chiudi | stampa

Raccolta di poesie di Federico Zucchi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Un’altra potenza

Un'altra potenza

La potenza
non cercarla dispiegata
tra le schiere delle armate
addestrate all'offensiva.
Non è più tempo
di duelli ad armi pari
sull'altare della patria,
questa è l'ora dell'offesa
programmata dai computer,
degli assalti in piena notte
senza dichiarare guerra,
del terrore grillotalpa
che s'insedia nelle crepe
e depista le sorgenti.

La potenza
non cercarla più riposta
negli emblemi di purezza
che ti scindono dagli altri
fino a farti denunciare
il cognome dei vicini.
Sappiamo già dove porta
questo culto della stirpe
che si addentra nelle case
come raffiche manesche
e prepara tra le arcate
il messale degli estinti.

C'è una luce più sottile
che resiste alla menzogna
solo se ti schieri
sul crinale
a sua difesa.
Lì cerca la potenza
per versare la tua fiamma
senza incenerire il bosco,
perché la forza conseguita
è l'amore che bivacca
come un samurai
nel gelo.

*

Blues per Paolo

Blues per Paolo

Era estate ed era inverno e sudavamo in macchina
curvi sui viadotti mentre in fondo traspariva
il volo raso dei gabbiani sopra il golfo di Trieste
e tu mi parlavi dei campi di calcio dell'infanzia
e la memoria risaltava più del mezzo di contrasto
nell'invaso dei polmoni dove il cancro già attecchiva.

Paolo, cugino dolce e contorto, incompiuto
Van Basten della vigilia, stilita nel salotto
baciato da una grazia singolare che quasi
t'imponeva la consegna del silenzio, jeans
consumati, denti da fissare, re di uno sguardo
intenso e rinunciante, disarmato nell'impresa
di essere adeguato in una civiltà che muore.

Quante Ultime Cene hai mandato giù
nell'ultimo anno di ospedale
purè, stracchini, composte di frutta,
broccoli infecondi e pastiglie colorate.
Hai lottato e spezzato il pane dei ricordi
trascinando sulla schiena il bestiame
della notte
non trovando in fondo al bosco
un alpeggio rischiarato.

Hai scritto fiabe e sperperato pomeriggi
a rincorrere nel buio una rosa bucaneve,
hai portato la tua scala
dove il sole non festeggia
senza perdere nel viaggio
un risalto di bellezza.

*

Verso un’Itaca del cuore

Verso un'Itaca del cuore

Ogni volta che risplendi
e non spegni la risata
nella notte d'ordinanza,
ogni volta che riscopri
la bellezza commovente
sulla rotta inaspettata,
ogni volta che l'amore
disfa le valigie
e t'impone di restare,
tu sarai di nuovo
a casa
pur distando molte miglia
dall'isola agognata
perché c'è una luce
che ritorna
sulla scena del respiro
e ti porta dentro il canto
di tua madre che si inchina
dove nasce la parola.

*

Il presente della coscienza

Il presente della coscienza

Quante volte abbiamo chiamato
e composto numeri impossibili
scambiando la notte col fare
del giorno, il fuso orario
dei morti con la scansione
del possibile,
il rossetto
dei primi amori
con il vino rovesciato,
il passo celebrato
delle muse balneari
col destarsi delle ombre
nella sera incustodita.

Quante volte abbiamo premuto
tasti febbricitanti, abbiamo
cercato nell'entroterra
un accesso al mare
aperto
per estrarre la luce
già trascorsa
degli abbracci
sulla riva.

Quante volte abbiamo tentato
di confondere la cronologia
senza mai riuscire
a spostare le lancette,
senza capire fino in fondo
che il passato
è sempre in linea
e se non proferisce
parola
è perché la coscienza
si compone nel silenzio
e non si lascia decifrare
in un campus londinese
ma è una forza che si muove
su frequenze misteriose,
una voce che si apposta
sul presente dell'amore.

*

Chiesetta di San Marco - Belvedere

Chiesetta di San Marco - Belvedere

Lungo l'alto Adriatico
c'è una strada bianca
che raggiunge una pineta.
Nessuno sa davvero
se l'Evangelista sbarcò
su queste dune di costiera
ma c'è un'aria rarefatta
che si intona col respiro,
una chiesa quasi spoglia
sopra un'erta millenaria
e le nuvole là in fondo
che si atteggiano lascive
come star hollywoodiane
nella cabriolet del cielo.

Tutt'intorno vecchie
case contadine
infartuate da decenni
e nel magro cimitero
il conteggio dei caduti
è un retaggio del passato.
Verso il mare
puoi incontrare
qualcuno che cammina
nelle sere di dicembre
quando il buio indossa i guanti
per coprire le sue impronte
dalla gola del tramonto.

Questa baia separata
è una musa per lo sguardo
ed accoglie premurosa
ogni coppia che si attarda
tra le felci arroventate,
ogni passo che si scopre
porta azzurra per il cuore.

*

La sintassi delle scintille

La sintassi delle scintille

Si parlano tra di loro le scintille?
Fondano alfabeti soleggiati
dentro nubi incollerite?
Si lanciano sassolini
sui vetri innamorati?

È una qualità cromatica
a farle incontrare?
O piuttosto un talento
bambinesco nel salvarsi
a nascondino?

Insigni studiosi si sono accecati
studiando i tabulati criptati
delle conversazioni notturne
senza trovare una chiave
che leghi dispersi
rottami di luce.

Eppure se il canto
non cede alla smorfia,
se il bacio persiste
a nuotare nel fuoco,
se il giusto continua
a tuffarsi incurante,
è perché oscure
scintille
diventano frasi
di senso compiuto.

*

La disciplina dell’essere

La disciplina dell'essere

Coltiva la tua arte tutti i giorni
fai il callo, porta il peso,
scava il solco.
Non c'è altra via
per trovare una misura
senza spegnere l'ardore.

Guarda il mare che si forma
dal dolore intercostale
delle cime più remote
e poi discende
nei suoi fiumi ballerini
che scalpellano le gole
per non farsi prosciugare.

Tieni a mente il magistero
della pioggia che risuola
il sottobosco inaridito,
il tempismo della luce
che si accende intermittente
sulle orme di chi insiste
per un impeto del cuore.

*

Rompere l’assedio

Rompere l'assedio

Avvisate i facchini dell'alba
che bisogna ritornare
a mescolare con la terra,
astri, corpi e aspirazioni,
schiene spoglie sotto il sole
e clavicole disposte
a squarciare la visuale.

Il passo imposto è fuori scala
e non riusciamo più a voltarci
verso ciò che resta atteso
riversati come siamo
in immense rotatorie
masticate dagli schermi
non sapendo collegare
l'edilizia popolare
all'alluce di Dio.

Volgiamo dunque il nostro ascolto
alla controcultura delle betulle
ai fiori agresti impolverati
che si lasciano portare
dalle api di passaggio
verso terre sconosciute
per uscire dall'assedio.

*

A chi si volta indietro

A chi si volta indietro

A chi indugia da sfollato
e si ferma all'improvviso
per guardare cosa resta
non sapendo abbandonare
il sentiero calpestato
dal suo cuore nell'infanzia.

All'esitante moglie di Lot
che non segue le consegne
e si gira verso il fuoco
che interrompe la corrente,
all'uomo sotto casa
che setaccia la memoria
come un cercatore d'oro
nell'Alaska del rimpianto,
ad Orfeo che si volta
per vedere se la vita
brilla ancora inalterata
sulle labbra di Euridice.

A chi non riesce
a lasciarsi alle spalle
un paese che svanisce
un amore tramutato
dall'influsso delle ombre.

A chi si volta indietro
quando innanzi già
schiarisce
e si macchia di un errore
così umano
che commuove.

*

Temporale estivo

Temporale estivo

Si insaponò la schiena
e fece piovere sul mare
e sull'asse della terra.
I fiori si sporsero
come paggi premurosi,
i cani si staccarono
dalle piazze più assolate,
i germogli crebbero
di quella differenza
che separa la coscienza
dall'omero di un morto.

Si risciacquò i capelli
e l'acqua scese a riverire
il costato dei torrenti
le caviglie delle donne
scalpitanti per la festa,
i pini cembri screpolati
senza ombrello
sul costone.

Finita la sommossa
il bosco si fermò
esitante ad asciugarsi
e sopra il lago di palude
le libellule tornarono
- Caschi Blu del Sole -
a brillare nella brezza.

*

La tua voce inconfondibile

La tua voce inconfondibile

Difendi la tua voce inconfondibile
dai lavasecco, dai pulitori in agguato
ad ogni fermata, difendi la trama
sottile del tuo silenzio damascato,
l'ombra ogivale della pupilla,
la tigre rediviva all'interno
del tuo petto, il sodalizio
dei denti disposti
a sorriso.

Difendi il tuo nucleo più vero
il fiore cresciuto sul magma asciugato
perché troverai ovunque autorità
di frontiera e principi del foro,
consiglieri interessati e fanatici
del Verbo, generali carrieristi
e missionari quasi angelici
che vorranno ripulirti
dalle macchie più indecenti
per renderti conforme
al potere che li ispira.

Difendi la tua voce inconfondibile
dalle lavanderie automatiche
che ci crescono dentro gli occhi,
dagli algoritmi che ti cullano
per carpire come esisti,
perché il tuo compito
essenziale
è portare il tuo destino
al suo punto di fusione.

*

Eppure la notte lampeggia

Eppure la notte lampeggia

La verità giunge di soppiatto
e ti abbandona al culmine
del passo successivo.
La incontrerai di nuovo
sotto una pensilina dei bus
nel sorriso sconosciuto
di una donna che raccoglie
due gocce di pioggia
nell'afa agostana
e le sparge sul retro
del collo rovente.

Ti invaderà all'ospedale
mentre un tuo caro
si sta assottigliando
e il contapassi della memoria
sfiora la neve mai calpestata.
Ti farà segno da dietro un costone
sotto la tunica azzurra del cielo
come una stella che vedi
spuntare sul torso nudo
dell'attenzione.

La verità pesa quanto
le ossa cave degli uccelli
e non rilascia medaglie
al valore da lucidare
a guerra conclusa.
Appare e scompare,
lampeggia inattesa.

*

La dolce tirannia del comfort

La dolce tirannia del comfort

Non è perseguibile
da una Corte Suprema
non lascia le sue impronte
sulla scena del delitto
sfugge ai controllori di volo
ma non alle multe
per sosta eccessiva.

Ama se stesso più di tutti i suoi sogni
e non vuole essere disturbato
dai seccatori di turno, dall'amore
non corrisposto, dalle azioni
che prevedono un rischio
non calcolato.

Governa in tempo di pace
come un accorto padre di famiglia,
progetta la propria carriera
sospinto dalla brezza più in voga,
butta la ghiaia davanti alla casa
per livellare ogni buca nel chiostro.

In tempo di guerra si scopre felino
si toglie di dosso la luce del giorno
sbarra l'ingresso a chi fugge ingobbito,
scarta gli appelli invisi al Regime,
alza il volume del quartetto per archi
quando la ronda tortura in cantina.

L'agio è il nostro Dio domestico,
è così dolce e servizievole
che gli si perdona volentieri
ogni anelito congenito
al diniego pretestuoso.

È il veleno premuroso
che ci uccide a poco a poco
levandoci dal cuore
le spine acuminate
che sottendono
la rosa.

*

Indicazioni per il centro

Indicazioni per il centro

Abbiamo atomiche deposte
sotto il culo a stelle e strisce,
reti sotterranee e sensori
ad ogni accesso,
guerre tecnologiche
nella psiche atrofizzata,
file chilometriche
sulle vette himalayane,
droni nel deserto
e satelliti nel cuore.

La fame d'innovazione
ci sta scarnificando
come adesivi scoloriti
sulla fiancata di un camper
ma continuiamo a dragare
i fondali sommersi
come se potessimo
sezionare in pieno sole
il cadavere di Dio.

Non di qui passa
la strada verso il centro
ma lambisce sottotraccia
i fianchi addormentati
di una donna rannicchiata,
le pievi trecentesche
sparpagliate tra i castagni,
la mollica di pane
di due corpi attorcigliati,
l'orma innamorata
che sovverte
la clessidra.

*

Immensamente quasi felice

Immensamente quasi felice

Per sfuggire alla menzogna
la gioia si nasconde ubriaca
sotto il palco della festa
e mai si mostra nuda
e completa
nella luce spoglia
di un appartamento
dove tutto è ferocemente
al suo posto.

Il mare non si compie
per intero, ma si svela
lungo il dorso di un pendio
attraverso il finestrino aperto
di una macchina parcheggiata
tra gli ulivi rivieraschi.

Lascia sempre al tuo numero civico
un sottotetto di legno sventrato
per i rondoni senza fissa dimora,
una distesa di notte insulare
per una stella che
intende iniziare.

Non è meta
il porto riuscito
ma l'amore
che salda
la luce incontrata
alla manica vuota.

*

La siepe del respiro

La siepe del respiro

Incontrerai molti saggi
e teorici del volo che ti diranno
di accamparti dove l'aria è rarefatta
perché il cielo si assapora
sulla vetta ancora intatta.
Incontrerai maratoneti
luminari e culturisti
che ti diranno di restare
incollato alla presenza
dei tuoi atomi pomposi.

Ma tu continua a mescolare
i tuoi passi con il vento,
le tue sillabe rubate
a ruscelli d'alta quota
con il cantico del mare
e una donna che ci nuota.

La bellezza è questo cielo
che si abbassa sulla carne
della terra, è il tuo cuore
che si innalza dove
scorge la sorgente.

*

Per non perdersi nel traffico

Per non perdersi nel traffico

Abitua gli occhi al buio
per vedere comparire
i lamponi nella macchia.
Abitua gli occhi al buio
senza fretta, inoltrati
nelle viscere del bosco
e lascia che la luce
sia il tuo cane
da riporto.

La voce che ti chiama
non ti verrà incontro
sull'asfalto levigato
della nuova rotatoria
ma sarà un'ustione
sulla riva dell'infanzia.

Abitua gli occhi al buio
prima che la notte ti consegni
le sue frecce acuminate
e accogli l'allegria
delle foglie ricresciute
dopo il culmine invernale.
Abitua gli occhi al buio
e poi esci a festeggiare
sulla strada in pieno sole.

*

Che ti aspetti qualcuno

Che ti aspetti qualcuno

Che ti aspetti qualcuno
quando il mondo
ti manda lo sfratto
e tu sei costretto a cercare
una casa nel sottotetto
dei corpi più amati.

Che ti aspetti qualcuno
spontaneamente, non per
limare la rata del mutuo,
che ti aspetti qualcuno
nell'ala remota di un ospedale
o nella virata che ti fa trasalire.

Che ti aspetti qualcuno
con un asciugamano sulla spiaggia
quando ti scordi di ogni arenile
e ti fermi a contare le onde del mare
come rughe attestanti
l'impronta di Dio.

Che ti aspetti qualcuno
nella memoria involontaria
dei gesti evidenti
che hanno reso l'infanzia
la scuola del sole.

Che ti aspetti qualcuno
è sempre un esile miracolo
che si oppone alla calunnia
della luce che si arrende
sulla strada verso casa.

*

Tempo per perdere tempo

Tempo per perdere tempo

Questo passo imposto non sa
dove fermarsi, dove restare
stupito a guardare
l'infinito dispiegarsi.
Ci aggiorniamo, frequentiamo
master in Digital Strategy,
ci sottoponiamo a continui
esami di controllo,
acconsentiamo a puntare
telecamere su ogni anelito
vivente, rivestiamo
di algoritmi
il mistero che non
torna.

Ma l'anima invoca
acri di tempo
lasciati a maggese,
si appella ai boschi
centenari,
alle attese proverbiali,
per capire quale urgenza
la tiene incollata
al ponteggio
della sua cattedrale,
al ritmo solitario
dell'immaginazione.

Senza tempo per perdere tempo
tutto diventa caricatura
e il mondo non contemplato
perde la malinconia del mare
e la terra innamorata
delle isole sommerse.

*

Notturno a Fossalon

Notturno a Fossalon

Da giorni è passato Natale ma sul mare
sono accese le luminarie delle barche.
Cammino nel buio rischiarato
circondato dalle immense biblioteche
dei campi addormentati, come un copista
che riscopre i manoscritti della luna.

Poso i miei passi lontano dagli uomini
urto i fossi, tasto il battito delle stelle
fuggitive, porgo ascolto ai miei
avi contadini che sorridono stremati
lungo i bordi della strada, incapaci
di murare il fienile della storia.

Una volpe buca la pianura
e la sua coda di cometa
brucia il dorso dell'inverno
e sveglia il sonno
dell'airone accovacciato.

Dice il cuore:
la voce
è un'impresa
del silenzio.

*

L’arte di canticchiare

L'arte di canticchiare

Non aspettarti giornate migliori
traguardi più vasti, tramonti
di vele sul mare amaranto,
non inseguire la felicità
come un poliziotto ossessionato
dal suo ladro fuggitivo,
non spremere il succo di Dio
perché hai bisogno di vitamine,
non cercare nel desiderio
la ricetta del fuoco.

Tutto è già qui, seduto al tuo fianco,
presente, come l'erba che calpesti
sul viale dell'infanzia quando
l'immensa portata del tuo
essere in transito brilla
come un fiore non
raccolto.

E' importante canticchiare
alla Scala del presente,
perché ogni istante ricomincia
e dispone l'ombra e il sole
sul tuo cuore più vitale,
perché se non ami la potenza
della luce che circonda
i contorni sotto casa
non potrai andare in cerca
del motivo misterioso
che ti è apparso
vero
in sogno.

*

La solitudine oggi

La solitudine oggi
(Dieci milioni di italiani dichiarano di non aver nessuno su cui contare – Fonte Istat)

Dentro questo tempo elettrico
cresce una solitudine senza aureola
senza accolte tradizioni,
cresce un entroterra
separato dal fondale
che non sa più scortare
le conchiglie sbriciolate
verso un delta che si apre.

L'ufficio utenti non chiude mai
e possiamo tempestare di chiamate
i centralini notturni o chiedere
all'assistente vocale se l'amore
in fondo esiste, ma nessuno
ci verrà incontro sulla strada
verso casa con un'anfora
riempita a una fonte
sotterranea.

Solo una voce che ci chiama
una presa che ci stringe
una luce cattedrale
possono frapporsi
alla sventura
e renderci più vasti
del dolore che ci lascia
pelle d'oca disarmata.

*

Cosa tiene in piedi il mondo

Cosa tieni in piedi il mondo

Ci hanno provato in tutti i modi
a uniformare i volti, a livellare
i nomi, a transennare i corpi
a candeggiare ogni ombra
con la luce resa innocua.

Hanno confiscato terre
requisito passaporti
ritoccato i toponimi
delle strade secondarie,
hanno imposto
coscrizioni obbligatorie
per rendere accessoria
l'infinita differenza
delle storie sul crinale.

Oggi Google ci dice
che la morte sarà sconfitta
che la vita non avrà segreti
da serbare in fondo al cuore
che nella rete universale
il pesce palla e il pescecane
sono giocoforza equipollenti.

Ogni potere predispone
lo stradario più conforme
al suo sogno d'espansione
ma la bellezza cresce solo
fuori pista, nei giardini
non ancora rizollati
a corale prato inglese,
nella voce scarcerata
dal controllo capillare,
perché l'amore
è collisione
della lava nella neve.

E' la calura di agosto
che arrota la tempesta,
è l'innesco generato
da correnti ascensionali
a tenere il fuoco acceso,
è il canto controverso
di ogni essere nascosto
a salvare l'armonia
dal deserto che si staglia.

*

Questo è il punto

Questo è il punto

Anche l'impiegato che ogni santo giorno
pranza curvo su un'insalatona al tonno
solo e disossato
al bar con le sedie ignifughe
è stato un bambino che giocava
attorno all'isolato e un mattino
ha alzato gli occhi al cielo
al cospetto di un'insolita
nevicata e si è chiesto
se potesse andare
incontro
al suo stupore.

In fondo Dio è generoso
manda segni morsicati
e non smette di restare
in disparte sulla strada
come un invisibile
autostoppista.

Se fosse meno oscuro
se fosse vestito meglio
se spiegasse la sua meta
saremmo forse più propensi
a far salire lo straniero
per lasciarci trasportare.

Invece spesso acceleriamo
disconosciamo quanto
apparso,
distogliamo le pupille
simuliamo un qualche
abbaglio.
Questo è il punto:
farsi trovare pronti, non
troppo esausti o circospetti
quando qualcuno ti chiama
dal turno di notte e
ti manda un segnale
che sembra rimare
con le tue orme.

Perché in fondo è sempre chiaro
quando ti innamori perdutamente
è chiaro quando la verità
ti viene incontro sulle
strade secondarie,
è chiaro ma non trasparente
come un bosco di metafore
che non puoi decifrare
se non ti fidi ciecamente
della poesia del mondo.

*

La danza degli opposti

La danza degli opposti

Contro il tempo già concluso
ascolta il primo violino
della pioggia adolescente
dentro un giorno soleggiato,
accogli il silenzio conventuale
della neve che si impone
sul raccordo autostradale,
accosta la chiglia delle labbra
sull'approdo innamorato
di un oceano di donna.

E' la danza degli opposti
a salvarci dalla morte,
è l'ombra del ginocchio
a fondare mezzogiorno,
è la fusoliera dell'aereo
a catturare nel suo volo
l'amore per la terra
di ogni altezza
appena scorta.

Nulla è più chiaro della notte
rischiarata da una luce
in mezzo al bosco
e se il tuo cuore trema
all'orizzonte
è perché è vivo
come il battito delle stelle
percepito ad occhi chiusi.

*

Tutta la luce dell’universo

Tutta la luce dell'universo

E' stata misurata
tutta la luce
del cielo stellato.

Ma il conteggio dei fotoni
tace sul voltaggio
di due corpi innamorati,
e i telescopi più potenti
non sanno cosa dire
sul chimono disinvolto
dell'anemone dei boschi,
sull'invito della vita
al ballo primordiale
delle stelle debuttanti.

Siamo mossi
da fili sottilissimi
e sul cortile interno
della bellezza
brilla un cuore
immenso e
inosservato.

*

Processo alla vita

Processo alla vita

L'accusa chiamò a deporre
una lunga lista di storici e studiosi
cardiologi e archivisti, biologi e dentisti.
In forme diverse tutti dichiararono
la vita colpevole di omissione
di soccorso, inadatta a salvare
il viandante senza mappa
o la ginestra che si sporge
nell'inverno più tardivo.

La difesa si guardò attorno
e si accorse che i suoi teste
non erano schierati lì presenti.
Li cercò nel palazzo di giustizia
ma gli amanti eran stesi
fuochi accesi sulla luna
e il violinista celebrato
era dato per disperso
come un fante disertore
e la commessa sorridente
si era spinta in pieno sole
a cercare la corrente incustodita.

L'avvocato strinse gli occhi
e proprio in fondo all'aula vuota
scorse un vecchio senzatetto
che veniva lì a dormire.
Non sapendo cosa fare
lo chiamò a testimoniare
tra le risa contundenti
dei presenti laureati.

L'uomo non rispose alle domande
non capiva i sotterfugi
ma con mani tremolanti
fece solo un gesto antico.
Approfittando dello scranno
si sbucciò il suo mandarino
e il profumo tutto intorno
fu la sola cosa viva.

Nell'aula scese il gelo
e fu subito evidente
che le colpe addebitate
non toglievano alla vita
la sua luce manifesta
la sua forza sprigionata.

*

Irripetibile presenza

Irripetibile presenza

Siamo venuti al mondo
come immensi abeti
di risonanza,
stretti al nostro nome
come sciarpe incandescenti,
frasi senza punto che spetta
a noi riformulare.

Ricordalo sempre, specie
quando piove forte e le nuvole
si consegnano al mandato
di cattura della terra, specie
quando il dolore marchia
le sue impronte digitali
sull'anima indifesa
e l'amore pare
toglierti la scorta.

Nessuno dopo di noi
avrà lo stesso modo di correre
fino al limitare del bosco,
nessuno guarderà similmente
la vecchia bocca di areazione
nella stazione di primo mattino,
nessuno si espanderà verso
l'eldorado di un altro corpo
con la rima della tua febbre.

Siamo parte in causa di un'opera
che non comprendiamo
ma che possiamo illuminare
dall'interno
se portiamo a compimento
questa esile presenza
irripetibile.

*

Settembre

Settembre

Sulla cime degli alberi
seduce il tuo accenno
di scalpo dorato.
Non brucia più il giorno
ma il tepore ancora riscalda
la solitudine degli zigomi alteri.

In tutto l'anno mai le donne
saranno così belle, esaltate
dagli alti prelati del mare
e del sole, antilopi alate
a gambe scoperte
nel traffico desto.

Eppure non visti
solerti postini
hanno spedito
da tempo
avvisi di sfratto
agli uccelli sudisti
e di notte ai bambini
sale la febbre
del primo giorno
di scuola.

Questa tua doppiezza
è la tua forza, settembre:
continui a pranzare
a prezzo fisso sul litorale
ma poi flirti con l'ombra
invereconda, convochi
la pioggia al tuo capezzale
sproni la morte a esortarci
ad amare
ogni morso di luce
nella clessidra.

*

Presbiopia

Presbiopia

Sul porticato dei corpi abbandonati
resta la rabbia a far da chioccia
ai suoi pulcini, semplificando
alla bisogna, spostando
armate silenziose
nella sera dell'insulto.

Sembra che al telefono senza fili
dell'isolamento la sola fascinazione
sia il revanscismo dei fantasmi
allevati su misura da affaristi
travestiti da facoltosi
netturbini dell'alba.

E sulle sponde limacciose
dei fiumi poco illustri
restano recisi i respinti
della storia, abbandonati
spalle al muro
alla notte ipovedente,
senza alcuna protezione
che non sia risentimento.

Rabbia e paura
sono i gemelli siamesi
ubriachi alla guida
sulle strade di provincia
della Vecchia Europa,
così vecchia che non ricorda
dove ha infilato gli occhiali
da vista per leggere il mondo
senza assistente vocale.

