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Raccolta di testi in prosa di Paolo Melandri
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Lichtenberg

Lichtenberg

 

Londra, autunno 1775. Lichtenberg si reca nell'elegante negozio del miglior costruttore di strumenti scientifici della metropoli. Quando mostra una lettera del re che garantisce per ogni acquisto, il proprietario gli consegna il primo esemplare della sua invenzione. È una macchina elettrostatica di ottone luccicante.

Giorgio III manda a Lichtenberg un invito per il tè nel palazzo d'estate di Kew. È interessato alla nuova scienza, la fisica. L'atmosfera è informale; è presente tutta la famiglia regnante. All'improvviso il monarca viene colto da uno strano attacco. Comincia a parlare in modo sconclusionato. Il principe ereditario si permette una battuta cattiva sul padre. La regina lo redarguisce. Lui se ne va furibondo. Il re si riprende; come se niente fosse accaduto, parla con il visitatore delle ultime scoperte nei mari del Sud.

Più tardi passeggia nel parco insieme a Lichtenberg. Vede in lui un uomo che sa cosa significa convivere con una minorazione.

Il boudoir di un'attrice, arredo decadente. Il principe racconta a Perdita della visita di Lichtenberg a Kew. Lei ha sentito dire che toccare un gobbo è un magico rimedio contro l'impotenza e propone al principe un esperimento. Vuole sedurre Lichtenberg. Nel momento decisivo il suo amante dovrebbe toccarlo. Il figlio del re vede in questo piano anche una possibilità di schernire suo padre, di cui disprezza la gretta vita familiare e di cui odia le ramanzine. Perdita è elettrizzata dall'idea di giacere con uno storpio.

All'ignaro Lichtenberg viene preparata una trappola. Fino a quel momento le sue esperienze erotiche si sono limitate a domestiche e sguattere. Con la bella Perdita ha gioco facile. Quando il principe esce dal suo nascondiglio, Lichtenberg si accorge di essere stato raggirato. In preda al disgusto lascia la casa e fugge da Londra a rotta di collo.

A Gottinga l'arrivo della macchina elettrostatica suscita grande scalpore. Il professor Lichtenberg alloggia in un vecchio edificio pieno di anfratti in cui ha allestito un laboratorio con svariati strumenti e apparecchi. È arrivato alla conclusione che l'energia dell'amore sia dovuta a un fluido sconosciuto che presenta somiglianze con l'elettricità animale. Su questo tema tiene una lezione all'università che ha uno svolgimento decisamente bizzarro. Quando arriva al punto critico, Lichtenberg cade dall'alto sgabello su cui è seduto. Gli studenti reagiscono con un misto di curiosità, scherno e inquietudine.

Lichtenberg si riprende dalla depressione e decide di dedicarsi a nuovi esperimenti. Stavolta si tratta dell'elettricità dell'aria. Per misurarla, costruisce un aquilone. Una gran folla si è radunata sui bastioni per seguire l'esperimento. Durante i preparativi, Lichtenberg nota una giovane fioraia. Le chiede quanti anni ha e da dove viene. Si chiama Dorothea Stechardin. Mentre l'aquilone si alza in volo, lui continua a girarsi verso di lei. Non si accorge delle nuvole temporalesche che si addensano sopra la città. Un fulmine colpisce l'aquilone, che è collegato a terra, e lo fa precipitare. L'esperimento è fallito.

Il giorno dopo il professore fa visita ai genitori di Dorothea. Vorrebbe assumere la ragazza come domestica. I genitori acconsentono, perché Lichtenberg offre un generoso compenso. Dorothea dovrà occuparsi della pulitura dei suoi strumenti scientifici. Ma segretamente lui persegue un piano ben diverso. Vuole produrre la prova delle sue scoperte. La quindicenne appare come ideale cavia umana. I due cominciano a osservarsi e a spiarsi a vicenda. L'intimità crea un'atmosfera di desideri inespressi. Lichtenberg le insegna a leggere e a scrivere. Riesce a documentare, anche senza un diretto contatto fisico, tracce di fluido erotico in base a fenomeni di fluorescenza e di risonanza.

Nel momento in cui l'amore inizia a far scintille, lo studioso è raggiunto da un invito del re inglese che equivale a un ordine. Non gli resta altro che partire immediatamente per Londra. Giorgio III gli mette a disposizione un alloggio in una palazzina nel parco di Kew. Lo colma di onorificenze. Lichtenberg diventa membro della Royal Society. A un ricevimento gli viene presentato Omai, che Forster ha portato con sé da Tahiti. Il polinesiano non comprende perché non possa abbracciare una donna che gli sorride solo perché si tratta della figlia del lord cancelliere. In Lichtenberg, questa naturalezza suscita una grande impressione.

C'è un colloquio con il re nell'ossevatorio astronomico di Richmond. È presente anche il medico personale di Giorgio III, che però si tiene in disparte. Lichtenberg mostra al re Venere e gli parla della spedizione di Cook nel Pacifico. Ma il re ha altro per la testa. A prescindere dalla guerra con le colonie americane, lo tormenta la paura dell'impotenza e di un nuovo attacco psicotico. Anche il pricipe ereditario gli è sospetto. Pensa persino che voglia attentare alla sua vita. Prega Lichtenberg di rimanere a Londra e gli offre una splendida posizione. Ma lui ha in mente solo una cosa: l'esperimento con Dorothea, che lo aspetta a Gottinga. Risponde in modo evasivo. Il re è offeso e gli impone di restare.

Il medico personale, che riguardo alla malattia del monarca non formula una prognosi favorevole e pensa addirittura alla sua interdizione, punta sul principe ereditario, con il quale è in contatto. Vede in Lichtenberg un pericolo per i piani dell'erede al trono e informa quest'ultimo sul colloquio nell'osservatorio.

Il giorno seguente Lichtenberg lascia Kew per recarsi a teatro. Nella carrozza che lo viene a prendere si trova di fronte una giovane donna che gli si offre in maniera inequivocabile. Ma questa volta non ci casca: minaccia di buttarla fuori dalla carrozza in corsa. Il cocchiere si volta verso di lui: è il principe. Invece della donna è Lichtenberg a finire in strada. È preso dal panico, ruba i vestiti a un giardiniere e fugge. Sotto falso nome raggiunge una nave che lo porta ad Amburgo.

Il re si mostra generoso. Lo perdona e ordina che gli spediscano a Gottinga un nuovo telescopio e il suo guardaroba. Lichtenberg cammina per strada in nuovi abiti eleganti e fa vedere a Dorothea le sue magnifiche parrucche. Parla soltanto inglese. Convince la ragazza a stabilirsi stabilmente da lui. Si dedica tutto alla costruzione della macchina che dovrà servire al grande esperimento. Una notte giunge il momento decisivo. L'unione dei due genera la prova lampante dell'esistenza della quarta forza elementare. Sono entrambi felici. Ora Lichtenberg è alle prese con un altro problema: si preoccupa della stabilità dell'amore. Realizza di nascosto un accumulatore che, alla maniera di una bottiglia di Leida, dovrebbe assicurare il potenziale delle forze d'amore anche per il futuro; in fondo ha ventitre anni più della sua amante.

Cede alla tentazione di presentare la grande invenzione agli studenti. D'improvviso interrompe la lezione a metà e scompare nel suo alloggio privato. Adirati, nonostante il severo divieto gli studenti fanno irruzione nell'appartamento. Lo trovano mentre copula con Dorothea dentro una macchina che miscela e accumula il fluido. La luminescenza e lo scintillio sono così forti che i guardoni restano accecati e si danno alla fuga.

Il rapporto tra gli amanti è cambiato. Per nulla passiva e arrendevole, Dorothea ha progressivamente acquistato coscienza del proprio valore. Allo scienziato sfugge il dominio sull'esperimento messo in atto. Si ha quasi l'impressione che, a modo suo, Dorothea esegua un esperimento su di lui. Ottiene il permesso di comparire nelle vesti di padrona di casa quando Lichtenberg invita i propri amici. Nella piccola città il fatto suscita scandalo.

Alla fine del semestre la situazione deflagra. I due partecipano al tradizionale ballo di chiusura, al quale sono invitati tutti i notabili e i più ricchi fra gli studenti inglesi. Uno sconosciuto in maschera invita Dorothea a un giro di danza. Lichtenberg, che non sa ballare, li osserva. Lo sconosciuto si apparta con Dorothea nel cortile interno, dove tenta di violentarla. Alle sue grida di aiuto accorrono tre studenti, che bloccano lo sconosciuto, lo minacciano con gli spadini sguainati e gli strappano la maschera. È il principe ereditario. Dopo avere pugnalato un rivale in un bordello londinese, ha dovuto lasciare l'Inghilterra per qualche tempo. Viaggia in incognito. Gli studenti, che lo hanno riconosciuto, non possono trattenerlo. Quando viene a conoscenza del fatto, Lichtenberg è furioso.

Nella piccola città girano voci sugli inquietanti esperimenti che conduce con la Stechardin. Si dice che con l'aiuto della sua invenzione possa sottomettere qualsiasi donna. Le supposizioni scatenano invidie, paure e ipocrisie. Tra gli studenti nascono due fazioni. Gli avversari di Lichtenberg vogliono metter fine alle sue pratiche, se necessario con la forza. Il loro mandante e finanziatore è lo straniero, che riesce a conservare l'incognito. È anche alla testa della masnada che una sera si presenta davanti alla casa di Lichtenberg.

Lui e Dorothea vedono dalla finestra la gentaglia che si avvicina e il caporione che istiga la folla. Hanno intenzione di distruggere il misterioso apparecchio. Lasciali fare, dice Dorothea al suo compagno spaventato. La macchina non ci serve più. I due si nascondono in un armadio a muro. La macchina viene fracassata. Ma quando il principe cerca di distruggere anche la grande macchina elettrostatica, crolla a terra colpito da una scossa. I suoi seguaci pensano che sia morto e lasciano precipitosamente la casa.

La situazione è pericolosa anche per Lichtenberg e Dorothea. La ragazza tenta di rianimare il principe con una respirazione bocca a bocca. Arriva il medico chiamato d'urgenza; l'erede al trono si salva e viene portato via su una barella. Furioso per l'umiliazione subita, sussurra a Dorothea: Tra noi non è ancora finita. Mi rivedrai!

Il principe è tornato in Inghilterra. Lichtenberg non ha più intenzione di esporsi ulteriormente all'atmosfera ostile di Gottinga. Si trasferisce con Dorothea in un'incantata casetta con giardino appena fuori città. Un nuovo sogno si è impadronito di entrambi: il volo. Dalla Francia arriva la notizia di macchine aerostatiche che si sollevano in aria. Da scienziato Lichtenberg si chiede se non esista una componente dell'atmosfera più leggera dell'aria. Grazie all'aiuto dei pochi strumenti che ha salvato riesce a isolare con metodi elettrostatici una piccola quantità di idrogeno. In un mattatoio si procura vesciche di maiale tasparenti che riempie di gas. Quando queste si librano toccando il soffitto Dorothea è entusiasta. Lichtenberg è riuscito a mettere in salvo anche l'elettroforo, il canocchiale e un paio di accumulatori. Dorothea non immagina che là dentro è conservata una riserva della loro energia amorosa.

Sette mesi dopo Dorothea muore di tubercolosi. Nei suoi vaneggiamenti febbrili le appare il principe ereditario che la minaccia. Al tempo stesso vede davanti a sé la scena in cui Lichtenberg è a letto con una sconosciuta, mentre il principe lo schernisce.

Il suo amato riesce a scacciare questo incubo. Apre la finestra e fa salire in cielo decine di palloni. Anche noi voleremo via come loro, dice. Le descrive i paesi e i continenti sopra i quali passeranno. Quando Dorothea cessa di respirare, lui libera gli ultimi palloni.

Al funerale partecipa da lontano. Il cimitero si trova nelle vicinanze della casetta. Con il canocchiale Lichtenberg segue dal tetto il percorso della bara. Poi scende di sotto e apre le bottiglie verdi nelle quali è immagazzinato il fluido. Ebbro d'amore come non mai entra nella grande stanza al pianterreno. Lì, sul divano, lo attende Dorothea. Ha l'aspetto che aveva al loro primo incontro. Non dice una parola. Lichtenberg le gira attorno e poi si siede con cautela sulla sedia accanto a lei. Dopo qualche istante dice: Sapevo che saresti tornata.

 

© Paolo Melandri (21. 7. 2019)

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Autodiffamazione

Autodiffamazione

 

Sono venuto al mondo.

Sono divenuto. Sono stato procreato. Sono sorto. Sono cresciuto. Sono stato partorito. Sono stato registrato all'anagrafe. Sono cresciuto in età.

Mi sono mosso. Ho mosso parti del mio corpo. Ho mosso il mio corpo. Mi sono mosso sul posto. Mi sono mosso dal mio posto. Mi sono mosso da un luogo all'altro. Ho dovuto muovermi. Ho potuto muovermi.

Ho mosso la mia bocca. Sono pervenuto ad avere sensi. Mi sono reso degno di nota. Ho strillato. Ho parlato. Ho sentito rumori. Ho distinto rumori. Ho prodotto rumori. Ho prodotto note. Ho potuto produrre note, rumori e suoni. Ho potuto parlare. Ho potuto gridare. Ho potuto tacere.

Ho visto. Ho visto cose già viste. Sono pervenuto alla coscienza. Ho riconosciuto cose già viste. Ho riconosciuto cose riviste. Ho percepito. Ho ripercepito cose già percepite. Sono pervenuto alla coscienza. Ho riconosciuto cose ripercepite.

Ho guardato. Ho visto oggetti. Ho guardato oggetti indicati. Ho indicato oggetti indicati. Ho imparato le designazioni degli oggetti indicati. Ho designato gli oggetti indicati. Ho imparato la designazione degli oggetti non indicabili. Ho imparato. Ho trattenuto. Ho trattenuto i segni imparati. Ho visto forme designate. Ho designato forme simili con nomi uguali. Ho designato le differenze tra forme dissimili. Ho designato forme assenti. Ho imparato a desiderare la presenza di forme assenti. Ho imparato le parole “desiderare” e “temere”.

Ho imparato. Ho imparato le parole. Ho imparato i verbi. Ho imparato la differenza tra essere e stato. Ho imparato i nomi. Ho imparato la differenza tra il singolare e il plurale. Ho imparato gli avverbi. Ho imparato gli avverbi. Ho imparato la differenza tra qui e là. Ho imparato gli aggettivi indeterminativi. Ho imparato la differenza tra questo e quello. Ho imparato gli aggettivi qualificativi. Ho imparato la differenza tra buono e cattivo. Ho imparato gli aggettivi e i pronomi possessivi. Ho imparato la differenza tra mio e tuo. Mi sono fatto un patrimonio di parole.

Sono diventato l'oggetto di proposizioni. Sono diventato il complemento di proposizioni. Sono diventato l'oggetto e il complemento di proposizioni principali e di proposizioni relative. Sono diventato un moto della bocca. Sono diventato un allineamento di lettere dell'alfabeto.

Ho detto il mio nome. Ho detto io. Ho strisciato sulle quattro zampe. Ho corso. Ho corso verso qualche cosa. Ho corso fuggendo da qualche cosa. Mi sono rizzato in piedi. Sono uscito dalla forma della passività. Sono diventato attivo. Ho camminato formando con la terra un angolo approssimativamente retto. Ho saltato. Mi sono opposto alla forza di gravità. Ho imparato a fare i miei bisogni fuori dai vestiti. Ho imparato a mantenere il mio corpo sotto il mio dominio. Ho imparato a dominarmi.

Ho imparato a sapere e potere. Ho potuto. Ho potuto volere. Ho potuto camminare su due gambe. Ho potuto camminare sulle mani. Ho potuto rimanere. Ho potuto fermarmi. Ho potuto star sdraiato. Ho potuto strisciare sul ventre. Ho potuto fare il morto. Ho potuto trattenere il fiato. Ho potuto uccidermi. Ho potuto sputare. Ho potuto annuire. Ho potuto negare. Ho potuto compiere gesti. Ho potuto domandare. Ho potuto rispondere a domande. Ho potuto imitare. Ho potuto seguire un esempio. Ho potuto giocare. Ho potuto fare qualche cosa. Ho potuto lasciar perdere qualche cosa. Ho potuto distruggere oggetti. Ho potuto comparare oggetti con altri oggetti. Ho potuto rappresentarmi oggetti. Ho potuto valutare oggetti. Ho potuto parlare di oggetti. Ho potuto parlare su oggetti. Ho potuto ricordarmi di oggetti.

Ho vissuto nel tempo. Ho pensato all'inizio e alla fine. Ho pensato a me. Ho pensato ad altri. Sono uscito fuori dalla natura. Sono divenuto. Sono diventato innaturale. Sono pervenuto alla mia storia. Ho riconosciuto che io non sono tu. Ho potuto comunicare la mia storia. Ho potuto tacere sulla mia storia.

Ho potuto volere qualche cosa. Ho potuto non volere qualche cosa.

Mi sono fatto. Mi sono fatto quello che sono. Mi sono trasformato. Sono diventato un altro. Sono diventato responsabile della mia storia. Sono diventato corresponsabile delle storie degli altri. Sono diventato una storia tra le altre storie. Ho reso il mondo il mio mondo. Sono diventato ragionevole.

 

© Paolo Melandri (18. 7. 2019)

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Sabina

La notte mi avvolgeva, una fotografia staccata dalla cornice. La fodera di un mantello lacerata nel mezzo come le due valve di un'ostrica. Il giorno e la notte, scollati, e io cadevo in mezzo, senza sapere su quale strato riposavo, se fosse l'alta, fredda e grigia foglia dell'alba, o l'oscuro strato della notte.

Il viso di Sabina era sospeso nell'oscurità del giardino. Dagli occhi un vento di simun raggrinziva le foglie e sollevava la terra, tutto ciò che prima aveva avuto un andamento verticale girava ora in tondo, attorno al viso, attorno al suo viso. Lei contemplava con uno sguardo antico i pesanti secoli rigogliosi tremolare in profonde processioni. Dalla sua pelle di madreperla si levavano spirali di profumo, come incenso. Ogni suo gesto accelerava il ritmo del sangue e risvegliava un canto ritmico che era il suono dei suoi piedi che calpestavano, nel sangue, l'impronta del suo volto.

Una voce che aveva attraversato i secoli, così profonda da spezzare ciò che toccava, così profonda da farmi temere che avrebbe risonato eternamente dentro di me, una voce scolorita dal suono delle imprecazioni e dalle grida rauche che scaturiscono dal delta nel parossismo estremo dell'orgasmo.

Il mantello nero pendeva come capelli neri dalle sue spalle, per metà drappeggiato e per metà fluttuante attorno al suo corpo. Il tessuto del suo abito si muoveva sempre un momento prima che lei si muovesse, quasi consapevole dei suoi impulsi, e ondeggiava ancora a lungo dopo che lei si era arrestata, come onde che rifluiscono verso il mare. Le maniche scivolavano giù come un sospiro e la bordura della veste danzava intorno ai suoi piedi.

Come foglie che cadono le sue parole, come vetri dipinti le gradazioni del suo umore, la raucedine nella sua voce, il fumo nella sua bocca, il suo respiro sul mio sguardo come respiro umano che offuschi uno specchio.

Chiacchiere, chiacchiericci, frasi lasciate a mezzo, astrazioni, campanelli cinesi suonati con bastoncini ricoperti di ovatta, falsi fiori di arancio dipinti su porcellana. I soffocati, segreti chiacchiericci di donne dal tenero corpo. Gli uomini che ha abbracciato, e le donne, si confondono nella risonanza della mia memoria. Suono dentro suono, scena dentro scena, donna dentro donna – come un acido che riveli una scrittura invisibile. Una donna dentro l'altra, alla fine, in una processione che si spinge lontano, che frantuma la mia mente in quarti di tono che nessun direttore d'orchestra potrà mai più ricomporre.

La maschera luminosa del suo volto, cereo, immobile, dagli occhi come sentinelle. Fissa il mio incedere sibaritico, e io il sibilare della sua lingua. Affondate l'una nell'altra volgemmo altrove i nostri occhi da puttana. A Bisanzio era un idolo, un idolo che danzava a gambe larghe, e io scrivevo con polline e miele. Con parole di bronzo ho inciso nel cervello degli uomini il tenero segreto abbandono di donna, ho tatuato sui loro occhi quell'immagine. Li consumava la febbre dei loro visceri, l'indissolubile veleno delle leggende. Se il torrente era incapace di inghiottirli, oppure se riuscivano a trarsi in salvo, io ossessionavo la loro memoria con racconti che volevano dimenticare. Tutto ciò che è rapido o maligno in una donna può essere distrutto spietatamente, ma chi può distruggere l'illusione con cui mettevo lei a giacere ogni notte? Vivevamo a Bisanzio. Sabina e io, fino a che i nostri cuori sanguinarono dalle pietre preziose che portavamo sulla fronte, fino a che i nostri corpi furono sopraffatti dal peso dei broccati e le narici arse dal fumigare dei profumi; e quando fummo passate in altri secoli, ci racchiusero in cornici di rame. Gli uomini l'hanno sempre riconosciuta: lo stesso viso splendente, la stessa voce arrochita. E noi due ci riconoscemmo l'un l'altra: io il suo viso e lei la mia leggenda.

Mi mise al polso un braccialetto piatto di acciaio e il polso cominciò a battere come lei voleva, perdendo il suo ritmo umano, pulsando quasi in un selvaggio parossisimo orgiastico. Il lamento dei flauti, il doppio canto del vento attraverso le nostre ossa ci rammentava a distanza quando, sui letti di piuma, il culto che ispiravamo diventava lussuria.

Camminavamo mentre razzi scoppiavano dai lampioni delle strade, inghiottivamo la strada asfaltata con un ruggito da giungla e le case con i loro occhi chiusi e le ciglia di geranio; inghiottivamo i pali telegrafici vibranti di messaggi, inghiottivamo i gatti randagi, alberi, colline, siepi, il sorriso labirintico di Sabina sul buco della serratura. La porta cigolava, si apriva. Il suo sorriso si chiudeva. Un usignolo sfogliava un caprifoglio di miele. Nutrito di miele. Dita di flauto. La casa spalancava il cancello verde, e ci inghiottiva. Il letto galleggiava.

 

© Paolo Melandri (13. 7. 2019)

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Atalanta

La prima volta che la vidi, la terra era velata dall'acqua. Appartengo a quella razza di uomini e di donne che vedono le cose solo attraverso il velo del mare, e i miei occhi hanno il colore dell'acqua.

Guardai con occhi di camaleonte la mutevole faccia del mondo, con sguardo anonimo guardai dentro il mio io incompleto.

Ricordo la mia nascita nell'acqua. Intorno a me una trasparenza sulfurea e le mie ossa si flettono come se fossero di gomma. Oscillo e ondeggio, su alluci privi di ossa, protesa a cogliere suoni lontani, suoni che orecchie umane non percepiscono, a vedere cose che occhi umani non scorgono. Nata con la memoria delle campane di Atlantide. Sempre in ascolto di suoni perduti e alla ricerca di perduti colori, sempre protesa sulla soglia come chi è angosciato dai ricordi, cammino nuotando. Fendo l'aria con ampie pinne e nuoto attraverso stanze senza pareti. Espulsa da un paradiso di silenzio, cattedrali ondeggiano al passaggio di un corpo, come musica senza suono.

Questa Atlantide si può trovarla soltanto di notte, lungo la strada del sogno. Non appena il sonno ricopre la rigida città nuova, la rigidità del nuovo mondo, i più massicci portali si schiudono su gong bene oliati e si entra nel mutismo del sogno. Il terrore e il godimento di delitti compiuti in silenzio, nel silenzio di slittamenti e sfioramenti. La distesa dell'acqua ricopre le cose soffocando ogni voce. Soltanto un mostro per caso mi trasportò in alto, in superficie.

Perduta nei colori di Atlantide, i colori si sciolgono l'uno dentro l'altro senza delimitazioni. Pesci di velluto, di organza, con denti di merletto, pesci di taffetà luccicanti, di seta e piume e lanugine, fianchi di lacca e occhi di cristallo di rocca, pesci dalle squame inaridite e occhi di uvaspina, occhi di albume. Fiori che palpitano sullo stelo come cuori marini. Non avvertono il proprio peso, il cavalluccio marino si muove come una piuma…

Una sonnolenza. Amavo la facilità, la cecità e la soavità del viaggiare sull'acqua che mi trasportava oltre gli ostacoli. L'acqua era lì a trasportarti come un enorme ventre; c'era sempre acqua su cui riposare e l'acqua trasmetteva le vite e gli amori, le parole e i pensieri.

Dormii molto al di sotto del livello della tempesta. Mi muovevo nel calore e nella musica come dentro a un diamante marino. Nessuna corrente di pensieri, solo la carezza del flusso e del desiderio che si amalgamano, si toccano, si spostano, si ritraggono, vagano – infiniti fondi di pace.

Non ricordo di aver avuto freddo o caldo laggiù. Di aver sofferto il freddo o il caldo. La temperatura del sonno, senza febbre né gelo. Non ricordo di avere avuto fame. Il cibo filtrava attraverso pori invisibili. Non ricordo di avere pianto.

Sentivo solo la carezza del movimento – movimento nel corpo di un altro – assorbita e perduta nella carne di un altro, cullata dal ritmo dell'acqua, il palpitare lento dei sensi, il muoversi della seta.

Amare senza coscienza, muoversi senza sforzo nello scorrere morbido dell'acqua e del desiderio, respirare in un'estasi di dissolvimento.

Mi svegliai all'alba, riversa su uno scoglio, scheletro di una nave soffocata dalle sue stesse vele.

 

© Paolo Melandri (12. 7. 2019)

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Primo amore

Primo amore

 

A una svolta del sentiero, appena passato il cimitero di Santa Lucia, mi appaiono i cipressi delle Sacca. Sono anni e anni che non torno a salutarli. Mi sento, con orrore, tornare bambino, e a poco a poco, senza accorgermene, affretto il passo, quasi fuggendo incontro a loro. Entro così nella selva di cipressi che dalla villa dei Da Filicaia si stende fino a quella dei Fossombroni, e, a mano a mano che penetro nell'ombra odorosa di resina amara, mi nasce nel cuore una tristezza vile.

Non appena mi volto e mi rivedo bambino, laggiù, in fondo agli anni tristi dell'infanzia, mi prende un senso di sgomento e di umiliazione. Ho paura e ribrezzo di me bambino. Di me uomo ho confidenza. Conosco i miei segreti, la mia forza, le zone oscure e le zone luminose del mio spirito, quel che c'è di già morto in me, di ancora vivo. So come deludermi, come rifiutarmi. Ma di me bambino che cosa conosco? Uno spettro dolente. Nella vita di ogni uomo non c'è nulla di più segreto e di più misterioso dell'innocenza e della castità dell'infanzia. Quel che di impuro affiora ogni tanto nei nostri gesti, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, ci viene da quell'età torbida e infelice. Dentro ogni uomo c'è un bambino morto: un groviglio di paure, di istinti, di sentimenti corrotti, disfatti. Chiudo gli occhi, e mi rivedo ragazzo camminare per questi poggi, sotto questi cipressi e questi olivi, e i grilli scricchiolano all'orlo dei prati, le cicale cantano aggrappate alla scorza nera e rugosa delle viti, le serpi strisciano fra i sassi, e viene dagli Abatoni, dalla fabbrica dei Franchi, l'ansito di un motore, il rantolo di una bestia in agonia. Eccolo lì, davanti a me, il bambino che ero. Mi vedo fermarmi ad ascoltare lo scricchiolio dei grilli, il canto funebre delle cicale, curvarmi a frugare tra l'erba rossa e turchina, cogliere i fiori gialli delle ginestre, scovare i granchi di sotto le pietre immerse nell'acqua limpida e fredda. Mi guardo intorno, nulla è mutato, i pagliai ronzano come alveari, il sole al tramonto si riflette roseo nel lastrico grigio delle aie, nelle foglie argentee degli olivi, già le prime ombre della sera salgono lentamente dalla valle del Bisenzio, su per i fianchi nudi dello Spezzavento, con moto ambiguo di ragni, gli uccelli volano bassi, un morbido sonno cade dal cielo.

Son vissuto per tanti anni prigioniero fra questi monti, questi alberi, dentro questo orizzonte troppo breve per la mia ansia infantile, che l'antico furore mi scuote, l'antico odio. Mi risento all'improvviso umiliato dal ricordo di quella prima schiavitù. Ho vergogna di essere stato un bambino. Vorrei, con un gesto, liberarmi del bambino morto che è in me, con quello stesso gesto col quale mi liberai, allora, dell'essere misterioso che già cominciava a formarsi nel fondo della mia coscienza. Fu proprio lì, sotto quei cipressi, fra quei cespugli di ginestre dove biancheggiano come un cielo stellato i fiori di cicuta. Era la figlia di un carrettiere di Santa Lucia, una ragazza dai capelli rossi, un'enorme testa ricciuta, una fronte bianca sparsa di lentiggini gialle. Distesa sull'erba, dormiva. Sulle prime non mi ero accorto della sua presenza, camminavo respirando l'aria densa di resina, quella polvere verde che si alza dai boschi al tramonto. Erano gli ultimi giorni di primavera, la terra mandava un soffio caldo, un alito di mucca malata. Il cielo appariva tutto incrinato, come un antico specchio sbiadito, gli alberi e i monti vi si riflettevano capovolti, come in un lago. I cipressi nel vento mandavano un suono strano, le foglie degli ulivi urtandosi facevano un tintinnio di conchiglie.

La ragazza mi apparve all'improvviso supina nell'erba, le mani incrociate sotto la nuca. Il viso era chiuso, inespressivo, lontano. Era un sonno vuoto di sogni, una specie di estasi pigra e incosciente. Si era tolta la leggera camicetta di cotone, le braccia nude affondavano morbide nell'erba di un verde lucido. Di sotto le ascelle spuntavano due ciuffi di peli rossi. Un odore acre e violento di sudore mi bruciava le narici. Respiravo con fatica, il sangue mi batteva nelle tempie con un tonfo che pareva un urlo. Quella chioma rossa, quella fronte bianca illuminata di lentiggini gialle, mi avevano sempre dato uno stordimento febbrile. La vedevo passare tutte le sere davanti al cancello della nostra villa, prendere su per la viottola che sale al poggio delle Sacca, camminare con quella sua andatura pigra e amorosa. Una sensualità già matura si sprigionava dal suo seno ancora acerbo, dai fianchi lisci, dalle spalle larghe e ossute. La seguivo con gli occhi per un lungo tratto, una strana inquietudine mi faceva tremare il cuore. Era un dolce terrore, una tenerezza timida e spaurita. I contadini e i barrocciai le rivolgevano sottovoce parole misteriose con un furbesco atteggiare del viso, un sospettoso ammiccare degli occhi. Mi sentivo attirato da lei, spinto verso di lei da un'oscura forza, alla quale tentavo resistere con una sorta di spavento.

Quella stessa forza da cui mi ero sentito attirato la prima volta che avevo visto un morto, nella cappella mortuaria del cimitero di Santa Lucia. Era una contadina ancora giovane, tutti le portavano fiori, la bara scoperchiata era piena di fronde di ginestra. Ero entrato in punta di piedi, non osavo avvicinarmi alla bara, eppure una strana forza mi spingeva verso la morta, camminavo a piccoli passi, tutto curvo in avanti, ansando, in un silenzio gelido e vuoto. Tutti mi fissavano in viso, e io mi accorgevo di ogni mio gesto, di ogni mio passo, mi pareva di vedermi in uno specchio appannato, avevo paura e curiosità di quel che facevo, avrei voluto fermarmi, tornare indietro, ma non potevo, un avido spavento mi spingeva innanzi. Era come se la morta mi chiamasse per nome, a voce bassa, muovendo appena le labbra bianche, guardandomi di sotto le ciglia socchiuse, perfino nel gesto delle mani incrociate sul petto c'era come un richiamo, un invito. A un tratto allungai con violenza la mano verso quel viso di cera, come per colpirlo, e qualcuno in quell'istante mi afferrò il braccio, udii un grido, il mio grido, voci concitate intorno a me, un rumore di passi, mi trovai fuori all'aperto, disteso per terra, tutto tremante e piangente.

La ragazza dormiva, il vento le aveva rialzato la sottana fin sopra il ginocchio, e appariva la carne rosea e ferma della coscia, sparsa di una lucente peluria color rame. Mi rivedo nascosto dietro un cespuglio, curvo, ansante, gli occhi opachi e fissi. Ho paura e ribrezzo di quel ragazzo, sento che la vista della donna addormentata gli accende nelle vene un'ansia crudele, un furore lucido e preciso. Mi accorgo che una forza irresistibile sta per vincerlo, una violenza calda e rossa, un istinto di rivolta e di liberazione. O il primo istinto del delitto. Mi guardo intorno: il luogo è deserto, lo stesso luogo, la stessa ora. Sono solo, solo davanti a quel ragazzo che ero, di cui ho vergogna e paura. Vorrei corrergli incontro, trascinarlo via con me, prima che possa compiere il gesto che già vedo incidersi nell'aria dura e lucente. Quel gesto di cui all'improvviso mi assale l'orrore antico: ma un orrore che ha in sé ancora un'ombra di orgoglio, di pudore ferito.

A un tratto vedo il ragazzo curvarsi, afferrare un sasso, scagliarlo con tutte le sue forze contro la donna addormentata. Il sasso la coglie in mezzo alla fronte, la donna si solleva di colpo sui gomiti, un urlo le rompe la bocca, un rivo di sangue le inonda il viso. Il ragazzo rimane in ginocchio, immobile, per qualche istante, un sorriso stanco e deluso sulle labbra esangui. Poi adagio adagio si allontana, fugge lento e cauto fra le ginestre, si ferma, appoggia la fronte al tronco di un cipresso, un tremito convulso gli scuote le mani.

Il sole intanto è scomparso, l'aria trema intorno alle foglie immote, non soffia alito di vento, ma l'aria trema, i profili dei monti impallidiscono a poco a poco, si sciolgono nella carne viva del cielo. Il ragazzo all'improvviso si volta e mi guarda. Sono io, mi riconosco, sono io quel bambino pallido, dalla fronte ansiosa, dagli occhi opachi e tristi. “Va' via!”, gli grido, curvandomi a roccogliere un sasso. Il ragazzo mi guarda fisso con un'intensa espressione di pietà, e io a poco a poco mi sento umiliato dalla pietà di quel bambino, ho rimorso di avere avuto paura e vergogna di lui, vorrei chiedergli perdono, gli son grato di avermi salvato con quel gesto dall'incubo del delitto, di avermi liberato per sempre da quella misteriosa schiavitù, che fa dell'amore il sentimento più vicino alla speranza e all'umiliazione della morte.

 

© Paolo Melandri (12. 7. 2019)

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La grondaia

La grondaia

 

Rimasero stesi a lungo, svegli, e fumarono, mentre il vento attraversava la casa, staccava dei frammenti e faceva precipitare le pietre; pezzetti di intonaco volavano giù con fragore dai piani superiori, in basso scoppiavano e si sparpagliavano come detriti.

Di lei vedeva soltanto un barlume, un caldo alito rossastro quando le sigarette brillavano: il tenero disegno dei seni sotto la camicia e il suo profumo tranquillo. Alla vista della sottile fessura ben chiusa delle sue labbra, questa piccola valle nel suo viso, la tenerezza lo colmava. Rimboccarono le coperte ai lati, si strinsero l'uno all'altro e seppero che sarebbero stati al caldo per tutta la notte; le imposte sbattevano e attraverso i buchi sfrangiati dei vetri il vento fischiava; in alto ululava nei resti dell'ossatura del tetto e da qualche parte qualcosa batteva forte e continuamente contro una parete, qualcosa di duro, di metallico, e vicino a lui lei disse piano: – È la grondaia, è difettosa da molto tempo –. Tacque un attimo, gli prese la mano e continuò a bassa voce: – Non c'era ancora la guerra, abitavo già qui e quando tornavo a casa vedevo il pezzo di grondaia che pendeva lì e pensavo: devono farlo riparare; ma non lo hanno riparato. Pendeva di sghembo, una delle graffe si era staccata e sembrava che stesse per precipitare, ad ogni istante. La sentivo sempre, quando c'era vento; ogni notte, quando c'era tempesta e stavo qui distesa. Anche quando venne la guerra pendeva ancora lì. Sul muro grigio della casa si vedevano chiaramente le tracce dell'acqua che dopo ogni pioggia era entrata obliquamente nel muro: una strada bianca, orlata di grigio scuro, che passando vicino alla finestra portava verso il basso, alla sua destra e alla sua sinistra grandi macchie rotonde, il cui centro era bianco, circondato da anelli di grigio più scuro. Più tardi sono stata molto lontana, ho dovuto lavorare a Trento e a Trieste, e quando la guerra è finita sono tornata di nuovo qui e la grondaia era sempre lì che pendeva: metà della casa era crollata (ero stata molto lontana, molto, e avevo visto molto dolore, morte e sangue, mi avevano sparato contro le mitragliatrici degli aeroplani e avevo avuto paura, molta paura) e per tutto questo tempo questo pezzo di lamiera è rimasto appeso qui, ha diretto l'acqua nel vuoto, perché il muro sotto era quasi sparito. Le tegole erano precipitate, gli alberi erano stati rovesciati, l'intonaco era caduto giù sgretolato, erano cadute le bombe, ma questo pezzo di lamiera era sempre rimasto appeso a quell'unica graffa, non era mai stato colpito o aveva rinunciato alla sua posizione obliqua per la pressione dell'aria.

La sua voce divenne ancora più lieve, quasi cantante, gli strinse la mano. – È piovuta molta pioggia, – disse, – in questi sei anni, ci sono state molte morti, sono andati distrutti molti duomi, ma la grondaia pendeva ancora lì, quando sono tornata. La sentivo di nuovo battere, la notte, quando c'era vento. Ci credi, che ero felice?

Sì, – disse lui.

Il vento si era calmato, tutto divenne calmo e il freddo strisciò più vicino. Tirarono più su le coperte e vi nascosero sotto anche le mani. Nell'oscurità non si riusciva a distinguere più niente, non vedeva più il suo profilo, nonostante lei fosse così vicina che ne sentiva il respiro: il suo ritmo calmo e breve lo colpiva tranquillo e regolare e lui pensò che dormisse già. Ma improvvisamente non sentì più il suo respiro e cercò a tastoni le sue mani. Lei tolse la mano da in alto e afferrò la sua e la tenne stretta e lui seppe che era caldo e che per tutta la notte non avrebbe dovuto aver freddo.

Improvvisamente sentì che piangeva. Non c'era nulla da sentire, dedusse soltanto dai movimenti del letto che con la mano sinistra si asciugava il viso, ma anche questo non era chiaro, e tuttavia lui sapeva che piangeva. Si alzò a sedere, si chinò su di lei e sentì di nuovo il suo respiro che sembrava diffondersi sul viso di lui come una corrente e scorrergli dolcemente accanto. Anche quando il suo naso le toccò la guancia fredda non vide ancora nulla.

Stenditi, – disse lei piano, – prendi freddo.

Rimase sopra di lei, voleva vederla, ma non vide nulla, finché all'improvviso lei spalancò gli occhi: vide lo splendore dei suoi occhi nel buio, le lacrime che brillavano.

Pianse a lungo. Lui le prese la mano, la tenne e rimboccò di nuovo la coperta. Le tenne stretta la mano a lungo, finché la sua presa cedette, si sciolse lentamente da quella di lui – lui le mise il braccio intorno alla spalla, la attirò vicino a sé e anche lui si addormentò e nel sonno si scambiarono i respiri come tenerezze…

 

© Paolo Melandri (11. 7. 2019)

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La valle degli zoccoli

Il giovane non si accorse che toccava a lui. Fissava le piastrelle del corridoio che divideva la navata laterale da quella centrale: erano rosse ed erano bianche, con la superficie modellata ad alveoli, le rosse chiazzate di bianco, le bianche di rosso; ormai non le distingueva più, si confondevano le une nelle altre, e la traccia scura delle fughe in cemento era scomparsa, il pavimento gli galleggiava davanti come un viottolo di ghiaia ricoperto di pietruzze bianche e rosse; la pupilla percepiva il rosso, percepiva il bianco, e le linee delle fughe erano una rete sporca e indistinta poggiatavi sopra.

Tocca a te” sussurrò una giovane donna accanto a lui, il ragazzo scosse la testa, fece appena un cenno con il pollice indicando il confessionale e la donna gli passò avanti; per un istante il profumo di lavanda si fece più intenso; poi sentì uno scalpiccio, il rumore delle scarpe che strusciavano contro il gradino di legno sul quale la donna andò a inginocchiarsi.

I peccati, pensò il ragazzo, la morte e i peccati; e il desiderio intenso, che all'improvviso provò per quella donna, gli provocò una fitta dolorosa; non l'aveva neppure vista in viso; un dolce profumo di lavanda, una voce giovane, il leggero eppure insistente crepitio dei tacchi alti mentre la donna percorreva i cinque passi che la dividevano dal confessionale: il ritmo dei tacchi insistenti ma leggeri fu soltanto un brandello dell'infinita melodia che gli risuonava notte e giorno negli orecchi. Di sera giaceva sveglio, con la finestra aperta, udiva i passi sul lastricato, i rumori sull'asfalto del viottolo: scarpe, tacchi, insistenti, leggeri, inconsapevoli: udiva voci, sussurrii, risate sotto gli alberi di castagno. Ce n'erano tante, ed erano tutte troppo belle: alcune aprivano le borsette, nel tram, alla cassa del cinema, sul bancone dei negozi, lasciavano le borsette aperte sul sedile della macchina, e lui riusciva a sbirciarne il contenuto: rossetti, fazzolettini da naso, denaro sparso, patenti stropicciate, pacchetti di sigarette, portacipria.

Gli occhi del ragazzo continuarono a tormentarsi ripercorrendo avanti e indietro il corridoio di piastrelle; era il percorso costellato di spine, infinito.

Ora tocca a lei” gli fece una voce accanto, e lui alzò lo sguardo: non accadeva spesso che gli dessero del “lei”. Una ragazzina, le guance rosse e i capelli neri. Le sorrise e fece un cenno con il pollice. Le scarpe basse da bambina erano prive di ritmo. Mormorio alla sua destra. Che peccati confessava quando aveva la sua età? Ho rubato. Ho detto le bugie. Disubbidiente. Non ho fatto i compiti per scuola. Ho rubato: lo zucchero dalla zuccheriera, resti di dolciumi, bicchieri di vino con i fondi delle baldorie degli adulti. Mozziconi di sigaretta. Ho rubato.

Tocca a te”. Ormai fece cenno meccanicamente. Scarpe da uomo. Mormorio d'indiscrezione di una mansueta assenza di odori.

Gli occhi gli si abbassarono nuovamente sulle screziature rosse e bianche del pavimento. Gli occhi nudi gli dolevano con la stessa intensità dei piedi che camminavano scalzi su un viottolo di ghiaia. I piedi dei miei occhi, pensò, vagano sulle loro labbra come su laghi rosati. Le mani dei miei occhi vagano sulla loro pelle.

Il peccato, la morte e l'arrogante discrezione di quel non odorare di nulla. Non c'è neppure uno che puzzi di cipolla, di arrosto o di motori, che odori di sapone, di tabacco da pipa, di fiori di tiglio o di polvere, di sudore acre delle fatiche estive, hanno tutti un odore discreto, non sanno di nulla.

Distolse lo sguardo dal corridoio, lasciò che si posasse dall'altra parte, dove si andavano a inginocchiare coloro che erano stati assolti per recitare le preghiere della penitenza. Laggiù c'era un odore di sabato, di pace, di acqua profumata del bagno, di saponetta, di pane fresco ai semi di papavero, di palle da tennis nuove, come quelle che le sue sorelle compravano di sabato con i soldi della paghetta settimanale, si sentiva anche l'odore dell'olio fine e chiaro con cui suo padre ogni domenica puliva la pistola: era nera, lucida, giaceva inutilizzata da decenni, inviolata reliquia del nonno, poco appariscente, supeflua; serviva soltanto al ricordo e ad evocare una luce sul volto di suo padre quando, con grande attenzione, la smontava e la puliva.

Tocca a te”. Fece di nuovo il cenno. Mormorio. Mormorio in risposta. L'odore penetrante del nulla.

Da quella parte del corridoio c'era ancora odore di perdizione, di peccato, dell'appiccicosa malvagità di tutto il resto della settimana, e la domenica era il giorno peggiore: era il giorno della noia mentre in terrazza borbottava la macchina del caffè. Della noia in chiesa, nel giardino del ristorante, al club di canotaggio, al cinema o al bar, della noia nei vigneti dove si andava a controllare che l'uva crescesse a dovere – dita affusolate tastavano gli acini con lasciva competenza; della noia che non sembrava lasciare altra via d'uscita se non il peccato. Le vedeva dappertutto: la pelle verde, rossa, marrone delle borsette. Dall'altra parte della navata vide il cappotto color ruggine della donna che aveva fatto passare avanti. Ne vide il profilo, il naso delicato, la pelle bruna, la bocca scura, vide la fede al dito, i tacchi alti, strumenti fragili di una melodia mortale: li sentì andar via, un lungo, lungo incedere sull'asfalto compatto, sul lastricato irregolare: le dolci ma gravi note del peccato. La morte, pensò, il peccato mortale.

Adesso andava via davvero: richiuse la borsetta, si alzò in piedi, fece una genuflessione, si segnò, e le gambe condivisero il ritmo con le scarpe, le scarpe con i tacchi, i tacchi con le piastrelle.

Il corridoio gli sembrò un fiume che non avrebbe mai guadato: sarebbe rimasto per sempre sulla sponda del vizio. Quattro passi lo dividevano dalla voce che avrebbe potuto redimerlo o dannarlo, sei ne mancavano alla navata centrale, dove regnava il sabato, la pace, l'assoluzione – ma lui percorse solo i due passi che lo dividevano dall'uscita, dapprima lentamente, poi correndo via come da una casa in fiamme.

Richiuse le porte rivestite di cuoio, la luce e la calura gli piovvero addosso all'improvviso, accecandolo per alcuni istanti: la mano sinistra andò a sbattere contro uno stipite, il libro delle preghiere cadde a terra, il dorso della mano gli doleva forte, lui si chinò, raccolse il libro, lasciò che la porta oscillasse avanti e indietro, rimase dietro l'antiporta a stirare la pagina spiegazzata del libro di preghiere. “Il pentimento più profondo” lesse prima di richiuderlo; se lo infilò nella tasca dei pantaloni, sfregò con la mano destra il dorso dolorante della sinistra e scostò appena il battente dell'antiporta, spingendola con il ginocchio: la donna non si vedeva più, la piazza era vuota, polvere giaceva sulle foglie verdi scure dei castagni; vicino al lampione c'era il carretto bianco dei gelati, al lampione era agganciato un sacco grigio con i giornali della sera. Il gelataio era seduto sul ciglio del marciapiede a leggere il giornale, il rivenditore di giornali era appoggiato a una stanga di carro a leccare un gelato. Passò un tram vuoto: c'era soltanto un ragazzo in piedi sulla piattaforma posteriore che agitava in aria un costume verde.

Lentamente Paolo aprì l'antiporta con una spinta, discese i gradini; sudava già dopo pochi passi, l'aria era troppo afosa e la luce troppo intensa, desiderò di nuovo il buio.

C'erano giornate in cui odiava tutto tranne se stesso, ma quel giorno odiava solo se stesso e amava ogni cosa intorno a lui: le finestre aperte dei palazzi intorno alla piazza; le tendine bianche, il tintinnio delle tazzine da caffè, le risate degli uomini, il fumo bluastro del sigaro espirato da qualcuno che non riusciva a vedere; nubi dense, azzurrognole uscivano dalla finestra sopra la Cassa di Risparmio; più candida della neve fresca era la panna sulla pasta che una ragazza, affacciata alla finestra accanto alla farmacia, teneva in mano: candido era anche il resto della panna intorno alle sue labbra.

L'orologio della Cassa di Risparmio segnava le cinque e mezzo.

 

© Paolo Melandri (10. 7. 2019)

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Neolitico

Elsa ha aggiustato di sale. Prima della procreazione abbiamo mangiato spalla di montone con contorno di fagiolini e pere, dato il principio d'ottobre. Ha fatto, ancora a tavola a bocca piena: – Adesso andiamo a letto poi subito o prima vuoi raccontarmi com'è iniziata la nostra storia, quando dove?

Io: sono io in ogni tempo. E anche Elsa c'è stata dall'inizio. Verso la fine del Neolitico rammento il nostro primo litigio: duemila anni in cifra tonda prima che il Signore si facesse carne, allorché il crudo e il cotto si scissero in miti distinti. E se oggi, prima del montone con fagiolini e pere, si è discusso di figli, suoi e miei, con parole sempre più corte, così attaccammo briga tra le paludi, avvalendoci di un lessico neolitico, a cagione delle mie pretese su almeno tre dei suoi nove marmocchi. Ma perdetti io. Malgrado l'ardore con cui la mia lingua faceva ginnastica e allineava suoni primitivi, non fui mica capace di mettere insieme la bella parola padre; soltanto madre era possibile. In quel periodo lì Elsa si chiamava Aua.

Avevo lardellato la spalla di montone con dei mezzi spicchi d'aglio e accomodato le pere stufate nel burro tra i fagiolini verdi bolliti. Anche se, a bocca ancora piena, Elsa ha detto che poteva prender piede o funzionare al primo colpo, dal momento che lei, come le aveva consigliato il medico, aveva sbattuto le pillole nel cesso, io ho capito che il letto doveva aver ragione per il primo e la cuoca neolitica per il dopo.

Così ci siamo stesi, abbracciati aggambati come in ogni tempo. Una volta io di sopra, una volta lei. In parità di diritti, benché Elsa sostenga che il privilegio maschile della penetrazione non è certo compensato dallo scadente diritto femminile di negare l'accesso. Comunque, siccome abbiamo procreato nell'amore, i nostri sentimenti si sono talmente dilatati da riuscire a produrre in uno spazio più ampio, al di fuori del tempo e del suo tic-tac e perciò al netto di ogni terrestre giacenza, un'eterea procreazione parallela; quasi a conguaglio, il suo sentimento è penetrato a stantuffo nel mio sentimento: siamo stati bravi del doppio.

Dopo che aveva forse preso piede abbiamo fumato a letto, sotto una sola coperta, ciascuno la sua idea di sigaretta. (Io me la sono svignata, giù per le scale del tempo). Elsa ha detto: – A proposito, abbiamo finalmente bisogno di una lavastoviglie.

Prima che riuscisse a mettere in moto ulteriori speculazioni sulla distribuzione invertita dei ruoli – Mi gusterebbe una volta conoscerti incinto! – le ho raccontato di Aua e dei suoi tre seni.

Credimi, Elsa: ne aveva tre. La natura ci arriva. Sul serio: tre esemplari. Ma non li aveva lei sola. Tutte ne avevano tanti così. E se ben ricordo, nell'età della pietra si chiamavano tutte così: Aua Aua Aua. E noi ci chiamavamo Edek come un sol uomo. Intercambiabili. E anche le Aue erano uguali tra loro. Uno due tre. Di più all'inizio non sapevamo contare. No, non più in basso, non più in alto: accomodato in mezzo. Inoltre erano grandi lo stesso, tutti e tre, e collineggiavano ameni. Col tre inizia il plurale. La molteplicità, la serie, la catena, inizia il mito. Adesso però non farti mica venire i complessi. Noi ne abbiamo avuti più tardi. Dalle nostre parti, a oriente del fiume, Potrimpos, che diventò dio dei Pruzzi accanto a Pikollos e Perkunos, era famoso per i suoi tre testicoli. Sì, c'hai ragione: tre seni sono di più, o sembrano di più, sempre di più, significano sovrabbondanza, proclamano prodigalità, garantiscono sazietà in eterno, ma a guardar bene sono abnormi – comunque pur sempre pensabili.

Chiaro. Dovevi dirlo: Proiezione del desiderio maschile! Può anche darsi che anatomicamente non sia possibile. Ma a quell'epoca lì, quando i miti facevano ancora ombra, Aua ne aveva tre. Ed è vero, oggi il terzo manca spesso. Voglio dire: manca qualcosa. Beh, la terzità. Non t'incazzare subito. Figurati! Non ne farò sicuramente un culto. Naturalmente due sono abbastanza. Puoi crederlo, Elsa, in linea di principio mi bastano. Mica son tanto matto da correre dietro a una cifra. Adesso che ha funzionato di sicuro, senza pillola e grazie alla tua zuppa, adesso che sei incinta e i tuoi due peseranno presto più dei tre di Aua, io sono appagato e come senza desideri.

Il terzo è sempre stato un di più. In fondo solo un crepaccio della capricciosa natura. Inutile come l'intestino cieco. E poi mi domando, cosa significa in realtà questa senodipendenza? Questa tettomania tipicamente maschile? Quest'invocazione della superficie primordiale? D'accordo, più avanti Aua è diventata una dea e si è fatta confermare i suoi tre ciucci in idoli d'argilla grandi come una mano. Ma altre dee – per esempio la dea Kalì – avevano quattro e più braccia. Qua ci stava ancora un senso pratico. Le dee-madri greche – Demetra, Era – erano invece equipaggiate normalmente, e ciò malgrado hanno tenuto insieme la loro bottega per millenni. A dire il vero ho visto delle effigi di dèi con un terzo occhio, e pure in mezzo alla fronte. Non lo vorrei neanche regalato.

In generale il numero tre promette poi più di quanto mantenga. Coi suoi tre cosi Aua ha calcato la mano, proprio come le Amazzoni l'hanno tenuta leggera col loro unico seno. Ragion per cui le femministe di oggi cascano sempre nell'altro estremo. Adesso non mettermi subito il muso. Io sono a favore delle lib. E credimi, Elsa, due bastano davvero. Te lo conferma qualunque medico. E il nostro pupo, se non è un maschio, ne avrà certo abbastanza di due. Cosa significa qui: Aha! Insomma gli uomini ci hanno questa mania, sbavano dietro a sempre più seno. Del resto tutte le cuoche con cui ho periodato avevano solo qualcosa a destra a sinistra, come te: Mestina due, Agnese due, Amanda due, Sofia c'aveva due commoventi tazzine da caffè. E la badessa cuciniera Margherita ha asfissiato nel letto il ricco patrizio Eberardo con le sue due – peraltro immani – tette. Quindi restiamo sulla terra. Più che altro si tratta di un sogno. Non roseo, no! Non cominciare sempre a litigare. Sarà ben consentito, ancora, sognare un pochino. O no?

Semplicemente ridicola, questa gelosia di tutto e niente. Dove andremmo a finire, in che povertà ci ridurremmo senza progetti né utopia! Allora non potrei più far guizzare tre volte la linea col piombo sulla carta bianca. Allora l'arte si ridurrebbe a dire sempre sì e sissignore. Ti prego, Elsa, sii ragionevole per una volta. Facciamo che tutto questo è un'idea dalla cui contraddizione crescerà al seno femminile la dimensione mancante, qualcosa come una specie di sovrasseno. Devi concepirla dialetticamente questa cosa. Pensa alla lupa romana. A espressioni come: il seno della natura. E per quanto riguarda il numero, al dio trino e uno. Oppure ai tre desideri della fiaba. Perché preso in castagna? Io desidero proprio? Dici? Ah. Dici?

E va bene. Concesso: quando brancolo nel vuoto, intendo sempre il terzo seno. Di sicuro non capita solo a me. Ci saranno pure dei motivi, se noi uomini siamo ossessionati dal seno e come slattati troppo presto. Deve dipendere da voi. Potrebbe dipendere da voi. Perché voi date peso, troppo peso all'eventualità che vi caschino, vi caschino sempre di più. E lasciali cascare, maledizione! No. I tuoi no. Ma anche loro, garantito, col tempo. Quelli di Amanda cascavano. I seni di Lena furono cascanti anzitempo. Eppure io le ho amate, le ho amate così tanto. Mica dev'essere sempre quel po' di seno in più o in meno. Per esempio potrei trovare altrettanto bello il tuo culo, fossette comprese. E, sia chiaro, in nessun caso tripartito. Oppure qualche altra rotondità. Adesso lì, dove la tua pancia presto sfereggerà e sarà la quintessenza di tutto ciò che ha spazio. Forse ci siamo dimenticati che c'è dell'altro. Qualcosa di terzo. Anche in altri campi, anche politicamente, come possibilità.

Aua, comunque, ne aveva tre. La mia Aua trisenuta. E anche tu ne avevi uno in più, là nel Neolitico. Retropensa un pochino, Elsa: a come abbiamo cominciato.

 

© Paolo Melandri (9. 7. 2019)

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La Ratta 2

Per Natale ho desiderato un ratto, visto che ero in cerca di spunti per una poesia sull'educazione del genere umano. Veramente avrei preferito scrivere del mare; ma la bestia ha vinto. Il mio desiderio è stato esaudito. Sotto l'albero di Natale ho trovato la sorpresa del ratto.

Non in disparte, macché, sotto il tetto dei rami d'abete, correlata ai penduli ornamenti dell'albero, in alternativa alla mangiatoia col suo notorio personale s'era piazzata, più lunga che larga, una gabbia di fil di ferro che ha le sbarre laccate di bianco e l'interno ammobiliato con una casetta di legno, il biberon e la ciotola della pappa. Disinvolta la strenna occupava il suo spazio come se non ci fosse niente da eccepire, come se una donazione di questa specie fosse la più naturale del mondo: sotto l'abete natalizio il ratto.

Solo una modica curiosità in seguito al crepitio della carta. Il suo frettoloso frusciare nello strame dei trucioli ricciuti. Come si è accucciato sopra la sua casa dopo un breve salto, una fulgida palla tutta d'oro ha rispecchiato il gioco delle vibrisse. Fin dal principio ha fatto meraviglia quanto ignuda si allunghi la sua coda e che abbia cinque dita come l'uomo.

Un animale pulito. Qua e là: solo poche cacche di ratto lunghe un'unghia di mignolo. L'odore di santa vigilia conforme all'antica ricetta, quel miscuglio di cera da candele, profumo di resina, un filo di disagio e pan di spezie, soverchiava l'effluvio del cucciolo-dono, il quale era stato acquistato da un allevatore di rettili che aveva i ratti come pappa da serpenti.

Altre sorprese certo non mancavano: l'utile e il superfluo coordinati a destra e a sinistra. Regalare è sempre più difficile. Dov'è un po' di spazio d'avanzo? Ahi quale miseria, questo non saper più cosa desiderare. Tutto è stato esaudito. A mancarci, diciamo, è la penuria, come se volessimo promuoverla a desiderio. E continuiamo a regalare senza misericordia. Nessuno è più in grado di dire cosa quando da chi gli sia piombato benignamente addosso. Saturo e bisognoso si definiva il mio stato quando, richiesto dei miei desideri, per Natale ho desiderato un ratto.

Naturalmente mi hanno preso in giro. Ci sono state inevitabili domande: Alla tua età? È proprio necessario? Solo perché adesso vanno di moda? E perché non una cornacchia? Oppure, come l'anno scorso: bicchieri soffiati a bocca? – Vabbè, un desiderio è un desiderio.

Un ratto femmina doveva essere. Però non uno bianco con gli occhi rossi, per carità non un ratto da laboratorio.

Ma il ratto delle chiaviche, il ratto grigiobruno chiamato volgarmente pantegana, sarà disponibile e in vendita?

Di consueto i negozi di animali tengono solo dei roditori che non godono di alcuna nomea, che non sono proverbiali, sui quali non sta scritto niente di accusatorio.

Intanto io avevo pressoché dimenticato il mio desiderio, quando la santa vigilia il ratto femmina mi ha fatto la sorpresa nella sua gabbia. Scioccamente gli ho rivolto la parola. Dopo abbiamo ascoltato dischi-dono. Un pennello da barba è stato irriso. Libri a profusione. I figli soddisfatti. Schiacciar noci, piegar carta da regalo. I nastri rossoscarlatto e verdezinco, debitamente arricciolati ai capi, a scopo di riuso – mai buttare via niente! – vanno messi da parte ben ravvolti.

Pantofole imbottite. E ancora questo e quest'altro. E un regalo che avevo arrotolato in carta velina per la mia bella, colei che mi aveva gratificato del ratto: una carta geografica colorata a mano segnala, davanti alla costa emiliana, la posizione di Vineta, la città sommersa. Ad onta delle macchie di muffa e di uno strappo laterale: una bella incisione.

Candele in accorciamento, l'unità familiare concentrata, l'atmosfera a fatica sopportabile, il cenone. Il giorno dopo i primi visitatori definivano il ratto una tenerezza.

Il mio ratto natalizio. Che altro nome dovrei dargli. Con le sue dita rosee che, finemente articolate, stringono la mandorla o il foraggio pressato speciale. Dapprima in pensiero per i miei polpastrelli, comincio a viziarlo: con uva passa, pezzettini di formaggio, col rosso dell'uovo.

Esso al mio fianco. Le sue vibrisse mi ravvisano. Gioca con le mie angosce, che trova maneggevoli. Allora io parlo contro di lui. Per il momento progetti da cui i ratti rimangono esclusi, come se in futuro potesse verificarsi qualcosa senza di loro, come se, appena il mare oserà qualche ondicella, il bosco creperà d'uomo o magari un ometto si metterà in viaggio con la sua gobba, la Ratta potesse mancare.

Ultimamente mi viene in sogno: residuati scolastici, l'insufficienza della carne, qualunque cosa il sonno insinui, quali che siano gli eventi in cui vengo mischiato ben desto; i miei sogni a occhi aperti, a occhi chiusi sono il suo territorio marcato. Non c'è garbuglio cui la sua coda non presti ignuda evidenza. Per ogni dove ha deposto le sue tracce odorose. Qualunque cosa io metta avanti – bugie, doppifondi grandi come armadi – me le trapassa a morsi. Il suo rodere senza tregua, la sua saccenteria. Non sono più io a parlare, è lei a catechizzarmi.

Chiuso! dice. Voi c'eravate una volta. Siete dei fu, un ricordo di follia. Mai più daterete. Spenta ogni prospettiva. L'avete messa giù tutta. E senza residui. Era ora!

In futuro nient'altro che ratti. All'inizio pochi, dopo che quasi ogni vita si sarà estinta; ma narrando la Ratta sta già moltiplicandosi, mentre dà conto della nostra fine. Un po' falsetta con rincrescimento, come se le ultimissime nidiate dovessero imparare a rimpiangerci, un po' sogghigna il suo gergo rattese come per elargirci un odio postumo: Via, via che siete andati!

Io però contrappongo: No, Ratta, no! Tuttora siamo numerosi. Puntualmente i notiziari informano delle nostre gesta. Architettiamo piani che promettono di riuscire. Almeno a medio termine siamo ancora qui. Perfino quel gobbetto che vuole daccapo intromettersi mi ha detto ancora di recente, quando ho voluto scendere in cantina a guardare le mele d'inverno: Può anche darsi che gli uomini siano agli estremi, ma alla fin fine tocca a noi decidere quando è l'ora di chiudere bottega.

Storie di ratti! Quante ne sa. Non solo nelle zone più calde, perfino negli igloo degli Eschimesi ce ne sarebbero. Insieme ai deportati i ratti riuscirono a popolare la Siberia. In compagnia degli esploratori polari ratti di bordo scoprirono l'Artide e l'Antartide. Nessuna desolazione fu abbastanza inospitale per loro. Dietro le carovane traversarono il deserto di Gobi. Al seguito di pii pellegrini si recarono alla Mecca e a Gerusalemme. Coi popoli migranti del genere umano si videro migrare ratti a ranghi serrati. Sono andati coi Goti al Mar Nero, con Alessandro in India, con Annibale al di là delle Alpi, a Roma inseparabili dai Vandali. Appresso alle schiere napoleoniche avanti e indietro da Mosca. Anche con Mosè e col popolo d'Israele i ratti passarono il Mar Rosso a piede asciutto per gustare la manna divina del deserto di Sin; giacché fin dall'inizio i rifiuti abbondarono.

La sa lunga la mia Ratta. Grida echeggiando: In principio fu il divieto! Infatti, quando il dio degli uomini sbraitò: Et ecco, io farò venir sopra la terra il diluvio delle acque per far perire di sotto al cielo ogni carne in cui è alito di vita, a noi fu espressamente vietato di salire a bordo. Niente accesso per noi quando Noè fece uno zoo della sua Arca, benché il suo dio perennemente punitivo, appo il quale egli avea trovato grazia, dall'alto in basso fosse stato chiaro: Di ciascuna spezie di animali mondi prendine sette paia, il mascolo e la sua fèmina. Ma degli animali immondi un paio, il mascolo e la sua fèmina, perciocché io farò piovere in su la terra per lo spazio di quaranta giorni e quaranta notti e sterminerò d'in su la terra ogni cosa sussistente che ho fatta. Conciossiaché io mi pento dell'opera mia.

E Noè fece come il suo dio gli aveva comandato, e prese degli uccelli secondo la loro spezie, degli animali secondo la loro spezie e di tutto ciò che serpe in su la terra secondo la sua spezie; solo di noialtri e della nostra spezie non volle accoglierne neanche un paio, rattone e rattessa, sulla sua bagnarola. Mondi o immondi che fossimo, per lui fummo né né. Con tale sollecitudine il pregiudizio s'era fatto carne. Fin dall'inizio l'odio, e il desiderio di veder annientato ciò che provoca conati di vomito. Il congenito disgusto dell'uomo per la nostra specie impedì a Noè di attenersi alla parola del suo arcigno iddio. Ci rinnegò, ci depennò dalla sua lista che nominava ogni carne in cui fosse alito di vita.

Scarafaggi e ragni crociati, il verme ritorto, perfino il pidocchio e il rospo bavoso, gli iridescenti mosconi egli accolse, una coppia, a bordo della sua Arca, ma noi no. Noi dovevamo andare in malora insieme al numeroso resto dell'umanità corrotta, di cui l'onnipotente, questo dio perennemente vendicativo e sempre lì a maledire i propri scarabocchi, aveva detto a mo' di conclusione: La malvagità degli uomini era grande in su la terra e tutte le imaginazioni de' pensieri del cuor loro non erano altro che male in ogni tempo.

Dopodiché fece della pioggia che cadde per quaranta giorni e notti, finché tutto fu coperto di un'acqua che portava solo l'Arca e il suo contenuto. Ma quando le acque scemarono e dai flutti emersero le prime vette, al seguito del corvo, che fu mandato fuori, ritornò la colomba, di cui sta scritto: E in sul tempo del vespro la colomba ritornò a lui, et ecco, avea nel becco una fronde spiccata di un ulivo. Ma non solo con quel po' di verdura, anche con un messaggio sbalorditivo la colomba ritornò a Noè: Là dove più nulla serpeva e movea l'ala sua sopra la terra aveva veduto delle cacche di ratto, ancor fresche delle cacche di ratto.

Rise allora quel dio ristucco della propria maldestraggine, perché la disobbedienza di Noè era stata frustrata dalla nostra durezza a morire. Proclamò, come al solito dall'alto in basso: In perpetuo rattone e rattessa saran compagni all'uomo in su la terra e a lui rapporteranno ogni piaga promessa…

Anticipò anche altre cose che non stanno scritte, ci incaricò della peste e si inventò, da tipico onnipotente, ulteriori onnipotenze. Lui personalmente, a sentirlo, ci aveva esentati dal diluvio. Sulla sua mano divina un paio d'immonda spezie era stato al sicuro. Sulla mano di dio la colomba mandata fuori da Noè aveva veduto quelle cacche di ratto fresche. Alla sua zampa era dovuta la nostra numerosa sopravvivenza, giacché sul palmo della mano di dio avevamo partorito dei piccoli, in numero di nove, dopodiché la nidiata, mentre ancora le acque erano alte sopra la terra per lo spazio di cento e cinquanta giorni, si era moltiplicata fino a diventare una piccola popolazione rattesca; a tal punto era spaziosa la mano di dio onnipotente.

Protervo si tacque Noè dopo questo discorso e covò, com'era avvezzo fin da piccolo, malvagi pensieri in cuor suo. Ma quando l'Arca, larga e piatta com'era, ebbe toccato fondo sul monte Ararat, la circostante terra desolata era già stata conquistata da noi; conciossiaché non sulla mano di dio, ma in corridoi sotterranei che avevamo otturato con ratti anziani e in camere di allevamento trasformate in bolle d'aria salvatrici noi, il genere rattesco duro a morire, eravamo scampati al diluvio. Noi, longicaudati! Noi, dalle preveggenti vibrisse! Noi, dal dente in ricrescita! Noi, le fitte note a piè di pagina dell'uomo, il suo commento debordante. Noi, gli indistruttibili.

 

© Paolo Melandri (8. 7. 2019)

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Pomeriggio 3

Il sentiero era giallo degli aghi di larice caduti. Lo strato, sebbene in certe curve fosse alto come una scarpa, era così soffice che sotto i passi scivolava di lato. In tal modo sull'asfalto si era formata una pista di strie che avevano qualcosa di labirintico. Durante le ultime ore trascorse in casa, quanto più attorno a lui si era fatto silenzio, egli era stato incalzato dall'ossessione che fuori nel frattempo il mondo non esistesse più e che lui nella sua stanza fosse l'ultimo sopravvissuto; e tanto più ora si sentì sollevato nel vedere un uomo sano, in carne ed ossa, uno spazzino, già cambiato e pronto per il riposo serale, che uscì curvo dalla sua baracca e poi con un enorme fazzoletto da naso si pulì con cura gli occhiali dalle lenti molto spesse. Quando si salutarono, lo scrittore si accorse che oggi questo era stato il suo primo scambio di parole; sino allora o aveva ascoltato in silenzio l'annunciatore delle notizie del mattino, o aveva parlato con il gatto, o aveva ripetuto ad alta voce una serie di parole alla scrivania, cosicché ora, alla prima consueta formula di saluto da persona a persona, dovette persino schiarirsi la voce. Anche se l'altro nella sua miopia non riusciva quasi a vederlo, com'era rassicurante, dopo avere immaginato la fine del mondo, incontrare questi due occhi vivi pieni di brio. Gli sembrava di sentirsi capito soltanto dai loro colori, così come anche lui capiva i visi dei passanti sempre più numerosi in vicinanza della città, come se nel loro viso si specchiasse il suo.

Sebbene la sua casa fosse in alto sulla collina, con le finestre rivolte verso tutti i punti cardinali, per tutto il giorno non aveva mai guardato davvero in lontananza. Soltanto scendendo e avvicinandosi alle persone recuperò la capacità di guardare fino all'orizzonte. (A casa non evitava forse anche la terrazza sul tetto – oggetto per così dire di invidia da parte dei suoi visitatori, perché là si sentiva troppo rapito dal panorama, e non utilizzava forse il luogo soltanto per appendervi la biancheria?) Così, nella montagna da cui sgorgava il fiume apparvero un vitreo campo di neve e dall'altro lato, al limite della pianura con gli ultimi sobborghi della città, un arco morenico come tirato con il carboncino. Mentre camminava, sentiva in modo tangibile i muschi e i licheni sotto la neve e il ruscello scavato nella morena, insieme agli spuntoni di ghiaccio delle rive, dove frusciava l'acqua. Oltre gli isolati della periferia si distingueva ancora una serie di agglomerati urbani più piccoli, che però a distanza più ravvicinata risultavano in movimento: là era riconoscibile l'autostrada con gli autocarri che transitavano in silenzio; e per un momento sentì le sue braccia vibrare, come se anche lui fosse stato un guidatore seduto in una cabina. Vicino alle ciminiere della zona industriale, in una striscia di terra di nessuno, una steppa coperta di arbusti, si accese una luce rossa e il container scuro là dietro si rivelò per un treno in sosta, che al cambio di posizione del segnale, quasi impercettibilmente, cominciò ad avvicinarsi ingrandendosi. La maggior parte dei viaggiatori aveva già indossato il cappotto e si preparava a scendere alla stazione centrale. Una mano infantile cercò la mano di un adulto. Quelli che proseguivano il viaggio allungarono le gambe. Il cameriere in servizio già di primo mattino nella carrozza ristorante quasi vuota uscì nel corridoio, abbassò il finestrino e si lasciò investire dal vento della corsa, mentre l'addetto al lavaggio delle stoviglie, un meridionale più anziano, guardava fisso davanti a sé nella sua nicchia senza socchiudere gli occhi e fumava una sigaretta. Insieme a queste immagini in lontananza (“lontananza, la mia materia”), al di sopra dei tetti del centro lo scrittore vide una statua di pietra con in mano un ramoscello di palma scolpito in ferro stagliarsi in cielo sopra le cupole di una chiesa, circondata da altre figure di contorno che sembravano eseguire un girotondo.

L'ultima parte del sentiero della collina scendeva per una scala, fiancheggiata da palazzi vecchi di secoli. Nella parte superiore di tanto in tanto giardini pensili sporgevano verso il parapetto della scala come una serie di ponti levatoi. Nei piani inferiori, accanto al pendio roccioso, le luci erano accese in tutte le stanze probabilmente già dal mattino. Da ogni livello c'era la vista su un piano inferiore. Una lampada da tavolo proiettava un cerchio di luce su alcuni libri aperti che la persona seduta al tavolo, nella sua immobilità, sembrava più contemplare che studiare. Una donna, come se fosse appena entrata dalla porta, aveva ancora addosso cappotto e cappello e in mano una borsa pesante con la spesa. Un uomo dai capelli bianchi con le bretelle e le maniche della camicia rimboccate attraversò lentamente la sua stanza con il bricco del caffè e scese un paio di gradini seguito da una grande faccia piangente in uno schermo quadrato da televisore dietro a una tenda traforata. Sull'ultimo livello, infine, i piani terra, tutti agenzie o uffici, illuminati al neon: i ficus, i raccoglitori, la parete con le cartoline illustrate; i molti che lì erano di casa, e il singolo estraneo maldestro, che davanti agli impiegati si fa sempre da parte, quel che di familiare dato dalla cravatta allentata dell'uno, i capelli sciolti degli altri, i rami di dicembre fioriti nella bottiglia sul davanzale. Era come se qui, vicino alle abitazioni, scendendo di piano in piano il clima diventasse più caldo: in alto, sulla nuda roccia, ghiaccioli grandi come colonne, e sotto, nei giardini, oltre ai consueti arbusti di bosso e alle macchie di abeti si vedevano già singoli tronchi di palma e tondi alberi di alloro di un verde splendente, anche se protetti dai teloni di plastica.

 

© Paolo Melandri (5. 7. 2019)

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Stella meravigliosa

L'interesse degli esseri umani per gli oggetti indica una necessità di salvare sé stessi dalla irreversibilità del tempo. Il dominio dell'uomo sulla materia presuppone inconsciamente la vittoria finale della materia stessa. Altrimenti perché rimarrebbero sulla terra tanti volgari monumenti, costruzioni e tombe di pietra, di bronzo e di ferro? Studiando a fondo, in un certo qual modo, l'essenza della materia, l'essere umano è giunto a scoprire l'energia atomica. La bomba all'idrogeno è l'oggetto più paradossale raggiunto dagli esseri umani (potrei darvi molti esempi: al giorno d'oggi non esiste amicizia più bella di quella dell'uomo con il suo cane, perché tra gli esseri umani la vera amicizia non esiste più ed essi si incontrano solo per motivi di interesse). La bomba all'idrogeno è comparsa, appunto, come una specie di ultima espressione umana.

Essa è solitaria, eroica, gigantesca, possiede una forza senza limiti, è modernissima e intellettuale, ha un unico e semplice obiettivo (la distruzione), e inoltre vive soltanto l'attimo presente, non appartiene né al passato né al futuro e, qualità ancor più essenziale, è bella ed effimera come un fuoco d'artificio. Non c'è immagine dell'“uomo” più ideale di questa. Il suo obiettivo è l'annientamento di sé e dell'altro… L'annientamento di sé e dell'altro: ah, non sembra il ritornello di una meravigliosa canzone? Prima o poi gli esseri umani dovranno baciare questa loro immagine. Per ora si accontentano di ballarvi intorno perché sanno che il loro atto susciterebbe un esito irreversibile, ma un giorno o l'altro, necessariamente, ineluttabilmente, l'uomo si chinerà ai piedi di quell'immagine e la bacerà. Le sue labbra premeranno un piccolo bottone, e il cielo all'alba sarà attraversato da un missile a testata nucleare. Solo un piccolo bottone. Quell'immagine non è infatti soltanto un essere umano, è anche un bottone. Che esistenza ideale! Un piccolo bottone, come quelli che a volte cadono ai bambini e che i bambini raccolgono con cura. Alcuni sentimentali umanisti si ostinano a considerare la bomba all'idrogeno una semplice “cosa”. Ma si sa, gli esseri umani hanno una testa confusa, è possibile che reputino una cosa persino l'“ultimo uomo”. È nel loro stile. Sussiste tuttavia un problema, la bomba all'idrogeno è qualcosa di non ancora perfezionato. Per garantire la loro felicità, gli esseri umani devono vivere circondati dalla perfezione delle cose. Soprattutto gli umanisti, che prediligono le pipe e i vestiti da passeggio con toppe di pelle sui gomiti, non amano compromessi su questo argomento. Perciò devono anch'essi conferire un senso alla bomba all'idrogeno… e come riuscire nell'intento? Premendo semplicemente un bottone.

Rodolfo ascoltava in silenzio a testa bassa, nascondendo il suo malumore, ma il parrucchiere applaudì rumorosamente con le sue morbide mani sudaticce.

«Ha proprio ragione, professore. Io amo mia moglie e i miei figli, e nutro un meraviglioso senso di affetto per la famiglia proprio perché sono un extraterrestre. Se fossi un essere umano sarebbe differente. Soprattutto le persone ricche e famose si comportano in realtà con freddezza verso la famiglia, e gli uomini affascinanti si comportano da seduttori, e considerano le donne un oggetto. Si può immaginare la decadenza in cui è sprofondato l'essere umano considerando quanto facilmente le donne cadono nelle loro trappole. Insomma, anche per sedurre le donne bisogna comportarsi con onestà e con sincerità, rispettarle come esseri umani e circondarle di tenero amore. Ovviamente io non ho tempo per far questo perché mi occupo soltanto di mia moglie e dei miei figli».

«La seconda malattia», continuò il professore ignorando la reazione dei suoi compagni, «è l'interesse dell'uomo per gli altri esseri umani. La sua più evidente manifestazione è forse l'istinto sessuale, che tuttavia non è un vero e proprio interesse umano. È soltanto l'atto di spiare il crepuscolo del mondo da una fessura tra la riproduzione e l'annientamento.

A prescindere tuttavia, dall'istinto sessuale è davvero incomprensibile perché l'essere umano continui a interessarsi agli altri dal mattino alla sera! Il giornale del mattino non parla che di fatti accaduti agli esseri umani, e alla televisione non si fa che vedere uomini. Se qualche volta compaiono immagini di animali, sono animali umanizzati, in modo che siano gradevoli. E i discorsi umani? Parlano sempre di problemi umani. Se talvolta si accenna a fenomeni naturali quali i terremoti, i maremoti, la fioritura dei ciliegi, se ne discute sempre dal punto di vista del danno o del giovamento che rappresentano per l'uomo: gli umani amano, del resto, le storie di morti e di omicidi.

Pertanto, il loro interesse universale e popolare verte costantemente sui problemi umani. L'astronomia, la matematica, la fisica e la chimica sono affidate a un nugolo di esperti, non godono assolutamente del favore delle masse. E anche ciò che viene chiamato “politica”, che infervora il popolo per quanto teorizzata e strutturata sia, è dal principio alla fine una questione che riguarda uomini, uomini e ancora uomini.

Consideriamo per esempio un banchetto, durante il quale gli esseri umani godono dell'interesse che nutrono per gli altri esseri umani. Si scambiano parole e sentimenti, tutti sono allegri, si sentono amici gli uni agli altri come se lo fossero dalla creazione della terra, tutto si fonde, tutto sembra in comune. Eppure, cibi presi dallo stesso piatto e vino versato dalla stessa bottiglia attraversano l'oscuro esofago di ciascuno e si dirigono verso il buio stomaco di ciascuno. Là inizia il processo della digestione, completamente staccato dagli stomaci altrui, insomma, se al banchetto partecipano otto persone, esistono, sotto le sfavillanti luci della sala, otto canali nascosti, solitari, tenebrosi, con condotti diversi l'uno dall'altro.

Immaginiamo ora un incidente stradale, con una ragazza riversa sull'asfalto: ha le cosce scoperte, da cui sgorga sangue che si mescola con la pioggia notturna, e sembra indossare una fresca calzamaglia a rete rossa che lascia trasparire le gambe».

«Esatto! Gli esseri umani sono tutti delle fontane di sangue, e una fontana che non zampilla sangue durante la vita è soltanto una fontana secca o rotta. Le colombe si avvicinano agli esseri umani per abbeverarsi a quella fontana, poi volano via deluse. Quelle bianche, gentili colombe non riescono a colorarsi le ali di spruzzi di sangue!» interruppe con tono lirico il giovane impiegato in banca in preda all'eccitazione.

«E i curiosi che le si radunano intorno», continuò freddamente il professore, «osservano attentamente la donna agonizzante rapiti dalla gioia. Tutti sanno che le sofferenze non si trasmettono e che nello stesso tempo ciascuno di loro porta il peso di una “condizione” che lo assoggetterà prima o poi a simili tormenti.

L'interesse dell'uomo per un altro essere umano assume sempre questa forma. La sicurezza che, pur avendo ricevuto in sorte il peso di uguali condizioni di esistenza, non esista una sofferenza comune all'umanità, un unico stomaco per tutti gli esseri umani… Anche voi saprete che le donne dimenticano velocemente le sofferenze del parto e credono che il loro sia stato il più doloroso. Sebbene siamo tutti destinati a invecchiare, ad ammalarci e a morire, la sofferenza individuale non ammette assolutamente una malattia e una morte comune a tutta l'umanità.

 

© Paolo Melandri (3. 7. 2019)

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Origini

Vivevano sulle rive di un mare dalle tiepide acque, su un'isola in effetti molto vasta, ma senza allontanarsi mai da quei luoghi. Erano creature marine, si nutrivano di pesce, alghe e frutti che crescevano in prossimità della spiaggia. Dimoravano dentro alte caverne, con il fondo sabbioso, anche se potevano tranquillamente dormire all'aperto, sugli scogli, oltre al riparo delle grotte. Da quanto vi si erano stabilite? È qui che ci imbattiamo subito in un grosso problema, anzi nell'ostacolo principale che abbia dovuto affrontare in quest'opera di ricostruzione storica. Le Clito ignoravano in quale momento la loro specie fosse emersa per la prima volta dalle onde per respirare, appollaiandosi sulle rocce, né la questione le incuriosiva. Non si ponevano interrogativi sull'argomento. Allorché si chiedeva loro – ma questo molto tempo dopo – “Quant'è antico il vostro popolo?” rispondevano senza convinzione e quasi con disinteresse “Cioè?”. Non avevano l'attitudine mentale a porsi interrogativi, nemmeno di scarso rilievo. Credevano – senza tuttavia essere disposte a lottare per difendere tale convinzione – che fosse stato un Pesce a condurle in quel luogo dalla luna. Ma quando? A quella richiesta seguivano lunghi sguardi perplessi e ottusi. Erano uscite dalle uova deposte in mare dall'astro celeste, che aveva perso un frammento: ecco perché a volte appariva grande e splendente e a volte pallido e sottile. Quanto alla capacità di procreare, non si erano mai soffermate sull'argomento. Era sempre stato così, né sarebbe cambiato in un futuro più o meno immediato, anche se la loro era una sensazione piuttosto che un'opinione da sostenere o tanto meno da enunciare. Da quanto tempo? Domanda inutile. Quando venne alla luce il primo “Mostro”, lo si considerò uno dei bambini deformi che talvolta nascevano; a quello ne fece seguito un altro, dalle stesse orribili e inquietanti fattezze. Venivano abbandonati sulla Roccia della morte e non gettati in pasto ai pesci, forse perché si riteneva, per una forma di superstizione, che in mare i Mostri avrebbero potuto proliferare e perfino raggiungere a nuoto la spiaggia. Ma è lecito parlare di superstizione a proposito di esseri che vivevano in una realtà a noi del tutto sconosciuta?

Sono convinto che la comparsa dei Mostri abbia rappresentato il primo evento negativo o addirittura allarmante verificatosi nella loro comunità.

Certo, sulle pareti delle caverne si notano i segni lasciati ad altezza notevole dalle acque che spesso, evidentemente, vi penetravano impetuose, ma non dimentichiamo che si trattava di creature marine. Non è possibile scoprire cosa provassero invece di fronte all'invasione dei Mostri; i loro canti non contengono riferimenti a vicende storiche, sono solo una sorta di lamento funebre, dal suono simile al vento che stormisce.

Non fu la nascita del primo Mostro a scuoterle dal sogno. Un braccio e una gamba storta, una mano difettosa, perfino dei lineamenti imperfetti o una testa malformata, erano circostanze tristi ma non provocavano allarme; ben diverso fu quando iniziarono a venire al mondo sempre più bambini con quell'appendice di carne proprio là davanti, dove loro erano lisce e avevano una semplice fenditura circondata da morbida peluria. Che orrore… ne nascevano in continuazione… non vedevano l'ora di abbandonarli sulla Roccia della morte. Quegli affari sporgenti da cui zampillava liquido, che cambiavano continuamente forma, schifosi, raccapriccianti, con un che di…

Be', ci pensavano le aquile a ghermirli e a divorarli, togliendoli di mezzo.

Poi tutto cambiò. Dev'essere successo come quando si conficca uno stecco nel corpo di uno di quei torpidi animali arenati sulla spiaggia, che si contorcono appena avvertono la trafittura.

Quelle creature sognanti erano sempre più sconvolte, e fu questo senso di panico impotente a scatenarne la crudeltà.

A un certo punto divenne evidente che i Mostri avrebbero continuato a nascere, e si fece strada una nuova preoccupazione, che la comunità si riducesse sempre più di numero.

Subentrò anche la paura che le femmine che avevano partorito un Mostro ne generassero ancora. Come sarebbero state giudicate? Non è dato sapere se esistesse un primitivo sentimento di animosità tra queste creature. Le altre le temevano? O erano loro a provare apprensione verso sé stesse? Una femmina che avesse messo al mondo più di un Mostro abortiva appena scopriva di essere di nuovo incinta? Non vi è risposta a questi interrogativi.

Quanto si protrasse quell'epoca primordiale?

Le Memorie non ci aiutano a ricostruire tale dato.

Abbiamo l'impressione che si sia trattato di un'evoluzione molto lenta, anche se non è possibile misurarla in termini di tempo. L'enorme fossa o cavità dentro cui le ragazze venivano gettate traboccava di ossa, pur essendo assai profonda. Sul fondo, là dove le rocce erano franate, vi si aprivano crepe e spaccature, e dall'esterno si intravedevano gli strati inferiori di quel macabro deposito: gli scheletri non apparivano recenti e integri, come quelli in alto, bensì recavano delle fratture e si presentavano in frantumi; ancora più in basso, il suolo di quell'ampia voragine era ricoperto da una spessa coltre di polvere biancastra, costituita da ossa sbriciolate. Deve essere occorso un lungo periodo perché si formasse, nonostante il vento e l'acqua salata che penetravano dalle fenditure, accelerando il processo.

Non sembra probabile che tale popolazione, apparentemente immersa in un sogno, compisse regolarmente dei sacrifici, o qualunque altro rito; a scandirne la vita erano impulsi e ritmi che a stento si riuscirebbe a comprendere. Tuttavia, benché non vi sia un sistema per contare gli scheletri o impiegare gli strati di ossa polverizzate per stabilire un intervallo cronologico, possiamo affermare senza tema di smentita che siano trascorsi secoli.

Un'esistenza immutabile, simile a quella dei pesci che risalgono la corrente, in armonia con le fasi lunari. Finché non intervenne il vero cambiamento, quello definitivo, con la nascita dei neonati deformi, gli Squirti, i Mostri, da cui si determinò una condizione di disagio emotivo, di inquietudine, di malcontento, e l'inizio della consapevolezza di sé e del proprio modo di vivere. Solo un primo passo, avvertito come l'insulto di cui deve sentirsi vittima la creatura marina arenatasi sulla spiaggia quando le viene affondato lo stecco nella carne.

In questo racconto c'è una parte destinata a rimanere avvolta nel mistero. E già, i precedenti tentativi di risolvere l'enigma sono approdati a soluzioni più fantasiose che verosimili. Come ha avuto origine il primo nucleo di maschi? È difficile credere che le aquile abbiano nutrito i neonati con carne cruda rigurgitata, riscaldandoli tra le loro piume. No, la spiegazione dev'essere un'altra.

I rapaci si cibavano dei bimbi deformi abbandonati sulla Roccia della morte: quanto tempo andò avanti questa storia? Quella sorte probabilmente toccò ai primi Mostri. Ma a un certo punto – anche se ignoriamo quando – alcuni maschietti, allevati come “animali da compagnia” e usati a mo' di trastullo dalle Clito, fuggirono. Sappiamo che bambini di quattro anni, per non parlare di quelli tra i cinque e i sette, possono dimostrare una grande resistenza, e perfino forza fisica. Due, tre, quattro marmocchi scapparono dalle grotte a picco sul mare. Le aquile, per quanto enormi, di dimensioni molto maggiori degli uccelli che oggi conosciamo, non sarebbero state in grado di trasportare ragazzini di quell'età, non per lunghi tratti. I bambini scoprirono in che direzione puntavano i rapaci, verso i loro nidi, oltre la Roccia della morte, al di là della valle, sulla montagna, e li seguirono fino al crinale, su cui le aquile si appollaiavano, ma senza fermarsi. Come dovevano apparire spaventosi ai loro occhi quei giganteschi uccelli. Valicata la cima, si ritrovarono nella vallata dove scorreva il grande fiume. Avevano mangiato sempre e solo pesce, e anche lì ve n'era, benché di specie diverse. Piccoli com'erano, dopo aver dimorato nelle caverne, quella conca dovette apparire loro immensa. Come non rimanere ammirati di fronte a tanta audacia e intelligenza? Il fiume era ampio, dalle acque profonde e impetuose. Eppure furono costretti a immergervisi per pescare. Dove si rifugiarono? Non erano capaci di costruirsi capanne o alloggi di fortuna: non ne avevano mai visti. Conoscevano però i nidi delle aquile; raccolsero dei pezzi di legno sempre più grossi, trascinandoli, e li accatastarono, per poi scivolare dentro quei rifugi improvvisati al calar della sera. Una volta cresciuti, ormai giovani vigorosi, iniziarono a servirsi dei rami caduti per fabbricare delle case. Il clima era mite; non si pativa il freddo. Ma non dimentichiamo le fiere che popolavano le foreste lungo le sponde del grande fiume. Il fatto che siano sfuggiti ai loro assalti ha del prodigioso. È stata forse una divinità a proteggere quelle creature? Eppure nelle testimonianze che ci sono giunte non si accenna minimamente a un intervento soprannaturale. Certo, si proclamavano figli dell'Aquila, ma quello è l'unico riferimento a un nume.

