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Raccolta di poesie di Salvatore Solinas
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Vertigini (olmedo agosto 2019)

La mia nave di carta

S’è inzuppata d’acqua

La mia povera nave affonda.

So bene che non è adatta a navigare:

E’ un disperdersi di neri

Cerchi d’inchiostri

Uno scolorirsi di parole

Uno smarrirsi di sillabe

Mentre lento il naufragio procede

Nel balbettare delle pagine

Nelle lacrime nascoste.

Ho vegliato stanotte, avevo dentro

La voce calma del mare

Il suono alto della risacca

Il lamento dolente dei gabbiani.

Hanno oscillato le pareti

Gli stipiti della porta

Gli orizzonti della terra.

Nei labirintici percorsi

Dell’orecchio immenso del mare

Tutto vacilla, nulla

Ha la certezza d’esistere.

Più non trascorre l’ora

Prigioniera nel palmo

Del caso o del destino.

Sono spente le cifre sopra gli orologi

Non avrà fine questa notte.

 

 

 

*

Alba del mondo

 

 

Cade

Il tempo non è

Giace increato

E con lui si avvera

Al fondo dell’abisso

Funereo lurido risucchio

Lo spazio nero dove

Lumeggiano vuoti lampi.

Lui cade

Incrostato di liquidi cristalli

Concerto dissonante

Ossessivo ritmo percosso

Su fondi di pentolame fesso.

Precipita

Il silenzio non ha limite

Appeso al cappio di feroci incubi

Percosso da irrefrenabili brividi

Come corpo che vomita a fatica

L’anima nera

Come nera farfalla che a fatica

Infrange il bozzolo.

Nel buio di morte appeso

Le mani aperte da ferite

Può risorgere ancora.

Cade

Ha del cadavere tutto l’aspetto

Eppure certamente è vivo

Si accende si spegne

Lasciando un fumo freddo

Che subito è disperso nello spazio

Spazio da lui creato soffiando

Nella policroma sfera di fusioni

Più che buoni matrimoni

Di atomi e di stelle disperse.

Cade

Stella spenta avvolta nel sudario

Bianco e nero di ghiaccio.

Oboe, piatti, grancassa

Burattini vestiti da musici

Di satanica banda

Lo accompagnano all’ultimo letto

E’ l’alba

La prima luce del mondo

 

 

*

E’ vero anima mia?

E’ proprio vero anima mia

Che sei immortale

Che le passioni

Che sono nutrimento

Della tua carne

Bruceranno per sempre

Non si estinguono mai?

Nel grigiore del tempo

Nei suoi gradini impervi

Appassiscono i fiori

Della trascorsa primavera

In quale oceano anima mia

Navigherai senza riparo

Senza una stella che ti guidi

Senza bussola o radar

Che avvisti un porto

Per sempre.

 

Non ascoltare la voce della mente

Se non abita il cuore

Ogni passione del cuore

Vaglia al fuoco freddo della mente

 

Contempla il mondo che ti circonda

Vivi in lui e discorri

Con gli stellati discorri

Quale incendio mortale ti circonda!

 

Fiori del cielo lontani e solitari

Non hanno parole di profezia

Lontani più lontani dei i fari

Quando sopra l’oceano

Ruggisce la tempesta

Discendi anima mia

Nelle asprezze della terra

Nelle dolcezze effimere

Adagia il tuo carico di sogni

Veglia sul corpo immemore di gioie

Senza mai domandare la ragione

Di tanto dolore.

 

 

 

 

 

 

 

*

Inno all’Italia

Italia che non nasce

Italia che non muore

Italia della canizie

Dei capelli tinti

Italia che non cresce

Italia dei buoni propositi dei DEF

Delle promesse mai mantenute

Italia dei veri e falsi invalidi

Delle grucce, delle carrozzelle

Italia dei pensionati

Troppo giovani, troppo longevi

Italia grassa e povera

Italia dei terremoti

Delle ricostruzioni

Italia delle alluvioni

Degli abitati abusivi

Italia della pizza

E della corruzione

Italia della Storia

Che nessuno conosce

Italia dei monumenti

Odorosi di piscio

Italia democratica

Con voglia di fascismo

Italia della sempre nuova

Terza quarta repubblica

Italia degli eterni ritorni

Della Democrazia Cristiana

Italia cattolica

Italia mussulmana

Italia dei cervelli

Genialmente emigrati

Italia degli immigrati

Italia della costante

Emergenza migratoria

Italia dei burocrati

Delle inique gabelle

 Italia bella

Italia maltrattata

Italia devastata

Italia dei mugugni

Dell’insoddisfazione

Italia dolce Italia

Della rassegnazione

 

*

Il commiato della Poesia

Poesia che navighi su acque

Di  strane improbabili metafore

Di correlati oggettivi insensati

Di finta gioia e vuoti sospiri

Non abbandonarmi qui sulla scogliera

Le mani e i piedi piagati dalle lame

Taglienti della roccia.

La tua sagoma nera

Il pinnacolo bianco della ciminiera

Si perde nella luce del tramonto.

Senza di te il buio della notte

La barbarie delle onde tempestose

Che senza sosta batte

Questo litorale deserto

Sarà più insopportabile.

 

Il vuoto che porto nella stiva

Il nulla da dire trasformato

In arzigogoli strani

Mi hanno costretto

A rompere gli ormeggi.

Non so dove diretta

Mi porta la corrente,

Forse altri lidi

Avranno il mio canto

Dove vero dolore

Vera passione

Tormenta e beatifica le menti

Di solitari reietti.

Tenetevi le vostre comode poltrone

Lodatevi vicendevolmente

Razzolando nel nulla di cui siete fatti.

 

Il silenzio, solo il silenzio

Torbido e profondo

Sarebbe per voi provvido riscatto.

*

discorso sulla storia

Mai si abbia a dire

Davanti a un paesaggio di devastazione

Di fronte ai campi di sterminio

Alle fosse comuni

Dove giacciono spoglie senza nome

Qui è passato l’uomo

Sono quelli, infatti,

Sentieri di belve.

 

Davanti a una scena di caccia

O d’amore dipinta

Sulle pareti di una caverna

Sempre diciamo

Qui è passato l’uomo

 

Davanti a un tempio dalle alte colonne

Sonante di un mistico canto

A una lente che scruta il cielo

A un orecchio che ascolta

Il remoto suono dell’universo

Qui è passato l’uomo

 

Sulle tele dipinte e i marmi scolpiti

Sulle pagine per sempre segnate

Da storie e poesie

Sul palcoscenico vuoto

Quando gli spettatori sono usciti per strada

E gli attori hanno cambiato l’abito

Si dica: qui è passato l’uomo.

 

Non è la Storia una pista impervia

Segnata col sangue

Ma un inarrestabile cammino di grazia.

 

 

*

il canto della speranza

C’è una voce che canta

Nei cortili della città antica

Un lamento, un pianto

Che neppure di notte si dà pace

Voce ferita, povera

Intrisa di polvere, smarrita.

 

La speranza ha varcato il mare

Il suo canto ha vinto l’oscurità

Di questa età feroce.

 

C’è una voce che canta

Nei cortili della città antica

Una voce che vince ogni distanza

Che ha bevuto l’acqua amara

Di questo mare che ci divide

Disseminato di morte.

 

*

Nel giorno della caduta di Ilo

Sulla sabbia dei lidi

Lunghe dita del vento

Scrivono storie

Cancellano, scrivono

Cancellano e poi instancabili

Riscrivono

Mani di tramontana

Mani di scirocco intrise di pianto.

Stracci di nuvole

Che il sole accende al tramonto.

 

Soltanto Omero, i suoi occhi ciechi,

Conoscono quei segni

Sparsi sull’arenile

Dove l’onda distende

I bianchi tentacoli.

Nessuno sa leggere quelle lettere

Fatte di grani grigi e brillanti

Che la Posidonia pietosa ricopre

 

 

Così passa la gloria del mondo

(suono di bucine e tamburi)

Troppo vivida luce di gloria

Per coloro che vivono

In compagnia delle ombre

Al fondo della grotta

Gli occhi feriti dalle immagini

Di una realtà inafferrabile

 

Lunghe dita del vento

Strigliate le bionde autunnali

Chiome dei tigli

Spazzolate, spazzolate

Dissipate la spessa cortina

Di fronde morte

Strappate il velo

Mostrate a chi abita

I piani superni

Il muto luna park

Il tristo rito

Che si tiene di sotto.

 

Dove passarono

Le orde barbariche

Scheletri e rotami

Arida sabbia ricopre.

Intere civiltà

Sono sprofondate

Scomparse

Radici di palme morte

Abbarbicate agli abissi

 

Non più i giusti tuoni e le saette

Opera di Zeus

Ma degli umani i traccianti

Che bruciano l’aria

Sui prati, ai margini dei viali

Brillano le mine

Che maciullano carni e ossa

Spoglie mura di rovine

E sangue

Quel che rimane

Al passaggio del nero stormo

Che semina il cielo

Di mortiferi obici

 

Lo strazio e il pianto

Turbano le sacre

Dimore dell’Empireo

 

Lunghe dita del vento

Antiche moire

Spezzate il filo

Che li tiene appesi

Feroci burattini

Alla volta del cielo

 

Sia deserto il mondo

 

Così parlò Zeus

Nel giorno della caduta di Ilio

Al tempo delle stragi

E delle grandi devastazioni.

*

inattese ingiurie

Andavamo per strada

tenendoci per mano

nel tepore dorato dell’autunno.

Tra le lastre di porfido sconnesse

un mozzicone di sigaretta

una latina di Sprite schiacciata

il foglio vecchio di un giornale.

Dieci passi più avanti

la copertina sbiadita

della Critica della ragion pura.

“Qualcuno, dissi per scherzo,

si è spogliato qui della ragione”.

“Dovresti tu pure, lei disse

che era rimasta fino allora pensosa,

perché vinta credevo dall’incanto

di quella mite dolcissima stagione,

spogliarti  prima o poi dell’intelletto.

Così saresti un brutto animaletto

che fa tenerezza e compassione”.

*

Elegia d’Autunno

Come è dolce questo autunno

Fatto di teneri affetti

Senza l’ansia di maturare frutti

D’incenerire giorni

Nel rogo dell’estate.

Dopo, forse, lo schianto

Breve, improvviso,

Come di fulmine

Che devasta la quercia;

Oppure sarà lento

Macerare di frutto

Che nessuno raccoglie

*

il canto delle libellule

In pieno sole

Ammireremo un giorno il firmamento

E torneranno a fiorire i prati

Che furono martoriati dalla guerra

E vestiremo gli spaventapasseri

Con le divise dei soldati

E non saranno sciami di pallottole

A forare la stoffa indurita dal fango

Ma i corvi neri che girano nel cielo

Nelle sere d’inverno.

Infiggete i becchi, cercate pure

Nere bestie del malaugurio

Non troverete carne né dolore

Ma solo paglia intrecciata

E trucioli di legno.

In pieno sole

Ammireremo un giorno il firmamento

Liberi come libellule

Volando nel vento

Liberi come libellule

Attorno al lume della verità.

 

*

Dal libro dei numeri

E

Zeta

Cinquecento dieci

A acca

La targa

Della mia automobile

Dove sto

Come tonno in scatola

Se non fosse

Per una buona musica

O un notiziario

Che mi cuce addosso

Il mondo

 

Due

Trentaquattro

Zero due

Il telefono della mia infanzia

Che sempre squilla

Nella memoria

Invano cerco quelle voci

Nessuno più risponde

Non c’è nessuno

All’altro capo del filo.

 

 

Trenta

Tre

Via Don Sturzo

Il numero

Del mio buen retiro

Privo di cure

Dove sempre ritorno fuggitivo

A ritemprarmi

 

Quattro

Undici

Appena chiusi i cimiteri

E le funzioni dei Santi

I natali della mia compagna

Caro rimedio alla solitudine

Cui dedico ogni istante

Della mia giornata

 

Tre

Trentuno

Tre

Il numero

Dell’albo professionale

Una scia di lumaca

Sulla sabbia del tempo.

 

Queste le cifre. Invano cerco

L’algoritmo della mia esistenza

Che fugge verso l’orizzonte

Dove ogni numero si azzera.

 

 

 

 

*

dal libro della Genesi

Quell’anno finirono di edificare

La torre di Babele

E i poeti scrissero versi

Ciascuno nel suo linguaggio interiore

Inseguendo notturne visioni.

La Bellezza nutriva

Quella variegata schiera

Che intagliava parole

Con la purezza dei diamanti.

Ma la Bellezza è come la luna

Ha una faccia luminosa

Specchio del trascendente

E una faccia buia

Che a nessuno si mostra

Specchio dell’umano rancore.

Coloro che salirono

In cima alla torre

Raccontarono che demoni

Abitavano il cielo.

I loro canti paurosi

Straziavano l’aria

Lacerando i più intimi e segreti veli.

In quel tempo

Furono scritti i grandi poemi

E le prime tragedie.

In quel tempo

L’animo umano così denudato

Mostrò il suo candore di plenilunio

E il suo peccaminoso mistero.

 

*

canto solenne

 

In quest’alba del mondo,

Mentre il cielo si scioglie nel mare

E nella terra il mare in pigre onde

E col maturare del giorno

Tutto sembra mescolarsi,

Fatto di nebbia e sale

Di gioia e desiderio

Evaporo nell’aria.

 

Su questa poca polvere grigia

Che rimane

Scrivi il mio nome:

Io sono Adone dalle membra leggiadre.

 

Sono luce e calore

Sono fiamma che sale

Fino ai più remoti cerchi del cielo,

Arco teso, dardo scagliato

Nelle vuote latebre dell’universo,

Silenzioso specchio, testimone

Di fatue esistenze.

Quando ogni fuoco sarà spento,

Sarò disperato rottame alla deriva

Sarò fredda cenere

Che l’alito nero della notte

Ha disperso.

 

 

Su questa poca polvere grigia

Che rimane

Scrivi il mio nome:

Io sono Adone dalle membra leggiadre.

 

Il sole si leva ogni mattina

Sulle roventi rovine

Volge il suo occhio languido

Dov’è passato il furore,

Il vessillo dell’odio,

Sugli esseri umani dispersi.

Per ore il cannone ha percosso

La nera incudine della notte

Suscitando foschi bagliori.

Si udirono nella tenebra passare

I cingolati, i passi dei soldati

Le urla degli straziati.

Seguo pietre miliari insanguinate.

Dove sei Adone? Per cercarti

Ho scavato a mani nude

Sotto il catrame e i sassi

Fino al cuore della Terra.

Disperazione la mia inconsolabile.

 

Nel cristallo in cui vivevo,

Attraverso le sue azzurre trasparenze,

Ammiravo la magnificenza del mondo.

Quando il vitreo bozzolo fu infranto,

Mi avviai per la strada del bosco,

Farfalla o cerbiatto libero sui prati.

Passarono le orde barbariche,

Le migrazioni delle genti,

Guerre e carneficine,

Sofferenze che nessun verso,

Per quanto bagnato di pianto, sa dire.

Nel bosco crepitò la fiamma

E la polvere coperse le rovine.

Tutto morì e tutto si riedificò

Per morire ancora.

 

Di me nulla troverai:

Le radici sono morte

E i petali sono dispersi dal vento.

Ogni sembianza è sfiorita

In quest’autunno senza fine.

Il mio corpo è divenuto arida terra.

Mai più Bellezza abiterà il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

nel giorno del compleanno

Sono allegro in questo giorno che chiude l’anno

Della mia vita.

Non dico dopo quanti, perché enumerare i passati

Non porta allegria

E nemeno il futuro con la sua breve luce

Mi fa felice

Ho eliminato il tempo dal piccolo universo

Di questo giorno

Fatto d’incontri, di straordinarie visioni

D’improvvise emozioni:

Quella ragazzina, ad esempio, dagli occhi sognanti

Incuranti del mondo

Quel ragazzetto col cavallo dei pantaloni troppo basso

E la zazzera alla moicana

Quel viso spalmato di cioccolato con due biglie

Bianche negli occhi

E la vecchietta storta che passa il portone

Della chiesa.

Sono allegro anche se il sole scende sommesso

Tra i palazzi

E i suoni della strada si fanno più confusi

E profondi

E si accendono sui viali malinconici

I lampioni

La notte illune s’impossessa

Del mondo

E il tempo implacabile riprende

A contare i miei giorni.

 

*

Genesi

Nel profondo cuore della notte

Neri palpiti

Di carni tumide e calde

Una sporca nebbia nel buio

Fauci masticanti

Ruminanti trangugianti

Melmosi veleni.

Così dalla materia bruta

Nacque la vita.

Immerso l’indice,

Primo cuoco,

Nella purulenta livida poltiglia,

Lui vide che era buona.

Il suono di orologi antichi

Attraverso l’oceano di silenzio

Costruirono il tempo.

*

canzone per il vento d’aprile

Vento che spiri tra i rami dei tigli

Imperlati di teneri germogli

E porti il canto degli uccelli

Di balcone in balcone

E i profumi dei fiori

Alle narici viola degli insetti,

Che conosci il moto lento dei pensieri

Quando di notte si piegano confusi

Nel cavo buio del sonno.

Vento che gonfi vele

Che porti bianche ali sopra gli occhi,

Echi sommessi di lontane voci

Dietro le porte sigillate del tempo.

Nulla rimane sulla strada montana

Che all’impazzata percorri.  

Signore dello spazio

Le nubi che trascini dai più remoti orizzonti

Hanno pioggia gioiosa e infantili giochi

Malinconia di vaste solitudini.

*

viaggio iniziatico di Omero

Nel lurido grigiore di un mattino d’inverno,

Forse chiamato da un sogno,

Col passo appesantito dai pensieri:

Cupi presentimenti marinati

Nelle spezie delle ore notturne,

Discendo il viale dei Mille sotto i tigli

Incrostati di gelo,

Incurante dei suoni dei motori

Del friggere dei freni

Che graffiano l’aria

Del mondo che mi ringhia attorno.

Alla sosta dell’autobus rimango

In paziente, solitaria attesa.

 

Rosso e bruno leviatano

Partorito dal grembo della nebbia

Nel tiepido ventre mi raccoglie

In compagnia di grigi, funesti demoni

Tossenti, esalanti virus influenzali,

Salmodianti misteriose litanie.

Mi guardano sottecchi, amicanti,

Per associarmi ai loro mesti canti

Ma il mio mondo è su un’altra sfera

Che ruota solitaria nel buio e nella luce.

 

Cimiteriale profumo di rose antiche,

Fragranza di caffè, di pane.

L’ombra del sapere si diffonde:

I suoi foschi tentacoli traspaiono

Al fondo melmoso del lago

Violetto e bruno d’inchiostri.

“Non misurare il volo delle tortore

La levigata scapola dell’agnello

Il fondo del bicchiere. Alla fine del viaggio

Potrai sfogliare il libro del destino”.

Così parlò il mio nocchiero

Manovrando la grande ruota.

 

 

 

 

Sobbalzo alla fermata dell’ospedaletto:

Dai cancelli le grida di antiche sofferenze.

Lo spaccio sotto i portici, i mercanti

Cacciati dal tempio.

Chiesa dell’Annunziata: dietro il portone chiuso

Gli ermetici riti del buio e del silenzio.

Al ponte di mezzo mi dice il conducente

Con voce roca incrostata di ruggine:

“Grida che sei di Dio, ripeti sempre

Che appartieni a Dio, se no ti perderai

Sulle rive del fiume, smemorato per sempre”.

 

Il fiume è secco, solo le nutrie e i corvi

E qualche specchio d’acqua rabbrividente.

Grido: “Appartengo a Dio, io son di Dio!”.

Dai piedi del ponte neri vapori

Si aggrappano con furia ai parapetti.

Ripeto disperato: “Appartengo a Dio!”.

Le loro mani attraverso i vetri

Afferrano i compagni di ventura

Strappandoli ai sedili,

Fumo anch’essi divenuti

Come tutto sembra essere il mondo.

“Non torneranno, dice il mio nocchiero,

Grigi vapori portati dalla corrente,

Si spegneranno in mare”.

 

 

Via Mazzini, nei grandi magazzini

Entrano ed escono azzurre ombre

Utopica fiumana di diffuso benessere.

Geme nel buio dei vicoli la nera

Ragna di povertà, tracima

Nelle strade del centro.

L’autobus è vuoto,

Siamo rimasti io e l’autista soli.

Una luce, piazza Garibaldi

Preferito giaciglio del sole.

“Per via della Repubblica non farò fermate

So che hai fretta d’arrivare”.

“D’arrivare dove?” mi domando,

forse domando a lui.

 

Quando saremo in Barriera Repubblica

Mi fermerò senza guardarti

E muto tu discendi,

Bevi l’acqua della fontana,

Non voltarti indietro

E’ la strada del ritorno

Un sentiero di selvaggia foresta.

 

Bagno la fronte con l’acqua della fonte,

Ne bevo dal palmo della mano.

Intorno a me un dolce scampanio

Di lontani campanili.

Nella nebbia che si dirada,

Un cerchio di ombre luminose,

Sento le loro voci, le vedo attorno a me:

Benedetta, felice schizofrenia.

Hanno l’aspetto familiare dell’infanzia

Come mi fosse caduto dalle spalle

Il peso degli anni.

 

“Vieni con noi” mi dice una voce,

Voce dolcissima di madre

E gli occhi miti di mio padre

Mi sorridono dietro le lenti spesse.

“Siamo con te da sempre,

Ma tu non puoi vederci”.

E tanti amici avevo attorno

E parenti che mi furono cari.

M’incamminai con loro.

L’arco di San Lazzaro

Svettava nella nebbia.

 

 

 

“Fermati ora!”

La voce di mia madre

Divenuta imperiosa:

Una donnina esile e mite

Eppure così autorevole.

Aveva in mano una benda nera,

Me la strinse sugli occhi.

Mi avvolse una notte carica di stelle.

“Ecco Omero, mi disse,

D’ora in poi avrai solo

Le immagini della tua mente.

Andrai di piazza in piazza,

Appenderai i tuoi sogni

Ai muri delle strade.

Diranno che sei Nessuno

Che non sei mai vissuto”.

 

Piangeva lenti singhiozzi

E mio padre teneramente

 La strinse tra le braccia.

*

Nel profumo delle rose antiche

Dietro la densa cortina di nubi

Siete voi amici della giovinezza

Confusi nell’azzurro.

Piove un grigiore umido

Nei rivoli d’acqua dei tombini

E’ discesa la sera.

 

Nella calma fiumana

Dove tutte le cose sono discese

Si aprirà questo azzurro.

Sarà il vostro viso ridente a confortarci

La vostra polvere

Nascosta dentro i marmi,

Le vostre voci

Tra gli abeti e i pini

Nel profumo delle rose antiche.

*

discorso sui ricordi

Ho comprato un galletto

Dorato e piatto

Impudicamente con le cosce aperte

Senza zampe né testa.

Ho in casa una bottiglia di lambrusco

E una di latte. Mi sono detto:

“Per due giorni resisto”.

Mi sono seduto in cucina

Volevo essere solo con me stesso

Ripercorrere il tempo

Ravvivare la brace

Sotto la sua cenere nascosta.

Ho chiamato i ricordi

Questi servi malvagi e sfuggenti

Di cui non mi posso fidare.

*

poesia della settimana

Lunedì

Incomincia la vita

Si aprono nel pianto

Gli occhi della città

Spalancati balconi

Al dolore e alla fatica

Né basteranno a consolarli

 Le carezze del mattino.

Dentro la luce a neon

Il cielo non esiste

Nell’orologio digitale

L’ora prigioniera

Faticosamente trascina

Ai piedi le catene

 

Martedì

Mi levo all’alba

Il cielo è grigio

Come il mio umore

Sulla rotatoria è cominciato

L’insensato carosello dei motori

Una lama di sole tra i palazzi

Ha trafitto i vapori della notte

Comincia a battere

Il cuore folle della città.

 

Mercoledì

Davanti a un caffè

Tutti i problemi

Che la notte ingigantiva

Son divenuti nani:

Problemi insolubili,

Facili soluzioni

Si siedono al tavolo sorridenti

Ingollano biscotti al cioccolato

Sorseggiando un caffè fragrante

 

 

Giovedì

Nell’ora che precede l’alba

Il silenzio è perfetto

Forse hanno legato le campane

Ristagna nel cervello

Il murmure dei sogni

Faticoso commiato

Al tepore del letto.

Sono all’apice delle possibilità

Si avvera in me la predizione

“Uomo dominerai il mondo!”