*

Sua Maestà l’Infanzia

Sua Maestà l'Infanzia

Viaggiamo da sempre
sotto scorta dell'infanzia:
prepara i nostri incontri
governa la speranza
concede regalità
alla leva modesta
dei giorni seriali.

Abbiamo inghiottito caviale
di avventure, grattato mattine
come carote, slogato spalle
di pomeriggi per assaporare
dall'esterno quanto andava
messo a cuore.
E ancora adesso, specie quando
il sole si abbassa e riga di lilla
le poltrone reclinabili
del reparto di oncologia
è quella luce che
ci viene incontro
con la sua sfilata
di biciclette sculettanti
dirette al campo da calcio.

Abbiamo giocato fino alla fine
del confine, setacciando il mondo
come piccoli indiani, scoccando
frecce sul palato delizioso
della terra.
A questa infanzia dobbiamo
un orizzonte sottaciuto,
un oliveto che si espande
sulla guancia silenziosa
della sera.

*

Amare con volto

Amare con volto

Dicevano di amare l'intera umanità
ma quando un soldato nemico
si trascinò ferito nei campi
circostanti la casa,
si ricordarono di non sopportare
l'acustica del pianto non commestibile
e denunciarono l'infiltrato
all'Accademia della Crusca.

Dicevano di amare la pace
ma quando il pane divenne oro
al mercato nero della disgrazia
sollevarono cinte murarie
intorno ai granai, abolirono
la scorta alle colombe scorrette,
impararono a chiudere un occhio
e poi tutti e due, fino a sentirsi
martiri offesi in tutto
quel bianco.

Dicevano di amare l'uomo in generale
ma temevano il volto non epurato
la lacrima impropria
il sorriso delle salamandre
apparso nella pioggia ritrosa
la solitudine di un grattacielo
dentro un gomito di neve
la nuca di un vagabondo
sul prato all'inglese
l'alito cattivo di chi bacia
ogni giorno un rospo
che non si trasforma.

Uno a uno si può amare
un volto senza astrazione,
quegli occhi, quella voce,
il tatuaggio del sonno
sugli zigomi azzurri,
l'inestirpabile oscuro
che ogni frutto preserva.

*

Fuori portata

Fuori portata

La nostra mente si espanderà
come un'immensa nebulosa
e l'intelligenza artificiale
sarà l'assidua bambinaia
di questo orfanotrofio.

Fino in fondo il mondo
sarà vagliato,
ma sotto i piedi impolverati
delle donne lungo il fiume
rimarrà acquattata
l'invisibile visione.

Fuori portata resta il senso
che sfioriamo solo in sogno
nella voce che ci incontra
per vederci immensamente.
Questo canto è di chiunque
si sia unito a un altro ascolto
in attesa che l'amore
corrisponda
alla sua meta.



*

Abbellire il mondo

Abbellire il mondo

Abbellire il mondo
non è una cosa da niente
specie se nasci circondato
da anime stanche, spaventate
dal suono sinistro della miseria
che impregna il respiro
di conseguenze.

Non è affatto semplice
sapere in anticipo se la nebbia
che hai ingoiato sarà commestibile
o se il dolore ti porterà sotto una pensilina
in una sera di pioggia, stretto a stranieri
con la camicia hawaiana, con il cuore
carente di canto possibile.

Creare qualcosa che ispiri il passante
non è una scampagnata, una corsa mattutina
sul porfido del centro, ma è una somma
di passi iniziati nel sogno infantile,
è raccattare lamiere dismesse per riparare
le baracche dei tuoi compagni di strada,
è arrampicarsi come un rachitico ragno
per generare ferito la Cappella Sistina,
è finire rapinati ogni giorno dai ladri
senza per questo scoprirsi indigenti,
è rimanere nei pressi dell'alba
con i denti cariati
di notte coriacea.

La bellezza offerta
è la nostra
seconda genesi,
un bacio calcato
sul collo scoperto
del cielo.

*

Sopraelevate

Sopraelevate

Abbiamo costruito contorsioni di strade
ponti sostenuti dal filo interdentale,
abbiamo scavato la terra, imposto la rete,
infestato di traversine il cuore siberiano.
Abbiamo forato la roccia, addomesticato
il mare con docenti incomprensibili,
abbiamo invaso i tracciati neurali
con feroci sistemi operativi
aumentando la realtà
fino a farla svanire.

Eppure di notte procede a tentoni
il viandante che cerca nel cielo
una crepa e trova nel cuore
lentiggini d'oro e un viale
che sale al primo
albeggiare.
Eppure di notte ancora saltella
la coppia che va zigzagando
ad amarsi e sfrega le anche
su ogni panchina perché
quello che sogna è
un incendio doloso.

Non basteranno l'asfalto, l'intelligenza
artificiale, le puntuali statistiche,
non basteranno gli ingegneri giapponesi,
né gli operai con la canotta arancio
a farci arrivare dove vorremmo
essere.

Sarà un sentiero disidratato
una pista per capre sediziose
a segnalarci un'altra direzione
una convergenza verso
un punto più vero
del nostro passaggio.

Sarà qualcosa di incalcolabile
come il ponte di pelle che tiene
legato l'amore ai tralicci
fissati sul nostro
stupore.

*

Minimo sindacale

Minimo sindacale

Mantieni un minimo di bellezza
in tutte le cose che incontri
perché la fiamma va tramandata
come la fiaba del principe Ivan
e data in affido alla madre
della risata e al padre che
intona a capo scoperto
il canto più fondo.

Sotto quel limite
non c’è riposo, non c’è
ristoro per la mente
scialba,
ma una nebbia
che incolla alle ossa
ogni campo da volo.

Mantieni un minimo di bellezza
come conservi l’acqua
nella massa corporea,
perché non puoi
farne a meno.

*

L’ala di un insetto

L'ala di un insetto

Liberata la luce pignorata
dall'accento troppo inglese
della pioggia marzolina
ecco l'ala di un insetto
sorvolare la mia guancia
fuoriuscita dal cappotto.

La precisione delle sue ali
il sole che risorge sopra
il sacco dell'inverno,
il vento più sottile
che impone all'erba
un esatto galateo,
tutto mi ricorda
l'infinita tessitura
e il miracolo subacqueo
della nostra apparizione.

C'è più stupore nell'ala
di un insetto adolescente
che nel sistema operativo
di un computer, c'è più
creazione in questa vela
irrilevante che nell'arte
concepita per servire.

Nel parco macchine
del nostro presente
lasciamo sbucare
il mare dell'essere.

*

Vie di scampo

Vie di scampo

Quando l'estate sta per finire
il frinire delle ultime cicale
è più commovente,
quando il cielo sembra
il sipario sconfitto di un circo
la chioma di una stella minore
acquista il rango della prima luce.

Fissa la tua tenda dove la strada
si perde nel bosco e al mattino
troverai un sentiero che
ti viene incontro,
un fiore d'ortica
nella casa rasa
al suolo.

Lo stupore detesta i convenevoli
è la primadonna mai puntuale
l'orma non saputa, il centro
sconosciuto di un'attesa.

*

Mi toglie sempre il fiato

Mi toglie sempre il fiato

Queste nostre ossa ancora in equilibrio
questo sangue che scorre all'interno
come fossimo intatte Venezia
e la marea potesse rubarci
ogni giorno la breve
conquista dell'amonia.

Questa sequenza di gesti dormienti,
questa cadenza di parole che solo
tu pronunci, la cicatrice sul ginochio
quando cadesti sul pietrisco in giardino,
eri piccola, così piccola che l'estate
sembrava più vasta di te e le rondini
erano due volte le tue scarpe nere laccate.

Questo insieme di orme non combacianti
sono le nostre tra molte miliardi, sono
gli appunti lasciati segreti sul margine
estremo della parola, sono l'uva passa
dei ricordi che il merlo del tempo
becchetta inspiegato.

*

Come vessilli fuori stagione

Come vessilli fuori stagione

Non siete stanchi di marchiare i morti
con le vostre esauste etichette,
destra, sinistra, fascista,
lotta continua e antagonista?
Perché non soccorrete
chi cade riverso
colpito alla schiena
nel campo contrario?
Perché non riuscite
a guardare negli occhi
un uomo divelto
senza indossare le lenti
parziali di una corta visione?

Passate oltre i memoriali che
sconfessano la vostra versione,
non applicate due gocce di dubbio
sul porto d'armi della dottrina
e sotto il diluvio non porgete
un ombrello -seppur sgangherato
a chi non attesta idonea fazione.

Così finite per strattonare i morti
come vessilli fuori stagione,
con il sangue che si spande
come rosso segnalibro
nel romanzo della storia.

Così cresce l'ingiustizia
e risale la valle della paura
fino a trovare un terreno
fecondo per dilatare
la frana dell'odio.

*

Ardore

Ardore

Ardore, non ci manca più nulla
ma siamo così stanchi che non
riusciamo a chiudere occhio
e restiamo affacciati al portone
della notte con il nostro universo
di chiavi che non aprono il buio.

Ardore, la nostra attenzione
la vendiamo ogni giorno
ai pusher delle sinapsi
agli scafisti delle emozioni
agli alchimisti degli ansiolitici
ma non sappiamo come arretrare
come cercare una stella schiarente
in pausa pranzo, sul planetario
di esatte isolate pendenze.

Ardore, senza di te la libertà
è un infinito pedinamento
di tagliagole e vigilanti,
un ospizio per naviganti
che non sanno più il mare.
Dobbiamo tornare a bussare
sull'alba delle tue foglie, sui tralci
dei tuoi fianchi dischiusi, sulle radici
silenziose che si muovono come volpi
dentro la tana del mezzogiorno,
dentro le guance dei morti
nella preghiera
dei tuberi insonni
dei ciclamini.

Dobbiamo tornare a bussare
al controverso sestante che ti sospinge,
dobbiamo ripresentarci al maniscalco
delle anime antiche, dentro ai fagotti
addormentati nella tormenta, vicino
alle bocche di salvataggio,
perché questo tempo sta divorando
gli operai della fertile luce, le bianche
strade non aggiornate, la brughiera
allevata nella fervida attesa,
l'amore non visionato.

Ardore, se abbiamo scordato
come invitarti, vienici
incontro una sera
d'aprile
con un innesco
per l'anima viva.

*

Su coloro che amiamo in assenza

Su coloro che amiamo in assenza

Con la sua
esausta pazienza
il tempo impone
il suo camice bianco
e fa nevicare ovunque
la terra si lasci spogliare.

Ma nulla ti impedisce
di confidare
più nell'orma
che nella risacca,
di prestare più attenzione
al confabulare di un sogno
nei pressi dell'alba
che all'azione erosiva
del vento sul nome.

Restano infatti gli spasimanti
dell'ombra a tenere le fila
degli amori distanti, restano
i cornicioni nascosti, la telepatia
dei lampioni notturni a farci
voltare in mezzo alla folla
al cospetto di una speciale
visione che ti porta
a sondare
l'eterno nel cuore.

Ogni grande amore è
un amore contemporaneo
e si alimenta da solo
nei sottopassi delle stazioni
nei banchetti di giugno
a cui non viene invitato,
nei parlatori alle due
del mattino, nei romitori
sul lungomare d'inverno
con il cielo che alberga
camerieri di luce.

Così si ravviva il fuoco
degli amori trascorsi,
così si dipana la storia
delle strade interrotte,
come antica promessa
rimasta più forte
di ogni scomparsa.

*

L’isola del tesoro

L'isola del tesoro

I bambini sanno che i tesori non
stanno all'aria aperta in piena luce.
Bisogna scavare, disseppellire,
scrutare le mappe fino a sfocare
i contorni, abituare gli occhi
al buio e solo allora affondare
la vanga nel chiaro di luna.

Così si forzano i posti di blocco
e la luce diventa il salvacondotto
per salpare oltre la morsa
della mosca tse-tse,
oltre le secca sterpaglia,
verso il cuore della foresta
dove il fiume ritorna
varco terrestre.

Perché in fondo il tesoro
che cerchi già lo possiedi,
ma resta insondato
se non ti abbandoni
al Gange iniziale
nel sogno di te.

*

Mi commuove l’esile contorno

Mi commuove l'esile contorno

- Imparare da morto ad essere vivo -
questo ripeto all'angelo insonne
soffiando lontano i fiori rimorso
dal mio carteggio con l'infinito.

Cerco di rendere meno affilate
le separazioni, di far affondare
gli incrociatori notturni nel Mar
dei Sargassi della memoria,
dove la morte è un guanciale
di polvere sparsa fuori da noi.

Cerco di spaesare l'attimo,
di legare i secondi al tirocinio
delle civiltà scomparse, di portare
il presente all'ospizio divino
dove riposa la sete dei morti
e i rematori si siedono assorti
a contemplare la sera dell'onda.

L'infinito mi insegna a pensare
a ricollocare i volumi in disordine
sugli scaffali di faggio più austero,
ma sono i contorni a parlarmi d'amore,
i bordi sospesi, le guaine richiuse,
la baklava del bacio dopo l'alterco
le forcine sul lavandino dell'alba
l'asciugamano da mare di Italia '90,
l'arco dei seni, lo zigomo altero,
le scale scheggiate dove lei si tolse
il maglione di lana Merino
splendendo di luna appena creata,
il sorriso schierato a fatica
contro la nausea dei chemioterapici,
la malinconia dei tergicristalli,
le mondine del vento a Trieste,
il tempo che inciampa nelle minuzie
e le immortala in opere d'arte,
rendendo degno d'ascolto la breve
durata della rugiada sulla fioriera.

Mi commuove il contorno a matita,
le forme dei corpi, i passi dei vivi,
i sogni dei morti, l'amore impigliato
nelle spelonche, l'anima incisa
sul vinile del cuore.

*

Lode al larice rosso

Lode al larice rosso

Salendo sul pendio sassoso
lungo la lingua franosa
delle Dolomiti,
vi vedo arrancare
e restare piantati alla terra
senza indietreggiare o lagnarvi
come eroi temprati dal silenzio
di un dolore inespugnabile.

Non fate tante storie quando vi opponete
allo scivolamento delle masse nevose,
incassate, chinate il capo, morsicate il sole,
vi spogliate infine indossando
incendi dorati sui rami pensosi.

Vi amo molto, perché non ostentate
la vostra fatica di linfa, perché
portate i vostri colori sull’aspro
crinale sassoso, perché tollerate
i rigori più estremi e sapete
piangere resina densa,
perché resistete sotto il peso
prussiano delle bufere,
inarcando esili fusti
sopra il valico alpino.

*

Il ponte sulla Mundina

Il ponte sulla Mundina

Le piroghe tagliano l’aria, solcano
il tempo presente fino a ferirlo
con la regata della nitidezza.
Cammino in questi campi arati
verso le suole del piccolo fiume,
e i ricordi mi soffiano addosso
il loro lucido cantico, appena
turbati dalle regalie dell'afa.

Non è l’ansa dell’Hudson e nemmeno
lo specchio incensato dai versi gelati
dei pattinatori riversi sulla Moscova,
ma è il primo fluire di un’acqua
in cui sono stato guidato leggero
nel risoluto silenzio dei giorni d’estate
con mia sorella che sognava di costruire
una zattera fino alla foce del Mississipi
e mia nonna che ci raccontava storie
di bocche affamate e lingue mordaci
sotto una specie di sole tomista,
nella balbuzie agostana dell’ombra.

È su questo ponte stonato, sorto
in mezzo alle bacche di rovo e
all'erba insistente, è qui che
sono stato scortato a cercare
le confidenze della natura,
è qui che ho imparato a calibrare
il taglio degli urticions, è qui
che ho capito quanto il cielo
possa abbassarsi, incarnarsi
a cuore spontaneo.


Fiumicello(UD)

*

Lode all’errore

Lode all'errore

Perfetti corpi, soavi bombe, schiavisti cyborg,
droni perspicaci, carri armati robotici.
Sarà questo il mondo presieduto
dai solerti sacerdoti del silicio?
Il pane del lutto sarà gestito da algoritmi?
Si negherà alla guerra la possibile
clemenza di un illogico soldato?
La coscienza continuerà a occultare
versi umani originali?
Il pilota automatico ci spingerà
a sabotare la scuola serale
del corteggiamento estivo?
Affideremo l'astrolabio delle scelte
a una setta di scacchisti digitali?

Studieranno sistemi sempre più efficaci
per ridurre i difetti del cammino, l'ombra
che deforma ciò che appare sconveniente.
Agiranno a fin di bene e come tutti i dittatori
toglieranno la corrente a chi non segue la versione.

Sia dunque lode alla nostra imperfezione,
al difetto di pronuncia contenuto nell'amore
all'errore che ci spinge a riversarci
dentro un punto di domanda.

E' lo sbaglio che ci scorta
alla patria del risveglio, che sospinge
il nostro scafo verso l'Itaca interiore
e l'intrepida Speranza.

Senza squarcio viene meno la rincorsa,
la disperata ricerca di un mondo migliore,
la chiamata notturna al centralino della grazia.

*

Verso ciò che ti fa ridere

Verso ciò che ti fa ridere

Va' verso ciò che ti fa ridere
verso ciò che ti costringe
a liberare i denti al sole.
Il dolore serve a questo,
a preparare la risata
con cisterne sconosciute,
a scavare romitaggi
sui versanti incustoditi.

Nuota pure nei fiumi incassati
sognando pepite, digiuna come
un fachiro che scruta i polmoni,
perlustra la foresta più tetra,
affonda il pensiero nel lago
scartato dall'alba,
ma non scordare mai
quanto devi
alla gioia sfacciata,
al solvente che discioglie
la frontiera, all'adunata
degli uccelli variopinti.

Va' verso ciò che ti fa ridere
affonda nei corpi che ami,
issa l'ancora sommersa e
scorta la carovana del respiro
sui precari alpeggi in fiore.

*

La Verità non si cattura

La Verità non si cattura

Sono partiti prima dell'alba
impressi nel cuoio dei propri scarponi
intestarditi in digiuni inflessibili
affusolati sulla canna dei fucili
circospetti come poeti riversi
sul pavimento della Lubjanka.

Sono partiti a caccia di Me
posseduti da un demone guida,
si sono appostati circondando
la cima del monte, hanno occupato
gli osservatori più alti e testato
la consistenza del filo spinato,
hanno sciolto i loro segugi
attorno ai testi degli antichi
profeti, hanno manducato
i fiori appena dischiusi,
hanno torturato i testimoni
oculari affinché svelassero
i fattori della mia esistenza.

Sono venuti prendendo la mira
sparando ad ogni breve movenza,
convinti di possedere la purezza
per carpire l'essenza dei sogni
e portare alla luce il mistero
di un'altezza reperibile.
Si è sparso intenso il fuoco,
il sangue dai monti è sceso,
gli uccelli hanno chiesto
disperato asilo al deserto,
ma alla fine del giorno
della preda più ambita
non restava che il vento.


Dopo millenni ancora non sanno
che sfuggo la cattura, che appaio
e scompaio nel sottobosco più fitto
dell'attenzione, nella radura
del canto cruciale, nella focaccia
dei corpi estasiati d'amore,
nella preghiera scandita
da labbra non educate.

Ancora non sanno che passo
il mio tempo a preservare il sentiero
che unisce giù a valle
il cielo e la terra,
il porto sepolto e
la vela che intona
la rima più interna
della materia.

*

Qualcosa dissero

Qualcosa dissero

Qualcosa dissero quegli istanti
qualcosa che compresi
pur non sapendo
la lingua del posto.

Qualcosa dissero
e ancora pronunciano
e non muoiono mai.

Sono gli attimi a cui torniamo
i fiumi africani che salvano
i pachidermi dall'arsura,
le navi di Turner che
bruciano al largo
di cieli in tempesta
e mari d'altura.

Sono le lampadine rimaste accese
quando la festa si è già conclusa
e i suonatori russano immemori
sotto un salice piangente.

Sono gli attimi in cui amore
ci porse per alimento
anime antiche
e noi le addentammo
come assaggiando
sushi di cuore.

*

Finita la tempesta

Finita la tempesta

Lasciarsi cuocere dall'alba
dopo che la pioggia ha risciacquato
le foglie dei ligustri e ha accorciato
la densa barba di foschia sulle facciate
dei palazzi ancora semi addormentati.

Camminare sulle impronte della notte messa in fuga
e diventare primario nel reparto di pneumologia
del mondo. Persino la donna che affigge
gli annunci dei morti sulle fredde bacheche
si lascia sfiorare da una libellula errante.

È un'alba ridipinta da una mano
di colore che risalta l'ossatura
estroversa della terra, è l'abiura
alla realpolitik dell'afa, è
il riscatto dell'uvaggio della luce.

*

Almeno non addolcire

Almeno non addolcire

Viviamo in tempi di potenti finzioni
corpi speciali e missioni di pace
torture travestite da guarigioni
cronologie di google e bassi
fondali dove è facile restare
incagliati sulla costiera mentale.

E intanto muoiono lontano
ostaggi senza protezione
scudi umani irraggiungibili.
E intanto muoiono vicini
persone prese a caso,
commessi viaggiatori
sulla rotta del terrore.

L'epoca dei lumi
ha smarrito i lampionai
e la notte è scesa come
una seconda retina
a impastarci la lingua
a incantare gli occhi spalancati
con la musica techno delle immagini.

E' allora che nasce la tentazione
di addolcire il mondo, di zuccherare
le zone ad alto rischio, di rovesciare
gocce di stevia sui taccuini di guerra,
aspartame sui dispacci delle fabbriche,
zollette di canna grezza sulle scapole
dei braccianti declinate sui cassoni.

Se davvero vogliamo preservare
un angolo di dolcezza spudorato
dobbiamo tornare a chiamare
le cose per nome, per quello
che sono, abbandonando la cautela
dello sguardo, andando a scuola
dai boschi, dalle cascate, da chi
non teme d'incontrare lembi
di vero nel calco del caos,
fino a spogliare la simulazione
con la realtà svelata
dalla sua esigenza.

*

Orto-grafia

Orto-grafia

Oggi l’albero di ciliegie
è un dettato ortografico
sul quaderno di un bambino.

Accenti i merli
linfa i verbi
tronco il punto esclamativo.

E il rosso degli errori
che tracima sulle foglie
e infuoca l'inchiostro dei rami.

*

Il passo è breve

Il passo è breve

Basta respirare fuori dal centro delle città
appisolarsi sull’ultima metro, dondolare
passo su passo nelle gengive del continente.

Il passo è breve, la Turchia affolla le sue galere,
odora il fiato di ogni indiziato, toglie al lattaio
la precedenza sulla pagina bianca.

Il passo è breve, la Siria avvampa, il mare tossisce
i suoi gabbiani in pelle umana, il terrore ritorna
a frugare i concerti blasfemi e le stanze da ballo.

Il passo è breve, la rabbia monta, sale sui paraocchi
del torto subito, s’innesta nei cuori lasciati incupire,
ingrossa le file degli affluenti del mesto signore Nessuno.

Il passo è breve, gli anfibi già predisposti,
le cartelle degli psichiatri schierate come truppe,
la libertà pronta a imboscarsi nelle retrovie
la forza difensiva ridotta a sorveglianza.

Il passo è breve, ma possiamo ancora virare,
invertire la rotta, sminare il fondale,
unire i silenzi ad altre laringi

portare il dolore a contatto
col volto degli altri, così simile
al nostro da suggerire

lo stesso
lievito madre.

*

Assemblaggio

Assemblaggio

Lascia che i fiumi si uniscano a valle,
che il crinale sconfessi la sua alterigia,
che il bacino idrografico della memoria
forzi l’assetto d’archivio prussiano.

Lascia che l’odore di cuoio
coli dalle scarpe scomparse
ti sorprenda sulle scale e
ricopra le voci scheggiate
come un timpano di neve.

Fuggi le classificazioni
perché la menta già profuma il giardino
e il mendicante si copre col foglio dei morti
e la gatta svezza i suoi cuccioli ciechi
in una scassata cassetta di kiwi,
perché quello che ami
rimane amato
solo se
riconcepito.

*

Prima che sia tardi

Prima che sia tardi

Prima che sia tardi
che gli orologi girino a vuoto
sul debole polso sinistro,
prima che il dolore si scavi
una tana profonda
a prova di scasso,
prima che la capacità
di presagire bellezza
sia per sempre alterata,
ricorda il potere delle nuvole
di trasformarsi nel piumaggio
della neve, ricorda la risata
riemersa da millenni
di siccità.

Porta a spasso il dolore,
non lasciarlo incupire sotto
coltri di meningi silenziose,
trasforma l'albero secco
in una panchina per fumatori,
togli l'urlo dalle cassapanche
dove hai costretto il pane raffermo.

Trasforma il tuo difetto di pronuncia
in un'altalena di suoni ballabili,
esalta la linguaccia del lampo
nel cielo più afoso d’agosto,
assembla più che puoi
gelo e scintilla, cuore
e caviglia.

Trasforma la blatta che
regna nei sottoscala
in un cervo volante
e punta a divenire
la tua luce
commestibile.

*

La spaccatura

La spaccatura

Perché il potere non produce più bellezza?
Quali cattedrali sta innalzando
il nostro tempo elettrico?
Quale patina di splendore
sprigionerà fra un millennio
la carcassa di una Trump tower?
Dove sono i progetti di piramidi
di teatri, di templi scavati
sull'omelia del mare?
Dove sono gli affreschi, le colonne,
i palazzi conturbanti, i colossi,
gli antri ospitanti le Sibille Cumane?

Restano ancora le ruspe
a drenare la terra dai suoi nutrimenti,
restano gli schiavi a spezzarsi la schiena
con le travi d'acciaio della superbia,
restano i sudditi attoniti
quasi stravolti dai disturbi mentali.

Perché il potere non produce più bellezza?
Cosa resterà degno di essere visto
una volta che il tempo avrà valicato?
I memoriali dei morti nelle tragedie?
I piani di volo dell'intelligenza artificiale?
Le miniature di un algoritmo?
La mancata traduzione
di una spinta verticale?

*

Amore nel pomeriggio

Amore nel pomeriggio

Fare e disfare
col pane dei corpi
l'istante infinito

*

Il morso della matita

Il morso della matita

In un cassetto che non apro mai
ritrovo una matita morsicata,
una 2B da disegno morbida.