Va ricordato che quei primi bambini di sesso maschile erano atrocemente mutilati, in varie maniere, sulle quali preferirei non soffermarmi. I loro “squirts” erano stati oggetto di mille torture – le femmine li tiravano e vi si trastullavano – e lo scroto talvolta veniva asportato per gioco, in modo da estrarne i testicoli. Poi, soprattutto, non avevano mai conosciuto la tenerezza e le cure di una madre. Le loro genitrici li avevano nutriti, per ordine delle Anziane, ma controvoglia, e sempre in misura insufficiente. Vorremmo addolcire i contorni di questa dolorosa vicenda immaginando che qualche Clito abbia manifestato affetto per la sua deforme creatura, pur dovendo celare i propri sentimenti, riservandole carezze e attenzioni frettolose. Erano ragazzini duri, coraggiosi e abili a passare inosservati. Pelle e ossa, ma forti e temerari, con scarse probabilità di sopravvivenza, però, se non altro, liberi da quelle aguzzine delle Clito.

A quel punto accadde un fatto degno di nota. Le aquile portarono nella valle alcuni maschietti che erano stati abbandonati sulla Roccia della morte. I neonati urlavano dalla fame, ma non erano mutilati; come avrebbero fatto loro, dei bambini, a nutrirli?

Le foreste non erano popolate solo da belve feroci, ma anche da animali mansueti. I ragazzini scorsero delle cerve con i loro cerbiatti, e forse per la prima volta, osservando quelle bestie in compagnia della prole, assistettero a una dimostrazione di amore materno. Si avvicinarono di soppiatto per guardare. Una femmina se ne stava ferma, per nulla spaventata: gli animali non avevano ancora motivo di temere la nostra specie. E inoltre aveva di fronte un bambino, e per di più in difficoltà. Il piccolo si mise ad accarezzare il soffice pelame della cerva, mentre il cerbiatto cozzava con la testa o gli leccava le gambe, e subito dopo prese a succhiare il latte della madre; il bimbo, in ginocchio, lo imitò. La femmina volse il capo e leccò a sua volta il ragazzino. Fu così che ebbe inizio la familiarità tra i bambini e quegli animali.

Ricordo un canto che diceva: “Siamo figli dei cervi”, ma non è attestato con la stessa diffusione di quello sulle aquile.

Appena i neonati cominciavano a vagire e a strepitare, i ragazzini capivano che andavano allattati; il sistema più naturale era quello di portarli dalle cerve, che appresero in breve tempo a stendersi a terra e a offrire le mammelle ai piccini. Che ci guadagnavano? Possiamo fare delle ipotesi. Sono convinto che gli animali siano più intelligenti di quanto crediamo. In fin dei conti, è stata una lupa ad allattare i nostri progenitori, Romolo e Remo. La sua effigie scolpita, insieme ai due gemelli, è oggetto di grande devozione presso il nostro popolo. Probabilmente quel legame si sviluppò a causa del terribile stato di bisogno in cui versavano i neonati, che rischiavano di morire per mancanza di ciò che la cerva – o la lupa – avevano in abbondanza. La necessità aguzza l'ingegno.

E per quale motivo le aquile si diedero a salvare i bimbi e a portarli oltre la montagna, dai loro simili, anziché divorarli? Semplice: i ragazzini pescavano del pesce per i rapaci e lo deponevano sull'erba; i grossi uccelli, dopo aver depositato il carico di creature urlanti, si appollaiavano sul banchetto, costituito da pesci enormi, e lo divoravano; spesso arrivavano anche senza neonati, per consumare il loro pasto, oppure afferravano un pesce, intero o meno – nel fiume ve n'erano di giganteschi – e volavano verso la montagna per sfamare gli aquilotti.

Dunque i Mostri, o Squirti, della seconda ondata non soffrirono per l'abbandono materno, ma furono oggetto di tenerezze e ricevettero nutrimento dalle amorevoli cerve, e spesso giocavano con i cerbiatti con l'atteggiamento dei cuccioli.

 

© Paolo Melandri (29. 6. 2019)

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Pomeriggio 2

Il sentiero era giallo degli aghi di larice caduti. Lo strato, sebbene in certe curve fosse alto come una scarpa, era così soffice che sotto i passi scivolava di lato. In tal modo sull'asfalto si era formata una pista di strie che avevano qualcosa di labirintico. Durante le ultime ore trascorse a casa, quanto più attorno a lui si era fatto silenzio, lo scrittore era stato incalzato dall'ossessione che fuori nel frattempo il mondo non esistesse più e che lui nella sua stanza fosse l'ultimo sopravvissuto; e tanto più ora si sentì sollevato nel vedere un uomo sano, in carne ed ossa, uno spazzino, già cambiato e pronto per il riposo serale, che uscì curvo dalla sua baracca e poi con un enorme fazzoletto da naso si pulì con cura gli occhiali dalle lenti molto spesse. Quando si salutarono, lo scrittore si accorse che oggi questo era stato il suo primo scambio di parole; sino allora o aveva ascoltato in silenzio l'annunciatore delle notizie del mattino, o aveva parlato con il gatto, o aveva ripetuto ad alta voce una serie di parole alla scrivania, cosicché ora, alla prima consueta formula di saluto da persona a persona, dovette persino schiarirsi la voce. Anche se l'altro nella sua miopia non riusciva quasi a vederlo, com'era rassicurante, dopo aver immaginato la fine del mondo, incontrare questi due occhi vivi pieni di brio. Gli sembrava di sentirsi capito soltanto dai loro colori, così come anche lui capiva i visi dei passanti sempre più numerosi in vicinanza della città, come se nel loro viso si specchiasse il suo.

 

© Paolo Melandri (18. 6. 2019)

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Miracoli provvisori

Non tutti sono presi da un raptus omicida. Non tutti desiderano lo sterminio altrui né il proprio. Al più tardi il giorno in cui ogni energia sarà esaurita e i combattenti avranno raggiunto il loro obiettivo, quando il paese sarà quindi un cumulo di rovine e i suoi morti saranno ormai sepolti, solo allora verranno alla luce i veri eroi della guerra civile. Arrivano tardi. La loro entrata in scena non è mai eroica. Non dànno nell'occhio né compaiono mai in televisione.

In un laboratorio improvvisato si costruiscono protesi per i mutilati. Una donna cerca stracci da usare come fasce. Con i pneumatici di un veicolo sconquassato dai proiettili, si fanno scarpe. La prima conduttura dell'acqua viene riparata alla meglio, comincia a funzionare il primo generatore. Contrabbandieri procurano del carburante. Compare un postino. La madre che ha perso i figli appende alla porta della sua catapecchia una scritta dipinta a mano e apre un caffè, l'unico nel raggio di diverse miglia. Il vescovo raccoglie mercenari allo sbando nella rimessa accanto alla chiesa, e allestisce un'autofficina. La vita civile comincia. È inarrestabile, fino alla prossima volta.

Anche la guerra microscopica, molecolare, non dura in eterno. Una volta finite le battaglie di strada arrivano i vetrai, dopo il saccheggio, nella cabina devastata, due uomini riallacciano con le tenaglie i cavi del telefono. In cliniche sovraffollate medici in servizio d'emergenza lavorano l'intera notte per salvare la vita dei sopravvissuti.

La perseveranza di questi uomini ha del miracoloso. Sanno che non possono rimettere a posto il mondo. Soltanto un angolo, un tetto, una ferita. Sanno persino che gli assassini torneranno, poche settimane o dieci anni dopo. La guerra civile non dura in eterno, ma il pericolo che ricominci incombe continuamente.

Si è voluto fare di Sisifo un eroe esistenzialista, un outsider e ribelle di tragicità sovrannaturale, avvolto da un satanico fulgore. Forse è del tutto errato. Forse Sisifo è qualcosa di molto più importante, ossia un personaggio della vita quotidiana. I Greci interpretarono il suo nome come il comparativo di sophos, intelligente; Omero lo definisce addirittura il più intelligente di tutti gli uomini. Non era un filosofo, ma una mente astuta. Si narra che riuscì a incatenare la morte e che più nessuno morì sulla terra finché Ares, il dio della guerra, liberò la morte e la consegnò a Sisifo stesso. Ma questi raggirò la morte per la seconda volta e riuscì a tornare sulla terra. Dicono che sia diventato molto vecchio.

Più tardi, come punizione per la sua avvedutezza, fu condannato a far rotolare un pesante macigno fino alla sommità di un monte, in eterno. Questo macigno è la pace.

 

© Paolo Melandri (15. 6. 2019)

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Storia di mio figlio

Sentirmi fare delle domande su mio figlio, da parte di chiunque, mi ha sempre infastidito, di punto in bianco; mi ha subito strappato dall'armonia con chi mi stava di fronte. Era ancora peggio quando in aggiunta dovevo raccontare di lui, “Racconta!”: già in questa forma di esortazione una parola per me sgradevole, e soprattutto in rapporto al proprio figlio. Una via di scampo era, tutt'al più, renderlo cattivo nella mia risposta, denigrarlo da lontano e in genere inventare storie raccapriccianti sul suo conto (che peraltro suscitavano una partecipazione ben diversa da quando, di malavoglia, riferivo la verità).

Già da piccolo, appena raccontavo qualcosa di lui a una terza persona, in sua presenza, accadeva che mi interrompesse, come se suo padre stesse commettendo un tradimento. Ancora adesso l'effetto è che, in sua assenza, costretto a parlare di lui, immagino la sua disapprovazione. Ma di norma la consegna del silenzio su quanto riguarda la vita di mio figlio, comprese le inezie (appunto queste), nasce soltanto da me. Già a suo tempo, anche senza lo sguardo di rimprovero del bambino, raccontando di lui ero quasi sempre conscio che si trattava di spiattellare qualcosa e che non stava bene.

Evito accuratamente anche di fare domande ad altri genitori sui loro discendenti, e se talvolta me ne sfugge una, per gentilezza o sbadataggine, per sbadata gentilezza?, sento subito una riluttanza verso qualsivoglia risposta, e poi mi stupisco dell'entusiasmo con cui essa sgorga, persino se le notizie sono cattive, come se alcuni padri e madri incappassero nel loro elemento linguistico solo affrontando il tema dei figli – perché altrimenti la metamorfosi del tono colloquiale in uno strombazzare?

Il rifiuto di raccontare a qualcuno di mio figlio non sembra quindi essere una legge generale. Non è forse ridicolo che io già me la prenda con chi chiede se costui chiama familiarmente per nome la persona sulla quale vuole informazioni da me?: “Cosa fa Valentino?”.

Una cosa diversa è raccontare del mio congiunto o a me affidato se nessuno mi chiede di lui. Questo mi riesce talvolta così spontaneamente, con una voce fatta quasi di più voci assieme, che mio figlio, ne sono certo, non soltanto sarebbe d'accordo, ma si sentirebbe anche convalidato. Raccontare così è dentro di me. Solo esce da me indubbiamente troppo di rado, perché o è sbagliato l'ascoltatore, o piuttosto è sbagliato il momento (esiste poi l'“ascoltatore sbagliato”?).

E qualcosa di ancora diverso è il racconto scritto. Qui, non rivolto a nessuno in particolare, senza mai un'intromissione della mia voce, non dipendente dal momento giusto – nello scrivere, che come nessun'altra attività mi dà la coscienza di avere tempo, il momento è in mio potere –, il mio raccontare mi appare come, oralmente, accade solo per un colpo di fortuna, che spesso è già privo di valore il giorno dopo. Soltanto come racconto scritto il mio raccontare è conforme alla mia natura, sulla strada giusta, al suo posto, di chiunque si tratti, anche di mio figlio.

Questa nel frattempo è diventata una convinzione, sostenuta dal fatto che per tutta la vita, ogniqualvolta ho aperto la bocca a un raccontare, tanto ne ero dominato, perché trovasse un minimo ascolto, ho stupito sgradevolmente gli altri e ho guastato loro la festa. Dov'era la battuta di spirito in ciò con cui interloquivo? Solo attraverso la forma scritta e l'essere letto le cose poi cambiarono.

2.

Quest'anno, mentre mio figlio era in viaggio nell'Europa sudorientale, quasi sempre da solo, per la prima volta non ebbi più paura di lui. Non poteva succedergli niente, e in alcuni momenti, a un pensiero del genere, mi sentivo poi di nuovo poco tranquillo.

Ma anche negli anni precedenti, proprio quando lo sapevo in pericolo, la continua paura per lui non era finalmente cessata e al suo posto non era subentrato un gradevole consenso? E poiché i pericoli, ogni volta grandi, negli ultimi tempi si erano accumulati, non ero proprio per questo diventato immune dalla mia vecchia paura per la persona a me più vicina? E: chi ero io senza la mia vecchia paura?

Quando ad esempio Valentino ebbe la gamba quasi troncata dal pedale di avviamento di una moto che passando a tutta velocità lo aveva urtato mentre faceva l'autostop alla periferia della città, e senza un soccorso istantaneo sarebbe morto lì dissanguato, tornai poi a casa dall'ospedale e da lui che giaceva là con le ossa fracassate, a notte fonda, e mi sentii ricettivo come mai ero stato per quella particolare ora notturna, in genere per il momento presente, e grato; così com'era adesso, andava bene; mi ero liberato di una parte di me, e precisamente di una parte non più produttiva. Così leggero e incrollabile, come ero allora, o impassibile?, poteva esserlo solo un adulto. Ad ogni modo quell'ora, e le altre, quasi mortali per mio figlio, che seguirono, mi fornì il parametro.

 

© Paolo Melandri (13. 6. 2019)

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Pomeriggio di uno scrittore 2

Quando fu a casa, in giardino, non sapeva come aveva trovato la via. Non ricordava alcun particolare della sua via del ritorno, sapeva solo di aver camminato sempre in salita, su un sentiero serpeggiante e con gradini di pietra. L'uomo incontrato di notte in fondo alla scarpata del fiume, che suonava un sassofono vicino all'acqua scrosciante, doveva essere stato un'illusione! E non era un'illusione anche il fatto di essere nel suo giardino? Non poteva in realtà essere ancora nella bettola o essere morto da qualche parte, pugnalato, ucciso a colpi d'arma da fuoco o investito da una macchina? Si chinò e cercò di fare una prima palla di neve, ma i fiocchi non volevano restare attaccati. Ripensandoci, gli sembrava, durante le ore in cui non era stato alla scrivania, di essere stato sempre coinvolto in un duello, che però non era più un corpo a corpo o una lotta. Passò in rassegna il giardino e girò attorno a ogni cespuglio e a ogni albero, finché la lentezza con cui lo faceva divenne una forma di riflessione. La casa era illuminata, aveva lasciato le luci accese per il suo ritorno. Sedette vicino alla porta d'ingresso sulla lunga panca di legno, che era simile alle panche su cui solevano sedersi dopo il lavoro i contadini delle fattorie. Aveva talmente caldo che slacciò il cappotto. Allungò le gambe e sentì sotto i talloni il terreno gibboso del giardino nel suo riposo invernale. Un riflesso brillò sulla neve fresca, in cui l'odore del fogliame caduto e della roccia sottostante si fece più intenso. L'ultima campanula era stata bruciata dai fiocchi di neve che si erano raccolti nel suo calice formando un grumo di ghiaccio; le dentellature del calice di un azzurro luminoso col passar delle ore si erano raggrinzite diventando nerastre. Il rustico sul terreno del vicino, già quasi ricoperto di vegetazione perché il committente aveva terminato i soldi, si ergeva come una rovina di un tempio in un'altra parte della terra. Ora per un attimo un operaio riaprì il suo metro pieghevole, risuonarono grida in una lingua straniera, e la ruota del verricello, che era stata ferma così a lungo ed era prossima ad arrugginirsi, si rimise in moto e cominciò a girare. In quel momento ricordò il giorno in cui, durante la pausa di mezzogiorno, il giovane apprendista si era disteso sul tetto piano con le braccia incrociate dietro la nuca e lui nella sua stanza, martellando sulla sua macchina da scrivere, attraverso la finestra spalancata aveva a sua volta investito l'altro con il suo rumore universale. Chissà se desiderava un vicino? Si accorse che su questa domanda stava addormentandosi: voci che si allontanavano, e poi al loro posto subentrò quell'Unica Voce, atona e nel contempo dilagante per tutto il suo cervello, che gli raccontava i sogni. Sentì parlare di un libro, scritto dal suo predecessore, che conteneva già parola per parola tutto ciò che lui aveva scritto quel giorno. Il sogno dapprima lo fece sussultare e poi lo placò. Si riscosse ed entrò in casa.

Come sempre, si aspettava istintivamente di trovare un messaggio o una notizia dietro la porta, gettata attraverso la fessura della buca delle lettere, e anche questa volta non c'era nulla di simile. Come sempre, s'ingarbugliò mentre si slegava le scarpe e ci volle un'eternità per sciogliere i nodi. E come sempre l'animale domestico senza nome, anche quando lui era già entrato da tempo, continuò a fissare immobile la porta in attesa di un altro arrivo. Poiché non sapeva dirgli neanche una parola, lo scrittore lo nutrì, e come sostitutivo per le parole mancanti, gli tagliò la carne a pezzetti più piccoli che poteva.

 

© Paolo Melandri (7. 6. 2019)

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Pomeriggio di uno scrittore

Già vicino alla porta del giardino, d'un tratto lo scrittore tornò indietro. Corse in casa, salì a precipizio nel suo studio e sostituì una parola con un'altra. Soltanto allora sentì l'odore del sudore nella stanza e vide che le finestre erano appannate.

D'un tratto non ebbe più tanta fretta. D'un tratto tutta la casa vuota, per via di quell'unica parola nuova, sembrava calda e accogliente. Sulla soglia si girò verso la scrivania, che per un attimo gli sembrò un luogo di giustizia o del render giustizia: “Così doveva essere comunque!” Sedette nell'ingresso, che aveva una grande vetrata verso il giardino, cucì un paio di bottoni e pulì una serie di scarpe estive. Nel contempo riflettè su quanto si era detto a proposito di un poeta classico che aveva “dato un'impressione di nobiltà persino mentre si tagliava le unghie”, e dubitò che di lui si potesse dire qualcosa di simile. Fuori in giardino un uccello, alto un pollice, scivolò nel cono scuro di un tasso alto quanto un uomo e non uscì più dalla macchia. Il rombo degli aerei monomotori sul paese ricordava territori remoti, e anche il fischio acuto dei treni che descrivevano una curva attorno alla città sembrava provenire da un lontano paese ricco d'acque. All'orizzonte per un momento si udì con chiarezza il fragore delle ruote che passavano su una ferrovia sospesa, mentre l'animale domestico si grattava ai piedi della scala e nella dispensa il frigorifero tintinnava. Per la seconda volta in quel giorno lo scrittore innaffiò le piante, che insieme alla vetrata conferivano all'ingresso l'aspetto di una serra, diede altro cibo al gatto e infine pulì tutte le maniglie delle porte. Sentiva il bisogno di scrivere una lettera a qualcuno, ma non a casa, bensì più tardi, da qualche parte in città.

Una volta, proprio nel tempo in cui aveva rischiato la perdita del linguaggio, si era ripromesso di non chiudere mai più la serratura di una porta dietro di sé: ora gli tornò in mente, quando, uscendo come ogni giorno, diede due giri di chiave alla porta. Ma in compenso si propose di non farlo al suo rientro di notte; d'altra parte, anche senza questo proponimento, già parecchie mattine non l'aveva forse trovata non soltanto non chiusa a chiave, ma addirittura spalancata?

 

© Paolo Melandri (6. 6. 2019)

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Zapparoni 9

Appena avevo conosciuto la scoperta di Zapparoni, subito avevo pensato ai miglioramenti. Il che è proprio del nostro tempo. Quando poi apparvero le figure opache, cominciai a sentirmi inquieto, perplesso, a irritarmene; anche questo è un segno del tempo, dove la categoria di un uomo è determinata dalla sua padronanza della tecnica, e la tecnica è diventata despota. È mortificante non capire e doversi abbandonare allo stupore come un ottentotto davanti al quale si accende un fiammifero o al cui orecchio si accosta un orologio. Veramente simili ottentotti non esistono più. Già, sin da bambino, viene abituato a ragionare.

Che cosa potevano significare i nuovi apparecchi che si mescolavano agli sciami delle api? La questione non mutava: appena si era capita una nuova tecnica già se ne ramificava e staccava l'antitesi. Nelle correnti delle api si erano inseriti individui variopinti come chicchi di porcellana in una colonna di vetro. Erano anche più rapidi, come ad esempio in una colonna di automezzi le vetture dell'ambulanza, dei pompieri, della polizia. Altri si libravano in alto, al di sopra del traffico. Dovevano avere una circonferenza maggiore; per determinarla mi mancava un punto di riferimento. Mi interessavano soprattutto gli apparecchi grigi, che volavano avanti e indietro davanti agli stabilimenti e, adesso, molto più vicino a me. Uno di loro pareva fatto di corno opaco o di quarzo fumoso. Girava in cerchio pesantemente a una moderata altezza intorno al boschetto, in modo da sfiorare quasi i gigli tigrati; ogni tanto restava immobile nell'aria. Forse era una cellula di sorveglianza o di comando. Tenni specialmente d'occhio questo apparecchio grigiofumo e cercai di comprendere se ai suoi movimenti corrispondevano o seguivano mutamenti nella massa degli automi.

Sarebbe stato difficile calcolarne le dimensioni, erano oggetti fuori dell'esperienza solita e per i quali mancava una norma. Senza esperienza non esiste dimensione. Se vedo un cavaliere, un elefante, un autobus, non importa a quale distanza, ne conosco le dimensioni. Qui invece i sensi si confondevano.

In tali casi di solito ricorriamo all'esperienza, ai raffronti. Cercai, dunque, quando il grigiofumo si muoveva nel mio campo di visione, di cogliere nello stesso momento un oggetto conosciuto che me ne desse le dimensioni. Non fu difficile; da alcuni minuti infatti il grigiofumo si librava tra me e il più vicino fosso della palude. Questi minuti, mentre io, con gli occhi fissi su di lui, lentamente spostavo il capo, ebbero un effetto specialmente soporifero. Non sapevo dire se i mutamenti che credevo di riconoscere sulla superficie dell'automa fossero reali o no. Lo vedevo trascolorare come per segnali ottici, sbiadiva e poi bruscamente si illuminava di color sangue. A poco a poco si fecero visibili due escrescenze nere, sporgenti come corna di lumache.

Intanto non dimenticavo di osservarne le dimensioni, quando il grigiofumo invertì il movimento del suo cammino e per la durata di un secondo si fermò sopra una pozza della palude. Gli sciami di automi se n'erano andati o non li vedevo più, perché ero rimasto incantato? Comunque il giardino era perfettamente silenzioso e senza ombre, come accade nei sogni.

Una scheggia di quarzo, della grandezza di un uovo di anatra.” Arrivai a questa conclusione, confrontando il grigiofumo col fiore del giunco, che egli quasi sfiorò. I fiori del giunco li conoscevo bene fin da bambino; allora li chiamavo “puliscicilindri” e ci eravamo rovinati il vestito nell'acquitrino tentando di coglierli. Bisognava aspettare che l'acqua gelasse, ma anche allora l'avvicinarsi era pericoloso, perché rasente ai giunchi il ghiaccio era fragile e crivellato dai buchi delle anatre.

Un perfetto termine di paragone era la zanzara, che ornava la foglia della drosera come incisa in un rubino. Anche la drosera era una mia antica conoscenza. L'avevamo presa con le radici durante le nostre incursioni nelle torbiere per trapiantarla nel terrario. I botanici la chiamano “pianta carnivora”: era stata questa barbarica esagerazione che ci aveva fatto desiderare la delicata pianticella. Quando il grigiofumo, che ora si librava più in basso, sfiorando quasi l'orlo della pozza nella palude, entrava nel mio raggio visivo, potevo notare che, in verità, paragonato alle api, egli era di considerevole grandezza.

Nell'osservazione tesa e monotona si nasconde il pericolo delle allucinazioni, come sanno tutti quelli che viaggiano nella neve o sulla sabbia o hanno percorso le strade interminabili e diritte come una fettuccia. Cominciamo a sognare; e le immagini prendono il sopravvento.

La drosera, dunque, è una pianta carnivora, un'erba cannibalesca.”

Perché mi era venuto questo pensiero? Era come se avessi veduto le foglie rosse frangiate con le ventose appiccicaticce immensamente ingrandite. Un inserviente vi gettava da mangiare.

Mi strofinai gli occhi. Una figura di sogno mi aveva ingannato in questo giardino, dove le cose minuscole diventavano grandi. Però nel medesimo tempo sentii nel mio intimo un segnale stridulo, come il campanello di una vettura che si avvicinasse.

Dovevo aver veduto qualcosa di illecito, di vergognoso, che mi aveva spaventato.

Questo era un luogo nefasto. Pieno di una grande costernazione balzai in piedi, per la prima volta da quando ero seduto, e puntai il binocolo sulla pozza della palude. Il grigiofumo si era avvicinato di nuovo; non era più librato nell'aria e mi accerchiava con le antenne sporgenti. Non badai a lui, avvinto dal quadro sul quale egli aveva guidato il mio sguardo come un cane da punta sulle pernici.

La drosera era piccola come prima. Una zanzara era già un buon pasto per lei. Però accanto a lei, nell'acqua galleggiava un osceno oggetto rosso. Lo esaminai attentamente con il binocolo. Oramai ero bene sveglio; non poteva essere un'illusione.

La pozza della palude era circondata da giunchi, in uno spazio aperto vidi lo stagno bruno e ricco di torbe. Foglie di piante acquatiche vi formavano sopra un mosaico. L'osceno oggetto rosso stava sopra una di queste foglie, vi spiccava nettamente. Lo esaminai ancora, non poteva sussistere alcun dubbio: era un orecchio umano.

Qui non era possibile alcun errore: era un orecchio mozzato. E non era nemmeno da porre in forse che io non fossi in possesso delle mie facoltà, del mio pieno giudizio. Non avevo bevuto vino e nemmeno fumato una sigaretta. Da molto tempo, già in conseguenza delle mie tasche vuote, ero vissuto nel modo più sobrio. Del resto non sono di quelli come Caretti che improvvisamente diventano allucinati.

Cominciai a scrutare la pozza nella palude sistematicamente e con raccapriccio crescente: era seminata di orecchie! Distinguevo orecchie grandi e piccole, delicate e grossolane, e tutte recise da un taglio netto. Alcune giacevano sulle foglie delle piante acquatiche come il primo orecchio, che avevo scoperto inseguendo il grigiofumo. Altre erano per metà coperte dalle foglie, e altre ancora luccicavano nell'acquitrino bruno.

A questo spettacolo mi assalì una ondata di nausea come accade a un viandante, il quale camminando lungo una spiaggia si imbatte in un fuoco di cannibali. Riconobbi la provocazione, la svergognata sfida che includeva. Conduceva a una realtà sempre più bassa. Era come se l'attività automatica, che un momento prima mi aveva ancora tenuto nel suo incanto, fosse scomparsa; non la notavo più. Mi parve possibile che fosse stata un miraggio.

Nel medesimo tempo fui sfiorato da un'aura glaciale, la vicinanza del pericolo. Sentii le ginocchia che mi si piegavano e mi lasciai ricadere nella poltrona. Forse vi si era seduto il mio predecessore prima di scomparire? Forse una di quelle orecchie gli era appartenuta? Sentii una punta di fuoco alla radice dei capelli. Ormai non era più questione di accettare o rifiutare un posto. Oramai era in gioco la testa, e se uscivo sano e salvo da quel giardino, avrei potuto parlare di fortuna.

Sul caso bisognava riflettere.

 

© Paolo Melandri (2. 6. 2019)

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Indietro nel tempo

Roberto non era stupito di essere stupito. Che oramai si fosse abituato a precipitare da un'esistenza all'altra?

Il mondo aveva smesso di pestare, sbandare, oscillare; invece di mugghii e scricchiolii, alle orecchie gli giungeva il suono di flauti e violini, al cupo chiarore delle lampade a olio era subentrato uno straordinario sfavillio di luci: e tutto era successo da un momento all'altro. Lui ancora barcollava, la testa gli ronzava e lo stomaco afflitto dal mal di mare non gli dava tregua.

Questa volta si ritrovò in un'ampia sala ovale dall'alto soffitto e dalle colonne di marmo rosato. Sul parquet tirato e lucido come uno specchio, dame incipriate e splendidamente vestite, e signori con nivee parrucche, si esibivano in una danza da marionette. Sullo sfondo c'era l'orchestra e lungo le pareti erano schierati i lacchè in divisa grigio-azzurra. Nessuno gli prestava attenzione.

Solo dopo qualche tempo, all'improvviso due servitori – due spilungoni con le casacche gallonate e i pantaloni stretti al ginocchio – si precipitarono verso di lui. Lo afferrarono con una certa energia facendogli male, e stavano già per portarlo via quando una delle dame, la più giovane di tutte, avendo visto la scena, piantò in asso il suo stupefatto cavaliere e si avvicinò a Roberto. I suoi occhi nero-blu e leggermente obliqui sfavillavano.

Cosa vi salta in mente? Non vedete che quest'uomo è malato? – investì i due servitori. – Lasciatelo andare, accompagnatelo subito nei miei appartamenti e fate venire il mio medico personale. Che si occupi immediatamente di lui!

Molto bene. Come Vostra Altezza comanda, – sussurrarono i lacchè.

La giovane, che aveva forse diciassette anni, lanciò a Roberto uno sguardo pieno di curiosità, si voltò, diede la mano al cavaliere che l'aveva seguita, e riprese a ballare come se niente fosse.

Con una scrollatina di spalle, i due servitori condussero Roberto in un salottino elegantemente arredato e lo lasciarono solo. Lui si accomodò su uno stretto sofà, rivestito di seta a strisce bianche e gialle. Quando si fu ripreso almeno in parte dal mal di mare, tornarono a ronzargli in testa le vecchie domande: dove sono? e soprattutto quando sono? Essendo troppo esausto per cercare una risposta, le scacciò come mosche. Ma almeno qui non doveva vedersela con una lingua sconosciuta, sebbene l'italiano parlato da quelle parte gli sembrasse piuttosto legnoso.

Arrivò il medico, un brontolone ingrigito, che non indossava un camice bianco e nemmeno un vestito nero, bensì un'uniforme marrone con cordoncini d'argento, e quasi assomigliava a un portiere d'albergo. Visitò Roberto superficialmente, gli toccò la fronte, accostò l'orecchio al petto, scosse la testa e bofonchiò fra sé e sé: – Non è niente, ha solo bisogno di un po' di riposo –. E senza degnare Roberto di uno sguardo a passettini lasciò la stanza.

Potevano essere passate alcune ore – successivamente ricordò di avere fatto sogni confusi – quando, svegliato da una risatina sommessa, Roberto vide entrare la sua protettrice, seguita da un signore compassato, dall'aria arrogante, che a sua volta indossava un'uniforme, molto più sontuosa e ornata d'oro di quella del medico.

Allora, come sta il fanciullo che ha avuto l'ardire di sorprenderci durante il ballo in maschera?

Meglio, molto meglio, – rispose Roberto. – Grazie per avermi aiutato. Ci mancava poco che quei due zoticoni mi buttassero fuori.

Vorrei ricordarvi che siete a corte, giovanotto, e richiamare la vostra attenzione sulla circostanza che è fatto obbligo rivolgersi a Sua Altezza la Principessa d'Aosta con l'appellativo di Vostra Altezza serenissima, – si intromise l'uomo con i galloni dorati, gettando a Roberto uno sguardo di riprovazione.

Dio mio, – pensò Roberto, – ci mancava anche una principessa in carne e ossa! E magari devo rivolgermi a lei con espressioni assurde come “Vostra Altezza si compiaccia di consentirmi”, e così via… Complicatissimo, non è mica più facile del francese o del latino. E l'altro chi sarà? Un maggiordomo? O si diceva maresciallo di corte?”

Vostra Altezza vorrà perdonarmi, – disse sperimentando quella nuova lingua, – ma sono nuovo da queste parti e non conosco le usanze di lorsignori.

Oh, non fa niente, – rispose la Principessa. – Qui siamo fra di noi, e quanto all'etichetta… avrai modo di impararla. Mi sei simpatico. E poi sono curiosa. Come ti chiami, e di che ceto sei? E non essere così timido, se è lecito dirlo.

Roberto è il mio nome e… – Ma qui iniziò a balbettare perché proprio non sapeva cosa rispondere. – … e sono di ceto né troppo alto né troppo basso, credo, – disse infine.

La Principessa rise.

Se vuoi posso darti una mano. Non dovrebbe essere difficile. Che ne pensate, caro Messeri? – disse rivolgendosi al dignitario. – Non sarebbe un buon paggio? Certo non con questa ridicola tenuta. Fate in modo che abbia vestiti decenti e procurategli un alloggio al castello. Il resto, mio piccolo Roberto, si accomoderà.

Il ciambellano non sembrò particolarmente entusiasta di questo incarico, ma non ebbe altra scelta. Fece un inchino e attraverso riecheggianti corridoi e ampie scalinate condusse Roberto in una maleodorante stanzina sottotetto, dove un omino grigio era il padrone assoluto di alcuni giganteschi armadi. Accolse Roberto con ripetuti inchini, mentre il ciambellano o maggiordomo o cos'altro era quel pallone gonfiato, prima di scomparire a mo' di commiato gli lanciò uno sguardo gelido.

Per la prova ci vollero alcune ore. Da armadi e bauli, il vecchio sarto faceva comparire un abito dopo l'altro, ma non era mai soddisfatto di come cadeva. Alla fine Roberto vide nello specchio un signore che stentava a riconoscere: indossava un gilè di broccato color vinaccia con bottoni d'argento, un fazzoletto di pizzo, calze di seta color pesca, una giacca di raso con polsini ricamati, e, da non credersi, una parrucca incipriata biondo chiara. Stava quasi per stropicciarsi gli occhi, ma preferì non farlo: ormai sapeva come poteva andare a finire.

Questi costumi fantastici esistevano solo a Hollywood o nei libri di fiabe. Oppure era finito in un tempo ancora più lontano? Gli vennero in mente i cioccolatini con il ritratto di Mozart o quell'opera che un'estate aveva visto all'aperto, nel parco di un castello. Barocco o rococò? Non che ne avesse un'idea precisa, però aveva l'impressione che questa volta fosse tornato indietro almeno due o trecento anni. A sua madre quell'ambiente sarebbe piaciuto: alla televisione non si perdeva nemmeno un matrimonio reale e sapeva tutto di tutti sulle corti europee. A Roberto invece quelle vicende non interessavano per niente.

Adesso invece, ancora intontito dalle novità, doveva farsi comandare a bacchetta da un nuovo maggiordomo meno importante al quale era stato assegnato. Era un tipo davvero grossolano che si presentava sempre con un atteggiamento tronfio, salvo poi farsi piccolo piccolo ogni volta che incontrava un superiore. Assegnò a Roberto una camera in un'ala laterale del castello e gli indicò dove, con le altre cariche della corte, al capo estremo di una lunga tavolata, poteva mangiare. La stanza era un indubbio progresso rispetto al ripostiglio del sarto, e anche i pasti, se paragonati al magro pane della moglie del pastore, erano abbondanti. Ben presto però Roberto si accorse che Venaria non era un paradiso; sin dal giorno successivo infatti iniziò l'addestramento.

Cosa? Non sai tirare di scherma? E non sei mai stato a caccia? Un bell'impiastro! Ma almeno sai ballare? No? Probabilmente hai letto troppi libri. Di gente così non sappiamo che farcene. Per non parlare poi dell'educazione! Hai ancora molto da imparare se vuoi fare strada a corte. E non credere che la protezione della Principessa ti possa servire molto. Sappiamo come stanno le cose. Ha cercato di farsi bello, il furbetto! Aspetta che il Principe lo venga a sapere. Con Sua Altezza Serenissima c'è poco da scherzare: l'unica figlia la protegge come la pupilla dei suoi occhi. Sei proprio uno sprovveduto! E a cavallo almeno ci sai andare?

Sì, a cavallo Roberto sapeva andare. Alle lezioni con il maestro di scherma invece non si divertiva e si sentiva in imbarazzo a girare tutto il santo giorno con la spada. Anche le bevute con i suoi nuovi spocchiosi amici gli creavano qualche problema. Si accorse che puzzavano: evidentemente al castello non c'era l'abitudine di lavarsi ogni giorno e Roberto aveva chiesto invano un pezzo di sapone. Sotto i sontuosi gilè di raso, i signori portavano le camicie fino a quando non avevano i bordi neri come le loro unghie.

La cosa peggiore però era che non poteva esibire antenati. La gente parlava di continuo degli alberi genealogici e delle persone con cui era imparentata. Roberto sapeva che non poteva fare sfoggio citando sua nonna. Anche prescindendo dal fatto che non era ancora nata, si chiamava Maria Sarti e non aveva nemmeno uno straccio di titolo nobiliare. E invece non era questo che contava per quella gente. “Il mio signor padre, il barone di Capri”, “il mio illustre cugino”, “mia zia, una Sassonia-Gotha-Altenburg”: tutto il giorno con questa solfa. Solo Roberto era sempre solo Roberto. Il che era abbastanza comodo, ma alla lunga imbarazzante.

Anche il modo come parlavano gli procurava qualche grattacapo. Quando era arrivato aveva creduto che sarebbe finalmente tornato a parlare la sua lingua e questo lo aveva reso felice. Ma non era così semplice e la sua felicità era stata prematura. Ad esempio non si poteva dire “Il Principe vuole” o “Il Principe vorrebbe”. La formula giusta era: “Sua Altezza si degna di comandare”. Altre volte Roberto aveva l'impressione di studiare francese. Doveva imparare parole che non aveva mai sentito prima. Come faceva a sapere cos'era una gavotte, un'assemblée, un tesoriere, o un fidecommisso? Neanche le cose più comuni si chiamavano come era abituato a chiamarle. Un soggiorno qui era un salon, o un boudoir, a seconda dei casi, oppure anche un gabinetto o una salle de compagnie. Col tempo però si rese conto che gli bastava tenere aperte le orecchie e dopo qualche settimana le espressioni della gente del luogo gli uscivano di bocca senza problemi.

 

© Paolo Melandri (30. 5. 2019)

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Alta Piana

Attraverso le ombre del fumo mi sembrò di intravedere più volte l'ombra del mostro, ma sempre troppo fuggevolmente per aver agio di colpirlo. Inoltre, nel vortice, false immagini mi trassero in errore, sicché infine mi vidi sperduto nella selva. E udii un fruscio e il pensiero m'intimorì che la fiera mi avesse aggirato per assalirmi alle spalle. Per esser sicuro da tal pericolo mi inginocchiai sul terreno, tenendo presso di me il fucile e avendo alle spalle, per difesa, un roveto.

Avviene che in simili situazioni a volte il nostro occhio si arresti sulle minime cose; ed io osservai, inginocchiandomi, una pianticella in fiore, e riconobbi il rosso “uccellino di bosco”. Mi dovevo dunque trovare là dove mi ero spinto un giorno assieme a fratello Ottone, cioè assai presso la cima del colle di Cranio di Corvo. E veramente, con un breve cammino, riuscii a raggiungere la non vasta cima, che al modo di un'isola sporgeva dall'onda di fumo.

Di qui vidi la radura presso Cranio di Corvo illuminata da pallidi riflessi di luci; ma il mio sguardo ne venne distratto verso un punto lontano nella profondità dei boschi, ove scorsi, minuscolo e costruito quasi di rossa filigrana, un castello, con i suoi pinnacoli e le rotonde torri, in fiamme; e rammentai che sulla carta di Fortunio quel punto era designato come la «Residenza meridionale». Quell'incendio mi rivelò che l'audacia del principe e di Brandimarte li aveva condotti sino alle gradinate stesse del palazzo e a colpire quivi; e come sempre, quando vediamo la prova di un'azione animosa, un sentimento di gioia mi gonfiò il petto. Ma tornandomi nella memoria la risata trionfante del Forestaro, il mio sguardo ansioso perlustrò Cranio di Corvo; e io vidi cose il cui spudorato orrore mi fece impallidire.

I fuochi che illuminavano Cranio di Corvo davano ancora riflessi e bagliori, ma similmente a una coppa argentea che sia coperta da uno strato di bianca cenere. Il riflesso ne cadeva sulla capanna dello scorticatore e per la porta spalancata, colorando di rossa luce il teschio che ghignava, fissato all'architrave. Da varie tracce, evidenti sul terreno attorno alle zone arse e nell'interno della capanna, e di cui non voglio dire, si poteva indovinare che i lemuri avevano colà tenuta una spaventosa festa, e i resti ne giacevano ancora sul luogo. Noi uomini guardiamo simili stregonerie orrende trattenendo il respiro e come a un mondo inconcepibile.

Sia sufficiente il dire che il mio occhio scoprì fra i teschi da lungo tempo scarnificati ancora altre due teste nuove, erette in cima a lunghe pertiche: quelle del principe e di Brandimarte. Dalle punte di ferro, al cui uncino erano infilate, esse fissavano i bracieri, che andavano ingrigendo nello spegnersi. Al giovane principe i capelli erano divenuti bianchi, ma i tratti del suo viso erano più nobili ancora di quella suprema bellezza che solamente il dolore educa e forma.

Le lacrime mi scesero per il viso a quello spettacolo, quelle lacrime nelle quali meravigliosamente con il dolore si confonde un moto di entusiasmo. Su di quella pallida maschera, donde la pelle pendeva a brandelli e che elevata sul palo del martirio di là considerava, a terra, il fuoco, vi era l'ombra di un sorriso di suprema dolcezza e serenità; e indovinai che in quel giorno, a ogni nuovo passo, ogni debolezza era caduta da quel nobile spirito come gli stracci da un re, che vada travestito da mendicante. Allora un brivido mi percorse: intesi come costui fosse degno dei suoi lontani antenati vincitori di mostri; egli aveva vinto, nel proprio petto, il drago che ha nome spavento. Ora finalmente fui libero da ogni dubbio: vi erano ancora tra di noi uomini nobili, e nel loro cuore viveva sempre la conoscenza dell'ordine e dei valori di cui la loro nobiltà ci era conferma. E poiché gli alti esempi ci muovono all'imitazione, io giurai, di fronte a quel capo mozzo, che in futuro, in qualsiasi istante, avrei preferito morire in solitudine tra uomini liberi piuttosto che trionfare in mezzo a un branco di servi.

I tratti del viso di Brandimarte invece erano immutati: dall'alto della sua stanga egli guardava con lieve ribrezzo e con scherno Cranio di Corvo, e l'espressione era di calma voluta, come chi sia preso da crampi dolorosi e non ne lasci apparire traccia in volto; né mi avrebbe sorpreso il vedere fisso nell'occhiaia il monocolo, che egli usava portare quando era vivo. I suoi capelli erano ancora neri e lucenti, e compresi che al momento giusto egli aveva ingoiata la pastiglia, che ogni Mauretano porta con sé. Codesta è una capsula di vetro colorato, che nel momento della minaccia più grave si pone in bocca; un morso è quindi sufficiente a rompere la capsula, nella quale è racchiuso un veleno di grande potenza. Questa è una procedura che nel linguaggio dei Mauretani si usa denominare «appello di terza istanza», in risposta al terzo grado di violenza; e la procedura risponde all'idea che quell'ordine si è formato della dignità umana. Si ritiene cioè che la dignità umana possa essere minacciata dal sopportare la bassa violenza, e ci si attende che ogni Mauretano sia pronto, a ogni ora, a rispondere all'appello mortale. Tale fu dunque l'ultima avventura di Brandimarte.

Non so quanto io sostassi colà, fissando impietrito quello spettacolo e quasi fuori dal tempo; ero caduto in una specie di sogno, pur vegliando, e avevo scordato l'incombere del pericolo. Ma in tale stato sonnambulare si procede fra i pericoli senza prudenza e tuttavia in comunione con l'intima anima delle cose. Io salii sulla radura di Cranio di Corvo, e quasi in una ebbra visione le cose mi apparvero chiare, eppure intime nel mio essere, come se conosciute e amiche già nei favolosi paesi dell'infanzia. I teschi pallidi fissati ai vecchi alberi mi guardavano interrogandomi e udivo i colpi echeggiare per la radura, il pesante ronzare del bolzone della balestra e l'acuto fischio della palla da schioppo. I colpi mi passavano così vicini da agitarmi i capelli sulle tempie, ma io ne avevo la percezione solamente al modo di una melodia che accompagnandomi segnasse il ritmo del mio passo.

Giunsi, alla luce delle fiamme residue, sino alla dimora dell'orrore e abbassai verso di me l'asta che portava la testa del principe. Con ambedue le mani la estrassi dalla punta di ferro e la deposi nella sacca di cuoio. Mentre inginocchiandomi adempivo questa cerimonia, sentii un forte colpo alla spalla. Un proiettile doveva avermi toccato, ma non provavo dolore e neppure vedevo sangue sulla mia giubba; e tuttavia il braccio destro pendeva paralizzato. Come se ridesto dal sonno, ora mi guardai attorno e mi affrettai a rientrare con il mio nobile trofeo nel bosco. Avevo dimenticato il fucile colà ov'era il rosso fiorellino, né ormai poteva più servirmi. Mi affrettai perciò a ritrovare il luogo ove avevo lasciato i combattenti.

Quivi era silenzio e le fiaccole non davano più luce. Un bagliore di rossa bragia vagava ancora fra i cespugli bruciati, e a quel barlume di luce l'occhio vedeva giacere sull'oscura terra i cadaveri dei lottatori e i cani uccisi, gli uni e gli altri mutilati e straziati spaventosamente. Belovar giaceva in mezzo ad essi, presso il tronco di una vecchia quercia, e il capo era spaccato e il sangue fluendo aveva macchiata la bianca barba. Anche la bipenne al suo fianco e il largo pugnale che la sua destra stringeva ancora saldamente erano rossi di sangue. Ai suoi piedi agonizzava il fedele molosso Leontodonte, il corpo segnato da ferite, e nel morire gli leccava la mano. Il vecchio aveva combattuto bene, attorno a lui giaceva una corona di uomini e di cani, ch'egli aveva uccisi, e così aveva trovato una morte degna di lui, nel pieno tumulto della lotta, dove rossi cacciatori perseguono per i boschi rossa selvaggina, e morte e voluttà sono profondamente confuse. Io fissai a lungo gli occhi dell'amico morto e con la mia sinistra gli posi sul petto un pugno di terra. La grande madre, di cui aveva compiute le selvagge feste ricche di sangue, è orgogliosa di simili figli.

 

© Paolo Melandri (28. 5. 2019)

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Viaggio

La cosa peggiore non era il freddo, ma il vento davvero pungente. Gli sembrava di essere sotto una doccia ghiacciata. Roberto si sfregò gli occhi ma fu inutile: era proprio sveglio.

Era lì, in pieno inverno, su un'ampia strada tutta dritta e innevata che non aveva mai visto prima. O invece sì? Le donne con i fazzoletti in testa che spalavano la neve accumulandola ai margini della via, le case grigie e tutte uguali, gli uomini in uniforme con i lunghi cappotti: quelle cose le conosceva! Proprio accanto a lui c'era la vecchia con gli occhi acquosi. Di nuovo c'era solo quel tizio con il cappotto di pelle e un berretto piatto color verde oliva che se ne stava lì a gambe divaricate come un ufficiale. Il cappotto gli arrivava fino alle caviglie e in braccio reggeva una pesante scatola nera: la puntava come un'arma verso la donna che non la smetteva di brontolare. Solo quando iniziò a girare una manovella e la macchina si mise a ronzare, Roberto capì che si trattava di una vecchia cinepresa.

Sullo sfondo si vedeva una gran folla, dalle cui prime file si staccarono alcuni uomini con addosso malridotti cappotti militari. Più indietro delle donne recitavano in coro uno slogan incomprensibile: ram-tam-tàm, ram-tam-tàm. Roberto se ne stava lì, intirizzito dal freddo. Non aveva la minima idea di come fosse finito in quel posto; una cosa sola sapeva: stava succedendo qualcosa. Queste scene le aveva già viste in tivù. A prescindere da cosa volesse quella gente agitata – magari aveva fame oppure si trattava di uno sciopero – in ogni caso aveva la rabbia stampata in faccia. Dalla parte opposta nel frattempo erano arrivati due camion verde oliva che sembravano usciti da un vecchio film di guerra. Ma erano troppo sgangherati per essere degli americani. Quando l'ufficiale smise di riprendere e urlò un ordine, i soldati saltarono giù dai mezzi e bloccarono la strada imbracciando i fucili. I piedi erano avvolti in stracci di lana. Per un attimo ci fu grande silenzio. Le donne con i fazzoletti in testa abbassarono le pale. Poi da lontano si udì un rumore di cingoli: dovevano essere i carri armati.

Roberto aveva paura. Si guardò intorno, si abbassò e poi si mise a correre. Riuscì a sgusciare fra due soldati sogghignanti, a superare con un salto un mucchio di neve e si fermò senza fiato davanti all'ingresso di una casa. Scosse la porta di ferro, ma era chiusa. A sinistra, una piccola scala innevata conduceva in cantina. Inciampò, e si accorse che le scarpe gli si erano riempite di neve. Pieno di rabbia guardò intorno nella stanza buia e disadorna. L'odore di sapone e vapore raffreddato gli fece capire che doveva essere finito nella lavanderia. Di macchine lavatrici però nemmeno l'ombra. Inciampò in un mucchio di carbone. Un tubo tutto arrugginito portava a una cucina sulla quale c'erano due pentoloni. Ma la cucina era spenta. A una corda tesa erano appese delle enormi lenzuola. Ne prese tre, assicurandosi che fossero asciutte, vi si avvolse per riscaldarsi perché con la sua giacchetta di lino moriva dal freddo e infine si sdraiò su una panca di legno mezza marcia al centro del locale.

 

© Paolo Melandri (25. 5. 2019)

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Giustizia

Ero seduto in mezzo al giardino. Davanti a me il viottolo coperto di ghiaia saliva tra due prati verdepallido fin dove l'erta cessava e lo steccato dipinto di verde scuro si profilava nitido sul chiaro cielo primaverile. Dove terminava il viottolo, nello steccato c'era una porticina. Nell'aria limpida e sottile le api andavano e venivano tra gli alberi rosei dei peschi in fiore. Ed ecco che in alto cigolò la porticina e per primo balzò nel giardino un cane, un levriero grande e aggraziato dalle lunghe zampe. Dietro al cane entrò, chiudendo dietro di sé la porticina, un giovane angelo biondo e snello, uno degli snelli paggi di Dio. Portava calzari a punta rialzata, al fianco gli pendeva una lunga spada e nella cintura aveva uno stiletto. Gli copriva il petto e le spalle una fine corazza d'un azzurro metallico, che brillava al sole, e petali bianchi cadevano sopra i suoi lunghi e folti capelli d'oro. Così scendeva per il viottolo, la figura esile e delicata serrata in un giustacuore color di smeraldo, le maniche rigonfie dalla spalla al gomito, di lì strette sino alle nocche delle belle mani. Camminava lentamente, con grazia, la mano sinistra giocava con l'impugnatura dello stiletto, il cane saltava nell'erba lungo la via del padrone, alzando di quando in quando lo sguardo verso di lui con amore. Ora non era più lontano di quanto getta la palla un bimbo di cinque anni.

Mi rivolgerà la parola quando sarà qui?”.

Nel prato il bambino del giardiniere giocava coi fiori caduti. Si avvicinò traballando all'angelo e gli guardò i piedi. “Che belle scarpe hai, molto belle!” disse. “Sì,” disse l'angelo “lo credo bene, vengono dal mantello della Madonna”.

Vidi ora che le scarpe erano di drappo d'oro, intessuto di non so quali fiori o frutti rossi. “Un giorno il santo apostolo Pietro rincorreva la Madonna,” disse l'angelo al bambino “perché aveva qualcosa da dirle, e lei non lo sentì e non si fermò. E allora egli le corse dietro e nella fretta mise un piede sullo strascico del mantello e ne strappò un lembo. Così il mantello fu messo da parte e ne furono ritagliate delle scarpe per noi”. “Molto belle sono le tue scarpe!” ripetè il bambino. Quindi l'angelo riprese il suo cammino lungo il viottolo che l'avrebbe condotto davanti alla mia panchina. Un'indicibile esaltazione mi invase al pensiero che avrebbe parlato anche con me. Ché sulle parole semplici che balzavano dalle sue labbra era diffuso uno splendore, come se intanto pensasse a tutt'altro, pensasse in segreto e con giubilo represso a beatitudini del paradiso. Ed ecco che stava davanti a me. Lo salutai togliendomi il cappello e mi alzai. Quando sollevai lo sguardo l'espressione del suo viso mi spaventò. I lineamenti erano di meravigliosa finezza e bellezza, ma gli occhi azzurri avevano uno sguardo cupo, quasi minaccioso, e i capelli d'oro non avevano nulla di vivo, ma mandavano un sinistro luccichio metallico. Accanto gli stava il cane, una zampa davanti graziosamente sollevata, e mi guardava anche lui con occhi attenti.

Sei un giusto?” chiese l'angelo severamente. Il tono era altero, quasi sprezzante. Tentai di sorridere: “Non sono cattivo. Voglio bene a molta gente. Ci sono tante belle cose”. “Sei giusto?” ripeté l'angelo. Pareva che non avesse neppure udito quel che dicevo; nelle sue parole c'era un'ombra dell'impazienza di un signore che ripete a un servo un ordine che non ha capito subito. Con la destra trasse un poco lo stiletto dal fodero. Mi feci inquieto; cercai di comprenderlo, ma non mi riuscì; il mio pensiero si spense, incapace di afferrare il senso vivo di quella parola; davanti al mio occhio interno stava una parete nuda; tentavo invano, penosamente, di raccogliere i miei pensieri. “Ho afferrato così poco della vita,” dissi finalmente “ma talvolta m'invade un grande amore e allora nulla mi è estraneo. E sicuramente allora sono giusto: ché mi sembra di comprendere tutto, come la terra esprima alberi fruscianti e come le stelle ruotino sospese nello spazio, e di tutto l'essenza più fonda, e tutti i moti degli uomini…”.

Mi arrestai sotto il suo sguardo sprezzante, schiacciato da una tale consapevolezza della mia insufficienza che mi sentii arrossire di vergogna. Lo sguardo diceva chiaramente: “Che vano, odioso chiacchierone!” Né c'era traccia di comprensione o di pietà.

Un sorriso altero increspava le labbra sottili. “Giustizia è tutto,” disse “giustizia è la prima cosa, giustizia è l'ultima. Chi non lo comprende morrà”. Così dicendo mi voltò le spalle e a passi elastici prese la via in discesa, scomparve dietro la pergola del caprifoglio, riemerse poi e infine scese per la scala di pietra; scomparendo a tratti, prima le gambe snelle fino al ginocchio, poi i fianchi, infine le spalle con la scura corazza, i capelli d'oro e il berretto color di smeraldo. Dietro di lui correva il cane, si disegnò in contorni nitidi e delicati sul primo ripiano della scala e balzò poi d'un tratto nell'invisibile.

 

© Paolo Melandri (23. 5. 2019) [Questo racconto è così conchiuso e terminato.]

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Piove

L'indomani mattina, mentre mi dirigevo verso la sala dei professori, udii al secondo piano un baccano d'inferno. Accorsi e vidi che quattro ragazzi, E, G, H e T che ne picchiavano un altro, il govane F.

Che vi salta in mente?” gridai. “Se credete di potervi picchiare come dei ragazzini delle elementari, che almeno sia uno contro uno. Ma così, quattro contro uno, è una vigliaccheria!”

Mi guardarono senza capirmi, anche F, che gli altri quattro avevano assalito. Il suo colletto era stracciato.

Che cosa vi ha fatto?” chiesi.

Ma i quattro tacevano e la loro vittima anche. Tuttavia, a pezzettini, riuscii a sapere che F non aveva fatto loro niente; al contrario, erano gli altri che gli avevano rubato il panino, non per mangiarlo, ma solo per lasciarne senza lui. E l'avevano buttato dalla finestra nel cortile.

Mi affaccio, lo vedo sulla pietra grigia. Piove sempre e il panino luccica. Penso: forse i quattro non avevano pane ed erano furibondi che F ne avesse. Ma no, tutti avevano il loro: anzi, G ne aveva due. Chiedo:

Perché avete fatto questo, allora?”

Non lo sanno, stanno imbarazzati davanti a me e sogghignano. Certo, l'uomo è cattivo, sta scritto pure nella Bibbia. Quando smise di piovere e le acque del diluvio si ritirarono, Dio disse: “Non punirò mai più la terra per colpa dell'uomo, poiché la natura del cuore umano è malvagia dall'infanzia.”

Dio ha mantenuto la promessa? Non lo so. E non voglio neanche sapere perché i ragazzi hanno buttato il panino nel cortile. Domando loro soltanto se non hanno mai sentito dire che dalle epoche più remote, da migliaia e migliaia di anni, dall'origine della civiltà, una legge non scritta si è imposta con un rigore sempre più imperioso, una bella legge umana: “Se vi battete, che almeno sia uno contro uno.”

Mi volgo di nuovo ai quattro e chiedo:

Non vi vergognate?”

Non si vergognano, parlo loro una lingua sconosciuta. Mi guardano con occhi stupefatti. Soltanto la vittima sorride. Sorride di me.

Chiudete la finestra,” dico, “altrimenti pioverà dentro.”

I ragazzi chiudono la finestra.

Che cosa diventerà, questo diavolo di generazione? Dura o solamente brutale? Non aggiungo parola, e mi dirigo verso la sala dei professori. Sul pianerottolo mi fermo e tendo l'orecchio. Che si picchino ancora? No, tutto calmo.

Sono stupefatti.

 

© Paolo Melandri (21. 5. 2019)

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Afrodite 9

Sul mare si levò l'alba oscura; tutte le cose furono tinte di lilla. Il focolare fiammeggiante acceso sul faro si spense con la luna. Fuggevoli barlumi gialli apparvero nelle onde viola, come visi di sirene sotto capigliature di alghe paonazze. Di colpo si fece giorno.

La gettata era deserta, la città morta. Era la triste luce che precede i primi chiarori dell'alba, che rischiara la vetta del mondo e apporta gli snervati sogni del mattino. Non esisteva che il silenzio.

Simili a uccelli addormentati, le lunghe navi lungo le banchine lasciavano pendere i loro remi nell'acqua. La prospettiva delle strade si disegnava con linee architettoniche, che non un carro, non un cavallo, non uno schiavo turbava. Alessandria non era che una vasta solitudine, un'apparenza di antica città, abbandonata da secoli.

Un leggero rumore di passi fremette sul suolo e due fanciulle apparvero, l'una vestita di giallo, l'altra di azzurro.

Portavano entrambe la cintura delle vergini, che girava attorno ai fianchi e si congiungeva bassissimo, sotto i loro giovani ventri. Erano le cantatrici della notte e una delle suonatrici di flauto. La suonatrice era più giovane e più bella della sua amica. Pallida come il celeste del suo vestito, i suoi occhi semiperduti sotto le palpebre debolmente sorridevano. I due flauti esili pendevano dietro all'elegante nodo sulla spalla. Una duplice ghirlanda d'iris attorno alle sue gambe ondulava sotto la stoffa leggera e sulle caviglie si attaccava a due braccialetti d'argento. Ella disse:

Mirtocleia, non rattristarti per avere perduto le nostre tavolette. Avresti dimenticato tu che l'amore di Rodide ti appartiene, o puoi pensare, cattiva che sei, che saresti stata la sola a leggere quella riga scritta dalla mia mano? Sono forse una di quelle cattive amiche che incidono sull'unghia il nome della loro sorella di letto e vanno a unirsi a un'altra quando l'unghia è spuntata del tutto? Hai bisogno di un mio ricordo quando mi hai tutta viva ed intera? Giungo ora all'età in cui le giovani si maritano e non avevo la metà dei miei anni quando ti vidi per la prima volta. Ti ricordi? fu al bagno. Le nostre madri ci tenevano sotto le braccia e ci dondolavano l'una verso l'altra. Noi abbiamo a lungo giocato sul marmo prima di rivestirci, da quel giorno non ci siamo più lasciate e cinque anni dopo ci siamo amate.

Mirtocleia rispose:

C'è un altro primo giorno, Rodide, lo sai: il giorno in cui tu hai scritto queste tre parole sulle mie tavolette unendo i nostri nomi. Fu il primo: non lo ritroveremo più. Ma non importa: ogni giorno è nuovo per me, e quando tu verso sera ti svegli, mi sembra di non averti mai vista. Io sono persuasa che tu non sei una ragazza: sei una piccola ninfa d'Arcadia, che ha abbandonato le sue foreste perché Febo ha inaridito la sua fontana. Il tuo corpo è snello come un ramo di olivo, dolce è la tua pelle come l'acqua dell'estate, l'iris gira attorno alle tue gambe e tu porti il fiore del loto come Astarte il fiore aperto. In quale bosco popolato di immortali si è addormentata tua madre, prima della tua nascita felice? e quale Egipan indiscreto o qual dio del fiume divino si è a lei unito sull'erba? Quando noi lasceremo questo crudele sole africano, tu mi condurrai alla tua sorgente, lontano, oltre Psofide e Feneo, nelle vaste foreste piene di ombre, ove sulla terra molle si vede la duplice orma dei satiri alternata ai passi leggeri delle ninfe. Là tu cercherai una roccia liscia e inciderai sulla pietra ciò che avevi scritto sulla cera: le tue parole che sono la nostra gioia. Ascolta, ascolta Rodide! Per la cintura di Afrodite dove tutti i desideri sono ricamati, tutti i desideri mi sono estranei, perché tu sei più del mio sogno! Per le corna di Amalteia, donde scaturiscono tutti i beni del mondo, il mondo mi è indifferente, perché tu sei il solo bene che io abbia trovato! Quando ti guardo e quando tu mi vedi, non so più perché tu mi ricambi d'amore. I tuoi capelli sono biondi come le spighe di grano, i miei neri come i peli del capro; la tua pelle è bianca come il formaggio dei pastori, la mia abbronzata come la sabbia sulle spiagge; il tuo seno tenero è fiorito come l'arancio dell'autunno, il mio è magro e sterile come il pino delle rocce. Se il mio viso è abbellito, è perché ti ho amato. O Rodide, tu lo sai, la mia singolare verginità è simile alle labbra di Pan che mangino un po' di mirto; la tua è rosea e graziosa come la bocca di un bambino. Non so perché tu mi ami, ma se un giorno cessassi di amarmi, se, come tua sorella Teano, che vicino a te suona il flauto, tu restassi mai a dormire nelle case dove suoniamo, allora io non avrei neppure il desiderio di dormir sola nel nostro letto e ritornando mi troveresti strangolata con la cintura.

I lunghi occhi di Rodide si riempirono di lacrime e di sorriso, tanto l'idea era folle e crudele. Posò il piede su un paracarro.

Mi danno fastidio i fiori tra le gambe; scioglili, Mirto adorata. Per questa notte non danzo più.

La cantatrice ebbe un sussulto.

Oh! è vero. Li avevo già dimenticati, quegli uomini e quelle ragazze. Vi hanno fatto danzare entrambe, tu in questa veste di Coos che è trasparente come l'acqua, e tua sorella nuda, con te. Se non ti avessi difeso ti avrebbero preso come una prostituta, come hanno preso tua sorella davanti a noi, nella stessa camera… Oh! che abominio! tu sentivi le sue grida e i suoi lamenti! Come è doloroso l'amore dell'uomo!

Ella si inginocchiò vicino a Rodide e staccò le due ghirlande, poi i tre fiori posti più in alto, mettendo un bacio al posto di ognuno di essi. Quando si rialzò, la fanciulla le cinse il collo e vacillò sotto la sua bocca.

Mirto, tu non sei gelosa, vero, di questi viziosi? Che ti importa che mi abbiano veduta? Teano basta per loro e gliela ho lasciata. Non mi avranno, Mirto mia. Non essere gelosa di loro.

Gelosa!… ma io sono gelosa di tutto ciò che ti si avvicina. Perché i tuoi vestiti non ti abbiano essi soli, io li indosso quando tu li hai portati. Perché i fiori dei tuoi capelli non restino innamorati di te, li abbandono alle cortigiane povere che li sporchino nelle orge. Non ti ho mai dato nulla, perché nulla ti possieda; ho paura di tutto ciò che tocchi e detesto ciò che guardi. Vorrei, per tutta la vita, essere fra le mura di una prigione dove non fossimo che tu ed io, e unirmi a te così profondamente, nasconderti così nelle mie braccia che nessun occhio ti potesse scoprire. Vorrei essere i frutti che tu mangi, il profumo che ti piace, il sonno che entra sotto le tue palpebre, l'amore che contrae le tue membra. Sono gelosa della felicità che ti do; e malgrado ciò vorrei darti anche quella che mi viene da te. Ecco di che sono gelosa; ma non temo le tue amanti di una notte quando esse mi aiutano a soddisfare i tuoi desideri di bambina; quanto agli amanti so benissimo che tu non apparterrai mai a loro, e so che non puoi amare l'uomo, l'uomo intermittente e brutale.

Rodide esclamò sinceramente:

Piuttosto andrei come Nausitoe a sacrificare la mia verginità al dio Priapo adorato a Tasos. Ma questa mattina no, mia cara. Ho danzato a lungo e sono troppo stanca; vorrei già essere a casa e dormire nelle tue braccia.

Sorrise e continuò:

Bisognerà dire a Teano che il nostro letto non è più per lei. Gliene facciamo un altro alla destra della porta: dopo ciò che ho visto questa notte non potrei più baciarla. Mirto, è davvero una cosa orribile. È possibile amarsi così? È questo che essi chiamano amore?

È questo.

Si ingannano, Mirto: non sanno.

Mirtocleia la prese tra le braccia e tacquero tutte e due.

Il vento confondeva i loro capelli.

 

© Paolo Melandri (21. 5. 2019)

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Eleusi

Tacquero. Erio provò un senso di vertigine, come quando incomincia il mal di mare. Desiderava che Conero parlasse ancora: troppo gravoso andava facendosi per lui il silenzio. Si sentiva nel fuoco di una lente; aveva l'impressione che i raggi convergessero sul suo diaframma. Lì qualcosa si muoveva – la pressione insistente di un animale dai molti tentacoli che si contorce nella rete.

Anche Irzio e Lunia erano pallidi. Tutto quell'agitarsi – come di folletti – in cortile, quel grattare e raschiare, quello spazzare e battere si fecero ancora più insistenti. In alto, al di sopra della nebbia, doveva esserci in volo uno stormo di uccelli, i cui gridi arrivavano fin sotto – al ritmo di lamentosi presagi, come profetiche sibille che remassero in un mare d'aria.

Poi udirono una musica. Era l'orchestra di bordo su un bastimento che passava in mezzo ai banchi di nebbia? Era una radio accesa in cucina, oppure un juke-box? Era un'allucinazione acustica? Erio non sapeva dirlo con certezza. “Sono disorientato” pensò. Il suo udito era divenuto sensibile come un intreccio di corde che rispondesse prima ancora di essere sollecitato. Si sentiva potentemente chiamato in causa, come se i suoni, per una sorta di predeterminazione, raggiungessero il punto in cui loro sedevano lì tutti insieme, attorniati dall'acqua e dalla nebbia. Era un canto da Re degli Elfi. Un moto vorticoso lo trascinò negli abissi, dove gli venne a mancare il terreno sotto i piedi. Una donna dal volto velato lo attendeva. Con un braccio teso indicava una meta oscura. Ne seguì una danza: l'elemento tenuto a freno. Ma quel bussare si era fatto più sordo, più spaventoso; l'allentarsi della presa non bastava. Non era che un tessere la tela al di sopra degli abissi.

Gemette. Sempre la stessa figura. Non ne sarebbe mai venuto a capo. Le cose cominciavano a caricarsi di energia e ad acquistare vita; sorgevano dagli oggetti, così come sempre gli erano apparsi, assumendo adesso un potere inquisitorio, anzi giudiziario. Era ancora in grado di respingerlo, ma non doveva lasciarsi coinvolgere di più: questo sentiva. Soprattutto non doveva guardare Conero. In modo analogo il bevitore, benché ormai sfiorato dal tirso, conosce il limite entro il quale le cose ancora gli appaiono con il consueto aspetto, e oltre il quale ha paura di spingersi. Ancora un bicchiere, e già varca la soglia di nuovi dominii, si sottomette a un'altra legge.

La melodia in quanto tale non era più percettibile, essendosi dilatata in vibrazioni. Dovevano esistere monadi sonore: quando il tempo si allungava, anzi si arrestava, allora era possibile coglierle. Il cane nel cortile ricominciò a guaire, in tono sommesso e funesto. Durante quell'intervallo di tempo doveva essersi prodotto un mutamento nell'atmosfera. L'ululato era lontanissimo. In esso risuonavano chiaramente la fame, le minacce, la scomparsa del mondo. Non era più una fame materiale. Irzio udì il lungo, eterno lamento, l'alito del nulla. Tese l'orecchio e pensò: «A quale distanza sarà mai? È un lupo mannaro che rovista in mezzo a un cumulo di macerie, lontanissimo». Lo colse un brivido ancora più violento. Era il lupo Ferni che levava il suo grido; la voce veniva da remote lontananze, al di là della Luna, al di là di Sirio. La Via Lattea era la schiuma lasciata dalla sua bava. La Terra vomitava le sue stesse viscere. Si rivelò una spaventosa misura, quella che anche il tempo più limitato, anche la distanza più breve celavano dentro di sé. Le cose gli arrivavano vicinissime. Sentì che si stava aprendo il sipario su una scena dove tutto era possibile. Cercò la mano di Lunia, che era posata accanto a lui sul bracciolo.

 

8.

Conero continuava a tenere lo sguardo fisso su Erio – l'immagine stessa della desolazione. La fisionomia era caduta come una maschera, era cancellata. Si rimaneva costernati vedendo quale brutalità potesse manifestarsi su un viso così fine, così intelligente. Lo strato roccioso irrompeva in mezzo all'humus, il magma tra i vigneti. Nel frattempo un sorriso si delineava sempre più netto sul volto di Conero. Era come una lampada, la cui luce, via via più intensa, si stesse facendo insostenibile.

Sembrava fosse passato un tempo infinito. Ma i rumori contraddicevano quest'impressione, perché fuori qualcuno ancora spazzava l'aia. Potevano essere trascorsi solo pochissimi minuti, durante i quali avevano udito alcuni accordi di musica, i richiami di uno stormo di oche selvatiche, i latrati di un cane. Non c'era stato altro, se non una pausa nella conversazione, e Conero si ricollegò – questa volta in tono interrogativo – al suo primo rilievo.

Lei ne sa di più, non è vero?”.

Tutti si sentirono interpellati, benché la domanda fosse rivolta ad Erio. Questi ne fu colpito come da un'arma di cui avesse sempre ignorato l'esistenza. Una sensazione paragonabile soltanto allo choc, che segue a un attacco al tempo stesso violento e osceno, ma andava ancora più in profondità perché era come gli venissero strappati non solo gli abiti, ma anche lembi di pelle, di quella superficie che egli riteneva indissolubilmente, inseparabilmente unita a sé. Era esausto, dilacerato, e adesso si trovava in mezzo al guado e in balia del vuoto, dopo un incontro che aveva voluto, senza però mostrarsene all'altezza. Sedeva sprofondato nello stallo con le braccia penzoloni, come lo avessero preso all'amo.

Fuori, nel raspare e nel battere, si avvertiva adesso una nota di infinita mestizia. Anche Lunia ed Irzio coglievano questa tonalità. Lunia aveva l'impressione di essere in una grotta, molto al di sotto del terreno coltivato, in ampie sale, dove si udivano lamentosi mormorii. Gocce cadevano a larghi intervalli in vasche invisibili e destavano un suono perfettamente limpido, che riecheggiava nel cristallo di rocca. Quello era il regno delle lacrime; mai lei sarebbe risalita da un mondo così pervaso di tristezza.

Il freddo nella stanza aumentò e, con esso, la percezione delle vuote lontananze, della scomparsa dell'universo, nella quale era inclusa la propria morte, il proprio essere defunti. Avevano paura di guardarsi, perché ormai i segni della decomposizione sui loro volti non si potevano più dissimulare. Come avrebbero voluto nascondere, soffocare di parole, mascherare di smorfie ciò che in quel momento si annunciava!

E adesso era assolutamente chiaro anche quanto stava accadendo fuori. Sentivano qualcuno scavare una fossa, sentivano i becchini calare la cassa. Non potevano più né occultarlo né metterlo in dubbio. Sopraggiungeva, facendosi sempre più vicino, sempre più intimo, ciò da cui immancabilmente si fugge, anche nel caso delle persone più amate. Era il grande, l'ignominioso mistero di questo mondo, l'onta suprema. Essi vedevano arrivare quello che in moltissimi speravano e tenevano nascosto nei loro penetrali, dove la tenebra cresceva a ogni istante. Era il pungolo della carne, e a questa sola risalivano tutti gli altri generi di vergogna.

 

9.

A poco a poco i rumori si fecero più lievi, più ovattati. Il picchiare cessò, la scopa diede ancora gli ultimi colpi, il raschiare divenne più sommesso, più smorzato. L'aia era in ordine, la fossa scavata, il lavoro concluso. Gli operai posarono gli attrezzi.

Che sensazione di benessere! Tutto era silenzio nella torre. Ma il silenzio ormai non era vuoto, non lasciava più spazio alla grande, spaventosa lontananza. Il silenzio era delimitato, era saturo. Le candele avevano un bagliore più soffuso, più dorato. Era lo scintillio che annuncia il concludersi del giorno? O era una nuova luce? Oppure la consapevolezza che ogni fine è anche un inizio? Che senza la fine non è possibile alcun inizio? Regnava un silenzio come fuori dal mondo, in una cella scavata nella valle rocciosa di un pianeta sconosciuto. Lì ci si poteva sentire al sicuro.

Conero non aveva distolto gli occhi da Erio. Ripeté la domanda piegandosi verso di lui:

Lei sa di più, vero?”.

E di nuovo tutti ebbero la sensazione che la domanda riguardasse anche loro. Questa volta la voce aveva un tono suadente, incoraggiante. Alla fine Erio osò guardarlo. Il sorriso continuava a essere terribile – o forse “terribile” non era la parola giusta? Si sentiva come di fronte a un grande capotribù o al capitano di una nave che abbia lasciato l'ultimo porto conosciuto. Lì vigeva ancora l'antica autorità. Era più facile dubitare di una montagna che di quello sguardo.

Tutto poteva accadere ormai. Eppure c'era qualcosa di familiare in quel sorriso ostinato, che quasi bruciava, ma senza perdita di sostanza. Erio provava sempre l'antico timore di chi si sta addentrando in una selva soggetta a divieto di caccia. A quel punto si fece strada in lui qualcosa di nuovo e, al tempo stesso, di ignoto. In questo senso si sentì come messo a parte di un segreto, di una congiura. Doveva esserci un Terzo nella stanza. Senza che lo sapesse, anche sul suo volto si delineò un sorriso, un sorriso che era un'astuta risposta.

In tutti brillava adesso la medesima gaiezza, il cui scintillio era come un riflesso di specchi. Si trasmetteva anche agli oggetti. Il viso di Irzio ricordava una maschera, infiammata dal fulgore degli scudi e delle armi sguainate. Anche Lunia sorrideva. Era arrossita e teneva la testa bassa.

Il lume cominciò a crepitare; un filo azzurro si levava dal bordo del candeliere. Erio lo osservò dapprima sorpreso, poi rapito, come se i suoi occhi possedessero una nuova forza. Forza, grazie alla quale si rivelavano i giochi di quel fumo dall'aroma di miele, che si levava su uno stelo esile per poi ramificarsi in delicate fronde. Era come se, a crearlo, fosse stata la sua immaginazione – un pallido fantasma di giglio di mare negli abissi che palpitavano appena al frangersi delle onde. Il tempo operava in quella figura – vi aveva impresso delle scanalature, l'aveva fatta girare vorticosamente e l'aveva attorcigliata, quasi fossero state messe in fretta, l'una sopra l'altra, monete immaginarie. La molteplicità dello spazio si rivelava nell'ordito delle fibre, nelle innervature che a dismisura intessevano il filo e si dispiegavano verso l'alto.

 

© Paolo Melandri (19. 5. 2019)

*

Nessun luogo

La traccia insidiosa con cui il tempo si allontana da noi.

Voi, predecessori, sangue nella scarpa. Sguardi senza occhi, parole senza bocca. Forme, prive di corpo. Discesi dal cielo, dispersi in seplocri lontani, resuscitati dai morti, ancora, sempre rimettendo ai nostri debitori, triste pazienza angelica.

E noi, ancora, sempre avidi del sapore di cenere delle parole. Non ancora, come dovremmo, muti.

Di' per favore, grazie.

Per favore. Grazie.

Risa antiche, di secoli. L'eco, immane, più volte spezzata. E il sospetto che nulla più verrà all'infuori di questa risonanza. Ma solo la Grandezza giustifica la mancanza contro la legge e riconcilia il colpevole con se stesso.

Uno, Kleist, colpito da questo udito troppo sensibile fugge con pretesti che non gli è concesso penetrare fino in fondo. Senza meta, in apparenza, segna la lacerata carta d'Europa con la sua traccia bizzarra. Dove io non sono, là è la felicità.

La donna, Gunderrode, confinata in quel cerchio ristretto, meditativa, perspicace, non segnata dalla caducità, risoluta a vivere per l'immortalità, a sacrificare il visibile all'invisibile.

Che si siano incontrati: vagheggiata leggenda. Winkel sul Reno, noi l'abbiamo visto. Un luogo adatto.

Giugno 1804.

Chi parla?

Nocche bianche, mani che dolgono, allora sono le mie. Allora vi riconosco e vi ordino di lasciare quello a cui vi siete aggrappate. Che cos'è. Legno, finemente arcuato, bracciolo di una poltrona. La fodera rilucente, di tinta incerta, azzurro argento. Splendente parquet a mosaico sul quale mi trovo io. Persone disseminate con naturalezza per la sala, come i sedili, in bell'ordine. Se ne intendono, bisogna ammetterlo. Non come noi in Prussia. Più sontuoso, più raffinato. Gusto, gusto. Loro lo chiamano cultura, io lusso. Mantenersi cortese e tacere, per quel po' di tempo.

Questo mese, è deciso, pensa Kleist, voglio tornare. Silenzio però. Come mi sento io non riguarda nessuno, e me meno di tutti. Una battuta di cui sarei fiero se fosse mia. Eventualmente la userò per spaventare quel povero consigliere aulico.

Lo seguo come un agnello, contraddire è un segno di malattia. In grado di viaggiare? Ma certamente, diamogliela vinta, al dottor Wedekind. Per dio e per il diavolo, io sono sano. Sano come quel matto incatenato alla rupe, Prometeo. Quello vive mille anni e anche più a lungo. Brucio dalla voglia di chiedere al dottore dov'è quell'organo che ricresce, e se non me lo tira via per far arrabbiare gli avvoltoi. Niente pesanti confidenze con il mondo degli dèi. Essere mortale, pio desiderio.

Buffonate. Delle quali questi qui, nella loro regione serena, non sanno niente. Che io non mi possa mescolare a loro. Tè con intrattenimento, diceva l'invito. La parete dietro a me, bene. Questa luminosità. Sulla sinistra la fila di finestre, ampio panorama. Un paio di case del paese in primo piano, lungo una strada in pendio. Terreno a prato con qualche albero. Poi il Reno, questo fiume indolente. E lontano, stagliata nitidamente, la catena delle colline uniformemente fluttuante. Al di sopra, ignaro azzurro, il cielo.

La signorina accanto alla finestra mi toglie la vista del paesaggio.

Sì: la giustezza assoluta della natura. La Gunderrode, ipersensibile alla luce, si protegge gli occhi con la mano, si sposta dietro la tenda. Degno è il dolore di stare a cuore agli uomini, e di esser tuo confidente, o natura! Son giorni e giorni che questo verso non mi esce dalla testa. Quel pazzo poeta. Cercare conforto in un folle – come se non sapessi cosa significa. Già penso che avrei fatto bene a restare al convitto, nella verde penombra della stanza, sopra quel lettuccio, prevenire il mal di testa, invece che venire qui da Francoforte in quella carrozza orribilmente traballante, restare silenziosa, scostante, e sciupare agli altri l'atmosfera. Mi lasciano stare ora, tollerano il mio distacco come un'estrosità, non chiedono altro se non che io estrosa mi mostri, di tanto in tanto. Invece, per finzioni e compiacenze mi manca la voglia, ora e sempre. Non provo inclinazione per nessuna delle cose che il mondo propugna. Le sue esigenze, le sue leggi e i suoi disegni, mi pare tutto quanto così insensato.

Quel peso sul petto, già dal mattino, da quel sogno che ora riaffiora. Insieme a un gruppo di persone lei camminava in una zona arida e dolce, estranea e al tempo stesso familiare, nel suo fluente abito bianco, fra Savigny e Bettina. Savigny d'improvviso portò all'altezza della guancia un arco, lo tese, prese la mira con un dardo smussato. Allora lei vide: al margine del bosco il capriolo. Il grido di spavento che si sentì sfuggire arrivò come sempre troppo tardi, il dardo lo raggiunse. Il capriolo, colpito alla gola, si abbatté al suolo. Accanto a lei Bettina, che non la perdeva d'occhio, fu la prima a rendersi conto della sciagura. Lina! esclamò con un lamento. La Gunederrode capì: lei stessa era stata ferita, al collo, non c'era bisogno di toccarselo. Lo scialle bianco di Bettina si tinse di rosso tanto che la Gunderrode non poté non stupirsi dell'intensità che hanno i colori nel sogno. Trovava così naturale morire dissanguata. Ed ecco sorgere dinanzi a loro dal terreno il tetto basso di una tenda, e sotto, chinata, una creatura pelosa, una specie di gnomo, che rimescolava una disgustosa brodaglia fumante dentro una pentola. E una mano – la sola che sapesse cosa era necessario fare – si immergeva senza timore nella brodaglia, che non scottava, ma leniva, e la cospargeva sulla ferita che lei aveva nel collo. L'incantesimo agì all'istante. Sentì la ferita rimarginarsi, scomparire. Svegliandosi si toccò quel punto: una pelle delicata, illesa. È questo che io posso avere da lui: l'ombra di un sogno. Si proibì di piangere e dimenticò il sogno e il motivo della sua tristezza.

Ora comprende: la mano era quella di Savigny.

Ma perché al collo? Non così è stabilito. Lei conosce il punto sotto il seno su cui deve appoggiare il pugnale, un chirurgo, che lei ha scherzosamente interrogato in proposito, gliel'ha indicato premendovi sopra il dito. Da allora, se si concentra, avverte quella pressione e di colpo è tranquilla. Sarà facile e sicuro, deve solo fare attenzione ad avere l'arma sempre con sé. Quel che pensiamo abbastanza a lungo e sovente non fa più nessuna paura. I pensieri si logorano come monete che passano da una mano all'altra o come immagini evocate di continuo dinanzi agli occhi della mente. In qualunque luogo lei può vedere disteso il suo cadavere, senza trasalire, anche laggiù in riva al fiume, su quella lingua di terra sotto i salici su cui sosta il suo sguardo. C'è solo da augurarsi, pensa, che a ritrovarla sia un estraneo, uno coi nervi saldi e che dimentica in fretta. Lei si conosce, conosce la gente, si aspetta di venir dimenticata. I gesti clamorosi li evita finché è possibile. Ha la sfortuna di essere appassionata e orgogliosa, quindi di essere mal giudicata. Così si tiene a freno con briglie che tagliano la carne. Può anche andare, si vive. Pericoloso diverrebbe se cedesse all'impulso di allentare le briglie, di partire, e se poi, nella corsa più sfrenata, andasse a cozzare contro quell'ostacolo che gli altri chiamano realtà e di cui lei, glielo rimprovereranno, non si fa il giusto concetto.

Che disposizione provvidenziale che i pensieri non ci passino sulla fronte quali scritte visibili. Come niente qualunque occasione di stare insieme, anche una innocua come questa, si trasformerebbe in un incontro tra assassini. Oppure impareremmo a elevarci al di sopra di noi stessi, a guardare senza odio in quegli specchi deformanti che gli altri sono per noi. E senza l'impulso a frantumare gli specchi. Ma per questo, lei lo sa bene, non siamo fatti.

 

© Paolo Melandri (19. 5. 2019)

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Crepuscolo e temporale notturno

Inchiodato dai ragazzi al portone del granaio, lo sparviero si torceva orribilmente incontro alla notte che sopravveniva. Eusebio, il maggiore di quei ragazzi, fermo nell'ombra fissava l'uccello, mentre si dibatteva a morte ai chiodi di ferro che gli trafiggevano le ali. Dall'aria che si faceva buia piombò allora la femmina; con stridi laceranti tracciava come impazzita piccoli cerchi vertiginosi, si librò poi immobile con le ali distese e gli occhi di brace e all'improvviso si gettò in alto, indietro, incontro alla parete del monte, scomparendo, riapparendo, in folli voli selvaggi. I suoi stridi dovettero attirare il temporale nerissimo che, sospeso nel cielo, col bagliore soffocato dei lampi illuminava a tratti il proprio corpo, e trarlo con cerchi magici sopra il villaggio. A fatica il ragazzo riusciva a tenersi in piedi, l'orrore lo afferrò alla nuca, e non ardiva girare la pupilla. Ma quando, al guizzo silenzioso di un lampo, tutto il granaio balzò livido, e, cacciato da un colpo di vento, alla sua destra sbucò fuori da una fenditura del muro il caprimulgo barbuto, per infilzare uno scarafaggio, e alla sua sinistra passò barcollando il pipistrello, egli dovette voltarsi e fuggire giù verso il paese coi denti che gli battevano. Qui un nuovo lampo gli scoperse proprio di fronte il muro del cimitero con tutte le sue commessure abitate dalle scolopendre; sotto la luce improvvisa le croci parvero allungare le braccia e sulla tomba di un bambino morto l'anno prima si squassò il cespuglio che per fiori aveva cuori rossi, appesi a fili. Ma quando il lampo si spense e l'oscurità calò pesante come un lenzuolo, dalla finestra di dietro di una piccola casa una striscia di luce scivolò obliqua sul muro del cimitero. In quella cameretta dormiva la figlia del macellaio, la più bella ragazza del paese; e una volta uno dei ragazzi più grandi, lo sapevano tutti, in quel punto, mentre ella si spogliava, aveva potuto vedere continuamente l'ombra delle sue mammelle sulle tendine, fino a che la ragazza non aveva spento il lume.

Così Eusebio si rannicchiò sotto una tettoia tra cataste di assicelle; e il cuore gli batteva in modo differente da prima. Di fronte a lui pendeva con la testa riversa il vitellino che aveva visto condurre al macello quel pomeriggio; dal muso morbido pareva emanare ancora l'alito caldo. Qui il ragazzo in agguato non avvertiva il passare del tempo; non udiva i quarti d'ora battere quasi sopra il suo capo e rimbombare nell'aria soffocante. Non si curava dei lampi che scoprivano crudamente le campane nella loro cella; sentiva soltanto il vitello, lo riempiva la certezza che la ragazza era là dentro e poi nella sua camera si sarebbe messa a letto. Ora lei girava per l'osteria, c'erano ai tavoli due o tre che bevevano, il macellaio mesceva il vino dell'annata.

Ora si avvicinarono alla casa due figure scure; erano servitori della gente in città, che aveva le sue case di campagna intorno al paese e sulle falde dei monti; uno era in livrea con i calzoni al ginocchio, l'altro era vestito da guardaboschi. Uno di loro rimase indietro e l'altro lo precedette ed entrò nella mescita. Allora, dall'angolo buio presso una fontanella fragorosa una donna s'avanzò verso colui che era rimasto e cercò di afferrargli il braccio. La parte inferiore della sua figura era di una ampiezza informe ed Eusebio seppe subito che era la serva dell'oste della Corona, una giovane di fuori via, che lui e gli altri ragazzi guardavano di nascosto quando con il suo corpo pesante si inginocchiava a sciacquare i panni presso la gora del mulino: perché tutti loro sapevano che era incinta. Ora il servitore si scosse di torno la donna implorante, che si dovette appoggiare con una mano sull'orlo della fontana. In quel momento l'altro servitore si fece sulla soglia con la bella figlia del macellaio, e quello in livrea, voltandosi a mezzo verso la serva ferma nel buio, alzò subito la voce, dando alle sue parole un particolare tono ricercato.

Quello era l'anno scorso” replicava forte “e ora ne corre un altro. E con ciò amen!”.

E poiché quella con un “Giuseppe, Giuseppe” che le prorompeva dalla bocca angosciosamente spalancata, cercava nuovamente di farsi vicina, quegli le gettò in faccia con parole taglienti, tali da fermarla impietrita, che una donna nel suo stato doveva vergognarsi di girare per la strada e davanti alle osterie, e che rimpiangeva il tempo perso l'anno scorso con lei, e anche ora avrebbe rimpianto ogni minuto di più, ché aveva di meglio da fare che starsene lì con lei.

Al ragazzo nel suo nascondiglio quelle parole taglienti passarono l'anima con una specie di voluttà crudele. Il modo disinvolto con cui il servitore pronunciò le sue parole e poi, fischiando tre battute, scomparve senza voltarsi nell'osteria, lo turbò non diversamente di quando lo sfioravano le vesti delle donne e delle ragazze di città; si sprigionava da esse un profumo sottile e inebriante, che lo riempiva di un sentimento contraddittorio: aspirandolo si sentiva mancare mollemente, sottomesso, e allo stesso tempo qualcosa si inalberava in lui con violenza. Questo doppio sentimento si impadronì nuovamente di lui, quasi gli si schiudesse davanti, come una porta nel buio, la segreta magnificenza della vita della gente in città e dei suoi servitori, e lo spingesse a seguire la serva che, gemendo fra sé, una mano sulla bocca, si allontanava vacillando con il viso disfatto, e a continuare a tenerle dietro furtivamente, giocando con la donna inconsapevole a un gioco crudele. Ella camminava in mezzo alla strada, immersa in una sorda disperazione; egli scivolò di fianco tra le siepi che si piegavano nella tempesta, sotto gli alberi che la tempesta squassava, lungo i granai che gemevano nelle loro impalcature. La tempesta notturna gli cacciava polvere e pula negli occhi spalancati; non vi badava: aveva perduto la coscienza della propria forma, per un minuto era piccolo come una donnola, come i rospi, come tutto quello che striscia e si acquatta sulla terra tremante, l'attimo dopo era gigantesco, si allungava fino agli alberi, ed era lui che afferrava le loro cime e le faceva piegare cigolando; era il Tremendo che sta in agguato nel buio e balza fuori ai crocicchi, ed era in lui la timidezza di un capriolo impaurito, e si sentiva correre giù per la schiena tutti i brividi da lui stesso suscitati. La donna che avanzava barcollando davanti a lui era interamente caduta in sua balia; egli era un signore di città e di quelle ne aveva parecchie; due donne le aveva rinchiuse in casa sua e ora cacciava questa a raggiungere le altre; era il macellaio che appostava una bestia fuggita per menarla a morte, ma la bestia era una bestia stregata; era quella donna là davanti a lui. Egli si rannicchiava quando il vento taceva, e balzava in avanti a ogni nuova raffica; vi era una stretta concordanza tra il respiro del vento e la sua caccia selvaggia e segreta; il vento era in lega con lui e i grandi lampi illuminavano la strada con i solchi dei carri, gettavano la loro luce sui muri bianchi delle case e tra le macchie, rischiaravano il bosco e scoprivano le radici degli alberi, e tutto per mostrargli continuamente la sua preda, se quella volesse sfuggirgli nel buio.

