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Raccolta di testi in prosa di Paola Salzano
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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L’isola

 

 

Nel buio della notte estiva attenuato dal chiarore lunare, la bella signora era distesa sul mare, cullata dallo sciabordio delle onde ed illuminata da un manto di stelle lucenti. Lea, rapita, osservava da lontano quella magia.

Di fronte a sé l’isola di Capri appariva senza un’ombra di foschia, riflettendo nel Golfo di Napoli la propria l’immagine, in cui si distinguevano il volto di una donna ed il suo ventre che emergevano dall'acqua. La nobildonna era stretta nell’abbraccio della sua corte regale: Sorrento, Capo Miseno e le isole di Ischia e Procida, che da sempre la osservavano con un fremito di desiderio.

Dal terrazzino di un hotel sul lungomare, Lea assaporava gli ultimi istanti della vacanza oramai al termine; erano state settimane rigeneranti, avendo fatto scorta di affetti, di cibo (quanto le era mancato quel cibo!) e soprattutto di ossigeno, come definiva lo spirito della città che l’aveva cresciuta. Ogni anno vi faceva ritorno ed era un periodo irrinunciabile: finalmente poteva respirare l’aria mite, ma soprattutto l’ospitalità della sua gente. Era partita anni prima per realizzare il suo sogno, ma le radici le mancavano terribilmente; ovunque andasse era sempre alla ricerca del calore umano che sprigionava quella terra del sud, spesso martoriata e denigrata, cui sentiva ancora di appartenere.

Scrutando l’orizzonte, la donna non riusciva a staccare gli occhi dall’isola, il luogo dove aveva trascorso tanti momenti spensierati, e d’improvviso fu pervasa da un’inaspettata nostalgia. Si rivide bambina quando, terminata la scuola, si imbarcava nei fine settimana con i propri genitori sul traghetto ormeggiato al molo Beverello di Napoli, per trascorrere qualche ora di sole e di mare su quelle celebri spiagge e tornare a casa all’imbrunire con il viso scottato dal sole, ma felice.

Ripensò poi alle giornate passate a Capri da adolescente assieme agli amici, abbigliata con canotta e pantaloncini, mentre assaporava la soddisfazione di sentirsi diva con i capelli mesciati dal sole ed il colorito caramello sulla pelle; sperava magari di far breccia nel cuore di quell’amico troppo timido per dichiararsi in città.

Le piaceva mischiarsi alla folla dei turisti stranieri, che sbarcavano sulla rada di Marina Grande per invadere quel territorio scosceso in tutti gli anfratti. Tra risate e giochi d’acqua, trascorrevano le giornate sulla spiaggia di Marina Piccola, dall’altro lato del porto; lì gli sguardi si perdevano osservando i Faraglioni, scogli giganti da cui, secondo Omero, le Sirene tentarono Ulisse nel viaggio di ritorno verso Itaca. Ricordava ancora il sapore dei gelati alla frutta, gustati al tramonto in piazzetta durante lo struscio di fine giornata, inebriata dagli aromi dei fiori capresi.

Lea si rese conto che ormai erano passati tanti anni da quando, euforica e determinata, era partita lasciando la famiglia. Allora si sentiva ancora una bambina, nonostante avesse già raggiunto l’età adulta; ma fino a quel momento aveva sempre vissuto nel suo bozzolo, senza mai assumersi grandi responsabilità.

Tutt’a un tratto realizzò di somigliare a quell’isola millenaria. Una parte del suo essere infatti riluceva come le spiagge affollate d’agosto o le casette linde, abbarbicate sulle rocce a precipizio; al contempo vi era in lei una parte sommersa, ombrosa, simile alle grotte di Capri, dove spiriti dispettosi attendevano i turisti ignari.

Quante volte era andata a infrangersi contro scogli aguzzi, avendo imparato, lontano da casa, a nuotare disperatamente per scansare solitudini e pregiudizi, temendo spesso di affogare. Nell’esplorare fondali oscuri, non di rado si era imbattuta in temibili creature, ma era sempre riuscita ad intravedere un appiglio, un punto da cui risalire.

La donna si era appisolata sulla sdraio, complice una brezza che le accarezzava dolcemente il viso, smorzando l’afa serale. “Si è fatto tardi Lea… non vieni a dormire?” Dalla stanza d'albergo una voce maschile, in tono assonnato, la invitava a rientrare.

