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Raccolta di poesie di Alessandro Martino
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

poveri si diventa.

 

Non avere una chiave c'entra poco

con l'arrangiare, con la spettacolare trascendenza

dello starsene immobili perchè tutto si muove

farsi una promessa più semplice, scegliere una colpa

purché non nostra e andare a nascondersi

poi provare a indossarla.

 

Non c'entra con le stesse strade

gli stessi tetti, le stesse cose rotte, con le mille

incombenze delle mille e più cose di cui ci circondiamo

per mantenere intorno un buon livello di rumore

di viso a un altro prezzo adeguato da pagare

per continuare a stare nascosti, quindi protetti

-barra- vivi.

 

Forse solo con come siamo, con come

facciamo stragrande una distanza, tenendo

a un pasto e mezzo al giorno l'anima millenaria di un cane

tra un gesto di affetto e l'altro dato ad un oggetto

inanimato e sordo, così abbracciabile, così vero

forte di tutta l'insistenza che servisse, e aiutasse.

 

La povertà non esiste

è quella cosa solo nostra, che raccontiamo da noi

senza lasciar raccontare.

 

 

*

A noi tutti

Ah le fragole... Ah la cioccolata!

Avessi saputo la metà delle cose che so adesso, ti avrei sorriso e detto: Oggi fragole e cioccolata, per tutti!

 

Non ho mai smesso di sognare e pure, talvolta mi sento come chi è in stazione e si domanda come sarebbe se perdesse il treno, come chi del sogno ne avesse fatto un biglietto sull'altro e fosse stufo di  disfarsi di un mese obliterato intero. Quindi ancora provo più ad abitare qualsiasi posto che il mio, anche se questo mi porta vicino, sempre troppo vicino. E lontano, sempre troppo lontano. 

 

Tutti i giorni da allora fino ad oggi penso che non è affatto necessario perdere qualcuno per vedere o sentire davvero, ma se non torno io ad aprire quelle persiane a un cielo con il gatto sulle gambe e gli occhi chiusi che ascoltano tutto, da qui cosa  saprei? 

 

Tal altra osservo le persone proprio come mi sento osservato, quando sorrido e so che sei qui. È una specie di pazzia che la gente ha perduto quella di stare in pace con la vita ed accettare che il dolore, quello uguale per tutti, abbia una sinfonia di violino in fondo al cuore che preme il viso alla smorfia di un affaccio. E il treno parte. 

 

Ah le fragole... Ah la cioccolata! 

 

 

*

uomo in mare

Tutti nasciamo eroi, filosofi, artisti, scienziati

tutti le stesse medesime potenzialità

e pure in me non ne ho viste, ma adesso

da questa malattia dell’esser sani vedo

che sono stato solo pronto ad ammalarmi

ad acquisire comodità risparmiando le forze

per poi non farmene un bel niente.

 

Dell’amore ne ho fatto un foglio, poi un figlio

poi un regalo, infine un debito e comunque

mai nulla che abbia assomigliato più di esso

ad un adempimento a più livelli, e qui, da questa modernità

di fare del proprio corpo qualcosa di diverso

dell’uso moderato di una risorsa preziosa, adesso

é come l’unica bottiglia d’acqua mi sia stata mai concessa

già bevuta che nessuno me lo aveva detto

ma io non ho ascoltato.

 

Tutti nasciamo eroi, filosofi, artisti, scienziati

e non ho mai cambiato niente, o avuto voglia

di capire nessuna diversità oltre la mia

che di diverso ho avuto un nome, che non sentivo

quando hanno chiamato un altro al posto mio

che adesso non sento, proprio ora che avrei risposto

proprio ora che sono pronto a dare un fine

a tutto un mio milione di promesse.

*

una vita da concierge

Con gli occhi alla finestra ogni tanto piange

chiuso nell’atto volontario di vivere tutto

attraverso il convincimento fragile

che ogni cosa che lo tocca non è mai stata

e mai sarà sua

 

Si è chiuso dietro un vetro

e da lì non sente o vede niente, piange

ancora una volta ignorando

la montagna che è messa lì inutilmente

la pausa del canto degli uccellini tra i rami

che torneranno anche domani

e forse tornerà anche lui

 

Messo dietro una finestra

piange perché vivere non lascia via di uscita

piange perché alla semplicità delle cose

non c’è nulla che possa aggiungere

convinto anche lui che manifestarsi o meno sarebbe

comunque un pessimo intervento

 

Chiusi da una finestra

si piange perché uscire è una scelta, l’occasione

di restare increduli a tutto ciò è che fuori

che da sempre è impegnato a crescere e portare

ignari, che aiuti o non aiuti il mondo aspetta l’oro

quello in bocca di chi convive, di chi è ospite

e coincide, di chi ascolta e dopo, solo dopo

aver compreso le sue stupide pretese

adesso ride

 

L’uomo rassegnato sceglie la sua casa in base alla finestra

ci porta ogni cosa voglia proteggere

da tutto ciò che fuori è perfetto per come lo vede

spietato, selvaggio, faticoso, inutile e montuoso

e dopo aver pianto per tutto questo

torna ai suoi ozi e lascia

che pianga un po’anche il suo cane.

 

*

sempronio.com

disarmante

è quante volte sappiamo fingere di sapere

credendo addirittura

dove è messa la parola fine

 

dipendere dalla differenza di poter toccare

dal sapersi sentire ancora toccati

 

comprendere la vita

dal milione di volte che attraversa

tutto l'arco degli occhi

 

ignorare continuando a ignorare

la completa assenza di un padrone 

prima di casa propria, poi di altrove. 

 

*

Oleografia

Certi giorni sono come un sottofondo

un fermo immagine sull’operosità delle formiche

sul tagliuzzato di erbe del cuoco nel piatto

sulla stragrande maggioranza di cose

che catturano gli occhi coi suoni che non odi

ma che vorresti udire.

 

Come anche ti concentri sugli odori, tutto ne fa parte

e tutto, ancora, non ne sa nemmeno una

che tu stesso ti chiedi, che tu stesso domandi

al ceppo che estingue, al sole che batte

sul mucchio di vegetazione e la sprigiona, alla salsedine

che respiri e tocchi nuovmente, come un saluto per chi parte.

 

Di queste sensazioni ordinarie e non

sono fatti certi giorni, alcune volte più, altre meno

ma ancora senza assomigliare a quei tuoi occhi

neri tutti insieme, nudi, sfondati di sogni e di speranze

di ceppi che fumano, di mucchi d’erba e di formiche

e di salsedine, e arrivi, e rimandate partenze.

*

il nodo

Se avessi saputo

quante sono le cose che servono al cuore

avrei fatto posto agli ospiti e tolto gli armadi

sarei passato davanti allo specchio soltanto

per un breve sorriso col vassoio da offrire

-pacche sulle spalle, sorprese, parole taciute-

 

Se avessi saputo quanta ragione ha la follia

prima di diventare matto mi sarei detto calmati

non vedi che il cielo cambia, e che la notte pure

ha qualcosa che tiene per sé, e che la vita

nuoce solo a chi è infedele alla vita?

-Alzati e cammina per Dio, dannato pigro!-

 

Se avessi saputo

da subito quanto mi hai amato io te lo avrei detto

avrei ammesso tutte le colpe in un secondo

scaricato la montagna di insulti dietro l’angolo

e riportato solo l’uomo allegro, quello indifferente a tutto

tranne che all’amore, quello che ho sempre pensato

tanto sciocco da non capire

-e invece, ancora mi tiene.-

 

*

celeste

Il cielo non manca
finisce con gli archi, o ai tratti
sotterranei, filanti
di luce respirabile
cristallizzata e fina
che con delicatezza possa
una coltre, la sua spora
a me così intascato e scuro

- fa così presto un ghigno solare?-

ora è vento, posso descrivere capelli
a non lambirti il viso
che tremo e non vedo, a volere
mai illeso l'intenso colore
quel suo vestire spazi immensi
ora in ombra poi nel mare
a amore mosso, a impronte
imprimendone da sempre


l'orlo del guardare altro sei
il continuo rifare un centro
il tormento al collo della nuca
la leggerezza fatta
d'aria a brevi istanti inospitabile
così negli occhi tutto in una volta
e senza avermi amato mai

-Tu, resti comunque.-

*

consumi

così resta seduto di lato alla piazza

lasciati anche da lei non ci si guarda attorno

fissa un punto infinito dal mento

nella desolazione degli scuri rotti a udibilissimi segnali

delle luminescenze di tv sui notiziari e chiocchi di posate

sotto uno stenditoio da finestra dove sventola sola

la lunga cerniera in quei momenti tanto sua

di un intuibile capo da lavoro

 

 

e bene la vita è un fatto di franchezza si ripete

ora voltato non riuscendo a non notare sterminate croci

irte e puntute sui terrazzi dei morti che muoiono

continuamente al posto suo con lui al posto loro

 

 

ma adesso 'fanculo il tempo tornerà

per riaffrontare l'aria, questo corpo frapposto

tra noi e ogni cosa teniamo già tasca 

più stretta,  percorrendo da immobili.

