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Raccolta di poesie di Annalisa Scialpi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Il carnefice

Il carnefice

Il carnefice è ancora là,

ci spia dalle torri invisibili

col suo occhio di sparviero:

vuole le nostre budella nella ciotola

                                                del cane:

o magari ne farà cibo per gatti sterilizzati.

 

Il carnefice

ci alletta con i suoi profumi fragranza

                                  di gatta aggressiva

o attraverso i mille shampoo che fanno

rizzare i capelli nelle ritmiche corsie ventilate

                                                 dei supermercati.

 

Perché

il carnefice

 ha ucciso il dio, la dea, che è dentro ognuno di noi

e vive nelle corsie ordinate, nei sotfware delle scrivanie

                                                                        telecomandate,

si nutre

dell’intelligenza minimale d’una ingorda sopravvivenza,

 

ci succhia il sangue

direttamente dalle ragnatele delle nostre precauzioni

sta

nei disinfettanti del contatto, nelle assicurazioni anti-vita,

nei morbi invisibili dei nostri odi

nelle cellule tumorali dei nostri spaesamenti

nelle droghe dei cibi-veleno antimalinconia

 

il carnefice

ci succhia il midollo della gioia

attraverso i telegiornali,

vive nella tana delle nostre polarità annunciate

a gran voce, sui sagrati della moralità,

 

Ma il carnefice non sa

che vivrà

fin a quando di noi si nutrirà

perché il carnefice sa

che basta una voce,

l’inizio di un volo,

il fascicolo letto di un fiore

sulla montagna dei nostri bagliori di deità,

a spazzarlo via.

 

Perché il carnefice

con tutti i suoi segugi,

lo sa

che morirà!

*

L’ultimo canto di Ofelia

 

Lunga

è questa agonia,

questo arrendermi

a questa morte, lenta

che cerca ancore su lidi di carta

e dall’inchiostro fiorisce lacrime

come fiori neri,

quelli che non colsi

sotto l’albero avaro dell’azzimo frutto.

 

Le spine nelle mie carni gocciolano

con le tue parole sporche,

l’astro getta un bagliore di sangue acre

sulla tua armatura opaca

che, in un angolo, vidi sfiorire

sul tuo corpo accartocciato

in un attimo di niente.

 

La bambina cattiva piange ancora

all’angolo della soffitta,

col verme tra le mani

disegnando il lago che schivasti,

funambolo di menzogne e

                             di paure.

 

Ma il sole, feroce,

oggi entra in quella soffitta,

rompe

il tuorlo della verità,

e il sangue scola dalla coppa

della vita

sulle mie ossa che i corvi smembrano,

fino all’estrema bianchezza.

 

E ora sono:

vento, foglia

e suono,

 

che resta

 

di te.

*

La nuova Ofelia

 

 Odio, odio, odio

trasuda da te, Amleto,

ma il tuo barile d’odio

non servì alla mia vita,

 

e mi lavai nel fiume:

mi lavai, non affogai;

è tuo

il tuo barile d’odio,

riprenditi il tuo karma!

 

Forse sono entrata

nella tua vita

nella prigione del tuo cuore

per scontare il mio karma:

ho lasciato anch’io, vuoti,

due occhi,

col cuore duro come un sasso,

ma ora torno

e ho in mano gigli

per pulire

il veleno che lasciai.

 

Perché, ora, so:

nessuno uccida l’amore!

 

Il fato è compiuto,

il karma è risolto:

riprenditi il tuo veleno,

il tuo deserto, Amleto,

finché non capirai,

finché anche tu, dal fiume,

rinascerai.

 

Nessuno uccida più l’amore,

giurai al mio cuore,

nuotando nella vita

e danzo, ora, con la vita

perché Io Sono

vita.

*

Arianna e il Minotauro

Calpesti la poesia coi tuoi zoccoli di fango,

bugiardo, volgare

eppure non so

cosa spinse Parsifae,

una regina,

a fare l’amore con te.

 

Hai spezzato le rose,

distrutto il giardino, divelto

i semi della pietà,

le rose ardenti e i fiori di lavanda

 

eppure

 

il calice della regina non è vuoto

e i suoi demoni danzano

sui fili del bucato

che la sua serva tenne

per gli abiti più belli.

 

Come un vecchio   

sulla giostra dei giorni,

appeso al vizio della vita,

stai

e le rose dell’odio gocciolano

sangue nero

al ricordo

della tua testa ferina

che nascondesti

nel tuo corpo da uomo.

 

E fu forse

per quel fiato denso,

per quella insaziata febbre

che spazzò le briciole della felicità

nel mio divorzio dal tempo

 

che ti cercai,

 

ed ero sempre io,

Arianna,

che ti costrinsi a fuggire,

lontano da me,

per quel delitto che non volli

nel mio labirinto

dacché,

incontrando il Minotauro

fui degna dell’amore di un dio.

 

Diversa è ora

la mia regalità.

*

Splendore

Come lama, la mia poesia

dalla gola, ancora s’incaglia

sul vecchie croste d’omertà.

 

Ho tolto il velo di frigida sposa,

il sorriso di cipria dalle labbra caramello.

 

Senz’alibi,

a piedi scalzi,

attraverso il tunnel,

sul quale mi lasciasti,

piegata in una irredenta sete.

con la ciotola delle elemosine

vuota sotto il tuo occhio cieco.

 

Attraverso il tunnel,

col ventre squartato, ancora

scivolo sui diseredati giorni,

mutili di pietà.

 

Come piombo, il buio

riporta il rimbombo

degli assordati silenzi;

getta amori al polistirolo

su mura di nero cemento

tra fioche luci morenti

e asfissiati giorni di inutili pazienze,

o solo convenienze.

 

Le parole perse rotolano

dalla mia gola secca,

ergendo ancora tristezze su muri di anemie

all’angolo di onnipresenti notti

tra i tentacoli dell’angoscia

e lo stridente violino

di una invereconda disperazione

che rose come tarlo la speranza,

offrendola all’insaziato pasto

delle greggi addormentate

sotto l’occhio rosso di una madonna nera.

 

E sento ancora

nelle mie ferite

l’arsura del deserto

prendermi a morsi il cuore,

generando Meduse

gelide di addii,

col veleno nelle vene

di tradimenti inoltrati

con corretta borghesità.

 

Ma, ora che attraverso quel tunnel,

col mio bambino, salvo, tra le mie braccia,

so,

finalmente so!

che non sarà di plastica, la luce,

quando uscirò nel sole

e sarò

Splendore.

*

Oltre quella porta

La luce s’incrinò quando

l’ultimo spettatore

scomparve dagli spalti.