Noto il calco dei dentini
impresso sul legno colorato
come un fossile nell’arenaria.

La giro e rigiro tra le mani
l’annuso, la dispongo come
Archimede sul padiglione.

Poi non resisto e l’assaggio
e un sapore di densa grafite
stravolge la successione.

*

Cantare con precisione

Cantare con precisione

Cantare con precisione le tomaie sdrucite nel sottopasso della stazione,
l’iride tramontato nella pupilla, la punteggiatura di un silenzio di neve,
la chioma punk del glicine, le pallide cene dove ognuno sorseggia il suo sé,
l’umorismo degli ombrelli sfasciati, il poggiatesta sulla Giulietta infantile,
le parole taciute di Whitman infermiere, la ferma clessidra dei braccianti
sotto il sole, la massa dei corpi costretti a vascello, mia nonna Regina che
sfida la notte per un bicchiere di latte nel coprifuoco.

Adesso che le ombre si stanno cambiando nel camerino della paura
bisogna stringersi addosso al corso dei fiumi, al timone più chiaro degli occhi,
perché il cuore dell’uomo è il boccone del prete che la notte vuole spartirsi.
Adesso che ognuno coltiva da solo la speranza del carcerato, adesso che Aleppo
è stata sventrata e spettri con voce melliflua scrivono i nuovi libri di storia,
adesso che si bombardano le sponde del Tigri, impugnando parole di greggio,
adesso che migliaia di yazidi sono state estirpati come aquiloni di carne velina,
adesso che la ricchezza ha mascelle al silicio e amnesie di pane agognato,
adesso che la droga della sicurezza viene spacciata come elisir di lunga vita,
adesso che i vecchi rimpiccioliscono perché non sanno postare,
adesso che la censura stende la trapunta leggera su ogni globo oculare,
adesso che vestiamo dolci parole negriere e armiamo
la bocca di esangui distinguo,

noi dobbiamo spogliarci e cantare con precisione la maestosità di un volto che si desta al mattino,
i fuochi degli sterpi sulle sponde del Danubio invernale, la virata dei colli protesi in un bacio,
i corpi accuditi in assorta preghiera, la polvere scossa, il desiderio che erompe dal magma
del ventre, perché l’amore è l’oscuro ponte levatoio che trapassa le sbarre mentali
e ci trascina fino al torsolo della bellezza iniziale,
nella spelonca radiosa dove il senso rinasce.

Cantare con precisione la polpa, il canto poliglotta della farina, il terso abisso che ci muove al pianto. Cantare con precisione la vita, accostando la bocca alla pieve del bosco, gli occhi
all’imam delle stelle, l’orecchio al kaddish della grazia che persiste a intonare, a lasciarsi
cadere dentro la nostra portata, perché è tempo di portare l'acume della torcia
un passo più dentro al nesso vitale.

*

Le storie sono elefanti discreti

Le storie sono elefanti discreti

Le storie sono elefanti discreti
che si muovono a passo rilento
forzati dalla testuggine delle savane
costretti a nascondersi dietro alberi immensi
dietro strati di sabbia arenaria, dentro
i pistilli dei fiori, dentro matrioske
di dettagli irrisori.

Noi ci nascondiamo in attesa
come bracconieri scrutiamo la meta
fiutiamo il sentiero, abbiamo
binocoli di curiosità e fucili
di sesto senso.

Bramiamo l’avorio delle zanne
spolpiamo carcasse per comporre
un solo racconto, ma stiamo perdendo
l’arte di domandare, di aspettare
che la storia si raccolga attorno
ad un pozzo d'acqua sorgiva.

Le storie sono vecchi elefanti
che vanno fatti respirare sulle
sponde dei laghi ancestrali.
Non ci appartengono, in cattività
morirebbero camuffate da opinioni,
stritolate da polverosi poliziotti
retrocessi per sempre in ufficio.

Le storie sono vecchi elefanti
che si prostrano a bere.
Seguiamole di sottecchi
amiamole fino a disfare
i nostri contorni, fino a
a fare di noi stessi
immensi cuccioli
pregni.

*

Dolce far niente

Dolce far niente

Scivolare sulla laguna
affondarci i piedi
schivare i granchi
camminare sull’epidermide
della terra riscaldata fino
alla foce del fiume Ausa,
fino a sfiorare il collo
dei cigni protesi, fino
a comporre l’agiografia
degli asparagi di mare.

Per un giorno non fare niente,
lasciare il pensiero a maggese,
soffermarsi a dondolare
nel respiro picaresco.
La capitaneria scagli pure
le sue navi da pattuglia,
gli educatori persistano
a predicare il lifelong learning,
il telefono continui a pigolare
le sue arie da soprano...

Oggi voglio solo tralasciare,
staccarmi dalla linea del fronte,
tornare al dolce far niente,
perché qui si cela
l’esca viva
del contemplante,
il silenzio che plasma
parole e maree
sulla pedana
del salto in alto.

*

Forze schiarenti

Forze schiarenti

Perché i buoni se ne stanno spesso in disparte
come correttori di bozze incorporee?
Perché i vincitori si iscrivono in massa
ai corsi serali di Storia Coeva?
Perché è così difficile non farsi abbagliare
dal potere che viene a letto con noi?

Sono i generali che danno le carte
gli avari che avvelenano i pozzi
gli affaristi che rimpolpano il fuoco
i perbenisti che lustrano
le loro caste fedine penali
fino a scambiarle per
qualcosa di vero.

A pensarci bene è un miracolo
che il buio non sia tracimato
a cancellare del tutto
gli impedimenti
che la luce frappone
spontanea,
è un miracolo che la notte
incontri volti non disposti
a lasciarsi intirizzire,
deltaplani di speranza
salpati da improbabili alture.

Questo insieme di piccoli scudi
questo sciame ferito ma
non atterrito, è la contraerea
che si leva ad opporsi
al buio saccheggio
del nostro respiro.

*

Discorso di un vecchio castagno

Discorso di un vecchio castagno

Venite a cercarmi la domenica
nel frumento dei cieli più tersi
per sedervi sotto il conclave
dei rami gonfiati dal sole.

Venite a elemosinare
un torsolo d’ombra quando
l’estate rapina il torace
di refoli alpini.

Spesso chiedete alle dense radici
il segreto della durata e a lungo
restate a frugare nel tronco
come biblisti assorti nel Libro.
Forse bramate una frase casuale
che sappia saldare il vostro labiale
all’antico alfabeto della natura,
ma esitate a farvi rapire
dal salto in alto dei rami.
Eppure sulle mie mani
i passerotti si posano in volo
e sulle crepe della corteccia
il vento raschia la sua risata.

Forse per questo davvero venite,
per questo profondo
dolore d’amore
che unisce le foglie
al magma esplosivo,

per la mossa di un’ala
che scuote la chioma
e lega il mortale
a un’altra attenzione.

*

Restare sull’argine

Restare sull’argine

Restare sull’argine quando
l’acqua lambisce il terrapieno,
quando le nutrie scavano
le fondamenta con prodigiose
mascelle da minatore,
quando il cielo si abbassa
e quasi ricopre la luce
precaria del sole.

Restare sull’argine
e non ingrigire,
senza smettere il balzo
del tuffo festoso
nel fiume che unisce
il resto del mondo.

Solo così il viaggio non
si staccherà dal tuo contorno,
solo così i messi inviati
al confine del globo
sapranno dove tornare,
perché hai scelto di stare
a difesa di un punto senza
scansare la piena raggiunta.

*

Poncho

Poncho

Due mesi appena
una tempesta notturna
gli occhietti richiusi
per un’acuta infezione
e Mamma Gatto che
latita da cinque giorni.

Sei uscito così da sotto le felci
piccolo Borges senza bastone
miagolando come un bambino
che geme sul bagnasciuga.

Peso piuma, etti di gatto,
piccolo fradicio cuore.
Ti ho asciugato e messo
il collirio, ti ho girato
gli avanzi del tonno
e chiamato Poncho
per fama acquisita.

E tu mi hai guardato
quasi intessendo le tue
palpebre cieche al dolore
che bussa dentro di me
e tutto accomuna
per saldature.

*

Un’altra potenza

Un’altra potenza

La madre di tutte le bombe
ha cuccioli idrofobi
e una balia pericolosa
a cui affidare la discendenza.

La distruzione elevata a potenza
risuona in ogni tremore
sporca gli occhiali da vista
al lettore che scruta il conto corrente,
macchia di sangue il vestito
di un passante tranciato sul ponte
dall’urto di un fanatico autista.

I ciliegi, le madri fragranti,
gli amanti ricolmi di gioia
gli sminatori prostrati
come astronauti tornati,
gli eroi stralunati, ignari
emissari di un’altra potenza,
gli alamari delle anime scalze
le menti percorse da lattanti visioni
sono i puntini, le dieresi accese
a cui volgiamo lo sguardo
per resistere all’esercito osceno
che vuole arruolare ogni forza.

*

Ciò da cui non posso staccarmi

Ciò da cui non posso staccarmi

Ho impiegato anni a capire
che ciò da cui non posso staccarmi
è l’adesivo che tiene insieme
i miei pezzi uno ad uno.

Tutti i giorni spariscono dettagli migratori
la parrucca delle foglie ogni marzo si rinnova
persino gli anni volano via come bambini
in testa coda sullo scivolo gonfiabile.

Volti, incontri, parole, gesti, detriti di sole
nel giorno di lutto, agrumeti di abbracci,
trulli di preghiere sul tavoliere notturno,
corpi salvati da un altro accesso al mare.

Ho ancora a volte la tentazione di traslocare,
di andare in un posto senza peso, il cui nome
è il disegno di un pioppo e la strada è il salto
in alto nella memoria di una volpe artica.

Ma ciò da cui non posso staccarmi
mi trattiene e in fondo mi ricorda
di continuare a lasciare filtrare la vita
perché il tempo non si scopra prosciugato.

*

La nostra attesa

La nostra attesa

Voi che volete estrarre dall’uomo
ogni filone e innestare un chip
che scopra i reperti subacquei
dell’anima antica, voi che presto
entrerete nei mitocondri e spoglierete
le intenzioni fino a renderle chiare,

lasciate in pace la nostra attesa,
questo imbarco dissestato
dove i passanti si travestono
da fantasmi e i vaporetti
non dormono mai,

lasciate in pace la frontiera
e permettete ai morti di partire
con il loro fagotto d’amore
e rimorsi e una scala che sale
le rampe insolventi della preghiera,
lasciate che i vivi possano
perdersi nel Mar di Marmara
di passioni non reperibili
e infischiarsene della chiave
d’accesso e connessione.

La nostra attesa si nutre
del suo rapimento,
lasciate al desiderio
la sua mancanza,
al vero la sua
lacuna.

*

Aggiustare e lasciare andare

Aggiustare e lasciare andare

Si usurano i tubi dell’acqua
s’imbarcano gli scuri di legno
il filtro dell’aria tossisce,
la pelle si macchia
l’amore si sposta dall’asse
la fibra è rosa dai sorci.

Armati di cacciavite
occhiali e chiavi inglesi
ci sediamo a rattoppare
gli squarci accessibili
consultando i libri dei vivi
le carte dei morti, le stoppie
trascorse del granoturco.

Difficile dire quando
fermarsi,
quando non calpestare
di cure il morente,
quando liberare una poesia
dal ritocco usurante,
quando togliere il telo
antigrandine dal meleto
di un amore infestante.

Aggiustare e lasciare andare
le cose al loro punto,
senza premere troppo
senza trascurare la potenza
dei sarti sciamani,
senza abbandonare la speranza
di bilanciare un giorno
le separazioni con altre
ricongiunzioni.

*

Il bisbiglio dell’arte anonima

Il bisbiglio dell’arte anonima

Anni fa, camminando per Parigi,
in una notte di buio antracite
con una Loira di vino nel cuore
restai a lungo a vegliare
il trionfale anonimato
di Notre-Dame.

Restai seduto insonne ad ascoltare
il brusio pedante degli scalpellini
la caparbietà dei fabbri, il volo
dei vetrai alpinisti, la cecità
degli orefici armonici.
Tutto insisteva nell’aria di maggio
unendosi al grido degli operai
scivolati dai pinnacoli, alla smorfia
dei bestiari impressi nella pioggia.
Invano l’indomani cercai nei testi
una firma posta in calce all’opera,
ma sulle altezze al limite della statica
restava solo l’orma della vetta collettiva.

Da molto tempo l’arte non è più anonima e
il nome campeggia come un sigillo imprescindibile
sui dorsi dei libri impilati, sulle assonometrie
dei palazzi esclusivi, sulle pale d’altare
all’ultimo grido, sulle foto che indugiano
sul cornicione del sonno come
uccelli rapaci di Hitchcock.
L’arte di strada viene pedinata
dai bagarini delle aste, la provocazione
consuma spesso la sua vocazione nell’androne
di un commercialista, il rudere di una casa
tatuata da Banksy diventa presto virale
ed è riassorbita dal palcoscenico.

L’anonimato non potrà tornare, specie oggi
che abbiamo lasciato addormentare la forza
delle correnti ascensionali, specie oggi
che fatichiamo a venerare lo sconosciuto
con archi rampanti sospesi nel vuoto.
L’anonimato non vorrà tornare, ma forse
i profeti della condivisione diventeranno
presto evanescenti se non si lasceranno
varcare da una bifera spoglia,
da una bellezza ritrosa che
nutra -nascosta- il tarassaco
della mancanza.

*

Sulla gioia come scudo

Sulla gioia come scudo

Il sapore incauto della gioia
è il punto più profondo del palato
dove le balene del pianto vanno
a riprodursi, dove i delfini della risata
saltellano spinti da un refolo irraggiungibile.

La gioia è il nostro essere alati
lo stato di domanda che non indugia
sul canto dolente del fiore reciso,
la gioia è il solletico delle ossa
che dimentica di portarsi addosso
il libro contabile delle contusioni.

Se la gioia ritrova il tatto delle acacie
il sapore dei sentieri brulicanti
di colpo la crudeltà dilegua
e perde la capacità di deviare
i corpi, di seccare orti di volti
diurni, perché la gioia
rende il buio navigabile
e salda la paura al cuore
giallo dei ranuncoli
spontanei.

*

L’ironia della storia non fa ridere

L’ironia della storia non fa ridere

Oggi le multinazionali ci insegnano pure
come ribellarci al sistema dannoso, come
liberare il mercato dalle interferenze,
come diventare connessi e virtuosi,
saggi angeli idonei che sanno
schivare i conflitti e armare
quinte colonne mentali.

Ieri ho sentito Jeff Bezos concionare
sul vantaggio competitivo degli immigrati
come un novello Marat che si offre alla patria,
poi ho ascoltato il cherubino Zuckerberg
definire l’ingiustizia un algoritmo perfettibile,
mentre Tim Cook lì vicino arringava la folla
con un’aura da guerrigliero Tupac Amaru.

Saranno così le nuove giunte militari?
Così gentili che non ci accorgeremo
di pensare senza fremiti impropri?
Così accorate e trasparenti da celare
le sbarre nella caligine dei desideri?
Sarà ancora possibile riconoscere
l’orma degli insorti dal passo
cadenzato delle guardie se
le voci tendono a disarmarsi
in un solo abbraccio opportunista?

*

39 anni luce

39 anni luce

Sette pianeti nuotano
a trentanove anni luce
e quasi ci sembra possibile
avvistare la nuca di un altro
pianeta sensibile.

Ci sarà qualcuno
che si chiede lo stesso
puntando il suo telescopio
sul diorama stellato
che scuote i suoi rami
nel bosco infinito?

Ci sarà un poeta marziano
benedetto dall’insonnia
che si strugge in cucina
perché nella luna rivede
il suo tisico amore
mai morsicato?

Resteremo sempre soli
a bivaccare nella Mongolia
delle galassie o qualcuno
si affaccerà con il prepotente
labiale di un’altra intenzione?

39 anni luce
e basta un secondo
per innamorarsi
di ogni frangente
o restare a fluttuare
senza orbita dolce
nel reparto gravi ustionati,
bruciati dall'ombra incombente,
incapaci d'amare due acri
di cosmo davvero presente.

*

Questa è la tua musica

Questa è la tua musica

Suona la ruggine della trachea
sferza la tromba intirizzita,
componi con quello che passa
il convento, sposta l’asticella
del sublime in un capannone.

Non verrà la melodia completa
l’onda perfetta attesa dal surfista
il sonetto che non devi stuccare
l’amore spavaldo che abbraccia
due corpi in osmosi col mondo.

Non verrà se non sai cercare
la sonata nel trillo dei balestrucci
il bacio nelle carie degli incisivi
il calore nel fuoco abbioccato
l’eterno negli acini d’uva.

Suona dunque quanto esiste
e lascia che il tuo rintocco
si espanda a dismisura
in una stanza disadorna,
a due isolati di distanza,
in tutto il cuore udibile.

Questa è la tua musica.

*

Non c’è neve abbastanza coprente

Non c’è neve abbastanza coprente

Ogni giorno il presente fatica a tenere pulita
la pista da slitta, il guado dello sguardo,
perché il passato continua a nevicare
sulle falde delle palme protese
e gli spalatori sono spesso in sciopero
schiacciati dalla concorrenza digitale
o impigriti in un caffè sulla decima strada.

Il passato si nasconde appena, ogni tanto fa capolino
come una timorosa marmotta, perlustra i sogni
fino a stanarci sull’arenile della ninna nanna.
Il passato ansima come un brandello
di stoffa che il vento non vince e
volteggia in ogni singola foglia
sopra il ramo infinito.

Ai bambini piace molto il bianchetto,
pensano di cancellare per sempre gli errori,
ma le parole sbagliate sono addormentate
in incantesimi di correzione e possono
tornare a staccarsi dal rostro dei fogli.

La voce resta intrappolata nelle sorgenti, il corpo
ritrova le ossa possenti del sicomoro, il respiro
intasa il broncio dei radiatori notturni, quando
le difese sono meno schierate e l’invisibile
indossa polmoni quasi evidenti.

Niente sparisce davvero, tutto si accuccia
nel grembo latente e talvolta si svela
nel bangio di una risata, nell’ambo
amoroso che porge la lima
al fuggitivo.

*

Pesca a strascico

Pesca a strascico

L’anemometro del risentimento
segnala burrasca, ma i capitani
restano sotto coperta, impegnati
a giocare a ramino, inadatti
a ideare nuovi sestanti.

Mia cara vecchia Europa
le cancellerie hanno esaurito
i vasi di colla, i fogli si stanno
staccando dal tuo mappamondo
e non basterà la Banca centrale
a tenere cucito il nesso causale
della concordia.

Si cambieranno di nuovo i toponimi
delle strade, la fedina penale dei doganieri
sarà spesso ritinteggiata, gli scafisti
verranno ospitati ai seminari di filosofia
aziendale, lo sciovinismo contagerà
le tavole calde, salvo restare annesso
e connesso ai sogni gitani di Google.

Il rocchetto della paura lentamente
avvolgerà le sue lenze da pesca
e i pesci abboccheranno senza
badare tanto al sottile.
Potrà ancora un canto levarsi
dal mare profondo?
Potrà ancora svegliare
le branchie attutite, destare
una rotta d’amore subacquea?

*

Stringi, stringi

Stringi, stringi

Stringi, stringi
e ti chiedi cosa resta
a sentinella del giorno,
dopo che il dolore
ha riscosso il suo vitalizio
e la nebbia ricopre le strade
con studenti mai convocati
alla Sorbona della speranza.

Stringi, stringi
e senti il tuo fiato
disertare in un altro respiro,
cessare la tosse, cercare
la veglia più luminosa
dentro la festa
di un altro polmone.

Stringi, stringi
e trovi il lampo
non medicato,
la sciarpa di Dio
sospesa alla gruccia
radiosa del vespro,
la pioggia che cade
al sole frammista
sui denti da latte
della bellezza.

*

La sedia di Manzano

La sedia di Manzano

Da qualche giorno non c’è più
la sedia più alta d’Italia.
Il tempo, la tormenta, la pioggia
hanno manomesso la spalliera;
l’uomo, poi, ha fatto il resto
smantellando l’alto schienale
sradicando le gambe da modella
dall’arato della rotatoria.

Il distretto della sedia non
ha più il vessillo, il totem
è pronto per la discarica,
gli anni novanta giacciono
a terra sconfitti e come
gli occhi di Schillaci
rimandano braci
incompiute.

Ora la rotonda accarezza
un vuoto al centro, mentre
ai lati si dispongono emaciati
capannoni che non sanno
lasciarsi estirpare.

Bisognerà trovare altre strade
per intrecciare la paglia delle stagioni,
adesso che la rete seduce e segmenta
ricuce e rivende senza aspettare
l'agire artigiano.

Da qualche giorno non c’è più
la sedia più alta d’Italia e forse
è meglio così, anche se fa tenerezza
pensarla nelle stagioni, issata
come un gigante esibito
allo sguardo bramoso,
come una tigre ammansita
in un circo in declino
che muore distante
dalla ribalta.

*

Restare svegli

Restare svegli

Dio (o la polvere smossa)
abbia pietà di coloro che
non sono mai stati svegli
sotto un semaforo spento
o seduti sugli scalini sconfitti
di un’autorimessa del secolo scorso,
aspettando per tutta la notte
il parto cesareo di una comparsa,
la linea confusa di un volto adorato
sbucato dietro la pensilina dei bus.

I titolisti continuano a scrivere
sulla sabbia delle clessidre
che tutto è un nulla casuale,
ma chi è rimasto sveglio
ad aspettare l’essere amato
lungo la bisettrice dell’alba
e ha sofferto l’umido
dei tergicristalli inamovibili,
il rancio dei cantastorie ubriachi,
il fantasma arancione dei netturbini,
senza battere ciglio, senza ripiegare le spalle
nel doppiopetto della ragione, può
aggiungere una sillaba aliena
all’alfabeto della scomparsa.

*

Le farfalle della farina

Le farfalle della farina

In questo giorno di inizio febbraio
con i cortili che incupiscono troppo presto
con la pioggia che sfrutta il lavoro minorile
della foschia per raggiungere con dita sottili
gli antri intimisti delle sassifraghe,

in questo giorno dove un tizio
con i capelli arancioni ci costringe
a pensare al suo parrucchiere
prima che alla ferocia del mondo,
in questo giorno senza pretese
apro la credenza del pane
e vedo le farfalle della farina
svolazzare sopra le fette biscottate.

Non sono farfalle monarca, non
hanno i colori di un dolcevita Missoni
o il telaio di un veliero del cielo,
sono piccole e insulse, sembrano
uscite da una Varsavia del secolo scorso;
eppure, guardandole bene, hanno una certa
tenace eleganza e adorano infilarsi
negli anfratti fuori controllo.

Forse farfalle sgraziate
anche da voi possiamo imparare
l’arte del volo notturno,
il fiuto esemplare
che vi spinge a cercare
una breccia nel pacco di pasta,
un’orecchia socchiusa
nell’imballaggio,
un varco discorde
di tersa farina.

*

Asteroidi, brontosauri e amnesie

Asteroidi, brontosauri e amnesie

Ieri un piccolo asteroide
ci ha quasi sfiorato;
come dicono i telecronisti
ha fatto la barba al palo
ed è rotolato fuori
dalla nostra portata.

Poteva ucciderci, forse annientarci,
come pare successe ai tempi in cui
il brontosauro collezionava premi
nel lancio del peso e il velociraptor
infrangeva record su record
di corsa anaerobica.

Non è raro che una minaccia così fosca
venga a sfregiare il sonno dell’uomo,
d’altronde l’atomica galleggia da decenni
nel ventre impietoso dell’umana risacca
e noi continuiamo a dormire, a piegare
camicie inamidate, a disporre forchette
sulle bianche tovaglie della domenica.

C’è una rimozione che ci aiuta a tirare avanti,
a concentrarci sul sasso sulla riva del fiume,
eppure talvolta dovremmo alzare la testa,
frugare la luna, tornare a cercare
l’intento primario che muove
l'immenso cetaceo di stelle impetuose,
il cieco asteroide e l’amore apripista.

*

Il battito antico

Il battito antico

Nella nebbia occorsa
salpano ancora le barche da pesca
i bambini si fermano a conteggiare
sul vetro le gocce di pioggia,
la luce spalanca il catechismo
alla pagina bianca
l’astro nascente del desiderio
lancia infocanti molotov
sulla folla di un cuore
innamorato.

Il presente accorcia i battiti
striglia il fantino addosso allo schermo
digita insonne spezzoni di vita
dimenticando
Argo morente
che mena da solo
il suo tozzo di coda.

Tutto cambia così in fretta
che la comprensione
pare incolmabile,
ma dentro di noi
sentiamo ancora
defluire
lo stato d’esordio
e contempliamo maggio
dall’interno coscia
di un istante infinito.

Tutto cambia così in fretta
ma il presidio silenzioso
di una stella
ci appare ancora
tra gli alamari
spaiati della notte.


*

Faith

Faith

Per chi svanisce senza eco




Dicevi come tante
di chiamarti Faith
e di essere apparsa
il primo gennaio.

Dalla Nigeria
al buio di Mestre
spacciavi il tuo corpo
per sbarcare il lunario
senza sapere come la notte
devasti gli acrobati inermi
e imbratti le pievi
dei fianchi affrescati.

Ti hanno torturata
e gettata in un fosso
e la tua piccola storia
è tracimata lontano
da un estuario di mani
accudenti.

Sono passati cinque anni
e nessuno ha chiesto
conferma che esisti,
nessuno ha provato
a cercarti
nella ghiaia
a Marghera.

Sei vissuta e scomparsa
senza restare impigliata
in altre solerti memorie

(chissà se qualcuno
distante ti associa
al risvolto di brezza
di un luglio lontano)

perché questo accade
ai milioni di spettri
fatti costretti
a vivere schiavi.

Spentosi il battito
abbiamo solo
un cuore deforme
per provare a lambirti,
per venire a forare
il silenzio dei morti,
per venire a sfiorare
il tuo nome disperso.



