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Raccolta di poesie di Rosetta Sacchi
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Nell’erba incolta ecco una calla

Si può andare uno per volta,

chi al meriggio chi prima del tramonto

per la via silenziosa e dritta che costeggia

la ferrovia. Di  metallo è pregna l’aria

che promette nebbia al calar del giorno.

E dell’odore dell’erba sul ciglio,

oltre le  selvatiche radure ed il pattume.

 

Ho udito un fischio all’improvviso

 quando al treno io non pensavo

nè al mondo che corre

ed al panorama in posa.

Rotto il silenzio, la trama dei pensieri,

qualche ricordo d’altre sortite a piedi,

 per attutire della vita il frastuono.

Ora  solo  pochi passi, quasi contati

e facendo attenzione a rimaner da solo.

 

Dopo esser rientrato potrai fare

anche tu lo stesso mio tragitto,

avremo così quasi l’impressione

 d’essere stati insieme a passeggiare,

mano nella mano e  senza proferir parola,

 com’è nostro ormai antico vezzo.

 

Però ti racconto perché l’ho amato

questo breve lasso fuori,  lungi da casa.

 

Camminavo a passo svelto, gli occhi bassi,

mi chino al suolo, e con  gran stupore,

nell’erba incolta  tra gli sterpi, ecco una calla.

In prossimità della via ferrata.

Sarà un segno? Tu cosa mi dici?

 

*

Non vedo nessun cane sotto il lampione spento

La strada non è che un segmento,

da una porta che si chiude

fin sulla soglia di casa.

E per il prato nessuna indicazione.

 

Hai visto mai un prato per le vie del borgo?

Eppure il verde è un mare che lievita da giorni

nella mente oppressa da un vago dolore.

 

Ed anche una capra legata e solitaria,

tu l'hai mai vista?

Nel silenzio è uguale un belato

al guaire d’un cane,

fermo nell’angolo più remoto

e poco illuminato.

 

Solo una voce che geme,

monotona ed invisibile.

Eppure non vedo nessun cane

sotto il lampione spento.

*

Una domenica bestiale

Milano è presto non ti svegliare

nonostante il cambio del fuso.

Canta sottovoce sulle note

di questa dolce canzone…

 

ma che domenica bestiale

la mia domenica senza te!

 

Sogno di mangiare un fiore

sfogliando le tue dita

mentre ti parlo d’amore.

 

Nostalgia o rimpianto

di cose perdute ( o mai avute ).

Parole sussurrate all’orecchio

in riva al mare o sul lago.

 

La vittoria d’un pigro pensiero

sul risveglio forzato,

nel senno di poi, si rivela un errore…

 

Amore,  ti ricordi Concato?

 

Sto pensando ad un giro in barca,

per questo sorrido…

magari domani, quando Milano

riprenderà a sognare.

 

 

Sulle note della canzone di Fabio Concato

Domenica bestiale – anno 1982 -

 

 

*

Un sabato qualunque

Oggi non voglio udire numeri

di passaggi e di mete ultime,

nessuna categoria o distinzione.

Sono nella mia casa, le pareti

dipinte di speranza e nuova vita.

 

Il mio amore ha occhi ed orecchie,

braccia immense ed una bocca

che parla di te solo e di te domanda.

Ma tu sorridimi: sarà di nuovo primavera quando

sarà risveglio da questa morte ora necessaria.

*

Ho incontrato Nino

Ho incontrato Nino su in paese

tutto affaccendato e pensieroso.

È mio amico, sebbene in modo vago…

chè a parlar d’Amicizia non si può qui,

aprendo una semplice parentesi.

Ma di lui so le cose salienti senza che

mai le abbia in giro domandate.

 

Ha tirato dritto, poco tempo aveva...

o si trattava invece di fretta immotivata?

L’ho incrociato qualche mattina dopo

per le vie d’un borgo non lontano,

a  pochi chilometri dal nostro.

 

Un sorriso largo sulla bocca

e mille domande a fior di labbra…

tanto che se gli avessi dato retta

il tempo sarebbe così trascorso

fino a quasi l'ora del tramonto.

 

Un elenco di cose avevo con me

ed i minuti contati e le mie tappe

già tutte con criterio disegnate.

L’ho salutato perciò con fare assai cortese,

come s’addice  alle buone maniere,

rinviando la grande chiacchierata

alla calma mortale,  su in paese.

*

Senza titolo

E sulla neve piove

stagione d’acqua pare

l’infante primavera.

 

S’infradiciano i muri

quelli già malandati.

Lo scrocchio delle ossa

ad ogni passo

racconta travagli

e vecchi patimenti.

 

Sul fiume,  leggere vanno

le barchette di carta

di altre primavere.

*

La solitudine della margherita

Quel che vedo è un cerchio e tutti dentro

quelli che fingono di ridere e di piangere

che si baciano e si salutano con calore

che applaudono le loro nefandezze.

 

Sollevandomi sul gambo ho provato

a guardare oltre il cancello il cielo,

così sereno ed irraggiungibile.

Uno stuolo di fedeli dalla terra

ripeteva m’ama non m’ama…

 

in una margherita tutto si conta,

anche i petali

e al pari, di me,  c’è chi si gloria 

di conoscere i pensieri

i desideri i gesti.

*

Il cielo è grigio e nevica

Il cielo è  grigio e nevica,

la musica al pc e navigo.

Lavoro, pausa. Rifletto, evado...

il gioco non rilassa ma impiega

della mente energia,

inutile espediente.

Il pensiero ha altre vie.

 

Non è inverno e non è primavera

è un tempo morto di ricordi

persone sepolte amori finiti

scrigni: un tesoro di perle ed appunti.

Conchiglie rinvenute nella sabbia

in stagioni diverse di sole all’aperto.

 

E' un tempo morto che corre

un martedì che pare domenica

e domani non è lunedì.

*

E’ profumo di te

E' profumo di te
in una lacrima
che solca le ciglia
e gela carezze sul viso,
di un amore finito
in un tunnel
freddo ed oscuro
nel silenzio di attese
lontane.

 
E' profumo di te
nei miei occhi
che incontrano i tuoi
pensosi mentre
la pelle mi sfiori
senza toccarmi.


E' profumo di te
che non osi baciarmi
ma respiri il mio viso
spaccandomi il cuore.
Sta tremando il mio corpo
sotto stelle sparute.


Sono un fiore reciso
sul tuo ventre chinato.
Ed è profumo di te
dentro il palmo dischiuso.

 

Pubblicato su  "Scrivere" il 03/05/2014

 

*

Ed io che non sono poeta

I poeti parlano di guerre e carestie

di drammi sociali e disastri ambientali.

Li pensate in un’arca

in attesa che il diluvio si plachi.

Li pensate su di un’isola 

a sognare, dondolandosi sull’amaca.

