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Raccolta di poesie di Paolo Melandri
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Aut aut

Aut – aut?

 

Strano, quante cose sono umide,

cervello, melone, genitali,

la lumaca, l'occhio, il pesce.

 

Secca invece la matematica,

le unghie, l'orecchio, la carta.

Il pianoforte non sa nuotare,

il computer non gocciola,

l'arte non ama prendere la pioggia.

Al deserto piace di esser arido,

al Nilo no. (Soltanto la neve

è al tempo stesso secca e bagnata).

 

Anche l'uomo sotto l'ombrello

è più acquoso di quanto non pensi.

Non si può, pensa,

avere tutto. Però ogni bambino,

appena è secco dietro gli orecchi,

chiede a se stesso e poi ad altri:

Perché no? e non trova nessuno

che sappia rispondere.

 

© Paolo Melandri (18. 7. 2019)

*

Modelle

Modelle

 

Tutte queste madonne, stiratrici, nonne,

queste odalische o domine,

come vanno al bagno, come frustano, pregano,

si sdraiano, troneggiano,

stregano e fanno l'uncinetto,

mute, come ci guardano,

e noi a guardar loro!

 

Qual era il vostro intento

davanti al cavalletto,

in quei vostri atelier pieni di spifferi?

Ma avevate un intento?

O le avete soltanto adorate

o frustate oppur messe sdraiate

 

o semplicemente stregate

perché pie o voluttuose,

ma pur sempre intoccabili,

pur sempre mute

aleggiassero nelle nostre stanze?

 

© Paolo Melandri (17. 7. 2019)

*

Semantica

Semantica

 

Appena ho chiamato la pietra

pietra”,

dietro di essa appare

diafana, fantasmatica,

come una sua ombra chiara,

una seconda pietra, più leggera,

che è facile scambiare per la prima.

 

La raccolgo,

ci dormo sopra,

la getto via.

Mi appartiene,

non si può opporre.

Della mia pietra

faccio quel che voglio.

 

Ma non pesa niente.

Pesante è l'altra,

la prima,

che non mi dà retta,

che non ha nome,

che mi colpisce.

 

© Paolo Melandri (16. 7. 2019)

*

Misure di sicurezza

Misure di sicurezza

 

Tento di sollevare il coperchio,

logicamente, il coperchio

che chiude la mia cassa.

Non che sia una bara, questo no,

è solo un involucro, una cabina,

insomma una cassa.

 

Sapete esattamente cosa intendo

dicendo “cassa”,

non fate finta di non capire,

non intendo nient'altro

che una normalissima cassa,

e nemmeno più buia della vostra.

 

Io vorrei dunque uscire, e busso,

picchio contro il coperchio,

grido “Fatemi luce!” lotto

per il fiato, logicamente,

e tuono contro lo sportello. Bene.

 

Ma per motivi di sicurezza è chiusa

questa mia cassa, e non si apre,

la mia scatola ha un coperchio,

ma il coperchio è assai pesante,

per motivi di sicurezza,

poiché si tratta insomma

di un contenitore, di un'arca santa,

di una cassaforte. Non ce la faccio.

 

La liberazione non può logicamente

aver luogo se non con l'unione delle forze.

Ma per motivi di sicurezza io sono,

nella mia cassa, solo con me stesso,

nella mia propria cassa.

 

A ciascuno il suo! Per potere, con l'unione delle forze,

sfuggire dalla mia propria cassa

dovrei, logicamente, essere già

dalla cassa medesima

sfuggito, e ciò vale,

logicamente, per tutti gli altri.

 

Mi puntello quindi contro il coperchio

con la mia propria nuca. Ecco!

Lo spazio di una fessura! Ah! Fuori,

stupendo, l'ampio paesaggio,

cosparso di barattoli, di bidoni,

insomma di scatole, e sullo sfondo

il moto fremente dei verdi flutti,

puntellato di valige naviganti,

sovrastato da altissime nubi,

e ovunque, ovunque l'aria!

 

Fatemi uscire”, grido allora

venendo meno, contro ogni buon senso,

con la lingua impastata, coperto di sudore.

Fare il segno della croce è impossibile.

Fare un cenno, senza una mano libera non si può.

Stringere il pugno è escluso.

 

Perciò “Mi preme”, grido,

esprimere il mio rammarico, ahimè!

il mio proprio rammarico”,

mentre con un sordo “Pflupp”

ancora una volta il coperchio,

per motivi di sicurezza,

si richiude su di me.

 

© Paolo Melandri (16. 7. 2019)

*

A favore delle omissioni

A favore delle omissioni

 

Classici non letti, invenzioni

che ha risparmiato a sé e ad altri,

scommesse perdute,

pistole con la sicura,

titoli, posti, onorificenze

che si è lasciato scappare,

aerei persi all'ultimo momento,

indimenticabili cilecche, misere vittorie

che per un pelo ha scansato, e donne

con cui mai andò a letto:

 

nella sua sedia a rotelle ripensa,

tenero e riconoscente,

a quanto ha evitato,

risparmiando il mondo.

 

© Paolo Melandri (14. 7. 2019)

*

Aesculus hippocastanum

Aesculus hippocastanum

 

Quanto sei piccolo, quanto infantile al confronto

con lui, la sua maestà, la ricchezza.

Sparge milioni di fiori bianchi,

a puntini discreti, cremisi e gialli.

 

Molto più avanti odi degli scoppi là fuori,

botto sordo, smorzato sull'asfalto

di verdi astri del mattino. Peluria bianca

fodera l'astuccio da cui ti viene

 

incontro un lucore di smalto, venato,

un enigma, chiazze grigie e ombelico grigio-argento,

 

e tu ti chini e come nulla prendi in mano

ciò che ognuno può avere e nessuno comprare,

 

un lindo dono, impeccabile

e giovane. Solo tu sei vecchio e grande.

