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Tu solo
Tu solo mi portasti l'unguento, dagli occhi. Nella tua selva buona tu solo avevi l'acqua santificata dal Fuoco.
Id: 74726 Data: 20/03/2026 17:10:33
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La lotta
Come lido senza vita m'accartoccio nel freddo che sbianca le nuvole, in questa stagione infinita dove s'accocciano le estati perdute sulla tagliente rena e sono la barca rossa, scheggiata da tutte le febbri del mondo in questa lotta, impari contro un cielo d'acciaio che sanguina, dentro e non lenisce, mai.
Id: 74722 Data: 19/03/2026 14:57:12
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La visita inattesa
Non mi ricordo quando sono stata libera, la distanza tra le parentesi - io ero la parentesi - il mugolio del gatto in cortile non ricordo, c'era un tempo in cui dovevo essere tutto, togliere i torsoli dalle mele, baciare le ferite senza che stagnassero, un tempo improvviso come uno schiaffo un tempo nero come un'amnesia, un tempo di santi di gesso il tempo delle caravelle nei salotti il tempo degli intestini fritti e dati ai cani, il tempo che pende osceno come carne macellata ma ora è venuta la Graia, ha bussato forte alla mia poverta, ha riso in un solo tempo, mi ha detto ricorda, e aveva la voce sotto la sua gonna rossa.
Id: 74696 Data: 13/03/2026 20:08:43
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Vacuità
Sbrecciate parole al vento confondono la malinconia Trilla sul ramo un passero un lamento... Scevra di memoria, non sono. Non ho ordine, nè senso.
Id: 74689 Data: 12/03/2026 19:11:21
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L’idolo senza suono
La vita si smaltisce a secchiate di nostalgia, mentre implacabile la notte s'appende al giorno, crocefisso tra i suoi nugoli d'ombre. S'accavallano, impetuose come maree, le ore, a rinsecchire i virgulti che ieri ridevano al sole, mentre la gioia si accascia in un lido di spugne sconfitte, ridotte a brandelli dalle implacabili maraggiate che lanciano ruggiti sull'orme. Rimane quello che fu e non fu, a slargarsi nelle sue geometrie pure come un idolo senza suono.
Id: 74662 Data: 05/03/2026 21:13:06
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La vecchia che leva l’affascino
Nel giorno che già annotta sull'orlo della bruma Concetta cuoce la minestrella; a fuoco lento va la pignatella. La casa vuota fa gran rumore e nell'accidia s'annulla il fragore d'una esistenza ormai arrancata ma da cinigia ancora attizzata. Così Concetta accoglie comari e dalle ciarle intuisce le grane; lei che conosce stagioni e destino in fretta e furia s'accinge al catino. "Lo tenevi forte, ma non ti preoccupare, con la preghiera ti devo liberare", così consola le affascinate, dall'olio espanso diagnosticate. Concetta sbadiglia e si prende lo Spirto con Ave e Pater lo affida al buon Dio e con il Gloria chiude il sigillo. Il venerdì santo l'ha consacrata e la formula a tre ha già tramandato. Così la vecchia tutte accontenta per l'iniziazion che poche ammanta, 'che lei da cognate è stata avversata, ma lo scorno di quelle non l'ha mai prostrata; col levar l'affascino ha vinto la sorte e ora scongiura il terrore della morte.
Id: 74659 Data: 05/03/2026 06:57:31
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La commerciante di lana
Suonava già la campana delle cinque tra strade sbrecciate e usci consumati; le case crollate d'inerzia nel lungo lavoro del sonno. Nelle contrade il gallo, cantando, faceva orazioni al giorno nascente e una donna di zelo vestita s'attorciava la cappa alla vita. Pater Noster qui es in caelis... in cieli lontani d'infamie intoccati panem nostrum cotidianum da nobis hodie... più amaro del basto così è meritato et ne non inducas in tentationem... il laccio del diavolo morale ammorba. E il giorno s'apriva santo e crocefisso tra lana da lavare, da cardare e da filare e lavoranti giovani e inesperte avvezze già al peccato del sorriso. Svista fatale il destino delle rose teneva l'occhio aperto la Parca e il vincastro. Pulpito e acquasantiera le braccia operose stringevano canestri, potavano le rose mentre il pendolo scandiva il tempo delle angosce trattenute nelle labbra strette e mute che dicevano. rosari per i morti di ogni tempo, vivi, estinti o spirati col vento. Sfinito cedeva il giorno dilaniato, per le scale incalcinate il tacco immacolato salutava senza indugio il dovere onorato. Ave pater gloria Ora pro nobis peccatoribus tieni lontana l'Avurie e le voglie nel sonno pesante e immacolato affossa il tormento del giorno passato.