*

dolo

m'hai condannato il cuore

ora a impedirgli fughe dalla gola

è dolo

la luce già in cocci tra i salici

 

non perdonerò mai più

giurando disonesto il palmo

che torna un pugno alla fronte

di buio dove ancora brilli.

*

rare volte, solo per noia

come sempre un volgere ha seni, assenze, bisbigli

pensiline, luci che non sbucano a niente

calze scottate alle caviglie come morsi

ombra con seggiole da starsene seduti fuori

fossimo mai stati servili

 

tu e la nostra mania di vivere

siamo senza tutto, ormai senza più volte

e il perché ci danno in sonno ciò che è da dimenticare

è ciò che prima ci spaventa, che è da cacciare a un'ora

tanto da scapparci un gusto divenuto tiepido

ora da scaldare... ora...

 

terrazze, fossero più naturali a spaginarsi

piatte alle folate e ad abbottare i panni ed i perché

ci sprigioniamo tanto, o a quanto ancora ci dobbiamo

in quel velo possibile ai gomiti senza stazze

o a come speravamo fossimo quei prossimi che non era stato tutto

ora a salivare di questo sapore:

ha un filo d'ossido, dolciastra è la vita

 

il nostro se è come mai finisce l'acqua al sale

che ha il mare a inverosimili sciacquii, e pieno

di venute e ritorni, oleografiche, pittoresche compostezze a riva

senza volere niente, sputati prima di strozzarsi

sottovento come clandestini, soffiando cera per le piume

impediti da lenzuola e sonno

vigilie di domani già dormiti

 

questo è il nostro nome, se può bastare

ci amiamo già perché ne abbiamo uno, ci ameremmo

anche internati se resistere abbastanza è fuori a quell'ardore

lasciante a grotte il buio quando vengono le gambe

per rifinire nella luce e lì a costringerci a guardare

l'ombra che a un sole non verrebbe.

*

Marinella

Marinella, ricordo in te le garze

da questo ospedale a toni muscolari

fasci di luce piovono a vetrate

col chiaro esterno a indietreggiare il buio

qui, in questa cavità dove ho nascosto

me come a non essere mai nato

qui, dove non ho rispetto per il cieco.

 

Maledetta vita che non aspetta

il tempo che non metto a procreare

poco importano gli altari, ora costretto

qui con i miei sogni nella città dove sei nata

dove ti fai trovare ancora, come sempre

qui, dove non ti è mai mancato niente

dove sono sia occupante che padrone

di tetti facilmente edificati prima delle mura

delle spiagge piatte con una sola fila di orme

del fontanile dove passi ancora all'acqua

dove vengo a rinfrescare gola e viso

e ancora laverò i miei impegni.

 

 

Marinella, chissà cos'altro rifarò con un bastone

se la strada che mi commuove

o il dove prima o poi andrò a precipitare

a non essere sincero con me stesso

a valere appena lo sbadiglio della sera

che è stata morte mia tutta la vita

ora sempre più sonora a incidere la veglia

la voglia che ho di ritornare

a prima di sposarmi a ciò che sono

e sempre io, si, io per sempre

l'unico figlio ho mai voluto

e non mi vuole.

*

La vendetta di Sara

Sara spiega l’onestà dal tempo

sempre un po’ a lato nei momenti buoni

sotto la pioggia per lasciare il passo

agli sguardi misurati come in luoghi di preghiera

che quei misteri, con mani fuori e dentro dalle pezze

creano suoni ad un rabbuio possa poi appostare

la bocca in indumenti extra come nella mente

un dentro altrove

 

 

-certe distanze sono frizzi di rumori in petto

dove da sempre scende a controllare-

 

 

Il merito è una scusa continua, continuamente pensa

quanto quello di avere belle le caviglie

oblique detto niente da sedute in luoghi

nel veicolo dei tagli d’ombra degli orari

in luce metà orecchi lato agli occhi

da una vita nella vita per la vita dentro i pugni sua

messa in cartocci tra il viavai in uscita dalle fiere

 

 

-dalle porzioni umane, dalle lunghezze da aggomitolare;

in un affollamento di sincerità quando è dentale-

 

 

Sara non ha chiesto mai a nessuno e sopra a tutto

a lei stessa cosa fosse lei per lei

così portata dalla situazione delle fioriture. 

 

 

-ma almeno voi, prendetele  sto miele.-

*

Miracolo del nato cieco

 

la visione in carta ha i quattro lati

classici da dove non è a fuoco il resto

nelle mani il gesto amplifica

la lena a rimedio, o un farmaco via orale

col fondo silenzioso di un bicchiere

così domani manca per istanti

socchiuso le persiane anch'esse aspireranno

rotaie ai treni incontro alle stazioni

nessuna sosta al gazebo, al cielo svolazzato a lembi

al pegno per il prato lì dove si spezza

e in ogni sera può annuire, dolcemente

all'elettrolisi dei baci e degli abbracci

 

ti ho lasciata a comportare questo bene

questo riposo in me letale a domandarti

e questa casa sgambata giù per la campagna

non ha più orari, e siede in tavola dove le pare

i letti affrancati per i sogni, le indagini concluse

le ricotte ai cesti, i moschini alle fermentazioni

i cani che non fuggono alle reti

scarpate e sassi quando vengono alle mani

lì al lago e salici per appostarsi a riordinare

la bocca sui talloni all’erba coi sapori ricordati

e sete ancora nelle membra

dall'orcio delle palpebre stremando l'immaginazione

 

poesia, tu ricordi ai miei averi un paese

la vita a tanti anni fino a ieri, il ceto delle piazze

i lubrificanti sorrisi ante rivoluzione

le mani a spicciole parole, e i muli

saliti carichi di uomini legnosi

gli stivali rincorrendo affronti al colle

da dove si vedeva chiaro chi fuggiva

da dove ancora è chiaro il giorno eterno

 

dovrei sgravare il peso della testa al collo

tornare ad aggiustare veglia e sonno

e non morire, morire mai, non prima o poi

per non prestarti ad ogni subdolo disegno

che come ieri ricalcando non spavento

così ridotta a prigionie in me edificate

io serramento delle sbarre immuni alle proteste

limiti dalle mezze lune candide alle dita

in quel dirsi t'amo tardi, senza prole.

*

Lettera a un grillo parlante

 

E adesso giaci, che mi usò i nervi

passare innanzi a inappiattibili pendenze invece del sentiero.

Finché c'era il sentiero, c'era sempre un sentiero per tutto.

 

 L'orologio è sempre appeso lì

dove mirare manca, il tempo è come i gradini

tanti quanti si fatica a proseguire.

I muri, al cambio, sono sempre meno bianchi

il cielo, potendo, è sempre di un bel blu.

Polsini ombrati ai polsi candidi.

 

Si attende un insensato oltre

sapendo gli altri sui binari dopo l'orizzonte

distratti dal volo della carta straccia

dagli occhi cercando qualcosa nel bianco

qualcosa di nero da dirsi

che nello sforzo l'immane è non lasciarsi

a rotolare un po' la testa nelle mani

tutto come una minuteria.

 

Ci si accorge solo dopo

di tragitti avanti ai quali solita è la strada

solito è lo starsene a pensare averla fatta

solito imbracciare uomini nello girare attorno;

come anche del profitto dei fiorai, mentre assortiscono

nemmeno incerti sull'aver perduto o meno l'occasione

di veder cose in terra nascere e morire

ma solo come da ricoverati sembra siano.

 

La vita è più bella di come la si immagini

e più ripetitiva di come la si pensi.

Per questo io credo di non avere mai perduto.

E ancora strada, strada, che non mi lascia gli occhi.

 

Quelli tuoi.

 

*

Alìna Erre

 

Alzavamo nuvole di polvere

a finire sotto gli adesivi delle nostre biciclette

che buttavamo a terra col fiatone fino alla fontana

e la collina che ci vedeva faticare

-a me saltava la catena-

e tu ridendo ritornavi indietro.

 

E come un fulmine arrivare lì

sotto quell'albero annaffiato di promesse

dove io non ebbi mai coraggio

di prenderti la mano e darti un bacio.

