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Raccolta di pensieri di Antonio Terracciano
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Siamo tutti fratelli

Se prima di criticare gli altri criticassimo noi stessi, troveremmo nella nostra stessa persona tutti i difetti altrui, alcuni non manifestatisi perché non ce ne fu l'occasione. Quindi eviteremmo di criticare gli altri o, facendolo, dovremmo essere consapevoli di stare criticando anche noi stessi.

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Poesia e prosa, un piccolissimo esempio

Seguo con molto interesse, in questo sito, i civilissimi dibattiti su cosa è poesia e cosa non lo è: ognuno, come forse è giusto, resta alla fine con le sue opinioni ed idee.

Però vorrei fare una domanda.

L'ultima poesia da me pubblicata in un altro sito inizia così: "Io portavoce fui della più bella" .

Secondo voi, se avessi scritto "Io fui portavoce della più bella" , sarebbe la stessa cosa?

Secondo me, no, secondo me nel primo caso è poesia, nel secondo prosa.

Ma perché? Non sono forse entrambi endecasillabi?

Sì, sono entrambi endecasillabi, ma nel verso così come l'ho pubblicato l'accento principale cade sulla sesta sillaba ( "fui" ) , mentre nella variante esso cadrebbe sulla quinta (la seconda "o" di "portavoce" ) , e la sesta sarebbe rappresentata da una semplice sillaba atona ( "ce" ) . La frase da me utilizzata è poetica, mentre la variante è adatta a qualunque prosa. Chissà quanti secoli ci sono voluti per giungere a questa conclusione, a questa perfezione direi, perché qualunque orecchio medio, perfino quello di un bambino credo, avverte (dovrebbe avvertire) musicalità (e la musicalità, in una poesia, ha parecchi vantaggi: le dà maggiore grazia, accarezza meglio l'anima del lettore, la fa ricordare più a lungo... ) nella forma da me utilizzata, e non nell'altra!

Ognuno può fare come vuole, naturalmente, ma il mio era solo un piccolissimo esempio di una questione sulla quale forse ci si sofferma troppo poco.

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Chi ha ragione?

Avevo quasi dimenticato di avere pubblicato, ormai nove anni fa, nell'arco di un paio di mesi, venti poesie da me scritte in francese in un sito transalpino ( "Poésie Webnet" ) , quando l'altro ieri ho ricevuto una mail in cui gentilmente mi si comunicava che era in corso una ristrutturazione del sito e che forse avrei avuto bisogno di una nuova password per pubblicare ancora (ipotesi quanto mai remota, perché la mia vena poetica in francese si è ormai esaurita da tempo) . Ho approfittato, comunque, dell'occasione per leggere gli ultimi dieci "Coups de coeur" (le poesie considerate migliori dalla redazione) , quelli dal 2015 ad oggi, e ho notato che almeno otto poesie (su dieci, ripeto) sono scritte con una qualche metrica e con parecchie rime (ad esempio, "Vaisseau de cristal" , di un certo "Sans Plumot et sa poussière" , inizia così: "Dans un temps dilaté - trop fragile élastique - / Que l'on tend trop et trop jusqu'à ne plus le voir / L'homme marche en déni dans un rythme drastique / L'image du futur reluit dans son miroir... " ) Siccome il sito è parecchio quotato (è probabilmente il migliore di poesia francese) ed esigente (si deve aspettare quasi una settimana per la pubblicazione, e varie poesie vengono rifiutate, vuoi per errori ortografici, vuoi perché ritenute incomprensibili, ecc. ) , mi domando chi abbia ragione, i Francesi o gli Italiani. Nei siti italiani, infatti, le poesie in metrica e in rima (come quelle, sulla "Recherche" , ad esempio di Lorenzo Tosco, di Melandri, di Santoro, di Bettozzi... ) sono di solito tra le meno lette e commentate, mentre altre, a volte magari quasi incomprensibili, sono sovente lodatissime... Ha più ragione chi si collega ad esperimenti fatti ormai cento anni fa (e che forse non desideravano neppure eredi) , o chi, considerandoli ormai superati, recupera una ben più salda tradizione quasi millenaria?