 

© Paolo Melandri (14. 7. 2019)

*

Monito contro la giustizia

Monito contro la giustizia

 

Lei crede dunque sul serio

di essere stato sfortunato.

Il mondo, sostiene,

l'avrebbe trattata ingiustamente?

Però noi l'abbiamo davanti

con che solerzia e senza stampelle

lei su e giù sgambetta, alla sua età,

e la notte affonda

in qualche signora che la sopporta!

 

Per quali motivi lei ha meritato

di avere sopra di sé un cielo più alto

del suo cagnolino?

Come se fosse dovuto

tutto ciò che ingoia,

quando le ore non passano,

per esempio l'aria!

 

La mettiamo in guardia! È impensabile

cosa l'aspetterebbe

se le cose andassero come devono.

Il meglio difatti ci cade

gratis in grembo e in bocca –

anche a lei! – perché e di dove

non sa nessuno, va a capriccio,

ai giusti e agli ingiusti,

a volte come manna nella sabbia.

 

© Paolo Melandri (10. 7. 2019)

*

Pallida consolazione

Pallida consolazione

 

La lotta di tutti contro tutti dovrebbe,

secondo quanto trapela da ambienti

vicini al ministero degli Interni,

essere prossimamente nazionalizzata,

fino all'ultima macchia di sangue.

Tanti saluti da Hobbes.

 

Guerra civile ad armi impari:

quel che gli uni fanno con la carta bollata

gli altri lo fanno col mitra.

Gli avvelenatori e i piromani

dovranno fondare un sindacato

per difendere il proprio posto di lavoro.

 

Si osserva un'apertura sempre maggiore

del nostro regime carcerario.

Lavabile, rilegato in plastica nera,

Kropotkin è lì pronto per lo studio:

Sistema del reciproco aiuto

in natura”. Magra consolazione.

 

Abbiamo con rammarico appreso

che non esiste giustizia,

e con ancora maggior rammarico

che, come ci assicurano negli ambienti in questione,

stropicciandosi le mani, mai alcunché

del genere potrà, dovrà né saprà esistere.

 

Dibattuto è tuttavia chi o che cosa

ne abbia colpa. Si tratta del peccato originale

o della genetica? della cura del neonato?

della scarsa educazione sentimentale?

della dieta sbagliata? del Diociassiste?

del predominio del maschio? del capitale?

 

Del fatto che purtroppo non possiamo impedirci

di violentarci a vicenda,

di metterci in croce alla prima occasione

e di mangiarci gli avanzi, non sarebbe male

scoprire un'adeguata spiegazione,

balsamica per l'intelletto.

 

Anche se l'obbrobrio quotidiano disturba,

esso tuttavia non ci stupisce.

Ciò che però appare enigmatico

è il tacito aiuto,

la bonarietà senza secondi fini,

nonché l'angelica bontà.

 

È dunque gran tempo ormai di elogiare

con lingua infocata il barman che per ore e ore

ascolta il monologo dell'impotente;

il rappresentante di gallette prodigo

di misericordia, il quale risparmia il colpo mortale

lasciando cadere l'ingiunzione a pagare;

 

nonché la bigotta, la quale

inaspettatamente accoglie il disertore affranto

che bussa alla sua porta, e lo nasconde;

e il rapitore che al confuso complotto

con un fievole sorriso di felicità

improvvisamente rinuncia, stanco morto;

 

e noi mettiamo da canto il giornale

rallegrandoci, con un'alzata di spalle, come

quando il pezzo strappalagrime, se Dio vuole, è finito;

quando al cinema si accendono le luci, e fuori

ha smesso di piovere, e allora finalmente

c'infiora le labbra la prima boccata di sigaretta.

 

© Paolo Melandri (8. 7. 2019)

*

Modello gnoseologico

Modello gnoseologico

 

Ecco

una grossa scatola

con la scritta

scatola.

Se l'apri,

trovi dentro

una scatola

con la scritta

scatola tratta da

una scatola

con la scritta

scatola.

Se l'apri –

intendo dire

questa scatola,

non quella –,

trovi dentro

una scatola

con la scritta

E così via,

e se tu

procedi in tal guisa,

troverai

dopo infiniti sforzi

un'infinitamente piccola

scatola

con la scritta

così minuscola

che per così dire

alla vista

s'evapora.

È una scatola

che solo nella tua immaginazione

esiste.

Una scatola

assolutamente vuota.

 

© Paolo Melandri (8. 7. 2019)

*

Nel caso dato

Nel caso dato

 

Scegli fra gli errori

che ti son dati,

ma scegli bene.

Forse è sbagliato

fare la cosa giusta

nel momento sbagliato,

o giusto

fare la cosa sbagliata

nel momento giusto?

Un passo falso

non si corregge.

Il giusto errore,

una volta sfuggito,

non tornerà così presto.

 

© Paolo Melandri (7. 7. 2019)

*

Analgeticum

Analgeticum (Analgesico)

 

Totalmente indolore –

un'ora può durare

o anche qualche decennio,

a seconda. È stata una fortuna,

per il momento, malgrado…

La fortuna, quest'inevitabile

gigantesca aspirina –

effetti collaterali: niente –

confina con l'indifferenza.

Fa bene, però,

chi passa di qui,

sempre senza dolore,

sente sempre di meno.

 

© Paolo Melandri (7. 7. 2019)

*

Avviso della mutua

Animuccia, più leggera dell'aria,

più pesante che pietra su una tomba –

con te è impossibile trattare,

impolitica come sei

e variabile come le previsioni del tempo!

 

Ogni volta vorresti avere un lifting.

Nessuno ti capisce,

o mimosa egoista,

meno che mai tu stessa.

Hai di che far pietà.

 

Ma sarebbe un errore.

