chiudi | stampa

Raccolta di poesie di Paolo Mazzocchini
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Sos

Mi messaggi per dirmi

che arrivi, tra poco. Una lacrima di pioggia

luccica sullo screen, nel suo specchio

sussulta a un colpo d’aria

un cespo d’erba nuova, tentenna

un fiore giallo sopra il grembo

illividito di un’aiuola. Solo

in un vuoto pneumatico

del cuore, siedo nella calotta di sole

che gentilezza passeggera di nuvole

concede a una panchina solitaria.

Nulla del nulla sento più nemico

nella frenesia di cicale che martella

la cupola del centro commerciale. Morte

questa che uccide e non fa male,

e civettando agita la falce,

allegra semina petardi

in una festa triste di automi.

Sullo screen leggo ancora

però i nostri due

nomi - Tu arriva, presto,

come dici. Salvami.

Portami a casa, prima

che sia troppo tardi.

*

Alzheimer

Spuntò un inverno

dove parole dalla tua bocca

soffiavano enigmi bui

di profezie avare:

metallico rimbalzare

di tuoni contro lo scudo

dell’orecchio altrui. Fu quello

preludio di una lugubre

tormenta di lampi e di spade

e grandine sulla lamiera

di un mare che rigurgita

cadaveri di amori

e di ricordi alla deriva

sul delta della sera.

Ormai il tuo grido di preghiera

è smemorato presagio, zimbello dell’aria

muggito quasi di bove al macello.

*

ll nevo

S’inchioda a un viso bello

come lo spillo di un pensiero

trafigge la morbida vacanza

del cervello. Piccolo sole

nero tiranno dell’universo

altero della grazia. Buco

nel cielo di carta

dove implodono

le orbite scontorte

di una armonia

violata. Capoccia

di vite inchiavardata

a forza nella polpa

tenera del legno. Pasticcio

di fili che s’intorcina

al centro d’un ricamo

e attrappa

nel cruccio

inestricabile

di un grommo

l’incanto della trama.

 

*

Temporale d’aprile

Il rullare del tempo di colpo riposa

sul culmine dei piedi, a giro sospende

il filo elettrico dell’orizzonte. È là: quel

fuso di nuvole che gira a vuoto

tra le spire del fulmine

mentre sonagli neri

si crollano sopra romantici

palcoscenici rosa.

*

Ghenos

La veranda che prospetta il tuo domani

chiude una invetriata a pochi passi

dal tuo desiderare. Nulla tu

vedi di là da quella. Dal passato

soffiano invece sul suo specchio falso

raffiche infinite di esistenze

per caso precipitate l’una

sull’altra aggranellandosi

nel disegno della

tua piccolezza

finalmente.

Così un flagello di neve

da troposfere polari

sferza i suoi mille fiocchi

succhiati al grembo dei mari

e per ansiose spirali

li costringe dentro un vicolo

cieco della città vecchia -

tra un camino che fuma

e il volo freddoloso di un uccello.

*

Time out

Settembre: tempo di accomodarsi

in panchina, desiderare il gioco

dal bordo del rettangolo, acquattato

nell’angolo della tua cabina.

Riassèstati dentro abitudini

scavate nella roccia, rifiata,

asciuga bene, goccia dopo

goccia, il pathos di troppo

giovanili incursioni. Stoppa

ogni estemporanea sortita

di voce, ogni urlo di luce

stringilo nella gola. Distanza

della visione, gratuita adulta

intelligenza della geometria del gioco

siano il fuoco di questa tua

diversa prospettiva di vita.

Siano altri a rischiare

il premio di partita.

*

Litoranea

Ruggine di mare,

polline decomposto

da mille stagioni ridisegna

il parabrezza sfocato del presente.

Procedo, verso casa. Il cielo è stellato, prosciugato

dalla pioggia di marzo. Un gregge di nuvole sul Conero

s’abbranca ai tetri muraglioni del tramonto. Ricordo

quando piccolo non nascevano là che albe, e io

accecato dal mare nei mattini d’estate,

e le reti strascicate sulla sabbia

stillavano

oro.

