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Raccolta di poesie di Alessandra Ponticelli Conti
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

My heart

Tu rischiaravi tutto.

Abbarbicata all'eroso

muro ora - come ribelle

cólchica edera - io lotto. 

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 23 maggio 2019 

*

Perché?

Una nuvola benedice la terra.

Un uomo sul punto di partire dice:

rivedrò mai la mia serra? E l'infanzia?

Per la prima volta una bimba capisce 

la parola amore, e ride di speranza.

Una nuvola benedice  la terra.

Ma, ancora, io vi domando. Perché? Perché

avete voluto tramutare il mondo

in immondo, muto, campo di battaglia?

Alesssandra Ponticelli

Firenze, 15 maggio 2019

*

Con lo sguardo

Con lo sguardo traduco

l'universo. Una voce

recide il cielo e dice:

vuoi essere felice?

Cerca fra mille rose 

quella senza radici.

Alessandra Ponticelli

Firenze, 1 maggio 2019

*

Ti vedo

Ti vedo in un riflesso di luce

e di vetro. Ti vedo nel lucus

a non lucendo di questo lembo

d'aprile lunante e genuflesso.

Ti vedo.  E ora non dà più dolore

l'antica lussazione del cuore.

Alessandra Ponticelli

Firenze, 13 aprile 2019 

*

Istantanea

Un uomo è partito

(la luna si è spenta).

Abbracciata a un lampione

una donna lo aspetta.

Firenze 24 marzo 2019

*

Vorrei

Vorrei la pacatezza dei vecchi

un manège rosso con sessanta

cavalli su cui addormentarmi

e dire: ehi, sono qua, mi senti?

Sono tornata per congedarmi!

Vorrei l'umiltà della sorgente

per lavare la vita e, con gli occhi, 

chiedere a Dio una bella notte.

Alessandra Ponticelli

Firenze, 10 marzo 2019

*

Un giorno

Un giorno, forse, sarò vento.

Vento leggero di ponente,

e, tutto, tutto sarà niente:

il frastuono muto del mondo,

le mille voci, i miei strumenti,

i dieci e uno comandamenti.

Un giorno sarò cruna d'ago,

o filo, un filo d'erba verde,

un'ombra nel lago, una luce:

voce narrante del viandante

che scrive la parola amore

nei cento occhi di nostra madre

terra. Quel giorno, forse, sarò

vento. E non tutto sarà niente. 

Alessandra Ponticelli

Firenze 4 gennaio 2019

*

Abbi cura

Abbi cura di quel croco

cremisi che non cogliesti.

Abbi cura di quell'ora

di cielo che non vivesti.

Abbi cura dei tuoi no

detti senza cedimenti.

Abbi cura del silenzio,

e di tutte le parole

d'amore che non dicesti. 

 

Firenze, 1 dicembre 2018

*

Foglie

Ascolta, voglio dirtelo:

non vidi mai grandi cose

qui nel mondo,  però vidi

tante volte nel parlare

improvviso d'una donna

la grandezza che nasconde

una piccola domanda.

Una cosa ti domando:

hai mai visto quanto sole

può celare l'appassire

repentino d'una foglia?

 

Firenze, 19 novembre 2018

*

Ricorda

Ricorda sempre:

qualunque cosa 

fatta col cuore

nasce già grande.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 26 ottobre 2018  

*

Inverno

Sì, è vero. Siamo già in inverno.

Ma conosci qualcuno sulla terra

o più in là, ben oltre l'orizzonte,

che non abbia ritratta sulla fronte

l'estate del primo sguardo materno?

 

Firenze, 11 novembre 2018

*

Una rosa

Anche stasera chiuderò la porta

da sola. Nella specchiera, riflessa,

una rosa mi rammenta chi c'era

 

Firenze, 8 novembre 2018

*

Di notte

Vedi, le notti non parlano.

Ma se taci, come tacciono

i tuoi libri semiaperti,

esse, le notti, nel silenzio

ti mostreranno la freschezza

di quella bella domenica

d'inverno in cui ti stringesti

forte al fruscìo del libeccio.

Vedi, le notti non parlano.

Eppure, non dimenticano.

