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Raccolta di poesie di Giovanni Ivano Sapienza
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Ma il cane attende sul promontorio



Lenta scorre l’acqua,
su un declivio di languore,
osserva l’andirivieni dei petali,
trascinati da un corso di biforcute
destinazioni.
Spiaggia immemore
di sole ed astratta
Lontananza
serba in sogno un filo d’amaro
Presentimento,come ad inseguirne il dischiudersi
in gloria marmorea di vasto
Diorama:così ti convince un fiore
a seguirne l’impresa di forare ad uno ad uno
molteplici strati di terra ed aria
per valicare il confine
dei viventi.
Pure giurerei che nel sogno il dramma
era fuga ilare,
tavola quadrettata
al contorno amicale.
Se uomini ancora non so,ma avevamo imparato
a declinare una noia
in transito di rachitici epigrammi,
ne avevamo dischiuso il palpito luminoso
col sorriso di chi ne recupera intatta,nel divario del tempo
l’arguzia nascosta ,
la spensierata allegria.

*

ciel d’or

Il lupo divora l'essenza,
la messe cresce nei reami dei baci,
sui nei di Guendaline che scioglie una treccia sul mare.
La musica canta per gli assonnati ed i giusti
e solo ed intento
al gioco un bambino farfuglia
parole d'amore ,per forare il buio:
nel sogno smantella bastioni di cartapesta
col pittore in fumi di pozioni
bizzarre,compagno d'avventure,
presso un fiume dove i pesci non temono l'amo,
archetti neri trasmigrano nell'azzurro
e quasi a commento la vestaglia di Rose
prende a filtrare le ultime marzoline
polveri,sul desco dei bachi. Eco
d 'essenza giace
nel deposito dei vasi del polline,
il bimbo accosta alle labbra l'indice,
poi nell'aria solleva un gesto in silenzio,
ad indicare un fuso sospeso
sotto la volta di un cielo d'oro.

*

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*

Scherzo notturno

E che hai da sorridere,che ridi di me,
bell’amica,ti intravedo,sai,in questa distanza di sfere
nella notte e ridi della mia insonnia
o dubiti della mia tempra di esploratore
che intento accosto l’orecchio a percepire
più che musica un eco di linfe,prodigiose
circolazioni, fra tegumenti il brulicare arcano
d’ erbe che forano ostinate la risalita,in desìo di visione,
fra zolle di terra accucciata,
accartocciata sul proprio respiro e non ti turbi l’ansito
tormentoso di quelle forre ,
se un morbo esala da quegli scialli di tenebra che pure squarciano,
a inusitate cadenze,fasci improvvisi , di sideree
perlustrazioni: ecco che aguzza
l’occhio il ratto,l’animale dal palpito rapidissimo,
e sprezzante si leva in volo
un caprimulgo a sorvolare accigliati
bastioni,ripostigli
di ceralacca Un vento greve
sale dal mare
ad increspare i desideri,in sogno,
dei mortali, ma un fruscìo leggero
di vesti di angeli,di partenza,
intravisti o presagiti dal vuoto traforo
scenario di deserta postazione di capannoni,tralicci,
forse ironico ,o pietoso,come il tuo sorriso,
preannuncia il riposo del tuo notturno, oramai rattrappito
rabdomante , vicino il dissolversi,
a un cenno del Nume, discreto e leggero,
di quelle nere cortine all’orizzonte.

*

La grande onda

L'aria è pervasa da un polline.
L’esercito è in marcia.
Il vento ara i frutteti.
Le porte hanno il fremito dell’ombra.
L’avanzata travolge e sommerge.
Alghe oscillano all’unisono salino
con le cime degli alberi.
Vince chi non si oppone.
Il vento racchiude i ventagli.
Il mazzo di carte arde,incandescente.

*

Bene

Il bene ha un mormorìo sommesso
di ciottoli al fiume dove il canto
si leva e unisce concretezze
di mani intrecciate
lungo un’unica riva

E sì che sospiro,
per un merletto
non più abolito
da fortuito amore,
così mi appari
ed esploro,con te,più sicuro,
pergamene,pelli di giaguaro.

Pupille serbano un andirivieni candido
nell’indaco delle Epifanie
ed è questo paragonarsi all’aquila
che dà calore e spezie agli affanni del tessere:
l’angustia del nostro sentire
distoglie il suo lucente pensiero,
rimuove l’àncora
brunita dei fondali.

Ed ecco,accolgo un narghilé
di sfida,nell’aria rilassata ed ironica
che sa stare al gioco
di aquiloni mezzo librati
nel soffio sapido di una tua carezza.

