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Raccolta di poesie di cristina bizzarri
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Talita kum

A Linda, che fu in me -

poi fuggì altrove,

il tempo di un breve respiro.

 

Allodola,

frullasti le ali

e svanivi mattino.

Altrove

si apriva una mano -

volò un aquilone.

*

Quando leggo poesie

Odilon Redon, La liseuse (La lettrice), 1895-1900
 
Quando leggo poesie
mi annoio dopo poco,
passo ad altro, salto, divago,
nebulosa mi sfoco -
così girovago per casa,
carezzo Lilli misteriosa,
vibro all'illetterato
suo profondo ronronner.
Passando per l’ingresso
o per il bagno
spio nello specchio
le rughe appena nate,
archeologia del nuovo (che non trovo) -
variazioni variabili alla lagna
che stempera e accompagna litanie
sillabiche di strade,
di volti seminati
come ombre perdute nei giardini.
Quando leggo poesie
"moi est un autre" -
ambra o graffito
nel guscio di un eterno imprigionato.

*

L’intimità delle conchiglie

La Conchiglia, 1912 - Odilon Redon

 

In mezzo al corpo il sole.

Quell'oscillare chiaro,

nebuloso, ricordi? sulla riva.

Ridevi al centro di zampilli

di stupore. Il mare.

Ricordi? Era annusare

l'intimità delle conchiglie,

sapere che la meta

era laggiù, dove al casello

si tornava, felici di metà

già del cammino.

E l'ombra che ora stringi

era luce nel palmo della mano.

 

*

Ragazzi succhiavano il sole

 

Fosse, l'andare,

stormire limpido di fiori gialli -

 

ragazzi succhiavano il sole 

lustrali e iridescenti

 

ma gocciano lievi i morti,

la sera,

nei dolci pistilli del sangue 

 

il fiato che ne aspergi

forse è il tuo -

o forse d'altri

 

mentre la luna 

sbieca lo sguardo in alto -

oltre le cose

sommesse e inutili del mondo.

*

Curriculum 2

Man Ray - Noire et blanche, 1926
 
Sono quasi niente, e ho fatto così poco
se l'universo è un moscerino
o un tempio dai muri sigillati
dove tra architetture opalescenti
rivolte a oltrepassamenti 
trascorrono odorose litanie
di suole, storie di allontanamenti.
Vantare riconoscimenti
quando dal macellaio un tal giorno
si discuteva dell'umidità
dell'aria, oppure quella certa sera
supini tra le stelle in smarrimenti -
oh quanto, quanto lontananti! -
sarebbe oltre a ridicolo farsesco.
Specialità ultracurricolari:
iterazione dello sguardo
su corpi, case, interni di finestre,
luci basse, cedimenti;
nenia scaramantica di gesti;
e mente obliquamente divergente
da chi senza un annuncio
fuggì per gioco o per superamento;
infine offuscamenti.
Nel tempo libero lavoro
e nell'occupazione evitamenti -
attenta inutilmente a temiponte
se il vento dice altro,
o se una nostalgia polverizzante
mi serra corde tra la gola e il petto.
Concludere è trompe l'oeil,
inganno per allocchi lenti.

*

Ti basti una tana nel vento

Studio di nuvole - John Constable

 

Fantasticando sull'Infinito di Leopardi

 

Ti basti una tana nel vento,
un dorso materno di siepe,
a vagabondare.
Sugli occhi feriti una benda
allentare.
E spazi infiniti, ebbrezza a vagare
in cieli possibili -
a non pensare.
Sentire che tutto si fonde
nel tutto,
passato in presente allunare.
Sfumare.
Ti basti una siepe, fratello,
un dorso materno di siepe
a bendare il dolore per poco,
a infinitare.

*

In trasparenza attraversati

Le char d’Apollon - Odilon Redon, vers 1910

 

In trasparenza

attraversati

come se fosse

tutto la vita.

E sospensione

di fiori esplosi

in bocci rosa

inaspettati.

In sincronia

tutte le cose

più sparpagliate.

Come tra bocche

che nei fondali

sfiorano sessi

fino alla mente

accarezzata.

Un accucciarsi

in nidi pieni

dove l’orgasmo

è Dio improvviso -

rivelazione

immeritata

pace perpetua

dentro l'istante

silenzio madre

senza paura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Che strana cosa il mondo, amore del mio soffio

Che strana cosa il mondo, amore

del mio soffio: tutto il pulsare

che mi è dato e ruota intorno.

Aria girovaga, forse carezza

a quei pensieri vaghi

che la terra nutre 

come sottili vene delle foglie -

stagioni dove il sangue sposa

le cellule chiare del mattino.

E com'è ogni volta misteriosa

l'acqua che irriga gli occhi

alla silente boa degli sguardi.

Mentre la voce va per la sua strada

lì si rimane, sorpresi al centro,

persi - fuochi di costellazioni.

 

*

Cuore di silenzio

Gianluca Corona - Le parti, 2011

 

Padre,

mia ferita, mio specchio -
in me un'eco al tuo pianto

ininterrotta 
come il taglio scavato nel sasso,
secca

come il fossile che vegliano

decrepite, mitiche memorie.

Ascolto la tua voce sorridente
e dolorosa,

fingendo, come sempre, 
solo più immobile nel vento -
vento blu cupo dell'estate
ebbra di mare

e sconfinato inganno.

 

Fingo un altrove a te lontano,

attenta

a non cadere nella fitta rete 

che mi tessi attorno,

se gioco
con la benda che m'acceca 
quando mi chiami

e - sorda - non rispondo.

 

 

Non più regina

in questa buia casa,

umiliata

nel fervore dei comuni affanni,

madre,
sbatti le ali inquieta e silenziosa,
tu che irradiavi bianca

di fiero splendore 

i miei tenui giorni.
Leonessa

supina al richiamo del sangue

afferri parole trepidanti

e le divori -
poi giaci cupa

all'ombra di te stessa.

Grande sfinge

di dolcezza e rancore,

albero gravido di amari fiori,

arca immobile

nella mia disfatta memoria, 
ancora fiammeggi la mia vita 
di deposto amore.

 

 

Sei me

piccola carne,

sangue che non corse,

ma si perse -

figlia,

cuore di silenzio.

*

Mentre ragazzi

Fosse, l'andare,

stormire limpido di fiori gialli,

mentre ragazzi succhiano aria

pieni di linfa,

pulsando iridescenti.

 

Ma scendono lievi i morti,

la sera,

lungo i sottili declivi del sangue -

e il fiato che ne aspergi

non è tuo

né di altri.

 

Mentre la luna sbieca lo sguardo

in alto -

solida come le cose sommesse

e inutili del mondo.

*

In mezzo al corpo

 

 

Béatrice - Odilon Redon, 1885

 

In mezzo al corpo il sole -

ricordi

quel pulsare d’acque

contro le pareti, un battere

a porte appena schiuse,

aperte poi all’impulso

del fiume che sei?

Ricorda: l’oceano era la fonte.

Ridevi al centro di zampilli,

tu crepuscolo tu luna

inumidita su rocciose

lucenti eterne scale.

Vibrare di occhi, corpi, mani.

Entrare in vocali di saliva

densa che urge e sale 

dove è fondo il folto,

tra gli animali

che sei - ombra di fitta gioia

riunita a tutto,

puro godere, battito infinito.

Luce.

 

 

 

 

*

Curriculum

 

Sono quasi niente,  e ho fatto così poco

se l'universo è un moscerino

o un tempio dai muri sempre spessi

dove tra multiformi architetture

rivolte rigorosamente a est -

si dice che il nascere valga più del morire

o ne sia il presupposto per oltrepassamento  -

strascicano suole multietniche, battenti

tempi di odorose storie.

Vantare riconoscimenti 

quando il tal giorno dal macellaio si parlava dell'umidità dell'aria

oppure quella certa sera in cui supini sulle sdraio

si era immersi nelle stelle - oh quante, sembra tutto intorno  -

felici di non saper contare,

diventa esercizio più che ridicolo farsesco.

Tra le specializzazioni ultracurricolari

una propensione all'insistenza dello sguardo -

fantasticare su scorci 

di corpi, case, interni di finestre, strade, luci basse -

e la  ripetizione obliqua e scaramantica di gesti

come il volgere in alto e in basso gli occhi,

l’alternativo aprirli e chiuderli per a scanso di vedere

o assaporare meglio, poi, quello che non potrebbe entrare

in un solo campo per intensità -

paesaggi umani e naturali a rischio di pazzia

se alludono a qualcosa di ben oltre il mondo.

Nel tempo libero lavoro e nell'occupazione seri

tentativi di fuga da temiponte

tra vita e morte - inutilmente attenta se il vento

dice altro, o se la nostalgia di un tutto mai più incontrato

mi serra corde tra la gola e il petto. 

Concludere è un trompe l'oeil, inganno per allocchi.

 

 

 

*

Se penso il pensiero

 

Se penso il pensiero, pensa

le cose pensate pensante -

pensato pensando le cose

pensante le muta.

Trasforma le cose che sono

pensando 

in cose pensate pensante -

pensate mutanti

se pensa pensante.

E pensa il pensiero

pensando,

pensante che muta

pensato da altro pensiero,

infinito pensare pensante

pensato pensando infinito.

 

 

 

 

*

Tra mura troppo alte

Van Gogh - Il fuoco nella notte, 1883

 

"Guarda indietro e guarda in avanti: come già gli antenati morirono, così del pari altri moriranno. Come il grano l'uomo matura, come il grano egli di nuovo rinasce". 

