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Raccolta di poesie di Alberto Rizzi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Accade anche di sentire...

Accade anche di sentire

                                     sembra

il gridare lieto di rondoni

 

però indistinto come lontànolontàno

e filtrato dalla profondità dei muri

              dalle finestre

che chiuse riposano alla luce

 

così che lo si può scambiare

per quei ronzii di dentro

                                      coi quali il dormiveglia

ci bertuccia le orecchie

e i primi pensieri

                          blandi di sonno inconcluso

 

S’aprono perciò

                         a volte

crepe nell’animo

 

                (per ricordi lontani

                        battito di cuore)

 

dalle quali spiare

l’altro-da-te che sei

 

come l’insetto che ronza il suo volo

                                                       nell’aria che hai d’attorno

obbliga a distoglier mente

dal gesto presente

e a scoprirne un sènzamotìvo altrove

 

Un sovrapporsi di coincidenze

                                               insomma

l’ennesimo…

 

Che non possiamo controllare

                                               che ci traversa quieto

come tutto ciò che ci appartiene

                                                  sempre

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Il mestiere e altri accidenti")

*

Impallidisce l’erba...

Impallidisce l’erba

                            a segnare un tempo malcompreso

per senso o sentimento

                                    a filo d’un asfalto qualunque

 

Noi si va verso dismesse case

                        dismesse parole

per altri sensi

e altri sentimenti

                          con un passo ch’è diverso

nello scorrere di questi mesi

 

parola anch’essa relativa

                                     questa

trattandosi di tempo

 

Tutto quello che ci riguarda

s’è ridotto a misura di frammento

 

e questo verde

 

                (tutt’attorno e ancor più in là)

 

m’è giudice e testimone

 

prima l’uno e poi l’altro

                                     perché

invertito l’ordine esatto agli addendi

                                                        il risultato non cambia

e l’immobilità è ovunque

 

Cerchi di pesci sotto il pelo dell’acqua

                                                           quando va bene

e

  quanto alle parole

un borbòtt’abbaìo di cane

appena prima dell’orizzonte

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altri accidenti”)

*

S’è palesata...

S’è palesata

                  chiara negli occhi fissi alla finestra

la presenza d’un’assenza

                                     il persistere d’un’incrinatura

che falsa percezione dei dettagli

 

Che cosa manchi in quel ricordo

affiorato alle palpebre

                                  quale frammento

quale percezione

 

una nuvola o la sua forma

 

l’esattezza d’un colore

 

un qualche gesto

nel fermo immagine

di chissà quale vita

 

un suono

confuso nel suo stesso eco

                                         né vicino, né lontano

solamente altrove

 

Così da avere

                     improvvisa alla coscienza

la certezza che pure l’acqua persiste

 

come morta cenere

                              altrove

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

 

*

E di queste assenze...

E di queste assenze

                              così presenti all’astio della mente

rimarranno solo assenze

 

persistenze nella retina

di movimenti da estranei

                                       sbirciati alla finestra

con una qualche invidia

che ci scavi dentro

istantanee di un malore

                                    che fa tana dentro il cuore

 

L’immobilità dei tuoi cari

imbalsamata dentro fogli

non a caso vuoti di polvere

                                          contrapposta all’immobilità dei giorni

e ancora non insegna

 

Vedi

       l’altrove s’è fatto “qui”

nell’immagine d’un arcobaleno capovolto

 

a ricordarti del tutto sbagliato

                  del tutto possibile

a mostrarti uno stampo vecchio

                                                 disusato nell’orgoglio

che dovrai riempire a sangue

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Immanenze e persistenze”)

*

Disincanto

 

 

 

Ho soppesato questo mestiere

in molte circostanze

                               in molti momenti

 

col ferro e col fuoco

                                nell’abbraccio del vento

su libri umidi di parole

                      del tocco di mani

 

dentro le stanze

e tra le stoviglie nell’incavo dei cassetti

malriposte e strifellate

                                  come a volte le nostre stesse parole

i nostri stessi scatti

d’orgoglio come di torpore

                                          noi inconsapevoli al margine dei sonni

 

? Che vuoi che siano l’amore

                                 una donna

                                 questo foglio

 

             (e questo inchiostro, di conseguenza)

 

                                 questa lingua

 

             (intesa tanto come insieme di suoni

                                                                    che come organo

              il quale batte e sbatte

              ad impastare l’aria)

 

                                 questo mare

? i cui occhi mi guardarono dentro

                                                     rovesciandomi l’acqua sozza del porto

fino a una finestra di stamberga

alcune vite or sono

 

La testa su una mano

è sorretta in fondo da un tavolo

                                                 non da volontà

che puntelli un rantolo di tempo

                   uno scampolo

di qualcosa che s’erga a materia

fra me e il passato

 

Può essere che sia questo l’inizio

                                                   o che tutto s’estingua

in una coscienza ammainata

come morta cimice in un appartamento

 

Ad altri la pausa

che conduce a nuovo passo

                                           a me continuare un cammino

che si consuma in metri

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altri accidenti”)

*

’La casa diverrà nido di vespe...’

La casa diverrà nido di vespe

 

i suoi pavimenti “terre incognite”

benevoli all’esplorazione di formiche

 

                    (fino a un impreciso prima

                    ci si poteva ricordare di persone

                    sedute a una veranda

                                                     di paesani

                    intenti a un qualche disbrigo

                               alla passeggiata col cane

                                                     di bambini

                    dediti alla saggezza del gioco)

 

ora

     nel vuoto d’un tempo

ch’è inutile misurare

                               che è tornato ad essere ovunque

illineare come un’ordalia

                                      sembra scorgersi laggiù una coppia

da questa terrazza aperta ai ronzii

 

Una coppia non collocabile per certo

tra qui e l’orizzonte

                              una tremula fàtamorgàna

tracciatura elettromagnetica

dell’esser vivi dentro

 

utilmente al mondo

                               inutilmente agli altri

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Il mestiere e altri accidenti")

*

Il fronte temporalesco s’avanzava...

 

 

 

Il fronte temporalesco s’avanzava

                                    s’estendeva

come muffa su foglio di carta

                                              quella polvere nera

che spora vita attorno

e corrompe il supporto

anche in assenza di vento

 

Così che non puoi sfuggire

 

non puoi sfuggire al vento maestrale

                                                        che sèrrafóce ai fiumi

e corrente fa trepidare

in sua superficie resa crespa da pensieri

 

come non puoi fuggire al contagio

                                     al cambiamento

                                     al nuovo dialogo

che quelle singolarità

                                ostilmente scure

ambiguamente propongono

 

E mentre te ne stai con l’inferno nel ventre

                                     il gelo nelle mani

implorando una barca

che lontano porti

      transumi almeno l’anima

quasi a filo d’orizzonte

si sposta rapido un riflesso

 

un tuo pensiero

                        solitario così

e differente da ogni altro finora

                                                a cui s’aggrappa quieto il sole

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita "Il mestiere e altri accidenti")

*

Conclusione con accenno di reinizio

Quest’oggi l’atto del risveglio

                  questo sole che smaglia il muro

con la sua luce come un’avanguardia

portano un sentore di guarigione

 

come quando

                     sub specie crisalide

m’immaginavo il Paese a misura d’Uomo

e non della feccia che d’ógnilàto preme

 

E come allora ancora

il meditar m’è dolce in questo sogno

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita “Il mestiere e altri accidenti”)

*

L’uomo addita qualcosa...

L’uomo addita qualcosa

lontano nella quieta campagna

                                               albero o improvvido traliccio

forse

        e dice

 

la donna accanto a lui comprende

 

non così la ragazza

che chiusa incrocia in suono che distrae

                                                              getta un’occhiata

come per malcompréso senso del dovere

 

Nei giorni futuri di grancàldo

                          di sole danzànterovènte

le loro ombre inquiete e sènzavènto

ne deformerebbero i corpi

                                         escrescenze dell’asfalto

testimoniando loro sforzo ingrato

per andar oltre le tre misure nostre

                                                      collate in quel bitume

di inesistente realtà

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita “Immanenze e persistenze”)

*

Sforzo di parola

SFORZO DI PAROLA

 

 

? Che senso avrebbe immaginare un dio

d’aspetto quasi pennuto

                                     che saliscende come un ascensore

i vasti grattacieli

                         a cercare in qualche modo

un senso alle parole

 

È solo un’immagine

                               si badi

 

Poiché però non parlo

                                   tu dammi un sogno

 

(ottenerlo potrebbe essere

un primo scampolo di significato

a ciò)

 

che sia davvero vero

                         solido come abbraccio

dammi un sogno che sia vero come labbra

            un segno

            un suono finalmente

a scrostarvìa ‘sto vento

che m’avvolge

e frena quest’andare ancora figurato

di sillabe impacciate

 

Non so cosa si possa scoprire

                                              così suònofacèndo

forse quel supposto dio

                                    un altro senso materializzando ancora

a questa tridimensionalità che asfissia

o un pensàrnuòvo

 

(finalmente)

 

che superi il barlume dei sensi

verso un’essenzialità perfino implume

 

 

(tratta dalla raccolta inedita "Verba")

*

Piccola elegia pedemontana

PICCOLA ELEGIA PEDEMONTANA

 

 

Tu alzi gli occhi a caso

dal colmo dei pensieri

e noti nebbia come trina

che mutafórm’al mondo

 

e nella pausa del tuo sangue

resti a fissare cauto quell’uccello

                                                  che bianco nel biancore

trafigge a volovìa quel velo

e si fantasma dentro quel paesaggio

d’un argenteo incanto a chi respira

 

Soppesi pure il subuman ringhioso

                                                      ch’accanto a te

nel chiuso del vagone

                                  disdice il proprio cuore

e ciò che di bellezza attorno vive

pareggia a maleficio

 

Ma già di lui più non ti curi

e passi a perdere il tuo

                                   di cuore

come ogni altro usato senso

in questa nebbia che dai tondi colli

con dolce vento sale

 

e l’animo tuo

                     ora d’argento anch’esso preso

migra sereno ov’è nascosto il sole

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita “Il mestiere e altri accidenti”)

*

Una sensazione comunque palindroma...

Una sensazione comunque palindroma

nelle rocce e nei viventi attorno

 

una sequela di reinizi

                                ogni cosa che si muove e con-muove

brivido tangente la coscienza

            secante la realtà

comparo la snellezza delle gemme

con lo sfascio nelle rocce

       lo schianto d’altro che fu verde

 

Quest’oggi ritrovo a stento

i miei passi nella memoria

                                        ma misura di ciò che non cambia

nel cambiare

 

trafigge l’occhio una scheggia di tronco

in una nuvola di polvere e di morte

 

Rinasceremo fungaia

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita “Il mestiere e altri accidenti”)

*

Introduzione al mestiere

E un angelo feroce apparve

 

                   (o fu così che un qualcosa apparve)

 

disguiso a donna in vesti dolorose

                                       agre

al tatto ed alla vista

                              lanciando con cuore di balista

ogni sorta di suono sulle genti

 

E quelle a pregar forte

                                   che quella nube foriera di parole

presta si svuotasse al suolo

           s’appassisse altrove

in salvo lasciandole

al buio a ruminare

 

E contro a quelli branchi

                                       lor bocche riempite di vocali

solo io

          solo io non sapevo un dire

pur che mi speravo

un ben miglior futuro

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altri accidenti”)

*

Ipotesi di commiato

 

Perché sono molti

                    troppi

quelli che più non contano i giri del sole

 

piombo ne appesantisce cuore

                                      natiche

                                      polmoni

e l’animo non conta

                               lasciato in disparte

tra i ricordi dell’infanzia

a misurare solitudine e vuoto

 

Il piombo cola a redimere

                                        liquido e fuso

gli acconci volumi all’edificio di pensieri

costruito su un comodo nulla

                        a inglobarli delusi

nell’incomprensibilità dei sentimenti

a questo serve

 

Dovrebbero pensare invece

 

“come sei cara, Morte”

 

e alleviati

               dimenticarsi il giro d’orologio

e la sua linea tonda

che conduce a nulla

 

tu invece

              che il giro del sole conti

che conosci il peso dell’acqua nelle nuvole

                                                                 va’ pure

 

controvento e finalmente

ci giunge l’aroma dai fiori

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altri accidenti”)

*

Cerca la sovrapposizione...

Cerca la sovrapposizione

          la trasparenza

fra il materiale

e ciò che sta sottile

 

la luce del sole che pervade

e la bellezza del comefiligràna

del vedere affiorare un sorriso

in qualche punto di un volto

                                            il bistro che ne allunga gli occhi

 

E' felicità

quel breve viaggio

da luce a sorriso

                         noi che seguiamo

indistinte sull'asfalto

le orme di altri passi

                                perché così sarà sempre

l'unico destino alla vita

 

e tra l'altro

                 il verde brillante

 

                    (che spicca curioso

                    dietro cancellate desuete e rugginite)

 

dimostra in maniera lampante

l'esistenza di dio

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Ho un’immagine buia...

Ho un’immagine buia

                                 quest’oggi

dalla quale ripartire

 

                   (ricordo per ricordo

                   e respiro per respiro)

 

mentre un’aria vergine è attorno

e scevra d’intenzioni

             di pensieri

             di desideri

 

Accade

 

momento sospeso fra estremi di pianto

                                                            senza un motivo

se non un inutile passato

                                      che era

e il presente che verrà

 

Accade

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Andato

E' nel prosieguo della vista

                                          che ti s'incolla al cuore ogni momento

 

un sovrapporsi statico di cicale

genera continue trasparenze

di finestre sopra altre finestre

e di immagini aspre

                              a guisa

 

                      (per esempio)

 

d'una casa irta di comignoli

                 vuota d'anime

con il tetto slabbrato

per le molte intemperie

ed erbe dalle foglie dentate

a piantumare l'odio

                              ricòrd'amàro e mairimòsso

 

ma la bava d'aria

nel calore dell'inverno che fonde primavera

                                                                   aiuta

 

Compare la superficie appena mossa

d'un mare amico

                antico

si fonde con la tovaglia appena increspata

d'un tavolo anch'esso d'anni andati

                                                      come le finestre al muro immaginate

e che anni visse in un tinello antico

                                             amico

 

è anche il rombo del gabbiano

planante alla murata in pietra

in riva a un lago maiscordàto

                                             come quel vecchio Caravelle

che vola incontro a infanzia

 

S'acquieta ora il respiro

                                    sincronizza mese con mese

nel cuore dei ricordi

                               le formiche percorrono i piedi nudi

in totale tranquillità

 

una nebbia priva di calore

fonde le distanze

oltre la vera finestra aperta

        le stagioni che

altrimenti

               s'accavallerebbero impetuose

 

Il ronzio d'un'ape là fuori

spalanca le porte d'un fiore

e come per andare

s'apre anche il ricordo d'una gravina

in bosco asciutto al limite di schianto

                                                         era estate

e lo sarà ancora per sempre

davanti a quella frattura

così netta e obliqua

 

                       (scisto che scivola su scisto)

 

colpo al cuore

comm' se muy dangeroso

quel momento il fusse

 

Sincronizzato quieto il respiro

all'attimo secco del taglio

                                       che infine porta stacco

dagli occhi degli astanti

 

Le cicale persistono

                               fusa quet'estate a un novello inverno

 

 

(liberamente ispirata al racconto breve

di Antonio Amato "La sartina del Lago di Como",autopubblicato nel 2019;

 

tratta dalla raccolta inedita

"Il mestiere e altri accidenti")

*

Un’anima incrociata...

Un'anima incrociata

                               sfiorata

quando che un grumo di gente

occasionalmente ottunde la via

 

A ciò servono gli occhi

 

a stabilire un percorso

senza inizio e senza fine

                                     anche in casi come questo presente

una bocca che dà calore

                            fiato

dentro a queste piazze

fatte come piatto fògliocàrta

                                            libere e infinite

entro ai quattro lati

relativi ai nostri vivere

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Dichiarazione d’intenti

Ci si troverà e ci si perderà

 

messaggi composti

con l’irregolarità dei cespugli

                           delle pietraie

mani che si afferrano

alla sicurezza di un accento

come stupidi mitili a uno scoglio

 

e senza concessioni

a una neolingua di bruti

                                     i nostri pensieri mostreranno

un disastro di tetti divelti

tra le parole altrui

                            lastre metallo piegate

dal peso della colpa di travi

cadute come deragliate sillabe

dal binario di chissàquàle ragione

 

Lo studio dei suoni

come istanze a un cambio d’orizzonte

 

nella materia che torna a vibrazione

per immagine all’udito

                           specchia il dettaglio

in una forma-parola

                               noi tutti saremo finalmente

lingua e solo lingua

 

 

(tratta dalla raccolta inedita "Verba")

*

Nulla mi dice...