 

© Paolo Melandri (16. 5. 2019)

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Avventura del maresciallo

In una certa epoca della mia vita il mio servizio mi obbligò a passare abbastanza regolarmente più volte la settimana a una data ora sul ponte piccolo (a quel tempo il Pont Neuf non era ancora costruito); avveniva allora che io fossi riconosciuto e salutato per lo più da artigiani ed altra gente minuta, ma in modo più regolare e appariscente da una merciaia molto graziosa, la cui bottega era distinta da un'insegna con due angeli, e che ogni qual volta in quei cinque o sei mesi ebbi a passare di lì, s'inchinava profondamente e mi seguiva con lo sguardo fin dove poteva. Il suo contegno mi colpì e cominciai anch'io a guardarla e a rispondere premurosamente al suo saluto. Un giorno, era inverno inoltrato, tornavo a cavallo da Fontainebleau a Parigi, e quando risalii di nuovo il ponte piccolo ella si fece sull'uscio della sua bottega e, mentre passavo, mi disse:

Serva sua, signore”. Io ricambiai il saluto e, voltandomi di tanto in tanto, vidi che ella si sporgeva per seguirmi il più a lungo possibile. Avevo dietro di me un servitore e un postiglione che intendevo rimandare la sera stessa a Fontainebleau con lettere per certe dame. Per mio ordine il servitore smontò da cavallo e andò dalla giovane a dirle in mio nome che avevo notato come le fosse caro vedermi e salutarmi; se desiderava conoscermi più da vicino, io sarei andato a trovarla dove avesse voluto.

Rispose al servitore che non avrebbe potuto portarle messaggio più gradito, e che sarebbe venuta lei dove io avessi disposto.

Proseguendo a cavallo chiesi al servitore se non conoscesse qualche luogo in cui potessi incontrare la donna. Rispose che l'avrebbe condotta da una mezzana che lui sapeva; ma da quell'uomo sollecito e coscienzioso che era, questo servitore Guglielmo di Courtrai, aggiunse subito che essendosi qua e là manifestata la peste, e n'erano morti non solo gente del popolino sudicio ma anche un medico e un canonico, mi consigliava di far portare materassi, coperte e lenzuola da casa mia. Io accettai il suggerimento ed egli promise di prepararmi un buon letto. Prima di smontare, gli dissi inoltre di portare laggiù anche un buon lavamano, un flacone di essenza odorosa e un po' di dolci e di mele; provvedesse anche a che la stanza fosse ben riscaldata, ché dal freddo i piedi mi si erano gelati nelle staffe, e il cielo era carico di nuvole da neve.

La sera ci andai e trovai una bellissima donna di circa vent'anni che sedeva sul letto, mentre la mezzana, con la testa e la schiena rotonda imbacuccate in uno scialle nero, le andava parlando fitto fitto. La porta era accostata, nel caminetto grossi ceppi freschi ardevano crepitando, nessuno udì i miei passi e io rimasi un istante fermo sulla soglia. La giovane fissava tranquilla con i suoi grandi occhi la fiamma; con un gesto del capo si era come allontanata di miglia e miglia dalla vecchia ripugnante; a quel moto una parte dei suoi pesanti capelli scuri era traboccata dalla piccola cuffia da notte che portava e scendeva sopra la camicia tra la spalla e il petto, formando due o tre boccoli naturali. Portava inoltre una corta gonnella di lana verde e pantofole ai piedi. In quel momento qualche rumore dovette tradire la mia presenza; lei voltò il capo e protese verso di me un viso cui l'estrema tensione dei lineamenti avrebbe dato un'aria quasi selvaggia, senza la raggiante dedizione che prorompeva dai grandi occhi spalancati e balzava dalle labbra silenziose come una fiamma invisibile. Mi piacque in modo straordinario; in men che non si dica la vecchia era scomparsa e io accanto alla mia amica. Quando, nella prima ebbrezza del meraviglioso possesso, volli prendermi qualche licenza, ella si sottrasse a me con un'indescrivibile veemenza così dello sguardo come della voce dal timbro profondo. Ma un attimo dopo mi sentii cingere da lei stessa e avvincere, più appassionatamente ancora che dalle braccia e le labbra, dallo sguardo che prorompeva inesauribile da quegli occhi senza fondo; parve quindi volesse parlare, ma le labbra palpitanti di baci non riuscivano a comporre parole, dalla gola tremante non riusciva suono più distinto che un singhiozzo rotto e sommesso.

Ora, io avevo trascorso gran parte di quella giornata a cavallo su strade gelate, poi nell'anticamera del re avevo avuto un incidente molto spiacevole e violento, quindi, per stordire il malumore, avevo bevuto e tirato gagliardamente con lo spadone a due mani; e così nel bel mezzo di questa avventura incantevole e misteriosa, mentre giacevo allacciato da morbide braccia e sparso di chiome odorose, mi colse una stanchezza e quasi uno stordimento così improvviso e violento che non riuscivo nemmeno a ricordare come fossi capitato appunto in quella stanza, anzi per un attimo confusi con tutt'altra di tempi passati la donna il cui cuore batteva così vicino al mio, e subito dopo mi addormentai profondamente.

Quando mi ridestai, era ancora notte buia, ma sentii subito che la mia amica non era più accanto a me. Levai la testa e al chiarore fievole del fuoco che andava spegnendosi la vidi ritta presso la finestra: aveva socchiuso una delle imposte e guardava fuori dallo spiraglio. Poi si voltò, s'accorse che ero desto e gridò (la vedo ancora portare la palma sinistra alla gota e gettare dietro alle spalle i capelli che le erano caduti davanti):

Non è ancora giorno, non è!”.

Soltanto allora vidi veramente quanto fosse grande e bella, e attendevo con impazienza il momento che con pochi passi lunghi e tranquilli dei bei piedi, che la luce rossastra lambiva, fosse di nuovo accanto a me. Ma ella si avvicinò prima al caminetto, si chinò, prese tra le braccia nude e splendenti l'ultimo grosso ceppo che ancora rimaneva e lo gettò rapidamente nel fuoco. Poi si voltò, la sua faccia sfavillava di fiamme e di gioia, passando di corsa accanto al tavolo afferrò a volo una mela e mi era già vicina, le membra ancora calde della recente carezza del fuoco, e subito dopo illanguidite e scosse di dentro da fiamme ben fiù forti, che mi abbracciava con la destra, e con la sinistra offriva alla mia bocca il fresco frutto già morso e insieme occhi guance e labbra. L'ultimo ciocco del camino ardeva più forte di tutti. Seminando faville suggeva in sé la fiamma e la faceva poi di nuovo divampare violenta, così che il riflesso del fuoco ci investiva come un'ondata che si rompeva alla parete e sollevava d'un balzo e lasciava poi ricadere le nostre ombre allacciate. Il legno robusto crepitava senza tregua e nutriva in sé fiamme sempre nuove che levavano guizzando le loro lingue e fugavano le gravi tenebre con fasci e fontane di luce rossastra. Ma a un tratto la fiamma ricadde e un soffio d'aria fredda aperse, leggero come una mano, l'imposta, rivelando un'alba livida e odiosa.

Ci levammo a sedere, sapevamo che ormai era giorno. Ma ciò che appariva là fuori non somigliava a un giorno. Non somigliava al ridestarsi del mondo. Ciò che si stendeva là fuori non pareva una strada. Non si distingueva una singola cosa: era un caos senza forma e senza colore in cui si muovevano forse larve senza tempo. Di lontano, chissà dove, come nella memoria, l'orologio di una torre batté le ore, e un'aria umida e fredda, che non era l'aria di nessun'ora del giorno, penetrò sempre più nella stanza, così che ci stringemmo l'uno all'altra rabbrividendo. Lei si piegò indietro e mi fissò in viso con tutta la forza dei suoi occhi; la sua gola tremava, qualcosa cercava di farsi strada dentro di lei e salì fino all'orlo delle labbra: ma non si fece né parola né sospiro né bacio, ma qualcosa che senza sbocciare somigliava a tutte e tre. D'attimo in attimo si faceva più chiaro e l'espressione mutevole del suo viso palpitante diventava più intensa; a un tratto voci e piedi strascicati passarono così rasente alla finestra, che lei si piegò tutta e voltò il viso verso la parete. Passavano due uomini: per un attimo il riflesso della piccola lanterna, che uno di loro portava, cadde nella stanza; l'altro spingeva una carriola, la cui ruota cigolava e gemeva. Quando furono passati, mi alzai, chiusi l'imposta e accesi un lume. C'era ancora mezza mela: la mangiammo insieme e poi le chiesi se non la potessi vedere un'altra volta, ché partivo soltanto domenica. Quella era stata però la notte tra il giovedì e il venerdì.

Lei mi rispose che lo desiderava ancor più ardentemente di me; ma se non mi trattenevo tutta la domenica le era impossibile; soltanto la notte dalla domenica al lunedì poteva rivedermi.

Mi tornarono dapprima in mente diversi impegni, così feci qualche difficoltà, che ella ascoltò senza dir nulla, ma con un'interrogazione infinitamente dolorosa negli occhi, mentre il viso le si oscurava e induriva quasi paurosamente. Naturalmente io promisi subito di rimanere la domenica e aggiunsi che mi sarei dunque ritrovato domenica sera allo stesso luogo. A queste parole mi guardò dritta in faccia e mi disse con un tono della voce ruvido e rotto:

So benissimo che per amor tuo sono venuta in una casa infame; ma non l'ho fatto liberamente, perché volevo stare con te, perché avrei accettato a qualsiasi condizione. Ma mi parrebbe di essere l'ultima delle sgualdrine se dovessi ritornare qui una seconda volta. L'ho fatto per amor tuo, perché sei per me quello che sei, perché sei Bassompierre, perché sei l'unico al mondo che con la sua presenza mi renda rispettabile anche questa casa!”.

Disse: “casa”; e per un attimo parve che avesse sulla lingua una parola più sprezzante; e, mentre pronunciava quella parola, gettò su quelle quattro pareti, su quel letto, sulla coperta che era scivolata per terra, uno sguardo tale che sotto il fascio di luce che prorompeva dai suoi occhi, tutte quelle cose brutte e volgari parvero farsi piccine e ritirarsi tremando davanti a lei, come se per un attimo quel miserevole spazio fosse veramente divenuto più grande.

Poi con un tono indicibilmente dolce e solenne soggiunse:

Che io possa morire di morte miserabile se all'infuori di mio marito e di te sono mai appartenuta ad altri o desideri altri nel mondo!” e, leggermente protesa in avanti, le labbra socchiuse, gonfie di vita, pareva attendere una risposta, una protesta appassionata della mia fiducia; ma non dovette leggere sul mio viso ciò che desiderava, poiché il mio sguardo teso ed ansioso si turbò, le palpebre batterono rapidamente e d'un tratto fu presso la finestra, volgendomi le spalle, la fronte schiacciata contro l'imposta, e il corpo scosso tutto da un pianto silenzioso ma così violento che le parole mi morirono in bocca e non osai toccarla. Afferrai infine una delle sue mani che pendevano come morte, e con le parole più calde che il momento mi suggerì, mi riuscì a poco a poco di calmarla, tanto che rivolgesse di nuovo verso di me la faccia inondata di lacrime, fino a che un sorriso, rompendo improvvisamente come un raggio a un tempo dagli occhi e intorno alle labbra, asciugò in un attimo tutte le tracce di pianto e allagò il viso di luce. Ed ora, riprendendo a parlare con me, incominciò il gioco più delizioso:

Vuoi vedermi un'altra volta? ebbene, ti farò venire da mia zia!” e con questa frase si trastullò senza fine, ripetendone forse dieci volte la prima parte, ora con dolce insistenza, ora fingendo una diffidenza infantile, poi sussurrandomi la seconda all'orecchio come fosse il più grande segreto, quindi indifferente, alzando le spalle e facendo boccuccia, come se si trattasse dell'intesa più naturale del mondo, e infine ripetendola allacciata al mio collo e guardandomi in viso carezzosa e ridente. Mi descrisse minuziosamente la casa, come si descrive la via a un bambino la prima volta che deve attraversare da solo la strada per andare dal fornaio. Poi si drizzò, si fece seria e – fissando su di me tutta la forza degli occhi raggianti, con tale intensità, che avrebbero potuto, pareva, trarre a sé anche una creatura inanimata – proseguì:

Ti aspetterò dalle dieci a mezzanotte e anche più tardi e sempre, e la porta in basso sarà aperta. Prima troverai un piccolo andito, ma non ti fermare, ci dà l'uscio della zia. Poi incontrerai una scala che ti condurrà al primo piano, e là sarò io!”. E chiudendo gli occhi, come presa da vertigine, gettò indietro la testa, spalancò le braccia e mi avvinse, e subito dopo s'era già sciolta dal mio abbraccio, e tutta chiusa nelle sue vesti, lontana e severa, e già fuori dalla stanza: era ormai giorno fatto.

 

© Paolo Melandri (16. 5. 2019)

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A passi di gambero

Elsa ha aggiustato di sale. Prima della procreazione abbiamo mangiato spalla di montone con contorno di fagiolini e pere, dato il principio d'ottobre. Ha fatto, ancora a tavola a bocca piena: – Adesso andiamo a letto poi subito o prima vuoi raccontarmi com'è iniziata la nostra storia, quando dove?

Io: sono io in ogni tempo. E anche Elsa c'è stata dall'inizio. Verso la fine del Neolitico rammento il nostro primo litigio: duemila anni in cifra tonda prima che il Signore si facesse carne, allorché il crudo e il cotto si scissero in miti distinti. E se oggi, prima del montone con fagiolini e pere, si è discusso di figli, suoi e miei, con parole sempre più corte, così attaccammo briga tra le paludi, avvalendoci di un lessico neolitico, a cagione delle mie pretese su almeno tre dei suoi nove marmocchi. Ma perdetti io. Malgrado l'ardore con cui la mia lingua faceva ginnastica e allineava suoni primitivi, non fui mica capace di mettere insieme la bella parola padre; soltanto madre era possibile. In quel periodo lì Elsa si chiamava Aua.

Avevo lardellato la spalla di montone con dei mezzi spicchi d'aglio e accomodato le pere stufate nel burro tra i fagiolini verdi bolliti. Anche se, a bocca ancora piena, Elsa ha detto che poteva prender piede o funzionare al primo colpo, dal momento che lei, come le aveva consigliato il medico, aveva sbattuto le pillole nel cesso, io ho capito che il letto doveva aver ragione per il primo e la cuoca neolitica per il dopo.

Così ci siamo stesi, abbracciati aggambati come in ogni tempo. Una volta io di sopra, una volta lei. In parità di diritti, benché Elsa sostenga che il privilegio maschile della penetrazione non è certo compensato dallo scadente diritto femminile di negare l'accesso. Comunque, siccome abbiamo procreato nell'amore, i nostri sentimenti si sono talmente dilatati da riuscire a produrre in uno spazio più ampio, al di fuori del tempo e del suo tic-tac e perciò al netto di ogni terrestre giacenza, un'eterea procreazione parallela; quasi a conguaglio, il suo sentimento è penetrato a stantuffo nel mio sentimento: siamo stati bravi del doppio.

Dopo che aveva forse preso piede abbiamo fumato a letto, sotto una sola coperta, ciascuno la sua idea di sigaretta. (Io me la sono svignata, giù per le scale del tempo). Elsa ha detto: – A proposito, abbiamo finalmente bisogno di una lavastoviglie.

Prima che riuscisse a mettere in moto ulteriori speculazioni sulla distribuzione invertita dei ruoli – Mi gusterebbe una volta conoscerti incinto! – le ho raccontato di Aua e dei suoi tre seni.

Credimi, Elsa: ne aveva tre. La natura ci arriva. Sul serio: tre esemplari. Ma non li aveva lei sola. Tutte ne avevano tanti così. E se ben ricordo, nell'età della pietra si chiamavano tutte così: Aua Aua Aua. E noi ci chiamavamo Edek come un sol uomo. Intercambiabili. E anche le Aue erano uguali tra loro. Uno due tre. Di più all'inizio non sapevamo contare. No, non più in basso, non più in alto: accomodato in mezzo. Inoltre erano grandi lo stesso, tutti e tre, e collineggiavano ameni. Col tre inizia il plurale. La molteplicità, la serie, la catena, inizia il mito. Adesso però non farti mica venire i complessi. Noi ne abbiamo avuti più tardi. Dalle nostre parti, a oriente del fiume, Potrimpos, che diventò dio dei Pruzzi accanto a Pikollos e Perkunos, era famoso per i suoi tre testicoli. Sì, c'hai ragione: tre seni sono di più, o sembrano di più, sempre di più, significano sovrabbondanza, proclamano prodigalità, garantiscono sazietà in eterno, ma a guardar bene sono abnormi – comunque pur sempre pensabili.

Chiaro. Dovevi dirlo: Proiezione del desiderio maschile! Può anche darsi che anatomicamente non sia possibile. Ma a quell'epoca lì, quando i miti facevano ancora ombra, Aua ne aveva tre. Ed è vero, oggi il terzo manca spesso. Voglio dire: manca qualcosa. Beh, la terzità. Non t'incazzare subito. Figurati! Non ne farò sicuramente un culto. Naturalmente due sono abbastanza. Puoi crederlo, Elsa, in linea di principio mi bastano. Mica son tanto matto da correre dietro a una cifra. Adesso che ha funzionato di sicuro, senza pillola e grazie alla tua zuppa, adesso che sei incinta e i tuoi due peseranno presto più dei tre di Aua, io sono appagato e come senza desideri.

Il terzo è sempre stato un di più. In fondo solo un crepaccio della capricciosa natura. Inutile come l'intestino cieco. E poi mi domando, cosa significa in realtà questa senodipendenza? Questa tettomania tipicamente maschile? Quest'invocazione della superficie primordiale? D'accordo, più avanti Aua è diventata una dea e si è fatta confermare i suoi tre ciucci in idoli d'argilla grandi come una mano. Ma altre dee – per esempio la dea Kalì – avevano quattro e più braccia. Qua ci stava ancora un senso pratico. Le dee-madri greche – Demetra, Era – erano invece equipaggiate normalmente, e ciò malgrado hanno tenuto insieme la loro bottega per millenni. A dire il vero ho visto delle effigi di dèi con un terzo occhio, e pure in mezzo alla fronte. Non lo vorrei neanche regalato.

In generale il numero tre promette poi più di quanto mantenga. Coi suoi tre cosi Aua ha calcato la mano, proprio come le Amazzoni l'hanno tenuta leggera col loro unico seno. Ragion per cui le femministe di oggi cascano sempre nell'altro estremo. Adesso non mettermi subito il muso. Io sono a favore delle lib. E credimi, Elsa, due bastano davvero. Te lo conferma qualunque medico. E il nostro pupo, se non è un maschio, ne avrà certo abbastanza di due. Cosa significa qui: Aha! Insomma gli uomini ci hanno questa mania, sbavano dietro a sempre più seno. Del resto tutte le cuoche con cui ho periodato avevano solo qualcosa a destra a sinistra, come te: Mestina due, Agnese due, Amanda due, Sofia c'aveva due commoventi tazzine da caffè. E la badessa cuciniera Margherita ha asfissiato nel letto il ricco patrizio Eberardo con le sue due – peraltro immani – tette. Quindi restiamo sulla terra. Più che altro si tratta di un sogno. Non roseo, no! Non cominciare sempre a litigare. Sarà ben consentito, ancora, sognare un pochino. O no?

Semplicemente ridicola, questa gelosia di tutto e niente. Dove andremmo a finire, in che povertà ci ridurremmo senza progetti né utopia! Allora non potrei più far guizzare tre volte la linea col piombo sulla carta bianca. Allora l'arte si ridurrebbe a dire sempre sì e sissignore. Ti prego, Elsa, sii ragionevole per una volta. Facciamo che tutto questo è un'idea dalla cui contraddizione crescerà al seno femminile la dimensione mancante, qualcosa come una specie di sovrasseno. Devi concepirla dialetticamente questa cosa. Pensa alla lupa romana. A espressioni come: il seno della natura. E per quanto riguarda il numero, al dio trino e uno. Oppure ai tre desideri della fiaba. Perché preso in castagna? Io desidero proprio? Dici? Ah. Dici?

E va bene. Concesso: quando brancolo nel vuoto, intendo sempre il terzo seno. Di sicuro non capita solo a me. Ci saranno pure dei motivi, se noi uomini siamo ossessionati dal seno e come slattati troppo presto. Deve dipendere da voi. Potrebbe dipendere da voi. Perché voi date peso, troppo peso all'eventualità che vi caschino, vi caschino sempre di più. E lasciali cascare, maledizione! No. I tuoi no. Ma anche loro, garantito, col tempo. Quelli di Amanda cascavano. I seni di Lena furono cascanti anzitempo. Eppure io le ho amate, le ho amate così tanto. Mica dev'essere sempre quel po' di seno in più o in meno. Per esempio potrei trovare altrettanto bello il tuo culo, fossette comprese. E, sia chiaro, in nessun caso tripartito. Oppure qualche altra rotondità. Adesso lì, dove la tua pancia presto sfereggerà e sarà la quintessenza di tutto ciò che ha spazio. Forse ci siamo dimenticati che c'è dell'altro. Qualcosa di terzo. Anche in altri campi, anche politicamente, come possibilità.

Aua, comunque, ne aveva tre. La mia Aua trisenuta. E anche tu ne avevi uno in più, là nel Neolitico. Retropensa un pochino, Elsa: a come abbiamo cominciato.

 

© Paolo Melandri (12. 5. 2019)

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Racconti da lontano

Il giovane non si accorse che toccava a lui. Fissava le piastrelle del corridoio che divideva la navata laterale da quella centrale: erano rosse ed erano bianche, con la superficie modellata ad alveoli, le rosse chiazzate di bianco, le bianche di rosso; ormai non le distingueva più, si confondevano le une nelle altre, e la traccia scura delle fughe in cemento era scomparsa, il pavimento gli galleggiava davanti come un viottolo di ghiaia ricoperto di pietruzze bianche e rosse; la pupilla percepiva il rosso, percepiva il bianco, e le linee delle fughe erano una rete sporca e indistinta poggiatavi sopra.

Tocca a te” sussurrò una giovane donna accanto a lui, il ragazzo scosse la testa, fece appena un cenno con il pollice indicando il confessionale e la donna gli passò avanti; per un istante il profumo di lavanda si fece più intenso; poi sentì uno scalpiccio, il rumore delle scarpe che strusciavano contro il gradino di legno sul quale la donna andò a inginocchiarsi.

I peccati, pensò il ragazzo, la morte e i peccati; e il desiderio intenso, che all'improvviso provò per quella donna, gli provocò una fitta dolorosa; non l'aveva neppure vista in viso; un dolce profumo di lavanda, una voce giovane, il leggero eppure insistente crepitio dei tacchi alti mentre la donna percorreva i cinque passi che la dividevano dal confessionale: il ritmo dei tacchi insistenti ma leggeri fu soltanto un brandello dell'infinita melodia che gli risuonava notte e giorno negli orecchi. Di sera giaceva sveglio, con la finestra aperta, udiva i passi sul lastricato, i rumori sull'asfalto del viottolo: scarpe, tacchi, insistenti, leggeri, inconsapevoli: udiva voci, sussurrii, risate sotto gli alberi di castagno. Ce n'erano tante, ed erano tutte troppo belle: alcune aprivano le borsette, nel tram, alla cassa del cinema, sul bancone dei negozi, lasciavano le borsette aperte sul sedile della macchina, e lui riusciva a sbirciarne il contenuto: rossetti, fazzolettini da naso, denaro sparso, patenti stropicciate, pacchetti di sigarette, portacipria.

Gli occhi del ragazzo continuarono a tormentarsi ripercorrendo avanti e indietro il corridoio di piastrelle; era il percorso costellato di spine, infinito.

Ora tocca a lei” gli fece una voce accanto, e lui alzò lo sguardo: non accadeva spesso che gli dessero del “lei”. Una ragazzina, le guance rosse e i capelli neri. Le sorrise e fece un cenno con il pollice. Le scarpe basse da bambina erano prive di ritmo. Mormorio alla sua destra. Che peccati confessava quando aveva la sua età? Ho rubato. Ho detto le bugie. Disubbidiente. Non ho fatto i compiti per scuola. Ho rubato: lo zucchero dalla zuccheriera, resti di dolciumi, bicchieri di vino con i fondi delle baldorie degli adulti. Mozziconi di sigaretta. Ho rubato.

Tocca a te”. Ormai fece cenno meccanicamente. Scarpe da uomo. Mormorio d'indiscrezione di una mansueta assenza di odori.

Gli occhi gli si abbassarono nuovamente sulle screziature rosse e bianche del pavimento. Gli occhi nudi gli dolevano con la stessa intensità dei piedi che camminavano scalzi su un viottolo di ghiaia. I piedi dei miei occhi, pensò, vagano sulle loro labbra come su laghi rosati. Le mani dei miei occhi vagano sulla loro pelle.

Il peccato, la morte e l'arrogante discrezione di quel non odorare di nulla. Non c'è neppure uno che puzzi di cipolla, di arrosto o di motori, che odori di sapone, di tabacco da pipa, di fiori di tiglio o di polvere, di sudore acre delle fatiche estive, hanno tutti un odore discreto, non sanno di nulla.

Distolse lo sguardo dal corridoio, lasciò che si posasse dall'altra parte, dove si andavano a inginocchiare coloro che erano stati assolti per recitare le preghiere della penitenza. Laggiù c'era un odore di sabato, di pace, di acqua profumata del bagno, di saponetta, di pane fresco ai semi di papavero, di palle da tennis nuove, come quelle che le sue sorelle compravano di sabato con i soldi della paghetta settimanale, si sentiva anche l'odore dell'olio fine e chiaro con cui suo padre ogni domenica puliva la pistola: era nera, lucida, giaceva inutilizzata da decenni, inviolata reliquia del nonno, poco appariscente, supeflua; serviva soltanto al ricordo e ad evocare una luce sul volto di suo padre quando, con grande attenzione, la smontava e la puliva.

Tocca a te”. Fece di nuovo il cenno. Mormorio. Mormorio in risposta. L'odore penetrante del nulla.

Da quella parte del corridoio c'era ancora odore di perdizione, di peccato, dell'appiccicosa malvagità di tutto il resto della settimana, e la domenica era il giorno peggiore: era il giorno della noia mentre in terrazza borbottava la macchina del caffè. Della noia in chiesa, nel giardino del ristorante, al club di canotaggio, al cinema o al bar, della noia nei vigneti dove si andava a controllare che l'uva crescesse a dovere – dita affusolate tastavano gli acini con lasciva competenza; della noia che non sembrava lasciare altra via d'uscita se non il peccato. Le vedeva dappertutto: la pelle verde, rossa, marrone delle borsette. Dall'altra parte della navata vide il cappotto color ruggine della donna che aveva fatto passare avanti. Ne vide il profilo, il naso delicato, la pelle bruna, la bocca scura, vide la fede al dito, i tacchi alti, strumenti fragili di una melodia mortale: li sentì andar via, un lungo, lungo incedere sull'asfalto compatto, sul lastricato irregolare: le dolci ma gravi note del peccato. La morte, pensò, il peccato mortale.

Adesso andava via davvero: richiuse la borsetta, si alzò in piedi, fece una genuflessione, si segnò, e le gambe condivisero il ritmo con le scarpe, le scarpe con i tacchi, i tacchi con le piastrelle.

Il corridoio gli sembrò un fiume che non avrebbe mai guadato: sarebbe rimasto per sempre sulla sponda del vizio. Quattro passi lo dividevano dalla voce che avrebbe potuto redimerlo o dannarlo, sei ne mancavano alla navata centrale, dove regnava il sabato, la pace, l'assoluzione – ma lui percorse solo i due passi che lo dividevano dall'uscita, dapprima lentamente, poi correndo via come da una casa in fiamme.

Richiuse le porte rivestite di cuoio, la luce e la calura gli piovvero addosso all'improvviso, accecandolo per alcuni istanti: la mano sinistra andò a sbattere contro uno stipite, il libro delle preghiere cadde a terra, il dorso della mano gli doleva forte, lui si chinò, raccolse il libro, lasciò che la porta oscillasse avanti e indietro, rimase dietro l'antiporta a stirare la pagina spiegazzata del libro di preghiere. “Il pentimento più profondo” lesse prima di richiuderlo; se lo infilò nella tasca dei pantaloni, sfregò con la mano destra il dorso dolorante della sinistra e scostò appena il battente dell'antiporta, spingendola con il ginocchio: la donna non si vedeva più, la piazza era vuota, polvere giaceva sulle foglie verdi scure dei castagni; vicino al lampione c'era il carretto bianco dei gelati, al lampione era agganciato un sacco grigio con i giornali della sera. Il gelataio era seduto sul ciglio del marciapiede a leggere il giornale, il rivenditore di giornali era appoggiato a una stanga di carro a leccare un gelato. Passò un tram vuoto: c'era soltanto un ragazzo in piedi sulla piattaforma posteriore che agitava in aria un costume verde.

Lentamente Paolo aprì l'antiporta con una spinta, discese i gradini; sudava già dopo pochi passi, l'aria era troppo afosa e la luce troppo intensa, desiderò di nuovo il buio.

C'erano giornate in cui odiava tutto tranne se stesso, ma quel giorno odiava solo se stesso e amava ogni cosa intorno a lui: le finestre aperte dei palazzi intorno alla piazza; le tendine bianche, il tintinnio delle tazzine da caffè, le risate degli uomini, il fumo bluastro del sigaro espirato da qualcuno che non riusciva a vedere; nubi dense, azzurrognole uscivano dalla finestra sopra la Cassa di Risparmio; più candida della neve fresca era la panna sulla pasta che una ragazza, affacciata alla finestra accanto alla farmacia, teneva in mano: candido era anche il resto della panna intorno alle sue labbra.

L'orologio della Cassa di Risparmio segnava le cinque e mezzo.

 

© Paolo Melandri (11. 5. 2019)

*

La Ratta

Per Natale ho desiderato un ratto, visto che ero in cerca di spunti per una poesia sull'educazione del genere umano. Veramente avrei preferito scrivere del mare; ma la bestia ha vinto. Il mio desiderio è stato esaudito. Sotto l'albero di Natale ho trovato la sorpresa del ratto.

Non in disparte, macché, sotto il tetto dei rami d'abete, correlata ai penduli ornamenti dell'albero, in alternativa alla mangiatoia col suo notorio personale s'era piazzata, più lunga che larga, una gabbia di fil di ferro che ha le sbarre laccate di bianco e l'interno ammobiliato con una casetta di legno, il biberon e la ciotola della pappa. Disinvolta la strenna occupava il suo spazio come se non ci fosse niente da eccepire, come se una donazione di questa specie fosse la più naturale del mondo: sotto l'abete natalizio il ratto.

Solo una modica curiosità in seguito al crepitio della carta. Il suo frettoloso frusciare nello strame dei trucioli ricciuti. Come si è accucciato sopra la sua casa dopo un breve salto, una fulgida palla tutta d'oro ha rispecchiato il gioco delle vibrisse. Fin dal principio ha fatto meraviglia quanto ignuda si allunghi la sua coda e che abbia cinque dita come l'uomo.

Un animale pulito. Qua e là: solo poche cacche di ratto lunghe un'unghia di mignolo. L'odore di santa vigilia conforme all'antica ricetta, quel miscuglio di cera da candele, profumo di resina, un filo di disagio e pan di spezie, soverchiava l'effluvio del cucciolo-dono, il quale era stato acquistato da un allevatore di rettili che aveva i ratti come pappa da serpenti.

Altre sorprese certo non mancavano: l'utile e il superfluo coordinati a destra e a sinistra. Regalare è sempre più difficile. Dov'è un po' di spazio d'avanzo? Ahi quale miseria, questo non saper più cosa desiderare. Tutto è stato esaudito. A mancarci, diciamo, è la penuria, come se volessimo promuoverla a desiderio. E continuiamo a regalare senza misericordia. Nessuno è più in grado di dire cosa quando da chi gli sia piombato benignamente addosso. Saturo e bisognoso si definiva il mio stato quando, richiesto dei miei desideri, per Natale ho desiderato un ratto.

Naturalmente mi hanno preso in giro. Ci sono state inevitabili domande: Alla tua età? È proprio necessario? Solo perché adesso vanno di moda? E perché non una cornacchia? Oppure, come l'anno scorso: bicchieri soffiati a bocca? – Vabbè, un desiderio è un desiderio.

Un ratto femmina doveva essere. Però non uno bianco con gli occhi rossi, per carità non un ratto da laboratorio.

Ma il ratto delle chiaviche, il ratto grigiobruno chiamato volgarmente pantegana, sarà disponibile e in vendita?

Di consueto i negozi di animali tengono solo dei roditori che non godono di alcuna nomea, che non sono proverbiali, sui quali non sta scritto niente di accusatorio.

Intanto io avevo pressoché dimenticato il mio desiderio, quando la santa vigilia il ratto femmina mi ha fatto la sorpresa nella sua gabbia. Scioccamente gli ho rivolto la parola. Dopo abbiamo ascoltato dischi-dono. Un pennello da barba è stato irriso. Libri a profusione. I figli soddisfatti. Schiacciar noci, piegar carta da regalo. I nastri rossoscarlatto e verdezinco, debitamente arricciolati ai capi, a scopo di riuso – mai buttare via niente! – vanno messi da parte ben ravvolti.

Pantofole imbottite. E ancora questo e quest'altro. E un regalo che avevo arrotolato in carta velina per la mia bella, colei che mi aveva gratificato del ratto: una carta geografica colorata a mano segnala, davanti alla costa emiliana, la posizione di Vineta, la città sommersa. Ad onta delle macchie di muffa e di uno strappo laterale: una bella incisione.

Candele in accorciamento, l'unità familiare concentrata, l'atmosfera a fatica sopportabile, il cenone. Il giorno dopo i primi visitatori definivano il ratto una tenerezza.

Il mio ratto natalizio. Che altro nome dovrei dargli. Con le sue dita rosee che, finemente articolate, stringono la mandorla o il foraggio pressato speciale. Dapprima in pensiero per i miei polpastrelli, comincio a viziarlo: con uva passa, pezzettini di formaggio, col rosso dell'uovo.

Esso al mio fianco. Le sue vibrisse mi ravvisano. Gioca con le mie angosce, che trova maneggevoli. Allora io parlo contro di lui. Per il momento progetti da cui i ratti rimangono esclusi, come se in futuro potesse verificarsi qualcosa senza di loro, come se, appena il mare oserà qualche ondicella, il bosco creperà d'uomo o magari un ometto si metterà in viaggio con la sua gobba, la Ratta potesse mancare.

Ultimamente mi viene in sogno: residuati scolastici, l'insufficienza della carne, qualunque cosa il sonno insinui, quali che siano gli eventi in cui vengo mischiato ben desto; i miei sogni a occhi aperti, a occhi chiusi sono il suo territorio marcato. Non c'è garbuglio cui la sua coda non presti ignuda evidenza. Per ogni dove ha deposto le sue tracce odorose. Qualunque cosa io metta avanti – bugie, doppifondi grandi come armadi – me le trapassa a morsi. Il suo rodere senza tregua, la sua saccenteria. Non sono più io a parlare, è lei a catechizzarmi.

Chiuso! dice. Voi c'eravate una volta. Siete dei fu, un ricordo di follia. Mai più daterete. Spenta ogni prospettiva. L'avete messa giù tutta. E senza residui. Era ora!

In futuro nient'altro che ratti. All'inizio pochi, dopo che quasi ogni vita si sarà estinta; ma narrando la Ratta sta già moltiplicandosi, mentre dà conto della nostra fine. Un po' falsetta con rincrescimento, come se le ultimissime nidiate dovessero imparare a rimpiangerci, un po' sogghigna il suo gergo rattese come per elargirci un odio postumo: Via, via che siete andati!

Io però contrappongo: No, Ratta, no! Tuttora siamo numerosi. Puntualmente i notiziari informano delle nostre gesta. Architettiamo piani che promettono di riuscire. Almeno a medio termine siamo ancora qui. Perfino quel gobbetto che vuole daccapo intromettersi mi ha detto ancora di recente, quando ho voluto scendere in cantina a guardare le mele d'inverno: Può anche darsi che gli uomini siano agli estremi, ma alla fin fine tocca a noi decidere quando è l'ora di chiudere bottega.

Storie di ratti! Quante ne sa. Non solo nelle zone più calde, perfino negli igloo degli Eschimesi ce ne sarebbero. Insieme ai deportati i ratti riuscirono a popolare la Siberia. In compagnia degli esploratori polari ratti di bordo scoprirono l'Artide e l'Antartide. Nessuna desolazione fu abbastanza inospitale per loro. Dietro le carovane traversarono il deserto di Gobi. Al seguito di pii pellegrini si recarono alla Mecca e a Gerusalemme. Coi popoli migranti del genere umano si videro migrare ratti a ranghi serrati. Sono andati coi Goti al Mar Nero, con Alessandro in India, con Annibale al di là delle Alpi, a Roma inseparabili dai Vandali. Appresso alle schiere napoleoniche avanti e indietro da Mosca. Anche con Mosè e col popolo d'Israele i ratti passarono il Mar Rosso a piede asciutto per gustare la manna divina del deserto di Sin; giacché fin dall'inizio i rifiuti abbondarono.

La sa lunga la mia Ratta. Grida echeggiando: In principio fu il divieto! Infatti, quando il dio degli uomini sbraitò: Et ecco, io farò venir sopra la terra il diluvio delle acque per far perire di sotto al cielo ogni carne in cui è alito di vita, a noi fu espressamente vietato di salire a bordo. Niente accesso per noi quando Noè fece uno zoo della sua Arca, benché il suo dio perennemente punitivo, appo il quale egli avea trovato grazia, dall'alto in basso fosse stato chiaro: Di ciascuna spezie di animali mondi prendine sette paia, il mascolo e la sua fèmina. Ma degli animali immondi un paio, il mascolo e la sua fèmina, perciocché io farò piovere in su la terra per lo spazio di quaranta giorni e quaranta notti e sterminerò d'in su la terra ogni cosa sussistente che ho fatta. Conciossiaché io mi pento dell'opera mia.

E Noè fece come il suo dio gli aveva comandato, e prese degli uccelli secondo la loro spezie, degli animali secondo la loro spezie e di tutto ciò che serpe in su la terra secondo la sua spezie; solo di noialtri e della nostra spezie non volle accoglierne neanche un paio, rattone e rattessa, sulla sua bagnarola. Mondi o immondi che fossimo, per lui fummo né né. Con tale sollecitudine il pregiudizio s'era fatto carne. Fin dall'inizio l'odio, e il desiderio di veder annientato ciò che provoca conati di vomito. Il congenito disgusto dell'uomo per la nostra specie impedì a Noè di attenersi alla parola del suo arcigno iddio. Ci rinnegò, ci depennò dalla sua lista che nominava ogni carne in cui fosse alito di vita.

Scarafaggi e ragni crociati, il verme ritorto, perfino il pidocchio e il rospo bavoso, gli iridescenti mosconi egli accolse, una coppia, a bordo della sua Arca, ma noi no. Noi dovevamo andare in malora insieme al numeroso resto dell'umanità corrotta, di cui l'onnipotente, questo dio perennemente vendicativo e sempre lì a maledire i propri scarabocchi, aveva detto a mo' di conclusione: La malvagità degli uomini era grande in su la terra e tutte le imaginazioni de' pensieri del cuor loro non erano altro che male in ogni tempo.

Dopodiché fece della pioggia che cadde per quaranta giorni e notti, finché tutto fu coperto di un'acqua che portava solo l'Arca e il suo contenuto. Ma quando le acque scemarono e dai flutti emersero le prime vette, al seguito del corvo, che fu mandato fuori, ritornò la colomba, di cui sta scritto: E in sul tempo del vespro la colomba ritornò a lui, et ecco, avea nel becco una fronde spiccata di un ulivo. Ma non solo con quel po' di verdura, anche con un messaggio sbalorditivo la colomba ritornò a Noè: Là dove più nulla serpeva e movea l'ala sua sopra la terra aveva veduto delle cacche di ratto, ancor fresche delle cacche di ratto.

Rise allora quel dio ristucco della propria maldestraggine, perché la disobbedienza di Noè era stata frustrata dalla nostra durezza a morire. Proclamò, come al solito dall'alto in basso: In perpetuo rattone e rattessa saran compagni all'uomo in su la terra e a lui rapporteranno ogni piaga promessa…

Anticipò anche altre cose che non stanno scritte, ci incaricò della peste e si inventò, da tipico onnipotente, ulteriori onnipotenze. Lui personalmente, a sentirlo, ci aveva esentati dal diluvio. Sulla sua mano divina un paio d'immonda spezie era stato al sicuro. Sulla mano di dio la colomba mandata fuori da Noè aveva veduto quelle cacche di ratto fresche. Alla sua zampa era dovuta la nostra numerosa sopravvivenza, giacché sul palmo della mano di dio avevamo partorito dei piccoli, in numero di nove, dopodiché la nidiata, mentre ancora le acque erano alte sopra la terra per lo spazio di cento e cinquanta giorni, si era moltiplicata fino a diventare una piccola popolazione rattesca; a tal punto era spaziosa la mano di dio onnipotente.

Protervo si tacque Noè dopo questo discorso e covò, com'era avvezzo fin da piccolo, malvagi pensieri in cuor suo. Ma quando l'Arca, larga e piatta com'era, ebbe toccato fondo sul monte Ararat, la circostante terra desolata era già stata conquistata da noi; conciossiaché non sulla mano di dio, ma in corridoi sotterranei che avevamo otturato con ratti anziani e in camere di allevamento trasformate in bolle d'aria salvatrici noi, il genere rattesco duro a morire, eravamo scampati al diluvio. Noi, longicaudati! Noi, dalle preveggenti vibrisse! Noi, dal dente in ricrescita! Noi, le fitte note a piè di pagina dell'uomo, il suo commento debordante. Noi, gli indistruttibili.

 

© Paolo Melandri (9. 5. 2019)

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Primo viaggio

La cosa peggiore non era il freddo, ma il vento davvero pungente. Gli sembrava di essere sotto una doccia ghiacciata. Roberto si sfregò gli occhi ma fu inutile: era proprio sveglio.

Era lì, in pieno inverno, su un'ampia strada tutta dritta e innevata che non aveva mai visto prima. O invece sì? Le donne con i fazzoletti in testa che spalavano la neve accumulandola ai margini della via, le case grigie e tutte uguali, gli uomini in uniforme con i lunghi cappotti: quelle cose le conosceva! Proprio accanto a lui c'era la vecchia con gli occhi acquosi. Di nuovo c'era solo quel tizio con il cappotto di pelle e un berretto piatto color verde oliva che se ne stava lì a gambe divaricate come un ufficiale. Il cappotto gli arrivava fino alle caviglie e in braccio reggeva una pesante scatola nera: la puntava come un'arma verso la donna che non la smetteva di brontolare. Solo quando iniziò a girare una manovella e la macchina si mise a ronzare, Roberto capì che si trattava di una vecchia cinepresa.

Sullo sfondo si vedeva una gran folla, dalle cui prime file si staccarono alcuni uomini con addosso malridotti cappotti militari. Più indietro delle donne recitavano in coro uno slogan incomprensibile: ram-tam-tàm, ram-tam-tàm. Roberto se ne stava lì, intirizzito dal freddo. Non aveva la minima idea di come fosse finito in quel posto; una cosa sola sapeva: stava succedendo qualcosa. Queste scene le aveva già viste in tivù. A prescindere da cosa volesse quella gente agitata – magari aveva fame oppure si trattava di uno sciopero – in ogni caso aveva la rabbia stampata in faccia. Dalla parte opposta nel frattempo erano arrivati due camion verde oliva che sembravano usciti da un vecchio film di guerra. Ma erano troppo sgangherati per essere degli americani. Quando l'ufficiale smise di riprendere e urlò un ordine, i soldati saltarono giù dai mezzi e bloccarono la strada imbracciando i fucili. I piedi erano avvolti in stracci di lana. Per un attimo ci fu grande silenzio. Le donne con i fazzoletti in testa abbassarono le pale. Poi da lontano si udì un rumore di cingoli: dovevano essere i carri armati.

Roberto aveva paura. Si guardò intorno, si abbassò e poi si mise a correre. Riuscì a sgusciare fra due soldati sogghignanti, a superare con un salto un mucchio di neve e si fermò senza fiato davanti all'ingresso di una casa. Scosse la porta di ferro, ma era chiusa. A sinistra, una piccola scala innevata conduceva in cantina. Inciampò, e si accorse che le scarpe gli si erano riempite di neve. Pieno di rabbia guardò intorno nella stanza buia e disadorna. L'odore di sapone e vapore raffreddato gli fece capire che doveva essere finito nella lavanderia. Di macchine lavatrici però nemmeno l'ombra. Inciampò in un mucchio di carbone. Un tubo tutto arrugginito portava a una cucina sulla quale c'erano due pentoloni. Ma la cucina era spenta. A una corda tesa erano appese delle enormi lenzuola. Ne prese tre, assicurandosi che fossero asciutte, vi si avvolse per riscaldarsi perché con la sua giacchetta di lino moriva dal freddo e infine si sdraiò su una panca di legno mezza marcia al centro del locale.

 

© Paolo Melandri (6. 5. 2019)

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Liscezza

Cura, sulla jeep prestata da Luzi, diretto sul far della notte dall'“Indiana” che non lo aspettava mai ma quando capitava lo serviva con aria sfottente e bonaria e a volte magari con un tono di dignità soddisfatta, aveva davanti a sé, nelle buche della strada inghiaiata lungo la riva, la serie di pozzanghere che, pur non brillando più, mandavano un profondo chiarore e sembravano in correlazione con la superficie del fiume anch'essa di un pallido chiarore. Ma anche quella distesa d'acqua, coi suoi banchi di sabbia in mezzo, non riposava più in sé, si convertiva anzi, senza linee di confine distinguibili, nelle strisce del cielo chiaro che occupavano l'orizzonte intero come un simbolo del Circolo Polare: i nastri di nuvole sottili e neri, lì dentro, potevano benissimo essere le isole agli estremi del bacino fluviale, e l'ultima luce del cielo che lassù si biforcava contro le nuvole era forse ancora il fiume che scorreva verso occidente.

Cura si era fermato e voleva fissare quell'evento dello spazio. E già non c'era più spazio, ma soltanto, là dove senza sfondo né primo piano la prospettiva infine si perdeva, un aprimento che si elevava davanti a lui possente e soave, non vuoto ma incandescentemente materico, e Cura, eccitato al sentire sulla testa e per la schiena tanto più violento il buio pesto del cielo della notte, e ai fianchi e ai piedi il nero carico della terra, tentò di impedire che quel fenomeno naturale e l'oblio di sé che generava svanissero, mentre cercava selvaggiamente di espellere col pensiero da quella immagine i particolari che la contastavano – fino a quando prospettive e punti di fuga si ristabilirono e una pietosa solitudine si fece sentire. Per un momento aveva però avvertito in sé la forza di catapultarsi come un Tutto nell'orizzonte luminoso e di fondersi per sempre nell'indistinguibilità di cielo e terra.

Era seduto sulla macchina che continuava a andare, il corpo rigido, come discosto dai comandi, e teneva il volante un tantino in alto, quasi ne fosse svincolato.

Strade senza nome scorrevano davanti a capanne senza numero. Da più di una finestra pendevano pelli di pecora come già in vista dell'inverno. I palchi d'alce sopra le porte d'entrata si ergevano candidi e smisurati nella luce dei fari. Nelle zone buie sotto le capanne, che a rialzo poggiavano su ceppi, si muovevano le ombre delle cianfrusaglie. La pista di volo lungo il margine del bosco, una striscia inghiaiata che si appuntiva nella fascia dei fari, stava lì vasta e vuota, bordata ai lati da luci rosse di segnalazione a stelo corto – e un cane dal suo buco nella terra. In quella colonia sperduta e senza strade che la collegassero alla rete continentale – non era raggiungibile neppure in barca ma solo con piccoli aerei – c'era comunque una quantità di stradine che in breve portavano alla foresta vergine fino alle paludi, dove di colpo s'interrompevano; ogni abitazione possedeva almeno un veicolo, che gli abitanti usavano anche per i più piccoli tratti, svoltando a tutta velocità tra i cespugli e schizzando dalle strade mai asciutte sleppe di fango contro gli alberi e le pareti delle capanne. In quella contrada del mondo, piatta sì, ma ogni giorno irruvidita da tutti gli oggetti, piante, animali e uomini, come ossuta e taglientemente aguzza, “l'Indiana” (così la chiamava Cura nei suoi pensieri anche quand'era con lei) gli apparve in una liscezza invitante e di una luce fredda pure, come se “la liscezza” fosse da sempre il nome che la ingioiellava.

 

© Paolo Melandri (5. 5. 2019)

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Sulla morte di un forestiero

Un ragazzo, mentre cercava il pallone, trovò un uomo nei resti di un bunker; riuscì a vederlo, tra le ortiche folte, prima ancora di essere sceso completamente fino al bordo dell'acqua sul fondo del bunker. Forse si era appena fermato tra le ortiche sul pendio ripido, piegandosi un po' all'indietro per non cadere; appoggiò anche un braccio sul fianco guardando con cura la superficie scintillante dell'acqua. La sua ombra, già lunga, era immersa in quelle arcate abbandonate e molto distanti dalle ultime case; benché cercasse un pallone, il suo comportamento faceva pensare a qualcuno che ascolti attentamente, come se potesse sentire qualcosa oltre al vento. Tutto ciò mi sembra ancora così strano.

No, non sono mai stato da quelle parti, e quindi non posso descrivere com'è quel posto. Quella sera mi sono cambiato e sono andato al cinema. Mi vedo ancora seduto nell'oscurità tra la gente. A un tratto, però, comparve la luna in quel film, su un ampio paesaggio, e la sala fu inondata dal suo chiarore azzurro. In quel momento devo aver detto qualcosa tra me, perché il giovane che mi era seduto vicino si staccò dalla sua ragazza e mi guardò. La ragazza appoggiò la testa alla parete facendomi l'occhiolino e mi guardò con ciglia indolenti nella luce azzurra della luna. Poi si strofinò le labbra col dorso della mano e riavvicinò a sé, come prima, la testa del giovane. Quella sera sono stato al cinema. Ma ho dimenticato il titolo del film.

Abito qui in città presso la sorella di mio padre. Ho il vantaggio che posso, come si suole dire, andare e venire quando voglio. La vedo ogni tanto di mattina, prima di andare al lavoro o a scuola. Apro il lucchetto della bicicletta in cortile e quando mi rialzo scorgo il suo viso sonnolento dietro i vetri che l'inferriata divide in quattro parti. Poi lei apre la finestra e domanda con voce profonda: perché non dici niente? E che cosa devo dire? rispondo mentre sto già salendo sulla bicicletta e guardo in strada attraverso l'uscita. Bisognerebbe prenderti e suonartele un po', dice lei. Bisognerebbe suonartele un po' come a un bambino. È come se tu fossi morto. Io tolgo le mani dal manubrio e applaudo con le mani al di sopra della testa, come ho visto fare dagli egiziani sul campo di calcio. Lei si mette un po' a ridere, gli occhi le si allungano, poi alza lentamente il braccio. No. Non sono mai stato da quelle parti.

Il cinema in cui mi trovavo quella sera non è poi così lontano da quel posto, lo ammetto; ma bisogna pur sempre fare un pezzo di strada piuttosto lungo passando davanti ai giardini dove le case, tutte sprangate, hanno i muri illuminati dalla luce tremolante dei lampioni. Poi la strada fa una curva a destra e si dirama tra le ultime case in sentieri che portano in campagna, coperti a poco a poco da ciuffi di erba alta, fino a perdersi, al tramonto o di notte, nelle ombre dei cespugli sempre più folti; ma quando è giorno li si può vedere fino al fienile nero, che adesso è in parte nascosto dagli aceri selvatici che crescono un po' dappertutto: là dietro deve esserci il bunker. Ma io non sono mai stato in quel posto di notte o di sera, è questo che volevo dire. Perché dovrei andare in quel posto abbandonato anche quando è scuro?

Di giorno, certo, se il tempo era buono, andavo spesso da quelle parti, non ho mai detto il contrario. Mi sdraiavo sull'erba vicino alla bicicletta e guardavo il cielo, oppure avevo portato un libro o una storia western: ognuno pensi come vuole. Anche quel giorno ero là, di pomeriggio, prima di andare al cinema; alcune persone avevano aperto una giostra e un tiro a segno vicino al finile nero. Così andai da loro dopo avere nascosto la bicicletta in un cratere di bomba e restai a guardarli. Forse la donna anziana appendeva il bucato tra la roulotte e un tronco d'albero, e l'uomo se ne stava appoggiato alla giostra, con la sigaretta che gli pendeva dalle labbra: è l'immagine che mi è rimasta di quelle persone. Forse lui portava anche un panama chiaro, una camicia a scacchi un po' strappata e dei guanti di pelle; e la ragazza al banco del tiro a segno aveva i capelli sciolti sulle spalle; non dovevano però essere neri. Ehi, disse lei più o meno allargando le gambe, vuoi? Che cosa? domandai. Mi avvicinai e alzai gli occhi su di lei. Sparare, disse lei meravigliata. Rimase al banco senza muoversi; teneva le braccia conserte, lo sguardo era assente, muoveva soltanto un sandalo, su e giù, continuamente. Voi siete già stati qui l'anno scorso, dissi. È probabile, avrebbe potuto rispondere; ma tacque. Allora eravate in quattro, aggiunsi. Lo siamo ancora, mi disse, e guardò verso la roulotte: quel fagottino chiaro, laggiù nell'erba, in effetti poteva essere un bambino. Allora siete in cinque, dissi. E dopo un momento di silenzio: ma lui dov'è finito?

No, è falso. Come avrei potuto parlare con la ragazza, che non ho mai visto, e in più di cose che non potevo sapere? Come potevo immaginare che c'era un secondo uomo con loro, se non si vedeva nessun altro quando arrivai lì, quando parlai con loro e nessuno mi riconobbe? No, tutto falso, mi dispiace di avere detto cose false. Ma infine questo non è un interrogatorio, non siamo in tribunale.

Certo però che mi sembra strano, se racconto che sono rimasto da loro e che mi sono messo a sparare sui fiori del tiro a segno, o che mi sono seduto di fianco su un cavallo girando così intorno all'uomo che era addetto alla giostra, con lo sguardo sempre fisso su tutto l'impianto. Non so nemmeno perché restai tanto tempo là, forse ero annoiato e non sapevo cos'altro fare quel sabato pomeriggio prima che iniziasse il film. Ma per tutto il tempo non arrivò nessuno, tranne un paio di ragazzi e ragazze, che restarono a guardare un po' la giostra, stretti timidamente l'uno all'altro, e poi se ne andarono verso il fienile. Giornata magra, capo, dissi a quell'uomo scendendo dal cavallo. Aspetta di vedere stasera, fece lui, e battè il guanto sulla coscia. Poi sollevò il mento e mi guardò fisso.

Tranne quella volta, era sempre lo stesso: andavo in quel luogo e mi sdraiavo sull'erba guardando i confini del cielo, dove se c'era vento le cime degli alberi ondeggiavano. Nessuno mi disturbava; d'altronde nessuno avrebbe potuto disturbarmi. Quella volta però c'erano degli estranei, non avevo mai visto nessuno di loro.

 

© Paolo Melandri (1. 5. 2019)

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Prima del calcio di rigore

Una mattina, presentandosi al lavoro, l'elettroinstallatore Beppe Bolchi, che era stato portiere di qualche fama, venne informato del suo licenziamento. Bolchi, almeno, interpretò come un'informazione di questo tenore il fatto che, al suo apparire sulla porta della baracca in cui sostavano gli operai, soltanto il capomastro sollevasse gli occhi dalla colazione, e abbandonò il cantiere. Per la strada alzò un braccio, ma – a parte il fatto che Bolchi non aveva alzato il braccio per chiamare un taxi – la macchina che gli passò vicino era un taxi. Alla fine sentì davanti a sé il rumore di una frenata; Bolchi si voltò; dietro a lui c'era un taxi, il taxista imprecava; Bolchi tornò a voltarsi, montò e si fece portare al mercato gastronomico.

Era una bella gornata d'ottobre. Bolchi mangiò una salsiccia calda a un chiosco, poi camminò tra i chioschi verso un cinema. Tutto ciò che vedeva gli dava fastidio; cercava di percepire il meno possibile. All'interno del cinema respirò di sollievo.

Più tardi si meravigliò che la cassiera avesse risposto con un altro gesto, come se fosse la cosa più naturale del mondo, al gesto con cui, senza aprir bocca, lui aveva deposto il denaro sul piatto girevole. Accanto allo schermo notò un orologio elettrico dal quadrante illuminato. Durante il film sentì suonare una campana; per molto tempo non seppe stabilire se suonasse nel film oppure fuori, nel campanile accanto al mercato gastronomico.

Quando uscì dal cinema si comprò dell'uva, che in quella stagione era particolarmente a buon mercato. Continuò a camminare, mangiando l'uva e sputando le bucce. Il primo albergo in cui chiese una camera lo mandò via, perché aveva con sé soltanto una valigetta diplomatica; il portiere del secondo albergo, che era in un vicolo laterale, lo accompagnò personalmente in camera. Mentre ancora il portiere stava uscendo, Bolchi si stese sul letto e presto si addormentò.

Alla sera lasciò l'albergo e si ubriacò. Più tardi ritornò sobrio e cercò di chiamare al telefono degli amici; poiché spesso questi amici non abitavano nel territorio della città e il telefono non restituiva le monete, Bolchi rimase presto senza spiccioli. Un poliziotto, che salutò credendo di poterlo indurre a fermarsi, non gli restituì il saluto. Bolchi si domandò se il poliziotto non avesse erroneamente interpretato le parole che gli aveva gridato al di là della strada, e pensò alla naturalezza con cui invece la cassiera del cinema aveva girato verso di lui il piatto col biglietto d'ingresso. Era stato così stupito dalla velocità del movimento che aveva quasi dimenticato di togliere il biglietto dal piatto. Decise di andare a trovare la cassiera.

Quando arrivò al cinema le bacheche stavano oscurandosi. Bolchi scorse un uomo che, in piedi su una scala, sostituiva le lettere del film con le lettere del film dell'indomani. Attese finché poté leggere il titolo dell'altro film; poi tornò all'albergo.

Il giorno seguente era un sabato. Bolchi decise di restare all'albergo ancora un giorno. Salvo una coppia americana, era solo nella sala della colazione; per qualche tempo ascoltò la conversazione, che, siccome in passato si era recato qualche volta a New York con la squadra per un torneo, riusciva a capire, discretamente; poi uscì in fretta, per comprare un paio di giornali. I giornali, trattandosi di edizioni di fine settimana, erano quel giorno particolarmente pesanti; Bolchi non li piegò, ma li portò in albergo tenendoli sotto il braccio. Tornò a sedersi al tavolo della colazione, che era già stato sparecchiato, e tolse dai giornali i supplementi con le inserzioni; ciò lo depresse. Fuori vide due persone camminare con grossi giornali. Trattenne il respiro finché furono passate. Soltanto allora si accorse che si era trattato dei due americani; siccome prima li aveva visti soltanto nella sala della colazione, seduti a un tavolo, all'aperto non li aveva conosciuti.

 

© Paolo Melandri (1. 5. 2019)

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La donna mancina

Aveva trent'anni e viveva in un quartiere residenziale di bungalow che terrazzava il pendio meridionale di un monte non alto, giusto al di sopra dei fumi di una grande città. Aveva i capelli castani e degli occhi grigi che anche quando non guardava nessuno talvolta si riempivano di luce, senza che per questo il suo viso avesse a mutare. In un tardo pomeriggio d'inverno era seduta nella luce gialla che veniva da fuori, davanti alla finestra del vasto soggiorno, alla macchina da cucire elettrica, con accanto il figlio di otto anni, che faceva un tema per la scuola. Una delle due pareti lunghe dell'ambiente era costituita da un'unica vetrata di là della quale c'era una terrazza tenuta a prato, un albero di Natale gettato via e il muro senza finestre della casa attigua. Il bambino, seduto a un tavolo di legno scuro, era curvo sul quaderno e faceva scricchiolare il pennino e sporgeva la lingua lambendosi le labbra. Di tanto in tanto si fermava, guardava fuori della vetrata per riprendere con maggior zelo; oppure lanciava un'occhiata alla madre che, sebbene guardasse altrove, se ne accorgeva e la ricambiava. La donna era sposata col direttore vendite della filiale locale di una ditta di pocellane nota in tutta Europa, e quella sera egli sarebbe tornato da un viaggio d'affari in Scandinavia, durato varie settimane. La famiglia non era ricca, ma viveva agiatamente, senza dover pensare al denaro; il bungalow l'avevano in affitto, poiché l'uomo poteva essere trasferito da un momento all'altro.

Il bambino aveva finito di scrivere e si mise a leggere forte. «“Qual è la mia idea di una vita più bella”. Vorrei che non fosse né freddo né caldo. Deve soffiare sempre un vento tiepido, ogni tanto un temporale, che ci si debba rintanare. Le automobili scompaiono. Le case sarebbero rosse. I cespugli sarebbero d'oro. Si saprebbe già tutto e non ci serebbe più bisogno di studiare. Si vivrebbe su isole. Per la strada le automobili sono tutte aperte e ci si può andar dentro quando si è stanchi. Ma non si è mai stanchi. Le automobili non sono di nessuno. La sera si rimane sempre alzati. Ci si addormenta dove ci si trova. Non piove mai. Degli amici ce n'è sempre quattro alla volta e la gente che non si conosce scompare. Tutto quello che non si conosce, scompare».

La donna si alzò e andò a guardare fuori della stretta finestra obliqua davanti alla quale sorgevano lontani e immobili alcuni abeti. Ai piedi degli alberi c'erano diverse file di box per auto tutti uguali, rettangolari, a tetto piatto come i bungalow, con davanti la loro strada d'accesso dove, sul marciapiede sgombro di neve, un bambino stava trascinando una slitta. Giù in fondo, dietro gli alberi, sul bassopiano, si vedevano le propaggini residenziali della grande città, e un aereo si levava in quel momento dalla pianura. Il bambino si accostò e chiese alla donna che era lì assorta, ma non irrigidita, anzi con un che di arrendevole, che cosa stesse guardando. La donna non udì, non batté ciglio. Il bambino la scosse e gridò: “Svegliati!”. La donna tornò in sé e mise una mano sulla spalla al bambino. Allora anche lui guardò fuori, sprofondò anche lui in contemplazione, con la bocca che gli si apriva. Dopo un po' si riscosse e disse: “Adesso mi sono perso io pure a guardare, come te!”. Entrambi scoppiarono a ridere e non riuscivano a smettere; quando si quietarono, uno dei due ricominciò e l'altro fece coro. Alla fine a forza di ridere si abbracciarono e rotolarono a terra.

Il bambino chiese se adesso poteva accendere la televisione. La donna rispose: “Ma dobbiamo andare a prendere Bruno all'aeroporto”. Lui però aveva già acceso l'apparecchio e ci si era seduto davanti. La donna si curvò su di lui e disse: “Come faccio a spiegare a tuo padre che è all'estero da settimane, che tu…”. Il bambino davanti alla televisione non udiva già più. La donna alzò la voce; fece imbuto con le mani come se fossero state un altoparlante; ma lui fisso all'apparecchio. Lei gli agitò una mano davanti agli occhi, al che il bambino inclinò la testa da un lato e continuò a guardare con la bocca spalancata.

La donna era fuori, sullo spiazzo di un box, la pelliccia aperta, con l'oscurità che calava, e le pozze di neve che cominciavano a gelare. Il marciapiede era cosparso di aghi di pino degli alberi di Natale gettati via. Aprendo la porta del box, levò gli occhi verso il quartiere residenziale; in alcuni bungalow che stavano ammonticchiati come scatole avevano già acceso le luci. Dietro il quartiere cominciava un bosco, misto per lo più di querce, faggi e abeti, che saliva dolcemente verso la cima di una delle colline, senza un villaggio, senza nemmeno una casa. Il bambino apparve alla finestra della loro “unità di abitazione” (come il marito chiamava il bungalow) e agitò un braccio.

All'aeroporto non era ancora buio del tutto; prima di entrare nella hall dei voli internazionali, in cielo, sopra i pennoni delle bandiere e le bandiere trasparenti, la donna vide delle chiazze chiare. Era in mezzo agli altri e aspettava; il suo volto era colmo di attesa, ma non tirato; aperto eppure come tutto per sé. Comunicarono che l'aereo da Helsinki era atterrato e dagli sbarramenti della dogana presero ad affluire i passeggeri, e fra loro Bruno, con in mano la valigia e il sacchetto di un duty-free-shop, il volto irrigidito dalla stanchezza. Egli era poco più anziano di lei e portava sempre un abito grigio gessato a doppio petto e la camicia aperta. I suoi occhi erano così scuri che era difficile distinguere le pupille; poteva fissare a lungo le persone senza che queste si sentissero esaminate. Da bambino era stato sonnambulo; ma anche da adulto accadeva spesso che parlasse in sogno.

In piena hall, davanti a tutti, abbandonò la testa sulla spalla della moglie, come se dovesse riposare proprio lì, in quel pelo. Lei gli tolse di mano valigia e sacchetto e così lui poté abbracciarla. Rimasero a lungo in quel modo; Bruno sapeva leggermente di alcool.

Nell'ascensore che conduceva al garage sotterraneo egli si mise a fissarla, e anche lei lo guardava.

Salì per prima in automobile e gli aprì l'altra portiera. Ma lui rimase ancora un poco là in piedi con lo sguardo nel vuoto. Finché non si diede una manata alla fronte; poi si tappò il naso con le dita e si fece uscire l'aria dalle orecchie, come se fossero ancora tappate per il lungo volo.

Mentre la macchina correva in direzione della cittadina sul pendio delle colline, dove si trovava il quartiere dei bungalow, la donna chiese, con la mano sulla autoradio: “Vuoi un po' di musica?”. Egli scosse il capo. Intanto si era fatta notte e negli uffici dei grattacieli, lungo la strada, le luci erano quasi tutte spente, mentre i quartieri residenziali sui pendii circostanti facevano un gran scintillio.

 

© Paolo Melandri (28. 4. 2019)

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Afrodite 8

Bocconi con i gomiti in avanti, le gambe aperte e la guancia sulla mano, ella trapungeva con piccoli fori simmetrici un guanciale di lino verde, con una lunga spilla d'oro.

Da che si era svegliata, due ore dopo il mezzogiorno e tutta stanca per aver troppo dormito, era rimasta sola sul letto in disordine, coperta soltanto da una parte da una vasta ondata di capelli.

Questa capigliatura era rifluente e profonda, soave come una pelliccia, più lunga di un'ala, morbida, folta, animata, piena di calore; copriva metà del dorso, dilagava sotto il ventre nudo, brillava ancora vicino al ginocchio in anelli spessi e rotondi. La giovane donna era avvolta in questo velo prezioso, i cui riflessi erano quasi metallici e l'avevano fatta chiamare Criside dalle cortigiane di Alessandria. Non erano i capelli lisci delle Siriache della corte, né i capelli tinti delle Asiatiche, né i capelli bruni e neri delle figlie d'Egitto. Erano quelli delle figlie di Efeso e di Cesarea, delle Galilee, al di là delle sabbie.

Criside: questo nome le piaceva. I giovani che venivano a vederla la chiamavano aurea come Afrodite, nei versi che scrivevano sulla sua porta, con ghirlande di rose, il mattino. Ella non credeva ad Afrodite, ma le piaceva che la si comparasse alla dea; e qualche volta andava al tempio per portarle, come ad un'amica, scatole di profumi e veli azzurri.

Era nata sulle sponde del lago di Genezareth, in un paese di ombra e di sole, invaso dagli oleandri. Sua madre, alla sera, andava sulla strada di Gerusalemme ad attendere i mercanti, e si dava loro fra le erbe, in mezzo al silenzio campestre. Era una donna molto amata nella Galilea; i preti non abbandonavano la sua porta perché ella era caritatevole e pietosa; gli agnelli e le pecorelle del sacrificio erano sempre pagati da lei; la benedizione dell'Eterno si stendeva sulla sua casa. Orbene, quando divenne incinta, poiché la sua gravidanza era uno scandalo (giacché non aveva marito), un uomo, celebre per avere il dono della profezia, disse che ella avrebbe messo alla luce una figlia che avrebbe portato attorno al suo collo “la ricchezza e la fede di un popolo”. Non comprese bene come ciò sarebbe avvenuto ma chiamò la bambina Sarah, cioè principessa in ebraico; ciò fece tacere le maldicenze.

Criside aveva sempre ignorato ciò perché l'indovino aveva detto a sua madre quanto fosse pericoloso rivelare alle persone le profezie di cui si è l'oggetto. Ella nulla sapeva del suo avvenire, per questo vi pensava di frequente.

Della sua infanzia ricordava poco e non le piaceva parlarne. Il solo sentimento preciso che gliene fosse restato, era lo spavento e la noia che le causavano ogni giorno la sorveglianza ansiosa di sua madre che, venuta l'ora di uscire in strada, la chiudeva sola nella camera per ore interminabili. Ricordava anche la finestra rotonda per dove scorgeva le acque del lago, i campi azzurrognoli, il cielo trasparente, l'aria leggera del paese di Gâlil. La casa era circondata di lini rosei e di tamarindi. Capperi spinosi innalzavano a caso le loro teste verdi sulla nebbia fine delle gramigne.

Le giovinette si bagnavano in un ruscello limpido dove si trovavano conchiglie rosse sotto i ciuffi di oleandri in fiore: c'erano fiori sull'acqua e fiori in tutta la pianura e grandi gigli sulle montagne.

Aveva dodici anni quando scappò per seguire una compagnia di giovani cavalieri che andavano a Tiro come venditori di avorio e che lei fermò davanti a una cisterna: stavano adornando cavalli dalla lunga coda con pennacchi variopinti. Si ricordava bene come essi l'avevano sollevata, pallida di gioia, sulle loro selle, e come si fermarono una seconda volta, durante la notte, una notte così chiara che non si vedeva neppure una stella.

E neppure aveva dimenticato l'entrata a Tiro: in testa, sopra i cesti di un cavallo da soma si teneva col pugno alla criniera, lasciando orgogliosamente spenzolare i suoi polpacci nudi, per mostrare alle donne della città che lungo le gambe ella aveva del sangue. La stessa sera partì per l'Egitto: seguì i venditori d'avorio fino ad Alessandria.

E là, in una piccola casa bianca con terrazzo e colonnine, essi la lasciarono due mesi dopo, con il suo specchio di bronzo, con tappeti, cuscini nuovi, e una bella schiava indiana che sapeva pettinare le cortigiane.

Altri erano venuti alla sera della loro partenza e altri il domani.

Poiché ella abitava il quartiere dell'estremo levante che i giovani greci di Bruchion sdegnavano frequentare, per lungo tempo, come sua madre, non conobbe che viaggiatori e mercanti. Non rivedeva più i suoi amanti passeggeri, sapeva trarre da loro il piacere, ma lasciarli presto prima di amarli. Si erano visti padroni di carovane vendere a vil prezzo le loro mercanzie per rimanere dove era lei, e rovinarsi in qualche notte. Con la fortuna di questi uomini si era comprata gioielli, guanciali, profumi rari, vestiti a fiori, e quattro schiave.

Era arrivata a comprendere molte lingue straniere, e conosceva i racconti di molti paesi.

Gli Assiri le avevano detto gli amori di Douzi e di Ischtar; i Fenici quelli di Aschthoreth e di Adôni; le ragazze greche delle isole le avevano raccontato la leggenda di Iftide insegnandole strane carezze che a tutta prima l'avevano sorpresa, ma in seguito deliziata a tal segno che ella non poteva starne senza un solo giorno. Sapeva anche gli amori di Atalanta e come, sul loro esempio, suonatrici di flauto ancora vergini sfiniscano i più robusti uomini.

Infine la sua schiava indiana pazientemente, in sette anni, le aveva insegnato fino agli ultimi particolari l'arte complessa e voluttuosa delle cortigiane di Palibotra.

Poiché l'amore è un'arte, come la musica, dà emozioni dello stesso ordine, altrettanto delicate, altrettanto vibranti, qualche volta persino più intense, Criside, che ne conosceva i ritmi e tutte le sottigliezze, si stimava, con ragione, artista più grande di Plango stessa, che pure era musicista del tempio.

Sette anni ella visse così, senza sognare una vita più felice, né più intensa della sua. Ma poco prima del suo ventesimo anno, quando da fanciulla divenne donna, e vide sotto i seni la prima piega deliziosa della maturità che sta per nascere, le vennero d'improvviso delle ambizioni.

E una mattina, poiché si risvegliò due ore dopo il mezzogiorno, tutta stanca per aver troppo dormito, si voltò bocconi attraverso il letto, divaricò le gambe, mise la guancia sulla mano e con una lunga spilla d'oro trafisse con piccoli fori simmetrici il suo guanciale di lino verde.

E rifletteva profondamente.

Furono a tutta prima quattro piccoli punti che formavano un quadrato e un punto nel mezzo, poi quattro altri punti per fare un quadrato più grande, poi tentò di fare un cerchio… ma era un po' difficile. Allora ella gettò le punture a caso e cominciò a gridare:

Djala! Djala!

Djala era la sua schiava indiana che si chiamava Djalantachtchandratchapalâ, ciò che significa: “Mobile come l'immagine della luna sopra l'acqua”. Criside era troppo pigra per dire il nome tutto intero.

La schiava entrò e rimase vicino alla porta, senza chiuderla del tutto.

Djala, chi è venuto ieri?

Non lo sai?

No, non l'ho guardato. Era bello? Credo di aver dormito tutto il tempo, ero stanca, non mi ricordo più nulla. A che ora è partito? Questa mattina per tempo?

Al levar del sole, ha detto…

Che cosa ha lasciato? Molto? No, non dirmelo, mi è indifferente. Che cosa ha detto? Nessuno è venuto da me da che se ne è andato? Ritornerà? Dammi i braccialetti.

La schiava portò un cofano, ma Criside non lo guardò punto e innalzando il braccio quanto più poté:

Ah! Djala! – disse – ah! Djala! vorrei avventure straordinarie.

Tutto è straordinario – disse Djala – oppure nulla. I giorni si rassomigliano.

Ma no, in altri tempi non era così. In tutti i paesi del mondo, gli dèi sono discesi sulla terra e hanno amato le donne mortali. Ah! su quali letti bisogna dunque attenderli, in quali foreste bisogna mai cercarli, coloro che sono un po' più degli uomini? Quali preghiere bisogna dire perché vengano coloro che mi insegneranno qualche cosa o che mi faranno dimenticare tutto? E se gli dèi non vogliono più discendere, se sono morti o se sono troppo vecchi, Djala, morirò io così, senza aver veduto un uomo che metta nella mia vita tragici eventi?

Ella si rivoltò sul dorso e torse le dita le une sulle altre.

Se qualcuno mi adorasse mi pare che avrei tanta gioia a farlo soffrire fino a che morisse. Coloro che vengono da me non sono degni di piangere. E poi, è anche mia colpa: sono io che li chiamo, come mi potrebbero amare?

Che braccialetto oggi?

Li metterò tutti. Ma lasciami, non ho bisogno di nessuno. Va' sugli scalini della porta e se viene qualcuno digli che sono col mio amante, uno schiavo nero, che io pago… Va'.

Non esci?

Sì, uscirò sola, mi vestirò da sola, non rincaserò. Vattene, vattene.

Lasciò cadere una gamba sul tappeto e si stirò fino ad alzarsi. Djala era uscita dolcemente.

Ella camminò lentissimamente per la camera, con le mani incrociate attorno alla nuca, intenta alla voluttà di applicare sulle lastre i piedi nudi dove il sudore ghiacciava. Poi entrò nel bagno. Guardarsi attraverso l'acqua era per lei una delizia: si vedeva come una grande conchiglia di madreperla aperta sopra una roccia; la sua pelle diventava omogenea e perfetta, le linee delle sue gambe si allungavano in una luce azzurra, tutta la sua figura era più elastica non riconosceva più le sue mani. L'elasticità del suo corpo era tale che ella si sollevava su due dita, si lasciava galleggiare un po' e ricadeva mollemente sul marmo, sotto un risucchio leggero che le urtava il mento. L'acqua le entrava nelle orecchie col solletico di un bacio.

L'ora del bagno era quella in cui Criside cominciava ad adorarsi: tutte le parti del suo corpo diventavano una dopo l'altra oggetto di un'ammirazione tenera e motivo di una carezza. Con i capelli ed i seni, faceva mille giochi deliziosi. Qualche volta anzi, accordava ai suoi perpetui desideri una compiacenza più efficace, e nessun luogo di riposo si offriva così bene alla minuziosa lentezza di questo delicato sollievo.

Il tempio di Afrodite-Astarte si innalzava fuori dalle porte della città, in un parco immenso pieno di fiori e di ombre, dove l'acqua del Nilo, trasportata da sette acquedotti, manteneva in qualsiasi stagione prodigiose verzure.

Questa foresta, fiorita sulle rive del mare, questi ruscelli, questi laghi, questi prati cupi, erano stati creati in mezzo al deserto, due secoli prima, dal primo dei Tolomei. Da allora, i sicomori piantati per ordine suo erano diventati giganteschi: beneficati dalle acque feconde le aiuole erano diventate praterie, i bacini s'erano allargati in laghi, la natura, di un parco, aveva fatto una contrada.

I giardini erano più che una valle, più che un paese, più che una patria: erano un mondo compiuto, chiuso da limiti di pietra, retto da una dea, che era anima e centro di questo universo. Tutto intorno si elevava una terrazza in forma anulare, lunga ottanta stadi e altra trentadue piedi. Non era un muro, era una colossale cinta, fatta di millequattrocento case. Un ugual numero di prostitute abitava questa città santa e riassumeva in questo unico luogo settanta popoli diversi.

Il piano delle case sacre era uniforme: la porta di rame rosso (metallo sacro alla dea) portava un fallo in guisa di martello, che picchiava su un controbattente fatto a immagine del sesso femminile; e al di sopra era inciso il nome della cortigiana con le iniziali della formula liturgica usuale.

Da ogni lato della porta si aprivano due camere in forma di bottega, cioè senza muro dalla parte del giardino. Quella di destra, detta “camera esposta” era il luogo dove la cortigiana abbigliata sedeva sopra un'alta cattedra, nell'ora in cui arrivavano gli uomini. Quella di sinistra era a disposizione degli amanti che desideravano passar la notte all'aria aperta, senza però coricarsi sull'erba.

Oltrepassata la porta un corridoio dava accesso ad una vasta corte lastricata di marmo, occupata nel centro da una vasca di forma ovale. Un peristilio circondava d'ombra questa grande zona di luce e proteggeva, con un'oasi di freschezza, l'entrata delle sette camere della casa. Nel fondo si innalzava l'altare che era di granito rosa.

Tutte le donne avevano apportato dal loro paese un idolo della dea e lo tenevano sull'altare domestico, adorandolo nella loro lingua, senza mai comprendersi tra di loro.

Lachmi, Aschtoreth, Venere, Ischtar, Freia, Militta, Cipride, tali erano i nomi religiosi della loro Voluttà divinizzata. Qualcuna la venerava sotto una forma simbolica, un ciottolo rosso, una pietra conica, una grande conchiglia spinosa. La maggior parte elevava, sopra uno zoccolo di legno tenero, una statuetta grossolana dalle braccia magre, dai seni pesanti, dai fianchi eccessivi e che accennava con la mano il suo ventre increspato a forma di delta. Deponevano ai suoi piedi un ramo di mirto, seminavano l'altare di foglie di rose e bruciavano un piccolo grano d'incenso per ogni voto esaudito.

L'idolo era il confidente delle loro pene, il testimone dei loro lavori, causa immaginaria di ogni loro piacere. E quando morivano, le seguiva nella fragile bara, come un guardiano nella loro sepoltura.

Le più belle fra queste ragazze venivano dall'Asia. Tutti gli anni, le più belle navi che portavano ad Alessandria i doni dei tributari o degli alleati sbarcavano con le balle e gli otri cento vergini scelte dai preti per il servizio del giardino sacro: erano Misane e Ebree, Frigie e Cretesi, figlie di Ecbàtana e di Babilonia e delle rive del golfo delle Perle, e delle sponde sacre del Gange. Le une erano bianche di pelle, con visi da medaglie e seni inflessibili, le altre, brune come la terra sotto la pioggia, portavano anelli attraverso le narici e scuotevano sulle spalle capigliature corte e fosche.

Ne venivano da più lontano ancora: piccoli esseri fragili e lenti di cui nessuno sapeva la lingua e che rassomigliavano a giovani scimmie divine. I loro occhi si allungavano verso le tempie, i loro capelli neri e diritti erano bizzarramente pettinati. Queste ragazze restavano timide per tutta la vita, come animali sperduti. Conoscevano i movimenti dell'amore, ma rifiutavano il bacio sulla bocca. Le si scorgevano, tra due unioni passeggere, sedute sui loro piccoli piedi a divertirsi puerilmente.

In un prato solitario, le figlie bionde e rosee dei popoli del Nord, vivevano in greggi, coricate sull'erba: erano Sarmate dalla triplice treccia, dalle gambe robuste, dalle spalle quadrate, che con fronde di albero si facevano corone e lottavano a corpo a corpo per divertirsi; Scite camuse, poppute, vellose, che non si accoppiavano se non nella posa delle bestie; Teutoni gigantesche che terrificavano gli Egiziani con i loro capelli pallidi come quelli dei vecchi e le loro carni più molli che quelle dei bambini; Galle rosse come vacche e che ridevano senza motivo; giovani Celte dagli occhi color verde-marino e che non uscivano mai ignude.

Altrove le Iberiche dai bruni seni si riunivano durante il giorno: avevano capigliature pesanti che pettinavano con ricercatezza e ventri nervosi che non depilavano mai. La loro pelle soda e il loro dorso vigoroso piaceva agli Alessandrini.

Le prendevano per danzatrici e per amanti con la stessa frequenza.

Sotto l'ombra larga delle palme abitavano le figlie dell'Africa: le Nubiane velate di bianco, le Cartaginesi vestite di garze nere, le Nere avvolte in costumi multicolori.

Erano millequattrocento.

Quando una donna entrava là, non ne usciva più, se non al primo giorno della sua vecchiaia. Davano al tempio la metà del loro guadagno e il resto doveva bastar loro per i pasti e i profumi. Non erano schiave, ed ognuna di loro possedeva veramente una delle case della Terrazza, ma non erano tutte ugualmente amate e le più fortunate, sovente, compravano delle case vicine, che le rispettive abitanti vendevano per non dimagrire di fame. Costoro trasportavano allora la loro statuina oscena nel parco e cercavano un altare costruito con una pietra levigata, in un angolo che non abbandonavano più. I mercanti poveri lo sapevano e di preferenza si rivolgevano alle fanciulle che dormivano così sul muschio, all'aria libera, vicino al loro santuario; ma qualche volta non si presentavano neppure questi, e allora le povere ragazze riunivano a due a due le loro miserie in appassionate amicizie, che diventavano amori quasi coniugali, famiglie ove ogni cosa veniva divisa, persino il lembo di lana, e nelle quali gli alternativi favori consolavano le lunghe castità.

Coloro che non contavano amiche si offrivano come schiave volontarie alle loro compagne più ricercate. Era proibito a costoro di avere più di dodici di queste disgraziate al loro servizio; ben venticinque cortigiane avevano raggiunto questo massimo e fra tutte le razze avevano scelto una servitù variopinta.

Se per caso concepivano un figlio, era allevato nella cinta del tempio per la contemplazione della forma perfetta, e al servizio della sua divinità: se partorivano una figlia, la bambina nasceva per la dea.

Il giorno stesso della sua nascita si celebravano le nozze con il figlio di Dioniso, e lo Ierofante la deflorava lui stesso con un coltellino d'oro, poiché la verginità spiace ad Afrodite.

Dopo ella entrava al Didascalion, grande e splendido monumento che serviva da scuola, situato dentro il tempio e dove le bambine in sette classi imparavano la teoria e il metodo di tutte le arti erotiche: lo sguardo, la stretta, i movimenti del corpo, le complicazioni della carezza, i segreti della morsicatura, del glottismo e del bacio. L'allieva liberamente sceglieva il giorno della sua prima esperienza, essendo il desiderio un ordine della dea, che non bisognava contrariare; le si dava in quel giorno una delle case della Terrazza; e alcune di queste fanciulle, che qualche volta non erano neppure puberi, erano tra le più infaticabili e spesso tra le più richieste.

La parte interna del Didascalion, le sette classi, il piccolo teatro e il peristilio della corte erano ornati da novantadue affreschi, che riepilogavano gli insegnamenti dell'amore. Era l'opera di tutta quanta una vita umana: Cleocarete d'Alessandria, figlio naturale e discepolo di Apelle, li aveva finiti poco prima di morire.

Recentemente, la regina Berenice, che prendeva vivo interesse alla celebre scuola, e che vi mandava le sue giovani sorelle, aveva ordinato a Demetrio una serie di gruppi marmorei per completare la decorazione; ma uno solo fino allora era stato collocato nella classe infantile.

Alla fine di ogni anno, in presenza di tutte le cortigiane riunite, aveva luogo un gran concorso, che faceva nascere in questa folla femminile una eccitazione straordinaria, poiché i dodici premi assegnati conferivano il diritto alla suprema gloria che potessero sognare: l'entrata al Coditteion.

Questo ultimo monumento era circondato da tanto mistero, che non se ne può dare una descrizione particolareggiata. Sappiamo soltanto che era compreso nel peribolo, che aveva forma triangolare la cui base era un tempio alla dea Coditto, in nome della quale si compivano spaventose orge sconosciute. I due altri lati del monumento si componevano di diciotto case; vi abitavano trentasei cortigiane, così ricercate dai ricchi amatori, che non si concedevano per meno di due mine; erano le Bapti di Alessandria. Una volta al mese, durante il plenilunio, si riunivano nella cinta chiusa del tempio, rese folli da bevande afrodisiache e cinte di falli rituali. La più vecchia delle trentasei doveva prendere una dose mortale del terribile filtro erotogeno. La certezza di una subita morte le faceva tentare senza timore tutte le voluttà pericolose che spaventavano i vivi.

Il suo corpo, spumante in ogni parte, diventava il modello e il centro della vorticosa orgia; fra le lunghe urla, grida, lacrime e danze le altre donne nude la stingevano, bagnavano i loro capelli al suo sudore, si fregavano alla sua pelle ardente e attingevano nuovi ardori nello spasimo ininterrotto di questa furiosa agonia.

Vivevano così tre anni, alla fine del trentaseiesimo mese era questa l'ebbrezza della loro morte.

Altri santuari meno venerati erano innalzati alle donne, in onore degli altri nomi della multiforme Afrodite. C'era persino un altare consacrato a Urania che riceveva i casti voti delle cortigiane sentimentali; un altro ad Apostrofia che faceva dimenticare gli infelici amori; un altro a Crisea che attirava gli amanti ricchi, un altro a Coliade che approvava le più basse passioni, poiché tutto ciò che aveva attinenza con l'amore, per la dea era pietà. Ma gli altari particolari non avevano efficacia e virtù che per i piccoli desideri. Erano serviti di giorno in giorno, i loro favori erano quotidiani e familiare il loro commercio. Le supplici esaudite deponevano al di sopra di essi semplici fiori; coloro che non erano contente li lordavano con i loro escrementi. Non erano né consacrati né mantenuti dagli altri preti e di conseguenza la loro profanazione non era peccaminosa.

La disciplina del tempio era ben differente. Il Tempio, il Gran Tempio e la Grande Dea, il luogo più sacro di tutto quanto l'Egitto, l'inviolabile Astarteion, era un colossale edificio lungo trecentotrentasei piedi, innalzato di diciassette scalini al di sopra dei giardini. Le sue porte d'oro erano vigilate da dodici ieroduli ermafroditi, simboli dei due oggetti dell'amore e delle dodici ore notturne.

L'entrata non era rivolta verso oriente, ma nella direzione del Faro, cioè verso nord-ovest; mai i raggi del sole penetravano direttamente nel santuario della grande Immortale notturna. Ottantasei colonne sostenevano l'architrave, fino a metà erano tinte di porpora, e tutta la parte superiore si librava da queste rosse vestimenta con una ineffabile bianchezza, come dei tronchi di femmina eretti.

Tra l'epistilio e la coronide, il lungo zooforo snodava in cerchio la sua bestiale ornamentazione, erotica e favolosa; vi si scorgevano centauresse coperte da stalloni, capre assoggettate da magri satiri; vergini macchiate da tori mostruosi, naiadi possedute da cervi, baccanti amate da tigri, leonesse afferrate da grifoni. La grande moltitudine degli esseri si svolgeva così, sollevata dall'irresistibile passione divina. Il maschio si tendeva, la femmina si apriva, e nella fusione delle sorgenti creatrici si risvegliava il primo fremito di vita. La folla delle coppie oscure si apriva a caso, qualche volta, attorno a una scena immortale: Europa inclinata sopportante il bell'animale olimpico; Leda che guidava il robusto cigno fra le sue giovani gambe incurvate. Più lungi l'insaziabile Sirena sfiniva Glauco spirante; il dio Pan in piedi possedeva un'amadriade scapigliata; la Sfinge levava la sua groppa al livello del cavallo Pegaso e all'estremità del gran fregio lo scultore si era effigiato lui stesso in cospetto della dea Afrodite, modellando vicino a lei nella molle creta una vulva perfetta, come se ogni suo ideale di bellezza e di gioia e di virtù si fosse raccolto da gran tempo in quel fiore fragile e prezioso.

Le cortigiane erano in mostra nelle loro “camere esposte” come i fiori in vetrina. I loro atteggiamenti e i loro costumi non erano meno differenti di quello che non fossero la loro età, i loro tipi, le loro razze. Le più belle, secondo la tradizione di Frine, non lasciavano scoperto che l'ovale della loro faccia, si tenevano coperte nei capelli fino ai talloni, nei loro grandi abiti di lana leggera. Altre avevano adottato la moda dei vestiti trasparenti, attraverso i quali misteriosamente si distinguevano le loro bellezze, come attraverso un'acqua limpida si vedono i muschi verdi in macchie nere sul fondo. Coloro che per unico fascino non avevano che la loro giovinezza, restavano nude fino alla cintola, e incurvavano il dorso in avanti per far apprezzare la solidità dei loro seni. Ma le più mature, che sapevano come i tratti del viso femminile invecchino prima della pelle del corpo, stavano sedute interamente nude, sostenendo le mammelle nelle mani e divaricando le loro gambe pesanti come se volessero dimostrare che erano ancora femmine.

Demetrio passò loro davanti lentamente senza stancarsi di ammirare.