Li pensate sulle nuvole tranquilli,

come al bar a giocare a carte.

I poeti parlano di droga e di Alzheimer

di eutanasia ed oblio e di follia e di fame,

sono tra noi talvolta piangono

consolando talvolta cercano conforto.

Ed io che non sono poeta

leggo i poeti che raccontano l’amore.

*

E quando avremo cambiato abitudini

E quando avremo cambiato abitudini

ridefinito il concetto di libertà

imparato che l’amore sta nella rinuncia

e nel sacrificio, comprenderemo anche

perché i figli ora sorvegliano i genitori

da lontano e perché i genitori

sono sempre in apprensione per i figli .

 

Quando i giornali parleranno di cose diverse

e vedremo i  numeri azzerarsi

e torneremo a morire di vecchiaia

o d’altro morbo

avremo vinto questa guerra.

 

Ricorderemo il contagio e la cattività.

Le strade vuote e i negozi chiusi

le chiese deserte e gli alberi spogli,

anche se fioriti. E ad ogni abbraccio

e ad ogni bacio ritornerà la voce

dell’astinenza e i tanti sguardi appesi

al silenzio e a un granello di speranza.

 

 

*

I navigli

Sotto il tuo sguardo

scorrevano botteghe ed osterie,

mentre passeggiavi per il canale,

la sigaretta tra le labbra.

Finchè non scomparivi  nello spazio ristretto

del tuo "disordine necessario".

 

Oggi forse diresti “non l’amo più Milano”,

come allora,  al tuo ritorno alla città,

quella "grassa signora piena di inutili orpelli".

I tuoi navigli oggi sono pieni di gente,

di gente che corre e cammina,

mentre il contagio stermina vite.

 

 

Non l’amo più Milano. È diventata una belva che non è più la nostra città. Adesso è una grassa signora piena di inutili orpelli.

- Alda Merini -

 

 

 

 

*

Amore, noi eravamo abituati alle distanze

Amore, noi eravamo abituati alle distanze,

su di esse abbiamo edificato i nostri sogni

costruito speranze ed immaginato ponti.

 

Ma ora sappiamo che un bacio

costa un prezzo troppo alto

così come un abbraccio

e non troviamo le parole giuste.

 

Ci raccontiamo silenzi profondi

evitando il calore d’ogni gesto

e dirottiamo il pensiero altrove, 

come a disegnare per noi  il futuro.

*

Il tempo forse ha lavorato di notte

Il tempo forse ha lavorato di notte

tra ombre ed assenze e all'alba

ha appeso al muro un nuovo dipinto.

 

Un diverso sentire ora punge

come fossimo solo un groviglio di spine

e chiude groppi alla gola.

 

E' un gareggiare del corpo con la mente,

inquieto, fino all’ultimo fiato.

Intorno, un sepolcrale silenzio.

 

*

Lo scorrere lento dei minuti

Lo scorrere lento dei minuti,

quando la stanchezza giunge

e gli occhi non vedono che un giaciglio

e le parole muoiono

prima della soglia delle labbra,

è indicibile tormento

un cadere senza preavviso

in un tunnel senza pareti.

E spesso i due estremi s’assomigliano.

*

Un orizzonte troppo lontano

Non v’era sentore in autunno

del dilagare del nuovo male

un mare di foglie sussurrava

nel vento che nasceva piano

all’alba per lievitare fino a sera.

 

Nostalgia di quelle ore turbolente

e delle nuvole in cielo come carovane.

Quando il pensiero falliva l’intento

mi traghettavano al tuo mesto sentire.

 

Ora il sole cancella le nebbie e s’impone

al giorno che avanza. Sfiora le case

bacia l’asfalto. Fuori…  E noi,  dentro

a sospirare come avessimo dinanzi

soltanto un orizzonte troppo lontano.

*

Dovrà bastarci un raggio tra le tende

Dovrà bastarci un raggio tra le tende,

mentre il vento danza

e solleva la polvere nel viale.

E l’aria... al riparo delle case.

 

Vorremmo correre lungo il ciglio

della strada ed inebriarci dell’odore

dell’erba tagliata e di acerbe

corolle dentro un mare verde...

 

ma dovrà bastarci chiudere gli occhi

per un po’  e volare, dimenticando

il male  che serpeggia per le vie.

 

Siamo soli, così distanti, ma uniti

in un oscuro silenzio che pesa

eppur insegue promesse buone

e nuovo bene.

 

 

*

Tra pochi giorni sarà Primavera

Un chiacchiericcio sommesso giunge dalla strada

chiuse le serrande dei negozi chiusa la chiesa

deserta la panchina nella piazza.

 

Un coro d’uccelletti empie l’aria e risuona

il richiamo delle allodole come a celare

il tedioso tubare delle tortore.

 

Il vento è lieve, una carezza appena

sulla terra ancora  nera ed arsa.

Tra pochi giorni sarà Primavera.

*

State a casa

Rovistate nei cassetti se volete

o ponete ordine, leggete versi

o il  vostro autore preferito

sulle note di un “adagio” o di un “silenzio”.

Raccontate favole ai più piccoli

chè loro sentono la pena dei grandi

ed interrogate le mamme silenziose

e preoccupate per i figli fuori,

le mamme che sanno di altre guerre

ed ora ascoltano, tacendo il loro affanno.

 

Sorridete chè il sorriso vale cento abbracci

e per i baci c’è tutto il tempo ancora.

Vi bacerete sulla soglia e per le strade

per ogni occasione e ad ogni incontro.

Ma ora state a casa, e state quieti

come ad aspettare un premio,

chè la vita vale non uno

ma cento, mille sacrifici.

*

Paura

Cammini per strada,

un giorno normale

di vento chetato

di aria che odora

di cespi fioriti

e di pane sfornato.

 

Cammini da solo,

silente serpeggia un timore

come se all’improvviso

tutto potesse cambiare.

 

E’ un tumulto che cresce

e viaggia sospeso

tra angoscia e speranza

ad un arcano silenzio.

 

E’ un solo pensiero

che invade la mente

cercando più lievi risposte

ad un fatto che pesa.

 

 

*

Se m’interroghi, ti spiego

Tu mi parli di spine

di rovi, di cespi d’ortica.

Sono la rosa deliziosa

ed intensa dal profumo

inebriante ma ho aculei

disseminati sul gambo.

E non per ornamento…

 

Se m’interroghi,  ti spiego.

E ti narro di pro e di contro

di disattenzioni di mani

di sguardi di voci.

Ma dell’altrui spine,

mi spiace,

io non ho competenza.

*

Donna

Se potessi nascere di nuovo
sarei ancora donna
più di quanto io sono.
Ti lascerei la rabbia
la superbia
la maledetta tua ostinazione.
Ti lascerei godere dei tuoi vizi.
Ti lascerei alla tua disperazione.
A me basta dei modi la grazia
la dolcezza innata
e quel candore
con cui disarmo le tue ostilità.
Non chiamarmi con un altro nome.
Cinque lettere dell’alfabeto
mi definiscono alla perfezione.