Nulla mi dice

il sacrificio del proprio sé

                                        quest’immergersi nell’inutile mutilo

di un imperfetto presente

    un tramonto relativo

 

quando che l’oltre è solo “dentro”

 

Perché è così che cerca lo stolto

 

nello specchio anziché negli occhi

e in un falò di occasioni perse

                                              sempre

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Il nome

Tu pensa

se sia giusto chiamare un luogo

qual esso sia

                   “terradura”

 

Così da immaginarsi inutile

ogni gesto che curi

                       apra un futuro

                 che soffio porti

alle speranze del cuore

 

così da immaginare

donne dalle cosce scoscese

                                          difficili da raggiungere

il loro ventre colmo d’uova

e che fissano dallo sfascio delle veneziane

sbilenche su facciata lasciata all’abbandono

 

e un florilegio di formiche

                                         infine

a grumo dal piede d’una pianta seccata

 

Così da immaginare un amante solitario

di vedetta lassù in alto

 

                 (se ci fosse pietà di dirupo

                 in questa terra d’orizzonte piatto)

 

nell’attesa di un nulla

che gli sia di compagnia

 

E tu allora passeresti le vie

                                 lo spazio a volte fango

che si erge a piazza

                              altovociàndo fra te e te

 

“Quale sarà il nome di quell’altro luogo, quello vivo di gente; quello il cui albergo accanto alla stazione era invece sacrosanto, serrato e scrostato agli ospiti? Ditemi il nome, il nome perdìo! Ditemi il nome!”

 

Vivono solo di ossimori

gli abitanti di questo deserto

 

ciascuno di loro solo

come un blu intenso

a filo d’orizzonte

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Il mestiere e altri accidenti")

*

È l’osare un passo nel vuoto...

È l’osare un passo nel vuoto

                                            che mi sceglie il tragitto stanotte

nel confondersi di curve e strapiombi

                             ponti e paludi

                             alberi

costoro pronti a voltarsi indietro

al mio solo andare

 

è la neve che uniforma il tempo

                                    l’andàrvenìr dei miei pensieri

sull’attonito suo manto

                                    che equilibra i vuoti e i pieni

a render sicuro il cammino

delle idee come delle scarpe

                                           senza che io conosca

meta, direzione, scopi del cuore

 

 

-----

 

 

E nel deserto di persone

macchiato da luce che sbarbaglia fiocchi

da lampione a lampione

                                     incontro mulinello impalpabile di te

quasi ti potessi parlare

                                   ora

che inutile è ripetere

ciò che invano ti dissi

in quel quando ormai lontano

 

“Copriti, col freddo che fa.”

 

Senza sapere

che il freddo era ben altrove

                     era fin fatto sangue

per te

         nell’inchiodo del tuo stesso destino

nell’attimo da te prescelto

 

Tu inguardabile e infinita

                                       come una cattedrale in fiamme

che m’approdi imprevista alla mente

 

 

 

(inedita, probabilmente da inserire

nella raccolta “Derive senza approdi”,

prevista in (auto?)pubblicazione quest’anno)

*

Prima mi mostrasti paesaggi aperti...

Prima mi mostrasti paesaggi aperti

e raggiungibili traghettando fiumi

                                                    città reali

ma ideali nel loro verde respiro

 

ora non aprirmi agli occhi

la tua casa scrostata e vecchia

                 muffita

quest'appartamento stanco

per rivoli d'acqua fin sulle pareti

 

                   (tu vecchia

                   attraversando il fiume

                                                     giovane invece

                   dentro le stantie mura)

 

queste stanze disertate

anche dal mobilio caro

 

E dimmi che sai bene

                                  come bocca non serva

solo a profferir parole

 

quell'ingorgo di vocali

        agglutinarsi di strette vedute

su di un mondo che si chiude

                                si restringe

come inghiottitoio occluso

per troppità di suoni

incollati alla rètina

 

Dimmi del passeggiare a mano

per orti nuovi e nuove aiuole

in quel paesaggio aperto

                                      invece

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Il mestiere e altri accidenti")

*

Equivoco

Quello che poi conta

è l'ammalorata persistenza

d'una sovrapposizione di false immagini

a rivelare ogni logica

                                    di frequenze attonite

a generare incertezze

                                    di caso che si sovrappone acaso

                                   di tatto lanciato oltre

ad afferrare solo l'aria

 

così che della lucertola che fugge

solo avverti lo sfrascio sul terreno

                   un bastoncello che rotola via

 

né cogli delle piante

l'estrema crudeltà del loro uccidere

                                                      creando ombra attorno

 

Percepisci il poco che conta della realtà

come il dettaglio d'un indulto

e l'aura del tuo corpo

                                 per ora

come una prigione

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

’Nel pantarei tutt’attorno a noi...’

Nel pantarei tutt’attorno a noi

accade che qualcosa ci scompaia dagli occhi

 

                    (che sia oggetto, rumore, silenzio)

 

nell’eterno del tempo

di cui non cogliamo esatto il fluire

 

Eppure qualcosa la tua vita trattiene

 

così che tu ti senta escrescenza

                              scoglio

                              secca che incaglia

anche solo un dettaglio qualsiasi

 

Così che tu benedisci le tue dita

e il crivello che

 

                     (? inconsapevole)

 

ne nasce

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Sì...

   pensa a uno strato di parole

al nostro sentire nascoste

perché desuete

 

pensa come davanti a una città

perduta nel sepolto

 

pensa a una luce

sul sommo dell’ultimo colle

                                           come un suono

particulare et unico

 

Ma il confronto

      il sopportìo sottile, snervante

è contro il rumore del parlare altrui

                                                       indistinto e analfabetico

dello scrivere altrui

spacciato per intelletto del cuore

 

Questa è resistenza

 

come l’asfalto resiste a corrosione di ruote

                                                     di suole

          le vene non collassano

per scorrimento di sangue

          la grotta resiste al tramestio

d’onde di mare

                       anche se così non sembra

          il vento sopporta resistenza di vela

e se ne fa una ragione nel suo andare

 

Questa è resistenza

                              come la gola non si secca

all’ingorgo di parole

e la lingua continua a battere

suoni di luce

                    che da una cima

trascorreranno a un riposo déntrotèrra

infine non invana desuetudine

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita “Verba”)

*

Figura stante

In mancanza d’un qualunque gesto

                                                      non si sapeva dire

dove fissa avesse mente

 

se in un qualche momento antico

    nel ricordo dei morti

    nel pensiero di parole

da scrivere e tramandare

                                     come ancor fossero vive

 

Ma pure in quell’assenza di gesti

                                                  vedi come traspariva attorno

chiara

         la brama d’aria di quell’anima

 

e negli occhi

                   una faretra di sguardi

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altri accidenti”)

*

Febbraio

FEBBRAIO

 

 

Sarebbe luce

 

                    (dovrebbe esserlo)

 

fin dall’inizio

 

ma non ce ne sovviene

                                   se non per la lunghezza al giorno

che percepita dona un po’ di fede

 

Ma per il resto è

 

                     (dovrebbe essere)

 

noia di freddo pesante

                                  che ci rimane addosso

 

oppure

           come in queste stagioni

rimestate dal nostro insulso fare

                                                 ansia per un caldo che cresce

oltremisura a speranza degli uccelli

                                    dei semi

                   a certezza di letarghi interrotti

                                    dei passi degli insetti

impassibili a quelli nostri

 

Si dà per scontato

                            nell’abitudinario nostro andare

un “va ben così lo stesso”

maiscalfìto dai lazzi di stagione

e che testimonia d’impotenza

                          d’ignoranza

oltre il battito del nostro stesso polso

 

In questo anticipare il tempo usato

misura il crescere del verde

                                          chi ancora ha cuore

e poi continua il passo

                                   aggrappandosi ad una certa

presente o futura primavera

 

ci si affida a null’altro

                                 se non lo scorrere del tempo

cioè

 

Il campo davanti agli occhi non ancor segnato

dall’audace slancio di equiseti

 

e Marzo sarà una neve atona

                                            dopo brevità di questo mese

che non deterge fuori e dentro i cuori

 

 

(tratta dalla raccolta breve

"2017-2018: un annuario",

recentemente autopubblicata)

*

Riflessione su una conclusione come tante

Sa di vetro consumato

questo nostro amore

 

un vetro che riflette solo parte dei tuoi occhi

             che traspare solo un oltre indistinto

 

Come sempre

il sole tramonta sulla mia anima

 

e le ombre mi osservano

dalla loro medesima lunghezza

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altre riflessioni”)

*

Vérnissage

Ora che il dipinto è terminato

                                          il mio viso è ritratto anche sul mio ventre

e c’è un sorriso senza malizia

sui nostri volti

                    mentre le schiene ancora si sfiorano

 

soprattutto sul viso della donna bruna

che torce gli sguardi

di chi si pone innanzi

 

Davanti all’intera opera compiuta del Maestro

alcuni dettagli ci sfuggono

 

come l’atmosfera da dopolavoro fra i presenti

in qualunque stanza si passi

         i suonatori indiani sulla balaustra

         le bambine coi palloncini

che traversano lo zucchero filato

del dì di festa

 

T’incrocio per le scale

                               amore mio che potevi

e che scegliesti in armonia

con gli anni della tua vita

di non corrispondermi

 

il tuo sorriso

                  tra la luce dei capelli sempre chiari

rimanda a quella curvatura del tempo

dove le nostre mani si toccheranno

 

Fuori è una città di mare

                                   quasi un angiporto

e nell’aria di sale si ritorna a casa

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altre riflessioni”)

*

Il mestiere

Loro vengono

e ci si riempie l’animo

di verbi passati

    ricordi di morti

nel fiato e negli occhi

 

C’è lo spazio d’un sorriso

                                       mentre dico qualcosa

 

Dico che tutte le città

sono sempre state

                            anche oggi

un’opulenza di fango

 

dico che ci sono pesci randagi

                                              anche oggi

fermi a quegli incroci

                                 le lampare per loro sono lampioni

e che anche quella luce

svanirà per ritornare

 

Dico che fummo tanti

                                   senza essere nessuno

che siamo nessuno

                             malgrado l’essere in tanti

 

che ogni goccia d’umidità

                                        anche e soprattutto oggi

in questi giorni amari

ci si incolla alla pelle

come scaglie di rame

 

Dico tutto questo

                           ma non chiedetemi perché

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Il mestiere e altre riflessioni”)

*

Meditazione su di un istante

Hanno occhi di lupo

                                le auto che da lontano

córronvìa in obliquo

                                annusando nella corsa

le paure a questi umani

 

La ripa punteggiata d’uccelloni

 

sbirri che ululano il loro disappunto

dalle periferie urbane del presente

 

Ma tu passi finalmente sereno

 

il piede e il cuore in equilibrio

su di uno sputo di vita

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

Non stare a ricordarmi...

 

 

 

Non stare a ricordarmi

d’inverni crudi e freddi

                                   in quest’autunno che a stento viene

a confondere i gerani

in un secondo risveglio

 

parlami di come l’errore di un suono

modifichi il senso al suono stesso

                                                    creando imbarazzo

in chi l’orecchio prema ad un cuore

                                                       o sviando il ragionare

da sua giusta fine

 

Fammi riflettere su equivalenze

in questo solido mondo attorno

 

sul tappeto di foglie infisse al marciapiede

che crea analogo disagio

                                      dopotutto

       obbliga un accelerare alle vene del sangue

come di fronte a parole

troppo ricche di vocali troppe

 

Su queste case

                      sui muri delle quali

sebbene nel complesso ancora abitate

                                                          rami d’edera se ràmpegano

frasi di un coro

che s’acqueta al quàsitàcere

verso che viene ‘o vierno

                                       al perdere vigore delle foglie

 

E la coppia d’anziani

seduta al magro parco di periferia

                                                    non cura il treno

che corre a fianco delle loro vite

e oppone il reciproco silenzio degli sguardi

al suo metallico parlare

 

anche la pioggia e i suoi scrosci

                             le sue consonanti

battenti suolo vero e asfalto

                                           sono per ora una minaccia lontana

un fruscìo che può essere altrove

 

dove forse io sto andando

                                        curioso d’altri suoni

più che d’altri domani

 

 

(tratta dalla raccolta inedita "Verba")

*

Prima di tutto...

Prima di tutto

                      anche per altri

la parola “mare”

è solo un ricordo

 

né ti è possibile sapere

                                   dove riposeranno le tue ceneri

 

Nel cavo del monte

il villaggio e le sue luci

                                   poche

e poche le persone

 

una vecchia madre

                             curva nella virgola nera

del suo vestito di pece

 

rimane quasi immobile

accanto a ciò che forse è legnaia

ed è chiusa nel giro del suo essere

                               del suo esistere

abbarbicato alle radici del passato

 

Nel cavo della mano

trovi acqua

        alcune stelle

        tracce d’un passaggio

d’altri prima che te

        erba secca

retaggio d’una stagione andata

         l’acre fumo di quell’erba

quando vien fatta fuoco

 

Tutto ciò che serve

                              alla fine

 

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

Ovunque sul confine

Il limite è

               in sostanza

una sabbia che costante il mare bacia

 

e lì un viaggiatore spiaggiato siede

                                             passeggia

                                             osserva

le quantità d’acqua attorno e dentro

 

Malgrado lo sconfinato iato

tra orizzonte e linea di marea

                                             l’acqua pare ferma

nel riflesso quàsismàlto

d’un’ora anch’essa di confine

 

quasi uno stagno di biliose rane

                                                 il cui sommesso gracidare

pélovóla su quest’acqua appena sghemba

 

Il viaggiatore è un’escrescenza controluce

                        un’aberrazione

ora

                        una tumefazione del tempo

nel continuum dello spazio

 

che lo si veda di spalle

       lo si supponga in realtà altrove

lui ha sicurezza di un altro sé

                                            speculare all’orizzonte

intento a commemorare un cammino

con un altro cammino

 

per ricordarlo nel sempre

di un abbraccio mancato

                                      solo sfiorato negli occhi

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Si passa accanto a un campo...

Si passa accanto a un campo

                                            coi manici spezzati delle stoppie

sgangheratamente in piedi

e ancórpiantàti nel fango basso

                                                tracce di terramare

dall’ànzitèmpo degli avi

 

Riconosco cambiamento dall’apparir d’insetti

nel ciclico annuare dei mesi

                                           dal grupparsi a migrare

degli uccelli di passo

 

Ma lucente la moneta

 

                    (pensa qualcuno)

 

sa di conio

 

prendine un pugno

 

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

L’immagine trapassa il vetro...

L’immagine trapassa il vetro

                                            una qualsiasi immagine

filtrata da pensieri

               foglie d’alberi

posti fra strada e strada

                vibrazioni che distraggono

con segni di frastuono

ben dentro il petto

 

Mentre un pensiero surfeggia

sull’acqua ferma delle emozioni

                                                 quando l’animo

sa che deve solo voltarsi via

                          tacere

 

vetro contro acqua che riflette

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Già ebbi a scrivere...

Già ebbi a scrivere

                             se ricordo bene

dell'aratro dai molti versuri

che graffia prìmacùte alla terra

                                               ulterior segno facendosi

per chi di noi che guarda e vede

                                                 del tempo che in suo cerchio va

 

E ora che m'appoggio

alla ruggine d'un ponte

                                   eretto io quale un horihomo

divèng'anch'ìo misura a questo tempo

                                                          in quest'ombra dritta come strallo

 

Sì ch'el tempo

si mostra invece come oggetto

                                    ineludibile percorso

in quanti accasciati seduti muti stanno

                                                           chiusi nell'abiura dell'azione

per peso percepito di lorvìta

 

che pavida e in ombra tùttachiùsa

così si resta

           perde

come indentro d'un campo minato

ch'esploda d'esistenze altrui

 

Un intorno d'infinito

è ciò che loro sanno

                               mentre infinito intorno

è ciò che sempre accoglie

la vita di chi vive

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

L’albero e io

 

 

 

   è un insieme di segni

alla fine e se guardi distratto

                       di macchie

 

indeterminatezza

 

Ma il tatto dice altrove

                 permette conoscenza

pur se entro il campo d’esistenza

che nòstraménte circoscrive a sé

 

così la corteccia offre approccio al con/tatto

                                  respiro e battito

nella mappa che ciascun tronco

differisce così dall’altro

e che reciprocamente ci si comparano

nella nostra inquieta interiorità

 

E una foglia che cade

                                 un frutto o fiore a volte

 

sono io che guardo

attraverso le mie mani

 

sono piccoli oggetti

che diventano me

 

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

Si passa accanto a parole...