Non gli era mai successo di vedere la nudità della donna senza un'intensa commozione; non comprendeva né il disgusto davanti alle giovinezze tramontate, né l'insensibilità davanti a bambine troppo giovani. Purché restasse silenziosa e non dimostrasse più ardore del minimum che esigeva la cortesia del letto, egli le perdonava di non esser bella. Meglio ancora, egli preferiva che ella avesse un corpo grossolano, perché con più il suo pensiero si soffermava su forme perfette, con più il suo desiderio se ne allontanava. Il turbamento che gli cagionava la bellezza vivente era di una sensualità esclusivamente cerebrale, che riduceva a nulla l'attività genetica. Si ricordava con angoscia di esser rimasto un'intera ora, impotente come un vecchio, vicino alla più meravigliosa donna che egli avesse mai tenuta nelle braccia. E da quella notte egli aveva imparato a scegliere amanti di una bellezza meno pura.

Amico – disse una voce – non mi riconosci più?

Si volse, fece segno di no e continuò la sua strada, poiché egli non spogliava mai due volte la stessa donna. Era l'unico principio che seguisse durante le sue visite ai giardini. Una donna che non si è ancora posseduta, ha qualche cosa di una vergine; ma qual buon risultato, quale sorpresa aspettarsi da un secondo incontro? È quasi un matrimonio.

Demetrio non si esponeva alle delusioni della seconda notte. La regina Berenice bastava alle rare sue velleità coniugali, e al di fuori di lei, egli aveva cura di rinnovare ogni sera la complice dell'indispensabile adulterio.

Clonarietta!

Gnatena!

Plango!

Mnaide!

Crobila!

Ioessa!

Gridavano i loro nomi al suo passare e qualcuna vi aggiungeva l'affermazione della propria natura ardente o l'offerta di una pratica anormale. Demetrio continuava la strada: si disponeva, secondo la sua abitudine, a prendere a caso nel gregge, quando una bambina vestita di azzurro inclinò la testa sulla spalla e gli disse dolcemente senza alzarsi:

Non c'è proprio verso?

Questa formula imprevista lo fece sorridere. Si fermò.

Aprimi la porta – disse. – Voglio te.

La piccola, con un movimento allegro, balzò in piedi e batté due colpi col martello fallico. Venne ad aprire una piccola schiava.

Gorgo – disse la piccina – ho qualcuno; presto, del vino di Creta, dei dolci e fa il letto.

Ella si volse verso Demetrio.

Hai bisogno del satiron?

No – disse il giovane ridendo. – Ne hai?

Bisogna pur che ne abbia – fece la bambina; – me lo domandano molto più spesso che tu non creda. Vieni da questa parte, sta attento agli scalini, ce n'è uno rotto. Entra in camera mia; ritorno subito.

La camera era molto semplice come quelle delle cortigiane novizie. Un grande letto, un secondo letto di riposo, qualche seggiola e qualche tappeto la ammobiliavano scarsamente, ma da una apertura si vedeva il mare, la duplice rada di Alessandria.

Demetrio rimase in piedi a guardare la città lontana.

Soli cadenti dietro ai porti! incomparabili glorie di città marinare, calma del cielo, porpora delle acque, su quale anima ardente di dolore o di gioia, non sapeste gettare il silenzio? Quali passi non si sono arrestati, quale voluttà non si è sospesa, quale voce non si è spenta a voi davanti?… Demetrio guardava: un'ondata di fiamma torrenziale sembrava uscire dal cielo a metà tuffato nel mare, e direttamente incurvarsi fino all'altra riva del bosco di Afrodite. Dall'uno all'altro dei due orizzonti, la sontuosa gamma della porpora invadeva il Mediterraneo. Tra questo splendore semovente e lo specchio torboso del lago Mareotide, la massa bianca della città era tutta rivestita di riflessi paonazzi. Le diverse orientazioni delle sue ventimila case basse si macchiettavano di mille zone di colore, in perpetua metamorfosi, a seconda delle fasi decrescenti dell'irraggiamento occidentale.

Tutto ciò fu rapido come l'incendio: poi il sole affondò quasi improvvisamente e il primo riflusso della notte fece ondeggiare su tutta la terra un brivido, una brezza vellutata uniforme e trasparente.

Ecco fichi, dolci, un favo di miele, del vino, una donna. Bisogna godere i fichi mentre c'è luce, la donna quando non ci si vede più!

La piccina rientrava ridendo: ella fece sedere il giovane, si mise a cavalcioni sulle sue ginocchia e con le sue mani dietro la testa, assicurò nei capelli castani una rosa che stava per cadere.

Demetrio ebbe, suo malgrado, una esclamazione di sorpresa. Lei era interamente nuda, e così spogliato dalla sua veste a sbuffi, il suo corpicino appariva così giovane, con un seno così infantile, con anche così strette, così visibilmente impubere, che Demetrio si sentì come invaso di pietà, come un cavaliere sul punto di far sopportare tutto il suo peso a una puledra così gracile.

Ma tu non sei una donna! – esclamò.

Non sono una donna? Per le due dee, che cosa sono dunque io? Un Trace, un facchino, un vecchio filosofo?

Che età hai?

Dieci anni e mezzo. Undici anni: si può dire undici anni. Sono nata nei giardini; ma mia madre è di Mileto; è Pizia, detta la Capra. Vuoi che te la mandi a chiamare, se mi trovi troppo piccina? Ha la pelle morbida, la mamma, è bella.

Sei stata al Didascalion?

Ci sono ancora, al sesto corso. Fra un anno avrò finito: prima no, purtroppo.

Ti ci annoi?

Se sapessi quanto sono esigenti le maestre! La stessa lezione la fanno ricominciare venticinque volte: cose inutili, che gli uomini non domandano mai. Ci fanno stancare per nulla: a me tutto ciò non piace. To', prendi un fico; no questo, non è maturo. Ti insegnerò una nuova maniera di mangiarli: guarda.

La conosco: è la più lunga e non è la migliore. Mi pare che tu sia una brava allieva.

Oh! ciò che so, l'ho imparato da sola. Le maestre vorrebbero far credere che sono più abili di noi: hanno più pratica, questo è vero, ma non hanno inventato nulla.

Hai molti amanti?

Tutti troppo vecchi: è inevitabile! I giovani sono così stupidi: non vanno che dalle donne di quarant'anni. Certe volte ne vedo passar di quelli che sono belli come amori, e se tu vedessi chi scelgono! C'è da impallidire. Spero di non vivere fino all'età di quelle donne: avrei troppa vergogna a spogliarmi. Se tu sapessi come sono contenta di essere ancora così giovane! I seni spuntano anche troppo presto: mi pare che il primo mese in cui vedrò colare il mio sangue mi crederò vicina alla morte. Lasciati dare un bacio: mi piaci.

La conversazione prese qui un andamento meno grave e più silenzioso: Demetrio si accorse ben presto che non era il caso di far lo scrupoloso con una donnina così esperta. Pareva che lei si rendesse conto di essere un pascolo un po' magro per un giovanotto e sconcertava il suo amante con una prodigiosa attività di contatti furtivi, che egli non poteva né prevedere, né permettere, né dirigere, e che mai gli lasciavano il riposo di una stretta amorosa. Il piccolo corpo agile e sodo si moltiplicava attorno a lui, si offriva e si ricusava, scivolava, girava, lottava. Finalmente si presero. Ma quella mezz'ora non fu che un lungo gioco.

Lei scese dal letto per prima, intinse il dito nella coppa di miele, se ne imbrattò le labbra; poi con mille sforzi per non ridere, si chinò su Demetrio fregando la bocca sulla sua. I suoi riccioli rotondi danzavano da ogni parte sulle sue guance.

Sorrise il giovane, alzandosi sui gomiti.

Come ti chiami? – disse.

Melitta. Non hai visto il mio nome sulla porta?

Non avevo guardato.

Potevi vederlo nella camera. Me l'han tutti scritto sui muri e fra poco sarò obbligata a farli ridipingere.

Demetrio sollevò il capo; le quattro pareti della camera erano coperte di iscrizioni.

Toh, è curiosa! – disse. – Si può leggere?

Certo, se vuoi. Non ho segreti.

Lesse: trovò parecchie volte ripetuto il nome di Melitta, accompagnato con nomi di uomini e barbari disegni. Frasi tenere, oscene e comiche si incrociavano bizzarramente. Erano amanti che vantavano il loro vigore o enumeravano i fascini della piccola cortigiana o burlavano le sue buone colleghe. Tutto ciò non aveva interesse, se non come testimonianza scritta della generale abiezione.

Ma verso la fine della parete destra Demetrio sussultò:

Che è questo? che è? Dimmi!

Ma chi? che cosa? dove?… – disse la bambina – che hai?

Qui. Questo nome, chi l'ha scritto?

Il suo dito si fermò su questa duplice linea: Melitta a Criside – Criside a Melitta.

Ah! – rispose lei. – Sono io. L'ho scritto io.

Ma chi è questa Criside?

È una mia grande amica.

Comprendo, ma non ti domando questo. Quale Criside? Ce ne sono molte.

Ma la mia è la più bella: Criside di Galilea.

La conosci? Tu la conosci? Ma parlamene dunque! Da dove viene? Dove abita? Chi è il suo amante? Dimmi tutto!

Si sedette sul letto da riposo e si prese la piccina sulle ginocchia.

Sei innamorato, allora! – disse lei.

Non ti riguarda. Raccontami ciò che sai; ho fretta di saper tutto.

Oh! ma io non so nulla affatto. È subito detto: è venuta due volte da me, e capirai bene che non le ho chiesto informazioni sulla sua famiglia. Ero troppo felice di averla e non ho perduto tempo in conversazioni.

Come è fatta?

È fatta come una bella ragazza, che vuoi che ti dica? Devo enumerarti tutte le parti del suo corpo, aggiungendo che è tutto bello? E poi, lei è una donna, una vera donna… quando penso a lei mi viene subito desiderio di qualcuno.

Si gettò al collo di Demetrio.

Tu non sai nulla – riprese lui – nulla sul suo conto?

So… so che viene dalla Galilea, che ha quasi vent'anni, che abita nel quartiere degli Ebrei, a oriente della città, vicino ai giardini: ecco tutto.

E della sua vita? dei suoi gusti? non puoi dirmi nulla? Se viene da te, vuol dire che le piacciono le donne, ma è soltanto lesbica?

No, certamente. La prima notte che passò qui portò un amante e ti giuro che non simulava nulla. Quando una donna è sincera lo vedo dai suoi occhi. Ciò non impedisce che una volta sia venuta affatto sola… E mi ha promesso una terza notte.

Non ha altre amiche, che tu sappia, nei giardini? Nessuna?

Sì, una donna del suo paese, Chimairide, una povera.

Dove abita? Bisogna che io la veda.

Dorme nel bosco da un anno, ha venduto la sua casa. Ma conosco il suo buco. Se lo desideri posso condurti. Vuoi mettermi i sandali?

Demetrio con mano rapida allacciò i sandali sulle gracili caviglie di Melitta i cordoni di cuoio intrecciato; le porse la corta veste che ella prese semplicemente sul braccio, e uscirono in fretta.

Camminarono a lungo. Il parco era immenso. Di tratto in tratto, di sotto un albero, una ragazza diceva il suo nome aprendo la veste, poi si ricoricava con il viso tra le mani. Melitta ne conosceva qualcuna, che senza fermarla la baciava. Passando davanti a un logoro altare, ella colse tre grandi fiori e li depose sulla pietra.

La notte non era ancora nera. La luce intensa dei giorni estivi ha qualche cosa di durevole che vagamente si attarda nei lenti crepuscoli. Le stelle deboli e umide, appena più chiare del fondo del cielo, occhieggiavano con palpito dolce e le ombre dei rami restavano indecise.

 

© Paolo Melandri (25. 4. 2019)

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Progetto per un romanzo educativo

Egli chiuse gli occhi.

Il suo primo pensiero inseguiva già il secondo, che non voleva manifestarsi. E così ebbe grande difficoltà ad aprire i pugni. Cercò un oggetto da tormentare con le mani. Anche le tende immobili, leggermente aperte, non lo calmarono neppure fugacemente; fin da piccolo aveva sempre creduto di sognare quando dormiva. Dentro di sé però fiutava qualcosa di marcio in quella storia. E nondimeno se la svignò al primo canto del gallo.

La cosa prometteva bene. Col passar del tempo, in città si fece una fama come lanciatore di coltelli. La cosa che più gli piaceva erano i fili del tram. Dato che oltre a ciò aveva la faccia di uno che non sa contare fino a tre, nessuno arrivava a prendersela per le sue occhiate terribili. Ogni volta che attraversava le rotaie, succedeva che persone assolutamente sconosciute si gettassero le braccia al collo. La sua fede nell'umanità cresceva. Tuttavia le sue azioni non diventarono fini a se stesse. Si era proposto ripetutamente di raccontare la verità su se stesso.

Così non gli sembrò inaspettato che un pazzo, appoggiato per ore e ore all'angolo di casa, potesse fischiare aguzzando le labbra.

Questo fatto rafforzò la sua coscienza di sé. Non poteva poi mancare che ciò degenerasse in una specie di smania di se stesso, e come conseguenza nessuno volle accettare la sua storia. Finalmente arrivò ad essere disposto a condividere il pane con un postino; anzi, davanti a un invalido, dopo che entrambi si erano evitati con lo sguardo, abbassò gli occhi per terra. Gli divenne chiaro che tra loro due c'era di mezzo un mondo.

E non soltanto, dopo una riflessione del genere, le cose gli andarono di male in peggio. Dall'agitazione faceva le scale di volata. Gli piaceva ancora saltare i gradini come un tempo, ma a poco a poco la paura aumentava.

Questi pensieri ossessivi svanivano però rapidamente. Le cattive lingue sostenevano, non a torto, che il suo coltello non era più quello di un tempo. Ed era un errore non credere a quelle insinuazioni. In ogni caso viveva senza farsi troppi problemi. Invece di mettere in azione i suoi pensieri, aveva intenzione di fare l'esatto contrario. Dai libri che leggeva uno dietro l'altro imparò che l'inutilità puzza di pesce marcio; perciò si cercava un buon cinema e giocava con le macchinette automatiche all'entrata. Per lo meno arrivò a sapere cos'è la vita.

Dai visi delle persone che passavano, intuiva che erano guardinghe di fronte a lui. In ogni caso amore era per lui una parola sconosciuta. E non poteva poi mancare che gli stessero prudentemente alla larga.

A parte ciò, le cose erano andate meglio in passato. Quando era necessario, riusciva ad ammazzare il tempo col palmo della mano. Certo che però non riusciva a combinare nulla col tempo morto lì davanti a lui.

Viveva in una zona battuta dai venti dell'ovest. Una volta, alzando lo sguardo, vide nel firmamento un'entità simile a un corpo celeste. Si appoggiò a un muro e si riposò. Il vento si alzò. Abbassò la testa, il suo cuore volava. Il vento si calmò.

I parenti lo ritenevano un fannullone perché non voleva mai andare a letto. Anche per la polizia non era più uno sconosciuto. Come poi si dimostrò, i timori dei suoi maestri non erano proprio campati in aria: non gli sarebbe sempre andata liscia. Lo sguardo di una vecchia, che un tempo aveva avuto una bettola e che lui vedeva spesso da lontano, non lo turbò affatto, ma una pozzanghera nera in strada gli fece venire i sudori freddi.

 

© Paolo Melandri (25. 4. 2019)

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Le unghie la mattina

Una fanciulla povera viveva in un povero appartamento in affitto al primo piano. E attendeva di sposarsi col fidanzato. Però ogni sera a casa sua c'era un andirivieni di uomini sempre diversi. Era una casa dove non batteva il sole del mattino. Sovente la fanciulla, coi suoi logori jeans da uomo, faceva il bucato presso l'entrata di servizio.

La notte gli uomini, tutti senza eccezione, dicevano:

Che roba! Non c'è nemmeno la zanzariera?”

Mi spiace, mi scusi tanto. Sto sveglia io tutta la notte, mi alzo io a mandarle via, le zanzare.”

La fanciulla tutta zelante accendeva lo zampirone verde. Poi spegneva la luce e fissava la fiammella dello zampirone, e non c'era volta che non le sovvenisse di quand'era bambina. Poi, per ore infinite faceva vento al corpo dell'uomo. E anche in sogno continuava a sventagliare.

È ormai autunno.

Cosa insolita, a questo povero primo piano salì un vecchio.

Non metti la zanzariera?”

Mi spiace, mi scusi tanto. Sto sveglia io tutta la notte, mi alzo io a mandarle via, le zanzare.”

Sì? Aspetta un attimo” disse il vecchio alzandosi in piedi, ma la fanciulla tentò di trattenerlo:

Ma le mando via io fino alla mattina! Non dormo neanche un secondo!”

Sì, sì. Torno subito.”

Il vecchio prese le scale e sparì. La fanciulla accese lo zampirone ma non spense la luce. Da sola al chiaro i ricordi di infanzia non le venivano.

Nel giro di un'ora il vecchio fu di ritorno. La fanciulla si alzò, di scatto.

Oh, meno male che ci sono almeno i ganci!”

Nella povera stanza il vecchio appese una zanzariera bianca nuova fiammante. La fanciulla vi entrò, e mentre camminava stendendone l'orlo, il fresco contatto la faceva palpitare.

Ero sicura che sarebbe tornato, perciò l'ho aspettata con la lampada accesa. Voglio guardarmela ancora un po' alla luce, questa zanzariera bianca.”

Invece cadde in un sonno profondo, come non le accadeva da molti mesi. La mattina neppure si accorse quando il vecchio se ne andò.

Ehi, ehi, ehi, ehi!”

A svegliarla fu la voce del fidanzato.

Finalmente domani possiamo sposarci! Però, che bella zanzariera! Solo a vederla, ci si sente già meglio”, e detto ciò tolse via tutti i ganci. Poi trascinò fuori la fanciulla e ve la gettò sopra.

Mettiti sulla zanzariera. Sembra un grande fiore di loto bianco. Ora anche la stanza è immacolata come te.”

La fanciulla al tocco di quel lino nuovo si sentì una bianca sposa.

Mi taglio le unghie dei piedi.”

Seduta sulla bianca zanzariera grande quanto la stanza, si mise, tutta assorta, a tagliarsi le unghie lunghe che aveva trascurato.

 

© Paolo Melandri (24. 4. 2019)

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Storia con ombrello

L'ombrello

 

Una pioggerella primaverile che pareva più una nebbia, che non bagnava davvero ma lasciava sulla pelle una vaga umidità. La ragazzina, che si era precipitata in strada, solo quando vide l'ombrello del ragazzo se ne accorse:

Ehi, ma piove!”.

L'ombrello, più che per la pioggia, il ragazzo l'aveva aperto per nascondere l'imbarazzo di passare davanti al negozio dove sedeva la ragazzina.

Però senza dire una parola la prese sotto l'ombrello. Lei vi entrò solo con una spalla. Il ragazzo si bagnava ma non osava avvicinarsi e dirle «vieni vicino». La ragazzina avrebbe voluto mettercela anche lei una mano sul manico dell'ombrello, invece pareva sempre sul punto di sgusciar fuori.

Insieme entrarono da un fotografo. Il padre del ragazzo, che era un magistrato di sorveglianza, veniva trasferito lontano. Era una foto d'addio.

«Mettetevi qui, uno di fianco all'altro» e il fotografo fece cenno al divano, ma il ragazzo non osava sedersi accanto alla ragazzina. Rimase in piedi dietro di lei, e per poter pensare che i loro corpi fossero in qualche punto allacciati, allungò le dita che teneva attorno al divano fino a sfiorare appena appena la giacca di lei. Era la prima volta che la toccava. Alle sue dita si trasmetteva un impercettibile tepore, ma lui sentì lo stesso calore che se l'avesse stretta nuda fra le braccia.

Per tutta la vita, ogni volta che avesse guardato quella foto, gli sarebbe tornato in mente quel calore.

«Ne facciamo ancora una? Se vi mettete fianco a fianco facciamo un primo piano.»

Il ragazzo si limitò ad annuire. Si volse alla ragazzina e sottovoce le disse: «I capelli!». Lei levò la testa di scatto, lo guardò e avvampò, e con gli occhi che le brillavano di gioia, come una bimba trotterellò ubbidiente allo stanzino del trucco.

Quando aveva visto il ragazzo passare davanti al negozio si era lanciata fuori senza nemmeno il tempo di aggiustarsi i capelli. Quei capelli, sempre per aria come si fosse appena sfilata una cuffia da bagno, erano il suo eterno cruccio. Ma lei davanti a un uomo si sarebbe vergognata anche solo di accennare a ravviarsi una ciocca. Il ragazzo, a sua volta, pensava di metterla in imbarazzo a dirle di pettinarsi.

L'allegria con cui andò allo stanzino del trucco mise allegria anche al ragazzo. E dopo riuscirono a sedere con naturalezza sul divano, vicini.

Quando furono pronti per uscire dal fotografo, il ragazzo cercò l'ombrello. Gli scappò l'occhio e vide la ragazzina che era già uscita e lo aspettava in strada con l'ombrello in mano. Quando la guardò, solo allora, lei si rese conto di essere uscita con l'ombrello del ragazzo. E sbalordì. Con quel gesto involontario non aveva forse dimostrato di sentirsi sua?

Il ragazzo non riuscì a dirle di tenere l'ombrello. Né la ragazzina ebbe il coraggio di porgerglielo. Ma di colpo erano diventati adulti e, ben diversamente dall'andata, il ritorno lo fecero da coppia. Solo per via di un ombrello…

 

© Paolo Melandri (24. 4. 2019)

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Il vero sentire 2

Per quanto sentisse il desiderio di uscire, come sempre tardò ad avviarsi. Al piano terra aprì le porte di tutte le stanze in modo che dentro si crearono giochi di luce provenienti dai vari punti cardinali. La casa sembrava disabitata. Era come se ora chiedesse di essere non soltanto un luogo di lavoro e di riposo, ma anche di abitazione. Già da sempre era stato incapace di creare questa condizione, così come era stato incapace di creare una vita familiare. Angoli per sedersi, tavoli da pranzo e pianoforti gli davano subito una sensazione di estraneità; cassette stereo, scacchiere, vasi di fiori, persino biblioteche ordinate gli facevano soltanto specie; da lui i libri erano accatastati sul pavimento o sui ripiani delle finestre. Solo di notte, seduto da qualche parte al buio con dinanzi a sé le fughe di stanze che, gli sembrava, erano illuminate giusto a sufficienza dalle luci della città e dal loro riflesso in cielo, provava qualcosa di simile a una sensazione familiare. Queste ore, in cui finalmente non doveva più lambiccarsi il cervello o pensare al dopo, ma si limitava a starsene tranquillo e tutt'al più, nel silenzio, a ricordare, per lui erano le ore più amate in casa, e ogni volta le prolungava finché, impercettibilmente, il suo meditare trascorreva in sogni ugualmente tranquilli. Ma durante il giorno, in particolare poco dopo il lavoro, sentiva subito l'oppressione del silenzio. Allora il rumore della lavastoviglie in cucina e il ronzio della centrifuga in bagno erano una vera benedizione. Persino alla scrivania col passare del tempo gli divennero necessari i rumori del mondo esterno: una volta, dopo aver scritto per mesi in cima a un grattacielo quasi a isolamento acustico, per così dire molto vicino al cielo, per poter continuare a lavorare si era trasferito in una stanza al pianterreno affacciata su una strada principale molto rumorosa e in seguito, già nella casa attuale, quando era iniziato il chiasso del cantiere nel terreno confinante, dopo una prima sensazione di disturbo ogni mattina aveva usato i martelli pneumatici e i cingoli scorrevoli per sintonizzarsi con la sua attività, così come una volta, agli inizi, aveva usato un pezzo musicale. Poi, di continuo, aveva anche distolto gli occhi dal foglio per guardare gli operai fuori, cercando l'armonia tra il suo lavoro e la regolarità dei loro gesti. Alla lunga la pura natura con gli alberi, l'erba, la vite canadese abbarbicata alla finestra non gli offriva una simile visione, che gli era sempre necessaria. Comunque una mosca nella stanza lo disturbava più che non un battipalo a vapore all'esterno.

Già vicino alla porta del giardino, d'un tratto tornò indietro. Corse in casa, salì a precipizio nel suo studio e sostituì una parola con un'altra. Soltanto allora sentì l'odore del sudore nella stanza e vide che le finestre erano appannate.

 

© Paolo Melandri (18. 4. 2019)

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I calabroni

Le tue mani odorano di pane.

 

Lei prese il coltello del pane che era troppo grande per le sue mani e tagliò scavando profondamente nella vena, guardandosela forse per un po', accovacciata fra le more che in montagna erano proprio mature; invece di tagliarsi i polsi avrebbe potuto restare seduta e mangiare le more; oppure avrebbe potuto prendere un altro coltello più piccolo per non esagerare. Ma non c'erano spettatori. Quell'immagine deve essere rimasta impressa per un po', perché i suoi occhi guardavano la mano, lei non si muoveva affatto: come quando mio padre un mattino arrivò e la buttò giù dal letto così che lei andò a sbattere contro la parete e ruppe la lampada; e come quando mio padre le disse: vieni qui, amoruccio mio, con una voce da far paura: prendi il pane e la carne dalla credenza. No, mio padre non aveva una voce da far paura: amoruccio mio, vieni qui, disse. Portami dell'acqua calda. Voglio svestirmi e lavarmi. Lei andò in cucina e mise l'acqua sul fuoco mentre lui si spogliava. Cosa guardi tu, mi disse. Mettiti piuttosto nell'angolo e canta le preghiera del mattino. Io mi misi nell'angolo mormorando, con la testa girata, la mia imprecazione sul legno e sulle ragnatele e cantai la preghiera del mattino. In quel mentre la sentii entrare con la bacinella e fermarsi sulla porta. Sanguini, disse lei. No, rispose lui. Non sanguino, sono insanguinato. Lei non disse altro; io fissai un ragno: aveva otto zampette prima che gliene strappassi due; cantavo la mia preghiera del mattino. Lavami, disse mio padre. Strappai al ragno la sesta zampetta, poi la quinta, la quarta di colpo. Così sentii lei che lo lavava con l'acqua calda e con uno straccetto di spugna; si piegava e si rialzava lavandogli tutto il corpo mentre io strappavo al ragno le ultime zampette. Ora potrei dire: ricordo ancora la venatura delle travi che osservavo, oppure qualcosa d'altro che si può percepire con gli occhi; ma io non ricordo che l'odore dell'acqua quando lei strizzava lo straccetto di spugna. La sera avrebbe potuto strizzarsi anche la mano mentre sedeva fra le more, ma non ne sarebbe più uscita una goccia. Quando salimmo verso la baracca avevamo già sentito le sue urla; io tornavo dalla scuola nella vallata, mio padre non veniva da nessun posto; ci eravamo trovati per strada. Chi è che grida nel bosco, dissi. Una ghiandaia, rispose mio padre, o un gallo cedrone o una tigre. Ma queste sono grida, dissi meravigliato. Sì, gridano così, disse mio padre. Ascolta come gridano. Tu devi sapere come grida una tigre o un gallo cedrone quando sarai grande. Adesso sono grande e non so ancora come grida una tigre; ma come grida qualcuno fra le more, già troppo debole per uscirne fuori, ora lo so. Più tardi, la sera, quando uscimmo a cercarla verso lo stagno arrivarono i calabroni. Era metà autunno o metà inverno. Mio padre si fermò piegando le canne e scrutando il filo dell'acqua: i calabroni sono arrivati, torniamo indietro. Si girò e io lo seguii col suo odore nel naso: mio padre aveva un odore forte. Io lo seguivo mentre lui andava sempre più svelto verso il bosco, i calabroni arrivavano, i calabroni sono arrivati, i calabroni hanno gridato nel bosco, disse lui. Cominciò a nevicare molto forte, bianco e giallo, l'aria rintronava, c'era un odore aspro di calabroni che ci nevicavano addosso mentre andavamo verso il bosco nel quale lei era distesa fra le more, immobile. Fai presto, disse mio padre, lasciando orme fra i calabroni che coprivano il suolo, con le sue enormi scarpe faceva orme profonde nella neve, nel vento e nell'oscurità mentre l'aria ronzava e gemeva, e lui faceva orme profonde, orme profonde faceva, mentre io lo seguivo a piedi scalzi sui calabroni che si muovevano e si dissolvevano – i calabroni che si muovevano e dissolvevano le orme profonde che lui faceva affondando le scarpe, finché la trovammo nel cespuglio, le orme profonde che lui fa e che noi calpestiamo mentre guardiamo mentre ci lamentiamo mentre calpesto le orme di mio padre.

 

© Paolo Melandri (17. 4. 2019)

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Sera

Spense tutte le luci. La neve ed il riverbero della città sulle nubi illuminavano i locali; una chiarità notturna in cui gli oggetti spiccavano tanto più bui. In cucina, fissando il quadrante luminoso della radio, ascoltò le ultime notizie. Sebbene fosse mezzanotte, l'annunciatore sembrava sveglio come in pieno giorno. Tuttavia nel corso dell'annuncio, senza che quello che stava leggendo potesse costituire un motivo, fu sopraffatto da una violenta commozione per qualcosa che l'aveva tormentato tutto il tempo e che ora stava per esplodere: con un filo di voce, palesemente prossimo alle lacrime – una volta si interruppe persino e rimase a lungo in silenzio, come uno che cerca ancora di aggrapparsi e che sta per precipitare con un urlo –, riuscì ad arrivare fino alle previsioni del tempo e a dire ancora “Buona notte”, dopodiché lo allontanarono senza indugio dal microfono. Era stato licenziato in quel momento? Era stato abbandonato dalla sua innamorata? Un attimo prima del colpo di gong gli avevano comunicato che gli era morto qualcuno?

 

Si sedette in una delle stanze con la vista sulla stanza seguente, nel suo posto notturno, una sorta di sedia da regista da cui aveva gli oggetti all'altezza degli occhi. La giacca chiara sulla spalliera di una sedia, dove si trovava dall'estate scorsa, per un momento gli fece risentire le ciglia umide del nuotatore nel vento del mare. Perché sentiva una partecipazione così pura soltanto quando era solo? Perché poteva capire quelli che gli stavano vicino soltanto quando se n'erano andati, e quanto più erano lontani, tanto meglio? E perché si faceva l'immagine più luminosa di quegli assenti che nella sua mente vedeva come coppia? E perché viveva il suo rapporto più intenso con i morti? Perché soltanto i morti ai suoi occhi potevano trasformarsi in eroi? – Si appoggiò una mano sulla fronte, l'altra sul cuore e rimase seduto come in un treno notturno, che poi in realtà sentì anche passare più giù sul ponte d'acciaio attraverso il fiume, con un rumore nella neve come di pattini sul ghiaccio. Poi, quando suonò il telefono all'ingresso, non alzò il ricevitore: non aspettava nessuno e non voleva neanche più aprir bocca.

Non per stanchezza, ma per impedirsi di continuare a pensare si riscosse e si avviò verso la camera da letto. Mentre si lavava al buio – provava una sorta d'avversione già soltanto ad immaginare di vedere il suo viso – gli sembrava che qualcun altro vicino a lui stesse facendo la stessa cosa. Si fermò e sentì che nell'angolo più lontano della casa qualcuno sfogliava di nuovo una pagina di libro. Una sedia fu spostata di nuovo, un armadio riaperto, e le grucce tintinnarono di nuovo una contro l'altra. Strano, come nel ricordo di tutti i rumori, persino il cigolio delle porte e il trambusto, si disponessero in accordi. Qualsiasi cosa ora si muovesse a tentoni nella tromba delle scale, aveva il passo troppo leggero per essere una persona.

Prese un bicchiere con la maggior cautela possibile e aprì un rubinetto dell'acqua facendo attenzione per evitare il solito fischio. Tenendo davanti a sé entrambe le mani il bicchiere colmo fino all'orlo, salì per la scala e rallentò il passo contando i gradini. Anziché rimuginare, voleva soltanto continuare a contare tranquillamente. Con questo pensiero i suoi passi si fecero così leggeri, che nemmeno il solito gradino scricchiolò. Perché non avevano mai inventato un Dio della lentezza? Entusiasta della sua idea, mancò un gradino e sotto i suoi piedi scricchiolò tutta la casa.

 

© Paolo Melandri (14. 4. 2019)

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Storia di un prete

Storia di un prete

 

In una notte d'autunno dell'anno in corso, a lui che di solito sognava con persistenza solo nelle notti tra Natale e l'Epifania, adesso si era impresso un sogno nel quale non era stato un prete, ma un Nessuno, una creatura nella sua nudità. Si trovava davanti all'altare della parrocchia, solo, in una violenta luce artificiale, e all'improvviso si precipitava fuori dalla sacrestia un compaesano morto di recente dopo una terribile agonia di più giorni, in grandezza superiore al naturale, e gli ordinava di inginocchiarsi per ricevere l'ostia della comunione. Nel sogno era implicito che lui non si fosse più inginocchiato dai tempi dell'infanzia, né tantomeno avesse ingerito il “corpo di Cristo”, e quindi il momento era veramente eccezionale. Inoltre la voce del Crepato trasformatosi, con l'abito talare, in Dispensatore del Sacramento, era imperiosa come non aveva mai sentito da alcun essere terreno. Quello che gli diceva in sogno, al tempo stesso lo stabiliva per tutti i secoli: a quel Cibo non si poteva girare attorno; ingerirlo era la necessità; senza di esso sei in disgrazia! E sebbene a quella voce per la prima volta da moltissimo tempo lo avesse assalito un brivido, non si trattava semplicemente di un incubo; non ne fu risvegliato, ma continuò a dormire, all'inizio tra tremiti e fremiti, poi pacificamente e infine beatamente.

Quella notte si alzò ancor prima del solito, anche perché doveva lavorare alla predica della domenica. Dalla scrivania la vista, sul retro della canonica, dava su un frutteto che poi, come di norma nella regione, continuava senz'altro nei prati e nei campi. Dopo la messa mattutina e le ore a scuola, nel pomeriggio voleva cogliere le mele e sistemarle in cantina con le sue mani, senza l'aiuto di nessuno. E oggi cosa c'era ancora? Pranzo con il parroco molto più giovane del comune al di là del fiume, in una trattoria a mezza strada; nuova visita a un moribondo; messa vespertina per un defunto alla Pieve.

Un'altra vista dava sul giaciglio sfatto nella camera da letto, che sarebbe rimasto così fino a tarda ora della notte successiva. Era freddo nei due locali, gli unici ancora abitati; non c'era una governante che li riscaldasse; e lui lo faceva al massimo se veniva un ospite, e spesso nemmeno allora.

Nella sua predica intendeva, seriamente, litigare con il papa, e all'idea sentì ben presto un certo calore. L'uomo del Vaticano, infatti, poco tempo prima, in occasione di una guerra nella quale soldati nemici avevano violentato e ingravidato le donne, aveva esortato le vittime ad amare quei bambini e quindi a metterli al mondo e ad allevarli. Ad infastidire il prete non era tanto il fatto che qui si presupponeva come del tutto ovvio il portare a termine la gravidanza di embrioni concepiti con la violenza, quanto l'ordine di amarli. Poteva una cosa come l'amore essere imposta dall'esterno, e più ancora dall'alto, pubblicamente? Esaltare l'amore, come aveva fatto una volta per tutte l'apostolo Paolo nella lettera ai Corinti, era una cosa – dichiararlo una legge e annunciarlo così non era qualcosa di totalmente diverso? Sì, poteva ben immaginare che una delle vittime, poco alla volta, o meglio all'improvviso, venisse colta (“sorpresa”? “colpita”?) da una specie di amore verso un feto di quel genere. Ma questa era anzitutto una faccenda sua, il suo segreto, e nessuno da fuori, nemmeno il rappresentante di Dio sulla terra, poteva permettersi di rivolgersi a una persona così ordinandole di amare fin da principio. O al massimo a quattr'occhi, nelle vesti di un sacerdote e pastore d'anime, come lui qui, e comunque non sotto forma di ordine, ma forse di una semplice possibilità, lasciata intendere, con un lieve cenno delle dita.

Lui, il prete, era adirato con il pontefice che diceva parole definitive su una cosa come l'amore, e voleva esprimerlo nella sua predica senza mezzi termini (sebbene appunto per questo la sua indignazione venisse ancora una volta recepita come elemento di gioco). L'amore di una donna violentata verso il seme estraneo, più che il materiale di una predica dall'alto del pulpito, non era invece qualcosa per una storia – una novella? Da raccontare soltanto dopo l'accaduto? O addirittura mai, per l'eternità? Qualcosa da passare sotto silenzio, un fatto che riguardava unicamente la madre? E amori di questo genere nei casi in questione non erano già da un pezzo tacitamente ed entusiasticamente operosi e venivano forse soltanto profanati dall'intervento del papa? Ma un amore siffatto era poi davvero profanabile, da qualsivoglia intromissione?

 

© Paolo Melandri (14. 4. 2019)

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Zapparoni 8

Gli uccelli tacevano. Sentii di nuovo il mormorio del ruscello nel calore del fondo. Poi mi svegliai di colpo. Già di prima mattina ero stato in piedi, tormentato dall'inquietudine di chi corre dietro al suo pane. In tale stato d'animo il sonno ci sorprende come un ladro.

Dovevo soltanto avere chiuso gli occhi, infatti il sole si era appena mosso. Il sonno nella luce violenta mi aveva stordito. Mi orientai con difficoltà; il luogo era ostile.

Anche le api avevano terminato il loro sonno meridiano; l'aria era piena del loro ronzio. Pascolavano sul prato, sfioravano a sciami la spuma bianca che lo copriva o si tuffavano nella sua variopinta profondità. A grappoli si appendevano al chiaro gelsomino che orlava la strada, e quando sciamavano dall'acero in fiore accanto al boschetto l'aria risuonava come una grande campana, che continua a lungo a vibrare dopo che mezzogiorno è suonato. Di fiori non c'era scarsità; era uno di quegli anni di cui gli apicoltori dicono che vestono di miele i pali delle arnie.

Eppure c'era qualcosa di strano in quel pacifico commercio. Tolti i cavalli e la selvaggina, conosco poco gli animali, infatti non ho mai trovato un maestro che mi facesse appassionare per loro. Per le piante, la cosa è diversa, infatti avevamo un professore di botanica entusiasta, col quale spesso facevamo gite. Quanto può dipendere nella nostra storia da tali incontri. Se dovessi compilare un elenco degli animali che conosco, mi basterebbe un foglietto di carta. Lo dico soprattutto per gli insetti che riempiono il mondo a legioni.

Comunque so press'a poco come sono fatti un'ape, una vespa e anche un calabrone. Mentre lì seduto le contemplavo sciamare, mi pareva che a volte ne passassero alcune che spiccavano stranamente. Dei miei occhi posso fidarmi; li ho messi alla prova non soltanto per la caccia alle galline. Non mi costava nessuna fatica seguire una di quelle api con lo sguardo, finché si posò sopra un fiore.

Allora ricorsi al binocolo e vidi di non essermi ingannato.

Sebbene io, come ho già detto, conosca poco gli insetti, ebbi subito l'impressione di una cosa imprevista e supremamente bizzarra, quasi l'impressione di un insetto piovuto dalla luna. Poteva aver lavorato a fabbricarlo un demiurgo, in regni remoti, il quale una volta avesse sentito parlare di api.

L'ape mi lasciò tutto il tempo di contemplarla, inoltre adesso da tutte le parti arrivavano insetti simili come operai all'ingresso dell'officina quando la sirena ha chiamato al lavoro. In queste api colpiva subito la grandezza. Certo non erano come quelle incontrate da Gulliver a Brobdingnag e contro le quali si difese col pugnale, però erano di molto più grosse di un'ape e persino di un calabrone. Avevano press'a poco la circonferenza di una noce ancora nel mallo. Le ali non erano mobili come negli uccelli o negli insetti, ma giravano intorno al corpo in un orlo rigido, piuttosto come un piano destinato a stabilire l'equilibrio o a sollevare l'automa.

La grandezza dava meno nell'occhio di quel che si potrebbe pensare, infatti l'animale era assolutamente trasparente. L'impressione che ne ebbi mi venne soprattutto dai riflessi provocati dai suoi movimenti alla luce del sole. Quando stava come in quel momento, davanti a un fiore di convolvolo, di cui penetrò il calice con la proboscide formata da uno scandaglio di vetro, era quasi invisibile.

Lo spettacolo mi avvinse in un modo che mi fece dimenticare il luogo e l'ora. Un simile stupore ci prende quando ci viene mostrata una macchina nella cui forma e nel cui modo di funzionare si rivela una nuova trovata. Se un uomo della prima metà dell'ottocento venisse portato per magia a uno dei nostri grandi incroci, il movimento gli darebbe la sensazione di una confusione monotona. Dopo un periodo di sbalordimento comincerebbe a capire, o a sospettarne le regole. Saprebbe distinguere le motociclette dalle vetture per il trasporto delle persone e delle merci.

Così accadde a me quando compresi che quella non era una nuova specie zoologica, ma un meccanismo. Zapparoni, quell'uomo diabolico, aveva ancora una volta invaso il campo della natura, o piuttosto ne aveva corretto le imperfezioni, abbreviando e accelerando il viaggio dell'ape al lavoro.

Mossi attentamente il binocolo per seguire le sue creature che guizzavano nello spazio come diamanti lanciati da robuste fionde. Ne udivo il sibilo, che si interrompeva bruscamente quando frenavano di colpo davanti ai fiori. E dietro di me, presso le arnie ora in piena luce, si moltiplicava in un sibilo chiaro e ininterrotto. Doveva essere costato sottili studi evitare gli urti nei punti dove gli sciami si ammassavano negli intervalli di volo.

Il procedimento, devo riconoscerlo, mi colmava di quel piacere suscitato in noi dalle soluzioni tecniche, che è anche un riconoscimento tra iniziati: qui trionfava lo spirito del nostro spirito. Mi accorsi di diverse specie di automi che pascolavano nei campi e nei cespugli. Animali forniti di particolare vigore portavano un intero gruppo di pungiglioni che tuffavano negli umbrelli e nei grappoli di fiori. Altri erano armati di braccia prensili, che posavano come delicate pinze intorno ai fasci di fiori per spremerne il nettare. Altri apparecchi mi rimanevano incomprensibili. Comunque Zapparoni aveva in quell'angolo un campo di esperimento per brillanti trovate.

Il tempo passò a volo mentre mi dilettavo di quello spettacolo. Gradualmente penetrai nella costruzione, nel sistema dell'invenzione. Gli alveari erano disposti in lunga fila davanti al muro. In parte erano di forma tradizionale, in parte trasparenti, fatti, sembrava, della medesima sostanza delle api. I vecchi alveari erano abitati da api naturali. Probabilmente questi sciami erano lì soltanto per dimostrare la grandezza del trionfo sulla natura. Zapparoni aveva certamente fatto calcolare quanto nettare uno sciame può produrre al giorno, all'ora, al secondo. Ora lo collocava sul campo sperimentale accanto agli automi.

Ebbi l'impressione che egli avesse posto in imbarazzo gli animaletti dalla economia antidiluviana, infatti ne vidi spesso qualcuno volarsene via da un fiore che prima era stato toccato da un concorrente di vetro. Se invece il calice era stato visitato prima da un'ape vera, vi rimaneva sempre un piccolo dessert.

Da questo conclusi, senza alcuna difficoltà, che le creature di Zapparoni procedevano in modo più economico, cioè succhiavano in modo più esauriente. O forse, la forza vitale dei fiori si esauriva dopo che erano stati toccati da un pungiglione di vetro?

Comunque sia, l'evidenza insegnava che questa era un'altra delle fantastiche invenzioni di Zapparoni. Osservai poi il movimento davanti alle costruzioni di vetro che rivelava un metodo complesso. Credo che sia stato necessario l'intero corso dei secoli sino ai tempi nostri per indovinare il segreto delle api. Dell'invenzione di Zapparoni acquistai, dopo averla contemplata dalla mia poltrona soltanto forse un'ora, una concezione già precisa.

Gli alveari di vetro si distinguevano a prima vista dagli antichi per il grande numero di aperture. Non somigliavano tanto ad apiari quanto a centrali automatiche di telefoni. Non avevano poi autentiche aperture, infatti le api non vi entravano. Non vedevo dove si riposavano o venivano fermate o dove avevano la rimessa, infatti non saranno sempre state al lavoro. In ogni caso nell'arnia non avevano nulla da cercare.

Le aperture avevano piuttosto qui la funzione che hanno nei distributori automatici o quella dei fori di contatto in una presa elettrica. Le api vi si avvicinavano, attirate magneticamente, vi introducevano il pungiglione vuotandovi il nettare di cui avevano piena la piccola pancia. Poi ne venivano allontanate con forza quasi come proiettili. Era un prodigio che in questi viavai, nonostante la grande velocità del volo, non avvenissero urti. Sebbene la manovra fosse compiuta con un grande numero di unità, avveniva con perfetta precisione; doveva esservi un principio centrale che la dirigeva.

Evidentemente il procedimento naturale era stato semplificato. Così ad esempio era risparmiato tutto quanto riguardava la produzione della cera. Non c'erano né grandi né piccole celle e nulla che stabilisse la differenza tra i sessi, ogni cosa raggiava di uno splendore perfetto ma completamente privo di erotismo. Non c'erano né uova né larve, né fuchi né regine. Se ci si voleva attenere a una stretta analogia, Zapparoni aveva approvato e sviluppato soltanto un alveare di operaie neutre. Anche su questo punto aveva semplificato la natura, la quale già con l'uccisione dei pecchioni aveva osato una iniziativa economica. Sin dall'inizio egli aveva escluso maschi e femmine, madri e nutrici.

Se mi rammento bene, il nettare che le api succhiano dai fiori subisce diverse trasformazioni nel loro stomaco. Zapparoni aveva tolto anche questa fatica alle sue creature sostituendola con una chimica centrale. Vedevo come il nettare incolore iniettato attraverso i fori veniva raccolto in un sistema di tubi di vetro, nei quali gradualmente cambiava colore. Intorbidato sulle prime da una sfumatura di giallo, diveniva color paglia e arrivava al fondo con una stupenda tinta di miele.

La metà inferiore dell'apparecchio serviva da serbatoio o luogo di raccolta, che si riempiva a vista d'occhio della deliziosa sostanza. Potevo seguire l'aumento sulla misura incisa nel vetro. Se col binocolo osservavo i cespugli intorno e il fondo del prato, e poi riportavo lo sguardo sugli apparecchi, vedevo che il deposito del miele era salito di diverse linee.

Presumibilmente l'aumento e in genere il lavoro non venivano osservati soltanto da me. Distinsi un'altra specie di automi che oziavano davanti agli apparecchi o anche aspettavano come fanno i sorveglianti o gli ingegneri in una officina o in un cantiere di costruzione. Si distinguevano facilmente dagli altri perché erano color fumo.

 

Capitolo XIII.

Tutto preso da quello spettacolo, avevo completamente dimenticato che aspettavo Zapparoni. Però egli era presente come capo invisibile. Sentivo la potenza sulla quale lo spettacolo era fondato. Nel regno della tecnica, la tecnica diventava magia e non avvinceva tanto per il suo valore economico, e nemmeno per il suo significato politico, quanto per la parte di divertimento che vi si scopriva. In questi casi ci si accorge che siamo presi in un gioco, anzi in una danza dello spirito, che nessun'arte del calcolo può afferrare. Possiamo ricorrere soltanto all'intuizione, a un appello del destino.

I lineamenti del gioco sono più palesi nelle piccole che nelle forme gigantesche del nostro mondo. Agli occhi grossolani ha valore soltanto l'immenso, soprattutto quando è accompagnato dal moto. Eppure una zanzara ha tanti organi quanto il leviatano.

Era questo che mi avvinceva tanto al campo sperimentale di Zapparoni, così come dimenticai il luogo e il tempo come un bambino a scuola. Non pensai nemmeno che forse vi poteva essere pericolo: infatti spesso gli automi mi sibilavano accanto come proiettili. Si irradiavano fuori dagli alveari a fasci, per gettarsi sulla variopinta flora come un tessuto lampeggiante, e poi tornavano in rapido volo, frenavano, attendevano in fitto sciame che una raccoglitrice dopo l'altra venisse chiamata da impercettibili richiami, da invisibili segnali in rapido ritmo perché consegnasse il suo raccolto. Era uno spettacolo che affascinava e ipnotizzava insieme, e cullava la mente. Non sapevo che cosa mi stupisse di più, se la ingegnosa invenzione dei singoli corpi o il loro gioco combinato. Forse più di tutto mi deliziava la forza danzante dello spettacolo, potenza concentrata in ordine superiore.

Non vorrei trascurare una circostanza caratteristica di simili scoperte. Dopo avere osservato per un'ora intera con grande tensione tutte quelle evoluzioni, credetti di comprendere, non il segreto tecnico, ma il sistema dell'invenzione. Subito dopo, ne iniziai anche le critiche e meditai sui miglioramenti. Questa inquietudine, questa scontentezza è strana, sebbene conti fra le nostre caratteristiche. Supponiamo che in Australia ci capitasse di incontrare un genere di animali mai veduto, certo ci colpirebbe lo stupore, però non ci metteremmo subito a riflettere sul modo di perfezionarli. Questo indica la differenza dell'autorità creativa.

La critica è uno dei tratti fondamentali del nostro mondo; è in armonia col movimento. Entrambi sono indipendenti l'una dall'altro. Se la critica diminuisse, aumenterebbe la quiete dello spirito, e l'intelligenza diminuirebbe a beneficio dello sviluppo materiale. Intanto il processo non si lascia dirigere né in un senso né nell'altro: questo significa che sono in gioco potenze superiori.

Oggi ogni ragazzo al quale si regali una motocicletta fa della critica tecnica. Per l'invenzione di Zapparoni, dopo il primo stupore si presentava la questione del costo. Le creature di vetro davano l'impressione di automi di lusso: ciascuna doveva costare quanto una buona automobile, magari addirittura quanto un aeroplano. Certo dopo che fossero state perfezionate, Zapparoni le avrebbe prodotte in serie, come accadeva per tutte le sue invenzioni. Evidentemente con quello sciame, anzi forse con una sola ape di vetro, poteva in una giornata di primavera guadagnare più che con uno sciame naturale in un anno intero. Probabilmente potevano lavorare anche con la pioggia e di notte. Ma come gareggiare con la regina delle api, la Grande Madre, che ne partorisce a migliaia?

E inoltre le api non sono soltanto operaie in una fabbrica di miele. Senza pensare alla loro completa autonomia, il loro lavoro oltre all'utile manifesto ha una parte nei piani cosmici: comprende la loro funzione di messaggeri d'amore, che trasportano il polline, fecondano i fiori. Le vitree collettive di Zapparoni mi avevano dato l'impressione di succhiare i fiori senza riguardo e di usare loro violenza. Dove avessero scacciato i vecchi sciami, la conseguenza doveva per forza essere prima un cattivo raccolto, poi una misera fioritura e infine il deserto. Dopo alcune grandi incursioni non ci sarebbero più stati né fiori né miele, e anche le api si sarebbero spente, come si spengono balene e cavalli. E allora sarebbe stata ammazzata la gallina che aveva fatto le uova d'oro, abbattuto l'albero che dava le mele.

Bene, il miele era un cibo squisito, ma se si voleva accrescerne la produzione, non era faccenda che riguardava l'industria degli automi. Era piuttosto compito della chimica. Pensai ai laboratori, che avevo veduto nella Provenza, magari a Grasse, dove si estrae la sostanza profumata da milioni di fiori. Là c'erano foreste di aranci amari, campi pieni di violette e tuberose e azzurre piante di spigo che pendevano nella macchia. Con simili sistemi si poteva ottenere probabilmente anche il miele. Si potevano sfruttare i prati come i giacimenti di carbone, dai quali si trae non soltanto una sostanza combustibile, ma anche innumerevoli prodotti chimici, essenze, colori, medicine d'ogni specie, anche fibre tessili, conduttori elettrici ed elettronici. Mi sorprende che non vi avessero già pensato.

Naturalmente Zapparoni aveva meditato la questione delle spese già da molto tempo, altrimenti sarebbe stato il primo miliardario che non sapesse calcolare con la massima precisione. Già molti hanno imparato a proprio danno, quanto conosca bene il valore dei centesimi la gente ricchissima. Non sarebbero mai diventati così ricchi se fosse mancato loro quel dono.

C'era dunque da supporre che lo stabilimento avesse un significato, al di fuori della solita economia. Poteva essere il giocattolo di un nababbo, col quale si dilettava quando tornava dal campo da golf o dalla pesca. In un'èra della tecnica ci sono molti giocattoli tecnici. Addirittura dei milionari si sono già rovinati con simili giocattoli. Nel gioco non si stringono i cordoni della borsa.

Però la supposizione era troppo inverosimile, infatti se Zapparoni voleva sprecare tempo e danaro per i suoi menus plaisirs, il cinema gli offriva abbondanti occasioni. La Zapparoni Film era la sua grande passione personale. Là egli osava esperimenti che avrebbero portato ogni altro uomo all'asilo dei poveri. Così l'idea di far recitare degli automi, era naturalmente vecchia e nella storia del cinema era stata sperimentata molte volte. Però che fossero automi quelli così presentati, non era mai stato nascosto, quindi i tentativi si erano limitati al fiabesco o al grottesco, ad effetti consueti nel teatro delle marionette o della vecchia lanterna magica. Zapparoni invece voleva realizzare l'automa nel senso antico, l'automa di Alberto Magno o del Regiomontano. Voleva uomini artificiali in grandezza naturale, figure simili agli esseri umani. Tutti si erano divertiti a quell'idea, se n'erano sdegnati e l'avevano dichiarata la trovata di cattivo gusto di un uomo immensamente ricco.

Eppure tutti avevano sbagliato, infatti già la prima di quelle opere aveva fatto furore. Era una commedia di lusso per marionette senza marionettista e senza fili, la «prima» non soltanto di un nuovo lavoro ma di un nuovo genere d'arte. Certo le figure erano ancora un po' diverse dagli esseri umani, ma a loro vantaggio. Le facce erano più luminose, più immacolate, gli occhi avevano il taglio più grande, erano più simili a pietre preziose, i movimenti più lenti, più nobili e nel turbamento più rapidi, più violenti. E anche il brutto, l'anormale era interpretato in modo nuovo, piacevole o terrificante, ma sempre affascinante. Un Caliban, uno Shylock, un Quasimodo come Zapparoni lo presentava, non poteva esser stato generato in nessun letto, partorito da nessuna donna, per quanto strane fossero le strade in cui si fosse smarrita. E tra questi potevano esservi puri esseri magici, Golia, il nano Naso, l'archivista Lindhorst, l'Angelo dell'Annunciazione, trasparente, così che attraverso il suo corpo e le sue ali si vedevano gli oggetti.

Si poteva dunque dire che queste figure non imitavano semplicemente l'essere umano, ma lo conducevano oltre le sue possibilità, fuori delle sue dimensioni. Le voci giungevano a un'altezza che svergognava ogni usignolo, a una profondità che svergognava qualsiasi basso; movimenti ed espressioni rivelavano che la natura era stata studiata e superata.

L'impressione fu straordinaria. Si ammirava oramai con infatuazione ciò che alla vigilia si era deriso. Non voglio ripetere quel che affermavano i panegiristi. Vedevano nel nuovo teatro delle marionette una nuova opera d'arte che presentava tipi ideali. Certo bisognava tener conto dell'ingenuità dello spirito di allora, che afferrava le più audaci invenzioni come la bambina la sua bambola. I giornali compiangevano il destino di un giovane che si era gettato nel Tamigi. Aveva preso un'eroina di Zapparoni per una donna di carne e ossa e non aveva saputo sopravvivere al dolore. La direzione espresse il suo rammarico e lasciò trasparire che non sarebbe stato inconcepibile che la giovane robot avesse ascoltato il giovane. Egli aveva agito con troppa fretta, non aveva afferrato tutte le possibilità della tecnica. In ogni caso il successo fu tremendo e certamente coprì le spese. Zapparoni aveva la mano d'oro.

No, chi sapeva giocare con uomini artificiali, aveva un passatempo sufficiente. Non aveva bisogno di divertirsi con api di vetro. Quello in cui mi trovavo non era un cortile di ricreazione. Infatti vi sono altre regioni dove il danaro perde la sua importanza. Dovetti pensare alla conversazione col brasiliano che mi aveva detto una volta: «Non è ancora deciso chi sulla terra avrà il sopravvento, se l'uomo o la formica».

Certo, che quelle api di vetro raccogliessero miele, era un gioco. Era un compito assurdo per opere d'arte. Intanto con esseri capaci di questo, si poteva tentare quasi ogni cosa. Per quegli automi era più facile riportare granelli d'oro e diamanti che il nettare attinto dai fiori. Però anche per i migliori affari sarebbero costati troppo. Le assurdità economiche si compiono soltanto dove è in gioco la potenza.

E veramente il padrone di quegli sciami era un uomo potente. Era forse più potente di un altro che comandasse a un uguale numero di aeroplani. Davide era più forte, più intelligente di Golia.

 

© Paolo Melandri (7. 4. 2019)

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Giochi africani

È un avvenimento bizzarro come la fantasia, simile a una febbre i cui germi sono apportati da lontano, prende possesso della nostra vita e si insedia in essa sempre più profondamente e ardentemente. Alla fine soltanto l'immaginazione ci pare l'unica realtà e la vita di tutti i giorni un sogno, nel quale ci muoviamo svogliati, come un attore turbato dal suo ruolo. È allora venuto il momento in cui il crescente disgusto fa appello alla ragione e le pone il compito di cercare una via d'uscita.

Questo era il motivo per cui la parola «fuggire» aveva per me una melodia particolare, giacché non si poteva dire che vi fosse un particolare pericolo che giustificasse la sua applicazione; a parte forse gli insegnanti, i quali mi trattavano come un sonnambulo e le cui lamentele si accumulavano, diventando piuttosto minacciose nelle ultime settimane.

«Berti, tu dormi, Berti, tu sogni, tu sei nelle nuvole», era un eterno ritornello. Anche i miei genitori, che vivevano in campagna, avevano già ricevuto qualcuna delle ben note lettere, il cui sgradito contenuto iniziava con le parole «Il Vostro figlio Alberto Berti...»

Queste lamentele erano però non tanto la causa quanto la conseguenza della mia decisione; o meglio, le due cose si trovavano in quel rapporto di interazione, che suole accelerare i movimenti scoscesi. Da mesi vivevo in una eccitazione segreta, che in quegli ambienti difficilmente può passare inosservata. Così ero già arrivato al punto di non partecipare affatto alle lezioni, sprofondandomi invece in descrizioni di viaggi in Africa che sfogliavo sotto il banco. Quando mi veniva rivolta una domanda, dovevo superare tutti quei mari e quei deserti prima di dare alcun segno di vita. In fondo ero presente solo come rappresentante di un lontano viaggiatore. Mi piaceva anche, simulando un improvviso malore, uscire dalla classe e passeggiare sotto gli alberi del cortile scolastico, lì riflettevo sui particolari del mio piano.

L'insegnante di classe aveva già adottato nei miei confronti il penultimo dei provvedimenti educativi, che vuole indicare la definitiva separazione; mi trattava come fossi aria, mi «puniva ignorandomi». Che anche questo castigo non avesse effetto era un brutto segno, un segno di quanto io fossi già assente. Questo isolamento attraverso il disprezzo mi era anzi gradito, perché mi circondava di un vuoto, nel quale mi dedicavo indisturbato ai miei preparativi.

Vi è un tempo in cui il mistero appare raggiungibile al cuore solo nello spazio, solo nelle bianche macchie della carta geografica, e in cui tutto ciò che è oscuro e sconosciuto ha una potente attrattiva. Lunghi, ebbri sogni ad occhi aperti durante le mie passeggiate notturne sui bastioni mi avevano tanto avvicinato a quei lontani Paesi, che pareva ormai sufficiente la sola decisione per penetrare in essi e godere dei loro piaceri. La parola giungla racchiudeva in sé tutta una vita, la cui prospettiva è irresistibile a sedici anni; una vita da dedicare alla caccia, alle ruberie e a straordinarie scoperte.

Un giorno ebbi la certezza che il giardino perduto era celato nel delta superiore del Nilo o del Congo. E poiché la nostalgia per quei luoghi è fra le più difficili cui resistere, cominciai a nutrire innumerevoli, pazzi progetti su come ci si potesse meglio avvicinare alle regioni delle grandi paludi, della malattia del sonno e del cannibalismo. Covavo pensieri quali tutti conoscono certo dai loro più lontani ricordi: volevo farmi strada come clandestino, mozzo o travestito da apprendista artigiano girovago. Ma infine decisi di arruolarmi nella Legione Straniera, per raggiungere così almeno i margini della Terra promessa e penetrare poi da solo all'interno; naturalmente non senza aver prima partecipato ad alcune battaglie, ché il fischiare delle pallottole mi sembrava una musica di più alte sfere, della quale si legge solo nei libri, e per partecipare alla quale bisognava andare in pellegrinaggio, come gli americani a Bayreuth.

Ero dunque pronto a prestare giuramento su qualsiasi pelle di vitello del mondo, se essa mi avesse portato fino all'equatore come il mantello magico di Faust. Ma in fondo neanche la Legione Straniera apparteneva alle forze oscure che basta evocare al primo crocevia quando si voglia patteggiare con esse. Da qualche parte doveva esserci, questo era certo, perché abbastanza spesso leggevo sui giornali i resoconti di pericoli eletti, rinunzie e crudeltà che un abile pubblicista non avrebbe saputo descrivere meglio per attirare fannulloni del mio tipo. Avrei dato molto perché uno di questi ingaggiatori, che ubriacano e rapiscono i giovani, e contro i quali mettevano spesso in guardia, mi si fosse avvicinato; ma mi pareva alquanto improbabile che ciò accadesse nella nostra cittadina nella valle, tanto pacifica e addormentata.

Così mi sembrò più giusto passare prima di tutto la frontiera, per compiere in tal modo il primo passo dall'ordine al disordine. Mi immaginavo che il meraviglioso, il regno delle coincidenze e degli avvenimenti favolosi dovesse rivelarmisi sempre più chiaramente ad ogni passo, se avessi avuto il coraggio di allontanarmi dalla solita vita; che l'attrazione dovesse risultare sempre più forte man mano che le si andava incontro.

Ma non mi nascondevo il fatto che ogni situazione esercita una forza di gravità non superabile con il semplice pensiero. Certo quando, per esempio prima di addormentarmi, pensavo di prendere e andarmene, nulla mi sembrava più facile che vestirmi subito, andare in stazione e salire sul primo treno. Ma appena cercavo anche solo di muovermi, mi sentivo appesantito da pesi di piombo. Questa discrepanza fra le esagerate possibilità offerte dai sogni e i limitati provvedimenti presi per la loro realizzazione mi procurava molto dispiacere. Per quanto sapessi con lo spirito vagare senza fatica per i luoghi più impervi, a mio piacimento, mi accorgevo però nello stesso tempo che nella vita reale anche il comprare un biglietto ferroviario presupponeva uno sforzo ben maggiore di quanto avessi pensato.

Quando, non abituati a tuffarsi, ci si trova su un alto trampolino, si sente fortemente la differenza fra uno che vorrebbe tuffarsi e un altro che si rifiuta di farlo. Quando il tentativo di prendere se stessi per la collottola e buttarsi giù fallisce, si presenta un'altra soluzione. Consiste nel vincersi con l'astuzia, facendo oscillare il corpo sempre più forte sull'estremo bordo del trampolino, finché ci si vede improvvisamente obbligati a tuffarsi.

Sentivo chiaramente che questi sforzi per dare a me stesso la prima spinta verso il mondo dell'avventura erano ostacolati soprattutto dalla mia stessa paura. Il mio più forte avversario ero in questo caso io stesso, cioè un tipo pigro, che amava passare il tempo fantasticando sui libri, e veder muoversi i suoi eroi in contrade pericolose, invece di mettersi in cammino nella notte e nella nebbia per fare altrettanto.

Ma vi era un altro spirito, più selvaggio, il quale mi sussurrava che il pericolo non è uno spettacolo del quale si può godere seduti in poltrona, ma che deve esservi tutt'un'altra soddisfazione nell'osare di spingersi nella sua realtà, e quest'altro spirito cercava di trascinarmi sul palcoscenico.

Spesso durante questi discorsi segreti, di fronte a queste esigenze esasperate, avevo una paura matta. Mi mancava anche il talento pratico; la prospettiva di tutti i sotterfugi e degli intrighi che avrei dovuto osare per andare avanti, mi deprimeva. Come tutti i sognatori avrei desiderato avere la lampada fatata di Aladino o l'anello di Giaunder, il pescatore, con i quali si possono evocare spiriti servizievoli.

D'altra parte la noia penetrava in me come un veleno mortale, ogni giorno di più. Mi sembrava assolutamente impossibile “diventare” qualcosa; già la parola mi ripugnava, e dei mille impieghi che la civiltà può offrire, nemmeno uno mi sembrava adatto a me. Piuttosto mi attiravano le attività molto semplici, come quella del pescatore, del cacciatore o del boscaiolo; però da quando avevo sentito dire che i guardiaboschi oggi sono diventati degli impiegati contabili, che lavorano più con la penna che con il fucile, e che i pesci si pescano con la barca a motore, anche questo mi era venuto a noia. Mi mancava in queste cose la minima ambizione, e a quei discorsi, che i genitori sogliono fare ai figli sulle prospettive delle diverse professioni, assistevo come uno che deve essere condannato al carcere.

Di giorno in giorno si rafforzava la ripugnanza verso ogni cosa utile. La lettura e i sogni costituivano l'antidoto; ma le regioni in cui era possibile agire sembravano irraggiungibili. Là mi immaginavo un'audace società di uomini, il cui simbolo era il fuoco, il cui elemento era la fiamma. Per essere accolto in essa, o anche solo per conoscere un uomo di fronte al quale provare rispetto, avrei volentieri rinunciato a tutti gli onori che si possono conseguire dentro e fuori le quattro facoltà.

Supponevo con ragione che fosse possibile incontrare i figli naturali della vita soltanto voltando le spalle all'ordine costituito. Certo i miei ideali erano forgiati sulla misura di un sedicenne, che non conosce ancora la differenza tra eroi e avventure e che legge cattivi libri. Ma avevo in fondo ragione, in quanto ponevo l'insolito al di là della sfera sociale e morale che mi circondava. Perciò non volevo diventare inventore, rivoluzionario, soldato o comunque un benefattore dell'umanità, come succede spesso a quell'età; ero invece attirato da una zona, nella quale si esprimeva, pura e senza scopo, la lotta delle potenze naturali.

Ritenevo questa zona reale; la identificavo con il mondo tropicale, che circonda come una cintola multicolore l'azzurra cappa di ghiaccio dei poli.

 

© Paolo Melandri (6. 4. 2019)

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La prova delle armi

Occupato da queste cose feci un bel pezzo di strada senza accorgermene. Che nel pomeriggio cominciasse a cadere una pioggerella sottile, pulviscolare, non mi dispiacque, perché aumentava la solitudine. Del resto passeggiare sotto la pioggia fitta fa parte delle mie inclinazioni. Lo prediligo ancor oggi, come una delle rare occasioni nelle nostre latitudini per abbandonarsi ai propri pensieri all'aperto. A vagare per le grandi foreste durante il maltempo, avvolti in un impermeabile, capita che perfino nei pressi delle grandi città si sia tanto indisturbati, quanto un sommozzatore sul fondo marino.

Poiché tornava a farsi viva la fame, svoltai per sostare nella stretta valle di un ruscello che si perdeva nel bosco. Sotto un fitto gruppo di pini il terreno era ancora asciutto; vi distesi il mantello e per il primo fuoco da campo raccolsi le pigne dischiuse.

Il pane si era già fatto un po' spugnoso per l'umidità; preferii dunque il salame e il vino. Mi venne in mente che avrei fatto bene a controllare se il mio armamento fosse adeguato alla situazione e, per inaugurare la rivoltella, decisi di eseguire una piccola prova di sparo. Per bersaglio scelsi un esile tronco di pino e vidi con piacere la corteccia rossa scheggiarsi sotto gli spari e le limpide perle di resina gocciolare dal legno squarciato.

Poi, mentre con la schiena poggiata a un tronco mi scaldavo i piedi osservando il fuoco, la cui brace si sfogliava lentamente sotto uno strato di cenere bianca, fui preso da uno strano gioco. Consisteva nel puntare al petto l'arma carica, facendo lentamente roteare all'indietro il grilletto fino al pulsante. Con attenzione sospesa vidi il grilletto salire fino alla posizione di fuoco, mentre la pressione del pollice diminuiva, quasi una bilancia che abbia trovato il suo giusto equilibrio. Durante questo gioco sentivo il vento muovere impercettibilmente il tronco contro cui sedevo. Quanto più il mio pollice avanzava tastando, tanto più forte stormivano i rami, ma stranamente, raggiunto il punto decisivo, subentrava un silenzio completo. Non avrei mai pensato che nel senso tattile vi fossero differenze tanto sottili e significative. Dopo aver ripetuto alcune volte tale cerimonia, rimisi nello zaino quel piccolo strumento cui si poteva carpire una simile melodia, mezza dolce e mezza inquietante. Il decorso di questa solitaria iniziazione alle armi mi riempì di soddisfazione.

 

© Paolo Melandri (6. 4. 2019)

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La baia del nulla

Quante cose c'erano da vedere in questo modo, senza che un senso di nausea le allontanasse con disprezzo come vecchie conoscenze! I frassini alti, alti, e la piazza buia, buia… Il sole che filtrava tra i rami era talmente scarso, che le donne, soprattutto quelle più giovani, spostavano continuamente le loro sedie inseguendo i pochissimi posti al sole. Ogni tanto una di loro si alzava e gettava con gesto invitante, nella sabbia, una paletta di plastica davanti a un bambino che la guardava appena. Oppure i numerosi giocattoli che rapidamente erano sparpagliati venivano nuovamente raccolti intorno al bambino… Si minacciavano quelli riottosi battendo semplicemente le mani, di lontano. Allora i piccioni che di solito si posavano sulla sabbia, tra i bambini, si levavano a volo. Mentre cercava il suo bambino che l'aveva chiamata perché voleva lasciarsi cadere dalle sbarre, una donna cullava con la mano sinistra la carrozzina dove c'era un lattante, e con la destra si teneva il ventre nuovamente gonfio. Eraldo ne guardò un'altra che contava le maglie su un ferro di calza, e un'altra che soffiava via la sabbia dagli occhi di un bambino in lacrime. Quanti nomi stranianti! Tiziana! Felicitas! Prudenzia!… Sconforto e abbandono si abbassarono – come un'ultima forma possibile – sulla piazza polverosa, pullulante di esseri umani, sulle donne con le borse di plastica accanto a sé, sul guardiano del parco che sonnecchiava eppure era sempre pronto a intervenire, nella sua casetta ottagonale, sui bambini che percuotevano coi calcagni la latta, prima di scendere lungo lo scivolo cigolante, mentre altri già saltellavano impazienti ai piedi della scala, su quell'andirivieni che si ripeteva, solo in modo discontinuo, a strattoni, dove non accadeva nulla – la sabbia e la polvere turavano anche le fessure dei tombini –, e dove c'era odore di sapone e risuonavano incessanti gli strilli acuti dei bambini, i richiami delle donne, i fischi del guardiano del parco e lo stridulo suono dei pattini a rotelle sulla pista di cemento.

 

© Paolo Melandri (4. 4. 2019)

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Un incontro pericoloso 3

Adesso erano seduti uno di fronte all'altra davanti al caminetto a gas. Dai ciocchi di rame perforato guizzavano fiammelle azzurre. Per la prima volta avevano agio di contemplarsi – così come si guardano bei quadri o delle fotografie. Irene era stata una bambina solitaria. Ogni volta che riceveva una nuova bambola, si rintanava in un angolo per poterci giocare come più le piaceva, senza testimoni né spettatori. E ora si beava della stessa sensazione di possesso che allora la coglieva con tanta intensità.

La sventura di questa bella creatura era dovuta al suo indugiare, dal punto di vista spirituale, nell'età infantile – e in questo senso Eraldo le era affine. Il loro era un incontro tra fanciulli, non tra persone adulte. Quando Irene aveva visto per la prima volta il capitano in casa di suo padre, aveva saputo che tutt'a un tratto si faceva sul serio. Fino a quel momento non aveva mai immaginato che uno sguardo potesse essere tanto potente. L'aveva appreso dal colloquio con Kargané – con un senso di costernazione, come se una nave pirata si smascherasse e lasciasse rifulgere i suoi cannoni. Com'era possibile che quegli occhi si tramutassero in due luci che crudelmente, con spudorata consapevolezza, penetravano in lei? E, cosa ancor più incomprensibile, lei aveva risposto all'istante, aveva detto sì a quella domanda con la medesima consapevolezza, la medesima mancanza di pudore. Era stata la fiamma che segue la folgore. Con questo tutto era stato deciso; non c'era più modo di ribellarsi. In fondo il capitano l'aveva presa come un pascià; la costrizione che lui esercitava era più forte di tutte le catene dell'Oriente.

Fin dall'inizio Irene si era dibattuta contro quel dominio. Poteva essere conquistata, ma non vinta. Ogni nuova presa di possesso rafforzava anzi la sua resistenza, che si addensò fino all'odio. Ma con esso crebbe anche la sua gelosia.

Com'era diverso l'idolo che custodiva nel suo intimo e a cui sacrificava nei suoi sogni. Gli si era soprattutto avvicinata nel periodo in cui mandava ogni giorno fiori e frutta al giovane Coquelin, come una pastorella che depone i suoi doni davanti a un'immagine sacra. Non appena entrava in scena l'attore, lei era colta da un lieto sgomento che la trasportava fuori della realtà. Nel teatro si sarebbe sentita volare una mosca quando Coquelin veniva alla ribalta con le sue movenze libere e leggere. Irene doveva chiudere gli occhi – quella era l'apparizione; il suo sacrificio era stato premiato.

Cercava di dimenticare quanto era successo dopo. La sua rovina consisteva nel fatto che dall'ideale si aspettava cose reali, e dal reale la trascendenza. È un male universale, squisitamente umano – solo che in lei attingeva livelli maniacali. Così Irene oscillava costantemente tra l'aspettativa e la delusione.

Mentre contemplava Eraldo, questi si fondeva nella sua mente col giovane attore così com'era quando ancora non l'aveva delusa. Stavolta avrebbe condotto la cosa a buon fine; non avrebbe più sentito la mancanza di Kargané – al contrario, sarebbe andata in viaggio anche lei, appunto con Eraldo. Per cominciare avrebbe fatto in modo che egli assumesse l'aspetto esteriore che piaceva a lei; come allievo sarebbe stato docile. Già lo vedeva comparire nella terrazza mentre i cavalli aspettavano in strada. Ad un tratto sentì il desiderio di carezzargli i capelli, di occuparsi di lui con tenera premura. Gli prese la mano.

Eraldo – posso chiamarla così, non è vero? – sapesse come sono contenta che lei sia venuto”.

Per Eraldo, che conduceva una vita di puro sogno, fu come destarsi a una più alta realtà; com'era lieve e insieme delizioso il peso di quella mano. Una fata l'aveva cercato. Ora avrebbe udito cose meravigliose, eppure desiderava che il tempo si fermasse e tutto rimanesse com'era.

 

© Paolo Melandri (3. 4. 2019)

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Un incontro pericoloso 2

Così dicendo Ducacci aveva fatto un cenno del capo in direzione di una signora che pranzava a uno dei tavolini in compagnia di un vecchio. Ettore l'aveva notata al primo sguardo: dovunque andasse, non poteva non attirare l'attenzione, e anche l'ammirazione – quella donna era bella.

La figura alta e sottile, indossava un tailleur nero che la stagliava nettamente contro il divano rosso. Teneva la testa pigramente appoggiata a una mano e sembrava prestare ascolto al suo accompagnatore anche se di tanto in tanto dava uno sguardo in giro agli altri clienti. Il volto colpiva per la sua regolarità: da lontano sembrava una maschera o una di quelle attrici che stilizzano sapientemente i propri tratti. I capelli castano scuri erano folti e aderenti al capo come la pelliccia di quegli animali che si accarezzano volentieri. Le coprivano le orecchie e metà della fronte. La linea del naso, leggermente troppo corta, dava al suo viso, specialmente quando guardava in su, un tocco di impertinenza. Di contro gli occhi erano grandi e lucenti come agate grigie incastonate nel marmo; e parevano ancora più grandi a causa delle ombre azzurre che li orlavano. La semplicissima eleganza dell'abito conferiva a quella creatura una sorta di conchiuso rigore formale che la faceva assomigliare a una gemma paga della propria luce. Contrastava nettamente con questo il suo fare distratto e trasognato.

Bellezza e inquietudine stridevano in quel volto. È sempre una disgrazia ereditare un potere senza la sicurezza che serve ad amministrarlo. Come un grande patrimonio, che è solo fonte di sventure se colui che lo possiede è un prodigo, così la bellezza può diventare pericolosa non solo per chi l'ha avuta in dono, ma anche per gli altri.

Ducacci, che conosceva bene coloro che vivono ai margini della società, coglieva al volo ogni elemento preoccupante. Sapeva che la contessa veniva preferibilmente evitata. Preoccupanti non erano quei lineamenti da grande gatta. Anche le tigri hanno le loro leggi. A mettere in guardia era un che di disordinato, una mancanza di equilibrio. Causa ed effetto malamente collegati. I processi che si svolgevano in quella testa erano imprevedibili. Le cose vi dovevano funzionare come in una stazione dove il puro capriccio decida se alzare o abbassare le sbarre, e come regolare gli scambi. Chiunque vi indugi si espone al pericolo di collisioni insensate. La bellezza era un'esca stupenda in cui si nascondeva un uncino.

Nel Medioevo un essere simile sarebbe stato sospettato di stregoneria, nel Settecento avrebbe avuto la reputazione di gran dama che agisce solamente in base al proprio arbitrio. Oggi si poteva intuire in tutto ciò una forzata debolezza. Le forme erano ormai quasi del tutto svuotate di contenuto, benché il loro aspetto esteriore sembrasse intatto. I nomi valevano ancora, i patrimoni si trasmettevano ancora per via ereditaria come ai vecchi tempi. Ma i singoli casi diventavano casi-limite in quanto da un lato erano ancora determinati dalla tradizione, e dall'altro già segnati dal declino – da quest'ultimo con maggiore ineluttabilità. Gli antichi tronchi davano ancora fiori, ma i frutti erano già sterili e ibridi.

 

© Paolo Melandri (3. 4. 2019)

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La luce che filtra

Quando il mondo invecchiò e lo stupore abbandonò le menti degli uomini; quando grigie città alzarono al cielo torri cupe e spaventose all'ombra delle quali nessuno poteva sognare il sole o i prati di primavera; quando la sapienza rubò alla terra il mantello della sua bellezza e i poeti non cantarono più, se non di fantasmi contorti e dagli occhi ciechi che guardavano solo dentro se stessi, quando avvennero queste cose e le speranze della fanciullezza si furono dissipate per sempre, un uomo fece un viaggio oltre la vita e compì una ricerca negli spazi da cui i sogni del mondo erano fuggiti.

Poco si sa del nome e della famiglia di quest'uomo, perché appartenevano solo al mondo della veglia, ma si dice che fossero entrambi oscuri. Sia sufficiente sapere che viveva in una città dalle alte mura dove regnava uno sterile e perenne crepuscolo, e che lavorava tutto il giorno fra le ombre e il frastuono, per tornare a casa la sera e chiudersi in una stanza le cui finestre non davano su prati e campi, ma su un tetro cortile dove altre finestre dividevano la sua disperazione. Dall'appartamento non si vedevano che mura e finestre di altri palazzoni, a meno di non sporgersi pericolosamente per cogliere qualche stella di passaggio. E siccome un panorama di infinite mura e finestre rende pazzo chi sogna o legge molto, l'inquilino della stanza si sporgeva ogni sera a guardare il cielo, per afferrare un frammento delle cose che stanno oltre il mondo e il folle grigiore dei grattacieli. Dopo alcuni anni imparò a chiamare per nome le stelle che passavano su di lui e a seguirle con la fantasia quando scomparivano dalla vista; finché, alla fine, la visione si estese e fu in grado di percepire cose che l'occhio comune non sospetta. E una notte il grande abisso fu superato, i cieli stregati dai sogni premettero alla finestra dell'osservatore solitario e si mescolarono con l'aria della stanza, facendo di lui una parte del meraviglioso.

Scesero nella stanza rivoli di luce purpurea a mezzanotte, misti a polvere d'oro: vortici di fuoco e luce che filtravano dagli ultimi spazi e portavano profumi al di là dei mondi. Mari oppiacei si riversarono dalle finistre, illuminati da soli che l'occhio umano non vedrà mai e che portavano nell'abbraccio delle onde strani delfini e ninfe di immemorabili profondità. L'infinito si stese silenzioso intorno al sognatore e lo portò via senza nemmeno sfiorare il corpo che penzolava, tutto irrigidito, dalla finestra solitaria; e in un tempo che il calendario degli uomini non sa contare le maree dell'infinito spinsero il visionario verso i sogni che desiderava, quelli che gli uomini hanno perduto. E per molti cicli lo lasciarono a dormire teneramente su una spiaggia verde illuminata dal sole; una spiaggia verde che profumava di fiori di loto ed era punteggiata di fiori rossi.

 

© Paolo Melandri (31. 3. 2019)

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Un incontro pericoloso

Era la prima domenica di settembre, una giornata azzurra. Spesso in quest'epoca lo splendore dell'estate concentra le sue forze in un'ultima festa prima che avvampino i colori autunnali. Le notti sono più fresche; così l'alba si bagna di rugiada e la mattina è tiepida e gradevole. Il fogliame degli alberi si è scurito; si staglia contro il cielo come un metallo a sbalzo. Anche nelle città si attenua la calura; e vi penetra un'aura di lusso e di gaiezza.

Eraldo contemplava il piccolo giardino della Trinité. I giardinieri avevano già piantato nelle aiole i primi fiori dell'autunno. Su una bordura sottile fioriva ancora, drizzandosi da un tenero verde, la canna d'India. La sua fascia era interrotta da aiole circolari su cui sorgeva un astro azzurro dalle molte stelle. Le infiorescenze rifulgevano al sole. Sciami d'api e di moscerini le avvolgevano ronzando. Una vanessa a bande rosso brune riposava sul cuscino di un fiore. Ruotava senza fretta sul suo velluto e apriva le ali a pigri intervalli. Era certo venuta da lontano, superando in volo tetti altissimi. Un'altra vanessa si unì a lei. Le due farfalle cominciarono a descrivere dei cerchi e si levarono in alto fino a svanire del tutto nell'azzurro.

Da Saint-Lazare si udivano voci acute, infantili; erano gli strilloni dei giornali della domenica. Le campane si misero a suonare, e una folla vestita a festa uscì dal portale della chiesa dirigendosi verso le vetture che attendevano sulla piazza. Era un corteo nuziale. Chicchi di riso furono sparsi sul tappeto davanti alla giovane coppia. A quella vista Eraldo si riscosse dall'oziosa contemplazione in cui era irretito. Si mescolò ai passanti che confluirono insieme per poi tornare a disperdersi non appena le vetture si misero in moto. Poi, come uno cui non importi affatto imboccare una strada piuttosto che un'altra, svoltò nella Rue Blanche e si avviò pigramente su per la collina.

All'ombra delle case faceva più fresco; le strade erano state innaffiate da poco. L'acqua scorreva a valle dai bordi dei marciapiedi. Il quartiere, solitamente animato da una chiassosa alacrità, quel mattino era più tranquillo; mancavano i venditori ambulanti che offrivano per le strade pesce, frutta e verdura. Oggi si vedevano solo i chioschi dei fiorai. La città sembrava più vuota e perciò più solenne; gran parte della popolazione si trovava in riva al fiume oppure nei sobborghi. Si vedevano ancora le ultime carrozze uscire dalla città; erano cariche fin sul tetto di giovanotti accompagnati da ragazze in abiti variopinti. A mezzogiorno sarebbero stati in mezzo al verde e non sarebbero rientrati che a tarda sera. Qui i cavalli andavano al passo; gli zoccoli sdrucciolavano sul ripido selciato.

Per quanto abitasse nella città da oltre un anno, ciascuna di queste passeggiate era per Eraldo un'esperienza arcana. Quasi non gli sembrava di aggirarsi per piazze e strade, pensava semmai di percorrere le fughe di stanze e i corridoi di una grande casa sconosciuta, o anche di errare in cunicoli scavati in una roccia stratificata. In certe viuzze e a certi incroci l'incantesimo era più forte che mai. Eraldo non riusciva veramente a farsene una ragione. Più che i monumenti e i palazzi, testimoni di un antico passato, lo commuoveva l'anonima vita che aveva fatto sì che questa capitale somigliasse a un banco di corallo – la materia prima del suo destino. Perciò si sentiva a suo agio specialmente nei quartieri che erano cresciuti contro tutte le regole dell'architettura e si erano conglomerati nel corso dei secoli. Un'infinità di sconosciuti avevano vissuto, sofferto e gioito in quei quartieri. Un'infinità di persone abitavano ancora su quel suolo. La loro vita si era trasmessa alla malta. Era una forza incredibilmente concentrata, addirittura prodigiosa. E lui era sempre animato dalla sensazione che quel prodigio potesse prender forma da un istante all'altro: attraverso una lettera, un messaggio, un'avventura o un incontro di quelli che si vivono nelle grotte e nei giardini delle fate.

Durante queste passeggiate egli si sentiva invaso da una grande tenerezza. Era accordato come una corda lenta, che quasi non ha bisogno di una mano che la suoni. Un alito di vento, un raggio di sole bastavano a farla vibrare. L'inviolato lo avvolgeva come un bagliore che si fa visibile anche agli occhi più ottusi.

 

© Paolo Melandri (31. 3. 2019)

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Il venditore ambulante

Il venditore ambulante posa il piede sulla carta che svolazza.

Si informa sulla via da percorrere, poi, stupito dai gesti con cui l'interpellato gliela indica, si dimentica di ascoltare la risposta. Le unghie penetrano nel palmo della mano. Non può accadere nulla. Ha il tempo di stupirsi. In un giorno simile nessuno pensa alla morte. Dalla baracca del pietrisco sporge un manico di badile. La strada non è vuota. Il venditore ambulante scorge una pietra grande come il pugno di un bimbo. Il cuoio capelluto si contrae. Nessuno si terge in fretta il viso con il fazzoletto. Il marciapiede è abbastanza alto sopra il livello della strada. Il cappotto dell'ambulante gli arriva alle caviglie. Dalla fessura sotto la porta del nogozio filtra schiuma di sapone. La bottiglia nell'acqua in posizione quasi verticale. Finestre si alternano a porte.

Egli vede la gente con maggior chiarezza del solito. L'unghia gratta la stoffa, trova i bottoni. L'ambulante muove le gambe con naturalezza. I sedili dell'automobile formano una linea perfetta. La strada è stata innaffiata da poco. Egli scopre davanti a sé, con sorpresa, le proprie ginocchia. Le finestre brillano. Scuote incredulo la testa. Solo una scarpa è lucida, l'altra è ancora impolverata. I pensieri lo aggrediscono. Un chiodo, nel conficcarsi, si è piegato!

Il venditore ambulante bussa nel muro con una matita. Senza una ragione, ma incapace di fare altro, osserva la vecchia seduta su uno sgabello davanti alla porta di casa.

Tra le case cammina diversamente che in aperta campagna. La mano che ha portato la valigia trema. La porta della cabina telefonica è chiusa. È una bella mattina. Dopo il primo rintocco, aspetta il secondo con ansia. Le punte delle scarpe guardano all'insù!

Non si volta né a sinistra né a destra. Le mani che poggiano sul volante sono avvolte in guanti di pelle. Non riesce ad immaginarsi che qualcuno possa gridare, ora. Gli oggetti non lo rendono inquieto, ma neppure lo distraggono. Fin dove giunge il suo sguardo, la terra è intatta. Ha con sé solo oggetti personali. I suoi abiti sono più adatti all'oscurità che alla luce del giorno. I suoi capelli sono arruffati, e non c'è vento. Le persone che incontra lo guardano da capo a piedi. Quando scorre verticalmente, il rivoletto diviene più sottile. Il venditore ambulante sta in ascolto. Tutti gli angoli delle case sono arrotondati. Improvvisamente, la strada davanti a sé, prova repulsione per ogni lontananza. Forse la corda è sfuggita di mano a chi mette in azione la campana. Perché proprio adesso la stringa si deve slacciare di nuovo? Stendono un copertone sopra la macchina. Ci sono innumerevoli direzioni. Le unghie prudono. Due vecchie segano un grosso tronco.

Adesso ha bisogno di una diversione. Per terra, improvvisamente, il tubo di gomma si tende. Le tasche del cappotto sono così ampie e profonde che non riesce a sentirci dentro le mani. Barcolla di proposito. I muri delle case non recano segni né disegni. Ogni cosa è al suo posto. Il venditore ambulante ha un sorriso maligno. Un pesante giornale sta appeso all'edicola con una molletta. La ruota è ben appoggiata al muro. Lui sbadiglia camminando. Le immagini si deformano ogni volta che inspira. Il corpo rifiuta qualunque cosa vedano gli occhi. I tronchi, sul camion, rimbombano. Non sa dove mettere le mani. La donna pulisce la maniglia con lo strofinaccio. Il primo scoppio dell'accensione difettosa lo spaventa. A ogni parola che sente, ne segue un'altra.

Ha camminato tanto, che tutte e due le stringhe si sono slacciate. Sul ricevitore del telefono c'è ancora l'impronta di una mano sudata. Deve insistere più volte sullo stesso pensiero, fino ad annientarlo.

Espira ed inspira.

Nota che l'ordine intorno a lui sta diventando un gioco. Il tintinnio dei bicchieri è un rumore pericoloso. Quando gli rivolgono la parola risponde a gesti e a smorfie. Il riso della donna si inserisce in tutti gli altri suoni. Pur ritenendo che non farà mai conoscenza con alcuno dei presenti, l'ambulante cerca di imprimersi i loro volti nella memoria. Qua e là la strada è nera di fuliggine. Le dita che teneva serrate di sono aperte. Davanti alla porta c'è uno stivale spaiato col gambale rimboccato. Il secchio delle immondizie appare vuoto. La moneta è ancora calda.

Quel suo affannoso mescolare nel bicchiere non è che un'ammissione della sua inerzia. Per il disagio le scarpe guardano in direzioni diverse. Tutti si sono già abituati ai loro movimenti. Questo silenzio è solo il silenzio che attende una risposta. Prendono cibi pesanti. La porta si apre senza difficoltà. La mano che regge il vassoio è alta sopra la testa. La schiuma ristagna davanti a un ostacolo. D'un tratto pensare gli piace. È lo scoppio di un turacciolo!

Si toglie le scarpe sotto il tavolo. “Se si sparano palle di cannone sull'acqua, vengono fuori gli annegati.” Si rallegra della quiete. La signora toglie la schiuma dal bicchiere con uno stecco.

Il collo della sua camicia non è più immacolato.

Ci sono delle macchie sul palmo della mano.

Il grido è soltanto quel grido che precede la risata provocata da una barzelletta.

Non fa molto caldo, ma gli abiti lo opprimono. La parete della casa ha solo false finestre. La strada è molto frequentata. L'odore di sudore significa buona salute. Lei allontana i capelli dall'orecchio col pollice. Lui non può immaginarsi che un grido, di giorno, sia un grido di aiuto. Solo un lato della scatola di fiammiferi è segnato dallo sfregamento. Le parole che sente si riferiscono ai soliti argomenti. La fettina di limone ondeggia lentamente verso il fondo del bicchiere. La donna rimette la scopa al suo posto. Lui si schiarisce la gola, ma non dice nulla. Neppure i nomi degli oggetti gli vengono in mente in questo ambiente estraneo. Quando l'uomo che gli siede di fronte scoppia a ridere e getta indietro la testa, gli offre la gola indifesa.