Nel giorno della Festa della Donna propongo questo testo pensato e scritto con una certa ironia.

Pubblicato sul sito Scrivere in data 08/03/2012

Nel 2019 sempre su Scrivere un altro autore ha pubblicato un testo sulle donne,  ma impostato diversamente, dal titolo "Cinque lettere dal gran significato",  che richiama, ma solo nel titolo, riassumendola, la mia poesia.

 

 


*

Una casa non ho

E c’era un albero
e tra i rami un nido
ed in quel nido
talvolta un tal frastuono
che io scordavo del pensier l'affanno.


E c'era un bel giardino intorno,
oltre la soglia del vento tra le tende,
il glicine i ranuncoli al cancello

e il gelsomino e il suono d'una voce

che giungeva anche se di rado
a redimere da parole scivolate,
discordi da un sentire assai gentile.


E c'era una mano sulla sfera,

la lampada famosa d'Aladino,

artefice d'uno spirito che era afflato

ed era gioia ed era vita e spinta

nel proseguir il cammino periglioso

ed irto verso l'agognata meta.


Non corpo non ombra ma presenza,

nel nulla il tutto ed un connubio di mutua appartenenza…

E c'era un nome,  una favola moderna,

che m'accompagna ora nei prati dell'infanzia

tra viole e margherite ed aquiloni

che sfidano gli angeli ed i gabbiani.

 

Un nome che era solo mio

e non toccava l'altrui terra

né solcava mari e cieli.

Era il tuo nome… che era anche il mio.


 

  

 

*

Senza titolo

Ti scrivono dal fronte parlandoti di un’altra guerra

ma il tuo conflitto è diverso.

T'accompagni con le ombre

mentre sogni solo di vivere.

Non c’è alba né tramonto

nel tempo che t'attraversa

ma una mano che d'improvviso 

strappa i colori all’orizzonte.

*

Sono tra le cose che sfuggono

Sono tra le cose che sfuggono

non lancio richiami non ho appelli

da fare non nutro illusioni.

So che a me la montagna non viene

ma io non andrò alla montagna.

 

Non cerco parole,  le uniche

salvate nell’arca sono quelle d’amore,

appartengono al sogno e alla luce.

 

Oltre la soglia ho solo silenzi.

Onde che s’innalzano

ed avvolgono e che si ritraggono,

onde che s’assestano

e svelano nuda la riva.

 

 

*

Tra il dire e il fare

Sempre è così

nell’ignoranza d’un limite.

Si rompono gli argini e si straripa…

altro ingombro dinanzi a sommarsi

al peso d’un’ordinaria fatica.

Regole che appartengono

ad un sempre trascurato

ora minano l’equilibrio

in chi è più fragile.

 

Tangibile

una libertà assottigliata

sottomessa

ad una realtà  mutata.

Tra il dire e il fare occorre

restare coi piedi ben saldi

distinguendo il superfluo

dall’essenziale né  deviare

per sentieri che celano

altri pericoli oscuri.

*

Pensando all’isola felice

I numeri sono fermi anche la mente

di chi si ostina a camminar bendato.

Se impervio è il cammino si prosegue

solo se all’orizzonte nitido rimane

il profilo di quell’isola felice dove

tutti ristoro hanno trovato.

 

Ma ahimè questo riparo ora

è una bolgia tra percorsi contorti

ed in uno stallo che perdura.

Col voler fare di tutta l’erba un fascio,

 l’odor di fradiciume ora si è sparso

e persiste nell’aria così a lungo…

 

Li vedo spesso in sogno i mendicanti

di briciole e di parole false, di applausi

e di lodi e di sorrisi al buio che

la luce svela in un digrignar di denti.

 

Chi è stato un umile viandante per vie

predestinate al sogno,  amante

d’un pensiero mai contaminato,

si duole di tutto il tempo speso

e approda sconsolato? (ma non credo…)

tra il genere umano, quello incompreso.

 

*

E’ bello amarti

E mentre compi mille acrobazie

e passi da un argomento all’altro

la mano sull’orecchio

l’indice destro in un nervoso gesto

a scansare il colletto della polo

e lo sguardo fuori, ad un uccello in volo…

 

(quel passaggio ci distoglie dalla noia

o dal coraggio che manca a certe nostre azioni).

 

Sorridi ed il contagio è presto giunto

alle mie labbra ora appena schiuse.

E mi commuovi dicendomi d’un tratto

è bello amarti. Sei un raggio che dritto

mi trafigge ed ad abbassar la palpebra costringe

celando la tiepida discesa d’una lacrima.

*

E’ breve il tempo mio stasera

Potrei ora sbalordire la platea

e con termini d’effetto

dire del mio giorno cruento

del giogo del sonno come morte

del dubbio del risveglio

e di questo mio stato lasso

raccontare cose esorbitanti.

 

Ma il tempo mio stasera è troppo breve

quanto una sosta sopra una panchina

o un cenno di saluto con la mano

quanto un sorso per chetar l’arsura

o il pensiero d’un bacio dato all’aria.

Sì breve è il tempo mio che il sogno

avvertito si tiene già lontano e le membra vinte

cadono e stordite, sopra un giaciglio,

in questa notte buia.

*

Si muta ad ogni soffio

Corto il respiro, affanno d’innumerevoli passi.

Non si tiene il conto di scalfitture

nè di sillabe e singhiozzi sulla rima delle labbra,

sola necessità il silenzio tra alternanze di luci

ed ombre mentre i pensieri nati liberi

sono stuprati al primo approdo.

 

Ogni speranza è vana, passa per troppi filtri.

Diversità perseguite ora sepolte in un mare

troppo monotono ed uguale.

Si nasce ad ogni alba mutilati nel desiderio

con arti consapevoli di moti e gesti,

la mente spesso avulsa, protesa in altri lidi.

 

Si muta ad ogni soffio. Fragilità di vetro.

Nessuna appartenenza a quell’afflato,

sul filo teso nel vuoto

in lotta perenne d’equilibrio.

*

Sotto un vestito di carta

Vorrei accendere speranze come stelle

ed avere chiaro in mente piano viaggio meta.

I sognatori hanno mani vuote

e a volte ali di cera. Hanno parole

che restano incomprese

e croci a rievocar battaglie.

 

Vorrei amarti sfiorando

i tuoi palmi distesi,

con gli occhi nel tuo viso

la bocca sulla pelle,

fremente sulle tue ginocchia.

 

Vorrei essere leggera come brezza

e cingerti nel ritmo d’una danza…

Ma non sono che una ballerina di neve

sotto un vestito di carta.

