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Raccolta di poesie di Ferdinando Giordano
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Cosiddetto

 

 

Rendo gli onori alla luce da un oblò, cosiddetto

per la forma di questo scafo celeste e bollente.

L’equipaggio è immenso e non conosce la rotta

ma ognuno è mozzo e pochi, troppo pochi direi,

si disputano il compito di timonare in segreto.

Anche oggi, un venerdì cosiddetto convenzionale,

come da giorni freddamente, ci sono due tipi

di dolore, cosiddetto umano: uno che ti fa male

senza cambiarti in meglio e l’altro che ti cambia

senza farti male, o cosiddetto peggio.

Domani è sabato: penso scoprirò un terzo tipo

cosiddetto tempestoso per il dubbio futuro,

quando fai per uscire dallo scrigno presente

nel quale regna la certezza che il motore va

solo per spegnersi, o da mantice sbuffa.

Questo riduce gli altri due, ma infine è sempre

dolore che annerisce la terra senza alcun dubbio.

Il dubbio viene da insicuro e porta più lontano di certo.

Domenica: cosiddetta, la parola si rivede in mente

presa per i capelli, o dai persi, dove resta luce

per dire così.

 

 

*

Culmine del faro

 

 

Il cielo navigabile si misura con l’orizzonte.

Sopra Capodorso moltiplica per 50 i paralleli

fino all’orso polare perso a caro prezzo.

Su Puntalicosa per 17 paralleli il tropico

è prodotto da fuga e remi, uguale annega.

Moltiplica significa scalina l’emisfero a gradi

prima di arrivare al pianerottolo di casa

con una spesa da pensionato sociale. 

In questo modo il pensiero va dove vuole

protetto da un ombrello grigio che le stecche

tendono dopo aver dato parola di tenére

o tènere angosce che vegliano sui polmoni.

Basta un colpo di tosse e uno sputo in terra

per fare un golfo immenso. Tre porti aperti

dicono che la città accoglie chiari passeggeri.

Non solo viventi in genere, ma residenti in pectore.

 

 

 

*

In seguito lo terrei a mente

 

 

Se metto mano

a sud del cervello prendo il cavallo

per quel che è: un animale bizzoso

tra capo e terra, superato dagli eventi.

Eppure per imbrigliarlo la vita ci ha messo poco

afferrata per i capelli più e più volte -

tanto del crine non si tiene molto. Meno

della stalla, poi, è per il ventre, ma anche lì

quanto più è vuoto lo zoccolo regge

peggio.

Ricordo di essermi toccato assai

prima del tempo. Ricordo figure patinate

tenute a distanza dai docenti

che impaurivano avvicinando le visioni

al risveglio. E ricordo il tatto incerto

e rozzo via via diventato trasporto: per questo remo.

Ricordo, ricordo... ma era prima

del tempo traversando il breve

sangue burrascoso.

Se ci fosse ancora lo terrei

a mente.

 

 

 

 

*

La domenica verrà concessa a giorni

 

 

Vorrei abbracciare questa casa

come la prima

amica: parola fine

se abitasse qui. Diventa caldo

pensandovi. Caldo integerrimo,

di parola così fatta finestra, battente.

Le pareti sono atterramenti retti

da non so quale voglio. L’anima

un biancore inaudito ruba

salendo a chiazze umide

gli interni, residenti per nome,

congiunzioni e cimeli fatiscenti.

Chiazza è un bel termine: come esito.

Vi somiglia a macchia, in cute nessi

che tento. Viene cupida di là. Viene

ma indica trasudamenti. Levo il dito

piegato: si stira attratto

all’idea di stagione. Colgo nudo

il colore di riferimento. Colgo

lo zelo dell’aria corrente. Potrei

toccarle il ventre con lo sguardo vivo

presso la finestra.

 

 

 

*

Mal tolto

 

L’aria si agita in ogni direzione

e comanda fazioni di polveri.

Si alzano nuguli a squarciagola.

Chiudi la bocca. Incassa il collo.

Resto di pietra. Ballonzolo, vivo.

Oh-ò! è un grido pirata. Ooooh!

del fanciullo in me che scuote l’ora.

Polvere, che si fuga: ohhhh...

Chi ha finito amore gira a vuoto,

perché è tornado, oppure vira

stretto dal desiderio che torna.

L’aria barcolla: è densa quando si alza

da terra al sole. Lei barcolla da sé

piena di calori impuri. E dentro

vibrano corpi come dolenti, curve

o cose non più spigolate; ballano

quasi fuochi: fatui, fatiscenti, fatti specie

di miraggi ingegnosi, umbratili

per collocazione adultera in noi.

Sei colmo, dimmi: ti senti come

quell’antico tetto con lo sguardo

curioso? Il secolo scorso ti ha dato

un fatto nuovo, una finestra affiliata

alla cosca del sangue, il rimedio

alla polvere con l’aria di chi chiama

futuro col tuo nome scaduto.

Guarda il sepolto. Felicitati per l’ombra.

Avendone sei; e sei ancora di nuovo.

Chi ha gli occhi addosso sa dove

si posa faziosa: il più complesso

sistema di ricordi diventa semplice

mal tolto.

 

 

*

Convolvoli e adiacenze

 

 

È la quietanza dell’anima.

E sale bianco e sale grasso il prato

con l’affanno che lo atterra

fino al limite di un tufo nel blu

- come quella antica casa

che mi sa nato tanto poco.

Così un fragore di conoscenza

inadatta – rumori delle stagioni

usuranti che si tengono lì per qui,

accidenti diretti al ventre dell’universo

da un minatore di pubi – giunge

in superficie a voce inetta aperta

con le lancette dell’ora zero,

o pressappoco minuto.   

Vena e muscolo vennero allo steso molo di partenza

nel mar terreno. La loro corrispondenza

è la posta in gioco; e né mente né pelle

possono scindersi senza perdere peso.

Una congiunzione fruttuosa

simile a penso e sostengo “non c’è altro!

non ho altro! non sono altro!

peraltro quanto?“

Su tutta la schiena la resistenza del pianeta

attraversa il prato a tinte a modo di petali.

Presso la pace e nell’immediato gli steli

danzano. Una danza endemica

da specie a specie, stelo come posso.