“Arrivo, amore”, rispose appena scossa dal torpore del breve sonno. Quella notte l’isola le aveva ispirato tanti pensieri, forse perché, tornare a casa, rappresentava per Lea un modo per ritrovare se stessa. Ma ora si sentiva grande, pensò, ed era tempo di spiegare le vele, di ripartire, non senza aver salutato la nobile signora, scenario di tanti momenti felici.

“Prima di andare ti chiedo un favore”, le sussurrò in una sorta di dialogo intimo. “Tu che da tempo immemorabile proteggi questo mare ed i suoi figli, se puoi veglia anche su di me, soprattutto da domani, quando sarò ancora una volta lontana”.

Le lucine intermittenti che illuminavano l’isola sembravano ammiccare un cenno di saluto. Lea rientrò in camera, consapevole che lì avrebbe lasciato un pezzo di cuore e che il suo congedo sarebbe stato solo un arrivederci.

 

 

Paola Salzano,  01/08/2019

*

C’era una volta la favola di una bambina

 

Questa sera ti racconterò la storia di un viaggio meraviglioso, di un’avventura che vale una vita intera.

In una notte piena di stelle due occhi si schiusero alla vita, dopo aver fluttuato per mesi nel buio e nel silenzio di un mare misterioso ed insondabile; erano gli occhi di una bambina, dolce principessa appena venuta al mondo, annunciata dal canto di fate leggiadre che, volteggiando attorno alla nuova arrivata, da madrine previdenti le portarono in dono forza, coraggio e sensibilità.

La regina l’accolse impaziente tra le braccia, ancora confusa dai dolori del parto sopportati con gioia, mentre il re osservava emozionato ed incredulo il miracolo che aveva visto compiersi sotto i suoi occhi. Il buon Dio disegnò all’istante sul viso della bambina un incantevole sorriso, ad attenuarne il pianto disperato.

La principessa iniziò il suo viaggio avvolta da coccole ed amorevoli cure, imparando che il mondo era un posto meraviglioso, un giardino profumato dai mille fiori e colori; si sentiva speciale e davvero fortunata. Trascorse l’infanzia felice e spensierata.

Passarono gli anni e la piccola andava incontro al suo destino fiduciosa, inventando nuovi giochi ed immaginando, tra sogni e speranze, la sua vita futura. Ma presto capì di non poter fare e dire sempre ciò che aveva nel cuore; infatti la madre le insegnò che talvolta occorreva mettere da parte i propri desideri per non recar dispiacere agli altri.

Come quando le ordinava di fare la brava se il re, tornando a casa la sera stanco e nervoso, facilmente poteva arrabbiarsi. Apprese sin da subito cosa significasse vedere il papà furibondo scagliarsi incomprensibilmente sulla regina e trasformarsi in un drago sputafuoco, da cui sarebbe stato prudente allontanarsi per non essere bruciati e calpestati.

Iniziò a pensare che la madre avesse ragione: era meglio non rischiare lasciando stare i capricci, in fondo di coccole ne aveva abbastanza. Che stupida però a credere di essere così speciale, rifletté la principessa, forse quelli erano stati solo i pensieri di una bambina…

Continuò a sognare e a fantasticare però, chissà per quale motivo, la principessa avvertiva un enorme peso sulle spalle, una zavorra che rallentava il suo passo, impedendo di sentire ciò che le procurava gioia. Affinò l’arte del compiacere, pur di accontentare chi aveva vicino; andava bene così, perché li amava. Diventata una giovane donna proseguì il viaggio, ma un giorno lungo la strada si imbatté in elfi maligni, ometti piccoli piccoli e maghi falliti, che non amavano le principesse dotate di bellezza ed intelligenza, per cui la indussero in inganno.

Elargendo belle parole a profusione, da abili pifferai trascinarono l’ingenua principessa in un profondo abisso; lei si disperò, poiché era molto difficile uscirne. D'improvviso apparve una delle fate madrine. “Cara, non disperarti”, le sussurrò in un orecchio. “Ricordati che quando sei nata, hai ricevuto in dono la forza…usala e sia quel che sia!”

Tra le lacrime, la principessa pensò che la sua buona madrina avesse ragione e, armatasi della forza, pian piano riuscì a risalire dal precipizio. Sicura e decisa, riprese il cammino, meno ingenua di prima.