*

Snow flash

Si tende sulla neve un volo

nétto, rètto sulla nudità

infranta del bianco, corda

d’orizzonte cui s’incocca

il cammino della freccia e

nero si avvita nel destino

altro dell’aria.

*

Abdicazione

Non chiedetemi la strada

il senso di marcia, le mète,

le gratificazioni venture. No

ragazzi, vi prego: non sono (più?)

nelle condizioni di azzardare

previsioni, vaticinare

giudizi, garantire

ambizioni. Il futuro

ha smesso di esistere 

così come il valore assoluto

delle vostre prestazioni.

A qualcuno/a piacerete come amanti,

ad altri come amici compiacenti, ad altri

come ossequiosi parenti, ad altri quali

zelanti zerbini della customer

satisfaction, ad altri ancora in vece

di portaborse astuti e corrivi. E

per gli stessi motivi per i quali

ad alcuni piacerete, dispiacerete

ad altri. Sic res se habet. Che volete

farci: il vecchio prof può ancora

dare i numeri – sbagliando -: un otto

o un dieci. Non pronuncia sentenze

circa il vostro cammino. Non rilascia

marchi di qualità. Non è proprio

sulle sue ginocchia artritiche

che riposa il vostro luminoso

destino. Non chiedetemi

il biglietto per Ancona

o per Tebe.

*

Diversivi

Avanza la notte, s’impiglia

la veste in effimeri

raffi di luna, percorre

un viale  trapunto

da sciami di fari

che affrottano al nido.

 

Ora è qui, e

batte alla porta discreti

rintocchi: è bene sviarla

offrendole un tè

con biscotti, tardarne

l’approccio amoroso

con lente e gentili

parole d’onore,

forzarne lo sguardo

ad un quadro di fiori

di loto, o a radiosi

remoti trionfi

in sella a una moto.

 

La notte ti tenta la mano,

ti sfida a un abbraccio carnale:

distraila insegnandole a dito

un punto di luce,

lontano.

*

Limen

Non sei quasi

più, né sai più chi sei

stata, le unghie calcinate

nel manto lapidario della luce

lo sguardo che affonda nella

neve deserta della veglia.

 

Il senso tutto oramai insiste

nella lacrima esitante della flebo

pietà che piano piano estorci

al silenzio murato dell’anima.

*

Gratum quia absurdum

Tanto gradita e tanto assurda appare

la vita che si leva dalle strade - una, dolce

beata di se stessa, del ronzio d’alveare

dentro celle azzurre di mattino - e molce

la sua pietosa cruna di luce il cuore

di stupite carezze, come posasse casa

tua ancora su certezze di pietra dei vent’anni

e non vedessi ormai tremare multiplo, ambiguo

il sole da lontano, come per occhi

infranti di uno specchio ubiquo.

*

Regressioni

A volte la placenta del cranio

scuote un cervello amniotico:

beato nel suo guazzetto navigo

beotico embrione acquatico.

*

Anticlimax

Sole del nostro ottobre

riso senza più colore

di malizia, sferza

che non ferisce, luce che

svelenisce in un tiepido

mare d’amore.

*

Balcone d’autunno

Ottobre è un guizzo

che declina in languore, un

angelo di sole che s’affila

nel lampo di rugiade

mattutine e che si schioma

per un vaso sazio

di vissuto ardore, ispido

oramai soltanto di sfogliate

gramaglie. Dal mare annera

ansia d’inverno: presto

ne piangeranno i semi

sopra un fazzoletto

di brina.

*

Atropos

Teglie, bicchieri, piatti piani

o fondi scendono dalle tue mani

nella credenza, nei cassetti, ciascuno

al posto stabilito da dove con la stessa

implacabile pazienza li evocherai

domani. Gli oggetti che il tuo occhio

nomina ad uno ad uno tu li annodi

al sortilegio del ritorno eterno, come

il garbuglio della vita pare s’attorcigli

e si sdipani nella spirale senza

capo né coda della notte

e del giorno. A questa

vicenda ordinata di stoviglie

mi appiglio oramai di giorno

in giorno, di momento in

momento, persuaso che

non potrai per amore

mai spezzare il filo

di questo incantamento.

