non gli piace l'olio di fegato di merluzzo...che sarà mai quest'olio per metterlo nel caffellatte »
Lì per lì non potei fare a meno di odiarli; ma dopo qualche anno capii. Era gente che non sapeva nemmeno esistesse il sapone, e si lavava in una tinozza in cortile, con una specie di detergente fatto di cenere, ossa, e grasso di maiale bolliti. Mentre il signorino, che poi ero io, aveva la televisione, il bagno, anzi più d'uno, l'automobile e la casa sul lago, per le vacanze.
Cominciai in quegli anni a solidarizzare con i meno abbienti, gli sfortunati, coloro che per trovarsi un posto nella vita dovevano giocoforza dimenticarsi del galateo e della buona educazione, vale a dire comportarsi da fighetti, come invece facevano i ricchi.

Di Livia c'è un secondo episodio che occupa ancora i miei sogni notturni. E' un sogno ricorrente che a volte mi concilia il sonno ma altre si trasforma in una sorta di incubo e mi costringe ad alzarmi per cercare di trovare la calma in un buon bicchiere di whisky invecchiato.
La storia è questa. A quei tempi Livia si occupava anche della biancheria ed in pratica si alternava a Carla per quanto riguardava il bucato; grosso impegno perché, loro comprese, eravamo una decina di persone in famiglia.
La casa aveva una bella stanza adibita a lavanderia, provvista di una grande vasca con relativa asse per spazzolare e insaponare i panni; ed infatti Carla , quando toccava a lei, lo faceva in quel modo, il bucato.
Usava anche una grossa tinozza in legno, che perdeva acqua da tutte le parti, nella quale metteva in ammollo le lenzuola. Adoperava una soluzione di acqua, sapone e cenere; il profumo di pulito di quella biancheria non ho più avuto modo di sentirlo, negli anni a venire, quando la lavatrice alleviò giustamente le fatiche domestiche.
Lenzuola morbide, profumate di varie essenze, ma quel sentore di pulito della cenere...è uno di quei profumi che restano indelebili nella memoria olfattiva, come quello del fieno secco, della ferratura degli zoccoli del cavallo, della minestra di verdure dell'asilo.
Al contrario Livia queste operazioni non le poteva soffrire; le considerava lungaggini inutili, poco pratiche, ed inoltre odiava stare segregata in casa quando invece poteva andare al lavatoio del Ponte; lì c'erano tutte le amiche del paese che le chiedevano le ultime novità della nostra famiglia.
Io e Gemma, i due piccoli di casa Colosio, eravamo sempre con lei durante queste operazioni. E come era orgogliosa, Livia, di raccontare questo e quello in nostra presenza: la nuova televisione che era arrivata, le vacanze al mare, la generosità di mamma Bettina che le passava molti dei suoi vestiti, gli amori segreti di nonno Angelo, rimasto vedovo in giovane età, l'ultimo modello di automobile che mio padre cambiava come si cambia un vestito, le sue motociclette con le quali andava a fare le corse nei circuiti di Montichiari, Parma e Mantova, per finire con il pianoforte che mia sorella Maria Grazia suonava in maniera eccelsa, a suo dire.
E poi mio fratello, che portava il nome del nonno ma che noi chiamavamo Angiolino, il quale si faceva notare in paese per la sua fiammante Alfa Romeo spider GT, carrozzata Pininfarina, color bianco latte con interni in pelle rossa e cambio in radica.
Mentre raccontava queste cose Livia ci perdeva di vista, regolarmente, indaffarata com'era nella descrizione della fortuna che aveva a vivere in una casa di signori.
Io avevo quasi dieci anni, e Gemma sei; mia sorella non badava a questi discorsi, ma io un po' ne soffrivo, anche se ero conscio che le intenzioni della tata erano buone.
Quel giorno avvenne il fattaccio; io ero sotto un ippocastano a giocare prendendo a calci i suoi grossi frutti ottobrini caduti nella piazzetta antistante il lavatoio, e Livia era china a sbattere i panni sulla grande pietra che il comune aveva piazzato di lato al corso d'acqua. Si facevano due scalini e si scendeva all'altezza del fosso che poi era una deviazione del Naviglio, un grosso corso d'acqua che il paese aveva scavalcato con costruzioni piazzate sopra un enorme ponte naturale. Di lì il nome del rione, il Ponte.
Dopo trenta metri dal lavatoio, il corso della Cerca, questo era il nome del rivo dove si faceva il bucato, andava a buttarsi sotto una serie di vecchie case nelle fondamenta delle quali era stata eseguita una volta in mattoni che permettesse anche il passaggio di eventuali piene. Più avanti la Cerca veniva inghiottita dal terreno, sotto il quale c'erano giganteschi tubi in cemento predisposti per un suo ritorno nell'alveo principale.
Gemma era rimasta tutta sola e stava giocando sul bordo dell'acqua , a monte di dove Livia sbatteva i panni.
Mi pare di ricordare che avesse costruito una specie di barchetta in legno dotata pure di un traballante albero e una foglia che fungeva da vela.
Improvvisamente le urla delle donne: Gemma era caduta in acqua e veniva trascinata dalla corrente, anche se con i piedini riusciva a frenare sul basso fondo ghiaioso. Io mi buttai immediatamente, ero allenato a nuotare nei fossi, anche nel Naviglio, impetuoso e profondo, ma non ebbi la forza di trattenere Gemma che stava scivolando nel tunnel sotto le case. Livia fece un ultimo gesto disperato e riuscì ad agguantare la piccola per i capelli, letteralmente. Ho sempre negli occhi la disperazione che manifestava il viso di quella povera donna, e quello di mia sorella.
Ci promettemmo tutti e tre di non dire niente in famiglia; cosa che avvenne, anche se spesso e volentieri veniva chiesto a Livia per quale motivo non ci portasse più con lei al lavatoio.
Solo nonno Angelo aveva intuito qualcosa, intento com'era a controllare i movimenti della famiglia.
« Livia, cos'è successo al lavatoio che non porti più i ragazzi? » , disse una volta che era in vena di parlare.
« Niente, niente, Angelo...non mi piace che sentano i pettegolezzi di paese. Sono piccoli per certe cose » rispose Livia.
« Non me la conti giusta te... » diceva lui guardando me e Gemma. Io arrossivo, mentre Gemma sbiancava. Due forme diverse di manifestare l'emozione, uno stato d'animo che veniva dalla paura di tradire un patto.

Quando penso a Livia ed alla sua mole mi assale la convinzione che per almeno dieci anni, ma forse anche più, le donne mi hanno fatto una certa soggezione proprio a causa sua. E dire che era il tipico pezzo di pane, autoritaria per finta, o per gioco, ma in fondo buona e amorevole.
Certo che quando mi lavava ed io mi ritrovavo nudo come un vermetto schifoso tra le sue possenti mani che frugavano in ogni parte del mio esserino per insaponarmi a dovere, mi prendeva una soggezione, una paura di farmi vedere per quel minuscolo ometto che ero ...insomma, mi vergognavo a morte.
Aggiungiamo alla lista dei traumi il fatto che soffrissi di una variante prossima del complesso di Edipo, innamorato com'ero di mamma, e che le tre sorelle giocassero a prendermi in giro coalizzandosi anche nei riguardi del mio nome, Giacomo, e avremo il quadro completo della mia futura vita sessuale...Giacomino piccolino fa la pipi sul solaio si trastulla col pisello e diventa gaio gaio...Giacomino piccolino vola insieme all'uccellino...ch'è piccino, poverino.
A proposito di traumi non è finita lì...verso i tredici anni- forse al posto di Livia che si era sposata e trasferita a Torino con il suo bel carabiniere c'era già la nuova tata, Alice, un amore di ragazza della quale parlerò in seguito- ebbi la visione celestiale della “rosa del deserto“ di mia cugina Carla.
Fu il fato a volere che accadesse, non c'è dubbio alcuno, perché le coincidenze furono troppe e nemmeno una mente diabolica sarebbe riuscita a tramare il modo di farmi avere una tanto straordinaria visione. Di questo fatto ne ho ampiamente parlato in un racconto completo di particolari, dal titolo: “La rosa del deserto di mia cugina Carla”, e qui ne riporterò solo lo stralcio, essenziale per capire il turbamento del giovane Giacomo...
…...andò così: il bagno dei maschi era occupato da mio fratello ed allora andai dal nonno che ne aveva uno personale nella sua camera. Dopo tutto il padrone era sempre lui, sia della casa che dell'azienda di famiglia.
In bagno c'era nonno che si faceva la barba e si sistemava i baffi, sicché decisi di andare nel bagno delle donne che veniva usato da mia madre, da Gemma e Carla, da Maria Grazia e Maria Teresa, le sorelle intermedia fra me e Angelo.
Aprii la porta con la convinzione che non ci fosse nessuno dal momento che in casa eravamo solo io, mio fratello, ed il nonno. Mia cugina, a quell'ora, era occupata in cucina, o almeno così credevo.
Con mia grande sorpresa, invece, quando spinsi la porta mi apparve Carla, tutta nuda.
Era la prima volta in vita mia che mi capitava di vedere una ragazza nuda e rimasi quasi interdetto. Lei si stava ammirando allo specchio, come immagino facciano tutte le ragazze di vent'anni. Per niente spaventata, forse pensando che fossi Maria Grazia, si girò con naturalezza. Io ero li davanti a lei, impalato come un innocente che è stato crocifisso, impossibilitato a muovermi per la tensione nervosa che mi paralizzava.
Credo di aver spalancato gli occhi ed aperto la bocca, per respirare a fondo.
Un corpo veramente bello, proporzionato, attraente. Il seno, non grosso ma ben formato, capezzoli leggermente all'insù, e le cosce lunghe che terminavano nettamente per far posto alle natiche, alte e prospicienti. In poche parole un gran bel culo, per quanto potessi capirne.
Ma la cosa che mi annichilì fu lei, la rosa del deserto. A me piaceva darle quel nome perché gli altri termini li trovavo volgari, o inappropriati.
Inoltre una rosa in un deserto, anche se non sapevo bene cosa fosse realmente, la immaginavo una rarità e proprio questo era per me: una cosa mai vista.
Sentii immediatamente una specie di turbamento, un'emozione, come può provare solo chi visita il Louvre di Parigi nelle sezione Impressionisti.
Ecco il termine esatto. Ero rimasto impressionato. Né più né meno come una lastra di una macchina fotografica. Me la stampai in testa, la rosa, e non la dimenticai più.
Ogni volta che vedevo Carla mi figuravo anche la sua rosa del deserto. Arrossivo ed assumevo quell'espressione ebete che mio fratello invece aveva tutto il giorno quando pensava alle sue morose. Per lui era naturale.
Carla capiva e mi leggeva nel pensiero. Allora mi faceva un sorriso, dolce e malinconico nello stesso tempo, che riassumeva come per magia un pensiero contorto:
« Non si può, caro Giacomo, lo so che ti è piaciuto guardarmi ed anche a me è piaciuto farmi ammirare... ma non si può, anche se... ma no.. certo che... non si può. » …...

Insomma, tornando alla prima tata, Livia, un bel giorno comunicò a mio padre che si sposava con il bel carabiniere e che sarebbe andata ad abitare a Torino.
Il suo abbraccio finale lo ricordo come fosse ieri; quando mi strinse al petto per baciare ripetutamente tutti i lembi di pelle della mia faccia, dalla fronte alle labbra, mi sentii schiacciare da quelle sue grandi, imbattibili, insuperabili tette. Grosse, sode, ritte verso il cielo come un balcone di fiori a sbalzo, parevano sfidare la legge di gravità: il tutto senza l'aiuto di un reggiseno o di altre diavolerie; impossibile dimenticarle.
Dopo una settimana che Lidia era partita ecco presentarsi a casa una ragazza che ancor oggi ricordo con gli occhi del ragazzino di dieci anni: una fata. Avrà avuto vent'anni, o giù di lì, ed ai miei occhi si presentò come la bellezza assoluta, il trait d'union tra la femminilità dolce e delicata di una mammina e la sensualità di una donna di mondo, un'attrice o una cantante.
Non fosse stato per i capelli scuri, lunghi e leggermente mossi, per gli occhi verdi e le fossette che le incorniciavano una bocca strappa baci, si sarebbe potuta confondere con l'attrice del momento, Brigitte Bardot.
Ma Alice era più bella, senza dubbio, e più vera.
Piano piano, verso i quattordici anni, al tempo della mia prima esperienza nelle scuole superiori, mi innamorai di lei, giocoforza. Non potevo resistere a quel sorriso, alla sua gentilezza, alla dolcezza dello sguardo. Io credo che lei capisse cosa avevo dentro la mia testolina ed i pensierini cattivi che passavano come nuvole scure nel cielo azzurro d'Irlanda.
Meriterebbe un racconto tutto suo, quella dolce creatura. Uno per ogni cosa bella che aveva, come quel suo sorriso aperto, le fossette, le efelidi ed i capelli di seta, lunghi e neri.
Senza parlare del corpo: per quello ci vorrebbe un romanzo. E per gli occhi, verdi come conviene ad una donna mora, cento sonetti d'amore.
Avessi avuto la fede di mia madre avrei ringraziato il buon dio per avermi dato almeno la possibilità di sognarla, Alice, e di guardarla, con occhi infantili colmi di un inconscio desiderio.
E in seguito, col passare degli anni, maledii la sorte che non mi aveva concesso di nascere poeta; chissà quante poesie e con quale trasporto le avrei dedicato. Lo feci ugualmente, ma non per iscritto... solo col pensiero.

... tratto dal romanzo: Collage familiare.

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Gli spicchi di Luna e Il gozzo siciliano

Gli spicchi di luna

Dovevamo restaurare la barca, un magnifico gozzo in legno di otto metri che mi aveva venduto Sabatino, uno degli ultimi grandi vecchi marinai di Porto Azzurro. La barca, completa di vela latina e motore con avviamento manuale a strappo, era stata dipinta con numerose mani di vernice che celavano completamente lo splendore, sia del fasciame che dei legni di coperta.
« Ci vorrebbe il vetro per fare un bel lavoro » disse Sabatino.
Credevo scherzasse. Non riuscivo nemmeno ad immaginare cosa si potesse fare con il vetro. E invece imparai... oggi sono un esperto e lo uso anche nel restauro di mobili. Inoltre ho imparato a tagliarlo, e quindi le operazioni sono facilitate.
Il metodo di Sabatino invece era più rozzo, da pescatore. Prese una lastra di vetro per finestre, una di quelle rotte o comunque di misura non utile, e lanciò un sasso per frantumarla. Poi si mise a selezionare “gli spicchi di luna”, come li chiamava lui. Ecco, quella era la forma adatta a raschiare via la vernice in eccesso, senza intaccare la bellezza del legno. Per fare una barca intera in questo modo servono due mesi di lavoro... ma la bellezza non guarda il tempo che serve per donarla alla vista, tua e degli altri. La bellezza è la bellezza... che barca era, alla fine; venivano tutti ad ammirarla. Io ne ero orgoglioso e mi sentivo come un giovanotto che passeggia nelle vie del Centro a fianco della fidanzata, magari fin troppo bella per lui...e che piacevole sensazione quelle teste che si girano, per terra o per mare.

Il gozzo Siciliano

Il gozzo che mi lasciò Sabatino, poco prima di morire, era davvero una gran barca. La chiamai San Marco, il nome di mio figlio, ma anche perché è un nome importante per una barca del genere. Otto metri, interamente in legno, sperone a prua, vela latina, motore con avviamento manuale a manovella. Tenuta del mare eccezionale. All'Elba si usa dire: un gozzo che “agguanta”.
Nessuno ha mai saputo chi l'avesse costruita, ma io ho scoperto che è una barca siciliana, forse catanese: una Palommedda cù speruni. Con lei ho affrontato mari che non avrei dovuto affrontare, ma la colpa un po' è sua: mi pareva di avere un angelo al mio fianco.
Mi dava sicurezza. Se prendevo l'onda di prua piena, lei saliva piano piano, fletteva un poco, rompeva il fronte ed entrava nell'ansa, la pancia molle dell'onda. Vi si adagiava come può fare un aliante su un prato, con delicatezza...ed il fruscio che faceva era lo sbatter d'ali di una colombella.

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Chi ha detto che l’amore non esiste?

Sento spesso ripetere questa frase: l'amore non esiste. È un pensiero dominante, questo, sia nella vita reale che in quella virtuale. A tal proposito sui social network, parlo dei portali letterari come Poesieracconti, Neteditor, Ali di carta , La Recherche ed altri, la convinzione che l'amore non esiste è ripetuta in tutte le salse, ossia: aforismi, poesie, racconti.

All'inizio mi ero fatto persuaso che fosse questo un vezzo di piangersi addosso, una pratica letteraria che taluni autori ostentano nell'intima convinzione di “colpire” il lettore, diciamo così per farsi compatire, cioè “patire con” loro per questa mancanza. Ed in parte è probabilmente vero; crogiolarsi nell'infelicità di non essere compresi ed amati rende l'uomo poeta, fine filosofo di vita, interessante narratore, senza alcun dubbio.

Ma c'è dell'altro, ne sono sempre stato certo. Infatti recentemente ho aggiunto un tassello alle motivazioni di questo credo pressoché universale, ed ho scoperto quasi per caso che ogni volta che si dice, o si canta, o si narra che l'amore non esiste lo si fa con un riferimento ben preciso, vale a dire si intende l'amore degli altri verso noi stessi, mai il contrario.

Avete mai sentito dire da un autore: l'amore non esiste perché io non ho mai amato nessuno, né uomo né donna, padre o madre, figli o altri appartenenti al genere umano. E, dovrebbe aggiungere questo fantomatico autore, non ho mai amato la vita, e neppure mi sogno di amare un animale o un lavoro, un luogo, una casa, insomma mi schifa tutto quanto fa parte dell'esistenza umana.

No, temo che non lo abbiate mai sentito per il semplice motivo che costui verrebbe scambiato per pazzo o, se non lo fosse, per emerito bugiardo. Invece, quando costui sostiene che l'amore non esiste per il semplice fatto che è proprio lui a non essere amato, allora ecco che scatta la tanto gratificante solidarietà umana.

Lo stesso rischio lo corro io quando al contrario dico che l'amore è tutto, esiste eccome, anzi non esiste altro, e l'unico problema che abbiamo noi umani è che dobbiamo imparare a vederlo, o percepirlo istintivamente.

Dico spesso: ci vogliono occhi per vedere la bellezza, che è in ogni dove, e l'amore è una parte di questa bellezza. Tempo fa scrissi un pensiero che voglio riportare qui integralmente, anche se è nato in un contesto diverso. Ecco, dopo aver letto questo mio breve elogio dell'amore anch'io sarò considerato pazzo, ed un po' lo sono, oppure bugiardo, e quello lo sono ancor più, come tutti voi che scrivete poesie, racconti e aforismi, che sono poi pensieri comuni della vita quotidiana...

 

L'amore vince su tutto

 

L'amore vince su tutto, figuriamoci se non vince su di noi poveri piccoli uomini che navighiamo nel mare magnum e tempestoso della vita, a volte crudele e spaventosa... poi, ecco l'amore, l'isola che ci illude di salvarci dal naufragio( ed a volte accade... a me è accaduto).

E la nostra vela, pur se dovessimo cazzare o lascare le scotte e tentassimo di virare la barra del timone a dritta o manca, la vela dicevo si orienterà verso l'amore così come il girasole si orienta verso l'astro giallo che gli ha dato la vita. E quella vela vincerà ogni vento, ogni nostra resistenza, ogni tentativo di rifiutarlo.

L'amore è più forte, fa tremare i polsi e le gambe, fa cantare le statue e parlare i quadri, dipinge l'asfalto di azzurro e lo trasforma in cielo, regala la parola ai muti, fa sentire i sordi e strappa sorrisi ai tristi.

L'amore stende tappeti di fiori e asfalta i dolori, seppellisce le pene, fa fiorire rose blu nel deserto... e nessuno sa come fa.

L'amore è il mago della vita...dove c'è lui gli alberi danzano la più bella delle primavere e l'uomo canta col cuore poesie di rara bellezza, capaci di volare su ponti che attraversano città morte, per portare la vita.

*

Lettera aperta: il nostro matrimonio

Quando penso al nostro matrimonio, dalla funzione religiosa al pranzo di nozze, per arrivare al viaggio ed alla fatidica prima notte, quasi non credo a me stesso.
Fu tutto così anormale, bello e stravagante allo stesso tempo; magico, come disse qualche amico.
Tu eri bellissima, troppo...se ne accorse pure il prete della chiesetta di S. Bernardo che guardava solo te e mai il sottoscritto. Ricordi quando gli feci quel gesto come a dire: dove guardi sempre, ehi, pensa alla funzione!
E poi, diciamola tutta, quanti potevano saltare la prima notte di matrimonio dormendo in una casa privata di sconosciuti, a Manfredonia, fra sguardi di bambini che spiavano dalla porta , santini e lumini accesi sul cassettone? Forse potevamo andare in spiaggia, visto che non c'era un posto a quell'ora di notte in nessuna pensione del paese... non sapevamo nemmeno dove ci portò, quel tipo strano davanti all'albergo Stella di mare. Era una casa qualsiasi...aspettammo fuori, intanto che liberavano la camera e si trasferivano chissà dove. Erano quasi le due di notte...
Per quell'uomo era un lavoro quello di stare davanti ad un albergo pieno...lo pagammo il mattino, ricordi, sempre con quei bambini che spiavano dalla porta della loro stanza...ma chi può credere ad una cosa del genere? Solo a noi poteva capitare...
Ma quella fu l'ultima stranezza del nostro viaggio di nozze...iniziammo a girovagare per spiagge isolate facendo bagni ed immersioni e dormendo sulla sabbia. Certo che lo ricordo... la recuperammo sì la prima notte in bianco, con gli interessi anche. Di notte, sotto le stelle, col mare a nostra completa disposizione...
E quel tipo che ti faceva la corte mentre io ero entrato dal salumiere a farmi fare due panini...dove eravamo, a Mattinata? Uscii, lo guardai negli occhi e lui tentò di reggere gli strali che uscivano dalle mie pupille. Tu eri spaventata ma ti toccò ridere, insieme a tutti i vecchi della piazzetta, ricordi, anche quelli che vendevano i fichi d'india, quando mi tolsi i pantaloni e le mutande e gli dissi: guarda qui, è già a posto la signora....ahahahah...sembrava avesse visto il demonio. Scappò a gambe levate, tanto per non rischiare di vedere qualche cosa d'altro...
Che mare, che immersioni, che bagni...facevamo l'amore a cottimo, anche se nessuno ci pagava le straordinarie. Bei tempi...rifarei tutto. E tu?

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Il pesce che cambia sesso...la Donzella Pavonina

Dovessi rinascere vorrei essere un pesce, ed in particolare la Donzella Pavonina.
Questo piccolo labride sempre in movimento, nasce femmina e, per almeno dieci anni, rimane di dimensioni contenute e di colori poco appariscenti.
Poi, quasi per magia, quando la natura decide che non ha più la capacità di tenere a bada la prole, allora diventa maschio ed assume colori bellissimi, paragonabili a quelli del pavone.
Gli servono, questi colori, per far riconoscere il suo cambio di sesso. Vivrà per altri dieci anni questa sua seconda vita. Non è carina questa cosa? Un po' ciascuno in braccio alla mamma, dicevano i miei nonni a noi cinque fratelli...

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Otto bellezze...in cinque righe

Bellezza e sofferenza.

Il gigantesco ippocastano era caduto, e giaceva con il tronco appoggiato all'aiuola di rose. Le grosse radici avevano sollevato l'asfalto, ed il vento aveva avuto buon gioco investendo quella grande fronda. Ora il possente albero era lì, maestoso, quasi regale. Avvertii un legame fra quelle radici che avevano vissuto per cento anni e più sotto terra, lottando per trovare uno spazio, soffrendo, e la bellezza dell'ippocastano. Bellezza e sofferenza, quello avvertivo.

Departure.

Siamo entrati nel cimitero di Montichiari per assistere alla tumulazione di Santina, conosciuta anni fa in casa di amici. È morta a Milano, dove abitava, ma è qui che è nata. Mentre il prete officiante dice le ultime parole di commiato e la bara sta per entrare nel loculo, sento una musica che commuove. Un violoncellista assai bravo, d'origine polacca, sta suonando Departure, dal film omonimo. Emozionante, diverso, bel modo di dire addio. La bellezza della musica nella tragedia della morte.


Bellezza e saggezza.

Un vecchio saggio gli aveva confidato una sua massima, in punto di morte, ed ora spettava a lui verificarla. A grandi linee la massima recitava: " Le cose dell'universo, dalle più semplici a quelle più complesse, contengono la bellezza dell'aggregazione. Un atomo che non si associa non è niente, in sé. Nella bellezza c'è la gioia, e la gioia è l'ambasciatrice della felicità". Il giorno che vide una viola del pensiero sbocciare tra le crepe di un muro, capì.


Amore fraterno.

È una storia commovente, questa, quindi molto bella. Conner e Cayden sono due ragazzi americani, fratelli nel duplice senso della parola: umano e biologico. Cayden ha una grave malattia e non può camminare. Conner decide di portarlo con sé nelle sue gare di Triathlon. Nel percorso di nuoto lo trascina, legandosi alla vita un gommone sul quale c'è Cayden. Guardo la smorfia del tuo viso, Conner, nello sforzo della bracciata, e non posso far altro che pensare: quanto sei bello, quanta bellezza c'è nel tuo amore fraterno.


Nuoto a farfalla

Carlo Cioni, pisano di Pontedera, ex dipendente della Piaggio, è un campione master di nuoto. La sua specialità è lo stile farfalla, che esegue con tecnica sopraffina. Nella sua categoria, Master over 60, vince parecchie gare, sia nei cinquanta che nei cento metri. Cioni è un bell'uomo, alto, corporatura robusta, capello ancora nero e liscio. Il suo tuffo alla partenza è particolare: infatti il campione ha solo una gamba. Guardarlo è una bellezza. Perché? Perché è un uomo vero, direbbe Dostoevskij.


Gli occhi della mamma di Filippo.

Filippo è un ragazzo di tredici anni, che si allena in piscina con me. Lui però fa gare riservate ai diversamente abili. Si muove su una carrozzella e, bello com'è, con quegli occhi neri ed i capelli ricci, sembra un cibernauta. La mamma ha degli occhi profondi, neri e belli come quelli del figlio ma con un lampo di dolore, dentro. Guarda me, guarda suo figlio che mi parla, e sorride, amaramente. Ho saputo che domenica Filippo ha vinto una gara, a Milano. Chissà la mamma, quando lo avrà visto sul podio. I suoi occhi saranno diventati ancor più belli, forse più di quelli di Filippo, se mai sia possibile.



Ci vogliono occhi.

La bellezza sta dappertutto. Ci vogliono occhi allenati per saperla vedere. Una donna è sempre bella, c'è in lei qualcosa di magico che la rende degna di incanto, in qualunque caso. Forse perché è portatrice della vita. Chi non sente questo incantesimo è un uomo che vive in un mondo parallelo, oppure è morto. La bellezza è quella che Renoir sapeva vedere nella natura, in un piccolo campo dietro casa, nel ruscello serpeggiante, in una ferrovia dismessa. Ci vogliono occhi per vedere la bellezza delle cose: tutto qui.


Vedo solo bellezza.

Mi alzo. Ho fatto pure un sogno, non posso dire fosse granché e fuori c'è nebbia, ma il caffè è buono, anzi speciale. Apro gli occhi al mondo; esco col cane e cosa vedo? Bellezza... sono circondato, tutto è bello, mi sento bello anch'io, il che è tutto dire. È una lotta impari: sono solo e immerso nella bellezza delle cose; se viene un raggio di sole mi metterò a piangere di commozione.
Sono stato al funerale del mio amico Vittorino, ieri. La figlia era una maschera di dolore ed io l'ho vista bella. Tutto era bello, anche la sofferenza genuina, come se non potesse esserci altro, al mondo.

*

Comprami, sono in vendita.

Ci sono due tipi di uomini: quelli che comprano e quelli che sanno vendersi. Beh, per la verità c'è anche un terzo gruppo, vale a dire coloro che non sanno né vendersi e nemmeno comprare. Questi ultimi in amore sono un disastro, ma hanno una dote esistenziale notevole: sanno entrare nel cuore delle donne. Far parte di questo ultimo gruppo sarebbe l'occasione ideale da offrire ad un uomo, se fosse possibile, per aiutarlo a capire molte cose dell'amore.

Inizierei a parlare degli uomini che sanno vendersi. Come esempio prenderò uno dei miei amici dell'infanzia, il prototipo di questo tipo di uomini.
Gianni il bello, questo il suo nome, con quell'aggettivo qualificativo che serviva a distinguerlo da tutti gli altri Gianni del paese.
Non era particolarmente bello; fisicamente poi era davvero uno che passava inosservato. Basti dire che era, ed è, uno dei pochi del nostro gruppo di amici che non abbia praticato uno sport qualsiasi che non sia la caccia alla femmina. Altezza media, corporatura media, intelligenza media; oggi si direbbe: un normotipo.
Ma quanto fascino, quale mistero in quegli occhi scuri che guardavano l'oggetto del desiderio così come un ladro infatuato di automobili può guardare una fiammante Ferrari rossa.
Parlavano, quegli occhi, e lo facevano in tutte le lingue o, per dire meglio, nella lingua universale della volontà di possesso. Dopo pochi istanti, la donna che veniva anche occasionalmente a fare la sua conoscenza si ritrovava per così dire soggiogata, ipnotizzata, fino a diventare consapevole vittima del crudele gioco della conquista sessuale, se non anche sentimentale.
Occhi scuri, profondi, occhi di taglio orientale, sempre umidi di passione e luccicanti di desiderio, affogati nei liquidi umori di una malcelata voglia.
Gianni si accorse di questo suo potere fin da ragazzino, credo addirittura all'asilo; mentre noi maschietti giocavamo a guardie e ladri o a banditi ed indiani, lui se ne stava insieme alle femmine, intento ad ammirarle e studiarle.
Da quel momento capì che poteva mettersi in vendita, e lo faceva per averne come contropartita l'abbandono alle sue brame d'amore fisico, terra terra, quello che fa sangue, come ripeteva spesso per rimarcare quanto una ragazza, o anche una donna sposata lo tentasse.
Non starò a raccontare le sue avventure d'amore, anche perché sarebbero davvero troppe; mi limiterò a concludere che quel suo modo di mettersi in vendita gli impedì di innamorarsi, di trovare una donna che gli facesse dimenticare tutte le altre. Credo di poter affermare, senza paura di essere smentito, che non avendo conosciuto l'amore si è perso parecchio del bello della vita.

Poi ci sono gli uomini che sanno comprare, e l'oggetto delle loro attenzioni è l'amore. Come merce di scambio sanno usare di tutto, ma quel tutto ha sempre una matrice comune: il denaro.
Di volta in volta quel denaro si mostrerà o come vile cartamoneta, semplicemente, o con l'aspetto di una macchina lussuosa, vestiti di sartoria, gioielli, barche. Insomma, la così tanto decantata bella vita.
Le donne che sostengono di non esserne attratte o sono scrittrici e poetesse de La Recherche, rare oasi d'acqua pura in un arido deserto, oppure mentono.
In alcuni casi la componente “ricchezza” non è ben in vista, ma si cela dietro la fama, il successo, il potere, qualità queste che inducono a pensare che dietro ci sia comunque la possibilità di una bella vita, facile se non esattamente felice.
Le donne che si prostituiscono in maniera diretta o indotta sono delle povere illuse, se pensano di trovare la felicità in questo loro vendersi. Anzi, direi che le puttane vere e proprie sono più realiste perché in cuor loro hanno il sentore che quella vita che potevano vivere è stata buttata, e la felicità irraggiungibile. Ne sono consapevoli pur essendone schiave, di quella loro vita.

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Viaggi in treno...in cinque righe


Una telefonata in treno

Tento di risolvere un Rebus di Vivanet, uno dei suoi più difficili, pubblicato sulla settimana enigmistica. Il treno è l'ideale, per concentrarsi. Quel rumore ripetuto delle ruote sui giunti dei binari concilia la mente, e funziona bene per isolarti dal mondo. Ma...eccolo il ma: una rossocrinita artificiale col chewingum in bocca sta telefonando all'amica. Rigira la cicca fra lingua e denti e parla; quell'altra non capisce, ovvio. Lei alza la voce, e sputa mezze parole...addio Rebus. Mi addormento. Nel sonno ecco il premio: lo risolvo e salto sulla poltrona. Uno mi guarda storto, poi si guarda in giro. Il treno è così...gente strana, siamo.


Il treno dei desideri

Sono su questo treno da una vita e mezza...sì, e mezza, perché questo modo di sognare la dilata, la vita. La prima fermata era quella del diploma, ma l'ho dovuta fare due volte questa sosta. Poi sono sceso a prendere la coincidenza: l'università. Un treno traballante, carrozze sfasciate, odore di tabacco e vino, puzzava di viaggi e rutti acidi. Arriviamo al primo albergo turistico...c'è una donna con me...saliamo sul prossimo treno con due figli...e poi via, mai più una sosta. Speriamo non deragli perché sta aumentando la velocità. Ma che fretta c'è di arrivare a fine corsa?


Quel treno per Yuma

Aspettavo quel treno delle sette e quaranta e mi sentivo come Dan Evans che deve scortare il fuorilegge Ben Wade fino ad Yuma, sapendo che troverà ad attenderlo tutta la banda. La banda era la commissione d'esame che doveva giudicare la mia professionalità d'insegnante. Non era a Yuma, era a Milano, ed io ero solo, anzi in compagnia della mia paura. Ma dovevo farlo quel viaggio, per me e per Franca, e i miei figli. Dovevo solo distruggere la banda. E la distrussi, senza nemmeno tante difficoltà.


Una vita sul treno

Milorad Vujovic è stato un grande giocatore di scacchi che viaggiava in treno, unico mezzo di locomozione che potesse portarlo in giro per i tornei italiani. Era vecchio, uno zingaro della scacchiera, e morì giocando in un torneo quando aveva settantacinque anni. Partiva dalla Croazia e veniva in Italia per un torneo da vincere, per campare: duecentomila lire, la posta. Mangiava panini, beveva acqua, dormiva sui treni in sosta e non pagava biglietto. Come fai, Milorad, gli chiesi una volta. E lui: controllore qui, io là, controllore là, io qui. Ho i suoi scacchi, come ricordo. La regina bianca è stata riparata da lui con la pasta adesiva della dentiera. Ciao Mitchko, ti vedo: stai giocando con gli angeli, li farai indiavolare!



Il treno regionale

Il treno regionale è un treno parallelo ai treni così detti veri e propri. E' un concentrato di mondo, di lingue, di genti diverse che viaggiano per i motivi più vari, scuola o lavoro, ma anche sport. É il mio caso, quando prendo la freccia della Versilia per andare a Viareggio per una gara di nuoto. C'è l'albanese col collo taurino che si addormenta stanco morto per aver lavorato dieci ore con malta e mattoni, la donna di colore che si toglie le scarpe, lo studente svampito, le badanti ciarliere. Due vecchi sposi si appoggiano l'uno sulla spalla dell'altra per un pisolino. Il controllore, compìto, sembra un alieno. Ti vien voglia di dirgli: scenda, prego. Non è il suo treno, non sente l'odore di vita?





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Sette invenzioni pazze, quasi inutili...in sette righe


Il raccogli gocce per occhi


Non credo a me stesso quando racconto questa invenzione di Enrico, il Leonardo de noantri. Per mettere le gocce agli occhi inventò uno speciale sistema costruito con un telaietto in acciaio inox che veniva posizionato nell'incavo degli occhi...dopo tale operazione, assai difficile, le palpebre erano bloccate in posizione aperta. Due piccoli imbutini in plastica erano fissati al marchingegno, con i gambi diretti verso le pupille. Introdotte le gocce, queste erano obbligate a cadere nel centro dell'occhio. Per posizionare la base, però, servivano dieci tentativi e quindici minuti. Se chiudevi gli occhi cascava tutto.



L'ombrello raccogli acqua


Questa idea venne ad Enrico, che noi chiamammo Leonardo fin da ragazzo per la sua mania di inventare. Cosa? Qualunque cosa. Ecco una delle sue trovate geniali, quanto inutili: l'ombrello raccogli acqua. L'ombrello è rivoluzionario perché guarda verso l'alto anziché verso il basso. Al centro del grosso catino c'è un foro passante nel manico; con un tubicino in uscita raccoglie l'acqua e la invia ad una tanica in plastica, tenuta in mano insieme al manico. Acqua poca, fatica tanta, risate ancor più. Ma almeno ci si bagna...come da ragazzi, quando non si usava l'ombrello. E' la classica invenzione che fa giovane...



Il sommergibile a remi


Luigi Brambilla, tecnico metallurgico bergamasco , aveva trovato in soffitta un progetto antico di costruzione del sommergibile a remi. Voleva realizzarlo, ad ogni costo. Lo propose a me e agli amici sub, e noi ci credemmo. Usammo tre fusti dell'olio, quelli giganti, saldati accuratamente. Poi c'erano le botole, e due bombole d'aria compressa per respirare. Difficile fu realizzare il foro dal quale dovevano uscire i remi a tenuta stagna. Lo provammo nella baia di Barbarossa, all'isola d'Elba; si allagò subito. Il primo a schizzare fuori fui io, mica stupido. Poi gli altri. Il sommergibile è sempre lì, coperto da alghe e conchiglie. Un cimelio storico per increduli turisti subacquei.



La piastra grill per marmitta


Andavamo spesso a funghi in montagna, a Madonna di Campiglio. Si stava via tutto il giorno, sicché c'era la necessità di mangiare panini con la solita birretta. Enrico, e chi se non lui, che amava farsi i panini con l'hamburger e berci una bottiglietta di vino rosso, decise di inventare il grill per marmitta. Saldò tutta notte e lo montò sul lato superiore del tubo di scarico della sua seicento Abarth. Arrivati, estrasse dal baule un carrellino basso con le ruote, si appoggiò con la schiena ed entrò sotto la macchina. Uscì con l'hamburger, effettivamente ben cotto. Al primo boccone tirò il tre di briscola con la bocca, sputò e si bevve mezza bottiglia di vino, d'un fiato....


La più strana invenzione di Leonardo


Enrico, per gli amici Leonardo da Brescia, ha brevettato numerose invenzioni, alcune talmente originali da rasentare il ridicolo. Ora lui è morto, ma quando vado in bicicletta al cimitero per fare una visitina agli amici che mi aspettano nell'aldilà, non posso fare a meno di pensare al suo asciuga biancheria per biciclo. Appoggiandosi alle forcelle, costruì un appendi biancheria che permetteva, pedalando con normale velocità, una rapida asciugatura ed una parziale stiratura di camicie, calzini mutande e reggiseni della moglie. Vederlo in bici durante le prove era uno spasso...venivano dai paesi vicini a godersi lo spettacolo dell'asciuga biancheria a “vento indotto”, come la chiamava lui.
Credo che in giro per il paese ci siano centinaia di fotografie... a ricordo.



Brevetto per guidare la macchina con un piede solo


Gli inventori furono Angelo, mio fratello maggiore, e Gianni Turra, il meccanico di fiducia, uno che assaggiava l'olio per capire se la fluidità e la viscosità erano adeguate a quel tipo di motore. Andò che mio fratello si ruppe un ginocchio, e altre ossa, in un brutto incidente d'auto. Dopo l'operazione aveva la gamba destra ingessata fino all'anca. Allora ecco che fecero: saldarono a sinistra del volante mezzo manubrio di moto, con relativa leva e cavetto. Questo cavetto entrava nel motore e tirava la frizione. Angelo metteva la gamba destra sul sedile di fianco al posto guida, e usava l'altra per manovrare freno ed acceleratore. La frizione la innestava con la mano sinistra, tirando la leva. Sembra incredibile, funzionava...conservo ancora il disegno. I miei e i suoi figli ridono, guardando lo schizzo di quella macchina-moto.



