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Raccolta di pensieri di Teresa Nastri
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Risalendo la via Monte di Dio

Risalendo la via Monte di Dio

 

Che andirivieni! Napoli non si riposa mai, e ha infettato pure me che mi sentivo al riparo da spinte verso comportamenti non finalizzati. E dove mi trovo ora? A ripensare a tutto lo sciupìo di energie psichiche che non hanno prodotto niente, niente... "Ahi!, mi scusi, la prego". Ma che cavolo c'entrano le mie scuse, se è lui che mi è venuto addosso? "Signora, la smetta di scusarsi sempre", me lo hanno detto in tanti... Quella volta fu proprio un bell'esordio, mi pare ieri. Piazza Borsa, in attesa di un mezzo per raggiungere Piazza dei Martiri. Sotto la pensilina un gruppo di aspiranti viaggiatori si precipitò tutto insieme verso il tram, altri arrivarono correndo da tutti i lati, e io continuavo educatamente a spostarmi, e poi quell'uomo scuro e barbuto mi afferrò per un braccio e mi spinse sul predellino. "Signurì, ma addò ve crerite e essere, ccà stammo a Napule... Saglite! "  Quella mano puzzava, ma io credetti di aver imparato una lezione di adattamento di tipo darwiniano... Macché! ho continuato sempre a occupare spazi residui nella canèa metropolitana. Forse ha ragione Piero... "ma a che ti serve? cosa ci guadagni a seguire un seminario che al massimo può contribuire alla formazione dei laureati più giovani. Ormai quello che è stato è stato. Punto e accapo. Inutile illudersi... ma tu cerchi degli alibi, sono sicuro, tu sfuggi a te stessa, solo che poi cerchi di far ricadere su di me i sensi di colpa..."

Ah, ecco il negozio dove trovai quell'appendino Thonet. Piero manco se ne accorse che era un pezzo autentico. Ma... ne hanno un altro... No, non m'importa niente della casa, mi devo liberare dall'assillo di renderla più gradevole, almeno secondo l'ottica da cui la guardo. Tanto lui se ne frega... Tale e quale come per quello che scrivo. Quando mai mi ha chiesto di leggere un lavoro in fieri...

Eppure una stanza "tutta per me" (chi lo scrisse, Virginia Woolf?) teoricamente c'è, ma è il tempo che non mi appartiene mai del tutto, quando è in casa trova sempre un modo per interrompere i miei tentativi di concentrazione, forse è una forma di gelosia... Ma se guarda la tv non mi vede e non ha più la minima percezione della mia presenza, mentre io quel ronzio lo sento sempre, e non è il rumore che mi distrae, è proprio quella presenza che continua a farsi sentire, a dirmi che c’è e che il mio tempo non è mio del tutto, che può reclamare da un momento all’altro la mia attenzione... Niente da fare, sono in trappola... Ieri per esempio, mentre cercavo di preparare rapidamente la salsa per la pasta mi è venuta un’idea nuova, mi sembrò subito importante, per un momento pensai di asciugarmi le mani e andare ad appuntarla in qualche modo, per poi ritrovarla e lavorarci su; ma ero in un momento difficile, avrei dovuto anche spegnere, interrompere del tutto, e invece pensai che non era necessario, che quell’idea non poteva più sfuggirmi, tanto mi si era presentata chiara e distinta alla mente, era mia, ecco... Che menzogna! nulla è più mio, da tanto tempo, neppure i pensieri che non riesco a ritenere per più di qualche minuto se non li fisso nella concreta esistenza di un embrione, poche e scarne parole che formano un DNA... Che strano, poche parole diventano formule capaci di ricomporre un mosaico intero... Ogni volta così; poche parole e - sebbene con qualche sforzo - l’idea ritorna, la traccia si tinge di rosso, il filo di Arianna si fa visibile sullo sfondo piatto e cavo insieme, uno schermo grigio, il grigio dell’assenza in una casa che è solo un punto di transito, come una stanza a ore, solo che qui il tempo non ha più spessore né profondità perché è pura perdita, totale svuotamento di essenza... è passaggio d’ombre, ecco... Le idee, i pensieri, sono fantasmi fugaci che non si fermano perché non hanno più presa sulla tua mente, una zucca vuota in cui non c’è rimbombo perché ciò che vi passa è privo di peso, a meno che tu non faccia lo sforzo di conferirgli un’essenza perdurante tramite la materialità delle parole... Anche tanti  anni fa, in Germania, andavo all’università percorrendo il lungo marciapiedi, che è anche percorso per biciclette; guardavo le aiuole ordinatamente fiorite e una idea bellissima d’un tratto riempì tutte le cavità segrete della mente, la invase di luce, pensai di appuntarmene la traccia essenziale, avevo carta, penne, tutto..., ma anche allora mi illusi di poterla ritrovare senza sforzo, tanto essa era chiara e sostanziale, un’essenza incorporea che avevo catturato a volo e che non poteva più sfuggirmi giacché ormai era parte del mio stesso vissuto... E forse è qui il problema: l’enigma di un vissuto che subito smette di appartenerci perché anche il ricordarlo è un’oggettivazione estraniante, un mettercelo di fronte per osservarlo, farne materiale da laboratorio, trasformarlo nella favola in cui ricomponiamo i fuochi fatui della nostra esistenza.

Ha ragione Ricoeur, abbiamo bisogno dell’autoinganno per costruirci un’identità che è una proiezione d’ombre cinesi, le ombre che vediamo dalla caverna dell’Io ingannatore: senza quest’operazione di restaurazione continua noi non siamo veramente nulla che abbia durata, e l’unica esistenza possibile per noi è un’immagine sospesa, una mancanza di peso... Sotto di noi lo spazio infinito che tutto avvolge, ma siamo senza peso, nulla che possa ancorarci - tuffarci in quel vuoto non si può, così è l’inferno, il tondo nulla in cui non siamo più neanche un’ombra, una piega... nulla.

 

Ma è poi un male?

 

 

(8 novembre 2008)

 

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Arte e Finzione

Arte e finzione

 

“Il poeta è un fingitore”, afferma Pessoa. L’artista in genere è un fingitore, forse per quell’ “aria di famiglia” che circola all’interno di tutto ciò che costituisce il mondo “ristretto” di chiunque identifichi la propria esistenza con la necessità di un fare particolare, che ne costituisce la cifra. Un fare che assimila a sé e modella (trans-forma o de-forma) tutti gli aspetti della realtà e dello stesso ,  e dà loro un senso - altrimenti cercato invano.