 

© Paolo Melandri (30. 3. 2019)

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Un pomeriggio

Nonostante fosse inverno, lì attorno c'era ancora qualche fioritura. Proprio perché piccoli e isolati i garofani selvatici, le margheritine, i ranuncoli e le ortiche morte ravvivavano il terreno percorso da aspri solchi. I calici dei ranuncoli, splendenti come smalto, talvolta sembravano persino raggi di sole. Dalla cima di un melo pendeva ancora qualche frutto, rosicchiato dagli uccelli, dalla polpa vitrea e ghiacciata. Le ultime foglie, appesantite dalla brina, precipitavano a terra una dopo l'altra, quasi in verticale, con uno scricchiolio. Gli amenti del nocciolo erano incolori, come contorti dal freddo. Una campanula sullo steccato e una accanto alla porta di casa erano illividite dal gelo.

All'esterno il giardino confinava con un parco alberato, ma che allo scrittore, come già altre volte nell'ora successiva al lavoro, appariva vasto e primigenio, con il sottobosco e le liane. Si girò ancora una volta verso casa. Con questo gesto gli sembrò di uscire da un'ombra. Il cielo era grigio chiaro solcato da lunghissime striscie più scure, l'insieme dava un'impressione di vastità e di altezza. Non c'era vento, ma l'aria era così fredda che gli sferzava il collo e la fronte. A una biforcazione del sentiero si fermò e rifletté sulla direzione da scegliere: in città ci serebbe stata molta gente per la vigilia di Natale, in periferia sarebbe stato solo. Nei periodi di ozio di regola andava a passeggiare in centro. Quando invece era assorbito dal lavoro, si avviava ai margini della città – dove non c'era anima viva. Almeno finora, questa regola aveva dato buoni risultati. Ma poteva dire di avere delle regole? Le poche che finora aveva cercato di darsi non erano state sempre trascurate a favore di qualcos'altro, gli umori, i casi, le ispirazioni, che a lui sembravano più utili? In realtà, già da decenni, viveva concentrato di volta in volta sulla sua mèta scrittoria; ma fino ad oggi non conosceva nessun modo affidabile di raggiungerla; in lui tutto era rimasto provvisorio com'era stato un tempo nel bambino, in seguito nello scolaro e più tardi ancora nell'esordiente: provvisoriamente abitava, lo stesso esordiente di un tempo, in questa città europea del mondo, sebbene nel frattempo avesse cominciato ad invecchiarvi, gli sembrava; soltanto provvisoriamente era tornato in patria da paesi stranieri, sempre in procinto di ripartire per luoghi lontani e vedeva come qualcosa di provvisorio anche la sua esistenza di scrittore, per quanto corrispondesse ai suoi sogni – tutto ciò che era definitivo lo inquietava da sempre. “Tutto passa?” Oppure “Nessuno si bagna nello stesso fiume?” Oppure, come suonava in origine la sua massima preferita “Sempre diverse sono le acque dei fiumi in cui ci bagnamo?” Sì, per anni si era detto e ripetuto questa frase di Eraclito, come i credenti forse recitavano il loro “Padrenostro”.

Restò fermo dinanzi all'incrocio per un tempo insolitamente lungo. Era come se lui, la cui attività non prescriveva alcuna determinata regola di vita, anche per molti movimenti del quotidiano, sia pur minimi, avesse bisogno di un'idea – e questa si formulò nel pensiero di collegare il cuore della città con il suo limite, di attraversare il centro per andare a passeggiare in periferia. Non si era forse sentito attratto dalla gente, proprio quando sedeva alla scrivania? E non si era forse anche ripromesso, pur non avendo mai mantenuto il proposito, di attraversare almeno una volta al giorno il fiume oltre il quale cominciavano i nuovi quartieri? Ora che aveva stabilito un percorso, subentrò il piacere di passeggiare.

Già nel parco alberato per lungo tempo non incontrò nessuno. Solo con la natura, dopo ore trascorse nella sua stanza, lo scrittore fu quasi sorpreso da un sentimento liberatorio di innocenza. Infine smise di rimuginare sulle frasi della mattina e abbracciò con lo sguardo la tavola illustrata a colori vivaci degli uccelli come pure i cartellini con la scritta “Faggio” e “Acero” sui rispettivi tronchi; aveva occhi solo per la corteccia liscia e chiara di un albero o per quella scura e scalfita di un altro. Guardando una dozzina di passeri, che totalmente immobili, con le penne rizzate per il freddo erano appollaiati su un ramo di quercia ancora coperto di foglie avvizzite, poteva credere alla leggenda del santo che un tempo aveva predicato a queste creature; e in realtà ora gli animali, senza muoversi dal loro posto, avvicinarono le teste, quasi aspettassero di nuovo la prima parola. Disse qualcosa, e il gruppo tra le fronde rimase in ascolto.

 

© Paolo Melandri (28. 3. 2019)

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Il decennio

Fu in un chiaro crepuscolo d'inverno che capitai nel retroterra e, seguendo un avvallamento ferroviario che poi si inarcava in terrapieno, passato sotto un ponte di binari, arrivai in un luogo ampio da stropicciarsi gli occhi, per un sobborgo, e insieme particolare.

Su un lato era fiancheggiato dalla stazione, posta su una scarpata alta quanto il piano di una casa, su tutti gli altri da edifici in fila compatta, diversi da quelli di prima anche perché ciascuno era un negozio. Niente ricordava un sobborgo nel vasto quadrilatero, che spiccava dal circondario per le luci della piazza, delle vetrine, delle scritte al neon, dell'atrio della stazione, animato dai treni che arrivavano e partivano in rapida sequenza su al primo piano dell'edificio ferroviario (al secondo un appartamento con la biancheria stesa), e i passeri, alla ricerca di un posto per dormire, per il nuovo arrivato divennero percepibili dai platani esattamente come le macchine, il fischio dei treni e i giochi elettronici dei tre, quattro caffè.

Non solo per via dei tre panettieri, dei tre macellai, dei tre negozi di fiori, del cuoco vietnamita, del ristorante nordafricano, della rivendita con la stampa internazionale, questo era un centro. Qui a me accade lo stesso che al mio amico pittore diciamo a Vigo, il luogo nel quale era entrato attraverso uno specchio, la terra inesplorata, che però già da tempo immemorabile, un pianeta a parte, aveva pulsato e vibrato così, proprio come adesso al momento della scoperta; o a Filip Kobal con il suo Carso, dove lui, per metà esistenza a tu per tu con ogni mucchio di sassi, su quel piccolo altipiano che si abbracciava con lo sguardo, in una sera d'estate con un solo passo di lato capitò in un “secondo Carso”, subito accanto o dietro a quello abituale, con analoghi villaggi da deserto e il loro riflesso di notte qua e là nelle nuvole, già da sempre, ma per lui una fresca, giovane luce.

 

© Paolo Melandri (25. 3. 2019)

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Il rifugio

Scomparire è ancora meglio che tuffarsi sott'acqua: al costume dei ranocchi, preferisco quello dei topi. Non penso, però, a quelli neri e grigi delle case e dei giardini, ma al topo giallo-rosso della foresta tropicale, che somiglia ad un minuscolo scoiattolo. Si nutre di noci, di cui nel primo autunno reca una provvista nel suo nido invernale. Là, dorme ben nascosto per sei mesi o più, mentre le folglie cadono sul terreno boschivo e le ricopre poi la neve.

Io ho preso le mie precauzioni secondo il suo modello. Il moscardino, o topo di nocciole, è parente della marmotta: fin da bambino mi raffiguravo la vita di questo sognatore altamente comoda. Non è un caso che, dopo la morte del padre, io mi sia smarrito in questo mondo protettore. Nella mia solitudine, nel solaio di casa, io mi tramutavo in moscardino. Per anni, esso fu il mio animale totemico.

Mi sono cercato, ai margini della foresta, un posticino per la mia tana. Il foro d'ingresso non dovrebbe trovarsi al livello del suolo, è meglio una fessura nella roccia o dentro un tronco cavo. Di là iniziai a scavare il cunicolo, giorno per giorno, sempre più in fondo, raschiando fuori il terriccio, che poi sparpagliavo perché non ne rimanesse traccia.

Una volta giunto abbastanza in fondo, scavai un secondo cunicolo verso l'alto, come uscita di sicurezza. Per ogni ingresso bisogna provvedere alla sortita, per ogni via pensare al ritorno: questo mi risultava chiaro fin da allora. Il lavoro doveva avvenire in assoluto silenzio e con cautela; dall'alto vi era di giorno la minaccia dello sparviero, e di notte del gufo, al suolo animali ostili, in primo luogo la vipera – il moscardino è sempre minacciato. È il tributo che paga alla sua libertà.

Dopo aver scavato i cunicoli, si passava all'abitazione, una comoda cameretta, non troppo piccina, né troppo grande. Che vi potesse stare anche una femmina, non mi veniva ancora in mente. Nemmeno per la mamma c'era da provvedere: era presente ovunque, era la tana stessa.

Una volta apprestata la cameretta e levigato bene il suo ovale, scavai il cunicolo di approccio alla dispensa. Questo era più grande, con una curvatura a forma di focaccia: con un granaio simile non vi sarebbe stata penuria. Non bisognava dimenticare nemmeno quel certo posticino: il moscardino è celebrato per la sua pulizia. Non ha il sentore degli altri topi, soltanto in primavera emana un profumo di muschio. Il posticino nell'inverno si sarebbe riempito di grani neri: anche in questo, non pensavo solo alla bocca, ma anche allo scarico.

Dopo la costruzione, passai all'arredamento. Per un giaciglio in cui occorreva trascorrere, sognando, l'inverno, le piume più fini erano giusto quel che ci voleva. Conoscevo luoghi ove la scelta era già fatta: i nidi degli scriccioli e dei regoli. Ne andai in cerca, non appena udivo il «si-si-si» dei regoli: è il richiamo quando la covata ha preso il volo. Il moscardino si arrampica cauto fra i rami. Trovai lassù le piume ch'essi si erano strappati, le fibrille che vi avevano trasportato, e me ne presi la mia parte.

Ai margini della foresta, s'inerpica tra le ortiche e le scabiose la cùscuta trifoglina. Essa merita il suo appellativo perché forma cuscini di fili morbidi come seta, che nel primo autunno inaridiscono. Anche di questi feci raccolta: li intrecciai al mio giaciglio e vi aggiunsi rose canine e foglie di biancospino.

Lavoro volentieri: coi piedi trattenevo le fibre, con mani e bocca le intessevo. Vi riuscivo senza fatica, sebbene avvenisse al buio. Quando le materie sono gradevoli al tocco e al movimento, il lavoro può diventare un gioco: il godimento materiale si trasforma in piacere spirituale.

Tale era il mio umore nella tana, e si intensificò al cadere delle prime noci – con un suono che disinguevo fra tutti. Era come un battito, un annuncio. Così è la profezia che prediligo. Non vuote promesse, ma fenomeni, una piccola moneta spicciola, materiale. Io sono come Tommaso: mostra le tue piaghe! Allora mi convinco. Presto le noci caddero in gran copia; se il vento passava nel fogliame, era come se grandinasse.

 

© Paolo Melandri (24. 3. 2019)

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Una giornata nella casbah 2

La consultazione dello specchio è preziosa, quantunque presenti dei rischi. È oltretutto una ricarica, un passaggio dall'esistenza all'essere. Tra l'altro, potrebbe rafforzare l'elemento femminile, l'influsso della luna e del mare, del sogno e della notte, l'altra faccia delle cose in genere. Qui acquista senso la parola di un saggio: “Di giorno tutti vedono allo stesso modo, in sogno ciascuno in modo particolare”.

Questo fatto potrebbe estraniarci al mondo del calcolo, al linguaggio, da cui dipendiamo. Perderemmo il potere di selettività. Per me, ad esempio, ciò rappresenterebbe il congedo dalla storia come scienza, qual è stata coltivata da generazioni nella mia famiglia.

I sanatori e i manicomi di Eumene sono affollati di malati, che si son lasciati trascinare troppo a fondo. Non hanno nemmeno avuto bisogno di particolari esperienze. Ciò avviene di quando in quando a uno dei miei studenti; il popolo dice allora: “ha studiato troppo”. In tale osservazione c'è del vero: troppa luce acceca; provoca la reazione delle tenebre. Io li vado a trovare volentieri; vi si odono parole simili a quelle degli antichi oracoli, o di Scardanelli – un murmure di energia terrigena.

A dispetto di ogni rischio, è prezioso – vorrei persino dire apprezzabile – non solo credere, ma anche esperire la possibilità di essere al contempo qui e altrove. Io mi ci sono opposto con tanto maggiore caparbietà quanto più mi approssimavo a passare al materialismo. Soprattutto Bruno mi ha aiutato a superare tale fase – in specie col suo corso sui fenomeni ottici ed elettromagnetici. Scendere a particolari mi porterebbe troppo lontano. Mi limito alla sua massima: “L'immagine originaria è nel contempo immagine e riflesso”. Il vero e proprio punto focale della sua concezione sta nell'aver ricondotto l'idea platonica dentro il fenomeno, raggiungendo così la reviviscenza della materia castrata dal pensiero astratto. Il miracolo, egli dice, non deve sperarsi dall'alto e non dal futuro, ad esempio da uno Spirito universale che si edifichi a piani sovrapposti – – – ma rimane in veste mutevole sempre uguale a se stesso, in ogni filo d'erba, in ogni ciottolo.

La madre ode il figlio che la chiama, mentre annega agli antipodi nell'Oceano Pacifico. Non si tratta soltanto di una invocazione. Quanti hanno fatto esperienze simili! Malgrado tutti gli incresciosi pasticci combinati dai culti religiosi, bisogna riconoscere che hanno non solo coltivato una tale sapienza, ma l'hanno anche praticata: in certi passaggi è possibile esercitarsi. È vero che in tali fatti non esiste un monopolio, giacché riescono a tutti trattandosi di doni di natura – – – ma esistono però differenze nel savoir faire. Come è possibile osservare nei moribondi.

Il bagno. Le condutture portano acqua fredda e calda, acqua dolce e acqua marina. L'acqua dolce deriva in parte dal Serchio, in parte è acqua piovana, raccolta nella grande cisterna che è scavata dentro la roccia. Si trova proprio sopra il Tesoro, che può inondare in pochi secondi.

In caso di necessità esiste un'apparecchiatura per desalinare l'acqua marina. A tal riguardo, sarebbe possibile tenere la casbah così a lungo come Eumene la sua acropoli di Nora, “che solo la fame poté costringere alla resa”, come dice uno storico.

Mentre mi rado, la vasca si è riempita. Io preferisco l'acqua di mare. Viene attinta ad una certa profondità ed è assai più fresca che alla spiaggia. Il Domo l'ha fatta analizzare nelle sue qualità chimiche e biologiche: è integra. Poiché tutti i fiumi sfociano nel mare, deve essere più curativa di ogni altra sorgente. Vi si aggiungono i minuscoli esseri viventi, di cui altri esseri fin su alle balene si nutrono, e che nella risacca diventano fosforescenti. Nessun medico sa che cosa significhino anche per noi – comunque, io spezzo il digiuno con un vigoroso sorso di acqua marina, con cui poi gargarizzo. Non vi è nulla di meglio anche per i denti: l'ho appreso dai pescatori e dalla gente semplice, che abitano alla spiaggia. Vivono parsimoniosamente, alla maniera antica che piace all'anarca. Anche il sale lo traggono dal mare, grattandolo dai crepacci e dalle cavità della roccia, dove si cristallizza. Sotto i tribuni, era proibito; avevano regolamentato tutto appuntino, fino alle minuzie. Il sale, il cui prezzo si era centuplicato, doveva essere acquistato nelle loro tabaccherie. Vi facevano aggiungere anche altre materie che i loro chimici vantavano come benefiche, sebbene risultassero poi nocive. Che cervelli siffatti ritengano di essere dei pensatori, è perdonabile; ma pretendono di essere anche benefattori.

La spiaggia, in quel tempo, era pattugliata da doganieri, che appostavano i poveri. Era una misura particolarmente gretta, perché oro e sale dovrebbero spettare ad ognuno, senza interessi, come puro corrispettivo del suo lavoro, così come lo estrae dalla sabbia dei fiumi o lo gratta dalla scogliera. Che il Condor abbia consentito entrambe le cose, è stata una delle prime misure che crearono la sua popolarità.

Un po' di generosità compensa tanti lati dell'amministrazione. I tribuni erano dei redistributori; rincararono ai poveri il pane per renderli felici con le loro idee – ad esempio, costruendo dispendiose università, i cui diplomati disoccupati risultarono di peso all'assistenza pubblica, cioè a lor volta ai poveri, e si rifiutarono di prender più in mano un martello. Il povero, fintanto che non abbia una mentalità da parassita, vuole vedere il meno possibile lo Stato, qualunque siano i pretesti sotto cui gli si mostra. Non vuol essere scolarizzato, vaccinato e costretto al servizio militare: tutto ciò ha contribuito ad accrescere insensatamente il numero dei poveri e con essi la povertà.

Segue l'acqua bollente e poi quella gelata, entrambi con acqua dolce; subito dopo, la ginnastica. Quando ho servizio, ho l'abitudine di radermi una seconda volta la sera, curando particolarmente la mia apparenza esteriore. Prima di scendere, mi metto davanti allo specchio ed esamino Eumelo: tenuta, fisico, sorriso e movimenti devono essere disinvolti e gradevoli. È importante – l'insegnamento ci viene dalle donne – apparire come gli altri ci immaginano nei loro desideri.

 

© Paolo Melandri (24. 3. 2019)

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Cima delle donne

In questo momento…”

Dall'anfiteatro sopra la sala operatoria Mattia avvertì come un'esitazione nella voce di Belardo, una voce che sino a quel momento era stata di una freschezza di timbro sorprendente, una voce che si sarebbe detta ancora quella che era all'inizio, come non fosse cioè la voce di uno che ormai da due ore portava avanti un intervento a dir poco impegnativo come quello.

Belardo stava per dichiarare che quella appena fatta era la mossa record, tanto da esaltare quel momento come avesse qualcosa di storico per lui. E l'aveva, considerato che quello della neovagina è tutt'altro che un intervento abituale e si affida a chirurghi di consolidato prestigio.

Era per questo che l'operatore, Belardo appunto, anche si trattava di un “Pi heic Di”, cioè di un libero docente straniero, tesaurizzava l'intervento sviluppandolo, viavia che ne dettava le mosse al pubblico di studenti che lo seguivano dall'anfiteatro, come una vera e propria lezione in sala operatoria, diffondendosi talmente tanto, specie su certe mosse e fra mossa e mossa, da far sospettare delle volte a Mattia che quella lezione lui l'avesse precedentemente incisa, e non necessariamente in sala operatoria, incisa su di un nastro, ed era da questo ora, per play-back, che la sua voce (quella sua voce, perlappunto, che si sarebbe detta uguale a quella che era all'inizio) parlava al pubblico dell'anfiteatro.

Un momento storico, dunque. Difatti:

In questo momento” ripeté con una certa antipatica enfasi “passo alle mie strumentiste alle mie spalle prima una poi l'altra pinza di Four che fra le punte stringono quelle che nel verbale di questo primo tempo dell'intervento descriverò come gonadi, parti terminali di colorito biancastro di due formazioni peduncolate, due corpiccoli di consistenza duro elastica, simili a due mandorle sgusciate. In parole più semplici, questi due corpiccioli sono i testicoletti rudimentali della giovane paziente che noi, come primo atto, concludendo la parte addominale dell'intervento, abbiamo asportato perché essi potrebbero andare incontro a degenerazione e che noi molto rapidamente ci apprestiamo a sottoporre a esame istologico preliminare estemporaneo studiandone la struttura, se cioè ci sia già un indizio di degenerazione, e la funzionalità, e cioè la loro capacità di produrre ormoni.” (“Nella sindrome di Rokitanski” aveva detto Belardo due ore prima, nella presentazione agli studenti dell'intervento che stava per iniziare “la paziente ha due ovaie normali per quanto riguarda la loro funzionalità ormonale, il soggetto-donna cioè riceve il beneficio della produzione degli ormoni da parte delle ovaie. Nella sindrome di Morris, quella che interessa a noi, dello pseudo ermafroditismo maschile, si tratterà di vedere se il soggetto, mancante di utero tube ovaie e vagina, è un soggetto-donna o un soggetto-uomo, oppure se è portatore di un mosaico cromosomico aberrante, quello dei due cromosomi sessuali della donna, XX, più la X o la Y dei due cromosomi sessuali dell'uomo.”)

Alle spalle di Belardo, a tempo con la sua voce, le due strumentiste, ognuna con la sua pinza che stringeva uno dei due testicoletti, dopo averle tenute per qualche tempo alte sopra una bacinella posata su un tavolino in mezzo a loro, piena di rifiuti, tamponi di ovatta, frammenti di filo di catgut, batuffoli, bustine per stellette di filo e zaffi di garza, si mossero cautamente fuori dall'alone della scialitica, verso l'antisala della sala operatoria dove si trovava l'anatomo patologo con il refrigeratore, e quando tornarono alle spalle di Belardo le punte delle due pinze non stringevano più niente.

Lo stupore di quell'evento, l'evento dell'uomo che mette mano dove solo il Creatore, anche se distrattamente, l'ha messa, trascorreva con improvvisi brividi nel silenzio d'acquario dell'anfiteatro.

Tutt'intorno alla vetrata, assieme a quella decina di studenti stranottati dall'ora d'inizio di quell'intervento monstre anche quanto alla durata (perché, fra i due tempi chirurgo-ginecologico e chirurgo-plastico, cominciando alle sette, finisce ben oltre mezzogiorno), Mattia dalla sua posizione d'angolo vedeva muoversi in quell'istante l'esotico gruppetto di spettatori formato dalle tre signore in cachemire, dall'aria di tre mannequins, e dal giovane emiro Saad Ibn as-Salah dell'emirato di Kuneor sul Golfo del Petrolio, col suo kefieh di un candore luccicante nelle mezze luci dell'anfiteatro e che era tutto quello che del disdah, dell'abbigliamento tradizionale, resisteva nel suo finissimo completo occidentale.

Erano stati prima come presi in contropiede dall'annuncio che per bocca di Belardo era venuto dalla sala operatoria, e dopo avevano aguzzato gli occhi per vedere, ma a quella distanza forse solo intravvedere, i due pezzi anatomici simili a mandorle sgusciate che le due strumentiste stringevano fra le punte delle pinze sinché non andarono e tornarono dall'antisala.

Mattia poteva vedere ora, ora che erano uscite dall'allineamento alla vetrata, dove prima il profilo col kefieh del Principe gliele copriva, le tre cosiddette Mogli Anziane dell'Emiro, molto probabilmente principesse di rango anch'esse come la Moglie Giovane che stava sul lettino operatorio, tre ragazze che dimostravano un'età fra i venti e i venticinque anni. Mattia, che la mattina alla presentazione col loro Principe le aveva appena guardate, le vedeva ora come per la prima volta. Tutte e tre assai simili fisicamente, molto alte, pelle olivastra, i capelli neri corvini, l'identica mise le rendeva più somiglianti ancora, e in un certo senso qualcosa di familiare c'era effettivamente fra di loro. Erano infatti tre del numero imprecisato di Mogli Anziane del Principe che esse accompagnavano in quel viaggio per svolgervi un compito che a Mattia appariva semplicemente decorativo, di contorno, sinché la loro presenza, la loro presenza di giovani, seducenti donne non rivelò di avere uno scopo più che calcolato in quel viaggio.

Il Principe si era ritratto di qualche passo dalla vetrata e con lo sguardo sembrava cercare l'attenzione di Mattia.

Dopo due ore era la prima volta che levava gli occhi da giù, dalla sala operatoria, dal lettino dove giaceva senza coscienza quell'adolescente principessa che si chiamava Amina, che era, secondo l'esatta espressione di Belardo, “una splendida parvenza di donna come sono quasi tutte queste pseudo ermafrodite maschili”.

In quel momento, che con l'estrazione delle gonadi Belardo concludeva la parte preliminare, destruens, dell'intervento (dopo sarebbe iniziata la vera e propria costruzione della vagina), al giovane Principe insorgeva forse qualche dubbio, qualche scrupolo: aveva fatto bene ad accettare il sacrificio della sua Amina?

 

© Paolo Melandri (21. 3. 2019)

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Zapparoni 7

Se scienza deve essere potenza, bisogna sapere, per cominciare, che cosa sia la scienza. Che Zapparoni vi avesse riflettuto, lo rivelava il suo sguardo; era un iniziato, uno che sa. Si era preoccupato di problemi che andavano oltre la parte tecnica. Lo vedevo dai suoi occhi. Guardava come una chimera sui grigi tetti, aveva vivificato la foresta primitiva con le sue piume celesti. Un bagliore di tinta immateriale si era frantumato nel nostro tempo. Nel suo piano, nella sua ambizione egli doveva mirare più su della fame crescente di potenza e di lusso delle masse.

C'erano nel suo occhio sottintesi preistorici. Riconosceva esso ciò che era eternamente sottinteso in un nuovo momento della storia, nell'inganno della Maja con la sua sterminata pienezza di immagini, che ricadono come le gocce d'acqua di una fontana nella vasca? Sentiva la nostalgia delle grandi foreste del Congo, nelle quali sorridono specie nuove? Forse dopo un audace volo nei mondi superni sarebbe tornato laggiù. Storici fauneschi avrebbero allora formulato le loro teorie su di lui come noi sul palazzo di Montezuma.

Di simili questioni avrei parlato volentieri con lui. Ci occupa tutti il cocente pensiero che forse c'è ancora una speranza, dopo tutto. Un grande fisico è sempre nel medesimo tempo un metafisico. Ha un concetto più alto del nostro sapere, del suo compito. Avrei volentieri gettato uno sguardo sui suoi diagrammi di produzione. Mi sarebbe stato anche più prezioso che sistemare la faccenda per la quale ero venuto. Invece di invitarmi nel suo gabinetto, il grande uomo mi accoglieva come un bramino capo, il quale nel tempio della dea Kali è avvicinato da un mendicante. Mi accoglieva con un luogo comune.

 

Capitolo ix

Per un istante avevo dimenticato che mi trovavo lì per chiedere lavoro; ma soltanto per un istante. Se qualche cosa poteva sollevarmi dalla miseria, sarebbe stata una parola sul nostro mondo e il suo significato dalla bocca di uno dei suoi àuguri, il breve cenno di un capo.

Zapparoni possedeva molti volti, come la sua opera molti significati. Dov'era il minotauro in questo labirinto? Era il buon nonno che faceva la fortuna di bambini, di massaie e di ortolani, era il fornitore militare, che nel medesimo tempo predicava la morale dell'esercito e lo attrezzava con inaudita raffinatezza, era l'audace costruttore, al quale importava unicamente il gioco intellettuale e che voleva descrivere una curva che riconducesse alle forme primitive? O si doveva semplicemente produrre una nuova armatura, come se ne trovano in tutte le classi del regno animale e la natura per quest'opera ingaggiava l'intelletto, ricorrendovi come a un mezzo? Ciò avrebbe spiegato molti tratti ingenui, che sorprendono gli attori del dramma.

Anzitutto, quale era la sua posizione di fronte all'uomo, senza il quale tutto quanto era pazzia? Procedeva dall'uomo e doveva tornare all'uomo. Si potrebbe benissimo immaginare una rosa, una vite senza spalliera, però non mai l'opposto. Voleva rendere l'uomo più felice o più potente o lo voleva più felice e più potente a un tempo? Voleva dominarlo, atrofizzarlo, o introdurlo in regni incantati? Vedeva nell'automa un grande esperimento, una prova da subire, una domanda alla quale rispondere? Lo ritenevo capace di considerazioni teoriche, anzi, teologiche; avevo veduto la sua biblioteca e lo guardavo negli occhi.

È una grande cosa venire a sapere dalla bocca di un saggio in quali faccende siamo irretiti e quale significato hanno i sacrifici che ci vengono richiesti davanti a immagini velate. Anche se si dovessero udire cose spaventose, sarebbe sempre una fortuna vedere lo scopo al di là dell'ottuso vortice.

Intanto non toccava a me porre domande, al contrario. Il saluto mi aveva fatto l'effetto di una doccia fredda. Per un istante fui tentato di difendermi. Ma sarebbe stato un errore, e mi contentai dunque di dire:

È stato molto gentile a volermi ricevere personalmente, eccellenza”.

Il titolo gli spettava, come molti altri; mi ero informato da Twinnings.

Mi chiami semplicemente per nome, come fanno tutti i lavoratori nelle nostre officine.”

Non diceva le mie officine e i miei lavoratori. Ci eravamo seduti sopra due sedie da giardino e guardavamo il prato. Zapparoni aveva incrociato le gambe e mi guardava sorridendo. Portava pianelle di marocchino, e in genere dava l'impressione di un uomo che passa piacevolmente la mattina fra le sue quattro mura. Aveva piuttosto l'aria di un artista, di un romanziere alla moda o di un grande compositore, il quale da molto tempo ha lasciato le preoccupazioni materiali dietro di sé ed è sicuro dei suoi mezzi e dell'effetto che produce.

Arrivava da lontano il ronzio delle officine. Presentivo che avrebbe cominciato subito a interrogarmi. Vi ero preparato, ma non avevo nessun discorso pronto, come nei tempi passati in simili incontri. Ogni aspirante vuol fare una determinata impressione, rappresentare il tipo ideale che nella propria mente ha formato di sé. Presenta il suo parere. Qui era impossibile, perché non sapevo precisamente che cosa mi si chiedeva. Inoltre la tecnica della interrogazione ha fatto grandi progressi. Anche se difficilmente potrà accertare che cosa sia un uomo, pure coglie con grande precisione che cosa non è, che cosa si sforza di sembrare.

Perciò la cosa migliore è rispondere sempre chiaro e tondo.

 

© Paolo Melandri (20. 3. 2019)

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Zapparoni 6

Noi sentiamo forse: «Ecco, è lui» oppure: «A lui riuscirà» o sentiamo semplicemente il respiro dell'ignoto.

Similmente mi accadde con Zapparoni; sentii: «Lui ha la formula», oppure: «Costui è un iniziato, uno degli alti gradi». Una frase, diventata luogo comune: «Scienza è potenza» acquistò un senso nuovo, immediato, pericoloso.

Anzitutto gli occhi avevano una grande forza; e lo sguardo regale, il taglio largo che lascia vedere il bianco, sopra e sotto l'iride. Si riceveva un'impressione artificiale, come risultante da una delicata operazione, e in più la fissità meridionale. Era l'occhio di un grande pappagallo azzurro, che avesse cento anni. La membrana nittante appariva e scompariva. Non era l'azzurro del cielo, non era l'azzurro del mare, non era l'azzurro delle pietre: era un azzurro sintetico, escogitato in luoghi molto lontani da un maestro che voleva superare la natura. Lampeggiava sull'orlo dei fiumi più antichi del mondo, nel volo sopra le radure. A volte fra le piume si intravedeva un rosso stridulo, un giallo inaudito.

L'occhio di questo pappagallo azzurro era color d'ambra; mostrava, quando guardava verso la luce, le sfumature dell'ambra gialla, e nell'ombra quelle dell'ambra rosso marrone, con altre più antiche nel tempo. L'occhio aveva contemplato grandi accoppiamenti in regni dove la potenza generatrice non è ancora individuale, dove terra e mare si abbracciano e gli scogli si ergono come falli sul delta. Era rimasto freddo e duro come calcedonio giallo, non toccato dall'amore. Soltanto quando guardava nell'ombra, si oscurava come velluto. Anche il becco era rimasto duro e aguzzo, sebbene per più di cento anni avesse schiacciato noci dure come diamanti. Qui non c'era un problema che non venisse risolto. L'occhio e i problemi erano come la serratura e la chiave corrispondente. Lo sguardo tagliava come una lama di acciaio molleggiante. Mi penetrò sino nell'intimo. Poi le cose tornarono al loro posto.

Avevo creduto che i monopoli di Zapparoni riposassero sullo scaltro sfruttamento degli inventori, invece mi bastò uno sguardo per capire che vi era all'opera più di una geniale intelligenza da grande affarista occupata a trarre rendite da regni plutonici. Giove, Urano e Nettuno erano in potente congiunzione. Bisognava dire piuttosto che quel piccolo vecchio sapeva inventare anche gli inventori: li trovava sempre infatti dove il suo mosaico li richiedeva.

Soltanto più tardi mi accorsi e ne fui colpito, di avere subito saputo di fronte a chi mi trovavo. Il che era strano, perché il grande Zapparoni, come lo conosceva ogni bambino, non aveva la minima somiglianza con l'uomo che incontrai nella biblioteca. La figura diffusa specialmente dalla Zapparoni Film era piuttosto quella di un mite nonno, di un Babbo Natale, che ha la sua officina nei boschi coperti di neve, dove i nani lavorano per lui ed egli medita instancabilmente con che cosa potrà fare piacere ai bambini grandi e piccoli. «Ogni anno torna…» ecco il tono del catalogo delle officine Zapparoni, atteso ogni ottobre con un'impazienza di cui non aveva goduto nessun libro di favole, nessun romanzo di fantascienza.

Zapparoni doveva dunque avere un impiegato che faceva per lui questa parte, forse un attore che rappresentava il padre nobile o anche un robot. Era persino possibile che si servisse di varie figure e ombre della sua persona. È un vecchio sogno dell'uomo, che ha prodotto diversi modi di dire, ad esempio: «Non posso mica farmi in quattro». Per Zapparoni a quanto pareva non soltanto era possibile, ma doveva riconoscervi un'utile estensione e un accrescimento della personalità. Da quando possiamo con qualche parte del nostro essere, come con la voce, e con l'apparenza, entrare in una macchina e uscirne godiamo alcuni vantaggi dell'antico proprietario di schiavi senza conoscerne gli svantaggi. Se qualcuno aveva capito questo, era Zapparoni, conoscitore e perfezionatore di automi per il gioco, il godimento e il lusso. Uno dei suoi sosia elevato a immagine ideale lo presentava con voce più convincente e apparenza più mite di quel che la natura gli avesse conferito, nei documentari settimanali e alla televisione; un altro teneva una conferenza a Sidney, mentre il maestro si tratteneva in comoda meditazione nel suo gabinetto.

Mi sentivo vacillare di fronte a questa capacità di moltiplicarsi. Operava come una illusione ottica, suscitava dubbi sull'identità. Chi mi diceva se qui mi trovavo davanti a quello vero? Ma doveva essere lui, e il buon Nonno era un suo sottocapo. La voce, del resto, era gradevole.

 

Capitolo viii

«Maggiore», disse, «il signor Twinnings me l'ha raccomandato, e il suo giudizio per me è importante. Egli pensa che lei voglia dedicarsi a un'occupazione migliore, più pacifica, e in questo egli l'ha preceduto già da molto tempo. Be', per questo non è mai troppo tardi.»

Con queste parole era uscito sul terrazzo e mi invitava a sedermi. Lo seguii, stordito come dal dentista, il quale con il primo movimento ha toccato sino in fondo il nervo dolorante e il focolaio dell'infiammazione. La cosa cominciava nel modo più favorevole possibile.

Naturalmente ero ai suoi occhi una figura equivoca, e lo ero anche ai miei. Che egli mi avesse voluto assicurare in forma benevola della sua disistima, non poteva offendermi, tenendo poi conto che quello non era certo per me il momento opportuno per essere ipersensibile.

Però con lo sprezzante accenno alla mia professione egli aveva toccato una ferita antica e mai sanata. Sapevo che le mie passate occupazioni, per quel genere di inventori e costruttori che si immedesimava in questo spirito, venivano subito dopo il furto di cavalli, e che era bene staccarsene, ma su questo punto non sapevo imitare Twinnings.

Un uomo come Zapparoni poteva dire quel che voleva, suonava sempre bene, era giusto, non soltanto perché poteva assoldare la stampa, che gli rendeva omaggio in articoli di fondo, nella terza pagina e nelle pubblicità, ma anche più perché incarnava lo spirito del tempo. Gli omaggi erano dunque gradevoli poiché non erano soltanto pagati, ma anche profondamente sentiti: non chiedevano all'intelligenza o alla morale dei pubblicisti più di una gioiosa adesione.

Certo devo ammettere che Zapparoni poteva esser ritenuto il cavallo da parata dell'elevato ottimismo tecnico, che domina i nostri più eminenti intelletti. Inoltre la tecnica in lui tendeva semplicemente verso le cose piacevoli: il vecchio desiderio dei maghi di mutare il mondo in un attimo per mezzo del pensiero sembrava quasi avverarsi. A questo bisognava aggiungere ancora il grande effetto della sua figura, che ogni capo di Stato gli poteva invidiare e che si vedeva sempre circondata da frotte di bambini.

Quanto nelle sue officine veniva fabbricato, costruito e allestito in serie, facilitava parecchio la vita. Ma faceva parte della normale correttezza tacere che era anche pericoloso. Però difficilmente lo si poteva negare. Durante gli ultimi venti o trent'anni, grazie a Dio, non vi era stato nessun grosso incendio, ma soltanto una successione di crisi locali. In quelle occasioni le potenze mondiali avevano con previdente bilancio calcolato i danni che confidavano di poter recare. Allora si era veduto che in quei calcoli le officine Zapparoni rappresentavano una parte principale, e che tutti quei robot lillipuziani e quegli automi di lusso potevano non soltanto contribuire ad abbellire, ma anche abbreviare la vita, senza mutare molto nella loro costruzione. In comune avevano soltanto il ripugnante sistema dell'insidia, il vile trionfo dei cervelli calcolatori sul coraggio vitale.

In grande, le officine Zapparoni somigliavano a un tempio di Giano con una porta colorata e una porta nera, e quando il cielo si annuvolava, da questa porta oscura scaturiva un fiume di raffinati strumenti micidiali. Quella porta oscura era anche tabù; in verità non doveva nemmeno essere presente. Però ogni tanto tornavano a trapelare dagli uffici di costruzione voci sommamente inquietanti e non per niente l'officina dei modelli si trovava nel cerchio più interno. Era presumibile che anche il posto vacante fosse in rapporto a simili cose.

Non ho nessuna intenzione di ricamare su uno dei nostri temi più popolari: «Perché accade ciò che non dovrebbe accadere?» Tanto accade lo stesso. Mi preme piuttosto una questione specifica, che su questo punto mi aveva spesso preoccupato e che in conseguenza del saluto umiliante mi si presentò di nuovo bruscamente alla coscienza. Voglio dire: perché questi spiriti, che hanno minacciato e mutato la nostra vita in modo così allarmante e imprevedibile, non sono contenti dello scatenamento e del dominio di immense forze e della fama, della potenza, della ricchezza che affluiscono verso di loro? Perché vogliono a ogni costo essere anche santi?

La questione mi preoccupava specialmente quando lavoravo al collaudo dei carri corazzati. Tra i pochi libri che portavo allora con me, oltre al Flavio Giuseppe, avevo la Conquista del Messico di Prescott. Il fascino di quest'opera sta nell'evocazione del denso incantesimo, della magia in cui vive l'uomo entro una tarda civiltà neolitica, con la sua casta sacerdotale e i suoi templi solari, nei quali si sacrificano ininterrottamente vittime umane. Come attraverso una fessura lo sguardo si posa sopra volti rigidi, tagliati nella pietra, sopra fiumi di sangue, scorrenti dagli scoli del theokallis. Non c'è da meravigliarsi se gli spagnoli pensavano che una delle grandi residenze di Satana si era spalancata davanti a loro.

Però, se anche una volta calerà il sipario del grande teatro mondiale, chi può dire che su di noi e sui nostri sacrari non si poserà uno sguardo ugualmente sgomento? Non sappiamo come si parlerà di noi nella storia dei lontani secoli o nel grande giudizio dei morti delle varie culture. Forse preferiranno un simile prete sanguinario ai nostri santi.

 

© Paolo Melandri (17. 3. 2019)

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La forbice 9

I segnali non si irradiano solo linearmente, ma anche in forma di circolo o di sfera. Se un teleschermo facesse parte dell'attrezzatura di un satellite, i tratti percorsi sarebbero rappresentati sugli altri satelliti come più lunghi o più corti.

La ricezione è possibile in ogni luogo dell'universo – non sappiamo che cosa accada quando inviamo un segnale. È possibile solo costatare il luogo e la data dell'invio, magari l'esplosione di un sole distante milioni di anni luce. La notizia raggiunge le stelle in tempi diversi – alcune ne sono distrutte, altre rimangono intatte. Anche per noi l'effetto è diverso, a seconda che l'evento sia registrato a Babilonia, nell'antica Cina o dai nostri osservatori.

 

2.

È possibile determinare l'inizio del cammino; la lunghezza e la durata rimangono incerte. Si può accorciare il cammino, posporre la meta; come quella della vita attraverso l'arte medica.

A chi consideri il cammino più importante della meta e ritenga la meta uno dei possibili intervalli del cammino si presenteranno ulteriori domande, soprattutto questa: se il cammino conduca al di là della meta oppure no.

L'onda si esaurisce nel frangente, oppure questo non è che una summa, certo altamente significativa? Per restare sull'immagine del teleschermo che trasforma le onde in suoni, colori e addirittura in romanzi, esso non è forse per il raggio soltanto un filtro, che separa ciò che è divenuto superfluo dall'essenziale? Il viaggio è concluso; la nave viene abbandonata, il bagaglio resta a bordo.

 

© Paolo Melandri (15. 3. 2019)

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Nella biblioteca

Dalla terrazza si passava nella biblioteca per una porta a vetri. Nelle serene ore mattutine questa porta era interamente aperta, sicché fratello Ottone sedeva al suo ampio tavolo come se fosse in giardino. Entravo sempre volentieri in questa camera, alla cui parete le verdi ombre del fogliame parevano giocare, e il cui silenzio era appena interrotto dal pigolio degli uccelli usciti da poco dal nido e dal vicino ronzio delle api.

Presso le finestre su di un cavalletto era disposta la grande tavola da disegno, e alle pareti si susseguivano file di libri sino al soffitto. La fila inferiore era disposta in un compartimento alto, opportuno per gli in-folio, per il grande Hortus Plantarum Mundi e per opere con alluminature a mano, quali ormai più non si stampano. Sopra quel compartimento sporgevano i ripostigli, che si potevano ancora ampliare mediante tavole, coperte di carte occasionali o dai fogli ingialliti degli erbari. Quei cassetti contenevano anche una raccolta di piante pietrificate, che noi avevamo estratte da miniere di calce e di carbone, e fra di esse parecchi cristalli, che si usano esporre come soprammobili, e che a volte si soppesano in mano, per trastullo, nel meditato conversare. Sopra le cassettiere si innalzavano le file di volumi di formato minore, una raccolta di opere botaniche non molto vasta ma completa di tutto quanto prima di allora era apparso sulla coltivazione dei gigli. Questa parte della biblioteca si distingueva in tre diversi rami, formati cioè dalle opere circa la struttura, il colore e il profumo del giglio.

 

© Paolo Melandri (14. 3. 2019)

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Volpaia

Con la bibbia di Ricciotti stretta sotto il mantello, il ladro andava per la sua strada, che attraverso macchia e foresta, per roccia e per palude, menava alla Volpaia, dov'era accampato l'Ibis nero coi suoi uomini.

Dover attraversare il cordone di sentinelle dei dragoni che avevan circondato la Volpaia non lo impensieriva. Rendersi invisibile e indubile quando incombeva il pericolo faceva parte della sua arte di ladro infatti, la volpe e la martora avrebbero potuto imparare da lui come strisciar quatto quatto. Qualcos'altro però lo angustiava: d'aver promesso a quel pazzo, quel Tornicelli, di deporre l'arcanum, il libro benedetto, nelle mani del re d'Italia. Mentre invece non l'avrebbe fatto. Il tesoro ch'egli portava celato sotto il mantello doveva restare a lui. E poiché la sua coscienza lo rimordeva, il ladro prese a litigare con Tornicelli e a ingiuriarlo, come se camminassero ancora fianco a fianco.

Taci, cervello di gallina!” mormorò, infastidito. “Non puoi proprio fare a meno di aprir la bocca e affilar la lingua. Acchiappaci le mosche, con quella boccaccia, ma non mettere in croce me. Andare nell'esercito, io? Fratello, se è un matto che ti occorre, cercatene uno, in questo Paese ne trovi quani vuoi, pronti ad accapigliarsi per un berretto a sonagli. Ma me ne infischio altamente, io, del tuo re. Se vuole il tesoro benedetto, venga a prenderselo, io non mi sfonderò certo le scarpe per amor suo. Le mie scarpe mi son care, me le son procacciate col lavoro delle mie cinque dita, e il re non me ne regalerà certo di nuove. Il tuo re, lui è un uomo parsimonioso che tiene il conto, così dicono, di ogni pala e ogni vanga del suo esercito, per esser sicuro che non gliene vada perduta neppure una”.

Il ladro si fermò a rifiatare, poiché il sentiero era in salita. Poi, proseguendo il suo cammino, riprese ad ammonire quel Tornicelli che era così lontano da lì, e questa volta con buone parole.

Non volermene, amato fratello” disse “ma Dio sa se hai un carattere ostinato. Vorresti mandarmi nell'esercito piemontese? E che cosa mi aspetta laggiù? Quattro soldi al giorno, col contorno di gelo, fame, percosse, dura fatica, strapazzi e combattimenti, insolenze e tormenti, Dio che brutta vita! Sono stufo d'ingollare pane di paglia di piselli intinto nella zuppa d'acqua, adesso voglio tuffar le dita in scodelle ben piene. Il mio tempo è venuto. Fratello, l'arcanum ce l'ho io e me lo tengo, chi me lo porterà via? – Avrei fatto un giuramento, dici? Io non ne so nulla. Chi l'ha sentito? Compar Nessuno. Ebbene? Dove sono i tuoi testimoni? Non ce ne sono? Hai sognato, fratello, io non so di nessun giuramento. – Cosa dici che sarei? Un malfattore e un'infame canaglia? Adesso basta, giovanotto! Vedo che dovrò proprio romperti le ossa a bastonate, sennò non sei contento. Di' ancora una sola parola, giovanotto, e io...”.

Si interruppe e tese l'orecchio alla notte, aveva udito lo sbuffare di un cavallo. Erano i dragoni. Il ladro si lasciò scivolare a terra senza un rumore e poi avanzò strisciando tra la sterpaglia, con infinita cautela, a palmo a palmo – a quel Tornicelli non pensò più, se lo levò dal capo una volta per tutte.

 

© Paolo Melandri (14. 3. 2019)

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Visita a Eleusi

Si guardarono di nuovo. Ebbe l'impressione che un altro corpo spiccasse il volo da lui. Lì attorno si sentiva un crepitio, lievissimo, come sprizzassero scintille d'ambra. Era vero: già da un pezzo avevano seppellito suo padre – non riusciva a capacitarsi che lui fosse stato così vicino, così presente. Adesso sentiva il crepitio dell'ambra in tutto il suo corpo. Ne era avvolto come da una seconda pelle.

Doveva aver messo paura a sua madre. Volle stringerla fra le braccia, ma una forza lo trattenne. In quella cucina aleggiava qualcosa di sinistro. C'era ancora dell'altro che aveva dimenticato, un fatto della massima importanza. Cercò di ricordare – e d'improvviso gli venne in mente: aveva dimenticato che anche la madre era morta, che da tempo riposava nella tomba accanto al padre.

Ma se quello era un sogno – che cos'era allora la realtà? Un incontro nella notte del sortilegio, una visione del fato. Non provò paura. Faceva molto freddo, ma si avvertiva nel contempo un bollore come di aria liquida. E non solo i genitori, anche gli antenati erano vicini, lì nel rifosso. Quella era una delle loro grandi notti, una festa dei morti. Si accalcavano per uscire dalla cavità della montagna.

L'orizzonte si era rischiarato. Tutt'intorno uno sfarfallio di luci. E regnava una grande agitazione. Erano carretti, bestiame e cavalli ciò che egli intuiva tra un lampo e l'altro, erano macchine di ferro oppure oggetti di genere affatto sconosciuto? Il vento soffiava sulle ampie distese. I fuochi ardevano. Da lontano si udiva l'ululato dei lupi. Un vento gelido arrivava dalle loro terre. Si udiva un cigolio sull'orlo del fosso.

Regnava la disperazione, che ritorna di continuo sulla Terra. E la Terra era polvere, teatro della fine e dei suoi orrori; aveva sete di sacrifici cruenti. I branchi si avvicinavano e giravano attorno alle mura; qua e là avevano già fatto irruzione nel fossato. Le fiamme salivano fino al cielo; castelli e città, frutteti e campi di grano scomparivano tra un guizzo e l'altro. I tigli attorno alle fontane ardevano, i boschi di querce, nei quali il vischio attendeva impaziente la falce dorata, rosseggiavano come fiaccole di notte.

E di nuovo si udirono i lupi: ma erano solo battitori; con il loro ululato annunciavano il vecchio capobranco, che spuntò dietro le sue mute come il destino dal mare di fuoco. Le catene saltarono, i lupi furono liberi.

Irzio udì in lontananza Conero dire a Erio:

Ma lei ne sa di più”.

Li vide seduti là in fondo, più lontani di quanto non sarebbe se distese di terra e mare li separassero da lui, e nel contempo ravvicinati per una frazione di secondo come attraverso un canocchiale. Poi di nuovo fu catturato dal sogno premonitore.

Adesso le fiamme lambivano il firmamento. Rivelarono il vicolo cieco in cui era finito il destino dell'uomo, il suo inevitabile tramonto. Ma, caso strano, ecco che lo spettacolo pareva subire una metamorfosi nell'attimo stesso in cui lo spirito lo accettava rinunciando a battere in ritirata, a prendere la via di fuga. Non era forse come se dal fuoco si levasse non soltanto il rosseggiare dei grandi incendi, ma anche il bagliore, il presagio di una nuova luce? E nel sibilo e nell'ululato del tempo dei lupi e di venti non erano frammisti anche altri suoni?

Intorno a lui si avvertiva sempre quel crepitio che lo aveva assalito e strappato – dal suo stesso corpo. Ma il terrore intanto non stava forse tessendo una veste di invulnerabilità? Tornò a vivere in lui un presentimento: che le fiamme nulla potessero contro la sua persona. Sollevò il capo e, ancora titubante, tese l'orecchio al tumulto. Certo, là riecheggiavano adesso motivi diversi, familiari. Non era forse il suono della vittoria ciò che gli veniva incontro, come se si aprissero poco alla volta gli scuri battenti di un portale, dai quali usciva il suo doppio, la sua sempiterna figura? Era stata messa alla prova nei gorghi del tempo, nello straccio dei cercatori d'oro.

La luminosità si faceva più quieta, più dorata. Da tutte le colline echeggiavano richiami, come si stessero provando degli inni. Quando torna il silenzio – dopo il sommuoversi degli elementi nel quale si erano dischiusi gli abissi –, le orecchie quasi non credono alla trasmutazione e odono ancora le procelle risuonarvi con accordi d'arpa.

Passate simili tempeste, gli uomini si interrogano con lo sguardo, come per leggere sul volto l'uno dell'altro se possono confidare nei sensi ed essere certi di aver attinto la riva. Fu così che Irzio guardò Lunia. Erano sempre nel rifosso – e ancora restava in sospeso di quali incontri e di quali misure si trattasse. La ragazza, rapita, lo guardava senza vederlo. Si teneva piegata in avanti, simile a una polena o a chi inceda nella tormenta.

Anche dai capelli di Lunia egli comprese come attorno a lei vi fosse grande agitazione. Una circostanza, poi, aveva del sorprendente, pur essendogli balzata agli occhi solo in seguito: i capelli erano d'oro, mentre lui li aveva sempre visti bruni. E la loro lucentezza continuava ad aumentare.

Sentiva che il brusio, il crepitio stavano crescendo: erano gonfiati sino a divenire un fragore. Gli parve di dover distogliere gli occhi dalla luce, che pure non abbagliava. A filtrarla era un elemento dirompente, come se la terra si trasformasse in metallo fuso e questo in puro splendore. Si liquefaceva forse, fino a scomparire, ciò che altrimenti era motivo di affanno nella vita – oppure quello che era diviso si sublimava nel mistero? Su tutti i monti fiammeggiavano adesso gli scudi, si compivano le armonie, si affermava la pace perpetua.

Sì, lui comprendeva quell'insegnamento. Eterno ritorno dell'Uno che sorge da ciò che è diviso, e si ammanta di splendore. Era un segreto ineffabile, e nondimeno tutti i misteri vi alludevano, ed esso, esso soltanto era il loro tema. Le vie della storia e le sue astuzie, che apparivano così intricate, conducevano a questa verità. Verità, alla quale si avvicinava anche ogni vita umana, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Quell'Uno soltanto era il tema di tutte le arti e, sulla base dell'Uno, a ogni pensiero veniva assegnato il suo rango. Era la vittoria che tutti incoronava, e rendeva meno aspra qualsiasi sconfitta. Il granello di polvere, il verme, l'assassino vi erano compresi. Non c'era nulla di morto in quella luce, e non c'erano tenebre.

Un profondo silenzio, una pace immensa avvolgevano il palazzo. L'antica Madre aveva fatto il suo ingresso, Frina era lì. Ma com'era ringiovanita, circonfusa della rugiada su cui lampeggiava l'arcobaleno, scintillante al pari della siepe di Midgard dopo l'estremo tramonto! Impossibile fosse la giovinezza destinata a sfiorire, doveva essere piuttosto l'eterna giovinezza. Progenitrice e discendente in una; la Terra era come il Sole. Adesso si trovavano nel centro immobile della ruota, là dove convergono i raggi. Chi una volta fu accolto in tale cerchia, chi una volta fu invitato a tale desco, mai più poté cadere preda esclusiva del giorno, dell'inganno del tempo.

L'antica Madre era sempre presente, nel silenzio e nella pace, nella vivida luce del meriggio. Quello era il grande deposito, che riforniva ogni dispensa e granaio. Come poteva essere sopportabile la ricchezza? Non per altro, se non perché riportava all'infanzia, l'età delle favole.

Quel tempo non scorreva, non fuggiva, non si proiettava in avanti. Era un tempo ripiegato su se stesso, intento a cullarsi nell'eterno istante. L'antica Madre si rispecchiava nella propria immagine – poi vi si calò dentro e divenne, insieme, immagine primeva e immagine riflessa. Sempre però rimase presente, da nessun simbolo velata, gaia nella solennità, solenne nella gaiezza.

Era stato l'attimo in cui Erio aveva visto le mura d'oro vacillare e trasformarsi nell'Incommutabile. Anche Irzio sentì che quello era il limite estremo.

L'incanto ormai era spezzato; si ritrovarono nella stanza della torre a Eleusi. Le candele erano quasi mozziconi. Un monticello di cenere argentea copriva le braci. I tempi e le misure riacquisirono valore; gli orologi ripresero a funzionare.

 

© Paolo Melandri (11. 3. 2019)

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Cranio di Corvo 2

Per trovare la strada del ritorno dalla fitta foresta alle lande bastava seguire la traccia che avevamo segnata venendo; e pensoso mi incamminai per il sentiero biancheggiante.

Mi sembrava strano di essermi trovato, durante la mischia, presso quei morti; e intendevo l'accaduto al modo di un simbolo e mi sentivo ancora preso in un'aura di sogno.

Questo stato d'animo non mi era interamente nuovo, lo avevo conosciuto altre volte, le sere dei giorni nei quali la morte mi era stata vicina. Il nostro spirito sembra allora liberarsi momentaneamente dal peso del corpo e procediamo al fianco di questa immagine fisica di noi stessi quasi ad essa compagni. Ma non avevo mai sin allora tanto intensamente sentito di esser libero dai legami carnali, e mentre seguivo la bianca traccia contemplavo il mondo come in uno specchio di oscuro ebano, ove immagini di avorio si riflettessero. Attraversai anche il padule presso il Corno del Carnefice e poco lungi dai tre grandi pioppi mi ritrovai nella Campagna.

Quivi con spavento vidi il cielo sinistramente illuminato da bagliori d'incendio, e un maligno affannarsi pareva regnare per quelle lande, e ombre frettolose mi passavano dappresso. Potevano essere servi sfuggiti al macello, ma evitai di richiamarli, poiché sembravano presi di ebbro furore; e ne vidi che agitavano tizzoni e udii anche il linguaggio della gente di La Picousière. Di costoro intere schiere cariche di preda già ritornavano verso la foresta, e dal boschetto del Toro Rosso veniva la vivida luce delle fiaccole, e urla di donne si mescolavano alle risate del banchetto di festa per la vittoria.

Nell'angoscia di cattivi presentimenti mi affrettai verso le fattorie e ancor lontano dovetti riconoscere che anche Sombor e i suoi avevano in quel frattempo dovuto soccombere alla ciurma della foresta. Le case e le stalle erano in fiamme e i tetti caduti, e i «Vermi di fuoco» si agitavano attorno a quell'enorme braciere. Il saccheggio era in pieno avvio: delle coperte dei letti la maramaglia si era fatta grandi sacchi, che riempiva di preda; e vidi gruppi di costoro gozzovigliare con le provviste tratte dalle dispense e dalle cantine, e avevano sfondati i barili, donde attingevano da bere con gli elmi.

Gli assassini erano presi dalla crapula. Questa loro condizione mi era favorevole, mentre quasi in sogno ne attraversavo i gruppi: accecati dal fuoco, dal sangue e dal vino si agitavano come bestie che si vedono nel fondo di una torbida pozza d'acqua, e mi passavano dappresso. Uno di costoro, che aveva rubato un otre pieno di vino distillato, lo sollevò verso di me con ambedue le braccia, ma poiché non gli feci accoglienza, se ne andò bestemmiando. Camminavo incolume fra quella gente come se dotato di una vis calcandi supra scorpiones.

Quando ebbi lasciato le rovine della fattoria osservai che il bagliore dell'incendio alle mie spalle sembrava impallidire, e non tanto perché mi allontanavo, quanto per il prevalere di nuovi e più aspri bagliori, che si elevavano dinanzi a me nel cielo; e il mio orrore se ne accrebbe ancora. La Campagna che percorrevo non era deserta, ma bestiame in fuga e pastori vi trascorrevano; e percepii inoltre, seppur da lungi ancora, l'abbaìo della rossa muta che si avvicinava. Perciò affrettai il passo, benché il mio cuore fosse invaso da angoscia, mentre andavo verso la spaventosa cerchia di fiamme: vedevo oscure elevarsi le Scogliere di Marmo simili a neri scogli in un mare di lava ardente. Alle spalle udivo l'ululare dei molossi, mentre mi arrampicavo per la balza scoscesa, donde il nostro sguardo inebriato aveva di sovente contemplata la bellezza di quella terra che vedevo avvolta ora nel mantello purpureo della distruzione.

L'ampiezza della rovina mi appariva evidente dalla vastità degli incendi: per l'intero orizzonte le armoniose antiche città presso la Marina fiammeggiavano e risplendevano, simili a una catena di rubini. La loro immagine risorgeva dalla profondità oscura delle acque, nelle cui onde si rispecchiavano. Anche i villaggi bruciavano e i borghi delle terre attorno, e dai castelli superbi sui colli e dai conventi alta si levava la vampa dell'incendio. Le fiamme erano simili ad aurei palmizi nell'aria immobile, e dalla loro corona cadeva una pioggia di scintille. Su di questi vortici ardenti nella notte svolazzavano sciami di colombi, che la luce delle fiamme irraggiava di un color rossastro, e aironi saliti dai canneti bruciati; e si aggiravano in volo, sin quando la fiamma si appendeva alle loro piume, e allora simili a meteoriti ardenti precipitavano nella vampa dell'incendio.

Come se lo spiazzo fosse vuoto d'aria, non un suono giungeva: lo spettacolo si svolgeva in un tremendo silenzio. Non udivo presso la Marina, all'orizzonte, il pianto dei bimbi e il lamento delle madri e neppure il grido di guerra delle fazioni, né il muggire del bestiame chiuso nelle stalle. Di tutti gli orrori della distruzione, solamente l'aureo bagliore vedevo delle Scogliere di Marmo: così fiammeggiano lontani mondi meravigliosamente per chi ne contempli il precipitare attraverso l'infinito cielo.

Non udii neppure il grido, che proruppe dalla mia bocca; e come se io stesso ardessi nell'incendio, solamente nell'intimo sentivo lo stridio del mondo in fiamme; e solo questo lieve stridio mi fu possibile percepire, mentre i palazzi ruinavano e i sacchi di granaglie dei magazzini portuali, trascinati dal vortice delle fiamme verso l'alto, si disfacevano in corrusco sfavillio. Il serbatoio di polvere nella grande torre della Porta dei Galli scoppiò, producendo un enorme spacco nel terreno; la pesante campana, che da un millennio era di ornamento alla torre del Battifredo e il cui suono aveva accompagnato il vivere e il morire d'innumera gente, si arroventò sempre più vivida e infine precipitò dai suoi appoggi, facendo ruinare la torre. Io vidi anche i frontoni del tempio a colonnati risplendere in rosso ardore, e dagli alti piedestalli le immagini degli dèi, con lancia e scudo, piegarono verso il basso e piombarono senza rumore nel braciere.

Dinnanzi al mare in fiamme per la seconda volta e in modo anche più forte fui preso da un irrigidimento di sonnambulo; ma come in simile stato è pur sempre possibile vedere, così anche udivo la muta e la ciurma del bosco sempre più avvicinarsi. I cani raggiunsero il ciglione delle Scogliere, e intesi il profondo anfanare di Chiffon Rouge, seguito dalla sua ululante muta. Tuttavia non ero capace di muovere un piede, e l'urlo di spavento mi rimaneva soffocato in gola. Solo quando vidi le belve avvicinarsi riuscii a muovermi, ma non libero ancora da quella magia. Mi sembrò di scivolare dolcemente giù per le gradinate delle Scogliere di Marmo e con lieve slancio saltai oltre la siepe, che cingeva il quieto giardino dell'Eremo della Ruta. La selvaggia muta urlante era alla mia caccia subito dietro di me, in fitto branco, lungo lo stretto sentiero fra le rocce.

 

© Paolo Melandri (10. 3. 2019)

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Cranio di Corvo

Attraverso le ombre del fumo mi sembrò di intravedere più volte l'ombra del mostro, ma sempre troppo fuggevolmente per aver agio di colpirlo. Inoltre, nel vortice, false immagini mi trassero in errore, sicché infine mi vidi sperduto nella selva. E udii un fruscio e il pensiero m'intimorì che la fiera mi avesse aggirato per assalirmi alle spalle. Per esser sicuro da tal pericolo mi inginocchiai sul terreno, tenendo presso di me il fucile e avendo alle spalle, per difesa, un roveto.

Avviene che in simili situazioni a volte il nostro occhio si arresti sulle minime cose; ed io osservai, inginocchiandomi, una pianticella in fiore, e riconobbi il rosso “uccellino di bosco”. Mi dovevo dunque trovare là dove mi ero spinto un giorno assieme a fratello Ottone, cioè assai presso la cima del colle di Cranio di Corvo. E veramente, con un breve cammino, riuscii a raggiungere la non vasta cima, che al modo di un'isola sporgeva dall'onda di fumo.

Di qui vidi la radura presso Cranio di Corvo illuminata da pallidi riflessi di luci; ma il mio sguardo ne venne distratto verso un punto lontano nella profondità dei boschi, ove scorsi, minuscolo e costruito quasi di rossa filigrana, un castello, con i suoi pinnacoli e le rotonde torri, in fiamme; e rammentai che sulla carta di Fortunio quel punto era designato come la «Residenza meridionale». Quell'incendio mi rivelò che l'audacia del principe e di Brandimarte li aveva condotti sino alle gradinate stesse del palazzo e a colpire quivi; e come sempre, quando vediamo la prova di un'azione animosa, un sentimento di gioia mi gonfiò il petto. Ma tornandomi nella memoria la risata trionfante del Forestaro, il mio sguardo ansioso perlustrò Cranio di Corvo; e io vidi cose il cui spudorato orrore mi fece impallidire.

I fuochi che illuminavano Cranio di Corvo davano ancora riflessi e bagliori, ma similmente a una coppa argentea che sia coperta da uno strato di bianca cenere. Il riflesso ne cadeva sulla capanna dello scorticatore e per la porta spalancata, colorando di rossa luce il teschio che ghignava, fissato all'architrave. Da varie tracce, evidenti sul terreno attorno alle zone arse e nell'interno della capanna, e di cui non voglio dire, si poteva indovinare che i lemuri avevano colà tenuta una spaventosa festa, e i resti ne giacevano ancora sul luogo. Noi uomini guardiamo simili stregonerie orrende trattenendo il respiro e come a un mondo inconcepibile.

Sia sufficiente il dire che il mio occhio scoprì fra i teschi da lungo tempo scarnificati ancora altre due teste nuove, erette in cima a lunghe pertiche: quelle del principe e di Brandimarte. Dalle punte di ferro, al cui uncino erano infilate, esse fissavano i bracieri, che andavano ingrigendo nello spegnersi. Al giovane principe i capelli erano divenuti bianchi, ma i tratti del suo viso erano più nobili ancora di quella suprema bellezza che solamente il dolore educa e forma.

Le lacrime mi scesero per il viso a quello spettacolo, quelle lacrime nelle quali meravigliosamente con il dolore si confonde un moto di entusiasmo. Su di quella pallida maschera, donde la pelle pendeva a brandelli e che elevata sul palo del martirio di là considerava, a terra, il fuoco, vi era l'ombra di un sorriso di suprema dolcezza e serenità; e indovinai che in quel giorno, a ogni nuovo passo, ogni debolezza era caduta da quel nobile spirito come gli stracci da un re, che vada travestito da mendicante. Allora un brivido mi percorse: intesi come costui fosse degno dei suoi lontani antenati vincitori di mostri; egli aveva vinto, nel proprio petto, il drago che ha nome spavento. Ora finalmente fui libero da ogni dubbio: vi erano ancora tra di noi uomini nobili, e nel loro cuore viveva sempre la conoscenza dell'ordine e dei valori di cui la loro nobiltà ci era conferma. E poiché gli alti esempi ci muovono all'imitazione, io giurai, di fronte a quel capo mozzo, che in futuro, in qualsiasi istante, avrei preferito morire in solitudine tra uomini liberi piuttosto che trionfare in mezzo a un branco di servi.

I tratti del viso di Brandimarte invece erano immutati: dall'alto della sua stanga egli guardava con lieve ribrezzo e con scherno Cranio di Corvo, e l'espressione era di calma voluta, come chi sia preso da crampi dolorosi e non ne lasci apparire traccia in volto; né mi avrebbe sorpreso il vedere fisso nell'occhiaia il monocolo, che egli usava portare quando era vivo. I suoi capelli erano ancora neri e lucenti, e compresi che al momento giusto egli aveva ingoiata la pastiglia, che ogni Mauretano porta con sé. Codesta è una capsula di vetro colorato, che nel momento della minaccia più grave si pone in bocca; un morso è quindi sufficiente a rompere la capsula, nella quale è racchiuso un veleno di grande potenza. Questa è una procedura che nel linguaggio dei Mauretani si usa denominare «appello di terza istanza», in risposta al terzo grado di violenza; e la procedura risponde all'idea che quell'ordine si è formato della dignità umana. Si ritiene cioè che la dignità umana possa essere minacciata dal sopportare la bassa violenza, e ci si attende che ogni Mauretano sia pronto, a ogni ora, a rispondere all'appello mortale. Tale fu dunque l'ultima avventura di Brandimarte.

Non so quanto io sostassi colà, fissando impietrito quello spettacolo e quasi fuori dal tempo; ero caduto in una specie di sogno, pur vegliando, e avevo scordato l'incombere del pericolo. Ma in tale stato sonnambulare si procede fra i pericoli senza prudenza e tuttavia in comunione con l'intima anima delle cose. Io salii sulla radura di Cranio di Corvo, e quasi in una ebbra visione le cose mi apparvero chiare, eppure intime nel mio essere, come se conosciute e amiche già nei favolosi paesi dell'infanzia. I teschi pallidi fissati ai vecchi alberi mi guardavano interrogandomi e udivo i colpi echeggiare per la radura, il pesante ronzare del bolzone della balestra e l'acuto fischio della palla da schioppo. I colpi mi passavano così vicini da agitarmi i capelli sulle tempie, ma io ne avevo la percezione solamente al modo di una melodia che accompagnandomi segnasse il ritmo del mio passo.

Giunsi, alla luce delle fiamme residue, sino alla dimora dell'orrore e abbassai verso di me l'asta che portava la testa del principe. Con ambedue le mani la estrassi dalla punta di ferro e la deposi nella sacca di cuoio. Mentre inginocchiandomi adempivo questa cerimonia, sentii un forte colpo alla spalla. Un proiettile doveva avermi toccato, ma non provavo dolore e neppure vedevo sangue sulla mia giubba; e tuttavia il braccio destro pendeva paralizzato. Come se ridesto dal sonno, ora mi guardai attorno e mi affrettai a rientrare con il mio nobile trofeo nel bosco. Avevo dimenticato il fucile colà ov'era il rosso fiorellino, né ormai poteva più servirmi. Mi affrettai perciò a ritrovare il luogo ove avevo lasciato i combattenti.

Quivi era silenzio e le fiaccole non davano più luce. Un bagliore di rossa bragia vagava ancora fra i cespugli bruciati, e a quel barlume di luce l'occhio vedeva giacere sull'oscura terra i cadaveri dei lottatori e i cani uccisi, gli uni e gli altri mutilati e straziati spaventosamente. Belovar giaceva in mezzo ad essi, presso il tronco di una vecchia quercia, e il capo era spaccato e il sangue fluendo aveva macchiata la bianca barba. Anche la bipenne al suo fianco e il largo pugnale che la sua destra stringeva ancora saldamente erano rossi di sangue. Ai suoi piedi agonizzava il fedele molosso Leontodonte, il corpo segnato da ferite, e nel morire gli leccava la mano. Il vecchio aveva combattuto bene, attorno a lui giaceva una corona di uomini e di cani, ch'egli aveva uccisi, e così aveva trovato una morte degna di lui, nel pieno tumulto della lotta, dove rossi cacciatori perseguono per i boschi rossa selvaggina, e morte e voluttà sono profondamente confuse. Io fissai a lungo gli occhi dell'amico morto e con la mia sinistra gli posi sul petto un pugno di terra. La grande madre, di cui aveva compiute le selvagge feste ricche di sangue, è orgogliosa di simili figli.

 

© Paolo Melandri (10. 3. 2019)

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Lanzo Vallecchi

E adesso Lanzo Vallecchi ode la lenta canzone della morte.

 

Lampeggiare, lampeggiare, lampeggiare, finisce di lampeggiare lampeggiare. Far presa, cader giù, far presa, cader giù, finito. È la seconda notte che Lanzo grida. Far presa, cader giù, finito. Non urla più. Sono cessati i lampi. I suoi occhi si aprono e si chiudono. Giace là immobile. Una stanza, una sala, gente che va e viene. Non devi serrare la bocca. Gli introducono in bocca qualcosa di caldo. Niente lampi. Niente colpi. Pareti. Un momentino, solo un momentino. Chiude gli occhi.

E come Lanzo ha chiuso gli occhi comincia a fare qualcosa. Voi non vedrete cosa fa, pensate soltanto che tra poco se ne andrà. Non muove più un dito. E chiama e si muove e cammina. Raduna insieme tutto quel che fu suo. Dalla finestra esce per i campi, fruga tra le foglie, si intrufola nei buchi dei topi: fuori, fuori, cosa c'è qui, cosa c'è di mio? E ruzzola fra l'erba, fuori, datemi tutto quello che avete, vasta con le chiacchiere, tutto è senza senso, ho bisogno di voi, non posso fare a meno di nessuno di voi, su allegri, ho bisogno di tutti quanti!

Gli fanno bere del brodo, ingoia, non rigetta. Non vuole, non ha voglia di rigettare.

La parola della morte Lanzo ce l'ha in bocca e nessuno gliela strapperà via, se la rigira in bocca ed è come un sasso, un sasso sasso, e nessun nutrimento ne sgorga. In questa condizione sono morti una infinità di uomini. Non c'è stato per loro nessun dopo. Non hanno saputo che dovevano chiamare su di sé un altro dolore ancora per poter andare avanti, un solo piccolo passo era necessario ancora per andare avanti, ma quel passo non lo hanno saputo fare. Non lo sapevano, non fecero a tempo, e fu un indebolimento, un crampo convulso di minuti, e già erano all'altro mondo, dove non si chiamavano più Carlo, Guglielmo, Mena, Francesca. Sazi, sazi di buio, rossi di furore, irrigiditi nella disperazione si addormentarono nell'al di là. E non sapevano che dovevano diventare bianchi dal calore e allora si sarebbero fatti duttili e tutto sarebbe stato nuovo.

Lasciarla avvicinare, la notte, anche se è così nera, anche se è così vuota. Lasciarla avvicinare la notte nera e con essa i campi su cui si stende immobile il gelo e i viali gelati. Lasciarle avvicinare le casette solitarie di mattoni, da cui viene una luce rossa, lasciarle avvicinare i viandanti infreddoliti, i conducenti dei carri della verdura, che vanno in città. Le grandi, piatte, silenziose pianure su cui passano i treni dei sobborghi e i diretti, lanciando nel buio di qua e di là una luce bianca. Lasciarle avvicinare gli uomini nella stazione, una bambina così piccola, che volete, finirà per abituarsi anche là, deve comportarsi come si deve e tutto andrà bene.

Infornano il pane.

Il forno è all'aperto, vicino a una casa di contadini, dietro c'è un campo, ha l'aria di un mucchio di mattoni. Le donne hanno segato un mucchio di legna, hanno raccolto sterpi e foglie secche presso il forno, e ficcano dentro tutto. Adesso una donna attraversa il cortile con le grandi forme e dentro la pasta. Un ragazzo apre il forno, c'è un gran fuoco dentro che arde, arde, un gran calore, sospingono la teglia, dentro è il pane, adesso si alzerà, l'acqua evaporerà, la pasta piglierà colore.

 

© Paolo Melandri (6. 3. 2019)

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La immacolata concezione

Maria camminava pallida e con sguardo assorto tra le erbe umide, basse.

Dove il fogliame diventava alto e folto, Maria cercava un albero dai larghi rami che si ergeva solitario dietro a un fitto intrico di cespugli, in un boschetto che gli uomini evitavano. Il verde delle fronde si fondeva con le seriche ombre dell'aria; e lì, sotto quella cortina, sbocciavano corpi di fanciulle allacciati nell'amore, corpi bronzei, rosei, dorati o candidi come neve. Il fogliame ricadeva folto fino a terra.

Quando scendeva una pioggia violenta, Maria sedeva alla finestra del portico tra le compagne, nella sua veste biancoazzurrina, un ramo di mandorlo posato tra i capelli; le labbra delle fanciulle intonavano all'unisono un canto di supplica al dio della pioggia. Ma se vedeva un bimbo, Maria prorompeva in grida di gioia. A passi lenti gli si avvicinava, lo prendeva il braccio, si sedeva e, tenendolo in grembo, lo cullava dolcemente sulle ginocchia. Di tanto in tanto si fermava per incantarsi a osservare il candido pulviscolo del sole e l'azzurro intenso del cielo finché, d'un tratto, un brivido non le scuoteva le spalle infreddolite e allora riprendeva a cullarlo.

Un caro amico la desiderava in sposa; ma la vergine non poteva esaudire il timido spasimante.

Un giorno, mentre sotto quell'albero dalle larghe fronde assaporavano la loro giovinezza in soave letizia, tra baci e tenere effusioni, le fanciulle scorsero in cielo, tra le foglie, una nera nube immensa, sconfinata, che aveva la forma di una mano pronta ad afferrare e pareva obbedire al comando di una volontà irresistibile, quasi fosse la mano di Dio. Si misero allora a cantare, inquiete, tra il fogliame nelle loro vesti bianche e variopinte. In quell'istante, ecco avanzare laggiù, sopra il colle, un bagliore grigioazzurro che, sempre più frequente e chiaro, come un grande occhio fissava la terra dal nero di quel cielo. Le vesti svolazzavano al vento tra rigidi e scuri filari di alberi che presero a flettersi e a torcersi. Maria si aggrappò impaurita, scarmigliata, all'amico che le corse incontro dopo averla lungamente attesa nei pressi della sua dimora solitaria, si strinse al suo braccio. Esangui, sbigottiti, i suoi occhi non cessavano di rivolgersi, imploranti, alle dita protese dalla nube e a quel bagliore accecante. Quando la terra cominciò a tremare e, in una vampa giallopurpurea, nell'aria risuonò una voce di tuono, ella cadde tra le braccia dell'amico, pallida a morte. Nella fitta oscurità mani le sfiorarono il volto e i capelli; dopo quel tuono impetuoso, udì il sussurro di parole ardenti. Egli la prese che si aggrappava alla sua spalla, abbandonata e tremante come un ramoscello.

 

© Paolo Melandri (5. 3. 2019)

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Appunti dal bar notturno

Durante il dîner, io me ne sto nel bar pronto a servire. Verifico l'aria, la temperatura, l'atomizzatore, i bicchieri davanti a me sul banco, le bottiglie dietro di me sullo scaffale. Chiedo giù in cambusa se tutto è a posto: la maggior parte dei vassoi preparati viene mandata su bell'e pronta, io poi trasmetto gli ordini con frasi convenute.

Il dîner è di regola assai semplice; dura tre quarti d'ora; c'è un trio che suona all'inizio, dopo gli antipasti, e al dessert. La sala da pranzo viene chiamata «la mensa» o anche «il refettorio». Quando il Condor lascia la tavola, alcuni convitati, tra cui sempre Attila e il Domo, lo accompagnano alla Sala Gialla, dove viene servito il moka e i liquori. È permesso anche fumare un sigaro, sebbene il Condor non lo gradisca. Secondo l'umore o l'atmosfera, non certo sempre, egli si compiace di recarsi lì accanto al bar notturno. Chi ne ha voglia (nello stile ad esempio di «Sire, Marly!») può seguirlo. Il Domo mi fa avvertire; i favoriti prendono i loro posti.

Prima del dîner il Domo ha già fatto il suo rapporto al Condor, dopo non si dovrebbe in effetti parlare più di servizio; tuttavia, è inevitabile che nei discorsi si inseriscano sempre delle allusioni. Per me sono più rivelatrici che se avessi assistito al rapporto: vere leccornie per la mia insaziabile curiosità. Mi permetto di ripetere che io antepongo la storia della civiltà a quella degli Stati. Con essa ha inizio e termine l'umanità. A ciò corrisponde anche il fatto che io, di preferenza, faccia posto alla storia delle corti, e persino dei cortili, piuttosto che a quella politica e partitica. La storia è fatta da uomini e regolata tutt'al più da leggi: è perciò che le sue sorprese sono inesauribili.

 

© Paolo Melandri (3. 3. 2019)

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Zapparoni 5

Erano questi i pensieri che mi opprimevano mentre guardavo il fondo del ruscello, sulle cui sponde il contadino arava. Pian piano la superficie marrone, il terreno arato si allargava. Ecco un bilancio migliore del mio.

Ma i pensieri non ci assalgono come ho riferito. Siamo noi che li colleghiamo, che ce ne rendiamo conto. Li ordiniamo in un prima e un dopo, li disponiamo l'uno accanto all'altro, in una successione, una contiguità che non hanno quando nascono in noi. Allora nel firmamento interiore splendono, come stelle cadenti, luoghi, nomi, cose ora informi. Si mescolano i morti con i vivi, i sogni con le cose vissute. Quali segni sono mai questi, e dove vagabondiamo noi nella notte? Vidi il nobile volto di Lorenzo, che saltò dalla finestra. Non era quello il nostro destino, la nostra realtà? Un giorno avremmo toccato terra. C'erano stati tempi, in cui la vita era valutata quasi soltanto come la preparazione di quel momento; forse erano stati meno privi di senso del nostro.

Un tenue rumore mi fece sussultare. Qualcuno doveva essere entrato. Balzando in piedi mi trovai di fronte un vecchio che mi guardava. Doveva essere venuto da un gabinetto, che ora vedevo attraverso la porta aperta. Vidi l'angolo di un grosso tavolo, ancora illuminato da una lampada, nonostante l'ora meridiana, coperto di carte scritte e stampate e di libri aperti.

Lo sconosciuto era vecchio e piccolo ma mentre giungevo a queste conclusioni, sentivo subito che non dicevano nulla. Era davvero sconosciuto? ed era vecchio e piccolo? Ricco di anni certamente, infatti vedevo capelli bianchi brillare sotto la visiera che portava per proteggersi gli occhi. Inoltre i tratti del viso recavano l'impronta caratteristica lasciata da una lunga vita. Qualcosa di simile si trova nei grandi attori, che hanno impersonato lo spirito dei secoli. Però mentre in loro il destino li ha lavorati in superficie, il destino di quest'uomo aveva lavorato in profondità: egli non recitava.

Fissare l'età era cosa secondaria, perché lo spirito non ha età. Quel vecchio poteva affrontare un rischio, fisico, morale o intellettuale, più facilmente di innumerevoli giovani e subire la prova meglio, perché si univano in lui potenza e intuito, astuzia acquistata e dignità innata. Quale era il suo animale araldico? Una volpe, un leone, uno dei grandi uccelli da rapina? Dovetti piuttosto pensare a una chimera, di quelle che nidificano sulle nostre cattedrali e guardano giù la città con saggio sorriso.

Come era vecchio eppure non sembrava vecchio, così era piccolo eppure piccolo non sembrava; il suo essere cancellava quell'impressione.

Durante la mia vita avevo incontrato uomini significativi, uomini voglio dire che hanno da fare con le ruote più intime del nostro meccanismo, vicinissimi all'asse invisibile. Possono essere uomini di cui si trova il nome in ogni giornale, ma anche assolutamente sconosciuti, possono essere buoni o cattivi, attivi o inattivi. Eppure c'è in loro un'aura comune, imponente, che non tutti, ma molti, e in verità piuttosto gli esseri semplici che i complicati, percepiscono. Un filosofo, ad esempio, al quale è data questa forza, un nuovo ordinatore della sostanza mondiale, è capace di affascinare ascoltatori che non comprendono una sola parola del suo discorso. Eppure pendono incantati dalle sue labbra. Lo stesso è possibile in ogni altro campo. Deve esistere un'immediata percezione della grandezza, indipendente da ogni comprensione. Veniamo colpiti come magneti dalla corrente elettrica. Che questa forza si manifesti in lettere, parole o libri, è secondario; anzi spesso così si diminuisce addirittura la forza dell'attrazione. Non è facile interpretare questo fenomeno, perché è informe. Si trasforma in opere e atti, in simboli intellettuali e morali o agisce anche astraendosi magari nell'ascesi, nel sacrificio e nella meditazione. Ma la nostra percezione si trova al di fuori di questa evoluzione che la precede. Corrisponde come oscuro sentimento a un influsso indiscriminato. Non sentiamo forse: «Ecco, è lui» oppure: «A lui riuscirà» o sentiamo semplicemente il respiro dell'ignoto.

 

© Paolo Melandri (3. 3. 2019)

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Isolamento e sicurezza

Gli scheletri, sull'albero-forca, sono di uccelli, ranocchi e lucertole. Gli uccelli dovevano aver avuto le dimensioni di passeri, da implumi ad adulti. Evidentemente là aveva avuto la sua riserva di caccia una ghierla. Il popolo la chiama anche ammazzasette, infilziere o mangiamorti. Se la fa in prossimità delle siepi di spini, che acconcia a propria dispensa. Là infilza la sua preda, o quella parte di essa che non divora subito. Secondo il fabbisogno, poi, ritorna per ingoiare in un boccone gli animali più piccini o per spolpare i più grossi, come ho potuto constatare qui sul luogo del supplizio. Una miniatura, ma sinistra.

Qui c'è molto da osservare. Trasporterà le sue vittime morte o vive? E come farà ad infilzarle? Probabilmente provvederà, come un buon padre di famiglia, che restino fresche il più a lungo possibile. Rostri conosce esempi del genere. La vespa paralizza la sua preda, un bruco che deve servire da nutrimento ai suoi figlioli, con una puntura nel ganglio. La vittima riesce ancora a masticare: le larve poi se ne nutrono prelevando quanto loro occorre dell'accrescimento di peso.

Forse era questa l'opera di una ghierla ancora poco nota. Più giù, nel canneto, si svolge la caccia di un grosso martin pescatore, l'alcedo grigio. Per l'estensione dei nostri fiumi e litorali, questo uccello è qui ovunque molto frequente e poco timoroso: si lascia quasi prendere con le mani. Una volta, mentre pescavo a lenza lungo il Serchio, si è seduto accanto a me sopra un palo, con un pesce che aveva appena catturato, e mi fece dei cenni col capo. Non avrei proprio nulla di nuovo da riferire sul suo conto, ma non è di questo che mi importa.

Di tutti questi animali, Rostri ne sa infinitamente più di me. Ma egli resta fermo agli accidenti, se mi è concesso riferirmi a quanto ho detto sopra.

 

© Paolo Melandri (26. 2. 2019)

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Le tavole della legge

Subito si alzò, dicendo: “Vieni con me, e te ne mostrerò il perché: tu comunque capirai”. E, presa una candela dalla tavola, mi guidò, facendo luce, per una lunga galleria lastricata in pietra che portava alla sua cappella privata. Passammo in mezzo ai ritratti dei gesuiti e dei sacerdoti, alcuni dei quali molto famosi, che la sua famiglia aveva dato alla Chiesa; e alle stampe e alle fotografie dei quadri che lo avevano particolarmente colpito; e ai pochi dipinti che il suo modesto patrimonio, raggranellato a forza di rinunciare quasi con avarizia a tutto ciò che la maggior parte degli uomini desidera, gli aveva consentito di acquistare nei suoi viaggi. C'erano stampe e fotografie di molti capolavori di scuole diverse; ma in tutti la bellezza, sia che si trattasse della bellezza della religione, dell'amore, o di una visione fantastica di boschi e montagne, era la bellezza che si concede soltanto a quei temperamenti che cercano sempre un'emozione pura, assoluta, e che han trovato la loro espressione più continua, se non la più perfetta, nelle leggende, nelle preghiere e nella musica dei popoli. La certezza di un fervore fiero e leggiadro sui volti rapiti degli angeli di Piero della Francesca, e sui nobili volti delle Sibille di Michelangelo; e l'incertezza, come di anime in bilico tra i piaceri dello spirito e i turbamenti della carne, sui volti vacillanti degli affreschi delle chiese senesi, e sui volti, simili a fiamme sottili, immaginati dai simbolisti e dai preraffaelliti, mi aveva spesso fatto guardare a quel lungo corridoio, grigio e buio, vuoto e pieno di echi, come ad un vestibolo dell'eternità. Quasi ogni particolare della cappella, in cui si entrava per una porticina gotica la cui soglia consunta era stata levigata dai piedi di coloro che la frequentavano un tempo in segreto sfidando i rigori della legge, mi era rimasto impresso nella mente; perché era proprio in quella cappella che, ancor ragazzo, ero stato conquistato da quel medievalismo che oggi esercita, credo, un'influenza determinante sulla mia vita. L'unica cosa che mi parve nuova era una sorta di scatola quadrata, in bronzo, che stava sull'altare davanti a sei candele spente e al crocifisso d'ebano, e somigliava a quelle, più preziose, fabbricate anticamente per custodirvi i libri sacri. Attilio mi fece sedere in un vecchio banco di quercia, e, dopo essersi inchinato profondamente davanti al crocifisso, prese la scatola bronzea dall'altare e si sedette davanti a me con il libro sulle ginocchia.

 

© Paolo Melandri (25. 2. 2019)

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Un viandante canta in sordina

Quest'anno ci son davvero molte bacche. Mirtilli, uva spina, lamponi. Non dico che si possa vivere di bacche. Ma è tanto bello, quando vengon fuori, e sono una gioia per gli occhi. E sono spesso anche un ristoro, quando si ha fame e sete, durano due o tre mesi, sino a che maturano le ultime, quelle d'autunno, lo so benissimo. Ci aspettano altre gioie però, fuori all'aperto, non le sole bacche. In primavera e d'estate le bacche son prima sanguinolente; ma ci sono allora campanule e trifoglio, e profonde foreste senza vento, il profumo degli alberi, silenzio. Risuona nel cielo quasi il rumore di un fiume lontano; nel tempo e nell'eternità non c'è altro suono così immenso. E quando canta un tordo, allora il suo richiamo si alza acutissimo, e mentre tiene il tono alto, fa improvvisamente un angolo retto, un passaggio chiaro e netto, come se tagliato col diamante. Poi comincia a cantare abbassando il tono, morbido e magnifico. Anche sulla riva regna la vita. Colombi, cornacchie, starne saltellano qua e là; la coditremola è fuori e cerca becchime, avanza a balzi, dondolandosi, graziosa con il suo becco aguzzo, poi vola su una siepe e canta, essa pure. Ma quando è tramontato il sole, un colombo intona il suo malinconico urrà, sognando un remoto lago alpestre. È l'ultimo. Poi non rimane che il grillo. Ma non c'è nulla da dire, esso è invisibile e non serve a nulla. Non fa che star là e stridere come resina.

Ripenso a tutto ciò: anche l'estate ha le sue gioie per il viandante e non occorre aspettare l'autunno.

Ma ora considero che me ne sto qui a scrivere parole serene su cose tranquille, come se non dovessero mai capitarmi avventure violente e pericolose. Non è un'astuzia, la appresi da un uomo dell'emisfero meridionale, da Roffo, un messicano. Attorno alle falde del suo enorme cappello tintinnavano piccole piastrine d'ottone, e appunto per questo me ne ricordo. E ricordo anzitutto con quanta calma raccontava il suo primo delitto: “Avevo una volta per amante una ragazza, che si chiamava Maria” raccontava Roffo con aria rassegnata “già, aveva appena sedici anni ed io ne avevo diciannove. Le sue mani erano tanto piccine; quando, per qualche motivo, mi ringraziava o mi salutava, non tenevo effettivamente in mano che due dita sottili, era così. Una sera il padrone del campo la condusse a casa con sé, perché gli cucisse qualcosa. Non era possibile impedirlo; e non passò più di un giorno che la condusse di nuovo a casa per cucire. Continuò così per due settimane, poi finì. Sette mesi dopo Maria morì e fu sepolta; e anche le sue manine furono sepolte. Andai da suo fratello Inez e dissi: “Domani presto verso le sei il padrone andrà a cavallo in città, e sarà solo”. “Lo so” mi rispose. “Dovresti prestarmi il tuo fucile piccolo, perché domani gli possa tirare”. “Servirà a me” rispose. Parlammo poi di varie cose, dell'autunno e di un nuovo grande pozzo, che avevamo scavato. Quando me ne andai, staccai il fucile e me lo presi. Nel bosco Inez mi inseguiva alle calcagna, e mi chiamava: che aspettassi. Ci sedemmo e parlammo del più e del meno, poi Inez si riprese il fucile e tornò a casa. L'indomani, di buonora, ero al cancello per aprirlo al padrone e anche Inez era là tra i cespugli. Gli dissi: “Tu devi andartene per i fatti tuoi, per non essere due contro uno”. “Lui ha pistole alla cintola, ma tu che hai?” chiese Inez. “No, io non ho niente, ma ho in mano il piombo, e questo non fa rumore”. Inez guardò il piombo, rifletté un po', quindi annuì con il capo e tornò a casa. Poi venne il padrone a cavallo, era tutto grigio e vecchio, almeno di sessant'anni. “Apri il cancello!” ordinò. Ma non aprii il cancello. Pensò che fossi impazzito? Minacciò con la frusta, ma non gli feci caso. Così dovette scendere per aprire il cancello. Gli detti allora il primo colpo, colpii sull'occhio, e feci un buco. “Oh!” gridò e vacillò a terra. Gli dissi un paio di parole, ma non le comprese, dopo qualche colpo era morto. Aveva in tasca molto denaro, ne presi quanto me ne occorreva per il viaggio, poi montai a cavallo e via. Inez stava sulla porta, quando giunsi. “Non hai che tre giorni e mezzo sino al confine”, disse.