 

E’ vinto, il toro.

La terra trasuda sangue

impari.

 

E tuttavia un rivolo, scende

fino alla porta che schivai,

mordendo la tua pelle;

e non di ambrosia

saziai la mia sete.

 

Torno a quella porta.

 

Prelude il tendone

che abitasti coi tuoi sorrisi

                                   di cera,

la sagoma d’ombra truccata

di fosforescenti paure.

Anche il tuo circo è vuoto.

 

E tuttavia, un trampoliere

m’attende,

ingoiando il suo fuoco,

quel fuoco che, in te, cercai,

ma raschiò come acido la gola,

labile come scarsa vernice.

 

E oltre quella porta

c’è ancora il mio elefante,

che nel suo triste giro, svetta

coi suoi barriti, lassù,

e squarcia il tendone

sul canto nudo

delle mie notti.

 

Mai vidi stelle più belle.

 

 

*

Antica geometria

 

La mia musica è stridente,

come i legni abbuffati di pioggia

delle sedie dei giardini, in inverno

 

e tuttavia

 

posso rendertela in germogli

dalle mie mani di madonna rossa,

gravida d’un sogno bianco.

 

Ma sento che ti spaventa

questa donna scheletro

che reca, negli occhi,

la vertigine d’una atroce apocalisse.

 

Ma non sono le tue lacrime, le mie?

Non è tua la terra che trema, consunta,

sotto il mio passo consunto?

 

Pure il corvo del dolore s’allontana

in questa nuda distanza che trasuda

l’anemia d’antichi incantesimi.

 

Resto.

 

Sui miei fossati di neve,

salvando il petalo sanguigno

 

tendendo

 

al frangersi dei flutti neri

e alle bonacce dei sensi,

 

mentre aspetto la vela

della mia antica geometria.

*

Sotterrerò questa tua corazza di neve;

 

Sotterrerò questa tua corazza di neve;

 

ammutinerà l’esercito dei gusci,

 

sguazzerà nell’arancio

 

questo amore albeggiante,

 

tra mille farfalle d’ametista.

 

 

 

Tremano gli abissi tuoi nei miei;

 

col piede, la pelle nuda, varchi il sentore

 

                                     dello sbarrato passo.

 

Disarmati, di fronte a questa febbre abissale

 

Siamo,

 

e dipinge lucciole coi violini l’archetto del desiderio

 

sulle corde delle tue ciglia,

 

mentre trema la mia foglia nuda sui madidi cuscini

 

d’avorio che corrono come ninfee

 

sul lago che facemmo coi battiti e i respiri,

 

accartocciati sugli istanti come lumache musicali,

 

trafitti nel mare limpido degli occhi

 

mentre lasciasti l’impronta di Dio tra le mie cosce.

 

 

 

Ma s’incaglia la musica nel mio ventre di gravida vergine,

 

 

 

 da questo violino che strappò le inutili sere

 

e germogliò rose dalle spine

 

sui tuoi cancelli,

 

sul ferro fermo dove ancora tu non muori.

 

 

 

Ma tu arrenditi;

 

e arrenditi perché io t’amerò,

 

perché mai, da questa febbre,

 

 mi salverò.

 

 

 

E arderò

 

e t’amerò

 

 

 

ancora

 

 

 

e di più.

 

*

Salveremo lumache?

 

Salveremo lumache,

ancora,

come quando, bambina,

le prendevo dalla pentola

prima che l’acqua bollisse?

 

Come allora,

ci sono ancora i soliti commensali;

addentano un piacere fuggitivo,

ma l’occhio getta un faro di bellezza

oltre la nera cornice

che spezzò il ritratto di famiglia.

 

Immobile come vecchio gendarme,

con la spina nel fianco

di chi mi conficcò

in quest’era come un sasso,

sto

e ho una sciarpa alla gola

decorata con serpenti

o uncini,

non so.

 

Dentro,

ancora il rumore

di chi rosicchiò le teste

degli agnelli,

succhiandone i cervelli

col brodo che cola

dalla bocca, terso,

con religiosa semplicità.

 

Come osò Prometeo

rubare il fuoco agli dei?!!!

 

E macellarono il Verbo

e ancora lo spinsero

nel sepolcro oltre mura,

espungendo la morte

dagli almanacchi

delle torbide felicità.

 

E ora che il ritratto è spezzato

nei vuoti istanti

irrorati

dai neon degli ipermercati

che spargono midolli

come morte lumache,

cosa resta?

 

La sabbia sui piedi

il ruggito del vento

la vela d’imprevisti oceani

cedono allo shaker di glasse

morbide e avvolgenti,

servite coi chimici cheeseburger,

in fretta,

 

prima che la morte

ci mangi anche i piedi.

*

La donna rossa

 

Tra le tue ombre

si accasciò la mia vergogna,

abusata dai silenzi stridenti

                        con le catene

nell’umida soffitta

dove abitammo.

 

Il singhiozzo strappa il verbo

come un foglio,

azzimo di fumi consunti,

trasmuta in veleno

nella gola, nel sangue

l’acido che invano percorse gli usci

                                            dei ritorni,

esiliato di nostalgie.  

 

Nel livido regno d’ombra

non dipingesti mai

la serpe

e l’ombra si mutò nel verdastro

degli annegati,

colò su muri di spavento,

mentre l’amore

ti marcì dentro, in raggrumi.

 

Nelle nari il sentore del sangue rappreso

accavallava, in isole confuse,

mattatoi di gelide ilarità

 

e poi silenzi

 

Intervalli di neve

tra isole di ghiaccio,

biciclette immobili

su muri a secco condannati

a ruggire nel sole cieco.

 

E nel tuo piatto pesci,

disossati,

occhi di vetro spalancati,

allucinati

e tu, ancora,

fiutando la morte col moccio al naso

e l’acqua calda presa delle grasse levatrici

che non lava

l’odore dei pitali nella stanza,

e contorce ancora i musi alle magiare.

 

E la tua donna rossa

ancora lì

nella credenza dove rubavi il pane,

con le sue gerbere arancio,

sottochiave,

che aspetta il tuo ritorno.

*

Diversa è la mia morte

 

Nella luce di un’alba chiara

l’anima si versa;

raduna tracce di ciò che il rogo disperse

tra il pianto amaro dei popoli sapienti.

 

Resiste, il gabbiano,

sull’aspra scogliera,

il suo grido non è

resilienza di carne già marchiata

negli allevamenti della civiltà

tra morbidi chiodi che straziano,

indolori, la polpa,

né malinconia di ombre

che portano fiaccole spente

nell’oscura caverna,

 

ma pacifico esalare

del frutto mistico dell’abbandono;

vendemmia piena,

corrispondenza di cieli.