L’arte è fuga dall’immediatezza del riconoscimento di un senso dato. E’ rifiuto di un dono accettato come una grazia e di cui, in tal modo, si finisce con lo svalutare la portata: c’è, mi vien dato, lo prendo. Tutto così naturale da obnubilare l’atto originario della donazione a cui l’esistenza stessa mette capo.

L’artista è un fingitore: ha bisogno di fingersi creatore e donatore di senso. Per farlo deve attraversare l’inferno della perdita, dell’estraniazione, della manchevolezza assoluta, da compensare con un fare che tenda al ripristino, al rinnovamento, alla riformulazione. Perciò un artista è sempre un esule, anche nella quotidianità degli affetti ai quali si lega - con la speranza che lo aiutino a sopraffare i marosi da cui è sempre minacciato: quelli della perdita totale di un filo di collegamento con l’umanità divenuta massa informe. Perché da essa la sua vulnerabilità sempre esposta non sa prescindere del tutto.

E’ questa la vera diversità: quell’essere dentro-fuori, esule volontario e bandito - oppure teso a una riunificazione che superi il repulsivo rifiuto di ciò in cui ci riconosciamo uguali.

 

La modernità ha elaborato stratagemmi svariati - un sistema complesso e ben oleato - per individuare le nature artistiche più flessibili e addomesticabili, da chiamare al successo.

Ma qual è la dimensione interna dell’artista di successo? E’ quella del distacco, della distanza, dell’estraniamento, rispetto all’opera, oppure dell’appartenenza sempre e nonostante tutto? Chi può dirlo? Il sistema è tale da riuscire perfino a sottrarre la coscienza artistica - grazie ad artifizi e tagliole elaboratissime - alla percezione della propria solitaria mancanza di un posto certo nel mondo. Gli artisti di successo rimediano intrecciando relazioni fra loro - creando (fingendo) connessioni comunitarie nel cui intreccio si possano fingere a casa - non più esuli, ma installati nel cuore di un’esistenza i cui confini visibili si fanno rassicuranti. E l’arte, spesso, si fa pura techné. Un fare sapientemente autocosciente, finalizzato a scopi positivi che svelenino l’aria intorno. L’ “aria di famiglia” viene ripulita dai vapori originari - avvertiti come patogeni.

La famiglia non è più quella dispersa nella moltitudine informe dei più, in un raggio che tocca il limite, il margine che separa l’esistente dal niente. La famiglia, ora, è l’insieme degli operatori di successo - che sanno di esistere perché lo proclama il sistema. L’aria che circola all’interno della loro comunità ristretta è quella di “famiglia allargata” in senso odierno - ossia legata da vincoli indiretti, obliqui, multivalenti. Non c’è più l’ansia del doversi trovare. Ora, quell’ansia la si può solo fingere - una dimensionalità sancita e riconoscibile dell’esistenza provata dall’arte. Mentre invece gli altri - artisti portatori innocenti di un carattere ontologicamente destinale che li segna fin dall’inizio - continuano a fingere un fare che li salvi dal deserto dell’ in-differenza.

La finzione - in entrambi i segmenti - resta il filo che collega l’individualità all’origine.

(Forse si potrebbero dire le stesse cose di tutti gli uomini. La differenza sta nel fatto che per gli artisti la mancanza ontologicamente fondante è avvertita come  sofferenza, non riconducibile ad alcuna cosa che possa essere barattata o acquistata con strumenti forniti dalla modernità.)

 

 

Teresa Nastri  (2001)

 

 

 

 

 

 

 

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Uomini... o alieni ?

                                                  Scarabocchi

 

 Noi siamo co-determinati da media, quali stile, moda, ecc..., fin nelle nostre pieghe più intime. Nessuno di noi è veramente ciò che crede… Facendoci rappresentare da potenze impersonali, rinunciamo a decidere direttamente del nostro stesso ESSERE.

Ossia - senza rendercene conto - lasciamo che poteri a noi esterni decidano anche della nostra vita.

 (Da appunti scarabocchiati su un pezzo di carta.... Dubbio : in seguito a qualche lettura? O semplice rielaborazione di qualcosa letto in termini più sintetici?)

Che il senso della riflessione possa essere per così dire autoctono è fuori dubbio, ma quella definizione di “potenze impersonali” non la riconosco subito come mia: avrei detto piuttosto forze…

Ma, a rifletterci meglio, si tratta dell’eterno interrogativo che mi pongo fin dall’adolescenza : siamo più determinati dalla potenza (questa sì!) biologica del corredo genetico –il DNA- o dalle circostanze che il caso (la gettatezza heideggeriana) immette sul nostro persorso esistenziale, in un concatenamento inestricabile di situazioni, contesti, eventi, fatti, incontri-scontri, ritardi, anticipi…, in pratica da tutto ciò che pomposamente chiamiamo CULTURA? E in quale fase o momento evolutivo saremmo davvero NOI STESSI ?

Con quella prima riflessione, probabilmente, intendevo affermare che non ci riconosciamo in certi aspetti del sociale che ci appaiono come deviazioni, ma da cui non siamo in grado di metterci al riparo – pena lo smarrimento e la solitudine di un deserto senz’ombra e senza frontiere visibili.

 

 

 

(28-6-07 - )

 

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Uomini... o alieni ?

                                                  Scarabocchi

 

 Noi siamo co-determinati da media, quali stile, moda, ecc..., fin nelle nostre pieghe più intime. Nessuno di noi è veramente ciò che crede… Facendoci rappresentare da potenze impersonali, rinunciamo a decidere direttamente del nostro stesso ESSERE.

Ossia - senza rendercene conto - lasciamo che poteri a noi esterni decidano anche della nostra vita.

 (Da appunti scarabocchiati su un pezzo di carta.... Dubbio : in seguito a qualche lettura? O semplice rielaborazione di qualcosa letto in termini più sintetici?)

Che il senso della riflessione possa essere per così dire autoctono è fuori dubbio, ma quella definizione di “potenze impersonali” non la riconosco subito come mia: avrei detto piuttosto forze…

Ma, a rifletterci meglio, si tratta dell’eterno interrogativo che mi pongo fin dall’adolescenza : siamo più determinati dalla potenza (questa sì!) biologica del corredo genetico –il DNA- o dalle circostanze che il caso (la gettatezza heideggeriana) immette sul nostro persorso esistenziale, in un concatenamento inestricabile di situazioni, contesti, eventi, fatti, incontri-scontri, ritardi, anticipi…, in pratica da tutto ciò che pomposamente chiamiamo CULTURA? E in quale fase o momento evolutivo saremmo davvero NOI STESSI ?

