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Raccolta di poesie di Ivan Pozzoni
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Desaparecido

 

In cerca d’uno dei molti me stessi,

mi volterò, beffardo, sul calar della notte

a imitare, nei miei urli, ricchi dessert da stridio di freni:

ma cosa sono, stasera?

 

Cosa siamo davanti alle montagne

che ci circondano, sdraiate in punta

di nuvola smunta da millenni e malanni

d’uomini morti, abbandonate lì,

a caso, dalle risate di divinità emigrate

verso altre spiagge, verso altri nidi?

Dove sono andati a camminare i milioni di vite

che hanno vidimato i monti,

nei loro arrancare di stanche comparse,

desaparecidos, dove sono, stasera?

 

I miei libri nelle librerie, nelle biblioteche,

i miei articoli nelle riviste delle università,

e io, desiderio inattuato di camminare,

camminare, in una mano un amore straziato,

nell’altra uno scricciolo

occhio azzurrato in costante

attesa delle mie fiabe post-industriali,

manina fiduciosa stretta

intorno a un mio dito,

intorno al mio mondo.

 

          [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Lontano dalle lame

 

Finirò triturato, immondizia riciclabile,

sulle strade d’una carriera scartavetrata

dentro ai cerchi infernali d’astrusa discarica,

animale ad un’unica vita, senza zona franca

da merito ereditario, senza via d’uscita.

 

Credete forse che smetterò mai

d’urlare ciò che vedo fuori e sento dentro,

che smetterò di soffrire?

 

Anche lontano dalle lame, tremo.

 

           [Scarti di magazzino, 2013]

*

Faccio il logistico

 

Faccio il logistico, fuor d’ogni logica,

stremato dall’immaginazione d’una vita magica,

mettendo su carta, nel buio della notte,

malsane idee da moderno donchisciotte.

 

Faccio il logistico, vittima d’intensa sindrome

da delirio artistico, ventilando mille dubbi,

nell’aria rarefatta di monti abbandonati

alla virtù coatta di mantenermi in bilico.

 

Faccio il logistico, attraversando camere ardenti

calde come celle freezer, ridendo alla sfortuna

carica d’ammiccamenti, magazziniere in blazer,

immerso in Paradisi senza santi

che abbaino alla luna.

 

Faccio il logistico, scrivendo testi spastici

che vi consentan di rassodare i muscoli,

rendendovi vittime di crampi esistenziali

o di bernoccoli,

raccolti lungo i cammini schizofrenici

dei vostri inciampi.

 

Faccio il logistico, essere inumano,

schiavo di logiche deittiche

d’invito al lastrico.

 

          [Il Guastatore, 2012]

*

Dyospyros ebenum

 

Alba scura, nero mattino dei miei mattini,

dolore di ferita infetta trauma dell’abbandono,

vedetta vendicativa d’ansimi strazi chiacchieri d’amore,

dimenticandoti dell’unico sabato concessomi, dell’unica domenica,

a camminare abbracciati dominando i cancelli automatici,

coi cani che abbaiavano, tenaci, davanti al nostro incedere d’incendio.

 

Parli d’amore, tu, mai abbandonata all’amore,

d’amore abbandonato nelle segrete d’una clinica,

Giuda Iscariota ciondolante dall’albero della serenità,

ai margini della mia vita,

e d’amore, d’amore, d’amore scrivi, scrivi,

scrivi, mettendoti in ridicolo, come ridendo a messa.

 

E nei weekend continui a farti i cazzi tuoi,

dimentica di non esser uomo di mondo,

dimentica di me, di tutto ciò che sono ero, e sarò.

 

Potendo essere un tuo futuro,

tu, mosca anonima, vivi un’unica giornata,

scordando, irriguardosa, ch’io sarò eterno. 

 

          [Carmina non dant damen, 2012]

*

Lexotan, amore

 

Potrei dormire, abbandonarmi, straziato ali e mani,

all’abbraccio d’un orfico Morfeo,

invece di scriverti,

descriverti nella tua freddezza d’ambra

racchiusa attorno ad una zanzara anofele,

mala femmina,

ore e ore, ore e ore,

anche minuti, a volte.

 

Potrei dormire, staccando coi denti

- ne ho rotto uno!-

i cento anelli delle mie catene,

sottraendomi, incosciente, alla stretta d’un Orfeo dismorfico,

invece di cantare, coi miei versi seducendo Persefone,

le anime dell’Inferno, i dannati della terra

senza voltarmi, senza incantarti.

 

Tu, che hai occhi come cieli,

non sai volare;

io, che ho occhi come notti,

non riesco a dormire.

 

          [Galata morente, 2010]

*

Per me, scrivo

 

Non scrivo, per te, che m'hai strozzato di silenzi, e di rifiuti,

che non ti illumini, ad una mia poesia,

ad una mia chiamata.

 

Non scrivo, per te, seduto dietro a una cattedra,

cavallo di frisia, incatenato

ad una sedia dorata.

 

Non scrivo, per te, fiore che sbocci a Maggio,

e che muori a Settembre,

in una continua rincorsa ad eterne resurrezioni,

ad eterni ristorni.

 

Per me, scrivo, immergendo

i miei mille incubi nell'acido muriatico,

disossando sogni, scaricando rogne,

disinnescandomi.

 

          [Mostri, 2009]

*

Rapporti protetti

 

Nei tempi della mia giovinezza

non c'è tempo per scrivere,

non c'è tempo, per pensare,

non c'è tempo per creare passioni, pazze,

che non siano travolgenti, terremoti burrascosi

nelle fogne tossiche di agglomerati urbani.

Ma, nel buio delle nostre ore, molto moderne,

broker vincenti non investono

cuori bollenti in pezzi di ghiaccio,

per trovarsi ancora, e ancora 

tra le mani rivoli d'acqua

che sfuggano, inorriditi,

alle loro carezze.

 

Non riesco a non ferirmi

al suono metallico dei tuoi silenzi;

ma, quando parli, senza battiti d'ali,

angelo moro caduto su un trinciapolli,

esprimi, in un istante

tutta la banalità inquadrata

della nostra, vuota, de-generazione anni 'ottanta.

 

          [Versi Introversi, 2008]

*

Fiotti d’avena

 

Prendimi forte, tra le braccia, e tira la catena,

maschera oscena, grido d'arena,

sulle nottate vorticose d'anima in cancrena,

sulle giornate stese steso ad asciugare all'ombra dei rancori,

sulle tue scommesse messe in mano a scaltri allibratori.

 

Prendimi forte, tra le braccia, e tira la catena,

scianca altalena, sciocca falena,

sui miei alibi avvinazzati senza sconto di pena,

sull'innocenza violata d'ogni vittoria di Pirro,

sulla mia mente straziata, tenuta insieme dal fildiferro.

 

Prendimi forte, stringimi, spiazzami

tra le tue braccia e i tuoi seni,

tira la catena,

dopo esserti abbuffata, bulimica abulica,

di fiotti d'avena

poetica, o, in vena, a volte, d'essere Dracula,

maldestro verbo transitivo, senza copula.

 

          [Lame da rasoi, 2008]

*

Cyrano

 

Poesie, battute a sangue

su vecchie tastiere ammaccate,

attaccate a catene,

infibulate nelle odiose notti d’odiosi inverni

senza camini in cui bruciare cartellini rossi

rimborsi aziendali

assorbenti in rottura di stock.

 

Poesie, irridenti delle vostre irredente velleità,

miracolose come scatole di Dissenten,

in bilico tra cascate di menti e cuori,

in bilico tra lacrime e mandarini

vomitati nei cestini di un ufficio incandescente.

 

Poesie, ridondanti arrembanti

al suono dell’atavica follia

redatta, duplice copia,

in carta carbone, su certificati mendici

di graffi, sonni o amnesie

d’acrobazia arrancante su mutui bancari

d’intensità usuraria e nevralgìa.

 

Poesie, canzoni, cubi di Rubik

imprigionati in tele di ragno,

viscose, e inutili,

come incubi d’eunuchi stitici

per le vite esplose intensamente

tra i mercati surgelati di Baghdad.

 

          [Riserva indiana, 2007]

*

Anfibi

 

L'anima, squamata, è spezzata

tra bicchieri di vodka donne in carriera

1407 euro lordi

di sporcizia morale e di invecchiamento precoce;

non c'è domani seduto su sedie a dondolo,

niente futuri, luminosi,

come squali in una vasca da bagno,

o improvvisati, come torte di formaggio scaduto.

Niente domani sulla strada,

senza segnaletica orizzontale, o verticale,

che porta a maturità infrante,

calpestate da allegri buffoni

che ballano un tragico twist.

Siamo una generazione di anfibi:

metà dentro l'acqua del disimpegno,

cocktail di lacrime, sudore,

umori neri e coiti in macchine arrugginite,

e metà sulla terra,

risveglio angoscioso

da un sogno di mezz'estate,

senza zanzariere voraci alle finestre.

 

Generazione di fango,

oggi, senza domani,

dopodomani,

o qualsiasi altro giorno dopo.

 

          [Underground, 2007]

*

Gli uomini senza cognome

Gli uomini senza umanità non hanno il cognome,

vivono, inintelligibili, come uno spartito di sole semibiscrome,

coltivando il loro misero orticello, due camere e un bagno,

in cerca di condoni reiterati, su terreni del demanio.

 

Gli uomini schiavi dell’indifferenza non hanno il cognome,

ci immunizzano, inutili, come la milza nell’addome

dal fervore, dall’interessamento, dalla solidarietà civile,

convertendo l’egotismo dello stilita in uno stile.

 

Gli uomini senza intelligenza non hanno il cognome,

martellano, propagandistici, con l’arroganza di una réclame,

condannando il mondo a un’esposizione a 100.000 röntgen

col contegno truffaldino della piramide di Chefren.

 

Gli uomini senza cognome, si chiamino Roberti, Lorene, Glorie,

devono essere affogati dentro ettolitri di damnatio memoriae,

non ci devono tangere, novelli Mario Chiesa,

ché buttare i nostri valori nel cesso non è una bella impresa.

 

     [inedito 2019]

*

Spazza tour

La mia abitudine di cantarvi resoconti metrici

sulle brutte abitudini dei concittadini ai vertici

non deve assuefarsi nel farvi abituare

che soltanto i politici facciano cagare.

 

La g(g)ente è un abuso dell’uso del buso

- la (g) di rinforzo non è mica un refuso-,

ciascuno a competere nel non essere men scaltro

e nel fare il ricchione col culo dell’altro.

 

C’è chi lavoro e sudore non fanno assonanza,

tutti in coda in attesa del reddito di cittadinanza,

c’è chi tira, senz’onta, a mendicar due lirette

con l’assillo avvilente di scroccar sigarette.

C’è chi sbafa due versi al suo micro-editore

e elemosina a rate anche il televisore,

c’è chi impone al ragazzo una Mercedes in titanio

lasciando al suocero i conti del suo matrimonio.

 

C’è chi considera studiare un atto d’insania

e sentenzia che il Nilo si trovi in Germania,

c’è chi spara minchiate da ogni orifizio

e corre a chiudere i nonni all’ospizio.

C’è chi trova conforto in un bel rosatello

e non salta una sera del Grande Fratello,

c’è chi è arrivato in canotto senza neanche una giacca

definendo l’Italia un paese di cacca.

 

Questo non significa che i vari Juncker della Commissione usuraia

non brucino l’ossigeno dei cittadini europei peggio d’una caldaia.

Non bisogna dimenticare che bersagli della malattia invettiva

devono essere anche i grigi bonhommes senza alcuna attrattiva

e che tra i piccoli esempi che ho messo alla gogna

il più pulito ha la rogna.

 

     [inedito 2019]

*

Rogito ergo sum

Preda di un brutale scollamento tra Bund e BTP,

senza che ci tragga in salvo alcun modello CCCP,

la nuova parola d’ordine è investire sul mattone

che con il crollo delle borse inter-stellari ogni risparmio è un’illusione,

 

Se la banca ci concede un mutuo bisogna levare alti i nostri tedeum

e scaraventarci a scegliere tra un parquet o un linoleum,

nascono, come funghi, agenzie immobiliari ogni due m²,

immobiliaristi dall’occhio bovino che ci costringono a diventar mezzadri,

decerebrandoci in attività tipo il misurare una chaise longue,

con i neuroni ancorati a Malta come le navi di una Ong.

 

Lo Stato feudatario c’accorda lo ius primae casae

nuovi acquisti e ristrutturazioni sono adito d’ukase,

chi riesce, a fatica, a svincolarsi dal contratto d’affittanza

è bandito dalle liste del reddito di cittadinanza,

e avrà l’onore di finire a fare il barbone

con il culo sul divano davanti alla televisione.

 

Monolocale, cantina, bilocale, box, trilocale

cantori, senza ascensore, abituati a far le scale,

cerchiamo, allucinati, di non finire in uno slum,

al grido unanime di rogito ergo sum.

 

     [inedito 2019]

*

L’epatite IVA

 

Il contribuente italiano medio tra tasse, imposte e accise

subisce morsi e ricorsi stoici peggio che alla Corte d’Assise,

navigando sempre in cattive acque, lo hanno dichiarato santo

e contro le scottature da cartella esattoriale usa la tuta d’amianto.

 

L’epatite IVA è una malattia altamente contagiosa,

il cuneo fiscale ha la funzione di un catetere senza ipotenusa,

drenare liquidi dai buchi neri dei conti correnti non millanta

l’idea di far chinare concittadini sofferenti a quota Novanta.

 

La metafora del drenaggio, verso lo Stato italiano, non è balzana,

l’Agenzia delle Entrate ci rivolta i calzoni come indomita mezzana,

la malattia è ormai cronica, come terapia sedativa resta la flat tax

la calma piatta dei mercati internazionali non ci facilita il relax,

tra salvare 5.000.000 di italiani o incrementar lo spread

la scelta è tanto semplice che non ci vorrebbe un Dredd,

speriamo solo che un nuovo dottor Sottile non emetta prelievi forzati

sul 6‰ dei conti correnti dei soliti disgraziati.

 

     [inedito 2019]

*

Il chihuahueño di Port-royal

Quando ti svegli nella notte e ti avvicini, fragorosa, al batter dei miei tasti

chissà se è me che cerchi, chissà se è me che trovi,

col comportamento di una scimmia allo specchio, la scienza afferma ogni tua inconsapevolezza

e non ricusa, nell’homo sapiens, la stessa consapevolezza con l’esperimento della televisione,

mass-media, esiste chi vive o vive chi esiste auto-identificandosi dentro a un video,

mass-media, la somma dei valori numerici delle masse cerebrali, fratta del loro numero.

 

Quando guaisci, piangi? O è solamente una danza indeterminata di interazioni neurali

a muoverti, muscoli, sentimenti, sogni? Quando dormi, sogni?

Mi scopro, a volte, a interrogarmi sulla nostra reciprocità:

sentiamo un amore senza condizioni, una resa incondizionata, vicendevole,

e tu sbadigli, disinteressandoti d’ogni feedback, forse soddisfatta

dall’immediatezza di una carezza, dall’autenticità di un sorriso o di uno scodinzolio.

 

Quando non ci siamo, soffri? O è soltanto l’ipostatizzazione di una nostra mancanza,

a muoverci muscoli, sentimenti, sogni? Quando ci studi, con il tuo naso indagatore da cerbiatto,

rifletti o agisci d’impulso? Esisti, o non esisti? Esisto, o non esisto?

Perché se non esisti, mio amore innocente, rifiuto d’esistere anch’io,

e se rifiuto d’esistere, rinuncia ad esistere il mondo stesso.

 

Sei la Tenochtitlan dell’ontologia, nata come fico d'India alla base della roccia,

ritrovata – nessuno ti avrebbe mai coperta- da Álvar Núñez Cabeza de Vaca,

sei stata saccheggiata dai conquistadores corsari della logica di Port-Royal

e ridotta, da animali senz’anima, a oggetto inanimato del binomio schiavo / padrone,

senza aver mai considerato che cambi le nostre vite più di Marx e della sua inutile rivoluzione.

 

     [inedito, 2018]

*

I giornalisti

 

Sul sito web del Corriere della Sera

escono markette (in)degne del Gazzettino di Valmadrera,

i freelance webeti, che non hanno avuto mai la sfortuna di lavorare,

sfornano cottimi di minchiate che nemmeno Baget Bozzo sull’altare,

alla ricerca reiterata della fake news e dello scoop ad ogni inserto,

battono, a un tanto al kg, la strada che conduce a Studio Aperto.

 

Questa è la medesima categoria che intervista

insistentemente i disgraziati durante un sisma,

senza subire, di contrappasso, in strada,

l’applicazione al muso d’un abbondante enteroclisma,

riuscire a far ragionare uno che campa

sul numero di caratteri tipografici che batte in sala stampa

considerando la dignità umana fuori moda,

è come far guidare a Cicciolina un’autopompa.

 

Qualcuno riuscirà mai a spiegare a un mestierante della cultura,

vivacchiante in un’editoria di mercato da caricatura,

vittima dell’ipertrofia d’offerta di articoli senza domande,

che indipendenza e verità non convengono al lessico dell’orticoltura,

i baldanzosi Houdini della neo-sofistica utilitarista

col crollo dei meccanismi dell’editoria iper-capitalista,

finiranno col restare, finalmente, in mutande,

demoliti dal disprezzo d’esser stati «giornalista».

 

     [inedito, 2018]

*

Chi ci capisce è bravo

 

Se non mi chiamassi Nibbio, chi ci capisce è bravo

vorrei scrivere versi degni del Dolce Stil Novo,

nessuno si rivolti nella tomba, stile volta Gabbana,

sconvolti che alla Fata alletti assai la Durlindana.

 

Aletto, era una furia in un’Eneide da film porno,

sulle cime del Pornaso scrive versi d’alto bordo,

non riuscendo – come i Giuliani- a batter metri in anapesto,

le riviste le rispondono: «ripassi nel 200 avanti Cristo».

 

Se non mi chiamassi Griso, chi ci capisce è bravo

Malena Mastromarino, eletta col Pd, recita in Uccelli di Ruvo,

la lista Forza Italia rigurgita olgettine e olgettini,

Rolling Stones millanta che, a troie, ci manderà Salvini.

 

Saviano, Edizioni Mondadori, romanziere della Mala Vita

raccoglie assegni in bianco con due svolazzi di matita,

beati i mestieranti, di essi è la repubblica dei valentuomini,

scarto sotto scorta, finge di credersi Salvemini.

 

Chi ci capisce è bravo, in questo mondo di fake news,

forse nel 2070 trionferà cassoeûla con cuscus,

Berlusconi avrà trent’anni, il Papa sarà marziano,

i romani, col canotto, fuggiranno a Città del Vaticano.

 

     [inedito, 2018]

*

La partitocrazia dei trolley è mediazione

 

Passati sessanta giorni nel deserto la partitocrazia dei trolley

convinta dalla mafia democratico-cristiana a non rinunciare alle holiday,

occultato l’alibi dell’assistito sociale di Cesano Boscone,

ha dato ordine di tentare un’ultima arzigogolata mediazione.

 

Luigi e Matteo, dal movimento allo scranno, dall’anti-politica al governo

hanno 48h di tempo utile a togliere i colleghi dalle graticole dell’inferno,

se salta, troppo presto, la XVIII legislatura, mamma mia, son cazzi loro:  

come faranno, i nostri eroi, ad abolirsi le pensioni d’oro?

 

Matteo chiama Luigi sulla questione dei migranti extracomunitari,

bisogna aiutare i terroni in loco con gli eurodollari degli eurofunzionari,

Luigi risponde che l’accoglienza è dovere di ogni Stato litoraneo.

Mediazione: creare tra Africa e Sicilia un enorme cimitero mediterraneo.

 

Luigi chiama Matteo sulla questione del reddito di cittadinanza,

bisogna aiutare i barboni italici sacrificando i rampolli della finanza,

Matteo risponde che i lazzaroni son tutelati da due anni d’Aspi.

Mediazione: subordinare ogni reddito al controllo del Monte dei Paschi.

 

Resta il nodo di Gordio o la spada di Damocle del Presidente del Consiglio,

se non lo nominano subito i mercati internazionali cadranno nello scompiglio

Mediazione: rifugiarsi in un governo bis targato Gentiloni

che a far crollare i mercati, con un suo ingresso, provvederà Pozzoni.

 

    [inedito, 2018]

*

Il tango del bandolero

 

Bandolero, da dieci anni la pensione ti ha levato ogni pensiero,

passi i giorni alle bocciofile schiavo del tuo tempo libero, Bandolero,

cinquant’anni trascorsi in banca a maneggiare l’altrui denaro

e, ora, in coda a ritirar la social card felice vittima del rincaro.

 

Bandolero!

 

Bandolero, con il bancomat a tracolla cadi preda d’ogni phishing

ignorando, con orgoglio, l’esistenza dell’home banking,

Bandolero, doni al consulente finanziario provvigioni a palate

accogliendo nel tuo portafoglio il meglio delle obbligazioni subordinate.

 

Bandolero!

 

Bandolero, irresponsabile correo del boom economico italiano,

il tuo voto spensierato a Andreotti, a Spadolini o al dio craxiano,

ci ha gettato tra le braccia di una troika assai baldracca,

e mentre balli soddisfatto noi nuotiamo nella cacca.

 

Bandolero!

 

Bandolero, damerino impomatato con le vecchie al capezzale

grazie all’uso spassionato di un catetere vescicale,

balli il tango con maestria alle sagre del paese, Bandolero,

contando i pasos doble della strada che conduce al cimitero.

 

Bandolero!

 

    [inedito, 2018]

*

Fuori dagl’ischemi

 

Provateci, una volta nella vita, a smetter di vivere fuori da ogn’ischema,

senza costanti interruzioni d’inchiostro alla vena del fonema,

in modo che la crisi occidentale si traduca in crisi occipitale,

col risparmio di formiche incrementano i consumi di cicale.

 

Come hai smesso di leggere, smetti almeno di scrivere

«pubblico» che non esisti e ci costringi a vender libri come aspirapolvere,

Porta a Porta, dove Novi Aldi vanno in Vespa e ritornano Bompiani,

dopo aver abbandonato la nave di Teseo, in sentore d’uragani.

 

Questo è il secolo, o il millennio, dell’artista mestierante

non sapendo fare niente ti accontenti di restare figurante,

tra i vari attori e attrici smaliziati del mercato editoriale

disposti a regalare i figli a un rom in cambio di un cm di scaffale

nella prestigiosissima libreria Feltrinelli della tua città

non vuoi smetter di vivere fuori dagl’ischemi, c'aggia fa?

 

    [inedito, 2018]

*

Me ne frego

 

Da un ventennio, circa, è tornato di moda il motto «Me ne frego»,

mandrie di decerebrati stitici, tutti, alla ricerca della rehabilitierung dell’ego,

mattoncino su mattoncino, con la camicia nera dell’ignoranza a organizzare raid,

con l’esito di finir stecchiti, basta un morso di zanzara, sul lettino di Freud.

 

La nuova massa, senza nessuna forza, in attesa di un’accelerazione,

messa sotto esame recepisce i suoi modelli dalle riviste della televisione,

mossa da un’autostima sproporzionata all’effettiva entità neurale,

ite, missa est, dare estrema unzione, essendo massa tumorale.

 

Parlare con l’italiano medio è come dialogare con Luigi XVI,

un malato di anencefalia che sogna di risiedere alla corte dei Medici,

vivendo in Masters of Florence, la soap opera del Rinascimento,

ti costringe ad arrenderti al Magone come Lucio Cincio Alimento.

 

Con le generazioni del nuovo «me ne frego» dovremmo costruire la democrazia,

roba da sterminare l’homo sapiens sapiens con un attacco di epiżoozìa,

ci affideremo a un dettagliatissimo referendum deliberativo di protesta,

che obblighi i nostri concittadini all’uso della testa.

 

     [inedito, 2018]

*

Mona Frida smile

 

Pensavo di intraprendere una vita battagliera

bombardando il mondo in QWERTY dalla mia tastiera,

raddrizzando i torti della società tardo-moderna,

ombra di una valva sottratta al mitile della caverna.

 

Simulando attacchi alla BCE sfidare Re Cecconi

e finire a subir calunnie dai troll del web tipo Girolimoni,

capitolato davanti all’irrealizzabilità di una ricostruzione dopo il sisma

dell’arte metrica italiana, ritrovarsi a deterger colophon, novello enteroclisma.

 

Giunto il momento in cui ti chiedi il senso di studiare non arrivando mai a un Bompiani

la trasmissione dello scrivere risiede nella manomorta dei baroni,

col senso d’inadeguatezza d’esser Baratieri ad Adua

ti vince, all’improvviso, l’espressione seria di un chihuahua.

 

Mona Frida smile, Mona Frida smile

e la vita si trasforma in un Cirque du Soleil,

dove reciproco è il ruolo dell’animale

nell’anarchia d’uno scodinzolante Saturnale.

 

Mona Frida smile, Mona Frida smile

ti vien voglia di gridare a Berlusconi: «Heil!»,

habemus Fridam, abbaiar forte a San Pietro

e salutare i deputati alzando la zampa di dietro.

 

     [inedito, 2018]

*

Fiorello m’annoia

 

Mi addormento davanti allo schermo di carta

reo di non aver da raccontare niente di nuovo,

le lettere che ho nel sangue non fluiscono all’aorta

segregate come Padre Ralph a Drogheda in Uccelli di Rovo,

riprometto che siano le ultime, lettere, tipo Jacopo (A)Ortis,

F.r.i.d.a. mi anticipa sul divano avvolta nel suo petit-gris.

 

Quando non hai niente da dire il cursore batte ritmi blues

scrivendo a mano, almeno, mordicchi il tappo della biro,

appare, tasto tasto, un testo d’inutile consistenza De Signoribus

ti distrai, ti alzi, cammini, ritorni, coi sensi di colpa di un crumiro,

dalla consapevolezza che scrivere di niente è sempre scrivere

nasce l’equivalenza che vivere di niente è sempre vivere.

 

Questa è un’occasione sprecata di continuare a dare un segnale,

magari, invece, è un frammento, anodino, nello stile di Tomas Tranströmer,

non mi emozionano fatti di cronaca, sarà forse il modo in cui uso il giornale,

come lettiera del cane, mi è scaduto l’abbonamento annuale ad Atelier,

chissà, forse, senza accorgermene sto scrivendo un capolavoro

come i miliardi di scrittori italiani con prospettive da dopolavoro.

 

Oggi mi sento anfibio, mezzo Rottweiler e mezzo Chihuahua,

mezzo anfibio, blindo d’assalto, nella battaglia di Okinawa,

sperimentando la sensazione dei mestieranti della Mondadori

di sfornare word su ordinazione, non mi sorprendo che diano fuori

e si rifugino, a coppie, rinunziando a contratti da fariseo,

ad affondare, col far cultura, dentro La nave di Teseo.

 

     [inedito, 2018]

*

La page blanche

 

Á partir d'une page blanche se fabrique

en quarante jours un beau bateau d’aujourd’hui

 

mangez des noix.

 

Mangiano voci

 

se hanno carta bianca, i nuovi scrittori che cantano senza Musa

emulerebbero Géricault nella sua zattera della Medusa.

 

L’arte italiana è diventata un assalto al forno,

sbocciano versi a «cazzo» che neanche i membri di un film porno,

anche nel Poetryweb l’attore si confonde con il montatore,

rigurgitando testi tanto anacronistici da finire in copertina su Le Ore.

 

La democrazia lirica non deve essere una lirica da due lire,

indispensabile è studiare e non è vietato, severamente, approfondire

oramai tutti improvvisano, protesizzatisi con un bloc-notes,

come se invece che far cultura dovessero iscriversi a Tú sí que vales.

 

Per la scrittura sul www dovremmo mettere un test d’ingresso,

vietato toccare la tastiera sotto minaccia di sollecito decesso,

non occorre all’arte tardomoderna, Lucini docet, attempiarsi rivoltelle,

la malattia incurabile d’inizio secolo si chiama Adsl.

 

     [inedito, 2018]

*

La malattia invettiva

 

Per scoprire le cause del mio vivere ogni evento come in dissenteria,

hanno versato inchiostro, enorme svista, nella cannula della gastroscopia

i medici anatomopatologi, e mi hanno diagnosticato la malattia invettiva,

associata a reflussi letterari, dilagati dall’esofago, a ossidarmi la gengiva.

 

Quando, cane cinico al collare, fiuto odor di malcostume o lezzo d’egopatia

non riesco a tollerare l’altro-nel-mondo, vittima d’abuso di xenofobia

dimentico ogni forma di fair-play, calo nella nebbia del Berserker,

incazzato nero come uno Zulu costretto a sopportare un afrikaner,

dico rom al sinti, sinti allo zingaro, zingaro al rumeno, rumeno al rom

non riuscirei nemmeno a trattenermi dall’urlare a Hitler aleikhem Shalom.

 

Se non vi digerisco sento dentro «uh, uh, uh» come Leonida alle Termopili,

identificando i vermi, che mi stanno intorno, coll’acuirsi del valore dei miei eosinofili

emetto, in eccesso, acido cloridrico e smetto di disinibire la pompa protonica

con la disperazione di un Mazinga mandato in bianco dalla donna bionica,

sputando, con l’accortezza del Naja nigricollis, ettolitri di cianuro

in faccia a chi, dandomi noia, sia condannato a sbatter la testa al muro.

 

Per comprendere l’ethos del mio vivere in assenza d’atarassia

barbaro che incontra un cittadino nella chora dell’anti-«poesia»,

sarete tutti, nessuno escluso, costretti a inoltrarvi in comitiva

nei meandri labirintitici della mia malattia invettiva.

 

     [inedito, 2018]

*

Lo smemorato di Cologno

 

Ho visualizzato le cartelle nascoste nel tuo USB driver,

una sorta di testamento, non avevi ancora l’Alzheimer,

avendomi chiesto di andartele a recuperare

non appena non fossi stato in grado di intendere e di volare.

 

Cosa c’era dei tuoi vent’anni chini su un tavolo di dottorato,

nella ricerca ansiogena di un contratto a tempo indeterminato,

le speranze, i sorrisi, i sacrifici di un’anima calzata da una tuta Adidas,

conscio di combattere battaglie perse come la decima Flottiglia MAS.

 

Cosa c’era dei tuoi trent’anni spersi nei corridoi di un magazzino,

a cercare i tuoi alter-ego affaccendati in un sadico nascondino,

i bonus in busta, la carriera, col desiderio di non finir sul lastrico

intento a non farti guidar dal mondo come un autistico.

 

Cosa c’era dei tuoi anni di scontri, con tuttologi e lillipuziani,

nell’anfiteatro Flavio dei webeti dalle bocche simili a vespasiani,

dove a non cadere, in rete, non basta essere un retiarius

famoso da finir sui muri della Domus Tiberiana come fu Ianuarius.

 

Per capir chi non sei, ormai, devi noscere te ipsum su un supporto digitale

flessificando omoteticamente la tua forma con la iattura d’un frattale,

ora non basta, come nei Grimm, consultar lo specchio delle tue brame:

Berlusca, non sei riuscito a camminare sulle acque, non eri mica un falegname.

 

     [inedito, 2018]

*

Acufene

 

La vocazione è una crociata trans-inurbana

e, tu, ‘ndo vai, se non c’hai manco la banana,

il segreto del successo è un digrigno di mascelle,

a forza di tirar Polvere di stelle.

 

Non riesci a sentir le voci dal mondo

in un campo disturbato da rumori di sfondo,

finendo, come un kulak, tra falce ed incudine

virtuale come Macondo in Cent’anni di solitudine.

 

Cammini, transumante, sentendoti inadeguato

dirimendo inferni come un diavolo bisolfurato,

sui carboni ardenti dell’attuale sociodramma

conscio di esser la falena, e non la fiamma.

 

Forse, alla fine, ti troverà un valore, Dio, un’idea,

Cervantes nella selva tra Chisciotte e Dulcinea,

strappandoti da un’esistenza taciturna

in modo da sentir gioia nell’urna.

 

     [inedito, 2018]

*

Hai perso la lingua?

 

A Unomattina hanno dato una notizia sensazionale,

a forza di WhatsApp e dei disservizi del telegiornale,

nella flebile speranza che non si estingua

l’homo sapiens sapiens sta perdendo la lingua.

 

Tutto iniziò, nel ‘900, dalla caduta dei muri del congiuntivo,

e continuò, a cavaliere del secolo, con l’ipertrofia dell’aggettivo,

tutto bellissimo, splendidissimo, iper-mega-conveniente

a noi Sanremi costretti a romolar controcorrente.

 

Consumatori disciplinati a sproloquiare cockney

acquistando vocaboli usurati su eBay,

brevettano neologismi, da una lira, al Gr

alla ricerca del gradimento di un qualsiasi parterre.

 

Casca il mondo, Casca la terra, in scappatelle pìcare

Bruti intenti a intinger pugi nella lingua di Cesare

seppelliscono lessici senza usufruire di condizionale

accusati di crimen incesti con una ex-vergine Vestale.

 

Giornalisti, fotografi, scrittori freelance,

leccaculi contagiati dal delirium tremens,

I.v.a.n. Project freelancia missili atomici da Pyongyang

nella speranza che li attendiate, in vacanza, a Guam.

 

     [inedito, 2018]

*

Non riesco ad integrarmi

 

Non riesco a integrarmi, ho un disturbo borderline

distribuisco gomitate tipo Greg “The Hammer” Valentine,

nemmeno se mi impegno riuscirò a aspirare al Nobel

deutoplasma irriducibile tra vacche nere d’Hegel.

 

Non riesco a integrarmi, ho un delirio schizofrenico

rifuggo dalle masse e intingo biro nell’arsenico,

canto, fuori dal coro, come un mitomane a X Factor

disinnescando bombe, spaccio col metal-detector.

 

Non riesco a integrarmi, ho attitudini da killer,

deambulo tra zombie, stile King of Pop in Thriller,

volando a bassa quota quoto quote di quozienti,

costretto a impacchettare sottotitoli per non-utenti.

 

Non riesco a integrarmi, ho ogni sorta di fobia

in coda appetisco il verde, come un virtuoso in dendrofilia,

mettendo a fuoco il mondo e sfuocati i tempi con lo zoom,

mi arrendo alla desuetudine della consecutio temporum.

 

     [inedito, 2018]

*

Il deputato

 

Con la quinta elementare e la condanna al riformatorio

sin da ragazzo associato a una sedia di Montecitorio,

figlio di una casalinga e di un avvocato di Sorrento

si ritrovò, finalmente, in Parlamento.

 

Camminò emozionato, avanti e indietro, in Transatlantico

alla ricerca terminale di un munifico bonifico

con la speranza, nella camera, di trovare Cicciolina,

o, come minimo, nei bagni, una tirata d’eroina.

 

Prendendo al lazo hostess con la destrezza d’un Bufalo Bill,

mettendo in scena finte risse tipo Bud Spencer e Terence Hill,

ha da passà 'a iurnata, fatta di tre ore, abbarbicato alla cadrega,

a appoggiare decreti sorti da interessi di bottega.

 

Quel giorno la fortuna esalò squilli di tromba

la sede riconosciuta della Camorra finì vittima di una bomba

collocata dal Movimento Anarchico di difesa del Disoccupato

e l’onorevole, con gran baccano, morì trombato.

 

     [inedito, 2018]

*

Il ministero dell’inferno

 

Percossi sei mesi fa da un deficit della comunicazione

nella scatola cranica nera i neuroni reclamano diversa collocazione,

contestano, obiettano, s’indignano nell’anticamera del cervello

megalomani come Cristiano Malgioglio nella casa del Grande Fratello.

 

Sotto lo stipite dell’occipite Cecco Angiolieri e Percivalle,

duellando a colpi di (novo) stiletto, vorticano le balle,

il loro rigor mortis rivendica l’assistenza d’un Becchin d’amore

mettendo in mezzo, alle balle, Obs de Biguli, incomodo trovatore.

 

Fulminata Folgóre l’intera casata degli Uberti,  

Lapo, taches al trans, non disdegna d’aver inserti,

della domenica del Corriere, in cerca di uno stupefacente flirt

appagato come un corriere della droga iscritto al Sert.

 

Boiardo truffa il Pulci, scacciato da Firenze con il Baygon,

sul fatto che, in U.s.a., il Presidente non sia un tycoon,

la crisi dei mercati americani sarà causata da una nuova guerra,

Lenin diede la terra ai contadini o i contadini alla terra?

 

La confusione regna sovrana nella mia crisi occipitale,

come nuvole di cocaina nelle anticamere del Viminale,

condannando la nazione al malgoverno

del ministero dell’Inferno.

 

     [inedito, 2018]

*

L’anti-«promessa» d’amare

 

Da anti-«poeta», vittima della mia anti-«poesia»

non sarei in grado di dedicarti che un’anti-«promessa» d’amore,

la mia anti-«promessa» d’amore avrebbe i tratti d’una sinestesia,

la durezza staliniana dell’acciaio e la dolcezza del colore,

la finezza dell’amicizia e la consistenza dell’amore,

i tuoi occhi, candidi, mi tramutano in cinico malato d’idrofobia,

e contro la rabbia – monamour- non esiste dottore.

 

Anti-«promessa» d’amore da leggere davanti all’ufficiale di stato civile,

come riuscire a convincere un mondo tecno-triviale

che ti ho amata dal Giugno del 1976, forse, addirittura, da Aprile,

io ero un embrione e tu, ancora, eri immersa nell’aurora boreale,

saresti stata sei anni un angelo, un fantasma, l’inessenza di un frattale,

senza fare una piega a attenderti, sei anni, trentasei anni, senza niente da dire,

i contemporanei montoni di Panurgo mi condannerebbero al silenzio totale.

 

Sei la mia anti-«promessa» d’amore e, magari, il concetto ti suona insensibile

ti osservo dormire, serena, come una briciola adagiata in un tostapane,

il mio amore – mi spogli dal ruolo di «guastatore»- è abissale come un sommergibile,

condannato a disseminar siluri sotto (mentita) spoglia di pesci-cane.

 

     [inedito, 2018]

*

La ballata di Villon

 

La morte ha i tuoi occhi colorati d’estate

balla con l’impiccato e indossa teste decapitate,

racconta ai suicidi le sue storie d’inverno,

che la lacrima di un suicida riesca a spegnere l’inferno.

 

La morte raccoglie fiori dalle ossa consumate

dalla fuga dei cervelli e dalle orbite bucate,

pianta fiori di ninfea nello stomaco dell’annegato,

è mignotta, fragile, d’addio al celibato.

 

La morte si sposa col cadavere dell’ustionato

rimane unica forza fuori dalla logica di mercato,

abbraccia l’iper-capitalista, l’anarchico, l’indifferente,

senza mai accorgersi di non servire a niente.

 

Strilliamo la vita e aboliamo la morte

tentarono in tanti, col sostegno dell’arte,

distratti da ricchi omaggi e cotillón,

aboliamo la morte e cantiamo Villon.

 

     [inedito, 2018]

*

Tutti dietro al televisore

 

La televisione dell’orrore, la televisione dell’errore,

ricorda i negozi vendo horror sponsorizzati dal televisore,

lo share aumenta se un freelance dai neuroni anchilosati

intervista, di notte, nelle loro macchine, decine di terremotati,

che se io fossi l’intervistato, zio buono, chiamerei un carabiniere,

o almeno lancerei il freelance a calci nel sedere.

 

La televisione delle lacrime, la televisione dell’assuefazione,

usa il marchio della marca come linea di demarcazione

tra frammenti di film, tra spezzoni di trasmissioni,

i romani de Roma basavano sullo sponsor la solidità delle obbligazioni,

noi attribuiamo allo sponsor la forza di far decidere a esseri inumani

se dare maggior valore a un tifone o a una strage di bambini afghani.

 

La televisione della morte, la televisione del dolore,

lo studio non è da frequentare da chi è debole di cuore,

ogni notizia del telegiornale è un atto terrorista

in grado di trasformare Jeffrey Dahmer in Hare Krishna,

l’inchino all’Isola del Giglio è stato uno scoop eccezionale,

l’unico difetto degli improvvisati attori fu di non saper nuotare.

 

Stasera tutti dietro alle televisioni spente:

a mettersi davanti, infatti, si rischia solo un accidente.

 

     [inedito, 2018]

*

Se-Polcri

 

Mi dicono stai calmo, lascia vivere, non ti devi incazzare,

e i mediocri della fuga di cervelli, i loro, in America a insegnare

all’eccelso homo insipiens americano a scrivere in tetrametri trocaici

spacciando for italian poetry style whitmanate dai toni mosaici,

tanto cadaveriche da riuscire a dividere le acque del Mar Morto,

riuscendo a far diventare il Mar Rosso nero di sconforto.

 

Sono rimasti con la testa completamente vuota a reggere i capelli

e, nelle Università U.s.a., lamentano la sventura italiana della fuga dei cervelli,

la fuga dei cervelli dalla testa, a loro son rimasti solamente i corpi,

i nuovi zombies italo-americani sono abituati a sdegnar le cose turpi,

non tollerano i «cazzi», i «vaccagare», e la cacofonia

impegnati a riprodurre in Amerika il sistema dell’amata baronia.

 

Mi dicono stai calmo, lascia vivere, non ti devi incazzare,

in Italia rimane chi si veste da Morticia Addams coll’urgenza di declamare

versi gotici, romano/gotici, barocchi, e, a trent’anni, accusano me di far baracconate

travestite come custodi del cimitero delle Monache Revisionate,

non mi caparezzo se l’arte nostrana è diventata fenomeno da baracconi

in fila sulle sedie a leggere tra morti di fama, arterio e mignottoni.

 

Non ci resta altra soluzione che emigrar su Marte,

se davvero continuiamo a aver il desiderio insano d’imbrattare carte,

io inizio a andare avanti e mi invento una cacofonia aliena

voi restate dove siete, indietro, a baciarmi il fondoschiena,

non vi attendete certo che mi fermi e vi rimorchi

non ho la mano ferma e non son bravo a imbiancar sepolcri.

 

    [inedito, 2018]

*

Il pollice imponibile

 

La tassonomia caratterizza l’homo sapiens dalla forma della mano,

non distingue l’ominide della Bibbia, l’ominide del Vangelo, l’ominide del Corano;

l’anatomia moderna s’è imbattuta in una scoperta attendibile:

l’italiano medio è dotato di pollice imponibile.

 

L’aumento esorbitante dei tassi non comporta una sparizione delle tasse,

nessun sessuologo animale è mai riuscito a uscire dall’impasse,

le tasse aumentano, in caso di abbassamento o crescita dei tassi,

saranno tasse ninfomani, lontane dal desiderio di ribassi.

 

L’Italia è la repubblica fondata sulle tasse, da Nord a Sud,

tanto che a rimettere le cose a posto ci vorrebbe un Governo Robin Hood,

l’italiano medio, ogni giorno, è in ADE a misurarsi la pressione fiscale,

arrivati al 50% chiameremo l’anatomopatologo a certificare l’embolia cerebrale.

 

L’Itaglia è terra d’inventori, si mette una tassa sull’ombra delle tende dei locali,

il massimo del cuneo fiscale (presa per il culo) è la tassa comunale sulle centrali nucleari,

che, in bolletta, ti trovi una tassa EF-EN sull’efficienza (?) dell’energia elettrica,

come cazzo riescono a convincerti dell’incoerenza è cosa comica.

 

C’è la tassa sul televisore, c’è la tassa sulla tassa, d’incostituzionale disappunto,

e scopriamo che la nostra spazzatura, soggetta ad IVA, ha valore aggiunto,

la tassa sulla morte, intesa come certificato di constatazione di decesso,

ragazzi, ditemi voi, se ci fosse stata ai tempi di Yeshua, Lazzaro come sarebbe stato messo.

 

La tassa sulla morte, maronna dell’Incoroneta, a morire serve un nulla-osta

ostia, il morto deve resuscitare e versare 35€ facendo la coda in Posta,

la tassa sulle invenzioni che non si applica all’invenzione di nuovi tributi

e ti accusano di diffamazione se affermi d’esser governato da una massa di cornuti.

 

La tassa sugli spiriti, in senso alcolico, la tassa sul rumore degli aeroplani,

il rumore degli aeroplani? Pensa alla tassa sul casino di un concerto degli Inti-Illimani,

c’è una tassa sui gradini, l’imposta comunale sui cani, la tassa sulle cabine telefoniche.

Ma andate a cagare, forse si stava meglio con le stravaganze fiscali borboniche.

 

    [inedito, 2018]

*

Il nostro Parlamento

 

La lezione di oggi verterà sul nostro Parlamento,

che si divide in Senato, Camera dei Deputati e ufficio di collocamento

di mignotte, ignoranti, criminali ed entità degne del codice miniato di un Bestiario

condizione sufficiente alla cooptazione è l’esser stati iscritti al casellario giudiziario.

 

Parlamento, associazione a delinquere che ha annodato l’Italia ad un tapis-rulant,

termine immesso in circolo, come sifilide, dalla franchezza della Chanson de Roland,

945 bare, congiunte alla corte dei Conti Vlad, alla ricerca di un coagùlo,

affacendate a farci scambiare un dildo anale con una presa per il culo,

il dildo anale, o cuneo fiscale, da infilare nel sedere del cittadino medio

obbligato a sopportare l’arroganza dei caproni, finendo a rischio genocidio.

 

Questi finocchi incalliti sfruttano l’aglio di non autorizzare un referendum abrogativo

sulla norma costituzionale del cosidetto divieto del mandato imperativo,

temendo che, con tale decisione, il 100% dei cittadini trasformi le urne in obitorio,

incenerendo le loro bare inutili con la fiammata di un forno crematorio,

nelle camere c’hanno messo anche Cicciolina, maestra orgiastica di conclave,

assicurandosi dell’impossibilità di abolire l’articolo sessantanove.

 

Fortunatamente è sorta, con 40.000.000 di firme, una proposta forte,

cioè di trasformare tutti i senatori a vita, in senatori a morte,

credo che il progetto sia bloccato in Corte Costituzionale,

in fondo, l’Italia è una repubblica fondata sull’associazione criminale.

 

     [inedito, 2018]

*

Www

 

Il web è una cosa strana,

la libertà dell’ignorante regna sovrana,

dicevano i latini, dal mento volitivo, della lega anseatica, necesse est navigare,

e ci si trova imbrigliati nella rete come cozze messe a corrente da lampare.

 

Ci immergiamo, ogni santo giorno, nella melma del World Wide Web

senza bussola, come turisti nomadi intimiditi alla ricerca di un Club Med,

siamo incalliti e spensierati come membri di una neo-avanguardia

imbarcati, veri coatti, nelle cabine della Costa Concordia,

incuranti che a forza di navigare si finisca davanti ad un machete,

nella jungla sadomaso dei webmaster t’imbatti sempre in un webete,

disponibile a imbavagliarti in un rapporto di connessione / sconnessione,

convincendoti, senza fatica, d’esser tu il set da circoncisione.

 

Questi miei stupidi versi dove andranno mai a parare,

se qualunque palla finisce in rete senza possibilità di verificare,

senza opportunità di criticare, ti saltano addosso in branco, come neo-fascisti,

fasci in fasce con in bocca un biberon da insaziabili etilisti,

davanti all’uomo webete ogni ragionamento cade,

l’aristocrazia del web si incentra sulla marca di De Sade,

«lasciate ogni speranza» o voi che entrate, in blog

se avete il torto di non spartir merende col barone Sacher-Masoch.

 

La verità è che navigare è diventato un dramma,

senza aver attaccato all’USB del tuo Pc i fili dell’elettroencefalogramma:

chi non ha intuito che il www sia diventato un outlet,

sia condannato a osservar la rete come Boris Beckett.

 

     [inedito, 2018]

*

Epimilligramma

 

Non ti devi incazzare se, a volte, ti nomino,

sai, t’ho reso immortale come un «ritratto d’anonimo».

Incide meglio il mio inchiostro che una ciotola di cicuta:

senza che nessuno lo sappia la tua fama si è evoluta.