A metà settimana

Anche questo è possibile:

Sono sveglio, tonico, entusiasta!

 

 

Venerdì

La notte ha gli occhi dei morti

Che ti guardano seri

Lo spazio è un campo fangoso

Il tempo una pioggia di cenere

Che copre ogni cosa.

Le trombe asfittiche dell’alba

Annunciano il giorno

Un giorno spossato demente

Trascinato per strade

Che portano ai confini del mondo

Ma per quanto andrai

Non potrai uscire da questo universo.

Mi dimeno, sono un uccello in gabbia

Che sogna il cielo

Ma il cielo non è che una gabbia più grande.

 

 

 Sabato

Disconnesso

Forse mi ricarico

È un processo lungo

E periglioso

Non privo di sofferenza

Entro nell’arazzo del mattino

Sono quel poverino pensieroso

Che procede lento

Incurante delle vetrine

E della gente

Nessuno si cura di me:

Se non fosse per le telecamere

Di sorveglianza

Passerei come un fantasma

Inconsistente.

La mano nella tasca

Il bancomat tra le dita

E la corrente della vita

Che percorre il cervello.

 

 

Domenica

Un calice di Francia Corta

Al bar, o un cappuccino:

Sulla schiuma natanti  

Grani di cacao

Dolce e amaro

Tutto è perfetto

Scorre la vita in pace

Sotto il sereno.

Si consuma la candela

Cade la cera sul piatto

Si spenga la fiammella

Quando sarà l’ora

Sia buio in cielo, in terra

E ovunque.

 

 

 

 

*

per misteriosi percorsi d’aria

Gli stornelli che danzano nell’aria

Di questo autunno mite

Ti portano con loro

Sento nei loro canti la tua voce

 

Dall’alba viola fino al tramonto

Con loro voli felice

Per misteriosi percorsi d’aria

Lastricati di luce

 

Nei pleniluni d’ottobre

Dialoga il tuo sonno

Col sonno degli ulivi

 

Più non ricordi i cieli

Che hai veduto o sognato

Ora il tuo canto tace

 

*

Nella luce infantile

Nella luce infantile dell’alba

Con occhi estranei ti osservo

I tuoi ulivi assetati

I prati bruciati e polverosi

L’arcana solitudine dei monti

I voli lamentosi dei gabbiani

Sulla scogliera

Non m’inganna l’insopportabile luce

Dei tuoi meriggi

Non ti appartengo

Scavando nell’anima ho trovato

Solo una fiamma che incenerisce i ricordi

Tutto di te è fredda cenere

Non c’è nostalgia né rimpianto

In questa luce che affonda nella notte.

 

*

Discorso sulla vitalità della coda

Le dimensioni della coda

Sono enormi

E non solo in lunghezza,

Pure in larghezza

Perché nessuno sa stare

Ordinatamente in fila.

 

Gli addetti ai lavori

Hanno annunciato

Che la password

E’ smarrita

E navigheranno a vista

In vetusti schedari.

 

La coda scodinzola inquieta

Borbotta timide proteste

Tiepide ironie dialettali.

Estremità sempre vitale

Si disfa ogni sera

E rinasce al mattino

Davanti agli sportelli ancora chiusi.

 

Anagrafe, Pensione

Agenzia delle entrate

Ufficio di collocamento

Ente dell’energia, Catasto

Gigantesco leviatano dalle molteplici code

Bestia docile e macilenta

Tutti attendiamo che affoghi

Nell’oceano dei tuoi escrementi!

 

 

 

 

 

 

 

 

*

L’educazione di Icaro

 

Il vento m’insegnò a volare

Sulle ali dell’aria

Sopra le tempeste.

 

Il bosco m’insegnò le sue parole:

Echi di voci pei sentieri d’ombra.

Ora so leggere e parlare.

 

La notte m’introdusse nei suoi misteri:

I sogni dove ritornano i morti.

Il giorno nella sua bellezza chiara.

 

Ma il dolore, il dolore soltanto,

Quello che umilia e piega

Mi ha insegnato a pregare.

 

“Ora Icaro, disse il padre,

vola tra le stelle,

Insegui le comete!”

 

Icaro, chiusi gli occhi,

Una brezza sottile gli sfiorò i capelli,

Credette, forse sognò di volare.

*

risveglio

 

Destati

La notte sta chiudendo il suo serraglio

Fuori c’è luce accecante

Luce che chiede di penetrare

Nel tuo cranio

Di esplorare il cervello

Con la torcia di un ladro.

 

Destati

Fuori germogliano i rami

Dei tigli

E il cielo è un grande occhio azzurro

Che ti scruta

Cercando l’anima

Nella tana del cuore.

 

Destati

La notte ha riposto nella credenza

I vecchi rosoli

i bicchieri

Del servizio buono

I sogni.

 

Fuori bianche farfalle si cercano,

Dolci le note di una canzone

E giovani piedi vanno per le strade.

 

*

Il canto di Linceo

Dalla cima della torre cui mi lega

Un grandissimo spirito, un poeta

Col cuore colmo di gratitudine ammiravo

I prati fioriti a me dintorno

Con gioia le feste del villaggio

Il passo lento delle stagioni

Sulle chiome del bosco

Le bianche vele delle ore serene

Corteggiate dai canti delle tortore

Dai voli azzurri degli aironi

Con trepidazione la sublime

L'ira delle tempeste

Così simile all’ira degli dei.

Attorno gioia serenità soltanto.

Ma una notte

La più lunga nei miei ricordi

Risuonò minaccioso

Il battere di martelli

Il ronzare di trapani

Lo strepitare di legni e di sterpaglie

Divorati dal fuoco

Un suono di catene

Urla e lamenti.

All’alba i caterpillar

Spazzarono via il villaggio

Le morte querce annerite

Dalla notturna furia.

 In quello sterile grigio deserto

Sorsero torri e nuove cattedrali

D’acciaio e di cristallo

Fosca diabolica magia.

Splendevano i roghi nella notte buia

Esalanti fetore d’umani arrosti

E le urla dei torturati

Empivano il cielo di spetri.

Ben serrati gli occhi

Gli orecchi tappati con la cera

Dell’unica candela

Sul mio giaciglio delle notti insonni

Innalzo suppliche e preghiere

Al Dio che non conosco

Ma quelle orribili voci  

Penetrano nel cervello

Tramutandosi in spaventosi incubi.

Sono svaniti i paesaggi sereni

Sparito il bosco

Le nenie della sera dal villaggio.

Ora ai piedi dei palazzi

Sotto la nebbia o il sole

Marcia in fila un popolo di schiavi

Cartelle e borse in mano

Vanno come inseguendo un sogno.

Invano grido loro di svegliarsi

Nessuno ode la mia voce

Nemmeno

Il tintinnio lugubre delle loro catene.

L’esercito dei demoni ha posato

Le scale alle pareti

presto saranno in cima.

I servi hanno apparecchiato

La catasta di legna.

Sarò io il prossimo arrostito

Al notturno banchetto.

 

 

 

 

 

*

Il presepe

Il carillon si è rotto

Di Natale

I bambini giocano alla guerra

Fucili e bambole

Luci di candele

Di mine, di traccianti nell’aria

Troppe stelle nel cielo

Troppe comete.

Nessuno può sapere dove è nato

Il Redentore del mondo

Sono questi i pastori

Spiaggiati sulla riva di un sogno

Sogno di pace, di libertà

Di umana dignità

Soltanto un sogno.

*

discorso su Caino e Abele

Un pensiero stanotte,

Una gazza ladra,

S’è posata sulla mia mente

E mi ha rubato il nero

Seme del sonno.

 

In altri tempi

Erano gaie farfalle

I pensieri notturni.

 

Ho sognato, immaginato che,

Sopra le nuvole, il cielo

Fosse un’azzurra ampolla di cristallo

E noi dentro, insetti da esperimento

Abbarbicati a questo globo,

Mite gregge, rapinoso branco

Pronti all’amore e all’odio.

Figli di Abele e di Caino

 

Ho lasciato il letto.

Di sotto il balcone

Si udiva un parlottare:

Litigi d’innamorati.

Il disperato urlo

Di un’ambulanza all’orizzonte,

Un brulicare microbico di motori

Lungo il fiume, sui viali.

La notte era buia

Se non per qualche luce insonne

Alle finestre

Per qualche neon sulla strada.

 

Poi la coltre di nuvole s’è rotta

E sono comparse le stelle.

Ho atteso l’alba in una veglia

D’amore per questo mondo fragile.

 

 

 

 

*

breve omelia sullo spirito

Spariranno i palazzi, le città

Spariranno i giardini, i prati

Le strade porteranno

Da nessuna parte

Spariranno i boschi e le montagne

Il suono del mare

Il canto dei gabbiani.

Altra voce nella mente

Che si dissolve

Tra le macerie del tempo,

Grido feroce alla volta del cielo,

Ma non ci sarà più cielo

Né altre dimore degli astri

Non ci sarà stella polare

Alba tramonto.

Lo Spirito empirà quel vuoto.

L’Amore che tanto ci fa soffrire

E gioire, che ci lega

A questo mondo d’immagini

E’ tutto ciò che rimane

Alla fine.

*

Nell’ora più chiara

Ora il mio cuore riposa

Nell’alba azzurra

Vestita di muschio

 

Parole di vento le sue

Di campane lontane

Nel brusio del risveglio

 

Nell’ora più chiara

Le immagini fosche che il buio

fabbricava angosciose

 

Si sono dissolte

Brandelli di un’altra esistenza

Di chimerica luce

 

Ritorna a pulsare la vita

Con il sangue sotto la pelle

Di passione e bellezza

 

Ma il cuore è fermo

Immobile e muto

Sotto la volta splendente del cielo

 

Solitario cuore

Al cospetto di un Dio

Avido d’amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*

Apocalisse

Io piangevo

Palazzi esplodevano nel buio

Di quella che fu la mia città

Nere serpi sibilanti

Cadevano nell’aria

Torce umane correvano sui viali

Orribilmente accese

La gola in fiamme della notte

Urlava all’orizzonte

Io gridavo

Un silenzio assordante

Copriva la mia voce.

*

le vie dei pensieri

Ognuno va per le vie sonore

All’ombra e al sole dei palazzi

Chiuso nei suoi pensieri

Portando la sua anima bianca e nera

I suoi colori dell’amore e dell’angoscia.

 

Il suono lento di un corno

Sonda l’abissale silenzio

Chiamando all’impossibile risveglio

 

Da lontane rive un vento s’è levato

Dove la lingua del mare consuma la scogliera

Il corpo nudo e freddo della roccia

Cerca strade diverse tra gli oleandri fioriti

 

Il vento s’è levato tra gli ulivi

Ha sfiorato Il viso screpolato della terra

I suoi occhi impolverati e limpidi

Che guardano le nuvole passare

 

Ognuno va per i sentieri impervi

Portando il peso dei presentimenti

il tempo infinito dei ricordi

L’argilla fragile della sua anima

 

*

le parole dello specchio

Le parole dello specchio

 

 

Io non so chi si cela dietro lo specchio

E detta parole roventi

Torce che si consumano nel buio

Chi battendo il metallo incandescente

Forgia lame di coltelli che resistono al tempo

 

Chi passeggia nell’ombra perenne del bosco

Dove nidificano gli animali notturni

E un tanfo si leva dalle morte radici

 

Io non so chi si cela dietro il sole

E spande irresistibile amore

Su questo mondo di vuote immagini

 

Tra le pieghe del libro un insetto rinsecchito

Ha letto e meditato le sue parole

Nel suo empireo dolcissimi voli

Inscenano aggraziate farfalle

Che nulla hanno letto e nulla sanno di lui.

 

 

*

paesaggi di primavera

Tra i capelli degli ulivi

Usignoli dell’aria

Cantano al sole nascente

Rosa e fiamma

 

Più alte delle torri saracene

Le ciminiere indossano

Le parrucche di zucchero filato

 

Sulle colline girano

Le pale del vento

 

Questa notte il cielo

Ha baciato la terra

E più di mille stelle

splendono sul prato

Ai piedi degli ulivi.

*

fili d’erba

La coccinella che abita nel prato

Tra i fili d’erba e la lucertola

Che vive dentro i muri

In mezzo ai sassi

Tu che spadelli da mattina a sera

Nella cucina

Invidiate il volo della rondine

Gioioso e libero tra le grondaie

Ma più felice il falco pellegrino

Che ha fatto il nido in cima al campanile

Vicino al cielo  

 

*

la ballata dei numeri

Codice pin password

Numero che primo mi condusse

Nei labirinti fioriti della posta

Codice fiscale codice cliente

Catene che mi legano

Alla contemporaneità

Codice IBAN

Numero conto corrente

Della mia magra sopravvivenza

Carta velina intessuta di numeri

Dietro cui  muove

Specchiata immagine

Sui vetri deformanti del tramonto

E come d’aria si nutre e respira

Vibrazioni sottili

Che solo i suoi polmoni elettronici

Invisibili serici fili

Sanno interpretare.

*

Le lacrime del vaticanista

Sonnolenza stasera,

Vibrazioni sottili dalla strada,

Il vaticanista piange sopra il calice,

L’orso bruno sbadiglia nella tana,

Sbadiglia il badilante di ghiaccio,

Il merlo affamato

Che zampetta sulla neve.

Suona organetto suona:

 La faccia della cattedrale

Si china sulla piazza

Terremoto!

Moto di terra, crollo

Di tutto.

Trasformazione del Tutto

In fumanti orripilanti macerie:

Braccia e gambe sotto,

Ossa spezzate, pance esplose.

Suona organetto suona,

La cattedrale ha avuto

Un profondo inchino sulla piazza,

Voli di colombi,

Sghignazza il falco pellegrino,

Il vaticanista raccoglie le lacrime

E si avvia vacillante

Al suo destino

 

 

*

Autunno 2015

Risplendono sui viali

I magnifici ori dell’autunno

Presto spogliati dagli spetri invernali

 

Noi piccoli uomini laboriosi

Presi dalla dolce malia della stagione

Cogliamo con mani avide

I preziosi doni del bosco

 

Risplendono sui viali

Le orifiamme  dell’autunno

Sull’azzurra lampada del cielo

Bianche falene trascorrono le nuvole

Calma e silenzio sull’acqua

Il martin pescatore

Scruta paziente il fondo

 

Noi piccoli uomini lebbrosi

Trasciniamo i piedi piagati

A lato dei fossi, nel fango, nello sterco

Letto di pallidi ranocchi

Sudario di foglie

Che il piede di genti accorrenti calpesta

 

Autunno dorato

Sei la quercia caduta

Che una torma d’insetti divora

*

Giotto 9

Miliardi pullulavan punti neri

ricoprendomi il corpo d’escrementi

acidi corrosivi che crateri

scavavano profondi e pustolosi.

Esseri  truci, luridi, feroci                                 

i loro giochi eran violente lotte                           870

i loro amplessi erano stupri atroci.

Cari venite, cari dentro il cuore

nella stanza dai grigi pavimenti                         

lucidi e lindi scivolosi piani,

entrate al chiaro gelido splendore

luminescenti esseri di specchio.

Tu minuta leziosissima effigie

di scarlatti rubini incastonata

zaffiri neri misteriosi agli occhi                  

oro e smeraldo la tua carne dura                          880

d’avorio preziosissimo l'intarsio

della tua bocca benevola sempre,                     

siedi nel trono più vicino al sangue.

D’antichissimi culti sacri pali

accostatevi all’alba arborescente

novelle alture preparate al cuore

offerti in voto manti arabescati.

Oh reale corona, possente scettro

d'Alessandro il macedone conquista                         

deponete le insegne del successo                           890

nel favoloso scrigno d'alabastro.

L'ala vergine sfiora bianca aurora                     

di tesori ripiena la mia stanza.

Tra i peli del barbone mille insetti

fanno il nido, s'accoppiano felici

o infelici ribelli o brandelli

d'esistenze scoppiate, sminuzzate

trafitte dal dolore come spillo

schizzando sangue e verdastre budella.             

Vindici corvi scagliano aspre grida                          900

contro le nubi d'inchiostro alla prim'ora.

Dilagante armonia di luce piana                        

a fondersi con specchi d'acqua viva

di erutili vulcani; nella frana

gemente oscilla scintillante sciame

di vinosi lapilli dissepolti

dallo squarciato ventre dell'abisso.

Alba del mondo ricca di fermenti

così livida e scialba, così impura.               

Tu che prima in un antro concepisti                         910

con terribili grida nella notte

lasciando ai lupi la placenta in pasto,                 

sanguinolento misterioso cibo,

tu generosa fertile regina

accostati all'altare è pronto il rito.

Albeggiano sinistre luci in cielo

è l'ora stabilita al sacrificio.

Vaiolosa germinativa placca

agar cultura odiosa di tremendi                  

microbi virulenti orribilmente                                   920

di croste abominevoli coperta.

Si leva intorno come di preghiera               

un mesto lungo canto salmodiato

come di folla immensa radunata

nel nero vuoto spazio risonante

di terribili oscure litanie.

Dov'è l'infula candida, gli arredi?

Dove di sangue sete mai saziata

i sacri vasi il ferro ben temprato?                      

Sale nei gradi dell'alto silenzio                                    930

la corale preghiera attende forse

della vittima impura la venuta,                          

tace: tutto è presente, è pronto                  

già fiammeggia l'ara di pietra antica.                  

Com'è accogliente questo nero lito

materno grembo tiepido di sonno!

Bruno capretto o candido vitello

di fiori coronato procedente

dietro al corteo di vergini non vedo.                  

Tremanti piedi incerti di vegliardo                              940

logorato dal male e dal dolore

un volere mi spinge più potente                        

della paura sui ripidi gradini.

Vento risuona cavernosi anfratti

liuto leggero increspa nelle note

superfici impalpabili confini

perduti in fondo al suono all'infinito

traboccano crateri d'allegria

e pena ansiosa d'impaziente attesa                           

s'aprono porte cristalline vane                                    950

vertiginosi ponti erti nel vuoto

percorrono ogni dove inesistenti                       

abissi e piani e cieli e silenzi.

Prati di gialle morte margherite

Piegati girasoli oscure cifre

di cancellata memoria turbinano.

Candido astro di trasparenti veli

Altissimo pensiero trascorrente

Rapito in cielo misterioso e terso                      

La tua luce rischiari la mia notte                               960

Ardendo  per un attimo soltanto.

Andavo per antiche strade e piazze                          

lastricate di pietra dura e liscia

dal piede di molti secoli lisa

m'osservavano bianche cattedrali

dall'occhio nero spento dei rosoni.

Il ponte dei gioielli era deserto

sulla verde corrente, voluttuoso

implacabile un vento mi spingeva              

sull'erta buia tra alte mura muschiose.                       970

In fondo era la porta, il suo splendore.

Come di luna gelido candore                            

sparso per piani, d'aridi fotoni

mi sferza il corpo pioggia iridescente

sempre più fitta, sempre più violenta

sabbia abrasiva sopra la mia carne

bianca fiumana al sasso levigato.

Come neonato dalle dolci carni

tenere e lisce mi portava in mano              

un misterioso turbine materno                                  980

fresca luce effondendo come acqua

da polla inesauribile sorgiva.                             

Atomi attorno danzavano ovunque

con moti circolari definendo

fini corrispondenze melodie

dolcissime e segrete vorticando

nel vuoto luminoso etereo spazio.

Alla festa m'univo con vibranti

applausi e gioiose risa e canti e suoni,               

una folle allegria mi possedeva                                 990

trascinandomi ebbro prigioniero

al suo carro dorato incatenato.                         

Sfrecciavo in linea retta sempre più

dopo curvando e rallentando il moto.

Sentivo con piacevole dolore

la mia fisicità piano formarsi

diamantina indurirsi definirsi

nello spazio ricurvo risucchiato.

Innumeri nel lattescente albore                         

fiorivano corpi celesti stelle                                     1000

come ferite luminose fonti

genitrici di spasmi di dolore.                             

Cadevo in lente spire, finalmente

posso dire "cadevo verso il basso"

e mi s'avviluppava il nero cielo

sbiadendo a lato in un terso chiarore.

Un purissimo globo rilucente

emerso dalle tenebre più grande

ognora si faceva in sé ruotando                        

ed attraendomi nel suo lento moto.                         1010

Attorno a quel purissimo diamante

felice mi curvavo richiamato                            

da un oblioso sereno dolce canto.

All'acqua del ruscello si bagnava

le lunghissime braccia ed i capelli

sugl'omeri cadenti mollemente.

Il cicaleccio delle ancelle attorno

le faceva corona, si specchiava

l'azzurro dei suoi occhi nella fonte                             

dolcemente pensosi. La vertigine                              1020

d'insondabile abisso la rapiva

in un cielo di sogni adolescenti.

Dietro la sottile trina dell'erba

l'osservavo bellissima di luce

e neve soffice tutta intessuta

mentre un dolce sonno mi cadeva

sulle membra sfinite e la tempesta

del mio atroce destino si placava               

in un tacito pianto senza lacrime.               

Del mondo vacillò la sfera cava                                1030

una foschia diffusa dilatava

lo spazio luminoso all'infinito.

*

i narcisi dell’alba

Sono fioriti i narcisi dell’alba

Picchiano ai vetri

con lunghe dita bianche e azzurre

Non ho memoria dei sogni

La nera fonte in cui si abbeveravano

Le loro diafane criniere

È svanita in un turbine di luce

Si è involata

Nell’aria tersa del giorno

*

cappuccino e cornetto

Cappuccino e cornetto

Caffè con panna e cioccolato

Zucchero di canna

Luci soffuse anche in pieno giorno

Da lampade pendenti dal soffitto

E’ il mio rifugio, mi metto

In un tavolo appartato dietro una colonna

E leggo per ore un romanzo

O scrivo sul computer

Giro per internet

In cerca di poesie

Mentre sui vetri si dipinge la sera.

Una voce suadente avverte

Che il villaggio sta per chiudere i cancelli

I camerieri ritirano dai tavoli

Gli ultimi bicchieri

Mi sorridono quasi per scusarsi

Che devono farmi sloggiare

Chiamo al cellulare

Lei mai sazia di vetrine

Di oggetti, di abiti, di cose

Di occasioni in liquidazione.

 

 

 

 

 

*

giotto 8

Miliardi pullulavan punti neri

ricoprendomi il corpo d’escrementi

acidi corrosivi che crateri

scavavano profondi e pustolosi.

Esseri  truci,luridi,feroci                                           

i loro giochi eran violente lotte                                  870

i loro amplessi erano stupri atroci.

Cari venite,cari dentro il cuore

nella stanza dai grigi pavimenti                                 

lucidi e lindi scivolosi piani,

entrate al chiaro gelido splendore

luminescenti esseri di specchio.

Tu minuta leziosissima effigge

di scarlatti rubini incastonata

zaffiri neri misteriosi agli occhi                         

oro e smeraldo la tua carne dura                                880

d’avorio preziosissimo l'intarsio

della tua bocca benevola sempre,                            

siedi nel trono più vicino al sangue.

D’antichissimi culti sacri pali

accostatevi all’alba arborescente

novelle alture preparate al cuore

offerti in voto manti arabescati.

Oh reale corona,possente scettro

d'Alessandro il macedone conquista                                 

deponete l'insegne del successo                                    890

nel favoloso scrigno d'alabastro.

L'ala vergine sfiora bianca aurora                            

di tesori ripiena la mia stanza.

Tra i peli del barbone mille insetti

fanno il nido,s'accovano felici

o infelici ribelli o brandelli

d'esistenze scoppiate,sminuzzate

trafitte dal dolore come spillo

schizzando sangue e verdastre budella.                    

Vindici corvi scagliano aspre grida                                 900

contro le nubi d'inchiostro alla prim'ora.

Dilagante armonia di luce piana                               

a fondersi con specchi d'acqua viva

d'erutili vulcani; nella frana

gemente oscilla scintillante sciame

di vinosi lapilli dissepolti

dallo squarciato ventre dell'abisso.

Alba del mondo ricca di fermenti

così livida e scialba,così impura.            

Tu che prima in un antro concepisti                                910

con terribili grida nella notte

lasciando ai lupi la placenta in pasto,                       

sanguinolento misterioso cibo,

tu generosa fertile regina

accostati all'altare è pronto il rito.

Albeggiano sinistre luci in cielo

è l'ora stabilita al sacrificio.

Vaiolosa germinativa placca

agarcultura odiosa di tremendi                        

microbi virulenti orribilmente                                          920

di croste abominevoli coperta.