 

E come un fulmine è stato il tempo

sempre troppo più veloce di me

e di quel vecchio mocassino

che indossavo per venire a trovarti

dall'aspetto un po' perduto

perduto nella porta dove calciavo quella palla

-mentre tornavo mezzo scalzo, occhi chiusi,

desideravo tu ci fossi, e ti importasse solo il risultato-

 

Ricordi, Alìna... ricordi

quando ti dicevo che ci giovava il grano?

 

Mi accompagnavi al campo

e in un attimo sparivi tra le spighe.

A me sembrava avere immaginato

sognato tu ci fossi mentre ti cercavo

-quanto ti ho cercato-

e quanto hai riso vedendo la mia faccia che faceva finta

di non essere arrabbiata.

 

La sera urlava i nostri nomi

e si faceva il bagno:

bruciavano le insaponate di mia madre

e le caviglie dalle botte

che prendevo quando la catena non andava.

Bruciavano i momenti in cui mandavo fuori

e le tue risa in mezzo al campo.

 

Bruciavano quei baci

che non ti ho mai saputo dare.

*

Pane e pomodoro

La terra si spazza facile

portata dentro da ognuno

che entra come deve entrare, se concesso

da un mediocre mantenimento dell’uscio

e per chi ospita legna all’angolo

di un vano arredato dall’odore dolciastro

dei baffi carbone sulla bocca del camino

i ferri sono azzurro cenere.

 

 

La saponiera magnetica

ha il gettone di metallo sul pane

da tenere un po’ negli occhi armeggiando la cura

l’ordine da fare sulla mensola

sulle ceramiche rosa e nello specchio

con una finestra sui rumori fuori

dei cani mai sazi a girare

attorno alla rete del pollaio

con le uova fresche da vendere.

 

 

- tra poco arriverà il postino,

di sabato anche qualche avventore;

non ho mai amato far sapere di cosa mangio -

 

 

Questo è il bello del pane al pomodoro:

Ci si lava le mani dopo

senza sia detto necessario farlo.

*

Obrigado

Certe volte cammino un po'

giusto per disfarmi del bianco ai gelsomini

del frastuono d'ombra di una reclusione

spiando passi, caseggiati, fisionomie sotto odore

del cielo e la sua linea di mare.

 

Faccio fatica sempre un po' a incontrare

a non lasciarmi sorprendere intento

a perfezionare discorsi mai fatti, a sorridere

diviso tra ciò che indosso

e ciò che è veramente il cuore.

 

Certe altre, lo ammetto, so tornare

così come chi ritorna presente

dalla motivazione e sempre dove andare

col fare di chi non deve scuse né da dove viene

e ancora mai una sola briciola a un piccione.

*

Nostra

L'approssimarsi

tiene per esatto un nome

gli occhi variando superfici.

 

"che fiorirei, diresti

non fosse semplificare cose

già così complicatamente"

 

Nostra è fede che brilla

spezza il pane e ne dà

tuo negli occhi dell'altro.

*

Il posto vuoto

le nuvole appartengono

al cielo che non ricorderemo

tolto di dosso come calze

oggi quanto ieri a paia.

 

il sole, più di noi lì a ridare

strette alle fughe delle palpebre

fitte di desideri da accollare

al primo deficiente col carretto.

*

Metropoli

Ci si guarda un po'

tra i pali delle tappe e il resto dell'andare

la città che davanti si apre

subito alle spalle torna a premere

scossoni di altre dimensioni.

 

 

Sono pose da navi mercantili

al secco dei mantenimenti

sono ombre di faggi giunti alla pota

forate dalla luce dei neon

sono carte che frullano in vortici

di finestrini inceppati.

 

 

La campagna

è quel tavolo poggiato di tutti gli oggetti

che si è soliti lasciare

quando si va a fare un bagno

e nei nostri egoismi si nuota.

 

Qualcuno annega e molla

e più nessuno si è mai presentato

a reclamare certe miserie.

 


*

Eckhart

E alla fine l’ho vista la neve

che solo a occhi non vedi

stretti dell’accolito che è il corpo

sull’ascolto dei tetti.

 

Alla fine l’ho vista che è un ballo

a cui puoi restare seduto

a cui puoi partecipare, l’ho vista

che è una cosa del mondo.

 

Alla fine l’ho tolto

quell’amore in tre righe

su una pagina che non puoi voltare

e l’ho vista. È una cosa del mondo.

 

“che ti lascia seduto, che ti invita a ballare”

 

*

Gatti e Ritratti

Chi mi vuole bene ha baffi irti, da inamidare

una ciotola riempita e calci in culo

perché non se ne trova mai di voglia

di rinfarcire tanto quanto se ne possa avere.

 

Chi mi vuole bene poi non vede

se non la mia presenza tranne tutte le bugie

che puntualmente poi raccontano

il dire estremo a quanto dovrò ritornare.

 

Chi mi vuole bene torna solo, spesso aspetta

prima e dopo quel rincorrere

quell'intasato ricercare altrove

quell'attesa che mai si può e appartiene

e indifferentemente dà all'aspetto di chi attende

l'ombra piantata di chi può aspettare.

*

nomea

Piove lì nell'angolo colpito

di finestre a pelo nella notte

in immagini tutte da incartare è accovacciata

la campagna bagnata come un cane.

 

Irene ha sempre saputo tutto questo

sciacqua stoviglie sorridendo al muro

nuova nelle mani che la afferreranno

aperta a un patto di futuro sulla soglia.

*

Tutto sbagliato.

la felicità è il parto fermo ad una data

fissato il tempo quando scade, è la vigilia

temendo stesse le riuscite di un medesimo, intonato

momento con l'orlo nel non cederlo, dopo all'acqua

ridotto ancora, come caviglie al collo

 

 

la felicità, questa visione dura del tutto, del resto

una lamina cornea per croste di tempo, uno zoccolo

è al morso delle bestie tirando a notte, prima o dopo

un rostro alle piume prima del volo in un pollaio

lontano, da qualcuno

 

 

 la felicità non riesce, serve a qualcosa, è qualcos'altro

apre nutrito un viale per lasciare l'uscio

è una cambusa dondolata a passi

scorte di viveri celati in vitreo, pelle abbondata

per l'assenza di straordinarie genuflessioni

 

 

la felicità è il perfettibile lancio dell'urlo, dal terrore alla voglia

delle crepe all'intonaco dell'anima, una vertigine

sullo strapiombo dove piove il vasto e ci si tiene

pronti a precipitare nella cavità delle ossa

con imminente impatto nella gola.

 

*

Fotografia

C’è il campo

dove è sempre stato anche il cuore

l’angolo a dieci passi dalla porta

e la porta.

 

C’è la casa

Dove è sempre stata anche la fame

Fame che non ammala, che non stanca

e la tenda.

 

C’è la finestra

Dove è sempre stato anche il respiro

Il cielo, la campagna, il suo silenzio tigre

e la foto.

 

C’è una foto.

*

abbasso la vita/viva la vita

 

Queste quante parole nuove, Mamma
nuove come il nero delle strade
porzioni di tragitti da finestre
coi loro corridori in tuta, in bici, facce
all'ammasso di fogliame sopra ai bordi
poi tutti dietro il vicolo più in là.

 

Sarà che da qui siamo, Mamma
corpi che stanno sulle braccia
pazienze di voltare gli occhi o di tirare via
cornici al muro, sbiancarne il vetro
dire tutta la verità nient'altro che la verità
seduti per un niente o non poter fare altro
il mondo sarebbe davvero bellissimo.

 

- bellissimo è chi si occupa del mondo, Mamma-

 

Sei stata una finestra aperta
sul nero nuovo delle strade
tutta la vita fino sera, fino a notte
notte che pure lei te la portavi a te
perché figlio Tuo era tutto il tempo andato
e tutto il tempo che dovrà venire.

*

Fonti non rinnovabili

Cominciò tutto, Maria.

 

Preziosi momenti dove ci perdevamo

oggi incapaci di restare nascosti

da un po' non sopporto più i tuoi piedi freddi

sotto una coperta di pensieri a emolumento

-gira il contatore-.

 

Parlo tra me e me mentre circolo

nel budello di questa città fatta

delle nostre pietre con le nostre lacrime

ormai asciugate prima delle labbra

come pomodori al sole e poi sotto olio

fossimo almeno serviti a un antipasto.

 

Più figli che denti nella bocca

dolori lasciati in un vassoio e nella piazza

non moriamo di usure e schisi

ma del tempo che resta e ci ripete

che della vita non ci appartiene niente.