Alessandra Ponticelli

 Firenze, 31 ottobre 2018 

*

Pioggia

Mi piace guardare la pioggia quando

scende leggera, mi piace guardarla

dal punto più in ombra della loggia.

Lì, ogni goccia riassume la forma

del mondo: circolarità che si fa

domanda, terra ferma per chi viaggia.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 6 ottobre 2018 

 

*

Libero pensiero

Le maglie del libero pensiero

si restringono. Non vedo. Piango.

Piango assieme a un albero d'infanzia

la gioia di sei angeli nel fango,

la libertà di cadere a terra,

se lo voglio. Rimpiango la forza

che nasconde l'onda d'uno sbaglio.

Lasciate che io inciampi. Non chiedo

molto, in fondo. Ditemi, avete mai

vissuto pensando controvento?

 

Firenze, 4 ottobre 2018

 

 

*

Essere

Quando sarai,

ricorda chi sei stato.

Essere è non dimenticare.

*

Gerbere

A mio figlio

Rivederti in una ghirlanda

di gerbere bianche. Parlarti.

Parlarti di questa candela

che di sera, ogni tanto, accendo

per ricordare al vento e al grembo

che l'amore, se è amore

vero, mai soccombe al battito

lento o prematuro del tempo. 

 

Firenze 19 settembre 2018

*

Marwan

Non amo la sera. Preferisco la

luce del mattino. Ma questa sera

così inquieta, da sembrare fiamma

di candela, non ci incute paura.

Non so dire cosa la notte spalmi

dietro la montagna. Quello che vedo,

qui, è quello che vidi da bambina.

E questo mi basta. Di ciò che resta,

se qualcosa resterà del domani,

lo chiederò a Marwan, l'uomo della

panchina.  L'uomo, venuto dal mare,

che scrive alle due figlie perdute

sopra migliaia di foglie cadute.  

 

*

Riconoscersi

Ci riconosceremo.

Rivedremo le nostre

vecchie mani sul ramo

del grande gelso nano.

Ci riconosceremo

come la vecchia porta

di casa riconosce

chi, per caso,  v'abitò

una notte d'estate.

Ci rivedremo quando

l'uomo sarà di nuovo

un uomo. Sai, è bello

ricordarsi del mondo

e vivere di nuovo.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 10 agosto 2018 

*

Onde

Dove migrano le onde?

Due mani si aprono.

E'aria ferma o torrente

l'acqua che non s'arrende?

Un tempo, tra le dune,

s'alzavano altri venti.

Dove migrano le onde?

Non sono che nomadi

nidi le orme del tempo.

Nidi con molte impronte.

E queste mani, nuda 

terra che non s'arrende. 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 25 luglio 2018 

*

Senza recinti

Ho colto un papavero

ha il profumo del monte

che, a ovest, chiaro sogno

ogni giorno. E' un monte

alto senza recinti

dove una donna conta

di notte, a bassa voce,

mille infiniti figli.

Ho colto un papavero.

Ha il profumo leggero

di un albero ibrido.

Mite, ibrido, albero

nato due volte libero

Alessandra Ponticelli

Firenze, 30 maggio 2018

*

Senza titolo

Guàrdati senza guardarti

ascolta senza ascoltarti

férmati, senza mai fermarti.

Difenditi; non armarti.

Scrivi, scrivi, senza rimpianti.

Ma, soprattutto, àmati

e lascia vivere gli altri.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 11 giugno 2018 

 

*

Navigando

Se sentirai il mare parlare da solo

non dimenticare mai, ragazzo, quell'uomo

che navigando visse un solo inverno

chiedendo a Dio una viola e l'eterno.

Alessandra Ponticelli 

Firenze, 21 aprile 2018

*

Cielo di marzo

Ha un'ombra il cielo di marzo.

E' la luna. Una luna bruna,

sopra un immenso lago scalzo.

Ora dopo ora, l'acqua nuda

pesa e misura il mio viaggio.

Non so verso dove stia nuotando.

Conosco, però, l'eco estiva

dei venti, e il loro coraggio.

C'è un lampo nel cielo di marzo.