Id: 74652 Data: 03/03/2026 07:50:55
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La metamorfosi del drago
La donna e il drago della rabbia Un giorno la Rabbia decise di venir fuori a tutti i costi. E così, dalla pancia di una donna mite o almeno, così la consideravano coloro che la 'conoscevano', uscì fuori la bestia. Era un drago, rosso, dalla pelle squamosa. La donna ne ebbe paura: aveva artigli, una lunga coda viscida che sbatteva a destra e a sinistra, degli occhi sporgenti e iniettati di sangue. La prima tentazione della donna fu quella si scappare. La bestia era infatti troppo, per lei. Ma, dopo qualche tempo, capì che aveva tanto bisogno di chiederle perchè fosse uscita dal suo ventre e cosa volesse. Alla prima domanda, il Drago/Rabbia rispose: - Sono scontento di non essere mai compreso, di andare avanti come se niente fosse, mentre a nessuno importa della mia presenza. Per la prima volta, la donna ebbe compassione del drago. Ora, infatti, sembrava abbattuto, stanco. Così prese una sedia vicina e gli disse di accomodarsi. Il drago iniziò a parlare e fu un fiume di parole. Disse che era stato rifiutato sin da bambino e che, per sopravvivere, aveva dovuto trasformarsi in un drago. Aveva scoperto che, solo se faceva il 'cattivo', gli altri si accorgevano di lui, così aveva costruito la sua terribile identità. La donna sentì stringersi il ventre per la compassione e porse al drago un fazzoletto, per asciugargli le lacrime. - Come posso aiutarti? - gli chiese. Allora il drago, per la prima volta in vita sua, si sentì veramente compreso. E rispose alla donna che non gli occorreva più niente, perchè finalmente aveva ricevuto ciò di cui aveva più bisogno: amore incondizionato. Allora la donna abbracciò il drago, dicendogli che, d'ora in avanti, lo avrebbe portato solo in quei posti dove avrebbe potuto ricevere amore incondizionato. e a suggello del patto, recitò la formula magica Drago drago del mio cuore ti porto dentro con molto amore drago drago della mia vita io ti curo la ferita. E fu mentre lo stringeva, sillabando la formula magica, che il drago si sciolse nel suo abbraccio. Subito dopo, al posto di pelle squamosa, la donna si ritrovò un orsetto peloso dalla faccia buffa: era un koala.
Id: 74638 Data: 01/03/2026 16:08:16
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La donna nella noce
C'era una volta una giovane donna, che viveva in una noce. I suoi grandi seni sembravano fatti per nutrire e le forme sinuose del suo corpo, per amare. Ma la giovane donna rimaneva nella noce nella quale, per solidarietà, crebbero piante meravigliose e multicolori, come non se n'erano mai viste. Nella noce cresceva il silenzio, simile a quello delle foglie in autunno. Talvolta il silenzio si popolava di visioni dolci, di maree bagnate da tramonto d'indaco. "Oh, potessi con un balzo arrivare alle stelle" disse la donna. E le stelle le rispondevano come gridolini di luce, rimandandole il ricordo di un tempo lontano, in cui, forse, era stata felice e aveva avuto un mondo a cui appartenere. Così la donna, che era in realtà una principessa, piangeva lacrime che nessuno poteva vedere e i giorni si consumavano lenti, uguali, come si consuma la fiamma di una candela in un luogo segreto. Ma un giorno, sognò un uomo. Aveva un chimono e procedeva come volando su dei sassi collocati tra le nuvole. La donna ne ammirò la leggerezza e percepì la sua lievità con un moto di gioia. "Se si avvicinerà alla noce, non tenterà di sfondarla", disse. E aveva ragione. Il Maestro era gentile e non fece niente a parte raccontarle una storia. Era una storia che veniva da moltpo lontano, che aveva una musica che faceva bene al cuore. Parlava del desiderio di una farfalla, imprigionata in un barattolo da lungo tempo e del dolore e della fatica di aprirsi al sole". "Ogni cosa ha il suo tempo, ricorda di vivere momento per momento. Così trasformerai anche il dolore in levità". La donna amò molto quel Maestro che veniva a trovarla nei sogni, ma un giorno sentì che era arrivato il tmpo di sfidare anche i suoi insegnamenti. Si addestrava da anni, ormai, nella sua noce nell'arte della guerra e nella meditazione, ma un giorno il suo desiderio raggiunse il picco. Così, per la disperazione, iniziò a respirare e respirare e respirare. E respirò intensamente per nove giorni e nove notti, fino a quando la potente energia generata da quella respirazione, sfondò il guscio di noce. Volarono via i pensieri attaccati al passato, sotto forma di fogli colorati che si disperserò nel tempo e il suo grido feroce fece fiorire e brulicare di vita il paesaggio, prima desolato. Quel grido non era stato solo un atto di liberazione, ma un esorcismo con cui aveva frantumato il senso di colpa, legato al senso dell'io. E il senso di colpa si era sciolo come liquido verdastro , fuoriuscendo dal senso dell'io che era un fallo impiantato sulla sua testa. Dopo il grido, svenne e nel miraggio dell'incoscienza, vide una farfalla volteggiare attorno a lei. L'energia, prima repressa dalla noce, era esplosa. E in quel momento sentì di essere parte del tutto: era i girasoli, l'erba verde, la quercia, gli scoiattoli che l'osservavano inquieti. era la ricchezza infinita che, ora, pioveva a lei sotto forma di brina d'oro. La noce, dissolta, si trasformò in pezzi d'oro che la donna raccolse, per fare della sua vita un immenso capolavoro. Con quelle ricchezze comprò una grande villa dove animali, bambini, anziani e persone in cerca di pace e di natura, potevano vivere libere, felici, senza le costrizioni di un mondo che ha come scopo lasciare che le persone vivano per sempre in una noce.