 

Maria, ci siamo torti come fili di ferro

più e più volte su noi stessi

a tenere sana la tettoia

rabberciata al soffio del vento costante

al peso della neve caduta a norma

al battere della pioggia che ha mille strade

e ammala.

 

Maria, non so spiegarti quanto ti amo

non parlo più se non con te

che aspetti dentro a quattro mura

queste tasche piene di ragione

sufficienti perché tu rinunci a tutto

e mi metti a letto con un bacio sulla fronte

e le pantofole in caldo.

 

Ancora una manciata di briciole ai piccioni

tutto quello che resta di noi

e di me che me ne torno bucherellato

dai ricordi che rodono

e non ti portano più a sedermi accanto

ovunque ne ho bisogno.

 

La luna è piena Maria

rimarrà accesa per ore

è un eterno che la sprechiamo

ma prima o poi,  come promesso

mettiamo l'abito pesante

e ci incamminiamo.

*

wireless

Non c'è limite a nessuna cosa

se da un po' mi torna in mente

un uccellino che notavo

il metro che metteva lui da me

la mano sul mazzo di chiavi

il cielo prima di rientrare.

 

Non c'è limite, mi sono sforzato

ché tutto si compie, tutto va avanti

tutto ha un disegno, uno scopo

e per quanto ancora io possa

resto fedele a ciò che vedo

e vedo il mondo, l'uccello, il fiore

un giro di chiave e poi più niente.

 

Così ho accettato che non so

ho dovuto, facendo un patto dopo l'altro

con me stesso, con l'uccello, con il fiore

che non so proprio non so

ho accettato, ho dovuto, senza ancora capire

la relatività tra tempo e fede.

 

<< quanto di me si serva un fiore, cosa di me un uccello vede>>.

 

 

 

 

 

*

Ricordo.

Ora avrò sempre il tuo viso
l'espressione che mettevi per me
quando mi davi gli occhi
e già sapevi la bugia
che mi lasciavi dire.

 

Siamo stati di una porta
io più simile a chi è dentro
Tu piuttosto a chi è fuori
per Te l'importante non era
un ruggito, un rumore di pioggia
un silenzio che non si conosce, ma

 

sempre stati di una porta
di un strada che non si impara
che ci fa girare il mondo, incontro
all'altro che aspettava dietro e apre
e con l'espressione di chi bussa
lascia entrare.

*

dire fare baciare

Ecco, imparare

continuare a imparare

dalla bestia che è il cuore.

 

il seduto a crepapelle

non mette mai il fuoco

sei tu che sei un c'ero.

 

*

otto/quattro

Come mia Madre mi ha sempre insegnato, bisogna imparare ad accettare il dolore. Il dolore è dolore, non come lo facciamo grande questo dolore. Le cose per cui disperarsi sono varie, includono tutte l'attaccamento al proprio dramma personale, e mai la reale comprensione dell'altro. E' la storia di una vita che mi porto dietro, quella di stare con gli occhi ai rami degli alberi solo quando li percuote il vento. Così da un po' di tempo avevo cominciato a guardare il cielo senza aspettarmi niente. Il giorno che ho saputo che Lei se ne era andata sono stato còlto da una grande disperazione, non potevo credere a ciò che le era accaduto e quasi mi sono sentito perduto per sempre, ma poi ho rialzato gli occhi al cielo e ho ripreso a guardare. Sono stati giorni di un tale azzurro e canti di uccelli e danze di rami che così lievi non ne avevo mai visti, quasi avessi avuto un affaccio su una porzione di mondo oltre galassia limpida e incontaminata. La vita è questa ed è così come ci appartiene. Ho avuto tanto tempo fino ad ora per essere triste, ed io non voglio più essere triste, perché è un dono che una Madre per prima condivide con dolore e deve continuare senza che se ne perda niente, compreso il dolore. Restare a vivere con coraggio è accettare il dolore, e non inseguire il dolore. Celebrare la vita o una Madre lontana non è aspettare che succeda qualcosa per alzare gli occhi, ma continuare a guardare il cielo così, senza aspettarsi niente.

*

Cambiare.

La vita ha un'ironia tutta sua

nello scegliere il giorno in cui finalmente

noti che un uomo è affacciato alla finestra

e di lui ti fissi un'immagine a breve

come se tu lo avessi passato dove era

e comprendessi bene dove adesso sei, come

se avessi imparato qualcosa di te non da te

ma lontano da te.

 

Sono ben poche le cose che tiene una tasca

e sebbene l'uomo che passa oltre lo sa

si regge al cammino imparando il perdono

per le cose che in una tasca non stanno

per la mano che entra le cerca ed esce

chiusa come un pugno da dare

tenuta dall'altra in cattura alla schiena, socchiusa

come gli occhi sui tratti di sole.

 

il paesaggio si ripete e l'uomo

ormai in viaggio sa quanto le barche vi stanno attaccate

quante esche hanno portato i pescatori

e quanti pugni da dare, quanti tratti di sole

pontile dopo pontile, catture dopo catture

sa che deve tenersi pronto a cambiare

perché un domani potrebbe sempre tornare

e la vita ha un'ironia tutta sua

sul concetto di stare in affaccio, o volare.

 

 

 

 

*

qualche parola sul domani

domani è domani, ci si risponde

io ad esempio faccio un cerchio

col dito sul ripiano del tavolo

la sera che vorrei tardasse

ancora un po' a morire in me la sensazione

che avrò di me domani

nel domani.

 

ma domani è domani

prima che si abbia il tempo

di nascondersi, e nascondere alla casa le bugie

sorprese a raccontare della strada

che un po' ti aspetta e un po'

proietta l'ombra di taglio del tramonto

allungata nei fossi

di un uomo e il suo cane.

 

domani è domani

qualcuno avrà da fare e qualcuno

si è sempre risposto che domani è un altro domani

per chiamare o non chiamare

con quel vecchio vizio di fare un cerchio

su qualcosa che si è fermi a guardare

con passione come chi è rimasto fuori

a quella efferata, nuvolosa poi serena

limpidissima follia.

 

 

 

*

puntale

l'avvento di comete dice respirare il nero

ritorcere distanze al muto della mente

finire a voler essere il brillare dove scia

la luce in un considerarla esattamente luce

 

da troppo tempo i desideri fanno il giro

tornando a crescere come le piogge a tempo

per inzuppare gli orli, per scuotere gli ombrelli

nella città dei gatti che nessuno vuole

 

ma ti amerò da sempre dopo i morsi

fatta di fame vita mia che non conosci

o non hai tempo a rincasare a quel silezio

così sproporzionato di bellezza, e della lingua

averne punta.

*

venticinque

Natale ampi parcheggi

salvarsi da figure con altre figure

fare due conti, rifare due conti

dentro vietato uscire, fuori vietato entrare

vietato ridere, piangere, abbracciarsi

solo sopprimere adduzioni

partecipare al danno.

 

tutto qui.

*

debito.

Di tanto in tanto

da qui si vede il mare

si può arrivare alla finestra

ci si sistema

distratti all'orizzonte.

 

Le lunghe pale

dei generatori eolici

sotto il soffio delle necessità

di connessioni perpetue

si avvitano nell'oltre.

 

Qui non si sa

se San Francesco ha chiesto

mai come accoppiare i palmi

ma di sicuro è assente

come la cenere

sopra i nostri appetiti.

*

in corpo sano

In vita, la vita

fa sera sui cartelli

col tormento dato a un tormento

sotto la lingua, dall'ultimo vetro

obbligandoti a scale

se ferma

 

- un felino ti avverte

lui non vede ingiallirti le dita

ma dal posto cui osserva ha lo spreco

tuo sedendoti a un tavolo-

 

pensi soffrire non importa

se da un corpo ne può uscire un altro

per cui poter resitstere, desiderare, ottenere

è sempre senza sapere quando

 

- che alla fine ti sollevi, ti allunghi

lui miagola e non gli esce una parola

allontanandosi ti offende

e tu lo offendi-

 

La dimora ha altro silenzio:

riportato perché uscisse dalla tenda

scostata è il posto vuoto

dove nessuno atterra.

 

*

linea

quando dici a qualcuno che l'ami

ti riprometti di sapere un giardino

di saperne uno tuo, una voce

un po' sotto e un po' fuori dai sassi.

 

"proprio quel nudo dei piedi

coi nomi di chi chiami o non chiami

tra l'acqua dei pesci e l'aria"

 

se dici a qualcuno che sai di un giardino

questo viene, e magari resta

quando l'ombra rimane a portata

tanto il sole.