Si leva intorno come di preghiera                    

un mesto lungo canto salmodiato

come di folla immensa radunata

nel nero vuoto spazio risonante

di terribili oscure litanie.

Dov'è l'infula candida,gli arredi?

Dove di sangue sete mai saziata

i sacri vasi il ferro ben temprato?                             

Sale nei gradi dell'alto silenzio                                           930

la corale preghiera attende forse

della vittima impura la venuta,                                  

tace: tutto è presente,è pronto                        

già fiammeggia l'ara di pietra antica.                         

Com'è accogliente questo nero lito

materno grembo tiepido di sonno!

Bruno capretto o candido vitello

di fiori coronato procedente

dietro al corteo di vergini non vedo.                        

Tremanti piedi incerti di vegliardo                                      940

logorato dal male e dal dolore

un volere mi spinge più potente                               

della paura sui ripidi gradini.

Vento risuona cavernosi anfratti

liuto leggero increspa nelle note

superfici impalpabili confini

perduti in fondo al suono all'infinito

traboccano crateri d'allegria

e pena ansiosa d'impaziente attesa                           

s'aprono porte cristalline vane                                           950

vertiginosi ponti erti nel vuoto

percorrono ogni dove inesistenti                              

abissi e piani e cieli e silenzi.

Prati di gialle morte margherite

Piegati girasoli oscure cifre

di cancellata memoria turbinano.

 

*

Giotto7

Il viaggio continua. Credevo fosse un’enorme fatica scrivere in endecasillabi, assuefatto come sono all’uso del verso libero. Invece la misura impostami ha funzionato da argine. Prodigiosamente, il senso stesso dell’opera ne è stato influenzato. Alla fine fu un divertimento contare le sillabe e disporre le parole in modo che gli accenti fossero giusti (non sempre giusti, qualche zoppicamento è rimasto. Chiedo venia e invoco la musica Jazz come modello in certi passi) . Comunque il viaggio continua. Ogni viaggio è la metafora della vita e la vita ci conduce sempre, inevitabilmente, ai piedi della dimora della Morte, del re dei terrori, come la definisce la Bibbia. Giotto non può conoscere la morte perché è un essere meccanico e di qui la predizione del lungo viaggio perduto nello spazio per un tempo indefinito. A esorcizzare la Morte sorgono immagini di una fiera carnevalesca che si conclude con la sprezzante dissacrazione della riproduzione, della fonte della vita. Alcune scene qui rappresentate le ho vedute in un locale per soldati delle retrovie  in Vietnam.

 

Alla deriva in anossici sogni                                                 700

melliflui cieli grondanti miele

dolcissimi grassi densi di nero

dove si cela l’olio petrolioso.

Vagavo strappando gli untuosi veli

i sipari d’un teatro senza scena

per tortuosi sentieri di montagna

inseguendo un cappello di buffone

scampanellante lebbrosa ossessione.

Giungemmo dopo lungo inseguimento

alla vetta del monte ,sopra un piano                                          710

due colonne s’ergevano possenti

a sostenere un argenteo disco

sempre velato da bigi vapori.

Il cappello s’afflosciò al suo cospetto

come medusa evanescente al secco.

Un freddo raggio s’accese danzante

emettendo sul piatto informi suoni

come di vivo straziante tormento.

Da  una profonda lunga nota emersa

una voce si sparse opaca insegna                                               720

indifferente vuota emanazione

“Straniero che giungesti a questa corte

infrangendo i silenzi della selva

chinato il capo non fissare il raggio

non scrutare la gola irriverente

dove disfatti giacciono i cadaveri.

Qui i terrori hanno alta dimora

e tu ne conoscesti e pur del figlio

avesti prova del nostro signore.

Nella vetta più alta dei  pensieri                                               730

come rapace sui monti nevosi 

ha il suo nido tremendo nascosto.

Tutti i viventi ne conosceranno

il corpo gelido d’ermafrodito,

ma tu misero rudere vagante

nei deserti infiniti  non vedrai

le sue orbite vuote pur così simili

alla tue vecchie lamine disfatte

dove spira col vento siderale

l’implacabile sibilo del tempo.                                                  740

Viaggerai per mondi e mondi attraverso

nuvole di stelle, bianche galassie

roteanti maestose, volerai sopra

abissi immani al cui fondo la tempesta

scatena irosa la sua rabbia vana,

vedrai le stelle nascere e morire

per un tempo lunghissimo viandante

nel turbine del mondo senza pace”.

Sfilavano cineree ombre mute

trascinando nei madidi sudari                                                750

ciascuna il suo corpo putrefatto.

Nauseanti sporchi miasmi erano sparsi

nell'ammorbata luce della piana.

Uno stupore muto mi vinceva

vedendo quelle larve trasparenti

come fumi autunnali dai camini.

Il cappello risvegliò i sonagli

che stonati vibravano invasori

sarabanda sonora irriverente

di maledetto stupido buffone.                                               760

Da quelle note dissonanti sorta

una folla festante di bifolchi

d’ogni parte giungeva rumorosa.

"Se volete tentare la fortuna

nei bicchieri cercate la pallina”

giocatori verdi occhi di vetro

barbe untuose su labbra carnose

su banchi sporchi con esperte mani.

Dentro un cerchio imperfetto i lottatori

minacciosi gonfiavano avvinghiati                                          770

i bicipiti molli e i pettorali.

Ad una lunga tavola seduti

imbrattate le facce bestialmente

i mangiatori di spaghetti a gara.

“Concentrato di  salute in pastiglie!”

Urlava un dottorale bianco aspetto

“Di lunga vita lo sciroppo vendo!”

gridava ancora lo sgualcito camice

“Comprate il braccialetto del destino                                 

senza fatica ricchi diverrete”                                                  780

Le lunghe braccia affusolate e brune

mostrava una fanciulla ricoperte

di rameici bracciali “Comperate

il braccialetto del ricco destino!”

“Del passato e futuro l’indovino

state a sentire per pochi denari,

vi leggerà le carte e non sarete

delusi amanti sofferenti amici

mariti abbandonati cuori infranti”                    

“Non ridete del mago,t u buffone                                           790

sai cosa passa tra un asino e te?”

“Fatte largo, fatte passare, largo!

Non toccate le belle coccodè!”

“Arriva il nobile re dei goliardi”

“Via! non importunate con le vostre

miserabili questue non è tempo

questo di tristezza, cacciate quello

i suoi orribili neri moncherini

turbano della festa l’allegria!”                           

“L’amore dolce della carne canto                                             800

la siringa del piacere, la candida

polvere del male, il suo letale

bacio, canto l’amore avvelenato!”

“Sulla testa rompetegli la viola”

“ Che festa paesana che trionfo

della stupidità! Marchese andiamo

presto in carrozza presto andiamo via!”

“Fermatelo, ci scappa, voi là in fondo

prendete il menestrello” “Qui nessuno                     

è poeta” "Lasciatemi non sono io                                              810

un poeta, una volta soltanto ho scritto

trasportato dal sogno una poesia

per incantare il cuore d’una zingara

dal portamento fiero di regina.”

Oscillava la folla come piana

del mare al primo vento di tempesta

infrangendosi ai piedi d’un soppalco

di nero panno polveroso e lercio.

La gente attorno i lazzi più volgari                   

e urla e fischi lanciava al suonatore                                             820

che struggeva nel flauto incompetente

una vecchia lasciva melodia.

Come si tacque il musico un silenzio

improvviso si fece all’apparire

d’una fanciulla dai capelli d’oro

in un manto di porpora celate

le bianche membra e il busto fino ai piedi.

Disciolto il laccio che teneva avvinto

il morbido velluto sotto il mento                               

nel clamore stupito della folla                                                     830

si mostrò ignudo il corpo adolescente.

Al ritmo lento di tamburi e cembali

una danza aggraziata offriva i seni

floride nivee cime di cerbiatta

quindi seduta sul purpureo manto

come sangue versato di uno stupro

divaricate le anche, la vagina

di bionda filigrana trapuntata

aspirava ad un sigaro brunito                                   

rinfocolando rossa brace accesa                                                  840

ed emetteva nuvole di fumo.

Quindi introdotta una lunga trombetta

trasse flebili note come flauto

soffiato da una bocca  agonizzante.

Come da lungo sonno risvegliato

infranto l’incantesimo del canto

sorse un gigante incontro alla fanciulla.

Sulle potenti braccia sollevato

l’esile corpo candido di cera                             

quasi a sottrarla da vogliosi sguardi                                               850

tra i grugniti bavosi della folla

teneramente al petto la stringeva

cingendo i fianchi con le vaste mani                          

la penetrò tenendola sospesa

quindi adagiatala al suolo supina

con  ansimante foga la distese

finché contratti spasmodicamente

i forti glutei indietro si ritrasse

la bianca linfa seminando al suolo.                            

Come piastra rovente il nero assito                                               860

sfrigolando levava un denso fumo

che ogni cosa celava nel suo abbraccio

vasto di notte fonda e resisteva                        

a lungo ancora il bestiale ruggito.

 

 

*

Giotto 6

 

Dentro di me fuori di me una voce

l’abissale  silenzio ricolmando

“Giotto,tu sei,bisbigliava,orribile

e poi un coro di voci ripeteva                                            580

“Giotto ascolta orribile,sei orribile!”

Poi di nuovo silenzio poi la lama

mi rigirava nella piaga ancora

con quella voce e m’inseguiva il coro

ed io fuggivo a nascondermi e niente

m’era riparo  “Orribile orribile

tutto lo spazio è pieno del tuo orrore

Giotto,Giotto!” S’affacciava ai miei vetri

nel vano desolato del mio cuore

ed il terrore che non conosce meta                                       590

né fonte si tramutava in follia.

Ardevo ora come corpo stellare

ora mi percorreva come ghiaccio

di brividi una mandria galoppante

“Basta!” gridavo”Lasciatemi in pace!”

Ma rimbombava la mia voce appena

per un istante nel silenzio nero

dove sottile,irridente quella voce

orrida idra si gonfiava e immane

con terribili fauci digrignanti                                                600

mi sputava sul viso il suo veleno.

Ormai prostrato l’ultima energia

consumavo in singhiozzi disperati

ma la voce tacque,si dileguò...

il pianto nella culla inconsolabile

nel silenzio oceanico il lamento

si spensero in lunghissimi marosi,

la memoria fu breve a cancellare

i momenti angosciosi,come piana

distesa del mare dove s’estinguono                                         610

le ultime scaglie dorate del giorno

e l’azzurro si tinge di tristezza

e alla deserta spiaggia fa ritorno

silenziosa la barca d’ombra gravida

e si posa l’ansia di reti stese

di ripiegate vele e a tutti il sonno

è abile a sanare le ferite

nell'ospedale provido del sogno.

Ma purtroppo fu breve la bonaccia

come una penna a sfera misteriose                                        620

nel vuoto spazio sillabe tracciando

un’asta aguzza d’improvviso apparve

contro di me puntando il suo monocolo.

L’angoscia dentro si vetrificava

nel mio cervello di ramate spire,

una macabra danza scatenata

mi volteggiava attorno e poi di nuovo

il selvaggio puntava la sua freccia

al condannato al palo di tortura .

Un gelido sudore m’imperlava                                             630

la grigia scorza ruvida d’amianto.

Con accecanti bagliori roteando

quello stile sottile mi sfiorava

solleticando la rabbrividente

lamiera,l’occhio scaltro mi scrutava

con la sua nera pupilla impietosa

a cogliere il momento più indifeso

della mia tremebonda guardia insonne.

Fu ai piedi del bianco muro dove

più s’addensa l’ora dell’alba rorida                                          640

al pianto delle croci estenuate

caddi riverso sulla terra grassa

impallidita nello spasmo arresa

i neri corvi inquieti del terrore

fuggirono dallo squarcio del petto

con assordante suono di campane.

La Speranza  che fugge il marmo chiuso

penetrò con il piombo nella fronte

devastando la rima di canzoni                                                 650

mai espresse da chitarra andalusa.

Fu dolce piano cedere la vita

col sangue ad altra linfa più profonda.

Potei sentire il canto di cortei

snodarsi alto nella luce diffusa

che non aveva sorgente né ombra

e un volo d’ali  sul  corpo disteso

strappandomi alla terra mi rapiva

in alto  verso l’azzurro mantello.

La volta impenetrabile del cielo                                                 660

squillava come immenso campanello

ad una porta invisibile chiusa

lunghissima l’attesa che uno squarcio

mostrasse oltre la densa cortina

il volto vero profondo del creato.

Ritornavo alla luce della  mente

da un lunghissimo buio silenzio

nel cuore il magma fuso della terra

bruciava urlando nello spazio muto

eruttavo con sibili e frastuono                                                     670

lavica bava d’amara saliva

roteavo astro folle di dolore

portandomi nel ventre il dolce frutto

 concepito d’amore nei segreti

malcelati sospiri  vanamente.

Lentamente cresceva il globo lucido

cristallo della vita prorompente

In quale scuro anfratto andrò a celare

la vergogna della  mia debolezza!

l’ombra del bosco l'umida caverna                                                680

non celeranno a lungo il mio rossore

presto un vagito romperà il silenzio

del guscio fragile errando per l’aria

di fiore in fiore bianca cavolaia

gaia del mio pudore incurante.

Quel vago lepidottero volava

nella luce del sole lussurioso

ed io inseguito dalla cruda voce

correvo ansante nella verde piana

pungolato da vespe inferocite.                                                      690

Ora mi cresce dentro con affanno

un lento rantolo di moribondo

occupa tutto lo spazio dei miei cavi

polmoni,le fessure,i più bui anfratti

gommosa fetida spugna mi riempie

soffocando ogni gemito spietata.

Non sfugge alcun lamento che non sia

gorgoglio sommesso come stagno

dove affoga la quercia coi suoi nidi.

 

*

La regina degli zingari

Nell’ombra troppo piena di vento

Dopo una breve passeggiata

Sotto il sole troppo cocente e luminoso d’Aprile

Ci sediamo al più illustre e costoso ristorante.

Io ordino una pasta ai sapori di scoglio

Lei l’antipasto: “curiosità dello chef” e triglie in umido.

Io mangio con una certa avidità. Colpevolmente

Faccio del piatto biancheggiare il fondo

Lei assaggia le diverse “curiosità” che poi mi passa

Perché non le piacciono, causa l'intolleranza.

Pure la triglia non fa per lei:

Troppo condita, troppi sapori.

Guardo attraverso la vetrata

La superficie pallida del mare: ” Moto ondulatorio”

Parole esatte, mi dico,

per descrivere la nostra inesistenza.

Mi domanda perché sono pensieroso.  Rispondo

che mi dispiace che non le sia piaciuto niente.

Fruga nella borsetta.

Vi cava un paio di orecchini di latta che credeva smarriti

Li indossa felice e con la punta del mignolo

Gratta il fondo del rossetto esaurito

E lo strofina sulle labbra.

Mi ricorda quando le scrissi un piccolo verso:

“alla regina degli zingari”

Le chiome scapigliate delle onde

Sfarfallano ai piedi degli scogli

Si distendono sensuali e pigre sulla sabbia.

Ecco l’immagine giusta per descrivere

Il nostro breve apparire nell’esistenza!

 

 

*

Giotto 5

Il Male non si manifesta soltanto con le guerre e le stragi efferate che segnano la storia dell’Uomo, ma nel materialismo opulento, nel disprezzo della vita, che portano alla droga, all’uso aberrante della scienza, e in particolare della scienza medica. Tuttavia pure nella più assoluta solitudine nascono nuovi affetti, una nuova vita, il pensiero, il sospetto che un Dio esista e guidi i nostri passi, che il Libero Arbitrio si sposi con la Predestinazione in un incomprensibile, inestricabile intreccio.

 

 

Sui miei cristalli si specchiano i voli

arditi delle rondini, le nuvole

gli aeroplani, i fuochi dei tramonti

le migrazioni degli astri, degli uccelli

le cascate di perle profumate

rosati marmi, i tavoli imbanditi

dove insaziabili gole bramose                                    470

rospi, trichechi lucidi di grasso                         

consumano leccornie zuccherate.

Non più alla fonte placida l’immagine

m’attira d’invincibile malia

nella calura del meriggio estivo

o al raggio puro del bianco plenilunio.

Qui sirene vetrine splendidi ori

restituiscono immagini superbe

fasti ingordi di re sardanapali

Pure il danaro ha i suoi sacrati templi                       480

in vette irraggiungibili in segrete                               

cave di bianca luce e ferree grate.

Le sue vittime in carcere sospirano

la libertà carissima perduta

camminano dementi ebbri di droga

nei viali sfilacciati della sera

giacciono arresi fiori calpestati

nella notte sull’erba  profumata

Are novelle erette al sacrificio

sotto gli occhi vibranti delle lampade                        490

tra asettiche mura e freddi acciai

nella mia scienza imbecilli fidenti

sacerdoti d’azzurro paludati

traggono esangui povere vittime

da gravidi uteri mentre io assaporo

il dolce strazio della carne tenera

non ancora formata, quella vita

prepotente recisa e buia gioia

m’invade di perfidia in questa notte.

Beffardo destino che m’esiliasti                                  500

in questo niente in me stesso riverso                       

in ira e strazio di memorie atroci

a riandare per sempre morte lusinghe

a creare spazi  accesi di ricordi

a pullulare di volti che il tempo

ha reso vuoti specchi minacciosi.

Mi chino piano sulle antenne irsute

spiaccico il ventre freddo la cintura

da bulloni ben fissa lo sportello

dove una ruggine  inerte e rasposa                               510

escara acre d’antiche ossidazioni                              

ha scavato profondi precipizi

scopro nascoste grigioline spore

dormienti placide nel fondo, tremo

al ricordo commosso del piacere

se fossi umano scioccamente un pianto

righerebbe sommesso i miei cristalli.

Strofino coi sensori le lamiere

così riscaldo il rugginoso letto

quasi una culla soffice di grano                                             520

una nuvola azzurra di vapore

dai corpicini addormentati esala

avvolgendoli di soave tepore.

Oh meraviglia vivono si muovono

s’ergono nei primi passi insicuri

sotto la volta celeste dei vagiti

dei trilli, dei gioiosi vocalizzi.

Mi sembrano felici i loro giochi:

si rincorrono allegri si nascondono

si trovano, s’abbracciano festosi                                530

distesi dormono al fondo dei pori

buie caverne. Nel sonno dolcemente

li accarezzo sfiorandoli piano

loro sotto le palpebre sorridono.

Li osservo a volte abbarbicati quando

risuonano le stanze di sospiri.

Erano il mio gioco, la mia compagnia

quasi scordavo il silenzio profondo

che m’assediava orribile reietto

la follia del rabbioso vaneggiare                                540

quando spenta oramai ogni speranza

la nera nube della solitudine

m'avvolgeva di tenebra tremenda.

Misuravo la crescita dei corpi

il sano rapido moltiplicare

e quale più bello, quale più forte

quale d’animo più buono e gentile.

Per certi segni intuivo che da alcuni

la mia presenza a volte era sentita

quando sazi dei giochi spensierati                             550

in cima ad un dirupo pensierosi

l’orizzonte ricurvo interrogavano

o se alcuno vegliando nel  silenzio

il sonno greve dei compagni  udiva

dei transistori il tremulo fruscio

come foglie di lamine sottili

mosse dal vento e par di udire un dio

nelle profonde cavità del cuore.

Come potevo mai comunicare

mi divorava una cocente voglia                                 560

d’esprimere il dolore, la dolcezza

a questa mia insperata compagnia

i ricordi premevano impazienti

come sbiaditi affreschi ridonati

ai vividi colori del passato.

Era un ermo desolato colle

non meta ambita di scalate ardite

tornito e franoso arido di sassi.

Alla sua cima si spingeva un piccolo

forse di tutti il più debole e mite                                 570

schivo dai giochi frivoli, pensoso

si soffermava a lungo e negli aperti

spazi effondeva sospirosi accenti.

A lui che l’Universo interminato

cantava con dolcissimi lamenti

confidavo la mia malinconia.

 

 

                                  

*

immagine

Sono un’immagine sullo specchio

Un miraggio nel cielo

Non so quale Inconoscibile

Sia dietro allo strano fenomeno

Che io sono.

Ma quando di notte

Spengo la luce

Lo specchio è vuoto

Il cielo è vuoto

Solo il silenzio si colma di parole

Voci che ho amato

Che ancora sono capaci di commuovermi

E sono in loro il primo

E l’ultimo degli uomini.

*

Il punto estremo

Sono arrivato al punto estremo.

Sul nero assito del palcoscenico,

gechi grigi vestiti di stracci,

sfilano i miei giorni

lasciando minuti escrementi,

gli occhi smarriti

in una farsa che non riconosco.

Il punto estremo è la luce,

oltre di esso il buio.

Raccolgo il moccolo fumigante

per sospingerlo più avanti

ma la notte è fonda

trascorrono funamboli fotoni

a schiantarsi nel nulla,

Il buio è tenace.

Inutile domandare un condono

Questo è l’esistere che rimane

Tra il lamento dei merli

E il canto delle rane

In fondo al botro.

 

Vorrei essere sulla spiaggia

Dove la gente spoglia nella luce

Chiude gli occhi stanca

D’azzurrità marina.

Scheletrini innalzano torri di sabbia

Con secchielli e formelle

Cuoricini malati si spengono

Sul far della sera.

Solo ora ti accorgi

Che le lunghe strade non portano

Dove tu volevi

Mentre il fiume degli anni

Ti rubava l’aurora

E tu sedevi sulla soglia

A intrecciare pensieri

*

Giotto 4

La coscienza individuale e collettiva della civiltà occidentale, per quanto si adoperi a superare, dimenticare, non può liberarsi dal rimorso per le immani catastrofi che hanno insanguinato il Novecento. La memoria non può cancellare le guerre, le stragi di milioni di esseri innocenti dove alla stolida ambizione di generali e guerrafondai si mischiavano in un mixer esplosivo la follia di dittatori e la stoltezza di uomini politici.

I versi in latino sono leggibili nei due sensi, da destra a sinistra e da sinistra a destra. Nel medioevo si credeva fossero dettati da Satana in persona.  Ora servono a evocare il demoniaco che si cela nell’opera umana.

 

 

“Io generale presi la collina

in un mattino di furiosa pioggia,                                           380

i miei soldati come topi a frotte                        

lasciavano le tane di fanghiglia.

Quanti son morti sotto la mitraglia

insozzando la terra di ventriglia

avranno onore e lapide e medaglia

a me  un comando di maggior prestigio

forse un governo in pace o un ministero.

Patrii confini , Alpi, rosse correnti

fragorose di sangue, cimiteri

d’elmi forati , lapidi perdute                                                     390

dove fiorisce timido lo spino

seppelliste il valore e la ferocia”      

“Sento i miei baffi d’istrice vibrare

aghi di ghiaccio sul labbro rappresi.

La nuda fredda steppa fu fatale

sempre ai colleghi miei predecessori.

Anche il Francese che lasciò l’impronta

nella gelata mota della piana

non mi fu di consiglio a miglior sorte.

Io che con matematico disegno                                               400

volevo liberare l’universo

da quella bruta razza d’animali

e condussi spogliate le gazzelle                         

ai neri forni, ai densi fumi eterni

che ingrigivano il cielo tristemente

resistetti fino all’ultima casa

all’ultimo bambino per me armato”

“Quale mandria condussi incatenata                             

per miglia e miglia d’innevate dune.                                          

Quanti affidai ai venti siberiani                                           410                                                                                                                                                     

perché ne cancellassero ogni traccia.

Quando sfiniti dal cammino, esausti

si piegavano al suolo senza fiato                      

come giumenti al giogo dell’aratro.

Mia Rush come il lamento delle gru

Somiglia al pianto fermo delle madri.

La pietà delle icone è perduta

nel fondo buio di sabbie paludose.

Quanti nella demenza dei tormenti

non conobbero il padre né il fratello!                                           420

Nell'ebbrezza del sangue la paura                    

s’insinuava come una larva insonne

rendendo più feroce la follia”

“Gli scienziati mi avevano avvertito,

non era una palla di cioccolato

non un fungo del prato, un ombrello

che le signore portano sui viali

a passeggio per riparo dal sole.                        

A Washington brindai quella mattina

all’esito felice della guerra.                                                         430   

Non mi turbava il sonno la visione                        

di quei visi nipponici sbiaditi

esplodere in coriandoli di  carne.

Da quel giorno cadde una pace fredda

come neve sul campo di battaglia”.