E poiché endemico è l’occhio singolare in corolla,

il mio sguardo passa a memoria come un rastrello,

recupera uno o pochi temi, ossia latitanti treni,

esporta le cose osservate e le pianta nei led

perché ormai esce dal foglio più elettrico: indotto

da censimenti di sillabe per ogni eco

di “in che cunicolo vado messo?”

 

 

 

*

Save our sound

 

 

Mi avanzano gli stessi rumori da tempo:

stridori lappate grugniti schiocchi

note voci foniche salmastre lunghe

e raramente versi

di alcuni non viventi. Perché dove tutto gira

le cose non fanno silenzio. Che è solo

del vuoto che le stesse cose rigettano.

L’uno e l’altro vengono in fine come il sabato.

Thank god it’s friday, again.

Io affondo nei rombi, pure mi figuro

rotondo ma ho spigoli vivi: respiro

e, credimi, suono e sono:

in me circola baccano. Globuli, dici,

ma finché c’è baldoria, mi diverto.

Save your sound.

 

 

 

*

Come è vasta la follia

 

 

Non riesco ad uscire dal mio recinto, eppure

la mente è aperta. Vi trova posto la moto,

e non sempre, il fango e il saltafossi,

un rovo e una donna con la pelle a fior di labbra,

altre conseguenze di lavoro ai fianchi,

il tempo determinato dalla sua prossimità

all’aria aperta. Un gioco ancora.

Forse il tabacco ne è consapevole

e mira la luce una pazzia di retta.

Fa’ che cammini lungo la cinta

con la buona regola del sospetto verso

lo steccato basso e il salto con gemito.

Mi sto accorgendo che quando la strada si intromette

in un territorio disciplinato, perde il contatto

con il terreno; l’umido riduce l’attesa in fretta,

il cuore poggia sul piede più stabile,

ma sottomesso.

La figura investita da chissà quale angolo

retto, si spezza, sfuggente ma non abbastanza,

viene colpita dalle vocali con cordate

e il traffico semantico romba e rimbomba

nelle orecchie se dotte.

La parola claudicante, gobba, in consulta

con la sonorità dei frontespizi da biblioteca,

nepènte dell’occhio, grano dall’apprezza-

mento saltuario, trebbiata prima

che il pensiero la maturi, battuta a parte,

sul tempo, con l’orologio al polso

e: vuoi la gratuità delle cartilagini ricevute,

vuoi l’ora alla gola, abuso dei verbi come:

venni per vivere bene e molto a fondo;

pure: chi è adesso l’uomo, o il marchio?

Fuori dal contesto un tizio non ha leggi,

oltre la follia, quella e questa disobbedienza,

l’attrazione sana e corrotta in seme nell'esito.

 

 

 

*

Ciao, Stephen: per ovunque

 

 

Nell’Impero celeste pressato dal sistema

dei continenti terrestri alla collottola di dio

congenito all’annoluce, uno tra tutti vola

a giusta ragione. L’ilarità di una stella dipende

dalla sua posizione sulle spallette del generale

universo. L’esercito è meteore

che si lanciano con forza dalle trincee

sterminate, colluse con spacciatori

di caos in un buio tremendo e certosino,

tanto da occupare l’incubo oscuro

punto appunto. E l’ipotesi è dura

- come dicevo:

 

Uno di noi raccontava la straordinaria figura

di Hawking. Ho pensato di lui: la mente

è cura o condanna del male che spetala

la carne migliore: il tessuto già scomposto in vita,

per via delle rughe croniche, confabula lucido

da un buco nero tornato alla luce.

Quell’uomo è molto più grande di noi messi insieme,

enorme nel nostro breve tragitto da some,

benché stringa le spalle per forza maggiore.

Ossignore: è grandioso!, lumine ben oltre il midollo.

 

Ossignore: è migrato! Nell’impero celeste

a giusta ragione, col suo sistema di lucidazione

formidabile per derive tremende. Ma è

sulla Terra la sfera di geni multiformi

per l’universo, dannazione!

 

*

Aria di scarico

 

 

Come quella volta al deposito

della ferrovia tra binari creduti morti

invece messi di traverse. Occupavamo

le spoglie dei treni quasi albergo ad ore

per pochi momenti, lasciati andare

in ogni direzione.  

Poi il terremoto dell’ottanta fece di peggio:

spiegò la crepa come la stazione di partenza.

Con tremori, in luogo di separazioni.

 

 

 

*

Triccheballacche

 

 

Sono stato seduto tutto l’inverno

per mantenere un certo equilibrio

nell’andazzo da orso poltrone.

L’indice dei purtroppo vorrei

ma non posso lo appendo

al collo spesso (il collo è sottile,

palificato, sottomesso al capo curioso).

Una sorta di elenco che da letto

passa a letargo, ma sveglio,

in forma, avverte adesso che viene

a farsi bella e attiva, fruttuosa

la vecchia fabbrica di petali.

Le operaie sono ovunque incidenti,

le biciclette in aria non hanno successo,

perciò ronzano come elicotteri

in erba.

Mi sollevo dal troppo abbattuto

con un po’ di rumore.

 

 

 

*

Chiunque abiterà la mia mano

 

 

E’ più avanti dell’occhio, con l’istmo

del braccio propenso alla familiarità

dell’imbarco. Una terraferma con quattro

sentieri marcati. Puoi prenderli

per fermati al vestibolo del polso.

Lascia che si calmi la scossa secca

dei muscoli estensori, le linee

elettriche dei carpi, risiedi

nel calore, osserva come la timbrica

del pollice avvolge il nodo

del saluto, scioglie la buona vena

e innesca la miccia scoperta

dei denti rosi dal fumo e dal

fresco rimasticare il mio nome.

Non importa chi tu sia, stringi la

tua.

 

 

 

 

*

Ad opera di vetro

 

 

Pare che un perdigiorno alla finestra

provi la tristezza di un uccello in gabbia.

Non canta, non saltella, non becca.

Non è vero.

Ma è vero che ti specchi.

Focalizzo l’immagine nel vetro: trovo

che il viso ha più balconi che rughe,

occhiaie che cedono a serrande, 

molti sventolii di panni sotto il naso

soggetti al vento che agitano contumelie

al passato come maniche in aria che si agita

coerente, giusto per mestiere e nome trascorso

già da un pezzo. Il freddo è un puzzle interno

e scomposto in frammenti dell’anno detto.