*

Le distanze dei paraggi

Lo sguardo di Malina

il suo sorriso largo e il mondo

molto più di ciò si nomini

molto più di quanto si riesca a chiarire

e molta, molta, molta altra più follia

non si potesse ricordare.

 

Malina, tutte le donne al mondo

era così il suo sguardo, che mi poggiava una mano

che poteva ancora apparirmi l'errore

e afferrare un millesimo silenzio

dell' eterno tra l'estate e le cicale.

 

Malina, ho finito per disfarmi come tutti

ora di una indicazione, ora di una gentilezza

asciutto nelle gambe e il ventre doppio

per mandare i buoni all'inferno

e ringraziare una volta di troppo.

 

 Malina, nulla e nessuno ha più ricordo

di me e del tuo ricordo, e questa notte

quest'altra notte che follia

che follia sarebbe

non ti potessi ricordare.

*

voce del verbo dare

giugno alle strade costa

di sole e sonno ai lobi

sulle rotte sfasate di genoma

più acqua alla melma, e respiri

di caldo affogante

di mattino astante

 

Rino asciuga la fronte

sui lingotti di mondo che nessuno ruba

l'estasi, il profumo dei fornai

costretti di notte ascoltano

il grotto dei colombi scorti

le terrazze spanate al cielo

il fruscio dei sogni accalcati

a lasciare gli ottoni pesanti

dei portoni fermi alle vie

 

pietà alle righe dei tram

gia deformi dal trentotto, e sassi

nelle gole di tutti i manuali;

una pietà fermante

come la pietà per la poesia

che andrà taciuta.

*

prossima fermata

in viaggio tutto è convoglio

d'aria a feritoie modulabili, e picchi

d'alberi a metà vestiti e visti

d'ombra passeggera e poca

pulente il viso dalle spremiture

e seggiole a attutire

caduti per poco dentro

stiamo lì per esserci voltati

 

-prossima fermata-

 

le soste ricordano questo

fresche sovrapposizioni degli strati

vecchie stonature tra metalli e stoffe

e sole da tornare a penetrare

sulle vie affamate e in bianco

riportate dalle mani al nodo

toccando di strozzare crisi

tacendo gli occhi a pagine

 

-prossima fermata-

 

l'arrivo dai torpori andati

dimenticare il quotidiano al posto

tenersi al corrimano fronte all'uscio

porta le foglie secche ai vuoti da colmare

i pavimenti muti e le finestre

dove tappare un po' per volta luce

fino a che resta ad aspettare il mondo

in cui ci si può muovere alla vita

e domandarle un ballo.

 

quello solo.

*

bovarismo

come procede un viaggio

tu da seduto siedi, di lato al finestrino

correndo dietro a cose dove sono

solo, che puoi attenderti sorprese

tue comparse fronte un obiettivo

improvviso che sorridi, ci ripensi

e sfochi

 

-sotto la voce io che non vivo-

 

così è anche nelle passeggiate

calme tra gli affitti a poco dei rioni

i panni stesi i pini le altalene

ti dicono le cosce bianche al sole

le barbe uscendo dalle edicole e di carta

strappi per gli avanzi ai gatti, ripuliti

unti come grida di bambini a sera.

 

- e beato lui; lui il tempo non esiste.-

*

Livorno

un giorno si vive, un altro pure

ma diamine, qualcuno ci avverta

del vento che soffia

ai suoi volatili e alle sue nuvole

agli angoli che tonda fino ai porticcioli

dove cozzano le imbarcazioni

a tutto quell'amore

ancora a tutto quell'amore

che non si riesce a dare.

*

brevità

ci si innamora della pioggia

per un tessuto visto mezzo aperto

mezzo rotto

sopra una zuppa impreparata e tale

 

che

 

il cuore della notte resta pece

quando, incamminati a nuca stretta

il tentativo era schivare stelle

 

ma poi

 

dire come è stata guerra non è forse

intrattenersi su di un prato ed ordinare

un bel respiro di disordine all'ultimo

a quell'ultimo incosciente?

*

concerto

a una cert'ora di una certa età

vino, mitili nelle padelle e fiori

dentro alla spugna della lingua

fuori alla stessa notte in cui ti copri

e non ti copri

 

- e ti ripeti: Dio venisse -

 

adesso

sarebbe il luogo dove stare

aspettassi anch'io

qualcosa meno facile del niente

gettare gli occhi oltre la fiamma

data a una nuova sigaretta.

*

o come oro

quanto è intimo l'inverno a dipartire

per quelle rigide andature nel cappotto chiuso

il grande tonfo è a capo

remissioni dai passi inconsumabili

 

nel viaggio verso il viaggio nulla conviene

le risposte in madonne di gesso alle ombre di passaggio

ai cani fermi a non capire

perchè una mano è tesa.

*

pulpito

mani color del pieno

barba petrolio e sale

passo incallito dal cammino

aveva orari da rimettere

sguardi tra lui e me

 

fingevamo non conoscerci

io e mio nonno

sui litorali alle ore fresche

quei miei quattordici anni

il suo bastone

per far cader le nespole.

*

il pane

- aforismo-

 

 

mettere appetito è un prestigio. appena solo un impiastro se non si ha cognizione di un  tragitto. L'uomo tiene a cento passi il grano.

*

e non andò più via

il canto di Eléna arrivò alle piazze

tra uomini dagli occhi ingombri

dei resti del domani, e i formicai

di anime coi crocifissi testa letto

ed i commò dell'intimo

con rotoli da cinquecentomilasogni.

 

il canto di Elèna arrivò sui prati

tra gli ulivi le viti e i merli

nel silenzio degli aromi sprigionati al sole

e sulle tegole

dissestate del capanno.

 

il canto di Elèna arrivò alle spiagge

tra gli scafi spellati al cielo

e le reti annegate nella sabbia

stringendo il faro con la polvere dell'orizzonte

fino ai nodi per non lasciar andare il molo.

 

il canto di Elèna arrivò oltre mare

dove il suono colpisce le isole

e ancora l'acqua furibonda

delle profondità partite dalla terra

fino alla faccenda di esser nata donna.

 

Marzio, un uomo di una sola riga

mille leghe sotto i suoli

più in la dei suoi detriti, fino ai fiori

compasso delle piazze

struggevole negoziatore di lucidi alle scarpe

già scriveva a Elèna

con gli occhi sulle fughe del selciato

mozzato dai linguaggi che non seppe mai parlare

spazzola, panno e la strada

che si interrompeva all'immaginazione.

 

Elèna smise di riporre i sogni

tolse la parananza, la bocca, gli occhi

fece per andare alla bilancia, ma poi

ingoiò di fretta quei quattro tocchi di campana.

 

Marzio ringraziò l'acqua che non cadde

accompagnò il cliente a scendere dal suo panchetto

lo vide andare, tirò un sospiro e si lasciò

in tempo per quei quattro tocchi di campana.

 

Si vollero un gran bene in quel momento i due, pur sapendo che la vita non li avrebbe mai fatti incontrare. Ma Dio da queste parti è così: gettato a terra come il conto già pagato delle spese, poi sperato nuovamente nelle chiese.

 

*

in corpo sano

in vita, la vita

fa scuro sui cartelli

col tormento dato a un tormento

sotto la lingua, dall'ultimo vetro

obbligandoti a scale

se ferma

 

- un felino avverte

non vede ingiallire le dita

dal tempo cui osserva ha lo spreco

tuo che resti a quel tavolo-

 

soffrire non importa

se da un corpo ne può uscire un altro

per cui resistere, desiderare, ottenere

è sempre senza sapere quando

 

- che alla fine ti sollevi, ti allunghi

lui miagola e non gli esce una parola

allontanandosi ti offende

e allora tu lo offendi-

 

la casa ha altro silenzio:

tutto portato perché uscisse dalla tenda

scostata ha un posto vuoto

dove nessuno atterra.

 

 

*

mare nostro

il mare è un sogno

un respiro sulle infinità di storie

delle profondità riemerse

spalle al dismesso sulla riva

una fragilità per gli occhi

chiusi come una promessa

 

il mare è ovunque, arriva

ai timpani come la luce

invita a meraviglie

inghiotte il resto di esitare

prima del suo completo abisso

e pace atrove.