 

 

 

Si passa accanto a parole

                                      su questi libri

come ad erbe di strada

 

Con la noncuranza dell’abitudine

a un verde di sfalcio

e la mancanza d’attenzione a forme usate

                                           a suoni familiari

non comprendiamo le mutazioni

                                                   che un vivente su di sé sceglie

fino a un esser “troppo tardi”

 

e l’interno d’altri si specchia

                                           trascurato per ignavia

in un esterno nuovo

 

Così cambiano struttura i verbi

                                                quasi autonome creature

mutando parimenti i suoni

 

estetica che specchia fisicità di forma

e diversità che all’orecchio nòrmadiviène

e pareggia quel petalo di troppo

in un fiore già volto al suo futuro

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita "Verba")

*

Pensiero Stupendo

E tutte queste vite

            quest'esistenze

che durano la durata d'una vita

 

il babbione che blatera sui social

come il cristallo di rocca

 

? cosa persisterà

oltre l'invisibile anagramma dell'anima

 

Nulla qui

               eccetto il capriccio del tempo

che tale pare

alla nostra volontà fallata

                                       quando il destino ci fa notare

 

                      (non inutilmente)

 

le nostre vite come paglia al vento

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

"Immanenze e persistenze")

*

Dunque queste parole...

Dunque queste parole

 

                        (guardale)

 

che il tocco d'un dio dentro di noi

ci fa erigere d'orgoglio

entro un contesto infimo e banale

 

e che poi finiscono dimenticate

                               sbiadite

come segni da uccelli in volo

riflessi da un parabrezza d'auto

nel fermo solo dell'estate

 

Ciò che scompare e ciò che rimane

 

le vocali

             parti molli che se n'evaporano

fino ad assentarsi

in poca e rada traccia

                                 macchia cómedilichène su superficie sbavata

 

le consonanti a rimanere dritte

                                               costole e vertebre di fossili

nella piana gìroorizzónte

d'un deserto di suoni

 

a perenne parziale memoria

                             monito

per chi verrà

 

Oppure

parole martellate al fuoco del pensiero

           a brandelli

nel campo minato ch'esplode d'esistenza

                                              di voci

 

pagina per tutti e per nessuno

sulla quale loro sanno e vanno

                                               anche per noi

 

 

(tratta dalla raccolta inedita "Verba")

*

Sapessi le speranze disattese...

Sapessi le speranze disattese

                                           crocefisse a un vento

che s’incapriccia d’emozioni spurie…

 

Una sosta appoggiata a un tramonto

 

desideri arenati

             dispersi tra il tondo del sasso di fondo

e acqua bassa che confonde i riflessi

 

Se il silenzio riemerge paure

                                           guizza come un vivente

una distratta fortuna che

 

                   (bènlosài)

 

alle volte non basta

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

Ho infine con me...

Ho infine con me

qualunque momento di vita

riempia la vita di un uomo

 

lo certificano i molti luogi di passo

                     le certezze degli incontri

negli sguardi altrui

 

Ma poi queste stoppie d'uomini

che nessuno vuole

                            lasciate a macerare in acque ferme

in tanti giorni di ferrocalore tanto

 

C'è chi ascolta le ferite

            ascolta le ferite e si confronta

con un'impervia nuvolaglia

 

                       (? di pensieri)

 

e poi s'acquieta

 

e tace

 

Anche nel mare

il silenzio è suono liquido

di campane

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

Insegna a tua figlia...

Insegna a tua figlia

il passo felpato della puttana

             forbito

che anche lei abbia circostanza

di trovarsi un qualsivoglia “papi”

                                                   rozzo e strafottente

che la introduca

 

                   (e vi s’introduca)

 

lercio bramando in fondo

appena una modica quantità di gnocca

 

Fa che mai la colga il dubbio

di un qualsivoglia filo d’erba

proteso sul futuro

    un battito dei sensi

non finalizzato a leggi di mercato

    un lampo di luce

in una mano aperta

 

proteggila insomma dal senso profondo

di tutto quello che noi conserviamo

                                   proteggiamo

 

Sii tu téstéssa fino in fondo

                                          madre davvero

a norma di Consiglio Comunale

                  Commissione Parlamentare

                  Cupola Mafiosa

              del tuo voto

a immagine e somiglianza del legno marcio

donde cresce la tua famiglia dabbene

 

Costringi noi a guardarci più che allo specchio

                                                                        dentro

fino ad accettare la nostra splendida

                                         umana diversità

come l’unico valore da portare avanti

contro la spazzatura che cresci

                                che sei

 

 

(tratta dalla raccolta "Achtung Banditen - Poesie per le Nuove Resistenze"

autopubblicata tramite "Youcanprint" a Lendinara (RO)

*

Mercuriale

Come un suono che ti raggiunga da dietro

                          che venga da oltre le spalle

 

Cioè

       tu vedi che la sorgente di quel suono

ti sta di fronte

 

ma per colpa del vento

                     di dedalo di strade

      per il rimbalzo dell’eco

      per come lui vola

esso suono non è dove dovrebbe

e ti stupisce

 

Così li dovremo colpire

 

con stupore e altrove

 

Apparire cóm’impotènti batteri

                                                battuti per sfibranti cataplasmi d’ore

ma che s’incistano

                            astuti

in un quàlchedóve proprio invisibile

e ridenti pugnalano alle spalle

 

Non cercheremo perciò oltre

di convincere d’errore il gretto subumano

    smuoverlo dal gioco delle tre schede

verso una vita che ne vàlganóme

                                          sentimento

 

lui che brama un sorriso da chi lo svena

dal TV plàsmapiàtto sèmpr’accéso

sul suo universo di demenza

     che prostituisce mente e cuore

di generazione in generazione

al buònoscónto sovr’al proprio debito

 

Non ne cercheremo il consenso

                                l’ebete plauso

nel vuoto d’un’urna

a loro immagine e somiglianza

                                               perché vuota quale specchio alle menti loro

 

Noi faremo

 

nel chiaro del cuore d’un bosco

e nelle cantine sudorose di musiche

 

nell’abbraccio a un vecchio ontano

e nello sputo pesante su quel conio

                                                      che piega i ginocchi

asservendo le menti

 

nel grumo di case riprese al nulla

                            riassegnate alla vita

 

E fedeli a un sentire di Natura

                                               non ci muoveremo quindi

in un inverno prossimo o venturo

 

perché manca contro questo nemico

un “palazzo d’inverno” da conquistare

                                                           ennesimo miraggio a babbioni

 

sola ci s’erge contro impeccabile idiozia

                                                      che nutre i democratici lenoni di regime

 

Noi attenderemo

                          nella peggiore delle ipotesi

fino al cambio di colore del grappolo

 

noi attenderemo

 

le città siano lasciate al nemico

 

frutto a marcire

          a cadere dal ramo

 

 

(tratta dalla raccolta "Achtung Banditen - Poesie per le Nuove Resistenze"

autopubblicata a Lendinara (RO) tramite Youcanprint)

*

Dopo Nassirya

Povera gente rincoglionita e opaca

piange chi muore per l'altrui 'nteresse

                                                     come se fossero

quei morti

               davvero morti suoi

 

e nel colmo di tale sua idiozia

                     tanta

cha antica schiaccia questa schiatta

                                                 bacia le mani di chi mandolli a morte

felice d'esser solo gregge

                                   perpetuante sua brada schiavitù

 

E a noi che forse insorgere dovremmo

                                                       resta l'atroce dubbio d'un dilemma

 

se rischiar lo spreco d'ulteriori forze

                                                   nell'ancor tentar di renderli edotti

di come sian pedine d'un gioco criminale

e che un altro migliòrmòndo

li attende un passo in là

 

o lasciarli andar ciechi a lor malora

                                                 solo per noi lottando

le forze usando per cadere in piedi

 

                        (i fortunati o i più presti, almeno)

 

e costruirlo per noi sopravvissuti

quel nuovo mondo alla misura nostra

 

 

 

(tratta da "Achtung Banditen - Poesie per le Nuove Resistenze",

autopubblicata in Lendinara (RO) tramite YouCanPrint, 2018)

 

*

Quello che rimane

 

 

 

Un rimando alla pietra

                    al legno

e di terra sopra terra

 

alla fine è questo

                          quello che rimane

 

questi gusci vuoti come verruche

                                      escrescenze

anzi meno

                meno dell’ombra d’un lichene

 

Mura e solai che

                         per assenza d’uomini

più non vedono

      non registrano

i sentimenti dei nostri viventi

al passare di stagioni

                    fatti

                    altre persone

                 di affetti

 

ma solo l’energia del vento quando c’è

                           della pioggia

pari in questo a muta pietra

che dal suolo sgorga ma rimane

                                                 a morta cenere in un accampamento

 

Si sostituisce al nostro fare

                                         di quando in quando

la leggerezza dello striscio della serpe

                     del passo della volpe

                     del volo del colombo

quasi indifferenti ai mutamenti

nel dentro di questo spazio abbandonato

 

così come l’ormai rovina

non percepisce il tempo

                                     che a noi incolla pensieri e sentimenti

nell’andare del presente

a ciò che immobile appare

al nostro rapido àutoàndare

                                           gli occhi fissi a chi ci è di fianco

 

 

(tratta da una raccolta inediata ancora senza titolo)

*

Una tela di ragno...

Una tela di ragno

                           le parole che s’impastano di saliva

nei reciproci sguardi

 

questo ho appreso

 

a contare

 

                   (meravigliare)

 

quanti fili imperlati di certezza

e quanti spazi entro i quali sfuggono

verità sempre accessorie

          sempre irrinunciabili

al cambiare del punto di vista

 

Iridescenza la saliva nostra

                                         che non si secca

per vento che batte

      sole asciutto

come un saldo di fine stagione

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita “Verba”)

*

La citta nella notte nella stanza...

La città nella notte nella stanza

 

t'orienti nel quàsibùio

fra i sentimenti delle cose

                                       come un viandante nell'alba

che spazza i quartieri

di freddo illividito dal tempo

 

Il quadro una finestra

                                 fiato di riflesso alla luce

 

Un passo dopo l'altro

esci ramingo agli arredi

                                    più colorati dell'asfalto

che ogni giorno incontri

ai piedi di condomini indifferenti

 

carezzi un'agenda

                           come fosse un paramento di mattoni a vista

quando un lampione

non riesci a sapere dove sia

 

 

 

(tratta da una raccolta inedita ancora senza titolo)

*

Permette nuova vista questo viaggio...

Permette nuova vista questo viaggio

su cose da anni in fondo note

 

comunque in questa folla cos’immòbile

è solo suono senza senso

          noise quàsidimósca

quello che prevale

e che surlinea il nulla

 

Ma una gonna damascata e lunga

che s’incapriccia al vento d’un’uscita

 

fortuna

 

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

Non v’è altra strada...

 Non v’è altra strada

                       modo

                       misura

al vuoto e falso dei subumani attorno

 

palesemente inutile è opporre specchio

 

già il cuore suggerisce la risposta

nell’essere non altrove

                                   solo oltre

 

 

 

(tratta da una raccolta inedita

ancora senza titolo)

*

Specchio

Inquadra un lento

                    impercettibile

                    incessante cambiare

lo spacco al muro di ogni finestra

                                                    di cui è d’uopo t’accorga

 

E pari ad esso

                      impercettibile nel tempo

è certo un cambiamento

in te nel quàndoguàrdi

                                   così che impercettibile cogli un cambiamento

nell’intorno che t’accoglie

 

A questo specchio

contrapponi sincrona al tutto

                                             incrollabile invece e cieca

la saldezza immemore di finestre

della stanza che il cuore avvolge

nel suo battito fuori da ogni tempo

                       dentro al cavo di ogni vena

 

 

 

(tratta dalla raccolta inedita

“Immanenze e persistenze”)

*

Paesaggio pensato

La collina nella notte

offre il profilo di un animale addormentato

 

molte stelle bianche

si muovono in fretta

verso l’alba

 

 

 

(tratta dalla raccolta “Opera prima – Non voglio morire a Rovigo”,

Padova, Ed. Calusca 1994, come apparsa in

“Opera Omnia Poetica – Vol. I”)

*

Sogno IV

L’autunno porta immagini vuote

fra buio e nebbia

                          non acqua

per spegnere seti di uomini

e ridar loro la vista…

 

D’altronde

                 nero è il non-colore della gioia

perché gioia è attimo di negazione suprema

                                     negazione del tutto

quando posta come sfida e reinizio

 

(Nuoteremo fino all’antico arcobaleno, sul filo della cascata; e per il buio nelle menti di molti, per l’autunno delle loro coscienze, atomi di luce ricopriranno il mondo a venire.)

 

 

 

 

(tratta dalla raccolta “Opera prima – Non voglio morire a Rovigo”,

Padova, Ed. Calusca 1994, come apparsa in

“Opera Omnia Poetica – Vol. I”)

*

Sogno I

La morte mi cercò in una mattina ariosa

 

donna che possiede le certezze nel tempo futuro

                                                                           strisciò nella casa

entrando dalla finestra sul retro

                                                portò via qualcuno

 

                     (mia madre, forse)

 

e ritornò per me

 

Fu una sfida furiosa

                     blasfema

? sapete

            perché solo in ben determinati momenti

si è davvero vivi

 

in questo sogno

                         appunto

 

Ed in qualunque modo sia realmente andata

                                                                    laggiù dentro di me

continuerò a cantare

 

Sarò rimasto forse posseduto

                             segnato

ma comunque vivo

 

 

 

(tratta dalla raccolta “Opera prima – Non voglio morire a Rovigo”,

Padova, Ed. Calusca 1994, come apparsa in

“Opera Omnia Poetica – Vol. I”)

*

Non riconosco ancora il mio profilo...

Non riconosco ancora il mio profilo

in questi luoghi incontrati già più volte

 

passeggio incerto

lungo il profumo sopito delle strade

e tra la dolce bellezza color seppia

delle foto di un vecchio cimitero

nel quale i marmi s’incatenano al tramonto

 

La rabbia copre questa sera

e sogno la tua bocca che viva dell’ebbrezza

delle ultime foglie del Giardino Consacrato

 

È il mio basso universo che ti chiama

 

un vortice oscuro

                 sereno

trapunto di cicatrici di pugnale

 

son fatto di polvere di cielo

                               di alberi

 

con loro parlo

                      come loro il pianto tengo dentro

in un silenzio ombroso

sulle sponde ammuffite della mediocrità

che mente vi sopprime

 

- - - - -

 

Poi non ricordo nulla

 

di nuovo tutto è sfumato dal sorriso degli amici

 

è di nuovo passeggio per questi portici

divisi da spicchi di sole

e senza più badare alla gente

                              alle vetrine sempre uguali

 

Le passioni cambiano d’intensità

                                                  ma restano

ed io mi guardo

                        soddisfatto dei miei pochi successi

 

Grandi voli di labbra amaranto

e le spighe cadute al suolo

                                        a fecondarne il fango

 

Tutti a fissare il cielo occhisgranàti

come in maschere di clown

e la lacrima che si scava traccia

viagiù per la cipria gialla

 

il sorriso d’Arlecchino è scomparso dalle campagne

                                                                               ma come un faro

nella notte gioca a nascondino

                                               a volte

provocando ansia

                           suscitando scommesse

 

Le ruote dei carri seguono solchi tracciati da sempre

ed incitano la punta delle mie ali

                                                  con grida rauche

a tener loro dietro

                            ritto sul ponte di una nave

sommersa dal maestrale 

                                     vegliato dai chiari occhi del gufo

 

Non mi perderò dietro a fantasmi

                          dietro a te

 

passerai sotto questi occhi

e ti fisserò come svagato

 

sarò lontano

                   a bere il vento dal cavo di miamàno

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata "In ombra"

come apparsa in "Opera Omnia Poetica - Vol. I")

*

Ma le immagini...

Ma le immagini

                        quelle immagini

nemmeno stavolta so scavarle al fondo

 

tende scarlatte s’aprono su un matto che urla ammezzo piazza

 

? E allora

 

Un quarto di secolo d’esperienza

mi si stempera in quieta disperazione

                                                         che il sorriso d’un compagno

nemmeno ha forza a dissipare

 

La terra ha labbra che si chiudono

                                                     a nasconder dei mendichi

le toppe dei vestiti

                            o un marchio di rossetto

impudìco allo sguardo

 

Si è fatto tardi

 

Ti amo

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata "In ombra"

come apparsa in  "Opera Omnia Poetica - Vol. I")

*

Accade...