“Sono nata in un hangar del deserto

nel segreto fu il mio concepimento

dietro le siepi di filo spinato.                                      

Ricordo il giorno dell'esperimento

sotto il sole polveroso e cocente                                                 440

i loro sguardi attoniti la mia                              

smisurata felicità mostrando

l’infinita potenza, l’assoluta

libertà di trascorrere nel cielo

con un volo infuocato di gabbiani.

Ricordo una città come le altre

i palazzi di pietra le fontane

fabbriche grigie fumanti officine

periferie di case diradanti

nella verde campagna contadina                                                450          

tanto azzurro sopra di me e di sotto.                        

Non potei trattenere la fissione

era un immenso orgasmo primordiale

che strappa le lenzuola, abbatte i muri

urlo nei cieli perfidi di lino

nei paradisi di bollenti nubi

scarlatti laghi amari di veleno.

Dietro di sé lasciò desolazione

e una morte invisibile nell’ aria”

In girum imus nocte tenebrosa                                                  460

la mia voce di bronzee risonanze            

sentore di cantina nel mio cuore

et consumimur igni nera stella.

 

 

*

discorso su un inizio

Pure oggi come ogni mattina

Ho spalmato la crema sul viso

Ho domandato a quel mascherone

Bianco e grigio che porta i miei occhi

Se aveva voglia d’iniziare a vivere

Una luce al limone sfiorito

Sfiorava lieve e tacita lo specchio

La lametta sapiente scivolava

Su ogni asperità ben conosciuta

Un raschietto grattava la parete

Di fuori del palazzo

E' cominciata così la giornata.

 

*

Discorso sull’effimero

L’orologio digitale

Che era defunto

Il quadrante sbiadito

Come l’occhio di un morto

Si è messo all’improvviso a funzionare

Nenia lamento la sua voce

A contare le ore e i minuti

Di questo giorno nevoso

 

Nel grigiore del gelo

E’ risuscitato

 

Non so per quanto avrà a durare

La sua magra esistenza

Fatta di cifre effimere

Di questa neve sporca

Di questa immensa clessidra

Che goccia a goccia cade

Frantumandosi sulle strade

Domani già nessuno si ricorda.

 

*

Giotto (3)

 

La meccanica quantistica afferma che anche nel vuoto più spinto si formano particelle virtuali che si annichiliscono istantaneamente. Così nella più profonda disperazione nascono speranze e sogni. Il nostro spirito, come un corpo che viaggi a una velocità prossima a quella della luce, diviene informe, come la materia, si disperde in un’onda. Solo la memoria misteriosa della specie, forse scolpita nel DNA, ci può ridonare coscienza di noi stessi.

 

 

Le finissime polveri vestigia

del sistema solare che velavano

i puri cristalli ancora intatti

ora finestre ad un cieco paesaggio       

cominciarono a dissiparsi e chiaro

si rivelò accanto al mio il viso

della notte profonda di quel vuoto

ove sorte dal Nulla all'improvviso

particelle virtuali per un attimo                                           240

vibravano dal Nulla riassorbite.

In quel giardino d'effimeri fiori                

senza colore e profumo avanzavo

gli occhi impietriti fissi sulla danza

ebra e demente di quei fuochi fatui

d'uno spetrale immenso cimitero.

"Ancora, mi dicevo, non è il Nulla

se nel vuoto compaiono increspando

la superficie dello spazio tempo

che si viene ognora rinnovando                                          250

bollicine isolate o rada schiuma

o sciami attratti dalle mie lamiere,

ancora non è il Nulla" E mi stringeva

un'angoscia mortale fredda e dura.

Sentivo il mio corpo disgregarsi

spargersi nello spazio come onda

d'un oceano infinito senza fondo.

Libera informe bruta materia

in un mondo precario trasmutabile.

Una luce sbiadiva l'orizzonte                                     

in fondo al cielo vuoto, quella lampada                     260          

inseguivo lontanissima e fioca.

Non so da quale Primo Fuoco accesa

da quale folle mano trascinata

nella sua corsa, eppure la speranza

di raggiungerla ancora di posare

sul bianco grembo le tremanti mani

d'interrogare il suo muto sorriso

mi tormentava ed inebriava insieme.

La radiazione s’era fatta debole             

fino a cessare, intorno a me lo spazio                           270

era una nera buca di pareti

misteriose impalpabili invisibili.

Non sentivo non conoscevo il moto

in quale spazio-tempo ero finito.

Con i sensori il corpo percorrevo

dicendo “E’ spazio questa distanza,

tempo questo che corre nel toccare

i lisci metalli, le code piane

le antenne vibratili del capo.                                280

Un toro è la sezione del mio corpo

geometrica figura fin da quando

i primi legni solcarono le acque

d’azzurri mari e la ruota nel fango

portò i  carri tirati da cavalli

e armenti di coloni sulla terra

vergine di boschi impenetrabili.

Sento il sapore dolce del suo fango

di germogli, di petali, di piume;

il silenzioso umido segreto                                            290

crescere di radici fino al cuore,

macerare di carni chitinose

nell’anonima notte della terra.

Tu già pura figura d’intelletto

ti ponevi umile al servizio

da te crebbe orgogliosa a dismisura

l’ambigua infetta pianta del progresso.

E come presto da umili radici

nacque superba e fiera e quale sfida

osò alle nubi in cielo e alla tempesta.                            300

Io negli eccelsi rami feci il nido.

Nei cristalli infiniti dei deserti

bozzolo di crisalide nascosto

dormiva rege tra istoriati muri

ancora chiusa e la luna passava

e i freddi raggi del nascente sole

tra gli ombratili lari dei custodi

divenivano lingue fiammeggianti.

Oh specchianti occhi dell’azzurro Nilo

tra vasti colonnati obliqui sguardi                     310

di vergini sommesso palpebrare.

Il cuore antico batte nei canupli

di polvere ,di secoli, di sangue

d’infinito spazio d’ossa sepolte

trionfali segni imperiali s’affacciano

risorgono da sabbie sconfinate

le falangi guerriere, sugli scudi

di guerra atroci specchiano bagliori

fatti e disfatti imperi di macerie

sapienti pergamene custodite                                 320

nell’umido silenzio delle celle

d’ombrosi chiostri devota preghiera

lavoro di pazienti penne e inchiostri

fertile limo di luce e poesia

musica inerme contro la barbarie

di patiboli rozzi e ardenti roghi

lumi alla notte di genti spietate.

Forse sonò nell’invernale bruma

il primo rombo che costrinse il mondo

in ginocchio ai piedi dei potenti.                            330

Fumanti bocche aspro odore di polvere

schegge mortali alle carni smembrate

come schiodati nembi di tempesta

disalberati velieri errabondi

preda dei flutti irati negli aperti

fianchi gementi bianca schiuma e sangue.

Irraggiungibili isole felici

inesplorati verdi continenti

vergini  plaghe palustri tramonti

Quale stupore i primi esploratori                              340

quale ardire, quale sorte felice.

nasce ricchezza e gloria per ognuno,

nel vecchio mondo si  tortura e uccide

col carbone dei roghi si guarisce

filtri , magie, demoni , streghe , gnomi

gozzuti nani infestano le menti

Negromanzia Stregoneria Astrologia

come gramigna alle messi di grano

si mischiano ai più limpidi pensieri

e tu progenitrice trascinavi                                            350

sugli omeri le macchine mortali,

che sangue nei disegni demoniaci

fu sparso dalla furia della storia!

A volte idee purissime, divine

s’ammantano di  panni insanguinati.

Di nazione in nazione il ferro fuso

dilagante dell’odio, le bandiere

garrenti lacere alte sui pennoni

trascinate da un vento di putredine

tra cadaveri maceri nel fango,                                           360

lascia la terra sterile per sempre;

Dolorosa notte d’oblio , d’assenza

vacillano i cieli aperti della mente

laghi in cui aride cifre  si disperdono.

Come una bianca immagine di ghiaccio

apparisti d’un tratto nella notte

rovina e grazia alla mia strada incerta

luminosa creatura immacolata

al tuo cuore appuntai il mio sguardo ardente.

Io universo infinito di dolore                                          370                            

onda alta di disgregata materia               

follia inespressa di negata morte

invidiavo il cadavere nel fosso

cui compagnia fa il lavorio paziente

degli operosi tarli e lo strisciare

umido dei vermi e il ribollire aspro

dei fermenti , antropofagici pasti

di catastrofi immani tissutali

 

 

*

giochi teleologici

Andremo in paradiso?

Domandi

Certamente! Rispondo

Ma in sezioni diverse.

Tu mi mordi la mano

Ti solletico il copino.

Come una gatta selvatica

Mi grafi il cuoio capelluto

Perché sotto i capelli, lo so,

Non si vedono i graffi.

Domando:

Potremo ancora giocare

Come due cuccioli innamorati

Dopo?

O saremo solo una luce

Due ceri nel cimitero

*

i giorni di Novembre

Cavalieri leggeri

Corrono i giorni delle piogge

Azzurri specchi di lune

 

Nel cavo della mano

Acqua d’argento

Lacrime e sospiri

 

 

Lisciate i marmi

Cambiate acqua ai garofani

La notte ha tristi lumi

 

Vanno madre e figlio intrecciati

In bianca pietra fusi

Marmo che la pietà sommuove

 

Cavalieri leggeri passano

Suono di zoccoli e campanelli

Sul cuore della notte.

 

 

*

giotto (2)

 

A volte un matrimonio sbagliato è un atterraggio nella solitudine, nella desolazione di un pianeta deserto.

Il viaggio di Giotto continua, così pure il tuo viaggio,

 

 

 

 

 

Indossa o Giotto la livrea nuziale

ardente di carminio l’ora è giunta

Bianca distesa planetaria immota

sposa attendeva al fondo dell’abisso                                        140

"Oh fossi tu fra tutte la circassa

le gote rosa di pudore accesa

del sultano la bella favorita.

sulla tua bianca pelle luminosa

poso il mio corpo livido metallo

sposo fedele sconosciuta sposa

nel tuo gelido abbraccio la mia vita                 

rappresa dorma un sonno senza sogni                                     150

per sempre, in tutto simile alla morte"

Precipitavo in un oscuro tunnel

a tratti rischiarato da violenti                              

rossi bagliori e gialli e verdazzurri

che sfociava in un mare lattescente

d’idrogeno gelato, azzurro mare

ultimo cielo del pianeta, anello

di nuziale consenso immacolato.

Potevo io dormir tra le sue braccia

rabbrividenti senza più memoria                                                      160

senza questo brandello di coscienza

che le appassite antenne i neri schermi

ancora mi lasciavano perduto                   

privato della vita e della morte

nella gelata piana senza tempo?

Come i soffioni innalzano vapori

dai crateri che forano la terra

così una corrente ascensionale

di tiepide molecole di Elio

m’invase, io mi lasciai portare                                                     170

in alto ancora come un palloncino

sfuggito dalla mano di un bambino

nel giorno della fiera, ma i bambini              

laggiù son tutti morti, i loro giochi

sono finiti nell’indifferenza.

Salivo ebbro di luce flottando

più veloce nell’aria incandescente

 fiondato poi nelle nere latebre

dell’Universo, giunsi agli estremi

confini del sistema planetario.                                                       180

Sottili reti, misteriose mani

mi vietavano il passo della soglia,

crudeli spettri con roventi dita

mi sfioravano l’anima i ricordi.

Così rimasi a quella giostra antica

per più d’un anno lunghissimo legato

fino a quando Plutone non nascose

dietro al sole il suo viso ammoniacale.

Era la nostra stella solo un pallido

globo azzurrino in fondo al nero cielo                                          190        

e la terra un piccolissimo punto

forse niente tra le stelle lontane.                                             

 Il limite varcai che all’abisso

s’affacciava tremendo canticchiando

non so quali infantili melodie.

Le stelle rosseggiavano più rade

in fuga verso mete sconosciute

e il cielo lentamente si spegneva

come una nera pietra sepolcrale

Dai più remoti spazi siderali                                                          200 

mi giungevano fasci d’elettroni

ineffabili onde di materia

Come un vecchio rottame naufragato

negli abissi più fondi dove larve

fosforescenti hanno buia dimora

gli astri, grumi schiumosi s’impigliavano

alle morte sartie, muci collosi

lentamente incrostavano lo scafo

da impietose tempeste sconquassato

e nessuno potrebbe immaginare                                                     210

i saloni luminosi, le musiche

raffinate mollezze, l’allegria,

tormentosi ricordi che neppure

il tempo incommensurabilmente

lontano potrebbe mai cancellare.

Inutile rimpianto come sogno

dolce e tormentoso di una notte

d'infinito strazio dove smarrito

il lume della mente si consuma

nella sua luce troppo forte e vera                                                     220

e mai sarà il risveglio mai l'approdo

a una riva sicura in cui posare

in cui la veglia e il sonno si succedono

nel sereno trascorrere dei giorni.                                             

Ora spoglio di tutto mi prostravo

dinanzi all'infinito senza nome

al Nulla eterno che mi circondava

esile stame di fiore infecondo.

In me finiva ogni stirpe, ogni vita

perduta ogni voce ogni silenzio                                                      230

nel monotono murmure del tempo.         

 

*

Giotto

Quando mi accinsi a scrivere “Giotto” capii che mi serviva una misura, un metro che  funzionasse da coibente, da limite oltre il quale non si potesse agire e quindi escludere tutte le possibilità che lo oltrepassassero. Scelsi l’endecasillabo essendo questo nella tradizione Italiana il verso della poesia epica e didascalica. Può sembrare anacronistico, di cattivo gusto, tuttavia la sua duttilità, la varia accentazione permette un canto disteso ma pure frammentato, sincopato, come certa musica jazz, adatto a un'opera che prometteva di essere varia e corposa. 

Antecedenti: nel 1997 il Corriere della Sera annunciava in un trafiletto che la Nasa aveva lanciato nello spazio una navicella di nome Giotto col compito di avvicinarsi alla cometa di Halley, di studiarla, fotografarla e quindi perdersi nello spazio.

Il racconto comincia nel momento in cui Giotto ha esaurito il compito assegnatogli e domanda che gli sia indicata la strada del ritorno.

Ha inizio così il viaggio della navicella nel vuoto spazio, il viaggio della mente umana negli incubi della propria storia.

 

 

 

 

                                                                                 

Quando si fu placata la tempesta

d'infocate faville che m’aveva

tormentato facendomi girare

su me stesso così che l’orizzonte

era un vermiglio cerchio fiammeggiante,

dire non so quanto in balia rimasi

dei terribili morsi del terrore,

quando fu spento intorno a me lo spazio,

rividi il sole splendido, la terra,

il bel pianeta i vasti continenti                             10                    

i bianchi poli scintillanti il mare                                                 

placido, allora mi rasserenai

e il ben calibrato volo ripresi.

Lieto un messaggio subito trasmisi

come saetta per l’etere tranquillo

“Passata ho la cometa senza danno

indicate la strada del ritorno.”

Tre volte dietro il sole si nascose

la terra intorno a se piano girando

galleggiando in silenzio nello spazio.                   20

Fu forse per struggente nostalgia

che vidi un balenio di bianche luci

come città dormienti nella notte.

Con più insistenza un messaggio inviai

e un altro e un altro ancora invano.

Onde roventi d’angoscia saettavo

contro il pianeta muto e l’allegria

s’era disciolta mentre lei fuggiva

fredda e incurante e la sua bianca chioma

di purissime gocce imperlinata                          30                      

in fondo al nero cielo si spengeva.

Quando nel cuore fondo, nella stanza

grigia scrutando, orribile ricordo,

vidi anneriti spettri fumiganti

biechi relitti gli strumenti ormai,

l’ansia mi vinse più aspra del metallo

della mia pelle, misurai la curva

dell’orbita terrestre e la distanza,

m’allontanavo inesorabilmente.

Il nero spazio m’invitava a un viaggio                         40

doloroso nel silenzio assoluto.

Le familiari immagini i pianeti

del sistema solare ad uno ad uno

mi venivano incontro e mi lasciavano

dietro le spalle grevi di rimpianti.

Affollata la mente di ricordi                                

della vita sicura dentro l'hangar

le amorevoli cure  i densi oli

carezzevoli e dolci al mio incarnato

le luminarie accese nella notte                             50

chiare stelle terrestre firmamento

più sicuro di questo cui volgevo

il mio incerto destino; forti brividi

mi scuotevano e infine vinto invaso

da una caliginosa sonnolenza

giunsi a sfiorare il cielo di Saturno.

Mi scossi allora e un ardito gesto

tentai, come il rocciatore infissi

i chiodi fortemente alla parete

alla fune s'aggrappa e con le braccia                  60

pencolando nel vuoto poi risale,

all’anello più esterno m'aggrappai

col potente magnete che dal sole

la flebile energia ricaricava.

Me infelice così rimasi appeso

condannato alla ruota di tortura

per giorni interminabili affondato

in feroci tempeste di sulfuree luci

fustigato da gelide ventate

percosso da metallici proietti                                                     70

in un mare di lava incandescente

che mi portò con sé per lungo tratto

fino a sfociare in un calmo estuario

di bianchissima luce abbacinante.

Fu certo un forte campo che percosse

lucente fluido misterioso il cuore

che percepii come un ronzio sommesso,

 dolce un limio .Quand’ebbi un po’ di pace

cercai tra i morti ruderi se forse

qualche contatto ancora, qualche segno                                  80

della vita passata era rimasto

sui vuoti schermi, nei contorti piani

delle tastiere, sopra la matassa

di fili arsi, policromi pensieri

d’una spenta memoria. Risuonava

nel mortale silenzio esile lume

la stessa nota dolce sinfonia

filo d’Arianna sottile e tenace.

Percorrevo dentro di me la strada

che dai più antichi calcoli e disegni                                           90

piana portò alla mia generazione

d’esseri forti adatti alla conquista

degli infiniti mondi, ora so quali.

Mi balenò vivissimo il ricordo

d’antiche fiabe, credenze remote:

rosso un computer sigillato dentro

al più segreto ripostiglio e fondo

dove racchiusa tutta la memoria

della nostra coscienza si celava.

Lo trovai infine splendido scarlatto                                     100

d’amianto in spesse lamine al riparo

caldi i contatti ancora inargentati

vibranti favi colmi di corrente.

Pesciolini guizzanti nello stagno

verdi cifre affioravano allo schermo

fluorescente gaia teoria di numeri.

Trepidante chiamavo le nozioni

che premevano dentro, la lettura

mi riempiva di palpiti e sussulti,                                              110

riconoscevo i piani del mio viaggio

di parabole piane di perdute

iperboli geometriche e di gelo

m’attanagliò l’angoscia quando scritto

funesto segno comparve indelebile

fino ad empir lo schermo l’Infinito.

Né a trionfali ritorni destinato

né  a tiepidi musei come nei sogni

dei monotoni giorni dell’attesa:

godere i cicalii di scolaresche                                                  120

mille mani di bimbi sopra i vetri

rami di pesco in fiore profumati,

ascoltare di notte nel silenzio

il sapido brusio d’azzurre lampade

vigili al sonno d’appagati eroi.

Un perfido disegno era già scritto.

Non fu errore di calcolo o fatale

guasto se contro la cometa inerme

e poi nel buio spazio all’infinito

fui proiettato odioso reietto                                                         130

consumato barattolo di latta

dell’immonda montagna di rifiuti

che disonora la periferia

di megalopoli fetide e grigie

dove uomini  soli e rabbiosi cani

hanno uguale disperata violenza.

 

Buona lettura. Il viaggio continua. Arrivederci il mese prossimo.

 

 

*

il grido

Vivo nel vento e da lui portato

Di dolore e rancore, di spavento

Perfino d’amore fragile nutrito

Corro nell’aria

 

Dal corale lamento di lontane rive

Son nato e su le onde

Sfido ogni giorno la salina arsura

La fiamma del sole

Il gelido stellato

 

La mia voce corre

Passato ogni confine

Tra i palazzi di vetro

Delle vostre metropoli

Sulle autostrade

Dove neri bruciate

idrocarburi e sangue

Sui banchi dei mercati

Sopra la vostra storia

Di stragi e di rovine

 

Fin quando le mie ossa giaccerano

Al fondo dell’abisso

scarnificate

*

Elegia ad Alessandro

Il giorno odora di dolce e caldo biscotto,

I colombi attraversano lo specchio della finestra

Beandosi al sole che appena sorto

Si mostra in tutto il suo splendore.

 

Dove sei amico mio? In quale dimensione

Trascini il mio pensiero?

Forse passeggi in un magnifico giardino

E non credi di esser morto,

 

Oppure ti ritrovi tra gli amici

Che amasti in vita e domandi, domandi…

Quello di cui discutevamo insieme

“Ma Dio esiste? Oppure tutto questo

 E’ nato, esiste per un caso?”

Tu che misuravi il silenzio

Di quella profondissima quiete

Certo ti stupirai

Dove pure la voce non ha suono.

 

Sei da due giorni appena disceso

O forse salito a quella luce

E insaziabile vuoi conoscere tutto

Come insaziabile sempre fosti e buono

E leale. Tu che ateo dicevi di essere

E più di tutti amavi Dio,

Soltanto Lo chiamavi con un altro nome:

Il bene, con la bi minuscola, il bene che si trova

Nelle piccole cose di ogni giorno,

Il bene che tu davi ogni momento

Senza che nulla ti fosse richiesto.

 

Profuma l’aria di biscotto,

Dalle finestre aperte il vento fresco

Porta dolcezze, il canto delle tortore

Sotto le stesse ora invisibili stelle

Che hanno assistito al tuo supplizio.

Sorridi, ti vedo nel pensiero,

Ma nulla dici, nulla riveli,

Forse nulla sai

 

 

 

*

sogno di Icaro N°2

Come i pollini dispersi dal vento

Scuotendo le tenere corolle

Neri semi strappati al mio ventre

Si perdono per l’ aria,

Foschi demoni sibilanti

Figli di vipera partoriente

Cadendo al suolo pesanti,

sbocciano rossi e bianchi

Fiori di rara mortifera bellezza.

Avevano detto che sarebbe stato

Un gioco da bambini

L’ottovolante

Premi il pulsante e tutto si cancella,

Una finzione fedele

Alla verità più banale.

Casolari di pietra, case di periferia,

Palazzi di cemento e vetro,

Stadi di calcio, cattedrali,

Omini che fuggono per strada.

Niente di più di un maledetto

Stradivertente videogioco.

Volo radente: Acca ospedale,

Scuola, palazzo  Comunale,

Inseguo i timorosi correnti

Sopra i marciapiedi,

Spargo gragnuole crepitanti

Che scoppiettano nelle carni.

Gli omini cadono al suolo

Fontanelle di sangue caldo

Subito rappreso.

Un macabro falò, una lugubre festa

Di ridicole face sfigurate, 

Di terrore, di pianto.

Il corvo piceo della mia anima

Si posa sui cadaveri smembrati

Sopra le macerie fumanti

 

*

il sogno di Icaro

Nuvole e vento

D’alta quota teso

Svelati specchi inattesi

Lontani varchi innevati

 

Giovani cieli

Lieto cicaleccio

Di oche trasmigranti

Di rondini

Ombre di nuvole

Che corrono sui prati

Bianchi nastri di spuma

Nell’iride azzurra

Di aeroplani in volo

Buio cielo di stelle

Nel fondo il fuoco

Del mattino nuovo

 

 

Presto la luce dei fari

Le  perline a lato della pista

La corsa i freni ansimanti

L’atterraggio.

 

 

*

discorso sulla sofferenza di un vulcano spento

La pagina bianca m’invita

Parole geroglifici graffi

Sgorgati dal petto

Attendo l’ispirazione

Ma invano una risonanza un’eco

Un canto in falsetto

La lunga astinenza fa male

 Ma aspetto

Gli occhi chiusi il silenzio

Il ronzio trascorrente

Di un motorino

Il vento che fischia

dalla finestra socchiusa

Il profumo dei tigli

Vorrei aggredire la pagina

Gridare le mille ingiustizie

Violenza contro violenza

La luce è una vergine in fuga

Si appaga la notte

D’oscure parole

Perle nere fredde

Odiate dal sole

Ma i fiori si pascono

Di caldi raggi dorati

Con lieto profumo

I suoni invadono il cuore

Da righe lontane

Le parole si chiamano

Bisbigliano i loro segreti

Una fa le moine

Un’ altra scontrosa nasconde

La piccola immagine

Tra virgole e punti

Un’altra cavalca la riga

Come un baio selvaggio

Sto bene mi sento

Su un mare in tempesta

Sotto gelide nubi

Di bianco cristallo

Salmastro profumo

Di vasti orizzonti

Dove naufraga il sole

Dove sorgono stelle.