Id: 74621 Data: 25/02/2026 12:44:01
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C’era una volta il sud
Sedie impagliate su usci solitari e zolle di terra e odore di pane raffermo. Un secchio di ferro, le falci appese a un sole umido, palmenti da ripulire, bigio, bigio, il giorno. Dov'è l'Uomo? Mura verde rame, una grande pentola per cuocere fave e voglie da misurare per trenta bocche da sfamare e canottiere a maglia larga sporche di terra e di sudore, l'infamia mangiata coi denti marciti, un crocifisso di piombo sulla testa e preti larghi come damigiane - con scorte di cacio e di pollame all'occorrenza - ad additare l'inferno degli increduli e degli avari. Dov'è l'Uomo? Bambini a giornata demonietti già contorti di fatica - auguri e figli maschi - e femmine/perpetue e mogli/vergini/bambine a far figli sulla madia e ad allevarli nei canestri o nei cassetti o in fasce, appese al soffitto come salami. La vergogna è sorda, s'appende ai silenzi piombi, agli artigli dei vitigni, alle incontrollate ire tra mura sbrecciate di chi non ha niente da dire sulla storia che passa, mancante di vagoni.
Id: 73191 Data: 29/05/2025 22:11:57
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Quando ero morta
Quando ero morta stavo appesa a un cruciverba di idee, sensate come gli spari. Il dolore stava, domato su una luna di bile, che mi tagliava la faccia come ruspa su ghiaccio. Quando ero morta stavo in una casa senza arredo, cianfrusaglia tintinnante nel vuoto fracasso del niente. La serpe mi feriva all'angolo dell'occhio, mentre ingoiavo cravatte come caselle, senza nemmeno il sollievo di poter vomitare.
Id: 72624 Data: 19/02/2025 18:37:13
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Calendula
Stamane camminando nell'aria dicembrina ho visto fiorire la calendula dalla mia Babele di deserti spezzati. Al bar, un ubriaco orinava sul giornale, pupilla orba dell'occhio di dio, su cui non c'erano requiem solo l'aumento del peso interno lordo dopo le feste di Natale. Ma nessuno può negare che è esplosa la calendula nella mia Babele di deserti spezzati.
Id: 72300 Data: 29/12/2024 12:55:34
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Cammineremo insieme per sempre
Abbiamo viaggiato amico, puoi giurarci. Abbiamo camminato per prati verdi, goduto del sole e del vento, cosa c'è di più straordinario? Ti chiamano cane e non sanno che questa parola ne contiene mille altre: casa, carezze, capacità d'amare, calore e anche, certo, colore... La gente parla di solitudine e pensa pensieri non suoi, mentre noi parlavamo d'amore e il nostro dialogo senza parole non finiva mai. La gente cerca dio nelle chiese e dimentica il dio accanto e questo sei stato e sei, per me. un Dio che non ha bisogno di preghiere, un Dio che mi ha portato protezione, amore, gioia, sincerità coraggio, visione, lealtà perchè sei tu che hai aperto i miei sensi straordinari... Abbiamo viaggiato amico, puoi giurarci. Abbiamo camminato per prati verdi, goduto del sole e del vento, cosa c'è di più straordinario? Noi non ci incontremermo un giorno, perchè non c siamo persi mai, anche quando i tuoi occhi hanno ceduto il bagliore e senza guardarmi mi hai detto addio. Non c'è niente che possa salvarci a parte l'amore e questa non è una frase presa dai libri, ora so sei stato il mio guaritore, amante, amico, padre, maestro e anche il mio spirito bambino e niente potra mai compensare quello che mi hai dato. E ora l'amore straborda in fasci di luce meravigliosa o so che cammineremo insieme per sempre. Abbiamo viaggiato amico, puoi giurarci. Abbiamo camminato per prati verdi, goduto del sole e del vento, cosa c'è di più straordinario?