L'apri serranda a trenino elettrico


Enrico, abile metalmeccanico sempre squattrinato, per imitare i costosi sistemi di apertura automatica della basculante del garage, inventò un sistema casereccio. All'inizio si occupò solo dell'apertura, pur di non scendere dalla macchina; la chiusura avveniva manualmente. Agganciò una grossa molla in tensione che si collegava alla basculante mediante un cavetto d'acciaio. Poi, con una specie di telecomando per trenini elettrici provvedeva a far scattare il pistoncino che teneva chiusa la porta. La molla dava un colpo talmente forte alla basculante del garage che la moglie Rosa al piano superiore sapeva che era ora di buttare la pasta. Enrico sapeva che Rosa sapeva e allora bighellonava qualche minuto in garage, prima di salire le scale. Si sedeva a tavola col piatto fumante davanti e sfoderava un sorriso più aperto d'una rotonda sul mare. Si sentiva un signore. Quanto ci manchi, Enrico, il Leonardo da Brescia, l'inventore de noantri...

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Il lago incantato: racconto in 5 righe

Il lago incantato

Ci fermammo per farci due canne...il lago incantato era lì, davanti a noi. Sonnecchiava ancora, e le prime luci di un'alba rosata stavano risvegliando le anatre. Un leggera bruma ci ricordava che eravamo in un luogo magico, un angolo di terra dove la natura regnava sovrana. Il silenzio venne rotto da un improvviso gracidar di rane: s'erano piegate entrambe, le nostre canne di bambù. Ferrammo insieme e portammo a riva due splendide trote.

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Storie di cani in cinque righe

Storie di cani in cinque righe


La tomba del cane


Sulla sponda del Po, nella campagna di Castelvetro, in provincia di Cremona, è stato ritrovato un anziano agricoltore che era scomparso di casa. A dare utili indicazioni è stato un amico con il quale faceva coppia nel gioco delle bocce. Costui aveva riferito ai Carabinieri che Luigi, questo il suo nome, parlava sempre del cane, morto alcuni mesi prima. È stato trovato addormentato sulla tomba del suo Argo, che lui stesso aveva sotterrato su una riva del Po.

Il barbone nero


Un ferroviere livornese, tale Mauro Cioni, giocatore di scacchi ed appassionato di parapsicologia, mentre giocava col nero una difesa Francese al dopolavoro ferroviario, si accorse di avere continue visioni del suo cane, un barbone nero, maschio, che partoriva quattro cagnolini. Tornò a casa ed il suo Bill gli venne incontro abbaiando: nella cuccia c'era una femmina di barbone, nera pure lei, con quattro cuccioli appena nati.


Il dolore dell'abbandono


Il dolore per l'abbandono non ha età. Lo dimostra Pachi, un Pastore Maremmano che ha compiuto la bella età di 17 anni. Tre giorni fa è morto il suo padrone; lui si è accucciato vicino alla bara, e non ha più mangiato. Mentre fanno i funerali attende paziente fuori la chiesa, disteso sui gradini della scalinata. È triste, ed io credo che il suo pensiero sia uno solo: perché mai il mio padrone mi ha abbandonato...che gli ho fatto di male?


Bruce e il suo padrone


I medici sostengono che si tratti di una una forma di imitazione, dovuta al grande amore. È accaduto ad un cane di razza Labrador, che viveva con il suo padrone da dieci anni. Ad un certo punto l'uomo iniziò a zoppicare, e anche il cane, di nome Bruce. La stessa cosa quando l'uomo tossiva, oppure si addormentava ai giardini pubblici. Poi, un brutto giorno di un autunno inoltrato, l'uomo morì per strada, e così pure Bruce, che si accasciò lì vicino.


Peggy

Peggy è una femmina di Bovaro del Bernese, un cane che ricorda molto il famoso San Bernardo, ma di stazza poco poco più piccola. Io la conosco da quando aveva tre mesi ed è stata affidata al mio amico Piero, un contadino di Calcinato, il paese di Fabio Volo, che per altro lì nessuno conosce. Lei, questo amore di cagna, grassa come un maialino, ha una strana e simpatica abitudine: lascia un po' di crocchette nella sua ciotola, poi la spinge col muso e la nasconde sotto il trattore per lasciar mangiare una gatta rossiccia, randagia, che passa di lì ogni giorno all'ora di pranzo. Intanto Peggy fa la guardia.


Birillo

È incredibile quanto il destino, o il fato, come vogliamo chiamarlo, oppure le vicissitudini della vita siano crudeli, severe, ma anche ingiustamente originali, a volte. È il caso della storia di Birillo, un maschio Dalmata, e del suo padrone. Costui lo investì, durante una manovra nel giardino di casa, sicché a Birillo fu amputata una gamba. Si riprese presto ed ora è uno spettacolo vederlo camminare su tre gambe. Dopo due anni il suo padrone ha perso un arto inferiore, per un infortunio in una cava di marmo. Ora, se li vedi camminare insieme su per la collina dei Frati, ti si stringe il cuore.



La fine di Ugo

Ugo era il cane di Flavio, un Border Collie pezzato bianco e nero ed intelligente più di un cristiano.
Flavio si è riabilitato ai miei occhi, dopo questa storia. È andata che Ugo scomparve, dopo un brutta botta presa per un urto con un grosso Suv, mentre attraversava la strada. Non lo vedemmo più, per quindici giorni. Allora ebbi un'idea: stampai la sua foto con un appello. Girammo per negozi e case private, con una promessa di una buona mancia. Lo ritrovarono; era andato a morire in un boschetto d'acacie spinose. Flavio si inginocchiò davanti al povero corpo, e pianse. Prese tutti i soldi che aveva con sé, molti, e li diede all'uomo che lo aveva trovato; quello rimase allibito, con i soldi in mano. Portammo Ugo nel giardino di Flavio e lui lo seppellì come fosse stato un figlio, con tutte le cure.



Vita da cani

Seguivamo quella signora; lei era magra, e camminava svelta, ma aveva una borsa piena di carne e avrebbe anche potuto perderne un pezzo. Dopo la Posta vedemmo sulla via laterale un gruppetto di randagi come noi che rovistavano nei rifiuti, e ci avvicinammo. Il loro capo ringhiò. Era troppo grosso, arrabbiato e cattivo. Cambiammo strada fin che trovammo il nostro amico barbone che ci gettò un pezzo di pane. Io lo lasciai a Lilly, e rimasi di guardia mentre mangiava.



Pino, il bastardino

A Porto Azzurro vive un piccolo cane meticcio di nome Pino. È randagio, non ha mai avuto un padrone. Il nome gliel'hanno dato i vecchi del porto, perché zoppica come Pino il pescatore. Pino è un canin-lover, senza ombra di dubbio. Quando una cagnetta delle barche da gran signori che sostano nel nostro porto è in calore, allora tutti gli altri cani “signorili” scendono dalla grosse imbarcazioni e si azzuffano per la “bella”, senza risultati apprezzabili. Allora arriva Pino, zoppicando vistosamente; si avvicina noncurante degli altri e affianca la cagnetta. La copre di baci e non la lascia più...imperterrito, come un guerriero, sempre a testa alta, un guerriero di baci e leccatine...e poi è fatta. Pino è imbattibile...lo sappiamo bene, al porto.


Ti vogliamo bene


Un contadino delle campagne piacentine, mentre rastrellava l'erba, notava il cadavere di un cane nero a pelo folto galleggiare nel canale di irrigazione di un campo di mais, coltivato dal vicino. Non senza fatica riusciva a portarlo sul prato, utilizzando il rastrello. Al collo l'animale portava un collare in pelle nera con una medaglietta in argento sulla quale era inciso in corsivo il nome, Argo, e una scritta: Ti vogliamo bene.


Bill, fiordalisi e papaveri


Un anziano ferroviere in pensione passeggiava con la sua Lilly, come ogni mattina, sulla riva destra di un filare di acacie spinose. Il sentiero, da quella parte, fiancheggiava un prato mentre di là il campo era coltivato a frumento. Per l'insistenza della cagnetta l'uomo si decideva a passare dall'altra parte delle acacie: tra le piante ed il frumento una piccola lapide in legno, con la scritta Bill, incisa a fuoco. Alcuni sassi sostenevano fiordalisi e papaveri.

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Pensieri notturni di un marinaio


“ Il cielo era un pezzo di sogno scuro, lontano...ancor più lontana dei miei desideri, una luna piena e tiepida, argentata come una vecchia contessa, elegante, signorile, trasformava il seno dell'acqua in una lucida pista di danze. E a ballare erano le basse onde che qualche remota barca di passaggio aveva fatto nascere dal buio...una leggera fiumana silenziosa d'argento vivo che, al pari di una vasta ciocca di capelli ricciuti, sventolava il suo saluto alla luna, guardinga, splendente come lo sono soltanto i bei vent'anni della passata giovinezza ”

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Gli occhi della mamma di Filippo

Questa mattina, in piscina, ho incontrato il mio amico Filippo. Lui aspettava che venissero a prenderlo, perché aveva finito i suoi esercizi acquatici; io aspettavo di entrare per la mia nuotata giornaliera.

Ci conosciamo da due settimane. Filippo è un bel ragazzo, di 13 o 14 anni, che due volte la settimana si allena per prepararsi ai Campionati Regionali di nuoto riservato ai diversamente abili. Quello che più mi piace in lui è l'espressione degli occhi ; nella luce di questi occhi vivaci, non so perché, ci vedo l'amore per la sua mamma. Forse mi sbaglierò , ma il fatto è che anch'io avevo quegli occhi quand'ero ragazzo e, poiché ero follemente innamorato di quella donna eccezionale che è stata mia madre, sono convinto che lo stesso sentimento lo provi anche lui. Se devo descriverlo voglio solo aggiungere che ha un bel viso e dei capelli straordinari, proprio come i miei a quell'età. Castani, ricci e lucenti. Seduto su quella carrozzina computerizzata lo vedo come un cibernauta che comanda una navicella spaziale.

Spero che Filippo faccia da grande quello che io, per varie ragioni, non ho potuto fare : il giornalista. Lui sa di questa mia passione per la scrittura e la mia morbosa curiosità di conoscere le persone e le vicende ad esse legate.

Con lui c'è sempre una donna molto carina, giovanile; anzi, giovane. Per evitare di essere indiscreto non l'ho mai chiesto a Filippo, ma credo proprio che quella sia la mamma. Se non lo è, certamente è una donna che gli vuole molto bene. L'ho capito dai suoi occhi e da come si apparta, per lasciarci dialogare in intimità. Gli occhi sono lo specchio dell'anima e ci puoi trovare molto dei sentimenti umani... il dolore, la gioia, il terrore, l'odio e l'amore. Ci puoi trovare un sentimento di gratitudine, di solidarietà, d'amicizia e di speranza ma anche di disprezzo, di egoismo, di inimicizia e di sconforto.

Negli occhi di Filippo e della mamma ho visto solo bei sentimenti ; sono questi momenti che ti fanno dire con orgoglio..."sono vivo, parlo con gli altri, gli voglio bene, comunico. E loro si fidano di me. Siamo simili." Nei dieci minuti che ci rimangono per stare insieme, prima che io entri o che arrivi il suo taxi, io e Filippo parliamo di tante cose. Tante perché il tempo è poco e non dobbiamo sprecarlo. Se dovessi fare un paragone con qualcosa di buono direi che ci gustiamo del bel cioccolato puro, non della Nutella ; insomma i nostri discorsi non sono mai futili, ma profondi, densi, corposi.

Un vecchio professore come me potrebbe pensare che per un ragazzo come Filippo sia meglio la Nutella che il cioccolato di cacao fondente pieno di sapori, eppure tutto mi fa credere che questo giovanotto abbia dentro di se la maturità dell'uomo e che i discorsi seri non lo annoino; vedremo.

Abbiamo già scambiato diverse impressioni, io e lui, e ci troviamo in piena sintonia quasi su tutto; per me è una gioia perché mi da l'illusione di essere giovane. E poi la mamma mi guarda con gratitudine vera, mi si scioglie il cuore quando mi sorride.

Una volta Filippo mi ha chiesto perché tutti i giorni vado a nuotare ed io gli ho detto una mezza verità; infatti gli ho raccontato che è l'amore per una donna speciale che mi spinge a farlo. Quando lui mi ha chiesto come mai mi allenavo tutti i giorni, io gli ho raccontato che questo mio amore, nell'acqua, è talmente veloce da essere irraggiungibile ed è per questo che voglio diventare sempre più bravo; intanto schiacciavo l'occhio alla mamma, in segno di complicità. Allora Filippo mi ha guardato incuriosito, sorpreso e divertito, ed avrà pensato... come può essere tanto brava a nuotare una donna della quale si è innamorato questo canuto professore, dovrebbe bene o male avere la sua età, quindi non può essere tanto veloce. Poi, confermando la mia impressione che è un ragazzo sveglio, mi ha chiesto:

" È qui anche lei con te? " come a dire, mi piacerebbe conoscerla!

Io, laconicamente, gli ho detto:

« No, non può entrare. È una Foca, e l'ho conosciuta a Milos. È solo nei miei pensieri»

Forse lo vedrò mercoledì prossimo, gli ho promesso che in questo mio racconto avrei parlato di lui ed allora gli porterò queste pagine, dalle quali potrà capire, finalmente, tutta la verità e cioè che questo mio amore è una cosa fantastica ed irraggiungibile come solo può esserlo una perfetta simbiosi con la natura.

Intanto ho saputo che Filippo ha vinto la sua bella medaglia nei cinquanta dorso; non proprio d'oro, ma importante lo stesso per la sua triste e caparbia esigenza di dimostrare che è un ragazzino speciale. Chissà la mamma, quando lo ha visto sul podio. I suoi occhi saranno diventati ancora più belli; forse più di quelli di Filippo.

 

https://soundcloud.com/mmassarotti/gli-occhi-della-mamma-di

Questo è un file audio prodotto da Mario Massarotti, uno speaker professionista che ha trovato il racconto in rete.

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L’elastico di Proust

Ho recentemente assistito a quattro lezioni magistrali di Baricco, dal titolo: Palladium Lectures. Una cosa che ho ben capito – per la verità già ne ero a conoscenza – è il paragone che viene fatto tra il modo di narrare di un classico francese del primo novecento ed alcuni scrittori russi, per arrivare poi al pragmatismo di Hemingway e al minimalismo di R. Carver.

Cosa si intende per elastico, in letteratura? Questa è una cosa che può essere utile a chiunque si interessi di narrativa, scrittore o lettore che sia.

Bene, l'elastico è un aggeggio letterario che viene caricato ad arte e può trascinare con sé, a mo' di guinzaglio, il lettore.

La tecnica è quella di sminuzzare finemente un concetto, dividerlo in più parti fino a farne una certosina operazione di studio microscopico che trascina poi il lettore nel vortice della descrizione. Proust è stato un maestro in questo, anticipato da Flaubert. Teniamo presente che a quei tempi il cinema era praticamente inesistente e quindi il lettore amava essere trascinato nella descrizione passo dopo passo, fotografia dopo fotografia, di una qualsiasi scena o immagine narrata. Faccio un esempio per far capire come i francesi, i russi e i due citati americani avrebbero descritto una vicenda qualsiasi interna ad un romanzo.

Supponiamo di voler descrivere una donna la cui bellezza, o il cui modo di fare, crea interesse ed una notevole attenzione nei passanti. Dobbiamo descrivere questa donna ed i passanti che si girano a guardarla.

Ecco come Proust( naturalmente lui scriverebbe in un modo ed una tecnica nemmeno paragonabile al mio, è ovvio...parliamo di un artista nel vero senso della parola) userebbe l'elastico.

La frase da analizzare è: La donna era talmente bella, .........................,che gli uomini si voltavano a guardarla, al suo passaggio. I puntini rappresentano l'elastico. Immaginate che il lettore non conosca la fine della frase, ovviamente, e quindi sia colto da curiosità: era talmente bella che...?. Ecco, è questo l'elastico. Dunque, Proust inizia un'operazione di fioretto, di taglio con un bisturi affilatissimo delle immagini della bellezza della donna, operazione che porta il lettore a chiedersi: talmente bella.....che?...che? Che accadrà?...ed ecco che allora il lettore, pur stanco per la lunga frase, viene tuttavia trascinato ad arrivare in fondo per la curiosità di sapere cosa nasconde questo “che”.

Eccolo il suo elastico ( o meglio il mio, imitando il suo, che certamente sarebbe sublime) :

“ La donna era talmente bella, con quel suo vestito primaverile di un tenue color ocra pallido e con quei capelli raccolti nel loro color miele dai riflessi ambrati, il pallore delle appena rosee guance così ben delineate intorno agli occhi del color dei fiordalisi, fiori che ben si sposano per grazia e tonalità cromatica con la spiga di grano, ondeggiante al vento primaverile come quelle ciocche che le danzavano sull'alta fronte, per non parlare della grazia con la quale roteava il grazioso ombrellino azzurro, una vera chicca che ben sposava il colore della gonna, era insomma talmente bella che gli uomini si voltavano a guardarla, al suo passaggio.” Ovviamente l'elastico verrebbe usato da Proust in maniera eccelsa, non come il sottoscritto che ha fatto un maldestro tentativo di imitarlo...se troverò un suo brano significativo originale di Proust lo ricopierò fedelmente( Baricco aveva davanti La Recherche e leggeva le parole vere di Proust...più facile) magari la prossima puntata, e sono certo che capirete meglio.

Ora veniamo ad Hemingway, e vediamo cosa avrebbe scritto lui. Niente elastici, aboliti i colpi di fioretto, lui amava il pugilato...scrittura diretta, come un destro d'incontro al centro del ring, una narrazione potente, immediata, essenziale: “La donna era talmente bella che gli uomini si giravano a guardarla, al suo passaggio.“ Ecco, lui lascia a noi la fantasia di immaginare quella bellezza, non ci trascina con un guinzaglio, evita elastici di qualsivoglia genere, ma ci dice: vai, vola, immagina, renditi partecipe ed attore, anche tu scrittore a tuo modo, e non succube lettore! Se si giravano a guardarla avrà avuto una bellezza tale che te la puoi pure immaginare tu senza che io te la descriva, io poi che non l'ho mai vista e me la sto immaginando a modo mio, cosa che puoi fare anche tu in funzione della tua storia di vita, dei tuoi gusti, dei tuoi sogni... O no?

Raymond Carver, minimalista per eccellenza, farebbe un'operazione di ulteriore snellimento, sfrondamento, potatura...andrebbe a caccia degli aggettivi e toglierebbe tutto quello che si può togliere per descrivere la scena...il suo motto potrebbe essere: Scrivi e poi rileggi, togliendo tutto il superfluo che puoi togliere, con particolare attenzione agli aggettivi qualificativi.

Alla fine resterà l'essenza, e l'essenza è gran cosa se si parla di profumi. Ma anche in letteratura. Ecco allora la sua frase: “La donna era talmente bella che gli uomini si giravano a guardarla.”

Quindi avrebbe tolto anche la fine della frase, “al suo passaggio”, essendo ininfluente nel contesto. Ma poi avrebbe avuto un dubbio e anche quel “bella” avrebbe cercato di toglierlo. Ma come?...forse usando anziché l'aggettivo bella un suo comportamento, un modo di fare... La donna aveva un qualcosa di attraente, tanto da far girare gli uomini.

Dopo altre letture forse Carver sarebbe arrivato a togliere anche attraente, scrivendo:

” Era una donna che faceva girare gli uomini “... lasciando a noi lettori la massima libertà di immaginazione, liberandoci pure dalla necessità che fosse bella. Magari ancheggiava, o forse era provocante senza essere bella, o era vestita in maniera scostumata.

Ecco, forse quest'ultima è la vera frase minimalista che avrebbe usato R. Carver. Non si può negare che con questa operazione lo scrittore americano ci trascina nel vortice ancor più di Proust perché ci costringe con la forza del minimalismo ad immaginare, quindi a trasformare noi stessi la prosa in poesia, o teatro, o tragedia. E noi, piccole molecole di embrioni di scrittura, come useremmo l'elastico? Lo aboliremmo, lo useremmo in maniera ridotta, come facevano per esempio gli scrittori russi, oppure tenteremmo di impadronirci della tecnica di Proust?

Io personalmente amo tutti quanti questi scrittori e sono stato attratto a periodi sia da Proust, in età giovanile, che da Hemingway prima e Carver dopo.

Tuttavia credo che la tecnica di alcuni grandi della letteratura russa dei primi anni del '900 sia quella che mi piace di più, alla quale naturalmente apporterei qualcosa di personale del tipo: mi girai a guardarla, o si girò se sto parlando di un altro protagonista. Insomma personalizzerei la vicenda.

Ecco come credo scriverebbe quel periodo il grande Michail Bulgakov, del quale vi consiglio: I racconti di un giovane medico: “ La donna era talmente bella, con quei capelli naturalmente ondulati in grossi anelli di segale matura e gli occhi azzurri, grandissimi, incastonati in gote di un bel colore cartaceo, che gli uomini si voltavano a guardarla, al suo passaggio. Insomma, i russi si posizionerebbero a metà strada tra il minimalismo ed un moderato uso della tecnica dell'elastico. E voi, come fareste, cosa scrivereste, o comunque chi preferite? volete provarci?

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Il mio amore per Luna

Il mio amore per Luna

 

Luna è una femmina di cane, un meticcio molto particolare, sia come carattere che aspetto fisico. Quando l'ho conosciuta, è stato amore a prima vista. La sua padrona - sì perché Luna non è mia, purtroppo - dice che questo animale sente il mio odore sin dal momento che scendo dal traghetto, e così comincia ad agitarsi. Allora mette in atto un rito di movenze, alcune di normale amministrazione, altre strane per il suo usuale modo di fare.

La più strana danza esoterica è quella che esegue con il muso incastrato fra le canne di bambù del recinto, accompagnata da un rapidissimo movimento della coda ed un ululato tra il triste e il felice che ricorda la sua origine di lupo. Infatti Luna è un incrocio fra un Labrador nero, a sua volta incrociato con un Bovaro del Bernese, ed una lupa bianca. Non è bella, Luna, e forse è proprio per quello che io la trovo meravigliosa, nel senso incantevole del termine.

La gente invece ha paura di lei, per la grossa stazza e per il colore grigio del pelo, il muso da animale selvatico, i denti aguzzi, lo sguardo di animale indomito. Tutti gli abitanti di Porto Azzurro si chiedono come questo cane possa essere tanto docile con me, che non sono nemmeno il suo padrone.

Ma io ho un trucco, vecchio quanto il mondo: le voglio bene, ed il mio amore è sincero. Lei lo sa, ecco tutto. La padrona è una avvenente brasiliana, mai quanto il suo cane però, che è venuta ad abitare vicino a casa nostra, all'isola d'Elba, e non ha tempo da dedicare a Luna che quindi vive tutto il giorno alla catena. Non che le voglia male, tutt'altro; basti dire che l'ha raccolta per strada anni fa e l'ha salvata dal vagabondaggio, e forse dalla morte certa. L'ha curata, l'ha fatta visitare da un veterinario, le parla come fosse una figlia, in portoghese.

Quando percorro il vialetto che porta nel mio giardino, attiguo a quello nel quale è relegata Luna, Martha, la signorina brasiliana, si vede costretta a lasciarla libera mollando il moschettone che la tiene all'anello fissato alla grande cuccia in cemento. Allora io mi butto per terra e lei, abbaiando in un modo che parrebbe minaccioso ai più e che in realtà io so essere un canto di gioia ed una preghiera di ringraziamento per il mio arrivo, mi viene addosso tentando di abbracciarmi come potrebbe fare un maschio d'uomo con una femmina. Martha, la brasiliana dalla pelle ambrata, dalle lunghe gambe e dai glutei alti e sporgenti, ride e con quel suo accento carioca dice, gorgheggiando:

« Luna, vuoi fare amor con Thiago?... sem vergonha! » che credo voglia dire spudorata o svergognata. Mi ha spiegato che Thiago in portoghese vuol dire Giacomo...io non lo sapevo.

« Come non conosci... Santhiago del Cile è san Giacomo » mi dice guardandomi con la sua aria da furbetta.

Mentre Franca sistema i bagagli, io in fretta e furia mi cambio, metto il costume ed un paio di scarpe da barca che sono il giusto compromesso tra quelle ottimali per una passeggiata sui monti e per un bagno in mare sugli scogli. Aggancio il collare di Luna al guinzaglio “marino” che ho fatto mediante una cima per ormeggio e con nodi adatti alla sua forza fisica, ed inizio la lunga passeggiata sul monte della Croce, una collina vulcanica che si erge verso nord, alle spalle delle ultime abitazioni del paese.

Dopo una mezz'ora di cammino, quando so per certo che non incontrerò nessuno, la libero e lei mi dimostra la sua gioia facendo salti e capriole che la fanno sembrare un agnello, più che un lupo.

Lassù ci fermiamo ad ammirare un panorama mozzafiato; c'è un pianoro coltivato ad orzo che viene chiamato “ il campo dei tre mari “ perché si affaccia su tre lembi marini: uno a sud verso l'isola di Montecristo, l'altro ad est con le due isolette di Cerboli e Palmaiola, e poi il nostro mare, quello di Porto Azzurro, lo specchio d'acqua che guarda la miniera del Ginepro.

Luna si accuccia sulle gambe posteriori, annusa l'aria salmastra e socchiude gli occhi, guardando alternativamente me e la parte di mare del Ginepro. Io so perché guarda da quella parte... e allora mi incammino, prendo il sentiero di Capo Perla e mi butto giù a capofitto verso la spiaggetta del “pertuso”, così soprannominata per la presenza di un'apertura passante nello sperone di roccia che si getta sul mare. Non è raro trovare capre e mufloni che scendono in fila indiana dalle Ripe Alte; lo fanno per venire a mangiare il sale che si è formato nelle pozze di scoglio asciugate dal sole.

Luna arriva sempre prima di me, e allora mi aspetta sulla piattaforma, una specie di davanzale che si affaccia sul mare a pelo d'acqua. Lei freme, ansima, saltella sulle gambe come un cavallino rampante ed allora sono costretto a fare in un momento. Butto i vestiti da una parte, e mi lancio in mare con un tuffo, tenendo ai piedi le scarpe. Resto qualche secondo sott'acqua e Luna, che nel frattempo è entrata, inizia a nuotare disperatamente in cerca di me; nuota ed abbaia furiosamente. È un gioco, lo faccio sempre; tuttavia credo che lei non l'abbia capito, o non voglia accettarlo.

Forse teme per la mia incolumità, povera Luna. Chissà che pensa, quando sono sott'acqua... Ecco, le nuotate che faccio con questo cane sono le più belle che si possano fare, quasi come quelle che faccio con Franca, che tuttavia ha meno resistenza. Nuotiamo a perdifiato e lei mi obbliga ad un certo ritmo perché s'avvicina a me appoggiando le zampe sulle mie spalle... sono tutto segnato dai suoi graffi, che mi sono cari come fossero quelli di un'amante.

Ma forse è proprio lei la mia amante segreta; vuoi vedere che ha ragione Marta, la sua padrona dalle lunghe gambe. Ora son qui che batto sui tasti, ed ho già nostalgia di Luna, più di quanto l'abbia per l'isola, per il mio mare, per le immersioni e per la pesca in alto mare.

Che sia amore davvero? Se così fosse dovrei farmi visitare da uno psichiatra...beh, ma cosa gli direi, che mi sono innamorato di un cane? Sono certo che lui mi fraintenderebbe e risponderebbe: guardi che l'omosessualità non è più un tabù. Se poi gli dicessi che è una femmina e la padrona è una brasiliana da schianto so già che mi direbbe: quella me la presenti, ci penso io. No, lasciamo perdere, niente psichiatri; sto bene così.

*

Amore fraterno

E' una storia molto bella, troppo per poterla scrivere e leggere senza commuoversi. Ho deciso di regalarvela perché a me ha fatto un effetto che alla mia età è raro: ho pianto.

Sì, lo ammetto: io sono uno che si commuove ancora davanti a un film. Però, piangere con calde lacrime non è poi tanto normale. I casi sono due: o io sono eccessivamente tenero, ma non credo più di tanto, oppure la storia è straordinariamente commovente. Forse entrambe le cose.

Conner e Cayden sono due ragazzi americani, fratelli nel duplice senso della parola. Fratelli perché figli degli stessi genitori, quindi per ragioni di sangue, ma anche fratelli nel senso più umano del termine, quello esistenziale. L'amore che lega questi due ragazzi è un esempio per tutta l'umanità.

Conner, un bel giorno, viene a sapere che nella sua contea si organizza una gara di Triathlon per giovani atleti: nuoto, bicicletta, corsa. Essendo di indole sportiva, decide che vuole farla, a tutti i costi. Eh si, Conner è un ragazzino testardo. E non ha in mente di vincerla, questa gara, o meglio, non gli interessa arrivare primo.

« Mamma, voglio fare quella gara...e voglio farla insieme a Cayden »

La mamma Jenny ha un sussulto.

« Caro, ma Cayden... »

Cayden, il suo piccolo fratello, non può certamente farla quella gara; è impossibilitato a camminare, e non parla, fin dalla nascita. È infermo, colpito da una ingiusta e crudele malattia. Può solo sorridere, e lo fa per dimostrare i suoi sentimenti. Conner lo ha capito fin da quando erano piccoli che il fratello sorride beato, quando lui fa sport, e si è convinto che anche al fratellino piace farlo. A Conner questo basta, lo appaga, lo rende felice. Vuole che il fratello gli sorrida, questo è il suo scopo.

« Sì, amore, va bene...ma come può farlo, Cayden? » sussurra la mamma, felicemente commossa ma anche turbata per la richiesta del figlio.

« Ho pensato a tutto...devi solo chiedere il permesso agli organizzatori. Durante il percorso di nuoto mi legherò alle spalle un piccolo gommone sul quale ci sarà mio fratello, nel tratto in bicicletta trainerò la sua carrozzella e nella corsa la spingerò. Lui sarà davanti a me nel tagliare il traguardo finale, chissà come si divertirà e quanta gioia proverà. Facile...non ti pare?»

Da quella prima volta si scatenerà una gara tra gli abitanti del villaggio per appoggiare l'iniziativa di Conner e permettergli di realizzare il suo sogno, che farà il giro dell'America intera. Ora questi due fratelli hanno già partecipato a più di venti gare di Triathlon, e ormai sono famosi. Nel tratto di nuoto usano un gommoncino, se la prima parte della gara si svolge in piscina, oppure una speciale zattera per i percorsi in mare. La carrozzella è diventata una sorta di Risciò, tecnologicamente avanzato per poterlo agganciare con sicurezza alla bicicletta e poterlo pure spingere con facilità durante la corsa.

Vedere Conner che supera un avversario, a volte anche adulto e aitante, mentre spinge suo fratello verso l'agognato striscione d'arrivo o guardare il sorriso di Cayden che taglia il traguardo è una scena di rara bellezza. Io, che sono un vecchio nuotatore, quando ho visto lo sforzo disegnato sul viso di questo grande piccolo uomo, che quasi affonda nel faticoso gesto di trainare la zattera in mezzo alle maligne onde del mare, non ho potuto far altro che piangere, commuovermi come un bambino e pensare che quella è la vera bellezza, quello sforzo dipinto sul viso di un ragazzo che sa davvero cosa sia l'amore e che da questo trae una forza che nessun altro marchingegno al mondo potrebbe regalargli.

Qualcuno ha sostenuto che Conner è talmente preparato che, se decidesse di abbandonare il pesante fardello, diverrebbe certamente un grande campione di questa che è forse la specialità più dura dell'intero mondo sportivo. Io invece la penso diversamente...lui diverrebbe certamente un campione dello sport ma perderebbe il primato di campione della vita, raro esempio di grande amore fraterno.

E, diciamola tutta, di campioni nello sport ne abbiamo tanti, alcuni anche emeriti stronzi, e ne conosco pure di persona, ma di campioni nella vita quanti ne conosciamo?

Bravo Conner, continua così, rimani nella tua bella utopia di credere, e ci credo anch'io, che insieme a te vince anche Caydon, e insieme a voi vinciamo noi tutti, magari fra le lacrime che dapprima sono state di commozione e poi, piano piano, si trasformeranno in lacrime di gioia.

Guardo la smorfia del tuo viso che soffre nello sforzo della bracciata, gli occhi chiusi, la bocca che cerca aria a pelo d'acqua, mentre il tuo corpo affonda per la pesantezza del traino, e non posso altro che dire: quanto sei bello, Conner, e quanto ti invidio mio piccolo grande uomo, atleta nello sport e campionissimo nella vita.

 

https://soundcloud.com/mmassarotti/conner-kaiden-triathlon

questo è il link del file audio dello speaker professionista Mario Massarotti che dopo averlo letto su questo sito lo ha pubblicato nella sua raccolta.

*

Gigi Spinetti...le sfide di nuoto

Gigi aveva qualche anno più di me. Quando io ero ancora un ragazzino, lui aveva già fatto lo sviluppo.
Va da sé che mi superava in tutto: peso, altezza, forza fisica. Dopo tre o quattro anni però lo raggiunsi e lo superai. La natura deve pure fare il suo corso, anche se in ritardo.
In quegli anni della mia prima adolescenza, quindi, Gigi lo vedevo come una specie di Superman. E questo non solo per il fisico scultoreo, ma sopratutto perché mi batteva nel nuoto.
Nella rana, che era la mia specialità, nessuno osava sfidarmi, ma nello stile libero mi dava tanta di quella birra che a volte, nel tentativo di recuperare, mi ritrovavo a bere come un principiante l'acqua di quei fossi nei quali si andava a nuotare.
Aveva una gran bella nuotata, Gigi, e la sua forza erano le gambe che muoveva velocemente sul pelo dell'acqua, quasi fossero due piccole eliche alternative, anziché rotative.
Lo faceva con grazia e con forza, sviluppando potenza. Un binomio vincente: lo stile impeccabile unito alla prestanza fisica.
« Chi ti ha insegnato a nuotare così bene...», gli dicevo alla fine dell'ennesima prova, ovviamente persa.
« L'istruttore di nuoto...non lo sai che mi alleno nella piscina olimpica, in città? Quest'anno inizierò anche a gareggiare. Col tuffo dal blocco di partenza, cuffia ed occhialini », rispondeva.
E lo vedevi lontano un miglio che era orgoglioso di frequentare la più bella piscina della provincia. Un po' lo invidiavo, anche se io ero attratto dai corsi d'acqua naturali perché non sopportavo l'odore del cloro, a quei tempi.
I nostri pomeriggi estivi, quelli dedicati al nuoto, si svolgevano tutti quanti nei fossi delle campagne del paese. Avevamo tre o quattro posti a disposizione, ma tutti con la stessa caratteristica: l'acqua aveva il colore delle nocciole e non era mai ferma. In alcuni punti poi scorreva con una velocità davvero notevole, specie in presenza di salti di livello.
Il fosso più importante era il Naviglio, e ci dava anche la possibilità di effettuare un tuffo di una certa pericolosità. Lo eseguivamo da un ponticello non molto alto, che era stato costruito per far passare i treni merci che dovevano portare nei laboratori i marmi estratti nelle cave vicine. Quel tratto di ruscello lo chiamavamo “ alle rotaie “.
Non c'erano ripari laterali, sul ponte, e quindi mettevamo i piedi sopra uno dei due binari per prepararci al tuffo.
Sceglievamo quasi sempre quello che era dalla parte a monte del fiume in modo tale che il tuffo risultasse contro corrente. Io uscivo un poco più avanti, perché ero agile, ma poi Gigi mi raggiungeva e mi superava alla grande.
Il nostro traguardo era un albero di gelso, e si trovava lì vicino, distante forse solo venti metri, dal momento che nuotare contro quella corrente forte e impetuosa non era facile e non potevamo allungare troppo il percorso.

Certe volte in fondo al rettilineo dei binari, dalla parte della stazione, si vedeva arrivare il trenino a motore diesel. A bordo c'era uno degli operai della cava, il quale sapeva bene di poter incontrare qualche monello che si stava tuffando.
Allora metteva fuori la testa e faceva suonare una sirena, che ricordava quella di uscita dalle fabbriche. Non contento agitava una grossa bandierina rossa che richiamava al pericolo e nel contempo soffiava dentro un grosso fischietto.
Noi aspettavamo apposta l'ultimo momento, prima di tuffarci, ed il pover'uomo era costretto a rallentare ogni volta, per la paura di metterci sotto.
« Disgraziati, che aspettate a tuffarvi...prima o poi vi prendo sotto. Se vi acchiappo ve la do io la figlia del re », diceva in dialetto, diventando rosso in viso per l'arrabbiatura.
Quello che significasse “ la figlia del re ” non l'ho mai saputo, ma tutti noi immaginavamo che fosse una buona dose di randellate.
Tuffarsi con quell'agitazione era ancora più emozionante ed allora mi sentivo appagato, anche se perdevo regolarmente la sfida con il mio compagno di fossi.
Con noi per la verità c'era tutto il gruppo dei Vaperfoss, che avevano dato quel nome anche ad una squadra di calcio che imitava l'Olanda, nel colore arancione delle maglie e nel nome.
C'erano tutti, da Cisco a Nicola, passando per Stefano, che pescava sempre un po' più a monte di dove si era noi a far casino. Lui era un pescatore incallito e non voleva saperne di tuffarsi.
« Che ci guadagno se mi tuffo...si prendono i pesci? No...e allora. » Così diceva, se si insisteva per coinvolgerlo.
Gli altri si tuffavano e basta, senza nuotare, e lo facevano in tutti i modi: davanti, voltati, a bomba, di testa o di piedi. Il nuoto lo trascuravano. Si aggrappavano subito alla riva, e sotto con un altro tuffo.
C'era perfino un certo Diego, che veniva da un paese vicino in bicicletta, il quale si tuffava di piedi ma solo dopo essersi messo in verticale, a testa in giù. Quando c'era lui sui binari l'uomo del treno s'inviperiva ancor più, se mai era possibile.
A volte Diego, prima di lanciarsi, si metteva pure a camminare con le mani, in mezzo ai binari. Noi ci fermavamo incantati a guardarlo: sembrava un fenomeno da baraccone.