Con quella prima riflessione, probabilmente, intendevo affermare che non ci riconosciamo in certi aspetti del sociale che ci appaiono come deviazioni, ma da cui non siamo in grado di metterci al riparo – pena lo smarrimento e la solitudine di un deserto senz’ombra e senza frontiere visibili.

 

 

 

(28-6-07 - )

 

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Ricordi Personali

I ricordi personali sono come fantasmi che abitano la nostra anima. Non vale esorcizzarli, perché il loro mondo non è altrove. Solo presso di noi essi possono vivere la loro esistenza immateriale, e tuttavia caduca al pari della nostra. Quando essi si agitano e ci inquietano è perché cercano una sostanza meno labile in cui possano trovar dimora, e continuare ad esistere oltre noi stessi, poiché - in quanto realtà spirituali ma incarnate - essi hanno diritto al doppio statuto della fragilità  e dell’eternità.

 

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Ancora sul Linguaggio

Ancora sul Linguaggio

 

E' in corso, da tempo, uno scadimento della funzione ordinatrice del linguaggio, a tutti i livelli - anche laddove il linguaggio stesso costituisca strumento primario di esercizio professionale. 

Basta ascoltare due o tre telegiornali per rendersi conto di un fenomeno di portata ormai rivoluzionaria- solo che si tratta di una rivoluzione  che prescinde da qualsiasi possibilità di conquista, che ha perso la sua componente di  positività, limitandosi alla dispersione sistematica di un patrimonio spirituale ineguagliabile: per pura sciatteria e tendenza - ormai consolidata - allo sperpero.

E' negatività assoluta e senza residuo, destinata  a sommergere la componente umana più diversificante nei confronti del mondo animale/naturale.

 

L'Uomo diventa così - a poco a poco -  il nuovo "Re della Foresta", ridicolmente convinto di un potere illimitato che lo pone al disopra di qualunque necessità di  razionale auto-preservazione.

L'Uomo Logico  è morto - viva l'Uomo Nuovo, capace di fabbricare trappole in cui inciampare... sempre più in fretta !

 

 

(epoca incerta)

 

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Un’idea di Bellezza

E’ falso che l’abitudine al bello debba finire per non farne più gustare. Quando ciò avvenga è perché la nostra vista interiore si va spegnendo per vecchiezza spirituale.

Si può ammirare ogni giorno, per cent’anni di seguito, la stessa immagine che si sia trovata bella la prima volta e continuare a provarne un piacere sempre più sottile, fino a morirne. Poiché, infine, sarà sempre la bellezza ad aver ragione di noi, e non i nostri occhi a uccidere la bellezza.

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Un’idea di bellezza mi ossessiona fin dalla prima infanzia e il pensiero di esprimerla in immagini e in linguaggio accessibili ad altri mi tenta e mi atterrisce di continuo.

 Sicché, naufraga da sempre fra i marosi della fantasia e risucchiata senza sosta nei gorghi del dubbio e dell’incertezza, vedo scorrermi accanto la vita - trascinata dalla deriva dell’inerzia - simile a una biscia che nel suo percorso incerto, con movimenti a spirale, sfiori di continuo le due sponde, talvolta le percuota con potenti colpi di coda o di testa, senza mai trovare il solco nel quale si orienti il suo avanzare, al riparo dai flutti rabbiosi.

 

 

30/10/78

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Lettera aperta alla Madre di Fabrizio Romano

Cara Ornella,

 

Avevo appena sfogliato l’ultimo libro del mio autore più caro - La memoria, La storia, L’oblio,  diPaul Ricoeur - quando c’incontrammo per la prima volta. Mi parlasti subito di Fabrizio, delle sue qualità umane e artistiche, dei suoi interessi, dei progetti rimasti sospesi nella temporalità dinamica e fragile in cui tutto trascorre - per eternarsi nella dimensione del ricordo.

 

E a sentirti evocare (con la carica che metti, suppongo, in tutto quello che fai o che partecipi agli altri quando ne parli) quella splendida giovinezza improvvisamente disinnescata - come un meccanismo troppo prezioso per abbandonarlo all’usura dell’esistenza - mi tornò alla mente la bellissima citazione posta in esergo dell’opera che Ricoeur dedica alla memoria di Simone, la moglie morta da due anni. Pensai subito che te l’avrei trascritta:

 

Celui qui a été ne peut plus désormais ne pas avoir été: désormais ce fait mystérieux et profondément obscur d’avoir été est son viatique pour l’éternité.   [Vladimir Jankélévitch]

[Colui che è stato non può più non essere stato: il fatto misterioso e profondamente oscuro di essere stato è, ormai, il suo viatico per l’eternità.]

 

Chi è stato non può più non essere: forse a qualcuno potrebbe sembrare ovvio se non banale, ma solo perché ci liberiamo troppo in fretta delle cose che sembrano rimandare a misteri fuori della nostra portata. Per me questa frase somiglia alle figure della Cappella Sistina: al di qua dell’enigma da cui prendono origine, e a cui sembrano richiamarci, esse si offrono ai nostri sensi finiti come risposte tangibili al bisogno umano di infinito.

Non è questa in fondo la funzione della bellezza ? Come ogni essenza pura noi possiamo percepirla solo attraverso le forme molteplici in cui si fenomenizza -una frase come questa, per esempio- (salvo pretendere poi di ri-crearla  a misura della nostra limitatezza per poterne disporre senza residui... Ma c’è un limite alla hybris  di Sapiens ?)

 

Ho letto il libro di Fabrizio, e ho ascoltato dal CD le canzoni che gli ha dedicato la sorella Gabriella. Sono molto belle, anche se mi riferisco soprattutto alla parte musicale, perché le parole un po’ mi sfuggono: è che non sono allenata all’ascolto di musiche “giovani”.... Ma le ascolterò ancora, e rileggerò anche gli scritti di Fabrizio.

 

Nel frattempo ti abbraccio.

 

 

Napoli, 1/4/001

 

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L’Occhio dell’Artista

Mi sono chiesta ripetutamente negli ultimi tempi se la scena di cui sono stata testimone e che ho raccontato in Cicciona…, sarebbe stata vissuta con la stessa emozione da chiunque. Io non ho raccontato una storia, ho solo descritto un dialogo intimo - metaforizzato - tra una madre e un figlio, ma che ancora mi commuove se lo descrivo ad altri.

