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Raccolta di testi in prosa di Maria Pace
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Djoser

 

Una serie di libri storico-fantasy ambientati nell’Antico Egitto

– Epoca delle Piramidi - IV Dinastia. 

Djoser, un ragazzo di sedici anni, allievo del Tempio di Ptha, Patrono delle Arti e degli Architetti, lavora al cantiere della Piramide del faraone Khafra (meglio conosciuto con il nome Kefren).

Abbandonato ancora bambino sulle rive del Nilo, viene accolto ed allevato da Pthahotep, architetto di Ptha e da sua moglie Nsitaten.

Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, lo pone sotto la sua protezione, facendo di lui una “creatura” diversa dagli altri mortali: gli permette perfino un viag-gio attraverso le insidiose vie della Duat, l’Oltretomba egizia, lungo Labirinti, Foreste del Tempo, Pehu e Kherty (Paludi e Caverne), frequentati da Demoni, Spiriti malvagi, Geni Protettori ed Anime defunte. 

La storia del ragazzo si intreccia con le vicende di un popolo unico e straordinario: scene di vita quotidiana, tecniche di costruzione di enormi strutture architet-toniche, rivalità tra caste sacerdotali, intrighi di corte…

Si affacciano su questi scenari, lungo le rive di un fiume brulicante di vita, personaggi come Mosè il Ratto, piccola e simpatica canaglia, cresciuto per strada e con un passato pieno di misteri; Osorkon di Tanis, ufficiale di Sua Maestà, arrivato dal Delta con l’inseparabile falco; il principe Thaose, nipote idealista ed anticon-formista del Faraone, sacerdote di Ptha, perseguitato dai preti di Ra e trascinato in una (la prima, nella Storia) guerra religiosa. C’è anche la dolce e bella principessa Nefer, ultimogenita del Faraone, verso cui il ragazzo è irresistibilmente attratto… ricambiato.  

Non mancano personaggi come Hetpher, Djeda o Kabaef, “grandi di magia” che, con geloso accanimento, detengono il potere del “Sapere e della Conoscenza” e non sono per nulla disposti a dividerlo con altri.

Tutti loro condurranno il lettore attraverso un percorso di magico splendore e misteriosi rituali: lo presente-ranno alla corte del Faraone, lo trascineranno lungo i sotterranei di Templi,   Sfingi e Piramidi per mostrare loro i segreti nascosti, lo inviteranno a salire sulla Barca Reale del Faraone in corteo sul Nilo, ma anche sulla Barca Solare di Ra in transito nel cielo notturno. Prenderanno per mano il lettore e lo spingeranno nel caos di un mercato faraonico e poi lo faranno sedere a riposare alle fiamme di un bivacco… il tutto, però, attraverso una rigorosa ricostruzione storica e ripercorrendo le tappe del testo sacro egiziano più famoso al mondo: Il Libro dei Morti degli Antichi Egizi - IL PAPIRO di TORINO.


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ROMA ANTICA - I Protagonisti vo. I

Roma, Città Eterna… Città senza tempo. Il modello di città conosciuto dagli antichi è quello della città-stato con forma di governo evoluta e progredita, proprio come Roma, a partire almeno dal quarto secolo dopo la sua fondazione. La crescita e lo sviluppo della città-stato di Roma fu il risultato di un processo economico e sociale lento e graduale e, come disse Cicerone: “La nostra repubblica non è stata creata dal genio di uno solo, ma di molti, né durante la vita di un uomo, ma per vari secoli ed epoche.” Molti uomini, dunque, ne furono gli artefici ed è attraverso la loro storia e la loro personalità che ricostruiremo la storia e lo sviluppo culturale, civico e sociale di questa città unica al mondo. Cominceremo da Enea. Perché Enea? Enea non era neppure romano, ma un eroe fuggito da Troia in fiamme ed approdato in suolo italico. Perché Enea era il simbolo dell’eroe coraggioso ed equilibrato, caro all’immaginario romano, per cui si cercò di coprire la distanza cronologica esistente fra l'arrivo di Enea e la fondazione della città. Da Romolo a Tarquinio il Superbo, da Collatino a Catilina, dai Gracchi agli Scipioni, da Cesare a Vespasiano, da Traiano a Costantino, da Giuliano a Teodosio e alla caduta dell’Impero, come su una tela, si snoderà, attraverso il racconto di vita di ognuno di questi PROTAGONISTI, la storia di ROMA, CITTA’ ETERNA. Aneddoti, curiosità, inediti, che trasporteranno il lettore in un mondo affascinante, dalle mille sfaccettature e dai mille chiaroscuri. L’opera si divide in tre volumi. Il primo volume conduce il lettore fino alla distruzione di Cartagine, il secondo racconta la storia fino all’avvento dell’Impero e i dodici Cesari e infine, il terzo volume tratta le vicende fino alla caduta dell’Impero. Non sono le vicende storiche però a condurre il racconto, ma sono i protagonisti che quelle vicende le hanno create e vissute ed è attraverso l’individualità, carattere e indole di ognuno di loro, che verrà ricostruita la Storia di Roma.copertina  libro

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TARQUINIO IL SUPERBO... e il cocchio di Tullia Minore

TARQUINIO il SUPERBO - Ultimo Re di Roma... e il cocchio di Tullia Minore

 

 La scena é raccapricciante.

Un vecchio giace in mezzo alla strada in una pozza di sangue, trafitto da un pugnale. Un cocchio con a bordo una donna giunge a gran velocità e travolge di proposito il ferito. Quel vecchio é Servio Tullio, VI° Re di Roma e la donna é sua figlia, Tullia Minore.

Ecco come lo storico Tito Livio riporta l’episodio:

“…mentre faceva voltare il cocchio per raggiungere il colle Esquilino, il cocchiere trattenne le redini mostrando alla padrona il giacente trucidato Servio…. resa forsennata dalle Furie – continua il racconto – Tullia fece passare il cocchio sul corpo del padre e portò sul cocchio insanguinato, lorda ed aspersa essa stessa, le tracce dell’eccidio paterno…”

I romani chiamarono “scellerata” quella via, che prima si chiamava Urbia.

Ma non era il primo orrendo delitto che quella donna ambiziosa consumava in seno alla famiglia.

Servio Tullio, VI° Re di Roma, aveva due figlie, tutte e due di nome Tullia: Maggiore e Minore. Egli le dette in moglie ai due Tarquini, figli del defunto Re, Arunte e Lucio, per conto dei quali continuava a tenere la Reggenza del regno.  I due, però, non erano più bambini. Erano cresciuti. Erano già uomini.

Lucio Tarquinio aveva superato la quarantina ed aveva figli già soldati e non aveva alcuna intenzione di aspettare un giorno di più per occupare un trono praticamente vacante, senza contare il suo carattere violento, ambizioso e privo di scrupoli.

Al contrario, sua moglie Tullia Maggiore era una donna mite e gentile, assolutamente priva di qualsiasi ambizione.  

Afflitta da muliebris pavor – l’accusava la sorella, Tullia Minore, che la disprezzava profondamente  – e priva di  muliebris audacia.

Di certo quest’altra Tullia, la Minore, era proprio il contrario della sorella: violenta, astuta, ambiziosa e implacabile.

Due coppie assai male assortite, dunque e non sappiamo per quali reconditi progetti la Tullia violenta era finita sposa del mite Arunte e la mite Tullia faceva coppia con il violento Tarquinio. Una “miscelanza esplosiva” che poteva scoppiare da un momento all’altro, proprio come accadde.

Sostenuti dal comune ed ambizioso progetto di raggiungere quel trono vacante e di occuparlo, Lucio e Tullia Minore si sbarazzarono degli incomodi coniugi e convolarono a giuste nozze, facendo quale unico scopo di vita, quello di eliminare ogni ostacolo si frapponesse fra le loro ambizioni e quel trono.

Non era facile, però, sbarazzarsi del vecchio Re, le cui riforme sociali e politiche gli avevano guadagnato le simpatie del popolo e il suo appoggio: sia dei nuovi ricchi, ma anche dei soliti poveri cui era stato concesso qualche privilegio. Non era facile neppure avvicinarsi alla sua persona, sempre attorniata da una incorruttibile ed agguerrita Guardia del Corpo.

La posta in gioco, però, si faceva ogni giorno più alta, il clima sempre più avvelenato e Lucio Tarquinio non era proprio più disposto ad aspettare; per di più, i rimbrotti della moglie si facevano sempre più accesi  e le giustificazioni sempre più convincenti.

Ecco le parole che Dionigi mette in bocca alla figlia di Servio Tullio:

“Uno può anche esitare a compiere delitti a fronte di obiettivi umani. Ma quando la posta in gioco è il trono, allora bisogna osare tutto e non si può essere giudicati per questo…”

I delitti consumati, però, erano tre: l’ingenuo Arunte, la mite Tullia Minore e il tenace Servio Tullio.

Sete di potere, spinta alla rivalsa, vocazione per l’intrigo… Tutte cause che possono spingere al delitto. Eppure, non ci sembra ancora abbastanza. Il Re era vecchio; al principe ereditario bastava pazientare ancora solo un po’ prima di poter sedere su quel trono. Qualcosa di importanza vitale doveva esserci stato per giustificare un comportamento delittuoso così aberrante e mostruoso. Soprattutto da parte di Tullia, che di Servio era la figlia.

 

Che cosa di tanto importante può essere accaduto per spingere la diabolica coppia ad anticipare i tempi? Che cosa può giustificare un comportamento delittuoso così aberrante e mostruoso? Soprattutto da parte di una  figlia.

Il motivo, forse, ce lo fornisce ancora una volta lo storico Dionigi. Egli riferisce un discorso fatto al Senato dal Re:

“…per quanto riguarda il Regno, io restituirò il potere al popolo che me lo ha dato… Io mi spoglierò del potere per restituirlo al popolo….”

Servio Tullio intendeva, forse, porre fine alla Monarchia per instaurare una Repubblica?

Se così fosse, tutto diventa più chiaro e perfino comprensibile. Sempre deprecabile, ma comprensibile. Compresa la feroce determinazione di quella figlia snaturata il cui sogno doveva essere sempre stato quello di diventare Regina di Roma.


Assicuratosi l’appoggio, sia pur riottoso dei patrizi, Lucio Tarquinio anticipò le mosse del suocero e si presentò davanti al Senato, (presso cui, in verità, non godeva di gran popolarità né stima) ed in un veemente discorso accusò il Re di detenere illegittimamente un potere che spettava invece ai legittimi eredi, nipoti del defunto Sovrano.

Avvertito dell’incalzare degli eventi, il Re si precipitò in Senato. Lo scontro verbale fra suocero e genero fu durissimo e Tarquinio vi pose fine scagliandosi sul vecchio Re con un pugnale e scaraventandolo giù dalla scalinata della Basilica del Senato.

Il Re, però, non era ancora morto. Ferito e rantolante, si trascinava in mezzo alla strada quando soggiunse un cocchio che lo travolse e uccise e la tragedia romana si trasformò in una tragedia greca: c’era la figlia a bordo di quel carro ed aveva intimato al suo cocchiere di non fermarsi e di travolgere di proposito il padre.

Lucio Tarquinio era diventato VII° Re di Roma. Lo era diventato, in realtà, contro la volontà del popolo e di buona parte dello stesso Senato, ma egli non se ne curò e per mantenere un potere acquisito con la violenza, fu proprio con la violenza che continuò ad esercitarlo, guadagnandosi il titolo di: Superbo.(continua)

brano tratto da "ROMA ANTICA - I Protagonisti"  

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Nella fossa

Nella Fossa

 

Un boato proveniente dalle gradinate troncò le parole sulla bocca del tribuno e l’attenzione di tutti tornò all’arena dove una dozzina di corpi giacevano per terra, morti o feriti; in piedi erano rimaste due sole coppie di combattenti: un lacqueator, che aveva già preso al laccio l’avversario e Valentinus che stava serrando Ostorio un po’ malfermo sulle gambe. Sdegnando i primi, l’interesse del pubblico si concentrò su questi due.

“Spedisci quel reziario a Caronte!” gridavano i sostenitori di Valentinus.

“Non avrai paura di quel secutore?” rispondevano quelli di Ostorio.

Non mancava, naturalmente il  sostegno degli amici; quelli veri.

“Forza Valentinus! - lo incitava Marco - Sei il più forte!”

“Valentinus! Valentinus!”  quello della piccola Keriat.

“Non dargli il fianco!... Attento alla destra. - e neppure mancavano gli avvertimenti di Milos. - Non sulla destra! Non sulla destra!...  “

Era la prima volta, forse, che il principe trace guardava dall’alto, quella fossa insanguinata. Lui amava il rischio. Lui esultava quando sugli spalti i suoi tifosi urlavano di entusiasmo alla sua famosa “spaccata”. Quando, busto flesso e ginocchia protese, la rete appoggiata al braccio, quasi abbandonata sul fianco, aspettava l’attacco dell’avversario. Un atteggiamento che mandava in visibilio quella massa scatenata. La eccitava, creava confusione, la spingeva perfino a menar le mani.

E si eccitava anche lui al ruggito di quella belva. Belva più belva di tigri, tori e leoni. Belva che tanto più godeva quanto più lunghi erano gli spasimi dell’agonia di chi precipitava in quella fossa. Lo eccitava quel rombo finale di mille tuoni. Lo eccitava il silenzio precursore della lotta finale: il silenzio totale ed infinito delle decine di migliaia di respiri trattenuti.. l’attimo di estrema solitudine violentato dall’applauso intriso di piacere omicida. “Ahhh!” l’urlo che salì dalla fossa distolse Milos dalle sue emozioni: laggiù, il destino dei due gladiatori stava per compiersi.

Col braccio destro sollevato e pronto a lanciare la rete, Ostorio cercava di tenere lontano l’avversario con la punta del tridente.

Valentinus gli girava attorno saltellando allo  scopo  di afferrare un lembo della rete e tirarla a sé. Per farlo doveva ridurre al minimo la distanza e affrontare il tridente avversario. Un riuscì, strisciando sul suo scudo, a raggiungere il suo braccio e squarciargli il muscolo.

“Ahhh!” Valentinus cacciò un urlo; l’intera tribuna fece lo stesso, poi balzò in piedi.

“Ferita leggera.” gridò il magnifico atleta, mentre, con un formidabile colpo di reni arretrava di un paio di metri.

 L’avversario incalzò; egli arretrò ancora. Di due o tre passi.

Ostorio imprecò, ma parve tornare baldanzoso.

(continua)

 

brano tratto da

LA DECIMA LEGIONE -Panem et Circenses

lo si può richiedere  Autografato e con Dedica a

mariapace2010@gmail.com

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La Violenza -

............... 
Lo sguardo di Lucilla seguì terrorizzato il pretoriano che richiudeva la porta alle spalle della donna e si faceva avanti. Seguì con raccapriccio il sorriso da ebete che gli istupidiva il volto, il lampo inequivocabile che gli incendiava lo sguardo mentre con gesti eccitati si toglieva l’elmo.
“La voglio prima per me. - udì la voce del compagno altrettanto eccitata - Dopo potrai farne ciò che ti aggrada!”
“Non mi serve la ragazza. – rispose l’altro, freddo, gelido, composto – E’ troppo vecchia per me. Io voglio la piccolina!”
”No! - Lucilla scosse il capo inorridita; la pietra le tremò sotto i piedi; il soffitto parve venirle addosso - E’ ancora una bambina…” riuscì a dire con voce soffocata.
Quello però l’aveva già raggiunta e le strappava Keriat dalle braccia; elmi, spade e corazze giacevano sparsi per terra.
Muta di terrore, Keriat barcollò; l’uomo la sostenne. Un gesto quasi affettuoso. Paterno.
“Vieni, piccolina. - diceva - Dopo ti farò un bel regalo. Togliamo questi vestiti. Ti scalderò io se avrai freddo...”
Le tolse i vestiti con gesti pacati, amorevoli; le accarezzò i capelli, le spalle, i piccoli seni in sboccio.
“Lasciala andare. E’ ancora una bambina. Lasciala...” urlò Lucilla lanciandosi in avanti, ma una mano l’agguantò. Forte come una morsa. Una stretta implacabile. Sentì sulla faccia l’alito pesante dell’uomo, il suo respiro affannoso.  Non provò neppure a svincolarsi: un urto e si trovò distesa per terra e l’uomo sopra di lei.
Era pesante.
Sentiva il suo largo torace schiacciarla e impedirle di respirare. Tentò, ma inutilmente, di liberarsene, poi il  sapore delle sue labbra bavose sul collo, sulle guancia e sulle labbra l’annegò di disgusto. 
Aprì la bocca e affondò i denti in quel labbro.
Il pretoriano dette in un grido di dolore, ritrasse il capo e sollevò una mano, che si abbattè con inaudita violenza sulla sua bocca.
“Brutta cagna rognosa! - lo udì imprecare - Ti insegnerò io a mordere!”
Lucilla sentì il sangue scorrerle lungo le labbra e il mento e nuovamente la bocca e la lingua di quell’essere immondo percorrerla e insozzarla di bava e saliva mischiate al proprio sangue; l’urlo di Keriat le lacerò le orecchie e il cuore e  un’angoscia disperata le  afferrò lo spirito.
Poi, d’improvviso, uno strazio fisico!
Le impediva fin’anche di respirare, come se una lama cercasse di affondare nella carne. Capì che l’uomo stava penetrando dentro di lei.
Spalancò gli occhi atterrita. 
Dal profondo della mente partì un puntino doloroso. Una ferita che espandendosi scatenava nel cervello un ribollire tumultuoso di paure e travagli che il cervello non era capace di contenere. Finalmente l’urlo. Un urlo che era retaggio di ataviche paure represse per generazione e che le sconvolsero la mente.
Poi, di colpo, un volto di donna, dolce e sorridente, prese forma in quell’etra maligno e nemico.
“Mamma!...” urlò.
Era la prima volta che sua madre “tornava” da quando era morta, quasi quattro anni prima. Scosse il capo e la “visione” s’appannò; lentamente si adombrò, fino a a diventare luce trasparente. Svenne! Aveva raggiunto quel confine oltre cui la misericordia divina non permette di andare e le risorse  fisiche esauriscono.
Non si accorse della porta che si apriva e di qualcuno che sollevava di peso lo stupratore scaraventandolo di lato. Quando rinvenne, in una bruma di paure e vergogne, del soccorritore sentì solo la voce, poichè continuava a tenere gli occhi chiusi in un silenzio profondo rotto solo da respiri affannosi.
Non sentiva più neppur le grida di Keriat.
Fu proprio questo a scaraventarla fuori della bruma delle proprie angosce: quel silenzio era più terribile delle urla.
“Cosa stai facendo, animale?” sentiva la voce del soccorritore; una voce contrariata, ma sconosciuta.
“Di cosa ti impicci? – quella dello stupratore - Calvia Crispinilla in persona ha affidato costei alle mie cure!”
“Imbecille! Quando Cesare lo saprà ti farà scorticare vivo!”
“Per tutti gli Dei!... Perché?”
“Perché costei è la moglie del tribuno Marco Valerio Flavio, animale! Cesare vuole servirsene per trattare con lui e il generale, Vespasiano, il Legato della Giudea. Finirai sotto la scure del boia!”
“Maledizione!” imprecò lo stupratore tentando di darsi contegno. Intanto guardava la sua vittima e faceva l’atto di tirarla su dal pavimento. Con uno spintone il centurione lo ricacciò in fondo allo stanzone, poi si voltò verso Lucilla:
“Cosa ti ha fatto questo animale, domina. Ha abusato di te? - la voce era compassionevole e gentile, ma Lucilla non rispose: era umiliante dover spiegare. L’altro insisté - Hai capito cosa ti ho chiesto, domina? Questo animale ha abusato di te?”
Lucilla continuava a tacere e per non subire il suo sguardo abbassò il capo
Il primo irrompere della vergogna al cervello fu un vortice impetuoso che andò dilagando fino nelle più remote e nascoste pieghe dell’anino Come una folgore l’aggredì al cuore, coinvolgendo nervi, ossa, pelle: la voce e lo sguardo del centurione le davano la misura dell’offesa subita.
L’assalì il bisogno di nascondere l’offesa e la vergogna, il bisogno di nascondersi in un luogo buio, il bisogno di nascondersi a quell’uomo, che pure l’aveva sottratta alla violenza di un bruto.
L’assalì il bisogno di morire.
Ma non poteva fare nulla di tutto ciò e non trovò altro rimedio che conficcarsi le unghia nella carne, ma un gemito la strappò a quell’angoscioso smarrimento: Keriat.
Giaceva in un angolo, svenuta, seminuda e sanguinante. Dimenticò se stessa; si trascinò per terra e la raggiunse. Si chinò sopra di lei. La chiamò:
“Keriat!”
Anche il centurione si accostò alla piccola; anche lui si chinò. La contemplò in silenzio.
“Che scempio! - esclamò con accento nauseato, poi - Devi venire con me, domina. Cesare vuole parlare con te.” disse.
(CONTINUA)
 
brano tratto da  "LA DECIMA LEGIONE - Sulla via per Gerusalemme"
 
chi fosse interessato può richiedere il libro AUTOGRAFATO e con DEDICA 
direttamente all'Autore 
mariaace2010@gmail.com

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LA DECIMA LEGIONE - Sulla via per Gerusalemme - vol. II

 
Correva l’anno 882-883. il 68-69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vide la cruenta fine di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, la “Capitale del Mondo” fu campo di battaglie private e pubbliche; teatro di complotti ed intrighi: pretoriani e senatori, legionari e gladiatori, filosofi e letterati, schiavi e liberti, vestali e prostitute, maghi e fuorilegge.
Fu anche l’anno in cui il Cristianesimo, approdato a Roma assieme a molti altri culti orientali, metteva i primi germogli, pur tra sospetti, speranze e persecuzioni.
Intrappolati nelle maglie delle tante manovre civili, politiche e militari, si trovarono anche il tribuno Marco Valerio e il centurione Fabio, il filosofo Lucilio e il  pedagogo Cleonte, i gladiatori Milos e Seilace e il taverniere Trebonio, la vestale Ottavia e la prigioniera di guerra Tracia, il piccolo fuorilegge Aquilinus e la giovane ereditiera Livilla, l’ostaggio Lucilla e tanti altri ancora.
Uno spaccato di vita nella Roma d’epoca imperiale 

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Sogno

 
 
 
 