 

     [inedito, 2018]

*

Scacco alla scacchiera

 

L’intellettuale moderno non è un intelle(a)ttuale,

non acquista i volumi a cui collabora,

disprezza ogni forma di auto-finanziamento,

maneggia denaro scontento (se non sia un versamento);

tra il dire e il fare c’è di mezzo un finanziatore,

tutti intellettuali del dire, niente da fare,

nessun intellettuale del fare, niente da dire,

tutti intellettuali a giocare ai ricchioni

col buco del culo di accaniti anfitrioni.

 

La casa editrice non è casa di proprietà,

è casa in affitto, in cui all’inquietante inquilino

conviene rubar le finestre e bucare il soffitto

in base al diritto d’autore, si crede umanista integrale,

mantenuto come un cane, sotto il tavolo, a tentar di arraffare,

come se due testi del cazzo scritti in cinque minuti

fossero onesto cambio a ogni rischio editoriale.

 

Presto avverrà il saldo di fine stagione,

l’importante è non fare saldi nel burrone,

in un’Italia stramazzata dalla T.a.r.e.s,

finta repubblica, senz’ombra di res,

col pubblico attaccato alla canna del gas,

autori imbecilli, che vi sentite Dumas,

fallita ogni forma di microeditoria sotto i colpi dell’Imu,

inquilini di case fallite, come co-intestatari,

vi divertirete a subire la T.a.r.i,

e saran cazzi amari. 

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Ballata dell’amore distante

 

 

L’amore ha bussato alle ante delle mie finestre, i miei occhiali anti-rottura,

con nocche delle dita delicate, diverse dalle mie rovinate dai cazzotti sferrati e ricevuti,

accecandomi della meraviglia di acquistar di nuovo un’opportunità da sprecare,

di avere ancora un treno da attendere alla stazione di Milano.

Sei la bellezza di una nuvola ingoiata dai reattori di un Tupolev Tu-144,

sei il sorriso radioso di un bambino in riabilitazione oncologica,

sei una matita temperata allo spasimo, mi crivelli i dorsi delle mani,

abissali come il cratere Chicxulub hai occhi che estinguono i miei banchi di nebbia.

 

L’amore ha spazzato via ogni mio cavallo di frisia con la naturalezza di un lanciafiamme,

ha stanato anticorpi e mine anti-donna disseminati nei territori delle mie battaglie,

regalandomi un abbonamento settimanale al telefono cellulare

con cinquemila minuti da spandere.

 

Sei l’arcobaleno tossico che colora i mari di pioggia delle città industriali,

stingendo mi macchi i vestiti, mi dipingi il viso, rivolandomi addosso,

contamini di radioattività i miei movimenti, costringendomi ad insinuarti sottocute,

sei lo splendore del combattimento e della resa, del combattimento e della resa,

lo splendore dello spazio bianco da riempire o da strappare.

 

L’amore che mi istruisce ad aver cura di te, te che dormi sul divano

con la serenità del cucciolo di tigre, te che sogni farfalle e codici isbn,

mi diseduca a curarmi delle mie cure, mi trasforma in milite ignoto

deposto nel sacrario della tua spensieratezza.

 

Amore distante che sconfiggi il terrore della morte

con lo stesso valore di immortalità dell’arte,

ravvivi lo zelo missionario d’un eremita in rime torte

avvezzo a sopravvivere in disparte.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Ballata degli inesistenti

 

Potrei tentare di narrarvi

al suono della mia tastiera

come Baasima morì di lebbra

senza mai raggiunger la frontiera,

o come l'armeno Méroujan

sotto uno sventolio di mezzelune

sentì svanire l'aria dai suoi occhi

buttati via in una fossa comune;

Charlee, che travasata a Brisbane

in cerca di un mondo migliore,

concluse il viaggio

dentro le fauci di un alligatore,

o Aurélio, chiamato Bruna

che dopo otto mesi d'ospedale

morì di aidiesse contratto

a battere su una tangenziale.

 

Nessuno si ricorderà di Yehoudith,

delle sue labbra rosse carminio,

finite a bere veleni tossici

in un campo di sterminio,

o di Eerikki, dalla barba rossa, che,

sconfitto dalla smania di navigare,

dorme, raschiato dalle orche,

sui fondi d'un qualche mare;

la testa di Sandrine, duchessa

di Borgogna, udì rumor di festa

cadendo dalla lama d'una ghigliottina

in una cesta,

e Daisuke, moderno samurai,

del motore d'un aereo contava i giri

trasumanando un gesto da kamikaze

in harakiri.

 

Potrei starvi a raccontare

nell'afa d'una notte d'estate

come Iris ed Anthia, bimbe spartane

dacché deformi furono abbandonate,

o come Deendayal schiattò di stenti

imputabile dell'unico reato

di vivere una vita da intoccabile

senza mai essersi ribellato;

Ituha, ragazza indiana,

che, minacciata da un coltello,

finì a danzare con Manitou

nelle anticamere di un bordello,

e Luther, nato nel Lancashire,

che, liberato dal mestiere d'accattone,

 fu messo a morire da sua maestà britannica

nelle miniere di carbone.

 

Chi si ricorderà di Itzayana,

e della sua famiglia massacrata

in un villaggio ai margini del Messico

dall'esercito di Carranza in ritirata,

e chi di Idris, africano ribelle,

tramortito dallo shock e dalle ustioni

mentre, indomito al dominio coloniale,

cercava di rubare un camion di munizioni;

Shahdi, volò alta nel cielo

sulle aste della verde rivoluzione,

atterrando a Teheran, le ali dilaniate

da un colpo di cannone,

e Tikhomir, muratore ceceno,

che rovinò tra i volti indifferenti

a terra dal tetto del Mausoleo

di Lenin, senza commenti.

 

Questi miei oggetti di racconto 

fratti a frammenti di inesistenza

trasmettano suoni distanti

di resistenza.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

L’attesa spasmodica

 

Inizio i miei versi con la frase: l’attesa è spasmodica,

ché se l’attesa è modica non conduce a una vita spasmica,

e attendendo mi faccio attendente, cavalier servente dell’arte ufficiale,

spizzicando bastoncini di surimi e un bicchiere di Bellini,

la rima è servita, non occorre nemmeno il rimario Virgilio Parole,

mi butto direttamente dalla finestra del verso senza dover fare capriole.

 

L’attesa m’attende, e, stando sull’attenti, con massima attenzione,

ho scoperto che Mondadori ed Einaudi, i maggiori critici, il lettore

mi darebbero ruolo di artista laureato se scrivessi versi di diverso spessore,

tipo De Angelis, facendo un mischione insensato di emozione, sensazione, erezione

in modo da consegnare sempre in tempo nuovi volumetti e incassare assegni senza l’imbarazzo

che il significante dello scrivere a mischioni sia solamente uno scrivere «a cazzo».

 

Proviamo, con la nuova metodologia: tre righe senza senso, e una riga mia,

ingannare il lettore non è un reato che distrugga la coscienza

se il 99% dei lettori, oramai, non sia malato di immunodeficienza,

cerco di aprire il vocabolario «a cazzo» e, dotatomi di un’alta dose d’androfobia,

decostruisco i miei testi incipitando da un termine estratto a sorte,

l’unica fregatura è che ho a casa solo il dizionario di Greco antico

e vorrà dire che mi laureerò (come cazzo si scrive?) grande artista tra lingue morte.

 

Apro, e come incipit del testo esce il termine krateo:

ho capito, va’, non ho il talento di scrivere da sadduceo.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Patroclo non deve morire

 

Patroclo non vuole morire vittima della sua dolcezza

mascherata dall’ansia della diffusa aggressività [contemporanea],

l’imbarazzo della città indaffarata nello scudo d’Achille non doveva essere indossato,

l’incontinenza delle macchie di sangue sulla corazza d’Achille imbracciata,

incedendo col correre a vuoto, stereotipato, di ogni eroe post-moderno

nelle sabbie inquinate della piana di una Troia padana.

 

Ettore non vuole commettere un loop di medesimi gesti

orientare il carro, mirare, immerger la lancia nel cuore

immerger la lancia nel cuore, mirare, orientare il carro,

un rude guerriero mai gode a vedere lacrime di donna o cavalli,

concentrato a trovare giusti vocaboli d’addio da rassegnare alla moglie,

anti-dionisiaco deus ex machina, slot machine, disponibile a inforcare

Patroclo, i corretti meccanismi di ragionamento, onore, nazione, famiglia.

 

Achille non vuole ulular la sua rabbia frustrata

accorrendo straziato, stralunato, stranito, sulla strada del campo di battaglia,

i pit bull terrier rabbiosi s’abbattono con una dose letale di anti-depressivo,

trascinare cadaveri dal carro, stracciar vesti, rapir sacerdotesse danae,

non è in grado di negoziare affetti con la gloria di un padre

e si avvicenda a se stesso, siamese superstite.

 

Patroclo non deve morire, obbligandoci a brindare a un gioco delle tre carte dove

dolcezza vince, ragione vince, vitalità vince,

dolcezza soccombe, ragione soccombe, vitalità soccombe,

Patroclo muore, Ettore muore, Achille muore, muoiono tutti,

ragione trafitta dolcezza soccombe a una vita incompiuta,

e noi, costretti a mediare, mai eroi medio massimi, martiri da mass media,

restiamo a cantare a metà, condannati a restare smezzati.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Hotel Acapulco

 

Le mie mani, scarne, han continuato a batter testi,

trasformando in carta ogni voce di morto

che non abbia lasciato testamento,

dimenticando di curare

ciò che tutti definiscono il normale affare

d’ogni essere umano: ufficio, casa, famiglia,

l’ideale, insomma, di una vita regolare.

 

Abbandonata, nel lontano 2026, ogni difesa

d’un contratto a tempo indeterminato,

etichettato come squilibrato,

mi son rinchiuso nel centro di Milano,

Hotel Acapulco, albergo scalcinato,

chiamando a raccolta i sogni degli emarginati,

esaurendo i risparmi di una vita

nella pigione, in riviste e pasti risicati.

 

Quando i carabinieri faranno irruzione

nella stanza scrostata dell’Hotel Acapulco

e troveranno un altro morto senza testamento,

chi racconterà la storia, ordinaria,

d’un vecchio vissuto controvento?  

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

L’epigrammista menefreghista

 

Per farti divertire, lettore sbracato sul divano,

devo inventare senza sosta rime da sciamano,

non bastano al feroce epigrammista assonanze cuore - sole - mare,

desideri torcermi il cervello con rime tipo gong / sarong o bordeaux / trumeaux,

ma, credendo di mettere i tuoi tredici neuroni in un caveau,

ricevi, inaspettatamente, in cambio, un radioso «vaccagare».

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Marketing e markette

 

Sopra a un blog assai sdoganato, tutto si sdogana dopo Schengen,

oramai i contenuti dell’arte italiana son decisi dagli yesmen,

ci si chiede, in acribia, con discorsi senza sbocco

come mai una Cavalli si sia trasformata in brocco.

 

Partì al trotto, da ragazza, disperando les bonshommes,

apparendo e scomparendo, come fanno les fantômes,

col fantino giusto, di cartello, imbroccò il galoppatoio

e firmò contratti, a iosa, con diffida al mattatoio.

 

Le Cavalli son cadute sull’altar dell’abbazia

coi Frati(ni) ci(ste)rcensi a cantar la litania

non si abbeveran al maniero, si son date alla maniera

di racimolare schèi sventolando la criniera.

 

Fare versi non dant panem

solamente a noi carneadi:

nessuno urla cave canem

se la borsa è dell’Einaudi.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Sogno un mondo all’incontrario: la ladra d’antan

 

Nonna Angela, classe 1936,

nata sotto l’auspicio del Frente Popular spagnolo, della dichiarazione dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana,

dell’impresa razzista di Jesse Owens alle Olimpiadi hitleriane, della sottoscrizione dell’Asse Roma - Berlino,

costretta a scartabellare cartellini prezzi ai supermercati Pam, salumi, no, mozzarella, no, aria, no,

colpevole collaterale della «battaglia dell’euro», della vittoria dell’IMU, dei crolli delle borse internazionali

e delle bolle di sapone immobiliari, dello strapotere dei tecnocratici bancari delle Banche Centrali,

sopravvive alla periferia di Milano, barcamenandosi tra minimo di pensione e massimo di impotenza,

infila nel carrello solo una scatoletta di tonno, e nella borsa una di Tic tac.

 

Solerte, Valerio il direttore del supermercato, classe 1956,

nato sotto l’auspicio di un cazzo di niente, magari terza media e stipendio da ingegnere aereospaziale

dovuto, come si usa nelle catene della distribuzione, al merito di un eccesso di morte cerebrale,

forte dell’arroganza moralistica di chi ha visto tutto, tranne i vari ammanchi nel suo inventario semestrale,

manda il responsabile della sicurezza ad arringare: «Signora, signora mi scusi può mostrarmi la sua borsa?»,

e, convocata la vecchietta nell’ufficio umiliazioni, chiede spiegazioni,

non vuol sentir ragione, l’ammanco di 0,75 centesimi di € è un reato degno di prigione,

senza nemmeno un barlume di coscienza d’essere un coglione.

 

Francesco e Arturo, agenti di Polizia, classe 1976,

meridionali d’origine, milanesi trapiantati, nati sotto l’auspicio della disoccupazione e dell’emigrazione,

accorsi in difesa della direzione e contro la vittima di una crudele recessione,

davanti alle richieste testarde dell’ottuso direttore sull’applicazione di una durissima sanzione,

davanti ad una vecchietta con 320€ di pensione s’assumono l’onere di una rischiosa decisione

«Abbiamo aperto il portafoglio, e condotto noi stessi a termine l’importante transazione»,

rendendo, tra il ludibrio dei presenti, il direttore oggetto di meritata derisione.

 

Sogno un mondo all’incontrario, da Pinocchio,

in cui all’arrivo dei gendarmi col pennacchio

tutti i Valeri ottusi vengano arrestati

e ogni nonna Angela assunta a direttore di supermercati.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Je m’appelle Bonaventure

 

Questa mattina s’attacca ai vetri dei miei occhiali,

come ogni avvento antimeridiano abitudinario,

l’incappare in un venditore, di libri, extra-comunitario

fuori da uno dei mille soliti bar cittadini:

sentirti cantilenare, col solito slang universale

«Amigo, tu compra mio libro, scritto da fratello d’Africa»,

ha arrestato la mia corsa folle da turista occidentale.

 

«Mio nome è Bonaventure», il tuo nome è Bonaventure,

indomito leone d’Africa, l’Africa che non ho mai sentito mia,

oscura, fuori da ogni colonizzazione ellenica o dall’imperium latino,

fuori dal mio mondo classico, conquistato in nottate di traduzioni

da vocaboli simili al francese, difeso dalle colonne d’Ercole.

 

«Vengo di Camerun».

Qui, in Italia, sud di nessun nord,

forse troverai un buon impiego da magazziniere

o da facchino sottopagato in un’azienda di trasporti,

scambiando ninnoli con cartamoneta sulle affollate spiagge romagnole,

ci incontreremo all’entrata di una libreria,

con sottobraccio (tu, o io?) volumi da due soldi.

 

«Sono morto di Aids, stamattina».

Il tuo nome è Bonaventure,

il sabato ha continuato a consumarsi,

noi abbiamo continuato a tirar dritto,

schiavi della nostra abitudine a non voltarci mai,

mirando a stordirci tra i rumori del traffico milanese.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Cherchez la troika

 

Soccombo alle frecciate innescate dalle mie bagarre,

manco fossi Publio Crasso in uno dei deserti accanto a Carre,

perso nella permuta dei medi di una tradizione arcaica:

l’italiano medio sposa la brava ragazza, e cerca la troika.

 

Gli schemi di salvataggio della famigerata troika,

in realtà, non hanno nessun estro da perestrojka,

col fine di scongiurare il rischio d’insolvenze sovrane

non disdegnano di mandare le sovranità a troika, cioè a puttane,

inducono a barattare usura con austerità

come facevano i tre ladroni di Alì Babà.

 

Per esempio la grande troika al governo di Berlino,

manda Europäischer Zentralbank, Internationaler Währungsfonds e Europäischer Kommissione

a risanare il debito d’Atene col cipiglio rigoroso del cretino,

bloccando i bancomat ellenici e, magari, bombardando il Partenone,

sfuggendo, tuttavia, alla disciplinata applicazione del bail-in

su HSH Nordbank, Commerzbank, WestLb, con l’arroganza del rodato naziskin,

passo dopo passo senza remore di pelle d’oca, e senza l’orticaria

causata al risparmiatore italiano dall’inculata Banca Etruria.

 

La troika ha disposto misure atte a ridurre l’evasione fiscale,

il tasso, si sa, paga le tasse, benché resti un animale,

con meno energia ha impetrato l’abbassamento del cuneo

infilato con forza all’italica stirpe nel buco dell’ileo,

Monti stesso, noto figlio di troika, con sospetto tempismo

definisce la mamma ora male minore, ora colonialismo.

 

La storia romana mostra monito attraente a ogni triumvirato

Crasso tradito, Pompeo senza testa e Cesare assassinato.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

I redattori di Vanity Fair escono in Mondadori

 

Ho smesso di scrivere in versi, senza avere ancora compreso

la differenza tra un verso e un non-verso,

leggendosi, entrambi, da entrambi i versi,

dal 20/09/2014, e siamo, oramai, alle 04.00 abbondanti

di una mattina fredda del 18/02/2015.

 

Spinto dall’urgenza di finire una bottiglia di amaro Montenegro,

mi riorganizzo amaro, Lucano, nell’ineluttabilità della Pharsalia,

nell’amarezza di un mondo dove nessuno conta niente

tranne Cesare e Pompeo, dove nessuno conta,

l’uomo, in qualsiasi conta, è sostituito da macchinette infallibili.

 

Ho scoperto di essere amaro: ironico, sarcastico, amaro buffone,

nell’era della crisi della «poesia», vate-closed,

accendo micce, da Pietro Micca, che micca esplodono all’istante:

restano inavvertite – come mi faceva notare oggi Ambra,

in Iran o in Cina l’arte è causa di omicidio di stato-

in Italia, al massimo, sintomo di stato di suicidio dell’artista militante.

Desidero essere condannato a morte, in modo che ai miei versi

sia dato valore irriverente e ribelle, e condannato alla resurrezione,

in modo che due neo-stronzi a Emmaus trovino spazio in televisione.

 

Non desidero diventare redattore di Vanity Fair, uscire in Mondadori

con un volume su come non rimanere single,

vorrei che i miei versi siano temuti, retribuendo terrore a terrore,

come cecchini appostati davanti al Parlamento,

in fondo, di decretinisti, ne basterebbero anche cento,

meglio un blow-job di una troia che un job-act di una troika

a mandare avanti una nazione sulle rotaie del fallimento.

 

    [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

La leggenda di Totyradz

 

La morte ti strappò alla culla e alla battaglia

bambino e cavaliere

cavaliere bambino

- dicevano che fossi fatto d'acciaio inox-

sacrificato alla salvezza indoiranica

d'un dio caucasico.

 

La lacrima intrisa del dolore di una madre

disteso sulla lastra di una tomba

scavò un buco tra terra e sassi,

al tuo buio s'offrì un raggio di sole,

e, dimentico dell'abbandono,

smettesti di sentire freddo. 

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Angelo ribelle

 

Dietro alla curva, tetro silenzio da margine urbano degradato,

fogliame sparso a terra, spazzatura a entrambi i lati della strada

- sì, anche sacchetti Sisa, come ai tiggì campani-,

arrivai, rallentando, destro sul freno ad allentare il buio.

 

Due macchine da atmosfera surreale,

stile Magritte, colavano una da Villasanta a Monza,

l'altra da Monza a Villasanta,

ungendo il manto erboso di cemento:

una macchina rosso diamante, su fondo nero,

vetri oscurati con un teschio incastonato sul volante stretto da manomorta;

una macchina, modello Cadillac americana, in abito da sposa,

sedili bianchi, fari accecanti surclassati dal brillare d'una corona aurea sul davanti.

 

Intorno a me lo scontro, luci fiammanti

cerchioni dardeggianti odori misti, di zolfo e alcol,

benzina verde, vetri in frantumi, ruote stridenti,

e dalla macchina rosso diamante sbalzato fuori un angelo ribelle,

con un boato da far fremere i denti.

 

Svanito, tutto, continuai la svolta,

e, preso il raccordo, messa la terza,

mi immersi nelle luci dei lampioni.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Riot-text

 

Questa notte è notte di elezioni amministrative comunali

davanti alla tv accesa, democrazia dell’Amplifon, a vederci vittime collaterali

vince il centro-destra, vince il centro-sinistra, vince il centro-cinquestelle,

vince il centro, come da settant’anni, stessi nomi sulle schede, stesse bustarelle

da infilare nel buco dell’urna del cimitero delle speranze di 60.000.000 di neo-repubblicani

coi francesi, da mesi, sulle barricate contro il jobs act, proprio come abbiamo fatto noi itagliani.

 

Da lombardo d.o.c., schietta razza padana, sogno la rivolta del meridione,

sorta da un collage di riot-text a altissimo livello di testos-terrone,

in grado di spazzare via, con la forza di un atto iugulatorio,

le disonorevoli facce da culo abbrancate ai banchi di Montecitorio,

ignoranti, marchettare, fai fatica a trovarne uno che sia migliore

essendo maggiore il tasso di delinquenza a Palazzo Madama che a San Vittore.

 

Politically correct, i figli di troika faranno un referendum sulle riforme costituzionali

col testo confezionato direttamente a Panama in modo da ottenere discreti sgravi fiscali,

i nuovi regolamenti mercatorii indispensabili a salvare banche e bancarelle

coi soldi dei risparmiatori caduti in mano agli strozzini di Bruxelles,

ci sarà il Grexit, no, ci sarà il Brexit, o lo Swixit, l’unione della Svizzera agli americani,

tutti i padri europei a scappare dall’Europa e a Lampedusa 5.000.000 di extra-comunitari, tutti siriani.

 

Non è sentir rancore verso i romani, se auguriamo a Roma un neo-Nerone

che canti la sua Troika sulle ceneri di Palazzo Chigi dopo un’esplosione,

nessuno ha nostalgia di «quando si stava peggio», di orbaci o Fascio Littorio,

vorremmo solamente che la rivolta arrivasse a incendiar i marmi del Campidoglio,

che, risorto, il milite ignoto domandasse davanti a un’Itaglia da rubare:

«secondo voi, ditemi bene la verità, io cosa cazzo sono morto a fare?».

 

    [Cherchez la troika, 2016]

*

«Disoccu-nati»

 

Dovevo una manciata di versi ad un valente ragazzo campano

che, certamente, deluderò non usando la mia recente rima corrosiva

vorrei cementarmi, in versi di cimento armato,

sulla scottante tematica del «disoccu-nato».

 

Cos’è il «disoccu-nato»?

Vorrei essere Jorge Francisco Isidore Luis Borges Acevedo,

io che Acevedo e che Acesento, e redigere un magnifico elenco:

i «disoccu-nati» sono:

(a) appartenenti all’Imperatore (Equitalia), (b) imbalsamati,

(c) introvabili oltre Cortina, d’Ampezzo, (d) tagliati al flessibile Bosh,

(e) di una generazione che niente chiede e niente otterrà mai, (f) …,

(g) cani randagi, (h) stagizzati o stragizzati, che è uguale,

(i) della stessa diffusione degli autori slovacchi sponsorizzati in un famoso blog da [S],

(f) scomparsi nel nulla come la IX Legio Hispana, (g) dove stanno bene i fiori: di fuori,

(h) della stessa consistenza di una s.a.s., (j) senza la i (cioè Natural Animals Treatment),

(k) in continua ricerca di uno stabile collocamento (ufficio),

(l) nato è meglio di Pato, o Pato è meglio di nato (chiedere a B. Berluschina),

(m) che hanno rotto il vaso, e, senza vaso, dove stanno bene i fiori?, (n) et cetera,

(o) abitatori del tempo e non dell’ospizio.

 

Dovevo una manciata di versi a Mariano,

Mariano non studiare: la laurea è un errore di gioventù,

Mariano non strillare: «sazio e disperato con o senza TV»,

Mariano non svaccare: tutte le vacche non sono matte e tutte le matte non sono vacche,

Mariano non mollare: non ti servirà a niente cambiare decine di casacche.

 

Odin: Non avere altri dèi di fronte a te. Non ti farai idolo né immagine: niente Amici o Uomini e Donne.

Dva: Non pronunciare il nome del Signore tuo Dio Ivan(o).

Tri: Santifica tutti i giorni di disoccupazione.

Ĉetyre: Onora tuo padre e tua madre, e le loro pensioni.

Pjať: Non ucciderti.

Ŝesť: Non commettere adulterio, niente atti impuri, insomma, non commettere atti.

Sem: Non diventare deputato o senatore del Regno.

Vosem: Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo, menti in ogni altro caso.

Devjať: Non desiderare il divorzio del tuo prossimo.

Desjať: Non desiderare la casa del tuo prossimo, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo, insomma, rapina solamente - come la nostra amata nazione- chi non conosci.

 

Dovevo una manciata di versi a Mariano,

che non mi accuserà di essere un epigono d’un epigono d’un epigono zanzottiano

è che alle 03.31 di notte, dopo una bottiglia di Sangria

sono ubriaco come l’ignoto poetastro lucano non degno di nota che alita aerofagia,

e se mi si sfida sul ring dello sperimentalismo

si rischia di trasformarmi in uno spietato fautore del super-capitalismo

mi costringi a scrivere, Mariano, che cazzo studi a fare filosofie:

diventa un esperto di bilancio creativo o uno spacciatore di tossicomanie.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Nell’aria

 

E adesso che sei nell’aria,

sui tetti stretti della tua città,

mischiata ad acini d’azoto,

non riesco a credere che ti arrivino i miei se,

a credere che ti arrivino i miei ma.

 

Canto doloroso disincanto,

dai baratri, vette d’abisso, delle coltri

di Dio, come usignolo nel

becco d’aquila di Pindaro,

mettendo a stento i buchi nei miei denti

allenati a morder cenere,

mettendo al bando i battiti lontani

del tuocardio.

 

Adesso che sei nell’aria, o in una tana

nella terra mesta, ch’è uguale,

amerò buco nell’ozono, inquinamento

atmosferico o della falda

acquifera, vermi, Sarcophagidae, batteri

autolisici, e non mi mancherà

coraggio di morire. 

 

    [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Delara Darabi

 

Dondola,

dondola da un collo di corda

l'ultimo tuo cavalletto,

l'ultima tua telefonata,

e ci stanno ammazzando.

 

Dondola, dondola

dente avvelenato

estremo happening concettuale

d'un'arte rimasta alla sbarra,

al buio d'un chador verde,

da ragazzina, occhi sognanti.

 

Dondola, dondola

nascono viole

sotto i piedi

degli impiccati

nascono viole,

del colore intenso

delle loro labbra,

nascono viole.

 

L'aria ci mancò

sotto le suole,

appesi a te,

morimmo,

a malincuore.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Posso avere l’attenzione della classe?

 

Posso avere l’attenzione della classe? Posso avere l’attenzione della classe?!

La lezione verterà su una nazione che trasforma vacche magre in vacche grasse,

con lo scopo di mandare tutto in vacca, dalle isole Pelagie alle valli bergamasche,

l’italiano medio non sostiene la rivolta, se rivolti l’onorevole cadon vacche dalle tasche.

 

Il nostro Parlamento, deputati e senatori, ha diversi record all’attivo

ad esempio la difesa a oltranza del divieto del mandato imperativo,

circa novecentocinquanta delinquenti teleguidati dalle troike verso celeri guadagni

tutti dotati di auricolari, collegati in BCE, che nemmeno marionetta Ambra e Boncompagni,

dalla regia chiedono flessibilità, mettiamo tutti i sudditi a (quota) novanta

‘sti malati di decretinismo sarebbero capaci di dar da bere ai diavoli acquasanta.

 

Posso avere l’attenzione della classe? Posso avere l’attenzione della classe?!

La lezione verterà su una nazione che trasforma ogni tipo di occasione in tasse,

nell’esame delle accise alla benzina il riccastro di sinistra non si indigna

se, nel 2016, stiamo ancora tutti sostenendo Mussolini nella Guerra d’Abissinia.

 

Da ogni braccio del carcere di Palazzo Madama e Montecitorio,

tutti si augurano che, in spending review, i due edifici sian riconvertiti in obitorio,

litigano, di comune accordo, su come attentare alle nostre scarse riserve aurifere

consci della tutela garantita loro dall’istituto dell’autorizzazione a procedere,

dalla regia chiedono tagli alle pensioni, in nome dell’ideale liberista della razionalizzazione,

butteremo senza remore i famigerati e disonesti beneficiari INPS in una fossa comune.

 

Posso avere l’attenzione della classe? Posso avere l’attenzione della classe?!

La lezione verterà su una nazione che trasforma milioni di individui in masse,

causa che a nessuno sia venuto in mente di sostituire ai muri di gomma muri di cemento,

traducendo le molteplici stragi di stato in un’unica strage, in Parlamento.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Il destino di Siface

Tito Livio, contro Polibio, si compiace

di spiegarci il destino di Siface.

 

La cronaca: raccontiamo i meri fatti

come farebbe Govoni coi suoi fiori soddisfatti.

 

Gli antefatti: Scipione attiva Massinissa e Lelio

contro un Siface costretto a dare er mejo.

 

Per Siface, in Magnos campos, è amarissimo il boccone

d’essere sconfitto al Bagrada insieme ad Asdrubale Giscone:

Postero die Scipio cum omni Romano et Numidico equitatu Masinissamque Laelium

expeditisque ad persequendos Syphacem atque Hasdrubalem mittit militum.

 

Catturato Siface la resa di Cirta è certa

i cavalieri di Lelio stravincono in trasferta

la disfatta è colpa di Siface: nisba!

ci finisce in mezzo Sofonisba

costretta a ingurgitare una tazza di veleno

come nel Critone fece Socrate senza esserle da meno.

 

Scipio C. Laelio cum Syphace aliisque captivis Romam misso, cum quibus et Masinissae

legati profecti sunt, ad Tyneta rursus castra refert ipse.

Siface è imbarcato verso Roma, caput mundi

incarcerato da una catena di gerundi,

a Zama c’erano Mazetullo e Ticheo e Siface stava a Tivoli

Annibale ebbe volatili da diabetici, cioè cazzi amari, e a Cartagine furono davvero cavoli.

Morte spectaculo magis hominum quam triumphantis gloriae Syphax est subtractus,

Tiburi haud ita multo ante mortuus, quo ab Alba fuerat traductus.

 

Dove stanno bene i fiori? In un vaso:

non servivano ventisei versi a distruggere il Parnaso.

 

                          [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Homo faber

 

Lontano dall’artista rimango un artigiano

intento a batter ferro,

finché è caldo,

senza battermi la mano,

avendo bene chiaro che battere è un reato

in addebito al cliente, e non all’artigianato.

 

Portatemi i chiavistelli dei vostri stomaci,

cambierò serrature ai miei ventricoli,

malati alla sinistra,

continuando a fibrillare senza ostacoli.

 

Fabbro di cuori, mattatore di danari,

lavorerò l’argento di tutti gli alamari

delle divise dei soldati adusi alla battaglia

forgiando tappi d’oro da applicare a ogni mitraglia.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Socrate, se ne fotte

 

Cammini solo, ai margini del mercato,

nelle strade di una città mai stanca d'esser fortezza

contro i nemici, contro i barbari,

tu, straniero abituato a brindar cicute,

lungo la dignità di non aver marchio sull'orlo del chitone.

 

Interrogando le tasche dei managers di successo,

muovi i sandali svelti sull'acciottolato

rivestito dai tesori di carta dei sans papiers,

non cedendo, di un metro, alle sentenze dell'oracolo,

ombelico della Grecia trafitto dal piercing della Glocalisation.

 

Gironzolando nelle segrete dei desideri abortiti dall'homo eligens,

scavalchi i cadaveri delle vittime collaterali d'ogni battaglia istantanea dell'oltre-moderno,

e, consumato maestro d'ostetricia, non ti curi del mondo in fiamme.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

La ballata del politically scorrect

 

Se finisci folgorato sulla strada di Damasco

nelle condizioni odierne sarà stato il logos di un missile russo,

io frutto di una madonna concepita da un macellaio bergamasco

scrivo, maalox, emettendo versi in acido da reflusso,

non ho sete di fama o fame di seta

coi sintagmi ruvidi non ti stampano la laurea da «poeta»,

in Italia la Fornero ha aumentato la fuga dei cervelli

o chi resta è senza testa, o si aggrappa alla Bacchelli.

 

Damasco, la metafora della transizione, la città dei Nabatei,

oggi vittima della conversione delle bombe a mano in schèi,

le multinazionali delle armi studiano il marketing dei feriti

le multinazionali farmaceutiche studiano il marketing dei malati denutriti

le multinazionali dell’unione nord-europea studiano di abbassare il debito

alle nazioni terrone d’Europa che si trasformino in camping per il profugo,

le multinazionali di ‘sto cazzo studiano come coprire questo orrido film hard

outsourcizzando nelle strade di Milano immense moltitudini di clochard.

 

La Chiesa cattolica universale si sbatte sulle adozioni dei froci consenzienti,   

tanto i banchieri dello Ior fanno i ricchioni coi buchi dei nostri conti correnti,

indulgenza a scafi, scafisti e scafati, e l’italiano l’acchiappa nel didietro,

sarebbe roba da scaricare 300.000 finti siriani sul sagrato di Piazza S. Pietro

che li mantenga tutti, coi sacri ori della fede, il buon Papa Francesco

ché se ci fosse stato al soglio Padre Pio c’avrebbe dato un pijo manesco,

a calci in culo ai carcerati libici, spesati in albergo, che chiedono il wi-fi

e un reddito di cittadinanza all’italiano che dorme in macchina rovinato dai soliti burattinai.

 

Se finisci folgorato sulla strada di Damasco

o a] sei Paolo di Tarso o b] o sei l’amministratore delegato della Esso,

nell’Italia dei Balocchi ti acc(i)ecano con le azioni dei Monte del Pasco

Pinocchio, oh, a forza di farsi seghe c’è rimasto fesso,

nei Paschi, maremma maiala, t’inculano con l’abigeato

e il bilancio creativo delle multinazionali non è mai reato,

se ti frega Monti o ti fregano dieci montoni non starti ad incazzare

dalla riffa di chi arraffa c’avrai in premio una cartella esattoriale.

 

   [Cherchez la troika, 2016]

*

L’alieno

Dei fari si accendono allo sbocco della tangenziale di Milano
stride un rumore di impatto al suolo, brucia il terreno
non è l’inondazione del solito Seveso a creare rumor d’uragano
è sbarcato un alieno.

Arrivano in loco ambulanze e carabinieri richiamati dalla confusione,
l’attracco di un Unidentified Flying Object non è un consueto risvolto;
dalla torre di Cologno Monzese arrivano celeri i fanti della televisione
l’intervista esclusiva su Mediaset Premium amputerebbe ogni indice d’ascolto.

«Dottor Alieno» - sgomita il giornalista pubblicista- «ha intenti di belligeranza?»,
nella speranza di strappare all’alieno una firma gratis sulla liberatoria;
«Somaro mio» - risponde l’alieno- «secondo te sarei sbarcato in Brianza
se avessi avuto intenzione di conseguire anche una mezza vittoria?».

«Sono un alieno, e vorrei lanciare un messaggio alla vostra nazione,
che, insieme a Grecia, Portogallo e Spagna è terrona dell’Unione Europea,
la Bca (Banca centrale aliena) è disponibile a favorire stock option
- come dite voi- in modo che ogni banca d’Italia, attuata una ricapitalizzazione,
abbassi i tassi di interesse ai conti correnti, irritando i colon
dei milioni di risparmiatori italiani fino a crear loro una recessiva diarrea».

La giornalista trentenne, in minigonna e scollatura di rappresentanza
tenta di interrompere l’alieno con una domanda d’ordinanza:
costui, puntando col medio, le manda un fulmine, sparita, via,
com’era abituata, di tanto in tanto, a sparir sotto qualche scrivania.

«Punto due della Bca – continua l’alieno- dovrete incrementare ogni forma di flessibilità,
cioè usate un flex o una mola Bosch sui sorrisi di chi spaccia disoccupazione
sotto la falsa retorica dell’opportunità: dall’era Craxi hanno esaurito ogni credibilità.
Se volevate mandare l’Italia a troie tanto valeva tenersi in Camera Ilona Staller
e smettere di votare, come ciucci, i microcefali epigoni sinistra-centro-destra della Merkel
affrontando sul Transatlantico, MonteTitanic, la punta dell’iceberg della recessione».

«Punto tre della Bca – conclude l’alieno-, se da Arcore arriva Berlusca neanche inizio
non vorrei, tra le varie nipoti di Mubarak, incappare in un’odissea nell’ospizio
(di Cesano Boscone) o se da Firenzi mi arriva il Fonzie con la faccia da cassamortaro
non vorrei spendere milioni di alien-dollari in detersivi a cercar di smacchiare un giaguaro,
dovrete vendere le Alpi alla Svizzera, il Tirreno alla Corsica e l’Adriatico all’Albania
e svuotare l’oceano di un debito pubblico col cucchiaio della gerontocrazia».

All’improvviso a sirene spiegate arriva un’autolettiga della Croce Verde Pavese
due nerboruti infermieri, attenti a schivare medio e media, incamiciano l’alieno genovese
che, divenuto immediatamente alienato, interrompe il discorso e si incammina tranquillo. 
Come cazzo hanno fatto a confondere messaggi d’alieno con un comizio di Beppe Grillo?

                   [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Ballata dell’amore respinto

 

Per una volta, vorrei evitar

di celebrare i vanti d'Antéros,

cantato in ogni salsa,

dando notizia, coi miei versi rancidi,

d'un amor respinto

senza onore di rivalsa.

 

Dall'unione adulterina,

consumata in un talamo appartato

d'un motel lontano dalle reti d'Efesto,

sotto forma di sveltina

nacque Antéros,

secondo erede d'una coppia clandestina,

che, tra sex outdoor e scambi,

amava vivere senz'ethos.

 

Per capriccio d'un fratello autistico

Antéros venne al mondo

incatenato al ruolo di siamese,

restando vittima dell'utile domestico,

lui, neonato, concepito, come molti,

ai fini di risolver beghe terrene,

come i bambini della durata d'un minuto,

inventati in Cina o India, su mandato,

ove al turista occidentale occorra un rene.

 

Educato in un mix d'aggressività e bellezza,

avendo come metro Ares e Afrodite,

miti nel mito d'un adolescente

conscio di dover crescer senza debolezza,

all'ombra di una madre attenta ad ogni ruga

con un marito assente e molti amanti,

schiavo d'un fratellastro fragile,

Antéros si diede in fuga.

 

Genti d'ogni era, condizione, genere razziale

bramando di stanare Antéros

non vi rendete affatto conto

come non sia normale

che un amore ricambiato

abbia confitte le sue radici

in un ambiente tanto incasinato?

 

      [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Sileno

 

Balzando tra le antenne della televisione,

corre il Sileno, di tetto, in tetto,

dribblando i cavi solidi dell’alta tensione,

cercando di tornare alla sua terra,

i monti bruni, le forre dell’antica Grecia,

in vista d’un Dioniso da ubriacare, mescendo whiskey.

 

Scrutando intorno, rivolgi al cielo i lembi del tuo naso camuso,

in cerca d’un orientamento libero dai gas di scarico dei cavalli a motore,

chiedendoti i motivi della tua disfatta,

come hai fatto a cadere, così in basso, sulla terra.

 

Sul ballatoio scrostato di una casa comunale,

incontrati i vetri mesti di una finestra intenti a rimandare al mondo

immagini della maliziosa silhouette di una ragazza,

ti fermi a guardare, dimentico delle lacrime

e della tua eterna ricerca.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Sopra la banca l’amministratore delegato campa

 

Mi si chiede da ogni lato del quadrilatero di Villafranca

di cessar di incaponire i miei latrati sulla filastrocca Banca:

«sopra la banca l’amministratore delegato campa,

senza la banca l’amministratore delegato crepa»;

non appena metto mano sui mercati il crollo di Wall Street divampa,

e, quando, disperato, cedo dalla posizione, il mercato o.p.a.,

cioè inizia la scalata inarrestabile dei listini con la celerità di un Messner

come calamitano le crisi i miei portafogli finanziari non magnetizzava neanche Mesmer.

 

Penso di esser riuscito a diventare un’arma di distruzione di massa

ché se mi mettono in mano 10€ da investire, in dieci giorni l’indice FTSE si abbassa,

chiedo al consorzio europeo delle multinazionali, con sede a Berlino, di darmi maggior fiducia

se mi foraggiate sono in grado di migliorare il vostro tentativo di distruggere la Grecia,

non c’è bisogno che la troika minacci l’applicazione di qualche indignitoso sinallagma

datemi un fondo JPMorgan da curare e vi trasformo 1.000€ in una dracma,

senza nemmeno bisogno di mandare l’aviazione militare a Atene

investite su un mio investimento di mercato, che conviene.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Il terremoto

 

Sono stato condannato, dall’alter ego di Ponzio Pilato,

a mirare, alza il cane!, col bracco a destra e il fucile a sinistra, a uno stile dinoccolato,

a una stilo bizzarra, osti!, non diventerò mai Dmitrij Sergeevič Merežkovskij,

ad alzar, ostinatamente, l’asticella come Bubka non si rischia l’atterraggio in sottoboschi,

tutti russi, i miei nuovi modelli, tutti dalla steppa, tutti Sergey

non vorrei svegliarmi una mattina ed accorgermi d’essere gay

a forza di alzare asticelle e d’avere a che fare con l’asta,

vendere il culo ogni giorno a scrittori arroganti mi basta.

 

Cosa cazzo vuol dire che devo scrivere terremotato?

Mi devo trasferire in baracca nell’Abruzzo non ancora ricostruito,

le tangenti, in Italia, non si toccano mai, si organizzano in home banking

anche la sana bustarella, sfidando la geometria piana, è diventata un fenomeno di trading.

Ho tentato di scrivere una serie di versi, agitare il Pc, e buttarlo dalla finestra

l’ho riacceso, trovandolo illeso, e nei word scopro sempre la stessa minestra,

una scrittura surgelata come i maxi sacchetti della Orogel,

con una forma flessibile simile alla scadenza di una busta di wurstell,

nei centri distributivi, scaduta la busta, cambiano etichetta

la mia è una scrittura calorica che condanna all’ingrasso ogni buona forchetta.

 

I miei versi saranno abbastanza bislacchi? C’è chi mi confronta con Cecco,

chi con Cécco Bèppe, anti-artista irredento, chi a Esenin, chi a un lanzichenecco,

a volte io faccio fatica a equipararmi a me stesso, mellifono usignolo stonato,

sarà forse il mio essere aquila a rendermi un terremotato?

 

      [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Lap dance

 

Prendi un dito in bocca,

ballando attorno a falò di simboli fallici,

cacciando, senza battute, i nostri animi saturi 

nelle reti della società moderna,

a bollir di noia durante i numeri

del tuo ammiccante varietà.

 

Prendo un dito in bocca,

volto frammenti d'ossa,

incarnate in serrate carte,

inumidendo vortici secchi,

non concedendo storni di bolletta

ai lumi dei miei occhi.

 

Tu, danzi davanti a un

mondo che dorme;

io, canto davanti a un

mondo che dorme.

Duetto da due euro

sculettante intorno a un totem,

coll'onere di sorridere della morte,

dell'amore, della raucedine

di vecchi ideali intossicati da una

stufetta a cherosene,

della bellezza e della cultura.

 

E non basterà colletta alcuna

a farci uscir di scena, a tirarci fuori.

 

      [Patroclo non deve morire, 2013]

*

L’uomo d’acciaio

 

Crocifisso alla nuda terra,

l'uomo d'acciaio inonda d'olio le luci dei lampioni,

mascherato dietro al buio di una tenda,

teso a tormentare i margini delle strade

immerse nell'argento della notte.

 

L'uomo d'acciaio, automa malinconico, arrugginisce dentro,

inondato dall'assiduo sciabordio delle sue lacrime d'anti-ossidante,

senza saper piangere della sensualità d'essere umano,

senza saper ridere.

 

La luna arrossisce, incontrando Socrate

nelle iridi metalliche dell'uomo d'acciaio dietro alla tenda,

avvolto dallo stendardo della sconfitta.

 

Arrossiscono le nuvole in assemblea,

e lo trovano lì, dietro alla tenda,

davanti al mondo,

uomo d'acciaio,

e carne.

 

      [Scarti di magazzino, 2013]

*

Inn tücc bàll

 

Le nuove direttive dell’Unione Europea, Deutschland über alles,

dirigono i dirigenti di ogni Stato membro a curarsi l’herpes

delle banche in fallimento coi soldi della brava gente,

che coi consigli d’amministrazione delle banche non c’entra un accidente.

 

Da inizio anno è entrato in vigore il famigerato bail-in bancario

da interpretare tenendo nella destra il codice criminale e nella sinistra un dizionario,

ogni risparmiatore – vil razza d’annata- dovrà svuotar boccette d’En,

nell’angoscia che i plutocrati si fottano i nostri «cinque pippi» tipo film hard di Belen,

azionista, obbligazionista subordinato, obbligazionista ordinario, correntista

disponibili a restar senza mutande con la nonchalance dell’abusato naturista,

vedranno lubrificata l’ubris di non contribuire all’ascesa del consumo a credito

in attesa dello sfondamento dei loro fondi interbancari di tutela del deposito.

 

Questa dell’Unione Europea è una trovata davvero iper-liberista

coprire il buco del banchiere col buco del culo di ogni correntista,

a fare i ricchioni col culo degli altri son capaci tutti

il salvar milionari coi soldi dei disgraziati non è un mestiere da farabutti,

dopo aver spartito la torta si incolpa il crollo del mercato azionario di Kuala Lumpur

e i risparmiatori a far la fine dei Mille nella strategia astuta del conte Cavour.

Fateci afferrare bene il concetto: se fallisce il salumiere della Garbatella

sarà coinvolto nei suoi debiti anche chi ha acquistato caciotte e mortadella?

 

      [Cherchez la troika, 2016]

*

Non ti pago il copyright, Simone

 

«Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame»

 

e a me non frega un cazzo dei banchieri con le mani sporche di letame.

 

«Non ne voglio sapere delle mine antiuomo»,

 

immagino, ahimé!, ora che stai sdraiato all’ombra d’un lumino.

 

«Se si scannassero tutti a vicenda sarei contento»

 

nah!, fidati, avresti meno spazio attorno al tuo, di monumento.

 

«Voglio solo salute, soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro»,

 

con l’€ in caduta libera ti servirebbe una montagna di danaro.

 

«Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati»

 

e i dipendenti di ogni istituzione condividano la sorte dei cassintegrati.

 

«E i bastardi che vivono in un polmone d’acciaio»

 

con cui, magari, adesso condividi il verminaio,

 

«fondano come formaggio in un forno a microonde»

 

vorrei esser nel Walhalla a farti un milione di domande.

 

 

«Voglio bei vestiti, una bella casa e tanta bella figa».

 

La vita trendy – ti ricordo- ti ha trainato via in autolettiga.

 

«Buttiamo gli spastici giù dalle rupi»,

 

in modo che nasca una nuova razza di Ciclopi?

 

«Strappiamo fegato e reni ai figli della strada»

 

e lasciamo arricchire capitalisti avidi come barracuda.

 

«Ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati»,

 

cazzo, in cambio hai avuto un carro funebre Ducati.

 

 

«Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie».

 

Tranquillo, continuiamo a respingere, senza remore, le nostre deleghe accomandatarie.

 

«Vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio»

 

(Quali? Le finte pasionarie che lasciano il bmw ben nascosto in un parcheggio?),

 

«con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita»

 

e coi soldi ti sei giocato a poker anche la vita.

 

 

«Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali»

 

dopo aver pagato sedici rate di tasse comunali

 

«quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando le loro comode case vuote»

 

Irpef, T.a.r.e.s, Imu, T.a.r.i avranno lasciato baracche ricche di banconote.

