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Raccolta di poesie di Giulia Bellucci
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Libertà

Sei qui in ciascun giorno al mio fianco
giacché non c’è mai stato un taglio 
del nostro cordone ombelicale 
né mai io ti vedrò spiccare il volo
lasciare il nido in cui ti cullai 
inconsapevole il primo giorno. 

Hai parole incomprensibili al mondo
la tristezza inconsolabile dietro ogni sorriso
lo sguardo schivo che altri invadono
l’umiltà come nessuno possiede.
Vivi nel tuo vasto prato dove tu corri solo
in una libertà che nessuno sa vedere.

 

 

( 2 Aprile Giornata mondiale della consapevolezza  dell’autismo)

*

Rinascita#Poesiapoeti

Indecifrabile è giunto quell’alito

possente e consueto

e così ti ho visto rinascere

sui rami quiescenti

che avevo ormai creduto aridi 

nei giorni d’inverno.

 

Hai ricoperto del tuo respiro 

le zolle nude dei campi arati 

che t’attendevano da tempo. 

Ora le feconda lieve 

la pioggerella di Marzo

e tutto rifiorirà intorno.

 

Avremo giornate più lunghe 

per sbirciare l’azzurro

oltre il grigio

che attanaglia ancora il petto

e si dissolverà al nuovo tepore.

 

Erano lunghe le primavere 

da bambina 

ma ora incalzano veloci 

inseguendo l’orizzonte 

verso il crepuscolo

e additando da lontano 

la nuova vita che attende.

 

*

Ebbrezza di Marzo

È Marzo. 
S’infiltra più gentile tra le ringhiere
e i muri di cemento e fende 
le vetrine già fiorite
un raggio di sole che gradualmente diviene
più gagliardo. 

Ancora nei cortili e lungo i viali tacere pare
il platano ed il pioppo
mentre nei rosai e sul ciliegio spoglio giacciono 
trepidi 
i nuovi boccioli.

E fremono le strade. 

Ma il giallo dei ranuncoli risplende
e tripudiano
ormai di margherite i prati nelle campagne
ricreate.

Ricordi miei di altre primavere che
brillano
altrove.

E con me viaggiano
verso il tramonto.

Ma anche qui,
oggi, la stagione novella
respiro,
nel bagliore di sfreccianti
lamiere
che ferisce le pupille 
trasognate ed ingenue.

Io, cantore
del duemila
m’aggrappo 
ai rottami d’un sonetto 
cercandovi
le antiche percezioni

ma raccatto
un’ebbrezza fugace
alienandomi da inviso
mutamento.

*

A Maria Goretti

Nel tempo che più non riposa

la terra, di placido verde

si tingono i campi e si sperde

lo sguardo sulla coltre erbosa.

 

Fioriscono in cerca di luce

su fragili steli i boccioli

spezzati da ignari caprioli

mai mossi da intento sì truce.

 

E tu eri il più umile fiore

tu, gemma gentile, gioivi

del bello a te intorno e sentivi

del tempo migliore l’odore.

 

Brillò nero un lampo offuscando 

lo sguardo di chi truce il cuore 

già aveva, mentre tu amore

nel tuo coltivavi, amando.

 

Brutale t’uccise la mano  

quel dì quand’ancora con fede 

guardavi alla vita. Mercede

chiamò la tua voce ed invano

 

non fu giacché il tuo perdono

concesse espiazione terrena

lenendo il tormento e la pena

di chi ricevette tal dono.

 

Rimase sul candido volto

bambino una luce ancor viva 

che rende gentili e ravviva

le spoglie. Ed eppure son molte 

 

le vite tuttora violate 

da uomo bestiale ed ingordo,

che resta impassibile e sordo

a grida d’aiuto strozzate.

 

*

Leggerezza o egoismo?

Giace miseramente lì sul prato

 abbandonato con incuria e spunta

 in mezz’all’erba come fosse un fiore

 un tappo di bottiglia colorato,

 

 par che voglia ingannare l’occhio, ormai

 abulico e indolente, che giammai 

 sfiorire potrà vederlo. Stagioni 

 passa ad attirare invano golosi

 

insetti. E lì resta per l’incoscienza

 d’una mano che non vede di quanto

 gabbando sta i figli suoi che un giorno 

 a fare i conti con le conseguenze 

 

si vedranno lor malgrado costretti.

 Si guarderanno indietro con disgusto 

 e diranno che fummo scellerati, 

 egoisti e gente con scarso rispetto.

 

 

 

*

Matera, città della Visitazione

Oh Matera, città della Visitazione

immersa nel buio d’un Sud

cui non manca mai il calore

del suo sole.

Ricordi com’eri solo ieri?

Il tuo restare un passo indietro 

e l’amara rassegnazione

che ti coprì del sapore amaro

della vergogna? 

e quel tuo viver desolato in grotte buie,

così remoto adesso,

di uomini e le sue bestie?

e tu inerte dinanzi a tale condizione?

 

Ma il sole posò su te una mano

e si stupì della tua bellezza, 

anche il cielo ti ha intarsiata di stelle

cadute dopo il crepuscolo 

accendendo così la tua notte. 

E tu città risorta toccasti il cuore 

d’un uomo santo 

che venne in veste bianca

e t’appellò città del Magnificat.

 

Sommessamente parlano i tuoi sassi,

voci scolpite nella antica pietra,

e narrano di dolori, fatiche, giovani

vite e sogni infranti. E narrano.

E le tue strade dicono d’allora,

di quando versasti sangue e lacrime,

allor che per prima nella tua terra

insorgesti contro l’oppressor nazista, 

con la dignità che tu stessa ignoravi.

 

E ora il mondo viene ad ascoltarti,

tu che oggi sei al pari d’una regina 

declamata e decantata,

narra al mondo la tua storia 

la nostra storia 

e fa che non sia più dimenticata. 

 

*

Solitudine al tramonto

barca a vela in mezzo al mare al tramonto

 

 

Così ti sorprese il tramonto, 

romita e sospesa sulle onde
mentre il sole calava all’orizzonte
di rosa vanamente dipinto.

