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Raccolta di poesie di Emilia Filocamo
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Due Mila e uno

Sono stata triste per molto anni.

Ho guardato i balconi, inviato

gli occhi a spiare le vite altrui, le palme,

l'onestà e la correttezza di questo 

o quel lungomare.

Per molti anni ho versato di me

sangue ed ossa, e questo in ceste

già piene o forate irreparabilmente;

un tessuto malato, rappezzato dal principio,

lascia sempre al fondo una cancrena,

un morire silenzioso.

Oggi sono un giullare,

sono giocoliere e fantasista,

sono mago e comico.

Ma non più una marionetta.

Tirati i fili e spezzati, fui

accasciata e spinata, disossata,

spiumata. 

Sono stata triste per molti anni.

Quelli che ho consacrato e issato,

credendo di vincere

la fossa con la bandiera.

Ma oggi so che non è 

più mio questo allunaggio

se sono ancora un volo,

uno spillo nell'orbita,

la ciglia estratta,

sorte d'autunno,

che si inventa ago.

E pungola fastidiosa

la culla che prima ombreggiava.

*

Due mila

Poi verrà il tempo dei maiali,

dell'alloro spruzzato di sangue.

Dai terrazzamenti salirà

l'acido grido scannato,

i rosei San Pietro  ammainati

senza porto su argani adusi.

Intorno danzeranno con il fumo

nero dei grassi castagni,

gli adulti affaccendati,

le case recinto in festa,

sadiche levatrici boia,

con i bambini che fregano la scuola.

Sarà così.

Con le tavole imbandite

ed il fuoco recente del sacrificio.

Le stagioni che vanno sono stazioni:

quando ci issano al Golgota

e la curiosità sana aspetta che guariamo.

O che spiri in un osanna

la nostra follia. 

*

Due Mila Uno

Il tuo dolore è perfetto.

Perfetto come la tua mano,

quando sale il declivio da

cui non vennero mai germogli,

nè sputarono i capelli,

o vesciche opulenti,

con il genere messo a vista,

girino o stella;

vasche di cellule

generosamente sdoppiate.

Questo getto imploso,

mi ristagna in grembo,

il rosso costante del rinnego,

la grammatura, un geranio

eposto ogni agosto,

e dal pistillo insano;

uno zoo messo in carcere

e, se conti i tentativi,

le due parole si somigliano,

se non fosse per i versi

selvaggi dei primi,

e la disperazione sillabata che va ai secondi.

Tante notti fa calibrammo il gesto,

migliorammo assuefatti il tiro.

Solo che non ti aspettavo,

amore rimandato e maledetto.

E credevo che tutto il

mondo facesse così:

una prova in silenzio.

 

*

Due mila

Oggi è stato il nostro giorno.

Un anniversario di pochi minuti:

non credo i serpenti sappiano fare

meglio, aggrovigliati tubicini

velenosi, intestini rivoltanti.

Sbrigarsi ed accontentarsi

con la nostra identica scaltrezza surrogata;

o le api batterci quando scodinzolano

festanti sulla bocca carnosa del 

fiore che ha alzato la gonna.

Degli altri non so che dire:

difficilmente  mi fermo a rubare

l'amore con lo sguardo.

Oggi è stato il nostro giorno.

Quello delle tue spalle 

che mi hanno distolta da vincoli

e lenzuola di flanella,  dai tappi

accumulati a iosa nella pancia

sbeccata di un dono di mia madre.

Lei si aspetta che indossi ancora il 

velo, che lo esponga,  come il suo piatto

verde mela, dote frutto di incrocio

fra vetro e vetro, razza soprammobile.

Credo che a volte provi anche a spiarmi.

Per capire se è intatto.

Se fra i capelli ho ancora

tempo per accomodarmi il suo bianco.

*

Mille e quarantasette

Ancora mettono segni, apostrofano

il marmoreo con saluti,

avvicinano la bocca al cemento

pensando di scavargli una risposta.