*

La voce del tempo

Non ha altra voce il tempo che quella

che - del treno che galoppa nell’imbuto

della notte – ingentilita risalendo

a volo il fiotto lento del fiume

ti riconsegna il vento.

*

Percezioni indirette

Sfollano passeri nella sera

dai rami, lo avverti dal brivido

lucido delle foglie, come la danza

acrobatica del ragno dal flettere

del filo della tela, e il frullo

in punta delle dita dai suoni

che divampano sul frigido

aplomb della tastiera.

*

Genius loci

Questo scampolo di colli qui, dove

son nato, mi incatena al residuo del mio

giorno come lattante al seno, servo

e signore di questo insensato crocevia

di nuvole e strade, dove ogni nome letto

o pronunciato è amaro e caro, prossimo

e antico: ma sull’oblìo svetta come uno

scatto d’ali tra le case, s’impone

col suo significato.

*

Anche questo è il mio tempo

Anche questo è il mio tempo, dove

garrisce al sole dei tropici la libertà

di pochi - bandiere panamensi che strangolano

il vento, aste milionarie bandite su cimiteri di

nuche disossate spolpate vertebre mani

spezzate: danzando le insulta senza posa

una grandine allegra di monete

d’oro e d’argento.

*

Notte, in corsia d’ospedale

Si leva come vento notturno una pensierosa

ouverture di sibili sbiascicati, onda

lenta che svetta improvvisa nel grumo

di un ruggito, esplode nella cresta

del sonno, atomico enfisema

che sbrana l’aria innocente

cala il suo fendente al napalm

tra gore ombrate di esotiche verzure

a pena germinate. Pareva quasi acquetata

la belva –  nel mentre che risali

la china erbosa del sogno e affiori

oltre un velo d’idillio. Invece

di colpo ne rilievita il fiato

tracolla la dentata noncuranza

del masso che rimbalza sopra

tenerelli fiori di prato, precorso

dal boato che sventra ogni

torturata speranza.

*

Achemenides

Sei un ologramma

patetico, tu, che scuoti nel vuoto

d’uno schermo il tuo scettro di luce

la tua verga laser, come un duce acheo

smemorato – Achemenide intossicato ancora

dal frastuono di una guerra lontana ormai dannata

mente vinta - agita ai fantasmi la sua spada sotto

il sole deserto sulla spiaggia dei Ciclopi, sgonfia

propaggine della fama che soffiò vanagloriosa

sotto la rocca di Troia. Ne (s)fuma il ricordo alle

sue spalle, come alle tue esala la sua anima

il tuo regno, la metropoli tradìta dalle

cittadelle impazzite delle borse, dalle

vette morte delle torri: crolla dietro

di te, che ciarli, il grafico dello

skyline, un tramonto trapunto

di illusioni contorte.

*

Psycholift

Il timer spento, precipito nell’asfittico

blackout del sottoscala: un silenzio nero metafisico

soffoca i pori, penetra il respiro, spegne il rigagnolo pulsante

del pensiero. La cecità delle mani fruga un appiglio

di salvezza: sotto le dita soltanto l’asprezza

granita dell’intonaco, la sagoma fredda

della maniglia bloccata. È un’attesa

negata di luce che risucchia passato

e futuro dentro il vortice di vuoto

che divaga, tenta tastoni il pulsante

di chiamata. Lo trova. Lo schiaccia

con violenza. Adesso, la superstite

essenza di me stesso arde soltanto

negli occhi rossi d’inferno, nel

marchio inusto sopra il nulla

di un istante eterno: occupato.

Rigorgoglia una carrucola, dal tempo

una macchina riparte. Finalmente

la porta s’illumina: presente.

Vivo valico la soglia. 

*

Nella memoria

Nella memoria la vita si accatasta

posa un evento, una giornata, un anno

sull’altro come polvere su terra o legna sopra

frasca secca o marcia si composta: finalmente

un piano incide sull’altro, la prospettiva

si rimpiatta, si confonde, non sai cavarne

il brillante giù, dall’imo fondo, senza che

frani intorno la stratigrafia, senza che

ruini la volta sotterranea della sua

arcana e bombastica armonia.