Letizia era una sognatrice. Sempre persa, diceva con indulgenza sua sorella Atena, dietro sogni e fantasticherie; sempre attratta da mondi sconosciuti e lontani e da persone cariche di fascino e mistero, lontane dal suo ambiente:  il principe Harith, bello e irraggiungibile, era proprio la figura giusta per alimentare i suoi sogni e le sue fantasie.
Protetta dalla penombra, seguiva affascinata ogni suo gesto mentre Fatima, la nutrice, gli posava sulle spalle la Ksa, il bianco mantello svolazzante, che tanto faceva sognare le donne europee... e non solo quelle.
Fatima rientrò sotto la tenda e Harith fece qualche passo in avanti, ma si fermò subito e si girò, quasi  avesse sentito il richiamo di quello sguardo balenante.
"Letizia! - esclamò andandole incontro a lunghi passi e fermandosi davanti alla ragazza; sopra le cime piumate delle palme, la luna brillava ancora, ma le stelle andavano velocemente impallidendo e il fuoco più vicino ardeva basso – Ti chiami Letizia?… Letizia e gioia per lo sguardo... - sorrise, poi aggiunse, dopo breve pausa - Sei mattiniera, bella Letizia e l'Aurora ha le tue sembianze ."
Lei abbassò gli occhi e per coprire il rossore di cui s'era cosparso il bellissimo volto, si calò il velo. 
Lo ripeteva sempre ad entrambe, a lei e ad Atena, il caro padre compianto, da quando erano  scesi dalla nave che li aveva portati da Atene, lo ripeteva sempre di coprirsi  il volto in presenza di un estraneo, se di fede islamica, perché, diceva, "qui è considerato indecente l’usanza dei cristiani di permettere alle donne di mostrare il volto."
Harith sorrise al gesto: le donne beduine non usavano coprire e nascondere i loro bellissimi volti, così come era imposto alle donne di città e della costa. Però non disse nulla: gli occhi di quella creatura, pensava, di quell'azzurro intenso rubato al cielo, erano sufficienti a sconvolgere i suoi sensi.
"Amo questo momento del giorno. - la sentì dire - Mi permette di  scrutare nel mio intimo e di dare spazio ai miei sogni e ai miei desideri."
"Sogni e desideri? - sorrise ancora lui - Se Letizia mi confida i suoi sogni e i suoi desideri, io le confiderò i miei." aggiunse posandole  una mano sulla spalla e sospingendola delicatamente in avanti. Proseguirono per breve tratto, poi lei si fermò e sollevò su di lui gli straordinari occhi azzurri.
"Oh! Io ho pochi desideri e molti sogni." disse.
"Ma... - replicò Harith, completamente ammaliato dal balenio azzurro di quegli occhi - Io desidero tutto quello che sogno."
"Oh, no! - soggiunse lei - I desideri sono realizzabili, ma i sogni sono irraggiungibili. Ecco perché i miei desideri sono modesti e i sogni, invece, assai grandiosi... I miei sogni - sorrise - non hanno limiti né orizzonti... Non hanno tempo... Sono sogni!"
"Ma i sogni possono diventare realtà, piccola Letizia. Esprimi i tuoi sogni e i tuoi desideri e forse..."
"I miei desideri? Oh, io desidero incontrare Alma, la nipotina che ancora non conosco."
"Sono certo che la incontrerai un giorno."
Harith le sfiorò con la punta delle dita il volto proteso e nascosto dal velo; Letizia fremette e riprese:
"E vorrei tornare in Italia, un giorno. - una lieve incrinazione nella voce - Vorrei tornare a Torino, la città dove sono nata."
"Ma... - trasecolò il giovane - Non sei nata ad Atene? Credevo che il mercante Aristo Gallas fosse arrivato a Doha assieme alle sue due figlie da Atene."
Lei scosse il capo.
"Io sono figlia di Vittorio Bosio, archeologo e collega del professor Starti, amico di Aristeo Gallas. Avevo dodici anni quando mio padre morì...  Aristeo si prese cura di me e mi adottò... Atena non è mia sorella di sangue, ma è molto più che lo fosse.”  sorrise e si calò giù il velo. Quasi con civetteria. Ma lo tenne sulle labbra.
“Tu, dunque, piccola Letizia, vieni dall’Italia? Oh!… - esclamò lui – Tu credi al destino?”
Letizia non rispose subito; sentiva, nell’aria fresca del mattino che andava formandosi, qualcosa di nuovo, di avventurato, quasi di imminente sorpresa.
“Non so.” rispose scuotendo il capo.
“Io  ho  vissuto per quasi quattro anni in Italia… proprio  a Torino  dove …”
“Davvero?” l’interruppe lei quasi in uno slancio di gioia; egli assentì col  capo e proseguì:
“Ero studente alla Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri. – spiegò -  Per perfezionare i miei studi di Idraulica e…”
“Quella Scuola con sede al Castello del Valentino? - lo interruppe per la seconda volta la ragazza sgranando gli occhi dalla sorpresa – Da bambina andavo tutti i pomeriggi con la mia mamma a spingere il cerchio proprio nella strada davanti al Castello del Valentino o a leggere fiabe, seduta su una delle panchine del Viale.”
“Ma allora, piccola Letizia… non può essere che noi due ci siamo già incontrati e che per questo a me pare di conoscerti da sempre? – mormorò lui sfiorandole teneramente la tempia - Io ho già visto lo splendore di questi due occhi azzurri e adesso capisco dove… E tu… tu, piccola Letizia, sogni ancora?”
“Io non ho mai smesso di sognare. – gli occhi di Letizia sfavillarono - Quando ero bambina e leggevo i libri di favole, sognavo giungle e Templi  misteriosi... deserti ed isole sperdute. Io… io sogno ancora... - s'interruppe; quel pizzico di splendida malizia che le attraversò lo sguardo conquistò definitivamente il cuore del bel predone - Non... non sorriderai del mio sogno se te lo confido?"
"Non sorriderò. - lui la guardava incantato, come si guarda un prodigio – Dimmelo e anche io ti confiderò il mio sogno."
"Io sogno ancora il principe delle favole... - sorrise -  senza macchia né paura, che mi rapisce sul suo cavallo bianco e mi porta lontano, in un luogo incantato."
"Splendido sogno, dolce Letizia. – anche Harith tornò a sorridere poi aggiunse - Io non ti dirò qual è il mio sogno, ma te lo mostrerò... dopo che avremo fatto onore al caffè ed alle ciambelle al miele della cara Fatima."
Il sole, intanto, comparso all'orizzonte, stava lacerando l'ultima foschia  del crepuscolo del mattino, permettendo al giorno di avanzare veloce. Harith fece un cenno e un giovane si avvicinò; lo sceicco gli bisbigliò qualcosa all'orecchio e quello si allontanò veloce.
Un profumo di caffè e di ciambelle fritte saturava l'aria tutt'intorno, proveniente dalla zona riservata agli ospiti, nella tenda dello sceicco.
Il giovane passò un braccio intorno alla vita della ragazza  e un fremito di piacere la percorse tutta; il  corpo  ancora rigido,  Letizia non sapeva quasi dirsi se a procurarle quei fremiti fosse l'aria fresca del mattino oppure la violenza delle sue emozioni.
Harith si tolse il mantello e lo posò con delicatezza sulle spalle di lei che sollevò su di lui gli stupendi occhi sfavillanti sotto le lunghissime ciglia di seta e con un sorriso  lo ringraziò.
Lui la guidava con tenera sollecitudine. Ogni tanto lei sbirciava verso di lui,  il naso adunco e il mento da animale da preda, il profilo sottolineato dalla breve barba, che nel loro insieme gli conferivano una certa somiglianza  con  i simulacri di antichi guerrieri:  bellissimo e un po' selvaggio.
Richiamato da quello sguardo, Harith si chinò sul suo capo;  a lei parve che vi avesse deposto un bacio e tornò a fremere.
"Vieni." la sollecitò.
Il caffè era già sul vassoio quando raggiunsero la tenda e la vecchia Fatima era già pronta a servirlo. La ragazza, però, si liberò del mantello, che restituì al giovane e prese il vassoio dalle mani della vecchia poi, movendosi agile ed  aggraziata nella veste di seta lucida color cipria,  sotto lo sguardo compiaciuto di Harith cominciò a servire; offrì prima  il caffè poi le ciambelle ancora calde e sfrigolanti,  scegliendole una per una  con  le lunghe dita da artista e deponendole nel piatto davanti al giovane; dopo sedette accanto a lui e si servì da sé.
Fatima la scrutava, tra l'incuriosita e la sospettosa, ma Letizia le chiese del dolcificante con un sorriso così radioso, che il volto rugoso della donna si distese immediatamente, poi sorseggiò il suo caffè con un cenno del capo di sincero gradimento.
“Oh! – anche Harith stava sorseggiando il suo – La cara Fatima ne sarà molto compiaciuta, – disse girandosi a guardare la sua nutrice – Lei, però, non ha mai assaggiato il  caffè alla panna e cioccolato che nelle  Botteghe del Caffé   della tua Torino, mia piccola Letizia, delizia il palato… tra una conversazione e l’altra…”
“Parli del Bicerin?”  domandò lei.
“Parlo proprio di quella deliziosa bevanda.” assentì lo sceicco, finendo di sorseggiare e addentando l’ultima ciambella al miele.
Quando nei piatti  e nelle tazze non ci fu più nulla, lasciare traccia di cibo era irrispettoso per l'ospite, Harith si pulì  la bocca sul dorso della mano e si alzò.
Letizia lo imitò;  ringraziò entrambi, sia Harith che la sua nutrice e  fece l'atto di allontanarsi. Lui la trattenne per un braccio mentre con l'altro si sistemava il mantello.
"Aspetta, Letizia. - disse - Ho una sorpresa per te."
"Una sorpresa?"
Lei si fermò; lui fece un cenno affermativo del capo e la prese per mano, guidandola verso l'esterno. La vecchia Fatima le mise uno scialle sulle spalle. La ragazza si girò per ringraziarla con un sorriso, poi seguì il giovane che, in silenzio, proprio come chi  pregusta il sapore di una sorpresa,  le fece attraversare il campo, quasi del tutto deserto  a quell'ora, salvo sentinelle e qualche mattiniero.
 
Vicino alla Fontana del Fico, quasi al limitare del campo, trovarono il giovane con cui Harith poco prima aveva scambiato qualche parola. Reggeva le briglie di uno splendido cavallo bianco, che tese al suo sceicco prima di allontanarsi.
"Ecco, piccola Letizia. - Harith la inondò di uno sguardo unico e particolare,  quello da cui la scintilla del desiderio sprigiona già al primo incontro... al primo incrociarsi di sguardi. - Il tuo sogno!...  Il principe delle favole, senza macchia né paura, che col suo cavallo  bianco ti rapisce e ti conduce in un luogo incantato!...E' il tuo sogno, hai detto...  Io ho qualche macchia, ma non ho paura e sono qui per realizzare il tuo sogno e condurti in quel  luogo incantato!"
"Oh! - proruppe lei, colta di sorpresa, mentre un lieve rossore le scivolava lungo le guance rilucenti del riflesso del primo sole del mattino - Io non so che dire..."
Lui la guardava incantato.
"Posso aiutarti a montare?" domandò.
Lei fece un cenno affermativo del capo; aspettava  il fuggevole attimo in cui si sarebbe consumato il contatto dei loro corpi... Era preparata ad emozioni e turbamenti, eppure, per   la seconda volta, si lasciò cogliere dalla sorpresa: non s'aspettava  quell'eccitazione, quel vellutato piacere, quando lui le cinse la vita con entrambe le mani e nel sollevarla la tenne così vicino a sé da confondere sguardi e respiri; non s'aspettava la indicibile eccitazione prodotta dal seno serrato e palpitante contro il petto di lui mentre la portava su, prima di deporla sulla sella.
Per un attimo lei lo guardò dall'alto poi, con un balzo, lui le montò alle spalle e insinuò le braccia sotto le sue braccia, intorno al busto, per attirarla a sé e lei si trovò seduta con le ginocchia sul collo dell'animale e con le gambe sulle ginocchia di lui. Trattenne il respiro, sotto l'empito di  una violenta emozione, rigida e tesa, nelle braccia di lui che  con una mano la sosteneva per  la vita e con l'altra reggeva le briglie. E fu allora, quando lo sguardo cadde sulle sue mani, che si accorse della ferita ricucita e ancora fresca tra il polso e il dorso della mano sinistra di lui.


 


"Ti sei procurato questa ferita battendoti con sir  Richard per me, sceicco?" domandò.
"Chiamami Harith, piccola Letizia… Sì! - assentì lui con un sorriso - Te l'ho detto, dolce gazzella, sono pronto ad affrontare un'intera tribù per i tuoi occhi azzurri."
Lei girò il capo per guardarlo in volto; le guance, poi le labbra si sfiorarono.... pochi secondi.
Letizia ammutolì...  e non solo per l'emozione, ma  anche per lo stupore: si aspettava che Harith la baciasse e la stringesse forte, ma lui non lo fece, nonostante negli occhi gli brillasse quella luce irrequieta con cui nessuno l'aveva mai guardata prima.  Gliene fu grata e ne fu delusa al contempo, ma quel vago timore che per giorni non l'aveva abbandonata l’afferrò quasi di sorpresa.
"Sir Richard si è battuto per mia sorella. – disse, cercando di rendere la voce il più incolore possibile - Adesso   Atena è una donna libera che può decidere della propria vita come ha sempre fatto, ma... ma io, Harith? - una lieve incrinazione nella voce, che proprio non riuscì ad impedirsi di avere - Cosa sono io? Quale sarà il mio destino?"
"Oh, Letizia! Luce degli Occhi Miei! - proruppe lui,  fermando il cavallo e lasciando andare le redini sul collo dell'animale - Non hai ancora capito che non è il tuo destino ad essere nelle mie mani,  ma è il mio destino ad essere nelle tue?" le mormorò sulla bocca, poi l'avvolse in un abbraccio, le gambe avvinte alle sue, in un spasmodico intreccio di braccia, mani, bocche.   Il seno di lei palpitava contro il torace di lui tambureggiante.
Harith appoggiò la guancia a quella di lei, s'inabissò nel fulgore azzurro dei  suoi occhi e le liberò il capo dal velo; lei lo lasciò fare.
Inebriato, lui le tirò indietro la massa setosa e bionda dei lunghi capelli e la baciò; prima sulla fronte, poi sugli occhi e sulla guancia, per tornare ancora alle palpebre, che lei aveva abbassato,  ma  che lo facevano impazzire per il tesoro che vi nascondevano. Finalmente si fermò sulle labbra.  Lei fremeva e in lui il desiderio premeva, durissimo, come un fiore che spinge per aprirsi. Nelle labbra di lei semiaperte vi trovò sapore di latte e miele; lo stesso che era nella sua bocca. Pago, ma non sazio, passò alla gola e al collo ed a quella tenera curva, proprio fra gola e collo, irresistibile richiamo dei sensi eccitatissimi.


 


Per qualche attimo lei restò immobile a ricevere amore, intimorita dall'audacia  di lui ma anche timorosa che smettesse; la bocca di lui continuava a cercarla, insieme alle mani ed a percorrerla con grande delicatezza. Poi, egli  le prese una mano, che  portò su di sé. Prima timidamente e timorosamente, poi con più sicurezza, lei si lasciò guidare nella scoperta del corpo di lui... ricerca e scoperta eccitante, terrificantemente meravigliosa. Continuò a "cercarlo" ed a scoprire la sua diversità e lui le lasciò la mano... libera di esplorare da sola.
Tornò da lei. Cominciò sbottonandole la veste di seta aperta sul davanti; uno per uno, i numerosi  bottoncini si arresero sotto le dita eccitate. Il corpetto della veste, aperto, scivolò sulla spalla sinistra, mostrando il tesoro nascosto. Si chinò per saziarsi di baci e inebriarsi del profumo di quella pelle bianca e morbida; le abbassò le bretelle che reggevano il seno, ma lei lo trattenne.
"No!”
Un monosillabo, ma riuscì a fermare il grande predone.

Harith allentò la stretta; un lieve bacio sui capelli, poi le sistemò la veste.

(continua)
brano tratto dal libro   "DUNE ROSSE  - Il Rais dei Kinda"

su  AMAZON in forma cartacea  ed  e-book

o direttamente presso l'autrice  SCONTATO  ED  AUTOGRAFATO
mariapace2010@gmail.com
 

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La Fossa

 

 

Un boato proveniente dalle gradinate troncò le parole sulla bocca del tribuno e l’attenzione di tutti tornò all’arena dove una dozzina di corpi giacevano per terra, morti o feriti; in piedi erano rimaste due sole coppie di combattenti: un lacqueator, che aveva già preso al laccio l’avversario e Valentinus che stava serrando Ostorio un po’ malfermo sulle gambe. Sdegnando i primi, l’interesse del pubblico si concentrò su questi due.

“Spedisci quel reziario a Caronte!” gridavano i sostenitori di Valentinus.

“Non avrai paura di quel secutore?” rispondevano quelli di Ostorio.

Non mancava, naturalmente il  sostegno degli amici; quelli veri.

“Forza Valentinus! - lo incitava Marco - Sei il più forte!”

“Valentinus! Valentinus!”  quello della piccola Keriat.

“Non dargli il fianco!... Attento alla destra. - e neppure mancavano gli avvertimeti di Milos. - Non sulla destra! Non sulla destra!...  “

Era la prima volta, forse, che il principe trace guardava dall’alto quella fossa insanguinata. Lui amava il rischio. Lui esultava quando sugli spalti i suoi tifosi urlavano di entusiasmo alla sua famosa “spaccata”. Quando, busto flesso e ginocchia protese, la rete appoggiata al braccio, quasi abbandonata sul fianco, aspettava l’attacco dell’avversario. Un atteggiamento che mandava in visibilio quella massa scatenata. La eccitava, creava confusione, la spingeva perfino a menar le mani.

E si eccitava anche lui al ruggito di quella belva. Belva più belva di tigri, tori e leoni. Belva che tanto più godeva quanto più lunghi erano gli spasimi dell’agonia di chi precipitava in quella fossa. Lo eccitava quel rombo finale di mille tuoni. Lo eccitava il silenzio precursore della lotta finale: il silenzio totale ed infinito delle decine di migliaia di respiri trattenuti.. l’attimo di estrema solitudine violentato dall’applauso intriso di piacere omicida. “Ahhh!” l’urlo che salì dalla fossa distolse Milos dalle sue emozioni: laggiù, il destino dei due gladiatori stava per compiersi.

Col braccio destro sollevato e pronto a lanciare la rete, Ostorio cercava di tenere lontano l’avversario con la punta del tridente.

Valentinus gli girava attorno saltellando allo  scopo  di afferrare un lembo della rete e tirarla a sé. Per farlo doveva ridurre al minimo la distanza e affrontare il tridente avversario. Con una mossa fulminea cancellò quella distanza  e tese in avanti un braccio.  Il primo dei tre denti, però, strisciò sul suo scudo e riuscì a raggiungere il braccio e squarciargli il muscolo.

“Ahhh!” Valentinus cacciò un urlo; l’intera tribuna fece lo stesso, poi balzò in piedi.

“Ferita leggera.” gridò il magnifico atleta, mentre, con un formidabile colpo di reni arretrava di un paio di metri.

 L’avversario incalzò; egli arretrò ancora. Di due o tre passi.

Ostorio imprecò, ma parve tornare baldanzoso.

“Scappi come un coniglio?” cercò di provocarlo.

Valentinus non rispose e il reziario tornò all’attacco. Puntò il tridente, ma questa volta la parmula di Valentinus riuscì a sviarlo. Fu Ostorio ad arretrare adesso e Valentinus ad incalzare,  riuscendo non solo a schivare il suo tridente, ma con un colpo secco dello scudo a farglielo volar via dalle mani.

Disarmato, Ostorio tentò l’unica carta: sollevò il braccio destro e lanciò la rete, che sibilò nell’aria sopra la testa di Valentinus.

La folla gridava dagli spalti: lo vedeva già in trappola come un beccaccino del Tevere. Guardava la rete quasi sospesa sul  capo.

Trattennero il fiato per seguirne la mossa azzardata, disperata, audace: invece di arretrare, Valentinus si fece avanti. Sotto la rete. Avanzò curvo, poi retrocesse con un formidabile colpo di reni. Non prima, però, di aver conficcato il suo gladio nel fianco destro dell’avversario.  La rete si afflosciò per terra sfiorandogli la spalla.

Premendosi il fianco, Ostorio si chinò a raccoglierla e la issò sulla spalla sinistra. Guardò anche in direzione del tridente, con l’intenzione evidente di recuperarlo.

Lo capì la folla, lo capirono i suoi sostenitori:

“Il tridente ! - gli gridarono - Prendi il tridente e infilza quel beccaccino di un secutore!”

Lo capì anche Valentinus che partì all’attacco.

Di nuovo l’uno di fronte all’altro; il braccio di Valentinus sanguinava vistosamente, ma anche il fianco di Ostorio.

Seguirono      lunghi attimi di  immobilità, nel silenzio più assoluto sceso sugli spalti e nell’arena poi Ostorio indietreggiò, sempre con lo sguardo fisso sul tridente a pochi passi da lui. Tentò di recuperarlo, ma senza riuscirvi. Più volte.

Tentò per l’ennesima volta, ma non riuscì ad evitare che l’affilatissima lama del gladio di Valentinus producesse un lungo squarcio alla rete appesa al braccio.  Divisa in due tronconi, un lembo scivolò per terra. Ostorio si chinò per raccoglierlo.

Valentinus  gli assestò sul capo una grossa piattonata con la lama.

Ostorio barcollò. Annaspò. Un guizzo d’orgoglio lo raddrizzò. Tentò una volta ancora di recuperare il tridente, ma l’avversario lo prevenne e con un calcio mandò l’arma lontano da lui.

Trascinandosi dietro il moncone della rete, Ostorio retrocesse barcollando. Il sangue gli usciva copioso dalla ferita, rigando il suolo cosparso di armi e corpi agonizzanti o morti. Cadde, infine, sul ginocchio sinistro poi rovescioni per terra.

Valentinus gli si avvicinò, gli pose un piede sul ventre.

Ostorio si sollevò su un braccio e tese in avanti il petto.

Valentinus aspettò il verdetto della folla e di Cesare: pollice verso.

 

 

“Mi dispiace, amico!” disse.

“Non  dispiacerti troppo! - agonizzò l’altro e con un ultimo guizzo

di rabbioso orgoglio raccolse le ultime forze assieme a un pugnale lasciato a terra da qualche altro disgraziato e  lo conficcò nel petto dell’avversario proprio mentre questi stava per vibrare il colpo mortale - Ti porto con me nell’Averno!”

L’urlo di disappunto della folla raggiunse il cielo.

Senza un gemito Valentinus si accasciò sul corpo dell’avversario confondendo  gli ultimi palpiti di vita con quelli di lui.

Giunsero i lorari con uncini e barelle per trascinar via i corpi dei vinti e dei vincitori.

La folla aveva smesso di rumoreggiare. 

(continua)

brano tratto da   "LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses"  

di MARIA PACE

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La Frusta di Allah

 

 ...............

 L'orizzonte azzurrognolo del deserto arabico, il più desolato fra i deserti asiatici, fuggiva davanti allo sguardo. Allontanandosi, si lasciarono alle spalle la costa e gli ultimi villaggi che i fellahin, contadini pastori,  costruivano lungo i corridoi degli widian.

Corsi d'acqua grandi poco più di un ruscello, gli widian si riempivano d'acqua solo in brevi periodi dell'anno, ma andavano subito a perdersi in conche saline e gessose per poi scomparire nella sabbia.

Ad ogni passo l'ambiente diventava sterile ed ostile; solo radi cespugli di piante grasse e qualche fusto di palma, oltre ad un paio di minuscoli campi di orzo resistevano alla ingiuria del sole.  Il bianco perimetro delle case e la nebulosa, morbida catena di alture in lontananza, erano le sole cose che spezzavano la plasticità di quel posto, ma andarono sempre più rimpicciolendo alle loro spalle.

Nel deserto vero e proprio non erano ancora entrati, ma già un senso di arida solitudine cominciava ad opprimere corpo e spirito come una cappa che  soffocava e schiacciava contro il suolo.

"Conosci bene Mayrama." esordì Rashid.

"Sono il suo discepolo. - spiegò il ragazzo- Egli mi ha affidato i suoi Testi Sacri… Ma perché non ci fermiamo a far riposare i cavalli?"

"Siamo ancora troppo vicini a Waqra." rispose il compagno.
"Credi ci stiano ancora inseguendo?"

"Ne sono certo."

"Uffah! Che caldo! Mi sento andare in fumo." si lamentò Akim.

"La Frusta di Allah, qui non è alleata dell'uomo." disse Rashid.

La Frusta di Allah! Così i beduini chiamavano il sole rovente.
Picchiava forte e il calore opprimeva. Sembrava che dalla sabbia si sollevassero vampate di fuoco, come se di sotto ci fosse un enorme braciere che bruciava e consumava tutto quanto stava in superficie. Una grossa lucertola mise la testa fuori della sabbia; Akim la guardò.

"Presto acquisterai forza e vigore." lo rincuorò il rais; Akim guardò ancora il piccolo rettile completamente emerso dalla sabbia che a turno teneva sollevate le zampette per non scottarsi.

"Guarda com'è ingegnosa quella piccola creatura." disse.

"Quasi quanto te, ah,ah,ah... - rise Rashid - Ma dimmi, come hai fatto alla reggia a creare quello scudo di fumo così provvidenziale?"

"Con questo. - il ragazzo mostrò un bulbo verdastro, grosso quanto una noce - Qui dentro c'è aria compressa. Basta schiacciare... E' solo un trucco." spiegò con una scrollatina di spalle e un sorriso.

Le voci, mentre parlavano andavano espandendosi, come la luce, che dominava la grande distesa gialla e muta. Muta perché erano proprio le loro voci gli unici suoni ad interrompere un silenzio assoluto a cui erano sconosciuti fremiti di ali, ronzii di insetti, fruscii di foglie: i soli esseri viventi  erano muti come il deserto stesso.

Rashid fermò il cavallo

"Fermiamoci a mangiare ed a far riposare i cavalli." disse.
La sabbia era l'elemento sovrano e lo scenario aveva acquistato l'aspetto cupo e vuoto delle lande sterminate; la luce diventava abbagliante ed i crostoni rocciosi, all'orizzonte, assumevano tinte varie, conforme l'intensità del sole: ora rosse, ora nere e perfino verdi, quasi fossero coperti di vegetazione.  Eppure non c'era pianta alla cui ombra potersi riparare: i pochi semi trasportati dal vento, dallo stesso vento venivano riportati via.

Akim sedette nel letto di uno wady asciutto. Una leggera brezza rendeva l'aria rovente, ma ancora respirabile.

Legati i cavalli ad una sporgenza rocciosa, controvento, Rashid si tolse il mantello, mettendo in mostra il fisico atletico; anche Akim fece l’atto di togliersi la giubba ricamata che gli copriva le spalle, ma il rais tese un braccio .

“No! – lo fermò – Non togliere indumenti. – suggerì – Avresti presto gravi scottature. Metti queste foglie in testa e girati controvento.” aggiunse porgendogli due grandi foglie di palma, poi cercò il posto più adatto per piantare nella sabbia il primo dei tre paletti tirati fuori dalla bisaccia che il guadiano delle scuderie del Sultano aveva consegnato loro assieme ai cavalli.

Akim seguiva incuriosito ogni mossa del suo nuovo amico, il fisico dalle proporzoni straordinarie, le braccia muscolose, le spalle atletiche, il dorso della mano con cui si detergeva il sudore.

“Che cosa stai facendo?” domandò; Rashid fece  convergere lo sguardo acuto sul visetto proteso del piccolo.