*

zero in condotta

Una volta

di qui passava il regionale

fischiando girate di capo alla curva

nel tempo dei quotidiani ingialliti

da spargere al suolo per i passi piovuti

a diluire sguardi d'acqua di colonia

alle diciassette dei rossetti nelle borse

e sui bordi delle tazze di caffè

ad appannare le vetrine

 

Una volta

di qui passava il regionale

ora etereo come un brodo di ricordi

due rotaie tra gli sterpi con la quiete

delle tendine tese a coprire il calzare

il vecchio trapano a manovella

e quei due quadri che nessuno appese

- dalle vetrine giusto il dondolare di due cani,

reumatici fino alle marane-

 

Una volta

di qui passava il regionale

viaggiavano tutti assieme verso

l'oggi che a ognuno spettava

adesso in questo bagno d'aria

si può canticchiare anidride

per la voglia che tutto torni

a prima di rinominare

a quando un viaggio faceva volare

insopportabili giri di lancetta al cuore.

*

ms

è che una cosa non te la perdoni, o almeno persevera

fino a non la ricordavi più

così tra queste scie di platani infilati in terra

davanti a trincee dove probabile qualcuno

sfila calzature senza slacciarle come te

riaffiorano le immagini

 

però li vedo gli automobilisti in fila

li tengo a cuore se qualcuno avambracci al volante

sfiora parole non sue, musiche non sue

pensieri mai loro mai nostri certo ritmo ritiene essere fuori

oltre i cristalli l'atmosfera la luna con tanto di nero

ha Nadine

 

si, Nadine, l'amore che mi chiese di non darle

cambiò per sempre il gusto avevo immaginato alle MS

dure, come Lei preferiva ed altri assieme e assieme

che non nominerò per osservanza a me.

 

ultimo scambio di sguardi col semaforo

chiusa di porta, il gatto

e fatali accessi zingari

al cinema muto.

 

fumo in sala.

 

*

youborn

Ci sono delle buone intuizioni nel progresso, ed in particolare due:

1) vedere negli altri come ti vedi.

2) vedere negli altri come non ti vedi.

Del resto scellerate comodità, perfino simulazioni, di scellerate comodità.

Prendiamo le tecnologie ad esempio;

inverosimilmente replicano la vanità di Alcide ed Emma:

L'uno percuote la terra per i capezzoli di Lei ammiccati dalla veste fino all'ora.

L'altra percuote Lui coi suoi capezzoli morbidamente nella veste fino all'ora.

Uno dei castighi che il progresso infligge, altresì, è l'eliminazione delle analogie.

La sparizione sistematica del pomello ne è un dato certo,

con sue significative conseguenze; ed in particolare due:

1) Le cose non le aggiusti più.

2) Bisogna premere.

 

*

metà dell’opera

l'amore

molte volte rammentarlo

la strada del ritorno sull'andata

la solita perplessità

davanti a quella casa diroccata di anni

dei tempi trascorsi fino a ieri, finiti

a fare entrare luce sui decadimenti

ed aria ad indugiare sull'intimità violata

della scelta dei parati, del mobilio

ormai così vituperato e roso.

 

- restare lì, di fronte a quelle ossute striscie d'ombra,

cercare di capire cosa mai si debba più tener segreto-

 

la solitudine pecipita in cantine

l'odore della pace degli attriti

oleati puntualmente.

*

paese dentro

l'aria consiste, passata ai rami

in un breve ruzzolo alle vie

fino alla piazza dove schiude

il petto a un cigolìo distante

sotto un cielo come menta

 

un domicilio per il passo

fino al granito stare

dentro agli occhi, fuori alle ali

è oltre le nuvole e tra i pollici

sotto i cappelli in tresitudine

e grovigli

 

poche anime, poche

ombre allungate a quel cocciuto amare

tornano tra i vicoli che incastrano

dentro la pancia del silenzio, ciottolata

di tutta una discesa da salire

per non finire via

 

dietro gli ottoni delle porte

del legno che resta a reggere

ancora anziani sui sgabelli

bocche ardenti, pose

celeste cenere capelli

sinceri come i frutti presi a terra

che ripongono nei cesti

 

i loro cari letti bianchi

aperti alle finestre dell'estate

a quel desiderio di partire

per andare via per sempre

e poi tornare.

 

 

*

tutto è più bello che da qui

qui è già stata primavera

con aria di permesso ai mandorli

e pungeva d'erba

nello starsene su schiena ai voli

al viaggio infinito dei pollini

per dare quella mossa

da andare a rovesciare sassi

e scoprire micro ecosistemi

da sentirsi fortunati

fortunatamente vivi

 

è stata primavera, qui

come sempre negli anni

prima di marcire l'acqua

ed accorciare calze ai ponti

divenendosi ricerche d'ombra

e di silenzi tra i ruderi delle città

coi loro spruzzi di fontane

a evaporare in corpo ai giorni

 

è stata lei, la primavera

a mettere per prima il fiore

che ti si intana agli occhi

e ti calma la voce, il respiro

suonando le corde del bucato

nei canti angelici delle terrazze

dal ventre delle sere a stelle ferme

se ci si può stagnare i sogni

 

è stata lei che viene

che se ne andrà una volta ancora

a lasciarci qui come un pretesto a stare puri

e ancora liberi, sempre più liberi

a non incominciare niente.

*

sotto la voce pensiero

Un ponte, questo vorrei essere.

Che lasci andare e

lasci tornare.

 

Un ponte,

come hai sempre voluto fosse

il senso del castigo

la libertà purissima.

 

Un ponte

che di schiena lavora

per amore di chi abbandona.

*

morituri

col terzo ci ho appeso la bici

non che non ci arrivassi, ma prima o poi

odiando come odio essere trattenuto

all'ennesima l'avrei scaraventata

in strada e addio sogni di gloria

 

col secondo la foto di Lei

dal sorriso di una seria che sorride

all'altro dietro l'obiettivo, e le margherite

che ho lasciato lì nel vaso sullo sfondo

sempre secche

fino all'ultimo come la gola

 

il primo lo tengo per me

anche se ho detto in giro poi l'ho usato

quel foro sulla pelle come fosse mia

fossero veri pure questi parchi,

tutti questi volatili, e la luce che dai gusci

si aprirono coi becchi.

*

quasi baci, quasi abbracci

la sera al pontile

sembra qualsiasi gola

che intera tuffa e eterna affiora

date carezze in petto

d'ombre di donne e rami.

 

l'ultimo bacio, l'ultimo

è delle reti all'acqua

riavute a braccia come i propri cari

i propri sonni, propri ricordi

propri ritorni in smorfia su

terrificanti oblii.

 

-risa di pescatori-

*

da qui a qui

la pioggia inizio luogo

dall'autostrada ha una colonna di vapore

sopra il cementificio

che segna l'arrivo e al mattino seguente

una sirena a chi svegliare

 

sono posti cui non rechi minime attenzioni

tipo supermercati, uffici postali, chiese

che hanno vegogne nei perimetri

gioie e dolori riportate ai muri, casse

 

 fuori

 

due amanti al buio celebrano il dubbio

di quell'odore selvaggio di saliva viso a viso

lì sulle proprie gambe che aspettavano da tanto

qualcosa fosse solamente loro.

 

*

borgo rose

venire a quest'ora

è la sera, come l'abito indossato

gualcito dove ci si flette

lasciando intendere gli spazi

il fare a cui ci si può dare

per non cedere al silenzio

quella parola morsa nella bocca

nel riportarsi indietro

 

- oh, sarà così

questo continuo viaggio

mollare i piedi ad un appoggio

per quell'odore

dei pasti a scendere le scale

che verrà incontro anche domani

 

domani, amore bello

il sole la avrà sempre

la sua finestra uso foresteria

il suo lento tuffo sopra il campo

incendiando il grano, la poesia

nel petto rosso, rosso

che non può più aspettare

 

e si sale

per scendere da queste parti

lasciati in una polvere dirada

in quel pensiero a non sapere tempo:

 

- chissà domani quando sarà festa, dove

quell'angolo con fiore giallo in mano

dentro al vestito buono

che non ti importerà di aver macchiato.

*

pleroma

portare i pesi da sempre

il muretto prima delle scale può dirlo

sotto una sigaretta a un muto fa finta di niente

mentre gli anziani sulle panche

gesticolano orari

 

il muto lo conosco

gli porto il vino in casa

e se è vero che ognuno ha riflesso

due dita di finestra e un occhio al giardino

sta lì in bucherellante luce

a mordere i particolari all'incompiuto

viaggio del ferro sotto la sicura

pace per avere amato

 

gli anziani non saprò mai dire

sembrano persone anche loro

e la vita li tiene in un breve silenzio

per quando muore qualcuno

o mi vedono passare.

*

io non mordo

eccone due dei miei

detto da te quei buchi d'aria ai campanili

gente impacciandosi dal mento ai piedi

con un cucchiaio in plastica da gita

un po' in piazza, un po' in posa, un po' storti sotto vento

al pettinarsi quando non se ne ottiene effetto

 

cose dell'altro mondo

due dei tuoi detto da me l'amore

per stare come una stagione è maturata agli altri

tipo il guitto che si ammicca negli specchi

sempre prima di ridare un fianco

e continuare ad amare ogni cosa di schiena.