 

*

Non ho udito che il vento

Oggi non ho udito che il vento

la sua voce il fischio

il borbottio il lamento...

ed ora che è sera

un petalo arso

s’infradicia al suolo

con l’acqua che il cielo rovescia,

d’improvviso

veemente.

*

Uno strano inquilino?

Non è per il bassorilievo sul portone

che sostano e scrutano l’androne.

 

L’occhio ha il suo limite specie

se vestito d’opaco, dell’anima

non ha alcun riflesso.

 

Non per le stanze sontuose

avanzano, per le preziose nicchie

i drappi alle finestre

e le parole che suonano

come un carillon.

 

Ma per quell’inquilino

che libero s’aggira

e tanto più caparbio

quando più è additato

pel suo comportamento.

 

E’ per il pensiero di quell’inquilino

che non teme mai l’altrui giudizio.

 

*

Un ramo sul mio cammino, già fiorito

(Riflessioni di febbraio)

 

Un ramo sul mio cammino, già fiorito

che era febbraio appena cominciato,

aderente a quel senso unico di sbieco

m’indica ogni dì la meta:

 

il quotidiano mio sostentamento

ed insieme pena non poco lieve

per non riuscire bene come una volta

giovinetta, la voce sempre incline al canto.

 

Ma ora la vita evolve ed il tempo scorre

pur tra dolori fisici (usure?) che l’anima

spesso sotterrano sospinta

nello strapiombo dal suo elevato cielo.

 

Come non avesse abbastanza affanno

tra diatribe varie e scorni costretta

ad accomodamenti di vedute

in tante diversità incomprese.

 

L’inverno al mio paese poco s'è fermato

E’ stato di passaggio cinque sei giorni?

Ed il sole di febbraio è già un inganno...

tra pochi giorni poi saremo a marzo

assai noto per far danno e capricci.

 

Spero però d'avere ascolto

chiamando in causa il suo buon senso.

È scapestrato e birichino, ma un ragazzo

e nel veder la terra già traviata

da mali nuovi e così oscuri, avrà clemenza.

*

E poi è come dopo una burrasca

Ed è come essere attraversata

da venti opposti.

Come la terra gemi ad ogni passo,

ancora, quando tutto

sembra essersi acquietato.

 

E poi è come dopo una burrasca

raccogli cocci di te li assembli,

ti levi in piedi e cammini a fatica

tra rantoli e respiri affannosi.

La luce tutto ciò che domandi.

*

Se fossi tu la via?

Se fossi tu la via?
Ed io le orme distratte
sulla sabbia
il capriccio dell’onda
la brezza sul collo
il pensiero fisso
lo specchio distorto
la fuga?

Se fossi tu la via?
Ed io un appunto
conficcato al chiodo
un fiore reciso
un nido vuoto
un mendicante
di parole
un sogno infranto?

 

 

Pubblicata su "Scrivere" il 07-09-2012

*

Un demone in me

Darei sfogo solo all’ira,

permarrebbe l’incomprensione.

V’è un percorso ciclico

per gli uomini e per le cose.

E sfociare nella monotonia è inevitabile.

Non mi duplico non mi ripeto non domando.

M’aspetto lumi nella notte più oscura

ma se anche tardassero o io attendessi invano,

rimarrei al buio nella mia fede atavica.

 

Mi racconto proprio quando sono restia

ad incontri-scontri. C’è un demone in me

perspicace ed attento che mi salva

dalle “buone intenzioni” del genere umano.

Il resto è niente: tentativi falliti

desideri incompiuti ed una verità travisata.

Mi amo per l’ostinata coerenza.

 

*

Prestami gli occhi

Prestami gli occhi

che i miei guardano il suolo

arido freddo grossolano

e la sottile crepa e l’abisso

(immaginato) oltre la falla.

Scendono nel cuore della terra

dove tanti han trovato già la pace.

 

Prestami gli occhi

che i miei sono muti e se puntano

al cielo pensano agli aquiloni perduti

ai palloncini sgonfi caduti da una nube

alle ali di cera ai voli dirottati.

 

Prestami gli occhi

sto per salire, ora che la strada è vuota,

fin sulla vetta, sul ramo,

nella zittita  chioma,

per quella  porzione di stelle

che appartiene solo alla mia notte.

 

 

 

*

Cinque pensieri tristi e un breve canto d’amore

Trilla l’aria alle prime luci.

Fa opaco il vetro il fiato.

Giacigli scomposti deserti,

memorie di solitudini.

 

Acerbo pensarti:

tu già ai tuoi affanni

io nell’ennesima battaglia

che non ti racconterò, dopo.

 

Il sole sul capo,

sul tuo sentiero piove?

Non dirmi… mi parli

attraverso le ossa,

scricchiolante

ad ogni mio movimento.

Avanzi. Mi ascolto.

 

Questo bacio al tramonto

è giunto così inaspettato.

Forse il premio per la pazienza?

Forse al coraggio per tessere

un ordito di attese,

sfogliando pagine

spesso al contrario?

 

La luna ha già invaso il cielo.

È immensa. Ci osserva:

noi piccoli, in egual modo.

Non fa differenza il peso.

 

 

E poi,  quando tocco i tuoi pensieri

m’accorgo di nicchie inesplorate

e di sentieri impercorribili.

Nascondo gli occhi tra le anse.

Come appari mutevole ad ogni postura…

il mio stato è limbico.

Quando muovi le labbra odo

come il silenzio di te parla

e m’accorgo di necessità cadute

e del tempo sprecato in aridità.

E poi, quando allarghi le braccia

sento come si popola il vuoto

ed io cado ai margini ebbra

dell’odore dell’aria che tu respiri.

Quando guardo il tuo viso

ogni linea è una via

già attraversata, m’appartiene.

Leggo ogni fioritura, ogni autunno.

Sei la terra da cui amo guardare

ogni notte il mio cielo!

*

A mia madre

Quanti passi tutt'insieme ho udito di te.

I tuoi. I tuoi e un tripode. I tuoi e il sibilo

d’un girello sul pavimento.

E i tonfi e le cadenze strane d’un corpo

magro che fa peso e che vacilla.

 

Ma la leggerezza del tuo piede

e il ritmo come di danza, improvviso,

ecco la sorpresa! Nel dormiveglia

d’una stanza schiudo una conchiglia

vecchia d’anni e la perla è intatta!

*

Vorrei alzare gli occhi al cielo

Vorrei alzare gli occhi al cielo

e ringraziare Iddio per questo giorno

giunto alla fine. E raccontare alla luna

d’altri tormenti e d’altre pene,

d’un desiderio che lievita a dismisura

d’un amore che chiede strade nuove.

 

Ma il tempo a volte è un treno

che corre portandosi via il panorama.

Me ne sto penzoloni gli occhi bassi

stanca di parole e di silenzi, amara...

solo sperando nella clemenza della notte.