*

Ora puoi

Star Trek,l’ametista,rari
fari al largo di Albione,
l’eclissi del metodo ai reami di Govinda…

In prati di festuche,di lentisco,
verde filante di bava,in estenuazione,
fitte di orci e pinnacoli
per il mito consueto,
ad attutire la caduta
in verde di borragine,in estensione,
nello splendore dei tigli

Moduli siderali
pancia inattesa di sottinsù
di celenterati,
lucciole e muschio
nei boschi

Con l’avanzato orientamento
svetti carene,
punisci rovi.
Sai che qualcuno ha cercato,
per tua strana allegria,
sangue per tempo raccolto
nel cuore oscuro delle chitarre.

*

Venti

Sera al tempio per fumate verdi
sera al tempio per smaltire la sbornia,
chissà dove mi porteranno questi girasoli
non è bene sdraiarsi nella lieta baracca
dove sfuma il sale del ricordo
poveri occhi tuoi
di cerbiatta generosa
ed io qui a comprendere, a compatire

Ora si alzano plotoni di vento
reclamano il giusto
la giusta porzione di imitazione
per i rovi incurvati

Lacrime accendi,
di mogano sospiri,
frasi che pesano come il torcicollo d’una lepre,
se solo affittano possibilità al Futuro

Poi chitarre,attrezzi, bric-à- brac
per Fanny la bella,la tersa e pura dei giochi

Manutengoli dal vestito blu
con l’avanzato liquame delle botti,
ardori e giostre
ferrigni come l’empietà del mistero
girandole,vinte porcellane
dai musi di bronzo.

Ascolto l’o.k. di ogni ginnasta pingue:
il fatto che sono rinato papavero,
portavoce dei venti.

*

L’arpa di Ethel


La corda nera della tua arpa
freme improvvisa nella notte impervia,
martoriata da distanze:
hai lasciato anche stavolta la finestra aperta,
sul balcone dei tuoi gerani,
delle sensitive,
appena increspa il moto uniforme
dei tuoi sogni sereni superficie di teneri coralli…
Ascolto Rachmaninov,
dal secondo concerto per piano,
sillabo in me parole immemori nel tempo,
nate dal cono di eternità silenziose,
distillate in dolci malinconie.
Di tutto il travaglio di forme vicine e lontane,
rugoso gerbido, radure al tramonto
in meditazione
un grumo,più che strale,d’ineffabile sapore
riscaldo dentro al mio petto:
perché volevo dirtelo
che basta un tuo sorriso per tenermi desto
ed il mio cuore lo attraversano carovane di luce
migranti alla volta di costellazioni…

Viandante compiuto disegno dell’Essere semplice conato
d’espressione,germoglio di vita
tratta dal suolo di tenebre fertili,
soffio d’essenza qui portata dal vento,
diversa,geroglifico,ma tenera,
come carezzandomi,all’invito,
mi giungi dal miraggio della distanza,
dall’abaco tarlato del percorribile
improvvisa larva,
voce inquieta ad assolvermi a rendere più concitato
il mio respiro,con la tua istanza di luce,
io da parte mia non smetterò mai di cullarti,
infantile e velleitario preso da un sentimento,
dal fascino degli opposti quasi compresenti
nel mitico sogno del Tempo,
ignaro ma riconoscente,
eccitato il viso da quel tuo gioco di vele
tese e luccicanti,
ventilata con disinvoltura la vista avida di partenze,
di lidi,per serio gioco
andremo alla volta di un aquilone impigliatosi
fra le reti oniriche di Cassiopea…









*

L’esito


Il passaggio è fra le sacre roveri
imbottite di pupille
non sussurrano più
nell’ora dei fatti

chiedono

vicenda del puro e del resto
forbici perentorie…

vicenda di mani terrose
uggia ed ubbia
nei vermi di una pace
non sorella

affondano…

Pozzi dove l’obliquità è di regola,
ma il numero manca.

Pozzi dove l’ubiquità
non assicura l’esito.
















*

Lyric Abduction

Fluttuante…

-…cosa vedi nel magma?

-Vulcani.

-Solamente?

-…torri circolari... ai merli delle quali

saettano balestre…

Aurore...

-Ancòra…

-…occhi di camaleonte…

ginestre,da cui

farfalle in volo disegnano l’Amore…

-Continua…

-rovi,rovi di more il battito

buio

-Incontri o percepisci Lui!…

 

 

 

-Pareti bianche…

-Lucore…seguilo!