*

metodo esse

vedere come cuoce la materia

metallo su metallo su stature, il caldo

questo fondente lucido dei corrimano nelle scale

ora alla maniera tipica dell'orso su due zampe incontro

ora al limite di nuca alle cappelle

e sere a fari cento metri ai rami alti

fino porzioni grigie grette dei dopo lavoro

delle capigliature a uscite a entrate

 

l'amore  è tempo messo nell'attraversare

prima alla lumaca chiusa ammiri il vorice e la posi

torna a rizzare i nervi e scia e per questo si ama

chi non conosci non ti avesse mai incontrato

 

un'intelligenza è anche la bestia di appartamento

che si accomoda di che non ha e sbrandella

i braccioli del divano rifacendo le unghie

mentre tu fuori che ti asseti.

 

 

 

 

*

per ora

si ha due occhi, questo le finestre

accese quando non si è spenti

dall'alto sono notte sulle chiome

lampioni lì a tirare il fiato curvi a un piede

con la qualsiasi cosa sarà in volo che ti preme

il tallone al muro, una fumata da terrazze

 

dal freddo la campagna pure

bene sta bene, qualcosa ne è a marcire e

mezza bottiglia di chinotto vecchio tiene in fresco

c'è il cane di nessuno tuo per un istante

un gatto magro di altri ed altri gatti

e viali fino a fabbriche e piazzali

dove operai finito battono portiere.

 

smorzato la tua sigaretta rientri

odori un po' le dita, e pensi, per ora

tutto ciò non ti appartiene.

*

intro

così sei lì a guardare difetti

che della vita che non ti sfiora

molto le hai tolto con assenze

pasti di comodo e camicie

a mezze maniche

 

fintanto

 

serpi di sellini

di bici sotto i watt di un lampione

ricorderanno di saper contare

l'importanza che a qualcuno

davvero importi di te.

 

 

Viareggio 08/09/2013

*

God machine

le nuvole, questi ciclopi

sfilano continuamente un pensiero

di libertà a chi è già ossessionato

da proporzioni e forme

in quasi morsi

 

- poi aria in rettilineo

una curva sul fondo e un bar

un rettilineo un'altra curva e un bar

un rettilineo, un bar, un bar, un rettilineo

un'altra curva e un bar

poi un'altro bar-

 

ci sta proprio tutto sotto le nuvole

c'è chi serve un bicchiere

e chi osserva le mani a chi serve un bicchiere

coi rumorini sottofondo delle slot, annesse

quelle spettinature di chi crede

che ne entra e ne esce.

*

... amo

AMO

 

è una stanza bussata dall'interno

a aprire in quantità di sguardo il fuori

nell'ossatura del silenzio

sugli spigoli vivi d'ombra

dai tre quarti di inscindibile pienezza

come carpire strategie

tra l'unico e l'intero

poi dalla nervatura più adeguata porsi

all'inevitabile schisi

per il peso che procura il cielo

 

amo

 

tutto ha chiuso, contrasta e narra

ha cambio di riflesso, ha una carezza

alle coste del velluto, e giunge

e spozza, e si sgomina da sé

dilapida e si tiene

l'unghiatura alle grondaie

le foglie al macero, il drenaggio

l'acqua che annega e punge mai

di pioggia a non andare svelti

nel pigmento della notte

 

AMO

 

è una vettura a spinta

una paresi volontaria e crollo

di uno sguardo emorragico

a sale che si munge, all'osso ripulito

che non si mangia

che succhi e ingoi e ti contorce

la nota sporca di un violino

- e non si ascolta -

il buco in una tasca vuota

un grando di pepe a scanso

un centesimo mai speso

 

amo

 

la pelle gualcita che si indossa

con coraggio verso, o a riverso

è identica

la virgola mai messa, e sfonda

le scarpe e il sonno, e abbatte

e incoccia in luoghi e costruzioni

con un abbraccio meno magro

quando la sofferenza non ragguaglia

non ha riguardo e tocca

l'altro come fosse capitato veramente

veramente

a te.

*

hundred billion cigarettes

l'importante è patire

scegliersi un pretesto

incontrare un viso e aspettare

rincontrarlo e aspettare

e aspettare

finché tu stesso ti divieni noto

da te

 

poi non importa

di riempirsi di rimedi alle zanzare

tante zanzare tanto amore

intorno e nel bicchiere

lasciato lì a metà, che

tra un avvelenamento e l'altro

intanto ridi.

*

campi obbligatori

il tempo ora è piovoso

la mattina

a tenersi in piedi era già buffa

con quell'aria umida alle guance

che sembrava avere pianto

e con tutta l'espressione, avvicinandola

di chi beccato

giura di non caderci più

 

nelle osterie servono vino

serve all'acqua che scende

a stare corrotti in un pasto

sembra

tutt'altro che essere affamati

tutt'altro che illesi

tutt'altro che vie lasciate ai torrenti

quella pungente desolazione

per le fessure date agli occhi

 

ma non importa, non tanto

se si riesce a stare soli

e da qui uno scorcio è magnifico

un prurito a pensare

da darsi l'anima addosso

prima di impattare sulle costruzioni

sulle persiane schiuse

 

... pensare

lei è stata quella stanza

quelle stesse tende tolte

quel pianoforte esposto raramente

quel sorriso a quanto è dietro

ogni cosa sia fatta di note

senza mai produrne

 

Lilith era una donna greve

risate e tosse mai passata

più di qua in questo poco da pensare

da avere

dita tozze color dell'ebano

da prestarle in una mano strette

tra il suo sottile avorio

 

ma ho avuto già cent'anni di ricordi

di soluzioni e pose per le quali

questi incamminamenti più mi andranno

né più mi porteranno altrove

e finalmente mi apro per accorgermi

che la vita è una chiusura...

 

che sapevamo già volare.

*

il pane di Rosalba

Della casa, questo sordido infinire

ho affaccio alla continuità di piane e alture

con gli spezzettamenti verde al grigio desertificante

e fitti/minuscoli/rossastri/aguzzi/agglomerati

dove ti viene in mente l'intentato

che presto rientri

 

Mia madre alla domenica ci tiene

in una tasca ha tutto e canta e sa stupirsi

ancora che il fuoco le brucia e la memoria le salta

a tutti i costi chiede una carezza dai suoi anni

ora alla barba ho sotto gli occhi più bugiarda

dicendole quell'unico importante si

-adesso vado-

 

Il piccolo sentiero di Rosalba questo ha la realtà

un silenzio che ammonisci un silenzio che scegli

la pietra dove gli è sotto, l'angolo dove gli è dietro

tra i cespi il vitigno gli ulivi il frutteto i fiori

con l'aria punta dall'azzurro fuoriuscito dai comignoli

legna che fu che arde e asciuga

 

Rosalba te la aspetti

tutti figli suoi i suoi capelli raccolto le forze

nelle mani su pasta e una ciocca fuggita al sudore

da riportare più lontana del lontano

ora lasciandola dov'è assieme alle ecchimosi

che procura chi trascina

 

Al ritorno il silenzio tramuta in oro mangiando

che mia madre somministra uno alla volta

un silenzio breve, spezzato da risa

che pure oggi te l'abbiamo fatta, maledetta

inumana solitudine.

 

*

livori in corso

ecco, Antonio così se ne va

spalle alla follia delle vetrate

all'istintivo agghiacciante del considerare

gli altri da grattare via con l'unghia al tendine

- chiunque ne saprebbe poco e meno -

delle trazioni in punta per l'arrivo di una lettera

una gioia che conclude in un mentito a presto

 

eccolo che fronte a proiezioni ti regala

l'urlo della distrazione da una voglia

per ballerine che avvitano sprofonda ammirazione

la vita la forma lo splendore la cura

chiazzante l'alto in giallo a bianchi spazi il basso

da incidere col batterci ogni mossa nel momento

una parola buona è l'altro che ti osservi

 

Antonio a guarigioni riprende la via

dalle pietanze consumate al fermento su infezioni

dall'umore arrestato i passi visto piovere

dal silenzio in gestazione di gatti sotto con le pulizie

dall'ardore delle case dietro inutili recinti

dal rancore verde eterno in muschio sopra orizzontali

 

eccolo l'amore, Antonio se lo tiene

addosso come la promessa delle strade che ti portano

da sempre dove vuoi, da sempre dove sei

considerate piccole le imprese dei librai deserti

dei volatili sui monumenti zampettati

della madre di tutti gli odori appassita sui fornelli

di scellerati impudenti abbracci umido mare

 

Antonio, abdicando un affaccio ancora

potrebbe quasi dire

che è sempre lui a tornare indietro.