Mentre sorridono e fanno un passo

avanti la vita, con i piedi ed il busto

eretti sopra dove riposi, perpendicolare

senza linfa, ma con i nodi giusti per

l'intaso mortale, mentre giocano, ti

credono  in mezzo, con la disinvolta

franchezza distratta di un partecipante

annoiato. Bisognerebbe dirglielo,

e calciargli via l'ardire , smanicargli

la voglia inopportuna di raccontarti

cose che andavano dette prima.

Intanto qui è freddo nuovamente:

al cielo sembra sfuggire la sorte

della primavera.  Così come gli sono

sfuggiti gli anelli delle tue ossa,

tronco ancora tenero,

in espansione.

O una via di esonero per tanto,

inutile strepito.

Ed ha pensato così, sempre lui,

cielo e boia,

d'un tratto, di liquefarti il capo,

sbordarti la resistenza,

sfilacciarti  fino all'ultimo

dai gomiti, dai tarsi e dalle nocche.

Come se spurgasse un

giovane, gustoso carapace.

 

*

Massimiliano

Dalle pendici la cresta

del monte è un vano al contrario,

un utero disinvolto e sbeccato,

imbuto cieco.

E micidiale.

Un water di borborigmi potenti

quanto la peste, solo più caldi.

Là sotto te ne sei stato

buono, fra i filari velenosi e

i pomodori in accidia,

fra la pista chilometrica dei citofoni

ed il traffico degli ascensori.

Un buio/ faraone fai da te:

non un bracciante ad issarti

obelischi, non un operaio

operoso quanto un'apetta

a contribuire in sudore

al mausoleo post mortem.

Ci hai lasciati senza soluzione:

abbiamo cercato fino all'ultima pagina,

quella dove rimandano rebus e

sfingi. Ma nulla.

C'era solo un mostruoso ingorgo nero.

Un orco incubato.

 

*

Mille e quarantasei

Quello che siamo stati è

risultanza da cantiere,

polverume asciutto ed urticante

che, ammassandosi, infastidisce

i gatti e fa le suole parlantine.

Quello che siamo stati

è rimasuglio, cordoglio,

scarto, un disordine di spiagge

miste a rovi, la perizia con cui

alla vividezza di un trancio di

carne e rosso, viene spurgata

la bianca, grassa  bordatura

con la smorfia di un difetto,

di una disabilità immangiabile.

Quello che siamo stati,

sarà scritto dovunque non potrà

essere letto: un'affissione simpatica,

allegra quanto un codice indecifrabile,

abracadabra luciferino, accoppiata

di formule e divari.

Quattro gambe che insieme dovevano,

se non fosse stato per quel veto,

capitato con la ferocia di un guaio

mortale, e l'improvvisazione di un incidente.

Solo che noi venivamo via felici da quel contrasto,

come da una festa.

 

*

Mille e quarantacinque

E' venuta già l'ora delle farfalle.

Si, dei lepidotteri in picchiata,

dei ronzii. E dello smielare.

L'ora che il mare avvampa

in cerchi di schiusa a riva,

e le gambe smettono l'inverno.

Tre o quattro volte ho sentito

già cambiarsi il cielo e le montagne,

con la faccia che hanno le cose

quando sanno arrivare un conto

diverso. E tutto respira senza affanno.

Dalla luna, invece, vengono tue notizie,

del tuo svernare, che un po' mi appartenne,

setaccio di un letargo strano, gelato 

e lieve, lento e micidiale.

Ti ho immaginato incastrato fra due

rocce, un utero senza gentilezza,

a dormire i giorni che ci hanno

appaiati, noi venuti da un corredo opposto.

E poi, d'improvviso, svelato.

Un'agitazione di bozzolo,

una fermentazione primaverile.

Senza più una sola forzatura,

una catena.

Come quando alzi il bicchiere

sotto cui tenevi prigioniere

due ali, non importa la fattura.

E dall'apnea, campana di morte

momentanea, incubatrice inversa,

fai venire finalmente via

il battaglio/ Icaro

che hai  provato a fare terrestre.

*

Mille e quarantaquattro

Primo giorno.

Il taglio è in forma,  sguaiato

da parto improvviso e necessario,

lo svitato.

E' sano come il bambino della vicina,

ma non è un bambino;

ancora lucido di lama,

eccitato dall'incisione.