 

A questa morte

 

che il presagio dei tempi annunciò

nella ruota ferma,

nel finto mare dove tu non tergesti

la fronte contratta di spine

mentre l’amore ti colò, reietto, dalle ossa,

centripete di gravità,

mi consegno.

 

Perché rimase rigido, il tuo tendone,

inutilmente scosso dalla brezza

                                         febbrile

del mio amore,

con la solita pantera in agguato

nel circo della tua mente,

e tu, in piedi,

solo per il sangue raggelato

nella meccanica gravità.

 

Sei caduto nel tuo popolo

come un barattolo vuoto

e ora spiri,

ma è diversa, la tua

dalla mia agonia

e fu per quell’azzima vendemmia,

per quel sangue che, volentieri,

non cedesti

che muori

 

e non sai nemmeno perché. 

*

Giorni di ghiaia

La corrente ha portato via i volti,

mangiando gli occhi, i sorrisi;

liquide scale a fondo perduto

oltre i verdi fogliami delle primavere.

 

Le intemperanze coi loro adultéri di voluttà

vestono i cancelli delle folle mute;

vecchi monili, araldi e trofei

giacciono sui greti di vili omertà.

 

Lo scambio è la legge.

 

Monoteismi d’intenti.

 

Farfalle bruciate sulle graticole

dei sensi decretati.

 

Ci sono ancora carcerieri

in confortevoli e riscaldati

musei del terrore,

impacchettati in morbide

confezioni monouso.

 

Ammutinano le volontà,

vestite di orge di idee decadute.

 

Politicanti edulcorati

stanno muti accanto al Golgota

 

Provvisori

 

Esacerbati nella baldanza

di giorni di ghiaia.

 

Vuoti di cieli.

 

 

 

*

Le tue mani

 

Non possono mentire,

le tue mani,

le tue mani che prendono le mie

e piangono l’umido della tua carne

gettando il legno contorto

oltre i confini delle mie ali

che avvolgono il tuo petto,

con le mie mani.

 

Perché il tuo pianto di bambino ottuso

trattenuto dal gelo delle tue correnti

scende nelle tue mani

attraverso le tue oscure gallerie

e lascia su di me, col tuo sudore

la sillaba del muschio e dell’oro.

 

E nulla è più certo,

di quando mi prendi le mani

e la mia corolla scivola lunga i fondali

delle pietre azzurre;

 

e trovo la mia carne,

nelle tue mani

e posso ancora,

con la sabbia e col fango

risorgere dall’antica stregoneria.

*

Sei più dentro d’ogni dentro

 

Sei più dentro d’ogni dentro,

calcificato ai cieli dell’anima, vivi

da quando il pensiero ti partorì

dall’occhio delle sere.

 

Sei l’immagine che cade e gocciola,

in me,

scarnifica e corrode

e poi risale, come liquido divino,

dal fuoco che risorge i miei soli astrali.

 

Sei un volo incerto su un cielo ferito

eppure

sei anche il graffio nel muscolo che stride

dacché ti sei infiltrato, come dolce veleno,

nelle mie arterie

e ogni tuo fluire

è materia e spirito che il sangue addensa.

 

Perché sei dentro,

più dentro di ogni dentro

e il fuori non è

che un riflesso

dei cieli che inventi coi tuoi movimenti

vicino o lontano

perché sempre imbianchi la mia casa a picco

                                                                sul mare

con l’infallibile luce del diamante.

 

In essa vibri, come luna incollata

da un bambino distratto

e dalla poesia delle tue mani

luce, versi che incide

continuamente

il tuo nome

nell’osso del mio stare.  

*

Ti ho cercato

 

Ti ho cercato

quando, china sulla mia immagine

graffiata con un vecchio carboncino,

stavo stesa sullo specchio muto delle sere.

 

E mi consolava l’azzurro

di indefiniti cieli immaginati

mentre contavo le stelle erranti

come barche piene

di tutti i mondi che sognavo.

 

Ti ho cercato

quando la musica cadeva dal rotolo

                                  vuoto del tempo

con un rumore cupo, interrotta

dal fluire artificiale del macigno dei giorni.

 

E ti ho cercato quando

non sapevo cosa cercare

e vagavo disincarnata

tra ruderi che bucavano,

come ordigni, la mia trama.

 

Ti ho cercato

quando la notte impastava

sogni e lacrime,

bruciando l’ali sull’orlo

di nude malinconie portate

dalla foglia oscura del vento;

quando secca, la pioggia

cadeva

senza rumore…

 

E ti ho cercato quando

mettevo fiori allegri

tra i capelli,

senza sapere che il mondo

aveva respiro solo

nel tuo respiro

 

Ti ho cercato.

 

Anche quando

non lo sapevo,

 

ti ho cercato.                                                         

*

Il fiore d’oro e di velluto

 

Perché temere questa morte?

Abitiamo vecchi stracci, mentre

facciamo elemosine ai barboni;

scampoli di mezze verità tra ricordi

attaccati come antiquati bottoni,

assortiti di muffe scelte con accanita

                                                religiosità.

 

Memorie, dicono,

ma sono vecchie ossa,

impacchettate dalla paura,

legate col filo

di una miseranda resistenza,

ipercerebrale,

glabra del Fuoco

che Prometeo pagò

 con le sue carni dilaniate.

 

E tu, amore, cosa temi?

Perché ti arrampichi al sipario

coi tuoi occhi di spenta speranza?

 

Verrà comunque, la fata oscura

con la sua ampolla letale

e sarà, allora,

un fluire assediato di memorie

                             scordate quella

che noi chiamammo vita

e noi spogli come vuote conchiglie

sul mercato clandestino dell’eternità.

 

Solo un nome

allora,

potrà distillare dalla pozione

un elisir di infinita dolcezza

che salirà, dalla schiena,

con la risonanza verticale

di un fiore d’oro e di velluto,

 

Quel nome,

quel fiore

non sai?

 

E’ amore.

*

I bambini mai nati

 

Quando l’arca di Noè non era ancora

stata costruita

e le teste dei poveri coi capelli oleosi

erano servite nelle grandi conche

alle feste degli ecclesiastici

e cupe, le austere  campane

turbavano l’allegria delle spighe

e tingevano di dolore e sacrificio

-sangue, i papaveri-

i campi arati, rubandoli al vento

                                            leggero

 

e il popolo era popolo

in una equanime, democratica

disperazione

e mia nonna piangeva sul suo letto

i figli nati e giù perduti

nelle croste di terra dure come il marmo

 

nessuna voce

era così alta

nessun silenzio

così grave

da disseppellire i morti.