Ma un richiamo improvviso

Mi riporta alla stanza

La pagina è bianca il cervello

Una grigia matassa di lana

Un vulcano spento

Che vomita neri lapilli.

 

 

 

 

 

 

*

Ai chiari specchi dei cieli

Ai chiari specchi dei cieli

nostalgico vola il gabbiano.

Corusco di procelle

vibra l’orizzonte.

Il buon senso ammaina le vele

ma il cuore con esso ribolle

sognando celesti spazi inesplorati.

 

Attorno al campanile

fanno ruota i piccioni

posandosi lievi a gara

sui tegoli grigi

imbruniti dal tempo,

da secoli di piogge,

da soli cocenti

e chiari di luna,

dai dolci sorrisi dei cieli.

 

Migrano nella nebbia

uccelli dalle vaste ali evanescenti,

anime nella libertà dell’aria

sfiorano le torri del vetro

grigie, disposte al freddo

e alla tristezza.

 

 

E tu anima scalza

cosa vai cercando

nel suolo arso dal ghiaccio?

 

 

*

o versi miei

O versi miei,

grigi lemuri nati

nel buio grembo del cervello,

non rimanete sempre ad ascoltare

i verdi umori della bile,

a contemplarvi l’ombelico.

Uscite, andate per le strade

dove pulsa il grande cuore del mondo.

Tra movenze gentili

delle giovani donne,

nell’umile sguardo

dei cagnetti al guinzaglio,

nel doloroso silenzio dei diseredati

troverete di che nutrirvi:

la divina poesia, il latte,

la dolce linfa della vita.

Uscite dunque,

la giornata è piovosa

ma il sole non vi sia nemico.

Seguite i passi degli ombrelli,

salite sopra gli autobus.

Sia pei borghi e sui viali

il vostro vagabondare,

ascoltate sui prati di periferia

le nenie delle mamme

chine sui passeggini,

il bisbiglio degli innamorati.

Ma ritornate a sera

quando  rischiose si fanno

deserte e buie le strade,

tornate in questa stanza a perorare

le ragioni del cuore.

 

*

canzone d’Autunno

I ridenti fortilizi dell’umore

questo Autunno funereo devasta:

fogliame sparso, giorni

vecchi, ingrigiti, corti

morti canti dei giardini.

Solo nel cielo

sperduta e casta

vive la luna

in un attimo di chiarore

 

Rinfreschi ai piedi dei castelli:

cartelli dei divieti

abietti sogni, orpelli

d’antichi evi,

campanelli di bici, la rincorsa

di bimbi in gara.

Matrimoni d’autunno,

ogni fronda

naufragando si spoglia.

 

Avvinti stretti andavano

vinti dal maligno

languore dell’Autunno.

Non si scioglie una campana

in questa scombinata stagione!

Si lasciarono senza una parola

solo la fame in gola

di altri baci.

 

Di sotto terra

pure le radici dei platani

domandano preghiere.

Si piegano nei vasi

i fiori finti.

Hanno i marmi

uno strano tepore,

e più nessuno c’è

che li compianga.

*

l la ballata dell’anima e della rosa

Rosa aulentissima

nel tuo profumo persa,

macerata nel pianto

s’intenerisce l’anima.

 

All’ormeggio la nave:

un pinnacolo nero

s’agita sulla ciminiera.

Apparsi nella nebbia azzurra

silenziosi autocarri

s’imbucano nel ventre.

Aulentissima rosa

prendila per mano,

aiutala a salire,

sfinita com’è dagli anni,

le amarissime scale.

La nave scivola fuori dal porto,

sulla grigia piana del mare,

e già è luce disciolta

nell’oro del tramonto.

*

la ballata dell’amore notturno

Quante nuvole in cielo

Quanti aerei in viaggio

Quanti satelliti artificiali

Più in alto!

 

Stazioni spaziali

Pianeti, stelle

E le meteore

vaganti nella notte.

Sublime mare

Di silenzio

Che tutto in se rotando

Instancabilmente trascina,

Espande.

Celeste buio della mia mente

Se tutto comprendi

Leggi nel disegno

L’infinita sapienza dell’Autore

L’infinita bontà

 Del suo Cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

*

lenti polaizzate

Discendi per l’antica strada

tappezzata di lucide vetrine

sospinto dall’azzurra fiumana

di celestiali turisti

ben disposti a fare le spesuce.

Tra gomitate e spallate ti ritrovi

in uno spiazzo di luce, in una piazza

dove tra palme e magnolie

s’impegola il sole.

Quella signora in abito da sera

che lecca il gelato all’ amarena 

è la fata azzurrina tanto splende

un riflesso celeste tra le chiome.

Quel signore che legge a tavolino

La Repubblica,

un’aura azzurra l’avvolge.

Forse è un messo

mandato dal Signore

a fondare il suo Regno.

Ma se togli gli occhiali

a lenti polarizzate,

se guardi ad occhi nudi

ti sorprendi che il cielo

non sia poi così azzurro

e le nuvole sono

le solite bave di schiuma

senza occhi né ali di angeli.

Appare il mondo così banale,

così spoglio, privo di poesia!

La folla non è azzurra,

ma una grigia invasione

di fameliche locuste,

le fate non stanno sulla strada

e il gelato s’è disciolto tra le dita

della buona signora

nell’inutile attesa del suo uomo.

Il lettore assorto

s’è addormentato sulla pagina dello sport,

nessun regno nel suo grigio cervello

di vacanziere annoiato.

Forse varrebbe la pena

di mettere gli occhiali

e riprendere a sognare.

 

*

Parole dal confine estremo IIi

In mezzo ai campi

di grano

tra i cavalli

e gli armenti

che tirano l’aratro

tra i grattaceli

di Los Angeles

tra gli angeli

Il tuo sogno

il tuo rimpianto

fatto di rose

e ciclamini

e sere accanto

al caminetto

a raccontare

favole

a noi bambini

fatto di

partite

di canasta

nella nebbia

delle sigarette

fatto di

sere piovose

al cinema

sere quiete

sui libri

di storia

sogni

come nubi

grigie

sopra i tuoi

occhi

che il sonno

ha reso

cieche biglie

di vetro

 

Ombra è la tua voce

Indecifrabile

Ora che il mondo

è dentro di te

e tu sei chiuso

nel guscio

dei tuoi incubi,

chiuso al flusso

dell’irreale quotidiano.

 

 

*

Parole dal confine estremo II

Non sillabare

ti prego non

balbettare

incurante

che bava

bianca come

di lumaca

dall’angolo

della bocca

saliva

schiumosa

scivoli lungo

il mento.

 

Occhi di vetro

volti

al cielo

soffitto

come un

pensiero

infisso

nell’osso

della fronte

che nessuno

sa estirpare.

 

Muovi

apri e chiudi le

palpebre

dire e non dire

luce sempre

uguale

nella mente

tua sempre

questo

neon

bianco sempre

bianche

le pareti

non sillabare

ti supplico

oscure

parole del tuo

linguaggio

che non è più

il mio

demenziale

corrisponderti.

 

 

*

parole dal confine estremo I

Sei tu un

Fiore

dai petali

viola.

Un esile

stelo

ti unisce

alla terra

ti nutre

nel vaso

 

sei solo

 

insetti minuti

del colore

dell’oro

divorano

i tuoi

teneri stami

tra petali

tarlati

nascosti.

 

Non hai

 

una parola

che sia

di conforto

a chi

con un bacio

ricerca

il profumo

che avevi

un giorno

lontano

 

nell’anima.

*

preghiera alla Luce

Magico fanale che rischiari

la notte fonda, cieca di nebbia

sia la tua luce sul vivo e il moribondo

sul ricco e il poveraccio

sull’ubriaco

sul santo e la puttana

sul disperato e solo

sugli innamorati.

Notte di cieli perduti

odi, s’accende il canto

delle sirene in corsa sulle strade

a ricordarci quanto precaria sia

la nostra permanenza a questo mondo.

Magico fanale la tua luce

non s’esaurisca nell’arco di una notte.

Tutti attendiamo una sera più dolce

tiepida e profumata:

passeggiare per strada fino all’alba,

ascoltare il canto dei nidi,

il respiro dei fiori dai cortili

e rimirare le sognanti stelle.

 

 

*

Frammenti

 

 

 

EBBREZZA

 

Ora che ebbro il sonno

dolcemente discende

goccia a goccia sul cuore,

vorrei che un canto

nascesse sulle labbra

tenero come un bacio.

 

 

SPLEEN

 

Sotto il cielo chiuso d’inverno

neri ulivi imparruccati di gelo

spandono tra i sassi

dolorose radici.

 

 

SUL BALCONE 

 

Tra i rami secchi delle camelie

è nato solitario

un bocciolo di rosa.

Vorrei dirgli

che ha sbagliato stagione,

che questa notte il gelo

brucerà i suoi petali

e il vento il suo profumo,

ma poi lo lascio

al suo inconscio destino

*

La bucolica

  

                                SALVATORE SOLINAS

 

 

 

 

 

 

 

 

                                       LA BUCOLICA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                           RECITATIVO

 

 

 

 

 

 

 

Melibeo: Beato te, Titiro, che te ne stai pacifico all’ombra della tenda nella tua terrazza e tormenti le corde della chitarra con le melodie della nostra giovinezza, mentre tua moglie in cucina prepara per te una sostanziosa cena, e quando e ora ti siederai a tavola imbandita.  

Io invece lascio l’appartamento che fu di mio nonno e poi di mio padre.  Ora una tassa iniqua mi costringe a vendere la casa.  Dimmi tu per chi ho imbiancato le mura, per chi ho rinnovato il pavimento e le mattonelle del bagno. Proprio un mese fa in cucina, marcito, zampillava un tubo sotto il pavimento. Ho dovuto assoldare il muratore e l’idraulico e non ti dico la polvere e le macerie. Per chi tutto questo? Col ricavato della vendita e la misera pensione potrò appena pagare il ricovero. Ho lasciato tutto. Porto con me soltanto la biancheria, un capotto per l’inverno e questo vecchio transistor, per ascoltare in solitudine i notiziari della radio. Comune e Stato concordi, come due lupi affamati, hanno azzannato le mie sostanze ed io cervo inerme mi rifugio nella tana dell’orso. Non ho scampo. Morirò di sicuro, se non di fame di crepacuore.

 

Titiro: Melibeo, amico mio, sono trascorsi due anni da quando accompagnai la mia Ninetta al cimitero. Ora una moldava formosa prepara per me deliziosi manicaretti, lava la biancheria e stira le camice.  A causa di lei rimpiango la giovinezza e il vigore sessuale di cui la tarda età mi ha privato. Da quando Marika abita la mia casa sono lieti i miei giorni.

 

 

Melibeo: O Titiro donde proviene il tuo stato sereno? Eppure la tua pensione non è differente dalla mia. Per quaranta anni abbiamo guidato i treni sotto la canicola estiva, e d’inverno attraverso i fortunali. Mentre le mogli dormivano nei letti deserti, noi scrutavamo il binario alla fiocca luce della luna.  La tua Ninetta t’è rimasta fedele, Amarilli invece…un giorno che rientrai prima dell’alba trovai il mio letto occupato da un nigeriano di statura il triplo della mia. Cosa potevo dire o fare davanti a quel colosso di bronzo? Amarilli se ne andò con lui ed io rimasi solo. La mia vita è passata senza la gioia di un figlio, senza un nipote. Ora anche questa sventura… credo che il mio cuore scoppierà dal dolore. Rispondi dunque alla mia domanda! Com’è che tu rimani nella casa che ti ha visto nascere, mentre tanti di noi sono costretti alla mestizia dell’ospizio?

 

 

Titiro: Sempre Melibeo ricorderò nelle preghiere l’uomo che mi diede un così giusto consiglio, che mi permise di rimanere nella mia casa, di salutare dal terrazzo quelli del quartiere che passano per strada, i miei amici, i loro figlioli che tutti conosco per nome, e a sera, quando la calura cede il passo al fresco,  osservare i bambini che giocano a calcetto, ascoltare le loro voci come gridi di rondini nel campetto dove pure noi giocammo,  seduto sulla stessa panchina su cui sedettero i nostri nonni,  e una  dolce tristezza mi coglie. I ricordi mi sono attorno: ogni strada, ogni piazza, pure i vicoli bui, dove mai penetra il sole, hanno visto i nostri giochi spensierati. Se il Destino non ci ha dato una prole, almeno ci conceda di invecchiare tra le mura della nostra casa dove ogni oggetto ci parla e noi parliamo a loro con affetto.

Ora tu vai. A questo ci hanno portato la corruzione, e la cattiva politica, ma a chi dare la colpa se non a noi stessi?

 

Melibeo: Chi sarebbe dunque quest’uomo e dove lo hai conosciuto? Non che io voglia incontrarlo. Ormai nessun interesse mi spingerebbe a fare la sua conoscenza, infatti l’appartamento non è più mio da quando ho posto la firma davanti al notaio.

 

Titiro: Proprio un notaio è lui. Grande uomo cui devo la felicità dei miei ultimi giorni!

 

 

Melibeo: Parli come se tu debba morire domani. Forse non stai bene di salute? Forse una grave malattia mina la tua esistenza? Oppure ti costringe a parlare in questo modo l’insicurezza propria della vecchiaia che ci ha reso tanto fragili?

 

Titiro: No, niente di tutto questo. O meglio, certamente mi pesano enormemente il gran numero d’anni ammucchiati e non c’è istante della giornata che non rimpianga i giorni della giovinezza.

 

 

Melibeo: Se sei triste tu, cosa dovrei dire io che attendo il pulmino giallo dell’ospizio che mi porterà ai margini della città, nella campagna maleodorante di medicinali e concimi. Amico mio temo che non ci rivedremo mai più.

 

Titiro: Non essere così pessimista Melibeo. In fin dei conti vai a tavola imbandita. La televisione e il gioco della dama non ti mancheranno a ogni ora del giorno. E la visione lieta della campagna verdeggiante, il gioco delle rondini e dei passeri inebrierà i tuoi occhi più di qualsiasi boccale di birra all’osteria di Graziano.

Ti dicevo che fu un giovane notaio a consigliarmi di vendere la casa senza per questo andare via. Si dice, in nuda proprietà, mi pare. E fu lui a trovare una coppia di sposi, Dio li benedica, disposti a comprarla. Grazie a quei soldi e alla pensione posso vivere sereno tra le mura domestiche.

 

 

Melibeo: Non ho mai sentito parlare di questa proprietà ignuda. Tu dunque staresti nella tua casa che non è più tua?

 

Titiro: Esatto! O meglio, la casa è mia finché vivrò. Quando sarò morto, loro diverranno padroni; ma una volta che sarò polvere o spirito nel mondo dei morti, cosa potrà importarmi di questo appartamento, di questa città che ora m’è tanto cara al punto che non potrei lasciarla senza morire di crepacuore? Ora posso stare sereno tra le mie cose e questo mi basta. Ogni domenica quei bravi giovani vengono a trovarmi, e con premura degna di figli mi domandano di cosa ho bisogno, se ho un desiderio che essi possano esaudire e quale sia il mio stato di salute.

 

Melibeo: Oh ingenuo amico mio! Perché non vedi ciò che è evidentissimo. Quei due perfidi vengono a te ogni domenica per controllare se sei ancora in vita. Essi temono che qualcuno, la tua donna, finga te vivo per abitare ancora l’appartamento. Il loro cuore di vipere desidera ogni istante che ti venga un malanno che ti conduca rapidamente in cimitero. Dai retta a me: metti vicino al letto una statua della Madonna, di quelle fosforescenti, e figure di santi in ogni stanza. Ho paura che forze occulte, suscitate dal desiderio scellerato di quei due, possano nuocerti.

 

Titiro: Melibeo, tu parli così perché sei un poco invidioso. Nella mia casa tranquillo trascorrerò la vecchiaia, riposerò ogni notte nel mio letto, tu invece, in un’anonima stanza, passerai notti insonni su un letto che non è tuo, contando i nodi del materasso. Povero amico mio, se mi avessi domandato consiglio prima di vendere il tuo bene!

 

 

Melibeo: Caro Titiro, troppo prostrato è il mio spirito per nutrire un sentimento così vigoroso qual è l’invidia. No, non t’invidio. Ti ammiro anzi, e ringrazio la signora fortuna che fra tante case ha baciato la tua.

Goditi i giorni che ti rimangono nell’intimità familiare e che questa donna, come si chiama? Marika, ti faccia felice.

 

 

Titiro: Fermati a cena con noi. All’ospizio potrai andarci domani. Marika ha preparato un ottimo coniglio al forno con patate novelle, e il vino rosso non manca mai sulla tavola.

Rimani con noi ora che è scesa la sera. I palazzi hanno dischiuso le azzurre palpebre, sui viali sono comparse le lucciole e la mesta faccia della luna sovrasta il tetto della cattedrale.

 

*

The Dark Lady

Nera signora delle mie nottiinsonni,

come trascina scheletri efantasmi

la tua macabra danza,

com’è amara la musa che timuove!

Nera signora dei miei giornibigi,

si sciolgono nell’aria lecampane

al tuo mesto apparire.

Scendiamo insieme nell’abisso

Dove siedi regina tra iperduti.

Tu mi tieni per mano, io dico

Le preghiere degli angeli.

*

Arlecchino

Ci sono istanti in cui sonofelice

ed è accaduto nulla dispeciale,

indosso i colori d’Arlecchino

e sento di amare il mondointero.

Sebbene si consumi in pochiistanti,

quello stato di grazia èdivenuto

il sale della mia esistenza:

ogni giorno sperando d’incontrarlo

indosso le vesti di unArlecchino

dagli occhi tristi.

*

discorso sul cuore delle cose


 

È come risalire la corrente

del fiume:

fatica di remi

di braccia,

scogli, acuminati rami

che intrappolano, feriscono,

fiori rari,

uccelli sconosciuti,

sonnolenti sui sassi,

laghi di luce inaspettati,

rapide d’acque.

Pensosi aironi,

custodi delle fonti,

ti osservano da riva

e il fiore mistico dell’incenso,

forse una visione …

Così nel cuore delle cose

felice, esausto

arrivi

e nel dolore infiggi

l’anima rovente,

umile e fiera,

d’ogni sofferente amica

 

*

discorso sulla superbia

Sono il centro del mondo.

Convergono in me

strade,  alberi, palazzi,

il groviglio di fili

le automobili, gli autobus

le biciclette, i guinzagli dei cani

le carrozzelle, i presidi ortopedici,

la spazzatura.

Dentro di me la città parla

con molteplici misteriose lingue

che neppure a sera

sanno tacere.

Sono il centro del mondo.

In me lo spazio dei campi arati,

i filari di pioppi

gli argini dei fiumi

i casolari e gli orti

gli ormeggi delle barche

le palafitte.

Tutto dentro di me

parla un linguaggio

che non capisco

perché muto è il mio cuore.

Sono il centro del mondo.

Dentro di me bruciano

i fuochi delle ciminiere

i serbatoi d’argento

i vetri a specchio delle banche

l’oro delle cantine.

Parlano, parlano, parlano.

Non ho mai silenzio

nella mia notte.

A causa della mia superbia

Dio mi pose all’inferno.

*

discorso sulla superstizione

Quel bel gatto nero

Che mi osserva guardingo

Ogni volta che passo in cortile

Rincantucciato sotto l’automobile

Diffidente, timoroso

Come tutti i perseguitati da sempre

Pure al buio, di notte

Sento addosso i suoi occhi di miele.

Superstizioso non sono

Non credo alle occulte energie

Alla magia, al malocchio,

così gli parlo, talvolta improvviso

timidi cenni di saluto.

Forse non dispiacerebbe anche a lui

Avere un amico, ho pensato.

Forse vorrebbe avvicinarsi

Sfregarsi ai miei piedi,

ma, poveretto, magari ha paura

di portarmi sfortuna.

*

l’acqua della vita

(discorso sul problema idrico della nascita)

 

Buio e silente il mondo.

In questa bolla dolce

che il sangue rinnova

calmo e solenne

splendido rimbomba

il battito del cuore.

In questa roggia d’acqua viva,

mobile e pura

penetra a volte il suono di una voce

un’eco in  lontananza

che spezza il filo del tempo.

Pure nel sonno avverto

la sua amorosa presenza,

e cresce in me un’oscura frenesia

un desiderio d’aria.

Ho voglia di smarrirmi nei suoi occhi,

acqua nell’acqua, vita nella vita.

Ecco, in dolorosi brividi

il cavo mio universo si dilata,

discendo a un abbagliante,

misterioso estuario

trascinato nel vortice di mani,

di voci, di ferite di luce.

Non posso che soffrire

e piangere di gioia.

Dov’è rimasta la mia culla d’acqua,

dove il mio mondo tiepido e buio?

Solo il suo viso mi è di fronte,

solo i suoi occhi d’immensa tenerezza,

acqua nell’acqua, vita nella vita.

 

 

*

la signora in nero

Spenta la radio sale

la voce della casa

operosa, gioiosa

sofferente, affranta.

Dietro le pareti

un vocio , un bisbiglio da confessionale

un inseguirsi di cupidi richiami

d’affari,  di rifiuti,

di trilli d’ascensori.

Su per le scale sale

la bianca, giovane sposa

felice, ridente

promessa di novella prole.

Per le sue scale discende

la nera triste signora

trascinando con sé  ilpovero vegliardo

 agghindato da sposo.

 

*

come frammenti di uno specchio

Ora sai anima mia

Quel che c’è dentro:

Fuoco, gelo

Angoscia, solitudine amara

Malinconia

Fiamma d’amore

Che incenerendo

Leviga e pulisce.

Discendi anima mia

Nel ventre della terra

O ascendi a una luce

Che impallidisce il sole.

Tutto di te ritroverai

Della tua vita

Come frammenti di uno specchio.

 

L’alba vince la notte,

La luce esonda dal suo bianco letto

Sulle golene ai piedi dei pioppeti

Spandendo l’oro

E tu dal sogno ritorni

Piegata al pianto.

*

per una gita al mare

Il pesce, un pacco di riso,

la bresaola, un etto

tagliato sottile,

la commessa del supermercato

ha un viso gentile

segnato da un mesto sorriso.

Fuori il vento tormenta lachioma

dell'ippocastano,

nel parcheggio insegue pergioco

un barattolo vuoto.

Fuori, più fuori, lontano

dove i cavalli del mare

trascinano l'onda,

vola alto un gabbiano.

Voliamo verso la libertà

che non è solitudine.

Mare, mare, grande animasospirosa

seguirò le tue vele ovunque

le sospinga il vento.

*

E’ forse il vento

E’ forse il vento che ci trascina,

questo vento che corre per le strade

appena rischiarate dalla luce

baluginante incerta dei lampioni,

strade deserte in fondo

anche se molta gente vi cammina

in un brusio amorfo.

Sospinti in alto voliamo!

Non avere paura,

forte e sicura è la mano d’aria

che ci sostiene

volti a quella striscia di carminio,

alba o tramonto,

che turba l’orizzonte.

Tu hai le piume bianche

di una nuvola,

io il piumaggio azzurro del cielo.

Nessuna nuvola è sola,

ma l’accompagna il cielo nel suo viaggio.

Voliamo…tenendoci per mano

il cuore colmo

di una misteriosa tenerezza.

Tu nel segreto spandi

gioiose lacrime primaverili

che il sole accende più splendenti

e tutto evapora

tutto svanisce attorno.


*

poesia civile

Due uomini, due donne forse

Si amano, condividono il tetto

Lo stesso letto.

Ne abbiamo almeno una

Di queste coppie

In ogni condominio

Il padre di famiglia

Ordina ai bambini

Di girare il capo

Quando li incontrano al piano,

Mano nella mano.

I bimbi ridono innocenti.

Eppure questi strani esseri

Si amano, vorrebbero donare

Il loro affetto a un figlio

Educarlo, istruirlo

Prepararlo alla vita,

Ma subito urlano

Le sardoniche sirene dei pregiudizi

Come mascheroni di fontane,

Immediatamente si erigono cancelli

Di sottili teoremi filosofici,

Di alta teologia:

Sociologi, psicologi alleati

Propinano polpette avvelenate

Ad ogni dibattito.

Alti prelati scagliano anatemi.