Che non dimentichi perché lo stai vivendo

e speri non ti abbandoni il nume in mente.

Per l’intera nuvolaglia un morso l’orizzonte

e molliche di marzo segnano il percorso

che nessun altro segue, nemmeno le ringhiere.

E c’è qualche goccia che cade in piedi, e suole

liberare ad esso, poi ovvia l'esito in tempo:

prova a rendermi leggero.

 

 

 

*

L’accoglienza del gravido

 

 

Lasciai che raccontasse la sua sarabanda,

iniziata rompendo le acque: intorno c’erano

mura di mezzo secolo perciò non si pensò

potesse uscire così facilmente; continuò

peggio per via dell’aria che trabocca e gelo

suscita il primo schianto del respiro

subito dopo la pacca nubile sul sedere.

 

Quindi la fascia di lino bianco, lunga

ben oltre la brevità della vita, i baci più duttili

dalle labbra meglio piazzate nel ricordo

dove il vissuto tende al cambio in corsa:

una soluzione lacerante adottata dai capelli

ai piedi per prendere sempre più coscienza.

E non è poco se per ora intendi qualche tempo.

 

Quel giorno, disse, c’erano nuvole così basse

che il mare pareva aereo, o con l’onda a vapore.  

Per quanto porto, non c’è bitta che non chiami

allo sbarco il passeggero, nè approdo che tenga

a freno la frenesia dell’anca, il seno coinvolto

e sicuro: tre di ben quattro decenni aggrappati

alla stessa paratia, la mammella proteica,

 

la goccia sapida, le ossa in formazione: tremende

le dure sospensioni. Allora si formò il fondo

che andava salendo nell’anno. Ci sarebbe stata

una rada sapienza, avrei fatto scalo in un qualche

apprendimento che agli uomini costa

più della buonafede. E la via del ritorno era difesa

da angeli / contro il poeta e il legislatore.(*)

 

Un teste all'ultimo processo dichiarerà inutili

queste grida. Ecco: gli si formò l’alba nella gola,

conobbe il sole, è stato toccato dal fumo,

pesava l’alito, lo infioccava, ha parlato ai prati

luminosi per cogliere una frase, non un gesto

da corpo a corpo, ma pure la faringe invasa

dalla lingua seconda. La prima era bifida, e gli è costato

uno dei due.

  

 

(*) W.H.Auden “In time of war” (trad. C. Izzo)

 

 

*

L’albero polisemico

 

 

Dovresti conservarne il vitalizio verde,

la salva di ghiande che atterra questa quercia

come il fragile ricco umore delle egrette,

la gamba agile del giunco sul piede di terra.

La foga in via di estinzione non può essere grazia,

la grazia è l’intromissione nel genere di auden.

La sorpresa del tronco non può essere vista

se non svasando il cuore o la radice. Così la parola.

Hai saputo degli smottamenti del senso,

nel senso che scivola come vuoi, trovato

come dovuto, perso come reso;

e voce e congiunzione ancora vanno a piacere.

Hai potuto vedere quanto l’ilarità della foglia

cambi il ramo, l’estensione del vaso; e il travaso

da lingua a lingua che saliva a monte,

dove la gola ancorché gesto sonoro

riprende l’eco del fondo ventre.

Viene dal corpo asciutto e viene

esposto nudo sia chiodo sì a legno,

viene tenuto alto, quindi esposto aereo:

esposto, più che la chiosa, ridotto mistero.

Conosci anche ciò che ispira la vanessa:

il tuo occhio mobile, sullo stelo cristallino.

Scorre l’umanità, liquida sul gretto.

 

 

 

*

Cacciatore di frode

 

 

Noi invochiamo la preda

e non importa come si mostri.

Usiamo un richiamo che primo

attragga dal suono, quindi la mimica

confacente.

Perché confacente?

Per l’inganno di genere in specie. 

Come quando il satellite

si veste da stella appariscente.

La chiamiamo con qualsiasi nome ci pare

le stia bene: preda, bersaglio, spoglie.

La prendiamo di mira: una traiettoria futura

che introduca nella sua pelle.

Mangeremo le sue fibre più intime, necessarie

non per sopravvivere ai treni, né per allungare

la falcata. Vogliamo il suo spirito santo

e il nostro per ciò rafforzato.

Ieri l'androne taceva,

ma il morbo del vento ammalava il silenzio.

La scena dettava il suo tempo: nell'ombra un secondo non serve.

L'oscurità occulta il sacrificio come la colomba pasquale.

La coreografia dell’appostamento

faceva uno scempio di arbusti

nel sottobosco dell’anima.

Non ci fu bisogno dello sparo, né della tagliola

sotto coperta autunnale: l’azione avveniva

altrove, anzi: ovunque non c’è fermezza.

E poi, non in fine, sangue autorizzato

a visitare l’aria con rivoli magri

dotati di un piccolo flusso mareale

dovuto alla gravità dell’offesa

che coglie e sparge e simula

il sopravvento sul serio.

 

 

 

*

Frasi mozze sulle navate

 

 

O, meglio, Betelgeuse si spegne

ma da tanto distante la percepiamo viva,

come rivedendo la Hayworth nel rosso luminoso

ma falsato per l’obiettivo. Credetemi:

il peggio prossimo venturo sarà l’occasione migliore

per dire: a quello non ci arrivo.

Proprio ora ho visto un maggiolino sollevarsi

da un tonfo.

Sa che deve agitare le piccole ali come un forsennato boxeur

alle corde, apre le elitre

con la frequenza del pensiero che vuole

e vola.

Quindi volare è naturale come immaginato,

basta agitarsi senza stancarsi di pensarlo.

Ma la mia mente arranca per tanto sole.

La coccinella arranca per tanto peso.

Betelgeuse arranca per tanto cielo.

Rita arranca per tanto ricordo.

Pertanto, sotto la cupola

dell’afa, le navate

sono rotte.

 

 

 

*

Come passa

Aveva sul volto tutta la goliardia dell’uva

che ormai secca arriccia. Nessuno pensa

l’acino perfettamente ovale: donna

o soltanto angelo giottesco; non io

che come passa l'uva impegno la carie.