Contro il mio amico e avversario Gigi, tuttavia, una sfida la vincevo quasi sempre: la ricerca sul fondo degli aghi delle macchine circolari, quelle usate nei calzifici.
Questa sfida la facevamo in un altro fosso, più piccolo, che assomigliava più ad un canale che altro. Noi lo chiamavamo “ da Scatorelli”, quel posto, perché di fianco al fosso c'era appunto un calzificio con quel nome. C'era anche un marmificio, che spesso scaricava un'acqua bianca dovuta alla polvere del marmo tagliato.
Quando avveniva questo fenomeno ce ne accorgevamo subito, perché il fosso aveva una striscia d'acqua lattiginosa che si mescolava al solito color terra, dando origine a strani disegni tipo macchie di Rorschach.
A quei tempi era abitudine degli addetti alle macchine del calzificio buttare dalla finestra gli aghi rotti o deteriorati che venivano sostituiti con quelli nuovi. La corrente forte li portava quasi tutti ai piedi di una chiusa, davanti alla quale s'era formata una specie di roggia, profonda anche più di due metri.
Per scendere sul fondo era indispensabile avere una buona rana ed un certo fiato, che serviva a scandagliare con le mani il fondo in cerca dei grossi aghi.
La scommessa aveva questi termini: in quindici minuti di tempo si dovevano raccogliere gli aghi, mentre Cisco controllava l'orologio e ci metteva da parte il pescato.
Alla fine si contavano i miei ed i suoi; chi ne aveva di più aveva vinto e l'avversario doveva ripagare il vincitore con un numero di aghi pari alla differenza risultante fra vincitore e perdente.
Ricordo che una volta avevo trovato dodici aghi, e Gigi solo cinque. La differenza era sette, ma lui non li aveva tutti quanti da darmi. In quel caso la regola era che doveva mettersi ancora a cercare gli altri due.
Era la mia piccola rivincita, anche se degli aghi non sapevo che farmene. Ma Cisco sì che era goloso di quegli aghi perché diceva che erano d'acciaio e non si arrugginivano. Allora li davo a lui che contraccambiava, magari con qualche giornalino a fumetti o un pacchetto di carte porno, quelle che avevano raffigurate le donnine nude. Lui le fregava al barbiere di suo padre, regolarmente.
A volte mi regalava uno dei suoi mitici tira sassi, fatti coi i rami dell'albero di Giuda, che anche gli inglesi usavano per fare archi eccezionali, ai tempi di Robin Hood.

Quando andavamo a nuotare c'era sempre Paride che bazzicava da quelle parti.
Paride era un pedofilo omosessuale di mezza età, che noi definivamo “innocuo”. Era uno che si faceva gli affari suoi. Prendeva il sole e ci sbirciava. Poi spariva di colpo tra le canne, tutto solo.
A noi non dava noia ed avevamo capito che era semplicemente un guardone. Moravia l'avrebbe definito voyeur, spiegando che in tutti noi c'è una parte di piacere nel guardare l'oggetto del desiderio, specie se quel desiderio è sessuale.
Era anche vagamente colto, Paride. Si capiva che, pur non avendo studiato, gli piaceva leggere. Forse anche libri di poesia perché un bel giorno, in maniera inaspettata, mi disse:
« Conosci Sandro Penna, tu che sei bravo a scuola? »
Io conoscevo Giuliano Penna, il fruttivendolo calvo che aveva il negozietto vicino a casa mia, ed allora risposi, candidamente:
« E' parente di Giuliano, quello della frutta e verdura? »
« No, non è del nostro paese. E' un bravissimo poeta. Se trovi qualche suo libro di poesie, leggile. Sono molto belle »; mentre diceva queste cose Paride aveva gli occhi lucidi, sognanti, quasi fosse infatuato o preso da visioni idilliache.

Quando cominciai a leggere Sandro Penna, parecchi anni dopo, Paride era già morto, ma studiando la vita del grande poeta perugino e leggendo del suo primo amore per Ernesto, un ragazzo di Trastevere, capii qualcosa in più di quello strano pedofilo omosessuale che si accontentava di guardarci mentre facevamo i tuffi, sognando chissà quali amori.
E ancora oggi, quando passo in macchina dalle parti delle “rotaie”, che ormai sono nient'altro che binari morti, do una sbirciata al Naviglio e torno con la mente a quei giorni.
E la nostalgia mi prende, sfoderando il fascino discreto dei bei giorni andati, mentre il ricordo ha il colore torbido dell'acqua di quel fosso che per noi ragazzi era il grande fiume.

...dalla raccolta di racconti: Amici d'infanzia e compagni di scuola




*

Esteban, il figlio del giostraio

Ogni anno, poco prima dell'arrivo del Carnevale, la nostra classe diventava più numerosa.
Si univano a noi alcuni ragazzi, che arrivavano in paese con le giostre.
Mentre i genitori erano indaffarati ad allestire i così detti baracconi per le feste imminenti, i figli frequentavano la scuola elementare, approfittando della sosta.
In quel periodo c'era anche la ricorrenza del nostro santo patrono e, a distanza di poche settimane, anche quella di un paese vicino. Per questo motivo i giostrai si fermavano parecchio in quella zona; a volte anche due mesi.
Tra quei ragazzi c'era Esteban, un ragazzo vispo ed originale che ebbe subito le mie simpatie.
Un bel ragazzo, un pochino più grande di noi, slanciato e prestante. Aveva una faccia che mi ricordava una finestra spalancata al sole di primavera.
I capelli corvini e lisci come una camicia appena stirata facevano contrasto con quella pelle, chiara come la luna d'agosto. Negli occhi c'era di tutto: la voglia di novità, la gioia di vivere e una certa furbizia.
Io lo chiamavo Stefano. Sapevo che a lui piaceva sentire il suo nome pronunciato in italiano.
« E' stata mia madre a volermi chiamare così...lei è di origine spagnola » diceva con una punta di orgoglio. Ed aggiungeva:
« A me piace Esteban, anche se mio padre voleva darmi il nome di Stefano...è per quello che sono contento quando tu mi chiami in quel modo. A volte lo fa anche lui. »
Quando il maestro spiegava l'aritmetica, o parlava di storia e geografia, era sempre attento e sorrideva, a fronte alta. Aveva un modo di sorridere tutto suo: diretto, solare, genuino.
Pareva quasi che prendesse in giro l'interlocutore, quando sorrideva, ed invece era partecipazione. A me dava la sensazione di un libro aperto, senza segreti.
In realtà io sapevo quali erano i suoi pensieri, in quei momenti. Lo sapevo perché il giorno che il maestro spiegò che un cubo di dieci centimetri di lato conteneva esattamente un litro di acqua, lo guardai e gli dissi, con un fil di voce:
« Hai capito, vero?»
Esteban mi fissò con quei suoi occhi scuri e profondi, gli occhi di un ragazzo che sarebbe diventato uomo molto presto, e disse contento:
« Io capisco sempre tutto. Grazie Giacomo, non preoccuparti, amico mio.»
I conti li sapeva fare bene, ed anche la geografia la conosceva.
Imparava tutto con una sveltezza incredibile, considerando che frequentava la scuola per brevi periodi, un po' qui e un po' là, girovagando per la provincia.
Aveva anche una bella calligrafia e disegnava molto bene. Un giorno mi confidò che aveva imparato ricopiando le vignette dei giornalini a fumetti.
« Ne hai alcuni da darmi ?...anche vecchi », mi diceva spesso.
Quando glieli portavo, per Esteban era una grande festa ed il maestro se ne accorgeva perché era distratto e svogliato per tutta la mattinata.
Stefano era affascinato dal Grande Blek Macigno, un gigante buono che si opponeva agli inglesi nella guerra di Indipendenza americana. Con lui c'era il piccolo Roddy ed il professor Occultis, panciuto ed eccentrico, sempre pronto a studiare nuovi piani di lotta contro gli odiati soldati anglosassoni.
Io gli portavo tutti gli episodi che avevo già letto e lui mi prometteva che l'anno dopo me li avrebbe restituiti. Ma sapevamo entrambi che non sarebbe andata così.

Quel che mi è rimasto impresso di lui è l'abilità con la quale rispondeva agli indovinelli.
In quarta elementare non potevamo ancora saperlo ma il nostro maestro, con quella specie di gioco, voleva introdurci il concetto del calcolo probabilistico.
Esteban era sempre il primo a rispondere, e non sbagliava quasi mai. Quando accadeva, allora arrossiva e si sprofondava nella seggiola coprendosi gli occhi con la mano.
Però teneva lo stesso sotto controllo la situazione, perché apriva le dita e sbirciava fuori.
Poi si dava una pacca sulla fronte con il palmo della mano, dicendo:
« Scemo...lo sapevo.»
« Se un fiore acquatico raddoppia il suo volume tutti i giorni e dopo un mese ricopre interamente uno stagno, quanto tempo ci mette per coprirne metà? », chiedeva il maestro Moneghini.
« Ventinove giorni », rispondeva pronto Esteban.
« Come fai a dirlo? Lo sapevi già? », interveniva meravigliato l'insegnante.
« No. Sono tornato indietro dopo che l'aveva coperto tutto e, invece di raddoppiare, il fiore dimezzava. Così il giorno prima copriva metà lago », diceva svelto.
E poi aggiungeva:
« Ma che fiore è, maestro. Vive nell'acqua? »
« Sì...è una ninfea magica », diceva Moneghini, ridendo a sua volta. Che bello sentirli, quei due.

Da Esteban imparai un gioco d'azzardo che permetteva allo zio materno di mantenere la famiglia. Me lo insegnò direttamente sul campo, andando ad osservare il banchetto che aveva allestito questo fratello di sua madre, di fianco alla cassa delle autoscontri.
Era una semplice tavola di legno, spesso e robusto, suddivisa in sei quadrati, tre a sfondo rosso e tre a sfondo nero. Per richiuderla c'era una grossa cerniera nel mezzo.
Sul legno erano stati intarsiati artisticamente dei simboli. Quelli rossi, che a me piacevano un sacco, erano: cuore, stella, quadri.
Quelli neri: fiori, picche e ancora.
C'erano anche tre grossi dadi in legno e su ciascuna faccia erano incisi in miniatura gli stessi simboli. Ad attirarmi era il contrasto tra il rosso acceso ed il nero, scurissimo.
Quei dadi venivano appoggiati su un piccolo canestrino in vimini che era stato internamente foderato con un pesante tessuto verde. In tal modo era impossibile sbirciare dentro il bussolotto.
Pablo, lo zio, poneva i tre dadi sul cestino capovolto e con un abile colpo della mano lanciava in aria i dadi che ricadevano roteando sul piccolo banchetto, non prima di essere stati coperti dal cestino stesso che avrebbe tenuto nascosto il risultato del lancio.
I giocatori, a quel punto, erano liberi di puntare e potevano mettere delle monete sopra uno o più quadrati. Io tifavo sempre per il cuore o per l'ancora e rimanevo incantato a guardare con quale abilità lo zio Pablo facesse roteare i dadi oppure prendesse i soldi vinti e li mettesse sotto la pesante scacchiera, al sicuro.
Non c'erano trucchi, e nemmeno inganni o abilità. Lo zio vinceva per un semplice calcolo delle probabilità, che Esteban mi insegnò e che io serbai come segreto.
Ecco perché era tanto bravo in quegli indovinelli: ne conosceva molte di quelle questioni. Mi raccontò che la sera, quando cenavano dentro il loro Caravan, parlavano sempre di queste cose: carte, dadi, giochi d'azzardo, probabilità di vincere o perdere.
L'aritmetica della vita, quella che ti permette di sbarcare il lunario e tirare avanti vivendo di espedienti.
Anche il gioco dei tre campanelli o delle tre carte aveva le stesse prerogative; solo che in quelli c'era l'inganno.
Un altro zio invece riusciva a sbarcare il lunario facendo ingolosire i falegnami o i carpentieri che si trovavano a girare per la fiera. Si trattava di piantare un chiodo su un grosso ceppo di legno, con un massimo di tre colpi. La posta era una grossa vincita: diecimila lire. Ogni prova costava cento lire.
Esteban mi disse che quel tronchetto di legno era una speciale radica di montagna, proveniente dal sud della Spagna. Era impossibile che il chiodo si piantasse. Al primo colpo i grossi nodi del ceppo lo facevano inesorabilmente piegare e, anche se era concesso raddrizzarlo, non c'era più niente da fare.
Ma a me piaceva il gioco dei tre dadi, e quei sei simboli. Non ho mai capito perché mai venisse chiamato: “ le palle del toro “.
Andò così che avendo capito perché il banco a lungo andare vinceva sempre, ed avendo la passione dell'azzardo, decisi di costruirmeli da me per giocarci all'oratorio. Naturalmente i simboli erano disegnati, non intarsiati. Ma erano belli lo stesso.
Non si puntavano soldi; solo figurine. Eppure l'emozione del tiro era la stessa, se non superiore.

Dopo alcuni anni Esteban lo persi di vista. Io frequentavo le scuole medie, in città, e durante il carnevale non sempre andavo alle giostre. Qualche volta lo vidi che aiutava il padre nel suo lavoro delle autoscontri. Saltava come un gatto fra una macchina e l'altra ed andava a rimetterle al loro posto, passando abilmente in mezzo a quelle che erano state occupate per l'inizio del nuovo giro.
Lui doveva parcheggiare alla svelta quelle abbandonate in mezzo alla pista.
Sedeva sul bordo della macchinina con un piede all'acceleratore e l'altro fuori, sulla pedana, pronto a saltar giù al volo aggrappandosi al paletto che portava la corrente.
Con me aveva sempre lo stesso sorriso, e quando mi vedeva mi faceva cenno di salire su un'automobilina. Ma io avevo paura di quella confusione e rifiutavo categoricamente.
Anche di lui, come di tanti altri, non ho più saputo niente. Mi piace pensare che la sua vita sia andata per il verso giusto e che abbia avuto dei figli intelligenti, svegli e solari, proprio com'era lui. Dal calcolo probabilistico, che ho fatto diverse volte, dovrebbe essere andata proprio così. Destino permettendo.

...dalla raccolta di racconti: " Amici d'infanzia e compagni di scuola "

*

Il pianto del pesce luna

Era una di quelle giornate invernali che ti riconciliano con il mare e ti riavvicinano dopo la forzata lontananza; pareva di essere in primavera, anche se il calendario segnava il diciassette gennaio. Il sole era stato tiepido, se non caldo, per tutto il mattino ed alle quattro del pomeriggio aveva ancora la forza per scaldarci le ossa.
Era bello quel contrasto tra l'acqua gelida ed il tepore del sole.
Io ero infreddolito, per la verità. Due ore prima mi ero dovuto buttare in mare per tagliare una cima che, colpa mia, era entrata nelle due eliche della Blum, la nostra pilotina da pesca, provocando il blocco dei motori.
Un attimo di panico e poi l'estrema decisione: un bagno imprevisto. Senza muta, per giunta. Un coltello affilato, e tutto era stato risolto.
Appena fuori mi ero coperto con un plaid ed avevo indossato un passamontagna gigante, in lana bianca, che mi fasciava anche tutto il collo e le spalle. L'aveva lasciato a bordo qualche donna delle nostre, chissà chi. Forse Rita, o Franca, oppure Daniela.
Adesso che sentivo il sangue scorrere di nuovo nelle vene non mi costava più di tanto salpare il palamito. In quel blu brillante i pesci che venivano a bordo davano l'impressione di essere abitanti di un altro mondo, talmente erano belli.
Io li chiamavo i pesci del paradiso, per cercare di dare un briciolo di poesia anche ad una stupida passione come quella.
Avevamo all'attivo parecchie catture e la giornata per noi era alla fine. Una bella giornata di pesca, di mare e di sole.
In quei momenti pensi agli amici che ti invidieranno, al porto, ma che saranno della partita,
la sera.
E, durante la cena, tutti a raccontare di quella volta...mentre si mangia e si stappano bottiglie di vino.
Non ci mancava niente; avevamo preso gallinelle, naselli, gronghi, due bei tonnetti alletterati e perfino un pesce spada, non grosso ma pur sempre da trofeo.
Di ami ce n'era ancora un par di cento, come si dice in toscana, e la logica ci diceva che la pesca non era finita.
Io avevo sentito, cinquanta metri prima, un leggero tiro, non proprio canonico, ed era un po' che predicavo: “ c'è un pesce come si deve; lontano, ma c'è “
Luigi odia questo mio modo di anticipare la cattura, perché di indole sostanzialmente superstiziosa.
« Non dirmi niente...se c'è, c'è...ma sei sicuro, poi? »
Io sorridevo...non voleva sapere niente, e però mi chiedeva se ero sicuro. Sempre così.
Dopo altri venti ami recuperati a vuoto gli strattoni sul trave cominciavano a diventare frequenti, decisi e di una certa forza. Era come se la vita di quel pesce fosse affidata alle nostre mani, tramite quelle scosse. Ed è quella l'emozione del pescatore; sentirsi padrone della vita e della morte di una creatura del mare. E' questo che non mi piace, tutto sommato.
Mi veniva di pensare che eravamo anche noi dei boia, alla fine. Ma se ci pensi, smetti
di pescare, garantito.
« Madonna che pesce, Luigi...senti qua. »
Gli passavo il cordino e lo vedevo sbiancare.
« Che è? Dio buono, come tira. E' vivo...ha abboccato da poco, Jack »
Il modo di reagire era diverso da tutti i pesci che avevamo preso, e non solo quel giorno. C'era una sorta di forza e di arrendevolezza insieme, come se il pesce fosse robusto per natura ma non dimostrasse la voglia di combattere. Io lo giudicai subito un buono, paragonandolo ad un esponente della specie umana.
Ora lo avevamo sollevato dal fondo. Mancavano ancora centocinquanta metri, tale era la profondità del fondo marino. Il trave, che tenevo serrato nelle mani protette da guanti in pelle morbida, iniziava a zigzagare da prua a poppa, segno che il pesce era vivo e non aveva subito traumi.
Ci guardammo allibiti. Doveva essere un pesce di almeno una trentina di chili.
In questi casi ti senti sempre un po' in colpa; ti sembra di essere un ladro. Osservavo l'isola di Montecristo, immobile, che non voleva saperne di quello che stavamo facendo.
Eppure io avrei voluto chiederlo a lei se potevamo togliere dal suo mare un esemplare come quello; per sentirmi a posto, non per altro. Ma chi poteva dirci che fare, fin che il pesce non fosse stato in superficie?
Gli ultimi metri furono davvero emozionanti. C'era in noi la sensazione di non farcela, o di rompere tutto.
Poi, con una improvvisa arrendevolezza, uscì dalle profondità marine e ci fece subito stringere il cuore. Era un gigantesco pesce Luna. Fate conto di vedere un gran faccione, con le gote grosse e la bocca prominente, gli occhi grandi e scuri in un corpo grigio dai riflessi bianco argentati. La coda, praticamente inesistente, cortissima.
Venne su a bocca aperta, emettendo acqua e aria. Gli occhi, sbarrati su di noi, davano la misura del dramma che stava provando. A me fece subito l'impressione di un bambino che piange per un'ingiustizia subita.
E piangeva, infatti. Emetteva dei suoni e sputava aria ed acqua, come se fossero singhiozzi.
Restammo paralizzati per qualche secondo; poi, mentre Luigi lo fotografava in tutti i modi ed io gli urlavo contro improperi irripetibili per la fretta di togliergli quell'amo di bocca, lo vedemmo fare una cosa che non mi fece chiudere occhio per tutta la notte. Piangeva e ci guardava, come fosse stato un essere umano...singhiozzava e sputava acqua, e dagli occhi mi pareva scendessero delle lacrime. La legge del mare dice che in questi casi va tagliato il bracciolo, perché il pesce di grosse dimensioni un amo d'acciaio, seppur grosso, riesce a fagocitarlo in poco tempo.
Ma noi potevamo fare di più, perché quel maledetto amo aveva soltanto inciso il labbro superiore lateralmente, dove c'è una grossa striscia di cartilagine.
Luigi lo tenne per la grande pinna dorsale, simile a quella dello squalo, ed io mi avvicinai con le mani alla sua bocca. Il pesce, a me parve, smise di piangere. Mi guardò ed aprì ancor più le labbra. Poi, mentre armeggiavo sul grosso amo, chiuse gli occhi.
Era libero, finalmente. Riaprì gli occhi e ci guardò per un tempo che mi parse non finire mai. Poi, con una grazia tutta sua, si piegò di lato e s'inabissò, con calma, senza agitarsi.
Mentre scendeva nel suo blu ebbi come l'impressione che si voltasse a guardarci per l'ultima volta e mi piace pensare che quello sguardo che ci regalò fu il suo modo di perdonarci, e insieme ringraziarci.

In porto tutti ci dissero che avevamo fatto una bella cosa, a liberarlo. Ma, durante la cena, un amico disse una frase che mi lasciò amareggiato:
« Jack, lo sapevi che la carne delle gote è una squisitezza? E' un chilo di roba, poi il resto va buttato...ma che bontà è... »
Ecco, la notte non riuscii a dormire, ed ogni volta che vado a pescare temo sempre che tra i pesci che si allamano ci sia anche questo grosso, grasso e paffuto bambino che piange e singhiozza come un umano, mentre ti guarda implorante di lasciarlo ancora un po' di tempo nel suo mare che, anche noi come lui, amiamo.

*

Profumo per donna

Era la sua piccola mania: andare in giro alla ricerca di una storia da raccontare. Lo faceva spesso, in particolar modo quando era a corto di ispirazione, di idee.
Allora si inventava situazioni strane nel tentativo di esasperare, o almeno rendere caratteristico, un incontro fortuito.
Altre volte era più fortunato e gli bastava osservare piccoli episodi di vita sociale per tirarne fuori qualcosa di buono, magari allargando l'orizzonte della storia, modificando i personaggi e i luoghi.
Quel pomeriggio invece decise di andare a cercarsela in prima persona, la sua storia. E la trovò nell'ennesimo supermercato che aveva fatto passare.
Dopo numerosi tentativi falliti miseramente, in un discount squallido, all'estrema periferia della città, improvvisamente nacque.
Lì, tra capannoni abbandonati e montagne di detriti industriali, avevano aperto una specie di emporio frequentato prevalentemente da stranieri.
Era entrato da poco e tuttavia stava già abbandonando l'idea, anche questa volta, quando, mentre si dirigeva verso la cassa per pagare la bottiglia di birra e il sacchetto di patatine, sentì un inconfondibile profumo di patchouli.
Per la verità non lo riconobbe subito; di primo acchito lo aveva scambiato per quell'odore che ha l'unguento di canfora usato nei massaggi sportivi.
Si girò di scatto e decise di uscire dalla piccola coda che s'era formata alla cassa. Una specie di intuizione.
Strano, non c'era nessuno nei paraggi che potesse avere quel profumo addosso. C'erano due slavi che trafficavano per aprire un cartone di birra tedesca, una coppia di anziani signori che si trascinavano dietro il carrello e una giovane commessa, intenta a sistemare i biscotti nello scaffale.
Allora ritornò nella zona dell'ingresso, e chiuse gli occhi. Era immobile come una statua, a testa alta. E annusava al pari di un cocker, roteando la testa in tutte le direzioni e aspirando con energia ad intervalli regolari dalle narici, che emettevano uno strano sibilo.
« Scusi, giovanotto, può spostarsi...che fa lì impalato, perbacco? »
Era una signora anziana quella che lo stava apostrofando in quel modo, una di quelle senza peli sulla lingua.
Aveva ragione. Si era piantato davanti all'ingresso per tentare di ricostruire che strada avesse preso quella scia di profumo, e chiaramente ostruiva il passaggio.
« Certo signora...prego, passi pure. Ma non lo sente anche anche lei questo profumo? »
Lo scrittore cercava di coinvolgere più persone. La sua storia stava per essere scritta: più gente c'era, più ricco sarebbe risultato il racconto. Sì, perché quello intendeva fare: raccogliere materiale per un breve racconto, non altro.
« Puzza, vorrà dire...di naftalina, mi pare » ; la signora era davvero acida. Ma sincera, e disinvolta. Una buona attrice, per la parte che avrebbe dovuto recitare in quella storia.
« A me sembra un profumo di gran classe », ribatteva ironicamente lo scrittore ad alta voce, guardandosi in giro ed alzandosi sulle punte dei piedi, per sbirciare fra gli scaffali.
Pensava in cuor suo alla possibilità di essere sentito dall'interessata; quella del profumo.
Di gran classe...gli veniva da ridere al pensiero di quello che aveva appena detto. Era una puzza insopportabile, almeno per lui che a fatica tollerava i profumi forti, anche i migliori, i più esclusivi.
Intanto altre due signore, una piuttosto giovane, si giravano a curiosare. Non erano frequenti i dialoghi fra sconosciuti, men che meno in un supermercato come quello.
« Anche qui si sente...viene da questa parte », diceva la signora giovane vestita in maniera vistosa. Si sentiva piacevolmente coinvolta, probabilmente.
L'accento era straniero, anche se la forma della frase era perfetta. I colori sgargianti del vestito e quello scialle sulla testa, la pelle ambrata ed il sorriso aperto, tutto faceva pensare che fosse indiana o comunque di origine orientale.
Lo scrittore s'avvicinò, seguito dalla vecchia acida.
« Da dove...da lì? » diceva lui, ed intanto annusava a piene narici.
« Sì, sì...provi a girare dietro lo scaffale dei detersivi. Mi pare venga da quella parte. »
Invece la vecchia non era d'accordo.
« C'è puzza di naftalina dappertutto...ormai ha impregnato l'aria. Chissà mai da dove viene.»

Lo scrittore non si dava per vinto anche se, in effetti, capiva che ormai l'aria era completamente satura di quell'odore di canfora. Non era proprio male, adesso che cominciava ad abituarsi.
Nel reparto detersivi non c'era anima viva, e poi in quella zona gli odori si mescolavano troppo per poterci capire qualcosa. Ma, uno scaffale più in là, il profumo tornava a regnare sovrano.
Una donna sui quarant'anni, mora, alta e robusta, era intenta a controllare l'etichetta di una bottiglia di vino.
Mentre la stava deponendo nel carrello lo scrittore cominciò ad avvicinarsi, deciso.
Avveniva così il primo contatto:
« Scusi, posso prendere quella bottiglia? Merlot, giusto? »
Era uguale a quella nel carrello. La signora, o signorina, aveva sorriso dolcemente. Lui era un bell'uomo e sapeva di piacere alle donne; tranne alle vecchie acide, ovviamente.
« Sì, merlot...l'ho preso anch'io. »
Lui la guardò, di sfuggita, ma alla donna lo sguardo furtivo non passò inosservato.
Lo scrittore cominciava a provare un senso di benevola comprensione per quella donna; era certamente lei che aveva quell'esagerazione di profumo addosso e, senza averne un benché minimo motivo, pensò immediatamente che fosse una donna sola, triste ed infelice.
Le vedeva, tutte queste cose, in quel suo modo di vestire, di camminare, di guardarsi in giro, nel suo aspetto fisico e in quel profumo che pareva dire al mondo:
“Esisto...eccomi, sono qui. Perché nessuno si accorge di me?”
Improvvisamente sentì il bisogno di farla felice, almeno per una giornata. Dopotutto cosa gli costava; e la storia che voleva scrivere poteva anche trarne un beneficio.
« Ma lo sente anche lei, signora, questo buon profumo? »
« Ah, dice a me?...signorina, prego. Che tipo di profumo intende? »
Com'era dolce, povera stella. Voleva si sapesse, che era libera. Commovente.
Lo scrittore si stava quasi intenerendo; la sua freddezza professionale vacillava. Aveva deciso; doveva farle un gran bel complimento, corteggiarla per un po' e lasciare che si godesse una bella giornata in ricordo di un piacevole incontro al supermercato. Poi magari, nel finale del racconto, avrebbe inventato una cosa carina per quella ragazza.
« Profumo da donna...un buon profumo, come dire, un'essenza. Ma c'è un reparto profumi, qui in questo discount? »
« Sì, per esserci c'è... »
« Ma...? »
« Lasci perdere; i profumi buoni qui non li trova »
Il dado era tratto. La vecchia sbirciava tra le scatole dei detersivi, curiosa di vedere come andava a finire, e l'indiana sorrideva. Avevano capito entrambe che il pirata stava abbordando la nave, anzi l'aveva già affiancata, aveva gettato i rostri per l'aggancio e si apprestava all'arrembaggio per conquistarla.
Lei, la nave, ondeggiava contenta e si lasciava, diciamo così, conoscere. E' bello essere cullati dalla brezza, in ogni caso.
« Ah ecco...ma allora questo profumo, questa fragranza di oli orientali, da dove viene? »
« Forse è quello che ho addosso io...provi a sentire. »
La donna si era avvicinata, e porgeva il polso allo scrittore.
« E' patchouli ...lo conosce? » , diceva un po' imbarazzata per gli sguardi indiscreti delle altre donne, vicine e lontane, palesi o nascoste dagli scaffali. E forse un po' invidiose: dopotutto il pirata era un bell'uomo.
Lo scrittore si sentiva esaltato dalla sua potenza di trascinatore; ora poteva fare di lei quello che voleva. Poteva giocare come il gatto col topo, o meglio con il gomitolo di lana perché, in realtà, non aveva intenzione di fare qualcosa che potesse ferire la femminilità di quella signorina. Era una forma di altruismo, la sua.
Annusava il polso di lei tenendolo delicatamente con una mano, ma contemporaneamente spaziava sui capelli e nelle vicinanze del collo.
« Eccolo, buono...davvero buono. E' proprio questo il profumo. Patchouli, ha detto? Dove si può trovare? »
« Non qui. Se vuole le do l'indirizzo della mia profumeria »
I due si stavano guardando; lei era visibilmente emozionata, eccitata per l'incontro e per il complimento. E cominciava a sciogliersi; quell'uomo la metteva a suo agio.
« Beh, non è per tutte le pelli, però. Alla mia si addice, ma non so... »
Strano, pensava lui. Aveva sempre sentito dire che gli aromi dolciastri non erano adatti alle donne mascoline; e lei lo era, mascolina. Se non proprio mascolina, atletica, formosa. E un filino obesa, pure.
Ora la guardava meglio, e la trovava graziosa, nonostante la mole. I lineamenti del viso, non fosse stato per quell'accenno di doppio mento, erano regolari e, anche se le mascelle apparivano decisamente quadrate, il naso risultava proporzionato, affilato e dotato di piccole narici; non era nemmeno lungo, e non grosso. E poi i capelli corvini, tagliati a caschetto, facevano un bel contrasto con quella pelle chiara e lustra, rubiconda. Tutto sommato sembrava una bambola di porcellana.
Le labbra avevano qualcosa di sensuale, forse perché il rossetto era stato sapientemente usato a delinearne i contorni, dando l'impressione che fossero carnose e piene, come un frutto maturo. E lo erano, per la verità.
La bocca, piccola, finiva agli angoli con due piacevoli fossette ed un grazioso neo interrompeva l'eccessiva luminosità del viso, dovuta alla pelle candida come la luna. E quel
punto di discontinuità risultava gradevole, alla vista.
Va da sé che il sorriso era spontaneo, sincero, aperto; anche perché i piccoli denti, bianchi ed aguzzi, lasciavano intravvedere una lingua rosea e fresca che si muoveva in quella bocca altrettanto fresca.
Le spalle, forti e robuste come solo una frequentatrice di palestre poteva avere, erano opportunamente tenute nascoste da uno scialle, in seta o altro materiale leggero.
Il seno, alto e sodo, veniva invece offerto in bella mostra; lo scrittore se ne sentì attratto e non poté fare a meno di posarci gli occhi. Lei se ne accorse, e gradì. Non sappiamo quanto, ma certamente gradì.
« E' vero...alla sua pelle si addice. Direi proprio che è il profumo ideale. Ma, c'è un ma...»
Lei si sentiva arrossire perché, in definitiva, quello sconosciuto era entrato in contatto con il suo corpo, anche se aveva solamente annusato l'odore della sua pelle.
Allora, per togliersi d'imbarazzo, decise di perdere tempo cercando il biglietto da visita della profumeria, rintanato in qualche recondito angolo della borsetta.
« Scusi...non lo trovo l'indirizzo...ma glielo posso... »
« No no, lasci stare. Possiamo andarci insieme, se ha tempo . Piuttosto dicevo, c'è un ma... »
La donna smise di cercare nella borsetta ed alzò gli occhi. Mentre incrociava quelli dell'uomo capì che non poteva sottrarsi a quel fascino. Lo trovava davvero interessante, bello ed affabile, elegante ma con un ché di sportivo, forse per quella giacca in renna che portava e per i mocassini che mettevano in risalto il pantalone in tessuto chiaro. Inoltre la forte personalità che dimostrava nella padronanza della situazione trasmetteva un certo senso di fiducia, di sicurezza.
E poi aveva, come dire, una carica di simpatia, che forse dipendeva dall'abilità con la quale si muoveva e sapeva orientare il discorso, ma anche dalla spontaneità del sorriso e del suo sguardo diretto, naturale, come quello che solo i bambini hanno.
« Ma... ?» fu appena capace di dire.
« Ma questo profumo ha il difetto di attirare troppo la curiosità degli uomini. Non vorrei mai che la mia donna osasse profumarsi con questo patchouli...ne sarei troppo geloso ».
Quest'ultima frase l'aveva detta con un lieve sorriso sulle labbra. Un sorriso complice, malizioso.
Era un complimento, quella frase, sorriso compreso. Lei, almeno, lo percepiva in quel modo. La conversazione stava diventando intima, e questa cosa non le dispiaceva affatto. Forse la cercava da sempre.
« Capisco...ma io, per esempio, non ho un uomo che possa essere geloso. Quindi... »
E arrossì. Doveva proprio dirlo, che non era impegnata.
La nave ormai era in balia della naturale curiosità del pirata, che voleva insinuarsi nei meandri di quell'animo , nella più segreta intimità femminile di una donna sola.
Aveva intenzione di ribaltare la stiva e la cambusa, insomma, passando per il ponte di scoperta e controllando anche i gavoni.
« E se ci fosse, quest'uomo, sarebbe disposta a cambiare profumo? »
« Perché no... », disse lei quasi vergognadosene.
Ora mancavano solo le presentazioni. Il primo passo, inspiegabilmente, lo fece lei.
« Beh, prima bisognerebbe presentarsi, non trova? Io mi chiamo Lara » , disse porgendo decisamente la mano.
Lui restò interdetto. Prima...prima di cosa? Era troppo abituato a prendere l'iniziativa per restare indifferente a quella passerella che gli veniva aperta, senza remore. Abbozzò un sorriso e, indeciso se presentarsi col suo nome di battesimo o meno, disse:
« Che bel nome, Lara...tanto piacere. Vuole sapere come mi chiamo veramente o le basta il mio pseudonimo? »
« Pseudonimo...? E perché mai; che lavoro fa? » , chiese curiosa.
« Lo scrittore »
« Davvero? Dio mio; ho sempre desiderato conoscere uno scrittore »
I due si guardavano, senza staccare le mani. Sembravano ipnotizzati. C'era un piccolo capannello di gente che osservava la scena, ma i due non erano in grado di percepire alcuna presenza estranea alla loro intimità. Si erano fermati a guardarli perfino i commessi che sistemavano la merce negli scaffali, ma niente, i due non potevano accorgersene. Erano presi.
« E qual'è lo pseudonimo che usa...vada per lo pseudonimo. »
« Four Seasons...quattro stagioni »
» Ah..carino. Perché mai? »
« Perché mi so adattare alle circostanze...non le pare? »

Intanto Lara e lo scrittore si stavano avvicinando alla cassa. Lui depose la bottiglia di birra, prima di arrivare al banco. Patatine e vino erano meglio, per festeggiare l'incontro.
« E se andassimo in macchina a conoscerci meglio...mi faccio dare un cavatappi, e dei bicchieri. »
La signorina alla cassa sorrise carinamente, in quel modo complice che hanno le donne di solidarizzare. Chiamò il ragazzo tuttofare.
« Prendi il cavatappi...quello per i tappi di sughero. »
Mentre i due uscivano, all'interno del supermercato erano tutti girati a guardare la scena.
Quei due si erano fermati davanti alla macchina di lei, a scaricare la spesa, e poi erano saliti sull'automobile di Four seasons. La sera calava, umida ed uggiosa.
Chissà mai cosa stava pensando lo scrittore, in quel momento. Probabilmente, mentre versava il vino nei bicchieri ed apriva il sacchetto di patatine, aveva deciso di scrivere un romanzo, anziché un racconto. Oppure la storia gli era sfuggita di mano; il che era la stessa cosa.

*

La bellezza della morte

Ancora una volta devo constatare la meravigliosa, seppur crudele, bellezza della sofferenza, che diventa addirittura straordinaria in occasione della morte.
E' successo questo: Renato, per gli amici Pino, è morto. E' morto a quarant'anni, improvvisamente; una morte come soltanto un crudele asfalto può provocare.
La sua moto, una volta bella e lucente ed ora triste macchina della morte, giace come un mucchio di rottami in un anonimo deposito della polizia urbana.
« Avevo promesso di tagliargliela con il mio flessibile, quello che uso per il tondino da
getto »; a parlare davanti alla bara, con gli occhi gonfi di lacrime che sembrano usciti dal camerino del trucco di un teatro, è un amico muratore al quale Pino montava i ponteggi metallici, come previsto dalle recenti normative.
Era diventato quello il suo ultimo lavoro, dopo che aveva fatto di tutto, sempre nel campo dei mestieri che hanno a che fare con la casa.
Ora nella sua, di casa, c'è il dolore, e anche in quella dei suoi genitori, impietriti dal terribile evento.
Lara, la sorella, si abbraccia alla madre, ed il babbo Angelo fissa il pavimento alla ricerca di un pensiero che gli sfugge, anche se lo tormenta.
Betti, la sua donna, non c'è più. E' improvvisamente diventata un automa, una morta vivente.
Temo non riesca a reggere il dolore: è più grande di lei, quello che è successo. Prima che chiudano la bara deposita tra le mani di Pino una poesia che ho scritto la sera stessa della sua morte. E' stata avvolta come fosse un papiro e sigillata con un nastrino viola.
Pochi versi, semplici, che dicono come mi senta in colpa per non averlo amato abbastanza, come meritava. E' stato il mio primo pensiero, e l'ho fissato immediatamente su carta.
Lui leggeva spesso le mie poesie pubblicate su Poesieracconti; gli piacevano.
In casa mia tutto mi parla di lui: gli scacchi, la ringhiera in ferro battuto che abbiamo costruito insieme, l'impianto elettrico del garage, le pareti dipinte, il tetto riparato.
Ora sono davanti alla bara e, mentre lo chiudono, non so trattenere le lacrime.
Betti mi preoccupa: temo che abbia un malore. Anche Angelo, il babbo, ha un pallore che fa temere un collasso.
Come in un film mi vengono alla mente i ricordi più belli, e sono tanti. Come quella volta che correndo in macchina per il ritardo ad una gara domenicale di scacchi, ci fermammo sull'autostrada a causa dell'eccessiva temperatura del motore. Eravamo senz'acqua di raffreddamento dal momento che il radiatore era in secco; io, Sergio Braghetta, che poi avrebbe vinto il torneo, Mario e Paolo, tutti ragazzi di trent'anni che mi consideravano una specie di fratello maggiore, eravamo sconsolati allo stesso modo.
Temevamo di non poter arrivare in tempo e già consideravamo Pino responsabile di non aver avuto riguardi per la sua auto. Lui sorrideva, quasi divertito. Forse già sapeva il difetto che aveva il motore.
Si guardò in giro per pochi attimi e tirò fuori una delle sue idee geniali: c'era una pozzanghera d'acqua in un avvallamento della corsia d'emergenza, ancora piena per un temporale cessato da poco.
« E come possiamo recuperarla? » dissi io, dopo aver confermato che l'acqua piovana sarebbe andata benissimo.
« Con gli scacchi... » disse Pino ridendo alla sua maniera.
Non lo avevo mai visto scoraggiato, e nemmeno quella volta lo era. Frugò nel baule della sua Passat ed estrasse la tipica scatola di plastica a due scomparti, per i pezzi bianchi e i neri.
Poi, mentre noi recuperavamo pian piano l'acqua superficiale della pozzanghera, lui metteva un fazzoletto sull'imboccatura del radiatore, in modo tale che fungesse da filtro.
Arrivammo in tempo per il torneo ed al nostro ritorno tutti e cinque avevamo un premio, con il trofeo di primo assoluto per Sergio, a quei tempi già maestro da molti anni, e un bel po' di soldi, spesi poi in una allegra cena che ancora ricordo e nella quale lo vedo parlare allegramente del suo colpo di genio, alzando il bicchiere per un brindisi.