 

Un soffio salmastro si diffondeva
e dall'abisso remoto riesumava
un turbamento che poi placido
scemava nel sommesso sciabordare.

 

Ma ora già tutto tace intorno
finanche l’illusione e tu attendi
solo il giusto vento che diriga
la tua vela verso rive sicure.

 

Il dipinto, da cui è stata ispirata la poesia, è di Claude Monet Barca a vela Effetto sera

 

 

*

Preghiere silenziose#GiornoMemoria

Imploravo te, Angelo Custode,

t’imploravo nel silenzio

perché tu e solo tu

avresti potuto avere clemenza.

Ignoravo la mia colpa

ma conoscevo la loro condanna. 

Ero un corpo calpestato fra tanti

indegno d’umano rispetto

per chi s’assurgeva a prediletto

con la sua ferocia legalizzata.

 

E chi avrei potuto invocare 

io, nudo tra i nudi

per volare via dall’Inferno terrestre?

 

E così mi sono affidato 

alle mie invisibili ali di farfalla 

per non finire sulle reti fulminanti 

e sono volato via in un prato 

romito e verde, in mezzo ai fiori.

 

Ed ero già io stesso un fiore

nutritomi delle mie stesse ceneri

prodotte in quei camini ardenti

lontano dagli occhi sicuri e salvi

di chi regnava nel suo Paradiso terrestre.

 

Oggi quei fiori sono appassiti

divenuti concime per un albero vigoroso 

le radici salde al suolo

e fruttifica parole mature 

e il mondo dovrà raccoglierle

per assimilare rispetto. 

 

Donaci Signore

bocche per raccontarle

penne per tramandarle

orecchie per sentirle

cuore per nutrirle

testa per non dimenticarle

perché non accada ancora

e ancora, come allora. 

 

*

Noi, piccoli frammenti dell’universo

C’è chi ha dato uno sputo al passato

in quei nuovi colletti inamidati 

imbrattando la storia

ma forse non sa che da orfani siamo

proiettili verso un futuro ignoto.

 

C’è chi infiocchetta piccoli pacchi

trovati al mercatino delle pulci

con incarto lucente.

Così leggeri, trasudano il niente,

hanno sapore di smesso e ammuffito

però non dirlo ad alcuno ora che 

si avvicina il Natale.

 

Che nei tempi di secca tante fonti

si sono prosciugate 

non farlo sapere a Narciso 

né a Icaro che il sole scioglie la cera.

 

Non raccontare alla Madre che affranta 

piange, mentre stringe fra le braccia

la salvezza del mondo,

che s’ignora chi ha ucciso suo figlio, 

che le spade sono ancora sguainate, 

e la gente predilige Barabba.

 

Ma a cosa serve poi tacere se anche

il vomere, rivoltando le zolle, 

porta al sole i lombrichi

nascosti, come quei cupi pensieri 

che affiorano improvvisi a ogni tempesta.

 

Si potrebbe andare esuli altrove, 

come d’inverno taluni pennuti, 

verso qualche luogo incontaminato

e chissà, fluttueremo nello spazio

noi piccoli frammenti 

e tra stelle e pianeti 

vedremo questa nave alla deriva

nell’immane universo

con tanti atomi frenetici a bordo

e avremo pietà del nostro destino

stringendoci in un abbraccio sincero.

*

Sonetto all’inverno

Candida, nella lunga notte, e lieve

s’è posata dal cielo una coperta

sulla distesa intorno, ora deserta,

e un gelido silenzio regna greve.

 

Sbucando a capo chino un bucaneve

sbircia tra i cristalli e pare che avverta

la vita terrena quant’è incerta.

S’accascia l’albero sotto la neve

 

 

per l’inatteso peso, rialzerà 

un mattino le sue braccia al cielo 

quando il sole fecondo giungerà 

 

a carezzarne le fronde con zelo 

e con tepore: si rivelerà 

per lui allora l’atteso Vangelo.

 

*

Se Tu chiamassi il mio nome

Se Tu chiamassi il mio nome una volta,

anche una volta sola,

se pure Tu lo bisbigliassi lieve 

al pari del fruscio 

d’una foglia trasportata dal vento,  

io lo sentirei forte.

 

Potrei sentire la Tua voce calda

anche nel mormorio 

del rivo che scende lungo l’alveo

certo di ritrovare 

laggiù il mare ove traboccherà  

la sua fede immensa.

 

Ed allora io ti risponderei

non più così dubbiosa 

non più timorosa d’essere sola

ma forte come roccia  

per queste strade terrene.

*

Un nuovo Anno

Tramonta mestamente il vecchio anno 

e porta via con se l’amarezze,

ogni sogno perduto, ogni affanno. 

 

E, mentre corrusca il cielo nella notte

fredda di San Silvestro,

 io farò un falò delle mie ambizioni

 

menzognere, saranno alte 

le fiamme, rosse come foglie 

d’acero cadute in tardo autunno.

 

Evviva è giunto il Capodanno,

s’elevano i calici brindando 

e si gioisce insieme per quei

 

trecento sessanta cinque giorni

serviti in tavola ricchi di nuovi inganni.

Ammiro chi invece rimane sagacemente 

 

nel silenzio, come il merlo

 infreddolito sulla quercia nuda

mentre lei cela le sue segrete gemme

 

e conosce solo l’alternarsi del  tempo 

cadenzato e sa che dopo il buio 

viene la luce e dopo il gelo

 

giungerà il tepore della primavera

e, del resto, gli anni son sempre uguali.

Ma noi illusi inneggiamo insieme, 

 

ancora: Buon Anno Nuovo.

 

*

Natale ogni giorno

Sento oggi una vaga tristezza 

mentre vedo uno sfavillare 

di luci per le brevi strade del mio paese

e di parole faconde sulle pagine 

infinite del mondo virtuale:

incalza la frenesia del Natale

e la miseria mi pervade. 

 

Forse ricordiamo appena

che giunse un giorno un Bambino

in un rifugio provvido e frugale.

Venne nel silenzio

e di gioia riempì ogni cuore,

fu accolto, protetto e venerato,

e da grande conobbe il dolore 

dell’abbandono sulla croce.