Così Roffo raccontò quest'avventura e tranquillo continuava a guardar fisso davanti a sé, quando ebbe terminato.

Io non ho da raccontare delitti, ma gioie e dolore e amore. E l'amore è violento e pericoloso quanto un omicidio.

 

© Paolo Melandri (24. 2. 2019)

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Il figlio del sole

Stanotte è caduta la neve. Uno spesso bianco mantello si stende sulla terra.

Si è destato col grato ricordo di aver ricevuto una lettera ieri, un sorprendente messaggio di liberazione, si sente giovane e felice e comincia a canticchiare. E poi se ne va alla finestra, alza le cortine e guarda la neve. D'un tratto il suo canto ammutolisce, un senso di scoraggiamento penetra nel suo animo; e scuote le povere spalle curve.

Con l'inverno veniva sempre un brutto tempo per lui, una sofferenza come nessun'altra e che nessun altro comprendeva. Soltanto la vista della neve gridava morte, gli gridava annientamento nelle orecchie. Le lunghe serate venivano col loro buio e col loro sciocco e insignificante silenzio; egli non poteva lavorare nel suo studio, la sua anima si richiudeva in se stessa e ammutoliva. Un'estate aveva abitato in una piccola città, in una grande camera luminosa dove i vetri più bassi della finestra erano bianchi. Tale colorazione in calce dei vetri gli ricordava il ghiaccio e non poteva vincere un senso di pena alla loro vista. Volle farsi forza, rimase in quella camera per più mesi, e ogni giorno si ripeteva che per molti il ghiaccio aveva la sua bellezza, che l'inverno e l'estate, tutt'e due, erano manifestazioni della stessa idea eterna e appartenevano a Dio, niente lo aiutava, non gli riusciva di continuare il lavoro e la diurna pena lo consumava. Dopo, più tardi, nella sua vita andò a stare a Parigi. Quando la città aveva le sue belle feste, andava volentieri fuori nei boulevards ed osservava i divertimenti. Poteva essere verso la metà di un'estate mite, le sere erano calde e dai grandi parchi veniva in città odor di fiori e di foglie; le strade brillavano sotto la luce elettrica, gente sorridente e felice ondeggiava su e giù, cantava, gettava confetti, tutto era pura felicità. Egli poteva anche uscire col fermo proposito di mescolarsi alla folla e partecipare alla gioia; ma dopo mezz'ora doveva prendere una vettura e ritornare a casa. Perché? Un lontano ricordo gli aveva parlato: nella luce elettrica i confetti cadevano come neve davanti ai suoi occhi e il divertimento ben presto finiva.

Tutto ciò si era ripetuto ogni anno.

Ma dove mai doveva stare la sua anima? Forse in una terra solatìa, in una terra di palme. Forse, sulle rive del Gange dove il loto non appassisce mai.

 

© Paolo Melandri (24. 2. 2019)

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Osteria del Lupo 2

Stramba primavera. Rammento qualche particolare. Inverno restio alla resa. Dappertutto un costante senso di oppressione. C'era una specie di foschia quel giorno in cui, prima di raggiungere l'osteria, girai con l'auto nei dintorni della città. Un grigio inizio di tepore. Pomeriggio singolarmente coperto. Dappertutto una malinconia infinita, uno sguardo chino sulla terra, restio a staccarsene, le fronde quasi confuse nell'umidore della piana. Lì nei paraggi doveva esserci un ricovero, il suo contenuto incupiva ancor più il paesaggio. Molti anziani lungo la strada, gobbi, deformi, anche ciechi. Ovunque quel loro strascicarsi, passi malsicuri, un balbettare e tastare con la stampella. Primi castagni in fiore. Un'aria tropicale, s'è detto, era sospesa in silenzio tra le forme, un'indissolubile quiete univa le figure, tutto quel che si era innalzato, ricadeva, tutto cedeva alla malia delle bassure – unirsi, gridava una voce dentro di me; negli occhi sentivo bruciarmi sale e fuoco; spezzare il pane – ridurre i tormenti – sacrificare la propria carne contro lacrime e maledizione – ma chi si piega cosa potrà portare ancora su di sé, chi a questo si piega? –: a contare sono solo le sfere supreme, e quel che è umano ne è escluso. Un'altezza spietata, le frecce volano inesorabili, fa freddo, azzurro carico, qui contano solo gli strali lucenti, qui conta solamente una cosa: riconosci la situazione, serviti dei tuoi mezzi, devi attenerti al tuo metodo, là dove hai creato, non puoi cedere –: Tu rispondi di regni impossibili da interpretare e dove non esistono vittorie.

La sera, di nuovo all'osteria. Siedo e ascolto. Ascoltare l'essere insolito e l'insolita sostanza che spirano dalle voci della gente. Nel Tibet il vento, nella foresta vergine gli insetti, qui suoni articolati.

In me parla la disgregazione, è stato spesso osservato. No, rispodevo io, quando ancora rispondevo, in me parla lo spirito occidentale, che è come dire, comunque, disgregazione ricomposizione secondo la legge umana, quel principio antropologico che separò le acque dal firmamento e i profeti dai folli. Ebbene, dicevano i miei interlocutori, giust'appunto. Lei vuole disgregare la natura, questo è il colmo! Il nostro comune sangue e suolo? La vostra natura, ero costretto a replicare, è forse naturale? La si può considerare un punto d'avvio? Io posso dimostrare che è innaturale, procede in sommo grado a salti, sissignori, è il caso paradigmatico del Contro-natura. Inizia e non finisce, spende e spande e si dimentica. È sfrenata al largo delle isole, con falangi di cavallette che manda avanti come un rullo compressore, e con le cicale. Oppure: sulla terra regna la pace, tutto ha la temperatura delle pietre, mette davvero conto occuparsi del clima, all'improvviso spunta il pan di serpe con tanto di fiori a bocciolo a 40 gradi, scombussola tutto, e agli dèi viene voglia a sangue caldo –: e questo troverebbe il suo punto d'avvio nella natura o in chi, sennò? Oppure un altro dei suoi metodi: corrugamento, condensazione, compressione inaudita, sarebbe questo un metodo semplice e naturale? Oppure quell'altro suo uzzolo, la conduzione di tensioni enormi entro uno spazio microscopico, infinitesimale – e questo sarebbe ovvio e scontato? Eppure la vita, come fenomeno, si era sistemata così bene nella pianta, perché metterla in moto e spedirla in cerca di cibo? – non è forse questo un caso lampante di sradicamento? Quanto alla creatura umana, poi, la natura la sospinge a più riprese nell'innaturalezza, sprigiona batteri per annientarla, riduce il suo odorato, le attenua l'udito, l'occhio deve farsi snaturare dalle lenti, l'uomo dell'avvenire è pura astrazione – dov'è che agisce, questa natural natura? No, un altro è il volto che dovunque s'impone, assopito nella pietra, dischiuso nel fiore, esigente in questa specie tardiva – altri sono i connotati, ed eccomi giunto a un risultato inconsueto.

 

© Paolo Melandri (19. 2. 2019)

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Misteri 2

C'era una palude aperta, senza alberi, solo una quantità di radici che si allungavano in tutte le direzioni come strani vermi attorcigliati. Ed ecco che un folle avanza tra tutte queste radici ritorte; mi sembra ancora di vederlo: pallido, con una barba scura ma così sparsa che gli luccicava per tutto il viso. Si guardava attentamente intorno e negli occhi tradiva una grande agitazione. Stavo nascosto dietro una roccia e lo chiamai. Immediatamente guardò dalla mia parte e non rimase per niente meravigliato che il grido giungesse da dietro una roccia, come se sapesse benissimo che io vi stavo nascosto. Fissava la roccia con insistenza. Al che io pensai: non mi scoprirà, nel peggiore dei casi tuttavia, se viene da questa parte, me la batto. E sebbene non gradissi affatto che lui stesse lì a fissarmi, tornai a gridare per spaventarlo. Fece un paio di passi verso di me, teneva la bocca aperta e faceva il gesto di mordere; ma non andò via. Le radici gli si accumulavano davanti ostacolandolo, tanto che non riusciva ad avanzare. Gridai di nuovo, gridai molte volte di seguito per eccitarlo, e allora lui attaccò le radici, cominciò a strapparle via, gettandone lontano grandi bracciate, lavorando di lena per avvicinarsi a me; ma inutilmente. Incominciò anche a gemere, e da dove mi trovavo lo sentivo, e vedevo il suo sguardo impietrito dal dolore. Ma quando capii che mi trovavo al sicuro, mi alzai e agitai il berretto, mostrandomi a lui in tutta la persona. Lo spaventai gridandogli continuamente: Salve! Battevo i piedi a terra e urlavo: Salve! Mi avvicinai anche di più per spaventarlo. Allungai persino le mani e, puntandogli contro il dito, urlai, sfacciatamente vicino: Salve! Per confonderlo ancora di più se possibile. Quindi tornai indietro e lasciai che, da dove si trovava, vedesse che gli ero stato tanto vicino. Ma non si arrese affatto, continuò a strappar radici, affaticandosi, inasprito dal dolore, graffiandosi a sangue, ferendosi al volto, sollevandosi sulla punta dei piedi e restando lì, gridando al mio indirizzo. Ve l'immaginate? Si alzava e abbassava sulla punta dei piedi, e mi guardava e gridava! E allora il volto gli si imperlò di sudore e prese a contorcersi in un'orribile smorfia di sofferenza per l'incapacità di afferrarmi. Pensai di attirarlo ancora più lontano e così mi avvicinai, gli scoccai le dita sotto il naso ed esclamai: Tihihihihi! In maniera quanto mai offensiva. Gli lanciai contro una radice d'albero, lo colpii sulla bocca e quasi riuscii a farlo vacillare; ma lui si limitò a sputare sangue e a portarsi le mani alla bocca, riprendendo a strappar radici. Allora ritenni di poter osare: allungai una mano perché volevo toccarlo, volevo poggiargli le dita sulla fronte e poi ritirarmi. Ma in quello stesso istante riuscì ad afferrarmi. Signore Iddio, che orrore quando mi afferrò! Strinse furiosamente, tenendomi ben salda la mano. Lanciai un urlo, ma lui si limitò a stringermi la mano, e così mi seguì. Uscimmo dalla palude, le radici d'albero ormai non gli creavano più alcun impedimento, visto che era riuscito a prendermi la mano. Arrivammo così fino alla roccia dietro la quale prima stavo nascosto. Quando vi giungemmo, lui si gettò ai miei piedi e baciò la terra che avevo calpestato. Lì, in ginocchio davanti a me, lacero e sanguinante, mi ringraziò perché ero stato buono con lui, mi benedisse persino, e pregò Iddio di benedirmi a sua volta. Quegli occhi spalancati inviavano pie preghiere a Dio per me, ma non mi baciò la mano e neppure la scarpa, solo la terra, là dove era stata calpestata dalle mie scarpe. Dissi: “perché baci la terra dove ho camminato?” “Perché” disse lui “la mia bocca sanguina e non voglio sporcarti le scarpe.” Non voleva sporcarmi le scarpe! Allora chiesi: “Ma perché mi ringrazi, se ti ho pur fatto male e ti ho procurato sofferenza?” “Ti ringrazio” rispose lui “perché non mi hai procurato maggior sofferenza, perché sei stato tanto buono da non torturarmi di più.” “Sì” diss'io allora “ma perché hai gridato al mio indirizzo e hai aperto la bocca per mordermi?” “Non volevo morderti” rispose lui “ho aperto la bocca per pregarti di aiutarmi, ma non sono riuscito a farmi sentire e tu non mi hai capito. Poi ho gridato per un dolore davvero forte.” “È per questo che hai gridato?” tornai a chiedere. “Sì, per questo!” Guardai quel folle, sputava ancora sangue eppure pregava per me; mi accorsi allora di averlo già visto, di conoscerlo già: era un uomo di mezza età, con i capelli grigi e la barba rada… era Minuto!

 

© Paolo Melandri (17. 2. 2019)

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Pallade 2

Pallade si arresta, è sera, scioglie la corazza, sfilandosi il giaco con la testa della Gorgone, questa testa in cui sopravvivono il drago babilonese Tiamat e il serpente egiziano Apofi, ma battuti e vinti. È sera, lì giace la sua città, terra pietrosa, il monte di marmo e i due fiumi. Ovunque l'olivo, opera sua, grandi oliveti. Essa sta sul tribunale di allora, il colle di Ares, l'antica rocca delle Amazzoni distrutta da Teseo, il sollevatore del masso. Davanti a lei i gradini dell'altare sul quale si decise la sentenza. Vede le Furie, vede Oreste. Vede Apollo, il compagno della scena, e le torna in mente l'osservazione di Proteo, il signore delle vacche marine, che in questo stesso posto, non molto tempo dopo – misurato secondo le ore degli dèi – ci sarebbe stato un altro per annunciare la resurrezione dei morti. Clitennestra – Agamennone: uxoricidio – matricidio; idea paterna – idea materna –; uccisi e risorti; tutto nient'altro che un mormorio, nient'altro che idee – anche le idee sono prive di senso come i fatti, altrettanto caotiche, dato che anch'esse ordinano e illuminano solo una piccola parte dell'eone; – valgono solo le figurazioni conchiuse, le statue, i fregi, lo scudo d'Achille, questi sono senza idee, esprimono solo se stessi e sono perfetti.

Là tra le stelle scorse il corno di Amaltea, la capra cretese che aveva allattato il padre bambino, colombe gli portavano il nutrimento, pecchie dorate gli portavano miele. Ciò che è caotico, ciò che è informe, smisurato, egli poi lo distrusse, e ancora i Titani, i Giganti, ciò che è senza confini. Quella sera aveva una chiara luce verde, era più scura di Arianna, lì accanto, che Bacco aveva fatto ascendere al cielo nell'incanto dell'amore. Pensò al padre. Rea, sua madre, gli aveva salvato la vita con una pietra avvolta in pelo di capra. La diede da divorare a Saturno invece del pargolo divino appena nato. Quella pietra spesso ricordata! Ciò che viveva e aveva forma aveva guadagnato tempo per giungere nascostamente alla luce! Poi cominciò il suo dominio, e il corso delle cose cominciò a seguire la sua strada. Questa terra in cui la povertà era di casa e non meno l'abitudine ereditata dai padri di conquistare privilegi solo col lavoro e con la saggezza – ora lì i simulacri degli dèi, d'avorio e d'oro, lì ora la bianca, spettrale processione dei Propilei. In tutto ciò si riconobbe, si creò un popolo. Da quanto tempo i raggi di Helios non colpivano più solo dorsi e pinne di esseri con lo sguardo rivolto in basso, ma incontravano un fuoco di risposta, da quando un mortale era giunto, in posizione eretta, a guardare se stesso, interpretava se stesso e, rivolto intimamente a se stesso, a se stesso restituiva il proprio essere in manifestazioni e opere: ora – qui! Pallade si volse e avanzò verso la città. Riluceva di rami d'olivo e di rosse teste di cardo; i giocatori di domani ondeggiavano per le strade, schiere di pellegrini e la massa degli spettatori. Era la sera prima delle Panatenaiche. Quelli delle fonti, quelli delle terrazze montane, quelli dei tumuli sepolcrali nelle paludi intorno a Maratona; quelli che venivano dal mare avevano veleggiato orientandosi sulla lancia folgorante di Atena Promachos, questo era stato il faro. L'indomani sarebbero venuti davanti ai simulacri e alle statue e alle maschere preparate per i giochi. Tutti gli Elleni! Gli Elleni dei platani, gli Elleni dello scalpello, gli Elleni orestei! Di mezzo a loro scomparve ora Pallade, dea senza madre, di nuovo armata e sola.

 

© Paolo Melandri (17. 2. 2019)

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Ipazia

Latifah mi serve anche da parafulmine – a Ipazia dispiacciono gli amplessi brutali. Ella si attiene allo stretto necessario – e persino quello che io ritengo sia per lei un di più, soltanto per farmi piacere. Non fa storie, ma si controlla, pur senza essere prude.

Nella nostra Eumene ha l'aspetto della ragazza straniera, un uccello migratore venuto dall'estremo nord nel quartiere d'inverno. È di statura più piccola che media, ma oltremodo proporzionata. Se il suo viso fosse ritrovato in una collezione antropologica, l'etichetta sarebbe “tipo svedese”. Come mai il termine “gemello” mi passò come un lampo per la mente, quando la incontrai la prima volta all'Istituto? La causa va forse ricercata in questa armonica simmetria, che sembrava uscita da uno stampo. In casi del genere, la razza sopraffà l'individualità.

Il suo colore è l'azzurro; veste di lino, dal quasi bianco fino alle più intense sfumature di azzurro, e vi aggiunge la lavanda. Quasi nessun gioiello, all'infuori di un cammeo e talora di una collana, niente anelli. A tavola, come in genere nelle sue abitudini, è di gusti semplici; la zuppa di legumi senza zafferano, e naturalmente anche senz'aglio – – – “con pepe” quando avviene che mangiamo insieme: io poi mi adeguo. Lei e Latifah sanno l'una dell'altra: io non ne faccio mistero. Inoltre, la zona di caccia di Latifah e il pied-à-terre, ove io mi riposo dai rapporti col mio paparino, sono vicinissimi tra loro. Ipazia non è gelosa; Latifah non ha diritto di esserlo.

Nel suo lavoro, Ipazia è seria e fidata; a tal riguardo, io sono per lei quel che si suol chiamare il “padrino” di laurea. È su questo che si basa la sua dedizione: che culmina nell'incesto. Era appunto quello che ho fiutato fin dal primo incontro.

Vigo appartiene a quei profeti che godono maggior fama all'estero anziché in patria. Il suo nome ha valore tra iniziati, e con segreta rabbia dei suoi colleghi, rappresenta un mot de passe da Beirut a Uppsala.

Quella volta, quando mi congedai da lui dopo una delle nostre serate, disse: “A proposito, un'oca iperborea si è di nuovo presentata a me, vuol lavorare qui da noi. Ha buoni diplomi, e ha già fatto delle scoperte al Luminar. Vorrei che lei se ne occupasse in mia vece”.

Finge che la cosa gli dia fastidio: in fondo, gliene deriva considerazione.

La mattina dopo, ci ha presentati l'un l'altro all'Istituto. Ed ha anche proposto subito un tema: la differenziazione autoritaria negli imperi dell'antichità. Doveva estendersi alle colonie delle potenze occidentali, e con riguardo particolare alla autonomia proconsolare.

Avviene che la casta dei guerrieri venga spodestata dal Demos oppure dal Senato e che emigri in contrade lontane. La madrepatria si sbarazza in tal modo dei suoi cervelli, irrequieti, aristocratici e reazionari; laggiù, come in una riserva naturale, si concede loro che guerreggino all'antica contro nomadi e tribù montanare. Avventure di servizio. D'altra parte, possono anche diventare pericolosi, quando, come Cesare, si creano una Gallia, oppure quando, come un generale iberico denominato Franco, ritornano durante una crisi con i loro legionari.

Tale era stato, press'a poco, il disegno di Vigo. Disse: “È un vasto campo. Occorrerebbe un leitmotiv – – – forse l'estrapolazione. (Da un punto di vista matematico, l'estrapolazione diventa sempre più incerta quanto più ci si allontana dalla sfera originaria, e in taluni casi già dal momento in cui la si è lasciata.) Comunque, veda un po' che cosa si può fare” – – –, e così dicendo ci lasciò soli.

Aveva ragione: il campo era vasto. La distanza, a dir vero, non aveva quasi più importanza alcuna, da quando esistevano truppe autotrasportate. Ipazia lavorava in una delle nostre stanze, uno stanzino piuttosto, al Piccolo Luminar. Notai allora ch'ella armonizzava l'azzurro dei suoi abiti con la lavanda.

Di fatto, ella fece rapidamente eccellenti scoperte: così ad esempio, alla Casa delle Lettere, di una nuova variante del suicidio di Lord Clive. La cosa è stata vantaggiosa anche per me, per la definizione dell'anarca. Nei Dodici articoli di Memmingen, redatti da un anabattista durante la Guerra dei Contadini in Germania, le riuscì di trovare un particolare relativo al tema. Vi si diceva che le guerre tra i popoli cristiani, e con esse il diritto di bando, dovevano cessare. Ove, tuttavia, vi fosse in giro gente di indomabile spirito bellicoso, bisognava inviarla a battersi contro i Turchi.

 

© Paolo Melandri (16. 2. 2019)

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Misteri

Si avviarono subito verso la casa di Marta; Nino si guardò intorno ma non vide nessuno. Disse:

Se mi lascia entrare un momentino gliene sarò molto grato”.

Lei esitava.

Come sa, le ho promesso di non recarle mai in alcun modo fastidi. Tuttavia devo parlarle.”

Marta aprì la porta.

Quando furono entrati, accese la luce mentre Nino di nuovo disponeva qualcosa davanti alla finestra. Tacque finché l'altra non ebbe finito, allora disse:

Dunque, questa sera si è divertita, vero?”.

Sì, grazie.”

Be', ma non è neppure di questo che voglio parlare. Venga a sedersi un po' più vicino. Non deve aver paura di me, promesso? Bene, diamoci la mano.”

Lei gli tese la mano, che lui trattenne.

E non creda nemmeno che menta, che voglia mentirle, d'accordo? Ho in mente di dirle qualcosa. Non pensa dunque che mentirò?”

No.”

Bene, perché io a poco a poco le spiegherò tutto… Ma fino a che punto mi crede? Intendo dire: quanto credito mi accorda? Ma quante sciocchezze! Quanto chiacchiero! La verità è che mi risulta un po' difficile. Mi crede se, per esempio, le dico che lei è davvero molto… molto cara? Sì, perché deve averlo notato. Ma se ora aggiungessi, voglio dire… Insomma, le sto semplicemente chiedendo se vuole essere mia moglie. Sì, mia moglie. Ora l'ho detto. Non la mia fidanzata soltanto, ma mia moglie… Che Dio mi assista, come si è rattristata! No, no, lasci che le tenga la mano; mi spiegherò certo meglio, così capirà senz'altro. Ora immagini di avere sentito bene: che io, di punto in bianco e senza tante storie, le chieda di sposarmi e che ogni mia parola sia veramente sincera; immagini prima questo e poi mi conceda il permesso di proseguire. Bene, quanti anni ha? Be', non intendevo chiederlo: personalmente, io ho ventinove anni, ho superato l'età delle facili volubilità; lei magari avrà cinque o sei anni in più, e ciò non ha niente a…”

Ho dodici anni in più” dice lei.

Dodici!” esclama lui, contento che lo stia a sentire, che non abbia perduto completamente la testa. “Dodici anni in più, dunque: perfetto, magnifico! Be', e lei crede che dodici anni costituiscano un ostacolo! Secondo me sbaglia, amica mia! Ma, comunque sia: ammesso che fosse tre volte dodici anni più vecchia, se mi è cara e io sono veramente convinto di quel che dico in questo momento, che ostacolo c'è? Ci ho pensato su a lungo, be', in effetti non tanto a lungo, ma per parecchi giorni; non mento, mi creda, per l'amor del cielo, visto che la prego con tanta insistenza! Ci ho pensato su per parecchi giorni, e per questa ragione la notte non ho dormito. Ha anche occhi così strani, mi hanno attratto fin dal primo momento che l'ho vista; perché io posso essere attratto sino a sconvolgermi da un paio di occhi. Ahimè! Una volta un vecchio riuscì a trascinarmi in giro per un bosco per quasi una notte intera solo con i suoi occhi. Questo vecchio era invasato… Be', questa è un'altra storia. I suoi occhi però mi hanno affascinato. Ricorda? Una volta si trovava qui, al centro di questa stanza, e mi vide passare là fuori. Non voltò la testa. Mi seguì soltanto con lo sguardo: non lo dimenticherò mai. Ma anche quella volta, quando l'incontrai e le rivolsi la parola, rimasi colpito dal suo sorriso. Credo di non aver mai visto qualcuno ridere con tanta cordialità, ma lei non può rendersene conto. E questo è meraviglioso, cioè che non se ne renda conto… Be', ora sto dicendo cose abbastanza sballate. Me ne accorgo e tuttavia ho l'impressione di dover parlare senza interruzione, altrimenti lei non mi crede; e questo porta a confondermi. Se solo non stesse tanto sul chi vive, voglio dire pronta ad alzarsi e ad andar via, certamente me la sbrigherei meglio. La prego, lasci che le prenda di nuovo la mano, mi sarà facile parlare più chiaro. Ecco così, grazie… Sa, da lei desidero solo quel che ho detto; non ho riserve. Cosa c'è, dunque, nelle mie parole che la sconcerta? Non deve pensare che io abbia avuto quest'idea pazzesca, non deve credere che io… che io… voglia… no, e a lei non pare che ciò sia possibile. È questo che sta pensando, vero?”

Certo… no, Dio mio, lasciamo andare!”

Ma stia a sentire, ora: non merito che lei ancora sospetti che sto mentendo…”

No” replica Marta, pentendosi poi immediatamente, “non sospetto di niente, ma è ugualmente impossibile.”

Perché poi è impossibile? È impegnata con qualcun altro?”

No, no.”

Proprio nessuno? Già, perché se fosse impegnata con qualcun altro, diciamo, tanto per fare un nome, con Minuto per esempio…”

No!” esclama lei ad alta voce. E stringe forte la mano.

 

© Paolo Melandri (14. 2. 2019)

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Il sentiero del bosco 3

La foresta si ergeva come una muraglia: nessuna ascia poteva averla ancora mai sfiorata. La catastrofe doveva averne incrementato la crescita, quasi che l'alito della vampa, e il diluvio ch'era seguito, ne avessero scatenate le forze primigenie. Il che andrebbe a favore della teoria di Cuvier.

Gli alberi isolati erano cresciuti ad un'altezza che oltrepassava quella delle torri più elevate. Altri avevano sviluppato chiome così fronzute che sarebbero bastate come rifugio ombroso ad un esercito. Solo più tardi mi colpì, nel loro intrico, una circostanza singolare: i rami si erano innestati per copulazione. In sé, non si tratta di un fenomeno nuovo per il botanico, e nemmeno per il giardiniere che pratica l'innesto a occhio. Ne ho conosciuto uno che da un solo tronco traeva sette specie di frutta. Qui, il fatto straordinario era che l'incrocio era cresciuto alla cieca. Delle specie assolutamente estranee tra loro si erano accoppiate e avevano prodotto frutti, che avrebbero tratto alla disperazione perfino un Linneo, se li avesse visti.

Anche questo fatto mi fece pensare ai laboratori. Non eravamo riusciti, se così posso esprimermi, a produrre forme gigantesche, esseri dalle molte braccia come deità indiane, donne dalle molte mammelle come la Diana di Efeso. Attraverso labirinti genetici, noi avevamo trovato a tentoni la via di reviviscenza di antenati, noti unicamente da cave di ardesia e di marna.

Ma in quel luogo spirava aria proteica e vi era riuscito, per intere foreste, ciò che noi avevamo tentato di ottenere nelle storte con immenso dispendio di fatica. Io lo avvertivo in modo immediato, quasi come un alchimista che, già disperando della grande trasmutazione, scorga risplendere l'oro dentro la fornace. E avvertivo anche me stesso trascinato nella metamorfosi – – – in un modo nuovo, che solo tardi l'esperienza ha confermato nel singolo particolare.

La via del ritorno dall'Albero della Conoscenza all'Albero della Vita è inquietante. Ma non esisteva ritorno nel deserto, che avevo alle mie spalle. Là vi era la morte certa. Ero costretto dunque ad attraversare la foresta, malgrado il pericolo di smarrirmi, fino al mare aperto. Come tutte le foreste vergini, era circodata da una cintura di sterpaglia spinosa. Nella penombra interna, era più praticabile. In cambio però il sole, che unicamente poteva indicarmi la direzione, veniva occultato dal fogliame.

 

© Paolo Melandri (14. 2. 2019)

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Il sentiero del bosco 2

È avvenuto dopo una delle grandi devastazioni. Era già trascorsa da anni. Il deserto, fin da prima coperto di scarsa vegetazione, era ormai del tutto inaridito. Le carovaniere apparivano orlate di scheletri di uomini e di animali. Le ossa rilucevano al sole come opali: erano calcinate. Non era stata la decomposizione a sbiancarle. La carne deve esser stata consumata in un attimo. Anche le capanne di argilla delle oasi, le case intorno ai pozzi di trivellazione si erano fuse allo stesso modo: la creta e le pietre erano vetrificate. Sui muri si disegnavano profili di palme, cammelli e uomini, riflessi delle radiazioni cui era seguita la vampa. Da una torre di trivellazione pendevano giù le putrelle superiori, come uno zampillo che si fosse congelato. L'imboccatura di un cannone era piegata come quella di un tubo di gomma; sotto, gocce d'acciaio maculavano la sabbia. Anche le catastrofi hanno il loro stile.

Ero solo. Dei miei compagni, taluni avevano già rinunziato dopo le prime marce, perché erano morti all'altezza di quegli orrori; molti dovevano esser morti di sete o dentro le vallate contaminate. Ancora una volta ero l'ultimo: fa parte delle esperienze dell'età, si diventa stanchi di sopravvivere.

Non so come raggiunsi la foresta. Probabilmente nubifragi avevano colmato le antiche pozze d'acqua. Inoltre, mi ero allontanato dal centro della devastazione; nell'aria roteavano i primi avvoltoi. Poi scorsi piante e animali, tra i quali alcuni a me sconosciuti. Taluni rammentavano illustrazioni di vecchi libri di favole, come se un demiurgo le avesse raccapezzate qua e là.

Si sa che le marce, spinte fino alla spossatezza, provocano delle visioni. D'altra parte, quelle figure mi ricordavano esperimenti cui un tempo mi ero dedicato, e può darsi che una tale reminescenza le avesse proiettate, ingrandite, nel deserto. Anche un fatto simile può acquistare realtà: dopotutto, ogni esperimento è una reminescenza realizzata.

 

© Paolo Melandri (13. 2. 2019)

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Il sentiero del bosco

Poi, di nuovo, isole di sterpaglia, negli spiazzi deserti. In una di tali isole si scorgeva un sentiero battuto, una pista di selvaggina. Sfinito a morte, la seguii ciecamente, a tastoni. Conduceva ad un pianoro libero; vi cresceva un cipresso, la cui altezza sfuggiva ad ogni immaginazione. Se il cielo fosse stato nuvoloso, non ne avrei scorto la cima. Il tronco era cavo; l'accesso all'interno non risultava dalla decomposizione del legno ma era intagliato a riquadro dentro l'alburno, come un portale. Gli alberi sono i nostri migliori amici: mi azzardai a entrarvi.

Nel buio, guadagnai l'interno a quattro zampe; il suolo era ricoperto di pelli, o piuttosto di un vello che sembrava esser scaturito da esso come dal dorso di un animale. Un giaciglio magnifico: mi distesi sopra e in un baleno piombai in un sonno simile alla morte.

Non so quanto tempo io abbia riposato là. Quando mi destai, mi sentii rinato, come dopo un bagno dentro la fonte dell'eterna giovinezza. L'aria era deliziosa: profumava di legno di cipresso, la cui resina bruciando si muta in incenso.

Il sole del mattino penetrava nel portale aperto nel legno. Mi drizzai: la mia pelle riluceva, lavata dal sangue, e delle spine non vi era più traccia alcuna. Dovevo aver sognato. Ma, nel frattempo, qualcuno si era preso cura di me. Che significa fra-tempo? Una pausa fra due istanti, o anche fra due forme di esistenza.

Accanto a me, vi era una veste, una sorta di burnus: era tessuta del medesimo oro come il tappeto. Inoltre dei sandali e un vassoio con pane e vino – una elargizione grande e immeritata. Ma da chiunque venisse – qui non era possibile altra forma di risposta che la preghiera.

 

© Paolo Melandri (13. 2. 2019)

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Colonna dorica

Dietro l'immagine della Grecia, commista panellenicamente, sta la colonna grigia senza basamento, il tempio fatto di pietre squadrate, sta l'accampamento virile sulla riva destra dell'Eurota, i suoi cori oscuri –: il mondo dorico. I Dori amano la montagna, Apollo è il loro dio nazionale, Eracle il loro primo re, Delfi il santuario, rifiutano le fasce e bagnano i bambini nel vino. Sono i portatori dell'alta antichità, della lingua antica, il dialetto dorico era l'unico che fosse ancora conservato nell'epoca imperiale romana. I loro ideali sono allevamento selettivo ed eterna giovinezza, uguaglianza con gli dèi, grande volontà, fortissima fede aristocratica nelle origini, cura – al di là di se stessi – per tutta la stirpe. Sono i portatori della musica antica, degli antichi strumenti: al citaredo Timoteo di Mileto tolsero lo strumento, perché aveva elevato il numero delle corde da sette a undici, e lo impiccarono. A un altro tolgono a colpi d'accetta due corde da uno strumento a nove corde: devono essere solo le sette antiche. “Nel fuoco la canna che sputa saliva” grida Pratina contro il flauto, perché secondo la nuova moda il flauto pretendeva di guidare il coro invece di accompagnarlo, come fino allora.

Nei templi appendono catene e ceppi destinati ai nemici, agli dèi chiedono nelle loro preghiere tutta la terra del vicino. I re esercitano un potere assoluto, possono muovere guerra contro qualunque paese, cento uomini scelti si alternano giorno e notte nel far loro la guardia; di ogni animale che viene macellato ricevono la pelle e il tergo, nei banchetti vengono serviti per primi e di tutto ricevono il doppio degli altri. È una monarchia ereditaria, per novecento anni regnarono gli Eraclidi, anche i nemici non osavano più, nella battaglia, porre loro le mani addosso per soggezione e timore della vendetta divina. La loro morte viene annunziata da cavalieri per tutta la Laconia, ma nella città corrono donne e percuotono una casseruola.

Mondo dorico: sono i pasti in comune, per essere sempre pronti, quindici uomini, e ciascuno porta una cosa con sé: farina d'orzo, formaggio, fichi, selvaggina e niente vino. L'educazione tende a un solo fine: battaglie e sottomissione. I ragazzi dormono nudi su giunchi che devono strappare senza coltello dell'Eurota, mangiano poco e in fretta; se vogliono aggiungere qualcosa allo scarso cibo, debbono rubarla alle case e alle fattorie, ché i soldati vivono di saccheggio. La terra suddivisa il novemila parti, beni ereditari, ma non proprietà privata, invendibili, tutte della stessa grandezza. Niente denaro, solo monete di ferro il cui valore era così modesto, nonostante il peso e la massa ingenti, che una somma di dieci mine (seicento euro) richiedeva, per conservarla in casa, una camera a sé e, per trasportarla, un carro a due cavalli. Tutti gli altri Stati intorno avevano monete d'argento e d'oro. E anche questo ferro veniva per di più reso inutilizzabile: immerso rovente nell'aceto e in tal modo privato della sua durezza. Per novecento anni regnò la stirpe regale, per altrettanto tempo si conservarono le stesse ricette per i cuochi e per i fornai. Proibizione di viaggi all'estero, divieto di entrata per gli stranieri, rispetto per i vegliardi. L'esercito, nel periodo della monarchia, era costituito di sola fanteria d'urto: opliti, pedoni di linea con armatura pesante e muniti di lancia.

 

© Paolo Melandri (10. 2. 2019)

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La pazza gioia 2

Più o meno a quell'epoca, Cerutti, in giro di lavoro attraverso il Lombardo Veneto, il ducato di Parma e la riviera di Genova, incontrava quasi dovunque adunanze dell'Armata. Gli animi erano sostenuti da considerevoli brani di letteratura. Egli ne ammirò l'efficacia. Quegli opuscoli erano redatti, molto evidentemente, da qualcuno che conosceva benissimo il cuore umano. Era una conoscenza estremamente sottile che giungeva a toccare con esattezza corde molto segrete, di solito affondate nelle latebre. Doveva essere prerogativa di un uomo rotto all'esercizio di una intelligenza caustica, capace di generalizzare i propri difetti. Queste le riflessioni che Cerutti faceva tra sé. Era lietissimo di avere valutato Bondino alla prima occhiata. Da quando lavorava per la polizia dello stato piemontese, Cerutti aveva perduto il bisogno di innamoracchiarsi. Si interessava ormai agli uomini come a oggetti d'arte di un museo. Quando fu informato del trasporto dei fondi, si disse unicamente che poteva essere interessante andare a vedere più da vicino quel fenomeno.

Sandro, che era stato un poco seccato di quel cinque per cento, domandò ai suoi ospiti a che cosa servisse tutto quel danaro. Gli fu risposto che occorreva comperare armi e che ne erano già state fatte ordinazioni cospicue a certi armaioli di Sheffield. Allora i due uomini si erano gettati le braccia al collo singhiozzando. La moglie, che era francese e carina, guardò quelle effusioni d'entusiasmo con un certo disprezzo.

Da quell'incontro di Mareuil, Sandro sognava i gradi di tenente. Inviava a Londra buoni documenti contabili in bella scrittura e accuratamente addizionati da Carolina. Creò gruppi di aderenti a Soissons, Fismes, Orléans, Avallon, nei boschi del Gâtinais, nella pianura di Beauce, nella foresta di Othe, nella valletta del Vesle e persino sull'altipiano di Langres. Superò le cinquecento ghinee l'anno. Infine rifiutò di trattenere il cinque per cento e pagò le false spese di propria tasca. Quel modo di procedere fu molto apprezzato a Colbeck House. Gli furono conferiti i gradi di aiutante e miss Learmonth, in un bigliettino molto affettuoso, lo incaricò di una missione di fiducia.

Mentre l'Armata aveva grande fortuna in Guascogna, non reclutava quasi nessuno in Provenza. Marsiglia era un focolaio di agitazione contraria. Il signor Bondino sospettava che vi fosse gente invidiosa la quale anteponeva i propri interessi e il proprio bisogno egoistico di agitazione, alla causa di un grande ideale. Il compito dell'aiutante era questo: scegliere fra i suoi uomini un ragazzo intelligente, celibe e fervente e inviarlo sul posto per vedere esattamente come stavano le cose. Quell'osservatore doveva nello stesso tempo essere munito di una collezione di diciassette proclami pubblicati fino a quel giorno. Occorreva distribuirli nel modo più efficace, cioè consegnarli a uno a uno, nell'ordine e personalmente, in mano di persone preparate a quella lettura da un poco di conversazione preliminare. Dodici dozzine della edizione completa dei diciassette proclami poteva essere ceduta all'aiutante al prezzo di quattro scellini ogni sei, ossia cinque franchi e settantacinque in moneta francese. L'emissario scelto e inviato doveva essere di scrupolosa onestà (l'aiutante era caldamente pregato di assicurarsene). Egli avrebbe portato con sé i moduli della situazione settimanale numero 4 e li avrebbe inviati a Colbeck House ogni sabato, datati, firmati, dichiarati conformi, anche se con niente di fatto. I fondi, come al solito, alla Società delle Spezie.

Sandro suggerì il calzolaio di Crépy-en-Valois. Questi aveva preso il nome di Vasseur, ma in realtà si chiamava Doria. Munito di una tessera di circolazione fino ad Avignone, vestito da capo a piedi dai suoi fratelli d'arme e bene al caldo in una comoda carrozza chiusa di Sandro, Doria lasciò Parigi ai primi di novembre.

Non gli dispiaceva piantare in asso la calzoleria. In realtà, chi faceva tutto il lavoro era il suo operaio, uno zoppo, semplice di spirito, abituato alla schiavitù. Doria aveva scelto quel mestiere senza rapporto con la sua professione di avvocato, per nascondersi bene. Per la stessa ragione aveva scelto il nome di Vasseur. Non gli piaceva affatto quanto era accaduto dopo il furto delle cartucce a Genova. Quella faccenda era stata montata da cinque o sei compagni che si eccitavano a vicenda, a parole, da più di un anno. Per dimostrare a se stessi di valere qualcosa, prima avevano già assalito e svaligiato il corriere postale da Cuneo a Mondovì. La carrozza portava soltanto i sacchi, difesi dal cocchiere, che preferì prendere parte alla bazza. Quella spedizione aveva fruttato quattromila lire di cui non si era saputo cosa fare. I compari alla fine avevano acquistato fazzoletti da collo e cravatte rosse con il frutto dell'assalto e, poiché era difficile portare quegli emblemi a Mondovì e nei dintorni, erano andati a sfoggiarli a Genova.

Doria aveva lasciato la scuola di Diritto appena da due anni ritrovò qualche amico. Si ricominciò a parlare, molto sul serio e specialmente di un certo numero di pacchi di cartucce, che erano provvisoriamente in deposito in un capannone dell'Arsenale, facilmente accessibile. Le informazioni erano state date da un affiliato, nostromo di un veliero. Fu stabilito di attaccare l'Arsenale. Furono formati cinque gruppi di dieci, saltati i muri, imbavagliate le prime sentinelle e si arrivò quasi senza rumore fino al padiglione indicato. Tutto era andato benissimo. Non era stato più difficile della carrozza di posta. A forza di dipingere il coraggio, Doria ne aveva acquistato un poco. Non poteva darne prova migliore se non ragionando nel colmo del rischio. Sostenne che le cartucce senza i fucili non servivano a nulla. Era tanto giusto che, lasciando tre gruppi provvedere allo sgombero delle cartucce, il quarto gruppo seguì Doria alla ricerca dei fucili. Per disgrazia, si imbatterono in una sentinella che si difese come un leone, impugnando la baionetta, bucando pance a destra e a sinistra, mentre Doria disorientato gli gridava: “Ehi, attenzione, signore, attenzione!”. Rimasero sul campo due morti e un ferito che il giorno dopo spifferò tutto, pur di avere un poco di laudano, poiché soffriva molto.

Doria, a briglia sciolta, ritornava a Mondovì quando, al cambio di Millesimo, venne a conoscenza dell'arresto dei suoi amici. Abbandonò la via maestra e deviando sopra Cuneo per vie traverse passò in Francia. Il governatore militare di Genova disponeva di poco tempo e aveva paura. Il consiglio di guerra fu senza pietà: condannò a morte quindici dei venti imputati e i quindici furono fucilati.

 

© Paolo Melandri (3. 2. 2019)

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La adorazione dei magi

La vecchia disse, “Sì, sono arrivati finalmente; adesso potrà morire in pace”, e uscì.

Siamo stati ingannati dai diavoli,” disse uno dei vecchi “perché gli Immortali non parlerebbero per bocca di una donna come questa”.

È vero,” disse un altro “siamo stati ingannati dai diavoli, e dobbiamo andarcene in fretta”.

Sì,” disse il terzo “siamo stati ingannati dai diavoli, ma inginocchiamoci un momento, poiché siamo accanto al letto di morte di una che è stata bellissima”. Si inginocchiarono, e la donna che sedeva accanto al letto sussurrò a capo chino, come se avesse paura, “Nell'istante in cui avete bussato è caduta in preda alle convulsioni e ha gridato con voce da partoriente ed è ripiombata sul letto come in deliquio”. Poi osservarono per un po' quel volto sul cuscino, stupiti della sua espressione, come di inestinguibile desiderio, e della squisita finezza, come di porcellana, del vaso in cui aveva bruciato una fiamma così maligna.

Improvvisamente il secondo vecchio cantò come un gallo, finché la stanza non sembrò tremare sotto la forza di quel canto. La donna che giaceva sul letto si svegliò dal suo sonno di morte, ma la donna che sedeva al suo capezzale si fece il segno della croce e impallidì, mentre il più giovane dei tre vecchi gridava, “Gli è entrato un diavolo in corpo, e se non ce ne andiamo di qui faremo la stessa fine”. Ma prima che riuscissero ad alzarsi in piedi, una voce stentorea uscì dalle labbra che avevano cantato come un gallo, e disse salmodiando: “Non sono un diavolo, ma sono Ermes, Pastore dei morti e messaggero degli dèi, e quello che avete udito è il mio segnale. La donna che giace su quel letto ha partorito, e ha dato alla luce un essere che ha l'aspetto di un unicorno ed è, di tutti gli esseri viventi, il meno simile all'uomo, poiché è freddo, duro e virginale. Sembrò che nascesse danzando; e lasciò questa stanza quasi all'istante, poiché è nella natura dell'unicorno il capire la brevità della vita. Ella non sa che se n'è andato, perché mentre l'unicorno danzava cadde in uno stato di stuporosa incoscienza, ma voi chinate il capo e porgete orecchio in modo da apprendere i nomi cui esso deve obbedire”.

Gli altri due vecchi tacquero, ma certamente guardarono perplessi quello che aveva parlato, perché la voce riprese: “Qualora gli Immortali volessero rovesciare le cose che sono oggi e restaurare le cose che erano ieri, nessuno potrebbe aiutarli se non qualche reietto messo ai margini delle cose che sono oggi. Inchinatevi, e profondamente, ché essi hanno prescelto questa donna nel cui cuore si sono raccolte tutte le follie, e nel cui corpo si sono risvegliati tutti i desideri; questa donna che è stata sottratta al tempo e ha giaciuto sul seno dell'Eternità”. La voce si spense in un sospiro, e subito il vecchio si risvegliò dal sonno e disse, “Una voce ha parlato attraverso la mia bocca, come quando mi addormentai leggendo Virgilio, oppure ho soltanto dormito?”. Il più vecchio dei tre disse, “Una voce ha parlato attraverso la tua bocca. Dov'era la tua anima mentre quella voce parlava?”.

 

© Paolo Melandri (3. 2. 2019)

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Pallade

Atena, balzata dalla tempia di Zeus, glaucopide, splendente in armi – la divinità senza madre. Pallade – un inebriarsi di battaglie e di distruzione, la testa di Medusa sullo scudo davanti al petto, sopra il capo il fosco uccello notturno ignaro della gioia; – essa arretra un po' e d'un colpo solleva dal campo l'enorme pietra confinaria librandola contro Marte, che tiene le parti di Troia, di Elena; – Venere si lamenta per la mano feritale da Diomede: risa su questo sangue, si sarà graffiata urtando contro una fibbia d'oro nel fare qualche carezza in basso, vicino a una qualche armatura; – Pallade, ancora più in là di Saffo e di Maria, una volta quasi sopraffatta nel buio di una grotta, sempre chiusa nell'elmo, mai fecondata, dea senza figli, fredda e sola.

Ha inizio il cataclisma. Detronizzazione della donna come sesso primario e supremo. Abbassamento della donna a etèra da fecondare. Comincia un'epoca di maledizione. Platone, Eschilo, Agostino, Michelangelo – tutti rappresentano un'età di esecrazione, in parte addirittura pederasti. Dove un contrappeso?

Fra le api! L'ape è l'animale prediletto dal paladino dello spirito matriarcale. Il miracolo sociale-religioso della vita delle api. Mille metri al di sopra del suolo, dove cantano le allodole e volano le nuvole, lì ha luogo l'accoppiamento. Lì il fuco più robusto raggiunge la regina, si aggrappa al suo corpo odoroso di melissa e le infonde vita nel grembo per morire subito dopo. È il cielo stesso, per così dire, a fecondare la regina nella solitudine dello spazio azzurro. Dopo le api vengono le formiche. Esemplari di sesso maschile si trovano nello Stato delle formiche solo per breve tempo. Alle attività sociali essi non prendono parte. Infine gli afidi. Si potrebbe enunciare la legge che tutti gli organismi statali non fondati sullo spirito matriarcale non vanno oltre il principio dei conglomerati di afidi. Gli insetti contro Pallade!

Iside, Demetra – quelli erano tempi! Ishtar-Madonna, Nostra Signora, con la vacca, il mammifero per eccellenza, come simbolo materno; inoltre la mancanza di un padre come caratteristica di tutti i redentori dell'Asia anteriore – certe incarnazioni di divinità dovettero tornare fino a cinque volte nel grembo materno (Cristo nella tomba di roccia, agli Inferi, Cristo discese alle Madri –: et resurrexit) –; pure anche Diotima si pettinava, dapprima, specchiandosi ancora nel cranio calvo di Socrate, e qualunque cosa egli fosse capace di meditare in quel suo cranio, glielo offriva a sua volta – ma poi il cataclisma! Pallade! Ora il suo grande simulacro di bronzo sta all'aperto fra i due templi. E che cosa combinava Socrate subito dopo, assieme a Fedro, sulla riva dell'Ilisso? Di certo questo non piace alla Grande Madre! Il flusso di vita generatrice, destinato solo al suo grembo, raffreddato dialetticamente fra le mani di vegliardi filosofanti dal volto butterato! (Ah, il nostro patrocinatore del diritto matriarcale!).

Pallade, la protettrice del maschio, colei che apporta chiarezza mentre tutto dovrebbe restare humus originario, oscurità originaria, sussurro originario! Pallade, che fece salire in alto Achille, Teseo, Eracle, che fece salire in alto la forza con sembianze leonine, il muggente toro universale che quando non ottiene subito la giovenca, pensa, per astuzia e vendetta, con le corna e i testicoli! Dapprima pensa in quanto essere che emette profumi e seduce con aromi, vaporatore di essenze cerebrali – fin qui niente da obiettare! Se almeno fosse rimasto toro, essenza profumata, pavone, scimmietta, guardiano delle stalle come Giuseppe! Invece è diventato questo trascendentale soggetto maschile, androcrate maniaco, pederasta del tempio! Quello che nella foia è l'essere più infantile e più pericoloso, ancora fa schioccare la lingua e fischia, si gira intorno come il gallo in calore, e subito dopo è privo di ogni freno e va assassinando. Il suo pensiero, originariamente nient'altro che spettacolo, un tubante schiamazzare, un convogliatore di erezioni, riempitivo ornamentale di un sesso fatto per essere soppresso, non destinato ad altro che ad essere collaboratore nell'aprire la porta delle nascite – questo cupo apriscatole, ora si rendeva indipendente con i suoi sistemi, puramente negativi, e con le sue illusioni contrastanti – tutti questi lama, Buddha, uomini-dio, re-dèi, salvatori e redentori: e nessuno ha realmente redento il mondo – tutte queste tragiche figure di maschi celibi, estranee all'originario humus materico della natura, aliene al segreto senso materno delle cose, involontarie fratture della forza formatrice, ragione impura, “tristi ospiti” cui sono di gran lunga superiori le campagne propagandistiche a base di musica compiute collettivamente da cicale e rane e che nei più alti e più sociali Stati degli imenotteri, dove tutto sbocca in maniera normale nell'atto dell'accoppiamento, verrebbero dichiarati nemici dello Stato e tollerati solo temporaneamente –, tutto ciò l'ha fatto sorgere Pallade, da Pallade alla schizofrenia c'è solo un passo, – Pallade e il nichilismo, Pallade e la cerebralizzazione progressiva, – sotto quei platani essa cominciò nel grosso, disgustoso cranio di Socrate, in quel cranio i primi rispecchiamenti e le prime proiezioni – ahi, e un tempo rispecchiava i tuoi capelli e le tue labbra, o Diotima!

Ciò che vive è qualche cosa di diverso da ciò che si pensa. Questo è un dato fondamentale di oggi, con cui dobbiamo fare i conti. Un tempo potrebbe essere stato diverso, da mondi più tardi potrebbe avvicinarsi lucente un'unione siderale; comunque adesso, in quest'ora, essa non esiste. Non solo farci i conti: riconoscere, difendere l'epoca orestea, il mondo come costruzione spirituale, come appercezione trascendentale, l'esistenza come costruzione spirituale, l'essere come un sogno della forma. Tutto ciò è stato duramente conquistato attraverso la lotta, fortemente sofferto, questo e altro ancora. Pallade ha inventato il flauto – canna e cera –, una piccola cosa. Anche il nostro cervello si trova di fronte a una limitazione spaziale. Noi possiamo formare solo centri parziali di ambito molto ridotto; sviluppare prospettive ampie, orizzontalmente e temporalmente, non ci è dato. Sistemare piccoli spazi, dar forma con lo scalpello a superfici grandi quanto il palmo della mano, sintesi anguste, tesi ristrette –: tutto il resto sta al di fuori dell'epoca.

 

© Paolo Melandri (31. 1. 2019)

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Avvicinamenti 2

Un bambino che ha già le stesse difficoltà di un adulto, per quanto riguarda il tempo e la società: tra gli altri bambini corre senza meta per il giardino, si ferma, mima un gioco, interrompendosi subito perplesso; poi di nuovo tenta di imitare miserabilmente la vivacità degli altri bambini, senza muoversi, producendo una tristissima e ridicola serie di azioni del tutto prive di senso, che vorrebbero però essere virtuosistiche, saltando su e giù per il giardino, strisciando furtivamente, girandosi su se stesso, tutto ciò in piena solitudine rispetto a tutti gli altri che invece seguono un ritmo ben preciso; una volta, poi, l'unica volta che riesce a inserirsi nel ritmo altrui e che si guarda intorno tutto orgoglioso, nessuno lo nota, perfino i cani, verso i quali vorrebbe chinarsi, fuggono via, e così continua ad andare avanti in cerchio, le mani dietro la schiena, saltellando talvolta nella sua tristezza in un modo apparentemente vivace.

 

2.

Quell'abitudine degli attori americani di parlare puntando l'indice come un revolver; persino i più giovani cominciano a ripetere questo gesto.

 

3.

Per la prima volta dopo lungo tempo sono nuovamente in grado di osservare il mio corpo, non come se volessi registrarne i contorni, ma con una specie di attrazione, con una sensazione di appartenenza.

 

© Paolo Melandri (28. 1. 2019)

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La pazza gioia

Ai primi di marzo del 1848, un calesse entrava in Novara dalla strada di Vercelli. Si era presentato alla porta della città alle dieci di sera. Da un pezzo, a fanale spento, aspettava a cento passi di là, nascosto fra i salici. Vi fu un cambio della guardia e il carrozzino si inoltrò. Scambiate poche parole, il sergente diede il passo.

Il cocchiere all'aspetto pareva francese. Il passeggero, con qualche indicazione in quella lingua, si fece portare in giro al passo, per i viali deserti dei rioni borghesi. Il vento di Lombardia misto a un poco di pioggia faceva dondolare i fanali.

A San Gaudenzio suonarono le ore.

Non vorremo comunque aspettare mezzanotte, – disse il passeggero.

Fece la risatina un poco volgare degli uomini grassi molto soddisfatti. Ordinò di inoltrarsi in un viale costeggiato da giardini.

La carrozza entrò nel parco di casa Ansaldi. I cancelli le furono aperti senza indugio da qualcuno che doveva essere in vedetta. Nell'aria, profumo di ciuffi di lillà già fioriti. Alla luce leggermente rossastra dei fanali del viale, filtrata attraverso gli alberi, si distinguevano sulla scalinata d'ingresso due persone in attesa. Una era una donna con una casacca molto attillata e il cappello piumato, nonostante la pioggia; l'altro era un uomo in finanziera. Il calesse si fermò dinanzi a loro. Il cavallo stanco sbuffò rumorosamente nel morso.

Buonasera, marchesa, – disse il viaggiatore.

Si fece un dovere di uscire dal calesse. Il cocchiere andò ad aiutarlo, sorreggendogli a due mani il treno posteriore. L'uomo scese a fatica; era un vecchio corpulento: Bondino, detto Brutus alla rosa, e ritornava a Novara.

L'aveva lasciata nel 1821; l'aveva rivista per l'ultima volta nell'aprile del 1821, e per di più non era se non un fantasma di città in mezzo al fumo. Egli comandava una compagnia di soldati costituzionali di Alessandria. Durante la marcia fino all'Agogna, non aveva smesso di ripetere ai suoi uomini che stavano per riunirsi con i fratelli di Novara. Non era mai stato tanto stupido da credere a ciò che diceva. Alla prima cannonata partita dalle mura della città, aveva riconosciuto l'artiglieria leggera. Si era dunque a quel punto: vivere o morire? Egli girò il cavallo e attraversò di galoppo tutta la colonna. Alle porte di Vercelli gli venne l'intenzione di unirsi ai pochi cavalieri che sostenevano la carica di un plotone di cavalleggeri. Ma la sera stessa era a Casale e due giorni dopo a Genova.

Non aveva ancora finito i suoi studi. Schiavo zelante di un giornale di mode, la sua erudizione non andava più in su. Dimenticare un corpo ben fatto non è possibile a tutti. E spesso è un errore: quando, misurando con cura l'altezza della sua cravatta e dando con un elegante buffetto una spolveratina ai risvolti di seta della sua giacca, egli parlava con coraggio, si faceva ascoltare. Il contrasto fra i suoi fazzoletti da collo color tortora e le parole audaci che pronunciava con aria distratta era tanto violento che aveva dato origine al suo soprannome.

A Genova aveva saputo che l'esercito negoziava con Enrico, capo della guarnigione insorta, la resa dell'arsenale di Torino. Si parlava di centocinquemila lire. Poiché questa cifra fu riferita dai braccianti del porto, Bondino si limitò a sorridere. Quando Asinari e Morozzo gli confermarono la realtà del negoziato, egli diede al fatto tutta la sua importanza.

Partito da Genova l'otto aprile di buon mattino (doveva incontrare Asinari che cambiava i cavalli in piena montagna a Cortemilia) arrivò a Torino nel pomeriggio del 10, mentre il generale de La Tour alla testa del grosso delle sue forze vi faceva il suo ingresso alla chetichella. Il signor de La Tour non considerava la ritirata dei costituzionali a Novara una ragione sufficiente a una sfilata trionfale. Ostile d'altronde a ogni specie di spettacolarità e di solennità, egli spiegava così gli avvenimenti che lo inducevano a entrare in Torino con il bicorno da generale:

Vittorio Emanuele, – egli diceva, – è stato costretto ad abdicare da gente che pretendeva di agire in nome del re. Abbiamo avuto alcuni giorni di reggenza nei quali sono state rovesciate le leggi fondamentali del regno, senza mai parlare se non di rispetto e di fedeltà al re. È venuta una giunta che ha organizzato un corpo d'armata e, in nome del re, l'ha spedito a battersi contro il re. Dopo tutte queste stranezze, arrivo io, sempre in nome del re, e mi impadronisco della città. Per chi volete che mi si prenda, in realtà?

Non si fece precedere da alcuna pubblicazione atta a persuadere e a rassicurare gli animi. Egli entrò in Torino (aveva naturalmente comperato la cittadella in contanti) sul cadere della notte. Si infilò modestamente per le stradine secondarie con due battaglioni di Cacciatori Reali. Il pubblico lo accolse con freddezza.

Poiché esattamente per le stradine secondarie si inoltrava anche Bondino, questi fu costretto a far fermare il suo carrozzino a un crocicchio per lasciar passare i soldati. Fu sinceramente scontento di aver ceduto il campo a gente che non aveva neppure un trombettiere per entrare nella capitale. Assicurò in seguito di aver visto Carlo Alberto seguire la truppa come un umile vivandiere. Ma è dimostrato che il re giunse soltanto il giorno dopo.

Orbene, il giorno dopo, Bondino era di nuovo, a cose fatte, sulla strada di Genova, Enrico era un infimo personaggio. Era già stato scoperto una volta che portava via in tasca le posate d'argento della sua ospite. Ora, oltre a ciò che Bondino chiamava la quota del popolo, Enrico gli aveva consegnato quarantamila lire da versare a una persona della sua famiglia. Bondino annotò sul retro di una busta: “Non fare mai custodire le cittadelle da un pezzente”.

Genova, dove le decorazioni del governo si cambiavano con meravigliosa facilità, aveva reinsediato il conte Des Geneys, dopo averlo letteralmente nella polvere. Quel generale, non avendo assolutamente nessuno ai suoi ordini, credette di potersi limitare a vietare con qualche cartello l'ingresso dei fuggiaschi in città. Poiché quelli erano entrati ugualmente, egli, non potendo fare nulla di meglio, sollecitò la loro partenza… Molti si imbarcarono per la Spagna. I capi più autorevoli si rifugiarono in Francia e in Svizzera.

Bondino ritrovò, sulla goletta, Asinari molto sostenuto ma dignitoso, Regis, l'ex generale francese Guillaume de Vaucourt, l'abate Patrioli, Viancini, Castelbergo, il medico Andreone e persino il generale Lisio. Su quest'ultimo correva voce che avesse predato la cassa del reggimento. Era molto corteggiato.

Dopo cinque giorni di maltempo, Asinari che non sopportava il mare domandò di essere sbarcato vicino a Golfe-Juan. Bondino lo avrebbe seguito volentieri. Gli piacevano le vittime. Aveva osservato che Asinari non aveva bagaglio, né probabilmente danaro. Se lo figurava nelle solitudini del Var. Tenendosi a distanza accanto a lui, forse aveva il modo di godersi un piacevole spettacolo.

Vaucourt, con la sua faccia insignificante e la persona trascurata, era molto attratto dal lato rosa del Brutus. Parlò di Platone. Disse sopra tutto rozzamente, ma con buon senso: – È meglio continuare a vomitare ancora un poco, ma continuare a tenere il manico della padella –. Questa idea, senza essere del filosofo greco, interessò Bondino.

 

© Paolo Melandri (27. 1. 2019)

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Afrodite 7

Quella sera Criside arrivò per prima.

Vestiva un abito verde ricamato di enormi rami di rose, che le venivano a sbocciare sui seni.

Arezia le aprì la porta senza ch'ella avesse bisogno di bussare, e secondo il costume greco, la condusse in un piccolo vano appartato, le sciolse le rosse calzature e dolcemente lavò i suoi piedi nudi. Poi sollevando la veste, o aprendola, secondo il bisogno, la profumò in ogni parte che fosse necessario, giacché ai convitati si risparmiava qualsiasi preoccupazione, anche quella di acconciarsi, prima di recarsi a pranzare. Le si presentò poi un pettine e alcune spille per sorreggere la sua pettinatura, come pure diverse pomate grasse e secche, per lavare le labbra e le guance.

Quando Criside fu finalmente pronta:

Chi sono le ombre? – domandò alla schiava.

Così veniva chiamato ogni convitato, salvo uno solo che era l'Invitato. Questi, in onore del quale si dava il pranzo, conduceva con sé chi più gli talentava, e le ombre altra cura non avevano da prendersi, che quella di portare con loro i cuscini del letto, e di essere ben educati.

Alla domanda di Criside, rispose Arezia:

Naucrate ha invitato Filodemo con la sua amante Faustina che ha condotto dall'Italia. Ha invitato anche Frasilao e Timonte e la sua amica Seso di Cnido.

In quel momento stesso, Seso entrò.

Criside!

Cara!

Le due donne si baciarono, effondendosi in esclamazioni sul felice caso che le riuniva.

Temevo di essere in ritardo – disse Seso. – Quel povero Archita mi ha trattenuta…

Come? Sempre lui?

Sempre così. Quando vado a pranzare in città, si immagina che tutti mi abbiano da possedere: allora vuole vendicarsi in anticipo ed è una storia che non finisce più! Ah, cara! se mi conoscesse meglio! Non ho nessuna voglia di ingannarli, i miei amanti, ne ho abbastanza di loro.

E il piccino? Sai che non si vede per nulla?

Lo credo bene! sono nel terzo mese. Spinge, questo piccolo mascalzone! Ma per ora non mi dà fastidio. Fra sei settimane mi metterò a ballare e spero che questo gli riuscirà tanto indigesto da persuaderlo ad andarsene.

Hai ragione – disse Criside. – Non ti far deformare la persona. Ho visto ieri Filematina, la nostra piccola amica di una volta, che da tre anni vive a Bubaste con un mercante di granaglie. Sai che mi ha detto? Le sue prime parole? “Ah se tu vedessi i miei seni!” e aveva le lacrime agli occhi. Le dissi che era sempre bella, ma lei ripeteva: “Se tu vedessi i miei seni! Ah! Ah! se tu vedessi i miei seni!” piangendo come una bambina. Allora ho visto che aveva quasi desiderio di mostrarmeli e glie l'ho chiesto. Cara mia! due sacchi vuoti! E tu sai se li aveva belli. Non se ne vedeva la punta, tanto erano bianchi. Non ti rovinare i tuoi, Seso mia, lasciali giovani e diritti come sono. I seni di una cortigiana valgono più della sua collana.

Così parlando le due donne si abbigliavano. Finalmente entrarono insieme nella sala del banchetto, dove Bacchide attendeva in piedi, con la vita serrata nella fascetta e il collo pieno di collane d'oro che le salivano fino al mento.

Ah! belle mie, che buona idea ha avuto Naucrate di riunirvi questa sera!

Siamo felici che lo abbia fatto in casa tua – rispose Criside, fingendo di non comprendere l'allusione. E per dire immediatamente una cattiveria aggiunse:

Come va Doriclo?

Era un giovane amante, molto ricco, che aveva abbandonato Bacchide per sposare una Siciliana.

L'ho… l'ho licenziato – disse Bacchide sfrontatamente.

È mai possibile?

Sì; si dice che per dispetto prenda moglie. Ma lo aspetto al domani delle nozze: è pazzo di me.

 

© Paolo Melandri (25. 1. 2019)

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Presso la torre saracena

Il Castello edificato da Michelangelo è là come un titano nella sabbia. Intorno alla sua sagoma cui si avvinghia la decadenza come nelle incisioni di Piranesi, qualcosa di oscuro e possente nel cielo grigio annuncia l'avvicinarsi di un temporale. Qua e là si mettono mattoni su mattoni o si rabberciano casupole. Accanto alla muraglia sta emergendo dall'acqua l'elmo di rame di un sommozzatore. In un secchio hanno lasciato per lui pietre e malta. Nuove costruzioni crescono in mezzo al vecchio disordine. Ma subito dopo si offrono allo sguardo le scogliere marine su cui pende biancheria cenciosa.

Facciamo di nuovo conoscenza con lo spettacolo truffaldino di parrucchieri, camerieri e facchini. Quando presentano il conto, sempre troppo salato, la commedia si trasforma nell'ammirabile assistenza di un'ostetrica. Osservano il cliente mentre gli tolgono dalla mano, tormentandole con le dita, una banconota dopo l'altra, pronti a smettere quando vedono che l'atteggiamento dell'interlocutore non è molto confortante. L'errore è sempre possibile, anzi inevitabile. Poi c'è la divertente commedia della mancia. Non si è mai tanto generosi da scongiurare un'ulteriore richiesta. Disattenderla serebbe un palese errore tattico. È istruttivo, in merito, osservare un atteggiamento che conosce solo il mercanteggiare, non la limpida conclusione di un rapporto d'affari. Il mercanteggiamento tiene conto del caso individuale, non di un sistema preciso di prezzi e tariffe. Ciò aumenta indubbiamente l'anarchia, ma d'altra parte offre il vantaggio d'immergere il cliente nel proprio concreto bisogno, non nelle astrazioni e finzioni dello Stato. Egli non accetterà mai di essere ripagato con una manciata di sudici stracci. La perspicacia cresce quanto più ci si avvicina al Levante, e là il commercio raggiunge perciò la sua più alta maestria quando si tratta di mercanteggiare con cose di cui è difficile vedere esattamente la qualità, per esempio tappeti e cavalli.

Mi avventuro in queste riflessioni mangiando una zuppa di fagioli. Subito dopo arriva il caffè nero, e vado a passeggiare sulla spiaggia.

 

© Paolo Melandri (23. 1. 2019)

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Una giornata nella casbah

Il mio servizio è irregolare, può trascorrere anche una settimana senza che il bar notturno venga aperto. Lo è soltanto in presenza del Condor. Probabilmente, il Domo vuole prevenire la possibilità che si formino, qui, dei piccoli circoli stabili.

Il moka viene servito già a mensa; spesso qui non si tratta che di un digestivo. Poi, invece, si può addirittura tirar l'alba. A me fa piacere: mi apporta buoni frutti. Dopo aver chiuso e sbarrato il bar, cerco di sopra, davanti a un bicchiere di vino, di decifrare la mia scrittura luminescente, e rifletto sui discorsi fatti.

Durante il servizio non bevo nemmeno un goccio, perfino se il Condor, messo di buonumore, mi invita a farlo. Non bevo nemmeno acqua, neanche se ho sete. “Non tocco bicchiere”, salvo che per servire: e ciò per una serie di ragioni – a prescindere dal fatto che amo esprimermi in modo preciso. Qui sono sciatti: dicono per esempio “dormo con lei”, anche quando hanno in mente ben altra cosa che il sonno.

A tal riguardo, mi trovo d'accordo col Domo, che anche lui annette valore all'esattezza del linguaggio, come ho già esposto. Lo vedo farmi cenni di consenso quando si accorge che io rimango fermo nei miei propositi perfino nei confronti del Condor – – – sì, di me ci si può fidare. Sia detto senza ironia.

Se mi corico tardi, mi attardo anche nell'alzarmi: il giorno appartiene a me. Il sole, allora, è già alto sulla casbah; l'aria sfavilla sopra le euforbie. Quando l'aria condizionata si interrompe, fa un caldo torrido. Di solito, la innesto se ho intenzione di lavorare. Peraltro, la tecnica è infida, sebbene uno stuolo di elettricisti e di altri artigiani stia a disposizione. Talvolta mi sembra quasi che essa venga convocata come un sogno e poi di nuovo trascurata. Comunque, non viene più presa tanto sul serio; e perfino il Domo sembra preferire un juste milieu alla perfezione tecnica.

Quando egli diventa impaziente, si tratta meno di guasti agli apparecchi quanto, piuttosto, di défaillance degli artigiani. Ciò ricorda i princìpi del tardo rococò, che consideravano il fucile in prima istanza uno strumento per maneggi di esercitazione.

Se avviene ch'io rimanga dietro il bar fino al mattino, fuori può essere già giorno fatto, spesso addirittura mezzogiorno, quando poi mi sveglio. Me ne sto sdraiato al buio, perché dormo dentro l'alcova dietro una fitta cortina. Dopo il risveglio, rimango là ancora un quarto d'ora, prima di alzarmi.

Se ora dico “per pregare” si troverà singolare tale espressione. In effetti, il termine è logoro e corrotto dal clericume. “Religio”, come si sa, si ricollega a “legame”, e proprio questo è ciò che l'anarca rifiuta. Egli non si impegola né con Mosé e i Dieci Comandamenti, né in genere con i Profeti. E nemmeno vuole saperne di divinità e delle dicerie che le concernono, se non in qualità di storico – – – o nel caso che gli si presentino in persona. Hanno allora inizio i conflitti.

Se quando dico “per pregare”, seguo un istinto innato, che non è più debole dell'istinto sessuale, anzi, ancora più forte. Entrambi si somigliano per il fatto che contrasti spiacevoli incombono ove vengano repressi.

Nemmeno in tale esigenza l'anarca si distingue da tutti gli altri. Gli dispiace soltanto di lasciarsi legare. Non dissipa la sua parte migliore. Per il proprio oro non accetta surrogati. Conosce la propria libertà, ma anche il suo contrappeso. L'equazione si risolve quando gli viene offerta una soluzione credibile. Il risultato è l'Uno.

Che gli dèi siano apparsi, non soltanto nella preistoria, ma fino alla tarda epoca storica, non è da mettere in dubbio; essi hanno banchettato e lottato con noi. Ma che giova all'affamato lo splendore dei festini trascorsi? Che giova al povero il tintinnìo dell'oro, da lui percepito attraverso il muro del tempo? È la presenza che bisogna esigere.

L'anarca lascia stare la cosa com'è: ha tempo di aspettare. Egli ha il proprio ethos, ma nessuna morale. Là dove l'ethos si piega a norme e comandamenti, è già corrotto. Certo, però, egli può vivere in armonia con essi, secondo il luogo e le circostanze, per un tempo lungo o breve, come faccio io qui col tiranno, finché mi garba.

Un errore di ragionamento degli anarchisti consiste nel fatto che essi ritengono gli uomini buoni per natura. In tal modo castrano la società, similmente a quanto fanno i teologi (“Dio è il Bene”) col Buon Dio. È una caratteristica saturnia.

Il diritto naturale è stato strapazzato in tutti i sensi – dalla legittimazione al brutale atto di violenza, fino all'idillio paradisiaco. Ciò avviene a motivo del fatto che dalla natura è possibile trarre tutto quel che si vuole. “Tutto essa è in una volta sola.” E va bene: ciascuno tragga dall'essere la propria parte. Nel regno delle molecole hanno inizio il caso e l'arbitrio. Deve esistere, fin dal principio, una frattura nell'universo. Perfino il termine “origine” vi accenna. La Genesi offre allusioni mirabili – – – però soltanto voci, come se un pastore avesse origliato ad una porta socchiusa.

Il diritto va ricercato negli atomi e più in fondo ancora, anche nei propri. È di là che il giudizio etico ed estetico reagisce alle più sottili oscillazioni. È perciò che il torto si presenta anche, di solito, con aspetto laido. Con l'elevarsi aumentano i rischi, come per il funambolo cui nessuna rete dà sicurezza, oppure nel passaggio sul monte Sirat, esiguo come una lama di coltello. Mai la tentazione di invocare gli dèi risulta più forte, e mai più grande il merito di resistervi.

Come storico, ma soltanto come tale, io sono positivista. Il diritto è valido fin tanto che è rispettato e può essere rispettato. La buona coscienza – da non intendersi certo come arroganza moralistica – fa parte delle premesse. Non esiste soltanto la sopravvivenza di chi è valente, ma anche quella di chi è onesto. Che entrambi non coincidano nel tempo, riconduce di nuovo all'origine, alla separazione dell'Albero della Vita da quello della Conoscenza.

Si intende che l'anarca, quando prega, non implora né ringrazia. Né cerca nella preghiera una forza magica. Quante ardenti preghiere non sono state esaudite! Come storico, mi trovo dentro le celle dei condannati, come anarca vorrei dispensare loro un conforto postumo; e so che il colpevole ne ha più bisogno dell'innocente.

Sono stato in carcere con Boezio, e con Maria Antonietta al Tempio, quando i suoi capelli imbiancarono. Ero presente mentre le masse fuori ululavano e il padre indossava le filatterie. Il bambino cercò a tastoni la sua mano. Ma né il padre né il bambino sono stati esauditi.

Ciononostante, la preghiera obbedisce a un istinto innato. È più importante del mangiare e del bere, poiché testimonia più che la vita peritura. Conduce dietro le squallide quinte con cui il sapere deforma l'universo. L'acqua è riconosciutamente diversa nella ritorta e negli acquedotti, che guidano alle metropoli, e diversa ancora nei mari – – – come acqua di vita, nella preghiera.

Il clericume annette valore al fatto che la preghiera sia rivolta a deità personificate.

Autentica preghiera esiste soltanto nelle religioni in cui vi sia un dio dotato di volontà, di persona e di figura.”

Così un celebre protestante. L'anarca non vuole avere a che fare con roba del genere. L'Uno è certo capace di plasmare persone, ma non di essere lui stesso persona, e già quel “lui” è un pregiudizio paternalistico.

L'Uno è inafferrabile, mentre l'uomo s'intrattiene da eguale con molti dèi, sia che li inventi o che li scopra. In ogni caso, ha dato loro nomi. Il che non deve confondersi con un monologo su un piano più elevato. Qualcosa di divino vi è indubbiamente in noi e deve, come tale, esser riconosciuto, altrimenti non potremmo avere nozione alcuna degli dèi.

Giacché un dio opera in noi” (Hölderlin). “Uno è il principio di tutto” (Filolao). “Un dio è tra gli dèi e tra gli uomini il maggiore, non comparabile ai mortali né per forma né per idee” (Senofonte). “Un turbine di forme multiple si distacca dal Tutto” (Democrito).

E sempre si torna ad Eraclito. Sul numinoso non vi è da far scalpore: ciascuno lo incontra – ciascuno ha il suo Sinai, e anche il suo Golgota.

Il pavimento, davanti all'alcova, è di maiolica; le piastrelle sono esagonali, adeguate l'una all'altra come favi di alveare. Sono ancora fresche, gradevoli al piede. Il loro disegno riluce agli occhi riposati con un incanto particolare. Farebbe forse un effetto ancora maggiore, se io non avessi mai sentito parlare di matematica.

Un bagno è contiguo. È privo di finestre e rischiarato da una sorgente luminosa celata nel soffitto. Mi metto davanti allo specchio e misuro, osservando la mia immagine a mezzo busto, il grado della mia presenza. Come tutti nella casbah, sono ben abbronzato. L'azzurro delle pareti conferisce un rilievo plastico al corpo.

Di solito, dunque, mi vedo a contorni ben definiti; ma non vi è alcun dubbio: questa è la mia immagine riflessa. La giornata arride ai vari compiti da svolgere; riuscirò ad espletare, con mano lieve, ciò che mi si presenterà. Troverò la giusta distanza per cose e persone. Me ne accorgo subito dopo, nei miei esercizi. Al biliardo, oggi, mi riuscirebbero grandi serie. Tale è l'atmosfera generale nella rocca – particolarmente marcata nel Condor, quando scende d'arcione dopo la cavalcata mattutina.

Vi sono, però, anche giorni in cui l'immagine riflessa quasi si confonde, come se lo specchio fosse appannato, pur guadagnando in evidenza quanto più a lungo la fisso. In ugual misura il corpo perde la sua realtà. Occorrerà allora aver prudenza, durante il giorno; potranno facilmente accadere degli incidenti. In compenso, il moto nell'àmbito spirituale diverrà più fluido. Gli studi se ne avvantaggeranno, tanto nelle biblioteche che al Luminar.

Noto anche che mi si rivolge la parola con maggiore facilità, e che a me avviene altrettanto con gli altri. La porta dell'amicizia si spalanca a due battenti, Eros srotola il suo tappeto. Perfino il Domo sorride, se mi sfugge un errore, il che capita con tale umore. L'“Emanuelo” del Condor suona, allora, particolarmente gradevole. Devo badare a non impegnarmi troppo a fondo.

 

© Paolo Melandri (17. 1. 2019)

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Irene

Ho perso il conto degli anni. Nei primi tempi, spiavo la mano che strappava i fogli dal calendario nero, posto giusto al limite del mio campo visivo. Lunedì, martedì, non capivo più tanto bene queste distinzioni stabilite dagli uomini. I giorni erano talmente uguali per il mio corpo! Solo la data era un po' più eloquente ai miei occhi indeboliti. Questo numero in continua progressione, appeso al muro, non raggiungeva mai il valore che avrei voluto dargli. Ogni mese speravo sconsideratamente che sarebbe stato varcato una volta per tutte il confine al di là del quale l'uomo ricomincia a contare iniziando dal pollice. Che cosa è sucesso poi? Mi hanno forse leggermente spostato la poltrona, oppure mi si è ulteriormente ridotto il campo visivo? Fatto sta che non ho più visto il calendario, ho confuso giorni e mesi. Solo le stagioni mi hanno permesso di orizzontarmi, ma in definitiva ho perso il conto degli anni.

Avevo venticinque anni quando mi sono seduto per la sempre. E ora la figlia di mia figlia ha l'età per ispirarmi l'amore. Ho dunque superato ampiamente la sessantina e questo fuoco non si spegne, non può spegnersi in seno alla mia immobilità. All'inizio, quando speravo in una guarigione remota – e sì che ne ho visti di rimbambiti e paralitici – facevo degli sforzi sovrumani per far capire con lo sguardo a mia moglie, quando mi sfiorava, che ero ancora un uomo e lo ero proprio in quel preciso istante. Allora mettendomi la mano sulla spalla, lei diceva: “Si agita, oh come si agita!” mossa in questo dalla dolce, luminosa speranza, percettibile solo ai miei occhi, che una buona congestione mi avrebbe alla fin fine portato via. Restava lì per ore e ore a infondermi calma, a consigliarmi, molto vicina, vicinissima, senza vedere – non ho mai saputo se vedesse – senza vedere nelle mie pupille tragiche l'odio e il desiderio mescolati, la mia sete di sangue. Nel silenzio e nella quiete muovevo gli occhi per suscitare compassione. Una marea d'immagini mi invadeva, interponendosi poco a poco tra il mondo e me. Corpi, corpi di tutta la gente attorno a me, le mie mani inchiodate vi strappavano i vestiti, ve li strappavano, corpi, quei vestiti che tradivano le vostre forme – o mia dannazione! – e strappavano anche, graffiavano la vostra pelle tentatrice lasciando sul vostro bianco incarnato e sulla mia cornea grandi strisce rosse tali da farmi morire di mala morte senza confessore, di quella morte divina e tonante che invocava sordidamente la mia carne sconvolta sulla sponda irrinunciabile del piacere, di quel piacere proibito a chi non può far uso delle mani inchiodate lungo le cosce inerti, tra le quali si rizza derisoriamente enorme – bontà del cielo succhia, mena e chiava! – quel cazzo pronto a sfondare i muri, erigendosi fino alle stelle. Un mattino, la mia pietosa sposa si mise in testa di leggermi, allorché i miei occhi tradivano una preoccupazione selvaggia, le preghiere degli agonizzanti. Alle volte faceva sedere mia figlia ai miei piedi e nella mia mente in subbuglio, l'incesto univa allora la sua grande voce tonante alla scarica di bestemmie che mi travolgeva. “Non dovrai mai dimenticare tuo padre, Vittoria mia, né come sono stata paziente nella sua disgrazia,” mormorava la buona madre “né come lo curavo e lo amavo. Gli ammalati hanno già un piede nel paradiso. Godono già in parte del riposo eterno e possono vedere il buon Dio in mezzo alle nuvole. Lo spirito del peccato li lascia poco a poco. Non muoiono mai improvvisamente, né improvvisamente diventano angeli: ma la grazia li invade come una marea crescente. Vittoria, tesoro, guarda bene negli occhi di tuo padre e vi vedrai crescere lentamente l'azzurro livello celestiale”. E Vittoria alzava verso di me gli occhi, quegli occhi di bambina ingenua, oscuramente turbata. Leggevo in quegli occhi un mistero nascente, simile ai segreti dei grandi boschi, quando sotto il fogliame palpitano le prime viole. Poi dall'orlo delle palpebre pure di mia figlia il mio sguardo scendeva lungo la sua pelle di madreperla; e lungo il percorso, mi soffermavo un istante sulle labbra. Una macchia vi rivelava l'inchiostro succhiato di nascosto. Il cordoncino dello scapolare veniva fuori dal colletto sull'esile nuca. Due manine leste mi toccavano a volte le ginocchia.

No, non ho mai saputo se vedeva, mia moglie. In certi momenti, passava senz'altro tra noi – l'avrei giurato – una specie di brivido che non era dovuto al ricordo. Proprio così, e subito dopo più niente. Ho forse sognato? Scambiavo la mia febbre per la sua. Lei sta lì, la dignità fatta persona, va e viene, tutta vestita di nero, perché si addice di più alla sua situazione. Ah, quanta rabbia ho provato per questo lutto preventivo! Avrei voluto vestirla come una donna da circo, spogliarla, truccarla, lasciarle solo le calze nere. Lei, invece, recitava il rosario e talvolta mi baciava in fronte. Che mostro! Però mi portava la piccola, ed io credevo di cogliere sul suo volto un'espressione di complicità sorniona e così non sapevo più che pensare. Tanto più che un altro sentimento si impadroniva dei miei sensi, e cercavo di sorridere a Vittoria. Macché, era solo un nuovo delirio: mia moglie sta parlando infatti con quella voce fredda che conosco. Mi racconta le ultime nuove. La sua solita pietà, spietata. Tuttavia, un pomeriggio… lo rivivo ancora, mi aveva appena fatto bere. Agosto nel suo pieno fulgore rendeva la stanza opprimente. Non un filo d'aria aveva fatto sbattere le porte da più settimane. In cortile qualcuno spennava un pollo. Sono stato colto all'improvviso. Una ventata. Uragano immobile tra i nostri volti ravvicinati. Sentivo violentemente la bellezza matura e prossima allo sfacelo di questa compagna inaccessibile, meravigliosa qualità della pelle leggermente umida, odore bruno, immenso calore. Non mi toccava, stava lì impietrita. Ho davvero capito? Mi sembra che ora si allontani chiudendo gli occhi, che si irrigidisca, che silenzio! Mi sembra. Mi sembra. Ecco ora gira la testa e scappa via. Dopo tutto, era soltanto tristezza, la mia e la sua. La sua probabilmente.

 

© Paolo Melandri (17. 1. 2019)

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Sogni

È tempo di abbozzare il corso delle mie giornate, nella misura pertinente all'argomento. Meglio sarebbe se cominciassi dalla notte, giacché la mia giornata non ne rappresenta che il riflesso. Lo deduco già dal fatto che mi sveglio malvolentieri: ogni giorno sono costretto a rivestire da capo la mia armatura.

La notte è buia, il giorno chiaro. Secondo Bruno, questa luce del giorno non è altro se non oscurità derivata, attenuata e filtrata. Vi sarà qualcosa di vero. Quando chiudo gli occhi, non si fa buio, ma chiaro, come se dai celletti scenici cominciasse a calare una luminosità mentre il sipario si leva. Appaiono fiori che lentamente discendono, ruote variopinte che girano, innumerevoli volti che anelano all'individuazione; e tra essi il mio. Tutto ciò prima che io mi addormenti. Poi, penetro più a fondo.

Il grido della civetta, con le sue ali ovattate, mi è più familiare del canto del gallo. Preferisco gli archi agli ottoni. L'intervallo è l'oscurità. Avverto la luce come una scalfittura; è più un disagio che un dolore. Volentieri torno ad immergermi.

Il sonno privo di sogni, dopo la mezzanotte, è il più profondo; è allora che lo spirito entra da padrone nel mondo dei sogni. Non soltanto egli vi orchestra i fatti, ma li inventa anche a suo piacere, liberamente, apprestando dalle sue riserve inesauribili personaggi e arredamenti.

È una proprietà vivente. Lo spirito si tramuta in torrente; inonda la propria messinscena. È in grado di aprire gli occhi dovunque – – – negli esseri umani, nelle cose, dentro animali e piante; dà respiro alle proprie creature e le fa parlare: ne diviene il suggeritore. Ma quel che dicono, lo ricolma di stupore, quasi che la sua parola si spiritualizzasse nell'eco. “Nel sogno siamo dèi”, diceva a ragione un greco.

 

© Paolo Melandri (13. 1. 2019)

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Zapparoni 4

Dopo che il servitore mi ebbe condotto nella biblioteca, mi lasciò solo. Era di una cortesia perfetta. Accenno a questo particolare, perché illumina in quale stato d'animo sospettoso mi trovavo. Osservavo tutti quelli con cui venivo a contatto, ed ero pronto a offendermi molto più facilmente di prima. Il contegno del servitore lasciava concludere, a ogni modo, che il padrone di casa non aveva detto qualcosa di sfavorevole sulla mia visita. Be', dubitavo ancora di vederlo, probabilmente tra breve sarebbe entrato uno dei suoi segretari.

La biblioteca era tranquilla e piacevole. Dai libri emanava una calma dignità. Erano ordinati negli scaffali, rilegati in pergamena chiara, in pelle di vitello sbalzato e in marocchino marrone. I volumi di pergamena portavano i titoli scritti a mano; quelli col dorso di pelle lo avevano su tasselli rossi o verdi o direttamente in lettere d'oro. Nonostante fosse antica, quella raccolta di libri non dava l'impressione di servire da tappezzeria, ma di essere adoperata. Lessi alcuni titoli, che mi dicevano ben poco: tecnica primitiva, cabala, rosacroce, alchimia. Forse una mente si riposava lì, lungo antiche vie tortuose nascoste dagli sterpi.

Per lo spessore dei muri la stanza sarebbe stata oscura se non avesse ricevuto molta luce attraverso le finestre, che giungevano quasi sino in terra. La porta a vetri era spalancata sopra una ampia terrazza.

Lo sguardo mi cadde nel parco come sopra un quadro antico. Gli alberi erano raggianti nel fresco splendore delle fronde; l'occhio sentiva come bagnavano le radici nel terreno, schierati lungo le sponde di un ruscello che scorreva pigro e a volte si allargava formando piccoli stagni sui quali riluceva un corpetto verde di muschi acquatici. Un tempo erano quelle le peschiere dei monaci; i cistercensi avevano costruito, come i castori, nelle paludi.

Era stata una vera fortuna che i muri fossero ancora in piedi. Per lo più, e soprattutto nella vicinanza delle città, questi recinti sono stati demoliti e hanno servito come cave di pietre. Qui invece si vedeva ogni tanto attraverso le fronde degli alberi la pietra grigia. Pareva che le mura chiudessero anche campi coltivati, infatti vidi lontano un contadino che camminava dietro all'aratro. L'aria era limpida; il sole luccicava sopra la pelle dei cavalli e sulla zolla che tagliata ricadeva. Il quadro era sereno, anche se lasciava perplessi nel campo di un uomo che tra l'altro commerciava in trattori per giardino, i quali come talpe rendevano soffice il terreno delle aiuole. Intanto in casa sua tutto rivelava il suo gusto per le muse. Secondo ogni apparenza, egli non voleva vedere macchine, quando contemplava i suoi alberi e le sue peschiere dalla terrazza.

Questo gli procurava anche il vantaggio che sul suo tavolo giungevano soltanto frutti coltivati secondo le antiche norme. Anche qui valeva l'osservazione che le parole hanno mutato significato. Infatti il pane non è più pane e il vino non è più vino. Sono prodotti farmaceutici sospetti. Bisogna essere eccezionalmente ricchi oggidì per evitare gli avvelenamenti. Quello Zapparoni era senza dubbio un volpone che sapeva vivere nel castello Malepartus e precisamente a spese degli stupidi, come un farmacista il quale si facesse pagare oro le sue droghe e panacee mantenendosi sano secondo le regole dei padri.

In quel luogo c'era davvero una gran pace. Il ruggito delle officine, dei parcheggi e delle strade vi arrivava soltanto come un sottile brusio attraverso le cime frondose. In compenso si sentivano le melodie degli storni e dei fringuelli, e nei tronchi marci il martellio del picchio. I tordi saltellavano e si posavano sui tappeti erbosi e a volte risuonava in fondo allo stagno il tonfo di un carpione che guizzava. Sulle aiuole piccole e grandi folte di fiori davanti alla terrazza, incrociavano le api e si dividevano con le farfalle la dolce preda. Era una giornata di maggio nel suo pieno splendore.

Dopo avere contemplato le pitture e i libri dagli strani titoli sedetti a un tavolino, davanti al quale stavano due sedie; e guardai attraverso la porta spalancata. L'aria era più pura che in città, quasi inebriante. L'occhio riposava sugli annosi alberi, sui verdi stagni e sul campo bruno in distanza, dove il contadino tracciava i solchi tornando indietro quando arrivava in fondo.