Katha Upanishad,  dal primo canto.

 

Tra mura troppo alte

ostie voci spezzate

su corpi già ricordo -

tentare insieme un ponte

per consolare Dio

di semi trafugati.

 

 

 

*

Elegia - Offertorio

Cosa, dunque, è necessario sapere? << Mio caro, tutti questi esseri hanno l'Essere puro per fonte, hanno l'Essere come dimora e hanno l'Essere come fondamento.>>

(Chandogya up. VI,viii, 4) 

 

 

 

E non dicemmo dell’immenso -

 

nemmeno i ragazzi della spiaggia,

 

lucidi tra l’instancabile rollio

 

che di necessità accompagna

 

l’arcuarsi dei bei dorsi nel lavoro

 

e il silenziarsi cauto delle grida

 

dei gabbiani dove nel mezzo

 

delle linee posano - nemmeno loro

 

sanno l’insostenibile fecondità

 

di luce, il mare, che gli ricolma gli occhi.

 

 

 

Eroi a sbriciolare i giorni

 

su soglie abbellite come lapidi

 

del nostro assopito ricordare -

 

rigoglio di appassiti inconsci fiori

 

di sogno in sogno poi evaporare.

 

 

 

Siamo tra l’ombra di due sonni

 

veglia o sogno?

 

Non uomo o donna, umida

 

composizione d’anima e di terra,

 

che non germogli volontà

 

d’altro richiamo, necessità

 

o sfaldamento di corpi fusi,

 

rispecchiamento di altri sogni

 

in noi, sognati un tempo

 

che importa se da mosca o imperatore.

 

 

 

E questo istante nel mare degli istanti -

 

tempio e rito

 

racchiuso in una sigaretta,

 

la messa del suo fumo offerta all’alto -

 

inno o bestemmia incenso per l’immenso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

I giorni del cielo squarciato

Cloud Study – John Constable

 

Come le nuvole hanno forme

che disfano i pensieri

e fanno le memorie dilatate,

informi -

guardando io non so del tempo

se non lo smarrimento.

 

E dove sono lì mi perdo,

in un per sempre che era allora

e ancora qui.

Se il mare spumeggiando

non mi parla,

mi lascio trasmutare in chi ero stata

e resto in questa vastità.

 

Vedere sopraggiungere sorrisi

in sconfinati luminosi istanti,

tornare nel prisma inalterato

del mare

che di eco in eco riflettendo

arena sulla riva

un tempo di gioia rovesciato.

 

Com’ è infinito quello sguardo

 

 

 

 

*

Senza fare rumore

Will Barnet, Donna davanti al mare

 

Ti battezza le gambe,

il mare,

le tue gambe di sempre -

com’erano forti

nel mare di allora.

Rinasci ogni volta

dall’acqua -

nell'acqua di ora.

Ti benedice

con luce di sale

le ombre degli occhi -

ancora.

E io

apro le mani,

le appoggio sul silenzio

dove ti duole -

pregando

senza fare rumore.

*

Ma in una voce sola

La fonte, alle spalle,

è prosciugata.

Ma questa porosità

resta negli occhi

sopra il riassorbimento

parziale della terra.

Vederli nell'aria nuova

venire rinfrescati,

nati più chiari nei gesti

dell'attraversamento -

non più da voce a voce

ma in una voce sola.

*

Diresti, tu, il tremendo della strada

Odilon Redon - Trees against a yellow background

 

Diresti, tu, il tremendo della strada,

occhi gli alberi ammiccanti

per noi ancora e ancora e ancora?


Sorridono, perché sorride

qualcosa in te che hai sfogliato e muore

in nidi di infiniti istanti.

 

Tremenda gioia, sai, il cielo aperto,

le cupole di nubi che non stanno -

raccontano del dio che tu sarai.

 

 

 

*

Lettera a una foto

 

 

Odilon Redon, Closed eyes 

 

Mamma,

le prime parole sono per te. Davanti alla fotografia che questa sera ho illuminato con una piccola candela, al buio, mi hai inviato un messaggio, nonostante il mio scetticismo, la mia disattenzione. Mentre ti parlavo mi ha chiamata al telefono un' altra madre, la madre dell'uomo che mi vive accanto. Ho pensato che tu eri là accanto a lei,  madre che mi chiama, attraverso di lei, in un unico corso d'acqua, in un unico fiume che va verso lo stesso mare.  Finalmente in pace ...

Mettere ordine nei pensieri, in questo caos dove galoppano sensazioni in una cavalcata inesorabile verso il nulla. C'è una comicità, sai, in questo senso di inutilità che mi attraversa, una pace gioiosa che immobilizza i gesti come in un fermo-immagine di una vecchia pellicola. Si aspetta che qualcuno arrivi, che la ripari, per vedere la fine del film, per sapere cosa succederà ai protagonisti. Invece niente, non arriva nessuno. Allora mi sento come se tutto dovesse, da sempre, arrivare fino a questo punto e a questo preciso istante, e che la scena sia sempre la stessa, sempre la stessa, io che ti dico queste cose davanti alla tua foto.

Lo dicono le Upanishad che noi siamo sempre noi qualunque cosa accada. Dicono: io sono Quello, dove "Quello" sarebbe, mamma, il tutto, l'infinito o comunque vogliamo chiamarlo. Allora adesso noi siamo qui e nello stesso tempo nel tutto, e non importa che tu sei morta e io ancora qui, no, non conta: ci siamo sempre state. Mi viene da pensare che non sono le parole a essere importanti, ma gli sguardi, l'intensità degli sguardi! Il nostro sentire qualunque cosa accada come unica, irripetibile eppure eterna. 

Il mio lavoro, i ragazzi, quel gioco di ruoli che ogni giorno insceno: a che serve? Ho davvero cose da insegnare? Forse qualche parola, qualche gesto che potrebbe servire a vivere meglio, a sentirsi più sicuri. Una specie di semaforo che indica quando si può attraversare. Altro non so, altro non ho, mamma. E tu che sorridi con un filo di ironia e di amarezza, tu che in questa foto concentri tutta la tua essenza e tutte le cose che hai amato, detestato, temuto, i fiori raccolti, le speranze fino alla fine tenute segrete, il dolore: che ne è di tutto questo se sei un volto di carta? Sei più vera qui, o lo eri quando mi abbracciavi, mi sgridavi, quando litigavamo e ci dicevamo cose orribili per poi piangere, io lontana e sola, e tu ugualmente sola con la tua rabbia di sentirti abbandonata? Eppure amavi il bianco, il nero, il giallo. Risplendevi come una regina e l'aria era colma di te. Io ti guardavo con timore, avevo sempre paura di dire cose sbagliate, di interrompere il flusso dei tuoi pensieri. Ti sfidavo, a volte, ricordi? E le tue reazioni erano tempestose, non sopportavi chi scherzasse con te. Ma poi, quando eri serena e fumavi una delle tante sigarette che ti hanno sempre fatto compagnia, tornava il bel tempo e noi di nuovo eravamo i tuoi sudditi. Sudditi che tu dovevi spesso servire, perché restavi tu in casa e noi fuori, liberi. Adesso so che la tua rabbia era dolore, che il tuo sarcasmo era paura, che il tuo rifugiarti nel fumo era solitudine. Ti guardo intensamente, ora che sei di carta. So che esisti, mamma. So che niente mai finisce, anche se non ne ho le prove, anche se anch'io sarò solo una foto. Carta per ricordare. Questo momento è per sempre. Anche quando la candela si spegnerà.

 

*

Dove guardano i saltimbanchi

 

“Famiglia di saltimbanchi” Pablo Picasso, 1905

 

Dimmi del loro sguardo -

fin dove -

se nell’aperto immobile

o nell’interno obliquamente stanno

come a se stessi icone.

E dimmi se qualcuno gli indicò

postura

o dietro agli occhi un varco.

A me pare mistero

che dentro e fuori si raduna

e come ombra attraversando.

Così in figure di apparenza inganno

e insieme maschera del mondo.

Tu dimmi dell’origine se puoi -

se un nascosto filo

di padre in figlio li attraversi

o nella donna si raccolga

quello che tace l’anfora

nel suo muliebre sigillo.

Stanno - non immobilità

senza silenzio colmo

ma luce misteriosa traboccando.

E io che guardo sono velatura

che da uno sguardo all’altro trascorrendo

non più domanda -

quietamente oltrepassando.

 

*

Germoglio laterale

                                                                                   Per Johanna

 

Germoglio laterale -

dal tronco madre-padre

non mio

ma di sorella luminoso tralcio -

sei viva come l'uva

che sogna l'ora dell'estate -

fiammeggia nella coppa

che profetizza il vino -

e berlo a occhi chiusi

è vendemmiare.

*

Siedo in un punto qualsiasi del vento

Siedo in un punto qualsiasi del vento,

un libro aperto sotto gli occhi -

quello che sto leggendo -

e una vetrata al fianco

non sa la luce tonda della piazza.

Penso alla grazia di ogni qui,

a come tutto si offre casualmente -

non altro essere nati

che corollario a un solo punto.

Siedo come un gioco del vento.

Sento, o forse so,

non poter essere altrimenti.

*

Se mi fossi accanto

Se mi fossi accanto
respireresti piano -
lentezza del sapere
essere vita cibo -
e assorbire.
Sei con me
padre
nel boccone
che mangio -
adesso che sei
tutto
e non ti spero - so -
eppure piango.