 

Toglievano la felicità

i figli mai nati

o quelli disseminati sotto le cicorie

tra gli indegni al paradiso

 

E ovunque era albe sempre uguali

di mattini sempre uguali

e giorni

dove le macine stritolavano i sensi

e i fichi avvizzivano sul ramo

 

senza

 

un lamento

 

solo

 

Una lieve inflessione –estroflessione –

del canto strozzato che riempiva di demoni segreti

i sogni delle madri crocefisse.

 

E dicono che fossero dei bambini mai nati.

 

*

Ricordi di scuola

 

Vagavo coi miei libri sottobraccio;

le parole cadevano come inutili mattoni

che sbucciavano i piedi, rallentando il passo.

 

La luce si affacciava appena,

sbucando tra i faggi,

mentre ruminavo sorrisi coi compagni,

vittime della stessa omertà.

 

La rabbia feroce stagnava nelle inconcludenze;

sulle nostre teste già pesava il marchio della colpa:

la stessa colpa che i nostri padri subirono e versarono

nei nostri crani come pece nera, vischiosa.

 

Nella stagione delle grande moratoria

cullavamo i nostri demoni come bambini;

i nostri cervelli erano già segnati con marchio di fuoco.

 

Da un campanile un vecchio calvo con la faccia mangiata

suonava la nostra ritirata;

e noi continuavamo a pattinare sul ghiaccio

sui cervelli dei padri ridotti a stalattiti,

mentre madonne informi assorbivano

le nostre madri.

 

Continuavamo

a mangiare pani di lievito azzimo,

strappando a morsi le sere,

dove nessuno ci stava a guardare.

 

Dove nessuno sapeva

del nostro infinito dolore.

*

Hecce Homo

Hecce Homo (poesia finalista al Premio Giochino Belli, Roma, 2018)

Fu il Tuo sangue,

che colò,

sempre più fermo,

fino a sventrare

le croste dell’inferno.

 

Off limits senza via d’ascensione,

nella fossa dei dannati

portasti il tuo assolo

“Abbà!’

 

Fosti tra bettole e tane di topi

e furono adulteri e puttane,

infossati e infossatori e ladri e bevitori

a portarti sul vessillo

a toglierti le travi dalla testa,

piallate nel marmo

di religiose orge e mercanteggi.

 

“Hecce Homo”

fu il coro dei trafitti

che ti presero le spine

e bevvero alla mensa dei tarantolati

il vino dei baccanali.

 

“Hecce homo” fu il grido che implose,

come un orgasmo

 

e colò ancora sangue dalle Tue carni

sulle rose che Ti bucarono i piedi,

sazie di spine.

 

“Hecce homo”

ed io sposa, vengo al Tuo altare

col nostro stuolo di commensali.

Annalisa Scialpi

 

Commento dell'autrice

Se l’’amore’ è il distintivo delle persone

 

‘religiose’, allora posso dire di aver incontrato

 

rarissime persone ‘religiose’. Religioso deriva

 

da re-ligo, ossia unire insieme (ligo) saldamente (re).

 

Per legarsi insieme, saldamente,

 

 occorre la capacità di rinunciare alla

 

tradizione. Tradizione, infatti, deriva dal tradere

 

che vuol dire consegnare oltre, radice che ha un’affinità

 

con il termine tradire e trade (commercio).

 

Il battesimo dell’acqua e del fuoco narrato nei vangeli

 

esalta questa qualità di ‘purificazione’ con l’acqua

 

che rende ‘ricettivi’e ‘il fuoco’ che è il

 

potere personale che il vero ‘religioso’ riceve. Un potere

 

che è forza eversiva (da notare che, nell’alchimia, la nigredo

 

è la prima tappa del processo di trasformazione).

 

Quando la ‘religione’ diventa tradizione (ciò che avviene

 

a livello di tutte le religioni istituzionali) è tradimento,

 

commercio.

 

Francesco D’Assisi, edulcorato e ammansito dalla

 

propaganda di San Bonaventura, il quale fu incaricato

 

di scrivere la sua storia dopo che furono bruciati tutti

 

i suoi scritti, le lettere, le testimonianze, è esempio,

 

a mio avviso, di persona religiosa. Persona in grado

 

di denudarsi in pubblico, a simboleggiare non la

 

rinuncia ai beni, ma la rinuncia alla tradizione:

 

la ‘nuova nascita’ nel fuoco.

 

Per questo il Maestro disse, rivolto ai sacerdoti e

 

agli anziani del popolo ‘I pubblicani e le prostitute

 

vi passano avanti nel regno di Dio’. Risuonano echi

 

dei personaggi dostoievskiani e degli ultimi

 

di De Andrè che sono, contro la loro consapevolezza,

 

‘Anime salve’, cioè anime pure, ‘spoliate, libere dal

 

sistema, dalla ‘tradizione’, di un mondo malato che

 

si regge sull’accumulo di grandi capitali da parte

 

di pochi, protetti da un sistema politico omertoso

 

e criminale. Anti-religioso.

 

*

Il demone bianco

 

Nessun sangue versato,

o vergine bianca,

redimerà gli olocausti.

Le madri giacciono,

ancora, mutilate:

la terra è dura come cemento.

Una perde sangue dalla bocca,

altre dalla ferita del ventre,

mentre io non voglio dare il mio sangue

a questa sterile terra

fatta per gli uomini.

 

E allora, demone bianco,

per chi versi il tuo sangue?

C’è ancora troppo odore di carneficina,

il piacere infinito

che il dio dei fiori e dei fiumi

versò nelle nostre carni generose di donna,

lo storpiarono con la roncola

di  false monete di dogmi e di ideologie.

 

Ci lapidarono

Ci bruciarono vive

Ci squartarono

Ci chiamarono streghe

godendo del nostro dolore

nei lauti banchetti allestiti

con le nostre carni e conditi del nostro sangue.

 

Per scacciare rimorsi

chiusero gli spettri nelle cripte

e sudando in segreto

nelle tormentate notti

cercarono scampo

nelle perversioni dei bordelli.

 

Furono loro

a inventare le puttane,

rendendo più forte, invincibile,

l’icona della vergine madre.

 

Ancora ci uccidono,

ci squartano negli ospedali,

ci strangolano,

ci murano nel silenzio.

 

Il demone bianco e muto

inventato da uomini neri

scola sangue

e tutti ancora fingono

di non sapere perché.