Così miei cari irregolari

Felici scherzi, errori di Natura

Siate per sempre condannati

Alla solitudine, al disamore

Nei secoli dei secoli

Amen

 

 







*

Litigio

…………………………le dissi:

“Ti assomiglia una bertuccia

divoratrice di banane”

(Mi aveva appena dato del pirata,

del cane randagio, del bastardo)

e vidi nubi irate

addensarsi nei cieli dei suoi occhi.

Ma bastò che baciassi,

barboncino ammaestrato,

i palmi delle mani, i polpastrelli,

perché la luce immensa di un sorriso

illuminasse la sera.

Quella magnifica sera di primavera

profumata di rose.


*

il paese del silenzio

Se puoi sentire

La lumaca strisciare

Sulle foglie della magnolia

E i piccoli della rondine sgranare

Nel nido il miglio.

Se senti i petali di un fiore

Cadere sulla strada

Sappi che sei ad Olmedo.

Se puoi ascoltare

I bisbigli dei comignoli alla sera

E la lacrima di una stella forare

L’infinito spazio che ci separa.

Se senti i passi delle nuvole nel cielo

Sappi che sei ad Olmedo

Il paese del silenzio!


*

le parole di sempre

L’autostrada è deserta

Il motore calmo e possente

Corriamo nell’aria dolce d’Aprile

Avvolti in una mite foschia

Che fa più lontane e silenti le stelle. 

Sfioriamo filari di luce

Misteriosi laghi di buio

Tu giochi con l’iPhone

Io canticchio canzoni

Della mia giovinezza.

E’ forse questa una fuga

Un viaggio necessario

Di cui abbiamo perduto la meta

Oppure il lento trapasso

Nel tempo infinito dei morti.

Ma suona il tuo cellulare… un’amica

Ne nasce un fitto futile conversare:

Fosforescenti pallidi ectoplasmi

Le parole di sempre

Affiorano per dissolversi e tornare

Nell’inconoscibile nulla

E la vita invisibile ci avvinghia.

















*

Allegoria dell’infanzia

Ho scritto il tuo nome
Maria
sul vetro appannato,
è durato
il tempo di un sogno.
Di fuori una neve sottile
incipriava la chioma del bosco.
Sulla strada posava la sera.
Ho visto i tuoi piedi di stoffa
sfiorare la siepe,
i tuoi occhi di vetro
luminosi nel buio.
Ho ascoltato le tue filastrocche
gioiose
sulle piccole labbra infantili.
Sei fuggita per sempre
Maria
in un’alba di cenere,
ma a volte ritorni, raccolgo
di te minuscoli indizi:
un bastoncino ritorto
un fiore sgualcito
un’ombra nella tormenta.

*

lo sbarco di Cristoforo Colombo

Quando entrò in porto
la nave dalle alte luci
sul mare di cristallo,
il grande bastimento
scortato da uno sciame di gabbiani,
fu lo stupore di tutti.
Ammainate le vele,
scivolò silenzioso lungo il molo
offrendo la fiancata
calma e serena agli ormeggi.
Quando sbarcasti
regale più di un condottiero Assiro,
i marinai in tenuta di gala
le mani ruvide dal sale
e dal lavoro delle corde,
si inginocchiarono i presenti
ansiosi di diventare
tuoi sudditi… Il vento
soffiava da Oriente
da dove tu avevi navigato
per molti mesi scrutando l’orizzonte.
Cosa portasti Cristoforo
a quella casta riva?
Un simulacro di Cristo,
spade, alabarde,
polvere di cannone,
rapine in nome
di civiltà democratica.
Di cosa caricavano le navi
mentre tu banchettavi con attorno
signori sussiegosi, alti prelati?
Cacao, cotone, schiavi
incatenati ai ceppi della stiva,
piumati uccelli colorati, scimmie
oro, sifilide…
Ai tuoi piedi piegati
questi selvaggi seminudi
i cui corpi (ne discutono i teologi)
forse non hanno l’anima.
Viatico per future
più efferate stragi.
Venti lievi portano di sera
il profumo del mare,
quei venti che gonfiavano le vele
nella stagione della giovinezza.
Torna sulla scogliera
il verso dei gabbiani.
L’oceano s’adagia nel sonno
ma tu non dormi.
Insonni mostri popolano le tue notti:
corpi straziati ancora fumiganti
sui roghi spenti,
giovani madri violentate e uccise,
con il bimbo nel grembo,
fosse ricolme di cadaveri,
incubi neri disseminati
nel campo della Storia.
Cristoforo, quando sbarcasti
sembrava che un tempo infinito
ti navigasse innanzi,
che i giorni non avessero mai fine
e mare e terra ti appartenessero
per sempre. Ma ora
le tue orbite bianche,
volte come allora all’orizzonte,
somigliano alla morte
che vagabonda passa
cogliendo le anime perdute.
Tra i rami del nespolo
gridano gli usignoli
Bianche vele coprono il cielo
La nave sfiora la banchisa.
Sei arrivato Cristoforo alla fine.



*

Elegia a Simonetta

Per tutta notte ho invocato il sonno
ben sapendo che solo quando il corpo
sia divenuto nel sogno immateriale
potrei calcare le strade per cercarti
in quel mondo ineffabile di luce
dove così presto sei migrata.
Ma gli occhi, dolorosamente sbarrati
fino all’alba nel buio,
non poterono altro contemplare
che le rosse cifre della notte
consumarsi in silenzio
sopra lo schermo della sveglia digitale.
Di te pochi ricordi sparsi,
della tua dolce grazia,
di quell’arrivederci che sapevo
essere un addio
col cuore colmo di pena.
Poca cenere nel cofanetto azzurro,
una rosa d’argento tra le date
perentorie dei giorni.

*

lettera ad Allen Ginsberg

Lettera ad Allen Ginsberg in occasione di un festival di poesia



Caro Allen, da quando
tu e Fernanda siete scesi nell’Ade,
non è rimasto al mondo
altro che l’ombra
di pochi versi spaesati,
reperti archeologici,sassi
di un evo passato,
di una preistoria
così diversa da questo
postmoderno affondato
nel magma bigio del consumismo,
e con esso i poeti...
Ebbene, stamattina,
da un orizzonte lontano,
i dinosauri e i mammut
sono tornati,
sono entrati in città,
lasciando le impronte
sull’asfalto fumante
intenerito dal sole.
I campanili suonavano a festa
sulle strade e le piazze deserte,
dacché i cittadini
erano andati tutti
ad assolarsi al mare.
Dinosauri e Mammut
con i piccoli al seguito
hanno fatto irruzione
sulla via principale,
hanno sbranato la porta
di un supermercato,
hanno mangiato il miele
e i frutti più dolci di stagione,
hanno bevuto alle nostre fontane.
Tutto il giorno nei vicoli antichi
risuonarono i barriti gioiosi.
Per ore e ore
i campanili impauriti
rintoccarono a morte.
I vigili urbani e i soldati
disarmati dallo stupore
sono fuggiti in campagna.
I notabili della città,
rimasti a vegliare
le casse dell’oro,
sono scesi in piazza piangenti
a pregare, a raccomandare
l’anima loro al Creatore.
Ma quei mastodonti buoni
non se ne curarono,
strofinavano i velli setolosi
ai pali dei lampioni,
agli angoli granitici dei palazzi.
I loro piccoli giocavano nei parchi
dove prima correvano i bambini
tra i pochi fiori appassiti. Poi,
quando fu il crepuscolo,
se ne andarono
sparendo in una nube di polvere,
dietro la curva della strada.
Caro Allen, di essi è rimasto
un tappeto d‘escrementi
dove a notte sono nate le viole.

*

discorso sulle colonne dell’Universo

Vorrei dormire dentro un guscio di quarzo,
nella goccia d’ambra appesa al suo collo,
oppure come un fossile incastrato
nel marmo del pavimento che ogni giorno
il suo piede calpesta.
Vorrei che il tempo,
questo vecchio insensato,
fermasse la tirannica sua corsa
e per millenni io possa riposare
dentro il cassetto della pettiniera
tra i braccialetti e le collane
che hanno il profumo della sua pelle.
Pensate che il Dio in cui credo
avvererà questo sogno?
Che importa se contraddice le leggi
della materia oscura,
se vacilleranno le colonne dell’universo!
Svegliatemi quando il mondo
comincerà a finire.

*

Discorso sui ritardi dei treni

Arte di vivere
Così simile all’arte di morire
Decoro, dignità
Vivere sommariamente
Tra pochi sogni,
Felicità, zero! Grigiore.
Aspetto il treno
Che mi porti lontano
Tra le montagne
Di zucchero filato e panna
Sopra le nuvole.
Ho fiducia in quel luogo di trovare
Un consesso d’amici
Con cui passare piacevolmente
Il tempo senza fine.
Ma dai gesti dell’uomo dietro i vetri
Della biglietteria
Mi sembra di capire che il treno
E’ abolito, oppure
Ha i soliti inspiegabili ritardi.
Rimango muto,
Indignato, con parecchi delusi
Sul marciapiede
A contare i fili d’erba tra la ghiaia,
Il moto dei vagoni,
L’ordine di quel mondo di ruggine
Dove il mio treno tarda ad arrivare.
E non vale la pena d’aspettarlo
disteso sui binari
In compagnia dei corvi.

*

Il racconto di Noè

Quando smise di piovere
spalancai l’uscio
e cacciai fuori il cane
così vecchio che puzzava di morte.
Portai i sacchi dei vuoti
alla differenziata,
tagliai la barba incanutita
con una vecchia bilama.
- Si ricomincia a vivere-
Mi dissi, accendendo la radio,
volevo una colonna sonora
per il resto dei giorni.
Gli amici del bar alzarono il bicchiere:
- Ben tornato Noè! -
Quanto tempo era passato?
Forse tre anni, cinque, oppure dieci,
forse m’ero confuso:
i conti delle primavere
non tornavano mai.
Il cielo bianco, il volo solitario
del falco, il respiro sporco
delle ciminiere, questo mi apparve
quando sporsi il capo dalla finestra.
Per giorni e giorni
nel cielo vuoto della notte
grandi ali trascorsero sui vetri
impauriti e tremuli.
Salivano dai moli
inni patriottici:
ve lo giuro, credetemi
dai moli deserti!
Vidi all’orizzonte i fuochi
ergersi sulle tenebre,
verminosi serpeggiare
tra le macerie urbane.
Udii tristi lamenti
di campane a morto.
- Noè, vecchio ubriacone
quante bottiglie hai scolato? -
Nel mare grigio della prima luce
bianchi vascelli
vomitavano giovani soldati
dalle divise lacere,
sanguinanti nelle membra e nell’anima.
Poi la pioggia coperse ogni cosa.
Quante dure gallette ho triturato
con i denti di pietra! Solo,
parlavo col mio cane
e lui ascoltava in silenzio.
M’illudevo che fosse d’accordo.
Ho visto un giorno
nel carminio del tramonto
una città affondare
con le sue musiche
le sue luci accese, magnifiche!
Fino all’ultimo istante
fino a quando l’ultimo pennone
del palazzo più alto
si fu inabissato.
Ho teso reti in fondo al mare,
ho pescato bambini
dormienti, impalliditi.
Ho visto leoni passeggiare
dove le onde lambiscono i deserti,
ma forse quello fu un miraggio
un sogno…
Una sera
con la bicicletta di Otello
andai sul molo:
i bianchi vascelli erano tornati,
dormivano alla fonda
dopo avere deposto
il loro carico umano
di reclute e ammiragli.
Inni correvano per l’aria,
fanfare militari, scoppi di cannone.
Vidi riemergere dall’acqua
con le sue luci accese
e le sue voci,
i suoi palazzi di cristallo
la città sconosciuta.
-Noè, per caso
Non sarà l’ennesima sbronza! –
Mi dissi.


*

il diluvio universale

Non mi sono sentito mai
Così smarrito
Una foglia dispersa
Nell’Autunno
E questa pioggia che da sempre batte
Sul cuore della terra
Scavando fiumi di lacrime
Questa pioggia gelida
Quanto dolore e morte si trascina!
Ma c’è un sorriso nell’alba
Proprio in fondo alla pianura
Un ramoscello d’ulivo
Nel becco di un gabbiano.

*

sfogliando un vecchio album di fotografie

Immagini, pallide immagini
E più sbiaditi ricordi
Di un tempo in cui forse
Eravamo felici.
E’ trasparente su quei visi il sogno
L’ illusione che il Tempo
Donasse a noi tesori
Dal cuore della terra
Dal firmamento
Da non so quale
Favoloso reame
Il Tempo
Maestro di rapine
Che trascorre oggi
Con il passo di ieri
Sulle nostre rovine.

*

pensieri al balcone

Solo la neve che cade
Lontana,
Sui gioghi dei monti,
Cancella le impronte
Degli orsi
Sul sentiero del bosco.
Solo la tramontana
Sulle rive del mare.


Mi trovo sotto il braccio
Lungo della gru,
Che il vento fa dondolare
Pericolosamente.
Sarà il Fato o l’occasione
D’essere schiacciato.

Sotto l’arco antico del tramonto
La banderuola impazzita della chiesa
E la campana che tocca la compieta
Al vento di scirocco.


Sono io quel piccione ingrigito,
Rannicchiato
Dentro il muro della chiesa
Che attende la Luna d’arsenico
E le stelle.


Sul manto di neve
Le tracce del branco
Le biglie disperse
Degli occhi selvaggi
Luna
Che sempre rischiari
La notte dei lupi.



Luce scialba e voci
Dalle finestre,
Televisori in funzione.
Forse quella spenta
E’ la camera da letto.


*

in controluce

Via d’Azeglio d’Ottobre,
Di mattina alle otto,
C’è da fare una scelta:
Il marciapiede di destra
Nell’ombra dei palazzi,
Dove tutto si mostra come dovrebbe:
Le vetrine lustre, la gente
Che corre al lavoro,
Il cane che urina mordendo il guinzaglio,
Il freddo della notte pungente
Nei vestiti leggeri.
Oppure a sinistra
Il sole basso sugli occhi,
Le biciclette sibilanti nel bordo,
Ombre soltanto i passanti,
Vuoti d’aria, frammenti insensati
Di mattutini discorsi:
Si sono baciati, ti dico!
Abbiamo comprato a buon prezzo.
Aspettami fuori…
Fuori dove? Mi domando.
Ha i capelli lunghi e una voce
Di fisarmonica.
Mi piacerebbe sapere
Il colore degli occhi

*

autunno

E’ tempo di migrare
Bianchi cirri s’adunano nel cielo
E vortici di foglie
Sospinti in aria
Dal vento di maestrale.
I piccoli oramai
Son volati lontano.
Si disfano nel nido
Le piume e il fango.
E’ tempo di migrare
Le giacche e le camicie
Sono passate di moda nell’armadio
Sono ingiallite le pagine dei libri
E i vetri degli occhiali
Molti amici sono partiti
Altri vedo passare
Scortati da manipoli
Di parenti contriti
E’ tempo di migrare
Ad altra riva fiorita
L’oceano buio e il silenzio
Non ci fanno paura.

*

frammenti



Come santamente il tiglio
Prega spandendo
Un soave profumo!
Come dolcemente risuona
Il salmodiare dell’edera
E la preghiera dei gladioli
Nei giardini soleggiati d’Aprile!


Due uomini camminano ricurvi,
Gli occhi al suolo pensosi,
Sulle braccia un pesante lampadario:
Risplendono le gocce di cristallo
Al riverbero allegro della sera,
Sacra brace d’aborigeno rito.



All’angolo di Via Farini
Sul far della sera
Pallide vecchine
Dormono le suorine di clausura
Sulle labbra gli avanzi
D’una preghiera
Gli angeli sui cuscini.


Affiorato dal folto
Di un cespuglio di bosso
Nero, grosso, temibile
Distese il suo tappeto
Sulla ghiaia del viale
E inginocchiatosi
Rivolto alla Mecca,
Si raccolse in preghiera


*

visita all’eremo

Ascoltarono solenni sermoni
tra le bianche colonne.
Sui vetri accesi dal sole
trasudava di sangue
il bianco incarnato
dei martiri santi.
Tra le nubi, improvvise saette
promisero un temporale.
Tutti levarono gli occhi al soffitto:
Cristo abbracciava le anime salve;
sotto, nel fuoco, i dannati
tormentati dai démoni.
Il tuono mugghiava giù nella valle
argentata d’ulivi.
Sonore caddero le prime gocce
a confondere il canto dell’organo.
Poi il gocciolare si fece più fitto.
Ali di cera batterono sulle finestre,
le braccia trasparenti del vento
spalancarono la porta dell’eremo
scompigliando le fiamme dei ceri.
A tutti parve che un essere spirituale
fosse penetrato nel tempio.
La preghiera salì con maggiore fervore,
il canto si fece accorato.
Una presenza arcana
passò tra loro invisibile
forse benedicente…

*

una vita banale

Sognare una vita banale
un lavoro che non ti piace
un amore senza desiderio
un gran ciarlare
un gran silenzio attorno.
Val la pena di fare
sogni come questi?
Eppure è quello che tu fai
ogni giorno
ad occhi aperti
e non ti sai svegliare.

*

Le rondini

Per giorni e giorni sotto le finestre
Udimmo le laboriose betoniere,
I caterpillar, il rullo compressore.
Nelle brumose sere d’inverno,
il vociare, i fischi, i richiami
degli operai sulle impalcature:
Si lastricavano le strade,
Si restauravano le facce dei palazzi,
Si faceva cosmesi delle chiese.
Il Comune sparse a primavera
Uno spray fino, inodore.
Nessuno se n’accorse.
Le prime a morire furono le mosche:
Atterravano sui marmi di cucina
Sui pavimenti, pesanti, sonnolente
Spirando dopo breve agonia.
Poi morirono i ragni e le formiche
Che abitavano i vasi dei balconi.
Un lunedì mattina,
Sul marciapiede di Via D’Azeglio,
Morì la prima rondine,
Le ali conserte al ventre gonfio.
Un negoziante sull’uscio di bottega
L’indicava ai passanti: gli occhi fissi,
Immobile, a tutti indifferente.
Morì come le mosche.
Dopo tre giorni, sulle strade,
Giacevano i corpi cenerini
D’innumerevoli rondini.
Camminammo sul soffice tappeto
Delle loro piume.
Il quarto giorno respirammo
Un fetore putrido e greve.
Il Comune le caricò su carri
Ai roghi eretti in periferia.
Per molti giorni
Densi fumi appestarono l’aria.
Da allora le strade furono pulite.
Eravamo pronti a ricevere i turisti
I capi di stato, i ministri, ma noi tutti
Avemmo l’impressione
Di vivere in una città morta.
Larve noi stessi di un diafano nitore
Abitammo gli antichi campanili,
I nidi deserti attorno alle campane,
I cornicioni dei palazzi.
Posammo sui fili della luce,
Volammo nel cielo delle strade,
Ma quello che fu a tutti evidente
Fu l’impressionante silenzio.
Eravamo incapaci di cantare


*

diciasettefebbraioquarantasette

Sono nato
Perché i miei genitori mi hanno amato
Nei loro misteriosi riti di desiderio.
Sono nato
Perché mi hanno cercato
Nel cielo dei bambini mai esistiti,
Mi hanno pensato
Quando ancora ero diviso in due:
Nell’uovo di mia madre,
Nel seme di mio padre,
Ma già, nel loro cuore, tutto intero.
Per questo sono venuto al mondo
Piangendo di gioia
Tra le braccia bianche di mia madre
E le mani forti e delicate di mio padre.
E mi è rimasta vivida nel cuore
La luce della loro tenerezza
Il suono dolce della loro voce:
Immagini di un evo felice
Che si dilegua ormai
Nell’orizzonte incerto del crepuscolo.

*

Confessione

Potrò, Signore mio, stringergli la mano?
Quella mano scura, tatuata di polvere e di fango.
Potrò stringergli la mano senza correre a lavarmi
Col sapone liquido Saugella antisettico, molle, detergente?
Potrò stare seduto alla stessa tavola
Respirando il suo odore, il suo sudore?
Io che profumo d’acqua di colonia
Che aspergo col deodorante solido le ascelle.
Ecco Signore, lui vuole condividere il bicchiere di vino:
Le sue labbra untuose lasciano una patina sul bordo
Sorride con i denti gialli e sporchi.
Come potrò bere dal suo bicchiere io che due volte all’anno
Faccio la pulizia della bocca dal dentista?
Dentifricio al fluoro e filo interdentario ogni mattina.
Come potrò, Signore, pregare con lui che è mussulmano
Io che ho radici cristiane perfino negli alveoli dei denti?
Conosco i suoi sogni, o mio Signore,
Vedo come osserva con invidia la mia automobile
La casa fatta a fatica da mio nonno.
Crede che un giorno pure la sua donna
Avrà una pelliccia di visone come la mia signora.
So che è stanco di zappare la terra,
Di raccogliere nei campi i pomodori,
Sogna i suoi figli al fianco dei miei bimbi
Sui banchi della stessa scuola.
Ecco, mio Signore, lui mi spaventa!
Un mese fa ha chiesto il permesso di soggiorno
E gli hanno dato il foglio di rimpatrio.
Ho gioito, lo confesso, in fondo al cuore.
Mi capita da allora di sognare che una nube m’aleggi nel cervello:
Il cielo grigio, plumbeo, i fili dell’autobus tra i palazzi,
I marciapiedi vuoti: tutto è silenzio…
La solitudine mi spreme con la mano implacabile di un King-Kong
E’ questo forse il tuo inferno, mio Signore?

*

psicodramma

Era fino a ieri il mio cervello
un acquario di pochi
graziosi pesci colorati,
Poi, non so come, è comparso
Un pesce onnivoro e vorace
Che ha ucciso e divorato
Tutti i coinquilini.
Così è rimasto solo
Ad osservare,
Tra muschi e sassi,
Il vecchio mondo
Stolto e deformato,
Curvo sui vetri lucidi del globo.
Non soffre mai di solitudine,
Almeno in apparenza:
Dimena le pinne della coda,
Fa vibrare le squame azzurre e viola,
Preme i denti aguzzi sul cristallo.
Non è feroce,
E’ soltanto un insaziabile affamato.
Nemmeno di notte s’addormenta,
Passa il tempo
Ad esplorare in ampi giri
Lo spazio attorno,
Studia le ombre della stanza,
La fioca luce dei lampioni
Tra i tendaggi.
Vorrebbe essere quel picchio
Che ogni sera si posa sul balcone
E picchia col becco duro
Contro i vetri.
Ah potesse come lui volare!
Libero di cantare
All’infinito
I racconti del bosco.


*

discorso sui giorni nostri

Il presidente Obama ha un piano.
Noi d’oltreoceano,
Che nemmeno conosciamo l’inglese,
Gioiamo:
E’ lo stesso sole, diciamo,
Che ogni giorno si tuffa nel mare,
Se va bene là giù
Andrà bene anche a noi.
Obama parla come un sacerdote cattolico
Di sinistra.
Il Vaticano nicchia, diffida:
Cellule staminali,
Aborto, assistenza, preservativi
Gratuiti
Ai diseredati del mondo.
Neanche fosse un radicale!
E noi di lontano vediamo
Nel suo incarnato avverarsi
Sogni di giustizia, sbiaditi ideali.
Noi che abbiamo voltato le terga alla storia
Per recuperare un passato squadrista
Che fino a ieri era la nostra vergogna,
Noi che intercettiamo, respingiamo, scortiamo
Vecchie zattere stipate di povera gente,
Le loro speranze,
La loro sorda disperazione,
Sulle acque azzurre del Mediterraneo
Tra irridenti delfini,
Fin sopra le sabbie dei libici lidi
Per affidarle ancora alla violenza,
Agli stupri.
E nemmeno conosciamo l’inglese
Noi abitatori d’un antico paese ricco di storia.
Obama è lontano
L’oceano è profondo e minaccioso,
All’orizzonte s’affollano nuvoloni presaghi:
Egli vuole fare nuove tutte le cose,
Ma troppo grande è la nostra paura.
Tuttavia
Il nuovo avanza
Bello o brutto che sia,
Stringe d’assedio il paese.
Le sue insegne garriscono al vento
Allegramente.
Noi, asserragliati dentro le antiche mura,
Terrorizzati
Non conosciamo le sue armi, i prodigi,
Le sue strategie.
La propaganda ci dice
Che avrà inizio un’era felice,
Ma ci vorranno molti anni e sacrifici.
Noi preferiamo le vecchie alabarde,
Gli archibugi, le spingarde,
Le pentole di pece bollente.
Quando sarà scoppiata la peste,
Daremo caccia agli untori.
Oh mio Dio! Ritornano le tre caravelle:
Sulla tolda di sale,
Appeso a una croce,Colombo.
Ha fallito
Non è arrivato alle Indie
Non ha scoperto nulla di buono.
Il nuovo mondo è affondato
In un oceano d’affari sbagliati.
Non si salva nessuno:
E’ già stipulato il contratto
Per la rottamazione del globo.