Id: 71851 Data: 08/10/2024 10:12:04
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Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, di Annalisa Scialpi
Ragazzi di vita è un romanzo di una sconcertante attualità. Giunto a Roma nel 1950, Pasolini studierà per cinque anni le abitudini dei ragazzi di vita. Ed eccola lì la Roma invisibile. La Roma delle borgate, delle casupole degli sfrattati, dei cafoni pugliesi e sardagnoli, dei tanti che Roma vomita, ma pure accoglie. Tanti come i 'ragazzi di vita' di Pasolini. E non si tratta solo di un romanzo antiborghese. Si tratta di un'opera, infatti, in cui spira un vento diverso. Quel vento che si esprime nel linguaggio crudo, neorealista, di una prosa antiretorica in cui il dolore è quello che è: dolore. Dolore di una vita vissuta ai margini, eppure impetuosa, scalpitante, indomabile. Incorreggibile. E qui la passione si fa nervo della narrazione: inscindibile da Pasolini essa scava, denuda manierismi di un'epoca che ha prodotto solo devastazione. E che continuerà a generarla fino a quando l'ideologia capitalistica dominerà la scena. I ragazzi di vita oziano, rubano, si divertono, chiavano, talvolta muoiono, finiscono in carcere. Ma rimangono quasi emblemi di una bellezza che è resistenza, capacità di attraversare il nervo del vivere. In bilico. Sospesi su un mondo che li rigurgita è che, pure, vivono fino in fondo. Coi loro codici. Il loro veleno. E soprattutto la loro innocenza. Il ricorso al romanesco si fa vitale. Perchè è questo, anche, che la borghesia ha fatto, degradando il dialetto: annullare quel mondo, relegarlo per sempre in una zona dimenticatoio della coscienza, dalla quale però è impossibile fuggire. I ragazzi di vita si muovono furtivi nelle borgate, ma disturbano il sonno della Roma centro, che non riesce a contenerli. Che si trova, suo malgrado, come il suo fiume, a raccogliere quei microrganismi di vita infettante, di cui resta presa. Forse è per questo che Roma è il romanesco. Perchè Roma sono i racconti di chi l'ha fatta in sordina: cruda, sfacciata, violenta. Spregiudicata e libera. Viaggia, il lettore, coi ragazzi di vita, tuffandosi nel fiume olioso e schiumoso di sversamenti industriali, indugiando tra le baracche alla ricerca di un pezzo di formaggio da rubare, rubando in capannoni siderurgici, stringendo alleanze, muovendosi nei tram senza biglietto, affacciati a notti che sembrano scenari apocalittici, con la luna che se ne sta impalata su un cielo fiammeggiante o tra nuvoloni che sgranano, rivelando il niente, tra immondizia e caseggiati, rivolte familiari e improbabili incontri. Sembra mancare la trama, in questo romanzo, perchè così è il vivere a rompicollo su giorni senza domani: un'avventura senza trama, dove però rimane, nuda, la coscienza di esserci, con una domanda a fare da segnale unico: “Mo che famo?” Ci vuole tutta la passione del mondo per scrivere un romanzo così. Una passione che, a Pasolini, è costata tanto. Per non dire tutto. La passione dei solitari che sanno consegnare al mondo un barlume di bellezza, prima che affondi del tutto nelle maglie della grande macchina mutilante, chiamata civiltà.
Id: 71330 Data: 24/06/2024 18:01:20
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Come spina di quarzo
Ho paura qualche volta, sempre. E' il taglio sul cuore, arresto cardiaco sul marmo nudo del mattatoio familiare. Ho paura quando non so cosa dire e la marea, nuda, si ritrae dai castelli di sabbia con le vuote conchiglie esangui. E' una piovra, il dolore; un'insenatura di spavento dove la luce arretra su abissi di cenere e lascia sfilacciato il filo mangiato della memoria. Era cremisi, lo specchio, dove sfrecciavano ebbre le mie farfalle in volo, piegati, gli steli, dallo strenuo danzare, prima che la cesoia del peccato ammazzasse il cremisi. Ora mi dimeno nell'ambulatorio ordinato dei giorni, recise, le vene, da una scomoda memoria ridondante, come un disco inceppato che scarabocchia nuvole di terrore. Oh, i fiori piegati! Gli steli recisi con le rondini dei primi maggi! Ma sono ancora io che, immensa, grondo di lussuria verso il cielo, rinascendo sul verde spezzato come spina di quarzo, dal cuore.