*

Opposti (II)

Il passato è piombo

che ci riattrae al fondo

mentre ogni nervo è teso

a colmare il tondo dello sguardo

dell’oro fuso che dilaga alto, feroce

sulla superficie liquida del giorno.

Grata fatica spesso profondare

nella fossa oramai di quel che

è stato, tepore putre di giardini

sepolti sotto il mare o sole di mattini

affogato nella mitezza del ricordo. Ma l’ansia

di scombinare il gioco – riemergere e sparare

un colpo di futuro in aria a ingravidare un’altra

volta il cielo - trascende il mito della nostra infanzia.

 

 

 

 

*

Opposti

Sono il pappo rapito nella danza

demente ed erratica dell’acqua. Ammiro

senza invidia la costanza della pietra

che abita il greto del torrente.

*

Amor unus

Dimenticàti in una cala della notte, ciechi

neonati esposti al mutuo calore lieve delle

nostre mani, e dell’alito che gonfia appena

le vele dei capelli. Scivolano in lontananza

le traiettorie dei mondi, semina la carena

della stanza un solco perso dentro il mare

d’inverno. Siamo noi soli il fuoco di Vesta

vivo nel ventre inferno dell’arca, il lumino

del faro che ammicca, palpita attraversando

il muro della burrasca.

*

Hybris

Come quando confidando

nella legge di Newton lasci cadere

un foglietto di carta o un fazzoletto

nel target di un cestino - e basta invece

un dispetto dell’aria, l'interferenza

angelica del nulla a deviarne

il destino.

*

Canicola

C’è un’estasi immota dell’estate

allo zenit del sole, stupore di ramarri calcinati

nel serraglio dell’afa, stasi del desiderio, anestesia

universale, cupio dissolvi nello spasimo

inerte di orizzonti marini torturati

dai funebri cembali delle cicale.

*

Epitafio del conformista

Uomo di cera persa dentro lo stampo

altrui, nome spianato su questa lapide a colpi

di martello dalle attese insaziate di amici

e di parenti, ventre corroso fino al budello

da bui sentimenti di colpa, cervello nella

macina dei luoghi comuni, spappolato

nel rovello della convenzione sociale: qui

giace la lamina del suo corpo, soglia

da tutti calpestata, invertebrato

carapace più sottile della sua

anima senza spina dorsale.

*

Ultimo giorno di scuola

In questa stiva ombrosa, allagata

di sola luce artificiale il comandante

raccatta le sparse esche di una esoterica

mensa, carezza con prudenza la barra

del timone della nave che attracca piano

al molo del tempo usato. In quello lento

e astratto della navigazione si è faticato

intanto a trattenere il fiato, ad osservare terre

dal largo, noi stessi da lontano, a dirimere

il monte dal piano, dal cielo il mare, le luci

delle case dagli occhi delle stelle. Poco e

non poco. Adesso però un selvatico tramestio

di piedi, oltre gli oblò, precipita esultando

per la magica scaletta sul pontile. La scuola

è finita. Sull’arenile spensierato evade

finalmente la vita, il presente, l’ubriaca

giovinezza dell’estate.

 

*

Pietra e farfalla

Pietra patisco il peso della mia

longevità, quasi perenne intesa

d’atomi coesi in una stretta potente

più di qualsiasi centrifuga contesa. Si posa

la farfalla su di me ignara che il suo giorno sta

per sfogliarsi in un applauso d’ali, crollare

in un battito sospeso; ma mi fu caro

e festivo quel lieve suo soggiorno

fuggitivo più che questa mia

pésa ed ottusa quasi eternità.

