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Raccolta di pensieri di Annalisa Scialpi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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La ferita che cura la ferita: una donna ferita puņ diventare

La ferita che cura la ferita: una donna ferita può diventare migliore

In un mondo ancora pesantemente patriarcale, dove molti  mariti ‘fanno i bravi’ quando recitano il loro ruolo di consorti o considerano la moglie una proprietà (‘perché è indifesa, la poveretta, non sa cavarsela da sola!’) solo per concedersi, privatamente, scambi tra amici di  donne nude sui telefonini o condivisione di materiale pornografico sul web.  O dove canaglie sentimentali sempre ‘a caccia’ di stimolanti erotici in carne ed ossa si barcamenano tra menzogne varie tra un trastullo e l’altro, la domanda legittima è: cosa può fare una donna tradita che scopra di aver ‘investito’ anni a ‘curare le ferite’ del  povero marito incompreso dall’infanzia difficile? Lasciarlo, naturalmente. Ma questo non è sempre semplice. Subentrano sensi di colpa, spesso l’istrione è anche un codardo che ha allacciato vari rapporti sentimentali, senza mai impegnarsi in nessuno e non ha alcun desiderio di lasciare ‘il nido domestico’ fonte di sicurezza e di quella porzione di prestigio e di rispettabilità che ne deriva.

     Una donna ferita, in questi casi, soprattutto se possiede l’attitudine a ‘consacrare tutto all’amore coniugale’ o per predisposizione naturale  o per l’influsso di stereotipi culturali, deve ‘darsi una bella mossa’ per sviluppare capacità latenti come: intraprendenza, capacità di definire obiettivi precisi, pianificazione strategica, acquisizione di competenze e abilità di vita, utili nella vita personale e sociale. Potrebbe, per esempio, iscriversi all’università, cercare un lavoro, dedicarsi a una manualità artistica, scrivere, dipingere. La ‘ferita’ può essere occasione per passare in rassegna la propria vita e sviluppare quei talenti nascosti che le daranno la possibilità di allargare lo spettro delle proprie potenzialità. Le vendette sono sterili e dannose, soprattutto per chi le mette in atto. L’umiliazione e la rabbia possono così trasformarsi in risorsa se incanalate in obiettivi specifici e stimolanti. E’ importante riscoprire i propri talenti per ‘riprendersi la propria vita’ e con essa, la possibilità di decidere se vivere in solitudine, con maggiore presenza nella dimensione sociale o assistenziale, con un ritrovato spirito di condivisione femminile, dedicando del tempo ad un lavoro gratificante o aprendosi alla possibilità di un rapporto. Perdonare il ‘farabutto’, in questo caso, è importante per non coltivare inutili rancori che distruggerebbero l’eventualità futura di un rapporto felice, pieno di intimità, condivisione e supporto affettivo con un uomo degno.

Il rapporto fallito e la ‘ferita’ sentimentale derivante da esso ha, inoltre, un ruolo: quello di farci comprendere la vulnerabilità che ha fatto in modo che attirassimo un simile uomo nella nostra vita. Quel rapporto ‘sbagliato’ è entrato nella nostra vita per curare, paradossalmente, la ferita di un genitore assente o violento o che, comunque, ha lasciato un senso di vuoto e di insoddisfazione durante la nostra crescita. Quindi il farabutto ha avuto il merito di aiutarci a guarire quella ferita dell’anima, per ritrovare la nostra integrità e la nostra autostima. In ogni caso, è meglio liberarsi della convinzione, tipica della donna ferita nel ruolo di vittima, che il ‘poverino’ ha delle problematiche che spetta alla sua donna di guarire. In effetti, il ‘poverino’ ha delle problematiche, ma la condiscendenza non fa che aumentarle, oltre ad enfatizzare tutti gli aspetti negativi del carattere che ad essa sono connessi. Ma una moglie o una compagna non è un’assistente sociale o una psicologa e anche se lo fosse, non potrebbe esserlo per ‘il suo uomo’, perché non ha il distacco professionale necessario alla terapia. Quindi è bene che il dongiovanni, messo alle strette, decida cosa farne della sua (penosa, se solo lo sapesse!) vita. La responsabilità della donna è quello di riaffermare il suo destino, perché talvolta è necessaria la ferita per curare la ferita.