Id: 71121 Data: 04/06/2024 14:03:29
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La storia di Lilian di Kate Granville: vita di una diversa
Chi è Lilian Singer, l'eccessiva eroina del romanzo della scrittrice australiana Kate Grenville? E', appunto, una donna 'eccessiva'. Una bambina, prima, che preferisce le conversazioni sugli alberi piuttosto che gli stantii rinfreschi tra tulle e manierismi di una classe sociale a cui non sente di appartenere. La classe che comprende quelli come suo padre, custode delle ceneri morte di un'epoca ormai votata allo scacco. L'incombere della guerra mondiale, la malattia, la morte, lasceranno infatti resti di morte certezze. Come la figura paterna, custode di un sapere libresco fatto di certezze dogmatiche che tentano di impicciolire Lilian, ma senza riuscirvi. Lilian rimarrà intatta col suo grasso, le abitudini vagabonde, anche quando suo padre abuserà di lei. E dopo, quando la costringerà a passare dieci anni nel manicomio. Qui, anzichè diminuire, la potenza veggente e sovversiva del personaggio, né uscirà rinvigorita. Lilian è una che vede, che sente. Lilian è una diversa. Una studiosa della vita, come ama definirsi. Per questo, uscita dal manicomio per grazia della Zia Kitty 'che avrebbe sempre voluto essere come lei', vivrà una vita assolutamente inopportuna per gli uomini in tweed, quelli che ha imparato a detestare. Quelli dai quali, giunta all'università, sa che non avrà mai alcuna opportunità di imparare niente. E' altro il sapere a cui aspira Lilian nel suo vagabondaggio, che a una mentalità borghese potrebbe sembrare voyeuristico. Esso è una ricerca esistenziale fatta di maschere da scalfire e di stelle da contemplare. Come faceva prima del manicomio. Prima ancora che subisse la battuta d'arresto. Lilian diventa un personaggio scomodo. Interroga puttane, tassisti, si innamora di un improbabile amante, funzionario di banca, che poi la denuncerà per violazione della privacy. Lilian resiste al carcere duro, seguito del funesto innamoramento, dove fa esperienza del silenzio più straniante. Simile a quando suo padre le ha rubato un corpo e lei ha dovuto trascinarselo dietro, come cosa morta, mantenendo miracolosamente intatto il suo spirito. Perchè Lilian, che non ha nulla da perdere, non perde. Ed ha un' unica arma: essere se stessa. Inopportuna, invadente, eccessiva con tutto il peso di una soggettività che non può essere arginata. Una soggettività che è amore per la vita. Lilian finirà per vivere in strada, col vecchio amante rifiutato, un tempo, per via dello stupro. Appartenere 'a quegli altri' è un'esperienza estetica ed estatica. E' libertà. La libertà selvaggia di essere vivi fino in fondo, con tutta la capacità di unire passato e presente. Con tutto il pathos di un'esistenza che è 'eccessiva', come il suo peso, ma non vuole impicciolirsi, cedere a compromessi.. Sarà questa coscienza che le permetterà di andare incontro alla morte con la vittoria di chi riesce ad intrecciare la trama della sua storia in un percorso voluto. E Lilian, lì, scoprirà la grande differenza tra sé e la maggior parte della gente che ha incontrato: ha vissuto. “Di quest'ombra riempio il mio corpo e la mia anima e provo pietà di quegli uomini vuoti che mi passano accanto nei loro abiti scuri, di queste donne altrettanto vuote classicamente vestite di bianco e di blu. Non hanno saputo ricreare la loro vita dalla materia del presente e del passato, hanno lasciato che altri dessero forma alla vita per loro. Sono stata io sola, sgraziata ed obesa, spaventosa ai loro occhi e spesso ai miei, a raccogliere in me il passato e il presente. E un giorno la mia carne enorme smetterà di pulsare vita...Ma il mio nome vivrà finchè qualcuno sorriderà al mio ricordo e tra le forme dell'immortalità, questa mi basta” da La storia di Lilian di Kate Grenville, Theoria Edizioni, Grenville, 1985. Kate Grenville, nata a Sydney, nel 1950 è considerata una delle scrittrici più interessanti e promettenti del panorama letterario anglosassone.