Solo un ragno ubriaco può tessere

al modo di venuzze granata una rete

sotto l’occhio non più tanto vigile.

Mi somiglia, è dannatamente uguale.

Potrei dire che uomini del genere ripugnano

l’anima se si asciuga la lingua; e in più

il pomo si pronuncia in un saliscendi

aguzzo, da scoglio, farfuglio mareale

per il nume ed i suoi accoliti, autori

della ruberia dell’ultima goccia, la vera

lettera netta del cielo. Priva di indirizzo

ma con un destinatario che s’ingozza

sia esso fosso, rivo o salgemma, la goccia

asciutta a mezz’aria, futura atmosfera

del prossimo secolo secco. A riva

le anguille, benchè somiglino al maleficio

della mela, gorgogliano battendo i fianchi

della foce. La bocca è secca, come il pomo,

come lo scoglio, come le cianfrusaglie

nel sottotetto che la luminosa afa bruca.

Non credo nel tuono casuale: la nuvola

alza il bavero quasi parlando, come cieca

proclama la fuga, come se sotto la nera

kefiah dell’universo, la nomade terra

portasse capelli raccolti in uno chignon

azzurro, continuamente turbati

dal cupo brontolio dell’addome violento.

L’atteggiamento del vento resta immutato:

non è umano ma è spaventato. La calma

è mortale; così, a caldo.

 

 

 

*

Panottico dei suoni

 

 

Più che altro

scorre in me linfa di suoni intimi. Questi

mormorii sono trascorsi di sorrisi. Pure

risate fuoriscite dai pini quando l’incontro avventato

connotava un parco, che ora ricordo febbrile.

Il Comunale non era vasto, ma gli alberi alti

misurano innavvertitamente lo spazio

sopra i lampioni,

così tra due corpi affiancati le frivolezze

colmavano il sobrio che li reggeva.

Per tornare ad ora da allora

raccolgo il brusio come passato da bar

e dieci o più voci in simultanea stampigliano timbri

sulle lettere udite. Riconosco la pressione

degli amici, quelli che cambiano di continuo

quando vorresti cambiassero nemmeno i tavolini.

Li lascio posati sul banco

ma porto con me la gioia dell’ultimo sorso

come una mancia del resto.

Più che altro

sussurri della luce

in un circolo chiuso.  

 

*

Trascorsi

 

 

Il minuto è un ago curvo. Cuce il cuoio

del giorno come quei vecchi palloni

da calcio del secolo scorso. Io gioco

a battimuro con l’orologio che osserva

rimbalzi cupi, pure ne ripete le linee.

Questa è monotonia. Un uomo monotono

è più marcatempo che meridiana: il sole

sulle aste fa un lavoro approssimato e vario,

con delicatezza collima ricchezza e miserie,

soprattutto a marzo, quando serve al verde.

Povertà è quella mancanza di lancette? Che

attinenza ha con la mia misura del tempo?

C’erano strisce di ore affiancate senza tregua

e il sonno temeva la valvola con la quale

blocca la stella a quel giorno venuto meglio.

Oggi il tiro si è indebolito. Avevo un bel destro.

Ma anche i sinistri non erano malvagi. Difatti

sono ancora qui. Buone geometrie in difesa

ma conclusioni nulle. Perdere è mancare

l’aggancio quando il sacrificio è rinuncia.

E non insegui un sogno se non ti svegli.

Il filo resisteva anche all’acqua stagnante.

Ossia ogni legame libera nell’umido bacio

la sua primordiale tenuta: la brevità del senso.

Pareva d’acciaio, ma era cotone, con il piede

dolce le parabole si posano a foglia morta.

Non le senti, ma cadono dove non l’aspetti.

A ‘sto modo il minuto cuce la pelle vizza e

l’incubo. La distanza percorsa da un punto

di vista a un punto di sutura è retta dallo

strappo. Mi sono divertito finché ho potuto.

Poi, scrivere è stata una conseguenza: come

l’ago che impiega un minuto per tessere i nodi

di tenuta. Voglio essere più chiaro: gioco

con le parole a battimuro. L’orologio continua

ad osservare rimbalzi che io stesso procuro

mentre annuncia il prossimo giro assicurando

il futuro: momento che taglia e cuce il sarto

nel buio.

 

 

 

*

Cosa porta l’edera

 

 

Porta uno zainetto tanto pieno di libri

che a stento entra l’idea di leggerli.

Li porta da scolaro del vecchio istituto “marinare

la scuola”, con l’intramontabile piacere

per le interrogazioni a cielo aperto.

Sono stato assente per giorni e giorni, anche tutti gli anni.

Per quattro decenni

mi è mancato lo zainetto sulle spalle, come se a questa

macchina il pieno dei libri si potesse fare pigramente

alla prossima stazione,

mentre è il motore che non ne può più di andare.

Proprio ciò che nel vento ormonale,

disse l’esploratore avventato, mi ha fatto aggrappare alla radio.

Ma è servito un oggetto gracchiante

a darmi indicazioni più della rana di Fedro?

Superata la china, non bastano i led

a riprendere la strada. C’è il rischio di piantarsi. Credo

sia la memoria vegetale. Sono convinto che prima

di camminare, le radici dell’uomo abbiano fatto presa

nell’aria. Penso ai rampicanti. Penso alla mia cinta

condominiale. Alle crepe inaccettabili

del fabbricato. All’inquilino che abitandolo

finalmente si accorge dello spazio utilizzato

solo per sfogliare.

Le ipotesi di luce che il sole gli ha donato

sono rimaste al palo.

 

 

 

*

Perché amo il fiume, e un fiume mi specchia

 

 

C’è un limite nel mio essere d’acqua

che non mi è dato oltrepassare,

né per trovarne la fonte

né prevedendo il travaso.

 

Dal lento scorrere oggi, pesante e invasato

lo stanco necessario, racconto qualche canneto,

le pozze radicate, alcune balze in cui sono cascata:

lì un arco luminoso, lì, anche, frantumazioni e arie

da mulino, lì, ancora, rumore, frastuono e scavo.

 

Almeno un campo ho irrigato, almeno una semina

ho portato alla falce; qualche rivolo si è seccato,

almeno una immissaria ho ingrossato, certo

ho eroso, rotolato e sgranchito i sassi per finirli

come sabbie.