Il corteo parte dall'obitorio dell'ospedale e si dirige verso la chiesa di Molinetto, suo paese d'origine, dove ancora vivono i suoi. E' lì che verrà sepolto.
La chiesa è gremita. Io mi sono messo nelle vicinanze della famiglia perché temo per suo padre che ha l'aspetto di uno che non ce la fa più, nemmeno a respirare. Infatti lo fa a bocca aperta, e tuttavia sembra non basti. Betti è una statua; Lara abbraccia affettuosamente la mamma cingendole le spalle.
Durante l'omelia il sacerdote, inaspettatamente, legge la mia poesia ed io mi sento mancare.
Credo sia stata Lara a dargliela; lui non mi conosce, non sa nemmeno che sono l'unico amico anziano fra tutti quei ragazzi, suoi coetanei.

Al cimitero l'epilogo che mi fa pensare ad una riflessione già fatta in un racconto intitolato: Bellezza e sofferenza.
E purtroppo, anche stavolta, devo confermare la mia impressione.
Nel momento che l'addetto alla sepoltura aziona la scaletta mobile che deve portare in alto la cassa – il loculo è quello della fila superiore – Betti si aggrappa alla bara di Pino obbligando
l'incaricato dell'operazione a fermare il crudele ascensore.
E' una scena straziante, la più drammatica che mi sia capitato di vivere. Mi avvicino per rincuorare Betti, ma lei è disperata e mi spinge via. Lo fa anche con gli altri che cercano di intervenire, ed urla, piange con una drammatica bellezza che mi resterà negli occhi per tutta la vita.
Non so trovare gli aggettivi adatti a quello che sta succedendo: straordinaria, genuina, più che unica bellezza, sconvolgente ed immortale nel dolore che questa donna sta provando.
Piango anch'io, piange il mio cuore, mentre Beppe, il suo socio nel lavoro, versa lacrime grosse come la pioggia che cade, anche più grandi. Scendono dai suoi occhi proprio come se questi fossero due rubinetti che perdono acqua calda, un'acqua triste e dolorosa.
Anche lui si precipita d'istinto ad abbracciare la bara, dice parole sconnesse e il suo volto è quello di un bambino spaventato, mentre Betti intona una specie di cantilena che le esce dal profondo. La sua voce sembra venire dall'aldilà, ed è uno strazio sentirla:
« Non lasciarmi, Renato, come farò senza di te...non posso vivere senza te, non lasciarmi, no, resta ancora un po'... senza te sono morta, è questo che vuoi? »

Dio mio, che mi succede...sento anch'io il desiderio di abbracciare quella bara, di impedire che la immergano in quel freddo marmo. Poi i parenti riescono a fare scudo e la tragica realtà della tumulazione si compie.
Torno a casa e non sono più lo stesso: anch'io, senza Pino, sono un'altra persona e non tornerò più lo stesso.

A Pino

A cosa serve piangere
amico mio.
Eppure piango
ora che l'asfalto crudele
ti ha rubato la vita.

Piango per me...
per non averti saputo amare
come meritavi
e adesso lo capisco
ora ch'è tardi.

Se ne vanno i tuoi anni
se ne va la tua gioia
di vivere
se ne va tutto insieme a te
e al mio ultimo saluto.

Guardo Betti
e tua madre, distrutte
penso ad Angelo, tuo padre
forse vorrebbe prendere il tuo posto
e Beppe che versa lacrime
come fossero pioggia
e non posso altro che piangerti
amico mio.

Che mi resta: la speranza?
Sì, solo quella mi resta
forse un giorno ti riabbraccerò
e ti chiederò di perdonarmi
per non averti voluto bene
come meritavi.
Ciao Pino.


*

Storie balorde

Ho iniziato a bere per colpa di un uomo; anzi, due uomini.
Uno era mio figlio, ma l'unica sua colpa è di aver sbagliato quella curva e di essersi schiantato con la Ducati nuova fiammante contro il platano più grande del viale, quello che porta al paese. A trecento metri da casa.
Diciotto anni appena compiuti; una tragedia. Credevo di morire anch'io: di dolore.
La moto gliel'aveva regalata suo padre, anch'egli appassionato di motori.
Mi sa che volesse usarla pure lui qualche volta, magari per andare dalle sue donne. Lo sapevano tutti quello che era; io no. Io lavoravo tutto il giorno, scema che ero.
Comunque non è facile immedesimarsi nella scomparsa prematura ed improvvisa di un figlio e, a chi non ha provato un dolore simile, gli auguro di non provarlo mai.
L'altro invece è il mio uomo, diciamo il mio compagno di tanti anni, anche se per la verità non solo non mi faceva più compagnia, addirittura si può dire sia scomparso, svanito nel nulla. Un dolore, quello, che definirei di secondo livello. Per quel che valeva.
Sono passati otto anni ed io sono diventata il relitto di quella carcassa che già ero. Lavoro ancora, certo, per mantenere il mio vizio e per pagare l'affitto.
Per il mangiare ci pensa il cuoco della mensa nella quale faccio la tuttofare; di avanzi ce n'è da buttare. Roba buona, almeno per me.
La sera mi porto a casa anche una boccia di vino, risultato di tutti gli avanzi dei bicchieri e delle bottiglie. Quando sparecchio li raduno su un tavolino e a fine lavoro faccio i travasi con l'imbuto. Un po' lo uso per fare l'aceto; basta metterci una mollica di pane e in poche settimane acidifica. Non so perché, ma è così.
Me lo ha detto il lavapiatti rumeno; loro lo fanno da sempre, se non hanno la madre dell'aceto.
A volte mi capita pure di raccattare qualche sigaretta nei pacchetti dimenticati, se no raccolgo i mozziconi più lunghi.
Sto descrivendo una barbona? Nossignori, sono una donna che lavora e si mantiene, io. L'unica critica che mi si può fare è che alzo un po' il gomito; ma, quanti uomini sono nelle mie condizioni senza che alcuno abbia a che dire?
Di questa discriminazione me ne rendo conto al Bar della stazione, proprio di fianco alla mensa dove lavoro. Credo che li abbiano messi apposta i due banchi separati. Quello più sporco, e più in ombra, piccolo e triste come la fame, con il piano di appoggio in formica, è il nostro. Di noi alcoolizzati. Ma io sono una sorvegliata speciale nel popolo degli ubriaconi, perché sono l'unica donna. Non è giusto.

C'è Gino, che pulisce i cessi della stazione, e poi quel meridionale che lavora allo scalo merci, quello che tutti chiamano Calabria, ed anche un tipo che si spaccia per professore in pensione, e potrebbe pure essere vero perché è sempre ben vestito e parla forbito. E poi beve whisky dopo essersi sistemato gli occhialini con la montatura in similoro. E' l'unico a questo banco che si da un contegno. Comunque pure il professore beve roba di seconda, non di marca.
C'è Antonio, anche lui meridionale, forse pugliese, che passa di qui in motorino all'uscita dal lavoro, sempre in tuta, ma non sporco d'olio. Credo faccia il saldatore perché ha sempre gli occhi arrossati e la pelle bruciata, anche d'inverno.
Antonio non parla mai di niente; deve aver avuto una storia come la mia. Dicono che la moglie l'ha lasciato. E' scappata con uno di Torino, senza preavviso. Hanno preso il treno insieme e non si sono più visti. Lui da bravo meridionale l'ha cercato, il tipo...se lo trovava, addio.
Meglio così.
Poi s'è chetato; lo ha aiutato la grappa. Dice che prima gli faceva schifo, anzi gli veniva da vomitare con quell'odore di fogna che hanno i distillati dozzinali. E chi ci crede che separano la testa dalla coda...seeeh!
Adesso potrebbero dargli anche la benzina che lui trangugia, sicuro sicuro. Due bicchierini, non di più, in due sorsi l'uno. Ma a casa...chi lo può dire.
Io a casa mi faccio fuori tutto il vino, lui avrà qualcos'altro, garantito.
E' un uomo taciturno, ma educato. Esce e saluta con un timido gesto, anche se non guarda in faccia nessuno.
Per me si vergogna. Io no, sono più sgamata, o più vecchia del mestiere.
Mi sa che Antonio non si è ancora dato pace ed allora sente gli sguardi su di sé...invece, chi se ne frega di uno così.
Ve lo dico io; penso di essere la sola che gli butta lì un'occhiata, anche perché è un bell'uomo. Troppo, per una come me...ma una guardatina non guasta. L'occhio vuole la sua parte; si dice così, no? Ha quell'aria mediterranea che a me piace da matti; a volte lo guardo e mi ricorda quel torero spagnolo, Dominguin, mi pare. Solo i capelli sono più folti, e ricci.
Deve essere bello far l'amore con uno che ha una voglia matta; quasi quasi una di queste sere mi rimetto a nuovo e passo di qua. Non ero male da giovane; adesso ho cinquant'anni ma ne dimostro cento. Si fa per dire.
Invece quand'ero ragazza si giravano a guardarmi, e c'era sempre qualcuno che fischiava alla mia minigonna. A me piaceva, e mi voltavo, pure.
Mi guardo allo specchio, quello dietro le bottiglie: sì, si può fare. Potrei ancora mettermi in ordine. Parrucchiere, trucco e quant'altro. E poi un bel vestito, una borsetta, scarpe col tacco altino, calze in seta e magari un cappellino in paglia, che fa fine. Adesso che s'avvicina la primavera potrei mettermi quel vestitino leggero, quello in cotone a fiori, con la fascia in vita di colore più scuro.
Che ridere se Ugo non mi riconoscesse.
Ugo è il barista; è lui che ci dirotta al banco dei...dei...non mi viene.
Io andrei al bancone principale, quello con il piano in granito e, sfoderando un accento lievemente francese – la erre moscia mi viene naturale, se voglio – gli direi:
« Rragazzo, una cosa buona da beve, chessò un apevitivo...fai te »
Mi piacerebbe anche fumarmi una bella sigaretta di lusso con tanto di bocchino. Intanto tirerei fuori dalla borsetta uno specchietto per darmi una rinfrescata al trucco.
E poi, se tardasse a servirmi, gli direi:
« Ugo, cazzo, è così che si sevvono le signove...ahahahah »

Il più misterioso di questo nostro popolo dei gradi alcolici è Leo. Lui è un artista, questo è sicuro. O almeno lo era.
Ma ancora adesso ci capita di vederlo con la sua divisa da pittore, nocciola scuro piena di chiazze di colore, ed in testa una specie di basco nero.
Viene qui alla chetichella, si liscia i baffi e si beve un paio di sambuche. Poi ordina un caffè e riparte con le sambuche.
Una volta mi ha detto:
« Come appoggi il bicchiere tu alle labbra non lo appoggia nessuno. Uno di questi giorni ti ritraggo... »
Ed io gli ho risposto:
« Sì..., come no. »
Di lui si sa poco, ma quel che è certo è che pure lui è solo. O lo è sempre stato o lo è diventato. Qualcuno dice sia vedovo e viva di rendita. Mah...le nostre storie sono sempre strambe, altrimenti non lo saremmo noi.
Io i suoi quadri non li ho mai visti ma dicono sia bravo. Macchiaiolo, a quanto pare. Ed il genere a me piace, in effetti.

Ecco, è entrato Aldo, il barbiere. Mi bevo alla svelta il mio gin perché lui è uno che offre.
Lo fa per mascherare la sua dipendenza. E' l'unico che Ugo lascia al banco dei signori.
Però Aldo è amico nostro, quindi dopo aver preso il suo bicchiere viene qui, a berlo.
« Marta, te lo bevi un cicchetto? Gin, se non sbaglio »
Me lo porge e mi schiaccia l'occhio sorridendo. Si ferma un attimo, fa tintinnare il bicchiere contro il mio in segno di salute, trangugia ed esce di corsa.
Il negozio di barbiere è proprio di fronte, dall'altra parte della strada.
Prima o poi a forza di attraversare lo mettono sotto.
Qui si dice che un cicchetto gli serve a tener ferma la mano mentre rade, oppure quando taglia i capelli. E' possibile. Anch'io ho la mano più sicura dopo una bella bevuta.
Aldo è un buon uomo, uno che non farebbe male ad una mosca. Anche lui è solo; non ha mai avuto una donna. E' il tipo che non piace, per quelle cose; non assangua, insomma. Dico fisicamente. Quel nasone già grosso di suo, e le orecchie a sventola. Ora che beve, poi...poveraccio. A me piace perché è discreto, ma affabile. Una cara persona; generoso, anche.

E' tardi. Rovisto nel portamonete per vedere se ho ancora qualche spicciolo.
« Ugo, cosa mi dai con un euro e mezzo...? »
Ugo sta sistemando i bicchieri nella lavastoviglie e mi manda un'occhiata di traverso.
« Un calice...rosso o bianco? » Lo dice in malo modo. Sembra sempre incazzato. Che tipo.
Ma vaffambagno... secondo te vengo qui a bere vino, io? Posso venderlo quello, ma che cavolo...
Mi alzo per uscire. Un giorno o l'altro glielo tiro in testa un bicchiere, a quelli lì.
Magari mi bevo un doppio whisky, che Ugo quello lo serve nel bicchiere grande, di vetro spesso. Almeno gliela fracasso, quella zucca.
Fosse per lui ci caccerebbe a pedate. L'ho sentito io lamentarsi con il padrone. Dice che il locale ci perde in immagine: che scusa è mai questa...
Come se un bar di passaggio, perché questo è, avesse un'immagine da difendere.
Non lo dice però che con noi guadagnano il doppio, perché i prezzi bene o male son quelli, ma ci da robaccia di seconda. Tanto noi si trangugia tutto.
« Te li do io i due euro per il tuo gin...costa tre e mezzo, no? » salta su Antonio, il mio Dominguin personale, rivolgendosi a Ugo.
Si girano tutti a guardarlo. Mai sentito parlare, Antonio.
Che bella voce. Ferma, decisa. Sembra uno abituato a comandare; e magari è davvero così, all'officina dove lavora.
Dopotutto, fuori dai nostri bicchieri mezzi vuoti, nessuno conosce bene nessuno.
Io mi sento onorata di questa cosa e non capisco più niente. Mi avvicino e gli do un bacio sulla guancia.
Antonio non fa una piega; mi prende il borsellino, toglie le monetine e se le mette nella mano, insieme alle sue. Poi va al banco, quello dei signori, e con forza la rovescia sulla lastra di granito, deponendo i soldi. Il tintinnio delle monete suona come un avvertimento.
« Un gin...non il solito. Quello buono. Capito? »
Ugo lo guarda storto, ma tace; è un altro Antonio, quello. Non si sa mai.
La mia giornata non poteva finire meglio. Mi bevo il gin a piccoli sorsi, senza togliere gli occhi dal mio eroe. Anche lui ogni tanto mi guarda.
Ho deciso: uno di questi giorni mi metto in ghingheri e lo abbordo. Ma forse, se mi vede in ordine, con i capelli lavati e con qualche colpo di sole, il vestito bello e tutto il resto, è capace di farmela lui la corte.


*

Voi uomini non sarete mai come noi donne

Chissà mai cosa mi è venuto in mente di portarmi a letto questo sfigatello.
Lì per lì m'aveva dato l'impressione del tipo sveglio, dell'uomo che non deve chiedere mai.
E, a noi donne, questi maschi che fanno i duri ci piacciono da morire perché poi, alla resa dei conti, siamo sempre noi a stenderli. E poi si sa, più uno fa il duro, e più ci divertiamo a sentirlo gemere ed implorare, quasi fosse il suo ultimo minuto di vita.
« Aiuto, mamma, ancora, basta, sì, no..ahhhh...ohhh...godo, dai, di più, di meno...tieni, passa, tira... », sembra ogni volta che stiano facendo la finale di Champions League.
Quando trovo qualcuno che vuol sentire le canzoni di Ligabue mentre fa l'amore, allora ho già capito dove andrà a parare. Si immedesimerà nella finale di Liga dei cornuti; vacche maschi, insomma.
Loro, poveri cocchi di mamma, si illudono di fare i duri, ma alla resa dei conti fra le nostre braccia ritornano bambini. Quando cominciano a succhiarti il seno con le labbra a culo di gallina poi, mi sento un'allevatrice, o la lattaia dell'angolo.
E si illudono pure di farci godere. Poveri cocchi: lo sanno anche gli asini che una donna vuole essere conquistata, corteggiata, amata per quello che è e non per la farfallina che ha in mezzo alle gambe e che loro vorrebbero servisse come mezzo di locomozione aerea per farli volare in paradiso. La farfalla vola, certo, ma su prati fioriti di frasi carine, di gentilezze, di coccole, di sciccherie: non si pretendono poesie, ma insomma...
« Dalla finestra ti farei volare... », ho detto a quello che mi sono portato a letto l'ultima volta.
L'avevo rimorchiato al Sesto Senso, un locale infimo che passa per discoteca ma che in realtà è un posto dove avvengono scambi di tutto.
E il bello è che era lui a pensare di aver rimorchiato me. Ma non hanno capito gli uomini che alla fin fine siamo noi a scegliere?
Sì, loro si propongono, lanciano l'offerta...ma a decidere siamo noi, o no?
Era convinto di avermi conquistata perché era bello. Ma si può?
Doveva proprio essere uno che non aveva capito quanto fossi annoiata di stare lì, quella sera; allora ho preferito una buona camera d'albergo per passare la notte. Anzi, prima mi ha portato pure a cena.
Avevo fame davvero; ma non di lui. E quello, ingenuo come un vitellino da latte, ha speso una fortuna in antipasti, bistecche, vino e dessert. E, per finire, ha scelto un albergo a cinque stelle; mi ha lascia pure qualche spicciolo, pensando fossi una di quelle. Questi uomini...
« Vengo, vengo...fammi volare...aiuto... », gridava come un ossesso. Io avevo paura che qualcuno sentisse e potesse pensare che stavo facendo una pratica di suicidio assistito.

Quello di stasera non è molto diverso. Si è già addormentato dopo la prima, che per me significa essere ancora al campo base quando invece sei pronta a fare la scalata dell'Everest.
E poi, chiamarla prima è un'offesa alle regole del buon sesso: eiaculazione precoce, quello era.
E se l'eiaculazione è precoce, allora significa che nella pratica del sesso sei classificato tardivo.
Questo biondino slavato, non ricordo nemmeno come si chiama - Riccardo mi pare – è pure convinto che ho goduto anch'io, con lui.
E poi, come sarebbe successo che ho goduto: all'unisono? Ma se sei stato più veloce della luce. Si può essere più deficienti, nel senso di mancanti? Noi abbiamo la nostra inerzia...l'accelerazione sessuale è dosata, come si conviene per un bel giochetto d'amore.
Se gli parlo di amore tantrico chissà cosa mi risponde; magari pensa che è una scopata taurina fatta dopo aver mangiato un hamburger alla tartara. Tantra, non tartara! Sveglia!
Care amiche, ve lo dico io: gli uomini non saranno mai come noi donne.
Quando penso che perfino Freud, non il portiere di notte del Miramare, ha dovuto ammettere che le sue teorie sullo sviluppo sessuale erano principalmente orientate al maschile per l'impossibilità di saper incorporare i desideri delle femmine nelle sue elucubrazioni mentali, allora mi vien da pensare che pure lui ci capiva poco.
Infatti la sua ignoranza in materia lo portò ad affermare che: "la psicologia è incapace di risolvere l'enigma della femminilità".
Non contento, elaborò pure la storia che le ragazze sviluppano “l'invidia del pene” e pertanto il clitoride non è altro che un meschino tentativo di dare una forma di potenza alla vagina. Insomma, tradotto in lingua nostrana il grande psichiatra sosteneva che le donne sono uomini mancati.
Se una di noi dicesse agli uomini che loro sono donne mancate, ci rinchiuderebbero.
Io, per conto mio, sono convinta che lui, a letto, fosse una frana. Questo è il punto.
Gli uomini non possono capirci, e nemmeno lui poteva, per il semplice motivo che hanno il loro fratellino da soddisfare sopra ogni cosa e non mettono nemmeno in conto che, oltre all'orgasmo, ci sia qualcosa altro che può piacere, appagare quando si inizia a giocare di quel bel trastullo che è il sesso amoroso.
E che tragedia, quando non gli si rizza. Le scuse che prendono, poi. Infantili, per non dire altro.
E lasciatelo in pace, il vostro Gigetto - non ho nemmeno capito perché tutti i fratellini si chiamino così - , che forse riusciamo a divertirci meglio. E, se ti diverti tu, vedrai che anche lui trova un posto nel gioco, prima o poi, magari al calduccio nella mia tana dove vuol nascondersi per pudicizia. Perché diciamola tutta: gli uomini si vergognano non poco di quella brutta opera d'arte che la natura li ha obbligati ad avere.
Ecco, questo qui si è già messo a russare. Ma non era un cuor di leone?
Niente, anche stasera mi godrò un bel libro di Proust, magari la Recherche de l'homme perdù...ma è un po' che cerco, e le speranze sono poche, ormai.

P.S. il racconto è nato per la richiesta di un autore che mi chiedeva di dimostrare come anche quel mio primo racconto contestato - Noi uomini non saremo mai come voi donne - fosse frutto di fantasia.

*

Un aquilone colorato e ribelle

Un aquilone colorato e ribelle: una storia come tante


E' una storia di periferia, questa. Una storia come ce ne sono tante.
Vite rimescolate, strappate ad un futuro, se mai possa esistere un futuro immaginabile. Questa storia è successa proprio a me, e solo ora mi rendo conto che sta finendo.
Ho cominciato a morire che avevo sedici anni. L'età giusta per incontrarla, una morte di questo tipo.
Ora che sono al capolinea riesco anche a capire che avrei potuto riconoscerlo quel dannato autobus che stavo prendendo. Voglio dire che potevo intuire che quello che mi accingevo ad intraprendere aveva i connotati di un viaggio senza destinazione alcuna.
Giri su me stessa e voli pindarici; affascinanti, ma nel vuoto: questo era.
Ammetto pure che l'odore di morte lo si poteva già sentire nel momento stesso che si aprivano le portiere di quell'automezzo parcheggiato col muso in salita. Erano braccia aperte sulla mia giovane vita, all'apparenza; un vecchio cancello arrugginito, nella realtà.
Scricchiolava ad ogni giro perché poggiato su cardini logori, consumati. Aspettava solo di essere oliato, da me o da qualcun'altra.
Il fatto è che io non l'ho sentito. L'odore, dico. La puzza di bruciato.
Forse c'era troppo fumo o magari avevo le mie cose, quel giorno, e anche un piccolo raggio di sole tra la polvere mi pareva, in quel momento, una luce bianca e pulita che indicava la strada giusta, un futuro come si deve.
Salivo le scalette, mi affacciavo all'interno e vedevo tutto bello. Invece c'era la morte. E che morte.
Non quella classica, spietata ma onesta, con tanto di falce, quella che si riconosce lontano un miglio. Macché; si era pure camuffata.
Credo proprio che si fosse travestita per un semplice motivo: temeva di non riuscire a cogliermi di sorpresa, se solo si fosse fatta riconoscere.
Ero svelta, a quel tempo, di gambe e di cervello. Non ero la solita ragazzina; di esperienze ne avevo già avute. E' stato il momento e il travestimento che mi hanno preso la mano.
Una morte che si traveste da angelo, non più tanto giovane ma con la vita ancora negli occhi ed il sangue di un ragazzo. Solo il sangue, però.
Lui mi ha sorriso e quei denti bianchi erano il quadro di una felicità incorniciata. La cornice erano le sue labbra. Io cosa potevo fare d'innanzi a tale bellezza? Dopo quel sorriso s'era scoperchiato il cielo e potevo intravedere la luce della fine del mondo. Non come tempo; come spazio.
« Dove vai... » mi disse la morte.
« Non lo so », risposi, « sono salita, senza volerlo»
« Allora vieni con me», cinguettava.
Un uccellino smarrito sembrava, con gli occhi grigi, i capelli biondi come una castagna chiara ed un sorriso da incorniciare.
Un grazioso uccellino che emetteva trilli melodiosi per celare la sua natura, che poi era quella di un antropofago che si ciba della vita altrui. Provocandone la morte, certo. La sua vita balorda che continuava sulle spalle della morte di altre vite.
Ma lui non andava da nessuna parte, in realtà. Il suo autobus sembrava piuttosto un magnifico aquilone, colorato e ribelle, in procinto di lasciare quel legame che lo teneva su questa terra, ad ogni mia domanda. Ma ancorato, in tutti i modi, alla sua realtà di cannibale.
« Andremo, faremo, voleremo. Vedrai, vedrai...», ma dove, cosa, quando?
C'era sempre un filo che lo teneva e gli impediva di fare quel viaggio promesso, quel cambio di marcia, quella che lui chiamava vita nuova. Però ti faceva provare l'ebrezza del volo, anche se era una simulazione.
Ti faceva sentire il sapore della vita, facendoti affacciare a quella finestra spalancata sul mondo. A me faceva sangue, quell'uomo, ed è così che mi ha avuta.
« Mi ami?» diceva.
« Sì », rispondevo io, con voce sempre meno sicura, man mano che passavano gli anni.
« Allora vieni, e lasciati andare, e non pensare, e fidati di me, che ti faccio vivere»; ma recitava, come se fosse un copione. Seppi dopo che era pure sposato ed aveva qualche figlio, in giro per il mondo.
Allora l'autobus partiva, senza tetto né finestre , svolazzava impazzito nel cielo immenso e teneva sospesa non solo la mia anima ma tutta me, che con lui mi sentivo nuova, vergine.
Girava il mondo, girava la mia testa e mi sentivo come un chiodo agganciato ad una potente calamita.
Era la vita condensata in una promessa, vale a dire l'omicidio del futuro. E la mia morte.
Avessi immaginato che era lei, avrei potuto almeno divertirmi, ingannandola, a mia volta.
E, perché no, goderne, di quella commedia.
Si poteva fare del teatro , senza o con pochi danni.
Non avrei pianto, non avrei sperato, non avrei chiesto.
Non mi sarei illusa, almeno. Avrei gioito meno, forse, ma a quale prezzo ho goduto?
Avrei preso e dato come un mercante turco, sempre pronto a mediare, ad avere qualcosa in cambio di altre cose, magari con un piccolo guadagno.
E lui avrebbe pianto un po', e sperato, e anche lui si sarebbe fatto illusioni credendomi un angelo.
E non avrei sofferto più di tanto, né più né meno quello che avrebbe patito lui.
Saremmo morti un po' tutti e due; il giusto, come si muore sempre, un po', negli affari di cuore.
E avremmo vissuto un po' tutti e due; il giusto, come si vive sempre in amore, anche nelle storie di periferia, le più sgangherate.
Lo scotto della commedia, della finzione, della poesia d'amore sostenuta con forza come alimento della vita; questo era il prezzo del biglietto per salire su quel maledetto autobus volante.
Mi veniva in mente Pessoa, certe volte che lui mi scriveva oppure mi recitava versi, imitando i trilli dell'usignolo.
« O poeta é um fingidor. Finge tão completamente que chega a fingir que é dor a dor que deveras sente.»
Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente.
La morte che si traveste da vita, questo era; il silenzio che si spacciava per musica, il vuoto che riempie di illusioni le speranze. Un meschino, celato sotto i panni d'un vero uomo.
E io, chi ero? Ero un pesciolino, nonostante tutta la mia storia di vita. Avevo giocato poche partite in quel campo e l'amore era per me un mito. Anzi, il mito.
Quando capii che la storia era finita, abbandonata come uno straccio vecchio e sporco in mezzo alle difficoltà di ricostruire un qualsiasi tetto che mi riparasse dalla burrasca, il gesto estremo, quello che illude di cancellare di colpo un brutto passato.

Mi sveglio in questa camera d'ospedale, su un lettino bianco, in una stanza bianca e con una camicia tutta linda.
Niente aquiloni colorati e ribelli, solo una nave ben ancorata in un porto sicuro.
Tanti tubicini e poca luce. Anche il buio è bianco. Una penombra che mi appare dolce, come può esserlo la morte o un'esistenza serena, che forse sono la stessa cosa.
A tenermi in vita il solito sorriso. No, questa volta non è un angelo, e nemmeno un autobus senza tetto.
E' un dottorino che mi prende il polso e mi parla sommessamente, sorridendo, guardando il suo orologio e arrossendo dinnanzi all'enormità della mia tragedia.
« Va tutto bene. Dai, forza che ce la fai. Sei giovane, ne vale ancora la pena. »
Ed ecco che in maniera del tutto naturale le mie cellule, i miei deboli muscoli, il mio corpo debilitato credono ancora nella vita e leggono in quel sorriso dolce e nella genuinità di quelle parole, una possibilità. E' una bella sensazione, nuova, mai provata. Mi fa sentire pulita.
Poi mi prende un sonno liberatorio che mi impedisce di pensare quanto sarebbe bello davvero morire, con quella mano amica che ascolta il battito del tuo cuore interrogando le vene, senza violarti il corpo. Una specie di innocente pudore che non ricordavo più potesse esistere, e quanto fosse bello.

*

Il calore non ha sesso... uno strano gemellaggio


Il calore non ha sesso (uno strano gemellaggio Napoli-Brescia)


Arriviamo a Chianciano Terme poco prima delle gare. La piscina olimpica é posizionata all'aperto, in un incantevole contesto collinare. Diresti che è in mezzo ad un prato , anzi un giardino..no, un bosco, o meglio un connubio perfetto dei tre.
Colori e tonalità di verde e di giallo, mescolati al marrone, si confondono con l'azzurro dell'acqua. Le bandiere delle varie nazioni più importanti fanno la loro parte.
Io sono già emozionato. Questa gara master dei Campionati Italiani la sento fuori misura. L'anno scorso due quarti, la peggiore delle posizioni. Noi la chiamiamo medaglia di cartone. Molto meglio classificarsi quinto o sesto, piuttosto che quarto.
Per rifarmi ho fatto sei mesi di allenamento intenso, a giorni alterni. Poi, gli ultimi tre mesi, tutti i giorni. Sento il corpo tonico, potente. Mi sono allenato pure con le “palette” ed i muscoli del torace si sono sviluppati ulteriormente. Temo solo che la mia concentrazione non sia quella giusta.. Se tutto andrà bene otterrò almeno un terzo posto. Voglio una medaglia,che diamine!

I primi che incontro a bordo piscina sono i ragazzi della Croce Verde di Chianciano. Appena gli passo accanto mi viene in mente lo sketch di Giacobazzi a Zelig, quello nel quale descrive in tono ironico certi interventi di Pronto Soccorso.

Ricordando la spassosa scena mi fermo e mi dirigo verso quell'operatore che mi pare abbia l'aria meno annoiata; il più sveglio,insomma. Si chiama Stefano.
Gli chiedo se conosce quello sketch, ma risponde negativamente.
« Non guardo Zelig...» mi dice serio come un primario di traumatologia.
Allora glielo racconto.
In pratica Giacobazzi sostiene che quando uno sta male la prima cosa che fanno gli operatori della Croce Verde è quella di agitarsi e gridare:« Lo stiamo perdendo...lo stiamo perdendo...»
Allora ci accordiamo che se toccherà a me ,di essere portato in ospedale, la frase da dire sarà :
« Lo abbiamo ritrovato...lo abbiamo ritrovato...» E' più carino,no?
Comincia una specie di teatrino di strada...si avvicina qualcuno ed allora chiedo a Stefano di fare una prova.
Lui mi propone un'altra opzione, con una frase ancora più rassicurante: « Si è ripreso, si è ripreso..» e, mentre gli chiedo di declamarla ,coinvolgendo anche gli altri colleghi, mi accorgo che alcuni atleti ci guardano impauriti. Sembra che porti iella...vabbè.
Iniziano le gare. Noi del Rezzato nuoto ci accorgiamo di essere in ritardo alla chiama della staffettta 200 stile libero e riusciamo per il rotto della cuffia a partecipare. E' una staffetta mista...due maschi e due femmine. Una novità. Con me c'è un mio coetaneo e due giovani nuotatrici. Ci classifichiamo sesti. Il punteggio finale va alla squadra. Per noi atleti, nulla.


Il giorno dopo è il clou, almeno per le gare alle quali partecipo io. Iniziano i cento rana sotto una pioggia battente.
Freddo, vento e qualche lampo. Per me, abituato in mare alle tempeste, un vantaggio. Ed infatti mi classifico secondo. Non ci speravo, la mia prima medaglia d'argento agli Italiani.
La stessa cosa si ripete nei cinquanta metri. Il primo è inarrivabile, mi batte da sempre questo Rossi Marco, di Firenze. Io comunque sono ai sette cieli. Una gioia immensa a coronare gli sforzi ed i sacrifici di un anno. Quello che mi ha battuto l'anno scorso, a Ravenna, Padovan Graziano,ha preso un distacco di cinque secondi.
Ma la cosa simpatica che ha attirato la curiosità degli atleti di quasi cento squadre è stato lo strano gemellaggio fra Napoli e Brescia, o meglio Rezzato, il mio paese e tutta la Campania.

Durante la chiama per la gara dei cento metri rana piove a dirotto. Ci siamo accalcati sotto un gazebo, che però non può bastare a proteggerci. Duecentocinquanta nuotatori, uomini e donne, stipati sotto venticinque metri quadrati. L'acqua entra in diagonale spinta dal vento di maestrale che soffia a raffiche; per questo mi sono messo nella parte sud est, la più protetta.
La mia esperienza mi fa scegliere la zona vicina alle atlete di Napoli, che sono le più numerose...se starò stretto almeno non correrò rischi. Queste iniziano a parlarmi in dialetto verace ed io rispondo alla meglio...per quel che so. Iniziano i loro dubbi sulla mia appartenenza al nobile popolo.
Ecco che alle mie spalle si accalcano altri partenopei...maschi,purtroppo.
Siamo mezzo nudi ed i contatti sono pieni, epidermici. Io sto benone davanti...un bel culo sodo di una formosa dorsista mi riscalda il fianco destro e una splendida mora, capelli ricci ed occhi azzurro grigi, preme il suo seno contro il mio torace. Chiudo gli occhi e mi concentro per impedire una brutta figura al mio”lui” ipersensibile. Non ci riesco appieno. Pazienza. Ho l'impressione di arrossire per la vergogna della mia ostentata libidine.
I problemi invece vengono da dietro...un bell'omo sui cinquanta, tosto anche più di me, sorridente e divertito, preme contro le mie natiche. Sento un coso non da poco...madonna, se andasse in erezione il posto sotto il gazebo diminuirebbe improvvisamente. A meno di sfatare la legge fisica della “incompenetrabilità dei corpi “. In questo caso il modo per sfatarla c'è , anche se non augurabile, specialmente prima di una gara.
« Guagliò...sei di Napoli ? » mi dice vedendo che socializzo con le atlete della sua città.
« Come no » dico io, « chi non è di Napoli a questo mondo ? » ed immediatamente inizio a parlare il dialetto delle valli bresciane e bergamasche che nemmeno i bresciani purosangue di città o quelli di Bergamo Alta capiscono.
Una risata collettiva, con richiesta di traduzione,dà inizio alla sceneggiata napoletana. Bene, c'era più di mezz'ora da passare in queste condizione, aspettando la nostra batteria. Io, con il teatro, mi trovo a giocare in casa...non lo pensavano, i partenopei!
« Guagliò, va buono che il caldo è caldo e non ha sesso,ma preferisco due belle tette a quell'affare che mi punti alle chiappe! Te lo devo proprio dì...mi scaldo meglio con una donna. Senza offesa,guagliò » dico io.
E' fatta. Ha inizio il gemellaggio. I Napoletani si presentano...sono fantastici. Fernando Esposito, grande nuotatore della Blu team Stabiae , mi spiega l'origine del suo cognome. Esposito...da esposto..per essere riconosciuto in non so quali circostanze del passato nelle quali i nomi venivano esposti per il riconoscimento. Forse al ritorno dagli Stati Uniti d'America o dall'Argentina.
Con un altro mi metto a parlare di pizza. Anche lui, come me, fa il pane in case con il lievito madre. Si inserisce nel contesto un giovane collega ingegnere calabrese, di Sibari, che ha studiato a Bologna e per quella città gareggia.
E' uno spasso. Io tento anche di impaurire gli avversari dicendo che se cade un fulmine vicino alla vasca farebbero bene ad uscire e non terminare la gara. E, mimando un nuotatore che annaspa sul bordo, creo ilarità ma anche qualche sospetto. Il calabrese mi schiaccia l'occhio come a dire: a me non la dai a bere, sono nato nella Magna Grecia, io.

La ciliegina sulla torta la metto dieci minuti prima del mio turno. Spiego che amo la canzone napoletana classica, specialmente cantata da Murolo e che fu un amico sotto naia a farmela capire ed apprezzare; un certo Marco Lettieri, napoletano di Piedigrotta che faceva la marcia canticchiando la tarantella napoletana. E, per darne prova, mi metto a cantare con il mio accento improbabile e con una voce stonata e roca più di quella del mio compaesano Fausto Leali. Ed allora accade l'imprevedibile...più di cinquanta atleti, maschi e femmine, mi aiutano accompagnandomi nel mio sforzo di cantare
“ Lacreme napulitane “, con sentimento, tanto che quelle gocce d'acqua in viso sembrano lacrime per davvero anziché pioggia.
….Mia cara madre sta pe' trasi' natale e a sta' luntano chiu' me sape amaro
comme vurria appiccia' duje tre biancale comme vurria senti' nu zampugnaro
'e ninne mie facitele 'o presepio e a tavola mettite 'o piatto mio
facite quanno e' a sera da' vigilia comme si' mmiezo a vuje stesse pur' io
e 'nce ne costa lacreme st' america a nuje napulitane
pe' nuie ca 'nce chiagnimmo o cielo e napule comme e' amaro stu' pane …....

Dal fondo una voce con chiaro accento partenopeo mi fa riflettere e lascia un velo di amaro su tutta la vicenda.
« Ti hanno lasciato solo i tuoi amici lombardi...non sanno cantare? »
Vengo chiamato all'altoparlante; devo andare.
Mi presento al blocco di partenza,tonico e felice, anche se i pensieri viaggiano. Il tuffo viene bene, non c'è falsa partenza, che per gli emotivi come me è sempre uno spauracchio.
Sento l'acqua scorrere frizzante sul corpo, buon segno. Allungo la gambata perché i cento metri sono faticosi e decido di dare tutto dopo la virata. Davanti a me non vedo nessuno; un atleta dei Nuotatori del Carroccio mi tallona,sulla destra, ma intuisco che sta cedendo. Mi sorregge il tifo dei miei,che usano un tamburo per darmi la cadenza della bracciata. E' fatta;vado a vincermi la mia agognata medaglia. Che sarà d'argento, insperata e quindi molto gradita.

