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Raccolta di poesie di Dereck Louvrilanmè
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Au Sénégal

 

Molti di noi lasciano la rabbia in luogo. Della tomba 

citiamo a caso un sottoposto. La culla

ci porta là. Dondoliamo in tempo. In senso stretto

vediamo dal tremo lo stesso viaggio. Siamo chiose 

non c’è altro, Dame. Là 

cade il frutto del respiro - anche distante. 

Dalla sua culla cade là.

Marcisce la polpa dei baci in una bocca del terreno.

Mettiamoci una pietra sopra, così nessuno 

ci pensa più.

Per come Miriam lo seppe, non lo avrei detto.

Il quotidiano locale aveva trattato la notizia

usando la parola “decesso” con l’assioma “solitario”.

Eppure, Peppe, di seguito citato con “il nero”

- per via della sua “nigrizia” che è come “mestizia”

riferita alla notte dei morti -, lui, il nero scoperto,

dall’alluce glabro alla calvizie lungo 6 ft.

sulla panchina per pazienti, lui, di seguito citato come 

tunonavereottantacinquecentesimiperme?

- così sopravvive a stento, lo so - 

non avrebbe voluto il corredo del deserto

sulla pelle. 

Non c’è altro, Dame

 

*

Piccola pro testa

 

Ovunque sia diretto il nord,

il sud gli andrà dietro. 

Dico alla ricchezza che le faremo il culo. 

Detto netto, senza volgarità. 

Detto con amore del meridione.

Dal tetto il mio meridione è 

una corolla per far presa sul sole.

Detto perchè il sole è il solo contingente che ci accoglie.

Detto al contingente che conta.

Il contingente è più di un continente 

e timorato si direbbe perfetto. 

Inutile bloccare gli scafi sul mare scalato. 

Chi gli ha dato la forma di una catena?

Neanche il dio più cristallino vi sale. 

Intollerabile finire in malo mondo. 

Siamo la terra del primo solco, siamo 

zolle distratte dalla vaghezza delle dune. 

E’ la loro cronica dunamicità che ci fa a pezzi.

Ma anche la vostra opulenza non è male. 

Così veniamo morti incalcolabili

mentre vivi di poco conto ci contiamo 

in scala uno a tanto. Nel nostro disegno è buona fortuna 

parlare alla pietra di quanto è dura. Detto di voi

che durerete a lungo, ma dove?

La nostra orma unchained sente già la terra:

Não sei se é você para elevar você

ou eu a afundar como de costume.

 

 

*

In vista di una nuova generazione

 

 

L’onda trema in un calice della costa

perché l’acqua ha perso la calma

per la corrente. E nonostante

la roccia abbia il polso fermo

avanza un palmo dall’arenire.

In realtà retrocede fino a perdersi

la sabbia fuorionda, piena di relitti 

e di rotte come bottiglie a nuoto. 

La spuma sovraeccitata, orgoglio 

di una mossa, non è la regola 

ma uno strumento del vento in corsa. 

Un trucco capace di mettere voce 

tra i pesci - intesi come gemelli -,

e sollevare il calice per un brindisi.

Il brindisi agli spiriti fuoriusciti 

dal cielo - noi in forma di attesa. 

Il cuore sgroppa tra le costole 

come un granello sguscia di mano. 

Levati di torno, dice, e la mente 

va, viene, moltiplica i locali 

che ricordano loro. E tra loro appari

tu che non hai visto le alici venire 

alle squame dall’azzurro netto. Chiedi 

alla terra dove sono le orme dei sacri 

e calcale di fresco. Calcale con noncuranza

perché tanta leggerezza muta in futuro di peso 

così come nè il papiro, nè la quercia 

furono fatti precisamente per l’oceano, 

eppure lo hanno percorso a lungo 

con un disegno spiegato al vento.

 

 

*

Mali intesi

 

 

Tutto ciò che possiamo è davanti a noi

ma quello che dovevamo e non facemmo

ci urla dietro. La conquista di altro spazio

non serve al punto in cui siamo. Nessuno

qui ci aveva invitati, ma qualcosa fu fatta 

per favorirci. Trovammo il locale ben aerato,

ricco di argomenti da sviluppare, ma poiché 

a noi piace dedurre il peggio, fu facile riempirlo 

di atti sbagliati e congetture sulla natura 

dei segni. Così usammo la lingua dei fenomeni 

per le distanze officinali da portare in tavola.

Sulla porta c’era l’avviso di mangiare in modo 

adeguato fino alla frutta da evitare. Eravamo

predoni di terra e di mare, violenti e nerboruti,

entravamo in tutte le tane per razziare le credenze

e i forzieri dei santuari: necessità motrice

degli imperi per tutto il tempo. Così iniziammo 

a consumare la carne al sangue e poi il grano 

e radici e foglie verdi dopo il sacco delle mammelle. 

L’acqua era dove il conto faceva passare la fame,

e stimava il piacere, e ne prendemmo a sbafo. 

Il vino ci fu portato dopo aver schiacciato

acini nelle giare e più del calice si poteva andare. 

Giocammo ai dadi il passaggio del mare

con l’unico risultato che contano gli squali. 

Erano chiaramente momenti di un gioco 

di razze che non ci farà durare benché duri.

 

 

 

*

Misticanze

 

Tra gamba e gamba tanti luoghi

comuni e un pendolo strambo

che cerca fortuna.

Lo sguardo ai nembi ne ferma

uno. Un vecchio andante qui

suggerisce l’aiuola nuda

che già conosce la differenza cruda

tra attendo e piscio. L’urgenza, si intuisce,

esplode a zonzo come ne esce

il beccuccio del gonzo?

Potesse mettere bocca l’erba

incurante di mormorii e di verbi

col congiuntivo risicato e fiorito

che già saliva da palliativo.

