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Raccolta di pensieri di Oreste Villari
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

L’afgano

Nessuna ironia.
In mezzo a quel paese di montagne e deserto, l'ultimo dei talebani ripensa alla sua vita e ai suoi errori. Il suo nome è Nasser: il vincitore.
Taliban, studente appunto.
Aveva imparato a memoria i versetti del Corano nella convinzione di fare la cosa più giusta al mondo. Aveva lasciato crescere rigogliosa la barba alla quale aggrapparsi per avere un contegno e le donne le riconosceva solo dall'andatura e dal curioso vestito che le copriva da capo a piedi.
A dispetto di Maometto però di donne ne aveva conosciute.
Sicuramente poche, ma quanto basta per detestare gli amori contronatura praticati dai suoi maestri.

I suoi 22 anni arrivarono insieme ai marines e lui sembrava non aspettasse altro.
Al diavolo i versetti e le stupide tradizioni: sarebbe cominciata la vita. Nessun rancore per quelle tonellate di bombe scaricate sul paese, nessuna compassione per i fratelli persi in combattimento.
Era diventato cinico a sufficenza per amare il nemico, per diventarne amico.
Il lavoro al quale lo destinarono era ingrato: schedare i suoi fratelli prigionieri e dare loro un facile codice di riconoscimento: così Mohamed Ali Khan diventava Joe27, Nusrat Rashid Assam diventava Tim34 e così via.
Fu spogliato dei suoi stracci, lavato e rasato.
Magro, scavato con due occhi verdi ramarro, adesso vestiva proprio come i suoi nuovi amici.
I capelli scuri e la pelle di cuoio incuriosivano e affascinavano le poche donne marines della base di Herat. Deborah, 26 anni nativa dall'Illinois, era bionda, occhi chiari e un fisico prorompente.
Al suo paese era conosciuta per essere una straordinaria giocatrice di softball ma anche per aver concesso le sue grazie a tutta la squadra maschile.
Dal magazziniere alla prima base.

Il tempo passava e niente toglieva dalla testa di Nasser che un giorno o l'altro sarebbe scivolato tra le cosce di lei. Deborah da parte sua l'aveva già sognato in una notte di calori: quel sogno la sciolse in un desiderio dal profumo di pesca e di miele.
Sarebbe bastato aspettare.
Una mattina di Ottobre rimasero soli ad attendere i lavori amministrativi. Occhi negli occhi per un instante e Nasser non le diede il tempo di stupirsi: una mano sotto la camicia e un bacio da film fecero il resto.
Nessun imbarazzo nel non capirsi. Neppure un pò.
Quell'afgano nodoso navigava sicuro tra le sue gambe e la faceva gemere di piacere al punto che mai la sorprese un calore così intenso quando la voglia di lui esplose nel suo ventre.
Seguirono altri incontri furtivi e identiche, innocue esplosioni.

Ai primi di Dicembre Deborah e il suo contingente fecero ritorno a Peshawar.
In meno di una settimana tutti sarebbero tornati a casa.
Nasser perse Deborah e il lavoro ma gli rimanevano una divisa nuova, un paio di occhiali neri, un braccialetto di rame con inciso il nome di lei e due cd di Eminem.
Da lì a una settimana avrebbe venduto tutto al bazaar di Herat a due soldati inglesi in libera uscita. Tornare nei suoi stracci e veder la barba ricrescere, l'inevitabile deriva.
Così, in un freddo mattino d'inverno decise di tornare al suo villaggio dove mancava da più di quattro anni. Lo aspettava una famiglia impaurita e una mina antiuomo.
Proprio nell'ultimo ripido tratto di sentiero saltò in aria accompagnato da un tremendo rumore come in un botto di fine anno.

Deborah attese l’avvento del Natale e quello del ciclo. Arrivò solo Natale.
Seguì un periodo difficile almeno quanto la decisione di portare a termine la gravidanza nella vana speranza che il sergente Smith del decimo fanteria avesse qualche responsabilità sull'accaduto.
I medici del St.James Hospital dicono che sarà maschio e nascerà a Luglio.

Nel nome di Allah misericordioso e compassionevole, il sangue americano sarà diluito da una nuova linfa vitale.
Dopo Obama, il mio più sincero augurio per un prossimo Presidente afgano.