Id: 71091 Data: 31/05/2024 17:34:31
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Natalie Haynes, Lo sguardo di Medusa, recensione
Natalie Haynes, Lo sguardo di Medusa, recensione di Annalisa Scialpi Nel suo romanzo, dedicato al mito di Medusa, l'autrice interpreta il mito, attraverso un linguaggio ironico, in maniera inedita. Siamo convinti che Perseo sia l'eroe del mito e che Medusa sia 'il mostro' da decapitare. Qual è la differenza tra eroismo e mostruosità? Può definirsi mostro una donna abbandonata, violata, accecata, umiliata, a cui siamo stati strappati i capelli per essere sostituiti con serpenti? E costretta, inoltre, a vivere isolata, nascosta in una grotta, privata delle gioie e degli affetti? L'autrice esplora così la dimensione dell'abuso, che è quella, semmai, che crea mostri. E ribalta anche la faciloneria nel definire un eroe, di cui è pregna la stessa narrazione mitica. Perseo come sempliciotto viziato, privilegiato per essere figlio di Zeus è davvero uno shock per chi è abituato a vedere l'eroe in termini di coraggio titanico, di distruzione e di trofei conquistati. E' Medusa, invece, la vera eroina del racconto. Medusa con la sua verità sotterranea. Medusa che, forse, sa del suo destino, ma non ci si sottrae (come il codardo Acrisio). Medusa che vede abortire sogni come i suoi capelli strappati. Medusa che conosce la vera Bellezza. Non quella di dee e di Nereidi e nemmeno della stolta Cassiopea che mette a repentaglio la vita di sua figlia, Andromeda. Medusa conosce la bellezza in quella che dei e mortali definiscono 'mostruosità'. La bellezza del pane appena sfornato da Steno e da Uriale, della roccia disintegrata perchè non la ferisse più. La bellezza del vedere comparire la paura, quella paura che è amore, nell'atteggiamento di due immortali, le sue sorelle, che temono per la sua fragilità e cambiano. Per lei. La Bellezza del sapersi sacrificare alle voglie di Poseidone per proteggere delle donne mortali dalla sua libidine cieca. La bellezza, persino, nel nascondere il suo dolore, affinchè le sue sorelle non soffrano. E Medusa che, in fondo, vince in questa storia. Medusa che tiene gli occhi bendati per paura di pietrificare, almeno fino a quando Perseo non la decapiterà. Medusa che riesce a immaginare il dolore delle sue sorelle mentre seppelliscono il suo cadavere e i loro ruggiti inconsolabili. Medusa che è superiore persino alla meschina glacialità di Atena che decide, poi, di tenerla con sé, sul suo scudo, a consolare il suo esilio dalla sua stessa femminilità. Perchè Atena in fondo è Medusa. E la dea lo sa, anche se sfoggia la sua armatura possente su un corpo che sembra invulnerabile. Non vince Perseo, in questa battaglia. Né Atena, né Poseidone, né le Nereidi, spodestate dalla sterile idea della loro bellezza. Vince l'umanità di chi, mostrando il proprio dolore, pietrifica. E Medusa pietrifica l'ipocrisia, il buon senso, pietrifica coloro che sono un riflesso degli appetiti, delle noie e delle menzogne degli dei, costretti a combattere contro la loro stessa vacua immortalità. E sarà la morte di Medusa la vera immortalità. Avviluppata da alghe e da coralli, starà lì, negli abissi. Come a dire che la verità è nell'oscurità. Ben oltre rispetto a come viene ufficialmente bandita.
Id: 71053 Data: 27/05/2024 20:56:32
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Il toporagno
La mia rabbia è coccio, talvolta, che taglia agli angoli della bocca e sotto i miei piedi trama la terra che mi nascose sempre agguati. La riconciliazione è lenta, come una lampada arrugginita che ingoi il suo genio in nuvole e spirali di denso fumo. Sono ancora la bambina col dito in bocca, scampata alle macerie, che strappa la gonna alla donna mentre attraversa gli anni come un toporagno superstite di intonaci scrostati e di mura sgangherate.