 

Da piccolo corso solo rane e lame di astri vari,

scivolavo sulle prime, e tanto, mi sollevavo

attratto dagli altri. In qualche stagno mi fermavo,

vapore invisibile o, mota, seccavo. Quale argilla

ho suscitato? Un bricco, una ciotola,

un mattone forato?

 

Ho incontrato guadi, e ginocchia piagate

mi hanno insanguinato fino al midollo

del greto di calcare. Ho conosciuto parte

dell’invaso e se la diga ha provato a frenarmi

è per la concezione che la supremazia

dell’urto porta poco, e per poco, in alto.

 

Per ogni sospensione sollevata, idea,

fede o creatività, qualche leggera trasparenza

in due o tre anse mostra il fondo colmato, appare

e incontra l’occhio di chi ha dettato l’argine.

 

Ma c’è un segreto liquido

che non mi è dato svelare,

né riportato alla fonte

né avvicinando il mare.

 

 

(Lavorando sulla parola)

 

C’è un limite nel mio essere d’acqua che non mi è dato

oltrepassare, né per trovarne la fonte né il travaso.

Dal lento scorrere oggi, pesante e invasato

lo stanco necessario, racconto qualche canneto,

le pozze radicate, alcune balze in cui sono cascata:

lì un arco luminoso, lì, anche, frantumazioni e arie

da mulino, lì, ancora, rumore, frastuono e scavo.

Almeno un campo ho irrigato, almeno una semina

ho portato alla falce; qualche rivolo si è seccato,

almeno una immissaria ho ingrossato,

certo ho eroso a sbafo, rotolato e sgranchito i sassi

per finirli come sabbie nel grembo della risacca.

Da piccolo corso solo rane e lame di astri vari ho guardato:

scivolavo sulle prime, mi sollevavo

attratto dagli altri. Qualche stagno ho steccato:

vapore invisibile o mota. Quale argilla

ho suscitato? Un bricco, una ciotola,

un mattone forato?

Ho incontrato guadi, e ginocchia piagate

mi hanno insanguinato fino al midollo

del greto di calcare. Ho conosciuto parte

dell’invaso e se la diga ha provato a frenarmi

è per la concezione che la supremazia

dell’urto porta poco, e per poco, in alto.

Per ogni sospensione, idea, fede o creatività,

qualche leggera trasparenza in due o tre anse

mostra il fondo un pallone sgonfiato, una bici,

tutte le espressioni specchiate: detriti che appaiono

e incontrano l’occhio di chi ha trovato l’argine.

Ma c’è un segreto liquido che non mi è dato svelare,

né riportato alla fonte, né avvicinando il mare.

 

(Parola ancora al lavoro)

 

C’è un limite nel mio essere d’acqua

forse già alla fonte, oppure avvicinando il mare.

Dal lento scorrere oggi, pesante e stanco

tra rive necessarie, racconto qualche canneto,

le pozze radicate, alcune balze in cui sono cascata:

lì un arco luminoso; lì, anche, frantumazioni e arie

da mulino; lì, ancora, rumore, frastuono e scavo.

Almeno un campo ho irrigato, almeno una semina

per oltrepassare la falce. Qualche rivolo si è seccato.

Certo, ho eroso a sbafo, rotolato e sgranchito i sassi

per finirli come sabbie nel grembo della risacca.

Mi sono insinuato tra gamberi, barbi e banchi affioranti,

li ho sostenuti, benché nessuno di loro avesse

bussato o chiesto di nuotare, ho retto alle lame degli astri:

scivolavo sui primi, scivolavo attratto sotto le altre.

La mia anima è nello stagno: vapore invisibile che sale

o mota turbata fino ad affondare. Quale argilla

mi ha suscitato? Un bricco, una ciotola,

un mattone forato? Ho incontrato guadi

e ponti pagati con il midollo del greto di calcare.

Ho conosciuto parte dell’invaso, ma quanti territori

la mia acqua non ha bagnato? E se una diga ha provato

a frenarla senza fermarla è per la sua innata sommità:

le barriere, per quanto alte e ben sostenute,

non separano mai le gocce dello stesso stato.

Porto ancora sospesi - idea, fede o tendine -

in qualche leggera trasparenza, come si può notare

in due o tre anse, lo strano fondo del cielo natale,

tanto inattuale da essere improvvisato in questa pagina.

Perché è vero che la scrittura si scioglie come poco sale,

ma quella di scala più alta non mi è data. Con essa,

tutte le espressioni specchiate: detriti che appaiono

e incontrano l’occhio di chi ha trovato l’argine.

C’è un segreto liquido che non riescirò a svelare,

né riportandomi alla fonte, né avvicinandomi il mare.

 

*

Con osservanza

 

 

Vanno via in tanti, semi coscienti.

E che ci posso fare se per sudare vita

questo sole non basta?

Di te mi serve raccontare

che emergere fu un tentativo di trasmutazione operosa

dal sangue rapido al brodo di manzo:

un lavoro da amante

presso un architetto austriaco. Ora sai

che il Wienerwald non è l’ampio golfo,

dove l’azzurro entra nel verde e il giallo si scioglie

nei corpi mareali. Ho usato qualche canto

come cerotto sulle labbra da navigatore

- secche, e mercuro cromo in parole povere.

E sai che la chiglia, tirandola in secco, ferisce

la lingua della costa. Un taglio netto

che sfila l’abbraccio dal porto e lo colloca

in tempo dove poi ci vedremo

niente affatto riparati dai corsari dei treni.

Che sarà stata mai la complicata rete

viaria dell’Europa che non ti porta nei numeri utili

e me in coda all'ufficio postale?

Soltanto la mia testa, credimi, va nella gonna,

la tua gonna svasata e porporina,

che mi trasforma in luce da camera

per amare ancora amandoti a pena possibile.

 

 

 

*

Conglomerati fittizi

 

 

Presto il vento ruoterà da sud-est a cappella.

Sulla porziuncola di sanfelice sarà il vespro.

In tal modo indicava alle campane dove il don

avrebbe messo piede. Vivo in una città

che cambia il suono in tempo.

 

Qualcuno suggerì che per ascoltare la Terra

devi percorrerla a passo lento. Non penso

si riferisse alla necessità di calzare le orecchie.

