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Raccolta di poesie di Abraxas
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Foci di voci (scritta insieme ad Antonia Vono)

 

Distici mistici niente acrostici
siamo tossici dell'appartenerci
foci di voci
nemmeno croci agli incroci del viaggio.
Solo luci intermittenti
che accese spengono il sole.
Forse il tempo può incurvarci
stingerci trasformarci
ma rimane il nucleo
il riconoscersi il ricostruirsi identici
(di)mostrarci
forse sporgendoci come vertigini
impaurirci...soffrire
nel claustrofobico (con)tenersi
luci di notte ad alleggerirci i sogni
e soli di giorno nel ricongiungerci
nel verso corretto
detto e ridetto a dispetto di tutto
rimarsi a morsi
o stringersi al petto i respiri
calarsi nel pozzo dei mali
e respirarsi a fari spenti
e poi scoprirsi più forti di tutto.
Amarsi e volersi
cosparsi di sale o di viole
dispersi e riuniti
al momento giusto.

*

Se il vento é muto

 

E mi sorprende la falce della luna

fioca e bassa sopra l’orizzonte

diamante grezzo, linea d’occidente

morente fiato, sommesso bisbiglio

che precede un rauco grido di morte.

A chi è toccato in sorte il filmato

di ciò che procede senza alcun senso

prima di schiantarsi tra il fumo denso

e acre che chiude la gola? Il quadrato

del battito e la radice delle porte

chiuse in faccia, la geometria è un foglio

tra le mani del figlio imprudente

è un calvario salvarlo, ma se c’è un ponte

e se il vento è muto, è larga ogni cruna.

 

È fredda questa notte senza stelle

le rotte del tempo sono chiuse

a ogni viaggiatore senza scorta

l’aorta cede e le doglie sono dieci

al cubo, il tubo dell’ossigeno

è interrotto da un grumo scuro

di sangue, è stato il turno dei nonni

a scoprire l’orrore del fumo dei forni

e del gas che non si vede dal muro

che ci divide dal reale. Il triangolo è scaleno

e il cortile sghembo, nelle stragi

c’è il senso di ogni vita storta

la speranza è risorta quando le fosse

si sono svuotate e sono riapparse le folle.

 

 

 

 

 

 

*

Talent

 

Torrenti di parole infiocchettate

scambi d’amorosi sensi inversi

a godersi le gemme reclinate

le declinate gioie di catarsi

genitivi e genitali, gli orinali

pieni, osceni i cuori più dei versi

talent, gara di rispetto, orientali

sapori di spezie, calembour, facezie

e nequizie, sazie le narici, soffici

cuscini, le carni e i vini, inezie,

questo è brutto, l’altro è maleducato,

ha scritto in aramaico, l’ho distrutto,

il top è scollato e il seno sporgente,

teso e sodo, quasi un salvagente, di tutto

e di niente, idrorepellente, Odino

o Ogino, di chi è la colpa per questo bambino,

calma gente, non me ne sono accorta

intenta a scrivere in ginocchio, in preghiera

di sera, alla luce di una candela storta

per creare un gioco d’ombre e d’atmosfera,

calma ancora: lui è asceta, io sono gatta morta.

 

 

*

In gocce di veleno

 

I tempi sbagliati accordi in gocce di veleno

essere amati quando non si ama più

più o meno è andata così tra la pioggia

battente e l’arcobaleno trasparente

guardato a vista dal biscazziere

eterno il nero e il rosso sul quaderno

e ancora pensi e dubiti che sia inverno

e che i sensi non si celino nelle sfere

di cristallo delle emozioni lente

poi giochi al buio e perdi anche la faccia

il muro è alzato e lo hai alzato tu

quando il cuore svelato è stato osceno.

 

 

*

Adieu, grazie, è stato niente

Grazie è stato bello, mio marito

amami, adieu monsieur, ricordati

ma che vuol dire? Facebook sparito

Perché mai?  Siamo malandati

vecchi col cuore stanco degli idioti

bella col trucco dei banditi

carta vetrata tra le stelle a gauche

il quadro è surreale, è di Bosch

dicono che ora ti fai di scotch

non ho inteso, non ho capito

liquore o nastro adesivo? Che mito

leggera con le piume al dito

le unghie sulla gola del malcapitato

arma impropria, mon etoile, sono rinato

da quando sei svanita nel creato.

 

Grazie, è stato e basta, la casta

è in una cesta e li ci resta

canta, balla e abbassa poi la cresta

ali di farfalla le mie, per salutare

amami, adieu madame, ricordati

ma che vuol dire? Spericolati

come animali in letargo, in coma

a Crema, a Reggio, il flauto a Brema

lui l’ama, lei è la catena della fama

tutta sorrisi e complimenti

i componenti della band dei lamenti

ora sono tre, ascoltali, sono talenti

poi sverna, cambia continente

il colore dei capelli non è importante

Adieu madame, grazie, è stato niente.

 

 

*

Al ballo dei poeti tristi

 

La mia base è in quella palafitta

sul lungomare ad est della città

c’è più successo nel fallimento

che nel trionfo, ho visto il conto

è troppo salato dice chi arriva a stento

a fine mese. Ho letto il tuo nome nel vento

e mi sono fermato ora che chiedi la carità

all’angolo della chiesa sfitta.

 

Il lupo cattivo indossa la gonna

della nonna, poi se la nipote

lo scambia per un travestito

è perché ne ha visto la foto in un sito

di scambisti. Il cuoco ora è bollito

ma ha da poco ricevuto l’invito

al ballo dei poeti tristi. Il frate

francescano è in chat con la sua donna.

 

C’è un vento che spazza via l’amore

e la pioggia ha i colori della notte

il fuorilegge guarda l’orizzonte lontano

non ha più casa e famiglia e il grano

dei campi è il suo letto, cosa c’è d’umano

se il tetto è nelle grotte, il piano

suona ininterrotto da ore e le porte

del paradiso sono sbarrate a ogni impostore?

 

Ti ho persa e non c’è sempre un motivo

nello specchio c’è una foto di prima

di quando le auto partivano a spinta

e tu non avevi una casa dipinta

con macchie di muffa. Chi ti ha convinta

ad abitarci è un’arpia col fondotinta

incrostato, il segreto svelato o è un dogma

del creato o è solo un sogno lascivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

L’amore in quattro ragli e mille serpenti a sonagli

 

Le margherite sfogliate, m’ama o non m’ama

si m’ama, ma non mi vuole, mi duole

forse non lo sa che m’ama, con gli occhi

fobici che si ritrova, forse mi crede

una biscia che striscia sul marciapiede

di fronte casa sua. E’ un fatto di fede

l’amore è un gioco mi ha detto, chi lo vede

è maledetto, ma se ha scarpe a punta e tacchi

può ballare il tango sino a quando il sole

non sorge. Non m’ama dunque, è la trama.

 

L’amore in quattro ragli e mille serpenti

a sonagli, un asino fatto e rifatto

e una serpe di scuola, non c’è storia,

non c’è gloria. Non m’ha mai amato

solo scaricato dopo un giro sull’ottovolante

del luna park, sono una specie di mutante

in mutande, uno scemo patentato e insoddisfatto

potete dirmi di tutto. Maria? Chi è Maria?

Non si chiama Maria e non ha un gatto

lei è stato un angelo sino alle undici e venti.

 

Poi è arrivato lui, lui chi? C’è sempre

un terzo incomodo e pure un quarto

in cerca di guai seri e di nuove dame

da rimorchiare, visto quanto è bello il mare

da quassù? Migliore dei tuoi fianchi

di vetro e degli occhi neri stanchi

della frenesia degli orari sul finire

della sera. Le nuvole di liquame

si sono addensate, piove a dirotto

la luna non c’è, fanno la ola le ombre.

*

Appesa a una stella

 

Appesa a una stella, la più vicina

dopo il sole, l’ha chiamata vertigine

perché non ne ricorda il nome

come la sensazione provata

quando ha incontrato uno sconosciuto

nel bosco dei tramonti argentati

o quando ha visto realizzati

i suoi sogni di bambina. Sente il liuto

in lontananza, è una trovata

del signore dei mantelli rossi o di dame

pietose con gli ultimi? L’origine

è un mistero, ma qui lo è più di prima.

 

Eppure è lì per cercarla, in un tempo

al quadrato e in uno spazio ristretto

l’equazione non è la stessa. La notte

l’ha ignorata e la morte le ha fatto visita

l’appuntamento è rimandato, le ha detto

a data da destinarsi, deciderà il caso,

l’amico matto con l’anello al naso.

Qualcuno ha osservato tutto

col cannocchiale, ma a sua insaputa

ora può riferire ogni dettaglio al conte

dei bastioni d’argilla, lui l’ha costretto

con un ricatto e non ha avuto scampo.

 

La verità è imprigionata tra le mura

della grotta dei folli, ma è in un’altra stella

ai confini estremi dell’universo. Nessuno

è mai stato laggiù senza perdere la ragione

forse è meglio non sapere quali segreti

nasconde l’oscurità di questo labirinto.

Chi ha la sua parte di ragione ha già vinto

un viaggio premio di dieci anni tra i pianeti

del sistema solare, come astronave avrà l’aquilone

più colorato e misterioso di Nettuno.

La vertigine è evaporata ma è arrivata la gemella

della nostra eroina, tra le due, la più dura.

 

 

 

*

Perché la vita non è eterna

Qui non ci sono mai stato pensò il fuggiasco della lanterna

una caverna è ciò che sembra, strano che non l’abbia mai vista

dista appena un isolato da casa mia. Pare sia stato bombardato

di lato e di fronte. Dopo essere entrato rimase di stucco

un trucco ci doveva essere per forza. Neve e ghiaccio dappertutto

il fatto è che fuori era estate e il caldo scioglieva ogni legame.

Legname e coperte sarebbero servite, per trovarle occorreva tempo.

Il campo visivo era limitato, quando provò a uscire dal quel luogo

il giogo già c’era, imprigionato nel palazzo della memoria.

La storia rimandava immagini conosciute, una voce di lato

fiato rubato al freddo sussurrava “ è qui che sei nato

cresciuto fuggito, è questo il racconto, la vita non è eterna”.

Odierna è la sorte, poi vide la madre e il padre sconosciuto

l’imbuto era profondo, parlò al suo primo amore, la ragazza

paonazza e pazza dalle trecce chiare, vide foto sbiadite

di vite allo sbando, amplessi brevi e insinceri, sparvieri

forestieri di ieri, stranieri di passaggio. Sua moglie la puttana

sottana in vendita e il suo migliore amico a letto con lei

i nei che diventavano macchie giganti e un colpo di pistola

alla gola, sbagliato mancato per un secondo di paura.

La cura non c’era, doveva ancora arrivare, il lasciapassare

è amare, era il suo nuovo angelo ad averlo detto d’un tratto.