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Alcune domande (senza risposta)

Dopo la pubblicazione della (finora, almeno) mia ultima poesia, "Il poeta è un calciatore" , poesia che è stata oggetto di apprezzamenti, ma anche di alcune critiche (sempre benvenute, soprattutto quando riescono a fare nascere degli interrogativi) , mi sono posto delle domande. L'accostamento della poesia a un gioco (in questo caso del calcio) è stato irriguardoso (per la poesia) ? Le rime sono apparse un po' forzate, mentre quelle dei grandi non lo sono? La buona poesia è quella che si astiene del tutto dall'uso di metrica e rime (ma non dalla ricerca di parole rare o talvolta quasi inesistenti) ? E se invece le cose non stessero così? Se Dante, Leopardi, Baudelaire non avesseo fatto altro che giocare (magistralmente) con le parole, e per questo le loro opere sarebbero giunte ancora in piena salute fino a noi? Se essi avessero scritto i loro (talvolta discutibili) contenuti in versi liberi, ciò sarebbe successo? E coloro che vanno ora (ancora) per la maggiore (Montale, Prévert, la Merini... ) , coloro ai quali viene riconosciuta la raffinatezza o la spontaneità (con un uso troppo nascosto delle tecniche, o con nessuna tecnica) , saranno ricordati tra cento anni, o il possibile svanimento dei loro contenuti porterà seco anche quello delle loro forme, che poggiavano su incerte fondamenta? Ecco, queste sono domande che mi pongo con la massima umiltà, e alle quali non so dare una risposta.

Breve appendice. Il paragone tra poesia e calcio non me lo sono inventato io, ma è presente addirittura nella prestigiosa e sfortunata "Enciclopedia Einaudi" che io, da giovane, pur con non tanti soldi in tasca, volli assolutamente comprare. Alla voce "Metrica" , a cura dei professori americani di Linguistica Morris Halle e Samuel Jay Keyser, si può leggere testualmente: "Non si ha alcuna particolare conoscenza di ciò che passa nella mente dei poeti quando scrivono poesia metricamente regolata, allo stesso modo in cui si ignora ciò che passa nella mente dei calciatori quando vanno ad intercettare un pallone lanciato da molto lontano. Si sa che i calciatori devono calcolare la traiettoria del pallone e quella del proprio corpo in modo che esse si incontrino al momento giusto. Quando le traiettorie di oggetti dati sono studiate nei laboratori di fisica, esse vengono descritte mediante equazioni differenziali. Ma, chiaramente, sarebbe assurdo sostenere che Pelé risolve equazioni differenziali quando si muove attraverso un campo di calcio. Dal punto di vista funzionale, tuttavia, tali equazioni colgono un aspetto essenziale di ciò che accade. E si può dire con buona approssimazione che i calcoli (...) sono l'equivalente funzionale, piuttosto che una vera e propria riproduzione, delle operazioni mentali che si richiedono per produrre versi metricamente regolati. "

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Sulle traduzioni delle poesie

Non so con quale fondamento, parecchi anni fa, in un altro sito letterario, un anziano poeta romano, il quale molto meglio di me scriveva in metrica e in rime, mi fece notare che, tra gli altri motivi, la moda, diventata ormai duratura, di non usare più né metrica né rime derivava anche dal vantaggio della maggiore facilità di traduzione che le poesie in versi liberi presentavano.

