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Raccolta di poesie di Amina Narimi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Pesach

 

Ci hai narrato del poeta che viaggiava
impastando le parole per guarire.
Che ne è stato dell’annuncio, del suo corpo?
chi non ha saputo fare insieme
della pelle con la sua resurrezione?

 

Lavarsi non è un gesto quotidiano?
e il battistero non è morte che rinasce?
I suoi gesti di passaggio e ogni cura
non fanno sangue alla particola, o nel pane,
ma nella voce, che rialza, che ci chiama:
il suo volto luminoso è la postura, 
l’abbassarsi, servire chi è piegato-

così è la donna, che celebra il suo Dio,
che si solleva, benedetta, dentro il sabato,
proclamando la parola, stupefatta.


Che coraggio a mettersi per strada
al canto di Myriam, col tamburello!

Oh! non è fulminea la liberazione-
viene piano, dal basso, la celesta-
guarda Lazzaro! esce ancora rilegato.


Risorgere è un lunghissimo affidarsi
è chi mette dentro al tempio ogni suo bene,
chi rompe l’alabastro e dello spreco
fa il bene più prezioso, e in gran silenzio
è chi ti accompagna come sposa
all’ultima stazione, da principio-

 

portando il suo profumo, all’infinito,
nel largo d’aria : il meraviglioso,
di chi comincia a respirare dal battesimo,
sepolto nella morte di Gesù.

*

Le azzeruole #GiornoMemoria

 

Venivano su le prime azzeruole
e tu, tu arrivasti alla stazione. 
Credevano fossi morto, Tonino.

La vita smette di morire se ricordi
il sapore dei frutti dimenticati,
del melo che sa di limone, l’odore del rosmarino,
della cotogna, del sorbo,
la buccia vellutata di una susina.
Non dimentico, quando perdesti gli occhiali,
i più antichi ghiacciai nel mare degli occhi.

 

Nessuno è distante- se scrivi-
ovunque protegge qualcuno le case svuotate, 
i boschi,le piazze,
se qui tutto è minuscolo a un grammo dagli occhi
trafitti.

*

Babij Jar #GiornoMemoria

*

Rayuela

 

Quel luogo che ora tace, la mia casa,

come chi ha protetto un fiore tutta notte,
è la neve della gioia verso l'alba

per la piccola rayuela che ha saltato

dalla sua cipressa al tiglio : un anno intero
fra gli anelli delle chiocciole e dei bruchi-


annodando filo a filo con le mani
le albere del sole ai vecchi nidi,
un perpetuo sulla lingua, i suoi amori,
con la grande nevicata della luce.

 

*

Siamo stati angeli nell’acqua

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siamo stati angeli nell'acqua,

piccole stelle dell’alba,
quando ancora le viti erano muschi,
farfalle di mare che andavano alla deriva 
sbattendo l’azzurro dei piedi
tra le onde del sole
seguivamo il ronzio genitale dei nostri delfini
i click sordi delle stenelle in amore
nutrendoci degli errabondi, i mangiatori di luce-
di notte facevamo buon conto della neve marina.

Più di tutto amavamo i verdazzurri,
centomille in una goccia di sale,
e i nostri capelli luccicavano a giorno.

 

Quella notte, la grande notte,
seguimmo una forma di lacrima
che andava a deporre le uova.
Ohh cosa stavamo vedendo
nella buca profonda di sabbia, 
bambini! Stretti nella preghiera
ci fermammo 
per ordine delle mani
fino a farli sparire.

 

Il mare si calmò, con l’anno nuovo,
minuscoli pastori cercarono l’uscita
puntarono al largo verso l’acqua nera
portando sul dorso come faville.
Fu allora che le albere presero a far luce,
che ci contammo le ossa, una ad una,
passando le dita a vicenda negli anni,
finché una bambina prese a salire, 
con le giumelle educate all’amore,
le nostre timide gole per terra

 

alzando la neve dal suo libro d’ore
come fa un mattutino all’Ave Maria.

*

L’acqua nascosta nel piccolo melo

 

 

È l’acqua nascosta nel piccolo melo
lungo il sentiero di Battedizzo 
che in una ciotola di pino argentato
ha impastato col riso i nostri natali.

 

Ora è un vangelo fiorito sul capo
di quella donna che porta la neve
agli animali del boscovecchio,
con la stessa dolcezza del biancomangiare
quando esce dal seno per un bambino.

 

Cercala, è sempre, nel ventre dei fiori, 
dai buchi degli alberi falla venire
alla tua bocca, con tenerezza-
così fa lo speco con la sorgente, 
o la montagna quando una nuvola
le posa sul capo il breve mantello :

l'orgasmo è nel canto del loro incontro
il primosale che sgorga dorato
nell'umida coppa dell'epifania.

*

La fragilissima

 
Mi hai insegnato tu la fragilissima
scrittura sopra i tronchi in verticale,
per salire dalle voci impercettibili,
con le rune delle file primitive,
e a tacere, un anello dopo l’altro,
conservando delle cose le figure.
 
Trema ancora perché possa rivederti
all'ora delle nascite e rimani,
come fanno le stagioni e il bianco appare,
tra due ciotole di riso, per Natale.
 
 

*

Più di un giungere soltanto

Tu la conosci bene,
lei chiude gli occhi 
nel nostro riposare-
come un petalo di rosa,
posato sull’anima,
che sale,
che deborda dal suo stesso azzurro-
e, prima che la respiriamo,
torna in sé, senza interruzioni.
 
Non puoi tenerla nelle mani,
è più di un giungere soltanto,
qualcosa di legato a un lungo canto,
ma come se cantasse coi capelli,
o col suono dei legnetti alle caviglie,
tutto quello che si nascondeva
nella valva di conchiglia
accostata al suo orecchio.
 
 

*

Pianete

Muta forma il destino di una donna
se ha mangiato con i lupi del dolore:
come onde di pietra spinge i fianchi 
al caldo della casa e l’ossatura-
                                         sia caverna, o l’asse di una danza,
                                         a salvare dall’assenza ciò che geme-
rende il tratto vivo del paesaggio-
imparando a respirare dalle nuvole,
a irrorare le sue vene dentro il fiume
e ogni muscolo con l’albera del pane.
 
Sul giaciglio magro di Proserpina
sono storie di ginocchia per la sera,
ma ottanta mondi dietro le sue mani 
ricamano pianete con il bisso -
 
alle spalle del tempo, incancellabili,
vibrando nel profondo della luce
nascosta tra le corde del salterio.
 

*

Saliva celeste come un ricamo - Videopoesia

 
Saliva celeste come un ricamo
dall’altro lato della sua vita.
Saliva lucente insieme alla medica
con grazia, leggera, con piccoli inchini,
alzando il polline di una canzone
e le dita infantili, in una preghiera.
 
Ora che l'albera, quella più antica,
nasconde il cielo, con le sue fronde,
non c’è un solo punto che lei non veda,
svolgendo il rotolo, tutta la vita-
il vicino_lontano e il lontano_infinito,
quando si leva, al chiaro, la voce,
quando ritorna, prossima a sera,
sulle corone delle ginocchia-
con lunghi respiri sul primo taglio
 
illuminando un luogo preciso,
tra il labbro di sopra e gli occhi neri, 
come fa un verbo, quando è al suo posto
fra le parole, del ringraziamento.

*

Noi

 
 
A due passi da quando disegnavi
la lingua che hanno i fiori, dei neonati.
Insieme basta poco a riconoscerla -
un cantore di ritorno sulla barca,
la cipressa alla falesia, e il fiume Reno-
 
nelle otto direzioni, è dentro il vento,
il bisso che ora muove le montagne,
e il lago, pieno delle cime, 
sembra sciogliersi in cascate, nelle gole.
 
Se viene colta, è un tratto nel respiro,
la piccolezza del rossore sopra il viso,
nel suo raccoglimento, nello slancio,
mentre si apre sul cammino in carne e ossa,
obbedendo, come solo fa un pennello,
alla danza impercettibile dei piedi,
nel luogo della sacra emanazione,
la coppia polare e la sua forma,
 
nel qi finale, quando trascolora,
fra la nebbia e l’aria limpida del monte,
un paese di foreste, che scompaiono,
al pari delle vele in mareaperto.
 
Non era certo la tua mano sul costato,
il bilanciamento del polso sopra il seno,
o la tensione di ogni muscolo del braccio,
era il nostro movimento ripetuto,
il sottile, quel partecipe al respiro,
che vibrava, con la mandorla, di luce
all’interno ancora umido di un vaso-
 
nell’alternanza così nell’apertura
Noi continua a ricevere e a donare
il nostro alito e l’inchiostro sulla carta.

*

Ridursi è gioia

Pochi decimi di efa e un grano nuovo,
nella ciotola di biada, al primo anello.
 
Ridursi è gioia
da quando mi hai insegnato 
a carezzare come un salice il suo fiume,
che tacere non è fare del silenzio,
ma la fonte di uno stare doloroso
nel più intimo dei luoghi che ha una madre,
quando ha perso la sua luce oltre le cime,
e si raccoglie nel lucido mistero
di un grande uccello
_______________  che attraversa il mare
 
con il respiro quieto di un bambino
mentre dorme nella stanza accanto.

*

Gli occhi delle case

Con cosa spingi il buio fuori dalle stanze
con gli occhi soli o tutto il corpo insieme?
 
Dischiudi sempre adagio le persiane?-
sono gli occhi delle case 
e benedetto il giorno, sia
impercettibile la mano -
 
se passa la bellezza e gira lenta
la linea dell’aurora va al respiro
tu lo sai,
se alzi piano gli occhi delle case.

*

Biancobaleno

                                               Presi parte al suo corpo silenzioso -
                                               con la schiena incurvata nel lavacro 
                                               girava le sementi con un braccio,
                                               e una mano posata a trattenere
                                               i seni ancora gonfi per il latte -
                                               nel più semplice disegno di unità.
 
Cominciava dalle orecchie la sua storia,
premendo con il verso non formato
sull’esile membrana del risveglio,
la carezza, percorsa dallo sguardo,
sui muscoli, le ossa, infine il soffio,
con il tratto- già presente nel suo cuore- 
di chi alza una spirale e si trasforma
per fissare il colore nella pioggia.
A memoria nasce intatta la visione -
 
hai mai visto una lepre quando inarca
la sua vita contro il rosso della sera?
non il semplice contorno di una forma,
- in piena regola sarebbe un tratto morto-
la corrente che la muove, la prolunga,
l’attraversa, poi scompare - questo dico,
un chicco di orogiada che germoglia
nel polso chiaro e vuoto di un bambino,
penetrando le sue dita con il bianco.
 
Per giunture segrete la splendente
riverbera l'anello del creato -
confondendo i sei colori dell’inchiostro
la montagna, inchinata come un mare,
con le onde, divenute i suoi alpeggi-
 
                                               la veste, e nel pieno della luce
                                               l’arcobaleno che si mostra_
                                                                         _si consegna,
                                               tra il venire e lo svanire fra le mani,
                                               dove scende ancora mondo sulla carta,
                                               e d’improvviso sorge qualcos’altro.
 
 
Disegno Antonella Schiralli
 

*

Le sorgenti di Betullia

Cosa hai fatto, voce?
In alto, sulla gola,
con la veste della grande penitenza
occupi le sorgenti d’acqua di Betullia. 
Tu preghi, lungamente,
alle porte del Sasso,
offrendo al fuoco il legno delle ossa.
 
Tale è la legge del miracolo,
il vuoto, l’unione, e tu,
in basso, semplice.
Al posto giusto -
 
è un refolo nel petto che ti avverte, 
il passo, che lento gli somiglia,
avanza, vicinissimo a trovarti,
così potente 
da partorire luce,
con quel modo che fa tremar le cose
in una lingua segreta ad ogni altra.
 

*

Al suo posto esatto c’era la luce

Al suo posto esatto c’era la luce.
 
                                     La morte si vive, e come un sole 
                                  si porta nel più profondo di sé
                                  lo strazio immenso, che diamo alla luce,
                                  la stessa madre quando si apre 
                                  e perde il suo sangue meraviglioso.
 
L' osso fedele
                         è ancora la luce
della bambina con le giunchiglie
nella foresta, che adesso riposa. 
Tu veglia il suo corpo. - Ci vorrà molto bisso ? 
< Non occorre saperlo. Rimani in cammino.
Con la tua voce e la mano guarita
l’alba, che il canto diffonde, rischiara
ben oltre ogni sole.>
 
Sussurrerà nell'orecchio più debole
dove ci sta conducendo la danza?
Lo so che i bambini sanno i misteri,
che viene un angelo, prima di nascere,
che pone un dito sopra le bocche 
lasciando a ricordo di quella sillaba
un piccolo seme. Tra il naso e le labbra
sfioro il contorno, mi tocco, sprofondo,
ma quando saremo, dentro la runa?
 
< Spazzando con l'anima davanti alla porta 
del nostro amato, diverremo l'amante.
Una farfalla con l'anima anziana
sussurrerà nelle orecchie più giovani
dove ci sta conducendo la danza,
ogni punto di luce delle sue ali -
dirà che un tempo toccò lievemente
la fiamma, i suoi bordi, per poi gettarsi 
con tutto il corpo nel cuore profondo, 
in volute dorate, nella danza aurorale 
sui petali rossi e unirsi vermiglia 
per bere il calore dell'antica parola-
 
nell’identico istante dell’ultima foglia 
dell’ultimo albero al proprio posto
versando alla terra lacrime folli.
Saremo le spose di quel sorriso
dagli occhi immensi che dice: mi ami!
 
finché divenga una trina sottile 
che lascia passare tra i vuoti la luce, 
affidandoci un corpo, solo e leggero,
per il girotondo fra le giunchiglie 
dove i più piccoli danzano nudi
a mani aperte, aperte a grembo
 
permeabili al canto 
                           dell’uccello intravisto
sui triplici fiori del nostro lillà.
 
 

*

Il doppio cuore custodito nella pancia

 
                              - Viene piena di profumo una famiglia
                                se ci abbassiamo adagio con la sera
                                le palpebre che entrano nei sogni,
                                bisbigliando siamo salvi, al posto giusto,
                                mondi ancora insieme. Siamo casa,
                                tra il respiro più pulito che conosco,
                                che nell’ordine fa crescere le rose,
                                nel riandare col sorriso verso il centro,
                                dal grembo luminoso che hai dischiuso
                                alle nostre ginocchia coronate-
 
È così che mi portavi dentro maggio,
come un’alba che si leva tra i colori
delle bacche di ginepro e di lillà.
Nina- mi dicevi, col tuo corpo-
quando vai a fare i fiori sulla rupe
apri tutto il grembo, lentamente,
all’amorosa ondata sul tuo seno-
in montagna c’è più tempo per le rose
mentre al mare il tempo è un passalento.
 
Quell’isola di luce impercettibile
che senti e non sai dire, che risuona
chiara nelle viscere , indivisa-
fino a perdere la sacra intimità
col luogo solitario che più ami-
è il vuoto che si riempie al mattutino
di un profumo ancora inconfessabile,
un alveo di parole per la sera
col sapere delicato di farfalla
che si unisce a nozze con i fiori.
 
Solo allora è visibile il cammino
che dà ordine al paesaggio nelle stanze,
lo spazio dove un’anima pronuncia:
Passa, tu sei pura- e il tuo respiro
sarà un lago di calma mentre scrivi
delle braccia dorate sulla terra,
di come godevano al calore
 
                                               vibrando nel profondo della luce,
                                               prenderai ancora il volto che avevamo
                                               e il doppio cuore custodito nella pancia.

*

Per essere credo, nati due volte

Fu quella sera di temporale, 
e tutta bagliori giravi da sola.
 
Ti ho preso per mano e abbiamo intrecciato 
il girotondo infantile dentro alla pioggia,
una danza intima insieme alle rocce,
un passo carnale con tutto il cielo,
per essere credo, nati due volte.
 
Il lamento sottile di una cerbiatta
vicinissima al parto ci ha fatto fermare
allentando la stretta, e ricchi di pianto
ci siamo distesi. Prossimi a lei
tu hai mosso le labbra solo per dirmi 
mi ami … poi senza aggiungere altro - 
con la mano guarita dall’acqua marziale-
 
hai colto una fragola senza guardarmi,
come se avessi scoperto un tesoro,
attendendo la nascita sopra il mio seno,
su un letto di erica impregnato di terra
col viso argentino di chi sta per cantare
l’offerta del sole, scintilla purpurea 
dell’umile primula intorno all’anello
quando si accoppia con l’universo.

*

Nel chiaro interminabile degli occhi

 
 
- è difficile vederla alla finestra 
  e anche la sua musica è sottile,
  devo accostarmi e fare pace tra le braccia
  per accogliere nel lieve tremolio
  il passo di chi è tornato a casa.
 
  Ma quella sera usciva dalle stanze 
  l'inatteso di un adagio e la sua grazia,
  dal grembo, dal sangue, dall'ascolto,
  nel chiaro interminabile degli occhi.-
 
 
Disegno Sofia Rondelli 
 

*

Il vento cammina sopra la terra

Il vento cammina sopra la terra 
sull'urna, il tuo volto, le nostre mani,
dal ramo innevato ai fiori di tiglio.
Un’Ederlezi, toccata dall'aria-
che era in me, prima degli occhi,
la cosa più intima e certa - salendo
ha percorso l’intero di ogni mio canto,
dal provenzale allo stabat del cuore,
dalla voce dell'anima fino alla pelle,
con un passo compreso tra la corsa e l'inchino.
Fra l’ultima luce e la porta di casa
 
è la tua mano intorno ai capelli 
che scopre che sfiora che trova nel taglio
materna letizia e la pena più grande
confuse. Nell’arco alberato di gioia,
in un punto indistinto delle tue spalle,
ho nascosto le ossa del pianto più bello-
dove inizia invisibile un altro sentiero-
volevamo tacere,
                        tra l'origine e il cielo 
del nostro viso
                        in entrambe le mani,
il respiro aperto e illuminato
dallo sguardo concorde
                               all'ultima stella.
 
L'odore dei frassini ha accompagnato
un uomo e una donna al loro congedo -
nella muta promessa di un semplice sogno
che ha nome antico di damascena-
 
e quello che credo, alle loro radici,
ora sta tutto innanzi a noi.

*

L’incontro

Un respiro solo ci separa
dal corpo, mentre canta : sono verso 
tra la femmina che esonda e si protende
nel suo maschio, dirimpetto, e viceversa
Un esodo, è tutta la scrittura-
le bibbie in movimento, il benandante-
che cammina con il manto quasi albino 
per scoprire il velo e rivelare,
come dice il verbo, al doppio cieco.

 

Rimanendo esposti alla visione
dell’incanto, senza divorarlo,
sconfiniamo nel convento di una pelle
che si muta in isabella e palomino,
con le orecchie, le antenate di ogni passo,
che si librano confuse nel destino
del ventre di una madre- calamita,
la medica che ha fame della pioggia,
per far dono di altra vita. Ed è la prima
ad uscire allo scoperto dalla grotta
ospitando il seme lucido nel vuoto
iscritto nel suo corpo, come un Dio-

 

quando cerca, sul filo della voce,
il suo amato dal volto inconosciuto
danzando fra pascoli e deserti
per l'ingenua meraviglia di intrecciare
il nudo e la splendenza dei suoi occhi.
Nel cedimento all’estasi più bella

 

non altro, con la lingua delle messi,
che un odore di verbena sull’altare
di betulle, fieno greco e ribes bianco -
come il canto di qualcuno che ha nel seno
tutta l’aria immaginata- che trabocca 
in sacrificio, nel perfetto di chi brucia 
totalmente per offrire in una danza
il midollo del suo utero splendente - 
che ha nome antico di misericordia -

 

fino al rosso genuino del contatto,
alla saliva che illumina l’incontro,
e, dolce più del vino, la sua pioggia.

Nell’ora più preziosa ci tocchiamo
con le mani che vanno nel profondo,
allo spiraglio della mandorla di luce,
dove i nostri templi sono aperti
visitati dal sole nella bocca
e tra le gambe, è il nuovo nato, che si allunga 
combaciando le porziuncole di pace

in giardini di acqua e sangue, terra franca,
che riluce e ci fa mondi, benedetti
nell’eterna eucaristia. Dei nostri corpi

 

è questo il desiderio di consegna?
come il volto cristallino di un morente 
che si affida al proprio cielo silenzioso?
o il neonato inerme alla sua terra?

Le acquenostre - che perdita stupenda!-
se consegnano in un riso l'impotenza
sussurrando: chi non perde la sua vita
non fa salvo quel respiro che si versa 
sulla soglia sempre umida del cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disegno Sofia Rondelli

*

Le ali della nostra casa gialla

 

Ti ho incontrata con il sole nella testa,
con il guscio delle ossa malnutrito,
fra la bellezza religiosa del tuo tiglio
che portava i vostri pollini lontano.

 

“ O Signore, concedi a ciascuno la sua morte”
è stato il primo verso che ho lasciato,
fra la calce rosa dei tuoi fianchi,
eri ancora grata di esser viva,
mentre davi il consenso alla tua fine,
come un’albera al suo frutto quando cade.
È lì, dove ho posato le carezze,


accompagnando l’odore delle lacrime
nel dolce tremolio sopra la schiena,
per una comunione- come a mamma
con le bende calde sopra il male-
fra il colore consumato di una vita
e le lunghe astinenze dell’inverno-
per arrivare più lontano e far ritorno
a quel Natale, che ci ha tenute insieme,
con la tovaglia splendente su una tavola
di ruderi e di assi tumefatte -
fra i doni, un antichissimo trenino,
girava con la giostra dei cavalli,
un carillon, che ti ho lasciato in dono,
nascosto come un Dio nella montagna.

Era tutto naturale, il grande freddo-

per sua natura cavo- nella pancia,
faceva compagnia ad ogni orecchio,
come chi resiste al gelo ormai per sempre.

 

Il tetto è divenuto quell’aperto
che ti leggevo nell’elegia di Rainer,
e l’apertura musicale del celeste,
su queste piccole ginocchia coronate,
è la tua mano, oggi, che riposa
fra le stanze di altre mani, sussurrando
la Melodia ungherese in si minore
cantata da una giovane domestica-
Nel congedo, al tuo ultimo silenzio

 

ti scrivo con la mano di una donna
che strofina sulla pelle dolorosa
la tua voce d'oro, e stupefatta
mi lascio attraversare dalla pioggia
della piccola morte fra le braccia.

 

 

                                               - Questa lettera, già lunga, finiva proprio qui,
                                                  eppure lascia ancora che domandi
                                                  come ha fatto il tuo tiglio a sostenere
                                                  calmo e fiducioso tutto il peso,
                                                  l’immenso di una casa tanto gialla?
                                                  Come ha saputo orientare le sue curve
                                                  lungo i vicoli del legno, e respirare
                                                  seguendo i muri, le loro forti spinte,
                                                  ripartire l’aria giusta con la luce
                                                  assicurando nuova linfa ad ogni ramo?


I miei occhi hanno visto solo questo,
non appena si alzava un po’ di vento,
la celebrazione delle nozze,
nello spazio offerto dalle foglie,
tra la casa e le ali degli uccelli-

l'invisibile del bisso che rimane
la figura, che non mi sta davanti,
ma alla fonte, un’iride, la pianta,
la radice prima della vita,
che tutta la giustifica, in un soffio.-

*

Dammi da bere

Un velo di Ninive copre gli occhi 
sulla strada della nostra samaria, 
forzando il mio respiro nell’apnea,
nel frangere di sassi il grano nuovo
che ha diviso il sangue dei fratelli,
partorendo sale nero. Intorno al pozzo
con altri occhi, e altre mani lacerate,
mi fermo a ricordare il girotondo 
che ci ha cresciuto insieme. Nel deserto

 

come un morto appena nato, io ti aspetto
dove è imprevedibile l'incontro
e solido il silenzio, dove prego,
quando il passo ombreggiato che ti annuncia,
come seguendo orme senza suono,
rende questo luogo smisurato
il più intimo e privato, alla mia vita.
Con la semplicità di un sole apparso

 

spezzando la mia voce , mi domandi
con le parole più corte che conosco:
dammi da bere, ora, mia sorella.

Dammi da bere- ti rispondo- sono vuota
fra la polvere di casa, sradicata, 
con un grido in mezzo al petto, sono sola.


- Tra le stesse consonanti le vocali
  luce dopo luce sono nuove 
  e ogni coppia è la rivelazione 
  che ripetere è il trapianto dell’amore-

  se nell’attesa più profonda siamo acqua 
  che ritorna nella brocca, coniugando 
  il mareamaro di un dolore cristallino,
  dove posare il capo ed una tenda,
  nel sacro cedimento e l’abbandono
  del corpo, consegnato al proprio sangue.-

 

Nella quiete del sorriso ci spogliamo
di ogni sicurezza- andando nudi
con la stessa tenerezza di un bambino
che respira nella pancia la domanda
da portare sulle labbra- la sua sete-
di buona compagnia e benevolenza,

che nella muta si trasforma al dito
per fare dell’incontro gli sponsali, 
delle nostre debolezze il testimone
che tiene in mano la ferita, che ci salva.
Con il dono che attraversa gli assetati

 

diveniamo quella casa smisurata,
una fontana d’acqua, il cedimento
del respiro nella mano, il sonnoazzurro
che ci accarezza il viso, che ripara
con altre acque il pozzo benedetto.

*

la bionda meraviglia, albere uccelle fiumesse

 

 

 

 

 

 

 

Accanto al mormorio che so del mirto,
quando luccica di squame a primavera
sul verde tenerissimo dei rami
e quello scuro, in cima alla nughedda,
c’è la bionda meraviglia che si spoglia
della mandorla materna nella luce
e tutta la collina è solo attesa
del fiore della felce, l'invisibile,
che sale come un grappolo di cielo.
Con la semplicità di un fontanile

 

se la rosa dura il tempo di un destino

non può fare a meno di trovare
il fondamento il sacro scambio che rilega
il suolo amato con i larghi d'aria -
rivolta in sé e a un tempo tutta offerta
al bagliore della carne, che dischiude-
Nel profumo che rimane imperituro

“ sbaglieremmo a chiamare sempre Madre 
questo succo? Questo latte che ci dice della fonte,
di una promessa antica mantenuta?"

 

La luce che mi permette di vedere
e la figura che io vedo chiara 
coincidono con gli occhi che si chiudono
come una testa Khmer in abbandono...

Basta la tua mano di bambino,
nella veste azzurrocenere dell'isola,
ad aprire una ferita nella rosa, 
ricoprendo questi colli dei tuoi fiori.

 

Se una morte mi accogliesse in questo istante
troveresti sul mio volto il tuo paesaggio,
la stessa compassione e il santimbraccio
tra le albere le uccelle e le fiumesse.

 

 

 

 

*

L’acqua nascosta nel piccolo melo

L’acqua nascosta nel piccolo melo
è come un vangelo fiorito sul capo-
che ad ogni curva si muove stupito
di quella donna che porta la neve
in mezzo alle scapole, e tutta la terra 
distesa sul petto del firmamento -

 

con la stessa dolcezza del biancomangiare
quando esce dal seno per un bambino.
Dicevi così, del bene più alto, 
che è simile all’acqua quando discende,
che in una ciotola informe e dorata
ha impastato le stelle ai nostri natali.
Le parole non mentono, era il tuo canto,
fioriscono il verde di primavera :
se l’acqua discioglie, così rilega-
se ammorbidisce i tuoi lunghi capelli, 
fa gli occhi chiari in ogni vivente-
nei luoghi più bassi. Dimora la vita

 

nel ventre dei fiori, cercala sempre, 
nei sottovasi, dai buchi degli alberi
porta alla bocca, con le tue mani,
come una radice, la sua tenerezza,
come uno speco con la sorgente, 
o la montagna che sfiora una nuvola,
se le posa sul capo il suo breve mantello.

 

Per amore e per forza Noi è l'acquabuona 
che danza negli organi dei nostri corpi,
l'orgasmo è nel canto del loro incontro
il primosale che scende bagnato
nell'umida coppa di una poesia.

*

La casa dell’angelo

 

Immensa e illuminata, come ieri
l’ombra delle nostre spalle unite 
tra il vento e l’acqua del torrente,
è la tua casa, il lunedì dell’angelo,
fra le ossa incise e dipinte 
sulle piccole uova rumene
che ho nascosto fra l’erica e i cardi.


Coi capelli raccolti all’indietro,

per ascoltare col viso l’alburno
della betulla bianca al cancello
ho mescolato i miei piedi alla luce
del sedano bruno tra i rovi,
raddrizzando una giovane pianta
che ancora tremava di neve-
dove la terra si è smossa

 

dove si è aperta la ferita,
troverai una chiocciola, in dono,
e un sassobambino che gioca-
con lucide vene di fiume,
fra le braccia dell’altalena-
che sta crescendo, al ritorno.

 

*

Il profumo della passione

Ci hai narrato del poeta che viaggiava
impastando le parole per guarire.
Che ne è stato dell’annuncio breve,
di quel corpo strappato dalla storia? 
Chi non ha saputo fare insieme
della pelle con la sua resurrezione? 
Lavarsi non è un gesto quotidiano
e il battistero la morte che rinasce?
Il passaggio i suoi gesti e ogni cura
non danno sangue, nella particola o nel pane,
ma nella voce che rialza che ci chiama;
il suo volto luminoso è la postura, 
l’abbassarsi a servire chi è piegato,
la donna curva che celebra il suo Dio,
che si solleva benedetta dentro il sabato,
proclamando la parola, stupefatta.

 

Quanto coraggio per mettersi in strada
per accogliere in grembo la mano protesa
fino alle acque, al canto di Myriam 
che col tamburello fa festa, diritta.
Non accade fulminea la liberazione-
viene piano dal basso, la saliva celeste,
con le sue piaghe incancellabili-
come ogni morte, mai immediata,
se Lazzaro esce ancora legato,
e potrà camminare, sciolte le bende,

risorgere allora è un lungo affidarsi?
È una donna che mette tutta l’offerta 
nel tempio, due spiccioli, quello che ha?

 

Mancavano solo due giorni alla Pasqua
e Marco racconta di quando a Betania 
entrò una donna, da Simone il lebbroso, 
con l’alabastro di nardo purissimo-
che ruppe versando l’unguento prezioso
fra un gesto solenne e insieme di cura,
il più intimo forse, le mani sul capo 
di quel giovane uomo seduto più in basso
( lo spreco fu grande, si disse alla tavola 
dove nessuno pensava alla morte)

col grande silenzio di chi ti accompagna 
a un lutto- un tacere che riempie la gola
di tutto l’amore che aveva da offrire:
cancellare la puzza di morte alla tavola
preparando il suo corpo, come una sposa.

 

Porteremo sul petto all’infinito
i segni al costato ai piedi e alle mani,
ma è nulla la morte verso il profumo,
il suo largo d’aria meraviglioso,
se quella che sembra una tomba soltanto
è il principio bagnato di resurrezione
che rende possibile a un’altra vita 
il coraggio di scrivere di avere udito 
una voce nel vento la stessa poesia 
di chi ha ripreso a respirare
dal seme disceso dentro la terra-

 

un dolore cristiano che non fa morire, 
che ci accompagna e lento si immerge
nel battesimo sepolto 
                             nella morte di Gesù.

*

Chi attende ha nel petto una rosa

 

Chi attende ha nel petto una rosa
che alla vibrazione della luce
si affida, come a una mano-
dicevi- Col minimo dolore necessario
la tua parola oggi è nel profumo-
sulla parte del viso che ha raccolto
il miele, insieme all'erba per i daini,
di un piccolo miracolo del fiato-
il volo breve che attraversa il fiore:
le mie mani si aprono e tu
sulla porta, fresca di pioggia,
togli ancora l'ultimo fiocco
di neve, dalla mia fronte,
portandolo adagio alla bocca.

 

Riparti così, nella veste magenta,
con un pezzo di pane e il sorriso 
avvolti nella ninive. Al ritorno
nasconderai con un canto il sudore
nelle coppe dei gelsomini.

 

* ninive è una mussola, una garza imbevuta d'acqua,

che si usa per avvolgere i germogli delle piantine

e proteggerli dal sole

*

Ederlezi

Ho messo insieme il tuo piede

                                   leggero,

nel labirinto di mille,

                             e una notte,

la bianca e perfetta di reti

invisibili, pietre,  e gli erbari,

sull’isola al centro, che amo,

dei piccoli fiori di melo.

 

È tutta qui nel farsi preghiera,

la spinta che diffonde, quando è ora,

nel goccio di saliva trattenuto

negli occhi, divenuti come frutti,

nella coppa, che raccoglie la sua origine

 
circondata dai due fiumi, e primavera,

il ventre di una madre, come tante,

nel corpo di un minuscolo che viaggia

coi bambini di Ederlezi sulla schiena

il gira gira stupefatto e consonante

alla lingua dei bambara con lo schiocco;

 

< Oh! Ridiamo come stessimo pregando

   come faccio nel vuoto del mio letto

   alzando il fango che dorme nella luce

   fuori dal torace, allo scoperto > 

 

Ed ora vieni, minuzia di una stella,

mentre vado a fare i fiori con il dorso

carico di latte coi colori

nella gola fino al buio, della sera

 riportando il segno di una lacrima,

quando appena visibile cammina,

sul buco di dolcezza della yurta

da cui riparte il bisso luminoso

 

lo spiraglio che moltiplica l’amore

nel continuo movimento di un miracolo

che a comporre la sua voce va alla gioia.

*

Tu sei un luogo, padre

Tu sei un luogo, ora, padre,
hai un orlo
Il grappolo d’oro è di nuovo un vigneto 
nella sua terra scura
il tratto cieco intorno al bianco
la memoria della luce.

 

Anche oggi nevica e il lieve ricamo
che trema sulle betulle
sono il tuo gesto, io credo,
il dono del ridere 
dei nostri angeli 
con le ali ripiegate verso terra,
i passi di chi è arrivato a casa,

e alberi, tanti alberi
sono tutta la donna che canta 
con un filo all'orizzonte c'è mio padre.

*

a capo chino

Ti ferma la bellezza, muta coi luoghi
e nel tempo? è una scoperta
o il luminoso del creato che si muove?
Con quale parola più di ogni altra puoi dire :
l’equilibro la proporzione l’eleganza forse
il suo fascino, la grazia ?
Dal verbo congiungere, in greco,
che dai diversi fa una cosa sola,
nasce l’harmonia. 


< Una pronuncia così aspra
per una casa piena di dolcezza ! >
Se la futura sposa di Cadmo
venne alla luce dall’amore e la guerra,
non rimane ferma la bellezza
e non è solo movimento..

la più grande tempesta fra parole e mutezza,
tra il silenzio e il tacere, fra la pace e il dolore.
Una esperienza
che fa bene che fa male che ti salva, che ti perde,
che ti compie-
il buono della Genesi, la verità di Keats?
sono le sorelle per cui è morta Emily
la salvezza di Fëdor 
la rovina dell’ Elena bellissima, 
l’abisso
del ventunesimo fiore del male?- 
se il volto di Cristo è il più bello dei Salmi,
se nei Canti del servo Isaia 
gli nega splendore-

 

è qualcosa di tanto più grande di me,
di più forte, il tormento che avvolge 
che mi lascia sconvolta e felice
piena di male, p i e n a di m a l e 
e una gioia che non so dire 
mentre strappa la pelle alle ossa
che mi porta così lontana da me..

e non è il punto d’arrivo


il principio, l’estasi, è il colpo 
che muove il mio corpo, che trema
che danza concorde la stessa passione
che muore e ritorna, sublime,
con le sue mani vuote,
accanto ad una statuetta 
ricongiunta,
per dire solo grazie 
a questa grande sera

 

a capo chino
solo grazie.

 

*

L’ultima casa

Ho messo a dimora l’ultima neve
ai ripostigli di creta, al boscovecchio,
per l'adagio più bello dei mesi
lungo le pozze dei cervi .
Ora la pioggia batte sul carro
nella pentola grande di riso
e sulle ginocchia
sento cantare le ruote,
nel tragitto silenzioso verso il sole,
nell’orecchio debole del fiume-


la musica
che sta in una mano
è un sottile anello rosso 
la prima stella e insieme
l’ultima casa.

 

Cecilia Fasser

 

 

*

harmonia

 

                                                  Spinge rallenta spinge e respira - 
                                                  risucchia il ghiaccio da queste mani
                                                  una macchia un puledro il sobbalzo celeste
                                                  fra le zampe lunghissime tinte di rosa.
                                                  Danza il tuo piccolo, trema ubriaco
                                                  dalle orecchie ai nodelli così sottili.

 

 Sia lode!...

            sia l’acqua, sia l'acquacalda
                        di una placenta che scende dall’hara
                                       il tributo il suo lago, meraviglioso,
                                                         per quanto silenzio riempiva le mani
                                                                         bagnate di rosso profondo granata.

Diastole sistole
inspiro ed espiro-
un piccolo cosmo che dentro si espande, 
che si contrae nelle piccole oasi
a raccogliere linfa lungo il cammino.
Così ci uniamo e creiamo distanze
amichevoli e monadi universali
folli e concordi
nello stesso progetto
che ricongiunge ogni cellula nostra. 
Oh madremia, sei stata tu?
fatta di abbracci di tempo di cure?

 

Inizia dall'erba < dicevi > la luce 
innamorando lo sguardo interiore
che adorna il suo capo, affidandosi al suono,
muovendosi accanto come una donna
nell’andirivieni al balcone in penombra
scostando le tende come una neve
coi piedi nulli e i polsi leggeri.
Facendo strada sulle ginocchia

 

è un lungo viaggio fatto di adagio,
con mille foglie dentro le orecchie,
l’interno morbido delle parole,
la commozione dei frutti maturi;
la parola nascosta è una piccola casa
che dondola il legno, ridendo a ogni cosa
anziane cicogne, le sillabe dolci.
Se metti le mani a giumella tra i fili,
se posi il respiro che nasce dal timo,
col ventre raccogli il profondo del verde
il primo sorriso che nasce alla vera
chiarezza del viso che sfiora la luce

 

segui tua stella < ripeti > è la tua
anche se è tanto più grande di te,
seguila amina, e scrivi per sempre


la parola armonia con l'acca davanti

con lo spirito aspro che muove all’insieme
i tuoi piccoli arti, con le ossa cave.

 

 

*

Kaddish

 

Un pieno di sole non scompare
ovunque vadano i suoi raggi 
a sbiadire nella soia. Durerà
con il viso acceso per soffiare 
le foglie di abacaba sulle braci
scaverà una buca nuova 
                        e l’altra mano-
bagnata con la cera dell’ipoh
tra la canfora e gli incensi fino all’orlo
delle uova degli struzzi, sottoterra-
un giacimento per la fame;


proteggendo i nostri pozzi, come un’Ama
con le perle sui fondali, scenderò
verso di te talmente fradicia 
da sembrarti più un uccella
che tiene a bada mosche dalla taiga 
alle montagne. Ed ora habibi,

posami la bocca sulla bocca 
bisbigliando tutti i nomi della neve-
dove si fatica a camminare 
quella dura, o portata qui dal vento,
sapremo quando cede sotto i passi 
se rimane, per essere bevuta,
e la più adatta, per costruire casa-

 

dove le foche vanno a respirare,
sarà come recitare il nostro Kaddish.

*

Levando appena il capo

*

Dukkha

 
 
È tutto bianco il miglio per le uccelle.
Dukkha.
La neve avvolge
le promesse dei fiori
e i loro anelli.
< Scrive in punta di piedi>
Nevica ancora.
Due corpi vanno nella neve
come un veliero,
ben caldi, vicini.
Ricamano passi
nel grande mare
si bagnano ridendo
dove qualcosa sta per nascere:
fiocchi, un soffio fresco.
S’inchinano con cura.
Mangiano la neve,
con un ardore misterioso. E tu
tu sei di lato tu guardi il mantello
mentre si allunga ai loro piedi
una pozza di luce,
minuscole fiaccole,
assolto il campito,
la guarigione.
 
 

*

La tua mano

Ferma alla stazione delle immagini
non c'è punto che non veda la tua vita
piena di grazia simile al vapore
di un silenzio formato nella bocca,
quando preme per tornare con il seme
sopra l'albero da cui si vede il mare-

la contrazione, l'estensione del suo grembo,

la morbidezza del disegno, e come muove
le pigne luminose con le dita
nella neve, al fontanile, tra i vestiti,
sopra il masso dell'isola feconda

del ferro della vita: è la tua mano


che si sporge come un semplice bambino
dalla cima dell'ultima parola
portando lungo i lati della labbra
l'acquabuona da ripetere accucciati
con le nostre antiche dita in mezzo ai frutti.

*

Dove gli alberi ascoltano

                                                                                                                                                a D.P.

 

Al di là del dolore
è una luce la tua pelle
che cammina riparata
dando un nome a ogni poesia.
I passi restano, 
dove gli alberi ascoltano.

*

Aleph

Yann Arthus-Bertrand

 

 

 

 

 

 

 

 

Tu che sei sola, con i tuoi tre segni-
di ogni lettera trascritta la più piccola,

quasi di chi invita al pentimento-

in questa terra non perfetta 

 

sei tu l’orecchio, forse, nostro piccolo re?

 

Se per dirti basta fare del silenzio
con le labbra dischiuse alla corona,
inciampando nell’aria della gola,
da lì, hai fatto entrare le sorelle,

 

tra i sentieri più nascosti di ogni fiume,
quelle parole e l’anima nel petto?
Sopra il capo - nostro Signore, principe, infine sposo-
i nostri capelli sono le tue corna?

 

Oggi ho immerso il viso nella pancia di una donna, 
con dentro un bimbo di appena pochi giorni.
Ho sorriso per tanta commozione,
immaginando di sentire il nucleo rosso
dei globuli nuotare come uccelli.
Scomparirà la noce d'oro già domani,
nel midollo vocato a cancellare


che nelle ossa c’è il ritiro dell’alef,
la clorofilla che si scambia in rossovivo.

 

- Nel dramma di Caino, quel suo nome
dice un nido, come quello nella mano
di Giacobbe, per guarirne la ferita.
Se nel verde del sinoplo vive il rosso 
la muta del respiro è il testimone
che reso tutto il ferro torneremo 
alle radici degli alberi che siamo?-

 

Mi raccolgo intorno al tuo ombelico,
al mozzo della ruota, alla sorgente
di ogni movimento, a una preghiera.
Vorrei, all’emergenza della neve,
fermarmi qui con te ancora un poco,
ma sono troppe le domande che ho rivolto
ad una lettera che vive senza suono.

 

Ritorno giù in paese con letizia,
a mangiare l’erba bassa e i cereali,
a preparare la Pasqua delle rose.

 

( w.i.p. da : " il viso che magenta " )

 

 

*

Biancobaleno

 

Incomincia con le orecchie la sua storia,
scendendo in fondo al ventre di ogni padre

col neonato sul capezzolo, che preme
l’esile membrana del risveglio.
Il verso non formato è la carezza,
che dovrà percorrere la mano,
dal riflesso dello specchio fino al volto.

Mi sono amata tanto, per amare-

 

ho leccato il sale del suo sesso

mi sono vista fiume e alveo vuoto
e ancora acqua fra le vene dell’ulivo-
con il senso doloroso delle uccelle
quando covano nel ghiaccio i rami duri
al grido delle foglie di oleandro.

 

Ma la risaia è immensa, oltre il cuore
c’è un bambino con il capo nella luce
che spunta dal cotone della gioia
che risale le rapide del fiume

cantando come fa il biancobaleno
a venir fuori ricurvo di bellezza.

 

 

Fotografia da " Home" by Yann Arthus-Bertrand

*

il pino solitario

 

 

 

 

 

 

 

 

Il pino solitario.
Un sentiero di uccelli.
La pazienza di coprirsi con la neve
respirando dai talloni tutto il peso
dei nidi, a centinaia, sulla schiena-
ascoltando il corpolungo fra le ossa
mangiando il lupo universale con le stelle.

 

Dalla shin di Cassiopea al peccato originale
in quale plaga della notte- mi domandi-
e chi sarebbero gli apostoli del sole 
senza luna? I glifi e la tua lingua 
per le favole e il destino?
Hai mai visto un’asterisma

per un essere terreno?

 

Le migrazioni degli uccelli
costeggiano la striscia che fa latte,
se a uno chiudi gli occhi perde il filo
del firmamento, in volo, dentro al cuore.
Se nello scricciolo fatato c’è una mappa,
nei tuoi occhi primitivi è quella stella
per parlare con il mondo, e dirsi: accanto.
Ancora prima di ogni verbo

 

sapevamo del telaio, delle case,
che la luna percorre, le sue stelle,
in una notte, e un mese, per la rivoluzione, 
col filo lungo del silenzio,
che tende luminosa nelle notti, 
come le sorgenti ai grandi fiumi,
inavvertibili.

*

Tu sei il qi dell’ultimo verso

Sei tu la corona alle ginocchia
un'ala, nell'ala, che chiude il nido.
Sei i bambini che mi scortano al mare
le impronte, lo zefiro, dei cinque uccelli
 la casa vuota e la sua lampada
l'inverno che cura la mia montagna
il villaggio vicino, con gli anelli di fumo
sei l'eremita e chi torna al mercato.


Sei la fatica di passare la ciotola
sotto la neve, sei tutte le fiabe

dentro il coraggio di una rayuela

sei l'abse, la piena, la primavera trascorsa
con chi non distingue la pioggia dal fiume
un pesce dall'acqua, se vola nel cielo.
Sei chi magenta il viso alla sposa

 

tu sei il qi dell'ultimo verso
il benedetto ringraziamento.

*

Un vento favorevole

                                                            Là sulla cima qualcuno si addolora.
                                                            Se la casa traboccasse di fiori
                                                            l’uccello azzurro in lontananza

                                                            gonfierebbe nel petto i profumi ?

 

( Mi chiedo se curi ancora i tuoi bachi da seta.)
Da noi è nato un nuovo pinocchio,
dalla casa di ogni regalo. 
È così commovente, fra i libri più cari -
come la pioggia alla quercia dello stabat,
sui pini slanciati, invece, ci faceva sorridere.
L'ho rivestito con i fogli del domenicale,
solo un lembo di stoffa, il tuo rosamacchia, 
per l'abbecedario. 
Si guarda intorno così stupito,
come se cadesse dalle nuvole
il magenta che mi colora il viso,
quando lo accarezzo.
Ha le fontanelle aperte, sai?
una traccia lieve sotto il cappello
per sentirti arrivare fin qui,
nei due bracci del fiume,
come un ruscello,
sopra i frutteti del cuore.

                                                             Ci vorrà un vento favorevole

                                                              ad asciugare i suoi occhi,
                                                              per stare nella luce 

                                                              che la luce scopre.

 


                                                                      

*

Al silenzio

 

Al grido di un'uccella m'inginocchio

in fondo al campo, dietro al mirto,
povera come non sono stata mai,
senza nome. Tu, dall'altra parte,
mi vieni incontro, uguale-
la nughedda fra le mani
e un dolore comune-
al movimento delle rose
sulla porta di casa:


una curva, la pianta, il suo fiore 
nell'aria. Siamo raccolti
in questa stella
in un albero 
che si spalanca al cielo,
a un’onda, che sorge,
prende la luce,
e riaffonda nel mare, 
al silenzio.

*

Una foresta appena nata

 

 

 

 

 

 

È solo umano, dici,
separare i vivi e i morti,
solo umano.
Questa la trasformazione?
Imprimersi la terra dolorosa
e divenire quelle api trasparenti
che posano al riparo il latte d'oro
dalla perdita?- La casa e il fontanile,
la baracca per dipingere di babbo,
la cassetta per i merli ai ripostigli della neve-
L’amigdala dei padri è nostro mantello?

 

Il vaso umano il frutto e il grappolo, 
la speranza? Ti ho lasciata andare via
proprio ieri sera, e tu
sei tornata indietro, in una notte,
come quell’amica alla radura
portando in mano doni antichi,
dal di dentro. Sul tuo fiato
trema, la mia mano, più vicina
al piccolo seme ridente-

se il caldo del sole 

che avverto in preghiera
è il mite fruscio di ogni radice
il peso dei passi alla fontana,
le piccole ombre ricche di voci.

 

Ubbidiente al bruno splendore
della tua forza,
al mantello nel vento 
della tua lamentazione,
sprofondo,
nell'infinita richiesta di questo silenzio, 
e respiro, respiro
come una foresta appena nata.

*

Stellario la tua mano, il tuo mantello

Uno stellario, la tua mano, 
che vuole solo respirare,
tutto qui,
sporgersi nel vento 
che viene, se cammini,
con l'alba dilatata in fondo agli occhi-
tacere, fra gli alberi, 
tacere gli alberi bianchi 
di neve o di fiori. Io credo.
Sul rossochiaro del tuo dito

 

ho imparato anche a dormire-
tra il luccichio delle ginestre
e l'immobile travaglio di quel masso-
con le curve della voce,
la spirale del nibbio, a dare vita,
dove hai disteso la famiglia 
e un posto buono, per restare
il tuo mantello.

*

Silenzioso compagno

 

Silenzioso compagno, 
la nuvola e il mio laghetto,
il tuo mare e questo pianto,
sono l'un l'altro, 
al ponte del mezzo mestolo:

ci laviamo la faccia nel nostro catino, 
quel poco d’acqua che resta va insieme,
versata dal ponte, al suo fiume,
perché possa raggiungere il fondo
della cascata, intera,
trova quiete nel cadere. Così


fra le tue dita già bagnate d’inchiostro, 
ha vissuto ogni poesia, prima degli occhi, 
per uscire dal suo mantello
naturalmente, come una pianta 
quando buca la terra, e il suo fiore, 
che vediamo cadere soltanto
quando il vento è finito-

 

o l’uccella siberiana, 
prima che smetta di piovere,
perché ha il canto dei fiocchi sotto la neve,
di qualcosa di nuovo che cresce
fra loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                              Immagine Daria Petrilli

 

 

 

 

*

La piccola rosa camuna

 

La vita comincia con un nodo,
quel piccolo cerchietto all’ombelico
continua fra i capelli, tra le reti
e le tue vele, alle corde di montagna, 
con i fili di sutura, 
per fermare il nostro sangue, o i viaggi di un tappeto.
Se vuoi piangere, sta in gola, 
per sorridere, a un anello.

 

Risalendo un fiume sacro,
con due donne che cantavano,
mi ricordo di quei nodi che facevano alla corda
per il tempo che scorreva, 
per non perdersi al ritorno.

Ho posato un nodo piano

 

l’ottavo di febbraio,
al salice in giardino, e quello per domani,
di babbo andato via, 
lo intreccerò alla ginza, 
all'albera in preghiera-
a due rami in matrimonio
ed ai suoi piedi, nuda
nasconderò la rosa,

la piccola camuna-

 

 

Se un giorno passerai dentro al boscovecchio
posa la tua mano fra le sue coppelle
saprò che hai ritrovato 
il principio al nostro filo, 
il bisso d'acquabuona
che ci sposa al cielo.

*

Il salmo della neve

 

                                                                                       - Le prime luci

                                                                                                         Il salmo della neve

                                                                                                         Per stupirsene -

 

E tu? Annoti ancora i moti delle lune?
Gli scatti della luce, quando va sugli alberi?
Ti chiedi appena sveglio come fanno 
a sollevare ogni frutto sulle cime?
C’è chi semina i fiori delle felci-


questo mi rispondi e non ti fermi
dal centro del tuo cuore fino al limite-
anche l’ossigeno esfolia tutto il ferro 
portandolo alle briciole, come sa una lama, 
ma quando incontra l’idrogeno che ama...


tu, come una sposa, tu ti bagni
come una sposa che va al suo matrimonio
- qualcuno è infelice perché mescola, nient’altro
ottenendo, solamente soluzioni,
senza legare gli elementi in uno nuovo -
con l’acquabuona che nasce. Fra le gambe

 

da quel momento cominciò a vibrare
la tua membrana tesa cielo a cielo,
facendosi piccola e dopo dilatata,
con il ritmo che diede vita a una danza.

-Dov’era l’aria, che cosa ti avvolgeva 
se respiravi senza alcun respiro?
Chi ti proteggeva? Era di notte?-
Un oceano celeste, tutte le membrane
confuse alle stringhe tinte di oro rosso.-

 

Era l'ardore profondo a brillare,
il germinale bambino di luce,
che offriva calore al suono universo 
formando l’impronta indelebile e chiara
da così lontano, per poi ritirarsi 
in quel punto, il più piccolo, da equivalere
al massimo grado di ogni estensione.?
Così nacque il fuoco, da questo calore
e, dopo, la luce, che adesso mangiamo?
Con una parola un’onda una voce,
così è dei colori di tutte le piume 
che sono ancora rinchiusi nell’uovo,
nel corpo nero di un arcobaleno-

le gocce i globuli i punti, una perla,

la nube squarciata da quella luce,
la tua fornace in perfetto equilibrio
si è dilatata andando all’amore,
che ancora viaggia nel suono più antico,
portando i semi dai primi nidi
in cui l’universo ha preso a riunirsi.

 

E' questa danza che schiaccia l’oblio,
il suono che resta della tua voce
che definisce la forma alle cose 
riportandole insieme dentro l'origine
di quelle stringhe confuse alle brane 
fino al pulviscolo dentro la gola

e dentro la pioggia -tutta indistinta-

un’ombra soltanto, se può proiettarsi
sopra le mani, che stendo, bianchissima,
un residuo speciale, come gli anfratti
della mia casa, che un lume soltanto
può rischiarare, se sono vicini
a quella tenue fonte di luce, 
fino al confondersi delle falene-

 

per ritornare alla vita assoluta

al principio silente, a vibrare di nuovo 
nell’hara del mantra, al fondo di un amen

 

nella dolcezza del suono immortale
delle due curve dell’ Oṁ che sorreggono
il bindu riunito in un unico punto
su di un velario, ostenso, per sempre.

