chiudi | stampa

Raccolta di testi in prosa di Vincent Darlovsky
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Il nitido della materia

La caldaia non funzionava da due settimane. Nei giorni lavorativi telefonavo al tecnico ma questo non rispondeva. Vedeva la mia chiamata e mi contattava il giorno dopo. Mi diceva che non aveva avuto tempo, quindi ci mettevamo d'accordo per una data. Poi arrivava il momento, io gli ritelefonavo e di nuovo nessuna risposta. Mi chiamò la mattina di sabato, ma io stavo lavorando e non ero a casa, per cui ci accordammo per il lunedì. Il giorno stabilito, però, ancora una volta non rispose. Provai una seconda volta a telefonargli e il cellulare risultava spento. Gli mandai un messaggio vocale via Whatsapp, lui lo vide e lo ascoltò, ma niente. Non mi sembrava il caso di chiamare un altro. Volevo vedere la faccia del tizio che mi stava tenendo al freddo da 15 giorni. Inviai un messaggio di lamentele al fratello, che era il suo datore di lavoro, e il giorno dopo il tipo si presentò a casa per riparare la caldaia. Si mise a maneggiare il termostato, io gli chiesi se volesse un bicchierino di limoncello e lui accettò. Prima di darglielo lo allungai con alcool puro 95° per liquori. Se lo bevve in un sorso, allora gliene offrii un altro e, dopo cinque minuti, un altro ancora. Dopo il quarto cocktail strascicava le parole. E le gambe. Gli dissi che in passato avevo abitato nel suo quartiere, lui fece un sorriso di compiacimento e mi rivelò la via e il civico in cui viveva. Quando finì, mi assicurai che fosse riuscito a riparare la caldaia e lo pagai. Gli chiesi se voleva un altro bicchiere. Accennò di sì con il capo. Presi un calice e lo riempii per metà d’acqua e per metà del miscuglio. Se lo ingollò e tolse il disturbo. L’indomani andai a trovarlo. Davanti all’abitazione c'erano delle persone e sulla porta d'ingresso era affisso un manifesto di morte col suo nome. Il giorno prima aveva centrato con la macchina il guardrail di una curva e c'era rimasto secco. Entrai dentro, c'era un corridoio. La camera ardente era la prima stanza a sinistra. Salutai una signora e due ragazzi che stavano piangendo. Poi mi avvicinai al feretro, abbassai la testa e toccai la bara per farmi il segno della croce. Rimasi pochi secondi con la testa china a guardare la cassa e vi appoggiai il palmo della mano. Era liscia e lucida. Legno massello di qualità.

*

Ex cathedra

Al liceo avevo difficoltà nel relazionarmi con le compagne di classe. Ancora oggi non riesco a guardare negli occhi una donna mentre le parlo. Questo mi angustia molto. In Terza Media c'era un'insegnante con cui avevo dei problemi. Venni iscritto nel registro dei rapporti disciplinari perché un giorno questa prof indossava la minigonna senza calze, portava i tacchi a spillo ed io dal primo banco le avevo guardato le cosce toccandomi. Fu allora che ebbi il primo orgasmo. Mi convinsi che guardare con disinvoltura una bella donna fosse riprovevole. Cominciai a pensare che il sesso fosse una colpa, un piacere da perseguire di nascosto, senza farmi vedere dagli altri. Mi piacevano e mi piacciono le donne ma le guardo di sbieco oppure con gli occhiali da sole, e ho imparato a possederle a modo mio. Mi sono comprata una bambola di lattice che si fa fare di tutto senza parlare, non mi giudica e non ha aspettative. E quando facciamo l'amore, metto al lato del suo viso la foto della conoscente che al momento mi attrae in modo particolare. Questo mi eccita oltremisura.

*

Disbrigo pratiche

Il coma era la conseguenza della cachessia in stato avanzato. La sentenza del sanitario del Pronto Intervento però non toglieva che, nei momenti in cui ero sveglio, fossi cosciente e capace di ascoltare, solo che non avevo le forze per aprire la bocca e gli occhi.

Comunque non avevo dolori perché mi somministravano il Contramal sotto la lingua.

Oltre al medico, in quel momento si stavano occupando di me i miei due figli, assieme a mia moglie che interveniva di tanto in tanto con parole tipo "ho capito" o "infatti".

Speravano che la mia morte fosse indolore. E veloce.