*

E mi sorridi

 

Fu in me

piccola carne

sangue che non corse

ma si perse.

Poi silenzio.

 

Oggi avresti quarant’anni, non fossi
andata in un altrove che non so, forse
altri mondi sovrapposti - o strade
come tunnel scavati nella terra
che sfociano in un mare aperto al vento -
e poi  a confonderti col tutto, sola
compagna al bisbiglio tacito
dei morti. Dove incontrarti, sapere
che resurrezione vuol dire altro
che un semplice risveglio della carne -
inutile se tutto è già vissuto -
ma stare sempre vivi nella luce
di chi ci volle e amò fin dall’inizio?
Così ti spero accanto, Linda, viva
come a chi vede in uno specchio scuro
non  è dato ancora. E mi sorridi.

*

Ai giorni densi

Jan Vermeer - Giovane donna assopita, 1657ca.

 

Ai giorni densi confido quello stare

immobile del tutto, in sospensione

trasparente eppure ovunque, complice

di un sempre che non lascia lo stupore.

 

Agguato, sì, ma prossimo e materno

come un dio che non sorvola, rimane

parola che non dice se svelata

fin nel minuscolo dei pori, fiato

di ogni cosa viva a sospirare

la sera sotto ai tetti o nel fumare

trepido del cibo mentre fa scuro

fuori. E tu, che taci, sei preghiera.

 

 

 

 

*

Dal punto più basso della luce

La Madonna velata di Giovanni Strazza, 1850 ca.

 

Dal punto più basso della luce

sorge il mio segno con il muso in alto -

dove la luce è fuori -

mentre di pesce affonda

la coda

nel mare del solstizio interno -

e lì riposa.

Poi è silenzio nella neve,

nocche gli zoccoli

indurite

dal passo del destino -

infanzia solitaria 

di orfano nel mito.

Così sia luce, epifanèia -

mia phos,

mia luce di bambina.

Manifestato il tempo del divino,

di tutto 

sapere ancora tutto -

"apo calypso", sogno

di un disvelato velo.  

 

 

*

Prima della notte

 

Le pantofole hanno il volto usato

e buono della sera. Già Natale,

ti chiedi

come significarti ancora,

o stare così, semplicemente

in ascolto del respiro

che prega l'unica preghiera

senza nome, universale:

essere

insieme alle cose mansuete,

fedeli al mistero

dell'immanente attesa -

stupore bianco della neve, 

e tu non l'aspettavi.

Chi aspetti, in cosa speri?

Pulsano le strade viventi,

creature di folla discendono

da stanze ora spente, tutte uguali,

sostano in templi o in negozi 

dove ogni gesto ha un senso strano.

Questo era prima della notte

quando raccolte le domande in fasci

ti stringi a quello che svanendo scalda,

conforta, non scompare.

Le pantofole mute

ci aspetteranno quiete accanto al letto,

pietose della loro verità

nei nostri piedi che non sanno -

né possono mentire.

  

 

 

*

Nel nostro tremolare di fiammelle

René Magritte, "Méditation" - 1937

 

Nella nicchia di gesti ammutoliti

dove si perde “io sono”  

i vostri volti accendono fiammelle

nel sempre dei  lumini.

Siete voi, ora, piccole farfalle?

O forse polvere minuscola,

opaca luce minerale

dimentica di sé eppure viva

in un ancora oltre lo sperare?

E Cristo, sì, l’amore dato

che non si perde, resta

nel crepitio delle preghiere,

sistole tra riposata gioia

e affannose spine - esserci.

Di rete in rete presi in un inganno.

Divincolarsi.

Andati ormai in un lontano “Io Sono” -

Cristo, sì, Cristo, l’amore dato

che non si perde, resta

nel crepitio,

nel nostro tremolare di fiammelle.

 

 

 

*

Scalpellini

William Turner, A Sailing Boat off Deal, 1835

 

Hanno cercato di scolpire il vento.

Lo inseguivano con taglienti stretti in pugno

abbozzando forme grezze con la subbia -

così per dire d'una conca vuota, originaria.

Lo scalpello ne incideva poi le parti

in piccole misure delicate e multiformi,

a ognuna dando nome e codice corretti,

minuziosi. Delle appendici facevano gargoyle

fantastici e mostruosi, solo per necessità.

 

Un respiro profondo e sovrastante di vela

silenziosa, randa d’albero maestro,

planava  alto, sereno, noncurante.

  

 

 

 

*

Un abbaiare chiama le campane

Magritte, "L'impero delle luci"

 

È radunare gambi freschi di coraggio

nella sera conca, nella sera grembo,

quell’aspettare  quieto insieme al lume,

al legno, al vetro, a fiamma di fornello?

Quel dire sé col cibo, il fumo caldo,  la carne

masticata con speranza,  gli occhi altrove?

Rumori, carezze vive di stoviglie, sciacquii

nella corrente blu, forse dormire, sognare

di cercarsi ancora. Un abbaiare chiama

le campane, le finestre offrono adesso.

 

 

*

Contemplazione del Vento

Paul Klee, Paesaggio con uccelli gialli, 1923

 

C’era un merlo, o così mi pareva, anche se era marrone chiaro,

mentre salivo in macchina. Avevo parcheggiato di fronte al chiosco

dove andiamo tutte le estati, con la mia solita fortuna

dell’ "unico buco libero" rimasto che ti fa sorridere.

Questa particolare coincidenza tra me e uno spazio vuoto

la interpreto come una concessione  che mi viene da un altrove

di cui non conosco origine o collocazione - ma che ringrazio.

Anche questo tu sai di me, anche se non te l’ho mai detto.

Ma avevo prenotato per noi fin dal giorno prima

quel tavolo d’angolo libero nel vento,

sul soppalco in legno che ricorda un teatro, con un’aria

da cospiratrice che mi fa sentire ridicola, ma non più di tutto il resto.

Così ti guardavo mentre eri sempre quello di tanti e tanti anni

riuniti apparentemente in una sola immagine sfumata,

cercando di far prevalere l’attimo del sorso o del boccone 

sulla confusa pena di saperti non più quello, pur restando.

E così i fiori rossi del vaso accanto a noi, oscillando

non sono mai più quei fiori, ma altro,

e il mare che lo scirocco ricopre di velature bianche -

so le creste sul mare essere sé stesse pur mutando -

così che lo sguardo che contempla è stanco.

C’era quel merlo, ti dicevo, quando abbiamo lasciato il tavolo

più leggeri nell’attesa di essere stati ancora altro -

saperlo è riconciliarsi con un non tempo.

Saltellava tra il marciapiede e il bordo dell’erba.

I suoi occhi colmi di nero mi hanno vista,

ne sono certa, in un largo senza pena o rimpianto.

 

*

Nell’odore della pioggia traspari

                                                         a Johanna

Nell’ odore della pioggia traspari,     

melagrana che fuggi e che ritorni,

fanciulla dai divini e misteriosi

semi  nascosti dal geloso inverno  

buio - rapita agli occhi della vita

come Persefone che sa la gioia

quando ciclicamente poi zampilla

e il tempo suo ritrova immortale -

fiore di sangue, dionisiaco dono

nel gioco eterno del ritorno. Ecco

profuma la terra di nuovo, sale

verso il cielo, inebria di speranza.

 

Primavera di gazzelle. Chiarore.

 

*

Virtù del vento

Se salmodiato,
l'arrivo è nell'attesa.
È perché il gabbiano scende
mosso da istinto alieno,
che la sera non riconosce i colori?
O è il viola a confondere l'azzurro
e noi, testimoni di sabbie
e di mari traditi,
senza saperli altari?
Sillabe impallidite,
pietre scalfite di cattedrali,
volano in stormi pulviscolari -
e pianissimo
la notte ci assale.








*

Loop

 

E taci,

aspettando bagliori.

Fiammiferi spenti le strade -

prendere a calci un barattolo

come fosse il mondo

che qualcuno si è tracannato,

far finta di niente.

Così le panchine dei parchi

sono strafatte d'assenza -

pochi avventori seduti di sbieco,

senza baci a spronare le foglie

più in alto,

su teste smarrite di cani

senza uomo al guinzaglio.

Allora è un dirsi l'attesa

equilibrio perfetto -

infilare la cruna dell'erba,

cucire corteccia a midollo,

tornare

in loop tra il cuore e la testa

in un punto finito, infinito.

Sospendere a un filo il silenzio.

 

 

*

Piccoli pezzi d’argento

Cornelis Mahu, Still life (1620-1630)

 

Pulivo l’argento in una soluzione

di bicarbonato, sale, e un foglio di alluminio.

In una vaschetta ho messo l’acqua calda,

il sale, un paio di cucchiai di bicarbonato,

dopo averla foderata con un foglio

di lucido alluminio.

Ho mescolato, poi con delicatezza ci ho immerso

tanti oggettini d’argento: una gabbietta, un gattino,

un’automobile antica in miniatura,

un piccolo pescatore. Altri che ora non ricordo.

Ognuno di questi oggetti ha una sua storia

collegata a momenti della vita, dimenticati

ma pur presenti in qualche solaio della mente.

Lentamente l’acqua si è fatta più scura,

prendendosi parti d’argento che restituirà,

sotto altre forme - non so niente di chimica

ma questo processo è davvero affascinante -

per essere poi strofinate con un morbido panno.