Accade

            a volte

ch’io smarrisca le parole

 

per questo scrivo

                           chino in fronte a un foglio

su cui ti leggo il viso

 

Ed è piacer l’imaginar lento tuo spogliarti

                   l’indovinar la linea tua degli occhi

che indolenti s’appoggiano ad un altrove

                   lo scorrer di pelle fra dita

così tiepida e lontana

                   pensar che sia di Maggio

e sovra i colli a quell’altrove

                                           non turba di gente più ma persone

 

Il canto disperato dell’uomo dona lampi alla stanza

 

È vero

           ci costringono a mostrare di noi il peggio

e a sopravviverne fra le pieghe dei vestiti

 

facile per gli altri rimanere a questo gioco

 

Per questo scrivo

e nasce questo canto mezzo d’amore

                                 mezzo d’odio

per sensazioni affioranti alla pelle

che spero non ci lascino mai più

 

Ho mischiato parole dolcemente blasfeme

                                                                  consacrate alla ricerca

sugli altari selvaggi d’una pelle

che il vento non scorda di baciare

 

Per questo motivo scrivo

                                       dio boia

e nasce questo canto mezzo d’odio

                                 mezzo d’amore

che tu sai leggere a pena

                                     con sensazioni viaggiate alla pelle

che spero rimarranno quando

                                              onde in deriva staccate dalla riva

seguiranno te

                     che sulla scala sali

occhifissànte il vento

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata “In ombra”

nella versione presente su “Opera Omnia Poetica, Vol. I”)

*

Sole bianco

… E su dune di sale

le ombre opache delle mie memorie

ti fisseranno in un sole chiaro

 

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata

“Ultimo cerchio”)

*

Luci improvvise

…Luci improvvise…

 

Un tronco d’albero

                              foglie e visioni

assortìt’attònite sottocosta alla notte

 

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata

“Ultimo cerchio”)

*

Forza di gravità

La pioggia inchioda sulle ombre dell’asfalto

l’ultima onda di vita

 

… Un’altra volta…

 

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata “Ultimo cerchio”)

*

Altrui epitaffio

 

Con ignavia

alla furia del mondo nati

                                      con ignavia

provàti alle mille vicende

            ad affetti appena intravvisti

            alla vitalità dei pochi migliori

 

finché

          come armenti al macello guidati

con ignavia

voi si muore

 

 

 

(tratta dalla versione lineare della accolta

"Taccuino di schizzi" autoprodotta nel 1991)

*

Macchia tra il verde...

Macchia tra il verde

                               aggrapparsi deciso alle rocce

desiderio di sopravviverci

malgrado noi

 

Gubbio elevata nel sole

                                    nel ferrigno delle sue pietre

 

 

(tratta dalla versione lineare della accolta

"Taccuino di schizzi" autoprodotta nel 1991)

 

 

*

Vedo tenerezza nei tuoi occhi...

Vedo tenerezza nei tuoi occhi

                                              pur se so bene che non rimarrai

perché forse, se, chissà

            forse siamo di fronte all’ennesimo equivoco…

 

Ma non voglio darti un nome

                                un’età nemmeno

                                un mestiere

                                una ragione

 

perché tu sia per sempre e solo un ricordo

                                                                  vivo

come soltanto un ricordo sa essere

nella nebbia dei barbari inverni di questa città

 

 

(tratta dalla versione lineare della accolta

"Taccuino di schizzi" autoprodotta nel 1991)

*

Desiderio mio che batti i marciapiedi...

Desiderio mio che batti i marciapiedi

all’avanzar dei giorni e poi degli anni…

 

Era insensata quella ricerca del suo arco di ciglia

                                           del ricordo del suo respiro

 

Nuova domenica abbruciata in polvere

                                                            quieta disperazione

 

Anche questa è una poesia d’amore

                                                       malgrado tutto

                      è uno sguardo piegato all’indentro

allucinazione notturna fra bicchieri di vino

per dialogo tra amici

                                le bestemmie soppesate con cura

 

? Qual senso all’occhio per i campi

                     alla brina sui campi

quando poi bastano la mia stanza

                                la mia ombra sul muro

per rimandarmi a lei

 

Mi aggrappo all’eco del suo passo

                               della sua grazia nel darsi

a dispetto dei suoi giorni e dei suoi anni…

 

Le preghiere d’estate sublimanti al sole

 

Falsi notturni sospiri

portano scricchiolii alla spiaggia

                                                 un sogno in fuga

va a calpestar conchiglie e le frammenta via

 

lunghe grida di gabbiani

                                     pensose

nel rauco mattino insicuro

a coprire ombre di risacca rappresa

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata

"Sorridere con gli occhi")

*

La pioggia che sferza il parco...

La pioggia che sferza il parco

suggerisce immagini rubate

il campo è spighe curvate dal vento

                 teste d’uomini bevuti in guerra

il solco oscuro della ferrovia

divide anche l’aria in due porzioni uguali

e la ricerca a toccarne l’altra metà

neppur oggi serve…

 

Perciò è giustizia nel piangere

                                 gridare

quando la strada si fa sabbia

ed incrocia nell’inatteso dei binari

 

Il sole asciuga le ossa

di una felce dimenticata

                                     i miei occhi

brillano di ricordi non capiti

                 altre immagini rubate

come la vecchia che gioca i numeri della sua tristezza

 

e tale solitudine smuove grido e maledizione

nella preghiera del pensare ad altro

 

                    (“Quella è la tua stanza, presto, non è lontana!”)

 

ma le gambe si fanno piombo e l’urlo muore

fra le braccia della disperazione

 

Affannosa è questa ricerca

di amore da ritrovare

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata

"Sorridere con gli occhi")

*

L’odore di un silenzio stupefatto...

L’odore di un silenzio stupefatto

accoglie ancora me

e questo riflesso delle stelle

sul reticolato stanco di pavimenti antichi

 

È uno scacco a tempo e spazio

che quel silenzio m’offre

                                      degno velario al sogno enfiato

che a questa casa rimane a penitenza

 

Squarci e barlumi da non so

su per gradini rotti

           intonaci sbrecciati

dove l’alba si offre al rimpiattino

coll’inseguir se stessa

per vetri fratturati di finestre

verso un giorno eterno di polvere e di luce

 

mobilio svuotato anche dai tarli

             sparso per queste stanze a caso

che di caverna sanno…

 

È lotta generosa contro crepe

fiorite già a stimmate sui muri

                                              che mi regala solo sfinimento

 

La corsa lungo i corridoi che urgono balzello

fa crescere paura

                          il pavimento inarca

un urlo che precede fine

ed è resa

     è il coprirmi il viso

disperato 

     è l’angoscia

per questa nuova notte sopra di me

 

 

(tratta dalla raccolta  "In ombra",

autopubblicata in forma definitiva nel 1997,

ma disponibile presso l'autore

solo all'interno di  "Opera Omnia Poetica - Vol. I")

*

Il viandante e il cammino

Ed eccoti qui seduto ancora

e come vecchio e stanco

                                      nelle movenze d’ambra

che cristallizza il tempo

 

Si parla un po’ di strade

                       di tèrr’appén’aràta

                       di mani d’uomini

                       di piedi che son stanchi

 

nei pugni tuoi bènchiùsi

                                     quello che noi saremo

 

sol sassi e ceneri tu stringi

 

E almeno tu

                   io credo

sassi e ceneri donasti

ed orme nel cammino

                                  senza curarti d’altro

che dell’equivalenza al caso

 

Poi

     quando corta è l’ombra cara

e chiuso anco il silenzio

                                     ecco ti lascio andare

 

                    (o tu sei

                                che lasci me

                     difficile saperlo)

 

fascio di strade ai piedi

ed ali sopra le menti nostre

 

a qual saluto appendersi

                                     è duro immaginare

 

P.S. – Io nemmeno pietre che dican morte, sento d’offrire a questa mia città sì vile…

 

Tratta da "L'armadio cromatico",

2000, Ed. L'Archivio della Memoria, S. Bellino (RO)

*

Insegnamento prima di un addio

Di nuovo albeggia ancora

               a sforzi vani t'aggrappi nella stanza

mentre riscopri intime emozioni

                         dispari binari

 

Ti brucia l'orbita albàsso di tuafrònte

e perso è il senso a molte cose

                                               compreso il sonno

e i titoli ai giornali

                            molti sono al risveglio

i pensieri che deboli scopriamo

 

Aprissi un pertugio al muro sotto casa

                                                           pronta è la risposta

che tu ti scorgi darti rimbalzìo del cuore

alle pareti opposte

 

un muso di cane

bàss'accucciàto sur la MàdreTèrra

 

 

(dalla raccolta "Il filo continuo",

autoprodotta a Polesella (RO) nel 1998)

 

 

*

Anatomie

       Gli organi dell'udito di alcuni scorpioni del deserto sono costituiti da una fessura a ciascuna zampa. Ad ogni spostamento di animale attorno i granelli di sabbia si insinuano in queste fessure, urtando piccoli peli al loro interno; e permettono allo scorpione - sulla base della posizione e del numero delle zampe interessate - di calcolare distanza e direzione di quel movimento.

 

-----

 

Anche sulla nostra cute

affiorano ormai fessure e fessure

al nostro sedersi con grazia

                                          apparendo lo sdraiarsi cosa fuori luogo

pur nei pochi momenti di riposo

 

sottopelle s'insinuano polvere di cose

                                  suoni banali

                                  immagini TVcolor

                                  gli echi delle stragi di Stato

senza che alcuno vi presti più caso

 

E' l'abitudine

                    che ci fa scivolar via

sulle gravi pareti immani dell'indifferenza

                                                                sbiego lo sguardo

alla ricerca d'un improbabile sole

 

E' l'abitudine

                    che ci fa aggrappare ai granelli di sabbia

nell'intimità di ogni nostro deserto

e ci rende impassibili

al volteggio terminale d'una foglia

 

E' l'abitudine

                    che ci presta quieti

allo stivale che trasparente ci schiaccia

 

(tratta dalla raccolta "Il filo continuo",

autopubblicata a Polesella (RO) nel 1998)

 

 

 

*

Gospel

Ho amato i monti per i colori loro

e l’estate

 

ho amato il mare perché vivo

e pigro al mattino d’un sopore umano

 

ho amato te

 

Tu vieni a prendermi per mano

                                                  quando la giornata è stata dura

e io non so trovar modo

per scrollarmi la tristezza di dosso

 

Quando l’estate tornerà a percorrere

queste città spopolate d’uomini

                                                  avrò ancora accanto le tue mani

 

tu vieni quando non so trovar modo

per scrollarmi la tristezza di dosso

 

 

(tratta dalla raccolta "Sorridere con gli occhi",

autopubblicata in proprio nel 1999)

*

La grazia di questa notte nuova...

La grazia di questa notte nuova

ha ridato colore alla città

                                        per i viali e i canali

che ne fan da limite

 

E ad occhi spenti seguo ogni strada

                                                         lasciando la mia anima lontana

infuriata in un giaciglio di isolato sole

                                                             mentre mi perdo

nel gioco di tracce leggere

                    rimandi

lasciate da anziani e coppie

                                            furtive nel loro amarsi

             da altri animali notturni

 

Ne esploro il fuori respirando piano

                              aggrappandomi alla dolcezza d’un viso

che si staglia così immobile

nel riquadro-penombra d’una finestra

 

Stranamente l’edera non è grigia

                                                    benché da generazioni

non avvezzi altro che carezza di polvere

                                                                anch’essa da marciapiede lesta

al salire questi muri

 

e lascia l’amaro questa penuria di strade

                                                                così lente nell’andare

 

il tempo è poco che basta a conoscerle tutte

 

Due moto lente in crociera

                                           i loro piloti tesi

verso un poco probabile decollo...

 

In questa notte

                        scesa alfine con sicurezza e puntualità

il vento si alza deciso

             tenta di sfiancare alberi

             fa scorrere sabbia sull’asfalto

e lampi fragranti

             turgidi di luce

guidano la pioggia

contro le finestre delle case

                                            nelle stanze delle quali

il caldo si una giornata immobile

aveva costretto gli amanti

al rassegnato sudore dell’occhio malchiùso

 

E quando la pioggia sa di più forte

nell’affermare la sostanza della propria eternità

sulle basse opere degli uomini

                                                 calco il suolo come verso il più in basso

entro la terra che regge la mia città

e il passo ne penetra l’intimo

con la forza pura d’un canto gregoriano

                ne reinventa ogni strada

verso la piazza d’infamità non lontana

                         di relitti

                         di marmo che nasconde

e che attende l’alba su panchine corrose di rugiada

                                su ritagli di sopportato verde

che si vorrebbero invece accoglienti agli amanti

 

                     (gli ultimi amori nostri…)

 

insicuri noi del dove si possa vivere altrimenti

questa luce di stelle che c’indora

 

Il filo di seta dei tuoi dolci pensieri

è forte abbastanza per guidarmi

fuori dalla notte verso un mutare antico

 

 

(tratta dalla raccolta "Sorridere con gli occhi"

autopubblicata in proprio nel 1999)

*

Qui...

Qui

      dove l’acqua già fluì di tra mie mani

annotando ombre

dal volo monocorde degli aironi

                                                   linea di mascara scùr’incèrta

sull’occhio del sole bàssovolànte al tramonto

                                                                        qui

seppellii i tuoi volti

               il ricordo delle tue mani

 

Da molte immagini

non potevo dire ancora “Io sono qui”

                                                             all’attesa d’un’àlbanuòva

per ricominciare…

 

 

-----

 

 

Cerchi scuri sull’acqua

 

i visi di contadini

                            come i colori delle case loro

parlano con segni d’intemperie

 

Le capanne costruite coi sogni più deboli

dall’oltre dei pensieri della semplice gente

                                                                    basteranno

 

! Muoviamoci ai venti

                                    verso i desideri a lungo covati

appesi alle amiche stelle lontane

 

Sabbia leggera sarà memoria ai passi nostri

                                                al colore dei tuoi capelli

                                                al mare

rimasto a fissarci pensieroso

lungo l’attimo di meriggio infinito

 

pace è la sua risposta per rivivere il sogno

 

pace oltre il confine del mondo

                                 delle tue labbra

oltre la solitudine di queste genti nostre

così ostili ad ogni bellezza vera

 

 

(tratta da "Sorridere con gli occhi",

autopubblicata come samizdat nel 1999)

*

E sono ancora in viaggio...

E sono ancora in viaggio

 

lascio appesi al chiodo mantello

                                    scarpe

                                    sassi

per esser più leggero

e remigare l’aria con le piume

                 l’aria di questi cuori

che impasta sapori di salato

 

                   (salato l’intonaco alle case – salata la tua pelle nell’addio)

 

che apre e chiude vedute veneziane

                            volti

                            vesti d’uomini e di donne

 

E sono ancora in viaggio

per chi ha la pelle scura

      chi ha le chiavi in mano

e gote ormai scrostate al pianto

 

arrampico gradini

e getto l’occhio al piano

                                     od anche al gambo dell’ortica

per l’importanza sua

 

respiro di fatica

e compio l’opra e spero

                                    avanti tutto l’immagine d’un padre

la di cui assenza in vita aveami stretto

ai margini d’un mondo fatto crepa

 

E sono ancora in viaggio

                                       de/scrivendo di cammini

da un giugno già passato oltre

al vaglio d’una morte altrui

                                          sicché più fermo sia

il pàssodòpopàsso

a ricreare la dolcezza nuova

 

ecchimosi d’un sempre

 

 

(tratta dalla raccolta "L'armadio cromatico",

S. Bellino (RO), Ed. L'Archivio della Memoria" 2000)

in faccia a questo tempo

*

Plana il pensiero a certa conclusione...

Plana il pensiero a certa conclusione

e il Cielo offre i suoi lividi

a spronarci ad un’azione

                                     dice “Siate come me!”

quinci s’incurva ad inseguir suaTèrra

 

Io resto osservar este pendici fulve

e medito d’ascia

              di fuoco

              di saluto

 

Forse tuatèrra avrà nuovo sembiante

                                                         quando delètevìa saran dall’acque

di queste pietre le nuove e le antiche

 

quando torno a torno le stoppie avran gustato

il lavàcro tenero del mare

                                       fino al tuo suolo di mostrarne l’ossa

 

Io resto al bordo dell’ìncavo

                                            vuoto

di questa notte/stella

 

ho chiuso nella pace occhi e finestre

                                 pugni

                                 aromi d’alba

e miadónna nell’abbraccio

si chiama “finalmente”

 

 

(tratta dalla raccolta "L'armadio cromatico",

S. Bellino (RO), Ed. L'Archivio della Memoria 2000)

*

È forse pioggia...