*

Per i figli di Cauri (Val Grana)

Scrive Guccini nel suo Cirano: “ ...però non la sopporto la gente che non sogna”.

Agli inventori di Cauri, Guccini dedicherebbe una canzone.
In quel solco di Valle fatta di bosso e di carpino, di frassino e di rosa canina, fondare quell’insieme di case a mezza costa è stato un colpo di genio. Un sogno ad alta voce.
Oggi come allora quel villaggio non lo scovi facilmente.
Da Cialancia o da Campofei, dal paravalanghe sulla strada o da dove volete voi.
Costruito con la fatica di generazioni, abbandonato con il trascorrere di una notte, Cauri oggi è una chiesa e un cimitero. Un cimitero di case.
Inciampi in quelle spine come coltelli, in quell’erba scivolosa e scura in quelle ossa di case, in quella chiesa sfondata.
Già, quella chiesa, una delle poche dove la preghiera nasce spontanea.

Quella chiesa stringe insieme un gruppo di abitazioni ridotte a pietra e muschio.
Un giardino di rovi e di ortica. Nessuna candela. Una panca spaccata, l'arredo minimo.
Là dentro una smisurata predica dura da allora.
Mi sembra di vederlo il prete, gli occhi al cielo e le mani giunte nella notte di Natale.
Di quei Natali che tanto andrebbero di moda oggi, alla riscoperta dei valori di una tempo.
Da allora tanti altri Natali e da allora non più un chiodo rimasto a suo posto.
Come un tornado caraibico siamo passati noi.
Le generazioni future, le belle speranze.
Un chiodo che sia un chiodo non siamo stati capaci di piantarlo.
Casomai portare via tutto quanto si poteva. Un brandello di casa o di chiesa.
Cosa importa, il destino era comunque segnato.
Crollo e sfasciumi con la sola speranza in un progetto di recupero.

Ma non c’è progetto che tiene se non si riconosce la dignità nell’agonia di quei luoghi.
E allora proviamo a salire a Cauri e ricostruire quella chiesa. Solo quella.
Niente strade o agriturismi, solo la chiesa.
Ricostruiamola a braccia, come una volta, niente geometri o architetti, nessun sindaco a tagliare il nastro all’inaugurazione, solo volontari e sognatori.
E’ una sfida impossibile? Manovali d’una volta, spalle forti, dove siete?
Metto a disposizione due braccia, un pò di ferie e la sottoscrizione appesa alla porta sempre aperta.
Domenica, sull’altare polveroso, filtrava una luce come una rasoiata di sole.
La funzione delle undici.
Tutti i giorni è così ma nessuno lo sa.
Per quella gente che li è stata battezzata, si è sposata e in una cassa se ne è andata, per quella gente diamoci da fare. Erano di Cauri, figli di un sogno coraggioso.


Addendum Inverno 2010:
Come la casa del gladiatore a Pompei ma senza nessuna ribalta mediatica, la chiesa di Cauri di Val Grana è completamente crollata.

*

Carabina divina

L'ho letto sul giornale tempo fa:
"Pescatore di quindici anni ucciso da un fulmine nel mare antistante Siracusa".
Un trafiletto di cronaca dimenticato ed io mi scuso, non ricordo neppure il nome dello sfortunato. Mi sia permesso, lo chiamerò Salvatore.

Salvatore, ricci neri e occhi furbi che tradivano l'origine saracena, era nato e vissuto a Siracusa. A scuola non era il primo della classe ma sapeva riconoscere le spigole dalle orate al solo tocco.
Lo aveva imparato dal padre quando era ancora piccolo.
Era il primo ad uscire al suono della campana e a raggiungere di corsa il porto dei pescatori: il suo paese dei balocchi.
Inutile insegnargli di Garibaldi o del Risorgimento, erano le reti e i palamiti il fascino irresistibile del suo spicchio d'Italia. Nella sua immaginazione l’Italia era unita da una smisurata serie di lenze e di ami, di reti e di fari.
Un paese galleggiante e lui al largo con i suoi sogni sapeva di essere a casa.
Come unico confine, in lontananza, il luccicare più intenso di una corrente capricciosa.
Era cresciuto così, ed insieme al padre affrontava il mare ogni benedetto giorno.
Calmo o in burrasca, ma mai tremendamente noioso come le giornate trascorse a disegnare pesci durante il compito di matematica. L'unica operazione che conosceva a memoria era quella che stabilisce la profondità a cui calare i palamiti e il numero di ami.
Pescatore per vocazione.
Già, le vocazioni, sempre meno numerose, sempre piu' difficili.

