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Raccolta di testi in prosa di Giulia Archer
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Storia di Luna

Luna era nata in un letto di ottone, quello stesso che avrebbe accolto l’agonia del nonno, nella stanza sopra il tinello della casa della nonna.  Dopo due mesi nel ventre di sua madre aveva tentato invano di tagliare la corda, ma poi era stata il parto più facile di cinque. “Eri lunga e stretta come una salsiccia”.
Per quella grande casa in cima alla collina, per il giardino, l’albero di Giuda, i pulcini, i cani, le scalette che scendevano fino in città, aveva conservato una calma e intangibile passione.  Era il luogo delle origini, il corrispondente sentimentale e arcano del luogo del compimento, dove si trovava ora.
Due luoghi in cima a una collina, dominanti la città o la valle, intrecciati nel tempo da un medesimo sentimento di nostalgica appartenenza.
Il tinello, adiacente alla grande cucina dove i bimbi erano male accetti, stava al centro della casa e della vita, come ora era il centro della casa quella grande cucina illuminata solo dal fuoco nel camino.
Al centro del tinello della nonna, un’immensa tavola coperta da una tela incerata scozzese nei toni vecchio crema e rosa stinto, accoglieva tutta la famiglia per i pasti, le partite di scala quaranta, la lettura, le chiacchere, i litigi.
Solo il nonno l’occupava in permanenza, fino a tardi la sera, seduto a capotavola col suo mazzo di carte appiccicaticcio di sudiciume accumulato in anni di solitari sgranati lentamente, ora dopo ora.
Era il suo rosario personale, la sua droga per sopportare la vita, semi-paralizzato dall’arteriosclerosi che la medicina di allora non aveva ancora sufficientemente isolata dal resto dei malanni per curarla efficacemente.
Quando usciva – raramente e solo il mattino – attaccava la salita con una lentezza sconcertante per andare al paese, a bere l’aperitivo al bar. I bimbi, naturalmente sadici, lo chiamavano dalla porta di casa solo per vederlo girare lentamente su se stesso (non poteva torcere il busto) e sentirlo gridare “Cosa?”. “Niente, niente nonno!” e scappavano in casa ridendo.
Dal giardino della nonna una scala stretta di pietra affiancata da una siepe di lavanda alta e diritta portava giù al giardino delle zie, che erano in realtà cugine, e abitavano d’estate e le feste comandate una casetta magica di vecchi mobili ottocenteschi di poco valore perchè quelli belli stavano a Milano. La casa si chiamava “La Quiete”.
La casa della nonna aveva due terrazze immense: una davanti alla cucina, al tinello, alla sala da pranzo; l’altra davanti al corridoio dei ritratti e al salotto chiuso. Le due terrazze erano congiunte da un terrazzino più piccolo, davanti al vestibolo che una vetrata gigantesca affacciava al cielo e alla città, in basso. I ritratti erano quelli di D’Annunzio in piedi accanto a un aeroplano e altri personaggi più o meno famosi che avevano offerto fotografie con dedica al nonno. Di fronte ai ritratti, su una parete cieca, troneggiava una cassaforte.
Il nonno costruiva aeroplani. Indirettamente, s’intende, visto che non poteva camminare. Luna l'ha visto alcune volte partire per il lungo viaggio dal tinello al telefono nel corridoio dei ritratti con in mano dei foglietti di velina colorata azzurra o gialla fitti di scrittura minuscola.
Nel tinello, in alto, verso strada, c’era una finestra protetta da una griglia (contro i ladri) che serviva a battere tre colpi contro il vetro per avvertire chi si trovava in tinello che si stava arrivando.
Dal tinello una scala di legno ripida e buia saliva nella stanza dove Luna era nata, dove il nonno è morto.
Il nonno è stato il primo morto che ha visto. Dormiva. Solo la quantità di gente che circolava per casa dava l’impressione di un evento straordinario.
La vera tragedia, sono stati i ladri. Una mattina un vai e vieni inusitato di zie, zii, cugini, nipoti avvolgeva rumorosamente la nonna in lacrime: la notte c’erano stati i ladri e adesso la nonna doveva disegnare per la polizia tutti i gioielli rubati. Non ne ha più rivisto uno. Tutt’ora Luna non sa quanti fossero, come fossero, se fossero antichi e preziosi. Ma dalle lacrime della nonna si direbbe di si’.
Oltre il cancello del giardino, uno spiazzo di ghiaia serviva a girare la macchina, altrimenti eri li’ per sempre! Perchè la stradina che portava già alla casa era talmente stretta che Luna chiudeva gli occhi dalla paura che si sfiorasse il muretto e al dilà del muretto il vuoto. La nonna aveva circondato di fiori lo spiazzo, zinnie multicolori, iris e margherite “se no è triste” e in fondo a sinistra, davanti alla porta del pollaio, chiudeva la vista dalla strada una siepe di mahonie spinose da cui ogni anno per la festa dei morti si coglievano rami fioriti da portare al cimitero dove la tomba del Checco, morto a dodici anni di setticemia per un errore diagnostico, non aveva lapide, ma solo uno strato di ghiaietto che la nonna teneva pulito strappando diligentemente a ogni visita minuscoli fili d’erba e chiazze millimetriche di muschio. “Bisogna tenerla pulita” diceva, come del suo tinello dove tutti, ridendo, dicevano che si poteva mangiare per terra.
