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Raccolta di poesie di Frank Gallo
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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La donna nella valigia

LA DONNA NELLA VALIGIA

(Alla signora Anna, un racconto sui sarti)

 

Era da tutto il giorno che il sarto camminava su e gi per rue Bonaparte senza piegare il busto e senza voltare la testa neanche per guardare le vetrine delle altre sartorie. Il sarto aveva incominciato a fare quel mestiere da ragazzo nellatelier di suo padre; allinizio era una maniera per passare il tempo, poi era diventato qualcosaltro.

La sera in cui incominci questa storia della donna nella valigia, il sarto aveva gi una quarantina danni, era di media statura quando portava le scarpe giuste; in casa sua era un po pi basso, ma siccome viveva da solo nessuno poteva conoscere la sua vera taglia.

Ogni sarto conserva segreti e magie; ci sono mestieri che esistono perch esiste la loro magia e poco pi. Per esempio, chi di noi, dallinizio alla fine di rue Bonaparte, riusc mai a scoprire per quale ragione il sarto camminasse cos dritto, come un albero maestro su un mare piatto e buono?

Quella sera nessuno lo aveva scoperto, per questo quando si ferm davanti alla nostra vetrina e ci guard, ci interrog cercando il nostro perdono, decidemmo di parlare con lui. Dopotutto la nostra esistenza era qualcosa di etereo, vivevamo nei suoi ricordi; eravamo perch lui voleva cos. E gli chiedemmo: Perch cammini da tutto il giorno su e gi per Bonaparte e non ti decidi a sederti e lavorare? Abbiamo bisogno di te; anche noi viviamo perch tu vivi nei nostri ricordi!

Mie care, adorate, ci rispose il sarto, voi sapete che il mio peregrinare, le mie ricerche, sarebbero inutili senza il vostro benevolo sguardo, la vostra quotidiana benedizione. Oh, mie adorate!

Quando il sarto ebbe parlato con noi, ci rendemmo conto che nei suoi occhi appuntiti regnava il riflesso di un mare senza sale. Lo guardammo con la dovuta devozione; come avremmo potuto negargli quella comprensione per il suo peregrinare! E ascoltammo il seguito di quella confessione. 

Stamattina stavo confezionando abiti e passioni. Cucivo con la parte pi buia della mia testa, era la mia mano che decideva il verso, decideva lei.

Ti crediamo, noi ti crediamo. il nostro dovere, siamo nate per questo!

I suoi occhi, i suoi occhi, in quanto racconti del genere nostro hanno cercato invano di parlare degli occhi! E in quelli del sarto non cerano altro che secoli interi di storie finite.

Da un giorno intero, dunque, e senza ragioni troppo normali, il sarto di Bonaparte rimaneva immobile, o camminava immobile; immobile, vale a dire, senza piegare se stesso come chiunque nellatto di camminare. Non si sedeva da un giorno intero, unintera giornata trascorsa in una dolorosa immobilit, una condizione che il suo genere sapeva adottare durante ore di concentrazione quando il lavoro richiedeva calcoli e fantasia; alloccorrenza forse, di tanto in tanto, non sempre, e non per un giorno intero.

Restava allora da tutto il giorno in quella condizione, e quando gli chiedemmo il perch ci rispose allincirca cos, ci raccont: se un racconto pu valere una risposta; per certi mondi s, per altri pi diffusi, no! Stavo cucendo degli orli ribelli, ero distrutto di fatica; pochi capelli aveva sul capo e unottima lingua a quanto pare. Come ogni sera, gli aghi che in bocca tenevo passavano uno per uno nelle mie mani. E a misura che ne prendevo, gli orli di seta e argento prendevano forma. Ogni volta che mi trovavo un ago nella mano, uno spillo con lanima e il cervello, mi decidevo a continuare il mio lavoro, era sempre cos da quando, bambino, dagli occhi del padre lo avevo imparato.

Mancava lultimo spillo; nellaltra mano gi non tenevo pi la stoffa che, come la sua magia esigeva, era gi sulla pi fortunata di voi, mie amiche fedeli, mie uniche amanti. Ricordo con precisione listante in cui dalla testa il movimento nella mano era passato come voleva, fino alla bocca. Cercava lo spillo.