 

*

Naftalì

               < Naftalì >

                                                              Se batti con la voce sulle labbra
                                                              di volta in volta la casa è costruita.

 

Per questo hai disteso una cortina,
un patto sacro, sulle nostre membra
nascondendo la tua isola nel centro?
Tra gli uccelli e i filatteri delle albere


per dire tutto insieme quel che vedo
ho dato un nome al passo con la cerva,
laggiù in fondo, dove va il suo respiro-
prima degli occhi e della voce, la segreta-

 

Ora è chiara la pronuncia nella gola,
chiara come la tua mano benedetta,
                                                          mentre sillabo nell'aria : Naftalì-
si dischiude da ogni lato della bocca
la rosa delle valli più profonde-

come un sabato o il dolce capomese
al grido antico di una partoriente-
da quella luce nascosta esce un raggio
che riallaccia i legami con la gioia-

 

Questo fa nel pomeriggio una preghiera,
il mio canto dei gradini a bassa voce, 
quando penetra la tenda con la nube.
Dove tu sei, di volta in volta, nostra casa

 

non posso dire <Naftalì> se non cammino 
se non vado con lei a cercare l'acqua.

 

 

 

*

L’ascolto del fiore

 

 

Si apre piano

la lunga tenda gialla
sopra il giardino.
Porto al cuore le mani,
piccole spinte e
una sola parola
per dire la pelle-

toccando il tuo viso
le braccia la schiena 
e il tuo sesso-
s'innalza nel cielo,
bello semplice azzurro;
un giovane albero 
è l'ombra leggera
sotto il fogliame,
un uccello sacro, sul muro
della mia stanza.

Tace l'immaginazione.

 

Ti ascolto,
come quel fiore arancione 

che ha sentito il mio desiderio,
e si è dichiuso,

come fa il bene,
silenziosamente.

 

*

...se tu segui tua stella

Se tu segui tua stella
non puoi fallire a glorioso porto

 

Divina Commedia, Inferno, Canto XV
versi 55-56

Seguo la linea quando scompare
dietro una curva - come il tornante 
che offusca la cima salendo gli dei 
e sembra di scendere- l’intima stella,
più grande di me. L'ascolto obbediente 
mentre l’acqua finisce e l’ultima legna 
è sul fuoco a bruciare il brillio naturale 
la carne del soffio, la sua direzione.
Con le ossa nell’aria lo stesso cammino

 

nell’oscuro dell’abse mi insegna a vedere
dove il silenzio non sta senza verbo
a tenere un diario, a scrivere lettere
mi inchino, confusa - Di fronte a che cosa
tu fai riverenza? A chi ti inginocchi?-

 

Assentendo alla vita, io credo, soltanto
se chino il mio capo, cadendo vicino
al verde nel vero alla sua primavera
al suono che fa sentire che “ vr” 
dispone nell’aria la pioggia dei fiori
che l’acqua raccolta nel cuore a giumella 
offre al pensiero e alle mani il sapore

 

dal basso continuo, andando alla gioia
se dalla terra imparo il respiro.

 

 

                   Scultura Georg Kolbe 

*

Rayuela

Quel luogo che ora tace, la mia casa,
come chi ha protetto l’aglio tutta notte,
è il rosso della gioia verso l'alba
per la piccola rayuela che ha saltato
dalla cipressa al tiglio- un anno intero
fra gli anelli delle chiocciole e dei bruchi,
annodando filo a filo con le mani
le albere del sole ai vecchi nidi,
fino a sentire sante le ginocchia
al pianoro dei dormienti, in cima a Bàdolo-
e un perpetuo sulla lingua, i suoi amori.

 

Una perla di buio, al boscovecchio,
ha cresciuto la preghiera di incontrarli,
aprendosi in un fiume di portata,
per contenere l'immenso e lo splendore
di una coppia di daini - come gli angeli,
quando entrano negli occhi con un canto

 

e dentro agli occhi, mite, fanno piovere
la grande nevicata della luce.

 

*

Nel graduale che ci spoglia fino al salmo

Un vento vivo in assenza della pelle,
di volta in volta con il gesto delicato
della luce quando va intorno agli alberi,
mi lascia immaginare dove sei

 

con i brevi movimenti della linfa,
se bisbigli una parola, la più lunga,
tenendola nel cavo delle mani,
quel più di ogni giorno che rinnovi

 

nel tragitto silenzioso verso il sole-
così se tocchi un fiore e la radice
si muove come un cuore benedetto

 

all’incontro dell’amore e il ribes bianco
dì loro che ti amo in cosa che vedi
nel graduale che ci spoglia fino al salmo.

*

Un angelo ci serve e ogni notte

                                                              Un angelo ci serve, e ogni notte,
                                                              come un osso leggero ama volare
                                                              alla festa degli azzimi e le rose,
                                                              per offrire la prima comunione,
                                                              dove gli uomini riposano le mani.

 

Ascolto il riso che rinnova l’acquaviva
di quel messia che serve capovolto,
come un diacono radioso, alla sua mensa,
i prescelti, divisi fra domande
su chi fosse il più grande dopo lui.
Quanta tenerezza in ogni angolo,
ai piedi del suo credo, per gli amici.
Simon Simon...quanta fatica 
per farti diventare il nome Pietro, 
sotto il vaglio del grande divisore,
come il grano.  La fede è una cordata

anche per Dio. Ascolto il batticuore,

mentre prega, per la fede di suo figlio,

e che confermi i suoi fratelli, convertito.

L’ascolto nel vangelo tenerissimo di Luca

quando supplica di armarsi di una spada, 

di vendere ciascuno  il suo mantello-

così prezioso che anche dato in pegno
veniva reso al debitore per scaldarsi 
ad ogni notte. Ascolto come dormono
i compagni, sfuggendo dal dolore, 
mentre l'ombra si allontana tra gli ulivi,
e a un tiro di sasso, si inginocchia-
ripetendo nel deserto a un filo d’arco
il grido di una donna al suo neonato-


E' l’agonia, la vera lotta per l'amore,
del sudore che gli scende dalla fronte.
Non è l’Adam  che raschia sulla terra,

e il rosso del sangue che lei beve
non è forse di Abele, suo fratello?
Dove sei stato?

Solo questo conta,  domandare :

dove sei. Tu li hai svegliati,

quando Giuda era vicino al segno pervertito, che colpiva,
senza spada, l’alleanza con un bacio
.-

 

 L'ultimo sguardo di quella notte estrema
è stato per il  giovane Simon-
l’ultimo appiglio tra gli affetti, rinnegati
a una ragazza senza nome per la via,
rubando, oltre al futuro, il suo passato-
più di quanto lo possa un tradimento-
col suo sguardo dialogò, l’ultima volta,
fino a quando non divenne il nome Pietro,
in mezzo al pianto, mentre lui spariva
verso il sinedrio che mutava le parole,
e da Pilato, con il suo nuovo amico,
che gli pose quella tunica vistosa,
quale re, dimenticando la giustizia.-

 

Padrenostro, chi c’era alla salita? 
Se a uno straniero fu ordinato di seguirti -
con le stesse tue parole per Simon- 
ti seguì, fino alle croce, col suo nome
e le tre donne appena in lontananza
tra la folla di lebbrosi e prostitute.
Ti sei voltato, per il rumore sopra il petto
di tutte quelle peccatrici, oltre le mura,
con le parole della profezia. Sei giunto in cima
chiedendo ancora tempo, 
e nel tempo del perdono sulla croce, 
di nuovo satana ha tentato la discesa
del tuo corpo, come un tempo sul pinnacolo
.-


A scendere è stata l’ora sesta,
improvvisando il buio dentro al giorno
sconvolgendo la natura per tre ore,
fino all’ultima consegna del respiro,
che ha portato il nuovo Adam 
a compimento.
Mi fermo su chi guarda gli occhi chiusi
di chi ha reso l’anima, Gesù:
il centurione, e una folla di spiantati,
i conoscenti, le donne e quel Giuseppe
del sinedrio, l’obiettore di coscienza, 
che prese il corpo e lo raccolse nella sindone
posandolo al sepolcro. Il giorno dopo
è già sabato a quel tempo di Gesù.


Di Gesù è il sabato dolcissimo
per entrare nel ventre della sposa
che stava preparando i suoi profumi ,
per il passaggio di quel soave odore, 
delle donne sul corpo dell’amato;
nella pasqua è già domenica, al tramonto,
se le stesse, testimoni della morte,
lo vedono nel vuoto - del risorto 
credere è vedere, amore mio,
accompagnando l’amato dove muore-


hanno tanto camminato insieme a lui,
per servire come apostole l’annuncio,
ricordando agli increduli che un Dio
è sempre nuovo nei doni che ti offre-
così alla coppia dei discepoli per strada,
che riflettevano sulla fine della storia-
troppo giovani per ricordare la promessa
tramandata dai profeti, il compimento-
eppure si è accostato, giungendo a casa loro,
spezzando ancora il corpo sulla tavola,
lasciando agli ultimi il riconoscimento.
E poi sparire- 
non prima della supplica al suo Pietro, 
con le mani e con i piedi di un amante
che rimane in carne ed ossa fra il calore
delle membra- Non credeva
stupefatto per la gioia..! 
Finché le labbra ripresero a mangiare
la sua pasqua benedetta con lo sposo.

 

                                                                     Hai dovuto amare così tanto
                                                                     per farci camminare come al buio.
                                                                    Ed ora, 
                                                                    dopo tutti questi anni,
                                                                    sei tu

                                                                   l’accanto che vediamo
                                                                   nell’angelo ogni notte, 
                                                                   che ci serve?

 

*

Il tocco di una piuma sul tamburo

Si muoveva sulla curva della luce
di un vento piccolo, disteso fra l’anello
e il bianco inizio di una liturgia-
nella baia tra il seno e le tue spalle,
fluiva nel silenzio reso grande
da un cadere che la teneva accanto
al suo pregare, e per tutta la lunghezza
niente più l’avrebbe sollevata
dal calore radunato nel suo centro.

 

Ed ora che la storia, ricongiunta,
vive tutta nel segno di una mano,
quella vera, che si sogna mentre piangi,
c’è qualcosa di inudibile nel suono-
come solo fa una piuma su un tamburo-
che oltrepassa la pelle, quando trema

 

la visione in fondo agli occhi che rimane,
dopo il tocco inavvertito, la passione.

*

Un buco è tutto per la luce

Benedetto dall’esistenza, e dal suo peso,
l’oceano pur immenso resta calmo,
tra le infinite madri della terra,
facendo boschi nuovi di ogni onda,
spingendo sulle palpebre le mani
nel luogo più profondo, il più elevato,
per sbucare nei polmoni di un fratello
con l’odore delle lettere del pane.
Dove l’acqua va nel bianco e si ritira

 

attaccheremo noi al seno la sua voce,
la coveremo come un fuoco, a cielo aperto,
muovendo l’aria, e fosse solo un goccio,
la saliva, è quello che ci serve, 
per la limpia tra il sambuco e il falso pepe,
a risalire i pozzi insieme al canto
del più piccolo respiro della polvere -

 

perché tutto è una ferita, 
e un buco è tutto
                             per la luce.

 

*

Noi crede

Noi crede al riflesso sulla vera dei pozzi,
quando rotola via con gli anelli dell'acqua,
a un punto d'unione, al cuore del petto
Noi crede alla veste che ancora indossiamo
degli stessi bambini, nel piegare la notte,
Noi crede, ostinata, alla sola preghiera
che viene in silenzio per tutto il giorno

 

Noi crede al magenta, nella sua offerta,
al buco scavato per dare alla vita
quel bisso che lega le due campanelle,
che suonano insieme il nome armonia
Noi crede alle ciotole fatte di creta,
alla mesa, alle foglie, e in cima, alle pietre,
che chiudono il seme, protetto dal gelo

 

Noi crede nel verbo abbacinare,
quando entra nell’aria mentre ti scrivo
del mistero passato sopra le labbra,
alla voce che resta del suo celeste,
mentre sprofonda con tutte le ossa
nella fiamma che torna dove fa buio.

*

La sua mano

 

Il confine è ancora la sua mano,
e lo sguardo origina dal buio.
Basta un’eco,
                   appena il tempo di passare,
che un occhio solo già distingue il nido.

 

E qualcuno è proprio qui che trema-
nel luogo dell’origine del grido
di quell’albera- non le cime azzurre
o le apicali delle sue radici,
a tremare è il corpo che sta in mezzo,
più modesto di un servo o di un padrone-
dove passa l’alburno con la sete,


come fosse il concerto di tre angeli,
quando sconfina in una viola sola.

 

Antonella Schiralli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                 Disegno Antonella Schiralli 

*

Come un fiume una lacrima soltanto

Come un fiume una lacrima soltanto
mi sfiorava con il canto, in madrelingua,
delle donne che corrono fra i lupi,
tanto il peso era ai fianchi della casa
che mutava la forma del destino,
confondendo nella storia la magia
delle zampe bianche come un giglio.

 

Era il Capodanno delle bestie,
e in pieno petto disegnavi coi colori
dell’onda di Hokusai, sull’Ararat,
con tutto il peso della luce quando preme
tra le ali e gli alberi dell’anima_

ogni favola è piena di ginocchia, 
salvate in fondo al mare, con un sogno
che sale lentamente poi si dona,

fino a sorgere la carne per la carne_


che scivola dall'occhio di chi sogna
come un fiume in una lacrima soltanto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                Dipinto di Antonella Schiralli 

*

Nel sonno senza sogni

Sei venuto nel sonno senza sogni,
fasciato di bianco, e col nero
hai confuso i tuoi pesci alle uccelle.
Con le spalle coperte dal vento

 

quanta calma al risveglio, mio sposo,
capovolta nel solco di luce, 
dove i nomi hanno i mesi più belli,
nel giardino del corpo, e la fame,
il lentissimo bacio che porta,
ora è un pane, scambiato nel ventre,
con la tua noce d’oro, che sale.

 

 

Dipinto Escher, Cielo e acqua

 

*

il bambino di luce

C’è nella tua mano la purezza
di una danza religiosa,
fra la riserva delle dita, il tremolio, 
un movimento proprio alla verginità,
e un guardare lontano da se stessi, una mano
che segue da sola il cammino, e va 
paurosa, ferita, di nuovo contenta, 
va, profondamente, sotto il volto di una casa,
che sta sopra di lei come una stella, 
che non osserva, soltanto risplende.

 

Stamattina ho disegnato i fogli bianchi
del libro d'ore che mi è giunto per Natale,
obbedendo al nostro orecchio debole, 
come una cosa alle leggi profonde.
Poi è salita di nuovo la luna
e ancora una volta sono andata dagli alberi
- non distingueresti le mie mani, ora,
prolungate nei polmoni, dal tuo canto.
Dalla conca benedetta delle neve

 

ho preso a casa tre bacche gemelle
sdraiate sul pino dormiente, quello argentato,
per donare al presepe dei piccoli magi.


Al vecchio tiglio ho lasciato un haiku
del bambino di luce, in fondo alla pancia,
nel suo mantello l’annunciazione.

*

Nel credo tu entri verdeluce

 

Dove si trova il quarzo che ricorda

di rimanere sprofondati come neve

ed innalzarsi nel credo che noi è

 più grande di ogni angelo, tu entri

 

bevendo silenzioso al nostro ventre

come una parola che hai compreso

nella porziuncola di pace verdeluce.

*

Quando vai a fare i fiori

                                                                     Cosa vedono i tuoi occhi 
                                                                     quando vai a fare i fiori,
                                                                     la porta stretta di una retina 
                                                                     dove s'inginocchia il cielo?

                                                                     Come ride, una parola, 
                                                                     che ti muore, ancora prima,
                                                                     quando vuole disegnare

                                                                                       il suo respiro?

 

Se congiungi il campo di una lacrima,
da cui riparte il filo, alla radura,
che appena visibile cammina,
nel continuo movimento di un miracolo
a comporre la sua voce, va alla gioia,
con il riso, come fosse una preghiera.

*

Fra l’intimo dell’acqua, una celesta

 

 

 

Quel rosso che ti appare in controluce
è una veglia solamente, un obbedisco, 
mentre il fiume mi ricopre come neve,
con lo stesso respiro che conosco
delle bestie, nel tepore, quando è buio.

La folata di vento che ti porta
arriva a toccare per la grazia
lo scintillio della risata, la mano stessa
del miracolo, sul fuso della dita.
Nel vangelo mai fermo, che stupisce


con tutto ciò che si oppone alla morte,
la ferita più profonda che si allarga,
sul mio viso, fertile, è la pace-
la gioia di portarti sulla bocca,
nel buco più divino del midollo-
dove entra ogni notte quel bambino
sulla barca celeste. Come un santo

 

nell’erezione di Moseh oscilla ancora,
con la testa nell'arca delle madri,
allo splendore delle nostre contrazioni,
facendo delle vertebre un dipinto-
del bimbo rosso, tra i giunchi che si allargano,
il passaggio di ogni porta- e la parola,
con la spinta che diffonde quando è ora,
fra l'intimo dell'acqua, una celesta.

*

Nel lungo viaggio della voce

Assimilo nel buio la tua luce, 
piano piano padremio- ne ho fatto un cuore 
come cibo, ripetendo: sarà un uomo
il primo a entrare in casa, l’anno nuovo,
o almeno la sua voce, insieme all’aria-
dove siamo rimasti senza braccia
ho tenuto fede alla promessa.

 

Se avessi tolto prima la cornice 
ti sarebbe apparsa nel perimetro la tela
con il colore originale dello sfondo,
il rosso vivo di una cocciniglia,
nel ritratto di cenere e silenzi, 
l’addome magro, sul volume di preghiere.

 

Sei stato, tra le lacrime serene,
una stradina per l’anticipo del vento,
nel lungo viaggio della voce dentro casa,
la prima, nella stanza dei tesori.

*

Come un frutto, come casa tua

Ti scrivo da una cella silenziosa,

senza quasi un alito di vento,

nel movimento delle mani è già domani,

e il suo grazie, nella notte, fa il tuo nome.

 

Lasciamo che tutto accada ora,

come vuole ricadere l’anno nuovo,

come un frutto, come casa tua.

 

L’amore non può chiudersi,
come impara a fare una ferita.
La morte piccola, che ha preso l’anno vecchio,
è il nostro frutto, in cui ha avuto amore,


e quella grande, che ci portiamo dentro,
è la sua luce, che va bevendo il succo.

*

Fra il mattutino e un’Ave Maria

La casa respira, anima mia,
chiude gli occhi e ringrazia;
il suo palmo è chiaro
le sue linee profonde
al centro del corpo le lacrime hanno
un vestito azzurro
e i fiocchi di neve coronano i piedi
come fratelli di latte.
Conosci l’albera che ride con me

 

i bambini di luce che custodiscono gli angeli
e il ramo del vischio che porta in giro le gemme. 
Più dolci della felicità
I tuoi riccioli neri rivestono ora
i bianchi misteri dei colli,
le pietre, le case, i nostri sassi,
le forme sante del pane;
tanti piccoli sentieri bianchi
che si intrecciano fitti per poi svanire
nei buchi amati dell’albera del noce,
dal letto di morte alla sua infanzia
resuscitando la bellezza delle madri
vissute secondo la carne,
in un alito,
nella forma chiusa di Adamo,
una tana da uccello.

 

Lì, dentro il tuo libro d’ore, farò Capodanno,
seguendo il vento lieve delle tue mani 
educate a vicenda, all’amore,
guarderò a lungo ciò che mi feriva
delle tue ferite più profonde, 
contando le ossa ad una ad una,
le parole che danno un grande freddo.

Pregherò per loro, stanotte- e fin d’ora
domando perdono 
se chiamerò mio sposo ogni verso,
compagno e fratello, passando le dita 
sull’inchiostro a migliaia di anni,
sul ragazzo luminoso che discende 
verso il grande lago - a capo chino,
fin quando la bambina che contieni
colerà nella mia gola il nuovo anno,
con le mani del nostro saluto 
e il più grande congedo, riuniti

 

come sappiamo accadere ogni giorno
fra il mattutino e un'Ave Maria.

*

Benedetto il tuo Natale

                                                                      E sai come attendere tu,
                                                                                  camminando con gli occhi,
                                                                                  la voce nel petto 
                                                                                  come fosse una stanza,
                                                                                  per vivere ancora 
                                                                                  colma di luce. -

 

 

 

Posso solo raccontarti di quel poco
intravisto per bagliori nel mantello-
la santità del movimento, non il detto,
ma ciò che ho ascoltato riponendo
le sillabe bagnate sotto l’aria -
abbandonata alla dolce eucarestia,
ho condotto per te ogni preghiera,
e mangiando alla tua bocca contagiosa,
è nato il mondo, da cui nessuno torna.

 

Fedele al passo che matura il pane
sei tu la grande morte e il mio risveglio,
chi cerca e chi è cercato in te è scomparso,
se ogni giorno ricomincia dalla stessa 
pozzanghera di pace trasparente,
dove il cielo si rispecchia ed il tramonto
indugia con la luce nel miracolo
del suo laghetto azzurro verdemare.

 

Ed ora posso rannicchiarmi silenziosa
come un germe tutto intero che si affida
al tremore più solenne della terra
sussurrando benedetto il tuo Natale

*

se avessi voce per Natale

 

Così ti starei in pancia, figlio mio,
appoggiata al cuore sacro del tuo nome,
con lo sguardo stupefatto e senza peso-

 

giacendo indistinguibile e morendo
prima di raggiungere il tuo verbo.
È mattino pieno in questa notte
dove andrei se avessi voce per Natale,
con la mano che bisbiglia e ricomincia
dal lembo di silenzio che mi avvolge,
prendendo a poco a poco intensità,
il corpo nudo che ti restituisco-

 

nell'immensa luce rovesciata,
per sentirti deglutire fino al canto
perché tu sia ogni cosa quando cresce.

*

Madremia

 

 

 

 

Un indugio il colore delle sillabe, 
l’accento è un ritardo, e il culmine,
nell’andamento claudicante del respiro;
non è la cima dei monti all’orizzonte,
o la profondità delle foreste,
sono le pagine di un erbario remotissimo,
dove ti metti con la lingua, per tacere.

Eppure un suono vibra, flebilmente,
mentre porto l’acqua nel torrente in secca,
se raccolgo i panni, quando taglio legna,
io ti sento, nel silenzio, che disponi
i tuoi rami con i fiori, al centro del mondo.

 

Nessun grande cielo a luccicare
sulle colline di sasso, 
solo un andare tra fango e terriccio,
da un sorgente a quell’altra- 
un ciuffo d’erba grigia, scie di nebbia
che sfumano i contorni del mio semplice vestire,
rendendo radioso l’odore delle pigne che hai bagnato -
le cose si conoscono tra loro si frequentano
il fontanile del tuo sentiero, la cerva da un solo fianco
mostrando cosa appariva come un velo -

                                                                Il te bollente
                                                                Mentre sorge la luna
                                                                intiepidisce

 

                                                                Non il suo riflesso
                                                                quando sfiora le labbra

Tanto da tacere già dentro la parola
fra le maglie che si aprono per fremiti 
riassorbite sulla pelle, così chiara
da non potersi trattenere in un pensiero-
un semplice barlume lascia il posto al suo riflesso,
e nel miracolo salato il cavo d’onda
diviene un nuovo pieno- Madremia,

ho rispettato il giuramento da soli cinque giorni,
sul focolare il minimo colpo farebbe cadere
i ceppi, e le braci 
conserverebbero ancora la forma
che ti ho promesso, cadendo, 
e in più la luce. Domani sei nata
e il tormento si placa di colpo, 
come sotto il tiglio, quando ci respirava
e si accostava a noi, per un lungo momento,
aiutando i nostri fiori a schiudersi, 
indicando il sentiero possibile dei caprioli,
il rifugio, la dimora dei girasoli
per la raccolta dei semi. La speranza.
Non è certo la morte ora a impedirci di credere
all’eternità di ogni minima cosa,
al suo nome - io credo- a ogni luogo 
dai mesi bellissimi, ai bambini
qua e là, donne e fiumesse
che si scambiano ricordi
di albere e poesie improvvisate, 
con lacrime raccolte nel tutto della gioia,
ad ogni tornante delle nostre braccia-

                                                                Da ogni fiore
                                                                la promessa del frutto
                                                                L’ultima brina

Lo spostamento immenso del freddo
è questa onda che s’inarca da cinque anni
fino al semplice tratto di schiuma,
in migliaia di vite, stanotte, la nostra lingua,

la veduta di alberate ed un vapore
annidato nella foschia che si disperde.
Se oggi dico “ mi ami” e rispondi “ anche tu” ,
sbucano i verbi come la vita stessa
se ripeto saltimbraccio, per amarti più veloce,
magento, nel sorriso del tuo nome,
senza aggiungere altro, Silvana.

                                                                     Il te scaldato
                                                                     e il fuoco tutta notte
                                                                     Quante le veglie

 

                                                                     Tengo in me le ceneri
                                                                     e il ricordo del freddo.

*

Fiume di portata

Quando il mio vuoto cristallino 
accoglierà la tua lucente propensione
saremo ancora maschio e femmina. Soltanto

 

le lingue azzurre nelle bocche che si baciano,
fra la pioggia di saliva più celeste,
faranno insieme di ogni coppia un angelo,
del vapore un fiume di portata-

 

staccando in fondo ai reni una valanga 
trasportata dal torrente del magenta
nelle falde più profonde per sgorgare 
al centro esatto dell’orecchio, immacolato

 

avremo il sole nella testa, e il nostro anello,
conservato al dito come in un ciborio,
allatterà l’immagine e il suo angelo, 
la sigizia benedetta che è in amore.

 

*

Sul sentiero dell’amore per Duino

 

Ti ho sognato al molo di Trieste 

cercando un libro di poesie sopra il banchetto,
e sul sentiero dell’amore per Duino
che leggevi sottovoce le elegie

 

con l’odore delle rose nevicate 
che alla decima scioglieva in mezzo al petto
l’umidità dei nostri occhi e quella luce
il lamento in un giubilo dorato.

*

il senso della luce

 

Con quale pace si raccolgono le foglie
le ultime, nel freddo, intorno ai rami,
hanno il movimento di una madre
che ha mangiato tanta terra con il sole,
con le ginocchia piantate nella medica

 

lasciando poi che cadano le vesti
nel suo più veroposto, nella yurta.

 

Ha il senso della luce, una ferita,
la piaga luminosa del congedo,
se la tagli rifiorisce, lacrimando
l’indomani è una foresta che si alza,
per invitare un angelo ad entrare


nella stessa posizione di riposo
che avevano alla nascita i germogli.

*

Nel sonno del tuo nome

 

                                                               Dov’è che ti fa  male per Natale

                                                               alla corona delle tue ginocchia,

                                                               o alle preghiere? Tu lo sai.

 

Eri certa del fulmine alla vita,

se ti sei divisa il petto in lunghe ali. 

volando via dall’isola con Elba,

dai  più morbidi rifugi color rame,

a cercare luce asciutta e vento forte.

La tua dolomia ora è un giuramento, 

sulle pareti scure, che protegge

un albero nell’albero, e in silenzio

resistono gli anelli della volta

ai ripostigli  della neve sopra casa.

 

                                                          Ti sentirò arrivare da lontano,

                                                          bagnata del celeste di mio padre,

                                                          portando bende calde, affonderò

                                                          nel sonno del tuo nome,  mia silvana.

 

 

Immagine Jeanie Tomanek

*

Il peso delle donne senza nome

Pronunciando Mosè dici l’ostetrico
delle Miriam che lo hanno messo al mondo,
dal grembo naturale al suo cestello,
è vocazione il nome, di Pietro di Simone, 
un compito preciso la chiamata,
come sulla terra, la promessa, 
c’è il soffio di Giosuè e poi Gesù -

e tutte quelle donne che continuarono a seguirlo

 

compagne del morente, che è ancora vita,
senza nome, loro che “Di buon mattino,
il primo giorno dopo il sabato, 
vennero al sepolcro al levar del sole.”
le donne non chiamate, donne laiche,
oltre il masso, rotolato via con il timore,
le apostole degli Apostoli, madri testimoni 
della morte, della sua deposizione, di chi risorge

 

con quale nome? Chi non esiste è grande peso.

Nell’acqua amara dell’amniotico rimane
ripetuto il nome di Maria, non altro quasi,
dal ventre pieno al vuoto della tomba.
E fosse solo questo, basterebbe

il coraggio della prima, a costo della vita,
nel domandare all’Angelo la via;
o quello dell’ostinata scavatrice sulla torre,
la prima donna ricomposta nel suo corpo-
non è un caso, proprio lei, di Magdala
la possibilità di essere chiamata col suo nome
nel luogo più preciso di ““Maria!”

 

“Rabbuni”- anche tu ti sei commosso

fino al pianto, nella casa di Betania,
per tirare fuori l’uomo e farlo alzare,

con un grido. Chi non esiste è un peso
che farà dei piedi una maestra,
dello scarto un tempio esatto
nell’accogliere il viandante con le orecchie-

 

due volte solo hai accusato la tua sete
con un imperativo, sulla croce, 
e, davanti al pozzo, alla straniera-
a qualcuno che non c’è, la macchia nera
di Samaria, che hai assetato
domandando acqua, e lei,
nel ministero dello svuotamento,
ti ha sposato.
Nessuno mangia più da quell’incontro
nessuno beve altro che l’amore,

celebrando la più vera eucarestia.
Nel punto luce che riconsegna la bellezza


coloro il ventre d’acqua nel deserto
dipingendo la donna cananea

col verdemare dei suoi occhi glauchi,
la fenicia che seduce con i cani 
riconoscendo un pane buono nei frantumi.
Verde anche la dramma, e chi la cerca al lume


per la prima comunione; con il rosso
del sangue del tabù, l’emoroissa,
la più lebbrosa degli infetti, senza chiesa,
e bianco il tocco delle mani 
sul mantello.
Col celeste dell’azzurro di Maria
coloro il primo figlio di una donna
senza Abramo,
la sua rivoluzione per il mondo.

Tengo il giallo per la fine, della vedova,


una macchia di sole abbacinante,
la perfetta-
fra i dottori seduti ai primi seggi
c’è il suo cuore, e tutto ciò che ha
una poesia.

*

Con la semplice preghiera di un papavero

 Volevo compensare la paura del neonato 

spiegando il grido che fa tremare l’aria 
quando esce dalla notte, nella luce
i piccoli polmoni, le sue ossa.

 

 

 

 

 

 

 

Non senti che sei l’uomo nella donna,
il riso di una madre al suo bambino?
Nella pena del travaglio l’agonia non è miseria,
ma l’odore che fa un giovane terriccio
appena nato dalle foglie morte- 
l’invito all’alito sincero viene su come un tesoro-


nello strazio che si apre e perde sangue
nel parto di tuo figlio. Non fermarti,
non fermarti che per continuare il balbettio,
per ricomporre ogni frammento delle foglie
che hanno brillato prima di finire.
Al punto di incontro delle fonti, ai nostri piedi,

 

la sorgente è un albero nel suo disfarsi, 
e il cuore, del gigante che si spezza, un’acqua pura,
il lavoro di una vita nel suo andare
a quell’aurora che noi chiamiamo fissa.

Con la semplice preghiera di un papavero-

che malgrado il forte vento lo scompigli, 
mantiene nei frammenti dei suoi petali
il rosso intenso che la pioggia non attenua,


-raccolgo le mie cose nel silenzio
e zoppicando, verso l’alveare, ti ripeto : 
c’è un liquido vermiglio che per sempre
alzerà il velo ai nostri occhi;

siamo un campo rifiorito di lavanda 
che a forza di morire per l’essenza
si veste fino a perdersi in un blu
del tutto senza peso, fra i colori, 
e attraverso i suoi vuoti, con la luce,
si unisce alla terra più leggero,
come solo una porpora sa fare
quando si distende su ogni petalo.

 

Così mi corico al fianco di ogni sera
dopo avere ripetuto il girotondo
con le stesse parole, ed il tuo nome,
per cadere sopra il campo, dove ride
l’invisibile colore, in mezzo a noi

 

*

Negli occhi fa la neve

 

Non fai altro che nascere ogni giorno
svolgendo e dilatando la mia vita
ti scrivevo con la cenere negli occhi

se per sempre metto insieme i nostri nomi
amina con aman e poi narimi;


anche adesso che negli occhi fa la neve,
bisbiglio siamo salvi, al posto giusto,
che attraverso corre ancora quel bambino,
col respiro più pulito che conosco


se i nostri nomi antichi messi insieme
si pronunciano col suono di domenica.

 

I tre pini

 

*

Nel vivo della carne io magento

Giravi intorno al pozzo senza posa,
perché il sentiero ripetuto sotto i piedi
esplodesse nella strada non percorsa,
dove il grido perfetto di ogni stella
ha la stessa posizione delle braccia.
A farsi largo tra gli indugi delle mani

 

è ancora in vita il tremore del miracolo,
e ogni volta che sorridi nel silenzio, 
l’amore rende un chiaro di continuo.
Io sto bene, e so piangere di gioia,
dove l'acqua scava lenta sulla pietra
un lamento, poi un canto, un alleluia,
e quando tace dove va, seguendo il cervo-

 

nel vivo della carne io magento, 
come un rosa cedevole di luce,
per morire nuovamente sul tuo cuore-
al prossimo tornante dell’aurora.

*

Tu, la terra destinata, tu che vieni

Riaccendo il lume antico e, a costo della vita,
ammutolisco, tra i nodi del respiro.

Le parole intanto vanno alla tua voce
da principio. Ti aspetto, mi raggiungi.
Ti sfioro, prendo tempo. Ti rilascio.

 

Posso dire solo ora < siamo insieme>
mentre seguo con le dita la tua scia,
con l’orecchio l’eco dei tuoi passi, 
per tornare al mio barlume, benedetto-
trafitta e poi nutrita dal mistero 
di questa religiosa solitudine
che fa brillare il vuoto. Lungo i fianchi

 

trattengo, come aria, il presagio e il tuo disegno,
la traccia che riposa sull’argilla
della nostra calda vibrazione e più modesta epifania-
le morti , quelle piccole, tra un respiro e l’altro,
ci hanno mostrato come tornare vivi,
complice lo sguardo tripartito dell’apnea,
tra il mattino la fiumessa e la tua casa:

vascelli, con l’amore ad ogni porta 
tatuati sulle stelle alle pareti,
e al nostro corpo. L’uscita rimane respirare 
attraverso la fessura, sulla soglia,
per ricevere semplicemente il buono
ridente del tuo viso,
che prende favola, sereno,
nel largo dell' azzurro. Dove tutto affiora-

 

tu, la terra destinata, tu, che vieni
dai millenni di un rebambino biancosale, 
tu, piccolo messia, con cicatrici di cristallo-


la tua voce adesso è tutta la poesia
le mani pure, il libro aperto, la dorsale
dal ventre al cielo. Della pietra rosso sangue
distendo la sua spugna alla marina
completamente nuda. In stato d’amore

il tuo manto ci ricopre con immensi occhi
nasce il passato e la sua vena, sacra:
la trasparenza del grappolo, la terra salva 
contro il freddo, e l’acqua, che risale chiara,
dice gioia, da ancora più in alto, in pace
sulle labbra illuminate. Anche stanotte

 

da lontano mi sei seduto accanto,
se ti volti indietro mi sei dentro.

 

- Claudia Sogno, Boscovecchio, 26 Ottobre 2017 -

*

Lei carezzava le piante con il sesso

 

 

 

 

Lei carezzava le piante, con il sesso

delle parole più corte sulla terra,
districando i fili lunghi dei capelli
con latte di riso e madrepore lucenti;
inginocchiata ripeteva una preghiera 

 

dalle radici al centro di ogni fiore.

 

In un respiro ho raccolto le sue lettere

 nella pozza verdemare preferita
con i piedi a penzoloni nel colore

per vederla piantata fra le zolle
mentre allatta le verbene, a seni dritti
la sua acqua che risale con dolcezza
nel ventre di qualcuno che lei ama-

 

e tra le ossa cave del suo credo

la linea alba che mi fa volare. 

 

 

 

 

 

*

Primo sale

L’albero ha già superato il vento
scurendo di colore il nostro corpo,
con la parola bene ed il suo opposto, sera-
non la carne, celata nel profondo,
oltre il verde di tutti i suoi frutteti-
un coagulo d’acque scure in una coppa
e la forza, di un amore colossale,
trattenuta al principio della vita.

 

Ora so che siamo due-

le due acque che vanno in matrimonio-

che siamo nudi, se la pelle dà alla luce
che fiorisce - quando sorridiamo 
alla stella più lontana, e il filo d’oro,
che discende sulla lingua,
                                                                  ci raduna 
come primo sale.

 Paola collina

 

Dipinto di Paola Collina, tratta dalla collezione Spoon River,  1991

*

Prima degli occhi, a Inniò

A Pierluigi Cappello

Il tuo celeste è giunto a Inniò,
La terra dei bambini di Luce,

Come te

 

 

Prima degli occhi

sei l’ immensa luce rovesciata

di una fiaccola al cuore delle spalle
il grande albero che ora sta cantando
di un lungo viaggio

nella stanza delle voci -

 

di come entrasti dalle vene luminose 

per tornare coi bambini sulle dita

a congiungere ogni cosa

quando cresce
nelle movenze appena

dell’alburno..

 

 

 

 

*

La tua voce apre la porta a tutto ciò che può benedire

                                                                 Tu che non mi hai dato nulla, dici,
                                                                 nell’andare e venire,
                                                                 con gli occhi puri
                                                                 di un bosco che si alza,
                                                                 la tua voce apre la porta
                                                                 a tutto ciò che può benedire-
 
più riconoscibile di una madre
tutto è amore, nel solco della giada
la bava della pinna,
il vapore che si leva dal tuo bisso
come in piena,
il filo d’acqua che discende
fra le dita,
calde maestre delle mani.
 
Prego, poi mi bagno
come un pescatore nel suo mare,
mentre penetra il mistero,
porgendo alla sinistra
l’ultima terra del profondo,
col rigore, con la forza della carne.
Allevata nella coppa del tuo hara
 
è salita col respiro una bambina,
dalle caviglie fino ai reni, in una danza
si è fatta sottilissima, poi sciolta-
non altro, nella luce del tuo corpo,
non altro che un orecchio.
Mutare generando un atto magico, è morire ?
 
Nelle acque della crescita lei canta
saltando la sua corda, per restare
un lievito, soltanto? - Se si volta
nella spira del tuo soffio, io la vedo,
resa l'anima, che muta-
nella spada di ferro più lucente
aperta la sorgente sopra i fianchi-
liberando i nostri morti
 
con la vita. Si precipita nel viso,
come un sale dentro il pane,
in un'albera le ossa, e ogni vertebra
è l’anello che si sfila dalla bocca
un nodo di energia, la vera stella,
la congiunzione estrema, l’unica,
io credo,
fra il silenzio e la parola,
benedetta.
 
Davide Moggi

*

Nel buio che immacola il respiro

Anche al buio prego di mostrarmi
una strada, alla radice del tuo nome
di ritornare dove si era stati
a preparare doni e meraviglie

 

alle nuvole, da cui ricevi luce,
le stesse che ti offrono la pioggia
del silenzio che viviamo insieme,
di indovinare il luogo preferito
del lampo di carbonio, sulla pagina,

 

leggero come l’aria, inafferrabile,
all’orlo della tunica, ai tuoi piedi,
dove il remo affonda con dolcezza
disteso al centro di una piccola foresta

 

e quando sento risuonare il riso
unito alle mie doglie da principio
seguo il lume dentro la tua voce
nel buio grande_

                      che immacola il respiro.

*

Il sonno delle piante

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli uccelli in stormo o una fila di formiche

sanno che  il principio fu nel verde-

e appena al terzo giorno-

se nel becco c’è un ulivo, terre emerse,

per piantare l’ebbrezza nell’asciutto,  
e con un gesto libero succhiare
la radice con la bocca e i piedi in aria-


il tuo sesso è tenerezza sulla terra

sembra fermo, ma cammina come gli alberi -

dove un buco li ferisce viene nuovo
un ramo,  se gli  offri  la talea,
propagando il suo giardino, ancora uno,

sui viticci gli apici e i germogli.

Un chiamarsi insieme che innamora  

 

le parole più sottili delle piante

quando fanno odori in aria come rune
mostrandoti l’amore, o la paura,

dai capelli i fiori bianchi per le api

fino al rosso così amato dagli uccelli

E il nostro seme, per amore,

 

saprà andare lontano dalla pianta

all’acquabuona ?-
In qualche parte dello spazio c’è altra luce

che ogni notte accende le radici

che solleva le foglie come mani

per rendere invisibili i suoi figli,

nella stessa posizione di riposo

che avevano alla nascita i germogli-

 

con un un dito sulle labbra e gli occhi chiari

a ogni congedo  recitare una preghiera ?

 

Il sonno delle piante è un testo sacro

che s’immerge nel fiume della vita

che si corica, benevolo, ai tuoi piedi,

bagnandoli, quando tutto intorno è quiete.

*

Samech

 

Ho preso fra le mani il tuo respiro
lo stabat sul confine dove il guado
attraversa le vocali come i lupi
con l’aria nella gola, e solo dopo
la esse primigenia di Samech -

 

lo sfregamento, il soffio nel canale
della lingua che spinge le pareti
_ il lento entrare _
pulsando nei condotti 
dove andrà il tuo nome a rimanere
l’erezione dei suoi angoli a vantaggio
delle curve nella pancia - come ancella

 

attorno ad una i _la consonantica
la corrente d’aria che commuove
decomponendo il prisma della tenda

picchiando contro il ventre crea spazio

 

permettendo la durata con i semi

delle nostre antiche dita in mezzo ai frutti. 

*

In una sola carne

 

Il corpo aveva perso l’equilibrio

la giusta posizione delle spalle

andava per discorsi e non parole.

Mi hai detto falle insieme, sulla soglia

 

fila il suono dell’estasi col  sacro

e i due diventeranno in un respiro

in una sola carne  il coito d’oro

di un ventre che commosso va alla gioia.

 

Per la violenza del grido liberato

ricadde nuovo  il piombo nel bacino

passando fra i tessuti un filo rosso

e al limite del riso,  la mia voce-

 

dove gli assi fanno croce umana-

colò il vermiglio, a poco a poco, dal cinabro

al centro della pancia, stupefatto,

 

lasciando che soltanto con la luce

il corpo si schiarisse, a suo riposo.

*

Acquafitta

 

 

 

Vita e nome sulle labbra come figli

che camminano in rilievo colmi d’echi

di un’ estate che  accompagna la rincorsa

con un filo di acquafitta dentro agli occhi

 

salita  per le braccia dell’autunno

tra le costole e il respiro farsi vento

benedetto sull’isola più sacra

 

 apre la sua carne il sì assoluto

 

di una  mandorla di luce trasparente

con il bisso di smeraldo la sua voce  

nell’adagio più bello conosciuto

*

Una stanza speciale

 

 

Saliva celeste in ogni suo verso,
come su un ramo che vuole sbocciare,
nel mare purpureo di questo ricordo 
una stanza speciale, chiamata silenzio,
che dava le spalle al fascio di luce-
entrava chiunque, uno alla volta,
chi aveva bisogno prendeva del cibo


allungando la vita di un seme dormiente

 

poco lontano, appena discosta

una donna minuscola come un respiro
sfilava dal sesso del proprio compagno
il filo invisibile di una promessa-
saliva celeste, posandola piano,

sul bianco lucente di una parola,

così tanto profonda da poterla tacere.

*

Il bimbo rosso

 

 

 

C’è pace, sulla porta che si apre,


nel buco più divino del midollo,
dove entra ogni notte quel bambino
che esce con la cenere negli occhi,

 

e non tocchi ancora tutto dell’amore.
Con le luci capovolte della pelle
abbiamo avuto ben seicento anni 
di millemila matrimoni nella pancia

 

fino al frutto che mangiammo. Siamo noi,
gli stessi pesci, nell’arco della nube, 
e nudi come mai insieme ebbri.

 

Nell’erezione di Moseh oscilla ancora.. -

 

Non fermarti nell’arca delle madri 
spingi con la testa fino al nome,
facendo delle vertebre un dipinto

 

del bimbo rosso, tra i giunchi che si allargano, 
l’uomo verde, il passaggio di ogni porta,
penetrando nella tenebra finale-

 

con la stessa lingua che è la nostra.

 

G.Braque

*

Stupro ( Lo stupro di e .. )

Sei caduta ancora, e non eri sola.

Chi guarda solo è più pericoloso

di chi fa male ad altre vite sulla soglia

 

Chiamalo violenza non amore il suo silenzio,

le sue mani troppo grandi  per linguaggio,

quando prende il tuo vapore dalla bocca,

come  fossero le labbra di Claudel-

 

e ti fa dire che eri sola e sei caduta

dalla sedia, dalla tromba delle scale,

nell’oblio. Si scrive  come “ ricordarsi

la parola “maschio”  in lingua ebraica;

 

ricordare della parte femminile,

il buco madre,

di un infinito cosmo popolato

che ci fonda, madrenostra  da sposare.

Ricorda e

              che “sel’a “ non è la costola, ma il lato,

l’altro lato della luce, che ci è data,

di una tenebra infinita alla radice  

capace di brillare se compiuta

posando bocca a bocca i nostri cieli.

 

Non morire al niente nel silenzio, e,

se il perdono fa  salva la tua vita,

la verità le annuncia tutte, con un soffio.

 

 ( Work in progress )

 

 

*

Nel mondo accanto

 

Basta un niente
Un sopracciglio chiaro il quarto di una noce
che diviene azzurro mentre canti 
le sue parole intorno ad un giardino
e un minareto che perfora il cielo 
tra lunghe spine bianche e fiori gialli
rifiorisce il mondo visto. Senza luce

 

sto venendo a casa nostra con la voce

lungo piste d'asini selvatici
non avremo oggetti da scambiare

sul gran posto solo una preghiera-
che quasi non ti accorgi della gioia
quando sbuca in cima ai pozzi e sei nel foro
al punto del principio di altri canti-
con le ossa come vasi d’oro

di qualcuno che ti cammina accanto.

 

 

 

*

Acqua marziale

 

Separata dal mare
da un tombolo fine di ciottoli e ghiaia,
dal sale, protetta,
con diversi strati d’argilla,
l’acqua dolce si è fatta profonda,
e in quel punto, il mantello del mare,
tradisce il chiarore della sorgente
marziale.

 

Ai piedi del costone, in tramontana,
è giunta fino all’isola del cuore, 
ai suoi bambini,
al fontanile al secchio giallo alle tue ossa,
per bagnare la montagna, e i cinque frutti,
la nostra felce, dirimpetto al sasso.

 

Sapere la tua mano di ritorno 

sul loro capo come fosse casa
mi offre pace, e l’acqua la parola
che aspetto, vicinissima alla gioia,
tra i fiori ciechi della felce amata.

 

Claudia Sogno

 

30 Agosto 2017

 

 

Laghetto delle conche, Isola d'Elba

*

Lucida e stordita

Il punto di partenza della voce è fermo.

 

Rimane il secchio d’acqua che ti porto
la vibrazione del legame.
Rimane la sete

in un sottile movimento
                              lungo il taglio

degli occhi di betulla che ricordo

 

c'è sempre qualche luce se l'aspetti-

se ti metti inginocchiato sei più grande
se risplende un pianto nudo, un solo verso
fessura l'infinito e rifiorisce

la speranza- è un libro fatto d'aria
in cui le note della voce fanno tana
illuminando il gran silenzio mentre sale
lucida, e stordita, una poesia

*

Se ci tocca come fa uno sposo

Non c’è polvere, nel coraggio,
né paura nella fame,
consegnando al buio il nero,
per eccesso della luce, 
il suo splendore.

 

Saremo lontani dall’ottava elegia,
dall’accosto, la rimembranza,
quando avremo colmato a misura 
lo scrigno? - All’aperto e di rimpetto

sarà un refolo negli occhi che ti avverte-
se ci tocca come fa uno sposo,
e tanto giorno, infine, nel respiro-
dove vive solitaria una preghiera,

 

o un passo, che lento rassomiglia
all’odore delle mani senza corpo,
quando stanno nell’involucro di argilla,
con la lingua, segreta ad ogni altra,
di una luce che ancora non esplode.

*

Genet.. che lacrime sono le tue

Genet, che lacrime sono le tue?

 

Hanno rinchiuso il tuo volto, le mani,

fragile e donna, bisognoso. Il tuo lottare

hanno lasciato fuori, la dignità delle urla,

una conchiglia annegata in una carezza

 

Genet, senza storia il tuo corpo.

 

La sporcizia mondata fra la pelle più bianca.

Ohh Genet…! che lacrime sono le tue!

 

La nazione festeggia

sei presentabile, ora,

idratata, alla luce,

in pace.

 

Genet ha perso la voce e le valigie 

in mezzo alla piazza

per quante sorelle sono state toccate

dallo stesso biancore ogni notte

nella sua terra, senza consenso,

 

con una carezza.

“ dai non piangere!” è una violenza

 

Work in progress

 

*

Riunendo il corpo come fa un anello

                                                                

Hanno preso le tue lacrime dal sangue 

lasciando nuove rose intorno al volto
un nuovo nome sul quale camminare
con un nevaio di bambini sulle spalle.

 

 

Se ne potrebbe, non si può, dire di più, 
dai buchi profondissimi degli occhi, 
quando le mani  cercano di aprire
dei mondi impossibili tra i palmi, 
per trattenere l’acqua che una bocca, 
da una riva all'altra, ti ha donato.

Nel passaggio stretto, rallentando, 
puoi solo accendere candele,
farti piccolo, traverso le montagne

è allora che  vedi il donatore, 
nel vento bianco di una grande pagina,
il bere silenzioso al suo confine 
dell’uomo  da cui uscì il mattino.
Cantando all'indietro una poesia

si è piantata una tenda nel midollo, 
- chinando il viso, inconosciuto, senza peso-
e grazie a lei ti riconosce il mio profondo,

se oggi  chiude il cerchio, e quasi tace

che a notte viene e si corica ai tuoi piedi

riunendo il corpo come fa un anello.

*

Albere uccelle fiumesse

 
 
 
Alla pozza delle tre madri..
mi commuovi ancora le mani
le dita, ognuna,
come albere uccelle fiumesse
 
Se ci passi sopra le dita tutto rinviene,
dove vanno a finire le cose,
le cose sante, le mani accoglienti. 
Albere uccelle fiumesse, 
un piccolo gruppo di tuniche azzurre, 
nei cinque luoghi della bocca, 
e tutto è in fiore;
 
la mescolanza d’erbe nella gola
gli oli santi nel palato e sulla lingua
la dolcezza dell'acqua quando brilla. 
Con le lettere inclinate, sulle labbra, 
messe in luce, 
 
ricadeva in azzurro qualcosa
dalla mia testa
dai piedi salivano schizzi 
per unirsi al centro dell'hara. 
Un’estasi, ferma nel corpo,
svelava   il volto fiorito
di nostro figlio, 
nel mantello breve di luce,
l’universo nascente il suo nome. 
 
Ripetevo preghiere
per respirare, io credo
nell’ora  che oggi chiamiamo
della doppia  luce. 

*

C’è altra luce

Un'acqua limpida mescola i sapori

dentro il cesto nero. C’è altra luce.
 
Un pescatore taglia le sue cime
con i denti infila gli ami. 
Le mani calme emergono dal buio, 
un canto a bocca chiusa. 
 
Difficile non piantarsi nel suo cuore, 
con un muscolo infinito, nell'ascolto. 
C'è calore_
che trapela ai bordi
dei suoi cespugli rossi,
un borgo intatto, la processione delle luci,
le pezze bianche a notte, 
tra i sentieri stretti dell'estate
 
_una lievissima sorgente di calore
nel buio immacolato, 
che gravita, che bagna~
dove il tempo si ferma velocissimo, 
a caccia dello strappo,
con la forza misteriosa che diffonde
tra la lingua di ogni giorno 
e le sue mani.

*

In un piccolo perpetuo

Ti sento vivere al centro del frutteto
spostando appena l’aria col respiro,
il ricamo argenteo sulle vene
delle mani, abbandonate fra le pigne,
come fossero il principio di una pianta,

 

a voce bassa, dei semplici bambini
che si sporgono nel nulla, ad occhi chiari,
dalla cima dell’ultima parola
con un dire lungo i lati delle labbra 
in un piccolo perpetuo “ sono insieme

*

acquabuona

Devi avere sofferto così a lungo
per accogliere tanto flutto
aprendo la notte in un giorno bellissimo
fra le pupille adorne di sale

 

se con le mani a giumella 
porti l’acquabuona sulla soglia
delle nostre piccole urne,
come un nido alle sue nozze.

 

Altro non so. Da quel giorno

 

la nostra casa semplice respira
come un grande albero
che tiene le sue assise 
nella luce.

 

 

*

A capo chino, nella luce

 

 

 

Ti scrivo dalla mia porziuncola di pace,  

una pozzanghera di pesci verde mare,

che amo come un ramo carico di neve.

 

Il mistero della gioia è tutto qui,

dove la terra finisce, come ieri,

quando l’ombra si allungava  sulla pietra.