Lo spiazzo oggi è un prato “all’inglese”, anonimo, uniforme, né  fiori né pietra.
La sua prima sberla Luna l’ha presa dalla zia, quella vera, sorella della mamma, e non ricorda perchè. Ma non ha avuto un’infanzia di sberle. Di quelle fisiche, per lo meno. Quelle cosiddette morali erano invece frequenti ma a un certo punto deve essersi detta che questo era il mondo, questa la vita. Partiva nei sogni e guariva.
A Natale era festa grande: pranzo, messa, giochi di società. Alla roulette, il suo numero era il 22 nero e i fagioli che vinceva erano veri soldi. La tombola era il gioco riservato a momenti di noia, a giorni piovosi o di gran caldo, in un tentativo disperato di renderli festosi.
In giardino passeggiavano liberamente galline e pulcini e un giorno, Luna doveva avere sei anni, ne ha schiacciato uno, inavvertitamente. Ma il senso di colpa e l’orrore di quell’esserino schiacciato hanno messo radici.
Lo zio aveva spesso mal di denti e la guancia gonfia e la nonna gli metteva la pappina di lino bollente. Aleggiava in permanenza sullo sfondo il dramma di come lo zio guadagnasse dei soldi. C’é stato un periodo che vendeva calze di nylon alle impiegate negli uffici. Poi è diventato agente di cambio, agli ordini del cugino già affermato nel campo. Non si sa se sia mai diventato ricco, ma si è sposato e ha fatto sloggiare le zie dalla casetta per farne la sua. Luna ha pianto.
La nonna era molto bella e infelice e le due cose si erano corrotte in una viscerale mania della pulizia. Anche quando sono andati a vivere altrove, tornavano sempre dalla nonna d’estate, a Natale, a Pasqua.
A sei anni era la più alta della classe e desiderava ardentemente sprofondare sotto terra. Una maestra materna ma terrificante le ha tirato un giorno un calamaio. La macchia sul grembiule bianco si allargava come sangue. Era la scuola pubblica ed era in prima elementare. Poi è andate dalle suore, cinquanta metri più in là, accanto alla chiesa.
Nell’aula di terza c’era una finestrina che dava direttamante sull’altare. Suor Maria Clara parlava bene e con calma, guardandole la bocca a Luna veniva sempre in mente il riso in bianco. Aveva le mani piccole, asciutte e giocava sempre con un elastico mentre spiegava a venti bambine sperdute gli arcani della nostra civiltà.
L’ora di cucito era un incubo e in cortile cantavano “questa è la storia del serpente che vien già dal monte per ritrovare la sua coda che aveva perso un di’..” e poi facevano le scenette. Cioè le altre bambine le facevano, lei cercava al massimo di evitare. Ha sempre cercato di evitare di fare le scenette. Era più portata per le vere scenate: ribellione radicale alla bicicletta, che la terrorizzava. Urla e pianti di infelicità ignota.
Dopo lo zio col mal di denti si è sposato anche lo zio ricco agente di cambio, già anziano ma arzillo. Si è sposato con la migliore amica di sua sorella, che conosceva da quando erano bambini. Chissà cosa gli ha preso, dopo una vita da scapolo in casa con due sorelle, una matta e una maestra di pianoforte. Il pianoforte l’aveva studiato anche Luna, fino ai dieci anni: poi l’impazienza ha preso il sopravvento e ha rinunciato. La zia organizzava in casa il saggio di fine anno con rinfreschi e genitori a non finire. Ha partecipato una volta, forse due, con grande sofferenza e umiliazione, perchè gli altri bambini erano tutti figli di ricchi, mentre lei portava i vestitini regalati a papà dalle sue allieve, madri di bambole viziate che crescendo avevano diritto al vestitino nuovo.  Una volta il “saggio” l’hanno organizzato nella sala Verdi del Conservatorio, ma solo per i grandi. La zia spiava da dietro la tenda le reazioni del pubblico e per Luna, come ogni maestra, indossava il grembiule nero. Anni dopo le è stato detto che non era un grembiule, ma un abitino da sera. Per lei restava un grembiule. Del resto alcuni allievi della zia suonavano proprio bene, soprattutto la Polonaise di Chopin.
Quando è arrivata la televisione, la nonna ha preso l’abitudine di guardarla per addormentarsi: ultima barriera contro il dolore e lo strazio di un senso di colpa inconfessabile.  La nonna è sempre stata una supercorazzata, solo che ogni tanto piangeva o le sfuggiva una carezza, come un lapsus.