È forse pioggia

                       il candore che odo dalle tue mani

 

Non fermarti ad enumerare

l’enormità di quanto v’è d’inutile

                                                  qui attorno

 

gli è già per noi grànpéso l’osservare

                                                        di ciascuno che si fece gente

il suo viso d’ebetudine ‘mbevuto

 

Pensa allora a pioggia

                    a notte

che l’ógnicòsa racchiudono

pure a questa casa che muta si staglia

                                                         nuova

contro l’enormità d’ogni grezzura ostile

                            di tutto ciò che fu rivolto a inutile

 

Qui all’intorno

può essere che il candore si rifletta sopra i muri

                                                                         a generare un’inquietudine

foriera di domani

 

 

(tratta dalla raccolta "L'armadio cromatico",

S. Bellino (RO), Ed. L'Archivio della Memoria 2000) 

*

da ’Confessione’: brani 6 - 8

….......

 

E a me che mi fissi

                              ricordo che ogni sentimento

l’ammaritai al fatto d’anni or sono

                                                    sì tanto da ricontar ogni mossa nella mente

da farmi male le dita della mano

 

Ogni forma provai

                             fino a rammentar più forte “è tardi ormai”

ed era notte il nero che vedevo

nello spaccar miocuòre sui pensieri

         versarvi vino addosso

                      allegrezza oppure riso

e ricontare tutto, tutto, tutto

                                            sentendo la macchia di sangue sott’a lui

come foss’altro che fiori nati male

e compatire loro

                          mica lui

 

E compatirli. Loro, mica lui.

 

Io feci ogni cosa

                          dopo

ed ogni cosa se ne venne a punto

                                                   per quanto fu mia parte almeno

 

Ma mi resta questo viso

                                     in fronte al quale sto

e l’impegno d’affogarvi un poco

                                                  giorno a giorno

ancora dento un poco e un poco

 

(Non abbassar di ciglia, né passo indietro,                                                  o scarto)

 

Sono i miei occhi a dirmi “ancora c’è qualcosa”

 

gli occhi che ho didéntro

 

Che qualcuno poggi mano dove mai non sento male

 

Io ricambiai l’odio suo con l’odio

nello stesso registro di suo spreco

                                                    sì da cancellarlo in faccia a questo mondo

 

ma alcun vedo voltàrsivìa in avanti

e giàscordàre

   già camminare altrove in orma dei suoi passi

e altrove vedo la ferita mia

rossa su cuori altrui e calda come vita

 

così

      volto contro volto

nel vicolo cieco che conduce a fossa

                                                        si conta il tempo guardandoci il respiro

e null’altro ci si move

se non alle tempie il sangue

 

Il giorno che verrà è già venuto

ma perso non è il tempo

      tempo non è perso

usar de falce a pareggiar lo campo

 

 

-----

 

 

(Esiste momento ad ogni cosa. Cheto ristatti a stringerti le mani, ché ogni cosa ha in sé sua propria conclusione, come vuolsi colà dove si pote ciò che si vole… Non sei dunque felice pel gesto che compietti? È solo in ciò, che acconsiste appiglio per lo sguardo, per te, quando non senti la terra sotto ai piedi, la carne sotto la tua pelle: ché se uno scelse di pareggiar su’ propria vita a ‘bbestia, pur homo essendosene, che sia de ‘bbestia la su’ fine / quarto de bue in alto appùnt’appéso, apparicchiato.)

 

 

-----

 

 

Ma io rimango qui per me

e peso e ripeso quel mio gèstomìo

                                                     confrontandone l’affanno

e con esso il peso sul presente che trascorsi

 

Ho messe di domande e di spavento

e per qualcuno

                       di risposte

 

Ho peso di una vita al confronto di una morte

 

Ho il timore di una scelta

                                       già compiuta

fra percuotere e arrestare

                                       perché ogni cosa giàstàta

già è

e sempre torna il filo in mano al cieco

                                                           che colore non discerne

 

Noi eravamo due

                           ? ma sapeva l’altro

dell’agire mio che anche per lui facevo

 

Così si perde ‘l conto degli agire fatti

                      il peso loro

perché mai non cambia il numero agli offesi

                  non cambia il numero degli offensori loro

che a tempo sappiano della colpa fatta

e mai riguardano essa infin negli occhi

                                                           per tema di vedersi

vuoti ad ogni passo

 

..............

 

 

(tratta dalla raccolta "Piccola trilogia nera"

Modigliana (FC), Ed. Criatu 2000)

*

Da ’La traccia che ho lasciato’: IV, L’esecuzione

Tu sei qui, ad albero rappreso.

 

Guardami. Ti prego: guardami.

Fa parte del nuovo gioco che t’insegno

che calmo si pasca del tuo stupirsi bercio

l’indovinar che fai delle fattezze mie

benché da questo sacro buio rivelate.

 

Guardami,

come l’amante guarda l’amante

nel momento dell’addio,

quando l’addio sa di punta di coltello;

ed ascolta il dito mio fatto rasoio

seguir strada giù dal polso tuo

via su per l’omero sinistro,

lungo sentiero nuovo per tua miseria certa.

 

Rigida larva, sgrani dente a dente,

raccapigliato ad albero e a notte

piangendo infin la scelta d’esser nato.

 

Qui sgorghi, parassita, giù da qui

il dolore delle vite che suggesti,

giù lungo la buccia tua, infino al suolo;

non puoi veder (ma sentir ben sì)

le gocce spremte farsi pozza bassa

e soddisfar ‘sta terra tròpp’amàra;

e puoi sentir ben, sì, sentirne bene il corso,

parassita,

giù per le membra tue fattesi gesso.

 

Scopro la carne tua, perché respiri aria

e riconosca me com’assassino sacro,

col vero scopo mio al fondo di quest’occhi;

imaginando che con voce tua ‘mpedita

e più e più vorresti grazia addimandare.

 

Tale di sangue e di sudor vendemmia

purifica il tuo stato,

o men che umano,

e lustro dona a chi di te

già supportò senza mai chiesta ‘l peso;

rota nel letto suo quest’ore chi feristi

e gusta sonno strano:

ché suo respiro si tende per carpire

questa nova energia ch’attorno cresce

e tanto libera suaménte dai dolori,

quanto miamàno scevera tua crosta.

 

Volgendo torno a torno gli occhi,

cerchi riparo in entitade amiche:

ma tùttamìa è foresta questa notte

in pegno a quanti odiasti,

sapendoli migliori.

 

Cade tuapèlle brano a brano

per questa lama che striscia su tua carne,

libando buon succo a nostra MàdreTèrra;

compiango le tue nari quando,

per maggiorar tuoschèrno

rendendoti sicuro di tua sorte,

con ghigno da giustizia edotto

a piena mano le insozzo con tualìnfa;

mentre perizia mia qui scioglie ancora

pelle da carne tua;

e m’affratella al villan che di correggia batte

a separare il grano dalla pula.

 

Guardami. Ti prego: guardami.

Noto geometria farsi frattale

riflesso in rossa pozza sott’a te;

ed odo ben tua voce disperata,

parassita.

 

Guardami, col ritorto ultimo sguardo

dell’ultimo terror reso fantasma:

e quanto l’angel mio sorrida,

o parassita,

io l’indovino…

 

…Dipòi di te,

vittima spenduta ed ormai sfatta,

si brucino le vesti

a grumo colte sott’a’ piedi tuoi,

per augmentar tuostràzio.

 

Non resti traccia nelle mani mie,

alcuna, di ciò che fosti:

solo tengo ricordo che m’abbasta

di segni tuoi da segni che già seppi,

nei giorni che passai.

 

Scorsi ieri carcassa d’animale

                                            in fosso a bordo strada

avea il sapore che lessi nei tuoi occhi

                                                         parassita

all’attimo atteso dell’ultimo tuofiàto

*

da ’Invettive’: A due troie in bicicletta

O voi gioveni troie

che ciclando in coppia ‘ndate

e gli occhi rotate torno quasi fiere,

ben vi conosco.

Enumerate organi e misure,

mentre ‘l tempo s’en fugge con la strada

(e rogna vi giugna, mentre cerebro ‘ndarno consumate)

 

E al ritmico cik&ciak de l’essudate cuossie i vostri pensier sono di carne e money e del potere di quel buco che vi pigli ancor vi dà, quante pene e schifo che mi fate voi, che al pene pensate e con superbia andate et ite – e girano i pedali e a me le palle (dico) – quàsicàgne anco che giovani ancor siate, ludre, schiappole eppur beghine, che insieme tónd’a tondo (dico) chiavalcando ‘ste strade percorrite, QUASI CH’AL MONDO ALTRO NON VI SIA PER ‘SER DONNE, ALTRO CHE INANELLARE MONTE E LIETI ACQUISTI – voi mone lerce carampane in fieri – ed ancheggiate, sboldre, dài ancheggiate…, svelte sognando di pompe al RìciardGìr et àltoloquàndo comparate all’Alba o all’Ambra ora le poppe or vùlvevòstre – meno il cervello (dico), vère, che quello forse quàsinùllo avete – et apud ben nerchiuti drudi bramate smutandarvi vòlt’a volta,

sicché voi ciclate

                 ciclate pure d’entro ‘sta strada

           voi bischere ‘nfelici

                               incolte

                               inchiuse

finché merda un dì vi pigli

ove schiattar d’uopo vi sia d’eroina o strupro

                                     sia d’uopo maldicendo d’altri

ché solo d’altri par vi sia la colpa – sempre – al vostro scuorno!.......

 

giacché il cervello vi tenete int’a fica

ed int’a fica basso l’annegate

et int’a fica per germe creperete…….

 

 

(tratta da "Piccola trilogia nera"

Modigliana (FC), Ed. Criatu 2000)

*

Puntualità di nuòv’autùnno in prìmanébbia...

Puntualità di nuòv'autùnno in prìmanébbia

ed il nascondersene non vale

 

tu pur vedi naturalezza

                                     nell’adattarsi di palàzz’attórno

al ricorrere per sempre di questa situazione

                                                                     pur i palazzi qui

sembrano mostrar lor’àgio

a tale condizione grigia

                                      come pure della vita al ritmo

che scorre accanto, via

 

E se Piet Mondrian fossero i muri

di questo spettro disossato di città

        Raffaello

        De Chirico

     se i lor dólcidannàti colori avessero

facilità verrebbe per tutti d’opporsi alla nebbia

 

e pari con facilità a te

sarebbe riscoperta prossima dei colori

ch’ogni città nasconde

                                    colori, sì

ai più che ne pensano la perdita irrimediata

 

…forse…

 

O anche per te semplicità la vuol

                                                     come per tutti quei che vita trascinano

in questo livello di nebbia e sudari

                                                       che volontà tua ti stia lontana

 

così che se ne neghi

                                ben chiuso

il quaderno del cuore

 

 

(Tratta dalla raccolta "Luoghi accettati",

autopubblicata nel 2001)

*

Città (e ’Non Città’)

I dieci centimetri di foschia

                                            giùst’altézza sul pélod’àcqua a mezzodì

per imaginar la cima d’una ben sconta collina

                     (guarda, guardalà)

 

l’ìsol’avvistàta giù bàss’all’orizzónte

 

senz’acqua

                  campi arati sarieno stati da supporre

a perdita dell’occhio

                                 sótt’alla bruma come il filo

quando vidi un celeste dòce-dòce

in alto stemperarsi in cuperìa di verde

           maritarsi a un mare che non c’era

in vece d’un traliccio là fuori di luogo

come la mente nostra d’uomo

sópr’al mondo questo

 

In quel momento stava già riverso

                                                      lui

apèrt’al farsi riconoscer in màrgin’alla gente

e maldisteso a cencio sui gradini

                                                                        lui

 

“Dimmi, stai dormendo, vero?  -  No.  -  Allora addio.”

 

E quest’addìo spètt’attìa e pure ad altri

                                                              quando e se va bene

ai sènzanóme del meriggio ingioiellato

per carenza estranea di mani

 

 

-----

 

 

In quel momento

                     (non in altro)

 

i dieci centimetri di foschia

riparavano il piede della terra

                  la mano del mare

che non c’era a stento

                   l’occhio là in alto nel celeste

esso celeste pure

 

a lasciarci vedérc’abbandonàti noi

                             abbastonàti

uno specchio di vergogna

nel nero che rimane

 

 

(tratto dalla raccolta "Luoghi accettati",

autopubblicata nel 2001)

*

Città

A volo venuti

                      a volo, a volo divisi

i gruppi di volatori stanchi ancora

qui nel cièl’ubriàcostìnto

                                        ali lassù nell’unt’ària

color di grìgiopiòggia e ancora via

                                                       poi

ali sul vuoto di palazzi

       su vicoli e in basso poi rifiuti…

 

E le fiamme arànci’argènto

                                            lùcidipòrto e riflèssod’àcqua

nel tardi d’una sera liquida e sempre

 

dovunque presente

l’eternità del cosamuòredéntro

che t’accende i polmoni

 

E ancora, ancora via

 

(ascolta, ascolta il vento negli occhi dei subumani abràncospàrsi, e nulla si salva: o noi o loro, comunque.)

 

perché avrà l’urlo di gelo dell’addio

il mio prossimo ritorno

 

sarò qui

             a morirne la fine

fra gli occhi d’una chiesa

e qualùnquecòsa si sbocci a pélod’àcqua

come spògliasàcra sèmpreprónta

 

Una figlia di Gennaio, sì

                                       questo Gennaio di quest’inverno

perché SóraMòrte vive di tempo presente

                              ci mostra la sua fàcci’apèrta

offerta d’un’avventura cui non convien mancare

                                                                             questo Gennaio

questo

 

quando il tempo si fa respìrd’apnèa

in lùnghimési e àttim’impossìbili

e sui muri

    su’ mùr’infracidàt’a secco delle case

sol si muove l’ombra di chi vola

                                             ha volato

                                             volerà

in fuga dall’amàropresènte vostro

                                                      assieme a

 

 

(tratta dalla raccolta "Luoghi accettati",

autopubblicata nel 2001)

*

È d’un’elica a gìrofólle la costumanza fastidiosa

È d’un’elica a gìrofólle la costumanza fastidiosa

                                      la dissonanza che vortica

nella danzante percettibilità d’una superficie scura

d’un canale crespato piano

                    dipinto d’acqua sporca

ch’el sole divide di suo pigro

in carbón’argènto brillare sfaccettato

                                                           sogno-diamante ‘nfranto

 

Fosse notte

                  l’avresti solo per un fantasma il nero

 

 

-----

 

 

Ci uccideranno anche il sole

                                              ci riusciranno

a non cavar lortèmpo in fretta

sotto li piedi loro

                            ci riusciranno, sì

 

Un tàgliosécco da tagliare in due

                                                     sì

per incubo e preghiera unìt’inesoràbili

da allora nel persèmpre nostro

 

Nessuno coglierà il momento

 

sarà lo sbiadirsi di facce nel delirio

a calar nel sole il mare

                                    un mare rosso

che puoi veder già ora…

 

E come ora

                   abitudine al nonstupóre prevale in cuore

come sempre nell’animo rivolto altrove

 

 

-----

 

 

Scesa altrove è la notte

 

sott’una luna piena

                               senz’alone ché orfana di sole

ecco per forza di remi

d’altrui barche una teoria

                                        feretri per musiche incomprese

 

astri volteggiano cauti

su segni arcani di colore oscuro

                                                   avvoltoi d’ali cómed’òro

sicuri d’ogni viaggio loro

 

Ma nessuno pone mente

alle maschere che d’accanto son già pronte

 

ed è finito il nostro tempo

e dietro ogni porta è pace

 

 

 

(tratta dalla raccolta “Luoghi accettati”,

autopubblicata nel 2001 e disponibile presso l’autore)

*

Nuova immagine...

Nuova immagine

 

cigolio rugginito di motori

che scorre da’ palazzi ‘torn’a noi

 

poche persone abbandonate a’ marciapiedi stanchi

                                             al chiuso della città questa e nostra

e fari d’auto che guardan soppiattósi

in bàssoriflèsso s’umido d’asfalto

del viale che contìnua in fondolà

 

Senz’un fremersi

         un tremolarsi

la pioggia cade la su’ ‘ngoscia

nel favorir lo smorzarsi dei colori

                                                      piano

e indifferenti tutti

 

Possiamo farcela

                            prego che tu voglia

 

vivere via da propagande stinte

                      neon/nate luci e fredde

           via dal fracidarsi piovoso delle vesti

           via da un dio di stolti

che códasemòrde propria gagliardo d’impotenza

 

Casa è dove che s’esiste

                                       piano

istànt’apprèss’istànte

         è l’auto in cui lasciàrs’andàr

per d’amor d’amici smarrimento

                                                    ce se lasci andar

al seguitar costante del corso de la pluvia

    riannegar sterili sere

in ricerca d’abbandon lasciate

 

 

 

(tratta dalla raccolta “Luoghi accettati”,

autopubblicata nel 2001 e disponibile presso l’autore)

*

Il passeggiar di coppie...