 

© Paolo Melandri (13. 1. 2019)

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Zapparoni 3

Per farla breve, nel salire la scala di Zapparoni sentivo di inoltrarmi in una avventura equivoca, sia pure forzatamente. Ma nel medesimo tempo la vecchia coriosità si destava in me e mi aizzava. Avevo il prurito di sapere che cosa voleva il vecchio potente e perché si degnava di occuparsi di me. La curiosità mi spronava quasi più della prospettiva di guadagnare. Dopo tutto, nella mia vita avevo già saputo trarre fuori la testa da diversi lacci, avevo assaggiato diverse esche, senza aver abboccato l'amo.

Perciò seguii il servitore nella vecchia casa. Pareva una proprietà di campagna. L'ingresso era seguito da un vestibolo, dove pendevano non soltanto cappelli e mantelli, ma anche fucili e canne da pesca. Poi c'era una sala alta a due piani, con trofei e incisioni di Riedinger. Seguivano due o tre vani, più grandi di una camera, ma più piccoli di una sala.

Davano tutti a mezzogiorno, infatti il sole cadeva sul tappeto attenuato dai vetri smerigliati. Venni condotto nella biblioteca. A una prima occhiata nessuna di queste stanze pareva oltrepassare le possibilità di un privato benestante, il loro aspetto deludeva la mia attesa. Sotto l'influsso dei giornali avevo supposto di entrare in una specie di gabinetto delle meraviglie, dove il visitatore accerchiato da sorprese meccaniche, fosse preso da stupore, da costernazione. Vidi subito che su questo punto avevo sbagliato. Certo avrei potuto immaginare che un mago e signore degli automi non amasse avere simili cose nell'intimità. Tutti quanti siamo abituati a divertirci in un modo diverso il più possibile dalle nostre occupazioni professionali. Un generale difficilmente gioca con i soldatini di piombo, e un portalettere la domenica non fa marce forzate. Similmente si dice che i pagliacci fra le loro quattro mura sono per lo più seri, anzi malinconici.

In quell'arredamento non ci si imbatteva nel cattivo gusto di gente arricchita dalla mattina alla sera. Non c'era nulla di trimalcionesco. Zapparoni doveva non soltanto avere un ottimo arredatore, ma essere anch'egli una persona di buon gusto. Lo si capiva dal luogo. Vi regnava quell'armonia che non si può ottenere per ordinazione, ma che nasce soltanto da una necessità interiore, soltanto dalla dignità di chi vi abita. Non c'era né gelido splendore, né ostentazione che vuole abbagliare: le stanze erano abitate da un essere intelligente e colto, che vi si trovava bene.

Questi meridionali, anche se vengono da un villaggio siciliano o da un basso napoletano, posseggono spesso un gusto sicuro, come può essere soltanto se è istintivo. Hanno un orecchio infallibile per la musica e un occhio che distingue infallibilmente la mano del maestro nelle belle arti. Lo avevo spesso notato. L'unico pericolo sta nella loro vanità.

L'insieme era di una robusta sobrietà, non splendido, ma raggiante di vita. E questo si dica anzitutto per le opere d'arte. Avevo talvolta avuto l'occasione di vedere, nelle case di uomini diventati rapidamente ricchi o potenti, celebri pitture o statue, quali si vedono soltanto nei calendari artistici o nei musei. La loro vista deludeva, perché avevano perduto la loro espressione, il loro linguaggio, come uccelli che perdono il canto e lo splendore quando sono chiusi in una gabbia. Un'opera d'arte si spegne, impallidisce nelle stanze dove ha un prezzo ma non un valore. Può risplendere soltanto dove è circondata di amore. Non si può fare a meno di deperire in un mondo dove i ricchi non hanno tempo e la gente colta non ha denaro. Mai però aderisce a una grandezza presa in prestito.

Zapparoni, lo vedevo di sfuggita, tempo doveva averne. I cinque o sei quadri appesi alle pareti davano l'impressione di oggetti sui quali lo sguardo del padrone si posa giornalmente e con amore: nessuno di essi poteva essere stato dipinto dopo il 1750. C'era anche un Poussin. Tutti respiravano una tranquilla vita e rinunciavano a ogni effetto. E non alludo agli effetti odierni, i quali si limitano a far colpo con la novità, ma agli effetti dei maestri. Le pitture che Zapparoni aveva radunato intorno a sé non potevano mai, nemmeno nei contemporanei, essere giudicate sorprendenti. Dovevano sin dal principio essere sembrate familiari.

La medesima impressione era comunicata dalla casa. E si intonava a un'altra, che riguardava la potenza, e da essa veniva confermata. Dicevo già che viviamo in tempi in cui le parole hanno perduto o mutato il loro senso e sono diventate ambigue. Ciò vale anche per la parola “casa”, che prima significava solidità e continuità e che oramai da molto tempo è divenuta una specie di tenda, senza che gli abitanti godano la libertà dei nomadi. Viene innalzata frettolosamente, con la stessa facilità con cui se ne distruggono migliaia. E non sarebbe nemmeno il peggio, se almeno per un poco di tempo si potesse avere la sensazione di trovarci nel nostro e al sicuro. È tutto il contrario. L'uomo che oggi possiede il coraggio di costruirsi una casa, innalza un punto d'incontro per gente che lo assale a piedi, in vettura e telefonicamente. Vengono gli impiegati delle società del gas, della luce e dell'acqua, gli agenti delle assicurazioni sulla vita e contro l'incendio, la polizia edile e gli esattori della radio, i creditori ipotecari e i funzionari della finanza che vogliono fissare il valore locativo che devi pagare per vivere in casa tua. Se il clima politico si intorbida un poco, allora viene gente ben diversa, la quale sa subito dove trovarti. A queste piaghe si aggiunge che tu sei odiato come possidente.

Nei tempi passati era più semplice. Si conoscevano, certo, meno comodità, però si aveva la coscienza tranquilla, quando si allungavano le gambe sotto il proprio tavolo. Fu questa precisamente la sensazione che ebbi da Zapparoni: lì mi trovavo da uno che era ancora padrone in casa sua. Avrei voluto scommettere che non vi erano né contatori né linee elettriche allacciate fuori del suo terreno. Probabilmente Zapparoni aveva copiato nella propria vita privata il modello del chiuso Stato mercantile di altri tempi, e i suoi automi gli avevano consentito di farlo funzionare. Negli automi la forza astratta diventa concreta, torna nell'oggetto. Intanto non vedevo nulla del genere, si trattava piuttosto di una intuizione che respiravo nell'aria. C'erano persino candele sui tavoli e una clessidra sul caminetto.

Qui abitava palesemente uno che non incassava una rendita, che piuttosto distribuiva rendite. Qui la polizia non poteva irrompere non importa con quale mandato o con quale pretesto. Zapparoni aveva la propria polizia che eseguiva soltanto i suoi ordini. Il terreno delle sue officine e le sue strade di comunicazione inoltre venivano vigilati da poliziotti e da ingegneri statali e militari, i quali in teoria dovevano agire “di buon accordo” con lui, ma nella realtà non potevano avere un parere diverso dal suo.

Sorge naturalmente la domanda: perché un uomo con tali prerogative avesse bisogno di rivolgersi proprio al mio aiuto, all'aiuto di un uomo che aveva l'acqua alla gola? Qui sta precisamente il mistero al quale ho già accennato. È un fatto degno di nota, e deve avere ragioni profonde; un uomo per quanto disponga di appigli legali è pur sempre costretto, per eseguire i suoi piani a ricorrere a vie traverse. Lo spazio giuridico, sia piccolo o grande, confina sempre con l'illegale. Il confine si sposta con le prerogative. Perciò riscontriamo fra i grandi signori più ingiustizia che fra gli uomini comuni. Dove le prerogative diventano assolute, si giunge a una condizione in cui i confini minacciano di sfumare e la giustizia e l'ingiustizia sono difficili a distinguersi. Allora si ha bisogno di gente con la quale andare a rubare i cavalli.

 

© Paolo Melandri (10. 1. 2018)

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Zapparoni 2

Questa disposizione presentava il vantaggio che Zapparoni si trovava sempre sul proprio dominio, e rendeva possibile un preciso controllo di tutte le visite. In questo modo il padrone di casa era protetto contro l'invadenza dei giornalisti e soprattutto dei fotografi. Sempre aveva avuto cura di lasciare in penombra tutto quanto riguardava la sua persona e le sue abitudini. Conosceva la forza logorante della propaganda. Infatti, si doveva parlare molto di lui, ma soltanto in modo vago, per accenni. Come i suoi prodotti dovevano dare l'impressione di essere soltanto la parte minore di una quantità nascosta; la scelta delle riproduzioni e dei rapporti che uscivano sul conto suo veniva curata da lui e dal suo personale tecnico.

Il suo capo ufficio stampa aveva elaborato un sistema di rapporti indiretti che aizzava la curiosità e non l'appagava mai. Un uomo di cui si sente parlare come di un grosso personaggio, senza mai vederlo in faccia, viene immaginato bello, forse maestoso. Un uomo il cui nome corre su tutte le bocche, ma che non si sa nemmeno dove abita, lo si pensa dappertutto; pare che si moltiplichi in modo prodigioso. Un uomo così potente, che non si osa più parlare di lui, diventa quasi onnipresente, perché domina la nostra vita interiore. Pensiamo che ascolti i nostri discorsi e che i suoi occhi si posino su di noi, perfino nella nostra camera. Un nome che si sussurra soltanto, ha maggior potere di uno che si grida nelle piazze. Zapparoni lo sapeva. D'altronde, non poteva trascurare la propaganda. Ma vi faceva introdurre sorprese enigmatiche. Era un sistema nuovo.

 

© Paolo Melandri (7. 1. 2019)

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Zapparoni

Teresa aveva messo in ordine la mia roba. La notizia l'aveva riempita di gioia. Mi vedeva già in un posto importante nella cornice della ditta mondiale. Se c'era qualcosa di consolante in tutta la faccenda era il suo entusiasmo. Teresa era di quelle donne che sopravvalutano il proprio uomo, di cui si sono fabbricate un'immagine idealizzata. Aveva di me un'opinione troppo buona; forse per lei questa era una necessità. In quanto a se stessa era scoraggiata, convinta di essere una palla di piombo, un inciampo, un danno. Era vero il contrario. Se in questo mondo che si faceva sempre più tetro avevo qualcosa di simile a una patria, la trovavo accanto a lei.

Se le nostre cose andavano male, come negli ultimi tempi era di regola, la notte sentivo spesso vicino a me il leggero tremito che scuote la donna quando vuole nascondere il pianto. Se la interrogavo e insistevo, sentivo sempre la vecchia canzone, che sarebbe molto meglio non fosse mai nata, non l'avessi mai conosciuta. Era lei che mi aveva intralciato la carriera, che mi avrebbe rovinato. Inutilmente le dicevo che ero sempre stato uomo da rovinarmi da solo e senza aiuto; e che non ero riuscito mai in nulla, al di fuori di quello. Ma Teresa insisteva nelle sue fissazioni.

Del resto, il sentirci sopravvalutati incute un certo ritegno. Stimola quel che c'è di buono in noi. Ho già detto che vi ero stato abituato da mia madre, al cui ricordo l'immagine di Teresa del resto si confondeva senza che me ne accorgessi. Quante volte la mamma aveva preso le mie parti davanti al babbo, quando c'era burrasca in casa. “Eppure il ragazzo non è cattivo”, diceva; e il vecchio rispondeva: “È e resta un buono a nulla”. E la mamma ripeteva: “Però cattivo non è”, infatti bisogna che le donne abbiano sempre l'ultima parola.

Le officine Zapparoni sono situate piuttosto fuori di città. Avevano del resto succursali più o meno grandi, ditte sorelle, ramificazioni o rappresentanze e depositi, officine per ricambi e riparazioni, un poco dappertutto. Qui c'era la testa, il grande opificio dei modelli, da dove anno per anno scorrevano come da una cornucopia nuove e prodigiose sorprese nel mondo. Qui abitava anche Zapparoni, quando non viaggiava.

Il sabato dunque era arrivato il telegramma di Twinnings: mi avvertiva di andare a presentarmi. Domenica mi era riuscito scovare il medico di Caretti, infatti seguitava a frullarmi per la testa quel che Twinnings aveva detto sulla soglia. Il colloquio con il medico mi rassicurò. Egli riteneva di non tradire nessun segreto informandomi di quel che era accaduto a Caretti. Molti lo sapevano. Come parecchi altri impiegati di Zapparoni carichi di scrupoli, Caretti piano piano era diventato strambo, e alla fine aveva varcato il segno. Una “mania di precisione”, come dicono i medici, si era accoppiata alla mania di persecuzione, alimentata da allucinazioni meccaniche. In simili casi i pazienti credono di essere minacciati da macchine raffinatamente congegnate, e a poco a poco il mondo si trasforma per loro in un quadro simile a quelli ideati da alcuni pittori del medioevo. Caretti credeva che di continuo minuscoli aeroplani gli aleggiassero intorno per fargli del male. Non è insolito che tali malati scompaiano senza lasciare traccia. Il medico, un piccolo psichiatra nervoso, si ricordava di un paziente i cui resti vennero ritrovati dopo anni nella tana di un tasso: vi era strisciato dentro e si era ammazzato. Il dottore era chiacchierone e descriveva i sintomi con tale gusto e pedanteria che sulla via di ritorno già mi pareva di essere minacciato da manie di quel genere. In fondo mi aveva rassicurato.

Già in distanza apparivano le officine: basse torri bianche e cantieri piatti in grande numero, senza antenne né ciminiere, vestiti di colori vivaci, perché il muro di cinta era coperto da innumerevoli manifesti. Un'attività secondaria, coltivata da Zapparoni con cura particolare, era il cinema, al quale con i suoi robot e i suoi automi egli dava una perfezione quasi fiabesca.

Vi è chi prevede che la nostra tecnica un giorno sboccherà in pura magia; dunque tutto ciò a cui ora partecipiamo sarebbe soltanto un inizio, in questo caso la meccanica si raffinerebbe in modo da non dovere ricorrere a grossolane soluzioni. Segnali luminosi o parole, basteranno, anzi basterà il pensiero.

Zapparoni con i suoi film si avvicinava già chiaramente a simili previsioni. Al paragone, quanto era stato inventato da vecchi utopisti pareva soltanto un abbozzo. Gli automi avevano acquistato una libertà e una eleganza da danzatrici che schiudevano un nuovo regno. Dove sembrava realzzato quanto a volte si crede di cogliere in sogno: una materia che pensa. Perciò questi film possedevano una forza d'attrazione potente. Specialmente i bambini ne rimanevano stregati. Zapparoni aveva spodestato i vecchi personaggi delle fiabe. Come uno di quei cantastorie che seggono sopra un tappeto in un caffè arabo e trasformano l'ambiente, egli tesseva le sue favole. Creava romanzi, che si potevano non soltanto leggere, sentire e vedere, ma in cui si entrava, come si entra in un giardino.

Era del parere che la natura non basta né per bellezza né per logica, e che si debba superarla. Aveva creato uno stile al quale si adattavano anche gli attori umani, che ne erano stati il modello. Da lui si incontravano i più incantevoli pupazzi, visioni di sogno che stordivano.

I film soprattutto avevano reso popolare Zapparoni. Egli era il buon nonno che racconta storie. Lo si immaginava con la gran barba bianca come prima il Babbo Natale. I genitori si lamentavano addirittura che occupasse troppo i bambini. Non potevano prendere sonno e sognavano irrequieti, sovraeccitati. Però la vita in fondo era faticosa dappertutto. Così la stirpe si temprava, e questo doveva bastare.

I manifesti di questi film coprivano il muro di cinta che inquadrava le officine, ed era a sua volta circondato da una strada, la cui larghezza faceva pensare piuttosto allo spalto di una fortezza. Senza i manifesti multicolori avrebbe senza dubbio avuto un aspetto troppo simile al muro di una fortezza, interrotto com'era a intervalli da grandi torri pallide: un pallone giallo dominava il gruppo degli edifici.

Ai margini della strada, cartelli indicatori ricordavano che si era entrati in una zona privata. Il conducente doverosamente vi richiamò la mia attenzione. Si doveva rallentare la marcia, ed era vietato portare armi, contatori Geiger e attrezzi ottici. Non erano consentiti né apparecchi ottici, né occhiali da sole. Sulla strada e anche intorno al muro di cinta, il traffico era animato, mentre le vie secondarie erano deserte.

Pian piano i manifesti diventavano più visibili. Rappresentavano la visita di Enrico-Otto alla regina delle termiti: Tannhäuser sul monte di Venere, adattato per i ragazzi. Qui i robot di Zapparoni comparivano come nani ricchi e potenti. Lo splendore, la meraviglia dei palazzi sotterranei già non tradivano più traccia di sforzi tecnici. Simili film si dividevano in dodici puntate, una per ogni mese dell'anno. I bambini si consumavano nell'attesa del seguito. Lo spettacolo comune influiva sui loro modi e sui loro gusti. Li si vedeva nei loro campi di gioco, fare i viaggiatori spaziali, gli scopritori di caverne, i marinai di sommergibili o i trappolatori. Con queste fiabe e avventure a colori Zapparoni provocava un grande e cronico entusiasmo. I bambini vivevano nel suo mondo. Tra i genitori e gli insegnanti i pareri erano divisi. Gli uni pensavano che in quel modo i bambini imparavano giocando, mentre gli altri temevano che si eccitassero troppo. Certo, si potevano spesso osservare conseguenze strane e preoccupanti. Ma quanto appartiene al corso del tempo non si lascia arrestare. Del resto non ci si poteva domandare se il mondo reale non fosse anche più fantastico? Dove non si sovreccitano i bambini?

Voltammo verso il parcheggio degli operai. La mia vettura pubblica di fronte alle loro limousines pareva una cornacchia smarrita in una fagianaia. Pagai il conducente e mi recai all'ufficio di ricevimento.

Sebbene il sole fosse già alto nel cielo, l'andirivieni all'ingresso era animato. Nessuna circostanza meglio di questa dimostrava che gli operai di Zapparoni erano davvero signori. Non erano vincolati da nessun orario. Andavano e venivano a capriccio, infatti non lavoravano mai a squadre, fuorché nell'officina dei modelli. Tuttavia devo aggiungere che questo sistema o, piuttosto, non sistema testimoniava a favore di Zapparoni. La morale lavorativa nelle sue officine non lasciava nulla a desiderare; si creava là secondo lo stile degli artisti, i quali sono ossessionati dalla loro creazione. Non c'era orario di lavoro, vale a dire, piuttosto, che si lavorava quasi sempre. I lavoratori sognavano le loro opere d'arte. Che fossero signori, si poteva dedurre da questo, che avevano tempo. Ma non voleva dire che lo sprecassero. L'avevano piuttosto come la gente ricca ha il denaro nel portafogli. La sua ricchezza sta nella borsa, non in ciò che spende, e lo si nota dal suo contegno.

Chi entrava e chi usciva era egualmente coperto da camici bianchi o colorati e passava senza formalità alcuna. Dovevano dunque essere ben conosciuti; infatti l'androne dove si trovava anche l'ufficio di ricevimento era sorvegliato. Vi vedevo gruppetti fermi, come quelli che accolgono il passeggero quando sale a bordo di una grande nave. Là si imbatte in marinai, camerieri e altri impiegati, che osservano chi arriva con discrezione e attenzione. L'androne era largo e profondo, con pareti interrotte da molte porte: lessi “Visite”, “Corpo di guardia”, e altre iscrizioni.

Nell'ufficio venni accolto come una persona già attesa. Appena ebbi pronunciato il mio nome, si presentò un usciere. Era rimasto lì per aspettarmi.

Con mia sorpresa non mi introdusse nello stabilimento, ma mi guidò di nuovo fuori fino a una piccola ferrovia sotterranea, che sboccava accanto al parcheggio. Usciti di lì salimmo su una minuscola vettura ferma sul binario e comandata come un ascensore. Dopo due minuti eravamo arrivati alla mèta. Ci fermammo davanti a un edificio all'antica entro il muro di un parco. Mi trovavo nella residenza privata di Zapparoni.

Mi ero aspettato, nel migliore dei casi, di essere introdotto in una sezione dell'ufficio personale; e da lì, se il mio interrogatorio avesse dato esito favorevole, di essere ammesso forse alla presenza del capo del personale; perché ero stato raccomandato da Twinnings. Perciò rimasi senza fiato nel vedermi improvvisamente introdotto, risalendo dalle viscere della terra, nel sancta sanctorum, nella diretta sfera di un uomo che come alcuni asserivano non esisteva, ma era forse la migliore invenzione delle officine Zapparoni. Già vedevo un servitore scendere la scala per sostituire l'uscere. “Il signor Zapparoni l'attende.”

Non fu possibile nessun dubbio, mi trovavo nella residenza di Zapparoni. La sua officina principale dapprima era situata altrove, finché, seccato dalle perpetue ricostruzioni e aggiunte, egli non decise di trasferirla lì dove ora si trovava e di portarla, seguendo un piano nuovo, a quella perfezione che nelle grandi come nelle piccole cose distingueva le sue creazioni. Nell'esaminare il terreno si era scoperto che a qualche distanza esisteva un convento cistercense, diventato già da molto tempo proprietà pubblica, ma poco adoperato. La chiesa e l'edificio principale avevano ceduto al tempo, mentre il muro di cinta e il refettorio comprendevano oltre alla grande sala dove mangiavano i monaci, anche le stanze, le dispense e la foresteria. Qui si stabilì Zapparoni.

La casa era di dimesioni imponenti. Ne avevo ogni tanto veduto la riproduzione sulle riviste illustrate.

Il grande cancello nel muro di cinta rimaneva sempre serrato; per i familiari e per gli ospiti serviva la piccola ferrovia sotterranea. Avevo notato che non mi avevano fatto salire a uno dei due capolinea. Probabilmente conduceva non soltanto al parcheggio, ma anche nell'interno dell'officina.

 

© Paolo Melandri (6. 1. 2019)

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La domanda della terra

Notte. Tutto il giro dell'orizzonte è mangiato dai lontani falò di San Giovanni.

Il pianoro. Quattro fuochi agli angoli di un quadrato di terra battuta. Accanto a ogni fiamma c'è un uomo in piedi con una pesante frasca in mano. Attorno a quell'area illuminata, il buio e, fino all'orlo del buio, come un ribollire di schiuma, i pastori sono seduti nei loro gabbani, nelle loro gualdrappe, nei giacconi di velluto.

Il sardo. Si alza. Guarda a destra e poi a sinistra e, al contempo, si fa silenzio a destra e poi a sinistra.

Allora, cominciamo?”

Proprio in quella, senz'altro ordine che quel silenzio, il vento scende, lavorato dalle arpe. I flauti si mettono a fare il rumore di un uomo che cammina sul mare.

Il Sardo (avanza in mezzo all'aia; alza la mano in segno di saluto):

Ascoltate, pastori:

I mondi erano nella rete del dio come tonni nella tonnara:

Colpi di coda e di schiuma; un rumore che echeggiava facendo uscire vento da ogni dove.

Il dio aveva cielo fino alle ginocchia.

Ogni tanto si chinava, prendeva in mano un po' di quel cielo che gli colava tra le dita. Bianco come latte. E pieno di bestie come una fiumana di formiche. E, lì dentro, immagini si accendevano e poi spegnevano come le cose che vivono nei sogni.

Il dio si lavava tutto il corpo con il cielo. Pian piano, per abituarsi al freddo della vita. Aveva il ventre sensibile. Perché tutto accadeva nel suo ventre.

Dopo, si mise a camminare nel cielo fino al punto in cui era più profondo di lui, dove non toccava più, e si mise a nuotare. La sua manona si alzava e affondava come un cucchiaio; i suoi piedoni fendevano come zappe con le unghie in avanti. Era seguito da un vortice di lunghe erbe strappate. Dopo un po', lontano, laggiù, non fu altro che una specie di isola con la schiuma.

Se ne andava perché il principio era finito.

Sangue! Grumi di sangue!

La terra è aggomitolata nel ventre del cielo come un bambino nella madre.

È in mezzo a sangue e budella. Sente la vita, tutt'intorno, che ronfa come fuoco.

Una vena azzurra entra come una serpe nella sua testa. È da lì che si empie di carità.

Un'arteria rossa entra come una serpe nel suo petto. È da lì che si empie di cattiveria.

S'ingrossa. Più s'ingrossa, più ha luce.

Infine, preme contro il portale; vuole nascere; è greve della ragione della sua semenza.

D'un tratto, nasce in un getto di fuoco e prende il volo.

È la giovinezza della terra!

Rotola nell'universo come fosse nell'erba. È tutta bagnata da grandi acque in fiore. Fuma di sudore come un cavallo che ha galoppato al sole.

Si porta dietro un buon odore di latte. La si sente ridere da lontano come uno spaccanoci.

La sua pelle si sta asciugando. Ci sono colori che la contornano come arcobaleni. Quando una placca della sua pelle è secca, diventa verde.

È la giovinezza della terra!

È la bella domenica!

Tutti gli alberi mettono fiori nello stesso momento. Sull'acqua ci sono vasti orti di zucche azzurre. Passano rocce cariche di vigne che sembrano scie di peli; sassolini rotondi corrono sotto le erbe. Tutti i fiori hanno la salute del rosso. Le foglie sono spesse come braccia. Si sentono i frutti che maturano tutti insieme. Le grosse zucche galleggiano sul mare. Ogni volta che la terra si muove, torme di frutti maturi scorrono da ogni dove nelle pieghe della collina. Si comincia a sentire odor di zucchero. Le colline se ne vanno pian pianino, curve sotto quel gran peso. Le distese di sabbia cercano di sollevare il carico di erbe mature e poi restano appiattite. Le montagne piangono acqua. Fiori aspri spuntano nel fondo dei ruscelli. Le rocce si fermano, estasiate. Quell'odor di domenica che è la salsa al pomodoro!

Per tutto questo tempo, il sardo è rimasto con la mano alzata in segno di saluto e la musica ha fatto quel rumor d'acqua e di terra che sprofondano. Si sono viste colline camminare; si sono sentiti i loro piedoni che scalpicciavano nel fango, nella poltiglia dei ruscelli di frutti. Adesso il recitante lascia cadere il saluto dal braccio, le arpe eoliche sono sole solette a cimentarsi con la bella domenica. È un rumore di lenzuola che sbattono sullo stenditoio; sono vortici di rondini; è il vento venuto da lontano su una lunga scivolata e che ora si aggrappa con forza agli alberi.

Comincia una musica secca, fatta soltanto con il timpon: accenni di gioia sulla gamma e grosse note sonore come richiami; ciò perché il sardo ha mosso le braccia come fossero ali: ha cambiato personaggio. Non è più il recitante anonimo, è il recitante-terra. È la terra, tra poco ci dirà il suo cruccio; arriva il dramma.

Il Sardo: Le grandi erbe hanno mangiato tutta la mia forza. Me ne sono accorta perché ho tentato di fare un salto in cielo e non ci son riuscita, e rimango piantata qui, senza forza.

Ho trascurato troppo tutti quei begli alberi. Già tutto ciò che, su di me, correva e danzava, le colline e le montagne, e le alte rupi, tutto ciò si è fermato, intralciato da boschi e roveti.

Ah! Ho voluto andare più lontano e non ho potuto, e mi giro, e mi rigiro, ma è come se in me ci fossero radici uncinate. Sono come una mela tutta muffita.

Le estati mi si sono posate addosso come grosse api, e hanno succhiato il mio umidore. Non si muovevano. Stavano sopra di me ad ali spiegate.

Lo sapevo: avevo visto i grandi orti di zucche avvizzire sulle acque. Le zucche si staccavano e poi, di colpo, sprofondavano nell'acqua. E poi, altre volte, vedevo salire delle bolle, e poi, altre ancora, tutta l'acqua muoversi.

Lo sciame delle estati ha bevuto quasi tutto il bello spessore dell'acqua. Allora, ho visto la schiena del grosso serpente.

C'è questo grosso serpente che è una bestia del fango. Poi ci sono quelli con quattro zampe e che sono fatti a modello del cielo perché hanno mammelle da cui si può bere. Ce n'è uno che è quasi soltanto una bocca; inghiotte grandi piattate di abeti e betulle e un intero ciliegeto con terra e tutto, coperto d'erba e di ombra. Ce ne sono molti altri.

E io sono stata più leggera d'erba, ma sono stata più pesante di carne e sono sprofondata nel cielo come un piombo da scandaglio perché tutte le bestie si saltavano, si montavano addosso, facendo dei piccoli che facevano dei piccoli.

E poi, un bel giorno, ho smesso di fluttuare perché le bestie si erano messe a mangiar carne. Ce n'erano che mangiavano erba e altre che mangiavano le bestie che mangiavano l'erba. Ciò ha fatto l'equilibrio.

E io poggio sull'equilibrio.

Ma, adesso, questa corda d'equilibrio, la sento ancora tutta allentata, e oscilla. È arrivato altro. Ah! Che cruccio avere una pelle e una pancia!

Sono proprio preoccupata, perché mi hanno detto che quest'altro vuole comandare.

Per di più, è piccino; io alzo, abbasso le sopracciglia e gonfio gli occhi, e li giro, e li rigiro: non vedo niente.

Intanto, questa corda d'equilibrio oscilla. Devo domandare.

 

© Paolo Melandri (6. 1. 2019)

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Notte di luna

Mi trovavo in dolce compagnia.

Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell'Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.

Sedeva in poltrona e il fuoco scoppiettante da lei ravvivato le lambiva con riverberi rossastri e guizzanti il viso pallido dagli occhi chiari e, di tanto in tanto, quando cercava di scaldarli, i piedi.

Aveva una testa stupenda, malgrado i morti occhi di pietra, ma non riuscivo a veder altro di lei. La sublime donna aveva il corpo marmoreo avvolto in un'ampia pelliccia in cui si era rannicchiata, tremando, come una gatta.

Non la capisco, gentile signora,” le dissi “a dire la verità non fa più freddo, e da due settimane poi abbiamo una primavera splendida. Evidentemente lei è nervosa”.

Bella primavera!” mi rispose con voce profonda e dura come il sasso, e dopo due rapidissimi e celestiali starnuti aggiunse “io non ne posso più e ora comincio a capire…”.

Che cosa, mia graziosa signora?”.

Comincio a credere l'incredibile, a comprendere l'incomprensibile. Non avete la più pallida idea di che cosa sia l'amore”.

Mi permetta, Madame,” replicai indignato “non le ho dato nessun motivo di dir questo”.

Già, lei…” la divina starnutì per la terza volta e si strinse nelle spalle con grazia inimitabile “per questo anch'io sono sempre stata gentile con lei e ogni tanto vengo persino a farle visita, sebbene ogni volta prenda freddo, nonostante questa mia pelliccia. Ricorda ancora come ci siamo conosciuti?”.

E come potrei dimenticarlo;” dissi “lei aveva allora folti capelli castani e occhi dello stesso colore e una bocca rossa, ma io la riconobbi dalla linea del volto e da quel suo pallore marmoreo… Portava sempre una giacca di velluto color violetto, guarnita di una pelliccia grigio argentea”.

Già, lei aveva perso la testa per il mio abbigliamento, e come se ne intendeva!”.

Lei mi ha insegnato che cos'è l'amore, e la gioia di servir lei, mia dea, mi ha fatto dimenticare tutto”.

E io le sono stata fedele come più non avrei potuto!”.

Ah, quanto a questo…”.

Ingrato!”.

Non le farò nessun rimprovero. Lei è una donna divina, ma pur sempre una donna, e quindi crudele in amore, come tutte”.

Lei chiama crudeltà” obiettò vivacemente la Dea dell'Amore “quel che è l'elemento primo della sensualità, dell'amore più vivo, la natura stessa della donna, ossia il darsi completamente quando ama, e amare tutto ciò che le piace”.

Esiste forse, per chi ama, una crudeltà più grande dell'infedeltà della persona amata?”.

Oh!” rispose lei “noi siamo fedeli finché amiamo, ma voi pretendete dalla donna fedeltà senza amore, e dedizione senza godimento. Chi è crudele, allora, la donna o l'uomo? Voi del nord prendete sempre l'amore troppo sul serio. Parlate di doveri, quando non si dovrebbe parlar che di piaceri”.

Sì, Madame, ma abbiamo anche sentimenti molto rispettabili e virtuosi e relazioni durature”.

Certo, però avete anche un'eterna, intensa e insaziabile nostalgia per il paganesimo nudo” intervenne Madame. “Ma quell'amore che è la gioia più alta, la serenità degli dèi, non è cosa per voi uomini moderni, per voi figli della riflessione. Vi arreca sventura. Non appena volete esser naturali, diventate volgari. La natura vi si presenta come qualcosa di ostile, avete trasformato in demoni gli dèi sorridenti della Grecia, e di me avete fatto un essere diabolico. Sapete solo mettermi al bando e maledirmi oppure scannarvi come vittime sacrificali davanti al mio altare, in preda a un furore orgiastico, e se mai uno di voi ebbe l'ardire di baciare la mia bocca vermiglia, se ne andò poi pellegrino a Roma, a piedi scalzi e con indosso il cilicio, sperando che il suo bastone secco fiorisse, mentre sotto i miei piedi spuntano ogni momento rose, viole e mirti, ma il loro profumo non giunge sino a voi. Restatevene pure fra le vostre brume nordiche e fra le nubi del vostro incenso cristiano; ma lasciate noi pagani in pace sotto le ceneri e la lava, non dissotterrateci. Pompei non fu certo costruita per voi, non per voi furon costruite le nostre ville, i nostri bagni, i nostri templi. Voi non avete bisogno di dèi! E noi nel vostro mondo moriamo di freddo!”. La bella signora di marmo tossì e si strinse ancor più nella pelliccia di zibellino scuro.

Grazie per la bella lezione,” le risposi “ma lei non può negare che l'uomo e la donna, tanto nel vostro mondo sereno e solatio quanto nel nostro così brumoso, sono nemici per natura e che l'amore per breve tempo li rende un essere unico, con un solo pensiero, un solo sentimento, una sola volontà, per poi separarli ancor più profondamente, e allora – e lei lo sa meglio di me – chi non è in grado di mettere il giogo all'altro dovrà ben presto sentire il suo piede sulla propria nuca…”.

E di regola è l'uomo a esser premuto sotto il piede della donna, come lei sa meglio di me” esclamò Monna Venere con sovrano disprezzo.

Certo, ed è proprio per questo che non mi faccio illusioni”.

Ciò significa che adesso lei è il mio schiavo senza illusioni, e io quindi la calpesterò senza pietà”.

Madame!”.

Non mi conosce ancora? Sì, sono crudele – usiamo pure questa parola che le piace tanto – e non ho ragione a esserlo? L'uomo concupisce, la donna è concupita, il suo privilegio consiste solo in questo, ma è un privilegio decisivo. La natura ha consegnato in suo potere l'uomo, preda della propria passione, ed è sciocca colei che non sa renderlo suo suddito, suo schiavo, anzi il giocattolo, per poi tradirlo ridendogli in faccia”.

Le sue argomentazioni, mia gentilissima…” osservai disarmato.

Si basano su un'esperienza millenaria” rispose Madame in tono di scherno, mentre le sue bianche dita giocavano con la pelliccia scura. “Più la donna mostra dedizione, più rapidamente l'uomo diventa freddo e dispotico; ma più sarà crudele e infedele, più lo tratterà male, giocando con lui malvagiamente e senza misericordia, più lo infiammerà e ne sarà amata, venerata. È stato sempre così, dai tempi di Elena e Dalila sino a Caterina II e Lola Montez”.

Non lo nego” dissi “per l'uomo non c'è nulla di più seducente dell'immagine di una bella, voluttuosa e crudele tiranna che avvicenda i suoi favoriti a seconda del proprio capriccio con superba noncuranza…”.

E che indossi la pelliccia” aggiunse la Dea.

Questo che c'entra?”.

Conosco bene le tue predilezioni”.

Ma lo sa” intervenni “che da quando ci siamo visti l'ultima volta lei è diventata molto civetta?”.

In che senso, se è lecito?”.

Nel senso che non potrebbe esserci guaina più bella per il suo corpo candido di questa pelliccia scura, e lei lo…”.

La dea rise.

Lei sta sognando” esclamò “si svegli!”, e mi afferrò per il braccio con la sua mano marmorea “avanti, si svegli!” tuonò ancora una volta la sua voce. Aprii faticosamente gli occhi.

Mi accorsi allora che la mano che mi scuoteva era color del bronzo, e la voce era quella, roca di acquavite, del mio cosacco, in piedi davanti a me in tutta la sua altezza di due metri.

Si alzi, coraggio,” mi diceva quel brav'uomo “è proprio una vergogna!”.

Ma quale vergogna?”.

Addormentarsi vestito e per di più con un libro accanto,” smoccolò le candele consumate e raccolse il volume che mi era sfiggito di mano “un libro di… Hegel,” precisò aprendolo “ma è ormai tempo di andare dal signor Severino, che ci aspetta per il tè”.

 

© Paolo Melandri (2. 1. 2019)

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Il Natale

La nostra Chiesa celebra diverse feste che toccano il cuore. È difficile immaginarne una più dolce della Pentecoste e più grave e sacra della Pasqua. La tristezza e la malinconia della Settimana Santa e quindi la solennità della domenica ci accompagnano tutta la vita. Una delle feste più belle la Chiesa la celebra quasi nel mezzo dell'inverno, quando le notti sono pressoché le più lunghe e le giornate le più brevi dell'anno, quando il sole sta più obliquo sui nostri campi e la neve copre tutta la campagna: la festa di Natale. Come in molti paesi la sera che precede la festa della Natività del Signore si chiama Vigilia di Natale, così da noi si chiama la Sera santa, il giorno seguente, il Giorno santo, e la notte di mezzo, la notte di Natale. La Chiesa cattolica festeggia il giorno di Natale, quale giorno della nascita del Redentore, con la massima solennità, quasi dappertutto si celebra già la mezzanotte, come l'ora della nascita del Signore, con una splendida cerimonia notturna. Le campane chiamano attraverso l'aria buia e silenziosa della notte invernale e gli abitanti con lanterne o per scuri sentieri ben noti, giù dai monti nevosi lungo boschi coperti di brina, attraverso frutteti scricchiolanti accorrono alla chiesa, da cui vengono i rintocchi solenni, e che con lunghe finestre illuminate si alza in mezzo al paese nascosto tra gli alberi bianchi di ghiaccio.

Alla festa religiosa è congiunta una festa familiare. In quasi tutti i paesi cristiani i fanciulli imparano a salutare la venuta di Gesù Bambino – un bambino anche lui, il più mirabile che mai si sia veduto sulla terra – come una cosa festosa, splendida, solenne, che ci accompagna tutta la vita, e qualche volta anche nella vecchiaia, al sorgere di ricordi tristi, malinconici o commoventi ci riconduce ai giorni di allora, passando a volo con le ali variopinte e rilucenti per la tetra, desolata notte senza stelle. Si usa rallegrare i bambini con i doni che Gesù bambino ha portato. Questo si fa di solito la vigilia di Natale, quando è scesa la sera. Si accendono lumi e per lo più in gran numero, spesso sospesi con le candeline sui bei rami verdi di un piccolo abete che sta in mezzo alla stanza. I bambini non possono entrare fino a che non si dà il segnale che Gesù è venuto e ha lasciato i doni che aveva portato con sé. Allora la porta si apre, i piccoli possono entrare e al meraviglioso scintillio delle luci vedono appese all'albero o disposte sulla tavola cose che sorpassano di gran lunga ogni loro immaginazione, che non osano toccare, e, finalmente ricevute, tengono tutta la sera tra le braccine e portano a letto con sé. Se poi talvolta odono in mezzo ai loro sogni i rintocchi delle campane di mezzanotte che chiamano i grandi alle funzioni della chiesa, forse parrà loro che gli angioletti passino a volo nel cielo, o che Gesù ritorni a casa dopo esser stato da tutti i bambini e aver lasciato a ciascuno un dono meraviglioso.

Quando poi arriva il giorno seguente, il giorno di Natale, tutto acquista un'aria solenne: la mattina presto starsene nel tinello ben caldo coi loro vestiti migliori, mentre il babbo e la mamma si fanno belli per andare in chiesa; a mezzogiorno un pranzo festivo, un pranzo più buono che in tutti gli altri giorni dell'anno; e nel pomeriggio o verso sera vengono amici o parenti e siedono in circolo sulle seggiole e sulle panche, ragionano tra loro e possono comodamente guardare attraverso le finestre il paesaggio invernale, dove cadono lentamente i fiocchi di neve o un velo di nebbia fascia le montagne o scende all'orizzonte il freddo sole color sangue. Qua e là per la stanza o sopra una seggiolina o sulla panca o sul davanzale giacciono i doni favolosi di ieri sera, ormai più noti e familiari.

 

© Paolo Melandri (2. 1. 2018)

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Afrodite 6

Nell'angolo tra l'isola del Faro e la gettata, Rodide, nella moltitudine, riconobbe Criside vicina a lei.

Ah! Criside! Abbi un po' cura di me, ho paura! Mirto è là; ma la folla è così vasta… ho paura che ci separino. Prendimi per la mano.

Sai tu – disse Mirtocleia – sai tu quello che succede? Conosci il colpevole? È alla tortura? Da Erostrato in poi non s'è visto mai nulla di simile. Gli dèi olimpici ci abbandonano. Che avverrà di noi?

Criside non rispose.

Noi abbiamo donato le colombe – disse la piccola suonatrice di flauto. – Se ne ricorderà la dea? Deve essere sdegnata. E tu, tu, mia povera Criside! Tu oggi dovevi essere o del tutto infelice o sommamente potente…

Tutto è compiuto – disse la cortigiana.

Come dici?

Criside fece due passi indietro, alzò la destra presso la bocca.

Guarda bene, Rodide mia, guarda, Mirtocleia. Ciò che voi oggi vedrete, gli occhi umani non l'hanno visto mai, dal giorno in cui la dea è discesa dal monte Ida. E fino alla fine del mondo, non si vedrà più sulla terra.

Le due amiche stupefatte indietreggiarono, credendola folle. Ma Criside, perduta nel suo sogno, camminò fino al Faro mostruoso, montagna di marmo fiammeggiante, a otto piani esagonali, spinse la porta di bronzo e profittando della disattenzione del pubblico, la richiuse dall'interno, abbassando le sbarre sonore.

Passò qualche istante.

La folla perpetuamente rumoreggiava: l'onda vivente aggiungeva il suo rumore agli scrosci regolari delle acque.

Improvvisamente si levò un urlo, ripetuto da cento petti:

Afrodite!!!

Afrodite!!!

Scoppiò un clamore di grida. La gioia, l'entusiasmo di tutto un popolo cantava in un indescrivibile tumulto di allegria ai piedi dei muri del Faro.

La ressa che copriva la gettata violentemente affluì nell'isola, invase le rocce, salì sulle case, sugli alberi da segnali, sulle torri fortificate. L'isola era piena, più che piena, e la folla arrivava sempre più compatta come un'ondata di fiume straripato che sospingesse in mare lunghe schiere umane, dall'alto della scogliera scoscesa.

Non si vedeva la fine di questa inondazione di uomini; dal palazzo dei Tolomei fino alle mura del Canale, le rive del Porto Reale, del Gran Porto e dell'Eunoste, rigurgitavano di una massa serrata che senza fine aumentava agli sbocchi delle strade. Al di sopra di questo oceano, agitata da riflussi immensi, schiumosi, di braccia e di visi, galleggiava come una barca in pericolo la lettiera dalle vele gialle della regina Berenice. E di momento in momento, aumentato da nuove bocche, il rumore diventava formidabile.

Né Elena alle Porte Scee, né Frine nelle onde di Eleusi, né Tebaide quando suscitò l'incendio di Persepoli, conobbero che cosa sia il trionfo.

Criside era apparsa attraverso la porta d'Occidente sulla prima terrazza del rosso monumento.

Nuda era come la dea, teneva con le due mani gli angoli del suo velo scarlatto che il vento gonfiava sul cielo della sera, e con la mano destra lo specchio dove si rifletteva il sole morente.

Lentamente, con la testa inclinata da un movimento di una grazia e di una maestà infinite, ella salì la scala esterna che cingeva di una spirale l'alta torre vermiglia: fremeva il suo velo come una fiamma. Il crepuscolo di bragia arrossava la collana di perle come un vezzo di rubini. Ella saliva e in tutta quella gloria la sua pelle luminosa sfoggiava tutta la magnificenza della carne: il sangue, il fuoco, il carminio azzurrino, il rosso vellutato, il rosa vivo; e girando con le grandi muraglie di porpora, ella se ne andava verso il cielo.

 

© Paolo Melandri (31. 12. 2018)

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Il serpente di stelle

Già due volte avevo sentito il suono del clarino: una volta verso la pineta che dormiva borbottando come un cane da pastore; l'altra, verso quel sasso bianco accovacciato, liquido come una donnola in cammino, e adesso lo sentivo ancora e guardavo una grossa stella rossa.

Avremo il pastore” disse Aligi. “Moglie, metti in fresco dell'acqua all'issopo.”

Era stata stesa la lettiera dei bambini: un crocchiante strato di erba secca; erano tutti lì sopra, nudi, a voltolarsi, a intrecciare braccia e gambe, a sculacciarsi, a grattarsi la pancia e, sotto il peso dei loro gesti, si sprigionavano odori di santoreggia e di citronella. Li sentivo dire:

Non abbiamo ammazzato il leone!”

Poverino! Prima lascialo dormire un po'.”

C'è il sole.”

È un sole di pioggia.”

Il sole è soltanto uno.”

C'è il sole di destra e il sole di sinistra.”

E il pastore arrivò contemporaneamente alla luna. No, la luna era arrivata per prima. Era lì che scavalcava lentamente il tondo della collina di fronte, quando il pastore uscì senza rumore dalle basse conche e cancellò la luna con il suo corpaccione.

Compagnia, Cesiro e tutti gli altri” disse, “allora, la salute va bene?”

Benissimo” rispose Cesiro, “tant'è che siamo all'aria aperta.”

Da un momento la streghetta si era spogliata assieme ai fratelli e alle sorelle; avevo sentito uno schiocco di bottoni automatici, poi lei si era tolta il vestito come fosse una scorza, a comiciare dalle spalle, sfilandolo dalle braccia, liberando le gambe una dopo l'altra dalla cosa caduta. Dal fondo, esclamò:

Oh! pastore”.

Poi venne, senza vergogna degli uomini, e per quel che si poteva vedere, liscia in tutto il corpo come un sasso di fiume.

Eravamo sul bordo dell'aia, su una spiaggia lunare. L'insalata vuota risuonava sotto il carapace di un grosso scarabeo notturno che cozzava con il testone e le zampe frenetiche contro l'ansa della porcellana. Ci sentivamo respirare. Il vento era caldo, poi fresco, secondo che portasse nel cavo della mano l'aria tonda del fondo delle conche o l'aria piatta come un coltello affilato dalle mole delle altre lande. Ogni volta che la corazza dello scarabeo risuonava nell'insalatiera vuota, la Signora dei Cocci dava una lunga occhiata con gli occhi a mandorla alla figlia nuda, poi a Cesiro e al pastore, e io vedevo la sua bocca bianca che formulava frasi silenti. Il pastore, un uomo sulla cinquantina, grosso di ossatura ma senza molta carne, soltanto pelle secca cotta su muscoli cotti, un uomo di collina, fatto di sole, di polvere e di foglie morte, il pastore, duramente seduto di faccia al buio, giocherellava con le dita su un grosso flauto a nove canne; vi strimpellava un motivetto graffiando i tubi sensibili con le punta delle unghie.

Tutto era duro: sia Cesiro sia il pastore sia la ragazzina valente; li si percepiva come grossi calici colmi di un vino denso. Così, la signora dette la stura soltanto dopo che mi ebbe guardato; io, lì, ero più semplice e più fragile di una scabiosa, ero in balia di tutti i venti e avevo appena sentito rotolare in quel silenzio la fitta ghiaia del cielo quando lei mi disse: “E lei, ce la farà a dormire sul letto d'erba nella nostra casa di terra?”

Dissi di sì, confuso, poi: “Sì, non sarà la prima volta; ci son passato spesso. E mi piace il fresco della grotta, e il caldo che si ha la mattina; e poi, Cesiro, pastore, non diamoci tante arie, questa, in fondo, è la nostra vera casa”.

A poco a poco tornavano in me l'equilibrio e la disinvoltura. Non dovevo far altro che mostrare il mio cuore a quegli uomini, a quelle donne, per aver la certezza di essere amato e di capire tutti i loro pensieri, di essere l'origine delle loro riflessioni, di essere loro, né più grasso né meno grasso, di essere con loro e di non emergere più di loro dall'erba: bestie sane fra le erbe e le bestie.

 

© Paolo Melandri (28. 12. 2018)

*

Collina

Quattro case fiorite di orchidee fin sotto le tegole emergono dalle spighe gonfie e alte.

Fra le colline, là dove la carne della terra si aggrinza in cuscinetti grassi.

Il sanfieno in fiore sanguina sotto gli ulivi. Le pecchie danzano attorno a betulle viscose di linfa dolce.

Lo scolmo di una fontana canta in due rivoli distinti. Cadono dalla pietra e il vento li scompiglia. Fremono sotto l'erba, poi si uniscono e scorrono insieme in un letto di giunco.

Il vento parlotta nei platani.

Sono i Masi Bianchi.

Quel che resta di un paesotto, a metà strada fra il piano dove romba la vita tumultuosa delle trebbiatrici e il gran deserto di lavanda, il paese del vento, nell'ombra fredda delle cime della Lure.

La terra del vento.

La terra, anche, degli animali selvatici: la biscia emerge dal cespuglio di spigo, lo schiratto, al riparo della coda a pennacchio, corre con una ghianda stretta nella zampa; la donnola saetta il muso nel vento, una goccia di sangue le splende sull'estremità di un baffo; la volpe legge nell'erba l'itinerario delle pernici.

La cignala bofonchia sotto i ginepri; i cinghialini, la bocca piena di latte, tendono gli orecchi agli alti alberi gesticolanti.

Poi, il vento supera gli alberi, il silenzio cheta il fogliame, col muso ingrugnito i piccoli cercano i capezzoli.

La selvaggina e la gente dei Masi si incontrano alla fonte, su quell'acqua che cola dalla roccia, così dolce per le lingue e i peli.

Nottetempo, nella landa, è la reptazione, zampa felposa, verso la fresca e canterina.

E anche di giorno, quando la sete è troppo forte.

Il cinghiale solitario fiuta verso i casolari.

Conosce l'ora della siesta.

Trotta per un'ampia svolta sotto le fronde, poi dal corno di vegetazione più vicino, si fionda.

Eccolo. Si voltola nell'acqua. Il fango contro la pancia.

La frescura lo passa da parte a parte, dalla pancia alla schiena.

Azzanna la fonte.

Contro la sua pelle sballotta il dolce frescore dell'acqua.

D'un tratto, però, si strappa alla delizia e galoppa verso il bosco.

Ha sentito cigolare la persiana del casolare.

Sa che la persiana cigola quando viene aperta con cautela.

Giacomo tira una scarica di pallettoni alla cieca.

Casca una foglia di tiglio.

A cos'hai sparato?”

Al cinghiale. Guardalo là, quel figlio di puttana.”

La Lure, calma, azzurra, domina il paesaggio, chiudendo l'occidente col suo corpaccione di montagna insensibile.

È abitata da grigi avvoltoi.

Volteggiano tutto il giorno nell'acqua del cielo, simili a foglie di salvia.

A volte, si mettono in viaggio.

Altre volte, dormono stesi sulla forza piatta del vento.

Poi, la Lure sale fra terra e sole, e allora, molto prima di notte, è la sua ombra che abbuia i Masi.

Le case incorniciano una piazzetta di terra battuta, aia comune e campo di bocce.

Il lavatoio è sotto il quercione.

Si sciacquano i panni in un sarcofago di arenaria, intagliato all'interno a forma di uomo fasciato.

Il cavo del cadavere è colmo di un'acqua verde, marezzata e che si increspa, graffiata dagli insetti acquatici.

I bordi di questo pesante avello sono ornati di donne che si flagellano con fronde di alloro.

È stato Angelo Camogli a dissotterrare quell'antica pietra sradicando un ulivo.

È arrivato ai Masi tre anni fa, una sera d'estate, mentre si finiva di spulare il grano al vento notturno.

I bragoni tenuti su da uno spago; non aveva camicia.

Il labbro pendulo, l'occhio smorto, ma azzurro, azzurro… due dentoni gli uscivano dalla bocca.

Sbavava.

Gli fecero delle domande; lui rispose soltanto: Gagù, ga-gù, su due note, come una bestia.

Poi ballò, come una marmotta, facendo dondolare le braccia ciondoloni.

Uno scemo.

Ebbe minestra e paglia.

I Masi, una volta, erano stati un borgo, al tempo dei tempi, quando ai signori piaceva respirare l'aria rude delle colline.

Tutte le loro belle case sono tornate alla terra, crollando; soltanto quelle contadine sono rimaste in piedi.

Di là dal lavatoio, però, due alti pilastri coperti di erbe segnano ancora l'imbocco di un vialetto.

Pilastri che reggono la sfera del mondo, incappucciata di muschio e con scritte in latino.

Una porta di ferro, lì, doveva proteggere qualche «casino».

Balconi mirabilmente panciuti, terrazze, dove ondeggiavano sottane e risuonavano tacchi alti.

Fra i due pilastri, proprio al centro, e quattro metri all'interno, Gagù si è fatto una baracca nelle ortiche.

È industrioso e tutt'altro che impacciato con le dita, l'ha costruita in latta, con bidoni di benzina sventrati.

Adesso che ha liberato lo zoccolo dei pilastri dall'erba, si può leggere un gran nome, con tanto di particella nobiliare, inciso in un cartiglio laureato.

La città è lontana, i sentieri sono duri.

Quando viene il vento da sud si sente, in basso, il fischio del treno e il suono delle campane.

Vuol dire, semplicemente, che il tempo è alla pioggia.

Dalla città, quando il caligo del caldo si squarcia, si scorgono i Masi Bianchi come colombi posati sulla spalla della collina.

 

© Paolo Melandri (27. 12. 2018)

*

Afrodite 5

Il giorno finiva: Criside si sollevò nella sua piscina, uscì dall'acqua, camminò verso la porta. L'orma dei suoi piedi brillava sulla pietra. Barcollante e quasi sfinita, spalancò la porta, si fermò col braccio allungato sul saliscendi, poi entrò e vicino al letto, dritta e gocciolante, disse alla schiava.

Asciugami.

La Malabrese prese con la mano una grossa spugna, e la passò nei dolci capelli d'oro di Criside, pregni d'acqua e che grondavano sulle spalle, li asciugò, li sparpagliò, li agitò mollemente e tuffando la spugna in un orcio d'olio, ne accarezzò fino al collo la sua padrona, prima di fregarla con una stoffa ruvida che fece rosseggiare la sua pelle ammorbidita.

Criside si affondò rabbrividendo nella freschezza di un sedile di marmo e mormorò:

Pettinami.

Nel raggio orizzontale della sera, la capigliatura ancora umida e pesante brillava come un acquazzone illuminato dal sole.

La schiava la prese nel pugno e la torse, la fece girare su se stessa, come un grosso serpente di metallo che le diritte spille d'oro trafiggevano come frecce, vi avvolse intorno una fettuccia verde incrociata tre volte per dar, con la seta, risalto ai riflessi. Criside teneva a distanza uno specchio di rame terso. Guardava distrattamente le mani scure della schiava muoversi nei capelli profondi, arrotondare le ciocche, far rientrare i folli riccioli e scolpire la sua capigliatura come un blocco d'argilla ritorta.

Quando tutto fu finito, Djala si inginocchiò davanti alla sua padrona e rase il suo pube rigonfio, perché la fanciulla avesse, agli occhi dei suoi amanti, tutta la nudità di una statua.

Criside divenne più grave e disse a bassa voce:

Acconciami.

Una piccola scatola di legno rosa, che proveniva dall'isola di Dioscoride, conteneva cosmetici di ogni tinta. Con un pennello di peli di cammello, la schiava prese un po' di pasta nera e la dispose sulle belle ciglia lunghe e ricurve, perché gli occhi si aprissero più azzurri: due tratti decisi di matita li allungarono e li ammorbidirono: una polvere azzurrina colorò le palpebre, due macchie di vivo cinabro accentuarono gli angoli delle lacrime. Per fissare i cosmetici, bisognava ungere di fresca cera il viso e il petto: con una piuma dalle morbide barbe intinta nella biacca. Djala dipinse strisce bianche lungo le braccia e sul collo: con un pennellino impregnato di carminio, insanguinò la bocca e toccò la punta dei seni: le sue dita, che sulle guance avevano disteso una leggera nube di polvere rossa, segnarono all'altezza dei fianchi le tre profonde pieghe della vita, e nelle anche arrotondate due fossette qualche volta mobili; poi con un tampone di cuoio imbellettato, colorì vagamente i gomiti e ravvivò le unghie. L'acconciamento era finito. Allora Criside si mise a sorridere e disse all'Indiana:

Canta.

Lei restava seduta e inarcata nel suo seggio di marmo. Gli spilloni, dietro al volto, formavano un'aureola dorata; le mani applicate sulla gola mettevano tra le spalle la rossa collana delle sue unghie dipinte e i piedi bianchi si riunivano sopra la pietra.

Djala, accoccolata vicino al muro, si ricordò dei canti d'amore dell'India.

Criside…

Cantava con voce monotona.

Criside i tuoi capelli sono come uno sciame di api sospese lungo un albero. Il vento caldo del sud le penetra con la rugiada delle lotte d'amore e l'umido profumo dei fiori notturni.

La fanciulla alternò con voce più dolce e più lenta:

I miei capelli sono come un fiume infinito, nella pianura, dove la sera infiammata trascorre.

E cantarono l'una dopo l'altra.

I tuoi occhi sono come gigli d'acqua azzurra, senza stelo, immobili sopra gli stagni.

I miei occhi sono all'ombra delle mie ciglia, come laghi profondi sotto frasche nere.

Le tue labbra sono due fiori delicati ove è caduto il sangue di una cerva.

Le tue labbra sono due fiori delicati dove è caduto il sangue di una cerva.

Le mie labbra sono gli orli di una ferita ardente.

La tua lingua è il pugnale sanguinoso che ha fatto la ferita della tua bocca.

La mia lingua è incrostata di pietre preziose. Ella è rossa perché guarda le mie labbra.

Le tue braccia sono rotonde come due zanne d'avorio e le tue ascelle sono due bocche.

Le mie braccia si protendono come due steli di giglio di dove le mie dita si inchinano come cinque petali.

Le tue cosce sono due bianche proboscidi di elefante, che portano i piedi come due fiori rossi.

I miei piedi sono due foglie di nanùfaro galleggianti sull'acqua; le mie cosce sono due bottoni di ninfea rigonfi.

I tuoi seni sono due scudi d'argento le cui cuspidi sono intinte nel sangue.

Le mie mammelle sono la luna e il riflesso della luna sull'acqua.

Il tuo ombelico è un pozzo profondo in un deserto di sabbia rosa e il tuo basso ventre un giovane capriolo inginocchiato sul seno di sua madre.

Il mio ombelico è una perla rotonda su una coppa arrovesciata e il mio grembo è la falce chiara di Febo sotto le foreste.

Successe una pausa. La schiava levò le mani e si inchinò.

La cortigiana proseguì:

Essa è come un fiore di porpora pieno di miele e di profumi.

Essa è come un'idra marina viva e molle, aperta di notte.

Essa è la grotta umida, il giaciglio sempre caldo, il natale del sole, l'asilo dove l'uomo si riposa dal camminare verso la morte.

La prosternata mormorò piamente:

Essa è spaventosa; è la faccia di Medusa.

Criside posò il piede sulla nuca della schiava e disse tremando:

Djala…

A poco a poco era venuta la notte; ma la luna era così luminosa che la camera si riempiva di una azzurra chiarità.

Criside, nuda, guardava il suo corpo dove i riflessi erano immobili e di dove cadevano nerissime le ombre.

Si alzò repentinamente:

Djala, basta. A che pensiamo? È notte e ancora non sono uscita. Sull'Eptastadio non ci saranno più che marinai addormentati. Dimmi, Djala, sono bella?

Dimmi, Djala, sono io più bella che mai questa notte? Io sono la donna più bella di Alessandria, lo sai? Colui che fra poco passerà sotto lo sguardo obliquo dei miei occhi, mi seguirà come un cane, nevvero? E io ne farò ciò che più mi piacerà, anche uno schiavo, se questo è il mio capriccio, perché io posso aspettarmi anche dal primo venuto la più servile obbedienza, nevvero? Vestimi, Djala.

Attorno alle braccia le si avvolsero due serpenti di argento. Ai piedi si fissarono due suole di sandalo, che si attaccarono alle sue gambe brune con bande di cuoio incrociato. Agganciò ella stessa sotto il suo ventre caldo una cintura da fanciulla, che dall'alto delle reni, si inclinava seguendo la linea concava dei fianchi; passò grandi anelli circolari alle orecchie, alle dita anelli e cammei, al collo tre collari di falli d'oro cesellati a Pafo dagli ieroduli.

Si contemplò qualche tempo così nuda tra i suoi gioielli; poi, traendo dal cofano ove l'aveva ripiegata un'ampia stoffa trasparente di lino giallo, la fece girare intorno alla persona e se ne drappeggiò fino ai piedi: le pieghe diagonali solcavano quel poco che del suo corpo si vedeva attraverso il leggero tessuto: un gomito sporgeva sotto la tunica stretta e l'altro braccio, rimasto nudo, rialzava il lungo strascico, per evitare che strisciasse nella polvere.

Prese in mano il suo ventaglio di piuma e uscì con noncuranza.

In piedi sugli scalini della soglia, con la mano appoggiata al muro bianco, Djala sola guardò la cortigiana che si allontanava.

Ella camminava lentamente, lungo le case, nella strada deserta, dove cadeva il lume di luna. Una piccola ombra mobile palpitava dietro i suoi passi.

 

© Paolo Melandri (23. 12. 2018)

*

Eddo Cromo 3

E allora incominciò la visita di quello strano edificio sito in una via severa, ma distinta e senza tristezza. Visto dalla strada l'edificio faceva pensare a un consolato tedesco a Napoli. Grandi negozi occupavano tutto il pianterreno. Benché non fosse né domenica, né altro giorno festivo, i negozi erano chiusi in quel momento e ciò conferiva a quella parte della strada un aspetto di noia malinconica, una certa desolazione, quell'atmosfera particolare che hanno di domenica le città morte. Nell'aria fluttuava un leggero odore di depositi di mercanzie e di derrate alimentari; odore indefinibile e altamente suggestivo che si sprigiona dai magazzini vicino alle banchine, nei porti. L'aspetto di consolato tedesco a Napoli era un'impressione personale di Eddo Cromo e quando ne parlò ai suoi amici essi sorrisero e trovarono che il paragone era buffo, ma non insistettero e tosto parlarono d'altro. Da ciò Eddo Cromo dedusse che forse essi non avevano ben capito il senso delle sue parole. Del resto non lo aveva inteso nemmeno lui. Cominciarono a salire le scale che erano assai larghe e interamente di legno verniciato; in mezzo c'era un tappeto; ai piedi delle scale, sopra una piccola colonna dorica tagliata nel legno di quercia, era posta una statua policroma, anch'essa di legno, raffigurante un africano che sollevava con le braccia, sopra il capo, una lampada a gas il cui becco era rivestito di un cappuccio di amianto. Eddo Cromo aveva l'impressione di salire da un dentista o da uno specialista per malattie veneree; ne risentì una leggera emozione e qualcosa come il principio di una piccola colica. Cercò di sormontare questo turbamento pensando che non era solo, che due amici lo accompagnavano, uomini robusti e sportivi, che nella tasca posteriore dei calzoni portavano pistole automatiche e caricatori di ricambio. Accorgendosi di avvicinarsi al piano che era stato loro segnalato come il più ricco in fatto di apparizioni strane, cominciarono a salire più lentamente e sulla punta dei piedi; i loro sguardi si fecero più attenti. Si scostarono un po' l'uno dall'altro, pur tenendosi sulla stessa linea, per poter ridiscendere le scale liberamente e al più presto, nel caso che qualche apparizione di un genere speciale li avesse costretti a farlo. Eddo Cromo pensò in quel momento ai sogni della sua infanzia; quando sognava di salire con angoscia e in una luce indecisa larghe scale di legno verniciato, in mezzo alle quali uno spesso tappeto soffocava il rumore dei suoi passi. In genere le sue scarpe, anche fuori dei sogni, scricchiolavano di rado poiché si faceva calzare su misura da un calzolaio chiamato Perpignani, favorevolmente noto per la buona qualità delle sue pelli; il padre di Eddo Cromo, invece, non aveva alcuna disposizione per comprarsi le scarpe; che facevano un rumore abominevole, come se avesse schiacciato a ogni passo sacchetti pieni di nocciole. Poi era l'apparizione dell'orso, dell'orso inquietante ed ostinato, che vi segue per le scale e attraverso i corridoi, con la testa bassa e l'aria di pensare ad altro; la fuga sperduta attraverso le camere dalle uscite complicate, il salto dalla finestra nel vuoto (suicidio nel sogno) e la discesa in volo planato, come quegli uomini-condor che Leonardo si divertiva a disegnare tra le catapulte e i frammenti anatomici. Era un sogno che prediceva sempre dispiaceri e soprattutto malattie.

Eccoci!” disse Eddo Cromo aprendo le braccia davanti ai suoi compagni, col gesto classico del capitano temporeggiatore che frena lo slancio dei suoi soldati. Giunsero sulla soglia di una sala vasta e alta di soffitto, ornata secondo la moda del 1880. Completamente vuota di mobili questa sala, per la luce e il tono generale, faceva pensare alle sale da gioco di Montecarlo; in un angolo due gladiatori dalle maschere di scafandri si esercitavano senza convinzione sotto lo sguardo annoiato di un maestro, ex-gladiatore in ritiro, che aveva il profilo di un avvoltoio ed il corpo coperto di cicatrici.

Gladiatori! questa parola contiene un enigma”, disse Eddo Cromo rivolgendosi a voce bassa al più giovane dei suoi compagni. E pensò ai teatri di varietà, il cui soffitto illuminato evoca le visioni del paradiso dantesco; pensò anche a quei pomeriggi romani, alla fine dello spettacolo, quando il sole declinava e l'immenso velario aumentava l'ombra sull'arena da cui saliva un odore di segatura e di sabbia inzuppate di sangue.

In un angolo del salotto un enorme pianoforte a coda, aperto; senza sollevarsi sulla punta dei piedi si potevano vedere i suoi intestini complicati e la chiara anatomia dell'interno; ma si indovinava facilmente quale catastrofe se uno dei candelieri carichi di candele, alcuni di cera rosa e altre di cera turchina, fosse caduto nell'interno del pianoforte con tutte le candele accese. Quale disastro nell'abisso melogeno! La cera che cola lungo le corde metalliche, tese come l'arco di Ulisse, e impedisce il gioco preciso dei martelletti rivestiti di feltro. “Meglio non pensarci”, disse Eddo Cromo voltandosi verso i suoi compagni e allora, tutti e tre, tenendosi per mano, come davanti ad un pericolo, guardarono intensamente e in silenzio quello spettacolo straordinario; si immaginarono di essere i passeggeri di un sottomarino perfezionato e di sorprendere attraverso i vitrei sportelli della nave i misteri della fauna e della flora oceaniche. Del resto lo spettacolo che si offriva ai loro sguardi aveva ben qualcosa di subacqueo. Faceva pensare ai grandi acquari non foss'altro che per quella luce diffusa che sopprimeva le ombre; un silenzio strano e inspiegabile pesava gravemente sopra tutta la scena: quel pianista, seduto davanti al suo strumento e che suonava senza far rumore; quel pianista che dopo tutto non si vedeva, poiché non vi era nulla in lui che fosse degno di esser visto, e quei personaggi di dramma che andavano intorno al pianoforte, tenendo una tazza di caffè in mano, con gesti e movimenti da saltatori filmati col rallentatore; tutte quelle persone vivevano in un mondo proprio, un mondo a parte; esse ignoravano tutto; esse non si riconoscevano perché non avevano mai conosciuto; non si preoccupavano di nulla e nulla aveva presa su di loro: né l'acido prussico, né lo stiletto, né la pallottola blindata. Se un ribelle (chiamiamolo così) avesse pensato di accendere la miccia di una macchina infernale, tutti i cinquanta chili di liddite contenuti nell'ordigno sarebbero bruciati lentamente, fischiando come ceppi umidi. Vi era di che disperarsi. Eddo Cromo sosteneva che tutto questo era effetto dell'ambiente, dell'atmosfera e che non conosceva nessun mezzo per cambiare le cose; non restava altro da fare che vivere e lasciar vivere. Ma qui sta la domanda, vivevano essi realmente?… Sarebbe stato difficile dare una risposta, soprattutto così, subito, senza dedicarvi alcune notti di profonda meditazione, come faceva Eddo Cromo ogni volta che un problema complicato occupava il suo spirito.

Egli temeva di intavolare una discussione coi suoi amici sulle eterne questioni di: Che cos'è la vita? Che cos'è la morte? È possibile la vita in un altro pianeta? Credete voi alla metempsicosi, all'immortalità dell'anima, all'inviolabilità delle leggi naturali, ai fantasmi che predicono la venuta di calamità, al subcosciente nei cani, ai sogni delle nottole, a ciò che contiene di enigmatico la cicala, la testa della quaglia e la pelle ocellata del leopardo? Egli aveva in orrore questo genere di discussioni benché in fondo si sentisse istintivamente attirato dal lato enigmatico degli esseri e delle cose. Ma erano gli altri a ispirargli diffidenze, quelli che discutevano con lui. Prendiamo l'esempio del vaso rotto. Quella reputazione di fanciullo-martire, al quale la matrigna col minimo pretesto affibbiava un sacco di legnate, era completamente falsa. Si poteva vedere facilmente in quel momento in cui tutta la famiglia era riunita in mezzo alla camera intorno ai cocci di quel famoso vaso di Rodi che durante novantadue anni era rimasto posato sull'alto della credenza. Con gli occhi fissi a terra, le mani aperte posate sulle ginocchia piegate, i gomiti in fuori, i sette membri della famiglia, come se fossero seduti sopra invisibili sgabelli, guardavano quei cocci biancastri. Ma nessuno si muoveva, nessuno lo accusava. Essi guardavano come archeologi incuriositi avrebbero guardato apparire la statua che si dissotterra, o come paleontologhi appassionati avrebbero guardato il fossile che la zappa ha ricondotto alla luce del giorno. Si parlava di incollare insieme i cocci e, a questo proposito, ognuno diceva la sua. Alcuni affermavano di conoscere artigiani specialisti i quali facevano questo genere di lavoro in modo così perfetto che poi nulla della rottura rimaneva visibile. La padrona di casa (quella che tutto il quartiere accusava di essere l'incubo del giovane Achille) era la meno impressionata di tutti; fu lei per prima a interrompere l'incanto di quella contemplazione. Il fratello maggiore di Achille asseriva che la disposizione dei cocci del vaso sparsi sul pavimento aveva largamente contribuito ad affascinare in tal modo i sette membri della famiglia. Quei cocci, infatti, formavano sul pavimento un trapezio, come una costellazione ben nota e l'idea del cielo rovesciato incantava, sino all'immobilità, tutte quelle brave persone le quali, dopo tutto, e tranne il fatto che invece di guardare in alto guardavano in basso, erano, durante quella contemplazione, i degni colleghi di quei primi astronomi, caldèi o babilonesi, che vegliavano, durante le belle notti d'estate, coricati sulle terrazze, con lo sguardo rivolto alle stelle. Ma nella camera accanto non si entrava. Di qua stavano la credenza, la teiera d'argento e la paura dei grandi scarafaggi neri in fondo ai vasi vuoti. Eddo Cromo non aveva mai pensato ad accostare nella sua immaginazione l'idea degli scarafaggi a quella dei pesci, ma due parole: grande e nero gli ricordavano tutta la scena straziante, semiomerica, semibyroniana, intravista una volta verso sera, sulle rive sassose di un'isola arida. Questa scena fu per Eddo Cromo la causa di una delusione tosto seguita da un sentimento di vergogna. Il mare era liscio e rifletteva perfettamente il cielo rischiarato dal tramonto. Di quando in quando, con una regolarità cronometrica una lunga onda nasceva a poca distanza dalla riva, si gonfiava, accelerava la sua corsa e veniva precipitosamente a rovesciarsi sulla spiaggia con un rumore di tuono tagliato a metà. Tra un'onda e l'altra erano il silenzio e la calma più assoluti. In un simile scenario Eddo Cromo udì per la prima volta la supplica della moglie del pescatore.

 

© Paolo Melandri (23. 12. 2018)

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Visione

Mentre, meccanicamente, mi arrotolo una nuova sigaretta, mentre il pulviscolo marrone vacilla e cade con un lieve picchiettio sulla superficie bianco-giallognola della carta assorbente, sempre più mi pare improbabile di essere ancora sveglio. E mentre l'aria della sera, che mi lambisce calda e umida entrando dalla finestra aperta, modella capricciosamente le nuvolette di fumo e dal verde alone dell'abat-jour le sospinge nell'indistinta oscurità dell'ombra, non ho più dubbi: sto sognando.

Questo pensiero, com'è ovvio, mi infastidisce: imbriglia la fantasia. Dietro di me lo schienale della sedia scricchiola furtivo, irridente; i miei nervi ne sono urtati come da un brivido improvviso. È irritante, mi disturba nella mia assorta analisi dei segni bizzarri tracciati dal fumo, quasi lettere che mi folleggiano intorno, lettere con le quali mi ripromettevo di tessere una trama.

Ora, invece, la quiete è sconvolta. Movimento frenetico in tutti i sensi. Nervoso, febbrile, delirante. Clamore di suoni disparati. E in questo tumulto ecco affiorare dall'oblio percezioni che un giorno mi si impressero nella mente e che adesso, stranamente, si rinnovano e ridestano lo stesso stato d'animo di allora.

Noto con interesse che il mio sguardo si dilata avidamente, come ad abbracciare lo spazio immerso nel buio. Quello spazio in cui, sempre più nitido, si profila un rilievo luminoso. Assorbe, questo mio sguardo; vaneggia, ma è, il suo, un vaneggiamento gioioso. E accoglie sempre più: sempre più si dà; sempre più si fa; sempre m'incanta… sempre… più.

Ora è là, limpidissima, vivida come allora, l'immagine, l'opera d'arte del caso. Recuperata dall'oblio, ricreata, plasmata, dipinta da quell'artista geniale e fiabesca che è la fantasia.

Non grande: piccola. Non un tutto organico, eppure compiuta come allora. Al tempo stesso indefinita, da ogni parte sfumante nell'oscurità. Un mondo. Un universo. Una vibrazione di luce una sensibilità profonda. Non un suono, però. Nulla vi penetra del frastuono che, ridendo, la circonda. O meglio, che la circondava.

Sotto, un drappo abbacinante di damasco; obliqui, frastagliati, vi turbinano, vi ondeggiano fiori e foglie. Sopra, poggiando su un supporto traslucido, si erge la forma slanciata di un calice di cristallo, colmo a metà di pallido oro. Una mano si protende con gesto sognante. Le dita cingono delicatamente la base del calice. Serrato intorno a un dito, spicca in argento opaco il cerchio di un anello su cui sanguina un rubino.

Ma mentre, in un crescendo di plasticità, sta per divenire braccio, la morbida articolazione svanisce nel nulla. Un dolce enigma. Riposa trasognata, inerte, la mano di fanciulla. Solo dove attraverso il suo candore esangue serpeggia una vena azzurrina, solo là pulsa la vita, lentamente, violentemente palpita la passione. E come percepisce il mio sguardo, la pulsazione si fa sempre più veloce, concitata, sino a un ultimo spasimo supplichevole: Smetti…

Ma implacabile, con spietata, opprimente voluttà, il mio sguardo, come allora, si concentra. Grava su quella mano in cui freme la lotta con l'amore, la vittoria dell'amore… come allora… come allora…

Lentamente, dal fondo del calice si distacca una perla, si libra verso l'alto. Giunta nel campo di luce del rubino, si accende di riflessi sanguigni, poi bruscamente si spegne in superficie. Finché, come per un nuovo sconvolgimento, tutto dilegua, sebbene lo sguardo si sforzi di ridisegnare, di risuscitare i morbidi contorni.

La visione si è dissolta nell'oscurità. Respiro, respiro profondamente: mi accorgo che finora avevo trattenuto il fiato. Come allora…

Mentre aderisco affranto allo schienale, una fitta mi strazia. Adesso lo so con certezza, con la stessa certezza di allora: Tu mi amavi… Ed è per questo che posso abbandonarmi al pianto.

 

© Paolo Melandri (20. 12. 2018)

*

Il ritorno di Pan

I gesti erano lì, di una naturale semplicità. Si fece un pasto d'erba e di buio. Si era posata sul bordo dell'aia una gran ciotola piena di quell'insalatina delle colline, chiara chiara, colta all'ombra e che formicolava, lucida d'olio, come un nido di ragni verdi. Ci pescavamo dentro con le dita, uno per volta; eravamo tutti in cerchio, con la ciotola nel mezzo; una larga fetta di pane tenuta sulla sinistra serviva da piatto e da tovagliolo, e quando quel pane si era imbevuto ben bene di gocce d'olio e aveva ben asciugato le dita, lo si mangiava, e aveva il sapore di un pomeriggio di mietitura.

Il buio lo masticavamo con l'insalata, il buio che scaturiva dal cratere in lienti fiotti, e le bocche erano piene di buio quando addentammo i tozzi sfregati con l'aglio. Avevamo dunque delle erbe da mangiare, poi il buio – ed era un buio di macchia –, poi le strane occhiate gialle della streghetta quattordicenne. Tutto ciò dava pastura alla pancia e al cervello; non so se il cervello facesse parte a sé; credo piuttosto che tutto, insalata, olio, pane nero, buio e occhiate di genziana, tutto scendesse nella pancia, tutto vi facesse calore e peso, tutto si mutasse in succhi e in effluvi, tanto da renderci alla fine ebbri della triplice forza del cielo, della terra e della verità.

 

© Paolo Melandri (16. 12. 2018)

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Padre e figlio

Ora la barca scivolava, illuminata dal fervido sole meridiano, lungo il fiume, brezze miti rinfrescavano l'aria calda, molli rive ai due lati lasciavano godere un paesaggio semplice, ma riposante. I campi di grano si avvicinavano fino alla corrente, e il terreno fertile era così prossimo alla riva, che in qualche punto le acque scroscianti, gettandosi oltre i margini, avevano assalito violentemente la terra friabile trascinandola con sé, così che si erano costituite delle rapide scarpate di una notevole altezza.

Su in alto, sull'orlo di una di queste, dove forse una volta era stato un ciglione, il nostro amico vide galoppare un giovanotto di bell'aspetto, dalla figura vigorosa. Lo si voleva osservare meglio, quando l'orlo erboso su cui cavalcava cede e l'infelice d'improvviso precipita con tutto il cavallo nel fiume, a capofitto. Non c'era da indugiare e da far domande, i barcaioli remano veloci come saetta verso il vortice, in un attimo hanno già ripescato la bella preda. L'amabile giovane, apparentemente esanime, giaceva nella barca, dopo breve riflessione gli abili barcaioli si spinsero verso una specie di isolotto ghiaioso che si era formato in mezzo al fiume. Approdare, portare il corpo a riva, spogliarlo, asciugarlo, fu tutt'uno. Ma ancora non si poteva notare alcun segno di vita, il tenero fiore posava lì immobile fra le loro braccia!

Guglielmo afferrò subito una lancetta per aprire una vena del giovane, il sangue sprizzò copioso e mescolandosi con l'onda che s'insinuava lì scherzosa, rifluì con essa nel fiume. La vita ritornò; il premuroso chirurgo ebbe appena il tempo di fermare la fasciatura, che il giovane era già di nuovo coraggiosamente in piedi. Guardò Guglielmo in volto ed esclamò: «Se devo vivere, che io viva con te!». Con queste parole si gettò fra le braccia del suo salvatore che lo aveva riconosciuto, che era riconosciuto, e scoppiò in lacrime. Così stavano fortemente abbracciati, come Castore e Polluce, i fratelli, quando si incontrano nella luce, nel loro alterno cammino verso l'Ade.

Lo pregarono di calmarsi. I bravi compagni avevano già preparato un comodo giaciglio, metà al sole, metà nell'ombra, sotto rami e cespugli leggeri. Ora giaceva là, sul mantello del padre: la più attraente figura giovanile, i ricci bruni, già asciutti, tornavano a inanellarsi, sorrideva tranquillo, e si addormentò. Il nostro amico lo guardò con compiacimento. «Tu risorgi sempre a nuova vita, splendida immagine di Dio! – esclamò – e subito torni di nuovo a soffrire, ferita nel corpo o nell'anima». Il mantello cadde su di lui, il calore moderato del sole scaldava dolcemente e profondamente le sue membra, le sue guance si arrossavano, apparve di nuovo del tutto rimesso.

Gli uomini dell'equipaggio, lieti per la buona azione compiuta e per la generosa ricompensa che si aspettavano, avevano già asciugato sulla ghiaia calda le vesti del giovane perché, appena desto, potesse di nuovo presentarsi nel modo più decoroso.

 

© Paolo Melandri (13. 12. 2018)

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Il sapore della terra

Una grossa edera accovacciata nel cavo di una conca rodeva le ossa scarnite di una fattoria morta: dondolava il testone, gettava succhioni verdi nell'erba, se ne andava con un pigro desiderio, carica di branche e di foglie nere, verso l'ovile gemebondo. La terra era graffiata da grossi unghioni; in altri punti, conciata e pesta come il suolo di una porcilaia, anche se sembrava per quanto era lunga e larga lo svoltolone di qualche bestia più massiccia del cielo. A parte ciò, non si vedevano uccelli; non si sentiva lo squittio sorcino dei cespugli né quel rumore di sorgente che fanno i biscioni quando strisciano assonnati nell'erba; c'era soltanto il fermento delle linfe, ma tutto era così caldo di vita che se ne sentiva l'ustione feroce soltanto a toccare lo stelo leggero di un caprifoglio.

Anche se ci sono abituato, rimasi davanti a tutto questo per un bel po', nudo e freddo. Infine, mi feci coraggio, scesi nel ribollio degli alberi. Il mezzodì mi trovò smarrito e con la gola in fiamme in quella prigione ondulata che è il fondo del gran cratere. Da ogni parte girarsi quando, a ogni passo, un albero gesticolante ti urla dietro? Già tre volte, scostando le braccia dei meli matti, avevo visto, dietro, la parete dritta della rupe. Il sole aveva succhiato tutto il mio umidore, ero secco come legno morto, tanto da sentirmi cricchiare la pelle, il mio cervello faceva la ruota, rossissima, nel nero della mia testa, quando giunse un flagioletto a tre tonalità, umanissimo, più che umano, così umano che con quanto restava del mio umidore urlai un «Oh!» pieno di speranza. Il flauto tacque. In capo a un momento zufolò più lontano, verso le canne di un fontanile abbandonato. Ci andai: nessuno! Un'acqua sola che fiottava a scatti dal cancello di legno, un'acqua greve dall'odor di zolfo, un'acqua così carica di terra da aver riempito la vasca di una fanghiglia gialla e che da lì traboccava.

Il flauto suonò sotto i pini. Trovai in quella direzione un pertugio tra due massi; lottando alla disperata con le serpi di un sambuco, passai. Avevo semi tra i peli, pezzi di fiori nei capelli; una gran foglia viscosa mi si era incollata alla guancia. Ma, a emergere così quando più non ci speri, ti torna subito il coraggio. Il sentiero mi spuntò sotto i piedi; il flauto suonava davanti a me come il sonaglio di un cane da caccia. Camminai, alberi si scostavano dalla mia strada, erbe erano fresche contro le mie gambe e, tutt'a un tratto, vidi lassù, nella collina, una profonda ferita scura e da cui sanguinava l'argilla.

«E allora» mi urlò lui vedendomi arrivare, «viene dal fondo? Sembra un uomo-pianta. Ce l'avrà una bella testa, lei…»

Mi aspettava sotto l'aia e, l'ultimo passo, lo feci tirato dalla sua manona che aveva afferrato la mia. Mi dette l'orcio a due becchi; mi rifeci una scorta di umidore sia dentro sia fuori succhiando l'acqua a golate, bagnandomi tutto il petto con quella spera chiara; dopo, sentii una bava di vento, tutto si mise in ordine nella mia testa e mi parve di essere di nuovo padrone di me.

 

© Paolo Melandri (12. 12. 2018)

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La nascita di Ulisse

Disteso sulla sabbia umida, Ulisse aprì gli occhi e vide il cielo. Null'altro che il cielo! Sotto di lui, la carne esangue della terra che partecipa ancora all'ipocrisia delle acque.

Il mare perfido ululava dolcemente: le sue molli labbra verdi baciavano senza sosta, con baci feroci, la dura mascella delle rocce.

Tentò di sollevarsi: le gambe, solo alghe! Le braccia due nugoli di spruzzi. Controllava le sole palpebre ed esse erano aperte sulla desolazione del cielo. Chiuse gli occhi. La disperazione cominciò a rodergli il fegato.

Risuonarono calpestii di piccoli piedi, e poi esclamazioni, così umane che erano come fiorite.

Le voci svolazzavano sopra il suo corpo. La sua pelle sentiva il tepore del soffio che impastava la lingua. Sollevò un poco le palpebre: era attorniato da un cerchio di gambe nude. Il suo sguardo ne fece il giro, poi risalì lungo di esse. Ginocchi scolpiti dallo sforzo dietro l'aratro, cosce… Due salivano senza peli sotto la tunica, due cosce ombrate di azzurro!

Il suo sguardo salì ancora: due seni! Era una donna!

Mentre lo sollevavano, vide un po' più lontano altra gente che si affacendava attorno a un altro relitto.

Sulle erbe della scogliera alzavano Archiade. Era scampato allo schianto dello sciabecco afferrandosi all'albero spezzato. Gesticolava e muggiva come un vitello marino. Una vecchia cicatrice color zolfo gli illuminava la fronte. La veemenza del suo discorso gli scuoteva la barba e la forza delle parole che sgorgavano in un pulviscolo di saliva e d'acqua di mare era tale che, sbalorditi, i portatori meditavano sul modo più dignitoso di abbandonare la barella e fuggire.

Poiché, dopo il colpo di clava che lo aveva steso dinanzi alla porta Scea, Archiade possedeva il triste privilegio di vedere gli dèi.

Pur senza l'aiuto della ghirlanda di nubi o del sussurro dei venti nei boschi, Archiade viveva sempre in mezzo agli dèi, e dalle sue labbra, come da una sorgente solforosa, colava un sogno terribile.

Durante il lungo susseguirsi dei giorni fioriti di margheritine, di grano maturo, di pomi, Ulisse incontrò per tre volte la donna.

La prima, ella correva danzando sotto le tamerici. Prima di sparire nella pineta, voltò la testa verso di lui.

Poi fu al bagno. Aveva frugato tutte le cale prima di scoprire l'ansa dove si bagnava. Ma ella lo vide e, tuffandosi, scomparve nell'acqua glauca. La seguì un folto grappolo di bollicine d'oro.

Infine, in un torrido meriggio, nella campagna immota Ulisse la intravvide ancora una volta davanti alla sua casa; ella spiava dallo spiraglio della porta. Gli sorrise: il suo sorriso aveva la potenza che sconvolge le leggi immutabili. La terra si piegò, gli alberi, l'erba gettarono Ulisse verso l'uscio che lentamente si apriva. Entrò. L'ombra era fresca, profumata, densa come la polpa di un frutto. Lo zampillo di una fontana gorgogliava. La donna si chiamava Circe.

Ora, quando la conca delle barche da pesca risuonava all'imboccatura del porto, Ulisse scendeva al villaggio.

Spingeva l'uscio dell'Eros Marino, una bettola del porto. Ritrovava là Capitan “Danza nell'Ombra”, padron Fotiade, l'equipaggio della Venere, il mozzo della Dorade dalle guance così graziose e dallo sguardo tanto equivoco. Tutti un giorno già conosciuti da Circe e da allora rimasti suoi buoni amici. Crepitavano sulle tavole di legno interminabili partite agli aliossi.

Ulisse andava all'Eros Marino soprattutto per la piccola Lidia che serviva da bere. Essa odorava di molluschi e di vino e di quell'amaro profumo di sudore che sconvolgeva Ulisse. Quando gli altri se ne andavano, la prendeva sulle ginocchia, l'accarezzava, raccontava… Non lo imbarazzava inventar frottole.

Già quando trasportava il suo carico di maiali a Pilo, seguiva la scia delle donne. Si spacciava, talvolta, per un re vagabondo o per un cacciatore di belve feroci. Una volta, in Elide, aveva perfino indossato la pelle di un dio, per assalire nel fondo di un bosco Musarione, la pastorella.

Al calar della sera, risaliva verso la casa di Circe.

Baci e graffi lo accoglievano già nel vestibolo.

 

© Paolo Melandri (10. 12. 2018)

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Primo amore

Primo amore

 

A una svolta del sentiero, appena passato il cimitero di Santa Lucia, mi appaiono i cipressi delle Sacca. Sono anni e anni che non torno a salutarli. Mi sento, con orrore, tornare bambino, e a poco a poco, senza accorgermene, affretto il passo, quasi fuggendo incontro a loro. Entro così nella selva di cipressi che dalla villa dei Da Filicaia si stende fino a quella dei Fossombroni, e, a mano a mano che penetro nell'ombra odorosa di resina amara, mi nasce nel cuore una tristezza vile.

Non appena mi volto e mi rivedo bambino, laggiù, in fondo agli anni tristi dell'infanzia, mi prende un senso di sgomento e di umiliazione. Ho paura e ribrezzo di me bambino. Di me uomo ho confidenza. Conosco i miei segreti, la mia forza, le zone oscure e le zone luminose del mio spirito, quel che c'è di già morto in me, di ancora vivo. So come deludermi, come rifiutarmi. Ma di me bambino che cosa conosco? Uno spettro dolente. Nella vita di ogni uomo non c'è nulla di più segreto e di più misterioso dell'innocenza e della castità dell'infanzia. Quel che di impuro affiora ogni tanto nei nostri gesti, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, ci viene da quell'età torbida e infelice. Dentro ogni uomo c'è un bambino morto: un groviglio di paure, di istinti, di sentimenti corrotti, disfatti. Chiudo gli occhi, e mi rivedo ragazzo camminare per questi poggi, sotto questi cipressi e questi olivi, e i grilli scricchiolano all'orlo dei prati, le cicale cantano aggrappate alla scorza nera e rugosa delle viti, le serpi strisciano fra i sassi, e viene dagli Abatoni, dalla fabbrica dei Franchi, l'ansito di un motore, il rantolo di una bestia in agonia. Eccolo lì, davanti a me, il bambino che ero. Mi vedo fermarmi ad ascoltare lo scricchiolio dei grilli, il canto funebre delle cicale, curvarmi a frugare tra l'erba rossa e turchina, cogliere i fiori gialli delle ginestre, scovare i granchi di sotto le pietre immerse nell'acqua limpida e fredda. Mi guardo intorno, nulla è mutato, i pagliai ronzano come alveari, il sole al tramonto si riflette roseo nel lastrico grigio delle aie, nelle foglie argentee degli olivi, già le prime ombre della sera salgono lentamente dalla valle del Bisenzio, su per i fianchi nudi dello Spezzavento, con moto ambiguo di ragni, gli uccelli volano bassi, un morbido sonno cade dal cielo.