*

Tenue è il vento fraterno

Tenue è il vento fraterno

Così tenue è il vento fraterno
che pare una brezza a chiamata
per esclusivi stabilimenti balneari.

Possente incombe la paura, cresce
come un passaparola, sbriciola
consunte guance di cartongesso.

S’innalzano muri, si plagiano reti,
si serra la voce al valico alpino,
si torna a sondare la mossa del lupo.

Festeggiano i poligoni di tiro
dal sottobosco fischiettano i bracconieri
l’anima oscura riprende a osannare
stagioni deterse di Sangue ed Onore.

Crescono le diffidenze, il bronco calloso,
l'antro estremista, la canzone incupita;
sui bordi percossi dalla crisi industriale
si eleva lo sparo a preghiera indiscussa.

Tenue è il vento fraterno
una corta folata,
una raganella
che canta arrochita
nell’acqua melmosa.

*

L’effetto del Prozac sui pesci

L’effetto del Prozac sui pesci

Avanza quest’onda di Prozac,
ansiolitici, estrogeni,
zampilla dalle metropoli
che non dormano mai
dai rubinetti dorati
dei rampolli annoiati
dal grembo ancestrale
di vecchie balie in esilio
dal muco dei reprobi soli
dai call center della sensibilità
e si tuffa nelle fogne anelanti
di pozzanghera in pozzanghera
da guancia a ogni zigomo brullo
fino alle pupille dei fiumi
fino alla culla dei torrenti infantili
dentro le bocche acuminate
dei pesci siluro, dentro le squame
delle trote argentate, dentro il respiro
del mondo, fino all’uovo che cerca
invano di schiudersi ancora.

Come i pesci rossi
vinti alla fiera di luglio
sempre più spesso
l’uomo si dibatte
sulle pareti di vetro
e silicio
chiuso in un’ampolla
sempre connessa
e lascia che il mondo
si ammali con lui.

*

Il vespro della piscina

Il vespro della piscina

In piscina, un venerdì sera,
nuoto per sbaglio
nella corsia veloce.
Subito vengo inseguito
braccato e superato
sul fianco sinistro.

Prima di cambiare corsia
mi fermo a bordo vasca
a guardare lo sciame
vespertino dei nuotatori.

Cosa temiamo così
tanto di perdere?
Perché ci disponiamo
come eserciti in schiera
senza parlarci, guardandoci
appena sopra il pelo dell’acqua?

La malinconia delle piscine
e i loro interpreti muti
la pioggia che picchia
sulla tettoia
senza bagnarci.

La sapienza delle piscine
la capienza dei corpi scolpiti
il nostro nuotare appaiati
sfiorandoci i polsi, senza
capire come calcare
bracciate più folte
di tolta paura.

*

A scuola dalla Storia

A scuola dalla Storia

Come ogni giorno
la Storia entra in classe
gli allievi si alzano in piedi,
si inizia la conta, si annotano
assenti, si annunciano nuovi argomenti.
Poi la Storia comincia a svelare
come inizia una guerra partendo
da un'oscura pertosse, da due linee
tracciate a casaccio da un generale.
Si susseguono cifre, dettagli, si passa
al setaccio l’emporio dei nomi, si cerca
il ponte che unisce la miccia esplosiva
al fuoco diverso delle stagioni.

Non vola una mosca, tutti prendono appunti,
in religioso silenzio si attende lo squarcio
che renda evidente il vincolo impuro
che segna da sempre il petto dell’uomo.
Si susseguono immagini di apprendisti
stregoni truccati da profeti indolenti,
i corpi rimasti sul campo a morire
in un palmo gelato di neve amaranto.
La morte strega lo schermo,
impone il suo punto di vista
percuote i discenti sgomenti
fino a sedarli di buone intenzioni.

La Storia valuta tutto, l’importanza
di un paio di baffi su un volto incolore,
le variabili cieche che impongono ai corpi
divise aderenti e gonfiano il battito
di soldati disposti a baciare la morte
con lingue impastate di latte materno.

La Storia si concentra con puntiglio
sulle possibili cause, sul contesto
che segue una crisi economica,
dispone i suoi molti fattori
e costruisce disegni imperfetti
dove si specchia la vita interiore.

Non si esime la Storia di parlare del pianto
di citare l’ombra pluviometrica
cresciuta su un volto
restato incapace
di lacrime umane,
perché ha smarrito il testo integrale
la chiave di volta del proprio nome.

La Storia insegna per due semestri
assegna i suoi libri, indice gli esami.
E ogni anno ricomincia daccapo
con scolari uguali e diversi: di nuovo
le guerre del Peloponneso, Anzio e
Bisanzio, fino ai boati assordanti ad Aleppo.
Ogni anno un alunno arringa la classe
rombando stentoreo: dal nostro passato
possiamo imparare a salvare
la linfa di un mondo migliore.

Lontano dalla Storia, quasi fuori dal suo sguardo,
nell’ultima fila di banchi, siedono gli studenti fuoricorso.
Non alzano mai la mano, non prendono appunti,
hanno barbe pietose e occhiaie dove si frange
sorella amnesia. Sembrano assenti, ma osservano ancora
il lento fluire del tempo, la sfilata continua di feretri ignoti
i nomi neri sulle lapidi bianche, le bandiere che
fluttuano fino a strapparsi, le ragioni dei vinti
e dei vincitori, il potere che passa il rosso
rastrello e fissa le date della memoria.
Se un giorno uno di loro
si alzasse in piedi e proferisse parola
se un giorno il silenzio delle comparse
si sollevasse al centro dell’aula

allora forse
un altro sentiero
potrebbe iniziare,
destando una rotta non ancora usurata
inadatta agli eserciti in schiera
al volo radente dei droni echeggianti,
ma segnata dal canto insorgente
di una pattuglia di angeli idioti.

*

Continuare il mondo

Continuare il mondo

Oggi ho visto un cieco
continuare il mondo,
schivare le transenne
della polizia e sedersi
calmo e sorridente
sull’usuale panchina
con il cane accucciato
ai suoi piedi mentre
invano un agente
agitava nel vento
la sua rossa paletta
da calabrone.

*

La vela maestra

La vela maestra

Se non possiamo sfuggire a noi stessi
andiamoci incontro, solleviamoci
contro l’afona resa
la risonanza rimossa.

Se non possiamo sfuggire a noi stessi
grattiamo una piccola barca, riverniciamola
e mettiamola in acqua, perché la cattiva marea
si combatte con la pesca del Marlin.

Se non possiamo sfuggire a noi stessi
all’ombra piccina che cresce sulla midolla
viaggiamo fino a toccare l’Eufrate interiore

il punto iniziale
la rima solvente
la vela maestra.

*

Requiem per gli ombrelli

Requiem per gli ombrelli

Ho perso decine di ombrelli
dispersi come soldati rimasti
a svanire nella tormenta,
accucciati dietro alle porte,
scivolati sul polso gentile
di donne finite a cantare
lontano da me.

E oggi che viene autunno
e l’oceano prepara la sua
arrringa puntuale di pioggia
giuro che non cercherò
altri ombrelli, che
accoglierò la burrasca
inattesa camminando
con le spalle incassate
nel buio, cercando riparo
sotto le ascelle sporgenti
del mondo là fuori.

*

Titanic 2.0

Titanic 2.0

Si continua a vagare sul ponte
a digitare messaggi indignati
a riparare rotaie sotto la pioggia
a progettare muri di sole spinato.

L’agiografia della democrazia
sembra non riuscire a scaldare
il pulpito delle case popolari,
la cantilena dei pomeriggi
di chi non lavora.

E l’odio preme sul pavimento
del sottosuolo, e la paura
trova dispense capienti
in altri alleluia.

Si continua a vagare sul ponte
senza osservare il mare di lato,
l’onda sommersa, lo scafo che
imbarca tritolo, le stive inondate,
la vela rimasta a corto di brezza.

*

Manda a memoria

Manda a memoria

Manda a memoria la fragranza
del trifoglio appena tagliato,
perché ti sarà chiesto
di descriverlo in poche parole
a un tuo caro murato su una lettiga
nella dolente disperata dolcezza
di un ospedale notturno, quando
i passi risuonano sordi e nei parcheggi
una mano rialza i tergicristalli perché
il bollettino prevede neve insistente.

Manda a memoria lo scricciolo
della bellezza, il piumaggio
delle ali veliero, la zavorra
di due zampe imperfette,
manda a memoria
l’amore incontrato
perché l’asse portante
non sopravvive
al dolore infestante
se non contrappone
tralci di calicanto
disposti a fiorire
nel gelo.

*

Divelte maniglie

Divelte maniglie

Nelle strade tanto stremate
a stento il rancio di un lampione
illumina la camminata dei senza passo.
Sempre meno unisce chi annaspa
da chi in alto saluta in inglese
e scrive ricette sul bisogno
di innovazione, sul valore
sacrale della competizione.

Sempre meno facce nate
in quartieri diversi trovano
guance capienti per unirsi
in Pangea e molti finiscono
accovacciati sulla storia sfinita,
covando l’uovo impossibile,
sognando un lontano cugino
che ha fatto fortuna in Germania,
sfogliando la rete delle emozioni,
insultando le scale in rovina
che ogni giorno si è costretti
a lavare con l’ernia alla schiena.

Fingiamo di non notare
questa crepa che si allarga
il fallimento della parola
i fragili ponti che franano
come uccellini di cartapesta.
Fingiamo di non notare
la violenza che si accuccia
nel girone infernale, nel limbo
dove l’attesa è una tosse
senza sciroppo, dove
si campa senza riuscire
a continuare di un niente
la rima solare del mondo.

Fingiamo di non notare
la retina insonne, il buio assistito,
la mano inceppata del nuotatore
il palmo abbassato sulla fondina.
Fingiamo di non capire
e invece dovremmo destarci
al fioco chiarore che ancora
ci innalza e ci invita
ad unirci all’esile
diaspora
d’altre scintille
sui passamano.

*

Sul passante di Mestre

Sul passante di Mestre

Li avete mai visti abbracciarsi
nella sonnolenza di un giorno
di nebbia, quando il sole indossa
ciaspole per polveri sottili?

Due pini marittimi spiegano
i rami sull'autostrada
portando sorsi di resina
dentro il sorpasso.

Abitano la striscia elusiva
che separa il senso di marcia,
indossano una chioma d’aghi
leggera, per non disturbare
il flusso continuo.

Li avete mai visti sfiorarsi discreti
nella bufera del traffico ostile?
Li avete mai visti affacciarsi
sul finestrino stremato
del camionista che sogna
una donna a Belgrado?

Li avete mai visti inchinarsi,
tendere un ramo di verde
per rinnovare il vostro
sorriso neonato?

Quei due pini paiono unirci
al lampo della bellezza,
come amanti si tengono
insieme, fino a spogliarsi
di ogni risolta stagione.

*

Una sera a Llanes

Una sera a Llanes

C’è una specie di pace
dopo giorni di cammino,
un vorticare di sere calme
che svuota di peso le suole
e le riempie con il sale
di un altro destino.

Tutto il giorno sotto il sole
a calpestare le profezie dei pioppi
ad ascoltare il vento che raglia
sulle falesie la canzone
di un amore poliglotta.

C’è una specie di pace
stesa su questo lembo di Spagna,
una pace non del tutto taciturna.
Qui mi sento riparato:
una frase che si fonde
al romanzo della terra.

*

Corso di prima difesa

Corso di prima difesa

Quando qualcuno si avventa sui tuoi polmoni
e ti soffia l’alito guasto della paura e vuole
convincerti che non è umano chi dorme
sulle panchine e puzza di piscio e dolore,
quando qualcuno ti chiede un attestato
di correttezza sulle parole e poi ti invita
ad unirti alla Crusca dei doganieri,
quando qualcuno ti incolpa
di marinare la scuola della realtà
solo perché indossi criniere
di notti agitate e nella valigia
trasporti l’uva passa della memoria
per non affamarti di vecchi ricordi,

quando qualcuno vuole tossirti
la sua verità e impugna i versi più sacri
per degradare il volto di un uomo,
quando qualcuno ti invita
a tradire la fiamma più antica
per risparmiare sulla bolletta,
quando qualcuno ti spoglia
di vera presenza e ti esorta
a trovare l’essenza
nella Siberia
di un abbandono,

tu non arretrare, ma corri
verso il tuo mare profondo
verso il punto stellante
e lascia che il pane nero
dell’immaginazione
ti cresca piano addosso
fino a coprire lo strappo
con un rammendo
di luce vitale.

*

Di tutto resta scia

Di tutto resta scia

Di tutto resta un vasto
cenno che espone il cuore
a una capienza misteriosa
e ci ricorda la tenerezza
ambigua della ruggine.

Di tutto resta così tanto
che sembra un miracolo
ritornare dalla sorgente
con nuove anfore d’acqua.

A stento l’anima non straripa,
ruscelli cresciuti introversi
si laureano fiume alla scuola
serale della memoria.

Di tutto resta così tanto
che a volte fatico a raccogliere legna
per il prossimo inverno, tanto carica
mi pare la dispensa del respiro
dove mi attardo a nuotare,
riamare, salpare verso
salvi bivacchi notturni.

Di tutto resta questo spessore infinito
di vita vissuta, le forcine smarrite sul comodino
come soldati feriti alla schiena, l’eternità
sbadigliante delle domeniche, la paura di un rospo
che ti colse sull’uscio di casa, la cartilagine degli abbracci
a conchiglia, la posizione preferita dei nostri corpi nel sonno,
gli alamari dei cappotti lasciati dondolare nelle mani
appena socchiuse, Janis Joplin che strilla
Summertime mentre fuori nevica e nevica
e l’infermiera non trova la vena
e il tuo braccio si tinge di blu e viene
il momento in cui nessuna parola
attecchisce al silenzio dell’Amen.

Di tutto resta così tanto
che danzare al Bolshoi
dell’anima colma
è un azzardo
da acrobati nudi.

*

Fare provvista

Fare provvista

È tempo di imballare l’estate
e riporre i cuori di bue
sulle scapole interne.

Verrà il buio di novembre,
i rami andranno in palestra
e perderanno chili su chili
di foglie,la neve coprirà ciò
che resta delle strisce pedonali.

E io avrò bisogno
di un sentiero verdeggiante
e di un pugno di more sparse
per abbinare ai tuoi occhi
la condizione serale del cielo.

E io avrò bisogno
di un oceano tascabile
e di una tavola da surf
per scivolare sulla brina
e non scordare la polpa
più chiara della mattina.

*

Una vasca d’acqua calda

Una vasca d’acqua calda

La rivolta del secolo
sarà un mantello d’esultanza
portato a braccia intrecciate
sopra il permafrost dell'inclemenza.

La luce verrà salvata
da chi preserva una fiammella
nella cartilagine e si sporge
fino alla corteccia di un altro
innesco, di un altro volto
per continuare il mondo
senza esserne appiattito.

La rivolta del secolo
sarà un bosco di spiragli
in tripudio, perché la gioia
si oppone alla morte violenta
e lascia una vasca d’acqua calda
in un appartamento vuoto come
un amore donato per dopo.

La luce verrà salvata
senza essere attinta
ma scivolerà
sui laghi gelati
come una bocca
sospesa
nel bacio.

*

Kamikaze adolescente

Kamikaze adolescente

Da dove vieni kamikaze adolescente?
Da quale infanzia posseduta
hai tracciato i tuoi passi
fino a scagliare il tuo corpo esplosivo
sopra il banchetto di un matrimonio?

Hai mai disegnato allo specchio
la mappa di un desiderio?
Hai mai provato a sognarti
più alto dei tuoi carcerieri?
Una ragazza ti ha mai
sfiorato la nuca e portato
per un’ora nel Parlamento
della speranza?

Quale demone ti ha rapito
la voglia di vivere?
Chi ha forgiato il tuo cuore
come un’arma?

Nel pozzo cavo
è caduta la bobina del filo
e non sarà facile sondare
l’abisso di questa sciagura.

*

Gusci di noce

Gusci di noce

Forme di scialuppa
sono issate ai miei fianchi
a ricordarmi la salvezza
nei giorni più cupi,
gusci di noce
a cui tendere
un’ultima cima,

corpi amati
spogliati nella luce
di un pomeriggio
portati al largo
a sostenere una brezza
e la fede riposta
nei porti mai visti.

*

Occhi ridenti su faccia umana

Occhi ridenti su faccia umana

Pensavo oggi agli occhi di chi amo
a come sia impossibile ridurre
il cospicuo a una somma
di reazioni chimiche.

Potrà mai il sorriso mescolato al pianto
trovare un traduttore che sappia disporre
le cellule fino a chiarirne il significato?
Potrà mai un tecnico computare
un pensiero che varchi la morte
di un figlio?

Pensavo oggi agli occhi di chi amo
al limite incandescente custodito
nella faccia umana.

Possiamo diventare feroci
e il male spesso ci sovrasta,
ma siamo i soli a ridere insieme
a compiere scelte misteriose
ad amare gli scarti, a cercare
nel cuore un Dio spazioso
sfuggito ai microscopi.

In questo amore del corpo
rifulge l’anima e noi dobbiamo
restare a difesa di questa scintilla
contro i puritani che non ridono mai
contro chi vuole portare l’uomo
a uno stato di profonda resa.

Pensavo oggi agli occhi di chi amo
alla pietà che circonda la cucina
da campo di un’intera esistenza,
alla dolorosa bellezza che
scava la nostra cascata
nell’ora più afosa.

*

Sotto l’altalena

Sotto l’altalena

Torno nel giardino dell’infanzia
una sera d’agosto inoltrato
con la luce che imbuca
scarni dispacci infuocati.

Osservo il trionfo del verde
la linea dell’acero, la dura
scorza della magnolia,
il fico impaurito costretto
a cercare ai piani più alti
la nuca del sole.

Osservo e qualcosa non torna
un particolare che sfugge
allo scatto della memoria.
Mi concentro per vedere meglio
e mi accorgo che nel quadro manca
il solco polveroso scavato
da noi bambini sotto l’altalena.

Adesso l’erba ricopre tutto
e del nostro esteso dondolio
non resta che un avvallamento
appena visibile, un buffetto
sulla guancia del tempo
che bruca infinito.

*

Il corpo di Garcia Lorca è la sua poesia

Il corpo di Garcia Lorca è la sua poesia

Perché cercarti ancora nella terra, Federico,
se già sappiamo come moristi, fucilato
dai falangisti vicino a Granada
in un giorno d’agosto di luce ferale
nei campi cariati di fosse comuni?

Perché chiedere ancora alle ossa
di deporre la propria versione
quando i tuoi versi giacciono intatti
e il tuo cuore riposa sotto l’ombra
introversa di un tamarindo?

Perché non lasciarti sospeso
alle ali delle tue metafore
alle arance amare dei sogni andalusi
alle api d’oro degli amori insonni
alle colombe che ancora s’innalzano
fuori dal dorso dei libri
fino a innescare la guerra
civile del cuore?

Perché cercarti ancora nella terra, Federico,
quando le tue sillabe svegliano il vento
e la tua luce risale le scale più antiche
come un’alba venuta a incontrare
la stella più rara dispersa nel buio?

*

Amare in brutta copia

Amare in brutta copia

Ogni anno mi sento ripetere:
fate attenzione al tempo
organizzate i pensieri
chiamate il falegname
che avete in testa
a costruire una scaletta
di idee sensate, ordinate
l’intreccio come il cambio
di guardia della Regina.

Lasciatevi il tempo
- scandisco -
di ricopiare, di alterare
i refusi, di portare a chiarezza
la sintassi inceppata.
Lasciatevi il tempo
di ricopiare in bella copia
il disordine della creazione,
di limare il volume
che intasa la trama.

Ma in fondo so
che il vero tema nasce
in brutta copia e che la vita
non concede pagine nuove
per ordinare in bella grafia
il clamore di un’esistenza.
Non resta quindi che imparare
a scrivere vivendo
l’indelebile destino
e a calibrare in poco tempo
il tuffo carpiato di una parola
il sax del verbo amare
la forza inesorabile
della punteggiatura.

*

Canto degli inizi

Canto degli inizi

Imparare da morti
ad essere vivi,
in un giorno di neve sporca
e foglie ancora indecise,
palpando nel buio la sveglia
spicciolando brevi sorrisi
nella filiera d’ogni mattino.

Perché oggi si compie il tempo
l’ora, il battito, il frullo del passerotto
nella chioma scossa dal vento rugbista.

Imparare da morti
ad essere vivi,
perché oggi si compie il viaggio
e l’amore è il ponte che porta
l’acqua a valicare ogni singolo
fiume, a ricordare all’autunno
la sua infanzia vissuta
da primavera, perché
dentro il buio
noi siamo disposti
a intuire altri inizi.

*

Il molo infinito

Il molo infinito

C’è un punto in cui lo scafo si stacca
il contorno si piega, la pelle si arcua,
c’è un punto in cui la teoria del tutto
non sa cosa dire e sbadiglia nei porticcioli
dove i gabbiani cantano il karaoke della pioggia.

Quel punto è la polpa essenziale,
è l’amore lasciato aderire
alle scapole insonni, è il tuo
nome invocato a scialuppa,
è il dolore di un anello
che si gonfia in un ospedale
senza orefici pronti.

Da quel punto in poi non sappiamo più nulla
e giaciamo come cedri di mare strappati
dalla tempesta, come candele senza
stoppino che non sanno orientare
la combustione del vento e
la danza d'ombre cinesi
delle sinapsi.

Oltre questo molo davvero viviamo
e impieghiamo il resto del tempo
a prendere appunti, a formulare
intenzioni per quando ancora
saremo disposti a salpare,
a sposare il mistero
alla scatola ossea.

*

Un ragno ad Aleppo

Un ragno ad Aleppo

Ho faticato molto a venire sin qui
la fila di olmi abbattuti, l’altalena
dei lampioni divelta, gli insetti
fuggiti a volo radente, la polvere
che impregna di sangue le ragnatele.

Ho detto qui sarò al sicuro
dentro una sala operatoria
nel bossolo della persiana,
piuttosto vicino al profilo
sacerdotale dell’anestesista.

Ho pensato che la guerra
non sarebbe entrata senza
indossare i guanti di lattice
o almeno lavarsi le mani
per tutti quei morti.

Ho pensato adesso sono a posto
qualche moscerino non manca mai
nemmeno in un ambiente asettico,
specie quando la luce si smorza
e il chirurgo si spoglia del verde.

Ho pensato di essere salvo
ma non avevo capito che
la guerra detesta le sale
d’aspetto e dileggia
i luoghi più umani.

Ho pensato -mentre morivo-
alla mia cattedrale di fili
sospesi, poi un boato
e l’ultimo lampo
sul bisturi cieco.

*

Trovare una voce

Trovare una voce

Mica facile
trovare una voce
che sappia riferire
cosa si prova
ad essere vivi.

Io sono stato fortunato
a trovare la mia voce alla fine
di un mondo che sgocciolava,
il friulano calpestato nelle stalle
profumava ancora di bucato.

A lungo ho lasciato
la mia lingua stesa al sole,
poi l’amore e il dolore
sono scesi a bersagliare
ogni forma di discorso.

E nei frantumi di parola
ho trovato una tensione
cui legare la mia luce
verso un sogno che redime
gli alfabeti del naufragio.

*

Qualcosa di non misurabile

Qualcosa di non misurabile

Deforma il goniometro, la perspicacia
delle statistiche, l’indice di popolarità,
la nuda realtà del costante controllo.
Sciogli la corsa dal battito cardiaco
il tiramisù dal consumo di calorie
l’amore dalla prestazione
il pensiero dal like.
Come pastori transumanti
decimati dal pascolo insonne
ci trasciniamo nelle gole emotive
incapaci di sognare una lenta pianura
una rondine scabra da porgere al cielo:

Chi sono io?

Deforma lo schermo, ritorna alla vista,
un’altra realtà sonnecchia dentro di te
e puoi ancora salvare dai medicinali
la tua piccola psiche, ricomporre
l’attacco di panico, ribellarti
ai pasdaran dell’efficienza.
Il potere attenta la tua intimità
e ti induce a spogliarti senza
ridarti un silenzio non
condiviso.

Chi sono io?

Cerchiamo dunque insieme
con bracciate non concordi
una baia più nascosta:
l’esitare dell’oceano
sulla zattera del nome.

*

Sbrinare il frigo

Sbrinare il frigo

In un caldo pomeriggio di luglio
prima di un viaggio, ho pensato
che fosse venuto il momento.
Una cosa noiosa, ma semplice,
meccanica, un esercizio
di pratica zen.

Ma sbrinare il frigorifero
non è mai una passeggiata
un pranzo di gala verso
un nuovo regime.

Splendono nel fondo ibernato
le olive taggiasche che mi hai regalato
in un giorno di pioggia e dorati sospiri,
dal folto del secondo ripiano
torreggia il vaso di marmellata
di albicocche del giardino d’infanzia
sprofondato nel gelo come uno yeti.
A est dei formaggi brilla di brina
una bottiglia di pinot grigio
tre quarti bevuta una notte d’aprile.

Resto un minuto a contemplare
l’interno del frigo, come se sfogliassi
un album di foto ingiallite
e per questo più care.
Poi dolcemente richiudo
appoggio la spatola sul lavello
e annoto che la memoria
non contempla scadenze
indicate sul retro.

Domani -dico- domani sarà
più semplice sbrinare i ricordi,
fare spazio nel gelo tardivo
per nuove leccornie
e primizie d’amore.

*

Piccola arringa per l’esile Europa

Piccola arringa per l’esile Europa

Mia cara piccola Europa
sono il tuo avvocato d’ufficio
e non è un buon segno se
i Perry Mason, gli araldi
del foro sono fuggiti,
nascondendo la propria toga
dietro un pallido specchio.

I popoli che ti hanno riunita
si perdono in zuffe, si lanciano sfide,
giocano con la tua sostanza
come se non ci fosse una meta
a sostenere un mattino di slancio.

Da fuori sei ancora anelata
in migliaia si aggrappano
ai tuoi litorali, dondolando
sul mare scafista, pregando
di trovare una terra più dolce.