Secondo il medico del 118, gli organi stavano mollando uno dopo l'altro, quindi il calvario sarebbe finito di lì a poco. Mentre parlava mi alzò la palpebra destra e disse che i capillari della sclera si erano anneriti. Segno che la circolazione periferica non funzionasse più e che la vista fosse compromessa. Sarei deceduto entro due ore.

Ci sentivo ancora, però.

Mio figlio e la madre espressero il dubbio che, se fossi morto in serata, il funerale non si sarebbe potuto svolgere l’indomani e si chiedevano se oltre le 24 ore la salma avrebbe cominciato a esalare gas. Il dottore li rassicurò: gli addetti delle pompe funebri sapevano come intervenire sui cadaveri affinché non puzzassero.

Sentii mia figlia tirare un sospiro di sollievo.

Poi tutti continuarono a tranquillizzarsi a vicenda dicendo che in quel momento ero incosciente. A conferma di ciò, udii il medico asserire che ero insensibile alle punture che mi stava facendo con un ago sui polpastrelli. Le dita erano diventate cianotiche.

A quel punto distolsi l'attenzione da quello che gli astanti dicevano perché mi ricordai che mio cognato il giorno precedente mi aveva promesso dei pasticcini e non me li aveva portati. Avevo voglia di mangiare qualcosa di dolce.

Dopo cominciai ad avere tanto sonno, non riuscivo a concentrarmi su quello che sentivo e avvertivo un formicolio su tutto il corpo. Mi sembrava di vedere la buonanima di papà che camminava verso di me. Provavo ad abbracciarlo ma lui era arrabbiato, si rifiutava di stringermi e mi parlava ma io non capivo cosa stesse farfugliando. Poi, piano piano, riuscii a discriminare una sua espressione. Si trattava di una frase che mi diceva quando ero un adolescente e lo facevo arrabbiare.

“Cresci figli, cresci porci".

*

Avanguardie pedagogiche

La scuola era al pianterreno di un condominio di sette piani. I ragazzi della terza stavano facendo un laboratorio di storia su "La rinascita dell'Anno Mille". Io camminavo fra i banchi e, mentre davo suggerimenti a chi me li chiedeva, si sentì un tonfo. Proveniva dalla finestra. Una donna sulla cinquantina era precipitata dal terrazzo dell'ultimo piano. Gli studenti, soprattutto le ragazze, gridarono. Ebbi il dubbio che l'avesse buttata giù qualcuno che poteva aggirarsi indisturbato nei dintorni, per cui preferii mettere al sicuro 19 giovani in salute invece che perdere tempo a chiamare i soccorsi per un individuo di mezza età già compromesso. Ordinai a tutta la classe di lasciare immediatamente l'aula. Gli alunni obbedirono, li portai nell'aula di informatica e li chiusi dentro. Tornai in classe e mi affacciai dalla finestra per guardare di nuovo la tipa piombata dall'alto. Stava riversa sull'asfalto, aveva la bocca semi-aperta, le gambe divaricate, un braccio sotto la schiena e l'altro steso intorno alla testa. Indossava il pigiama e notai che la sua pancia era gonfia. Sembrava una barbona che dormiva dopo una sbronza. Ma era morta, stecchita. Le feci un paio di foto col telefonino e chiamai il 118: "Salve, sono un insegnante del Liceo Pedagogico, quì su via A. Manzoni, durante la lezione, abbiamo visto cadere sulla strada una donna dai piani superiori. Mi sembra esanime ma venite lo stesso". Poi chiamai la polizia e dissi le stesse cose. Pensai che i miei allievi sedicenni avessero il diritto di vedere il morto, quindi andai a chiamarli prima che il corpo venisse prelevato. Li lasciai osservare il cadavere spiegando loro che così avrebbero temprato il loro carattere. Mentre loro guardavano la suicida, io gli parlavo di Leopardi, Epicuro, Lucrezio, Montaigne, Sartre e dei Kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Un maschietto era molto incuriosito e faceva commenti da adulto, un altro mi chiese se si trattasse di suicidio, io non risposi ma lui insistette con la domanda ed io allora gli spiegai che, se la morta non aveva urlato durante il volo, o era stata tramortita già prima di schiantarsi oppure si era uccisa da sola. Due alunne si toccavano la pancia, guardavano a terra e mi chiesero di poter andare in bagno. Acconsentii. Quando giunsero la polizia, l'autoambulanza e il Dirigente Scolastico, avevo già chiuso la finestra e ripreso la lezione laddove era stata interrotta al momento del botto