Saramago – la Repubblica del 23 giugno 2007, p. dell’Almanacco dei Libri - mi ha dato una risposta chiara. Alla domanda dell’intervistatore: “nella sua infanzia non c’è niente di straordinario, ma il suo sguardo è pieno di percezioni ‘straordinarie’…”, risponde: “tutto può essere straordinario, se è straordinaria la nostra maniera di vedere e di sentire. I girasoli di Van Gogh non erano straordinari… ma lo erano gli occhi e la sensibilità dell’artista”.

 

(30 novembre 2007)

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Noi Stessi come Altri

Lo sviluppo psichico dell'individuo è segnato da momenti di "illuminazione" interna, in cui si direbbe che concorrano simultaneamente processi intuitivi e percezioni sensibili di varia origine. Il risultato è che l'intima essenza della  sua natura gli si rivela con chiarezza, anche se poi di quel momento prezioso di auto-agnizione resterà solo una consapevolezza sbiadita - come di immagine colta nel breve trascorrere di un "flash".

Ma nell'immediatezza del momento fenomenologico in cui si consuma tale esperienza, la parte di verità che ci si è disvelata ci pervade fino a riempirci di sé: il Sé del nostro Io - due entità di fronte, per un istante che può valere un lungo tratto di vita.

Tuttavia, ogni Sé ha bisogno dell'Altro che in qualche modo lo convalidi; una specie di attestato di autenticità, che è necessità fatale dell'Homo Socialis : l'Anerkennung !

Essa però non si attualizza se non attraverso un processo dinamico che richiede una serie di condizioni, tanto difficili a darsi tutte insieme da finire per lo più col vanificare la possibilità fondativa di nuova conoscenza, di cui perciò finiremo noi stessi per essere sempre meno certi.

In termini diversi: gli altri sono lo specchio in cui abbiamo bisogno di trovare riflessa quell'immagine - o idea - rivelatrice della nostra stessa essenza. Implacabilmente, però, essa ci viene restituita deformata, rispetto all'evidenza (per noi) originaria.

Ogni volta che ciò accade, sperimentiamo come un morire a noi stessi, un ritrovarci - a noi stessi - estranei, diversi, altri.

 

Se l'Essere può conoscersi solo attraverso l'Ente, la pluralità in cui si scinde non ha ancora trovato la capacità di sintesi che la sappia esprimere. Ma quando questa facoltà fosse conquistata, allora l'Essere tornerebbe tutto in sé, e gli Enti non avrebbero più la loro funzione conoscitiva.

[Dio ci ha creati per conoscerLo... recitava un'antica formula catechistica.]

 

Era tuttavia qualcosa di parzialmente diverso ciò che intendevo chiarire. Volevo parlare di un problema molto concreto, come  quello di salvaguardare il nucleo di sé che - faticosamente conquistato ad istanze contrapposte - costituisce la parte più essenziale del nostro essere. Come, ad esempio,  un certo orientamento verso una tale o tal'altra pratica esistenziale, che - non appena percepita con chiarezza - non lasci alcun residuo dubbio sulla sua assoluta autenticità. Tale certezza, infatti, viene ineluttabilmente minata dal mancato riconoscimento dei nostri simili più prossimi; e lo sforzo di difenderne la reale sussistanza - contro il misconoscimento che si replica con sfumature sempre differenti - ci diviene odioso e insopportabile, tanto che ci lasciamo indebolire al punto da rinunciare a una difesa scaduta a "funzione d'ufficio". Ossia: rinunciamo a quella parte d'identità, visto che gli altri non intendono ( = non sanno, non possono, non vogliono - e i motivi da parte loro possono essere innumerevoli) riconoscerla.

E' la più grave sciagura per l'individuo dotato di forte capacità di autoriflessione: conoscersi, in questi casi, significa non già possedersi, ma essere costretti a perdersi.

 

30/1/92

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Amore - Amante - Amato

L'amore, come innamoramento, è uno stato dell'anima e della mente che riguarda chi lo vive, non chi ne è l'oggetto. Per questo ci si può innamorare di chiunque, anche di chi ad un'analisi superficiale possa apparirne indegno.

Vivrebbe perciò il più grosso inganno chi, gratificato dall'attenzione amorosa di persona ritenuta degna di considerazione, s'illudesse di possedere qualità particolari di cui essa soltanto comprenda il vero significato e valore. Sarebbe ben deluso/a costui (o costei) se gli/le si spiegasse che, nella vicenda amorosa di quello spirito superiore, egli/lei ha una funzione non diversa da quella di uno strumento.

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In una Notte di Plenilunio

Nostalgia dell’ignoto da cui provenni - ansia di conoscenza per l’approdo finale, il presente inidentificabile nei contenuti: è il risultato di una forza centrifuga che mi rende aliena a tutto ciò ch’è il divenire quotidiano della specie.

Il silenzio mi avvolge  in un manto cosmico di isolamento. La notte del plenilunio richiama i lupi dalle terre profonde, ed essi arrivano: gli occhi di brace sanno anche guardare con amore. Peccato non riuscire a vederlo, sarebbe sconfitta per sempre la paura.

Somigli a un antico sogno, rivisitato ora è poco in una notte inquieta, mentre tutte le stelle facevano il più bel girotondo. Sul tetto di casa la civetta sorrideva ironica, ma l’usignuolo cantava a me sola l’ultima ninna-nanna del mondo.

Fratello, richiama l’infanzia  intravista. Essa è appena trascorsa, e forse si attarda qui all’angolo, ad ascoltare il pianto della ferita nella carne della bimba - che nelle notti di agosto spiava dal tetto di casa la pioggia dei meteoriti.

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Il valore ultrasoggettivo dell’esistenza individuale sta nella funzione conoscitiva e di comprensione del mondo e del suo divenire continuo. Conoscenza e comprensione che ogni singolo e ogni collettività sono tenuti a conseguire, per assicurare la continuità dell’appartenenza comune alla stessa specie.

Nel Poeta questa funzione si compie con grande disagio e sofferenza, perché la sua stessa specificità lo spinge a “salti” di conoscenza e comprensione più ampi, tali da generargli  l’estraniante sentimento di non appartenere mai al presente. La consapevolezza di essere passato dell’origine e l’ansia di approdo sulla terraferma di una conoscenza ultima agiscono in lui come una forza centrifuga che lo isola da ogni contatto reale e contingente.

La tensione tra i poli dell’ignoto originario e del finale approdo....

 

Fine '900

 

 

 

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Paradiso-Inferno

Il paradiso è nelle cose che non hanno senso. Nel gesto del dito che preme il grilletto e nella capacità di non chiedersi mai perchè.