All’interno sei quasi spacciata,
pochi si perdono nella tua gloria,
nessuno rammenta la timida pace
salvata nelle stagioni, ma ogni fascio
di luce ingrandisce le linee di faglia.

Anch’io ti colpisco di lato, di schiena,
sui fianchi molli e indifesi, quando
ti aggiri come un revisore dei conti
dallo sguardo accecato, come
un cecchino che bara alla Borsa.

Ogni tanto inciampiamo in un coccio più antico
nella cenere calda dei tuoi arsi vivi
nella voce dei morti caduti a Verdun
nella siepe uncinata che appena distoglie
il giardino di Goethe dal campo di Buchenwald.
Ogni tanto inciampiamo e ricordiamo
a malapena lo Stige da cui proveniamo
e stringiamo la vita dei nostri più cari
perché sentiamo la gioia di essere parte
di un raro insieme prezioso, dove un uomo
non si arresta a piacere, dove il potere
non allunga le gonne, dove la fede rimane
una scelta, dove un infarto non sempre
costringe a esibire un conto corrente.
Ogni tanto inciampiamo e presagiamo
la bellezza in cui siamo trasfusi,
e ciondoliamo all’ombra delle cattedrali
nel mare di Omero, nei borghi medievali
addossati a un afoso pomeriggio estivo.
Se abbiamo caldo pensiamo alla neve
caduta contro le guance di Anna Karenina,
se abbiamo freddo scendiamo
con Dante all’inferno a sciabolare
terzine infuocate,
se siamo affranti chiediamo al Bardo
di ricucire la passione amorosa
prima che il cuore diventi Bastiglia,
se non ci piace leggere, se la storia
ci viene a noia, se il lavoro ci impone
una veglia continua su note invernali,
possiamo vagare a piedi
o fasciati al pensiero
verso la luce del Mediterraneo
verso le nuvole snelle dei cieli olandesi
verso le immense abetaie o le albine
betulle ortodosse, verso il fienile
di una stalla che tuo nonno
predispose con cura,
verso tutto quello
che rende immenso
questo umano frugare.

Perché la realtà esige amore
e non solo interessi, perché
l’odio ha copiosi Stavrogin
pronti a tuffarsi nelle crepe
lasciate infettarsi.
E se non sappiamo
cosa difendere, con quale coraggio,
se non ricordiamo la noce cruciale,
se non riusciamo a disfare la notte
in traccianti di stelle eventuali,
la violenza si farà spazio
con altri roghi islamisti
e con l’atroce ritorno
del filo spinato.

*

Presenza

Presenza

Al risveglio a volte ti segue sul canalone,
cade come un santo sul calendario
si appoggia sulla sponda del caffè
ti passa lo shampoo sotto la doccia.

A volte un’acuta presenza
continua a versarsi nel sole
mentre corri o ti imbatti
per caso in Nina Simone.

La presenza ama ritirarsi
a svernare in spiagge deserte
dove la rena assomiglia
alle ossa di legno dei morti.

Quando pare sparire
risorge e tracima, perché
ritorna da lacerti improvvisi
e ha il denso profumo
di un maglione che già conoscevi,
il sapore di un retro collo
morsicato dalla passione,
lo spessore di una voce
che riporta a levante
il tuo cuore.

La presenza è già tutt’intorno,
non servono brevetti da sub
o carte cifrate di volo,
la bellezza respira nei secondi
chiamati alla labile leva.

La presenza bussa sui battenti
delle nostre emozioni, tenta le maniglie,
sfiora le imposte del bacio, perché
non ama il vuoto senza contorni

ma adora toccare l’amore,
sfiorare la sola potenza
che porta l’assenza
a farsi memoria.

*

Dentro il contagio

Dentro il contagio

Non sono le volpi rosse,
i tassi o le manguste,
non sono i cani randagi
le lepri scattiste, non
sono i gatti, i topi,
gli sciacalli dorati.

Da dove proviene questa rabbia feroce?
Insigni sociologi scrivono trattati,
maestri e psicologi battono ostinati
le fatiscenti periferie, dispensando
manuali e discorsi assennati,
approntando ricette sulle pareti
scrostate dei palazzoni. Serafici
giornalisti dispensano al pubblico
pillole di storia mediorientale tra
una raffica di notizie angosciose e
il rischio costante di guerre civili.

E anch’io balbetto inutili
versi affacciandomi al primo
balcone, sorvolando indenne
gli avvenimenti con parole
che non sanno abitare
là fuori.

Non è solo indigenza, disagio
e miseria, non è solo il reciso
orizzonte, ma un ritorno
di forze impastate col sacro,
demoni pregni di sacrificio,
piromani attenti che chiedono
all’odio un’altra espansione.

Sul lungomare di Nizza
alla stazione di Istanbul
a Parigi, a Bruxelles
a Baghdad, i corpi
a frammenti ci ripetono
che dobbiamo guardare
nel buio indecente
la notte del mondo,
se vogliamo fermare
la bestia bacata
prima del morso.

*

Meduse

Meduse

Eccoli, anche stanotte,
senza vedersi l’uno con l’altro
si agitano sulla battigia.

Qualcuno si dimena come un pugile
e tira un gancio contro il vento,
qualcuno è uscito così come
stava, le ciabatte di velluto
a costine, la vestaglia distesa
sulla magnolia del seno,
molti cantano con gli occhi
infuocati, altri tacciano
come sfollati indifesi,
altri ancora borbottano,
imprecano, ridacchiano
passandosi una mano
tra i capelli dolenti.

Molti sono qui stasera
e torneranno insieme agli altri,
chi dice che non c’è mai stato
finge distacco o non sa di mentire.

Tutti torniamo sulla spiaggia notturna
a innalzare preghiere, domande, richieste,
a reclamare soccorso, a impugnare
un’iniqua sanzione, a lamentarci,
a benedire, a scoperchiare
la mente a lungo ovattata,
tutti torniamo gonfi di domande
come mongolfiere di carne velina.

La vita ci porta a dondolare
sopra il mare impetuoso e
quando il sole si alza e la risacca
compie la sua consueta orazione,
di noi resta solo una traccia
irrisoria del varco notturno,
una conchiglia scheggiata,
un cavalluccio di mare insecchito,
una piccola spugna,
meduse.

Ma prima che il giorno si compia
un raggio incrocia la chiglia del cuore
e per un istante ci riconosciamo
nel vapore più chiaro della rugiada.

Forse la risposta balena
in quell’istante, prima di tornare
a celarsi nell’urlo,
nel sogno, nel battito rosso,
nell’elica immensa
di ogni respiro
venuto a sfregare
la propria capocchia
sopra un cielo
azzurro abrasivo.

*

Il sorriso di mia madre

Il sorriso di mia madre

Una luce favorevole
mi protegge le spalle
da quando bambino
non sapevo come
fronteggiare il dolore.

Il sorriso di mia madre
splende come un Tabor
nel mio sguardo e sempre
si lascia scalare nel
buio impettito.

In mezzo alla chemio,
al busto ortopedico,
alle stampelle che
troppo presto ti
hanno ingerito

tu rimani come uno sfondo
di isola greca a guidare
la mia luce apprendista
verso un’ora festosa
lontano intravista.

*

Sparire è impossibile

Sparire è impossibile

In mezzo a una foresta di faggi
e sparute betulle, si affaccia
una vecchia casa sconfitta.
Le rovine sono intatte
e la pioggia perfora il pavimento
con le sue doti da rinomata pianista.

Un tempo qualcuno si sedette
a un tavolo che ora manca,
accese un fuoco per diradare
l’insistenza della neve e
per amore fece cigolare
una rete da letto arrugginita.

In mezzo a una casa che sparisce
tutto ricomincia. I ragni lanciano
il loro piano Marshall edificando
condomini di ragnatele, il muschio
si posa sulle ferite, il fico selvatico
prega sul fianco strappato.

Così va il mondo,
una casa si sfarina
senza perdere peso,
la morte continua a declamare,
senza capire cosa si salva
di ogni durata.

*

Capitano McBride

Capitano McBride
(il capitano McBride trovò la morte mentre monitorava l’andamento di una frana in seguito al terremoto che colpì il Friuli nel maggio del 1976)

Non so altro di te
che quanto dice
questo cippo,
capitano McBride
caduto contro il cielo
musicale di Avasinis.

Era il 16 maggio 1976
la terra si era appena spaccata
e tu lontano da casa volavi
perlustrando dall’alto
la linea di faglia.

Non so se avessi figli
o una donna d’acero rosso
ad aspettarti per l’estate sul lago,
conosco solo la storia di un uomo
inciampato nel cavo di una teleferica.

Stavi dando una mano
a una terra sconvolta, ma spesso
la sorte deride i piloti, lesiona
i rotori dell’elica e accorcia
i residui assetti di volo.

Non so altro di te
che quanto dice
questo cippo,
capitano McBride,
precipitato nella valle
scavata dal torrente Leale.

*

La linea del tempo non è lineare

La linea del tempo non è lineare

Accadono istanti infiniti
- si ferma la mano sul rimmel,
la forchetta vibra senza misura
il moscerino risparmia il suo volo
lo scoiattolo rimira la sua nocciolina
una lacrima si lancia spavalda nel vuoto-

Accadono istanti infiniti
senza che nessuno li annunci.
Il capostazione non abbassa le sbarre
e se fischia annoiato il merlo dissente,
il casellante non ammonisce
il ladro che fugge in barba
ai divieti.

Accadono istanti infiniti
pause nel tempo che brucia,
istanti che lo stupore trascina
dove lo sguardo non duole
ma zampilla impetuoso
verso un’altra
visione.

*

La compassione partendo da un picchio

La compassione partendo da un picchio

Stamattina ho visto il picchio affondare
il suo becco nel tronco del mio vecchio pino.
Eppure non sembra malato, tutti i rami
sono al suo posto, ricoperto lo sfregio
di una saetta caduta la sera in cui Baggio
tirò alle stelle il rigore di Pasadena.
A ben guardare il verde dei suoi aghi
non brilla vitale e qualche chiazza
giallastra compare sul fianco sinistro.
Ma si conceda qualche acciacco a questo
vecchio pino, -pure la luna continua
a brillare a dispetto della sua calvizia.

Dopo pranzo il picchio è tornato
a martellare il tronco nella calura.
Ho iniziato a odiare la sua sicumera
la sua fame insolente di larve d’insetto.
Il pino era immerso nella siesta estiva
poi una brezza gli ha gonfiato le spalle
e per un attimo è tornato il maestoso
principe di Salina, immenso nella
decadenza di un ex-impero.

Mi sono avvicinato al tronco
sentivo l’orologio del picchio
scandire fatali i secondi e avrei
voluto cacciarlo lontano.
Ho raccolto un sasso, pur
sapendo che la morte
non teme quisquilie.
L’uccello si è bloccato
quasi fiutasse l’agguato
e volando è andato
a posarsi poco lontano.

Nel volo ho visto una sua ala
aprirsi a fatica, il dorso tremare,
tanto che a stento è planato
sul pesco vicino.
Allora ho posato il mio sasso
ritratto la mano, ascoltando
quanta pietà -nei dettagli-
si celi.

Allora ho capito che se troviamo
la forza di vedere da vicino
un pino, un picchio, un uomo,
se abbiamo la forza di stendere
la nostra attenzione su una cicatrice
evanescente di varicella,
se abbiamo la forza di immaginare
la clorofilla scorrere nelle propaggini
il dolore puntellare la spina dorsale
l’amore emanare influenza,
allora forse saremo davvero
respiro a difesa del mondo.

*

Uscire dal sonno

Uscire dal sonno

Sempre più divisi respiriamo
la stessa vulnerabile attesa.

Poeti che leggono a poeti
estenuanti poesie nella luce
modesta di un municipio.

Banchieri che rassicurano altri banchieri
passeggiando sul pavimento in palladiana
allentando la cravatta di Hermes
nella penombra di un sottoscala.

Impiegati seduti al computer
nell’ora media della risacca,
i giorni senza potenza, calcolati
sul calendario della bonaccia.

Giovani colti armati di scarne
opinioni e rodato sarcasmo,
postano come monaci apatici
la propria elitaria impotenza.

Atei soldati murati nel
doppiopetto della ragione,
scrutano il cielo senza tremare
nell’attesa del vero algoritmo.

Apocalittici di ogni credenza
additano con sillabe asciutte
lo spettro infedele e addestrano
un dio feroce nella cintura.

Poveri diavoli che tengono duro,
senza sperare in un giorno migliore,
impugnano la propria avversione
come un pugnale macchiato di buio.

Disoccupati e profughi stanchi
si aggirano all’ombra dei
tigli, dove la rete dispone
una scelta arresa di campo.

Sempre più divisi respiriamo
la stessa vulnerabile attesa.

Potremmo forse allungare una mano
chiedere conto alle vite incontrate.

Potremmo forse ascoltare più a fondo
la sinfonia dei frammenti dispersi.

Potremmo forse non scordare
che ogni voce nasce da un’altra,

che il buio comincia nel giorno,
che l’uomo riscrive se stesso

accostando la schiena appartata
alla fiamma che non conosciamo.

*

Chiedi al silenzio

Chiedi al silenzio

Chiedi al silenzio
un cenno
di storia del verso,
i lacci più arsi
della preghiera,
i trucchi di neve
per ricoprire
lo strappo
di uno scalino.

Chiedi al silenzio
l’amore levriero
il tuffo carpiato
nel mondo
primario.

Chiedi al silenzio
i segreti
di un posacenere
lacerato sotto la pioggia,
le risonanze
di due sguardi
disposti a cometa,
i sogni
di un bambino che dorme
nella dispensa deserta
della memoria.

Chiedi al silenzio
un riparo dalla parola
impugnata a sopruso,
quando basta non
sapere il Corano
per cadere riversi,
come tronchi divelti
sul prato di luglio.

Chiedi al silenzio
il kimono per sottrarti
al flusso continuo
e cercare nel petto
la virata dell’ala
protesa nel volo
di una canzone.

*

Dare un nome ai morti

Dare un nome ai morti
(sul recupero del barcone naufragato nell'aprile 2015)

Perché non lasciare che il mare
pulisca le ossa, che il relitto
diventi saggio sepolcro,
casa occupata
dai pesci indigenti?

Perché non lasciare che il mare
si chiuda sul costo dei corpi
che nessuno reclama?

Specialmente ora che Mario
muore in silenzio, sommerso
da debiti iniqui, come possiamo
chinarci su una stiva straniera?

Non sarebbe meglio lasciare
che i morti vengano a riva
come conchiglie raccolte
a tifone concluso?

Ma se non vogliamo svanire
in una macabra danza, dobbiamo
dragare i corpi annegati,
ripescare l’esile miccia
di un nome annerito,
scavare una buca
e posare accanto
alle salme spezzate
un timido noi.

*

Uau!

Uau!

Niente di vero si compie
senza un piccolo uau
generato da un gorgo
di luce.

Niente ali d’apripista
niente api predilette,
niente saliva radiosa
nei baci sulle betulle.

Senza un piccolo uau
il divino si assenta,
la parola diventa
foglia decidua,
i corpi ripudiano
i palpiti aperti.

Siamo costretti a non scordare
il principio, a piantumare
piccoli uau in ogni
sofferta adesione.

Se lo stupore tiene incollato
lo stormo dei vivi e dei morti,
la gioia può spicciolare
una via verso il nome.

*

La parola che salva

La parola che salva

C’è un punto dove il silenzio
smette di essere neve
e il corpo tace tremando
l’urlo del mozzo in tempesta.

C’è un punto in cui la parola
torna dai prati deserti
dai volti inaspriti e indossa
il fuoco del primo alfabeto.

C’è un punto in cui la parola
viene ad amare e si offre come
garante del grano sognato.

C’è un punto in cui la parola
salva, perché riporta il mistero
all'arco primario del ponte.

*

L’inspiegabile

L’inspiegabile

Questa è una breve intrusione
in ciò di cui non si può parlare,

dello scafo di una barca riversa
sul dorso di un mare arenato,
dello sperpero delle sigarette
in una sera di luglio estenuato,
della milonga del respiro
di un uomo che muore
svanendo nel proprio letto,
del trasalire dei meli in fiore
al tuo piluccare l’amore
con roghi di labbra
spontanei,
del muto riconoscere
le persone di famiglia
dal picchiettare dei passi
sul porfido prima di casa,
dell’annaffiatoio arrugginito
delle nostre preghiere, curvo
sul grembo di un fiore evasivo.

Questa è una breve intrusione
nella Meseta delle parole taciute,
dove la vita si aggrappa al silenzio
come una vela che sonda il suo vento.

*

Stanislav Evgrafovič Petrov

Stanislav Evgrafovič Petrov
Il 26 settembre 1983 il tenente colonnello Stanislav Petrov identificò un falso allarme missilistico, evitando così di attivare la procedura di reazione sovietica che avrebbe innescato la guerra nucleare con gli Stati Uniti.



Forse non sarebbe scoppiata la Terza Guerra Mondiale,
forse Mosca non avrebbe replicato all’allarme
missilistico con centinaia di testate nucleari, forse
il mondo non sarebbe finito il 26 settembre 1983.

Ma noi non possiamo saperlo e per questo ti acclamo,
tenente colonnello Petrov, distante uomo minuto,
mentre osservi un cielo d’acciaio nel tuo bilocale
Kruscioviano dove il sole non smorza le rughe.

Ti rendo omaggio Petrov, perché nel tuo turno
di guardia hai remato in senso inverso
contro il sistema che esorta a schiacciare
il rosso bottone, a delegare al protocollo
la decisione più estrema.

Ti rendo omaggio Petrov, perché dalla tua periferia
ci hai ricordato che un uomo può cogliere l’anomalia,
mentre un programma informatico può scambiare
la rifrazione del sole sulle nuvole stinte
per un attacco da una base nemica.

Ti rendo omaggio Petrov il saggio, perché
spesso gli eroi più potenti indossano lise
divise e vivono come uccellini dimessi
all’ombra dei palazzoni, perché il tuo dubbio
è lo schivo stoppino che fa capolino
nel bunker della cieca obbedienza.

Ti rendo omaggio Petrov, perché
chi temporeggia mai uccide
un uomo alla schiena.

*

Se sapremo accorgercene

Se sapremo accorgercene

Se appena svegli, pulendo il filtro del caffè,
lambendo la brina cresciuta sul fiore,
sfiorando i giubbotti di pelle, toccando
un palmo di mano proteso nel resto,
varcando l’ufficio, osservando il vetro
scheggiato da un chicco di grandine,
nuotando con braccioli di vento
nel mare largo dell’esistenza,
nella bufera di ogni Itaca a pezzi,
se riusciremo a respirare più a fondo
a ricordarci da dove veniamo e dove
si disfa la vita nel sogno, allora forse
ritroveremo la giusta attenzione
per non abbandonare le costole
a un cuore isolato.

Se sapremo accorgercene
forse potremo sentire il lento lavoro
di sarta del tempo, l’umile ordine che
regna in un bosco di faggi, l'alba
di due corpi sbocciati all’unisono,
il misterioso equilibrio dei tuoi
capelli raccolti a chignon.

Se sapremo accorgercene
saremo come afferrati
da un amore più ampio
di ogni singolo incendio
e sarà più semplice non smarrire
squarci di gioia sull'erta insidiosa.

*

L’inaspettato, ovvero l’ape regina

L’inaspettato, ovvero l’ape regina

Questa mattina dal cassonetto delle tapparelle
sono cadute api a pioggia lungo il bordo della persiana.
D’improvviso centinaia di api in camera da letto,
un ronzio degno di un coro presbiteriano
intento alle prove della Vigilia.

Ho guardato la scena seduto sul letto, come
un fattore che osserva impotente uno sciame
di cavallette vorticare sul mais a smisura.
Poi mi sono alzato e mi sono diretto a cercare
l’insetticida che l’anno prima avevo usato
contro un’invasione di formiche volanti.

La bomboletta era di un blu abbagliante
ed era mattina e la luce avvolgeva
la sala da pranzo con chiaroscuri
di squame di pesce esultante
sopra il lavello della cucina.

Ho posato la bomboletta a terra
sono tornato sui miei passi
e ho parlato alle api come
un buon padre di famiglia.
Prima di uscire ho spalancato
le finestre e indicato la via.

Intorno a mezzogiorno
erano tutte uscite, ne
rimanevano 4 o 5 che
io stesso ho assistito
nell’assetto di volo.

Un interno di camera
con api evasive,
una cosa minuscola,
un fatterello, alamari
invisibili sulla blusa
del tempo, possibile
polline, nostro
alfabeto.

*

Cercare Cassiopea in un centro commerciale

Cercare Cassiopea in un centro commerciale

Non servirà a nulla schermare i lampioni
limitare l'illuminazione delle periferie
preferire i led con sobria gradazione
coprire i tizzoni dei fuochi, brandire
lenzuoli coprenti l'immenso bagliore.

Non servirà a nulla, se continueremo
a tenere il capo abbassato, se non torneremo
a frugare gli sterminati uliveti di stelle
che parlano e traducono alfabeti
come il primo giorno di scuola.

Non servirà a nulla usare la luce
come deterrente al crimine, se poi
finiamo a ingoiare dosi di buio
impazzito nell'eremo di una cantina,
se in fondo è il cielo in noi a sbiadire.

Non servirà a nulla riportare a casa
il buio, se la notte rimarrà una reggia
senza quesiti, se i denti di latte delle
costellazioni non saranno dondolati
da un'altalena mossa per stupore.

*

Sulla strada verso Gerico

Sulla strada verso Gerico

Anni fa, sulla strada verso Gerico
alla guida Najwan, arabo-israeliano,
palestinese.
Fa caldo, beviamo e succhiamo la linfa dei datteri.
Un uomo sul bordo della strada ha il dito puntato.
Ha capelli lunghi e un sorriso da autostoppista.
Najwan si ferma, lo carica con un gesto abituale.
Amos, si presenta. Israeliano. Non dovrebbe essere lì.
E’ vietato andare nei territori da quando.
I due parlano e ridono.
Amos ci spiega che è venuto due giorni sul mar Morto.
Rischia d’essere arrestato,
ma indica il segno bianco del sale
come un bambino che scopre il frangente dell’onda.
Coetanei foggiati nella stessa creta, scherzano,
fumano, parlano di donne adorate dal sole.
Ci spiegano che questo fottuto caldo non se ne andrà facilmente.
Ma più si avvicinano a Gerusalemme più si accartocciano
in un bosco di sotterfugi, sorvegliati dagli insediamenti
che declinano sulla tregua degli ulivi
come immense mantidi religiose.
Cala la sera color melograno
si scende, ognuno si riappropria del sentiero,
Naiwan e Amos si stringono la mano,
sanno che la pace è una scarpata
che nuovi roghi scenderanno fino a loro.
Ma quando li vedo allontanarsi verso rive opposte
la luce non appare solo omessa ombra.
Maestosi moscerini di speranza
lottano sul parabrezza della storia
per strappare al cielo un varco d’ala.

*

Sere di maggio

Sere di maggio

Da anni vi vedo sfilare
-sere di maggio-
vi vedo truccare da attrici
le gote dei cirri impetuosi,
denudarvi a poco a poco
nel lento acino del buio.

Amale, mi ripetono
le rondini a scheggia,
amale incalza l’erba
modesta, amale
ribadisce-
il mare puerile.

Amale perché i tuoni
che senti sono a un passo da te,
perché non c’è pace bastante
per costruire gazebo di stelle
e lampi di scale antincendio.

Da anni vi vedo passare
-sere di maggio-
e non farò nulla per
invogliarvi dentro il giardino,
se nulla significa amare
l’ora vigente e fugace.

*

Restituire la vita

Restituire la vita

Se un verso non vi obbliga
a scavalcare la riga, a darvi
la briga di voltare lo sguardo
verso un altro pertugio, non vale
più delle parole che trovate
sull’etichetta adesiva
di un bagnoschiuma.

Se un verso non
restituisce la vita,
se non riesce a portare
a risalto la polvere ossea
tradisce la propria promessa.

L’arte può raccogliere
la storia da uno strofinaccio
e innalzarla a bandiera abbagliante,
perché l’esito della bellezza
va ricercato nel riassetto
che l’uomo balbetta
a tifone operante.

*

Preghiera per non sbiadire

Preghiera per non sbiadire

Ti cadano i denti, si storca
la voce, la giacca si sformi
in un dosso di gobba,
la bocca si crepi come
in tempo di scossa.

Ti cresca una certa diffidenza
per le speranze troppo vaste,
per le camicie troppo strette,
per le parole che non calcificano
il cuore allo sterno evidente.

Si attenui lo slancio
si razioni il discorso
si porti la fede
a livello dell’orto.

Tutto, quasi tutto,
ma non lasciarti sbiadire.
Porgi strenua resistenza
e un costante lumeggiare
inclinato verso il mondo.

*

Strabismo di Venere

Strabismo di Venere

Dall’oculista baravo sulla grafia
spietata del tabellone luminoso,
inventavo lettere, componevo
alfabeti per restare aggrappato
al convoglio della chiarezza.

Oggi non temo più la sfasatura
ho imparato a vedere senza stanghette
novene di parole rimaste abbozzate
riverberi di sentimenti stralciati
da un esatto campo visivo.

C’è un mondo che teme di essere visto
che si dispone per dettagli evasivi,
c’è un mondo che amo che tende
a sottrarsi, a non farsi notare, a disporsi
sul limitare di una radura scontrosa.

Ci vuole uno spreco di lenti sbagliate
per avvicinarsi a vedere la vita
senza stampelle di bende oculari,
per dire ti amo senza terrore
che il buio ricopra il nitore.

*

La libertà è una pianta così delicata

La libertà è una pianta così delicata

La libertà è una pianta che vuole
le sue ore di luce, un palmo di vento
vanesio, una quota di ombra curiosa,
un furto di breccia amorosa,
un accenno di tronco affiancato,
procelle e bonacce, afa
di letti disfatti e costanti
ascese in altura.

La libertà va presidiata
con morsi e improperi, quando
i ficcanaso si mettono in cerchio
a cercare lo stipite incerto,
a diserbare il mistero introverso
con dozzinale ironia.