Con la televisione le serate sono diventate tristi: Luna non  giocava più a scala quaranta in braccio alla zia. A Milano si andava tutti a vedere “Lascia o Raddoppia?” dall’ingegnere del terzo piano. Poi la zia ha comprato la televisione al sesto piano cosi’ si poteva guardare “Carosello” e il Telegiornale e anche il Festival di San Remo. L’indomani Luna si addormentava in classe e già alle undici sveniva dalla fame perchè per riuscire a mangiare un panino durante l’intervallo bisognava prima sgomitare nella coda di ragazzi eccitati, affamati, urlanti. Rientrava in classe con la testa piena di sogni d’amore. La fuga in avanti, insomma. Piano piano costruiva il suo altro mondo. In versi. In musica. La realtà, quella consensuale, non ne sapeva granché.
Un’ "Ultima Cena" popolata di vescovi e dottori della chiesa, con tre teste di re sotto il tavolo, un gatto e un frate che porta del pane, sovrastava il grande tavolo ovale di onice della sala da pranzo della zia: per anni ha assistito al loro pasto del giovedi’ all’una in punto e ora assiste ancora ai pasti di questo altro mondo. La zia beveva a tavola un solo bicchiere di Barolo, sempre quello e solo quello, e mangiando sospirava “che fatica...che fatica...”. È morta soffocata da quella fatica, di mangiare e di vivere. Forse ha avuto un giorno di felicità, oggi è nella gioia, il suo diario è acido e amaro. Luna scappava spesso a casa della zia, spaventata da un padre collerico e ipersensibile. Anch'egli oggi è nella gioia.
Il primo dolore violento Luna l’ha provato un’estate a Cavi di Lavagna in una casa affittata per le vacanze: la mamma picchiava il suo fratellino di due anni, forse meno, seduto sul vasetto, perchè non “faceva”.
In Francia usano tutti l’espressione “ça va?” per chiederti come stai. Era la domanda rituale fatta al Re di Francia per sapere se era andato di corpo.
Attraversando il giardino pubblico per andare a scuola, a undici anni, Luna ha intravisto il primo sesso maschile tra le falde dell’impermeabile di un esibizionista: grosso, violaceo, orrendo.
Nel giardino della nonna, come in tutti i giardini “reali”, non si vedono mai le rose e le viole di Leopardi. Le rose fioriscono sempre dopo le viole, o anche: le viole fioriscono prima delle rose. Del resto non ricorda che ci fossero rose nel giardino della nonna, mentre di viole era pieno il prato in ombra sotto l’albero di Giuda.
“La donzelletta vien dalla campagna,
in sul calar del sole,
col suo fascio dell’erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e di viole,
onde, siccome suole,
ornare ella si appresta
dimani, al di’ di festa, il petto e il crine.”
Il primo desiderio sessuale, quello che è supposto dar fuoco alle polveri, inondare il ventre di calore, far perdere la testa alla vista dell’amato, ebbene, Luna l’ha provato al cinema, guardando “La ragazza con la valigia”. Non era Jacques Perrin l’oggetto del suo desiderio, ma la situazione rappresentata nel film: la spiaggia, la musica, la purezza, l’innocenza, la bellezza. La sensazione l' ha sorpresa allora, con la sua imprevedibile violenza, e la sorprende tutt’ora. La domenica, tutte le domeniche, papà cucinava: ossobuco o pollo, pollo o ossobuco. A volte invitava qualcuno: un gesuita spretato, uno studente di architettura, un padre di famiglia numerosa e cattolica, il vicino del settimo piano. Mai donne. La mamma non c’era già più. Aveva abbandonato marito e figli per seguire un uomo semplice e buono, al quale era poi rimasta fedele per il resto della sua vita.
Oggi Luna non ricorda di aver provato rancore, solo un'infinita tristezza che avrebbe poi intessuto la trama di un'indicibile nostalgia, l'ordito essendo quel mondo immaginario dove solo cio' che è bello esiste veramente, dove non c'è il tempo e il cuore conserva, commosso fino alle lacrime, tutte le cose belle in un immobile presente.
 La nonna era stata trovata priva di sensi sul pavimento della cucina: probabilmente era li' da ore e ha trascorso gli ultimi tre anni della sua vita immobile in un letto approntato per l'occasione nel salotto buono. Cosi' quella stanza proibita e sempre chiusa è servita infine a qualcosa. Tre anni a brontolare che la vicina, più vecchia di lei, "guarda come sta bene!" e a costringere chi l'assisteva a scacciare le mosche dal suo volto.  
Una volta che Luna, giovane donna ormai, era in visita dalla nonna ammalata, la zia le fece provare alcuni splendidi abiti appartenuti nonna prima che lo fosse, negli anni '30 e '40, tutti fatti su misura dalla sarta, mousseline e seta, ricami e drappeggi.  E vedendole addosso quegli abiti la nonna pianse la sua giovinezza mormorando tra le lacrime "Ti sta bene, ti sta bene".
Questo pianto si aggiunse al pulcino morto schiacciato, in un grumo di tristezza e senso di colpa.