A quel punto il buon sarto ci disse, povere noi che conoscemmo cos il suo segreto: Nella mia bocca, tra le labbra e dentro ogni dente, lultimo spillo non cera pi!

Adesso, nella nostra immobilit, capivamo finalmente le ragioni della lunga giornata passata su e gi; era davvero finita cos ogni speranza di vivere ancora. Senza il buon sarto che ci modellava, nulla saremmo noi diventate. Quando si accorse che tra le labbra, nei baffi, nei denti o nella pi lurida delle sue bocche alcuno spillo giaceva per lui, un terrore improvviso di averlo ingoiato lo immobilizz. Come il leone davanti al cerbiatto, il sarto non fiat, non grid, n pens a molto se non allimmediata e opportuna soluzione dellimmobilit di ogni parte del suo corpo nella quale si era cacciato lo spillo ribelle. Una recondita possibilit, secondo la logica sua, era che lo spillo fosse finito per terra. Nellatelier di un sarto quante centinaia, forse migliaia di spilli giacciono sul pavimento? Ma se lui lo avesse rivisto, lultimo ago della sua bocca,  quello che allorlo mancava per sempre, forse lo avrebbe riconosciuto. Forse, chiss, chi pu saperlo! Era cos che decise il sarto di non abbassarsi a cercare lo spillo. Come poteva cercarlo, se piegando il corpo o la pancia poteva rischiare di farsi un buco nella gola! E se fosse finito gi nello stomaco, dove lo avremmo portato noi altre, pieno di sangue, che goccia a goccia gli avrebbe riempito la pancia e la fantasia? Cosa eravamo noi altre in fondo, se non un prodotto della sua mente? E se cos non fosse poi stato, ora che lago era sparito, tutto era vero o ancora possibile nella sua testa immobilizzata, nella sua lingua, ovunque si fosse cacciata, e tra le nostre stoffe pregiate.

In rue Bonaparte chiedeva la gente cosa gli fosse mai accaduto. Quando il sarto con gli occhi del mondo passato gli raccontava la storia dellago, gli sorridevano con gravit, lo camminavano come una strada, era invisibile per quel che diceva, perch nel loro mondo si camminava e si restava immobili per tante altre ragioni, ma non per quelle che lui raccontava. 

Cerano storie nel mondo degli altri che a volte assomigliavano alla sua, ma soltanto in parte. Purtroppo per lui, non aveva ormai alcuna importanza se quella gente di Bonaparte potesse capire oppure no. Non avevano bisturi o lampade profonde; non potevano certo cercare ci che era sparito nel corpo del sarto, il quale, di sera, tardi e per sempre, pareva restare ancora da solo e senza ricerca; e lunica cosa che gli restava da fare era muovere almeno le gambe, che lo allontanavano e lo avvicinavano dalla soluzione del suo problema, ogni volta che saliva verso Garibaldi e ritornava gi nel porto.

A pochi passi dal porto, cos, eravamo tutte qui dentro rinchiuse, non ci pareva una storia reale. Comera possibile ingoiare o perdere qualcosa? Gli esseri umani erano strani; erano oltre ragione disumani.

Se mi abbasso a cercarlo, potrei trovarlo. Ma se lho ingoiato, oh mie adorate! Erano queste le sue parole, era tornato davanti alle stoffe pregiate, ci sentimmo un po nude, davvero, senza i suoi aghi che amavamo tanto. E lui, che per tutta la vita aveva fatto il sarto, adesso si fermava alle vetrine, ci guardava e ci spogliava, ci conosceva a memoria, ognuna di noi, e continu a raccontarci: Sotto la tavola ho una valigia

A quelle parole, di poca natura, forse sentimmo noi tutte limmortalit. Era un giorno intero che quella valigia giaceva l sotto, la fissammo con devota ammirazione e ci chiedemmo cosa vi fosse allinterno. 