 

© Paolo Melandri (30. 6. 2019)

*

Il canto di Pamphilia

Pamphilia

 

Mi sono svestita per salire sull'albero; le mie cosce nude abbracciavano la scorza liscia e umida; i sandali percorrevano i rami.

 

In alto, ma ancora sotto le foglie e all'ombra del sole, mi sono messa a cavalcioni su una biforcazione scoperta facendo oscillare i piedi nel vuoto.

 

Era piovuto. Gocce d'acqua cadevano e colavano sulla mia pelle. Le mie mani erano macchiate di muschio, e i miei piedi erano rossi, per i fiori schiacciati.

 

Sentivo il bell'albero vivere quando il vento passava; allora serrai le gambe di più e appoggiai le mie labbra aperte sulla nuca fronzuta di un ramo.

 

© Paolo Melandri (30. 6. 2019)

*

Un gran daffare

È un gran daffare

 

L'oceano ha un lavoro pesante,

il sole, il vecchio fisico del plasma,

si consuma, vulcani

si affrettano a esplodere,

e senza sosta gli ormoni ci danno dentro.

 

Dormiente, tu ti sbatti qua e là,

sragioni, sudi, sogni!

Cresce l'economia,

il gatto, l'universo.

Pigrone, guarda che ti sentiamo

che prendi fiato e come frusciano

i tuoi polmoni. Ammetti

che stai lavorando. Sì, dai dei sussulti,

e prosperano inarrestabili

le tue unghie, i capelli.

 

Il funzionario, nemmeno lui

nel suo seggio elevato

è capace di smettere. Lavorano

anche i morti. Ma sì,

riempiono le orecchie a Dio

che non ode, e anche a noi:

vengono a funestarci.

 

Non c'è pace. Non c'è,

non c'è pace.

Non c'è pace.

 

© Paolo Melandri (28. 6. 2019)

*

Divisione del lavoro

Che la stragrande maggioranza

della stragrande maggioranza

non capisca pressoché nulla,

per es. poesia, diritti d'opzione,

numeri pseudoprimi,

e mettici perfino

i massimi sistemi –

è più che comprensibile!

 

La stragrande maggioranza

ha tutt'altre preoccupazioni,

imperturbabile si tiene

ai figli e alle mutue,

letto soldi pop sport,

a tutto ciò di cui la minima minoranza

non vuol sapere nulla.

 

Dove andremmo a finire

coi nostri cervellini

se tutti pensassero su tutto?

 

Solo di quando in quando,

in certe interminabili sere,

un'occhiata dall'altra parte,

alla finestra illuminata

dove vivono altri,

e la vaga sensazione

di essersi persi qualcosa.

 

© Paolo Melandri (26. 6. 2019)

*

Ultimo saluto agli astronauti

Uno spasso costoso, fin sulla luna

o ancor più in là. Tanto di cappello

ai coraggiosi

nelle loro gonfie tute bianche.

 

Da fare ci sarebbe ancora molto,

Orione o Cassiopea,

tutte sfide

per i contribuenti e gli ingegneri.

 

Va detto che pianeti

dove non ci sono gli aranci

né le noci né i pampini

non hanno per me molto interesse.

 

Con più remote vie lattee,

impressionanti da lontano,

ma suppongo poco ospitali,

preferirei non aver troppo a che fare.

 

Privo di fantasia e conservatore,

mi tengo a promesse

di più antica data: terra alla terra

e polvere alla polvere.

 

© Paolo Melandri (23. 6. 2019)

*

Toni smorzati

Continuare ad aumentare la dose

è un errore. Transitoriamente

omettere la maggior parte –

non è poi male: parole più morbide,

far meno rumore nella lirica

e sul mercato dei consumi.

 

Allora può darsi che arrivi

l'ora azzurra, così, transitoria,

prima che il prossimo fallito

faccia fuoco sulla folla.

 

Cose felpate, adagio,

con l'attenzione tesa, tastare,

finché la mente si svuota,

qualcosa di cedevole,

un angolo della bocca o un muschio.

In generale è soltanto sui sentimenti

più futili che si può ancora contare.

 

© Paolo Melandri (18. 6. 2019)

*

Equisetum

Con l'equiseto le cose stanno così:

è stato anche più grande, un tempo,

qualche cento milioni d'anni or sono.

Devoniano, permiano, triassico –

quelli sì erano tempi.

 

Più tardi i suoi graziosi germogli

servirono alla nonna a pulire l'unto dei tegami.

Adesso non serve più,

solo coi suoi progenitori, estratti

dal profondo, si fa ancor oggi fuoco.

 

L'equiseto ci ignora,

non ha bisogno di noi, si moltiplica inosservato.

Sta lì in attesa, nel melmoso scolo

della strada, più semplice di noi

e invincibile quindi.

Il gigante futuro attende quieto

la sua magnifica geometria.

 

© Paolo Melandri (16. 6. 2019)

*

Dopo la Vendemmia

Vieni nel parco ch'è dato per morto.

guarda: ridono là luci lontane·

di pure nubi l'insperato azzurro

rischiara stagni e variopinte vie.

 

Là cogli il giallo intenso· il tenue grigio

di betulle e di bossi· il vento è mite·

le tarde rose non ancora sfatte·

scegli baciale e intreccia le corone·

 

Ma non dimenticar gli ultimi asteri·

la porpora tra grappoli selvatici·

quello che resta della vita verde

leggero nell'autunno si dissolve.

 

© Paolo Melandri (15. 6. 2019)

*

Nelle ore mattutine addensamenti locali di nebbia

Pensieri perduti, quando sulla fronte

del mondo si gonfia l'asciugamano bianco.

Di seta è l'aria che si respira, umido

il cervello, un mezz'orecchio teso,

 

un cane che abbaia, strozzato dal fresco nulla,

dissipata la paura, la luce stordita.

Le ore a un tratto battono più debolmente,

ma anche questo il paziente sotto narcosi non lo nota.