Mentre bevevo mezzo bicchiere di vino

con un cucchiaino di miele per farlo più dolce

aspettando di vederli farsi sempre più brillanti,

all'improvviso ho pensato a come anche noi

siamo piccoli pezzi d’argento

che la vita trasmuta dall'inizio fino a una fine

non perentoria - come in attesa di un morbido panno

che, strofinandoci con giusto vigore,

ci rinnovi.

*

Daat

Per Amina

Amante respiro discende
salendo fin dove si apre
al tutto di un oltre già qui -
bambina venuta da mondi
visibili a lei che del cuore
conosce il sentiero dei rami
connessi al dentro del tutto
dal centro del corpo che suona,
scandisce con eco le parti
di un oltre già in sé collegate,
unite nel suo bereshit
da chi ci marchiava d'amore -
le bestie lo sanno, se chiami
per nome e diventi il tuo nome.
Nasceva la madrebambina
a dare le acque ai vivi
partiti, tornati all'inizio.
Ritorna ogni sera sull'orlo
del sole che scende, che attende
pastore Keter, lo raggiunge
chiamando le altre nel rullo -
le abbraccia, le sposa danzando.

*

Il Tetto Verde

  Dalì - Ragazza alla finestra (1925)                                                           

                                                                                       A Gesù, con affetto e simpatia

 

"Quanto a quel giorno e a quell'ora nessuno lo sa,

né gli angeli del cielo, né il Figlio ma solo il Padre".

(Matteo 24,36)

 

La chiesa nuova ha il tetto verde,

oltre a una struttura in legno che sale

fino alla croce. Penso che il mondo

ha una faccia di circostanza,

non solo perché la vedo spuntare dal balcone

della camera come un richiamo,

ma anche e soprattutto per quell’aria

tra il sornione e l’austero che ha,

come a dire “ehi sono qui” a me

che in chiesa non ci vado quasi mai eppure

avrei circa un milione e oltre di domande 

da chiedere ai sacerdoti, se non sapessi

che sono vincolati a una stringa di risposte

con qualche variazione, e non di più. Anche se

loro stessi si concedono a volte piacevolezze

non esattamente ortodosse,

sapendo che non sono certo quelle

a costituire un danno.

 

Allora come si fa a non immaginare Gesù

anche biologicamente umano -

per non dire altro che sarebbe oltremodo banale -

dopo una cena e un buon bicchiere di vino,

ma soprattutto mentre ride, ride di cuore all’osteria?

 

Invece no, genuflessioni e riti a gogò,

e “dì dieci avemarie per penitenza”,

mentre  a Medjugorje una veggente si divide

tra gli appuntamenti a scadenza fissa

con la Madonna e i conti del suo albergo

che gestisce col marito e i figli

e  sicuramente è un ottimo investimento.

 

Dunque  si può ipotizzare che a Dio

non gliene importi un fico secco se gli omosessuali

maschi lo fanno in un certo modo - le femmine

con qualche sfumatura, ma appena differente -

e gli etero hanno pertugi funzionali ad hoc.

Questo tanto per fare un esempio

che la dice lunga sui nostri tabù.

 

Ma davvero sotto quel tetto verde 

si è proprio sicuri al cento per cento

che un domani, in cielo, non ci saranno più bidet,

fornelli, divani o televisori, che qui è solo uno scherzo

di cattivo gusto e dopo morti

qualcuno tirerà una bella riga alla lavagna:

i buoni di qua, i cattivi di là?

E se uno, per esempio, è stato un po’ buono

e un po’ cattivo verrà tagliato a metà,

o in una percentuale che si accordi

matematicamente  

agli errori che ha commesso?

 

O forse la vita è reale e nello stesso tempo

una metafora, una sorta di palcoscenico

dove non si smette mai di avere un ruolo

da portare avanti? I preti lo sanno,

di recitare, quelli in gamba 

lo fanno per il  bene e spesso con maestria -

forse soffrendo di fingere una sicurezza

che non hanno,

ma si sa, l’uomo ha bisogno di guide

per non tornare ai primordi,

anche la psicanalisi funge da confessione

e si può scegliere una via o entrambe  -

oppure anche nessuna, allora si devono trovare

soluzioni alternative come per esempio

mangiare un gelato al tramonto

e dirsi “ecco, qui c’è l’attimo eterno”,

ma funziona solo quando si ha una salute

accettabile o si è innamorati.

 

Insomma le cose stanno così come stanno,

con strade, semafori da rispettare

ma anche da schivare

scattando con il giallo, se lo si vuole fare

per fretta o per lieve trasgressione.

 

E qualunque domanda tu ti faccia

resta una domanda;

saperlo un po’ consola perché ci si sente parte

della famiglia umana.

Credo che Gesù volesse dire proprio questo

prima che l’avessero fregato -

state buoni, non fatevi del male, cercate di volervi bene

tanto qui le cose non cambiano, non cambiano.

 

Sì, forse se lo aspettava di essere fregato  

un giorno o l’altro,

in ogni caso si aspettava più questo che non

un tetto verde con sotto un piedistallo

di gesso

che la gente guarda e tocca sperando, temendo,

pregando che “non tocchi a me il castigo eterno”.

 

Ma Dio sorride, sono certa, con l'orologio in tasca.

 

Amen.

 

 

 

*

Oh tu

 

William Turner - La stella della sera - 1830

 

Oh tu,

che fai del mare una creatura

sorridente, quando la donna

con il bambino appena nato

e il compagno accanto ride,

mentre alla mia riva sale

come un pensiero sorprendente

di appartenenza viva a tutto.

E sento un gran vibrare il vento

maestro nelle ondulazioni,

spigolatore delle voci

ormai disperse che raduna

in infinito trasmutare.

A te da te con te la vita

in cicli di apparenza danza.

Oh tu, che dietro all'oltre ti nascondi.

*

L’angelo fermo

Beato Angelico - Incoronazione della vergine, 1434-1435

 

Così  

la sera al mare io e te -

parole crociate sul tardi.

 

Quando la mente è più fresca

il rebus stereoscopico della settimana,

enjeu per occasioni rare

o zen per amanti invecchiati

con grazia indulgente.

 

Intanto

crollano palazzi in Italia del sud -

come del resto anche in altre parti del mondo

economicamente più fortunate -

e sotto le macerie stanno,

ancora caldi.

 

Mentre  

corpi senza volto credono

di immolarsi facendosi saltare

e forse per loro ci sarà davvero

un premio di solidarietà -

è brutto dirlo ma lo sappiamo tutti:

il mostro è altrove.

 

A riva

due ragazzi fanno quasi l’amore

non fosse la presenza

di due sagome sotto l’ombrellone 

aperto nonostante l’ora

per appoggiarci i panni -

a trattenerli.

 

Poi ridono,

si prendonoper mano.

Non stanno.

 

 

 

 

*

Come a un’ombra in un fondale

                                       

           

 

 

        Ville Turro - Milano

William Turner - Naufragio

 

 

                                                                                A chi troppo mi ha amata, a chi troppo ho amato

 

Cos’altro dire?

Forse che fino qui ho sbagliato tutto  -                                

l'angolo della visuale da cui guardavo me stessa

e il mondo,

il modo di camminare come fossi

su una passerella inclinata,

gli altri curvi sotto pesi

o tremanti di piacere.

Invidia? Sì, quando il vuoto e io

eravamo lo stesso.

Mi aggrappavo a un calorifero

stesa per terra

come a una boa di senso -

poi, lentamente, risorgevo.

Segno o salvezza vestirmi

di qualcosa,

qualunque cosa ricoprisse la paura

di non esserci, di non essere abbastanza:

voce uniforme, stanca di dire

quello che nessuno ascolta.

Staccavo le etichette cucite dietro agli occhi

per tenerli in piedi con un bastone bianco.

Cadevo.

Poi dalla terra

provare a guardare il cielo,

i rami scuri e irraggiungibili degli alberi,

o i fiori, enormi

se la vertigine danza intorno.

Era il tempo -

un giro di luna ma infinitamente -

delle sbarre alla finestra.

Veniva il padre la sera,

reduce da una guerra senza armi,

prendevo un foglio e una matita

per i suoi occhiali tristi

che conservo in una cartella non so dove.

Ombre tutto intorno penitenti

sulla poltrona dei ritratti

davanti al letto della camera singola.

Su carta.

La mattina facevo la pipì nel lavandino

e mi sorridevo.

 

Il bagno con la vasca -

arrivarci un'avventura.

Mi aveva portato un vestito rosso

troppo grande,

come un grembiule o una divisa da carcerata.

Impresa uscire,

c’è voluto il richiamo di un vestito giallo -

nel fumo che sfiata polveroso

dai muri immensi di Milano.

Correre a perdifiato -

indossarlo

in fondo a un asfalto qualunque.

Brillava addosso - non lo sapevo ancora.

Cosa aggiungere a tutto questo?

Quello che impari senza saperlo:

aggrapparsi a un sorriso

come a un’ombra in un fondale -

niente o me stessa -

riemergere verso la mano tesa

oltre lo scoglio.

 

 

 

 

 

*

Mia dolce, mia ventosa

Mia dolce, mia ventosa -

quasi dissolto e frammentato fiato -

imparo il dolce benedire

che scende come un'ombra.

Supremazia rubino

disporsi  a riscaldare

quello che mai nato resta -

morendo non scompare.

Sera nell'alveo della luce -

altrove e ovunque bevo sera

fasciata di striature rosa -

ferite a un orlo come ostie

tra vetro e labbra.