*

Cadrà una sera

Cadrà una sera che saremo aquiloni

appesi al suolo da un filo di memoria

alti, sospesi nella incerta sfera che divide notte

e luce, cielo e terra, lampo e tuono, materia

e vuoto, le ali attese ad un unico soffio di tempo

senza minuto né ora, prese in un’orbita che ignora

chilometri o miglia, verso, andata o ritorno. Allora

varrà solo quel che saremo stati prima

di alzarci in volo: che il poco di cenere

o di grano che avremo seminato

per amore o per sbaglio nel campo

altrui camminando sul ciglio

del sentiero non sia

caduto invano.

*

Avanzo nel mio futuro

Avanzo nel mio futuro come il mare

dentro il lembo di spiaggia che arretra verso

il ciglio della strada, e sgretola la sabbia in tonfi

sventramenti  e crolli: assalti di un amore

umano e folle che scava crateri di attesa

e di rabbia nel greto molle di un’amante

infida, a setacciarne almeno

un grano di diamante.

*

Il vetro

Se la sera all’imbrunire guardi oltre

la finestra, il riflesso del vetro ti imprigiona

tra i chiusi e cari oggetti della stanza: come

in un sortilegio oppone l’invisibile, ostinata

sua sostanza al libero volo dei tuoi occhi.

Ma se solo accosti il capo, la fantastica

magia scompare: nascono nel tuo ovale

senza forme netti e veri i tratti dei colli

e delle case, scolpisce la luce fredda

che dilegua  dentro l’incavo d’ombra

nero del tuo volto la pienezza - alta

plurale plastica - di un universo

che tramonta intero.

*

Ex dolore

Ci si sveglia talvolta dal letargo di un

dolore come in gennaio filamenti

di alberi affiorano all’alba dal latte

della nebbia nottetempo rappreso

nel cavo della valle: nel letto

chiaro si incide fitto il ricamo

nero dei rami, come guizzi

di capillari inturgiditi appena

nel teso pallore dei palmi

schiusi delle mani.

*

Phyllomanteia

Foglie d’ippocastano croccano

sotto i piedi, danzano sui marciapiedi

un po’ verdi e un po’ scure, portano

tutte, più e meno, le stimmate

sicure della cancrena che assapora

appena le sorelle appollaiate ancora

su rame nere a mezzo spoglie,

pettinate da fiamme di vento

che fredde scavano le radici

lente dei piccioli. Non è tra queste

e quelle che il mondo si divide

ché tutte tra un po’ s’imbroderanno

del mosto che fermenta sul terreno.

Perché le due metà del tutto

vere sono piuttosto il recto

e il verso di una, di ciascuna

foglia: l’allettamento

molle, la liscia voglia

del dritto e la vetrata

ostilità del rovescio.

Tutto il resto è miope

inganno, trompe

l’oeil del momento.

*

Succede che a novembre

Succede che a novembre rincasando

sere precoci ratte ci aggrediscano

alle spalle, pesino di colpo sul capo

come neve bagnata. E mentre tuffàti

nel fantasmatico acquario di uno schermo

tentiamo in compulsione i numeri

del telecomando ad evocare il genio

ligio a svelenire a buon mercato

il nero seppia della melanconia, ecco:

per la fessura malamente occlusa

dallo zerbino infilarsi uno stiletto

di luce primordiale e sul suo filo

ombre di piedi e voci di bambini

danzare d’una febbre che in noi

più non riarde, di colpo calpestare

il muso al roditore dell’accidia

tambureggiando i tirsi dei calcagni

sulla pelle screziata dell’anima, ai ritmi

sacri e scoscesi della fantasia.

*

Eredità

Dolorosa e limpida l’acqua

tua decantata dal tempo nell’incavo

delle mie mani, senza residuo

oramai della arguta e ruvida creta

che fosti. Pure conservo di te

questi occhiali grandi, robusti

ovali, montatura ossuta assai

demodée, vaguement ridicule

fine anni sessanta. Nascosto

a sguardi profani li inforco

la sera, per leggere meglio

tra le righe del mondo

attraverso i tuoi occhi.