Mi sono seduta accanto. Ho riposato,

sognando di raggiungere il tuo lago,

una barca piena d’acqua, poi l’azzurro.

 

E’ volata la grandine sul letto

fiori misti a foglie con il vento.

Il sole della sera, il mio risveglio,

la luce bianca sul lenzuolo nuovo-

una mano sulla spalla che ti stringe

 

in pace. Sono andata verso il fumo,

che sale dalla terra se la pioggia

è penetrata fino in fondo. Sul pianoro

mi sono inginocchiata, per pregare

 

fra i girasoli, come me, a capo chino-

come fossero figure ad occhi chiusi

mansueti ed obbedienti. Nel silenzio,

protetto il capo sotto i loro volti,

lasciando si bagnasse, con lentezza,

ho pianto-

con  lacrime, leggere, nella luce.

*

Tanto è preso il cuore da visioni

Come un fiume in pieno sole scende l’acqua.

 

Come chi dorme sfiorato sulla spalla

annuso le mie dita  e ti sorprendo

a fare il bagno in mare coi bambini,

gli uccelli-pesci legati con un filo

all’ombra delle nostre spalle unite.

Accarezzo i miei capelli e siete onde

le più piccole  che vi stanno intorno

 

Tanto è preso il cuore da visioni-

 

così  il  nocciolo del suono si avvicina

ponendo come il seme di una pianta

tra gli uccelli che s’incrociano gridando

sulla barca stretta degli amanti

 

vanno e vengono in respiri i nostri occhi

inumidendosi  le dita di altra luce-

in un calco che precede le parole,

finché la lingua si tocca col palato

nel verso del sorriso conosciuto.

 

Scintilla allora  il volto della barca,

il dondolio che  cammina nella voce

diviene  l’andatura dei miei piedi,

e il largo d’aria che fa scendere la pioggia

un vortice di gioia profumato.

 

Mi fermo, mi siedo qui, vi guardo,

e ti raggiungo nel miracolo salato.

 

 

*

Con gli occhi dell’origine

Hai portato nutrimento ai nostri figli,
una lingua viva e tanto  ferro,
polvere azzurra sull'orlo del fuoco,
qualcosa tra il cibo e la respirazione.
 
Ora tutto è pronto alla saggezza
della notte cosmica  per mare-
una manciata d’anime di terra,
con il peso derivante dalle altezze,
la memoria dei ricordi e dell’oblio-
come una luna uscita da acque fonde
per dilatarsi chiara in mezzo  al cielo.
 
Calore aria  minerali   acqua.
Fra le poche gocce bianche del tuo seme
e le cose piccole non c’è più spazio,
il colore vi  attraversa insieme,
quasi fosse il filo del racconto
la parola che  apre come riso
le mani e le gambe in un  respiro.
 
Con gli occhi ancora pieni dell’origine
la luce che hai  raccolto si trasforma
in sangue che scompare tra le vene,
le fessure antiche del tuo sasso,
il nostro verde, le pigne. Alla cima della croce
 
mentre la tua barca si allontana,
allargo le braccia più che posso.
 
Dalle spalle  sgorgano due lacrime 
nella mano sola di un bambino, 
il cui volere è semplice. L’amore
ci condurrà a tutto ciò
che venne dopo
 
 
.

*

Il canto delle ali dorate

... a Mammet

 

 

Ai suoi piedi nascono fiori

con l’intensità di un primo amore,

la luce del fuoco.

Come un’acqua limpida,

la mano del calore,

cola sulle mie spalle

brillanti di cenere.

 

Una figura potente, come il sole

vuole sbucare fuori

dal ventre della montagna

e uscendo dalla bocca

si posa inaspettata

sulla lingua, forte, urgente.

Con il grido di una pianta

strappata dalla terra

 

qualcosa viene ad aggiungersi  alla sua luce

qualcosa dentro la pelle

che fuori ha il suono

dei figli del crepuscolo, della vita

qualcosa che non si può paragonare

 a niente di vissuto-

una forma di tempo, una durata.

Ma non era tempo, non era durata.

 Aria

era aria che trasudava gocce somiglianti

alle loro forme madri

dal calore la forma

dalla forma il movimento

dal movimento i colori, dai colori

il sapore e insieme odore. Odore.

 

Ho accolto la neonata,

l’auriga che ogni notte si rinnova

dalle acque notturne  in cui è rimasta assopita,

che nell’ultima ora ha lottato, con amore.

Nel singolare arrestarsi di ogni movimento

 

ha fatto nuovo qualcosa di antichissimo

partorendo ciò che è vecchio.-

Una volta era già in alto,  io credo,

non c’è parte che non ritorni nell’anello

sempre più in fondo. E da ultimo

saremo nel punto più basso- dicevi-

del nostro fiume poi lago e ancora mare,

luogo di morte luminosa, finché l’acqua

non si sollevi in cielo

come vapore,

per ricadere in pioggia...

 

Lo spirito e la sposa dicono:

Vieni. E chi ode, dica vieni. Chi ha sete, venga

Chi vuole, prenda in dono l’acqua della vita

 

Versando seme vivo fra le ombre azzurre,

meridiane dei morti,

si è accostata, mammet,

con un lieve ronzio

simile a quello prodotto dalle ali

dello scarabeo.

 

Il canto delle ali dorate

mi ha permesso di riconoscerla. In quell’istante

si è posata come una egretta sacra

sul mare

un guscio sono divenuta. Un giorno

due giorni molti giorni cinque anni. Oggi

 

la luce del giorno illumina

l’ombra del sole, l'Elba,

che abitava sotto l’albero dell’acqua-

Non la comprendevo, ma sapevo di Lei

che cresceva.- Non è accaduto nulla, dici,

e tuttavia si è prodotto un soave ed ineffabile

mistero: io sono uscita dal cerchio che ruota

toccando il tuo fiore alla sommità dell’albero

le ali,  che tornavano. Verso la sua stella

 

siamo uccelli d’oro sul ramo delle luci,

utero della chioma fiorita,

silenzio

delle sue profonde radici.

*

Hara

Ripeto il tuo nome come sigillo

mentre sale alla gola la parte nascosta

di tutto ciò che è manifesto

ripeto  il tuo nome, nel giro dei rulli

delle preghiere, nell’acqua che scende

dalle tue mani sul sasso, la felce

e una giovane pigna confusa alle altre.

                             

Il tuo vento serale illuminato

spinge lontano dal tempo  lo sguardo.

Nel reciproco scambio del nostro calore

il corpo riflette immagini e vita

riverberando nei piccoli grani

che il verbo conoscere porta nel ventre

la mano, in ebraico, come una mussola,

e aggiungendo una lettera, alla sorgente,

apre  la breccia, divina per gli occhi:

 

il dito di Venere sfiora la testa

e quello di Giove la cistifellea,

il medio, Saturno,  lo spleen della milza,

con l’anulare, il dito del sole,

mette l’anello al tuo fegato santo,

il  mignolo infine si lega col cuore.

E tutta la Mudrā  è solo al principio

 

di quando portavi  una piccola mano

a una sposa, d’argento, promessa e sul muro

della sua  casa coloravano mani

bambini lucenti per il matrimonio.

Risalgo il sentiero, seguendo il calore

 

tra le piccole chiavi delle clavicole

varcando la soglia del  pomo d’adamo,

il  prisma di suoni,  i suoi colori,

sotto la lingua, dove è custodito

cosa avvenne negli inferi.  Ecco i gradini

i pioli e la yurta. Un corpo intero

contemplo nel viso  fra le mie mani;

 

ripetono i piedi, le orecchie,  i tuoi passi,

e gli angoli curvi delle mandibole   

le amate ginocchia. Mi piego al respiro,

a pregare il mediano, la sacra colonna,

il tuo naso è  la schiena che lenta accarrezzo,

posando l’amore sopra gli zigomi

le piccole ali, i nostri polmoni.

Negli occhi,  al principio, trovo il tuo cuore

e un nuovo bacino sopra la fronte

fino ai capelli, i tuoi reni, ti bacio

le radici celesti distese nell’aria.

 

C’è un  matrimonio nel viso, concorde

la nostra bambina dentro la culla,

nel corno d’amon, si è arrotolata

al cervello più antico fra le sue madri,

la dura e la pia; e uno splendido ragno

bagna ora  la tela,  il santuario di fuoco,

con nodi vitali- tra i giovani fili

 

si scorge nell’ombra madreperlacea,

dove ondeggia una pigna ricca di nero,

al   ritmo solare la bianca sostanza,

si espande nel buio  in corona radiosa

fra i suoni degli organi e nomi di membra.

 

Una lingua di gioia cola nell’hara,

dalla cima dell’albero tinta d’azzurro

alla piccola mandorla, orlata di luce,

nella stasi più grande del nostro Sabbat.

 

 

*

Grazie a te

 

                                                               Calò profonda la notte turchina.

                                                              Appena un lampo
                                                              trasse per me antiche cose,
                                                              figure dagli occhi chiusi,
                                                              e un senso largo di religione.
                                                             Non seppi fare altro
                                                             che lasciarle affondare 
                                                             di nuovo. Laggiù

                                                                

era presente un’immagine

-prima di essere vissuta-

chiara, tutta in una volta:
di Noi cresciuto discendendo,
come si va nel bosco per la legna,
a fare anima. Nella casa d’infanzia

 

ricordo vivo  il puro sapore
che si levò al mio tramonto,
con tutta la forza che avevo,
nel suo mare di fuoco, mio figlio.

E quelle parole…

< Com’è stretto qui dove ci amiamo >

Splendeva il guscio, come una ghianda

al principio della sua vita.

Divenni, a quel tempo, una madre notturna,

integrando l'ombra, per non ucciderla,

trasformata, e perfetta, da un sonno profondo?


< Un uomo da solo non può 

salvare il divino della bambina.
Per questo hai mangiato la carne

del suo fegato, in abbondanza,

dove si accumula in luce tutto il compiuto

fino all’ultima goccia di pan-kréas,

ogni carne della bellezza,

fino a guarire i tuoi occhi ;

 

non è soltanto una νέκυια-

io credo- nel caldo dell’ombelico, 

con l’anima immersa nel sacro

del rosso inesorabile. > 


Come gemelli che vanno

con piedi diversi,

uno di terra l'altro solare,
che si allungano  insieme

verso il cono più alto

 e il basso dell’ombra ? 

 

< Da un luogo inaspettato,
o da una minima fessura,
può scaturire l'acquabuona che ci sfama,
la radice di mandragola che apre

le stanze sigillate del tesoro.

Il miracolo che fa che ciò avvenga

ha nelle mani  qualcosa che brilla,

la sua ombra è quella bambina

che  cresce, in mezzo alla gola,

dove branchi di animali come un fiume
vanno verso i pascoli seguendo

il percorso amorevole del sole,

poi ripartono. > Grazie a te

 

in questa immagine,

                            più lunga della vita,

il nostro seme vola,

fra gli stessi alberi,

ad accogliere la luce.

*

La riconoscerai dall’amore che ti porta

                                                                        Semi dormienti, germogli assopiti

                                                                                     prima degli occhi, e  la carne

                                                                                     di un chiarore inesprimibile.

                                                                                     Così bassi i nostri corridoi

                                                                                     che gli invisibili 

                                                                                     dovettero contorcersi

                                                                                     in forme mostruose

                                                                                     per passare al di qua

 

Credi davvero che un uomo da solo

abbia inventato la ruota e gli attrezzi

o le ceste intrecciate?  Le pietre

rotolavano lungo i pendii,

e gli uccelli tessevano nidi,

pescavano.  Il mondo

è fatto di verbi, io credo

 

non veda  il ramo  l’oriolo,

ma dove posarsi, il gatto, nel vuoto

del sottoscala, un nascondiglio

per non essere visto. Così dappertutto

sbocciano in canto le informazioni

dei  padri e le madri universali.

In mezzo agli odori di un luogo speciale

 

l’angelo entra, come antenato,

dentro una vita, da un albero o un orso,

posando l’immagine al centro del cuore-

la forte, la duratura-  

quando si volta e piano scompare.

dietro l’amato  mistero  di Hundra

 

tra il legno un frutto e il suo  fiore

puoi toccare un sentimento,

chiaro, fulmineo, tutto completo

il suo  come.  Lasciarsi vedere

è benedire, io credo,

ricevendo lo sguardo,

tu sei : come stai-

 

come un’aria nel pane che lievita,

e il fuoco che illumina solo

un punto preciso e non altro,

tra la mano e la pietra,

quand’è scolpita. A suo tempo

 

il sigillo dell’angelo,  impresso

tra il labbro di sopra e la conca del naso,

col lento inchino di un vento sottile,

tennero acceso il lume votivo

fin dove i bambini, nostri gemelli,

scesero in cima alle ultime voci

con una lacrima, sola, e perfetta.

 

Tra il volo dei pesci distesi nel cielo

e le uccelle bagnate dal cuore del mare

ci convoca nuova  la trasparenza,

restituita ai nostri occhi irrigiditi,

                     

si leva da chi tace, un solo verso,

" la riconoscerai dall’amore che ti porta"

come sta un verbo in mezzo alle parole.

 

 

Roberto Ferri

*

L’albera del noce

 

 

 

Coi falò della gioia non puoi scendere a patti

È nel vortice del caos che dimorano

Gli eterni miracoli

 

Ho seguito la sua  voce

lungo i vicoli del legno-

come fosse una figura,

il puro velo di sale e d’argento

la forma della veste,

parte del tuo viso-

e una lunga ferita sulla mano,

fino ai piedi dell’albera del noce.

 

Il livido passava da un essere a quell’altro,

da te a me-

con quel suo grado di nerezza quasi blu,

come un manto che generando ombre 

dona profondità di comprensione-

definendo i nostri corpi, volti al  bianco,
sulle pietre umide, ubriache,

fedeli a tutto l’accaduto.

 

Con un’altra sfumatura

la polvere si alzava dalle schiene
come fiori ai bordi di un sentiero,

nel dramma della luce, la più lunga,

 

mettendo al mondo noi, un nuovo nome
offriva il proprio seme alle radici.

Latte perle cenere ossa e ancora latte.

 

Chi nasce è  un bambino  immaginato

nell’ invisibile che porta tra le mani

i frutti  del buio delle ghiande-

 

un viaggio nell’aria che si apre,

la muta della carne in un respiro.

che penetra nel vivo dello spazio,

trovando calda  in lui una sorgente:

 

un’albera soltanto, che mantiene

nell’acqua perenne la sua schiena,   

che si acquieta, sul fondo della gola,

alla notte minore,  e per bisbigli,

nel continuo vedere che chiamiamo

le terre rivoltate benedette.

*

La sillaba mancante

 

                                                                   Nelle radici si fanno grandi, i figli,

                                                                   ma quando si ritraggono nei tronchi

                                                                   troppo presto, non c’è nome,

                                                                   per la madre che rimane.

                                                                  A sentirli ancora tra le fronde

 

sono l'anima  e le mani,

e dire mani è dirle aperte a grembo.


Le copre un abito di lana,
dalle sferzate dei loro padri_dei

fulminati di mercurio,
quando  vanno  nel profondo petto.

Stanno  solo passeggiando sull'impronta

 

del più piccolo respiro dell’ardesia,

con l’imene intatto dei neonati.

Altari rasoterra o  benandanti

 

loro sono insieme pietre dure

e uccelle, che si alzano nel nulla,
scavando per la gioia un nido folle

in cerca delle acque. Senti il vento,
per ogni  singola parola ritrovata,

negli infiniti contrari del visibile,

 

luminelli gli occhi vivi, se ti accosti,

la sillaba mancante è l’architrave.

*

Se conoscere è fare l’amore

Riesci ancora a piangere?

e.. dove attingi la tua voce

dove sei arrivato?

Dove attingo la mia voce

è dove sono giunto

Animamia

 

 

 

alla vita al piacere al riso.

Il neonato si consolidava

nell’incanto della voce,

bolla di respiro e insieme suono,

il qi al centro del mio hara,

Appena sotto l’ombelico,

dove l’apnea resiste a lungo

 

come si sta in piedi?-

Vibra! - Mi hai risposto -

al di qua della lingua,

dimentica parole, nessun coagulo.

Soffia l’ideogramma con il ventre.

 

Fin dalla tua venuta al mondo

se al dolore profondo di un pianto

fai seguire un  grido di gioia

il suono rimane lo stesso

generando la voce più bella-

E' un gran giorno,

 

dall’esistenza alla vita,

se conoscere è fare l’amore

oltre il muscolo largo e sottile

che separa l’addome dal petto.

 

 

Lassù ho tremato, cadendo

per tirare  il filo di lana

uscito dal foro al cestino

- all’ovile del suono-

poi salendo come una pianta

ho ripreso a cadere,

tra gli armonici gravi di una persona

e un  bambino che indugia  agli acuti.

 

Due vie sono le voci, aria e radice,

mio piccolo cantore-

il duale apparente si risolve

nella triade occulta che Noi ama:

 

il serpente sputa il  veleno

nella coppa in cima al bastone

risplende l’albero di Jule

fiorisce  nuova la  noce.

 

Non c’è canto, sai,  che non sprofondi

 in terra, per essere celeste

forza del grido di un piccolo d’uomo,

come il più benevolo dei tuoni,

e arco umano teso non ancora-

per impregnare la freccia con il qi;

 

il silenzioso il  turgido   divino

risuonando con tutte le sorelle

indietro in basso nella parte alta della bocca

dove tutti i suoni prendono il suo  posto

come l’acqua nel  vapore - se  lui canta

 

fino alla vigilia della morte

per rendere il respiro nell’accordo

del fondamentale, in altre onde,

onde più sottili,  in animali

 

è uno sgorgare calmo e maestoso

il capovolgimento di una stella,

la rotazione del bacino mentre vibra

per cantare nel giubilo il non detto.

 

*

Myanmar

Dopo la battitura dell’oceano

nel sesto giorno della quindicina chiara,

all’inizio dei monsoni e la semina del riso,

veniva col frutto dell’albero di bel

[ suo seno e primo sposo  ]

con ghirlande di tageti, poste ai piedi,

veniva Myanmar.

 

Lei era lassù,  

scendeva dal freddo insieme al fiume

senza fretta. Lui non fece in tempo

ad accorgersi del suo indugiare,

che era già oltre.  

Immediatamente capì di averla raggiunta

troppo tardi in un altro corpo.

In un altro corpo se la trovò di fronte.

 

La sua pelle sapeva di limone

quando il salice dell’arpa lacrimò

sul timbro della voce, proprio sesso,

nella forma di lingam.

 

Fu un sibilo soltanto,

misura di lago, dove adagiarsi.

L’obbedire la fecondò,

divenendo contorno la figura

il negativo spiraglio di salvezza,

la porzione più chiara

del loro anello.

 

 

*

Tefilláh

 

 

 

 

 

Basta un nulla per vivere, aman,

barche leggere.

 

 

Tu camminavi  assorbendo la luce,

doppia, solitaria,

in minuscoli astucci di vaio

legati al capo e alle mani-

culle di fiori, ho creduto,

tĕfillīn per le preghiere,

più tardi- אָמָן,

mangiando chicchi alla morte

come si guarda un bambino.

 

Per quel poco

impiegavi tutti i tuoi fili

sospesi nel vuoto-

le migliaia di ossa, i resti dei pasti,

i pezzi sottili d’avorio

imbevuti della sostanza segreta,

le molte aperture-finestre

e le volute, ogni Voluta,

da appoggiare nell’aria .

 

Sapevano andare, sebbene ciechi,

con labbra dolci nel piccolo circolo

dove un colore più intenso

reggeva altri mondi in scintille;

 

li ho visti adagiarsi e volare,

sul silenzio della tua festa,

nella parte cava della follia,

verso il grande amante sole..

  

Sapevi che avrei annotato figure?

 assegnando un posto a ciascuna,

col valore musicale di una nota

insieme tutte si sono voltate

con la grazia leggera di un canto.

Affondavano lente,

per piccole vertigini,

in un profondo inchino.

 

Sono venuta qui, a danzare, alla pieve del pino

oggi che il vento è così forte

 

 

*

Eravamo lievi

Fu l'ordalia dell'amore
la pervicacia della follia.
Vuoi sapere di più del colore
dell'acqua fulgida e cupa
sulle ferite?
 
Se una cabala cieca e perfetta
ci ha reso sottili 
o il filo teso di un angelo solo,
legando alla terra
il nostro stato d'amore?
 
Eravamo lievi, questo so,
confusi ai nostri sessi primitivi,
come giovani fiori verso l’alba
del rosso acceso, dalle antiche ombre
 
se alzi il bordo, sotto i fili d’erba,
tra l’oro della polvere e il salgemma,
le ali ripiegate intorno al seno
sono ancora fradice di luce.
 
 

*

Albatros

-Pochi decimi di efa e un grano nuovo,
nella ciotola di biada, al primo anello.-
 
 
 
 
Ridursi è gioia, nell’arca di uno spazio,
da quando mi hai  insegnato a carezzare
come i salici nell’acqua, e lentamente,
se nella continuazione si riflettono, 
che i corpi sono lampi di sistemi. 
Quando tutto viene avvicinato
 
io sento soltanto la tua voce. 
Non è tacere, il mio silenzio,  
ma la fonte di uno stare doloroso,  
per riceverti- 
nel più intimo dei luoghi
                          che ha una madre-
 
se cammino dal leone nell’acquario,
per cadere, finalmente,
nella veglia che mantiene il sogno fresco,
quando, oltre le cime, perde la sua luce.
Da parte a parte
 
non sono  più individui, 
il sale, il bianco, e il velo,
riaccolti nel lucido mistero
di un grande uccello
che attraversa il mare
col respiro quieto di un bambino
mentre dorme.
 
 
                                 
 
                                                                
 

*

Il turbamento dell’annuncio

  
 

( è un refolo negli occhi che ti avverte, 
il turbamento dell’annuncio,
il tu iniziale
e il passo, che lento gli somiglia,
avanza vicinissimo a trovarti,
così potente da partorire luce
con quel modo che fa tremar le cose 
in una lingua segreta ad ogni altra.)

Tenemmo fermo il petto e le ginocchia 
per scambiare il suono sacro del sinonimo,
che prepara la prima glossolalia,
con una eucarestia nel vaso d'acqua,
ricostruendo immagini per gradi,
per luogo di ferite e di servizio,
nel viaggio più notturno, nella gola
mutando il nostro carcere in un germe,
in un agnello liquido e fecondo,
ricettacolo, infine benedetto
nostro compassionevole gemello.

 

-Con un fremito, tacemmo, per pudore,
che nel verde del sinoplo vive il rosso,
della voce, sua ruah, e il nostro uccello 
dotato per il canto, ben nascosto.
Fu allora che spruzzammo con la bocca 
i primi segni dell’amore rilegato.-

 

Spingendo con le dita fino in fondo
puoi sentire le incisioni della selce, 
trasmesse dal respiro, sulla roccia,
con le ali superiori rosse e grigie,
il bisso arrotolato alla conchiglie

 

e ai nostri organi lucenti, dirimpetto,
come piccoli strumenti per il fiato,
che s’accordano l’un l’altro, da principio,
al suono antecedente, l’avverbiale.

 

*

~ La Genèse

 
II -
 
Risalgo nel candore del cunicolo,
col rituale della stoffa sulla tegola
 
mi insegni che c’è spazio, ed io ti ascolto.
Lo splendore della voce va negli occhi
 
e ad ogni nota corrisponde un posto.
Con qualcosa che somiglia a un cerchio
 
lo splendore della vista va all’orecchio,
creando il tempo e.. per la prima volta,
 
lo splendore dell’udito va allo spirito,
portando dentro il cuore  il tuo respiro
 
e lo splendore del respiro al primo soffio,
dilaga nei polmoni di un neonato.
 

*

Un buio d’aria

 

 

Viene ancora tra gli alberi la sera

un'altra lingua, quasi nulla, appena un vento,

se sussurro  che Dio ti benedica

 

con la fragilità 

che io immagino degli angeli

quando spostano tra i fiori 

un buio d'aria

 

*

La tua voce - ri.veduta

 
I-
 

Produce quasi un suono il tuo respiro,

un tessuto che proteggi con la voce,

fra la pelle l’abito e una casa,

come fosse una pretesta,

o un segreto bordato di rosso,

il colore dell’uomo. Della sua vita,

 

al limite del corpo, con un mantra,

prendo in mano il più piccolo dei fili.

Da principio solamente le vocali,

come i lupi;

molto dopo, con l’aria nella gola, 

la lettera che spinge con le punte,

che scava l’impronta dove andrà

ad espandersi il tuo nome con samech,

 

portando  l’erezione in pieno-canto,

attorno ad una i, la consonantica.
 
 
I
Tre volte racchiusa nella pelle
in un abito e la casa, testimone,
si accompagna ai mestieri, la tua voce,
la pretesta, bordata di rosso,
colore dell’uomo. E della sua vita
negozia il passaggio una squadra,
"una chiostra fine di perle", 
ultimo baluardo, o corona,
nella sacra cripta del palato,
lungo il filo del setto divisorio, 
ricongiungendo l’estratto di vermiglio 
alla speranza, sull'orlo del battista.
 
Con un mantra, prima di parlare,
al limite del corpo, e timorosa,
prendo in mano il tuo piccolo respiro.
Da principio solamente le vocali,
come i lupi.
Molto dopo, con l’aria nella gola, 
la più vicina a quello grande che conosco-
lo sfregamento del soffio nel canale
la tua lingua che sospinge con la punta
le pareti, in pieno-canto, il lento entrare
pulsando nei condotti, il movimento -
scava l’impronta dove andrà 
ad espandersi il tuo nome, con Samech:
la primigenia del tridente, l’energia,
delle pietre sulla stele di Mesha-
portando in seno alla sua vita
l’erezione,
attorno ad una “i” _
la consonantica,
ancella di tutte le vocali,
decomponendo il prisma lo steccato
della tunica di pelle, con la luce.
( Work in progress )

*

Sa me amala horo, horo kelena

Sa me amala horo, horo kelena
 
Sa come aprirsi nell'inferno 
il canto degli angeli che amiamo-
 
risalendo lungo i pozzi con i fiori
per raggiungere la gola e dire ancora
same amala oro, oro kelena -
 
Le loro mani bianche danno frutti
 nel buio che va dal primo vento
al caldo dei colori in tutto il corpo
 
sull’odore di un fieno che si espande
al grido amaro-dive!
                                    dive kerena
  
alzando con i semi una canzone, 
dal profondo della pancia, e lentamente,
come fosse  il suo  risvolto luminoso
tornare a trattenersi nel respiro.
 
Ederlezi, 6 Maggio

*

Nel cavo delle mani

Ci aveva condotti sul verde del fiume
la pura attenzione a un lamento infantile,
con le dita leggere di una preghiera,
rivolta al più caldo silenzio del greto.
 
Come in piccole orazioni, le ferite, 
ridevano, sprofondate nella luce, 
avanzando di ritorno alle radici,
col voto di non cogliere mai fiori.
 
Un canale di biancore percepito
nella sua immisurabile portata
fu il sì assoluto all’ultimo dei viaggi,
congiungendo i loro palmi al solo centro
di una lingua imparata da bambini-
 
e tenne fede a una consegna di silenzio,
la più straziante di tutte di tutte le scintille,
al principio della vita. 
                                            Poi scomparve
 
dove tieni asciutte le tue cose,
parola per parola. Tocco il legno, 
intorno al tuo carteggio, levigato,
  
e tra le pieghe, che hai sepolto meglio,
c'è la gioia di un fiume di portata,
dell'acqua che va accanto per istinto,
con tutto il peso assunto nelle altezze. 
 
Tra i giunchi che si allargano
i tuoi occhi
sono piccole candele che prepari
ogni sera, per parlarmi. Non c'è punto
che non veda la tua vita
un riparo, una piccola cappella,
tra lo spazio che viviamo
e il mondo accanto -
 
le fronde del tuo salice in preghiera
con le ali del mio tiglio, tese in cielo,
sotto terra e in pieno sole fanno insieme
 
un minuscolo groviglio di radici,
ricongiunte nella luce degli anelli
come un nido che prepara le sue nozze,
nel cavo delle mani capovolte.
 
 

*

Ambra..

Pregai tutta la notte nel libro d'ore.
Seguì una mattina molto limpida,
un viso chiaro.
Forse non mi sentì. In principio.
 
Poi vennero le cose,
le cose buone,
nella sacca per le offerte,
la montagna, una cascata, l'albero
e i quattro nobili.
Con l'anima coperta di paesaggi,
 
da  un altro luogo,
non avrei visto i fiori sottoterra,
come un giorno che spunta
dal nero puro all'acqua.
Da lontano, non altro che così,
ti sei offerto.
Nell'incertezza benedetta del vangelo,
 
ora, posso dirti solo come luce
nell'estrema povertà originale,
e come va,
nel patto doppio del crepuscolo
lungo i vicoli del legno,
l’ambra, che tiene il fossile 
con la nostra veste da bambini,
compresa nel suo grembo.
 
 

*

Sulla lettera iniziale di Pesah

Sulla lettera iniziale di Pesah
corre un piccolo gruppo di tuniche azzurre,
torce luminose con cappucci d’oro,
e tutta l’età del mare, 
bocca a bocca
 
chiude la tenda un panno morbido di lana.
Una coppia prega, dentro,
si raduna come un pesce,
tutta in fiore, fino al seme,
per l’offerta di conchiglie
e le tre madri. Nella gola
 
mescolanza d’erbe, di oli santi 
nel palato, e sulla lingua
come un canto, 
lo stesso del sale quando brilla
sopra i denti, 
consonanti inclinate fra le labbra.
 
Parole sorelle, messe in luce,
di pochi decimi di efa
e un grano nuovo, 
al centro della stanza,
come allora
                                    -eravamo nuovi e tutti insieme
                                     antico suono,
                                     nello stesso luogo delle bestie,
                                     a cospargere il secco di rugiada,
                                     fin giù, alla benedizione dei granai,
                                    con una ciotola di biada e al primo anello
                                    il nostro orecchio sulla pelle degli aranci
con lo stesso sangue,
fa di me la tua mano,
spezzando i vasi rossi dell’ultimo raccolto,
io sono insieme-
e obbedisco,
mentre il fiume copre il suono della voce
sul fuso delle dita, alla tua grazia
-
seppur sfiorando il nulla,
sono insieme,
e  la tomba è vuota.
 

 

*

Sulla creta dei sentieri

Discendo poco a poco  nel ricordo,
che la luce scopre a balzi, come ora,
sulle nostre ginocchia separate,
 
quando è raro sentirti respirare.
 È una mandorla la macchia sul destino,
e l’unica che veglia senza lume,
che resiste alla spinta verso l’alto,
 
danzando fedele alle sue leggi. 
 Un lieve salmo ti protegge il cuore 
-anche se a stento so che te ne accorgi-
per come tace dove va morendo al niente.
 Levando nuova luce sopra il viso
 
vedremo insieme compiersi,  in un angolo,
l’anello primigenio, il nostro fiore,
congiungere la notte col suo latte,
risorto sulla creta dei sentieri
 

*

Nella casa del pane

Conducevo il bestiame ai falò,
nella casa del toro,
il grande cervo alla sua sposa.
Mi portavi dentro maggio,
con le bacche di ginepro e di lillà
nell'orifiamma impuro della chioma,
e, aprendo il grembo dei colori, 
penetravi con audacia,
palpitante di io sono
Aman
 
Se tocco con le ceneri la bocca,
così limpida diviene la memoria,
e la voce rifiorisce dalla terra
mangiando il vino più profondo del pensiero-
il femminile cinge il forte
verso l’osso,
per andare al centro della rosa
rompendo il guscio al mistero dell'estate
 
-Nella casa del pane occorre fame,
come linfa dopo ogni regressione
nell'occulto dell' inverno. C’è un Sabbat
nella partenza di Beltane,
che anticipa l’aurora:
da un’altra altezza si può amare
prendendo ancora il volto 
che avevamo.

*

L’altra voce fra i respiri

Scorre nel libro
il sale per le arance
E il nuovo anello
 
Verrà il freddo e l’alburno
assorbito dal cuore
 
 
E' l'anima dell'aria 
ciò che resta,
una movenza appena 
dell’alburno
l'altra voce, mentre parli,
l'altra voce fra i respiri-
 
vibrazioni / pietre/ padri,
prossimo e signori
alberi e ancora umidi
cieli sotto l’acqua-
della sposa,
il suo altro lato, nel midollo.
Poi sparì- in un’assenza
come  impossibile.
 
“ Ricorda il pianto del flauto
 quando si separa dalla canna”
canta Rumi. E  io  piangevo-
sul piccolo cuore, custodita,
tanto da accorciare il tempo
implorando: “Segui il fiume.
Le vene lungo il greto 
saranno i rami.”
sapendo di pregare.
Ho bevuto con i morti,
 
perdendo vita, e tu-
in un piccolo posto
fecondo di piedi,
nel mare di sale  e noci d’oro-
tu, sia benedetta,
nel perdono che mi offri
con le stesse lettere del pane,
e di una danza.
 

*

Il tuo piede leggero..

 
 
 
 
E’ giunto insieme il tuo piede
leggero, nel labirinto di mille
e una notte, nella città di rame, 
bianca e perfetta di reti,
in mezzo al deserto, invisibili,
fra le pietre gli erbari e le stelle,
con un filo di bisso, per vicoli e piazze,
fin dentro alla stanza più buia 
sull’isola al centro del cuore.
Come rami di una famiglia
 
di piccoli fiori di melo 
abbiamo messo radici nell’aria,
tacendo fra gli alberi, e unite 
carezzato con l’oro il minotauro.
 
 
 

*

Dove siamo rimasti

Assimilo nel buio la tua luce,
te la offro come cibo,
ripetendo: io-te,
il desiderio di contatto, 
di pulviscolo, uno sguardo,
dove siamo rimasti
senza braccia-
 
Se avessi tolto prima  la cornice 
ti sarebbe apparsa nel perimetro la tela
con il colore originale dello sfondo,
il rosso carapace della cocciniglia,
dove tutto si trasforma e viene fuori
lo splendore della vista, nel ritratto
di ceneri e silenzi, fioriture, 
una stradina verde  per l’anticipo del vento,
l’adagiarsi di ogni lembo, e solo dopo
l'arrivo delle  mani, dappertutto,
il lungo viaggio delle voci
avanzate di ritorno, le scoperte,
gli accostamenti alle pareti, 
le praterie, il tuo volto,
nella stanza dei tesori -
 
gemelli muti con l’addome magro
addormentati sul volume di preghiere.
Appena fuori i nostri corpi
 
la sera è l’abbozzo
di un’ala che cresce,
braccia,
alla luce di domani.

*

Tu vieni prima degli occhi

 

 

 

Tu vieni prima degli occhi-

alla comunione di ogni giorno,

nell’oscurità che nessuna luce cancella,

invisibile e definitivo,

così come è lieve

abbandonare il seno

di una buona madre,

 

o come l’albero, che s’impone

senza un motivo calcolabile-

sprofondando nel vasto mondo,

dietro minuscole palpebre

che uniscono due individui,

con i nostri nomi.

Anche solo per un soffio

 

ascoltiamo il principio,

questa cosa immensa che respira,

protesi,

beviamo silenziosi,

guarendo le parole,

senza suono né fragore,

appena il tempo di sorridere.

 

*

Nel lungo requiem del vento

..La mia Mammet è tornata

a prendere il suo Sposo fra gli angeli

nella notte del 9 febbraio...

 

 

 

 

 

 

 

Il grappolo d’oro è di nuovo un vigneto 
nella sua terra grezza
il tratto cieco intorno al bianco
 nella memoria della luce.
 
Tu sei un luogo, ora, padre,  
ed hai un orlo
nel lungo requiem del vento.
Mi inchino alla vecchia foresta,
 
per amore e per forza,
alla voce calma di chi conosce senza giudicare,
alla sommessa melodia della tua serenità.
 
Questo poco di luce e la betulla
sono  il tuo gesto, la grazia,
il dono di ridere dei grandi angeli 
con le ali ripiegate verso terra,
composte di una dolcezza indifesa
e un diamante,
nascosto, profondissimo, dentro di sé.
 
Mi hai lasciato con i passi di chi è arrivato a casa, 
nel mio tempo interiore, la tua eternità;
 
un silenzio sacro,
che non si interrompe neppure quando parlo,
fino a non distinguere più il tuo viso
da quello di mia madre,
l’uomo dal bene o dalla sua sposa, 
l’inno e il lamento,
montagne nuvole ombre più scure,
e alberi, tanti, tanti alberi.
 
Un immenso paese riposa in me,
nell’addio e nell’incontro,
l’eterno
di queste ultime nozze  
giunte al principio.
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Perla di buio

Un piccolo perpetuo la tua casa,
perla di buio, nel bosco.
In quel vuoto della pelle è stato il vento
 
a spogliarmi, fatto grande, e una preghiera
di lettere inclinate sulle labbra,
con la cenere negli occhi che conosci.
 
Un fiume di portata mi era accanto,
un lembo raro, in fondo al tuo giardino,
e la polvere dei fiori,  già raccolti.
 
Nel canale di biancore immisurabile
niente è troppo piccolo, se ami.
Nulla so di più del tuo calore,
 
se non che per la prima volta
sono sola.  E ti ringrazio
di questa nuova vita, senza tempo,
 
dello splendore che avverto oscuramente
nel tuo nome antico. Poi mi perdo,
fedele all’invisibile ritorno,
 
piccola abbastanza non ancora
da sostenere  tutta la tua luce.
 

*

il capo di un bambino nella luce

Ho inginocchiato gli occhi al tuo vedere
la pagina piegata nel mio libro,
mentre pregavi ai fianchi di una barca,
tra i nostri passi appena disegnati
come lucidi animali nella notte,
per codici sottili di linguaggi,
nell’urgenza di ascoltare, dentro il soffio,
le tue mani ancora colme di frammenti,
 
quando prendono la vita, risvegliati,
nell’invisibile arteria della grazia.
Tra la ruota, il cerchio, e la sua croce
 
in questo canto puoi sentire come corro,
se mi muovo sulla curva della luce
di un vento largo, che si erge tra l’anello
e il bianco inizio di una liturgia.
Tutto si compie all’altezza delle braccia,
nella baia, tra il seno e le tue spalle,
con le dita innamorate, e voce a voce
ci scambiamo una magia di primavera.
 
Eppure io sono felice e tu distante-
nel silenzio che fluisce reso grande
in un cadere che ci tiene accanto-
 
e se una mano, inavvertita, fra le membra,
si posa a terra, come fosse un volo,
nel suo pregare, e per tutta la lunghezza,
non vive nulla che la possa sollevare.
Come un frutto quando è maturo, e cade,
in lei è andato ogni calore, radunato,
come brezze nei cespugli, o nell’estate
il grande freddo ai ripostigli della neve,
 
accumulando tempo, in piccole orazioni.
Ora è nel ventre un coro d’acque in piena
dove la vita aumenta nei polmoni,
nel continuo movimento di un miracolo,
è il capo di un bambino nella luce, 
pieno di grazia simile a un vapore,
quando stringe fra le mani come sogni
i pezzetti di una mela luminosa-
 
ripiegati come l’ll foglio di quel libro,
nella pagina più amata- ricongiunta.
 
 

*

Ti rendo grazie e canto della sera

            
                                                            La voce si trattiene,
                                                            nell'aria piccola,                               
                                                            tra due frassini bianchi,
                                                            all’imbocco del vialetto -
                                                            discreti e a malapena
                                                            ci si accorge che esistono
                                                            per come lasciano passare
                                                            la luce che li investe.
 
Le spalle coperte dal vento
dietro di me 
ad unirsi un poco, e grande
lo spazio creato dai rami,
tesse il nostro anello
                                                            come un’oecophylla nell’alzarsi,
                                                            e inginocchiarsi tra le foglie,
                                                            accostando tra di loro i lembi,
                                                            con una goccia di seta sulla fronte
                                                            che tiene insieme i nidi tra le cose,
dandogli sollievo
in un rosa pallidissimo, carne
nascosta nel nulla delle pieghe labiali,
lasciando al centro un altro mistero,
dove finisce la bordura.
Verso un pascolo incolto,
oltre gli alberi-lupo, 
 
solo un alito resta, 
dai granai alle clavicole,
come fossi contenuta
in una invisibile tazza da tè,
-o un grappolo d’uva
con una mente d’inverno-
mentre l’odore si espande
dalle sue profondità, come nubi
sfiorate lievemente dalle messi,
quando si aprono a coppa-
tra il pane di radici dell’albero
e la sua noce d’oro
                                                                   incidendo i nostri segreti
                                                                   sulle minuscole tavole dei semi,
                                                                   per sopravvivere all’inverno,
come un bene pronto al volo,
ti rendo grazie, e canto della sera.

 

 

 

 

 

 
 

 

 

*

Dove i nomi hanno mesi bellissimi

 
 
 
 
Una strada sottile
quanta calma nel petto che rischiara
dove i nomi hanno mesi bellissimi,
che crescono seguendo la via lattea
 
tra le ali  e gli alberi dell’anima.
Sono petali bagnati di visione,
con la parola aperta delle cime,
dove dentro vi corre quel bambino,
la sua mano aperta, con la rosa,
le sue gambe, che spingono nell’aria
lo scatto del respiro, nel salire,
in cerca dell’uscita, tra le cose.
 
E non dura più di un lampo
nel morire
la tragedia della giovane paura,
tra il bosco ed il suo viso.
Poi la musica soltanto, la più viva,
a quell’ora  lo incorona, e va alla gioia,
oltre i margini segnati, in un istante
toccando, col duro della terra,
il ricongiungersi al fantastico dei passi.
Col moto delle  lucciole  sui piedi,
 
è un viaggio  che mi porti,
in un gesto, trattenuto, come sacro,
qualcosa tra le mani, che si bagna,
di ritorno, con la tua saliva lenta,
per toccare, dove non si vede,
il polso quieto di ciò che sta sul fondo-
 
nel ruotare delle ossa, con  la forza
che annida tutto un cielo dentro al seno,
dove cresce la tua pianta. Come mondo
mi hai offerto  un largo d’aria,
nel buio lucido e ospitale dove noi 
è veramente nostra sposa,
ora che sa  come cadere 
ai piedi del suo piccolo padrone,
nel profondo bambino, dove andiamo
ripetendo, ad occhi chiusi, sono insieme.
 
Viene incontro, in cerchi che si allargano
per radici silenziose, come calda, 
la nostra mano, nell’intimo,
                                           cercata,
tremolante di luce ci rivela
bagnati di terra, a lungo, e da vicino,
con le braccia larghe di un mare benedetto,
di essere ricevuti, come isole.
 

*

Nel velo più bello al suo dolore

L’amore non può chiudersi,
come farebbe invece una ferita.
La morte piccola,
che ha preso l’anno vecchio,
è il nostro frutto,
in cui ha avuto amore,
e quella grande,
che ci portiamo dentro,
è la sua luce,
che va bevendo il succo.
Nel velo più bello al suo dolore
 
 
con un soffio al cuore io ti canto
una parola senza riparo-
                                   presa viva-
nel gorgo delle forze
il più antico, all’indietro,
e sacro. Al separato 
occorre avere detto sì,
un sì assoluto, per poterlo amare,
dove si trova il quarzo che ricorda
di rimanere sprofondati ed innalzarsi
come neve,
 
in attesa del credo che Noi è.
 
Più grande di ogni angelo,
tutto parla, tutto è animato,
nella porziuncola di pace,
dove beve silenzioso al nostro ventre,
come una parola che hai compreso.
 
Le vie dei canti
 

*

Buon Anno, anima mia

Ti scrivo, da una cella silenziosa,
senza quasi un alito di vento,
con un piccolo dolore,
nell’amore. Mi smarrisco.
Nel movimento delle mani
 
è già domenica, ed il suo grazie,
nella notte antica del tuo nome,
come ali, nell’aprirsi. E poi riposa,
dentro il ventre colmo di mio figlio.
E’ là che siamo entrate,
tra le tue profonde e assorte mani.
Ci hai raccolto.
 
Lasciamo che tutto accada ora,
come fosse un fuoco grande tra le cose
e noi. Coperti dalle ombre,
noi, la terra, farci culla. Anima mia,
tutto è già dentro, e tu, lo senti
come vuole ricadere l’anno nuovo,
come un frutto, come casa tua.
 
Guarda come ci raggiunge,
come si intreccia nelle mani
che germogliano del suo futuro,
e il ritorno cresce in lui
verso la gioia. Viene, 
caldo del nostro sangue,
come una gemma.

*

Nell’ora delle nascite

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Conosco l’ampio dorso del silenzio,
quando sporge nella sera, il suo colore,
e quando s’inabissa lentamente
nella calda giumella delle mani.
Dal così pieno nasce una parola
che si sussurra pronunciando Amen,
come fosse il suo risvolto luminoso
propagando a fondo lo splendore
ogni gesto trattenuto dal principio,
tornando nel respiro una poesia,
come fosse già accaduto prima,
coprendo tutti i suoni della terra
nel parto di un bambino che ti ascolta.
 
Così, tu, mi  hai insegnato, per  parlare,
a scrivere sui tronchi in verticale,
tra il paradiso delle voci impercettibili
e in cerchi, per colonne primitive,
un anello dopo l’altro. Nel tacere,
allargando gli occhi chiari, siamo insieme,
maturando per nascere tra i fiori,
ricordando come un’anima all’aperto
custodisce delle cose le figure-
la montagna per le ossa e il bosco vecchio,
sono gli occhi, e le cime la chiarezza
dei buchi dentro il legno e gli animali.
 
Parla ancora chè io possa rivederti,
come fanno le stagioni, e il bianco appare
trapassando da un albero a quell’altro,
in un respiro lento dimmi “ amore”,
e tutto si avvicina per Natale,
finché una lacrima compare nella neve
facendo come un arco e ricadendo
tra due forme di pane lievitato
con pochi decimi di efa, e un grano nuovo
sollevato al centro della stanza,
tra le nostre ombre di portata,
è un sorriso, che viene, non in sogno,
ma nell’ora delle nascite, e rimane.
 

*

Il viso delle origini

"Καi o Λόγος σὰρξ εγένετο καi εσκήνωσεν εν ημiν"
 
Vangelo di San Giovanni (cfr. 1, 14)
 
 
 
Sei venuto a piantare una  tenda,
nel sonno senza sogni,
al centro della corona  irriducibile,
un vincolo disfatto in petali,
come sacro frammento, 
tra la sposa e tutto il resto,
preludio al bordo della casa.
 
Origine di nozze e sacrificio,
nell’angolo migliore della mia capanna
spargo la tua voce, il buon odore, 
la recitazione del nome, e vivo,
prima che arrivi
con la grazia del mantello sulle spalle,
lo sgomento di fronte a ciò
che nell’invisibile si vede, 
appena attinto col respiro.
-Nei mesi dei morti ritornano
altre voci,
nei mesi invernali delle fiaccole,
la sola continuità è il suono
della lunghissima vita,
in un segreto a cui è rarissimo si alluda
nella sacra comunione delle notti.-
 
Sei venuto nell’estremo Nord
con ciò che avevi di più antico
e legato ad accadere, il ricordo
di un attimo prima di nascere,
come portassi  delle vene
nel palmo delle mani.
Qualcos’altro succedeva 
tra il buio e il soffitto di legno,
in minuscoli brividi,
qualcosa di ultimo recava alla sua foce,
il dono di un uomo che divenne fiume,
tra l’uno e l’altro anello, acqua dell’amata,
dopo essersi aperto il passaggio
bagnando le assise delle montagne,
uscito dalle gole  dell’amore,
nell’ondulazione di una valle,
leggendo, nelle vertebre e la pelle,
il viso delle origini.  
 
                                                                 Chiuso nello scritto 
                                                                 qualcosa in te respira,
                                                                 più grande del tuo fiato,
                                                                 un canto sceso nella notte 
                                                                 fin dove non sapeva di arrivare,
                                                                 un nuovo passaggio di luce
                                                                 nella sua carità indicibile.
                                                                 Il mio interno è nelle tue ossa,
                                                                 nelle tue ossa cave, aman,
                                                                 finché il cielo discenda  a toccarci
                                                                 mescolando le pelli alla terra
                                                               
                                                                 con la fragilità che io immagino
                                                                 degli angeli
                                                                 quando spostano tra i fiori
                                                                 un buio d’aria.

*

Il canto degli angeli di Aleppo

Sa come aprirsi nell’inferno
il canto degli angeli che amiamo
 
muove l’aria ancora e cova un fuoco
dal goccio di saliva tra gli spari
risalendo lungo il pozzo un fiato caldo,
oltre le catene dei guardiani
contendenti la conchiglia dei midolli,
per raggiungere la gola e dire ancora
la morte è troppo poco per sparire…
 Con le ali ripiegate del ricordo
 
apriremo la yurta in fondo al cielo
leggendo sul labiale il nostro nome
saremo una farfalla dentro il fiume
dal fango stretti per ricominciare
costruiremo nuove scale con le mani
da uno strato di pelle con l’argilla,
per alzare ancora con la penna
lo splendore del grano e in pieno sole
 
per l’unione delle forze canteremo
un ederlezi come fosse il suo natale.

*

La linfa più intima e le lacrime

Guarda come si dispongono le foglie 
raccolte intorno ai rami a sera,
senza sapere chi di loro è amante,
e, senza fiori, il nettare che cola
come il sonno in una casa
sulle lenzuola bianche di bucato.
 
Una colonia di formiche,
o gli uccelli in stormo
sanno che il principio della terra fu nel verde
dell’euglena- al terzo giorno appena,
e solo il sesto noi, 
nel prospero frutteto-
una minuscola alga verde,
con il moto di una madre verso l’altro,
nel suo  ripetersi inesausto, fu respiro,
con le lunghe vene, il nostro.
 
-e quando la luce è stata poca
tra i sottilissimi flagelli 
ha nuotato come un animale
fino in cima all’Ararat, 
perduta a partorire, sola,
con le ginocchia piantate nell’erba,
ha mangiato terra e sole
pietre e costellazioni,
lasciando cadere le vesti a una a una,
nel suo posto vero, la yurta.
Altri hanno proseguito divorando
i loro simili animati
nelle ceste, con gli oggetti sacri.
 
Una scelta originaria e lenta, 
di gioia, stretta nel poco
di moduli semplici insieme, e divisibili-
un cuore per ognuno, polmoni e tante bocche
di intelligenze, e sciami, nessun individuo.
Puoi mangiarla sai? Non è ferma l’anima.
Se l’amputi  fiorisce, lacrimando,
se getti i suoi avanzi alle tue spalle
cresce un bosco.
Sfugge ai nostri occhi che si muove.
Ha il senso della luce, questo basta.
 
Ci accolse nel gesto abramitico
che invita l’angelo ad entrare
lasciando vuoto nella mente
il luogo puro, dell’ospite.
Da quelle nozze discende ogni dono
spinto alle bande del rosso, 
al rosso lontano, fino al  il blu, 
all’ultravioletto. Tocca se puoi
le parti più giovani dello stello, i viticci
i germogli e il legno, sono gli occhi 
                                            piccolissimi,
persino gli apici hanno il senso della luce,
cercando il buio amato,
entro cui cade eterna la rugiada,
 
come un vento luminoso.
Si aprirà la visione sul confine
che chiude l’ultimo anello del tempo,
i fiori bianchi per le api,
il rosso per gli uccelli,
e il nostro seme andrà così lontano, 
a riprendersi la vita, all’acquabuona,
 
innalzando il brillante delle foglie,
dal seno profondo, con le mani,
riunendole a preghiera 
nella stessa posizione di riposo
che avevano alla nascita i germogli.
Nel sonno delle piante 
io bevo l’acqua del tuo sguardo
d’uomo
la linfa più intima, e le lacrime.
 
 
 

*

Alla luce di domani

La luce indugia nel petto dell’uccello,

fonte di ogni canto. Ed è poesia,

fra il tenue bagliore e la scintilla,

nella ferita aperta la tua mano.

Fin sopra agli occhi, e poi ancora,

con rara bellezza, tanto amata,

come in cerca di parole corre giù

per una scala che porta verso l’alto

i minerali, con le scie d’argento.

 

Ed ora, abituata nell’assenza

di un movimento che comunque aspetto

come uno sguardo lento e prolungato,

in suo luogo tu hai divorato ogni sentiero;

ma, dietro l’ultimo strato di terra,

c’è dell’altro, che ferisce e medica

la nostra piccola morte, sempre nascente-

con le sue linee simili a chi sta per voltarsi

oscurando l’orizzonte con un solo

sfondo lontanissimo di pioggia-

teso, tra le nostre anime e la carne.

 

Ricordi cuore mio? Per raggiungerti

nella tua verità, potente materia,

sento svanire le forme appena strette

fra le mie mani,  sino a rimanere

con l’essenza pura della nostra unione

di tutte le unioni, così trasparente

che non distinguo più dall’aria i versi,

le mie ossa dal tuo anello, il nostro viso,

e, raccolta in te, ripeto : alla luce di domani…

*

Eravamo lievi

Eravamo lievi,

accovacciati sui nostri sessi primitivi

come giovani fiori verso l’alba

illuminando  l’intorno di erba verde

del rosso acceso dalle nostre ombre,

nella lingua semplice di uccelli,

e tanta rena nei palmi delle mani,

di tutto un cielo su, verso la  vita.