E tu che sempre sei e non parli

mi scorri dentro e fuggi,

mi lasci nuda, inconsapevole -

divina.

 

 

 

 

 

*

L’agguato - interconnessione con Ferdinando Giordano

L'agguato  - di Ferdinando Giordano

 

Quando ho paura mi sfilo

da riti polverosi ormai

trame sdrucite,

lumini lunghi nel tutto

perdersi aperto a Dio 

pur non sapendone ancora il nome

né esattamente dove sia e:

mayday, mayday, God.  

 

Gli anziani conoscono le regole del gioco:

esperti attori in ridondanze

ripetono la scena 

all’infinito, ben disposti intorno

ai ragazzi in equilibrio

verso tralci a scatto.

 

Di Ferdinando Giordano, che ha attraversato in volo " Il mondo è una fragile preghiera" 

 

 

 

 

*

Il mondo è una fragile preghiera - finto sonetto

Henri-Cartier-Bresson - Enfants jouant dans la rue

 

Quando ho paura

mi sfilo dalle trame polverose 

di riti ormai sdruciti -

lunghi lumini senza luna.

 

E perdersi nel tutto aperto intorno, 

lanciare un S.O.S. a Dio

pur non sapendo ancora il nome -

né esattamente dove sia la via.

 

Gli anziani

conoscono le regole del gioco:

esperti attori in ridondanze

ripetono la scena 

per umiltà.

 

Mentre ragazzi in equilibrio  

su ceppi di partenza 

scattano a disporsi intorno ai tralci.

 

 

 

 

 

*

Le mur d’en face - Omaggio a L’Arbalète

Le mur d’en face
 
 
 
Donc, les pierres
commencerènt de surgir,
assise
par
  assise
           avec angoisse
                je les regardais s’élever.
 
   Un silence de deuil régnait
   dans le petit salon,
de jour en jour attristé, à mesure que
montait cette chose obscurcissante.
 
 
      Et le temps, les mois, les saisons coulèrent.
 
Entre chien et loup, aux heures indécises des soirs,
un ciel plus bas et plus proche de ceux qui, la nuit,
    pèsent sur les visions déformées des songes.
 
 
 

*

Dove di dove ora tue le mani

Dante Gabriel Rossetti, Study of Dante holding the hand of Love

                                                                                                           a mio padre

 

Dove di dove ora tue le mani -

dolgono così vicine

alla risacca capovolta -

il buio

ha occhi per vedere, sai.

 

Ricordi, le unghie un po’ rigate -

ora non più, soltanto

per dire tua in me la fine -

e dita tra le dita illude

simulacro d'aria.

 

Sì, le campane sono nebbia,

sapevo -

quando sembravi  ancora,  

invece te ne andavi non so dove,

e voce riversavi nel lontano.

 

Vergogna, allora, dirsi di pregare.

 

 

 

 

 

*

Tutto questo

Dante Gabriel Rossetti, La Ghirlandata (1873)

 

Tutto questo non mi ha impedito

di mangiare con gusto,

contenta di essere salva

tra le mie cose quotidiane.

Ho guardato una ragazza camminare

nel suo grazioso vestito verde

ondeggiando sotto il sole,

colma di femminile splendore.  

E ho sentito il profumo di primavera

librarsi sopra le auto,

sopra di noi,

sopra l'antico orrore.

*

A fuoco

Marc Chagall - Una sera alla finestra, 1950 (particolare)

 

Sciogliere cioccolata in bocca

come assaporare

residui di tramonto -

fortuna o grazia del momento

quel subito sbocciare del petalo

in vibrato -

rinvio ad altro tono.

 

Così la stanza sono cose vive

e la finestra complice fin dove

si fa possibile un ritorno -

oltre l’opacità illusoria  

dei sorrisi esiliati nella foto -

quel giorno intinto ancora

nel sole che vibrava alto sugli occhi

 

e chi sembrava andato ora si volta.

 

 

 

 

*

La primavera che si espande dentro.

Ophelia among the Flowers - Odilon Redon (1905-8)

 

Quei giorni sorridenti, in solitaria,

forse perché c’è un troppo di qualcosa

che se si condivide si sfilaccia

come una vela troppo tesa al vento

o fogli di un diario esposti a lungo tempo al sole -

segreti abbandonati, imbruniti e chiusi

tra solchi di parole che non sanno,

non possono che dire altro del troppo.

 

Allora fidarsi della voce dentro,

credere che Dio ti risponde perché scende

senza che tu dica o faccia un gesto -

sapere che è per tutti

la primavera che si espande dentro.

 

 

 

 

*

E la voce degli occhi

 

Sublime piccolo ondulare -

dove il limite?

E la voce degli occhi -

unica lingua.

*

Dove, da dove amica?

Chagall

 

Dove, da dove amica? ti chiederei,

se non sapessi che in una sola vena

trascorri, dove la ciotola di offerte

schiude la bocca sul silenzio delle cose

e nel silenzio delle cose vive versa

traboccante volti in vapori lievi

su ogni crepa che sboccia nei pensieri.

E ogni venatura d'aria è un infinito

ascolto, conca alle tue orecchie, inchino

al tutto che discende piano, anima mia.

*

Blu di sconfinato amore

 

Mermaid - Victor Nizovstev

 

Come scorrevoli le primavere -

umidi brillano i ragazzi

guizzando,

seminando strade di un'esultanza

nuda di pietra di torrente,

arcaica e grezza -

schizzando vita intorno.

E tutto il resto sfuoca,

odora di pagine ingiallite

dove un tempo avevi messo un fiore al centro,

blu di sconfinato amore -

e di sottile inganno.

*

Quello che risorgendo

Vincent Van Gogh - Ramo di mandorlo in fiore, 1890

 

Spalmare giorni di respiro,

sfumare l’aria -

amanti

del gioco femminile

di immersione azzurra nella luce -

dimenticare

quello che risorgendo

ancora muore -

piccoli fiori bianchi appena aperti -

tremanti di chiarore.

Maràn athà

*

Forse un dio che sorge

Oggi con le rose i tuoi occhi -
tutto lo spazio
del tempo che non c’è -
mi hanno abbracciata.
Rimane solo tutto, non di più:
noi qui, colmi d’assenza -
un porto per la gioia
qualcosa che sempre sorge a sera,
forse un dio,
e sempre ancora giorno.
Ho abbracciato i tuoi occhi
con le rose colme d’assenza -
un porto per la gioia,
forse un dio che sorge, il giorno.

*

Non sa se sui fili

 

 

Povero quello che domina il mondo - non sa

che il tarlo si nutre del legno -

perfino sul Golgota il legno

non era che povera legna.

Questo abbiamo appreso:

cadere, cadere, cadere - chi sale

sul legno lo fa per discendere.

Accovacciati su strade

che non si distinguono,

sperma e saliva non battezzano,

non benedicono -

eppure in corpi perduti, mischiati,

sono sale dei battiti,

vita di vita in pozze innocenti.

 

E Amen e Ohm e Sia quel che Sia

 

E tutto è riposto in quell'attimo

dove il due si perde nell'uno - non sa -

non sa se sui fili le rondini sognano.

*

logos in Logos

 Chagall - La storia di Marc e Bella

 

Dimmi come fare

con il carmelo dei ricordi -

quando non sai più come tornare ai fuochi,

in basso,

dove l'usata nicchia è giorno -

e più calda a sera.

 

E intanto tremi.

 

Ma poi ti volti, ti volti in uno degli "ancora"

nel sestante del maestro ancora -

e vedi in volti, soffianti insieme

in lunghe e palpitanti file -

un volto solo.

E ridi e senti di sapere -

ridi.

*

Resterà

 

 Edward Weston

 

Resterà un libro non letto,
una giornata di vento lasciata
solitaria al vento?
Non so cosa sarà di me,
di questa vita vissuta a frantumi,
barlumi di luce riso e ombra.
Amore non sarà l'ultima parola
prima dell'eterno abbagliante orizzonte.
Intanto affido al vento
la voce e il mio respiro
e in questa pace che mi scorre
sull'anima, aspetto.

 

Da "Il mito degli occhi"

Musica di Aldo Mecarelli

*

La luce. Eppure.

 

Epifania dell'incertezza -

vivere.

La luce. Eppure.

*

Aprile

Odilon Redon, Figura sotto un albero fiorito, 1904-1905

 

La vita ci lascia
il tempo di un gesto,
appena un respiro -
ma questa giornata d'aprile,
infinita di tersa speranza,
è il curvo getto di fontana
che schiude, offuscata,
la via che sorvoli.

 

Da "Il mito degli occhi"

Musica di Aldo Mecarelli

*

Creature

So dell'albero la spaccata scorza
che fa rabbrividire -
mentre una rondine s' abbassa,
falcia il vento e s'allontana.
So l'attesa del sole tra le torri
scomparse poco prima in fondo al cielo,
oltre la terra gonfia di antiche piogge.
Conosco la voce umida e sapiente 
delle strade nebbiose di città,
o l'arrancare forte e ingenuo,
dei sentieri inermi tra le zolle.
E so di tutto questo la fatica
che fin dal primo giorno ci affratella,
creature nate da una sola polvere,
per sempre unite in una sola argilla.