Quel giorno di Primavera il cielo era di piombo, incollato a un mare appena increspato. Regnava la tranquillità tipica che annuncia pioggia e Salvatore lo sapeva ma sapeva anche che il mare resta più calmo quando piove.
Allo scalo, misurava con occhio esperto la distanza tra gli ami, verificava lenze e galleggianti. Il padre lo aiutò a mettere in acqua la barca, un’occhiata d’intesa era il loro modo di salutarsi.
A remi sino a fuori la diga e dopo, un piccolo entrobordo avrebbe garantito la rotta da seguire. Quella del pesce.
Una pioggia fitta e sottile iniziò presto a tamburellare il mare.
Acqua sotto, acqua sopra.
Salvatore, pesce tra i pesci, stretto al timone, sospeso sull’abisso a un miglio dalla costa.

La carabina divina, con un colpo secco, lo sorprese mentre sognava una pesca miracolosa e in un lampo, senza chiedergli nulla, lo proiettò nel sogno.
Mi piace pensare sia andata cosi’.
L'ultima delle vocazioni richiamata dal Creatore per reinsegnare a noi la via.
Quella che attacca l’uomo alla vita, al lavoro, alle sue passioni, quella che annoda tutte le nostre lenze allo stesso identico destino.

Ciao Salvatore, vorrei poterti stringere nel più forte degli abbracci.

*

Santuario di San Magno

Per me è “Il Santuario”.

All’ultima curva, come a cercarlo, rallento involontariamente.
Era un giorno di Primavera di tanti anni fa e già da allora avevo capito che il posto ispira anche l’ultimo dei credenti.
Certi luoghi andrebbero preservati solo per il magnetismo che trasmettono, la loro naturale sacralità. Poco importa sacri a quale religione.
Straordinario esempio, credo unico, di un’architettura rimasta tale, non agghindata da bar, alberghi, posteggi e seconde case.
Provo a raggiungerlo come un tempo, a piedi e con la stessa aria di sfida di chi vuol provare a chiedere qualcosa e magari ottenerla.

Timidamente ne rimango lontano girandogli intorno, salendo al Crosetta.
Da quella balconata mi sporgo sulla comba sottostante e mi sembra quasi di toccare il grappolo di case che è Narbona.
Su uno sperone vicino, lo sfascio delle grange Conbertrand.
Come corona i monti dell’alta valle ancora innevati, più sotto indovino i pascoli miracolosi del Castelmagno e le sorgenti del Grana.
Mi giro e ammiro il Santuario, nave incagliata in una secca del mare occitano.
Sotto un cielo che si mette a pioggia, mi affretto per l’imbarco.
Nel porticato, l’eco del mio camminare come unico rumore ed ho la strana sensazione di non essere lì per caso. Sfioro i muri bianchi e raggiungo una porticina a prua.
La apro, pochi ripidi gradini mi portano sul ponte di comando.
Sospendo il passo, sono nel cimitero.
Un pensiero al fortunato riposo di quelle anime mentre rinforza il vento ed io resto su quel ponte scoperto. Solo croci e nomi, comuni distintivi di un’invidiabile fede tramandata nei secoli.
Allora quella nave non mi sembra più incagliata. Naviga in quel mare con una manciata d’anime d’equipaggio. Nessun ammiraglio ne mozzo, nessun armatore in doppiopetto.
Solo un manipolo di amici al comando, sono loro che hanno deciso di buttare l’ancora. Uno di loro, più di tre secoli fa la buttò per primo e da allora altri lo hanno raggiunto e altri ancora lo raggiungeranno per un’inevitabile e tranquilla navigazione.

Sale una nebbiolina carica d’acqua nascondendo l’orizzonte a quell’approdo.
Timidamente e a bassa voce leggo un avviso ai naviganti:

“Voi che avete la fortuna di questo scirocco profumato di miele, di questo mare
verde smeraldo e di questa nave solida e scintillante, dico a voi, non abbiate paura all’imbarco. Mai vi sarà naufragio”.