Annalisa Scialpi, pedagogista.   

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A proposito di vite precedenti....

Quando si fa riferimento alle vite precedenti

si apre la ‘contesa’ tra coloro che vi credono

e coloro che, per svariate ragioni, spesso per

dogmatismo o ‘paura’, si dimostrano

scettici o addirittura ostili (come se l’ipotesi

andasse a ledere i propri ‘contenuti di fede’).

In realtà è probabile che sia la formula ‘vite

precedenti’ a trarre in inganno, perché inganne-

vole è la dimensione della temporalità, valutata

secondo una logica lineare che inizia con la

‘nascita’ e finisce con la ‘morte’.

Ciò che è ‘precedente’ continuamente vive

nell’unico punto che è il momento presente

e se potessimo riunire le impressioni generate

dalla ‘messa in quadro’ del passato (o vita pre-

cedente) ci rendemmo conto del processo

‘a ripetizione’ di alcuni eventi.

Allora perché negare che questo processo o ciclo

del divenire sia limitato ad una sola esistenza?

Perché ‘mettere in riga’ la dimensione percettiva

In una dimensione omologante e riduttiva del

tempo lineare?

La prospettiva della reincarnazione apre alla

dimensione della speranza e ad una diversa

concezione della temporalità, che diventa non

‘limite’ ma ‘occasione’ di sfruttare appieno i nostri

talenti in considerazione delle possibilità evolutive

della nostra anima, che non finiscono con la ‘morte’.

Tali possibilità evolutive dipendono dal nostro impegno

e dalla nostra certezza, più che fede, nell’evoluzione dell’anima

e ci spingono a non darci mai per vinti, anche a 150 anni, perché

non ci sono limiti temporali al compito dell’anima che siamo

venuti a ‘ricordare’ e compiere.

Annalisa Scialpi

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La storia, antidoto alla disumanizzazione

Nella realtà attuale i poteri economici, politici

e religiosi riescono a esercitare il loro controllo

attraverso lo ‘spezzettamento’ della trama delle

storie individuali e della storia collettiva che racchiude

non tanto la saggezza di un popolo, quanto la

saggezza universale.

    Il pensiero logico-funzionale, strumentale,

portato avanti dalla tecno-scienza imperante

e a servizio di quello che Fusaro definisce

‘monoteismo del mercato’

ha sfaldato e frammentato lo stesso tessuto

psichico che, per sua natura, si organizza attorno

a una storia. Memoria semantica (dei significati) e

memoria episodica (legata alla storia personale)

sono, infatti, intrecciate.  Quando questo ‘tessuto’

di memorie si riunifica, si ritrova soggettività, coscienza

e consapevolezza. Ci si libera dai condizionamenti sociali,

da una società che ci vuole pedine consumatrici, oggetti

inanimati sottoposti alla stessa usura degli oggetti,

competitivi ma senza meta, efficienti ma senza significati.

In poche parole, privati della nostra

natura spirituale, soli e diffidenti. Malati.

Quando troviamo la verità della nostra storia e la

intrecciamo alle verità delle storie che ‘capitano’

sul nostro percorso, possiamo rompere questo

incantesimo. Fuggire da questa follia disumanizzante.

Ritornare a casa.

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La famiglia d’anime.