“Un riparo per difenderci dalla  Frusta di Allah!”  rispose.

La frusta di Allah? -  fece eco il ragazzo, ma riprese subito –Ah!… Ho capito!… L’arsura del sole.” sorrise; il rais intanto, conficcati gli altri due paletti nella sabbia, vi adagiò sopra il mantello.

“Mettiti al riparo lì sotto. – disse  – Non ci riparerà dal caldo, ma ci eviterà una insolazione.” precisò, mentre prendeva la borraccia, anche questa  attaccata alla sella del cavallo.

Akim ubbidì docile. S’infilò sotto il provvido capanno e vi prese posto accovacciato ed a gambe incrociate. Lo stesso fece Rashid, sempre sotto lo sguardo del ragazzo che lo seguiva quasi con ostinazione, mentre gli tendeva la borraccia.

“Sono felice di essere tuo amico, Rashid.” esclamò il ragazzo portandosi la borraccia alla bocca; il rais ebbe un sorriso  che gli distese la faccia bella di maschia bellezza, che un accenno di barba rendeva virilmente ostinata. 

Akim parve sul punto di dire qualcosa, ma il giovane lo prevenne:

“Aspetteremo qui il passaggio della carovana.” esordì.

“Quale carovana? domandò Akim rendendo la borraccia, dopo averne pulito il beccuccio con l’orlo della manica della tunica.

(continua)

 

brano tratto da   IL RAIS - Misteri d'Oriente    di Maria Pace

su AMAZON  formato cartaceo e formato e-book

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Nel cantiere della Piramide di KAFRA (Kefren)

NEL cantiere della Piramide di KAFRA (Kefren)

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La stagione Akhet era giunta da più di due mesi, ma lo straripamento delle acque non accennava a diminuire e il Paese era diventato una sola grande valle allagata. Le campagne avevano spopolato e le masse di contadini avevano passato il Nilo per lavorare alla costruzione del complesso funerario del Faraone.
Coordinare l'impiego di tanta gente non era facile, pensava Djoser, osservando da lontano le attività del  cantiere. Per i funzionari governativi doveva essere faticoso e difficile quanto il lavoro stesso.
Le cose che bisognava fare affinché il lavoro procedesse spedito erano tante: evitare lunghe  interruzioni, procurare l'arrivo dei blocchi al momento giusto, rinnovare in tempo utile gli arnesi rotti, predisporre il ricambio delle squadre di operai. In realtà, nella costruzione di quei giganteschi edifici, solo una piccola  parte  di  operai   specializzati veniva occupata a tempo pieno. La massa di contadini e soldati, una moltitudine di persone orgogliose  di contribuire   con il proprio lavoro all’Immortalità del Faraone, era impiegata solo durante la piena.
Djoser attraversò il campo. Brulicava di gente operosa e divisa in squadre. C'era la "Squadra Valente", che misurava blocchi e  smussava angoli. C'era quella del “Fiume Sacro”, che accatastava legna e fabbricava utensili e c'era la squadra del "Toro Vincitore", che martellava e tagliava, adoprando larghe seghe di pietra e rame. Altre squadre trasportavano cibo, acqua, argilla; altre ancora spostavano blocchi o li trasportavano su rampe. C'erano quelle che fissavano corde o numeravano massi e c’erano molte altre ancora.
Djoser aveva tanti amici fra quella gente; gente in gamba, capace e fidata: architetti, riproduttori d’immagini, tagliatori di pietre, creatori di gioielli. Insieme, costituivano una piccola comunità in seno alla società. Persone reciprocamente legate da principi di solidarietà e appartenenza; persone pronte ad aiutarsi, a sostenersi ed a sostenere gli speciali privilegi che il vivere all’ombra delle Piramidi concedeva loro. Djoser li conosceva quasi tutti. Conosceva i loro nomi, le famiglie, le vicende ed era diventato uno di loro.
 
"Djoser, sei tornato?"
Qualcuno lo chiamò dall'alto di una delle rampe, agitando le braccia per attirare la sua attenzione; Djoser si girò in quella direzione.
Le rampe, che dall’angolo inferiore salivano verso l’alto, avvolgevano a serpentina la Piramide in costruzione.
Il ragazzo sollevò il capo; era già così alta da oscurare il sole.
"Sono tornato." rispose; l'altro si affacciò dalla piattaforma della rampa. Dietro di lui un gruppo di uomini spingeva un pesante masso. Larga quasi trenta cubiti, per permettere alle slitte che procedevano nei due sensi di non ostacolarsi, era una vera e propria strada. La pendenza, piuttosto dolce e controllata, di poco superiore ai quattro gradi, consentiva alle slitte di non scivolare indietro ed evitava un lavoro eccessivamente gravoso agli uomini addetti al traino. Sul lato esterno un muro di pietrisco e mattoni crudi faceva da parapetto.
Il   ragazzo   attraversò di corsa     il primo tratto, il più affollato,
ingombro di uomini, utensili e blocchi di pietra numerati. Ognuno di quei lastroni recava scritte per facilitarne la collocazione.
"Sei stato via più di sessanta giorni. Ero in pensiero. – riprese l’uomo, continuando ad agitare le braccia – Temevo ti fosse successo qualcosa. Dove sei stato? - sui quaranta anni, alto, il fisico asciutto e il fare autoritario, era certamente un caposquadra - Qui tutti chiedono di te. Dov’é Djoser? Quando torna Djoser? Perché non torna Djoser… Dove sei stato in tutto questo tempo?"
"Non  lontano da qui." rispose   evasivo il ragazzo percorrendo la seconda rampa. Man mano che saliva e che la costruzione svettava verso l’alto, diminuiva lo spazio e il numero degli uomini.
Djoser raggiunse la terza rampa e il caposquadra.
Visto da quell’altezza il cantiere sembrava un termitaio allo scoperto, vivace e movimentato. Da lassù si vedeva bene ogni cosa: il tempio a Valle quasi ultimato, le ultime assise di pietre della Strada Sacra, la Sfinge. Si vedeva bene anche l’intricato dedalo di viuzze che correvano serpeggiando intorno ai magazzini reali, ad occidente del canale. Più lontano, il Nilo si snodava sinuoso ed impetuoso a causa della Piena che non accennava a calare.
"Salute a te, Siptha, che rivedo volentieri." volse le spalle al fiume e salutò con le braccia all'altezza delle spalle.
"Ti rivedo con piacere anch’io, mio giovane amico. Ma non hai risposto alla mia domanda. Dove sei stato? Qui sentono tutti la tua mancanza. Alcune cose non vanno bene, quaggiù!"
"Ci sono cambiamenti qui, vedo."  Djoser si guardò intorno.
"Il funzionario Hatmut mi ha mandato questa squadra, ma è piuttosto fiacca - si lamentò - e il lavoro procede a rilento.”
"Vedo   laggiù Amosis.  - replicò il ragazzo - Lui è un lavoratore instancabile e molto capace, ma non vedo suo fratello Thotmosis."
"Thotmosis oggi non c'è. - spiegò il caposquadra - Il suo asino è malato e lui ha preso due giorni di permesso per curarlo.”
“La sua mancanza si fa sentire!” osservò il ragazzo.
“Già! Nessuno è capace di poggiare un blocco accanto all'altro con la stessa precisione, in modo da non permettere ad una sola pagliuzza di starci fra le fessure."
Anche Djoser conosceva ed apprezzava, come tutti, la competenza di Thotmosis, il quale non avrebbe certo approvato il lavoro degli operai della nuova squadra.
"Guarda qui, Djoser. Guarda in che modo maldestro sono state posate queste pietre.”
“Già! Non ce n’è una sola che combaci con l’altra." assentì il ragazzo, con accento di disapprovazione.
 “Per fortuna queste pietre costituiscono il massiccio centrale - spiegò il caposquadra; una piccola pausa per tirare su col naso e detergersi il sudore con uno straccio, poi proseguì - Meglio che non lo siano, d’altronde. Lo strato successivo si legherà più saldamente se le pietre non sono uguali. Questa malta - indicò lo strato di gesso disposto sul piano di posa - e lo scheggiame di riempimento degli interstizi, assicureranno una perfetta stabilità al nucleo che sta dentro e permetteranno una presa più salda dei blocchi di rivestimento esterno… Attento! Attento, tu!” gridò all’indirizzo dell’uomo che stava versando la malta ancora allo stato fluido sulla superficie delle ultime assise.
In effetti, pensava Djoser, a guardarlo così come si presentava in quel momento, più che alla Piramide di Khufu, quella costruzione somigliava a quella di Zoser e cioè ad una grande scalinata che saliva verso il cielo.
“Attenti, voi due! – continuava a gridare il caposquadra - Questa sostanza di gesso e acqua indurisce rapidamente. - poi, rivolto al ragazzo - Osserva, Djoser. Quando il fango si asciugherà, queste due pietre potranno respirare senza patire il caldo del giorno e il freddo della notte, ma occorre che i massi siano accostati con diligenza e senza svogliatezza e gl’interstizi riempiti con cura.”
Djoser approvava il dissenso del caposquadra scuotendo anch’egli il capo. Il maestro Pthahotep gli aveva spiegato la necessità di una perfetta posa delle pietre, soprattutto nelle prime   assise, le più   vicine al    nucleo     di roccia centrale che
fungeva da fondamenta.
(continua)

 

brano tratto da: "DJOSER e lo Scettro di Anubi" di Maria Pace

editrice MONTECOVELLO

 

I libri sono disponibili presso le migliori librerie o la Editrice MONTECOVELLO   oppure in rete:

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Ombre e Gelosie

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Seduti in circolo a gambe incrociate nel grande piazzale davanti alla tenda di Rashid,  tutta la tribù era presente per festeggiare il suo ritorno e quello della principessa Jasmine: bianchi mantelli, abiti sgargianti, pugnali, fucili e strumenti musicali; alle loro spalle la luna illuminava la sabbia.
Sir Richard, gambe incrociate, pugnale infilato alla cintola, parlava con lo sceicco Harith seduto alla sua destra. Parlavano dell'ultimo acquisto di armi, una mezza dozzina di fucili provenienti dall'Italia da pochi decenni riunita, precisamente da quello che il professor Marco Starti chiamava Stato Pontificio, cui qualche trafficante d'armi era riuscito a portar via.

A Sahab arrivavano armi da ogni parte d'Europa, come ad ogni altra tribù del deserto, le quali  facevano affari con italiani, francesi, tedeschi e inglesi, naturalmente.
Harith mostrò il fucile che teneva in mano e sir Richard non riuscì a trattenere la mordace e pacata ironia di cui era dotato:
"Ecco una canna che è passata dal servizio di Cristo a quello di Allah!" disse, da buon miscredente qual era.
Si aspettava la replica, naturalmente, ma le note del tandir di Selima, la Favorta di Rashid, lo salvarono dall'imbarazzo.
"Oh, brava Selima. - esordì sorridendo Zaira - Allietaci con la tua musica... é dolce e malinconica, ma assai bella."
Selima restituì il sorriso.

 

"E' una melodia che mi ha insegnato Letizia. - spiegò - E' il canto d'amore di una fanciulla che si strugge per un amore non corrisposto..."

Di fronte al lord inglese, dall'altro lato del circolo, Letizia appariva assorta e distante. Irraggiungibile; neppure il suono del suo nome parve scuoterla.

Aveva  di fianco le due donne di Rashid: la principessa Jasmine a destra e Selima alla sinistra; di fronte, invece, sedevano Harith e Fatima. Parve  scuotersi, infine  e fece convergere lo sguardo sulle corde dello strumento nelle mani di Selima.

Sollevò il capo e  lasciò vagare d'intorno lo sguardo, sulle note dolcissimamente malinconiche della musica, ma finì per naufragare in quello di Harith, scuro e penetrante, che la fissava con intensità tale da contrarle la carne e procurarle quello stato di gaudiosa e tormentosa eccitazione.
Si guardarono, con quella tenerezza  e quell'amore potente come la forza di una tempesta di sabbia, ma lei si sottrasse subito a  quel richiamo e spostò lo sguardo sulla donna seduta al suo fianco.

"E' bella! - pensava - E'  grassa e opulenta come piace a loro... agli uomini... Come piace ad Harith... "

Guardava la  rivale; fissava la sua figura fin troppo opulenta che si perdeva nell'ombra di sete e damaschi e su cui, qua e là, al lume della luna balenavano discreti  orecchini, collane e bracciali. E pensava, mentre la guardava, di non avere strumenti per contrastarne le segrete, sapienti insidie  amorose di cui la supponeva maestra: dietro quel velo sapientemente calato sul viso, ne era certa,  dovevano nascondersi fascini segreti e pratiche amorose per conquistare un uomo, che lei, però, non conosceva.
 

Fatima era la sola donna col volto velato; tutte le altre portavano solo un velo sui capelli. Fu per questo, forse, che con un gesto di ribellione se lo lasciò scivolare sulle spalle, mettendo in mostra la luminosità dorata dei lunghi capelli biondi e attirando immediatamente su di sé tutti gli sguardi e cogliendo fuggevolmente quello di disapprovazione di Harith, che lei continuava ostinatamente a sfuggire.

E intanto,  quel  tarlo, la gelosia, correva nel sangue e nelle vene e raggiungeva il cuore, sottile e penetrante, capace di  rodere l'animo con un sol respiro.

Soffriva e la mente vacillava. Una sola cosa riusciva a pensare: appartenere a lui le era necessario e vitale più della vita stessa e  non poté impedirsi di tornare a rituffare lo sguardo in quello di lui, nero e ardente, colmo di illusorie promesse. E d'improvviso, un piacere quasi folle la colse: la sensazione che anche lui soffrisse.

Dopotutto, c'era una certa "giustizia morale" nella sofferenza di lui, si disse. Ma poi, Fatima che gli si accostava e lui che si chinava verso di lei, riaccese la sua pena. Chiuse gli occhi e si attanagliò le mani intorno alle braccia premendo con forza e provando un piacere sadico nel conficcarsi le unghia nella carne per placare la pena dello spirito.

Quasi si stupì che  qualcuno ridesse e scherzasse, proprio accanto a lei, ignaro della sua sofferenza: la principessa Jasmine protesa in avanti per dire qualcosa a Selima.
Letizia le guardò entrambe; le fissò  stupita e interdetta...  Gelose! Non erano gelose l'una dell'altra? Soprattutto Selima, per le attenzioni che Rashid riservava quasi esclusivamente alla principessa Jasmine.

E Jasmine? Non era gelosa di Selima?

Avevano la stessa età, lei e Jasmine e quando Harith la guardava con quello sguardo inafferrabile, all'inseguimento di pensieri audaci e proibiti che la riguardavano e la facevano arrossire, lei sentiva la propria carne contrarsi dal piacere e non avrebbe voluto vederlo guardare un'altra donna con quello stesso sguardo.

Rashid non aveva mai guardato Jasmine a quel modo? Non era mai balenato, nella mente di Jasmine, il pensiero che Rashid avesse guardato la sua Favorita proprio a quel modo, facendole sentire quello spasimo proibito e furtivo  nel desiderare le sue carezze?  Lei sì! Non poteva evitarsi di pensare alle mani dolcemente brutali di Harith  mentre percorrevano  il corpo di  Fatima, così come aveva fatto con lei; alla presa intensa e dolce, tenera e predace con cui le faceva intendere che la voleva solo per sé, mentre lei non sopportava che lui potesse volere per sé anche Fatima.
I fuochi dei bivacchi, d'intorno, baluginavano; a spezzare il suo taciturno disagio arrivarono risate, voci e gridolini: un gruppo di ragazze con piatti fumanti e vassoi pieni di coppe e brocche.

Si alzò e andò loro incontro. Prese dalle mani di una delle ragazze un grosso piatto di terracotta contenente del cus-cus, e  cominciò a distribuire, con gentilezza aggraziata, muovendosi agile nella tunica di seta blu-indaco.

Gridolini, bisbigli, risate, confusione e  il tintinnio delle brocche che si toccavano  e   l'allegria che aveva conquistato tutti.

Tutti meno lei.  Cominciò a servire quelli che stavano seduti alla sua  sinistra; riempì per primo il piatto di Selima, poi passò ad Ibrahim, che con disinvoltura cominciò a frugare nel piatto, lasciandovi, però, i pezzi migliori.

Era la volta di Fatima, che sporse verso di lei la piccola mano grassoccia per afferrare dal vassoio e portarlo nel proprio piatto una polputa coscia d'anatra; la ragazza sollevò su di   lei lo sguardo e le sorrise.

Letizia rispose al sorriso e mentre si rialzava sul busto e  distrattamente lanciava un'occhiata sulla sinistra,  il vassoio, semivuoto, le tremò in mano, tanto che dovette sorregerlo con entrambe:  le mani di Fatima e di Ibrahim erano teneramente intrecciate.

Letizia impietrì e il senso di ingiustizia morale fece emergere dai meandri più profondi del suo intimo quel sentimento di  velato rancore  che, una volta innescato, era impossibile da dominare: Harith la preferiva ad una donna che lo tradiva con un altro!

(continua)

brano tratto dal libro  IL  RAIS  -  su  AMAZON.it

*

Di cosa parlavano i maschi romani alle Terme?

 

brano tratto dal libro: "LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses"

di Maria Pace - Editrice Montecovello

 

(seguito)

Recarsi alle Terme era per Marco  solo un pretesto per incontrare gli amici ma, all’infuori di Sabino, non avevano incontrato altri.
Dopo una breve sosta nel frigidarium, nelle cui acque si rinfrescarono, decisero di raggiungere il Gymnasium.
Ridiscesero in cortile e raggiunsero la Basilica, un grandioso edificio a forma di cupola che ospitava biblioteche e sale di conversazione. Si fermarono in una sala molto simile a un triclinio, con una via-vai di schiavi carichi di vassoi pieni di salsicce, pizze e focacce provenienti direttamente dai thermopolium.
Quello dei termopulai a Roma era uno dei mestieri più lucrosi!
Quattro colonne di marmo reggevano il soffitto decorato. Vicino alla terza colonna, sdraiato sul primo dei quattro lettini trovarono Cleonte il greco, impegnato con Metello Fabrio in una controversa conversazione sulla plebe e il suo “rancore sociale”.  Il suo gesticolare impediva a una spaurita e incauta Psiche, sulla parete alle sue spalle, di contemplare le splendide fattezze di Amore. Accanto alla pittura, una scritta dissacrante recitava: “Cornelio Lepido è il finocchio del suo schiavo Rodomonte.”
“Per Ercole! Mi piacerebbe veder nudo il focoso Rodomonte.” rise Sabino, trascinandosi dietro la risata degli altri, che si divisero subito nel giudizio come se si trattasse di un gioco combinato.
“Merito alla Legge Scantinia, senza la quale certe sfrontatezze porterebbero al degrado dell’Amore.” osservò Marco che, provenendo dall’ambiente militare, mal tollerava l’omosessualità.
La Lex Scantinia  era un insieme di norme che regolavano il dilagare delle pratiche omosessuali in Roma.
“Amore? - replicò Sabino - Ma quale Amore?”
“Chiediamolo al pedagogo Cleonte. - interloquì Metello - Chiediamogli se è Amore quello per una donna, necessario a perpetrare la specie o quello per un giovine, sollecitato da libido.”
“La Natura riesce sempre a far bene il suo mestiere.- esordì il
greco, chiamato in causa - L’Amore per donne e fanciulle?... La Natura suscita frenetiche passioni nei riguardi di donne e fanciulle,  ma accende anche irrefrenabili ardori verso altri uomini o fanciulli.... E’ un altro,  il richiamo da ignorare: quello che si prende nelle vesti o nel letto di qualcuno che ti è indifferente.... Quello il solo delitto in Amore!”
“L’intimità con un maschio è indecenza solo se la compiacenza fosse strappata con la violenza!”
“E Rodomonte? - domandò Sabino - Non mi pareva che approvassi il legame di Rodomonte con Cornelio.”
“E’ l’approccio che è disdicevole. - rettificò il filosofo - Per Cornelio Lepido è riprovevole subire gli appetiti del suo schiavo!”
“Soprattutto oggi che servi e schiavi accampano sempre nuove pretese. Parlano di giustizia e libertà... parole che hanno sempre ubriacato la gente!” fece osservare l’altro.
“Non ubriacato, ma dato la spinta a malumori apparentemente sonnacchiosi e pronti a sfociare in rivolta.” replicò Lucilio.
“Grano, spettacoli e robuste catene: così si tengono sopiti i malumori della plebe.” Silio Italico s’inserì nel dialogo fra il filosofo e il Prefetto.
“Malumori… rancori sociali! – interloquì Marco - Io sono un soldato e combatto con la spada, non con la parola, ma so che
esistono Leggi che danno regole alla società!”
“Leggi che  assicurano privilegi a chi ne hà già!” replicò Cleonte.
“Ecco cosa intendevo! - intervenne il filosofo – E’ giusto che alcuni sperperino senza misura e ad altri manchi il necessario? Che alcuni si prendano potenza, onore e ricchezze lasciando agli altri processi e condanne? – una pausa, ma solo per riprendere fiato, poi Lucilio continuò, con parole, gesti e pause ben dosati - Il malcostume scende dall’alto, ma è dal basso che il malumore si manifesta per primo: liberti arroganti, strozzini, senatori asserviti e... e dall’altro versante, contadini scacciati dalle terre, gente strozzata da debiti… ”
“Basta così! - lo interruppe Metello - Sei sapiente nell’affilare le tue parole, ma hai offeso tutti, qui! Siamo nobili e senatori e non siamo come ci dipingi tu.”
“Io non dico nulla che non sia già stato detto con i fatti. Svegliatevi! Solo un atto di coraggio può fermare questa cancrena e togliere il male alla radice. Molti la pensano così, ma pochi hanno il coraggio di affermarlo.”
“E’ l’ordine attuale, quello che tu contesti, Lucilio. - insinuò il Prefetto - E’ il sovvertimento delle regole.”
“Parole pericolose per te che le dici come per noi che le ascoltiamo. -  Silio serrò in una espressione minacciosa le gia strette fessure che erano i suoi occhi - Se continui a snocciolare il tuo “rancore sociale” con tanta sicumera, finirai male. Per cosa è che metti in gioco la tua vita, filosofo?”
“Metto in gioco la mia vita per qualcosa di molto prezioso!”
“E cosa sarebbe?” domandarono tutti in coro.
“La libertà di pensare! – rispose lapidario il filosofo - La capacità di liberarsi delle catene dello strozzino e del capestro degli interessi.... che poi è quello di cui avete bisogno voi tutti, se non sbaglio!… Per questo parlo di coraggio. Ci vuole coraggio per abbattere il malcostume. Il buon Seneca… gli Dei l’abbiano in gloria… diceva: Cum mori est nobis nullo auxilio sumus. E...”
“La tua lingua si muove troppo liberamente! - anche Metello lo ammonì, mentre continuava a battere nervosamente il coltello contro la coppa che gli stava davanti – Tienila a freno. Hai bevuto a troppe coppe imbevute di stoicismo: provvedi e non strozzarti!”
In fondo alla stanza, sull’uscio della grande porta d’accesso ai sotterranei, uomini sudati, sporchi di carbone, sepolti sotto carichi di legna, andavano e venivano gettando loro addosso stanche occhiate. Lucilio li additava di tanto in tanto, come a significare che era a gente come quella che si riferiva, ma quelli non si degnavano neppure di voltarsi a guardare.
“I fulmini della tua eloquenza vagano incontrollati - ancora Italico - e minacciano di incenerire questa allegra compagnia.”
“Le vostre sono solo pomposità verbali che servono a nascondere i vizi dei tempi in cui viviamo. – Lucilio era ormai lanciato - Parlate ma non dite! Spiegatemi... chi di voi ha scritto di Cornelio e del suo schiavo? E stato uno di voi... così, per ridere, ma non avete nemmeno il coraggio di attribuirvi ciò che dite per far ridere!”
“Lucilio mette sempre troppa passione nelle dispute.” intervenne a questo punto Marco, nel tentativo di allontanare l’amico dalla pericolosa logomachia in cui minacciava di affondare; dentro di sé, però, pensava che si commettevano più infamie là dentro nel giro di una giornata che in qualunque altro posto e temeva per l’amico.

(continua)

*

... Meandri


 


... MEANDRI...