 

da "Il mito degli occhi"

musica del maestro Aldo Mecarelli




*

La Gattina Bianca

 

Mi parlano i tuoi occhi

di sogni senza suono,

tuoi segreti - ma so

che quando non mi guardi

e piangi

ti era apparsa in luoghi tristi,

senza vita,

la gattina bianca che non si è salvata.

Ti aveva chiesto un’ultima carezza,

prima del capo a sempre chino.

Mi parlano i tuoi occhi come grandi mani

vuote di tutto, offerte al nulla

eppure acquasantiere,

dove ogni giorno intingo

una preghiera -

che mi sei tutto e mi scompari,

che chiudo in me come un embrione

e nasci e in me vivendomi mi muori.

Così di due una vita sola -

e disperandola d’amore.

*

Sui lumi ancora tua voce di seta

 

Sui lumi ancora tua voce di seta.

 

Tu che mi splendevi i giorni

e non è tardi dirlo -

rose gialle, profumo d'incanti -

ancora appari, paura

di vita - e ridi a traboccare e tremi. 

Tremavi di un furore bianco

di perla sola,

cieca di nostalgia,

gridavi squarciata di luce

per consolarti amore -

misero raccatto di sogni

sfiniti in volute di fumo.

Intanto rammendavi giorni

di lino chiaro,

spargevi cibo innamorato -

e doni ti scendevano dagli occhi 

tra ombra e ombra,

se mi guardavi.

 

 

 

*

In the Box I pray

 

Apparentemente in altri muri

sconfinamento

dove finestre fingono altari

a nuovi cieli -

e la sera nuove stelle.

Guardare volti tra parole 

volare tra due sponde -

tacere poco o nulla. Tutto.

 

Oltre soffitti alti

chi ci nascondeva e serba -

gregge protetto da volpe rossa di rapina.

 

Chi o cosa lo sguardo che guarda noi guardare -

negli occhi un transitare -

alberi in fuga, orizzonti

trafugati in altri bagagliai?

Sentire in queste quattro mura

segni o graffiti - tracce.

*

In te alluna

 

È tempo senza tempo nella nebbia

di noi passati come armenti -

orme odorose di eternità e canti

in lunghi intorpiditi prati.

Così la festa vacillante

dei corpi intrecciati, sognati -

alone chiaro e notti benedette -

in te alluna.

*

Una caraffa

Mi rendo conto
di non avere mai voluto appartenere -
o potuto? -
a significanti insiemi.
Così la strada che mi affianca al mare.
Libera ma presuntuosamente
sola. Un narcisismo senza specchi,
necessario come un pergolato
su vecchie assi
dove resta, sola, una caraffa.
E bevo dal rosso vino -
o bianco per mancanza -
quella forza della vita piena
che non si vuole di cintura stretta -
sola
di solitudine amichevole,
ammiccante.
Come quando cogli in uno sguardo luce -
e basta a tutto,
tutta la vita indietro
perdonata.

*

Who are you?

 

Who are you?

A woman?

Yes I'm not.

A teacher?

Yes I'm not.

A wife?

Yes I'm not.

A mother?

Yes I'm not.

A daughter?

Yes I'm not.

A sister?

Yes I'm not.

So who are you?

I am the who

who is -

and who is not.

 

 

*

Notte uguale

Eccoci! dice il sole - a chi non so,

ma sento che l'intensità

è nella strada breve che trascorre

in te nei giorni  dove nessuno,

pur sembrando uguale,

ha mai lo stesso segno -

il cielo e le striature verdi, vedi,

stanno ogni volta in un diverso luogo

del cuore, e premono per un way out

che lasci fuga a quello che da sempre

ha casa in te e non va via -

voci che battono col sangue -

ma l'aria aperta ancora al forse

non risponde se non per sfondi -

il cielo spalancato, sopra e in fondo.

*

Piccola Ombra

 

 

"Dio, tu che ti dissimuli nelle nubi, o dietro la casa del calzolaio, fa che si riveli la mia anima, anima dolente di ragazzetto balbettante, rivela il mio cammino. Non vorrei essere come tutti gli altri; voglio vedere un mondo nuovo." (M. Chagall)

 

Piccola Ombra

che non sei stata carne e sangue

se non in me -

poi nulla -

sei nella volta che ricopre  il mondo

e ovunque terra

si disfi e ricomponga ancora

senza mai pausa tra sorrisi o pianto.

Ma guardo sempre con stupore il Sole

e chiedo -

senza domanda né preghiera chiedo 

dove si annidi o si nasconda Dio -

e nel brillare sparso della Luce

nel ventre dolce della Sera

sento che a ognuno è annucio mite -

come aspettare  a occhi chiusi un bacio 

che nel profondo Sonno poi ci sfiora.

*

E il mare

 

"Wu Wei"

 

"L'occhio nel quale io vedo Dio è lo stesso occhio in cui Dio mi vede".

Meister Eckhart

 

Quel troppo di vita

dei sassi accecati di luce -

gonfia al respiro le vele,

ammaina pensieri di vento.

Salpare ...

per dove?

Il mare trascorre restando.

Nell'iride ruota minuscolo il mondo -

pagliuzze di grida

e fili di erba ogni volta più verdi.

Nudi di tutto

uscire da mura di sabbia

risorgere fuoco nel legno

al magnifico nulla.

E il mare.

 

 

*

Dove la luce è traforo al buio

 Francine van Hove

 

Si incanala così il vento

in questa stretta strada -

come dovunque ogni luogo è il solo

e insieme ha un'aria che rimanda

ad altri vaghi altrove.

Qui la gelateria, all'angolo

di un muro d'edera

dove la luce è traforo al buio,

ha opalescenze d'altro -

quasi un ritorno.

Tra ondulazioni vedi

ma non sai

se la donna che sbuca all'improvviso

appoggiata solo alla vecchiaia

sia per te segno o annuncio o inaspettato

 

e il vino poi la sera

su tutto

una ricongiunzione.

*

E simboli le cose

 

Ecco - appare

il silenzio del crespo rumore.

Non questo o quello

ma l'onda diversamente galleggiante

di noi in palchetti

protetti da mani indaffarate -

gli occhi sipari semiaperti

a sfuggire il quando, il dove.

Qui è l'altrove,

l'impercettibile sognato -

sublime aroma di caffè -

e simboli le cose.

*

Clic

Paul Klee 

 

Basta un dito, uno qualunque -

nella scelta una questione di stile

e di un carattere che a ben vedere si disvela -

per indagare il mondo e riversarlo vaporoso

su se stessi.

Come acqua del Giordano che dalle profondità

fangose (dove ha radici di tutti il tutto)

sale e s'increspa lucida e chiara

sotto la seta del polpastrello,

il nuovo demiurgo impara l'alchimia

e mescolando il nero al rosso al bianco

opera unione di contrari, somma e sottrae

necessità e accidente - in un like

sussume il brivido di sé all'universo.

E nella cifra che ha l'assolutezza di uno yod

o di un ayin

è partorito un mondo nuovo -

stelle non avvistate ancora

o zampillii di sperma fecondante -

in tutto un sussultare di emozioni brevi,

miriadi di farfalle negli sguardi

e interminati spazi oltre un clic

in questa profondissima quiete che spaura -

*

Più su il gabbiano plana

Più su il gabbiano plana -
non sai quanta stanchezza costi il volo,
o quanto di infiniti sguardi,
di cielo, estasi splancata, noia.

Allora non invidi l'uso delle ali,
creatura è tutto -
una dolcezza acuta nel palato
allo stridìo,
come nel grido aperto del neonato
tutto stupito ricomincia il mondo -
e nasce ancora dio.




*

Nell’immutato fruscìo del cuore

Nell'immutato fruscìo del cuore

e gabbia semichiusa del respiro -

andare:

ombra una scìa all'indietro

a srotolare 

chi cosa viva fu e,

procedendo, ancora.

Fa male.

 

Senza sapere come

la terra il vento il cielo

e quel pulviscolo di tutto

immensamente -

 

eppure non distante

un cinguettìo - pregare.

 

 

*

Oh questo ancora

Vagare vagabonda meraviglia
bendando un vacillare -
oh questo ancora
restare
di piccoli funamboli,
accattonare in nicchie dio -
e poi:
vorresti un tè nel pomeriggio?
andremo a passeggiare
fino alla svolta. La salute,
sai, e poi la sera, la sera.
La folla dei pensieri
svaporare salendo
fino a un punto improbabile - il cielo.



*

Flauto di canna

Poter essere flauto di canna,
passaggio illimitato al vento -
suonare la nota dell'aria,
particelle di mondo
sfrante in acquea luminescenza.
Così vibrando -
in accordo a una volontà -
sentire di tutto il centro.

*

Lietamente ho danzato

Dio, il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli avrebbe dato. L'uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. (Genesi 2:20-21).

 

 

Nel respiro lungo i miei animali

pascolavano lieti.

Sotto le nubi del mio cielo,

ben piantati sulla mia terra,

mettevano semi.

Li ho chiamati, uno per uno,

radunati nel mio giardino.

Il leone, la tigre, il serpente,

nel respiro lungo sono saliti -

ho dato loro un segno, un nome:

sotto le nubi del mio cielo hanno danzato,

ben piantati sulla mia terra.

Salendo e scendendo sul mio tronco sottile,

hanno gettato rami fioriti -

presto ancora per il frutto.

Allora li ho riconosciuti i miei dolci,

persistenti oppositori,

gli animali del mio giardino,

li ho nominati -

e ho danzato insieme a loro,

lietamente ho danzato.