Matto era stato a non darle retta, chissà perché era finita

svampita ma piena di vita è così che la ricordava quel giorno.

“ Torno” lei aveva detto, poi era svanita fuggita perduta

volatizzata e ancora non la vedeva nelle immagini sul tetto.

Aspetto che torni, ora è a lei che stava pensando tremando

volendo rivederla più di ogni altra cosa. Le parlò a cuore aperto

“ Il torto è stato mio, angelo mio, non ti ho più cercata

amata sempre, ogni giorno di più. Un’altra occasione volevo

speravo bramavo, ma il futuro è ciò che si costruisce ogni giorno

intorno c’è il ghiaccio, che faccio se ho sbagliato? Mi pento

contento di averlo fatto e di averti incontrata, desiderata

e amata a modo mio”.  Le foto le vide solo allora, un’ora

un’ancòra immaginato, lei era sola e rideva, poi era con lui

bui erano i suoi occhi, era tutto chiaro in quel momento

di pentimento. Non c’era più il film, era tutto concluso

deluso pensò che non c’era più scampo, ma la voce

la croce della sua coscienza ebbe un palpito, la porta

aperta, la luce che entra con lei, era stato perdonato.

 

*

La dea dei monti spogli

 

La torre dei fuggiaschi ora è disabitata

dopo la retata degli scheletri appesi

al gancio di un robot, il mare è in apnea

e ulula il vento del nord, l’ultima strega

del nocchiero è morta di appendicite

tre anni fa. Credi che sia un monolite

la pietra prima del bosco della congrega

dei rabdomanti, non è così dice la dea

dei monti spogli. Non è qui la genesi

dell’odio, ma qualcuno l’ha avvistata.

 

Dall’altra parte della terra, al confine

con la regione dei giganti astemi

e la terra delle fontane zampillanti.

La regina dei comizi è stata deportata

ora recita a gettone per gli abitanti

di una città senza finestre, i torrenti

sono inquinati dalla marmellata

di catrame, per guadarli servono guanti

resistenti alla pece. Chi ha chiesto mi ami

non ha avuto risposta, è questa la fine?

 

Spulciando tra le righe delle leggi emanate

dal parlamento qualcuno ha scoperto

un refuso, per farle invalidare serve l’approvazione

dei discendenti del re di Prussia, perché gli eletti

sono stati confinati nel girone dei prepotenti

da una rivolta improvvisa degli elefanti

sordi. I briganti del sud ora sono protetti

da mosche danzanti al suono di una canzone

rap, le donne invecchiate stanno all’aperto

e quelle più belle non sono mai nate.

 

*

Al settimo caffè

 

Le acque del fiume delle anime sono altrove

è notte di lune nascoste e di luci spente.

La signora in nero sosta in un prato

forse troverà qualcuno del settore

con cui fare l’amore, un becchino lucidato

a nuovo o un giovane prete spretato.

Poi andrà a cinema a vedere l’attore

di cui si è innamorata, ha pensato

alla fuga d’amore, ma nessuno è tanto potente

da alterare la scia del destino di questa nave.

 

C’è un sotterraneo, una rete di cunicoli

e fogne che conduce nello spazio infinito

non l’ho mai visto, ma è sicuro mi dicono

le compagne di banco di un’altra vita.

Stanno organizzando una spedizione

su Marte, sinora hanno trovato la canzone

della sigla, ma in una data prestabilita

il concerto dei fantasmi del poligono

si farà. Intanto il calendario è stato reso noto

ci sono variazioni di date, questione di secoli.

 

Il mantra dei vigliacchi è sempre lo stesso

vorrei ma non posso, c’è la vetrina del salotto

da lucidare, il bucato da bucare due volte

il marito o la moglie da coprire di ridicolo

ma di nascosto. È che proprio la libertà

non fa per loro e di sicuro mai succederà

che amino davvero. Questo spettacolo

è finito prima d’iniziare e il metronotte

è già al settimo caffè, qualcuno l’ha corrotto

con tre baci sulle labbra per rubare l’incasso.

 

John è stato ucciso e Marilyn non si è suicidata

la storia andrà riscritta spiega un esperto

della ristorazione. Ne sa più di tutti sull’argomento

perché ha studiato i loro menù per anni.

C’è un dongiovanni di periferia alla finestra

ha i capelli bianchi ed è sempre stato di destra

ha avuto tante amanti, ma ha fatto parecchi danni

seducendo la donna più in vista del parlamento.

Chi si è improvvisato artista dice che Dio è morto

ora sono in corso trattative per stabilirne la data.

 

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*

La figlia minore della fretta

 

Sono stato la cima e sarò il burrone

ma non un punto esclamativo

in fondo ai tuoi versi o l’interrogazione

della tua domanda di grazia. Finirò

i miei giorni con un sonno leggero

e se c’è un grido soffocato spero

che sia stato bruciato in un falò

d’agosto. Puoi chiamarlo gelo o aquilone

il significato non cambia, io sono vivo

e tu sei terra smossa a ogni canzone.

 

Ho messo l’apostrofo tra due pareti

per separare il colore dalla calce

l’alba è stata qui ma non s’è fermata

per colazione, ogni illazione al riguardo

è falsa, il sole ha ringraziato con un raggio

più caldo e due biglietti omaggio

per il concerto rock di un gruppo sardo.

Dicono sempre tutti che è finita

ma in ogni canto c’è un timbro di voce

e una melodia che rapisce i poeti.

 

E di questa storia che parliamo?

Quando allora ho detto che t’amavo

non era proprio a te che pensavo

ma a un’altra con la fattura del conto

del ristorante nella borsetta

la domenica di Pasqua di un secolo

fa. È ora che nel vicolo del molo

è passata la figlia minore della fretta

diretta a ovest del paradiso, il tonto

s’è ripreso l’orgasmo finto da schiavo

e ha girato i tacchi e io che allora non capivo

il latino ora scriverei anche in cinese ti amo.

 

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*

Saremo altrove

 

Saremo altrove d’ora in poi, lontani

già lo eravamo, ma le voci, le dita

si accarezzavano in un posto sconosciuto

in un tempo di trasparenze e convergenze

d’istanti. Poi magari sputavamo sentenze

o dicevamo scemenze per puro diletto.

Il sonno era leggero e l’acqua muta

la riva toccherà il mare anche domani.

 

Altrove è fuggire quando l’altro s’avvicina

e battere le mani ai pescecani in frac

solo per dispetto, oppure scrivere sul muro

il bar è chiuso quando ogni porta è aperta.

E’ tenersi una foto sbiadita sotto la coperta

e pensare in bianco, grigio e nero

quando anche l’arcobaleno è fatto di crac

e il tossico sparge al vento cocaina.

 

Avremo un altrove a testa e tanti come

e perché quanti sono gli idioti in giro

al tramonto nella città di organza e seta

un pesce rosso da pilotare verso il sole

e uno spicchio di coscienza rivolto al male

dentro un cuore di bronzo. Anche la cometa

tornerà indietro e  finirà sotto il tiro

incrociato di stelle nane al liquame.

 

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*

Lo stato dell’arte

 

Così parlò Zoroastro dopo essere sceso dalla montagna

tutto è accaduto e accadrà ancora, Dio è morto

ma il suo fiato è nell’aria. L’uomo è in catene e il gregge

segue il pastore lungo la valle, però il riscatto

non è lontano. Chi ha scoperto il riso e amato la danza

può sperare di alzare lo sguardo, c’è una speranza

da inseguire. La scimmia più furba ha scritto la legge

e la più vile ha trasgredito, la civiltà è vicina all’infarto

e le bandiere brune marciano già nella campagna.

 

Il cuore dell’uomo è una cloaca e la guerra è alle porte

stavolta non vincerà il più forte o il più efferato

il tramonto  è stato solo rimandato, a quando la fine?

C’è romanticismo, hai detto, in questa visione

sarà stato per puro caso, ma da questa incursione

nell’eterno ritorno, qualcosa è nato, un’emozione

e uno sguardo sul futuro.  Ci sarà, se vuoi, la ragione

a trattenerti, ma non lo sai quale è il vero confine

tra il sempre uguale e la connessione col passato

che torna su sé stesso, conosci solo lo stato dell’arte.

 

La stella danzante immersa nel caos, questi siamo

se la via Lattea ci è oscurata, la materia pulsante

vive di trasformazioni, lente eppure visibili nel tempo.

Ci sarà già successo, ma se non ne siamo coscienti

è come se tutto fosse nuovo, la mente è vergine

se i pensieri nascono e muoiono all’istante. L’origine

è sconosciuta, siamo in equilibrio instabile, erranti

comete di polvere, gas e ghiaccio ma lo stampo

della libertà è nel corredo genetico. C’è l’idrante

per pulirci dal fango, un’onda di luce se ci perdiamo.

 

 

*

Le meduse in bicicletta

 

La città ritrovata sul fondo dell’oceano

non è Atlandide, né il cimitero dei pirati

è un luogo dello spirito, il rifugio per artisti

in cerca d’ispirazione, attori dilettanti

cantanti liriche col corpo da sirena

poeti romantici con la tuba e per la balena

di Moby Dick. La folla degli aspiranti

è in una lista scarna, chi concede i visti

è uno squalo con i vestiti firmati e stirati

di fresco e due cambi due nello zaino.

 

I pesci colorati sono rimasti di sasso

dinanzi ai quadri di Kandinsky, la bellezza

è aperta al sorriso nel mondo sotterraneo.

I delfini hanno vinto la medaglia d’oro

alle olimpiadi nel salto in alto, quello

che ha scelto il passo del gambero è bello

ma è stato squalificato, niente alloro

invece per le meduse trasparenti, il neo

è che nessuno le ha viste in sella

alle loro biciclette, il vincitore è un asso.

 

Ulisse è stato qui, a incontrare Nausica

Omero si è sbagliato, vi ha scritto la Norma

Bellini, è stata scambiata per una ricetta

siciliana alla moda nelle terre di sopra.

Gli ossi di seppia di Montale sono un ricordo

del suo fugace passaggio in questo fondo

sconosciuto. C’è il bacio etereo e la capra

che bruca la libertà, la luna in offerta

e i fantasmi nel sottomarino giallo, il karma

senza condanna e le sirene che inventano musica.

*

La donna con una mela in mano

 

Il solitario aveva un appartamento di dieci stanze

al penultimo piano del grattacielo più alto

con vista sull’infinito e uno yacht ancorato

al porto da usare quando il mare era agitato.

L’ingresso era vietato alle donne con lo smalto

agli scrittori in pensione e alle maestranze.

 

L’ultima amante aveva fatto le valigie di notte

tre lustri fa, portandosi dietro due limoni

un pacco di sigarette e un camion di azioni

della Apple. Ora poteva ascoltarla nelle canzoni

stralunate che incideva insieme ai barboni

del quartiere e a delle amiche strafatte.