*

Photoshop

Amiamo moltiplicarci dentro specchi

benevoli, come nel mare - la sera, placata

la burrasca – si sciolgono nei semi di un quadro

impressionista le case a picco sugli scogli

e il molo sbrecciato, e nevicano pupille

abbacinate di lampioni dentro il liquore

svanito della bassa marea. Così nel chiaroscuro

della stanza spigoli vivi, ombre scalene

da tavoli e soprammobili sbreccati

si inarcano flessuosi nel calice

di un bicchiere, sfumano nel cristallo

smerigliato come fiori avvelenati

di vecchi ricordi tralucono

beatificati dal vetro del già

vissuto, teneri come ninfee

nel lago sotto un velo

di ghiaccio a fine

inverno.

*

Sottovento

Nei giorni di libeccio in via

Lumumba passeggio, spettatore

intatto dal vento, rasente al muro

a secco che sorregge un vallo

compatto di case rosa e giallo

impallidito, finestrelle occhiute

e sghembe, intonaco graffito

di muffe e di varici esplose

a fior di vernice. Percorro un terrapieno

d’aria lucida e calma, balcone

sul pianoro che sfuma nella rada.

L’ombra mia mi segue in piatta

quiete, sagoma netta che avanzando

appena si frastaglia in cima, fra ciuffi

d’erba e il guardrail al ciglio della strada.

In alto il vento è un fiume in piena,

sfarina nuvole, involve nel suo lagno

felino lame nere di rondini, cartoni

e foglie, tortura fronde sulle nuche

degli alberi come trecce d’alghe

l’ira della corrente. Dalle grondaie

tracima scivolando oltre la nicchia

di cristallo qui, che mi consacra, saldo

sul piedistallo di un portone. Vaso

colmo dell’hybris d’una effimera

grazia osservo nel vortice disfatto

le ceneri indignate di un mondo

da me altro stridule lontanare

precipitando

nell’ombelico del mare.

*

Notte d’agosto

Mi rigiro nel letto, braccato

dal fiato sgradevole del buio.  Meteore

amare dal braciere dei visceri, ceneri

riattizzate di ringhiosi ricordi. Poi

un refolo dalla finestra spalancata

rimbalza sul calidario del lenzuolo

mi lambe i piedi, grato come grata

l’acqua intepidita di schiuma

ingelosiva i passi di un bambino

impertinente ad affondarli nella sabbia

mobile della battigia, lì dove terra

e mare gli parevano sotto il sole

furtivamente amarsi, donna lei

che apriva il grembo intenerito

alla carezza di lui, liquida

e possente.

 

*

Carpe diem

Della fronte alta del mattino e del saluto suo

regale, dei bambini che strillano

giù in strada, del nido d’api che zampilla

oro nello spigolo d’ombra azzurro

del sottotetto, della raffica di

mi ami? esplosa nel cielo alla sua

lei per la bocca del telefonino

dal ragazzino del terzo piano, dell’aria

viva di voli e dolce

d’ammorbidente e di bucato steso

da tua moglie a veleggiare. Di questo, solo

di questo ti vorresti curare. Non per ansiose

concentriche spirali strologare

a sensi ciechi all’oggi e lente

rovesciata del binocolo

nel precipizio dell’altrove

e del domani, né con il pendolo

del cucchiaio ritentare il grumo

semiliquido di miele che s’acquatta

beffardo tra fondi di caffè

d’orzo, scuri nel pozzo

oscuro della tazza.

*

Purtroppo, finalmente

Poesia purtroppo è morta

quando finalmente per l’acume

tenero della matita la sepolta

viva tua ferita

cessa di sanguinare.

*

Rerum natura

Vorresti le cose fossero

della materia dei pensieri, ri(s)componibili

tasselli al capriccio di mani infantili

rena bagnata catturata negli stampi

di ambiziosi disegni, modellata dall’onda

dei tuoi desideri. Ahitè, la madre

loro ti resiste, roccia la sua carne

il cuore cristallo di diamante. E tu acqua

che ne sposa le forme, vento che s’umilia

piangendo tra le pieghe taglienti delle gole

montane. Quello che ne erodi

altri vedrà sabbia fine alla foce

dei secoli e polvere di sangue

tra grumi di pietra, quando la vita

tua, smemorata ormai

di se stessa, pulserà

avida di altrui vene.