Non so, ripeto, se ciò sia vero dal punto di vista storico, ma è senz'altro vero da quello pratico. Tradurre, infatti, in un'altra lingua una poesia "classica" è pressoché impossibile: o si aboliscono le rime e parzialmente anche la metrica, ottenendo una buona resa del solo contenuto, o con moltissimi sforzi si conservano, alterando però così inevitabilmente il contenuto stesso. Montale (almeno la maggior parte della sua produzione) in Francia, o Prévert in Italia hanno potuto avere successo perché era abbastanza facile tradurli, ma quanti Italiani che non conoscono bene il francese, ad esempio, sono rimasti per sempre privati della bellezza, intesa in tutti i sensi, che si sprigiona da un originale di Baudelaire?

Prendiamo, come unico esempio (ne può bastare uno solo) la prima strofa (in alessandrini a rime incrociate) della prima poesia delle "Fleurs du mal" , "Au lecteur" .

Baudelaire aveva scritto:

"La sottise, l'erreur, le péché, la lésine

Occupent nos esprits et travaillent nos corps,

Et nous alimentons nos aimables remords,

Comme les mendiants nourrissent leur vermine. "

Luigi De Nardis ( "I fiori del male" , ed. Feltrinelli, 1968 ) traduceva così:

"Stoltezza, errore, peccato, avarizia

occupano i nostri spiriti e tormentano

i nostri corpi e, come mendicanti

che i loro insetti nutrono, educhiamo

piacevoli rimorsi. "

E Giuseppe Montesano ( "Il ribelle in guanti rosa" , ed. Mondadori, 2007) propone:

"La stupidità, l'errore, il peccato, la meschina avarizia,

occupano le nostre menti e tormentano i nostri corpi,

e noi alimentiamo i nostri amabili rimorsi

come i mendicanti nutrono i loro parassiti. "

La versione di Montesano è forse un po' più letterale, e quella di De Nardis (che aveva impiegato sette anni per tradurre tutte le "Fleurs" ) cerca forse maggiormente di conservare un po' di ritmo, ma in entrambi i casi quanta differenza con l'originale! Non c'è più la maestosità dell'alessandrino né la musicalità delle rime. Chi legge Baudelaire solo in italiano può dire di averlo veramente gustato, o deve riconoscere di averlo gustato solo a metà? E allora, dato che le poesie vere sono praticamente intraducibili (e da esse, forse, non deriverebbero vantaggi economici agli editori e ai poeti famosi) , ben vengano quelle scritte come le prose, solo andando a capo di tanto in tanto!

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Godiamo l’arte che non esiste!

"L'esteta, se è artista, vagheggia un'arte che non si esprime né con le parole né coi toni né con le linee né coi colori: il capolavoro non ancora fatto ma sognato, che sarà sempre sognato e non mai fatto. Se è critico, annunzia una critica d'arte che prescinde dalla lingua in cui è scritta l'opera o dalle linee che l'artista ha tracciate; che stia di là così dalla gretta erudizione come dalla critica con fondamento filosofico; che si faccia con un metodo incomunicabile, cadendo in deliquio, in rapimento, in ebbrezza, in estasi; che si effonda in un ditirambo, il quale non significhi niente di determinato, e sia un ditirambo del ditirambo, un ritmo della ritmicità. Se si esorta quell'artista a provarsi a fare qualcosa di chiaro e di semplice, dirà che si è incapaci di penetrare nella sacra ombra del tempio dell'arte; se a quel critico si chiede di rendere conto delle proprie affermazioni, o si notano gli spropositi di fatto e le interpretazioni false che gli escono di bocca, risponderà che il censore non è giunto ancora allo stato di perfezione in cui le cose si vedono senza bisogno di guardarle, gli spiriti si comprendono senza udire le parole materiali, si fa la storia inventandola, e si gode l'arte, - soprattutto quando non esiste. "

Sono parole di Benedetto Croce, in "Di un carattere della più recente letteratura italiana" , del 1907 .

Ho letto poco del Croce, che non mi ha mai entusiasmato particolarmente, ma in questo caso, a distanza di più di un secolo, non posso che dargli ragione, e notare l'attualità di questo suo giudizio nel mondo artistico (soprattutto poetico, ma non solo) di oggi.