Certo non poteva essere

spurgato naturalmente,

eruttato il malefico lapillo,

esploso dopo giusto,

pio, devoto ravvedimento.

No! Doveva essere acciaccato,

leso, fatto a metà: dall'una all'altra

sponda, come si squarciano certe

arance, libro dal carnoso segnalibro,

canyon nel quale entrerebbe

perfetta la tua mano.

Là sta tutto quello che siamo stati:

a che ora arrivi? Mi manchi.

Ed il trofeo tornanti, montagna,

palco, paura, pomeriggio, meglio

sera che fu corredino al più

sventurato dei nascituri.

Primo giorno.

Sono brava.

Mi porto bene addosso

la punizione, il raggiro,

il doveroso contegno.

Mentre ti infili in auto,

e le tue gambe hanno già

un'altra porta, mentre dimentico

che ho più del tuo nome che del mio,

mi curvo e covo l'inutile ovuletto/ acino.

Stagno di sangue: ciglia aggrottata.

Una rossa.

*

Mille e quarantatre

Tutte le cose hanno un nome.

Lei li ha presi tutti.

Non è megera,

nemmeno angelica,

ma muove le pedine

con sapienza;

nel favo ha più carte,

e smiela; tutto quello che rapprende

si appiccica a me con un doloroso salasso.

Forse sapeva dei nostri lunedì,

ha fatto quadrato con una sfera:

pesce rotondo, un occhio di vetro.

Forse ti riprenderebbe in casa,

con il vecchio divano ,

ed un televisore da buona occasione.

Ha ancora sulla schiena il tuo addio,

rigoroso come  un lutto,

e nella pancia un paio di nodi,

a cui hai contribuito.

Le teste mollicce, dei foruncoli:

mai tirati fuori, mai battezzati.

Gettati via ancora crudi.

 

 

*

Mille e quarantadue

Non ci saranno più occasioni:

le case sono lapidi,

le tende mummie,

ossei nastri riavvolti,

larve di un orrido,

sconosciuto insetto;

ed il tuo viso stinge

come il colore sul quale

passa distratto

un dorso di mano.

Non ci saranno più occasioni.

E non mi importano le stelle,

e quanti figli potremo comunque

avere, con i corpicini ancora

caldi sormontati da teste

che non ci appartengono.

Quando li scuoteranno,

stappandoli al viscido torpore,

io non sarò esausta e stesa

a  cercare il calco del tuo naso.

E tu non mi ringrazierai.

 

*

Mille e quarantuno

Tu non verrai.

Ho irrorato il corpo

con le migliori intenzioni,

un po' come si fa con certe

portate, cosparse di erbe

aizza  sapore.

Ma tu non verrai,

e questa triste, inutile,

selvaggia aspersione,

è un banchetto già marcescente.

A piedi e passi,

ho raggiunto la solita piazza,

ravvivato il sorriso,

guardato a destra, poi a sinistra;

una volta le stelle erano amiche,

e sembrava si fondessero  in

uno scudo, per accompagnarci

fino all'abbraccio.

Ma tu non verrai:

e pioggia e sole,

e afa e rose,

e steli e ricci,

e neve, è presto.

O forse domani.

I miei capelli,

le dita, amore,

una casa, due bimbi.

Esagera! La storia,

le ossa: sono loro i morti,

se tu non verrai.

*

Mille e quaranta

Torneranno le gite,

la piazza madida di stagnole;

il fischio del vigile,

è cotone invisibile.

Mi destreggerò nella fila

ascelle e palloni,

calzoncini e tono nord.

Saprò dai loro brufoli che è

primavera,  dagli ormoni in visita guidata.

Torneranno le gite,

nei giardini sbiglietteranno

di lena ed ai fiori verrà

dato un nuovo incarico;

lo scatarrare degli autobus

sulle vie sarà Dio, ma

non duplicherà le costole.

Torneranno gli assenti:

la casa sfitta sarà obesa,

le ringhiere svecchiate,

incisivi resuscitati dalla nuova igiene.

In questo appello di inizio

stagione, mancheranno solo le tue gambe,

e la schiena, testo sacro.