Annalisa Scialpi

*

Fatima

Immensa, tu partecipi
al movimento delle acque:
discendi, ondeggi, giochi

 

flusso e riflusso

 

tu inventi il mare.

 

La tua voce è dolce come fiaba antica
di antiche curandere,
non tracci tracciati
ma scrivi parole nuove con un tocco
sulla sabbia;

 

Alchimista sensuale e suadente
tu
governi senza decreti e battaglie,
offrendo al mondo un sorriso di cioccolata.

Entrerò ancora tra le tue larghe vesti,
Fatima
e dalla stessa conchiglia
rinascerò con te
per riportare al mondo ferito
il tuo stesso sorriso di mare.

*

Sul Gianicolo dell’anima

 

Sul Gianicolo dell’anima

le voci si rincorrono come fantasmi in ressa,

mentre i pini maestosi graffiano le ombre come artigli di gatto.

Una voce s’è placata, trasmutata in nenia;

il grido d’un attore

sovrasta le altre voci ma senza trasmettere alcun significato,

simile a un cavo arrugginito l’ugola

traccia con gli stridori un inferno di gesso rosso,

delimitando il cerchio della strana compagnia.

 

S’innalza qualche colomba, a volte

o qualche pavone che dispiega l’ali come a voler simulare vanesia

o pronunciare altre verità dettate come crittogrammi alla mente stordita,

 

e poi ci sono giochi di pire erranti su mocci di strani mangiafuoco

e palcoscenici e guitti e giullari.

 

Il sipario si strappa durante l’apertura.

 

Getta vernice di tessuto rosso sangue.

 

Spirano le ombre come spirano i fantasmi.

 

Il sole non basta mai.

*

Emma (Ispirata al personaggio di Emma Bovary)

 

Era una sete, assidua

di giorni di giostre di fiori

la tua sete,

che faceva cigolare le nocche,

spettinava  i capelli inquieti

come falde d’un deserto arso dal sole.

 

Tessevi sogni scomposti con le filigrane francesi.

 

Ti attraversava l’incubo della certezza,

 spegnevi le candele e vedevi

oltre le mensole scarne,

quell’urlo che accoglievi nel grembo palpitante;

 

Non mentivi.

 

Osavi esigere dal destino

come un mercante verso i creditori,

bussando con mani bianche, volto bianco

occhi di colomba ardente.

 

Chiedevi amore.

 

Chiedevi l’inspiegabile che traboccasse,

lenisse

la carcassa dei giorni macerati nell’immobile

ordine del contadino ligio al suo padrone.

 

Bevesti quel vino.

 

Tutta la cantina grondò nel pozzo del tuo desiderio

come fiumi che confluiscono nel letto

del grande mare nato dal fiore del deserto.

 

Emma,

fu il tuo nome.

 

Emma.

 

E porti ancora,

nel tuo insaziato cuore, il fiore

di ogni donna

in cerca d’amore.

*

Altrove

 

Sono qui,

ma potrei essere

anche altrove;

 

nel nucleo di una dimenticanza.

 

Altrove è lo stesso

(talvolta) di qui.

 

Ci sono tutti i fiori

le spinerose

i lamenti di bambini

sul Lete del latte mancato,

i cieli pesanti come coperchi,

le notti ammansite.

 

Qui.

 

Ma altrove, il tempo,

soprattutto delinque

nelle saracinesche mangiate d’oblio,

mentre voci in lingue sconosciute

                                    strappano

il nastro isolante dell’aria uguale,

democratica come un canestro

di panni familiari.

 

Altrove

Non ci sono templi, né palazzi

ma solo rovine

dove una civetta multicolore, canta.

*

Signora Pernice

Signora Pernice aveva un padre una madre una vecchia zia

con denti d’avorio a centocinquant’anni suonati

e gestiva pavimenti di marmo tirati a lucido,

lasciando che la luce dell’alba solleticasse appena

l’arredo di mobili in noce con fiori finti e tiretti sigillati

da blocchi di ricevute e concessioni edilizie e testamentarie.

 

Signora Pernice soppesava ogni parola e non sapeva

quello che diceva e tuttavia lo diceva con eleganza inoppugnabile quando

le mareee si agitavano oltre le nere cime delle case svettanti

e un vento tetro presagiva i capricci dell’ostro;

 

Signora Pernice andava a messa tutte le domeniche e leggeva

il libricino delle orazioni sempre dallo stesso verso

e strappava con acredine spazio alla vicina

che sorseggiava appena parole,

 avvolta nel calice rovesciato

 del suo cappotto di feltro marrone.

 

Nessun lamento.

 

O inflessione

 

Quando il marmo della casa si aprì,

e l’inghiottì.

 

 

*

Il mio gatto

Microcosmo di nera voluttà,

curve morbide e lascive

artigli pronti a prendere e a strappare;

 

gioco e morte

 

siedi sulle mie cosce come su un trono,

e sei un bambino

che gioca con la mia giacca

o un capriccioso amante imperfetto

che non conosce tregua

 

e mi rivolge i suoi attentati,

accecandomi coi suoi occhi di duro smeraldo.

*

Il corpo nudo delle stelle

Sono arrivata al punto

di non dover più firmare

                 alcun registro,

 

il mio nome

l'hanno cancellato con una squadraccia,

credendo

di impiccare le mie stelle;

 

Ora

vado errando tra terre, boschi

e laghi immaginari,

 

Ora

anche di giorno,

vedo

il corpo nudo delle stelle.

*

A sera le formiche tornano sempre al formichiere

Termodinamica

Tecnoidraulica

Tecno…tettonica

Campeggio nell’universo tecnico/tellurico

 

L’occhio tagliente

 

Arrovesciati paradigmi

 

Violenza ed odio

violenza ed odio

 

Cigni feriti

Bambini dimenticati

 

Passano fanfare alla modernità:

Donne con musi termici

Occhi meccanici

 

A sera, le formiche

Tornano sempre

Al formichiere.

*

Distanza infinitesimale.

 

Dove sei stato,

in quale lido o discarica di cose

mai dette hai sepolto

la tua rabbia?

 

La strada é impervia.

Stretto il sentiero.

I glicini han ceduto il candore,

arenati su grate di filo metallico

fatte per sedare ogni voglia vera

di respirare, correre, andare.

 

Dove sei stato?

 

Non hai saputo capire

-eppure il  passo era breve –

quanta distanza passa

dall’Essere al divenire.

 

Hai replicato,

come una pellicola incantata,

sogni corrotti

di un padre stanco;

 

te li sei presi senza fiatare

senza cercare – delitto! –

di capire

la distanza infinitesimale

tra te

e il mare.