 

Ma ancora oggi vogliamo ripagarlo

così ci vestiamo di nuovo, 

orniamo le nostre dimore, 

portiamo in tavola piatti abbondanti,

spargiamo intorno fatue bontà 

e le briciole che avanzano 

le serbiamo per altre occasioni. 

 

Vorrei che fosse Natale ogni giorno

e portasse a ciascuno una gioia profonda

come la luce del sole che s’accresce

lentamente dopo il solstizio d’inverno

recando fiducia nella vita che rinasce.

 

 

Auguri di Buon Natale alla Redazione e a tutti gli amici poeti di La Recherche.

 

*

Il seme dell’amore

25 Novembre

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

 

 

Abbiamo tutti interrato un seme

quando dei nuovi raggi

abbiamo avvertito il tepore

farsi strada tra il grigiore, adagio,

curandolo con dedizione e amore.

I germogli però sono fragili.

Ai passi sordi di bestie cieche 

si spezzano, 

prede d’una furia dominatrice 

che trasborda dagli argini violati,

da voragini fallaci 

che avviluppa in strade 

buie dove si mortifica l’amore

seminando solitudine intorno.

 

 

Ma è da lì che si rinasce

piante più forti e consapevoli

pronte a lottare per un mondo

epurato dai retaggi d’un passato

radicato negli animi da anni.

Occorre ricostruire 

cancellando errate convinzioni 

di diritti di possesso 

di supremazie e abusi 

e viaggeranno Eva e Adamo

per questa distesa immensa 

finalmente tenendosi per mano

con passi equilibrati e concordi

sotto un cielo sgombro da orrori.

*

Pigro sole di novembre

Il sole di Novembre appare pigro

all’imbrunire, rincorso dalle ombre

nel dì generoso di San Martino 

 

ma il tempo inganna e l’inverno incombe. 

C’è chi cerca un mantello ma ha le spalle 

ancora nude. È presto. Novembre

 

denuda la natura e porta a galla

ogni umana fragilità. Natale 

di nascita sarà domani. Brulla

 

la nobile terra il sonno corale

custodisce di semi che un mattino

spunteranno per dare nuovo pane.

 

*

Oltre

Così si rimane a volte: sospesi

tra l’incessante scorrere del giorno

e il consueto frastuono nel contorno.

Sfioriscono nel vaso i boccioli offesi

 

lacrimano sui rupi

i solitari arbusti.

Ma stridendo e spiegando 

 

le ali sotto le nubi

grigie, volano incerti 

i gabbiani, incitando

 

a venir fuori dai meandri angusti

compiendo talora giri solerti

sul Campanile, talora sugli erti

scogli riposando. E per i vetusti

 

sentieri quanti passi!

quanto amore e speranze!

quante angosce e tormento!

 

Forse non c’è catarsi

che alleggerisca il cuore.

Dalla Chiesa ora il vento

 

reca rintocchi remoti. Fragranza 

d’azzurro intorno si sparge e il grigiore 

scema, così mi coglie con stupore

l’immensità che mi figuro innanzi.

*

Tristezza

Ebbe principio all’alba d’un gennaio 

allorché dalle materne acque emersi

la mia scialba avventura terrena.

 

Il primo soffio ricamato in nove 

mesi d’attesa lunga e dolorosa, 

lo emisi sortendo al mondo e tu madre

 

mi stringevi fiera al petto, la giusta 

ricompensa d’una vita inclemente. 

Riponevi il tuo amore in stanze ombrose 

 

 le Parole celate dietro stille 

di lacrime ansiose del dì presente 

tra algide mura intrise di livori 

 

nel grigiore duro come grafite

delle urgenze del viver quotidiano.

Così, immota, lasciavo sfuggire

 

il tempo più prezioso della vita

protetta dalle braccia tue sicure

come già furono quelle di Maria.

 

*

Sui ligustri ridenti

Pareti nude intorno

e l’albero in giardino

appare spoglio, i campi: brulli e neri.

Non è questo il mattino

dell’atteso ritorno.

 

Non c’è sentore alcuno

di primavera nuova

ma quel bozzolo fiducioso attende

mentre un merlo già cova

tra siepi. Secco il pruno

 

all’occhio pare, esala

solo spine. Invisibili

le sue gemme. Rinvia ad altro tempo

i prodigi indicibili

che Natura regala

 

e canterà lo storno

e le miti formiche 

disposte in fila avanzeranno insieme 

spartendosi fatiche.

Può nel suo breve giorno  

 

chieder giusto rimborso 

dell’orribile danno

la pupa che alla schiusa non ha un’ala?

Sarà truce l’inganno

e non varia il trascorso!

 

Ma vedrai un dolce raggio

posarsi sui ridenti

ligustri che offriranno bacche ai merli.

Nei rosai rifiorenti

ci sarà gioia a maggio.

 

Esulto a beltà nuova

dopo l’inverno mesto,

alla vita che rinasce, al mistero

che ci avvolge, a ogni gesto

che in cuor speme rinnova.

 

*

Marginale convivenza

Pioggia scrosciante 

sui tetti cade

copiosi rivi riversa su strade

deserte, scivola appena 

su fredde rocce, batte 

incessante sulle terre

aride che accolgono 

smaniose le gemme

preziose di verdi attese.

 

Anche piove sull’azzurro 

mare, violento sibila 

il vento, increspa

le quiete acque 

creando onde rifrante 

su sponde 

come spuma frizzante.

 

E piovono parole 

sugli aridi sensi 

tornano i cuori a pulsare 

speranze, con battiti d’ali 

nuovi pensieri frusciano esuli 

verso affioranti orizzonti 

sprizzano sulla tela

svariati colori, armonico

connubio, senz’antiche barriere.

 

E dietro le nubi d’un arcano grigio

crescenti s’aprono spazi azzurri;

nasce l’arcobaleno. 

Lassù s’attarda uno sguardo

mentre quaggiù s’attende 

che sia alfin d’armonia

dipinta questa 

variegata coesistenza.

 

*

Tornerò nel mio nido

È ora che giunga 

il silenzio.

Lo attendo. L’ombra 

inevitabile si diffonde 

e lo spazio tutto ingombra

quando il sole si ristora

dietro l’orizzonte.