Sto cercando un modo per appassire

velocemente, sganciare ciò che ancora

punge, e poi spunta.

Fanno così i boccioli prima di essere.

Ed i bambini, sollevati in tempo opportuno

all'acquosa comare espugnata.

 

*

Mille e trentanove

Ci hanno dato questi giorni:

alterni, singhiozzi, un po'

come le buche sulle strade,

zoppicante intermittenza,

come i pali per forare la

nebbia dalla pancia,

e non scoprirci assassini.

Col paraurti inzuppato

dall'ammasso di una volpe.

Li avevano contati, già

stabilito quanti martedì

e quante ferie,

quali parole, risa e discussioni.

Tenevano nella stessa busta

le direzioni, gli orari e i modi

per incrociarci: tu qui, più a

destra, lei dall'angolo, sopra,

adesso. Boom.

Ma ci hanno dato questi giorni,

con le feste ed i disastri,

dall'afa siamo infuriati in neve.

Ho avuto solo questi giorni,

durati quanto una casa,

la scelta del cane giusto,

e l'urlo sguscia spinta.

*

MIlle e trentotto

Ciao Isola del Liri,

ciao acquitrini.

L'auto sfiamma dopo

ore di cammino,

gli incroci hanno un'indifferenza/ tungsteno,

e la marmitta sfarfalla il chilometrico

amplesso, rilasciando tossine.

Ciao alle portate, ai negozi con il saldo amico,

al pane e alle tovaglie di carta.

Di una strada che ha più botteghe

che presunzione, delle more appaiate

sui cespugli verso le abbazie,

dei loro giochi, ho nausea e fame.

A volte penso che sei venuto

a farmi vivere come gli altri,

con le ossa tribolate

dall'incostanza, e la mia pelle

che in bocca ti durerà forse una stagione.

Comunque, ciao Isola del Liri,

ciao fossette ed avvallamenti,

ciao sensi unici, viva i distratti.

Se lo fossi stata io,

quella notte/ giorno,

adesso saresti già in salita,

oltre il lungomare.

Con il sorriso lanciato

alla prima dose di

gambe e circostanze.

*

Mille e trentasette

Mi piaceva Venafro.

Di sera era un gatto,

razza grigia e melangiata,

l'innesto barbarico

di troppi amplessi.

Una costola asciutta,

così, per passare il tempo estivo.

La cosa buffa era che non

ci somigliava, se non per

quella fantastica abitudine

di sentirci addosso  un altro accento.

E qualche errore stava pure là:

nei segnali stradali,  nel bar

adunco come un gomito,

e nelle pozzanghere.

Mi piaceva Venafro,

di sera.

Sembrava mi guardassi davvero:

che sulle mie caviglie fosse

sollevata la fine del mondo,

per proporzioni e possibilità.

Che ci volessi le zampe di una casa.

*

Mille e trentasei

La domenica è più difficile:

non c'è il cordoglio del

lunedì, e le trattorie

baluginano con la ghiottoneria

di un cappio per totani rossicci.

Certo, non sei di queste parti.

Quindi ti sfugge l'acne

notturna che, a maggio,

luccica il mare ,

da ileo ad ileo.

Sono uccisi in teneri atteggiamenti,

certo non puoi saperlo.

Che corrisponde a quell'orrore

una festa di barche, una processione

sputata a largo dalle rocce.

Ed è anche la sera che i licei

chiudono  la bocca con danze

e parapiglia. E ai ragazzi

viene la maggiore età.

Come una malattia.

Vorrei averti urlato tra

le braccia allora, con

le gambe inginocchiate a riva.

Quando ero sconosciuta

a cento carezze.

*

Mille e trentacinque

Tutte le volte  mi insegni

qualcosa di nuovo.

Gestione ammirevole,

grande padronanza,

expertise favoloso.

Smonti e rimonti,

sono sul tuo ponte

da mesi:  ma ho

un innesco fasullo!

E l'ingranaggio dai

modi disonesti.

Sembra funzioni come

riuscì all'ultima bella

incanalata sulle tue

dita: lei di facile

impiego, stanabile

quanto una bocca di

latta quando tiri il 

lembo ed è  solo da versare.