 

 

 

«Alla fine non sono razzista»

 

la razza, nei morti, non è oggetto d’intervista,

 

«bianchi, neri, gialli e rossi non mi interessano un granché».

 

e alla fine ho adempiuto al debito d’introdurti in versi un minimo engagé.

 

 

Quando davanti ai miei versi bastardi si solleveranno i gruppi letterari

i redattori di atelier, i democristiani, i versatori in settenari,

e nessuno avrà compreso che ci ha accomunato una gran fragilità

che scrivere questi versi non è indice di offensiva aggressività,

manda a tutti, tutti i mezzi-uomini, un terremoto di scherno

sacerdoti e democratico-cristiani ti hanno collocato in pieno inferno,

o se davvero esiste un Dio che trasformi i suicidi in semi-dei,

mandami una vita intensa e combattiva da dove cazzo sei.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Anacreante

 

C’è chi dice che imito, scimmiotto made in China,

accusandomi di non esser molto innovativo.

 

Come se l’originalità non fosse sogno romantico

trapiantato nell’era delle catene di montaggio,

ove sorseggiar bottiglie democratiche, tutte uguali,

di Caribbean white rum with coconut

(detto anche Malibù, baby),

sotto girasoli di Van Gogh

intessuti nel cotone.

 

Ah, la creatività!

 

Ma, a me, creativo in creatina,

- meglio che sotto

formalina, certo!-,

servono versi cretini da

inviare ad una certa rivista,

senza che nessuno si offenda

della mia malcreata increatività.

 

Puledra tracia, ché mai osservandomi in tralice

bizzosa mi sfuggi? Credi ch’io sia un somaro?

Facilmente, sai, riuscirei a metterti il morso

e a farti correre, redini in mano, intorno alla pista.

Per i campi bruchi e folleggi balzando lieve,

non avendo un bravo cavaliere capace di montarti.

 

Più che alle Muse,

logistico impenitente,

- mica vero poeta!-,

mi tocca rendere conto

ai musi affilati dei conti

alla fin del mese.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

La fuga di Mitridate

 

Questi momenti oscuri da instabile mondo terziario

ci inducono ad una sottile costante mitridatizzazione,

versandoci in versatori versatili di veleni metrici

nelle arterie d’una società tossicomane,

in crisi d’astensione.

 

Fondo un mondo dove rari eroi eroinomani,

ed eroine, inoculino, alternando, dosi d’antidoto e dosi di veleno

nelle loro stanche vene artistiche,

assicurando esiti incerti ai tests d’immunodeficenza,

battendo soglie di tolleranza.

 

Mitridate, assuefatto a Roma,

indossò un’armatura di scaglie di vento,

e non fuggì.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Hyperversi

 

Domandandoci, con candore, cosa ci sia accaduto di tanto strano

da farci rimanere, entrambi, a sacrificar fondi d'intonaco,

chiamandoci in ufficio, a mezzanotte d'un venerdì sera,

ci ritroviamo, all'erta, irti d'aculei erti

sulla bocca del cannone e dello stomaco.

 

Perversi, siamo, attenti a non cadere nella rete di astuti bracconieri,

intenti a non finire in rete senza desiderio d'esser cannonieri

di razza, marchiati da 2 m, miseria e malattia,

muovendoci, a destra, manca alternativa, come centenarii,

come farfalle cieche incontro a riarsi lucernari.

 

Più che sadici, siamo masochisti,

rifiutando vite consumate all'aria rincorrendo tonici ciclisti,

senza ardimento alcuno d'urlarci, in interfaccia,

che il futuro ci riservi cartastraccia,

imballata in bende di Linux

come vecchi faraoni tumulati coi nervi,

snervi, d'acciaio inox.

 

Stemo atenti.

A pagar no te impressar

che pol darse l'acidente,

che non ti paghi niente

 

     [inedito, 2017]

*

La ballata del Luigino: cassa di risparmio

 

Luigino, sessantott’anni, è morto ammazzato

strozzato da un decreto «salva-banche» inventato da uno Stato

vittima, sempre interessata, del timore di sanzioni stabilite dall’UE con ordinanza

e menefreghista, invece, se le sanzioni arrivano da anni sull’assenza del reddito di cittadinanza,

uno Stato camorrista che si scaraventa al salvataggio delle banche

e ai cittadini non resta che sperar nell’intervento del gruppo Malebranche,

nelle Malebolge del sistema creditizio italiano, come nel caso della Banca Etruria,

130.000 cretini a salvar la banca, e, in nove o dieci, a spartir fette d’anguria.  

 

Dipendente dell’Enel, Luigino, mica alto dirigente di una holding consociata,

vacci tu a capir la differenza tra una obbligazione ordinaria e una subordinata,

che se uno, a sua insaputa, risponde dei debiti di una grande azienda di capitali,

almeno dovrebbe aver diritto, una volta l’anno, di farsi un brunch in Ferrari,

la Ferrari, o la Jaguar, dell’amministratore delegato esperto di raggiri

che, laddove fosse stato Nippon avremmo tramutato una impiccagione in harakiri,

siccome il manager è europeo o americano ha scambiato la vergogna col coraggio

il coraggio di continuare, sotto nuovo nome, a collezionar medaglie di frodi ed agiottaggio.

 

Luigino è morto con la corda al collo

come i milioni di disgraziati destinati al macello,

con un click da un bunker di Berlino o di Londra il super-capitale

cancella una vita intera trasformando il consumatore in un maiale,

non si butta via niente, del consumatore, si butta via il consumatore consumato

nel Califfato, almeno, all’occidentale occorrono tre minuti ad essere sgozzato,

non sessantott’anni, dilaniato dall’alternanza tra bail-out o bail-in, tipo slot-machines,

tel disi mi, bilòtt, inn tücc bàll avrebbe sentenziato, con aria seria, mia nonna Ines.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Il mio ex-fratello è tornato mio cugino

 

Ho un ex-fratello, tornato semplice cugino, che lavora a Mediaset,

è un tipo molto responsabile, ha avuto la faccia tosta di farsi mantenere

un vita intera, fingendo di lavorare nella ditta brianzola del babbo,

filiusfamiliae scatenato, in Mazda, Porsche, o Bmw,

con contratti mensili da 4.000€, guadagnati in azienda a scrivere di wrestling

nascosto nello sgabuzzino, irraggiungibile, del capannone, senza saper fare una n/c.

 

C’erano babbo e zio, a spezzarsi schiena e cuore di fatica,

a babbo s’è spezzato il cuore in azienda, invalido, trapiantato a sessant’anni,

a zio s’è spezzato il cuore nel sonno, chissà cosa si sogna quando madama Morte

ti accompagna al cimitero senza avvisare?,

lui, fortunatamente, ha scarso cuore,

senza emozioni o sentimenti da infartuare.

 

Il mio ex-fratello, tornato cugino di centesimo grado, ha sfruttato schiene, cuori, altrui biografia,

pubblicista della nuova generazione, cioè incapace di scrivere un articolo senza errori di ortografia,

dopo tre tentativi di rimanere in Università, tre esami totali sostenuti, diventato opinionista,

telecronista di wrestling e calcio, 0 contenuti (contano i contenuti delle buste fattura del trimestre),

costretto a amministrare il capannone, in absentia, buttare 4.000€ di surplus sarebbe autolesionista,

mettendolo sull’orlo del burrone, ha fatto un passo avanti, ciuccio manager addestrato al circo equestre.

 

Però lui è l’eroe indiscusso dell’intera famiglia: è stato in televisione

e manda il babbo, trapiantato, a sporcarsi il cuore nuovo di carbone,

s’era creato, truffando operai, fisco, ex-fratelli e fornitori, una nuova new.co,

da cui è fuggito senza remore non rimarginando il buco

di (circa) 1.000.000 di € che ha lasciato in disastrosa eredità

a babbo, famiglia, operai: a chi in televisione non ci va.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Poetry slam

 

Porte sbattono, assorbendo i costanti rumori di sfondo

delle nostre realtà frammentate,

divise in ore, minuti, secondi,

modello uniforme svizzero Swatch,

ticchettii di neuroni reduci da bombardamenti mediatici

confondono Liabel e ambascerie subliminali di Gillo Dorfles,

ancora arzillo nelle sue smanie

da classificazione estetica.

 

Come riuscire, entrando in tackle,

a arrestare il silenzio del ronzio corrucciato dell'elettrodomestico,

che accorda i ritmi del battere d'ogni tasto,

rintracciando il filo d'un Arianna

venduta tra i banchi

dei mercati di bestiame?

 

Come riuscire

a distrarre disattenzioni,

focalizzandoci, senza scottare?

 

La musica suona

benché i suonatori cadano addormentati,

estenuati dal fracasso,

i teatri diurni dalle mille voci

assumono un sapore meccanico,

oscillando metallici di moto perpetuo.

 

Non si sentono battere tasti,

non tastandosi battiti di senso.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Gramsci al contrario

 

Chiuso fuori, a fior di metafora, dalla tua cella d'idee sofferenti, attaccato alle sbarre,

scuotendo col collo i nodi scorsoi delle catene d'oro

che insidiano i tuoi asfittici assedi alle città del sole,

nelle nottate innaffiate dalle lacrime d'un cielo steso ad essiccare,

vorrei esser te, Gramsci al contrario,

sorpreso chino sulle assi artiche d'uno scrittoio scalcinato

a recitare serenate contro i rosari di regime,

immerso nelle fauci delle tristezze a basso costo, renitente.

 

Fuori dalla cella, carcerato d'oneri sociali,

afflitto dalla soma di non esser nato bambino in bancarotta,

vorrei esser te, Gramsci al contrario,

vittima d'una mente indomita mai indotta a scendere a transazioni o transumanze,

senza dimenticar d'essere umano in un mondo d'uomini,

condannato all'ergastolo d'una esistenza spesa stando alla finestra.

 

Guardo nella tua cella sudicia, Gramsci al contrario,

e, attaccato alle sbarre,

ti chiedo di farmi entrare.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Crocerossina

 

Penso agli zigomi delle tue labbra,

maliziose fratture carsiche dove s’infoibano

lampade e lampare, mari e reti da pesca.

 

Mettiti tracce d’inchiostro, inusuale rossetto,

riflettendo occhi diamante sui vetri rotti della mia dannazione;

rimarrò esterrefatto davanti alla docilità

sensuale della tua anima in catene,

continuando a cantare l’oscenità della tua bellezza,

continuando a disseminare ai venti le ceneri dei miei sguardi,

rianimati dall’odore dei tuoi abbracci, ravvivati dal desiderio d’ogni minimo sfiorarti.

 

Penso agli zigomi delle tue labbra,

maliziose fratture carsiche dove s’occultano

lampade e lampare, mari e reti da pesca.

 

Questa volta, svestiti,

e, messa a nudo,

riusciremo a uscire.

 

     [inedito, 2017]

*

Stiamo tutti mali

 

Poetastri e giornalisti freelance da giorni ci assediano il cazzo

con le stragi, eviscerando ogni dettaglio senza il minimo imbarazzo,

stragi, a Parigi e nel Mali, di uomini/donne morti da anni,

scordando che a Mosul o a Baghdād (Baudac) cotidie non si muoia d’affanni,

non si esca di casa, o di campo, con la speranza di tornare, o di non tornare,

tutti a urlare Je suis Paris, coperti dal rombo dell’aviazione militare.

 

I Califfi, certo, non sono Brucaliffi, sono esempi di contro-contro-guerriglie,

e noi, come dei minchioni, a vivere Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie,

senza renderci conto, a conti fatti, che morire di disoccupazione, flexibility, recessione

non è meno da deficenti che tirare le cuoia decapitati da un arabo cojone,

il destino non si svincola dal forte odore di camorra

a sapere che Equitalia e il Ministero del Lavoro fan maneggi con la scimitarra.

 

Cadono teste e testicoli e noi stiamo tutti Mali

come Pinocchi alla ricerca d’uno sfruttator d’abbecedari,

c’è chi si sente Garibaldi, c’è chi si sente D’Annunzio

tutti a invocar su assoluti sconosciuti un drone con bombe allo stronzio,

senza comprendere, nella storia, se abbia fatto maggiori danni l’Isis o l’Iri,

se ci sarà concesso di morir decapitati o d’harakiri.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Atelier

 

 Nel tardomoderno dell’antico mondo occidentale,

ogni Atelier ci si tramuta tra le mani, da bottega d’artigiano,

in vetrina di merci mediocri stile centro commerciale,

dove scrivere, in sfiziosi settenari, da novello cortigiano,

è esclusivo criterio mazdeistico del non essere anti-sociale.

 

Cocainomani della scrittura, nel 2014 scrivono, aha, ancora in settenari,

istituendo la costituzione del Pornasio, Biancaneve sotto i nani,

o sotto i nasi?, Finocchi venditor d’abbecedari

e locatori, ad ore, di sederi, i nuovi bottegai dell’Atelier han mille mani,

e un curriculum bibliografico tipo “Ventimila seghe sotto i mari”.

 

Come nelle catene della Grande distribuzione

il moderno Atelier è dotato di un ufficio C[ontrollo] / Q[ualità],

dove, con metodi di democristiana malversazione,

i redattori atelierani si arrabattano a confezionare verità,

asini santi e nuovi designati all’artigiana beatificazione.

 

Imperator - o Valeriano (Publio Licinio Valeriano)?-,

finalmente un atto non democristiano

sacrificare una sincera amicizia decennale

al difendere l’interesse di una società di capitale,

imperatore oramai intronato da manie d’hypostasis

contro chi non accetta nessun tipo di proskunesis.

 

Non vi servirà a niente mandare i soliti cacciatori di taglia

oramai, carburo ad XXL nei fetidi cunicoli della vostra Itaglia,

ed essendo un barbaro feroce, nordico bandito, delle foreste,

attendo di infilzare, una a una, attorno al mio Atelier, le vostre teste.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Fuori i secondi!

 

Dall'angolo destro d'un ring assonnato,

novello Carneade,

assisto allo scempio  d'un boxeur ormai suonato,

costretto a retrocedere, senza mai incassare,

davanti ai sinistri del diffuso malaffare.

 

Fuori i secondi!

 

Secondo, a nessuno, nella vita assecondo

i deliri innocenti annunciati da un bando

in cui i vinti soccombono nell'amara ventura

di subire solo colpi, bassi, sotto cintura.

 

Fuori i secondi!

 

Esco di scena, suonano i gong,

ti incammini, tristezza, con indosso un sarong,

intrecciato di trecce da corone di larice,

vomitando veleno dentro ai fiumi d'un calice;

t'incammini, dolce Aoide, in attesa d'un jab

dal destino bastardo che trasforma in fight club

i confini d'un mondo che inchiavarda alla gogna

chi tra noi combattenti butti a terra la spugna.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

La nostra generazione muore di stenti

 

Lontano da conflitti toscani,

e da ogni Muda,

nella confortevole abitazione

che una modernità diversamente abile

ha convinto tutti ad acquistare,

sennò s’è fuori moda,

s’atteatra una storia, da Ugolino

post-moderno, chiusa tra muri di cemento

dove chi muore, muore d’infarto

e chi resta, muore di stento.

 

Generazione inversa

rispetto ad ogni medioevo,

senza assistenza o regola sociale,

viveva cieco e sordo,

e orfano di madre,

nel vano di una casa comunale,

insieme a un uomo troppo vecchio e troppo stanco,

senza sentirlo, senza vederlo,

chiamato padre.

 

Padre, muori d’infarto

e non me ne sono neanche accorto,

non sentendo i tuoi rumori di dolore,

non vedendo le smorfie di terrore

di abbandonarmi a me stesso,

non appena tu sia morto

condannandomi a chiamarti tutti i giorni,

ad alta voce, fuor d’ascolto,

e a morire d’inedia,

d’un inedia senza volto.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Bologna

 

Portici inscatolati nella nebbia d’una città assolata,

assetata di avanzamento, tornata in serie A,

crocevia di cento idee, mille idioletti a dialetto, mille voci dissonanti,

madre di versi e sorella d’università,

suora dentro, etera fuori

astuta mendicante trasfigurata con vesti ed ori,

Bologna.

 

Bologna,

marrana assonnata da agguati in trattoria,

città d’arti, città d’anarchia,

tenda canicolare d’extracomunitari d’ogni razza,

capricciosa malandrina, testa di cazzo e cuor di ragazza.

Piazza di bombe, viagra e passione,

maniera carducciana, tormento di rivoluzione,

bistecca al sangue e backstage da pornodive

ci strazi a morsi coi denti bianchi caduti nella neve.

 

Guccini brado bardo t’ha cantata con accento emiliano;

un cantore, umile, d’inciviltà industriale, ti verserà in lombardo,

a bicchieri di Sangue di Giuda adagiato su fette di lardo.

 

     [inedito, 2017]

*

Equitaglia

 

Nella terronia d’Europa, l’Itaglia, siamo tornati in clima di piena Inquisizione,

se abbiam sventura di trovare un cedolino verde nella cassetta della posta

il non sapere mai cosa ci aspetta riduce i disgraziati in stato di fibrillazione:

multa, comparizione, istanza di suicidio, cartella di un’imposta

magari inventata, la sera prima, dalla Corte dei conti Vlad

non so, una tassa sulla disoccupazione, sull’aria, sull’usura degli ipad,

ogni nuova tassa rende la confessione di reddito una sorta di sciarada

da strappare sotto l’attenzione vigile del novello Torquemada,

di solito burberi esattori InEquitalia o finanzieri con la terza elementare

addestrati, con l’esperienza delle escort, a scovar qualcuno da succhiare.

 

Facciamo i conti coi conti Dracula, i conti con 945 inutili bare,

che si difendono, art. 67, dietro un cervellotico divieto di mandato imperativo

un divieto che all’italiano medio ha il sapore del divieto di mandar tutti a cagare,

il referendum, scientemente, essendo consultivo, abrogativo, mai destitutivo

consente che il bene statale diventi un beneficio da dinasta

servono soldi a pippar cocaina, andare a zoccole/trans, cenare a caviale ed aragosta,

e i servi della globa(lizzazione), incatenati agli uffici di collocamento, a vivacchiare

con 1.000€ al mese non hanno nemmeno l’energia di protestare

contro una classe di dominatori corrotti, ignoranti, ridotti a meri pr

tanto mediocri da far pena addirittura alle Br.

 

Facciamo i conti, ad esempio, con una delle nuove originalissime vaccate

il redditometro è l’ultima versione della gogna

che, con una tolleranza del 20% tra uscite e entrate

equipara, senza un minimo di vergogna,

il disoccupato che, con 1.000€, ne spende 1.201

il crasso dirigente di Equitalia che, con 1.000.000€ di reddito, ne spende 1.200.001

ballano, insomma, 199.800€ tra i due evasori “virtuali”,

che, ai fini della lotta all’evasione, meritano nel nostro ordinamento i medesimi strali,

l’uno, magari, in un attacco di idiozia, per essersi mangiato a colazione due brioche,

l’altro, impunito viveur per mantenere nei due box di Montecarlo sette Porsche,

terrorizziamo i redditi bassi, con continue lettere di certificazione,

tanto mister 1.000.000€ di reddito non manca dei mezzi d’affittare l’intera Cassazione. 

 

Davanti ad uno stato usuraio che massacra, indistintamente, in nome dell’equità fiscale

il disoccupato che lavora in nero e l’amministratore delegato di una multinazionale

non resta che tirare un’amara, disperata, conclusione:

la camorra, almeno, chiede i soldi in anticipo e ti garantisce protezione.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

La tentazione di esistere

(a Mariano Menna e Valerio Pedini)

 

La tentazione di esistere della vostra generazione,

si trasforma, nella mia, in esistenza tentata ad equazione:

19 + 19 = 38 + x, resta sempre un’incognita,

nella speranza che invertendo il numero dei fattori

la fattoria non fallisca, lasciando, in cambio, una generazione attonita

a contarsi le ferite, ipocondriaca, in balia di accademici e dottori.

 

Questo toccherà alla vostra generazione:

la nuova nobiltà cafona, nata nelle culle d’oro della necrofinanza da córsa,

risponderà abbassandovi i calzoni e mostrando il sedere

all’idiota dito medio (art marketing), ubicato, a Milano, fuori dalla sede della borsa,

e ai milanesi, in fila Caritas, a chieder l’elemosina alla neo-invasione dei tedeschi,

abituati, ormai, a sostituire il finale della Nona Sinfonia con la marcia di Radetzky.

 

Questo toccherà alla vostra generazione:

i concerti di Ligabue davanti a 50.000 somari in branco,

Mussolini, almeno, riusciva a far ballare 80.000 idioti alla volta,

magari sarà stato un indifendibile, discreto, saltimbanco

dichiarare guerra all’Etiopia coll’esclusivo uso di lubrificatori,

senza aver l’opportunità di servirsi di chitarre elettriche e amplificatori.

 

Questo toccherà alla vostra generazione:

i nuovi cantautori defilippisiani alla Marco Carta,

-“Carta canta e (François) Villon dorma” –

vi condurranno, cojon cojoni, alla scoperta

di vivere di notizie date in mondovisione,

schiavi di una verità farneticante fatta d’indecisione.

 

Mariano e Valerio, due ventenni in cerca di evasione

due inammortizzate, mortacci vostri!, vittime della televisione,

olocausti alla rincorsa della fame di fama, dei vostri cinque minuti di celebrità,

trascorsi a rilasciare interviste a Paola Perego in tutta automaticità,

o, tardomoderni arditi, discepoli d’un impresentabile sprezzante «guastatore»,

in conflitto inimmediabile e mortale col «potere»?

 

Questo toccherà alla vostra generazione:

schierarvi, col coltello tra i denti, oltre il Brillo Box

o, come Roberto da Crema, vendere batterie d’acciaio inox,

ahrarara, spacciare Delorazepam in versi che ci faccia ardere

o vendere appartamenti in centro con servizi in periferia, non ideale per famiglia che non ami correre.  

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

La scrittura arriverà come un infarto in una notte d’autunno

 

La scrittura arriverà, ancora, innumerevoli volte, nella vita,

spazzando via i colonnelli come una rivoluzione

buttando a mare ogni ammiraglio,

arriverà, ancora, a marchiare i dorsi delle mani

timbrate dall’ardore dei carboni,

a spolverare meccanici chiusi in una bara,

artisti nello stringere, tra dita morte, chiavi inglesi,

e arriverà, ancora, regolare come l’orario d’un carro funebre.

 

La scrittura arriverà, sciacquando tonache e babydoll

nelle maree di fango degli tsunami,

sommergendo ogni reazione nell’atonia frenetica dell’attesa,

trascinando via, nel moto ondoso della risacca, incrostazioni somatiche,

sentimenti insaziabili, stress da malattia, sogni / progetti,

frustrazioni da flessibilità lavorativa, nuovi amori,

irrigando i relitti immersi nelle nostre tasche

d’uomini di città.

 

La scrittura arriverà come un infarto in una notte d’autunno

arriverà sparendo, senza concederci l’ardire d’acconsentire,

e sparirà, arrivando,

condannandoci a rimanere a mani vuote.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Gli inflessibili

 

Non è drammatico riconoscerci finiti, mai incominciati, under construction,

ansie trascendentali abbandonate tra divinità e immanenza,

senza certezze di valere senza certezze di valore senza certezze materiali

mascherate da assassine necessità economiche?

 

Giovani smarriti, consumatori consumati come arti snodabili di bambole

dai concetti inflessibili di flessibilità o divertimento,

dall’alto della barricata ci troviamo a resistere, a mani nude,

cuori di molotov, contro i conati vessatorii corazzati

d’un sistema reo confesso d’indossar maschere di sfruttamento,

condannati a desideri di carriere irrealizzabili, a desideri di bellezza innaturale,

senza sostegno di relazioni stabili.

 

Precarietà è vocabolo corretto a raccontare un mondo

dove Dio, magari, è morto, senza esser furibondo.

 

     [inedito, 2017]

*

La società invisibile

 

Nessuna reale soddisfazione, di celerità in celerità,

consumiamo i nostri beni e i nostri stomaci

assuefatti al non lasciare traccia alcuna sulle strade della storia,

diventando irrilevanti - da abili consumatori consumati-

alle future ricognizioni archeologiche.

 

Di noi, non resteranno neanche i rifiuti, monete, cocci,

calcinacci di antichi insediamenti,

di noi addestrati ad esser rifiutati,

non resteranno progetti, idee, ideali,

i monumenti dei ricchi, rimarranno,

salvandosi dalla biodegradabilità

della miseria umana, e niente altro.

 

Nemmeno rimarranno i segni del mio abbozzare tentativi di scrittura,

versi d’una stagnante concretezza,

nipoti delle iscrizioni incise sui muri dei lupanari di Pompei,

fratelli dei graffiti disegnati sui muri delle latrine d’ogni metropolitana,

non avendo nessuna eccellenza artistica

i sogni di chi sarà invisibile.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Oltre il Brillo Box

 

La mia ricerca sulla forma dello scrivere si innalza oltre il Brillo Box,

butto i miei versi in cassaforte come se fossero a Fort Knox,

start-up, ripetizione, riproduzione danno l’ergastolo all’originalità

dei direttori centenari delle riviste ormai dimentiche d’ogni abrasività,

d’altronde, si sa, le dentiere non vanno sollecitate da concetti intelligenti,

a forza di accettar versi canini carmina dant panem solo ai loro denti,

se a noi, adolescenti quarantenni, tocca la dieta del Professor Birkermaier

a loro, bambini ottuagenari, sarebbe ora di diagnosticare un briciolo di Alzheimer.

 

La moda attuale del critico scontato è latrare contro i successi del minimalismo

milanese o romano, inn istèss, e noi, fantasmi anni ‘70, in cerca dell’agognato minimo spazio,

ché a cambiare il mondo ci tornerebbe comodo l’energico vigore d’un massimalismo,

a leggere certi versi in endecasillabi rolliani, nel 2016, ci si sente vittime d’un’odissea nello strazio,

e il castigo delle nostre generazioni no future è di fare avanguardia a quarant’anni

intenti a rivendicare un Lebensraum che non finisca con lo sfociare in Anschluss,

noi Heermann condannati dalla flexibility a non sbocciar mai in arimanni,

ci troviamo a riannodar cateteri a vecchi specialisti in trobar clus.

 

Cosa ci tocca fare nell’intento di raggiungere i nostri quindici secondi di celebrità

mostrare il culo da Barbara D’Urso, curare le rubriche culturali dell’Unità

o brevettare rime che voi comuni mortali nemmeno osereste immaginare

can che abbaia non dorme e addormentati – come ci vorreste- non ci aiuta a morsicare,

è svegliata dalle carezze d’un emiro la tardo-moderna Bella addormentata da cocaina

disponibile a succhiar US gal di oro nero come se fosse una pompa di benzina,

signore, transgender e signori annuntio vobis gaudium magnum la favola è finita

alle generazioni oltre il Brillo Box spetterà rosicchiare avanzi sotto la tavola imbandita.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

La repubblica del Pornasio

 

Finalmente, l’Italia è diventata un Pornasio,

l’amore di battere (sui tasti) ha adescato il cittadino medio,

la borghesia ex democristiana si spintona nelle redazioni dell’atelier,

epigoni, a branchi, pascolano sui monti d’Elicona,

sui blog ipertrofizzano critici non degni di Nota,

sono diventati tutti vati, arroganti e maleducati,

l’attempato scrittore del ‘92 ci richiama,

con insulti d’ogni genere, alla deferenza,

lontano kilowatt dal capire che esser usciti con due plaquette

Collelieto da 1000€ è indice di mera deficienza,

vallo a far intendere che la democrazia lirica non è la democrazia dei dilettanti,

non basta saper mettere una croce sotto un testo a diventare Cavalcanti.

 

Mettiamoci una croce sopra, dai!, e una fossa sotto,

a vecchi rincoglioniti blateranti con lo stile di Zanzotto,

c’è un ritorno ad Omero, buon’anima, nella corsa al precipizio

delle giovani promesse della poesia contemporanea, settantenni da Odissea (nell’ospizio),

i dati sociologici ci dicono che s’è alzata l’aspettativa di vita artistica,

magari con pasticche di Viagra a sbloccare afflussi alla vena conformistica,

e noi, “generazione dimenticata”, a quarant’anni vagiamo rannicchiati in posizione fetale,

accompagnati da cinquantenni e sessantenni in piena crisi prepuberale.

 

Pornasio, l’arte italiana è diventata una Reggenza del Carnaio,

tutti arrapati a mettere bibliografie sui siti come scambisti nel capannone d’un materassaio,

a chiedere recensioni, a scrivere recensioni, a vendere recensioni,

a sostenere, con burbanza, che collaborare ad antologie a pagamento è un gesto da cafoni,

salvo scoprire i medesimi, coerenti, a vender corsi e introduzioni a prezzi di mercato,

l’artista mestierante vuole essere appagato, o strapagato?, lasciando a fine corso, debito, certificato.

 

Chi non sa fare niente scrive, o cerca di candidarsi in assemblea

di condominio, rionale, comunale, regionale, nazionale o europea,

roba che a saperlo Giordano Bruno sarebbe morto di diarrea,

senza il fastidio di dover finire al rogo nel tentativo disperato di difendere un’idea,

sono stati inutili cinque anni d’università, tre di liceo, due di ginnasio:

se avessi fatto il baby squillo o l’enfant prodige della grammatica italiana,

avrei meritato maggiore stima nell’artistica repubblica del Pornasio? 

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Pensieri d’artista

 

Perché continuiamo a scrivere,

travolti dal rischio di non esser chiari

ai nostri vicini di casa, all’amico,

alla merciaia dell’angolo,

mai sazi di vergar lettere

controcorrente, come arabi,

lontani dalla linearità delle bollette

della luce, dello scontrino del barbiere,

d’un conto del solito ristorante cinese?

 

L’arte non resuscita i morti

dalle camere ardenti, o forse sì,

non sottrae i malati dalle celle

delle cliniche, o forse sì,

non ci sottrae dai risultati in ribasso

delle borse, o forse sì,

non ci trova collocazione stabile

nel mondo del lavoro, o forse sì.

 

L’arte è memoria, viscida sfera di contatto

con morti, malati, borse, lavoro,

con essa versano inchiostro e affanni

intere generazioni d’homo sapiens

in cerca di un capro espiatorio,

nell’intenzione, tutta artistica, di dar fastidio ai vivi,

non lasciandoli dormire.

 

Scrivere è sonnifero a doppio taglio,

con cui radere al suolo chi vuol vendersi al dettaglio.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Nati al contrario

 

Perché continuo a scrivere?

B., come Bangladesh, aveva

sedici anni, sul davanzale

del balcone d'un liceo milanese,

ma sedici anni non erano abbastanza

affinché Dio l'abbracciasse nel suo salto.

R., come Romania, aveva

tredici anni, sentendosene cento,

e nessun angelo

volava al suo fianco.

E., come Ecuador, aveva

tredici anni, senza che Genova

le ricordasse Quito,

nella solitudine del suo vestire

fuor di marca, disintegrata.

C., come Cina, aveva

dodici anni, consumati in fretta,

affacciandosi a un balcone

col desiderio di non vedere il mondo,

buttandosi nel vortice

dell'ansia da rendimento.

I loro nomi non sono difficili

da dimenticare, sono nomi

- come me- nati al contrario,

schiacciati contro i vetri

delle finestre della vita

saltando dall'asfalto.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Il mostro e i tulipani

 

Mostro, dolore dentro, cocktail d'adrenalina,

non fare caso all'onta immensa della tua berlina,

senza esserti abituato alla risata mortificatrice

di chi soppesa, cm su cm, fitta su fitta,

i margini d'ogni tua cicatrice.

 

Mostro, piangi nascosto, vivi interrotto,

come i cocci taglienti d'uno specchio rotto,

in cerca di un amore steso su assi da stiro,

nell'attesa della carezza che ti spezzi il respiro.

 

Mostro, nel buio attonito delle tue notti infernali,

vedrai che, un giorno, le tue braccia esauste sbocceranno in ali,

e sfrecciando, cadendo, cadendo in cielo,

nel sogno d'un volo d'otto piani,

riuscirai a dormir, sereno, ora!,

steso sull'asfalto, avvinghiato ai tulipani.

 

         [Mostri, 2009]

*

Epilogo

 

Nei miei occhi rovinati dalle cicatrici vedi

rabbia, rifiuti tossici urbani, bicchieri di cicuta,

ricci di mare con aculei intinti nell'alkermes,

stress, cuba libre diluiti nell'acido acetilsalicilico,

un contratto, molto vantaggioso, da responsabile sottopagato.

 

Nei miei occhi rovinati dalle cicatrici vedi

brindisi sobri a sconfitte ricorrenti,

scottanti kebab in città francesi di confine,

notorietà immortale su riviste cieche,

desideri frustrati d'adolescenti crudeli,

canzoni d'amore e d'anarchia

(quasi sempre nella vita, d'anarchia),

anime diverse ciclotimicamente in divorzio,

o in chiaroscuro.

 

Nei miei occhi rovinati dalle cicatrici vedi

sbarre, catene di cessi sudici,

assalti di rinoceronti albini contro headhunters

ubriachi di cocaina o di bellezza,

cieli lebbrosi dell'hinterland milanese,

bestemmie di magazzinieri delusi dalla vita

e dalla logistica distributiva,

sentimenti da harem, vodka e cozze marinate.

 

Ma, nei miei occhi rovinati dalle cicatrici

trova sangue, chi muore,

trova lacrime, chi piange,

trova vino, chi ha sete,

trova amore, chi non fugge.

 

Arrivederci.

 

     [Underground, 2007]

*

La generazione bombardata

 

Bivaccando tra aedi senza nome, casse di risonanza trascese da fitte di mal di denti,

chiamo a raccolta mostri mascherati dal dolore e dall’angoscia sotto i bombardamenti

abili funamboli sulle corde dell’incanto, o del disincanto,

stelle comete a intermittenza.

 

Rifuggendo desideri di Maurizio Costanzo Show,

da vati anni ‘ottanta, scendiamo in strada a cantare,

e a subire cariche come animali in batteria,

senza mai arrenderci davanti all’intrallazzo

creato da statisti estranei ad ogni imbarazzo.

 

     [inedito, 2017]

*

La bomba d’acqua

La bomba d’acqua

 

Giovedì, senza dover raggiunger Tiberiade, ho camminato sulle acque,

nella rimessa-auto, che al catasto classificano come casa, sembrava d’essere in boutique,

galleggiavano, nei 7mq tra cucina e salotto, una decina di scatoloni

e a me, nella nebbia, mi sembra d’aver visto 300 extra-comunitari sui gommoni,

o è stata una bomba d’acqua o è esploso un residuato napoleonico sulla grondaia,

fatto sta che sono scesi 20 litri d’acqua dal tubo della mia caldaia.

 

Per sicurezza, anche se il vecchio locatore, dicendo d’esser assicurato, m’ha rassicurato

al cenno improvviso dell’onda anomala ho staccato la caldaia non volendo rimanere fulminato,

vate al water, stavo seduto sul cesso, al momento del ristagno

tanto da avere la fortuna, très chic, di farmi un bidet sdraiato sulle piastrelle del bagno,

avendo la rimessa-auto pendente a destra, essendo mio nonno camerata di Trescore Balneario,

mi sono spaventato assai, temendo l’onda fosse un’ondata di flusso migratorio.

 

Terminate le cure termali, armatomi di mocio Vileda,

mi son messo a smoccolare su tutti i santi Veda,

sciaguattandomi nella melma in stile anfiosso

ho aperto le acque, nel cesso, come Mosè col Mar Rosso,

ho trasformato il vino in urina, ho redento zoccole, ho dato a Cesare il conquibus

l’unica cosa non vi aspettate che io riappaia a Emmaus,

sono un terrone d’Europa, recordman dell’arrangiato,

ma a far miracoli, ancora, non sono attrezzato.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Luciano in the sky with diamonds

 

Per una volta, una volta e basta, l’invettiva mi abbandona,

sub-affittando la tastiera al panegirico, senza giri(ci) di parole.

Siamo due volte membri di una generazione contraria,

membri di una generazione al contrario e membri al contrario di una generazione,

tu, figlio di un mondo solido, fatto di terra, «forsennato flâneur», nomade d’avanguardia,

io, nipote di un mondo liquido, fatto di mare, quercia secolare attaccata alle sue radici, nomade di retroguardia,

nomadi dello stesso esercito in esplorazione e ritirata.

 

Oggi ti ho proposto: «Scriviamo un libretto a quattro mani»,

e tu, prontamente, da Bali, Bora Bora o dalla Thailandia: «Basta che non mi fai spendere troppo»,

ci siamo scambiati i ruoli di brianzolo e triestino, da te mi sarei aspettato la domanda:

«Scrivere un libretto in due a quattro mani vuole dire realizzare un libretto da Ottomani?».

Mi fai l’onore di prendermi troppo sul Serio, esule bergamasco in terra monzese,

e io ti ricambio con ironia, non mefistofelica, l’ironia della stima e dell’affetto,

l’ironia affettuosa che uso solo con doppia lingua o con M40.

 

Per una sera abbandoniamo il sarcasmo

e aiutami a continuare a strasbattermene di tutto.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

La solitudine del giocatore di videopoker

 

La solitudine del giocatore di videopoker

non è spezzata dal tinnire delle monete anonime

infilate in un bicchiere cartonato di Coca Cola,

schiacciando, schiacciando, schiacciando

in balia di combinazioni programmate a casaccio,

abbacinata dagli effetti grafici e sonori,

che ricordano rumori e luci di una giornata di Natale.

 

La natura ride dell’innaturale scontro tra uomo e macchina,

uomo contro macchina, macchina contro uomo,

condannandoti all’atarassia di gesti stereotipati,

liberando endorfina ad ogni tua impronta

depositata sui tasti dell’indebitamento economico,

e tu stesso ti isoli, schiacciando e schiacciandoti,

dalle origini sociali del tuo malessere:

abdicazione dal tetto coniugale, mobilità e

disoccupazione, depressione da raggiungimento

dell’età pensionabile o cancro.

 

Resta l’immagine delle vetrate di un’oscura latteria

immersa nel cemento di un’esistenza cittadina,

d’un uomo, senza amore, in cerca di fortuna a Jacks or Better

o di un rimedio contro i malanni della noia,

d’una rovina incombente, come una corona scura

di corvi, a circondare il tuo capo incanutito,

abbandonato a naufragare, solo, nella tempesta tecnologica

autorizzata dai monopoli dello Stato.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

I bassifondi dell’inferno

 

Non domandavi niente di diverso da ciò che i sedicenni

d'ogni momento e tempo richiedono, ingenuamente,

ai diavoli d'ogni tempo e momento,

desiderosa di rispetto e di attenzione,

con quella voglia matta d'aprire una finestra

su un'adolescenza subita

come il carceriere vive la prigione,

ma, fragile, contavi i battiti

della tua connessione internet

senza avvederti che, chi era seduto

all'altro lato della linea veniva dall'inferno,

nel tuo chattar serena con un diavolo moderno.

 

Domandavi, cento, e cento volte ancora:

«Come farò, a sentirmi bella?».

 

Il diavolo tentatore ti scriveva

di confrontarti a una modella

della televisione, di non mangiare

cibi calorici, di vomitare,

associando lassativi

all'apnea d'una ferrea

disciplina alimentare,

disinfestando ogni macchia di sporco

da un corpo in crescita ormonale,

fregandosi le mani d'aver trovato

un nuovo scheletro da aggiungere

alla sua danza macabra infernale.

 

Domandavi, cento, e cento volte ancora:

«Come farò, a sentirmi grande?».

 

Il diavolo suadente

ti chiedeva di mostrarti

in cam senza mutande,

d'ubriacarti senza ritegno

alle feste in discoteca,

di darti all'uno e all'altro,

chiudendo i sentimenti in una teca,

di chiuderti, alla vita, nella vita,

di vivere e lasciarti vivere,

senza discutere coi morti,

vivendo come zombie

senza ricambi d'abito,

costruendo mondi assordanti

sotto i rimbombi dei tuoi lombi.

 

Domandavi, cento, e cento volte ancora:

«Come farò, a sentirmi amata?».

 

Il diavolo, mentendo,

ti diceva di ostentarti uniformata

nei vestiti, sempre all'ultima moda,

ammiccando seducente,

accentuando ogni tua curva

senza dare ascolto al rischio

di finire in testacoda,

trasformando in necessario

ogni accessorio, tollerando

sul tuo derma l'indelebile

marchio della marca,

condannata ogni diversità

allo spettro della forca.

 

Fanciulle

d'ogni tempo e d'ogni momento,

contro ogni istanza educativa

disobbedite a chi, diavolo moderno,

dall'alto delle cattedre, dall'alto dei castings

radiotelevisivi, dall'alto d'una scrivania aziendale,

innalzi i vostri voli da usignolo

ai bassifondi dell'inferno.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Sacrificium

 

Poesia, strido teriomorfo evoluto in sensibilità animale,

liberati di me, cacciami nei recessi

della tua silhouette da hinterland suburbano,

margine di margine, confine di confine,

insieme ai moderni numeri umani,

calcolatori che non contano.

 

Chiusa nelle nebbie aromatiche d’una sauna finlandese,

liberati di me, come mi sarei liberato io di te,

zaino soffocante sulla schiena d’una vittima sacrificale,

imbizzarrita sul sentiero d’un feroce rito d’iniziazione metrica.

 

Basta uno schianto, dolore d’un momento,

a diffondere frammenti ossei,

anchilosati da una cronica artrosi artistica,

sulla scena drammatica del sacrificio,

e ti sarai liberata di me,

senza rimorso, senza alcun danno.

 

Fallo in fretta, come farò con te,

non appena ne avrò occasione.

 

     [Il Guastatore, 2012]

*

Raptus

rovate a vivere, in un mix di solitudine,

rabbia, e malattia mentale,

nell'assenza di un amore, un amore di cartone,

in mancanza d'una minima retribuzione.

 

Nelle serate di una Torino, illuminata, stanca,

che mi ferisce, mi dilania il cuore

a ogni risata, nell'agonia di sabati

trascorsi a immagazzinar dolore,

mi son sognato bomba,

seduto con un cane, unico amico,

nel mio veicolo a motore.

 

E bomba sono stato, nel centro di Torino,

vendetta d'un istante,

lanciando me, macchina e cane,

contro i tavoli d'un ignaro ristorante,

straziando braccia, bacini e sentimenti,

donandovi il mio incubo e i miei dieci talenti.

 

E, ora, sono un caso da cronaca di giornale,

dove definiranno raptus, il mio terrore di volare.

 

                                    [Mostri, 2009]

*

Terremoto

 

Cedendo alla violenza del mondo,

è arrivato momento d'abbandonare

i corsi dolci, tortuosi, della strada della ricerca,

dove, intorno a me, cadono case, condominii, caserme,

alberi, nell'orgasmo del terremoto.

 

Quando tutto crolla rischiare di ritrovar cadavere

sotto cumuli di macerie ciò che brami,

caduto dall'abisso dei cieli

alla banalità insensata della terra

scossa dai conati,

è eccessivo azzardo.

 

Restiamo noi, sulla terra insensibile,

noi, a terra, davanti ai nostri mille fallimenti,

i desideri infranti, traditi a sessanta centesimi di euro

dalla svalutazione, umiliazioni, sentori di diversità,

tristezza, amori tra-le-braccia-di-un-altro,

senza trascinarci addosso nuvole e asteroidi,

abbandonando il cielo ai suoi destini di divinità tremante,

malata di Parkinson, vittima inconsolabile del terrore di cadere.

 

     [Lame da rasoi, 2008]

*

Plasil

 

Pezzi di vita shakerati,

mischiati insieme a vetriolo straordinari non pagati,

malattia mentale e desideri sciancati,

bucano cieli blu cobalto, senza nuvole o Boeing 757,

cadendo sospinti da conati indomiti,

come farfalle schiacciate da ciclomotori,

in tazze di cessi sadici.

 

Questo, a ciascuno accade più e più volte,

non c'è riposo, non c'è rimedio,

e, molto spesso, mi viene dubbio che

non sia possibile riguadagnare i nostri pezzi di vita

perduti chissà dove e chissà perché,

senza colpa, nei meandri inaccessibili

di qualche cesso.

 

     [Underground, 2007]

*

Catabasi

 

Più che Achille scontroso o insolente Odisseo andati a troia,

emetto suoni stranieri, sconfitto, in marcia con diecimila decimati

alle volte dell'Ellade, deciso a resistere - menestrello combattente-

contro assalti ed imboscate dei barbari balbuzienti rintanati in tv.

 

La mia sorte, sorte vostra, nostra sorte d'uomini uccisi - suicidati - dichiarati morti

dall'eccessiva attenzione dedicata all'artista o all'artiere,

nell'esercito in ritirata verso alee di casa è tornare sulle nostre orme

stando attenti a non scansare di calcar calchi d'infamia,

inclini a urlar thalassa, lontani da Cunassa.

 

     [inedito, 2017]

 

*

La ballata della croce

 

Perdonatelo tutti, su questa via infinita al Golgota

a trasportare, anno dopo anno, la stessa croce,

cadendo, rialzandosi e cadendo, esecrando il suo nome adespota,

incapace di comprendere i suoni della vostra voce,

si incammina, finito, verso la cima dell’ecumene

senza il conforto delle spalle d’un Simone di Cirene.

 

C’è chi si crede una delusione, tipo Maria Maddalena

e non c’arriva, d’essere una vittima collaterale

del crollo di un uomo in cammino ai margini della scena,

lei si sente inadeguata, con i suoi occhi in cui annegare,

e la sua bocca, impotente, i suoi bisogni di abbracci caetani

con lui in cima a una croce a cantare «Eloì, Eloì, lama sabactàni?».

 

La scena è l’intarsio contorto di mille falegnami

fatto di schegge, brandelli, frammenti, tutti da assemblare,

chè, a volte, i suoi versi hanno la scarsa consistenza dei liquami,

fluidi in un mondo liquido, nell’acqua non c’è vino da annacquare,

c’è l’uomo, e la sua croce, lontani dalla serenità del chiostro

col centurione a strofinargli in faccia spugne d’inchiostro.

 

Gli urlano, vox populi, che è stanco, che si deve riposare,

la sua unica angoscia è di costruirsi una nuova croce da caricare

sulla schiena curva, lui ha smesso di riuscire, Abba

sognando che appeso al cielo abbian da mettere Barabba.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

My brother is dead – frater meus mortuus est

 

Non ho mai temuto di rinchiudermi in una cella francescana,

frate Leone butterato, 1.83 cm x 90 kg, colosso di porcellana,

a chiedermi come fai ad essere ancora innamorata e attratta,

me lo domando ogni volta che mi accosto un boccone al viso,

ingurgito tutto, desidero invadere il mondo, come un frastornato Narciso,

non mi muovo, disoccupato immerso nel lavoro, mi invento nomade sedentario

non rimanendomi altro da donarti che un bicchiere di Bellini misto ad un abbecedario.

 

Annego la mia fragilità in cocktail di alcool, Delorazepam e Paroxetina,

mi immergo nella lotta sondando Bauman, distante da una generazione allevata a cocaina,

convertendomi in menestrello – dovrei assomigliare a un elfo, non ad un troll-

canto con la sgraziata cacofonia, in un capannone industriale, di una fresatrice Bosch,

sperso auf Das Narrenschiff, sperimentati tutti i vizi, e, adesso, avanti marsch

con amore, casa, affitto, bollo, benzina, neutralizzato anarchico in dolce quarantena,

mi batto, cotidie, a disinfettare i tuoi sogni da trentenne minacciati da cancrena.

 

Non è che la bruttezza mi avvantaggi sul carattere, schivo come Salinger

il successo di The Catcher in the Rye, non riuscendo a trasformarmi in challenger

delle angoscianti sfide di ogni giorno, morto di fame vs. morto di fame,

mi avvicino ad essere l’anti-eroe omerico zittito da Odisseo, Tersite,

soffrendo mal di testa atroci dovuti a calci in culo e sinusite,

barcollo, senza mai mollare, ai ripetuti cali di energia:

governi corrotti, disoccupazione e riforme inutili fanno una bella sinergia.