C 'è un paradiso nella follia ? e lo si può raggiungere senza passare per l'inferno degli infiniti "perché" senza risposta?

Autodistruzione come autodifesa: prevenire gli attacchi esterni precedendoli con coscienti azioni autodemolitrici... sarebbe questa la libertà ?

 

P.S. La morte è l'unico vero tramite per realizzarsi nella dimensione tempo-spazio che rende eterni.

(22/11/78)

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L’Arco

L'Arco

 

Qual è il segreto messaggio delle forme geometriche ? Il linguaggio della suggestione misteriosa che esse esercitano sulla nostra psiche deve avere una straordinaria potenza semantica.

Io rifuggo dall'arco con un moto di ripulsa tanto più forte quanto più subdolamente l'immagine ricurva mi si prospetta nella mente, attraverso e per il tramite dei più insinuanti canali di trasmissione. Ma nelle scelte più occasionali, come in quelle più ponderate e impegnative, arriva un momento in cui la linea ricurva mi si para dinanzi con tutta la sua carica di seduzione, come una proposta lasciva a un'attempata priora - la cui castità si credeva da tempo al riparo da ogni possibile aggressione. Perchè l'arco in sé - in qualunque modo mi si offra alla vista - mi attrae irresistibilmente. Qualunque cosa mi proponga di fotografare, il mio occhio cerca la curva nascosta: nella forma particolare su cui punta l'obiettivo, nel dettaglio isolato e ritagliato dallo sguardo, sarà sempre possibile scoprire la curva che vi si è insinuata.

Nessun altro motivo architettonico mi commuove come certe fughe di archi e volte, quali si possono vedere in certi templi islamici o negli antichi porticati della Costiera Amalfitana. Potrei restare per ore sotto le volte della passeggiata che corre lungo il bel perimetro della Place des Vosges, a Parigi. O dinanzi all'occhio spalancato di uno degli archi che coprono certi passaggi laterali, sull'area circostante la Villa di Catullo, a Sirmione sul Garda. Ma non proponetemi una volta o una nicchia ad arco nella mia casa, o un grembiule da cucina con l'orlo graziosamente arrotondato in basso. Sopporto a stento il tutto-tondo e la forma sferica, tanto da poter utilizzare i comuni oggetti d'uso... Un giorno, ad esempio, che avevo dapprima tagliato in due metà un grosso pane rotondo, quindi suddivisa ciascuna di esse in parti più piccole, senza accorgermene andavo poi sminuzzandole, quasi ossessivamente, credo per cancellarne l'idea dell'arco - che invece, sotto il mio sguardo, si moltiplicava nei vari frammenti.

Da bambina, qualche linea di febbre appena superiore alla norma mi causava stati di semi-delirio. Ricordo ancora, con invincibile sensazione di nausea, che vedevo dinanzi a me porte bianche, lucide, su cui l'immaginazione ritagliava archetti a tutto sesto.

Chi sapesse svelare le misteriose corrispondenze di senso che governano i nostri stessi rapporti con l'universo-spazio e i suoi molteplici significati, potrebbe liberarmi dall'ossessione dell'arco?                                                      Teresa Nastri

 

(Forse anni 70)

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Scorie Sprirituali

 A proposito di libri come opere di scrittura. Cercavo (apparentemente) di spiegare qualcosa a Felice, come spesso mi capita di fare volendo in realtà chiarirlo a me stessa. Formulai una riflessione che mi pareva interessante. Come al solito cercai di fissare in mente il nucleo del mio ragionamento per poi riprenderlo - una volta a casa - e svilupparlo. Come sempre, in casi analoghi, esso è perduto, smarrito, dilapidato: piccola scoria di sostanza spirituale rotolata fuori dal campo visivo della mente. Ripensarvi, come sempre, ha l’unico effetto di alimentare il senso di marginalità e insignificanza universale in cui- come tutti (ma ne sono forse tutti egualmente consapevoli?) - mi trovo gettata.

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Essere e Apparire

Essere e Apparire è  una delle dicotomie più appariscenti/schiaccianti della nostra epoca – sia per quanto inerisce i singoli individui, sia per ciò che riguarda comportamenti collettivi di interi gruppi sociali. Nessuno, infatti, fino a pochi decenni orsono, avrebbe mai ipotizzato che un termine esotico come “look” potesse entrare nella dimensione collettiva di consapevolezza semantica di più generazioni contigue – e così radicalmente da essere destinato a restarvi  in via permanente.

Il fenomeno, per l’Italia, non trova alcun riscontro nella diffusione piuttosto modesta di conoscenze linguistiche “altre” dalla parlata nativa. 

Un fenomeno sociale deve avere origine in  modi analoghi nella dinamica della psiche individuale… oppure è il contrario???

Vi concorre una generalizzazione amplificata dal mascheramento – dalla simbolizzazione – dagli spostamenti di “valori” (trasposizione verbale di “affetti”) su obiettivi e istanze, se non di nuovo conio, perlomeno investiti, come mai prima, da ingenti carichi di energie.

Fenomeno conseguente (per sviluppo di derivazione), o parallelo, a quello dell’opposizione ESSERE-AVERE, così ampiamente indagato da FROMM ?

 

 

20-4-1991


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Riflessioni sul linguaggio

Riflessioni sul linguaggio

 

Campagna di solidarietà per i rifugiati del Kosovo:

“Uomini donne e bambini”.... che vuol dire? chi è escluso?

 

“Profondo Nord”.... detto con serietà, finalmente.

                                                                                   ***

Riflessioni di Natalia Ginzburg sul silenzio come incapacità di parlare delle nostre generazioni, dopo aver taciuto troppo a lungo dinanzi agli adulti che ci parlavano con parolone grosse e sanguinose.... Oggi queste non sono più utilizzabili, ma le nuove non sanno più dire nulla di importante.

 [Pensiero generoso, ottimistico, materno... Il linguaggio - e il silenzio - delle nuove generazioni è piuttosto il prodotto di un'alienazione (tele)guidata... da nuovi poteri più forti e più "alieni" ]

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Da Terenzio a Hemingway

Da Terenzio a Hemingway

 

Non ho mai letto il romanzo, ma in un’epoca in cui anche il cinema era un lusso raro, specialmente per una ragazza di provincia, in pieno dopoguerra, vidi il film “Per chi suona la campana" (con Ingrid Bergman, se la memoria non mi inganna, e mi pare di ricordare anche Jennifer Jones).  Ricordo solo i volti delle due attrici e qualche scena, qui e là. Ben custodita nella memoria, e nel cuore, è rimasta invece la frase con cui si concludeva la narrazione filmica : <Quando un Uomo muore io muoio con lui, perché partecipo dell’Umanità. Perciò non chiedere mai ‘per chi suona la campana’ : essa suona per te.>

 

Passarono gli anni… tanti, prima che m’imbarcassi in uno studio sulla letteratura latina e leggessi una frase celebre (per i latinisti) del poeta Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”.  Un ponte ideale si formò nella mia mente, superando millenni di lotte e imperi, per connettere i due Autori. Avessi dovuto fare un esame scritto di latino avrei tradotto pari pari Terenzio con Hemingway.