 

Finché il giorno non spalanca il suo occhio azzurro,

finché tutto di nuovo scintilla, lucido e nudo,

finché tutto è preso dalla furia ed esplode e ha le doglie

come sempre: peccato, bello, normale.

 

© Paolo Melandri (14. 6. 2019)

*

Biforcazioni

Tutto quello che si suddivide,

si dirama: delta fulmine polmone,

radici, sinapsi, frattali,

alberi genealogici e alberi decisionali;

tutto quello che si accresce

e insieme riduce –

 

non si può capire,

contiene già troppe cose

per questo cervellino di passero,

quest'anello qualsiasi

in una serie infinita

che si sviluppa dietro le spalle

di colui che invece di pensare

viene pensato, sviluppato,

suddiviso, diramato.

 

© Paolo Melandri (14. 6. 2019)

*

Domande ai cosmologi

Se è nata prima la luce

o invece la tenebra;

se da qualche parte non c'è nulla,

oppure se, andando voi avanti così,

resta qualcosa,

della buona vecchia materia,

oltre un'overdose di matematica?

 

Mi sapete dire

se le 22 dimensioni

hanno un fondamento

o potrebbero essere anche di più?

se l'aldilà è il buco di un tarlo

e a quanti universi paralleli

devo prepararmi a far fronte?

 

Con reverenza io sto a sentire

le vostre fiabe esatte,

voi sommi sacerdoti.

Quante domande. A chi,

se non a voi,

ultimi moicani

della metafisica,

devo rivolgerle?

 

© Paolo Melandri (13. 6. 2019)

*

Sotto la pelle

Questo buio universo

sotto la pelle,

in cui non si pensa

ma si pompa, ribolle,

impasta, lavora,

mentre tu dormi:

plutonica agitazione,

terra e maremoto,

chimica in grande, catastrofi

in solido involucro.

 

La tua giungla interna

è arcaica,

ramificata, di strano colore,

bagnata e bollente.

La zuppa primordiale

produce parassiti.

Un bizzarro brulicare

prospera, muta

e torna a estinguersi.

 

Intere ere geologiche

all'acceleratore,

e tu non ne sai nulla.

 

Tu giaci lì piatto, respiri,

assente,

cieco, anestetizzato.

 

Soltanto l'operatore

osserva con la sonda

sullo schermo

l'enorme tumulto

degli organi.

 

© Paolo Melandri (9. 6. 2019)

*

Ti insegno a percepire il dolce incanto

T'insegno a percepire il dolce incanto

della stanza e degli angoli il sussurro

del fuoco e delle luci tremolanti·

ma hai il solito tuo stanco stupore.

 

Il tuo pallore io non so accendere·

io mi ritiro nella capannetta

e silenzioso medito in ginocchio:

Non ti risveglierai mai più? Risvegliati!

 

Spesso mi giro timido alla tenda:

siedi come all'inizio pensierosa·

fissano il vuoto gli occhi tuoi e l'ombra

attraversa l'ordito del tappeto.

 

Cosa impedisce allora che mi sgorghi

l'inusitata disperata supplica:

O grande triste madre fa' che in cuore

consolazione mi germogli ancora!

 

2.

La fedeltà mi obbliga a vegliarti·

mi soffermo sul tuo dolce soffrire·

mi è sacro desiderio essere triste

per godere con te la tua tristezza.

 

Un benvenuto mai mi accoglierà·

per quanto durerà la nostra unione

umile e ansioso devo riconoscere

eredità d'inverni in un destino.

 

© Paolo Melandri (9. 6. 2019)

*

Il tuo incanto sbocciò tra voli azzurri

Il tuo incanto sbocciò tra voli azzurri

Dal verde dei sepolcri e da sicura

Salvezza· lascia che rivolga ancora

Al gran dolore e a te le mie preghiere.

 

Devi accettare gli improvvisi addii

Ma scoppi in pianto ad ogni cerimonia·

Forse domani troverò boccioli

E non ti avrò con me a primavera.

 

© Paolo Melandri (25. 5. 2019)

*

O Signora il cui santuario

O Signora il cui santuario

sta sul promontorio, prega per tutti

quelli che sono sulle navi, quelli

che hanno mestiere di pescar pesci

e quelli intenti a traffico legittimo

e quelli che ci guidano per mare.

 

Ripeti una preghiera per le donne

che hanno visto i figli ed i mariti

non tornare da viaggi per il mare,

o «Figlia del tuo Figlio», tu, regina

nel sommo ciel di stelle coronata.

Signora, prega per noi pescatori.

 

Prega per quelli ch’erano su navi

e finirono il viaggio sulla sabbia

sulle labbra del mare o nella gola

oscura che non li restituirà

e più non può raggiungerli il bel suono

della campana del mare: perpetuo

angelus. Prega per noi pescatori

ora e nell’ora della nostra nascita. Amen.

 

© Paolo Melandri (25. 5. 2019)

*

Canzone di viaggio

Le acque precipitano, per ingoiarci,

crollano i sassi per ammazzarci,

calano già, con ali robuste

su di noi uccelli di rapina.

 

Ma a valle si stende un paese

che nei laghi senza età

specchia frutti senza fine.

 

Fronti di marmo e bordi di fontane

emergono da campi fioriti

e soffiano i venti leggeri.

 

© Paolo Melandri (23. 5. 2019)

*

Sogno di grande magia

Più regale di un serto di diamanti,

come un giovane mare temerario

nell'aroma dell'alba, era il mio sogno.

Per le vetrate aperte entrava l'aria,

io dormivo nel padiglione al suolo,

da quattro porte aperte entrava l'aria.

Cavalli già correvano bardati

e una muta di cani lungo il letto

e correvano avanti. Ma quel gesto

del primo, grande mago fu levato

improvviso tra me e la parete:

il fiero cenno, la chioma regale.