Son vissuto per tanti anni prigioniero fra questi monti, questi alberi, dentro questo orizzonte troppo breve per la mia ansia infantile, che l'antico furore mi scuote, l'antico odio. Mi risento all'improvviso umiliato dal ricordo di quella prima schiavitù. Ho vergogna di essere stato un bambino. Vorrei, con un gesto, liberarmi del bambino morto che è in me, con quello stesso gesto col quale mi liberai, allora, dell'essere misterioso che già cominciava a formarsi nel fondo della mia coscienza. Fu proprio lì, sotto quei cipressi, fra quei cespugli di ginestre dove biancheggiano come un cielo stellato i fiori di cicuta. Era la figlia di un carrettiere di Santa Lucia, una ragazza dai capelli rossi, un'enorme testa ricciuta, una fronte bianca sparsa di lentiggini gialle. Distesa sull'erba, dormiva. Sulle prime non mi ero accorto della sua presenza, camminavo respirando l'aria densa di resina, quella polvere verde che si alza dai boschi al tramonto. Erano gli ultimi giorni di primavera, la terra mandava un soffio caldo, un alito di mucca malata. Il cielo appariva tutto incrinato, come un antico specchio sbiadito, gli alberi e i monti vi si riflettevano capovolti, come in un lago. I cipressi nel vento mandavano un suono strano, le foglie degli ulivi urtandosi facevano un tintinnio di conchiglie.

La ragazza mi apparve all'improvviso supina nell'erba, le mani incrociate sotto la nuca. Il viso era chiuso, inespressivo, lontano. Era un sonno vuoto di sogni, una specie di estasi pigra e incosciente. Si era tolta la leggera camicetta di cotone, le braccia nude affondavano morbide nell'erba di un verde lucido. Di sotto le ascelle spuntavano due ciuffi di peli rossi. Un odore acre e violento di sudore mi bruciava le narici. Respiravo con fatica, il sangue mi batteva nelle tempie con un tonfo che pareva un urlo. Quella chioma rossa, quella fronte bianca illuminata di lentiggini gialle, mi avevano sempre dato uno stordimento febbrile. La vedevo passare tutte le sere davanti al cancello della nostra villa, prendere su per la viottola che sale al poggio delle Sacca, camminare con quella sua andatura pigra e amorosa. Una sensualità già matura si sprigionava dal suo seno ancora acerbo, dai fianchi lisci, dalle spalle larghe e ossute. La seguivo con gli occhi per un lungo tratto, una strana inquietudine mi faceva tremare il cuore. Era un dolce terrore, una tenerezza timida e spaurita. I contadini e i barrocciai le rivolgevano sottovoce parole misteriose con un furbesco atteggiare del viso, un sospettoso ammiccare degli occhi. Mi sentivo attirato da lei, spinto verso di lei da un'oscura forza, alla quale tentavo resistere con una sorta di spavento.

Quella stessa forza da cui mi ero sentito attirato la prima volta che avevo visto un morto, nella cappella mortuaria del cimitero di Santa Lucia. Era una contadina ancora giovane, tutti le portavano fiori, la bara scoperchiata era piena di fronde di ginestra. Ero entrato in punta di piedi, non osavo avvicinarmi alla bara, eppure una strana forza mi spingeva verso la morta, camminavo a piccoli passi, tutto curvo in avanti, ansando, in un silenzio gelido e vuoto. Tutti mi fissavano in viso, e io mi accorgevo di ogni mio gesto, di ogni mio passo, mi pareva di vedermi in uno specchio appannato, avevo paura e curiosità di quel che facevo, avrei voluto fermarmi, tornare indietro, ma non potevo, un avido spavento mi spingeva innanzi. Era come se la morta mi chiamasse per nome, a voce bassa, muovendo appena le labbra bianche, guardandomi di sotto le ciglia socchiuse, perfino nel gesto delle mani incrociate sul petto c'era come un richiamo, un invito. A un tratto allungai con violenza la mano verso quel viso di cera, come per colpirlo, e qualcuno in quell'istante mi afferrò il braccio, udii un grido, il mio grido, voci concitate intorno a me, un rumore di passi, mi trovai fuori all'aperto, disteso per terra, tutto tremante e piangente.

La ragazza dormiva, il vento le aveva rialzato la sottana fin sopra il ginocchio, e appariva la carne rosea e ferma della coscia, sparsa di una lucente peluria color rame. Mi rivedo nascosto dietro un cespuglio, curvo, ansante, gli occhi opachi e fissi. Ho paura e ribrezzo di quel ragazzo, sento che la vista della donna addormentata gli accende nelle vene un'ansia crudele, un furore lucido e preciso. Mi accorgo che una forza irresistibile sta per vincerlo, una violenza calda e rossa, un istinto di rivolta e di liberazione. O il primo istinto del delitto. Mi guardo intorno: il luogo è deserto, lo stesso luogo, la stessa ora. Sono solo, solo davanti a quel ragazzo che ero, di cui ho vergogna e paura. Vorrei corrergli incontro, trascinarlo via con me, prima che possa compiere il gesto che già vedo incidersi nell'aria dura e lucente. Quel gesto di cui all'improvviso mi assale l'orrore antico: ma un orrore che ha in sé ancora un'ombra di orgoglio, di pudore ferito.

A un tratto vedo il ragazzo curvarsi, afferrare un sasso, scagliarlo con tutte le sue forze contro la donna addormentata. Il sasso la coglie in mezzo alla fronte, la donna si solleva di colpo sui gomiti, un urlo le rompe la bocca, un rivo di sangue le inonda il viso. Il ragazzo rimane in ginocchio, immobile, per qualche istante, un sorriso stanco e deluso sulle labbra esangui. Poi adagio adagio si allontana, fugge lento e cauto fra le ginestre, si ferma, appoggia la fronte al tronco di un cipresso, un tremito convulso gli scuote le mani.

Il sole intanto è scomparso, l'aria trema intorno alle foglie immote, non soffia alito di vento, ma l'aria trema, i profili dei monti impallidiscono a poco a poco, si sciolgono nella carne viva del cielo. Il ragazzo all'improvviso si volta e mi guarda. Sono io, mi riconosco, sono io quel bambino pallido, dalla fronte ansiosa, dagli occhi opachi e tristi. “Va' via!”, gli grido, curvandomi a roccogliere un sasso. Il ragazzo mi guarda fisso con un'intensa espressione di pietà, e io a poco a poco mi sento umiliato dalla pietà di quel bambino, ho rimorso di avere avuto paura e vergogna di lui, vorrei chiedergli perdono, gli son grato di avermi salvato con quel gesto dall'incubo del delitto, di avermi liberato per sempre da quella misteriosa schiavitù, che fa dell'amore il sentimento più vicino alla speranza e all'umiliazione della morte.

 

© Paolo Melandri (9. 12. 2018)

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Afrodite 4

Sul mare si levò l'alba oscura; tutte le cose furono tinte di lilla. Il focolare fiammeggiante acceso sul faro si spense con la luna. Fuggevoli barlumi gialli apparvero nelle onde viola, come visi di sirene sotto capigliature di alghe paonazze. Di colpo si fece giorno.

La gettata era deserta, la città morta. Era la triste luce che precede i primi chiarori dell'alba, che rischiara la vetta del mondo e apporta gli snervati sogni del mattino. Non esisteva che il silenzio.

Simili a uccelli addormentati, le lunghe navi lungo le banchine lasciavano pendere i loro remi nell'acqua. La prospettiva delle strade si disegnava con linee architettoniche, che non un carro, non un cavallo, non uno schiavo turbava. Alessandria non era che una vasta solitudine, un'apparenza di antica città, abbandonata da secoli.

Un leggero rumore di passi fremette sul suolo e due fanciulle apparvero, l'una vestita di giallo, l'altra di azzurro.

Portavano entrambe la cintura delle vergini, che girava attorno ai fianchi e si congiungeva bassissimo, sotto i loro giovani ventri. Erano le cantatrici della notte e una delle suonatrici di flauto. La suonatrice era più giovane e più bella della sua amica. Pallida come il celeste del suo vestito, i suoi occhi semiperduti sotto le palpebre debolmente sorridevano. I due flauti esili pendevano dietro all'elegante nodo sulla spalla. Una duplice ghirlanda d'iris attorno alle sue gambe ondulava sotto la stoffa leggera e sulle caviglie si attaccava a due braccialetti d'argento. Ella disse:

Mirtocleia, non rattristarti per avere perduto le nostre tavolette. Avresti dimenticato tu che l'amore di Rodide ti appartiene, o puoi pensare, cattiva che sei, che saresti stata la sola a leggere quella riga scritta dalla mia mano? Sono forse una di quelle cattive amiche che incidono sull'unghia il nome della loro sorella di letto e vanno a unirsi a un'altra quando l'unghia è spuntata del tutto? Hai bisogno di un mio ricordo quando mi hai tutta viva ed intera? Giungo ora all'età in cui le giovani si maritano e non avevo la metà dei miei anni quando ti vidi per la prima volta. Ti ricordi? fu al bagno. Le nostre madri ci tenevano sotto le braccia e ci dondolavano l'una verso l'altra. Noi abbiamo a lungo giocato sul marmo prima di rivestirci, da quel giorno non ci siamo più lasciate e cinque anni dopo ci siamo amate.

Mirtocleia rispose:

C'è un altro primo giorno, Rodide, lo sai: il giorno in cui tu hai scritto queste tre parole sulle mie tavolette unendo i nostri nomi. Fu il primo: non lo ritroveremo più. Ma non importa: ogni giorno è nuovo per me, e quando tu verso sera ti svegli, mi sembra di non averti mai vista. Io sono persuasa che tu non sei una ragazza: sei una piccola ninfa d'Arcadia, che ha abbandonato le sue foreste perché Febo ha inaridito la sua fontana. Il tuo corpo è snello come un ramo di olivo, dolce è la tua pelle come l'acqua dell'estate, l'iris gira attorno alle tue gambe e tu porti il fiore del loto come Astarte il fiore aperto. In quale bosco popolato di immortali si è addormentata tua madre, prima della tua nascita felice? e quale Egipan indiscreto o qual dio del fiume divino si è a lei unito sull'erba? Quando noi lasceremo questo crudele sole africano, tu mi condurrai alla tua sorgente, lontano, oltre Psofide e Feneo, nelle vaste foreste piene di ombre, ove sulla terra molle si vede la duplice orma dei satiri alternata ai passi leggeri delle ninfe. Là tu cercherai una roccia liscia e inciderai sulla pietra ciò che avevi scritto sulla cera: le tue parole che sono la nostra gioia. Ascolta, ascolta Rodide! Per la cintura di Afrodite dove tutti i desideri sono ricamati, tutti i desideri mi sono estranei, perché tu sei più del mio sogno! Per le corna di Amalteia, donde scaturiscono tutti i beni del mondo, il mondo mi è indifferente, perché tu sei il solo bene che io abbia trovato! Quando ti guardo e quando tu mi vedi, non so più perché tu mi ricambi d'amore. I tuoi capelli sono biondi come le spighe di grano, i miei neri come i peli del capro; la tua pelle è bianca come il formaggio dei pastori, la mia abbronzata come la sabbia sulle spiagge; il tuo seno tenero è fiorito come l'arancio dell'autunno, il mio è magro e sterile come il pino delle rocce. Se il mio viso è abbellito, è perché ti ho amato. O Rodide, tu lo sai, la mia singolare verginità è simile alle labbra di Pan che mangino un po' di mirto; la tua è rosea e graziosa come la bocca di un bambino. Non so perché tu mi ami, ma se un giorno cessassi di amarmi, se, come tua sorella Teano, che vicino a te suona il flauto, tu restassi mai a dormire nelle case dove suoniamo, allora io non avrei neppure il desiderio di dormir sola nel nostro letto e ritornando mi troveresti strangolata con la cintura.

I lunghi occhi di Rodide si riempirono di lacrime e di sorriso, tanto l'idea era folle e crudele. Posò il piede su un paracarro.

Mi danno fastidio i fiori tra le gambe; scioglili, Mirto adorata. Per questa notte non danzo più.

La cantatrice ebbe un sussulto.

Oh! è vero. Li avevo già dimenticati, quegli uomini e quelle ragazze. Vi hanno fatto danzare entrambe, tu in questa veste di Coos che è trasparente come l'acqua, e tua sorella nuda, con te. Se non ti avessi difeso ti avrebbero preso come una prostituta, come hanno preso tua sorella davanti a noi, nella stessa camera… Oh! che abominio! tu sentivi le sue grida e i suoi lamenti! Come è doloroso l'amore dell'uomo!

Ella si inginocchiò vicino a Rodide e staccò le due ghirlande, poi i tre fiori posti più in alto, mettendo un bacio al posto di ognuno di essi. Quando si rialzò, la fanciulla le cinse il collo e vacillò sotto la sua bocca.

Mirto, tu non sei gelosa, vero, di questi viziosi? Che ti importa che mi abbiano veduta? Teano basta per loro e gliela ho lasciata. Non mi avranno, Mirto mia. Non essere gelosa di loro.

Gelosa!… ma io sono gelosa di tutto ciò che ti si avvicina. Perché i tuoi vestiti non ti abbiano essi soli, io li indosso quando tu li hai portati. Perché i fiori dei tuoi capelli non restino innamorati di te, li abbandono alle cortigiane povere che li sporchino nelle orge. Non ti ho mai dato nulla, perché nulla ti possieda; ho paura di tutto ciò che tocchi e detesto ciò che guardi. Vorrei, per tutta la vita, essere fra le mura di una prigione dove non fossimo che tu ed io, e unirmi a te così profondamente, nasconderti così nelle mie braccia che nessun occhio ti potesse scoprire. Vorrei essere i frutti che tu mangi, il profumo che ti piace, il sonno che entra sotto le tue palpebre, l'amore che contrae le tue membra. Sono gelosa della felicità che ti do; e malgrado ciò vorrei darti anche quella che mi viene da te. Ecco di che sono gelosa; ma non temo le tue amanti di una notte quando esse mi aiutano a soddisfare i tuoi desideri di bambina; quanto agli amanti so benissimo che tu non apparterrai mai a loro, e so che non puoi amare l'uomo, l'uomo intermittente e brutale.

Rodide esclamò sinceramente:

Piuttosto andrei come Nausitoe a sacrificare la mia verginità al dio Priapo adorato a Tasos. Ma questa mattina no, mia cara. Ho danzato a lungo e sono troppo stanca; vorrei già essere a casa e dormire nelle tue braccia.

Sorrise e continuò:

Bisognerà dire a Teano che il nostro letto non è più per lei. Gliene facciamo un altro alla destra della porta: dopo ciò che ho visto questa notte non potrei più baciarla. Mirto, è davvero una cosa orribile. È possibile amarsi così? È questo che essi chiamano amore?

È questo.

Si ingannano, Mirto: non sanno.

Mirtocleia la prese tra le braccia e tacquero tutte e due.

Il vento confondeva i loro capelli.

 

© Paolo Melandri (6. 12. 2018)

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Diospolis

Opht (è il nome egizio della città che l'antichità chiamava Tebe dalle cento porte o Diospolis Magna) sembrava addormentata sotto l'azione divorante di un sole a picco. Era mezzogiorno; una luce bianca cadeva dal cielo pallido sulla terra in deliquio per il calore; il suolo lucente di riverberi brillava come metallo limato, e l'ombra tracciava alla base degli edifici nient'altro che una sottile striscia bluastra, simile alla riga d'inchiostro con cui l'architetto disegna il suo progetto sul papiro; le case, dai muri leggermente inclinati a scarpa, erano incandescenti come mattoni al forno; le porte erano chiuse e alle finestre, tappate con stuoie di canne intrecciate con la paglia, non si affacciava anima viva.

In fondo alle strade deserte e sulle terrazze, si stagliavano nell'aria di una purezza incandescente, la punta degli obelischi, la cima dei piloni, le trabeazioni dei palazzi e dei templi i cui capitelli a effigie umana o con fiori di loto emergevano a metà, interrompendo le linee orizzontali dei tetti ed ergendosi come scogli nella massa degli edifici privati.

Di quando in quando, oltre il muro di un giardino, qualche palma dardeggiava il fusto a scaglie che finiva con un ventaglio di foglie assolutamente immobili, poiché nessun alito muoveva l'aria; acacie, mimose e fichi del Faraone riversavano una cascata di foglie, macchiando con una sottile ombra blu la luce sfavillante del terreno; quei tocchi verdi animavano e rinfrescavano l'aridità solenne del quadro che, senza di loro, sarebbe parso una città morta.

Qualche sparuto schiavo della razza Nahasi, nero, scimmiesco, divinamente animalesco nell'andatura, sfidando l'ardore del giorno, portava al padrone l'acqua attinta dal Nilo in giare sospese a un bastone appoggiato sulla spalla; benché non avessero per indumento che una sorta di braghette a righe, strette sui fianchi, i torsi lucenti e levigati come basalto grondavano sudore mentre affrettavano il passo per non bruciarsi la pianta ispessita dei piedi sul selciato caldo come il fondo del forno. I marinai dormivano nel naos delle loro cange ormeggiate alla banchina di mattoni del fiume, certi che nessuno li avrebbe svegliati per passare sull'altra riva, nel quartiere dei Memnonia. Altissimi nel cielo volteggiavano i gipeti di cui, nel silenzio generale, si sentiva il pigolio acuto che in un altro momento del giorno si sarebbe perduto nel rumore della città. Sui cornicioni dei monumenti, due o tre ibis, una zampa piegata sotto il corpo, il becco nascosto nel gozzo, sembravano meditare profondamente e disegnavano il loro contorno gracile sul blu calcinato e biancheggiante che serviva loro da sfondo.

Eppure non tutto dormiva a Tebe; dai muri di un grande palazzo la cui trabeazione ornata di palmette tracciava una lunga linea diritta nel cielo infiammato, usciva come un vago mormorio musicale; quelle onde di armonia si spandevano di tanto in tanto attraverso il tremolio diafano dell'atmosfera dove l'occhio avrebbe quasi potuto seguire le ondulazioni sonore.

Soffocata dagli spessi muri come da una sordina, la musica aveva una delicatezza strana; era un canto di una voluttà triste, di un languore estenuato che esprimeva la fatica del corpo e lo scoramento della passione; vi si poteva anche avvertire la noia luminosa dell'eterno azzurro, l'indefinibile prostrazione dei paesi caldi.

 

© Paolo Melandri (26. 11. 2018)

*

Afrodite 3

Le cortigiane erano in mostra nelle loro “camere esposte” come i fiori in vetrina. I loro atteggiamenti e i loro costumi non erano meno differenti di quello che non fossero la loro età, i loro tipi, le loro razze. Le più belle, secondo la tradizione di Frine, non lasciavano scoperto che l'ovale della loro faccia, si tenevano coperte nei capelli fino ai talloni, nei loro grandi abiti di lana leggera. Altre avevano adottato la moda dei vestiti trasparenti, attraverso i quali misteriosamente si distinguevano le loro bellezze, come attraverso un'acqua limpida si vedono i muschi verdi in macchie nere sul fondo. Coloro che per unico fascino non avevano che la loro giovinezza, restavano nude fino alla cintola, e incurvavano il dorso in avanti per far apprezzare la solidità dei loro seni. Ma le più mature, che sapevano come i tratti del viso femminile invecchino prima della pelle del corpo, stavano sedute interamente nude, sostenendo le mammelle nelle mani e divaricando le loro gambe pesanti come se volessero dimostrare che erano ancora femmine.

Demetrio passò loro davanti lentamente senza stancarsi di ammirare.

Non gli era mai successo di vedere la nudità della donna senza un'intensa commozione; non comprendeva né il disgusto davanti alle giovinezze tramontate, né l'insensibilità davanti a bambine troppo giovani. Purché restasse silenziosa e non dimostrasse più ardore del minimum che esigeva la cortesia del letto, egli le perdonava di non esser bella. Meglio ancora, egli preferiva che ella avesse un corpo grossolano, perché con più il suo pensiero si soffermava su forme perfette, con più il suo desiderio se ne allontanava. Il turbamento che gli cagionava la bellezza vivente era di una sensualità esclusivamente cerebrale, che riduceva a nulla l'attività genetica. Si ricordava con angoscia di esser rimasto un'intera ora, impotente come un vecchio, vicino alla più meravigliosa donna che egli avesse mai tenuta nelle braccia. E da quella notte egli aveva imparato a scegliere amanti di una bellezza meno pura.

Amico – disse una voce – non mi riconosci più?

Si volse, fece segno di no e continuò la sua strada, poiché egli non spogliava mai due volte la stessa donna. Era l'unico principio che seguisse durante le sue visite ai giardini. Una donna che non si è ancora posseduta, ha qualche cosa di una vergine; ma qual buon risultato, quale sorpresa aspettarsi da un secondo incontro? È quasi un matrimonio.

Demetrio non si esponeva alle delusioni della seconda notte. La regina Berenice bastava alle rare sue velleità coniugali, e al di fuori di lei, egli aveva cura di rinnovare ogni sera la complice dell'indispensabile adulterio.

Clonarietta!

Gnatena!

Plango!

Mnaide!

Crobila!

Ioessa!

Gridavano i loro nomi al suo passare e qualcuna vi aggiungeva l'affermazione della propria natura ardente o l'offerta di una pratica anormale. Demetrio continuava la strada: si disponeva, secondo la sua abitudine, a prendere a caso nel gregge, quando una bambina vestita di azzurro inclinò la testa sulla spalla e gli disse dolcemente senza alzarsi:

Non c'è proprio verso?

Questa formula imprevista lo fece sorridere. Si fermò.

Aprimi la porta – disse. – Voglio te.

La piccola, con un movimento allegro, balzò in piedi e batté due colpi col martello fallico. Venne ad aprire una piccola schiava.

Gorgo – disse la piccina – ho qualcuno; presto, del vino di Creta, dei dolci e fa il letto.

Ella si volse verso Demetrio.

Hai bisogno del satiron?

No – disse il giovane ridendo. – Ne hai?

Bisogna pur che ne abbia – fece la bambina; – me lo domandano molto più spesso che tu non creda. Vieni da questa parte, sta attento agli scalini, ce n'è uno rotto. Entra in camera mia; ritorno subito.

La camera era molto semplice come quelle delle cortigiane novizie. Un grande letto, un secondo letto di riposo, qualche seggiola e qualche tappeto la ammobiliavano scarsamente, ma da una apertura si vedeva il mare, la duplice rada di Alessandria.

Demetrio rimase in piedi a guardare la città lontana.

Soli cadenti dietro ai porti! incomparabili glorie di città marinare, calma del cielo, porpora delle acque, su quale anima ardente di dolore o di gioia, non sapeste gettare il silenzio? Quali passi non si sono arrestati, quale voluttà non si è sospesa, quale voce non si è spenta a voi davanti?… Demetrio guardava: un'ondata di fiamma torrenziale sembrava uscire dal cielo a metà tuffato nel mare, e direttamente incurvarsi fino all'altra riva del bosco di Afrodite. Dall'uno all'altro dei due orizzonti, la sontuosa gamma della porpora invadeva il Mediterraneo. Tra questo splendore semovente e lo specchio torboso del lago Mareotide, la massa bianca della città era tutta rivestita di riflessi paonazzi. Le diverse orientazioni delle sue ventimila case basse si macchiettavano di mille zone di colore, in perpetua metamorfosi, a seconda delle fasi decrescenti dell'irraggiamento occidentale.

Tutto ciò fu rapido come l'incendio: poi il sole affondò quasi improvvisamente e il primo riflusso della notte fece ondeggiare su tutta la terra un brivido, una brezza vellutata uniforme e trasparente.

Ecco fichi, dolci, un favo di miele, del vino, una donna. Bisogna godere i fichi mentre c'è luce, la donna quando non ci si vede più!

La piccina rientrava ridendo: ella fece sedere il giovane, si mise a cavalcioni sulle sue ginocchia e con le sue mani dietro la testa, assicurò nei capelli castani una rosa che stava per cadere.

Demetrio ebbe, suo malgrado, una esclamazione di sorpresa. Lei era interamente nuda, e così spogliato dalla sua veste a sbuffi, il suo corpicino appariva così giovane, con un seno così infantile, con anche così strette, così visibilmente impubere, che Demetrio si sentì come invaso di pietà, come un cavaliere sul punto di far sopportare tutto il suo peso a una puledra così gracile.

Ma tu non sei una donna! – esclamò.

Non sono una donna? Per le due dee, che cosa sono dunque io? Un Trace, un facchino, un vecchio filosofo?

Che età hai?

Dieci anni e mezzo. Undici anni: si può dire undici anni. Sono nata nei giardini; ma mia madre è di Mileto; è Pizia, detta la Capra. Vuoi che te la mandi a chiamare, se mi trovi troppo piccina? Ha la pelle morbida, la mamma, è bella.

Sei stata al Didascalion?

Ci sono ancora, al sesto corso. Fra un anno avrò finito: prima no, purtroppo.

Ti ci annoi?

Se sapessi quanto sono esigenti le maestre! La stessa lezione la fanno ricominciare venticinque volte: cose inutili, che gli uomini non domandano mai. Ci fanno stancare per nulla: a me tutto ciò non piace. To', prendi un fico; no questo, non è maturo. Ti insegnerò una nuova maniera di mangiarli: guarda.

La conosco: è la più lunga e non è la migliore. Mi pare che tu sia una brava allieva.

Oh! ciò che so, l'ho imparato da sola. Le maestre vorrebbero far credere che sono più abili di noi: hanno più pratica, questo è vero, ma non hanno inventato nulla.

Hai molti amanti?

Tutti troppo vecchi: è inevitabile! I giovani sono così stupidi: non vanno che dalle donne di quarant'anni. Certe volte ne vedo passar di quelli che sono belli come amori, e se tu vedessi chi scelgono! C'è da impallidire. Spero di non vivere fino all'età di quelle donne: avrei troppa vergogna a spogliarmi. Se tu sapessi come sono contenta di essere ancora così giovane! I seni spuntano anche troppo presto: mi pare che il primo mese in cui vedrò colare il mio sangue mi crederò vicina alla morte. Lasciati dare un bacio: mi piaci.

La conversazione prese qui un andamento meno grave e più silenzioso: Demetrio si accorse ben presto che non era il caso di far lo scrupoloso con una donnina così esperta. Pareva che lei si rendesse conto di essere un pascolo un po' magro per un giovanotto e sconcertava il suo amante con una prodigiosa attività di contatti furtivi, che egli non poteva né prevedere, né permettere, né dirigere, e che mai gli lasciavano il riposo di una stretta amorosa. Il piccolo corpo agile e sodo si moltiplicava attorno a lui, si offriva e si ricusava, scivolava, girava, lottava. Finalmente si presero. Ma quella mezz'ora non fu che un lungo gioco.

Lei scese dal letto per prima, intinse il dito nella coppa di miele, se ne imbrattò le labbra; poi con mille sforzi per non ridere, si chinò su Demetrio fregando la bocca sulla sua. I suoi riccioli rotondi danzavano da ogni parte sulle sue guance.

Sorrise il giovane, alzandosi sui gomiti.

Come ti chiami? – disse.

Melitta. Non hai visto il mio nome sulla porta?

Non avevo guardato.

Potevi vederlo nella camera. Me l'han tutti scritto sui muri e fra poco sarò obbligata a farli ridipingere.

Demetrio sollevò il capo; le quattro pareti della camera erano coperte di iscrizioni.

Toh, è curiosa! – disse. – Si può leggere?

Certo, se vuoi. Non ho segreti.

Lesse: trovò parecchie volte ripetuto il nome di Melitta, accompagnato con nomi di uomini e barbari disegni. Frasi tenere, oscene e comiche si incrociavano bizzarramente. Erano amanti che vantavano il loro vigore o enumeravano i fascini della piccola cortigiana o burlavano le sue buone colleghe. Tutto ciò non aveva interesse, se non come testimonianza scritta della generale abiezione.

Ma verso la fine della parete destra Demetrio sussultò:

Che è questo? che è? Dimmi!

Ma chi? che cosa? dove?… – disse la bambina – che hai?

Qui. Questo nome, chi l'ha scritto?

Il suo dito si fermò su questa duplice linea: Melitta a Criside – Criside a Melitta.

Ah! – rispose lei. – Sono io. L'ho scritto io.

Ma chi è questa Criside?

È una mia grande amica.

Comprendo, ma non ti domando questo. Quale Criside? Ce ne sono molte.

Ma la mia è la più bella: Criside di Galilea.

La conosci? Tu la conosci? Ma parlamene dunque! Da dove viene? Dove abita? Chi è il suo amante? Dimmi tutto!

Si sedette sul letto da riposo e si prese la piccina sulle ginocchia.

Sei innamorato, allora! – disse lei.

Non ti riguarda. Raccontami ciò che sai; ho fretta di saper tutto.

Oh! ma io non so nulla affatto. È subito detto: è venuta due volte da me, e capirai bene che non le ho chiesto informazioni sulla sua famiglia. Ero troppo felice di averla e non ho perduto tempo in conversazioni.

Come è fatta?

È fatta come una bella ragazza, che vuoi che ti dica? Devo enumerarti tutte le parti del suo corpo, aggiungendo che è tutto bello? E poi, lei è una donna, una vera donna… quando penso a lei mi viene subito desiderio di qualcuno.

Si gettò al collo di Demetrio.

Tu non sai nulla – riprese lui – nulla sul suo conto?

So… so che viene dalla Galilea, che ha quasi vent'anni, che abita nel quartiere degli Ebrei, a oriente della città, vicino ai giardini: ecco tutto.

E della sua vita? dei suoi gusti? non puoi dirmi nulla? Se viene da te, vuol dire che le piacciono le donne, ma è soltanto lesbica?

No, certamente. La prima notte che passò qui portò un amante e ti giuro che non simulava nulla. Quando una donna è sincera lo vedo dai suoi occhi. Ciò non impedisce che una volta sia venuta affatto sola… E mi ha promesso una terza notte.

Non ha altre amiche, che tu sappia, nei giardini? Nessuna?

Sì, una donna del suo paese, Chimairide, una povera.

Dove abita? Bisogna che io la veda.

Dorme nel bosco da un anno, ha venduto la sua casa. Ma conosco il suo buco. Se lo desideri posso condurti. Vuoi mettermi i sandali?

Demetrio con mano rapida allacciò i sandali sulle gracili caviglie di Melitta i cordoni di cuoio intrecciato; le porse la corta veste che ella prese semplicemente sul braccio, e uscirono in fretta.

Camminarono a lungo. Il parco era immenso. Di tratto in tratto, di sotto un albero, una ragazza diceva il suo nome aprendo la veste, poi si ricoricava con il viso tra le mani. Melitta ne conosceva qualcuna, che senza fermarla la baciava. Passando davanti a un logoro altare, ella colse tre grandi fiori e li depose sulla pietra.

La notte non era ancora nera. La luce intensa dei giorni estivi ha qualche cosa di durevole che vagamente si attarda nei lenti crepuscoli. Le stelle deboli e umide, appena più chiare del fondo del cielo, occhieggiavano con palpito dolce e le ombre dei rami restavano indecise.

 

© Paolo Melandri (25. 11. 2018)

*

Bolivia

Jaime Torrijos era un tenente del reggimento di cavalleria di Agreda, di stanza, in quel periodo, a Cochabamba. Era amato e ammirato da ufficiali e soldati, giacché tutto il suo corpo esprimeva un vigore e un'audacia straordinari. Per lo stesso motivo le donne lo amavano.

Quando lo conobbi la sua fama cominciava a diffondersi fuori dal reggimento e dalla città. E spensieratamente ne godeva. Suonavo la chitarra e mi legai a Jaime che mi voleva compagno delle sue orge. Era sempre privo di denaro a causa delle carte e dell'amore.

Ero chitarrista, ma ero stato anche seminarista; quando non strimpellavo la chitarra, leggevo libri di teologia. Osservavo uomini e donne di ogni tipo e mi rendevo conto di quanto fosse facile dominarli. Il potere che il corpo fiero di Jaime esercitava sugli uomini e sulle donne, immediatamente mi affascinò. Io che disprezzavo ogni forma di potere, mi chiedevo incuriosito come fosse possibile sfruttare quel dono anche al di fuori del suo ambito specifico. La chitarra, è vero, bastava a rendermi la vita incantevole, ma provavo il desiderio di introdurre forme rischiose nel cerchio intimo del mio essere.

Durante le orge, guardavo Jaime e improvvisavo canzoni che lodavano il suo coraggio e quello dei cavalleggeri di Agreda. Tutti le apprezzavano e si gonfiavano di orgoglio.

A quei tempi il Protettore dello Stato era Benito Ramirez, un uomo quanto mai energico e astuto, ma il suo potere era durato abbastanza, e amici e nemici se n'erano stancati.

Nelle mie canzoni cominciai a insinuare il disprezzo per il Protettore e a minacciarlo della disistima dei cavalleggeri di Agreda. Dapprima scherzavo soltanto, ma Jaime, che si annoiava e aveva bisogno di nuove avventure – da me aveva imparato chi egli fosse realmente – cominciò a decifrare il segreto significato delle canzoni.

Ubriaco, una sera esclamò:

«Benito Ramirez resta al potere soltanto perché sono io a volerlo.» Il giorno seguente mi recai a trovarlo nella camera di una donna e chiesi una spiegazione delle sue parole. Non se ne ricordava, ma ben presto ammise non solo di aver detto quelle cose, ma di conoscere anche l'idea che c'era dietro.

In quel periodo conobbe Conception. Conception era la più bella puttana della Bolivia e, quando giunse a Cochabamba, Jaime non ebbe occhi per lei. Nella capitale lei aveva avuto un gran numero di amanti distinti e disprezzava quel tenentino.

Lui non si sentiva così sicuro con lei come con le altre e richiese, con una certa umiltà, i favori del suo letto. Vi andò soltanto perché era forte e Conception non poteva negarsi a nessuno che fosse forte e, inoltre, nessuno del reggimento di Agreda avrebbe osato mettersi nel mezzo.

Lei si compiacque di quella forza.

Anch'io, come tutti, ero rimasto turbato dalla bellezza di Conception e, per un certo periodo, le sole canzoni che composi erano per lodare lo splendore dei suoi seni e dei suoi fianchi e per prometterli a Jaime. In seguito cantai l'imeneo, finché la tristezza non mi vinse e mi ributtai nella teologia.

Qualche tempo dopo, don Benito Ramirez, che da La Paz andava a Santa Cruz, si fermò a Cochabamba. Il reggimento di Agreda rese gli onori militari nella pianura antistante le porte della città, dando prova di un'innegabile bravura. Ero andato anch'io, a dorso di una mula, a godermi lo spettacolo, perché, nonostante la mia debole costituzione, mi piaceva la bellezza degli uomini e dei cavalli e il sobbalzare vigoroso dei loro pettorali liberava le note della chitarra quanto la vista dei seni delle belle donne e le incredibili idee dei teologi.

Ramirez si reggeva a stento in sella; era un uomo piccolo e curvo che si trascinava dietro la propria autorità con aria afflitta. Dopo le manovre si fermò davanti al reggimento schierato a battaglia e, da lontano, immaginai come muovesse lo sguardo profondo su quegli uomini di cui le spie gli avevano rivelato gli umori recenti. Un tempo era stato il reggimento di Agreda ad appoggiare il suo colpo di Stato.

Rapidamente smontò di cavallo e si sedette stancamente sotto un albero. Mi avvicinai e vidi il colonnello del reggimento che, venuto a mettersi a sua disposizione, si voltava e chiamava Jaime. Provai una certa emozione.

«Tenente Torrijos, mi si dice che non vi piaccio affatto», disse il Protettore con voce maschia e calma, sorprendente in una bocca tormentata dal dubbio. «Forse non ho fatto il mio dovere non scoprendo prima i vostri meriti. Vi nomino capitano dei dragoni a La Paz.»

Jaime parve dapprima sconcertato, ma, senza smettere di frugare negli occhi del Protettore, esclamò:

«Eccellenza, vi ringrazio per la nomina a capitano, ma vi prego di non concedermi promozioni se questo comporta il mio allontanamento dal reggimento di Agreda.

Capitano, è un ordine. Potete ritirarvi.»

Ammirai con quale eleganza la bella voce del Protettore si librasse nell'aria. Sembrava la voce di un uomo grande e serenamente forte. Ero affascinato da quella voce e, quella sera, al club degli ufficiali, improvvisai una canzone accompagnandomi con la chitarra. Cantavo la tristezza di chi può solo dominare gli altri per placare la propria frenesia di disprezzo e si stupisce poi dell'odio che pure continua a ferirlo.

Jaime era di cattivo umore e beveva moltissimo; accanto a lui Conception lo osservava con ironica curiosità.

«Capitano», gridò, «finalmente conoscerai le belle donne di La Paz.»

Non provava più alcun piacere per il potere che esercitava sulle altre donne, da quando aveva capito che Conception gli resisteva. Si rendeva perfettamente conto che a La Paz sarebbe stato circondato da spie e certamente destinato a qualche attentato.

Gli ufficiali erano molto inquieti dopo aver appreso che il loro preferito se ne sarebbe andato e parlavano niente di meno che di marciare su La Paz durante l'assenza di Ramirez.

Allora, all'improvviso, cominciai un'altra canzone. Le prime parole stupirono i presenti.

Cantavano la forza e la gloria di Ramirez e la sua giustizia, perché aveva riconosciuto nel suo esercito il suo più grande capitano e aveva voluto mostrarlo come esempio a tutti i cavalleggeri. Agreda non avrebbe dimenticato Jaime Torrijos e presto i dragoni avrebbero amato Torrijos come l'aveva amato Agreda.

Chi mi ascoltava rimase sconcertato, ma poi finì col capire quello che intendevo dire e con l'ultima nota si scatenò il baccano degli applausi e delle risate.

Qualche giorno dopo il capitano raggiunse il nuovo posto ed io, alle calcagna, entrai a La Paz con Conception, che chiamavamo di preferenza Conchita, e con la vecchia mezzana che, secondo l'uso, amministrava i suoi disordini.

 

2.

Ed ora Jaime Torriijos era costretto a complottare contro Ramirez: questione di vita o di morte. Avevo molto fantasticato, spingendo avanti la mia mula, su quell'istinto che spinge gli uomini a forzare il proprio destino e sulle oscure complicità che si creano tra i nemici; senza l'appassionata attenzione dimostrata da Ramirez, forse Jaime sarebbe rimasto un semplice tenente a Cochabamba.

Era rimasto molto sorpreso per l'onore che gli era toccato. Pur ignorando la paura, provava un profondo senso di smarrimento perché non sapeva come trarre profitto da quella situazione.

Io ero un musicista e non mi facevo più scrupoli nel procurargli uomini e donne, quantunque fossi disposto a cantare gli uni e le altre quando, uomini e donne, si avvicinavano all'oggetto del mio desiderio. Tuttavia, tra due sogni che di notte uscivano senza sosta dalla mia chitarra, mi venne in mente un'idea.

In seminario avevo conosciuto uno strano tipo che era nato per recitare la parte, come diremmo noi, dell'eminenza grigia. Era professore di teologia, ma si occupava di tutt'altro.

Andai a trovarlo nella sua cella sempre piena di pretini bisbiglianti e sogghignanti, nel cui servilismo egli frugava con un'ironia diabolica che mandava tutti in visibilio. Si serviva dei più raffinati cavilli della scolastica con una voce che di quando in quando sarebbe apparsa falsa a chi avesse saputo ascoltarla. Eppure era un ex-ufficiale che aveva preso gli ordini abbastanza tardi.

Guidai le nostre chiacchiere verso il problema isolato di Ramirez e lessi nei grandi occhi di padre Florida, in quegli occhi tenebrosi, colmi di sottigliezze imprevedibili e brucianti come ferri divenuti incandescenti sotto i carboni, che qualche tutore dell'ordine gli aveva già detto dei miei rapporti con Jaime.

Certo, don Ramirez entra nell'età ingrata”, bofonchiò, fissando il taglio rossiccio di un grosso in-folio, ma un istante prima il suo sguardo mi aveva percorso il viso come una carezza acuminata.

Insomma, padre, chi verrà in aiuto dello Stato?”

Udito questo, mi trascinò su di un terrazzino pieno di fiori, che nella sua vita contrastava deliziosamente con una camera nuda, ornata solo delle smorfie che egli sapeva cavar fuori da quanti gli facevano visita.

Il colonnello dei dragoni è dominato da un unico vizio. Quest'uomo che non beve, non mangia, non fuma, vive per il suo reggimento ma, ahimè, la sua sollecitudine si estende fino alle mogli dei suoi ufficiali.”

Padre Florida mi fornì questa informazione di soppiatto, con la sua voce dal tono alto e cantilenante, mentre mangiava con gli occhi un grosso fiore rosso e offriva al mio sguardo un profilo spossato e distratto. Ero così immerso nella contemplazione di quel profilo infido che si sentì in dovere di aggiungere:

E delle loro amanti.”

Né il colonnello dei dragoni né Conchita ebbero bisogno di grandi incitamenti per incontrarsi. Lui era stato rapidamente informato della bella preda che era a portata di mano e lei non perse questa prima occasione per tradire Jaime, il che non le era stato facile a Cochabamba, almeno con qualcuno che ne lusingasse la volgare vanità.

Tuttavia, la ragazza non pensava minimamente a lasciare il nostro capitano. Correva voce che sarebbe divenuto padrone della Bolivia. Lei non ci credeva affatto, perché la sua prima impressione era stata di aver avuto a che fare con un tenentino da niente, ma il dubbio, oltre che la prestanza del maschio, la tratteneva accanto a lui.

 

© Paolo Melandri (22. 11. 2018)

*

Afrodite 2

Il tempio di Afrodite-Astarte si innalzava fuori dalle porte della città, in un parco immenso pieno di fiori e di ombre, dove l'acqua del Nilo, trasportata da sette acquedotti, manteneva in qualsiasi stagione prodigiose verzure.

Questa foresta, fiorita sulle rive del mare, questi ruscelli, questi laghi, questi prati cupi, erano stati creati in mezzo al deserto, due secoli prima, dal primo dei Tolomei. Da allora, i sicomori piantati per ordine suo erano diventati giganteschi: beneficati dalle acque feconde le aiuole erano diventate praterie, i bacini s'erano allargati in laghi, la natura, di un parco, aveva fatto una contrada.

I giardini erano più che una valle, più che un paese, più che una patria: erano un mondo compiuto, chiuso da limiti di pietra, retto da una dea, che era anima e centro di questo universo. Tutto intorno si elevava una terrazza in forma anulare, lunga ottanta stadi e altra trentadue piedi. Non era un muro, era una colossale cinta, fatta di millequattrocento case. Un ugual numero di prostitute abitava questa città santa e riassumeva in questo unico luogo settanta popoli diversi.

Il piano delle case sacre era uniforme: la porta di rame rosso (metallo sacro alla dea) portava un fallo in guisa di martello, che picchiava su un controbattente fatto a immagine del sesso femminile; e al di sopra era inciso il nome della cortigiana con le iniziali della formula liturgica usuale.

Da ogni lato della porta si aprivano due camere in forma di bottega, cioè senza muro dalla parte del giardino. Quella di destra, detta “camera esposta” era il luogo dove la cortigiana abbigliata sedeva sopra un'alta cattedra, nell'ora in cui arrivavano gli uomini. Quella di sinistra era a disposizione degli amanti che desideravano passar la notte all'aria aperta, senza però coricarsi sull'erba.

Oltrepassata la porta un corridoio dava accesso ad una vasta corte lastricata di marmo, occupata nel centro da una vasca di forma ovale. Un peristilio circondava d'ombra questa grande zona di luce e proteggeva, con un'oasi di freschezza, l'entrata delle sette camere della casa. Nel fondo si innalzava l'altare che era di granito rosa.

Tutte le donne avevano apportato dal loro paese un idolo della dea e lo tenevano sull'altare domestico, adorandolo nella loro lingua, senza mai comprendersi tra di loro.

Lachmi, Aschtoreth, Venere, Ischtar, Freia, Militta, Cipride, tali erano i nomi religiosi della loro Voluttà divinizzata. Qualcuna la venerava sotto una forma simbolica, un ciottolo rosso, una pietra conica, una grande conchiglia spinosa. La maggior parte elevava, sopra uno zoccolo di legno tenero, una statuetta grossolana dalle braccia magre, dai seni pesanti, dai fianchi eccessivi e che accennava con la mano il suo ventre increspato a forma di delta. Deponevano ai suoi piedi un ramo di mirto, seminavano l'altare di foglie di rose e bruciavano un piccolo grano d'incenso per ogni voto esaudito.

L'idolo era il confidente delle loro pene, il testimone dei loro lavori, causa immaginaria di ogni loro piacere. E quando morivano, le seguiva nella fragile bara, come un guardiano nella loro sepoltura.

Le più belle fra queste ragazze venivano dall'Asia. Tutti gli anni, le più belle navi che portavano ad Alessandria i doni dei tributari o degli alleati sbarcavano con le balle e gli otri cento vergini scelte dai preti per il servizio del giardino sacro: erano Misane e Ebree, Frigie e Cretesi, figlie di Ecbàtana e di Babilonia e delle rive del golfo delle Perle, e delle sponde sacre del Gange. Le une erano bianche di pelle, con visi da medaglie e seni inflessibili, le altre, brune come la terra sotto la pioggia, portavano anelli attraverso le narici e scuotevano sulle spalle capigliature corte e fosche.

Ne venivano da più lontano ancora: piccoli esseri fragili e lenti di cui nessuno sapeva la lingua e che rassomigliavano a giovani scimmie divine. I loro occhi si allungavano verso le tempie, i loro capelli neri e diritti erano bizzarramente pettinati. Queste ragazze restavano timide per tutta la vita, come animali sperduti. Conoscevano i movimenti dell'amore, ma rifiutavano il bacio sulla bocca. Le si scorgevano, tra due unioni passeggere, sedute sui loro piccoli piedi a divertirsi puerilmente.

In un prato solitario, le figlie bionde e rosee dei popoli del Nord, vivevano in greggi, coricate sull'erba: erano Sarmate dalla triplice treccia, dalle gambe robuste, dalle spalle quadrate, che con fronde di albero si facevano corone e lottavano a corpo a corpo per divertirsi; Scite camuse, poppute, vellose, che non si accoppiavano se non nella posa delle bestie; Teutoni gigantesche che terrificavano gli Egiziani con i loro capelli pallidi come quelli dei vecchi e le loro carni più molli che quelle dei bambini; Galle rosse come vacche e che ridevano senza motivo; giovani Celte dagli occhi color verde-marino e che non uscivano mai ignude.

Altrove le Iberiche dai bruni seni si riunivano durante il giorno: avevano capigliature pesanti che pettinavano con ricercatezza e ventri nervosi che non depilavano mai. La loro pelle soda e il loro dorso vigoroso piaceva agli Alessandrini.

Le prendevano per danzatrici e per amanti con la stessa frequenza.

Sotto l'ombra larga delle palme abitavano le figlie dell'Africa: le Nubiane velate di bianco, le Cartaginesi vestite di garze nere, le Nere avvolte in costumi multicolori.

Erano millequattrocento.

Quando una donna entrava là, non ne usciva più, se non al primo giorno della sua vecchiaia. Davano al tempio la metà del loro guadagno e il resto doveva bastar loro per i pasti e i profumi. Non erano schiave, ed ognuna di loro possedeva veramente una delle case della Terrazza, ma non erano tutte ugualmente amate e le più fortunate, sovente, compravano delle case vicine, che le rispettive abitanti vendevano per non dimagrire di fame. Costoro trasportavano allora la loro statuina oscena nel parco e cercavano un altare costruito con una pietra levigata, in un angolo che non abbandonavano più. I mercanti poveri lo sapevano e di preferenza si rivolgevano alle fanciulle che dormivano così sul muschio, all'aria libera, vicino al loro santuario; ma qualche volta non si presentavano neppure questi, e allora le povere ragazze riunivano a due a due le loro miserie in appassionate amicizie, che diventavano amori quasi coniugali, famiglie ove ogni cosa veniva divisa, persino il lembo di lana, e nelle quali gli alternativi favori consolavano le lunghe castità.

Coloro che non contavano amiche si offrivano come schiave volontarie alle loro compagne più ricercate. Era proibito a costoro di avere più di dodici di queste disgraziate al loro servizio; ben venticinque cortigiane avevano raggiunto questo massimo e fra tutte le razze avevano scelto una servitù variopinta.

Se per caso concepivano un figlio, era allevato nella cinta del tempio per la contemplazione della forma perfetta, e al servizio della sua divinità: se partorivano una figlia, la bambina nasceva per la dea.

Il giorno stesso della sua nascita si celebravano le nozze con il figlio di Dioniso, e lo Ierofante la deflorava lui stesso con un coltellino d'oro, poiché la verginità spiace ad Afrodite.

Dopo ella entrava al Didascalion, grande e splendido monumento che serviva da scuola, situato dentro il tempio e dove le bambine in sette classi imparavano la teoria e il metodo di tutte le arti erotiche: lo sguardo, la stretta, i movimenti del corpo, le complicazioni della carezza, i segreti della morsicatura, del glottismo e del bacio. L'allieva liberamente sceglieva il giorno della sua prima esperienza, essendo il desiderio un ordine della dea, che non bisognava contrariare; le si dava in quel giorno una delle case della Terrazza; e alcune di queste fanciulle, che qualche volta non erano neppure puberi, erano tra le più infaticabili e spesso tra le più richieste.

La parte interna del Didascalion, le sette classi, il piccolo teatro e il peristilio della corte erano ornati da novantadue affreschi, che riepilogavano gli insegnamenti dell'amore. Era l'opera di tutta quanta una vita umana: Cleocarete d'Alessandria, figlio naturale e discepolo di Apelle, li aveva finiti poco prima di morire.

Recentemente, la regina Berenice, che prendeva vivo interesse alla celebre scuola, e che vi mandava le sue giovani sorelle, aveva ordinato a Demetrio una serie di gruppi marmorei per completare la decorazione; ma uno solo fino allora era stato collocato nella classe infantile.

Alla fine di ogni anno, in presenza di tutte le cortigiane riunite, aveva luogo un gran concorso, che faceva nascere in questa folla femminile una eccitazione straordinaria, poiché i dodici premi assegnati conferivano il diritto alla suprema gloria che potessero sognare: l'entrata al Coditteion.

Questo ultimo monumento era circondato da tanto mistero, che non se ne può dare una descrizione particolareggiata. Sappiamo soltanto che era compreso nel peribolo, che aveva forma triangolare la cui base era un tempio alla dea Coditto, in nome della quale si compivano spaventose orge sconosciute. I due altri lati del monumento si componevano di diciotto case; vi abitavano trentasei cortigiane, così ricercate dai ricchi amatori, che non si concedevano per meno di due mine; erano le Bapti di Alessandria. Una volta al mese, durante il plenilunio, si riunivano nella cinta chiusa del tempio, rese folli da bevande afrodisiache e cinte di falli rituali. La più vecchia delle trentasei doveva prendere una dose mortale del terribile filtro erotogeno. La certezza di una subita morte le faceva tentare senza timore tutte le voluttà pericolose che spaventavano i vivi.

Il suo corpo, spumante in ogni parte, diventava il modello e il centro della vorticosa orgia; fra le lunghe urla, grida, lacrime e danze le altre donne nude la stingevano, bagnavano i loro capelli al suo sudore, si fregavano alla sua pelle ardente e attingevano nuovi ardori nello spasimo ininterrotto di questa furiosa agonia.

Vivevano così tre anni, alla fine del trentaseiesimo mese era questa l'ebbrezza della loro morte.

Altri santuari meno venerati erano innalzati alle donne, in onore degli altri nomi della multiforme Afrodite. C'era persino un altare consacrato a Urania che riceveva i casti voti delle cortigiane sentimentali; un altro ad Apostrofia che faceva dimenticare gli infelici amori; un altro a Crisea che attirava gli amanti ricchi, un altro a Coliade che approvava le più basse passioni, poiché tutto ciò che aveva attinenza con l'amore, per la dea era pietà. Ma gli altari particolari non avevano efficacia e virtù che per i piccoli desideri. Erano serviti di giorno in giorno, i loro favori erano quotidiani e familiare il loro commercio. Le supplici esaudite deponevano al di sopra di essi semplici fiori; coloro che non erano contente li lordavano con i loro escrementi. Non erano né consacrati né mantenuti dagli altri preti e di conseguenza la loro profanazione non era peccaminosa.

La disciplina del tempio era ben differente. Il Tempio, il Gran Tempio e la Grande Dea, il luogo più sacro di tutto quanto l'Egitto, l'inviolabile Astarteion, era un colossale edificio lungo trecentotrentasei piedi, innalzato di diciassette scalini al di sopra dei giardini. Le sue porte d'oro erano vigilate da dodici ieroduli ermafroditi, simboli dei due oggetti dell'amore e delle dodici ore notturne.

L'entrata non era rivolta verso oriente, ma nella direzione del Faro, cioè verso nord-ovest; mai i raggi del sole penetravano direttamente nel santuario della grande Immortale notturna. Ottantasei colonne sostenevano l'architrave, fino a metà erano tinte di porpora, e tutta la parte superiore si librava da queste rosse vestimenta con una ineffabile bianchezza, come dei tronchi di femmina eretti.

Tra l'epistilio e la coronide, il lungo zooforo snodava in cerchio la sua bestiale ornamentazione, erotica e favolosa; vi si scorgevano centauresse coperte da stalloni, capre assoggettate da magri satiri; vergini macchiate da tori mostruosi, naiadi possedute da cervi, baccanti amate da tigri, leonesse afferrate da grifoni. La grande moltitudine degli esseri si svolgeva così, sollevata dall'irresistibile passione divina. Il maschio si tendeva, la femmina si apriva, e nella fusione delle sorgenti creatrici si risvegliava il primo fremito di vita. La folla delle coppie oscure si apriva a caso, qualche volta, attorno a una scena immortale: Europa inclinata sopportante il bell'animale olimpico; Leda che guidava il robusto cigno fra le sue giovani gambe incurvate. Più lungi l'insaziabile Sirena sfiniva Glauco spirante; il dio Pan in piedi possedeva un'amadriade scapigliata; la Sfinge levava la sua groppa al livello del cavallo Pegaso e all'estremità del gran fregio lo scultore si era effigiato lui stesso in cospetto della dea Afrodite, modellando vicino a lei nella molle creta una vulva perfetta, come se ogni suo ideale di bellezza e di gioia e di virtù si fosse raccolto da gran tempo in quel fiore fragile e prezioso.

 

© Paolo Melandri (18. 11. 2018)

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Afrodite

Bocconi con i gomiti in avanti, le gambe aperte e la guancia sulla mano, ella trapungeva con piccoli fori simmetrici un guanciale di lino verde, con una lunga spilla d'oro.

Da che si era svegliata, due ore dopo il mezzogiorno e tutta stanca per aver troppo dormito, era rimasta sola sul letto in disordine, coperta soltanto da una parte da una vasta ondata di capelli.

Questa capigliatura era rifluente e profonda, soave come una pelliccia, più lunga di un'ala, morbida, folta, animata, piena di calore; copriva metà del dorso, dilagava sotto il ventre nudo, brillava ancora vicino al ginocchio in anelli spessi e rotondi. La giovane donna era avvolta in questo velo prezioso, i cui riflessi erano quasi metallici e l'avevano fatta chiamare Criside dalle cortigiane di Alessandria. Non erano i capelli lisci delle Siriache della corte, né i capelli tinti delle Asiatiche, né i capelli bruni e neri delle figlie d'Egitto. Erano quelli delle figlie di Efeso e di Cesarea, delle Galilee, al di là delle sabbie.

Criside: questo nome le piaceva. I giovani che venivano a vederla la chiamavano aurea come Afrodite, nei versi che scrivevano sulla sua porta, con ghirlande di rose, il mattino. Ella non credeva ad Afrodite, ma le piaceva che la si comparasse alla dea; e qualche volta andava al tempio per portarle, come ad un'amica, scatole di profumi e veli azzurri.

Era nata sulle sponde del lago di Genezareth, in un paese di ombra e di sole, invaso dagli oleandri. Sua madre, alla sera, andava sulla strada di Gerusalemme ad attendere i mercanti, e si dava loro fra le erbe, in mezzo al silenzio campestre. Era una donna molto amata nella Galilea; i preti non abbandonavano la sua porta perché ella era caritatevole e pietosa; gli agnelli e le pecorelle del sacrificio erano sempre pagati da lei; la benedizione dell'Eterno si stendeva sulla sua casa. Orbene, quando divenne incinta, poiché la sua gravidanza era uno scandalo (giacché non aveva marito), un uomo, celebre per avere il dono della profezia, disse che ella avrebbe messo alla luce una figlia che avrebbe portato attorno al suo collo “la ricchezza e la fede di un popolo”. Non comprese bene come ciò sarebbe avvenuto ma chiamò la bambina Sarah, cioè principessa in ebraico; ciò fece tacere le maldicenze.

Criside aveva sempre ignorato ciò perché l'indovino aveva detto a sua madre quanto fosse pericoloso rivelare alle persone le profezie di cui si è l'oggetto. Ella nulla sapeva del suo avvenire, per questo vi pensava di frequente.

Della sua infanzia ricordava poco e non le piaceva parlarne. Il solo sentimento preciso che gliene fosse restato, era lo spavento e la noia che le causavano ogni giorno la sorveglianza ansiosa di sua madre che, venuta l'ora di uscire in strada, la chiudeva sola nella camera per ore interminabili. Ricordava anche la finestra rotonda per dove scorgeva le acque del lago, i campi azzurrognoli, il cielo trasparente, l'aria leggera del paese di Gâlil. La casa era circondata di lini rosei e di tamarindi. Capperi spinosi innalzavano a caso le loro teste verdi sulla nebbia fine delle gramigne.

Le giovinette si bagnavano in un ruscello limpido dove si trovavano conchiglie rosse sotto i ciuffi di oleandri in fiore: c'erano fiori sull'acqua e fiori in tutta la pianura e grandi gigli sulle montagne.

Aveva dodici anni quando scappò per seguire una compagnia di giovani cavalieri che andavano a Tiro come venditori di avorio e che lei fermò davanti a una cisterna: stavano adornando cavalli dalla lunga coda con pennacchi variopinti. Si ricordava bene come essi l'avevano sollevata, pallida di gioia, sulle loro selle, e come si fermarono una seconda volta, durante la notte, una notte così chiara che non si vedeva neppure una stella.

E neppure aveva dimenticato l'entrata a Tiro: in testa, sopra i cesti di un cavallo da soma si teneva col pugno alla criniera, lasciando orgogliosamente spenzolare i suoi polpacci nudi, per mostrare alle donne della città che lungo le gambe ella aveva del sangue. La stessa sera partì per l'Egitto: seguì i venditori d'avorio fino ad Alessandria.

E là, in una piccola casa bianca con terrazzo e colonnine, essi la lasciarono due mesi dopo, con il suo specchio di bronzo, con tappeti, cuscini nuovi, e una bella schiava indiana che sapeva pettinare le cortigiane.

Altri erano venuti alla sera della loro partenza e altri il domani.

Poiché ella abitava il quartiere dell'estremo levante che i giovani greci di Bruchion sdegnavano frequentare, per lungo tempo, come sua madre, non conobbe che viaggiatori e mercanti. Non rivedeva più i suoi amanti passeggeri, sapeva trarre da loro il piacere, ma lasciarli presto prima di amarli. Si erano visti padroni di carovane vendere a vil prezzo le loro mercanzie per rimanere dove era lei, e rovinarsi in qualche notte. Con la fortuna di questi uomini si era comprata gioielli, guanciali, profumi rari, vestiti a fiori, e quattro schiave.

Era arrivata a comprendere molte lingue straniere, e conosceva i racconti di molti paesi.

Gli Assiri le avevano detto gli amori di Douzi e di Ischtar; i Fenici quelli di Aschthoreth e di Adôni; le ragazze greche delle isole le avevano raccontato la leggenda di Iftide insegnandole strane carezze che a tutta prima l'avevano sorpresa, ma in seguito deliziata a tal segno che ella non poteva starne senza un solo giorno. Sapeva anche gli amori di Atalanta e come, sul loro esempio, suonatrici di flauto ancora vergini sfiniscano i più robusti uomini.

Infine la sua schiava indiana pazientemente, in sette anni, le aveva insegnato fino agli ultimi particolari l'arte complessa e voluttuosa delle cortigiane di Palibotra.

Poiché l'amore è un'arte, come la musica, dà emozioni dello stesso ordine, altrettanto delicate, altrettanto vibranti, qualche volta persino più intense, Criside, che ne conosceva i ritmi e tutte le sottigliezze, si stimava, con ragione, artista più grande di Plango stessa, che pure era musicista del tempio.

Sette anni ella visse così, senza sognare una vita più felice, né più intensa della sua. Ma poco prima del suo ventesimo anno, quando da fanciulla divenne donna, e vide sotto i seni la prima piega deliziosa della maturità che sta per nascere, le vennero d'improvviso delle ambizioni.

E una mattina, poiché si risvegliò due ore dopo il mezzogiorno, tutta stanca per aver troppo dormito, si voltò bocconi attraverso il letto, divaricò le gambe, mise la guancia sulla mano e con una lunga spilla d'oro trafisse con piccoli fori simmetrici il suo guanciale di lino verde.

E rifletteva profondamente.

Furono a tutta prima quattro piccoli punti che formavano un quadrato e un punto nel mezzo, poi quattro altri punti per fare un quadrato più grande, poi tentò di fare un cerchio… ma era un po' difficile. Allora ella gettò le punture a caso e cominciò a gridare:

Djala! Djala!

Djala era la sua schiava indiana che si chiamava Djalantachtchandratchapalâ, ciò che significa: “Mobile come l'immagine della luna sopra l'acqua”. Criside era troppo pigra per dire il nome tutto intero.

La schiava entrò e rimase vicino alla porta, senza chiuderla del tutto.

Djala, chi è venuto ieri?

Non lo sai?

No, non l'ho guardato. Era bello? Credo di aver dormito tutto il tempo, ero stanca, non mi ricordo più nulla. A che ora è partito? Questa mattina per tempo?

Al levar del sole, ha detto…

Che cosa ha lasciato? Molto? No, non dirmelo, mi è indifferente. Che cosa ha detto? Nessuno è venuto da me da che se ne è andato? Ritornerà? Dammi i braccialetti.

La schiava portò un cofano, ma Criside non lo guardò punto e innalzando il braccio quanto più poté:

Ah! Djala! – disse – ah! Djala! vorrei avventure straordinarie.

Tutto è straordinario – disse Djala – oppure nulla. I giorni si rassomigliano.

Ma no, in altri tempi non era così. In tutti i paesi del mondo, gli dèi sono discesi sulla terra e hanno amato le donne mortali. Ah! su quali letti bisogna dunque attenderli, in quali foreste bisogna mai cercarli, coloro che sono un po' più degli uomini? Quali preghiere bisogna dire perché vengano coloro che mi insegneranno qualche cosa o che mi faranno dimenticare tutto? E se gli dèi non vogliono più discendere, se sono morti o se sono troppo vecchi, Djala, morirò io così, senza aver veduto un uomo che metta nella mia vita tragici eventi?

Ella si rivoltò sul dorso e torse le dita le une sulle altre.

Se qualcuno mi adorasse mi pare che avrei tanta gioia a farlo soffrire fino a che morisse. Coloro che vengono da me non sono degni di piangere. E poi, è anche mia colpa: sono io che li chiamo, come mi potrebbero amare?

Che braccialetto oggi?

Li metterò tutti. Ma lasciami, non ho bisogno di nessuno. Va' sugli scalini della porta e se viene qualcuno digli che sono col mio amante, uno schiavo nero, che io pago… Va'.

Non esci?

Sì, uscirò sola, mi vestirò da sola, non rincaserò. Vattene, vattene.

Lasciò cadere una gamba sul tappeto e si stirò fino ad alzarsi. Djala era uscita dolcemente.

Ella camminò lentissimamente per la camera, con le mani incrociate attorno alla nuca, intenta alla voluttà di applicare sulle lastre i piedi nudi dove il sudore ghiacciava. Poi entrò nel bagno. Guardarsi attraverso l'acqua era per lei una delizia: si vedeva come una grande conchiglia di madreperla aperta sopra una roccia; la sua pelle diventava omogenea e perfetta, le linee delle sue gambe si allungavano in una luce azzurra, tutta la sua figura era più elastica non riconosceva più le sue mani. L'elasticità del suo corpo era tale che ella si sollevava su due dita, si lasciava galleggiare un po' e ricadeva mollemente sul marmo, sotto un risucchio leggero che le urtava il mento. L'acqua le entrava nelle orecchie col solletico di un bacio.

L'ora del bagno era quella in cui Criside cominciava ad adorarsi: tutte le parti del suo corpo diventavano una dopo l'altra oggetto di un'ammirazione tenera e motivo di una carezza. Con i capelli ed i seni, faceva mille giochi deliziosi. Qualche volta anzi, accordava ai suoi perpetui desideri una compiacenza più efficace, e nessun luogo di riposo si offriva così bene alla minuziosa lentezza di questo delicato sollievo.

 

© Paolo Melandri (14. 11. 2018)

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Eddo Cromo 2

Verso la fine del giorno la piazza si vuotava lentamente; in lunghe file nere i trafficanti sifilitici e blenorragici tornavano nelle città o nei paesi vicini e la piazza diventava deserta come se delle truppe l'avessero spazzata con scariche ripetute di moschetti. Sul selciato, sola traccia della folla partita, spazzature d'ogni sorta erano sparse; ma ciò che predominava soprattutto erano le bucce d'arance e i mozziconi di sigari schiacciati; su questa desolazione i guerrieri in bronzo dei monumenti continuavano il loro gesto bellicoso, come se fossero stati seguiti da falangi di soldati fanatizzati e visibili per essi soli, i grandi uomini di pietra, i portici di marmo, gli scienziati famosi e calvi, indossanti giacche e pantaloni di pessimo taglio, si chinavano sui loro libri, i loro strumenti e i loro rotoli di bronzo o di marmo. Il sole scendeva all'orizzonte, allungando i suoi raggi sulla grande via provinciale, quella via che collegava la città alle altre città, sue vicine. I pastori, che a quell'ora seguivano quella via, per tornare ai loro casolari, verso ponente, ricevevano in pieno negli occhi tutta quella tardiva ricchezza di luce; ciò impediva loro di vedere i greggi e li irritava enormemente. Allora si arrabbiavano, sgridavano i loro cani che, resi come matti dai rimproveri del padrone, cominciavano a correre ad abbaiare a destra e a sinistra creando così più confusione che altro; per vedere meglio, i pastori, mentre continuavano a bestemmiare, mettevano la mano sinistra sulla fronte a mo' di una visiera e con la destra brandivano il loro lungo e inseparabile vincastro che, visto di profilo, rassomigliava agli elmi dei guerrieri dipinti sopra i vasi greci. I raggi del sole si allungavano ora quasi orizzontalmente sulla strada di cui imporporavano la polvere e l'ombra dei pastori e dei vincastri si allungava essa pure; si allungava smisuratamente, mostruosamente, incredibilmente; traversava le città, le contrade ed i mari; arrivava assai lontano, fino al paese dei Cimmerî, laggiù, ove i venti freddissimi conservavano a lungo la neve sulle montagne; l'ombra dei pastori e dei vincastri toccava ora quei paesi i cui abitanti sono tutto l'anno vestiti con spesse pellicce ed hanno una mitologia erotica e complicata.

Poi il sole spariva completamente dietro la linea delle colline basse, all'orizzonte; allora le ombre salivano nel cielo e si stendevano sulla terra; mentre lassù, a sinistra, nello spazio chiarificato, la falce della luna brillava dura e fredda e i soffi purificatori della notte vicina passavano sulla città dove gli ultimi rumori del lavoro degli uomini si spegnevano lentamente.

Avendo lasciato il lavoro Eddo Cromo si fermò in una valle a breve distanza dalla montagna principale, che stava a levante. Doveva intraprendere da un momento all'altro una lunga ascensione notturna e aveva bisogno di raccogliersi; si sedette quindi sopra una pietra dove mise prima il suo soprabito piegato con cura e si immerse in profonde meditazioni; piano piano, davanti ad ogni ricordo del passato il sipario si alzò. Eddo Cromo si lasciò andare con gioia a questa nostalgia; era una delle sue principali debolezze quella di avere sempre una certa nostalgia del passato, anche di un passato che non aveva nessun motivo di rimpiangere; e per questo gli piaceva dormire nel pomeriggio; diceva che nulla evoca tanto profondamente i ricordi del passato come i momenti che precedono o seguono immediatamente il sonno pomeridiano.

 

© Paolo Melandri (11. 11. 2018)

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Eddo Cromo

La cena, nel piccolo giardino dell'albergo tutto sparso di sassolini politi, fu ben triste in mezzo a quei due uomini dalle barbe di satiri, che portavano panciotti di tela bianca, spiegazzati e un po' sudici e ciondoli complicati alla catena dell'orologio. Uno di loro diceva che a volte, di notte, si svegliava avendo fame; pertanto aveva preso l'abitudine di far mettere alla domestica, sul comodino, al momento in cui la sera essa gli preparava il letto, una grande ciotola piena di latte, e, una volta coricato, prima di addormentarsi, afferrava la ciotola, la sollevava come una liberazione e poi la vuotava d'un fiato. L'altro, ancora più bestiale, benché più anziano, raccontava che le notti d'estate, quando la città era quasi deserta (poiché gli abitanti cercavano un rifugio contro la canicola in riva al mare o in campagna) risaliva verso le tre del mattino il viale degli alberi di limone in mezzo a due giovani donne di facili costumi alle quali offriva il braccio.

Mentre ascoltava questi discorsi con orecchio distratto, Eddo Cromo inseguiva un ricordo che non riusciva a precisare nella memoria. Si ricordava vagamente una camera che non aveva finestre dalla parte del mare; dall'unica apertura esposta al nord, ciò che conferiva all'ambiente una luce da studio di pittore, si scorgeva in lontananza una parte di quella lunga montagna di cui l'altra parte scendeva verso il golfo, e più vicino, apparivano alcuni alberi, specialmente pini. I venti violenti che spesso venivano dal mare li avevano piegati in pose estetizzanti di danzatrici eccentriche; ciò contrastava in quel momento in modo assai curioso con la calma assoluta che regnava nell'atmosfera. Nella chiarezza di quella bella giornata d'autunno, i disgraziati pini sembravano condannati al purgatorio di una eterna tempesta; dietro gli alberi, al nord (lato diametralmente opposto al mare) l'orizzonte brillava di una purezza elvetica. Eddo Cromo pensò allora a Basilea, ai ponti sul Reno, che rotola con una violenza di torrente i suoi flutti color smeraldo. Più lontano ancora, montagne eroiche drizzavano le cime incappucciate di neve, tutta brillante al sole. Laggiù si trovavano quelle famose caverne abitate da semidei bellicosi e millantatori fintanto che eran giovani. Più tardi, verso la sera della loro vita, quando si avvicinava il momento di varcare la soglia per entrare nel regno dolcissimo degli Eterni, diventavano sapienti e poeti e allora, con una disinvoltura da pederasti platonici, insegnavano ai loro nipoti l'arte di preparare le medicine macinando le piante amare e di accordare la lira, enorme e pesante come una piccola cattedrale. Benché l'autunno avesse spogliato gli alberi secolari, tutto quel vasto orizzonte rimbombava d'eternità.

Davanti ai santuari, ove sotto le pietre infrangibili, finivano di marcire e di arrugginirsi le sacre armi di Eracle, vegliavano guerrieri barbuti dal profilo purissimo e pieno di bellezza virile. Lungo i muri di mattoni, dal lato ove mai giungevano i raggi del sole, s'arrampicava l'edera e verdeggiava il muschio. Era il tempo in cui Valtadoro, il cuoco, tirava fuori dalle casse i tappeti invernali e ne scuoteva la naftalina di cui erano coperti.

 

© Paolo Melandri (10. 11. 2018)

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La parabola del figliuol prodigo

La parabola del figliuol prodigo

 

Un uomo aveva due figliuoli. I quali si chiamavano Elihu e Carmi; e vivevano entrambi nella casa del padre, levandosi la loro giovinezza eccellente come i cedri presso le soglie scure. E, mentre il maggiore a fianco del padre noverava la sacca del grano, il più giovane insidiava le piccole volpi che guastano le vigne fiorite. E, mentre quegli a fianco del padre noverava le mine prodotte dal traffico, questi spiava le donne mercenarie che riponevano nei vaselli il miele il nardo e il croco accompagnando col riso e col canto il lavoro odorato.

Venivano i debitori del padre portando bati d'olio, cori di frumento, in gran numero; e il giovane Carmi, assiso sulla più alta loggia, dopo aver considerato quella dovizia che si adunava nei granai vasti e nelle cisterne profonde, mirava la potenza del fiume che si spandeva per la valle distribuendo la copia delle acque alle terre felici.

Ed amava il fiume parendogli che secondasse il suo desiderio e gli promettesse paesi più belli; e vedeva nel suo pensiero tutta quella adunazione inerte di beni, fatta viva, propagarsi per quella via liquida fino alle città lontane e convertirsi quivi in ogni sorta di allegrezze.

Allora discendeva nei giardini; e, avendo tessuto ghirlande dei più freschi fiori, andava ad adornarne le cisterne colme e i granai pieni, forse per segno del suo pensiero voluttuoso.

Gli disse un giorno Elihu, il fratello, cogliendolo in quell'atto singolare:

O Carmi, perché fai tu questo?

E Carmi, che aveva conosciuto la grazia nel linguaggio di taluni mercatanti loquaci, i quali veneravano un dio chiamato Ermes, rispose e disse:

Perché il frutto non ti faccia dimenticare del fiore, o Elihu. Quando sei nei campi, ricordati dei giardini.

Ed Elihu, adiratosi, disse:

Tu non altro sai, o Carmi, che oziare per le logge e per i giardini mentre io servo il padre. Io ho vigilato i lavoratori e noverato i bati d'olio e i cori di frumento a uno a uno. Tu hai scelto le rose.

E Carmi, che aveva appreso la grazia da quegli stranieri, disse:

Perché t'adiri? Non vedi tu come per la mia arte l'abbondanza ti sorrida?

E le porte, robuste e rudi come quelle delle prigioni, inghirlandate, sorridevano tuttavia, parendo da quei cerchi floridi fosse per versarsi la ricchezza raccolta, come dagli occhi si versa l'intima gioia.

Or avvenne che una donna, fuggita da una nave giunta per la via del fiume, riparasse alla casa doviziosa e, avendo ottenuto di rimaner quivi tra le mercenarie addette a conservare il miele e gli unguenti nei vaselli, fosse vista da Carmi nella stanza del soave odore.

Quale è la regina fra le api, tale sembrò ella fra il numero delle lavoratrici. E come le api avevano riempito i favi accompagnando la lor fatica col murmure, or così quelle riempivano i vaselli cantando in coro per non cedere alla voluttà dei profumi ond'elle si sentivano prese come da un lene sonno. E nella pienezza delle voci la straniera operando si muoveva con tal misura che pareva danzasse una danza studiata. E gli occhi di Carmi ne avevano tal diletto che nessuna cosa da quel giorno stimarono più desiderabile; e videro l'immagine delle belle membra nel palpitare delle fonti, nel piegar degli steli, nell'ondeggiare dei velarii.

Ella si chiamava Lyde, nata in un'isola nutrice di colombe. I suoi capelli erano così biondi che Carmi dapprima illuso credette le colasse lungo le gote quel miele stesso di cui ella aveva le dita intrise operando; e le api stesse patirono l'inganno. I suoi occhi erano come l'aria cerulea che tremola di mezzogiorno nella gran calura. Le sue labbra ardevano nel suo respiro come due bacche di mirto in una fiamma tacita.

Una sera ella venne al desiderio di Carmi, presso un roseto intatto. Senza parlare ella aprì la sua tunica; e offrì al giovane le sue mammelle simili a due rose tiepide e pesanti. Ne fu egli ebbro così che credette aver dissipato sul corpo di lei in un'ora sola, come in un festino interminabile, tutte le spezie accumulate per anni nella casa del padre. Udendo contro la sua gota battere il cuore misterioso della fuggitiva, navigò nel suo pensiero per il fiume lusinghevole verso il mare lontano. E a lui, giacente nella stanchezza d'amore come in una dolce morte, riempiva gli orecchi il rombo confuso del mare ch'egli non aveva mai veduto.

L'isola nutrice di colombe gli apparve allora nell'azzurro delle ciglia dilette, gli apparvero quivi le città bianche spase intorno ai golfi lunanti, popolate di musici di fanciulli e di meretrici, ricche di statue d'inni di bei letti di belle vesti di belle tazze, religiose, ospitali, ove gli uomini cinti di ghirlande gioivano di un perpetuo convivio, obbedienti al potere di una dea che Lyde chiamava Afrodite.

Gli disse Lyde:

O Carmi, non vuoi tu adorare Afrodite? Chi non mirò il suo volto, non conosce la gioia perfetta. Ella alzata sul plinto ride lungi nel tempio aperto su molte colonne ai venti del mare.

Disse Carmi:

O Lyde, io voglio con te adorare Afrodite e, se mi sia concesso, pur quelle che tu chiami le Cariti dai fusi d'oro, e tutte le cose amabili che allietano il cuore dell'uomo.

Ed egli si levò, e venne al cospetto del padre, e disse:

Padre, dammi la parte dei beni che mi tocca.

E il padre, ch'era saggio, non si stupì, né si adirò, ma chiamò il figliuolo primogenito e disse:

O Elihu, il tuo fratello domanda la sua parte di beni.

Disse Carmi sorridendo:

O Elihu, io vado a tessere ghirlande in altri giardini. Vuoi tu venire con me?

Disse Elihu:

Tu hai già la tua compagnia. Io servo il padre.

Disse Carmi:

Bene ti sia, fratello. Che molti bati di olio entrino nelle tue cisterne e molti cori di frumento nei tuoi granai; e che alcun comandamento del padre non ti sia grave. Io ti porterò dal paese di lungi qualche dono singolare.

E il padre spartì i beni.

 

© Paolo Melandri (8. 11. 2018)

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La Porta dei Galli

Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrevocabilmente trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi. Le immagini risorgono, più ancora allettanti nell'alone del ricordo, e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella profonda terra e che simile a un miraggio riappare, circonfusa di spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento. Sempre di nuovo ritroviamo negli affannosi sogni il passato, in ogni suo aspetto, e come ciechi brancoliamo verso di esso. La coppa della vita e dell'amore ci sembra non esser stata colma sino all'orlo, per noi, e nessun rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avuto. Oh, fosse questa tristezza almeno d'insegnamento per ogni nuovo attimo di felicità!

Il ricordo di quegli anni di luce solare e di calmo splendore della luna ne diviene più dolce ancora, se l'orrore li terminò d'improvviso. E ora comprendiamo come già un felice caso per noi uomini sia il proseguire la vita nelle nostre piccole comunità, in una casa dove la pace regni, fra buoni conversari, accolti da un saluto affettuoso a mattina e a sera. Ahi, troppo tardi riconosciamo che la fortuna ci era in tal modo prodiga di doni.

Non altrimenti io rammemoro i tempi, quando vivevamo alla Grande Marina; e solamente il ricordo me ne significa ora la magia. Mi sembrava allora che varie cause di ansia e qualche afflizione oscurassero i nostri giorni, e in primo luogo dover stare in guardia contro il Forestaro. Noi vivevamo perciò secondo un certo rigore e in vesti semplici, seppure nessun voto ci legasse; e due volte per anno tuttavia ci concedevamo una maggiore libertà, una volta in primavera e una volta in autunno.

L'autunno festeggiavamo al modo dei saggi, facendo onore ai preziosi vini che maturano sulle colline della Grande Marina. Quando negli orti, fra le rosse foglie e i grappoli scuri, udivamo i vicendevoli scherzosi richiami dei vendemmiatori, quando nelle piccole città e nei villaggi i torchi cominciavano a gemere e l'odore delle fresche vinacce in fermento aleggiava nei cortili, quasi lieve nebbia soffusa, noi scendevamo a cercare i venditori di vino e i cantinieri e i vignaioli, e bevevamo con loro dal boccale panciuto. Incontravamo sempre quivi altri lieti compagni, perché il paese è ricco e bello, sicché la spensieratezza vi ha luogo e la scherzosità e il buon umore vi hanno il valore della moneta contante.

Così trascorrevamo le sere in liete cene. In queste settimane i guardiani dei vigneti si aggirano mascherati dal primo albeggiare sino alla notte per gli orti e con schioppi e raganelle tengono lontani gli avidi volatili. A notte i guardiani se ne tornano dalla ronda con corone di quaglie, di tordi screziati e di beccafichi, e ben presto la loro preda è servita a tavola in piatti adorni di pampani. E mangiavamo volentieri anche le castagne arrosto e le noci fresche assieme al vino nuovo, e in primo luogo gli squisiti funghi dei quali colà si va in cerca con i cani nei boschi, e il bianco tartufo e il rosso orecchia d'orso.

Sino a quando il vino era dolce ancora e color del miele sedevamo concordi a tavola, fra pacifici conversari, spesso cingendo amichevolmente con il braccio la spalla del vicino. Ma quando il vino principiava a perfezionarsi, separandosi dalla feccia, si risvegliavano argutamente gli spiriti vitali; e avvenivano quindi magnifici duelli, che le risate decidevano, e nei quali gli schermitori si distinguevano per il libero e agile svolgersi del pensiero, come solamente può acquistarsi in una lunga vita, ricca di studioso ozio.

Ma più altamente che non queste ore di umore giocoso e che trascorrevano lievi, noi avevamo in pregio il quieto ritorno verso casa, camminando, un poco ebbri ancora, fra campi e giardini, mentre già la rugiada mattutina stillava dalle foglie colorite dall'autunno. Quando avevamo passata la Porta dei Galli della piccola città, vedevamo luccicare la spiaggia alla nostra destra, e alla nostra sinistra le Scogliere di Marmo s'innalzavano risplendendo alla luce lunare. Tra le montagne e il mare si adagiavano le colline coltivate a vigne, e per quei pendii si perdeva il sentiero.

 

© Paolo Melandri (8. 11. 2018)

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Emy

Emy, la tedesca

 

Bionda, evanescente come un fantasma, Emy – o Emmy – è al centro della vita del Vittoriale. Si è sempre creduto che a presentarle d'Annunzio, all'inizio del 1932, sia stato l'orafo Quintarelli, mentre da una lettera negli Archivi risulta che l'iniziativa fu di Maria, la principessa, che il 18 maggio 1936 scrive a Gabriele: “Vorrei cogliere nel giardino le rose bianche che Eleonora [Duse] amava per affidarle alla cara e fedele Emy. Ogni giorno ringrazio il buon Dio che mi ha fatto conoscere questa giovane che ho voluto accanto a te perché più d'ogni altra degna. Ella ti adora servilmente, ricambiala con la tua fiducia, Gabri, ne sarà lieta”.

Come al solito viene ribattezzata da d'Annunzio, il suo vero nome è Emma. Probabilmente Gabriele la chiama Emy perché è la sostituta di Emilia, la cameriera consolatrice sessuale morta di tubercolosi. Al suo arrivo Emy non ha vent'anni, come si è scritto finora, ma quasi trenta, essendo nata il 16 gennaio 1903 a Bolzano, dunque cittadina austroungarica.

Luisa Baccara intuisce subito che si tratta di una concorrente insidiosa. Anche Aélis commenta con un “ahinoi” l'arrivo dell'enigmatica valchiria, e decide di farle terra bruciata intorno. Ma gli intrighi della coppia, ormai affiatatissima e solidale, non sortiscono effetti: Emy Heufler, glaciale come il suo nome, non sarà una meteora.

Dopo tre giorni ha già concesso le sue grazie a Gabriele. E lui – ecco l'allarme per Luisa, che sprofonda sulla sua poltrona in un accesso “di collera e di stupore” – la tiene con sé tutta la notte. Aélis si mette alle calcagna della bolzanina, annotandone movimenti, descrivendone controvoglia sul diario ogni successo e gettandosi sulla pagina, con bulimica soddisfazione, se c'è da registrare uno scacco. Trasuda felicità quando sente Gabriele apostrofarla “puttana” e ordinarle di restituire tutti i regali solo perché la ragazza ha deciso di andarsene qualche giorno, per vedere suo figlio Rodolfo Mario, nato nel 1927 a Verona.

Eppure Aélis sa che, se lui non trattiene l'ira, vuol dire che l'amante di turno è più di una badessa qualsiasi. Infatti, dopo poco, Emy viene riammessa nelle sacre stanze, devota e pronta a servire – annota la francese – “il Comandante e il principino”. Verso la fine Aélis scriverà rabbiosamente che la devozione rende a Emy quattro o cinquemila lire al mese, fra stipendio e doni: più di quanto tocca a lei.

Emy è il servizievole conforto delle clausure di Gabriele, sempre più misteriose e impenetrabili, con tanto di catenaccio; giorni e notti interi prima di tornare, allucinato e sfiancato, alla luce del mondo. In una lettera del 10 novembre 1936 all'oculista Paolo Nichelatti, Gabriele affida Emy alle sue cure definendola “la più gentile e la più diligente” fra le donne del Vittoriale, e alla cuoca scrive: “Cara Albina, tu sei la sola che – per la tua grazia verso il Comandante – non fai il viso arcigno a una “foresta” che deve fare il servizio del mio appartamento con attenzione. Emy arriva fra poco. Ti prego di serbarle qualcosa da mangiare, e di soffocare l'ostilità delle Grasse contro la Magra”.

Cameriera, amante e infine infermiera: ma perché affidare a una figura così ignota la salute del sempre più malfermo Poeta? Aélis e Luisa, impotenti contro il processo di consunzione, non lo accettano, ora che nella caduta del Comandante si specchia la loro. Danno la colpa all'algida bolzanina, la immaginano tramare ogni inganno. È lei che dovrebbe curare Gabriele e invece non lo fa, però non hanno prove per denunciarla, solo sospetti, i fiori più rigogliosi della gelosia.

Il caso – il caso? – poi vorrà che, alla morte di d'Annunzio, Emy si metta al servizio di Joachim von Ribbentrop, il ministro degli Esteri nazista che appena qualche anno più tardi dimostrerà di saper ben piazzare belle e giovani spie bionde accanto agli uomini che giudica pericolosi: come Frau Beetz, che mise a disposizione di Galeazzo Ciano, nel carcere di Verona, per scoprire dove fossero nascosti i suoi preziosi diari politici.

Questa, almeno, è la voce che si è affermata, anno dopo anno, senza alcuna prova, sui rapporti di Emy con le gerarchie naziste. Si sta ancora cercando di appurare la verità, o almeno di trovare tracce, negli archivi tedeschi.

Di certo Emy non arrivò al servizio di Ribbentrop – se ci arrivò – “il giorno dopo” la morte di d'Annunzio, come si è scritto. Dai documenti risulta che nell'ottobre 1938 si trasferì nel comune di Appiano sulla Strada del Vino, in provincia di Bolzano, e che emigrò in Germania soltanto il 1° gennaio 1941. Nel frattempo, e questa è un'altra scoperta, si trasferì a Livorno, probabilmente al servizio di una ricca famiglia, visto che l'indirizzo di viale Regina Margherita – oggi viale Italia – corrisponde a una delle zone più eleganti della città.

Livornese era Costanzo Ciano, e può darsi che il vecchio compagno di guerra di d'Annunzio abbia trovato un lavoro alla prediletta dell'amico scomparso. Agli amanti dei complotti sembrerà altrettanto normale credere che il potente ministro fascista facesse parte di un piano teso a eliminare il Vate.

Pare più sospetto che Rizzo trattasse Emy con un riguardo e una considerazione speciali: una lettera di d'Annunzio dimostra che il prefetto usava Emy anche come tramite per comunicazioni private. Del resto nessuno avrebbe potuto stare così vicino al Vate senza il consenso di Rizzo che, come sappiamo, riferiva direttamente a Mussolini, sulla via dell'alleanza con Hitler.

La repulsione di d'Annunzio per Hitler era nota. Secondo Aélis, nel 1934, Gabriele si sarebbe rifiutato di ricevere il duce dopo l'incontro con il capo nazista, avvenuto a Venezia; meno intransigente, l'anno seguente avrebbe accettato di incontrarlo, reduce dalla conferenza di Stresa, ma solo se prima Mussolini si fosse lavato le mani.

È dunque sorprendente la notizia, di cui sappiamo dal diario di Aélis, che il 31 novembre (sic) 1935 Gabriele abbia consegnato a Guido Manacorda un portasigarette e una medaglia d'Africa, perché li desse a Hitler, “ma senza aggiungere una parola, non volendosi compromettere” sottolinea Aélis. Manacorda, germanista cattolico e fascista, stava cercando di attenuare la politica antivaticana dei nazisti, e può darsi che abbia insistito con d'Annunzio, per arrivare dal Führer con un dono che – a suo dire – Hitler accolse “arrossendo”.

Può essere che in quel periodo d'Annunzio apprezzasse l'appoggio dato dalla Germania alla guerra d'Etiopia. E poi gli piaceva mandare doni, che però senza lettera accompagnatoria avevano ben poco valore. Per esempio aveva spedito una spilla da cravatta a Laval, pur considerandolo “una nullità” e spiegando – proprio a Manacorda – che “la Francia si sarebbe ridotta malissimo” per la sua debola risposta politica a Hitler. Allo stesso modo aveva respinto le insistenti richieste di Rizzo di scrivere un messaggio ai volontari fascisti nella guerra civile spagnola. Dagli archivi del Vittoriale, che d'Annunzio voleva perfettamente aggiornati, risulta che in quelle settimane venne inviato un portasigarette soltanto al colonnello francese La Rocque, sempre attraverso Manacorda. Il quale, probabilmente, millantava con Aélis sul presunto dono a Hitler.

 

© Paolo Melandri (4. 11. 2018)

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Io sono un gatto

Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l'ho.

Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È lì che per la prima volta ho visto un essere umano. Si trattava di uno di quegli studenti che vivono a pensione presso un professore – mi hanno poi detto – e che fra tutti gli uomini sono la specie più perversa. Si racconta che costoro ogni tanto acchiappino uno di noi, lo mettano in pentola e se lo mangino. Però in quel momento, non sapendolo, non ebbi paura. Provai soltanto un senso di vertigine quando lo studente mi mise sul palmo della mano e di colpo mi sollevò per aria. Appena trovai una certa stabilità lo guardai in faccia, era il primo individuo appartenente alla specie umana che vedevo in vita mia. Che creatura curiosa, pensai, e quest'impressione di stranezza la conservo tuttora. Tanto per cominciare il viso, invece di essere coperto di peli, era liscio come una teiera. In nessuno degli innumerevoli gatti che ho conosciuto in seguito ho riscontrato una tale deformità. Come se non bastasse, nel bel mezzo della faccia aveva una protuberanza esagerata. Con due buchi dai quali ogni tanto uscivano sbuffi di fumo. Mi sentii soffocare, stavo per svenire. Solo di recente ho saputo che era tabacco, una cosa che agli uomini piace fumare.