 


 


brano tratto dal libro:  "DJOSER e lo Scettro di Anubi"
di prossima presentazione presso libreria ZANABONI - Torino

 

 Infreddolito e triste, nell’attesa del sonno che non arrivava, Djoser pensava a quella culla scurita dal tempo ma ancora attaccata al soffitto di casa. Le sue mani cercarono il filatterio legato al collo, un astuccio di canne contenente iscrizioni incise su un frammento di papiro; formule per propiziarsi il sonno. Glielo aveva messe al collo sua madre. 
Improvvisamente avvertì la sensazione di non essere più solo e che la  luce  della  Luna   lo scaldasse   quasi più delle fiamme del bivacco. Aprì gli occhi e balzò a sedere: sdraiato di fronte a lui dall’altra parte del fuoco, c’era uno sciacallo.
Superato il primo moto di timore, Djoser restò a guardarlo. Capì subito che non si trattava di uno sciacallo comune. Avvolta dal chiarore della Luna e di quello delle fiamme del bivacco, la sagoma dell’animale si stagliava nitida contro il cielo blu intenso della notte. Nero come la pece, era assai più grosso di uno sciacallo. Più grosso perfino di un lupo.
Collo possente, muscoli poderosi sotto un manto di pelo raso, lo sciacallo si sollevò sulle zampe anteriori e lo fissò dritto negli occhi.
Un brivido attraversò la schiena del ragazzo, incapace di sottrarsi al richiamo di quello sguardo obliquo e verde. Lo vide tendere verso di lui il capo dal muso allungato ed aguzzo, spalancare le fauci e mettere bene in mostra le potenti mandibole e le zanne appuntite.
Ma non era un atto di minaccia, bensì la posa che lo sciacallo assume quando ulula alla luna. L’ululato tipico, dicevano al cantiere della Piramide, che lo sciacallo lancia nei periodi che precedono la pioggia: fenomeno assai raro nel deserto.
Djoser comprese che qualcosa di prodigioso stava per accadere.
Attese.
Ogni cosa intorno a lui pareva attendere un prodigio, perché quello era un luogo “Divino”, dove era possibile infrangere le   barriere del mistero e delle dimensioni: perfino i Faraoni lo avevano scelto per fissarvi le loro dimore eterne.
E il prodigio accadde. Le zanne dello sciacallo, sporgenti fuori della bocca, lentamente rientrarono; così pure le unghie, lunghe e scure. Il muso, allungato e stretto, si appiattì. Nelle orbite oblique, gli occhi fiammeggiarono. Umani o, forse, divini. Il corpo, rannicchiato e curvo, si alzò; pian piano si allungò. Il pelo, nero e lucente, scivolò dentro il cuoio. Risucchiato. Fino a scomparire. Alta, sempre più alta, la sua figura sovrastò, potente e fiera, quella del ragazzo.
Anubi era davanti a Djoser e il  ragazzo, più attonito  e sbigottito che mai da quella stupefacente metamorfosi, lo guardava ammutolito.
“Oh, Anubi! -  proruppe - O Signore del Cammino Nascosto!”
“Perché non riposi?” domandò lo Sciacallo Divino e, come già nei meandri della Piramide, la sua voce fece fremere l’aria d’intorno e minacciò di spegnere le fiamme del bivacco.
“Il Deforme Bes, Dispensatore delle Sabbie Benefiche del Sonno, si tiene lontano dal povero Djoser. - si lamentò il ragazzo-  L’hai visto aggirarsi qui intorno, o Divino Sciacallo?”
Anubi non rispose a quella domanda, ma ne fece una a sua volta:
“Hai paura di me?”
Un poco, quella domanda stupì il ragazzo.  Il Signore del Cammino- Nascosto, si disse, sapeva ben leggere dietro la sua fronte e dentro il suo cuore e conosceva già la risposta. Così, decise di osare.
Osò guardarlo in faccia. Osò entrare nel suo fulgore divino. Sapeva bene di poterne restare incenerito. Stranamente, però, non aveva di questi timori. I suoi occhi scuri penetrarono tranquilli e sereni nello sguardo  della più misteriosa e temibile fra tutte le Divinità e Anubi gli permise perfino di entrare dentro la sua mente.
L’animo di Djoser si dispose a nuove emozioni.
Era certo che lo Sciacallo Divino gli avrebbe mostrato i segreti della Duat, il Mondo-Rovesciato di cui era il Signore, che egli aveva sempre immaginato come un’enorme caverna tenebrosa e irta di insidie, in cui una folla di anime defunte vagavano   spaurite alla mercè  di terrificanti creature.
Fece un cenno del capo per dire che sì, aveva paura.

 

"Sai che cosa è la Conoscenza? - domandò a quel punto il Signore del Mondo-di-Sotto - il ragazzo si strinse nelle spalle e Anubi - La Conoscenza, Djoser, allievo di Ptha, è la capacità di sollevare il velo di un mistero che ne nasconde un altro, senza restarne sopraffatti. Sollevare veli, però, comporta rischi. Tu, Djoser, figlio di Pthahotep, hai paura di osare?"

Djoser osò e la sua mente s'inoltrò ardita in quella del Dio e si confuse con essa; i loro pensieri si avvilupparono, simili a due cobra attorcigliati.


La prima sensazione che il sangue di Djoser conobbe e acquisì da quella "fusione", fu un senso di gloria, percepito da tutte le Identità che componevano la sua essenza umana. Soprattutto lo Spirito-Ka e l'Anima-Ba danzavano inebriati. Anche il Cuore-Ib esultava e perfino la l'Ombra-Shut brillava come un sole riflesso in uno stagno, tanto era lo Splendore all'interno del Signore del Mondo-di-Sotto.

Una meraviglia infinita. Una purezza totale. Una generosità ed una tenerezza incalcolabili.


Comprese perché Ka-beut, la Dea-Freschezza, avesse scelto di essere Sua figlia. C'era una Luce Infinita dentro il Signore delle Tenebre. Una fiamma che splendeva in mezzo al tenebrore con la potenza del balsamo che libera da ogni dolore e paura; un fulgore grande quanto lo stesso cielo.


Ma, proprio proveniente dal centro di tanto fulgore, Djoser sentì irrompere dentro di lui una sensazione nuova e improvvisa, simile all'aria che cambia per un temporale in avvicinamento o altro grosso evento atmosferico.
Quel cambiamento gli comunicò una pena ed un'inquietudine particolari, poichè erano la pena e l'inquietudine di Anubi: infinite quanto la Sua generosità. Non erano una pena e un dolore qualsiasi. Erano emozioni che non avevano nomi per essere definite.

C'era, in quel dolore, tutto lo sconvolgimento della Palude in cui Horo e Seth si erano scontrati per l'ultima volta; tutta la tristezza del distacco della Celeste-Nut dall'amato Geb, Signore della Terra.


La sua mente non era in grado di contenerle. Barcollò e sentì il corpo diventare rigido e pesante.


Anubi lo sostenne; quasi lo strinse a sé.

Immediatamente dopo, i loro pensieri si dissociarono, ma la voce del Dio tenne la mente del ragazzo sospesa nell'aria ancora per qualche attimo, come una goccia di sangue appesa alla punta di un pugnale, prima di staccarsi e dire:


"Vorresti conoscere la storia di Anubi, figlio di Osiride?"


"O Divino Sciacallo! - proruppe il ragazzo - Vuoi degnarti di parlare a Djoser di Questioni Divine?"


"Ascolta! - fece semplicemente Anubi, con quella voce che di certo atterriva i Kau dei defunti quando li traghettava attraverso le vie della Duat, ma che, pur facendolo rabbrividire, non lo spaventava più - Questa non è la storia che si sente per bocca dei preti. Questa è la storia vera degli Dei. Ascolta!... Ra, Padre degli Dei, la cui sostanza è Fuoco e Calore, cercava una sposa di opposta sostanza che non restasse incenerita dal suo fulgore. La trovò in Nut, Signora del Cielo... Ra, però, non disdegnava altre compagne... "


Djoser ascoltava e taceva.


"In verità, neppure la Celeste Nut era fedele. Al vecchio e bavoso Ra, preferiva Geb, forte e vigoroso."


Una pausa e un respiro rovente che fece oscillare la fiamma del bivacco, poi Anubi fece cenno al ragazzo di tornare a sedersi accanto al fuoco e lo stesso fece anch'Egli, accosciandosi dall'altra parte.


"Nut e Geb si accoppiarono per quattro giorni, prima che Ra li separasse."


Ancora una pausa e un profondo rossore sulla faccia di Djoser, non ancora iniziato ai misteri dell'amore e del sesso.


Anubi ebbe un sorriso indulgente che gli distese il volto e gli addolcì l'espressione dello sguardo incandescente e verde.


"Da quell'amplesso nacquero quattro figli. Il primo a lasciare il grembo materno fu
Osiride. Fu subito forte, saggio e coraggioso come suo padre. Un'ora più tardi nacque Seth, ma la sua nascita fu violenta e produsse una dolorosa ferita nel grembo di sua madre, il Cielo, attraverso cui cominciarono a passare fulmini e saette, poi... poi nacque Isis, Dispensatrice della Vita. - recitò Anubi con enfasi - Iside, che scoprì il grano e lo mostrò ad Osiride affinchè ne facesse dono agli uomini. Nacque in un cielo sereno e irrorato di rugiada. E infine... infine nacque Nefty, la più bella fra gli Immortali.  Nebthet, era il suo nome-ren, a ragione di tanta grazia e bellezza, ma null'altro possedeva: solo grazia e bellezza. Non la misericordia o la generosità di Iside!"


Lo sguardo del Dio s'incupì; Djoser gli vide scuotere con veemenza il capo, tanto da far fluttuare vorticosamente l'etra intorno a loro.

Il ragazzo si portò una mano alla gola come se stesse soffocando, ma Anubi stese un braccio e l'aria tornò placida, come il tono della voce, quando parlò:


"Tu non sai, però, che anche il vecchio Ra si era accoppiato con Nut durante quei quattro giorni!"


"Oh!" fu il commento dell'allievo di Ptha.


"Chi può dire con certezza quali dei quattro fratelli siano Figli di Ra e quali di Geb?"


Non poteva giurarci, ma a Djoser parve avvertire una nota di feroce ironia nella voce di Signore del Mondo-Nascosto. Quasi divertita. D'altronde, se quelle cose accadevano in Cielo...


"Geb, che regnava sull'Egitto, divise il Regno tra i due fratelli: a Osiride toccò l'Egitto Superiore ed a Seth andò l'Egitto Inferiore. Iside divenne la sposa di Osiride e Nefty fu fatta sposare a Seth. Ma... sai, tu, cosa avvenne?"


Djoser scosse il capo.


"La maledizione di Ra si abbatté su di loro. Sono Figli del Sole, andava domandandosi il vecchio e rancoroso Padre degli Dei, oppure sono Figli del Fango e della Palude?"


(CONTINUA)


brano tratto dal libro di Maria Pace


"DJOSER e lo Scettro di Anubi" - edito da Societa' Editrice MONTECOVELLO


DA RICHIEDERE PRESSO QUALUNQUE LIBRERIA


 


posso chiedere se qualcuno è interessato alla lettura? costa quanto una scatola di cioccolatini, ma è più "buono", poiché sostiene il progetto


SAVE THE GHILDREN - NON SIAMO SOLI

 

 

*

La Metamorfosi


LA METAMORFOSI

 

                                    

 


Infreddolito e triste, nell’attesa del sonno che non arrivava, Djoser pensava a quella culla scurita dal tempo ma ancora attaccata al soffitto di casa. Le sue mani cercarono il filatterio legato al collo, un astuccio di canne contenente iscrizioni incise su un frammento di papiro; formule per propiziarsi il sonno. Glielo aveva messe al collo sua madre.


Improvvisamente avvertì la sensazione di non essere più solo e che la  luce  della  Luna   lo scaldasse   quasi più delle fiamme del bivacco. Aprì gli occhi e balzò a sedere: sdraiato di fronte a lui dall’altra parte del fuoco, c’era uno sciacallo. Superato il primo moto di timore, Djoser restò a guardarlo.


Capì subito che non si trattava di uno sciacallo comune.


Avvolta dal chiarore della Luna e di quello delle fiamme del bivacco, la sagoma dell’animale si stagliava nitida contro il cielo blu intenso della notte. Nero come la pece, era assai più grosso di uno sciacallo. Più grosso perfino di un lupo. Collo possente, muscoli poderosi sotto un manto di pelo raso, lo sciacallo si sollevò sulle zampe anteriori e lo fissò dritto negli occhi. Un brivido attraversò la schiena del ragazzo, incapace di sottrarsi al richiamo di quello sguardo obliquo e verde.


Lo vide tendere verso di lui il capo dal muso allungato ed aguzzo, spalancare le fauci e mettere bene in mostra le potenti mandibole e le zanne appuntite. Ma non era un atto di minaccia, bensì la posa che lo sciacallo assume quando ulula alla luna. L’ululato tipico, dicevano al cantiere, che lo sciacallo lancia nei periodi che precedono la pioggia: fenomeno assai raro nel deserto.


Djoser comprese che qualcosa di prodigioso stava per accadere.


Attese.


Ogni cosa intorno a lui pareva attendere un prodigio, perché quello era un luogo “Divino”, dove era possibile infrangere le   barriere del mistero e delle dimensioni: perfino i Faraoni lo avevano scelto per fissarvi le loro dimore eterne.


E il prodigio accadde.


Le zanne dello sciacallo, sporgenti fuori della bocca, lentamente rientrarono; così pure le unghie, lunghe e scure. Il muso, allungato e stretto, si appiattì. Nelle orbite oblique, gli occhi fiammeggiarono.


Umani o, forse, divini.


Il corpo, rannicchiato e curvo, si alzò; pian piano si allungò. Il pelo, nero e lucente, scivolò dentro il cuoio. Risucchiato. Fino a scomparire. Alta, sempre più alta, la sua figura sovrastò, potente e fiera, quella del ragazzo.


Anubi era davanti a Djoser e il  ragazzo, più attonito  e sbigottito che mai da quella stupefacente metamorfosi, lo guardava ammutolito.


“Oh, Anubi! -  proruppe - O Signore del Cammino Nascosto!”


“Perché non riposi?” domandò lo Sciacallo Divino e, come già nei meandri della Piramide, la sua voce fece fremere l’aria d’intorno e minacciò di spegnere le fiamme del bivacco.


“Il Deforme Bes, Dispensatore delle Sabbie Benefiche del Sonno, si tiene lontano dal povero Djoser. - si lamentò il ragazzo-  L’hai visto aggirarsi qui intorno, o Divino Sciacallo?”


Anubi non rispose a quella domanda, ma ne fece una a sua volta:


“Hai paura di me?”


Un poco, quella domanda stupì il ragazzo.  Il Signore del Cammino- Nascosto, si disse, sapeva ben leggere dietro la sua fronte e dentro il suo cuore e conosceva già la risposta. Così, decise di osare. Osò guardarlo in faccia. Osò entrare nel suo fulgore divino.


Sapeva bene di poterne restare incenerito. Stranamente, però, non aveva di questi timori.


I suoi occhi scuri penetrarono tranquilli e sereni nello sguardo  della più misteriosa e temibile fra tutte le Divinità e Anubi gli permise perfino di entrare dentro la sua mente.


L’animo di Djoser si dispose a nuove emozioni. Era certo che lo Sciacallo Divino gli avrebbe mostrato i segreti della Duat, il Mondo-Rovesciato di cui era il Signore, che egli aveva sempre immaginato come un’enorme caverna tenebrosa e irta di insidie, in cui una folla di anime defunte vagavano   spaurite alla mercè  di terrificanti creature.


Fece un cenno del capo per dire che sì, aveva paura.

Il Nocchiero della Duat distese le labbra in un sorriso che il ragazzo non aveva visto mai sulla faccia di alcun essere umano.

"Non aver paura. - disse -  Tu nascesti in circostanze particolari e per questo possiedi virtù eccezionali. Tu sei un ragazzo curioso in cerca della Conoscenza. Sai che cosa è la Conoscenza?"

Il ragazzo scosse il capo.

"La Conoscenza, Djoser, allievo di Ptha, è la capacità di sollevare il velo di un mistero che ne nasconde un altro, senza restarne  sopraffatti.  Sollevare veli, però, comporta rischi. Tu, Djoser, figlio di Pthahotep, hai paura di osare?"

Djoser osò e la sua mente s'inoltrò ardita in quella del Dio e si confuse con essa; i loro pensieri si avvilupparono, simili a due cobra attorcigliati.

La prima sensazione che il sangue di Djoser conobbe e acquisì da quella  "fusione", fu un senso di gloria, percepito da tutte le Identità che componevano la sua essenza umana. Soprattutto lo Spirito-Ka e l'Anima-Ba danzavano inebriati. Anche il Cuore-Ib esultava e perfino la l'Ombra-Shutbrillava come un sole riflesso in uno stagno,  tanto era lo Splendore all'interno del Signore del Mondo-di-Sotto. Una meraviglia infinita. Una  purezza   totale. Una  generosità ed una tenerezza incalcolabili.

Comprese perché Ka-beut, la Dea-Freschezza, avesse scelto di essere Sua figlia. C'era una Luce  Infinita dentro il Signore delle Tenebre. Una fiamma che splendeva in mezzo al tenebrore con la potenza del balsamo che libera da ogni dolore e paura; un fulgore grande quanto lo stesso cielo.

Ma, proprio proveniente dal centro di tanto fulgore, Djoser sentì irrompere dentro di lui una sensazione nuova e improvvisa, simile all'aria che cambia per un temporale in avvicinamento o altro grosso evento atmosferico.

Quel cambiamento gli comunicò una pena ed un'inquietudine particolari, poichè erano la pena e l'inquietudine di Anubi: infinite quanto la Sua generosità.

Non erano una pena e un dolore qualsiasi. Erano emozioni che non avevano nomi per essere definite. C'era in quel dolore tutto lo sconvolgimento della Palude in cui Horo e Seth si erano scontrati per l'ultima volta; tutta la tristezza del distacco della Celeste-Nut dall'amato Geb, Signore della Terra.

La sua mente non era in grado di contenerle. Barcollò e sentì il corpo diventare rigido e pesante. Anubi lo sostenne; quasi lo strinse a sé. Immediatamente dopo, i loro pensieri si dissociarono, ma la voce del Dio tenne la mente del ragazzo sospesa nell'aria ancora per qualche attimo, come una goccia di sangue appesa alla punta di un pugnale, prima di staccarsi e dire:

"Vorresti conoscere la storia di Anubi, figlio di Osiride?"

"O Divino Sciacallo! - proruppe il ragazzo - Vuoi degnarti di parlare a Djoser di Questioni Divine?"

"Ascolta..."


brano tratto dal libro di Maria Pace


"DJOSER e lo Scettro di Anubi"


Società Editrice MONTECOVELLO


 

 

*

Il RO-STAU - La Porta dell’Oltretomba

IL RO-STAU - La Porta dell'Oltretomba

 

 


Djoser si mosse. Gli pareva di navigare in un etra fluido e leggero, ma non era la sua volontà a condurlo, bensì una forza arcana ed estranea. Si voltò. Di nuovo lo assalirono nausea e vertigini, ma qualcuno lo sostenne.

Djoser cercò il suo volto. Il movimento fece fluttuare l'aria intorno a lui. Fu in quel momento che la presenza percepita accanto a sé si manifestò.

Era un  giovane. D’aspetto bellissimo, il volto era così radioso che per un attimo Djoser dovette chiudere gli occhi. Quando li riaprì, vide una testa che si levava nobile e dritta su un collo taurino e  un volto ovale e bruno che pareva scolpito nel basalto.

L'espressione era timida e dolce. Straordinariamente dolce. Lo sguardo, però, penetrante ed ardente, irrequieto come quello di un giovane toro, fiammeggiava, simile a oro fuso dai cangianti riflessi turchesi. La fronte, piatta e marmorea, si allungava verso il sincipite dove si inserivano due corna arcuate, levigate e lunghe; una stupefacente macchia bianca campeggiava al centro della fronte.

"Hapy!”   sussurrò Djoser; quella presenza non gli ispirava alcun sentimento di paura.   

"Divino Hapy, Alfiere di Ptha il Creatore – salutò -     Omaggio a Te che scendi dal cielo e dai da bere alla terra.”

“Djoser, Figlio della Terra. Abbandona tutto quanto ti lega al Mondo-di-Sopra. – la voce del Hapy gli penetrò il cervello -Trattieni qui il tuo Corpo e lascia lo Spirito libero di andare oltre gli Orizzonti-Inviolabili-del-Tempo.”

Djoser sollevò lo sguardo e incontrò quello del Signore del Nilo, turchese, magico e carico di splendore. Stava sognando? Sotto i sandali non sentiva più il selciato del pavimento, ma nuda terra. Dov’era? Gli pareva di non aver mosso piede eppure era certo di trovarsi in un altro posto.

E Hapy? Era anche Lui frutto del suo sogno? Era certo di no, com’era certo di avere già incontrato il Signore del Nilo nel suo aspetto umano.

Un ricordo nitido e chiaro riemerse dalla bruma del tempo infantile. Aveva due o tre anni e stava giocando sul greto del fiume, dietro casa, con l’amichetto del cuore: Amosis, Sikty, Neferptha... Sikhty. Forse Sikthy. Non ricordava con assoluta certezza il suo nome. Ricordava invece che era molto divertente raccogliere ciottoli e vermi sul greto del fiume  che il ritiro delle acque lasciava scoperto. Divertente, ma pericoloso. Solo qualche metro più in là, le acque sprof

ondavano tanto da minacciare di inghiottirli. Proprio ciò che accadde quel giorno. La voce di Hapy tornò a risuonargli nella mente.

“Risparmia animo e cuore per le prove che ti attendono, ma abbandona ogni paura, o Sa-ta,   Figlio-della-Terra, e   segui con fiducia i passi della tua Guida.” "Sono pronto a seguirti." disse Djoser e perfino la propria voce gli parve un grido che squarciasse il silenzio arcano ed immobile che era intorno a lui e dentro di lui, rotto soltanto dagli sguardi sfolgoranti del Dio. Era sempre fermo, i piedi sempre radicati nel suolo, eppure provava la stessa sensazione di quando scivolava lungo i budelli della Piramide di Khufu.

“Non sono Io la tua guida.” lo sorprese Hapy scuotendo il capo e facendo fremere l’aria; la miriade di lucenti  corpuscoli presenti nell’aria, parevano scintille impazzite.

“Sarà Lui a guidarti fino alla prima delle Sette Arrit della Duat.”


Fu solo in quel momento che Djoser avvertì una seconda presenza nella stanza e sentì un soffio alitargli sul collo con il bruciore di una fiamma.

Capì subito, senza nemmeno voltarsi, che si trattava di Anubi. Si girò, con animo lieto e gioioso, ma precipitò nello sgomento: l’aspetto del Signore delle Tenebre-Profonde non era quello a lui familiare, gioviale ed un pò ironico.

Non era l’aspetto amabile e cortese del compagno di giochi, del maestro sempre indulgente. Il sembiante di Anubi era simile ad una fiamma minacciosa. Gli occhi verdi ed incandescenti parevano pronti ad incenerire, denti e zanne a lacerare, mani ad  artiglio a squartare. Terribile ed Implacabile.

Ecco il vero aspetto di Anubi. Così come lo   aveva “visto” comparire davanti al principe Kabaef prima che gli succhiasse la vita con quello sguardo tremendo. Terrorizzato, il ragazzo si girò verso Hapy, ma il Signore del Nilo non c’era più; al suo posto era rimasto un intenso profumo di loto e papiro e una miriade di scintille sempre più trasparenti.

Djoser balbettò qualcosa, ma la mano ad artiglio di Anubi lo toccò sulla spalla e la paura scivolò via dal suo spirito, come l’ombra del pomeriggio sulle case.

Il ragazzo abbassò lo sguardo e nel breve battito di ciglia, che a lui parve lungo quanto l’Eternità, la Tenebra si squarciò davanti ai suoi occhi sollevando il primo velo dei Grandi Misteri di Ptha: la Gola del Ro-Stau, la grande Porta dell’Oltretomba.

Djoser la fissò irrigidito dalla paura.

Il braccio di Anubi lo guidò e il ragazzo comprese la ragione per la quale lo Sciacallo Divino aveva assunto quel terribile aspetto: tre Demoni, armati di mannaie e coltelli, terrificanti a guardarsi, stavano venendo loro incontro per impedire l’accesso a quella Soglia.

Erano i Sorveglianti del Ro-Stau e al cospetto del Signore del Cammino-Nascosto, pur tra mugugni ed invettive, indietreggiarono. Prima di lasciarlo passare, però, per le Leggi che      regolavano il Mondo-di-Sotto,    pretesero di conoscere il nome del pellegrino e che egli pronunciasse il loro, con la giusta intonazione.

Anubi fece un cenno affermativo del capo e il ragazzo recitò:

“Sono Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha. Il mio ren è: Colui-che-esce-dai-papiri.”

“Da dove vieni?” chiese l’Araldo.

“Dalla terra di Ineb-Heg, il Muro Bianco di Memfi.”

“Che cosa sei venuto a fare qui?”

“Sono venuto per conoscere i segreti della Duat. Aprite il Ro-Stau e lasciatemi entrare. – ordinò - Io non sono arrivato qui impuro, ma provvisto di magia e conosco i vostri nomi: Mades è il tuo nome, Heri-sep è quello del tu compagno e tu sei Babi.”

I demoni abbassarono subito asce e mannaie e il grande portale si spalancò con un fragore assordante che lo fece trasalire, nondimeno, si apprestò ad oltrepassare la Buca del Mistero.

Con un certo disagio, per la verità: il disagio del distacco che la Terra  avverte quando la zappa le stacca una zolla dalla crosta.

Era come se il suo essere si fosse scisso e parte di sé fosse rimasta fuori di quella Soglia. Non dolore fisico, ma piuttosto un disagio dello spirito per la perdita di qualcosa.