E non parete dietro a lui: ma vasto

sfarzo emerse di baratro e di mare

e verdi prati dietro la sua mano.

Egli si curva e attinge dal profondo,

egli si curva e nuotano le dita,

come nell'acqua, nel terrestre fondo.

Ma da quella sottile acqua sorgiva

grandi opali si impigliano alle dita

e sonori ricadono gli anelli.

Poi si getta con lieve impeto d'anca

come per solo orgoglio sulla rupe:

la forza in lui di gravità si stanca.

Regna nelle pupille l'alta calma

delle gemme in letargo ma viventi,

egli siede e con tale voce chiama

i giorni che parevano ormai spenti,

ch'essi tornano, grandi e luttuosi:

egli gode di risa e di lamenti.

Come in sogno degli uomini le sorti

varie egli sente come le sue membra.

Nulla è presso o lontano, umile o enorme.

Come raffredda nel profondo il suolo,

nel buio dal profondo in alto sale,

la notte caccia il caldo dalle cime,

egli così godeva della vita

il grande corso, che in ebbrezza grande

balzò come un leone sugli scogli.

È lo spirito nostro alto signore,

che non dimora in noi ma nelle stelle

pone il suo seggio e orfani ci lascia.

Ma nell'intima fibra Egli ci è fuoco

Io presagivo, ritrovando il sogno –

parla coi fuochi della lontananza

e vive in me com'io nella mia mano.

 

© Paolo Melandri (23. 5. 2019)

*

Un fanciullo

A lungo non sapeva le conchiglie

belle, figura egli del loro mondo,

nulla era a lui l'odore dei giacinti,

nulla nel fonte l'ombra del suo volto.

 

Ma tutti i giorni suoi erano aperti

come una valle a immagine di lira,

dov'egli – senza eleggere – alla vita

candida schiavo insieme era e signore.

 

Come chi adempie ancora quanto a lui

non conviene, ma non a lungo, andava

per i cammini: ma l'anima si alzava

al ritorno e al colloquio senza fine.

 

© Paolo Melandri (16. 5. 2019)

*

Un lembo di cielo

O fiume nella nebbia. O colori d'autunno sull'altra riva che una volta mi diceste di non aver paura. O mare lontano. O fonte gelata. O rupe della remota antichità. O crepuscolo mattutino con le gocce di pioggia nella polvere della via, ove anticamente andai con qualcuno e più prossimo ero all'esistenza. O terra che un tempo fu detta il regno della luce. O estate e inverno, parchi e piazze, timpani e panchine, portici e stazioni, fumo di fuochi e aeroplani notturni, quiete e frastuono; fiume, la cui risposta io sempre divenivo, fiume, al cui risplendere e mormorare tornava sempre “Io!” in risposta – ah, vasto mondo! – e dovunque, là frammezzo, lo strepitare, lo sferragliare, il brulicare, l'ondeggiare, il cliccare, il bisbigliare, lo spintonare, l'affrettare, lo scarabocchiare, il sudare, l'accalcare, il pettegolare, il razzolare degli affari; il patteggiare degli affari, il simulare degli affari, il tradire degli affari, la malvagia discordia degli affari, l'eterno scandalo degli affari, il dannarsi degli affari. Io voglio passare alla giustizia! Io sognai una cosa: Vidi un pezzo di terra liberato dal pericolo con sopra il cielo azzurro e pensai: Ho salvato un lembo di terra. Ho salvato un lembo di cielo.

 

© Paolo Melandri (28. 4. 2019)

*

Alba di fiori

I brividi soavi. Alba di fiori. Giunge

come da calde pelli dai boschi.

Un rosso avvampa. Il grande sangue monta.

 

Traverso tutta questa primavera giunge la sconosciuta.

La calza sul collo del piede è qui vicina. Ma dove finisce

è lontano da me. Io singhiozzo sulla soglia:

tiepido fiorire, umidori altrui.

 

Oh, come la sua bocca sperpera l'aria tiepida!

Tu cervello di rose, mare-sangue, tu penombra di dèi,

tu aiuola di terra, come ancheggia

frescura dal tuo passo mentre vai!

 

Oscuro: ora vive sotto i suoi abiti:

solo animale bianco, muto e disciolto aroma.

 

Un povero cane di cervello e Dio il suo greve addobbo.

Io sono così sazio della fronte. Oh, se potesse

una trama soave di corimbi sostituirla,

e con me lievitare e fremere e irrorarsi.

 

Così separato da tutto. Così stanco. Voglio camminare.

Senza sangue i sentieri. E dai giardini cantano.

Ombre e diluvio. Felicità lontana: un naufragio

nel profondo azzurro del mare che salva.

 

© Paolo Melandri (18. 3. 2019)

*

Il cerchio sacro

Poiché mi avete sorpreso in una notte buia come pece

col libro aperto, mi chiedete che faccio.

Ascoltate e digerite il mio racconto, recatelo lontano

a chi non vide mai questo capo tonsurato

né udì mai questa voce che novant'anni hanno incrinato.

Di Dafni e Cloe non occorre che parliate: la loro storia

è nota a tutti, tutti sanno quale foglia e ramoscello,

quale giunzione del melo e del tasso sormontino

le loro ossa; ma dite quello che nessuno ha udito.

 

Il miracolo che donò loro una tale morte

trasfigurò in pura sostanza ciò ch'era stato un tempo

tendine e ossa; quando simili corpi si congiungono

non c'è un toccare qui, un toccare là,

o una gioia tesa, ma un tutto congiunto con un tutto;

poiché il connubio degli angeli è una luce

in cui, l'istante che dura, insieme sembrano perduti, consumati.

 

Qui in quest'aria buia come pece

al di sopra del fremito del melo e del tasso,

qui nell'anniversario della loro morte, anniversario

del loro primo abbraccio, quegli amanti,

purificati dalla tragedia, si avventano

l'uno nelle braccia dell'altro; questi occhi,

che acqua, erba e preghiera solitaria

hanno resi aquilini, s'aprono a quella luce.