*

Un teorema che non ho mai capito

Nella mia non breve vita, ma nemmeno troppo lunga, ho cozzato spesso contro teoremi all'apparenza impossibili da capire. Uno, che mi pareva proprio insormontabile, per la mia mediocre intelligenza , è stato Il Teorema di Bolzano- Weierstrass.
Questo incredibile e pirotecnico esercizio delle meningi, quasi una masturbazione mentale priva di orgasmo matematico, così sentenzia: “ in uno spazio euclideo finito dimensionale ogni successione reale limitata ammette almeno una sotto successione convergente”.
Solo per capire l'enunciato servono anni di studio. Devi sapere bene cos'è lo spazio euclideo, finito,dimensionale, e poi farti il culo studiando le successioni finite ed infinite, le sotto successioni e le convergenze.
Poi si può tentare di capire la dimostrazione.
Quand'ero all'università, primo anno di ingegneria, ce l'ho fatta!
Dapprima,in preda ad un attacco isterico, diedi fuoco alle pagine mentre mi accendevo una sigaretta. Sostenevo che era una perdita di tempo studiarlo e che non sarebbe stato di nessuna utilità.
I miei compagni di studio si fecero una grossa risata ed approvarono.
Conservo ancora il libro di Analisi Infinitesimale del professor Amerio; quelle pagine bruciacchiate, che hanno lasciato un bordo annerito al centro dei fogli, sono la testimonianza della disperazione alla quale può giungere uno studente universitario.
Per spiegare quanto la vita è dura ho fatto vedere il libro ai miei figli; avevano 6 e 8 anni.
Ho poi spiegato loro che abbandonare una battaglia, specialmente se è un esercizio mentale, per un verso libera la mente ma come effetto collaterale crea una specie di crisi di impotenza intellettiva, molto deleteria.
Per l'io di un uomo e per la sua auto-stima, intendo. O di una donna, ovvio.

Dieci giorni dopo averle bruciate andai a fotocopiarmi le pagine incriminate dal libro di un amico, un vero amico che seppe mantenere il segreto.
Tornato a casa, per il consueto week end, mi chiusi in camera mia.
I miei genitori mi guardarono con fare sospetto.
Ma come, non me ne andavo a dormire da FrancaGiulia, quella mia amica, quarantenne separata, che era lo spauracchio della mia famiglia? Cosa era successo? Non ero tornato a casa per caricare le batterie con una bella notte di sesso, come ero solito affermare? Non avevo più voglia di ciccia? Possibile?

No, non sia mai, è che avevo solo due giorni di tempo per distruggere un mostro, anzi due mostri, coalizzati contro di me: uno era Bolzano e l'altro Weierstrass. Una coalizione di due menti eccelse: Praga e Berlino contro un paesino della bresciana, Rezzato, dove sono nato!
Feci di tutto; anche telefonare al mio vecchio insegnante di matematica del liceo che mi diede qualche dritta:
« Vai a riguardarti l'assioma di Dedekind, ripassa le successioni ed il teorema della Convergenza monotona...», mi ripeteva accalorandosi al telefono, « riprendi in mano i concetti di Punti di accumulazione...hai presente il teorema di Cavalieri-Simpson? ».

Capito, sempre in due si mettono contro di me! Adesso pure Cavalieri e quell'altro, Simpson.
Mangiavo in camera, fumavo come un turco e bevevo whisky a digiuno....non erano le condizioni adatte per capire un teorema micidiale come quello. Non pensavo più a FrancaGiulia...l'inizio della fine, per uno studente!
Eppure, prima con titubanza ma poi sempre più certo di come procedevano i miei ragionamenti, riuscii a venirne a capo.
Avevo scardinato quello stramaledetto teorema di Bolzano e del suo compagno di merende matematiche,Weierstrass!
Ero felice. Per dimostrare a me stesso che l'avevo capito bene tentai pure di spiegarlo a mio nonno, facendo un esempio sugli interessi bancari che percepiva con i suoi risparmi.
Dopo tutto Einstein diceva che una cosa non l'hai capita veramente se non sei in grado di spiegarla a tua nonna. Ma lei era morta giovane, povera stella.
Pur di farmi smettere, mio nonno si accese la pipa e mi disse che aveva capito...benissimo!!
Quello fu esattamente l'avverbio di modo che usò.
Per finire devo dire che la stessa cosa mi capitò diverse altre volte.
Un bel mattone fu la Teoria della relatività ristretta, ma anche il concetto di Quanti di energia, il Principio dei lavori virtuali ed il teorema di Thevenin.
Alla fine non solo li capii, questi teoremi, ma andai pure ad insegnarli; il mio lavoro post universitario fu proprio quello dell'insegnante, fra i tanti.

So già quello che state pensando: ed il titolo allora? Che cosa significa? Che tipo di teorema è quello che non ho mai capito?
La risposta è facile, anche se la mia mente non è ancora riuscita a risolvere quello che ormai è un enigma, almeno per me.
E' un teorema politico!
Cerco di enunciarlo usando una ipotesi ed una tesi....ed ovviamente alcuni dati, visto che si parla di politica, quindi anche di elezioni, quindi anche e specialmente di numero di consensi.
Ipotesi: la Lega è un partito che ha le proprie fondamenta nell'antimeridionalismo.
Il suo ideologo, il Kafkiano prof. Miglio, spiegò mille ed una volta questa sua teoria. L'ipotesi quindi non è quasi più ipotetica ma ha una grande probabilità di rasentare la certezza.
Meglio, anzi no...Miglio!
Prima di enunciare la Tesi parliamo di fatti, dati, scelte politiche.
Dopo un'evoluzione involutiva avvolta da volute di fumo politico( il giro di parole è voluto) la Lega si è coalizzata con Forza Italia prima e poi con Il Popolo della libertà.
Il Sud e le isole della nostra bella Italia, con una grande percentuale di voti, in particolare in Sicilia, ha votato questa coalizione che comprende gli inventori della “Padania”. Anche il programma di scrittura mi da errore, con questa parola. Sottolineata in rosso.
Ora si può enunciare la tesi, che non è una vera tesi ma una domanda che mi pongo da anni ed alla quale non so rispondere, almeno con una certa logica stringente.
“ Come può essere accaduto che, per almeno due volte di seguito, o anche più, la pratica gente del sud Italia abbia votato, direttamente o indirettamente, la Lega? “
Ecco, io questo teorema, lemma o postulato che dir si voglia non riesco a capirlo; a meno che si ammetta che la gente del sud ha fatto una grossa “ minchiata.”
Se qualche abitante di quelle terre, che amo molto per diversi motivi, non fosse d'accordo sul fatto che la Lega li vede come il fumo negli occhi trascrivo, a loro uso e consumo, la tipica barzelletta bergamasca che è quasi l'emblema dell'antimeridionalismo di quel partito.
Aggiungo che la presente barzelletta farà piangere qualcuno ma ha fatto ridere a crepapelle tutti i Leghisti.
Inoltre è stata dichiarata autorevolmente la miglior barzelletta Leghista nel raduno di Pontida del 2002. Eccola...( l'ho già pubblicata su un altro racconto; in alternativa ne metto una come P.S. di carattere leghista-femminista)

Un brav'uomo, lavoratore, padre di famiglia, cattolico praticante, sta tornando dalla fonderia nella quale lavora da trent'anni, a cavallo della sua Bianchi, rigorosamente nera, del 1950...freni a bacchetta originali, sella in pelle, dinamo Magneti Marelli, cambio Campagnolo. Un cimelio. Uno splendore.
Passando sopra un ponte del fiume Brembo, in provincia di Bergamo, a valle di una zona industriale che scarica nel fiume il peggio che c'è nella chimica moderna vede, giù in fondo, uno che si avvicina al greto del fiume e s'inchina a raccogliere una caraffa di acqua. Poi l'accosta alla bocca, come se volesse berla.
Ecco che la solidarietà umana ha il sopravvento...il buon uomo getta la bicicletta, alla quale tiene più che alla moglie, e si mette ad urlare ,come un ossesso, frasi in dialetto bergamasco delle valli, nel tentativo di fermare il malcapitato.
“Ostia, fèrmet, chè fèt, ensòma. Se ta beèt che l'aquò lè tà morèt, vaca madoia...”
Riesce, in tal modo, a bloccare la mano di quello sconosciuto che stava bevendo l'acqua più inquinata d'Italia.
Si avvicina trafelato, dopo aver percorso la scarpata ad ampi passi, appoggia le mani sulle ginocchia per prendere fiato e, mentre guarda dal basso verso l'alto il misterioso assetato, si sente dire:
« Minchia, che lingua parli...non stai bene? Si può sapere che cazzo vuoi? Non capisco quello che dici...»
Qui e d'obbligo imparare la frase in un bel dialetto meridionale, viene bene in siciliano, per esempio, o anche in napoletano. Sembra che piaccia di più, se si imita bene un dialetto meridionale.
Il bergamasco, ancora prima di riprendere fiato, dopo aver realizzato che il buon uomo “l'è prope èn terù” risponde, in uno stentato italiano, ma molto educatamente:
« Beva beva, ma piano,che è molto fredda. Se la manda giù con calma ne può bere anche due di caraffe! »

Concludo rinnovando il mio invito a collaborare: c'è qualcuno, fra i lettori, che questo teorema l'ha capito? Sareste cosi gentili da spiegarlo anche a me, magari facendo esempi terra terra? Grazie in anticipo...non vorrei morire con il peso di un teorema che non sono riuscito a decifrare!

Poiché questo teorema irrisolto mi fa star male e non ho più l'età per chiudermi in camera a fumare e bere whisky a digiuno, chi riuscirà ad aiutarmi avrà fatto un'opera di bene ed io lo ricorderò per sempre nelle mie agnostiche preghiere.

P.S. Barzelletta leghista-maschilista-antimeridionalista, in alternativa alla precedente.
Ad un raduno di leghiste femministe si invoca la parità dei diritti e la necessità che le donne coinvolgano i loro uomini nei lavori domestici.
Dopo aver fatto un intervento strappa applausi sulla lotta che la donna deve portare avanti in ambiente familiare, l'organizzatrice della manifestazione chiede alle donne presenti di intervenire per spiegare se, dopo l'ultimo convegno che trattava la medesima questione, si siano visti dei risultati concreti.
Prende la parola una veneta:
« El mì marìto dopo che gò dito de ocuparse del fiol e de portarlo a la scola e de andar a torlo(riprenderlo) el me gà scultada e adeso el fa el bravo e contròla anca i compiti! Se no lo meno, dio bono.»
Bene,brava, viva le donne,applausi...etc etc...
Tocca a una di Bologna che cosi racconta:
« Mò vedete ben che con questi muscoli che ciò, se mio marito non mi aiuta a far el ragù, a spreparare e lavare i piatti socmel ben ben, mò lo prendo e lo raddrizzo, mò vedi ben, come si fa con una piantina che nasce storta ,vè! »
Brava bene...applausi etc... E cosi quella di Milano, la torinese e la fiorentina.
La conoscenza di tutti questi dialetti ha una scarsa importanza per la buona riuscita della barzelletta; fino a questo punto.
Ma ora tocca ad una donna siciliana, ed allora il dialetto diventa fondamentale.
Questa sale sul palco e, molto timidamente, si guarda in giro ad occhi sempre bassi( nota bene)
La delegata la invita a raccontare:
« Un applauso alla nostra Concettina di Palermo che ci deve raccontare l'evoluzione della condizione femminile fra le mura domestiche della famiglia meridionale. Un applauso per il suo coraggio!!! Dicci, Concettina, hai provato a coinvolgere il marito nei lavori domestici?»
« Si, si...io ho preso mio marito con decisione e gliele ho cantate. Donna d'onore sono!»
« Bene bene...un applauso alla coraggiosa Concettina...e raccontaci, cosa gli hai detto?»
« Alfiuccio mio, amore di Concettina tua, saresti accussi gintile, se none ti costa troppo e se none si troppo stancu pelle jurnate passate allu bar con i tuoi cumpari, di aiutarmi in casa magari andando a fare un tantinello di spesa, mentre torni dall'osteria, oppure accumpagnari i picciriddi all'asilo quanno trasi davanti alla scola per annartene al bar che poi li vado a pigliari io, lu pomiriggiu, sinza cà tu ti distubbi oltre, Alfiuccio ?»
« E brava Concettina, un applauso alla nostra collega del Meridione d'Italia...e dicci, quando hai cominciato a vedere i risultati?»
« I primi tre jorni niente...poi, a partiri dallu quarto, ho cominciato ad aprirei gli occhi che si stavano sgonfianno e solo allora ho principiato a vidiri un tantinello di luce.»






*

Il sacrificio

Ero lì, immobile al centro del quadrato. Anzi, mi ero spostato fino alla settima traversa. Sentivo di essere vulnerabile. Non ero protetto, e non potevo farci nulla.
Avevo solo una speranza, ma era un'ipotesi remota. Non era mai successo che qualcuno riuscisse ad uscire da una simile situazione, per quanto ne potessi sapere, e non potevo credere più di tanto che sarebbe accaduto proprio questa volta. A me, per giunta.
A meno che l'avversario si fosse distratto, o avesse altri obiettivi.
Ma quali, più facili della mia cattura. Ero stato obbligato a spingermi oltre, senza compagni, privo di difese. Catturarmi era davvero un gioco da ragazzi.
Questa situazione lasciava poche speranze. Anzi, nessuna. Il tempo sembrava rallentare il suo incedere, almeno per me che aspettavo il colpo di grazia. L'orologio scandiva i secondi con un ticchettio ben udibile, non solo da me, ma anche dagli avversari, e quel sordo rumore, ovattato, dava al campo di battaglia un aspetto lugubre, cimiteriale. Fuori regnava un silenzio spettrale, non umano. Mi sentivo osservato, preso di mira. Potevo morire per il salto di un cavallo, o anche per mano della regina. Quale onore.
Colui che doveva darmi il colpo di grazia tentennava. E sudava. Strana questa faccenda.
Ma come, mi dicevo, non è sicuro di catturarmi? Comincia a dubitare, lo vedo dal suo pallore e dalle gocce di sudore che cadono dalla sua fronte, prima sul naso, e poi sulle labbra.

Mi girai, cercando un appoggio dei compagni. Niente, troppo distanti. Ero isolato, nel campo nemico.
« Ehi voi, laggiù...venite ad aiutarmi! », gridavo.
I cavalli mi ignoravano, o almeno così pareva a me. L'alfiere, subdolo come può essere solo uno che ti colpisce da lontano, pareva nascondersi nel fianchetto dei pedoni fra i quali si era arroccato il nostro re. Mi sentivo condannato a morte, abbandonato, senza il conforto di una voce amica.
Perché tutto quel tempo, continuavo a dirmi. C'era forse una speranza di restare della partita?
Improvvisamente vidi la tattica degli altri pezzi, neri come me, i compagni che mi avevano spinto in quell'avventura alla ricerca della promozione. E proprio quella spinta suicida aveva generato un attacco di scoperta della mia temibile regina. La donna nera.
Era pronta a dare scacco matto, ora, in collaborazione col cavallo. E capii. Ero un'esca, ecco quello che ero. Un adescamento, una distrazione. Un umile pedone che minacciava di diventare regina e che, se fosse stato catturato, avrebbe fatto da fulcro alla vendetta dei pezzi neri. Una vita offerta in cambio della vittoria. Il mio sacrificio avrebbe salvato tutti gli altri, come per magia. Quello che accade ai martiri, o agli eroi. Gonfiai il petto per darmi coraggio.
Temevo la morte, chiaro, ma ero onorato di essere stato scelto per una così alta missione.
Il comandante delle truppe avversarie, il re bianco, stava valutando se mai potessero esserci rischi, dopo la mia cattura, ed io sorridevo perché sì, c'erano questi rischi, ed anche se solo e indifeso non potevo essere toccato, pena uno scacco irreparabile. Un matto, appunto.
Quel tempo perso per la mia cattura non avrebbe concesso ulteriori mosse alla difesa.
Stavo già sperando, quando sentii una mano stringermi fra le dita, sollevarmi e schiacciare il nottolino dell'orologio, proprio con la base che sorreggeva il mio corpo martoriato.
Ero in procinto di morire, o ero già morto, ma ero quasi felice. Riuscii a sentire le urla di gioia dei miei dopo che venne pronunciata la più bella delle frasi del gioco degli scacchi: scacco matto.
E a farlo fu il nostro re che intanto mi strizzava l'occhio, con una complicità che mi fece sentire orgoglioso di morire per una giusta causa.
Infatti ecco che una mano mi riportò subito in vita, e fui pronto per iniziare una nuova partita, ben sistemato al centro del campo. Con una nuova voglia di battaglia.

*

Bellezza e sofferenza

Se vedi un albero sradicato, dalla parte delle contorte radici, capisci che per mantenere la bellezza delle fronde ha dovuto lottare parecchio, con la terra che lo ospitava.
La bellezza delle cose ha sempre una doppia medaglia e non è detto che siano in antitesi, le due facce. A volte una è la conseguenza dell'altra, come la bellezza e la sofferenza.
Saperle vedere fuse insieme, è privilegio di pochi. Per arrivarci dobbiamo dimenticare i canoni classici della bellezza, quelli che ci sono stati imposti dalla società, dai mezzi di informazione, dalla pubblicità.
La bellezza non è solo estetica, ma anche interiorità, essenza.

Erano questi i pensieri che mi frullavano nella testa, e cercavo di arrivare ad una conclusione logica. C'era qualcosa che mi sfuggiva, nel ragionamento. Mi mancava l'atto finale, la dimostrazione, l'esempio pratico.
Intanto camminavo e mi dirigevo al laghetto del Santuario, luogo a me caro per i ricordi della mia infanzia. Era proprio nel bel mezzo del viale che quel maestoso albero giaceva per terra, come un gigante abbattuto.
Alcuni operai del comune stavano tagliando i rami all'ippocastano sradicato dal temporale. Erano addirittura in due, muniti di motoseghe. I pezzi venivano caricati su un grosso camion che avrebbe provveduto, chissà come, al funerale dell'albero secolare.
Eccolo: ora rimaneva solo il tronco e le radici. Quasi irriconoscibile. Eppure io ci vedevo una rigorosa bellezza, in quei poveri resti.
« Che albero, vero...?», disse un anziano signore che si era fermato a guardare. Era in bicicletta ed aveva appoggiato un piede sullo scalino in granito dell'aiuola che circondava l'ippocastano. Mi guardava. Aveva capito che stavo riflettendo.
« Forse è il più vecchio di tutti, in questo viale. Mi sa che gli altri sono stati sostituiti, a suo tempo...» continuò, rivolgendosi a me più che al resto del gruppo di curiosi.
Ecco perché era così maestoso, pensavo. Era il più vecchio. E il più bello, a mio avviso.
« Si potranno capire gli anni, quando taglieranno il tronco? Ho sentito parlare di cerchi...», dissi io timidamente, con poca convinzione.
« Certo. Sono proprio curioso...mi sono fermato apposta », aggiungeva l'uomo.
Ora i due giardinieri si erano divisi i compiti. Uno tagliava le radici e quello con l'attrezzo più grosso, dalla lama lunga, aveva iniziato ad incidere il grosso tronco. Man mano che la lama entrava nel legno la segatura che usciva si presentava sempre più scura.
Quello del camion, intanto, controllava l'asfalto del vialetto laterale, sollevato dalla forza delle radici.
« Guarda qui, Piero, le radici hanno spaccato il cemento. Non sapevano più dove andare».
Mentre diceva queste parole l'autista dava dei calci ai grossi pezzi di cemento e catrame che si erano sollevati dal piano stradale. Poi, con un badile, li riponeva in un secchio.
Intanto il primo taglio del tronco era terminato ed i due giardinieri stavano spostando la grossa fetta, avvicinandola al camion.
L'uomo della bicicletta li fermò. Era evidente che si conoscevano.
« Fammi controllare quanti anni ha...», diceva mentre appoggiava la bici alla ringhiera di un vicino laboratorio di marmi.
« Più di cento, garantito », interveniva l'autista, « me lo ha detto il geometra del comune.»
L'uomo guardava attentamente, e contava i cerchi. Contava e ricontava. Io mi ero avvicinato e guardavo a mia volta, incuriosito. Al centro erano molto fitti, i cerchi. Il legno appariva più scuro, e dava l'impressione di essere compatto, duro.
« Molto più di cento...sono arrivato a centotrenta, ma al centro faccio fatica a contare. Sono fitti fitti, sembra un'unica fascia...», diceva l'uomo della bici con una certa convinzione.

Me ne tornai verso il centro del paese, meditando sulla bellezza di quell'albero.
Ricordavo che in estate aveva una magnifica fronda, con larghe foglie e grossi frutti di castagne amare. Ma a tenere fissi i miei pensieri erano quelle contorte radici, grosse e nodose, forti.
La terra si era incuneata nei loro interstizi ed un grosso sasso era stato fagocitato, in qualche modo. C'era la storia dell'ippocastano, in quelle radici che erano rimaste nascoste sotto terra per centotrenta anni e più. C'era la testimonianza della lotta, della sofferenza, necessaria a dare all'albero quella maestosa bellezza del tronco e dei rami, delle foglie e dei frutti.
Passò vicino a me una vecchia signora, con una bimba attaccata alla sua gonna. Forse la nipotina.
La donna era vecchia davvero. Curva e canuta, magra, malferma. Il viso era una maschera di rughe. Le labbra, secche e sottili, screpolate, non delineavano più i contorni della bocca.
La guardai negli occhi, per un breve istante. Erano la sua bellezza. Grigi, ma non spenti. Avevano la stessa luce di quelli della bimba.
Guardai nuovamente la bambina e la vidi bella, come la fronda dell'albero. E la vecchia era come le radici. La bellezza di quella bimba veniva dagli occhi della nonna.
Avevo davanti a me l'esempio pratico del mio pensiero, e questo mi riempì di gioia perché sapevo che la notte che stava arrivando mi avrebbe visto dormire sereno, libero dai pensieri. Avrei passato una bella notte, senza dubbio, perché ero consapevole di aver aggiunto un tassello alle mie semplici convinzioni. E questa piccola cosa mi rendeva felice. Anche quella
era bellezza, e veniva dalla sofferenza di un pensiero.

*

Cercavo la morte in cielo

Sono diventato un mito del paracadutismo. Ma in fin dei conti nessuno sa, tranne lei, che all'inizio questo sport l'ho praticato per suicidarmi. Lei è Franca Giulia, la donna con la quale ora vivo. A lei devo molte cose, forse anche la vita.
Per la verità ero talmente ossessionato dal vuoto, dall'altezza, dalla sospensione nel blu che al primo lancio speravo di morire di paura. Volevo insomma che mi venisse un malessere e non riuscissi più ad aprire il paracadute.
Andò così: mentre l'istruttore ci spingeva, uno alla volta, verso l'imboccatura del piccolo Cessna io, come tutti gli altri, ero legato alla fune di sicurezza con un moschettone, collegato a sua volta alla maniglia di apertura automatica del paracadute.
Poiché volevo suicidarmi sganciai, appena prima del mio turno, il moschettone incriminato. Dico incriminato perché poi ci fu un'accesa diatriba sulla manutenzione dei marchingegni di sicurezza. Nessuno azzardò l'ipotesi che potessi averlo fatto io, di proposito.
E perché mai avrei dovuto fare una cosa tanto assurda?
Gli istruttori del Centro di Paracadutismo Civile avevano un'ottima reputazione nei miei confronti. Me l'ero conquistata con le mie nozioni di meccanica ed idraulica, che mi avevano facilitato la parte teorica della preparazione.
La conoscenza dei fluidi, il principio di Archimede, che vale anche nei gas, la resistenza dell'aria in funzione di velocità e superficie offerta alla penetrazione, la composizione vettoriale delle forze e le pressioni relative alle varie situazioni erano per me, laureato in fisica, semplicissime da apprendere.
Anzi, a volte intervenivo per specificare alcuni particolari. Lo facevo senza presupponenza e, in definitiva, mi ero fatto voler bene.
Era a me stesso che non volevo bene. Tutta colpa di una storia d'amore finita male,
iniziata due anni prima. Poi la mia eccessiva gelosia, dovuta alla grande passione che provavo verso Irene o magari alla mia antica origine siciliana, aveva rovinato tutto. O forse, molto più semplicemente, lei si era innamorata di un altro.
O di altri, come seppi poi.

In quel primo lancio, senza volerlo, vinsi tutte le paure della morte. Quella morte che cercavo, ma temevo.
Mentre cadevo nel vuoto feci in tempo ad accorgermi che sfrecciavo in mezzo ai paracadute aperti dei miei compagni di corso, anch'essi al primo lancio, così come può fare un uccello rapace in picchiata dopo che ha avvistato la preda.
Era un addio alla vita, il mio.
Chiusi gli occhi e mi parve fosse passato un tempo infinito quando, stupito, li riaprii.
Mi era passata tutta una vita davanti agli occhi chiusi, sotto forma di pensieri e di emozioni.
Non ero morto, né di paura e nemmeno per essermi schiantato al suolo. Gli alberi sotto di me, ed un campetto di calcio, cominciavano però a materializzarsi. Di lato scorreva un fiumiciattolo, che dava al paesaggio un aspetto molto bucolico. In fondo, quasi all'orizzonte, la striscia blu del mare.
Feci in tempo a vedere che i ragazzi avevano smesso di giocare e guardavano su, in cielo, forse spaventati da quel corpo inerme che scendeva senza paracadute.
Mi pareva persino di sentire le loro grida, anche se sapevo che non era materialmente possibile. Uno di loro teneva il pallone in grembo e scrutava il cielo con gli occhi coperti dalla mano libera, usata a mo' di visiera.
Tirai istintivamente la maniglia, e sentii un improvviso strattone verso l'alto. Pareva che qualcuno mi avesse agguantato, dal cielo, e tentasse di sollevarmi in paradiso. La mia vita dipendeva da un pezzo di stoffa che si era aperto, con un rumore che ricordava una prolungata frustata, o anche lo sbattere di una vela nel momento della virata.
Il resto venne automatico, come simulato mille volte durante il corso.
Il corpo leggermente piegato come per improvvisare una camminata, un colpo al paracadute tirandolo nella parte posteriore ed ecco che sentivo già la terra sotto i piedi. Un impatto leggermente brusco per l' eccessiva velocità assunta a causa della tardata apertura ma, tutto sommato, un atterraggio perfetto, senza alcun danno.
Passai per coraggioso, temerario, freddo calcolatore; avevo superato brillantemente quello che sembrava un increscioso incidente, proprio al primo lancio.
« C'è chi sviene e si schianta al suolo, dopo una cosa simile. Eravamo lì tutti a sperare che tirassi quella maledetta maniglia e tu ci sei riuscito, con la freddezza degna di un esperto.
Ti sei preso anche la briga di guardare il paesaggio. Non hai avuto paura? », mi disse il capo istruttore quando mi raggiunse, insieme agli altri.
« Paura...e cos'è. Roba da mangiare? » mentii ironicamente, mentre pensavo che in effetti non avevo provato tutto quelle cose che temevo.

Dopo quel lancio, che diventò leggenda, ne ho fatta di strada. Ora anch'io sono istruttore e tutti mi considerano uno che ha fegato da vendere.
Non sanno che ad ogni lancio con me c'è sempre Irene, che non ho mai dimenticato, ma anche Franca Giulia, che mi sta aiutando proprio a dimenticare.
E non sanno nemmeno che di morire non ho paura, anzi ancora mi attira come la prima volta.
Poi, l'istinto di sopravvivenza vince su ogni cosa ed il lancio riesce perfetto, come sempre. Oppure non riesce; dipende dal punto di vista.

*

Le macchie di Rorschach : la guarigione


Non conoscevo questo stupido gioco delle macchie. O almeno, così credevo.
Pensavo proprio fosse un passatempo, e quando la dottoressa del centro diurno d'igiene mentale di Torino me le sfoglia sotto il naso, mi metto a ridere come un pazzo.
Roba da matti, penso. E chi ha voglia di giocare a figurine? Almeno fossero colorate.

Olga, bellissima donna con la passione per l'indagine della psiche, mi sta studiando da tempo. Non è che per caso sia un tantino innamorata di me?
Certo, lei si interessa a me perché è la responsabile del reparto di psichiatria, lo sappiamo bene. Ma io in che modo posso entrare nei suoi studi, nei meandri delle sue assurde ricerche? E poi, che utilità potranno avere quelle macchie per fornire notizie sulla mia poca voglia di vivere?
Vogliamo forse dire che l'istinto suicida, il mal sottile, la noia sociale, come la chiamo io, è una malattia mentale?
Sarebbe una bella stronzata. Sarebbe come dire che la poca voglia di leggere è miopia.
O anche che un lazzarone è uno affetto da spondilite anchilosante. Oppure che uno come me che non ha più voglia di far l'amore, è un impotente. Stronzate belle e buone. Datemi un'occasione buona. Basta che non sia io a dover chiedere, questo è il nocciolo della questione. Quale impotenza?
E poi, diciamola tutta, io mi sento più intelligente di lei; di Olga, dico.
Domino il mio cervello da anni e anni con un esercizio quotidiano di retroazione, e sono padrone dei miei sentimenti. O quasi. Niente è per sempre e il tutto non esiste. E' morto, proprio quando sono entrato in questo centro di malattie mentali.
Se chiedessi ad Olga, o ad un'altra donna, cos'è la retroazione, forse penserebbe ad un coitus interruptus. O ad una retromarcia per parcheggiare la macchina.
Che ne sanno di esercizi mentali per tenere sotto controllo il pensiero? Io sono il campione del mondo di questa specialità, perché l'ho inventata io.
Matto io? Matti loro, o almeno lei.
Io riesco ad analizzare quello che esce dalla reazione chimica che avviene nella mia scatola cranica, lo vaglio con l'ausilio di cuore, anima, istinto, ragione e ne prendo una piccola parte, sotto forma di pensiero. Un estratto di esistenza, diciamo. Un'essenza di vita. Un distillato di ragione pura.
Poi, con calma, lo reintroduco di nuovo nel cervello ed ottengo un controllo in retroazione con il quale la produzione di pensieri è dominata e corretta in funzione delle circostanze del presente e delle esperienze passate.
E' quello che fa una vela governata dalle sartie. Lo skipper non la lascia in balia dei venti. La sua esperienza gli insegna ad agire in base a direzione e velocità del flusso fluido.
Un esempio: da giovane Laura ,quando gliel'ho chiesta, non me l'ha data. E mi sono sentito offeso. A morte. Avevo pensato molto, prima di fare quel passo. Quel no è suonato come un tuono.
Ora la mia retroazione mi impedisce di chiederla ancora, a chicchessia, anche se ne ho una gran voglia. Altro che impotente.
Non sono scemo, io...non voglio fare un gioco autolesionista del tipo: io chiedo e tu rifiuti. Che chiedano loro, se vogliono. Ed io rifiuto. Non sono mica matto.
Adesso per esempio, mia cara Olga, mi viene in mente di dirti:
« Che voglia di saltarti addosso e toglierti tutte le tue belle sovrastrutture, mutandine comprese. A contatto con la tua intimità diventerei uccello di fuoco e sarei tutto per te....non una sola parte. Tu potresti fagocitarmi e studiarmi nell'essenza, mentre io godrei della mia vulnerabilità di maschio violato, anzi violentato.»
Invece questa mia voglia me la tengo per me; merito, o colpa, della retroazione.
Non c'è niente da studiare. Sono una persona eccezionalmente normale. Il più normale di tutti i normali del mondo. Sono una specie di esempio, un simbolo della normalità. Chi è sano è come me; gli altri non lo so. Forse son matti, ma in ultima analisi a me cosa può interessare? Non sono un dottore, io.

« Giacomo, stai pensando che queste macchie non hanno significato e sono di nessuna utilità, vero?», mormora Olga dagli occhi dolci e verdi di speranza; la mia.
E che, sono scemo? Se le dico di sì, quella pensa: ci siamo, è fuori. Borderline, disturbo della personalità. Sarebbe capace di dire che ho una eccessiva stima di me, che sono instabile nelle relazioni interpersonali...insomma mezzo matto.
Invece le dico... no, credo moltissimo al significato simbolico di quelle macchie perché da quello che i miei occhi vedranno lei sarà in grado di leggere l'anima. Sono o non sono lo specchio dell'anima, gli occhi.....bla bla bla?

« No, stavo pensando ad altro. Quelle macchie sono importanti, invece...tutti abbiamo una macchia nella nostra esistenza. Decifrata la macchia il viaggio continua liscio, senza intoppi. O no?»
« Bene. Cosa vedi in questa macchia?» incalza la dolce dottoressa sorridendo in quel modo che mi fa impazzire, mentre gira dalla mia parte un grande foglio con la figura di quello che mi pare un pipistrello dalle grandi ali, o un farfalla notturna o anche una cacca diarroica di una mucca alpina.
« Vedo te nuda. Ti vedo in questa macchia, in bagno, in corsia...e anche nei miei sogni», questo avrei detto senza retroazione.
Invece, assumendo la faccia seria della persona impegnata, della cavia consapevole che deve collaborare con la scienza, dico quasi meccanicamente:
« Ci vedo tutto e niente. Vedo colori e sento profumi. Mi pare anche di udire una dolce musica. Vedo il cielo e la terra. Vedo il mare, ma anche i monti innevati...li, dove la macchia lascia il posto al bianco. Ed in mezzo a quella neve c'è una donna, vestita con una pelliccia di...» , cavoli, la retroazione salta, che mal di testa, non mi controllo più, me lo sento anche un po' duro. E' un fastidio tale che mi vien voglia di tirarlo fuori per fargli prendere aria. Me lo tocco senza pudore, non posso farne a meno. Mi fa male.
« Sì...dimmi Giacomo, non temere. A me servono le tue impressioni.»
Ah sì? Ed allora, al diavolo anche la retroazione, la malattia mentale, i freni inibitori e le macchie di Rorschach.
Al diavolo l'educazione sessuale, rigida disciplina infantile e causa di tutti i miei mali esistenziali, al diavolo lei e tutti i dogmi del buon vivere, il galateo e la signorilità del comportamento. Al diavolo i perbenisti e i dottori, al diavolo il mondo intero ed i miei dubbi, compresa la chiusura a riccio che praticavo nei confronti delle mie voglie da tanto, troppo tempo.
Esplodo, come un pazzo che ha perso ogni controllo:
« ...vestita con una pelliccia di fiori variopinti che mi metto a mangiare con l'avidità di uno che ha fame di sesso arretrato dai tempi della prima comunione. Sotto quei fiori ci sei tu, calda dottoressa delle mie brame, e finalmente sei nuda. Posso fare di te tutto quello che non ho mai fatto da giovane. Comportamento, il mio, che mi ha creato infelicità, debolezza interiore, vulnerabilità e stress psicologico con conseguente istinto suicida. Per curarmi come si deve non devi fare altro che abbandonare la tua macchia alle mie voglie. Ti scalderò il corpo e la mente fino a sciogliere questa neve, voglio che tu me la dia, la tua macchia...voglio la macchia, voglio la macchiaaaa» e, mentre urlo queste disperate voglie di sesso e di comprensione femminile sento che due infermieri mi immobilizzano e mi costringono a desistere nel mio proposito. Che era quello di possederla, seduta stante.
Mentre mi trascinano fuori dalla stanza riesco a sentire il commento della bella dottoressa che parla con un collega, accorso immediatamente dopo i miei primi sussurri e grida:
« Speravo proprio di ottenerlo, questo risultato. Era un bel po' che ci lavoravo, come dottoressa e come donna.»
« Risultato? Ma non ti sembra peggiorato, il paziente...» sibila il dottore , con una voce che ricorda il serpente a sonagli.
« No, no...anzi, è proprio guarito. Giusto questa reazione, volevo. Che ritornasse ad amare la vita. E, con la vita, le donne» cinguetta felicemente Olga.
« Ed ora cosa ne farai, di lui?»
« Lo inviterò a cena, che altro. Voglio che guarisca definitivamente. E, con lui, anch'io.»

Il dottore guarda Olga che esce raggiante dalla stessa porta dalla quale sono usciti gli infermieri, ed ha una netta impressione: per la prima volta, da quando lavorano insieme, Olga sta sculettando. Vistosamente, come se le sue chiappe fossero felici della mia guarigione.

*

Ci sono giorni...così nasce una poesia

Ci sono giorni... così nasce una poesia


Ci sono giorni di pioggia che allagano il cuore. Di cosa si allaghi, non l'ho mai capito, ma è come se un oceano entrasse dentro, d'un colpo.
Non so cos'è, sento solo che galleggiano pensieri, confusi tra immagini e ricordi.
Ma che dire, dei ricordi. A volte non riesco nemmeno ad individuarli, esattamente.
Forse amori, gioie passate, stagioni nelle quali tutto era possibile e le speranze sbocciavano come fiori di ciliegio sugli alberi.
Anche tu amavi la pioggia, e il cielo scuro del temporale estivo: una scusa per correre a nasconderci in qualche androne. A baciarci.
E come profumavano i tuoi capelli bagnati. Sapevi di pane e di terra, di cose buone come il grano e l'erba fresca del prato. Io mi perdevo nei tuoi occhi, del colore dei fiordalisi, e intanto pensavo che quel nostro amore era impossibile. E lo era, infatti.
Allora mi prendeva l'ansia e tremavo d'emozione, mentre mi guardavi.
Ricordo che lo facevi in quel modo di bambina stupita, come se la magia di quei momenti fosse un episodio di una favola dell'infanzia. Eri come sbalordita; lo ricordo bene. E il tuo viso trasfigurava, quasi fossi un'altra donna. Io sentivo un'emozione che non so descrivere. E un po' di paura mi prendeva. Le mani tremavano, e sudavo.
A volte li aspetto ancora quei giorni di pioggia che mi allagano dentro, di parole e di voglie. Come quando c'eri tu a farmi dimenticare il sole.
E noi, nascosti nell'alibi di minacciose nuvole, nere di tutto, anche di un impossibile amore, ci donavamo quei momenti, increduli.


Ci sono giorni

Ci sono giorni di pioggia
che allagano il cuore
come un oceano
di parole, di voglie
lo stesso di quando c'eri tu
a farmi dimenticare il sole.

E noi, nascosti nell'alibi
di minacciose nuvole
cariche di meraviglia
nere di tutto
anche di un impossibile amore
che ci davamo, increduli.

*

Facevo castelli di sabbia...la lezione finale

Facevo castelli di sabbia...la lezione finale

Ormai ero grande, e non giocavo più con i castelli di sabbia.
Tuttavia mi divertivo a guardare i ragazzini mentre facevano la pista, forse per fare confronti o per rinverdire i ricordi dell'infanzia.
Gli allenamenti di pugilato, invece, li facevo sempre.
Marietto, il mio allenatore, trovava qualche nuovo ragazzo da tirar su ed io lo aiutavo con la teoria. L'uomo era buono, ma non sempre era in grado di spiegare i suoi pensieri. E allora mi ci mettevo di mezzo io.
« Ecco, come dice Jack...capito? », urlava dopo la mia spiegazione. A volte intercalava:
« Così, come fa lui, il peso sull'altra gamba e la guardia a destra, se girate in senso antiorario», e gli sembrava di aver detto un parolone.
Mi guardava felice, appagato. Mi voleva bene ed io ne volevo a lui, povera bestia. Non ho mai capito come potesse un uomo della sua poca cultura aver capito certi concetti di fisica.
Gli capitava di dirmi, quando allenavo un pugile dei suoi per prepararlo agli incontri estivi:
« Jack, se il pugno non lo lasci stampato, ma te ne vieni via subito, la forza te la riporti a
casa »; e sbagliava, perché quella era l'energia, non la forza. E va bene, ma il concetto gli era chiaro: io il colpo non lo affondavo mai e in quel modo non potevo far male.
Era il concetto della quantità di moto, non una bazzecola.
Forse, se mi avessero massacrato di botte, allora sì che avrei avuto cuore e fegato per reagire.
Ma con me era difficile, perché schivavo i colpi imitando il pendolo e alternando sia la frequenza che l'elongazione. Poi, se prendevo un colpetto, richiamavo indietro tutto il corpo di scatto, come si fa col fioretto. Insomma, ero uno che non menava ma non si faceva prendere. Alla fin fine, per dirla tutta, non era il mio sport.
L'allenamento tuttavia mi dava una bella sensazione al fisico, che stava diventando bello tosto.
« Un po' troppo magro, per la tua altezza », diceva Marietto.
Finivo che ero tutto sudato, e stanco. Ma uniforme. Diciamo spossato, non distrutto come uno che lavora tutto il giorno.
Mi toglievo i guantoni, calavo nella sabbia i calzoncini della boxe e correvo in acqua.
Dopotutto quella era la mia vera passione: il nuoto. Mi sfogavo sopra e sotto l'acqua facendo alzare gli spruzzi, ed uscivo dal mare riposato e tonico, come una macchina che esce dalla carrozzeria. Lustro. Pimpante. Pulito dentro e fuori.