 

 

 

 

 ...ma un cinguettio di piccoli esseri

fra terra e cielo

trapunta il Risveglio…

*

L’astrale esuberanza


Il lussuriare di Spirito
che mi versi nel petto,
con le Tue dita di Luce,
è pingue cornice e bagna
l’arcobaleno doppio il piombo
di distratte stagioni,
mogano di verità osata
e riletta,non più oscurata,in sesto
di meno fameliche cortine.
Confusioni di miti appesi
non valgono ad incantare
né rito scaramantico del sangue
col cardellino accecato
dai barlumi dell’oro
in funesta tiratura
per i bonzi di corte,
adesso è libera,corrente d’ali
la brezza di ponente,
scrolla da sé l’accordo brizzolato
e muta con un bacio d’orizzonte Mare
sangue a declinare
spiriti,epifonemi
(erano l’esergo non più brillante
dove Luigi,su muri calcinati,
dannava un povero ragazzo
delle sue più stranite novelle)
e se fiuto di fabule teneva in serbo
la tagliola dello scrittoio,
ora tegole di luce avversano
l’inganno,l’embricazione
ci libera nell’umiltà,ci spoglia
sereni…
So di fiammelle tremolanti al vento
dai bivacchi all’ordine d’asfalto,
l‘affetto del loro dire strada,di mota
a me conosciuta,né gabelle di Sirene a tessere
passi di danza
ho da cercare
in questa breve notte,spasimo corto,
brevità dell’arco,
solo riporre nei cassetti più lindi
il galateo di qualche
astrale esuberanza.

*

Palingenesi,offertorio


*ascoltando Gubaidulina


Come
chiara essenza di risalita bagliori cuspidi in alto ,incolto
groviglio di murene,sirene
carnale casuale viandante tu
asintoto di speranze,offertorio,solo se
pregusta il pensiero del Limite spigolosa essenza
nel tuo giaciglio di pietre
ciglio di Sfere
perché pura l’incestuosa tua catabasi perché pura volizione
dal bronzo del corpo una linea melodia
in quelle costernate vene
abusate dal torpore dei letti e dell’afa,
ma:fratello
a me nel sudore dei declivi
di famoso fumo distratto,al gong,
clangore e ghirigoro vittorioso,raggiato
di gloria in cadenza plagale zusammen
oh svagate diversioni di crotali nei giardini di Luce
a colpi di fagotto allegrotto in ritmo di marcia:NOI COSTRUIAMO
UNA NUOVA CITTA’,
e il grido a coriandoli, dei bambini,tanto
impazziscono solamente le pupille avide sole nel risucchio del vuoto vorticante
et nos sillons…
dormitori lividi senza remissione costellazioni in anfratti di costernate costruzioni
ma:
noi navigatori leggeri su pelli di luna di tedofori ricaricati dal Paradosso
e forse,cari amici,molti di voi disprezzeranno l’umile gioia,la vera penitenza
di Lui-con te-con Noi:
evenienza per osservare i vostri visi contriti,un po’ a lato
discosti,nella vostra posa di graticole inamidate,
ancora noi con voi,ma diversamente coscienti del Varco.
Poi,
da quartieri in degrado,pozze di sangue,dedali
consunti come protocolli,palestre abbandonate,
sul dopo-vittoria dell’Emisfero,
sulla semplicità di ogni rugiada,
sarà l’ascesa di luce arancione
del Sole in espansione,
moltitudini,spazi
al suo lavacro d’Amore,
per la speranza che ha solo trepidato.


MA I VOSTRI REGNI ,SIRE,
VACILLANO.

*

La battaglia di Paul Atreides


Canta ancora il mondo,
sorregge la sua gloria.
E sia.
Ma vedendo l’offesa dell’ ingiustizia,la prevaricazione…
ho concepito stame d’ altezza:
lo sdegno,pensai, sorregga il mio volo.
Ho tratto il vello agli aruspici,
per il viaggio che nascondeva sementi e tempesta,
fra nuvole e deserti
di ferro e ossidiana
ho raccolto eserciti di squame.
Un angelo,se angelo era,
solo in principio
alla nostra irresistibile avanzata
sovrappose le sue ali reticolari,
poi il sollevarsi di nebbie,
uno stridere di freni,lo scalpitare
di cavalli al galoppo,
il vuoto scarlatto,la conca,
il tonfo disperato
della parte avversa
e al di là del furore del sangue
il premio ambìto:la Contemplazione…


Ora il Palazzo è assediato,
di là dai vetri della sua cortina,
da un barlume di luce pulsante,
quando discende Vesperus
a nascondere e cancellare le forme
conosciute in vastità d’ignoto
e il vasto cielo è canto siderale,
solcato da aeree peregrine sentinelle,
come richiami di megattere,specie
radiali di Luce…
Ora, se avverto un richiamo
è il silenzio che sibila
nella mia stanza,
indistinto,
indistinto il battito del cuore in attesa
e un vapore pervade,
dentro e fuori,
di fluida nebbia assetata di spezie…