Il passeggiar di coppie

                                    distratto e verso cèntr’urbàno per strade

 

uno sguardo nemmeno

 

né d’altrónd’è strano

tuo rimaner di giovane seduto

su quella panchina quella di faccia ‘l parco…

 

E questo tu pensi

 

“Che ci fa una farfalla ancora in volo fra i rami alti di questi alberi, ai primi d’Ottobre? Non ha senso…”

 

Ed ancora

 

“Forse non da altri animali discendiamo, ma da alberi: persone che, stanche di vagabondare, hanno improvvisamente esclamato “Qui!”, coralmente, le braccia tese in alto; e così sono rimaste, creando nazioni che noi ora chiamiamo foreste.”

 

 

----

 

 

A tàrd’óra nel pomeriggio

il distratto passeggiar di coppie

lungo brèvivìe di cèntropaése

s’erge qual costante da riconoscer questa

nella nostra come in mìll’àltre città

 

ed alla tua assenza di luoghi segreti

ove cercar e sonn’ e quiete

                                           al nonvolér te chiudere tua vita

nell’imitar d’anziano praticante d’osterie

con li sui cart’ e dadi

e ‘l su’ gòtt’ammèzzo pieno

                                             altro non resta, sai

che dei sogni queta dolcità

 

 

(tratta dalla raccolta “Luoghi accettati”,

autopubblicata nel 2001 e disponibile presso l’autore)

*

da Motti e detti dell’altro popolo

 

 

 

Non te legar con corda varia

                                             nippure bella

sanza che de lo bruco pria

abbia contato tu su’ strada tanta

                                                   lento

quant’in tu’ vita tu percorresti hieri

 

 

-----

 

 

In buosco che s’è atro

                                   ogne lume fa compagno al core

 

 

-----

 

 

Lontana la tu’ mano

da spalle ove se piagne

 

di spalla non bisogni

                                 se con tu’ tatto de parve cose

pure pure godi

 

 

-----

 

 

Pel mal dinaro ognun

paro si rischia a chi coscienza spuorca

 

 

 

(pagina tratta dalla raccolta “Motti e detti dell’altro popolo”

autopubblicata nel 2002 e disponibile presso l’autore)

*

Banale contemplazione neutra

Esatto

 

qui mi fermo e soppeso

                                     gli occhi dedico nu poco

al raffrontar dei giovani l'ansia maltradìta

                    dei vecchi mite la quietezza

 

Ed intravvedo uno

                             ? che forse conosco

e per un attimo

         d'attimi una sequenza

come accade per sciabolar di luce

a notte di persiana dalle lame

                                               uno intravvedo

certo non tu che ascolti o leggi

                                                 è quasi certo

uno vedo

 

Il gesto inconcluso nel suo andare

                                                      frammento di profilo

uno vedo

               esile come una promessa

vetrificato dallo spasimo

 

 

(Tratta dalla raccolta "Varie ed eventuali"

autopubblicata nel 2002 e disponibile presso l'autore)

*

Poeta

Anema

            anema mia

è un pieno momento di deriva

                                                quel che ora a mente segno

che fa seguìrm'el serpeggiar

di quèst'usàte strade

 

momento di lichene

                                atto lo sai a gente di ventura

 

Lontan dal guardo irrancidoso

che si coltiva 'l villico mansueto

                                                    guarda li suoni

ch'apro di mia mente

                                  guarda

e scopriti d'oro ricoperta

                                       anema cara

a scudo di miseria che livella

 

E' aperta la mi' porta ora

                                       guarda il mio esser

ora

     che di questi suoni

s'è posto al centro manifesto

                                             ! s'è aperta

! vedi

 

E guarda ora

                     quel che son devenuto

anche per te che sai

                               s'è aperta, aperta, 'perta!

ed io mi trovo esser dirùto

                                 occhi pel prato

                                 chiave di violino

         mi trovo com'oro che forte coli sur silenzio

                        esser gabbia che s'è aperta, aperta, 'perta!

                                 pascio

 

Innamorato

 

 

(Tratta dalla raccolta "Varie ed eventuali",

autopubblicata nel 2002 e disponibile presso l'autore)

*

Cedro tagliato

Ingloba semi

la malrassettàta stanza

                                  colleziona inverni come gocce sul muro

che riflettono storie e cammini

al momento dell’arresto nel rinnovàrs’il gelo

 

Mai linea retta è il viaggio

                                        perché d’ogni viaggio

si ha bisogno d’un centro

                     d’un luogo d’incontro a spazio

perno ai cerchi concentrici del tronco

 

punto permeabile a nòstrocórpo e nòstraménte

                                                                         insieme

 

 

 

(tratto dalla raccolta "Varie ed eventuali",

autopubblicata e disponibile presso l'autore)

*

E’ chiusa da foglie secche

È chiusa da foglie secche

                                       questa notte

un’esatta spirale

                         giusto richiamo a spazio e tempo

nella quale fu iscritta

ogni nostra vita

 

viaggi di lunghezza a noi non nota

percorreremo òcchivolgènd’attórno a simboli

                                                        a segni di bellezza

compiendo opposti atti

                  opere immani

                  gesti come insetti

 

Ma neppure mi chiedo

                                   in questa notte

che pausa segna ai pensieri nostri

                                                   l’intima ragione ad un qualunque agire

 

Però ricordo quanto conforto che chiedemmo

a molteplici divinità e fiori ritrovati

ed alle volte quell’attimo improvviso dell’ascolto

non spazzò via il dubbio

d’un’eventuale inesistenza loro

 

                (di quei fiori, dico)

 

mancando il viso-a-viso

e nemmeno ci chiarì la gerarchia possibile

tra le cose e tra i viventi

 

ma s’anche riempie tale dubbio i più

di un nitido spavento

                                 pure esso è prova

del fondersi infinito

d’infinite queste spirali

                                   donanti davvero a chi desidera il viaggiare

l’esatta misura di forza nella vita

 

e prova resta

                    che nulla mai del tutto rinsecchisce

nulla è nel tempo pièn’oscurità

 

 

 

 

(Tratta dalla raccolta “Esplorando”,

autoprodotta e disponibile presso l’autore)

 

*

Tre immagini simultanee

Gli alberi del parco sembràvan’ondeggiàre

ad un severo ritmo m’armonioso

                                                   per chissà in quàlipensièr’immèrsi

 

Le bandiere a fróntelór

si agitavano cercànd’imitazióne

                   cercando di scoprire nel vento sintonia

verso quel ritmo antico

 

I tuoi occhi le parti osservavano del tutto

con l’attenzione d’un Sisifo pergrànde

                                                          fissandosi poi come in collage

a quanto ti ricresceva a vita

              ti rigettava ad essa

 

e sorridevano il silenzio

 

 

 

 

(Tratta dalla raccolta “Esplorando”,

autoprodotta e disponibile presso l’autore)

*

Domanda e risposta

Parliamo e parliamo

e poi si parla fra di noi ancora…

 

Il nulla non cambia mentre noi si parla

 

gesti che si ripetono uguali

nei cortili sotto casa

e pure rimangono invariati

i luoghi deputati agli appuntamenti

                          agl’innamoramenti

 

anche la fontana nel parco collabora

a generarci sempre lo stesso suono

 

Certo noi parliamo

 

                     (e forse a qualcuno

                     ciò può già sembràrmólto)

 

? ma davvero non c’è più una strada

 

 

-----

 

 

Certo noi parliamo

ed il nostro tempo striscia via

                                              sfuggente

nel perderci d’occasioni che

                                           a ben vedere

son forse di banalità sdrucite

                                            ma pur sempre occasioni sono e

perché no

               potrebbero portarci alla salute

 

Per questo

                sentendo attorno a noi

l’intima possibilità di cambiare

                             di migliorarci

nel meglio d’un battito di cuore

duraturo come ciglia lunghe

                                           àliestése nel sole e nell’amore

dobbiamo imporci d’andàrvìa esplorando

                                          via da queste pareti stracche

che nuove sanno già di vecchio

                                          via dai volti dei vicini

sereni di tristezza e paglia

 

Andàrvìa esplorando

alla ricerca d’un ponte

                 di un istante

che ci riunisca a una radice di vita

                                                    laggiù

dove un altrove ancor fiorisce dentro

 

 

 

(Tratta dalla raccolta “Esplorando”,

autoprodotta e disponibile presso l’autore)

*

Meditazioni su suono e silenzio

Le vesti che tenevo strette in mano

                                                        mi scivolarono nell’oscurità

 

                            (questione d’un attimo

                                                                credo)

 

mentre osservavo come onde

ogni mio suono farsi suono

ed allontanarsi in silenzio

 

sibilano quiete espressioni

nel vento accanto a me

 

e sia benedetta questa polvere

                                                ogniqualvolta non ho luogo a posare la mia mano

 

In certi giorni puoi udire

il suono delle foglie che cadono

                                                   come pensieri che cadono

silenziosi

 

Non v’è piacere nel rimanere soli

                           nel contarsi certezze

quando sotto il tappeto di foglie cadute

                                                              come unghie

cresce gelo per assenza di tracce d’erba

 

La sorpresa dell’amore sta riflessa sui molti cuscini

                                                                                  che ogni uomo ha toccato

 

io ne scavo l’onda

e ciò non produce alcun suono

                              alcuna ipotesi di lamento

sulla quale fare assegnamento per giocare

                                                       nascondersi

                              alcuna ipotesi diritta come strada

dove fermarsi in attesa del biglietto

per il ritorno dentro casa

                     dentro una stanza

                     dentro se stessi

 

Dalla finestra abbracci

                                    ad ante spalancate

un mondo freddo come neve

                 solido ma sperduto come neve

dove trovare inciampi è facile

                                                come raccogliere uno sguardo

 

ma sènz’alcùn rumore

nel silenzio d’un vento ormai rappreso

                                                             appunto

 

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata come samizdat

"Pensieri sovrapposti e senza un ritmo preciso"

richiedibile all'autore)

*

Pensieri sovrapposti e senza un ritmo preciso

Quando l’aria di fuori ti rende così cieco

ed una corsa verso le colline

è impossibile o comunque vana

 

quando pensi a quand’eri giovane

e a come i colori siano cambiati da allora

mentre il giorno tende ad accorciare

                                                        perentoria sicurezza di bioritmo

qualcosa ti sfiora accanto

                                       come un soffio di gelo che ti dica

 

                         “È tempo di abbandonare la città”

 

ed è buffo non sapere

                                  dove davvero vadano le nostre parole

al cospetto della vita che ci scorre via

 

l’ultimo scherzo che feci al telefono

è roba vecchia ormai

                                roba di quando si stava tutti in branco

ed ogni passo avanti ci costava molto caro

                                                                 anche se sembrava d’essere tutti insieme

                                 richiedeva spasimo di forza

ognuno che stava stretto all’altro

                   parlava senza dire nulla

 

adesso le donne mi passano accanto

e ignorano perlopiù ogni traccia del mio nome

                                                                        vocali e consonanti

e nessuno che si fermi alla mia porta

 

Io che mi tengo i piedi

bèn’inchiodàti al suolo e

                                      giuro

non capisco

 

potrebbe essere un’altra epoca

                                               io che mi affaccio a salvar qualcuno

ma in bilico tra il restarmene in casa chiuso

a dissertar parole forse inutilmente

 

Non lanciarmi quegli sguardi 

                                             non mi lasciar tranquillo

non è il caso di parlarne ancora

 

Dirottiamo i pensieri come fossero pesanti

                                                       banali

aggrappiamoci stretti a qualcosa di giàvìsto

                                  alla TV

                                  ad un biglietto

che ci garantisca quella meta più sicura

ancorata al fondo giàvìsto della strada

                                                          come bastasse dire

 

                            “Prima porta a destra, prego.”

 

Toglietemi quei vostri occhi così sgranati

giù dal viso

 

sto solo ripensando ai miei colori

                               a quelli pèrsivìa come per caso

mentre il tempo si va facendo fresco

ed i vestiti non bastano per tutti

                                                 ma tardi già non è

per bandir queste parole via dai pensieri

e senza biasimare invece questi nostri tempi

                                       qualcuno dei loro nomi segreti

per la città abbandonata e vuota

 

Non rimane molt’altro da vedere

e la chiave che riposa nel destino

                                                   lo sai

catena lunga dal palato al cuore

                                                 è nascosta in un “laggiù”

che sa di visceri e cemento

da qualche parte ancora fuori mano

 

 

 

(tratta dalla raccolta omonima,

autopubblicata come samizdat e disponibile presso l'autore)

*

Sediamoci e parliamone

Stanno spuntando fiori pressoché ovunque

                                                                   giorno per giorno

ed anche questo è un segno

dell’esservi qualcuno in attesa

 

e sembra che qualcosa manchi quando serve

                                    si nasconda

                                    sfugga

oltre la ricerca d‘altre cose

 

non lo so

 

ma il movimento dona l’impressione

di contare qualcosa di per sé

e di vivere più a lungo

almeno nelle impressioni altrui

 

                     “Prendi questo sogno”

 

                     “Non so che farmene”

 

Anche questo è un modo d’allontanar pensieri

fin fuori dall’occhio nostro

                                         mentre all’intorno nulla cambia

ed io ho atteso il giusto conto del tempo

per iniziar la danza

 

voglio esser creduto

qui, ora

            sediamoci e parliamone

come se ogni altra cosa da fare

fosse già fuori posto

         se il sogno fosse finito

         se la luce del giorno potesse

al contrario

                  durare eterna

 

 

(tratta dalla raccolta autopubblicata in samizdat

"Pensieri sparsi e senza un ritmo preciso",

disponibile presso l'autore)

*

Grazie per tuttociò che dai

Grazie per tuttociò che dai

                                          perché io sto bene qui

dove il tutto si stringe mano al nulla

 

Vola aquilone, vola

                              rabbrividisci al vento

come il vento al suo tagliarsi controfòglia

                                                                quand'essa è ben durìta

dall'assuefarsi al sole

 

ma non spezzarti il filo

                                   perché compito d'Altri

 

oppure anche tuo

                           ma quando sol tuo consenso

lo sia deciso già

 

Io guardo in alto

                          ché non cerco o trovo

ma vivo sicuro dei miei passi

di una corsa che si chiama "attesa"

 

e nel passare io canto

 

 

 

(tratta dalla raccolta "La luce, lo specchio",

autopubblicata come samizdat nel 2005 e disponibile presso l'autore)

*

Gocce di pioggia rada...

Gocce di pioggia rada

                                 ancora

e il giallo lucente delle foglie nuove

 

è uno svegliarsi in bilico

in questa serie lunga di mattini

                                               incerti nel taglio delle nuvole

 

Sprizza sangue dalle gengive

e tutto rifluisce alla fiamma del cuore

                                                         prova che esisto

del mio esser centro

per ogni corrente d’aria

che di qui passi

      ogni luogo dove condurrò il mio piede

ad inseguire l’ombra dei pensieri

 

 

 

 

(tratta dalla raccolta "La luce, lo specchio",

 

autopubblicata come samizdat nel 2005 e disponibile presso l'autore)

 

*

Una goccia il cui suono sembra un passo...

Una goccia il cui suono sembra un passo

                                                               felice e regolare

da costringermi a voltarmi

 

solo la roccia rimane al suo posto

testimone a se stessa

 

È già molto

                  invece

che i miei occhi siano altrove

e mai complici al passato

 

 

(tratta dalla raccolta "La luce, lo specchio",

autopubblicata come samizdat nel 2005 e disponibile presso l'autore)

*

Scrivo ora d’aver visto un’alba...

Scrivo ora d’aver visto un’alba

                                              gli occhi suoi spaventati

come quelli di chiunque abbia visto un’alba

 

Un cerchio

                 dunque

se non è chiaro ancora

 

E ciò che porto al polso

è soltanto un senso di colpa

                                           nemmeno mio

peraltro

 

posso toglierlo quando voglio

e sostituirlo col colore più adatto

 

Come un’alba

                     ciascuno sia solo gesto di confine spaesato

ci si ricordi solo in uno sguardo obliquo

                                                              povero di riflessi

 

e sicuri che neppure Ulisse

teneva in gran conto

il luogo dove posava remo

 

 

(tratta dalla raccolta "La luce, lo specchio",

autopubblicata come samizdat nel 2005 e diponibile presso l'autore)

*

Era una svastica spezzata...