 

Ma nei decenni trascorsi, prima della visione del film e della lettura di Terenzio, avevo sempre sentito citare Plauto e il suo “Homo homini lupus”…

 

 

 

 

29 luglio 2011

 

 

 

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Risvegli

Il giorno le si annunciò con piccole lame orizzontali di luce, che filtravano di tra le sconnessure delle tapparelle di plastica bianca, già da qualche tempo. Lei non poteva saperlo, ma le palpebre proteggevano le sue pupille chiare molto meglio di quanto credesse. E in realtà non era la luce che le impediva di dormire più a lungo la mattina, ma il fatto che le inquietudini di sempre verso l’alba trovavano una resistenza più debole nel loro percorso di emersione verso la superficie della coscienza.

Così il quotidiano le si rovesciava addosso all’improvviso con tutto il suo gravame inutile di rituali scaramantici, di cose da fare, di cui solo una parte molto piccola era veramente necessaria al vivere in conformità equilibrata con le regole di civile convivenza fra cittadini di uno stesso territorio. Il resto era solo una pletorica ripetizione di gesti consuetudinari che servivano a scandire il tempo, come se questo non passasse egualmente anche in assenza di tanto trambusto.

Perché era così difficile tagliare fuori dalla propria esistenza tutto ciò che la congestionava? Quel tempo vuoto di senso, scandito dall’eterno ripetersi dell’inutile era la più scandalosa necessità inflitta alla coscienza.

 

(da appunti ritrovati in una vecchia borsetta)

 

 

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Arte e Tecnica

Arte e tecnica

(materializzazioni)

 

L'Arte è una visione globale, nella quale la realtà tutta si rivela a un determinato individuo attraverso una particolare riduzione metaforica.  Così si spiegano le idee dominanti  identificabili nell'opera di ciascun artista. Ciò che gli artisti fanno con i loro strumenti è tentare di restituire quella loro intuizione del mondo con la massima forza possibile, a beneficio di tutte le altre coscienze che sapranno riconoscerne l'intrinseco valore di verità.

Riuscirvi è cosa diversa, e dipende dal talento  - che è capacità esclusivamente comunicazionale e ha a che fare soprattutto con la techné . Si tratta di una disposizione innata, ma suscettibile di miglioramento e affinamento. Ossia: dono e conquista insieme.

Si può dire, kantianamente, che un talento  senza arte  è cieco, mentre  l'intuizione artistica  senza il talento  è muta. Con altra metafora, si può anche dire che la coscienza artistica  è un occhio aperto su una visione, a partire dalla quale essa coglie ed elabora una sintesi particolare della realtà. Come tutte le "visioni trascendentali", anche quella che chiamiamo artistica merita e chiede di essere divulgata.

(Non v'è condanna più dolorosa che essere "toccato" dalla grazia dell'arte e non possedere il mezzo per renderla comunicabile.)

 

(4/11/96)

 

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Fenomenologia della Vecchiaia

Fenomenologia della vecchiaia che avanza.

Traduco dal francese. Rileggo l’ultima frase: mi fermo sulla parola fedele, già scritta, che forse però, secondo una prima rapida interpretazione, dovrebbe essere “fedeli” (potrebbe esserci un errore di stampa nel testo originale ). Osservo (guardo) la parola in questione : quella sequenza di e  - una per ogni sillaba, con esclusione di ogni altra vocale - improvvisamente ha qualcosa di estraneo che non riesco a far corrispondere al significato - per me chiaro e presente - del termine stesso. Nulla del genere provo se ne osservo la versione plurale: fedeli, non ha niente di estraneo, ma la quieta familiarità di ciò che è noto e che accorda perfettamente significato mentale e forma fisica, la struttura “in carne e ossa” insomma, subito accessibile allo sguardo e all’udito.

 

(18/4/98)

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Pensieri sparsi... in fieri

 

 

L'Essere si svela alla curiosità (alla domanda) dell'Ente, il quale inizialmente non si sa come sua "apertura". Piccolo strappo nel sipario che nasconde il mistero è l'uomo, ogni singolo uomo non meno dell'intera collettività umana.

 

L'Essere si disvela quel tanto che possa far da lievito alla voglia di conoscenza dell'uomo, e così rovinargli per sempre la possibilità di -  semplicemente - essere, senza doversi sempre chiedere: "cosa?". E' il gioco di Sheherazade che sembra sempre alludere a una possibile fine (chiusa ) della narrazione, tale da lasciare finalmente il mondo in pace e in ordine. Perché cos'altro sarebbe questo disvelamento ininterrotto e infinito, se non il racconto interminabile del farsi o del perdersi, della distanza che separa l'Uomo da Dio?

 

 

Raccontarsi è mettersi ogni volta in gioco, ossia in dubbio. E' farsi e disfarsi come persona.

 

 

 

  Una ferita di luce //  attraversa //  la notte del non-essere //

 

   E nasce un pensiero //  nuovo - lo cogli //  e lo culli //  lo nutri //

 

  Ed è parte // inalienabile // di Te. // Sei tu stesso //  che nasci //

 

   Diverso ogni volta  // e medesimo.

 

 

 

 

Il Poeta è un fingitore - dice Pessoa e ripetono gli psicologi. A proposito del testo Transfert : è esperienza come vita che accade ed è esperienza estetica che la racconta.

 

Per chi abbia contratto il virus letterario il confine è imprecisabile - se la vita, ogni vita, può essere un racconto, il suo senso profondo è un valore aggiunto alla somma delle sue componenti narrative.

 

 

 

(continuare...) Inizio 1998.

 

 

 

La vita resta il più grande facitore  di storie, perché possiede la capacità e l’autorità implicita di piegare  e orientare le circostanze e i destini, senza doversi preventivamente informare sull’andamento dei mercati, i gusti del pubblico e le esigenze delle case editrici. E non ha bisogno di pagare la compiacenza dei media e degli opinionisti per assicurare successo e notorietà alle sue opere.