Non è forse vero che le tante (troppe) poesie scritte in modo oscuro e incomprensibile vengono considerate dagli autori come prove del loro valore, e che i lettori comuni vengono ritenuti "incapaci di penetrare nella sacra ombra del tempio dell'arte" ? E non è forse vero che tante (troppe) critiche sono fatte "con un metodo incomunicabile" , perché tanto i critici pensano che "le cose si vedono senza bisogno di guardarle" ?

Non viene a nessuno, infine, il dubbio di "godere l'arte quando non esiste" ?

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Perché ancora l’ermetismo?

Sappiamo tutti, come ad esempio ci ricordava Umberto Eco in "Il fascismo eterno" , che "nel corso di quel ventennio, la poesia degli ermetici rappresentò una reazione allo stile pomposo del regime: a questi poeti venne permesso di elaborare la loro protesta letteraria dall'interno della torre d'avorio. Il sentire degli ermetici era esattamente il contrario del culto fascista dell'ottimismo e dell'eroismo. Il regime tollerava questo dissenso palese, anche se socialmente impercettibile, perché non prestava sufficiente attenzione a un gergo così oscuro" . Ora, dato che (mi sembra) la dittatura non c'è più da un bel po' di tempo, e che quindi si può parlare e scrivere liberamente, suppongo che chi continua a scrivere poesie ermetiche lo faccia semplicemente per il gusto di non farsi capire dalla (stragrande) maggioranza dei lettori (che è rimasta - mi pare normale! - poco avvezza a cogliere messaggi segreti nelle poesie, proprio come quei gerarchi fascisti) , credendo di far parte di un'avanguardistica élite letteraria, ma magari dimenticando che, se nel Ventennio l'ermetismo era un'avanguardia, adesso, dopo quasi un secolo, è senz'altro una retroguardia!

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Sulla ricerca (poetica)

Premetto che si tratta soltanto di un mio criticabilissimo pensiero, ma mi sono iscritto volentieri a questo sito soprattutto perché attratto dal suo nome (non per vantarmi, ma sono uno dei non tantissimi italiani ad aver letto - pur impiegando decenni! - tutte le tremila pagine della "Recherche" in originale) . Pensavo che le ricerche poetiche che qui si facevano fossero improntate allo spirito proustiano (ricerca dell'approfondimento delle verità attraverso una forma letteraria sostanzialmente classica) . Ho letto però, un po' a caso, un centinaio di poesie e, a parte tre "sonetti" non proprio ortodossi in una stessa pagina, tutto il resto che mi è capitato sotto gli occhi (come spesso in altri siti, del resto) era costituito da tentativi più o meno riusciti di mettersi sulla scia della grande poesia italiana del Novecento, di cercare una patente di poeta accodandosi ai famosi italiani del secolo scorso (Montale, Ungaretti, Quasimodo, ma anche Luzi, Gatto... ) Se questo sito si chiamasse "Ulysses" non avrei nulla da obiettare, ma, dato che si chiama "La Recherche" , mi sembra di ricordare che il poeta preferito da Proust fosse il "classico" Baudelaire, anche se Marcel faceva qualche eccezione per alcuni suoi contemporanei, soprattutto per Mallarmé (del quale anch'io trovo grandissimi dei versi isolati, in particolare "Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui" e "Un coup de dés jamais n'abolira le hasard" ) . Secondo il mio modestissimo parere, la vera ricerca può talvolta consistere (come in cucina, nell'abbigliamento... ) nel ritorno alle radici, alle vecchie tradizioni, nel ripescaggio (adattato alla realtà attuale) delle vecchie forme metriche almeno (e - perché no? - qualche volta anche delle rime) , che sembrano essere ormai misconosciute in Italia (ma non in Francia) da quasi un secolo a questa parte.