La libertà è una pianta che non
ammette potature ingannevoli,
assedi saccenti, calcoli obliqui,
ma festeggia il verde fecondo,
il coraggio prosciolto dal gelo,
la chioma cresciuta per vaste
radici pescose e tagli
di cielo proteso.

*

Guerriglia, speranza e Chanel

Guerriglia, speranza e Chanel

Adesso che a l’Havana la folla
assalta le sfilate di moda, adesso
che Gisele Bundchen indossa
un basco brillante griffato Chanel,
adesso che il potere sembra
addolcito, adesso che Fulgencio
Batista spaventa solo gli spettri,
adesso che Fidel si trascina
da un letto all’altro senza
sfilarsi la tuta dell’Adidas,
adesso che la Sierra Maestra
il Che, l’assalto alla Caserma
Moncada sono ricordi sottoposti
ad esausta usura romantica,
adesso che forse i dissidenti
potranno sbarcare parole abrasive
senza temere spietata confisca,
adesso che vediamo l’immensa
mascella Consumo ruminare
storie e bandiere, trascinare
crociere di sogni notturni,
seminare visioni distorte
nel giubileo di feste esclusive,
adesso intatto rimane
il mancato riscatto
dell'uomo costretto
a pesare il suo pane
senza lettere aggiunte.

*

Fare un Erasmus nel caseggiato

Fare un Erasmus nel caseggiato

Abbiamo bisogno di tornare
ad amare la luce spiluccata
giorno per giorno, perché
siamo cosparsi di lontananza
e scordiamo la vita che scorre
appena discosta, il rivo emaciato,
la rimessa ostruita, lo spessore
di un uomo che arranca e risplende
sul pianerottolo, la povera nuca
che sale sull’autobus spoglio, il cespo
di rose che invita al riscatto
l’atroce ringhiera mai tinteggiata.

Abbiamo bisogno di tornare
a nuotare accostati, perché il cloro
dell’isolamento si nutre di reti
rapaci cui manca un affianco.
Abbiamo bisogno di tornare
a venerare la vita del caseggiato,
la vistosa sapienza dei tristi isolati,
i faggi contorti in rosse altalene,
la zolfatara del cielo che compone
epitaffi di pioggia senza smarrire
approdi di tavole calde nel mutuo
scontrarsi di storie spontanee.

*

La mia Saratu!

La mia Saratu!
-Saratu è una delle ragazze rapite – insieme ad altre 275 compagne – a Chibok (Nigeria) da Boko Haram.
La madre, Rifkatu Ayuba, l’ha riconosciuta in un video girato dai terroristi-.

Dopo tutto, un nome non è molto.
I merli che vedo al mattino
ne fanno volentieri a meno
e persino i gatti che saettano
dietro la stalla in disuso
sfrecciano lievi senza
il retaggio di una missione.

L’erba non battezza i suoi fiori
i millepiedi si spostano silenziosi
sulle minuscole piste del sottobosco.
Tutto si parla senza chiamare,
senza violare l’anonimato
di ogni minimo essere.

Ma il nome umano ha un’altra misura
perché vibra e risuona quando l’amore
accorre a stanare, quando la morte
rinchiude le imposte, quando l’odio
ti spoglia di ogni più acuta
aderenza amorosa.

Per questo il tuo urlo, madre,
il tuo grido verso tua figlia
- La mia Sarute! -
la lama del tuo pianto sullo
schermo, sono come nostri.
Perché un nome che il male
costringe ad essere spettro,
è un ammanco infinito
che mai lasceremo
colmare da orci
di resa.

*

Se marzo non muta

Se marzo non muta

Se marzo non muta
Se il cielo non cresce
nelle camicie distese nel sole,
Se la conoscenza non si espande
come il giovane pruno
fin dentro le rogge,

la notte viene a cercarci
con esatta gelata tardiva.

Se marzo non muta
Se il cuore non cresce
Il ramo non rompe
nel crampo radioso
del fiore

*

Il giardiniere dell’ospedale

Il giardiniere dell’ospedale

Martedì sera, mentre camminavo
tra i padiglioni di un vecchio ospedale
dopo una giornata trascorsa nel
tiki-taka di istanti inesplosi,
ho percepito
il dolore fuoriuscire
dal carapace del nosocomio,
lo stillicidio delle clessidre
battere il polso delle preghiere,
la pioviggine delle carezze
inondare le nuche amorose,
la speranza dei corpi
accalcarsi sulla battigia,
come ballerine rivestite
da piroette di rischio.

Era così potente questo sciamare
che prima di entrare mi sono seduto
su una panchina di pietra scheggiata
nei giardini nascosti tra i padiglioni.
Solo così l’ho visto, dentro un cespuglio,
armato di cesoie e di uno sguardo
adatto a captare il primo imbrunire.
Solo così ho avvistato il giardiniere
celato come un fachiro introverso,
devoto a potare le foglie di un bosso.

Abbiamo iniziato a parlare dell’erba, dei fiori
da poco sbocciati, del segreto dell’erica,
dell’arsura capace del rododendro,
di come una siepe si tagli a misura,
delle api che stanno tornando,
di un giorno di torrida estate
sulla foce del fiume Danubio.
Intanto, attorno a noi, passavano
le persone indossando piccole
lacrime stagne, avanzando piano
come testuggini, mormorando
oscuri referti, accelerando verso
una sera normale di buona salute.
Ogni tanto si sentiva il lieve rimbalzo
di un maniglione antipanico e
un camicie bianco che sospirava
per scomparire in un cirro di nicotina.

Tutti
anche se non lo sapevano, anche
se non se ne accorgevano, anche se
camminavano serrati in pensieri sì vasti,
tutti segretamente erano grati a quell'esile
giardiniere della Voivodina, che esercitava
il proprio mestiere con zelo incessante,
medicando le foglie più inferme
per concimare a bellezza
il giardino dolente,
per serbare
a misura di siepe
una visione addolcente.

*

Occhi più vasti di noi

Occhi più vasti di noi

In questo squarcio di secolo
abbiamo già visto uomini precipitare
a testa in giù nell’inverso ascensore del cielo
abbiamo visto l’intonaco delle scuole
tingersi di un fosco rosso carminio,
città intere sparire in un bosco
di calcinacci, donne e uomini
sostenersi nel fumo dell’esplosione
come passanti cercati dall’apocalisse.

In questo squarcio di secolo
i nostri occhi sono cresciuti immensi
così grandi che non abbiamo più
palpebre per ricoprirli, lacrime idonee
a inumidire la pupilla quando spira
la raffica spoglia, quando il dolore
s’incarna nella morsa di una visione.

Non c’è stato il coraggio per ascoltare
quello che abbiamo rivisto, per calare
uno spicchio di luna lampante nel
buio omesso del mondo, e così siamo
rimasti spesso seduti con occhi giganti
e gessetti colorati a raccontare con
parole indigenti -all you need is love-
le emozioni disperse nell’avanzare
della cataratta.

Abbiamo bisogno di una comprensione
nuova, di uno scatto di visione interiore
o finiremo per inseguire la scia degli incendi,
le sirene delle ambulanze che rimbalzano
nell’eco dei palazzi, come alpinisti
dispersi nella bufera che invano
innalzano fugaci bivacchi
di sola emergenza.

*

Osservatorio astronomico

Osservatorio astronomico

Scrutando verso le stelle dell’Orsa maggiore
è stata avvistata la galassia più distante da noi.
Dicono sia molto vicina all’origine dell’universo
conosciuto, ma gli strumenti sono insufficienti
a marcare l’esordio della resa scintilla.

Io non credo verrà mai quel momento
in cui l’uomo si siederà sazio in un alpeggio
di luna avvolgente e ammainerà le vele
perché l’ingegno avrà decifrato
il vero movente.

Conoscere è questo andare verso
la realtà possibile, è questo lasciare
una riga di mistero sul risvolto del respiro
che nessun confine potrà misurare,
pena l’estinzione della luce.

*

Assenza di segnaletica

Assenza di segnaletica

Stanotte una bufera ha tolto
la segnaletica da ogni lembo
di strada asfaltata, turbando persino
la rotta campestre delle coppiette
raccolte sullo sterrato più schivo.
Dove diavolo vi siete nascosti
operai dell’Anas? Non vedo
l’arancio delle vostre uniformi
tempestare le carreggiate, trafficare
con le scale, tracciare strisce e divieti
sul nero bitume dell’osservanza.

Stamani tocca a me vedere oltre
la rotatoria, percepire le orme,
intuire il sentiero che si perde
nell’arco vallivo, raccogliere
nere bacche di alloro, pestarle,
ottenere un inchiostro coprente
e disporlo a misura di freccia
sul crocevia della decisione.

Questo insegna la vita,
le scelte più importanti sono
mancanti di segnaletica esterna.
È allora che ti devi piegare
all’ascolto del vento più raro
che spira e risale dal raccordo
anulare del cuore, che viene
a guidare lo sterzo verso
un battito di precedenza.

*

Mettere in prospettiva

Mettere in prospettiva

Al cospetto della scomoda sera
divampa la pretesa delle spalle
di calmare il mare agitato
della baia interiore.
Apro allora la finestra
e rimesto la mia breve
storia umana con la gobba
cresciuta sul tronco della magnolia
con le bocche intagliate nel legno
del noce, con la solenne processione
del riccio verso i croccantini del gatto,
con il racconto a ritroso del bulbo stellare.

Mettere in prospettiva
sentire il coagulo
sciogliersi
nel fiume che allaga
il pietrisco del cuore.

*

Curarsi di crepare

Curarsi di crepare

Parlo della crepa che porta a stupore,
dello scalino che oltrepassa
la palizzata e scaglia la vita
rasente al portento.

Abbiamo bisogno di crepe vitali
di punti luce sbocciati impetuosi
sulla bonaccia di un pensiero
rimasto senza pescaggio.

Abbiamo bisogno di parole discusse
di persone generose e oltremodo iraconde
con le nostre lacune, che non impartiscono
benedizioni da pulpiti di false attenzioni.

Parlo della crepa del masso dove s’innesta
la svolta del fiore, parlo del vento venuto
a storpiare la rotta ingessata, parlo dell’amore
che cade senza calcolare la propria incidenza.

La possibile armonia è questa partitura
per crepe anomale, è questo avviso
a navigare a capo scoperto
per avvistare lo scarto in
volo dei cardellini, la linea
oscura del nostro destino
che scompare e riappare
fino a lambire il tesoro
nascosto nel galeone.

*

Scrivere per chi non riesce a dire

Scrivere per chi non riesce a dire

Cerco di scrivere per chi resta
nel silenzio contuso, per chi
soffre imbragato al palato,
come un alpinista che scende
e risale la stessa parete di roccia.

Cerco di scrivere per attivare
questo ordigno inesploso, questo
ripieno di maestosa omissione
che si ferma sul contorno
della parola, come uova
incapaci di schiudersi.

Questo silenzio cattura
la mia attenzione, come
una macchia di neve
nell’erba ingiallita,
e mi porta a cercare
una svolta, una chiave
di melodia nascosta
nel coro per archi
di volti azzittiti.

*

Ammaraggio

Ammaraggio

Riconoscere un'altra anima
è un’offerta arrischiata
che non si controlla,
ma sopraggiunge nei luoghi
scarsamente illuminati
come un ladro costretto
a flagrante rapina.

Riconoscere un'altra anima
è un viaggio insidioso, ma
non conosco appigli più intensi
di questo bengala che esplode
sponde di meraviglia.

Tutte le cose di una certa importanza
nascono da un riconoscimento,
il bacio scoccato per solenne attrazione,
la mano intrecciata nel dormiveglia,
l’opificio notturno di un’amicizia
che sbatte i suoi rami di pioggia sulla
veranda di ogni ingannevole arsura,
perfino le stanghette usurate
che la morte ci infila per vedere
nel buio la vita che indossa
i suoi panni più vasti.

Riconoscere un'altra anima
è tutta la potenza che porta
una stella al dolce collasso
di due corpi riuniti, è tutta
la potenza che possiamo
opporre alla dissolvenza,
al teatro kabuki
delle uscite di scena
nascoste sul retro.

*

Sul contorno di qualcosa più grande

Sul contorno di qualcosa più grande

Mi sono svegliato nel cuore della notte
quando l'aria si predispone non vista
al trucco fatale dell'alba che tinge
d’albume le occhiaie coprenti del buio.

Ho sospirato a fondo tenendo le mani
intrecciate sul petto, come se il cuore
potesse accodarsi all'insieme
dei merli che invocano il giorno.

Ricordi, immagini, tranci di volti
in processione, stelle collassate
si propagavano come onde oscillanti
sulla risacca del mio torso marino.

Tutto presenziava, sciabordava
e mi invitava a chiamare all'appello
i nomi più amati, i nomi più esposti
a rischio scomparsa.

Sono rimasto sospeso, aspirando
profili e, come correndo si ingoia
il respiro, ho lasciato che il mondo
traboccasse il suo ritmo profondo.

Così sono riemerso, su pioli
di sogno portati a intuire
che tutto ci cerca, tranne la fine.

E il mio contorno si scopre
ogni giorno infinito
più grande di me.

*

Lotta alla povertà

Lotta alla povertà

Su una corriera all’apparenza dimessa
sono partite le 62 persone più ricche del mondo.
Una gita normale, qualche monumento,
due passi sullo sterrato, un rifugio d’alta quota
appositamente prenotato.

Senza dare nell’occhio hanno assaggiato
specialità tirolesi e discettato sul disavanzo
dell’economia nei paesi del Mediterraneo.
Qualcuno ha schiacciato un pisolino leggero
prima che uno scalatore famoso fosse chiamato
a raccontare l’ultima ascesa invernale
sulla parete nord dell’Eiger.

Prima di partire, tutti insieme sul prato
hanno scattato una foto di gruppo e non
sono mancati scherzi e lazzi, primi piani
di cime innevate e battimani di barzellette.
Una volta seduti in corriera, come alle gite
dei cardiopatici, qualcuno ha fatto
passare una busta da ufficio,
PER IL RESTO DEL MONDO,
c’era scritto in stampatello
sull’indirizzo del destinatario.

Era tutto così retrò - la busta di carta,
il contegno dei boschi, l’inarcarsi
degli stambecchi sui precipizi -
che più di qualcuno si è concesso
un’offerta cospicua, emettendo
dei gridolini di piacere al pensiero
di una vita più agreste, postando
le foto dell’escursione
in chiave campestre
bucolica.

*

Lambire la luce dell’altro

Lambire la luce dell’altro

Sul libro mastro del mondo
sulla corteccia scuoiata
dell’anima, imbastiamo
note anonime che
talvolta riappaiono
nella riserva di caccia
di una pupilla, nella stretta
di uno sguardo che
non incrocia il nostro,
ma lo contagia
con la stessa radianza
di due stelle
sorelle
anni luce.

*

Salvate il soldato di sole parole #SaveAshrafFayadh

Salvate il soldato di sole parole #SaveAshrafFayadh

I nostri discorsi contano poco
se il bugiardino della sentenza
già spiega le dosi per debellare
i tuoi immondi pensieri, i tuoi
peccati di strofe infedeli.

Per quanto posso, mi prenderò
i tuoi imputati versi sulle spalle
e da una mente in volo lancerò
al vento le tue poesie, affinché
si spargano come il polline
dei pioppi a rischiarare
questo buio cappio
di radice d'odio.

*

L’angelo custode

L’angelo custode

L’angelo custode può
ferirsi con un filo d’erba
perché sa bene che anche
la carta taglia, che la parola
va difesa con tutto il cuore.

L’angelo custode può morire
crocefisso a un palo della luce
in un bosco di pietre a Palmira,
lasciando contuso per sempre
il Nostro Qualcosa.

L’angelo custode ci aspetta al cancello
conosce la ruggine che attorciglia la chiave
quando ci perdiamo nel picaresco pensiero
senza capire come rendere vera
la linea di costa, la claudicante
bellezza del verso interiore.

*

Verso casera Colmajer

Verso casera Colmajer

Saliamo mentre la neve
insegna teologia
dal bianco scranno
di particelle aeree.

L’arte orafa delle foglie
ci spinge a brillare cadendo,
perché il bosco è la madre
che viene a coprire i suoi figli.

Cade su di noi la sera,
precipita come un busto di dea
che si impone senza inchiostro
sulla cataratta della tormenta.

Così dolcemente aderiamo
al teatro dei faggi introversi
al lieve autismo del cerbiatto
sulla carreggiata appena coperta.

Tutto sembra attecchire,
solo il dolore si stacca
per tuffarsi dove
l’umano non tocca.

Poi la neve si attenua
e il buio rivela api
di stelle regine, spie
venute dalla cortina
di ferro del cielo.

E noi, soverchiati
da questo chiarore,
diventiamo pelle d’oca
incendiata del mondo.

*

Non fa notizia

Non fa notizia

Non fa notizia la felicità
che hai trovato nelle corti
andaluse dei corpi incendiati,
il fare condensa delle bocche
in un giorno di galaverna.

Non fa notizia il dolore dei pioppi
sbronzi di nebbia al benzene,
la mano di tuo padre che trema
stringendo un bicchiere di latte
nel vetro svuotato della Nutella.

Non fa notizia l’omelia del melo
il catrame dei bronchi costretti
a preghiera sbilenca, la gola
congiunta alla lingua impastata,
le sillabe asciutte, le reclute salve.

Non fa notizia il maestoso mozzicone
di un cielo consumato fino al filtro,
l’officina orante delle formiche,
il canto creolo delle foche assassine.

Non fa notizia la bruciatura
il tubare delle ore salienti
il nitore di notte cresciuto
nel palinsesto del volto.

In questo notiziario invisibile
la vita più intensa si compie
nella posa struggente
di ogni singolo nome.

*

Stay hungry, stay foolish

Stay hungry, stay foolish

Il potere affamato si veste sgualcito
allampanato al punto da sembrare
invisibile, dolcemente obbligato
dall’evidenza del progresso assoluto.

Il potere si stringe
sulle impronte digitali
sulle retine insonni
sui potenti sensori
della nostra accensione.
Di cosa ti preoccupi?
Cosa nascondi nel cono
d’ombra delle sinapsi?
Non vedi che vogliamo solo
proteggerti dalle camere oscure,
dal diniego ostinato, dall’incolto
terreno arato a gramigna?
Non scorgi la luce del bene
che schiarisce il lembo
scabroso del fuoco interiore?

Difendi il tuo mistero inviolato,
difendi la tua parte di vento,
la spiaggia a ginestra,
la franchigia dell’orma
votata al segreto
dal ritorno dell’onda.

*

Del minuto scricciolo umano

Del minuto scricciolo umano

Sulla carotide del mondo
incombe l'idioma dell’odio,
vacilla il frutto più impuro
bramato come carnale
bottino di guerra.

Si bandisce l'accento ribelle, si tortura
il culto yazida, si diserba l’assiro cristiano,
si persegue la donna che balla,
si tartassa il bracciante africano
fino a sfinirlo di usura nei pomodori.

Il filo spinato ritorna a infestare
le smagrite gengive magiare
e la storia riappare smaniosa
di ritrovare la causa smarrita
sulle traverse meno assolate.

Nella saliera del mondo si elevano
verdi stralci di compassione: anime
non consanguinee si cercano a voce,
uomini con pelle notturna si accampano
sul palmo di mani protese, la speranza
germoglia sul pugno dell’onda, propone
sterrati d’amore per preservare
lo scarto fraterno delle formiche.

Sull’orlo del buio, non possiamo
differire la scelta, ostentare distacco.
Sbriciolati nella residua bellezza
desfogliati dal verbo assassino
dobbiamo restare a difesa
del minuto scricciolo umano.

*

Abbassarci a bere

Abbassarci a bere

C’è un segreto che scorta
la transumanza dell’animo umano.
C’è un mistero di faglia radiosa
che accompagna il riverbero
di un uomo in rivolta,
che riempie di orme raggianti
il buio selciato interiore.

Fiori chiusi da decenni si stendono
su petali d’ambra, labbra screpolate
ballano il liscio con passo argentino,
parole accasciate nella depressione
oltrepassano le tube di Eustachio
per respirare un’altra estensione,
l’amore torna a forzare i posti di blocco,
a cercare l’unione dei corpi in Pangea.

Parlo della grazia raggiunta per infinitesimi
spiccioli di sorrisi nel casinò delle guance
colibrì di bellezza senza caparra
foche gioiose sul pack norvegese.

È allora, quando
il gelo si squarcia
che noi possiamo
abbassarci
a bere.

*

Riallaccia la terra alle stelle

Riallaccia la terra alle stelle

Non basterebbe una vita per cercare
le cause infinite di un mondo in cancrena.
E qualcuno potrebbe sempre obiettare
che il suo dolore manca di peso
che la bilancia è truccata
e la sua discendenza
soffre di un torto venuto
dall’orogenesi alpina.
Forse è meglio cercare più vicino
accanto alle porte che apriamo
alle scapole che sfreghiamo nel sonno
al fuoco che dardeggia così tiepido
da spingere non poche persone
a preferire la morte che esplode
al crescente conflitto intestino.
Non sappiamo come opporci
al terrorista blasfemo, se non
stringendoci addosso ai divieti,
ai controlli, indossando pettorine
d’ansia pettegola, bombardando
a casaccio i deserti incresciosi.
Ma la barbarie nichilista
si è innestata nell’osso
sacro del mondo e allatta
i suoi cuccioli ciechi.
È un dannato problema spirituale
attecchito nei torsoli delle periferie
dove vivere è rauco fluttuare,
dove la solitudine ha spogliato
ogni bagliore possibile
e il fanatismo spesso rimane
l’unico pensabile sfarzo.
È un dannato problema spirituale
questo prosperare dell’angoscia
nelle gengive delle metropoli,
questo perdere slancio fino a svanire
nella supplica dei barbiturici,
nella rabbia sovrapposta
alle sure del Corano.
Bisogna accasciarsi fino all’innesco
perlustrare i pozzi ammorbati,
portare sulla riva delle facce
una barca di buio albeggiante
uno scudo di varco stellato.
O la guerra riempierà ogni tregua
e la minaccia picchierà sul respiro
come un diluvio ancestrale, come
un assolo di erba infestante
che non sappiamo estirpare.

*

Il cardigan di Kurt Cobain

Il cardigan di Kurt Cobain

Voghiamo affamati nel giorno
pigiando i nostri remi ferventi
sullo schermo della nostra immagine,
contenendo il dolore della segregazione
con l’onnipotenza della pubblica opinione.

Voghiamo come nutrie elettriche
scaviamo i margini dei fossati
sabotiamo gli argini medievali
ci adagiamo sulle labbra digitali
nel conforto tecnologico della resa.

Ci sentiamo intelligenti, perfino tolleranti
ora che ci hanno insegnato che la diversità
crea prodotti migliori, che la condivisione
è una questione di principio e impone
il romitaggio dello sguardo.

Indossiamo la nostra arroganza
in modo informale, incollando
la nostra allegria a tutte le insegne
finendo da soli a torchiare
la sera del pianto.

Bisogna percorrere ogni frontiera
assorbire ogni ribelle, guadagnare
su ogni refolo di vento che prova
a latrare il suo canto contrario.
Sopra il letto dei talentuosi campeggia
il poster di un ceo assertivo e tutto
continua ad essere battuto all’asta,
l’ultima cena congelata del poeta
i sacri oggetti degli indiani Hopi
il cardigan di Kurt Cobain.
E’ un potere folle che incorpora
la speranza e il nichilismo, la fede
e la lotta, la poesia e l’offesa,
è un potere che affida lo stato
delle anime ai manager spirituali,
ai serafici reverendi dell’autostima.

Ci vuole molto coraggio
per vogare in senso sbieco,
senza scartare nella nostalgia
di un bugiardo mondo arcaico
senza confondersi nello scroscio
della distrazione, aggrappati
alla vastità di un’espansione
che si flette nel mistero
di una vertigine amorosa,
di una scheggia
da cui si eleva
il rebetiko del cuore

*

Tredici anni di cuore

Tredici anni di cuore

Fu nell’eremo della notte
nell’ustione dell’iride insonne
che iniziai a perlustrare i sobborghi
carcerari della memoria.

Andavo alle medie e il lutto
più grave mi aveva sbalzato
dal paradiso dell’infanzia
all’indigenza delle ali infeltrite.
Miscellanee di nuvole nere
erano planate sulla gomena
del mio respiro, torchiando
a dismisura i testimoni
della mia anima estiva.

Ricordo il costante fruscio
della televisione, la sigla finale
di Derrick, i rimbombi
delle guerre balcaniche
le telecronache sportive
risalire le scale, contagiare
le mie guance contorte sul cuscino.
Ricordo come tutto nuotava
in modo maldestro e come
chiedesse smisurata attenzione
al mio cuore di pugile guercio.

Fu allora, in quelle notti di furibondi
inseguimenti, pedinamenti, imboscate,
in quelle notti di agguati ed estorsioni,
che provai a ricucire il peso dello strappo
con stormi di sdrucite preghiere,
con voli meno stringenti,
più estesi, fino a toccare
una strana radura,
dove il dolore
si scioglieva
e foglie e tosse
e pianto e sonno
e strazio e tregua,
si tenevano insieme
avvinti a una lingua più antica
del silenzio che non sapevo attutire.
E allora mi addormentavo
e il piccolo crocefisso di legno
mi cadeva dalla mano
e la foto di mia madre ad Atene
e lo scafo dolce di mio padre
sprofondato sul divano spaiato
e la pila di Dylan Dog accanto al letto
e la collezione di soldatini
e l’apotema del triangolo isoscele
e l’ascella sensuale della mia compagna di banco
familiarizzavano
e si disponevano
attorno a quel sentimento
di un insieme infinito
cresciutomi in petto
come un pulcino,
come un mozzicone d’incendio
venuto a placare il buio indecente,

come un chiarore innestato
sul fiato del mondo
che solo compensa
il furto con scasso.

*

Scavare la terra con Pasolini

Scavare la terra con Pasolini

Avremmo ancora indugiato potendo
su quelle tue povere sillabe portate
dalla rugiada, scavalcando la linea
di nuca delle fontane, palpando
la terra traforata dei contadini
raccolti in preghiera sul fieno.