 

Il bisogno io n’avverto

come d’un raggio di sole

nel freddo dell’inverno

a sfiorar la mia pelle

o dell’acqua nel deserto

a bagnar labbra arse.

 

Sopraggiunga legittima

l’oscurità silente.

Mistero e assenza 

di verbi confusi regni.

Anche l’anima n’avrà ristoro

si colmeranno i vuoti

assordati da voci

mille e dissonanti.

 

E io col lume in mano 

andrò ricercando di me 

l’essenza

che non ammette 

presenza nel dove 

cui non appartengo.

 

Così tornerò al mio nido 

di semplicità e silenzio

ove la voce si disperde

tra il canto di uccelli 

assonanti

e il fruscio di foglie

mosse dal soffio del vento.

 

*

Ai nostri padri

Ai nostri padri

senza più volti né voci

non più distinguibili

estinti come fiammelle

ma la memoria è labile

e noi tutti orfani

con un prezioso carico  

invisibile e infinito.

Solo la pietra

osservator silente

reca ora codificato

ogni gesto 

ordinario o magnifico 

dal tempo scolpito.

 

A tutti i padri

a quell’adoperarsi 

per avanzare il nostro mondo

consci e fermi sugli erti cammini,

a chi ha posato 

un granello

nella maestosa piramide

e si perde la rimembranza

d’ognuno 

solo una storia narrata

di più fulgida cometa

anch’essa tramontata.

 

A te, padre mio

che m’hai donato 

tutto il tuo tempo

risoluto e paziente

ligio a dovere genetico

indiscutibile e sacro.

A te penserò quando

sarò là dinanzi

al più erto dei gradini

che ogni uomo attende

e tra il dolore e la sofferenza 

io ti ricorderò ancora.

 

*

Onirici Pensieri

Portata lì da onirici pensieri 

mi svegliai un giorno dinanzi ai gradini

presso la tomba del Sommo Alighieri.

 

Sbocciavano già fiori in quei giardini 

intorno. Era primavera. Fragranze

espandevano glicini turchini

 

offrivano flessuosi come organze

inchini, petali e cibo copioso 

a insetti rumorosi. E dalle stanze

 

veniva un suono moderno e borioso

di cetra scordata non più incline

a metri e ritmi. S’alzò impetuoso

 

un vento sui pulpiti e le terzine

di Dante vollero tutti rinchiuse

in quel loculo. Emozioni genuine

 

in miriade di versi profuse

specchi più fedeli dei nuovi tempi.

D’udire or mi parve voci confuse:

 

sciolti pur siano i versi dagli esempi

del passato. Audace sia il poeta

ma giammai si osi perpetrare scempi.

 

È vano il sentenziar dell’esegeta, 

non squassa l’oceano con un sasso.

Dei tempi venturi non c’è profeta.

 

*

Quante albe

Quante volte sorgere l’ho guardata

quella sfera che dal mare s’ergeva

là dove nel cielo egli si perdeva.

Lenta s’alzava e pareva rosata.

 

Dagli orti una voce echeggiava amata 

e, fischiando, a me nota giungeva.

Nei solchi anche l’acqua quieta scorreva

presto la campagna s’era svegliata.

 

Muta guardavo dal colle i dintorni 

e quando infuocata ormai era la sfera

nasceva un frinire allietando i giorni.

 

Poi lo sguardo si perdeva dov’era

il mare e pur se sfocati i contorni

sovviene la memoria ancora vera.

 

 

 

 

 

*

Alla ricerca della sorgente

Dall'alto brilla una vetta

di luce piena

guarda la valle

coperta dalla fitta nebbia

Laggiù l'oscurità

E lì io farò come i Magi

andrò peregrinando

alla ricerca d'una stella

che manifesti la sorgente.

*

Uno fra tanti

Come un granello sulla riva

non produco alcun clamore.

Non sono la Poesia
ma un verso fra tanti,
una sola nota d’una sinfonia.


Sono gli occhi incrociati
per strada o al supermercato.

Facevo ieri, proprio dietro di te

la fila alla cassa o forse ti stavo

innanzi: lo ricordi?


Sono io quella voce persa

nel fragore, portata via
dal vento impetuoso

soffocata da un singhiozzo.


Ora ricordo: ti ho incontrato
a una stazione da cui siamo
partiti insieme sullo stesso vagone

chissà verso dove e quando!


O forse fu in una Chiesa

ero seduto dietro di te
e, tu, non ti sei voltato

per il segno di pace.


E di avermi incontrato
in quella via, l’hai già scordato?

suonavo quel vecchio piffero
e c’era di fianco, non l’hai visto?
il mio cappello affamato.


E quel giorno? Non hai visto

quel cumulo di cartoni, dormivo

dove tu passavi, sul marciapiede

io ho sentito i tuoi passi tonanti

e, tu, i miei brividi di freddo?


Sono io, uno morto per mare
di cui aver paura, l’invasore

affamato di dignità e pane
o caduto sotto una bomba
ma, lo so, tu non mi hai veduto

quando sono morto su una Croce

 
fra tante!

*

Cinquanta

Ho camminato per sentieri 

aridi e senza fiori che avevano

solo sassi e non ho mai trovato

sconti per il danno. 

Ho affondato le mani

nella terra brulla e ho sentito

l'essenza dell'armonia del cosmo.

Così dovrà andare e andrà.

Cinquanta giri di valzer dal primo

respiro e ogni giro sembra più stretto.

Ma non compro ai saldi. 

Pago sempre il prezzo pieno

fino all'ultimo giro concesso.

 

 

*

Buon duemila diciotto ( Acrostico)

B arcollando se ne va

U n altro stanco anno

O rmeggiando

N ella rada 

 

D ei trascorsi.

U na nuova nave è pronta già 

E col suo carico di speranze 

M irabili rotte traccerà virando verso

I rraggiungibili mete.

L e sue vele spiegate seguono tuttavia 

A tavici errori passati, inspiegabilmente.

 

 

D ietrologie, urgenza d’attenzione,

I nsoddisfazioni quotidiane, logorio  

C he l’incalzare del tempo

I nfonde, volatilità delle parole, staticità di quelle 

O re sempre uguali, liquidità dei pensieri.