Benché in parte interrotta dalle foglie, quella luce

forma un cerchio sull'erba; e qui dentro

sfoglio le pagine del mio libro sacro.

 

© Paolo Melandri (4. 3. 2019)

*

Inno olimpico

Olimpia – discendi quaggiù

in armi e lega la chioma,

prendi il primo dei canti,

il grande anno consacra,

dalle tue onde bagnato,

portalo in campo sul carro

e il cielo dell'Ellade splende –:

amate il mondo.

 

Olimpia – lucente presagio

del tuo eterno splendore

erompe dal fruscio dei vessilli,

aleggia nelle nostre file,

dai canti ascendono i sogni

di corona, vittoria ed eroe

e i giochi benedicono gli spazi –:

amate il mondo.

 

Olimpia – tutte le schiere,

dure, finché l'alloro si piega,

hanno appreso la disciplina

da cui anche la pace discende:

celebrate la patria con gesta,

ma poi – esorta l'eroe vincitore –

salutate i popoli, onorate gli stati –:

amate il mondo.

 

© Paolo Melandri (1. 3. 2019)

*

Nelle sale di Pergamo

Lodo l'uomo che un tempo nelle sale di Pergamo

disse alla donna sulle sue ginocchia: «Sta' quieta,

il mio centesimo anno sta finendo. Io credo

che stia per accadere qualche cosa, credo

che l'avventura della vecchiaia stia iniziando.

A molte donne ho detto “sta' quieta”

e ho dato tutto quello che serve ad una donna:

un tetto, buone vesti, passione, forse amore,

ma non ho mai chiesto amore; quando dovessi farlo,

sarò vecchio davvero». E detto questo si recò

alla Sacra Casa e fra l'aratro d'oro e l'erpice

stette e parlò con voce alta perché tutti i seguaci

e la folla venuta lì per caso potessero udire:

«Ho amato Dio, ma se chiedessi il contraccambio

a Dio o ad una donna, allora è tempo di morire.»

Comandò, terminato il centunesimo anno,

a falegnami e zappatori di far la fossa e la bara;

vide che la fossa era profonda e robusta la bara,

convocò tutte le generazioni della sua casa,

si adagiò nella bara, fermò il respiro e morì.

 

© Paolo Melandri (1. 3. 2019)

*

Le statue

Pitagora l'aveva programmato. Perché la gente s'incantava?

I suoi numeri, anche se palpitavano o sembrava che palpitassero

nel marmo e nel bronzo, mancavano di carattere.

Ma giovani e ragazze, pallidi per l'amore immaginato

nei letti solitari, sapevano cos'erano,

che la passione poteva infondere sufficiente carattere,

e a mezzanotte, in qualche luogo pubblico,

labbra vive premevano su un volto misurato col piombo.

 

No! Più grandi di Pitagora, perché furono gli uomini

che con martello e scalpello modellarono

questi calcoli che sembrano carne accidentale

ad avvilire tutte le vaghe immensità dell'Asia,

e non le file dei remi che nuotavano

sopra la schiuma delle molte teste di Salamina.

L'Europa si liberò di quella schiuma quando Fidia

donò sogni alle donne e specchi ai loro sogni.

 

Un'unica immagine attraversò quelle teste, sedette

sotto l'ombra del tropico, si fece tonda e lenta,

non un Amleto magro mangiatore di mosche, ma un grasso

sognatore del Medioevo. Occhi vuoti sapevano

che la conoscenza accresce l'irrealtà, che il visibile è solo

uno specchio riflesso in uno specchio.

Quando gong e conchiglia annunciano l'ora di benedire

la gatta nera striscia verso il vuoto di Buddha.

 

Quando Pavese evocò Cavalcanti al suo fianco,

che cosa attraversò maestosamente il Palazzo della Posta?

Quale intelletto, calcolo, numero, misura diede la risposta?

Noi italiani, nati in quell'antica setta, ma scagliati

su questa lurida marea moderna, gettati a riva

dalla nostra informe furia procreatrice, ci arrampichiamo

fino al buio che ci aspetta perché ci sia possibile tracciare

i lineamenti di un volto misurato col piombo.

 

© Paolo Melandri (27. 2. 2019)

*

Testa di bronzo

Qui a destra dell'ingresso questa testa di bronzo,

umana, sovrumana, l'occhio tondo da uccello,

tutto il resto avvizzito e come mummia.

Quale grande frequentatore di tombe spazza il cielo lontano

(qualcosa lassù può resistere, anche se muore tutto il resto)

e non vi trova nulla che ne riduca il terrore,

hysterica passio della propria vacuità?

 

Non era un tempo una cupa frequentatrice di tombe; la sua forma

tutta colma, quasi un dono della munificenza della luce,

eppure donna dolcissima: chi può affermare

quale delle sue forme ha mostrato la sua vera essenza?

Forse l'essenza è composita (l'acuto Redi

l'ha pensato) e in un respiro una boccata

trattenne l'estremo della vita e della morte.

 

Ma persino al palo di partenza, tutta lucente e nuova,

io vidi in lei una natura selvaggia, e pensai

che una visione del terrore che doveva attraversare

le avesse infranto l'anima. La sua vicinanza

aveva portato la fantasia a quell'estremo in cui respinge

tutto quanto è altro da lei: divenni frenetico,

vagavo ovunque mormorando: “Piccola mia! piccola mia!”.

 

O la pensavo soprannaturale; come se un occhio

più severo guardasse attraverso il suo occhio

questo sozzo mondo nel suo declino e crollo,

progenie dinoccolate fatte grandi, grandi stirpi avvilite,

perle ancestrali gettate in un porcile,

in sogni eroici derisi da pagliacci e furfanti,

e chiedesse che cosa restasse da salvare al massacro.