Avremmo ancora sostato potendo
sui ceppi delle risorgive,
non confinati dietro la colpa
d’essere adulti, ma abbiamo lasciato
schedare gli dei, schienare gli uccelli,
e la nostra voce riesce a stento
a ricalcare la cascata del vento.

Resta ancora un sacro poco
da difendere, da salvare, da stuccare,
una borraccia di bellezza da passare
di bocca in bocca, da amo ad amo,
per portare la vita verso
un’alta urgenza,
per tramandare
il tuo sguardo da scavatore
nella torba del mondo amato.

*

La luce va arrischiata

La luce va arrischiata

La luce non ama riposare
nelle gengive protette dei baci
annunciati, ma si contorce
senza bottoni nell’esile polpa
di un frutto ammaccato.

Lentamente la morte avvita
le domande cruciali, mentre
sulla battigia delle pupille.
il demone della sicurezza
alleva in modo istantaneo
staccionate di soluzioni.
Così il cessate il fuoco
viene sempre pronunciato
nell’armeria di un mondo
che ricopre di pace
gli scempi di guerra.

L’anima cresce
nella dismisura,
lenisce la ferocia
con i fiori allevati
dalla crepa.

*

Amnistia per una cimice

Amnistia per una cimice

Pioveva appena, la luce del giorno
a malapena sbarcava il lunario
e l’ora ammoniva a proseguire
spediti verso una doccia.

Aveva sempre odiato le cimici
il loro canto da kamikaze
l’impudenza del loro infilarsi
nella confidenza di un'acconciatura.

Conoscevo il suo odio, perché
era simile al mio, entrambi
maledivamo quel fetido volo
generato da un’astrusa corazza.

Così non mi sorpresi quando
tra la folla la vidi respingere
sprezzante la cabrata dell’insetto
sopra l’orlo del pullover,
con la cimice planata capovolta
sotto il peso della scorza.

Stavo per attirare la sua attenzione
ma indugiai vedendo che indietreggiava
fino al confine della carreggiata.
La vidi piegarsi sul madido asfalto
e con una moneta da un euro
rovesciare l’insetto scalciante.

La seguii allontanarsi come
un ladro che teme d’essere visto
e non la chiamai, preferendo serbare
a memoria quel gesto essenziale.

Rimasi a fissare la cimice, la vidi
indugiare e poi compiere un balzo
d’ali capestro e ruggire ostinata
nella sincope del traffico avulso.

*

Mettere a posto

Mettere a posto

C’è chi per ore e ore pota le rose
o mette a dimora roghi di passiflora,
c’è che si infila in garage a ripianare
i bordi tarlati dei serramenti,
c’è chi si siede al pianoforte
a dondolare la vibrazione più tersa,
c’è chi si disfa dei propri lemmi
per infilarsi in un silenzio oltraggioso,
c’è chi non può più nulla
e si tiene il suo disordine
come un holter incarnato
al broncio del cuore.

Io, per quanto posso,
compenso le mie aritmie
con strenue parole scudiere,
pulizie di primavera
che mai smentiscono
l’assoluto rilievo
della polvere.

*

Quant’è strano essere un nome

Quant'è strano essere un nome

Cammino nella notte
accostato alla bretella del mare
cammino pigiando più che posso
gli acini dei miei passi tardivi.

Il tempo inchioda le sue assi
circoscrive le mie scelte
tiene a bada con forza canina
la tentazione del divino assemblaggio.
Eppure continuo a camminare
fasciato di spifferi obliqui
premuti sui polpastrelli del vento
e un’infinita immaginazione
si rovescia sul portamento
della mia armatura.

Mia madre si posa appena
sulla penisola delle scapole
e sorride da dietro una culla,
tutto l’amato soffia e traspare
al di sopra del pelo dell’acqua,
gli amori tornano dalla collina
truffando il superbo archivista,
i dolori pizzicano il respiro
come aedi di un canto anteriore.

Cammino nella notte
incalzato dalla mia piccola storia
che si frantuma per ricomporsi
sotto la suola di orme incarnate.

*

La buona brezza

La buona brezza

Per soffiare, la buona brezza
ha bisogno di un paio di guance corali
di una vela maestra stesa sull’arco
di una breccia non del tutto stuccata
ma nemmeno indurita a tagliola.

Spesso restiamo braccati
ancorati al nostro pescaggio
all’arsa cambusa interiore,
oppure muti restiamo a contare
le sillabe del nostro passaggio
la breve distanza dal mosto.
Spesso la notte si dispone a bonaccia
ci incatena al respiro inglorioso
ci costringe a restare a riposo
nella giusta battaglia.
Spesso l’amore ci strattona in tempesta
si frappone all’infanzia del fiume
ci plasma senza cosmesi
fino a scannarci in un salmo
di stelle incendiate, in un cielo
che non sappiamo lasciare
sguarnire.

Per soffiare, la buona brezza
ha bisogno di un mandato dell’anima
di un’immaginazione meno fortuita
di un respiro, di un sogno, di un’isola,
di uno scafo di donna che tutto raccolga.

*

Scarno autunno

Scarno autunno

Ormai la luce giunge a strappi
e come il panico del pesce
prova a redimere la bocca
dall’amo di buio insolvente.
Spesso si ferisce mortalmente
o finisce a rimirarsi le branchie
nell’apnea degli alberi spogli.

Perché presto la sera si oscura
e non conosce intercessioni
specie quando la nebbia procede
indolente a filare il cotone,
o quando la pioggia si infila
nei covi dei ragni assonnati.

Ma quando la luce svicola
nel nudismo di un mattino
è un trionfo di colori calcarei
è un’embolia di parole
che porta la bellezza
a radicarsi nel crampo
essenziale, nel busto
di Buddha dei gelsi potati.

*

Amache di muse insolenti

Amache di muse insolenti

Torme di sogni avvolgenti
mi fasciano il risveglio, così fragorosi
che il caffè non riesce a ricondurmi
lungo la camionabile del giorno feriale.
La teoria del tutto si frange
nel mistero delle occhiaie,
nei riflessi conturbanti della notte
che si cullano nella mente come
amache di muse insolenti.

Quello che sono, quello che siamo,
è un immenso sfiorare un’oscura
prospettiva, è uno sciabordio
rifluito sugli scogli, è un sorriso
svezzato sullo zigomo asciutto,
è il formicolio ventricolare
di un cuore che si contrae
verso un’altra arteria,
è il dolore che si toglie il pastrano
e riscrive la prefazione dell’alba,
è la crudeltà che si ostina
a superare l’istinto primario,
è la generosità partorita nei
margini obliqui, nei sobborghi
funambolici dello spirito.
Tutto quanto tenta d’essere
conosciuto, rimane pencolante
nella corteccia cerebrale,
nella crisalide del mistero
germinale.

Sulla scena del crimine
sull’ascisse del bacio
invano si cercheranno
le impronte digitali
della coscienza, invano
la mucillagine del dogma
imbastirà nuovi banchi dei pegni
dove comprare false occasioni,
senza riuscire neppure a spiegare
l’indugiare di una lacrima ossea
sul vetro del primo imbrunire.

Accolti nel cosmo insoluto
non possiamo tracciare al dettaglio
la mappa rupestre dell’anima,
ma dobbiamo continuare a remare
nella stanza gremita, fino a distillare
il tubare indistinto delle preghiere,
fino a portare a spiraglio
la nostra veggenza corporea,
fino a portare ad amore
la nostra ostinata esistenza.

*

Conversazione alchemica

Conversazione alchemica

Un’ape conosce più di quanto
presume l’asceta che scarta
lo sciame ai piedi dell’erta.

La minerale pazienza scultorea
dello spirito che pota le rose selvatiche
smentisce la statua di sale, s'accosta
al sacro cordoglio dei bucaneve richiusi.

L'anima è la pietra focaia
che mira a portare il nome
a scintilla, per risuonare
persino nell'infinito
fraseggio di un moscerino.

Siamo questo insieme
di compresenze
unite da un soffio
di conversazione
possibile.

*

Discount dal volto umano

Discount dal volto umano

Dopo il lavoro,
in coda alla cassa
le luci ci fanno assomigliare
a gocciolanti candele di carne.
E’ sera e la stanchezza spegne
il fuoco delle stufe e nelle corsie
quasi abbagliano i colori spettrali,
come uno schermo rimasto acceso
a violare il riposo notturno.
Guardo la cassiera mentre sistemo
il pane precotto, il sacchetto di rucola,
il petto di pollo allevato in gabbia
e sollevo le bottiglie dell’acqua
fino a coprirle la fronte.
Ha una bellezza lacerata
da uno spesso torpore che
le cola sul rossetto della bocca.
La vedo stringere gli occhi
controllare quanto manca alle venti
spostare gli oggetti, uno ad uno,
come i pedoni su una scacchiera.
Poi la vedo estraniarsi dal quadro
travolta da una mimica improvvisa
e capisco che è stata rapita
dalla canzone di sottofondo.
La riconosco, è Battisti,
la collina dei ciliegi.
Tutto rallenta e nel raccogliere
il resto dalla sua mano protesa
per un attimo il nostro sguardo
barcolla in una brace più umana
vicino a una vita meno diafana.
Finiamo a canticchiare insieme
sorridendo, mentre mi allontano
con la confezione di bottiglie
che mi fascia la mano e l’incalzare
dei clienti che ci osserva sgomento
per poi cominciare a seguirci
in un canto corale, sconnesso,
stonato, vitale, che mi accarezza
di gelsomino le spalle già
medicate dal piccolo lampo.

*

Anche se non serve

Anche se non serve
(per Ali Al Nimr, condannato in Arabia Saudita a decapitazione e crocifissione)

Non scalfiranno la lama del boia
le mie poche parole pattuite dalla pioggia
né serviranno a vestire di bende
le enormi ferite, l’attesa morente.
Non porgeranno nemmeno una spugna
imbevuta d’aceto, avranno l’esile
suono dei passerotti in un parco
sventrato nel cuore di Aleppo.

Appena vent’anni e sei costretto
a domandarti a quale punto
la carne comincia a putrefarsi,
quale volto ti staccherà dalla croce
con guanti di lattice sterili.
Ti guardi le braccia pieni di nei
il petto già scucito a tortura,
osservi le tue anche scarnirsi di scuro
l’amore pigolare sulla nuca ritrosa
e non sai da che parte voltarti
per non tradire il ricordo più puro.

Ali, questo è un abbraccio di parole
di respiro potente e d’inchiostro scadente
che non riesce nemmeno a macchiare
le tuniche bianche dei tuoi carcerieri
nostri sodali di guerra e di greggio.
Ali, questo è un abbraccio di parole
un abbraccio che si estende alle donne
lapidate dai sassi, ai condannati
per apostasia, ai violati nel tessuto
interiore, ai violentati nella carne,
ai sopraffatti dall’oblio, confinati
nella memoria sconosciuta, soggiogati
dagli apprendisti stregoni
del bene assoluto.

La nostra voce tace illesa
non riesce più a disturbare
il sonno dei potenti,non riesce
più a tossire l’orrore manifesto
sulle scarpe seducenti dei sovrani.
Restiamo a marcire al sole degli schermi
calibrando puntuali petizioni
sempre più lievi, sempre più tenui
sempre più attenti a non ferire
chi potrebbe a sua volta
colpirci alla schiena.

*

Verso dove

Verso dove

Certa solitudine si accalca
alla miseria, alla clausura
taciuta
come un peccato di lupara.
Certa solitudine serpeggia
nelle vite restate residue,
deforma i nostri accenti infantili,
si diffonde nei viali alberati
adibiti a conforme successo.

Questo incedere del mercato globale
assomiglia un’efficiente camicia di forza
dove tutto rimane impellente e sedato
agitato dalla sola diffusione virale.
Staccati dai nostri segmenti vitali
restiamo stranieri ambulanti
privati di un fiume che scorre.

In Giappone, sulle porte di settembre,
molti giovani muoiono suicidi,
accasciati samurai ripudiati
dal tepore del coraggio.
I nostri vecchi se ne stanno scostati
confinati con i cellulari comprati
per segnalare la loro presenza,
hanno lenti spesse e numeri ampi
sulla tastiera della memoria.
Questo perduto raccordo,
questo profondo patire
ha radici lontane, ha corpi
a lungo saziati, ma menti
smarrite d’ali senzienti.

Tornare alla terra umana,
ai pulsanti capillari
dispiegati a fuoco lento
nella vocazione della faccia.
Tornare alla bellezza lievitata
nella torsione del pane invisibile,
fino a saldare al cosmo
il solco dell’anima
irrigua.

*

Da bisbigliare nel dormiveglia

Da bisbigliare nel dormiveglia

Dolce sera,
schiera i tuoi profondi scudieri
a protezione del tanto cospicuo.
Lascia che i più amati ricordi
scortino la nostra insonne crociera,
delfini ammaliati dal cuore anteriore.

Dolce sera,
scaglia i tuoi ami di luce
oltre la corteccia più austera.
Lascia che i ricordi si muovano
per migrazione, dal buio respiro
al divino esproprio del sole.

*

Sulla diga di Grado

Sulla diga di Grado

I tronchi bianchi di laguna sono
sogni scuoiati dalle onde.
Riportati sulla spiaggia
addossati al sole obliquo
sembrano volti ossuti,
saldati allo spessore
salmastro delle storie.

Voi tronchi dispersi
da quale schianto fuggite?
Qual era la vostra chioma
prima che vi imbarcaste?
E mentre mi siedo sugli scogli
tace nella ruggine una barca
e un airone si stacca dallo specchio.

Tutto quello che siamo
qui risuona e rasenta
l’espansione del mistero.
Tutto quello che siamo
nuota semi-sommerso
se la morte è questo
aspro morso di marea.


Ma se nei tronchi arenati
non sbiadisce il verde
applauso delle foglie,
noi non cederemo tutto
il calore accumulato.
Restituiremo le spoglie
ma non verseremo
che stralci di linfa
nell’infinito imbuto.

Qualcosa rimarrà appeso al tempo
e saremo io, e sarete voi;
come ninfee più leggere
del peso dell’acqua
spiccheremo fuori dal bordo,
appena fuori di noi.

*

Guerra Mondiale con geco

Guerra Mondiale con geco

Ore di spiegazioni, di trincee
di racconti sull’importanza del filo spinato
di camminamenti sulle pietraie assolate.
Ore di cimiteri all’aperto
di ossari di roccia, di poesie
riassunte dall’elmo corroso.
Ore dense d’umano dolore
di coraggio contorto al furore,
ore di schegge isolate, di corte
preghiere cucite a brandelli.

Poi un ragazzino si stacca dal gruppo
lo vedo fissare per terra, vicino
a un cespuglio di euforbia.
Lo vedo illuminarsi di gioia
e roteare gli occhi in un urlo:
Un geco! Venite, c’è un geco!
Tutti si spostano come avvinti
a una spontanea corrente festosa.
Restata da sola,la guida
sorride in disparte.

*

Angeologia della parola

Angeologia della parola

Le parole possono innalzare,
creare ponti aerei
tra lo stato d’assedio e
una riga di mare gestante.

Le parole possono salvare,
rizollare l’anima con
sarchiature invisibili.
Non solo corpo
non solo azione
ma parole congiunte,
strati di buio e
schivo albeggiare.

Spesso sono eccessive
si nascondono sotto lerci cappotti
hanno posacenere d’occhi
e un bagliore asfissiante
da seduttrici incallite.
Il loro cielo conosce il terriccio
sulfureo su cui siamo innestati.

Le parole possono
rimettere al mondo, sporgere
oltre il bucato del silenzio,
favorire l’ostia del bacio.
Dobbiamo tuffarci nel fiato
dell’angelo, perché qui
giace l’ala infuocata,
il potere evocativo che non
sappiamo rendere innocuo.

Perché solo un miracolo
rende possibile trovare
parole badanti
per medicare
un giardino già guasto,
parole comete
per amare la notte
e danzare nel giorno.

*

L’airone osservante

L’airone osservante

Un airone osservante presidiava
il ciglio della carreggiata.
Le zampe piantate nel fosso
i campi ad avvolgere il busto
come uno sfondo rinascimentale.
Se ne stava di fronte alla strada
impettito sul petto ricurvo,
scrutava i volti negli abitacoli
come una madre molto apprensiva.
Portava vestiti sgualciti
e la sua ferita tradiva la terra.
Pareva uno spettro, tanto scrutava
i passanti spingersi sull’orlo
del seminato.

Un airone osservante presidiava
il ciglio della carreggiata.
Sembrava sul punto di spiccare il volo
ma il suo corpo giaceva interrato
con la grazia di una giovane acacia.
A lungo restò rapito sui nostri volti
immersi nella memoria del parabrezza.
A lungo pretese attenzione
avvolgendoci al bagliore
della sua influenza.

Un airone osservante presidiava
il ciglio della carreggiata.
Sembrava assorto e nel suo sguardo
tremava la foresta della storia.
Nessuno lo vide muovere un passo
e nemmeno recitare una lacerante ode
al volo spezzato dell’albatros.
La sua fissità atterriva
per acume di dolcezza
e invano spingeva i bambini
ad aggrapparsi ai sedili dei grandi:
Padre, perché non ti fermi?
Non vedi come ci guarda?

Così rimase, un giorno e una notte,
stilita nel sole ascendente,
brillante di falce di luna,
rimase a osservare la gente passare
nella raucedine della dispersione.
Rimase disposto a varco
immerso sul nostro fondale
incline a guidarci verso
una verità più urgente,
una precedenza,
cui saldare la traiettoria.

*

Amare per inezie

Amare per inezie

Si ama il mondo per inezie,
sparsi dettagli sfiorano appena
il confine invisibile.
E’ nel piccolo bazar
d’umani - adorati -
detriti
che giace la somma
di un’intera esistenza.

Questa durare dei contorni
mi commuove, come le ossa
dei corpi congiunti a Pompei,
come la preghiera serale del phon
che mia madre proferiva dal bagno
poco prima del mio sonno bambino.
Poco prima che la morte venisse
a sottoporre a vana confisca
i ricordi più cari.

Sono questi esili intagli
i testimoni oculari
delle nostre esistenze,
i segnaposto agganciati
al bolero del vento.

Si ama il mondo per inezie
fino alla planimetria delle lentiggini.
Solo così, noi disperse scialuppe,
possiamo guadare la morte

sognando.

*

Se capite cosa intendo

Se capite cosa intendo

Si fa presto a dire fiducia
quando non soffia il monsone notturno
e tutto sembra riconducibile
alla capienza di un fianco assolato.
Si fa presto a dire fiducia
ma è un sentimento che va raccolto
a tardo autunno, quando il cielo
già annuncia la neve e folti corvi
scendono a rimarcare
la paternità
del grano.

Si fa presto a dire fiducia
ma non è mai troppo tardi
per provare a tessere questa
densa adesione di passi,
questa tolta tortura.

Perché senza
una discesa fiducia
non sappiamo come
allacciare le scarpe chiodate,
come rendere sicura
la luce dell’altro.

*

Il mantra della colazione

Il mantra della colazione

Mi piace come prepari la colazione
come disponi la vita nel mondo.
Sistemi tovaglie e tazzine
prepari il caffè, il miele, la frutta,
metti il pane nel forno e
saltellando accendi la radio.
Poi chiami chi ancora trasale
nella muta spirale del sonno.

Mi piace come prepari la colazione
come un derviscio osservante
come una zarina che scandisce
il nome latino dei fiori.

Mi piace come prepari la colazione
perché sembri protetta dall’impatto
di ogni possibile asteroide.
E se un pensiero tenace imperversa
scosti le tende e osservi serena
i pini d’Aleppo sciamare come
ostaggi rapiti da divina estorsione.

Mi piace come prepari la colazione
perché ti muovi come un discinto messia,
come se potessi rammendare gli abbagli
con esatte cadenze circensi.

Mi piace come prepari la colazione
perché assapori lo squarcio, perché sai
che l’amore viene tramandato solo
se si espande da un cuore ispirato.
Per questo prolunghi l’assaggio
perché la pace resti sospesa
nel tuffo primario del miele.
E questo mi commuove,
perché so quanto è duro
il mondo fuori dalla tovaglietta,
molto più duro delle pellicine del latte.
Così aspro e violento
che a volte vorrei risparmiartelo
e restare con te, fianco a fianco seduti,
stropicciati di sonno, sbalorditi dalla
lancinante bellezza della luce
che dondola sulle nostre mani
come il ritorno di un’onda,

che vuole,

dolcemente

durare.

*

Il gatto che non sapeva uscire

Il gatto che non sapeva uscire

I gatti, si sa, s’infilano negli anfratti
e quel giorno io avevo lasciato
una breccia di porta socchiusa.
Era un gatto piccolo e nero, di pochi mesi,
uno dei tanti che battevano il giardino,
metà selvatico, metà domestico,
un gatto cresciuto senza anagrafe
che aveva già imparato a conoscere
la stenosi aortica dell’inverno.

D’improvviso sentii il suo miagolio
salire le scale, inspessirsi di paura
fino a compattarsi in un’aria da soprano.
Lo scorsi correre con le zampine
che derapavano sulla cera
del pavimento in palladiana.
Provai a riaprire la porta e a dispormi
al lato opposto per indicargli la prospettiva,
come un crepuscolare vigile urbano.
Ma un demone gli mordeva la corsa
e come un ossesso spingeva
l’atleta a doparsi di slancio.
Pazientai seduto qualche istante
poi disposi un piatto di crocchette
lungo la direzione della porta
per sottolineare l’esistenza di un varco.
Ma fu tutto inutile e il tempo invano
passava e, dovendo uscire, pensai
di lasciare la bestia dove stava.
Mi ero già infilato il cappotto
quando incrociai il suo sguardo
atterrito, stranito, selvaggio
e scorsi un vago terrore di figlio.
Strano a dirsi, ma accadde allora
uno scambio di vasta portata,
un pareggio d’evoluzione
un reciproco confidare nell’altro.
A breve la sua corsa perse d’angoscia
fino a placarsi in una specie
di coltre calma rappresa.
A passi pazienti mi avvicinai
fino a toccargli il respiro.
Adesso giaceva immobile
e le vibrisse erano libellule
in precario equilibrio sul
dorso di un lago febbrile.
Solo un passo ci separava
e quando mi inginocchiai
scorsi il suo sguardo
soppesare l’azzardo.
Allungai una mano fino
alla pellicola delle ossa.
Si ritrasse, ma solo per
malcelata abitudine.
Lo accarezzai dolcemente
e sentii la schiena tremolare
come il bucato dell'insonnia.
Restammo a lungo sospesi a questa distanza,
due soldati protesi in allerta.
Non si mosse neppure quando, adagio,
lo raccolsi per posarlo in giardino,
il cuore ormai tutto incarnito
al tenue costato d’uccello.
Appena fuori lo lasciai
e lui si divincolò leggero
voltandosi due o tre volte
come un condannato che
non crede alla grazia.

Da quel giorno, ogni mattina,
mi aspetta sull’uscio
e mi scorta fino all’incrocio.
Anche quando ritorno a casa
con ritagli di sgombro e coda di rospo
lui resta in attesa al suo posto.
Come un portinaio di Manhattan
conosce il disporsi degli insiemi
e non manca mai di lanciarmi,
da sotto il colbacco peloso,
un felino cenno d’intesa.

*

Lunga vita ai fantasmi buoni

Lunga vita ai fantasmi buoni
(in ricordo di R. Williams)

Chissà quale solitudine
sarà piombata addosso
a Carlo Valli, quel pomeriggio
alieno d’agosto.
A stento sarà riuscito a computare
l’agenzia di stampa che confermava
i risultati dell’autopsia:
“Robin Williams si è suicidato”.
Come un ventriloquo smascherato
avrà appoggiato le sue parole
nel guardaroba di un’altra infanzia
dove gli alfabeti riposano per sempre
nei taschini delle camicie estive.

Devo così tanto
a tanti estranei
che mi sento ospite
di molti fantasmi buoni
addossati al volo radente
d’altri parti naturali.
Al prof. keating devo
una torsione creativa,
un’esultanza visionaria
una fune campanaria
che si avvolge
all’edera silenziosa
del dolore incarognito.
La mia immaginazione era allora
pura ardesia, punteggiata da stelle
quindicenni in cerca d’occasione
per sfidare la ferrata
che fiancheggia
il costone più all’oscuro.

Guardare il mondo da angolazioni diverse,
rifiutare le succursali della nebbia, calibrare
la cattedrale della voce, era qualcosa
che spezzava il telaio dell’usuale,
qualcosa che spingeva le mie parole
a non seguire il tracciato
predisposto dai piani di volo.
Ricordo i miei primi pensieri indossati
dall’inchiostro come una scialuppa
tenuta a galla da qualcuno.

Non so davvero quante strade
divergono in un bosco, né se
quella che intrapresi avesse svolte
più pregnanti, ma so per certo
che non smetterò di trascinare
il mio cuore più coriaceo
lungo questa carrareccia.
Continui pure la polizia forense
a diramare i suoi rapporti,
la curia argomenti i suoi distinguo,
ciancino ancora gli psicologi
dal tiepido pulpito, ma nessuno
spingerà la sua ombra attrice
fuori dal campo sacro
della mia riconoscenza.




(Carlo Valli è lo storico doppiatore italiano di R. Williams).

*

A difesa del canto contrario

A difesa del canto contrario

Fu naturale per molti
denunciare l’ebreo
nascosto nel pianoforte,
l’armeno stipato in soffitta,
il dissidente scivolato
sulla fricativa delle scale.
Al funerale di Stalin
centinaia morirono schiacciati
al culto radioattivo, come blatte
ammaliate dal morto mattino.
C’è un istinto secolare
che s’insinua nella storia
che lascia un residuo
che umano
non vorremmo.

Il Novecento giace insepolto
scuote la sua nuda carcassa
riverbera squame infuocate
sui versanti più esposti ad oriente.
Sembra che al male nessuno si iscriva
ma i rasi al suolo giurano e spergiurano
che il male sempre si addestra
come una maledetta preghiera
come una prediletta memoria
conficcata nel cuore primario.
E intanto muoiono i costretti a partire
sottoposti all’estrema omelia
del mare insolvente;
muoiono gli obiettori, i ribelli,
le donne poco conformi,
gli schiavi del nostro occidente;
muoiono i fumettisti insolenti,
gli impuri, i poveri cristi
custodi dei templi idolatri.