 

Nel tempo libero lui giocava a scacchi e di norma

perdeva, era il movimento del cavallo

che non gli andava giù. Un tempo aveva  provato

a ingaggiare un cane ammaestrato

per farselo spiegare, era  stato uno sballo

ma non era durato più di un giro di karma.

 

Il sesso non era più un problema da quando

aveva  acquistato un’azienda in perdita

che produceva film porno per ciechi

con tanto di sottotitoli per i dialoghi.

L’attrice di punta gli aveva fatto visita

e s’era sfilata le mutande gemendo.

 

Era uscito di casa per consultare la cartomante

del circo in fondo al parco, aveva  una stella

in fronte, i denti cariati e una figlia pigra

che segnava  il tempo con una clessidra.

Poi lui aveva deciso di farsi saltare le cervella

dopo avere venduto all’asta un diamante.

 

Il colpo andato a vuoto non lo aveva sorpreso

la pistola era caricata a salve per cautela

era una messinscena a favore del fato.

Quella sera stessa qualcuno aveva suonato

alla porta per errore, una donna con una mela

in mano, un sorriso leale e col volto disteso.

 

Non l’aveva mandata via, l’aveva fatta entrare

si sentiva solo e il mare non era più il rifugio

dal temporale. Giocarono a scacchi e perse

ancora, lei aveva il raffreddore e la tosse

ma gli sembrò sincera. Non mangiava formaggio

si fermò la sera, la luce stava per tornare.

 

*

L’alfabeto è col codice a barre

 

Ogni scusa è buona per rimandare

il cane con la scoliosi

e il pappagallo con la cervicale

la terza comunione dei bambini

il matrimonio di certi cugini

che più non vedi. Per Natale

paillettes e lustrini per i curiosi

e il disco preferito da ascoltare.

 

E’ un dannato minuetto

a me piace il rock duro, le chitarre

distorte e i bassi nello stomaco

qui sta cadendo l’intonaco

e pure le mura hanno l’eco

il tuo alfabeto è sinfonico

il mio è col codice a barre.

Ormai questo amore mi va stretto.

 

E’ ora di lasciarci, l’ho detto

non puoi rispondi, siamo amanti

a singhiozzo e con lo sconto

ma senza il bollino rosso del supermercato.

Poi c’è il nonno che è quasi andato

ha un piede nella fossa ed è stato

a Lourdes l’altro giorno. Con due badanti

niente male con la quinta di reggipetto.

 

Ha il singhiozzo pure il sipario

un giorno è giù e l’altro è alzato

la luna è storta ma c’è il sole a picco

l’estate è arrivata e le spiagge

sono affollate. L’amore ci sfugge

il venditore di cianfrusaglie è ricco

ha il conto alle Cayman, ma è nato

a Mussomeli e non ha il dromedario.

 

Mi hai fatto il malocchio, una megera

ha confermato. Pensavo fosse amore

invece era solo un intruglio di erbe selvagge.

Gina mi era svenuta davanti

e io ero fuggito, perché in tanti

mi stavano guardando, la legge

era stata avvertita, c’era già odore

di bruciato, ma non sono finito in galera.

*

Al vernissage di una mostra sul surrealismo

 

"Come ti trasformo l’amore in una vignetta"

disse un talento di passaggio nella città

ribelle all’ordine di un signore della guerra.

L’uomo in accappatoio e ciabatte al ballo

dell’ordine degli avvocati rischiò il collo

anche quando si presentò in una serra

con la moglie fedifraga del podestà

del posto e due scimmie sexy in lambretta.

 

La ragazza coi capelli rossi aveva un sorriso

diverso per ogni cliente. Rispettoso

col boia ufficiale del quartiere, di sfida

col poliziotto che le sfilava le calze

a ritmo di dance, svampito con le pazze

incantatrici di serpenti con la spada,

beffardo con l’amante del marito geloso

di una collega con l’orecchino al naso.

 

Nessuno ricorda il giorno che il talento

di passaggio in città incontrò la ragazza

dei capelli rossi al vernissage di una mostra

sul surrealismo. Ci sono le registrazioni

però a dimostrare che le vere ragioni

di quell’aggressione con una pietra

saranno sempre un mistero. Era una pazza

disse il giardiniere anziano del convento.

 

Ci provò il detective della buoncostume

a farle confessare le sue ragioni

ma rimediò solo un bacio sulla fronte

e due amplessi sul letto di contenzione.

Forse l’aveva conosciuto in Giappone

ma non ci sono prove, anche il frate

che predica in prigione tutte le stagioni

ha provato con lei a soddisfare le sue brame.

 

 

Al processo non si presentò nessuno.

Pure il giudice designato marcò visita

dichiarando di non essere nel pieno

possesso delle facoltà mentali. Aveva

fatto l’amore con l’imputata quando lui era

sotto protezione del boss dei boss nano

della polvere bianca. La stella cometa

era in ritardo, tutti l’aspettarono invano.

 

 

 

 

 

*

In questo spazio incantato

 

Blu effetto notte, il borgo

sulla collina è in ascolto

le rose rosse avvolgono

gli sposi commossi dal suono

di una chitarra. Il cono

di luce della luna è ruffiano

uno spicchio trasparente, un alito

di poesia, un valzer, non un tango.

 

C’è l’abbraccio nel cielo stellato

e la capra che suona il violino

il blu è lo stesso, è la purezza

del colore a stordire i sensi.

Puoi dirlo forse in versi

o provare con una carezza

se esiste un tocco divino

è in questo spazio incantato.

 

I giocolieri del circo in azione

e il volo degli amanti sulla città

lui la tiene sempre per mano

lei si libera dalla gravità

forse è questo l’amore, la rarità

di una fluttuazione, l’alieno

come stile diverso di libertà

e il tempo dispari di una canzone.

 

 

 

 

 

 

*

Nulla è quello che sembra

 

E’ la terra del fuoco e dei Ciclopi

del ratto di Proserpina e delle ninfe

amate dai fiumi. Quel giorno

che il boss salì sulla montagna

“ Questo sarà tutto mio, è sicuro”

disse, il primo scagnozzo quello scuro

annotò tutto sulla lavagna

poi spedì un tweet da un forno

agli assassini. Preparò il caffè

per tutti, poi si dedicò alle api.

 

Sai che a Noto c’è il barocco

e che a Siracusa a maggio

si recitano Sofocle e Euripide?

Aristofane incontra Lisistrata

per stendere un trattato di pace

hanno unito la loro voce

e qualcuno ha battuto in ritirata

i boss guardano le corride

e accompagnano le figlie a un saggio

di danza. Il cavallo da corsa è un brocco.

 

L’autostrada è saltata per aria

stavolta hanno usato il tritolo

e non la lupara, il telecomando

ha funzionato, il televisore si è spento.

I mandorli in fiore e la valle templi

di Agrigento, Pirandello dice

nulla è quello che sembra, invece tace

Montalbano, le Termopili

non sono qui, qui c’è il vento

di scirocco e un atroce canto

di morte. Hanno steso un lenzuolo

bianco, lì ora regna l’incuria.

 

*

Ti amo in quattro atti e trecento confetti

 

Un tunnel invisibile da percorrere

in un nano secondo dalla montagna

al mare e mille miglia da cancellare

con un colpo di spugna. Le nuvole

sono strane se è dal mondo delle favole

che le guardi, accenni sussurrati  d’amore

in creme caramel. Dietro la lavagna

c’è un sogno che corre verso l’imbrunire.

 

È già un altro paesaggio, il grigio spento

della città ora è rosa pastello, l’aereo

è in ritardo, è atterrato sulla spiaggia

il pilota ha un appuntamento a Foggia

e i passeggeri hanno fatto il bagno

guardati a vista da un burattino di legno.

Due sconosciuti fanno l’amore, ciao

è quanto si sono detti per il momento.

 

Sono giorni che il passaggio a livello

è chiuso, l’inferno è inaccessibile

ai dannati dell’ultima ora. L’angelo

caduto sulla terra è finito in un ospedale

di periferia con una commozione cerebrale.

C’è chi è  andato a trovarlo con il Vangelo

in mano e il crocifisso nell’impermeabile:

un generale e la proprietaria di un bordello.

 

L’indicibile è stato detto, un ti amo

in quattro atti e trecento confetti

da regalare al figlio del prete a Pasqua.

Non c’è bisogno che tu nasca di nuovo

ti ho conosciuta mentre recitavo

poesie allo specchio dopo una questua

per strada. I documenti sono corretti

questi sono i fatti e tali siamo.

 

 

*

Il veliero a farfalle

 

Sei partita col veliero a farfalle

la tua meta è Calcutta, gli elefanti

sono a dieta, c’è già una colletta

sul web per comprare noccioline.

Non ci sono più le ballerine

in città, andavano di fretta

quando sono arrivati i cantanti

di grido, si sono messe a pulire le stalle.

 

Mi piace il tuo vestito rosso

con i colori di un tramonto infuocato

qualcuno t’indica con un dito

la città da ammirare, tu sei nuda

e di spalle, hai perso la testa per Neruda

le sue poesie su quel sito

ti hanno mostrato la bellezza allo stato

puro. Il tuo amante ride a più non posso.

 

Ti sono rimasti solo due tozzi di pane

non sai decidere se tenerli per te

o se darli al cane. Il pesce tigre

vaga nell’azzurro, tu non fai il bagno

perché non hai il bikini, il sogno

è finito, sei nuda ma il re

non ha bussato, c’è invece l’oste

a offrirti whisky e marzapane.

 

L’uovo si sta schiudendo, il male

è su questa terra, le sfumature del cielo

sono brunite, l’angelo abbandona

il paradiso, la salvezza è morta.

Già senti i cingolati alla porta

il cuore è pesante e la voce afona

i fiori non hanno lo stelo

vedi un dirupo, ma ci sono le scale.

*

Le case appese al sole

 

Le case che di giorno sono appese al sole

con un filo d’acciaio trasparente

sono abitate da iguane verticali

e serpenti con laurea in arti figurative.

Le donne degli anziani sono più schive

all’ingresso della baia degli squali

i pappagalli hanno lingua tagliente

e penne appuntite solo a Natale.

 

La foresta di turbine eoliche è fitta

l’affollano soldati con armatura leggera

e ragazze disposte a mostrare le gambe

dalla carrozza quando il vento rinforza.

Ci vanno dive del cinema in vacanza

tigri in pensione e scimmie strambe

in cerca di un po’ di tregua la sera

dal corteggiamento insistente di una gatta.

 

Le stelle stanno a guardare un film dell’orrore

così si sono messe oggi d’accordo

in un referendum on line. Il potere è dei folli

e il sapere dei venditori di zucchero filato

c’è stato un tempo in cui un capo di Stato

con la gobba, ha scalato sette colli

ma è finito a incontrare in un fiordo

un tipo con corona falsa e voce da tenore.