*

Il vaso di Pandora

Che non siamo ancora i tacchini

di Popper l’antivigilia di Natale

che il sole varcherà l’uscio

nostro domani senza disturbare

spegnendo distratto l’ennesima

notte, come un mozzicone

gettato tra l’incavo della suola

e la soglia lisa di marmo

della prossima aurora, questa

è la carta che sempre siamo pronti

a rilanciare, anche quando fuori

sul balcone afflitto di pioggia sigilla

una sera di piombo i nostri

dadi nell'infrangibile

vaso di Pandora.

*

Specula mundi

Io e voi, noi tutti, occhi

miopi per i quali il mondo

inconcludente indaga

il rebus ozioso

di se stesso.

*

Tiresia

Sfinge abbarbicata, artigli d’edera

sul cranio che sovrasta la nostra comune

città dalle sette porte - oh se

sette rimanessero, aperte

bocche, non murate

soglie di tomba, al bacio

mite dei venti dai quattro punti

cardinali, profumati di polline, ebbri

di primavera! E un profeta

da Corinto giungesse a sbugiardarti

la gola incantatrice! - No, niente inutili

auspici! Un profeta d’oggi è domani

triste tiranno. Meglio che noi, stretti in social

catena, ricchi ciascuno della nostra

bisaccia di lupini, degli stracci

sparsi della nostra dignità e di un roso

bastone da viaggio armiamo

del nostro plurivoco unisono coro

un tirso affilato, squillante di baccanti

a mozzare d’un colpo l’enigma

che per le spire del mostro

rampicante sibila

nel cielo di Tebe.

 

 

*

Cosmogonia

Pochi momenti come questo

belli: tu fatta materia di sogno

nuoti supina sospirando appena

nel cerchio d’acqua dell’oceano mentre

carene d’aurora incagliano tra fori

delle serrande e una polla dolce

di cristalli crepita nel cavo della radio

sveglia. Dissepolti a poco

a poco dal grato caos

notturno alla pietà della luce

lari e simulacri benigni tornano

a insegnare gli argini noti e il senso

ignoto della nostra strada.

*

Rapsodi

Occhi ciechi aperti sulla terra e pazienti

mani al telaio della cetra, tramano per noi

tutti da ogni punto del cielo senza posa un pio

sudario di parole e di nuvole perché il guizzo

dall’ultimo rogo mai si spenga nevicando

nel pozzo muto del tempo siderale.

*

Daktylos nyx

Sarà l’alba, tra poco. La penultima

fermata del treno scuoterà irriguardosa

dentro il calice del dormiveglia

- al sussulto dei freni - un cocktail

di sogni sbriciolati e vino e dolceamare

risacche di inabissati giorni. Poi

altra tappa, breve, sopra il ghiaccio

dei binari ciechi di luna. Riaprirai

gli occhi al capolinea deserto tra

fiochi fiori accesi su metafisici

quadranti senza orario, odorando

tritumi di ferro e combustibili

esausti. Sarà voce di donna

senza sguardo l’ultima

sirena: Ancona stazione

di Ancona, termine

di corsa.

*

Amanti II

Si amano fissandosi  i giovani

amanti, amano addentare

il pane fresco, bere nel cavo

delle mani l’onda dei corpi

lievitati al raggio elastico

perfetto dello sguardo. Sognano

invece i vecchi amanti amare

ciechi nel buio illune l’amore

d’un tempo, succhiano

linfe da polpe illividite, dita

di argilla e pioggia fingono

- sopra consunte tele - piume

di sopracciglia, bocci

di guance, sempre tentando

ove li punga ancora

l’estro dell’anima e dei

sensi, quello che allora

scioglieva in rivoli di fiamme

il nodo dei capelli e su

per i pennacchi dei muri

tendeva snelli arcobaleni.

*

Anima senis

L’anima esiste, e come.

