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Raccolta di poesie di Dereck Louvrilanmè
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Privilège du Roi

 

Il Re era in barca completamente

ma la Regina, più realista e solidale,

fregava le mani con eleganza formale.

Soltanto al giullare vennero in mente

 

i cavalieri in cortile fermi da giorni

aspettando di avere una cavalcatura

adatta alla natura della buona cura

dimodoché il Re in sè facesse ritorno.

 

 

*

È duro, ma morirà; e durerà a lungo

 

Non c’è notte per il sole

finché gira così. E non è vita

come la pensiamo, è un girotondo

senza fissa dimora: ci trascina 

un vagabondo che non ha occhi

se non percorrere. L’amore?

Una trappola per stormi, fatta di congiunzioni

tra energia e materia

che viene a corredo quando può.

Come quella ragazza, magari, che chiamavi stella

dalla lingua di fuoco appena lambivi

la sua gonna benevola. 

Come lei, magari, che nel suo parco di pianeti

fissa da lontano i più maestosi

e quelli devoti ai suoi piedi

li incenerisce con l’indifferenza di tutti i soli.

Lentamente ci lascerà riprendendosi anche i vuoti.

 

 

 

*

Mi sta addosso per un tratto

 

È un contenitore di serie a parente.

Non so dire se sia una cella: non ho lenti

capaci di trapassare vestiti

e carni; e scoprire come di battiti

nel torace. Quindi mi informo di uno

per altro e raduno 

memorie in cui tirare il fiato

e basta. Duro a dirlo, ma sono ignoto 

e dell’ignoto conosco il vuoto. 

Sapete, cerco un appiglio dov’è appeso il lume

la china che sappia fare volume

o che porti un piccolo segnale:

- ehi ehi, sono quiiiiiiiii… (la “i” è lunga per un vizio dialettale).

 

Date le circostanze attuali, rispondo agli echi,

ormai abbandonati in favore dei like.

Siamo voci singolari in uno spazio singolare,

su di un pianeta che pare di pari, ma non lo è, però pare

singolare, una serra più fragile dei petali che protegge.

La mia guardia del corpo è lo spirito che regge

la resa a parole. Parole maratonete

che come Bikila sentono la sete

quando corrono scalze all’orecchio lunato

senza mai lasciare il ventre provato

- un baco che non si libera del bozzolo 

e solo per brevi tratti si coglie a volo.

 

 

*

Chi mi ha chiesto una cura

 

La strada non muta la meta. È comodo

per riguardarsi. È sufficiente il modo 

di coinvolgere la lattaia che portava 

il nutrimento alle porte. Nemmeno si vedeva

in piena luce. È importante 

ci sia stata, ma non c’è. Come tante 

polveriere, come i coppi sugli spioventi 

e bartali al Col du Galibier che lo sostenta.

Le mucche sono munte dal metallo

eppure è difficile tirare in ballo 

che abbiano una salute di ferro. 

Chi ricorda l'ape Elvira dalle borse trarre 

il tintinnare del pascolo dal sacco elastico? 

Voi non l’avete vista bussare, ma io la sento e fantastico.

Viene in mente che il vetro fa compagnia 

e la plastica solitaria è una pessima spia. 

Il mezzolitro ciarliero rivoglio

che imbianchi la lingua al risveglio.

Cos’é la primavera per questo motivo?

L’aria trasparente dal candore primitivo

che traduce in sanità una parte di me.

Quella parte invariabile che

non prosegue nel seme. Bisogna racconti

della mia arnia. Bisogna che la rifondi e confronti.

Penso a quando il verbo automatizzare era inutile 

per quanto ciò che è resto umano sembri infantile.

La creatività era una maraviglia a tutto spiano.

Oggi si spiana tutto e la maraviglia è una rana.

 

*

Gira la carta del sogno

 

Fosse vero!, dite. Che ne sapete?

Io ero lì, ero presente: con mio figlio

l’ultimo ed il primo, insieme, 

e di fronte tutta un’altra storia.

Marzo era fatto di giorni che pesavano

quanto una barca tirata in secco.