 

© Paolo Melandri (27. 2. 2019)

*

Così quieta

Uccelli usi a voli lontani,

discesi a schiere, al riposo,

sui loro rami: così

quieta è l'infinitudine.

 

E ciò non è inesorabile?

Filano e frusciano i fusi,

Lachesi e Cloto si passano

la rocca e la matassa.

 

Che fosse veglia, che fosse sonno,

svelare spazi e figure –:

in regni bui, in creazioni

sono gli dèi, stranieri e profondi.

 

© Paolo Melandri (26. 2. 2019)

*

Oracolo di Delfi

Giacevano lì, tutti quegli aurei vecchi pazzi,

lì l'argentea rugiada,

e la grande acqua sospirava d'amore

e anche il vento sospirava.

Niobe la maliarda si piegava e sospirava

accanto a Ornitio, sull'erba;

lì sospirava tra il suo coro d'amore

Pitagora alto di statura.

Plotino venne e si guardò d'attorno,

fiocchi di sale sopra il petto,

e si stirò, sbadigliò un poco, e giacque

a sospirare come gli altri.

 

Ciascuno in groppa a un delfino,

e mantenuto ritto da una pinna,

quegli Innocenti rivivono la morte,

le loro ferite si riaprono.

Le acque estatiche ridono

perché il loro lamento è dolce e strano,

danzano nelle loro figure ancestrali,

e i bruti delfini si tuffano,

finché in qualche baia protetta dalla roccia,

dove avanza nell'acqua il coro d'amore

offrendo le sue sacre corone d'alloro,

sgroppano i loro fardelli.

 

Adolescenza snella che una ninfa ha spogliato,

Peleo fissa Teti: le sue membra

sono leggere come una palpebra,

l'amore lo ha accecato di lacrime;

ma il ventre di Teti è in ascolto.

Giù per i fianchi della montagna

dov'è la caverna di Pan

una musica intollerabile precipita.

Appare una sozza testa di capra, un braccio brutale,

ventre, natiche, spalle, lampeggiano

simili a pesci; satiri e ninfe

nella schiuma si accoppiano.

 

© Paolo Melandri (24. 2. 2019)

*

Il Centauro Nero

I tuoi zoccoli hanno impresso il nero margine del bosco

là dove orrendi pappagalli verdi si dondolano e strillano.

Le mie opere sono tutte impresse nel fango cocente.

Conoscevo quel gioco violento, lo sapevo micidiale.

Solo ciò che il sano sole ha maturato è cibo sano,

da mangiare; eppure io, mezzo impazzito per colpa

di qualche ala verde, nel pazzo buio immaginario raccolsi

antico frumento da mummie, lo macinai chicco per chicco,

e poi lo cossi al forno, lentamente; ma ora spillo

un vino colmo d'aromi da una botte trovata là dove

dormirono sette efesini ubriachi e non seppero mai

quando passò l'impero d'Alessandro, così profondo il sonno.

Stendi le membra e dormi un lungo sonno saturnio,

io ti ho amato più che l'anima mia malgrado tutte

le mie parole, e non c'è alcuno più adatto a montare la guardia

e a tener gli occhi vigili fissi su quegli orrendi uccelli verdi.

 

© Paolo Melandri (22. 2. 2019)

*

Giorni primari

Giorni primari, autunno, su che soli,

da che mare azzurrata, rinfrescata

questa luce immutabile ebbe inizio,

che va a ritroso e tasta antiche cose,

i lontani si fondono, gli eserciti,

risuona un corno, echeggiano le canne:

questo è il canto del bosco di sambuchi,

donde uscirono i fragili mortali.

 

Giorni primari, autunno, le pianure sognano,

quanto ha amato il bambino questi giorni,

giorni di Ruth, gli spigolatori indugiano

dietro gli ultimi frutti delle stoppie –

ah, c'è qualcosa che con vaghi segni

mi tocca, mi seduce e mi costringe:

già una persiana azzurra può arrivare

a colore di asteri in giardini.

 

Forse una transizione oppur la fine,

forse gli dèi o forse invece il mare,

rose e pampini porta intorno ai lombi:

primeva mutazione, ombre ritornano.

Giorni primari, le pianure tacciono

in una luce che ama antiche cose,

che raccolti disperde ed ombre suscita

e tutto prende e tacita trasmette.

 

© Paolo Melandri (20. 2. 2019)

*

La scala del vento

Un uomo vivo è cieco, beve ciò che ha da bere.

Che importanza può avere se i fossati sono impuri?

Che importanza può avere se rivivo ancora?

Sopporta la fatica di crescere per gradi;

l'ignominia della fanciullezza; l'angoscia

del fanciullo che si fa uomo; l'uomo

incompiuto con il suo dolore, affrontato

con tutta la sua goffaggine;

 

l'uomo compiuto fra tutti i suoi nemici? –

in nome del Cielo, come potrà sfuggire

a quella forma lubrica e sfigurata

che lo specchio degli occhi malvagi

rifrange ai propri occhi, e infine pensa

che quella forma dev'essere la sua?

Cosa potrà mai trarre dalla fuga

se l'onore l'incontra nella raffica invernale?

 

Io sono lieto di poterlo rivivere

e un'altra volta e un'altra volta ancora, se la vita

significa tuffarsi fra i ranocchi

dello stagno di un cieco, di un cieco che urta

altri ciechi; o in quello stagno di tutti più fecondo,

nella follia che l'uomo compie, o deve sopportare,

se egli desidera una donna altera

e troppo estranea alla sua stessa anima.

 

Io mi accontento di risalire alle fonti

di ogni evento nell'azione o nel pensiero;

di misurarli tutti; di perdonarli tutti!