Se fosse vero, sentirei come il suo dolore

si fa strada negli occhi. Fatto sta che l’aria tersa

sposta l’eresia alla luna, quarto a quarto,

dal lato preferito all’oscuro. Tuttavia

 

la sua presenza nel contrafforte occidentale

della chiesetta è per la luce un richiamo sospetto

come un chi va là senza risposta. In fondo,

chiudendo gli occhi, l’eco inanella lumi a mente.

Ossia: se l’udito si affievolisce in lontananza,

i suoni sono corridori stanchi e la loro canotta

umida ne confonde l’appartenenza.

 

Portato dall’onda, il caicco dindondan ormeggiava

sul davanzale con l’andirivieni di relitto che spiaggia

e una lingua salace risucchia. Poiché entrava dal vetro,

la finestra diventava un cannocchiale di ampie vedute.

Era puntuale l’orizzonte ridotto a foschia. Il suo silenzio

diceva che sopra e sotto si nasconde una spia divina

che spazza gli echi.

 

Tra tre giorni, un ponte festivo inaugura giugno:

quello che passa dal giorno più lungo grazie

alla memoria della luce. Bada, la memoria

è l’unico scrigno che conserva quanto le manca,

con il vantaggio che il bronzo suona come oro.

 

(Seconda stesura da Progressione di un lavoro)

 

Presto il vento ruoterà da sud-est a cappella.

Sulla porziuncola di sanfelice sarà il vespro.

In tal modo indicava alle campane dove il don

avrebbe messo piede. Vivo in una città

che cambia il suono in tempo.

 

Qualcuno suggerì che per ascoltare la Terra

devi percorrerla a passo lento. Se fosse vero,

sentirei come cementa solitudine la furia elettrica?

Fatto sta che l’aria cruda mette la luna

in posizione di preghiera. Significa che piega

le ginocchia, mostra le sue ceneri al sole

 

e viene questa nenia: angelo, angelo insospettato

del primo giorno, angelo di sete, angelo famoso

solo a me, tremi in fondo agli occhi, inanella scuri

e lumi alla passione del giorno, ma rendili paglie,

e grani d'oro. Ossia: qualsiasi rinvenimento

si spogli della canotta di bronzo.

 

Portato dall’onda, il caicco dindondan ormeggiava

sul davanzale con l’andirivieni di relitto che spiaggia

e una saliva risucchia. Poiché entrava dal vetro,

la finestra diventava un cannocchiale di ampie vedute.

Era puntuale l’orizzonte ridotto a foschia. Il suo silenzio

diceva che sopra e sotto si nasconde una spia divina

che spazza gli echi.

 

Tra tre giorni, un ponte festivo inaugura giugno:

quello che passa dal giorno più lungo grazie

alla memoria della luce. Bada: la memoria

è l’unico scrigno che conserva quanto le manca,

con il vantaggio che un ladro non si trova.

 

Angelo, sei in un luogo sicuro?

 

 

(Terza stesura da Quando la finisci?)

 

Presto il vento ruoterà da sud-est a cappella.

Sulla porziuncola di sanfelice sarà il vespro.

In tal modo indicava alle campane dove il don

avrebbe messo piede. Vivo in una città

che cambia il suono in tempo. Qualcuno

suggerì che per ascoltare la Terra

devi percorrerla a passo lento. Fatto sta

che l’aria riguarda la luna in posizione

di preghiera. Significa piega le ginocchia,

ma non a terra se può.

Viene una nenia: angelo, angelo insospettato

del primo giorno, angelo di sete insospettata, angelo

del famoso sospetto, tremi in fondo agli occhi: inanella

scuri e lumi alla passione del giorno, ma rendili paglie,

e grani d'oro. Ossia: qualsiasi rinvenimento

abbia spigoli vivi deve tornare nella sua ombra.

 

Angelo che passi, dove tutto passa?

 

*

Coordinate vitali

 

 

Questo è il punto: 40°37'59.75"N - 14°40'51.06"E.

Significa che quasi a metà dell’arco

(un legno immaginato tra equatore e polonord)

poggia una freccia di roccia a forma d’orso

- ci vuole colpo d’occhio e fantasia

(l’animale ferisce alla schiena ondate

40 minuti dopo l’alba di greenwich).

Cito le coordinate perché tu, lettore,

capisci l’ora ma non focalizzi il luogo,

un po’ come me che intravedo dalle scie

sulla pagina dove cadranno le parole

ma non quanto mi lascino solo.

Non sappiamo cosa succede ai tonni

in visita alla terraferma. Nella loro lingua

“orso” è “squalo”, ma “capo” è simile

quando, liberato dalle squame, pensa

all'invito a pranzo ma non dove siederà.

Non sappiamo vivere con lo stesso silenzio

delle cozze che indicano, sollevando appena

la ciglia nera dalla sua guarnizione di madreperla,

l’evoluzione dell’alga fino ai limoni.

Amo, per me e per te, è la confidenza

che diamo al sale scambiato dalle bocche; amo

è per l’inganno quanto solleva l’animo

dall’elemento credo di poterne godere.

Amo, tuttalpiù, si spera esca ancora.

 

 

 

*

Un corollario del tempo

La durata del respiro usa la misura

della stanchezza o del pandemonio: questo gioco

è bello, dura a volte più di un lume.

Ogni momento è una zolla

che si rivolta, sollevando l'orizzonte,

apre l’intimo gregario del metallo,

un atomo di minerale che ci lascia nudi,

sottostanti, poi, ai nomi cordonati: segni qui,

ali là. Per tutto il visibile, lei.

La signora con due o tre buste in mano

colpita in piena caviglia, si piegò di lato,

finì nel solco e, per legge, ricoperta a distanza.

Si vocifera che le alì così vengano.

Smilze, se vuoi, perchè le ossa in tal modo

iniziano il mutismo dei gesti (in pratica

si fermano le giunture, i legami

sono labili e poco lucidi).

Lì adesso i fiori, lì la verticalità

abbattuta in un solo colpo: la migrazione

in chissà quale atmosfera

è un interrogativo che con lei compare,

il volto in fasce.

 

 

 

*

Cinque legami d’amore dall’eremo di un tempo

Visitata dagli occhi

 

Ho sempre voluto stare dietro i tuoi occhi

poggiato alla nuca, dal di dentro.