 

(Dedicata ad Annick de Souzenelle, saggia maestra di vita)

 

*

Ho viaggiato

 

Oh sì - non posso dire

di non aver viaggiato, quando

apprendendo un battito

mi si sgualciva immobile -

il cuore -

e non cercando è quando ho più trovato.

Sentire, solo sentire fin dove

può salire il filo:

fino a una fede in tutto -

quasi senza peso -

e giù zavorre dove la colpa

erano gli occhi opachi di bambina.

Come tutti, già pronta

allo slancio verso una porta aperta -

quale? -

e poi respiri fondi

tra due braccioli rossi di poltrona.

 

 

*

Be to be - whispers the wind - Reloaded

Be

cathedral of my whim,
bright anointing of the rain,
womb-like hollow of the earth,
breath - unbroken - of the flame.

Be

beehive and busy bee -

Be

grasshopper in its lawn -

Be

the shepherd and the sheep -

Be to be - whispers the wind -
I'm in you, you're in me.

This - too - I - am - not.



Sii per esserci – Bisbiglia il vento

Sii
Cattedrale del mio capriccio (fantasia),
luminosa consacrazione della pioggia,
utero-conca della terra,
respiro- indomito (ininterrotto) - della fiamma.

Sii

Alveare e ape laboriosa -

Sii

Cavalletta nel suo prato -

Sii

La pecora e il pastore -

Sii per essere – bisbiglia il vento
Io sono te – tu sei me.

Questo - anche - io - non - sono

*

Mentre una pioggia lucida

 

Sì - dopo volti improvvisi

e finestre -

mentre una pioggia lucida

decide che il cielo

può essere altro,

mentre nuove gambe sostengono

intercambiabili parole -

ma diverso il gocciolío,

altro il ponte del sorriso -

sì: andare fuori

dove non è mai ancora tutto -

dove la rena e il mare

non hanno smesso di parlare al vento.

*

Mi sa, il mare

 

 

Mi sa, il mare,

vibrazione di ciglia

su rena,

granello disperso al maestrale,

lontano.

 

Mi sa, il mare,

venatura di un soffio,

risacca fedele

che fugge lontano.

 

Mi sa

cantilena d'azzurro

incagliata alla riva,

opaco riflesso 

di un cielo serale,

lontano.

 

*

Silenzio, non fare rumore

Silenzio, non fare rumore

quando cadrà la corolla -

taci sull'orlo,

sversati sui confini del mondo -

non fare rumore.

 

Dedicata al coraggio di Ashraf Fayadh

un uomo

*

Innalzando

Fanny e Alexander, 1982

 

Quando scompare il gioco

e tutto è fiaba senza fine

possibile volare

con braccia spalancate

tra due muri -

un corridoio per l'estasi

e lo slancio.

Intrecciavamo mani

io e l'amica,

aruspici del nostro stesso volo.

Dimentiche del qui

e perduta l'ora

poi planavamo adagio

in basso,

ancora in alto gli occhi,

i denti già affondati

nella materna pisside -

magia di mele in morbido

composto d'oro

da celebrare sotto il dolce

velo bianco -

sposate alla sacralità

indicibile del gusto -

ininterrotte epifanie

innalzando.

*

Nel fruscìo

Christos Bokoros

 

Nel fruscìo di vestiti

intrisi di laboriosi giorni -

dove andremo

operai di mattini pallidi

intrisi di strade, tormenti,

giorni polverosi -

nel fruscìo di tormenti

vestiti di strade polverose -

cosa diremo ai giorni pallidi,

fruscii di domande

vestite di tormenti -

cosa faremo laboriosi

di vestite strade,

fruscii intrisi di tormenti -

cosa faremo

di queste lunghe sere

pallide operaie della luna?

 

A Adielle

*

Nelle tue mani madre#controviolenzadonne

 

Donne che danzano - Pittura rupestre

 

Nelle tue mani madre

il mondo -

pulsare nel tuo palmo

annuncia vita piena.

 

Casa di sbrecciate mura

donna,

fenditure millenarie

annunciano ferite nella carne.

 

Aprire porte all'eccomi -

verginità d’ascolto all'angelo,

annuncia anche orrore.

 

Nelle tue mani madre

il mondo -

parola arcaica tra rovine

annuncia ancora fumo.

 

Nelle tue mani madre

il mondo -

osare strappi al velo

annuncia nuova terra,

promessa oltre il deserto -

libertà.

*

Teilhard de Chardin - L’homme est la clé de l’Univers

 

L'homme

est la clef de l'Univers,

il permet de comprendre l'évolution.

Il lui donne un sens -

nous voyons monter la complexité

depuis la première bactérie

jusqu'à nous.

 

Les bactéries et les algues bleues

sont restées seules,

dans leur simplicité apparente,

pendant 2 milliards d'années,

avant l'apparition des protistes,

êtres monocellulaires complexes

doués de sexualité.

C'est le résultat de l'évolution

qui éclaire ses modalités et en donne

le sens.

 

L'évolution ne s'arrête pas

à l'homme ;

elle se poursuit par l'évolution culturelle

de l'Humanité,

nourrie par la créativité personnelle

des hommes. ...

Mais quelle force peut unir

les hommes

dans leurs sociétés

pour assurer leur stabilité ?

 

C'est l'amour

 

sous toutes ses formes.

Dans tout groupe social

l'intérêt porté à chaque

homme

par les autres

hommes

lui permet de s'épanouir

personnellement.

 

Nous entrons aujourd'hui dans

l'ultra-humain,

phase d'organisation volontaire

de l'Humanité.

Cette phase correspond

à la prise de conscience par

l'homme

de l'évolution.

 

En étant conscient,

il en devient responsable

et il en a les moyens.

Son désir d'absolu

pour soutenir son effort;

lui seul

peut les mettre en œuvre.

*

L’indicibile soffio

Alessandro Alessandrini

 

 Mattino

 

Ancora ovunque terra

Ovunque cielo

 

Solitudini

 

Strade

 

Passi = Invocazioni

 

Offerte

 

Nell'aria ancora

Chi comprava pane

 

Tempo di silenzio

 

Sguardi

 

Può bastare

Come muovere le mani

 

Vino fumo pregare

Oppure niente

 

Saper stare

Saper stare

 

Oppure niente

 

Vino fumo

Pregare come muovere le mani

 

Può bastare sguardi

 

Tempo di silenzio

Chi comprava pane nell'aria

 

Ancora offerte

Passi = Invocazioni

 

Strade solitudini ovunque

 

Cielo ancora

Ovunque terra

 

Mattino

 

Kandinsky - Accento in rosa - 1926

*

Io direi

 

Dove il senso? Oppure ovunque.

Parcellizzato. Perché?

Io direi per un oltre.

Possibile, probabile.

Anche logico, mi sembra.

Visto che noi qui a dire. Comunque.

E la pioggia pulita e fresca e ancora noi 

sopra l'orrore sopra l'errore sopra l'errare -

già un oltre le nuvole

o la trasmutazione della sera -

il sole che prima vedi, poi più.

Ma torna. Fino a?

E ancora:

1. Le voci

2. Gli sguardi

3. I piccoli spazi protetti

4. I piccoli spazi come nicchie

5. I libri sacri ma anche quelli non sacri - i libri

6. Il pensiero

7. Perché no una rosa comunque

8. I profumi nonostante

9. La cena dopo i funerali col suo tepore

10. Dire Dio

E:

Le liste, La logica, La poesia, La carta, Gli abbracci -

anche Il Fatto che ci si commuove.

E soprattutto:

quello che sta dietro ai pensieri e ci accompagna

come quando, voltandoci, non vediamo nessuno

ma

siamo certi che c'era qualcuno -

scomparso dietro l'angolo.

*

 

 

Sì      come       idiota       al         tutto

ridere            senza             denti

in un  bicchiere al cosmovino

pace            pace          pace

cocktail grigioazzurro

il cielo

SÌSÌSÌSÌSÌ

*

e io che fingevo parole intanto

e io che fingevo parole intanto
accatastavo silenzio
finché
si è preso tutto lo spazio -
le parole si sono allontanate
roteando nerastre
nella fuliggine notturna -
e il silenzio si è addormentato
sull'orlo perlaceo
di un sogno mai sognato.

*

The Why Out

Non saprei dire a tutto no o a tutto sì,

né mi è mai importato farlo.

Dove condurre il primo o l'ultimo tuo passo

è solo questione di luce intermittente,

di quello che ti scriveranno i rami in una certa ora

che ruberà il suo corso al giorno

o si travestirà da stella della sera.

Davvero puoi sospendere a un "sì sì"

quello che dai campi al cielo vede un giglio,

o a un "no no" il gabbiano, se non cambia rotta?

Tra un sì sì e un no no

che cosa può curare la distanza?

Dove si annida il taglio, la cesura?

Forse,

la pena è nelle strade mai percorse -

il buio, l'oppressione

che solo dopo avere perdonato al tempo

l'inarrestabile sua fuga,

lo sguardo di piccoli animali

raccolti nel caldo di tua tana

            poi consola.

*

Le scarpette di Aylan

Ho pianto per quelle scarpette

che non hanno mai camminato né saltellato

ma sono rimaste lì ferme a oscillare sulle onde

ancora per un poco a galleggiare.

Forse erano nuove, comprate col cuore in gola dai genitori

per quando lo avrebbero finalmente appoggiato

sulla sabbia di una riva più buona -

e tenendolo sotto le tenere ascelle

lo avrebbero fatto dondolare canticchiandogli sul collo

amorevolmente: Aylan! Aylan! Eccoci qua!

prima di stendersi per terra con gli altri ad aspettare.