Con il contenuto a giorno

e la mossa giusta.

Si, forse ti appaio rigenerabile

quanto il suo fare,

l'ingresso corrotto da cattivo utilizzo.

Ma il mio osanna dura solo qualche

secondo: hai fatto caso 

che non oso contare?

Che le mie ossa hanno più forse di altre.

 

*

Mille e trentaquattro

Roma è in tuta e gabbiani:

i tetti/ baffi intiepidiscono

rosa, dopo l'ultima arroventata.

E' il pomeriggio in cui l'attore

è entrato in metro e nelle fontane

è  primavera blu stinto.

Il mio letto vede il Gianicolo,

ha lenzuola giovani

di lavanderia: oltre  il fianco

degli alberi stanno mura,

stanno ipotesi e mascelle latine.

Hai frugato più volte nel mio

ventre, credevo per riattaccare

il filo alla foce da cui prende

l'elettrica mansione.

Invece è stato come spostare

il divano per vedere se piace

alla parete avversa, se da quell'urto

può nascere una storia.

Ma la camera è la stessa:

occlusa cervice senza sguardo.

*

Mille e trentatrč

E va bene.

E' ora di cena:  va accomodata

la tavola. Ma noi non abbiamo

una culla. E tutte le volte che

provi, manopole e stelle,

il madido biliardo,

esito partita con preghiera,

tutte le volte,

c'è un temporale

che spezza la schiena

al girino,  nella mia acqua/ cemento.

E va bene.

E' ora di famiglia.

Di quelle cose che si fanno

in due. Ma il tuo portone reca

il nome di un'altra,

 la vicina forse ricorda il modo

in cui ti allacciavi le scarpe.

Ed il tuo ombrello sta

ancora infilato da qualche

parte, tra un cognome

e una scala.

Come l'arma sfitta

di un Vlad impalatore.

 

*

Mille e trentadue

Mi vogliono ècru,

ritta sul piatto della doccia,

con la schiena in pari,

e i bottoni della giacca ricongiunti alle asole.

Mi vogliono affacciata alle diciassette,

quando la campana manda in tilt il silenzio,

e raccoglie le donne come riso scuro.

Compatta  come le cose montate bene,

la frusta nella boule maneggiata

a mo' di scettro.

Loro non sanno che amare

è questa spina, è il sangue

ed il suo invaso.

Che per te ho dimenticato i monti,

ed il ponte sbieco, e la farina

sul bancone del vecchio pastificio.

Un pomeriggio che il sole era

una macina, e puntava la neve per cavarle l'anima.

*

Mille e trentuno

Tu vieni dalle strade delle palme,

dallo scirocco che scala i palazzi

con un alito quindici gradi.

Conosci come sgomberano i parcheggi,

l'odore dell'ora di punta,

gli ammiccamenti robotici

dei semafori, la litania delle file,

coda di animale immondo che

rintana. Gigantesca lumaca ritratta.

Ma quando vieni a me,

e visiti il mio silenzio,

so che mi strappi.

Alle gole e ai giardini,

alle cose che erano i miei

cinque anni, al terrazzo

con le maioliche, all'elastico

ed al chewin gum, al tappeto di fiori

nel giorno del Corpus Domini.

E dove sono contusa, dove sono

lacera, è là che va la nostra casa.

Con le finestre/ bozzolo schiuse e

la toppa ancora vergine.

*

Mille e trenta

Tu somigli al bastione

che chiude questa Costa.

Non so quante volte

hai attraversato la mia

terra al tramonto,

quando i vassoi sanno di arance,

e i giardini smielano

con l'afa un'eccitazione

lenta e soddisfatta.

Quando alle colombaie

chic di cento alberghi,

rintanano le mani oro

dei turisti, e Capri

è, a favor di cielo,

un cammello annegato.

Io su quella strada,

l'ombelico ceramiche

e liutaio, esofago

terrazzamenti e

pescatori, salamoia

mare/monti, avevo

sempre diciotto anni,

una corda nel petto

ed il cuore ad una sola

uscita. Se mi avessi avuta allora!