T utti disillusi dal vecchio, le attese

T rasponiamo nel nuovo anno. Senz’arnesi

O gnuno è fabbro del suo futuro tuttavia.

 

*

Non è più dato d’indugiare in sogni

Ha bussato alla mia porta il vento

con sibilo di zufolo remoto

reca musica antica e nuovi versi.

 

E resta l'angoscia dell'universo

per l'ultima carezza mai donata

sottratta da indomito divenire.

 

Labile scia nelle mani vuote.

Ho udite note nella sinfonia

del silenzio, con l'anima accorata

 

le ho imprigionate in sepolti meandri

dove nessuno potrà mai frugare

né sarò più orfana d'un conforto.

 

Tosto la strada s'è fatta sì breve

e la fatica a ogni passo è tanta.

Non è più dato d'indugiare in sogni.

*

Buon Natale (Acrostico)

B ambino Gesù che di fattezze

U mane ti sei già vestito

O ttemperando alla Volontà Celeste

N on sottraendoti mai a nessun dolore

 

N oi T’attendiamo in questi tempi

A rcani, bisognosi di segni chiari.

T rabocchi il bene scacciando il male.

A ccogli le nostre orazioni, scuoti

L e coscienze dormienti, donaci forza 

E mpatia umana, amore e  semplicità. 

 

 

 A tutti i poeti e scrittori de La Recherche i miei sentiti Auguri di Buon Natale

*

Regalami un tuo verso

Dammi, oh poeta, un tuo verso

ove tuffarmi, rilucente

non dell'oro ma di quei moti

dimessi e mai sottomessi.

 

Tu che t'incammini con passi

lenti e tasche leggere, d'intense

emozioni gremito hai il cuore.

Nell'anima foglio e penna.

 

Fammi viaggiare

con le tue ali celate

e i tuoi occhi che rischiarano

di notte tormentando l'oscuro.

 

Tu giammai insegui l'effimero

tempo della vanagloria

ma a passi lenti t'incammini

aggrappandoti al tuo sentire.

 

Solo vai quas'incompreso

a raccattar tra cocci

frammenti dei tuoi versi.

 

Regalami tu, oh poeta

i tuoi faticati versi.

*

Dicotomie

Eterna dicotomia radiale

da quel punto esploso

fatica sovra umana

e vano tentativo di concepire.

Materia e anti-materia

fluiscono dalle menti vaghe.

Siamo come molecole

in espansione perenne.

Per quanto e fino a dove?

 

Dicotomie irrisolte

il bene o il male

la pace o la guerra?

e qualcuno disse

"Si vis pacem para bellum"

e ancora lo seguiamo.

 

Fede o scienza?

Ovunque non troverai

che risposte vaghe.

Fluttua la verità nello spazio

smisurato e io immota

nel mio tempo

che ha inizio e fine

e di ciò solo ho certezza.

 

*

Autunni lucani

(A Lauria)

 

Camini pietrosi t’appaiono

i colli dintorno ed eterei

s’espandono sbuffi di nebbia

negli umidi autunni lucani. 

 

Sovrasta sui tetti la roccia

osserva da secoli muta

gradini consunti dai passi 

sugli erti sentieri recanti

a case arroccate d’antico.

 

Dall’alto guarda d’intorno

le valli dipinte di caldi

colori e s’erige la torre

dell’Armo vegliando sui borghi.

 

Ancora di foglie cosparse

già fradice e sfatte, le strade

non più sotto i passi fruscianti.

Riverbera là sulle vette

il bianco della neve nuova. 

 

E lieto un fruscio diffonde 

monotono e lieve, il ruscello

sul nudo Presepe discosto

e mormora nuove parole

in questo fragore inudite.

 

*

Interminabile viaggio

Ho camminato per lunghi sentieri

remoti, percorrendo terre, mari, fiumi

con piedi nudi sempre più robusti.

 

Ho attraversato secoli con intenti

d’espansione, macchiando in cruenti

guerre le mie mani del fraterno sangue.

 

Ho costruito opere d’immensa

maestà incollando mattoni

col sudore di braccia doloranti.

 

Ho viaggiato nell’anima frugando

nei meandri in cerca di verità 

appena lambite, giammai toccate.

 

Ho scolpito parole indelebili

forgiando versi che eterni solcano

le barriere di esistenze caduche.

 

Ho scrutato le stelle nello sconfinato

spazio, con occhi avidi di conquista, 

inarrestabile sete di conoscenza.

 

E son giunto in questi nuovi tempi

con aspetto ingentilito ed il cuore rozzo

ostentando bisogno di più utopica pace!

 

*

Come rose rubate al sole

Piangono i giardini di maggio

lacrime confuse con la pioggia.

Sparute rose rubate al sole

dentro vasi di vetro e senza spine

chinan le corolle su gli steli

e già cospargono i loro

petali senz’alcun fragore.

 

Eppur da quel vago senso 

di possesso senza consenso

presagi affioravano, incompresi

che non fosse un solo acquazzone 

e più non s’arresta l’avanzare

della brutale marea. 

 

Passano lune nell’attesa che torni

la bestia principe ancora.

Ed emettono stridore le lettere 

scarlatte in frantumi dell’amore

come le silenti grida 

per ritegno debito celate.

 

Però ebbe tutto inizio nella Genesi

con Adamo e la sua costola, 

supremazia conclamata

per quella maggior forza innata.

Ah, se Dio si fosse fatto donna, 

non staremmo a ragionare

di giorno in giorno

d’amorose prevaricazioni. 

 

E restano appassiti quei petali 

e le lettere frantumate

ma dietro il vermiglio colore

si nasconde sempre la vera forza 

che regola il progredir del mondo.

*

Notte lunga di dicembre

Notte lunga di dicembre

ed io non più fanciulla

abbandono il mio vigile sonno

silenzioso ed odo solo il ticchettio

di gocce metalliche e dei placidi respiri

il ritmo, di te al mio fianco.

Tutti dormon sereni

i fanciulli or non percepiscono

alcun rumore in quel sonno

d’incoscienza piena.