 

Adesso che respiro, ora che salti

dentro ogni più piccola voce,

adesso che siamo fradici di luce

come fanno i caprioli quasi in cima,

stiamo nascendo, Noi ?  Con le tue dita

 

se alzi il bordo sotto i fili d’erba

le ali ripiegate intorno al seno

si levano davanti ai nostri occhi

così a lungo. E silenziosamente,

candidi, nel buio

ripeteremo insieme ogni poesia,

con ogni gesto  immaginato negli stretti

un largo d’aria disegnerà  una promessa,

fra l’oro della polvere e il salgemma.

 

Più di ogni altra cosa

ci saremo inginocchiati,

pronunciando grazie, lucidi d’amore,

e, sottilissimi, sapendo di pregare

uno spazio per il fiato,

benedetto.

 

*

Il filo dell’acqua

Una vita piccolissima che geme

nel barlume, che raggiunge lo splendore

di un piccolo perpetuo sulla lingua,

le tue parole, immense, le radici

che portano le sillabe a legarsi 

nel mio minuscolo infinito

di scarpe di montagna e tre pollici di legno

 

                       

 

Un copricapo fiorito, una kufiyya..

sei tu, dal mare aperto, tu che vieni

con il bisso luminoso nelle trame

della mia veste grezza, di lana,

nel cerchio di dieci dita-

non so dire quanto piccola
una cosa finisce nell’altra  

e tutto cade insieme, 

negli azzurri più freschi,

al centro della vita ,

dove giace col buio il tesoro.

Intorno alla vera 

diviene un oracolo l’aria,

chiusa nel sogno, delle tue ossa.

 

Volteggiando entrambi piangeremo,

commossi dalla cima dell’ultima parola

la più grande, ricaduta dal cielo,

che lascia passare attraverso il suo vuoto

la luce.

 

L’intero miracolo  riposa,

fedele,

nel più casto e lieve degli intenti,

accogliere il tuo anello con le labbra-

fra la tinta indelebile e stupenda,

che si trova nel papavero, purpurea,

e il fascio tondo del filo dell’acqua-

al principio della danza più lunga,

col ventre incollato alla terra 

della nostra prima neve,

stupefatta.

 

 

 

 

 

*

Su papai biancu


 

Strofinava le parole sulla pelle
come un latte mescolato con la frusta
basta un'eco una reliquia per montare
per vedere ancora chiari nella stanza
paesaggi e desideri con le mani
nominando quel che vede come un bimbo,
ed ogni altra cosa intorno assente
si addensava sopra il fuoco della notte,

 

risolta alla sua luce quasi nera,
nell'acqua silenziosa delle piante
rendendole visibile chi ama.
Fiutava l'anima l'abisso mille volte
nella mente la sua voce speculare-
assecondava il ritmo delle dita
versandole negli occhi un pane bianco
il canto interno di una donna in pieno sole.

 

Come se le parole potessero commuovere
le molecole del mondo ed ogni fossile
sciogliendosi al calore delle mani
risorgesse quasi a filo delle labbra,
e con un velo d'aria solamente
nella dolce ferita in fondo agli occhi,
offrendo alla sua veglia altra acqua
Fu allora che venne, che vibrando,

 

come chi tace una luce conosciuta, 
si incamminò nello splendore dello sguardo,
per riportare il suono alla sua meta,
strofinando sulla punta della pelle,
in luogo delle sillabe e di accenti,
su papai biancu e benedetto, 
liberando dalle mani della gioia,
nel parto del suo nome il suo sigillo.

*

Nel tuo miracolo salato

Non ci sono libri sulla cima

a Monte Sole, non ci sono 

altro che le nostre gole

e solo amorose  leggere mani

quasi in sogno

tra l’antico bambino e i morti.

Chi è dentro? Chi si muove

di continuo come un bosco?

 

 

In uno spazio di canto e di esilio

magnificate dalla piccola statura

di un prato incomparabile

sono state a lungo in piedi

le nostre ginocchia coronate

a respirare il bene

del muschio indovinato 

come una casa abitata.

“ Tu, quanti anni avevi allora?

-quasi in un responsorio, mi dici-

come te uno meno uno più di te-

nella tensione immobile 

di un animale in muda-

Oggi vediamo con gli occhi delle foglie

cresciute, nel viaggio fino a terra,

con la meta al loro fianco,

dove i due mondi si scambiano segreti

avanzando di ritorno, impariamo

a trovarci." Ohh sì..

 

Dove tieni asciutte le tue cose,

sul tavolo, parola per parola

tocco, nell’arca delle madri,

il legno scuro, intorno al tuo carteggio

la prolunga di un’anima,

levigata dall’acqua.

 

Ed io,  tu che sei Ora,

io, dall’altra parte del mondo,

sollevata all’ultima solitudine

ti mostro questa manica

nella quale è caduta la neve,

accanto ai pastori,

tra gli incolti meravigliosi attorno  casa,

questo dolore che indosso come un filo

solo di perle, e, un passo avanti, Luca,

nel ghiaccio del sole che lo investe.

 

Silenzioso compagno 

tra le pieghe meglio sepolte

conosci la gioia,

nel lento chiudere le palpebre

del fiume, la portata,

l’una nell’altra.

E tutto in accordo

in esse riposi, 

nel tuo miracolo salato

 

nessuno sa fin dove accanto,

con i segni delle dita, poco a poco,

per radice.  

Lì, cadendo, già trascorso

intravedo il nostro petto bianco

ancora in cima a Monte Sole.

Questo è tutto quello che sappiamo

 

dell’acqua che va insieme

con  il peso assunto nelle altezze.

Saremo  casa,

tra i giunchi che si allargano

e il nostro nome che contiene

il più antico benvenuto

nel sigillo del natale.

*

Prima degli occhi

Non è la stessa cosa, l’ora che viene

per affondare le radici

nella nostra parte umida, e tornare

nelle zone più profonde?

Ha degli occhi di carne

terreni fino in fondo

per avvicinarti al cielo.

Al di fuori di ogni linguaggio

 

mi soffoca il petto e non parla.

Canta. Poi tace.

 

Allora lo vedo, capace di Dio

che è nel grembo. Misericordia-

mi insegna- in ebraico ha la stessa radice

di cavità delle nascite, e in ogni momento

dobbiamo rispondere

di quello, che è in Noi-

con la cosa sposata, quella che ha peso.

Non chiamarla utopia  il non luogo per essere,

 

nel sabbat primordiale ha lo spazio.

Di ogni respiro futuro

 

mangeremo il pane senza residui

e il sangue appena giorno

farà battere il cuore

sui due versanti della luce,

come una fidanzata.

Lascia che mi avvolga, ora,  nel tuo sonno,

nel canto semplice e quotidiano, per sparirvi

dentro- prima degli occhi-

 

per ciò che brilla nella lontananza

di quello che stanno per dire le parole

Nel poco che giunge. Mi rannicchio qui,

il più vicino possibile al prima della nascita

della respirazione, al soffio, alla possibilità

di parlare. Danziamo ora.

Di una lunga e ardente danza

il nostro corpo è verbo che ride, cantando

 

poi un giorno fino al silenzio,

per onorare il nostro non finire.

 

Tutto comincia là…

 

*

Come andare alla fine della neve

(..)
quando seguo le linee della mano,
come andare alla fine della neve,
sopra i monti, a benedire le sorgenti,
c’è un riparo, una piccola cappella-
tra lo spazio che viviamo e il mondo accanto-
dove le fronde del tuo salice, in preghiera,
e le ali del mio tiglio, tese in cielo,
 
nel paradiso delle voci sono insieme,
a bere l’aria sotto terra, e in pieno sole
 
un minuscolo groviglio di radici,
come un nido, sale alle sue nozze,
bucando il fiato come un minareto,
nella porziuncola di pace trasparente,
generando nuove linee sulle mani,
sprofondate nella luce degli anelli,
per cantare l'ederlezi dei bambini
...

*

Tieni le dita chiuse

C'è un grande vento qui, stasera
posso riempirne le brocche
come fosse una terra bianca,
una forza viva che rinfresca il volto
 
di gioia dolorosa. Canta e il moto
si propaga fino a morire e a farsi fiore
dove non ti eri mai saputo.
C'è un grande vento qui stasera e noi
la sua purissima aspersione, mi commuove
per la grazia delle nostre parole,
fra le tue mani calde, fatte per stringere la luce
per crescere i fiori. Solo ciò che è limpido
giunge come il primo respiro.
 
Non in sogno, ma nell’ora delle nascite-
caldo e confuso ti alzi,
 
avvolto nella nebbia,
non c’è punto che non veda la tua vita
alla fine della riga,
c’è sempre una lettera dilatata,
come lana pura apre l’amore-
Anche noi saremo,
il fiore che risale la pace
verso il giorno che abbiamo accolto
con le nostre ombre di portata.
 
Tieni le dita chiuse, ora, tieni le dita
tra il buio e lo splendore,
rifugio dei favi
e di altre vite ancora.
 

*

Nel breve volo di un bambino

 

 

Colpita e colpevole,

tra gli angeli e le bestie,

la nostra pelle più vera

canta sommessa

di tutti i segreti senza dimora,

e lentamente,

col viso lucido che dona un pianto

sfiora invisibile questa  preghiera

 

è un gesto contenuto delle mani,

nella pace vasta dell’attesa,

e sacrosanta, come un calice

alla comunione

 

nel rifugio creato per te

sei tu il riparo, l’antica forza intatta

della fragilità che tiene insieme noi

nel paesaggio originario.

Prima degli occhi

 

accade che il sangue, affluendo,

nel breve volo di un bambino,

causi dolore,

quasi volesse trasformarli in vene

che irrorano il cuore, nell’ombra,

finché un battito giunge,

e in modo nuovo,

un iride dal nulla si china su di loro

Come il velo su una sposa

                                

scivola una vita che sta in me,

nel luogo più riposto,

prende il nome di Noi,

da qualche parte,

dove immergere il corpo,

nel profondo

è trinità e siamo salvi.

*

Con un palpito leggero

I tuoi occhi sono piccole candele,

nel luogo separato dove vivi,
una luce che illumina l’inverno,
riposta fra le mani, come dono,
prima di partire con l’estate.


Ed ora io ti ascolto nel silenzio
che prepari ad ogni sera per parlarmi,
tra la siepe e l'albero del noce

dove vado a raccogliere i miei panni.
In quel vuoto della pelle siamo il vento,
che non svela la distanza che ci unisce
quando sorge in un indugio, e si fa accenno, 
poi scompare, con un soffio sopra i coppi,
dove volano le drupe con un suono
ruzzolando dentro il cesto tra i lenzuoli.


Aprendo il ponte breve di un respiro
è la tua voce che ricanta fino al timo
in un rito ogni volta che si muta
con un palpito leggero,
                                 come in sogno.
E tanto avviene, interamente, e altrove,

tra luoghi santi o foreste di betulle-

lo stesso uomo questo fiume e la sua sposa

dal principio, poi cedono sfociando

nel delta che scompare quando nasce

nell’aperto più profondo e nostro  mare

*

Per quando tornerà una poesia

Conosco l’ampio dorso del silenzio,
quando sporge nella sera il suo colore,
e quando s’inabissa lentamente
nelle profondità delle mie mani.


Dal così pieno nasce una parola

che si sussurra pronunciando Amen-


come fosse un suo risvolto luminoso.
Per quanta cura c’è e discrezione- 
nel parto della voce che ti ascolta

attraverso l’estate della lingua,

propagando a fondo lo splendore

ogni gesto costruito dal silenzio-
dal Principio che abita nel verbo,
tornando a trattenersi nel respiro,
come fosse giá accaduto prima,
coprendo tutti i suoni della Terra.

 

Così tu mi  hai insegnato per  parlare
a scrivere sui tronchi in verticale,
tra il paradiso delle voci impercettibili,
facendo poi ritorno alle fontane
e scomparire. Come fanno gli alberi,
in cerchi, per colonne primitive,
un anello dopo l’altro, nel tacere,

allargando gli occhi chiari. Siamo insieme
maturando per nascere tra i fiori

 

ci fermeremo alla stazione delle immagini
ricordando come un’anima all’aperto
custodisce delle cose le figure,

la montagna per le ossa e il boscovecchio,
le cime sono gli occhi, e la chiarezza
dei buchi dentro il legno gli animali

 

Parla ancora chè io possa rivederti,
come fanno le stagioni e il bianco appare

trapassando da un albero a quell’altro,
come noi, prima dei fiori. All’improvviso,

in un respiro lento dimmi “ pane”

e tutto si avvicina per l’inverno
finchè una lacrima compare nella neve
facendo come un arco e ricadendo
senza dire Io, ma solo il nome, 

per quando tornerà una poesia.

 

*

Dal fondo nel vuoto del cielo

Solo un ramo, 
da questa parte soltanto, 
è fiorito 
del grande battito del cuore.
Noi siamo, da un lato
e dall’altro ,
quel poco d’aria mossa 
nell’orecchio più profondo, 
con le mani che sanno dormire

dita con dita.
Tra le foglie di un giovane erbario, 
un nascondiglio commosso alla luce 
disegna piena l’ombra di una culla,
più di un volto. 
Prendi la mia mano, 
al pari delle ferite, 
e questa piccola barca di legno 
con le gambe affondate nella menta, 
camminiamo,
come fanno gli alberi, 
come tornando verso casa, 
dal fondo 
nel vuoto del cielo.

 

*

E’ un luogo in più

Vedono un fiore 

le farfalle notturne

In ogni luce

 

Il vecchio tiglio di fronte all'entrata

è l'ultima cosa,

ogni sera,

che mi accompagna

fra strisce di nebbia

e il lavoro paziente,

sempre incompiuto,

di ritrovarti gemello,

restituito  e vero.

In ogni ramo

 

un paesaggio appena definito

nel movimento originario

è la tua mano,

che nasce e riposa

in un solo respiro

 

nel grande silenzio.

Quando tutto scurisce

imparo a vederti

nella bellezza dell'ombra.

E' un luogo in più

 

e un caldo respirare

si tramanda

della nostra assenza,

tra morti sottili e tanta vita

come dipingere dimenticando

di usare i colori

indicando in un punto col dito

il tuo viso.

L'estrema possibilità dell'amore, non credi?

 

Ti scrivo con tutto ciò che è minuscolo

trovando posto a ogni cosa.

 

Ecco il mio dolore, senza un lamento

fino al calore più intimo 

di questa notte,

remota matrice che vibra

e compare

 

da dove siamo partiti.

Sei tutto quello che è qui,

basta voltarsi  pochissimo,

per un momento, alla luce,

e la pianta risale l’argilla

e vi ritorna,

con lo stesso coraggio.

 

Ora sai come dispongo

della mia solitudine,

in religione.

Sotto il tuo volto,

che come una stella sta sopra di me,

profondamente, intatta e paziente

nel movimento puro e naturale

del buio.

Al confine della voce

 

là dove essa diviene

nuovamente silenzio

è l’ultima cosa, ogni sera,

dorata.

*

Con la cenere negli occhi

Non fai altro che nascere ogni giorno
svolgendo e dilatando la mia vita,
come dopo ogni distruzione.

Ti scrivo con la cenere negli occhi-


attraverso vi corre quel bambino-
senza sapere che non esce, vivo
se per sempre metto insieme i nostri nomi-
amina con aman e poi narimi-
viene piena di profumo una famiglia
mentre ci abbassiamo con la sera
le palpebre che entrano nei sogni,
bisbigliando "siamo salvi, al posto giusto,
e mondi ancora insieme. Siamo casa.

 

Tra il respiro più pulito che conosco
del bene che precede la bontà
preserverò i tuoi fiori. In ogni passo
è natura sempre nostra figlia-
il suo andare col sorriso verso il centro,
dall’angolo del viso, con le mani.


Ed ora pianta le tue labbra nelle mie
tra le mie ginocchia coronate.

Con la cenere negli occhi, ti ripeto 
"attraverso vi corre quel bambino",
senza sapere che non esce. Vivo
se per sempre metto insieme i nostri nomi
amina con aman, 
e poi narimi.

*

C’è sempre qualche luce se l’aspetti

 

 

Schizzi di Antonio Forcione

 

C'è sempre qualche luce se l'aspetti,
se ti metti inginocchiato sei più grande
se risplende un pianto nudo, un solo verso
fessura l'infinito e rifiorisce
la speranza. è un libro fatto d'aria
in cui le note della voce fanno tana
illuminando il gran silenzio mentre sale
lucida, e stordita, una poesia.

 

 

*

Linea alba

Disponeva  solo  frutta sul tavolo in giardino,

ma, come se aggruppasse anche l’aria, con le mani,

radunata e pura. Nel petto dell’estate

 

un filo univa  alla  polpa i suoi gesti

in ogni intimo istante

un lucignolo  appena un fil de la Vierge

tra il campo azzurro degli occhi

e l’ora della cena. Dal basso,

 

mentre saliva un paese intero

con le gambe affondate nella menta,

lei carezzava le piante,

con le parole più corte della terra,

districando i fili lunghi dei capelli

con madrepore lucenti, e, inginocchiata,

ripeteva una preghiera alle radici,

con il respiro, tra la salvia ed il cotone.

Tornando nel  giardino del principio

 

se raccolgo, senza peso, quelle sillabe,

come un mazzo di lavanda per un dono,

nel lento esercizio delle mani,

la sento ancora piantata tra le zolle

che allatta le sue piante, a seni dritti,

e altra acqua, che risale, con dolcezza, 

nel ventre di qualcuno che lei ama,

tra le ossa cave del suo credo,

la linea alba che la fa volare.

*

La giumella del semplice

Per accogliere tanto flutto,

tra le tue pupille adorne di sale,

devi essere un minuscolo infinito

che viaggia a lungo aprendo la notte

in un giorno bellissimo.

Altro non so.

 

Con la scia della tua grazia,

fra le dita strette e i palmi uniti

come un nido alle sue nozze,

ti porto l’acquabuona,

quel poco d’oro del mio fiume

per bagnare il castello,

l’odore di more prese nei fossi

e una lucertola, scolpita nel legno.

Tra le mussole dei sogni

mi togli dal viso i capelli,

e tutto è così perenne

sulle tue gambe,

brani d’ali giganti.

 

La giumella del semplice

-ripeti-

per tenere insieme le cose,

per le offerte,

dalla fontana alla bocca,

le nostre piccole urne.

Siamo stati angeli nell’acqua,

terra lenta,

resine e scorze dei pini,

alberi pieni di anelli.

 

Tra le pieghe della carne

poco prima della nona lunazione

delle braccia tese, mi hai promesso

i segni riuniti dei nostri Natali,

quelli più piccoli.

 

Ora la casa respira 

come una perla vera

e sotto il sole

il tuo nome crea l’ombra

come un grande albero

che tiene le sue assise

nella luce.

*

Nei cinque luoghi della bocca

Se ci passi sopra le dita

tutto rinviene,

dove vanno a finire le cose,

le cose sante, le mani accoglienti

nella stessa culla di morti

e nature gemelle,

lo svolgersi delle volute,

con grazia,

nell’immersione divina

 

origina il suo nome. Sulla lettera iniziale

corre un piccolo gruppo di tuniche azzurre,

con cappucci d’oro

come torce luminose,

inginocchiate alla montagna,

con tutta l’età del mare negli occhi,

e una strada, che conduce al soggiorno,

nella piena di luce di ogni domenica.

 

Sulla cima buca il cielo

come un minareto

l’orecchio rivolto all’indietro,

le faville, la loro vibrazione,

le vocali. Su pascoli e castagni

chiude la tenda un panno morbido

di lana.

 

Con la testa  contro le ginocchia

un uomo prega. - Si raduna,

scendendo nelle acque, come un pesce.

Si raduna, fino al seme,

per tornare, dilatato, nell’inchino,

tutto in fiore,

per l’offerta di conchiglie

e le tre madri. Una saliva santa

 

nei cinque luoghi della bocca,

la mescolanza d’erbe nella gola

gli oli santi nel palato, e sulla lingua

la dolcezza è nel canto

delle rose che fa il sale quando brilla

sopra i denti, al centro della stanza

la sua voce,

con le lettere inclinate, sulle labbra.-

 

Finché si specchia nell’occhio del neonato

l’Antico degli antichi tra gli sposi,

e le porte si aprono sul mare

come una sola e vasta foglia

messa in luce.

*

Fiume di portata

Fidandosi del buio dietro gli occhi
si trovano bagliori come stelle 
quando la tua voce riempie il vuoto
scavato per i fianchi nel palato
un tutto che si tiene

                               tra la fronte

e il gran silenzio del tuo sguardo

sulla sera – E’ il nostro mondo,
di toccarci con le ali, poi raccolte,
sopra il tavolo in castagno,
verso un lembo raro del giardino,
fino al mare aperto. Una mansione,
il prolungamento della casa, 
lungo il sentiero dei lecci secolari,
fin giù alla distesa delle viti.
Dove inizio a camminare-

 

coi fiori più selvatici, e l’agave
che ti offro sulle labbra-
è il mio posto, sui camini delle fate,
che taglia tutti i nodi delle mani,
e basta poco,
per andare al faro ,alle tempeste
coi resti delle mareggiate 
se nell’ambra fai bollire le tue reti,
tra il fogliame del miobosco c’è l’odore
di albicocche solo tue..allora salgo
salgo sopra il noce. Per toccarti

 

ho legato con i rami un filo al piede
annodato all’altro capo con l’azzurro,
un principio che ogni sera quasi muore,
poi risale con il giorno a copricapo,
spruzzando sulla terra la tua voce,
con i semi che può spargere una baia,
arrivo dentro il fiordo che più amo
e le vene sono un fiume di portata.

 

*

Con la vostra fronte di neonati

Il vento è con te,  e con tale grazia,
più fresco dell’acqua nuova
là dove va ogni bestia libera
o un grande albero che sta per cantare
di un lungo segreto, nella tua veste chiara
e lunghe pieghe in punta di dita
divinità da ogni parte. Ti ho visto
tre volte nel volto, nascosta
nelle sacche d’aria del tempo anteriore
alla curvatura del mio cristallino,
puro, in calzoni e scarpe di castoro,
l’ornamento della tua sacca nera
dal lato delle cose di sempre,
il sillabario della tua favola. Più lontano,
 
a labbra chiuse, sotto il grande albero-
nel prolungarsi dei raggi della sera,
la brocca sospesa sul fianco,
con tutto quello che vi è d’immenso
e bambino nel  canto- io veglio,
i tuoi fogli, ad uno ad uno la nostra ala,
 
per farne crete vive. In cammino,
alla fine del filo ci sei tu,
e uno zampillo, prima degli occhi,
fertile come fiumi, nella terra
aperta per l’amore. Cantate,
allo stesso passo, cantate
il riunirsi di una famiglia intera
di ali. Due esseri veri-
nel letto del vento,
la natura infine raggiunta
dallo spirito, che precede la brezza,
dopo avergli ceduto ogni cosa-
con la vostra fronte di neonati
al limite della felicità.

*

Al tremore più solenne della terra

 

Posso solo raccontarti di quel poco
intravisto per bagliori nei tuoi occhi
la santità del movimento -non il detto,
ma ciò che ho ascoltato, riponendo
le parole e i pensieri sotto l’aria
il soffio ed il respiro, abbandonata
alla dolce eucarestia.  Così ritratta
 

 

 

 

 
 
Ti chiamo mio fratello, e ancora, padre,
piena di gioia e di capelli lunghi,
nella semplicità di una candela  accesa 
al chiaro dell’ignoto. Sono ora
tutti i nomi ed ogni forma ricordata,
scintillante a meraviglia. Dentro il cuore
 
ho condotto per te ogni preghiera,
ogni gesto del presente naturale,
mangiando alla tua bocca contagiosa
è nato il mondo, da cui nessuno torna,
fedele al passo che matura il pane.
 
Sei tu la grande morte e il mio risveglio,
chi cerca e chi è cercato in te è scomparso
ed ogni giorno ricomincio dalla stessa 
pozzanghera di pace trasparente
dove il cielo si rispecchia ed il tramonto
indugia con la luce, nel miracolo
del mio laghetto azzurro come il mare.
 
Per gradi di visione altro non c’è
che verità accese dallo squarcio,
rannicchiata nella terra, silenziosa. 
Strappando via all’ inferno un nuovo nome
 
 
ho condotto alla luce la follia
fra tori , vacche, e pioggia antecedente
alla ragione.  Ed ora è grazie a te, 
se luccica  di sacro  questa fossa
sulla quale  poggiare il nostro arrivo, 
l’ultimo punto di una contrazione
Dove hai posto la sposa e il bambino
 
risalgo  alle corone, alle promesse,
leccando ogni ferita delle bestie,
per mangiare la polvere divina,
con i reni pronti a uscire nella luce
più sottile che lega il mio cordone
al mondo del divino ombelicale-
 
 
risalgo folle  su due piedi infine vivo
come un germe tutto intero che si affida
al tremore  più  solenne della terra. 
 

*

Un dolce di grano appena un chicco d’uva

 

 

Era il vento sul viso, puro velo di altra cosa.

Un dolce di grano appena un chicco d’uva

celavano il digiuno col sorriso

ed i capelli freschi, nel segreto oblio di me,

perché i tuoi piedi fossero leggeri. Mentre vieni, 

rendo grazie per averti

riconosciuto e sposo. Tra le bestie

è il corredo che ti offro, nel baule d’aramen,

otto ettari a pascolo e castagni,

che la terra assorbe lenta, a mille metri.

 

Ho messo dentro i ferri  con i chiodi,

i morsi dei cavalli, gli andalusi,

e quelli sardi più severi. Tra i  filetti inglesi

le lezioni nel tondino a dei bimbi un po’ speciali.

Lunghi anni tra giganti così fragili per sangue;

per destino, ho messo dentro le mie braccia

e tutta l’anima

allungata fino in fondo al loro ventre

per tirare fuori il male. Troverai chi si è salvato, 

e le zampe inginocchiate nel morire di chi non ce l’ha fatta. 

Con le fattrici ho messo via il dolore del travaglio

fra le onde dei puledri appena usciti dalla pancia,

il mio volto madido di luce, le mani sporche della nascita,

di una bellezza che non sapevo dire. Nel fienile

ti ho lasciato  i miei disegni asciugati nella paglia

e l’ora della cena, appesa ai ganci, in alto,

sempre dopo.. governati  gli animali.

 

Sfiora i bordi della dote in pieno inverno

i passi lenti che giravano il pastone attorno al fuoco,

e una canzone nella testa, quella lunga

storia d’amore con inizio e fine nei mastelli

della crusca, la pioggia d’argento che cadeva

investendomi di avena. Sulle greppie

 

è tutto là, puro velo di altra cosa. Cerimonia,

per durare- con chi batte le ore della fame,

a una a una le conosco, ed ogni posa,

fra tutte, quelle di Zahir e Leila, e di Rebecca anche.

 

Nell’astuccio con gli intarsi ho conservato

qualche cosa  di straziante

una gioia impronunciata,  tradita sulla lingua,

da ingoiare come un’ostia sul lavabo.

Non conoscevo l’ederlezi, eppure l’avvertivo

nel muoversi dell’aria all’incontrario

quando mettevo al collo dei cavalli sanguisughe

raccolte ai bordi delle vasche, lucide di fresco, 

all’acquabuona, 

come  le più belle perle al mondo da indossare.

Con  che tormento attendevo quello scambio,

/ nell’immensa lentezza della grazia/

il sangue andava da un essere a quell’altro,

svuotando il male nel respiro verde, e le bestiole

al rossovivo della festa, quiete,

le ho riposte sulle pietre umide, ubriache.

 

Quante mattine ci sarò a montare a pelo la mia Leila,

con un laccio sottilissimo  alle labbra,

usando il corpo all’alba come il sole. Mi affidavo

per ritrovare il branco sconfinato nella notte

chissà dove poi fermarmi e scivolare giù,

con la pelle più sottile che conosci; nuda,

tra i cavalli e l’erba, c’era qualche cosa

di grandioso, che ora chiamo sacro,

a quel tempo appena un  girotondo, lo scoprirai splendente,

e al petto l’amuleto per la promessa della semina

per  la crescita dei fiori a primavera. Godevo, sai?

Godevo, sapendo di pregare. Tra i raccolti

la polvere si alzava sulla schiena

formando un manto d’oro con Rebecca

che  spingeva tra le spalle per tornare

a casa. Nell’angolo a sinistra del baule,

come fiori al bordo di un sentiero

ci sono le ninive- 

le preghiere arrotolate nella mussola,

nascoste  nelle pigne, per i morti-

lasciate andare nei buchi dentro gli alberi,

nel posto più profondo del mio luogo più nascosto,

ai ripostigli della neve, nella neve.

 

Potrai scambiare per incenso, se non sai

che la medica fasciata troppo stretta e umida fermenta,

il vapore che ti fa la nebbia agli occhi proprio adesso-

stava lì accucciato al cuore dei covoni, nel tepore,

a covare come un male- gli davamo il giro d’aria

con bracciate e giravolte dei forconi

per farlo splendere nel sole- l’ho tenuto,

per non dimenticare. Ecco ora,

 

come per  raccogliere qualcosa che sai fragile,

tieni fra le mani la passione nelle ore della luce,

o, ai lati delle labbra, lo schiocco sussurrato

per insegnare a Zahir come fermarsi, con dolcezza

appena sotto c’è la commozione, a dorso nudo,

che mi prendeva a notte per  l’odore lento

che saliva dalla stalla alla mia stanza,

come  la più antica delle madri  che controlla

che ogni cosa sia al suo posto. - E anch’io

mi sono alzata  al buio per le scale

seguendo il borbottio che facevano i cavalli

ruminando o il suono ripetuto della lingua

che leccava i rulli  con il sale appesi al muro,

i miei piccoli stupori.- Una ricchezza, 

ora che ti vedo alla finestra

 

col ventre incollato a terra ti offro la mia mano

i nidi che sai leggere e un  piccolo lamento

cucito tra i capelli, a ricamo del corredo:

di quando Lei spariva nel dramma della luce

mettendo al mondo un nuovo nome, e poi narimi.

Delle mie minuscole parole

ho sentito fame e sete  solo allora

un vento  le ha spezzate

in puro velo di altra cosa

sulla tavola dei Morti, come un pane, 

indicandomi qualcosa nell’incontro,

un’acquabuona. Ai bordi della vasca

 

mi inginocchio con le perle intorno al collo,

un solo filo, che le rende grazie,

dalla notte all’alba, per gli anelli

scambiando la mia danza nella tua

un dolce di grano appena un chicco d’uva.

*

Al principio della vita poi scomparve

La pura attenzione a un lamento infantile

li aveva condotti sul verde del fiume,

con le dita leggere di una preghiera

rivolte al più caldo silenzio del greto.


Come fossero  in piccole orazioni,

le ferite, sprofondate nella luce,

più e più volte in estasi  ridevano,
e correvano, drammatiche e festose,
correvano e ridevano le  gambe,

avanzando di ritorno alle radici,

col voto di non cogliere mai fiori
nel cavo delle mani capovolte.
 
Un canale di biancore percepito
nella sua immisurabile portata
fu il sì assoluto  all’ultimo dei viaggi,
congiungendo i loro palmi al solo centro
di una  lingua imparata da bambini;


 
e tenne  fede a una consegna di silenzio
la più straziante di tutte di tutte le scintille,
appena pochi lembi di visione-
non  so dire quanto fosse piccola-
al principio della vita poi scomparve.

 

 Anselm Kiefer.

*

Con l’acqua mi solleva dal silenzio

Nel giorno più lungo del mese

io sono insieme.

Accanto crescono gli alberi

più luce. Una volta

la scia del respiro di un bimbo

                     -poi  l'acqua lo distese  nel silenzio

                      per essere vicino ed invisibile.

Segreto e favoloso

traccia l'immagine di un volto,

sopra ogni cosa,

e lentamente il suo contorno,

lo splendore che scopre

 

attraverso lo sguardo.

Poso a terra la gola,

il sole e le vesti,

dove la pelle fa male,

e la sola preghiera che so

 

fra i panni ancora chiari 

del lamento

s’infila con le ossa delicate,

lasciando ricadere come in segno,

tra il petto e l’aria, la polvere dei fiori-

 

il dono di un albero,  inatteso.

Un lungo e nuovo filo va alla gioia,

tra le rose di maggio, e la sua corsa

                    con l’acqua mi solleva dal silenzio,

                    fedele metamorfosi ed amore

 

*

Con un solo e lento chiaro

 

Tenevo fra le mani due fascine
e tu venivi per i vicoli del legno

con un solo e lento chiaro nei miei occhi.

 

Di quel gesto impercettibile ricordo
che rese la distanza incalcolabile
la più vicina al mondo sconosciuto,
pieno di grazia e lacrime serene
ai lati del mio viso, e lì soltanto.

 

Così invisibile rimane il tuo sapore
risalendo come un gemito morente
dai fiori mai nati sul palato,
liberi di guardare un nuovo ventre;
è un filo di bisso che mantiene
le tue radici alle mie mani e sopra i fianchi
il sacchetto delle strade, delle sere,
e una volpe che si sposa mentre piove
con il sole- E insieme i tigli d’oro
non possono che questo, in fondo al campo,
non altro che danzare l’ederlezi
mandando scuri un soffio di bellezza
nel buio che va dal primo vento,
al caldo dei pensieri in tutto il corpo.

 

Come è semplice il miracolo che vivo,
come gli angeli, va via prima del giorno.
Un solo e lento canto mi vien dietro

 

per i vicoli del legno col tuo passo
stringendo le fascine con dolcezza
per il fuoco nella stanza degli sposi,
il buco di calore per le gambe
da tenere a penzoloni nella gioia.

 

 

*

Pasqua delle rose

Pasqua delle rose è venuta così,

a corpo nudo, sotto i resti della yurta,

l’odore di un bambino,

nella mia visione semplice,

dividendo la nostra stessa cura

intoccata e lieve.

Qualcosa si è volto di lui,  si è aperto,

ha offerto il passaggio al morire del tempo

due giorni e ottanta mondi

il giro di distanza,

due forme di pane lievitato

con pochi decimi di efa

e un grano nuovo, sollevato,

al centro della stanza. - Col suo premio

 

eravamo tutti insieme antico suono

nello stesso luogo delle bestie

a cospargere il secco di rugiada,

con tutta la gioia sulle spalle

e i nostri bambini nelle bocche

che parlavano all’indietro

con una voce profonda, e perfetta

 

una tale bellezza attendeva il canto del grano

l’aratura dei campi la semina e noi-

fino alla benedizione dei granai-

quanto ridere, per i sentieri di giorni e giorni,

nella cavità prodigiosa degli sposi-

una ciotola appena e il primo anello

del vuoto posava l’orecchio

sul petto degli alberi- lo stesso sangue.

 

Con lo stesso sangue  caldo

fa di me la tua mano-

spezzando i vasi rossi, il rito e l’occhio,

in modo indelebile al germe al cenno

               al neuma- dell’ultimo raccolto,

la più debole voce che si leva

coprirà tutte le lingue. E tu,

visibile alla luce che solo il nulla descrive,

tu, con la stessa lingua,

respira,

a suo modo, canta.

*

Come un fiore ridotto alla gioia

Tacere toccando la terra.

Tacere,

sostenendo il silenzio i tuoi fiori.

Ho atteso

che tornasse il respiro

nel  vuoto

che precede ogni tua voce.

 

E’ un corpo senza segreti

l’anima che ora ti offro,

nessuna forma che la torturi

nella stanza più intima.Un vento,

il suo bisbiglio. E' tutta la donna-

 

sulla tavola di cera dell’ascolto,

 a gemere leggera, tersa,

-come un fiore ridotto alla gioia,

fino a togliere peso, nelle tue mani.

Come in grembo ad adamo

 

stringe il tuo seme con gli occhi 

d’argento,  il tuo yiddish nel cuore.

-All'origine che sola congiunge

il  suo primo matrimonio alla preghiera,

 

stavi lì, brillando intero,

indicando un altro luogo,

in petto, un altro luogo

che afferrava la realtà

tutta la vita. - Un fiume nuovo

 

il tuo non esserci, gira nel ventre

adesso, continua a salire

con ostinata bellezza

come un coro di acque, in piena,

nell'argento dei polmoni.

In un profondo caldo

 

si raduna il fiato sopra l'erba,

si piega per la sera.

Reclino il capo, anche io,

spingendo indietro la saliva

entro, fedele, nel tuo silenzio sacro.

La terra aperta.

Comprendo che sei qui

 

dove la vita aumenta

se, respirando appena,

cola dalle parole che ti scrivo

più vera della notte la tua voce,

se, tra le aperture delle labbra,

il nostro riso si dissangua in luce.

 

*

Amina con Aman, e poi narimi

Tra l’ombra e lo stupore, in armonia,

 

non fai altro che nascere ogni giorno

svolgendo e dilatando la mia vita,

come dopo ogni distruzione.

Nell’interezza mi consegno,  arresa

al dolore ben più grande del mio corpo-

 

mentre penetri nel cuore senza canti.

 Ti scrivo con la cenere negli occhi,

attraverso vi corre quel bambino-

senza sapere che non esce, vivo

 se per sempre metto insieme i nostri nomi-

amina con aman e poi narimi-

 

viene piena di profumo una famiglia

mentre ci abbassiamo con la sera

le palpebre che entrano nei sogni,

bisbigliando "siamo salvi, al posto giusto,

e mondi  ancora  insieme. Siamo casa.

tra il  respiro più pulito che conosco

 

del bene che precede la bontà

nell’ordine che fa cresce le rose,

preserverò i tuoi fiori. In ogni passo

è natura sempre nostra figlia-

il suo andare col sorriso verso il centro,

dall’angolo del viso, con le mani.

                             

 

Ed ora pianta le tue labbra tra le mie

 tra le mie ginocchia coronate.

Con la cenere negli occhi, ti ripeto 

"attraverso vi corre quel  bambino",

senza sapere che non esce. Vivo

se per sempre metto insieme i nostri nomi

amina con aman, e poi narimi.

 

*

Restaci accanto

 

 

Mio Aman,  Adam, e purissimo Amen

vivo e iridescente principio

che mi accompagna oltre l’inizio

di una vita intera con te,

ben  più patendo e con passione

le nostre lingue si sono incarnate

fino a nascere Noi. In questo credo

si dia  la trinità. Discesi  

nel profondo di una coscienza

divenuta terza e trina insieme

un sacrificio.

 

Io credo che Noi abbia fatto qualcosa di sacro,

un nascondiglio commosso alla luce.

 

Ed ora non posso tornare da dove

ho mandato il vento nel mistero

della bellezza che nasce,

nello slancio a vuoto, che ha detto: sì,

alla fiducia, la grande sorella

senza ragione né prova.

Dove non giunge la comprensione

 

lacrima delle cose la mano

di uno sguardo, nell’anima,

a mezza costa,

l’ambra che tiene il fossile

dove il punto di partenza della voce

è fermo. Intriso di perdita

intuisco il soffio delle parole

per rifare ogni volta l’innocenza,

forse una vibrazione nel legame,

come fili d’oro tra le ferite

nidi, nel non essere, di grazia.

M’inoltro nell’ombra e molto di più

 

spingendo come una genesi,

spingendo il coraggio sull’orlo

col muso in avanti

risalgo dal sangue: la croce

è una stella,

abbandonata la spoglia ninfale

di questo dolore,

tersa e pulita nel vento fiorisce

nuova la voce.

 

Per raccogliere respiri vi è un segreto

tacere

di parecchie vite mano nella mano

ai piedi del nostro albero

- nel tempo di dedicazioni

a ricordare il luogo originario

di altro vento.

Unico culto la cura, i baci la liturgia,

nell’incertezza benedetta che suggerisce la ricerca,

nella grammatica da Maddalena,

fedele perché ama,

nel Vangelo mai fermo,

che stupisce a ogni curva.

Sì. La fede è itinerario,

è cambiare e ricominciare, seguire e camminare,

leggeri,

con tutto ciò che si oppone alla morte

come fosse  un sesso aperto

e insieme

l’imene intatto, sulla larghezza del cuore

 

Restaci accanto. 

Tutte le parole sono state dette.

Respirare è conoscere ora.

Nell’infinito intreccio di Indra

nel meraviglioso riflesso ch’è noi,

restaci accanto- amante e religioso

in mezzo a questa montagna-

in tutte le direzioni,

e sotto il pino,  non sapere luogo.

*

io sono insieme

 

“Ogni sforzo aggiunge

 un poco d’oro a quel tesoro

che nulla al mondo potrà carpire.”

 Simone Weil

 

 

Vieni prima degli occhi. Questo lo sai.

È la domanda di bene

che ogni bambino rivolge

nella fiducia.

Guarda tu ora, e noli me tangere.

Io debbo proteggere il vuoto

mai posseduto. Ti benedico

perché non hai trasformato le pietre nel pane

che mangi ogni giorno. Sulla tua trama nera

è un ricamo quel rosso che appare

come fosse un esercizio, una veglia

alle energie più sottili. Obbedisco,

rimanendo in ascolto-

mentre il fiume copre il suono delle tua voce-

Obbedisco,

con l’alito che so delle bestie

quando si sporgono nel tepore della paura.

 

Tu  avanzi

fino a toccare tutto quello che ci rimane.

Io sono insieme- ripeto-

tra le cose in movimento,

lo scintillio della prima risata,

la mano che diceva il miracolo,

sul fuso della tue dita, la grazia-

i nomi della luce sono qui

nel più sacro recinto illimitato

dov’è il sortilegio che chiama,

seppur sfiorando il nulla,

nell’instancabile enigma dell’eternità.

 

 

Un’iscrizione ricavata dall’albero, al fianco,

coltiva l’inverno della tua lingua

vegliando i semi la folata di vento.

Rinasce la voce.

                                      Sei innegabile

nel sì finale alla passione che mi aspetta,

il lungo affondamento nel mio vuoto,

fino a sostituirlo con un principio luminoso.

 

Non saprai che ci sono ad amarti

come l’inizio del mondo,

il silenzio che circonda le parole

è  lo stesso che  precede l’azione e si spegne

nel possessivo profondo del “ mio

adesso”. Viene il mese crudele di Eliot

con ogni briciola di bene che è stata raccolta

nell’onestà della voce. Nuda,

vulnerabile ripeto il gesto di offerta :

“io sono insieme”-

e, ciò che più conta,  la tomba è vuota.

 

 

 

 

 

*

Nel lunghissimo ora

Abitata dal verde

non ti nascondo la piaga,

luminosa,

la bestia santa

sul pudore della parola

invincibile

quando spunta il fiore

non può essere detta la grazia

che smaschera un Dio.

- quale veggente cecità

ti tiene prigioniero di ciò che sveli,

non potendo sopportare il peso della libertà

scegli la felicità

dimentico del sapore dell’intero.

 

Eppure la candela rimane accesa

in mezzo al più violento temporale

penetrando nella sua bellezza

fino al tempo del riposo.  Colma,

assimilando il male dopo gli occhi

cammino  ad ospitare il movimento

del pensiero. La grazia,

la grazia è il ritorno di ogni  libertà,

quando non c’è più nulla da fare

bisogna essere, aman,

anche lavandosi con l’acqua sporca

ogni mattina

preservandosi puri

nel rituale del risveglio-

come un modo per aiutare Dio,

divenendo Noi

divini,

e cruciali,  ovunque diffusi.

 

Incarnando la mancanza

ho tenuto tra le braccia nostro figlio,

nostro figlio morente,

mutando la nascita in deposizione

nel suo ultimo respiro ho urlato

io sono madre

rilanciando la vita

                             prima degli occhi-

dov’è radicale la forza del bene,

irreversibile.- Coli dalle dita

e dappertutto

                                  rimani

dove il Canto risplende

nel lunghissimo ora

                                 che sei

*

Pesah

Ben oltre c’è la vita,

la ferita più profonda che si allarga,

nel tuo viso fertile, e compiuta,

grido

che c’è pace, nella pelle

che si apre

la gioia di portarti sulla bocca

nel sentirti venire come  neve

nel buco più divino del midollo.

E ancora non tocchi tutto dell’amore,

 

dei fili dorati che vanno dentro agli occhi,

dove entra ogni notte quel bambino

dove ti imploro- in mezzo alle acque,

alla casa, all’origine,  nella vulva di Inanna:

“nel grembo di miele, discendi, ancora

sulla tua barca celeste ” E tu,

come un santo,

ti unisci  all’amplesso,  più sacro.

 

Quattro piedi, quattro muri nella casa

di quarantena, quarant’anni di deserto,

 e per quaranta nel digiuno sei passato

in sette quarantene nel mio ventre,

dalla porta. Un’apertura in movimento

svegliando i cani i domestici e il giardino,

penetrando la foresta, per brillare,

dove ti eri addormentato, ti fai nuovo,

nella carne della sposa che ti sei

Con le luci capovolte della pelle,

 

con tutto il peso assunto nelle altezze

delle terre più profonde che hai solcato.

abbiamo avuto fin seicento anni

e millemila matrimoni nella pancia

fino al frutto che mangiamo, e siamo noi

le pietre, nell’arco della nube,

e nudi come mai insieme, ed ebbri

della Grande sera, al domani che ci canta

padri e figli,

senza paura della morte che è la nascita.

 

Nell’erezione di Moseh oscilla ancora

 nell’arca delle madri spingi

con la testa, fino al Nome

nello splendore delle nostre contrazioni,

 

facendo delle vertebre un dipinto

del bimbo rosso, tra i giunchi che si allargano. 

Nell’uomo verde, è la Pesah, l’uscita,

il passaggio di ogni porta, la parola

per parola, il tuo nome che contiene,

penetrando la tenebra finale

con la stessa lingua che è la Nostra

 

*

Fedele all’invisibile

La spinta che diffonde quando è ora

è tutta qui

se nel farsi  preghiera  muove l'aria

col goccio di saliva trattenuto

dal sogno di stanotte-

sino a rendere pesanti i nostri occhi 

                                 come frutti-

 

maternità  tra l'intimo dell'acqua

e la coppa che raccoglie la sua origine-

le terre emerse  è Noi. Mio sposo

 

          ...la mia Jebel.  ti mostro,
i suoi colori
lungo il perimetro dei  fianchi,
circondata da due fiumi, una segesta,

mentre scende nella yurta
coi suoi capelli d'oro silenziosa

ti racconto della casa

fatta come il ventre di una madre

con un corpo nomade  che viaggia

sulla schiena errante senza chiodi

solo Geni che si baciano a raggiera

e una finestra in cielo pitturata,

una corona e  come gioco il giragira:

consonante-vocale consonante-

 “Fammi frusciante il Tamashek !

il verso nasale dei Tuareg, con l'ewè,

la lingua dei bambara, eppoi lo schiocco”

ridiamo come stessimo pregando!-

 

Ti celebro così dentro i paesaggi

come in fondo al vuoto del mio letto

nell’esatta simbiosi della gioia

madre dalla lunga voce- 

fango che dorme nella luce

con tutto il silenzio fuori dal torace 

della carne, allo scoperto.  Amo.

 

Ciò che nasce non è altro

da questo uccello azzurro nei polmoni

con il dorso carico di latte

“Cosa vedono i tuoi occhi, Aman,

quando vai a fare i fiori..

la porta stretta di una retina dove s'inginocchia il cielo
quando non arriva in cima ? la sua parte di luce

                                   è  quel prodigio

fedele all’invisibile

nel rosso della gola fino a sera-

 

una piaga battuta dal mattino

nell’urlo che viene,

 la gemma che cerca

la lingua in un punto,

il suo latte,

 solo quello può essere:

                     una parola che ride-

che viene a morire nel gesto

per disegnare un respiro

riportando il campo di una lacrima

nella radura da cui riparte il filo

che appena visibile cammina

sul buco di dolcezza della yurta

 

si espande e si contrae,

ti assorbe

lo spiraglio che moltiplica l’amore

nel continuo movimento di un miracolo

librandosi nel cielo come un figlio,

a comporre la sua voce. Va alla gioia.

 

*

Buoncompleanno poetamio

Spingeremo come simurgh primordiali
le nostre upupe tendendoci  le ali
 l
a nostalgia  del Mirabile  Ruah

 

A Ferdinando Battaglia

 

 

 

A poco a poco riflesso in acqua

c’è così tanto giorno dentro al nido

che con gli anni si è nascosto in bellavista. 

Un invito all’amore la tua poesia, quel nido.

 

                                    

Ho fango sui sandali, oggi,  ma i fiori sono rossi

per il tuo compleanno, piantato nel sangue

come un dono che risuona nelle vene piene d’aria

sei quel  bisso che illumina le mani

in pochi istanti verso l’altra riva

 

difendo con un palmo la fiammella

con l’altro tengo il verso che congiunge

il mio orecchio debole al tuo giardino..

Nel capodanno lunare

 

 PoetamioFerdiNando Auguri!

 

 

*

Oltre il nevaio

 

 

Oltre il nevaio

lunghe ali trasparenti

I vecchi tigli

 

Un'aquila tra i rami

sta come un giuramento

*

C’era legna sulle nostre schiene

 

C’era legna sulle nostre schiene

 

 

 

 

C'era legna sulle nostre schiene,

la gola blu del toro,

quando viaggiavamo da Gangotri a Gomukh

per la via della speranza

fino al Ganga, nei tre cieli,

e giù, fino alla baia di Bengal.

Alle foreste di cedri abbiamo messo il vaso
acqua e rose alla fine della neve, 
sul campo a benedire le sementi,
nello stesso punto, sotto al cuore.

Ci siamo allontanati
seguendo le linee della mano.
Alle pendici delle Ande c'è un riparo,

ripetevi
una terra sconosciuta, Yasunì..

Apri le mani e Vieni !
faremo sapone dalle bacche
masticheremo foglie colorate
fino ai reni giocheremo la rayuela
con le rane più piccole del mondo.

Tocca ! sanno di limone le formiche
e le scimmie fanno lana, più di tutto
a Yasunì

gli alberi camminano 
sollevando le radici come braccia,
seguono la luce 
per otto metri al giorno. All'infinito
i nostri dolori li mangeranno i funghi
a pasti brevi-

Anche se da lì non vedi fuori
c'è un riparo nuovo a Yasunì 
e sulle nostre dita,
cresceranno come nidi braccia nuove
l'amore impiglierà nei rami 
a piangere di gioia dove vuole.

 

 

 

 

*

Rimani#SaveAshrafFayadh

Benedetti dall’esistenza e dal suo peso

tra le infinite madri della luce

con la forza della tua poesia

col buio che opprime  il tuo nome

faremo foreste di colonne

spingendo sulle palpebre le mani.

Nel luogo più profondo il più elevato

 

tu sbuchi nei polmoni, mio fratello,

con l’odore delle lettere del pane

dove l’acqua nel bianco si ritira.

Tu rimani.  Nell’impossibile morire

 

attaccheremo al seno la tua voce

coveremo un fuoco a cielo aperto

muovendo l’aria e fosse anche un goccio

la saliva, tutto quello che ci serve,

risaliremo lungo il pozzo per la via

del fiato caldo dei tuoi versi.

 

La morte è troppo poco per sparire

gli occhi luminosi di Shabani

 

Era questo il mio pregare e ancora

con le stesse garze d’acqua sopra gli occhi

difenderemo il tuo giardino, la tua casa

la poesia nel volto di ciascuno

nel più piccolo respiro della polvere

.rimani.

 

 

 

Ho sottoscritto la petizione il 26 novembre 2015:  Libertà per il poeta Ashraf Fayadh

 

 

 

 

*

Sei venuta nel sonno senza sogni

"…Credo del resto che questo tempo di prova sia una cupola inarcata su tutti, sia iscritto

infine nella carta del cielo che dovremmo veramente, per durare, tenere tutti la mano,

con pensieri di luce.."

Cristina Campo

 

 

Sei venuta nel sonno senza sogni

fasciata di nero e d’azzurro.

Sono nascosti i fiori.

Le spalle coperte dal vento.

 

L’immagine si apre silenziosa

e resta ancora un lembo

alla Certosa . Dietro  le parole

c’è una strada sottile, e sottilissima

nel giardino del corpo la tua voce.

 

Altra nascita tocca la schiena,

con le rughe gentili le mani

-dolce croce.

                            Lentissimo bacio-

 

come ultimo segno di religione.

Ti ho portato l’odore dei muschi,

e gli occhi confusi al risveglio

dal  buio denso dei boschi.

 

Quanta calma nel petto

  se danzi di nuovo

capovolta nel solco di luce

se circoncidi un fuoco

che rischiara e conduce

dove i mesi  hanno nomi bellissimi

 

Come un canto all’indietro risale,

dai granai delle clavicole,

al centro del sole

diventa pane, dietro il velario,

                      la tua Noce d’oro.

 

Cristina Campo Muore nella notte tra il 10 e 11 Gennaio 1977.

Vive sepolta alla Certosa di Bologna.

Oggi sono stata da lei.

*

L’ombra e la grazia

 

 

* Disegno tratto da : L'anima e lo sposo, Cecilia Fasser

 

 

*

Con l’estate a capodanno

 

 

 

 

 

 

 

 

Un recitato di preghiera sul trenino
un calpestio di cervi claudicandi
che hanno imparato Zingiriàn

 

avviene al caldo

 

con la testa di un bambino nella luce

 

 

 

 

 

 

 

 

stretto come il vischio addosso al pino_

la quiete che fa,
                       s'adagia sul ventre
                                                     come sognando_




siamo una coppia, salendo gli dei,

tra i pezzetti di una mela luminosa
piena di grazia e simile a un vapore,
che il silenzio ha formato nella bocca,

che ora preme per tornare con il seme

sull’albero da cui si vede il mare.

 

Sul pianoro dei tre pini c'é un amante

tra gli occhi luminosi degli assenti

e la lentezza della neve che gli offro

Lo sanno le sue mani- dove sono,

dove sono nate le farfalle,

nello stesso posto io rinasco.