 

Giano bifronte è morto nell’utero d’una vita baldracca

che non desidero affrontare coi lamenti striduli d’una checca,

resto da solo, davanti alla tastiera, condannato a smettere di battere a quattro mani,

troppo spesso, sciocco arrogante, m’arrogo d’esser Gulliver tra lillipuziani,

e non considero un disonore, ogni volta, debuttare a fianco d’un debuttante,

significa che l’arte non è morta, infettata dalla necrosi del contante.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Memorie da cavia

 

Gabbia n. 3,

neanche una ruota in cui muovermi

in un mondo che non smette di correre

attendendo veleni, alla fine del labirinto.

 

Gabbia n. 8,

ronzano i silenzi delle fusa,

dormendo sogno un mix di gomitoli

e aghi conficcati nelle iridi azzurre,

affidandomi alla sensibilità delle mie vibrisse.

 

Gabbia n. 13,

irrequieto, incatenato in catena di smontaggio,

osservo il gatto cieco imprigionatomi di fronte

e, dimenticati naturali odii di razza,

vorrei leccare ogni sua ferita.

 

Gabbia n. 19,

marciando lenta verso una foglia di lattuga

fatico a ricordare, senza una casa radicata sulla schiena,

d’essere ancora tartaruga.

 

Gabbia n. 21,

mi hanno strappato entrambe le ali

in cerca di un rimedio contro i mali dell’uomo.

Mi auguro che, almeno lui, mai smetta di volare.

 

Queste gabbie d’ignoti animali,

allestite da menti criminali,

ci sussurrano che nuove sperimentazioni sono terapeutiche

solo sui bilanci delle case farmaceutiche. 

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Il testamento d’un kleenex

 

Dalle vette d'un cumulo di resti mortali

in angosciosa attesa d'esser immessi nelle fauci d'un forno crematorio,

racconto, memoria d'istante, frammenti di storie tristi,

le mie.

 

Nato dal fugace incontro tra bosco selvatico e brand aziendale,

crebbi alla scuola d'un allevatore d'alberi,

addestrato alla morbidezza d'un uso flessibile delle mie cento facce,

realizzando ambizioni d'asciugare gocce di iride d'ogni sconfitta,

di disinfettar ferite dei caduti d'ogni conflitto,

di mondar tracce d'amor viscoso,

di detergere i sudori della fatica d'esistere.

 

Toccandomi d'esser rifiuto d'un consumo distratto,

fantastico sulla reincarnazione in pagina di libro,

nel foglio intonso d'un pittore spiantato,

nella parcella d'un maturo avvocato,

e, alle soglie d'un Acheronte a cherosene,

non vi rimpiango.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Solo la morte potrà far tacere il mio canto

 

Solo la morte potrà far tacere il mio canto

o una reiterata disoccupazione,

un crollo definitivo della borsa di Milano,

l’inizio o la fine di un amore,

un mutuo e un affitto da versare.

 

Solo la morte potrà far tacere il mio canto,

o due anni in cassa integrazione,

un immutabile destino ergastolano,

l’incedere aggressivo di un tumore,

l’istinto a non cercar di non crollare.

 

Solo la morte potrà far tacere il mio canto

o fantasie di beatificazione,

i moniti di un critico nostrano,

i cicli d’un disturbo dell’umore,

l’idea di non dovermi mai fermare.

 

La morte farà tacere il mio canto

insieme ad un miliardo d’altre cose,

non sono uomo da soccombere al millanto

di scrivere in funzione d’altrui chiose,

né mai sarò costretto a vender all’incanto

il mio diritto a non cantare in overdose.

 

     [Il Guastatore, 2012]

*

Provaci tu

 

E adesso, senza fretta tocca a te,

com'è stato mio destino d'un anno insano,

ammaliato dall'ascesa a sentieri

con abnormi rischi di caduta massi,

di attraversamento stambecchi,

nell'ansietà di salite senza corde di sicurezza

addossato al manto roccioso

morto d'inverno, di freddo,

zigrinato dai morsi della tigre;

tocca a te, canaglia d'un lettore,

a scrivere versi su versi

a macinare nubi di polvere pirica,

assassinando i tasti d'un Pc scassato,

d'una vecchia macchina da scrivere,

avvelenando barattoli d'inchiostro,

succhiando nettare direttamente dall'arnia,

abbracciato all'alveare della creazione umana senza schermi.

 

Provaci tu, da stasera, ad abbattere i costi

della tua metrica in job sharing,

a privatizzar l'effetto delle tue licenze poetiche,

a stendere veli pietosi su tavoli autoptici,

e dimmi cosa si sente a vedere che i tuoi sforzi

sian considerati insulsi da branchi di critici assenti

interessati a vender riviste per versare alimenti.

 

Provaci tu, ché - armistizio di Tantalo-

il mio stomaco ha smesso di battere su tasti dolenti,

e, nella staffetta della storia, ho lanciato il testimone nell'acqua

torbida d'uno stagno a tenuta stagna.

 

Provaci tu, a intingere

dita dense di marmellata

nelle fauci dell'orso.

 

     [Galata morente, 2010]

*

Polifemo

 

Chi sei, donna,

divina natura, o umana?

 

Prima di conoscerti, di conoscermi,

straniera, estraniato vivevo tra nuvole,

antri d'antrace, cumuli di pecore,

e, ora, abito, tra i cuori feriti,

macerie di desideri, cieli senza senso

d'orbo in orbace.

 

Nell'eternità reale, novello Polifemo,

mi trovo a risiedere, o meglio, a svernare,

a Monza, una cittadina - modello Guantanamo-

che ride, sarcastica, del mio star male,

occhio per occhio occhio perdente,

ai confini dell'aria, e di Milano;

 

e non mi avvincono, strana straniera, ristoro, o consolazione,

mentre m'infilzo di te, freccia d'allodole smarrita tra le aiuole,

drogato dal sottofondo del digrignare infame

d'un motto di buon senso, che recita,

senza troppe scene, occhio non vede,

cuore non duole.

 

     [Mostri, 2009]

*

Pinocchio

 

Son nato - un mattino-, son nato.

 

Perché non mi hai fatto bambino?

Il mondo non ha perdonato

ch’io sia un burattino.

Non mi lamento. Non manca l’ingegno,

non manca l’ardore, non manca la forza:

m’hai fatto di chiodi e di legno,

ho dura la scorza.

 

Che dirvi, allora?

Fuggite l’amore, nel timor di soffrire,

io, misero burattino, non capisco voi umani:

davvero non riuscite a capire che dall’alto mille fili

vi muovon le mani?

Che cercate di rendere i sogni precari

vivendo l'amore per gioco,

e a me tocca vendere abbecedari

e adorar Mangiafuoco.

 

Che volete bellezza, volete danaro,

vivete in modo assai sciocco:

che anch’io mi trasformi in somaro,

volete, del mondo-balocco?

 

Sentendovi eterni, superbi, godete

d'una libertà senza colpe,

spartendo le mie cinque monete

col gatto e la volpe.

 

Del vostro pensare giammai farò parte

cantare e volar mio destino

scherzare coi versi è mia arte,

io sono Pinocchio, io son burattino.

 

Padre, mi hai dato tutto,

mi hai dato il coraggio

ma se la vita mi brucia,

e mi incendia non è un dramma

indossare armature di faggio?

 

     [Versi Introversi, 2008]

*

Soledad

 

Più che creare una nuova lingua,

culterana, intinta nel barocco iberico,

rannicchiata sulla breve tabla anatomica

dell'acuto medico Luis de Gongora y Argote,

fuori dall'ordinario, nell'amore dei miei mostri

mi limito a cercare idiomi da slinguare,

mettendo all'indice nostalgie da fanciullini

e seti di futuro,

scandendo i passi dei miei versi

al suono del tamburo.

 

Perso tra i fiori dell'immediatezza,

chiuso nelle stanze d'una donna vizza,

bisso la mia fuga dalle finestre del cesso,

uomo indeciso tra noie dell'onore e monotonie del sesso,

non abbandonandomi all'adorazione

del binomio moderno Prozac/Platone,

e scrivo, fascia nera al braccio,

dalle terre solitarie di chi è solo,

senza infondervi coraggio.

 

     [Lame da rasoi, 2008]

*

Passione

 

Sorridiamo insieme, numeri 33,

in anonime corsie d'ospedale,

con camici sporchi stretti da asole improvvisate

sponsorizzati “Azienda Ospedaliera S.Gerardo”

e calze troppo lunghe, anelasticizzate

e giornate troppo corte, sgualcite, bucate.

 

Eppure continuano a chiamare passione di Cristo

tre soli giorni di martirio dimenticando chi paga

una vita intera la responsabilità di un amore sbagliato

con un sacchetto di plastica avvolto,

come un collier di diamanti,

attorno a un cuore sanguinante.

 

     [Underground, 2007]

*

Embolia poetica

Piantato nel cuore stiletto scrivano

non lasci fluire ematico dire alla mano.

 

Nelle urla, marciando a vuoto sulle corde di chitarra stonata,

senza farmi tornare desiderio di correre

senza far scorrere dentro di me desideri di tornire versi maldestri,

urli, straziandoti i volti di lacrime, raccattando monetine  a saldare i tuoi debiti,

con nuovi debiti, su nuovi debiti, ancora.

 

Piantato nel cuore stiletto scrivano

non lasci fluire ematico dire alla mano.

 

Non scambi nelle agenzie di cambio dei mercati neri

i talenti di nessuno, con nessun talento

orientando bussole, e stelle, nella direzione d’oriente

di nessun cambiamento.

 

Piantati nel cuore stiletti scrivani

lasciate fluire ematici dire alle mani.

 

     [inedito, 2017]

*

Il medico dei matti

 

Dopo anni, la mia insana curiosità mi ha costretto a ritornare dal medico dei matti,

son sempre stato interessato a definire i confini tra mie inadeguatezze e società anti-sociale,

se l’esimio dottore mi rasserena, ogni tanto, sull’inesistenza, in me, d’ogni malattia mentale

riesco a scucire 80€, a seduta, con fattura, senza avere i muscoli contratti.

 

Questa volta l’illustre luminare, che illumina il buio del mio vuoto esistenziale,

mi ha avvinto d’uno sguardo fulminante, dicendomi «lei si è arreso», lei che era un combattente,

non riesco a non ammettere di dover registrare, nella sua espressione, una sindrome confusionale

che blocca la sua bravura al non far niente.

 

Domando, imbarazzato dall’aver deluso il mio utente bancomat favorito,

«come facciamo a rigettare addosso tutta la responsabilità del mio star male

ai danni sicuramente cagionati da anni e anni di costante impasse sociale?»,

non vorrei si diffonda la notizia sia mia la colpa d’essere impazzito.

 

Pontifica il medico corrucciato, «No, non ha seguito i miei comandamenti:

a] dire sempre ciò che crede, senza tenersi dentro emozioni stressanti,

b] metabolizzare, finalmente, che ha la sfortuna d’esser circondato da troppi deficenti».

Quindi, subito mi scappa, «sono, dunque, a rigor statistico certo d’avere un deficiente davanti».

 

Col medico dei matti non funziona, è una iattura,

ogni forma d’insulto è inclusa tra le voci di fattura.

Se voglio cominciare a smettere di buttare via danari

conviene che riinizi a dare dei cojoni, aggratis, a artisti e a critici letterari.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Santo cielo, perché assomigli a Bukowski?

 

Non è semplice stare alle 2.25 di notte, con davanti un drink, a battere sui tasti,

non vorrei mai che i miei detrattori, oi parassitoi, mi accusino di scimmiottar Bukowski,

dato che sto leggendo Santo cielo, perché porti la cravatta?, dove non c’è una traduzione di Tiziano Scarpa,

restando – mi capite- in termini di abbigliamento, in una giornata dove Aldo Nove, alias Antonio Centanin,

ha mandato via Facebook dei baci alla mia donna, e dove la moglie di Peppe Lanzetta mi manda

Simplified Molecular Input Line Entry Specification, sempre su Facebook,

e manca solamente Paolo Nori, che, fortunatamente, non ha un account accreditato.

 

Poi Ambra, in crisi mestruale, sbrocca e mi accusa che i grandi della letteratura danno retta solo a me,

senza che io abbia mai ricevuto lettere da Manzoni, da Foscolo, da D’Annunzio, almeno da un Federigo Tozzi,

o da un De Amicis, o da un Collodi, o da un Fabio Volo – sono tutti morti!-, e mi costringe

ad andare in gita all’Ikea, a comprare Köttbullar e Kycklingbullar, con salsa al rafano,

e io accetto, in funzione anti-acquisto di mobilio in avanzo: librerie, mobiletti, fiori di legno svedesi.

 

Però Ambra è uno splendore di ragazza, e mi ama, anche se assomiglio davvero a Bukowski:

mezzo butterato, mezza vita trascorsa nei magazzini, mezzo amore regalato a troie senza cervello.

Mi mette a dieta, volontà di farmi sopravvivere ai miei 90 kg, scrive cose bellissime,

che ricordano Paolo Nori, o Aldo Nove, o Peppe Lanzetta, o Ivanovijc Pozzoni,

mi conduce con un guinzaglio d’amore alle mostre d’arte moderna, Pollock o Pollon non ricordo,

e quando piscio fuori dal vate – come tutti i maschi mediterranei- e mi difendo artisticamente  

affermando il mio diritto ad una oxidation painting warholiana sul pavimento non si arrabbia troppo,

è una donna post-moderna, col terrore della muffa e della noia, con uno splendido culo.

 

Questa notte, dopo aver creato il ventesimo utente Google Chrome, sono in crisi d’identità:

sono Mollorso, Topis, Caterina da Siena, Ugo di Vieri, Giovanni Berchet, Giovanni Battista o Gesù?

Sono Novgorod nel XIV secolo, il duca di Brabante, un mongolo dell’Orda d’oro,

Stefano Nemanja di Raška, Nicola Bombacci, Ingvar Kamprad o un bicchiere di Amaretto tarocco?

Forse, stasera, assomiglio davvero a Bukowski: e, allora, si fottano i miei dieci lettori,

e l’unica che non si fotta, Ambra, col suo sorriso urgente che – lei non sa niente-

da una settimana sta sostituendo il Daparox.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

L’impiccato

 

Quando ti è venuta a mancar l’aria,

strozzato da bollette, fatture, decreti ingiuntivi,

dalla recessione, creata ad arte, da un capitalismo mobile

interessato a mandare a fondo nazioni intere

con la celerità inafferrabile dei movimenti informatici in rete,

e ogni banca, sempre disposta a mendicare aiuti,

ti ha rifiutato l’elemosina di un sostegno,

e ogni strozzino, sempre disposto a conceder credito alla fame d’aria,

ha rassegnato le sue dimissioni,

e ogni ufficiale giudiziario, distratto dal sogno di diventar docente

di diritto romano in Università Statale,

ha disseminato di sigilli i tuoi incubi,

e ogni amico, assillato dal terrore di raggiungerti

nella zona rossa della cartografia dell’inferno,

ha rinunciato a dare ascolto ai tuoi noiosi rammarichi,

e ogni senso della vita ha deragliato dai soliti binari,

boicottato da bollette, fatture, decreti ingiuntivi,

trovasti come rimedio, contro strangolamento finanziario,

l’ultimo respiro d’impiccarti a un albero. 

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Immobilità insostenibile

 

Punti esclamativi verso un mondo a mobilità insostenibile,

che ci trascina, di due / tre metri sul solido asfalto,

a riflettere, dalle superfici delle acque piovane,

sul covar ribellione, contro i miti di sabbia e di vento.

 

Amo il traffico,

intenso scambio d’astensioni intonse col ventre molle dei margini urbani,

nell’idea d’un’umanità incolonnata da schiavisti,

nell’ombra, servo dell’urgenza di scatenar uomini tristi,

incollati a sudati volanti.

 

Amo ogni affollamento, nelle strade e nelle spiagge roventi,

metro d’annichilimento d’insipidi istanti,

destinati a ricaricar batterie di fantasmi

arrancanti verso mesi efficienti.

 

Amo, inquinamento, e incidenti,

noiosa mosca bianca cocchiera, annegata in boccali di birra al Malthus,

nella certezza che - me incluso- decrementino i rischi di fiasco

d’efferate leggi di Darwin.

 

Punti esclamativi su mondi a immobilità insostenibili,

abili a render diversi i conformismi sommersi. 

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Gli occhi della morte

 

Mettete, nella bara, i miei occhiali, bacchette a fildiferro,

in modo che riesca a vedere in faccia madama Morte,

di modo che riesca a vedere

l’uomo di Neanderthal camminar sui monti,

milioni e milioni di schiavi costruir mausolei

di ricchi sciacalli nelle valli del Nilo.

 

Mettete, nella bara, rivoli di sbavature d’inchiostro

sui dorsi della mano, i denti dei miei bimbi

incastonati in una crosta di Grana Padano,

e i miei occhiali, lenti anti-riflesso,

in modo da riuscir a stringere tra dita ossute

una vita che si sottrae,

tramutando campi di battaglia in campi santi,

affinché riesca a vedere Cesare, al limitar del Rubicone,

frenare cavalli e dadi, i morti di Crociate,

monaci e monatti.

 

Mettete, nella mia bara, le lacrime di un foglio

in carta formato A4, i miei libri non scritti,

i miei occhiali – da calcetto-, montatura anti-rottura,

cosicché riesca a rimbalzare contro i muri neri del silenzio

senza ributterarmi il viso,

in maniera da riuscire a vedere indiani correre

nelle distese dell’ovest americano,

a tirare i baffi a Stalin,

a metter dita nell’occhio celeste,

Didimo novello.

 

Mettete, nella bara, occhiali sui miei occhi chiusi,

aiutandomi a non morire, come uomo,

aiutandomi a smetter di dormire.

 

     [Il Guastatore, 2012]

*

Blow-job

 

Per me, sarebbe più facile vivere d'idee,

di niente, o da niente, che morire,

giorno dopo giorno, dietro tristi scrivanie,

inalando angoscia, e odio.

 

Per me, sarebbe più facile, dimenticare,

smettere di amarti,

che ricordare quei tuoi occhi da mare mosso

che ho navigato, giorno dopo giorno,

che ho visto splendere, splendere, rifrangermi,

nel buio accecato d'una vecchia aula di liceo.

 

Prendi in bocca i miei incubi, i miei dubbi

e soffia, soffia.

 

     [Galata morente, 2010]

*

Groenlandia

 

Per alcuni anni, sei anni intensi,

mi è bastata un'armatura zincata,

con lamine in fitta ottonatura, senza ottonari,

a scacciare i mille, e mille rifiuti,

in università, nel mondo del lavoro,

nel circo  delle donne,

a dimenticare danari, carriera, casa,

fanciulle e madri,

carico d'attese deluse come animale da soma,

schiacciato a terra da attese inumane, celesti.

 

Ma, la mostruosità della sofferenza,

la terribile beffa del dramma,

lontane dall'essere occorrenze eroiche,

si nascondono nelle nostre case,

imbevono d'aceto i nostri animi,

nella banalità dei lunedì mattina,

nella normalità d'un fine mese (scarsamente) retribuito.

 

Messo a terra il mio scudo,

levata di dosso la mia corazza,

attendo, indifeso, l'ultima vostra freccia.

 

     [Mostri, 2009]

*

Mi d’oppio

 

Non riesco a cantare senza stonare,

ciò che non siamo,

non riesco a non andare oltre,

con la mia mente, nella mia mente,

correndo il rischio di intrepidi doppiaggi,

correndo il rischio di sembrare indifferente.

 

E, nelle sere vuote d'ogni stima,

m'han contagiato i mali della rima,

medico matto, senza ricetta né medicina,

conservo i miei neuroni in vaselina,

per render certi discorsi convincenti,

nel metterlo nel culo ai deficienti.

 

Non riesco a cantare senza stonare,

testa dura, coscienza che non brucia,

intatta, scartavetrata come il sedere

d'un bimbo, seduto, sopra a una grattugia.

 

     [Versi Introversi, 2008]

*

Sono nudo

 

Poeta d'istanti, addormentato nell'anima torbida del novecento,

artista distante, instradato, di notte, tra i risvolti del nuovo millennio,

continuo a vedermi nudo - eroe nascente, aurora d'ombra- senza armatura,

smarrita nei cubicoli del non-so-dove.

Chiuso fuori da armadi ricchi di nuove vesti,

sbatto il muso contro ante e -anta in avvicinamento, e,

chiave sullo stomaco in attesa di trovare una dolorosa via d'uscita,

non riesco a aprirmi.

 

E, il freddo anestetizza la mia voce,

le mie mani si fanno smorte,

in cerca di vesti  da indossare

nel mio ruolo triste da buffone di corte.

 

     [Lame da rasoi, 2008]

*

L’albero di natale

 

Prendi la mia mano

bambino africano

bambino indiano

bambino slavo

sollevati dalla culla di rame e filo spinato,

smetti di dormire

bambino africano

bambino indiano

bambino slavo

coperto da stracci dei cassonetti Caritas.

Padre lavavetri, e madre battona,

bambino africano

bambino indiano

bambino slavo

forse gli uffici postali ti recapiteranno,

entro Gennaio, doni degni di un re (esiliato);

non morire

bambino africano

bambino indiano

bambino slavo

nell'attesa del sorriso dei vincenti,

i nostri occhi si accendono ad intermittenza,

e i nostri cuori sono spenti.

 

Gli alberi di Natale non mettono radici

nelle strade cementate delle nostre città

racchiuse nei ghiacci di emozioni congelate.

 

      [Underground, 2007]

*

Caronte, in riva al lago

 

Seduto su una roccia, in riva alle acque turbolente

macchiate di ricordi del mio Lete lacustre,

mi tramortisco col rumore ombroso delle onde

che cantano dei miei vent’anni, d’amori e attese blande.

 

Cerco un Caronte astioso e ansante,

che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente,

rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante,

scorbutico maleducato, rude bifronte.

 

Cerco un Caronte, un Caronte vero,

temerario consulente abituato a transumanze d’ogni genere,

con remi, barba stanca,

obolo di scorta che difenda all’arma bianca.

 

Seduto su una roccia, rinvio a domani

l’insulsa immaturità delle mie mani.

 

     [inedito, 2017]

 

*

Oggi è il giorno dell’amore

 

Oggi è il giorno dell’amore e la notte dell’odio,

ché sulle mie ferite da britanno azzurro hai da versare litri di tintura di iodio,

è da due anni che ti trascino di casino in casino

come se fossimo separati dalla densità del muro di Berlino,

e, a scavalcarlo, amore mio, ci vorrebbe un aviatore

impermeabile ai colpi secchi di mitragliatore.

 

No, Princeza, non siamo Neruda, Lorca, e nemmeno Prévert,

meglio, che ad essere essi finiremmo sul dorso di una tshirt,

nello star system dell’arte va ieri Majakovskij, oggi Evtušenko, domani Tranströmer,

io e te restiamo e ci lanciamo in cielo con l’energia drastica di un booster,

non c’è uno ieri, non c’è un oggi, non c’è un domani

tra le stelle non rombano attoniti i motori degli aeroplani.

 

Oggi è il giorno dell’amore e la notte dell’odio,

c’è da infilarsi una muta e fingersi artista anaerobio,

tratteniamo il respiro e respiriamo ciò che tratteniamo

l’anossia cerebrale di chi ci circonda non consente reclamo,

ascoltami, conviene convincersi a smettere di respirare,

forse, accodarsi all’idiotismo dilagante non sarà un brutto affare,

la catena te la stringono al collo se ti adatti al collare.

 

Sei riuscita a farmi scrivere una ventina di versi senza nessuna trivialità,

mi hai costretto a mantenere, senza multilevel, la mia forza di gravità,

gravis, dall’etimologia latina o dal sanscito gur-ús,

e mi fai far fatica a far coincidere in rima gur-ús con virus,

il sanscrito tollerava la variante di andar a dar via il gur-ús,

e il milanese, invece, si applicava a fagh la barba al Negus,

intorna al bus del conquibus (pecunia non olet).

 

Il mondo ci ha costretto a cantilenare, senza regole

a lavorare, senza regole ad invecchiare, senza regole

come un Saturnino e un Glaucia condannati a asciugar le tegole

da incollare, senza troppa convinzione, sul tetto della Curia Hostilia

in attesa di esser lapidati dopo aver commesso una quisquilia:

tu scrivi poesia in prosa e io prosa in poesia,

come dar via il culo o darla via,

questa cazzo di poesia.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Campione d’incipit

 

Dopo attenta osservazione stilistica, con l’aiuto d’una valida filologa

ho scoperto, finalmente, d’essere un campione d’incipit:

i miei titoli sono incisivi, i miei versi canini,

servono entrambi a mordere il sedere ai burattini,

senza rompersi, - l’amica ironica Carla De Angelis mi sgrida,

se uso termini sboccati- nell’Arcadia moderna sono apprezzati i sederi,

i culi non sono ancora sdoganati (mi immagino un culo alla dogana:

«Qualcosa da dichiarare?» «Prrrrr», la risposta che l’onesto cittadino

dovrebbe concedere ad ogni question time parlamentare).

 

Chiusa parentesi.

Le poesie con le parentesi avranno un significato filologico,

avranno un filo logico, un feeling logico, tipo di chiudere il pubblico

fuori dalla pagina o fuori dalla porta di casa, non lo dobbiamo soddisfare,

in fondo, attualmente, il lettore non ci garantisce da mangiare,

e io mi specializzo in incipit, lancio un titolo, e se la veda poi l’astante,

ci risparmio in carta, inchiostro e costi da stampante,

titoli tipo Dall’euro alla neuro, Vate vobis, o Cinese ucciso a coltellate: è giallo,

lo stesso Hemingway non si sarebbe sparato in bocca se avesse avuto un intervallo,

anzi, lo stesso Hemingway non si sparava in bocca se aveva un intervallo,

magari scrivendo solamente incipit, e godendosi la fatica d’un lettore in stallo.

 

Insomma, un campione d’incipit è simile ad un campione d’urina,

entrambi analizzati, l’una con GC/MS, l’altro con la vaselina,

non mi consigliava male mia madre – da ragazzo- di trovarmi un mestiere,

non studiare!, non sarei mai stato obbligato a regalare il sedere

a critici, a direttori d’azienda, o a marinai d’acquasantiere,

a cantar fuori dal coro, a pisciar fuori dal vate,

perché Ambra si incazza se trova le piastrelle del bagno colorate. 

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Clochard

 

Saremo buffoni davanti alle lacrime di Dio,

incanti a tempo determinato con un casino di idee in testa,

sotto sterno,afferrati dalla frenesia di crescere, crescere,

avendo coraggio di clocher sulle orme del terrore dei vinti,

avendo coraggio di odiare miseria, violenza, brutalità, schiavitù.

 

Pensando cento, e mille cose,

saremo sfuggenti come carta stagnola nell’olio,

saremo velenosi come antidoti d’angoscia,

contro chi sfrutta, contro chi affama

contro chi ammazza, contro chi annienta.

 

Mi auguro di non risentirci:

il risentimento annichilisce i cuori.

 

Risate!

 

                      [Patroclo non deve morire, 2013]

*

L’anoressia d’Ifigenia

L’altare mediatico innalza ai cieli odori di morte,

cibi scotti da insaziabili divinità catodiche,

mai sazie di bellezze eteree.

 

E tu, novella Ifigenia,

seduta a tavola, in silenzio,

non canti come usignolo,

nessuna forza d’alzarti in volo.

 

Pronti, i bisturi sacrificali da vita trendy,

tintinnano assonanze «emaciato / denaro»

nei mondi diafani d’infinita sfilata.

 

Ma tu, novella Ifigenia,

venduta da Padre schiacciato da smanie di telegenia,

chinata su un fianco vomiti e vomiti su utopie da rinfranco.

 

Piangiamo.

 

Predoni voraci, di che siete capaci,

se da vite aleatorie ricavate vittorie?

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Una moneta

Per ogni consulenza gratuita,

inserite un euro nel mio salvadanaio di cristallo,

smettendo d’associarmi alle vostre iniziative:

non ho altro colore, se non un bianco cadaverico

che riesce a tenermi in vita,

abbinandomi, a stretto contatto, con i morti.

 

Gettate una moneta nel cestino delle offerte,

e entrate nelle segrete dei miei occhi strani,

ove rischiaran tenebre nell’attizzarsi delle fiamme di tramonti urbani,

dove rabbuian sorrisi schivi d’aurora boreale,

ove ululano cani rattenuti dai cancelli automatici delle villette a schiera,

dove i mostri smettono di dormire,

avviando iniziazioni canore, sadiche di bullismo.

 

Per me, ragazzo seduto ad elemosinare davanti all’Università,

senza nessuna Chiesa al di fuori dell’altare del mio talamo,

senza nessuna sede di Partito, senza nessuna fede,

mettete una moneta,

certi d’un investimento degno d’azioni Lehman,

mettete una moneta, rischiando la sfortuna.

 

Per me, salice secolare seduto a terra

tra le radici d’un mondo in fiamme,

mettete una moneta.

 

     [Il Guastatore, 2012]

*

Fuori dal tramonto

Prima del cadere d'un sole freddo

tra le cento braccia d'Ade addormentato,

ci siam trovati, tutti,

avvinti nel silenzio di un  venerdì sera d'atmosfera natalizia,

davanti ad un cielo mestruato,

sterile, forse, rosso dalla rabbia di non esser madre

di dèi, di vittorie, o di mattine senza dolore,

davanti a un cielo tanto livido da annichilire tutti

i nostri sogni d'inventario.

 

E il dubbio di essere contagiati,

per un momento, fugace, per un attimo solo,

dalla serenità di esistere nei magazzini d'un'area industriale,

ci attanaglia, dimentichi di doverci vivere

anche fuor di metafora, fuori dal tramonto.

 

     [Galata morente, 2010]

*

Donatore sano

Non sono nessuno, niente,

nell’ansia anoressica

d’aver accesso, cesso malmesso

all’anestesia beffarda dei vostri ardori,

donatore di cuori,

tra sterili camici, clisteri e dottori.

 

Niente elmi, niente corazze,

contro colori violenti di sorrisi da attrici,

nessuno scudo, niente schinieri,

ma la bellezza, sconfitta,

di mille e più cicatrici.

 

Canta, solitudine d’un’anima irriverente,

trovata morta nell’anticamera dell’esistenza,

tra conati di vomito, vestiti trendy, e

mari madidi d’indifferenza.

 

     [Mostri, 2009]

*

Guardami

Non correranno mille, o ancora mille anni

davanti ai nostri occhi di miele,

e di lama d'amianto.

 

Guardiamoci, ora, e dalle nostre lacrime

esca tutto ciò che abbiamo dentro,

nuvole di sabbia dalle nostre iridi.

 

Pazzia, deliro, follia.

 

Bevi questi versi quando i tuoi cieli

saran disarcionati dalle stelle,

quando il terrore ti ridipingerà la fronte,

quando risentirai i morsi d'un'angoscia color ruggine.

 

Ci saranno, allora, i miei muscoli di latta,

a confortarti, e a stringerti in abbracci,

metallici, incandescenti.

 

Fidati di chi è tornato dall’inferno,

crocifisso sul seno turgido d'una baldracca ingenua,

ricordandoti di me: è un urlo.

 

Guardami, di nuovo,

e niente altro.

 

     [Versi Introversi, 2008]

*

Non nominare i nomi

Misericordia, tu, mi hai chiamato, dono di Dio,

in un idioma caucasico freddo di steppa, taiga,

tagliente come lamette da barba abbandonate

a arrugginire nel lavandino.

 

All'odore delle tue mille voci, mi sono erto, scimmia evoluta,

incamminandomi scalzo su sentieri di vetri acuminati,

senza riuscire a sentire i tuoi richiami,

addolciti da frementi herz nell'etere marino d'onde radio,

senza riuscire a insabbiare i tuoi misteri stressati,

camminando sulle mani, ossa rotte, testa china,

cercando amore nelle mie viscere, macellaio scontento,

cadendo, assaporando il momento di rialzarmi.

 

Ho urlato tanto, invano, senza che ti rendessi conto

di come soffrano maree, scoiattoli, satelliti, noi, esseri umani,

senza che ti voltassi all'abbaiare del cane, all'ulular del vento,

ai battiti della tastiera; e stando zitto, adesso,

nel silenzio ti costringo ad ascoltare.

                             

     [Lame da rasoi, 2008]

*

Metropoli

Io non dimentico i tuoi silenzi

e le mie tattiche sconsiderate

...non ti dimentico...

imbuto, affilato come rasoio,

che travasa certezze e dolori

ma, non vedo, se da dentro o da fuori;

amore, che nulla rimedia in attesa che vita,

si discosti d'un balzo, ferita.

 

Nelle città imbuti e amori,

non corron incontro ai menestrelli,

e i menestrelli, di norma, non cantano

d'amore e d'imbuti.

 

     [Underground, 2007]

*

Mito-lógia

Pensare d’esser contadino di semi d’angoscia

su una terra dura come monumento funebre,

distribuendo sale sulle anime dei vivi,

le anime dei morti sono meno sfuggenti.

 

Pensare inquietando, a vicenda, le nostre inquietudini,

«effringere ut arta / naturae primus portarum clausura cupiret»,

non smettendo mai di bussare alle finestre dell’amore smarrito,

con la bellezza effimera dello shoe-shine.

 

Pensare, straziati di lacrime come una madre davanti alla bara d’un bimbo,

senza barare, novelli Yudhishtira, ai dadi del Dharma,

crollandosi addosso tra i frammenti ossei del nostro scrivere,

osservando cianotici volti.

 

Pensare, e continuare a farlo, minuscole divinità creatrici del divino,

mito-logiche chimere sbranate dall’occhio di giada della tigre,

senza mai afferrare i mille sensi della vita.

 

     [inedito, 2017]

*

Mamma, sono un autistico

Mamma, sono un autistico, non un autistico dell’azienda trasporti municipale

so che nel tuo cuore di madre hai sempre sognato di sistemarmi da statale,

senza la preoccupazione del cartellino da timbrare e della disoccupazione

a fare diciotto ore a settimana, tre mesi in ferie, con l’ansia di defiscalizzare la ripetizione.

 

Mamma, sono un autistico, la sfiga ha deciso di incoronare, me, scrittore

no, ma’, non scrivo rimedi terapeutici, senza fattura, come il dottore,

ti ho spiegato cento volte che mi occupo di endiadi e allitterazioni

dialogo, ogni notte, coi fantasmi e comunico coi marziani,

e, oramai, come il Villa, no ma’, non il prestinè di via Mentana

mischio latino, dialetto, italiano medio da navigata cortigiana.

 

Mamma, sono un autistico, discetto in distico, o in anapestico,

ma va’, che hai capito, non sono mica diventato spastico,

al massimo flessibile ed elastico, lo dice anche la troika,

sbattuto nella vita con un razzo come fossi Laika,

vittima della mancanza di comunicazione dell’ambiente artistico

inchiodate, all’incontrario, sul mio cenotafio l’epitafio: «Qui giace un autistico»,

siccome nessuno riesce a prendermi in qualsiasi verso

o ma’, nun scassà o’cazz, sono un diverso.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Mala temporella currunt

Mala temporella currunt, i tempi dell’artista raccomandato,

senza ricevuta di ritorno ad uno stile insanguinato,

i tempi delle crocchie editoriali, degni epigoni del cucchismo,

- Cucchi esordì all’Inter nel lontano 1982- un maestro d’antan-(agonismo),

i tempi delle sensuali scrittrici in versi, prostituite alla sintassi

versate, inoltre, con editor, redattori, dirigenti, a collaudare materassi,

i tempi delle riviste nazionali aperte a cooptazioni

almeno io mi vendo a tutti a 20€, senza rotture di coglioni.

 

O temporella, o mores! Le mie Catilinarie post-moderne

annoierebbero persino Cicerone, se non Catone,

novello uticense utente, vittima di un’editoria latente,

distinta in microeditoria, condizione di scarsità di risorse,

e macroeditoria, causa aggregata di scarsità di sonetti,

e, ultimamente, in necroeditoria, bene ipse dixit Ceronetti.

 

Mafia tempora currunt, et temporella fugit,

Marchesi se ne avvide in tempi di repubblica,

il Cavaliere se ne avvede in tempi di monarchia,

mafie, camorre, ndranghete s’agglutinano anche nell’editoria,

l’atelier è dell’artista alla moda, dell’artista sbarbato,

io, sempre vestito da barba, non verrò mai apprezzato,

non mi ruga sul collo il cartellino del prezzo

come Fantozzi, azzurro di sci, a Courmayeur (credevate, a Cortina D’Ampezzo?).

 

Mala temporella currunt, i tempi dell’artista ermetico

che non incellofana i suoi libri insieme a tubetti d’anti-emetico,

i tempi del tutto gratis, del tutto dovuto, del tutto diritto

tutto diritto, ci pensa Rocco a pub(bl)icare il manoscritto,

dimenticando, senza commenti, che anche Dante Alighieri

dové leccar molti sederi, nel reperir finanziamenti.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Radiobàn

Siam caduti entrambi nella crisi, crisi doppiamente,

crisi del mondo occidentale e crisi del mondo occipitale,

messi sotto stress mortale da due transizioni transeunti

l’una dall’esterno verso il nostro schiacciamento, soffocamento,

e l’altra dall’interno, incontro alla nostra implosione,

minuscole schegge di acciaio, detritate, sbuffate via dai venti dell’est.

 

La tua voglia smisurata di sparire misura la mia ansia d’abbandono del posto fisso,

batti i chiodi nelle mie mani, messe a croce, con i tuoi scontri,

crash-test dei tuoi sogni da ragazza, contro il muro di una vita

che cammina troppo avanti, rottamandoti, rott-amandoci,

lo stesso muro, anche mio, visto dall’altro lato dell’oblò di un aereo che decolla,

che mi chiama ad essere, barone rosso, solo e senza paracadute.

 

Caos totale, sbalzi d'umore, attacchi di panico, angoscia, speranze improvvise,

ricadute, rialzate, ricadute, rialzate, ricadute, casino totale, baby, casino totale, tilt.

Non uccidiamoci, davvero, non uccidiamoci a vicenda:

io ho ancora la mia forza di sognare, riafferrandoti dal disincanto,

e tu di slanciare una mano alta, nel cielo, facendomi credere di riuscire

a tenermi in sospeso su un aereo in fiamme.

Non uccidiamoci: la vita è breve, e le ferite che non ci uccideranno,

ci faranno sopravvivere, e morire a stento.

 

C’è il cruccio tardo-moderno del rischio di innamorarsi o non innamorarsi?

A te rimarrà una strada dimenticata da tutti, su cui consumare i tacchi

delle scarpe che ti facevano male; a me resterà la bella storia da raccontare ai figli,

ai nipotini che non avrò mai, che sarà valsa la pena annientarli,

pur di cercare di averti al mio fianco.

 

[fine delle comunicazioni serali]

 

                              [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Il Grigio

Passando tra le scale d'una casa comunale,

straniero, troverai un tesoro d'ossa e carne fuori dal normale,

svezzato, nelle notti d'irridente Primavera,

a bottiglie di Barbera.

 

Bambino scalzo, sandali di neve,

allevato a calci in culo da un amore che non vide

il terrore nei tuoi occhi incrostati di smeraldo,

dentro a fondi di bicchiere comperati in saldo.

Uomo senza denti, sorriso stentato,

non lasciare che vendano i tuoi intenti nelle sale d'un'asta d'antiquariato,

non lasciare che ridano dei tuoi vestiti stinti,

delle tue storie d'amore caotiche come labirinti.

 

Passando tra le scale d'una casa comunale,

straniero, troverai un tesoro d'ossa e carne fuori dal normale,

svezzato, nelle notti d'irridente Primavera,

a bottiglie di Barbera.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Fermiamo tutto!

Fermiamo tutto,

vogliamo scendere dal treno

che arranca, fermata dopo fermata,

arresto dopo arresto,

i binari non arrivano mai ad essere tangenti,

alloggiati, senza comodità, sul carrozzone

di un ente statale, di un’azienda multinazionale,

delle sedie di una riunione condominiale,

sul carrozzone di coda è meglio, dicono,

nel caso di incidente avremo la fortuna

incontrovertibile di defungere di morte cerebrale.

 

Fermiamo tutto,

vogliamo scendere dall’ottovolante,

che danza, e balla, e gira su se stesso,

mettendoci a testa sotto, e a culo in fuori,

lontani dal vincolo del riflusso delle liberalizzazioni,

libertà di uscire dal mercato del lavoro,

rifiutare corone d’alloro, ruttare a un concistoro,

contestando IVA, IMU, IRPEF, ILOR, TAV

Tavor e Serenase, assunti a urgente necessità

a ogni smania di steccar fuori dal coro.

 

Fermiamo tutto,

basta, stop,

ce lo chiede l’Unione Europea dagli angoli scuri d’un porno-shop,

ce lo chiedono milioni di barboni dalla società americana

lieti di accompagnarsi alle migliaia di nuovi soci della Caritas ambrosiana,

ce lo chiedono i docenti d’economia, i maestri di finanza,

disponibili a tradurre la disperazione della gente in ordinanza.

con l’obiettivo, finalmente, di delocalizzare dall’area ungherese

i centri di una grande industria, installandoli a Termini Imerese.

 

                         [Il Guastatore, 2012]

 

*

Motherfuckers

Nell'acqua della mia fontana

contaminata da stinto diserbante,

messa alle strette da sterili

correnti di liquame deodorato,

s'è sdraiata, nuda, una battona,

come fiore smaltato, conturbante

nato, da prati di nobili sentimenti,

su un monte di Venere rasato.

 

Dell'acqua della mia fontana,

testata da strumenti di depurazione,

nessuno è in grado di vedere il fondo

senza toccar con mano

un cuore sanguinante da puttana,

nell'ansia da divieto di balneazione

a cui, oggi, è condannato un mondo

costretto a cento all'ora, senza freno.

 

Dall'acqua della mia fontana,

resa indecente dalla mota,

turbata dalle onde d'una storia

messa a cantare controvoglia,

s'asciugherà una voce ciarlatana,

che, acquistata quota,

coi ritmi lenti da giaculatoria,

saprà scandire il tempo alla battaglia.

 

     [Galata morente, 2010]

*

Cecchina

Negli angoli nascosti, bui, del tuo cuore diroccato,

si nasconde, in tuta mimetica

da camaleonte albino,

un infallibile cecchino,

che, senza mira, senza mire,

abbatte sagome di cartone, col mio viso,

increspato di dolore, coi miei occhi,

specchi del terrore della povera gente.

 

Per me, nessun cedimento,

non tentenno non mi giro, di schiena,

davanti al tintinnio bruciante dei tuoi sguardi

di ghiaccio secco, ma ti fisso,

nelle iridi livide da cosacca,

mentre premi il grilletto,

e sparisci.

 

     [Mostri, 2009]

*

L’attestato

Poeti, cantautori, uomini d'arte,

son desolato di non riuscire a vedermi consacrato

nei righi candidi, tratto arabesco, d'un attestato.

 

Non ho salvacondotti metrici racchiusi in un cassetto,

della mia razza, Dio santo, son stato unico - l'ammetto!-

ad aver cercato di scarabocchiare i miei schiamazzi in reti da bracconiere,

nel desiderio matto d'evitar foglie d'alloro, e carote nel sedere.

 

Poeti, scrittori, imbianchini stanchi,

artisti da baccellierati

non siete stufi di vendere, al metro,

i vostri gioielli grafici

i vostri starnuti poetici

come carta d'apparati?

 

Dal mio dolore, dalle mie sconfitte,

non scorgo orizzonti mistici di vendetta:

il calore infernale della fama non m'abbronza,

in cerca, al massimo, di rime baciate

con seriche terzine della Fiamma Monza.

 

Poeti, cantautori, cattivi samaritani, autori di corte,

son desolato di non riuscire a affezionarmi ad attestati,

della mia morte.

 

     [Versi Introversi, 2008]

*

Poeta triste

Poeta triste, mi chiamate,

certi delle vostre serenità incartate,

con nastro isolante, senza smettere di cercarmi,

nelle vostre serate di dolore,

addolcite, come biscotti intinti nel caffé d'orzo,

dalle lacrime indaffarate di chi muore.

 

Poeta triste, dall'incavo delle mie mani

nascono torrenti fluidi di rime,

e intarsi, tinti da rancori urbani,

che non mi salvano dalla desolazione

di decidere tra zone d'ombra

ed un posto al sole,

nella coscienza che i miei versi

non si acquistino, come le bibite,

ad un distributore.

 

Poeta triste, mi chiamate,

vittima di mutui soccorsi

rimborsati a rate

da canzoni d'occasione

vendute senza sconti,

su occasioni incaricate

a far tornare i vostri conti.

 

Ma io rido, menestrello stanco

di non riuscir a smettere

di far girare le mie palle,

come inesperto saltimbanco.

 

     [Lame da rasoi, 2008]

*

Dateci voce

È scritto nel destino:

consuma diottrie

i tuoi mesi i tuoi amori e mille emozioni

sui doni dei morti,

voci, ibernate, d'esistenze nebbiose.

Chiudi fuori realtà e sorrisi,

sguardi indecenti, incenso;

rifiuta successi, o, in eterni ritorni

di sconfitte insensate abita insicurezze.

Il mondo, ora, è in una stanza,

tra estratti, libri, libertà

e desideri d'occhi azzurri.

 

Quando sarò, reperto archeologico,

nella mia ultima stanza di due metri

sotto tubature fili del telefono radici,

vermi, ratti e residui tossici

datemi voce.

 

     [Underground, 2007]

*

Plotone d’esecuzione

Preso dalla mania del logos, davanti a fucilazioni d’endecasillabi

tra ammiratrici fantasma e richieste editoriali (di denaro),

mi rivelo scrivano di mezzi versi,

dove nuvole corrono dietro ai vetri d’un magazzino Gdo,

al sicuro dalla tracotanza dei carrelli elevatori.

 

Frammenti di metro rinchiudono, in corto circuito, vivaci istinti,

istanti di vita, rivestendo di Summer has come (sumer is icumen in),

a canone élite, banalità, disinganno, anarchie mascherate contro i dilettantismi

da liberoverso / liberitutti.

 

Mi sento vecchio di mille anni, claustrofobico monaco immerso

nel rancore di non scrivere di me che scrivo,

nelle acque dello stagno d’un Narciso teramano,

abitando ruvide cene aziendali come fossero occasioni mancate.

 

Preso in ostaggio dal dubbio,

mi decoro di silenzio.

 

     [inedito, 2017]

*

L’eredità

Su una famiglia borghese dell’onorata società

è capitata, tra capo e collo, una sorprendente eredità,

una vecchia zia di cui tutti, incluso me, di nascosto, tifavano la morte

decedendo ha lasciato ai suoi nipoti danari, appartamenti e gioielli in cassaforte,

e i nipoti, intelligentemente, lontanissimi dal mettersi a brindare

hanno iniziato a litigare.

 

Scattano i nipoti con le chiavi dell’appartamento che han l’idea

di recuperare i gioielli con un record degno di Mennea,

senza tenere in considerazione l’insignificante circostanza

d’aver agito senza avvertire notaio e intera cuginanza.

 

Reagisce infervorata la moglie del cromatore di Carate,

impegnato a saldare il suo bancarottame a rate:

è un ladro chi si fotte tre cucchiai

è un santo chi non liquida il t.f.r. ai suoi operai.

 

Risponde, fiero, il fratello dei novelli Arsenii,

i miei fratelli hanno lasciato i libretti degli assegni,

e tutti, indignati, si trincerano dietro all’ostruzione

nel decidere che appartamento ciascuno avrà in assegnazione.

 

I cugini del Veneto, abituati all’altipiano,

desiderano a tutti i costi i cinque appartamenti di Bassano;

i cugini di Monza non ci stanno: si mostran timorosi

che le case brianzole affittate nascondano morosi.

 

Come andrà a finire? Iniziano negoziati vis a vis

degni del trattato di Cateau-Cambrésis,

tutti reclamano scippi e tessono inghippi

come se si trovassero ospiti da Maria De Filippi.