Per le anse del vaso forte

e lungo soffiando asciuga carne

cervello ed ossa, tenta l’uscita. Affila

le nocche delle mani, arma i pugnali

delle vertebre contro il liso

sudario del corpo. A fuoco

vi imprime lo scheletro

a sua effigie. Tossisce nell’aria

la feccia secca invelenita

dell’amore come paglia

sfiata dalle scuciture

di un cuscino. Assedia i varchi

delle pupille a disfarne

la trama superstite concreta

di lacrime come gusci

d’ unghie morte sfilacciano

lucide ragne consunte

in punta di un calzino.

*

Controparabola

Un uomo scendeva

- ahilui - da Gerusalemme

a Gerico. Sulla sua

lapide al ciglio

della strada è scritto

che attende ancora

il suo samaritano.

*

Confini

Ero giovane e sempre il sasso della mente

muoveva cerchi d’onde a frangersi

più in là delle rive dello sguardo. Un big

bang di polveri da sparo e variopinti

bengala profanava precipizi

notturni su cui fiorivano le arcate

degli spazi siderali. Sprezzavo

il mio cortile, l’abito rammendato

con cura da mia madre - un insolente

cencio di provincia. Ora che controvoglia

scendo gli scalini più ardui 

è un mantra di cicale a ritmare

dal viale sottocasa questi passi

dubbiosi, il frullo di un passero d’ottobre

sigilla il tetto della tana che m’alberga.

Pure talvolta, quando qui fuori

spiove, inseguo con invidia

per i riquadri d’ una finestra

inglese, una squadriglia

di nuvole, là, oltre l’adriatico

selvaggio, sciorinare

al galoppo reti rosse

di fulmini sopra le groppe

invisibili della Dalmazia.

 

 

 

 

 

*

Isonomia

Il pavimento sconnesso

nel seminterrato è una onirica

necropoli lunare. Vi dormono,

fra mille cianfrusaglie, scheletri

di scarpe e prosciugate

mummie di pellami. Ne sollevi

un lembo e scoccano

centrifughe in penombra folgori

nere di scarafaggi e lucidi

insetti primordiali. Com’è vero

che ogni nicchia di nulla si fa tutto

altro, pieno il vuoto, non v’è sacco

sgonfio di memoria che la vita

altrui subito non infesti

della propria con               

avida innocente

irriverenza.

*

Invidia

Megera cionca che ritenta

con la punta sporca del bastone il passo

limpido dei viandanti, regina

lugubre di banchetti imbanditi

a sterco e orina per ingenui

avventori, piloro di rettile

arso del suo solo

veleno. Cieca, godi

la sera del buio che cade

nelle altrui stanze, illusa

che il tramonto ci trafughi

la luce per donarla al pozzo

nero del tuo inferno. Stammi

alla larga, dipinta carcassa

di Aristofane che dissecchi

petali sulla bocca

della gioventù in fiore

e spacci la tua rancida

foia per giustizia

sovrana.

 

 

*

Stop and go: donna al semaforo

Quando inchioda al semaforo

davanti alla caserma dei pompieri

la signora s’osserva, si scopre

quasi nel retrovisore. Distende

la fronte. Con vezzo fluido

della mano destra, piegandosi

sul collo, racconcia i capelli

neri. Il pettine delle dita

muove argini garbati

alla troppo ingovernabile

piena dei pensieri. Controlla

il trucco, rassetta i ray ban

chiari sulla sella del naso, curva

la bocca a cuore sullo specchio

a catturare forse la cima

d’un brufolo assassino. Verde

e smarrisce nello slancio il senso

del suo corpo, lo sguardo punta

cieco oltre il dosso dietro

la coda di un rammarico

che svola tra gli alberi, mentre

un frullo a secco di tergicristalli

gratta invano la patina dei crucci

sul parabrise. 

*

Amanti I

Nel paradiso d’ombra

del parco baciandosi

ad occhi chiusi, sole

e luna, specchio

e volto sognano se stessi

l’uno dell’altro i giovani

sedicenti amanti: tronco

piuttosto appaiono - all'occhio

canuto e asciutto

che li osserva - l’uno

per l’altro sopra

malferme radici d'acqua

ed edera avviluppata

ai rami. Forse

oramai

nient’altro.