Guardare il sarto fissare un immaginario orizzonte, perch non poteva girare il collo, ci inteneriva, ci faceva sentire le sue ragioni, che erano dolci e senza fine. A tratti, per la paura, evitava di parlare. Forse il tremore delle parole avrebbe stimolato lo spillo nella gola; forse lo avrebbe aiutato a trovare il cammino. Anche uno spillo, da solo e senzosse, aveva un cammino segnato e finito, nel mondo del sarto o in quello degli altri. 

Una bicicletta di antica manifattura viveva sulla vetrina, era da ore immobile anchessa come quelluomo disegnato accanto a lei. E le loro anime segnate si fissarono per un attimo; erano le anime delle persone sole e delle biciclette antiche. Poco pi in l, come le urla dopo la calma, o come la neve senzacqua della mattina, passava un treno cos vicino che il suo ricordo strideva ancora nelle orecchie azzittite del sarto; e nel delirio dellimmobilit il ricordo si mescolava alla ridicola realt.

Il ricordo del treno, cos vicino da sembrare reale, fu soltanto uno dei suoi pensieri distratti; il sarto usava la testa come la pi sottile delle sue forbici, e nulla poteva tagliare se non in quel modo. Impieg un tempo per quanto importava a noi il tempo indefinito e ricco di vuoti significativi per trovare la serratura della sottile porta dellatelier. Poi tast la parete con la mano e nientaltro; senza voltarsi accese la luce. Linterruttore un oggetto per ciechi e sarti con gli aghi nella gola. Allora ci vide, ci osserv per valutare quanto gli saremmo mancate, o soltanto per gioco, e avanz tentoni verso la tavola. Era tornato; piangevamo di gioia, senza lacrime e senzocchi. Anche noi eravamo schiave di una lontana e irragionevole immobilit; era il nostro destino da sempre e lui lo sapeva ogni volta. 

In un cassetto chiuso a chiave il sarto conservava una chiave che apriva la credenza della sala. Nella credenza, nascosta nei bicchieri, cera la chiave della valigia. Con la calma assoluta di chi poteva conoscere la propria morte, il sarto apr i suoi cassetti, trov la chiave della valigia nel calice pi vecchio e, senza tendere alcun muscolo se non quelli delle mani e delle tempie, tir fuori la valigia, la quale scivol senza opporsi alla sua natura, simile alla nostra. Che cosa erano infine le anime nostre, le nostre teste uguali o diverse da quelloggetto, vive o morenti nellocchio del sarto?

Ora, mie care, per la citt, trover ancora risate e fiori. Il mondo degli altri non capir. Lago nel collo mi terrorizza, ma nelle mani ho la risposta forse al mio terrore.

Comprendevamo le sue risposte, erano nate assieme a noi, lo lasciavamo fantasticare, era lo scopo di umani pensieri. E uomini e piante in un atelier, o in qualunque altro vicolo della citt, potevano odorare di calde urine o di imperfette verit.

Perch ci hai creato? gli domandammo, mentre la commiserevole piet del caso lo accompagnava verso luscita, dritto, sudato, con la valigia. 

Dalla vetrina, ci disse il sarto, tutto vi appare vero e falso, in quanto reale per il reale. Come il mio ago nella gola, o la valigia e i suoi segreti, se fosse falso quello che dico, se fosse falso quello che ho detto?

Tu sai bene che non lo . Noi siamo qui; le tue stoffe aspettano gli aghi, e la valigia immobile nelle tue mani come il caff che ascolta il sole.

I bambini poveri piangevano perch non ne potevano pi di camminare; davanti alle vetrine del sarto strisciavano i piedi per terra. E mentre quel suono immortale giaceva tra mura e catene, il sarto un po stanco spense la luce dellatelier.

Di nuovo in strada, dritto e pi vecchio, si domandava come fare. Se si fosse chinato per aprirla, avrebbe rischiato di morirvi, trafitto dal suo ago; se avesse chiesto a qualcuno di aprirla per lui, forse rischiava le accuse pi gravi. Allora la prese con s; dalla cinghia di pelle la trascin sulla salita. Era la strada una volta in discesa e una volta in salita, come la legge sociale di Bonaparte; il sarto se ne fece una ragione.