*

Il canto di Eos e di Titone

          Il Canto di Eos e Titone

 

I L’Incontro

 

Eos   Vieni, vieni, vieni,

          prima che sia troppo tardi;

          percorri con braccia piene,

                          come grandi remi

          questo mare di cielo che ci divide;

          Vedi… Brilla nella notte

          e le sue onde sono lampade d’argento

          che illuminano i sogni

          come piccole, scintillanti lune marine.

 

Titone   Non sai… No, tu non sai

               la fatica di percorrere gli anni…

 

Eos  Oh no! Non dirlo…

         Ma vieni, vieni, vieni,

         lascia che sia io

         a divenire mare

         per percorrerti le vene

                      come unguento…

         Vieni, vieni, vieni,

          voglio vestirti d’ocra e d’arancio,

          ungerti nel Fuoco del mio Amore.

 

Titone  La vedi anche tu

             la notte senza argento?

             Le colline sono cupe,

             severo, il monte, immobile

             come la Legge

             che ci sovrasta

 

Eos  La legge, la legge, la legge…

         Ma che legge è mai questa?

         La legge che ci volle muti?

         Perduti nello scambio di cose mute?

 

Titone  Non dirlo, ti prego…

 

Eos  Sei tu che lo dici.

        Lo dici nelle sere

        solo nel tuo letto;

        Lo dici accanto a un lume

        sempre più spento…

 

Eos e Titone  Lo dico in Te, che ho cercato,

                        in Te che sono.

 

 

        

Eos  Hai sentito?

        Lo scoppio di Luce,

        le nostre Anime…

 

Titone  Sono ai tuoi piedi, mia amata,

              ma ancora resisto

              avvolto alla cavezza.

              Sono vecchio e solo.

 

Eos  Le mie notti non furono men cupe;

        Assetati, spesso, i miei giorni.

        Il tuo dolore m’appartiene…

 

Titone  E allora avanza, libellula d’aurora,

             avanza, sogno,

              lascia dietro te strascichi di luce

              per asciugare il sangue

              e spargiti sui miei giorni,

              inventami, inventami, inventami…

              Oh, quanto ti attesi!

              Quanto le mie membra stanche

              reclamarono acqua e luce!

 

Eos  L’emozione mi prende,

         mi libera la stretta in gola…

         Piango, piango, piango;

         non è dolore

         ma gioia, gioia, gioia.

         Ecco, amore, l’acqua

         Ecco, amore, il sole…

 

Titone  Vieni, aggrappati alle mie dita:

              vedi quanta neve d’estate!

 

Eos  No, non è neve, è luce…

         Luce e lacrime, lacrime, lacrime,

         tutte quelle che non versai.

         Quanto a lungo ti ho atteso!

         Quanto a lungo il mio dolore

                                            ha gridato

          alle soglie della follia!

          E ora, che farai?

          Ancora mi lascerai?

 

Titone  Il dolore che grida

              alle soglie della follia;

              ecco il fiele più amaro!

 

Eos  Tu puoi guarirmi,

         tu puoi entrare in quel vuoto,

         solo l’Amore può vincere i demoni,

         anche quelli del silenzio!

 

Titone  Tu eri già mia.

             Mia come l’estate sul pero;

              mia come terra delle mie stesse radici;

              Ed ora vieni, non temere

              il buio della notte,

              liberati sulle mie mani,

              dalle mie mani d’Ostia viva.

              Vieni, mia regina,

              farfalla di sogno sospesa nell’aria

              delle mie primavere perenni.

               Vieni, cerbiatta graziosa,

               sui prati verdi delle mie esistenze

                                                              andate,

               vieni, raggio d’aria che scavalchi

                                                          il tempo,

               gemma, cigno bianco, acquamarina,

               vieni, vieni, vieni…

 

 

Eos Vengo sulle ostie delle tue mani

         sono acquamarina, gemma, cigno bianco.

         Come sono delicate le tue mani e forti

         e come brilla l’anello della tua Fede!

         Sono petalo, amore, sulle tue mani

         che ora sono acquamarina mossa

         dalle mie emozioni…

         La Grazia ti pervade, ti rende sposo

         e la tua bellezza rifulge come diamante.

         Sii il mio sposo,

         sposo del mio dolore redento,

         delle mie lacrime trasformate in pane…

         Vieni, vieni, vieni,

         saziamoci del nostro amore,

         Grande Ostia per tutti i giorni senza pane!

 

Titone  La felicità mi rende leggero,

              sono un ragazzo

              e tu la mia giovane sposa.

              Ci siamo forse incontrati

                                    In altre vite?

 

Eos  Altre vite, altri soli, altre lune…

         Ma non è forse Uno il giorno?

         Non è forse Uno il sole?

         Tremo, tremo, tremo

         come canna nell’immenso campo

         della tua anima, feconda, di spiga…

         Come sono pieni i tuoi occhi;

         Sono topazio bagnato di luce

          sfumato all’ombra della luna.

 

Titone  Non sono i miei occhi,

              ma i tuoi…

 

Eos, Titone Nessuno può capire il Mistero,

                     Siamo Luce della stessa Ombra

                     Siamo Ombra della stessa Luce.

 

 

Eos  Oh, sciagurato presagio!

        Quel dolore...

        Vedere che la scia scompare!

 

Titone  Tu sei mia

 

Eos  Ancora, dillo…

 

Titone  Mia, mia, mia…

 

Eos  M’ami tu così?

 

Titone  Un tempo, al mio capezzale,

                                                 pregasti

              il Destino prendesse altra strada,

               quel destino che tu conoscevi!

 

Titone parla con gli occhi abbagliati rivolti verso l’alto.

 

Titone  Tu fosti eletta

             a tessere il mio sudario

             con le trame del tuo cuore

 

Eos  Io, allora, fui già Santa?

 

Titone acquista la lucidità.

 

Titone  Santa, oh sì! Santa

             e con la tua santità stregasti

                                        il mio cuore

            che trascinò detriti d’ansie, angosce,

                                                          paure      

            verso il rivo delle tue vene

            che intrecciarono reti

            e m’accolsero, intero.

            Oh! Sii Benedetta,

            Benedetta tra le donne…

 

Eos  Ed io ti benedico, amore,

        ti benedico col mio sangue,

        ti benedico con gli occhi,

        con queste mani che tesserono

        sudari nuziali

        per il tuo corpo di spiga matura,

        Ti benedico

        preghiera che colasti sulla mia vita

        e tergesti l’impuro con la Sacra Fiamma

        e avverasti la promessa di Dio

        alla mia Consacrazione.