*

In amor chi più ama più s’affanna

In amor chi più ama più s'affanna

l'altro di compiacer per cui se l'altro

disdegna le effusioni e s’allontana

senza una vera ragione vuol dir

che non ama in egual misura o forse

avverte d’avere come un cappio al collo.


Ma chi ama soffre e fa mille esperimenti
e quando non lacrima s'arma di pazienza.
Modifica persino il suo comportamento

e s'adegua al modo d’ essere dell'altro.


Chi più ama si sa che infine cede

e non s’accorge che nel cuor tutto è mutato.

Il tempo però che passa e non tanto il fato
a zoppicanti storie pone fine.
E il fuoco non più alimentato

carbone tra la cenere è domato.

 

 

*

Un mare piatto

Sono cadute vite

e sogni e speranze

su di un mare piatto

troppo simile alla terra.

C’è puzza di marcio

in ogni zolla e in ogni rivolo.

Venti antichi cori atoni

occhi che non vedono.

 

Nell’aria polvere.

Burrasche che spingono le folle.

Amici sulla carta,

ora stanno in quarantena

muti nascosti dietro l’angolo

o una siepe

prossimi a migrare

persi in congetture

e spesso in letargo

(apparente)

seminando zizzania.

 

 

 

*

Ti penso assai lontano

Un fischio ed un garbato trillo

fuori stamani

io tra le pareti e i miei pensieri,

 un po’ stonati.

 

Sulla sinistra nei pressi d’una casa

un ramo nudo mi desta dal fermento

e mi sgomenta. Non vedo la ridente fioritura

solo quel ramo dal vento devastato.

 

Ti penso assai lontano e mi rattristo

ma tra l’orecchio e il collo

muove un bisbiglio.

Non odo che una sillaba straziata.

E poi,  il tepore del tuo fiato.

*

Poi torneremo dentro il sogno

E ci lasciamo scivolare

tra le vesti leggere della notte

sedendo sui gradini del silenzio.

Tace anche l’allocco appollaiato tra i rami,

poco più in alto i nostri sogni hanno fatto il nido.

 

Riposeranno le ali prima d’aprirsi al cielo

ad inseguire un luccichio di stelle.

E sarà brina al mattino sopra il prato

dove il passo sosterà interrogando il giorno.

Sarà clemente il tempo e prodigo di speme.

 

Ci abbandoniamo lievi nella nenia

chiusi nei nostri corpi,

noi soavi come piume,

in un turbine o in altalena,

innestando braccia come rami.

 

E un bacio ci parrà vero

caduto tra le dune

rotolando fino alla soglia del mattino.

Poi torneremo dentro il sogno

nell’oscura cripta della notte.

*

I poeti incompresi

Quelli che raccontano l'Infinito

quasi Leopardi abbia gettato solo le basi
quelli che non si limitano a sognare
ma urlano alla luna e se ne stanno

col naso in aria a contar le stelle.

 

I poeti che indossano Montale
ad ogni affanno. E ad ogni feritoia
incontrano  il male di vivere
camminando  piano,

sulla groppa il peso dell'universo.


E i poeti taciturni persi

nei pensieri e nei loro amori
che scrivono un poema in tre parole
trafitti da un raggio che è già sera.


I poeti amanti delle contraddizioni

e i poeti maledetti tre volte

e quelli che scrivono normale

e  di tanto in tanto nei vocabolari

rinvengono termini antichi,

poco usati taluni, altri poetici.


I poeti che scrivono bla bla

drin drin tri tri o fru fru fru

e forse si vogliono solo divertire

in questo tempo in cui tutto è stato detto.

 

I poeti di cantilene e filastrocche

e delle odi per ogni cosa inanimata o astratta

ma che non sono felici come Neruda

 "fino all'ultimo profondo angolino nel cuore”…

 

sono forse i poeti incompresi?

*

Senza più tarli

Ho un legno nuovo e senza tarli.

Ascolta … ora il silenzio è vero

ed è assoluto. E non ha peso

come l’aria – un vuoto -

senza uccelli, senza lo sciabordio

del rio e lo stormire delle foglie

e con  la solitudine che non fa più paura.

 

Su bianche pareti dipingerò le stelle

per me per te per chi vorrà capire

ma sarà amore e sarà vita.

Sarà solo pensiero?

Un legno senza tarli non ha voce.

Un legno senza tarli

è un legno vuoto o pieno?

*

Colmo il vuoto col coro dei pensieri

E’ facile smarrirsi nel dubbio

nei limiti nel vizio e quasi in bilico

tra l’essere e il non essere.

 

Non conto mai le assenze,

il tempo è oro… ma colmo il vuoto

col coro dei pensieri.

 

Si prestano il verbo e gli occhi

a chi è di fronte perché varchi la soglia

dell’anima. Nessuna chiave.

 

Solo i fantasmi hanno piedi scalzi,

sono senz’anima

perché non hanno occhi.

 

 

*

Canto d’amore per te

Ho sempre scritto per te

per quello che non hai mai detto

per come mi guardi

per i tuoi gesti sempre troppo cauti

per i tuoi baci così casti

e l’ardore dei tuoi silenzi.

 

Ho sempre scritto per te

che sai ascoltare le parole

che non hanno suono

e gli acuti sopra ogni coro

per te che m’accompagni ad ogni istante

e sei ombra e respiro

per te che t’innesti nei miei pensieri

e mi sei veglia e sonno.

 

Scrivo per te che d’ogni mia sillaba

conosci il senso,

per i tuoi occhi e la tua bocca,

per le tue mani così lievi.

 

Scrivo per te che mi ami

e mi dai le ali

e m’inventi in mille forme

ed accendi i miei tramonti,

 

per te amor mio che sarai sempre

quel che ora sei e sei stato

per tutto il tempo che non ti ho avuto.

*

Il primo bacio

Il primo bacio

forse sarà l’ultimo.

L’ultimo il primo,

per noi che viviamo

aspettando

ancora di nascere.

*

Passi al ritmo d’un lento ruminare

Arriverà forse un giorno nuovo

di vie diverse di passi attenti

che muovono al ritmo

d’un lento ruminare.

 

Ancora siepi a baluardo

delle nostre case

e ignote mete d’un passato

che torna ad eco

nel vizio dei pensieri

che sfidano il filo spinato.

 

Ma i desideri... sediamoli

per un attimo ancora,

prima che prendano il sopravvento,

mentre cresce la marea.

 

*

Riscrivendo scenografie

 

E le parole chiedono parole

come gli applausi altri applausi.

 Abbandoniamo il panorama

 riscrivendo scenografie,

 gli occhi distrattamente

 narrano di similitudini.

 

Appagamento relativo.

Nascono indovini e fattucchiere

 e tutti han percorso le stesse vie.