E nei mesi a venire non avremmo pescato

meglio. Sulla tolda dell’anno 

tenuto insieme dalle assi dell'ora

la sua bella criniera riccia e bruna 

- di notte sofisticata e leggera - , si staccava

dalla mia mano tutto compreso

dal mare a riva senza fare una piega.

Aveva in mente passeggeri 

pensieri che salutavo come marina di sbarco

per i miei grevi in terra.

Isole, per lo più, perché i continenti

vecchi o nuovi che siano sono in guerra.

Lui voleva vedere i nidi, peró: palazzi

a iosa: in città ci sono solo ritrovi per uccelli

che fanno le ore più piccole a piedi.

 

 

*

Au Sénégal

 

Molti di noi lasciano la rabbia in luogo. Della tomba 

citiamo a caso un sottoposto. La culla

ci porta là. Dondoliamo in tempo. In senso stretto

vediamo dal tremo lo stesso viaggio. Siamo chiose 

non c’è altro, Dame. Là 

cade il frutto del respiro - anche distante, Dame

Dalla sua culla cade là.

Marcisce la polpa dei baci in una bocca del terreno.

Mettiamoci una pietra sopra, così nessuno 

ci pensa più.

Per come Miriam lo seppe, non lo avrei detto.

Il quotidiano locale aveva trattato la notizia

usando la parola “decesso” con l’assioma “solitario”.

Eppure, Dame detto Peppe, di seguito citato con “il nero”

- per via della sua “nigrizia” che è come “mestizia”

riferita alla notte dei morti -, lui, il nero scoperto,

dall’alluce glabro alla calvizie lungo 6 ft.

sulla panchina per pazienti, lui, di seguito citato come 

tunonavereottantassscinquecentesimiperme?

- così sopravvive a stento, lo so - 

non avrebbe voluto il corredo del deserto

sulla pelle. 

Ma la vita è peggio che adesso, Dame

 

*

Piccola pro testa

 

Ovunque sia diretto il nord,

il sud gli andrà dietro. 

Dico alla ricchezza che le faremo il culo. 

Detto netto, senza volgarità. 

Detto con amore del meridione.

Dal tetto il mio meridione è 

una corolla per far presa sul sole.

Detto perchè il sole è il solo contingente che ci accoglie.

Detto al contingente che conta.

Il contingente è più di un continente 

e timorato si direbbe perfetto. 

Inutile bloccare gli scafi sul mare scalato. 

Chi gli ha dato la forma di una catena?

Neanche il dio più cristallino vi sale. 

Intollerabile finire in malo mondo. 

Siamo la terra del primo solco, siamo 

zolle distratte dalla vaghezza delle dune. 

E’ la loro cronica dunamicità che ci fa a pezzi.

Ma anche la vostra opulenza non è male. 

Così veniamo morti incalcolabili

mentre vivi di poco conto ci contiamo 

in scala uno a tanto. Nel nostro disegno è buona fortuna 

parlare alla pietra di quanto è dura. Detto di voi

che durerete a lungo, ma dove?

La nostra orma unchained sente già la terra:

Não sei se é você para elevar você

ou eu a afundar como de costume.

 

 

*

In vista di una nuova generazione

 

 

L’onda trema in un calice della costa

perché l’acqua ha perso la calma

per la corrente. E nonostante

la roccia abbia il polso fermo

avanza un palmo dall’arenire.

In realtà retrocede fino a perdersi

la sabbia fuorionda, piena di relitti 

e di rotte come bottiglie a nuoto. 

La spuma sovraeccitata, orgoglio 

di una mossa, non è la regola 

ma uno strumento del vento in corsa. 

Un trucco capace di mettere voce 

tra i pesci - intesi come gemelli -,

e sollevare il calice per un brindisi.

Il brindisi agli spiriti fuoriusciti 

dal cielo - noi in forma di attesa. 

Il cuore sgroppa tra le costole 

come un granello sguscia di mano. 