Id: 70347 Data: 20/03/2024 19:29:44
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Il mio Angelo
Ti sto cercando... Oh, non tu, amore verde rapa, tu servi solo come carne da fondamento o scheletro d'anatomia è l'angelo che si è preso la tua sagoma minerale, per farmi ascendere nel lago celestiale! Io e l'angelo con la tua carne come vestito, che bella vittoria sul destino! Quest'angelo lo fece una donna, una donna libera e testarda che dormiva sognando il suo sogno più bello, a rompicollo sull'orlo della notte. Quest'angelo è dolceamaro equilibrato come un pasto macrobiotico o una sinfonia di Beethoven, quest'angelo m'accende i cieli con lo schiocco delle dita ed io sono donna in tutte le corolle accese di vie lattee, un'icona che prende fuoco come una torcia di lucciole. Oh angelo, angelo, angelo, c'è molto di carnale in questo amore che danza con gli alberi la verità delle foglie secche belle come i tramonti che lasciano una scia di sangue sul cielo, come il nostro desiderio nella vuota coppa, colma di noi. C'è molto di sensuale in questo trastullarci di segreti bianchi come ciliegi in fiore, saggi come allodole questi segreti che hanno il fiore del fuoco nelle radici e se la ridono dei bianconigli appesi alla mangiatoia del tempo. Oh angelo, angelo, angelo! Siamo dei e il mondo ci esce dai lombi mentre, ubriaco di me, vuoti il Graal e dici avremo una discendenza di stelle, là, sulla nuda brughiera che ci fece da madre e testimone; e noi, senz'acqua torbosa, scivoleremo puri come vergini spighe.
Id: 70318 Data: 16/03/2024 19:38:47
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Stanca poesia
Stanca poesia, passi come un passero triste tra queste voci, tra questi spiriti trionfali nella linfa che abita il legno certo. Stanca poesia, sorridiamo, mentre cerchiamo il caldo cuore della vita, che tutto è già passato; che nulla è mai accaduto.
Id: 68476 Data: 13/06/2023 17:46:44
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Il sogno della viola
Sola, io vidi tremare la viola, la scena più bella dell’ultima stella. Dormendo sull’ala del cielo di pietra cercò le sue rive, le dune felici; Fuggire la vidi sull’ala del mare, morendo d’amore nel blu tropicale.
Id: 68291 Data: 17/05/2023 22:04:38
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Mia madre
Mia madre era la rosa, il sangue, la spina il taglio sopra il fiume ed io la lettera piumata cadutale dall'ala.
Id: 68268 Data: 15/05/2023 21:28:48
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Roma di notte
Quando dai tuoi nudi cieli cade il velo della pietosa notte tu mostri il tuo vero volto, piangente sotto le luci degli hotel e le ombre arrese tra immortali vestigia in una spirale di bellezza e di spavento. Allora il battito si fa veloce, quasi furtivo e tutte le lacrime del mondo bagnano le tue stanche strade di templi, segreti e porticati, glissando dalla carità della luna. Ed io così ti vidi, una notte, zingara nella tua armatura oscura a scuotere le ali appesantite dal giorno, a penzoloni dai magnifici palazzi arresi; e piovere da lì il nettare scarlatto di tutte le solitudini del mondo.
Id: 67837 Data: 03/03/2023 15:10:23
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A casa non c’eri
A casa non c’eri; nel barattolo della frutta secca, nella posta lasciata sul tavolo, non c’eri. I calici a testa in giù, sul lavandino, le briciole già raccolte, la bottiglia di vino, inerme come un soldato in congedo. Il silenzio venne in ciabatte e assalì; senza rumore tranne quello del vuoto assordante. Dalle finestre chiuse. Perché tu non c’eri, ed io sono una zingara che ti cerca nel vento.
Id: 67274 Data: 27/11/2022 19:34:38
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Ritorno all’età dell’oro
Un solo istante e tutto crollerà; non senti la smania tra fondamenta divelte? Nessun fragore smuoverà le tombe - ‘che quelle son già passate’, solo una lanterna illuminerà la notte. Tremerà la rosa degli esodi, il ferro sarà colata d’oro rosso. Non vedi? Resterà il papavero. A cantare le odi. A divellere il tempo.
Id: 66887 Data: 12/10/2022 21:11:58
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Il geco
Appiattato sulla mia porta tu, geco, offri il tuo canto intermittente, tra l'occhio dolce della luna che splende l'erba di fulgori. E il tuo canto lenisce i nodi dei miei vuoti, che la tua cadenza schiude come primule bianche nel refrigerio della sera.
Id: 66194 Data: 09/07/2022 15:47:29
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Il leone
Fiero della dura solitudine, avvolto nel raggio dell'irto fuoco, avanzi, nella tua nobile possanza, dall'arida steppa dell'ieri, fino all'afondo dell'oggi; sovrano, già, del domani.