Finché la storia non
ci insegue sul pianerottolo,
nessuno conosce se stesso,
nessuno sa quanto scarterebbe
di lato lo sguardo, quale gesto
opporrebbe al potere imperante.
Ma seppur difettosi
continuiamo ostinati
a remare
contro il buio
che incalza
ogni canto
contrario.

*

L’arte del rinvaso

L’arte del rinvaso

Nell’intifada delle ore
non possiamo restare
i custodi di noi stessi.
Specie se di tutto
il sogno che eravamo
solo un chiarore avanza,
specie se non riusciamo
a rammendare le crepe
con lo stupore del mondo.

Abbiamo tutti bisogno
che qualcuno ci corrisponda,
uno strenuo guardiano di porci
un cane sul punto di morte
un amore di carne piovana.

Abbiamo tutti bisogno
che qualcuno riconosca i segni
nascosti agli estranei,
qualcuno che sappia riunire
le orme che abbiamo sciupato.

Nell’intifada delle ore
non possiamo restare
i custodi di noi stessi.
Finiremo stravolti
dal fuoco interiore
se non rinvasiamo
la terra già in fiore
con luce sottratta
al dolore costiero.

*

Betulla blu

Betulla blu

Non ho fatto in tempo
a capire il tuo blu radioso,
gli occhi troppo intensi
per l’arte povera
delle parole intermedie.

La postura del ragno
invano ci diceva pazienza
ma avevamo storie troppo dense
e canoe non del tutto appropriate
per risalire le anse essenziali.

Forse sarebbe bastato
abbracciarci più a lungo
lasciare maturare a fuoco
inconscio i frutti, non insistere
con il traduttore simultaneo del vento.

Non ho fatto in tempo
a far crescere la tua dolcezza sulla mia
e su questa betulla acerba, così bella,
insiste tutto il nostro amore
che non varcherà l’inverno.

*

Nessuna pietà per i colibrì

Nessuna pietà per i colibrì
(In ricordo di Shaimaa El Sabbagh, uccisa il 24 gennaio 2015 al Cairo)

Non mi abbandona il tuo volto
né il tuo torace che si accascia
come un’anfora d’argilla.
Vorrei sollevarti, Shaimaa,
in un abbraccio conchiglia,
per ricomporre di zolle
la faglia dischiusa dal folle.

C’è una ferocia che si appoggia al deserto
che corre lungo le traversine dei porti
dentro i cuori dominati dai morti.
Una ferocia che il tuo corpo in caduta
subisce e sovverte con tragico slancio.

Non dovremmo più morire sparati
sotto il giogo spietato dei generali
o per quattro diroccate vignette
o perché traduciamo un libro nel lontano Giappone
o perché rifiutiamo la conversione forzata
e gridiamo troppo forte
che il pane non si compra in banca
e che la paura a lungo protratta
colleziona corrotte cambiali
che presto saranno riscosse.

Shaimaa,
possa ancora il colibrì
nascosto nel corpo
cantare dentro
un dolce ligustro.
Possa ancora
il tuo rotto respiro
ispirare una forma di rotta.

*

Scuola guida per talpe interiori

Scuola guida per talpe interiori

La ferita guida i sonnambuli
a medicare il tessuto sdrucito
che avvolge la nostra pienezza.

La ferita può condannarci
a una vita indecente, i denti
ammalati di sera trascorsa,
i corpi senza una vera
pronuncia d'amore.
La ferita può picchiare il torace
come un tennista di terra battuta,
può reclamare il timone
del nostro canto interiore.

Ma giorno dopo giorno
la stessa ferita può scalzare
i secondini della dispersione,
può indicare il perno
segreto del ponte lucente,
il verso
reggente del nome.
La ferita può portarci vicino
a come siamo davvero,
può disdire l’assidua adesione
al banchetto della finzione.

Se impariamo
a non voltare le spalle alla bruciatura,
la ferita può diventare il nostro istruttore di guida
il cane per ciechi che a lungo abbiamo invocato.
Se restiamo interi, possiamo guarire
oltraggiando la linea di immersione,
trascinando staffette d’acqua corrente
lungo i margini delle intemperie.

La ferita può aiutarci
a essere quello che siamo
spingendo il mallo
più umano al punto
sporgente di fioritura.

*

Il mare è la massima cura

Il mare è la massima cura

Riposa l’uvaggio del mare
riposa anche per me
che mi stendo nel suo respiro
di pesci pettegoli, che premo
il suo fiato sul mio, senza
apparente dispendio di bocche.

Qui si accede, ancora,
a una dimensione collettiva delle storie,
i corpi si affiancano senza attrito
le ossa hanno il peso dei contorni
le ombre sul pelo dell’acqua
si sono appena incarnate.

Il mare conosce le fenditure degli scogli
l’amnesia dei coralli, la ruggine d’oro
della fede nuziale nella sabbia.
Il mare conosce gli spergiuri del vento
la notte orefice seduta
al conio buio delle stelle.

Il mare è uno scudo materno,
la massima cura, specie quando
la pesca a strascico dell’insonnia
storce il nostro conforto
e cava il sogno intrecciato
al galeone sommerso.

Non è mai troppo tarsi
per scendere una strada calcinata
una mulattiera costeggiata dalla salvia
e immergersi nella luce naturale
dell’acqua che ci accoglie
senza impronte digitali.

Il mare è la massima cura,
il criterio dell’acqua ricalca
a memoria la nostra portata,
i nostri dispersi frammenti
sono plancton per altre visioni.
Qui la genesi non ha mai indossato
il vestito buono della domenica.

Riposa l’uvaggio del mare
nemmeno il pescaggio dell’uomo
raggiunge le sue celate interiora.
La sua anima è un immenso
tifone di storie stipate
in ogni cassetto dei golfi.

Il mare è la massima cura
perché ci insegna
a preservare una linea di costa
senza scordare la gioia del tuffo.

*

Resta a fianco al fuoco

Resta a fianco al fuoco

Nella stagione afosa
lungo la cattedrale dei giorni estivi
raccogli una ad una le cose che ami
disponile a fascina leggera
stringile al petto fino a farne
secondo strato di pelle.
Non tralasciare nulla
perché siamo sommersi
da un odio crescente
e bisogna avere molta forza
per non lasciarsi piegare la nuca.
Tuffati nel grano, dialoga coi grilli,
impara a riconoscere ogni singolo congegno,
gli operai della pioggia
sui ponteggi delle strade,
il richiamo sanscrito dell’alba,
la carlinga nuda di una schiena
amata fino all’ultimo solco.
Non sottovalutare nemmeno la portata
di un ricordo straripato come
un alluce valgo sul tiepido sonno.
Ricorda il goal di Omam-Biyik
le serpentine di Stenmark
la consistenza omerica delle olive,
l’urlo, il furore, il conflitto,
il calore aggiunto alla tua immaginazione
come un copricapo andino,
l’amore issato sulla prua
del nostro respiro più alto.
Ricorda tuo padre che ti ha insegnato
a cambiare le marce, ricorda come hai vinto
la diffidenza della frizione, riascolta tua madre
echeggiare sulla corteccia delle betulle,
riannoda il fiore alla carne del bacio,
la scalza preghiera all’asse portante.
Ricorda il Borsalino di gioia
che incorona lo stato di grazia,
la riconoscenza bevuta come
un trionfo di vodka, il divino
rammendo interiore diffuso
da un bosco rapito in riunione.

Godi del mare venuto dopo il terrore
quando la brezza è un bambino
che soffia sulla torta del mondo.
Godi e porta a godimento
corpi appena conosciuti
su distese di ginestre millenarie.
Sconfina il canto internato
scassa la doppia mandata
porta la tua natura terrestre
a sposare un angolo anfibio.
C’è qualcosa che incombe
in questa nostra società elettrica
qualcosa che si muove nella gola
di un baritono ammutolito.
C’è una violenza fuori controllo
che sta di nuovo imparando a memoria
i protocolli dei falsi liutai.
C’è qualcosa che incombe
un’urgenza appena frenata dalle circostanze
un desiderio oscuro di non dragare
il sentimento più cupo e profondo
allevato dal verbo assoluto.
C’è una ferocia che vince il deserto
che annienta il polso ai braccianti
che porta i perdenti a sentirsi braccati.
Per questo bisogna spingere le cose
sull’orlo dell’illuminazione,
perché la notte è fuori controllo
e le armi sono ovunque puntate
sulla linea di fuoco delle anime.
Per questo contieni la tua angoscia
sotto una pergola di mani intrecciate
e spremi il petrolio fuori
dall’apnea dei gabbiani.
Per questo continua a indagare
nel buio insistente
la luce eventuale,
per questo stendi
la tua vela maestra
sul dorso più chiaro
del vento contrario.

*

La parola può restaurare il mondo

La parola può restaurare il mondo

Cosa spero di aggiungere
alla fusoliera del cielo
che si staglia con il suo scafo appena
affrescato da uno scroscio di pioggia?
Cosa spero di aggiungere alla civetta
che si tiene a un segnale di stop
e sembra guidare il flusso interiore
della prima notte d’agosto?
Quale vanità mi spinge
a restare seduto nell’alcova dello schermo
a pigiare parole a corrente alternata
convinto che il segreto sia celato
nel baco accecante dell’ammaccatura?
Quale grandezza mi spoglia
fino al punto da farmi bramare
trucioli di mondo infuocati,
emboli di sicomori, bramiti
di amori mancati per sempre?
Quale mistero tiene in piedi
una poesia sul crinale del foglio?
Forse le fondamenta di cetra
nascoste nel calcestruzzo,
forse niente di più
di un’oscura combinazione,
la stessa che fa sostare i rondoni
nella tane d’amianto dei tetti scaduti,
la stessa che tiene la foglia
ostaggio del ramo più alto.
Cosa spero di aggiungere allora?
Niente davvero, posso solo
offrire intensa attenzione
alle ustioni nascoste,
liberare un esile squarcio
da una retina oziosa,
estirpare le erbacce proliferate
sul contorno delle imbarcazioni.

La parola lavora
al restauro del mondo
solo se rinasce
come interna
azione.

*

L’ultima sentinella

L’ultima sentinella

Un bel po’ dopo mezzanotte
sono ancora in strada e cammino
nell’acquario dell’infanzia.
Dopo le campane, tutto tace,
solo il lontano riverbero dei bar
e l’indubbia sensazione che la vigilia di Natale
mantenga una personale consistenza,
una magia che si stende sulla carnagione
della notte e avvolge i malati e i sani
i bambini addormentati nell’attesa
i quarantenni accasciati sul divano
che non sanno più riempire
una qualche mangiatoia.

Giungo a sfiorare le vecchie caserme abbandonate
quei corpi debordanti che indossano
sottovesti di calcinacci
con l’ossequioso contegno
delle tarde attrici in sfacelo.
Come i vecchi hanno finestre spezzate
e cancelli di ringhiere socchiuse.
Sono invase dalla vegetazione spontanea
e una peluria d’acacia devasta
il timpano delle torrette.

Mi fermo davanti a un cancello,
sulla ruggine scorre ancora
il disappunto della Perestrojka.
Guardo dentro la visuale della luna
e avverto il passo felpato della storia
rianimare il tempo, le voci dei soldati
sbiascicare il proprio passo di marcia,
perdersi in un indistinto notturno.
Poi fisso meglio le ombre all’interno
e la vedo,
a una decina di metri
una volpe mi fissa.
Non sembra spaventata
tantomeno aggressiva,
come camminasse su un’acropoli sospesa.
Restiamo così, attenti alle mosse dell’altro,
fino a mischiare la diversa condensa
dei nostri respiri.
Poi la notte, lentamente,
ricopre entrambi con
impronte più lievi.

Meravigliose le reclute
che la vita
arruola.

*

Forse il tuo cuore cane

Forse il tuo cuore cane

Ti conosco mio sconosciuto,
conosco lo strepito delle spalle,
le macchie di vino disposte
sulla tavola sfatta come
un bugiardo kandinskij.
Conosco la tua solitudine
e la sento accrescersi sulla tua pelle
come una profezia tramandata
per pianure di secoli.

Ti conosco mio sconosciuto,
conosco il tuo desiderio di sparire
in un bosco d’acacie dormienti.
Ma sul fondo fangoso
del tuo corto respiro
riconosco il corso interiore
di un canto contrario.
Ogni crepaccio in parte riposa
su una noce di luce torrente,
su una fiamma che scorre incurante
del buio che abbiamo deposto.
C’è un mare a noi sotteso
che lavora senza posa
affinché ogni cosa
assecondi la grazia
del proprio picciolo.

Ti conosco mio sconosciuto
e proprio per questo ti sento contiguo.
E se ti guardi allo specchio
anche tu mi conosci,
anche tu mi sorridi
dal tuo etimo azzurro.
Forse stai per sfuggire
e senza saperlo
già tendi la mano
alla porta.
Forse il tuo cuore cane
già scodinzola nascosto.

*

Quando siamo raggiunti

Quando siamo raggiunti

La verità giunge in silenzio
al culmine del passo successivo
con la perfezione di un frutto
portato alla sua massima estate.

La verità non si può condurre
ma ci sfiora con lo strato più scuro
del pianto, con la gioia filtrata
dal profondo Bosforo interiore.

*

L’urlo dell’estate

L’urlo dell’estate

Canto l’urlo dell’estate
la precisione prussiana del sole
le narici screziate d’ombra
del pioppeto adolescente,
la sindrome bipolare del cielo
quando nuvole nere
esplodono collera.
Canto la trasparenza,
la visione delle onde,
la cattiva reputazione del gabbiano
quando cammina sulla spiaggia.
Canto l’attenzione della pelle
il portento dell’unione,
la felce che fluttua
nel primo pomeriggio,
come una spia venuta
a denunciare il vento.
Canto l’urlo dell’estate
il giallo che si unisce
al cupo tuorlo interiore.
Canto l’evasione,
il paniere leggero
la trapunta dorata
la terra che persuade il lutto
a camuffarsi nei semini
dell’anguria.
Canto la bellezza,
l’infinita accettazione
del raccolto.

*

Capo di buona speranza

Capo di buona speranza

Abbiamo percorso gli oceani
fino a naufragare sulla luna,
abbiamo estinto i popoli segreti
per farli entrare nei libri di storia,
abbiamo distrutto le foreste dei gorilla
e amputato il rinoceronte del proprio vessillo.
Abbiamo percorso su zattere infime
l’immenso safari della conoscenza,
abbiamo tolto ai microbi il privilegio
di nascondersi nell’invisibile,
abbiamo esaminato l’interno del corpo
fino a sondare il codice della creazione.
Abbiamo riempito le strade di telecamere
e aumentato la realtà fino alla libertà vigilata
convinti che l’anima fosse in fondo traducibile,
come il tracciato di Colombo, come le impronte
dei molluschi imprigionate nella pietra.
All’anagrafe del visto
non compare più l’ignoto,
ogni abisso è stato
almeno lambito.

Zaino in spalla siamo giunti
fino all’alba del pensiero,
setacciando la corteccia dei sogni
distinguendo il padre, amando la madre
invocando il dio dello scacco,
dipingendo sul muro radente
una personale cosciente visione.
Abbiamo sperimentato l’ipnosi, l’astinenza,
la mistica indiana, sufi e tibetana,
abbiamo portato Platone
ad abbracciare il Cristo
sotto l’albero del bene e del male.
Abbiamo bussato al cielo
fino a spellarci le nocche,
abbiamo composto nel silenzio attutito
l’arco primario della preghiera.
Abbiamo portato il conosci te stesso
di casa in casa, di cuore in cuore,
fino alla brughiera della mezzanotte
fino alle sinapsi dell’ippocampo.
Ci siamo seduti a disegnare insonni
mappe accurate del nostro passaggio,
salvo poi non sapere
come dare
al dolore che preme
il peso cavo
delle ossa degli uccelli.
Continuiamo ad affiancare
al nostro canto vitale
fede e intelletto,
il divino incarnato
e la simmetria delle particelle,
la sapienza del Buddha completo
e la vibrazione spettrale delle stringhe.
Continuiamo a sfiorare il mistero
nuotando come al principio,
senza riuscire a spiegare
l’incanto primario del cosmo.
Continue anomalie
attentano i nostri ragguagli,
sorridono come canaglie
che bigiano scuola.
Non basterà un’altra equazione
a rischiarare l’essenza
della materia oscura.
L’anima si dispone immensa
e lungo il bordo del varco
il sacro è questo
desto sciamare
di luce sommersa.
Nessuno conosce più
di quanto rischiara.

*

Grecitudine

Grecitudine

Dottore, quanto costa una lastra?
I polmoni si stanno crepando
ma copiosa è la fila che annega
la mia precedenza.
Dottore, come scoccherò il mio bacio
se i denti sono tutti cariati?
Dottore, la stufa di ghisa ha annerito
l’intonaco del mio bambino,
l’hanno trovato che ancora respirava
nascosto come i gatti perduti
quando vanno a morire.

Europa perché scordi il tuo nome?
Non vedi che ti chiudi nel tuo
ospizio dorato, nei tuoi saloni
di interior design, nel tuo lessico
da monopolio economico, dove
è vietato fumare ma non imporre
visioni assurde come bombe austere?
Europa non rimarrà nemmeno
un golfo di luce azzurra
se tradirai la memoria
del tuo morto mattino.

Bivacca ancora un breve bagliore
lungo gli stipiti delle case popolari
nei desolanti tavolati dei porti,
nei tracciati delle nuche
in fila perenne per un piatto
di pasta al pomodoro cinese.
Ma basta un niente, perché
si alzi il vento contrario,
basta un cerino
buttato sulle stoppie
per calcolata indifferenza.

Sorella Europa disconosci te stessa?
Pensi di trattenere il buio
confinandolo? Obbligandolo
al pareggio di bilancio?
Non sai che si sposta di notte
e contagia le persone perbene
nel lampo di uno sguardo?
Europa, non riconosci i tuoi sonnambuli?
Perché costringi i vecchi ad aggirarsi
attorno ai bancomat spogli,
dispersi come volpi
che non trovano casa?
Davvero non ricordi cosa accade
all’uomo che ricopre di paura
la mansarda delle spalle?

Europa la tua retina opaca
è drogata di barbiturici,
non può guardare oltre
il teorema della crescita.
Europa, il tuo cuore
è tutto un pigiare
di spettri imperanti,
pronti a squarciare la storia
senza sporcarsi le mani.
Ma la rabbia lasciata acuire
ripudia lo stretto confine
che scorre tra il bene ed il male.
Il mare già mangia la costa.





*

Il magnifico nesso

Il magnifico nesso

Avete drogato dio e
l’avete posto a guardia
della vostra ferocia.
Gli avete tagliato un orecchio
per far capire che non scherzate
quando dite noi verremo.

Maestri di mitra
ammaliate di morte la sabbia,
bramate immensa ricchezza
dai vostri santuari di rabbia.
Come allibratori vi aggirate
intorno alle vesti scollate,
soppesate la carne
separate il puro dall’impuro
perseguite il polso scoperto
temete l’incavo dolce del mondo.
Sapete come assaltare
questo stremato occidente
così arrogante nelle propaggini
da far pensare che nemmeno
l’infarto possa curarlo.

Prima di voi
vennero altri profeti
a caricare d’odio l’erba.
Altri assassini si fecero accanto
per innalzare alture di corpi
trafitti alle tempie.
Ma nessuno riuscì a sradicare
la copiosa bellezza
cresciuta nei cuori canori.
Invano i fori dei proiettili
continuano ancora a scrutare
l’estensione dell’anima.
L’odore di sambuco si muove
sul dorso minuto dell’ape.

Nomadi assoldati dal cielo stellato
e yazidi dai corpi di noce divelta,
uomini chini sul tappeto di culto
e vecchi copti murati nel sole,
stanchi operai sul carrello elevatore
e giovani donne dal seno esultante,
dondolanti ebrei dai piedi di culla
e malati terminali sull’arena del letto,
ragazze sfiancate d’arsura ad Asmara
e padri imploranti una pioggia più fioca,
tutti voi e tutti gli altri passanti, voi
che avete salvato qualcosa di chiaro,
alzate la voce e correte a riempire gli orci
degli sguardi, lasciate che il canto
che avete raccolto cresca nell’altro,
rimboccate la covata della luce
affinché più al centro
si sposti
questa schiva speranza.

C’è bisogno di voi là fuori
perché difendiate
quel fragile nesso
che ci vuole fratelli
d’altri esseri umani.
Perché le ossa dei morti
non piangono in inglese,
perché il fumo dei villaggi incendiati
volge al nero ogni intonaco azzurro,
perché la paura lambisce ogni fessura
e la fame non conosce
umana premura.

Se davvero vogliamo
comporre l’immenso,
non possiamo lasciare
che il nesso si smorzi.

*

Zia Nene

Zia Nene

Zia Nene
continui a nuotare accostata
al tuo nome da via col vento.
Nella tua cucina nulla se n’è andato,
tutto rimane aleggiante esistenza.
E l’eternità si nasconde nel friulano,
nello scroscio di farfalle scalcianti
in quel grumo di povera forza.
Parlare ai morti
è serbare ai vivi
un immenso sciabordio,
un divino anfratto per sole voci.

Di notte ogni madre si addensa
nella luce contraria dei fanali,
come un camionista addormentato
nella lama del sorpasso.
Di notte i morti ci sorridono
stretti alla cassa toracica del mondo
come i primi partorienti del respiro.
E tu Nene, nata dentro un grembo di guerra,
hai riposto la bontà all’interno
dell’amore conosciuto.
Non hai permesso
che il rintocco delle ore
pignorasse la tua prima stoffa,
ma giorno dopo giorno
hai declinato la linea del dolore
sulla verticale delle spalle,
senza mai svanire
nella sola supplica.

Nene, impasta ancora il pan di Spagna
nel vuoto presagio della terrina,
come facesti con la nostra infanzia
nella pausa pranzo della fabbrica.
Continua a parlare come disegnassi
impronte di lepre nella neve,
continua a offrire al mondo
il tuo versante più in luce.
Continua a parlare al presente
dei morti
caduti
amando.
Perché nulla si smorza
del cominciato,
tutto si nasconde appena
nel varco lampante notturno
nel prolungarsi infinito della brace.

*

Lo sguardo che ripara

Lo sguardo che ripara

Spesso la paura sfascia la fronte
stacca ogni agente addensante
scuce il corpo dalle bocche.
Spesso la paura spacca i marciapiedi
piega il parquet di sobri salotti
accorcia il numero di spazzolini
sulla mensola dello specchio,
palpita come la plancia di un aereo
in un cielo corroso di lampi.
Spesso il timore ci inchioda alla sera
quando ormeggiamo scostati
dalla sezione aurea del respiro
quando nessuna vita più
avvince la nostra risorsa,
quando trascuriamo
la costante meraviglia
in cui siamo intersecati,
quando scordiamo del tutto
il vangelo apocrifo delle foglie
il soppalco stellato del cielo
il labiale d’acqua mosso dal lamantino.

Nel tornio del mondo
niente si eleva
senza l’ascensore di uno sguardo.
È la verde pupilla
a portarci sulla battigia,
a compiere di nascosto
il travaso del buio
in brace.

Solo chi non teme
la scomparsa
attraversa la linea del fuoco
protetto dai carpentieri lucenti
che di giorno restaurano
lo scafo notturno.
Senza il ponteggio di queste comete
senza lo sguardo riparante
di chi ci ha amato e visto,
siamo solo mostri oppiacei.

Attorno a questa cura
la vita mai si versa
invano.

*

Hotel Balkan Europa

Hotel Balkan Europa

Dicono che la tiepida convalescenza
stia per finire.
Lo dice il sordo dolore di Donetsk
lo dicono i rumori soffocati
di chi nel sonno toglie la sicura,
lo dicono gli avamposti degli incendi
la dinastia di una rabbia amniotica.
Lo dicono questi passi abbracciati da nessuno
questo buio che dilaga nella raggiunta
efficienza delle lampadine,
lo dicono gli sciamani apocalittici
fasciati in pellicce di canapa indiana
che coltivano insipidi cavoli
come fossero ostie.
Lo dice il Mediterraneo
indeciso su quale sponda fuggire,
lo dicono i cortei dei corpi subacquei
ancorati alla compassione della sabbia.
Lo dice il carisma crescente del boia
il suo ottimo accento inglese,
la polvere pirica cosparsa
sulla carotide impura.
Lo dice la forbice impazzita
tra i Mandarini e gli schiavi
tra i privilegiati e gli offesi.
Lo dice questa speranza bonsai,
questo calabrone conficcato
nell’aspra dolina del petto.
Lo dice chi vuole provare a dare l’allarme
prima che le sirene coprano il canto,
lo dice chi da sempre confida
che l’uomo migliori quel tanto.
Lo dice perfino chi non lo dice
quando a lungo non stende
la sua mano più fredda
su una fronte esposta
alla febbre.
E intanto, lungo il bordo del contagio
nelle nervature della rete
nel cuore cablato del mondo
stanno già camminando a gattoni
nuovi pastori dell’essere
senza baffi a spazzolino,
ma con la stessa
esoterica propensione
a risvegliare i piromani dormienti.
E’ un vecchio adagio
ma sufficiente a rianimare
la stagione di caccia
all’animale anomalo.
Oggi che acri e acri di memoria
sono arati a slogan
riappare chiara
la colpa
da estirpare.
E molti sono
di nuovo disposti
a marciare
nella legione straniera
della storia.

*

Bacio alla francese

Bacio alla francese

 

Contro il devoto assassino

esplodi un bacio alla francese

e una pioggia di batteri

coprirà il tuo umano esporti.

 

Contro la lama assolutista

non sparire nel silenzio

e sbarra la paura fuori

il patio dell’essenza. 

 

Contro i seguaci del dogma

difendi ogni eretico respiro,

perché la libertà delle labbra

cresce solo nella scelta.