 

 

 

(Da “Cultura” - La Repubblica  di venerdì 6/4 - Circa il libro di Aforismi di Nicolás Gómez Dávila - trad. Franco Volpi)

 

 

 

“Vive la sua vita solo chi la osserva, la pensa e la dice. Gli altri, la vita li vive...”

 

 

 

 

 

(1998 ?)

 

 

 

 

 

 

 

(Da un vecchio quaderno che voglio buttare - senza data)

 

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Flusso di coscienza

 Questo flusso di coscienza è simile a una materia incandescente che sgorga come lava: va di qua, di là, come la vita originaria che non ha una forma consolidata. Non la puoi fermare, non la puoi indirizzare, se non costruendole intorno argini e canali, per farla tracimare di qua, o deviarla di là... (Ma anche così, in fondo, cos'hai descritto ? Solo ciò che sei riuscita a sorprendere nelle immediate vicinanze di un atto di coscienza. Il resto è perso per sempre, via e irrecuperabile come il tempo, nel cui solco la vita da sempre scorre, per sempre, a dispetto di tutti i tentativi dell'arte per fermarla.)

 

(dal quaderno di appunti del corso di letteratura inglese : 15/9/92)

 

 

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La Ragione e il Nulla Etico

La ragione argomentativa è la vera malattia dell’Occidente. Essa porta con sé un’idea di universalità contrastante con la realtà di una finitezza che in troppi casi si esprime attraverso comportamenti e opinioni fra loro inconciliabili. Anche la consapevolezza di quella finitudine, prodotto gnoseologico della Ragione stessa, non cessa di dimostrarsi strumento quanto mai ambiguo, perché si presta agli usi più settari - fino alla pretesa di giustificare eccessi ed abusi di ogni genere.

La Verità - il mito più antico della Logica - si è dissolto come tutte le divinità del mondo pre-logico, lasciando l’umanità orfana e smarrita a cercare fra gli scarti e i vecchi rifiuti ciò che possa recare il sollievo di un conforto, precario e provvisorio, prima della resa al nulla etico.

 

 24/7/98

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Autoriflessione

Non ho voglia di andare al mare, cosa a cui vengo sollecitata, o almeno invitata dai miei. Forse avrei detto di sì, se non fossi così stanca per aver dormito  poco. In fondo, però, riflettendo, la stanchezza non passerà rimanendo in casa, con scarsa voglia e capacità di concentrarmi nello studio o in un’impresa di scrittura. Allora, perché no? Mi dico che la stanchezza aumenterebbe; ma non è vero, giacché non si tratta di inadeguatezza muscolare. Allora? Allora, la verità è che non so più trarre piacere dalle cose che un tempo mi sembravano irrinunciabili - o almeno capaci di compensare tante carenze. (Ma forse questa è solo una precisazione sofistica  della ragione adulta).

La differenza tra atteggiamento della gioventù e quello dell’età matura non consisterebbe quindi nell’avere più o meno energie per fronteggiare la stanchezza conseguente al dispendio energetico, ma nel saperle spendere al meglio le proprie energie primarie, per trarne il massimo profitto, facendone aumentare il peso specifico (positivo) rispetto a quello (negativo) della conseguente stanchezza.

Ma è proprio così? E, in fondo, cambia qualcosa saperlo?

 

24/7/98

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Lettera a un Amico Poeta

Sono le 6.45 e ho appena acceso il computer, ma non aprirò subito la casella della posta – come faccio da qualche tempo, sperando di trovarvi un “bigliettino” che provenga da te. Tu ci sei in questa digressione, per quella tua piccola frase – tra parentesi - con cui ieri chiudevi uno dei tuoi telegrafici messaggi: "chissà perché mi viene in mente una canzone antica, Il tango della gelosia, e mia cugina - morta da tanti anni- che la canta".

 

L’animo  umano – o la mente, o la psiche – è un mistero profondo ma  regolato da meccanismi semplici, che l’arroganza della cultura ufficiale ha relegato nell’angolo delle quisquilie (come direbbe Totò), per crearvi intorno i baluardi di regole ferree di nuova produzione. E’ inutile che mi dibatta intorno all’argomento: sono da qualche tempo conflittualmente  negativa nei confronti di quella che definiamo “cultura alta” (moderna, postmoderna…), che decide di occuparsi solo delle manifestazioni più pompose e aristocraticamente destinate all’universo dei “migliori”. Forse sbaglio perché non ho titoli (né cultura) accademicamente fondati per disquisire su fenomeni storicamente  documentabili. Ma non riesco a non pensare che fra i prodotti più tetragoni dell’ evoluzione sociale di Sapiens sia da annoverare il mercato. Creato per regolare gli scambi di beni materiali e prevenire possibili conflitti per il loro possesso, ha finito col divorare anche le sue produzioni  spirituali, sui quali imprime ormai il proprio marchio – e le proprie regole. E la “cultura accademica” ne diventa l’organo esecutore. Oggi vedo il fenomeno sociale dell’organizzazione mercantile come un potenziale Crono che tutto divora: paradossalmente non i figli, ma  coloro che lo hanno generato.

 

Cosa c’entra il “Tango della gelosia?” Quel tuo ricordo – confessato quasi con senso di colpa – mi ha portata a cercare di recuperarne il motivo. Ma in mente me ne correva uno che credo si chiamasse “Tango delle capinere”.  Ho ricordato quasi tutto: parole e musica, solidalmente armonizzate, creavano un effetto di dolcezza appassionata, che faceva sognare me – appena adolescente – di un paese lontano e bellissimo, di una “pampa in fiore” dove c’era “un nido fatto per l’amore”. E dove “un bandolero stanco scende la Sierra misteriosa”, su un  cavallo bianco dove "spicca la vampa di una rosa” , che avrebbe donato “alla sua capinera”.

Quel motivo, apparentemente sparito dalla mia mente per più di mezzo secolo, mi commuove nel ricordo  come il verso di Petrarca “...e la cetera mia si ruppe in pianto”.

Oggi, perfino i sentimenti più immediati e naturali sembrano banditi dalla civiltà della Cultura (con la maiuscola). Sentirsi dare del “sentimentale” è quasi un affronto, perché la “Cultura” deve essere ALTRO: deve sorprendere, provocare – disumanizzarsi.

Oggi forse sarò io a provocare una tua reazione: rifiuto di un rapporto, come un semplice scambio epistolare, che non può aggiungere nulla alla TUA CULTURA. Ma io sono la stessa che  trasale di emozionato stupore alla lettura della tua Fedra, dell’Infinito leopardiano, del “10 Agosto” di Giovanni Pascoli...