 

Sentire crescere i tuoi capelli

visitare la cute

da cui prendono il largo uomini deserti

e idee di traversarli. Cumuli mobili - la pelle ocra

impedisce che vi piova.

 

Poro a poro, direi, non ti apre

la mia preghiera al fervore di queste mani.

 

 

Conoscerai la lingua secca

 

Quando ti mostri

albarosa e trepida, dalla cordigliera del seno

la terra intera si pone nel capezzolo

eretto. Alle mani

s’apre la riga del ventre per l’inchiostro

della loro ombra. Le dita in corsivo

annotano riferimenti alla bocca.

 

Dove esponi la trama dei denti

ti attraverso con la mia lingua secca.

 

 

Ciò che piace in fine: il sorriso ampio

 

Palindroma la tua bocca

per l’uno e l’altro lato del bacio.

Sommò lo schianto

della voce dalla gola tenera

quando il tuo nome esplose

dalla bellezza acerba.

 

Stretto nome, il tuo: due sillabe

appena fatte icona. Due sillabe

e punto, una boa acustica.

 

Desti un flebile respiro

al tufo delle mie venature

e vibrò come ala il giunto della spalla.

Poteva scalfire il cielo?

Eppure ti poggiasti quieta

e vi lasciasti l’orma che mi segna.

 

 

D'acqua a mani basse

 

La tua pupilla d’oro è grata al nero.

E nero è il puma cristallino, il predatore

cauto, l’inseguitore di glutei maschili.

Duri, i fianchi riferiscono versi incrociati in gola

come una grata per la clausura

del battente rosso.

 

Ma eri d’acqua a mani basse dove se l'onda

potesse portarti alla presa non sfuggirebbe 

l’antica tessitura di tua madre.

 

Dal fondo emerse quel tuo scheletro esploso

al sole. La ridodanza di gialli messa a nudo.

Il battito del sangue era un timore,

un’invadenza senza precedenti di viole.

Il tuo corpo prono rigava a striscia l’occhio

e l’occhio stesso dormiva sul tuo fianco a zolle.

Un’agave, ecco, un’agave di luce s’innalzava

dal collo. La linguacciuta corsa del mio sesso al tuo,

la corda del ventre che cala dal pube,

una fonte a rughe, una serie di strapiombi e ponti,

archi tuffati verso la foce, oh!,

la foce nel petto versa oro fuso

e il corallo dell’alba nidifica la tua ombra.

 

Raccoglimi  frutto e dammi morsi.

Provami con denti arcigni, dai risposte ai morsi:

piegati, piegati, e trova il giusto nesso

per le mani che curvano il tuo dorso,

dammi il tuo grido d’argilla

o solo parole concave che mi accolgano.

 

 

Composizione rapida di un plenilunio

 

Ti ho come nei vetri è sfondo la notte esterna
dei papaveri, furia di petali che si quietano.
La spalla urta un riflesso fermo
e salta all’unghia che ti ha percorsa
[vibra ancora sulla parete dei nervi
la risonanza della stanza].

Dormi con il suono che ti osserva

e sul tuo fianco colgo la luna madre
come appesa a un fiore.

 

*

Statue di c’era

 

 

Certo, puoi contare su omero e altro

a sostegno. Gli ossi tra capo e piede

si ergono in dubbi e raccolta di geni.

Tutte le mattine danno agli uomini

lo stesso consenso: sentiti foglia, ma

comportati da sterminatore di germi.

Il sindaco, con altre parole, giunse

alla conclusione che non per questo

la città è bella, ma si accontenta. Il corso

mostra eventi di un solo secolo, prima

e dopo non c’è da essere allegri. Pochi

turisti mandano cartoline da Salerno:

non la conoscono come me, o quanto

il sindaco, che chiede alla Storia perché

si è fermata brevemente, e prima e dopo

a lungo ha lasciato segni di residenza.

Due colline si alzano come mammelle

con un reggiseno verde punteggiato

di case a mo’ di nei. I capezzoli al vento

indicano la ragione per cui accarezzare

i capelli può suscitare piacere. Tu,

presa dal contesto del pube azzurro

contenuto per via di un raso bianco

che avanza dal continente, ti sottoponi

alla finestra. Squadrata dall’ombra e, e,

eh!, sfocata dall’occhio presbite, mostravi

la valle aperta tra i seni che le dita

dovrebbero prendere per l’esercizio

della corsa a fior di pelle: prima e dopo

la nostre statue di c’era.

 

 

*

Portato a galla

 

 

Alto, oppure di gran lunga sopra al vento

la sua figura lega

lische di palme a lische di pesce; e lega

la traduzione di questo a gioia, o ciò che sapeva

della stessa portata: speranza in quel che resta,

scomparse inesitate, apparizioni

al limite del cordoglio.

 

Dall’acqua mi prendesti per le mani,

asciugandomi con gesti più calibrati del raso.

 

Venni scalzo di mestiere, nudo ti negai

nel numero concitato, come previsto, appena

il terrore di affacciarmi nella stessa sorte

si rese disponibile, fino a meritarmela.

 

Venendo, Simone, cominciò ad accogliere cuori

- e non dico raccogliere ostensori -

con le dita ricche dell’ingegno dei suoni:

la voce ripida

inaugurava le acquasantiere in onda.

 

 

 

*

Esegesi del fuoco astrale

 

 

Dalla fiamma la pelle agguanta

una massa d’organi confusi a mente.

Come gusci si aprono pensieri: tirarli fuori

è abboccare all’esca, accordare i polmoni

a una sola atmosfera.  

Quale tizzone introdurrà l’inferno, quale voluta il paradiso?  

Il fumo fa credere che la compagnia avanza

e una donna, scintilla, come crisostoma, con le labbra

divide qualcosa da qualcuno. Il colpo

dal sangue. Il sangue dall’amore. L’amore

dalle stelle. Le stelle dal corpo. Il corpo

dal pianeta esagitato esamina le vicinanze

come un guscio. Non se ne esce.

Non mi convincono più le costellazioni. Ossia

il tepore è una lente che allontana il contatto

dalla vista. Penetra in breve l’oscuro

ma lascia incerto il lume.

Mi coinvolge questa corbelleria, come davvero deve

un fiammifero, tutto qui.