 

Chi ha un cuore faccia un passo avanti

chi invece ne ha due, ne ceda uno al parente

di un coccodrillo. Chi piange può passare la mano

stavolta ha sbagliato canzone, il testo è una burla

tra sfigati in un camposanto. C’è Munch che urla

ha perso un bottone del cappello, ma è sano

qualcuno nel fondo del teatro ha un dente

dolorante, tutti ridono, piangono solo gli amanti.

*

La mappa del tesoro

 

Era diventato cinico da un giorno all’altro

e anche un po’ misogino, dell’altra metà

del cielo ormai ricordava solo i tradimenti

e le ferite inferte all’ultimo minuto.

Eppure lungo la strada qualcosa aveva avuto

erano sbocciati fiori, brezze e venti

lo avevano cullato lungo la via dell’età

c’erano stati temporali, ma s’era fatto scaltro.

 

Perché dunque ora era tutto solo un buco nero

un calderone confuso sull’orizzonte degli eventi

dove precipitano i ricordi e i soli non riscaldano

più l’animo e il corpo si piega alle leggi del tempo?

Perché ora sentiva che non c’era più scampo

che l’ultima astronave era partita e l’arcano

non era stato svelato, che era ora di fare i conti

col mistero della fine, che nulla più era vero?

 

Chiuse gli occhi e si abbandonò alle onde del mare

la navigazione gli era sconosciuta, la rotta casuale

lo avrebbe condotto ai confini del mondo

o riportato a riva dopo strani giri e infiniti forse.

Le rivide tutte nei suoi sogni, i suoi versi sparse

tra gli scogli e i ghiacci, poi pensò al tramonto

e al futuro che non era cominciato, al male

fatto per errore e a quello fatto con tutto il cuore.

 

Capì che il bilancio era in pari, il concorso di colpa

era certificato, se l’esistenza non è un vano remare

contro flutti insidiosi, ci sono vittorie e sconfitte

da accettare, pianti e sorrisi da giocare a dadi.

C’è il giorno che vinci, poi un altro in cui cadi

e ti rialzi, le tue radici sono tra boschi e palafitte

il senso forse non c’è, ma non è mai vano tentare

di scoprirlo, il tesoro nemmeno, ma c’è la mappa.

 

 

 

*

Sul lato oscuro della luna

 

Un prisma e l’arcobaleno

nel cielo liquido e trasparente

di un mattino sfuggente.

Sono note speziate di liquori

d’annata, languori del destino

calici d’ambrosia e sapori

rarefatti di letti disfatti

la sveglia dannata del postino.

 

C’è il cuore che batte e la corsa

a perdifiato, il tempo della follia

e il denaro speso con allegria

il disagio, l’eclissi e la morsa

del potere, il cielo infinito

e la morte, un coro scolpito

un brivido freddo nelle ossa.

 

Schizzi e colori chiazzano il cielo

tu pensi sia amore e sorridi

io ci vedo una mucca e quindi

sto zitto, alla fine scegli il velo

da sposa, dici, è il mio dono per te.

Non te la prendere se ho deciso

così, scelgo di fare buon viso

a cattivo gioco e metto su il caffè.

 

L’uomo che brucia non è un trucco

è solo una fotografia a colori

già mi manchi, ti vedo, sei li fuori

ma è come se fossi assente, il succo

è questo ed è un vero peccato

che debba finire così, proprio

sul lato oscuro della luna, sono sobrio

non ricordo molto, ma qui ci sono stato.

 

*

I sogni nella spazzatura

 

La casa incendiata in fondo al bosco

era affollata di puttane e usurai

c’è chi dice “è stato un tipo losco”

chi che si erano cacciati nei guai.

 

L’esercito non si è ancora visto

le indagini stanno a zero

trecento spartani in un posto

così sono uno spreco per davvero.

 

Non c’è più acqua alle fontane

e Chiara non è più tornata

era andata via con delle gitane

nel giorno che trovarono una fata.

 

C’è poi la storia dell’espiazione

per lo specchio rotto da quel matto

tu pensi che non c’è più religione

io dico che ormai il più è fatto.

 

C’è da resistere cent’anni in questo stato

senza cedere al fascino dell’utopia

Platone in carne ossa è disoccupato

e sbarca il lunario piazzando libri di filosofia.

 

Già molto è stato azzerato

i sogni sono nella spazzatura

c’è un papa che fa lo scapestrato

e un monarca che vive all’avventura.

 

Le immagini della televisione

sono già nel profondo del mare

per i pesci colorati sono una delusione

non un traguardo da festeggiare.

 

Mi guardi per l’ultima volta

c’è la città che si consola

ma la tua coscienza è assolta

e io non ho alcun nodo alla gola.

 

*

Risalendo veloce la corrente

 

Risalendo veloce la corrente

seguendo a ritroso le stelle

puoi trovare la città dei folli

sta su per quei verdi colli

in cui mostrò la sposa ribelle

il teschio del marito alla gente.

 

Gambetto di re è l’apertura ardita

il guanto di sfida all’orizzonte

la prova che se c’è ancora un senso

è nel coraggio, forse non lo penso

ma lo dico, c’è uno spiraglio, un ponte

che conduce alla riva, alla luce infinita.

 

La tua risposta è interlocutoria

una siciliana per stare in difesa

l’arrocco per dire che è tutto come prima.

A smentirti c’è un cambiamento di clima

il dopo è cominciato, c’è l’attesa

che non conosci, la luna nera e la storia.

 

Il clown ha tolto la maschera, è nudo

ridono tutti ugualmente ma è l’abitudine

a parlare, la regina s’è mossa, l’attacco

è uno sfondamento totale, uno scacco

ho osato troppo penso, è la solitudine

dell’eroe a finirlo, passo e chiudo.

 

Chi dirige il traffico dei discorsi

è in ferie, s’è sudato le vacanze

tra una burla e una citazione d’autore

al suo posto c’è un poeta, un fine dicitore

uno che guarda il cielo senza speranze

che non prega, non piange, non ha rimorsi.

*

Un’altra mattanza

 

C’è un dio che l’ha ordinato

uno dei tanti che arma la mano

di assassini spietati?

 

Siamo stati creati

o siamo solo in movimento

tra galassie e buchi neri

filamenti di tempo e cemento

embrioni di eternità

solo intravista, veri

testimoni del male

che percorre l’universo?

 

Non c’è soccorso

o concorso di colpa

se sono queste le radici

se il peccato originale

è nell’assenza di senso

di questo vagare informale

tra deserti, nebbie e alveari

sulle sponde di flussi stellari.

 

La risposta non è il vento

a soffiarla, non c’è, punto.

C’è questo abbozzo di tragedia

un finale che è inizio

il moto circolare del pensiero

in mare aperto e l’indizio

lo squarcio inatteso che è speranza.

Gli spari, poi, un’altra mattanza.

 

*

I sogni di stanotte

 

I sogni di stanotte? E’ strano ma li ricordo tutti

in ogni dettaglio, vuole che li racconti dottore?

 

Nel primo assistevo a una guerra infinita

ma da lontano, c’erano tanti cannoni

macchine volanti e una specie

di fungo mostruoso nel cielo. Poi tante prigioni

col filo spinato e larve di uomini e donne

con numeri tatuati sul polso e sul petto.

 

Nel secondo già la scena era diversa

c’era una città in festa e una folla in attesa

dell’auto del presidente, poi si udiva

uno sparo ed era tutto finito. La gente

piangeva, qualcuno pregava

e nessuno capiva perché era successo.

 

Nel terzo c’era invece una festa di giovani

una specie di raduno mai visto

corpi nudi nel fango che ballavano

e uno strano tizio che sul palco suonava

la chitarra coi denti. Non un valzer, però,

ma un’accozzaglia di suoni potenti.

 

Nel quarto c’erano torri maestose

che sembravano raggiungere il sole.

Le stavo proprio guardando quando

una prima fiammata, poi una seconda

bastò a sbriciolarle in un istante.

Un uomo del deserto gioiva

e un’altra guerra era cominciata.

 

Cosa ne dice dottor Freud? Come spiega

questi sogni che sembravano veri,

sono premonizioni o crede ancora

che io non sia pazzo?

 

E’ solo il suo inconscio a parlare,

lei è sano di mente, ha paura del sesso,

di fare l’amore con sua madre.

Nulla di ciò che ha sognato

Può succedere davvero oggi

o in futuro, glielo giuro.

 

*

Un segreto che non viene svelato

 

C'è un racconto prolisso, mobile quanto un infisso

sulla bacheca corrente. Sei finito urla l'asino col crocifisso

sei un mito ribatte un altro cretino.

S'è fatto una canna, poi ha alzato il ditino

per andare al cesso. Così è se vi pare

è la democrazia della rete, appare

e scompare sotto e sopra l'onda del mare.


C'è questo racconto, dico, nessuno sa di che parla

i personaggi sono balordi di strada o di stalla

c'è una ragazza che se la tira e poi si pente

di aver scelto quello sbagliato, tanta gente

che s'ammazza per niente e un segreto

che non viene svelato. Avrà un seguito sperano

i fans della prima ora, sarà un successo dicono

prima di vestirsi da mummia o da Giuda per il ballo

in maschera del liceo Gargallo. Non è finito lo sballo

stasera c'è un gruppo che suona fottutamente forte

Il cantante ha gli occhiali scuri e una voce a onde corte.

 


Ha scritto un libro qualche tempo fa, chi non l'ha fatto?

Ora è un poeta da circo, un cartomante, un mentecatto.

Quel racconto, ora è ufficiale, è stato un successo

è nella terna dei più letti del mese nel sito del sesso

a pagamento. Non è un porno ma fa lo stesso

c’è chi legge il titolo a voce alta per darsi un tono

e le prime tre righe prima di sopirsi. C'è un tuono

che scuote il silenzio, non c’è più tempo per il perdono.

 

 

 

*

Solo un salto temporale

 

Tutto è già stato provato

e nulla sarà come prima

se non in un sogno, una cima

verde, un dopo senza fiato.

 

Mi arrivò questa cartolina

che non sapevo leggere la storia

e non conoscevo parole a memoria

ci pensò mio padre a dirmi una mattina

che potevo sparare col fucile

prima d’imparare a essere ostile.

 

E che dire di quell’altra lettera

che poco dopo papà tiro fuori

in un mattino di bufera?

C’era scritto nero su bianco e a colori

che c’era da darsi una mossa

l’assegno di pensione era in cassa

sarebbe bastata la carta d’identità

per ritirarlo col timbro dell’autorità.

 

Scattò una foto che sembravo

già vecchio, ma la ritoccò da bravo

artigiano, per essere sicuro

che con barba e baffi da duro

diventassi già allora lo stesso

di come sono adesso.

 

Fu un salto temporale, solo

il primo di una lunga serie, a dire il vero.