Felicità estrema.

Ed io rammento

relegata in remota vita

non nel mio cuor finita

il silenzio delle notti

piovosi d’altro tempo

coi profumi della terra bagnata

di Natali spartani

con l’albero d’agrumi

piccolo e grondante

e dei piatti della tradizione

intensi i profumi

una piccola grotta con Giuseppe

Maria e il Bambinello

gioia inconsapevole nonostante

il muschio bagnato di lacrime

d’una solitudine eterna

che non ha mai visto fine

prima dell’inevitabile fine.

*

Dietro le porte sprangate

Si muore ogni giorno proprio

vicino alla mia porta.

Si muore per guerre ancora

sotto un kamikaze di lucida follia.

Si muore di fame, sott’un ponte.

Si muore attraversando il mare

inghiottiti dei flutti dall’oblio.

Si muore per un’incurante 

terra che trema rombante.

Si muore anche a Natale.

 

Ma io ho sprangato la mia

porta e non vedo il dolore 

che fuori al freddo grida.

E allora cosa importa?

Qui tra queste mura 

s’inneggia al conclamato successo

e gioventù eterna e onirico sesso.

 

Si muore ma non abbiamo

ancora appeso le cetre

alle fronde dei salici*, non più

perché non vediamo le urla

non sentiamo le tue lacrime

scorrere sul tuo taciturno viso.

 

Eppur oggi già si piange

sotto accecanti riflettori

per un’amara sconfitta

ad una partita di calcio.

Ultima sofferenza che vera 

si riesce a percepire ancora.

 

 

 

* Riferimento alla poesia di Salvatore Quasimodo Alle fronde dei salici.

 

 

*

Memoriae

Si va mesti per umili sentieri

calcati col dolore

sugli occhi umido un velo

di ricordi custoditi nel core, 

come foto sbiadite,

e resta a noi l’assenza

dinanzi alla marmorea dimora.

 

Andiamo silenziosi, memorando

quel ch’il core sentiva

e adagio d’un granello 

più leggero quel fardello diviene

come miti orazioni

che levitano al cielo

recando essenze di fiori gentili.

 

Ma tu, padre mio, sei sempre vivo

nel mio animo distratto

e ricordo i tuoi occhi

cerulei che bonari 

mi guardavano e la tua voce mite

quasi viva odo.

Eppure tu eri eterno

quand’io bambina e tu gigante buono.

*

Caducità estive

Riverbero di sole sull’asfalto
abbaglia l’occhio che difesa cerca,
guizza dietr’un sasso la lucerta,
incerto l’aquilone vola in alto


mentre l’onda ratta col suo salto
infrange dei fanciulli attese sacre,
abbatte l'ultimo castello, alacre
frutto d’ingenuo zelo, l’assalto


è cieco distruttore. Sento odore
salmastro dacché spumeggiano l’onde
e lavano invano anche quel dolore.


Vibrando le cicali tra le fronde
ombrose friniscon, ma ormai logore
taccion giacché il sole già s’asconde.

*

L’ombra del virtuale (con il contributo di Klara Rubino)

Molteplici toni, piccole sfumature 

di colori coesistono in ognuno,

come semi di grano non germogliati. 

Siamo  frammenti di un’anima

scomposta.

 

E in questa stanza racchiusa

da vetri variamente colorati

schegge di luce ingannano l’occhio

inconsapevole di ciò che là fuori è 

o non è. Nudi pellegrini 

in un viaggio verso il tutto 

o il niente.

 

E anche l’erba 

diviene azzurra, 

arancione il cielo,

il sole verde.

 

Pezzi d’un puzzle da ricomporre.

 

Permane l’ombra 

nella caverna del virtuale mondo 

ove fingiamo di vedere oltre

e la certezza non tentenna

neppure dinanzi all’evidenza.

 

*

Tosto l’autunno

La nebbia scende giù dai monti

le valli sorprende nei dintorni

cosparsi  i sentieri di dipinte foglie

di toni forieri del tempo che sfuma,

le spazza impetuoso il vento, le coglie,

l’innalza, le posa, poi le consuma.

 

Già vedi fumare comignoli solitari,

un raggio appare tenue tra le neri

 nubi, ogni affanno passato tace      

e già la pace si fa spazio nel cuore,

 la frenesia cede passo alla riflessione 

nell'autunno di questa fuggevole vita.

*

L’inverno dietro le porte

Non si colma il vuoto di anni,

ora non senti i rintocchi del tempo?

 

Pulsano forte, trattieni il respiro,

l’inverno attende dietro la porta.

 

Apri o non apri, invade il tuo giorno,

vorrebbe gridare e invece sussurra

per non farti paura così inganni il tempo.

 

Non si tracciano sentieri in un giorno,

ora non vedi che non lasci le orme?

 

Troppo lieve il tuo passo, non calca

la terra, inutile affanno, riprendi fiato,

rivolgi lo sguardo verso il tuo interno.

 

Non odi quella voce che dentro bisbiglia?

Ora ascolta 

e vedrai accendersi un faro!

 

*

Settembre

S entori d’antico autunno nell’aria

E spandono rinnovate percezioni ,

T iepidi raggi d’un pigro sole

T ardano dietro i monti già rombanti

E bbri di testé vissuto splendore 

M entre già scolorano lieve i verdi

B oschi, mi bisbigliano la caducità degli anni,

R intristiscono i bimbi dietro ai banchi

E vocando i ludici dì ormai trascorsi.

*

Per i sentieri vuoti

Come i teneri Germogli 

son recisi da incolpevole

e ignara Pianta

con, ahimè, artificioso intento, 

mentre le verdi lacrime 

si dileguano al tepore

d’un primaverile sole,

 

così per emendare l’umano

seme vengon quei Boccioli 

estirpati da Madri conscie 

che non mordon le catene

d’un mondo parvente

in cerca di più esigua 

felicità versando lacrime 

annegate in velenoso calice.

 

E fioriscon più odorose

rose e camelie fulgide, 

maturano succosi frutti 

dell’orgogliosa terra.

 

E piovono dal cielo lacrime 

splendenti dalle mute 

stelle testimoni fortuiti 

di sacrifici antichi.