 

Titone  Oh, mia Santa! Mia Sposa, mia Diletta!

             Mai l’Immenso fu più prossimo!

            

Entrambi cadono in ginocchio, gli occhi colmi di una luce abbagliante che irradia da essi.

Dopo qualche tempo, Eos si rialza.

 

Eos Tu, amore, sei tutti i miei amori!

 

Eos  Tu m’apri le porte del Paradiso!

 

 

Titone  Sempre ti è appartenuto

             Sempre ci è appartenuto

             Noi… Pura Luce…

 

 

Titone è vestito con un mantello sacerdotale color oro.

Le si avvicina e l’avvolge.

Lui diviene sole, lei luna.

Dalla loro danza nasce la Terra.

 

Titone  Io sono l’Alfa

 

Eos  Ed io l’Omega

 

Eos  Io sono l’Alfa

 

Titone  Ed io l’Omega

 

 

 

II Distacco

 

Eos  E’ notte, vedi, è già notte!

 

Titone  La notte non è assenza di luce

              e tu lo sai…

 

Eos  Non so più niente.

         Sono nuda.

         Nuda come acino disperso;

         vino versato dall’otre della storia.

 

Titone  Eppure sei diversa,

             un bagliore nuovo rifulge

              nei tuoi occhi di cerva.

 

Eos  Voglio danzare.

        E’ la voglia che mi nasce

                                 dagli occhi

                                     e rifulge.

 

Titone  E allora danza, mia sposa

             senti il Ritmo della Terra

             e salta con la polvere in faccia,

                                negli occhi, nel naso,

              e scalcia, puledra,

              al ritmo tribale del mondo,

              impazzita, liberata!

              Danza, danza, danza…

 

Eos danza una danza tribale e sensuale che accende il cielo di colori scintillanti. I capelli e le ciocche, furiose, dipingono strascichi di porpora e rosso.

 

Eos  Cosa è accaduto?

 

Titone  Hai conosciuto la Felicità;

              sei entrata nel Ritmo della Terra!

 

I due amanti si guardano, gli sguardi insondabili persi in profondità inaccessibili.

 

Eos  Dunque è questa la Felicità? Danza e Follia?

 

Titone le accarezza la fronte. La bacia e, poi, cingendola, la invita a dormire.

 

 

Eos  Sei vicino, eppure lontano,

        più lontano di quanto possa

        immaginare… 

        Ma, dimmi, perché attendesti tanto

        questo raggio di sole?

         Hai forse, in passato,

         temuto l’amore?

 

Titone si scosta da lei, china la testa.

 

Eos  Oh! So, so che il fondo dell’Amore

         è amaro più del fiele

         e che tu sei un uomo col cervello.

         Nessun uomo col cervello

         può e vuol cadere

         nel torrente imprevedibile e amaro

         dell’Amore, eppure…

         Conosco le trappole della ragion pura,

         la follia di pazzi intelligenti al potere:

         bambini trucidati, venduti, assoldati,

         donne stuprate, umiliate,

         uomini venduti, usati, prostrati…

 

Eos si copre gli occhi.

 

Eos  Tutta questa ragione

         è omicidio e follia!

 

Titone  E’ il tuo Amore che ha vinto!

 

Eos  Ma l’inverno è duro nel tuo cuore…

         Non basta la danza di Primavera

         per scioglierne i ghiacciai!

 

Titone  Guarda il ciliegio: guarda i suoi fiori,

              pronti a tramutarsi in frutti…

              Tu sei fiore di ciliegio,

              tu sei primavera.

              Conoscerai raggi ancor leggiadri

              sulla tua pelle di petalo,

              tu stessa sarai ciliegio

              e protenderai i tuoi rami

              verso il mare,

              ancora ammaliata dalla Grazia

              che volle la tua danza…

              Tu, nell’eterno fluire

               del mondo finito:

               fiore, frutto, ramo, primavera.

               Oh! Come sei bella!

               Tu sei la primavera…

 

Eos  Tu stai per lasciarmi.

         Il mare non sarà più lo stesso;

         Vedi, tende alla linea dell’orizzonte

         e il tuo orizzonte brilla per me

         di mille orizzonti

         e mille orizzonti baciano le mie onde,

         le increspano,

         direzionano il loro finito, eterno movimento…

 

 

Titone   Guarda lassù,

              il monte che s’eleva sul mare,

              lì mi troverai

              ogni volta che mi cercherai.

              A che giova il salto dell’onda

              che non ascende e s’eleva?

 

Titone e Eos  A che giova il mare

                       senza la vetta che annuncia

                       l’Oltre?

 

Titone Questo noi siamo, amante, sorella,

             madre…

              Acqua, aria, terra…

 

Titone si incammina verso il monte

con un mantello dorato di stelle.

Eos solleva le braccia al cielo,

la veste azzurra come il mare

e grida dietro lui:

 

 

Eos  E Fuoco!

         Acqua, aria, terra… E Fuoco!

 

Titone  si volta un attimo.

Titone  Così sia! E scompare.

 

 

Celebrazione

 

Eos  Ti lodo, mio amore, ti lodo

        perché tu m’hai svelato

        la natura eterna dell’anima mia

        che Eternità riluce.

        Tu, mio soave canto

        più soave di ogni canto,

        volo dolcissimo di gabbiano,

        spartito della risacca argentina,

        Tu, Mistero che giaci

        nelle carni del mio Spirito,

        Tu che ridi nell’onde, giochi

        nell’onde, tu che ti travesti d’onde…

        Sola, innanzi al Grande Mare

        Ti sento

        Tu che stormisci con l’uccel di mare,

         muori e mi divieni,

         tu che mi parli il linguaggio

         sepolto del tempo,

         tu sempre esistito,

         tu che non passi,

         resti, tramonti, resti;

         Tu, farfalla fiorita sul pelo dell’acqua!

        

         Ti lodino le mie braccia,

          la mia musica, il mio canto,

          Ti lodino le mie ali,

          la mia carne, la mia luce…

          Ti lodi il mio grembo di donna,

          il muschio delle infinite pareti;

          Ti lodi l’infinito scorrere

          della mia preghiera, infinita.

          Ti lodino le mie mani

          che inventano le tue,

          Ti lodi l’argilla della mia essenza,

          il mio passo che ti cammina accanto,

          l’arco del desiderio che fa breccia

                                         nella tua essenza;

          ti lodi la mia fede

          che spinse il tuo veliero

          verso il porto dimenticato,

          il Fuoco che distrusse argini

                                         di ghiaccio,

          ti lodi la mia veggenza di donna

          che innalzò altari

          sotto la tua Croce

          e riempì di lacrime e sangue

          la coppa che ti alimenta.