 

Ti racconterò di come entrammo

dalle vene luminose degli sposi,

per la dimora preferita, nella mandorla,

per condurre insieme i nostri anelli

a far l’amore con l’essenza del linguaggio

anteriore ad ogni lingua sulla terra

per tornare coi lumini sulle dita

e il grembo d’oro con l’estate a Capodanno.

 

*

A Rainer Maria Rilke

 

 

Rose, oh reiner Widerspruch

Lust,

Niemandes Schlaf zu sein

unter soviel Lidern 

 

 

Rainer Maria Rilke

4 dicembre 1875- 29 dicembre 1926

 

 

 

 

 

Non hai posto il viso mai lo sguardo

dalla parte della carne per qualcosa

che non fosse entrato nei tuoi occhi

 

nella solitudine ventosa delle balze

portando in te la grande morte

come  invocazione di fertilità.

 

 

 

 

 

Porto ancora sotto il seno

la grazia del suo reiner,

lo amo come fosse vivo,

 

ma non è Lui che cerco

sul sentiero di Duino,

quel che ha visto senza palpebre

 

nei movimenti delle rose,

 

                                             sottovoce,

alle fonti ultime e sommesse della vita

nel grumo di radici che beve il buio dalla terra

 

preghiera, se si vuole-

 

nell'interno indimostrabile del canto

sempre più invisibile

come uno che risorge_

 

alla fine dei miei occhi,

la cui anima si sporge

                         sul mattino.

*

Con la fragilità degli angeli

Due lunghe strade due figure nell'erba
mi accuccio
dove non sono mai stata
 
c'è una donna che sbatte la luce dentro un mortaio...
al tramonto dell’anno la posso vedere-
dall'altra parte del mondo
 
implorando la durata della notte
che s'allarga nera sopra i fogli
tanto più potentemente nuda
 
come la più lontana delle stelle,
poggiando sui talloni
quel che aveva nello sguardo
 
viene a dirmi che ritorna
dove niente è più visibile-
fra gli alberi
 
con la fragilità che io immagino
degli angeli
quando spostano tra i fiori un buio d'aria
 
 
 

*

Dove ora riposano le rose

 

 

Un altro alito si tende come al nulla,

camminando dal presepe, al boscovecchio,

un piede dopo l'altro, si alza muto

 

sulle mani giunte come un vento

che lega ramo a ramo delle statue,

delle statue piccolissime di legno

 

dove ora riposano le rose

 

c'è un momento di calma luminosa,

che inginocchia fino a terra le carezze,

scavando nella grotta dei dormienti

 

 il muschio che risale alle radici

del paradiso, fra un uomo e la natura,

che discioglie la brina nel calore

 

con l'adagio più bello che conosci.

 

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=Les39aIKbzE

 

 

*

Dalla parte di Dio

 

Ti farò dormire in una poesia

nella mia preferita stanotte

camminando con gli occhi_

 

a piccoli passi

con le ossa esposte

nel presepe

ancora più leggera

di  un pesce d’oro a velo d’acqua,

 

sarai  il prolungamento di un respiro

nella più semplice delle cerimonie

 

_condotta da un fiore  nel regno dei morti

per sentire calda la vita,

distesa dalla tua voce,

dalla parte di Dio.

 

 

*

Salām

 

 

Dove il miracolo dell’albero

sul nostro vicolo cieco,

reciproco e altero ? -

Vale la pena tutto lo spazio

la paura

di quello che può fare la montagna,

l’urlo del torrente

a sommergere le piantagioni

a spostare le strade.

Nel flusso caldo del sangue

c’è un luogo interiore

che annulla ogni esterno

riflettendoci in luce

e indistinguibili volti

generati gli uni dagli altri.

 

 

Pensare a noi

è pensare a molto altro

nella pausa del respiro

c’è un lutto necessario;

fuoco e neve

in una stessa fiamma

i tuoi settantadue frantumi,

sino a traboccare

tra la terra e il cielo come vergini

il fiume più grande del mio cuore

nel tempo pieno della carne,

che domanda- hai messo fine

alla catena di pietre gelate

tenute insieme dall’odio

di un amore mancato nel seno

disperato della tua religione ?

in paradiso

 

Gli uomini che hai appena ammazzato

ti stanno accogliendo, non più sofferenti,

anime, come la tuaperdonata,

nel taglio  più grande dell’esplosione

che ha dilaniato il tuo velo, nel Vero

vittima e figlia di sola violenza.

 

Come un’acqua lustrale

siete uno nel tutto,

tra le vasche saldate di creta

e migliaia di piccole piante

di semi indistinti,

fino a sfiorarvi le bocche

a respirare in un unico gesto,

abbandonati.                                                           Con te  che sei rimasto

                                                                            in terra  vorrei fare la pace, con l’altro,

                                                                            con me. Salām

*

Per rendere la rosa

E' così la grazia,
parla in un piccolo alito,
a cui la mano aggiunge il segno
nel petto, l'orma della tua poesia,
era e sta.
Con desiderio-
 
mentre affondi nell’inspiegabile che avviene
nelle profondità della mia carne 
col piedirosso sulle spalle
come zampette di colombi ,
e un pizzico dello sciascinoso-
 
niente più ci separa
dall'assenza, 
dove riempi d’acqua le tue mani
per dissetare le amate barbatelle 
metterle a dimora allineate,
tenendo unite le radici per il verso,
 
con amore
per spingerle nel fondo della terra
lasciando appena fuori l’ombra 
di un sorriso
 
batti piano e intorno 
a piedi nudi
un piccolo pozzetto
per l’acqua del futuro.
C’è odore d’aramèn e dello zolfo
del sudore.  La tua terra è viva 
dalle falde alla tunica di pelle-
 è o’ pascone, vai cantando, 
il sovescio d'erbe miste per purezza
 
nello scasso del terreno che proteggi
ammorbidendo le radici del violetto-
col favore del tuo sole, della pioggia,
le dolci potature annodate con i rami
come fosse un modo di sfiorare,
poco prima che abbia inizio il pianto,
 
ed ogni volta, in sette movimenti,
sette nodi, nasce la tua vigna,
e muore, per rendere la rosa
alleggerendo il fiato
fino all’inno.
 
 
 

*

Caro Simurgh


Una foresta appena nata che si alza,

e tanta luce che si china, in ogni sguardo,

tra i miei morti, e tra gli amici.

 Quanto pesa ciò che è lieve... Caro Simurgh

 

vivo in questo canto, che rimane.

Più del vento quando gonfia tra i vestiti,

è così che mi circondano i tuoi versi,

le parole inumidite da un chiarore

 

vanno aprendo cavità dove il tuo volto

irrompe come un Dio, un Dio che nasce

per bere sul diaframma delle pagine.

E pregano pazienza le mie dita,

 

levando appena il capo,  rilasciato

in un segreto linguaggio circolare-

                                                         come il crescere dei fiori tra le felci,

                                                         col respiro su un’immagine di luce

 

                                                         è il solo paradiso che ricorda:

                                                         nel profumo ricurvo di bellezza

 

li ho visti nudi addormentare gli alberi,

in cima ai ripostigli della neve,

 

 

 

 

dove si nascondono le uccelle.

Col suono delle foglie

con smisurato amore                         

                                                               ti segue una poesia,

 

ti segue, se cammini,

fino a rendere il respiro,

serve l’invisibile.

nella discesa del suo canto.

 

*

La sillaba mancante è l’architrave

C'è sempre qualche luce se l'aspetti,

se ti metti inginocchiato sei più grande

se risplende un pianto nudo, un solo verso

fessura l'infinito e rifiorisce

la speranza. è un libro fatto d'aria

in cui le note della voce fanno tana

illuminando il gran silenzio mentre sale

lucida, e stordita, una poesia

 

usando la ferita per radice

ritorna dentro gli occhi la marea,

con la folgorazione, lenta,  lungo l'acqua-

le fila delle trombe insieme ai corni

i legni che si alzano alle arpe

e, come in piedi, gli archi, in cerimonia,

si uniscono alle onde-  dove batte

il nome che ti manca, cristallino.

 

Siamo foglie che s'involano, sorelle

nell'ovunque e immensa comunione

di nitore dello sguardo, come un lampo

che spalanca gli occhi dentro il sonno-

mentre prima li chiudeva per paura-

un altro fiore rischiara nei tormenti

e fa risorgere parole tra i suoi veli

salvando l'indicibile e chi ami

 

Così mi abiti, e, ogni sera, io ti sento

quando mi passi il pane, con le mani,

la sillaba mancante è l'architrave

che congiunge l'invisibile a chi vedi,

come l'albero fiorito nella neve

 

la cecità è questa fronte, bianca,

una coltre, intorno al cuore, muta,

è il sole che attraversa la mia nebbia

sottile come un'ostia, e, come un segno

d'acqua in chiesa, scivolata tra le labbra

 

dove la luce non arriva

abbiamo ancora una possibilità.

*

Come un frutto all’equinozio

Una danza verbale e al contempo

si metteva tra il corpo e la sua ombra

come uno di quegli alberi che mostrano

l’argento delle foglie capovolte

dal pugno della luce,

 

nel vento. Pregavo la durata

girando adagio il viso di un respiro

col fiore di pervinca tra i capelli.

Come ogni domenica nel bosco.

 

Più nulla mi velava gli occhi

sfiorando la membrana dei castagni,

la gioia  mi portava sulla schiena

come una compagna, una compagna onesta.

Nel liquido splendore della sera

 

bevevo, toccandole la fronte.

Non ho bisogno d’altro oltre i pini,

lei era il fiore e il fiore

                                   è ancora lei,

invisibile nel campo,  

                                          vistosa,

nella pace del dolore.

 

Sono pieni gli occhi , nella nebbia,

del vedere che s’innalza così lenta

così distesa e uguale, come un frutto,

all’equinozio

 

come un frutto, tra due foglie,  che scintilla,

cadendo nella pioggia che noi diciamo morte,

tutt’uno con la terra,

portando  la sua fine nella notte

la rinascita perpetua della luce.

*

Nel grumo di mistero dentro agli occhi

Saliva per dolcezza alle radici

un grumo di mistero dentro agli occhi-

qualcosa che già ha avuto voce

nel pianto dentro il sonno, in quello breve-

come il centro di un canto che si snoda

da  quella buca grande che scavavo-

 

nei giorni lunghi della pachamama

con l’unguento di erbarenna, a piene mani,

ponendo  le pietanze con le foglie

e, in cima, le più belle pietre dell’estate-

lasciando che soltanto con la luce

il corpo si schiarisse, a suo riposo.

 

Nella piega della bocca rasoterra

sussurrava che Dio ti benedica,

bevendo l’aria in pieno sole; appena

un fil di fumo scendeva  dalla schiena

benedetta nel cuore della pianta,

 

tutto l’amato e tutto  un cedere d’amore,

a  Ferragosto -

un compito diverso di preghiera

un abbassarsi a un’altra lingua, a quasi nulla-

sulla montagna  imparata in Argentina.

 

Come a passo di cervo nella gola

ritorno nella buca sul mio cuore

con la stessa età che ha una luna,

e lo stupore di un guerriero scalzo

 a fior dell’acqua. Nella terra molle

tutto accade sottovoce-

 

perché il nostro peso sia leggero,

perché la pietra, appesa al collo con le rune,

diventi un aquilone al boscovecchio,

dove l’aria sostiene le mie gambe,

fra le cadute e il volo- nel risveglio,

 

con le nostre antiche dita in mezzo ai frutti,

come fossero parole da ripetere,

da ripetere  lucenti sulle mani,

dove affondano invisibili radici

dove culmina ogni volta  la vertigine,

 

nel grumo di mistero dentro agli occhi.

 

 

*Musica di Lévon Minassian e Armand Amar, Hovern' engan.

*

Un piccolo perpetuo sulla lingua

Fece un attimo di pausa,

prima di continuare tra le viti

con un sorta di radice da tirarsi dietro

a distanza di un braccio dalla schiena,

nel fascio preciso della luce

accumulando energia

                              sulla punta delle dita.

 

Con un procedere rituale,

come a incanalare pace

in un punto d'unione la sua musica  vibrò,

come fosse uno stendardo,

afferrando della gioia nell’intarsio

delle pieghe,

un segreto per l’occhio della mente.

Non c'è modo di parlarne

se non per paragone a qualcosa che conosco;

 

come tamburi colpiti da sussurri

intrecciava con le viti una poesia

un ricamo argenteo  sulle vene

dell’acqua, in mezzo al piccolo frutteto

 

avvolgendo le mie ossa con i fili

con i lacci di un canto nel silenzio,

lo stesso di una stanza di un bambino

quando dorme

spostando l’aria col respiro.

 

C’è una vita leggerissima da allora

nello stagno di narimi,

una staziona segreta che rimane

un piccolo perpetuo sulla lingua,

nel barlume che raggiunge

                          il suo splendore.

 

 

Fra gli sguardi del sole io ritorno

nelle ombre assegnate

una mussola in preghiera ed argentina,

nel ventre smisurato del mio bosco

dei cervi muti, custodi di vocali,

dove la corsa finisce in un miracolo

e il suo corpo uno strumento che congiunge

a voce bassa dei semplici bambini

che si sporgono nel nulla

                                    ad occhi chiari

dalla cima dell’ultima parola,

con un dire lungo i lati delle labbra

la vita vince sempre su ogni uno,

con un filo, rosso, che ci lega

nel seme del tacito affidarsi.

 

 

*

In ogni più piccola voce

Non credere sia mortale

 l'eternità  di cose remote-

 

 

Non c'è punto che non veda

 del suo sguardo,

tutto respira tutto ringrazia.

 

Eppure viene solo  da una tenda

di perline mosse per il vento

lo scintillio degli occhi,

 come di un animale

quando si avvicina al buio,

restituendo doglie. Resta

e splende, nel mezzo,

come una donna  illuminata

 

tra il sogno  e la sua comprensione -

non scintillerebbe sulla pelle

fino a esplodere,

mettendo pace.

 

 

È invisibile il senso di una luce

viva che continua al buio

il coraggio nella mano

poco fa ancora vuota.

 

La  terribile bellezza che si compie

occupa spazio e si muove nel tempo,

tra quello stordimento

che prende chi non sa,

nel luogo in cui è giunto,

cosa rispondere, pronto a dire:

con tutta la vita, con solo la vita

testimonio  il cuore di un canto,

che quasi cade per troppa impazienza

di vedere con gli occhi di Dio

i nomi per lei,

in cui tutto trasforma

e mantiene.

 

Come tornare all'eterna fontana,

ricomincia così la poesia,

in quel lento riandare di versi,

ascoltando il suo corpo invisibile,

come strumento in  preghiera-

che piange

che danza che ama che ride,

e si offre, cercando  il respiro

mai interrotto coi morti.

Lungo la madre dei fiumi,

tormentata da dighe,  così

 

quando il vento la muove,

oltre la luce più bassa,

risplende il suo sguardo

altre vite

ad accogliere orme,

e lei,  che si apre,

in ogni più piccola voce.

*

Avevi degli angeli alle labbra

Ti scrivevo:

" Un solo giorno ancora

da colmare

sostiene l’Anno

sull’orlo della vista "

 

 

scuote un soffio tra i miei seni

di tre anni senza fine,

più del Nome  chiama

ciò che resta di ogni goccia

delle mie ninive amate

nascoste nella stanza,

le garze d’acqua che porgevo

le hai scambiate  col bicchiere-

aprendo le tue mani come ali

le alzavi fino al viso - inesistente,

afferrando l’aria di cristallo

portavi come un peso

dal deserto della gola

all’invisibile di luce

 

non so fin dove, madremia,

                 perché  avevi degli angeli  alle labbra,

                                                   la grazia nel tenere niente,

                                                                           il mistero delle egrette sacre

                                                                                                            a bere Nulla

 

con immagini prodotte dal respiro

l'unità sfiorata

 è la distanza più incolmabile,

se riempio questa sera

di vigilia,

la ciotola col latte nel giardino,

e suono intorno-

un lamento circolare

nello sguardo ebbro di sentire

quel vuoto lieve tra le mani,

di bianchissimi elefanti nella gola-

 

cosa resta dell’assenza

come spazio

  del suo Essere sublime.

Mi avvicino solo di un millimetro

che tutto può colmare

 

 

 

*

A comporre la mia voce

 

 

A cantare tra le mani  lentamente-

con una voce millenaria intorno al garbha,

che mi penetra, profondo, che soggiorna,

annullando il lungo viaggio e chi ne esce

con l’occhio libero da ogni reticenza

ed un segreto svelato dal respiro

unito al nome ripetuto con sorpresa-

 

bastano i miei  occhi come case

come case piccolissime invisibili

che conducono ad altre tante case

per folate di canto. Intorno al cerchio,

a tratti scende ancora il suo profumo,

sulla pezza di seta rossa di ogni sera.

Mi unisco a lei,

che più non muore tra i papaveri,

mentre soffia  l'uva dove vuole

coi grappoli enormi 

                          appesi ai bastoni.

 

E' l’eco vivente di tutti gli odori

il digiuno,

la benedizione per i campi del sudore,

quieta e potente preghiera,

al mio sguardo. La stessa mitezza

in tutto si contrae

poi si distende, ricominciando

come  tamburi d’acqua dei pigmei,

quando curvi sopra il fiume la percuotono,

da farne musica

 

ti guardo, finita  la mia luce,

immersa  nel presente :

porti avvolte sulla testa le tue reti,

e non inciampi,

nel passaggio stretto delle piste,

dove io leggera cado ad ogni ramo

per raccogliere del miele sulle mani,

le foglie verdi in fumo per le api.

 

Sul buco di dolcezza ancora strappo

un pezzo piccolissimo di favo,

lanciandolo nel  cielo, e, solo dopo,

all'imbrunire,

prendo a succhiare il lembo della garza,

tumida e inzuppata -

 

non è  impossibile andare più lontano

del grande cerchio tra i fiori e le radici,

se siamo stati tanto nudi e veri

da avere accolto in noi anche il bisogno

di essere amati, e riposare scalzi,

nelle braccia di un altro, vulnerabili,

col diaframma aperto e insieme uguale

solo al desiderio di fiorire,

se quando perdiamo una cosa cara

esclamiamo così, semplicemente,

"è andata via da noi".

 

 

C’è un segno lontano sul mio petto,

una linea sottilissima di gioia

in lotta col colore che ora scrive

schiarendosi lo spazio, poi ritorna

col duro esercizio delle sbarre,

e una ghirlanda,

nel bianco silenzio delle querce,

come in canto

 

è la bellezza a meritare

mentre vola la terra in mezzo al cielo

confermando la vocazione dello sguardo

il continuo movimento in un miracolo

:

la porziuncola di pace tra le celle

e lo spiraglio

                        che moltiplica l’amore,

nel misterioso dispensiere di vivande,

è il sapore di una  mano nuova,

la lingua calda nelle sue profondità,

dimentica di sete e della fame,

quando avanzano le ombre sopra i piedi.

 

Sui prati rosa si posa adesso un velo,

e appena visibile cammina,

superando ogni ricordo,

nel sole della sera,

poi solo un luccichio, che si spegne

 

indebolendo le mie forze per tacere,

per rendere leggera questa  veglia

alla notte del destino.  Torneranno

torneranno  nelle ali luminosi

gli angeli “a comporre la mia voce ”.

*

Uccideteci tutti, e poi seppelliteci qui.

Tradì  la vetta spoglia della cerchia

il ferro nelle vene, a cielo aperto,

e la cenere nel fondo della veglia

fece nero il verde fitto nella falda.

Un Mato Grosso la notte sui capelli,

il taglio delle mani col cavo più sottile.

 

Piegando l'occhio nel silenzio vivo

le ferite minerarie. E ad ogni stella,

ora, invoco il mio massacro,

come Guaraní, nella fossa comune.

 

Le piste dei sogni, le vie dei canti antenati 

non avranno nessuna piramide a memoria 

se non il suono più prezioso ed immortale

della lingua sorridente sotto un albero

che cammina, raccogliendo semi,

e ancora la fonte del luogo di donne

che piangono in canto come sante,

o fantasmi, che sanno attaccare

ognuna al suo seno le scimmie

urlatrici, e i piccoli maiali

che hanno  allattato la foresta più fitta,

sbriciolata in pane terribile

nelle tasche di tutti.  Voialtri,

come ladri, ci avete tolto la libertà,

ma noi viaggeremo danzando,

nel fango finendo per brillare

           a cielo aperto.

 

*

Ho sognato Hashem Shabani

Ognuno è vicino alla sua  polvere

di ricchezze private, di carezze

intimamente clamorose-

l’ossigeno, e  due pietre

nude, sotto il sole

più lungo della notte

ho sognato Ashem Shabani

 

Altro non è  lo sguardo azzurro

la mia visione umile   improvvisa,

tra una luce sfiorata e la penombra,

un destino impronunciabile che chiama

la vita nuda  gioia di una voce

benedetta dall'esistenza e dal suo peso

 

come nulla è vero ammutolisco

e sciolgo le domande nella cera

con le mani più infantili che conosco;

mi  ripeti “ovunque sei

                             esisti se sorridi

tra le infinite madri della luce

con la lingua della lupa che altri lupi

hanno già percorso, con i lasciti

e le urine. Da qui ricominciamo

bagnando i nostri sessi nell’ascolto."

 

Il succo delle arance dentro agli occhi

spingendo sulle palpebre le mani-

alzava al mio risveglio quella voce

mutando le parole con la pelle-

e un fascio di capelli nello sguardo

 

per svelare ciò che in ultimo ci copre

dove l'aquila si ciba del leone,

nel luogo più profondo, il più elevato,

che sbuca  nei polmoni come in piena,

con l’odore, poi, nel suo silenzio.

 

Senza chiedere o rispondere di quando

il nostro petto stava unito a meraviglia

come se fosse già detto o l’indicibile

mostrasse in una luce comprensibile

la grazia del contatto. Sei tu stesso,

 

se  un alito distacca la radice

di tutto ciò che sulla  terra cresce,

lo scavo nella carne e quel  riparo

dove posso saltare nella luce

che si apre per l’ebbrezza, e la violenza,

tra il nome che rimane e chi va via

nel  buio che precede l’innocenza,

è  il miele alla Signora dell’agave

dove l'acqua nel bianco si ritira,

nel bianco delle rose di un'altura,

nel nostro impossibile morire.

*

Nido nel nido

È lei che dona il fiato-

nel momento stesso in cui rivela

che stiamo soffocando

stretti alla sua terra,

nel sottosuolo della lingua

nella quiete degli specchi-

 

l'anima - e le mani,

quanto più difetta la ragione,

di quando sei  innocente-

nello stesso paradiso  conosciuto

dove continuare nell'unione

della terra

 

-ad ogni orgasmo non perdiamo la purezza,

che ci copre come un abito di lana

dalle sferzate dei nostri padri,  e Dii

gelosi di quando  entriamo  in fondo

al petto, stiamo  solo passeggiando,

fra cieli e terre, con l'imene intatto,

sull'impronta del più piccolo respiro-

 

non lasciare che la luce di un oscuro

abbassi le tue braccia

come i gigli d'oro alle bambine,

in piccole tombe, senza avvenimenti,

di ogni ultimo accadere non c'è dramma

che addomestichi le cose,

loro nuotano,  o si alzano, nel nulla

danzano...!

scavando nella gola come un nido

un urlo folle di gioia lancinante,

in cui ogni singola parola

è non un'altra che ricorda,

ma sei tu

fino al nudo, nel principio,

senza  più separazione-

 

alla fine delle acque,

formando come un arco,

che si spalanca

grondando sangue,

la nostra sposa.

 

 

Pennabilli

*

Un grano d’oro che rinfresca il viso

Puoi penetrare l’invisibile da sveglio

con un'onda trasparente  di chiarezza

passando come un lampo per il cuore 

trattenuto per segreto. E prova

 

a guardare-  non c'è spazio,

dov'è il rigagnolo, e cammini,

per le profondità del senso,

per luminose intensità,

superando  la montagna

da parte a parte,

sulle corde delle fontanelle-

l’ombra che ritorna fino al colmo,

il filo di seta che attraversa i polsi,

non potrà mai scomparire.

 

Se non sai dov’è che scorre,

puoi accostare l’orecchio per capire

dove verrà alla luce, 

difendendo il luogo, il giardino, la tua casa

e il giovano pero.  Ridursi è gioia

ad ali tese, se ti sfuggisse il mormorio,

il sussurro del ventilabro. E' questo,

non altro il suo volto indistinto e più piccolo

di una mano aperta. Tocca un unico dito

afferrando con la luce le figure

per metterle sul bianco della pula

e volar via

 

L’inverosimile sparisce

col movimento irregolare delle palpebre

senza immagini o pensiero

se tieni gli occhi dentro fino in fondo

per farti divorare

                             da tutta la visione-

finchè cade d' improvviso  e si ritrae

per non essere nominata

più sacra di qualsiasi Dio,

tanto violentemente intima

in bellezza:

 

è un fuoco acceso nel mare sommergente,

dagli animali  alla sapienza della piante

agli abissi minerali del tuo essere-

nel centro tellurico dell’anima,

dov’è acciambellata come sposa

 

quando si dilata io ti vedo,

nel  più piccolo respiro della polvere,

un grano d'oro che rinfresca il viso,

donatore felice.

 

 

 

 

*

Ederlezi * per Hashem Shabani

Sa come aprirsi nell'inferno 
il canto degli angeli che amiamo
 
Muove l'aria e cova un fuoco
dal goccio di saliva tra gli spari
risalendo lungo il pozzo un fiato caldo,
oltre le catene dei guardiani
contendenti la conchiglia dei midolli,
per raggiungere la gola e dire ancora
la morte è troppo poco per sparire
l'occhio luminoso dei Shabani
 
le loro mani bianche danno  frutti
srotolando la stoffa delle mummie
con le ali ripiegate del ricordo
ci scambiamo l'avvenire e dai pertugi
apriremo la yurta in fondo al cielo
leggendo sul labiale  il nostro nome
come cresce al centro del sentiero
 
saremo una farfalla dentro il fiume
dal fango per ricominciare
costruiremo nuove scale,
da uno strato di pelle con l'argilla,
per alzare ancora  con la penna 
lo splendore del grano e in pieno sole
per l'unione delle forze canteremo
un ederlezi come fosse il suo natale.
 
 
 
In memoria di Hashem Shabani, giovane poeta iraniano accusato di "essere in guerra contro Dio"
giustiziato con l'accusa di scrivere in arabo
tradurre i testi farsi in arabo
e di corrompere e sovvertire la religione con i suoi versi.

*

La morte è troppo poco

Con la forza della tua poesia

tutto quello che ci serve

è il respiro

che non lega a sé la gioia

ma la bacia

                                     in volo

 

Adesso che non so più niente,

adesso che siedo

esitante

tra il centro e le mie mani

la  vedo.

 

E pugnalo il mio  lutto

perché  entri la luce

di una garza d’acqua sugli occhi,

un velo; intanto la stanza

dietro le spalle si vuota,

immensa sorella,

                        di inutili oggetti

 

imparo la bufera delle ali

                              alle caviglie

il tuono dorato sulle dita

del volgersi a guardare,

quando in un unico volto

combaciano i visi del mondo

 

con le vene azzurrine sui piedi

con il gesto più piccolo che ho

prendo congedo

per toccare la terra dove mi lasci,

randagia in eterno,

sulla polvere ardente il tuo segno:

 

farò nuovi boschi con le ferite,

col buio che preme, un io che tace,

attorno al minuscolo punto di luce

un nuovo pane, nel suo ombelico

preparando una nascita

 

con l’orgasmo pieno dei  bambini

rivolto all’universo, ti offrirò

l’ognivolta  che qualcuno

si sporge verso un altro

 

nello spazio, credimi, se puoi,

la morte è troppo poco

per finire il nostro amore,

col suo tocco

infinitamente lieve

indimostrabile.

*

Quelle cose ancor più deboli dell’erba

C’è quindi la pioggia,

l’acuto di un gabbiano

a  contare i battiti.

Tu sei ancora  appoggiato a quel tavolo di legno

a  desiderare forti nevicate.

 

 

I miei piedi confermano il freddo,

la carne cruda d’inverno, che nutro,

mentre la sete e il bambino oltre il cielo

volano, tra mille bambini dai corpi celesti

di secoli. Sono tornata indietro, stanotte,

ore e ore,  con la disciplina di un’ape,

per legare in cima alle spighe i fazzoletti

cosparsi di fiori in mezzo alla betulle

 

Ma tu resti appoggiato al tuo legno,

non vuoi sentire tra le mani

quelle cose ancor più deboli dell’erba,

dove si sta per nascere ringiovanendo

con gli occhi pieni d’antichità,

di selvaggia allegria.

 

Le mie pupille nere sono due ruscelli

che si raccontano segreti

mentre sbatto minuscole ali

con la canzone che cerca qualcuno,

 il lampo di candore, nella pioggia

 

ti avrei scritto molto tempo fa

i nostri nomi  protesi,

impossibili da distinguere,

sulle labbra;

                  non serve altro

a tacere tra gli alberi lucenti-

la gioia nasce prima

della gola che si apre,

pronta a bisbigliare l’ultima parola,

amore

 

nel buio sconosciuto

la morte è un abbaglio,

nel  luogo dove si posa

sparge l’acqua

con una pioggia fitta

e due fiori di neve

nel volto di ciascuno

 

c’è molto che muore

restituendo vita all’origine,

là, dove il canto rimane,

il gabbiano si sposa

inclinando con la luce

e  senza fine..brilla

*

Ogni volta che ti vedo eternamente

 

 

Col viso accolto nel silenzio

 mi hai mostrato come fare

a raccogliere i fiori delle felci

con le mani a lume della luna,

come un’ostia, immersa dentro i  fossi,

contro l’erba dello smarrimento

                            

quando benedicevi la vallata

nel più semplice dei riti all’orizzonte

seguendo i vitelli al primo pascolo

con i semi  alzavi una canzone

madida d’eterno. la tua gioia, ora,

come un’erica che sbuca nell’inverno,

cammina a piedi giunti col mio pane-

una mano smuove il filo del silenzio

e si lascia cadere nello sguardo

qualcosa di esistente come il nulla

negli steli  più lontani, in cima agli alberi-

legandoci al passato ed in avanti

giacendo accanto a noi, come una bestia,

 

conosco l'ampio dorso del silenzio,

un animale sempre vivo

quando sporge nella sera e s'inabissa

nel profondo della pancia, lentamente,

quasi fosse un suo risvolto

per quanta cura c’è, e discrezione,

nel tu del gesto che mi ascolta-

 

come un nido che sognando

inizia per cantare nello spazio

sporgendo le sue ali come fiori 

propagando a fondo lo splendore 

che accompagna e segue ogni parola,

l'indicibile che abita nel verbo,

che ricopre la risposta trasparente

quando torna a trattenersi nel respiro,

nel paradiso delle voci impercettibili

 

Così ti parlo, clandestina,

nei miei piccoli campi della luce,

godendo fino all’estasi dell’ombra

per assumere le nostre solitudini

a legame disumano, in questa vastità:

 

faremo un altro viaggio e un canto nuovo

allargando gli occhi chiari  come pozzi

per i fiori trasparenti delle felci

ci fermeremo alla stazione delle immagini

raccogliendo il tempo in unità

si chiuderà la notte,

come fanno le stagioni sui ciliegi

quando il bianco appare d’improvviso

e il verde va da un albero a quell'altro,

              finché una lacrima compare,

finché la rende visibile una luce, 

facendo l’arco e ricadendo come neve

per quando sarà grande, per quando tornerà

a sprofondarci dentro, smisurata

riprendendo la  poesia, nella parte dell'inizio

risorgendo originaria la parola

ogni volta che ti vedo -                                      

                                    eternamente.

 

 

 

*

Dentro le tue mani

C’è la questione del passato,

uno stato glorioso,

quando non respiravi.

 Fino al nulla  puoi ricordare

 senza memoria  cosa facevi

otto giorni prima di entrare

  nel grembo di tua madre,

 dove hai chiuso gli occhi

e sei scomparso

 

 

un essere. A volte si sente bene

la pelle,

è il nascondiglio della tua illuminazione,

l’universo che tu sei nel sonno,

nel sonno profondo della veglia.

 

Dallo spioncino  puoi vedere

dal filo d’erba all’infinito

il genitore, l'ultimo, senz’occhi,

il testimone solo, la radice,

che avanzando retrocede,  

come un mantra,

che affonda in cerca d’acqua

 

Se posi qui la mano,

se bevi la preistoria tra le ossa,

il caldo umano che ti offre

è la  poesia

che da te si leva, e dappertutto

riposa le dita dell’amore,

nel cavo dell’onda,

i tuoi fragili piedi. Sulla montagna

 

strappa il cervo irredento

alla morte dell’eterno,

gridando la parola favolosa

nella gola del torrente

donando il nostro nome

come fosse una culla

dove va a posare il mormorio

della prima goccia d’acqua.

 

Proprio dentro le  tue mani

palpita la gioia

tra vergogna e riso

sorregge gli sposi

con le fiaccole negli occhi

*

Come fa l’arcobaleno a venir fuori

Fa  vedere l’anima

di spalle

senza bisogno di voltarsi,

con la schiena incurvata sopra il secchio

mentre gira l'orzo con le braccia

e le mani come a trattenere  

seni gonfi di latte.

 

Ha  una voce d’amore

il fiato caldo tra le scapole

ricostruisce l’unità

nel più semplice disegno.

 

 Comincia con le orecchie la sua storia,

la discesa dolce in fondo al ventre

di un padre col neonato sul capezzolo,

quando preme l’esile membrana

del risveglio,

il verso non formato ancora

e la carezza,

che dovrà percorrere la mano,

dallo specchio al volto.

-mi sono amata tanto,

per amare,

ho leccato il sale in prossimità del suolo

mi sono vista fiume ed alveo vuoto

 poi ancora acqua e dèi,

la linfa dell’ulivo,

un vino nero senza Dio. Negli occhi

il senso misterioso delle uccelle

quando covano nel ghiaccio

 i rami rigidi dei pini,

il grido delle foglie di oleandro

 finchè un cervo

 in mezzo al petto

trattenuto dal morire

non mi venne a respirare con violenza

fra le ossa

 in questo mondo. E' così la morte,

un  solo chicco,

ma la risaia è immensa, e oltre il cuore

 

c’è un bambino-

nel crampo della pancia,

il suo  puntare nella stalla

a chiamare gli animali con la gioia

appoggiata sulle mani-

che risale le rapide del fiume.

 

Lui solo può cantare

come fa l’arcobaleno a venir fuori,

col profumo ricurvo di bellezza,

la splendente creatura

che da basso,

più forte di una forma,

riverbera l’eterno.

 

*

Amen

Scintilla come un volto  l’Appennino

col forcale appoggiato tra la schiena

e il primo taglio della medica per terra.

Premendo il bosco nella pelle

entra un’anima nel grano dove il melo

con la sinistra scrive :- " Tu rimani.

Non barattare la corteccia di betulla."

 

 

Quel po’ di luce lenta che risale

dalle mie più piccole ferite

è lo splendore del punto sopra i fianchi,

che conosce ogni goccia di sudore,

dov’è la madre, in alto, e le due mani,

meravigliose,  hanno un nuovo nome.

Non è un semplice ricordo,

è l’altra vita, che si ravviva poco a poco,

dove ci porta a bere.  Una pienezza cieca

cammina ferma nel niente delle parti

più tenere dell’erba.

 

Vedi..? passano gli occhi !

- Certo, è stato il vento- Mi dirai

domani-.  Qualunque cosa sia

ci sono segni sul suo capo

come fosse entrata nella carne

di un’altra creatura. Può sembrare

un miracolo, ma, credimi, è il contrario;

 

gli occhi amati ci restituiscono

l’intero, tutto chiaro e battezzato

nella corrente primitiva della carne,

mostrandoci nel campo come un segno 

che anticipa la medica per terra,

per dire del dolore, per ciò che fa

dell’anima un compagno-

 

tornando verso casa.

Voglio salire alla radice azzurra, 

alla rètina grande del cielo,

                         al silenzio finale

della madre seduta

dove il verde è più scuro, 

da parte a parte. Dov'è

il momento più bello per pregare

danzando al bordo del campo,

lungo i sentieri delle formiche.

 

Quanto vento può nascere da un battito

di un’Ave Maria lungo i filari?

 

Ohh...quel chiaro dell'aria, che trema

sui petali dei mandorli, leggera,

sono gli scriccioli sbocciati tra le dita,

e il silenzio  sui colori che rimanda

ad accogliere la voce dalle mani

lasciando scivolare i grani scuri,

prolungando  la vita alle formiche.

 

C'è una musica sensuale che si apre

dove posa il chicco più sottile:

“Siamo noi quel luogo che rimane,

che ci domanda ascolto, e poi il fiato”.

 

Con la trasparenza nella bocca

il tuo viso è una parola,

                                   un largo d’aria

lieve, nella discesa del suo canto,

l’ombra amata che fa vibrare Amen.

*

La canzone del liocorno

Così lei carezzava le piante,

districando ogni  sera i capelli

coi palmi aperti

lasciando passare i fili lunghi

tra le dita, nella stanza.

 

 

 

 

La vedevo ripetendo una canzone,

la canzone del liocorno, tanto fonda

da poterla tacere. Ogni singola mano

è racchiusa in quei versi,

tra la giovane salvia e il  cotone,

per dare ancora un nome,

fin nelle pieghe del  sottrarsi,

all’oblio materno dell’alba,

e farlo crescere nel regno

di quelli-dai-lunghi-capelli-

 

Ritornava con le ginocchia bagnate,

e il corpo verde di una parola

sia fatta la tua volontà

usando il respiro

umile,

a terra, nuda.

 

Tu la chiami penitenza.

Ma, se raccogli senza peso quelle sillabe

seguendo le sue palpebre nel buio

la sentirai piantata tra le zolle

che allatta le sue piante a seni dritti

ed altra acqua, la pupilla,

che risale per le dita con dolcezza

il profilo di qualcuno, fino al viso,

di chi scioglieva i nodi tra i capelli,

in piena luce

*

Nello scambio del sangue con la luce

Ho lavorato con la morte dei tuoi occhi,
la porta stretta di questo mio cercare
il simurgh nel mio cuore
 
Tre anni e un filo lungo di esercizi
stretti tra le dita, cristallini.
Di tanto ho fatto lunghi i miei capelli
ad ogni anello degli alberi che amo.
Mi sono preparata per sparire dalle stanze
a risalire l’aria verso il buio
per trascinare l’eco della luce
e più di tutto 
a muovere il tuo corpo sulla tela
facendo un cerchio lento con le dita,
allora, sento che respiri e stai per dire
qualcosa d’invisibile, una cura.
 
 
Come cibo non un’ombra di pensiero
si distende sulla vita con un seme
stordito dalla grazia che traspare
mentre alziamo i fili d’erba dei segreti,
come fossero le teste di bambini
con le bocche socchiuse in armonia
 
tra una crisalide e la rosa ricomposta
c’è un dono che si sporge dalle labbra,
danzando per minuscole fiammelle
da un punto di paura allo splendore:
 
afferrami le maniche stanotte,
perché ritorni sempre alla tua festa
la paura negli occhi a fare il gesto
che chiude il forno nero con il fuoco,
scompiglia  i  miei capelli con la forza,
come un’acqua che nasce dalla spinta,
dal dolore dentro i sassi, mentre sogno.
 
Mi sveglierà la tua voce nel torace
nel violento calore la freschezza
di una pianta che s'infila nei vestiti
nello scambio del sangue con la luce.
 
 
 
 

*

Benandante..

 

 - Muta nei dialetti, la camicia,

l’innominabile placenta,

 la tua paura, d’Uomo. Sacro

per te è l'orribile,

l'inconoscibile del sesso,
dove vita e morte ci confondono
nel Celeste del bambino.-

 

 

Siete venuti spinti dalla palude,

avvolti nel sacco d’acque scure,
inconoscibili, tanto uguali

nella grotta tiepida.

Nati due volte, tu

e l'altro te stesso,  

dipinti d'ocra rossa.

 

Danzando su un filo,

vi ha partorito e stava

come essere  il tuo doppio,
spirando nel cordone, nella pancia

ti ha donato il cuore, 

tua celeste comunione, 
ostia nel mare della vita.
Soffio originale,

 

poco più di un grano in erba

quando ti hanno svelato l'anima

d'uccello,

la consegna tra le mani: il benandante

che tu sei. Un foro,

numinoso dietro il collo,

che  sospende ancora il fiato,

quando senti le chiamate 

che ti fanno volare profondissimo,
a combattere gli spiriti

che tengon l'erba bassa,
che non fanno alzare  il pane

nelle notti.

 

"Non gettare  la placenta! "

ordinava bisbigliando senza denti

quella zingara nel campo di mia nonna 
"lasciala fiorire insieme al mirto,

dove la nughedda ha fatto un buco,

sul fianco della mèndula. Vivrà,

se attraverso vi corre quel bambino

 

sugli alberi. Lo vedrai salire,

scendere la sera in una foglia,

disegnando un otto sull'erba,

schiarendo negli occhi il riflesso

di una poesia.

 

 

 

*

Conto ancora in sardo

 

 

Molto ferita.  Piano,  piano,

è un cambio di pelle lo sguardo-

si direbbe una musica

l’impronta più duratura

che lascia

 

è un balzo

ed insieme un ritorno

alla casa-

l’accordo con qualcosa

di più ampio

 

 Cecilia Fasser

 

 

 

 

Annuso. Ti tasto. Assaporo

il tuo sentire. Mano a mano

un verde aperto d’improvviso

un animale quando fiuta un verso

che non s’abitua, che non si ripete.

 

Faccia a faccia col mistero.

Non sei più

la driade dell’albero che amo,

 la sua altezza,

l’albero sei tu

che mi vieni incontro nel silenzio,

nel silenzio fresco senza forma,

che abbracci tutti i nomi che conosco

 

Nell’attesa, che si fa poesia,

c’è grazia.

         Mi basta                                                sapere che resiste

un raggio segreto dello sguardo

con un cerchio d’aria sopra il capo

"una febbre leggera"

 

 e le pietre cascate nell’acqua

formano un velo che abbaglia

 

dovrebbe trovarsi la tua fronte.

 

 Solo allora

se  batto coi talloni

  seduta sulla tavola

solo allora se

      c o n t o   a n c o r a   i n   s a r d o:

quando vieni-

 

 più spingo al buio

le radici

sulla bocca

più vedo il tuo albero

salire

dalla  luce.

 

Cecilia Fasser

*

Nella partenza di Beltane

Nella casa del Toro, la quindicesima,

conducevo il bestiame ai falò,

il grande cervo alla sua sposa.

 

 

Mi portavi dentro maggio, incandescente,

con le bacche di ginepro e di lillà

nell'orifiamma impuro della chioma,

aprendo il grembo dei colori, penetravi

 purificando l’eros, con audacia,

l’amorosa ondata in seno 

palpitante di  io sono

dove si nasconde un Dio

 

Se tocco con le ceneri la bocca,

gridando come fiera il desiderio,

così limpida diviene la memoria,

e la voce fiorisce dalla terra

come ruote dorate tra le braccia,

andando più lontano della fede,

sul fiore stesso lei si adagia, e gode,

mangiando il vino più profondo del pensiero,

nutrendo gli occhi. Fino all'allucinazione

 

il femminile cinge il forte verso l’osso,

sradicando  ciò che non è ebbrezza,

per andare al centro della rosa

per introdurti nel ventre di mia madre,

rompendo il guscio al mistero dell'estate.

 

-Nella casa del pane occorre fame,

come  linfa dopo ogni regressione

nell'occulto dell' inverno. Non è forse

il chicco  del tuo grano il figlio stesso

di chi lo suda con la forza,

con la fecondità del toro,

disposto ad aprire le sue viscere

Al torrente di Gihon?-  Salendo sposi

 

c'è un sabbat

nella partenza di Beltane

che anticipa l’aurora:

 

da un’altra altezza si può amare

da qualche parte nel profondo

congiungendo alla passione la purezza

come il corpo della donna, che vibrando

della luce della carne liberata,

copre il Cristo in una stoffa, nuda.

 

E tutto è nuovamente

senza fare mistero del segreto,

prendiamo ancora il volto che avevamo,

la spinta d'amore, prima di nascere.

*

Più pura la perdita

Manchi. Dolorosa.

Perché ancora dobbiamo cantare,

Cantare e le stringhe degli astri

Più alti dell'abbandono più alti

Della spina tagliente di tramontana

Offriranno riparo, senza lamento-

 

Il punto di partenza della voce è fermo-

Rimane il secchio d'acqua che ti porto

la vibrazione del legame. Rimane la sete

in un sottile movimento lungo il taglio

degli occhi di betulla che ricordo.

La vecchiaballerina. Nel lucido smagliante

che s'attacca agli occhi. E' la mia mano

che conta gli anni poco a poco

a mangiare la luce del dolore

dove non sono più i tuoi seni.

 

Mi segno con le briciole la fronte,

con la polvere che viene dal suo dentro

i suoi capelli morti. Quasi al cuore

rannicchiata nella solitudine

                                    di una bestia.

Vorrei leccare le radici per scaldarla

per danzare alla sua altezza e deglutire.

 

Finchè dal fondo mi alzo in piedi.

Mettendo pace. Si ramifica leggera

più pura la perdita.

 

 

 

 

 

 

*

Nel rosso dei papaveri da frutto

Una notte intera ferma  poco

l’uovo luminoso da cui nasce,

lasciando buchi

in ondate che si estinguono

come allunga la  mano alla mia tesa,

capace di splendori. Come pazza

 

mostravo tra le mani una canzone 

contemplando un'altra forma dell’amore,

come un Dio inabissato che risorge

con la freccia inavvertita, che non brucia.

 

Un evento naturale. - mi ripeti-

Custodiremo questa grazia pura.

La bianca, ancora intatta tra le dita,

distribuendosi in un’ombra appena nata

del bambino dell'albero e l'uccello,

ci rimanda nell'orecchio l'amicizia,

la parola favolosa sulla carta,

col suo nome primitivo prende forza

offrendoci la gola, schiena a terra

 

nel viso silenzioso dell'infanzia.

Senza paura ci scambiamo il sangue

con le dita passate sulle labbra,

appena incise con la pietra, rosa.

 

la vertigine è il linguaggio,

più argentea del lulan mosso dal vento

più madre di una lepre nella tana,

una tigre nata al buio della bocca

quando porge il muso insanguinata

 e muore

affidandosi al segreto: che rimane

 

è un calpestio di cervi nelle vene-

nello stadio del respiro fuoribordo,

una danza nelle fiamme per soffiare

col silenzio sulle spalle di un monsone-

purificati, senza entrar nel Nilo,

nel rosso mistico dei papaveri da frutto,

con la grazia più violenta,  far l'amore 

in una via qualunque del mattino

con la lingua colata nella vita,

per donare, con la bocca ancora calda, 

la mistura di una luce così intensa

 

 

-nell'acuta tensione, nel contagio,

                         ha qualcosa di talmente oscuro

l'odore della nostra cerimonia

che confonde il senso fino a quell’istante

cieco col vedere che si accende

da se stesso, che s’incide come carne

che raccoglie  la bellezza.

E tutto è obliquo, come il mio tremare

che non cessa di discendere e curvarsi,

in ogni anfratto scuro, trascinando

con sé il tempo, dove l’iride risplende

senza distinzione, fecondando

il gemito, il sussurro destinato :

 

allora il punto più vicino della terra

non è il punto del cielo più lontano,

di qui la pace che  discende

del mio sentirmi insieme allo scoperto

e al centro di me stessa.  La parola,

liberata dal linguaggio

non è lontana dal silenzio

                                 e comunione

*

Dal silenzio a te

Tende verso il cielo e si ritrae 
come un fiore viola al temporale
sbandato sotto il peso delle bestie 
poi s'inchina profumando lentamente
un'ombra consacrata sopra i polsi
circondando la mia gola di scintille
levate verso l'alto dei tre pini.
 
E' un rito tra la nebbia che mi ferma
ancora calda nel vapore del mattino
che ingrandisce la solitudine dei pini
come davanti a troppa  lontananza
restituendo il grigio una tempesta.
 
Ti ho sognato che sognavi di esser pieno 
di bambini sui tuoi fianchi nella nebbia
sei venuto con un canto,  un ederlezi  
tra le gambe volteggiavi sulla cima
per scoprire nelle mani cristalline
l'addio del celibato al primo sole.
 
La goccia primitiva che ti bagna
la bellezza nel lavoro del mattino
scoprendoti le forme dell'origine
si dispone a far risplendere sui piedi
il nudo che celavi come un frutto
 
tutto s'innalza e tutto si riapre
respirando i loro corpi nuove lingue.
Appena giunte all'orlo già scomparse
 
mi discendono due lacrime col vento,
a corona del silenzio sopra il verde
il pianoro, un grembo arcuato dentro gli occhi,
le sue vene dei  giovani sentieri
dischiusi  con dolcezza nella nebbia
e - dal silenzio a te-... mi ascolto dire
 
a passi lenti la discesa appena giorno
appena snebbia la visione un'altra volta
il bagliore nella mano mi risponde
con la spietata tenerezza della luce:
 il vento e i sogni non si possono fermare.
 
Piego e annodo dentro i pugni questo grido
le mie impronte  con l'argilla  del dolore
nodo e dono che conosco per legare
all'origine del viaggio  il nostro seme.
 
 

*

Tanto piccolo da non essere spiegabile

Si leva il giorno col  buio negli occhi,

come dimentichi di essere potenti,

se il silenzio delle bestie raschia il fondo,

pesi il tuo cuore, e intingi un dito.

 

Solo il bosco disfa il nero del mio sguardo,

come fosse la pelle di un tamburo,

se ci corro dentro, respirando dai talloni

per rinascere, ostinata, per patirlo

passandoci col cuore, luminoso

il caldo nella bocca si alza in piedi,

                a un soffio dal mio Dio,

cantando, si sostiene-

nel reciproco esondare l’uno nell’altro

 

 

il mistero della gioia è tutto qui-

un passaggio stretto e angusto,

un momento dello stare doloroso,

se non fosse la presenza di una luce

tra le dita, come un occhio che partecipa,

togliendomi la spina, la più lunga,

con le fattezze di mio figlio quando tace-

so che il vento trasporta le sostanze,

e si conosce appena, fino a che,

con parsimonia,

prende questo corpo senza limiti,

tornando viva nella pancia, nel respiro.

 

E' là dentro che ti sento a viso aperto,

seduta sopra gli occhi quando soffro,

dare un senso alle mie mani in movimento,

nel passaggio della morte, nuovamente,

con l’inversione dalle pietre all’animale

che si ritrae nella caverna delle luci -

e un soffio chiuso dentro il grembo si prepara

 

creando i passi  una montagna che mi spinge

con le braccia in una frase e s'allontana

poi si sperde in altri corpi a prendere vita,

tanto piccola da non essere spiegabile,

da come accoglie il verde immobile tra i cervi,

come se proprio in questo consistesse vivere:

 "la verità è cosa  stai  facendo,

c’è tepore dove hai procreato."

 

Il solco della voce scava la radice

rifiorendo l'orizzonte ed il profondo

cercando piano un battito e i capelli

nel continuo ritorno alle stagioni.

 

                                       E un soffio nella bocca ci alza in piedi,

                                       nel reciproco esondare l'uno nell'altro,

                                       cantando nel mistero ci sostiene,

                                       tanto piccolo da non essere spiegabile.

*

b i a n c o m a n g i a r e

Su  papai biancu  

 

Strofinava le parole sulla pelle

come un latte mescolato con la frusta
basta un’eco una reliquia per montare
per vedere ancora chiari nella stanza
paesaggi e desideri con le mani

nominando quel che vede come un bimbo,
ed ogni altra cosa intorno assente
si addensava sopra il fuoco della notte,
risolta alla sua luce quasi nera,
nell'acqua silenziosa delle piante
rendendole visibile chi ama.

Fiutava l'anima l'abisso mille volte
nella mente la sua voce speculare
assecondava il ritmo delle dita

versandole negli occhi un pane bianco
il canto interno di una donna in pieno sole.
 
Come se le parole potessero commuovere
le molecole del mondo ed ogni fossile
sciogliendosi al calore delle mani
risorgesse quasi a filo delle labbra,

e con un velo d'aria solamente
nella dolce ferita in fondo agli occhi,
offrendo alla sua  veglia altra acqua 

Fu allora che venne, che  vibrando,
come chi tace una luce conosciuta, 
si incamminò nello splendore dello sguardo
per riportare il suono alla sua meta,
strofinando sulla punta della pelle,

in luogo delle sillabe e di accenti,
un b i a n c o m a n g i a r e, e benedetto, 
liberando dalle mani della gioia,
nel parto del suo nome
                     il suo sigillo al nido.

                        

 

 

*

Nella gonna colma di fiori

 

Di quale colore, Luca,

Quale sorpresa nell'uovo

Tra le dita nascoste

In cielo mantieni?