Lo guardo. Malgrado il silenzio,

malgrado questo vagare scalzo

di luna, che è solo passaggio.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 27 marzo 2018 

*

Un piccolo ponte

Non puoi, poeta della notte,

nel chiaro di un pensiero,

generare un piccolo ponte

per metterci a riparo?

 

Alessandra Ponticelli

Firenze, 18 marzo 2018

*

Rododendri

Chiamerò mio figlio

perché venga a cercarmi. Mio figlio...

Se ne andò all'una di pomeriggio

in un tempo che non ha ammaraggio.

In un giorno d'aprile senza paesaggio.

Ora nella terra non posso vederlo, però posso sentirlo.

Forse se ne andò volando, quando

il rododendro fiorisce e tutto si fa bianco.

 

Alessandra Ponticelli, Firenze 13 gennaio 2018

*

Occhi

 

A mio figlio

I tuoi begli occhi neri

in quella nuvola bianca

dei miei oggi e di ieri.

 

Alessandra Ponticelli

Firenze 25 novembre 2017

 

*

Forse

Forse non fummo mare, ma solo sponda.

Forse un fumo lontano; un lembo di terra.

Fiumi. Fiumi immobili di quando il mondo ricorda

il freddo rovente delle guerre e la pupilla si serra

mentre da sud spira un vento caldo che tutto rammenda.

Fummo, forse, quel fumo lontano? Quel lembo di terra?

In autunno dicemmo: può accadere di tutto in una domanda.

Sì, perfino che il mare non sia più mare. Né il sole una stella.

 

Alessandra Ponticelli, Firenze 19 ottobre 2017 

 

*

Affacci

 

Guarda come si amano le ombre

sulle sottili vette indorate di verde!

A valle, intanto, una finestra si apre:

e nella mattina tersa viva mi appari, madre.

 

Alessandra Ponticelli, 3 agosto 2017   

*

Ai venti

A mio figlio

Ai venti, mai si arrese

quel tuo bacio rimasto in sospeso.

 

Alessandra Ponticelli, Firenze 6 luglio 2017 

 

*

Tacere

Tacere. E dare

vita, con un colpo d'ala,

a un pensiero pre-verbale.

Dov'è l'ignoto poeta

che confidò al mare,

al tempo, e all'infinito,

l'ignara parola da svelare?

Quanto a me,

come può una rondine senza nido

fidarsi ancora del maestrale?

 

Firenze, 12 aprile 2017 

*

Non serve

Non serve partorire parole.

Meglio andare. Porterò con me

una viola gravida di sole,

il primo libro letto, una lente.

La foto 

di famiglia in un interno.

Una pièce a scena aperta.

Non preoccuparti per la cena.

L'orologio in cucina è fermo,

e non segna ancora le sette. 

*

Fiesole

                                                                                                   A mio figlio 

Stasera, in casa, c'è una luce di rose.

E in alto, oltre Fiesole, il tuo nome

è un lume appeso alle cose.

 

Firenze 26 marzo 2017

 

 

*

Isole

Virato ha il vento.

L'amo veleggia incerto

tra le alte vette e il niente.

Non vidi isole

sul livido velo del deserto.

Ma io ti amo, vita,

e volando aspetto.

 

Firenze, 11 gennaio 2017

*

Luna

A mio figlio

 

Non ho nulla da darti,

se non una luna

che illumini tutti.

*

Oltreoceano

Scrivimi,

scrivimi prima che crepi la sera.

Non riesco a credere che sia vero.

Sembra che l'aria non ricordi

il suono acre della sirena.

Ricordi?

Ho paura dell'acqua quando sale alla gola,

e, oltreoceano, i muri crescono a dismisura.

Spareranno, vedrai,

spareranno ai loro figli.

Non riesco a credere che sia vero.

Scrivimi,

scrivimi prima che crepi la sera.

 

*

Non era estate

 

Il sole bruciava, e non era estate.

Se vidi l'amore di là dal vento?

Sì, ma non chiedermi niente.

Ho solo bisogno di sedermi un momento.

Non vedi come le Erinni hanno infierito,

furiose, sui miei incolpevoli anni?

Il sole può bruciare se non è estate?

Sì, ma non chiedermi niente.

Ho solo bisogno di riprendere fiato.

Ora, devo andare. C'è pace nell'orto.