Andò così anche quel giorno.
Il destino volle che mentre ero sul bagnasciuga arrivasse il bagnino, quel distruttore di castelli e di piste che avevo messo sul mio libro nero diversi anni prima.
Guardai bene, mentre arrivava. Sì, era lui: il nemico del popolo dei sogni.
Tre ragazze ed un amico lo accompagnavano. Lui stava passando davanti a me e si accorse del mio sguardo insistente. Ogni anno era la solita storia; capitava spesso che io lo fissassi negli occhi e lui non capisse.
Chissà cosa si chiedeva, in quei momenti. Doveva aver pensato che mi piaceva, perché le ragazze che erano con lui non le guardavo nemmeno di striscio.
Forse immaginava che ero gay.
Marietto intanto era dentro le corde del ring, per far vedere ai ragazzi come si esce dall'angolo torcendo il busto e girando sui calcagni.. Non poteva sospettare niente di quello che stava accadendo: non gliene avevo mai parlato.
Decisi che era ora di finirla, quella storia, ed allora adottai la tecnica dello zugzwang, la costrizione a muoversi, a fare una mossa.
« Le rompi ancora le piste ai ragazzini? », attaccai con freddezza, quasi noncurante di lui. Intanto mi asciugavo i capelli con la salvietta di Marietto, quella che teneva sempre sulla spalla.
Ecco, lo avevo messo in zugzwang. Ora la sua posizione, sulla scacchiera della vita, era perdente. Qualunque mossa avesse fatto, la sua partita era persa.
Avesse avuto buona memoria si sarebbe ritirato, avrebbe finto di non capire e non si sarebbe voltato. Avrebbe continuato a camminare e non sarebbe successo nulla.
Soltanto io avrei saputo che aveva perso la partita: una cosa fra me e lui, insomma.
Invece il suo smisurato orgoglio, in presenza delle tre ragazze, lo obbligò a fermarsi e a fare la fatidica mossa. Si girò e mi ringhiò in faccia la frase che accelerava lo scacco. La peggiore delle mosse possibili.
« Vai in cerca di rogne? », disse spavaldo.
« Non mi riconosci? », risposi secco.
« No. Ci conosciamo? »
Una brutta cosa non aver memoria, specialmente quando si commettono ingiustizie.
« Li rompi anche a queste ragazze i castelli? Prova con me...»
Il dado era tratto. Il bagnino era costretto a fare la sua mossa definitiva. Chissà mai cosa frullava in quella testa...prova con me? Cosa poteva significare?
Si guardò in giro e si fece venire uno di quei sui attacchi di rabbia, forse per far credere che era il più forte. Gonfiava il petto come una scimmia e fumava dalle narici come una ruspa diesel, proprio come quando distruggeva i castelli di sabbia. Era il suo modo di farsi coraggio.
Appoggiò le sue mani sul mio petto per darmi una spinta, ma io non c'ero più. Avevo piegato la gamba destra e avevo fatto una rotazione. Ora ero di lato. Si girò di scatto e mi diede un pugno. A vuoto. Ero troppo mobile, per lui che era abituato con i castelli e le piste.
Senza che nessuno capisse, tranne Marietto che si era voltato sentendo trambusto, gli diedi un colpetto con un sinistro pungente al fegato, proprio mentre aveva il braccio in alto per il pugno mancato.. Colpo non appariscente, che nessuno vide, ma efficace per tagliar le gambe e rende il fiato corto.
Ora aveva una punta di dolore. Lo vedevo dalla smorfia obbligata, una sorta di tensione nervosa che gli faceva torcere la bocca.
Il resto venne da sé. Mi rovinò addosso in maniera sconsiderata, portando in avanti il corpo e gridando parole sconnesse.
Era sbilanciato come un pendolo senza base, un albero senza radici sotto le intemperie e scosso dal vento. Non feci altro che scansarmi, e spingerlo nella sua stessa foga mandandolo a cadere bocconi sulla spiaggia.
Quello che volevo. Aveva sentito anche lui il sapore amaro della rena. Pesante da digerire, ed umiliante. C'erano pure le ragazze a vedere la scena. La sua mossa era già perdente, a quel punto.
Mentre si rialzava imbufalito presi la posizione del pugile ed inizia a saltellargli davanti e di lato con la mia guardia destra alta e protesa in avanti.
Il sinistro era pronto: un colpo e sicuramente l'avrei steso. Non posso dire se l'avrei tirato con forza, cosa che non avevo mai fatto, perché in quel momento arrivò Marietto. Con lui la partita era persa, giocoforza.
« Fermo, Jack...non puoi farlo. Cosa ti ho insegnato? Se non la smetti subito, con me hai chiuso.»
Lo disse pacato ma deciso, in modo secco ed energico. Era scuro in volto. Si era messo di mezzo, fra noi due.
Mi fermai ed abbassai le braccia. Ora penzolavano sui fianchi.
Poi Marietto si girò verso il bagnino, che era immobile alle sue spalle.
Ebbi la netta sensazione che si conoscessero.
« Ti è andata bene...torna al tuo bagno che è meglio, e non farti vedere in questi paraggi. Io non ci sono sempre.»
Grande Marietto, mi aveva dato una bella lezione di vita. In un niente aveva risolto otto anni di rancore e inoltre si era fatto rispettare. I ragazzini vennero ad abbracciarlo quando videro che i cinque se ne tornavano nella loro spiaggia da signori.
Poi vennero ad abbracciare anche me. Io avevo una cosa da dire a Marietto, e la dissi:
« Grazie...sentivo che era sbagliato quello che stavo facendo. Sono contento così. Ti spiegherò.»
Di questa storia mi è rimasta la vecchia figura del nostro maestro, un buon uomo innamorato della nobile arte del pugilato ma per nulla al mondo attaccabrighe. Ed in cuor mio lo ringrazio ancor oggi di avermi dato quella sana lezione di buon senso.

*

Matti e poeti

Matti e poeti

Se cominci a sentire una voce che parla dentro di te, ma anche fuori, e non c'è nessuno, se ti accorgi che anche le cose hanno un linguaggio ed i sogni sono possibili, anche i più assurdi, allora o stai diventando matto oppure sei un poeta.
Non che tra i due ci sia una gran differenza, perché tutto sommato per avere ispirazioni come si deve non puoi essere del tutto normale.
D'altra parte se sei matto hai sicuramente la poesia nel sangue, ed altre sensibilità. Basta pensare ad Alda Merini.
A me piace sentirmi un po' l'uno e un po' l'altro perché quando ti rendi conto che la gente non ti capisce allora le due condizioni, sia quella del matto che quella del poeta, ti vengono incontro e ti danno una grossa mano.
Unico rimpianto: non riuscire a fare il grande salto, quello che ti permette di essere davvero matto e davvero poeta, nelle ossa e nel sangue, nel cuore e nell'anima.
Fatto e finito, per dirla in linguaggio popolare.
Ci sono momenti, ci sono giorni così, che ti fanno sperare di arrivarci; ma poi tutto rientra in una monotona normalità ed il succo della vita, il buono della torta esistenziale ti abbandona.
Quello che mi affascina nel matto e nel poeta è il loro saper stare ai confini della realtà con la destrezza di un cavaliere delle stelle per il quale l'immaginazione è il sale della vita.
E così i sentimenti per l'uno diventano immagini, colori, sguardi, espressioni del viso, bisogni corporali, e per l'altro parole.
La tristezza, la felicità, la gioia ed il dolore per l'uno sono condizioni dell'anima e per l'altro dello spirito.
Ma, per dirla tutta, le due cose si rassomigliano ed è per questo che io insisto nel vedere in ogni matto un poeta ed in ogni poeta un matto.
E la poesia non ha solo un modo per essere scritta, o pensata, o sentita. Ne ha tanti di modi, anzi di più. Uno è questo, e queste poesie le può scrivere anche chi non ha le mani e le può declamare perfino chi è muto, perché le più belle poesie:

Le più belle poesie son scritte col pensiero
ma non quello che si esprime a parole
no, non quello tanto elaborato.
Ne ho scritte in quel modo
poesie pensate, ricordate
scritte o archiviate nel cuore.
Si, roba buona, a volte
ma non è vera poesia quella
non è la poesia che mai crollerà
quella che anche se muore un amore
resterà nel tempo
indistruttibile per sempre
ma proprio sempre
fin che si spegne la vita.

Le più belle poesie sono semplici
non c'è metafora, o rima che tenga
ti viene con un oh di meraviglia
come quello dei matti
arcobaleno nel temporale
apri la bocca allo stupore
e senti una cosa
dentro, e fuori
sulla pelle dà i brividi
e nell'anima s'accendono colori.

Allora ti svuoti del mondo
non sai più chi sei
hai sensazioni e pensieri
come un bambino
uno di quelli che non parla ancora
succhia latte
non conosce parole
non sa di consonanti né vocali
ma sa aprire gli occhi
e far entrare tutta
ma proprio tutta
quella tua incredibile, unica
e luminosa bellezza.

*

Facevo castelli di sabbia

Erano gli anni che mio padre portava tutta la famiglia a Sottomarina di Chioggia, per le vacanze estive.
Poi, lui tornava ai suoi affari. Noi ragazzini restavamo, con la mamma. Io, mio fratello, le tre sorelle e Alice.
Alice era la ragazza che viveva con noi per aiutare mia madre nelle faccende domestiche. Non mi va di darle una collocazione: era Alice. Punto.
Una gran bella ragazza. Mi innamorai di lei giocoforza, quando io avevo quattordici anni e lei venticinque. Meriterebbe un racconto tutto suo, quella dolce creatura. Uno per ogni cosa bella che aveva, come quel suo sorriso aperto, le fossette, le efelidi ed i capelli di seta, lunghi e neri.
Senza parlare del corpo: per quello ci vorrebbe un romanzo. E per gli occhi, verdi come conviene ad una donna mora, vorrei essere Neruda e dedicargli cento sonetti d'amore.
Avessi avuto la fede di mia madre avrei ringraziato il buon dio per avermi dato la possibilità di sognarla, Alice. E sbirciarla, in maniera innocente.

Il vecchio, mio padre insomma, ci trovava una gran bella sistemazione a Sottomarina di Chioggia e restavamo lì per quarantacinque giorni effettivi. Sette settimane, poco più poco meno.
Affittava un grande appartamento al piano superiore di una villetta, con attigua una spaziosa terrazza. Sotto abitava il proprietario, Carlo Boscolo Meneguolo, che aveva tre stanze ed una fornita salumeria.
Anche lui meriterebbe un racconto tutto suo; come quella volta che mi curò una tonsillite a suon di ghiaccioli alla menta e limone. Uno verde e uno giallo, un altro ed un altro ancora. Una goduria.
Aveva le lenti da miope più spesse del culo di una bottiglia della birra. Una specie di caricatura umana, una macchietta. Un gran simpatico, come lo sono i veneti doc.
Diobono...ostreghéta, ciò digo...in acronimo, DOC.

Io soffrivo la presenza delle cinque donne tutte insieme perché mio fratello, che era dieci anni più grande di me, aveva la macchina sportiva ed andava per balere a fare disastri, con i suoi amici. E mi lasciava solo.
Per lui il mare non esisteva, se non come occasione di rimorchio. Il mare erano le balere, le donne, la macchina sportiva ed i bei vestiti.
Io invece lo amavo il mare, e lo amo, in una maniera morbosa. Ne sono sempre stato attratto, con particolare riferimento alla sua vita subacquea. E poi il nuoto, sopra e sotto il pelo dell'acqua.
Va da sé che mi sentivo senza fratello, e le sorelle non potevano seguirmi nei giochi di spiaggia e nelle mie scorrerie in mare. Ero solo, con il mio mare. Tutto per me.
Graziella, che aveva una strana forma di reumatismo alle gambe, era sempre a fare sabbiature. C'era apposta uno che teneva pronta la così detta buca. E mia madre e le altre due sorelle, in compagnia di Alice, erano sempre lì con lei.
Fu così che divenni amico di parecchi ragazzi del posto; per evadere. Furono loro a farmi amare la laguna, la sabbia, il mare, le barche da pesca ed i giochi di spiaggia.
Tra questi, uno era quello di costruire castelli con la sabbia.
Alla fine del grande lavoro di ingegneria edile lo utilizzavamo per giocare alla pista, con le biglie grosse di plastica trasparente che all'interno avevano la fotografia di un ciclista, o di un automobilista.
Si costruiva tanto di percorso con ponti, curve sopraelevate, salite tortuose su per il grande castello fino ad arrivare ad un grosso buco che inghiottiva la pallina e la faceva cadere verso il basso, dove era stato fatto un tunnel che immetteva la pallina nuovamente nella pista.
Quei castelli di sabbia e quelle piste richiedevano grande lavoro. C'era chi tracciava il percorso, chi scavava, chi andava col secchiello a prendere l'acqua di mare per bagnare la sabbia, chi lisciava e compattava, chi costruiva i ripari laterali , le così dette sponde. Sopraelevate, come conviene nelle curve veloci.
Alla fine, l'operazione di collaudo. Si prendevano molti secchielli d'acqua e li si gettava con grazia lungo il percorso. L'acqua scorreva, lisciava, veniva assorbita e lasciava la pista come un biliardo. Le palline andavano talmente veloci che potevano fare anche un lungo rettilineo, una curva, un ponte ed un'altra curva, senza uscire. Con un solo tiro.
Intorno uno stuolo di curiosi, di ogni età, incantati dalla elaborata costruzione ancora prima che dal gioco. A volte si facevano sei ore di lavoro per giocarne due, o poco più.

Di quegli anni ho il ricordo che i castelli di sabbia possono essere distrutti.
Lo imparai a mie spese, e ancor oggi ho occasione di constatarlo. A volte il castello si distrugge da solo, per la pioggia, o il vento, o il troppo sole che asciuga la spiaggia e fa crollare le torri, le guglie, i ponti levatoi. Crolla tutto. Crollano anche le speranze, insieme ai castelli.
Spesso però c'è qualcuno che si adopera per farteli crollare. Questo qualcuno io ho imparato a combatterlo da anni, con pazienza, metodo, costanza. Tutte caratteristiche che derivano dalla convinzione. E' questa che conta, nella lotta.
Accadde che un tardo pomeriggio estivo, appena finito di fare il nostro artistico lavoro, si avvicinò un bagnino con aria minacciosa. Ci guardò dall'alto verso il basso, gonfiò i muscoli ed espanse il torace, sbuffando proprio come fanno certe scimmie per dimostrare la loro aggressività. Poi, sotto gli sguardi di noi povere e indifese creature, impotenti ad opporre un qualsivoglia tipo di resistenza al sopruso, cominciò a distruggerlo con la furia di una ruspa diesel.
Dalle sue narici usciva il fumo nero del tubo di scarico ed i suoi piedi erano simili alla benna di un semovente cingolato.
Io ero forse il più piccolo dei ragazzi ma avevo un istinto ribelle. Tentai di oppormi, ma ricevetti una spinta che mi mandò bocconi ad ingoiare la sabbia. Lo guardai furente, e lo memorizzai nel mio album fotografico dei nemici del popolo. Era un colosso, ai miei occhi.

Il giorno dopo camminavo a testa bassa sulla battigia. Mi sentivo un cane bastonato e mi leccavo le ferite, allontanandomi dal luogo del delitto.
Avevo passato il lungomare di Sottomarina ed ero quasi arrivato al confine con Chioggia, dove non c'erano più i bagni delle famiglie ricche. La spiaggia era poco curata e non c'erano servizi di sorta. Solo un baretto, dimesso e poco frequentato.
Sentii delle voci e degli incitamenti, che mi distolsero dai tristi pensieri.
Alzai lo sguardo e vidi dei ragazzotti della mia età che saltellavano su un ring, con tanto di guantoni ed un allenatore che li seguiva, e li incitava.
Sotto i piedi niente, solo la sabbia; ma i quattro pali e le corde erano regolari. C'erano anche dei caschetti e dei paradenti.
L'allenatore era vecchiotto e aveva un modo di fare molto serio.
A volte si scaldava nell'insegnare i colpi, e la tecnica. Aveva sempre un asciugamano giallo sulla spalla destra e mimava le mosse giuste da fare.
Mi venne in mente che la mia passione era la scherma. Riuscivo bene in quella.
I passi li devi avere nel sangue, come una danza. Nella boxe però c'è il cazzotto che sostituisce il fioretto, e questo non mi piaceva troppo.
« Vuoi provare...ti piace il pugilato? », mi disse l'uomo, fermando l'allenamento.
Forse aveva notato che ero attratto da quell'ambiente e dal gioco di gambe dei ragazzi.
« Si...mi piace. Anzi, mi serve », dissi con una convinzione che non sapevo di avere.
Intanto gli altri ragazzini mi guardavano come fossi uno straniero. E lo ero, tutto sommato.
E fu così ogni anno, per quarantacinque giorni, fin che ebbi diciotto anni. Di nascosto da mia madre, fratello e sorelle. E da Alice, che diventava sempre più bella.
Intanto ero molto cresciuto, fisicamente, e praticavo il pugilato con una certa intensità.
Per hobby, naturalmente. L'allenatore diceva che ero bravo e avrei potuto diventare un campione. Passavo di fianco a quel distruttore di castelli, il bagnino, e lo vedevo ogni volta meno grosso.
Ogni anno che passava mi pareva sempre di più un vero e proprio pallone gonfiato.
Un bel giorno gli avrei fatto buuuhhh...e sarebbe caduto da solo, ad ingoiare la sabbia.
Avrei usato il mio colpo preferito, quello che ha in sé la magia della sorpresa: lo zugzwang. Lo avevo imparato a giocare a scacchi, all'oratorio.
Lo incrociavo sul bagnasciuga, mentre faceva il gallo cedrone, e lo guardavo fisso negli occhi. Non capiva, ne sono certo. L'intelligenza non era il suo forte.
Se ne stava appollaiato sul moscone a remi, mettendo in mostra le sue doti atletiche.
Si fa per dire, atletiche. Era un bullo che si era innamorato del suo fisico.
Teneva dentro la pancia con un esercizio di apnea e cinguettava felice con le pollastrelle, gonfiando il torace.
Gli leggevo un'ombra di dubbio, nei suoi occhi, perché io passavo e ripassavo, e lo fissavo dritto. Lo puntavo, diciamo.
Forse immaginava che volessi portargli via qualche oca giuliva che civettava con lui, o magari pensava che fossi gay. Gli stupidi hanno sempre poca memoria, per le loro malefatte.
Ero ancora troppo eccitato, però. Dovevo aspettare. La vendetta è un piatto che va servito freddo, con classe, con un certo distacco. Ed io avevo ancora dentro l'ira furente, ed avrei voluto addure la sua alma all'Orco, anzitempo...no, era troppo presto.
Intanto il distruttore di castelli di sabbia continuava ignaro a vivere la sua vita di ammazza sogni e faceva sempre piangere i ragazzini. Ancora per poco, però. Il piatto si stava raffreddando e, di lì a qualche anno, sarebbe stato servito a puntino. Con gli interessi.(continua)

*

Il complesso di Edipo

I miei ricordi infantili sono piacevoli e mi servono, nei momenti di sconforto, a testimonianza di quanto sia stato amato in gioventù.

Sono stato il cocco di mio nonno, fin da bambino, anche perché tutti dicevano che ero tale e quale a lui. E questa cosa, a nonno Angelo, piaceva molto. In me vedeva quelle doti di teatrante, quasi istrioniche, che tutti gli attribuivano. Per di più gli amici intimi decisero che dovevo avere un soprannome adeguato ed all'unanimità fu scelto Gassman. Questo contribuì, se proprio ce n'era bisogno, a darmi il patentino di attore.

Nonno ne andava fiero e, appena si presentava l'occasione, fosse una festa o una ricorrenza, improvvisava qualche recita domestica coinvolgendomi con l'abilità propria di chi sa gestire una commedia. Teatro di strada, insomma, o meglio di casa. « Tutto suo nonno », ripeteva spesso mio padre quando raccontavo qualche novella o aneddoto esilarante. E come enfatizzavo. Mi piaceva farlo, mi sentivo padrone della situazione e godevo delle risate degli altri. Ricordo che in una barzelletta su Sir Francis Drake recitavo una frase con voce stentorea che risultava assai strana, per essere poco più che un bambino:

« Dite voi, dite voi...ove deggio metter codesta candela? »

A dire questa frase era un vecchio canuto, nella logica della barzelletta, ed io dovevo imitare la voce e le movenze di quell'anziano il quale , a sua volta, era un attore che stava recitando a teatro davanti ai pirati di sir Francis. E gli ospiti ridevano ancor prima che la barzelletta finisse, incoraggiandomi.

Ben presto il nonno mi insegnò la tecnica dell'ironia che pochi posseggono perché la regola basilare, pilastro della genuinità ironica , cozza contro il naturale modo di scherzare e cioè: non si deve mai attaccare gli altri in maniera diretta ma, ironizzando prima su se stessi, lasciar intendere allo spettatore che forse anche altri hanno il nostro stesso difetto. La potremmo anche chiamare ironia indotta che trasla i difetti degli altri fingendo che siano i propri.

E così io mi autodefinivo tardo di comprendonio o impacciato nei dialoghi, pasticcione, timido, inconcludente. Sapevo balbettare, fare smorfie, declamare ad alta voce e altro ancora, come gesticolare e cambiare timbro di voce.

Nonno Angelo era un maestro in questa tecnica e risultava talmente simpatico a tutti da potersi permettere di arrivare a conclusioni scabrose che ad altri non sarebbero state permesse.

Mia madre, molto apprensiva e delicata, dopo le battute finali del nonno si guardava in giro sgomenta, temendo la reazione dei presenti. Reazione che non veniva mai o meglio veniva sempre, ma sotto forma di fragorosa risata.

Povera mamma, che tenerezza mi faceva vederla con quegli occhi smarriti che si guardavano in giro per cogliere gli umori della gente. A volte guardava il nonno con un'espressione implorante. Pareva dicesse:

« Basta, per favore...qualcuno potrebbe offendersi »

 

E' proprio lei l'altro ricordo indelebile che ho della mia gioventù. L'ho talmente amata da pensare, per un certo periodo di tempo, di essere affetto dal complesso di Edipo.

Mio padre, di riflesso, anche se lo rispettavo, lo vivevo in maniera conflittuale. Non era colpa sua. Il fatto è che ero innamorato di mamma ed in lei vedevo una donna straordinaria, buona e tollerante, bella e delicata.

L'avevo idealizzata, o meglio deizzata. Lei era tutto quello di buono che mancava a noi, agli altri componenti della famiglia. Una sorta di educazione spirituale circondava la sua figura e, per questa sua dote di moralità non codina, ma pragmatica, era rispettata da tutti, familiari e parenti o anche da semplici occasionali conoscenti.

Io soffrivo un po' il fatto che dovessi dividerla con mio padre, mia sorella Maria Teresa, Maria Grazia e mio fratello Angelo, che aveva preso il nome dal nonno, e la sorella più piccola, Gemma. Tuttavia capivo che lei non poteva essere totalmente mia; ne ero consapevole, anche se questo pensiero razionale era in contrasto con il mio istinto d'amore che, come tutte le specie di amore terreno, vuole la sua legittima parte di tenero possesso.

La sognavo anche di notte e mi accadeva spesso che nel sogno ci fosse una sorta di amplesso amoroso, tra noi. Allora mi svegliavo sudato, respirando a fatica e mi sentivo umiliato e pentito del cattivo pensiero che si era impadronito di me. Uscivo di corsa dalla camera ed andavo nello stanzone. Era questa una grossa stanza che veniva adibita a svariate funzioni tra le quali il guardaroba e la stireria. Entravo in un grande armadio e mi accovacciavo tremante, fin che mi era passato l'effetto dell'incubo. Poi tornavo a dormire, nel mio letto.

Una notte invece mi addormentai nell'armadio e non ne uscii più, sicché nacque la leggenda che soffrissi di sonnambulismo. Ma questi turbamenti infantili erano compensati dal grande affetto che mia madre mi dimostrava con una solarità che non lasciava un minimo spazio a strani complessi. Un amore ed un affetto senza eccessi però, perché lei voleva bene a tutti. Con me era particolarmente tenera; mai che mi sgridasse, mai un gesto forte nei miei confronti, mai uno sgarbo. Sapevo che una cosa non le era gradita semplicemente guardando la sua aria affranta; quello era il segnale del mio cattivo comportamento ed il rimedio era immediato. Non alzava la voce ma usava la presenza, non sgridava e non puniva ma cercava con le belle maniere di convincermi dell'errore.

 

Anche mio fratello Angelo, a suo modo, mi ha voluto bene sempre. Certo, non è mai stato un esagerato, in quel senso. Lui esagerava troppo in altre attività, donne e motori, per esempio, e pertanto non poteva eccedere anche nell'amore fraterno. Se mio padre mi sgridava lui interveniva e mi difendeva.

« Non stare a prendertela con Giacomo, papà. Non vedi che è ancora un bigolo, è un macaco. Lascialo perdere, sto ragazzo...»

Io lo guardavo con un'espressione che conteneva i due aspetti della maschera; con aria di ringraziamento per la sua autorevole difesa di fratello maggiore ma anche con una punta di rincrescimento per le parole usate, per il lessico. Diciamo pure che un pochino mi stava antipatico, mio fratello.

Ma l'importante era che lui mi volesse bene e questo fatto lo devo ammettere senza riserve. Da grande me lo dimostrerà cercando in tutti i modi di farmi avere avventure sentimentali, regalandomele come si regala un libro già letto e che si è apprezzato. Lui era così, non rientrava nei canoni classici.

 

Poi c'era Maria Grazia, considerato il genio di famiglia fin da piccola e che diventerà un medico rispettato. Io l'ho sempre invidiata per il fatto che fosse coccolata e che venisse considerata una scienza, anzi una cima, come diceva mio padre. Quel giorno che all'università prese il primo ventinove, in una materia importante come Anatomia, che per un medico chirurgo è come per un falegname la pialla( parole di mio nonno), tornò a casa piangendo e non smise più per tre giorni.

« Mi ha rovinato la media », ripeteva continuamente come se stesse recitando il rosario, «mi ha rovinato la media, mi ha rovinato...»

Mia madre la consolava, mio nonno rideva e mio padre voleva andare a parlare con il docente, un certo professor Dossi, per convincerlo a rifare l'esame. Angelo invece, che aveva preferito portare avanti l'azienda di famiglia anziché frequentare l'università, si toglieva il portafoglio di tasca e sganciava un bel centone alla sorellina per consolarla.

« Vai a divertirti un po' e mandali a ramengo quei libri...se vai avanti cosi diventi matta, Graziella, ascolta me...prenditi una pausa. Lo so io di cosa hai bisogno...di un bel...»; e detto ciò usciva di casa aprendo le braccia ed alzando gli occhi al cielo. Da parte mia Maria Grazia l'ho apprezzata molto quel giorno che era in sala operatoria come assistente del professor Conti, mentre stavano operando nostra madre. Io avevo da poco terminato l'università ed invece lei era già da cinque o sei anni vice primario di chirurgia agli Ospedali Civili. Eravamo tutti nel corridoio, in attesa di sapere se quei calcoli al fegato della mamma non avessero creato complicazioni. Mi pare che fossero passate tre ore dall'inizio dell'intervento. Improvvisamente Graziella uscì da una maledetta porta, che in quell'occasione cigolò sinistramente. Mentre si toglieva il cappuccio e la mascherina mi accorsi che sbandava leggermente. Forse sarà la sua lieve zoppia, pensai con una stretta allo stomaco, o la stanchezza.

Poi, inesorabilmente, iniziò a camminare verso di noi a testa bassa ed appoggiandosi, di tanto in tanto, al muro del corridoio. Mi parve che piangesse. Ripensandoci, per me mia madre è morta in quel preciso istante anche se la sua malattia ce l'ha lasciata ancora per un anno, o poco più.

Graziella non disse nulla. Scuoteva la testa e ci abbracciava. Mio padre e mio fratello ebbero la medesima reazione di dolore, forte ma composta. Io invece scappai giù per le scale per non sentire quello che doveva dirci.

In quel momento avrei dovuto odiarla, Graziella, ed invece le ho voluto bene ed ho capito che anche lei me ne voleva quando ci ritrovammo al pian terreno. Mi abbracciò stretto stretto e, senza dire una parola, sfogò il suo pianto sulla mia spalla. Perché avesse scelto me per quel suo pianto liberatorio non l'ho mai saputo. Eppure l'ho apprezzato quel gesto e, da quel giorno, ripensando a mia madre, non posso non associare anche questa scena al ricordo del suo calvario. Per qualche anno non riuscii ad andare al cimitero per una visita; soffrivo troppo. Fu proprio Maria Grazia a portarmi la prima volta e non la ringrazierò mai abbastanza di avermi aiutato a rompere quel ghiaccio.

*

Pensiero antalgico

« Dottoressa...buon giorno»
« Buon giorno a lei. Mal di schiena, oggi?»
Come possa aver capito, la mia psicologa, che ho mal di schiena, è un mistero. Avrò la faccia scura, una smorfia di dolore, o che altro? Sta di fatto che è vero. Anche se, in fondo, non sono qui per questo.
« Sì, no...insomma sì, ma non sono qui per questo. »
« Certamente, lo so bene. Solo che notavo questa sua novità. Non credo proprio ci sia un
qualsiasi legame con i suoi attacchi di panico. »
« Scusi dottoressa, ma da cosa l'ha capito che ho la schiena a pezzi? Mi si vede in faccia? », insisto io, dimostrandomi un tantinello curioso. E seccato, anche. Quest'ultimo stato d'animo riesco a mascherarlo bene, tuttavia.
Questa dottoressa, carina, anzi diciamola tutta, una donna avvenente mascherata da professionista del cervello, mi ha sempre creato un doppio o forse anche triplo sentimento.
Da una parte mi sento in soggezione, perché sono Olga dipendente. Olga è il suo nome.
L'ho divinizzata, credo.
Mi aggrappo a lei per sopravvivere, mi fido ciecamente delle sue analisi e dei suoi consigli. E pure il Tavor che mi ha prescritto mi ha portato dei grossi benefici, anche se quella leggera depressione respiratoria che è insorta limita molto le mie capacita di tenere il ritmo nei lunghi percorsi di nuoto. Ho dovuto portare l'allenamento a due chilometri al giorno, anziché tre. E le gare ne risentono. Ma, in ultima istanza, chi se ne frega. Lo so di essere bravo, non lo devo dimostrare per forza.
Per un altro verso però la odio. Oddio, non proprio; diciamo che sentendomi dipendente dalle sue capacità psichiche, mi sento inferiore, quasi soggiogato. Schiavo della sua mente, ecco. E' scocciante, questa cosa.
Se dipendo da lei significa che le sono inferiore; questa è una brutta sensazione, per me. Sto bene ma sto male, nello stesso momento. Come a dire: mentre lei mi fa stare un po' meglio fisicamente, sto un po' peggio con la mia autostima.
Prima non dormivo, e stavo male. Adesso dormo, ma sto male perché sogno di essere schiavo di qualcosa o qualcuno. Un circolo vizioso.
Il problema è il mio cervello. O il mio carattere. Ma c'è una vera differenza, alla fine?
Non lo so.
E poi c'è un terzo sentimento. Quello più classico, terra terra, quello che ti fa sperare che prima o poi guarirai e le potrai chiedere se vuole uscire con te. Allora sì che...che? Non so, che...insomma, mi piacerebbe provarci. Sotto quel freddo camice deve esserci un cuore. E mi sa che non è così freddo come parrebbe di primo acchito. Così razionale. Mai conosciuto cuori razionali. Cervelli, forse.
Si, lo so, è la sindrome del paziente che s'innamora della sua psichiatra. Già sentita questa tiritera. Inoltre la deontologia professionale vieta a lei di avere una confidenza intima con il sottoscritto. So anche questo.
Balle. Emerite stronzate. Lei direbbe: amenità. E amenità sia. Ma rimane la voglia di scoparla. Le voglie non sono delitti, e non sono punibili, e non sono censurabili. I desideri sono sogni, e viceversa. Nulla e nessuno può infrangerli. Prima o poi ci provo...al diavolo la sindrome del paziente e la deontologia professionale.

« L'ho capito dalla sua posizione antalgica. Appena entrato, mentre chiudeva la porta.»
Sta parlando del mio mal di schiena, se ho ben inteso.
L'ha capito dalla mia posizione antalgica? Che abbia subodorato che mi piacerebbe posizionarla sul lettino e andarle sopra con i miei ottanta chili di voglie?
Dio buono, no. Impossibile. E allora che cosa significa posizione antalgica?
Ripercorro le mie scarse nozioni di greco antico...Algos, forse è il dolore.
Certo: lombalgia, mialgia, nevralgia...sono tipi di dolore. Almeno credo.
Antalgico dovrebbe essere contro, o assenza di dolore. Quindi io avrei assunto una posizione che mi permette di sentire il mio corpo come se non fosse sottoposto al dolore. Anzi, visto che non lo sapevo nemmeno questo fatto, allora vuol dire che ha fatto tutto da sé, il mio corpo, accordandosi con il cervello a mia insaputa.

« E anche dopo, quando si è seduto. Specialmente quando l'ho vista appoggiare le mani alla scrivania, tenere la schiena dritta e piegare le gambe. Non l'aveva mai fatto, nelle altre sedute, di assumere una precisa posizione antalgica.»
Ah, ma allora insiste. Caspita, mi controlla anche le gambe, le mani, la schiena. Ne deduco che c'è una speranza...
« Antalgico...senza dolore, giusto? E' così o sbaglio...», dico io quasi per legittima difesa.
« Sì, esattamente...ma parliamo del suo problema. Come sta adesso? Dorme, spero...»
Dormirei meglio se anziché il Tavor fossi tu a darmi la ninna nanna. Certo che peso, lo so. Ma tu potresti cantarmela la nenia ed io prenderti in braccio, e cullarti. Do ut des.
Dopo dormirei meglio. Abbasso il Tavor e viva l'amore. Ma non con una qualsiasi; proprio con te, Olga.
« Sì, adesso dormo...»
Antalgico. Che idea. Posizione antalgica. Questo vale per il corpo, credo. Un fatto biologico. Ma passerà pure per il cervello l'informazione del dolore, o no? E ci sarà qualcuno che gliela dà quell'informazione, o sbaglio? Poi lui rimedia con appropriati consigli al corpo.
Se il discorso è giusto vuol dire che quando il cervello ha notizia di un dolore trova una specie di rimedio, una soluzione almeno temporanea.
Pensare che un corpo sia in grado quasi autonomamente, senza l'intervento di un medico, di assume una posizione tale da far scomparire il dolore, è una cosa che mi affascina.
E non si può fare per il dolore dell'anima, il tormento di un pensiero, il cosi detto chiodo fisso? No si può trovare la posizione cerebro-antalgica per le paure, gli attacchi di panico e i momenti di tristezza patologica? E per la mancanza d'amore, come la mettiamo?
Non sarà possibile trovare la posizione antalgica del pensiero per ognuno di questi dolori? Sarebbe troppo bello. Un pensiero positivo in grado di sconfiggerne uno negativo.
Espongo sommariamente ad Olga questa mia tesi, questo dubbio, questa domanda. Anzi, questa esigenza.
Voglio un pensiero antalgico. Ho deciso. Lo voglio fortemente.
« E' possibile? Ci vuole molto esercizio? », dico io vedendo un barlume di guarigione.
« Sono qui per questo. Anzi, per la precisione, lei è qui per questo. Per trovare il pensiero antalgico. Insieme... », dice lei molto carinamente. Quell'insieme è già antalgico di suo.
Si accende la lampadina. Sento il sangue nelle vene sottoposto ad un ciclo di ferro e fuoco, di guerra e pace. Una specie di ciclo di Carnot. Pompa, scalda, raffredda, espande e ricomprime. Io questo pensiero ce l'ho già. Quindi la dottoressa non serve più, come psichiatra. Come donna sì, che serve.
« Ce l'ho già questo pensiero, Olga. L'ho capito ora. »
« Io l'avevo capito da un po'...cosa credi. »
Mi alzo contento. Mi ha dato del tu. Forse la deontologia professionale vacilla... oppure non mi considera più un paziente.
Ci diamo la mano, ed io mi indugio a guardarla, la sua.
Poi le guardo il viso. E gli occhi. Ha un dolce sorriso sulle labbra. Tutto è dolce, in lei, per la verità. Ma io non sono ammalato di diabete d'amore...queste dolcezze non possono farmi male. Tutt'altro. Comincio già a sentirmi meno vulnerabile.
« Arrivederci, allora. A presto », dico meccanicamente. Immagino di avere un aspetto trasognato; è così che mi sento.
Mentre esco il mio pensiero antalgico si fa corpo, ed assume una forma. Che bella forma.
Quella di Olga sotto il camice, anzi senza camice.
Cammino spedito, non ho più nemmeno il mal di schiena. Ad un pensiero fisso se n'è sostituito un altro, antalgico. Molto, ma molto meglio. Anche se resterà solo un pensiero.
O forse no.

*

Le donne e la poesia

Non sono mai riuscito, nonostante l'impegno, a trovare il pulsante giusto per far partire quel concerto di violini, quella musica che leva il freno, l'interruttore delle luci, quel bottone insomma che dovrebbe mandare nel pallone una donna. Tutte quelle cose che le fanno dimenticare il mondo, che la fanno morire, per usare un diffuso modo di dire in affari di cuore.
Con un uomo non ci ho mai provato, e credo proprio che se non m'è venuta voglia fin ora non mi verrà più. Ma con le donne, con quelle sì che ho provato, fin dai tempi delle guerre puniche, durante una delle prime vite che ho vissuto.
Ho studiato e ristudiato la cosa, ho percorso strade e sentieri, i più disparati, ho girato il mondo, visitato città e conosciuto varie lingue, ma alla fine mi ritrovavo sempre in fondo ad un vicolo cieco. E, sul muro che sbarrava il cammino, ho trovato le frasi più diverse, tutte però con lo stesso significato: strada senza uscita, vicolo cieco, stop, no bueno, it's all off, nada de nada, torna indietro, verboten, riprova, ed altre amenità simili.
Le corde dei violini, o meglio della viola, per capirci, dove sono? E, ammesso che qualche gentile lettrice me lo dica, come si fa a solleticarle, queste benedette corde?
Una mia amica, Elisa, donna che non fatico a definire sagace, sostiene che è possibile far suonare la viola a tutte le donne, senza esclusione alcuna. E se lo dice lei... perché non crederle, visto che se non è proprio una velina è certamente una velona, fatto questo non irrilevante poiché essa medesima  asserisce che ciò vuol dire attuazione della metamorfosi dallo stadio “larva o pupa” allo stadio “adulta” capace di "violare" di fiore in fiore...