 

 

 

 

 

 

Nella gonna colma di fiori

trascorrerò la pasqua, con tutti

gli alberi, al boscovecchio,

portando i libri dei poeti preferiti

e un foglio di carta per ascoltarti

 

-riconoscere è un Dio, sembri dire,

una splendida ruga nella terra  profonda

è un tempo di prova

una ferita curata con olio,

fasciata

fino al passaggio-

 

ti dono i miei limiti, nuda,

il labirinto divenga quel mandala

dove mi incarno affondando

nella danza dolorosa delle spine

 

ti apro ti spalanco le mie anche

fino a raggiungere il principio

drammatico e selvaggio

Sei tu me, l'ebreo,

che attendi di essere  Sposato,

a me la testa. Spuntava il sole allora

per mettere al mondo il Messia

per incontrarmi coperta di piaghe

risorta

 

mangerò ancora in piedi

con il bastone tra le mani

e come doni luminosi

raccolti alla giunzione

dai miei reni usciranno dei re

come una naturale primavera

 

c'è una macchia luminosa nel vestito

distesa sul fondo

                              di un sogno

lunghissima,

ha la forma di un orecchio

e tutto buio intorno...

una voce sottile e silenziosa

partecipa dell'acqua

e del sangue- la sua gola

la sua bocca lo dicono-

mentre splende in tutta la sua forza

e muore,

              per esalare il suo profumo

 

nella gonna colma di fiori..

mi  posi lieve, servo e signore,

candide gemme in una goccia

di carne e di sangue

tra le scapole, ancora,

come un placido nido

oscilla il lume  e qualcosa

è già accaduto e tutto resta

come deve essere,

persino il dolore muore

se brilla tra le lacrime un sorriso,

tra le dita nascoste nel cielo,

la tua luce terrestre di passaggio.

 

*

Alfabetiere

Dalla miniera

di un antico sapere

l'alfabetiere

 

 

                                               

*

Nella grande notte delle palpebre

Cerca riparo

Tra molliche di pane

Tutto il silenzio.

 

 

C’è un grido così profondo

Che perfora i nostri cuori

Che si conficca in petto

Scuotendo il corpo fino agli occhi

Prima che si spezzi, singhiozzando,

 il tronco che più amo

Come fossero frammenti delle ossa

prese dalla morte. L’altra notte

 

Ho sognato per haiku così sottili

per la paura del sangue senza casa

implorando  sulle pietre:

tu segui il fiume

le vene lungo il greto

saranno i rami- piangevo

sapendo di pregare

ero uno di loro che cantava

nelle mie mani: -A perdifiato

          Bevendo con i morti

Sbocciano i passi-

                     come le ghiande

nella tua gola viola

cadono i sogni-   Dentro di me

ho nascosto i fiori dell’inferno,

per custodire i nomi nel giardino

in un piccolo posto  tanti piedi ,

occhi saccheggiati,

da ombra in ombra,

di tante lingue la tramontana

che si piega.

                      Meraviglioso fiore..

svettante sulle cime addormentate,

con la testa reclinata io ti prego

insanguinato come vivo

 

l’angelo sorride e l’uva è luminosa

se irrora un Dio la rosa

                                       del tuo volto

il biancore degli ulivi

                       come pietre luminose

                              intorno agli occhi

ho sognato per haiku, e per l’amore

nella grande notte delle palpebre,

come siamo

                                  cuore nel cuore      sorgendo muore

                 

                  rivestiti di foglie                                    in bocca scintillante

       

            fino alle stell                                                              larcobaleno

 

 

 

 

trova riparo

tra molliche di pane

tutto il silenzio

*

Sulle montagne

Sulle montagne

                una voce dal petto

                                      nuda preghiera

 

 

 

 

*

Presentire l’acqua è già amare

Ti secca il sole,

ti fa sparire il vento,

ma il deserto ti salva

dall’uno e dall’altro-

rendendoti uno scricciolo,

simile alle briciole

che solo  i beduini sanno,

riconoscendo il seme,

dormiente,

tra uguali granelli di sabbia-

se nelle mani colme d’acqua

turgida e piena ti gonfi

di un antico sapere.

 

Nel  perenne miracolo, aperta,

sei solo un gomitolo appena bagnato

condotto a grande distanza,

morente,

quando si apre di nuovo

sciogliendo i nodi alla lana,

la tua corona brillante

 

rotolando sulla sabbia come sfera

possiedi la perdita, e respiri

imitando il passo della morte;

sei così  viva in fondo alla carne

quando sollevi il tuo capo leggero

seguendo il richiamo del vento,

perduta ogni traccia di humus.

Disidratata, ti alzi, verso l’ignoto,

e ai vapori sottili di abele

discendi, e ti fermi,

inumidita,

con gli occhi come aculei nella terra,

sei già un fiore!

 

Anastatica rosa di Sant’Anna,

nelle pozze bagnate dei palmi, 

raccontami ancora con la lingua

di quando  le doglie eran lunghe,

di come restavi nell’acqua,

per tutto il travaglio della tua donna,

fino al vagito. del nome

ritorno a sentire il suono mancante,

della sua voce nel ventre

l'amore solitario che nasconde

 

Presentire l’acqua è già amare,

dove l'erba s'incammina verso i fiori

nelle prime ore del mattino,

con la punta delle dita,

strofinando  sulle palpebre sottili

le orecchie inumidite delle rose,

per aprire quel minuscolo dolore

che nasconde i suoi passi nel vento,

non appena ci brillano le mani..

la luce farà il resto...

*

Come una sposa che sogna

Sono una partoriente colma di affanni

e un cervo

che sbuca fuori dal bosco,

trasparente,

che si rannicchia nella mano e muore

nel tuo cuore

 

si aprirà quella magia così che il vento,

dove s'innalza santissimo il reale,

canti,

rompendo le acque al tuo sguardo,

dove incontrarsi, correndo

all'alba di pasqua.

 

-Nella casa chiusa come un grembo

c'è una chiarezza ulteriore, che viene,

che ci riporta indietro confondenti

l'energia di un altrove,

l'umido spessore di una vita

che nasce sognata. - Perciò,

giravo intorno al pozzo senza posa,

nascondendomi nei cerchi come al tempio,

finchè il sentiero ripetuto sotto i piedi

esplodesse nella strada non percorsa

dove il grido perfetto di ogni stella

ha la stessa posizione delle braccia

a farsi largo tra gli indugi delle mani.

 

Per un nonnulla è ancora vita

il tremore di un miracolo,

ha la stessa grazia

del tuo sangue nelle vene,

ogni volta che sorrido

in pace col silenzio

 

ti ricordi? Il vuoto del linguaggio

è la ricchezza nostra. 

Non è mai tutto qui

incolmabile. Quanto vorrei,

scrutando fin là,

lasciarti una traccia

poi subito svanire

 

Come una sposa che sogna

io ti parlo. Questa è la mia vita

e tutto si fonde con qualcosa

qualcuno che è entrato e continua a restare

dentro.  Nello squilibrio cieco, nel mio campo libero

c'è l'inizio di un volo o  un discendere  improvviso

con un canto, a volte un lamento, o un alleluia,

ma l'amore è chiaro di continuo,

prima di venire alla luce. Rimango ancora un poco

nel bosco dove il tempo si contrae

e si dilata, distribuendo tane, dei ripari.

 

Io sto bene. So piangere di gioia

nello stesso punto, violenta e sensuale,

dove l'acqua scava sulla pietra, la sua lama

affonda nelle viscere

aprendo senza fine

                       lampi di felicità

 

metti il dito dentro il solco quando vuoi

scoprendo dove stilla questo amore

come tace dove va, seguendo il cervo,

nel vivo della carne,

                                   trasparente

quando si rannicchia nella mano

e muore ancora

nel tuo cuore

*

Lecca gli occhi alla primavera

Dove finiscono i pini

a lungo siamo rimasti

quasi invisibili

corpi sposati

 

intorno a noi

scintillanti

nulla più oltre

le nostre spalle

piegate all'indietro

 

 nell'azzurro della pieve

le nostre mani calde

affondano in comunione

sollevando le ali

un bocciolo di piume

nascosto tra le nuvole

..e ancora

il punto di partenza di una voce

lecca gli occhi alla primavera

 

 

 

*

La soglia è sempre umida del cuore

Quando l'anima si riempie, in ogni piega,

di emozioni scambiate a bassa voce

tu notassi la luce che proviene

sottile come un'ostia fino ai piedi

come  alza e abbassa dentro il  cuore

un deserto lunghissimo di stelle.

 

-Ha fatto un passo indietro l'altra notte-

dove il corpo stava per finire,

mangiato a colpi di parole,

nella tua vacca di legno-

sensuale e delicata,

non ha perso la sua infanzia

nè l'amore in pieno giorno al tuo cospetto,

minotauro che hai seguito quel sudore

volendo penetrarla nella mente ]

 

La soglia è sempre umida del cuore

dove il suo morire resta vivo,

inseguendo i picchi sopra il tronco

la semplicità sospende il tempo,

nutrendo il desiderio e l'altro nome

del paesaggio che hai smarrito nel cortile

della reggia, una miniera che si apre

nel divino, portatrice di pietà

tra le visioni

c'è l'inferno della gioia -e la pazzia

dell'ardimento- che si offre nuda,

nelle movenze di una beghinale,

fidanzata al godimento eterno

della luce,  ch'è regola a se stessa

 

dove tu hai visto un pentolone solamente,

con la maga che lo gira, c'è una donna,

nella cavità della bellezza, cristallina,

quanto più la senti oscura, lei rimesta

delle erbacce nella terra con i fiori,

con lo stesso amore dei tuoi versi,

il richiamo irresistibile a scavare

negli stagni, come fossero dei laghi,

con le gambe  indipendenti dal pensiero;

lei si affida,

sussurrando al selvaggio delle acque,

ai buchi della sua magrezza,

mettendo semi nel sambuco, aria di menta

 

non hai scorto, dalla tua  più alta luce

per uno stelo d'erba il viso in lacrime

nè l'orgasmo della legna dentro il fuoco

per l'acqua da scaldare, nel vivaio

le sue mani, quando stringono selvatiche

la grana delle cose,  dentro casa

quanto minuscoli i suoi occhi,

come piccoli eserciti instancabili

di ciò che hanno amato pelle ed ossa,

nelle crepe della siccità,  per ogni goccia

che girava sui bordi della fede,

con amore, per un filo di freschezza,

di fertilità. È troppo presto

 

per la memoria delle lacrime

appena pronunciate;

la dolce febbre dell'acqua che risale

è un arco spalancato,

un gesto d'apertura dove tace,

se vibrando ascolta  di un altrove,

su questa stessa terra;

dal buio del fondale io la sento respirare,

scrivendo la sua maternità nel fango:

"Ho sepolto tutto ciò nella poesia"

ripete,

con un chiarore nero intorno al cuore,

nella gioia che le dona la ricchezza

di raccontare al suo ritorno di qualcuno

che ha battuto così forte contro il petto,

traducendo dal dolore come un suono,

nel mite dondolio da ramo a ramo

lasciando tracce dalla bocca dei tre pini

alle orecchie della quercia che passava

la sua voce tra le mani , ed è qualcosa

che rimane

               ad aprirmi senza fine.

*

I vangeli sono il riso che hai nel ventre

Comincia da qui, nella vertigine,

l'indescrivibile contorno,

davanti al cherubino,

a quelle ruote immense piene d'occhi,

di ogni sera. solo con la spada signorile 

giunge a penetrare lo splendore 

del frutto nel palmo della mano,

il segreto del legame che rivela 

delle terre rivoltate e benedette 

sulla fronte silenziosa, con un canto

 

con un canto impenetrabile, e durissimo,

da forare fino al cuore la mia pelle,

la parte più segreta del profondo,

che libera la carne, per la carne

 

dallo strappo luminoso del tessuto

aprendo una magia così che il vento,

sfilando un cerchio azzurro sopra il seno,

come fosse il vasto mare dell'oriente

di una donna che si svela del creato, 

riparta nelle quattro direzioni

fino al prossimo tornante dell'aurora,

ed una quinta,

nel respiro verticale su altri spazi,

in fiamme di ametista e di smeraldo

 

Alza gli occhi e guarda, amoremio,

i vangeli sono il riso che hai nel ventre

all'ingresso della tenda dei tuoi occhi,

dove sta la principessa,

nel mare tenerissimo di sale

 

lo vedi l'arco nella nube?

È quello che tu chiami vuoto,

carico di vita..

il fiore del profumo è giungere alla pasqua

con la faccia luminosa 

dove gli alberi battono le mani

nella greppia, preparando il cibo,

un frutto di luce chiuso dentro un guscio

...

ogni passo diviene uno scalpello

sorgente del tutto che esplode,

toccando, nel cuore del vuoto, la carne,

il volo per sposare le tue fiere,

fino al monte della spada del prodigio 

a contatto con la terra, a piedi nudi,

rendendo infine angeli le tenebre

 

saremo sterminatori, sai,  dei piccoli messia, 

separando l'uomo in crescita dal figlio 

che riposa come morto lungo il fondo

 

la croce è aperta  nella mano alata

c'è la forza del vuoto grondante

l'orgasmo del cielo dall'alto

del fiume che irrora e rivolta la terra

più reale del reale

c'è un linguaggio santo nell'abbraccio,

sulla punta fine del suo raggio, come un seme,

come un seme intimo e vicino

è l'angelo. chi sa vederlo

lo vede in tutto

 

*

Come fossero anni di betulle

Un passato imprevedibile

resiste al gelo nelle orecchie,

la nostra rosa bianca 

cedevole di luce 

solo se guardiamo indietro

lei non viene

se chiediamo a voce bassa di tornare

 

non importa quanto sia  lontano

è piena di voce e continua a bruciare

la casa che ha brillato dentro l'occhio

un pane sacro, dal giovane ippocampo

lo segnala la profondità di quel respiro,

un diverso splendore nell'aia

 

siamo nel cuore di un Dio, amore,

e solo gli angeli possono ricordare, 

o i bambini, dove ci sposammo,

se un giorno quella notte tornerà,

come nessun' altra ancora

in sogno siamo noi in ogni cosa

lo stesso vento che toccammo,

sotto le nostre lingue

 

al di qua del cielo 

c'é maggiore ombra nei nostri occhi

e nel bagliore debole si ascolta 

la sottigliezza del tuo andare. Ora, 

mentre si placano i dolori alle mie spalle, 

posso toccare con la punta delle dita

il centro della schiena, per contare,

come fossero anni di betulle,

i puntelli dell'oblio sotto le mani 

dove i palmi si congiungono, premendo,

in tutta la lunghezza, contro l'll cuore 

fino a scendere nella coppa del bacino 

fino all'orlo che s'illumina e ti accoglie.

 

*

Come il dito nella pozza di un bambino

Nel seno della voce è un golfo sacro

che rientra nella strada dei tre pini

una baia che rasenta le salite,

è una Pieve che dilata dove cresce

a sfiorarmi coi tuoi occhi quel che vedo 

 

C'è un lutto necessario ad ogni svolta 

degli dei, e di se stessi,

come un piccolo mulino 

se rimani ad ascoltare mentre vai 

coi piedi nudi che cercano aderenze 

battendo gli avamposti con le mani

 

se trascini sulle labbra quella luce

che avanza in solitudine stupenda 

regredisci da persona fino al seme

dove i nomi coincidono col cuore 

 

c'é  un bambino d'oro ad ogni curva

del falco dell'uomo e la montagna, 

che passa come musica e s'innalza

germoglio dell'orgasmo della gioia.

 

Ora prendimi nell'arca la coscienza 

mentre bevo nel diluvio la tua voce,

misurando il livello delle acque,

asciugheremo i fiori poco a poco 

nell'assumere peso e consistenza

ponendo l'occhio semplice al mistero

che noi siamo

come il dito nella pozza di un bambino

 

per godere  della fonte luminosa

si rischiara il paradiso delle voci

per trovarci più di tutto per sognare

camminando con gli occhi di chi canta

un luogo intatto, aperto, e in quell'istante

ti offro l'imene del mio cuore,

la meraviglia che non vuole nulla 

 

nel miracolo di ricominciare 

usa la tua bocca, Amore,

                        il tuo favo di luce 

*

Come un getto d’acqua nella neve

Nella mia piccola eternità 
è un volto all'ombra delle favole
il suo canto ancora nella luce,
un puro scambio,
se ci siamo chiamati appena svegli
senza toccarci con le dita
gementi di dolcezza,
mormorando nel vivo dei capelli,

come i leoni azzurri dentro il sonno,
-Tutto è così vero - Poi  procede
 

e certi  sogni sono  un confine che ti segue
con la naturalezza dell'incanto
- e molto dolore molto amore
diventano le nostre potature,
i figli del partire -
celebrando il suo contrarsi così chiaro
come un getto d'acqua  nella neve
quando forma, nel bianco, un cerchio buio

 

il nuovo giorno è un atto

che anticipa ogni addio
e per dolcezza sfugge dalle mani
                        come una semente

che a ogni alba risolleva il canto

fino alla sua forma, piena, fino alla matrice

di un animale celeste

che non ha bisogno di essere

per andare a bere

 

*

Per l’aria che fa l’anima

Passo ore a leggere in ginocchio

le coste seminude dei ruscelli

e sotto gli occhi gli alberi si piegano

come fossimo riuniti intorno a un tavolo

l'un l'altro carezzandosi le foglie

 

Una piccola vita

                         è il mio luogo al vento,

un filo di luce in mezzo ai fili-

che fa da madre nella carne con la luna

crescente nei capelli a farli lunghi,

come una benda sollevata appena

capovolgendo la terra con le mani,

magnifica, imbevuta delle sillabe,

con un soffio che rimbalza sui pianori-

 

già lontani. Ci spetta di rinascere

nel gesto costruito dalle dita

tra i vasi fragili e sottili delle vene

fatte di lacrime di voci. Ti accompagno,

seguendo il filo di cotone inumidito

del tuo mandala invisibile alla luce,

sulle fioriture del sorriso, e nulla più,

se resti quel bambino, ci distinguerà

le nostre vite. Il mio sentiero, claudicante,

è la tua strada di risate, la mia gioia,

e questa pelle, annidata dentro gli occhi,

per l'aria che fa l'anima del giorno precedente

il suo splendore nudo, come nostro, oggi

 

disfo i passi che ostruiscono la vista

attraversando il muro della nebbia:

ti sento rompere dei ramoscelli secchi

con lo scudo luminoso nel giaciglio

più segreto, tra il collo e le mie spalle

 

c'è un foro, e tu lo sai, di dentro,

dell'ombra lunga che fanno gli alberi dal buio

quando risplendono la primavera sulle cosce,

come si tenesse tra le braccia un cielo

un cielo come un nido tutto pieno

dei nostri uccelli in fiore da venire.

 

 

 

 

 

*

Fuori nevicava dentro era caldo

 

 

 

 

 

Era gennaio quando venne maggio

Fuori nevicava dentro era caldo .

 

Metti le radici in acqua - ripetevi- 

come un figlio dentro il ventre-

con un canto,

appena percepito, t'immergevi 

dandomi alla luce 

ferita dall'urlo della gioia. 

 

Era maggio quando fu  l'inverno,

con un solo sorso d'acqua dentro  al cuore,

in una voce sola il tuo silenzio- 

come  un pozzo senza fondo 

raggiungevo l'inizio del tuo viaggio- 

restituendomi  il colore  della stessa donna

della stessa donna che da millenni ti disegna,

perennemente innamorata, 

dentro gli alberi 

 

fuori nevicava dentro era caldo

avvolto in un panno bianco 

non ho visto il tuo sguardo celeste, 

ma il gesto interiore 

                                              di afferrarlo

dissolto nello specchio,

                                 illuminato dalla neve

 

Spingo le mie braccia ancora 

dentro il freddo e di Luca sulla schiena

splendente

nel cammino di ritorno 

io ti sento

appena mi si chiama 

ti sono il nome, i passi accanto..

*

Dove splendere è un sentiero

Ti ho visto marcare il cammino,

mostrando nei luoghi nascosti

le vene leggere del gioco

nel solo potere di cura

per giungere al punto di sole,

all'incrocio di sogni di nebbie,

nel fitto totale del bosco

col  bagliore dagli occhi ai tuoi piedi.

 

è tutta l'esistenza che nessuno sa di lei

cosa ha visto la sua fede nella vita

che affonda lasciando tracce sulla neve 

 

l'avverti  passare il calore nel sogno, 

nel limo originale del vivente,

il canto appartenente ancora all'ombra

dell'esile membrana del risveglio,

se, appena sente il vento respirare,

scopre  ciò che duole nei torrenti,

rivelando il senso misterioso

di ciò che è così semplice nei fiumi 

 

-Nei suoi fiumi c'era una donna

che ricreava se stessa sognando

come palpita un cristallo nelle lacrime

la primitiva e magnifica pochezza 

delle ore da noialtri ai nostri cari,

distinguendo già le voci ed i colori

dei volti delle case, per toccarli.-

 

eppure la chiarezza

non risolve alcun mistero

della sera che è arrivata 

se non ci fossimo commossi allora

se non avessimo tremato 

per arrivare a questo punto

che ci riconosce somiglianti 

nella danza più sottile che ci resta 

dove splendere è un sentiero 

che s'inerpica nel cuore, e le sue sponde

noi le stiamo già toccando,

per come trovano la grazia,

salendo insieme agli alberi,

come lo chiede il cielo,

da sacre lontananze  noi ridiamo

due parti di uno stesso anello

aperte,  nel suo lembo che ci colma

imparando di nuovo a camminare,  

come acqua che scivola tra l'erba,

tra l'erba alta

scrivendo,  senza più guardare

*

Lasciando cadere le mie mani

Avvolge il sentimento la parola

alza tutto l'universo in un ricamo

sulla pelle un pulviscolo di segni

da dove viene il vento al suo segreto

disegnando sopra Nina quelle luci,

nel colore così bianco della sera

tra la carne, di tutte le risate 

lasciate sulle viti e nelle mani

delle cose come un punto di raccolta 

per infiniti sogni sempre nuovi

 

viene nuovo un ramo a una preghiera,

quando tornano alla tana gli animali,

si radunano le teste dei bambini

nel breve spazio, da una bocca all'altra,

scintillano le storie sulle labbra

se l'idioma è un bacio, fra le dita e l'aria..

 

nella mandorla del mondo accosto il viso, 

accosto il viso e prendo sonno ancora

lasciando cadere le mie mani

come fossero dei fiori sulla terra, 

perchè l'angelo ognivolta che va via

ha   le ginocchia nere dell'infanzia

celebrando un altro giorno, ed una vita

rifiorisce sulla bocca, disegnando

un cervo una pianta la sua luce, 

ogni traccia di respiro, nella stanza.

 

 

*

piccola Abele

Bevo alla tua bocca, piccola Abele, 

dove gli occhi riprendono  a partorire

i contorni del mio viso debole,

nella stanza  dei colori. non somigli  a nulla

e rimani la mia lupa tinta in rosso-

un inno a combattere e a mangiare,

a far l'amore con le orecchie dentro al nido 

ululando la grande devozione

a occuparmi delle ossa- per il gioco della luna :

ed un bagliore basta,
un  capriolo quasi in cima, a una poesia
per  essere grandiosa, la forza dell'istante
che fa vibrare fino al timo col tamburo,
nell'urlo visionario del richiamo
le costole cominciano a coprirsi
della carne,  a respirare, intorno ai versi,
le nostre sillabe migliori, silenziose
nel cuore desideroso di morire,
con la pazienza selvaggia di rinascere
 
 [c'è un uomo non ferito, sulle labbra, 
che non ha paura di morire
spezzando il cuore, si riapre..  
somigliante alle rondini nel cuore,
piccola Abele, come cresci ora 
battendo il fiato corto lungo il tempo 
sospingi  il freddo nel fiore dell'amore
nel vasto mare della fiamma viva 
di chi semplicemente ama, e muta, 
per scoprire  la propria nudità, 
vergine ognivolta insieme
                                  dolce specchio 
in cui sorride l'immagine divina,
tra fiore e fiore, è il nostro abbraccio,
che rimargina il segreto dei fratelli 
 
... 
nel pozzo di ogni corpo, un cuore chiaro,
fratellomio, mio sposo  ]
 

*

La visione di Amapòla

" Come un fiume, una lacrima soltanto,

che scivola dall'occhio di chi sogna"

 

 

 

quando il canto tace in madrelingua

tu mi sfiori, come un fiume,

con Le donne che corrono coi lupi, 

se a notte mi rannicchio sulla soglia 

di una lacrima soltanto, del suo peso, 

lasciandoti arrivare fino in fondo 

 

è così che si completa il cielo

che scivola dall'occhio di chi sogna-

e benvenuto tu, nel mio silenzio,

che spingi i fianchi al caldo della casa

mentre muti la forma del destino

mescolando nella storia la magia

della zampa d'orso di una donna

investita dall'aurora contro vento-

circondato da carte scintillanti

 

è il Capodanno delle bestie che mi leggi 

disegnando l'Ararat e in pieno petto

un cervo bianco coi colori di Hokusai.

Non c'è linguaggio e gli occhi sono chiusi

nelle costole dell'arca come un chiostro,

tra le arcate dei capezzoli ti ascolto 

vibrando del più semplice respiro,

fingendomi quel cervo sulle gambe,

mentre corro al salto in braccio del ricordo,

con tutto il peso della luce, quando preme,

quando entri nelle pagine più belle, 

come mani piantate nelle neve,

nella nascita costante di noialtri

 

c'è una conca, una conca della luce,

appena sotto la clausura della lingua, 

dove si concludono le sillabe 

di tutta la visione di Amapòla-

il sussulto ed il calore degli odori 

usciti dalla tana come un canto

sui grappoli del vischio- e nel suo stare,

custode primo dell'amore e testimone,

muovendo in circolo le dita come perle, 

sulla mano di chi legge lo splendore,

ogni favola è piena di ginocchia 

che covano l'inverno delle ossa

salvate in fondo al mare con un sogno

che sale lentamente poi si dona,

in una lacrima sul volto dell'amato,

e cresce, baciando quella gemma,

come un fiume

fino a sorgere la carne,  per la carne

sentire il peso quando supera la soglia

                        una lacrima soltanto di Amapòla

                        che scivola dall'occhio di chi sogna..

 

 

 

*

Nel cantico lentissimo, Re Magio

..come si creasse ancora un mondo

nel rito non veduto di un credente,

la restituzione immaginata del parlare

a un bosco che non era il mio,

di quando ti cantavo che anche gli alberi

camminano e trasportano sostanze,

con l'aria invisibile dei morti

 

 

 

soffiando il vento dall'uno all'altro anello

con gli occhi d'oro nella luna della neve

mi sono venuti incontro degli alberi improvvisi

proseguendo in marcia e per colonna,

colonne d'aria di tutte le radici,

leggendo le mie vertebre e la pelle,

intrecciati e poi raccolti.  Appena visibili

sembravano provenire delle lettere

dove il bianco si apriva in mezzo ai rami

rendendomi visibile ogni luce

 

per l'estensione della voce

per fitte di dolore, l' ho trovato,

(nel pertugio delle lacrime)

nel sollevare il viso  a Montevenere,

il suo  celarsi risplendendo tra le eoliche

come dentro un sonno naturale,

nel silenzio  originario che indicava

un bosconuovo per lasciare i doni,

in una lingua sconosciuta e sacra

 

mi sono inginocchiata,  Yule,

piccolo santo e mitica bambina,

con le radici d'argento tra le mani

per metterti nei buchi le comete

con tutte le lucciole negli occhi

riunendo ogni bisbiglio con il canto

ti ho lasciato i bigliettini tra le pigne

immergendo le mie mani nel tuo cuore

per la  danza fino a Montemario

come fossi un piccione viaggiatore

 

ti sentirò volare  nell'orecchio

dai miei miglioriamici, al boscovecchio,

con il petto e con le dita,  nella pancia,

nel cantico lentissimo, Re Magio.

*

Nella durata minima di luce

Nelle nostre morti segrete,

nell'uragano del perduto

che non si lascia misurare,

l'Immenso è sterminato canto

che riempie di sangue

ciò che è senza limite..

 

Da un altro luogo, sulla terra, mi commuove

vedere  amina alla finestra, mentre prega,

nell'ora del cielo,  la  più bella,

dove qualcosa si lacera e si spacca

in tutta la  sua grazia  naturale

per distendere il torace di chi muore

nella tragedia umana del natale,

dondolando lentamente le ginocchia

sul carro dell'Orsa, la minore,

 

nella notte più lunga dell'anno

vengono a piedi  dodici stelle

e la figlia del fulmine, rossa,

con le mani che sanno di mirra,

una pioggia trascorsa alle orecchie

 

Ohh..C'è più del semplice passato nei natali

di quella volta che mi tenevi

coi capelli bagnati sul Savena:

tenevi la fiamma più piccola accesa

in cima all'abete, per ferrare i cavalli

nella tempesta di neve, e sulla ruota

cantavi del Re che diventava un bambino

nell'utero della dea, nella regina del gelo

eri l'amante,  il figlio  e la promessa,

nell'attimo dell'inizio,  di primavera..

 

dentro la finestra,  c'è la stessa luce-

come avevi sugli stracci allora

nell'aria stretta del rifugio, e poche cose

per non farci più vedere da nessuno,

nelle bacinelle il nome intero luminava

con i ferri di Nichole, con i ramponi nuovi

tenuti in serbo per Natale, per la neve-

se ti racconto ancora la bellezza

di come stringevo le sue zampe

tra le cosce, come tremavo inginocchiata

lasciando andare le mie mani

con un chiodo dopo l'altro  sugli zoccoli:

tra l'immagine e la voce ti toccavo

nella durata minima di  luce

col filo a piombo del signore,

piccolomio. Dove viene per morire

è trasparente la salita

e l'anima s'imbianca questanotte,

dove trabocca il mio presepe,

nel mistero femminile della luce,

divenuto intero. Io ti ascolto,

meravigliosa di tanta mestizia

e tutto quello che  posi, dentro claudia,

dove nulla è più vero di Luca,

con gli stessi occhi chiari degli uccelli

ti offro queste braccia per natale,

per l'amore di aderire con lo sguardo

fino a dove  ti sento risalire,

con un gesto che riposa ogni respiro.

 

Toccando l'invisibile mi sposo

con l'infinito ciclo delle palpebre,

il dolore appena fatto va alla gioia,

rifiorendo dallo stesso grembo

che gli dette vita per Natale.

 

*

Rimani

 

Un altro alito si tende  come al nulla,

camminando dal laghetto fino a casa 
va e viene, un piede dopo l'altro,
gettando un ponte dal verbo non caduto
 
la natura immensa d'infinite bocche,
oltre  il vivere degli occhi, tornerà,
in cima al monte pellegrino,
esponendo le mani come un vento
che lega ramo a ramo delle statue,
delle statue di legno piccolissime,
dove ora riposano le rose
 
c'è un momento di calma luminosa
che inginocchia fino a terra  la mia mano-
scavando nella grotta dei dormienti 
 il muschio  che porta alle radici
del paradiso fra  un uomo e la natura,
una piena sensuale nella gola
che discioglie la brina nel calore-
come chiedere rimani . Tu ripeti,
 a far parte di essa, 
 
 
la morte è solo spostarsi, 
con l'adagio piu bello del mondo,
a cantare la lunga durata 
delle nostre mani nell'erba.
 
 

*

Angelica, in un piccolo infinito

 

 

Angelica  trasforma le parole

con i gesti più  brevi della pelle

in quel  fiuto di speranza  si solleva

qualcosa di privato, le sue azioni favorite,

vissute nei colori,

con la danza delle mani intorno ai polsi,

nel reciproco sfiorarsi,  mi entra dentro

imparando  dov'è  che deve andare col sorriso,

col sorriso leggerissimo all'incrocio,

a non sprecare nemmeno un movimento,

rivelando più realtànascoste,  in un secondo

 

si  riaccende una gioia intraducibile

occupando il tempofermo  in qualcos'altro

diventando il rosso  un avamposto 

per vedere al centro di un accampamento

eppoi la prateria.. Si abbassa  ai vetri 

la visione, in  cosa viva,

Figlia del vento e complice-

per non dimenticare dove tutto  ha avuto inizio-

dalla rosa, tra i capelli, in Romania,

al temporale,  fra i suoi denti d'oro-

piegando il capo  per il pane in altre bocche

nel gelo della sera, ubbidendo alla natura,

con le mani macchiate di dolcezza

 

dove sarai già eri, per me, ogni mattina,

oltre la tua pena, un incantesimo

nell'offerta di sei  fazzolettini,

con la danza segreta delle braccia,

pari solo alla nascita di un fiore

che t'inonda, di tanta meraviglia

 

giunta fino  al verde... Scrivo,

di te che non mi senti,  ora

dove l'odore della pioggia cambierà

i contorni del tuo viso, mentre esclami

con gli occhi chiari e poi la voce insieme

che dice:  "mi dispiace di partire

di lasciarvi  tutti fermi al rosso"

allargando tutto un mondo con le mani

come stessi abbandonando una colonia,

dei piccoli animali,  da tenere a bada.

 

Un oroscopo commosso nel commiato

delle sacche intorno al palo della luce

e una porta che si apre,  tra i saluti,

una piccola elegia,  eppoi lo strazio

l'impulso ripetuto del segnale, i  clacson

lungo il viale Benedetto,  la partenza tra le mani,

le nostre, strette, con la certezza di altri doni

tra  lana colorata sulla  schiena

sospinta dalla tua bellezza, solo il tempo

di gridarti ancora- Angelica! abbi cura

Abbicuradite ragazzamia..

 

La tua assenza avrà gli  occhi per parlare

un'altra lingua nella musica che viene

da là, dal marciapiede, il nome  solo,

ogni mattina di chi con me ti cerca

per dare un senso all'azione dell'incrocio.

 

Ricordo  ancora di quel giorno ,

quando lampeggiava guasto  il tuo semaforo..

Ohh.. Angelica ! con la voce disfatta dalla grazia,

ti allargavi con le braccia mai senza sorriso,

per dirmi al volo che Dio ce l'ha con te

Perché La veglia del rosso è una preghiera

 al tuo lavoro. C'è una nuova Angelica da ieri

che muove fazzoletti sul semaforo

con un gesto secco e senz'odore,

del tuo splendore,  sui resti dei vestiti,

non  c'è nulla.  solo i piedi,  che sospingono

la voce a te dovuta  ancora in bocca:

il tuo sorriso che emerge dall'oscuro,

come penetrasse  tutto un popolo una terra

capace di rinascere qualcosa

come le focacce d'uva  luccicanti

tra le gazzelle e i cervi dell'incrocio,

mentre vai a te eppure vieni

verso l'altro, come se  tornassi a casa

tra i cardi e le pietraie per radici

mi lasci in fiore un minuscolo alveare

e un soffio che porta il nostro alito

nel posto dove tu non muori più

di freddo

 

Tutto è più vivido stasera

di quanto era  reale appena ieri

nel tuo modo di far scendere la pioggia

sotto l'asfalto che reggeva il giorno:

tu rimani, in un piccolo infinito,

nel cuore di Bologna, appena fuori

che mi chiama, nell'ombra  che risale, 

come un arco teso dove manchi,

al finestrino-

è una piaga luminosa che ora batte

che preme per saperti alla tua terra.

*

Dentro il chiarore del tuo sagittario

E sai come attendere ancora

camminando con gli occhi

a piccoli passi

tenendo la voce nel petto

come fosse una stanza,

una limpida stanza, nella limpida pace

per vivere ancora. Colma di luce

 

ho scelto un angolo del mio giardino

da dove si guarda nel boscovecchio,

al centro esatto del mondo,

ti ho veduta tagliare la torta

sulle montagne leggere

con un filo azzurro sul ramo

viaggiando a ritroso  dentro il chiarore

del tuo sagittario

venuto al primo giorno in cui raggiunsi

la riva occidentale del dolore

nel sogno di qualcuno che non nasce

faceva male

questo anelare che ora è gioia

inciampando sulla pelle della Bibbia

tradotta in minuscoli frammenti.

 

Quanto è vasto il nostro essere figli

se da lontano ti alzi dentro i boschi,

sullo specchio dell'anima, silenziosa,

sotto le volte delle più alte cavità:

inginocchiate al nostro Garizim,

dove la sorgente allarga il corpo

con le ossa esposte ai  vasi d’oro,

bagnammo i nostri nomi nel presepe,

con il  bianco eolico degli occhi,

sfiorando come cieche  la natività,

finchè il cielo discesce  per  toccarci

mescolando sull'orlo delle vesti

la  veglia della neve per  Natale.

Qualcuno arrivò come a coprirci,

un Angelo forse, con la testa di un bambino

nelle profondità dell’incompiuto..

 

c’è un’emozione tenera ad Oriente

del dolore, dove indietro non si grida,

nello sguardo di un'aurora senza sole,

che custodisce e vive, disegnando

un arco luminoso che finisce

indistinguibile, sul mare addormentato,

che entra nell'amore commovente

gettando  a poco a poco la zavorra,

e nel tempo della sua composizione

anche il ramo solo di un abete

fa un giardino  intorno alla sorgente,

pulsando nelle pieghe della mano

e in altre forme, sul capo, ai miei domani,

la stessa comunione, coi piedi carichi di seta,

una lezione della luce, ancora più leggera:

 

un presepe immaginario, tra l'ombelico e il seno,

annodato  sulle reni  con la forza della sua fragilità,

ritma le mie feste dondolando,

con tutta la lentezza del tuo viso,

il canto di un sentiero tra le cose

che non mi hanno mai abbandonato.

*

Un soffio è stato il fiato

Quell'ultimo sguardo appoggiato sull'uscio

prepara l'inverno, e la terra più nera

consuma la luce sopra il pianoro

insieme alla notte. Non si ferma il mare,

nella follia  chiara degli occhi,

al rito di toccare con le mani

mi raccolgo nel suo viaggio d'acqua

stretta  come il vischio addosso al pino

 

siamo una coppia salendo per gli dei

nell'unione perfetta dei corpi

tra le curve dell'8 dicembre

non esiste un giorno qualunque,

sappiamo  se  lei è qui che passa

se con la mano ascolta. La quiete che fa,

mescolata nell'aria,  come sognando

si adagia sul ventre del tempio

che alza le vele e si annuncia:

 

È una nave,  il tuo ospedale

che va verso una notte profonda

e qualcosa di grande, tutta per sè-

l'eternitá che  nasce morendo

sull'albero come le foglie, ripeto,

inginocchiata nella stanza , d'argento,

tra i pezzetti di una mela, luminosa

 

era lì la monaca, la sposa del Bellaria-

leggerissima dopo le preghiere

dove il vento si ferma nell'orecchio,

con le sillabe azzurre tra le parole, e i fiori

in te, nessuna macchia- e simile a un vapore,

che il silenzio ha formato nella bocca

con l'ultima voce di una creatura amata

che ha lasciato il calco e il guscio,-

la diga delle lacrime di chi

non ha fatto in tempo  a dire

il proprio nome con il corpo-

con la lingua di bambino, e la corona

dell'assenso per tornare a mani giunte

 

Tremava  il tuo volto nella maschera d'acciaio

vibravo io, sgomenta,  col respiro che reggeva

le frustate impresse a forza ed assistite

dentro i tuoi polmoni, è accaduto qualcosa

di drammatico, di fiati che si passano calore

come il tocco lieve degli uccelli,  in quota

 

un soffio è stato il fiato, di una donna

intorno alla parole: " il cuore di suo padre

ha fatto un salto,

un drammatico salto positivo,

discendendo il fiume estremo di una vita,

che non conosco, dove nessuno arriva"

 

sull'alta cima  è una voce sussurrata

che allarga  con un battito  il respiro

brillando nelle mani della notte:

sul pianoro dei tre pini  c'è un'estate

che canta in fondo al cuore dell'inverno

il tempo di un segreto, che ora preme

per tornare con il seme delle onde

sull'albero da cui si vede il mare

*

Con un filo all’orizzonte c’è mio padre

È la prova più grande,

nell’oscura sorgente

giacimento di luce, di forza

chiamata ad aprirsi,

nel colpo di tuono

 

ricordando che siamo già nati

ti accompagno, padremio...

camminiamo fino al nucleo

del nostro matrimonio

per partorire  il figlio che ora vede

che emerge dalla madrenera,

coscienti della luce che essa porta

 

il taglio nei polmoni

è la breccia che conduci sull'altare -

nell’orecchio, meraviglioso nato

da un silenzio così grande,

labirinto e mandala dell'avventura umana

nella conca che contiene l’Om -

fino all’apertura, all’effetha che unisce

la dura madre con la pia

lungo tutta la salita dell'albero vitale

 

è il mare dei midolli  che si ritira

per brillare fino alla camere nuziali

dove si spande in  bianco la corona

col suo primo raggio, col corno d’Amon

e i capelli piantati nel cielo, illuminati.

 

Sono tutta la donna che canta, tua figlia,

la sua preghiera silenziosa, 

nella lingua madre di un bambino,

sotto le coperte, eppure, tu, 

mi guardi come se corressi

annidata nell'utero invisibile del bosco,

dal buco notturno della stanza

con un suono ulteriore, minuta, 

per rendermi forte alla vita

l'orecchio più debole, in fondo

 

nella mia corsa a perdifiato 

per sottrazione prendo forza all'ospedale,

dall'assenza  che rinasce la potenza 

e il salto nudo, per vedere, 

attraverso le ossa della carne,

l'abisso della gioia, nella piena

del tuo andare,

udendo per la prima volta 

spandere  il tuo tesoro:

 

il ritorno dell'eterno, che coincide con l'origine

di tutte le parole nella bocca. Madre,

il tutto che ci manca, in cui manchiamo,

nel sublime, c'è, nell'albero in travaglio

la Fratellanza  di una notte umile,

al separarsi delle sue mattine,

al chiaro venuto dentro gli occhi

lanciato in direzione di quel sole

che pulsa come un tronco a filo d'acqua

che ti siede sopra il cuore come un frutto

 

è  mansuetudine al vento prealpino

negli specchi rosa dell'anima all'aperto

lo scintillio che fa spiragli tra le mani

lasciando per visione ciò che manca

come tra le gole di montagna

o camminando per Palmira

abbagliati dalla polvere del cielo,

stesa al suolo con un filo..

 

Con un filo all'orizzonte c'è mio padre,

di un blu assoluto, che rimane

*

Da luce a luce

Tornano ancora brevi come lucciole

le voci colme di chiarore dentro gli occhi

il centro è raggiunto, la casa del mondo,

se a sera ci raduniamo  sopra il prato,

un'ombra fuggitiva di piacere

si fa immensa, grondando di bellezza,

nella luce da cui spiccare il volo,

se nulla più trattiene,  il velo

si alza muto.  nel rito di purità

mi manca la tua lingua il lago e il bosco

eppure, nel vedere sorgere il mattino, 

dove finisce  il mondo della carne

per toccarti sul confine senza morte

con  le  aureole più piccole di pane

insieme al patimento delle spine

ricominciamo l'ederlezi delle rose

dove i venti siedono, sfiniti.

 

Ravvolta nella grazia del mistero

si fa  luce tra i carboni in mezzo al cielo

la tua nota, che termina con eos-

 

era solo ieri che di lei  sognavo

che bruciava diventando vita

nella stanza di commiato sotto Ischia,

dove crescono semi e fiumi e vermi,

una camicia di stelle di fuoco sulle spalle

tra melodie degli occhi lividi di pianto

veniva dal nulla, nella danza di Siva,

offerta alla luce migliore,

una fenice vicina a morire

cospargendo il suo nido  di fiori

dentro una nicchia di sole

 

rifiorirà, accovacciata sull'erba,

per l'ultima meta d'amore

guardami adesso, mio signore,

dove ancora sogno sui giovani alberi

ti racconterò di come entrammo

dalle vene luminose degli sposi

per la dimora preferita, nella mandorla,

a San Severo, tuedio

scavando un tunnel lungo fino in Tibet

per condurre insieme i nostri anelli,

anche quando fa male, da luce a luce

*

Siamo completamente soli e onde

Fu un atto di silenzio, un gesto d'ammirazione

di fronte all'abisso del mistero,

come a ricevere il potere di sospendere la domanda

con le mani piene di lettere persiane

volevi costruire la nostra casa

di sostanze viventi, le porte di musica,

un luogo nel quale congiungere le verità

e le illusioni.

 

La strada era l'acqua, a ricevere la voce

non siamo immortali ma eterni

nel lago profondo di vibrazioni

dei seni infiniti della natura

 

Ricordi quando di fronte al tuo quadro

noi stessi eravamo la fuga?

Un corpo interiore di palpebre tagliate

camminava realmente e portava la luce

mostrando la bianchezza delle ossa.

Era vero:> Le ossa fioriscono,

la visione in sé le cresce, rotolando

come le cinque magilloth ed ora..

stendi il tuo mantello con l'azzurro dentro

dormi  sull'acqua con me

dov'è limpida canto il canto di Ruth:

 

una ghirlanda di frammenti ci riporta

all'origine, un alfabeto si diffonde nel lavacro

con tutta la forza vasta e terribile

preparando il natale sempre più

ciò che è vero, che scorre

le nostre membra intorno al falò.

 

Vedremo con le mani  nel pozzo originale

fiorire un gambo verde all'incontrario

nel ricordo della luce, nel possibile che sogno

faremo contatto con l'eterno,

dove siamo nati prima-nel movimento della quiete-

mangiando il sole, e il suo splendore

e la luce della luna. Vedi quanti buchi

ci siamo fatti ! dove passano le cose

che accadono nello spazio vuoto

della fessura,  tra il nulla e un altro nulla,

noi danziamo su quell'orlo! per finire il ciclo del samsara

ci vestiamo così, coi cinque colori,

col mandala che hai disegnato per noi

e la forza, forte di ogni forza,

rovescerà  l'8 sul cappello del bagatto

fermando le scimmie da un ramo a quell'altro

e il  karma alla vita.

 

Ohh.. non costruiremo più una nuova casa,

per ottenere il silenzio, scorgendo il divino

che è in noi, costante dimora, col matto

cammineremo, col fagotto del coraggio,

nella libertà perfetta e spaventosa

dell'andare avanti, testimoni,

tra zolle di terra,  di pietre d'oro,

non suscettibili di bellezza,

formando una corona,  un esercito

di figli della luce.

 

Non ci sono riti sufficienti di soccorso.

Siamo completamente soli  e onde...

 

solo se ti giri, se mi guardi, faccio corpo

se mi perturbi in tutto l'universo

ti tocco, nell'istante infinito di distanza,

per mettere insieme tutte le scintille

dei frammenti degli specchi,

per rendere,  nelle mani di sofia,

quel sorriso uno e testimone,

dissolvendoci soltanto

nelle radici della sua natura.

 

https://www.youtube.com/watch?v=sS-kY1hBl90

*

Dove mettono i piedi per bagnarsi

C'è un canale buio sotterraneo

che sbuca in una piccola cappella

per raggiungere i polmoni,

appena fuori dal tuo cuore

e un piccolo mulino che mi avvisa

del focolaio d'acqua che si muove 

nella pausa del respiro come in piena 

seccando le montagne 

sull'enorme fianco della terra

 

nel mio orecchio debole fruscia la luce 

della tua sposa già negli occhi

mentre mordi il pane per raggiungerla 

è con la volontá del frutto

che vuoi cadere, nel tuo solco

legando la carica del vento

con la luce fioca che ti resta 

nei movimenti brevi della pelle 

racimoli la danza in quell'istante

ti sollevi ripetendo l'ombra

di un profilo che non muta 

il tuo sorriso, e una voce dentro

nel tragitto silenzioso verso il sole

 

dal foro stesso delle lacrime

dicono che il mare accoglie il mare

che copre ogni distanza.

Se c'è un fiume in piena luce sul tuo viso

è da lì che viene il suono_

                                     senza suono

che fluisce senza fine in altre acque

 è da lì che passan gli angeli

dove mettono i piedi per bagnarsi.

 

17.11.2014

*

Lacrimagliocchi

 

Tu  canti il sogno
e tutte le sue braccia
nella mia gola 
 
si svela il volto
la luce nei capelli
germina sole
 
ad occhi chiusi 
con la pancia del cuore
lacrimagliocchi  
 
sostanza viva 
abbaglia nell'abisso
in quell'ascesa 
 
si partorisce 
ogni passo di terra
dentro le stelle
 
è la scintilla 
nella  culla  del sogno 
che va alla gioia
 

*

Fa buio da tanto biancore

Nella stagione delle ciliegie

grondavano arance i suoi occhi-

con un filo di bisso

prendevano il posto all'estate

nei cerchi del sole- a dire la pena.

E poi il silenzio, nello spazio nevoso

dell'anima.

 

- doveva essere questa la sua storia,

la parte più antica:

era messa  di fronte alla luce,

distesa, come un piccolo mondo

la carne parlava un dialetto,

una nenia, scolpita nel legno,

al centro del campo-

 

è ancora calda l'aria..

e il ricordo sta in una mano:

tramanda uno sguardo invisibile

quasi  altra forma del corpo

nel  viso d'acqua scavato in preghiera 

una breve luce invernale

nel flusso di buio la chiama 

mangiando la neve che cade

-a Natale, sono a casa- ripete-

risparmiami un po' d'uva-sorridente-

 

La terra dove io sono è l'anima

si è solo nascosta

nella cella delle stelle

la ricompensa per il silenzio

è il suono,

l'incontro in una lingua straniera

dove nessuno è mai penetrato.

 

Fa buio da tanto biancore

e s'innalza  fino a straziare

i miei occhi più chiari

come acque si rompono,

per spiccare la salita,

affondando nel sorriso,

                                   che mi salva.

 

Bentornata...adesso che mi guardi,

con gli arcobaleni nella notte.

*

Come l’acqua nella sete

Luoghi templi orme, il tuo paese

delle nevi raggiunte in solitudine

nel sottovoce delle ore scure

della notte. È la musica,

che sta tutta in una mano,

dal polso alle dita,

le più sottili pulsazioni,

poi si chiude, per calmare..

 

Un passo solo, e sei lontano, mille

rimani qui vicino,

nel vuoto che m'illumina

può entrare il tuo silenzio,

come l'acqua nella sete ed io

ripiego nel pozzo, medicando le mani

passando una garza, lieve..

 

Alito appena, sai ?

Accompagnando la respirazione

come un bimbo

per dissolvermi con essa

nella fascia della vita,

mangiando corpi celesti,

il sigillo delle nozze

tra il quotidiano e il paradiso

si riscalda, un umile ruscello

come un'erba dal nulla

 

mi guardo, nuda dalla luce,

al buio penetrando per un poco,

porto con me ciò che non ho preso,

l'ineffabile segreto della lingua

dell'amore, che non ha ritorni

 

la lingua sacra, resta,

alla propria dolcezza,

il succo che la riempie,

e appena giunto all'orlo

già ricade, e s'innamora

felice

 

Così mi toccano le tue mani

come se il tempo ricominci

amanuense del giorno

di luce carnale, belva,

per viaggiare nella gioia

della tua verità,

la lucciola è a un passo da me,

come persa nella notte, tuttavia

la vedo palpitare dove muore

la fiammella

diventa un pulviscolo di stelle,

nel tuo nome

 

chino gli occhi, più sola, più mia

per rifare il salto, daccapo,

poggiando le punte dei piedi,

un punto, un contatto leggero

poi…ho trovato proprio te,

una bambina,  figlia dell'uomo.

Non ti eri persa, hai tolto,

quando pensavo di trattenere,

facendo nascere il mio destino,

nella posa del vino, dei sogni

la vita.