          Ti lodi il mio Spirito,

          finché Luce sposi Tenebre,

          ti lodi il vagito dei visceri

          contratti in preghiera.

          Che io ti lodi,

         sangue del mio sangue,

         linfa della mia essenza

         rosso vino delle mie segrete

                                              cantine,

         Amore del mio Amore!

 

 

III Assenza

 

Eos, dopo essere caduta in orazione, si risveglia.

 

Eos  Il desiderio grida nella notte!

        Strazia le mie carni

        ed io le sento sbuffare

        come sacchi d’aria, doloranti

        sacchi d’aria

        e sangue, che strilla

        in questa notte oscura

        con parole di grandine e fuoco!

        Dimmi, tu che ora sei monte,

        quale mare amaro dischiudi?

        Non senti come fremo

        sotto al tuo monte?

        Il gelo m’attraversa;

        correnti d’aria e di vuoto…

        Nella torre, inquieti,

        s’aggirano i fantasmi

        dei miei pensieri!

        Miserere!

        Io sono divisa,

        appesa alla tromba assordante

                                              dei giorni!

 

 

   Eos         Tu non udrai più

               la mia musica notturna

               proferire al gelsomino, al ginepro

               i suoi segreti!

               No, non udrai più

               la musica dei miei sensi furiosi!

               Chi sei tu? Straniero, ladro

              della mia anima!

 

Eos chiude la finestra, va a dormire.

Titone le appare in sogno.

 

 

  Titone    La senti, mia amata,

                questa musica?

                E’puro canto di luna…

                Sono io che ti parlo

                e la mia musica, lenta,

                scende dalla nuvole sazie

                                    del tuo pianto.

                Io sono la tua armonia,

                 il tuo corallo, Amore

                nel tuo Amore.

                Tieni, cara,

                sgrana questo rosario

                di parole mai dette

                e qui, tu ed io,

                in questa notte eterna

                sentiamo, sentiamo, sentiamo

                il tuo, il mio, il nostro Amore.        

 

Eos  Tu mi hai preso l’anima

 

Titone  Era già mia. Ricordi?

              Andavamo per campi di fiori,

              pazzi,

              le mani, i piedi nell’erba,

              tu eri nocciolo d’aurora

              io t’amavo già allora…

 

Eos  E poi, cosa accadde?

 

Titone  Che importa, mia cara?

              Vorrei che m’amassi così

              ora

              con tutto il tuo sangue di donna

 

Eos  Vorrei sciogliere nei tuoi baci

         tutte le mie catene,

         sentire la musica del tuo corpo

         asciugare il mio tremore,

         impregnata al tuo sudore.

         Vorrei bagnarti gli occhi,

         tergerti nel mio stesso sangue

         come rondine marchiata,

         per sempre persa nel mio mare.

         Vorrei esplodere nella tua vita

         come ostrica furiosa,

         entrarti dentro come naufraga

         che annaspa, vinta.

         Persa, senza più alibi.

         Ancora, vorrei,

         solidificarmi nella tua essenza

         come pietra lavica

         e tornare, di tanto,

         ancora Fuoco per essere

         sempre più

         parte di te.

         Vorrei essere i tuoi stessi respiri,

         fino all’ultimo,

         fino a che morte

         non ci sorprenda.

         Vorrei, vorrei, vorrei

         Dio solo sa

         Quanto ti vorrei!

 

Eos si ranicchia, dopo essersi espansa al sole.

Si risveglia poi col cuore lacerato da dolore

e felicità insieme.

 

 

 

IV Morte

 

Eos è nella stanza, con lo sguardo rivolto alla finestra.

 

Eos  Tu non sei. Vedi:

         l’aria è chiara e tu non sei.

         Sei morto all’improvviso,

         nelle mie lunghe notti insonni.

         Ho vegliato al tuo funerale:

         tu eri effige

         sulla tua stessa tomba.

 

Eos si avvicina ancor più alla finestra. La spalanca.

 

Eos  Guardo il rivo. E’ ghiaccio.

         Fredda tumefazione.

 

Si stringe in se stessa. Rabbrividisce.

 

Eos  Davvero è così atroce l’inverno,

         dopo la follia dell’estate,

         l’attesa lusinghiera della primavera?

         Oh! Mai conobbi inverni più tetri!

 

Eos si tappa le orecchie, come per non sentire delle voci.

Poi, rivolta al cielo, grida:

 

Eos  No, no, non parlarmi più…

         Oh tu che sei ombra!

         Oh tu che moristi!

         Oh tu che fuggisti!

         Il giorno è greve, senza luce,

         lento, il passo.

         Lascia piuttosto

         che segua il tuo corteo

         dietro il corteo dei giorni!

         Ti ho seppellito con queste mani

         e con le stesse mani

         ho seppellito me.

         Nel marmo ho sepolto,

         sbeffeggiato

         la febbre mistica dei nostri sensi.

         Tu non hai più voce

         non hai più occhi

         non hai più mani.

         Ed io tentenno nei giorni

         vestita del tuo sudario.

         Non griderà più il sangue,

         tornerà serrata la mia gola,

         finché le squame della mia non-essenza

         cadranno senza rumore

         dall’abisso dei miei giorni.

         Allora le mie ceneri si fonderanno

         alla polvere dell’aria,

         saranno pulviscolo come ogni cosa

         è polvere e vento e aria

         e nulla ci oltrepassa

         e nulla ci precede.

         Siamo questo: non più grandi

         di pulviscolo d’autunno,

         non più eterni

         di una goccia di rugiada,

        non più forti

        di sagome di corteccia

                       rose dal vento

        e nello stesso tempo, infiniti,

        come pulviscolo che aleggia

        sulla goccia d’una rugiada

        che scende dalle carni

        di una corteccia rosa dal tempo.

        Perché è nel finito

        l’Eterno e l’Infinito 

 

Soffia un vento di tempesta, Eos diviene pulviscolo rosso e ocra e, poi, luce dorata.

Dal cielo scende un’altra farfalla, il suo chiarore è argenteo, come la luna. Le farfalle disegnano scie di luce che, ricongiunte, reinventano la geometria dell’universo. E’ l’inizio della

Nuova Creazione.

  

*

Eredità (da ’Una poesia nel cassetto’, Flanerì, Roma, 2011)

Mitili aperti

affollano le rive condensate

dalla bruma;

i pescherecci gettano

vuote reti sulla rena,

Io

cammino sulla sabbia,

scansando i gusci,

dallo stesso sapore di cose vuote

come il vuoto

che tu hai lasciato in me.