Ho buttato anni di studio, senza cavarne un ragno dal buco, sono stato sulle più alte vette e sotto i mari più profondi, ma ora che ho fatto tutti i tentativi possibili posso avvicinarmi alla soluzione del problema e consigliare ai giovani la strada, il cammino, la direzione da percorrere per trovare questo stramaledetto modo di far venire voglia di fare l'amore ad una donna.
Intendo una voglia come quella che prende tutti i più comuni esseri viventi tipo i mandrilli, le scimmie, i ricci , e noi uomini normali.
Una voglia di sesso, dico, non solo d'amore. Voglia insomma, tipo quella che ti fa venire un gelato al cioccolato, un desiderio peccaminoso di soddisfare le proprie fantasie erotiche.
Per noi comuni mortali, gli uomini intendo, non è necessario che qualcuno cerchi e trovi le corde del violino; il nostro strumento suona da solo, ancor prima che ci sia un minimo di contatto. Direi che è un attrezzo automatico, che si auto innesca, senza micce o detonatori, corde, interruttori e altro. Un piffero magico che emette note ancor prima di essere preso in bocca dal suonatore, o suonatrice. Se poi lo stuzzichi, allora può diventare una vera sex bomb.

Dicevo del consiglio; ecco, avendo sempre fallito nonostante la mia insistenza nel seguire una certa tecnica, posso ben dire quel che non s'ha da fare, come per il famoso matrimonio.
Cominciamo col dire che non si deve nemmeno pensare che sia possibile scaldare il cuore di una donna mediante la poesia. Chi come me ha iniziato a scrivere poesie da giovane ha certamente collezionato insuccessi amorosi uno dopo l'altro. E più insisti e più fallisci.
All'inizio dai la colpa al tipo di poesia ed allora ti ingegni con rime baciate ed alternate, poi passi alle metafore a gogò, poi inverti la rotta e ti converti all'ermetismo, che dice e non dice, come gli spogliarelli che piacciono a noi uomini, quelli fatti con l'arte di far vedere senza vedere, nascondere ma offrire, insomma far sognare.
Come ultima spiaggia cambi setta poetica ed entri nella ristretta famiglia del minimalismo che ha il grande vantaggio che almeno, se la poesia non va, hai perso poco tempo.
Ma che non vada, quello è sicuro, garantito da un esperto che modestamente le ha passate tutte queste congreghe.
Semplice allora; se non si capisce bene quel che si deve fare per questa benedetta viola e per le sue corde, è chiaro quel che non si deve nemmeno pensare di fare: la poesia.
Avete forse visto il buon Giacomo far muovere il sangue alla sua Silvia a suon di versi?
Penso di no. Forse qualcuno pensa di essere più bravo di lui? Dubito. Meglio lasciar perdere, credete a me.
Se chiediamo a cento donne, escluse le nostre amate lettrici e poetesse che fanno parte di un olimpo, se preferirebbero una poesia del grande Giacomo o una notte con Fabrizio Corona non ho dubbi sul risultato. Fabri batte Jack a tre a zero, anche giocando fuori casa.
Potrete certamente farla innamorare, di quell'amore puro e casto che coglie la vanità femminile allorquando le si ricorda quanto è bella, e unica, e come sono azzurri i suoi occhi e di seta i capelli. Ma il sangue, la voglia, il desiderio che le strappa i capelli e le fa rizzare i capezzoli, resteranno al palo di partenza, in attesa di un altro start man.
Arriverà quell'altro, e sarà uno che non sa nulla di rime e di metafore, uno che confonderà la metrica con la bindella del geometra, uno che se parlerai di strofa penserà certamente ad una maialata. Strofa, non scrofa...cosa hai capito, cretino?
Cretino a chi chi, a me? Il cretino sarai tu, risponde lui, io trombo.
Le sue frasi saranno scarne; non dirà mai: vorrei far dei tuoi occhi gemme e dei tuoi riccioli seta, dolce bellezza dei miei tristi giorni. Non dedicherà alla ragazza appena conosciuta un dolce pensiero condito di romanticismo, ma uno sguardo assassino, due bei muscoli, un tatuaggio come si deve e odore di sesso in fiore, non fiori in odore di poesia.
Alle rime baciate preferirà un rapporto orale, anche casto quale bocca bocca. Si deve pur iniziare da un aperitivo, o meglio antipasto visto che la ciccia si mangia, o no? Una scaldata al motore, insomma. Una oliatina alle corde della viola che il marrano, ignorante come le capre di Sgarbi, sa benissimo dove sono e come si pizzicano. E lo sa per diritto genetico, per mera fortuna ereditaria.
Noi poeti il clitoride lo odiamo già come parola. Non elegante, nemmeno fine, e poi in fin dei conti cos'è? E a cosa serve. Soprassediamo e continuiamo con i versi.
Per noi poeti inoltre il bacio è un punto d'arrivo, non di partenza. Sguardi, sospiri, sogni desiderati e desideri sognati, parole, occhiate, sorrisi ovattati, rossori in viso, speranze nel cuore, tripudio dell'anima..
Poi la sera a pensare a lei, anche se si ascolta musica, o si legge, o si guarda la televisione.
A lei che manco ce l'ha nell'anticamera del cervello la nostra passionale esistenza, passata a cercar versi da dedicarle.
Manca, al poeta, quel soldino che fa partire la melodia, come quelle vecchie pianole montate su un carretto per girare di borgo in borgo a far sentire una musica meccanica.
Il poeta ha il pensiero dalla sua, e con quello crede di trovare le corde, solleticarle, far partire la canzone dell'amore.
Niente di più sbagliato. In quel modo sono diventato l'amico fraterno, il confidente, il saggio che dispensa consigli, mai l'amante, mai l'uomo che faceva strappare i capelli.
Ed allora forza, ragazzi. Cercate una strada, e poi un'altra, e un'altra ancora. Ma quella della poesia lasciatela per la mamma, l'amico, la fraternità e la solidarietà, per il bene del mondo e per la giustizia, per il mistero della vita e della morte, anche per l'amore, quello sognato, ma mai per quello reale, terra terra, che finisce inesorabilmente, immancabilmente e perché no, giustamente, a letto.

*

Aspettando l’amore

L'amore è una predisposizione dell'animo, non un terno al lotto o un regalo del destino.
Non lo si può aspettare come Vladimiro ed Estragone aspettano Godot.
Costoro si lamentano continuamente del freddo, della fame e del loro stato esistenziale; litigano e cadono in una situazione di non senso della vita.
Godot non arriverà mai, ovvio.
Se lo si vuol incontrare, l'amore, dobbiamo attenderlo a petto nudo e a braccia aperte, non a pugni chiusi e con le mani in tasca. Quando arriverà, allora il suo abbraccio lo sentiremo forte, inequivocabile.
Con le mani in tasca, e i pugni chiusi, non c'è speranza alcuna di incontrare l'amore.
Come ci si può abbeverare all'acqua del ruscello se non apriamo i palmi delle nostre mani?
Chi potrà raccogliere quell'acqua per portarla alle nostre labbra?
Come potremo scalare una montagna se non muoveremo dei passi sul suo pendio?
E ancora, come si potrà abbracciare un amore se ci stringeremo nelle spalle. L'amore è una predisposizione dell'animo, non un regalo che ci è dovuto. L'indifferenza è una sorta di maleficio che lo scaccia, lo tiene lontano.
L'egoismo è un terreno arido per far sbocciare il seme dell'amore.
Egoismo ed indifferenza costituiscono una miscela micidiale contro il sentimento dell'amore.
Cercarlo, volerlo, sognarlo, aspettarlo con animo leggero: questa è la condizione necessaria per avere almeno la speranza di incontrarlo.
Se questa attitudine non la possediamo, le speranze saranno pressoché nulle.
Per aprire uno spiraglio in noi e far sì che il cuore perda la sua durezza, prerogativa questa che porta l'amore a cambiare strada, è sufficiente lasciare alla natura la possibilità di agire, senza ostacolare il corso del fiume. Lasciarsi andare all'evoluzione naturale delle cose, può essere l'inizio di un atteggiamento positivo.
Abbattute le barriere costituite dall'indifferenza, il germoglio della bellezza farà nascere il fiore dell'amore, forse.
E la bellezza c'è in ogni momento, ed in ogni luogo, come l'aria. Di conseguenza anche l'amore.
Aspirare questa bellezza come fosse aria e sentirla in sé è la scintilla che darà origine al fuoco della passione e al calore della conoscenza dell'altro. In tutti i sensi, magari anche in quello biblico.

*

Vita di porto

« Porto, luogo di indaffarate genti », diceva il grande Saba. Ma lui si riferiva a Trieste, certamente, e forse non era mai venuto all'isola d'Elba.
Invece a Porto Azzurro il tempo sembra rallentare la sua incessante corsa. Lo si capisce dalle barche che rientrano lente, quasi in abbrivio, dopo una corsa veloce in mare aperto.
Entrano stanche, e sembrano dettare la cadenza del nuovo orologio. Quello del porto.
I pescatori li diresti quasi assenti, calmi ed assorti nel duro lavoro di sbrogliare le reti. Intanto Vincenzino le ripara, seduto su un basso seggiolino, attorniato di turisti curiosi che lo immortalano nelle loro fotografie. Lui li ignora, inseguendo pensieri.
Anche Vincenzino agisce con mosse studiate, e con la calma degli anziani. Perfino il gatto, che attende qualche pesce succhiato dalle pulci di mare e buttato in banchina da Mario o da Emilio, piccoli pescatori del posto, si muove con una sonnolenza quasi studiata.
Ce n'è di tempo per scegliersi il pesce giusto. Meglio annusare con calma, prima. Sarà fresco, poi?

« Mi costa fatica pure a respirare...», dice spesso Franco, esperto amico subacqueo, quando gli vogliono far fretta nelle afose giornate di fine estate, umide di scirocco.
La sirena della motonave, intanto, annuncia il suo ingresso in porto. Ci si ferma tutti, come ipnotizzati, a guardare la lenta manovra di attracco.
C'è sempre il timore che sbagli, in un porto tanto piccolo.
Un anno che c'era un maestrale degno di quel nome, con raffiche anche da ponente, fece un disastro, schiantandosi di fianco contro le barche ormeggiate sul lato di levante.
La prima volta che la vidi, una manovra d'attracco del traghetto, pensai tra me e me:
« Che aspettano ad attraccare...quante storie, che lentezza. Vuoi vedere che non sanno cosa fare...io farei prima...». Ecco, non ero un uomo del porto, a quei tempi. E, men che meno, di mare.
Perfino i gabbiani, appoggiati sulla prua delle imbarcazioni all'ormeggio, o sulla cima degli alberi delle barche a vela, sembrano godersi di lassù una meritata pausa, prima di riprendere i loro voli acrobatici. Anche i gabbiani meditano: questa è la conclusione.
Io amo queste soste che fanno vivere il porto in un modo diverso da come si vive il mare, o la terra. Sospesi, ci si sente. Sospesi fra mare e terra, fra terra e cielo, tra realtà e sogno.
Un battito diverso, pulsazioni di altro tipo. Una sorta di limbo, fra terra ferma e mare aperto, che io sento come una specie di terra mobile.
Anche i rumori sono ovattati, ed il vento che rallenta la sua corsa, passando fra le barche, abbassa i toni, cambia nota.
Lo senti, che s'è chetato, nell'argentino battere degli stralli e nello sciacquio delle carene, accarezzate dall'acqua. E così fan le onde, che arrivano stanche, sfiduciate, dopo aver spezzato il loro ritmo sulla diga foranea. Anche per loro la vita è al tramonto, nel porto.

I vecchi marinai che passano in banchina o camminano nella piazza hanno il passo giusto della vita, quasi volessero rimandare il giorno del viaggio, che prima o poi dovranno fare.
« C'è tempo per il fornetto », dice Carlo, vecchio motorista della Toremar, compagnia marittima di bandiera della regione toscana.
Il fornetto è il camposanto. Forse l'origine del nome viene dal forno crematorio, chissà. Nessuno lo sa, con precisione. Lo chiamano da sempre in quel modo, qui a Porto Azzurro.
Si fermano spesso questi vecchi marinai, interrompendo la loro passeggiata al sole. Fanno come le lucertole; un tratto improvviso, dieci passi anche svelti e poi, sosta.
Alzano gli occhi al cielo, annusano il profumo dell'aria e pensano. Forse hanno ricordi, o forse sognano.
Anch'io lo faccio. Annuso l'aria cercando la conferma delle previsioni e intanto guardo le nuvole e studio il volo dei gabbiani, le loro grida, le evoluzioni. Non sono sempre le stesse. Non è facile capirli, i gabbiani. Come non è facile capire il mare, misteriosa e meravigliosa creatura. La più bella, dell'intero creato.

In fondo al molo c'è il circolo velico. Li si riuniscono gli appassionati a parlare di regate e di scafi, di rande e di fiocchi, delle ultime novità, di alluminio leggero e di fibre al carbonio.
E' un altro modo ancora di vivere il mare. Meno poetico, a mio parere, ma più tecnico e preciso. Per loro, i velisti, il vento è la vita. Per un pescatore come Pino, invece, e per la sua barchetta in legno di sei metri, portata a spasso da un motore vecchio come lui che zoppica ad ogni onda, il vento è da temere ed il lavoro di salpare le reti massacrante, quando tira libeccio oppure lo scirocco è formato, maturo.
C'è chi da una parte si ritaglia le vele e mette in ordine le cime, ben sistemate nei gavoni, sognando viaggi e mari nuovi.
Mi ritrovo spesso anch'io a sognare avventure, mari e spiagge esotiche, terre lontane, isole misteriose. E nuove immersioni, emozionanti come ogni cosa che non si conosce. E quando lo faccio mi vien voglia di scrivere un racconto o, se c'è l'ispirazione giusta, una poesia come questa:


La vita del porto

Amo la vita del porto
e quelle sue banchine
cariche di rugginosi viaggi
corrosi dal tempo
e dal sole.

Amo la gente del porto
è la mia gente.

Nelle rughe di quei volti
si leggono le storie del mondo
storie disegnate sulla pelle
e nei nomi delle barche
in balia del destino
o del capriccio dell'onda.

C'è chi si ritaglia le vele
con il silenzio nel cuore
in attesa di nuovi orizzonti
o di una primavera del mare
e chi parla con le reti
ammassate sui pontili
grevi di vita dura
e di sale.


Il mare
quello vero, di fuori
aperto e profondo, misterioso
lo avverti solo
nell'argentino battere degli stralli
contro l'albero maestro.

Nuvole e gabbiani inquieti
dentro il vento che odora d'alga
e la musica della risacca
attenuata, annunciano
burrasche imminenti.
Un marinaio alza gli occhi al cielo
cercando conferme.

Amo la vita del porto
è la mia vita.

*

Il re degli ottimisti



Se qualcuno ha provato a vivere situazioni di depressione, e magari ci ricade spesso, dovrebbe conoscere il mio amico Alessandro Savi.
Molto meglio che dieci sedute dallo psicanalista. E meno caro. Unica spesa, forse, quella di un discreto pasto ad un ristorantino fuori mano. Con Alessandro i dispiaceri si dissolvono come neve al sole e la depressione lascia immediatamente il posto all'ottimismo. Anzi, per dirla tutta, lui non è solo ottimista; è anche, e sopratutto, positivista.
La differenza fra le due tendenze è semplice, ma apparirà più chiara quando vi racconterò alcuni aneddoti significativi. Per il momento diciamo che l'ottimista vede un futuro roseo, il positivista trova che c'è sempre qualcosa di buono, in ogni circostanza. Anche nel presente e nel passato.
Con Alessandro ci siamo conosciuti all'università, il Politecnico di Milano. Lui è milanese puro sangue, ma non credo che lo si possa mettere nella media degli operosi cittadini meneghini.
E' una specie a parte, un animale raro, un tecnico che sa umanizzare anche un trattore, un uomo il cui lato femminile lo fa sembrare una mamma,più che un papà.
E dove lo trovi uno cosi, in Italia?
Da nessuna parte. Forse la sua filosofia di vita, il suo Weltanschauung, per dirla alla maniera anglosassone, lo si può trovare con facilità nelle religioni orientali; ma non certamente unita alla sua dinamicità ed alla sua grande espansività.
E poi Alessandro è molto comunicativo, non dà proprio l'impressione di uno che medita sulla brevità della vita.
I primi giorni di università ebbi l'impressione che il ragazzo fosse molto buono; non potevo capire subito che il suo era positivismo all'ennesima potenza che veniva messo in risalto nei momenti difficili.
Quando c'era una lezione di Meccanica Razionale, tenuta dal professor Clauser, lui si piazzava vicino a me perchè quella materia non gli andava proprio giù e si fidava del mio modo di prendere appunti, che poi regolarmente gli passavo. Io infatti scrivevo tutto quello che Clauser diceva con la velocità del fulmine perchè avevo inventato un mio alfabeto, misto tra lettere e numeri, proprio per stargli dietro a questa macchinetta di insegnante.
Il principio dei lavori virtuali, per esempio, lo chiamavo P1 e quello di Conservazione dell'energia, P2. E cosi via. Avevo anche fatto un codice di "frasi fatte "che il docente altoatesino ripeteva spesso. Le frasi erano F1...F2...e via dicendo.
Un giorno, disperato perchè non capivo alcuni passaggi matematici davvero difficili, relativi al calcolo vettoriale, esclamai, rivolgendomi a lui:
« Certo che il Clauser a spiegare è un cane...peggio di così non era nemmeno il mio profe di elettrotecnica, all'istituto Benedetto Castelli! Ma che cavolo...»
« Si, però i disegni li fa bene...» mi rimandava con quel suo sorriso di eterno ragazzino che lo illuminava di luce propria.
E quella volta invece che un altro compagno di corso fece un apprezzamento negativo sulla Peretti, anziana docente di Fisica tecnica, paragonandola a " nonna Abelarda ", lui di rimando aggiunse:
« Si, però veste sempre molto bene...»
Dei vecchi tempi ne avrei mille di battute come questa, da raccontare. Basti dire che una volta fu bocciato, a mio avviso ingiustamente, in Analisi Uno, da un'assistente dai capelli rossi come quelli di Rita Pavone. Ricordo ancora il suo nome perchè dopo quella cattiveria l'ho odiata per parecchio tempo, ed ho trovato pure il modo di vendicarlo, Alessandro.
Morpurgo si chiamava la Rossa terribile...anche il nome non era un bel programma.
Ebbene, quando mi avvicinai al mio caro amico, che si alzava dalla sedia con il suo solito sorriso e usava il libretto universitario per farsi aria, come se fosse stato un ventaglio, lui capì immediatamente che volevo rincuorarlo e mi anticipò con una delle sue frasi:
« Dai, è stata un pò stronza, ma quando mi ha consegnato il libretto mi ha fatto un bel sorriso...ha dei bei denti, bianchi e regolari».
Quel giorno che gli fregarono la bici, una specie di cimelio, non fece nemmeno una piega. C'era da piangere, a mio avviso. La bicicletta era una vecchia Ganna, verde militare, alla quale suo nonno aveva fatto una modifica geniale, oggetto di studio da parte di tutti gli studenti d'ingegneria. Aveva tolto la catena e l'aveva sostituita con un marchingegno dotato di alberino e giunto cardanico, forse recuperato da una motocicletta americana, l'Indian, se non ricordo male.
« Porca puttana...se lo trovo lo scuoio vivo, quel figlio di ...», esclamo io quando ci accorgiamo che fuori della Casa dello Studente è sparita la Ganna.
Questa volta mi aspetto una bella incazzatura, se non proprio un attacco isterico.
Ma Alessandro riesce a trovare il suo ottimismo anche questa volta, celato dietro un evidente nodo alla gola che gli impedisce di articolare le parole in modo chiaro.
« Prima o poi dovevo decidermi a prendere un motorino, giusto...? »
« Giusto un paio di palle...lasciamo perdere. Va bene così, Ale... se lo trovo io quella merda! Ma non ci pensi a tuo nonno? » ringhio io che sento già una puntina di male al fegato.
« Magari mio nonno è contento che qualcun altro apprezzi la sua invenzione...ti pare? »
No caro Alessandro, non mi pare; ma come si fa a darti torto. Come si può contestare uno che, con la sua calma, camperà duecento anni? C'è solo da imparare.

*************

Sono passati venticinque anni ed Alessandro , dopo aver saputo che avevo lasciato il Diving Center di Porto Azzurro, mi ha cercato insistentemente al telefono. Mia moglie, che non lo conosceva, mi ha detto che aveva telefonato un vecchio compagno di scuola, affabile e gentilissimo. Per lavoro.
Li per li non collego, ma la sera Alessandro richiama. Quattro risate in ricordo dei vecchi tempi e poi la proposta: lavorare insieme nel settore della legge 626, che si occupa di Sicurezza negli ambienti di lavoro.
Come si può dire di no ad uno così. Ed eccoci soci e colleghi nelle varie fasi dell'attività. Ispezioni
per la valutazione dei rischi, Corsi di addestramento del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, stesura del documento di Valutazione dei Rischi.
Brescia, Milano,Bergamo, Mantova e Varese. Anche a Lecco,qualche volta.
Lui va volentieri nel mantovano, perché si mangia bene davvero. Quando gli chiedo com'è andata allora mi parla subito del ristorantino fuori mano o della trattoria tipica.
« Devi proprio andare in quel ristorante di Canneto sull'Oglio. Merita » mi dice con quel suo sorriso che gli anni non sono riusciti a scalfire.
« Si mangia bene? », dico io, curioso di sentire l'ultima.
« Proprio bene no... », fa lui.
« Allora si beve quel Gutturnio che piace a te ? », abbozzo.
« Si, anche se non è speciale...» , continua con gli occhietti azzurri che ridono più del suo sorriso.
Allora capisco, c'è di mezzo una donna.
« La padrona è una bella gnocca...di la verità! Te lo leggo negli occhi, ti conosco.»
« Non è la padrona, la cameriera. Comunque non è proprio bella...»
« Giovane...? Sexy...? » dico io, sicuro di non sbagliare.
« No no, è un po' vecchiotta...ma ha un culo che parla. Se vai li mangia poco ma chiamala spesso e, quando si gira, vai con la fantasia. Ha il culo alto come una di vent'anni anche se ne ha quaranta di più.»
Questo è Alessandro. Trovarne un altro come lui è come azzeccare un sei al Super Enalotto.
La più recente delle sue visioni ottimistiche è quella che riguarda una vecchia osteria sul lago di Garda.
Dopo avermela consigliata io gli faccio le solite domande di rito:« Si mangia bene...è un posto tranquillo, si spende poco, la cameriera è bona ?... e via discorrendo.
Niente di tutto questo.
« Allora si beve bene, giusto? » , dico io , imitandolo.
« Giusto...l'ambrosia non è niente in paragone » mi dice ingoiando un po' di saliva e girando gli occhi al cielo.
« Rosso..? Groppello, immagino »
« No, quello è scadente » minimizza lui.
« Allora il bianco...Lugana, giusto? » dico io convinto che stavolta ci sono.
« No, il Lugana non è un granché...ma se ti fai portare mezzo litro di Groppello e mezzo di Lugana, e li mescoli bene , ti viene un Chiaretto che è una favola. Non lo trovi da nessuna parte così buono».

Se rimanessimo senza lavoro mi iscriverei ad un corso accelerato di psicologia ed Alessandro lo terrei come assistente. Alle signore stressate o depresse consiglierei una bella settimana in sua compagnia, otto ore al giorno. Sono sicuro che la terapia funzionerebbe, anche perché Alessandro è ancora un bell'uomo, alto, capello mosso di un bel castano brizzolato, occhi chiari ed un sorriso che, già da solo, ti fa venir voglia di vivere. Altro che depressione.

*

Il giorno che decisi di diventare ebreo

Il giorno che decisi di diventare ebreo dimenticando che amavo la poesia.


Era iniziata bene la nostra escursione nei boschi di San Benedetto, un piccolo agglomerato di case poco distante da Rodengo, in provincia di Bolzano.
Rodenek, in lingua locale.
Appena giunti nella piazzetta del paese chiedemmo informazioni ad un gruppetto di bambini e bambine, che giocavano per strada con ciottoli e pezzetti di legno nei pressi di una fontana di acqua gelida, tanto cristallina da sembrare una cascata di vetro fuso.
Erano bianchi e rossi come le loro mele quei ragazzini e avevano le gote lisce e lucide, come la buccia di una red delicious.
I loro vestitini parevano una copia ridotta dei costumi tipici dell'Alto Adige. Non per niente eravamo in Valle Isarco, a pochi chilometri dal confine con l'Austria. Sud Tirolo, per capirci.
Alla nostra semplice domanda i bimbi risposero ridendo e guardandosi l'un l'altro in faccia, arrossendo ancor più di quello che già erano. Non avevano capito una parola. Anche noi ridemmo, sorpresi e divertiti allo stesso modo; che dovevamo fare.

Di funghi ne trovammo davvero pochi, anche perché rischiammo di perderci in quei boschi immensi che non conoscevamo. Maledimmo non una sola volta gli amici che ci avevano consigliato quelle montagne. Cominciavamo ad essere stanchi, assetati ed affamati.
Fu così che decidemmo di fermarci in un locale ai margini del borgo; una specie di birreria che offriva la possibilità di mangiarsi un panino. Il solito speck con cetriolo sottaceto, tra due fette compatte di pane nero.
Mi andò di traverso, quel panino, ancor prima di mangiarlo. Appena entrati fummo accolti dal gelo. Gli avventori tacquero tutti insieme, quasi ci fosse stato il clic di un interruttore o il gesto di un maestro d'orchestra che chiudeva un brano musicale. Si sentivano scricchiolare le assi del parquet, sottoposte al peso dei nostri passi.
Qualcuno guardò fuori dalla finestra per controllare la nostra macchina. Non c'era bisogno di verifiche; eravamo indiscutibilmente italiani. Puzzavamo di italiani in lungo e in largo.
Dopo un tempo ragionevole, appena ci fu servita la birra e portato il panino su un vassoietto in legno, ricominciammo a sentire i rumori, mescolati alle voci.
Io non ci capivo nulla, e poco mi interessava, ma il tono era davvero indisponente. Frasi ad alta voce, dirette verso di noi, incomprensibili nella lingua ma chiare nei toni. Una sorta di proseguimento del silenzio precedente, solo più rumoroso.
« Daswirklenstrakerund “scheisse” italianen, brotenvurstel und rauchendelker maine ballen, neinspriechendark under dinghedonghen... “scheisse”.»
Scheisse: che eravamo delle merde, e ce lo dicevano a chiare lettere, lo avevo capito. Luigi accanto a me teneva gli occhi bassi, per paura che cadesse qualche briciola. Controllava il pavimento in legno, lindo come una camera d'albergo.
Gran bravo ragazzo, lui. Io no.
La fregatura è che la mia vita è stata improvvidamente poggiata, fin dall'adolescenza, su tre pilastri che mi hanno messo nei guai. E non una sola volta.
Il primo è stato il mio mito infantile, che mi aveva convinto a seguire il suo esempio: Prometeo. Una bella stronzata.
Ma ormai erano più di vent'anni che reggeva tutto quanto il mio modo di vivere, quel pilastro. Mica potevo dimenticarmene proprio sul confine con l'Austria, solo perché cinque o sei bestioni, maiali e razzisti, ci stavano insultando.
A fornirmi un altro pilastro fu mio nonno, che prima di morire ebbe modo di spiegarmi qual'era la sua Weltanschauung, per dirla alla maniera dei tedeschi. La sua visione della vita e del mondo, per capirci. Una sorta di sentire interiore nei riguardi delle vicende umane.
Ricordo ancora le sue parole:
« Giacomo, se sei sicuro di agire nel giusto non devi aver paura di niente. Mai. Sono gli altri che devono aver paura di te. Se perderai la vita, per questo, sarà persa bene. Dobbiamo morire prima o poi, non ti pare? »
Capite bene che a dieci anni un discorso come quello diventa un pilastro che non riesci a far saltare nemmeno con la dinamite. Una volta che è penetrata, questa convinzione, diventa come una fede. Fate conto di essere di fronte ad un integralista religioso, non credente, o meglio credente di un 'altra religione.
E poi c'è il terzo, di questi pilastri. Forse il più umano, perché biologico: la mia ulcera. Quello che faccio o dico è quasi sempre una terapia contro un suo doloroso attacco, il quale puntualmente si verifica ogni volta che mi sento in colpa per non aver fatto una cosa che dovevo.
Quel tardo pomeriggio la mia ulcera parlò chiaro:
« Se taci e non reagisci ti farò un buco nello stomaco, promesso...», e nel dirmi queste parole cominciò a farmi sentire un dolorino al plesso solare. Fu molto convincente, lo ammetto. Ci si mise pure il fegato, istigato dal cetriolo sottaceto, a tormentarmi.

« Luigi, queste teste di cazzo ce l'hanno con noi, con l'Italia, con la macchina da zingari che abbiamo, con i nostri vestiti e chissà con quante altre cose ancora. Quel bestione ubriaco, quello che urla più di tutti, ci ha chiamato merde, scheisse...ne sono certo.»
Luigi non avrebbe mai litigato nemmeno se fosse stato un gigante, figuriamoci con quel fisico da peso piuma cosa poteva fare, o dire. Lo conoscevo troppo bene ed era proprio per quel motivo che per me era più che un fratello. Troppo diverso da me; l'ulcera non sapeva nemmeno cosa fosse. Un vero pacifista che avrebbe baciato in fronte il suo nemico.
Capita l'antifona, Luigi fece l'unica cosa che si doveva fare: pagò alla svelta, anche per me, trangugiò la birra in qualche modo e si apprestò ad uscire, con in mano il suo mezzo panino stretto nel tovagliolo. Un altro tipo di terapia la sua. Preventiva, direi.
« Accendi la macchina...arrivo anch'io. Prima voglio levarmi una soddisfazione », gli dissi mentre si stava alzando dallo sgabello.
Non fece in tempo. Il più grosso di quei maiali, quello che alzava la voce urlando prosit agli amici e scheisse a noi, si avvicinò.
Gli altri ridevano, in quel modo che solo loro sanno fare. Una sorta di ...oh oh oh oh... monotonico, senza inflessioni, senza bassi ne acuti, al pari di una gallina che fa l'uovo e ripete il suo verso.
L'uomo puntò dritto su di me. Aveva capito che mi lamentavo con Luigi, non ci voleva molto. Anche un microcefalo come il suo era in grado di arrivarci.
Appena ci fu di fronte girai lo sguardo e, rivolgendomi all'amico, cominciai a parlare il nostro dialetto delle valli bresciane e bergamasche. Incomprensibile, anche per un nativo di città, o per un qualsiasi abitante della Lombardia che non abbia la passione per i dialetti estremi.
« Luigi, lùche ol màhstà hòi coionì...èl hoporte mìò, el so mìò se ghela fo. Va fò e 'mpiha la machena, tegnela òl calch...me fenehe ol michet, egne hùbet. Gò 'na ròbo dè fa. »
In sintesi gli consigliavo di uscire ed accendere la macchina. Io avevo un sassolino da togliermi, proprio su quel loro bel pavimento in legno, lucido a specchio come la crapa pelata del bestione.

« Italiani...dove essere vostre donne...io venire spesso Italia , belle puttane, brave...», e mentre diceva queste irritanti parole gesticolava con le mani sui genitali e faceva schizzare il boccale di birra nel tentativo di mostrare la goffa imitazione di un amplesso taurino.
Io non lo cagavo di striscio, il gorilla.
Presi Luigi per un braccio e lo portai alla porta. Lo seguii con gli occhi ignorando il bulldozer, fin che lo vidi aprire la macchina e chiudersi dentro.
Tornai al banco e ripresi il mio panino dal vassoio. Trangugiai un sorso di birra, guardando fisso negli occhi il bestione.
Lo guardai bene. Aveva una faccia bianca e rosa come quella di un maiale dall'allevamento, ma sul mento e sulle guance era cresciuta una ispida barba rossiccia che lo faceva sembrare più a un cinghiale, che altro. Mi sovrastava di dieci centimetri, e forse venti chili.
Non ero abituato a misurare lo sguardo con uno più alto di me, ma la cosa non mi impressionava. Mi sentivo nel giusto e pensavo a nonno Angelo.
Intendevo finire il mio panino e la birra, che avevamo pagato. Era un mio sacrosanto diritto. Aveva voglia “ Mister Scheisse” di farmi paura. Più ci provava e più mi veniva coraggio.
Ormai ero nei guai; mi conoscevo troppo bene. Fanculo, Jack.
Lui stava sempre di fronte a me. Rideva ed alternava frasi incomprensibili, che generavano l'ilarità degli amici, a frasi in un italiano approssimativo.
« Tu non va fuori con tuo amico?...tu vuole qualche altra cosa? », ripeteva continuamente in maniera quasi ossessiva. Parlando sputava saliva e gocce di birra. Negli occhi una luce sinistra, forse anche destra. Rideva, e subito dopo digrignava i denti e grugniva in un modo strano.

« Quando devo uscire lo decido io. Sei tu il padrone del locale? No...e allora lasciami finire il panino. Spostati che devo guardare fuori dalla finestra...»; nel mentre gli stringevo il grosso braccio flaccido e lo spostavo, facendolo quasi cadere.
Aveva sentito sul suo braccio cos'è la forza. Una cosa differente dal lardo rancido.
Era ubriaco. Io ero consapevole di quel che facevo e mi aspettavo che sarebbe finita male. Pazienza. Quel maiale che avevo di fronte sprizzava odio da ogni goccia di sudore che la sua grassa pelle espelleva. Puzzava di birra e sudore unto, e ruttava acido.
Ed era prepotente. Una cosa che non sopporto, anche perché in certi casi lo sono anch'io: per legittima difesa. Diciamo che so eccedere.
Mi sarei aspettato di tutto, anche una sua reazione fisica che seguisse il mio brusco gesto. Che ci fu, in parte.
Ma non mi sarei mai aspettato quelle parole pronunciate con arroganza. Nel mentre le diceva sbraitava, urlava e rideva, e mi dava dei colpi con quell'enorme pancia, illudendosi di spingermi verso l'uscita o quantomeno di spaventarmi.
« Kappler, grande uomo...scappato di prigione di voi italiani...viva Kappler, viva grande uomo Kappler,..»
Era il diciassette agosto del millenovecentosettantasette. Due giorni prima l'ufficiale tedesco delle SS, le famigerate schutz-staffel, colpevole dello sterminio delle fosse Ardeatine e di altri efferati delitti verso gli ebrei, era fuggito da un ospedale romano, il Celio, nel quale era ospite sotto stretto controllo. Era stato condannato all'ergastolo ma aveva chiesto di essere ricoverato per una operazione. L'avevo letto sui giornali e sentito in televisione, che era scappato. Mai avrei potuto pensare che ci fosse qualcuno con il coraggio di inneggiare alla sua fuga.

Istintivamente alzai il boccale di birra e glielo rovesciai in faccia, scendendo dallo sgabello. Ci fu un attimo di panico. Io ero pronto a tutto, avrei potuto stenderlo con un colpo se mi avesse aggredito, ubriaco com'era. E non mi andava di uscire. Aspettavo, e mentre lui rimaneva inebetito guardando la birra che colava sul suo grembiule di plastica, mi avvicinai con decisione, guardandolo in faccia ed esclamando:
« Io sono ebreo...capito, ignorante, sono ebreo...ich bin hebraisch...capito?...»
Non era vero. Ma in quel momento ero un ebreo, lo ero diventato per difendere il diritto di un popolo, una memoria.
Pensavo, con una logica tutta mia: dire viva Kappler ad un ebreo deve farti riflettere, bestia, e se quell'ebreo ti affronta sei tu che devi aver paura. Capito il concetto?
« Voglio le tue scuse, io sono ebreo, capito?...morte Kappler, morte te e morte Kappler con tutti i nazisti..tu devi chiedermi scusa... ich bin hebraisch...stronzo.»


Rimase attonito. Nei suoi occhi c'era odio misto a grande sorpresa. La bestia stava diventando di carta. Aveva capito che non sarei scappato e allora cominciò a spingermi con il panzone, sbuffando come un treno a vapore, mentre io saltellavo in agilità e gli giravo intorno come un saltimbanco. I suoi colpi non li avvertivo, a sangue caldo.
Avrei potuto dargli un gran cazzotto e stenderlo, quel maiale ubriaco di birra, e senza cervello. Molte volte avevo avuto l'occasione di farlo, ma poi pensavo a Luigi in macchina, a quello che sarebbe successo, alle conseguenze di una rissa che a quel punto sarebbe diventata sanguinosa.
Gli avventori, mentre si avvicinavano, si facevano sentire con urla incomprensibili ma avevano capito che non ero uno sprovveduto, in zuffe fra maiali. Mi muovevo come conviene, controllando gli spazi. E tenevo sempre le spalle al muro, oppure ad una colonna centrale.
Avevano anche capito che per mandarmi via avrebbero dovuto ricorrere alla forza, e non alle semplici minacce. E la forza bisogna averla e saperla usare, all'occorrenza. Non basta ingrassare come maiali a suon di birra e inneggiare a Kappler.
Ci fu un po' di baraonda, presi anche qualche colpo, e ne diedi, come giusto, tanto per tenerli buoni, a distanza. Ogni tanto sentivo l'urlo di quelli che colpivo.
I colpi che prendevo, invece, non li avvertivo. Ero carico di energie, quelle che ti vengono da dentro quando sei nel giusto. Quelle che ti fanno credere di essere incrollabile, come i tuoi princìpi. Bisogna pur morire prima o poi, giusto?
Il padrone mi pregava di uscire cercando di mettersi in mezzo: mi rifiutai categoricamente. Ero preparato a tutto. Il bestione relegato in una parte della taverna...io con l'oste della malora a discutere in un altra parte della stessa, dietro il bancone . In mezzo parecchia gente, indecisa sul da farsi. Ma furibonda.
Il proprietario del locale era andato nel panico, dopo che mi ero dichiarato ebreo. Intanto la moglie telefonava, concitatamente, nella loro incomprensibile lingua. Forse alla polizia di qualche centro vicino, Rio di Pusteria o Bressanone.
Prima che arrivasse la camionetta feci in tempo a dirgli, all'oste maledetto:
« Dica al suo amico che non esco e non ho paura . Deve uscire lui dal locale, oppure ritiri le parole di evviva per Kappler, e chieda scusa a tutti gli ebrei, me compreso. Stia attento che se mi aggredisce sono disposto a tutto...e tutto è veramente tanto, per quello scemo nazista. Gliela faccio pagare. Non dirà più viva Kappler per tutta la vita. Lo mando all'ospedale, giuro. »
La cosa finì dopo un'ora, con l'arrivo della polizia locale. Li vedevo parlare con Luigi, al parcheggio, mentre lui era agitatissimo ed indicava il locale con gesti disperati.
Anche agli agenti ripetei le stesse parole: che avevo diritto di restare e che quello da accompagnare a casa era il becero ignorante maiale alcoolizzato nazista, non io.
E che pretendevo le scuse. Che ovviamente non ho avuto. Ma lui, quella testa di cazzo nazista, starà attento la prossima volta che parla con un italiano. E saprà che lo stereotipo dell'ebreo che deve sopportare tutto e tutti, come se fosse una maledizione divina, è uno stereotipo sbagliato, che cavolo. Ad un ebreo è forse interdetta la legittima difesa?