Perché a intervalli irregolari davvero

giunsero biglietti e foto al tritolo

un bambino con la testa rasata

a una comunione e un’altra d’annata

con due che gli somigliavano un poco

e che sorridevano a fuoco.

 

Biglietti d’auguri e ritagli di giornale

un matrimonio, poi un altro a caso

lauree e funerali, non si capiva a naso

chi era chi e chi era cosa o quale

era tutto un impazzimento

una vita concentrata in uno smarrimento

senza chiavi, luci o emozioni

solo un cumulo d’informazioni.

 

Ora che ho tutto raccolto in un cestino

rimesso in ordine il tempo e fatto l’inventario

ho capito che era già tutto chiaro e albino

scritto e firmato da un fato arbitrario.

Solo che non sapevo che il mattino

fosse uguale al tramonto

e che pur scambiando le carte

nulla sarebbe stato diverso nel conto

di questo stato dell’arte.

*

Come una punizione, un assurdo inciampo

 

Uno squarcio nelle trame del tempo

viviamo solo il presente in un lampo

l’attimo che non torna, mente e sensi

separati sullo sfondo di pianeti e universi

un brivido di fugacità sottile e profondo

un breve giro di giostra intorno al mondo.

 

Qualcosa saremo e da qualche parte andremo

su un avamposto sperduto nello spazio, un eremo

spoglio, come naufraghi dell’ultima galassia

scialuppe vaganti in cerca di stelle sosia

nascosti dietro l’orizzonte degli eventi

di una cometa che viaggia a fari spenti.

 

Saremo elettroni impazziti o anime in pena

dentro il recinto di ricordi a catena

perché non può finire tutto in un lampo

come una punizione, un assurdo inciampo

una clessidra vuota, una candela spenta

di colpo in una notte immobile e lenta.

*

Sulle rampe del cielo

 

Sulle rampe del cielo – ci rivedremo-

mi sussurri, - non mi troverai- ti dico

il luogo dove incontrarci è il solito

tra il mare e le case grigie e leggere

della strada senza frontiere.

 

Non posso più tornarci ora, mi dici

che sono solo una foto dimenticata

sul fondo dei tuoi cassetti.

Cerco la quiete e la salvezza

il vento mi è lieve, è una brezza.

 

Vado nella città ferita, rispondo

dove ancora in nome di dio

fischiano pallottole roventi

i corpi sono sepolti in mare

e straniera è ogni voce, ma per restare.

 

E’ un addio a distanza, uno dei tanti

ma ora che il confine è vicino

sembra tutto vero in questo mattino.

Seguiamo strade diverse, chi s’alza

e chi cade, chi retrocede e chi avanza.

 

Quando sembra che tutto cambi

la mente torna a ciò che era prima

le cime imponenti e il fossato

il futuro svelato e il passato

nascosto, con la fine in anteprima.

 

E’ ciò che ci resta: un ricordo, una rima.

*

Le risposte che la mente non può ancora capire

 

Il cuore è un fuorilegge in questo deserto di sabbia e neve

nella striscia di cielo che ci congiunge alle stelle.

Spara a salve ma sono proiettili di freddo piombo

sagome di pensieri disturbati, incubi lenti

nel livido tramonto di una vita in ginocchio.

 

C’è la signora in rosso che non ha abbassato gli occhi

e quella che ti ha ferito con parole d’amore,

la preda che non è riuscita a sfuggirti e l’amante

che ti ha rigato il volto di lacrime e sangue.

 

C’è il prete a tariffa fissa e quello a gettone

il saltimbanco in odore di santità

col carcerato della domenica di Pasqua

e il pensionato che prega al bancomat della cattedrale.

 

Nel verso senza inchiostro ci sono le ultime domande

le immagini di un incontro finito per caso

nel trafiletto di un giornale trovato per strada

e le risposte che la mente non può ancora capire.

 

*

Al paradiso dei mendicanti d’amore

 

Qualcosa ho visto o così credo
Nel labirinto dei pensieri traditi
Nelle gemme in svendita
Al mercato dei ricordi confusi
Nello scrigno delle emozioni in blu.

Eppure eri ancora tu a guidarmi
Nelle vie di una città senza dolore
Nei solchi del destino a puntate
Nel vento che scuote foglie appassite.

Qualcosa hai visto di molto strano.
Una grotta col cartello "affittasi a ore"
E la fila delle anime al settimo piano
Del paradiso dei mendicanti d'amore.
Un film in cui la morte e la compagna sfigata 
Si baciano e non c'è nessuno da condurre
Ai confini della foresta pietrificata.

Sono i sogni confusi di una notte tra tante
Veri come un gioco d'ombre
In una sera senza luna, né stelle
O come un danzatore di flamenco
Nella terra dei draghi e dei ghiacci.
Eppure restano impressi, scavano trincee
Nel pozzo più profondo dell'anima.

Non hai capito nulla, anch'io mi chiedo
Cosa c'è da sapere di più a corredo
Se non che siamo stati un freddo inverno,
Un arcobaleno che filtra tra la nebbia
Una luce spettrale, un suono sordo
Un temporale senza lampi
Una preghiera recitata a metà.

*

Nello scorrere veloce di una sera

 

 

C’è stato un tempo in cui eri tutto

Per me

Onda e schiuma, lutto,

giostra a tre,

alba sul mare e notte a specchio,

luna, vertigine e fiato vecchio.

 

C’è stato un tempo in cui non eri nulla

Per me

Solo due sillabe morte, una data fasulla,

un perché e un per come

senza risposta, pugni chiusi,

tasche vuote e pensieri confusi.

 

C’è un tempo qui e ora che sfuma

Per te e per me

Senza la carezza di una piuma

O quel lampo negli occhi che non c’è.

Tutti i fantasmi di una vita intera

Nello scorrere veloce di una sera.

 

*

Il dio sbagliato

 

L’errore di cui mi pento è l’aver sbagliato dio.

Quando mi hanno parlato del dio dei lebbrosi

O degli emarginati e di quello dei misericordiosi

Forse avrei dovuto prendere il cappello e dire addio.

 

Perché ora che mi ritrovo sul palco di questo teatro

Con una pallottola nello stomaco e l’altra nel cuore

Ho capito in un lampo che c’era un dio del rancore

Nascosto nella sala e non sprofondato in un baratro.

 

Il dio degli assassini in nero e della dura sorte

Dei kalashnikov assordanti e dei passamontagna

Delle lame affilate e delle granate di montagna

Delle preghiere recitate come litanie di morte.

 

C’era un riff di vita prima degli spari

E chitarre blues lancinanti con giochi di luce

Ora solo lamenti nel buio e odore di brace

Vite spezzate o deragliate su oscuri binari.

 

L’ultimo attimo di silenzio può servire a capire

Cosa è davvero successo e dov’è l’ultima l’uscita

Qual è il dio che mi aspetta a festa finita

E se potrà esserci ancora un altro concerto da sentire.

 

*

La regina triste delle nebbie

 

La regina triste delle nebbie ha lo sguardo fisso nel vuoto

Nella grotta da cui non si vede il mattino. È il suo rifugio,

Il luogo del cuore, lontano dai pensieri molesti,

dai romanzi d’amore, da quei versi letti e riletti e mai capiti davvero.

E quel buio, ormai lo sa, non ha ombre, non stordisce,

Non confonde, non altera i sensi. È sospensione, attesa

Di un fiato amico, di una pioggia sottile, del vento del sud.



La regina triste delle nebbie ha gonne gitane e fiori di campo

Nei capelli, nella grotta da cui non si vede il mattino. C'è il respiro

Del mare a farle compagnia e il gioco dell'amore a tentarla.

Come quella volta che aveva deciso di seguire l'aquilone

Oltre la collina, nella terra di nessuno e s'era fermata

Appena in tempo, prima che il temporale di marzo

le affondasse una lama tagliente nel cuore.



La regina triste delle nebbie ha occhi scuri e labbra di metallo

Nella grotta da cui non si vede il mattino. C'è una voce

Che le chiede di andare verso il tramonto e un'altra

Che la invita a restare sul lato oscuro della luna.

Costretta a scegliere, preferirebbe ancora l'ombra

Di un amante senza volto, i peccati dell'amore rubato

O la nebbia di una notte insonne senza tempo.






*

Mare della Tranquillità

 

Ti sei ripresa la luna, quella dei crateri e dei sassi,

della polvere a pioggia. Ora ci abiti, nell’appartamento

con vista sul mare della Tranquillità, con la tua vecchia

Terranova e gli abiti succinti di gioventù tradita.

 

Ora che puoi vedere la tua coscienza alleggerirsi

e la verità evaporare, ora che puoi affacciarti al balcone

la sera per ammirare da lontano la terra e i tuoi peccati,

 

ora che nessuno può dirti a cosa pensare e dove affondare

i tuoi morsi, ora che il tempo è solo un’ipotesi a gettone,

ti accorgi che non hai più nessuno al tuo fianco.

 

Se non i pensieri a strascico, le immagini sfocate,  il cuore

che dispensa sbadigli, la roccia che non muore e che regge

al respiro del vento. Se non quel fermo immagine che più

non ti spaventa e l’ansia che declina al passato i tuoi sogni.

 

Il senso ti è noto. E’ la desolazione, il vuoto, la scia dei perché

senza risposta, il susseguirsi di volti informi e spenti.

E’ la morte che viaggia in terza classe quando tu hai acquistato

il biglietto di prima, l’ombra che ti segue da lontano o il più

prossimo dei ricordi e il gioco di fiabe dell’infanzia.

 

Ti sei persa pure la luna, sperduta tra gocce di stelle

e fili di luce spettrale, sentieri scoscesi e scansioni di memoria.

Non c’è l’orizzonte oppure non lo vedi in questa oscurità,

non c’è più l’anima a indirizzare i sensi: c’è solo l’oblio

in cui affogare i frammenti e tormenti di vite passate.

 

*

Lungo il ciglio dell’ultimo dirupo

 
 

E ora cambieranno le ombre

Le sfumature di cielo 
Le tavole cromatiche del giorno
I sapori e i profumi della terra.
 
E sarai irraggiungibile come mai
Solo un pensiero remoto 
Il fantasma di un'altra vita
Senza tempo, né macchia.
 
Come se il peccato 
Non ti avesse mai sfiorato
Come se il respiro del mare d'inverno
Ti avesse reso immortale.
 
E poi saranno i pensieri sfocati
A proteggerti dalla notte eterna 
Dalla pietà che si deve a chi corre
Lungo il ciglio dell'ultimo dirupo.
 
Eppure fa male questo silenzio
Irreale come la grandine d'estate 
Flebile quanto un sussurro d'amore 
Sospeso sulla verticale della notte.
 
C'è che la mia alba e la tua
Come gemelle separate alla nascita
Non hanno mai respirato aria di casa
E si sono smarrite tra le brezze marine.
 