Id: 66160 Data: 04/07/2022 10:36:05
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Illuminati inferni
La giovinezza mi passò addosso come se tutte le folgori e i venti si fossero accatastati in una nebbia nascosta nel fondo dell'anima. Uragani silenziosi palpitavano tra i vetri ghiacci delle fabbriche dove morivano le primavere del mondo. coi rami del bosco e i loro segreti, portati dal canto di farfalle in volo nulla conoscendo, tra quelle morte stanze, se non il sapore dell'erba in rivolta che accende d'incubi beati i miei sonni sempre a un passo dal precipizio vivo con tutti i suoi illuminati inferni.
Id: 65136 Data: 05/02/2022 17:31:00
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Dimenticammo i fiori. Dedicata a mia nonna Angela.
E così dimenticammo i fiori, lasciandoli appassire sulle finestre, gola a megafoni, proclamammo, in accordo di propaganda, le atterrite verità di sussistenza. E afflitti da macigni, marciammo nei giorni sbiancati dai detersivi, esiliati nelle pasciute cantine di vizi ammansiti da ignoranze sovrane. E proseguimmo, intanto, indenni in orchestre calibrate, incapaci di eleggere danze a destini, con cuori a batteria, ossidati in pantomime di copioni sfatti. Accadde, perchè dimenticammo i fiori e fu il crimine della poesia, il nostro stesso.
Id: 63756 Data: 09/08/2021 12:40:14
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Nel fiore dell’Ade
Nel fiore dell'Ade Sul tavolo il pane è raffermo, ma le mie mani raccolgono briciole. Il freddo s'accende come un deserto; ci sono corvi e odore di decomposizione. Le parole rotolano come biglie sull'inutile tavolo che conobbi, già crepato. Frammenti d'immagini muoiono nel vento inutile che nel fiore dell'Ade, mi sprofondò ancora a cantare sulle mie ossa.
Id: 62980 Data: 24/04/2021 22:16:05
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Ti vidi sempre bella
Ti vidi sempre bella coi tuoi capelli color luna e la figura snella che scivola, come un'ombra, dalla tua casa al tuo giardino, quello che dicevi 'è solo mio'. Lì sognavano le rose, i ciclamini, le dalie e le margherite mentre con mani nodose di grazia sfornavi il tuo pane immacolato. Fiorivano anche gli angeli quando sorridevi e tu, che forse non sapevi nè leggere nè scrivere, nel silenzio parlavi con dio. Una piuma bianca cadeva su me, dai tuoi gesti densi d'aroma di semplicità. E quando passo accanto alla tua casa accanto al tuo giardino, nel cielo sboccia un tramonto di dalia, semplice come le tue margherite e i ciclamini che, sempre, dicono di te, di te, che vidi sempre bella.
Id: 62793 Data: 05/04/2021 18:44:29
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Un caffè per Signora-vestita-a-fiori
Sono venuta da te, a prendere un caffè, signora-vestita-a-fiori, ma tu sai dove hai nascosto l'abito più bello? La tua casa è una grande vetrina di cristalliere lucido noce e antiche porcellane e immobili tenenti ad appassire accanto a velieri consegnati, ormai, a un mare di polvere ferma. E il vecchio cavallo al galoppo è sempre lì, instancabile nella sigillata teca tra bicchierini per improbabili rosoli e flute per inaccessibili ricorrenze. Mi hai detto: "Va' pure, in cucina, a preparare il caffè" e c'era anche lì odore di sedimenti, cespi di lattuga lasciati a impietrire tra vuote dispense e nell'aria di chiuso, solo la pietà del sibilo del vecchio frigo. Ho preso da sola il mio caffè, mentre il parrucchiere finiva la tua permanente, nel fondo l'amaro di un dolore antico come il vecchio pendolo tra ore di gesso. Ho messo, allora, grani di cioccolato nel caffè che ho lasciato per te, signora-vestita-a-fiori, un grano per ogni amore non consumato, un grano per ogni sole filtrato, un grano per ogni ballo abbandonato prima che fosse mezzanotte, un grano per ogni amore mai nemmeno sognato. E ora sì che sei bella con la tua permanente, mentre bevi il mio caffè con grani di cioccolato, signora-vestita-a-fiori, oggi che puoi finalmente regalare una lacrima al tuo amore.
Id: 61168 Data: 01/12/2020 13:23:55
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Il mio gatto
Microcosmo di nera voluttà, curve morbide e lascive artigli pronti a prendere e a strappare; gioco e morte siedi sulle mie cosce come su un trono, e sei un bambino che gioca con la mia giacca o un capriccioso amante imperfetto che non conosce tregua e mi rivolge i suoi attentati, accecandomi coi suoi occhi di duro smeraldo.
Id: 44728 Data: 22/10/2017 08:37:10
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