Se il tempo volge al bello, coglierò le ultime renette.

 

 

*

Terra d’aprile

 

Lo vedi, figlio, il nostro amore?

Liberato dalla terra afona d'aprile

sale un respiro, e non vuol morire.

Respiralo, figlio! E' il nostro amore.

Che importa se, dai fondali,

agili e leste riemergeranno le nuvole?  

La terra, ora, è più lieve.

E l'amore, un bene indivisibile. 

 

Firenze, 17 aprile 2016 

*

In bianco e nero

4 aprile del '68.

Ti seguo dal primo banco.

Sulla lavagna, la tua mano bianca

scrive: "Ho un sogno".

La mia mano bianca, sul banco,

scrive: " Ho un sogno".

"E' stata una brutta giornata"

dici: "Una brutta giornata!"

4 aprile del '68.

Sulla lavagna, la tua mano bianca

sventola un gesso bianco.

Scrivi: "siamo tutti uguali".

La mia mano bianca, sul banco,

scrive: "siamo tutti uguali".

C'è ancora un bimbo, all'ultimo banco.

La sua mano nera, sul banco,

scrive: "siamo tutti uguali. Ma quando?"

Sotto i piedi, dura, una duna di terra bianca.

 

Alessandra Ponticelli, 24 marzo 2016

*

Punto e a capo

In autunno, vorrei essere un punto.

D'inverno, una parentesi o, forse, niente.

In primavera, vorrei avere più accenti.

Accenti gravi e acuti. E, anche, due punti:

due punti per andare a capo e vivermi accanto.

D'estate, vorrei essere la barra obliqua del poeta,

l'ombra della virgola non messa. Una lineetta.

D'estate vorrei essere un punto.

Il punto esclamativo del vento!

*

Sopra le colline

Dove andrai quando

le notti si faranno fredde?

Sopra le colline, tracciate a matita,

disegnai una luna troppo grande.

Non sapevo di dover lasciare spazi bianchi.

Non sapevo che i bambini

non sempre diventano grandi.

Dove ti riparerai quando

le notti si faranno fredde?

Il sole dice di non smettere mai di cercare.

Ci sarà posto, anche per noi, nel caldo delle verande

di una luna bambina che disegnai troppo grande?

 

*

I nostri vent’anni

Cosa furono i nostri vent'anni?

Sono parole che non so disegnare.

La palla volata via di mano,

una terra su cui posare i piedi,

venti che soffiano da altri continenti?

Cosa furono i nostri vent'anni?

Sono parole che non so disegnare.

 

 

 

*

Non voglio saperlo

Se un giorno non vedrò più il sole,

mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Lascia che io lo veda con le mie mani,

se le mie mani vedranno ancora.

Se non vedrò più un filo d'erba,

mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Lascia che io lo senta nel suo respiro,

se il suo respiro parlerà ancora. 

Se non vedrò più la poesia,

oh, mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Io la dirò da sola, con le mie parole,

perché le mie parole ascolteranno ancora.

Se un giorno non mi vedrai più,

mio Dio, ti prego, non dirmelo!

Non voglio saperlo.

Cercami. Cercami nella mia assenza  

come io ho cercato te, ogni giorno,

nel vuoto duro della tua presenza. 

*

Eclissi

Occhi naviganti

provvisori ancoraggi

oscurano l'eclissi.

Resta vivida la vita.

La vita che non ha posti fissi.

*

Tornano

La vita mi morì  tra le mani,

in piedi, sull'ultimo gradino.

Il prima, il dopo, la memoria?

Tornano...

Tornano sul far del mattino

nello squillo fresco dell'aria

quando si fa postino.

 

*

Ora è tempo

Ho bastonato la terra

fino a sfinirla.

Ora è tempo di costruire

la mia capanna.

Una capanna pigra

dove giacere di fianco.

Ho bastonato la terra

fino a sfinirla.

Ora è tempo di mangiare madeleines

e bere tè caldo.

Mi alzerò presto domattina.

Vi scriverò quando il sole

avrà varcato il confine.

*

Risvegli

Fuori,

un tintinnio di chiavi

annuncia arrivi e partenze.

Dentro,

il gemito lontano di un treno

risveglia imperiture assenze.