Tornammo a casa in silenzio, ognuno sprofondato nei propri pensieri. Luigi guidava e si vedeva che era dispiaciuto di essere uscito dal locale. Ogni tanto si girava a guardarmi. Povera stella, mi faceva tenerezza. E' per quella sua tenera vulnerabilità che gli ho sempre voluto bene. Forse era più ebreo lui di me. Mah...
Intanto la mia ulcera si era calmata e mi faceva una promessa. La sentivo dentro il mio stomaco sussurrare:
« Hai fatto bene, Jack...adesso sto meglio. »
Le mie spalle e le braccia no, che non erano contente. A sangue freddo cominciava ad uscire qualche livido. Avevo un occhio nero, forse per una gomitata, e un labbro gonfio. Robetta.
Mi appisolai sognando che quel maiale di San Benedetto prendeva randellate dalla moglie perché si era sporcato di birra. Lei non avrebbe mai creduto che prima di bere si era messo l'apposito grembiule di plastica, come d'obbligo da quelle parti. Chissà quale scusa avrebbe preso il grande uomo, piuttosto di dire che un italiano gli aveva rovesciato addosso un boccale di birra.
E poi, ripensandoci bene, un occhio nero doveva averlo pure lui, forse peggio del mio.























*

Io, Nereo e la luna...senza i falò

Il gusto del caffè, quello vero intendo, l'ho preso da Nereo.
Quando era ancora vivo ci trovavamo spesso al Bar Roma; ci sedevamo al tavolino, quello che guarda il mare, e parlavamo, mentre l'aroma della nostra tazzina ci avvolgeva, sensuale. Una specie di droga del palato.
Nereo era riuscito a farmi innamorare anche del caffè. Ristretto, amaro, forte. D'obbligo che fosse una miscela arabica. Da commuoversi.
« Jung dice, in un suo libro, che i pensieri più belli gli sono venuti spaccando la legna nella sua casa di campagna» dissi io quel mattino, mentre pensavo che sarebbero potuti venire anche davanti ad un caffè come quello che stavamo bevendo.
« Non so chi è questo Jung, e se ha mai visto il mare. A me vengono lì. Proprio nel mezzo, però. Al largo, e di notte. Una notte stellata.»
Nereo, vecchio amico che consideravo quasi un padre, mi aveva insegnato tutto del mare. Questa cosa però non la sapevo.
« Perché non mi fai provare? In questo periodo non ho molte lezioni da dare. Sono libero.»
« Fatti prestare la barca a vela da Marco; è l'ideale per questo viaggio della mente.»
« Va bene...lo sai che non mi nega niente, il fratellone. Mi deve pur tenere buono; conosco tutti i suoi altarini.»
Fu così che qualche giorno dopo organizzammo un'uscita notturna in mare aperto. Mare di fuori, diceva lui.
La barca, una piccola vela con deriva fissa, categoria Star, due posti, rigorosamente non cabinata, risultò adattissima alla bisogna.
Marco, il mio eccentrico e spaccone fratello maggiore, aveva scelto un nome altisonante per la sua barchetta: Il Moro di Venezia.
Per confermare la sua megalomania quel nome l'aveva fatto pitturare su una fiancata sovrapponendo una vernice color oro alla fascia blu, predisposta solo su quel lato.
Il carattere delle lettere poi, antico e arzigogolato, tipo gotico, conferiva un certo fascino.
Va da sé che sarebbe stato più adatto per un tre alberi d'epoca, quel nome storico; ma Marco è sempre stato così: un vero esagerato. Lo diceva anche:
« Stupire per colpire». E' evidente che si riferiva alle donne, come sempre, ma anche a tutto l'indotto che gravitava intorno all'obiettivo.
Per me e Nereo invece la barca era un'occasione per viverlo il mare, intimamente. Forse lo amavamo più che ogni altra cosa. Era questo il nostro difetto, secondo mio fratello.

Scegliemmo una sera di fine agosto, splendida.
Una leggera brezza ci permise di arrivare, dopo meno di un'ora, in mezzo al mare. La terra era soltanto un insieme di lucine, tremolanti e lontane.
Le stelle risultavano assai più vicine e mentre la barca avanzava avevo la strana sensazione che il mare fosse in salita e noi ci stessimo avvicinando al cielo. Una specie di scalata verso l'ignoto.
Ammainammo la randa e ci sdraiammo a poppa, a pagliolo. Io dovetti piegare le gambe, troppo lunghe, mentre Nereo era completamente disteso.
Il silenzio era magico, a dir poco. Un leggero fruscio delle minuscole onde, mosse dalla brezza, conferiva al momento una specie di sottofondo musicale. Piacevole e magico. Anche il silenzio suonava.
« Prima di riflettere, una cosa....», disse ridendo sommessamente Nereo.
Io non capivo, ma quando lo vidi estrarre dalla borsa che si era portato una bottiglia di grappa, capii al volo. Un'ottima invecchiata, marca Nonino, forse inferiore solo alla grappa del Lupo. Rigorosamente mono vitigno.
« Due bei sorsi, Giacomo...poi si medita. »
Di quella notte ho un ricordo bellissimo e Nereo, quando vado a trovarlo al cimitero, lo vedo così, sdraiato a pagliolo, con i suoi occhi liquidi liquidi puntati alla volta celeste e le lacrime che non escono, come se fossero inghiottite, per magia, dalla sua anima, passando per la gola.
I suoi occhi sembravano budino ma non piangevano mai, o forse sempre.
Era come se avesse un mare, dentro quegli occhi, e le onde gli si muovevano davanti alle pupille specchiandosi nella luce delle stelle.
Non parlammo per un po'. Guardavo il cielo, la luna e pensavo a Cesare Pavese.
Mancavano solo i falò ma sentivo il loro caldo nello stomaco. Effetto della grappa.
I pensieri si rincorrevano, accavallandosi, e giocavano con il mio cuore.
Mi sentivo piccolo, grande, buono e cattivo, importante, anche se vulnerabile. Era tutto questo, il mare. Anche di più.
Ecco, quella notte capii la mia vulnerabilità, e forse me ne innamorai. Era come una dimensione, non so come dire meglio.
Diventò ancora più evidente questo mio stato d'animo quando, improvviso come il fischio di un treno che esce da una galleria, sentii il soffio di un delfino.
Solo più sommesso, meno metallico, come se delle onde si infrangessero nell'aria, anziché sugli scogli.
« Un delfino... ha capito quello che stiamo facendo » disse Nereo impassibile, mentre tirava un altro gotto di grappa.
« Passa...è stupendo questo momento » sussurravo mentre il liquido scendeva caldo nello stomaco e saliva ad aiutare i pensieri.
« Un giorno mi spiegherai quel benedetto anno-luce... non è un tempo, vero? »


Eravamo in silenzio, io e Nereo. Un silenzio religioso, anche se la nostra visione del soprannaturale non coincideva esattamente. Possibilista, la sua, ed aperta a diverse religioni.
« L'importante è essere felici, il mezzo con il quale raggiungi lo scopo non conta », e poi, come pentito, aggiungeva:
« Basta che non diventi felice a danno dell'infelicità di altri. Ma è difficile che uno trovi la felicità, in quel modo...nemmeno un barbaro.»
Più agnostica la mia, se non proprio atea. Una specie di stallo religioso. Era quello il momento che vivevo, a quei tempi.
Il mare, scuro nel suo mistero, immenso, padrone assoluto del nostro corpo e delle nostre menti, insieme al cielo ed alle stelle curiose, che parevano sorriderci, ci teneva sospesi tra terra e volta celeste.
La barca sotto di noi fungeva da enorme amaca e galleggiava in un vuoto fisico ed emotivo. Dondolava, quasi fosse appesa da una magica fune che teneva la poppa sul monte della Croce, dietro Porto Azzurro e la prua verso l'orizzonte che dava l'impressione di essere curvato verso l'alto, come se il mare fosse lievitato oppure fosse calato il cielo, da quella parte.
« Non è un tempo l'anno luce, vero? » ripeteva Nereo rivolgendosi al firmamento.
Io ero sotto l'effetto dell'incantesimo di quel momento che stavo vivendo, e le parole mi arrivavano ovattate, sommesse, lente come poteva esserlo la velocità delle mie reazioni mentali rispetto alla velocità della luce, usata come metro di paragone per definire quegli spazi infiniti.
Sapevo che era diretta a me, quella domanda, ma non avevo fretta di rispondere.
Avrei spezzato la magia. E poi pensavo che Nereo non volesse una risposta immediata, ma volesse godersi la grandiosità di quel misterioso quesito.
Tutto era magia. Le parole di Nereo, la sua saggezza, la sua grappa miracolosa, il mare che amavamo tanto.
E poi il mistero, almeno per me, dell'universo. E un silenzio maestoso, padrone di noi e di tutto quel che ci circondava.
Sentivamo come una musica, in quel silenzio. Una musica dolce, melodiosa e soffusa, appena accennata. La musica delle cose. Una dolce suadente musica che non si spegne mai.
La brezza, lo sciacquio delle docili onde, il crepitio delle stelle che s'accendevano e si spegnevano come sull'albero di Natale, il battito del nostro cuore sgomento, il respiro intervallato da lunghi sospiri: erano queste le note.
Nereo pareva piangesse ed io lo accompagnavo nella sua commozione. Forse era l'effetto della grappa, ma in terraferma non era mai accaduto.
Mi veniva in mente il Leopardi e non solo per la sua poesia, L'infinito, la mia preferita insieme a Soldati, di Ungaretti, ma anche per quella frase che il poeta infelice per antonomasia aveva detto in un giorno di tregua filosofica: si può trovare un po' di felicità anche nel pianger senza motivo.

« No, Nereo, non è un tempo l'anno luce », rispondevo io meccanicamente tenendo gli occhi sbarrati e fissando il cielo, « ma questo lo sai meglio di me».
Lassù sembrava ci fosse in atto un superbo gioco di luci. Luna, stelle, aerei che lampeggiavano e quelle improvvise esplosioni di luci variopinte, create dall'effetto della grappa che offuscava un po' la vista.
« Bevi amico mio » dicevo a Nereo porgendogli la bottiglia ed asciugandomi la bocca, con la lingua sulle labbra, e pulendo il collo della bottiglia con la manica della polo.
L'aria era fresca, pur essendo in agosto. Ma tutto era calore. Se tremavo, era per paura. La paura di non riuscire a sopportare quella bellezza esagerata. Brividi e pelle d'oca, quelle erano le sensazioni. Mare e cielo fusi insieme: una bellezza difficile da accettare con leggerezza. Era armonia, la più perfetta delle bellezze.

« Il maestro che fa domande al suo allievo » aggiungevo io, proprio mentre lui si portava la bottiglia alla bocca.
Dopo una breve pausa, la sua voce rompeva il silenzio:
« Volevo controllare se sei ancora su questa terra, Ermanno. Certo che lo so cos'è l'anno, e anche la luce», e mentre diceva questa cosa io lo immaginavo ridere in cuor suo perché sapevamo entrambi che non avrebbe mai capito l'anno luce, o meglio non avrebbe mai accettato una spiegazione cosi arida e tecnica.
Avevo quasi quarant'anni e lui aveva passato da un po' gli ottanta. Eppure non si sarebbe detto. Io avevo già qualche capello grigio, sulle tempie, mentre lui era ancora come un ragazzo, tutti i capelli ricci e neri e la dentatura perfetta. Solo dagli occhi capivi l'età, ma non nel senso che era vecchio. No, che era giovane, in tutto. Giovane nel corpo e nella mente, giovane dentro, come lo è chi ama il mare quanto lo amava lui.
Forse ero io il più vecchio, e Nereo mi stava insegnando a ringiovanire. Se non t'innamori, come puoi essere giovane, mi diceva spesso. Innamorarsi vuol dire sorprendersi e questa cosa solo un animo giovane può sentirla. Ed io mi stavo innamorando del mare di notte, al largo, in casa sua, dove lui è padrone del mondo.

« La luce ha una velocità enorme, Nereo. Eppure ci mette otto minuti per arrivare dal sole fin sulla terra. Non è poi tanto veloce...Oppure si può pensare che è lontano il sole...appunto, è lontano otto minuti luce» mi illudevo di portarlo a fargli accettare che in un anno la luce avrebbe percorso una distanza enorme, centinaia di migliaia di volte la distanza che ci separa dal sole.
Io cominciavo già a fare calcoli. Mi chiedevo quante volte in un anno stessero i famosi otto minuti ed ero sulla via che erano quasi otto in un'ora e circa duecento al giorno. In un anno, quindi...
« Lascia stare, Giacomo...ho capito. La luce insomma è una tartaruga, rispetto al pensiero. Quello può fare migliaia di anni luce in un niente...» e con quella frase mi metteva nuovamente in sintonia con quello spettacolo che avevo innanzi.
E' per questo che dicevo sempre che Nereo era un filosofo; di vita, certo. Ma la filosofia non è lo studio dei perché della vita? E mi sa tanto che lui ne sapesse parecchi, di questi perché.

Come posso dimenticare un amico speciale come Nereo.  Quando avrei fatto un'esperienza come quella, se non ci fosse stato lui. Mai.
Una notte in mare in quel modo, abbandonando il corpo e la mente alla vastità delle cose: che storia.
Chi avrebbe potuto insegnarmi ad offrire me stesso, anima e corpo, alla grandiosità del creato?
In quel modo poi. E pensare che tutto è così a portata di mano, e per tutti. Basta vincere qualche resistenza, qualche paura...
Quante altre volte sono stato in mare di notte; non potrei contarle. Ma ogni volta c'era da fare qualcosa.
Una donna, un viaggio, la pesca, anche un'immersione...mai che abbia ripetuto quell'esperienza unica del dare sé stessi all'immensità del mare e del cielo, di notte, in una magica notte stellata di luna piena, quasi fosse un rito. Non l'ho più fatto. E forse è anche per questo che mi manca tanto, Nereo.
Prima di morire devo farla provare a qualcun altro, questa magia. Va tramandata, diamine.
Ancor oggi, se mi capita un delfino che soffia, in una notte come quella, magari dedicata alla pesca, mi vien da pensare a Nereo ed alla sua saggezza, alla sua giovinezza interiore ed ai suoi grandi insegnamenti, il più bello dei quali è tutto nella sua storica frase:
« Innamorati, Giacomo, innamorati ogni giorno...di qualunque cosa. Guarda quei gerani, e quella barca, il nostro mare, questo cielo stellato,questa piazza, il caffè, la gente. Guardati intorno e ne trovi di cose per le quali vale la pena di vivere. »
Ciaociao Nereo. Una di queste sere vengo in mezzo al mare e ne parliamo. Magari stavolta tu sarai di fronte, sull'altra sponda, non di fianco a me sdraiato a pagliolo.
Ma sarà bello uguale, come dicevi tu con quel bell'accento toscano che ti usciva di bocca delicato più che un fiore. Forse anche più bello. Solo che mi mancherà la tua grappa, i tuoi occhi e le tue domande che avevano già la risposta. Anzi, forse la risposta sarai proprio tu a darmela, stavolta.

Quella notte resterà dentro di me per sempre, insieme al mio amico Nereo e a quella poesia che scrissi mentalmente, sdraiato sotto un cielo di stelle e con la luna che ci guardava stupita, quasi fossimo due matti.
E' proprio vero che, pur non credendoci, si può vivere la vita come un perenne miracolo.

Luna senza i falò

Nei tuoi occhi, Nereo
stelle fitte fitte
un bel tetto
per il mare di notte.

Mi perdo nella tua saggezza
e nella mia vulnerabilità
che la luna mi sussurra
in un alito di brezza.

E nel fischio di quel delfino
e nel cielo stellato
mi sento piccola
imperfetta e minuscola
immensità del creato.

*

Noi uomini non saremo mai come voi donne

Mi alzo. Vado a farmi un goccetto, intanto che lei è appisolata.
Devo trovare un asciugamano per coprirmi; non vorrei che s'accorgesse che ce l'ho sempre duro. Farei la figura del morto di fame.
Duro, oddio. A mezz'asta. Sempre pronto, però. Diciamo che ho un certo appetito.
« Dove vai tutto nudo, Ermanno. Copriti... dio mio, che schifo mi fai. »
Porca vacca, è sveglia. Ma perché le faccio schifo?
« Ti faccio schifo?... io o il mio cannone, Gioia, o come ti chiami. »
« Giorgia. Te lo sei già scordato, il mio nome. Non ti piace? »
« Sì, mi piace. A me piace tutto. Ma a te, cos'è che fa schifo? »

Eccoci alle solite. Un'altra che viene a letto tanto per scacciare la noia di un'esistenza senza senso ma che, in ultima analisi, non ha capito se è frigida, lesbica o se le piace il pisello odoroso.
L'ho incontrata all'Odeon, un whisky bar della periferia di Trieste. Un locale infimo, con una specie di discoteca attigua. Anche le sedie hanno l'odore del sesso.
Ci trovi di tutto: prostitute dell'est, sloveni che spacciano, marinai alcoolizzati di tutto il mondo. Lo conosco da quando ero ragazzo ed ho sempre rimorchiato, in quel posto di merda. Gioco in casa e mi muovo con disinvoltura.
Mi tengo rigorosamente distante dalla droga ed invece mi avvicino paurosamente al bicchiere. Senza eccedere, diamine. Una grappa friulana, di quelle come dio comanda, oppure un buon whisky, che non sia blended, però. Tassativo.
Quando penso a come mi sono ridotto, da quando Giuliana mi ha lasciato, mi viene alla mente quel detto friulano:Ancje il diaul al 'ere un àgnul tal imprin, vale a dire che prima di diventare diavolo anche lui era un angelo, come tutti noi poveri uomini assetati di gnocca.

« Allora, sono io che ti faccio schifo o il mio cannone, gioia? »
Anche Giuli era freddina come questa Giorgia. Possibile che siano tutte così le donne? Fanno e disfano ma veramente l'amore non lo fanno mai, fino in fondo. Manca la voglia, la passione. Insomma, manca qualcosa, anche se non so bene quale sia, questa cosa. Un bel mistero.
Noi non siamo cosi, lo giuro. Basta l'odorino di un pelo, una mutandina appena sbirciata, anche un'occhiata languida di una bella moretta, e ci sciogliamo come neve al sole.
Ho detto moretta perché qui a Trieste sono tutte stangone bionde; dimmi dove le butti, però...
Proprio cosi; non è una metafora quella della neve che si scioglie. Diventiamo liquidi dentro e duri fuori quando siamo in presenza di ciccina. È come se tutto quello che avevamo di duro nell'anima passasse all'uccello per lasciar dentro solo il tenero. Un torrone molto speciale, insomma.

« Ma è lui, sciocchino, che mi fa schifo. A vederlo cosi nudo mi passa la voglia. Non è un bello spettacolo. »
Ecco, che vi dicevo? Non è un bello spettacolo. Ma si può: che frase è?
Qui serve una premessa. Intanto io sono molto più bello di lei, anche se è una gran gnocca. Poi il mio cannolo: un bijou. Me lo invidiano tutti gli amici. Proporzionato, scattante e pronto all'uso. E poi rosa, di colore e di fatto, nel senso che non appare come immagine traumatica. Un po' come la crocifissione " in rosa" di Henry Miller.
Non è il solito randello marrone scuro, un lugubre affare che sembra un legno vecchio ancor prima d'aver lavorato a dovere. Se il mio gioiello fa schifo allora non ne troverai uno che ti piace sul resto del pianeta terra, cara. Se a me facesse schifo la ciccia chiederei la pensione e mi ritirerei in ospizio a giocare a scacchi contro me stesso.
Lo dicevo io; noi uomini non siamo così. Non fa schifo nemmeno ai gay che bazzicano l'Altro Senso, la prugna. Al massimo la ignorano. Diciamo che possono essere degli agnostici della materia, poco interessati, freddini al fascino della gnocca.. Ma schifati mai, via! La ciccia è ciccia, un'istituzione che non può essere messa in discussione.
Ammettiamo pure che noi uomini siamo peggio di voi donne, in tutto e per tutto; non mi costa niente ammetterlo. Io poi che vi amo alla follia e accetterei pure di essere sodomizzato, da una donna, non posso che confermare come e quanto siete brave e buone.
Ma ammetterete che a noi, se solo ci fai credere che prima di morire ce la farai annusare, leccare, o anche semplicemente vedere, ci mandi in brodo di giuggiole. Siamo capaci di aspettare per anni restando in ferma come un cane da caccia. A me Siriana l'ha promessa venticinque anni fa e sto ancora aspettando. Sempre in tiro.
« Prima o poi te la do...», mi dice sorridendo quando la incontro. A me, quel sorriso basta.

Quando avevo diciotto anni, venivo un po' ancora prima di spogliarmi. Godevo già al pensiero di godere nel far godere voi che invece non godete mai..
Era una goduria al cubo, quello matematico, non quello delle discoteche.
Avevo sempre le mutandine umide. Fatta la prima, era come se fossi alla seconda. E fatta la seconda chiedevo regolarmente di ripartire.
Ho iniziato cosi, a bere. Un goccetto, a quei tempi di grappa forte slovena, per farmelo ammosciare un pochetto. In quel modo l'amore durava di più, altrimenti venivo come un fulmine. Non c'era gusto, né per me né per lei.
Poi è venuta la stagione del vinello, magari un buon riesling. Ora basta una camomilla. E' sufficiente evitare la caffeina e mi rimane a mezz'asta come si conviene.

Quel giorno che mi farà schifo vedere una bella fragolina nuda, con o senza pelo, allora vorrà dire che è giunta l'ora. Non di morire; troverò qualcos'altro da fare, a malincuore, ma certo dovrò appendere al chiodo le mie voglie di sesso.
Mi metterò a giocare a bocce, a carte o a scrivere, come fanno tutti quelli che non hanno una bella scopata da farsi.
Con le dovute eccezioni, ovvio. Quelle dei miei lettori e di pochi grandi della letteratura che sanno fare entrambe le cose. Beati loro, credete a me. Grandi!
Allora mi metterò a cantare dell'amore, a sognare, a ricordare. Scriverò poemi e mi spaccerò per esperto in affari d'amore. Si dice così, giusto? Chi la sa la fa, chi non la sa la scrive, o la declama.

« Come ti fa schifo, gioia... ma se abbiamo fatto l'amore due ore fa? Vuoi dire che ti ho forzato la mano? », cerco di difendermi io.
Certo, mi ero accorto che chiudeva gli occhi quando mi spogliavo ed anche quando le ho passato la lingua sulle sue intimità; ma pensavo che stesse godendo, cazzo.
E poi, diciamoci la verità: ma questo benedetto orgasmo quand'è che ce l'hanno?
Anche Giuli mi diceva basta, e non si era neanche bagnata. Noi siamo più limpidi, via.
Se uno viene senti la natura che esplode, insieme all'orgasmo. Puoi trovare mille ed una metafora, per descrivere la gioia provata in quel momento.
Cascate del Niagara, vulcani in eruzione, fiumi in piena, geiser di vapore caldo, schizzi di pistole ad acqua ( tra i quattordici e i sedici anni), cannonate d'amore( nella stagione delle mele), esplosione di mortaretti nella mezza età e tante ancora, fino ad arrivare allo scoppio attuale della bottiglia di moscato dolce che fa almeno pufff... ecco, li siamo arrivati al capolinea ma sempre un tantino frizzanti, anche se a bassa gradazione erotica.
La donna invece, sotto questo ed altri aspetti, è un mistero. Tipica la domanda, sempre nostra, mai loro:
« Ti è piaciuto, cara? »
Sì, perché il fatto che sia piaciuto a noi, è scontato. Quell'urlo finale, anche se a volte soffocato ma ripetuto, è di per sé una garanzia. Per imitare un malato terminale affetto d'asma con enfisema polmonare basta registrare la nostra respirazione nel momento dell'orgasmo. Loro, anche se tentano di imitarlo quel rantolo comatoso, e lo fanno per farci piacere ed illuderci che siamo una potenza, di questo gliene do atto, non ci riescono nemmeno lontanamente. A fingere, dico.
La loro frase, delle donne intendo, tipica in certe situazioni, è:
« Sssttt...piano, non gridare, ci sentono. »
Ma cazzo, cosa vuoi che me ne freghi se mi sentono. Davvero.
Non capisci che sono in uno stato di semi incoscienza, incerto tra la vita e la morte, lanciato come San Giorgio contro il dragone dell'impotenza? Se mi imponi di trattenere l'urlo è come se portassi via dalla bocca aperta di un bambino un gelato al cioccolato, mentre lo sta succhiando avidamente.
Ma insomma, perché non volete capire che per un uomo avere l'orgasmo è una questione d'onore?
E la finezza è questa: noi abbiamo l'esigenza di dimostrarvi, o farvi credere, che siete una strafiga e ci avete arrapato. Per farlo ricorriamo anche ad alcuni trucchi: pensierini cattivi, immagini viste chissà dove, sogni ricordi e riflessioni. Non quelli di Carl Gustav Jung.
Mai avuto, nella mia lunga vita, una donna che si lasciasse andare come noi uomini. Mi dicono che esistono e vengono chiamate ninfomani. Tutto sbagliato: sono donne normali quelle, anzi uomini, come noi. Mi sento omosessuale, in questo caso. Se ne conoscessi una la sposerei.
Sicuramente si eccitano solo al pensiero, come noi. E poi amano odori, umori e sapori del corpo e sono disposte a scambiare con lui tutto quello che c'è a disposizione sulla tavola imbandita.
Un bel baratto in piena regola, democratico. Io te la do e tu la prendi e mi dai l'altra figurina, in cambio.
E se son francobolli lecca tu che lecco io, baciami qui ed io rispondo là. Sopra sotto davanti e dietro: una vera democrazia geometrica. Viva Euclide in tutte le sue manifestazioni. E la partita, o lo scambio, è sempre alla pari. Nessuno vince, nessuno perde e tutti sono contenti. Ma non è uno zero a zero. No no, è piuttosto un tanta goduria a tanta goduria.
Escluderei solo il triangolo: Pitagora non mi era simpatico. A meno che: se i due lati fossero due di voi, vabbè, si potrebbe fare. Certo che se non riesco a farne godere una, con due chissà che disastro. Se poi si coalizzano potrebbero anche menarmi. No, niente triangolo.

Adesso che mi appresto a tornare a letto, dopo che mi sono coperto per non farglielo vedere, il mio gigetto, e mi accingo a farmi la seconda con una voglia di ciccina ancora più grande di prima, sono sempre più convinto di una cosa: noi uomini non saremo mai come loro.
E me lo conferma uno sbadiglio che Giorgia cerca di nascondere dietro l'abile mano, mentre io mi tuffo sotto le lenzuola in cerca di umidi boschi ombrosi. Ti ho visto Giorgia, sbadiglia pure. Il lavoratore dell'amore sono io, l'umile manodopera, il martire del sesso, l'altruista della goduria. Tu dormi pure, o sbadiglia. Ci penso io a farmi un solitario, uno per me e l'altro per te.

*

Innamorarsi ogni giorno

Innamorarsi ogni giorno

C'è stato un periodo della mia vita durante il quale amavo dialogare con persone molto più anziane di me. Ne sentivo il bisogno. Pensavo forse di avvicinarmi al mistero dell'esistenza, chissà.
Fra queste, un mio grande amico: Nereo.
Era una persona speciale, non solo per me. Chi lo ricorda lo piange sempre, anche dopo anni.
Ora lui è morto, ma sarebbe contento se leggesse che lo considero un filosofo.
No, non in senso classico. Lui non è stato un cultore della sapienza e nemmeno un ricercatore della verità; quella assoluta, perlomeno.
Diciamo pure che sapeva prendere la vita per il verso giusto e riusciva a viverla con “filosofia”, come si usa dire dalle mie parti.
Nereo abitava a Trieste, a due passi da casa mia, ma era nato in un paesino della provincia di Ragusa. Il nome gli era stato dato dalla madre, che amava la mitologia greca e latina e desiderava che il figlio diventasse un marinaio.
Aveva una grande considerazione per sua madre, e così l'accontentò.
Dopo aver girato in lungo e in largo per il mondo, a bordo di navi di ogni tipo e stazza, si fermò a Trieste e, fra le tante cose che faceva, aprì anche una scuola di vela che chiamò: Vento in poppa.
« Ermanno, devi innamorarti ogni giorno », mi ripeteva spesso quando uscivamo in mare per la solita lezione.
Quando mi vedeva giù di tono, avvilito, demotivato e stanco allora rincarava la dose:
« Innamorati, Ermanno, innamorati ogni giorno e vedrai quant'è bella la vita. »
Io lo guardavo con gli occhi umidi perché erano i suoi occhi scuri, sempre liquidi di passione, che mi intenerivano.
Nereo era un bell'uomo, anche a settant'anni. Piccolo ma proporzionato, capelli ondulati e leggermente brizzolati, pelle scura da marinaio navigato ed un viso angelico sul quale risaltava una dentatura perfetta e due occhi quasi neri, vivaci e curiosi come quelli di uno scugnizzo.
A volte avevo voglia di abbracciarlo e stringerlo al petto per fargli capire quanto gli volessi bene.
« E di cosa dovrei innamorarmi, Nereo? », gli rispondevo laconico, quasi assente.
Dovevo avere un'aria disarmante mentre gli facevo questa stupida domanda.. Eppure lui non si arrendeva, si faceva venire lucidi gli occhi con una pratica tutta sua di auto commozione e mi guardava fisso, come per scavarmi dentro. Io mi ci perdevo in quegli occhi.
Poi, al pari di un treno che sbuffa, ma non si ferma mai, aggiungeva con calore:
« Innamorati, ogni giorno. Di qualunque cosa, Ermanno. Non ha importanza. Io mi innamoro del mare, del vento, di questa bella piazza, del nostro bar, della barca, del porto , dei fiori su quel balcone. Guardali, non sono i miei preferiti, ma un mattino mi sono innamorato di quei due gerani, uno bianco e l'altro viola. Stanno bene insieme. E poi ci si innamora anche di una donna. Non è male.»

Avevo ricominciato a prendere gusto alla vita ed anch'io cominciavo ad innamorarmi, sempre più spesso. Non proprio tutti i giorni, ma insomma.
La vicenda del mio tentato suicidio, durante un lancio col paracadute, era ormai morta e sepolta. Mi ero convinto che dovevo viverla fino in fondo la mia vita e facevo di tutto per assecondare questa legittima aspirazione alla felicità.
Potevo mettere all'attivo una spiccata simpatia per un gabbiano, Pippo, che zoppicava ad una zampa quando camminava sugli scogli; vecchio segno di una sassata del solito ragazzaccio.
Mi ero invaghito di gatti e cagnette, avevo messo gli occhi su un gozzo in legno che mi piaceva da morire ed ero fortemente interessato ad allacciare una relazione con la cassiera del bar caffè San Marco, unica moretta in mezzo a tante bionde.
Un mattino che andai presto in mare a pescare occhiate con Nereo, mi innamorai di una stupenda alba. Non l'avevo mai vista dal mare e solo allora capii come molti potessero innamorarsene. Capii un po' di più il mare ed i marinai.
Poi fu la volta di un magico tramonto, e persino di una giornata di pioggia.
Della bora invece non mi innamorai mai, anche se lei mi faceva un'assidua ed invadente corte, abbracciandomi e scuotendomi.
Ma il gran giorno doveva venire; ero maturo per godermi le bellezze del creato. Tutte, senza esclusione di genere, razza, famiglia o specie.
E la magia accadde in cielo, durante l'ennesimo lancio.
Quel mattino sul Cessna della scuola di paracadutismo eravamo in parecchi. Quasi tutti istruttori e qualche veterano, con trascorsi militari a Pisa.
Io socializzavo poco con i miei colleghi, anche perché non sono mai stato il tipo del superuomo, pur essendo seguace del grande Nietzsche ed avessi letto parecchio di lui e fossi interessato al suo concetto di Volontà di potenza, che conduce all'Oltreuomo.
E poi avevo iniziato a fare paracadutismo, anni prima, solo per darmi la possibilità di togliermi la vita in modo spettacolare. Non per altro.
Ora che ci penso, mi vengono i brividi. Nemmeno tanto, però.

Dunque mi ero lanciato quasi per ultimo, come mio solito, per dimostrare che avrei aperto il paracadute in ritardo e solo dopo aver raggiunto tutti quelli che si erano buttati prima di me.
Un mio vizio, lo ammetto. Forse volevo stupire, chissà.
Ero in posizione a braccia chiuse per offrire la minima resistenza all'aria. Un chiodo umano che penetra in un fluido, anziché nel legno.
Rannicchiato come un rapace che si getta sulla preda e che quindi lo vuole raggiungere nel minor tempo possibile, mi sentivo nello stesso tempo libero dai pensieri non avendo alcun ché da ghermire. Parecchi avevano già aperto il paracadute e, uno dopo l'altro, li stavo superando.
Ad un tratto passai vicino ad una donna. Seppi dopo che si chiamava Giulia e che anche lei era un istruttore di paracadutismo ad ala.
Ancor oggi non so come avessi potuto capirlo, che era una donna ; forse dai suoi corti capelli che sbucavano appena dal caschetto o dalla tuta che indossava, nera come le altre ma con originali inserti color fucsia. O dalla grazia della sua posizione.
Ormai ero sotto di lei cinquanta metri quando sentii l'impulso di rallentare. Mi aprii a ragno e tentai pure di voltarmi, per vedere se mi aveva notato. Era cosi. Si avvicinò a me e mi guardò. Dunque aveva avuto l'intenzione di raggiungermi perché si era chiusa fino alla mia quota e poi si era aperta, restando vicina a me, alla stessa mia quota.
Grande sensazione quella che provai. Un momento magico, una vibrazione, quasi una musica nello spazio. Il rumore del silenzio.
La guardai negli occhi e le mandai un bacio. Mi ero innamorato. Non dico che fosse amore; quello non so proprio cosa sia, dopo quel che mi è successo. Ma il palpitare improvviso, il senso di calore che saliva alla testa e la gioia di scendere con lei, come due rondini di mare, mi aveva preso.
E, in quel meraviglioso momento della mia vita, non potei fare a meno di pensare a Nereo, che era morto da poco, e gli dedicai uno dei più bei pensieri della mia esistenza. In quel pensiero c'era un grazie e c'era un ti voglio bene, Nereo, vecchio lupo di mare e maestro di “filosofia”.
Atterrati, io e Giulia ci presentammo e lei, che aveva un colorato sorriso che mi ricordava i gerani bianco e viola, mi disse carinamente:
« Sei pazzo? Ti avviso:vado matta per i matti.»

*

Un incubo in rosa

Ieri sera ho finito di leggere per l'ennesima volta il più bel romanzo autobiografico scritto da Primo Levi: Se questo è un uomo.
Ogni volta che leggo di quella terribile esperienza è come se fosse la prima.
Di conseguenza mi emoziono come un ragazzino, e non me ne vergogno.
Mentre leggevo le ultime pagine, il destino volle che sul mio iPod scorresse il file di una canzone scritta da Francesco Guccini ed eseguita dall'Equipe 84:
« Auschwitz».

Son morto ch'ero bambino,
son morto con altri cento
passato per il camino e adesso sono nel vento ….

Ad Auschwitz c'era la neve,
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d' inverno
e adesso sono nel vento...

Ad Auschwitz tante persone,
ma un solo grande silenzio...


Di notte poi ho fatto un sogno o meglio ho avuto una specie di incubo, con esito finale positivo, però. Un incubo in rosa, lo avrebbe chiamato Henry Miller.
Ero una particella microscopica di cenere sputata nel vento gelido di Auschwitz dalla torre di raffreddamento di un forno crematorio.
Mentre mi mescolavo ai fiocchi di neve avevo la netta sensazione di essere stato un bambino perché avevo voglia di giocarci, con quei minuscoli capolavori della natura
che fanno felici tutti i ragazzi del mondo. Non solo i ragazzi; anche gli adulti.
Dunque, mi ritrovavo a saltellare fra i fiocchi di neve ed ero spinto in alto dal caldo vento del forno. Non so per quale magia non riuscii a mescolarmi a nessuno dei fiocchi che mi circondavano e, in men che non si dica, mi ritrovai a cavalcare nuvole di ogni forma nell'alto dei cieli. Ero sola. Le altre particelle erano cadute per terra in mezzo alla neve fradicia, quasi sciolta dal calore del forno, a formare un pantano giallastro. Che brutta fine, povere particelle di cenere.
Io invece, più fortunata, saltellavo da un cirro ad un altro e poi venivo di nuovo portata via da una folata di vento che, forse, mi aveva preso a cuore.
Aveva certamente deciso di rendere meno traumatico il mio distacco dal mondo facendomi visitare le bellezze del creato. In particolare la meravigliosa volta celeste.
Certo non era facile per me dimenticare i miei genitori, i nonni cosi teneri ed i miei compagni di giochi, anche se i ricordi erano sfumati.
Ed infatti passai un tempo imprecisato nel cielo, incerto tra il sorriso ed il pianto, felice e disperato allo stesso modo.
Tutto sommato non era così doloroso quel mutamento improvviso ma una cosa mi rodeva dentro; non riuscivo a trovare le mie origini, cosa necessaria per poter riposare in pace.
Più il tempo passava e più mi rendevo conto di non sapere chi ero esattamente, da dove venivo.
Quale fosse stata la mia storia, non mi era dato sapere, esattamente, anche se lo intuivo. Avevo vaghi ricordi della mia infanzia, che era stata felice e spensierata.
Di questo ero sicuro. Ma per il resto in me c'era un vuoto.
Piangevo anch'io, insieme alle nuvole, quando la pioggia cadeva copiosa sulla terra.
Gioivo con il sole o con i colori dell'arcobaleno, quando ritornava il sereno.
Tuttavia avevo in me un senso di incompiutezza, tipico di una vita stroncata, di un romanzo non finito, di un amore spezzato. Mi sentivo una cosa, un essere inanimato, un vegetale o un minerale.
E cercavo il mio luogo dove riposare in pace. Con me stesso e con i miei persecutori che, tuttavia, non riuscivo ad odiare, avendo fatto un trapasso improvviso.
Poi finalmente venne il giorno ed una goccia d'acqua più grossa delle altre riusci ad imprigionarmi.
Stavo bene li dentro. Mi sentivo protetto. Volevo riposare e mi addormentai.
Quando la goccia si posò su un filo d'erba, ai piedi di un pioppo canadese, mi accorsi che, piano piano ma con avidità, venivo risucchiato dalle radici di quella pianta che aveva l'esigenza di crescere.
Ero caduto in un campo nel quale erano stati piantati alberi destinati a produrre cellulosa e fibre per una cartiera.
Me ne accorsi solo dopo anni di convivenza con uno dei rami più belli del pioppo.
Ormai facevo parte di quell'albero. Ero tornato sulla terra con un'altra funzione.
Mi sentivo a mio agio, non soffrivo di solitudine o di malattie. Le radici mi fornivano la linfa necessaria alla mia sopravvivenza ed in primavera mi coprivo di foglie. Non avevo nemici. Forse sarei finito di nuovo in un camino ma, in quel caso, sarebbe stato meno traumatico.
Tuttavia, pur con la serenità che può avere una particella dell'universo, mi sentivo un corpo estraneo in quel vegetale.

Tutto questo tormento finì quel giorno d'ottobre, quando il campo di pioppi fu completamente tagliato.
In poche ore mi ritrovai macinato insieme a miliardi di particelle e capii che ero in una grande vasca colma d'acqua, legno e stracci.
Ero destinato a diventare carta, e ben presto lo diventai.
Ero finito al centro di un bel foglio bianco ed aspettavo che qualcuno mi sporcasse d'inchiostro, magari raccontando la mia storia.



Mi sveglio quasi di soprassalto eppure non sono agitato. Ho vissuto questa terribile avventura con un certo malessere, ma in fondo sono contento che sia finita così.
Istintivamente vado a cercare un quaderno, di quelli che usavo alle elementari e, dopo una breve ricerca, ne trovo uno di quarta sul quale scrivevo i miei temi.
Strappo uno di quei fogli ingialliti e m'illudo che al centro ci sia quel ragazzo, una minuscola macchiolina nera prigioniera della carta. Lo stringo fra le mani con una certa commozione ed inizio a scrivere l'abbozzo di quel sogno.