*

Piccola regina più forte delle fiabe




Lo sbuffo della manica
è da regina di antica elezione,
ma il mistero assale ,a stringerle la gola,
confondersi di un fato
di acque limacciose:
ora scuote il riverbero ,
punta se stessa a sfida
contro il nero della notte,
ben tese le braccia
sotto l’indaco triste
di una volta di lamiera,
un impeto galante
è l’ unico diversivo al male
di unicorni e principesse sospese,
ma uno schiocco di dita disperde
quell’assonnata parentesi,
bivio di Morfeo
abituato a barare:
viso regale turbato
da un riflesso d’onice,sardonico
ebano d’ amaro sentiero,mesto
accordo d’incerta fabula,
come affiorante
dal tempo indicibile,
rimosso,
capovolto,
diffida del varco offerto,
misura gli spazi
-lei, così farfalla…-
alla pantomima del suo vasto mare
oppone i brandelli di una gioia in frantumi.
labbra a cullare
la nenia al rivolo
con un trastullo di fragili barchette.





*

Acquerello lunare

Lontana la luna ma appare,
velata sembra
più grande; brunito
pensiero:
dorata la luce
nella sua culla
di cruna;
ma canta più forte,
più trepido canto
riversa
nel cuore una lode;
nel Cuore infinito.

*

Cantus inceptus


Vaste apprese mura
in un sogno che acque correnti attraversi
a dilagare nel cuore m’inaugura,
col rumore di sorgenti,
ma è presto,
altra strofe da azzurrità di nevi
imprime più che idoleggi il vessillo
a consacrare sponsale dei Vegliardi
un labaro di passioni come estese pergamene:
dislivelli di desideri franti,
di un astrolabio a struggere sete di patena
generoso vuoto di scale ed incenso
in immensità come un’ipotesi di mosaico
sotto volte in adorazione
nella fase del suo rabescarsi
acerbo,librata l’anima al suo raccoglimento
ancora voglia,ardore di spazi,
attesa immatura
d’etimasia
- ah,l’analessi dei filatteri…-
a conquistarti un canto
di passione che arda inconclusa,
vasta, come un fascino imberbe
di impervi e avventurosi sentieri…




*

haiku di Giovannone

La buona glassa
non sa che t'ingrassa
né sa d'esser grassa.

*

tra le sterpaglie

• In ricordo di padre La Grua e per Biagio Conte

Ho sentito di un santo
che cantava con gli angeli
mentre ancora durava la sua vita terrena
e usava uno spruzzino
al posto dell’aspersorio.
La piccolina si avvicina al frate,
pensa:”perché dite no?
mi prendete in giro perché sono
piccola…è lui!”
e afferra una falda del saio,
sotto la volta della caverna,
visitata dal poeta tedesco,
si sentono le gocce,
“non sei san Francesco,Francesco…?”
la voce è un soffio di rosa…
prima ancora che il celeste di quegli occhi
si posi su di lei come una carezza,
un braccio vigoroso scuote la bambina,
“smettila,Antonietta,non disturbare fratel Biagio…”


E questa è la mia terra,
l’altro lato di cui meno si parla,
perché non è oscuro:
ed ecco qua i candelabri,
in mezzo alle sterpaglie.














*

quasar,la chiamata


dove corre il sale del mare
e morbido ,al cimento,
spira sulla riviera
d’Oriente come un barbaglio
assoluto,sul guanciale di promesse
lino di razze all’incipiente
connubio,quasar,
non opprime al non senso il diorama,
anzi ne screzia il canto:
sevizia solamente un mantice occluso
lampada di crisopazio,come quando
incide un lampo di sangue
il sudario compatto della neve.

*

Il vento di Iris

Moto al fuoco spento,
scirocco dal fiato di leopardo,
rovinosa metessi
per i più senza sollievo
da medaglie abrase,
inerzie combatti
nel tempo che promana
da inesauste teredini
di corazzate,seppur sopisca
fitte di falso ardore
una dolina devastata da un Sogno
troppo impetuoso ai cultori dell'osso
caudale,
spegni lucori recalcitranti,al bleso
similoro di cospetti imbiancati,
su maniglie,gramaglie improbabili
di sfide al cerchio
almeno tu,con le tue dita di ragno,
frenetiche dagli argini velati,
in una danza ebbra di tempo
e compimento,ostinata cadenza
al nostro fato sparso,
tu stessa prodigio sopravveniente
sei,per tutti noi sopravvissuta,
e ascendi in te,nel volo
che a noi discende
parabolico,livido annuncio
di grandinate e di stelle.