Chi può dire quanto ingannevole

 sia la verità e quanto la bugia…

 

 

*

Un dì

Un dì pregavo ad ogni affanno o pena

ed un sorriso a sera come un lampo

breve tagliava ogni traguardo.

Or se la bocca soccombe alla parola

quel farfugliare è un blasfemo.

 

Così taccio e sopporto un peso

che ad un esile corpo non s’addice.

La fine del giorno è la mia resa

con la lusinga d’una magra quiete

Eppur la notte  è un fermento…

 

quanto rumore fanno i pensieri

mentre il corpo è già vinto!

*

Frammento

Tornerò a te nel turbine del vento
e nel rigurgito dell’onda,
giungerò a te per ogni angolo
su sentieri di polvere e fiori e foglie.

 

 Nelle ore colme di malinconia

ti vedrò riempire anfore di sogni

 - i nostri sogni taciti e lievi –

 

E sarò una stella sopra i tuoi silenzi

un frammento di luce nel buio della notte.

 

 

*

Non ho mai smesso di volare

Posso tornare a questa terra

piangere stagioni inclementi

e tasselli mancanti

e trame fitte e nodi stretti,

aprire l’otre di speranze nuove

su vie deserte.

 

Ho caviglie come ali.

M’addestro al passo del pensiero.

 

Posso toccare il cielo

ed incontrarti in un bacio,

uno di quei baci che schioccano

come becchi nei nidi tra le fronde

e vanno tra le nuvole,

bolle che mutano forma

colorando la luce.

 

Sfumando l’orizzonte...

non ho mai smesso di volare.

 

*

Mi cresco un male che a dirlo sembra lieve...

Mi cresco un male che a dirlo sembra lieve

e mi annovera tra i folli o gl'infelici.
Tale é il tormento che non trovo quiete…
tra ipotesi pensieri e fantasie.

Se é dono quell'attimo di un vagito
e tale convinzione prende forza
nella breve stagione spensierata,

ogni conquista poi é dura lotta
e ad ogni trionfo piccolo o importante

del dono non v’è memoria ma coscienza

di quel vago peregrinar per triste meta.

*

Vedo che mi stai guardando

Vedo che stai guardando sotto le lenti
quel baffo un po’ marcato sopra il labbro...
Lo sguardo sempre fisso, poi ti domandi
dove é finito quel dente sì macchiato,
memoria di una caduta dal castello.

Sai, quel baffo io ce l'ho lasciato
per non toglierti il divertimento
E con gli occhi a sorridere ho imparato…
che tutti mi dicono: son cosi belli!

Tu invece da acuto osservatore
avrai notato sul pallido mio viso
quella rughetta che, se rido, si allarga

intorno alla palpebra inferiore.

 

 

 

 

La parola “castello” nel quinto verso è riferita a “letto a castello”

*

Il tempo perduto

E' un ghigno sulla bocca, non ha  voce

l’emozione approdata all’amarezza.

 

Vanno visi di cui non ricordi gli occhi

e mani di cui si son persi i gesti.

 

E l’attimo regge tutto il peso

di nostalgie e rimpianti.

 

Bisogna fermarsi per capire

che correre è un affanno inutile.

 

E l’inquietudine è solo nell’animo

di chi si preoccupa del panorama.

 

Ora tutto è mutato,

anche le scene.

 

La memoria è un’onda che ritraendosi

restituisce la riva intatta.

 

 

 

*

Scrivo di cose futili

Scrivo di cose futili

di ignoranza conclamata

di verità negate e cori di maschere.

 

Scrivo di angeli senz’ali e di santi,

di regni di sabbia e tempo speso male.

 

Scrivo per uscire da questa fossa

dove sono rimasta a lungo

senza cibo e senz’aria.

*

Senza titolo

Chiuso è il castello,

le chiavi in fondo al pozzo

ma le finestre han le imposte rotte

e i muri crepe e falle

e dal soffitto piove acqua e vento.

 

Il ponte levatoio, ormai abbassato,

l’accesso ora consente in egual modo

ad agnelli e lupi. Tu guardi...

e non distingui alle pareti

gli obbrobri dagli affreschi.

*

E’ un macigno ora che spingiamo

È un macigno ora che spingiamo

con l’aiuto di mani e piedi.

Vinceremo questo tempo morto

e il male dentro, necessario.

 

È un macigno che non ci legheranno

alla caviglia. Tornerà alla memoria

come un’ombra, in una forma

indistinta, spinosa agli angoli.

 

Il senso c’era e il sogno era

nella forza del pensiero.

Finchè dall’orlo non scivolò una goccia

di cui s’è persa traccia tra le crepe.

*

E’ fuggito via il giardiniere

E’ fuggito via il giardiniere forse per mare
o forse in volo portando via le primule e le rose
lasciando tra le viole un non ti scordar di me.

E’ in viaggio e non risponde al cellulare
le chiavi del cancello dentro un vaso
o sotto un prato o forse sono in casa
tra le lattine e i chicchi di caffè.

 

Ha portato via il sole ed il temporale
e l’arcobaleno con tutti i suoi colori
a passi celeri è fuggito ed in silenzio
coi progetti i sogni e le sue mani,
un dì operose forse ora tremanti
nella nebbia fitta e nella notte buia
chiudendo dentro il vuoto solo il nulla.

 

Tutto tace e tutto pare fermo.
Passa un guardiano ora di tanto in tanto
e osserva intorno quella strana quiete.
Vagano in terra anime già spente
talune smarrite e senza più una meta.
Lui passa, osserva e scuote solo il capo.

 

 

Pubblicata su "Scrivere" il 10/12/2019

*

Ha il tuo nome la vita

Spesso i miei passi seguono il vento

e le foglie, nel loro ignaro peregrinare.

Invocare il tuo nome mi resuscita

dal rosso e dal giallo

scrollato addosso alla terra.

E divengo Luce.

*

Non volevamo la luna

Le parole hanno perduto ogni senso

per troppo tempo inascoltate,

pendono mature nel vuoto cadono

come foglie ormai secche dai rami.

 

Siamo rimasti troppo a lungo ad aspettare

sognando un mondo che non esiste

ormai da tempo. Non volevamo la luna

ma camminare allegri fischiettando

 

le mani in tasca e i nostri sogni nel paltò.

Non volevamo la luna, sta bene lassù,

in cielo, così come un lampione

sul ciglio della strada e un faro sulla torre.

*

Non aggiungete un posto a tavola

C’è troppo ordine nei vostri posti

le vostre regole sono una trappola.

Camminate a passi lenti e studiate

ogni parola, nessuna inflessione nella voce

 

e le vostre risate non risuonano fragorose,

lo sguardo basso sui piatti.

La vostra mensa è piena

ed io non più fame da tempo

né voglia di ascoltare menzogne.

 

Fuori l’onda flagella la riva.