 

L’unica sfortuna nera è la situazione mia,

mia madre, nipote come tutti, vacca malora,

non sì è ancora accorta della morte della zia! 

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Pene d’artista

Non conosco chi è N. Busà,

- c’aggia fa!- non appena l’editore Kàros

mi chiederà ancora 300€, così da essere inserito,

con tre testi, ne L’involuzione delle forme poetiche,

nun me resta che accettà, in modo da essere anche io migliore,

migliore di come sono, 300€ migliorano la mia scrittura,

è la vittoria dell’economia, sul conflitto tra natura e cultura.

 

Chi cazzo è N. Busà?

Forse un’emula di De Signorinibus, o De Signorinibus

un emulo ermetico der medico de li mortacci,

non funziona, quando bustrofedo alle due di notte,

dopo succo d’uva e Sangria, un Bellini, Porto,

divento incoerente, una sorta di Don Chisciotte,

meglio dei vari Don Abbondio che bazzicano l’orto

dell’irta arte italiana, disponibili a versare,

non nel senso di fare versi, 1500€ a Barabba,

con lo scopo recondito di farsi pubblicare,

facendo sermoni sulla gratuità dell’arte

quando vai a chiedere 30€ di quota solidale

per sconfiggere i cartelli dell’industria editoriale.

 

M’inchino a N. Busà

- c’aggia fa!- senza aver capito se è una donna, un uomo, un trans,

se è un uomo, o un trans, non m’inchino,

minchia, mi sento troppo brillo per continuare,

e non sono abituato a brillare, mi toccherà tornar da Ambra,

a letto, come un’ombra, senza far rumore,

lei mette i tappi nelle orecchie per non sentirmi battere,

io, quando batte lei, nel senso di battere al Pc,

mi metto un tappo in bocca, è meraviglioso spiarla scrivere,

di lei sono sicuro che non è un uomo, o un trans,

- svelando queste cose rischio di ritrovarmi cadavere-,

un emulo imperterrito di Oronzo Canà

davanti alla fama imperitura di N. Busà.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

La fucilata

La chiarezza delle nostre anime, sofferenti,

è stata come una fucilata, sparata sulla mia mano

impegnata a racchiudere il tuo cuore dentro a un pugno,

sparata alle 23.00 di una domenica sera, come ce ne saranno tante,

maciullandomi falangi, falangine e falangette,

da te che hai studiato mani, e ferite, sui tuoi libri di anatomia (comparata).

 

L’amore, a volte, è una fucilata nella schiena,

in alcuni casi, una fucilata sulle mani,

nei casi estremi, una fucilata al lobo occipitale,

e tu me l’hai spedita sulla mano destra,

obbligandomi a un battito mancino sui tasti,

consigliandomi ch’è meglio continuare a scopare, nel frattempo,

con chi abbiamo tra le mani (nel caso mio, tra la mano),

e a prepararci, sempre nel frattempo, una dignitosa via di fuga,

che, magari, col tempo, ci costringa a innamorarci,

vittime: a] della mia mente diffidente e

b] della tua inidoneità a dare un taglio a situazioni invivibili;

e cammini in strade senza uscita, con la lupara in spalla,

lupus in fibula, scrissi una volta, costringendomi a scrivere cazzate ametriche,

che raffazzonati critici abruzzesi, in concorsi dove si vincono maialini da latte,

valuteranno degni di un novello Cecco o, magari, di un becco Burchiello.

 

Lasciami aperto un angolo del tuo cuore

appoggiaci il fucile, e, presa la mira, spaccami anche la mano sinistra,

cosicché non abbia nessun modo, nessuno, di ricordarmi di te.

 

     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Il Paradiso dei bimbi dimenticati

Paradiso dei bimbi dimenticati,

ci giocano i bambini morti addormentati

nelle macchine roventi, senza sollievo,

vittime di crisi mnemoniche da affaticamento lavorativo

che non fanno scordare budgets, riunioni o certificati.

 

Giocano le bambine in un’incessante estate,

indifferenti al sole che le ha disidratate,

libere di librarsi in maree d’aria

in barba ai brutti momenti trascorsi in crisi respiratoria,

senza dover sentire caldo e sete.

 

Paradiso dei bimbi dimenticati,

ci giocano i bambini morti addormentati

strangolati dall’insicurezza delle cinture,

in accalorata attesa di riabbracciare, senza rancore,

chi li ha assassinati.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Kill all Indies

Prendono la mira, con una frigida lucidità

ammortizzando i nostri mal di testa

con manovre, manovrine, addolcite sinonimie eufemiche

del santo termine stangata, massacrandoci,

come negli anni ‘Venti del secolo scorso li avremmo bastonati noi,

si muovono, annunciano, dirigono, marketizzano,

tra le braccia dei sonni della ragione,

outsourcizzandoci a vivere fuor di retorica.

 

Le borse si divertono sulle montagne russe,

c’è vento di recessione sulle tombe della necroeconomia,

e, noi, a contare ogni vittima della disoccupazione,

a contare i movimenti, a ribasso, dei nostri conti correnti,

noi, mai messi al corrente, che non contiamo niente,

a contare i giorni che ci dividono dai nuovi New Deal,

a contare le vertebre della fame di fama.

 

Prendono la mira, con un’inumana determinazione,

senza accordarci la rapidità cinese del tradizionale colpo alla nuca,

abbandonandoci a dibatterci nella fluidità del fiume delle nostre sussistenze,

a domandarci a chi donare il caos creato da un’umanità

che brancola, a mandrie, nelle nebbie del tramonto,

a chiederci come faremo tra vent’anni, tra dieci anni,

come faremo domani mattina

ad alzarci a combattere ancora, e ancora, e ancora.

 

Le bandiere del reggimento sventolano nella brezza,

e, noi, dissotterrate le asce di guerra,

dipinti i visi, col colore della terra,

c’inciteremo a non temere ecchimosi da inadeguatezza.

 

     [Il Guastatore, 2012]

*

Hic et nunc

Mi rendo conto di tutto,

senza renderti conto di niente,

ma, continuo, io, ancora io, io,

nel bene, e nel male, a cantar canzoni

sull'inutilità d'una ricerca forsennata di forma,

forgiata dall'eleganza, d'un lessico d'accademia,

per noi che viviamo in questo ritrito hic et nunc

- incubatrice senza vie d'uscita-

tra stridii di commissionatori, ronzar di caricabatterie,

ghigni diabolici di stampanti a modulo continuo,

bestemmie e risate di autisti, magazzinieri.

 

Non c'è niente d'elegante, di raffinato,

nella mia arte avvolta da vesti lacere, sudicie, d'officina d'artigianato,

in questa mia ricerca eterna, senza lanterna, dell'incuria

dei cinici, lontana dal successo,

attenta ad incamminarsi autarchica

sulla strada del decesso.

 

               [Galata morente, 2010]

*

Pezzi di ricambio

Flessibilità, adesso, in un mondo tanto moderno d'esserne stanco morto,

è ridursi a minuscoli, irrilevanti meccanismi senza valore, senza futuro,

a cui è toccato in sorte una sorta di adattamento allo sfruttamento.

Cosa costruiremo, collaborando, in via continuativa,

senza cantare, senza ballare, senza creare?

Per chi mi ama, non sono materiale di ricambio.

Per i miei mici, non sono materiale di ricambio.

Per le nuvole nere, non sono materiale di ricambio.

Per i fiori affranti, non sono materiale di ricambio.

Non sono un materiale di ricambio, né mi cambio,

se mi manca il sorriso,

se mi manca, uno slancio,

se mi rubano l'anima,

tra tassi d'interesse, rate mensili, bollette del telefono,

né mi cambio, se mi serve un aiuto

a rintracciarti, a rintracciarmi.

 

     [Mostri, 2009]

*

Strategie di mercato

Resisti nei tuoi anni

scommessi a testa o croce

(sei Gesù o Giovan Battista?),

resisti nei cammini scivolosi,

scoscesi della bufera,

instabile blattoide cosmopolita

sulla cresta del burrone.

 

Resisti, e continua a camminare in bilico

sui miei versi ad alto tasso etilico,

nave da scorsa, continua a correre

senza cadere mai nei vortici

dei tuo bastardi eterni ritorni

tra illusioni e porti catartici.

 

Resisti, contro te stessa, contro te stesso,

contro i mondi dalla testa immersa dentro a un cesso,

contro divinità inibite contro i miti del dovere

contro i sorrisi ipocriti di qualsiasi saltimbanco,

nell'obiettivo sadico di riuscirti a vendere

a minimi offerenti come rottame stanco.

 

            [Versi Introversi, 2008]

*

Mondo immondo

Mondo / immondo, non è ancora chiaro,

ma mi sono infortunato a un dito,

ho segnato, di rapina,

senza attenuanti e sono capocannoniere,

ho mangiato tagliata con rucola, forse,

e certamente fuori casa,

ballando techno terribile, commerciale, tribale,

occhi verdi, allucinato, due apple's drink,

sweet and sour, vodka, ora legale (illegale),

in magazzino di corsa, carrellista marocchino infortunato,

nessuna cicatrice artificiale

carbonara, e cotoletta alla milanese,

occhi verdi, niente cena.

 

Poi, non ricordo, stamattina ufficio,

inventario bancali, niente di finito, niente di infinito

non ancora a casa, incazzato con occhi verdi,

non è ancora chiaro.

 

     [Lame da rasoi, 2008]

*

Crumiro!

Protesto, contro i muri tristi

d’una azienda in festa,

contro le autoradio vendute a rate

nei mercati sudici d’auto rubate,

contro i miti istanti della televisione,

contro chi vende se stesso a cifre d’occasione.

 

Protesto, contro chi muore nella vita,

contro chi vive nel lavoro,

contro i cantanti stonati che si nascondono nel coro,

contro i barboni assiderati nelle cantine dei seminari,

contro i sorrisi stanchi dei suicidi tra gli occhi lucidi di due binari.

 

Protesto, contro i deboli

marchiati dai simboli anemici della sconfitta,

contro divinità mimetizzate negli angoli scuri d’una soffitta,

contro i trentenni managers che vanno a battone,

contro innocenti macellati sotto scariche di cannone.

 

Protesto, contro me stesso,

orribile mostro, assorto, contorto,

a versar vagoni d’inchiostro,

in attesa d’un sogno indolore,

senza tender davvero il braccio

a chi, disarmato, sfida l’orrore.

 

     [Riserva indiana, 2007]

*

Distillatemi

Quando tra cent'anni sarò morto

non vorrei trascorrere millenni indolenti

in confezioni di zinco, angosciato in eterno,

di non riuscire a dormir comodo, annoiato,

senza dolci compagnie, dentro casse ad una piazza.

 

Non desidera bruciare in forni comunali

né a benzina, inquina!,

né a metano, chi -come me-

ha una pelle tanto delicata;

non sarebbe spettacolo molto dignitoso

un cadavere unto di crema abbronzante.

 

Non buttatemi nel Lambro ché,

nemmen ora, schizzinoso,

m'aggrada di nuotare tra rottami,

lavatrici, profilattici bucati, e pesci ratto.

 

Non lanciatemi su Marte:

anche da morto, vorrei continuare

a dare fastidio con enorme gioia

e senza rimorsi a nostra madre terra,

ed ai suoi figliastri.

 

Che fare, vacca malora,

di una salma senza fissa dimora?

 

Distillatemi, invero, e aggrappati alla vita,

bevetevi un bicchiere (di grappa)

alla mia salute, o, se preferite, alla mia faccia.

 

     [Underground, 2007]

*

Storie d’Italia a modulo continuo

Stacca una banda, staccane un’altra,

modulo continuo da continua violenza

d’essere modulato.

 

Parlavi al diavolo la notte in cui hai ceduto di schianto,

sotto centimetri sussultori di terremoto, traducendo in esperanto,

di sermo humilis, sublimitàda Cristo incarnato,

cadendo a terra, verso un inferno senza ritorno.

 

Stacca una banda, staccane un’altra,

modulo continuo da continua violenza,

d’essere modulato da un Dio in vacanza.

 

Lamentavi raffiche d’assoluzione davanti ai banchi d’un tribunale

interessata a mettere all’asta la differenza tra bene e male,

versando lacrime nei letti del Nilo dei tuoi decenni senza cambiamenti.

 

Stacca una banda, staccane un’altra,

modulo continuo da continua violenza,

d’essere modulato da un Dio in vacanza,

d’essere assediato da una moralità d’assenza.

 

Ricordi d’aver varcato confini d’aziendali di colonne d’Ercole,

non vedendo Canaria alcuna nelle iridi chiare delle tue canicole,

schiudendo il viso alle frustate aspre

d’ispidi morsi d’accorto aspide.

 

Stacchiamo una banda, stacchiamone un’altra,

moduli continui da continua violenza,

d’essere modulati da un Dio in vacanza,

d’essere assediati da una moralità d’assenza,

sentendoci brocchi da corsa, destinati alla mattanza.

 

      [inedito, 2017]

*

All’osteria dell’amore solido

Piccolo amore mio, solido, tu, oggi, cadevi

e io non c’ero, a sostenerti, coi miei bicipiti aggressivi

di barbaro delle foreste del Nord, la faccia dipinta di azzurro,

distesi nello spasmodico berserksgangr del bere dal cranio dei vinti,

inizia tutto con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo,

rabbia immensa e desiderio di assalire il nemico.

 

Piccolo amore mio, fragile, tu, oggi, cadevi,

e c’è un’osteria dietro casa nostra, tutta brianzola, il tuo nuovo mondo,

c’è un’osteria che serve cento e cento tipi di risotti

da spalmare sulle tue ferite e sulle tue ginocchia sbucciate,

dove io, uomo tassativo, riesco ancora ad interpretare ogni oscurità ambrata

nei tuoi occhi da bimba saggia, a manipolare il caleidoscopio delle tue iridi,

scoprendo, volontariamente, il fianco alla daga della tua artica lucidità.

 

Se non è un’osteria, il nostro amore, ci assomiglia: mangiamo e viviamo,

retribuendoci, a vicenda, vittorie e sconfitte, hôtellerie, viavaiamo e mangiamo,

finché l’oste Godan, il dio dei «poeti» ostinati, sbattendo un boccale di idromele sul tavolo

non ci inviti a danzare al Walhalla, Mocambo a contrario, danzare lontani, alla fine dei mondi,

tu tornerai alla freschezza semplice del tuo mare, ondivaga Sirena caetana di sabbia,

e a me non graverà sullo zinco la terra umida di nebbia della valle senza salite o discese.

 

Nelle antiche osterie dell’amore solido continuano a mescere nebbia e acqua-di-mare,

fuori temporaleggia, fulmini e tuoni, liquefatto dal nubifragio tutto si stinge, 

e noi, mangiamo e viviamo, viavaiamo e mangiamo, al riparo, nella nostra riserva di felicità,

consapevoli che, restando sospesi nell’aria, a lungo andare,

i cristalli di ghiaccio brumosi confluiranno nel mare.   

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Un cieco non sa spegnere la luce

L’abbiamo tutti chiaro, un cieco non sa spegnere la luce,

tutti i ciechi del mondo non sanno spegnere la luce dell’arte,

e, se anche fallisse ogni azienda elettrica, l’arte continuerebbe a brillare,

rabbuiando i conti del supercapitalismo nomade.

 

L’abbiamo tutti chiaro, un cieco non sa spegnere la luce,

e, quando saremo incasellati nell’archivio di un cimitero,

o, magari, nella comunità solidale di una fossa comune,

il buio non smetterà di scintillare, anche con la semplice forza

d’un lumino rosso bagnato dal vento e rattrappito dalla pioggia.

 

L’abbiamo tutti chiaro, un cieco non sa spegnere la luce,

anche quando saremo chiusi nel buio di un’urna o di una bara,

uccisi dalla recessione, dal cancro, da un colpo di stato, da un colpo apoplettico

l’artigiano non smetterà mai di battere sui tasti

o di comunicare con microchips inseriti nel cervello,

erede del sumero, dell’ittita, o del lineare B,

non smetterà mai di darsi fuoco, accendendosi,

contro la cecità di un mondo abitudinario.

 

Quando Odino comanderà di farmi da parte,

in modo scorbutico, essendo una divinità teutonica,

avrò la soddisfazione di non aver contribuito a fare fallire

l’azienda elettrica nazionale. 

 

            [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Pensieri d’un condannato a vivere

Stamattina, è nata come nasce il cielo,

col terrore dell'automobilista ferito ai bordi della strada,

seduto, testa e fianchi tra le mani,

ad implorare il camion che ha abbracciato,

con la tristezza del barbone

sorpreso curvo a camminar sui sassi del selciato.

 

Mi son sentito cielo, e nuvola, satellite,

mi son sentito abbraccio tra anime d'acciaio,

mi son sentito cane, sobrio barbone,

erratico viandante distante dalle case,

dalle chiese, del paese.

 

Stasera, è morta come muore il cielo,

col dolore di non essere chiamato al banchetto dei ricordi,

di non esser riciclato,

con l'insolenza dello scrittore illuso,

condannato a declamare,

dicendo a Cesare ciò che è di Cesare,

e addio, a un Dio da contraltare.

 

Mi son sentito cielo,

terra seccata al sole,

stoico alla corte di beduini nomadi

modello Morgan Stanley,

mi son visto anestetico

ai margini d'una esibizione d'arte,

bovide marchiato a sangue

sotto alle stanghe.

 

Tra nato, e morto,

senza conforto.

 

            [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Tomba d’ignoto

Cadavere n.2,

l’ombra dell’onda riflessa nella mia retina destra,

mani serrate ad afferrar sabbie mediterranee

indossate sotto bermuda rossi da surf.

 

Cadavere n. 7,

tentativi di urla smorzati alla bocca dello stomaco

cartine da hashish di Marrakech nelle mie tasche,

scarsi, i dirham, seminati tra borsello e calzoni,

mi condussero in bocca all’abisso.

 

Cadavere n. 12,

«Eloì, Eloì, lemà sabactàni»,

non ricordo chi l’urlava a chi

non essendo scritto nel Corano:

anch’io sono morto invocandolo invano.

 

Cadavere n. 18,

ritirata sulle strade tra le dune di Misurata,

in slalom assetato tra missili amici e nemici,

e morire d’acqua.

 

Cadavere n. 20,

benché i nomadi, come me, ondeggino

sulle navi del deserto, fluidità detonate,

mai s’abitueranno ad annegare.

 

Ogni tomba d’ignoto migrante

sussurra che è duro abbracciare

una morte che viene dal mare. 

 

               [Scarti di magazzino, 2013]

*

Intervista ad un morto ammazzato

Il comitato di redazione m’ha affidato un incarico strano

correre, filosofo in bicicletta, lungo le piste ciclabili di Milano

nella speranza di sottrarre all’anonimato

l’intervista ad un morto ammazzato.

 

Cercando il cadavere d’un bandito,

la morte dell’uomo comune non è fatto gradito,

mi rifugiai al fresco d’un deposito mortuario,

interrogandone ogni misero affittuario,

e mi imbattei nel disdicevole pallore

delle incallite spoglie d’un rapinatore.

 

«Perché sei morto ammazzato»

chiesi al colpevole dell’antiestetico reato,

«non sei riuscito a farla franca

dopo la tua rapina in banca,

finendo vittima d’una revolverata

esplosa dalla guardia giurata?».

 

«Più che l’effetto d’una ferita»

narrò la salma risentita,

«fu la coscienza d’aver subito furto

che mi causò morte da infarto,

essendo vittima dello spavento

del rialzo dei tassi al 30%!»

 

Chi, abituato ai miei versi, attendeva una storia indigesta

troverà, in conclusione, una morale anticapitalista:

l’intervista a un morto ammazzato, a volte, chiarisce tutto

sulla difficoltà di distinguere tra vera vittima e vero farabutto.

 

                     [Il Guastatore, 2012]

*

Shalom aleikhem

Ai margini della decenza, forse,

del ricovero in una clinica di malattie mentali,

discuto con te, desiderando ridiscutermi,

bloccato da una crisi nera come i chemio-cobalti

d'un vecchio su una sedia a rotelle,

senza sconti, senza storni

cui mirare, tremolando.

 

Nella certezza di non essere eterni,

di non avere mille anni, nemmeno cento, cazzo,

davanti, o dietro,

nelle certezza che, in un momento,

i cieli smettano di tuonare,

i mari di battere i marciapiedi delle città costiere,

per noi, per noi, senza un avviso,

senza un'intuizione di senso,

non invidio i tuoi soldi, vita brillante, occasioni,

macchine, successi.

Ti invidio lei, desiderio assassinato

sulla strada di Damasco,

meretrice sublimata

in una vita di studio e di ricerca,

senza rimedio, senza attimi estorti d'esitazione.

 

Ritornando alle macerie dei miei disastri,

ribonucleari, di vita dura, di vita vera,

combattendo, casa su casa, via su via,

in difesa di chi soffre,

shalom aleikhem.

 

            [Galata morente, 2010]

*

Gerard et Dorine (in memoriam André Gorz)

Prendo nella mia mano assassina

d'anime scaltre, d'istinti vitali,

la tua mano fredda, caduta nel silenzio

senza affanno della notte,

asfissiata dall'oblio del nostro amore,

anni vissuti a rimirare i colori dell'arcobaleno,

a urlare in faccia a cieli blu cobalto,

a sognare mondi senza inverno

nell'inferno del conflitto di classe.

 

Prendo, nella mia mano tremante di rabbia, intrisa di modernità,

la tua mano sorda ai miei richiami da cacciatore abbattuto,

nel vederti sfiorire come un bonsai di carta vetrata,

scarabocchiato da demenza senile,

Alzheimer, si chiama,

senza ricordi, senza destino,

urlando sotto i tetti di cartone d'una casa di cura,

d'un manicomio, muovendo i tuoi occhi dolci, azzurri,

nel vuoto d'una mente sconfitta.

 

Ma, io ti chiamerò amore,

tra cent'anni, sdraiati insieme,

ancora - è una vita!-

su un vecchio letto sfatto nell'Aube francese,

le tue mani stinte nelle mie,

in cerca d'una boccata d'aria,

del vento stanco del mattino, 

ancora una volta, fino alla fine.

 

E, io ti chiamerò

morte, insieme. 

 

                       [Mostri, 2009]

*

Asino di Buridano

Liminale, sdraiato sui due letti di Procuste

dell'orribile modello americano,

corro, nocchiere ubriaco tra barbone e sultano,

vittime sacrificate di istruzioni scritte a bic

sotto moti sussultori, mai rivoluzionari,

indòtti da carrozzoni di stato sociale,

malessere, e nuoto in alto mare.

 

Disintegrato tra fieni del successo

d'un azienda senza sesso,

e biade del dolore

nei miei versi senza ardore

sfuggo l'uomo in uniforme, ingranaggio obbediente,

tra i magli d'un dilemma insano da prigioniero impertinente.

 

La mia ricetta medica,

scritta a caratteri cirillici

su stringati rotoli di carta igienica,

senza assicurazione,

investe l'uomo della strada

contro l'insonnia non poco inerte della ragione.

 

              [Versi Introversi, 2008]

*

Sentinella

Poesia, ne basta una, in una serata triste,

a fermar lo scorrere del fiume, una sola, una,

a rendere immortali attimi di scarso interesse,

vissuti come intere esistenze fuori dalla storia,

chiusi in storie condannate ad esser frammento

di mondi di carta, da tessera annonaria,

intrisi nelle carni trafitte da chiodi

di schiavi sulla via Salaria.

 

Poesia, fermati a riflettere i nostri ritratti

sulle lamine del sole,

illuminando a intermittenza

i mobili delle nostre camere oscure,

ritira i nostri dadi dalla mischia,

mischiando i nostri tiri, carabina alla mano,

contro ciò che resta in cielo

di dèi nominati invano.

 

Questo è il massimo che riesco ad architettare

alle 02.00 d'un venerdì mattina,

rammentando, dal collare, d'esser uomo da sentina.

 

                [Lame da rasoi, 2008]

*

Il posto fisso

Generazione, quella in essere,

insensibile equazione a più incognite d’ex co.co.co,

etichettati, i nostri cuori, come merci

da incandescenti codici a barre,

e coartati a mentire a genitori ansiosi

inattivi, ostracizzati da qualsiasi mondo,

in ossessiva trattativa sulle nostre relazioni stabili

o su miraggi di posto fisso.

 

Non temete madri, schiave del boom anni ‘60,

dei vostri divani e delle trasmissioni TV:

avremo tutti, presto o troppo tardi, un posto fisso

in comodato gratuito, trentennale, di tre metri cubi,

e non dovremo preoccuparci di arredamento,

pagare stupide bollette del gas o della luce,

perché, nel nostro posto fisso,

non ci sarà fuoco nei nostri occhi,

non ci sarà luce sulle nostre ossa.

 

La stabilità, allora nel nostro, vostro, posto fisso,

sembrerà, a tutti noi, insostenibile,

e non avrà, mai, inizio.

 

                     [Riserva indiana, 2007]

*

Diogene

Filosofia è un uomo

(incrocio tra Robin Williams e Braccio di Ferro)

dalla camicia a scacchi verde e marrone

e dalla barba rossa che, in pieno dibattito, si alzi

e,aria sommessa di chi lavora in magazzini d'ogni genere,

dica, con umiltà: «Perdoni il disturbo,

sono interessato, ma non ho capito bene»

e che pretenda, consapevole del vigore etico

della sua camicia a scacchi,

di trapiantare accademici sbarbati, ben nutriti,

incravattati in cappi retorici di tradizioni autistiche,

dai palcoscenici d'amplificazione ovattata

della cultura targata assessorato

a ruvide birrerie di periferia suburbana,

senza nessun giorno di chiusura.

 

            [Underground, 2007]

*

Stornello della morte e della resurrezione

MORTE

Il caro estinto fu discretissimo «poeta»,

l'indifferenza dei colleghi lo mutò in anacoreta,

e, un brutto giorno, morì di noia,

vacca troia.

 

Non si scherza con gli artisti morti,

impegnatevi a raddrizzare tutti i torti,

che a far rizzare i loro lapis,

ci riesce meglio il rigor mortis.

 

RESURREZIONE

Son risorto di giornata,

senza far molta chiassata,

non si addice ad un fantasma,

cagionare troppo marasma.

Se mi s’incazza Jahvè

e mi trasforma in un bidè,

mi condannerà, ohi!, misero mulo,

a sedere, in eterno, alla destra di un culo?

 

Purtroppo, sono stato cesso e fesso,

nella vita antecedente, né bello né indefesso.

Con la lingua ne so fare delle belle,

senza esser senatrice cinquestelle.

Amici cari, mi dispiace, resto cesso e fesso,

non son mai stato bravo ad accettare il compromesso.

 

Starò sempre in rivista?

Lassateme cantare sto’ stornello,

so' cojone, non ancora cojonello.

Mi mancan otto gradi, ma di vista,

per tramutà ‘n somaro in un artista.

 

                 [inedito, 2017]

*

Il barbaro e la principessa

A te che osservi con i tuoi occhi di bistro i miei malumori

mi disinneschi con un sorriso, mi neutralizzi con un amore

duraturo come una Compact Fluorescent Lamp,

diventando aeriforme, neon, argon, kripton,

forse è il kripton a disattivare le mie smanie da Superman,

e ti arrampichi sulla mia colonna vertebrale con zampine da gatta,

dissuadendomi dall’ingurgitare, dal bere, dal rissare, dallo smettere di scrivere.

 

Princeza romana, eu sou seu bárbaro,

continuo a mettermi canottiere bianche nelle mutande nere

a non lavare i piatti, a battere sui tasti,

meglio che lavare i tasti e battere sui piatti,

ti ho rapita in una scorreria sulle coste di Gaeta,

facendomi incantare da te, Circe tardomoderna,

capace di trasformare maiali in uomini,

il cuore del maiale è uguale al cuore umano,

tu sola l’hai capito, in vent’anni, con la tua spensieratezza insulinosa,

con le tue insicurezze, con i tuoi crolli antemestruali, col tuo viso interrogativo,

sempre in grado di spiazzarmi, mimo da piazza destinato a andare in piazza,

senza rimpiazzarmi.

 

Princeza romana, eu sou seu bárbaro,

senza tuttavia riuscire a dedicarti Odi barbare,

non sono attrezzato a odiare nessuno, o a mischiare metri,

- che facciamo, mezzo metro?- meglio la mia attitudine a duellare,

a rocambolare, mezzo Cyrano de Bergerac e mezzo Socrate,

sono convinto che mi preferisci intero, e a lunga conservazione,

non avendo la velleità della donna moderna

di trasformare il proprio uomo in un coglione.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Dall’euro alla neuro

Sto ancora a battere sui tasti, in cerca di una rima telefonata,

una rima che a volte viene, a volte rimane a letto, mai alletta,

in certi casi allatta, vittima dell’amara guasconata,

del farmi rimanere umile scrittoruncolo in bolletta.

 

Dalla bolletta dell’acqua alla bolletta dell’elettricità

da disoccupato sperimento la mancanza di celebrità,

senza fame di fama, continuo ad ingrassare

nessuna canna (del fucile),

essendo un mero alternativo, esente dall’urgenza di rubare.

 

Prima i caffè costavano 1.000£, e adesso 1€,

cose, che a rifletterci, dovrebbero mandar tutti alla neuro,

neurodeliranti in Stato neuro vegetativo,

nipoti di uno stato che fatica ad essere in attivo,

viviamo, giorno dopo giorno, in completa assuefazione

del fatto d’esser mantenuti dalla precedente generazione,

complice del dissesto, attraverso decenni d’urne accomandatarie,

che, speriamo, non si trasformino a breve in urne cinerarie.

 

Dall’euro alla neuro, in Deutschland (über alles) non succede,

noi terroni d’Europa non abbiam diritto d’uscire dalla recessione

accompagnati al baratro da una classe indiligente in malafede,

essendo terre ricche d’acque, meritiamo solamente stagnazione.

 

         [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

En cherchant

Ho cercato emozioni nei macelli comunali,

correndo dietro a Pasifae dinoccolate

nascoste sotto veli d’ombretto e di rossetto a buon mercato,

ho cercato emozioni sul fondo della Gehenna,

scartabellando tra dichiarazioni di morte e dichiarazioni d’assenza,

nella fretta del nostro correre disumano verso un destino altrui.

 

Ho cercato emozioni sulla suola dei sandali di beduini nomadi,

trovando sabbia, terra, e ferite,

che vi hanno aiutato a crescere, e ad avvizzire,

ho cercato emozioni rovistando, con le mani,

nei bidoni dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani,

senza cercare diamanti da svendere ai ricettatori di bigiotterie.

 

E una sera di Settembre, mi ha trovato un’emozione

della durata di un minuto, mi ha trovato

immerso nelle strade di una Milano senza traffico,

sottofondo ritmato di musica reggae,

mi ha trovato, mi ha stanato:

sereno, finalmente, ho riso.  

 

                     [Patroclo non deve morire, 2013]

*

La strana coppia

Tutti i canali della televisione

daranno notizia sensazionale

bloccando l’intero mondo davanti a un video

nell’attimo intenso dei telegiornale:

in una cava della bassa Sassonia

due reperti archeologici saranno trovati

un uomo e una donna trattenuti nell’ambra

nell’atto di dormir abbracciati.

 

Lui, un metro e sessanta su carnagione scura,

utensili d’osso e un’ascia,

tratti somatici d’homo sapiens,

brandelli di carne consunta da morte di stenti e dolore

con tracce anatomiche da delirium tremens;

lei, un metro e cinquanta su derma chiaro

chiazzato di ocra ad uso funerario,

un flauto, accanto alla mano sinistra,

simile ai modelli di Divje Babe, energica donna Neanderthal

tumulata in maniera maldestra.

 

Il mondo moderno, malato d’identità razziale,

s’infrangerà, allora, innanzi al dramma abituale

del dolore di un uomo per la sepoltura

d’una donna amata contro natura.

 

                     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Versi inversi

Non cantiamo manti erbosi

inumiditi da una fine nebbiolina mattutina,

nei nostri versi inversi,

stanno distese d’erba sintetica,

ammorbate da fumi d’inquinamento.

 

Non cantiamo colli ridenti

riscaldati dal sole mite di mite autunno,

nei nostri versi inversi,

stanno massicci di rifiuti organici

accatastati in mezzo a una strada.

 

Le scale scendono sorprendendo tossici

nell’atto di bucarsi,

con l’indifferenza d’essere diversi,

ai ritmi della musica scontata

dei centri commerciali.

 

Non cantiamo mari cristallini intenti

a cullar barche col rollio dolce delle onde,

nei nostri versi inversi stanno vasconi idrici

da sistema antincendio,

colmi di zanzare e melme.

 

Non cantiamo bimbe vezzose indaffarate

ad acconciar boccoli biondi,

nei nostri versi inversi,

stanno mignotte sbattute a battere

ai margini degli agglomerati urbani.

 

Scendiamo

in Paradiso,

aedo narciso:

non fare baccano,

ti tengo la mano.

 

                     [Il Guastatore, 2012]

*

Pazienza

Pazienza, signori della corte, signore della morte,

se nell’amore, nello stile, non son riuscito a uscire da labirinti d’idee contorte,

se nella vita, esperienza mistica d’acrobata annegato,

non son riuscito a rimanere a galla su tavole di cioccolato.

 

Pazienza, signori della corte, signore del peccato,

se a furia di tenervi al collo son rimasto impiccato,

se nei miei momenti, scaltri d’indifferenza,

non ho notato che morivate dentro.

 

Pazienza.

 

                        [Galata morente, 2010]

*

Myanmar

È una marcia, di monaci in rosso, sangue e incenso,

sulle vie birmane al socialismo,

sulle rive dorate dell'Irrawaddy,

nei recessi della città dei re,

nei meandri eroinomani delle foreste del Tenasserim,

a chiamar vendetta sulle teste dei nuovi dinasti,

a chiamare a raccolta i grandi spiriti rimasti.

 

Bonzi, immersi in mari di benzina,

incendiate i cuori di chi vi tende mano assassina,

accendente i visi di chi non sente renitenza

verso i sacri simboli della non violenza.

 

Bonzi, nei vostri animi imbronciati da adolescenti,

non ostracizzatevi in mistici risentimenti,

annegate i vostri inni, i vostri battimani,

nell'odio catartico di tutti i rancori umani.

 

Rendete incandescenti i sogni anemici dei nostri uomini santi,

abituati a trovar rifugio nei conventi,

in fuga da un mondo di briganti.

 

               [Mostri, 2009]

*

Poeta incazzato

Pesta i pugni sul tavolo, poeta incazzato,

deluso da un mondo che, indifferente,

non t'ha mai sopportato;

pesta i pugni sul tavolo, o picchiali

sul grugno dei nemici,

perché non ti interessa morir di fame,

di cancro o di varici.

Ulula alle stelle, vomita alla luna, idiota maledetto,

i tuoi urli d'angoscia sian taglienti come morsi di stiletto;

non abortire rabbia, dolore e aggressività

nella tua anima straniera,

che, invecchiando, troverà i tuoi déi riversi, immobili,

agli angoli d'una scacchiera.

 

Pesta i pugni sul tavolo, poeta incazzato,

schifato da un mondo ipocrita, celebroleso, imballato

con pacchetti di cenere lavica, e filo spinato.

 

     [Versi Introversi, 2008]

*

Tic tac tic

Tu, a correre, incerta, nella sera,

rumore della tua angoscia, tic tac tic,

dietro i frantumi della mia schiena,

tic tac tic, come correvi,

tuo batticuore, mio batticuore.

 

Lontana, di cuore, scostata, come cucciolo

di cane maltrattato, hai urlato, con titubanza,

di fianco alla mia freddezza da cinico scadente,

"Sei uno scemo!",

senza rimestare nelle sabbie mobili del mio dolore,

senza tenermi in mano come asso di cuori bastardi;

e, io, non voltandomi indietro,

continuando a camminare, continuando a disertare,

t'ho cantato, ruvida nenia d'addio,

come noi, baciati dalla malasorte,

siamo soliti cantare alla vita,

"Vaffanculo!".

 

Ma stanotte, mano sul cuore,

idee tirate in aria da un elastico,

continuo a sentire tic tac tic,

tic tac tic.

 

            [Lame da rasoi, 2008]

*

Umane transumanze

Le altitudini rarefatte d’affetti delle scalate anaerobiche

a mani nude sulle nostre rocce aguzze,

foglie di fico d’India di ferite auto-inferte,

condite con succo d’aceto balsamico e ammoniaca,

senza alleviare, allevano, in batterie intensive

d’un metro scarso di diametro, lottizzabile,

uomini come carburatori ingolfati,

dall’odore acre d’olio e cervelli bruciati invano.

 

Uomini come conchiglie coi sigilli alle porte,

vuote di desideri pignorati da insensibili ufficiali giudiziari

nel difficoltoso tentativo di ostacolare rapaci accessi abusivi.

 

Uomini come cambiali tratte di schiavi, statue di cera, di sale

di uranio arricchito nei duri momenti attuali,

col collasso delle classi medie italiane.

 

Uomini, come sale d’attesa affollate d’indifferenza,

nei viaggi onirici di una divinità stanca,

buttata a terra sulla sua valigia imbottita di rabbia

e fiori di Bach.

 

Uomini, come bozzoli d’insetti viscidi,

sospesi tra sonno e sogni icarici,

ai basculanti arrugginiti del garage

d’un condominio perso ai margini della serenità.

 

Non c’è scampo

alla serrata rancida solitudine

d’una vita in branco.

 

                [Riserva indiana, 2007]

*

Preghiera per un Dio senza angeli

Dio, contromano, su autostrade madide d'olio e di lacrime

s'è scontrato con un camion carico di bestiame o di liquami tossici

nella notte di un sabato sera.

 

Dio troppo basso in cieli carichi di nuvole e di sogni infranti,

ha impattato contro grattacieli pieni di uffici e di gabinetti,

senza scale antincendio.

 

Dio, affamato, lacero, in mari ruvidi

d'ansia e rivendicazione esistenziale

è annegato, gli occhi sbarrati,

anelando a barconi colmi d'immigrati apolidi.

 

Dio, emaciato dentro letti anonimi

cloroformizzati da sudari asettici

s'è strozzato ingoiando valium

per dimenticare stadi terminali

di qualsiasi tipo o natura, maligna.

 

Dio è morto, e continua a morire ancora

giorno dopo giorno, senza un attimo di riposo,

quasi mai di morte naturale;

e non sempre ci sono angeli

a ricordargli d'esser stato vivo.

 

               [Underground, 2007]

*

Bronchopneumonia

Sei arrivata dalle oscure terre del freddo Est,

riarse dai roghi luminosi di Jan Hus e di Jan Palach

- mi ricordano il suono indistinto del tuo nome

che non so ancora dire, che non so ancora urlare-,

sei arrivata con una borsa piena delle mie fatiche di Ercole

senza riuscire a scambiare i tuoi occhi coi miei occhi,

senza riuscire a scioglierti sotto i colpi del sapore corrosivo del mio alito

(la mia lingua taglia, erode, brucia).

 

Alle anime gemelle non occorrono due anime,

si scontrano come corpi nella concretezza della terra,

si scontrano sulle bollette da pagare, sui conti in rosso, su vite in bilico,

alle anime gemelle non occorrono due corpi

attraverso cui scopare, rotolandosi voluttuosamente in letti madidi

su cui restano impressi i segni delle catene,

alle anime gemelle non occorrono due menti,

alle anime gemelle non occorrono due cervelli,

alle anime gemelle non occorrono due cuori.

 

Sei volata via come la brezza del fantasma di un amore fragile

lasciandomi il compito di rimettere insieme i cocci

della nostra nuova lingua: italiano - english - český,

in un threesome che, ragionevolmente, caratterizzerà la nostra storia,

a fare i conti con il tuo timore di amare e la mia incapacità d’essere amato,

a tossire, a vomitare sangue, a bruciare (due mesi?)

d’una inarrestabile bronchopneumonia amorosa.

 

Alle anime gemelle non occorre niente,

bastano a se stesse, figurine doppie

sovrapposte sull’album dei ricordi della vita,

a mettere in rilievo un attimo brillante di felicità

al tatto di un Dio che colleziona cadaveri e esperienze altrui,

a Milano, a Karlsbad, o a Milansbad.

 

                 [inedito, 2017]

 

*

Assalto ai forni

Panem et circensens si chiede all’artista contemporaneo,

fare il buffone ai readings concede 15 minuti di successo estemporaneo,

leggono chilometri di versi, scritti in mezz’ora, con atteggiamento scafato,

declamerebbero anche versi in arabo se l’Isis instaurasse a Palermo un Califfato.

 

Leggono, leggono, leggono, tutta farina del loro infinito sacco

e noi, con la bavaglia, a subir sbrodolamenti da finire sotto scacco,

la regina, annoiata, è indecisa se scopare il re od un cavallo,

e il contemporaneo legge, legge, legge, senza concederci intervallo,

senza concedersi intervallo, tra una boiata e un’altra, senza mai essere appagato

deve menare a casa la michetta, ohi, da artista che vaneggia d’esser strapagato.

 

     [Cherchez la troika, 2016]

*

Decreto sulle emissioni massime consentite

La burocrazia, madre di ogni stato civile, senza civili smentite,

ha finalmente emesso un nuovo decreto sul valore sociale dell’arte

da lasciare in bella vista, in sede prefettizia, sotto lussuosi fermacarte,

in materia d’emissioni artistiche massime consentite.

 

La certezza è che qualsiasi forma d’arte sia fonte d’avvelenamento

onde l’urgenza decretomaniaca di una inavvertita mitridatizzazione (della popolazione),

ha condannato il senatore del Molise a un quarto d’ora di santa abnegazione,

fino a scomodare i sonni sacri dei membri del nostro Parlamento.

 

Si ordina il fallimento di tutte le case editrici di modeste dimensioni,

di tutte le associazioni a scopo culturale, dei giornaletti di rione,

caso mai, con la cultura, ci scappino rivoluzioni,

l’ultimo exit-poll mostra che il mix tra Faletti e Fabio Volo conduce a sedizione.

 

I nove senatori intervenuti al dibattito e alla votazione,

hanno equivocato, con inattaccabile tempismo:

verso l’arte l’italiano medio non ha nessuna vocazione,

essendo destinato a morir di decretinismo.

 

[M’è sfuggita un’altra occasione di tacere in rima,

che l’amico Giorgio rimprovera rima telefonata - come a menare il Kant per l’aia-;

non si addicono, effettivamente, tentativi di rocambolare, con ‘sto clima

di correnti intercettazioni di Telecom Italia].

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Divieto di sosta

Passare da un mondo all'altro,

da uno stato all'altro, fino alla liquidità,

da un'emozione all'altra, da una tangenziale all'altra,

umani transumanti, senza mai esser risucchiati

dal buco nero della nostalgia di una sosta risolutiva,

libera da una cesura netta

tra noi e voi, tra me e te, tra vivi e morti.

 

Nuovi nomadi invadono i centri nevralgici delle società di mercato,

sudando sui tapis roulant dell'avventura low cost,

inadatti a stare fermi, e, a ogni inetto sedentario,

non resta che subire i miraggi violenti delle novelle orde indoeuropee,

armate di mastercards e di nessun bagaglio,

rafforzate dalla certezza della loro inafferrabilità.

 

Gli abitatori dell'attimo divagano

in un mondo senza fondamenta

trascinando il resto dell'umanità,

in catene, nella loro folle corsa.

 

      [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Frammenti ossei

La scala a chiocciola, librata in mezzo ad una scia di monumenti funebri di superficie,

conduce nel cuore delle terre nere - a Occidente, direbbe il saggio Ptahhotep-

conduce all’archivio storico d’una intera città

sommersa da centinaia d’anni di corone funebri,

lento incedere di corteo, benedizioni bagnate di dolori attoniti.

 

Come un archivio di ministero,

debitamente incasellati: i morti.

 

Morti, d’ogni età, d’ogni secolo, morti stoccati in nicchie d’un metro

in corridoi senza tempo, a due dimensioni,

città nella città, città sotto città, un carosello di fiori sbiaditi

coccarde nere fine ottocento, ritratti velati di nebbia,

conditi da un’atmosfera di noia mortale,

nome dopo nome viso dopo viso

muti racconti ammantati dal sudario dell’oblio.

 

Vorrei (e mi ritrovo a scrivere «vorrei» in un testo dopo troppo tempo),

essere burocrate da casellario

dando un minuto di voce a ciascun concessionario:

al bimbo morto, a un anno, nel ‘43

condannato a vestire in eterno da bebè;

a un magistrato, baffi all’Umberto, costretto a vivere la morte,

di fianco all’umile, magari ladro, scafato tecnico da cassaforte;

ad una contegnosa docente di Liceo, deceduta nel ‘19,

che mai arrivò a spiegare ai suoi mille e mille alunni

come mai morirono di ferite o campi di concentramento

in un ventennio speso a risiedere in un reggimento.

 

Fuggito dal remoto avvenire risalendo di corsa la scala

i monumenti funebri di superficie ci richiamano all’oggi, all’istante,

o a un futuro meno distante. 

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Cadono le bombe

Guardando il cielo non ci siamo mai scontrati con l’angoscia

di vedere aerei neri coprire ogni ombra azzurra

o cadere bombe, simili ad acini d’uva sulle nostre tovaglie,

sono immagini care ai nostri nonni,

e ad altri milioni di individui al mondo,

condannati a correre tra lingue di fuoco

nell’incertezza quotidiana di non far ritorno,

di alzarsi, di mattina, senza urgenza di tornare.

 

Non ci tormentano visioni di carri armati

insinuati nelle vie d’una città,

a noi tocca fare a botte con spreads diversi,

tra Bund e bande armate di banchieri,

toccano lotte greco-romane, tra Atene e Roma,

fanalini di coda dell’unione delle repubbliche liberiste europee,

tocca combattere inflazione, nostra, e debiti, altrui,

nella certezza quotidiana di dover fare ritorno,

di alzarsi, ogni mattina, con l’urgenza di non tornare a mani vuote.

 

Gli aerei nemici non affossano nella nebbia i cieli di Milano

e noi ci consideriamo immortali, nei locali alla moda del Bicocca Village,

non temiamo treni che ci deportino a Mauthausen,

autorizzando, in silenzio assenso, svariate caste

a deportare i nostri sogni in resorts a cinque stelle,

vestiti alla moda, uguali tutti,

tutti tatuati dal marchio della marca,

immemori dei danni delle bombe

cadute sulle banche.

 

              [Il Guastatore, 2012]

*

Non avvicinarsi, il cavallo morde

Passerei intere nottate davanti alla schermata di outlook,

a rincorrer metafore nei recessi grotteschi di sorella metonimia,

di sorella vita, mordendo polvere, anziché aspirarla,

anziché annusarne a piene nari i fumi mefitici, chiuso in una stanza stretta,

con venti secoli accatastati tra scrivania e carta vetrata,

assaporando il gusto amaro della sconfitta,

senza virare d'un metro, d'un metro.

 

Il cavallo triste, brucando erba e radici d'anima,

brucando odio nel suo recinto, avuto un sussulto,

un richiamo d'orgoglio, diventò farfalla,

ridendo in faccia ai vostri cuori malati di successo,

di denaro, di carriera, e volò, via,

nel cielo nero delle fiabe di mezzanotte,

da dove non si torna.

 

                       [Galata morente, 2010]

*

Donec ad metam

Cammino svelto, in solitudine, sulle strade deserte

intinte nell'asfalto, lastricate dai bollori della carne,

e dell'Inferno, incontrando, di tanto in tanto,

i miei lineamenti, seduti, a meditare,

lungo i bordi di una pietra ollare,

incontrando, in rare occasioni, i vostri valori,

sdraiati, volatili come locuste,

lungo i bordi acuminati d'una sdaio di Procuste.

 

E, vado di corsa, senza fermarmi,

senza voltarmi, ad ascoltare

i vostri urli da naufragio in alto mare,

coll'espressione attonita d'un bambino senza divieti di sosta,

con l'arroganza d'un magro vaglia ritirato in Posta;

e, vado di corsa, in questi giorni di luna piena,

aspettandomi pernacchie, lacrime sadiche, e pugnali nella schiena.