Siamo troppo attaccati alla consapevolezza delle distorsioni educative subite nella famiglia d'origine. Carichiamo i nostri genitori biologici di troppe responsabilità e colpe. Li investiamo di una carica spropositata, come se fossero idoli. In realtà, stiamo solo proiettando su di loro gli archetipi che la civiltà ha costruito sul ruolo di padre e madre. Rimaniamo perciò legati ai nostri genitori da vincoli di avvicinamento/allontanamento, amore/odio e, con queste catene, restiamo eterni bambini. Dovremo vederla diversamente: i nostri genitori biologici sono soltanto 'medium' attraverso i quali facciamo ingresso nel mondo. Abbiamo, invece, una famiglia d'anime alla quale siamo legati da vincoli, appunto, d'anima. Ci sembra strano agire credendo di essere ispirati da 'altro' o da 'altri' che non siano i nostri condizionamenti ma, se diventiamo testimoni distaccati, osservatori dei nostri stessi pensieri, ci accorgeremo che è così. Siamo costantemente ispirati da 'voci' sconosciute. Nella nostra vita ci capita poi di fare quell'incontro che, per una ragione sconosciuta, ci ispira o ci appaga. Si tratta di persone con le quali, senza sapere perchè, ci sentiamo a casa. Noi stessi fino in fondo. Queste persone appartengono alla nostra famiglia d'anima. Il compito di queste persone che incontriamo e che, a volte, (momentaneamente) perdiamo di vista, è quello di ricordarci la nostra missione su questa Terra, nel luogo in cui ci troviamo o in cui abbiamo deciso di stare. Ci spronano ad agire senza legarci troppo a luoghi o persone, perchè la nostra casa è altrove: loro sono la nostra casa! Il senso di nostalgia e di esilio che taluni di noi sentono non è altro che il desiderio di tornare a casa.

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Non servono grandi uomini e grandi ideali

La società dei ‘modelli’ degli ‘esempi’ dei ‘grandi uomini/ grandi ideali’

è, per fortuna, crollata da un pezzo.

I grandi uomini sono spesso i grandi assassini celebrati nella grande storia.

I grandi ideali sono quelli che hanno condotto ai peggiori crimini dell’umanità:

nazismo, fascismo, comunismo.

Credo che stiamo entrando in una nuova fase della storia,

quella fondata sul ‘recupero del femminile’ che significa:

buon senso, curiosità, compassione, amore, pietà.

Questi non sono ideali; sono leggi della natura. Universali.

Questo richiede il coinvolgimento di persone che hanno il

coraggio di saper incontrare se stesse e di partecipare

a questo cambiamento che implica il prendere coscienza

delle tradizioni e pratiche che appartengono a popoli

schiacciati dalla ‘religione’ e dalla ‘civiltà’.

Ce la possiamo fare!

Non servono grandi uomini

e grandi ideali: serviamo noi.

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L’unica alchimia

Quando Amore appare, vediamo le sue grandi ali.

Ne avvertiamo il tepore.

Un'energia irradia da esso e si traspone, come fuoco,

nelle nostre midolla.

Vogliamo quell'amore, perchè sentiamo di esserne presi.

E tuttavia, non possiamo prenderlo: è un Dio, Amore e noi,

mortali.

Possiamo allora crogiolarci nella dolce ossessione.

Fingere di allontanarlo con la lama di lucidi pensieri,

ma solo per soccombere, nudi, derisi, ai piedi del suo altare.

E' qui che Amore svela il suo volto terribile:

il fuoco diviene ghiaccio che spacca le ossa,

la calda corazza che ci ha avvolti nell'illusione del tepore.

Nudi, umiliati, respinti,

non ci resta che il cammino inverso

sul selciato di ciottoli taglienti della nostra storia:

un Calvario rovesciato dove, forse, moriremo

o rinasceremo,

mentre l'immobile sfinge del nostro amore

ci guarda, senza vederci,

con occhi di vetro.

E il sangue che perdiamo è tanto

che acceca la vista

e, se ndiamo vomitando parole amare contro Amore,

è per quel sangue che perdiamo.

La Mecca della Speranza è la meta,

il Santo Graal del sangue nuovo, la via

dove, forse, risorgeremo.

Perchè l'Amore è l'unica alchimia.

Annalisa Scialpi