Era una svastica spezzata

la figura dell’uomo che pregava

 

avrebbe potuto essere chiunque

 

E ditemi

              per cortesia

quando passa una nuvola

                                       ? perché vi fate il segno della croce

 

Perché forse sapete

                              nel profondo di peltro che c’è in voi

? che ciò che conta non è di pertinenza vostra

 

Credetemi

                questo sole rasenta ognuno

e a nessuno impedisce l’andare

 

 

(tratta dalla raccolta "La luce, lo specchio",

autopubblicata come samizdat nel 2005 e richiedibile all'autore)

*

Durante il tempo d’una corsa...

Durante il tempo d’una corsa

                                               nel fìnegiórno

l’orizzonte rotto da vuoto ammezzo

fatto come due stecchi lasciati al caso

                                                 alla corrente

 

l’occaso al sole quale fuoco e pace a manorècta

e il cumulo di nube all’altra mano

                                a manoshtànca

qual fumo d’encendio incidere il tramonto

 

E piano

            il buio che ci chiude gli occhi

al riconoscer d’ogni cosa

e primis a ciò che ci si tròv’accànto

 

dove c’insegue di sorriso in sorriso

l’àveatquevàle che sorride a vita

 

 

(Poesia tratta dalla raccolta "La luce, lo specchio",

autopubblicata come samizdat nel 2005 e richiedibile all'autore)

*

Da “La stanza degli ospiti” V.2)

Tocca del tessuto la muta consistenza

 

poi quella d’una in apparenza

altrettanto muta vera foglia

 

nota innanzitutto come nel primo caso

l’oggetto sia ben dentro al tutto

                                                  mentre nell’altro

 

                        (la piant’accànt’al muro)

 

ancor in apparenza ciò non sia

 

Chiediti se non sia in realtà

la vera pianta già compresa

in un suo altro “tutto”

 

e se l’essere di sol dimensione fatta

                                                         l’immagine di fiori e foglie

su quel letto

non sia poi in fond’ l’istesso

 

oppure se più “vero”

un di quei due “tutti” sia

 

E qual colore in sé sarà più “vero”

                                                        ? quel della pianta

o quello dell’immagine

                                     che finta s’abbisogna d’un qualcosa

che a chi guarda doni più convincimento

 

Soluzione non esiste a tai quesiti

                                                    o si potrebbe

quasi in una celia

                            continuare per eterno il gioco

 

è tutto una cosa dentro cosa

           uno specchio a fronte d’altro specchio

stessa parola

ad indicare cose ben distinte

                                             ogni elemento avente in sé

gli opposti corni del creato

 

Ecco

        ora puoi ritrarre la tua mano

e uscire dalla stanza

                                una volta ancor di più rassicurato

dell’esattezza di funzione sua

 

 

(tratta dalla raccolta autoprodotta “Moto in luogo”,

reperibile presso l’autore)

*

V) - La stanza degli ospiti

Di rado v’entri

e perlopiù vi corri solo sguardi

                                                 perché è pursèmpre spazio dedicato ad altri

 

uno spazio dove tergiversi il pensiero

                                                            se fermarsi oppure andare

dell’ospite grato

e che abbia oggetti su oggetti

oltre a quelli di misura e dominio usati

                                                              oltremisura sì

per cui si senta estraneo oppur parente

come a sua mente sua più piaccia

 

Non è una stanza costruita a caso

                                                     pur se lo sembra

metà di puro arredo

                                                    l’altra metà come di scarto

 

Vedi intanto che non v’è polvere che tenga

 

                        (merito è della fantesca

 

                        che ogni sette giorni

                                                         sempre come tu sempre il vuoi

                        toglie di noi ciò che si consuma

                                             ciò che lento al suolo si ristagna)

 

c’è dentrolà un letto e c’è un armadio

                                                            che stan fra loro intonati assai

per intarsi di legni

      accosto di colori

e ben grati al viaggiatore

 

Il primo sta in faccia a due finestre grandi

                                                                   sicché volendo

egli possa nel giorno e nella notte

sempre contar l’umor più vero

di ciò che accade fuori

 

e due piante

                   ambe forti e verdi

di mezzo alle finestre dette

 

Or nota questo

 

è il copriletto nero come pece

con fiori rossi

                      ma d’un rosso stint’esàngue

e pure smorto è il verde de li tralci

che attorno vanno e attorno

 

così che chi che passo dopo passo osserva

              chi ch’il letto oziando preferisce

restando in faccia alle finestre grandi

                                                           vede due opposti

 

la luce e il nero

                         la cosa viva e quella immaginata e finta

per quell’accosto fra loro di colori

      quell’intarsio di legni assai ‘ntonato

 

E se l’armadio e il letto

padroni son d’un lato

 

                        (l’altro ospitando piante grandi

                        e due finestre forti e verniciate in verde)

 

è il restante spazio dai muri limitato

sfogo di oggetti all’apparenza andati

 

vedi uno stereo dimesso perch’oramai di tropp’antìco

        mensole colme di libri

e di dischi calmi nel torpore del silenzio loro

 

ma pure estranee

per causa del metallo in cui son state fatte

al caratter della stanza tutta

 

poi tappeti alcuni anche alle pareti

come arazzi appesi da tenda medioevale

                                                                che però chi sol li sfiori sente

che pronti sono ancora

 

                        (per la mancanza di polvere anzidetta)

 

al loro primo e vero uso

 

Sopra e sotto solo legno

un rustico parquet squamato ai passi

                                              al sole

che dai vetri grandi

                               a lato delle piante

nel giorno a lungo occhieggia

 

e doghe lucide al soffitto

                                        madide di luce

 

Perché anche qui

                           in alto come in basso

ricorda o viaggiator

                                tu sempre viaggi

 

percorri un filo teso fra due estremi

e corda tu stesso pur ti fai

                                         sei un perno fra contrari

e tutto turna e cambiasi di polo

 

pure per te questo ti vale

 

                        (no, non tremare)

 

nel tempo infinito di tua vita

                                              che qui si consuma solo di passaggio

come certezza appesa fra contrari

 

 

(tratta dalla raccolta autoprodotta “Moto in luogo”,

reperibile presso l’autore)

*

Da “Garage” I.2) (Ma loro...)

Ma il loro accorgersi di tua presenza invece

                                                                      del tuo passare

il loro non vederlo

                             ma percepirlo com'onda d'energia...

 

La radio che dal tempo impolverata

da tempo tu non tocchi

                                     vecchi dismessi attrezzi

a cui neppure volg'il capo

e che indentro a loro legni e loro ferri

assommano energie di noi viventi

                    tracce

nel placido fluir de le stagioni

 

E nel silenzio attendono

                                      seppure stupidi

 

                       (come la più parte delle cose usualmente è)

 

d'in qualche modo interagire con tuavìta

                                                      tuòigèsti

 

e come accade a te

                              giorno dopo giorno

d’aggrapparsi all'ipotesi di vivere, vivere, vivere...

 

 

(tratta dalla raccolta autoprodotta “Moto in luogo”,

reperibile presso l’autore)

*

Acqua e nient’altro

ACQUA E NIENT’ALTRO

 

 

Non troverai traccia

                               qui

traccia di fiori

 

tenta pure una mossa qualsiasi

                                               mischiati con l’acqua

in ogni modo

                     fa che porti via ciò che ti lasci dietro

 

Costruisciti un breve conforto

                                               ma privo di fede

a pensare che non esistono più segreti

                                           più vero o falso

e sei convinto di sapere di chi sei figlio

                                     a chi devi il cuore

ma non puoi trattenere

ciò che ti è stato detto in silenzio

                                                   acqua e nient’altro

 

Quel che scoprirai

                            sentirai che non è saggio tenerlo per te

ma questa casa

non ti darà alcun riparo

                                    aperta com’è al dolore

per l’anzidetta mancanza di fiori

 

Nessuna direzione ormai sicura

 

scegli dunque un’attesa di silenzi

                                                  mentre l’acqua scivola nella tua mente

spazio dopo spazio

ed afferra via ogni tuo desiderio

                     ogni stagione a cui fosti presente

                     ogni storia che ti fu data

in sorte da questo destino amaro

ed il bambino che desideravi rimanere

respira piano mentre genera altri figli

 

Noi siamo dovunque

                                acqua e nient’altro

come il suono delle macchine

 

o se preferisci come una dimensione d’aria

                                                                  prova a ricacciarci indietro

se ci riesci

 

È dunque come se tu ti fossi perso per strada

ed io la guida che ti manca

 

ma non puoi chiamarmi con alcun nome

neppure nel Giudizio di Dio

e nemmeno riguadagnare la via

che ti riporti a te stesso

 

Debole quel suono ritorna

                                         come acqua

prova ancora

                    ma non restare qui

come se tu aspettassi una stagione di sole

 

perché c’è solo ombra qui

                                        prova ancora

e qualche traccia del passato

 

Lei sa come intimarti il silenzio

                    privarti dell’ascolto

fin del mondo in cui vivi

e che vorresti spezzare come paglia

 

Non un nome per noi

 

solo una sequenza di mondi

tesi ad esplorare se stessi

 

! Che pena questa notte

 

S’io fossi acqua

                        avresti un luogo dove andare

perché ti scivolerei su me

verso un qualche luogo oscuro da spartire

                                                da lasciare

                                                da incidere

come una lama nascosta

può tentare di fare col fuoco

 

Penitenti delle vene d’acqua

                                           i marinai capiscono ciò che dico

sono soldati

         cercatori d’oro

nascosti nell’ombra di ciò che eri

 

e qualunque altra cosa sia stata detta

                                                        dimenticala

 

Bada che non ti segua

         che non divenga ciò che eri

 

quel ritmo incapace di cambiare

 

dopotutto non ti ho mai sentito urlare

                                                           malgrado il meraviglioso cuore che hai

 

Pertanto è questo un luogo di spettri

                                                         ci hai speso la vita senza capire

che la madre equivale il figlio

                                             un legame d’acqua e nient’altro

non avresti dovuto lasciare quella casa

                                                           ? vero

 

D’altronde

                 ? cos’è il suolo

se non un concetto relativo

 

La polvere che cade da te

                                       che perdi adorando il silenzio

non ti spaventi

 

tutto viene preso e dato

ed è in ordine con ciò che provi

                                                 l’ospite è il tesoro più grande

se lo sai condividere

                               orme impresse nella terra

appena bagnata da acqua antica

                              piacere dimenticato

                              cose lasciate in sospeso

 

La faccia che ci costruiamo

rispecchia le altre intravviste

                                            sera & promesse

le lacrime cadranno

                              acqua e nient’altro pure esse

no

    non avevo intenzione

di calpestare questo sentimento

 

L’oceano si richiude

come un sudario sintetico

                                        la tua pelle si ritira da te

ogni occasione persa

 

non ci sono fiori qui

 

                        (ancora)

 

lascia il tuo corpo

come una vecchia foto ingiallita

in un angolo della tua mente

                                            ogni indizio s’è fatto fuoco

e voce che non conosce verità

 

io sto bene

                 credimi

 

sono acqua e nient’altro

 

 

(tratta dalla raccolta "Opera al nero", autopubblicata e disponibile presso l'autore)

*

Rimpianto e rifiuto

RIMPIANTO & RIFIUTO

 

 

Una volta crescevano storie dentro me

 

nel cortile bimbi giocavano veloci

 

ero un ospite dalle ali larghe

                                           mai una bugia

 

Non ora

 

Guarda che ne è stato della mia fratellanza

                                   delle madri e dei figli

che a lungo mi videro speranza di domani

 

Dentro me

                 ? quale strada da percorrere

se tutto è assenza & pericolo

 

Un capolavoro dal quale la gente

volge via gli occhi

 

! Figurati

 

? Cosa rimane da guardare davanti a noi

 

! Quanti errori e quante descrizioni inutili

lasciati alle nostre spalle

                                     scogli d’ossessione

 

Il tempo vela e rivela ogni cosa

e sono io il velo

           io le lacrime che ghiacciano

e vanno malgrado tutto

           io il respiro là in alto

e la mano che mi tocca

e poi prega

 

io la pagina che si svolge da sola

    la bugia adesso

dipinta sopra la gloria

 

Non c’è nulla di cui aver paura

 

liberaci dal peso delle Nazioni

                                              da così lungo tempo morte

e togli loro la voce di falsità

 

Condivido adesso un altro gioco

 

l’onestà del passo avanti è il momento giusto

per dare una nuova risposta

 

lascia che l’ombra si ripieghi nel futuro

                                                            amore & disgrazia

tutto spezzato come un insetto

fra le ante della finestra

     le labbra di una donna

c’è solo dispiacere da sgranare

come rosario di pianto su un muro

 

È questo il mio volto

di fronte alle mie mani

                                   quando ogni porta rimane aperta

perché nessuno v’è da combattere

            nessuna risposta da dare

non è rimasto altro che pianto

                                               come ripeto a me stesso

dal fondo di questa tristezza

 

Solo nel sonno so di poter raggiungere

le soglie del mio essere antico

                                    perduto

                                    originale

 

 

(tratta dalla raccolta "Opera al nero", autopubblicata e disponibile presso l'autore)

 

*

Presenza del Maligno?

PRESENZA DEL MALIGNO?

 

 

Apri la porta e vattene

 

non c’è rimpianto che tenga

            suono che rimargini ferite

dal centro di questo mondo

da cui evocasti il tuo incubo

e la sua voce è voce di ghiaccio

                       tempo perso

a fissarsi nello specchio

 

È una porta

                   ciò che chiami “oggi”

e un demone t’incalza alle spalle

con quella voce sua di ghiaccio

                                                sa prevedere ogni tuo gesto

 

? Immagini quale punizione t’attende

 

Ci sono queste nuvole grigie

                                            che s’innalzano dietro gli alberi

di un centro-città qualunque

 

il tuo occhio vi rimane appeso

                                               mentre le tue mani strisciano

alla ricerca del poco tempo rimasto

 

per ottenere una risposta su “giusto e sbagliato”

sei disposto a pregare

                                 ? ma cos’hai appreso finora

dalle spade che altri tengono in mano

 

Fuori da quella porta

c’è qualcuno che canta

 

? chi altro può essere

                                se non la tua ombra

 

Il lato più imbarazzante della tua esistenza

                                                                 del resto

è stata proprio la tua capacità

di vedere oltre la superficie delle cose

                                                          senza poi prestarti alcun ascolto

 

Pertanto

             senza più scelta

volgiti via

               il peso delle tue colpe sui tuoi calcagni

e non un gesto di rimorso

a scaldarti il cuore nella rincorsa

 

Io sarò là

               ad aspettarti appena fuori

 

 

(Poesia tratta dalla raccolta autoprodotta “Opera al nero”, disponibile presso l’autore)

*

Da ’Primi piatti’: 2) - Il risotto del Kaiser Wilhelm

IL RISOTTO DEL KAISER WILHELM

 

 

Non molto temp’addiètro

impegnavo le mie ore come d’uso

tra i famigliari fochi

e ruminavo in qualsimòdo

parecchiar avrei potuto un primo

                                                   ch’in mente rimanesse ai commensali

e che’l pensiero lor

volar facesse ad epoche passate

e al temp’istésso pur verso di straniere genti

 

Chiaritomi di ciò

                          combinato ch’ebbi ambe le cose

la mente mia studiò fermarsi

in tempo e loco di danze sfavillanti l’uno

e l’altro un poco oltre delle Alpi

 

fino a concepir nel meglio 

 

                          (così osai fra me e me sperare) 

 

un piatto degno del Kaisero Guglielmo 

 

Non sto a spiegarti qui 

come si faccia la base d’un risotto 

 

ché gl’ingredienti 

       i tempi 

       i gesti tuoi più adatti 

sempre gli stessi son 

                                da padre a figlio esposti 

 

però 

       per un’ovvia e geografica ragione 

vorrei che a mantecare il tutto 

usassi un formaglio del Trentino almeno 

                                                              se non 

 

                          (per scelta ch’appar davvero doverosa) 

 

uno cresciuto in valli un dì oltreconfine 

 

come un canuto Graukaese

                                          per esempio 

quel Dobbiaco che sverna su la piastra 

                                                           od un qualtuvòglia altro 

spremuto d’austre mucche

 