Comprese di aver lasciato su quella Soglia la prima delle “identità” che componevano il suo essere umano: il ren, il nome segreto.

Un’altra delle identità era il Ka, lo Spirito. Era simile al djet, il corpo fisico, di cui era la copia esatta. C’era poi il Ba, l’Anima, che era la parte più intima dell’uomo. E c’era la Shut, l’Ombra. Infine c’erano l’Ib e l’Akh, il Cuore e il Corpo di Gloria. Sette, in totale, e lui provava quel senso di perdita che si avverte quando si smarrisce qualcosa di prezioso e vitale.

Che il ren fosse una questione molto importante per la creatura umana, Djoser lo sapeva assai bene. Vitale, per la verità, dal momento che neppure gli Dei potevano farne a meno. Non avere un nome equivaleva a non esistere. Possedere il nome segreto di un’altra persona...  (continua)

 

tratto dal libro "DJOSER e lo Scettro di Anubi" 


se il brano che segue susciterà qualche interesse e si volesse proseguire nella lettura, si può richiedere il libro direttamente a: Società Editrice MONTECOVELLO oppure alla libreria di fiducia.

Costa quanto due pacchetti di sigarette, ma non è altrettanto dannoso e sostiene il progetto: NON SIAMO SOLI  -  SAVE THE CHILDREN

 

buona lettura

 

 

*

La Metamorfosi...

 

 



LA METAMORFOSI


brano tratto dal libro  "DJOSER e lo Scettro di Anubi"


 


 

 


 



Infreddolito e triste, nell’attesa del sonno che non arrivava, Djoser pensava a quella culla scurita dal tempo ma ancora attaccata al soffitto di casa.


Le mani cercarono il filatterio legato al collo, un astuccio di canne contenente iscrizioni incise su un frammento di papiro; formule per propiziarsi il sonno. Glielo aveva messe al collo sua madre.


Improvvisamente avvertì la sensazione di non essere più solo e che la  luce  della  Luna   lo scaldasse   quasi più delle fiamme del bivacco.


Aprì gli occhi e balzò a sedere: sdraiato di fronte a lui dall’altra parte del fuoco, c’era uno sciacallo. Superato il primo moto di timore, Djoser restò a guardarlo. Capì subito che non si trattava di uno sciacallo comune.


Avvolta dal chiarore della Luna e di quello delle fiamme del bivacco, la sagoma dell’animale si stagliava nitida contro il cielo blu intenso della notte.


Nero come la pece, era assai più grosso di uno sciacallo. Più grosso perfino di un lupo. Collo possente, muscoli poderosi sotto un manto di pelo raso, lo sciacallo si sollevò sulle zampe anteriori e lo fissò dritto negli occhi.


 


Un brivido attraversò la schiena del ragazzo, incapace di sottrarsi al richiamo di quello sguardo obliquo e verde. Lo vide tendere verso di lui il capo dal muso allungato ed aguzzo, spalancare le fauci e mettere bene in mostra le potenti mandibole e le zanne appuntite.


Ma non era un atto di minaccia, bensì la posa che lo sciacallo assume quando ulula alla luna. L’ululato tipico, dicevano al cantiere, che lo sciacallo lancia nei periodi che precedono la pioggia: fenomeno assai raro nel deserto.


Djoser comprese che qualcosa di prodigioso stava per accadere. Attese.


Ogni cosa intorno a lui pareva attendere un prodigio, perché quello era un luogo “Divino”, dove era possibile infrangere le   barriere del mistero e delle dimensioni: perfino i Faraoni lo avevano scelto per fissarvi le loro dimore eterne.


 


E il prodigio accadde.


Le zanne dello sciacallo, sporgenti fuori della bocca, lentamente rientrarono; così pure le unghie, lunghe e scure. Il muso, allungato e stretto, si appiattì. Nelle orbite oblique, gli occhi fiammeggiarono.


Umani o, forse, divini.


Il corpo, rannicchiato e curvo, si alzò; pian piano si allungò. Il pelo, nero e lucente, scivolò dentro il cuoio. Risucchiato. Fino a scomparire.


Alta, sempre più alta, la sua figura sovrastò, potente e fiera, quella del ragazzo. Anubi era davanti a Djoser e il  ragazzo, più attonito  e sbigottito che mai da quella stupefacente metamorfosi, lo guardava ammutolito.


“Oh, Anubi! -  proruppe - O Signore del Cammino Nascosto!”


“Perché non riposi?” domandò lo Sciacallo Divino e, come già nei meandri della Piramide, la sua voce fece fremere l’aria d’intorno e minacciò di spegnere le fiamme del bivacco.


“Il Deforme Bes, Dispensatore delle Sabbie Benefiche del Sonno, si tiene lontano dal povero Djoser. - si lamentò il ragazzo-  L’hai visto aggirarsi qui intorno, o Divino Sciacallo?”


Anubi non rispose a quella domanda, ma ne fece una a sua volta:


“Hai paura di me?”


Un poco, quella domanda stupì il ragazzo.  Il Signore del Cammino- Nascosto, si disse, sapeva ben leggere dietro la sua fronte e dentro il suo cuore e conosceva già la risposta. Così, decise di osare.


Osò guardarlo in faccia. Osò entrare nel suo fulgore divino. Sapeva bene di poterne restare incenerito. Stranamente, però, non aveva di questi timori. I suoi occhi scuri penetrarono tranquilli e sereni nello sguardo  della più misteriosa e temibile fra tutte le Divinità e Anubi gli permise perfino di entrare dentro la sua mente.


L’animo di Djoser si dispose a nuove emozioni. Era certo che lo Sciacallo Divino gli avrebbe mostrato i segreti della Duat, il Mondo-Rovesciato di cui era il Signore, che egli aveva sempre immaginato come un’enorme caverna tenebrosa e irta di insidie, in cui una folla di anime defunte vagavano   spaurite alla mercè  di terrificanti creature.


Fece un cenno del capo per dire che sì, aveva paura.

Il Nocchiero della Duat distese le labbra in un sorriso che il ragazzo non aveva visto mai sulla faccia di alcun essere umano.

“Non aver paura. – disse -  Tu nascesti in circostanze particolari e per questo possiedi virtù eccezionali. Tu sei un ragazzo curioso in cerca della Conoscenza. Sai che cosa è la Conoscenza?”

Il ragazzo scosse il capo.

“La Conoscenza, Djoser, allievo di Ptha, è la capacità di sollevare il velo di un mistero che ne nasconde un altro, senza restarne  sopraffatti.  Sollevare veli, però, comporta rischi. Tu, Djoser, figlio di Pthahotep, hai paura di osare?”

Djoser osò e la sua mente s’inoltrò ardita in quella del Dio e si confuse con essa; i loro pensieri si avvilupparono, simili a due cobra attorcigliati.

La prima sensazione che il sangue di Djoser conobbe e acquisì da quella  “fusione”, fu un senso di gloria, percepito da tutte le Identità che componevano la sua essenza umana. Soprattutto lo Spirito-Ka e l’Anima-Ba danzavano inebriati. Anche il Cuore-Ib esultava e perfino la l’Ombra-Shutbrillava come un sole riflesso in uno stagno,  tanto era lo Splendore all’interno del Signore del Mondo-di-Sotto. Una meraviglia infinita. Una  purezza   totale. Una  generosità ed una tenerezza incalcolabili.

 

Comprese perché Ka-beut, la Dea-Freschezza, avesse scelto di essere Sua figlia. C’era una Luce  Infinita dentro il Signore delle Tenebre. Una fiamma che splendeva in mezzo al tenebrore con la potenza del balsamo che libera da ogni dolore e paura; un fulgore grande quanto lo stesso cielo. Ma, proprio proveniente dal centro di tanto fulgore, Djoser sentì irrompere dentro di lui una sensazione nuova e improvvisa, simile all’aria che cambia per un temporale in avvicinamento o altro grosso evento atmosferico.

Quel cambiamento gli comunicò una pena ed un’inquietudine particolari, poichè erano la pena e l’inquietudine di Anubi: infinite quanto la Sua generosità. Non erano una pena e un dolore qualsiasi. Erano emozioni che non avevano nomi per essere definite.

C’era in quel dolore tutto lo sconvolgimento della Palude in cui Horo e Seth si erano scontrati per l’ultima volta; tutta la tristezza del distacco della Celeste-Nut dall’amato Geb, Signore della Terra.

La sua mente non era in grado di contenerle. Barcollò e sentì il corpo diventare rigido e pesante. Anubi lo sostenne; quasi lo strinse a sé. Immediatamente dopo, i loro pensieri si dissociarono, ma la voce del Dio tenne la mente del ragazzo sospesa nell’aria ancora per qualche attimo, come una goccia di sangue appesa alla punta di un pugnale, prima di staccarsi e dire:

“Vorresti conoscere la storia di Anubi, figlio di Osiride?” 


(continua)

 

*

Il fascino del Mistero - Viaggio a sorpresa


 

VIAGGIO A SORPRESA

 

 

Il Cairo. Il locale era al completo: luci basse, note di alud  e tendir, tavoli strapieni di tazze e bicchieri e una danzatrice del ventre che si muoveva tra i tavoli leggera e piena di grazia. Era molto giovane, il bel volto incorniciato da capelli neri, ricci e trattenuti da una reticella di perle e dischetti, alla foggia delle beduine arabe; gli occhi brillavano, nerissimi e pungenti come spilli, spostandosi da un tavolo all’altro e senza fermarsi su nessuno. Distaccata ed irraggiungibile.

“Che Dea!” Chi aveva parlato era un ragazzo. Un europeo; c’erano molti europei nel locale: l’Egitto è pur sempre un Paese in grado di accendere la fantasia del turista. Alto, bruno, l’aria scanzonata, il ragazzo aveva appena fatto il suo ingresso nel locale e stava seguendo un cameriere, fez rosso in testa, che lo stava accompagnando al suo tavolo.

Non era da solo. Con lui c’era un altro ragazzo, un coetaneo, alto esattamente quanto lui, ma un po’ più robusto. Raggiunto il tavolo, i due  vi presero posto e ordinarono da bere; il cameriere si allontanò.

“Cos’era quella roba che hai ordinato?” domandò all’altro uno dei due. “Veramente non me lo ricordo, Leo. Mi è piaciuto il nome.”

“Quale nome?”

“Non lo so, accidenti. Non me lo ricordo.”

“Non sarà aranciata o acqua brillante!”

“Ma insomma… aspetta. E poi, che vuoi che me importi. E’ lei che m’importa.” il ragazzo indicò la danzatrice, da cui non aveva staccato per un attimo lo sguardo. “Sono sempre così affollati questi locali?” chiese ancora l’amico.

“Credo di sì! Guarda quanti turisti.”

“Ma ci pensi, Franco… siamo in Egitto! Ah! Voglio che questa vacanza sia indimenticabile! Ma… da bere non arriva più?”

“Ti avranno preso per un minorenne – rise Franco – e stanno pensando se portarti gazzosa o acqua brillante, ah.ah.ah… Bella fregatura, sarebbe!”

“Niente paura, Franco. Niente paura. Siamo maggiorenni… freschi maggiorenni con tanta voglia di divertirsi.”

Il cameriere arrivò proprio in quell’attimo; sul vassoio c’erano due bicchieri con del liquido trasparente e dall’apparenza innocua.

“Te lo avevo detto.  acqua brillante! Si tratta proprio di acqua brillante.” Rise ancora Franco prendendo il bicchiere e portandoselo alle labbra. Ne tracannò d’un fiato quasi la metà del contenuto, ma ciò che finì nel suo stomaco gli sembrò davvero esplosivo: il volto divenne rosso, gli occhi strabuzzarono e una mano corse a trattenersi la gola. Leo lo guardò stupito e divertito, col suo bicchiere trattenuto a mezz’aria.

“Ti è andato di traverso?” scherzò.

“Questa roba è dinamite!” esclamò Franco, invitandolo a bere; anche Leo ne tracannò.

“Porca vacca! – proruppe, passandosi sulla bocca il dorso della mano - Hai ragione… Ehi ! – aggiunse immediatamente dopo - Guarda quell’uomo. Guarda quell’uomo… Ha uno strano atteggiamento.”

“Ma cosa vuoi? – lo sguardo di Franco stava seguendo sempre la bella danzatrice – Lasciami ammirare quello schianto di ragazza.”

“Deve sentirsi male. – insisteva l’amico – Guarda.”


 

A malincuore, Franco dirottò lo sguardo nella direzione indicata; Leo, intanto, s’era alzato e avvicinato all’uomo che aveva attirato la sua attenzione, un europeo anche lui.

“Si sente bene, signore? – sentì Leo domandargli – Parla italiano?... Do you speak english?” Nessuna risposta ed a questo punto Franco, che aveva raggiunto il tavolo dello sconosciuto, gli pose una mano sulla spalla. Al lieve contatto, l’uomo reclinò la testa sul petto.

“Ma questo sta davvero male! - esclamò il ragazzo – Sembra…”

“Sembra un po’ morto! - lo interruppe l’amico con preoccupata ironia,  indicando la vistosa ferita alla schiena,  inequivocabile segno di una pugnalata – Bisogna chiamare qualcuno. L’assassino potrebbe ancora essere qui intorno.”

Franco fece un gesto per attirare l’attenzione della gente seduta ai tavoli vicini, ma uno dei camerieri lo raggiunse alle spalle e gli bisbigliò all’orecchio qualcosa di assolutamente incomprensibile.

“Che cosa vuole, questo? – anche Leo si girò a guardarlo – Perché non fa qualcosa?”

“Qualcosa la sta facendo, - spiegò l’amico – Mi sta puntando un pugnale nel fianco.”

“Accidentaccio!... Ma che cosa vuole e perché…”

“Che cosa vuole non lo so, - lo interruppe Franco – ma se non lo seguiamo… questo è chiaro, vuole che lo seguiamo… mi infilzerà come un pollo.”

Lo seguirono, fin dietro la tenda che nascondeva una porta, e si trovarono in un corridoio; qui, altri due figuri altrettanto poco raccomandabili, si unirono al primo. “Che cosa volete? – Leo si girò verso uno dei due che aveva cominciato a parlare concitatamente con il cameriere – Non abbiamo fatto nulla. Non siamo stati noi a far fuori quel turista.”

“Maledizione! – imprecò Franco – Ci siamo cacciati in un bel pasticcio.”

“Già! – assentì l’amico – Devono essere quelli che hanno fatto la festa a quel poveraccio e noi abbiamo avuto la disgrazia… anzi, tu hai avuto la bella idea di metterti a fare il detective.”

“Che diavolo vorranno da noi?”

“Niente di buono, temo. Se almeno riuscissimo a capire quello che dicono…  Ehi, che volete da noi? Chi siete?”

“Tu cammina.” esordì uno dei tre con fare perentorio.

“Ah, ma tu mi capisci? – fece Leo – Parli italiano?”

“Tu cammina. – ripeté quello – Tu visto cosa che non doveva vedere… tu e tuo amico.”

“Dove volete portarci?” domandò Franco.

“Tu niente domanda, se vuoi salvata vita.” rispose quello con pessimo accento italiano.

“Sei un extra-comunitario?... Oh, qui l’extra-comunitario sono io, ah.ah.ah – rise Leo, poi  – Per la Barba del Profeta, come dite voi, dì al tuo amico che non mi sforacchi!” continuò.

“Cosa … sforacchi?” domandò l’uomo.

“Sforacchi , significa tagliare corda.”

Uno sguardo d’intesa passò tra i due ragazzi; l’uomo li guardava stupito.

“Tagliare corda?” replicò, mentre  Leo continuava a protestare:

“Attento al tuo amico… potrebbe affettarmi con quel pugnale!”

Un cenno e il cameriere abbassò il pugnale, ma continuò a tenere saldamente stretto il suo braccio, l’altro teneva Franco.

In fondo al corridoio si vedevano i primi gradini di una scala. Il gruppo si fermò davanti alla penultima delle numerose porte che si affacciavano su quel corridoio; uno dei tre malviventi infilò una chiave nella serratura e l’altro, quello che teneva Leo per un braccio, si avvicinò alle scale, senza separarsi dal ragazzo: avevano sentito un rumore provenire dal piano di sotto.

“E’ il momento! – esclamò Franco – A cavalcioni della ringhiera.”

Uno strattone, un calcio negli stinchi, la sorpresa dalla loro parte e i due ragazzi si ritrovarono liberi. Montati a cavalcioni sulla ringhiera, si lasciarono scivolare fino al piano di sotto. I tre li inseguirono immediatamente giù per le scale imprecando,  ma i due ragazzi riuscirono a guadagnare la porta in fondo alle scale e l’uscita. Imboccarono la prima stradina che trovarono; una corsa frenetica e furono dietro l’angolo.

“Che si fa, adesso? - Franco si fermò a riprendere fiato – Quei tre ci staranno cercando per fare la festa anche a noi.”

“Proseguiamo per questa strada, che porta alla città vecchia. Penseranno che siamo diretti al fiume.” propose Leo.

“Però, così ci allontaneremo troppo dall’albergo.” replicò l’altro.

“Ci torneremo quando saremo sicuri di aver fatto perdere le tracce.”

“Nei quartieri della città nuova sarebbe più facile liberarci di loro.” Obiettò Franco.

“Ti sbagli. Sarà più facile qui, in queste stradine.”

“Non è meglio fare qualcosa, invece di scappare…. Per esempio, avvertire la Polizia?”

“Sei pazzo!”

“Perché?”

“Stranieri  incasinati con un delitto… Per prima cosa ci toglierebbero i passaporti e poi ci terrebbero in guardina per chissà quanto tempo.”

“Hai ragione. Torniamo nella città vecchia, poi  cercheremo un taxi  e torneremo in albergo."

 



Tornarono inditro e riattraversarono la città vecchia. Rasentarono case popolari ammassate come greggi sorprese dalla pioggia, passarono davanti a  splendidi palazzi appartenuti a lontani, temuti califfi e sempre di corsa, attraversarono suk e bazar. Furono in vista di un caravan-serraglio, testimonianza di un avventuroso passato non troppo remoto, ad una delle porte della città vecchia: qui si fermarono. Fu Leo a fermarsi per primo; Franco continuava a correre. “Fermiamoci, Franco. Abbiamo corso abbastanza. – Franco parve non averlo udito – Aspetta, Franco. – lo richiamò il ragazzo – Non mi sento bene. Fermati.” Franco rallentò la corsa e tornò indietro: ansava ed era molto pallido.

“Mi… mi manca il respiro.” balbettò. “Anche a me. – disse Leo – Mi tremano le gambe e il cuore mi batte forte.”

“Anche a me. Che cosa ci succede?”

“Sarà stato l’intruglio bevuto in quel locale.”

“Che cos’era?”

“Non lo so… - Franco parlava a fatica - Fermiamoci a riposare.”

Il ragazzo sentiva come un nodo stringergli la gola; sollevò gli occhi al cielo: il sole splendeva implacabile e picchiava spietato. La testa pareva scoppiargli, come stretta in una morsa rovente e il cuore palpitava furioso; le vene delle tempie pulsavano vertiginosamente. Respirava a fatica e una profonda stanchezza gli opprimeva corpo e spirito; il più piccolo gesto gli costava sforzo immane.

Si girò verso l’amico, come a chiedere soccorso. Leo stava appoggiato ad una parete rocciosa, le mani aggrappate ad una sporgenza e la testa abbandonata sul petto; il suo respiro sembrava l’ansimare di un animale selvaggio.

Gli parve che quella roccia prima non ci fosse; in verità, gli pareva che tutto quanto li circondava, prima non ci fosse.

Ma non se ne stupì affatto. Era così che doveva essere e la vista di quelle rocce, che profilavano tutto l’orizzonte, gli quietarono l’animo, perché familiari. Si avvicinò all’amico e lo toccò sulla spalla; Leo si girò.


 


“Principe Sethos… coraggio. – disse, lo sguardo deferente e nella voce un tono di profondo rispetto – I nostri inseguitori sono lontani. Qui abbiamo trovato la nostra salvezza.”

Franco, che Leo aveva chiamato principe Sethos, scosse il capo, ma senza alcun stupore nello sguardo, anzi, guardò l’amico con un sorriso.

“E’ solo una provvisoria salvezza. – rispose – Ram-Seth, il mio implacabile nemico, non ci darà tregua.”

“Ne sono consapevole, mio signore, ma noi potremo trovare rifugio per qualche ora tra queste gole.. Il fianco di questa montagna offre molti anfratti e screpolature e la potente Nefty ci proteggerà.”

“Sì, mio fedele Amosis. Una di queste gole profonde ci permetterà qualche ora di riposo e la Dea Nefty, nostra Protettrice, veglierà su noi.”

Passarono attraverso una delle tante fenditure che screpolavano la superficie della montagna che nascondeva caverne, gole e bui corridoi.

“Qui non ci raggiungerà nessuno, principe Sethos.” disse Leo-Amosis.

“La generosa Nefty ha convinto il dio Ammon ad anticipare il suo viaggio attraverso la Duat,  il Mondo-di-Sotto.”

“La tua vita, mio signore, è preziosa a tutti gli Dei.”

I due cercarono un posto per riposare qualche ora poi lasciarono l’anfratto e il fianco della montagna e ripresero il cammino. Camminarono per un tratto senza parlare, poi Franco-Sethos esordì:

“… se avessimo un cammello o un cavallo…”

“Purtroppo i nostri nemici hanno cammelli veloci.  Ma non importa. Siamo ormai vicini: l’Amentit, la Terra-Nascosta, è dietro quei monti.”

 

Era già notte, ma la luna rischiarava ogni cosa. Percorsero ancora qualche miglio poi raggiunsero la cima di una collina.

“Ecco la Città-dei-Morti. – disse Sethos tendendo il braccio verso il basso e la grande vallata disseminata di fosse, tumuli e tremolanti lumicini – Noi andremo laggiù.”

“Ma io non posso varcare quei sacri confini e profanarli con la mia presenza.” replicò titubante Leo-Amosis, facendo un passo indietro.

“Lì saremo al sicuro, proprio perché a nessuno è permesso varcare quei confini.” spiegò il principe.

“Ogni disgrazia cadrà sulla persona di Amosis, se oserà profanare quel luogo sacro, principe Sethos. Solo tu puoi farlo, perché presto sarai Faraone del Basso ed Alto Egitto.”

“Non temere, Amosis. Io sarò con te.” lo incoraggiò il principe e Leo-Amosis tacque e lo seguì, ma quando furono in vista dei primi tumuli di terra smossa, Amosis fu nuovamente preso dal panico.

“Io non posso violare la legge di Osiride o la sua collera mi perseguiterà per sempre.”

Amosis pareva davvero terrorizzato e irremovibile; l’altro lo interruppe:

“Taci… Non senti delle voci?”

“Sì, le sento. Chi può essere? Forse i nostri inseguitori?”

“Ascolta questa voce…” Amosis tese l’orecchio.

“E’ la voce della principessa Nefer.” esclamò.

“E’ con i suoi rapitori. Mia sorella, la principessa Nefer è con i suoi rapitori… possiamo ascoltare le loro voci.”

Ascoltarono.

 


“Per il vostro bene, lasciatemi. – stava dicendo una voce femminile – La collera di Iside e Osiride, i Signori di questo Luogo Sacro, vi perseguiterà in eterno se non mi lasciate andare.”

“Se non ti portiamo indietro, principessa Nefer, il Gran Visir,  Ram-seth, ci metterà a morte.”replicò una voce maschile.

“Temete più un mortale che la collera degli Dei? Se avete ancora un po’ di rispetto per la vostra principessa e di devozione per i vostri Dei, lasciatemi stare e io placherò l’ira degli Dei.”

“E’ inutile implorare né minacciare: la collera di Ram-seth è più vicina e reale di quella di Iside ed Osiride.”  udirono la voce di un altro uomo; erano almeno una mezza dozzina.

“Se sei davvero la figlia di Iside ed Osiride – fece una terza voce – ebbene, perché non arrivano in tuo soccorso?”

“Sciocchi… invocherò la collera di Iside, che sarà implacabile con voi.” “Chiama pure i tuoi Dei, ma sappi che nessuno potrà aiutarti.”

“Oh, Isis ed Usir – prese ad invocare, a questo punto la principessa Nefer – squarciate le tenebre e punite gli empi. Tu, Anubi, prima di guidare la mia anima verso la Duat, prendi con te questa gente sacrilega e torturali lungo il cammino…”

 

 

 

Ghigni e risate accompagnavano le parole della principessa, ma un lampo, improvviso e inatteso, squarciò la tenebra e spezzò le parole sulle sue labbra. Il serpente di fuoco e illuminò la scena e si abbatté sul gruppo. Caddero tutti a terra, spinti dallo spostamento d’aria. Ne approfittò il principe Sethos per calare giù, seguito da Amosis.

“Nefer, sorellina mia. – gridò – Sono qui. Sono qui.”

I due ragazzi raggiunsero la principessa; era stesa a terra, colpita anche lei dal fulmine.