E lui si sarebbe divincolato ridendo

anche se semiaddormentato

e si sarebbe subito messo a correre tra le risate stanche

ma felici di tutta la gente attorno.

E nessuno avrebbe saputo dello sbarco di Aylan.

 

 

 

Invece le ho viste penzolare

tra le braccia di un uomo triste e coraggioso

quelle scarpette che dondolano davanti a tutti gli occhi

senza più Aylan.

E io che vivo tra i muri tranquilli di un brutto

ma comodo palazzo vicino al mare

mi chiedo di te piccolo Aylan,

delle tue scarpette che non metterai mai più -

mai più -

e non so pregare.

*

Dove dormono le stelle

Non ti ho potuto dire -
appena in me già più non eri -
di quante volte mi
baleni in altri occhi
un frullo d'ali,
distante e parallelo.
Ho sovrapposto maschere sul vuoto.
Nei buchi neri dormono le stelle,
tu splendi ovunque si smarrisca il tempo.
Quando la sera è filtro
a illimpidire il giorno
mi sporgo
e il tuo passaggio è luce
sul buio che mi intorbidava il fondo.








*

Se non la vita

Tace la voce dentro
una gioia amplificata e piena.
Fuori foschia, polvere sottile,
ricordi
della maestà del marmo -
risplende intatto in una cava
dove la luna
illumina le mani, un corpo, un volto
muto nella sorgente chiara.
Oltre il silenzio nulla sa -
cos'altro può sperare
se non la vita.



*

Robert Wasp Pirsig

Dimmi del movimento delle foglie
– la lingua, le trame che raccontano,
e se oggi dondolano
calibrate a un unico volere. –
Un tassello al giorno, uno per tutti
i puzzle che hanno sempre un vuoto in dote.
Eppure noi – abitati ormai troppo
da lungaggini della legge, fitte dolenti
di amore disprezzato, torti, oppressi
da bazzecole come la fatidica domanda
ci sei? - noi, certi giorni scorriamo dentro
le loro venature,
e nei nodi intercettiamo il cuore,
come ipnotizzati lo sentiamo vicino, indicando lontano.
Respiriamo sere al rallentatore, l'attesa strenna di una gioia
che è sul punto di venire e solo sul tardi arriva.
Flutti galleggianti in un vento a lungo cercato
sappiamo che le nuvole borbottano
quali genitori a vapore.
Sorridendo al coraggio ritrovato
vengono fuori, permettendoci perfino di giocare
ad un soffio.
Così libere le foglie da consentire al vento
quello che vuole, e certo non le lascia in tronco.

Testo di Robert Wasp Pirsig

*

Del movimento ingenuo delle foglie

Dimmi
del movimento delle foglie -
che lingua, quali trame,
dove il tassello
per l'incastro.
Tra effetti e cause
un oscillare incerto -
sospesa quæstio come fanno.
Shakespearian nonsense
tra to be or not to be
intercettarne nel cuore
venature,
ip(n)otizzare sere
come strenne.
Sul tardi vento
e leggere madri
le nuvole
a farci dire sì
a chi non sa -
nemmeno vuole.

*

Il movimento ingenuo delle foglie

Dimmi del movimento delle foglie -
che lingua parlano, quali trame raccontano,
e se oggi come sempre dondolano con forze
calibrate a un unico volere.
Manca un tassello almeno
a ogni puzzle che compone il giorno -
credevi completo un lato ma c'era un vuoto
nascosto nell'incastro.
Eppure noi - in luoghi ormai troppo abitati
per non essere effetto e causa di fardelli da portare,
lungaggini della legge, fitte dolenti di amore disprezzato,
torti di oppressori e altre bazzecole come la fatidica domanda
se esserci o non esserci - noi, certi giorni che ci scorrono dentro
come venature nelle foglie,
delle foglie intercettiamo il cuore,
e come ipnotizzati dal loro accennarci ora a un più vicino, ora a un più lontano,
respiriamo sere al rallentatore, l'attesa strenna di una gioia
che è sul punto di venire.
Flutti galleggianti in un vento a lungo cercato -
solo sul tardi viene -
sappiamo che le nuvole poco fa borbottanti
al nostro indugiare sono nostra madre.
Sorridendo al coraggio ritrovato
ci porta fuori, permettendoci perfino di giocare.
Così ci sentiamo fratelli delle foglie,
del loro interminabile e fiduciosoo dire sì al vento -
a quello che forse nemmeno sa, e nemmeno vuole.

*

That’S All Folks

A Jo

 

E tu sarai stata seduta su quella sedia verde

scuro con lo schienale alto, di plastica, la cui dura

sostanza non si oppone alla sciolta disinvoltura

del mare - sarà stato molto mosso - e nemmeno

al benvenuto alterno arrivo della schiuma. Si sarà messa

sulle punte delle onde per saltarti in braccio fin dove

le gambe diventano candide radici e tu esplosione

di luce mentre di profilo starai guardando la linea

della riva diventare sempre altro. E non sarai stata

lì mentre starai ritornando di corsa sulla spiaggia lasciando

il posto vuoto nella sedia verde che avrà intanto accentuato

l'azzurro del mare. Che sicuramente avrà ricordato

la tua impronta e il tuo stargli di fianco con il viso

appena girato verso il sole mentre io

dentro gli occhi avrò riposto tutto.

*

In improvvise stanze di limoni

                                        

 

È un segno quel vagare sottotraccia,

toccando improvviso basolato

in risalita dal fondale 

 

allodolare chiaro

di neonate grida, fuori, dove

gazze ladre lacerano squarci

di mattini da grumi bui

 

infere bestie di ottusa pece

 

È ancora un segno quell’uscire

dai cardini

in improvvise stanze di limoni

gialle di gioia

 

impadronirsene

 

quel tanto

che rimanga nella pioggia

l’odore del sole.

 

 

 

 

*

Ci spegneremo Jo, come le stelle

Ci spegneremo Jo, come le stelle
che contavamo l'altra sera
a San Lorenzo,
mentre sparivano danzando.
Ma non come le stelle tu sei viva,
che - rifulgendo luci
in abbandoni d'incoscienza -
forse di un tutto non sapendo sanno.
Noi siamo intrisi di quel tanto o poco
che vediamo attorno ai nostri passi
mentre calpestando abbiamo riso,
e ridendo pianto.
Ci spegneremo sì, come le stelle
che sembrano guardarci
e forse sono angeli che sanno
di un segreto chiuso laggiù in fondo,
in uno scrigno muto
dove si fa più oscuro il firmamento.
Ma non come le stelle resteremo,
che lasciano una scia ingannatrice
e gli occhi non lo sanno.
Nel buio più profondo di noi stessi
saremo luce immensa
e il miele che ti è onda tra i capelli
sarà raccolto goccia a goccia
da chi oltre le stelle
infinitamente guarda,
ma non sappiamo la sua lingua -
sentiamo qualche volta nei pensieri
brillare una sua eco, se ci parla.

*

Salmo

Tocco le mie corde di polvere,
accordi intermittenti.
Stono un canto
di venti venuti dal mare
odoroso di storie di me
e vissute nel tempo di dentro.
Oltre i corti davanzali degli occhi,
lungo correnti di sinapsi
in tempesta
fino al valico del cuore canto
un canto mai compiuto, cerco
il passaggio verso un me
che sia un tutto da me altro -
altro da me e in me fin dove il mondo
era da chi oltre me vedeva -
da chi del mondo era più alto.

*

Il passaggio nell’ombra

Nell'ombra del nonsenso
scivolo nell'ombra
perduta ombra tra le ombre
e discendendo di ombra in ombra
raggiungo un'ombra
più grande di ogni ombra
e lì mi annullo come un'ombra
confusa tra le ombre
nello spavento colmo d'ombra
ma so che se attraverso l'ombra
di me stessa lì in fondo trovo luce.


* Il popolo che camminava nelle tenebre
vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.*
Isaia 9,1

*

Bologna ha i muri rossi

In un posto del sangue
muri vino acceso e intemperanze -
ragazzi si accoppiano di notte
dietro i mattoni della chiesa grande
che sorride e sbadiglia
eco e sospiri a bocca larga
con la esse da puttana.
Testimoni di salite innamorate
San Luca e i giardini Margherita
nell'ombra lunga delle Torri,
di un primo sangue offerto in stille
in una Due Cavalli
rovesciata in stupito orgasmo -
trapunta un cielo nero
bucato dalle stelle.
Bologna corpo inconsapevole e nudo,
tripudio triste di chi perduto
in una stanza vuota ha se stesso -
profumo di tabacco da cartina,
metronomo di libri letti in fretta
e sogni sparsi.
Bologna squarciata, imene offerto
al cazzo violento infoiato e duro
di chi non è neanche un chi -
non vede una bambina, ha occhi sordi -
tre anni fuori dalla storia, eterni.
Bologna ha muri rossi,
chiese con porte grandi di vagina,
corpo che danzando si è fermato
pulsante e vivo eppure nella piazza
delle sette chiese,
occhi lucenti di una vita bella.
Bologna ha muri rossi
e un'anima che ride dopo i funerali,
ride scorrendo sotto i portici,
fiume che canta tra le sue rive rosse -

canta della sapienza
e di una vita bella.




*

Ormai finestra alla speranza