 

                  [Mostri, 2009]

*

Braccato

Ma che mi viene in tasca,

a rottamarmi tra uffici aziendali stanchi

come statue di marmo,

non contaminati dai virus della creatività,

dai virus dell'urgenza d'un cambiamento umano?

 

Ma che mi viene in mente,

nel continuare a bivaccare in anticamere senz'anima,

senza chiavi che tutelino i miei desideri intimi,

o in aeroporti, dove nessun blocco di partenza

arranchi i ritmi delle mie corse matte verso i cieli?

 

Niente coraggio d'un salto nel vuoto,

senza reti che attutiscano le mie cadute,

tra le numerose reti che addormentano

i miei ansiti di libertà.

 

     [Versi Introversi, 2008]

*

Silenzio!

È di moda, nella società alla moda,

un crudele ritorno d'analfabetismo

dei managers in carriera, dei carrieristi,

braccianti del successo,

senza interessi veri verso chi soffre,

verso chi è estromesso.

 

Questo  analfabetismo, strisciante,

da titolo di studio, da titolo di credito,

d'uomini d'oro servi del savoir faire,

mentori del laissez faire,

che sanno, sanno analizzare teoremi,

stendere reports, vincere cause, curare virus,

senza minimi, storici, d'umanità,

nell'oblio totale dei morti, a tutti i costi.

 

Vuoti, a rendere, a rendita fondiaria,

assecondati dall'incultura dell'elettricista,

del lattoniere, del barista, del salumiere,

del sacerdote e della battona,

in cerca di serenità sfitte da disinteresse.

 

Questi, i nuovi analfabeti,

umanità tutta soldi senza sostanza,

a servizio del niente o del noi.

 

Non hanno occhi, nessun tatto, orecchi chiusi.

 

Le bocche?

Parlano di morte.

 

              [Lame da rasoi, 2008]

*

Niente da dire

Non mi interessa trasmettervi emozioni creare mondi

rianimare i vostri cuori in defibrillazione,

non mi interessa scuotere i vostri torpori masochisti

da gregge di anime stanche,

castelli di sabbia imbrigliati

nei morsi desertici d’un io sovrano,

annichilito da contrasti interni,

vassalli ribelli, cariche urbane di menti

in tenuta antisommossa.

Non mi interessa dar colore ai muri intristiti

dal bianco delle vostre case

o incendiar d’ardore le ore sorde

dei vostri inverni:

non ho niente da raccontare.

 

I miei versi asimmetrici da scimmia urlatrice

chiusa in una gabbia di Faraday

mirano a scaricare a terra tensioni nevrotiche,

annacquare inferni strettamente personali,

o, qualche volta, insidiare vergini

con misogini mazzi d’ortiche.

 

Non ho, davvero, molto da dire,

se non intingo originali sturacessi

nel calamaio dei miei reconditi recessi.

 

              [Riserva indiana, 2007]

*

Gli incubi, a volte, sognano

Notti senza sonno a battere

su tasti di tastiere, sporche,

e con poca anima;

giorni vissuti dormendo

senza inseguire chimere

senza costruire mondi su misura

senza salvare suicidi

da inferni smemorati.

Presto arriveremo a dimenticare

la differenza tra notte e giorno:

allora sarà un incubo

smettere di sognare.

 

     [Underground, 2007]

*

Jana went to Prague

Jana went to Prague

chiudendo a chiave in un cassetto

tutta la dolcezza dei suoi cristalli di bohèmienne,

si sente in trappola, chiusa fuori da ogni gabbia,

e, rimanendo alla finestra, abbracciata alle sbarre,

osserva incuriosita la confortevolezza della non libertà.

 

Jana went to Prague

mettendo nella sua borsa tutti i suoi dipinti, le sue idee,

la sua interpretazione triste della ferinità brutale di ogni maschio,

inchiodato sulla carta, condannato, come mero organo,

a suonare nelle chiese durante i funerali,

a trasportare l'inaffidabilità dei propri ormoni

come macigni di Tantalo.

 

Jana went to Prague

col cuore scoraggiato dalla noia della solitudine,

dimenticando il coraggio di noi free spirits

nel resistere alle svendite o ai saldi di emozione,

moderando i nostri istinti alla soddisfazione,

tiene stretti nelle sue mani d'artigiana,

fredde come sanno essere fredde le mani delle ragazze di Karlovy Vary,

i disegni di un drago, i segni degli incisivi dell'amore di sua figlia

incastonati, come fosse ambra, nella dura plastica di un sex-toy.

 

Jana went to Prague

con il suo sorriso da diamante smarrito in un giardino

a mettere in discussione il suo indiscutibile valore

davanti a un bicchiere di vino e di imbarazzo,

l'imbarazzo angosciato di noi dirty persons,

quando cerchiamo di rateizzare le nostre schiavitù,

affidandoci alle braccia di chi ci mostra scarso interesse.

 

Jana è andata a Praga, e non so se tornerà,

inebriandomi ancora col sapore del suo sorriso

con la contagiosità del suo profumo,

con l'entusiasmo della sua pelle,

Jana è andata a Praga, e io sarò lì, con lei. 

 

                      [inedito, 2017]

*

Pane al pane

Pane e mortadella contengono zaini e borse dell’arte «neon»-avanguardista

alcuni gruppuscoli di scrittuscoli romani darebbero ar popolo brioches,

non ci arrivano che i versi suonan cavi se non son limati da una fresatrice Bosch

e che i testi lisciati con la lima delle unghie non convincono neanche l’estetista,

nel gruppuscolo romano sono tutti maestri dell’estetica, estetisti ante litteram,

l’etica dell’est, tutti a nominare, a sproposito, Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

 

Er popolo ci chiede «pane ar pane», testi energici, che dormano all’addiaccio

se voleva immagini avrebbe hackerato tutti i film di Milly D’Abbraccio,

«pane al pane» o «pene al pene» al barista all’angolo non fa differenza

i gagà ottuagenari che scrivono che non si capisce niente creano danni o indifferenza

alla strategia della democrazia lirica, una lira all’etto, con la D’Abbraccio a letto,

che con Moana la mano tesa ai lettori almeno sappiam dove la metto.

 

Questo gruppuscolo di scrittuscoli romani che sta a copiar Tranströmer

ama metter traduzione in testo a fronte col sostegno di scafati copywriter

discutono, tra loro, di cose che non interessano a nessuno, facendo dell’arte un sodalizio,

senza intuire lontamente che da Nessuno subiranno sanzione, sì, d’Odissea nell’Ospizio.

 

                   [Cherchez la troika, 2016]

*

Il signore dell’anello

Non so, allo stato delle cose, «uno stato che non riesce a stare fermo

– mi insegni coi tuoi sguardi adulti, interrogativi- che stato è?»,

se avrò l’onore di non impazzire in mezzo alle grida della battaglia,

se sarò ancora in grado di abbracciarti quando sognerai di inghiottire cicche finte,

se avrò sempre la forza di trasfigurare in voce i tuoi disperati silenzi,

se sarò vivo, vivace, come vuoi tu, anche superati i quarant’anni.

 

Allo stato delle cose c’è un anellino di nebbia, che miro e rimiro, sul mio anulare sinistro,

forse sarà l’effetto dell’alternanza notturna tra cocktails e delorazepam,

c’è un anellino di nebbia rubato al banchetto delle caramelle, 

dove eri tutta intenta a fare incetta di cuori di gelatina gommosa

da nascondere nell’armadio a oltrepassare l’inverno,

e nessuno s’è accorto che ne ho rubato uno, nessuno che lo indosso,

che di tanto in tanto ne succhio la circonferenza, sa di fragola,

e mi frena le lacrime, e mi frena la convinzione di non avere futuro,

no future, insomma, mi hai conosciuto che ero un punk, un cinico, senza cresta.

 

Se avrò l’onore di non impazzire in mezzo alle grida della battaglia,

se sarò ancora in grado di accarezzarti quando ti svegli a notte fonda,

e mi trovi a scrivere, a leggere, o a inventare chissàchetipo di nuova follia,

se basterà il contatto della mia mano a farti da Daparox,

se saremo ancora vivi, vivaci, superata quest’infinita recessione,

ci basterà fondere oro e nebbia, conservare un cuore di gelatina gommosa,

e avere un unico anulare sinistro, signore di ogni anello.

 

     [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

L’annegato

Menestrelli di canzoni antiche

i nostri nonni camminarono senza sosta

tra edicole di Madonne e tappe della loro lineare biografia,

macinando centinaia di chilometri sulle carriere dell’antemoderno,

maltrattati dalle fatiche, nell’intera loro vi(t)a Francigena, dalla culla alla tomba

orientate da cartelli indicatori fabbricati in materiale indistruttibile

in grado di dare senso a una stanchezza senza fine.

 

Vittime dell’esplosione di un costante boom tecnologico,

i successivi abitatori del moderno hanno marciato in auto,

addestrati a rispettare i segnali e ogni forma d’autorità,

disciplinandosi a svoltare a sinistra o a destra

e a fermarsi ai semafori, comodamente seduti su interni in serie,

viziati, dalla culla alla tomba, da uno stato sociale

vittima dell’implosione di un boom economico costante.

 

Noi, costretti a nuotare

tra le onde dell’oltremoderno,

tra i riflussi fluidi di una eternità flessibile,

sviluppiamo attitudini e ansie di chi sia circondato dall’acqua,

fuori da ogni carriera, fuori da ogni autostrada,

alternando a vigorose bracciate il sistema di «fare il morto»,

spinti a una resistenza immotivata

dal terrore di annegare.

 

      [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Canzone dei due neonati morti

I battiti del tuo cuore anestetizzati dalla densità del liquido amniotico

non sanno trovare una via d’uscita, non sanno trovare i battiti d’un altro cuore,

annegando in cerca del conforto d’un dialogo con un neonato morto.

 

Chiami tuo fratello,

tuo fratello dovrebbe essere nello strano vocabolario dei neonati vivi,

e intanto sogni di vivere una vita da sogno,

non diverrai un minatore delle miniere della Saar,

né un venditore di automobili, non diverrai un logistico,

né un meccanico, o un sacerdote.

 

Chiami tuo fratello,

oggetto estraneo d’affetto fino all’infezione

che da giorni ha smesso di sognare, scandendo una ninna nanna,

rubandola alla voce che ti batte in testa, attraverso il cordone ombelicale,

mentalizzando, con tutto l’amore di un neonato condannato a morte,

la voce dolce che ti canterà una nenia dinnanzi a un’anonima stele tombale.

 

Cullato da un silenzio irreale

ti addormenti, attendendomi, fratello,

nel limbo dei neonati morti.

 

     [Scarti di magazzino, 2013]

*

Kundera ti ha resa immortale?

Perché, Kundera ti ha resa immortale

diversamente da come ti renderanno immortale

alzarti ogni mattina al freddo indifferente delle 05.30,

correre, nodo alla gola, tra le braccia di un amore,

affittar le setole ai tergicristalli di un’utilitaria acquistata a rate,

dribblare la morte seduta, da sola, al tavolo di un ristorante cinese,

cambiar batterie ad un vibratore, tre velocità d’uso,

dar croccantini al cane, al gatto, alla scimmia o a un fidanzato,

urlare che sei stanca di una vita senz’arte o di un’arte senza vita?

 

La letteratura non rende immortali,

e, a volte, ammorba mortalmente

i mortali di noia da vita.

 

Perché, Kundera ti ha resa immortale

diversamente da come ti renderanno immortale

sei mesi infiniti di speranze chemioterapiche,

l’aver fissato nel cuore occhi di bimbo in attesa,

scarabocchiare inutili versi bevendo vodke siberiane,

le lacrime soffocate nella nostalgia di Karlsbad,

scegliere il rossetto adatto da baciare,

attraversare le sbarre abbassate di un passaggio a livello,

maledire la tua bellezza in cambio di sguardi sinceri?

 

Nesmrtelnost

è affrontare i pugni dei destini degli spreads

è immigrare stipati come bestie su camions frigoriferi

è scavare i fossi dei condannati a morte

è lavorar nei call centers con una laurea in lingua morta

è commettere abigeato su esseri umani riuniti in branco

è buttar bombe carta su topi da biblioteca,

to je nesmrtelnost.

 

Kundera ti ha resa immortale?

 

             [Il Guastatore, 2012]

*

Cammino solo

Preferisco camminar solo nelle intemperie dell’esistenza,

cuore e mani congelati, steso, sul fondo di una vasca, da bagno,

come cubetto di ghiaccio in bicchiere di vodka liscia,

mosca avvolta nella tela d’ebbro ragno.

 

Preferisco camminare, camminare, e camminar solo,

nei reconditi cubicoli della piramide sociale,

in cerca di uno spazio,

tutto mio, che non consista

nello starci seduto in punta – ché fa male!-

come capita a molti, troppo spesso,

in vite che ci scivolano via senza versare dazio.

 

Preferisco camminar solo, lungo strade pavimentate di denti rotti,

sotto tormente di neve, sotto tormente di navi senza rotta,

abbandonate, nell’interstizio dei confini di città sbrecciate,

senza dolori di stomaco, o di sedere,

nelle mie notti infuocate da pompiere.

 

E, un assolo di solitudine, si staglia

su cieli tersi come cocci di bottiglia,

messi a difesa delle vertiginose altezze delle nostre anime,

per difenderci dagli incubi,

per difendere gli incubi da noi.

 

                 [Galata morente, 2010]

*

Resistendo, mordo

Benché nella mia  vita, attuale, nolente,

senta decisivi / incisivi, netti richiami a trasfigurarmi,

come studioso, come soldato, come artista,

colorando i miei cento volti di cenere,

dolore e marasmi d'acni cistiche,

resto immerso, senza toccare,

in certezze della necessità d'un'iniziativa tua,

mia, nostra, dell'umanità intera.

 

Avrà valore?

Perché darvi valore?

 

L'urgenza, in un mondo moderno divertito a viverci,

a dilatarsi con l'invadenza di madri ansiose,

a disarcionarci, come cavallo imbizzarrito

davanti ad umili Nietzsche, è resistere,

resistere nella dignità decorosa

del ringhiare d'un randagio ferito,

senza certezze, senza successi, senza carezze,

ai collari della resa, alle catene d'un sentirsi accettati,

alle abbondanti ciotole dello svendersi ai vincitori.

 

Questo, è il senso dell'accordo:

"resistendo, mordo".

 

                   [Mostri, 2009]

*

Spari all’Universita’ (15/06/2003)

Università Statale di Milano, Università di Teheran.

Noi in attesa di una laurea, di un dottorato,

di essere sminuzzati dai tritacarne aziendali;

voi, in attesa di botte, bastonate, di torture,

nelle stanze oscure della rivoluzione.

 

Chino sui miei studi, vivo nella mia camera,

con un desiderio matto di conoscere,

con un desiderio matto che il vostro conoscere

non sia fermato.

 

Noi, in attesa di un lavoro, in maniera acritica;

voi, in attesa di un futuro, in cui ogni critica abbia voce,

attenti a non addormentarvi, a non morire,

stasera.

 

Noi circondati, da mille, mille e mille,

mille titoli di studio, mille euro di salario,

mille chilometri sulla strada di una buona carriera;

voi, circondati, stasera, circondati

e basta.

 

Noi, professori e assistenti incatenati alle cattedre;

voi, Professori e Assistenti incatenati con voi,

sotto, dietro alle cattedre.

 

Noi, rintanati nei nostri bar, nelle discoteche,

domani esame di economia, di diritto o storia romana,

contenti d'un 24;

voi, nascosti sotto i vostri letti, domani esami duri

davanti ai vostri tribunali, contenti che non

vi tocchi un 28, senza condizionale.

 

Noi, seduti nelle nostre macchine,

a discutere di art.18, desiderando d'essere in vacanza,

morendo dal caldo;

voi, insultati, in lacrime, massacrati di botte,

morendo e basta.

 

Ebbene, merde di universitari dell'Università Statale di Milano

pensate alle vostre macchine, alle vostre lauree, alle vostre carriere.

ai vostri soldi, ai vostri bei vestiti, ai vostri muscoli, ai vostri cervelli uccisi

da raffiche di televisione, ai vostri dvd,

ai libri di Grisham e alle canzoni di Max Pezzali.

 

Mentre a Teheran

nascosti sotto i loro letti e nei loro scantinati

muoiono, o costruiscono democrazie.

 

Io vi sento vicini, Università di Teheran,

vi sono vicino.

 

              [Versi Introversi, 2008]

*

Sobrietá palindroma

Poche idee, ruvide, nella mia testa svuotata

dei ritmici rumori di tamburi da combattimento,

continuano a sfidarsi, le une le altre, a duello,

con scaramantica diffidenza,

continuano a sfilarsi borselli, e borse d'oro,

defilandosi, man mano,

sulla strada che dalle nebbie

va a sbocciare nell'Oceano Indiano.

 

Forze sfiancate si affiancano, a due a due,

senza affrancarsi dal ricatto d'essere uomo d'affari, uomo d'inferi,

a metter dieci millilitri di Xanax,

sobrietà palindroma,

nell'ansia del verso, colmata coi miei versi,

sottraendomi entusiasmi

in certe serate tristi d'ambìti stentati chiasmi,

in notti strambe, insensate

come disegni di bimbi

attaccati su abuliche vetrate.

 

La stanchezza, individuo nobilitato dalla mobilità,

mi rincorre, ed io, seduto, attendo.

 

                      [Lame da rasoi, 2008]

*

Teste di legno

Se non ci foste, se voi non foste fantasmi arroccati

negli anfratti dei sogni metallici di carri armati,

sarei scoiattolo addormentato nel vento

imboscato nei boschi intontiti di verde

-divieto di caccia!-della serenità.

 

Se non ci foste, se voi non foste, torri d’avorio

nelle profondità doloranti d’un bicchiere di collutorio,

sarei bolla d’aria iniettata d’odio e di sangue

nelle vene del tossico, in cerca catartica

d’eroi, d’eroina.

 

Se non ci foste, se voi non foste treni senza binario

stelle comete imprigionate nelle strette maglie d’un lucernario,

sarei elettrodo incastonato nelle corone d’amianto

di condannati alla sedia elettrica, incatenati,

in attesa, nel braccio della vita, corrente.

 

Per noi, teste di legno, burattini tosti in recite tristi,

seghe mentali senza imbarazzo

sono, aldilà d’ogni dubbio, più pericolose

che per le tante teste di cazzo.

 

               [Riserva indiana, 2007]

*

Preghiera a Madama Morte

Madama Morte non abbracciare

il cuore madido di un uomo brutto,

innamòrati dei belli, affascinata

dall'abitudine di non esser mai stata rifiutata.

 

Madama Morte non abbracciare i desideri strabici

di menti folli, ma rincorri, senza requiem, i "nella norma",

in modo tale che chi è inautentico non dorma.

 

Madama Morte non abbracciare

gli occhi umidi dello sconfitto,

e invita a danze macabre i potenti,

condannando ghigni sclerotici

musi beffardi a guidare,

nella nebbia, a fari spenti.

 

Madama Morte non abbracciare

gli abiti lisi dei senza casa, dei senza lavoro,

costringi i milionari ad acquistare,

a suon di assegni circolari,

le più lussuose ed eleganti pietre tombali.

 

Madama Morte non mi abbracciare;

bionde, rosse, more alte o basse,

mi piaccion tutte - è vero-

ma dalle vecchie, per ora,

resto restio a farmi toccare.

 

               [Underground, 2007]

*

Se i versi non protestano

Se i versi non protestano sulla natura delle accise dell’Itaglia

tasse su tasse, contro natura, faremo la fine del Brexit della Gran Bretagna

con la benzina alle stelle dovremmo battere in canotto in senso inverso la via extra-comunitaria

e, ahimé!, saremo noi costretti davvero, ad invadere di nuovo la Tripolitania.

 

Se i versi non protestano sulla natura dei condoni

ante costruisco in modo illecito e post mi trovo una villa a sette piani,

come se Biancaneve mangiasse la mela e, da morta, conoscesse i sette nani,

valuteremo cento giorni a pecora meglio che un giorno da leoni.

 

Se i versi non protestano sulla natura dei referenda abrogandi

con affluenza alle urne minore del giorno d’Ognissanti,

- ogni referendum è stato abrogato dall’intervento delle due camere di lestofanti-

dovremo implorare l’importazione svizzera di un referendum destitutivo di 945 delinquenti.

 

Se i versi non protestano sulla natura al parking Italia di milioni d’extra-comunitari

ci troveremo, tra dieci anni, con l’incremento di 60.000.000 di cittadini americani,

e, a Milano, Firenze, e Roma, con 200.000.000 di rifugiati asiatici e africani,

il Presidente americano sarà un avvocato di Matera e il Papa un beduino del Kalahari.

 

Se i versi non protestano sulla natura delle acque dei mari di Taranto e Crotone

straziate dalle fumate cancerogene dell’iper-capitale,

faremo una gran festa, aperta a tutti, all’ospedale,

invitando l’80% degli abitanti del nostro avvelenato Meridione.

 

Se i versi non protestano sulla natura delle chiappe di Belen,

interesse mediatico con audience alle stelle e conseguente fusione dell’auditel,

l’aumento del desiderio avrà una contrazione tipo yen,

e saremo costretti a urlare «siamo stati stronzi» a 10.000 decibel.

 

Se i versi non protestano, mi sento un Titanic in una lotta titanica,

morso da una biro bic senza l’antitetanica,

arrugginisco di punta, la punta dell’iceberg,

a secco di inchiostro come un distributore della Erg.

 

                 [inedito, 2017]

*

La doppia lingua

La doppia lingua non è un organo da bestiario

serve ogni giorno al tipico critico letterario:

se non hai due lingue, dai forti talenti ondulatori,

non avrai opportunità, non appena cambi il direttore editoriale Mondadori,

di leccar sederi, recuperando il tempo dell’esilio causa òstrakon di cera (c’era?),

e, colla doppia lingua, di risparmiare i soldi dell’inserzione sul Corriere della Sera.

 

La doppia lingua è un organo di utilità marginale

all’aumentare del consumo di un sedere, la serietà non sale,

dispensatrice di «giudizi critici» oggettivi, a naso,

ricorda il caso di un artista che, da amico, era sovrano del Parnaso,

dopo un litigio si è trasformato in animale.

 

Questa è la bellezza immune del mestiere del critico letterario,

aver la doppia lingua rende, su ogni cosa, dissacrante e turiferario.

Intellettuale controcorrente, svelto a dedicar salmoni al massimo offerente,

immune da ogni critica, non immune dall’essere immuno-deficiente

a furia di scambiar siringhe di formalina contro ogni reazione irriverente,

consolida la doppia lingua, incassando un tot. d’assegni di reputazione al mese

nella speranza di riuscire, dopo anni di italiano anonimato, a diventar svedese.  

 

Perché la doppia lingua, a forza di mulinare, t’abbia finalmente annichilito il frigno,

abbia neutralizzato il mantra «nessuno mi commenta», «nessuno mi rammenta»,

t’abbia dato, quasi ottuagenario, i tuoi quindici minuti di celebrità col ballo della lontra, 

è dovuto intervenire addirittura il Chelsea di Mourinho.

 

                    [Cherchez la troika, 2016]

*

E ognuno applaudirà

Ridendo di non esserci sarò in mille città

orso uscito dal letargo, mostrando mille volti e mentendo cento identità,

senza che vi rendiate conto di non subire affronti

da attore consumato, consunto dallo iato d’un io esente da indulti.

 

Ridendo di non esserci, scacciatomi di scena

nell’ansia d’aver Giuda maitre d’ultima cena,

eroderete mesi stordendovi d’incensi,

come chierici in chiesa in vani attimi d’attesa,

con l’ansia di immolarmi a platee di controsensi.

 

Ma io non ci sarò nelle sale di lettura,

mascelle chiuse, strette in odor di contrattura.

Non v’accoglierò, menestrello, alla ribalta,

lontano dalla nostalgia d’un pubblico che ascolta.

 

            [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Baby losers

Baby losers, abbiamo nome,

in marcia verso futuri fluiti

da un mix bizzarro d’acidi e melassa,

chiamati a difendere la terra,

con l’unica arma della volatilità del turista nomade,

nei deserti dei centri distributivi,

nella viscosità di ricatti emotivi elevati a norma.

 

Perdenti, etichettati come scatole di tonno,

non ci fermiamo un attimo

a riflettere i bagliori dell’autodafé dei nostri roghi,

a saldare, con fiamme ossidriche,

i rubinetti dei nostri nasi.

 

Corre, il mondo, corre,

arrivando dopo ogni umano cambiamento,

senza concederci di capire di non essere mai in testa,

doppiati doppioni appollaiati sui finti

alberi della cuccagna d’una civiltà vestita a festa.

 

                [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Con le tue ultime forze

Con le tue ultime forze hai buttato il cuore oltre l'ostacolo

una disperata spinta, la tua mano di nonna

intarsiata da rivoli di venette azzurre su una carrozzina indifesa

davanti alle ruote motrici del camion.

 

Pensavi a milioni di flashback, al desiderio di morire sola,

è raro che un uomo ambisca a finire in solitudine estrema,

morire da sola,

ninnando canzoni d'amore nello spazio di cinque secondi

a chi, incosciente della tua morte, affidavi tutta te stessa.

 

Le ruote di un camion non mostrano alcuna clemenza

verso i canti di nonna, e la carrozzina muta,

dinnanzi a un lenzuolo steso sull'asfalto,

non ha fatto notizia.

 

                   [Scarti di magazzino, 2013]

*

I funerali della morte

Ho una nuova migliore amica: madama Morte,

non chiede niente di tanto eccessivo

tranne che vivere una notte intera

tra le sue braccia,

non chiede niente di così smodato

tranne che stare, in silenzio,

davanti ai suoi occhi scarni,

senza discutere della sua falce.

 

Non chiedo niente, a madama Morte,

amica di corse sfrenate verso l’inferno,

calore di mattini freddi, tranne che restar nuda

dentro le piaghe della mia alcova,

tranne che star cauta, con le mani ossute,

nelle sue carezze alle mie cicatrici.

 

Fai testamento, amica Morte,

inserendo un codicillo coi miei versi,

cosicché essi si conservino,

e si tramandino, da erede a erede,

contro l’intensità dei venti avversi.

 

              [Il Guastatore, 2012]

*

Etilometri

 

Non c’è delirio di onnipotenza,

non c’è biglietto da pagare, salato,

per assistere a queste serate stordite

dai fumi dell’alcol, Sangria e Grand Marnier,

da torrenti di cazzate, dette, ridette,

e ripetute all’inverosimile,

senza che io ci creda, senza che nessuno ci creda,

mentre le belle ragazze, adolescenti con facce da troia,

corpi efebici da modella, siedono tutte ad altri tavoli,

davanti a noi, smemori di Lorca, di Evtushenko,

del sarcasmo iberico di Marziale,

immemori di non essere niente,

ruote di scorta dell’esistenza.

 

Ma, io, continuo a scrivere, nella certezza che vivrò,

in eterno, all’ombra delle mie scemenze metriche,

nella speranza d’essere goccia di Valium

versata nel bicchiere d’un universo stanco,

facendovi dimenticare bellezza, amore, piacere,

ricordandovi d’essere polvere,

sì, ma non polvere bianca.

 

Ma, io, continuo a scrivere,

a volte, in maniera meccanica,

a volte, con sordida emozione,

tenendo il cuore in un bicchiere

saldo nella mano destra,

l’altra sulla coscia d’ineffabile bagascia,

sbarrando i vostri occhi, con stuzzicadenti,

e ubriacandovi d’angoscia.

 

                 [Galata morente, 2010]

*

Business plan

Nella mia vita, nella vita vostra,

moltissimi costi, rari benefici.

 

Molti: rifiuti di chi non ama,

esclusioni da escursione termica,

attribuzione ad altri di meriti tuoi,

tumori, disfatte, sensazioni d'asfissia,

e mal di denti.

 

Pochi: adesioni incondizionate, sentimenti vibranti,

mici da coccolare, amore.

 

Potrei dirvi, in altri termini,

che vivere vi costa molto,

sotto assedio, abbracciati e vinti,

costretti a nascere, curiosi di cosa vi

riserverà un futuro buttato nella lotta,

aiutando chi intristisce,

scudieri di sensibilità e cervello,

condivisioni sfortunate.

 

Potrei dirvi, un mare di cazzate,

sulle vostre vite da lumache corazzate.

 

Vorrei esser scudo di chi si sente male,

lancia nel costato

di chi si non s'è voltato

a vedere un Cristo nudo, massacrato di botte,

senza dover essere un nuovo Don Chisciotte;

vorrei esser Sancho,

rifiutato, e sconcio,

deluso, brutto - dannazione!-,

con nel ventre rabbia e umiliazione,

dallo scudo rotto, senza una bilancia,

per poter mettere costi a destra,

e benefici nella pancia.

 

     [Mostri, 2009]

*

Riformatorio

Non cercate chicche stilistiche

negli anfratti dei miei versi,

immersi, dispersi

in umori carsici, senza carezze,

che rinfrangan mondi diversi.

 

Non cercate rime stabili,

odori a ritmo di sardana,

mistica arcana,

non mi servono trucchi, ombretti

per vestirmi da puttana.

 

Poeti nuovi, colletti bianchi,

io, reo confesso d'esametri scianchi,

mi muovo a disagio nel vostro mortorio,

stanco di correzioni da riformatorio.

 

             [Versi Introversi, 2008]

*

Bacco dannato

Preso nella rete del boia, nelle fauci della chimera

affronto, a muso duro, da mastino rabbioso

i vortici d'una vita senza vertici,

- in attesa di diventare quadro, da inchiodare

ai muri dell'azienda-, e non mi interessa salire in cattedra,

inebriandomi dell'incenso d'ostiche cattedrali,

frate circense ammaestratore di maiali.

 

E attaccando a scrivere,

ascrivendo schiamazzi metrici a salite stitiche,

senza sostituirmi, ridendo, a Simone di Cirene

- ci tramandò Basilide!-

mi libero, a forza di surrene,

dai vani sogni abulici d'una crisalide.

 

E continuando a scrivere,

Bacco dannato, Bacco d'annata

imbottigliato nel traffico d'inferno

della mia memoria dissennata,

fitte alla bocca dello stomaco, bloccasterzo allo sterno,

resto in attesa di somministrarmi un farmaco

che mi renda immune dallo scherno

riservato alle verginità rubate

nei motel delle mie cento anime disadattate.

 

                [Lame da rasoi, 2008]

*

Le quote rosa

Dopo le chiacchiere, ridondanti, di decine di, a detta loro, artiste,

scappa il proposito di importare dalla Svizzera un referendum d’altra natura

non come l’inutile sulle trivellazioni che mi indirizzerebbe a battute maschiliste,

un referendum in grado di imporre lo 0,045% di quote rosa alla letteratura.

 

Prendiamo ad esempio una scrittrice, a detta sua, la Policane,

scrive, tipo il labrador del mio ex-zio, boiate degne delle migliori veline democristiane,

lamenta sempre di sopravvivere in condizioni miserande

sarà il motivo del suo apparire, dappertutto, in selfie senza mutande?

 

Poi, dico io, ne esistono di giornaliste freelance flessibili dotate di microcefalie,

che, a forza di camminare con tette e culi in costante esibizione,

abituate a flettersi con inflessibile orgoglio sopra divani e sotto scrivanie,

esibiscono articoli e rime dotate d’alte dosi d’analfabetizzazione,

scambiando un reiterato abuso dell’anal con l’uso delle anàfore

nella speranza di sfilare dalle pagine dell’Unità a una camera da letto d’Arcore.

 

Queste nuove generazioni di intel(lett)uali malate d’alitosi,

accorte a farsi strada succhiando cazzi al ritmo di Bela Lugosi,

non si offendano se ovunque le definiscono col termine «mignotte»:

magari è il momento di abbassar la testa, sui libri, e di alzare le culotte.

 

                                  [inedito, 2017]

*

Nazar Gul

Poeta afghano

canta storie d’un mondo

con consistenza di bomba a mano,

dimentica, inch’allah,

il terrore negli occhi di tuo figlio,

vittima d’una insana sari’a,

dimentica al ritmo

del tuo dohl spezzato ansia e dolore

che, ieri, nella notte,

sotto un uragano di sassi assassini

t’han raffreddato il cuore.

 

Poeta italiano

dalle tue celle

umide da frate

francescano

non lavar via,

mai, moderno

donchisciotte

le lacrime

di chi,

sotto silenzio,

muore

nella notte.

                                       [Riserva indiana, 2007]

*

I morti di fame stanno nelle accademie

Non mi resta che brindare,

ai maneggioni d’ogni risma (di carta A4),

brindare ai docenti universitari di sociologia del diritto

che ti costringono a elemosinare 45€, chiedendoli a ripetizione,

loro con le ripetizioni ci campano, campano coi libri

sovvenzionati dall’università, e venduti ai frequentanti e non,

eppure – dicono- non riescono a tirare alla fine del mese,

alla faccia del disoccupato, del cassintegrato, del vario tipo di esodato,

che, almeno una volta nella vita, hanno davvero lavorato,

senza trascorrere intere giornate a leccar sederi nei corridoi,

fingendo di stampare volumi, facciate di isbn, in vista dei concorsi,

a racimolare raccomandazioni, a brigare con le commissioni,

in Italia le commissioni d’inchiesta arrivano sempre tardi a rompere i coglioni.

 

Non mi resta che brindare,

coi soldi del sussidio, otto enfatici mesi contro tredici anni di contributi versati,

alla faccia dei filiifamiliae mantenuti dieci anni a fare, nell’ordine sacrale:

studenti, cultori della materia, dottori di ricerca, ricercatori con bustarella, docenti associati (a delinquere),

e, infine, docenti ordinari, fascia 1, fascia 2, fascia 3,

l’Italia, terrona d’Europa, si sfascia, loro si fasciano, neo-fascisti ossia fascisti in fasce,

di corone d’alloro, minacciano, rimbrottano, correggono,

dimentichi dell’abolizione di ogni ius corrigendi e ius primae noctis

(con le ragazzette somare che studiano da giornalista e sognano da velina),

l’idraulico di loro se ne frega, l’elettricista di loro se ne frega, il macellaio di loro se ne frega,

di loro se ne fregano tutti, inclusi carabinieri, finanza e ufficio delle entrate.

 

Non mi resta che brindare,

alle cattedre regalate a vita a chi spende un’intera esistenza inutile,

a discutere di interpretazione autentica della Corte Costituzionale.

L’inutilità delle loro esistenze sarà il nostro massimo, ontologico, successo.

 

                    [Cherchez la troika, 2016]

*

Vate vobis

Vate vobis, finalmente è arrivato il vostro turno di

a] tirare avanti l’ingranaggio della catena di montaggio,

b] fondare case editrici, riviste, rigorosamente a vostre spese,

c] sudare, come maiali, sull’organizzazione di antologie e volumi collettivi,

d] ricercare di fare seria ricerca,

e] inventare testi battendo tristi tasti di tastiere toste.

 

Vate vobis, è venuto il regno della dissoluzione di ogni forma poetica,

fiat lux et fiat facta est in stabilimentum

Thermae Himerae, or Tychy (Poland), or Sterlingh Heights (Michigan),

è il momento dell’ortolano, avanguardista del rafano, di tentar la metrica,

la metrica all’amatriciana del ristoratore, vincitore del concorso di Trescore,

o l’endecasillabo sdrucciolo di vaselina, distintivo dell’artista ragazzina.

 

Vate vobis, siamo in democrazia, la lirica a due lire,

lo stile è in svendita a chiunque abbia una stilo,

il medesimo Giovanni lo stilita ci ha insegnato che cagare

dall’alto di una colonna (di rivista o di giornale?) non è peccato,

essendo addirittura requisito di santità dell’oggetto defecato.

 

Vate vobis, non incito alla cultura codina del circolo ristretto,

che restringe l’accoglienza culturale a muri di lazzaretto,

è che, le avanguardie, tutte e mille, hanno avuto unanime sentore

ch’è il momento esatto, adesso, di strappare la casalinga di Voghera alla sua telenovela,

gli scambisti di San Salvatore alla loro (meritata) orgia con tre uomini di colore,

o il sacerdote di Masera ai vespri della sera,

senza rilevare sociologicamente, facendosi un minimo di mazzo,

se a costoro dell’impresa artistica interessi un cazzo.

 

               [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Stelle comete

Non si deve vivere in eterno

vicino, o lontano, ai nostri fallimenti;

per questo si sparisce, e per questo si riappare,

stelle comete mai inseguite, e, mai cercate

in dolcissimi, angoscianti, disimpegni;

o amori così coglioni da non morire mai,

così testardi  da bussare ancora,

così coraggiosi da gridare tutto a squarciagola.

 

Piccola sofferenza insicura, swarovski fragile,

non è detto che restarti sempre vicino

voglia dire restarti vicino sempre.

 

     [Underground, 2007]

*

Cccp

Cantando le lettere italiane dei morti di fama,

spremute dalla carica d’elefanti, d’Annibale, a Zama,

le balle mi mulinano vorticosamente in centro all’Elicona,

dieci minuti di successo trasformano una monaca in battona.

 

Cianciate, idioti, sui blog, sui siti, sulle riviste online confusionarie

nessuno pagherà mai le vostre tre minchiate semi-letterarie,

la microeditoria socialista è CCCP: «col cazzo che paghiamo»

coi soldi nostri la velleità del vostro libertarismo narcisistico freudiano.

 

Noi del comitato di programmazione quinquennale dei costi

abbiamo deciso di mettervi all’indice come scafati ecclesiasti,

il vip dello star system letterario si vende e deve essere fucilato

dal miliziano dell’arte neon-avanguardista allergico a ogni forma di mercato.

 

Decreto n. odin emesso, vox populi, dalla sede centrale del sacro comitato:

se fai cultura retribuito sei un mestierante e vai sfanculato,

devi essere trattato come tutti coloro che svolgono un mestiere

nessuna libertà di dire, fare, baciare e tanti calci nel sedere.

 

Decreto n. dva emesso, vox populi, dalla sede centrale del sacro comitato:

abolito il diritto d’autore e il vocabolo stesso, «autore», condannato

alla damnatio memoriae del lettore, animale in via d’estinzione,

coatto a subordinare la testa a trattamenti di circoncisione.

 

Decreto n. tri emesso, vox populi, dalla sede centrale del sacro comitato:

se il «pubblico» è diventato «privato» non va vezzeggiato,

nel secolo del tardo-moderno immaginario l’ignoranza è una dote

e il lettore medio è intossicato dai sonniferi peggio di Truman Capote.

 

Per scrivere in rima bisogna esser poeti

avere, di norma, almeno due didietri,

e il dono della doppialingua critica:

leccare i famosi e farsi leccare dalla massa stitica.

 

                                [inedito, 2017]

*

La ballata di Peggy e Pedro

La ballata di Peggy e Pedro è latrata dai punkabbestia

di Ponte Garibaldi, con un misto d’odio e disperazione,

insegnandoci, intimi nessi tra geometria ed amore,

ad amare come fossimo matematici circondati da cani randagi.

 

Peggy eri ubriaca, stato d’animo normale,

nelle baraccopoli lungo l’alveo del Tevere,

e l’alcool, nelle sere d’Agosto, non riscalda,

obnubilando ogni senso in sogni annichilenti,

trasformando ogni frase biascicata in fucilate nella schiena

contro corazze disciolte dalla calura estiva.

Sdraiata sui bordi del muraglione del ponte,

tra i drop out della Roma città aperta,

apristi il tuo cuore all’insulto gratuito di Pedro,

tuo amante, e, basculandoti, cadesti nel vuoto,

disegnando traiettorie gravitazionali dal cielo al cemento.

 

Pedro, non eri ubriaco, ad un giorno di distanza,

non eri ubriaco, stato d’animo anormale,

nelle baraccopoli lungo l’alveo del Tevere,

o nelle serate vuote della movida milanese,

essendo intento a spiegare a cani e barboni

una curiosa lezione di geometria non euclidea.

Salito sui bordi del muraglione del ponte,

nell’indifferenza abulica dei tuoi scolari distratti,

saltasti, in cerca della stessa traiettoria d’amore,

dello stesso tragitto fatale alla tua Peggy,

atterrando, sul cemento, nello stesso istante.

 

I punkabbestia di Ponte Garibaldi, sgomberati dall’autorità locale,

diffonderanno in ogni baraccopoli del mondo la lezione surreale

imperniata sulla sbalorditiva idea

che l’amore sia un affare di geometria non euclidea.

 

              [Cherchez la troika, 2016]

*

Penso che all’inferno si parli inglese

L’importante è iscriversi a un corso d’inglese, conversare in un inglese impeccabile,

anche se non si ha niente da dire, soprattutto se non si ha niente da dire,

arrivare a non aver niente da dire è un must di ogni nazione civile.

 

L’inglese è indispensabile, è l’idioma della Lehman Brothers,

dell’alta finanza che naviga su internet, nel cyberspace,

senza inglese non si trova lavoro, non padroneggiare l’inglese è un disdoro,

il macellaio si intristisce a colloquio con la mucca Highlander,

il meccanico non comprende il senso delle Goodyear,

l’impiegato d’un’azienda galvanica, con baricentro tra Renate e Carate Brianza,

si smarrisce a far bolle in brianzolo con l’inglese che avanza.

 

L’importante è iscriversi a un corso d’inglese, e non sia un corso di còrso,

all’inglese l’imperatore Napoleone non avrebbe mai fatto ricorso,

english is the language of future, benché, a noi, generazione no future,

non serva l’inglese, ma serva soccorso.

 

Glocalizzati, novelli servi della gleba, incatenati al territorio,

coviamo la funesta sensazione che l’italiano ci accompagni all’obitorio,

senza dovere mai rimpiangere di aver sprecato denari,

in corsi, insegnanti, lezioni e dizionari,

perché, abituati a spingerci al massimo fino a Varese,

abbiam la certezza che all’inferno, almeno, si parli inglese.

 

            [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Spero di incontrarti in una giornata di sole

                           (in memoriam Simone Cattaneo)

 

Per me, nei battiti affievoliti dall'eco d'una vita ormai succinta,

la crisi è stata definitiva, nodo di non ritorno dalle lande dei fantasmi,

la crisi è stata definitiva.

 

La cassa integrazione scolorisce, scoloriscono i fallimenti bancari,

il crollo della borsa scolorisce, scoloriscono i tassi di interesse

nelle terre dove tutto scolora, dove sono diventato buio,

a brancolar nell'ombra tra i cavi dei lumini elettrici e briciole feretrali.

 

La crisi è stata definitiva, vittima di un io carnefice

feritosi sui cocci dei miei denti aguzzi,

m'affretto verso tenebre tetre, smettendo di raccontare

i margini, mai rimarginati, delle ecchimosi dell'uomo.

 

Spero di incontrarvi,

in una giornata di sole.

 

                   [Scarti di magazzino, 2013]

*

Cocktail Molotov

«Riempire una bottiglia di benzina»

[Mi nutro di vita]

«Avvolgere uno straccio attorno al collo della bottiglia»

[Penso ad una soluzione]

«Bagnare di benzina lo straccio»

[Chiamo: nessuna risposta]

«Accendere l’innesco»

[L’animo indignato si infiamma]

«Spaccare la bottiglia tra le mani»

[La morte dell’artigianato]

 

Le istruzioni, viviamo ormai senza cartine, sono impresse a sangue

negli ostraka ateniesi, o su vasi dozzinali etruschi,

sui muri dei bordelli di Pompei, o negli intonaci delle celle di esicasti bizantini,

sulle lettere di cambio dei mercanti veneziani, o nelle trincee della Grande Guerra,

tramandandosi / tramandandoci di era in era, di millennio in millennio,

dai cantastorie aedici ai contastorie cibernetici,

e continuano a ustionar l’(in)umano, comburente e combustibile allo stesso tempo,

consumandolo nelle fiamme dell’incendio, inesauribile, dell’arte,

che brucia, spegnendoti, senza mai spegnersi.

 

                      [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Carmina non dant damen

La storia di una moneta non interessa a nessuno

due facce mai tanto ardite da vedersi in faccia:

su un lato impressa l’effigie d’una regina,

austera, drappeggiata di sete e assetata di drappi,

sull’altra l’immagine di un menestrello, vestito d’un manto di terra,

circonfuso dall’aurea tristezza dei canti di guerra.

 

L’incanto d’amore si trasforma in moneta

due mani, sistemata con cura e artigiana,

si stringon le mani, e due visi, due occhi meteci

si sporgono dai rilievi del rame,

tenendosi vivi, abbracciati, sospesi nel vuoto,

l’uno a osservare l’amenità di un reame

dove corrono liberi i fiumi, sorridono i fiori,

rivestito di boschi e di frutti in eterno,

l’altra a guardare l’inferno.

 

La mia arte è impotente

a lanciare incantesimi tanto influenti

da tener senza tempo sospesi nel vuoto due volti,

mescolando in fucina i due mondi

in un unico mondo in cui menestrello

e austera regina si armonizzino a fondo.

 

Menestrello, continua a cantare

il tuo inutile canto col cuore spezzato,

in attesa che frammenti di lacrime

si rimettano in circolo

nel sangue d’un amore smezzato.

                         [Carmina non dant damen, 2012]

*

Penelope

Ti chiedo scusa - cantore d'un amore fuori luogo, fuori tempo-

di non esser mai riuscito a non dirti d'esser pazzo,

di non esser mai riuscito a dirti d'esser pazzo;

conscio che i miei versi non risuonino nelle tue orecchie,

certo che i miei inferni, di cristallo, non scintillino nelle morene dei tuoi occhi,

ti viaggio a distanza siderale, assiderata stella senza massa,

Penelope in attesa d'un Ulisse immersa nella danza a ritmi di calipso,

e tu, nuda sulla soglia della camera da letto,

non attendi i miei ritorni, assaltando acquitrini,

come fossero mari.

 

                     [Galata morente, 2010]

*

Malocchio

Guardando travi, travi di rovere,

mentre tutti ballano, mentre tutti ridono,

mentre tutti scrivono,

immerso in un dolore che non dimentica

i nostri trascorsi da belve umane,

nascondo i miei salici in camere oscure,

nell'attesa di cuccioli che mi mordano i sandali,

nell'attesa oziosa di te, inventata dalle carte

di una chiromante ubriaca,

nell'attesa oziosa di me,

invenzione subdola d'un mondo sudicio,

artista scialacquatore, artista sciacquone.

 

Guardando travi,

nelle tempeste della vita, messo in ginocchio,

senza trovare pagliuzze d'oro

dentro le notti buie di Malocchio.

 

          [Mostri, 2009]

*

Tristezze

La mia tristezza non è tristezza vera,

ha consistenza atomica d'istrionica chimera,

mezza cornuta, mezza felina,

e mezza velenosa, come viperide assassina;

è coscienza, un po' etica, d'aver voce di tuono

in sale d'incisione votate all'abbandono,

è amore, appassionato, per dolore e verità,

sotto tavoli nascosti ammanniti a sazietà.

 

La mia tristezza

non è tristezza vera,

ma saetta scintillante

nel candore della sera.

 

                                   [Versi Introversi, 2008]

*

Dal fondo del burrone

Dal fondo del burrone rimiro i mille cieli d'azzurro fiume,

rimiro i mille soli afferrati con le mani, ferite da ossa rotte,

terrore di non riuscire a volare via

dalla notte oscura, da madama morte.

 

Dal fondo del burrone,

ti chiamo, Madre, ti chiamo, mamma,

nell'angoscia, io, occhi vitrei dal dolore,

cranio fracassato, di non riuscire a

far smettere i trilli del mio cellulare,

di non riuscire a far cessare i trilli

di questo mio cuore.

 

Dal fondo del burrone,

ti chiamo, Padre, uomo di cultura immensa

- a cosa m'è servita, mentre cadevo, uccidendomi-

ricordando di te, diviso tra Herbart,

e i miei trofei della "Canottieri Alto Sebino",

mentre cadevo, senza riaffiorare,

senza una boccata d'aria.