*

Spilli d’acqua

E' nato un fiore intorno allo stagno,

diradati e leniti si sono gli affanni.

Spilli d'acqua zampillano tra i muri,

e sulle facce grinze dei seccatoi.

Fuori, in un labirinto di pietre incerte,

stancamente, camminano gli anni.

 

*

Risposte

Dove vivono le risposte?

A volte le immagino vecchie,

con uno straccio in mano,

rinchiuse dentro case di pietra

a lavare in terra ferite di guerra.

Altre, invece, mi appaiono giovani,

chiuse in crepe di cemento in città,

senza alberi, dove crescono i figli

nel tempo che resta

delle ore passate a vedere invecchiare,

nel rumore, un nastro trasportatore.

Dove vivono le risposte?

Non lo so.

Io, sempre, le immagino donne. 

*

La notte

La notte lascia sempre

qualcosa di concreto.

Sognando, si acquisiscono

servitù reali, diritti effettivi

e, silenziosamente,

le illusioni si fanno cose.

*

Non mi hai illuso

Non mi hai illuso

dicendo: "ce la farà".

Dicesti: "bisogna sperare".

E io ho sperato mentre, lui,

appeso alle deboli gambe,

volava con occhi limpidi,

vivo, sui marciapiedi umidi,

sopra il pallore di cemento

e acciaio che balugina

nello sguardo incomprensibile

di questa città e, lontano, 

sopra decine di teste glabre

assetate di guarigione.

Non mi hai illuso

dicendo: "ce la farà".

Dicesti: "bisogna sperare".

E io ho sperato.

 

 

*

La speranza

Alla fine, la chiamai. La chiamai,

al telefono, la speranza. Era distesa

sul mondo e lo stava a guardare.

"Ne avrò ancora per qualche millennio",

mi disse. "Non posso lasciare".

Poi, una sera, una voce mi fece

uno squillo. Accettai di parlare.

Fu allora che la vidi arrivare.

 

 

*

L’oro della sera

A mio figlio

Di tante sfumature e tante altezze

si nutrono le ore. E ora come

di tulipani è l'oro della sera.

*

Come di cose

Non siamo mai pronti a morire.

Mai un giorno di sole fu notte,

nemmeno d'aprile.

Ma, oggi, la mente s'inganna

e, lucida, agli occhi usurpa

un velo bianco, di lacrime.

Calde. Come di cose vive, la vita.

 

*

Due mani giunte

 

Il narratore non è la storia

Il poeta non è la poesia

Il viaggiatore non è il viaggio

L'innamorato non è l'amore

Il navigante non è il mare.

Due mani giunte non sono il Signore.

*

Mi aiuterà il silenzio

Paura, poesia,  

di non poterti scrivere,

quando rivedrò mio figlio.

Ma se non mi sentirai,

non andartene. Aspetta.

Mi aiuterà il silenzio 

a narrare il miracolo.

Poesia, tu che sei ovunque, 

guarda, ti prego, in ogni strada.

Se ci sarà un bambino, abbracciato

a una madre, ecco, allora potrai

raccontare di avermi ritrovato.  

 

*

Scala mobile

All'alba, in un'avemmaria

assonnata d'ospedale

s'affida alla scala mobile,

tra tante, la tua mano.

Lontano, irrimediabile

il tempo della speranza.

*

,E il cielo si colora

 

 

C'è sempre un ragazzo,

all'una, di là dalla piazza.

E' un ragazzo nero.

Vende accendini e guarda il cielo.

E il cielo si colora. Si colora

del bianco pulito dei suoi denti,

del rosso intuitivo dei bambini intelligenti.

Del blu di un mare attraversato

d'estate e del nero freddo

di un altro inverno.

Del giallo luminoso della giunchiglia

frattanto spuntata sull 'insegna.

C'è sempre un ragazzo,

all'una, di là dalla piazza.

E' un ragazzo nero.

Vende accendini e guarda il cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

*

0000Parliamo

Parliamo. Non avremo

 

più tempo, dopo. E se lo avremo

 

ci mancherà lo stesso,

 

quel tempo.

 

Quel tempo consumato

 

a rincorrerci o a seppellire

 

speranze in campi assolati dal silenzio.