*

ricordo di Catalin


Bevi,mi diceva,
che diventi un barbato.


Sere d’estate…


Ma il bicchiere più forte
l’avresti bevuto tu,
quella notte,a 2oo all'ora
oltre il guardrail,
sulla Moldova di ghiaccio…



*

Lo Sposo del Vortice

Brucia lo sposo del Vortice,
gli si dilatano le narici.
Il carbone arde,possiede
uncini,membra,in te,vortice,
dipanati e spesi
nell'occulto travaglio
del sangue materia ed essenza
del mondo,
assapora i versi aspri del mare;
dei capelli il morbido arpeggio
ne addolcisce la lotta
di gorgo e potenza,
inerpicata carezza del vento,
il capo disvela nell'abisso di luce,
lo Sposo,febbrile ascesa,
il suo gemito risponde al richiamo,
fulmina il ruminante
al cieco deliquio,
ma la luce è la sferza
sul fianco obliquo,
sul suo ricamo di sangue.

*

Le mani di Iezavel

Sacerdotessa di notti affilate,
incandescenti candori
di piume e arabesco,
io temo per te,per quei lampi insoliti
di aurore boreali,
che vedo addensarsi sempre più in un cielo
carico di prodigio ed ignoto,
e il moltiplicarsi di una fitta sassaiola
che non risparmia quasi più nessuno...
come potranno le tue mani,pensieri di glicine,
tornare ad impastare il pane,
con rude forza di contrizione,
esiliate al Varco,
se le tue tasche sono forate da sogni
troppo pervicaci nel bene...le tue mani,
lacere da furiose carezze
impazzite di sole,
possiedono occhi per ogni filo d'erba,
ma sapranno trovare,nel buio della sera,
il passaporto smarrito nel prato?

*

Ricordo

Non c'era grido ne' pertica:
vuoto della stanza,
l'eco di un silenzio
contrito d'alghe,
sulla griglia del pavimento


in fondo l'oggetto,
più malato di un sole
cubico,affogava le sue squame,
fattosi luce d'avverbio.


Troppo lento al miracolo
il passo di primate
(con piume,
al pozzo di frecce non tiepide)


Sangue dal morso,
bava del formichiere:
sulla griglia del ricordo
era appena un velo


*

Angeli accidentali

Languisce un morbo di muschi,
guida di polpastrelli
in fondo a una scarpata;
un rigore di gigantesse inferme
molce la barba muta
dell'idillio.Gettato
almanacca speranze al tepore di fiati belanti,
appena corrosi da angeli accidentali.

*

Allegoria del giardino

Non l'agreste
verbo che impugna
a seppellire l'insetto
con stecco e strame,
in stantio d'antiquario
guardi la stilla che geme
di rugiada e s'imporpora
invano nel tramonto
per chi,vittorioso
corre lontano.

*

Risveglio

Il grido è guasto dall'ipotesi di fermento,
di gora appena varcata,brivido
stenebra,con l'amarezza,
il ricordo del guado.
Mi deterga
-occhi dischiusi ma ancora immersi,
oniriche opalescenze-,
mi deterga
dal liquido fetale,
dura scorza penetri d'afrore
la folata di un riverbero.

*

Sera

Anima,quando 
finalmente sgombra,
assorbi il lessico della pace serale,
dell'agognato appello
non stagna il desiderio,
l'ostinazione di essere
nel luogo della mappa,nel conto.
Taglieremo le canne
lungo il selciato
e pesci teneri ci abbracceranno con mani di fanciullo...
Menzogne,ma abbozza i sensi
la sera,
la sua bonaccia ci svelle da ogni tentazione
di piagato orgoglio.


*

Plenilunio

Sottende una mano
l'arco nel plenilunio.
L'immagine sullo specchio lacustre,
all'oscillare dei giunchi,
non è Narciso è l'ascia
sul collo della lepre.
Col sentimento delle ninfee
imparerà a camminare
nel feto palpitante e incandescente
di luce lunare.
Nell'immagine è un serto.
A piedi nudi sul cammino del sangue
sbocciano carte nel cuore
dell'uomo cui sorride solo
la specola,indefinita...
dell'uomo che imparerà ad andare.
Che imparerà ad andare
sull'erba marcia e il sorriso
crepitante del magma.
La luna è nell'arco
e guarda gli occhi ammaliati
dell'uomo,il pugno stringe più forte
una parola,un segno.Quando
la luna è rossastra
si sente più maturo
per cacciare il richiamo.