Com’è vicino al mio dolore

lo sciabordio del mare!

*

Di chi è quel passo silenzioso?

Di chi è quel passo silenzioso

di chi la mano?

Quando han deposto un bacio sulla fronte

quando hanno colto le primule nel prato?

 

Odo una voce che non conosco

e sento il fiato di un’ombra dietro al collo.

Ho un nome addosso che non m’abbandona

come un vestito e a volte come un velo.

*

Ci vuole un albero

Tra i rami il cielo è uno specchio

e le stelle si possono toccare.

E i nidi tra le fronde

han pigolii sommessi.

E acuti,  fischi e chiurli.

Tra i rami volano piume,

stridono becchi e s’agitano ali,

in un fruscio lieve.

 

E’ così che sono le case quando son vive...

amore,  non sogni anche tu  una casa così

dove la fame è saziata con poco,

una casa che non pesa, sospesa,

come gli aquiloni tenuti da un filo,

mentre i bambini corrono, corrono

dissennati, nel verde?

*

Quelle cose d’importanza marginale

Vi sono cose d’importanza marginale

che se perdute ci lasciano un gran vuoto

come fossimo d’un tratto d’aria privi

o delle vesti ci trovassimo sguarniti.

 

E  ciò accade a maggior ragione

se quel ch’è stato giudicato secondario

spronati ci ha nel quotidiano vivere

e d’ausilio ci è stato per "le altre cose"

che, sempre a parer nostro, rappresentano

 il vero fulcro della vita.

 

Noi con le pause il relax e il diversivo

abbiam vissuto senza avvertire il peso

di qualche azione che, fino alla meta,

s’è rivelata, strada facendo, dura impresa.

E  senza neppure quella noia

in cui incappiamo inevitabilmente

nelle attività che sono di routine.

 

*

Come intorno ci fosse solo il vuoto

Chiodi seminati sul sentiero

ed ombre nascoste dietro l’angolo

parole false, torbidi sguardi...

La nebbia si è diradata all’orizzonte

ed ha restituito ogni cosa ai nostri sguardi.

 

I piedi fermi s’interrogano smarriti.

E’ come essere giunti alla fine della strada

e accorgersi d’essere nudi,

senza casa senza sogni senz’aria.

Come intorno ci fosse solo il vuoto…

*

Nei miei rari approdi all’Isola

Nei miei rari approdi all’isola

ho visto morti che credevano d’esser vivi

e molti uomini coi paraocchi

ed altri che sapevano il loro giorno a memoria.

 

Odo litanie nell’aria, vuota di suono

del fischio dei merli e del gracchiare dei corvi

o del trillo d’un pettirosso.

 

E vedo lapidi e nomi che si ripetono,

quelli dei morti e quelli dei morti

che pensano d’esser vivi.

*

La speranza

E resti con un piede dentro

e un piede oltre la soglia

tra le cose che non dimentichi

e i fiori in volo con le stelle

sotto un cielo dove sai

che non accadono miracoli.

 

Ma la speranza è un lume

che talvolta resiste alla pioggia

e a venti bizzarri ed ardimentosi.

*

Rivelazione

Di quei sentieri,

impercettibili quasi

tra pietre e terra e cespi,

ora è chiaro il disegno.

 

Passaggio prediletto di chi

con ridicoli camuffamenti

ha sempre evitato la strada maestra,

agevole e non adombrata da rami.

*

E poi... i nodi vengono al pettine

E poi i nodi vengono al pettine

cadono maschere dal viso.

Amici di cui la mente

già aveva sospetto

di condotta non retta,

ora restano nudi.

 

Come son brutti!

Pure la morte li scansa…

Son sempre tra i piedi,

ma han cura di tenersi distanti.

Il caso, è vero,  tesse spesso la trama

ma poi, a volte, il destino

incastra i furbi a dovere!

*

Le avversità

Le nostre menti sono le stesse

lì il tempo non è giunto

nessuna incrinatura abrasione piega.

 

Le avversità ci hanno scalfito

forse in modo diverso.

 

E chi con nuovo entusiasmo

ora mira a cieli lontani,

chi teme il nero dietro un’aria tersa.

 

*

Passaggi

Voli bassi in cerca di briciole,

punti che dopo poco macchiano il cielo.

Gli unici passaggi che non destano sospetti.

 

Mani protese lungo il tragitto. Trappole.

Sulle disgrazie altrui si calca sempre il piede

e la parola, se giunge, attraversa fiumi d’ipocrisia.

 

*

Altrove nel momento sbagliato

Inconsciamente la vita

ha domandato un attimo

perchè il caso non decidesse

un diverso traguardo

 

un rumore udito in sogno

presagio di un’esplosione:

pietre e schegge e ruggine e polvere.

La salvezza: trovarsi altrove

nel momento sbagliato.

*

Verità

Vi sono muri alti e assai massicci

e scogli ad alture somiglianti

onde di cui non si vede il picco

abissi che non mostrano il fondo

col semplice abbassare dello sguardo.

 

Ma vi è chi valicando muri e scogli

e sulla sommità delle onde e degli abissi

alto si leva e libero sorvola

cieli che narrano di grandi verità,

inoppugnabili.

*

La cruna

In quella cruna spessa tutto passa

il filo d’erba il fusto ed il capello.

 

E tutto sembra avere il suo rilievo

se il varco nominato è il solo noto.

*

Il nuovo anno

Ed ora che tutte le parole sono state spese

ed ho invocato parole nuove

e constatato che non v’è una sola sillaba

che spieghi il mio pensiero

 

ora che negli occhi hai letto lo smarrimento

ed io il dolore e tu il pentimento e noi la disperazione

per non aver saputo vincere il delirio di azioni insane

ora che tutto è compiuto e nulla riesce a convincerci

d’essere in buona fede quando pensiamo tutti di avere ragione

 

ora che avremmo bisogno di un istante lungo un anno

ecco che il tempo muta, è solo un foglio staccato alla parete

il movimento d’una lancetta il vibrare d’un’ala

un letargo inaspettato che giunge provvidenziale.

 

E l’alba nuova è tutta lì,  in un respiro.

 

 

 

*

Impossibile ora è sognare

Non v’è obbligo a camminare

per vie sterrate o alberati viali.

Cambi di rotta o parallele vie

spesso definiscono il male minore.

 

Impossibile ora è sognare

per chi monco delle ali

non scorda le rare perle

disseminate in un mare di ghiande.

*

Il pomo marcio

Come son giunti al torsolo

in tanti e per un foro minuto,

un dietro l’altro? Come?

 

Erano lì annidati. Da sempre.

Cresciuti col seme

e invadendo la polpa.

 

Ecco come mutan le sorti

ed una quasi certezza

arretra in elusa promessa…

*

Ti ritrovo lì, dove tutto è in ordine

Ti ritrovo lì dove tutto è in ordine

anche lo scialle dimenticato sul divano

le ciabatte nell’angolo più recondito

nel raggio di un lume in una stanza

piena di troppi vuoti e troppi affanni.