“”Uh, Dei possenti! – gemette il fratello chinandosi su di lei e sollevandola, per stringerla al petto – perché? Perché avete colpito anche lei,  Perché non avete ascoltato le sue suppliche? Perché…”

“Sethos… - la voce di lei lo scosse  - Gli Dei mi hanno ascoltata.” Disse sorridendo.

I due fratelli stettero a lungo abbracciati; Amosis li guardava muto. Quando  si alzarono, la principessa trasse un oggetto da sotto il mantello.

“E’ per  questo che il Gran Visir è disposto ad uccidere. – disse tendendolo al fratello – E’ lo Scettro-del-Comando.del Faraone. Ram-seth lo ha portato via durante la Cerimonia di sepoltura di nostro padre, il Faraone., ma solo tu puoi impugnarlo, perché sei il principe ereditario.”

Sethos prese lo Scettro reale.

“Dimmi, Nefer, - domandò – come sei arrivata alla Terra-Nascosta?”

“E’ stata Iside a proteggere i miei passi. Ho pensato che questo fosse il solo posto che potesse darmi rifugio e salvezza e che anche tu saresti venuto qui, ma gli uomini di Ram-seth mi avevano preceduta… Ora posso tornare a Palazzo.”

“Sì, sorella mia. Io devo raggiungere la guarnigione militare e scoprire se il popolo ama oppure no il suo principe erede.”

Si salutarono; il sorriso della principessa era  dolce e triste insieme. Presero strade diverse: Nefer con il solo cavallo scampato al fulmine e il principe Sethos, con il fedele Amosis, a piedi.

“Riposiamo, principe Sethos. – propose Amosis appena fuori della Cttà-dei-Morti – La notte è ancora lunga e anche il cammino che ci attende.”

“Sì. Riposiamo.”

Si trovarono un posto sicuro e tranquillo ove trascorrere la notte e la notte scivolò silenziosa sopra le loro  figure rannicchiate, fino a lasciarsi fugare dai primi chiarori del nuovo giorno che stava nascendo-

 

 

 



Il cielo schiarì, su Sethos-Franco che si svegliò per primo e si guardò intorno con stupore: le acque del Nilo scorrevano pigre e le prime case della città erano avvolte ancora dalla nebbia dorata del primo mattino; guardò il compagno ancora addormentato. “Ehi, ma che cosa ci facciamo qui? Perché non siamo in albergo?... Ah! Adesso ricordo. Quei tipi che ci inseguivano, ieri sera… Eravamo talmente sbronzi che ci siamo addormentati per strada. Ehi!... sveglia! Sveglia, dormiglione.” L’altro si svegliò; si passò una mano sugli occhi. “Dovevamo essere davvero fatti, ieri sera. – continuò Franco – Sapessi che strano sogno ho fatto… Ero nientemeno che un principe.” spiegò, scoppiando in una sonora risata. “Sethos, mio signore. – Leo si alzò – Dovevamo svegliarci prima . Il giorno è già fatto e l’accampamento militare è a molte miglia da qui.” “Ma che cosa stai dicendo?”lo interruppe Franco. “Il campo è lontano, principe Sethos e il cammino è lungo…” “Aspetta…aspetta! Come mi hai chiamato, accidenti?” “Con il tuo nome, mio signore.” Fece l’altro un po’ meravigliato, mentre una certa inquietudine cominciava ad assalire lo spirito già eccitato di Franco, che ripeté: “Come mi hai chiamato? Chi sarei io?” “Il principe Sethos, mio signore. – l’amico lo guardava con sempre maggior stupore – Sei il nuovo Faraone, ora che il Nab-Tani, il Signore-delle-Due-Terre, tuo padre è salito tra gli Dei.. Tu sei il nuovo Faraone e lo Scettro-del-Comando, che la principessa Nefer, tua sorella, ha portato via all’usurpatore consegnandolo a te, taciterà i tuoi nemici.” “Lo Scettro-del-Comando?” balbettò Franco portando lo sguardo sul bastone che giaceva ai suoi piedi e che vedeva per la prima volta.. Sollevò lo sguardo sul volto ossequioso dell’altro e ne rimase atterrito: quello non era il suo amico Leo ed egli stesso era molto confuso.

 

 

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La schiava egiziana

 

 

 

LA SCHIAVA  EGIZIANA

 

 

Zoccoli di cavalli, stridori di ruote sul selciato: un carro da guerra correva veloce sulla strada principale di Nippur, lastricata di pietre larghe e quadrangolari. Un suono ben noto per i passanti, che si  scansarono per farlo passare. Un gruppo di pecore che un pastore spingeva fuori delle porte della città, si sparpagliò. Buoi aggiogati ai carri, asini someggiati fino all’inverosimile, drappelli di soldati dal passo marziale, schiavi al lavoro nei cantieri di nuovi Templi e Palazzi, operai e infinite altre persone ancora: la vita nella antichissima città sumerica si svolgeva in maniera non del tutto dissimile da quella di duemila o tremila anni dopo. I passanti riconobbero il carro da guerra del nobile Sushin. Era comparso in fondo alla strada e il guerriero, ritto e superbo, incitava i cavalli, neri come la pece, facendo sibilare la frusta nell’aria Il carro si fermò davanti ad una casa del quartiere dei ricchi ed alcuni servi ne uscirono per venirgli incontro. Sushin ritornava da un avamposto militar in prossimità delle montagne del Gutium, le cui genti, pur considerate “barbari” dai raffinati abitanti della città di Nippur, erano gli schiavi più ricercati ed apprezzati per il colore chiaro della pelle e dei capelli.

Alto e prestante, coperto del solo perizoma che metteva in risalto il fisico forgiato dalla massacrante vita di guerra, il volto dalla maschia bellezza, lo sguardo fiero e la mascella quadrata e volitiva, Sushin era un tipo davvero assai interessante. Entrato nel  cortile, quadrato e pavimentato di lastre di selce, il giovane balzò giù dal carro  di corsa lo attraversò e raggiunse la scalinata che  portava al piano di sopra; la casa era a due piani,  grande e confortevole. Sotto il portico, che circondava il cortile, si affacciava un gran numero di porte; Sushin si diresse verso una di esse, l’aprì ed entrò. Ampia ed ariosa, la stanza era arredata con pochi mobili, ma di pregio e gusto: un letto, letteralmente sepolto da cuscini e tavolini occupati da ciotole, brocche e coppe; sul pavimento erano stesi tappeti e stuoie. Numerosi lucernai attaccati alle pareti facevano luce.

C’era una donna seduta su uno scanno e un schiava le reggeva lo specchio mentre altre tre o quattro l’aiutavano nella toeletta. Al comparire del giovane sull’uscio, con un gesto della mano la donna le congedò; tutte meno una, quella che reggeva lo specchio. “Shusin, mio amato: Fratello del mio cuore. Torni a me dopo lunga attesa.” esclamò con voce gioiosa alzandosi e correndogli incontro per gettargli le braccia al collo. “Salute a te, Subad. – salutò il giovane – E’ giorno lieto per la mia sposa.” “Sacrificherò agli Dei per il tuo ritorno, Suchin.” Sushin si sciolse dall’abbraccio e sedette sullo stesso scanno occupato un attimo prima dalla donna; mosse lo sguardo intorno improvvisamente  i suoi occhi incrociarono quelli della piccola schiava.

Era molto bella e molto giovane. Carnagione bruna, occhi scuri, capelli nerissimi e tagliati a frangia sulla fronte. Non era molto alta, ma assai ben proporzionata: una gioia per lo sguardo. L’umile tunica da schiava, indossata con la grazia di un mantello regale, invece di mortificarne la grazia innata, la metteva prepotentemente in risalto. “E tu chi sei?” domandò Sushin. “Il mio nome è Nefrure, mio signore e padrone.” “Sei tu Nefrure? – il giovane mostrò un sorriso di stupito compiacimento – Ishtar, la Dea dell’Amore e della Bellezza, ha messo sul tuo volto tanta grazia che il cuore di chi guarda gioisce.” Nefrure abbassò lo sguardo. Nefrure aveva quindici anni. Era una schiava egiziana che Subad aveva portato con sé un anno addietro sposando Sushin.

Secondo la legge, sposando Subad, Sushin aveva sposato anche la sua schiava e con contratto matrimoniale che, però, era solamente una litania dei doveri della schiava verso la padrona e il nuovo padrone. Nefrure doveva, per legge, occuparsi della cura della persona della padrona, portare il suo seggio nella Casa di Dio in occasione di Cerimonie Sacre, essere triste o lieta secondo l’umore della padrona e infine, essere madre, assieme a lei, dei  propri figli che, in altre parole voleva dire: diritto di prendersi i suoi figli. Verso il padrone aveva il dovere di servirlo in tutto: anche a letto.

In verità presso molti dei popoli antichi la poligamia, sia pur con qualche ristrettezza, era largamente riconosciuta e praticata. Poteva accadere che, per non essere ripudiata in caso di sterilità… e la disgrazia più grande per la donna dell’antichità era proprio la sterilità, la donna portasse in dote anche una schiava che potesse diventare legittima concubina del marito. Senza diritto alcuno, naturalmente.

“Portami da bere.” ordinò Sushin. La piccola schiava si allontanò, pr ricomparire poco dopo con un bricco di  terracotta contenente del vino e una ciotola, anche questa di  terracotta, stracolma di  fumanti ciambelle al miele. Sushin prese il bricco e se lo portò alle  labbra. “Tu, vai! –  la padrona si girò verso la ragazza – Servirò io il mio signore.” disse accompagnando le parole con un gesto delle mani. “No. Aspetta. – la trattenne Sushin con un sorriso, asciugandosi la bocca sul dorso della mano e porgendole il bricco  – Bevi anche tu.” Nefrure fece convergere uno sguardo un po’ preoccupato verso la padrona, “Bevi.” ordinò Sushin, addentando una seconda ciambella con la bocca ancora piena. Nefrure prese la coppa e la portò alle labbra; Subad la fissava severa: con il capo aveva dato il consenso, ma con lo sguardo esprimeva tutta la sua disapprovazione. Dopo aver bevuto la piccola Nefrure si allontanò, ma lo sguardo dolce e gentile del padrone  l’aveva raggiunta al cuore. Quella notte si girò e rigirò sulla stuoia, nella stanza accanto, che la padrona con magnanimità le aveva regalato; non riusciva a prender sonno.

La condizione dello schiavo presso i Sumeri non era facile, ma non raggiunse mai quel livello di perdita di individualità e caratteristica di “persona” che conoscerà, invece, lo schiavo  d’epoca più tardi,  quale la schiavitù romana o quella americana. Sono giunti, infatti, documenti riguardati matrimoni tra schiavi e gente libera, testimonianze di un divario fra le due categorie, non proprio incolmabile.

Era già l’alba. Il chiarore del primo mattino filtrava nella stanzetta che dava sul portico e Nefrure era ancora sveglia. D’un tratto, nel vano dell’uscio senza porta comparve l’atletica figura di Sushin. Il cuore della piccola schiava tremò. Giacquero e così anche le notti successive. Il giovane guerriero si era innamorato della piccola schiava e non ne faceva mistero. Subad, naturalmente, era molto gelosa. Inutilmente ricorse ad ogni astuzia  femminile nel tentativo di riconquistare il cuore del marito: Sushin non vedeva che la piccola Nefrure e non desiderava altro che la sua compagnia.

Un giorno Subad mandò Nefrure ad attingere acqua al pozzo di Atzam, assai distante dalla città. Era un’incobenza degli schiavi, che generalmente vi andavano col carretto. La ragazza ubbidì. Raggiunse il pozzo, riempì le brocche, una sul capo, altre due sotto il braccio, poi tornò in città. Era molto stanca quando fu in vista delle porte della città e si fermò un attimo a riposare. Così la trovò Sushin che stava passando di lì col suo carro. Più tardi, quando Subad la vide arrivare non già come una schiava, ma come una regina, si morse le labbra e giurò di vendicarsi.

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Erano trascorsi due anni. Gudea continuava a regnare sui Sumeri facendo conoscere loro anni di pace e di benessere. Nei grandi magazzini del Templi erano state riposte ricchezze ingenti e un grande Santuario era stato innalzato in onore del dio Ningirsu , “splendente come il sole tra le stelle”, come lo stesso re Gudea amava ripetere. Giunsero i giorni della festa del Nuovo Anno: sette giorni di feste e rituali.

Verso il tramonto dell’ultimo di quei giorni, una lettiga si fermò davanti alla casa del nobile guerriero Sushin. Portava le insegne reali dei Faraoni di Tebe. Ne discese una donna velata che chiese dei padroni di casa e quando fu ricevuta, con gli onori che competevano al suo rango, la donna si mostrò in volto: era Nefrure. Una scorta di soldati egiziani l’accompagnava. “Tu? – esclamò Subad, cerea in volto, indietreggiando – Che cosa cerchi nella casa del nobile Sushin?” “Vengo a riprendermi ciò che è mio!” sibilò la giovane donna. “Una schiava non possiede null’altro che il nome con cui è chiamata e…” le alitò in faccia Subad, ripresasi dalla sorpresa, ma Nefrure   la interruppe, altera e distaccata. “Non si può tener schiavo il sangue reale a lungo. – rispose -  Io sono Nefrure, principesa di Tebe, fatta prigioniera dai Gutei e venduta a tuo padre… ma non sarei rimasta a lungo nella condizione di schiava… - si girò verso l’ufficiale che comandava il drappello di soldati – Il Signore d’Egitto avrebbe mandato un riscatto, se tu, ubbidendo al tuo cuore malvagio, non mi avessi scacciata… Ma ora sono qui e reclamo diritti.” Sushin si fece avanti con le braccia tese. “Nefrure, mio dolce fior di loto! – sorrise, increduto e felice - Amica dei miei sogni, compagna dei miei desideri… Nefrure…” Ma Nefrure, principessa di Tebe, ricusò l’abbraccio. Subad guardava il marito. “Hai dimenticato presto il tuo dolce fior di loto!” disse in tono di profondo rimprovero colei che era stata schiava. “Ti ho cercata a lungo, Nefrure, ma mi accorgo di averti cercata nei posti sbagliati. Oggi andrò a sacrificare e Ningirsu perché ti ha ricondotta a me proprio nel giorno della sua festa.” “Andrò via come sono giunta, – continuò con amarezza la giovane principessa di Tebe – ma porterò con me il frutto del mio seno.” “Troppo tardi!” esclamò trionfante la perfida Subad. “Non è troppo tardi. Il funzionario di re Gudea è con me per assicurarsi che tutto avvenga secondo la Legge e la mia scorta è qui per proteggermi… Ridammi mio figlio, Subad.” “Nefrure, cosa dici? – proruppe Sushin – Di quale figlio parli?” “Di Menkaura, che lei – Nefrure puntò l’indice accusatore contro la donna – che lei chiama Assur e pretende essere suo figlio, ma che è carne della mia carne.” “Troppo tardi, Nefrure. – scandì Subad con negli occhi quello scintillio di cattiveria che la principessa Nefrure conosceva assai bene – Tuo figlio  è morto!” “No! No!” gridò la povera Nefrure. “Subad… ma che cosa stai dicendo?” Anche quello di Sushin era un urlo. “Che Assur non era del mio sangue, ma del tuo e del suo.” e perfino quello di Subad era un urlo. Ma di rabbia. “Che tu sia maledetta!” gemè Nefrure cadendo in ginocchio; sul suo bel volto, l’espressione di pronfondo, inatteso dolore aveva cancellato tracce di ogni altro sentimento. Udì la voce del funzionario del Re che ordinava: “Sia portata via questa donna e subisca il castigo per tanta colpa.”

La donna si lasciò trascinare senza opporre resistenza; alle spalle le giunse la voce dell’uomo per amore del quale aveva fatto tanto male. “Vieni, Nefrure. – Sushin si era chinato sulla principessa e l’aiutava a rialzasi – Andiamo a piangere sulla tomba di nostro figlio. Per molto tempo ho pianto da solo, ma se tu vorrai…” “Sushin… - Nefrure sollevò lo sguardo in volto all’uomo che amava – Credevo che mi avessi dimenticata,” “Non potrei mai dimenticare il mio dolce fior di loto… Vieni… Andiamo! “ e con estrema delicatezza, il giovane guerriero le asciugò con le dita le lacrime che le solcavano le guance.

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L’ambasciatore Longobardo racconto storico

 

L'AMBASCIATORE LONGOBARDO

 

L'AMBASCIATORE  LONGOBARDO

 

 

 

 

 

Una delle porte laterali della grande Sala delle Udienze della corte del Duca di Baviera si aprì ed una giovanissima donna fece il suo ingresso. Il brusio che era nella sala tacque di colpo ed un silenzio ammirato scese sui presenti: quella giovane era la principessa Teodolinda che veniva a ricevere l’omaggio degli ambasciatori del bellicoso popolo dei Longobardi, inviati da re Autari per chiederla in moglie. Teodolinda era bellissima. Il volto era dolce, roseo e come di porcellana; due occhi di un profondo azzurro lo illuminavano ed una cascata dei capelli biondi, trattenuti sul capo da una corona d’oro, lo incorniciavano. La figura era snella ed armoniosa e dava classe allo stupendo e prezioso abito di gala che indossava con innata grazia. Portava una lunga e candida tunica ricamata in oro, trattenuta in vita da una cintura, anche questa d’oro e impreziosita da gemme. Sulle spalle un preziosissimo scialle di tessuto dorato, era trattenuto sul seno da uno splendido gioiello. Avanzò nella sala fiera e timida al contempo, seguita da uno stuolo di  ancelle. I presenti, dame e cavalieri, si inchinavano al suo passaggio e le facevano ala mentre, la mano in quella del padre, il Duca di Baviera, si dirigeva verso il trono su cui si sarebbe seduta per ricevere i doni degli ambasciatori longobardi.

Quel matrimonio era una delle tante manovre politiche nel gioco delle alleanze. Al Duca di Baviera, minacciato ai confini dai Franchi, occorreva un forte alleato; dal canto loro, i Longobardi si assicuravano alle spalle un potente alleato. Erano giunti a Pavia, capitale del Regno, con ricchi doni per colei che sarebbe diventata la loro regina. Erano in sei, tra i più nobili di quel popolo guerriero. Piegarono il ginocchio al passaggio della principessa e la giovane gettò verso di loro un timido sguardo, con un’ombra di curiosità e non solo quella: era anche un po’ intimorita. Quegli uomini erano lì per lei con doni, è vero, ma anche per giudicarla e riferire al loro Re. Era gente fiera, sapeva. Era un popolo di guerrieri guidato da un Re Guerriero, di cui lei sarebbe diventata presto la sposa, ma era anche un popolo a cui mancava la raffinatezza della corte bavarese. Guardava le loro nuche, ma non poteva scorgere il  loro volti. Non poteva scorgere le espressioni dei loro volti chini al suo passaggio, ma il loro atteggiamento le parve nobile e fiero. Erano, pensava, sicuramente  gli uomini di fiducia del loro Re. I più prodi. I più coraggiosi. I più nobili.

Con lento incedere continuò ad avanzare ed ecco che, l’ultimo della fila, alzò il capo e la guardò fisso negli occhi. Teodolinda abbassò subito i suoi e le guance le si infiammarono, un po’ spaventata da  tanta audacia. Era bastato quello sguardo, però, al suo cuore, per farlo battere precipitosamente: l’Ambasciatore di re Autari era veramente di aspetto bellissimo. Con dolce turbamento si sorprese a pensare che quello straniero sarebbe presto diventato uno dei suoi sudditi ed avrebbe giurato fedeltà nelle sue mani. I suoi occhi azzurri erano come il cielo, pensava, e la guardavano con insistenza, ma senza impertinenza; al contrario, c’era in essi profonda ammirazione e un aperto sorriso sulle sue labbra.

Teodolinda raggiunse il trono, sedette ed aspettò l’omaggio. Il primo ad avvicinarsi fu proprio il giovane, audace ambasciatore. Ora, in piedi, egli si mostrava in tutta la possanza del fisico. Era alto e atletico; le spalle  erano robuste e forti. Mentre le si avvicinava, il cuore della principessa tremava. Il giovane ambasciatore si inginocchiò ai suoi piedi e porse il dono: un astuccio contenente un bracciale che tese con rispettoso gesto. Era d’oro e tempestato di rubini. “Te lo manda il mio Re. - disse e la sua voce maschia e profonda turbò ancor di più la principessa – Ha saputo che il rubino è la gemma che la sua futura sposa predilige fra le altre.” “Ringrazia il tuo Rw, nobile signore.” rispose Teodolinda. “Dolce principessa, - il giovane ambasciatore continuava ad accarezzarla con lo sguardo e la dolcezza della voce. Tutto in lui indicava il guerriero forte e rude, ma la cortesia e il garbo dei modi lo rendevano agli occhi della raffinata principessa bavarese un vero gentiluomo – Anche io, Guadaldo, capitano del mio Re, mi permetto di farti un dono. – il bel longobardo tese un pacchetto che aprì mostrandone il contenuto: uno splendido ventaglio di piume con l’impugnatura d’oro tempestata di pietre preziose – Accettalo, ti prego.” La principessa lo guardò per un attimo titubante ed incerta, ma il sorriso di quel bel giovane, chino ai suoi piedi, era così disarmante.

 

 

Come tutte le donne del suo tempo, la principessa Teodolinda aveva per i ventagli una vera passione. Rispose con un sorriso poi un fremito sconosciuto la percorsa tutta quando, nel prendere lo splendido dono, le sue mani sfiorarono quelle brune e forti del bell’ambasciatore. “Il tuo è stato un pensiero assai gentile, nobile Guadaldo – disse, ritirando la mano e posando il ventaglio in grembo – Ti ringrazio.” Il giovane chinò il capo poi si alzò per far posto agli altri ambasciatori, ma non staccò mai lo sguardo  dal volto di lei.

Molto turbata, Teodolinda si  sorprese a desiderare di custodire quel dolce, sconosciuto turbamento lontano da sguardi indiscreti e quando, più tardi, la nutrice venne a prepararla per il banchetto, la trovò davanti alla finestra che guardava di fuori presa da dolci fantasticherie. “La mia piccola principessa… il mio piccolo fagottello biondo… - la nutrice la trattava sempre come fosse ancora una bambina – Presto lascerà questo castello.” “Nutrice…” “La mia agnelletta sta per diventare una donna maritata…Oh, Dio… mi pareva così lontano questo momento…” “Diventerò sposa di un uomo forte e valoroso…” “Diventerai Regina… - la interruppe la nutrice – Diventerai Regina.” Un’ombra passò nello sguardo della principessa, di ansia e trepidazione. “Come sarà il mio futuro sposo, nutrice? Che aspetto avrà?” “Lo sanno tutti che re Autari è un giovane di bell’aspetto, mia piccola colomba. E’ un soldato valoroso e farà di te una grande Regina.” “I suoi ambasciatori sono cavallereschi e gentili.” “Soprattutto quello giovane e biondo. – sorrise la nutrice – Sembra adorarti, piccola mia. Hai già trovato un fedele servitore.” “Sono un po’ spaventata. Credi che sarò la benvenuta alla corte di re Autari?” “Sarai la benvenuta.” “Ho qualche timore… Re Autari ha scelto per i suoi sudditi una Regina straniera e cattolica.” “Tu li conquisterai. Re Autari non farà pesare sulla tua bella testolina che il peso della corona di Regina, piccola mia… Ma adesso bando alle ciance. Bisogna acconciarti per il banchetto… La principessa di Baviera deve essere bellissima agli occhi degli ambasciatori del loro Sovrano. – la nutrice batté le mani per chiamare le ancelle – Un bagno profumato per il mio fiorellino.”

La principessa Teodolinda si sottopose di buon grado alle cure necessarie poi indossò una veste verde smeraldo con cintura e nodi dorati. Lasciò i capelli sciolti sulle spalle, secondo l’uso riservato alle donne non sposate, ma li divise sulla fronte da due file di  perle; le stesse che le ornavano collo e braccia.

Al braccio del padre, più tardi, raggiunse l’ampia sala del banchetto dove i commensali erano già in attesa e il banchetto ebbe inizio. Il Duca sedeva a capotavola; accanto a lui avevano preso posto tre degli ambasciatori, tra cui il bel Guadaldo. Dall’altro capo della tavola sedeva la principessa con a fianco gli altri tre. Il banchetto si protrasse fino a notte inoltrata e durante tutto il tempo, il bell’ambasciatore longobardo non staccò mai, nemmeno per un attimo, lo sguardo dal volto della principessa. Quando, terminato il banchetto, Teodolinda si ritirò, ma si portò  dietro e nel cuore quello sguardo. “Non devo più pensare a quel giovane. – Il suo sguardo è ardito, ma io devo distrarlo dal mio cuore.” Però, per tutta la notte non chiuse occhio.

 

                                  ********************* La corte era in fermento: un torneo in onore degli ospiti. Tutto era pronto da giorni nello spiazzo che si stendeva davanti al castello. Il terreno era stato recintato da una palizzata ed a metà del perimetro erano  state sistemate alcune tende ornate di pennoni e frange colorate; davanti ad ognuna di loro c’era lo scudo del cavaliere che avrebbe partecipato al torneo. Uno scudo bianco con bordo colorato di rosso e con al centro un’Aquila Reale, posava davanti alla seconda tenda: era lo scudo di Abelardo, Campione della principessa Teodolinda. Sul lato opposto erano state sistemate le tribune per gli spettatori; un piccolo palco sopra un poggio era il posto d’onore e vi avevano preso posto il Duca, la principessa Teodolinda e i suoi ospiti longobardi.