Levati di torno, dice, e la mente 

va, viene, moltiplica i locali 

che ricordano loro. E tra loro appari

tu che non hai visto le alici venire 

alle squame dall’azzurro netto. Chiedi 

alla terra dove sono le orme dei sacri 

e calcale di fresco. Calcale con noncuranza

perché tanta leggerezza muta in futuro di peso 

così come nè il papiro, nè la quercia 

furono fatti precisamente per l’oceano, 

eppure lo hanno percorso a lungo 

con un disegno spiegato al vento.

 

 

*

Mali intesi

 

 

Tutto ciò che possiamo è davanti a noi

ma quello che dovevamo e non facemmo

ci urla dietro. La conquista di altro spazio

non serve al punto in cui siamo. Nessuno

qui ci aveva invitati, ma qualcosa fu fatta 

per favorirci. Trovammo il locale ben aerato,

ricco di argomenti da sviluppare, ma poiché 

a noi piace dedurre il peggio, fu facile riempirlo 

di atti sbagliati e congetture sulla natura 

dei segni. Così usammo la lingua dei fenomeni 

per le distanze officinali da portare in tavola.

Sulla porta c’era l’avviso di mangiare in modo 

adeguato fino alla frutta da evitare. Eravamo

predoni di terra e di mare, violenti e nerboruti,

entravamo in tutte le tane per razziare le credenze

e i forzieri dei santuari: necessità motrice

degli imperi per tutto il tempo. Così iniziammo 

a consumare la carne al sangue e poi il grano 

e radici e foglie verdi dopo il sacco delle mammelle. 

L’acqua era dove il conto faceva passare la fame,

e stimava il piacere, e ne prendemmo a sbafo. 

Il vino ci fu portato dopo aver schiacciato

acini nelle giare e più del calice si poteva andare. 

Giocammo ai dadi il passaggio del mare

con l’unico risultato che contano gli squali. 

Erano chiaramente momenti di un gioco 

di razze che non ci farà durare benché duri.

 

 

 

*

Misticanze

 

Tra gamba e gamba tanti luoghi

comuni e un pendolo strambo

che cerca fortuna.

Lo sguardo ai nembi ne ferma

uno. Un vecchio andante qui

suggerisce l’aiuola nuda

che già conosce la differenza cruda

tra attendo e piscio. L’urgenza, si intuisce,

esplode a zonzo come ne esce

il beccuccio del gonzo?

Potesse mettere bocca l’erba

incurante di mormorii e di verbi

col congiuntivo risicato e fiorito

che già saliva da palliativo.

Siamo fabbriche di scorie e resti

al verde in cui precipitiamo presto.

Al massimo un secolo, un breve ponte

da un bacio all’altro, all’altra

di fronte. Traversiamo il continuo

brusio, terragni come dei quasi dio:

Well, nobody's perfect

if the soul is a concept

of opportunities

beyond the eyes.

 

 

 

*

Ai tuoi occhi oserei chiedere

 

Hai nello sguardo un occhio di riguardo

per chi osserva

la lunga notte come una celia

della tua faccia ignota ma rappresentata

in millemila volte tronca

per similitudine con la tua sorte.

Credo che sia stato posto nel posto

più ovvio. E’ già ovunque, se lo cerchi

e ti cerchia chi lo ha raggiunto. Quanti

saranno? Grani infiniti e per nulla

sparsi, raccolti in crocicchi pedonabili.

Lì raggiungerò futilmente l’ombra

avuta in anticipo, o venuto dopo

poco convinto dell’armonia

che avrebbe dovuto generare

se non trovata già qui o comunque

presunta nel verbo che ti augurava.

Vieni adesso a parte da qualcuno

e portami la pace in mente a nessuno.  

 

 

*

Il condominio del fuoco

 

Al Santo giova l’idea del paradiso fatto a piedi.

La sua fede proclama i sandali aerei. Le piante

gli urlano contro tinte a ripetizione. In me gira

voce che non propriamente il bianco sia simbolo

della purezza: non esiste, o è mera radiazione

evoluta a colore. Coltivo un sintomo di speranza

nel verde, rosso, giallo: dimmi tu quale altro

viene meglio di quegli altri che si alzano da terra

con indubbia frequenza. So che l’arcobaleno

è una prospettiva festosa dello spettro che appare

roso. Roso è dovuto alla goccia che degrada il sereno.