Ci restano squarci di luce calda
Ma non bastano a scaldare l'anima
Per il tempo che ancora ci resta da vivere
 Da naufraghi tra acque nebbiose.
 

*

Come polvere di stelle

 

 

Ricordi slabbrati del futuro. Sapori ed odori di un tempo non vissuto,
come sentire il respiro dell'immaginazione e calpestare
i sogni appesi alle nubi. Il fiume in piena delle emozioni è placato,
c'è un lago che ombreggia al tramonto, una strada che s'inerpica
verso il cielo stellato, un flusso di coscienza che inganna.
Da qualche parte si può incontrare un bivio, forse è un volto di donna
che sorride, il primo vagito di un neonato, un fiore sbocciato per caso
su una terra arida. Lo seguirai, forse l'hai già fatto una volta

e sei finito in un vicolo cieco o nella terra di nessuno.
Succede quando il cuore accelera e il tempo procede a zig zag,
capita se si segue il filo delle suggestioni e la ragione tace.
C'è sempre una seconda chance, una vita da ribaltare in un attimo
Anche quando il vento rallenta e il respiro diventa affannato,
rifacendo a ritroso il cammino o saltando lo steccato
con un ultimo balzo verso l'ignoto. C'è un muro di nebbia da forare
prima d'incontrare la verità. Non siamo figli del caso, ma programmati
per una vita di gioie e dolori, combinati e scomposti
come in una trottola impazzita dal riflusso del tempo e dagli inganni
della memoria. Diremo che abbiamo vissuto come polvere di stelle.
Sabbia di una clessidra di lontane comete sospese nell'universo infinito.

*

Il tuo avatar in rosa


Il teatro dei sogni: verde e fiori
A perdita d’occhio, il tramonto in rosso,
In una dolce serata di primavera.

E’ tutto virtuale: davanti ho
Il tuo avatar, costruito su una foto
Che anni e stagioni hanno ingiallito.

Sogni a comando: è di questo che si nutre
Il mio cuore. Posso vederli realizzati
Su uno schermo, vivere ciò che non è stato.

Aggiungo una cascata qui, là una grotta:
è più romantico baciarti sotto l’acqua,
tenendo nascosti i sensi di colpa.

La stessa voce, persino la grafia
è simile alla tua: infantile e incerta.
Non sei mai andata via, se posso vederti.

E’ notte. Lo schermo della memoria
Mi propone la tua nudità in rosa.
Ecco, tornano le spine. Come sempre.

*

Un blues dolente



Resta in ascolto cuore mio: 
questo dolce arpeggio di chitarra 
Forse può spezzarti in due, 
Ma vale la pena ascoltarlo.

È lo stesso che ti faceva compagnia
Quando i suoi occhi ti scavavano 
Dentro crateri, quando ogni suo bacio
Evocava oceani di stordimento.

Non hai smesso mai di soffrire: 
Certi amori sono frecce appuntite,
Spilli di tempo senza memoria,
Arcobaleni nel grigiore della vita.

C'è un silenzio che non tace, ma urla: 
E' quello squarcio non più rimarginato
Che duole, quel fraseggiare di respiri
Senza tregua, il suono vero dell'amore.

È  l'eco lontano della felicità: a volte
Basta un blues dolente a spegnerlo. 
C'è una spiaggia deserta che ci aspetta
E un fiume da guadare per raggiungerla.

*

Nella zona grigia dell’infinito


Nel blu del cielo stellato d'agosto 
Tra luci d'astronavi e stelle cadenti
Il tuo cuore ha ceduto di schianto.
Non era la prima volta e non sarà 
L'ultima, nel terzo millennio la vita
È l'eternità che ti toglie il respiro, 
La frenesia che svuota la mente.

La memoria è un elenco di date:
Due secoli fa il nostro incontro,
Il primo bacio, la notte più lunga,
La scelta di non separarci più.
Anime e corpi siamesi: è questo
L'amore che ci unisce da allora, 
Il respiro che vibra all'unisono.

Ora la stanchezza del tuo cuore
È anche la mia: sento che i battiti
Rallentano, che sto vagando 
Nella zona grigia dell'infinito,
Che la materia oscura sta
Per eliminare emozioni e ricordi
Residui, che il nulla è a un passo.

Non è il corpo a morire, ma l'anima
A smarrire l'identità, a svuotarsi
Di storia, a non ricordare nulla.
Quel momento è vicino: da perfetti
Sconosciuti tra un po' ci troveremo
Muti a guardare il tramonto
Da astronavi in rotta di collisione.






*

L’oggi incompiuto



Hai annullato le distanze, uomo e il tempo
è più veloce. Frammenti di silicio, fili di rame,
tecnologie nane, miniature di materia grigia,
sono le città che viviamo, l'oggi incompiuto.

L'anima non è la valle incontaminata, il bosco,
la radura del riposo. È la nuova frenesia 
del viaggio senza meta, la parola alata
senza conoscenza, il vuoto traslato.

Non conosci il suono del silenzio, il ritmo
delle parole taciute, il lavorio della mente
che cerca la verità e non l'inganno dei sensi,
l'incanto di un tramonto nebbioso sul mare.

Il tuo cuore, uomo, eppure non è cambiato: 
ha la stessa ferocia di quando cacciavi per fame,
lo sgomento del lutto, l'estasi d'amore,
il grido rabbioso della gelosia, l'urlo di morte.

Il precipizio è vicino, ma puoi fermarti,
a guardare l'alba di un nuovo giorno, la luce 
dell'arcobaleno, il suono ritmico del mare,
le orme dei tuoi passi sulla spiaggia deserta.

*

Un istante nel flusso del tempo

Violini struggenti cercasi:
queste rose ormai sfiorite
non mi parlano d'amore
ma di croci nere sul cuore
di acque torbide, di lune
oscure, di tiri alla fune
sulla verticale della notte.

Chitarre dal suono spento,
melodie che il vento distorce:
se è ciò che resta della passione
chiedo asilo al silenzio,
mi prendo la colpa, ti perdono,
mi arrendo al volere del fato,
nella nebbia mi cerco come sono.

La prova d'orchestra è fallita,
archi, fiati, percussioni hanno
suoni diversi, armonie disuguali.
Non ti seguo più sul filo dei ricordi,
le mie emozioni non hanno più ali,
ciò che ci ha unito è vuoto d'accordi,
solo un istante nel flusso del tempo.

*

Il dolore è per sempre

Avremmo dovuto eppur saperlo
che il tempo è il nostro fardello,
non l'astronave dell'amore eterno,
non la distesa infinita di verdi prati,
di onde leggere e bassi fondali,
che ci accolse al primo battito d'ali.

Avremmo dovuto capirlo da subito
che lottare contro forze soverchianti
è vano, che non basta essere amanti
per volare oltre i confini dell'infinito,
che il cuore prima o poi si abitua
alla gioia, ma il dolore è per sempre.

Avremmo dovuto aver memoria
dei sogni interrotti, dei baci distratti
scambiati in altre vite, degli anfratti
del cuore in cui sopravvive la storia
dei tradimenti passati, dei viaggi
tra lune e comete, per rincontrarsi.

Avremmo dovuto cogliere l'attimo,
quando il vento gonfiava le nostre vele.
Quell'errore ora ci pesa, è il sale
sparso su ferite profonde, su strade
ghiacciate, su pietanze senza sapore.
Spegneremo le luci prima d'andar via.

*

Quando il sole era luce che abbaglia

È stato un raggio di luna a dirmi di te
un vento di mare a portarmi
il tuo profumo di donna inquieta
un brillio di stelle sfocate
ad annebbiare i luoghi della memoria.

Un'ombra di donna mi ha cercato:
non ti ho riconosciuta, il tempo
ti ha cancellato il sorriso
sino a darti sguardi sfuggenti
voce sommessa e stonata.

Ho passeggiato con te sino al mare
mano nella mano, nella quiete,
nella solitudine dell'alba sbiadita,
il sole negli occhi,la sabbia tra le dita,
non è stato l'inizio, ma il commiato.

Ho sentito il tuo cuore, il fiato
ti ho preso, il tuo silenzio è stato mio:
poi hai seguito i gabbiani in volo,
l'orizzonte ci ha diviso, tu sei stata notte
quando il sole era luce che abbaglia.

*

E’ un gorgo l’amore, un baratro felice

Cala il sipario, ma la recita continua:
ci manca il canovaccio, il copione
da seguire. Si recita a soggetto, si bara,
s'inventa giorno per giorno un'emozione,
s'intrecciano amori, si gioca e si spara.

E' lo scorrere della vita a tradirci:
è in questo alternarsi di venti contrari,
di flutti e maree, nel nostro sentirci
muti, traditi e storditi, nell'andare a fari
spenti incontro al nulla, che affoghiamo.

E' un gorgo l'amore, un baratro felice.
Che fremito è quel lanciarsi nel vuoto
senza difese, il mischiarsi d'anime scosse,
quel giocarsi la vita a dadi con l'ignoto,
quell'adornare le stanze di rose rosse.

E' quasi notte per la ragione ed il cuore:
lassù, forse, qualcuno ci ama, ma non ci è
dato saperlo. Qui e ora è il sordo rumore
dei cingolati, il vento impetuoso del fato,
a scavare trincee nell'anima, a toglierci il fiato.

*

Un sole di corallo per l’addio

Mi svegliai alla luce di tre lune:
al tocco di magia dell'infinito
gli amanti scelsero la più bella
i poeti si truccarono da stella.

Scoprii quella notte di avere
più di un cuore, anche a destra
un palpitare di vita mi sconvolse:
mi lasciasti il tuo, prima di un forse.

Ti ritrovai un dì su fredde comete,
su sassi vaganti nello spazio,
tu che meteora mai per me
non fosti, ma fitta trama di perché.

Scelsi la galassia più invisibile,
per sfuggire agli sguardi di dio,
un cratere di vulcano per letto
un sole di corallo per l'addio.

*

Cascate d’acqua tra dirupi scoscesi

Un'alba assonnata tra nuvole di fumo.
Forse è solo l'umida foschia del mattino, 
a confondere i contorni del tuo viso. Il grumo
di ricordi s'allenta, ciò che è stato destino
ora è terra vuota, nube che nasconde il sole. 

Eppure c'è stato un tempo di gemme e viole,
d'abbracci quotidiani, follie conclamate,
piogge e arcobaleni, di stanze sconosciute
eppure amiche, in quell'anticipo d'estate
che ci precipitava verso verità taciute. 

Quell'ora è svanita in un girovagar d'amore,
in vuote passioni, in cascate d'acqua tra dirupi
scoscesi, in un lento ripiegar del cuore
verso spiaggie, riparate da orizzonti cupi, 
ma solitarie, esposte ai venti freddi della sera.