*

Dal sentiero alla sorgente luminosa

 

Dal sentiero alla sorgente luminosa 

è buio come dentro la foresta
eppure, nella pausa del respiro
se carezzo i rami di nepente
come liuti, per poterti rivedere,
mi sollevi con la voce sulla soglia
-tra  le braccia profumate con qualcosa
da riempire al crocevia dei nostri sguardi-
passati per le mani, uno ad uno-
 
con la strato terminale della pelle 
dell'anima che fai vibrare in aria-
l'alef che soffia e incide lentamente
il primo suono venuto  sulla terra-
con tutte le sorelle che danzando
giungono a  due luci, nella notte
 
[ non puoi nemmeno sentirle mormorare
tanto son sottili le distanze
dei volti degli assenti, le iniziali,  
col moto delle mani  verso  oriente:
annunciano che batte un cuore in corsa,
ebbre di mistero innamorate ]
 
canteremo sulle pietre per ciascuna
la scintilla che rivive dentro il nome
di una splendida parola, sulla lingua
 
se questo è un segno,  è  chiara la corona
tra i capelli, la forza del signore
che tu sei,  lo sposo e  l'increato insieme
il grido che rilanci   ad occhi chiusi
e le radici,  che non separi dagli uccelli, 
prima che il sole sorga,  per volare,
dal sentiero, alla sorgente luminosa 

*

Questo è il bosco, ed il suo viso

Un animale selvaggio,

lo spettro luminoso di ogni giorno
salendo per gli  dei, 
e  tutta la sua indole nervosa,
mi appare chiaro, ma non dura,
non dura più di un lampo nel morire
all'ingresso della sera
la tragedia della giovane paura
... una voce umida, 
poi, la musicasoltanto, la musica più viva,
a quell’ora, lo incorona,
oltre i margini segnati dalla soglia
d'invisibili silenzi, nella nebbia, 
toccando col duro della terra,
una linea lontana  di quiete
scalda  i minuti alla notte,
il ricongiungersi al fantastico dei passi
col moto delle  lucciole  sui piedi,
e una lingua di neve, che conosce
piccole bare di  memoria,
portate da un verso continuo
alla grazia divina di un canto 
 
è un corpo senza segreti
di un cenno verdeprofondo,
tra l'acqua e la terra,
la stanza più intima. É un viaggio 
con le bestie, a bere,
senza  un vero ritorno :
negli abissi lucenti
basta sfiorare la fonte coi polsi
e lievemente, per vivere
con un gesto trattenuto come sacro,
qualcosa tra le mani 
nel perpetuo giro dell’umidità,
più pura di un sorso 
si apre l'impenetrabile,  si allarga
il segno del passaggio che concede 
la luce di una sovrana guarigione
 
Tutto è quaggiù,  da tutti i secoli 
è dentro che si bagna- 
con la sua lenta saliva, 
per toccare ciò che non si vede-
il ripetersi del nostro amore
animale nel sangue dell'altro
 
Sapevo che eri qui,
distinguo ancora i tuoi capelli
tra le farfalle azzurre sorridenti
e lei,  sugli gli alberi...Lei così  bianca-
con il velo sulle alture, 
il suo velo d'argento nell'eterno
ruotare delle ossa,  con  la forza
che annida il cielo dentro al seno-
spingendo nella stessa danza il moto
nella corte del vento,  nella pioggia
la processione degli istanti 
di piccole strade iridescenti-
nel mistero dei miei occhi :
irrompe la bellezza,
veritiera, tra i capelli,
la fenditura del miraggio 
dove cresce la tua pianta
                               selvaggia
 
Questo  è il bosco, ed il suo viso- 
capace di spingere i miei monti
fino alla terra che più  amo 
e inzupparmi tra le rose
   a picco 
sul sentiero di Duino- 
 
rinnova il parto, nel grembo della sposa!
dove affondano i geni altro amore 
che attrae,  nel canto chiarissimo,
perchè s'illumini il confine:
 
sommergimi di luce, come lei
con le rose di Duino, 
cospargi la tua culla
fra le zolle della carne
innalza la marea 
e una preghiera lunga
fino all'albero del noce

*

Terra di minuscoli pastori

 

Terra di leggende cantalupe
di miraggi, di minuscoli pastori
e fosse solo questo basterebbe


toccando la distesa del mio cuore,
è qui che canta l’acqua e si ripete
chiara, nelle curve che dispiega
sotto i piedi della lupa con dolcezza
sulla pancia bruna dell’ascolto
fino al rosa della lingua e tutto l’oro
del
 filo che discende nello sguardo
camminando sul segreto delle ore 
non sente che quel battito di vento
a pungere la croce tra le mani,
la scintilla, nel paradiso delle voci

 

 

vorrei discendere- e come  pura-

nella tua profondità, nel sole,

ricevere la luce, stupefatta

come una madre chiusa nella goccia

della tana naturale dei miracoli

col vestito dei segreti dei bambini

a prendere cristalli nel tuo fiato

che cola nel silenzio dei neonati

forando il cielo come un minareto

 

poi tessere coi fili della luce -

la parola che immacola il pensiero,

una chiusa nei polmoni delle stelle

dove i nostri cari son tornati,

con la dolcezza più grande  sulle spalle-

 

guidata da lontane vicinanze

mescolando l’universo con le membra

coi miei occhi al culmine del sole

per toccare il mondo delle madri

nel perenne punto di partenza

 

C’è altra luce che trapela dentro,

come fosse  un minuscolo infinito,

una lieve sorgente di calore-

dove il tempo non scorre, ad occhi chiusi,

per generare limo, quello che noi siamo

con la forza misteriosa che diffonde-

nel buio immacolato, sulla terra

 

ti troverò, nel sonno senza sogni,

ancora Re dei mie bambini, in fondo

al campo degli zingaridanzanti

salteremo nel plasma dei colori

come torce nuziali sulle tende

portando nella  bocca una canzone

un sigillo impresso sopra il  cuore

dove brilla al centro una figura

una compagna di viaggio, nell’amore

il testimone-sublime, l’ancella:

 

lo splendido figlio che noi siamo

dischiusi, con un salto dal suo grembo,

con lo scatto impetuoso sotto i piedi

e una cosa sola nel profondo,

 stessa terra di minuscoli pastori.

 

 

 

*

Chi sognando insieme crea

 

Dormivamo ai  ripostigli della neve

per vegliare il nostro cuore, religiosi-
per scaldarlo come un frutto, e l’allegria
dei segreti delle streghe, maestose

nella tana della gioia : per sognare,
con le trineazzurre dentro gli occhi 
di 
 chi comincia un gioco nuovo- per volare 
da quel ramo più alto sulla neve,
nella carne bianca della notte

senza muovere le labbra, essere a casa.


 
"Un vespro lentissimo regge il futuro
alla parola mancante dentro le foglie,

eppure la terra si apre nei sogni, 

col respiro regolare di una vita,
come il salto più ardito sullo stelo
del divino, che germina sottile 
il seme di una pioggia luminosa,
la devozione quieta tra le gambe 
che esplode 
 in sonnovivo,

nell’oscuro mare del sapersi,

sul penultimo confine- mi ripeti-

 

dal punto intenso di splendore,
-che illumina una sola parte e piccolissima-
tra le fibre della nostra luce,
si congiungono le scapole 
a costruire un improvviso sopra il niente,
usando l’energia con un agguato,
lungo il sentiero che batte come un cuore
a pane e acqua; il tempo si comprime

fino al luogo dello scontro, per la vita,
nell’orgasmo fermo dell’unione,
per mangiare 
un sogno liquido nel fuoco

dal profondo, un coito d'oro,

del dono dell’uccello"

 

È un fulmine in tutta la sua ampiezza,
che arde quando muove - un'aquila,
che ferma il mondo, ed i pensieri -
un colpo solo, preciso ed accurato-
strema la mente che fugge che ritorna 
indebolita- per il salto

il mio vuoto si è proteso fino al becco

per toccare, ovunque sia, il tuo centro:
riportando la forma sulle mani
delle cose che non abbiamo visto mai.

 

torneremo a sognare con il vischio

coi nostri volti accesi e i piedi scalzi-

mischiando tra le foglie benedette
le nostre schiene ebbre sulla soglia-

nel vedere in pieno sole, 
il canto che la neve fa piovendo
intorno al raggio, 
al folle volo del contatto,
slanciando particole di luce,
per restare sull'orlo di un orgasmo?


 
"Allora non ci siamo detti tutto, amoremio-
nè scambiati 
 fiori con le dita,

nella velocità dei sogni, troppo giovani,

per restare immobili a toccarci-

una coltre bianca  ci copriva il viso.."

 

tuttavia mi vedi ora e sai che ci appartiene,

che prosegue il sogno per il centro,

che sale  con immensa ubriachezza
sul punto rilucente dell'unione 
al grido di chi nasce dentro il fiato 
di una luce senza terra che finisce
nel tuo mare primordiale: è una parola,

 

che commuove a pronunciarla,

insieme,

sul bianco che congiunge all’energia 
di chi sognando insieme crea.

 

*

Col vestito dei segreti

 

Salgono dal basso le parole,

col vestito dei segreti. dei bambini

a prendere cristalli dalle stelle

sul solaio delle meraviglie

 

è lì che torni per vedere

nei discorsi contenuti nel silenzio

che qualcosa si stacca dal niente

poi ride , senza memoria.

 

La parola che sussurri,

che ti basta,

immacola il pensiero

ed il tuo fiato,

                            cola

nel tempo dei neonati,

tra l'uno e l'altro mondo,

la discesa del suo canto.

*

Un’iride dal nulla

Mentre beve lucidissima d’un fiato

le splendide membrane della notte

è così vasto il  dono di mia madre

che scende  nella stanza delle rose

con le mani giunte sopra gli occhi

 

è da  lì che la vedo danzare

con la voce nuova di mio figlio-

l’ascolto del suo polso

unito al mio-

al passo di chi torna fra le labbra

con un’ostia, che diventa quella luce,

che canta quel che sai, come ogni anno,

la più bella fioritura tra le cose

 

..nell’immenso

lascia che si posi

una sera così rara,

tra i solchi della pelle,

un’iride, dal nulla-

 

per essere vicina ed invisibile

corrente primitiva nella carne-

 

sul sentiero

che fa dell’anima una terra

smarrisci il  fiato, tra le dita,

la dolce discesa dello  sguardo,

nella tana dell’inverno

*

Varchi del rosso

Se tu potessi risalire nel cammino
la rosa del giorno che dovrà venire

sotto le onde della voce, dietro le leggende

c’è una dura disciplina,
che l’ha condotta alla resina sui polsi,
che apre in altri versi il campo di una lacrima.

 

Una pioggia di gesti viene giù

dalle parole che ti scrivo, un fiume santo

s’impossessa dell’aria fino  al collo,

con morbide punte d’amore sopra i seni,

dalla magia del tuo tocco. Ore, acqua

si cercano tra la saliva del tempo.

La meraviglia che lascia il segno

fa tornare la visione e un sonno uguale.

 

Nel colore così bianco della sera

io  sognavo la tua cura, nel sale della vigna,
separando codici e sorgenti
dai minerali della terra,

e il rosso andava via per tutti gli angoli
si dissanguava,

assumendo la potenza dal colore
nel balzo dei pianori. lo sentivo 
cercare un linguaggio colmo di bellezza,
la madreverde risparmiata dalla luce.

 

-com' è ostinata la bellezza
come un secondo cuore, difficile da contenere,
in un più piccolo spazio, violentemente reale
si librava in anticipo sul vento,
per rifondare la propria parola,

per dare ancora un nome alla festa;
cantando i silenzi intrecciava i colori
pronti a migrare nei luoghi più caldi
come uccelli dal bosco-  Lo chiamavo, 
con la rugiada sul seno, ad orlo di luce, 
nella fragile danza degli equinozi

premevo lo sguardo dove trovare riparo
alle crepe del vivere; in ogni taglio
inventavo una storia tra il giallo e l’azzurro
raccogliendo le sfumature con una carezza
sulla veste più chiara riponevo la schiuma
a creare una luce ed una canzone per te,
visibile appena. - ohh!  non importa ascoltarla
il corpo l’avvera celando le note e tutto il candore
nelle sue terre interiori, in un sogno
disciolto nel sangue - Un antico tamburo

condusse la pancia sul fondo del cuore,
tra i nostri piedi sacri, con le mani piene di pupille
per toccarsi uniti al centro
di un uovo luminoso un nuovo cuore,

con la forza che fa crescere lo sguardo

sulla pozza delle meraviglie.
 
 
Un viaggio essenziale tra i varchi del rosso
che allaga nel  petto, che va alla gioia.
Prova a coprirti gli occhi, amore,
prova a guardare il filo d'erba
sotto la neve luccicante
torna la visione e un sonno uguale,
passando la spirale fino in cima
c'è un albero nell'albero,
ad ali tese, alla sua luce, siamo noi
sulle tre fascine nuove  
che mettiamo tra le pigne le parole ,

ed altro erbario sulle punte
e le sue stelle, nell'enorme vuoto
da dove viene il vento
degli uccelli innamorati.
 
Come un respiro di silenzio tende l'aria

al viso delle origini, al risveglio,
un retina grande nell'ascolto,
non il suono sul timpano del tempo
nella mente, di ciò che non si vede
da parte a parte tra le tempie

il tuo viso è la mia parola

Forse era scritto che così

doveva essere la storia,
che il rosso si slegasse in fiume
e in aperta piena il suo profumo
affondasse nel sogno. Benedetto


tu sia, allora, e quel colore
nella sua più lunga danza,
sopra l'orizzonte del vissuto 
nell'arca dello spazio: 
quel chiaro dell'aria che ora trema
è un campo fiorito con le voci
che danzano sul filo dell'inverno
nel fiume che trasporta la montagna 
l'arrotolarsi sacro della luce
che ripete i nostri passi tra le gambe,
il suo frasi frutto , che dovrà venire,
nel saluto di novembre.

*

Quello scricciolo che m’insegnò a volare

Coincideva con la poesia

con la parola improvvisa nel petto-
alla forza dei pazzi che l’annuncia

dopo l'ultimo congegno della mente,
l’insinuarsi nel magma  ubriaca

per compiere la terra finale nel buio

arretravo nel nulla del vuoto,

di un ricordo interminato dei fondali,

in cerchio di danza,- sull’orlo di uno stelo

lasciato dalla prima sillaba

 

fu chiaro il furore, due lampi

nel verde del tiglio e una febbre leggera,

nel suono del vento, uno scricciolo,

un angelo sottile mi rapì,

sulla cima del Tauro, nel grido invisibile

rovesciando il respiro in avanti

un solo sguardo.. è la luce nel varco

colma di ogni richiamo alle pietre commosse,

fino alla casa degli antenati

 

custodiva  nel viso me stessa

in forme infantili, e in cammino
generava un'antica figura a metà
tra i santi cristiani e gli spiriti delle tribù 
nel luogo dell'aria più inabitato
e pregno di materno sudore

nella tensione del corpo eccitato
per venire con  verità nella carne,
con una sola goccia di splendore,

a stringere il mistero. Distesa, nella calma,
tra i colori di una pianta sconosciuta,
dove la parola si fa corpo che si apre,
pronunciando il suono con la bocca
che l'ha generata all’apparire:

un tenero abbraccio per saltare nella nebbia

nella signora del gioco, e quasi un passo

nel tuffo di partenza a premilcuore
che liberamente invade con la gioia, 
una danza per accenti e lallazione


Ed è quando la pesantezza m'impedisce
di riaprire gli occhi che ti vedo
con l'intento di arrivare a risvegliarmi
in un altro sogno,
dove siamo noi

in altri mondi, ed al risveglio

non diciamo:  ecco, era un sogno-

d’indicibile esperienza noi saltiamo

ebbri d’esistenza, per nascita e destino

sul cammino appena schiuso.

 

Matrice d’ogni luce,  viva

tra parole da raccogliere nell’erba

fino alle labbra, ancora incerte

a prendere radice, appese all’aria,

a raccontare dal luogo del ritorno:

l’azzerarsi della terra sotto i piedi

di quello scricciolo che m’insegnò a volare

*

Un premio di luce

Come un’onda lunghissima,

nel silenzio di coppia,

offre la gola, sulla strada del lupo,

nel tratto più intimo della sua esistenza;

sulla terra necessaria e finale

una storia di sguardi e di nascita

scolpiti nella pietra, a passi lenti,

un osso al sole che entra nell’acqua,

per chiudere l’episodio della notte.

 

Qualcosa di naturale è accaduto

nella comunione  del silenzio,

la conoscenza di una fusione assoluta,

nel riserbo, un premio di luce,

si trascina per la campagna,

si vede all’aperto-  la timidezza

di una trasformazione

costruita insieme, seguendo le tracce

di un’antilope all’alba, come un seme celeste,

una limpida pioggia di frumento che cade,

lasciandoci privi di  fiato-

da come accoglie. E' un giovane anno,

un nuovo spazio,

un luogo in più, dove tornare,

attraversando due occhi, gli stessi,

i primi che osarono,

nel silenzio contratto,

saltare

*

Con la nostra nudità che luccica

Celebrava il rito dell’amore,

il suo più alto lato,

sulle lastre di pietra,

irrinunciabile



Ho inginocchiato gli occhi, al tuo vedere-
un movimento lento,
dal buio alla gioia, 

teneva tutto nella sua luce futura-
mentre pregavi ai fianchi di quel letto
ero nel mio tempio, su alla roccia-
tra i nostri passi, appena disegnati,
silenziosi,
come animali nella notte,

vulnerabili con ondate di bellezza

e codici sottili di linguaggi,

-con l’urgenza di ascoltare il soffio

e le tue mani colme di frammenti

che prendono la vita, per portarmi via

di sogno in sogno, in un brivido segreto..
più in là, più dentro a quella luce-
nell’invisibile arteria della grazia
che permette di nutrirsi e fare spazio
tra la ruota, il cerchio, e la sua croce-

fino all'ombra dell'Amenta, alle sorgenti,
all'arcobaleno delle cose non ancora nate.


Sui covoni illuminati siamo noi

sull’erba dolce, e di un azzurro lieve,

incuranti delle regole periodiche,

per assumere l’immortalità:
un breve istante per riceverti

con la terra e con il grembo, darti un figlio
per ognuno dei colori conosciuti
alla tua fonte immobile, nel sogno
 
per questo canto puoi sentire come corro,

se mi muovo sulla curva della luce,

un vento largo che si erge  tra le gemme

di calore: è il nostro spazio a compimento,
il bianco inizio di una  liturgia.


 
Tutto si compie all’altezza delle braccia,
nella baia tra il seno e le sue spalle,
 con le mani innamorate, voce a voce,

ci diciamo una magia per il Natale,
 per riempire a semi verdi il cuore

con la nostra nudità che luccica

 

Roberto Ferri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

             Opera: Eternità

              Roberto Ferri

 

 

 

 

 

 

 

*

Il nostro andare via

Al limite del mutismo,

in un’altra durata ti parlo,

con un sorriso quotidiano e solenne,

in un luogo distante dall’avere-

 

Nessun campo lungo

tutto avviene dentro le nostre voci,

non c’è spazio tra il manifesto

e l’invisibile,  pulsa

la forza di ciò che è segreto

tra le parole- respira

e rimane colmo di noi

il viottolo intorno all’azzurro

dei tuoi occhi di golfo

 

Il mormorio alla stazione

compie un lungo cammino

impregnato di silenzio, ora,

prima di posarsi pieno sul foglio

e una forza verticale si prepara

a un agguato nell’ombra della sera:

una miniera di sguardi che si lasciano

si avvicinano…poi si perdono

pronunciando un credo

per un presente eterno

e un istante dopo a far  l’amore

nel grembo religioso della casa,

il suo volto è una lacrima di gioia,

nel fuoco bianco della sua bellezza

si sfilano dagli occhi delle perle

e colano sui piedi le fibre luminose

che legano l’aria santa del mare

al fondo delle mie colline

continuando a nascere un respiro

nel verde profondo

che raccoglie il nostro andarevia

*

Coi passi magici e selvaggi

 

 

Si fa strada la visione in altro luogo-
si distende per minuscole fiammelle
in molte vite è un albero  un bambino.

Tu lo sai,
tu che vieni nel mio corpo con un seme
della stessa gemmatura di realtà,
nel suo agire silenzioso e necessario,
se ti muovi lentamente all’acquabuia,
puoi vedere i fantasmi di ogni giorno,

prendendo con le mani quella luce
che traspare mentre alziamo i fili d’erba:
danzano cadendo le parole
tra la nuova carne muta che diventa
ghiandola mammaria, seno e latte.

A passi magici nell’uovo torneremo,
guardando senza fiato dentro il cuore,
dall’ombelico delle fibre luminose
alla sfera d’energia dei nostri sensi,
uniti con agguati, intenti, e sogni,
per creare dal fango senza gli occhi,
dal punto di splendore un gesto caldo,
un luogo nostro, dove l’io ritorna
un noi d’amore e molto altro ancora.

*

Finendo di fiorire dentro gli occhi

Ripasso con lo sguardo le sue vene,

l’azzurro silenzioso sopra il viso,

la voce, che si levava appena,

finendo di fiorire  dentro gli  occhi.

 

E tutto come  sacro mi accadeva

davanti a un piatto semplice di pesce:

un uomo benedice del creato,

il suo mostrarsi nuovo tra le mani

 

carezzava quei bianchetti  come rose

come ostie fini nel palmo della mano

stremate dalla luce fino al tavolo

a una a una  ha detto una preghiera

 

portandole alle labbra per mangiarle

 lo sento ancora con la stessa precisione

come lampi di magnesio sulla strada

segreta del futuro nel suo gesto

*

Nell’ultima riserva di respiro

Sono file d’anime in vigilia

coniugate accanto all’uva,

un fremito d’api

al succo maturo

che indugia e sussulta

nel cuore allagato

 

Così prossimi noi a quel  nome,

il più dolce dell’anno,

nella cala nascosta dei secchi

pronti all'aurora, affondiamo,

con lo spasmo sublime dei piedi,

nel piccolo foro del chicco,

ebbri cerchi di luce,

le nostre dita d’oro

                               i loro re

 

-nella ghianda lucente c’è movimento

un movimento caldo, l'inizio di una forma

riconduce lo splendore nella cripta,

il succo del  sublime, di quando eri con me

soltanto una coscienza,

un  vento vivo e forte nel faggeto,

un terzo cielo confuso per natura-

 

Con l’ultimo sapore del sole

nell'ultima riserva di respiro

faremo vendemmia con l'anima

nel denso del vino

ora posano le luci, sull’acqua,

sull’altare dei pesci lucenti

e tra le viti sale una festa

dai  nostri volti, dove rinasce
la grazia, di un'antica bellezza. 

*

Per ritornare, dal mare

Ha la calma del latte

che tiepido arriva-

abbandonato alla grazia

che lascia cadere,

versando sull’erba

tre gocce di luce- il suo seno

 

Le daranno della gitana

per la lingua inventata

a tenere segreta la luce,

per come si porta via con l'inverno

l’odore dei nascondigli

ottanta mondi lontano

in una pentola grande di riso

sbattendo la neve coi semi di lino

e un mandala, il più bello d’oriente,

preparando il ritorno tra le montagne.

 

Adesso vola, 

filtrando sott’acqua all'autunno 

a rincorrere i raggi dell’ultima notte,

la ghirlanda del disco dei pesci,

con lente parole e un profumo che tiene

come  un filo alla gola di kashmir.

 

Lei sa che  morire  è generare  

un atto magico. in vita

confuso in preghiera. Le sale tutto il viso

un limpido rosso- nell’accenno della sera

convocata e lieve- nel tuo sonno

viene a dirti  “torno torno”

su quella strana trottola che gira

nella saliva della luce per la casa

 

è forza antica allora il gioco

che riprende il filo all’invenzione

se ci passi sopra con le dita,  puoi sentire

dove vanno a finire delle cose

con le gambe a penzoloni, nel pozzo di calore,

mostrando di parlare con mezzi di fortuna

dallo scarto, per battiti segreti

come lucciole alla nebbia,

anche il  pianto è una freschezza

improvvisa, nel sangue,

un dolore rimosso ai bambini

dove il taglio si adagia sicuro

e un nastro chiude le punte

facendo passare ninive

attraverso ciambelle di pane.

 

Sprofonda il mio petto carico di tane

fino all’inguine del sogno, e giragira-

cavezze,  finimenti, morsi per piccole bufere

otto buchi d’alberi ..  36 vedute del Fuji

tutto il resto è selvatico aramen-

sott’acqua…

tra il nero religioso una nicchia di luce

traduce dal silenzio la visione

impressionando fontanelle nuove

il piacere di pianori messi a bagno

nel godere. tu sapevi che senso aveva

un’altra vita nella vita della mia felicità:

il blu il boato il fuoco di lingam,

linga purana, quando ci siamo allontanati

 

con il cuore fino ai reni..vogheremo,

una battuta a mezz’aria, da un fianco soltanto,

poi via, da quell’altro,

e tra le mani una corda di perle

fitta di nodi a scorrere il tempo

risalendo il klin otto lungo le dita,

cantando al contrario del fiume,

per ritornare,  dal mare.

*

Nella danza dell’aurora

Ti sei alzato come un pane, nelle viscere,

una misura sacra e misteriosa 
che penetra e comanda di avanzare, 
di spingersi più in là della scrittura,

sulle palpebre del tempo e un bacio d’oro,

con un gusto di radice sulla lingua,
unendo i fiori che cogliemmo dentro gli occhi,  
nella parte che mancava della sera,

nel lavoro più  invisibile dell’alba


versando la tua luce, tra le gambe,
nella loro prima volta insieme, sei venuto,
per lunghe pause, a prender fiato 
tra la carne, viva. È un’altra pelle 
che ci domanda ora un'altra gioia, 
al principio delle dune di Bisanzio,
e piu in là della memoria, 
dove l’iride risale testimone
allungato sul chiarore della riva


In così tanta luce, ci sei tu,

a nessun’altra uguale, 
a fare spazio per il cuore lungo i seni
disegnando con le dita la tua terra,
i suoi fondali chiari, tra le mani,

con un fiore bagnato di saliva
per l'amore della notte.
 
Un accordo maestoso, di miracolo
e umiltà,
sospeso dentro al cielo, e al suo segreto,

mi trascina ancora sotto l'll manto,
fino a farmi un velo con gli odori,
a viver la sua luce che si muove
uscendo da un stelo, a respirare.

 

Ed io lo sento, per i versi, le carezze,
con lo sguardo di topazio che hanno i lupi,

nella danza dell'aurora. Al boscovecchio,

                                                  solo così,

si può ascoltare la tua canzone

senza distanza,

l’eco, talmente profonda,

a far uscire  i nostri corpi

in questa bellezza

sia fatto l’amore

e penetri il canto della parola

come un suono nel suono

dell’universo che siamo

*

Va alla gioia

Le parole non sono le cose,

e dici  la verità. Tuttavia

acquistano questo potere, selvatico,

e dal profondo dell’abse animale,

scalpicciando nella capanna di pace,

cavalco ogni bestia inondata di sangue,

e ognuna  contiene il suo dio,

non un’idea,

 

qualcosa che crea irruzione, imminente,

che risponde al punto del cielo lontano:

sulla lingua migliaia di stelle

dilatano in gola l’inchiostro

nel seme, nell’urlo che viene. d’amore

l’immenso si fa sterminato

e in tutta la grazia lo annuncia, inevitabile

 

noi siamo dentro la camera, sacri, e gemelli

di sposi illuminati. Ecco la gemma,

che cerca la lingua in un punto, il suo latte,

e solo quello può essere, in terra del viso,

il più remoto e nascosto al pensiero,

una parola che ride, a morire nel  gesto,

che oscilla col corpo per disegnare

facendo esercizi dentro il respiro

 

nella formula del sangue, se ti leggo,

mi siedo sulla tavola del pane

battendo coi talloni sulla sedia

a contare il tempo alla domenica, che manca,

per restituirti le mie dita umide nell’aria

indicando con un salto giù per terra,

dove ti aspettano e dove sei, altri segnali

 

se c’è un giacere, come chiamando,

è nella crescita pregressa,

nel tacito afferrarsi,

una piccolissima estensione  nascitura

che tocca la parola e cambia il segno,

imprimendo al suo alfabeto un passo

che sposta gli occhi e danza, dove batte,

riportando il campo di una lacrima

alla gioia, da cui riparte  un filo,

un’aria fresca dalla finestra

fin su alle chiome..

                              che sembrano qualcuno,

che accolto dentro si bagna, in questo solco,

poi.. si trasforma in luce, e ancora

precipita nella parola, proprio in cima,

adesso, è qui, nel mio respiro largo,

che sporge tutto fuori dal cuore

e va alla gioia.. va alla gioia

*

Dall’ombelico al timo

Dall'ombelico al timo,

rotolandoci nel fango
finivamo per brillare dall'inizio,

colmi di raggi  nell'ignoto,

sbiancando come cenere e un animale di cristallo

nel magistero chiaro di bellezza, e nel suo grembo

una folata d'acque, che ondeggia come un fiore

un grido d'oro al vento, e nuota

nel flutto, nuota, danzando

sulla pozza nera indifferente

 

 

Chiamavamo ogni forza, in altri spazi,

notte misteriosa ,
scavando la dolcezza delle tombe
sui nostri polsi bianchi di ogni giorno:

una manciata di zapiskj,

un iman acceso agli occhi

ricombaciava l'ombelico con le stelle

e il fiato perso dei suoi passi

nel pieno dello scuro, senza domande nelle ossa.

 

Miopiccolo re, fradicio di luce,

prestami la voce e il copricapo a fiori

per il miele, per l'haoma dell'avesta
dove scompare il mio cervello, tra le foglie
rovesciando l'invisibile nel ventre

se mi baci a lungo, se mi spingi

col muso in avanti [ terribilmente bello ]
dall'ombelico al timo si continua per la luce
con l'erba strega, con una mano in dono
illuminata dal riflesso vegetale
e lingue rosa di bestiole sane


puoi fare le magie se ti protendi-

coi lupi d'argento in viso, e ad ogni ora 
puoi fare luce come un punto di raccolta 
ad ogni goccia puoi danzare
formando laghi più vicini come cuori

tirando i fili dei baccelli per giocare
come fanno le marmotte con i denti-
dove c'é la possibilità di gioia

infine fare tana, ai ripostigli della neve,

una capanna di colori sui fianchi delle acacie,

immersi fino al collo in questa nuova casa,
che cammina sulle spalle, e con le ali.
 
se premi ancora alla radice dei gemelli
ti saltano marmotte sulle braccia,

come un soffio d'arpa nella pelle

attraverso i secoli dei sogni,
nell'arco della nube con un patto:

essere ogni cosa a fare petalo, nel fango,

impastato alla saliva del tuo accento


è un suono caldo che fiorisce ora

lo vedrai salire dal fondale
nello stretto del presente, ricadere,

nell'aperto dell'amore, con scintille,

per l'intero corpo trasparente,

nel dolce movimento verso..

che è già amare.

*

Come gole che bevono sogni

In sogno ti scrivo coi seni,

come fossi intorno ad altre terre,

che aprono e chiudono, nelle tue mani,

un fiume un sole una via;

sei splendido nell’aria. sei al fianco

e cammini sul filetto di una vite

illuminando la striscia di un sentiero-

da un filo che rimane sempre teso,

che a sfiorarlo ricominci dalla carne-

il tempo interno che vive in una freccia

quando sfonda l’incoscienza e resta,

unendo insieme l’ombra con la grazia,

tra la rosa  di ieri che ora cresce

la nuova rosa. È così,

come un giovane fiore

che risale alla  voce del giorno

con la parola più lunga che sa

-unavoltapersempre-

una pioggia caduta e diffusa

dove mette tutte le voci,

della più violenta dolcezza,

e conquista, nei grandi petali, un’anima

impregnandola di un’unica luce

che continua anche nel sonno

con l’attenzione di una preghiera,

con la forza interiore di un PadreNostro.

 

Nel sorriso del volto più amato

la necessità della natura, spietata,

è di amare con le ali degli occhi,

nel luogo più aperto della realtà,

di esserci e basta,

nell’eterna corrente del suono

della voce che chiama in continuo,

che in ascolto sorride. Sei tu,

nella profondità di un destino,

che salti in braccio all’autunno

nell’ampio pube alle onde

come gole che bevono sogni

      unavoltapersempre

*

Tenue come l’aria fa l’amore

Si è ha fatto giorno tra le acacie

l'accumulo del tempo,

e la salita delle membra alle marmotte
cade nel sorriso sulla valle 
succhiando la radice dal silenzio

                  
si ricomincia, ogni volta, con la luce,
tra i boschi e tutti gli angeli che danzano
nella vecchiaquercia ballerina
col grido degli zingari cantiamo
battendo l'amaranto  sopra il petto 
nella paglia della cova, ed  una voce,
più forte della nostra stessa voce,
delle più lunghe notti spinte in fretta.
 
Nelle cose ultime saremo a casa, dici,
togliendo la ragione dal profondo,
per sentire a poco a poco  lo stupore 
del bambino irresistibile .. l'azzurro
che spinge sulle labbra, la divinità
del giorno più minuscolo e immortale
nella dimora quotidiana, e la risata
la somma di tutte le risate

di ogni firmamento, dei deserti

dei conventi nella gola.
 
Con dolci grappoli,

lasciati al freddo sulle viti,

vengo a te, in comunione,
colma di succo della nostra solitudine
divina, nelle mani delle cose, 

per infiniti sempre nuovi,
dopo la crista che sono stata nel tormento

ecco il mio bambino, il miodiobambino, 
nella culla radiosa mai adulto
sulla via perenne della grazia

io lo servo, per disordini e capricci,

per scorgere miracoli e follia,

dove affondo con i piedi nella melma
del sole della notte che non viene 
dalle cose, ma da noi, bambini:
la possibilità di vivere  secondo com'è il cuore,
nel pianto che precede la rinascita.

 

Il resto è già accaduto, ed ora

nella pioggia mi fecondi sulla terra

sorridi con il caos e ti accudisco

come il frutto più antico ancora
dell'albero che invecchia,

con la tua  voce  azzurra, da venire,
colmando d'acquabuona  il più profondo

degli inferni in gioco.

 

E’ un allegro paradiso, non perfetto,
dove cresce il mio bambino dentro l'anima,
che tenue come l'aria fa l'amore.
 

*

Pieni d’uva

Saperti  l’uva dentro gli occhi a sera

il nudo e la parola, la tua casa,

qualcosa di grandioso fa tutt’uno

sulle mie ginocchia coronate

mentre mi lavo con il giorno al fiume-

portando in processione l’edera, a cavallo,

come un testo sacro in un continuo

insieme alle preghiere quotidiane-

là, dove cresce l’albero del cedro.

 

Anche al buio chiedo strada a quella luce,

una strada alla radice del tuo nome,

un inizio, l’ispirazione, a gocce,

tra la vista ed il visibile. Sei tu

a fare il movimento di ripetere

di ritornare dove si era stati

nel preparare doni e meraviglie

per farmi scintillare tra le nocche

le nuvole,  da cui ricevi luce,

le stesse, cariche di pioggia,

nel silenzio che sentiamo insieme

indovinando il luogo preferito

un lampo, nel mezzo di una pagina,

leggero come l’aria, inafferrabile.

 

È l’incontro a piedi nudi del tuo viso

l’odore che si prende con le mani,

in un dire lungo i lati  delle labbra

per cinque ore, ferma, sotto l’albero:

non c’era un solo nodo, e lo sapevi

che io volevo essere una vite;

 

l’intreccio era perfetto, e lo splendore

rivelava al suo sottrarsi  la chiarezza,

superiore a questa notte, in verità-

manifestando un cuore scuro l'oro insieme,

libero, di ogni eccedenza, illimitato,

all’orlo estremo della tunica, sui piedi,

che noi siamo un unico sentiero, tra le cose,

fino a contare  i sassolini trasparenti

alla foce del tempo, e scomparirvi

come sorgenti insignificanti e vere

bevute dalle sabbie dei deserti

 

a voce bassa, semplici bambini,

custodi e testimoni della lingua

che affonda il remo, con dolcezza, e a lungo,

per l’umiltà dei nostri  occhi  chiari,

quando si sporgono in silenzio

                                      e pieni d’uva

dalla cima dell’ultima parola

*

Dove la vita rimane

E' una brezza che amo e dove porta
è culla della sola primavera
nel ventre pieno d’acqua di una foglia
s’insinua in fondo al tondo che contrae
nelle sue mille logiche l’adesso
di un gioco misterioso che trapassa,
chi sa da quale lato, a prima sera

 

di là dalle notti di tutti gli inverni,
nel cuore dell’essere è un plesso solare,
la sposa divina, cui ti rivolgi,
la mandorla in germe portata nel guscio,
risale le curve del proprio avvenire-
un serpente un cucchiaio un uovo di luce
nel silenzio più bianco che muta di stato
sposando la vergine da cui nascerà.

 

congiungendo il miele immaturo al mio ventre,

tra la saliva ed il fiato, prima del bacio,

in quell’attimo a forma di labbra

si avvia l’eternità..

nello spazio imprevisto del mandorlo,

tra le vene lucide di meraviglia,

ha disegnato parole, ed il caos

delle voci, leggero, dei passi il via vai

negli occhi bagnati col sole

fila l’oro l’amore e noi

ribaltiamo la notte nel petto

a prendere posto per terra,

secrezione preziosa della  natura

che spinge nell’ora.  Soltanto giocando,

così, si dilata  la conoscenza, e un bambino-

milioni di anni fa, che correndo

nel corpo d’amore capace di stringere

spirito e carne all’immenso-

squarcia la luce di un soffio,

piccolezza che basta, persino all’inferno,

con l’identica semplicità del filo d’oro di bisso

per come sorregge e il coraggio

in tutte le sue iridescenze, il sigillo,

la folgorazione, che dona la libertà

 

È un cervo blu, nell’incendio d’amore,

che ti prende per mano e cammina

fino a sbucare nel prato delle cascate

dove brillano i piedi nelle strelitzie

e le ombre compatte, allungate sul viso

a seconda dell’ora del giorno, di gioia,

tra lo stomaco e il petto , tremenda

irriducibile e gonfia di carne e capelli

un attimo prima che stacchi dal ramo

un cuore rosso pulsante, sulla realtà,

con la polpa esposta agli uccelli, alle larve.

 

Ti ho visto pregare stamane per il dolore

segnare lo sguardo, la trama dei frutti,

le fibre cadute dagli alberi. Eppure,

è un canto ampio e infinito che sale,

                          dove la vita rimane,

con tanta forza nelle parole che amo,

è la poesia, che riparte,

ancora una volta, da terra.

*

Con un dito sulle labbra

Non scambiare le immaginazioni per i fatti ,

e i fatti miei per immaginazione- 

se credi in Dio, opera con lui,

se non ci credi,diventa lui o l’uno

e l’altro- E' vita

che si nutre della vita dall’inizio

infliggendo a tua madre quei dolori,

e ancora per il cibo lotterai, ed un riparo.

 

 

Una colonia di formiche, o gli uccelli in stormo

sanno che il principio della terra fu nel verde

al terzo giorno appena, e solo il sesto noi

gli ultimi arrivati. Ci sono terre emerse

se nel becco c’è l’ulivo, e si offre tra le mani

a garanzia di vita. Puoi piantare quella vite d'oro

nell’asciutto ed ora. È un gesto libero

succhiare alla radice con la bocca

la noce e i piedi in aria, è tenerezza

il tuo sesso sulla terra e il sogno che ne viene

sembra fermo, ma cammina come gli alberi che amo:

due percorsi insieme, nomadi e stanziali, uniti

per la luce vegetale. Dove un buco ci ferisce

viene nuovo un ramo, se ti offro un fiore per talea,

si propaga il tuo giardino e siamo ancora uno

tra la terra e il sole. Nella ricerca non fuggire

l’ombra con lo scopo del rivale.

 

Se tieni gli occhi lontano dalla mente

sono dappertutto, sui viticci gli apici e i germogli,

persino il legno e le radici hanno occhi piccolissimi

per trovare il buio, odorano la terra, per chiamarti-

sono le parole delle piante, quegli odori in aria,

come i geroglifici o le rune, è una sola voce

che per paura per amore avverte.

 

Mimosa pudica.. ti chiudi se ti tocco,

e in giro per i boschi ti riapri

e ascolti, quando cerchi l’acqua,

senza orecchie. Io ti sento dentro

con la pancia sotterranea della musica

traspirare gocce e offrirti, da una foglia

all’altra, passare la parola dai capelli

ai piedi senza niente per la mente

 

distribuita timidezza delle chiome

sfiorando con le cure la famiglia

facciamo ancora insieme i fiori bianchi

del ciliegio, per le api, fino al rosso,

per gli uccelli in volo, e il nostro seme,

andrà lontano dalla pianta-madre,

per riprendere la vita. Siamo così pochi

tra le piante al suolo, nella presunzione dominanti

con la bocca ed un cervello e il cuore,

due polmoni. Sanno andare all’acquabuona,

non è questa intelligenza? O servono astrazioni

la parola e gli strumenti? io li sento camminare,

per raggiungere una parte della luce, gli alberi

 

mentre tocco le radici di ogni giorno

come stimmate, piegando i rami all’apice,

inginocchiata sulla fonte dell’umidità,  

parsimoniosa e gravida la luce si raccoglie

bianca, tra le mani, colma di ogni sua mansione,

dell’essere senziente per milioni di filini,

come stormi uniti in volo, la sua voce

è sciame. Puoi vedere?

-o è più forte la cultura per negare,

se non ha occhi al centro della fronte.

 

Continua pure la ricerca della tua ragione,

in qualche parte dello spazio, io le ho viste,

le ho viste accendere di notte le radici

una luce per se stesse, per sognare.

                        è il sonno delle piante,

quando il loto si solleva con le foglie

riunendole a preghiera,

per rendere invisibili i suoi fiori,

nella posizione di riposo

che avevano alla nascita i germogli...

 

                    con un dito sulle labbra,

abbiamo tra le gambe un nuovo nato.

Porta nel sogno quello che noi siamo,

la presenza eterna della vita.

*

Buonanotte amore

Non scambiare le immaginazioni per i fatti ,

e i fatti miei per immaginazione-  se credi in Dio,

opera con lui, se non ci credi,

diventa lui o l’uno e l’altro- Come la vita

che si nutre della vita dall’inizio

infliggendo a tua madre quei dolori,

ma ancora per il cibo lotterai, ed un riparo.

 

 

Eppure una colonia di formiche, gli uccelli in stormo

sanno che il principio della terra fu nel verde,

al terzo giorno appena, e solo il sesto noi

gli ultimi arrivati. Ci sono terre emerse,

nel becco c’è l’ulivo, e si offre tra le mani

a garanzia di vita. Puoi piantare quella vite d'oro

nell’asciutto ed ora. È un gesto libero

succhiare alla radice con la bocca

la noce e i piedi in aria, è tenerezza

il tuo sesso sulla terra e il sogno che ne viene,

sembra fermo, ma cammina come gli alberi che amo,

due percorsi insieme, nomadi e stanziali, uniti

per la luce vegetale. Dove un buco ci ferisce

viene nuovo un ramo, se ti offro un fiore per talea,

si propaga il tuo giardino e siamo ancora uno

tra la terra e il sole. Nella ricerca non fuggire

l’ombra con lo scopo del rivale:

 

se tieni gli occhi lontano dalla mente

sono dappertutto, sui viticci gli apici e i germogli,

persino il legno e le radici hanno occhi piccolissimi

per trovare il buio, odorano la terra, per chiamarti-

sono le parole delle piante quegli odori in aria,

come i geroglifici o le rune, è una sola voce

che per paura per amore avverte.

 

Mimosa pudica.. ti chiudi se ti tocco,

ma in giro per i boschi ti riapri

e ascolti, quando cerchi l’acqua,

senza orecchie. Io ti sento dentro

con la pancia sotterranea della musica

traspirare gocce e offrirti, da una foglia

all’altra, passare la parola dai capelli

ai piedi senza niente per la mente.

 

distribuita timidezza delle chiome

sfiorando con le cure la famiglia

facciamo ancora insieme i fiori bianchi

del ciliegio per le api, fino al rosso

per gli uccelli in volo, e il nostro seme,

andrà lontano dalla pianta-madre,

per riprendere la vita. Siamo così pochi

tra le piante al suolo, nella presunzione dominanti,

per la bocca ed un cervello e il cuore,

due polmoni. Sanno andare all’acquabuona

non è questa intelligenza? O servono astrazioni

la parola e gli strumenti? Sai, li ho visti camminare,

per raggiungere una parte della luce, gli alberi.

 

Mentre tocco le radici di ogni giorno

come stimmate, piegando i rami all’apice,

inginocchiata sulla fonte dell’umidità,  

parsimoniosa e gravida la luce si raccoglie

bianca, tra le mani, colma di ogni sua mansione,

dell’essere senziente per milioni di filini,

come stormi uniti in volo la sua voce

è sciame. Puoi sentire?

-o è più forte la cultura per negare,

se non ha occhi al centro della fronte.

 

Continua pure la ricerca della tua ragione,

in qualche parte dello spazio, io le ho viste,

le ho viste accendere di notte le radici

una luce per se stesse, per sognare.

                        è il sonno delle piante,

quando il loto si solleva con le foglie

riunendole a preghiera,

per rendere invisibili i suoi fiori,

nella posizione del riposo

che avevano alla nascita i germogli.

 

Buonanotte amore..

                    con un dito sulle labbra,

abbiamo tra le gambe un nuovo nato.

Porta nel sogno quello che noi siamo,

la presenza eterna della vita.

*

Nell’erezione della luce

Attorno alla vertigine l’ascolto,

dove la dimora è provvisoria

e la sua erranza un abbandono,

nello strappo oscuro, luminoso

 

è la visione umile e improvvisa,

tra una luce sfiorata e la penombra

di un destino impronunciabile, che chiama

la vita nuda: gioia, di una  voce

che non finisce di venire accesa:

 

una candela umana, un dono dell’amore,

compagna all’ombra dello scialle a sera

benedetto dall'esistenza e dal suo peso

sulle spalle come nulla. È vero

ammutolisco e sciolgo le domande nella cera

con le mani più infantili che conosco:

dove sei esisti e non c’è nulla, se sorridi

nella grazia del riposo, rinnovata

tra le infinite madri della luce.

 

Nel mistero che mi spinge all’infinito

tra i larici e nel buio mi fai libera

nella nebbia sei la lingua della lupa

della collina e l’erba che altri lupi hanno

già percorso con i lasciti che marcano :

l’esser vivi. Sulle radici dei fossati, da qui,

ricominciamo in giravolte la montagna

bagnando ancora la coscienza al fiume-

e quante volte ancora ci saprà- la stessa-

per rifiorire in altra lingua l’anima

tesa nell’ascolto sulle piante, con la polpa

d’albicocche nella bocca, noi splendiamo

tra i chicchi d’uva e i torsoli di mele

che continuano a vibrare dalla terra

ai fianchi più remoti del giordano:

 

il succo chiaro delle arance è  dentro

agli occhi senza età, ed ora

se spingo piano sulle palpebre le mani,

le voci amate si alzano a colori,

nell’erezione della luce che beviamo,

puri.

*

Spugna d’amore

Mi chiedi se ricordo quando siamo nati.

Posso vedere solo il mondo,

attraverso i tuoi occhi di dolore

e nel piacere, una proiezione di memorie

nella mente. Tuttavia è oltre

quei confini che si stende

una remota immensità di gioia,

ed è una casa quell’amore eterno

dentro la coscienza. c’è la prova

della mia indimostrabile esperienza-

chi altri può se la realtà dell’altro è pari

al suo apparire nella mia esperienza?-

 

Ma non siamo soli nell’essere profondo- amore-

siamo il tutto, quando percepiamo con il niente

il sussurro  delle stelle, siamo il Dio

che non sappiamo nell’essenza,

la spinta indietro che ci fa andare  avanti

consapevoli, da sempre, universali liberi

 

senza confondere il ricordo nella conoscenza

sempre fresca e nuova; è, la nostra ciotola

da mendicanti, d’oro puro, e noi dei miserabili,

finchè non la vediamo : in modo naturale,

portando a brillare la realtà, sinceri,

senza parole per comunicare senza idee-

non puoi mangiare la parola “pane”

immaginando di conoscere

solo ciò che possiamo definire,

se porti alla bocca la realtà c’è amore

con azioni religiose e silenziose, insieme

chiedi, e ti sarà dato-  per non rimanere

un sacco d’ossa nelle citazioni sacre.

 

Ho toccato la materia nella stanza buia

mentre dipingevi  l’intero mondo un quadro,

il pittore Dio, e tu, che contenevi il mondo e lui,

nell’atto di conoscenza  puro essere

quando hai spalancato la finestra

inondandomi di luce a gioia,

stava tutta dalla parte della stanza,

e non del sole, la misura del candore

nell’estasi del dare. Non ho dimenticato

quella luce, di quando siamo nati

non posso ricordare

o attendermi la fine, invece,

perchè non è mai accaduto.

 

Nell’infinito impercettibile di un compito

siamo seme l’uno all’altro aperto

in piena fioritura, siamo gioia,

che di volta in volta vola senza fine,

una ghirlanda di luci, le più intense,

nell’andirivieni  di questo cuore umano,

pagliuzze d’oro, nel palmo della mano

spugna d’amore -che chiamiamo pane,

riducendola in parola-

                         il terreno che l’accoglie

e ama.

 

 

*

Puoi solo avvicinarti un poco al giorno

L’azzeramento tiene il passo

con l’amore che può darsi, anche

nella voce spaventata, eppure ferma

sulla lingua

temprato battere del poco

rimasto in piedi.

 

Prendo con me le pieghe azzurre

del bianco invaso di parole,

che tallona e spinge e la risposta

è ancora un sacco nuovo  di domande

matrice e calco a richiamare voci

ne dice il nucleo esplica il legame

e guarda dentro con limpidità

le offerte minime ai propri giorni

come un'acqua che trascina in sé

la luce per amore e sassolini,

con un filo più sottile del cotone

non c’è fine, con le mani  pure,

dove un giorno torneremo

 

a innalzarci senza volto

 

ci si riempie di gesti, di parole

che non sanno di morire, per tornare

-e puoi solo avvicinarti un poco al giorno

al vero che non vedi  come l’aria,

finchè il vento lo rivela coi capelli

sulla fronte, e non la nuca-

come l’altra faccia della luna

in ombra- siamo noi. Poi viene sera

ed un sorriso dal chiarore certo,

assomigliandosi l’ovunque

e una preghiera, non sei tu

il motivo della gioia, sono io

che mi avvicino al canto.

*

Accanto ai pozzi

 

Un minareto che perfora il cielo 

basta un niente che ti trovi nella gioia
poche briciole di un seme di quinoa
in mezzo all'erba e ai fiori,  lentamente, 
un sopracciglio chiaro, il quarto di una noce
che diviene azzurro  mentre  canti 
le lettere intorno ad un giardino,
dove puoi sentire anche una tigre 
tossire accanto a noi - Amina
Che cosa stai cantando? -  
 
Mi sto spostando verso te
tra lunghe spine bianche e fiori gialli. 
C’è un segreto irriverente senza tempo
se muovi  sulla terra  la tua bocca 
trovi  il foro dove i nostri cari son tornati
dentro, seduti nello stesso posto  remotissimo
delle nostre connessioni umane
in un soffio  risuonano  le strade,
in un suffragio rifiorisce il mondo visto
nella nostra mano  più di ciò che è,
per condurre, tra la pietra e il rosso, noi,
nella  parabola che ritorna e gioca
 
- ed ora cosa canti ? sto venendo a casa nostra,
che  vive  a pochi  suoni di distanza,
lungo distici di versi. Come  uccelli
ci passiamo di mano in mano l’armonia,
se t'incammini, lungo piste d'asini selvatici,
spargiamo voci sulla gioia, ed è una mappa
tramandata  da canzoni
catene di montagne e fiumi. No..
non avremo oggetti da scambiare,
il canto come bene,  si baratta,
al tempo di suonare  il nostro pezzo
dall’inizio, lungo i pozzi. Sul gran posto
c’è un canale buio sotterraneo
che sbuca in cima tra le acque rosa,
è un fiato caldo di midolli
e quasi non ti accorgi
che le montagne son di nuovo le montagne
e sei nel foro delle lacrime del mare
con la dolcezza più grande sulle spalle
di esser foce e la sorgente insieme
 
ci scambiamo gioia per scintille 
al punto d’incontro d’altri canti 
le nostre ossa sono vasi d’oro
guidati da lontane vicinanze,
abbiamo il cuore di una lepre dentro gli occhi
un viso verde, tra le ginocchia coronate,
come un bozzolo:  è quel canto,
dentro la sua foglia, srotolato
avremo cura del germoglio
dell’onda ininterrotta di smeraldo
che ci tiene insieme per canzoni
scambiando gioia, accanto  ai pozzi
 
Accanto ai pozzi- mi deve avere ripetuto
le stesse parole  dentro il  sogno,
perchè furono le prime 
a venirmi nella  bocca 
quando mi svegliai. Bagnata 
nel liquido ancestrale 
come avessi scambiato  tutto il mondo 
annidato nel palmo di una mano.
 
 
 

*

Nell’orecchio debole

Ti ascolto con l'orecchiodebole,

sotto la carne della rosa, è la mia carne,

di un corpo nudo nel bagno della luce;

consonanti addolcite sparse ai piedi

nel profondo centro della terra

dove tutto risuona contro pelle

nell'umida gioia, ed uno spasmo

che mi piega sul ginocchio e dove

tutto affiora così forte in un istante

a corrompere gli acuti nella grazia

dell'imene incoronato al buio:

 

-è di quel giorno che non sai in mezzo al fiume,

quando gettai la testa avanti e china,

la cascata mi coprì coi propri sogni

nell’orecchio così forte in un istante

fu il silenzio delle rose. E del dolore poi,

che scendeva al fondo di ogni petalo

caduto, con il fiume. Poi passò,

passò piano pianissimo la luce

per il foro come un angelo leggero

che mi aveva attraversata,

lasciandomi il prodigio fra due mondi

e il tremolare della sua ferita in polline,

un alfabeto di acque memoriali

da venire. Con la sua dolce mano

 

fu il seme di una pioggia luminosa,

una matrioska che si apre per sentire

quando l’erba cresce o nasce un nuovo anello

dentro gli alberi, quando l’acqua si restringe

poi si allarga sottoterra, o l’esplodere dei passi

di una lepre, sul bagnato.-  Io ti sento

a piedi nudi se cammini, nell’orecchio debole,

se respiri dall’altra parte della vita

se il tuo sesso si fa grande per  venire

nell'ampolla fragilissima del cuore

 

benedico ancora il fiume,

dorato di ninive e nascondini

pieni d’acqua

per sentire i corpi  delle lingue da lontano,

prima ancora della luce.

*

Tu chiamalo come vuoi

Sai vendemmiare le stelle

sulle tue terre bianche di neve

fino a casa, nel palmo delle mani

io ti mostro la bellezza di ogni seme

la lunga vita del suo fiore e il rosso

di ogni pane quotidiano

custodito per millenni in pasta madre

l’amaranto, lo chiamavano huauhtli,

un tempo che finisce e l’altro torna

vivo, nell’eucarestia, finchè

tagliarono le mani delle donne

per lo sguardo in cielo, e  il rosso

poi sparì.

                 Ma nelle zone impervie

l’anima è immortale, ed io

mi amo a consumarlo, come il grano,

come una madre che s’allarga

su tutti gli occhi rossi in pieno sole

ammorbidendo le sue braccia-

da un mondo all’altro- dentro l’acqua

più veloce, più lenta..Sempre accanto

le mani dormono come ali

fra l’amaranto che cresce

ricongiungendo il suono della gioia

alle sue labbra, femmine instancabili.