Muoveva un solo braccio, e le gambe come uno di noi; si confondeva col nostro mondo e ripensava al padre e al nonno. Si rivedeva bambino, ancora nellatelier, dove noi altre, giovani e belle, luccicavamo dei sogni altrui, come se un codice irreale ci imponesse quel dovere e ci guidasse nel mondo degli altri per portarci lamore del sarto cucito addosso con gli spilli bagnati della sua saliva. Era come se ci baciasse. 

Lungo la salita, poco prima di Cassini, il sarto si ricord della sua valigia. La tir pi forte; era pesante, pi pesante se non si poteva usare tutto il corpo per trascinarla. Era la valigia a pesare, e la giornata che conteneva, lunga, senza tanto senso comune. 

Sopra di lui un antico palazzo gli fece ombra sulle scarpe; vi entr, senza guardare. Era caldo, i vapori dei ristoranti penetravano ogni volta nei palazzi pi vecchi e saziavano le famiglie povere della citt. 

Per essere sicuro che non piegasse alcuna parte del suo corpo se non ginocchia e piedi, pos una mano sulla balaustra e strinse la cinghia della valigia nellaltra. Il buio e lurina facevano il resto.

Dopo unora, a tarda notte, il sarto arriv alla nostra porta. Era il posto dove noi altre abitavamo prima di compiere le promesse. Quando rivide la porta e i muri, di quel colore ancora sbiadito, una lacrima liber la sua lunga giornata passata. Era questo il posto, si disse il sarto mentre bussava. Il campanello smosse i ricordi. Gli aprirono le nostre madri, erano sagge e commosse. Lo fecero entrare. I pavimenti del ballatoio erano ancora chiari; quelli al di l della soglia divenivano scuri e sporchi di ombre e di dolci misteri. 

Cosa ci hai portato? Perch resti in piedi e muto?

Perch ho un ago nella gola, rispose il sarto, e non rester molto da questa parte assieme a voi.

Il tempo che fu, e che hai scordato, quello che adesso ti spaventer?

No, mie adorate, non ne ho paura, disse ancora il sarto senza gli occhi, anche alle altre, nel mio atelier, ho raccontato questa storia, e mi hanno detto che nulla vero se poi si racconta. Ma che nulla, in fondo, pu essere falso se resta nella nostra testa. Se sono qui stanotte, davanti a voi, per lamore che cucio addosso, e quello vero come lacqua quando brucia.

Noi ricordiamo le tue mani, il tuo nome, i tuoi segreti in questa casa li hai lasciati. E cosa porti in quella valigia?

Da tutto il giorno, con la paura di aver ingoiato lago, lennesimo spillo sparito dalla bocca, mi domandavo se prenderla o no, e questa notte in questa casa cos buia, mi sono deciso a parlarne con voi.

Nelle vetrine dellatelier le luci erano spente; pochi riflessi sulle guance tristi che ci ritroviamo ci illuminavano per darci vita. Sentivamo da quaggi le sue parole e le risposte delle nostre madri. Comprendevamo nella penombra come il destino di noi altre fosse scritto con quel gesso sulla stoffa. Era la legge delle generazioni, la loro successione nellAldil.

In quella casa, nel buio della notte nizzarda, il sarto che ci aveva amato parlava ancora per un po: Era la legge, mie adorate, non me ne vogliate!

Come potremmo! Come potremmo!

Ora sapete, voi come loro, che questa casa vi accoglie per sempre, per tutta la vostra eternit.

Noi sapevamo, loro sapevano, che nella valigia cera la risposta. Ogni volta che si cerca una risposta, bene sapere che da qualche parte lei si nasconde. Sapevamo, per la natura infinita delle donne, che cerano paure di aghi e spilli nelle gole dei sarti, e che ogni giorno il dubbio di averne ingoiati li avvicinava al nostro mondo, cucendoci addosso il loro amore. 