Il sereno fiorito nell’alba in quanto speranza? Rosa.

Rosa è delle piante che non conoscono il grigiore

e chiudono la notte il loro corsivo elegante. Insomma,

stretti fino al sole. Ma al Santo giova l’abito da sera

e sostiene da sole luna e l’altra opera della fede:

la credenza vuota. Prega che abbia un senno almeno

il satellite. Non l’estro luminescente, ma lo spirito

è un labirinto privo di segnaletica e lui,

sul precipizio dei feretri, crede nella parola

a stento quanto la campanula al verde: musica in censo.

Chiedo al ministero dei canonici, alle bugie ferrate

ed alla confraternita delle candele almeno un lumino

per il Santo Fumino di cui sopra il paradiso a venire

che non richiede altra fede oltre l’alare,

l’attizzatoio, la semplicità del cerino, il soffio

oltre il costato e la fiamma a perdifumo.

Inoltre, l’inverno è fuori di sè, geloso non più di tanto

perché dentro cova un fuoco insperato: cambiare

consonante con una effe di legno, presa

di sana pianta da una selva selvaggia e aspra

e forte, che nel pensier rinovi il vero contenuto.

 

*

Il cognome delle api

 

 

Quando apparve la candela c’era già la fiamma.

Il fior fiore dell’antagonismo non bruciava, era là,

in carne: piroclastica ingente, di bocca in bocca.

Venne l’ape, un geometra puntuto, forse l’angelo che parlava

col linguaggio delle cabrate.

Il vento aveva l’aria di buon seminatore e fuochista di talento,

ma era dubbio e nel dubbio l’Altissimo Condizionatore serviva

with a name of your choice,

whit a puff.

L’atomo, e il suo piano industriale, fece presa.

Non ci siamo ancora.

Comunque, oserei dire che l’uomo esplose.

L’olio prese il posto del legno e del fulmine per fare luce fino alla cera.

Il pungiglione puntava il nord, l’alveare si affacciava a sud

e altre contrapposizioni del genere.

Ora lo stoppino è un proiettile, ma ieri non è peggio di domani.

Il termine medio tra loro è: paura; la lungimiranza prende tempo.

Questo era tra i titoli sulla panchina.

In un catenaccio con due chiavi di lettura: qui ti ho amato (per adesso).

Femminile penso, ma alle volte capisco niente.

In quell’attimo coesistono l’amore e il tradimento,

in quel momento un bacio può più del sesso.

Vorrei che la storia avesse qualcosa di vero:

i ruderi sono certi mentre certi ruderi s’inventano.

Amor mio, est in canitie ridicula venus.

La supremazia del ventre ha ragione quando serve

un fremito.

Posso dirti che c’è la stessa calamità nel bacio e nel melo.

Tendono ad un passaggio di stato nel quale gli atomi

si rivestono con ciò che trovano sulla sedia.

Ci allontaniamo di colpo per finire meglio.

E sempre in un colpo può svettare una storia,

svenarsi un corpo, svelare la tresca di tutti i sacramenti

mentre l’anima sverna agli antipodi della vita,

in quel miele che per adesso è ama(ro).

 

 

*

Indotto a fiori

 

 

Da ovunque venga la viola, in luogo

della buona sorte, apre uno spiraglio

e si lascia cogliere alla sprovvista

da un turbinìo di gemme. Rivoluzione

si direbbe, dal nocciolo duro del susino

che in una notte temperata ha capito

che vento tira. Ma la viola? Sono convinto

finga disattenzione mentre indossa

il suo capo di stagione. Come quei battelli

lungo il fiume o nell’invaso dai barconi

che suggeriscono alla foce dov’è il mare

col battibecco futile tra schiuma e onde.

Fuggendo al largo, le anguille si allungano

e resta a molo una cima a mollo: da capo,

come l’altezza nel triangolo è dal Vertice 

una venuta in terra, per dio.