Il torneo ebbe inizio. Per primi entrarono in campo gli araldi i quali spiegarono le modalità della gara. Proclamarono i nomi dei quatto Campioni: Agililulfo, Gundebaldo, Teobaldo e Abelardo, Campione della principessa. Ogni cavaliere presente poteva lanciare la sfida ai Campioni ed alla fine della giornata, quello tra i cavalieri che avesse spezzato quattro lance, sarebbe stato nominato Campione del Torneo ed avrebbe ricevuto in dono uno splendido cavallo. I Cavalieri dovevano scegliere i colori della dama a cui volevano dedicare la vittoria, portando sul cimiero i nastri da lei ricevuti. Ritiratisi gli araldi, entrarono i Cavalieri e la gara ebbe inizio. I quattro Campioni, armati di tutto punto e chiusi nelle splendide armature, avanzarono nel campo. Giunti sotto il podio si fermarono per rendere omaggio al Duca ed alla principessa poi, al suono di tamburi, raggiunsero la loro postazione nella parte nord del campo. Gli sfidanti, invece, si allontanarono verso la parte sud. Al segnale delle trombe, cessati i tamburi, i due gruppi mossero l’uno contro l’altro. Nel primo scontro rimasero disarcionati tre cavalieri; i cinque superstiti, due sfidanti e tre campioni, tornarono alla loro postazione. A sfidare il Campione che aveva vinto l’avversario si presentò un nuovo sfidante e il secondo attacco ebbe inizio. La folla, cavalieri e dame seduti  sulle panche sistemate nelle tribune e il popolo assiepato lungo la palizzata, incitava i Campioni e gli Sfidanti con urla e lazzi.

I tornei erano gli svaghi preferiti dell’epoca sia da nobili  che dal popolo; i primi l’associavano alla caccia ed al banchetto, i secondi agli avanzi dei quello stesso banchetto.

Al secondo attacco il Campione della principessa fu disarcionato. Seguì un grido di disapprovazione unanime, ma ecco che, mentre i cavalieri tornavano al loro posto, un nuovo sfidante si fece avanti: era il bell’ambasciatore longobardo. Il giovane si fermò davanti alla principessa. “Sarò il tuo Campione. – disse chinandosi – Combatterò per te in nome di Re Autari.” Teodolinda si voltò verso il Duca che ebbe un sorriso compiaciuto: se un capitano di Autari mostrava per sua figlia tale rispetto, certo il suo Re avrebbe fatto ancora di più. Con un cenno del capo acconsentì e Teodolinda porse al suo nuovo Campione i nastri colorati: bianco e rosso rubino. Il giovane si allontanò e raggiunse il suo cavallo che uno scudiero reggeva per le briglie al limitare del campo. Pochi attimi dopo raggiunse la sua postazione e il terzo assalto ebbe inizio. Non ci furono perdenti e il numero dei contendenti rimase a tre contro tre. Nel quarto assalto il longobardo ebbe ragione dell’avversario e così nel quinto e nel sesto e anche  nel settimo. Al nobile Guadaldo restava solo un ultimo scontro, ma non erano rimasti avversari: c’erano solo lui e l’altro Campione, il figlio del Duca.

Secondo le leggi della Cavalleria la postazione toccava al Campione del Signore di casa, ma la Cavalleria imponeva gesti di cortesia e così il Campione del Duca, che era nche suo figlio, gli cedette il posto e raggiunse la postazione degli sfidanti. Il gesto fu salutato con uno scroscio di applausi. Uno squillo di tromba, subito dopo, annunciò l’ultima gara e i due Campioni si lanciarono in avanti a spron battuto; l’urto delle lance, quando si scontrarono, rimbombò nella pianura con suono metallico e tonante. Le due lance volarono in pezzi e i cavalieri ondeggiarono; parvero sul punto di cadere, ma ripresero l’equilibrio. I cavalli s’impennarono, ma i Cavalieri ripresero ben presto anche il controllo su di loro. Uno sguardo, un braccio levato e i due tornarono alle rispettive postazioni. Nuove lance e nuovo assalto, ma questa volta il cavallo di Gundebaldo, il figlio del Duca, non resistette all’impatto. Si piegò sui garretti, poi cadde rovinosamente assieme al proprio cavaliere. Il giovane longobardo saltò giù di sella, s’accostò al vinto e lo aiutò a rialzarsi e questi, toltosi l’elmo, gli fece un profondo inchino, dichiarandosi vinto. Anche Guadaldo  si scoprì il capo poi si avvicinò al palco, baciato dai raggi tiepidi del sole morente e chinò il capo biondo davanti alla principessa. Teodolinda si alzò, discese i cinque gradini e s’accostò al suo Campione. Guadaldo staccò dal cimiero i nastri colorati per cui s’era battuto e con mani leggermente tremanti li tese alla principessa che rispose con un sorriso. Guadaldo stava per rialzarsi, ma: “Aspetta. – lo fermò Teodolinda, sfilandosi un anello dal dito e porgendoglielo con gesro grazioso– Prendi. E’ per ingraziarti.” Il giovane converse gli occhi in quelli di lei e la guardò così come si guarda un prodigio, poi prese l’anello e prima di infilarselo al dito lo portò alle labbra. “Grazie a te, principessa. Lo custodirò come la più preziosa delle reliquie.”

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Un cigolio di catene, uno scricchiolio di tavolaccio e il ponte levatoio del castello del conte Aldebrandi si abbassò per far passare un gruppo di cavalieri; gli zoccoli dei cavalli rimbombavano nella valle sottostante. Erano armati di tutto punto, ma a capo scoperto, segno che non era una spedizione militare. Al contrario, c’era un corteo nuziale e quei cavalieri erano di corta: la principessa Teodolinda di Baviera era in viaggio verso la corte longobarda e quella era stata una delle tappe del lungo viaggio.

Viaggiare, a quei tempi era davvero un’impresa faticosa e disagevole. La carrozza non era stata ancora inventata; si dovrà aspettare il 1.300 e le nozze di Galeazzo Visconte per vederne comparire la prima a Milano. La principessa era un po’ provata dal lungo viaggio, ma quella sosta aveva giovato molto anche al suo umore, permettendole perfino di tornare in sella al suo cavallo preferito. Ottima amazzone, Teodolinda aveva rifiuto la comodità di una portantina.

Furono in vita delle mura di Pavia dopo qualche ora, ma la vista di quei bastioni la rese assorta e pensierosa. Guadebaldo, l’amatissimo fratello, che cavalcava al suo fianco, le faceva da accompagnatore. Faceva le veci del Duca suo padre, rimasto a custodire il Regno, come la prudenza suggeriva nel groviglio della situazione politica creatasi con la caduta dell’Impero Romano. “Sorridi, sorellina. – la incoraggiò, avvedendosi di quel cambiamento d’umore – Presto sarai Regina.” “Credi che il popolo dei Longobardi accetterà una Regina cattolica?” domandò lei. “Oh, cara Teodolinda. – le sorrise il fratello – I miei occhi di soldato e di principe vedono le molte differenze che esistono tra i popoli conquistati e i popoli conquistatori…  La situazione politica di entrambi, però, suggerisce di annullare qualcuna di queste differenze.” “Io sono una donna e non mi sono occupata mai di politica.” replicò la principessa. “Non ancora. – rispose il fratello – Ma presto sarai Regina e dovrai occupatene…. – una breve pausa per un affettuoso sorriso, poi –Dio ti aiuterà a sostenere il difficile ruolo di Regina di un popolo non cattolico.” continuò. “Non cattolico…. – ripeté la principessa – Già!… Non ancora!” aggiunse.

Le porte di Pavia erano  sempre più vicine. La verde e generosa pianura era interrotta a tratti da brulle colline, ma i pendii erano dolci e sinuosi; d’ un tratto qualcosa attraversò l’aria… come di un suono lontano. “Ma… non senti anche tu, Gundebaldo? Non senti…” “Sì, Teodolinda. – la interruppe il fratello – Suono di campane! Campane a festa accolgono la nuova Regina. I tuoi nuovi sudditi ti fanno festa.”

Le mura della città erano ormai vicinissime ed un gruppo di donne e bambini venne fuori di un casolare. “Dio salvi la Regina.” cominciarono a gridare mentre altre persone sbucavano da ogni parte; ad ogni metro che il suo cavallo guadagnava, altra gente sbucava da ogni dove. Quando le mura della città furono raggiunte, a seguirla c’era una folla. Sotto le mura il corteo si fermò ed un giovane riccamente vestito si staccò dalla porta principale e le venne incontro. Reggeva l’elmo dall’alto cimiero sotto il braccio in segno di grande deferenza . “Salute a te, nobile Teodolinda. Sono il principe Ausul e ti do il benvenuto a nome di re Autari, mio fratello. Se vuoi degnarti di seguirmi, ti condurrò fino a Palazzo .” salutò con un profondo inchino, poi con un gesto di perfetta galanteria, prese le briglie del cavallo della principessa e lo guidò verso il castello. Dall’alto della sella, Teodolinda guardava la bella testa bionda e ricciuta del giovanissimo fratello del suo ormai prossimo sposo, il fisico atletico, le mani guatate ed avvezze alle armi e pensava: “Questo giovane è fiero e bello… il suo sguardo è leale. Come sarà suo fratello?”

Una domanda che continuò a porsi tutto il giorno ed anche a tavola, la sera, al sontuoso banchetto offerto in onore suo e del suo seguito. Autari non c’era. L’etichetta gli imponeva di non vedere la sposa prima del momento delle nozze, ma neppure il nobile Guadaldo era presente. Invano i suoi occhi lo cercarono per tutta la sala del convito, infine pensò che fosse rimasto a tener compagnia al suo Re in quella serata per lui solitaria. A tavola le era stato assegnato il posto d’onore, quello che di solito occupava re Autari. La tavola era lunghissima ed apparecchiata con coppe, piatti e posate d’oro, coltelli e cucchiai; la forchetta non era ancora d’uso. La principessa se ne stupì piacevolmente: non si aspettava di trovare tale raffinatezza in una corte barbara. Il banchetto si protrasse fino a tardi e proseguì ancora dopo che la principessa e le sue dame si furono allontanate;  sarebbe terminato solo con la sbornia generale di tutti i commensali, da smaltire nella mattinata del giorno dopo.

Lasciata la sala del banchetto, Teodolinda raggiunse il suo appartamento. L’accompagnava il principe Ausul, che aveva fatto gli onori di casa insieme alle ancelle che l’aspettavano nel corridoio. Davanti all’uscio della sua camera privata, il principe si fermò, ma prima di accomiatarsi le consegnò un pacchetto. “Da parte di re Autari, tuo promesso sposo.” disse. La principessa prese il pacchetto e spinse l’uscio; all’interno c’era ad attenderla la nutrice. “Piccola mia. –l a donna le si avvicinò, chiamandola, con quella sua vocina così esile ed in contrasto con l’abbondante mole del fisico – Re Autari non è solo un valoroso guerriero, ma anche un uomo assai premuroso… Apri quel pacchetto… su… su…Non vedi che spasimo di curiosità…” Nel pacchetto c’erano una minuscola chiave d’oro ed un ventaglio. “C’è qualcosa scritto su questo ventaglio.” osservò la principessa. “Che cosa aspetti? – la sollecitò la nutrice –Leggi cosa ti manda a dire il tuo sposo.” Teodolinda lesse. “Questa è la chiave del mio cuore, mia dolce Teodolinda e solamente tu potrai aprirla perché ne sei la Regina.” “Che squisito cavaliere è il tuo sposo,mio piccola cerbiatta. – la voce della nutrice era tenera e commossa – Adesso so che sarai felice in questa terra.” “Ma lui non mi ha mai vista.” replicò la principessa. “Ti hanno vista i suoi ambasciatori… Ti ha visto il giovane Guadaldo, che avrà intessuto le sue lodi, piccola mia.” Teodilnda sorrise poi andò a dormire, pensando al suo Campione che, come diceva la nutrice, doveva aver intessuto le sue lodi.

                                             **************

La notte era terminata. L’Aurora mandava giù da cielo un chiarore iridescente e il cielo era di una limpidezza da ferire lo sguardo. Ci si abituava presto, però, ed era bello guardarlo. La vita a palazzo iniziava presto, ma quel giorno, il giorno delle nozze del Re, iniziò ancor prima. Per alcuni, in verità il riposo non c’era neppure stato. Anche la sposa, però, si alzò molto presto. Aiutata dalle ancelle si preparò per il grande evento. Un leggerissimo tocco di rosa sulle guance e un profumo sulla  persona e sui capelli… per essi, in verità, molta più cura. Spazzolati a lungo,, i bei capelli della principessa furono lasciati sciolti sulle spalle e divisi sulla fronte  e portati dietro le orecchie. Fu portato l’abito da sposa e lei lo indossò. Era di finissima seta bianca stretto in vita e trattenuto da una cintura d’oro; ampio e con ricami in oro sulle maniche e sull’orlo. Non indossò gioielli, all’infuori di un paio di orecchini con due splendidi diamanti ed in testa un meraviglioso diadema tempestato di preziosi, che facevano parte del suo corredo di sposa. L’uso longobardo, in verità, era che a fare il “dono del mattino” fosse lo sposo e non la sposa con la sua dote: un omaggio alla donna.

 

Il corteo lasciò il Palazzo e si diresse verso la Cattedrale. Le campane suonavano a festa e tutta la città era per strada; tappeti di fiori per terra e fiori che scendevano giù da finestre e balconi sulla portantina della sposa tirata da quattro cavalli bianchi montati da palafrenieri del Re. Le campane della Cattedrale la accolsero suonando; profumo di fiori ed incenso. Teodolinda varcò la soglia al braccio del fratello. Era un po’ pallida. Entrò nella navata. Il suono delle campane restò fuori e l’accolse invece un coro celestiale di bambini. A passo lieve si diresse verso l’altare tra due ali di volti sorridenti. Sull’altare, di spalle, colui che stava per diventare il suo sposo l’aspettava insieme al prete che doveva celebrare; il cuore le tremava mentre, sempre avanzando, continuava a fissare le sue spalle, la figura salda ed atletica. Avanzò ancora; solo due o tre metri la separavano da lui ed egli finalmente si voltò. Teodolinda si arrestò; suo fratello si girà a guardarla. La principessa fissava come incantata il suo promesso: re Autari, il suo Campione, il generoso cavaliere che si era battuto pe lei, il bell’ambasciatoe longobardo dallo sguardo audace. Il cuore le batteva così forte nel petto che temette potesse egli sentirne i battiti; l’emozione la fece impallidire, arrossire e impallidire ancora. Lo sguardo seguiva trepidante la figura di lui che si staccava dall’altare e veniva verso di lei, sorridente ed innamorato: Sentì le sue mani, forti e protettive, prendere le sue ed un brivido intenso le attraversò la schiena. Le campane suonarono ancora, ma solo dentro di lei. “Tu!” disse semplicemente.

*

Storie d’Amore e di Morte: Merla e Tibaldo

Da sempre chiamiamo “Giorni della merla” gli ultimi, rigidissi tre giorni del mese di gennaio.

Molte leggende sono sorte intorno a questo fenomeno atmosferico e in questa sede ne presento una: forse, la più romantica e triste insieme.

Viveva, nel ‘500, nella Rocca di Stradella, in provincia di Pavia, una nobile famiglia di gastaldi di nome Merli.

Tibaldo, un giovane della famiglia, fu inviato a Pavia a studiare. Terminati gli studi, il giovane  ritornò nel contado.

Qui incontrò una giovanissima ragazza di nome Merla e se ne innamorò; Merla era talmente bella, che in tutto il contado  si diceva: “Bella come la Merla”.

La ragazza ricambiò immediatamente il sentimento di Tibaldo, ma un grosso ostacolo separava i due innamorati: il grado di parentela.

Merla e Tibaldo, infatti, erano cugini stretti.

Per un po’ i due innamorati riuscirono a tenere segreta la loro relazione, infine, dovettero rendere pubblico quel loro amore senza speranza.

Sembrava, ai due giovani innamorati, che non ci fosse per loro altra soluzione che un romantico suicidio.

Quel sentimento, però, così forte, profondo e sincero, finì per attirare su di loro simpatia, benevolenza e comprensione.

Lo stesso vescovo di Pavia, parente dei due giovani, si mosse  a commozione e riuscì ad ottenere una dispensa papale che consentisse loro di sposarsi.

Le nozze furono celebrate in pompa magna e i festeggiamenti si protrassero per tre giorni: gli ultimi, tre gelidi giorni del mese di gennaio e tutto il paese vi partecipò.

Il festoso evento, però, finì in tragedia.

Per raggiungere Pavia, i due sposi attraversarono il Po gelato a bordo della loro carrozza.

Durante il viaggio, la superficie gelata del fiume si ruppe e i due giovani sposi finirono tragicamente annegati.

 

 

*

FILLIDE e ACAMANTE- leggenda del mandorlo fiorito

Come sempre i miti hanno più di una versione e questo non sfugge alla regola. Qui è stata scelta quella più romantica, benché triste e amara.

 

 

 

Acamante, uno dei guerrieri Achei di ritorno da Troia, durante il viaggio si ferma in Tracia.

 

Qui conosce la bellissima Fillide, figlia del Re e se ne innamora, ricambiato appassionatamente.

 

I due si sposano, ma la nostalgia della terra lontana afferra ben presto il guerriero che fa un patto con la sposa: si recherà ad Atene, ma sarà di ritorno un anno dopo.

 

Prima della partenza, Fillide gli consegna un misterioso scrigno raccomandandogli di aprirlo solo nell’impossibilità di tornare da lei.

 

Acamante parte, ma, spinto da spirito di avventura, si ferma a Cipro, dove finisce per restare… forse al fianco di un’altra principessa.

 

Fillide si reca ogni giorno sulla spiaggia a guardare il mare, nella speranza di vedere una vela spuntare all’orizzonte, infine, trascorso il tempo stabilito e non vedendo tornare l’amato, decide di porre fine alla sua vita.

 

Impietosita, la dea Atena trasforma il suo corpo in un mandorlo.

 

Acamante arriva il giorno dopo e non può fare altro che abbracciare il tronco nudo dell’albero.

 

Ecco, però, che sotto le sue carezze, il mandorlo si copre di fiori e non di foglie… come accade ancora oggi!

 

A questo punto, Acamante decide di aprire lo scrigno, ma resta sconvolto da quello che è custodito al suo interno: i segreti della Madre-Terra.

 

Atterrito da quella visione, il giovane fugge, ma inciampa nella propria spada e si trafigge a morte.

*

Che fine ha fatto Elena di Troia?

Una gran brutta fine per una donna così bella!

 

Nel mondo antico Elena raffigurava il mito dell’incarnazione della bellezza a cui tutto era dovuto ad a cui era giusto sacrificare tutto.

 

Sappiamo che era moglie di Menelao, Re di Sparta e che fu rapita da Paride, principe troiano. Sappiamo che per questo ne derivò una guerra sanguinosa che si trascinò per dieci anni e finì con l’inganno del cavallo di legno e sappiamo che molto fu perdonato a questa donna, in nome della sua impareggiabile bellezza.

 

Non tutti, però, perdonarono le sue colpe.

 

Polyxo, moglie di Tiepolemo, Re di Rodi, morto a Troia, non lo fece.

 

Alla morte di Menalo, Elena si trasferì proprio a Rodi, ma, appena messo piede sull’isola, Polyxo la catturò e la fece impiccare.

 

 

 

 

 

 

*

FIABE NATALIZIE: Il Pony

 

Beatrice era una bimba che adorava gli animali.

Nella sua bella casa di campagna ve n’erano almeno una mezza dozzina a cui era tanto affezionata e da cui era molto amata. C’era il coniglietto Tiffy, il gattino Miao, il cagnolino Fuffy, il passerotto Mussy e perfino una lentissima e simpaticissima tartaruga che Beatrice chiamava Piè-Veloce. Allo zoo mancava solo un cavallino e il papà glielo aveva promesso in regalo per Natale.

Beatrice gli aveva già scelto il nome: Gitano, poiché era con il capo di una tribù di nomadi accampati vicino alla sua casa, che il papà stava discutendo sul prezzo.

A Natale mancavano pochi giorni e Beatrice, con la mamma, era andata a comprare la sella per il suo pony. Vi aveva investito tutti i soldini del suo salvadanaio, ma era soddisfatta. Ogni tanto andava a prenderla, la provava e giocava, come se il pony fosse già lì, con lei.

Arrivò la vigilia di Natale. Il papà si era recato al campo degli zingari. Si era appena allontanato, ma a Beatrice pareva fosse trascorsa un’eternità. Attaccata ai vetri della finestra, aspettava il suo arrivo e tempestava sua madre di “come e perché”

Un nitrito in lontananza pose fine all’attesa e Beatrice poté finalmente vedere il pony tanto desiderato.

Era tal quale il papà lo aveva descritto: tutto nero e con una grossa stella grigia fra gli occhi e camminava agile e svelto nella neve.

“E’ proprio bello!” esclamò felice, scostando la tendina dai vetri ed indicandolo alla sua mamma.

“E’ bellissimo. – sorrise la mamma – E’ bello e nero come la pece.”

Insieme al papà, che agitava un braccio per attirare la loro attenzione, c’era un altro uomo; era lui a reggere le briglie del pony.

“Chi è quell’uomo, mamma?” domandò Beatrice.

“E’ lo zingaro che ha venduto il pony a papà.”

“Perché è qui?”

“Per prendere i suoi soldi.”

“Ah!” fece la piccola rassicurata. Nel distogliere da lui lo sguardo, però, si accorse di un’altra presenza: un ragazzino che a malapena tentava di nascondersi dietro l’albero di pero del giardino, all’interno del cancello.

“Hai visto, mamma? C’è un bambino che si nasconde dietro il pero. Deve aver seguito papà e quello zingaro.” disse Beatrice tendendo una mano.

“Dov’è? – domandò la mamma – Non vedo nessuno.”

“Là… dietro l’albero del pero.”

La mamma guardò in quella direzione.

“Oh, sì! Lo conosco. – esclamò – Conosco quel bambino. E’ il piccolo Christian.”

“Chi è Christian?”

“Il padroncino del pony. – spiegò la mamma – Certo gli dispiace averlo perduto e vorrà vederlo per l’ultima volta.”

“Se gli dispiace tanto per il suo pony, perché lo ha venduto al mio papà?” replicò la piccola.

“Gli zingari sono molto poveri e qualche volta sono costretti a vendere ciò che hanno… Papà dice che la mamma di Chistian è malata e necessita di cure… Forse Christian aveva solo il suo pony da vendere, per poter curare la sua mamma.”

“Per questo ha venduto il pony, allora?”

“Oh, sì, piccola mia! – sospirò la donna - Credo proprio di sì! Non tutti sono fortunati a questo mondo!”

“Povero Christian!” Beatrice divenne seria e taciturna.

 

“Beatrice, non vuoi provare la tua sella?” la raggiunse alle spalle la voce del papà che era salito di sopra e reggeva sulle braccia la sella  con le borchie dorate.

“Sì, sì! Certo” rispose la ragazzina.

Scesero in cortile. Papà sellò il pony e mamma l’aiutò a montare. Tenendo l’animale per le briglie, le fecero fare un giretto lungo tutto il cortile e Beatrice sorrideva. Anzi, rideva forte, felice e divertita, dimentica di ogni cosa.

D’improvviso, però, zittì: il suo sguardo aveva incrociato quello del piccolo Christian, sempre nascosto dietro gli alberi del giardino. Le era parso che piangesse.

“Torniamo in casa. – disse – Fa freddo.”

 

Il mattino del giorno dopo, si svegliarono tutti di buon’ora. La mamma e il papà erano ansiosi di vedere ancora una volta il sorriso felice della loro figliola. La mamma, poi, doveva darle il suo regalo e non potevano essere che i finimenti per il pony: belli e riccamente lavorati.

Raggiunsero la camera di Beatrice, certi che la piccola fosse già sveglia e non si stupirono nel trovarla vuota: Beatrice aveva sicuramente raggiunto il suo cavallino.

“E’ già andata a trovare Gitano.” disse il papà.

“E’ da così tanto tempo che desiderava un pony. – fece eco la mamma – Credo che abbia dormito poco, questa notte.”

“Credo non abbia dormito affatto. Guarda il lettino: è disfatto, ma le lenzuola non sono state toccate. – osservò il papà poi, scorgendo l’espressione preoccupata della moglie – Sarà già nella stalla.” la rassicurò.

“Andiamo subito a vedere.” disse la donna, gettandosi la vestaglia sulle spalle e dirigendosi frettolosa verso la porta d’ingresso.

Trovarono la stalla vuota: Beatrice non c’era e neppure il pony e la mamma cominciò ad agitarsi.