Prima di entrare nel vecchio palazzo allincrocio con Cassini, il sarto aveva compreso che la sua storia di amore e aghi finiva su quella porta. Avrebbe a lungo continuato a girare attorno alla risposta, sottraendosi allantica legge del tempo e allusura dei corpi, dei nostri corpi.

Ma, che lui lo volesse o meno, adesso era l come ogni sera; quella casa nel buio gli apparteneva, come era appartenuta in qualche modo a suo padre e a suo nonno, gi morti senzaghi n amore. E quando quella valigia usciva dallatelier portando via la pi vecchia, ognuna di noi piangeva di rabbia perch non era ancora toccato a lei.


Id: 15969 Data: 05/08/2012 12:10:28

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Volti nuovi o vecchi, e vecchi ragazzi

Volti nuovi o vecchi, e vecchi ragazzi

perduta la gente e perduto il loro amore

tra le foreste che circondano i palazzi

schiacciati e avvolti da un enorme calore

Lungo gli argini della Senna e della loro mente

lungo una vita piena dellodio perenne

sotto una cappa di oblio che non si sente

per un pugno di soldi o per poco pi di niente

Sempre, mai o per tutta leternit lontana

ogni giorno e ogni notte davanti alla luna

e davanti alla sua luce di candida puttana

persi in un deserto o nella vicina  duna

seguono le stelle e le ondate cristalline

seguono le belle e copiose mareggiate

mentre morte o vive le anime piccine

decrepite forse, o soltanto abbandonate

restano e si muovono, corrono e son ferme

vegliano e dormono, o sognan desser morte

perch non possono o non vogliono saperne

perch non sono e non  saranno mai risorte,

perch di amore non ne siamo mai pieni!

Perch non torni amore? Son qui, ti aspetto, vieni



Id: 15968 Data: 05/08/2012 12:09:12

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Ascolta, oh demone, il mio sogno in vita.

Ascolta, oh demone, il mio sogno in vita.

Per la ragione che ancora ti consola?

No! Per la gioia, che non finita

e per la parola, perch ho questa sola

Accade che di notte sono nudo e vestito

e il mattino dopo non ci sono stelle,

scendo dalla culla che mi ha partorito

nelle tombe nomadi, fra le mille ancelle.

Non si vede nulla, come il tuo mattino

non si sente ancora il suono delladdio

e accarezzo il corvo, demone, e il puttino

mentre sento il fiume chiuso nelloblio.

Scendo carponi senza suoni o bava

solo con le mani tese allinfinito

in un lungo e immobile mare di lava

che mi ghiaccia il cuore e ti ferma il dito.

Attorno a me alberi pieni di teschi

siepi con occhi e pozze doro nero

in alto volte con i migliori affreschi

in una mano la penna, nellaltra un cero

per fare luce o per commiserare

lanima dei vivi e il volto dei morti

sul fiume di questo lento andare

fra gli amori inutili e quelli risorti,

in un tempo di ricordi e sogni

in unepoca di cari abbandoni

della mia nuova ferita e dogni

attimo cattivo nei tuoi giorni buoni

Mettiti a sedere e taci se vuoi dire.

No! Son vivo e attonito e voglio parlare.

Taci, e godi tu che puoi morire.

E continua lento ad andare il mare

Resta zitto, immobile nel fiume

e la gioia e lalba non saranno tue.

 Io piuttosto brucio col mio stesso nume,

se non sono tre, beh saranno due

le piet del mondo e del mio creato

le tue odi immemori e le tue manie

tutte nella vita che tu mi hai negato

ora sono scritte, ora sono mie



Id: 15967 Data: 05/08/2012 12:08:44

*

Forse domani sar un poeta

Forse domani sar un poeta

e la mia stella vedr brillare

come la prima bella cometa

nata per vincere il bene e il male.

Quando sapr accarezzare il vetro

e quegli oggetti dal finestrino

mentre mi vedo come un segreto

che durer fino al mattino.

Quando questi occhi che non conosco

mi apparterranno come lingegno

mentre mi inerpico in questo bosco

che in ogni ruga come in un regno.