 

Dal fondo del burrone continuo a rimirare neri arcobaleni,

ma non sono solo.

 

                      [Lame da rasoi, 2008]

*

Rose bollenti

Dai vostri scranni di tribunale e dalle cattedre,

dalle vostre sedie smaltate in teak

da uomini d’oro dell’alta, media o bassa finanza,

dai vostri pulpiti ricoperti d’argentei sacri paramenti

i vostri cuori dormono, i vostri occhi dormono

inspiegabilmente in mezzo al rumore infernale, metallico

di ingranaggi inceppati, fegati ingolfati, gazze sbeccate.

Mi chiedo, -dove siete?- se ci derubano

più volte, e più volte ancora d’ogni speranza, d’ogni coscienza,

nei viali stretti, pieni di buche, dell’esistenza.

Mi chiedo, -dove siete?- se ci massacrano

nella monotonia metodica d’uffici amministrativi

o, se ci irretiscono nell’asfissia catodica d’amori irriflessivi.

 

Mi chiedo, -ma dove siete-? Ora, lo so.

 

Nascosti, dietro a scrivanie cariche di carte

e di equazioni, voi, vivete, impenitenti,

dimentichi di chi osi non calzare guanti d’amianto

per strozzar rose bollenti.

 

                       [Riserva indiana, 2007]

*

Giorni come rasoi e notti come nuvole

Giorni come rasoi movimentando merci

senza valore movimentando umani,

cani clonati, in cerca di ossa da mordere,

e di polvere, da mordere.

 

Giorni come rasoi in inferni di latta,

e di cemento armato perduti tra rabbia, rancori, odio

tra anonimi danni collaterali dei nuovi schiavi

di un boom economico auspicato.

 

Giorni come rasoi in centri che distribuiscono,

non sempre in parti uguali, angoscia, disperazione,

desideri frustrati, risate, amori banali,

molto o poco zucchero nei bicchieri di caffè.

 

Giorni come rasoi, notti come nuvole bianche

in una sera d'estate ad Assisi;

e i miei gatti, seduti sopra un libro aperto, vivo,

miagolano voci di morti,

che, da altrove, narrano sogni.

 

                          [Underground, 2007]

*

Gli alieni, i cormorani e te

Fare discorsi assurdi alle 04.00 di mattina

nel tentativo di scovare se ancora esista, in Italia, un vero romanziere

e non sentire inutile il discorso?

 

La gens umana è condannata all’estinzione,

ogni forma di romanzo, o d’arte, è condannata all’estinzione,

mi restano immagini di insipidi cormorani svedesi, speranza nell’esistenza degli alieni, e te.

 

Il mio stile, mostruoso - mi sono costretto ad abbandonare la rima-

è tentativo di concretizzare una nuova langue aliena,

in modo che i nostri dialoghi oltrepassino lo spazio

non si estinguano con la morte dell’homo sapiens sapiens,

il tuo sorriso d’ambra non si spenga al deflagrare importuno di Helios.

 

Gli alieni arriveranno a salvare i versi, di me, homo insipiens,

sbattendosene il cazzo di cormorani svedesi, di albatri francesi, di asini italici,

si divertiranno coi nostri discorsi delle 04.00 del mattino, ai tuoi sorrisi,

ricorderanno noi, salvandoci dall’estinzione di massa,

salvandoci dalla cultura di massa, noi alieni alla contemporaneità.

 

Gli alieni, alla fine, ci comprenderanno, noi, alieni dalla fame di successo,

e la memoria, come fossimo Greci in default, testimonierà una vita intera,

e la memoria non ci spazzerà via dall’Alzheimer dell’universo.

 

Stasera scrivo ermetico,

er metico de li mortacci,

tanto i miei versi non raggiungeranno mai anima viva.

 

Confido nella follia di un filologo alieno, di un allegro demiurgo,

che, smascherati i miei lazziscazzi da Panurgo,

su una nave spaziale guidata da schiere di veltri

ci resusciti, senza il deus ex machina d’angeli e sepolcri.

 

                      [inedito, 2017]

*

In vino vanitas

Pur avendo il desiderio che i miei versi ricevano assegni da 100.000 euro

sono artista abbastanza scafato da non esser sequestrato dalla neuro,

a sentire i «colleghi» casciaball, che collegano endecasillabi e sette nari,

servirebbe un naso d’oro a aspirar la polvere fattasi sulle loro raccolte coi grandi editori,

tutti sono sfiancati, decine e decine d’opportunità, vittime disperate di un contratto «colossale»

e festeggiano su Facebook l’uscita di due minchiate scritte in rima sul Giornale Parrocchiale.

 

Che dire del maggior esperto di cinema, mondiale, del domani,

il classico uomo Trivial Pursuit che al bar sa tutto sui film americani,

si occupa nella vita reale, con scarsa velleità da dilettante, di titoli, borse, import-export,

come massima argomentazione cita a memoria la Gazzetta dello Sport,

ora che ha messo su famiglia vedrei opportuno che citasse l’etica dei Promessi Sposi

se è vero che la moglie, in gioventù, ha onorato il mondo con più succhiate di Bela Lugosi.

 

Pur avendo assistito, il 19/03/2016, al reading della Giornata mondiale della Poesia

il mio cervello in loop non mi traghetta minimamente l’idea di una giornata buttata via,

in fondo, anche a un noto e affascinante magnate della televisione

han concesso l’onore di operare alla Casa di Riposo di Cesano Boscone,

a me, umile menestrello, senza arresti domiciliari e senza inganni

m’è toccato assistere alla recita dell’ospizio di Sesto San Giovanni.

 

Che dire dell’anziano critico letterario che si auto-definisce un ciabattino,

danno collaterale del conservar bottiglioni vuoti su un angolo del lavandino,

forse il suo obiettivo artistico sarà aprir nel Lazio una nuova vetreria

o sbarcare in America col biglietto da visita di una nuova antologia,

imperniata sul criterio di valutazione del binomio amico / nemico à la Carl Schmitt,

ciabattino, chiudi la ciabatta, o ci costringi ad effettuarti un salutare retrofit.

 

«Pur avendo» e «che dire» sono termini da bandire dalla loggia dell’Atelier

l’ubriaco è scusato dall’abuso di vocaboli che non san di sommelier,

in fondo in fondo, se non mi salva la Bacchelli, il mio futuro sta alla Caritas

dove mi aggirerò molesto, da delirio di riforma, con in bocca l’aforisma in vino vanitas.

 

                         [Cherchez la troika, 2016]

*

Il gatto di Keats

Nelle lande brumose del romanticismo inglese c’era il gatto di Keats,

il gatto di Keats a dare all’arte speranza di eterno ritorno

e all’artista sensazione di tornare all’eterno,

lontano dalle inquietudini, tutte terrene, delle bollette,

delle fatture da emettere a fine mese, dello stipendio da incassare,

dal far quadrare i conti accontentando i quadri (aziendali).

 

Nelle case londinesi impregnate d’etica vittoriana c’era il gatto di Keats,

si accoccolava sulle gambe di chi scriveva versi, senza scappare,

tendeva agguati ai sogni e alle farfalle azzurre, a viole e a fate,

sussurrando, ad ogni carezza, miaulii d’immortalità

a uomini che morivano di niente: tisi, influenza e tubercolosi,

malnutrizione, sifilide, stenti, battaglie e inverni freddi.

 

Ci vorrebbe ancora il gatto di Keats:

i gatti tardo-moderni sperimentano cosmetici e farmaci,

hanno aghi infilati nelle splendide iridi verde lacustre,

e, impegnati a frugare in sacchetti di innaturali croccantini,

a diventare obesi come l’homo consumens,

non si preoccupano di incalzare topi da biblioteca,

non si curano della grandezza durevole dell’arte o dell’artista.

 

C’era il gatto di Keats, allora, specie oramai estinta,

e noi, abbandonati alla disperazione dell’istante,

giochiamo a foggiarci felini, sinuosi e flessibili,

timorosi di tutto ciò che è liquido: amore, vita, paura,

fingendo di avere milioni di vite, e sprecandone una.

 

                 [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

I miei versi hanno titoli difficili

La dimensione narcisistica dell’ego

spiazza ogni tentativo di scendere in piazza

schizza ogni abbozzo di mistico schizzo

condannando l’artista all’impiego,

salario fisso, a far da torcia, lungo la via Salaria

votandosi a mendicare voti, di casa editrice

in rivista, insinua la mania di esaurire un’inusitata collezione

di bollini di presenza da incollare a una tessera annonaria.

 

Il maestro A consiglia maggiore stringatezza,

il maestro B non teme vincoli d’estensione

il maestro C inneggia a maggior levigatezza

il maestro D chiede abrasione,

e, in mezzo, l’autore junior a barattare illibatezza

contro un warholiano quarto d’ora d’attenzione.

 

Scrivi sulle città in fiamme,

no, canta della società annacquata,

oh, infiamma di sesso i versi,

ehi, versati acqua nelle mutande,

metti su fogli bianchi A4

il contrario di ciò che ti chiedono i critici

o una critica di ciò che ti chiedono i contrari,

accetta l’omaggio di tutti, tutti sono maestri di tutto.

 

Tu resta, a vita, l’allievo d’un sogno distrutto.

 

                      [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Villanoviano

Prima di vedermi sdraiato, nel mio sonno senza fine, sotto i riflettori della modernità,

fenomeno da baraccone del teatro della morte, del teatro della cultura,

camminavo all’ombra delle mie valli, tra Verrucchio e Castelfranco,

camminavo, e ridevo, camminavo e vivevo.

 

Prima di vedermi accucciato come feto in una nicchia di museo,

nudo ai vostri occhi indiscreti, reperto archeologico,

catalogato dalle vostre manie di schedatura,

camminavo al fresco dei miei mattini non ancora etruschi,

camminavo, e ridevo, ammirando i monti.

 

Ma adesso che m’avete messo sotto chiave,

vi scruto dalla mia strana tomba,

vuota di dèi celesti o vittime sacrificali,

studiarmi, carichi di catene,

e rido, a non vedervi camminare,

e rido, a non vedervi vivere.

 

                       [Scarti di magazzino, 2013]

*

La furia nera del rottweiler

Ferocia e violenza arrivano all’ombra della notte,

ti scattano dentro senza farsi annunciare,

corrono sui muri imbrattati d’ira,

di sudore, corrono in silenzio,

e correndo, come bradi bufali tutto istinto,

troncano cuori o teste, sradicano amicizie e amori,

stralciando il conforto di decidere

se ingabbiare il tempo, o esserne ingabbiati.

 

La furia nera del rottweiler è in me,

io che soffro di chi dorme in strada,

mi commuovo alle lacrime del lutto,

alle urla della madre che ha smarrito un bimbo,

redigendo documenti word

a nome di chi assapora la sconfitta.

La rabbia cieca del rottweiler è in me

 

La furia nera del rottweiler è in me,

dandomi occasione d’essere fragile,

in balia d’una conferma di lettura

attesa, e attesa, macerandomi

nei solchi scavati da dolore e sofferenza,

contraccambio di un minuto

in cui trionfino sensi d’indocilità.

 

Il destino di tutti noi, rottweiler,

è d’essere ammansiti o addormentati,

dopo una vita alla catena dei miti sociali dell’aggressività,

e non c’è rimedio ai nostri momenti di follia,

se non render l’intera nostra vita folle.

 

                        [Il Guastatore, 2012]

*

C.e.

Unione di menti, dementi,

addestrate a sbraitare odiosi comandi,

carcerieri bloccati a istruzioni da terza media,

camminerete avanti, e indietro, indietro, e avanti,

consumando i selciati dei vostri sudici esercizi, di addizione / sottrazione,

con tasche farcite di soldi raccolti

 con insulsi espedienti inizio anni novanta,

con creste sulle croste di michette salate,

non avrete voci da cantori,

non avrete nessun ruolo nella storia dell’homo abilis.

 

Presi a rubare 10 € dalle cassette delle offerte

di chi mendica fidelity all’uscio delle vostre attività,

sarete ingannati dalla malversazione d’avidi distributori,

continuando a sbraitare odiosi comandi,

sentendovi vette del mondo,

non sentendo invettive, -  bruto chi legge-,

camminerete, camminerete, indietro, e avanti,

racchiusi nella boccia di neve sintetica

delle vostre esistenze.

 

                    [Carmina non dant damen, 2012]

*

Rivendicati

Rivendìcati, negli abissi asfittici delle mie naufraghe ossessioni,

nei miei versi diuretici,

solidi senza vertici, bolidi senza spigoli,

carne da impiccagioni sotto inferni deittici.

 

Rivendìcati, rivendicami,

imbarcàti sulla caoticità d'una anonima zattera

trovata a monte dell'Acheronte,

nella rottura della lettera d'un io di rottura,

scalfitura sulle note asincrone della mia partitura.

 

Poesia, res vindicata tra me, e voi,

figli d'una società malata, resta lì,

nel mezzo, non ti spostare

dalla strada che dai venti sbocca al mare,

resta salda tra gli scrosci da nubifragio

di questo mondo intontito dal naufragio.

 

                     [Galata morente, 2010]

*

Cera bollente

Barando, nelle anticamere oziose del mio horror vacui,

nelle giornate da uomo esausto, corro, sbilenco,

a nutrir ragni nella mia ventiquattrore,

coltivando ragnatele d'edera,

mani d'artrite e fitte di cuore.

 

Dalla Milano da bere, mi disinnesco astemio,

naso nascosto alle risate, ritmate col sedere,

d'un mondo chiuso in manicomio;

 non c'è moda indotta da madre televisione

che mi bruci il cranio come albino sotto solleone,

nessun consiglio per gli acquisti m'ha handicappato le cervella

tranne quello, molto accattivante, di scoparmi una modella.

 

Bluffando, senza assi nella manica, o nelle mutande,

m'accendo, nella vita, a mani giunte,

come un cero, dalle immagini contorte,

acceso alla nostalgia di menti morte.

 

                      [Mostri, 2009]

*

Nella mia anima

C'è un dolore sottile nella mia anima

nell'anima di tutti c'è un dolore sottile

che si insinua strisciante,

come un vicolo irretito dalla notte,

nella mia anima, nella tana dell'orso,

nel nido del corvo, nella borsa dell'idraulico,

nell'indifferenza del ricco, nelle corone di fiori

lasciate a marcire nelle celle degli obitori.

C'è un dolore sottile, nella mia anima,

malinconico, insofferente ai sorrisi, alle carezze,

compagno di vita, compagno di strada, compagno di sbronze,

nelle corse sui monti, nelle immersioni nei mari,

nelle escursioni tra nuvole e chicchi di grandine.

C'è un dolore sottile, nella mia anima,

costante, irriverente, simile al vostro:

centinaia di dolori sottili, insistenti

cambieranno un mondo retto da pareti

di chiodi, e stuzzicadenti.

 

                 [Versi Introversi, 2008]

*

Paranoia mortale

Parlami, madre televisione,

dimmi cosa devo fare dimmi dove andare,

culla me, re extraterrestre,

sovrano intronato d'un mondo disciolto nel bicarbonato,

restio a non sentirmi abbastanza  uomo da esser roccia,

innamorato della mia immagine riflessa nello scarico della doccia.

 

Parlami, madre televisione, dimmi cosa sono

- sono divino, io, sono eterno-

o finirò a bruciare come carta straccia

tra le fiamme dell’amico inferno?

Nessun diavolo mi canta dolci nenie nelle orecchie, questa sera,

le mie lacrime avendo toccato il fondo dell'acquasantiera.

 

Parlami, madre televisione, non ti ingannare, non sono sordo!-,

ma, chiuso nel mio mondo, mentre mi mondo, ti mordo,

bardato come un bardo,

schizzato di buca, in buca,

seduto su una palla da biliardo.

 

                          [Lame da rasoi, 2008]

*

Non riesco a scegliere

In tutta sincerità non riesco, ancora, a scegliere

tra dare l’impressione d’essere incapace,

negligente, o semplicemente inconsistente

come un fantasma suicida, morto di abnegazione

negli abbacinanti mesi di tormento consortile.

Fai bene a non contare su di me,

onnipotente divinità aziendale;

non sono un cespite, un bene o una merce

tanto comoda da inventariare.

 

                        [Riserva indiana, 2007]

*

Nell’oscurità di queste celle

Incatenateci ad una scrivania, modello Ikea,

tombale buco nero attento a sbiadire interessi,

uccider coscienze, e impantanar discorsi

d'una certa, vitale, sensatezza.

 

Lasciateci senza amore o con amori ubriachi,

molto flessibili e divertenti,

da consumarsi preferibilmente

entro la data stabilita sulla confezione.

 

Fateci sentire orribili, persi da qualche parte

in incubi bulimici, a ingurgitare desideri,

modelli inarrivabili, spot d'un minuto

e quaranta secondi, e a vomitare gogne.

 

Ma nell'oscurità di queste celle senza finestre,

continueranno a bruciare i soli dei nostri cuori;

e chi non si sarà impiccato alle sbarre di queste celle

addenterà, prima o poi, la luce tenue

della libertà.

 

                     [Underground, 2007]

*

Leopoldus

Mando questa mia raccomandata a Leopoldus von Attolicus,

certo che nel rapporto di forze lui sia Pompeo o Crasso ed io sia Spartacus,

sperando che la risposta non arrivi mediante piccione viaggiatore,

mio nonno, sangue valligiano, aveva dote di grande cacciatore.

 

Chiedo a Leopoldus von Attolicus e alla sua vivace ironia salace

di spazzar via doppielingue e critici letterari, come Traiano con un dace,

senza riuscire a volermi mai essere maestro di dizione,

chi l’ha fatto nascondeva sempre manovre d’addomesticazione.

 

Tentò, anni fa, a racchiudermi nella tela che ammazzò Simone il Gran Maestro dei sarti,

l’ultimo fu, invece, doppialingua, il Jep Gambardella de’ noantri,

in mezzo il flâneur con l’Alzheimer e l’esito contemporaneo d’una merda d’artista,

oramai sto lontano dai maestri - non soffro i Ponteggi - il fegato amaro m’ha trasformato in etilista.

 

Leopoldus von Attolicus, io, discendente di Villon, arrogante scribacchino,

ti chiedo di dedicarmi un motteggio o dei versi di spirito che mi ubriachino:

meglio, senza mezzi termini, crepare fulminati da cirrosi epatica

che morire, lentamente, confinati in questo star system d’arte apatica.

 

                  [inedito, 2017]

*

Lo star system dell’arte

Gilda dei mercanti, lo star system dell’arte organizza meeting ed eventi

letture scopo marketing, nelle librerie, tipo assemblee di bilancio dei distributori d’alimenti,

le nuove star del sistema, tutte seriose e mendicanti, fanno rima con incastro

s’infrattano in ogni reading, meeting, cum-swallowing con ettolitri d’inchiostro.

 

Per reperire i fondi delle bollette i nuovi miti dello star system dell’arte

non faticano, si vendono all’editore (famoso) come battone imbrattacarte,

sperando di recuperare 500€ di diritti d’autore dalle royalties

che ci mettono di meno a racimolarli i vu-cumprà, sulle spiagge, vendendo petit-gris. 

 

Lo star system italiano dell’arte è costruito da sottoboschi vari alla disperata ricerca dell’euro-cent

tipo fautori indefessi del no-EAP che vendono blog e lettori decennali alla holding Youcansprint,

la coerenza vittima di carenza, o tipo cialtroni che difendono a spada tratta l’editore aggratis al 100%

al fine etico di mettere, tra autore ed editore, la loro società di servizi editing a pagamento.

 

Questo è il risultato della crisi: iene che ti sbranano, sputtandandoti su blog d’ultima de-generazione,

dieci contro uno appoggiandosi su matrioske di server americani a evitare accuse di diffamazione,

come i falsi fascisti, agrari consortili, merde e morti di fame, non tollerano ogni forma di dissenso

spacciando a un pubblico di quindici lettori schifezze impudiche senza nessun senso,

G.P. Lucini docet, come leggittima difesa da queste boiate,

le facce da culo di questi mediocri meriterebbero decine di revolverate.

 

                      [Cherchez la troika, 2016]

*

L’officina dei morti di fame

Ai margini dell’ex-Brianza commerciale, oramai fitta di capannoni sfitti

si erge nella sporcizia, morale e materiale, degna di una fabbrica di catrame

l’Officina dei morti di fame.

 

Sognando di avere creato un impero industriale degno d’un Ferrero

verrà ad accogliervi, all’entrata, in sella all’inseparabile muletto

un omino tutto nero, voncione cromatore, crapapelada col baffetto,

d’etimologia hitleriana, sdrucito maneggione finto burbero,

arricchito dai famosi anni ‘70 crestando su stipendi e tasse,

con cinque o sei operai scazzati a sbrogliare ogni tipo di sua impasse.

 

Voncione il cromatore è l’arroganza dei dementi

che alzano la voce con i deboli leccando i culi dei potenti,

è sintesi dell’ignoranza dell’uomo che ha sempre in tasca una soluzione

truffare il fisco, fare nero, inquinare, scampando sempre la prigione,

grazie ad appoggi comunali e a un esercito di ragionieri, dotti consulenti,

vantandosi d’un’azienda che ha come massimi clienti

vecchi collezionisti di cianfrusaglie bisognosi di cromar bulloni.

 

Pontifica su tutto, dalla contabilità semplificata alla calligrafia

e a scrivere un’email di tre righe, sgrammaticata, ci mette il tempo d’una serigrafia,

mischiando orografia e ortografia, voncione il cromatore,

confonde i monti con Tremonti, la valle con la torta

che si spartisce insieme al figlio Topgàn, maestro di gestione e controllo sulla carta,

la carta dei vini al ristorante, dove trascorre le giornate a non far niente.

 

Chi si avvicini alla Cascina adotti massima attenzione

alla famiglia milionaria di voncione il cromatore,

capostipite, in un magazzino colmo di ciarpame,

dell’Officina dei morti di fame.

 

                       [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Milite, ignoto

Soldato, tra cielo e terra,

berretto in testa,

divisa accomodata come uovo in cesta,

marciavi svelto, vivo furetto,

verso i dintorni di Caporetto.

 

Marciavi vivido nell’aere mattutino

fremendo brame d’ardore adulterino,

senza intuire neanche di sfuggita

d’essere vittima d’un crudele carovita;

marciavi lesto senz’ombra di tristezza,

diluendo i dubbi in avventatezza,

nei tuoi vent’anni di vita amara

chiamati a chiudersi dentro a una bara.

 

                          [Scarti di magazzino, 2013]

*

Chat noir

Son tornato, tornato dal tunnel che m'aveva ingoiato,

riducendomi a bonhomme, a ribelle sfollato,

latin lover in mezze maniche trite a turni da impiegato.

 

Son tornato messomi a scrivere,

adrenalinica mina intinta nell'arsenico,

decretum dissennato di diritto canonico,

mi sono liberato librandomi dalle fauci

dell'accademico, e del logistico.

 

Senza vergogna

d'avere rotto i denti ad Ares in una rissa,

d'aver rubato il cuore a una ragazza russa,

ricevo sms dalla mia amica Rotowàsh

facendo foto al fidanzato senza flash,

membro dei Viking's (riuscendoci senz'elmo),

incontro Hunziker diffamo Ratzinger m'invento Mazinger

avvelenando ogni mia dieta cenando ad hamburger,

mi fingo rapper finito in corner

insoddisfatto d'essere studioso in bunker.

 

Sono tornato

dal carcere dorato del sentirmi buon soldato

d'ostilità latenti in conflitti differenti

tanto edulcorati da far cariare i denti,

in cerca di una zuffa da miraggio randagio,

in arra della forza emanante dal disagio.

 

Son tornato

battendo ogni viale

al suono del conato dell'avvinazzato,

astinenza da drogato,

intingendo nel cesso le mie doti d'avvocato,

mi sento un San Bitter

da seminario in odor di diaconato.

 

Come un agente tossico

faccio il cacico nell'harem dell'amico,

rubando la fiducia a ogni bonifico,

di Croce me ne sbatto ho testa da coatto,

e mi rifiuto di non maltrattare il gatto,

scrivendo ti desidero,

fanciulla, senza pepli,

lasciandomi l'opzione

d'invii multipli sul cellulare

senza annegare,

né soffrire, se mi mandano a cagare.

 

Sono tornato,

braccio forte da sicario

e verso di bicarbonato,

ingordo d'inventare farmaci

adatti a svuotare i vostri stomaci. 

 

                            [Carmina non dant damen, 2012]

*

Le Cimetiere des Pauvres

Getto cumuli su cumuli, cirri e nembi, di terra e anidride carbonica,

sulle mie domeniche d'astio, bastian contralto ostracizzato dal coro,

sulle mie serate stanche, sulla iattura d'un io di rottura, da combattimento,

cicatrizzato tra mari suburbani di sabbia, e di cemento.

 

Mi vedi buttar terra, vermi e radici,

raccolti, mia cura, tra i solchi straziati delle tue narici,

su ideali morenti, senza nessun vanto,

su cambiali scadute, senza nessuno sconto,

col candore dimesso d'un'alce in vetrina,

mostrata da cacciatori armati d'ettolitri di vaselina.

 

E, un mese di Giugno, meno freddo degli altri

iniziò a scavarmi la fossa,

dove scriverete, con mano sicura, comici epitaffi,

nel cimitero dei Poveri,

nel cimitero degli affranti,

nell’incoscienza di non esser stato

solo uno dei tanti figuranti.

 

                    [Galata morente, 2010]

*

Orchidee d’Achille

Come sei riuscita, scoiattolo albino,

ricettatrice d'assi e di cuori intarsiati

nelle cortecce, nelle ferite, d'aceri contusi,

a seminare semi neri d'orchidea, a tradimento,

nei buchi della corazza d'Achille,

nelle fenditure delle mura di Gerico,

nei recessi della mia corazza,

nelle incrinature delle mie enormi mura

da tossico colosso d'amianto?

Da istanti stantii come stanze chiuse,

i tuoi semi incoscienti si schiuderanno in fiori,

a stretto contatto coi fertilizzanti irati

concimi moderni della mia esistenza,

e coloreranno scontri, e inenarrabili momenti d'assedio,

e aromatizzeranno corvi,

e cumuli di cadaveri insensibili alla morte,

alla bellezza, e daranno vivacità ai miei sacrifici,

alla mia rotta.

 

Fiori rosa nella corazza

dell'eroe sconfitto.

 

                               [Mostri, 2009]

*

Avulsi da ogni classifica

Perdenti, avulsi da ogni classifica,

nella coscienza della nostra inferiorità numerica,

stiviamo i calchi dei nostri animi su navi da guerriglia,

negli occhi rostri di nuvole o di coriandoli,

e nelle mani una bottiglia.

 

Sconfitti, esclusi da ogni ridistribuzione

di terra, donne, documenti d'autocertificazione,

vaghiamo, rapaci come svagati pettirossi,

in attesa di dormire, kleenex disidratati,

tra le lacrime di vetro resina dei nostri fossi.

 

Più forti d'ogni consorzio di ricchi, interessati,

uomini di tonaca, mostri d'autorità,

noi, avulsi da ogni classifica

calchiamo il campo di battaglia

rinunziando ad esser larve

da microscopio sui vetrini opachi dell'Italia.

 

                     [Versi Introversi, 2008]

*

Pacchi / fragili

Pacchi fragili, succedono statiche estati ad inverni estatici,

nella corsa ossessa a batter cassa sulla via del successo

richiesta da vecchi sadici d'umori, d'amore mendici,

tra i nervi scossi d'un ascesso.

 

Pacchi fragili, scarti contabili,

ballano su scale mobili come disabili,

mentre i cani rincorrono code d'asteroidi,

e, altri animali umani, indifferenti, sacrificano emorroidi

sull'altare delle candide vestali

immerse in voluttuosi baccanali.

 

Pacchi fragili, da usurare con cura,

cuori imballati, da curar con usura,

travolti da un film, estensibile, d'incredibile bruttezza,

inerti, come mosche abbracciate a un parabrezza.

 

                      [Lame da rasoi, 2008]

*

Grandi cuori

Nei carrùggi tortuosi del mio spirito

c’è un De Andrè arrabbiato,

che, con una chiave inglese stile Breda

risponde senza sosta, e per le rime

ad un Brassens tutto sudato.

 

Nelle osterie dei miei ricordi Guccini,

oste d’altri tempi versa in alternanza

vino ed anapesti,

diagnosticando senza ritegno

cirrosi epatiche e mondi piccoli

a Guareschi.

 

Nelle allergie della mia anima,

Bukowski, gigante buono,

è uno starnuto butterato,

e Tolkien s’è perduto

a tirar sul prezzo con nane ed elfe

in mezzo a un prato.

 

Paolo Conte rende inutile Gozzano,

mentre Socrate s’è innamorato di Cyrano.

Beatrice, -ahimè!- s’inchiappetta Dante,

e tutti hanno notato Eraclito

nascondersi in mutande.

 

Dietro a questi grandi cuori

il mio cammina circospetto,

come un clochard sorpreso dalla morte

a cercar versi nel ventre umido

d’un cassonetto.

 

                      [Riserva indiana, 2007]

*

Queste giornate

Questa giornata ha ritmo di sega elettrica

intenta, ghignando, a circoncidere nani,

abbarbicati sulle spalle di giganti;

questa giornata ha idea fissa d'occhi azzurri

che impugnano il mio cuore con grazia di vibratori,

in finta pelle, pronti, ondeggianti, allo strap on;

questa giornata ha cicatrici d'acni roventi,

cistiche conglobate, su tutto il busto e su tutto il viso,

senza rimedio d'un peeling all'acido glicolico.

Queste giornate uguali, mastine, quotidiane, scorrono

ricordando passati che mai muoiono

o anelando a futuri strabici,

destinati ad essere trascinati per la coda,

come buffi, e stupidi, gatti marroni.

Queste giornate sole

mie, nostre, vostre,

eterni ritorni d'arrancanti istanti

daranno voce, daranno senso,

a fotografie nascoste, sbiadite,

tra i bordi malinconici d'un monumento.

 

                         [Underground, 2007]

*

Quando la Musa tiene il muso

La sala F del museo della scrittura presenta la scena del Monte Calvario

coi giovani scrittori ottuagenari contemporanei che insistono a far rima in settenario,

a forza di battere sul metro, a misurare i bracci della croce,

hanno spezzato gambe e braccia alla generazione fantasma che cerca di estendere il torace

nell’afferrare un sorso d’aria, l’hanno strozzata di debiti e di rime,

interessati a organizzar riviste e a dirigere anteprime.

 

La sala L del museo della scrittura è dedicata agli «impiegati» e alle «massaie»

che intingono le loro biro bic nella tazza del cesso usandole tipo mannaie,

va bene la democrazia lirica, non la lirica a mille lire

di composizioni scontate costruite sul trinomio emoticon cuore - sole - amire,

analfabeti, di andata e di ritorno, che, di mestiere, insegnano snowboard,

senza essere mai stati capaci di imparare a usare il correttore word.

 

La sala U del museo della scrittura ritrae uno scenario da savana

dove novelli Dante si allenano alla concorrenza del mercato vestiti da battona,

vendono e comprano versi al chilo come se fossero alla Borsa di Milano

senza comprendere che lo scrittore di mestiere è uomo abituato a destreggiare l’ano,

difficile il concetto far sopravviver la cultura essere nostra massima missione

se ogni stronzo di inutile freelance crede un suo articolo di merda abbia valore de Il Milione.

 

La sala O del museo della scrittura è riprodotta come la camera di un blogger

con dei grossi scarafaggi alla tastiera che si tengon sotto tiro reciproco dei loro fogger,

non sono esperti di niente, riescono a dire la loro su tutto, amanti dello scattering,

tutelati dall’anonimato di un sito si danno all’english, dissing, pissing, trolling e fist-fucking,

chissà che fregatura si beccheranno con l’attivazione della Brexit,

dovranno abbandonar l’inglese e tornare a vivere giornate di pettegolezzi.

 

La sala X del museo della scrittura è dedicata a me, famigerato Orfeo,

buffone da circo intento a strappare i deficienti dalle braccia di Morfeo,

io che non esisto, me che non esiste, I.v.a.n. project,

Injurious - Virus - Anonymous - Neon-avantgarde artist senza budget,

impegnato a tappare le falle del dilagante consumismo bohemien,

con compresse di versi al Plasil e compresse di versi al Dissenten.

 

                                      [inedito, 2017]

*

La democrazia dell’Amplifon

La democrazia dell’amplifon corre tra i banchi dei mercati rionali: «accattatev’illo!»,

urla il garzone dell’ortolano annunciando la repubblica dei finocchi,

sbraita il tronista, intronato sul trono del Maria De Filippi Show,

richiedendo telegeniche assoluzioni o condanne a boati abbonati,

allo stadio, l’eccezione è un minuto di silenzio, la norma il cantar nel coro,

in migliaia a strillare, a ritmo, come mongoli dell’Orda d’Oro.

 

La democrazia dell’amplifon corre sugli scranni parlamentari: «mortacci!»,

urla er cafone de destra al baronetto (finocchio) di estrema sinistra,

sbraita il camorrista, nella gabbia del maxi-processo, augurando il decesso

del giudice (comunista), davanti al sommesso ronzio delle videocamere,

applausi ai funerali, alla performance del defunto?, applausi ai generali,

applausi rumorosi al silenzio sulle centinaia di vittime collaterali

dei rumorosi bombardamenti a tappeto, volante, delle aviazioni liberali.

 

La democrazia dell’amplifon corre in mezzo ai palchi degli artisti: «va’ in mona!»,

urla l’eminente scrittore (saccente), sbattendo la porta del poetry slam

sordo al rumore di sfondo «poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve»,

sbraita il muezzin dal minareto a sponsorizzare l’islam,

accompagnato dall’ingioiellato arcivescovo di Milano, ite, missa est, e taches al tram,

strepiti ai semafori, grida ai cortei, alle riunioni condominiali schiamazzi tipo duracell

la democrazia dell’amplifon si regge sulla monarchia del decibel,

subordinando all’amplificazione il valore d’ogni argomentazione.

 

               [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

L’acero contuso

Mi ricordo di me a occultarmi negli anfratti delle catacombe urbane,

rinserrato tra videocitofoni, cancelli elettrici, sporgenze a scivolo, telecamere,

i moderni cavalli di frisia di una città mixofoba impegnata a incarcerare i suoi abitanti.

 

Mi ricordo di me a sfuggire ad ogni progetto di vita, liquidandomi giorno per giorno,

me che ho ricusato addirittura il suono del (di)lemma «amore»,

componendo melodie in sol, sol, sol, irresponsabile rasserenante solitudine.

 

Mi ricordo di me, ingurgitato schiavo dall’ideologia del lavoro,

a vivere su banconi, dietro scrivanie, tra macchinari d’ogni genere,

terrorizzato dall’idea stessa dell’assenza dell’oggetto odiato.

 

Mi ricordo di me a tenere in disciplinato ordine, in serie infinite di cartellette marroni,

serie infinite di documenti inutili, scontrini, CUD, bollette onorate, assicurazioni scadute,

carta su carta, albero su albero, milite ignoto del sopravvivere quotidiano.

 

Mi ricordo di me a strepitare in vorticose code d’automobili,

a dilapidare il tempo in inutili file in banca, alla cassa di un supermercato,

davanti allo sbrilluccicare natalizio di una slot machine elettronica.

 

Le mie mani pleonastiche, adesso, graffiano, battono, martellano una cassa d’acero

risucchiata nel ventre duro del terreno lottizzato d’un cimitero,

e i bozzi fatti sulla cassa non staranno mai a dimostrarmi d’essere stato vivo anch’io.

 

               [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Di giorno in fabbrica, di notte al cimitero

Ti scoprirono i carabinieri

a dormire nella cripta d'un cimitero

nei dintorni della città di Padova,

dove avevi sistemato un talamo anomalo

su un tavolo mortuario,

mentre leggevi Proust, a lume di candelabro,

nell'atteggiamento di scomodo affittuario.

 

Tra riti satanici, messe nere, violazioni di cadaveri

commessi, con abominio, in tutt'Italia,

tu hai rivendicato un ruolo nella città dei morti,

ucciso con dignità dalla crisi dell'industria

che, nell'ex ricco nord-est, a un certo momento

smise di connotare come eccessivamente austero

andare a dormire al cimitero.

 

                    [Scarti di magazzino, 2013]

*

Cantastoria periferico

Posso smettere di dirmi poeta, finalmente,

non creando in endecasillabi,

sciolti nell’acido, caustico, delle mie intuizioni.

 

Creo in volgare, senza misurar su nessun metro

i frammenti secreti dal conflagrar delle esistenze,

Giovanni decollato, e atterrato sulle due ruote davanti,

davanti allo schiamazzar delle sirene dei vigili del fuoco,

davanti al muso ironico d’un cane incontrato in un cortile,

davanti ai silenzi assenso dei muri d’un cimitero urbano,

davanti alle urla di titolare e direttore editoriale,

davanti a una camminata tra i correnti d’un magazzino,

davanti alla certezza di non aver bisogno di nessuno.

 

Poeta? No. Grazie.

Mi sento cantastoria, scrittore di disgrazie,

cedendo ogni vittoria ad anime mai sazie

d’onori, e di corone, raccolte a pecorone.

 

                      [Il Guastatore, 2012]

*

‘Mortacci!

Passando in auto fuor dal cimitero,

città nella città,

affitti bassi da scarso acquisto,

ci siamo accorti come non tutti i cari estinti

abbiano compreso d’esser morti.

 

Urla, lacrime e sussurri,

col mite borbottio dei men buzzurri,

rincorrono voli di farfalle,

simili alla monotonia costante

dello scolorir d’un vecchio scialle.

 

C’è il vecchio maresciallo dei carabinieri

che, non ancor abituato agli stranieri,

chiede a gran voce, sull’extracomunitario,

duri divieti di cippo funerario.

 

C’è la fanciulla, spirata adolescente,

che passa la giornata a non far niente,

tappezzando a foto di giornale

i muri della sua stele tombale.

 

C’è il maniaco, fresco di cassa,

che, non ancor arresosi alla fossa,

vaga narrando a tutti di com’è bella

l’orrenda vista della sua cappella.

 

C’è la ninfomane in tuta da tennis

presa a saziarsi di rigor mortis

cercando di sfruttare, con disinvoltura,

i vantaggi propri della sepoltura.

 

Perché – mi dite- è inverosimile che vivano i defunti,

in barba ai beccamorti,

se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,

vivete come foste morti?

 

                         [Carmina non dant damen, 2012]

*

Anti-moderno

Il sottobosco intenso di voci, di sesso intonso,

della metrica moderna, italiana, nuova di millennio,

nei dialetti, nelle dialettiche irrisolte,

in universi anarchici di versi spersi,

s'accalca di richiami strani,

allodole sui mille rami,

schiamazzi, proni,

intarsiati sulle costole

incrinate di cavalli istrioni,

nel ruminar di cannabis senza forti sconti,

nell'ulular di Labrador dietro a lucciole ammiccanti.

Sul frastuonare intenso d'orizzonte silvano in caduta verticale,

a tarda sera, in modo brusco, ma radicale

calan schietti silenzi da clamore urbano,

nel dilagare d'un rumore, nel deflagrare di una bomba,

col cuore ansioso d'una donna deflorata

dal ritmo stanco d'una scianca rumba.

 

E i miei versi saran detonatore,

e i miei canti saranno bomba,

dati in sorte alla mia testa matta,

per zittir poeti affranti, intirizziti, a due metri dalla tomba,

per rimarcar che i miei chiassi ritmici - somma iattura!-

più che dell'io, a tutti gli altri sian di rottura.

 

                   [Galata morente, 2010]

*

Cavalieri del lavoro

Niente via di fuga, niente via di scampo,

incatenati a scrivanie insensibili come marmo,

lugubri come monumenti a cavalieri del lavoro,

infrangibili, con consistenza organica

di corpi infortunati, mutilati, morti,

di menti squartate, usurate da orizzonti

troppo vicini, e sempre uguali.

 

Non c’è via d’uscita, non c’è via tracciata,

invischiati come farfalle tra modelli di carta caramellata,

nel terrore insano di abbandonarsi a guardare

mare, cielo e stelle,

nel desiderio invano

d’un incubo nato ribelle.

 

Cavalieri del lavoro, spronando, con ferocia,

i vostri ronzini scianchi,

misurata metro a metro la distanza dalle pensioni,

sventolate stendardi stanchi,

muovendo serrate cariche contro politicanti, feccia romana,

iene senza coglioni.

 

                  [Mostri, 2009]

*

Vano promotore

Più che patetico, son peripatetico,

puttana dell'arte e del mercato,

senza interessi in marketing

o in concorsi d'antiquariato;

non mi interessa vendere,

spartirmi fette di torta,

e non ho nemmen l'astuzia ben remunerata

di reclamizzare arte porta a porta.

 

Non vado ai reading, sfuggo presentazioni,

non reggo gli occhi dei cento e cento rompicoglioni,

non scrivo dediche, col sangue,

né a docenti né a muratori,

son nato anemico, nella disperazione

d'amici, madri ed editori.

 

Cazzo, mi dicono,

coi tuoi modi da orso ti scopriranno

solo da morto!

Restate calmi, - io dico a tutti-,

vedrò di farmi seppellire col cappotto.

 

                     [Versi Introversi, 2008]

*

Senza andare a capo

Non mi va di abbeverarmi - bue con velleità da toro-

alle fonti intirizzite d'arti da trivio, triviali,

di volta in volta, d’inchinarmi alla corte del Gran Khan,

abbaiando senza mordere,

chiedendo scusa alla carta bianca

dei miei mille rivoli d'inchiostro,

mutati in vita, resuscitati da attimi di rigor mortis.

 

Non mi va, insomma, d'andare a capo,

vittima d'un verso sciapo,

canopo di sentimenti,

imbalsamando momenti contundenti

tra stenti, mani vincenti

e camere ardenti

d'amori inconcludenti

d'umore cupo.

 

Non mi va, insomma, d'andare a capo,

spezzando corde vocali lungo baratri di dirupo,

stella cadente senza paracadute

oste sorpreso nell'atto di rimescolar cicute,

scrivo senza soste

tenendo strette strette,

in pugno, manciate

di roventi caldarroste.

 

                     [Lame da rasoi, 2008]

*

Logistica distributiva

Provate a sotterrare emozioni

infoibate in calici coibentati d’adrenalina

smistando prima a destra, poi, a sinistra,

corsia su corsia morse

d’accorti sorsi di nitroglicerina;

smistando prima a sinistra, poi, a destra,

corridoi su corridoi

corde morbide, lubriche,

atteggiate a nodi scorsoi.

 

Inventare, o riempire vuoti,

vender tesori e scaricar rifiuti,

smaltir cartoni d’inaudita potenza,

inghiottendo bestemmie, angoscia, melatonina,

e pisciando assenza.

 

Scartiamo prima a destra, poi, a sinistra,

e poi ancora a destra

stendendo lauree, passioni e doti,

sopra cadaveri di ferro e cartapesta.

 

                      [Riserva indiana, 2007]

*

Accanimento terapeutico

Poesia, non occorre che tu ti nasconda

dietro sabati annoiati, cavalli maculati, scrosci su tamerici

sotto sale, a un amore, ieri sera, a te, che sei chi sei,

o albatri irretiti da marinai crudeli,

o anche nell'amico, rugiada e ristoro del cuore.

 

Son sabati annoiati nei centri commerciali;

e cavalli scuoiati da corse clandestine o nei macelli comunali;

non crescon tamerici nei magazzini di ortofrutta,

o amori, soffocati tra mura domestiche e desideri degenerati

in drammi matrimoniali.

 

Gli albatri in via d'estinzione;

i marinai in cassa integrazione.

Gli amici, restano, vanno, svaniscono

nelle nebbie infartuate di città nuclearizzate.

 

Poesia indaga i margini delle sconfitte,

plana sui consultori, nei manicomi, nelle galere,

sulle code in tangenziale, negli uffici, nelle aule di tribunale,

nei reparti d'oncologia infantile, sulle banche, nelle palestre,

e infilati sotto le tende dei club privè.

 

Poesia, sii accanimento terapeutico,

amplificando, per chi non sente,

gli inferni gelidi, i sogni strabici delle esistenze.

 

                         [Underground, 2007]

*

La ballata delle bestemmie

Oggi, involontariamente, ho offeso dementi, morti di fame cronici, ignoranti e inconcludenti,

in realtà mi interessava mandare a bersaglio un unico messaggio a un malato di mente

non è che se sbrodoli un milione di sillabe al secondo hai diritto di rompere il cazzo al qui presente

se sei cretino e te ne vanti fai la figura della Bruschetti davanti a un nugolo di studenti.

 

Cazzo, ho fatto l’errore di paragonarmi, in forma ironica, a Gesù Cristo,

innanzitutto, io non trasformo l’acqua in vino: so trasformare il vino in orina.

Circondato da lazzaroni, non ho mai tentato di ridestare Lazzaro per ravvivare il palinsensto,

se fossi stato davvero Gesù Cristo, in un minuto, i miei nemici sarebbero stati unti da un’angina,

come minimo, e non ho ancora imparato a camminare sull’acqua, nella società fluida ci nuoto,

senza il miracolo di esser diventato un miliardario giocator di pallanuoto.

Quando morirò, dopo tre giorni, non sarò affatto sicuro di resuscitare

l’unica certezza è che chi vende l’arte al tempio riceverà il mio stonato vaccagare,

sinite parvulos venire ad me, senza rompermi troppo i cojoni

odio l’emergente arrogante e i vati ottuagenari conciati da barboni.

 

Per essere politically correct, in verità vi dico, sostengo che Buddha è figlio di buddhana,

Maometto, inch’allah, non ha niente, lo stimo molto, je ne suis pas Charlie

non tengo affatto a finir nella buriana di una bomba pakistana,

Abramo, Geova, Vishnu e Zoroastro mi sanno di frifri,

finirò arancione, Hare Krishna o tifoso dell’Olanda, a suonare un tamburo

sempre meglio che, dando retta ai deficienti, continuar a piallo ar culo.

 

Questa ballata contiene tutto: turpiloquio, bestemmia, offesa al sacerdozio,

non mi resta che aspettare che Joshua risorga un terza volta,

così da chiedere il grandioso miracolo dell’auto-fellatio,

o, se la fisiologica estensione del mio membro non necessiti d’intercessione arcana,

ti chiedo, caro Yahweh, di tener Joshua alla tua destra e di far resuscitar Moana.

 

Ho messo abbastanza immagini?

 

                          [inedito, 2017]

*

Quel blog laggiù nel far-west

C’è un blog laggiù nel far-west

dove spopolano i poeti dell’est,

l’importante è desinare in oskj

con la solidità del Monte dei Paschi,

l’obiettivo è rasar sottoboschi

il risultato è raccoglier falaschi.

 

C’è un blog laggiù nel far-west

dove ogni giudizio è un pap-test,

sono fermi, nei loro dibattiti estetici, a Marx e Heidegger

che è come assegnare una riforma liturgica a Ratzinger,

in fondo, entrambi, in gioventù, indossarono la stessa uniforme

la chiarezza di un Valerio Magrelli mette tutti in allarme,

il modello è lo stile oggettivo di un Tranströmer

bravissimo a trasformare un negro in afrikander,

e scusatemi il politically-scorrect, come affermò il famigerato lucciola,

a Milanabad il nero è negher e la lümaga è chiocciola,

mi auguro di non finire come Emilio Villa

a scrivere in francese su imbeccata d’una Sibilla.

 

Oramai, oramai, oramai

serve un nuovo job act a levarci dai guai,

un’assunzione a tempo determinato che dura dieci giorni

lo scriviamo sul blog e i successi si trasformano in scorni,

o l’insuccesso si trasforma in successo

basta che il blogger di turno sia seduto sul cesso

a deliziarci delle sue deliziose cagate

oddio, come riesce un’ombra a darci risposte illuminate?

 

                     [Cherchez la troika, 2016]

*

Gul Makai

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,

nome impegnativo da pasionaria pashtun,

da Giovanna D’Arco afghana,

su una ragazzina di quattordici anni,

studentessa nella regione pakistana di Swat.