Non è servito far scorrere il tempo, se la sfera
del fato ancora ci punta, se ciò che so di te,
se ciò che sai di me, è lo scrigno intatto 
che chiamiamo amore, anche quando non c'è
chiave che può aprirlo, nascondiglio adatto
per sottrarlo allo sguardo di chi ci ha diviso.

*

Sa di buio e di assenza il tuo respiro

Sa di buio e di assenza il tuo respiro
Di colpa e stordimento ogni tuo bacio:
Mi stringi, ti accendo e ti spengo
Sul ciglio del dirupo mi prendo il tuo fiato
Quando del mio quasi non c'è più traccia.

Sa di foglie in caduta libera il tuo sguardo
Di pioggia e nebbia odora la tua pelle:
Mi avvolgi, ti cingo di rugiada e silenzi
Sul filo del rasoio mi nutro del tuo amore
Quando del mio non so più cosa fare.

Sa di ombre e di tramonti il tuo profumo
Di distacchi e addii ogni tuo gesto:
Mi respiri, ti distorco suoni e luci
Sul sentiero senza sbocco mi frammento
quando già il tempo slega e scuce i nostri cuori.

*

Una valigia piena di coraggio

Di te mi manca il sorriso tentatore,
la fragilità del cuore ondivago
che alterna la condanna al perdono,
la voce allegra e smaliziata, l'amore
che spezza l'affanno del vivere, il cono
di luce che l'alba irradia sul mare.

Non ci siamo fatti mancare nulla:
pendolari dell'amore, uniti dal caso
e divisi dal destino, già dalla culla,
dai primi vagiti della passione,
è stato il riflesso di acque opache,
di fondali sabbiosi, a darci emozione.

Solo un rigurgito d'adolescenza?
No, c'è stato dell'altro: fiati impetuosi,
un fitto colloquio d'anime, la coscienza
che l'impeto di sensi e di corpi furiosi
non è di tutti. E' finita un dì di maggio,
con un saluto, una valigia piena di coraggio.

*

La parola che unisce e risana

Figlio, figlia
Tornate ai fiati di un tempo
Sotterrando i cuori di piombo
Il gelo che in questa griglia
Di vita, vi ha sottomessi.

Figlia, figlio
Riprendetevi per mano
Perché non siete i soli
Che sbagliando si sono smarriti
Seguendo gli echi del rancore.

Figli tanto amati
Non chiedete al mio cuore
Di dividersi, di parteggiare
Perché conosce solo il perdono
La parola che unisce e risana.

Figli, tornate bambini.
Nelle corse, le liti, le risa
Nel tempo dell'innocenza che fu
Avevate anime in simbiosi
Sguardi proiettati alla pace.

*

In questo stretto sentiero di sassi

E siamo ancora noi stanotte
a tenere in scacco la luna,
a respirare fiati salmastri
mentre gelidi venti sferzano
i cuori ribelli al tempo e all'età.

Ti voglio, mi vuoi: il gioco è qui,
è adesso che dobbiamo soffiare
emozioni nei giorni tutti uguali
che scandiscono la parte di vita
assegnata alle rughe e al tramonto.

È notte di tempesta e alta marea,
l'anima ha smesso di tacere,
archi, violini e piano suonano
melodie struggenti, un vuoto di stelle
nasconde l'amore a sguardi curiosi.

Ti amo, mi ami: può bastarci
in questo stretto sentiero di sassi.
Tra alte mura e precipizi,il cuore
sussulta, si agita, freme, esulta:
c'è un abbraccio a siglare la pace.

*

Azzurre onde sussurrate

In silenzio i sensori dell'anima
s'adeguano al buio, alla quiete
di una tersa, tiepida e stellata
notte invernale di fine d'anno.

Frasi, versi e sorrisi mi aiutano
a scacciare la malinconia.
Ho vite da raccontare, emozioni
da far defluire dal cuore in attesa.

Ho finito i monologhi, ho tanto
da ascoltare, qualcosa da dire:
solo le rotte dell'amore sono
ancora tortuose e indecifrabili.

Il mio guscio resiste ma già
qualche luce argentata
s'infiltra, echi sottili e modulati
evocano azzurre onde sussurrate.

*

Non abito qui

Non abito qui.
Mi ci trattengono
Le luci della notte
I venti che s'infiltrano
Tra le viuzze a ridosso del mare
Le tue lacrime che a gocce
Ancora bagnano il mio volto.

Nella terra di mezzo
Attendo i riflessi del sole nascente
L'arcobaleno che nel cielo di marzo
Irradia i colori e i profumi
Della primavera in anticipo.

Non ho ancora levato le àncore
Ma ho già studiato la rotta
Chiesto a stelle lontane
D'illuminare acque opache
Di proteggermi da gorghi
E fondali minacciosi.

Non ho più qui la mia dimora
Anche se qui
Se ti sporgi, se aguzzi la vista
Puoi ancora amarmi.

*

D’alterchi e fiati

Notte senza tramonto,
buio lunare,
luce e vuoto:
in assenza di vento,
sto in apnea,
in lontananza
sento solo il rumore
di vetri infranti.

Amore d’alterchi e fiati,
di sussulti e fruscii,
dietro cortine e muri,
l’acqua tranquilla d’un rivo,
un’oasi rimorso,
il cuore sotto cespugli
ad allargare fessure.

Dinanzi al mare:
acqua infinita allo sguardo
il corpo è un recinto,
muove passi blindati
torna al grembo,
al nulla.

*

Un altro zigzagare tra fili spinati

Lo senti questo strano tepore che sale
da umide grotte e lastroni ghiacciati?
Forse è solo il nostro fiato a scaldarci,
a toglierci dal cuore il gelo del distacco
a evitarci chissà come un doppio scacco.

Che tormento è la tua voce che non sa
più sussurrare, che pena per quei suoni
distorti, spenti, stanchi, quasi morti,
al ricordo dei lirici abbandoni del cuore,
di soffi di respiro diventati frasi d'amore!

Occhi negli occhi, le mani di nuovo cucite:
perché il tuo dio non si commuove
se sono io a supplicarlo e non tu, perché
non ci accorda un finale di cieli stellati
e non un altro zigzagare tra fili spinati?

Sono strade strette e senza sbocco
a ripararci da venti ostili di scirocco
ma da qualche parte un'onda lieve,
un arcobaleno, un rintocco di campana,
ci sfiora, ci sbrina, ci scongela, ci stana.

*

Stelle declinanti

Un canto sussurrato, un respiro silente,
una vibrazione malinconica, un suono
di piano e violino, per sospendere il tempo,
incrociare memorie e sguardi affini.

E’ il labirinto dei giorni a perderci
Non abbiamo più filo per collegare
Venti e maree, cucire albe e tramonti,
sensi per scoprire il fianco alla passione.

Sostiamo: l’agitazione di onde impetuose
Ci ha spento, le nostre ore non hanno
Lo stesso fiato, l’emozione che nutre
E risuona, quando intorno l’inverno sfiorisce.

E’ il vuoto a respingerci: tra il tuo sguardo
E il mio spaziano stelle ambigue e declinanti,
pensieri indefiniti, sbuffi di risa che
nemmeno sussurri d’amore riescono a coprire.

*

Stanze inospitali

Le pause, gli intervalli, i giorni sempre uguali
dilatano le mie ore
ho pensieri da collegare, puzzle da ricomporre,
versi da riordinare.

Abito ancora stanze inospitali
Ma non inseguo più illusioni, colorate farfalle in gabbia,
Sorrisi spazzati via da un lampo,
Sguardi allusivi che non hanno il colore del mare.

Ombre, tenui chiarori, riflessi
Evocati dal tramonto del sole su tiepide acque,
Un coro di stelle sfocate a ricordare che nemmeno il tempo
È la vera unità di misura di una vita.

*

In direzione del vento

Cielo notturno, luci
di naufraghe stelle
insieme di date, di giorni
finestra, di labirinti.

Città bosco, uomini alberi,
muovo soltanto le braccia
in direzione del vento.

Donne pensili, sospese
in un passo di danza,
in acrobatica ruota,
in tramonto vermiglio.

E' solo l'inizio, questo
levarsi di voci, di fiamme,
di giustizie.

C'è tempo per rincorrersi ancora.

*

I caldi umori dell’estate


Nella fessura di mare, nello spicchio
Di vita che ci resta, nell'angolo d'ombra
Che abbiamo custodito, come può entrarci
L'amore che ci ha rapito e poi sfinito?

Dovremo sorvolare a ritroso il tempo vecchio
Per tornare al punto in cui un vento di gocce,
Un tuono, un lampo folgorante, uno scroscio
Di pioggia, ci ha rinchiuso in uno specchio.

Atterreremo in un arido futuro di sentimenti,
Di cui già scorgiamo i profili scuri, gli stenti
Di luce, gli orizzonti muti, i fuochi fatui,
Portandoci negli occhi i caldi umori dell'estate.

Perché ciò che è stato è quanto basta
Per svuotare la notte dalle nubi e dalla nebbia:
Siamo petali, non spine di rose, sabbia
Di mare che costeggia la vita, ma non l'ingabbia.

*

L’incantesimo, la magia, il gorgo

I tuoi silenzi, i vuoti e le ombre
Mi fanno compagnia, mi toccano dentro.
Sei il lato oscuro dell’amore
L’incantesimo, la magia, il gorgo
Che rallenta il tempo e sospende la vita.

Non seguo più le tue tracce, non riempio
Le mie giornate dei tuoi sguardi malinconici,
non ti cerco tra le foglie appassite di ricordi
che impetuosi venti d’autunno fanno volteggiare
nell’aria carica di pioggia e tristezza.

Nello spazio che la notte regala ai sogni
Mi sei accanto, sillabi ciò che l’anima
Vuole sentirsi dire, fiammeggi con lo sguardo,
Respiri emozioni suggerite da echi lontani,
Adagi il cuore su petali di rose profumate.

*

Una barca mi han detto va e poi torna

Non una barca, forse una scialuppa
O un relitto alla deriva tra anime stanche.
Una barca, mi han detto, va e poi torna,
Ma hai navigato stalattiti di lacrime bianche
Corsi d'acqua al tramonto, una terna
Di stelle nane, meteore e comete a gruppi.

Non hai scattato le foto del tuo funerale,
Le ho viste, non c'eri: non ti ho pianto.
Ero a battere la grancassa nello sgabuzzino
O sotto il tuo letto a soffiare nel clarino 
le note stonate e tristi del mio pentimento.
Han deciso: non è una coincidenza astrale.

Il dolore ha poi fatto il resto: il relitto ero io
Disperso, sballottato per letti inospitali
Costretto a soffiare nella vita a dispetto di Dio.
La barca è affondata, ma nella terra: i mali,
I venti di guerra, le discordie, sono il mio
Pane, la rotta che un cielo di fuoco m'addita.

*

E spiegami destino le tue tracce

E spiegami destino le tue tracce
Dove portano, quali rotte seguono,
Perché ancora t'accanisci.