(continua)

*

monologo

“Grazie per le uova.

Esther e Alan

P.S. questo non è un gran vino, ma è bio e fatto con amore.” Il foglietto era attaccato con lo scotch alla bottiglia, posata sul tavolo in cucina. Sono dunque passati i vicini a cui ieri ho portato delle uova. Sette galline ho, e sette uova al giorno raccolgo. Sono puntigliose. E perchè poi una storia dev’essere raccontata dall’inizio alla fine e non viceversa? Oggi regalo uova ai vicini e mi ubriaco di primavera. Preferirei morire in primavera, malgrado la canzone di Brel.

Porto sempre al collo il reliquiario tibetano d’argento con un corallo al centro e spero di potere, un giorno, metterci le mie ceneri.

E’ quello che ho pensato quando me l’hai regalato e l’assurdo ci ha messo un po’ a farsi strada nel cervello. Troppo bella l’idea di portarsi al collo le proprie ceneri.

Il buon senso é proprio triste!  Dunque una storia sarebbe quella cosa che incomincia dall’inizio e finisce con la fine. La fine di cosa? Ma della storia, perdiana! Nulla finisce, a parte la storia. Se non c’é storia, non c’é fine. Per finire bisogna che ci sia una storia.

Cio’ mi rallegra, perché alla storia non ci credo affatto. Cosi’ non finisce niente.

Se provi ad avanzare camminando all’indietro avrai un’idea di cosa intendo. Un po’ come quando in treno ti siedi contromarcia: il paesaggio si aggiunge al paesaggio (addizione). Quando invece viaggi nel senso della marcia il paesaggio sparisce e ne compare un altro (sottrazione).

Alla fine - quella che non c’é se non c’é storia – ti gira la testa e ti addormenti: se Dio vuole e se sei in prima.

Arriviamo.

Il treno annunciato in ritardo.

I vagoni indicati all’inverso.

Maree umane si incrociano (bellissimo) cercando l’1 indicato al 9 cercando il 9 indicato all’1. Il contrario mi avrebbe stupita in un mondo che marcia alla rovescia!

Ho assistito a una cena dove una giovane architetto (che ha concepito la stazione TGV di Valence che peraltro é un orrore) ha parlato per 2 ore di seguito unicamente di sé, facendo aspettare a ogni portata i suoi amici silenziosi e attenti, ma coscienti e imbarazzati.  

 

Ci sono persone che ignorano la cultura del cibo: mangiano perché si deve mangiare, riempiono il sacco e si rivolgono ad altro. Altre invece coltivano il gusto del cibo, sia come momento di convivialità, o di piacere, sia come  fenomeno estetico-culturale.

Nei due casi devi aver fede, se no non ce la fai ad essere cannibale.

Stamattina la mia cagna ha sgnaccato due canidi di quelli tascabili con le zampe sottili sottili che fanno pensare alle ali di pollo disossate che vende il macellaio della coop per farle saltate che se le prendi in mano si spezzano come grissini che ti chiedi come fanno a starci in piedi. La popolazione al mare é ricca di canidi e umani. Bellissimi vecchi coi baffi bianchi che ti dici in fondo non é poi male esser vecchi e grassocce megere cordiali e tutte denti che sorridono al tuo cane e tu al loro perché non sei mica scema e sai che se sei gentile l’altro non resiste poi vai a berti un caffé e il tavolino é talmente piccolo e traballante che al primo canide tascabile che si avvicina sgnac la cagna lo prende per un gatto o altro e ti manda il caffé zuccherato che macchia da matti sulla giacca scamosciata che anche in saldo l’hai pagata tremila franchi a Parigi che era ancora l’epoca dei franchi quindi in fondo ha fatto una bella durata quando ci abitavi e non avevi cani perché la città non é adatta e poi a lavorare non avresti potuto portarcelo. Anche se...

Insomma stamattina il caffé é sul giaccone e lei tutta fiera dei complimenti che si becca da questo e quello e soprattutto le donne: com’é bella! Che età ha? Eh, si’, caro Giacomo, secondo me ti rivolti nella tomba. Nella quale non sei perché tutto é eterno ma non bisogna dirlo perché detto cosi’ di brutto fa spavento. Mi chiedo se l’uomo non ha proprio paura di essere eterno tanto che si odia!