*

Emotivamente

Perdonate, io non sono poeta

nel pensier mio sprazzi di colori

combinati al riaffiorar di odori

che invadono l'anima inquieta.

 

E del mio sentire fortemente

la mano si arma prontamente 

e la penna traccia sul foglio

ciò che la parola ne coglie.

 

 

 

*

Percezione

Due mondi esistono

Uno alberga in me

L’altro regna 

sovrastando

fuori.

 

Ed io non trovo 

la via che li colleghi

solo un ponte fragile

cosparso di aguzzi vetri.

 

Non ho il coraggio

di attraversarlo.

 

Immota attendo

per non perire mentre,

osservo dal mio guscio

e l’inquietudine, nasconde

la roccia.

 

*

Dolore e Oblio

Così andrò via un futuro giorno
al tramonto notturno della luna 
senza potere più fare ritorno,
non lascerò scia né traccia alcuna

 

sulle vie calpestate di dolore.
Ed andrò non più memore di nulla,
sentimento alcuno nel mio core
giacché ogni rimpianto allor s'annulla.

 

Altri passi su codesta strada,
copiose lacrime la bagneranno,
ancora guerre a troncar altre vite.

 

Ma prima che la notte eterna cada
novelli sogni in volo s'alzeranno,
amor rinasce a generar nuove vite.

*

Aprile ( Acrostico)

Ali di farfalla, fruscio di pensieri remoti,

Per i romiti campi da rugiada bagnati

Rievocano con silente battito colori noti,

 

Inneggiando alla fragilità dei dì vuoti,

Lavano il dolore con sentori profumati,

Eterei come scie d'esistenze immote.

 

*

Suonano campane di festa

Le campane risuonano a festa

la natura è rinata, sui spogli rami,

vessati dal gelido inverno, boccioli

di verdi foglie e fiori profumati,

nei brulli campi germogli di grano.

 

Venne un uomo, seminò nuove parole,

più di lame sottili incisero i cuori

oscurati, più delle spade timore

hanno portato: perdono, fratellanza,

purezza, verità, uguaglianza.

 

Quell'uomo è salito sulla Croce,

deriso, tradito, oltraggiato, torturato,

sulla fronte la corona di spine,

anche il cielo dall'alto fu oscurato.

Dopo secoli ancor risuona la voce.

 

Quanti uomini saliranno sulla croce,

del loro sangue s'alimentano fiumi,

piangeremo di tristezza e dolore

lacrime che dissolte nel vento

lasceranno solo tracce di fumo.

 

Suonano nell'aria campane di festa, 

per chi con la vita sconfisse la morte, 

privilegiato fu chi ha visto e creduto,

ma più grande è il dono di chi remoto

verso l'ignota meta con fede lo segue.

 

 

*

2Aprile Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo

Non sono quel numero delle statistiche, 

sono un cuore cui far spazio nel tuo cuore
com'io faccio sempre con ogni te.
Di me paura alcuna non si deve,
i miei scatti non sono contro nessuno.
Io non so programmare ne' premeditare,
il tuo mondo distrugger non intendo.
Sono un essere con pari dignità,
comprendere i miei bisogni potrai,
entrando nel mio mondo con pazienza.
Programma tu per me, aiutami a capire,
elimina il caos che c'è nel mio percepire.
Il senso colgo meglio con immagini,
dosa le parole e riordina il mio tempo,
ciò che per te ha un senso, per me non l'ha!
io guardo coi miei occhi, che non sono i tuoi.
Non lasciarmi troppo solo ma non essere invadente,
lascia intorno a me l'aria per poter respirare.
Non chiamarmi solamente speciale.
Riconoscimi, dei miei pari, diritti sempre uguali
consentimi quella libertà di preferenza,
non cercare di modificare la mia essenza,
non credermi incapace se esprimermi non so.

*

Essere diversi

 

Non siamo mosche ne' zanzare,
perciò non ci puoi allontanare,
giammai vorremmo esserti molesti,
non inventarti falsi pretesti.

 

Non siamo come scimmie allo zoo,
ma ci sentiamo rinchiusi in un igloo,
nel gelido freddo dagli altri costruito,
non guardarci con sguardo divertito.

 

C'è un altro mondo da scoprire
e di certo ti potrà solo arricchire,
ma tu regalaci tutto il tuo amore,
noi non vogliamo crearti dolore.

 

Pensa che non abbiamo scelto noi
di essere qui con tutti voi
noi così infelici, fragili e persi,
voi così perfetti, forti e diversi.

 

 

(2 Aprile giornata dedicata all'autismo. Questa poesia, scritta da me l'estate scorsa, è dedicata a loro e a tutte quelle persone 'diverse')

 

*

Il tempo d’un ultimo volo

Voglio sentire ancora
il sole baciare le mie guance,
il vento scompigliarmi i capelli,
la pioggia bagnare la terra,
i tuoni che squarciano improvvisi,
le onde del mare infrangersi sulla sabbia.

 

Voglio vedere ancora
gli alberi che si rivestono di verde,
la luna che segna i miei passi,
il volo delle rondini a primavera,
la scia d'un aereo che attraversa il cielo,
il mare d'un azzurro arcano e profondo.

 

Voglio toccare ancora
con incerti passi i sentieri del mondo,
andare ramingo e solitario cercando la vita.
Voglio credere ancora
in sogni rilucenti come le stelle
inseguendo ideali in un'impavida vita,

 

lottare fino allo strenuo per ciò che edifica
l'animo ed annienta l'ingiustizia terrena.
Non tarpare perciò le mie fragili ali,
lasciami il tempo d'un ultimo volo,
dammi il tempo per un'ultima speme
ch'elevi l'animo nel suo infinito cercare.

 

*

Un Bouquet per l’8 Marzo

Oggi da te uomo vorrei

non un singolo fiore,

 ma un bouquet profumato,

tanti fiori assortiti insieme.