 

Ed ecco 

che al foco accanto al primo 

 

                          (nel qual si scalda l’acqua 

                                                                cui presto un dado 

                          darà sentor di brodo vegetale) 

 

tu comporrai un perfido soffritto 

                                                   unendo alla cipolla 

che bionda cresce ovunque 

il crauto grato all’alemanno 

 

e sul finir della cottura 

                                  quando che unite si saran le parti 

 

                         (detto soffritto al riso 

                                                          che sbuffando entro al paiuol 

                         va lemme lemme a mantecarsi piano) 

 

aggiungerai quei wurstel a compagnarsi fini 

in fette sottili già affettati 

                                       che io 

per ragioni che più avanti vi dirò 

                                                  non vorrei di carne fosser fatti 

ma di glutine solo e vegetali odori 

 

Però l’arma tua segreta 

ad esaltar sapor di questo piatto 

e per veder gaiezza da le bocche 

scendere al cuore e risalire agli occhi 

dei commensali tuoi sì degni all’opra 

 

                         (e ben per questo grati di tue scelte) 

 

verrà d’una bottiglia colma d’un liquor 

pur’esso al Nord cresciuto 

ed ora ahimè obliato 

                                mentre che d’un tempo 

egregio era e ben visto 

e ispecie a paste e dolci consacrato 

 

egli di “Doppio Kummel” ha il nome 

ed esso aggiungi sol verso la fine 

                                                  lasciando poi ch’el foco 

avviluppandolo facendo lo suo corso 

                                                         lo svàpori e svampisca 

solo lasciando quel suo aroma cupo 

 

E con gioia svuoterai dal pentolon 

questo composto bello 

                            fumante con amor 

fin dentro ai piatti dei còmiti impazienti 

ad iniziar di questo pasto 

                                       in modo tale che per ciascuno d’essi 

tale momento da dentro lo scugliero 

gli si riversi nel cuor dei lor ricordi

 

 

(tratta dalla raccolta "'A la carte", autopubblicata e disponibile presso l'autore)

*

Dissertazione intorno alle verdure

DISSERTAZIONE ATTORNO ALLE VERDURE

 

 

Che vuoi che io ti dica

                                   ? riguardo alle verdure

che contorno ponno fare alle portate queste

 

come che hai tu visto

                                 l’è già quasi tutto vegetale

 

                          (oppur da esso tratto

                                      con esso misturato)

 

quel che qui io ti consiglio

 

sì che non vedo ora motivo

                                           di suggerire piatti oltre a quelli

che già per certo sai

e su qualunque tavolo tu trovi

                                               sol consigli

 

E il primo è che tu ponga mente

delle verdure anche al lor colore

                                                  che contrasto poi ti faccia

 

                          (o accompagnamento invece

                          su toni alti oppur più bassi)

 

alle vivande in modo tal

che al commensale pur l’occhio si sollazzi

 

e nel contempo stesso

il cuore tuo nel sceglier ‘sti colori

messo sia in vista per aver rispetto

 

Poi che tai contorni

                               per lo più

siano posti nello stesso piatto

che intendon compagnarsi

                                         così che i colori detti

le forme e i componenti

in uno in uno si possano apprezzare

 

Altri consigli riguardo alle cotture

son che la verdura

 

                          (se non la vuoi rostita

                                                            per tema che l’olio

                           ai stomaci coinvolti faccia peso)

 

e neppur la vuoi passata a griglia

                                                  non va bollita in acqua

ma cotta sul vapore

                              per favorir dei pregi suoi

la giusta conservanza

 

Rimembra inoltre

                           che coma qualsivoglia frutta

s’ha da mangiare fuori dalli pasti

                                                  così verdura ch’è lasciata cruda

prima s’en vien d’ogni altro piatto

in ogne mensa retta da ragione o

                                                  se preferisci tu codesto dire

che un’insalata miglior vece fa

d’un ben rotondo antipàst’intèro

 

Disprezza poi

                      per qualsivoglia uso

il pomodor se ancora verde e pigro si presenta

 

ché nuoce alla lunga alla salute

                 alla lunga anche all’umore

similmente alla viola melanzana

                                                 pur’essa bona ma trista nel colore

e difficil da gestir negl’intestini

                                               pari per quest’ultima nequizie

ai purbèlli cavolo e cipolla

 

entrambi preziosi per gusto

                            per enzimi

ma pur fomentatori spesso

d’arie maligne nel corpo di chi mangia

 

Anco ricorda

                    che indigeribil son

per chi è normal di stomaco fra noi

di pomodoro o peperone le cotenne

 

perciò esse andrian tolte

                                     previo forte abbollimento

o abbruciate durante la frittura

                                               sì ch’una mano svelta se le fili via

pria che si mangi di buon grado

entrambi di quei frutti

 

E' questo tutto quel che sento qui di dirti

 

ma se pur tali piatti vuoi porre sul tuo desco

e composti per particolari loro

in maniera diversa da qui sopra, fallo

e goditi poi fatica tua

                                 come l’è giusto

e come più ti pare e piace, mangia

 

 

(Tratta dalla raccolta autoprodotta "A' la carte",

richiedibile all'autore)

*

Antipasti, 5) - Ciliegie all’hawaiana

ANTIPASTI, 5) – CILIEGIE ALL’HAWAIANA

 

 

Ma se infin finire non vorrai

                                            ma cominciar col botto

ghiotto amico che queste note leggi

                                                       ascolta queste righe

che capaci io credo di stralunare gli occhi

a chi che legge

                       pria che le labbra di chi core abbia

per tentare a bócc’apèrt’assàggio

 

Prendi tu ordunque tu del pane

                                                che atto sia crostino venir reso

 

e mentre ch’al sol del forno

pian piano esso s’imbrune

                                        tu trita con atta mezzaluna

un po’ dei bastoncini

che dolci sono delle palme il core

 

quando ch’el pane

bencàldo sia stato dal tuo forno reso

                                                        giudizioso cospargilo del trito

e con cucchiaio e man veloci

un par di marasche estrai dipòi d’un vaso

con poco di quell’alcool che l’impregna

                                                             ponendovele ‘n coppa

a far figura buona

 

e soprattutto meraviglia molta

                                              spiazzando col gusto e con l’aspetto

ógn’attésa dei convitati tuoi

 

 

(tratta dalla raccolta autoprodotta “À la carte”,

richiedibile all’autore)

*

Corpo di magrezza estrema

CORPO DI MAGREZZA ESTREMA

 

 

Quasi non jetta ombra ‘l corpo mio

                                                       quando che me ne vegno

benignamente d’humiltà vestuta

 

dato che per quante piàzz’incrócio

                                strade

gli occhi dentr’ai muri

a ‘vitar gli sguardi de’ passanti tegno

di commiserazione e attesa pregni

 

attesa che qualcosa si rompa

                              si cada

 

Stecchi di legno e gamb’e braccia

                                                   pur se test’a zucca non habbo

sorella mi sento a primavera

a chi spaventa uccelli per li campi

 

che forse fin ne lo sguardo suo

                                                sì fiss’e vvuoto

fino una meraviglia a me

gli si porrìa carpire

 

Eppure vado

             voglio andare

 

Or che senzamotìvo sentivo miapèlle raggrinzirsi

                                                                            perder consistenza e forza

io svaporavo in tendini e nell’ossa

                                                    piànovituperàndo dentromé

l’aspetto mio primevo e pieno

 

ché così non nacqui

 

ma piuttosto mi ruppi

                     mi caddi

 

Monito miafigùra questo sia

                                            allora

così ch’anch’ìo comprenda infine

lo scopo che porrìa ancora conseguire

 

Secche le zinne

                        il cuore che mi bast’appéna

e sol perché ostacolo non v’è

oltrecùi gettarlo

                        lo sforzo ch’ogni muscolo appanna

quando più d’un gradino incombe

                                                     lasciata che ho la strada

su per le scale che menano a miestànze

in pocacàrne l’ombra mia vestita

                                                  ancora vado e voglio andare

 

 

(tratta dalla raccolta “Monstra”,

autopubblicata nel 2014 tramite Youcanprint)

*

Nato senza mani e piedi

NATO SENZA MANI E PIEDI

 

 

Il non avere avuto mai

completézz’alcùna in quegli estremi

                                                       che bensài al raggiungere preposti

punto mi tocca

                       or che questi devices ho avuto in sorte

 

ché la mancànz’affèrro

col rinnovato tocco alle cose verso

      ogn’altr’assènza afferro

e spesso me misuro

 

                            (non la percorsa strada

                            o qualsiasi distanza che tu voglia)

 

con questi nuovipàssi

                 nuovi movimenti

 

Proprio non come quell’uomofòrfe

che si vide al cine

                           ma in fondo

senti

       carezza nuova sa infonder questa nuovamàno

ad ognigènte che passi per di qua

e che tentar la voglia

 

e non pur si stancano

i tendini miei a ‘sti rinnovellati piedi

                                                       che come foglie lascio poi

in cima della sera

 

Guarda questa mia novità

                                        il pezzo stesso al posto d’arto

che si stacca e s’allaccia

      prende vita al clicco d’un pulsante

come quando che s’accende luce

e io vado di nuovo al mio completo

 

                           (a ore se vuoi

                           ma pur completo)

 

e d’ognemesùra e di sorriso degno

 

(tratta dalla raccolta “Monstra” autopubblicata

nel Settembre ’14 e richiedibile all’autore)

*

Polmoni insufficienti

POLMONI INSUFFICIENTI

 

 

Aria che si fa sale

                           sabbia

che restalì e non ti basta mai

 

Quand’ógni ora ha come il respiro corto

            ogni atto ha sempre ‘l respiro corto

vedete

          finisce che si vive piano

pur’ànche quel che si riviva ‘n fretta

 

Il tempo stesso viene deformato

                         s’incurva come il mio torace

cos’incurvàt’e stretto

e mai bastante mai

 

e l’aria par che piova

                                ma non t’abbasta mai

pesce in boccia d’acqua

fuori dall’acqua in faccia a su’ destino

 

Io so

        lo so ch’un giorno pantezzerò invano

l’ultimo boccone d’aria

                                    un giorno resterò così

a bocc’apèrta e ad occhivuòti

come fuori dall’acqua un qualchepésce fossi

                                                                    stramazzerò piano

s’un qualsivoglia prato

   una scala

   un dove destinato ma indistinto

   un abbraccio

 

Ma fin’allóra

vedete comm’ che respiro gaio

                                               avido salendo dentromé rupi nocchiute

per sterno accartocciato

                                     battito d’ali veloce negli uccelli

accompagnando il passo del sciator

                          il piede sempre-a-tondo del ciclista

                          il sorriso

 

                        (! oh, il sorriso che non bisogna di respiro)

 

perfino il sorriso d’una donna

 

Perfino e fortefòrte vivo

                                      giórnodopogiórno

nel centìmetrocùbo d’aria in meno

e nel respiro forzato sempre più

                    stirato nello sforzo

 

Ma perfino vivo

 

(tratta dalla raccolta "Monstra" autopubblicata

nel Settembre '14 e richiedibile all'autore)

 

*

Encomio solenne

ENCOMIO SOLENNE

 

 

Nel dì dunque apparte riportato, lo pilota nostro (giovine e baldo) fendeva l’aria a volovìa svelto come frusta, in libera crociera; di voglia di pugnare era sì pieno (e con lui per certo l’apparecchio suo, s’anima ésse aùto), che quando dilontàn lontano sagome alcune ascriveva agli occhi sui di velivoli inimici e non, subbito così colà diresse il suo disìo.

 

Et accussì, quasi che uno lui fusse col pensiero, eccolo sine vieppiùpensàre imbrigarsi in fiera mischia, per scampar da lo periglio certo et da sicura improvvida lor fine du’ fragili alleati, già da molti marrani circondùti.

 

Et comme dovea parir simile a quella di bellicoso iddio la su’ faccia in quei momenti, quale a ringhio ferino l’ululare del motore, mentre scafato piroettava – ora a dare, ora a ischivar di colpi – mentre con lo rapace occhio ogni avverso cavalier mirava! Ché un degl’inimici a sorpresa subito spacciava, et altri dui con abili manovre quinci danneggiava oppur poneva a fuga ignominiosa!

 

Ma né grinta, né ghigno oppur fortuna recta poterno contr’al numero de’ vili: ché – da esso e non già da virtute sovverchiuto – ecco alle spalle giugnerlo alle spalle un crucco lurchio et fellone pure, che con ira manovrando di timoni e di mitraglia, uno de’ colpi l’appese in cima della schiena.

 

Dio sol sa come (ch’anco a lui bisogna pur pensare in simili erti passi), il nostro pria come sasso, poscia come foglia il scese: che’l biplano suo, in lucida agonia per le malferme mani del ferito sballottato, alla diobòia grappò la terra in qualche modo. Sicché lo nostro campion fu subbito soccorso. E visse (lui, almeno).

 

 

Visto, sehr gut.                                                                                          Si stampi.

 

 

 

(Tratta dalla raccolta “Poesie dell’uccidere in volo” ripubblicata nel 2015 tramite la piattaforma online “Youcanprint”, anche in formato e-book; in occasione del centenario della prima Guerra Mondiale.)

*

Stasera ne manca uno

STASERA NE MANCA UNO

 

 

Ci genera al silenzio

quella sedia aggiunta in più fra noi

 

il Migliore è caduto

                              scioccamente se si vuole

scioccamente preda d’un fucile

                                                non già d’artiglio d’un color diverso

lui che tàlquàl’un’àquila

era sempre da tutti disegnato

nel diquà e dilà del fronte

 

Non una gloriosa cometa rossa e fiamma

                                                                la sua fine

un boato-stella in questo cielo

che garrisce Giugno, no

                                     solo un tónfosórdo al suolo

dopo il lampo-negli-occhi

e lui già d’incoscienza andato

                                             a mente ferma

quindi

 

Lo ricordiamo così

                              oggi che di tal lutto siamo certi

dopo un cupo giorno d’incertezza

pur che non fosse del reparto nostro

 

così dentr’a noi lo ricordiamo

con quest’assenza visibile di paglia

                                            legno

mancandoci forse il cuore per la corda

 

quella che il destino

caparbio ci s’annoda al collo

a noi ragionieri del piombo

         macellai con quàsid’àngelo le ali

che in questi giorni coliamo a picco

su greggi di soldati ostili a bóccasécca

da nubi impeccabili d’altezza

                                            a cuore che non pensa

quasi che fosse l’incombenza di potare un fico

                                              d’annaffiare un prato

questo dovere infitto nella mente

 

Ed a volte

lo schiocco acre d’un proiettile nell’ale

ci riscuote

                traccia d’un fante veterano alla paura

che ormai non invoca alcun guaìto

                non s’aggrappa alla terra

come nei primi giorni in cui tuonava il cannone

 

Che sol questo poi a desisterci non basta

ed in faccia alla morte

                                  come sempre

ci anestetizza il ripeterci di nuovo

                                                    che si continua ad esser

 

“più rapidi, astuti, fortunati”

 

 

 

(Tratta dalla raccolta “Poesie dell’uccidere in volo” ripubblicata nel 2015 tramite la piattaforma online “Youcanprint”, anche in formato e-book; in occasione del centenario della prima Guerra Mondiale.)

*

Gregario

GREGARIO

 

 

C’è quasi sempre un’ombra dietro me

                                                          la leggo qui dall’alto

fedele come un cane che mi segua nero

nel dabbasso solido del suolo

 

Qualche volta gli offrirò da bere

                                                  per dovere di vita

 

? Che ne sapete voi del nostro sopravvivere

 

Siamo vigliacchi

                         sì

e per nonsporcàrci di fango

                                  piaghe

         nonmischiàrci coi pidocchi

ci s’inventa eroi

                        per non crepare d’ore

laggiù dimenticati

come una manciata la bocca nella terra

 

Qualche volta gli dovrò la vita

                                               per offrirsi a un bere che stordisca

 

E ci s’inventa nomi

                              a mascherar questo mestier randagio

 

eroe ciascun di noi

                             compagno e àngelocustòde l’altro

 

Lui che mi guàrdaspàlle

             mi testimonia lieto l’operare

             mi consente la raffica cagna

che di morte avvolge là quei due

                                                  sorpresi come all’aprirsi un Maggio

nel loro volo nonguardìngo quantobàsta

 

Qualche volta gli dovrò da bere

                                                 per queste vite offerte

lui che mi consente il respiro

                                            a soffiar via màlipensièri

     che mi consente il mattare

l’uccidere cioè

                      anche nella sacralità alta

che regna in ogni volo