Quel giorno o prima mi guarder

e non avr nessuna paura,

quel giorno in questi occhi io vedr

merli e cannoni su mille mura

magiche onde di fuoco e latte

anime in fiamme e spade e cani

ed una guerra che si combatte

contro i miei angeli pi lontani.

Quel giorno in cui let del tempo

mi parler attraverso il vetro

e se quel giorno sar gi spento

qui che lascio il mio segreto


Id: 15966 Data: 05/08/2012 12:08:02

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Ti prego e ti odio, oh Dio

Ti prego e ti odio, oh Dio

come un domani che non c mai

mentre questo mondo mio

allaltro mondo porterai.

Ti prego e ti rinnego

come ieri che non c pi

perch io tocchi ci che vedo

e creda in ci in cui credi tu.

Salvami oh dio dalla mia follia

prima che scordi come si scrive

e che la mente non sia pi mia

perch di luce propria vive.

Salvami o rendimi la tua penna

ed io in cambio, ogni sera

sulle rive della Senna

ti legger la mia preghiera


Id: 15965 Data: 05/08/2012 12:07:31

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Volatile e celeste il poeta

Volatile e celeste il poeta

lui sogna ci che vede e che non vede

lui, che meglio di un profeta

la vita e la morte prevede.

Anima, mente, acqua piovana

dentro i suoi occhi si mescoleranno

nella sua vita inferma e insana

un giorno ancora, un altro anno.

Da solo, nella sua soffitta di pace

il poeta sentir ci che lui ama

scriver senza penne e senza luce

sulla sua met sempre lontana.

E la sua penna che implora, invano,

muta e stordita dallamore

silenzioso, perduto sul suo divano,

cosa dir il poeta mentre muore?


Id: 15964 Data: 05/08/2012 12:07:00

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Lodore del vino, in strada, le barche in rada, e

Lodore del vino, in strada, le barche in rada, e ferme

La tua bocca, i Capelli azzurri

I sussurri che non vedo

Mentre credo nel mio cammino.

vicino il giorno dei lunghi addii

Delle mani calde, bagnate dal sole

E muore la mia penna sulla carta stamattina

O prima che ti svegliassi nella mia memoria

Nella storia dellamore e della vita

Davanti a queste dita, ancora una volta

Prima che crolli la mia montagna

Che bagna la tua voce, la tua rosea e leggera armonia

La mia gioia, il mio pianto, tanto forte che ne sento il peso

E, indifeso, aspetto i cavalli rossi e i pugnali

I canali, i fossi pieni di ricordi

I fiordi, stretti vicino alla mia nave

E il sole, che sempre pi lontano

La mia mano

Adesso che non mi rester pi niente

si pente di non aver scritto del fiume

Del suo fresco morire, o della finestra

O di questa strada fuori dal petto

Il tetto e i gabbiani che piangono felici

Le radici, le vie gelate

Le giornate trascorse nel dolore

Il motore delle barche sotto di me

E c il profumo della loro trepidazione.

Questa canzone, che gli dedicher

ora so, che non possono sentire.

Quando laria antica che scende dal monte

Lungo le tegole antiche

amiche delle mie mani piene di sangue

Mi segner di nuovo il viso

Allimprovviso,

Grider assieme ai gabbiani

E insani sogni di libert

Scuoteranno questa strada

Questa bella citt di folli

E di molli marciapiedi in mezzo al fango

E piango


Id: 15962 Data: 05/08/2012 11:58:09

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Napoli

Napoli

Che negli anni di esodo

Mi resti dentro come il nome, inciso nella vista

Lorizzonte che odora di pesce, che cresce

E mi fa sentire cos lontano

Laeroplano, la nave che sbuffa, sotto nuvole di emigranti

I canti, che nella lingua vivono ancora

Laurora, la poesia, la mia strada franata

La giornata vissuta nel tuo ricordo, tra le tue strade

E cade quello che avevo nella mia testa

Questa voglia di vivere ancora, di andare

E il mare, la mia casa, lontana

La vita insana e dissoluta, la solitudine finita

Prima del vento, e in un momento

poco quello che io sento



Id: 15961 Data: 05/08/2012 11:55:31