Se ti avessi avuto allora,

con la frenesia delle

lucciole al collo di Furore,

con il profumo che ha maggio

quando giugno è ancora

lontano. Tu somigli al bastione

che chiude questa Costa, la cortina

accasciata sulle acque  a dire

dove ristagna al paradiso

la voglia d'inferno.

Non so quante volte

ci saremmo potuti

trovare spalla a spalla

ai tavoli di un bar,

accalcati nella folla

marina del Patrono più

gettonato, nel solletico

degli scogli velati

da gambe, bambù e corpi.

Eppure mi piace questo tempo

in cui posso raccontarti chi

sono stata, i nodi dei miei pini,

il precipitarsi maiolica delle

rocce. Il ripetuto tentativo

di morte e rinnegato:

il nostro Abramo a mezz'asta

sulla gola di Isacco.

 

 

 

*

Mille e ventinove

Conosco il nome del tuo cane.

Un'anafora con l'accento,

anatra senza becco,

con più denti di uno squalo

e i tacchi di tua madre

come sentinella,

rocchetti salva equilibrio,

colonne/ capezzoli di

sirena mostruosa quando

prende il largo sul pavimento,

verso l'uscita.

Conosco la voce delle tue

chiavi: una ti tiene in caldo

il rifugio, l'altra è la sagrestia

da cui sei partito,

la terza la chiami sera,

la chiami festa, con il nome

più lungo del mio,

volant ed atteggiamenti,

la chioma fluente

ed un odore di parlantina.

Conosco come sorridi,

e l'abracadabra dei tuoi occhi,

gli andirivieni tra androni

e cortili, le giacche

che indossi e i maglioni che svesti.

Devo aver fatto qualcosa di terribile

per non meritare di sedermi

di fronte alla tua stanchezza e

sversarti il desiderio.

Certo, dopo aver assicurato

alla porta ogni distanza.

*

Mille e ventotto

Il nostro amore merita

una fine che somigli all'inizio.

Orario imprevisto, la luna

issata come l'escrescenza

dell'unicorno,  patena

senza frutto, globulo

ed albume, saliva santa.

La gente, fastidiosa e di rumore,

è assiepata nei letti sbalzati

dall'afa, ma dove si fa l'amore

le coperte scalciano volentieri.

Altrove, un bambino struscia

il capo acquitrino fra le lenzuola,

poi respira.

Tic è il verso dell'uccello/ orologio

al capezzale di ogni casa.

Il nostro amore meriterebbe

un giorno di agosto per finire,

possibilmente  a metà tronco,

dove è più molle e promettente

il tracciato, dove si aspettano

miracoli. Ecco: un cesareo

preciso quanto un destro, dritto

al ventre dell'estate,  perchè è

così che mi sei venuto.

Come un figlio, come uno sposo.

Io non ho mai detto si,

mai detto dolore,

illibata e sporca,

sono consumata

senza dare cera.

Ma mi hai sposata in una notte.

*

Mille e ventisette

Il mio tempio è detonato.

Fin dentro le budella sale

la stagione brillata.

L'innesco fu perfetto  e di talento,

un aggeggio d'altri tempi.

Giacca buona  e bel sorriso.

Boom.

Ovunque adesso risuona il boato

delle cose esplose in tuo onore,

la parata di macerie

che ti  reca in calce.

Sono scampata a me stessa tante volte.

La foggia delle superstite

era il mio clown:

poi il tuo congegno, diabolico

rebus e tridimensionale,

ha preso il sopravvento.

E mentre fuggo, ancora ti

cerco: curo la miccia

dal suo calore, soffiandole sul capo.

Prima o poi si addormenterà

questa ferita verticale: l'assassina è spenta.

*

Mille e venticinque

Io non sarò sempre fioritura.

Un giorno ai campi verrà meno

il turgore,  e sotto le semenze

eccitate, si genereranno pigrizie

ed affaticamenti imprevisti.

Ti sorprenderai della muta,

del letargo più  ostinato,

di carni assiepate come l'erba

che va congedata, spurgata dalle lame

con la dedizione lugubre dei monatti.

Vince chi riconosce nelle sterpaglie,

nello stelo ingobbito, nella radice

slabbrata, la prima messe.

 

*

Mille e ventiquattro

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