 

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,

scoppia, rumoroso, come il proiettile

di un kalashnikov infilato nel tuo cervello,

a quattordici anni, rivendicazione,

da barbudos difensori della shari’a,

di talebani repressi (dall’invasione occidentale).

 

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,

desideravi fare il medico, una vocazione,

combatterai, tra vita e non-vita, negli ospedali di tutto il mondo,

simbolo di una nuova generazione,

«Dov’è Malala?», chiese il tuo aggressore,

e, da te terrorizzato, sparò.

 

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,

continuavi ad andare a scuola

contro un’interpretazione brutale della shari’a,

rinominandoti Gul Makai, sul tuo diario,

mentre talebani decapitavano, a Swat,

innocenti vittime di comportamenti anti-islamici.

 

Il tuo nome è Malala, Yousafzai,

fiero Fiordaliso dello Swat.

 

                [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Cinese ucciso a coltellate: è giallo

Giornali, network, blog, tutti abbiamo il diritto a scrivere,

senza un minimax di addestramento culturale,

scriviamo a sensazione, schiavi dell’urgenza di sensazionalità,

sensali di righe battute ovunque, mai vincenti, dallo scherno di un Pc.

 

C’è chi registra una notizia banale, condendola in maniera sensazionale,

c’è chi incendia un’esperienza avvilente, definendola entusiasmante,

c’è chi, bramoso di successo, racconta su facebook ogni suo soggiorno al cesso,

c’è chi precario, nella vita e nelle convinzioni, infarcisce i giornali online di disattenzioni.

 

La banalità è sempre in agguato, uomo arrabattato,

mezzo salvato dalla smania di informazioni a buon mercato,

in un circolo mediatico dove fa notizia solo il suicidio di artisti celebri,

ormai ospiti da decenni nei depositi delle agenzie di pompe funebri.

 

               [Patroclo non deve morire, 2013]

*

La strage

Ma voi, rilascerete
alle antenne della radio,
o della televisione,
l'accorata dichiarazione
di non conoscere i motivi
della mattanza,
come se due anni
di cassa integrazione
non aumentassero la distanza
tra menti sane
e menti malate,
ree di trovar
l'unico rimedio
in dieci coltellate.

 

                       [Scarti di magazzino, 2013]

*

Prigionieri del presente

Prigionieri del presente

sbucciandoci le nocche delle dita

rimbalzando contro i muri di chewing-gum dell’arte,

affaticandoci nelle corsie dei magazzini,

corriamo, a vuoto, sui tapis-roulant del fitness,

tra negozi alla moda e spese da discount,

sempre, o a volte, in cerca di ciò che abbiamo avuto,

che avremo o avremmo dovuto avere.

 

La vita di tutti i giorni è un vuoto a rendere

affittato, a extra-comunitari, sotto equo canone,

è un sovraffollamento: decine di individui in una stanza,

senza opportunità di scendere,

a compromessi,

o almeno di diminuire la distanza

tra urla forsennate e voci atone.

 

Prigionieri del presente senza vie di fuga,

criceti da laboratorio stimolati dall’ansia dei mass-media,

ambiamo a amori tanto grandi da sfamare oceani di zanzare

e ci spruzziamo ettolitri di Autan,

tirando a sopravviverci fino a farci consumare.

 

                   [Il Guastatore, 2012]

*

Liquide amour

Non vivendo a Tokio, Mosca, Dubai, contemporaneamente

mettiamo barriere di tremila km tra Monza e Milano

tu, concentrata a volare, usignolo esiodeo, a Parigi, e nei resorts,

io, deconcentrato dal tonnellaggio delle catene che annodano

masse di stanziali alle fabbriche, alle case, ai magazzini,

danziamo, multitasking a velocità diverse, coi sandali

(i tuoi, alla Cleopatra; i miei rigorosamente francescani)

su cocci di diamante o tagli in vetro,

stretti in abbracci estranei come i robots

delle operazioni chirurgiche a distanza.

 

Abituata a tessere tele di selezione,

disfandole ogni notte, Penelope oltre-moderna,

a scegliere, indossare, buttare ogni cosa,

troverai mai il coraggio di vestire

le mie camicie di forza, senza garanzie da sdruciture,

di stanare la furia nera del rottweiler?

E a me resisterà l’incanto,

me, che conto cicatrici come stelle sulla volta celeste del mio volto,

nello specchiarmi nei tuoi occhi meteci, 

nascosti nomadi dietro a taguelmoust smerciate Bryan & Barry,

senza infrangermi in frammenti da raccontare

ad altri occhi meteci, e ad altri ancora,

fino all’infinità seriale?

 

           [Carmina non dant damen, 2012]

*

Dov’è il poeta?

Mentre nella solitudine afona delle vostre stanze

butterete occhi distratti - stanchezza, orrore e indifferenza-

sui miei versi scarni, chiedetevi:

dov'è il poeta?

 

C'è.

 

Lo troverete, a dormire,

nella cella d’un carcere di massima sicurezza,

o in stanze imbiancate d'azzurro stantio;

a mondare auto, schizzate di vernice nera,

nella noia mortale d'una domenica mattina;

nei corridoi d'un supermercato,

tra sacchi di spazzatura e bottiglie d'olio,

senza tessere, senza contanti.

 

Lo troverete - lì, vicino a voi!-, sdraiato e sconfitto,

nelle corsie d'una clinica di malattie mentali,

abbandonato, sfatto, su letti di chiodi;

a correre nella notte da un'avventura all'altra, indomito,

indomabile, come un cucciolo d'orso avvelenato dai bracconieri;

nell'astrattezza di un concerto di musica classica,

o, seduto a tavola, Bacardi Breezer davanti,

in attesa di amori dannati,

in attesa d'un cenno sensato da Madama Morte.

 

Dov'è

il poeta?

 

Lontano dai vostri occhi, dalle vostre menti,

dai vostri cuori, affittati a rate d'un tanto al mese,

dai vostri dieci metri di vizio vitale, irrinunciabile,

dove la catena d'oro che indossate stretta al collo

vi autorizza ad arrivare, senza rimorso.

 

                         [Galata morente, 2010]

*

Cervelli assassini

Non riesco ad inserirmi, in maniera rigorosa, senza indecoro,

nei vagoni della vita, nei meandri del lavoro,

eterno neo-laureato, adatto ad offerte inesistenti

che, in determinati casi, nella norma, rasentano umilianti sfruttamenti.

 

E umiliazione, è un carcere, frustrazione,

è carcere di non essere vissuto,

e di non essere vivente,

d' esser non lavoratore,

senza essere studente.

 

È un carcere d'odio, d'ansia, smarrimento

e de-moralizzazione, d'animali braccati

carnefici di violenza,

e brutalità inattese, che muoion dentro,

uccidendo mondi mondati a stento;

un'alternativa tra cervelli morti, o assassini

attanaglia, inumana, i nostri cuori,

senza interessare i cuori marci di qualche

semi-divinità romana.

 

Perché i cervelli morti, distesi nelle camere

mortuarie d'un ospedale,

sono milioni, sono milioni,

e non fanno male.

 

                         [Mostri, 2009]

*

Boccette d’Eden

Stretto a boccétte d'Eden, narcotizzato,

mi immergo nella vita con nodi alla cravatta

da bungee jumping anelasticizzato,

giocando, senza sosta, molte pose,

a esser artista,

in attesa che un cervello attento, sano

arrivi a denunciare questa svista.

 

E, intanto, emetto versi bisbetici

nel chiarore delle stelle morte,

nella vecchiaia di stanchi mantra,

e, intanto, animale braccato,

emetto versi emetici sulle salite dei vostri colli chini,

sui dorsi ripidi delle montagne di cemento armato.

 

Stretto a boccétte d'Eden, narcotizzato,

mi immergo nella vita, tenendo il fiato.

 

                                 [Versi Introversi, 2008]

*

Firenze

Firenze malsana,

ammorbata da turisti, ed amori,

ammassati in fila indiana,

nelle tue vie d'arte senza commozioni,

nell'idiozia dei tuoi uffici informazioni.

 

Firenze, museo chiuso alle 07.00 di mattina,

odore di corallo, odore di latrina,

città dai mille colli

città di uomini ombra,

scheletri, senza midolli.

 

Firenze, n'ho sentite tante

all'ombra scomoda, un po' becera,

del tuo sommo Dante,

non credere che il morso mi si secchi

avend'io sangue di cento e cento Cecchi.

 

                       [Lame da rasoi, 2008]

*

Dinamite!

Ricordando come i vostri cuori

abbian sostanza cartacea di d.d.t.

dimenticati dentro un ufficio chiuso a chiave

alle sei e mezza dei miei mattini,

in incendi di nebbia e insonnia,

vivo, in bilico, sull’orlo del burrone,

immerso nella necessità urgente

di decidere se abbattere le vostre porte,

o scassinare fragili serrature,

in modo che qualche fabbro,

più esperto di me, in futuro,

sappia trarne cassefòrti.

 

       [Riserva indiana, 2007]

*

I bimbi delle vostre anime

Gli occhi da bimbo sono azzurri o verdi

nelle strade deserte della mia anima,

e un sorriso da bimbo imbocca,

contromano, sensi vietati.

 

Non anestetizzate

i bimbi delle vostre anime;

essi erediteranno i vostri dolori,

e, piangendo, ne trarranno

emozioni.

 

                 [Underground, 2007]

*

La ballata della raccomandata

Che ti perplima che stia aiutando la mia compagna a trovar lavoro, mi delude al quadrato,

forse chi c'ha un genitore con la fabbrichétta corre meno rischi di rimaner disoccupato,

e spesso nemmeno corrobora la sensibilità che, in una mente disperata e vinta,

basti a crear forza e speranza anche far finta.

 

Queste, alla faccia del cazzo, sono le risposte di chi lavora nel sociale,

ore ed ore a dis-educar ragazzi, esperta nell’arte di sapersi far raccomandare,

che, se ti va male, attendi, anche dieci anni, in una casa guadagnata col sudore,

sì, il sudore della fronte della fabbrica del genitore.

 

Cosa dire, ti auguro, molto in fretta, di cadere e farti male,

senza babbo e mamma che ti segnalino immediatamente al direttore,

di una cooperativa dove il proletario sperimenta anni e anni di precariato,

e te, magari, oggi, c’hai l’indignità d’un contratto a tempo indeterminato.

 

                     [inedito, 2017]

*

La vera storia della dieta di Roncaglia

La spassosità dei cookie di internet riesce ad essere origine di creazione artistica.

Documentandomi, in modo superficiale, con wikipedia, sulla dieta di Roncaglia,

ecco apparire, in una nuova scheda, l’esilarante spam: «come dimagrire celermente […]».

 

Pensavo: come non associare alla dieta di Roncaglia,

l’idea di un Federico Barbarossa defraudato di tovaglia?

Pensavo: è curioso meditar sui mutamenti della Lega,

allora, alle prese con la difficoltà quod placuit principi, habet vigorem legis di un brocardo,

e, nell’attuale, messa in discussione sulla dieta mancata del Trota e company,

su rimborsi dei conti al ristorante da un miliardo.

 

La vera storia della dieta di Roncaglia insegna che il magna magna di una politica bugiarda

conduce, in Europa, alla vittoria del tedesco su ogni forma di nuova Lega Lombarda.

 

                             [inedito, 2017]

*

La crisi

Mi chiamavano schizofrenico,

ero un malato, da manuale,

ora sto steso su un filo elettrico

ché nel mio mondo non ci so stare.

 

Quarant'anni rinchiuso in me stesso,

vaso inchiodato tra i fiordalisi,

son molti a contarsi, son molti a scordarsi,

vorrei viver normale, rincorrendo la crisi.

 

Ventun'ore son tante,

tra milleduecentosessanta minuti

e settantamila secondi,

mi mancan le forze, non sento le braccia,

contando i miei battiti in attesa che affondi,

che sprofondi nel vuoto senza molti sorrisi

della fine imminente, rincorrendo la crisi.

 

Nelle vicinanze

d'una casa di cura

di nome Villa Serena,

- mi domando che vi sia

di sereno, nel ricovero

d'uomini scivolati in cancrena-,

dondolo da un traliccio

dell'alta tensione,

afferrando con dita veloci

le notizie della televisione.

 

Parte inattiva statistica

della nostra nazione

senza nessun imbarazzo,

mi son sentito in diritto

di reclamare un lavoro,

urlando: «altrimenti m'ammazzo»,

e, coerente, almeno una volta,

alla solennità dei miei avvisi

mi buttai dalla vita,

rincorrendo la crisi.

 

               [Scarti di magazzino, 2013]

*

Aeternitas

Dove finisce l’amore eterno

di chi si è giurato amore eterno?

Mi dici, l’amore eterno non esiste.

 

E allora, cercheremo i nostri amori

nelle discariche, nei cassonetti dei rifiuti. 

 

E allora, troveremo i nostri amori

sui fondi dell’oceano, tra i letti dei manicomi,

sui treni d’Auschwitz, nei terreni minati dall’odio,

tra le fauci del leone, sulla sedia elettrica del condannato a morte,

nelle domande dell’umile cercatore d’azzurri cieli,

sui tavoli delle autopsie, accanto ai cani, nelle autostrade,

tra i banchi della frutta a Acireale.

 

E allora, sentiremo i nostri amori

sulle scale delle case comunali, tra i rollii di canotti libici,

sui muri delle stazioni, nell’elenco telefonico delle nostre città,

nell’eccitazione dei siti scambisti, dentro a bicchieri di En e Gran Marnier,

nelle folle che ondeggiano tra le vie di Teheran,

sotto i bombardamenti di occasioni mancate, 

nascosti sotto i saldi di versi scotti,

sul filo dell’orizzonte dei monti,

dalle finestre di casa.

 

E allora, troveremo i nostri amori

nelle discariche, nei cassonetti dei rifiuti. 

 

                          [Il Guastatore, 2012]

*

Ogni stanza d’ogni albergo di Milano

La mia scrittura bustrofedica transuma

e ogni stanza d’ogni albergo di Milano

si intirizzisce dinnanzi ai miei racconti,

all’inceder di cursori su video scabri,

davanti all’irresistibile smania d’abitare

ogni stanza d’ogni albergo di Milano.

 

E tu mi chiedi, accendendo un’altra sigaretta

dov’è che albergano realmente i miei sogni

e come mai mai mi rimiro negli specchi

in cerca di cicatrici che tu continui a non vedere,

e ti rispondo: in ogni stanza d’ogni albergo di Milano,

una bottiglia di bevanda, mai bevuta, naturalmente alcolica,

e una donna che, fatto sesso, si allontani sorridendo,

e una risma di carta bianca da imbrattare.

 

Forse noi stessi racchiudiamo

ogni stanza d’ogni albergo di Milano,

condannati ad indossare tappezzerie rammendate

zebrate nere trendy,

circoscritti in sessanta mq d’inferriate alle finestre,

contemporaneamente sempre altrove

come ogni stanza d’ogni albergo di Milano.

 

                             [Carmina non dant damen, 2012]

*

Carmina Burina

Poesia scritta in fretta, di sera

nell'incertezza triste d'un mondo che

non cambia nel suo intenso cambiare,

nell'atroce incostanza dei miei sentimenti

scostumati, incalzanti, come nani insabbiati

nei deserti del Gobbo di Notre Dame.

 

Poesia scritta in una notte fredda,

i miei ricordi come neve a cubetti

nei bicchieri di whisky d'una divinità scozzese,

che nasconde, ed esibisce i suoi diamanti,

ondeggianti sotto il kilt della volta celeste,

dove c'era una volta, ma, ora, c'è un cielo nero.

 

Poesia scritta in inverno, di corsa,

immerso, sommerso nella vita, fino al collo,

la testa altrove, davanti a camini bollenti intasati

da sindromi aride di Munchausen,

senza consolazione di cotte, di maglia,

sudato alla sola idea d'essere cavia,

nei labirinti d'un esistenza da Minotauro scornato.

 

Poesia, condannata ad esser scritta,

di notte, d'inverno, nelle serate stanche

durante settimane, anni

senza ritorno, senza ritorni,

sotto i tetti d'amianto dei fabbricati aziendali,

nell'odissea del traffico, su treni arrancanti tra i monti dell'inferno,

nelle ore sotto sequestro d'una carriera imbarazzata,

nuda, davanti agli occhi indiscreti dei secoli,

nelle aule dei corsi d'inglese,

correndo - vorrei iscrivermi,

per amor di paradosso, a un corso di còrso-

su bastimenti carichi di morsi, e di rimorso,

spazza via, a colpi d'anarchia, senza timor d'esitazione,

chi rivendichi il diritto di condurti in cassazione.

 

                       [Galata morente, 2010]

*

Diavolo moderno

Con te rinasco, mille volte, ancora mille,

senza riuscire ad arrendermi,

senza alzare bandiera bianca ai tuoi ricordi,

al ricordo di te, bambina effimera,

escort d’alto bordo, senza carte nautiche,

senz’assi nella Manica.

 

Nell’eccitarti, ti incito, mirando all’angoscia,

alla tua insicurezza, d’animale braccato,

con pallottole calibro 9

intinte nel sonnifero, e nello zucchero filato;

e non piango lacrime elettriche di disperazione,

perché abbaiare alla luna non mi ha mai dato molta soddisfazione.

 

Pur sei stai zitta, con l’insistenza a non esistere dei i tuoi silenzi,

nella tua scelta d’esser mio inferno,

non ti dannare, brutta stronza, nell’affossarmi:

io, cuore bollente, mi trovo ad agio in

queste vesti, incandescenti, da diavolo moderno.

 

                               [Mostri, 2009]

*

Cuore di belva

Non entrate nella tana del leone

quando dorme, quando soffre, quando è stanco.

 

Non entrate in quella tana buia e fredda

sudicia di carogne teschi e amori infranti,

satura d'aggressività, di rabbia,

di occhi lucidi e di malinconia.

 

Forse tu, tu sola, domatrice da circo,

cuore beffardo nell'anima di gazzella fuggitiva,

hai il coraggio per entrare

nella caverna dell'orribile mostro.

Ma, mi raccomando, non dimenticare

frusta, e una rete con giunture ignifughe;

nella dolcezza della loro inutilità

serviranno ad asciugare le lacrime silenziose

della belva ferita.

 

                    [Versi Introversi, 2008]

*

Mani vuote

Non hanno nessuna intenzione di capire,

bimba mia, neanche di lontano,

che non riusciranno, mai,

a rubare l'anima ai poeti,

finché vive chiusa in casseforti

dalle pareti di zinco,

con borchie d'ottone;

rubare anime di fanciulli,

non conviene, perché

si rimane, sempre,

a mani vuote.

 

                      [Lame da rasoi, 2008]

*

Riserva indiana

Nelle nostre notti incubi insonni,

resi irrimediabilmente ansiosi

da un mix esistenziale

di delusione e taurina,

danzano in camere,

a volte ardenti, a volte oscure,

mai in affitto nella loro violenta definitività.

 

Nelle nostre mani, nere carbone

arrossate da aloni di rabbia somatizzata,

unghie sporche pelle strappata, ferita, dannata

non ci sono più linee suadenti della fortuna,

né gocce d’inchiostro, spremute,

d’impeto, da bacche selvatiche.

 

Nei nostri visi abbruttiti

da madre e natura

segnati dai debiti

e da intolleranze all’alcol

è divampato devastante

l’incendio insensato della noia

di vicissitudini cadaveriche stese,

occhi e bocche divaricati

sul divano, autoptico, di un Freud

in veste di medico illegale.

 

Pisciaci in testa, esistenza,

e poi sommergici di baci,

incapretta i tuoi figli,

e fanne braci,

capaci di cicatrizzare

i cuori stanchi di chi, senza preavviso,

mai hai voluto riscaldare

col tepor del tuo sorriso.

 

                                [Riserva indiana, 2007]

*

Danse Macabre

Ossa candide in tute

da tennis firmate, trendy,

inceneriscono in tenui istanti

sorrisi, e storie ancestrali vissute

ai bordi delle fermate

dei bus di linea cittadina.

 

Ghigni sadici di mandibole digrignanti

amministrano, con pugno di ferro,

pub e centri commerciali svendendo,

su card fluorescenti brandelli

di carne in scatola a massaie scheletriche.

 

Orbite vuote oasi di deserti acefali

conducono SUV senza marmitta catalitica,

o, a volte, senza marmitta,

sulle strade di un Delacroix

dove Libertà ha testa di Marilyn Monroe.

 

Il mondo continua a morire,

sipari di ragnatela cadono,

e io ho soltanto sonno.

 

                      [Underground, 2007]

*

Anima stanca

Avanti, animi stanchi i morsi delle mani

i morsi della fame stretti sui fianchi,

avanti, animi duri

nel buio anonimo delle vostre camere

e sull'intonaco scrostato

dei vostri muri.

 

Mi annego nella vita

come neonato spastico,

concepito in vitro, bilico autistico

tra mangiatoie termiche e rupi Tarpee,

trattenendo i sospiri di mille mondi

rinchiusi, costipati nelle sale

degli specchi rotti di ritriti Luna Park.

Il mio amore sconcerto

in mi – fa di braccia bucate

seda tremori sull'aria

di Tavor, Valium e serenate

non brilla, nell'ancheggio tra bidoni incendiati, di notte,

cercando d'abbracciare tossici, maniaci e mignotte.

 

Avanti, animi stanchi

scritte di mosto e bianchetto nascoste sui banchi,

avanti, animi duri

nella numericità anonima delle vostre matricole aziendali

e nell'algia nevrotica dei vostri chiaroscuri.

 

                           [Versi Introversi, 2008]

*

Versi introversi

Pure io, senza volere, forse,

forse senza coscienza,

nella mia sfinente elemosina d'esser uomo

mi son vantato, triste anatomopatologo,

d'avere constatato i decessi esausti

delle nostre divinità infere, e celesti;

ma adesso, laidi consacrati, ci restano,

angoscia, vuoto, silenzi,

aziende, e irrealizzabili sogni di maternità.

L'onnipotente è morto,

denigrato, bestemmiato, assassinato;

ora, a chi imporre  i nostri  vincoli d'insulsa impotenza,

se non a me, se non a voi stessi,

denigrandoci, bestemmiandoci, assassinandoci,

nell'ergastolo distonico di un'esistenza schiava dell'introversione,

con l'unica amnistia, solo mia,

a canoni inversi,

cullata in antri d'alchimia

da versi introversi.

 

                     [Versi Introversi, 2008]

*

I grandi «poeti»

Gli ultimi due anni della mia vita, con estrema noia,

si son scoperti a colmarsi della conoscenza di grandi «poeti»,

nessuno di essi, strano caso, vanta il fatto d’esser nato in una mangiatoia:

meritano tutti una copertina, bianca, dell’Einaudi, con l’arroganza d’esser sommi sacerdoti.

 

Centinaia di dilettanti inconcludenti, distanti da ogni forma d’umiltà, col motto del «je rode»

uccidono anodini versetti, col veleno dell’inchiostro, come fossero re Erode,

tutti eccellenti, refrattari ad ogni critica, martirizzati sul monte degli Ulivi,

non concepiscono che l’unica nostra salvezza sia infilar loro sulle mani due preservativi,

e, anti-concezionalmente, risparmiare a tutti il torto

d’assistere ogni volta ad un aborto.

 

Scopro che, secondo Goethe, l’«ironia è il sentimento che si svincola dal distacco»:

ironia, eirôneía, madre di distopia e dissimulazione, resta la lancia di Don Chisciotte,

lancia in resta contro i mulini a vento, avvento dell’attesa dello scacco

contro chi inanella versi tarentini tanto sciapi da condannarci alle garrotte,

svela al cittadino bue come mai un disperato in bancarotta

sia arrivato a assassinare un magistrato e non una mignotta,

indica all’uomo della strada come versi senza neustico

siano in grado di liberare il male cronico di un mondo stitico.

 

Scopro di essere in balia di una scrittura a immagini tridimensionali

che costringerà tutti i lettori a cambiare in 3d le (tre) lenti dei loro occhiali,

segnalano a me, correttamente, ex magazziniere in blazer

che tra trecent’anni vincerà i mondiali la Svezia di Tranströmer,

che stiamo vivendo in contemporanea una decina di rivoluzioni copernicane

senza accorgersi che un millennio prima di Tranströmer c’era arrivato Alcmane.

 

                                  [Cherchez la troika, 2016]

*

Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni

L’austriaco, di vera stirpe ariana, è molto severo, non si incanta,

achtung kaputt kameraden, pretende massima flessibilità

in modo da rimettere l’Europa intera a quota Novanta,

bombarda le borse di Milano assolutamente gratis,

meglio di quanto fecero Radetzky o Bava Beccaris.

 

Potremmo tentare ancora con uno sciopero del tabacco,

mischiando hashish a marijuana con distacco,

anche se non credo che funzionerebbe lo sciopero del lotto,

siamo troppo lontani dai moti del 1848,

ora l’intera nazione tira a arrivare alla mattina,

sognando di incassare un ambo o una cinquina.

 

Sperando in un ritorno della dinastia Borbone

i milanesi non sono avvezzi alla rivoluzione,

scalpitano, reclamano, ti mandano a cagare,

tornando il giorno dopo in ufficio a lavorare,

non avendo l’energia dei siciliani buontemponi,

l’unica regione a statuto speciale a protestare coi forconi.

 

Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni,

la Merkel tuona da Bruxelles minacciando risoluzioni

del Consiglio Europeo, in cui siedono retribuiti in modo sovrannazionale

i vari prestanome dell’una o dell’altra multinazionale,

indecisi, con rigorosità scientifica tutta teutonica,

se far fallir la Grecia o un’azienda agricola della Valcamonica.

 

                   [Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]

*

Marinetti non l’avrebbe mai scritto

Ciao, come va? È tutta sera che ti osservo.

 

Ciao, zio! Mica sarai un Baldocci o un Babbaluga, eh?

 

Guardo solo te!

 

Perché mi lumi? Starai mica a broccolarmi?

 

Sei una bellissima ragazza.

 

Grazie, zio. Ce l'hai una geografica per una bomba?

 

Dobbiamo invadere l’Albania?

 

Non mi far sclerare, abbiamo finito la gangia, e non ci sono Majabba nei dintorni! C’hai neuri, dai?! Non fare il T-rex!

 

Per farsi una canna, non ho money: non concepisco chi si droga.

 

Zio, mi perplimi. Mica sarai un robboso? Sei afef!

 

Al massimo Tronchetti Provera! Dai: non sono noioso.

 

No, non sei un asciugone, né un fonzie. Pure tu m’attizzi. Non sei un Sancarlino! Sei un aristofreak? My sister dice che scrivi libri.

 

Grazie, sono un ragazzo normale. Sì, sono un artista.

 

Bella, frate. Mi fai andare in sciambola. Sclero! Sai scapersare?

 

No, non suono, non scrivo musica. Scrivo versi.

 

Meno male ke non sei una melochecca… Sei proprio un O.G.M.! Come ti citofoni?

 

Boh, di norma scendo in strada, suono, e ricorro in casa. Non è sempre facile ritrovarmi.

 

Che disease! Mi fai morire, o, se non altro, non mi fai sminchiare come i ragazzi della mia età! Preferisco i ragazzi maturi, come te.

 

Comunque mi chiamo Ivan.

 

Bello, mi piace abbestia! Hai un fazzollo?

 

Tieni.

 

Grazie. Come vivi?

 

Sono responsabile in un’azienda della distribuzione organizzata. Tu?

 

Uni, che sbatta! Sono alle pezze, sempre a studiare. Interessi: non sei un fungo!

 

Se fossi un fungo, sarei un Cortinarius, velenosissimo.

 

Bastard inside. Ti bevi un ape?

 

L’ultima volta che ho bevuto un’ape, mi hanno ricoverato in ospedale.

 

Ddddaiiii, non fare il babbo di pezza! Non sono una figa di legno.

 

Sei una che va subito al dunque?

 

Antisgamo.

 

Con te ci andrei, al dunque.

 

Henk! Che bazza… Mi sa che vuoi solo bombare! Come sei messo a Caronte? Ihihi

 

Sono in grado di traghettare te e tutte le tue amiche…

 

Smettila di garlare. Non fare il grozzo!

 

Scusami, hai ragione.

 

Sempre a pensare a inzaccare, voi maschi. Camomillati, o mi tocca asfaltarti! Non è che concedo il frisby al primo che incontro.

 

In tutti i casi, se la concedi, te la rilanciano.

 

Sei troppo scemo, simpa! Non ti voglio scagliare! Ti va di ribeccarci, magari, un puntello, non, così, damblee…

 

Sì, ho voglia di rivederti. Magari un chinese, un cinemino?

 

Dobra! Ci sto dentro. Sgamiamoci domani: lasciami il numero di cella. Hey! Dove avrò messo la cella? Hai visto la mia cella? ‘spetta, non imbruttirti!

 

Più brutto di così, non riesco, anche impegnandomi.

 

Sono in chiusura, zio, non ti seguo. Oh, non mi rimbalzare, squilliamoci.

 

Certo: ti chiamo. Ma non sarai mica fidanzata?

 

Zibra! Zero al quoto! Poi che cambia?

 

Eh, che cambia?! Sei troppo fuori. Domani è Ferragosto, è tutto chiuso.

 

Fregatene: ci vediamo al bancomat, e magari ci archiviamo a letto. Cia’, zio.

 

Ciao, bella.

 

                           [Patroclo non deve morire, 2013]

*

Lehman Brothers

Correndo sciancato come scarso debuttante

ai balli sfrenati della bolla immobiliare,

mi sono accorto con mesi di ritardo

d’esser morto di ferita d’arma in grosso taglio,

messo al corrente d’esser sotto conto,

durante un’escursione al campo santo.

 

È il libero mercato, scotto da certificato,

in testa alla finanza, creativa, compulsiva,

beccata ad armeggiare, le mani nella borsa,

con nobile burbanza.

 

Cadono banche, titoli scendono

come stelle nella notte dell’Ade,

innescando catene di suicidi

tra schiavi altolocati, in tazze nude.

 

Libero mercato, nato intorno al ‘900,

autotreno trainante in movimento,

liberaci, animali sul bordo della strada,

dalle tue manie di investimento.

 

                                [Scarti di magazzino, 2013]

*

Il ballo di Sant’Ambrogio

Frenesia, concitazione, delirio

il ballo milanese di Sant’Ambrogio

danzato tra un briefing e un ufficio marketing

nell’ex capitale morale dell’ex nazione,

ballato da operai, impiegati, dirigenti

di ogni azienda, entro o extra articolo 18,

ondeggiato senza tregua tra le maree d’un traffico

anestetizzato dall’area C, zona demilitarizzata,

nell’arco di tutti i lunedì mattina e i venerdì sera,

altalenato nelle fauci della metropolitana,

zigzagando le carcasse dei barboni in Piazza della Borsa,

frenesia, concitazione, delirio.

 

Le tarantole non mordono a Milano,

città di nere vedove allegre,

mordono i bancomat a getto continuo

nelle strade inondate dalla nebbia azzurra dei lampioni,

mordono i negozi di Louis Vuitton in Montenapoleone

le modelle grattacielo sperdute nelle settimane della moda,

i Mc Donald’s cittadini saturi di formiche umane mordono,

costruiti sull’anima delle antiche osterie meneghine a u.s.a.izzare ogni orizzonte,

mentre il Principe di Savoia è una fortezza che rinchiude i nuovi nomadi,

trattenendo, in strada, indigeni stanziali.

 

Frenesia, agitazione, delirio

il ballo milanese di Sant’Ambrogio

oscillato tra una ribalta di magazzino e la ribalta della Scala,

ballato da precari, cassintegrati, disoccupati,

di ogni genere e nazionalità,

volteggiato senza respiro tra i treni in ritardo della Stazione Centrale

assaltati dai nuovi bagaudae pendolanti

con borsa da lavoro in una mano, Pc nell’altra, biglietto in bocca,

fremuto dall’angoscia della busta a fine mese,

farneticando di trattenute, addizionali, contingenze,

frenesia, concitazione, delirio.

 

L’infattibilità dello star fermi

nella Milano da bere (con un goccio d’En),

il veleno neurotonico della vita da Navigli,

in una città dove rilassamento è movida,

cocainizzano uomini-dinamo in moto perpetuo,

trasformando il tempo in un febbricitante formicaio.

 

Frenesia, eccitazione, delirio

il ballo milanese di Sant’Ambrogio.

 

                                         [Il Guastatore, 2012]

*

Maldida alma: electrotango

Guardi fuori dalle nostre due finestre

e non t’accorgi d’aver costruito un muro, in stile etrusco,

dalla velocità sembravi un muratore bergamasco,

e mi continui a chiedere di ballarci sopra un tango elettrico,

con equilibrio instabile, in bocca, come argentino asettico,

steli di rose rosse,

facendomi sputare denti e spine,

rigurgiti di tosse.

 

Contro il tuo muro si infrange ogni messaggio,

nella bottiglia, rifiuti ogni mio sintomo d’ebbrezza

scansando a muso duro ogni carezza,

inconscia che, finiti i vuoti a rendere,

mi dovrò arrendere

insofferente a barattar dieci minuti d’ansimo

con vitalizi d’alcolista anonimo.

 

Se dici che non vuoi una «storia»,

donna assediata da voci adulatorie,

a che ti serve il mio cuor da cantastorie

votato a trasformar conquiste in rotte,

tu, novella Dulcinea (io Don Chisciotte),

desiderosa solo d’ottenere in dote

un nuovo amico sacerdote.

 

Electrotango, tango di tormento

che carichi i miei versi a sentimento

smussata nel tuo abbraccio ogni diffidenza,

abbatti il muro dell’indifferenza,

o, memore d’avermi sempre accordato cose turche

costringimi a ballar, con altre, lubriche mazurche.

 

              [Carmina non dant damen, 2012]

*

Lupus in fibula

Poesia, torta von Sacher Masoch,

sono tuo schiavo, essere senza coerenza

che brilla, di notte, nel ventre umido della tua incoscienza,

sono una bambola in tuo potere

- mia dolce ventriloqua- con una tua mano sulla bocca,

e l'altra nel sedere.

 

Privo di te son come l'Iran senza bomba atomica,

son come un seno senza forma conica,

son come busto di Mussolini senza saluto romano,

rimango un brutto Socrate senza Cyrano,

senza di te, sono un Saddam

scollato che cerca di risolvere un rebùsh,

sulle strade di Milano

son autovelox pietoso senza flàsh.

 

Poesia, fuori di te

mi sento un Crasso senz'arte né Parti,

e tu, come un nano in spiaggia

devi stare attenta a non incazzarti,

(per non gettar sabbia

negli occhi ai miei

patetici scarabocchi),

sentendomi mito della taverna,

mitile ignoto senza giberna,

ragazzino bizzoso, e bizzarro,

meraviglia d'erre moscia

costretta a dir ramarro.

 

Poesia, sei fiat lux accessoriata,

(Dio Enel da Dio Enel)

su bolletta non pagata,

indizio cosmico di celesti emicicli,

dinamite capace d'accender fanali di mille bicicli,

Nietzsche, nell'atto d'abbracciar cavalli o accavallar braciole,

neonata abbandonata tra i flooding d'un mare senza aiuole,

coltivatore di retti  in un locale omosessuale,

eccezione nei casi ratti d'un malinconico duale.

 

Poesia,

rombo di tuono, cemento indomo

contro muri del suono, le divinità muoiono,

i nani corrono sulla sabbia, e noi scriviamo,

sotto l'effetto, stupefacente, del tuo richiamo.

 

                             [Galata morente, 2010]

*

Mostri

Quando i mostri, zitti zitti, s'avvicinano,

rubandomi i comandi, stralciando i miei sorrisi

c'è vuoto, oblio di mille mondi,

sulla mia schiena, nella mia mente,

da non riuscire ad alzarmi,

nell'ansia di difendermi da ogni delusione,

da non riuscire a alzare scudi di cartone.

 

Quando i mostri, zitti zitti, s'avvicinano,

attentando a desideri, ammazzando nuvole,

c'è dolore intenso, senza sensi, senza senso

dove ci sono cuore e stomaco,

nell'apatia d'un insidioso blocco neurale,

nella certezza di non adottare bimbi,

che non ci saranno altri mici,

credendo di annegare

mille lacrime, senza riuscire a piangere,

senza riuscire a navigare.

 

Quando i mostri, zitti zitti, s'avvicinano,

arrestando i venti, molestando salici,

vicino a me non c'è nessuno,

cercando di mandar dentro aria,

e fuori sogni d'una testa vuota,

di scuotermi con violenza,

sguardo fisso alle pareti,

male ai muscoli del collo,

boccheggio devastato,

come i resti della cena

nel buio d'uno scarico intasato.

 

Quando i mostri se ne vanno,

io resto, mostro d'intensità minore

senza manie d'arresto,

narciso caduto in una brocca di fango

in corsa su binari umidi nelle urla d'un dittongo,

a terrorizzare i tuoi mostri,

tragici schiavi di moralità cablate,

mettendo aceto,e sale,

nell'olio delle tue insalate.

 

                                 [Mostri, 2009]

*

Niente, oltre confine

Guardare, aldilà di consunti guardrails,

incolonnati, come formiche ubriache

dentro scie d’Avana invecchiato,

inscatolati nei vani motori delle nostre vetture,

vani vettori di rabbia,

e non vedere niente di nuovo,

e non vedere nient’altro nelle case tristi,

senza finestre, incastonate, semi senza terra,

ai confini del mondo autostradale,

ai confini dei nostri orizzonti cittadini.

 

Oltre i muretti divisori, tra i due sensi di marcia,

non c’è senso, nessun senso nel vuoto, visto allo specchio,

delle nostre andate e dei nostri ritorni,

tra frammenti ossei di musi duri,

mascelle serrate, degli altri esemplari della nostra razza dannata,

nei distributori di benzina che non bruciano,

nelle mie sensazioni da autocisterna sfitta.

 

E non arrivano carri attrezzi, navette di soccorso,

a impedire ai miei occhi di annegare, di affondare, nell’infinito,

sfinito, d’un mondo seduto a tavola senza appetito.

 

                        [Lame da rasoi, 2008]

*

Via Crucis

Pitturato da attoniti schizzi di dolore

cado, mi alzo, cado, e mi rialzo ancora

nel mio cammino dannatamente incredulo,

bianco e riarso dalla sabbia,

su strade addormentate a cavalcioni

tra rottami urbani e infiniti orizzonti da ‘600 barocco.

 

Nessun divieto d’accesso,

nessun divieto di sosta

nei vicoli dei nostri amori sgangherati,

assicurati in attesa di minimi massimali

contro infortunio e malattie mentali;

nessun cartello di caduta massi

sulle nostre mani sulle nostre menti

sulle nostre idee adocchiate da avvoltoi,

scambiate, peer to peer, in bramosi mercati

di reti d’acciaio e nodi scorsoi.

 

Mi alzo, cado, mi rialzerò

- ancora, e ancora!-,

cinto a cilici stinti

da lacrime di salice piangente,

ebbro di madide viae crucis senza ritorno,

solitario, ingannato, con animo sconfitto,

cuore fiero, finché, d’un tratto non muoia il giorno.

 

                     [Riserva indiana, 2007]

*

Poesia precaria

La mia poesia è precaria,

senza collocazione fissa, fragile,

senza retribuzione, niente diritti.

Non ha tutela sociale, - è imprevidente!-

e, a volte, puoi trovarla dentro ai bagni a non dir niente.

 

La mia poesia, è precaria, in stage costante

fa fotocopie e porta caffè roventi

ai capi, agli uomini di successo, e ai dirigenti;

rideranno i troppi poeti d'apparato

del perenne affanno d'un ritmo instabile,

d'un io ingestibile, a tempo indeterminato.

 

                             [Underground, 2007]

*

Il pollice imponibile

La tassonomia caratterizza l’homo sapiens dalla forma della mano,
non distingue l’ominide della Bibbia, l’ominide del Vangelo, l’ominide del Corano;
l’anatomia moderna s’è imbattuta in una scoperta attendibile:
l’italiano medio è dotato di pollice imponibile.

L’aumento esorbitante dei tassi non comporta una sparizione delle tasse,
nessun sessuologo animale è mai riuscito a uscire dall’impasse,
le tasse aumentano, in caso di abbassamento o crescita dei tassi,
saranno tasse ninfomani, lontane dal desiderio di ribassi.

L’Italia è la repubblica fondata sulle tasse, da Nord a Sud,
tanto che a rimettere le cose a posto ci vorrebbe un Governo Robin Hood,
l’italiano medio, ogni giorno, è in ADE a misurarsi la pressione fiscale,
arrivati al 50% chiameremo l’anatomopatologo a certificare l’embolia celebrale.

L’Itaglia è terra d’inventori, si mette una tassa sull’ombra delle tende dei locali,
il massimo del cuneo fiscale (presa per il culo) è la tassa comunale sulle centrali nucleari,
che, in bolletta, ti trovi una tassa EF-EN sull’efficienza (?) dell’energia elettrica,
come cazzo riescono a convincerti dell’incoerenza è cosa comica.

C’è la tassa sul televisore, c’è la tassa sulla tassa, d’incostituzionale disappunto,
e scopriamo che la nostra spazzatura, soggetta ad IVA, ha valore aggiunto,
la tassa sulla morte, intesa come certificato di constatazione di decesso, 
ragazzi, ditemi voi, se ci fosse stata ai tempi di Yeshua, Lazzaro come sarebbe stato messo.

La tassa sulla morte, maronna dell’Incoroneta, a morire serve un nulla-osta
ostia, il morto deve resuscitare e versare 35€ facendo la coda in Posta,
la tassa sulle invenzioni che non si applica all’invenzione di nuovi tributi
e ti accusano di diffamazione se affermi d’esser governato da una massa di cornuti.

La tassa sugli spiriti, in senso alcolico, la tassa sul rumore degli aeroplani,
il rumore degli aeroplani? Pensa alla tassa sul casino di un concerto degli Inti-Illimani,
c’è una tassa sui gradini, l’imposta comunale sui cani, la tassa sulle cabine telefoniche.
Ma andate a cagare, forse si stava meglio con le stravaganze fiscali borboniche.

                                [inedito, 2017]

*

Oltre il Brillo Box

La mia ricerca sulla forma dello scrivere si innalza oltre il Brillo Box,

butto i miei versi in cassaforte come se fossero a Fort Knox,

start-up, ripetizione, riproduzione danno l’ergastolo all’originalità

dei direttori centenari delle riviste ormai dimentiche d’ogni abrasività,

d’altronde, si sa, le dentiere non vanno sollecitate da concetti intelligenti,

a forza di accettar versi canini carmina dant panem solo ai loro denti,

se a noi, adolescenti quarantenni, tocca la dieta del Professor Birkermaier

a loro, bambini ottuagenari, sarebbe ora di diagnosticare un briciolo di Alzheimer.

 

La moda attuale del critico scontato è latrare contro i successi del minimalismo

milanese o romano, inn istèss, e noi, fantasmi anni ‘70, in cerca dell’agognato minimo spazio,

ché a cambiare il mondo ci tornerebbe comodo l’energico vigore d’un massimalismo,

a leggere certi versi in endecasillabi rolliani, nel 2016, ci si sente vittime d’un’odissea nello strazio,

e il castigo delle nostre generazioni no future è di fare avanguardia a quarant’anni

intenti a rivendicare un Lebensraum che non finisca con lo sfociare in Anschluss,

noi Heermann condannati dalla flexibility a non sbocciar mai in arimanni,

ci troviamo a riannodar cateteri a vecchi specialisti in trobar clus.

 

Cosa ci tocca fare nell’intento di raggiungere i nostri quindici secondi di celebrità

mostrare il culo da Barbara D’Urso, curare le rubriche culturali dell’Unità

o brevettare rime che voi comuni mortali nemmeno osereste immaginare

can che abbaia non dorme e addormentati – come ci vorreste- non ci aiuta a morsicare,

è svegliata dalle carezze d’un emiro la tardo-moderna Bella addormentata da cocaina

disponibile a succhiar US gal di oro nero come se fosse una pompa di benzina,

signore, transgender e signori annuntio vobis gaudium magnum la favola è finita

alle generazioni oltre il Brillo Box spetterà rosicchiare avanzi sotto la tavola imbandita.

 

                                    [Cherchez la troika, 2016]

 

 

*

Sono la Democrazia Cristiana

Visto da destra, mi dissimulo uomo di successo,

forte di un contratto a tempo indeterminato, attualmente non garantito al 100%,

direttore, collaboratore, autore, prestidigitatore di cultura,

soldi, quanto basta, collocati in banche differenti

con la certezza fiduciosa nel Fondo Interbancario di Tutela dei Deposti,

amanti sufficienti a soddisfare ogni richiamo fisiologico,

nessun legame, nessun vincolo, a contrastare il mio libero mercato.

 

Visto da sinistra, mi registro vita consumata,

abbandonata a giornate malinconiche nei magazzini di mezzo Nord-Italia,

in bilico tra ideali di vita astratta e durezza del concreto quotidiano,

ovunque sottovalutato, in recessione costante, in inflazione

con la certezza sfiduciata di essermi investito in titoli di stato greci,

ricordi confusi di un amore, intenso, smarrito nella nebbia,

nessuno scudo, nessuna corazza, a tutelarmi dal mio libero mercato.

 

Sono la Democrazia Cristiana, in fondo, sono la Democrazia Cristiana

schiacciato tra moniti di conservazione e impulsi di rivoluzione,

sempre in sella al mio cavallo, brocco di razza, cambiando governo ogni tre mesi,

di governo in governo, soffrendo i mille spifferi delle correnti,

moroteo, doroteo, andreottiano d’impegno democratico, fanfaniano di sinistra,

rimango al potere, raffreddato, senza mai adagiarmi su una stabilità serena.

 

Sono la Democrazia Cristiana,

obbligato a giravolte, trasformismi degni di un De Pretis,

mi crogiolo nell’abitudine di mutare, repentinamente, le mie sembianze,

in modo da caratterizzarmi, in pochi istanti, sempre diverso personaggio

inserito nel medesimo contesto scenico e/o drammaturgico della cultura di massa,

mi abituo a collusione, corruzione, concussione, sfruttamento della mia prostituzione

indeciso se incassare la tangente o rassegnarmi alla prigione.

 

Sono la Democrazia Cristiana,

impegnato a negoziare tutte le mie mosse

nel ventre d’una dialettica malsana

con stragisti neri e brigate rosse.

                                            [Il Guastatore, 2012]

*

Uomo in rivolta

Per non finir sul lastrico,

maschero i miei mille mattini

da veglia funebre d'ardore orgiastico,

fingendo, scaltro, di scommettere

su me, come cavallo vincente,

nella corsa al trotto d'una vita

spesa a correre controcorrente.

 

Per non finir sul lastrico,

lastrico i miei mille mattini

di perfidi cubetti di porfido,

seminando con mistica attenzione

i viali della resistenza,

con semi che rendan pioggia,

e grandine, all'occorrenza.

 

Per non finir sul lastrico,

organizzo i miei mattini

tramando all'ombra d'un acrostico,

eludendo, deluso, i ritmi d'una vita trendy,

rivolto, uomo in rivolta, a accendere

estesi focolai d'incendi.

                                 [Galata morente, 2010]

*

Underground

Clandestino, amo di nascosto, e di nascosto scrivo

di notte, schermato, dai fari accecanti di un mondo malato

di rabbia, d’invidia, e di cemento armato.

 

Furtivo, amo di nascosto, e di nascosto vivo,

nel chiuso anonimo di una stanza,

o nel ventre claustrofobico di un ufficio

inventando rivendicazioni,

contro ricchi, arroganti e rompicoglioni.

 

Sotterraneo,

amo di nascosto, e di nascosto schivo

i treni del successo, - asini deraglianti-

o meglio, mostri celati dalle nebbie dell’eccesso

della logorrea fraterna di, voi, grilli parlanti.

 

Underground, resisto,

staccando col martello

i chiodi conficcati nelle mani di un Cristo,

abbracciato alla sua croce, in attesa di martirio,

sputandovi negli occhi versi, e gocce di collirio.

 

                               [Underground, 2007]