Sto solo riflettendo sul senso della nostra umanità, sulla sua crescita confusa, in cui tante qualità si ritrovano retrocesse a scarti di mercato.

 

Scusami, Rino: io non so essere accomodante  e adattabile a tutte le stagioni. C’è già il quotidiano  che mi obbliga a farlo. Che cos’è un rapporto in cui stima e amicizia dovrebbero fondersi perché le dita di due mani tese possano stringersi, metaforicamente,  in un’alleanza che vada al di là delle norme del galateo? 

 

Teresa (la sua parte meno nota), con affetto e stima

 

 

 

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La Solitudine e la Croce

                             La Solitudine e la Croce

 

La solitudine vera  non è quel che si crede. Essa è un bene raro. Come la verità - pensò - rappresenta una conquista in perenne movimento e non può essere data una volta per tutte.

Quella del mistico in realtà è un’astrazione, un esser-fuori-di-sé, mentre invece la solitudine che intendeva lei dovrebbe essere lo stato di perfetta aderenza all’IO, come quella del Cristo che diventa una sola cosa con la Croce a cui è inchiodato. Per essere solo, in primo luogo devi esserci,  come singolo: un'individualità inscritta direttamente nella propria condizione esistenziale.

Ma si è mai veramente soli? La solitudine perfetta e immutabile è forse solo quella dell’opera, essa è come la Croce per il Cristo, qualcosa che assimila a sé ciò che vi si affida, fino a diventarne la verità,  riconoscibile per sempre, nella assoluta autonomia del simbolo. Come la Croce non ha più bisogno del Cristo per parlare in Suo nome, l’opera diviene la voce stessa del suo Autore, ne assume e ne riassume il punto di vista. E lo dilata, fino a farne uno dei tanti piccoli specchi in cui l’umana esistenza potrà sempre scorgere un frammento della sua imprendibile realtà.

 

Sospirò... La sua era una tensione originaria verso il proprio centro più profondo e inaccessibile. E tuttavia era altrettanto originariamente segnata dalla contraddittorietà, perché percorsa da “momenti” di tensioni opposte, verso il contatto e la comunicazione con l'esterno, con ciò che non era lei stessa. Oppure l’atteggiamento del ritrarsi era la conseguenza psico-logica di una precocissima intuizione dell’impossibilità di uno scambio autentico? Perché le era preclusa la via di un equilibrio verso le due modalità di esistenza? Se l’uomo è un compromesso incarnato tra animalità e divinità perché a taluni sembrava negata la possibilità dell’adattamento alla virtuosa  “via di mezzo”?

 

(24/12/94)

 

 

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PlurisemanticitÓ del linguaggio

"Mi spezzo ma non mi piego", un'affermazione che sa di forza superba ed estrema fiducia nel proprio valore. Oggi - a 75 anni - ho capito finalmente a quale elemento è legittimamente associabile.

Ero in cucina e tentavo di assottigliare un pezzo di ghiaccio per farlo entrare in una scodella: ho dovuto "spezzarlo" col batticarne... Già, il ghiaccio !

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Vivere la Morte

Vivere la morte

 

La sola maniera certa per poter vivere la propria morte  è programmarla accuratamente in tutti i dettagli, soprattutto per quanto riguarda il luogo, i tempi e il modo (o i modi?).

 

Il luogo  -  Dev’essere circoscritto. Tranquillo. E ragionevolmente al riparo da possibili interferenze.

Una stanza di albergo non lo sarebbe abbastanza. Un appartamento preso in affitto per la circostanza sarebbe troppo estraneo. Potrebbe provocare imprevedibili cedimenti.

 

Non resta che la propria casa, con tutti i vecchi fantasmi che si celano nelle cose note. E’ più rassicurante.

Procurarsi tutto il necessario.

Non dimenticare nulla.

(Far finta di partire?)

Staccare il campanello d’ingresso.

Non staccare il telefono, metterlo soltanto fuori posto, per evitare d’essere disturbati o interrotti. Bisogna che ci sia la possibilità materiale di mettersi in contatto con qualcuno, nel caso se ne abbia voglia.

(riflettere bene su eventuali altri accorgimenti.)

 

I tempi  - Tre giorni. Sono indispensabili. E’ il minimo, ma è anche il massimo.

Tre giorni interi, ciascuno di 24 ore. In tutto fanno 72 ore. Tre giornate e tre notti. Sono sufficienti.

 

Il modo  -  Non violento. Non doloroso. Il dolore fisico distrae. Spezza la capacità di concentrazione.

Il problema maggiore è che soddisfi le esigenze dei tempi scelti. Studiare. Cercare.

Chi (dopo Agata Christi) potrebbe fornire una soluzione adeguata?

Cercare. Studiare il problema a fondo. (*)

 

28/11/78

 

(*)  Nel Quo vadis ? , verso la fine, è descritto qualcosa del genere. Ma credo che durasse solo poche ore.

 

P.S. (ferragosto 1998) : cfr. il volume sulla vita di Michel Foucault: pare che abbia teorizzato qualcosa di molto simile

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Pensieri errabondi sull’Arte

PENSIERI ERRABONDI SULL'ARTE

(recuperati da vecchi foglietti sparsi) 

 Fare Artistico

 Scrivere, dipingere, suonare, è dare espressione alla propria anima, affermarne l’esistenza nel cuore caotico del reale, inscriverne l’individualità nella polifonia universale, a cui tutte le voci concorrono per dire il tempo umano, negli infiniti travestimenti che sono le singole  esistenze degli uomini

 (senza data – forse 2000/2001)

Arte e Artista

 

L’artista quasi mai vive veramente il suo tempo. Egli è sempre  pro-teso ed ex-teso verso il tempo interiore della propria creatività: un altrove temporale e spaziale che lo rende apolide e orfano e gli impone i propri ritmi - che la volontà cosciente non può controllare, anche quando egli mangia o dorme o siede sul water. 

(Gennaio  2005 )

Allo Specchio 

Cercò di assumere un’aria da ritratto moderno, provò pose ed espressioni diverse, ma il risultato rimaneva insoddisfacente. Mancava quella particolare luce che l’arte aggiunge al reale, mancava il mago capace di creare l’inedito assoluto con mezzi comuni, e insomma mancava tutto ciò che rende tale l’arte.

Arte globalizzata

L’arte è figlia  di una solitudine sconfinata – sublimata dalla sofferenza. Il mercato, sempre più globalizzato, si ingegna costantemente a riprodurre in forme varie le sue parodie.