 

Ti ritrovo dove i pensieri vanno

e s’eclissano dal mondo ed io attendo

letarghi o sogni mentre la luna splende

sui tesori di questa terra e sulle sue magagne.

 

Ti ritrovo lì dove improvviso nasce il vento

ed incalza e nuovo impeto infonde al canto

che mi figuro in questo tempo santo

di giovani donne e di pastori.

 

Odo lontano tra un suon di campanelli

lo stormir delle fronde e un rumore di passi

sul pietrisco e come in sogno

il bisbiglìo discreto della tua voce.

 

 

 

 

 

*

Dicembre

Uno schiaffo in viso il vento del mattino

ed un raggio di sole è lo scherzo inatteso

d’un bimbo monello. Malandrino lo  sguardo

ed un ghigno di lato  mentre penso

ad amori sepolti o lontani.

 

Son le note nell’aria d’un bianco Natale

e lo stormire dei cipressi tra il grigio

delle nubi in cammino.

 

*

Senza titolo

Inutile rimuginare

e tra innumerevoli ipotesi

figurarsi miracoli

troppo a lungo attesi...

 

Quel pane amaro

lasciato incustodito

è ora così duro ch'è pasto

indigesto persino ad un mastino!

*

Non so dove vanno a morire i miei passi

Non so dove vanno a morire i miei passi

penso a lidi antichi miraggi ed oasi

nel deserto e penso a floride siepi.

 

Non so cosa chiedono i miei occhi

stormi passano celeri e non mi domando

se si tratti di corvi o gabbiani.

 

Né levo lo sguardo. L’acuto grido

non è il gracchiare grave che l’aria graffia

ed il bianco nitore è preferibile al nero.

 

Testimone di tanto clamore l’orecchio

il pensiero distratto un istante assai breve

ritorna allo svago consueto.

 

Così può apparire a chi a me dinanzi

legge assenze e non viaggi nei miei occhi

attratti da più quieti orizzonti.

 

*

Solo un disegno a matita

L’altra casa, sonno d’amaca ed ombre cinesi alle pareti,

di lume fioco e veli e calici in alto... allegri

di giochi d’acqua e voli, di visioni e speranze sottese

 

l’altra casa di schizzi di inchiostro e fogli accartocciati

di parole balbettate ed occhi accesi dal desiderio,

di acquerelli sparsi a terra, l’altra casa giaciglio

 

di verde onde miranti al cielo tra fischi di merli

e quarti di luna, di stelle cadenti e castelli di sabbia

l’altra casa senza chiavi senza grate alle finestre

 

di sole e di vento di ali sospese, di mutamenti

e di tesori nascosti, ora è svanita nel nulla.

Non era che un disegno a matita.

 

*

Se tu comprendessi il timore del fallimento

Se tu comprendessi l’incomprensibile

ora potrei dire di amarti non come chi

seppure in modo ignaro riflette,

l’occhio fisso ad una bilancia che pende da un lato,

su ogni deficienza o carenza. Il peso d’una groppa

spezza l’equilibrio, facendo cadere ogni altezza.

 

Eppure so distinguere piuma e trave

un’ala che sfiora una rosa

da un volo sospeso sull’intero giardino.

Eppure so capire una mano quasi distratta

in un gesto gentile ed il turbine d’emozioni

d’un palmo che serra dell’altro le dita

per trattenerne in petto il respiro.

 

Se tu comprendessi il timore del fallimento

di chi pur discernendo tinte forti da tenui

e tempeste da brevi piovaschi, non sa far differenze

ora potrei dire di amarti non come chi

folle scaglia saette nell’aria seppellendo il sorriso

d’un tratto nell’abisso più oscuro.

 

 

*

Ora s’annega

E’ stata un’attesa vaga

ed inutile.

I dadi lanciati in aria

come per gioco.

Possibilità sprecate

in promesse mute,

d’aria e d’acqua.

 

Ecco ora s’annega

oppure è un nodo

a serrare la gola,

la sorte mutata

per mano di esseri

inetti e di filistei.

 

*

Ogni tanto t’adombri

Ogni tanto t’adombri

come la luna a sera tra i nembi

e scrivi stringhe, non attendi

repliche, non domandi non neghi.

 

Ogni tanto delle stelle ti appropri

lasci il cielo sbrecciato

e il lume spento alla finestra

che da sulla strada.

 

Ogni tanto dimentichi la pena

d’istanti senza canto né vele

e le ombre che affiorano e vanno

il passo svelto come l’altr’anno.

 

E lasci vuoti che incutono timore

e cose che cadono e fanno fragore.

Ogni tanto mi ami senza la luce negli occhi

con lo sguardo abbassato

che vorrebbe spogliarmi

di una vita sì grama ed inerme.

 

Ed osservi il cammino percorso

di spine e di sassi e di gocciole sparse

di brina e di pianto.

 

Ogni tanto mi ami oltre ogni umano

sentire l’amore. Ed è sublime!

*

E’ freddo all’improvviso

Rimugina il pensiero su binari chiusi

e deviazioni su quei voli sopra fili spinati

e gira la lama nella piaga

 

Inutile affaccendarsi sulla retta via

agguati nei vicoli ombre dietro l’angolo

dicono che il tempo è mutato

 

Vorrei dire di provar sollievo

ma è un fallimento questo trave

piazzato di traverso sulla via

 

E’ freddo all’improvviso.

Ed è come essere nudi.

*

Piove a dirotto

Lo sguardo chino

sorveglia i passi per le vie

tra le pozze nel mezzo ed i cigli

straripanti di terra e rami.

 

E sempre penso a quella casa muta,

le tegole rotte e le finestre chiuse.

E busso…ancora busso all’uscio

anche se conscia di tante stanze vuote.

 

Piove… E i miei pensieri son tristi,

ma non per quel cielo grigio sopra il capo.

*

Via dal nido

Scoppia di rosso l’aria

al vibrar d’uno stuolo.

Nero su bianco.

Stridulo il coro non intona canto

ma un lamento scava l'aria.

La vita nuova è oltre le nubi

sorvolando chiome

coni grumoli. Approdi

che sembrano lontani.

*

Inutile è stato fermarsi al largo

Ore interminabili d’un tempo

che non ha più scritture.

L’aria ha suoni gemiti silenzi

un alfabeto nuovo per altri itinerari.

Inutile è stato fermarsi al largo

ed aspettare col cuore stretto dalla pena.

 

Veder di tanto in tanto prue toccar la sponda

udire voci frammiste al grido dei gabbiani.

Breve illusione sul crescere dell’agonia.

V’è un deserto in mare aperto ad intimorir

gli animi più che sulla terra.