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I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.
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Homo Duplex: piccola lettura su Émile Durkheim
La natura umana è strutturalmente scissa al suo interno. Tra le molteplici considerazioni circa tale complessità antinomica, spesso e volentieri gli uomini intrattengono con il proprio essere una relazione vicendevolmente autentica e conflittuale. A tal proposito, l’irreparabile ambivalenza che ci è costitutiva è riassunta meravigliosamente dal sociologo francese Émile Durkheim. L’immancabile definizione razionale di una presunta essenza deve fare i conti non solo, manifestamente, con la naturale socievolezza a cui siamo destinati, almeno secondo Aristotele e Durkheim stesso, quanto piuttosto con la lotta singolare che ciascun individuo condivide interiormente. L’uomo è un animale contraddittorio che si lascia sfuggire a qualsiasi etichetta, e che pertanto si sottrae a qualsiasi tipo di specificazione. A Durkheim questo era sufficientemente chiaro; le sue ricerche, mi riferisco principalmente allo studio sul Suicidio, lo portarono a considerare la coscienza come un fenomeno sociale. Ciò implica che vi è un accordo tra la coscienza individuale e il sistema dei valori che essa eredita dal contesto sociale. Individuò un’ambiguità sostanziale nella coscienza sociale della società del suo tempo, tanto da definire l’essere umano come "Homo Duplex". L’individuo si poggia su un doppio centro di gravità; questo intimo antagonismo viene spiegato da Durkheim così: da un lato, il suo essere individuale, il corpo, caratterizzato dalla componente istintiva; dall’altro, il suo essere immerso nella sfera sociale. Per Durkheim la componente sociale è quella che rivela profondamente l'essere degli individui. Egli, nondimeno, deve compendiare questo dualismo. Ma gli studi sul suicidio lo conducono a introdurre un altro concetto, ovverosia l'anomia. L’anomia è etimologicamente la mancanza di nomos, cioè di leggi o norme che regolano la vita degli individui. Durkheim comprende che il suo tempo, non estraneo alla nostra esperienza, è afflitto da un grave stato di malessere individuale. Tra le diverse tipologie di suicidio, individua quello anomico come caratteristico della società post-industriale. Una società in profonda crisi valoriale non può che comportare un incremento dell’individualismo, da ciò consegue che non si pone più un’autorità morale in grado di porre freno ai comportamenti egoistici di tutti i componenti, come pure è impensabile ristabilire un’unità tra individuo e società (si tenga a mente che per Durkheim la coscienza è sempre un fenomeno sociale). Per dirla in termini tecnici, una carenza normativa esclude una regolamentazione morale che potrebbe evitare comportamenti anomici. Dunque, appare evidente, almeno secondo la prospettiva di Durkheim, che regolare i rapporti sociali sia un atto che impedisce la disgregazione e la sofferenza; i valori condivisi, in ultima analisi, garantiscono tanto la convivenza civile quanto la coesione morale.
Id: 2937 Data: 10/01/2026 19:51:45
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Pessoa e Pavese
Finché sentiremo il peso asfissiante delle passioni, noi, insieme al mondo, non cesseremo di scoprire cosa siano il vissuto e il sentito. E forse l'equazione che rivela la scrittura consiste nell'inappagabile certezza che leggersi dentro, acutamente, è come la raffinata lettura di un buon libro. Pertanto, mai cesserà l'incomprensione dei vortici, dei vuoti innescati tra un respiro e un affanno. Pessoa e Pavese furono i soli maestri in grado di lenire questa febbre; lo fecero con la scrittura e divennero eterni. Scrivere, dunque, è un esercizio regolatore, un'igiene che organizza il caotico, dato essenziale e finale dell'irreparabile capziosità a cui siamo costretti. Avremo modo di interrogarci sul senso infausto del destino, se solo acquisiremo il vezzo di tornare nella recondita intimità. Niente divertissement. Nessun tipo di agio spigoloso. Il suggello della scrittura sarà riconciliante con il mondo, poiché vi si adatterà sapendo, sempre e comunque, che ciò che si è non sarà in nessuna istanza assiologico e definitivo.
Id: 2934 Data: 06/01/2026 15:29:55
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Logoterapia
Bisogna pur cominciare, da qualche parte, a lottare per la propria esistenza. Porre, sopra tutte le cose, quei valori che non si misurano in denaro, che non si rapportano con il successo né si adagiano sul potere. Virtù che non contemplano la subordinazione alla vita inautentica.
Id: 2933 Data: 05/01/2026 11:58:18
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I Limiti del Linguaggio
Le parole ricoprono un ruolo essenziale per giungere alla comprensione della complessità del reale; attraverso il linguaggio disponiamo di appositi strumenti che, in virtù di una straordinaria potenzialità semiotica di conferire senso al mondo, svelano il senso di ciò che non appare intuitivamente. Il disvelamento è precipuamente il portare alla luce la verità dell'essere, diradare quanto il mistero renda impenetrabile, inaudito e nascosto. Per dirla con Heidegger, il linguaggio è la casa dell'essere e nella sua dimora abita l'uomo. La domanda sorge spontanea: com'è possibile accedere a tale vastità inesprimibile, ovverosia il senso di tutte le cose, con il solo utilizzo del linguaggio? Secondo Wittgenstein, nella celebre proposizione del Tractatus, i limiti del linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Verosimilmente, disporre di un vocabolario è indispensabile per pensare. Tutto ciò che possiamo capire, esprimere e pensare (ciò che è esperibile), è relegato primariamente alla sfera del linguaggio. Eppure, non passerà tanto tempo da un fallimento epistemico; il disincanto sarà spontaneo e inevitabile. Basti pensare ad alcune indagini che concernono la metafisica e l'esistenza: chiedersi sulla vita e la morte, tout court, è un fatto caratteristico della natura umana, la quale desidera preservare nel proprio essere secondo una continua predisposizione alla conservazione. Ciò significa che, quantunque il dubbio dilati la ricerca, le risposte più convincenti assumeranno uno status contrappassistico e rassicurante. La sineddoche, per intenderci, è una cesura volontaria della complessità del reale. Le implicazioni sono molteplici e avverse. L'esempio della morte ci deve persuadere in generale da ogni facile narrazione paternalistica. Pertanto, avvicinarsi a problemi relativi all'esistenza, come la vita e la morte, è doveroso, quantunque coscienti che essi non potranno mai trovare un’autentica risposta, che sia per la caducità intellettuale o per il facile compromesso. Manifestamente, il problema qui espresso ricopre ogni ambito del sapere. Riprendendo il Wittgenstein del Tractatus, su certe questioni, poiché ignoranti e limitati a causa di una condizione ineffabile, è necessario essere lapidari: "Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere" [prop. 7] Chi pretende di sapere l'indicibile è "meno che uomo", come direbbe Pessoa, giacché la vera saggezza risiede nell'umiltà socratica di sapere di non conoscere.
Id: 2932 Data: 04/01/2026 10:01:03
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