 

Parliamo. Non avremo più tempo,

 

dopo. Parliamo del solfeggio

 

del sole, di un soffio di vento,

 

dello stupore che ci coglie, ancora, quando vediamo

 

spuntare dal niente un altro piccolo fiore. 

 

 

 

 

 

 

 

*

Voci di novembre

 

Sono stanca di voci

che non hanno pace.

E tra i cipressi schietti

anche il mio credo è fiacco.

Poi mi viene incontro una madre,

tiene in braccio un bambino.

E, allora, in quel vocìo io vivo

e muoio, a ogni verso del giorno.

Di te,

che moristi a primavera

con le finestre socchiuse.

Dei tuoi capelli rimane

l'odore  desto del mare.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Alberi

 

Una cosa ho capito della vita.

Noi non siamo che alberi.

Alberi nati per caso da

un seme sguisciato dalle mani

o voluti, cercati

tra le viottole anguste dei vivai,

là, nel tacito via vai delle vermene. 

O sorti, lungo i vivagni più fitti,

dei torrenti dove si mantengono

vivi i pesci e scendono

a valle investiti da impetuose

e impietose correnti.

Una cosa ho capito della vita.

Noi non siamo che alberi.

Alberi svettati in un lampo dalle cantonate

e, come me, scampati al rigore di lunghi

interminabili inverni. O caduti,

come te, senza ragione,

nella stagione degli amori più belli.

E così, intanto, sulle ripe, in un istante,

da noi, che non siamo che alberi,

germineranno nuovi alberi.  

*

Coniugazione

Non mi riesce proprio

più di vivere, oggi. Atterro.

E a terra il si è un do

e un sì un no.

Vivere.

Voce dolente di un verbo all'infinito

che non si può coniugare.

Nell'indicativo delle mie mani

anche i tempi certi

si fecero incerti.

Non me lo chiedere, Padre.

Non mi riesce proprio

più di vivere, oggi.

Che io sopravviva, forse.

Nel congiuntivo del mio domani. 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Padre

 

 

Ora, che tra i radi

 

cigli del sentiero,

 

algida

 

lampeggia la sera,

 

tu ti condensi, padre.

 

In canuta nube

 

d'alito caldo,

 

e sali su, curvo,

 

dall'erta costa.

 

Scordato hai la strada

 

e giri smarrito la testa

 

a sinistra, a destra... 

 

E, mentre mi vedi,

 

come salice piangi

 

di me

 

e, del mio saliscendi. 

 

 

 

 

 

   

 

  

 

*

Sole settembrino

Un pigiama gocciola

dalla finestra rotta.

E' il pigiama a righe

di un bimbo magrebino.

Il sole bruciante settembrino

illumina una faccia intollerante

olivastra vergogna

di chi lo chiama "clandestino".

In un paese di svanita memoria

rimane solo il sole

a ricamare la storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

*

Il bacio di Klimt

Se ci fosse davvero

nel bianco o nel nero

un po' di colore

una mano Klimtiana di luce

un tasto d'oro

un bacio in vivavoce,

sola, forse, non sarebbe

questa mia litania

che accompagna il tempo 

fobia assolata

di un recinto estinto

e stinto da una folata

repentina di vento.

 

*

Can-can

Pare una ballerina di can-can

stasera la città. Ancheggia 

tra un nido e un'altana

ora madre ora gitana.

Si sfila un anello

fasullo dalla mano,

guarda di sottecchi, 

saluta e s'allontana. 

 

*

Can-can

Pare una ballerina di can-can

stasera la città. Ancheggia 

tra un nido e un'altana

ora madre ora gitana.

Si sfila un anello

fasullo dalla mano,

guarda di sottecchi, 

saluta e s'allontana. 

 

*

Estate del ’93

E' questa la vita che voglio ricordare.

Una giornata di sole,

una  bicicletta,

io e mio figlio

lungo la darsena. A pedalare.

Un cane che ci saluta

abbaiando,

la frescura di un albero,

il silenzio del primo pomeriggio.

L'odore buono del salmastro

e il parlare tra sé

di una donna che passa.

E' questa la vita che voglio ricordare.