Siamo fabbriche di scorie e resti

al verde in cui precipitiamo presto.

Al massimo un secolo, un breve ponte

da un bacio all’altro, all’altra

di fronte. Traversiamo il continuo

brusio, terragni come dei quasi dio:

Well, nobody's perfect

if the soul is a concept

of opportunities

beyond the eyes.

 

 

 

*

Ai tuoi occhi oserei chiedere

 

Hai nello sguardo un occhio di riguardo

per chi osserva

la lunga notte come una celia

della tua faccia ignota ma rappresentata

in millemila volte tronca

per similitudine con la tua sorte.

Credo che sia stato posto nel posto

più ovvio. E’ già ovunque, se lo cerchi

e ti cerchia chi lo ha raggiunto. Quanti

saranno? Grani infiniti e per nulla

sparsi, raccolti in crocicchi pedonabili.

Lì raggiungerò futilmente l’ombra

avuta in anticipo, o venuto dopo

poco convinto dell’armonia

che avrebbe dovuto generare

se non trovata già qui o comunque

presunta nel verbo che ti augurava.

Vieni adesso a parte da qualcuno

e portami la pace in mente a nessuno.  

 

 

*

Il condominio del fuoco

 

Al Santo giova l’idea del paradiso fatto a piedi.

La sua fede proclama i sandali aerei. Le piante

gli urlano contro tinte a ripetizione. In me gira

voce che non propriamente il bianco sia simbolo

della purezza: non esiste, o è mera radiazione

evoluta a colore. Coltivo un sintomo di speranza

nel verde, rosso, giallo: dimmi tu quale altro

viene meglio di quegli altri che si alzano da terra

con indubbia frequenza. So che l’arcobaleno

è una prospettiva festosa dello spettro che appare

roso. Roso è dovuto alla goccia che degrada il sereno.

Il sereno fiorito nell’alba in quanto speranza? Rosa.

Rosa è delle piante che non conoscono il grigiore

e chiudono la notte il loro corsivo elegante. Insomma,

stretti fino al sole. Ma al Santo giova l’abito da sera

e sostiene da sole luna e l’altra opera della fede:

la credenza vuota. Prega che abbia un senno almeno

il satellite. Non l’estro luminescente, ma lo spirito

è un labirinto privo di segnaletica e lui,

sul precipizio dei feretri, crede nella parola

a stento quanto la campanula al verde: musica in censo.

Chiedo al ministero dei canonici, alle bugie ferrate

ed alla confraternita delle candele almeno un lumino

per il Santo Fumino di cui sopra il paradiso a venire

che non richiede altra fede oltre l’alare,

l’attizzatoio, la semplicità del cerino, il soffio

oltre il costato e la fiamma a perdifumo.

Inoltre, l’inverno è fuori di sè, geloso non più di tanto

perché dentro cova un fuoco insperato: cambiare

consonante con una effe di legno, presa

di sana pianta da una selva selvaggia e aspra

e forte, che nel pensier rinovi il vero contenuto.

 

*

Il cognome delle api

 

 

Quando apparve la candela c’era già la fiamma.

Il fior fiore dell’antagonismo non bruciava, era là,

in carne: piroclastica ingente, di bocca in bocca.

Venne l’ape, un geometra puntuto, forse l’angelo che parlava

col linguaggio delle cabrate.

Il vento aveva l’aria di buon seminatore e fuochista di talento,

ma era dubbio e nel dubbio l’Altissimo Condizionatore serviva

with a name of your choice,

whit a puff.

L’atomo, e il suo piano industriale, fece presa.

Non ci siamo ancora.

Comunque, oserei dire che l’uomo esplose.

L’olio prese il posto del legno e del fulmine per fare luce fino alla cera.

Il pungiglione puntava il nord, l’alveare si affacciava a sud

e altre contrapposizioni del genere.

Ora lo stoppino è un proiettile, ma ieri non è peggio di domani.

Il termine medio tra loro è: paura; la lungimiranza prende tempo.

Questo era tra i titoli sulla panchina.

In un catenaccio con due chiavi di lettura: qui ti ho amato (per adesso).

Femminile penso, ma alle volte capisco niente.

In quell’attimo coesistono l’amore e il tradimento,

in quel momento un bacio può più del sesso.

Vorrei che la storia avesse qualcosa di vero:

i ruderi sono certi mentre certi ruderi s’inventano.

Amor mio, est in canitie ridicula venus.

La supremazia del ventre ha ragione quando serve

un fremito.

Posso dirti che c’è la stessa calamità nel bacio e nel melo.

Tendono ad un passaggio di stato nel quale gli atomi

si rivestono con ciò che trovano sulla sedia.

Ci allontaniamo di colpo per finire meglio.

E sempre in un colpo può svettare una storia,

svenarsi un corpo, svelare la tresca di tutti i sacramenti

mentre l’anima sverna agli antipodi della vita,

in quel miele che per adesso è ama(ro).

 

 

*

Indotto a fiori

 

 

Da ovunque venga la viola, in luogo

della buona sorte, apre uno spiraglio

e si lascia cogliere alla sprovvista

da un turbinìo di gemme. Rivoluzione

si direbbe, dal nocciolo duro del susino

che in una notte temperata ha capito

che vento tira. Ma la viola? Sono convinto

finga disattenzione mentre indossa

il suo capo di stagione. Come quei battelli

lungo il fiume o nell’invaso dai barconi

che suggeriscono alla foce dov’è il mare

col battibecco futile tra schiuma e onde.

Fuggendo al largo, le anguille si allungano

e resta a molo una cima a mollo: da capo,

come l’altezza nel triangolo è dal Vertice 

una venuta in terra, per dio.