Corsero entrambi fuori della stalla e solo allora si accorsero delle numerose orme sulla neve: orme di un cavallino e di due piedini. Erano fresche; quelle del giorno precedente erano coperte e confuse dalla neve caduta durante la notte.

Le seguirono.

“Portano fuori del cortile.” osservò sempre più preoccupata la mamma.

“Credo di sapere dove sono dirette.” disse il papà, ma anche la mamma aveva capito.

“Sono dirette al campo degli zingari.” esclamò.

Trovarono i gitani tutti riuniti intorno al carrozzone di Juan, il padre di Christian.

“Non è colpa nostra, senor.- lo zingaro si staccò dal gruppo, andando incontro ai due visitatori – Non è colpa nostra… di nessuno di noi.” tentò di spiegare con larghi gesti, come di chi teme di essere accusato di una colpa non commessa.

“E’ vero, papà!” anche Beatrice si allontanò dagli altri e raggiunse i genitori, che l’abbracciarono stretta; il papà si tolse la giacca da camera e con quella avvolse la sua bambina, coperta del solo pigiama.

”Ho riportato qui io Gitano. – riprese Beatrice -

Non volevo che il giorno di Natale un altro bimbo 

fosse infelice per causa mia.”

“Vi restituirò il vostro dinero, senor. – riprese il gitano – Per guarire la mamma del mio Christian troverò dinero da qualche altra parte. La povera donna preferirebbe morire piuttosto che veder soffrire il suo ninyo.”

“Tieni pure i soldi, Juan. – esclamò il papà di Beatrice scuotendo il capo – Consideralo il regalo della mia bambina al tuo bambino, affinché possa curare la sua mamma. Non è giusto togliere ad un bambino il suo amico più caro.”

“Christian mi ha promesso che avrà sempre cura di Gitano e non gli farà mancare mai nulla.” interloquì Beatrice.

“Ne sono convinta. – la mamma la baciò sulla guancia – Nessuno, nemmeno tu, bambina mia, potresti amarlo e curarlo meglio di Christian.”

“Forse gli regalerò anche la sella.”

Il papà scosse il capo:

“Non sarà necessario, piccola. Ti comprerò un altro pony, ma non lo toglierò a nessun bambino”

*

MUSCHIO e AGRIFOGLIO: i racconti di Natale

La bambola di Emma Vittoria

 

 

Un pino faceva bella mostra di sé lungo il viale del giardino della casa di Emma Vittoria, una bella bambina allegra e vivace, con due occhi carichi di splendore e verdi come il colore di quel pino; il babbo lo aveva fatto piantare il giorno in cui era nata, proprio quattro anni prima.

C’era stata gran festa, quel pomeriggio, con giochi, dolci, coriandoli, bevande e zucchero filato. Il babbo aveva perfino fatto arrivare un clown dal Circo accampato alla periferia della città.

Il pino, addobbato con nastri e filamenti luccicanti, sembrava un albero di Natale.

Il pomeriggio era passato in un baleno e già le amichette e gli amichetti di Emma, l’uno dopo l’altro, avevano lasciato la casa.

Era dicembre e faceva freddo; era arrivata anche la neve, che aveva imbiancato ogni cosa come con panna montata.

Emma Vittoria, però, era ancora tutta eccitata e, soprattutto, soddisfatta dei regali ricevuti che erano stati veramente belli e numerosi.

Uno, particolarmente gradito, era  arrivato con la zia Maria: una bambola vestita da ballerina, con un vaporoso tutù di tulle bianco proprio come il suo. Sì, perché Emma Vittoria da qualche mese frequentava una Scuola di Danza Classica con eccellenti risultati.

Approfittando della presenza della zia Maria, Stefy e Dario, la mamma e il babbo della piccola, si offrirono di accompagnare a casa uno dei piccoli ospiti della loro bambina e lasciarono la casa.

Rimasta da sola con la zia, Emma prima cominciò con un’interminabile “filastrocca dei perché”, poi la pregò di raccontarle una favola.

La zia Maria non si fece pregare; le piaceva raccontare e ad Emma piaceva ascoltare.

Sedettero davanti al camino acceso e scoppiettante: la zia su una poltroncina ed Emma, accoccolata su un cuscino ai suoi piedi.

La piccola Emma Vittoria stringeva fra le braccia la sua bambola; con quel candido tutù, la ghirlanda argentata sul capo, il mantello di seta blu sulle spalle e le scarpette senza punta, sembrava proprio una bambina.

La zia cominciò a raccontare:

“Nei tempi dei tempi che furono, vivevano in una grande città, due ragazzi di nome Djoser e Mosè. Il posto preferito per le loro marachelle era il mercato…”

Nel camino, intanto, la legna scoppiettava allegra e le scintille salivano verso l’alto come piccole stelle brillanti; zia e nipotina, l’una di fronte all’altra, erano davvero felici e contente.

“Vuoi vedere – continuava il racconto - come trasformo questa collana di schegge di pietre in una collana d’oro?  Disse un giorno il piccolo Mosè all’amico, mostrandogli una collanina di pietre…”

La zia s’interruppe.

Emma la vide appoggiare il capo alla spalliera della poltrona e socchiudere gli occhi; alla piccola parve che volesse addormentarsi e allora la sollecitò:

“Avanti, zia. Racconta. Chi era Mosé? Era un piccolo mago capace di fare magie come il clown della mia festa? Racconta, ti prego. Racconta.”

La zia riaprì gli occhi, sorrise e riprese:

“Oh, no! Mosè era solo un bambino assai ingegnoso, capace di fare agli amici scherzi molto divertenti… - s’interruppe ancora e richiuse nuovamente gli occhi, ma li riaprì subito – La piccola canaglia trascinò l’amico Djoser alla ricerca di qualcuno a cui fare uno scherzetto divertente…” riprese, ma s’interruppe ancora: gli occhi chiusi, il capo reclinato, un dolce sorriso sulle labbra.

“Ed ora? – la invitò la piccola Emma, ma anche lei sentiva una gran voglia di chiudere gli occhi – Racconta, zia… racconta… come fece quella pi…piccola ca…canaglia a…”

“La… la collana di pietre…” continuò la zia poi, per la terza volta s’interruppe e questa volta la piccola non la sollecitò più a proseguire: un dolce sopore e una profonda sonnolenza avevano preso anche lei.

Emma Vittoria posò il capo sul grembo della zia Maria e smise di fare domande; chiuse gli occhi e si abbandonò a quello strano torpore.

La zia aveva smesso di raccontare e le sue mani, abbandonate in grembo, non accarezzavano più il capo della piccola.

Nel camino, intanto, la legna era diventata brace e la brace andava consumando, assumendo una tinta sempre più scura e minacciosa; un penetrante odore, dolciastro e amaro insieme, aveva cominciato a saturare la stanza.

 

                    *****

 

Nel frattempo, nella villetta accanto, la casa della piccola ospite di Emma,  si stava conversando amabilmente; tra un pasticcino, un pettegolezzo e una coca-cola, il tempo scorreva veloce e inavvertito.

Qualcuno bussò alla porta.

La padrona di casa andò ad aprire e si trovò di fronte una bambina con sulle spalle un bel mantello blu ricoperto di neve.

“Entra. Entra, piccina. – la donna si fece da parte per lasciarla entrare – Chi sei? Hai bisogno di qualcosa?”

“Sono l’amica di Emma Vittoria e cerco il suo babbo e la sua mamma.” rispose la piccola sconosciuta.

“Ma certo, cara. Entra… I genitori di Emma sono in salotto… ma la piccola Emma non è con te?”

“No, signora. La mia amica Emma Vittoria è a casa con zia Maria, ma bisogna correre subito da loro perché sono in grave pericolo.”

“Santo Cielo! – esclamò la donna – E’ accaduto qualcosa?”

Richiamati dalle loro voci, i genitori di Emma  si precipitarono sulla porta d’ingresso.

“Che cosa è successo a Emma Vittoria e alla zia Maria? - cominciarono a tempestare di domande la piccola - E tu, chi sei? Non ti ho mai vista prima.”

“Sono Laetitia-Angiolina, la nuova amica di Emma e sono corsa ad avvertirvi che la mia amica e la zia stanno molto male.”

“Oh, mio Dio! Che cosa è successo alla mia bambina?” si allarmò la mamma di Emma.

“Sembrano addormentate. – spiegò la piccola, liberandosi del mantello per scuotersi la neve di dosso e mostrandosi, agli sguardi stupiti di tutti, nel suo candido e spumeggiante tutù da ballerina - La legna… la legna, bruciando ha liberato uno strano odore e tutta la stanza ne è piena… tutta la stanza…”

“Presto… presto! – esclamò il babbo, che aveva afferrato la gravità della situazione. Senza altri indugi, si lanciò di fuori, lungo il sentiero che portava a casa – Le esalazione di gas prodotto dalla legna – andava ripetendo - … la legna del camino..”

La mamma di Emma si gettò addosso in tutta fretta il cappotto e seguì il marito sotto la neve che fioccava sempre più abbondante.

Seguiti dagli amici, raggiunsero la loro casa.

Trovarono Emma Vittoria e zia Maria accanto al camino non più scoppiettante, ma scuro di cenere.

Parevano addormentate, proprio come aveva detto la piccola sconosciuta. In realtà, erano svenute, ma rinvennero subito, appena furono apprestate loro le cure e le attenzioni necessarie.

“Dov’è Laetitia Angiolina? - la mamma di Emma si guardò intorno alla ricerca della piccola sconosciuta - Voglio ringraziarla. Non oso immaginare quello che sarebbe potuto accadere se non ci avesse avvertito.”

“Chi è questa nuova amichetta della nostra Emma? – anche il babbo la cercò – Ma dove sarà andata? Era tutta bagnata, povera piccola. Potrebbe prendersi un malanno.”

“Di chi state parlando?” domandò Emma sollevando la testa dal divano del soggiorno su cui era stata adagiata insieme alla zia.

“Della tua amica Laetitia Angiolina. - risposero tutti in coro – E’ lei che ci ha avvertito di quanto stava accadendo.”

“Ah! La mia amica Laetitia Angiolina... – Emma Vittoria riempì con un lungo respiro la pausa che seguì, poi -  E’ lì, accanto al fuoco.” Continuò e con la manina sollevata indicò la bambola seduta per terra accanto al camino.

“E’ Laetitia Angiolina. – ripeté – E’ la bambola che mi ha regalato zia Maria. E’ lei la mia  nuova amica.”

Si girarono tutti a guardare in direzione del camino.

Il volto della bambola era lo stesso della bambina venuta a dare l’allarme; anche le scarpine senza punta erano le stesse ed erano bagnate e il mantello blu era ancora ricoperto di qualche pagliuzza di neve.

Mamma Stefy scoppiò a piangere:

“Oh, piccola mia! Era  Laetitia Angiolina… Angiolina… il tuo Angelo Custode. Era il tuo Angelo Custode che ha preso le sembianze della tua bambola.”

*

ANTICO EGITTO - LA DUAT: Oltretomba egizia

ANTICO EGITTO  -  La DUAT : l’Oltretomba  egizia

 

Da quando l’uomo auspica una vita dopo la morte?

Non è prudente azzardare supposizioni.

Gli Antichi Egizi dicevano che il percorso umano si divide in tre fasi:

- Vita terrena

- Morte

- Vita ultraterrena

 

Lavitaterrena, dicevano, è un dono degli Dei per consentire all’uomo di procurarsi tutto il necessario per affrontare la vita ultraterrena e la morte è un solamente un passaggio.

 

“L’antico popolo egizio – diceva lo storico greco Erodoto – praticava il Culto dei Morti, ma amava  profondamente la Vita.”

Ed era proprio così: gli Antichi Egizi cercavano di vivere al meglio la vita terrena, poiché quella ultraterrena doveva esserne una copia esatta.

Un dono o un privilegio, non riconosciuto a tutti, però, poiché quel dono bisognava meritarselo attraverso una vita terrena condotta irreprensibilmente.

Nelle Antiche Massime Morali troviamo insegnamenti come:

“Non essere malvagio, la bontà genera simpatia.”

“Onora una vita di lavoro:l’uomo che non ha nulla diviene desideroso dell’altrui proprietà.”

O ancora:

“Calma coloro che sono in lacrime.”

“Non opprimere le vedove”

 

Che cosa accadeva all’uomo dopo la morte? Di tutte le entità (erano sette e ne parleremo in altra sede) che componevano la sua natura umana, solamente il Ka, ossia lo Spirito, si apprestava a percorrere le strade della DUAT  (l’Oltretomba)per affrontare il Giudizio di Osiride e dei 42 Giudici: la pesatura del Cuore.

Il Cuore veniva posto su uno dei piattelli della Sacra Bilancia di Maat, la Dea della Giustizia, la quale si toglieva dal capo la Sacra Piuma e la poneva sull’altro piattello: il Cuore non doveva pesare più della Piuma.

Formule Magiche ed Incantesimi, però, (Rew  ed  He-Kau) potevano “alleggerire” il peso del Cuore… (Ah!... questi antichi egizi!...)

 

Il percorso per arrivare alla Sala del Tribunale di Osiride erairto di pericoli ed insidie, ma anche qui veniva in soccorso la magia… spesso le formule magiche( per ogni più svariata evenienza) erano incise sulla superficie di scarabei di pietra… in alcune tombe sono stati trovati fino a novanta scarabei con queste incisioni.

Accompagniamo, dunque, il Ka del defunto lungo questo viaggio.

Iniziamo dal grande Portale d’Ingresso: Ro-Stau, letteralmente “La Buca”.

Era sorvegliata da tre demoni: il Portiere, il Guardiano e l’Araldo.

Il loro compito  era di impedire l’accesso a quella Porta e il loro aspetto era terrificante.

Anche qui, però, in soccorso del povero defunto-pellegrino giungeva quell’aspetto utilitaristico della Religione e della Magia di cui l’antico popolo nilotico permeava la propria esistenza.

Incantesimi e Formule Magiche riuscivano a  vincere la resistenza di quelle demoniache creature e la loro volontà: il Ka del defunto doveva soltanto pronunciarle con la “giusta” intonazione della voce, dopo essersi dichiarato ed aver pronunciato il nome di ognuno di loro.

L’esito era assicurato e i tre Demoni avrebbero spalancato il Portale ed introdotto lo spirito del defunto all’interno dell’Oltretomba, un percorso disseminato di ambagi ed insidie.

Il primo ostacolo da superare era…   

ma qui, vorrei invitarvi a seguire il Ka del defunto, lungo il suo percorso, attraverso la lettura dell’ultimo libro di Maria PACE:

 

“DJOSER e Lo Scettro di Anubi”   

 

edito da: SOCIETA’ EDITRICE  MONTECOVELLO

nelle migliori librerie dalla fine di novembre

 

 

*

Il Sigillo del Faraone Cap. VI prima parte

 

 

 

 

CAPITOLO VI – La fuga

 

Lasciata la locanda, i tre ragazzi  cercarono un mezzo di trasporto per raggiungere l’altra riva.

Un gran numero di imbarcazioni solcavano le acque del Nilo: a vele, a remi, in papiro o acacia, sicomoro o cedro del Libano.

C’erano anche grosse chiatte manovrate da dozzine di rematori e numerosi barconi per trasporti pesanti blocchi di pietra, trainati da piccole barche; in piedi a prua, un uomo misurava l profondità delle acque con lunghe pertiche

Non restava, ai tre, che scegliere tra le tante barche quella che li avrebbe traghettati al di là del fiume.

“Come facciamo a raggiungere l’altra sponda? Non abbiamo di ché pagare.” fece osservare la ragazza.

“Devi dirmi solo su quale barca vuoi salire.” rispose il fratello.

Le barche portavano nomi come: Toro Selvaggio, Occhio di Horo, Adorazione di Ammon e altro.

“Voglio salire sul Toro Selvaggio. –disse Nefer – Però, sono curiosa di sapere come farai, senza farti riconoscere.”

I tre, infatti, per non farsi riconoscere avevano indosso vesti da servi e Thotmosis vi aveva nascosto sotto, il pettorale da Ufficiale delle Guardie Reali.

“So io come fare. – il ragazzo si portò le mani attorno alla bocca a mò di conchiglia e gridò – Ehi… Voi del Toro Selvaggio, accostate a riva e fateci salire a bordo.”

“Perché dovremmo farlo?” risposero dalla barca; Xanto assisteva in silenzio.

“A me pare che sulla vostra barca ci sia posto anche per noi e le Scritture dei Saggi dicono: Accetta il pedaggio di colui che è ricco e lascia passare chi è povero… Se non farai questo, sarai punito perché le Scritture dicono anche: Colui che compie il male, la riva lo respinge e l’acqua della piena lo trascina e che…”

Dalla barca, che stava già accostando, cercavano inutilmente di prendere la parola.

Quanto hai – continuava imperterrito il ragazzo – è dono di Dio che dà e toglie quando vuole…”

“Perché mi auguri disgrazie? – riuscì finalmente ad interromperlo il proprietario della barca, spaventato da eventuali disgrazie – Ti ho, forse, negato il passaggio?”

Fu così che i tre riuscirono a raggiungere la riva opposta, anche questa affollata di barche e barcaioli, zattere e caricatori, soldati e operai.

 

Si aprì davanti a loro la Città dei Morti, riarsa e gialla, su cui Horo picchiava implacabile già a quell’ora del mattino.

Allontanandosi dal greto, arruffato di radi cespugli di canne e qualche esile palma, i tre avanzarono verso l’interno di un anfiteatro naturale, suggestivo, inquietante e arido.

Non era la prima volta che Nefer metteva piede in quella terra arroventata, ma ogni volta l’inquietudine era la stessa.

Non che avesse paura di morire, considerando la morte un naturale “passaggio”, necessario per lasciare la vita “al di qua” e ritrovarla “al di là”: era piuttosto il timore di non essere adeguatamente preparata all’evento.

La sua nutrice le aveva spiegato che “questa vita” altro non era che la concessione degli Dei fatta alla creatura umana di permetterle di prepararsi a ”l’altra vita” e procurarsi tutto il necessario sul piano materiale e magico rituale.

Nefer, però, sapeva che molto spesso le Hut-Ka,  le “dimore dello spirito defunto”, passavano di mano in mano ed era necessario che l’ultimop occupante disponesse di amuleti efficaci e formule magiche per poter neutralizzare le maledizioni dei precedenti “sfrattati”. Lei sapeva che coloro i quali non possedevano una buona tomba, nonavrebberogoduto, nell’altravita, dialcunaconsiderazione e che

PerlaBarbadiAmmon!”

L’esclamazione di Thotmosis la distrasse dalle sue riflessioni.

Nefer si guardò intorno e la Valle del Silenzio le apparve tutt’altro che silenziosa: operai, mercanti e soldati. Soprattutto soldati, armati e dall’aria minacciosa.

Il principe Xanto non poté non farlo notare agli amici:

“Che cosa ci fanno assembrati qui, tutti quei soldati?… E’ tutto l’esercito del Faraone?”

“Per la Barba di Ammon! – ripeté il principe di Tebe – Hai proprio ragione! Non ho mai visto tanto spiegamento di soldati, quaggiù!”

“Saranno qui per me? – domandò in tono apprensivo il fuggiasco – Mi cercano in ogni dove: la mia fuga è una sfida per il Re di Sparta, che vuole esibirmi come trofeo di guerra, quando sarà tornato nella sua terra… Così come suo fratello,  il re Agamennone, ha fatto con mia sorella, la principessa Cassandra ed Odisseo con la regina Ecuba.” aggiunse in tono carico di doloroso rancore.

“Non temere. – lo confortò Nefer – Nessuno riuscirà a mettere in catene il principe Xanto.”

“Sono sicuro che la ragione di tanto spiegamento di forze abbia un altro motivo.” disse Thotmosis.

“Il principe Thotmosis ha ragione. – una voce alle spalle li costrinse tutti a voltarsi – Questi soldati sono qui per una causa di giudizio.”

“Ankheren!” esclamò il principe Thutmosis riconoscendo nel ragazzo che gli stava di fronte l’amico di tante sortite fatte in passato assieme alla sorella. (vedere libro: IL GUaRDIANO DELLA SOGLIA)

“Sono proprio Ankheren, mio signore.” Fece l’altro, sprofondandosi in un inchino che gli portò la punta delle dita a toccare quelle dei piedi.

“Ma che cosa ci fai qui, amico mio?” Thotmosis lo invitò a rialzarsi.

“E’ una domanda che dovrei fare io a te, mio signore, se mi concedi la confidenza e…”

“Non ti ho concesso solo quella, amico mio, ma anche di chiamarmi con il mio nome… se lo ricordi ancora, ah.ah.ah…” rise il principe.

(continua)

*

IL SIGILLO del FARAONE cap. V - 4° parte

 

 

(seguito)

 

 

 

“Perché non entriamo in una di queste taverne? – propose  Nefer con disarmante candore – Quest’aria calda mi soffoca. Gradirei un boccale di birra.”

 

“Ah.ah.ah… - scoppiò a ridere Thotmosis – Tu, un boccale di birra!”

 

Neanche Xanto riuscì a trattenere un sorriso divertito.

 

“Che cosa c’è di male? – replicò in tono seccato la principessa di Tebe – Quaggiù nessuno conosce il principe Xanto. Avanti. Entriamo.”

 

Scambiatasi una breve occhiata i due ragazzi si infilarono, seguiti dalla ragazza, in una di quelle aperture da cui proveniva allegro vociare. Sulla facciata campeggiava una vistosa insegna con la scritta “Le Fauci del Coccodrillo”.

 

La taverna sorgeva al centro del porto, strozzata da steccati, terrapieni e cataste di legna. Aveva l’aspetto di una barca in disuso ed era a due piani, però non si vedevano scale all’esterno. Accanto all’insegna erano appese due lanterne.

 

Era mattino presto e l’odore pungente delle immondizie date alle fiamme dagli addetti alla pulizia delle strade feriva le narici; i tre si lasciarono il puzzo alle spalle.

 

Thotmosis scelse un tavolo vicino alla porta e un servo si avvicinò immediatamente, chiedendo:

 

“Cosa volete?”

 

“Tre coppe di birra. - ordinò Thotmosis, tirando fuori della cintura del perizoma un pezzo d’oro – Basta per pagare tre birre?” domandò girandosi verso i compagni, come a chiedere conferma.

 

Nefer si rese conto di non conoscere il valore del denaro ed ebbe il sospetto che neppure il fratello fosse pratico di conti.   

 

“Sufficiente per le prime tre coppe, - il servo mostrò, invece, di aver compreso appieno la situazione – Per le successive, però…”

 

Xanto lo interruppe subito:

 

“Questo pezzo d’oro – precisò – è buono per le prime tre e anche per le successive, se ne ordineremo. Ed ora portaci subito da bere.”

 

Il servo cambiò immediatamente atteggiamento, rispose che li avrebbe serviti subito e si allontanò.

 

Consumando l’attesa nel guardarsi intorno, i tre cominciarono a fare apprezzamenti sul locale.

 

Il materiale da costruzione di tutta la locanda, dal pavimento alle panche, era vecchio legname ricavato da barche in demolizione.

 

Nefer passò l’orlo della tunica sul tavolo per liberarlo delle briciole lasciate dall’ultimo avventore e Xanto, additando una delle assi:

 

“Queste tavole provengono dallo scafo della nave di Idomeneo.” disse.

 

“Chi è questo Idomeneo?” domandò Thotmosis.

 

“Un guerriero acheo. – rispose Xanto accostando alle labbra il boccale con la birra che il servo aveva appena posato sul tavolo e bevendo a piccoli sorsi – Trasportava i cavalli di Reso.”

 

“Ho già sentito questo nome.” disse  Thotmosis.

 

“Era un alleato troiano. – spiegò Xanto – Un oracolo gli aveva predetto che se avesse bevuto acqua di fonte del fiume Scamandro insieme ai suoi magnifici cavalli, Troia non  sarebbe mai stata espugnata… Lo Scamandro – aggiunse – scorre nella pianura della mia terra perduta.”

 

“Mi dispiace!” esclamò Nefer.

 

“Che cosa è successo?” domandò Thotmosis.

 

“Un infido e astuto guerriero acheo di nome Odisseo e il suo degno compagno, Diomede, tesero un tranello al valente guerriero Reso,  l’uccisero e caricarono i suoi cavalli sulla nave di Idomeneo, al seguito di re Menelao. – il principe troiano fece seguire una seconda pausa ed intanto addentava una delle focaccine al miglio che una servetta aveva appena posato sul tavolo – Io ero su quella nave, prigioniero del mio odiato nemico, quando fu affondata, nello scontro con alcune navi troiane in fuga… Fu in quella occasione che fui condotto a bordo della nave del Re di Sparta, suo prigioniero… da dove, poi, sono fuggito, appena toccata questa terra.”

 

“Hai lottato per la tua terra ed ora lo farai per la tua libertà e noi ti aiuteremo.” esclamò solennemente il principe Thotmosis, posando il boccale vuoto sul tavolo ed avviandosi verso l’uscita. Gli altri due lo seguirono immeediatamente dopo.

 

 

 

 

 

 

*

IlL SIGILLO DEL FARAONE - Cap.V Xanto 3° parte

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