 

*

Allo straniero

Allo straniero, che passando

 

un giorno mi chiese cosa vidi,

 

oggi dico: vissi.

 

Vissi quando rivoli

 

di lacrime non bastarono

 

a lavare la cenere dei giorni

 

e vissi anche

 

quando sulla tavola

 

non c'era più pane

 

da dare né acqua da bere.

 

Non importa, straniero,

 

cosa vidi.

 

Io vissi. E oggi ti dico: vivi.  

 

 

*

Ovunque

Ti amerò, ovunque.

E le tue labbra vivranno

nelle pianure,

sui monti, nel respiro dell'inverno

quando in un soffio

leggero di vento,

puntellandosi con le ali,

si abbandona al silenzio.

 

 

 

*

Che ne sarà?

 

Che ne sarà della terra

dell'uomo muto di Giono

che piantava imperterrito

alberi, mentre il mondo

crollava sgretolato dalla guerra.

Che ne sarà di me

della femme d'à côté

del mio bicchiere di lucciole

quando perfino il dolore,

stufo, mi volterà le spalle 

dicendo: "non ho più voce".

Che ne sarà di noi

ormai ombre distanti

che amavamo Camus

la  sua rivolta

e i nostri silenzi?

 

 

*

Mi cerco

Scherzano le ombre

con la luce sfacciata

della casa di fronte.

Una voce infantile gioca

spalmando un' eco

di gioia sui vetri.

E io, intanto mi cerco.

In quella vita di fuori,

tra il silenzio di ieri.

*

Non ti affacciare

 

Li senti?

Sono i passi della notte.

Come amanti

si baciano agli incroci

e sgusciano via lisci
dietro gli angoli insonni

delle case

lasciandoci qui ad aspettare
il tremolio del giorno.

Ma tu, amore,

non ti affacciare.

E da lontano, resta.

Resta vicino a me

ad ascoltare gli abbracci

che non ci possiamo dare.

 

 

 

 

 

 

 

*

Non avere paura

Non avere paura, amore,

e vola, vola libero

oltre le nuvole e le ore.

Ho preso io i tuoi occhi.

Li ho rubati

alle bieche luci artificiali

quando nessuno,

nessuno, nemmeno Dio vedeva.

Non avere paura, amore,

sono miei ora. E ora è sempre.

Ma tu, ti prego, vola, vola libero

oltre le nuvole e le ore.

 

*

Chiedilo

Quante facce ha questo giorno.

Ma ci sarà ancora

un altro giorno, figlio,

per accogliere il piangere

zitto delle foglie,

i tuoi perché lucidi e brevi?

Chiedilo.

Chiedilo a Dio

quante facce ha questo giorno

che continua a nascere,

e ci illude, mentre dentro muore.    

*

Madre

Nel caos fine delle linee

spunti madre e ti fermi

lì, tra l'esangue luce di fuori

silente sul bianco antico

della porta di ieri.

Una bambina sogna.

Sogna e dondola

aggrappata forte alla maniglia

solida di un porto.

Ti prego, dimmi madre

cos'è quel punto che ondeggia al largo.

Una barca di carta o una nave?  

 

*

Regali di Natale

Agli amici regalerò la prima luce del mattino

ai bambini i sorrisi di mio figlio

ai padri la carezza di una madre

alla madre quella di mio padre.

Ai vecchi regalerò un foglio e una penna

ai giovani un orizzonte da colorare.

E così sarà Natale.

*

Partenza

E' buio.

Non partirò all'alba

freddata dal fuoco

di un pavido cacciatore.

Né mi coglierà

la sveglia contadina

curva sulla gramigna.

Non partirò

neppure la sera

assopita nel ventre

tiepido del tramonto.

Partirò col sole,

a testa alta

mentre la madre mangia

il bimbo dorme

e la luce abbaglia.  

*

Un battito d’ali

Scruta l'orizzonte.

E' lì che muoiono

gli inverni gelati.

 

Le ferite aperte

nei corpi straziati

le ombre inquiete 

dei vicoli ciechi.

 

Scruta l'orizzonte,  

e rallegrati.

Rallegrati del tuo

piccolo, ma vivo,

battito d'ali.       