Vorrei che tu mettessi il  tiglio

per me moglie fedele,

la potentilla per me madre amorevole,

che chiude le sue foglie,

sui suoi fiori nelle intemperie,

il glicine per me donna amica

la camomilla per la mia forza,

l'anemone per la mia fragilità,

poi metterei le margherite

per me donna paziente,

l'orchidea per la mia passione,

la camelia per i miei sacrifici,

la clematis per la mia intelligenza,

 l'azalea per la mia femminilità

ma più d’ogni altro vorrei

tanti gladioli per il tuo rispetto.

Quanti fiori vorrei donassi ancora

a me amica, amante, moglie, mamma,

fiori da non calpestare poi domani

come la polvere sulle strade

d'un deserto dove regna solo aridità

dopo che han tranciato il giardino

del mio grande amore.

*

Ricordi d’un tempo fanciullo

Ricordi d'un tempo fanciullo
allor che sul far della sera
s'udiva un preludio d'uccelli cinguettanti
diffondersi attorno e noi fanciulle
sedevamo su quel romito muretto
divagando con scherzoso discorrere
di nuova vita in altri luoghi
mentre dintorno si rivestiva
già tutto di verde ed il pesco
ed il mandorlo si macchiavan di rosa
e l'aere rinfrescando ci avvolgea.
Nuvole d'un cheto bianco tornivan
l'orizzonte mentre il sole dietro ai monti
tuffandosi di rossastro calore lo tingea.
Or mi par d'udire ancora
mio padre che fischiando stanco
risale l'erto sentiero recando
i faticati arnesi allor che lento
si dissolvea già il dì morente,
ruotava lontano ancor falciando
un tagliaerba, remoto giungea
un abbaiar di cani e dall'aia
un razzolar di galline che frugavan
a capo chino l'ultimo chicco.
Così anche noi ci sedevamo poi
intorno al desco per la frugale cena
e infine dopo l'ultime chiacchiere
tutti a letto per il notturno riposo
e chissà quale rinnovata sorpresa
il doman ci avrebbe regalato.

*

Posata nel sottobosco

 

Come  piccolo granello incolore

nell’immensa distesa d’un deserto

permane il mio essere,

come aeroplano di carta

che giammai prese il volo,

tarpato, giace il pensier mio.

E la mia voce 

come un fruscio di foglia

che, nell’aria cheta

d’un autunno inoltrato,

lieve si posa sull’altre,

nel buio d’un sottobosco,

ove non  giunge la luce

di cui brillan le stelle, 

non sboccian rose né orchidee,

ma solo anemoni, fiordalisi

e qualche timido bucaneve.

 

*

Si vive a Dandora?

Cerchiamo tra quelle miniere

d’inutile oro, sdegnato, e liquidato

in  montagne assolate d’un cielo

 nero, sopra la verde città al sole

ambita meta d’un mondo che ignora.

Distante tu guardi i miei neri occhi

tra mosche e zanzare imploranti

chi discosto non vede, non sente.

 

Già morte speranze sotterrano vite

che nudi cercano e rovistano

 tra aghi,  bottiglie, tra tossici fumi

un paio di scarpe e un pezzo di pane

per denti affamati. Si paga la tassa

per prendere un sol vetro

che dia compenso a questo cercare.

 

Cambiare si può? Non chiudere gli occhi!

non voltare il  tuo sguardo e il cuore!  

Fa  che non sia solo una meta turistica

si soffre ogni giorno per colpe non proprie

ingannati, abusati e troppo dimenticati

*

Tornerà la luce nell’offuscato cielo.

S’eclissò anche il sole

 nell’azzurro cielo,

l’aria si tinse di tetro,

rossastro divenne l’orizzonte,

l’alieno invase il tuo essere

che strenua battaglia intraprese.

Momenti d’angoscia invadono l’animo

vibra il cuore d’attesa 

e speranza e dolore.

 

All’unisono cori di preghiere

ora levitano verso il cielo

e un Angelo consolatore

tenderà la sua calda mano

ed ecco il sole,

la sua luce tornerà a brillare 

nel tuo offuscato cielo.

*

Il presente che sfugge

Cos'è il passato? 
Un pozzo di immagini già stampate
che pian piano sbiadiscono 
nell'album della nostra mente.
Cos'è il futuro?
Un rullino di foto
ancora da stampare
con cui fare gli aeroplani 
e sù nel cielo far volare.
Cos'è il presente?
Una sottile membrana 
scivolosa fra gli altri due frapposta 
che quando cerchi di afferrarla
è già finita dentro al pozzo.

*

Il poeta vate

Umile e solitario vai per sentieri

ove Calliope sparge per te parole

semi che germogliano al nuovo sole

e di musica adornano i tuoi pensieri,

tu solitaria voce ch’emoziona

non ami alcuna ostentazione

nel silenzio trai l’ispirazione,

ma non sarà d’oro la tua corona

solo di lauro verde intrecciato.

Come pennello dipinge la tua penna

su bianchi fogli e tu vate forgi perenni

liriche che  vibrano nell’etere incantato.

S’alza la tua voce con coraggio

illumina come faro l’universo

incontro al tempo il tuo verso

 vola adagiando il tuo messaggio.

*

Haiku

Pallido sole

neve sciogli nei cuori

dona calore

*

Sovrana natura che su tutto impera

Risorgeremo un dì
da codesto infinito dolore,
toglieremo i detriti
dopo aver scavato
con mani sanguinanti
cercando ciò che via
c'è stato portato.

Si scioglieranno le nevi
mostrando nuda terra
e allora ricostruiremo
mura, campanili, scuole, case,
mattone su mattone
ricostruiremo la vita.

E tu terra non vedi
quanta fatica?
sai il male che noi t'abbiamo
inflitto, ti scrolli di dosso
prepotenza, odio, noncuranza,
pretese da re che devastano
il tutto, che ambiscono potenza.

Tu sovrana natura
d'autorevole scettro
su tutto imperi
e tu fragile uomo ignori
come formica erige sua tana
ove tutto accumula
finché improvviso crollo
tutto seppellisce strato su strato.

Risorgeremo però,
dai detriti nuovi muri,
dai nostri corpi
ormai decomposti
nuove molecole
alimenteranno nuove vite.

E tu terra ci starai a guardare
incurante dell'odio
che su te imperversa
perché sai che un dì
tutto finisce.