*

il canto del sole

Ho disceso tutti i piedistalli
Tutti i dorati, illusori altari
I cieli infuocati dei tramonti.
Ho fatto il bagno in malinconici mari
Freddi come sepolcri
Ho chiuso gli occhi stanchi
Sulle sofferenze del mondo.
Non sono un dio, nemmeno un uomo
Sono una cosa fragile
Un grumo d’energia
Dove s’agita il sogno.
E i sentimenti, i pensieri
Non sono più reali e consistenti
Delle folate di vento
Di questa Primavera
Che indora di ginestre le colline
In riva al mare.

*

idillio di Primavera

“Noi siamo quelli
Io sono il bianco e tu il grigio”
Mi disse indicando una coppia di colombi
che s’era riparata dalla pioggia
sotto la grondaia del tetto della chiesa,
di fronte alla nostra finestra
e parevano scambiarsi tenerezze.
“Guarda come si amano!”
Aggiunse commossa stringendomi la mano.
“Ma no, soltanto si levano i pidocchi!”
Dissi ridendo, e lei ne fu offesa.
Non so perché, ogni volta,
per troppa dolcezza,
mi nasce sul labbro un’ironia amara.

*

Testamento biologico

Ho nel torace un cavallo zoppo.
E’ stata lei a scoprirlo
posando l’orecchio sul mio petto,
come fa ogni volta
che non ha voglia di dormire.
Da allora, di notte, se mi sveglio,
il mio polso è tra le sue
bianche, fosforescenti dita
che misurano i battiti del cuore.
Al mattino, ai piedi del letto
la sua immobile presenza
nella vestaglia rosa di cotone
armata di fonendoscopio
che aspetta il mio risveglio.
Così conobbi i tortuosi percorsi
degli Enti Ospedalieri,
i bianchi ambulatori dei cardiologi amici:
ecografia, elettrocardiogramma,
sorvegliato speciale per ventiquattro ore,
analisi del sangue,
se sangue m'era rimasto nelle vene.
So che il problema è risolvibile!
Ora che il tempo mite lo concede,
la passeggiata per le vie del centro
a passo svelto, sui prati di periferia
popolati da cardiopatici
sopravvissuti a se stessi
e da quelli che fanno la corsetta
per allungare la vita di mezzora,
la pastiglietta al mattino o dopo cena
e peggio ancora la dieta…
ma non crediate che mi spaventi il pensiero
che quel cavallo un giorno s’addormenti
sazio di biada, non temo la morte,
da troppo tempo intrattengo con lei
un’affettuosa corrispondenza.
Temo il proseguo come un vegetale,
immobile, incosciente,
da cui i parenti in visita
attendono un sorriso,
un ruotar d’occhi, un pianto.
Trafitto da cannette in tutti gli orifizi,
ingozzato dal naso con quella che chiamano
“Terapia nutrizionale”
che per legge non si può negare,
alla quale tutti volenti o nolenti
dobbiamo sottostare.
Confido che in quel giorno
io sia assai lontano
in un paese, in una dimensione
negata a qualsiasi legge umana.
Lascio a coloro che mi amano il potere,
quando lo vogliano,
di spegnere la luce.



*

meditazione sul nostro comune,strano destino

Il fiume che scorre rosa viola
Ai piedi dei palazzi antichi
Nella luce del primo mattino
Non ha domande da porre.
La gente che entra ed esce
Dai bar di piazza
Che si ferma a guardare
Le vetrine di Via Repubblica
Senza mai comprare
Non ha domande da fare.
Il vecchio cane dal collare d’acciaio
Che ha perduto il padrone
E si trascina i fianchi
Senza sapere dove andare
Non ha domande da fare.
Le massaie attorno ai banchi del mercato
Gli studenti che sorseggiano vino bianco
Ai tavoli di Via D’Azeglio
Le ragazze dei negozi cinesi
Non hanno domande da fare.
La fila davanti alla mensa dei poveri
Di donne e uomini
Che hanno perso il lavoro
Il polacco che suona il violino
In Piazza Duomo
E nessuno lo sta ad ascoltare
Il barbone sdraiato a lato
Dell’ingresso dell’UPIM
Sotto i portici di Via Mazzini
Non ha domande da fare.
L’impiegato che corre
Con la cartella in mano
E l’orario stampato nella mente
La ragazzina che avanza
Scrivendo al cellulare
Non ha nulla da domandare.
Questo cielo che splende
Sulla città ovunque uguale
Il silenzio che incombe
Sul frastuono delle strade
Che uccide ogni voce
Non ha domande da fare.
Nessuno mai si chiede
Nessuno mai domanda
La logica, i disegni
Perché poi tutto bruci
Senza nemmeno un gemito
Nel gran falò del tempo.

.



*

notte di veglia a Olmedo

Ho messo i miei denti di lupo*
accanto al tuo letto
perché veglino su di te che viaggi
nella spirale dei sogni.
Fuori risplende una magnifica luna.
e il vento di tramontana spazza le strade
cavalcando la scopa d’una vecchia strega.
Nel buio della stanza
ascolto il tuo quieto respiro,
i tuoi misteriosi sospiri,
i passi dei gatti
sul davanzale della finestra.
Domani una nave ci porterà via
La casa che ha vissuto di noi
cadrà nel silenzio,
nell’abbandono del frigorifero spento,
dei caloriferi freddi,
del divano coperto dalle lenzuola.
Un altro porto, un’altra strada,
la nostra casa più grande, di sempre.
Soltanto le nuvole che ogni giorno
attraversano il mare
ti conoscono e sanno
il tuo perpetuo vagabondare.
Ora sogni la Russia, già mi parli
di Pietroburgo, di un nuovo paese
dove vivere per un tempo breve.
Ma io sogno soltanto
di vivere con te
in qualsiasi angolo dell’universo.


*Nella necropoli di Montessu, all’entrata delle tombe scavate nella roccia, sono dipinti i denti di lupo che proteggono il sonno dei defunti.

*

requiem

E’ doloroso il silenzio
cui sono costretti
i poeti di questa stagione.
I loro pallidi libelli giacciono
coperti dalla polvere
negli scaffali delle librerie,
sormontati da scritte che declamano
che in essi vive la Poesia.
Nessuno osa prenderli in mano
quasi fossero cavallette
o altri repellenti insetti
di una biblica, spietata punizione.
Eppure c’è qualcosa d’eroico
nella loro invenduta presenza
“Noi ci siamo!”
Paiono urlare ai lettori
che voltano loro le spalle
per la più facile prosa.
“Noi, fioriti nei deserti,
sotto inenarrabili stellati,
testimoni del vento
che muove le dune,
che cancella le orme
di coloro che osano avventurarsi
nei sabbiosi letti dei serpenti,
disincarnati, assettati,
gli occhi bruciati da orizzonti
di troppo vivida luce.
Noi ci siamo!
Miraggi di noi stessi,
realtà e sogno,
immagini affidate agli abissi
della vostra coscienza”
Nessuno leggerà mai le parole
che si portano dentro
fino al giorno del macero.
Poeti, fabbricanti
di dolorosi silenzi,
dinosauri di questa
moderna preistoria
estinguetevi in pace.

*

La canzone delle demoiselles d’Avignone


Se passate per il viale alberato
dove nidificano le bianche colombe
fermatevi al numero quattro.
Noi siamo al terzo ed ultimo piano,
l’ascensore si muove a rilento,
nel suo vetro specchiati vedrete
uomini soli, tristi, ingrigiti.
Vi aspettiamo sull’uscio.
Nelle nostre mani esperte d’amore
deponete ogni angoscia e dolore,
i vostri enigmi irrisolti.

Mentre cade la neve
sui vetri delle finestre
e tutto attorno è silenzio.

A questo estuario di pace accorrete
guerrieri di mare e di terra,
affondate le navi da guerra,
nella sabbia di tutti i deserti
seppellite i fucili.
Qua dentro si bruciano dolcissimi incensi.
Col balsamo del nostro amore
curate le vostre ferite, le vostre paure,
i ricordi delle battaglie, i rimorsi.

Mentre cade la neve
sui vetri delle finestre
e tutto attorno è silenzio.

Accorrete diseredati del mondo
che avete rischiato la vita
sui flutti del mare
per un tozzo di pane,
per un’esistenza migliore.
Voi che vendereste la madre
per un permesso di soggiorno,
guardatevi attorno prima d’entrare
che non v’insegua un leghista.
A poco prezzo vendiamo l’amore
e non badiamo a parlata o a colore.

A questi Elisi accorrete
Donate a noi i vostri sogni,
vi sazieremo nella carne e nel cuore.

Mentre cade la neve
sui vetri delle finestre
e tutto attorno è silenzio,
nei tiepidi nidi le bianche colombe
fanno l’amore.

*

il porto ritrovato


Il porto c’è
Il porto esiste!
Ecco che appare dietro
A questo nuovo promontorio
Sconosciuto a tutte
Le carte nautiche
A tutti i naviganti.
La costa è strapiombo sul mare,
Un orribile dirupo.
Dentro una profonda insenatura
In fondo al golfo
La lama d’oro della sua banchisa
Si protende sull’onda
Entrarci non è facile
C’è una lunga noiosa
Trafila burocratica
Bisogna compilare
Decine e decine di moduli
Rispondere a noiosi questionari
Che indagano indiscreti
Se ti levi all’alba
O impigrisci fino a mezzogiorno
Se vai a lavoro
O passeggi nel parco
Le tue abitudini sessuali
E quelle alimentari
Quando hai fatto l’ultimo pasto
(Molti arrivano a stomaco vuoto
Pochi ce l’hanno pieno)
Indagano pure
Il tuo stato di salute:
Certificati medici
Cartelle di pregressi ricoveri
Malattie, raffreddori
Medicine assunte, veleni
Stato dei denti, del pannicolo adiposo
Se rispondi in modo veritiero
T’è permesso d’entrare.
Percorri strade d’aria
Meraviglie si parano ai tuoi occhi
Che descrivere non sai
Né fermare puoi nella memoria
Ricordo soltanto una piazzetta
Dai muri screziati di perle e di rubini
Numerosa gente adunata
Uomini e donne
I più anziani sopra la camicia
Portavano il galletto, i giovincelli
Maglie sgargianti di flanella
A fiori, così pure le donne
Un signore leggeva da uno schermo
Con voce calda e commossa le poesie
Mi fece segno di sedere
Sopra uno scranno d’avorio
Con piccoli teschi incastonati
Lascito di barbarie medioevale.
“Vi ho letto finora le poesie
Di quelli patentati.
Oggi sentirete i versi
Dei neoteroi, dei nuovi!”
“Chi sarebbero questi?”
Gli domandò un vecchio
Dalla voce stridula e acidiosa
“Son tutti spiriti liberi
Fuori dai lacci delle librerie
Del commercio, della letterarietà
Del testo: ognuno scrive
Come più gl’ispira
Son tutti alla Ricerca
Guidati con pazienza
E perizia d’amichevoli giudizi
Da un manipolo di giovani poeti
E bravi scrittori: Maria, Roberto
Greta, Giuliano ed altri”
“Sarebbe bello che queste guide
Fossero qui tra noi!”
“Che dici? Quelli son tutti giovani
E non c’è fretta che si compia il fato!”
“Già, questo tratto di mare
Fa paura a molti
Però oggi un infarto, un ictus
Pure in tenera età
Un palo a lato della strada
Di sabato dopo discoteca
Che tanti ne miete
Non è una novità che più commuove
nessuno al mondo!”
Il lettore chinò la testa
E dopo un lungo sospiro
Riprese a leggere
Una poesia di danza
Mi pare un tango
Che fece lacrimare
Più d’una delle anziane
Intente a far di maglia e ad ascoltare
Quando dal cielo un punto luminoso
Discese velocissimo
Le ali dilatando e la corona
Un profondo silenzio
Carico d’apprensione
Si distese nell’aria
“Sono ancora per rimproverarvi
Ed è la dodicesima occasione
Come i Dodici apostoli!
Che qui è vietato leggere ogni cosa
Dove credete d’essere,
Al mercato? Leggete Le Scritture
Sacre, La Bibbia, e nient’altro!
Fatte che non abbia a ritornare
O per voi saran guai!”
Quando la voce tra l’agro e il dolce
Fu spenta, l’angiolo ritornò
A farsi come un punto
Di luce nella volta del cielo.
“Uffa queste Scritture
Che nausea, beato colui che le capisce
Neppure in Terra le leggono oramai!
E poi a dirla tutta questo luogo
M’è venuto a noia
Questa luce che non si spegne mai
Questo eterno meriggio…
Ricordi Eugenio”
Disse il vecchio accidioso
A colui che leggeva
“I tuoi primi versi:
Meriggiare pallido e assorto
Presso un rovente muro d’orto
Tu eri il più musicale della tua stagione
Quanto ci hai fatto sognare!”
A quelle parole Eugenio
Prese a singhiozzare
“Piangi, piangi dolce usignolo
In questa fredda eterna primavera
Senza profumi
Senza un pomo d’orto
Soltanto pietre ed oro
Tutto è bello, ma tutto è morto.
Dimmi, perché i poeti patentati
Rifuggono la musica dei versi
Per insabbiarsi in una prosa spoglia
Che di poesia ha soltanto
Il ritorno a capo?
Perché all’oscurità pura e gratuita
È succeduta un’opaca grigia
Chiarezza? Cosa aspetta
A rinascere il bel canto?”
“Così hanno voluto i cretini
Anzi scusami il lapsus “i critici”
Ma quelli son finiti tutti
In pasto ai pescicani
Nessuno n’è arrivato a questa riva”.
“E questi tuoi neoteroi
Quanto son buoni?”
“Magari non son buoni, ma son tanti
Tra essi prima o poi nascerà il poeta
Da vera linfa nutrito.
Si sa, la messe è molta
Ma chi raccoglie è sempre
Una mosca rara. Che importa…
Chi poi potrà deciderne il valore?
Una consorteria d’amici
Il club degli scrittori
Il sindacato, l’audience
Il Tempo…
Anche lui s’è privato d’ogni forza
Tutto si fa e si disfa in un istante
Tutto all’oggi è fragile, effimero
Come bene dimostrano le ceneri
Delle torri gemelle
Sarà colpa dei materiali usati
Ma io credo che sia qualcosa d’altro
Che tocca lo spirito, il cervello.
Di certo chi scrive le poesie
Non fa la guerra
Non sfrutta gli operai
Non ruba, non imbroglia!
Se tutti scrivessero
Dipingessero quadri
Scolpissero marmi
Intrecciassero note
Sia pure malamente
Come sarebbe più felice il mondo!
Tutti gli astanti diedero un sospiro
Così caldo e profondo
Che mi svegliai dal sonno
In stazione
Era arrivato il treno
E con lui la mia donna
Avevo in tasca per lei
Questi poveri versi grigi e opachi
Il mio pensiero…
Sapevo che avrebbe riso alla lettura
Di quella pacata parodia dell’altro mondo
Un abbraccio, un bacio e tra le mani
L’Universo intero!



*

le quattro stagioni

LE QUATTRO STAGIONI

 

INVERNO

 

La fontana è gelata

Il cielo vuoto

I gemiti dei tir sull’autostrada

a filo d’orizzonte.

La terra è una piana desolata

umida e grigia

Inverno che vivi senza gioia

specchiato nei ghiacci

di interminabili notti

nel cielo dei tuoi firmamenti

 

 

 

PRIMAVERA

 

 

Germogli e foglie

Dirompenti, docili umori

Fuochi serpeggianti sotto pelle

Desideri e respiri

Profumi nuovi e antichi

Balconi aperti e musiche

Animaletti dei boschi

Appesi ai rami degli olmi

Ruote panoramiche tese

Su paesaggi di campanili

E spazi fioriti

Cieli stellati, illuni

Tutto questo tu sei

Primavera!

 

 

ESTATE

 

Gridi dalle grondaie

Vesti leggere

Profumi, deodoranti

Autobus grondanti sudore

Soli e lune che s’inseguono

Nel cielo del primo mattino

Fuochi notturni

Musiche di sagre

Lezzo caldo di concime

E già il tuono sfinisce

Estate, il tuo caldo respiro

E le nuvole nere che avanzano

Da un vento nuovo sospinte!

 

 

 

 

 

AUTUNNO

 

Radici che si apprestano a dormire

Ori sfiniti

Che non guardano il sole

Nebbie febbrili

Sottili malinconie

Partenze agli aeroporti

Sulle rive del mare

Archi d’uccelli migratori

Nel cielo che imbrunisce

Misteriose nostalgie

Di terre remote

Una rosa fiorita

Un’illusione di eterno rimanere

 

 

 

*

Insonnia

Ho guardato nel gelido cristallo
di una notte di Dicembre
le costellazioni migrare alla deriva.

In un’intera notte d’insonnia
ho appeso ai loro lumi i miei pensieri
come diafane chiome di comete.

Ho ascoltato il respiro della città dormiente
i sussulti improvvisi, le sue voci
le urla dei suoi incubi.

Ho acceso gli schermi di tutti gli insonni
Ascoltai i monologhi dei loro deliri
Ho letto le pagine dei loro libri

Ho udito i lamenti di tutti gli infermi
i loro letti cigolanti, le preghiere
i sospiri di tutti gli amanti.

Quando fu l’alba, una pace profonda
si fece nel mio cuore
M’addormentai in un’alcova di luce.

*

Effetto TAV (alla maniera futurista)




Vola il treno Freccia Rossa
Evviva!
Lucido come un portasigari
Da Milano a Bologna
Da Bologna a Firenze
E poi a Napoli
Sessanta minuti appena
Il tempo di leggersi il giornale.
Vibra ancora la corda
Che ha scoccato la Freccia
Un aeroplano sorride
Nel sorpasso
Un falco tenta d’afferrare
Quell’enorme biscione di metallo
Lo vuol rapire in cielo
I suoi artigli divengono di fuoco
Limati dagli attriti.

Fabbriche, paesi dormitori
Parcheggi per uomini d’affari
Per camionisti
S’affollano lungo il suo percorso
Persino centri commerciali
Dove puoi trovare
La barca e l’automobile
La vasca da bagno
Il pensile di cucina
Il dentifricio al fluoro
Tutto a prezzi eccezionali!
Gli ecologisti protestano
Gli economisti sorridono
I politici si riempiono le tasche
La gente comune sogna
Viaggi interplanetari
Comodamente seduti
Senza staccare i piedi da Terra.
Addio Centro Storico
La Storia corre e tu rimani
Disabitato!
La parietaria e l’edera
Copriranno i tuoi muri
Devastati dal tempo
Nelle tue piazze
Solo pochi stanchi turisti
Addio belle città
Di palazzi e cattedrali
La Freccia Rossa vi ha spaccato il cuore
I fiumi che vi attraversano
Impotenti
Trasporteranno al mare
I tristi ruderi della vostra rovina

Sorgono in riva alla sua strada
Sontuosi palazzi di specchi
Alti e arditi
Coronati d’antenne e parafulmini
Simili alle dimore
Degli Dei del mito
Piazze al coperto
Spazi spazzatura
Dove un finto sole
Incita ai consumi
D’aperitivi e toast
Scale mobili, schermi
Musica soffusa, luce e penombra
Tutto calcolato
Per un rilassante passeggio
Tutto studiato per questo umano
Asettico maneggio

Corre la Freccia Rossa
Veloce
Come questo Tempo postmoderno
E noi cantori della nostalgia
Sempre rivolti languidi al passato
Inclini all’introspezione
Che abbiamo rifiutato
Il bizzarro vangelo futurista
Rimaniamo confusi
Sui marciapiedi della stazione
Come colui che è arrivato in ritardo
Oppure ha perso il biglietto
Per questo nuovo strabiliante treno!






*

le ultime cose

Ho tenuto socchiusa la porta di casa
perché ho sognato che saresti tornata.
Il frigorifero è pieno delle cose
che tu compravi al supermercato.
Fa gli spaghetti ai carciofi
i tuoi sono impareggiabili.
La tovaglia che preferisci
quella bianca e viola
è nel cassetto della credenza.
Il vino bianco è nel ghiaccio.
Ho curato le tue piante
come fossero stati i figli
che non abbiamo mai avuto.
Tu dicevi sempre che sono
un sognatore inguaribile.
Ora la mano della Solitudine
ha schiacciato l’insetto che sono io.
Non avresti mai detto
che un pacifista estremo come me
avrebbe acquistato una pistola illegale
e sarebbe andato sull’argine del fiume
con la nostra berlina
che arrugginisce in garage.
Il fiume corre nel suo letto
come ognuno di noi nel suo destino
queste sono le ultime cose
che ti scrivo.


*

partita al videogame

Sorella Morte
sei apparsa questa sera
tra le navate della mia partita.
Ho sentito il tuo passo feroce
minaccioso di guerriero antico
appesantito dai troppi allori.
Gli omini al vederti tremebondi
si nascondevano dietro alle colonne
esplodevano al tocco del tuo dito
dall’unghia esangue, lunga
sporca di terra.
Quello nel fondo
abbarbicato all’altare
illuminato dall’atroce luce
dei tuoi occhi
sono io che ti aspetto
che non so fuggirti.
Esploderò trafitto.
Svolazzeranno attorno
pochi frammenti di poesia virtuale.
Cielo ed inferno si toccheranno
per un attimo
poi lo schermo si sarà annerito.

*

Il porto che non c’è

La barca veleggia
Verso un porto che non c’è
Nel chiarore mortuario del tramonto
Incontro all’ombra della sera

I pescecani addentano lo scafo
Battendo le code come remi
Impazziti di fame. “Moriremo
Divorati e non avanzerà di noi
A biancheggiare sulla sabbia
Neppure una lisca dilavata
Limata dai marosi!”.


“Sono sicuro che il porto
È dietro il promontorio.
Il faro è spento, le case dormono
Rabbuiate”

Non c’è porto alla fine.
Non c’è niente!
Tutto è dissipato
Forse all’orizzonte
Gli avanzi di un naufragio

*

seduzione

Una luce s’è accesa nel tramonto
Che rompe il cerchio nero delle nubi
Respiro un’aria dolce di salsedine
Che viola lontananze.
Isola di noia e solitudine
Sono fuggito d’Autunno
Per fare il nido oltremare
Ti ho lasciato il mio orgoglio
La mia infelice ironia
La mia pelle di serpente
Essiccata al sole
Mi giunge con il vento di ponente
La tua voce… i ricordi
I turbamenti della giovinezza
Memorie dolorose
Che credevo sepolte
Ora il tuo dente amaro
Avvelena i miei giorni
Non tormentarmi o terra
Profumata di vento
Non provare a sedurmi
Con le tue bianche spiagge
Lievi come veli di sposa
Con i tuoi sassi antichi
I tuoi silenzi troppo lunghi e tristi
Troppo loquaci ora
Che il tempo della vita s’è abbreviato.
Vorrei strapparti dalla pelle
Come un vecchio tatuaggio
Mi sei invece nel sangue
E mi commuovi fino alle lacrime.
Tu ancora comandi
E se mi chiami
Non potrò negarmi
Dirti ancora di no.