 

 

 

*

Nunc dimittis

 

Ora lascia che vada, Signora,

come a prenderti in parola.

O non ci sono o sono troppo discreto

nella pantomima del tuo giorno.

Non ho una parte in genere.

Non faccio che venirti incontro

con la rotta cieca delle nottule.

Il divano deve essere la bussola

dall’uno all’altro capo del tuo corpo.

Un ricovero sei, un diario segreto

che abitai come foglio erudito alle brutte pieghe.

 

Il ninnolo d’oro al collo

ha taciuto dove finisse l’attesa.

Tenerlo, dicevi, riduce la sete:

bevine poco, bevine a piccoli sorsi, resta lucido.

Quel ninnolo inoculava la tensione nei nervi,

per il tuo nome breve che storpia, dicevi,

al gerundio, pronunciando il corpo.

Così mi coniugavi per poco sulle labbra cherubine

con i verbi: vieni, e: dai, ti voglio.

Talvolta: ancora.

  

Sedersi, dicevi, non è per chi ama. Chi ama

non è mai disteso, né si deve appoggiare.

Una grafia elementare, lo riconosco,

una ripicca infantile, uno spazio rimediato: l’assente

trama la mancanza, la notifica con l’astuzia

di non rispondere. I timbri di tutti i passi

sembrano i suoi: chi manca

è più vivo che presente.

 

Ora lascia che vada, Signora,

perché il silenzio evoca il rumore

compresso dalle assenze.

Ah!, il silenzio:

epistasi tra volta e capitello,

nuca e collare,

sopravvivenza e guscio dell’universo:

nebuloso, alieno;

resiste al gelo e mantiene il mistero

sull’ultima sillaba che non ascolto.

 

L’esclamazione

è la prima arma delle solitudini che si incontrano.

Dove non sei è diverso:

più aperto il richiamo delle congetture,

complessivamente educate alla tua presenza.

Il gesto del caffè,

la lungimiranza della cena,

il sollecito e la doccia,

la nudità della notte.

 

Ecco:

non ho la pazienza della notte,

che pone precisa ogni stella, come un orafo attento,

ma riconosco ogni tuo neo dal bagliore della pelle

e con la stessa collisione tra meteore

precipitavo in questa atmosfera.

 

Ora lascia che vada, Signora,

come una mano a velare il lume:

non c’è ritorno se non sbiadisce il buio.

Ero uscito da una somma di uomini

fecondati nella tua pupilla.

Ero confuso più dagli occhi che vedevo

che dal recinto in cui li avrei trovati,

ero l’instabile cavallo dai fianchi alti,

la natura ispida del pube

che pure ti ha liberato le mani

come giugno libera i fanciulli.

 

Ma la noia non è una voglia,

è un buon movente.

Debilita il profilo delle partenze.

Muove i connotati da quanto si lascia

o si è lasciato il pensiero e lì lo ferma

fino a che un orso divora le figure

dal cuore foresta.       

Dopo un lungo letargo, anche il nome.

Infine, dall’occhio piove l’iride sul mento.

 

Quando piangono gli uomini sono brutti;

lo sono anche prima,

ma non si accorgono come sono ridotti dal cristallo del sale.

Le sue lamine fanno a pezzi l’ora,

le priva del congegno che muta il futuro:

una lancetta è ferma a ieri,

l’altra è un binario solo.

Messe così,

deraglia ogni treno.

 

Tu, Signora, come i battelli allunati, sferzati

dal pilota, incredibilmente ti regoli sulla lingua d'attracco,

esegui la manovra incrociando il bene,

le dita tanto gelide che le unghie si fanno nette.

Non c’è che un solo orizzonte sulle mani,

e non per le mani quel vento passa alla cenere.

Sottrae ciò che resta della fiamma.

Avvampando, il dolore è l’ultimo incendio

che instaura il gelo.

 

Le visioni perpetue sono catene all’opera,

trattengono dolore nel posto a lui più comodo.

Un dolore che non chiede altro che scusa,

un male educato a rinunce,

acquattato nel greto, nella vena fluente e vigile,

esattamente convogliato.

Il suo percorso implica una portata accessibile,

a tratti il guado parla dell’intero corso, oppure inammissibile vero:

è la constatazione che in fondo il fondo

ha una vivibilità compressa, ridotta,

che dismette il corpo. Lo dimena.

Non si trova per bene.

 

Per questo il possesso è un dono della perdita.

Come per afferrare il volo

è l’ala l’oggetto del desiderio.

E vuoi

per l’ariosità del gesto, o per la mancanza

di appiglio, tutto il resto frana nell’isolamento

che avanza.

Ci sono confini, in ogni ipotesi di erosione, che

l’isola non può ignorare. Né se lo spazio

è solo mare, né se i ponti tremeranno

o se la nave salpa senza calendario.

 

Tremano

ma si mantengono come passatoi:

non c'è coerenza tra piloni e onde,

c’è erosione. Appare ancora

incessante il cristallo del sale.

Il suo graffio è un segno assoluto: un volto

si estingue per la fitta rete di lacerazioni

quando si opalizzano i ninnoli

nei cofanetti ocra.

 

Ora lascia che vada, Signora,

che sia o meno un nome, ancora alla porta,

oppure il sodalizio dell’aria più fredda dell’urlo

con un suono acuto, esitante

nel nevaio sicuro delle tue braccia, o il fronte

corrucciato ed esposto al colpo della diserzione

dove si perde l’epica del congedo

e si incontrano i plotoni che ricordano il fuoco.

 

Le distanze sono un tempio,

vi digiunano i collettivi delle passioni,

poi depredano i sogni e per farlo inscenano

il letargo dei predatori.

Cortei febbricitanti di ombre

esprimono la disuguaglianza degli amori.

Non c’è misura che esprima l’allontanamento:

più si procede più si debilita il pilastro del torace

e aumenta la quota nel crollo.

 

Ora lascia che vada, Signora,

come a mischiare la voce inaudita al fischio dei treni.

Ai controllori che usano parole che non si vendono.

Ah la parola!, il rigo!

Si contendono la vita nella pagina.

Armano il bianco, evolvono il foglio in pallottola.

Lo stesso argomento che prosciuga l'entusiasmo

a questo punto irrisolto.