*

ciorba

metteva il naso in un barattolo di vetro

quelli ampi per la frutta sciroppata o chissàdio

quante cose da stipare sono per l'inverno

all'ora di pranzo in terra straniera, armato di cucchiaio

rimestava i colori che affioravano alla trasparenza: il beige

il verde, i gialli e i rossi triti, pescando pezzi di carcassa

di cui mollati i resti, prima pregati, poi ammirati, poi spolpati

sul tovagliolo erano ossa di gallina

 

i traffici delle città restano un conto, sono nel solco

la sera un po' negli occhi un po' alle tasche del cappotto dato al vis a vis

sarà la vita a cui ti abitui, ma il troppo lavoro dato ai pochi

resta pesante che si deve demandare ad altri

così l'ultimo incarico che ricevi è di sceglierti, da schiavo

un sotto schiavo di quelli fronte ai rivenditori di laterizi

dispersi come cervi dalla luce insolita che fende i limiti

per una fuga a branchi prima via poi cautamente dentro di essa

 

uno dei tanti, noi siamo uno dei tanti

cercavo di spiegarmi incitandogli le bellezze del paesaggio

con sorrisi incompresi, fatti noti, temendo di non parlare della luce

allo stesso modo di una donna senza pensare sia un madre

ed i suoi occhi un frutteto che gli cascava in casa uscendo

e mensole e mensole nella dispensa con tutto etichettato

sparivano agli scooter che ci tagliavano davanti

all'arrivo al cantiere scesi al fango

 

nei forse c'eravamo già da sempre

un mestiere sognato che desse una pettinatura decente

a cui lui teneva, aspettando arrivasse l'era

la riga da una parte la mattina sembrava stesse lì da sempre

lei come lui come noi come loro nelle buche ci finiamo

per riparare le condotte a una città che aspetta

fino nel sogno bello dell'ora di pranzo quando hai tempo quando

si possono indicare nuvole nel cielo o contare i nodi al legno

o mettere il naso in un barattolo di vetro.

 

 

*

o non essere

la mattina, poco dopo i nuovi si

conviene alla stazione, quanto a te

nella monotonia in cui puoi notare

i punti di attacco di ogni cosa, vedi

dai fianchi dei bagagli le destinazioni

avverti l'odore dolciastro dei sali e tabacchi

da come nascono i sorrisi per qualcosa

 

un puro caso tu e l'addetto delle pulizie

lui più anni nel mostrarti non averne

posa il bastone, nasconde la fiamma

espone la fede gli insulti la famiglia i figli

la vita con gli occhi tornati dritti dopo acceso

che indicheranno un culo di passaggio

 

nella stazione tutto può fermarsi

al volo breve dei piccioni in galleria

come in una grande gabbia stanno alti

cagano sulla varietà di vestiario dei fruenti

tanto incauti a essere entrati

poi gli tornano tra i piedi

 

fortuna vuole Ges, Lei siede al suo lastrone

il solito perché è sulla banchina giusta

un libro che non legge, lascia

risposte a domande come banconote in terra

rimprontato l'ascolto resta ad osservare

la vita in ritardo degli altri

 

Ges e il sole di traverso

una mano avanti mentre scruta al cielo

il tabellone e pensieri pensieri quanti pensieri

porta l'età quando non è esatta per avere

i seni piccoli che nella gravidanza

le hanno detto fioriranno.

 

Ges prima di andare è sempre lì

sul punto di alzare gli occhi per l'arrivo di qualcuno.

 

E io non vado.

 

 

*

l’aguzzino

e resteranno mute

dallo strapiombo qui sul mare

le bocche dei pescatori visti lì a comporre

il loro giorno successivo, o magari me

dietro la smorfia di chi serve

le loro nocche in luce

 

da questo terziere

io li rammenterò per sempre

nei vassoi riportati alla cucina

sotto l'arco col balestro appeso

e gli stinchi in pioppo bruno forellati

dagli strappi di comande

 

ed io che ho sempre odiato

sventrare un pesce e metterlo

sul fuoco poi negli occhi poi

fumando la mia sigaretta dopo

pulendo pentole e poi chiuso

 

c'è un cliente da un po'

che viene col riporto in cirillico

e fuma e ordina e mi dice

forza, a ogni portata, su da bravo

ed io massacro e porto, massacro e porto

massacro e porto

 

da un po' a tarda chiusura

bevo il vino che gli avanza

tutto pinot nero del novantasei

e con il buio sulla faccia

da un foro lasciato dai palmi

lascio che brilli il mio lampione.

*

piccole disattenzioni

la luce, assieme a odori nuovi

accovaccia il gatto nell'attesa

di miagolare alla porta sentendoti arrivare

che penserai ti riconosca -caro-

ma lo fa tutto il santo giorno

con chiunque adoperi le scale

 

di cielo in cielo

a qualcuno mancherà un affetto

altri gare a chi piscia più lontano

mentre innocenza insospettisce sempre

se quel giorno ha i capelli di lato

una spalla alla luce e lo sguardo gentile

dovuto, di chi passa per caso

 

intanto

 

la città resta ai turisti in cerca d'acqua

che puoi invidiare dai semafori del centro

migrano da un monumento all'altro

posano, chiedono un informazione

con il sorriso circostante

e una striscia d'ombra sopra gli occhi

 

- ritorsione-

 

l'aria chiarissima dipende dal mattino

il vento dall'erba ormai alta il palmo

il sole dal brillìo dei sopra/sotto foglia

gli occhi dall'essere di schiena

a tutto ciò se ne può avere idea.

 

*

dicembre

dicembre ha nascite continue

vegetazione e luce sotto lastre di cristallo

le nevicate capovolte, le braci senza ceppi

e le pettinature dei paesi

nei mercati dal ventre dei sogni.

 

- è a rigoli di caldo, o appena due fessure-

 

dicembre ha appannature

di lente messe a fuoco, e lenti

dalle funzioni alle tovaglie quegli scialle

caduti per errore da schienali

tra pane a segmento, posate in croce

tombole e chicchi d'uva passa

al nero seppia di pupille insonni.

 

- ha bucce di ore, coltelli a raso, macchie, fiocchi da dare al gatto

e graffi per costringerlo a ballare-

 

dicembre ha gemme

luminose nella gola da adornare

deglutendo città e dintorni, pensieri

facili, pieghevoli, ridotti in scatola

ha pugni di stagnola e corsi di manovre

su piccoli plastici con emorragie di intenti.

 

- ha condomìni silenziosi e androni, combustioni di micce

e nuvole di zolfo a quiete ritrovata-

 

dicembre ha risme di dettato

lettere da accartocciare come sono

già in messaggi di segreterie

vischi in pellicole arricciate con ricordo

addobbi e debiti da rimandare.

 

- ha monti di schiene brille, telai di giorni confezionai in blister-

 

dicembre non sa dare, dicembre mette

sacchi sui pianerottoli, spioncini ai baci

quarzo ombreggiato ai muri

di un fuori che non ci riguarda e polvere

sui manubri disassati nella ruvidità delle cantine

coi frastuoni d'occasione poi più niente.

 

- ha viaggi di andata e ritorno, ultime curve e scuse

per scendere ad amarsi, e continuare a farlo, sempre,

così come non si è -

 

 

 

 

 

 

*

Kose Belle

si fissa su una cosa buona

una che sia una abbia mai fatto

che subito crisi, o meglio, ricalcola

dove appoggiarsi per un po'

alle kose belle

 

poi percorre a ritroso

la gente in entrata alla metro

perde lo sguardo sulle lane tinte

strati su strati su lucidità di boccoli e olezzi

tra i sorrisi maneschi degli adolescenti

dando il bacio più lungo mai dato

a una sigaretta sotto il lampione

del parcheggio al settore B3

 

adesso faranno di tutto alla radio

per mietere spensieratezze

che Clara da Vicenza interrogata racconta

dei minuti preziosi con l'amica alla cornetta

per superare attimi di traffico

e in graduatoria chissàdio dov'è

il sorriso che le ha immaginato

mai gli rivolgesse

 

il rientro ha sempre un padre di turno

che punta il piede al cancelletto

e sorride e dà ai nervi perché non cede

non cede e non ne vuole sapere

che lui sa che l'altro sa che entrambi sanno

allora aspetta e accenna ai suoi accenni

finché passano uno alla volta.