Lungo la strada le ritornò il buonumore, però dopo poche miglia ecco comparire dinanzi ai suoi occhi strani personaggi: le streghe arcigne. In origine anch’esse principesse, per pigrizia non avevano fatto uso dei doni ricevuti alla nascita e così, invidiose e rabbiose, tentarono di rallentare il viaggio della giovane. Le fecero credere infatti che il mondo fosse una giungla piena di draghi sputafuoco e di elfi maligni, come del resto lei stessa aveva sperimentato, per cui la incitarono a munirsi di una buona corazza, per essere pronta a difendersi.

Confusa ed impaurita, la ragazza si fece convincere ed indossò un’armatura di ferro, inespugnabile, assumendo un aspetto duro come quello delle streghe. Allora mise da parte i sogni e riprese il viaggio guardinga. Divenne una guerriera, anche perché non voleva seguire lo stesso destino della regina madre, costretta a subire gli attacchi del terribile drago sputafuoco.

Ma tutto ciò non la rendeva felice, infatti si sentiva stanca ed afflitta. “E se le streghe si fossero sbagliate?”, cominciò a riflettere, mentre perle di rugiada amara le solcavano il viso.

Inaspettatamente le venne in sogno un’altra fata madrina. “Cosa fai, bambina, ti arrendi? Hai ricevuto il coraggio…usalo e sia quel che sia!”, la incitò dolcemente. La principessa si armò di coraggio ed esclamò: “Questa non è la mia strada!”. Si tolse l’odiosa armatura e riprese con fiducia il viaggio, riacquistando i suoi modi aggraziati e quel meraviglioso sorriso, regalo del buon Dio.

A quel punto successe qualcosa di prodigioso: in una giornata, in cui il sole caldo splendeva alto nel cielo, s’imbatté in un elegante principe, il quale le chiese dove stesse andando. “Sto seguendo la mia strada!”, rispose la ragazza. Lui fu colpito da questa affermazione, leggendo nei suoi occhi una profonda sensibilità; in quel momento l’ultima delle tre fatine si palesò dinanzi ai due giovani, volteggiando e cantando soavi melodie.

Timido ed imbarazzato il principe propose alla ragazza di fare un pezzo di strada insieme; lei acconsentì, essendo rimasta impressionata dalla gentilezza del suo sguardo, in cui vide riflessa se stessa. Aveva conosciuto l’Amore.

Oramai divenuta una donna, la principessa proseguì il cammino felice e determinata, con accanto il principe per sempre o forse solo per un tratto, nessuno può saperlo. Di sicuro non permise ad alcun drago sputafuoco, elfo maligno o strega arcigna di portarle via i sogni e le speranze.

“E sia quel che sia…”, ebbe a ripetersi spesso.

 

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Terminato il racconto la piccola Siria, adagiata sul lettino, stirò le braccia in un lungo sbadiglio, le palpebre socchiuse per il sonno imminente. “Bella questa storia, mamma… diversa dalle altre: ma è una favola, ne sei sicura?”, osservò con un filo di voce.

“Certo che lo è, amore mio. E’ la favola di ogni bambina, che nasce principessa e può continuare ad esserlo per sempre”

“Per sempre?”, chiese la bimba, perplessa.

“Per sempre. L’importante è che lei ci creda e che lo voglia”, rispose la madre in tono rassicurante.

A quelle parole Siria diventò pensierosa, mentre con le manine si attorcigliava alcune ciocche dei capelli sparsi sul cuscino, rese lucenti dal riverbero dei raggi lunari che filtravano dalla finestra.

“Da brava, adesso è ora di dormire”.

“Buonanotte, mamma!”, bisbigliò la piccola assopita, stringendo forte il suo coniglietto di peluche, in quella notte piena di stelle.

Dopo averle rimboccato la trapunta rosa pastello, la donna diede un bacio alla figlioletta sulla fronte e si avviò verso l’uscio. Guardandola un’ultima volta, si fermò.

“L’importante è che tu lo voglia, bambina mia”, pensò ad alta voce, chiudendosi la porta alle spalle, mentre Siria era oramai crollata nel sonno profondo dell’infanzia.

 

 

Paola Salzano, 18/07/2019