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Raccolta di poesie di Dereck Louvrilanmè
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Misticanze

 

Tra gamba e gamba tanti luoghi

comuni e un pendolo strambo

che cerca fortuna.

Lo sguardo ai nembi ne ferma

uno. Un vecchio andante qui

suggerisce l’aiuola nuda

che già conosce la differenza cruda

tra attendo e piscio. L’urgenza, si intuisce,

esplode a zonzo come ne esce

il beccuccio del gonzo?

Potesse mettere bocca l’erba

incurante di mormorii e di verbi

col congiuntivo risicato e fiorito

che già saliva da palliativo.

Siamo fabbriche di scorie e resti

al verde in cui precipitiamo presto.

Al massimo un secolo, un breve ponte

da un bacio all’altro, all’altra

di fronte. Traversiamo il continuo

brusio, terragni come dei quasi dio:

Well, nobody's perfect

if the soul is a concept

of opportunities

beyond the eyes.

 

 

 

*

Ai tuoi occhi oserei chiedere

 

Hai nello sguardo un occhio di riguardo

per chi osserva

la lunga notte come una celia

della tua faccia ignota ma rappresentata

in millemila volte tronca

per similitudine con la tua sorte.

Credo che sia stato posto nel posto

più ovvio. E’ già ovunque, se lo cerchi

e ti cerchia chi lo ha raggiunto. Quanti

saranno? Grani infiniti e per nulla

sparsi, raccolti in crocicchi pedonabili.

Lì raggiungerò futilmente l’ombra

avuta in anticipo, o venuto dopo

poco convinto dell’armonia

che avrebbe dovuto generare

se non trovata già qui o comunque

presunta nel verbo che ti augurava.

Vieni adesso a parte da qualcuno

e portami la pace in mente a nessuno.  

 

 

*

Il condominio del fuoco

 

Al Santo giova l’idea del paradiso fatto a piedi.

La sua fede proclama i sandali aerei. Le piante

gli urlano contro tinte a ripetizione. In me gira

voce che non propriamente il bianco sia simbolo

della purezza: non esiste, o è mera radiazione

evoluta a colore. Coltivo un sintomo di speranza

nel verde, rosso, giallo: dimmi tu quale altro

viene meglio di quegli altri che si alzano da terra

con indubbia frequenza. So che l’arcobaleno

è una prospettiva festosa dello spettro che appare

roso. Roso è dovuto alla goccia che degrada il sereno.

Il sereno fiorito nell’alba in quanto speranza? Rosa.

Rosa è delle piante che non conoscono il grigiore

e chiudono la notte il loro corsivo elegante. Insomma,

stretti fino al sole. Ma al Santo giova l’abito da sera

e sostiene da sole luna e l’altra opera della fede:

la credenza vuota. Prega che abbia un senno almeno

il satellite. Non l’estro luminescente, ma lo spirito

è un labirinto privo di segnaletica e lui,

sul precipizio dei feretri, crede nella parola

a stento quanto la campanula al verde: musica in censo.

Chiedo al ministero dei canonici, alle bugie ferrate

ed alla confraternita delle candele almeno un lumino

per il Santo Fumino di cui sopra il paradiso a venire

che non richiede altra fede oltre l’alare,

l’attizzatoio, la semplicità del cerino, il soffio

oltre il costato e la fiamma a perdifumo.

Inoltre, l’inverno è fuori di sè, geloso non più di tanto

perché dentro cova un fuoco insperato: cambiare

consonante con una effe di legno, presa

di sana pianta da una selva selvaggia e aspra

e forte, che nel pensier rinovi il vero contenuto.

 

*

Il cognome delle api

 

 

Quando apparve la candela c’era già la fiamma.

Il fior fiore dell’antagonismo non bruciava, era là,

in carne: piroclastica ingente, di bocca in bocca.

Venne l’ape, un geometra puntuto, forse l’angelo che parlava

col linguaggio delle cabrate.

Il vento aveva l’aria di buon seminatore e fuochista di talento,

ma era dubbio e nel dubbio l’Altissimo Condizionatore serviva

with a name of your choice,

whit a puff.

L’atomo, e il suo piano industriale, fece presa.

Non ci siamo ancora.

Comunque, oserei dire che l’uomo esplose.

L’olio prese il posto del legno e del fulmine per fare luce fino alla cera.

Il pungiglione puntava il nord, l’alveare si affacciava a sud

e altre contrapposizioni del genere.

Ora lo stoppino è un proiettile, ma ieri non è peggio di domani.

Il termine medio tra loro è: paura; la lungimiranza prende tempo.

Questo era tra i titoli sulla panchina.

In un catenaccio con due chiavi di lettura: qui ti ho amato (per adesso).

Femminile penso, ma alle volte capisco niente.

In quell’attimo coesistono l’amore e il tradimento,

in quel momento un bacio può più del sesso.

Vorrei che la storia avesse qualcosa di vero:

i ruderi sono certi mentre certi ruderi s’inventano.

Amor mio, est in canitie ridicula venus.

La supremazia del ventre ha ragione quando serve

un fremito.

Posso dirti che c’è la stessa calamità nel bacio e nel melo.

Tendono ad un passaggio di stato nel quale gli atomi

si rivestono con ciò che trovano sulla sedia.

Ci allontaniamo di colpo per finire meglio.

E sempre in un colpo può svettare una storia,

svenarsi un corpo, svelare la tresca di tutti i sacramenti

mentre l’anima sverna agli antipodi della vita,

in quel miele che per adesso è ama(ro).

 

 

*

Indotto a fiori

 

 

Da ovunque venga la viola, in luogo

della buona sorte, apre uno spiraglio

e si lascia cogliere alla sprovvista

da un turbinìo di gemme. Rivoluzione

si direbbe, dal nocciolo duro del susino

che in una notte temperata ha capito

che vento tira. Ma la viola? Sono convinto

finga disattenzione mentre indossa

il suo capo di stagione. Come quei battelli

lungo il fiume o nell’invaso dai barconi

che suggeriscono alla foce dov’è il mare

col battibecco futile tra schiuma e onde.

Fuggendo al largo, le anguille si allungano

e resta a molo una cima a mollo: da capo,

come l’altezza nel triangolo è dal Vertice 

una venuta in terra, per dio.