 

Il cielo non può nascondere

l’offerta di un amore, è qui,

se mi apri nel petto

non è una ferita,  e gode

illuminata da tutte le stelle,

in ogni nome che lo rivela

 

quello che vedo, quello che tocco,

tu, chiamalo come vuoi - Dio,

i sandali da sfilare, una battaglia, una pietra,

il monaco che disseta, la casa da abitare-

il mio amaranto,

che beve nel buio splendente

viene dall'amore per la terra

*

col respiro, tuedio

Accade non ci si accorga nemmeno

di pregare, a me succede, nel vuoto

del dolore, al colmo della gioia
come di essere compiuti in se stessi

                 "immensi"

un nuovo luogo di vita, un miracolo

che entra per gli occhi

quando la luce si presenta "intera",

                senza lotta,

in chi si concede al nascere,

al nuovo respirare


Farsi incontro a questa luce

             col respiro,

senza esserne abbagliati,
io credo sia l'illuminazione

e quanto essa chiede: amore

che nasce con la nascita

*

Filo di luce

                                                                                    A Franca, filodiluce

 

 

Sospesa a rubare pezzi di cielo  

dalla bocca degli uccelli pieni

di speranza nel cielo primordiale

dove rinasce ogni destino e la bellezza

è sempre sul punto di sparire

 

-Porta via il bambino prima che rientri

a far parte del dolore degli adulti

Deve correre con la testa in alto

voltarsi ancora da una stella all’altra

Non ha tempo di produrre il tempo

chiuso dentro il pugno con la sabbia-

 

È l’altra gioia promessa dalle stelle

nella danza- senza occhiaie tra menhir

e dolmen, nel loro sprofondare dove

non c’è respiro e la stessa oscurità

che è oltre il cielo- dove indugiano

i bambini per vedere fino in fondo 

chi aveva fatto comparire l’arcobaleno

con la voce  chiara tra le nuvole

e gli otto colori della pioggia:

 

il suo volto verso il mare con l'inverno

la bassa marea che le scopriva i piedi

 sulle rocce, giovani della vita camminata.

 

Nel silenzio qualcosa che- come un bambino

 rapito dalle stelle- avevo atteso a lungo,

la tua voce, in dono. Nel giorno autentico

prima di sparire in volo mi ha fatto nascere,

benedire ogni parola e il passo, al tuo

 

filo di luce. ti sono accanto,

in lontananze inconcepibili,

perchè ti sono parte,

nell’avventura dello spazio,

oltre ogni congedo  sei in me

col respiro dei  cieli

*

L’universo sogna in noi

Un viaggio notturno e un lampo

improvviso, più della luce

sul comodino lieve e sempre accesa,

ha illuminato il telaio, liberando la trama

dei fili, rubando alla materia la scintilla

di una luce, in fondo alla schiena,

un linga splendente. E' quasi un altare

 in acque terribili

che penetra e ruota l’intero universo

e noi, travestiti di rame, acqua divina

 

è l’unione dell’ombra con la sua identità,

tra la maschera in volto e l’immagine

sono nozze dell’anima, sul grande letto

all’entrata di casa, l’apertura del corpo

verso lo spazio, una danza l’orgasmo

nell’unità. Com’è la natura a se stessa,

quando mescola  le proprie membra,

divenendo leggera, nel ritorno all’essenza,

più leggera di se stessa

 

trasformando  gli occhi

alla culminazione del sole,

al limite di quell’altro mondo,

accanto,

è quella donna che fa il vino sposa

di tutto ciò che esiste nella coppa d’immortale.

Nel perenne punto di partenza

  di ogni creazione,

l’universo sogna in noi, disposto,

        per esser vivo, a vivere

come una sfera. La coppia è dentro noi,

al crescere dei  seni,

leggera come un’anima

ogni coppia è un angelo, e ti chiama.

 

Così ho visto l’ombra, accanto,

la mia ombra insopportabile per poco.

Siamo state a lungo insieme dentro il fiume

guidate da una voce, la più ampia

tra il divino e l’animale, incomunicabile,

smuovendo acque melmose

per toccare il cielo e l’uomo

nascosto dentro il cuore con la donna

nel mondo delle Madri, fino a Sophia,

dove l’amore si denuda

tutt’uno con la conoscenza

 

ora puoi venire, nel volto aperto,

nel sorriso chiaro di tanti anni fa,

di cerchio in cerchio nella coppa

puoi propagarti  come in sogno.

Io ti veglierò, come una fiamma.

*

Nel cesto nero c’è altra luce

Scende fino a mare il desiderio

si dispiega largo, pacato con l'odore 

mescola i sapori del garbo e un'acqua limpida

alimenta il fuoco, appreso in sogno,

dentro ogni parola c’è altra luce:

un pescatore taglia le sue corde con i denti

infila gli ami in un cesto nero, le mani calme

emergono dal buio. Un canto a bocca chiusa

 

difficile non piantarsi nel suo cuore

come un muscolo infinito nell'ascolto

mi inginocchio. Ammiro.

In un cesto nero c’è altra luce, c'è calore che trapela
ai bordi- i miei cespugli rossi, gli oleandri, il mirto

il colpo d'occhio rammendato, il borgo intatto,

la processione delle luci, le pezze bianche a notte

la lunga coda umana tra i sentieri stretti per l'estate.

 

Un lungo canto senza peso, un buco nero,

naturalmente caldo, non è poi cosí nero,

una lievissima sorgente di calore, se fosse

isolato in un cielo senza stelle,

pallidissima luce, sfuggirebbe al buco..

 

eppure non c'è nulla, non materia o superficie,

solo non ritorno che gravita, cosa muove?

Molecole di spazio il tremare infinitesimo

della grana elementare, non è calore di un oggetto

ma dello spazio vuoto in nulla,

dov'è il tempo che si ferma velocissimo

per sempre

 

a caccia dello strappo d'acqua 
per infrangere, per rigenerare il limo

quello che noi siamo

fissando ancora quel brusio di ere,

nelle strettoie del suo buio vibra,

con la forza misteriosa che diffonde

tra la lingua di ogni giorno e le sue mani,

nel mestiere di contemplare in cielo,

concentrato in un’intesa,  il mare

 

adesso è qui. nel buio immacolato

e caldo. Prendi la mia mano,

quando andremo via,

dal nocciolo più interno del mio cesto nero

fino al bianco infinito del tuo interno vibrare

cantando, in gioia, al nuovo giorno

il calore inesauribile fra stella e stella

come pesci in fiore

porta nel cesto, quello che noi siamo

 

 

                           Fotografia: Yury Pustovoy

 

 

 

*

il mio posto delle fate

 

Fidandosi del buio dietro gli occhi

si trovano bagliori come stelle 
quando la tua carne riempie il vuoto,
scavato per i fianchi, nel palato 
 
basta un sospiro, un tutto che si tiene
ritrovando la sua vera identità,
come se appena fosse senza fine
il tuo sapore, in tutto può contrarsi,
poi passa ancora un giorno che rimane
 
fino a toccare  con la fronte il gran silenzio
del tuo sguardo sulla sera - è il nostro mondo,
di toccarci con le ali, piccoli passi, poi raccolti:
ne scorgo i bordi, sopra il tavolo in castagno,
i passaggi luminosi verso il cuore
attraverso l'uscio della mia cucina, aperto
verso un lembo raro del giardino 
 
come a varcare una gola di montagna 
tra boschi e vigne fino al mare aperto
al sole. Ne ho cura, come una mansione,
un compito che risponde al desiderio-
il prolungamento della casa, quel che tocco
e come sei,  lungo il sentiero dei lecci secolari, 
dei platani,  fin giù,  alla distesa delle viti
-giungendo dentro agli  occhi 
senza conoscere il mistero. 
.mi abbandono  dove inizio a camminare.
intravedo i nostri fiori  più selvatici,
il cuore  dell'agave 
che ti offro sulle labbra.
 
È un esercizio che taglia i nodi delle mani
                dove cessa il confine che separa,
è il mio posto delle fate- basta poco
                  per vedere il faro e le tempeste, 
quando fai bollire nell'ambra  le tue reti,
i resti delle mareggiate si mischiano alla mia 
vita, tra l'odore del fogliame c'è  il profumo
delle tue albicocche, quando salgo sopra  il noce 
per toccarti da lontano. Ho un filo al piede
 annodato all'altro capo con l'azzurro,
in un continuo che ogni sera quasi muore,
poi di nuovo stelle  fiori gocce a copricapo
varcano la nudità, e le vene sono fiumi, 
la tua barba l'erba  di questo prato ed il sorriso
i rilievi della terra, con i semi che può spargere 
una baia : colandovi colore 
spruzzando di fertilità la voce
...
fino al bordo chiaro
                               del fiordo che più amo,
il precipizio il salto che tace la parola
per l'amore, che più teniamo, che solo
posso mostrarti 
                           col silenzio della vita
dischiudendo altro, con il vento,
che sale dal mare sopra il mondo,
un punto  luminoso, dove tutto ha inizio 
e tu rimani.    
 
 

*

Più minuscolo di un grano

 

 

La particolare  intonazione della voce 

mi spinse  in mezzo al Campo 

a girarmi verso un uomo, chino
sui bambini..l'espressione quieta dello sguardo,
con gli occhi d'acqua chiara
pesanti come perle. sentì  arrivare me,
dentro le sue mani, diventare lui,
quei bambini e le carezze, insieme
sollevò lo sguardo, ormai vicino:
"sei entrata come un uragano- disse-
fai più piano quando vai negli altri
respira adagio, a far l'amore
più minuscolo di un grano"
...
lo sentii venire dentro
con la dolcezza di un amante
inconosciuto, mentre io danzavo
nella sua mente, camminava in me,
come una pioggia, lieve,
trovando gli alberi e i caprioli in cima
mia madre invisibile e se stesso
 
entrammo insieme dopo
nei bambini
cominciando a cantare per Bagdad
 
" hai una quercia speciale ragazza ed io
troverò  il mio albero così ci parleremo
attraverso le radici da lontano 
con innocenza ed esperienza insieme
nel luogo dove potremo  continuare
ad unire con la carne il cuore per le vene
baceremo la gioia quando passa
con gli uccelli nei polmoni di ogni tendine,
per raggiungerci, per sfamare noi"
 
[ come figli e figlie che si sposano tra loro
come stelle penetrate ai fianchi 
 
siamo entrati  nel nostro petto camminando
in cieli e terre, scorgendo il fuori 
tutto dentro, portando il nostro cielo
la nostra terra,  da qualche parte 
nel profondo, offrendo un pane per radice 
a chi si era nutrito soltanto di se stesso ] 
 
Nel buco fondo che è rimasto a terra,  
dove la quercia poggiava le sue gambe,
sotto i piedi  le cose sono altrove
strato dopo strato, fino a te,
il luogo dove unirsi nei vagiti, il sesso aperto
dalla nascita, alla resa del respiro
 
La voce è udita fino in fondo
alla felicità improvvisa
-innata- come un passo ingovernabile
squarcia il costato finchè ne esca
un sacramento di pace
e si muovono le dita ripiegate per il suono
e il corpo il gioco e le parole in tondo
girano per il loro esistere alla luce
fino a stordirsi di un sorriso solo 
sapendo che stai bene ovunque
un'erba cresce. Tra i seni sempre nuovi
di respiro, da ovunque tu sei qui,
più minuscolo di un grano. 
 

*

Con un soffio violento

Con un soffio violento
una vertigine a Ravenna
scesa al suolo per nutrirsi 
nella colonna vertebrale
 riparte in volo 
-non tocca un pensiero-
via dalle mani, dai piedi 
trasformando la realtà 
nel sogno
spalancando gli occhi 
per fissare orizzontale
la luce che cancella
i confini delle cose illuminate

Una pelle esposta. A quanta luce? 
Abbastanza cielo. Impregnarsi ? 
Oh..Fino all'allucinazione!  E poi ? 
Ai piedi del muro vivere, semplicemente
[ senza morire] del volo degli uccelli
che l'hanno attraversato nella schiena

mostrando il cuore
investito della stessa aria dalla luce
in cui il corpo si solleva libero
dell'indicibile respiro 
che non finisce il muro
di riflettere diverso 
come un cielo in ombre 
c[i]elando ciò che s'offre 
alla nostra contemplazione.

 
fantasmi dell'uomo ..
lasciati nel buio notturno
degli animali?  Sul muro è la culla 
del graffio, lo schizzo, e l'orgasmo
la prateria stessa,  e noi più lontano-
con gli occhi nel volo- di un uomo 
nello spazio. Per l'infinito andare
di queste onde,
che frusciano col mare come un bosco 
con le foglie, mi vola via dal petto 
il muro.. Sei tu!

*

Come risacca nella notte

Nascose lentamente le due stelle

nel buio delle palpebre

per un'altra migrazione

Là posai la gola

slacciando i tre bottoni lungo il seno

senza una parola. Vidi allora gli occhi,

tagliati netti per la vita, del nero

più antico al mondo, e un'onda verde

di albe trattenute. Un solo movimento

un caldo sole, poi il mare dentro

come a una brocca, mi lasciò infinita.

 

Com'è bello il gesto che rimane

sfilando via la stoffa del ricordo

sei la fonte che mi lava nel cammino

del profondo, sei lo spazio fra i miei seni

ed una fede nel frastuono che zampilla

in perenne pulsazione. Ad ogni asola

hai la grazia stessa della farfalla

che entra ed esce con le labbra

contro il cielo, mite

dentro il fiore amato.

 

Dove hai nascosto la parola

sulle montagne del cuore

c'è una pace tenera e fedele

custodita per due stelle

in cui tu parli sempre,

un'onda larga che ti accoglie

fin dentro il sogno-vita

non è che questo

le stelle così basse, sono gli occhi

garze inumidite

su un lembo semplice di terra

come risacca nella notte

*

E’ il giorno che scompare e torna

E' il giorno che scompare e torna,

coi capelli fradici sul prato,

mi raggiunge il viso, da dove era partito.

 

Col cuore umano e la pelle più sottile

di ogni mattina, gli occhi mi domandano

di essere esauditi - nella cripta del palato

non c’è pensiero- e viene

dal sangue religioso luccicante

nell’umido di poche sillabe un respiro,

contenendo in pochi tratti di mistero

tutto ciò che l'intelletto poi separa

 

dalla remota intensità di un sogno,

dove il tuo salmo non arriva,

imparo con le interiora delle bestie

l’armonia, dal volo degli uccelli

come danzi,

nella processione dei bambini,

che camminano sul verde come cielo

lasciando lievi impronte, con l’arrivo

 

affondavo nell’aria del mio prato,

nel taglio che riapriva la visione,

e una sola

creatura di fango nelle mani

cui poggiare la testa rannicchiata:

un’altra pelle mi toccava

per la prima volta nuda, ad ascoltare,

nel brivido del mondo addormentato,

la notte della carne di un bambino

che mangia cantando della neve.

 

Nell’erba tornavo gravida a vederlo

dare calore sui luoghi da cui sgorga

raggrumata nei gorghi dell'inconscio

-in un'altra terra, in altro tempo, e a lungo-

la parola che teneva sulle braccia-

di quando solo per un giorno

il fiume andò all'indietro come me

tra i fili indescrivibili del prato-

nel privilegio della quiete. Con la luce

 

sulle punte più sottili io ti ascolto

dove il muschio si corica la sera

a carezzare i sassi sopra il greto,

dalla tua quercia, che ogni giorno corre

finchè diviene un'aquila e scompare,

nel moto unitario di natura

 

la morte non può niente,

in piedi, dietro te.

mentre mi piego per lavarmi il viso

al fiume sei tu che mi sostieni

perchè  non cada.

*

Nello splendore del grano

Imparo a baciare con una lingua nuova

tutto lo splendore del grano,

dentro il ventre continenti

di larici e betulle, nelle orecchie

campi e mani a disegnare

dove gli alberi hanno gli occhi

e dove dormi, sul mio viso

 

sono ancora insieme, ovunque tocco

respiri di bestie, di gioia, e una risata

nel buio che insegna a partorire,

scrutando la propria terra,

grammo a grammo il nero, con un canto,

come serbasse il codice di una costellazione,

lì, dove incomincia una pianura

                                     per diventare collina-

una striscia sul labbro, un punto esatto

dove le cose coincidono

"un calmo alito, un vento, un soffio in nulla"

tra percezione e rituale-

                                la bocca è altro respiro

a celebrare le unioni di un piccolo seme

che so nelle tue tasche che amo

da tutto ciò che fa male, a quell’ombra

riposa l’estate che viene il tuo nome,

a rifugio, come farebbe un bambino, con te

che mi ascolti nella cadenza la voce-

di quando ti scrissi dei mostri nel grano

dei cingoli neri a radunare i braccianti

che toglievano il giallo al silenzio

dei chicchi- fino a dissolversi in crusca

sui fogli scalzi di sempre

che chiamano i cervi nel grano futuro.

 

La ricordanza è cenere in aria

che vibra,

che benedice il cammino,

per quanto a lungo stende le mani,

la terra che vola sei tu che ti alzi

nell’istante del grano, che plachi nei secchi

formando col pane

ciò che la luce già sa

 

 

il palmo è offerto al vento e ora

se aggiungi un altro passo poi sorridi,

ti offro le mie mani per le ombre

nel petto qualcosa di dolce,  il posto

e il nome dove l'erba voleva volare

poi preferì rimanere, per dare riposo

ai rami dei cervi.

                               Nello splendore del grano,

inumidendo la terra come un messaggio,

ascolto gli alberi, la cerimonia semplice dei frutti

a viso aperto, mentre il tuo sole entra nel mare,

nel suo ritorno a Dio.  Con la stessa calma,

che non avevo visto mai,

dove una collina bacia la pianura,

nel punto esatto io t'incontro e basta

a prender forma un sogno

       in mezzo al caos.

*

Grazie a voi..

Grazie a voi

sono salita così da mio padre

come ci si sposa,

attraverso un mistero

che ha reso reale l’odore

di ieri-

 

dietro di me c’era qualcosa, qualcuno

che potevo toccare, davanti quel sogno

del patio, le mani e il suo viso

silenzioso come le stelle in alto col mento-

di gioia indubitabile. Con un sorriso chiaro

nel palpito leggero del "perché ?"

mi sono velata di bianco,

come un tacere ad alta voce le nozze

e uno sguardo divino esaudito nel cuore

del pranzo. E’ stato il primo gesto-

in cui ancora vivo - risorgendo-

davanti alla finestra

finchè gli occhi non mi faranno male

per l’assenza impercettibile ai contorni

segreto fino a me- nell'ultima parola:

". Mamma si è addormentata dolcemente,

come in sogno..Ecco perché, rimane".

 

E’ seguito un lungo viaggio nel silenzio,

un tempo magico al ricordo, il nostro,

fino a quando Papa Francesco se l’è portato via

ritraendosi da messa. Come un’ondata ha detto:

"Claudia..è così semplice amare questo Papa

è un polline naturale…" -facendomi rivivere

di essere venuta al mondo – ha sospirato poi,

con gli occhi del bambino più antico sulla terra

" Quando prego è a Papa Wojtyla che mi rivolgo,

sai…lo chiamo sempre papà

nelle preghiere , io lo chiamo papà…"

 

Come un segno d’acqua in chiesa

le sue parole

stavano sospese nella luce

di chi non ha conosciuto un padre.

Al fondo dello sguardo,

riflessa nella sue pupille, è divenuto un’ostia

il pane di ieri nella bocca. -Non sai babbo

della tua bellezza, come è andata

verso l’interno oggi, la nudità

del tuo segreto, in ogni luogo polline,

per quanto sussurrata.

 

Danza nel vuoto della casa, ora

insieme a me, stupenda madre,

dall’altra parte della vita,

con battiti profondi e nuovi

si è chinata, si è congiunta a noi,

come una sposa, papà,

la gioia.

*

Sporgiti dal paradiso solo un poco

Sporgiti dal paradiso solo un poco

da un punto del cielo all’azzurro,

tra i fili di pioggia sull’albero

sono pronta a bere col ventre sollevato

dove una farfalla si accorda con la luce

 

C’è un passo veloce  che ora ti somiglia,

che calma la terra in pozze di chiarore,

dentro brilla un porziuncola di pace,

una viola de fado che sorride

portando l’acqua tra le pietre.

 

È tutto molto semplice. Ma domani

andrò dal babbo con il pranzo cotto,

e una luce cruda per non piangere

se mi porterà nella tua stanza

a chiedere del respiro d’oro che faceva

la morfina.  Nella stretta delle mani

ti chiamerò, sottovoce,  per raggiungerci,

come un albero che si piega per i frutti,

e con le dita, per rafforzare le parole

 

avrò il coraggio di tenere le sue spalle, piano,

come coi rami più fragili e sfiniti,

quando farà  il viso del “perché?” -

mettendo tra le mani la dolcezza

del dolore - immenso nei suoi occhi chiusi,

sotto il peso di quella leggerezza,

con un amore tenuto stretto come

un bastone, per riprendere il respiro

dentro i boschi, gli dirò:

il nostro dovere è di essere felici.

Bisogna testimoniare la sua luce. Vieni.

Ogni cosa che è qui è solo qui. E ora

piove, e ci sono  da svuotare le grondaie.

 

Avrò il respiro  tra le braccia come un cerchio

di ricordi che si chiude, che si ferma sulla tavola

a raccogliere le briciole del pane. Usciremo

come nudi nel silenzio faccia a faccia

nel vuoto che c’è, e che farà, come fosse oro

sotto il patio, stringerai  le foglie tra le mani

fino ai piedi, bagnandoli nel tempo

più sacro, avrai  il mento in alto,

come qualcosa che  vuole dire

Un Dio lo sa dove fare ritorno.

 

Mentre ancora la luce si nasconde

sporgiti dal paradiso solo un poco,

nel vicinarsi di domani, un’altra volta,

da un punto del cielo, su  mio padre.

*

Ti sei accesa in procinto di sparire

e a vederla tanto inginocchiata e assorta,

raggiunge la grandezza del viso degli oranti,  

con le mani  tese e  aperte,

come sul punto di staccarsi dal suo corpo,

in quel tacere. Entrò nel sonno  ieri

mentre gli animali uscivano dal ventre

incenerito. Tu eri nell’acqua che splendevi

a ricevere la voce e il nuovo inizio,

una plenitudine senza incrinature:

se grondava commozione

                          è perché spiegata piano
piano, come un saluto dolente nell’addio,
il più bello che si potesse immaginare,
un sole che non rischiara semplicemente

che risveglia.
 
Come brillavi tra il sottosuolo e il cielo!-

spingendo ad ogni anello la rugiada

per gli uccelli - gloriosa nella luce

 

ti sei accesa in procinto di sparire

con l'amore  tanto scosso tra le cime

ti sei alzata nell'aria, senza gravità,

con la forza delle frasi di chi amiamo,

con la gora dell'acqua sulla schiena

e, tra i rami neri di poesia, la gioia,

mentre ti perdevo.  Oltre ogni silenzio

alimentavi il fuoco ripetendo:

guarda. io resto. accoglimi.

 

Ha i capelli corti ora che la guardo

benandante sulla terra

                                col peso della luce.

E' beatitudine  che ti ha mandato a dire,

nel gesto in fondo piccolo, la sua immaginazione,
che dentro gli occhi il caldo non finisce
di rifugiarsi nel letto  della tenerezza,
come scendere  tre gradini dentro l'albero
nella tregua interiore e vegetale 

 

-tenera argilla e benedetto,
nell’euforia o lacerazione,

il taglio netto che ci esaudisce, infine
l’oltranza delle immagini, e la febbre
per lo svelamento del destino,

è  il ricordo di qualcosa ormai  tradito.-

In un’altra pace ti confidava i passi e degli odori,
nell'aprirsi più esposta e più splendente,
più feribile alla vita/ sotto il taglio,
perchè il dolore non fosse da nascondere-

 

Ora puoi congiungere i lembi del passato
con le monete d'oro cucite tra i capelli, 
che il vento le solleva, dentro gli occhi :
c'è un piccolo dio, con poche cose, al centro,
e una fiera sorgente che cammina
col filo d'erba che ricresce sulle mani:

il puro esistere degli istanti che ha lasciato

per colorarti del suo sangue intero.

 

non sente più la sete e  accenna al volo,

la sua quercia-

la perdita è la parte più struggente

dello scoprirsi grati nel dolore-

ripetendo le parole senza fretta

come un seme che si affonda nella terra,

-percorrerai  le mie vene fino ai polsi

con i rami, fino al fiore di udumbara-

 

 

*

Con gli occhi d’acqua

 

Non c’è altro che luca nel cielo

come il suo nome per terra..

In mezzo ci siamo  noialtre

e giovani piedi le orecchie / un velo del corpo

in un luogo che sembra fermarsi

                                            a una cena segreta,

e come in un altra lingua pregare

lo spazio di gioia nella risata

senza alfabeto, che lo innalzi protetto

per farlo addormentare almeno l'erba,

dove piega i lembi della veste

quasi con le palpebre

nei pozzi intraducibili di chi muore

 

a kurskaya kosà. si racconta

della foresta che danza

lungo le piste di sogni, e di un albero

come un violino, il dentro di un uomo

che viene che va tra gli anelli e ogni volta

aggiunge alla vita un anno di vita

cantando all’indietro, fin dentro il sorriso

liberando il singhiozzo dalla paura

delle sere senza latte sui balcani

di quando ti lavavi, con la paglia

e il fiume, alla conca dei rumori,

era la tua vasca del passato. La ricchezza

ha un luogo in una ciotola, l' orecchio

delle uccelle che siamo diventate

nella somma di ciò che tace,

scorrendo il sangue forte, dentro il fiato

 

alla conca dei rumori,

nella più piccola dell’appennino di sasso,

può tornare la durata di ogni voce

e nessuna mente, illuminata e più minuta,

tra il silenzio e l’ombra che attraversa

davanti e intorno a sé, senza ossessione,

a un passo dai confini ancora canta

per offrire sulla lingua il taglio della luce

sotto i piedi, nella fessura più divina che si mostra,

di quando abbiamo visto il diavolomortale

di come, in quella pausa, dopo il volo basso

il trauma nominava l’elegia, danzando,

tra gli animali aperti come noi,

sotto il respiro delle rondini

 

nel cielo occidentale c’è la pace, ora,

scesa a terra, sul pavimento della casa,

delle voci, mentre mangio i semi delle acacie

e nel latte di altre terre lo stupore,

tra l'una e l'altra vibrazione

                                               non c'è altro-

di una piccola gioia che viene per riempirsi

in fondo all’estasi, e non ha misura

il luccicare in una parte della mente,

per non ferirsi - per volare ancora,

con gli occhi d’acqua delle uccelle,

nell’acqua umana di ogni sogno,

come il suo nome qui per terra

*

In qualche luogo, in un istante

Si desta come un istante perpetuo tra i luoghi

e insieme si scompone al boscovecchio

respira senza conoscenza in volto

lasciando la sua impronta senza immagini

guarda  preesistente verso noi,

come ancora non avessimo imparato

il nostro nome, giungendo dalla fonte

della vita, dove dimora, in ogni attimo

che schiude il suo morire. Tutto tocca

 

nel natale originario come un’acqua

il miracolo che entra  dentro gli occhi

è tanto intero da affondare nell’oblio

sollevati dalla luce, senza lotta. Respirare

ciò che pesa  ciò che ci sorregge insieme

io non so che cosa sia-

tutto il respiro della vita in un istante-

 

per tutte quelle volte che ho seguito

le impronte dei miei cervi  dentro il bosco

seguendo qualche uccello di richiamo

o sedendomi nascosta sul laghetto, per l’ora della sete,

andandoli a cercare non ho compiuto passi dentro il cuore,

ma  nel tondino  di un maneggio per l’ allenamento,

e il laghetto intorno a dire: li cercavi, e ora?

 

Quando sospendo le domande,  quando corro

sulla pelle-  il suono è uno solo sulla terra

se non incalzo la coscienza, se all’improvviso

dietro il sentiero si accende un capriolo

che sta più in là della mia mente, che la inonda

e si perpetua nell’istante unico ed intero

-al centro del mio essere c’è amore-

una  cosa  di poesia che non so dire-

una creatura intirizzita e  a un tempo

folgorata  insieme: con la luce

è il pieno della voce  lo spazio chiaro

dentro l’anima-  l’immediato con l’udito

del gemito il sussurro, e  più di ogni figura

ancor più di ogni azione destinata, con il salto

e per ondate che si estinguono, per  attimi

simili a scintille, come solchi appena aperti

nell’erba alta-  si fa un’impronta chiara, di bellezza,

con un’ombra , in quell’istante cieco del vedere,

un vuoto,  che si raccoglie e custodisce come cenere.

 

Quando parte, quando fugge dietro la sua curva,

con me rimane quel silenzio lungo, verso dentro

 e nel più segreto allora si stacca una parola

appena, in un  minuscolo frammento,

lasciando intatto il seme

in qualche luogo, un altro cervo, in un istante.

*

Un lungo dialogo prima di partire

Un lungo dialogo prima di partire-

con la casa, con il paesaggio, delicato

nel vasto rito di rispetto ad onorarlo

fino al lamento  dei  fasci delle canne

in fondo al giardino, di malinconia

estiva, voce dell’intimo- per pochi giorni

 

Un luogo a parte la madre- silvana

nella sua nudità ed io, nell’atto di obbedire

imparo: le parole inevitabili

 che non bastano-

-nella sua natura immensa, serve quel sorriso,

il vero figlio nel tempo della storia

del lutto, che ricada come pioggia

                                              nel suo ciclo

 

dove spuntano le canne si forma allora

nella visione più ampia più feroce

la  verità che pretende l’anima, che  avvera,

vibrando per qualche istante, la pietà,

sulle formiche che portano la gioia,

dove s’inchina mettendo pace dentro gli occhi

l’acqua  dove si cresima il canto dell’infanzia

che mi aiuta, lucido e sentenzioso,

a partire verso il mare: eccola..

soma di luce,

sono così piccola nelle sue mani sul mare,

ancora vuote poco fa, di casa in casa.

*

Finchè non sa di bere

La poesia è ritorno. E’ sempre un ritorno la poesia,

nel desiderio femminile che ha in sé, la casa,

l’abbraccio, quando entra carezzandoti, le mani

sulla carne del cuore, perché possa rivedere

come vede un animale il respiro di tempesta

e sanguina,

impazzendo alle stagioni quando tornano,

spine, e morbidezze. Dentro casa

si apre il fiato e ancora una volta ti racconta

della notte di natale che verrà,

dell’uomo coi legni sulle mani, e la promessa

di tramandare quel segreto all’acqua,

nel fuoco sacro di trovarla, tra le radici

e l'estasi. Finchè non sa di bere

nella penombra sta la donna, l’educanda

che trema nel presente nudo,

per leccare le falde, gocciolando piano;

sa dell’amore, come batte il salice, come si abbassa

sulla lingua speciale del puerperio,

perdendo luce dai suoi occhi

senza lasciare traccia

la cicatrice sepolta nel bianco.

 

La chimica del passo ha mille nomi

mentre il mio settanta volti soli

nel punto estremo di resina e respiro,

come l’acqua quando vibra con un sasso

prima di arrivare, ti ho mostrato,

nello spazio aperto, un’anima

che precede la pronuncia del suo nome,

inconsapevole al lume del mistero. Io resto

dove posa il piede prima dello slancio,

in questa brevità, tu devi rincasare,

nella poca luce, nel sussurro,

dove l’acqua tende, per tornare,

per tornarsi a vivere. Da questa poca morte-

nel silenzio delle sponde, tutto avviene

intorno agli occhi- rendiamo la verginità,

alba su alba, berranno le nostre gole

ad una antica dimora d’acqua

 

la tua poesia non ha felicità,

ma la sa offrire. per sempre

la porterò via, legata a me,

come un soldo agli egiziani,

lungo i campi di cinabro,

legata agli alberi  nel cielo,

come in casa,

mettendo il riso sulle foglie

per sempre sacre, e chiare,

al chiaro del letto accanto al mio,

dove dormi tu, che mi sei fratello,

e il figlio che si genera,

con tutto il pudore che hanno le parole

concentrate in un fiore senza voce,

per la stretta alleanza che le muove,

che ritorna.

*

Quattromani nell’erba

Se nella quiete aspetti la notte

spostando un ramo solo nel cammino,

l’ombra che cade comunque è fedele ai colori

e inizia dall'erba la luce che varia, ancor prima

nello sguardo anteriore al colore del giorno

che adorna il suo nome affidandosi al suono,

muovendosi in mezzo alle cose, come una donna

in penombra, nell’andirivieni al balcone,

scostando appena le tende : sembra cammini

 

dentro la neve, coi piedi nulli e i polsi leggeri,

nel suo splendore, facendo strada sulle ginocchia

ad un cuore. E' un lungo viaggio fatto di adagio,

con le foglie dentro le orecchie, il frutto maturo,

l’interno morbido delle parole, la tenerezza:

è una piccola casa una parola nascosta,

dove dondola il legno, ridendo a ogni cosa

 

e noi,  - come una anziana cicogna

quando i figli la sostengono in volo,

e dolcemente, da ogni lato- con le ali

ci apparteniamo ancora, ci affidiamo

come l’estate che si apre, sul lembo della terra,

dalle bende calde di un inverno di dolore

e passa avanti con un salto alla mutezza,

tra le ossa ed il mistero di pronuncia,

la riconciliazione con l'inizio

                              del canto, la mietitura :

 

"se metti a conca le mani

se le tieni appena sotto il timo,

e col ventre raccogli dal profondo

                                             delle spighe,

dalla falda più amara del fiele, la pena

dell'ultimo sorriso che ricordi

                                                      di lei,

portando in avanti le mani, e le braccia

più lontano che puoi, lentamente,

se rovesci le mani- ed osservi

come il nero non macchi la terra

e si offra tinta coi fiori

mostrando sul dorso dove posare

il primo sorriso curato nel seno,

diamante del viso più chiaro-

segretamente ti sfiori."

 

Tutto quanto era la luce

tornerà. Dal gomito dell’angelo

le libellule per la stessa strada, per rincorrerti

ai ripostigli della neve, all’erbarenna,

canteranno ogni giorno, con un gesto ripetuto,

con un solo sorso d'acqua, nel sorriso, 

la luce per potersi allontanare

nella raccolta delle voci e di un amore,

per il vuoto che si scava nell’anello

con un fiume, in un piccolo anfratto del greto,

il disegno sull'erba del ramo

il profumo coerente e persuaso

come l’azzurro, per rivoltare le zolle,

che smette per terra, per farsi ricordo

 

( Niente parla di noi, tuttavia,

camminando la notte- ripeti-

tranne ciò che ci tocca)

 

 

nella minima nicchia degli occhi

c’è una colonna di luce,

che ammette lo sguardo,

                                    che tocca,

nella più tenera somma, i colori

fedeli a quell'unico ramo

                                   che siamo

quattromani nell'erba, ti mostro.

*

Alla Signora per terra

Nel suo  riserbo, al laghetto azzurro,
come un prato trema in sacrificio

il mio piccolo graal,
con gli occhi silenziosi 
alla feroce innocenza del sole
gonfia come un amante la gola
sul  ventre che si rovescia in luce

è un pomo di adamo quasi invisibile
nella congiunzione luminosa,
nell'istante bianco del fulgore,
ha trasformato in luce la parola Dio

candore  senza mediazioni la purezza,
a se stessa dà il nome, lentamente,
nella sua incantagione, nel ringraziamento,
celebra  lo stordimento  sacro dell'inizio
di una religione  con l'Aperto,
e lo fa poggiando l’orecchio debole sul bosco
e alla Signora inconfondibile che è in lui
nudissima
amante degli assenti e luogo

cammino  fino a fare spazio
per una apparizione
nell’indicibile comunione con l’essenza,
quando si ripete, quando  s'immerge,
li tocco avanti e indietro nella morte,
che esiste,

nelle diecimila cose, innominata


fino all’ultimo respiro, verrò qui,
sotto gli alberi, commossa,
a difendere la luce di un bambino,
dove tu canti - Lei sanguina nei fiori
di madri passate, riunite,
che hanno preso il nome tuo  poi l’altro-
con  Narimi- il capo più vicino 
del filo che rimane a te,
che sei nei cieli
luce ad altra luce-

e alla Signora confondibile
per terra,

quando si avvicina.

*

Con la terra di Malta

Nell’acqua delle cinque sorgenti
nel  recipiente di bronzo ti lavi

e oscilli nell’aria di una tela irregolare
nella fatica del raccolto, nella morte di un caro
nella fame avvelenata in fondo al cielo

Maria innamorata, di Nardò,
di un amore che ti ha lasciato dentro
in un velo di papaveri costretta
a ballare tra i colori  del dolore
la catarsi pitagorica , innocente

la tua cerimonia. É la  cura, Maria,
nel movimento del ragno,
come le madri  che non danno riposo 
ai neonati,  a forza di braccia la culla, 
non già nel silenzio,  ma come una nave
il canto  si muove, assegnando potenza
nutrice dei corpi, nel mare. Sei tu,
progetto di ritorno a quelle braccia,
un canto indietro;  non è follia
quell'incontrarsi  primordiale della  pelle,
nel  profondo di ogni essere.  rimani
della tua meraviglia innamorata

a metà del cammino che tacemmo
lascia che dica delle rose di Duino 
del vento nel lavacro e della musica,

che ti spezza muta nei singhiozzi, che ti placa,
venuta al mondo nei passi di una danza
che io possa dire  da dove  tanto amore,
dalla bellezza zingara e madonna
quando ti muovi

Maria di ora e cresciuta,
con la canicola nascosta della mietitura,
dal bianco abbacinante delle case,
ricoperta di calce sei tornata
col rimorso, al centro dello spazio,
sacerdotessa inconsapevole, di tanto latte
trabocchi quel dolore e danzi
risolta nel raccolto, e donna nuova
coi suoni,   tutt’uno inginocchiati
per stanare la taranta con l'offerta
del violino sulla faccia che ti vibra

La  tua pelle, Maria, è il tamburello, 
percossa nel ritmo ordinatore
dentro è fuori e  il ciclo si ripete. Ti ripeti
tu: taranta, con la testa tra le gambe   
piegate  come zampe d'animale, rotoli
nell'indistinto, sulla schiena  strisci-
smarrita  delle dimensioni- sotto le sedie,
e le travolgi portandole  lontano,
con la pancia nera, salti  in piedi e danzi
nello bianco del lenzuolo, rotei,
cadendo  infine, Ragno potente,
notturno inconscio.

Pura Maria sotterranea, se non è veleno,
cos’è che ti fa danzare fino a San Paolo..
con la speranza di ascoltare, dal forte labbro,
la preghiera e una parola che ti salvi,
che annienti  il tuo dolore sulla croce
di due pietre e ogni anno?

Terra del rimosso di un passato sofferente
che ritorna. Nella cava più segreta

della quercia, anche tu  sarai dimentica:
nel giro di una danza è l'occhio di un bambino
finalmente esploso
dalla rebecca fino all’animale
all’indistinto, te, privilegiata,
per tornare a raccontare tra le  messi
dell’amore di ogni anno, dello sposo
che ti pizzica celeste tra le anche
che ti fa santa,

con la terra di Malta,

impazzita di gioia

 

*

La realtà è così delicata

 

 

Ti guardo, dove cammini,

vicino alla casa del sole

bisognosa di un luogo  concreto

di un corpo abitato visibile   

a somiglianza del cielo,

 in mezzo alla notte

 

la realtà è così delicata, là dentro

-e pesante  l’immaginazione-

ruota la lingua nel cuore

interamente viva

e una vita è più grande
coi pensieri delle mani


siamo subito insieme, se vieni

a trovarmi,  non esiste un confine

succhiando le dita agli anelli ancestrali 

con dentro dei soli persone e le stelle    

 

è solo pace, sai, che si volge insieme

che si allarga tra le cosce del mattino

e si richiude, nei capelli, di fragili azzurri

Chinando il capo sera dopo sera

ascolta,
con le labbra nel vano del camino 

il mormorio benevolo degli alberi,
di quel dolore che domani muore

nello stesso incanto con la luce,

in altre anime,

sotto la pelle splendida che freme,
tra i girasoli,  io ti seguo,

lucida e leggera madre,
per l’oro che risplende nei tuoi versi,
che  si confonde con la felicità
di una musica che ancora forma il tempo
di queste prime notti estive,
del cancello che mantiene l’infinito
in una stanza, ad aspettarci,
venute dall’aurora.

Così per ogni sera conto, a uno a uno,
come chi chiude casa ,  i girasoli,
seminando una luce ancora calda 

sugli steli e al cuore

teneramente incido l'intero sutra
usando appena la punta delle dita,
più chiare che mai dove tu  stai
per essere tutt'uno con la terra

nel liquore brillante del risveglio.

 

 

 

 

*

Per l’ultimo matrimonio

Nel silenzio dei fiori avverto i tuoi passi
negli occhi.

Un albero solo
mantiene  la schiena,

conversando con te.


Tutto è presente  e così altrove, insieme

occultando l'apparente della pelle
rendiamo visibile il nascosto-
primo tesoro-

nell'oriente  della forma

nel più profondo noi
emerge un io celeste,

il nostro doppio in cielo
tocca  l'inguine  dell' essere
nello spazio puro delle lingue.


Nell'istmo delle celle immaginali
io ti vedo, e  nel sommo dei sensi

 mi espandi mi dai forma.  Nel viaggio, 

fino all'estrema spiaggia dell'ombra ,
col lampo del sole al tramonto,

                                          mi bagno
nell'acqua perenne, fresca e salata

alla punta sottile dell’estasi
estraendo mercurio,  dentro le mani,
si scioglie  un diamante,

mescolando la vita  alla vita,

come l'unica fiamma di una candela

che può accendere altre candele,

senza una perdita-
nell'oceano di fango del corpo, di angosce
e stupori,  fino alla goccia più trasparente
raccolta nei palmi all’estuario-
 
trasformiamo le stelle,  cadute nel buco
che inghiotte di  nero ogni cometa,
nel centro esatto di luce,

col  getto amorevole delle fontane
bianche d'amore, e di un’ anima,
in un corpo astrale, senza più differenza

c'è un grembo sottile, un seminarium
nell'atto perfetto della preghiera,
tra noi,  una segreta energia
che libera  il cielo nascosto nel cuore,

salendo alla mente  come un'aurora

un'onda di miele, di bestie, fino alle  piante
alla struttura tellurica infine

per ogni pietra dell'essere. Ho pianto

al limite dell'invisibile
fedele angelo mio, giungendo per te
alla sposa segreta.
Rannicchiata dentro il mistero
ho iniziato  nuovi sponsali
col sentimento della distanza,
di simultanea presenza.

Nel nono cielo,  privo di astri,
contemplo il nostro splendore:
è un velo, sulla  nostra  bellezza,
un solo albero lungo la schiena

i tuoi fiori, tutto negli occhi 
è presente, così altrove, insieme,

un passo tanto dolce

può essere solo di gioia,

per l’ultimo matrimonio,

L'infinito.

*

La muta della carne in un respiro

Respiro  di balena il vasto cielo-
quasi tutto sapesse lo spazio in noi
cos’è,

ogni cosa che accadde
lasciandosi andare nell’amata
maestosa forza nel grembo dell'oceano-

potessimo raccoglierlo, ancora misti al buio,
un solfeggio per sussurri e vibrazioni 
nell'estasi oracolare, nel movimento
spargerlo di un vuoto interminabile
e ancora offrirlo agli alberi, 
con il caldo delle mani, avvolti
nei nostri piccoli abiti, negli occhi di novizi ;

 

è solo al centro che vedi aprirsi in folla
gli altri centri di eterna pubertà
quasi comprendendo chi li culla,
nel sonno che addolcisce quel lamento,

una volta c’era il mare, lì,

tutt’uno col deserto

E se domandi  dal centro della rosa

di aprire all'angelo le ali
adagio si alza in canto la fragranza
di favola e amicizia, ed è una  gioia
in alto, con un crescere che pulsa
il suo nome nel tuo insieme,
la muta della carne in un respiro
che s’incurva, che penetra nel vivo,
fiorendo  nello spazio uno per uno
la lucidità che schiude questo amore,
donando  libertà dentro lo sguardo
senza dramma quando deve ripartire
dalla luce delle diverse apparizioni.
 
Senza dimensione, la luce,  è l’infinito
e noi -  in anticipo per sempre sulla carne,
che lenta si distende nelle radici del parlare  

finchè  verrà a tacere-  dalla nascita,

se  crediamo in lui,  una sorgente

 

*

Le stelle vengono a piedi

Allunga le ore il suo nome

Con Indicibile e breve potenza

Trova riparo negli occhi

Una mussola bianca, si muove

E raccoglie  le cose del mare,

Nella fragile danza di casa

 

Così profonda l’assenza

Da tornare, come una volta,

Dove precipita il respiro

Negli spazi fino ai minimi d’azzurro

Sul margine del bosco necessario

Per togliere dagli occhi la chiarezza

 

Offro un sentiero al silenzio

Verso il largo del pianoro, e più su,

Alla chiusa del vento, si colma,

Nascosta tra le mani,

Di tutta la distanza luminosa,

Un’urna, per dire sì al Solstizio

E niente ombre

 

Mentre vegliamo la luce più grande

Del giorno che c’è, in fondo alla gola

Un fluido commosso si acquieta

E le stelle vengono a piedi,

In processione, stupende

Alla notte minore, da farti restare futura

Nel continuo vedere e chiamare

Mammet

 

Nel piccolo buio. Inciampo ancora

e bevo,  nel grumo, dalle radici amare

Sprigionando la luce da cui vengono gli alberi

Come te, con un gesto delicato

Come un discorso d’amore

Imparo nuovamente a cadere,

Più grande e devota, attraverso  le vite,

Tutte le maternità che genera la morte,

A rialzarmi  tra poche cose, nella povertà,

Più sensuale e pura, conosciuta

 

Nella perdita, ogni cosa ha la sua legge

Fino al bordo della vasca

Un solo sorso d’acqua, per la gioia,

Basterebbe,

Come i fili d’oro sulle cicatrici

Che riparano quei vasi, per brillare,

Basterà.

*

Nel volto che trapela dentro il viso

Il segno è figura,

la figura è atto,l’atto è unità,

comunione, integrazione, generazione;

l’unità è il divino, il divino è figura,

la figura è segno

 

-Emilio Villa-


Non sapevi del divino, o dello spirito distinto
Dalla carne, nella realtà sensibile e unitaria
Con le grandi chiazze rosse dei bisonti
E il coltello di silice insanguinato

Dell’uomo dentro l’uomo_remotissimo
Nella tua  naturalezza,
Il sacrificio 

E' l'equilibrio di energia
Tra l’animale e la figura sulla pietra


Nella caverna siete uno e tutto il mondo,
Nutriti della carne primordiale, un solo Dio.
E tu lo mangi, nello scambio, 
Rinasci l’omogeneo - il nostro agnello, 
Mutato in salvazione
- non c'è morte,
A risospingere la vita. Nel simbolo agitato,

Prima del totem del tabù e di ogni religione,  

Sei presente, al massimo universo

 

Con un segno una ferita- tra le mani
Forti le incisioni o  leggerissime- 
Sul ventre del magma immaginario
Ti dilati per contorni, poco a poco
Le  corna sono vita, e gli occhi e il cuore 
Del bisonte, che gronda sangue o stride
Del divino percepito : Sei il segno


Tradotto dal silenzio dell'amigdala-
A misura delle mani, la tua mandorla,
Dichiarazione umana, più che un nido-
Con il cuneo nella mente hai scritto i battiti
Hai deciso per la forma con la punta, 
Per nutrirsi, per nutrire  un’anima,
Accumulata nelle tue caverne sacre

 

Senza passato della prima morte 
Nell'atto  dell' inizio in creatura
L'intero concepire, tutto il  tuo pensare,
Nell’esplosione irrimediabile del rito,

Al sommo dell’azione, la più lunga

E' scrivere: la forma della bestia,
Col movimento delle dita come fiati
 
Colorerai le vibrazioni semplici del polso
La concezione dall'impeto  al riposo
Senza  numeri del tempo, ti ripeti, uno,
E uno dopo l’uno ancora  uno

Nella pura quantità del Tutto.  Il nome è solo
La voce universale, nella sua matrice, il vento


Nel silenzio,  sacerdote e vittima, di sale umano
Veemente  fino all’orizzonte e al primo cielo 
Delle acque di una partoriente, fino al germe

Al cenno al soffio umano, a quello che sarà

Una poesia
Sul ventre amplissimo dell'immaginazione,

La rinascita dell’anima, primordiale al sé umano

Sulle vertebre ora cantano i tuoi versi
 
Rischiarati dalle tracce di una luce
Con la scia nel nostro sguardo scriveremo
Con la sinistra delle mani
Disseminando nel gesto le visioni
Come croci cerchi stelle o altre  sfere, 
Nel volto che trapela dentro il viso

Nell'ultimo nascondimento della luce 


In_segni, prima del fiore, la radice-
Traversarla , nel più piccolo morire
Della vita- da cui si irradia l’infinito

*

Nella giunzione irriverente delle mani

L’immersione nell’anima di uno sconosciuto

infilando il dito nel buco della diga,

perché non mi travolgesse la sua favola,

poi viverci accanto e sognare

 

-eri meno di un sogno, di là,

perché ti sentivo arrivare

figlio del mondo e madre perenne

dai lombi sacri, le ginocchia svelte.-

 

con la polvere negli occhi dell’infanzia

mutando le parole con la pelle

nella meraviglia che dischiude un sesso

come l’alba, imparando l’abbandono  

col tramonto e un fascio di capelli

 lasciati lì a durare

nello sguardo altrui chissà in che modo

 

nella perfezione muta del nostro nulla

ogni giorno accade il “ sì” dolcissimo

- e  sale dalle pagine dentro la tua vita,

superando l’esistenza di un Dio instabile-

con le gambe nude, ovunque lei si trovi,

                                              nell’acqua,

per catturare ciò che in ultimo ci copre,

nella giunzione irriverente delle mani

col seno  sta  giocando coi tocchi della  luce

come fosse creta / sotto i tuoi occhi

come un’altra pelle, indifferente alle regole

fitte di parole incomprensibili,

tra le arance d’oro. Piena d’acqua

                                           della nostalgia  

sta cantando nell'occhio della rosa -

piantata davanti alla finestra,

guarda e si raccoglie nella vasca

col vivissimo amore che discende

nel punto più del  grembo

sotto la spinta del suo crescere

tra i cespi di more- così lucente,

nelle mani di chi ama,

persino il suo lamento

     viene, all'ultimo.

*

Non guarda più contempla nello spazio

Il volto che non raggiungo me lo dice- la femmina

del profondo, con una lingua sua,

vede le cose parlare,

come appena presente, una famiglia

che sopporta l’essenziale con coraggio

:la contemplazione senza polmoni fissi,

respirando lo spazio, prima, poi l’aria,

e le cose che lo abitano- cercando un punto

sulla fronte, con l’anulare della mano destra

lo cerca, chiudendo gli occhi, senza significato,

con una dolcezza vista soltanto nelle foglie

quando si sdraiano  negli animali, a terra, poi

 

non guarda più . contempla nello spazio

una sfera di  8 ettari di medica, infinita

in sé presente nel suo vuoto, danza

e danzatori  insieme, noi superando_

_ci siamo bagnati  senza separazione

senz’acqua  lavati via le croste con la luce

in ginocchio, pianopiano, celebrando il dono

impossibile da nominare, così sottile

che perdi la strada con le parole. Come valli

vuote nel movimento come tronchi

sinceri,  come acqua torbida che sedimenta

andando alla quiete, alla sorgente colma

della voce che vede le cose parlare

quando ancora non sono presenti

 

lì, dove abbiamo seminato la placenta,

quando la neve è all’appuntamento,

si addormenta la foresta con le mani

a quattro zampe:  c’è un piccolo paese

tra le nostre dita, coi lumini sopra i piedi

vicini si vedono in lontananza, si fanno visita

nel sogno, e nel cuore della bocca

nasce il nome, gemendo, dalla fronte,

           ti goccia  negli occhi

 

    così ti scrivo, senza guardare,

 nello spazio puro, che danza immobile 

                        l'amore

 

 

*

Narinzemi

" Eia, mater, fons amóris,

me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam."
 
Nel  tuo racconto  sulla spiaggia,
aperta dalla luce
così  pura nel mio male
ho riconosciuto quella donna, 
e il resto intorno, dalle spezie 
tenute tra le mani,  dalle mille 
e una notte alle confessioni;
 
affondava nell'aria una scala di seta,  
su tutti gli aranceti che esplorano lo spazio,
tra le vesti  e la casa degli uccelli-
un canto solo e i violini due respiri
vicini all'elegia, di quelle notti estive
un momento di amicizia tra la veglia 
e il sogno  delle  rose, nel silenzio, 
su cui poggiare la testa. Con il filo
 
ti racconto del zaum, di quella  profezia,
con l'incanto della lingua piantata sulla  terra, 
dove l'avvenire non è avanti, ma ti avvolge
all'intorno che ci aspetta
 
ti lascio entrar dagli occhi  
come un lungo inverno e madre mia 
come sabbia sul mio fianco, benedetta 
in ogni angolo in ogni baia,
per brillare senza ostacoli - 
il mio fesh-fesh dentro la carne
 
la dolcezza del tremolio, 
è così forte al sole
che le arance scendono negli occhi e tu
mi sollevi con un'ombra, mi proteggi 
in una scia, come sotto ad una chioma