*

Il giorno della fine

Invano poeti falliti
Al cielo gli occhi volgiamo
A cercare la luce
Il mondo sprofonda nel buio
Un vento sottile
(profumo di mandorle amare)
Invade le strade.
Il cielo sorride.
Una sera di stelle cadenti
Angeli con spade di fuoco
In terra discesi
Fecero amare le fonti...Moriamo
Lasciando le carni insepolte
A imputridire sui letti.
L’Oceano ribolle d’ogni fetore
Un cane morde il pianeta.
Siamo spogli di tutto:
Ho visto mia madre volare
Tra le braccia del turbine
Solo l’incauto s’attarda
A piangere sulle macerie
Un veleno si spande per l’aria
Come soffice nebbia
Moriamo in silenzio:
Giornalisti, ecologisti
Dentisti, razzisti, notai, ignudi
Avvinghiati in un morbido abbraccio.
Il mondo sta per finire
C’è stato un corteo di protesta
Contro il Nepotismo
Per il Diritto allo studio
Per la Ricerca
Studenti e lavoratori
Che sfilavano insieme
Sono stati rapiti dal vento
Lasciando per terra
I cartelli multicolori,
I loro canti guerrieri,
Le loro giovani facce stupite
Tra i lampioni divelti.
Uno sparuto drappello di poliziotti
Scudo ed elmetto
Divisa antisommossa
Ha preso il volo leggero
Come stormo di rondini.
Le borse sono definitivamente crollate
I banchieri sono fuggiti
Con le casse svuotate.
Le fabbriche hanno chiuso i cancelli.
La Fame bussa ai balconi dei poveri
La Morte ai portoni dei ricchi
Montagne di rifiuti
Fumano nelle ciminiere.
Lui sorride, da secoli,
Senza età, col profilo rifatto
Da un sapiente chirurgo
I capelli corvini
(una tinta nasconde
Il grigiore della senescenza)
Sul palco della commedia
Lui si mostra ottimista
Ma quando si spegne la scena
Piange in silenzio.
I politici continuano a litigare
Come se nulla accadesse
Lui non cessa di piangere.
Ma quando finirà questa Fine
Che pare non finisca mai?
E i ricchi sono sempre più ricchi
E i poveri sempre più poveri
Mentre noi poeti falliti
Inutilmente scrutiamo il cielo.
Aspettando il Paradiso.




*

outlet

Usciti dal negozio
Ci ritroviamo sotto il porticato
Colorato a pastello
I pacchi in mano, attoniti
Fuori del mondo
Anzi, in questo mondo fatto di prodigi
Dove regna l’ordine perfetto
E pure il tempo pare che si fermi
Se non fosse per un cambio di stagione
O una fontana sorta all’improvviso
A lato della strada
Qui non vendono libri né giornali
Qui non arriva l’eco della vita
Che si ferma in riva all’autostrada.
Dalla vetrina delle cose inutili
Uno scheletro bianco in porcellana
Irride gli uomini fermi alle panchine
In rassegnata attesa
E le donne griffate, in finto casual
Erratiche sui viali di cemento
Gli occhi smarriti nella fatua luce.
Esseri tutti pallidi e infelici
Come larve immortali.
Cerco la penna nella tua borsetta
Per fermare sopra uno scontrino
Questi poveri versi smemorati
Ci trovo con il fard ed il rossetto
Un mio vecchio biglietto di Natale
Scrivevo: sei il mio sogno, la mia vita
Una voce enumera dal cielo
I miracoli, gli sconti, le occasioni
Di quel fittizio, terragno paradiso.
Trovo un sorriso nei tuoi occhi.

*

Idillio per la festa di San Giuseppe

Come risuona, o mare, la tua voce
Maestosa e lenta come una preghiera
Nel profondo silenzio della notte!

Nasce la luna dietro la scogliera
Svela le case, le barche sulla riva
Sulla darsena il faro, la torre saracena
Dal borgo sale una mesta salmodia
Le note della banda musicale
A lume di candela
Accompagnano il santo in cattedrale

Batte e ribatte fratta alla battigia
La tua onda sonora… sul balcone
Vibrano le foglie del palmizio
Al vento teso e dolce di maestrale
A fari spenti sostano sul molo
Coppie in amore…

Sulla buia distesa del tuo corpo
Livido e bianco vola un gabbiano
Ultimo, solitario…tra le rocce
Depone il suo piumaggio
S’addormenta
Muore?

*

La balena di Viterbo

Quando il sole tramonta dietro all’Empire e ai grattacieli della Quinta Strada il mio lavoro incomincia. Lascio la Lincoln nel parcheggio sotterraneo, prendo l’ascensore che mi porta al diciottesimo. Spesso, in questo tratto, mi trovo solo: io e la mia immagine riflessa nello specchio, deforme e ridicola nello sfavillio dei fari che inondano di luce la cabina. Mi capita allora di pensare a Verbena, il mio paese, una cittadina di duemila anime che ha per me il sapore del paradiso perduto dell’infanzia.
Come fui spensierato e felice, almeno fino a che la mia famiglia fu unita! Quando compii dieci anni mia madre se ne andò di casa lasciandoci soli, me e il babbo. In verità diedi un sospiro di sollievo perché ogni notte li sentivo litigare e spesso venire alle mani, tanto che temevo che prima o poi s’ammazzassero. Mi dispiaceva soltanto che non mi avesse portato con se, infatti il babbo, che faceva il camionista, tornava a tarda sera troppo stanco o troppo ubriaco per occuparsi di me.
Così sono cresciuto come un giunco selvatico frequentando compagnie poco raccomandabili, marinando la scuola due giorni si e un giorno no, e i pomeriggi sempre sul campo di calcio. Alla domenica mi trovavo con i grandi al bar di Gigi a bere birra e coca cola, ascoltando le loro storie, annuendo come se ci capissi qualcosa. Fumavano tutti, e qualcuno a notte fonda si faceva pure uno spinello accanto al muro della palestra di scuola.
Il mio amico per la pelle era Frediano, un ragazzo di cinque anni più grande di me. Lo ammiravo per la sua forza fisica e per quel modo serio e grave che aveva di parlare, di trattare gli altri ragazzi della sua età. Con me era una specie di padre a volte dolce, a volte severo. Una volta soltanto mi diede uno scapaccione per farmi capire che dovevo resistere al dolore e non smettere mai di picchiare anche se mi faceva male la faccia e un luccichio mi ruotava dentro gli occhi.
Ricordo che avevo quindici anni compiuti, era l’ultima domenica di Maggio, da Gigi quella sera non si parlava d’altro che di donne e di sesso perchè nell’unico cinema di Verbena stavano proiettando “L’ultimo tango a Parigi”. Quando all’una di notte ci incamminammo verso casa, Frediano mi domandò s’ero mai stato con una donna. Risposi di no arrossendo nel buio. Inutile cercare di mentire a Frediano: ti guardava serio e ti leggeva negli occhi come un libro aperto.
“Bisogna che andiamo a Viterbo a trovare la balena”
“Quale balena?” dissi “Nel Mediterraneo non ci sono balene, e poi Viterbo non è nemmeno sul mare”
“Che cosa hai capito? La balena è una di quelle… La chiamano la balena di Viterbo perché è grassa…neppure tanto. Insomma è robusta, ma è quella che ci vuole per te. Lei ci sa fare con i principianti. Devi sapere che la prima volta può accadere che ti emozioni e non ti venga su. Fare l’amore non è semplice come credi! Ci pensa lei a tutto. La prima volta è importante perché, se non riesci, dopo hai un sacco di problemi psicologici; se invece ti va bene, vai alla grande!”
Due giorni dopo, alle sette del mattino, prendemmo il treno che portava a Viterbo. Lo scompartimento era vuoto, ma durante il tragitto si riempì di studenti e operai a causa delle numerose fermate che ne rallentavano il cammino. Un viaggio di due ore tra filari di cipressi e colline coltivate a vigneto. A me non interessava affatto ciò che c’era dentro e fuori dal treno: ero troppo preoccupato per quella specie di viaggio d’iniziazione sessuale che era reso ancora più temibile dal silenzio di Frediano che non aveva aperto bocca per tutto il tragitto. Quando uscimmo dalla stazione di Viterbo, mi domandò se avevo soldi in tasca; risposi che non avevo una lira.
“Come fai a pagarla. Non sai che quelle lo fanno per mestiere? Tieni, per questa volta offro io” disse allungandomi tremila lire che infilai in tasca.
Salendo le scale buie e sconnesse che portavano al terzo piano di un palazzo di periferia, dove abitava la balena, mi batteva il cuore all’impazzata, e non certamente per la fatica. Frediano suonò tre volte al campanello. La porta si aprì ed entrammo in una stanza dove un divano sdrucito in stoffa, un vecchio tavolo quadrato e due sedie di paglia costituivano tutto l’arredo. Nascosta dietro una tenda c’era la cucina. Si udirono i passi della donna.
“Cosa volete a quest’ora?” Erano le undici del mattino, un’ora insolita per quel tipo di lavoro.
“Signora” disse Frediano “Le ho portato un mio amico. Lo tratti bene perché è giovane. Io vado, ti aspetto al bar di fronte.” Aggiunse quasi sotto voce rivolto a me.
Restammo soli, io e lei, uno di fronte all’altra. Indossava una vestaglia a fiori e le ciabatte rosa, s’era fatta i capelli rossi e le labbra viola, era ingrassata, da come la ricordavo cinque anni prima.
“Cosa fai tu qui?”
“Ho saputo che abitavi a Viterbo e sono venuto a trovarti” mentii, col pianto che mi strozzava il respiro.
“Bene, Fermati a pranzo allora!”
“Non posso. Il mio amico mi aspetta giù. E poi il babbo non sa niente…” dissi dirigendomi verso la porta.
“Non dirai niente a tuo padre vero? prometti!”
Mentre uscivo quasi di corsa con le lacrime agli occhi, sentivo la voce di mia madre colma di disperazione:“Lo faccio per vivere, per mangiare!” L’angoscia del suo viso, il suono della voce, quelle parole mi sono rimaste impresse dentro come un tatuaggio indelebile.
Dovevo avere un’espressione stravolta perché Frediano per tutto il viaggio di ritorno non fece domande. Capii allora confusamente, e negli anni seguenti sempre più chiaramente, che non era sufficiente darle e prenderle stringendo i denti, come mi aveva insegnato Frediano; ma che bisognava nuotare disperatamente, con tutte le forze, per non rimanere al fondo, invischiati nella melma come insetti. Quando giungemmo a Verbena, Frediano mi domandò cosa era successo.
“Niente” risposi “Tutto bene, mi è anche piaciuto”
Da quel giorno non frequentai più gli amici. Mi diedi anima e corpo allo studio. Dopo che presi il diploma di scuola alberghiera girai il mondo facendo di tutto: il cuoco, il cameriere, il portiere d’albergo. Adesso dirigo l’Hotel Roma a Brooklyn. Guadagno seimila dollari al mese, i miei amici sono gente per bene, o almeno crede di esserlo, e possiedo una bellissima macchina.
Ora che il cielo s’è incupito e si sono accese le insegne dei teatri e dei locali notturni, mentre il traffico scorre lentamente come un lungo fiume di luce mai il mio paese mi è parso così lontano, così irreale, come se non esistesse affatto. Mio padre è morto tre anni fa. Di mia madre non so nulla. L’ho cercata a Viterbo, ma non c’è più, e non so dove sia andata, se sia ancora viva. Mi è rimasto un rimpianto: non essermi gettato tra le sue braccia, non averla baciata quella mattina che la vidi per l’ultima volta.



*

discorso sulla luna


Avrà una voce questa luna
Che discorre coi lupi
E con i treni in corsa nella notte.
Da troppo tempo è sparita
Dal cielo fosco di città
Ma se ti sporgi sul fiume
La troverai alla foce
Con la sua falce cornuta
Il viso pieno di medaglia antica
Il suo nulla: appena
Un cerchio nero, traslucido
Nel cielo.
Passano gli anni, i secoli
Si festeggiano i millenni
Abbiamo orecchi grandi come piazze
Fatti di specchi e lamine vibratili
Per ascoltare invano la sua voce.
Gli Antichi ne udivano i sospiri
A noi si tace
Forse disprezza le nostre ciminiere
I grigi fumi e gli atomi impazziti
Le onde che corrono per l’etere
Le cui legioni, a vederle,
Oscurerebbero il cielo
Come le orde di angeli malvagi.
Forse ci odia
Perché insudiciamo le sue maree
I suoi limpidi specchi
Nelle fonti e nei mari
I suoi candidi letti
Quando regale si cala sui nevai.

*

Morte di un poeta »
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*

Poesie e canzoni








Leggendo Heine

Giocava con i fiori e le cicale
la mia piccola dea
tra i sassi e le colonne
delle rovine del tempio.

Poi fu Fata Turchina (ma gli occhi
aveva bianchi e molli come cera)
smarrita tra la folla alla stazione
davanti ai cancelli della fabbrica
dietro al bancone del supermercato
nei viali spogli di periferia.

Adesso è una strega, una megera
appollaiata in cima al campanile
coperta d’escrementi
irrisa dagli insetti e dai colombi.

Come una vecchia poiana allunga l’ali
ad afferrare i refoli di vento:
miseri, fugaci refrigeri.

E non c’è clemenza di Tempo
pietà di Morte
per una dea immortale.












Visioni

Angeli, le bianche ali spiegate
Volano radenti i tetti dei palazzi
Angeli fermi ai crocicchi delle vie
Sorvegliano pazienti
Bisbigliano agli orecchi
Sordi e distratti dei passanti
Custodi dei sogni
Chi li ha veduti giura
Che hanno riccioli d’oro
Occhi azzurri, grandi
Come balconi spalancati sul cielo
Alcuni portano la spada
Altri la tromba
Altri ancora il giglio
(cercano una donna)
Hanno corpi freddi e lisci
Come cristalli d’acqua
Caldi e spumeggianti
Come colonne di vapore
Chi li ha toccati in questo non concorda
Riparano di notte
Nei casolari semidirocati
Nei dormitori pubblici
Negli appartamenti illuminati
Dalla fioca luce dei televisori
Nei chiostri silenziosi dei conventi
Nei vasti androni dei ricchi palazzi
Flatulenti d’arrosti e torte alla vaniglia
Angeli di Dio, vi prego
Non mi lasciate!
Portatemi con voi pur se dovessi
morire questa notte.






Canzone per un letto vuoto

Ti corteggiava il vento
Lascivamente sfiorando le ginocchia.
Ti ha sedotta la notte
Lasciandoti sul letto
Con il ghiaccio nel cuore.

Ti lusingava il tempo
Facendoti fiorire
Per tradirti con gli anni.

Ti hanno plasmato le mie mani
Sotto le vesti candide cercando
Le tue natiche forti
I tuoi seni maturi.

Io, cattivo poeta
Ti ho sognata, adorata
Cantata con i miei versi inutili
Condannati al silenzio.

Ed ora ti ritrovo
Al fondo di un cassetto
Tra le mie vecchie carte:
Creatura diafana di parole morte













Ipocondria I

Non sfasciare la sveglia per cercare
il gallo che ti sveglia ogni mattina
urlando a squarciagola
Non t'angosciare
se non sai cosa si muove
dietro lo schermo del televisore,
come galoppa l'inflazione
sui banchi del mercato
e come funghi crescano
la recessione, la stagnazione
la disoccupazione.
Si dice che ci fu un grande botto:
in fondo allo spazio-tempo
s'è rotto un equilibrio,
e tutto s'è messo a correre impazzito
e i galli a cantare dentro gli orologi
e le scatole di plastica a parlare.
Pure i tuoi giorni hanno preso un treno
rapidissimo, che non sai dove porti
e che non puoi fermare.

Ipocondria II

Non c'è rimedio il fegato
s'è farcito di colesterolo
l'ecografia non mostra
alcun miglioramento.
Il tempo è solo medico di sé stesso
il tuo armadio d'antiquariato
un esercito di termiti perfora
minandone fin le fondamenta
e tu con lui ti sfarini
tu pure entrato
nel catalogo triste della roba vecchia
eppure hai gli occhi vivi
eppure giovani hai i sensi
e il cuore....

Je suis l'Empire à la fin deladécadence,
qui regarde passer les grands Barbares blancs
( Verlaine)


Meditazione a due voci

Ho aperto un libro
sotto casa è tutto un brulicare d’automobili
Parla di sogni
sulla rotatoria suonano isterici clacson
Sono pochi versi
il vigile respira piombo e proteste
E' descritta una vita
una nube d'idrocarburi pesa sull'asfalto
La vita come nuvola
lunghe file di macchine come serpenti
Pagina dopo pagina
uomini affannati, venditori, compratori
Nuvola che corre in cieli puliti
uomini d'affari ingrigiti di ceneri
Vita come passione
la strada è un formicaio d'esseri operosi
Una vita immobile
di uomini che hanno inventato lo stress
Una vita ad ascoltare
che hanno inventato i supermercati
I passi leggeri del tempo.


Ipocondria III

Non c'è dolore
a rimirare i propri fallimenti
non c'è dolcezza.
E' come rannicchiarsi
dentro un grembo vuoto
senza calore
quando la mamma è morta.








Viaggio per mare

Ti parlerò stasera delle navi
Ai moli addormentate a luci spente
Ti parlerò dei fari, dei gabbiani
Dai grandi occhi di vetro.
Ti parlerò del canto a notte fonda
Rauco delle sirene,
Delle boe sonnacchiose
Di te che parti sul mare buio
Di me che parto ma rimango
Sui rocciosi pendii fioriti di ginestre
Sotto il cielo d’Aprile
Sotto il sole
E le azzurre tempeste.
Ecco, nell’ora che il cielo
Ha lo stesso colore dell’abisso
S’allontanano i lumi della terra
Stringi la mia mano forte, viaggiamo.
Ci guidi quella stella per le eterne
Celesti geometrie.
Stiamo uniti noi due, non c’è data
Certezza alcuna al mondo
In questo notturno vagabondare


Capodanno

L’anno s’è spento senza neve
In un azzurro terso di ghiaccio
Dove astri risplendono mai
Così vicini e vivi.
Ridono i botti ma pochi
Sono davvero senza rancore.
La prima ora ci coglie
Più vecchi e tristi
Quasi consumati
Prigionieri di larvali ore
Non ancora defunte
Che annidiate resistono
Nei liquidi meandri dei pensieri






Canzone per una rosa

In quale balcone fiorita
Sei rosa
Profumi ogni cosa che sfiori
Con le tue magiche dita
Sei figlia del bacco peloso
Del pettirosso canoro
Sei rosa
L’autunno piovoso ti sfoglia
I petali d’oro, ti ruba
Fragranze soavi
Soffiando la tuba del vento
Sei spoglia
Vertigini susciti e verdi
Tremori di foglia, conduci
Il gelido inverno per mano


Messaggio affidato ad una bottiglia

Tu sei partita, tu non ci sei
Di te notizie incerte attraversano il mare
Mi hai lasciato solo e affamato
Come un polipo triste abbarbicato
Alla nera scogliera
Lambita dai marosi
E non oso strisciare
Fino al ristorante più vicino
E’ il frigorifero
Un’Antartide vuoto e desolato.
Se non avrai le mie spoglie
Troverai le mie lacrime raccolte
Nell’ultima tazzina di caffé
Avanzata in cucina.
Conservale vicino all’olio santo
E al pane benedetto di Natale









Canzonetta in cinque sillabe

Corre la vela
Gonfia di vento
Mammella tesa
Nel mar turchino
Bianca nutrice
Sfiorando il tremulo
Oro dell’onda
Là dove il velo
Cade dei cieli
Già si dissolve
Con lenta grazia
Mio caro amore
Ritorna a riva
Voglio baciarti
All’infinito

*

tre liriche

Avviso ai naviganti


Se viaggiate sul Nilo
non potete ignorare
quelle antiche signore
sedute su scranni di pietra
sonnacchiose,
mai sazie di sole
e quel cane dalla faccia di donna
sfigurata dalla carie del tempo
che più non ha voglia
di scodinzolare sulla spiaggia del Cairo.
Una volta il mare arrivava fin là
ai piedi delle case
prima che il fiume trasportasse
la sua nera paccottiglia di limo e di fango
e il papiro inverdisse la sabbia.
Rimini Egizia!
dell’età del bronzo e del ferro
quando giovani atleti
e ragazze di profilo ammirate
mimavano sulla spiaggia
l’amore per gioco
e scarabei e civette
dagli occhi turchini
e cani alati scorrazzavano in riva
attorno alle barche e alle navi votive
che impigrivano al sole.
Dormiremo noi pure
nelle umide stanze ammuffite
abbracciati al remo della canoa
o seduti ieratici
sul pedalò
mummie svuotate di tutto
se non dei ricordi.
A tutti diremo
“Non abbiamo saputo
dove andare”.




Alieno

Oh la città! La città è lontana
Di sotto……io sono in alto
Trascoloro nel sole, vorrei
Essere in paradiso!
Invece sono sospeso… solo sospeso
Il vento mi gonfia i pantaloni e la camicia…sono
Nel tetto più alto
Sotto di me
Gli strali del tramonto
Sanguigno all’orizzonte
Come ogni fine!
Sto appollaiato sopra il cornicione
Come un falco ferito
Affamato, spaesato…… non posso muovermi
Scendere, atterrare
In mezzo ad una strada
O sull’erba di un prato
Tra la meraviglia della gente
Dei bambini che giocano
Semplicemente ho perso le chiavi della porta
Che conduce alla scala, all’ascensore.
Invano faccio gesti, mi sbraccio
Sul marciapiede i passanti
Sono piccoli insetti…scarafaggi le auto
Ed io un farfallone nero
Prigioniero della propria sconsideratezza.
Usa il cellulare…chiama tua moglie!
Mi suggeriscono gli angeli appostati dietro i comignoli
Ma per somma ironia della sorte
il telefono è inutilizzabile, ha esaurito la carica.
Quando verrà il buio con la notte
Sarò assalito dal freddo
Sento già correre i brividi
Forse cadrò in delirio
Fame, sete, bisogno di urinare
Ecco un’idea eccellente… veramente!
Farò i bisogni sporgendomi dal parapetto
Qualcuno, centrato, s’accorgerà che non sono
Escrementi di colombi
Ma umani resti di banchetti.
Crederà in una mistica visione
Del prossimo futuro
Forse griderà:”C’è qualcuno là sopra?”
E tutti assaggeranno l’escremento
Per capire, conoscere, sapere
La qualità del cibo che è dato al prigioniero
Esposto nella gabbia
Eretico folle, ostinato
E sono io…. qua sopra
In veste d’uccello imbalsamato
Calcinato dal vento
Illividito dal freddo…. spento … essiccato



Giovedì Santo

L’hanno gridato tutti gli strilloni
È su tutti i notiziari della sera
Jesus il messia è stato condannato
A MORTE
Domani sarà l’esecuzione.
Capannelli di curiosi sostano dinanzi
Alle grigie mura del carcere.
Cortei d’abolizionisti irati, mesti,
Cortei di sostenitori della vendetta
Trionfanti
Perché giustizia sarà fatta
Sfilano davanti al suo portone.
Lui non s’è difeso
Non ha chiesto la grazia.
Come un malfattore pentito ha domandato
D’espiare le colpe.
Quali colpe?
(Pare che il giudice
Se ne sia lavato le mani)
Le colpe di tutti gli uomini?
Giustizia comunque sarà fatta.
I falegnami lavoreranno tutta notte.
E’ stata comandata una croce
Di grandezza inusitata che possa essere veduta
Da ogni quartiere
Da ogni angolo della città.
Monito per i falsi profeti,
Dissuasione per i sovversivi.
Il condannato è stato deriso
Coronato di spine
Percosso, flagellato.
Domani farà il suo cammino
(Dead man walking)
Verso la collina.
Cammino lungo, faticoso
Per i suoi piedi sanguinanti, per le sue ferite.
Cammino dei soldati di tutte le guerre
Per le steppe e i deserti,
Per le giungle e i mari,
Di tutti i malati e sofferenti
Per i viali dell’ospedale,
Per gli uffici della mutua,
Di tutti i depressi, i malati di mente
Per i giardini dei manicomi,
Delle cliniche psichiatriche,
Di tutti i carcerati
Per i corridoi
Per i cortili del carcere,
Di tutti i popoli straziati
Dalle guerre civili,
Decimati nei campi di sterminio,
Di tutti i condannati nel braccio della morte
Che attendono la vendetta legale.
Tutti compagni
Tutti lignee schegge della sua croce
Sulla strada che porta alla collina.
Stanotte grande spettacolo gratuito!
Lo stadio già trabocca di folla.
Fari multicolori
Forando la nera tunica del cielo
Solleticano le stelle.
Tutti i riflettori sono puntati
Su questa Star nascente
Già morente.
Accendono di luce candida il suo viso
Intriso di sangue.
Tutti ridono, applaudono, fischiano.
Vorrebbero sentire l’uomo parlare
(che dica almeno una parola!)
Gridare di dolore
Agonizzare.
Dove sono i suoi amici?
Portate qui anche loro
(ancora non sono stati inventati
I giochi dei leoni
Le docce con il gas
I forni)
Domani le sue mani saranno martoriate,
Mani d’operaio nelle macchine
Di fabbrica.
La lancia bisturi
Sezionerà le sue carni
Su quello strano letto operatorio.
Le sue ossa saranno fracassate
Come caduto dall’impalcatura,
Volato sull’asfalto della strada.
Domani griderà “Padre, Padre”
Come ogni figlio che soffre
Come ogni uomo che muore.