Ho incontrato presto il volto tuo
Arcigno, m'hai tolto il padre
Prima di leggere e far di conto.

Gli affetti, i cuori solidali?
Col contagocce, trasparenti,
Un vedo-non vedo da manuale.

L'amore? Una pagina oscura,
Tra oche, folli amanti, ubriache,
Nevrasteniche e cartomanti.

Un po' di sincerità al dunque:
Di pozzi senza fondo, di stagni,
Di gorghi, caverne e fogne

Da abitare sarai anche tu stanco.
Chi ti arma la mano, chi scrive
Il canovaccio che reciti a soggetto?

È il dio dei cristiani? E' un gioco
Suggerito dal caso a una mente
Che crea, inventa e non sa niente

Del nostro navigare di domani
Tra sorgenti e cascate d'acque chiare
E scempi di vite vuote e disumane?

*

Giù il sipario, l’ultimo atto è terminato.

L'esordio è da fiasco: che fischi, che lazzi,
che tirate d'orecchi, che giorni da pazzi.
Il primo atto va in scena: è un corteo
funebre ad aprire il racconto, poi è tutto
un susseguirsi di sciagure e drammi
di vite segnate dal pianto e dal lutto.

Il secondo atto è una danza d'amore:
ora dolce, ora frenetica, mai felice.
Gli attori recitano a soggetto, la regia
si limita a suggerire il canovaccio,
le donne se le danno di santa ragione
prima di scegliere un altro a casaccio.

Al terzo atto già il pubblico sfolla:
non succede nulla, non cambia niente.
Solo uno muto parlare che invece
di accendere scintille, acquieta la mente.
E' il trionfo del banale: il protagonista
recita un monologo nel vuoto deprimente.

Il finale l'ha scritto una mano ispirata:
c'è una morte da raccontare, la fantasia
può lavorare di fino, agitare emozioni
per quell'istante che forse vale la serata,
tra musiche struggenti e tristi canzoni.
Giù il sipario, l'ultimo atto è terminato.

*

L’arcobaleno alle labbra


Portò l'arcobaleno alle labbra
E danzò sulle rughe.

Come belva ruggì 
Quando fu coperta 
Da anelli d fumo.

Corse per vicoli
E ovunque bussò a denari.

Amò il vento 
E tra trappole e scogli
Trovò legge e prigione.

Alzò ciglia e gonna
E gemiti e spasmi
Ricondusse a ragione.

Fu baciata da pelle e pupille
E tremò di freddo e paura.

Nacque per vivere
Di caverne e d'anfratti
E il buio la tenne per mano.

*

A nervi scoperti


In questo esserci
A rischio d'incanto
Saltando steccati
O solo ammiccando
All'angoscia.

In questo esserci
Per tentativi ed errori
A sirene spiegate
Scorrendo percorsi
E infrazioni.

In questo esserci
A muti rispondendo 
Come alberi spogli,
A donne o mogli
Parlando da muti.

In questo esserci
A valanga o a sputi
A ripetere esperienze
Ed essere stufi
Tra nebbie e ubriachi
A stordirsi di nulla 
A reggere il trauma
D'essersi amati 
A nervi scoperti.

*

Sorrisi ed enigmi

Mi parlò di sé.

Io tacqui.

Le rivolsi delle domande.

Mi sorrise e abbassò gli occhi.

Piansi del suo riso

Lei rise del mio pianto.

*

Tra cielo e marciapiede

In nome del rifiuto, solo
un fremito della voce
un incantesimo alla fonte,
il frutto immaturo
del tempo vortice.

Sto con il nulla
come cieco tra colori.

Di sbieco, cercando tra la folla
il ritmo che è del giorno,
il vezzo di vivere
tra cielo e marciapiede

il senso, il non senso
della pace tra morti,
il vuoto che è la mia anima
in questa condanna.

*

A caverne e roseti

Rifrazioni
Di luci e d'accordi
Bagliori e ricordi.
Inquieto mi spingo
Oltre l'orizzonte
E ritorno
Per perdermi ancora.
Sul tuo pube m'avvito
E ti nasco sul seno.
Con le gambe
M'inchiodi
A caverne e roseti.
Di baci
Di notti finite all'alba
Morirò.
Al tempo chiederò
Che s'infranga
Tra ombre e croci
L'esile trasparenza
Del domani.

*

Ogni respiro incrociato dei nostri cuori

Ogni respiro incrociato dei nostri cuori
I fremiti di corpi riscaldati ad abbracci
Cosa hanno a che fare con l'assordante
Silenzio che svuota e spegne l'amore?

Non vuoi che scopra le rughe del tuo volto
I segni del tempo su occhi e sorriso?
Non temere. Amo e amerò ogni imperfezione
Perdono e perdonerò il tuo invecchiare.

Non mi pento di averti amato ed amarti
Perché ogni attimo con te è stato perfetto
Per ciascuno di essi è valsa la pena aspettarti
Soffrire la tua assenza senza accusarti.

Ti ho già chiesto perché ai tuoi occhi
la gioia è una colpa ed il dolore è merito e virtù.
Nel mio giorno ci sono raggi di sole avvolgenti
e non ombre taglienti che oscurano la vista.

E' notte senza luna, di luci tremolanti.
Non aspettare ancora a raggiungermi
Perché possiamo vivere altri giorni perfetti
Prima che la donna in nero ci presenti il conto.

*

Al dio che ci ha giudicato e diviso

In assenza di vento quest’amore
naviga acque paludose e torbide,
declinante e pallida la luna
spegne e riavvia le maree della vita.

Mi torni in mente a folate
Col sorriso a ridosso del mare
Lo sguardo a fare da contrappunto
Ai ciuffi ribelli che il vento scompiglia.

Il paese fantasma che ha ospitato
i nostri ardori è ancora li, tetro e disabitato
ma vicino ai furori che nemmeno tempo
e distanze hanno potuto placare.

Ti respiro e accolgo come se tu fossi
Ancora lì ad aspettarmi, come se
il dio che ci ha giudicato e diviso
Si fosse deciso finalmente a perdonarci.

*

L’ultimo sussurro del tuo cielo al tramonto

Sei spina nel fianco, ora rosa appassita,
poi orchidea preziosa, luce e buio,
stordimento e peccato, tormento
silente o gridato dei miei versi.

Se tu sei il cuore in tumulto,
io sono il nucleo che fonde al contatto
della tua pelle,se sei la pioggia
mi farò pozzanghera per raccoglierti.

Sei marea nei giorni di luna piena
Granello di sabbia nelle notti d’inverno
Arcobaleno tra le nubi e il sole
Fitta al cuore, se penso l’amore
Caldo respiro, se mi tendi la mano.

Se sei sangue delle mie vene
ti nasconderò le rotte del cuore,
se sei il fiato che mi tiene in vita
t’inspirerò, mi unirò all’ultimo
sussurro del tuo cielo al tramonto.

*

Due anime a specchio

 

 

E' Natale anche per noi.

Le luci, gli zampognari, i regali?

Di più. I pranzi, le cene, i giochi

Di carte? Di più. L'amore, 

La passione? Niente di tutto ciò.

 

Cos'è allora questo nostro Natale?

Un fiume di parole affiatate

Due anime a specchio, solitudini

Che si affiancano per allentarsi.

Un vento silente che acquieta.

 

I percorsi, i segni del caso, ci son tutti

È Natale di rime in fioretto, di finte 

E giravolte, di emozioni  che a naso

Sono destinate a durare più stagioni,

Che sole e neve non possono cambiare.

 

*

Una speranza che sillaba al sole

E chiamala coincidenza, fatalità
Questo sfiorarsi d’anime, l’intimità
Che condividiamo col tempo
quando la libertà s’insinua
ed echeggia nei nostri cuori.

Alte mura, fili spinati, vetri aguzzi
Non bastano a recintare l’amore:
da qualche parte c’è
un pensiero ribelle che sfugge,
una speranza che sillaba al sole.

Abitiamo stanze in penombra
Appena rischiarate dalla luna calante
dal respiro d’indifferenze incrociate
Dalle tante ore che il sonno ruba,
ad abbandoni a melodie incantate.

Ciò che era in fiamme ora è vuoto inerte
Foglia annerita, albero spoglio d’amore
Ferita che non sanguina, dissolvenza
D’immagini che un turbinio di vento
Confonde e che l’anima ormai ignora.

*

Se cresceranno col tuo cuore

 

Non erano figli tuoi ma dentro te
Palpitava un cuore di madre
Il battito d'amore che vince la paura
Quando la morte sta per carpire
L'innocenza a chi non ha difese.
 
Il tuo respiro si è spento quando
Altri fiati rifiorivano salvati
Dall'umana pietà del tuo gesto.
Se cresceranno col tuo cuore
Ci sarà ancora una speranza.
 
Le armi ora tacciono ma torneranno
A ruggire ancora, la quiete, la pace 
 non è dell'uomo che è belva a se'.
L'amore prima o poi però  quaggiù 
Sboccia, s'infiamma e contagia. 
 
Non erano figli tuoi ma li hai difesi
C'erano vite da salvare e non hai esitato
Ad armi assassine e cieche hai opposto
Il petto, il cuore, di chi alla morte 
Non ha mai rivolto un sorriso, lo sguardo.
 
 
 
 
 
 

*

Incrocio di solitudini

Schizzi di fango, crateri nel cuore,
voragini che riemergendo da fondali marini
si fanno cime, ghiacciai d’acque torbide,
urla nel silenzio di coscienze acquietate.

Sento il tuo acuto dolore come mio
Divento occhi del tuo viso quando piangi
Fruscio della tua anima quando riposa
Riso della tua bocca quando trovi pace.

L’incrocio di solitudini è alchimia
Quando i ricordi respirano all’unisono
Quando una brezza quieta silenzia l’uragano
Che vite spezzate non hanno potuto placare.

Negli abissi dell’anima orrore e speranza
Si mischiano ma non si confondono
Ai poeti è dato il dono, di riaprire
Con parole di pietra e melodie insinuanti
Una fessura di libertà in ogni tramonto.

*

Per amarti per come ti ho amato

 

 
Per amarti per come ti ho amato
Occorre più  fiato di ciò che mi resta.
Tra coni di luce e angoli d'ombra
Nel gioco di specchi dell'amore
 nella terra di mezzo in cui mi trovo
sfrondo e sfilo dal cuore i silenzi.
 
Per riempirti della mia assenza 
Ho solo i versi che non leggerai
Le rose che non potrò donarti
I sorrisi  che non ti raggiungeranno
quando la notte ti negherà un'altra vita
E la vita ti raggiungerà solo di notte.
 
Per unirti di nuovo al mio respiro 
Non basterà il tempo che mi rimane
Dovrò chiederlo in prestito all'eco
che dalle profondità della terra
Restituira' al mio fiato la forza
Di amarti per come ti ho amato.