*

Mi ricorderò di te

Quando vedrai il fiume tacere,

l'albero sgranchirsi

al sole della sera,

e il vento bisbigliare

a un mendicante di volare,

pensami. E io

mi ricorderò di te.

 

 

*

C’è un canto

Figlio, ascolta.

C'è un coro di angeli, un canto

nella pervinca 

indifferente del campo

sulla rupe spoglia

smagrita, stranita dal vento,

tra la croce di mirto

perplessa

tarlata dal  tempo.

Figlio, ascolta.

C'è un coro di angeli, un canto

nel mesto sorriso

di questa tua

madre finita

uccisa, rinata,

involtata

in un  abito liso.

*

Edera

Eppure mi somigli, edera,

che non sei edera

ma una vite, che dico,

una vita che s'arrampica libera

impigliata alle ringhiere di fronte

alle muricce olivastre di sasso. 

Sì, mi somigli, edera

che non sei vite

che non sei edera, 

ma una vita tagliata

che pianse

e piange mentre si fa sera.

*

Dove morì il tempo?

E mentre inciampo

dimmi, Dio.

Dove morì

il tempo?

 

E le ore?

Dimmi,

dove morirono le ore,

i grembi accoglienti,

le giovani madri

assetate

di acque sonore?

 

E i minuti?

Dimmi, Dio

dove morirono i minuti?

Erano, forse, i mille soldati

partiti

e mai ritornati?

E mentre inciampo

dimmi, Dio.

Perché morì il tempo?

*

Luna di maggio

La luna di maggio 

è una madre

violata

che piange

in un angolo bigio.

 

La luna di maggio

è una voce

sfiatata 

che giunge

da un Angelo grigio.

 

La luna di maggio

è un libro

stordito

che cerca

il suo zaino ferito.

*

I nostri monti

                                                                                  A nonna Ginetta

C'è una bell'aria stamani                                           

un lenzuolo bianco di lino

qui,

sulla muta piana di Campaldino.

Due labbra baciano la collina

mentre l'antiche ombre dei morti 

rapide

risalgono i nostri monti.

*

Se solo potessi

Se solo potessi restare seduta

A imbastire gli  orli sfrangiati

Di questa misera vita

Ignorando il passato

Sì, se solo potessi...

Allora mi fermerei a guardare

dove finisce la strada. 

 

*

Se passerai di qui.

Se passerai di qui, fermati.

Fermati almeno un istante.

Ci sono sempre i tuoi occhi

chiusi nel cassetto bianco

e più giù,

fissate dal gaudente Balzac, 

le tue  Converse nuove, mute,

rimaste lì, ancora annodate dallo stupore.

Se passerai di qui, fermati.

Fermati a salutare questa vecchia

giovane madre

che non ha più lacrime né parole

che vive in bilico su un filo

come un acrobata senza nome. 

*

Vivere voglio

Avanza il giorno

in punta di piedi; qui,

sull'orologio plumbeo

tintinna limpido

il bacio che ti diedi.

Uccisa, muore l'ora

del ticchettìo fatale.

Fermati, non riandare.

 Sì. Vivere voglio,

nel bene e nel male.   

*

A Gaetano ( 17 aprile 2011)

Ho atteso a lungo alla fermata della vita.
Rapita dalla visione di un alberello appena nato
Ho attraversato la strada sicura.
Teneri e giovani virgulti desiderosi di crescere liberi
Hanno cullato la mia anima restituendole vigore.
Ho ascoltato il fruscìo delle foglie appena spuntate
Abbracciate dal vento
Come figli dalle madri
E ho gustato l'odore pungente del rigurgito
Di un bambino neonato.
Ho sentito i vagiti gioiosi di chi chiedeva amore
E mi sono lasciata condurre dove i rami volevano andare.
Ho nutrito quella meravigliosa creatura con la linfa del cuore
L'ho aiutata a fronteggiare le intemperie sussurrandole: "Non avere paura".
Abbiamo imparato insieme a vivere i temporali,
la nebbia, il gelo.
E a rallegrarci per il ritorno del sereno.
L'ho vista divenire grande, forte, capace di amare
 E ho creduto di poterla lasciare. 

*

Sull’anima rugosa »
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