Quando uno come me si libera dal rimorso,

dolcezza così grande nel petto rifluisce

che non possiamo che ridere e cantare,

perché da tutto siamo benedetti,

e tutto ciò che vediamo è benedetto.

 

© Paolo Melandri (7. 2. 2019)

*

Canto di Apollo

Canto di Apollo

 

Le Ore insonni che mi vegliano mentre io riposo

dietro la cortina di arazzi intessuti di stelle,

dall'ampio chiar di luna del cielo aperto, ventilando

gli alacri sogni dei miei occhi annebbiati, mi risvegliano

quando la loro madre, l'Alba grigia,

dice loro che i Sogni e la luna se ne sono andati.

 

Allora mi alzo, e scalando l'azzurra cupola del Cielo

cammino sopra le montagne e le onde,

lasciando il mio mantello sulla schiuma dell'Oceano.

Le nuvole si incendiano ai miei passi; le caverne

si riempiono del mio splendore, e l'aria

lascia la verde Terra nuda ai miei abbracci.

 

Dal sole prendo le mie frecce, con le quali uccido

l'Inganno, che ama la notte e teme il giorno.

Ogni uomo che compie o anche solo immagina il male

mi rifugge; e dalla gloria del mio raggio

le menti buone e azioni franche traggono forza nuova

finché non torna a indebolirle il regno della notte.

 

Alimento le nuvole, gli arcobaleni e i fiori

coi loro eterei colori; la sfera della luna

e le pure stelle nei loro eterni pergolati sono cinte

dal mio potere come da una veste;

ogni lampada che in Terra o in Cielo splenda

è parte di un solo spirito – il mio.

 

A mezzogiorno svetto in cima al Cielo;

poi riluttante, a lenti passi, scendo

a sera fra le atlantiche nubi – che, afflitte

che io mi diparta, piangono e si accigliano –:

che vista è più leggiadra del sorriso

con cui dall'isola a ponente le consolo?

 

Io sono l'occhio con cui l'Universo

si guarda e sa di essere divino.

Ogni armonia di verso e di strumento,

le profezie e la scienza medica, ogni luce

di arte o di natura mi appartiene – al mio canto

vittoria e lode, di diritto, spettano.

 

© Paolo Melandri (6. 2. 2019)

*

Ninnananna

Cleomene, e ben ti sia profondo il sonno

che hai trovato dove ti nutristi.

Cosa furono mai tutti gli allarmi

al grande Paride quando prese sonno

sul letto d'oro, in quella prima alba

tra le braccia di Elena?

 

Dormi, Cleomene, quel sonno

che conobbe lo sfrenato Tristano

quando, già in atto l'opera del filtro,

il cervo poté correre o la cerva balzare

sotto i rami del faggio e della quercia,

poté balzare il cervo o correre la cerva;

 

un sonno profondo quale scese

sopra la riva erbosa dell'Eurota

quando l'uccello sacro ebbe compiuta

la sua predestinata volontà

e si lasciò cadere dalle membra di Leda

ma non dalle sue cure protettive.

 

© Paolo Melandri (3. 2. 2019)

*

Viandante nella neve 2

T'insegno a percepire il dolce incanto

della stanza e degli angoli il sussurro

del fuoco e delle luci tremolanti·

ma hai il solito tuo stanco stupore.

 

Il tuo pallore io non so accendere·

io mi ritiro nella capannetta

e silenzioso medito in ginocchio:

Non ti risveglierai mai più? Risvegliati!

 

Spesso mi giro timido alla tenda:

siedi come all'inizio pensierosa·

fissano il vuoto gli occhi tuoi e l'ombra

attraversa l'ordito del tappeto.

 

Cosa impedisce allora che mi sgorghi

l'inusitata disperata supplica:

O grande triste madre fa' che in cuore

consolazione mi germogli ancora!

 

2.

La fedeltà mi obbliga a vegliarti·

mi soffermo sul tuo dolce soffrire·

mi è sacro desiderio essere triste

per godere con te la tua tristezza.

 

Un benvenuto mai mi accoglierà·

per quanto durerà la nostra unione

umile e ansioso devo riconoscere

eredità d'inverni in un destino.

 

© Paolo Melandri (26. 1. 2019)

*

Penombra

Penombra

 

Sotto il velo di lana trasparente ci siamo sdraiate, lei ed io. Le teste accostate, e la lampada illuminava la stoffa al di sopra.

 

Così vedevo il suo corpo sì caro in un misterioso chiarore. Eravamo, direi, più vicine, più libere, intime e nude. “Nella stessa camicia”, diceva.

 

Non ci eravamo sciolti i capelli per essere ancora più aperte, e nel breve spazio del letto salivano odori di donna dalle due teche naturali.

 

Nessuno, nemmeno la lampada, in quella dolce notte ci ha viste. Fu una notte in cui amammo moltissimo, e noi sole potremmo attestarlo. Ah, gli uomini cosa ne sanno…

 

© Paolo Melandri (19. 1. 2019)

*

Il passato che rivive

Il passato che rivive

 

Lascerò il letto come lei l'ha lasciato, disfatto coi lenzuoli gualciti, affinché la forma del suo corpo resti impressa a lato del mio.

 

Fino a domani non prenderò un bagno, né indosserò i miei vestiti, non pettinerò i miei capelli per non cancellare le carezze.

 

Questa mattina non mangerò, non mangerò questa sera, non metterò sulle labbra né polvere e nemmeno rossetto, affinché il suo bacio vi resti.

 

Lascerò chiusi gli scuri, non aprirò nemmeno la porta: voglio che il ricordo rimanga e non se ne vada col vento.

 

© Paolo Melandri (19. 1. 2019)

*

I misteri

I misteri

 

Nel recinto tre volte misterioso, dove gli uomini non possono penetrare noi ti abbiamo festeggiata, Astarte della notte, Madre del mondo, Fontana della vita degli Dei!

 

Io svelerò qualcosa, ma solo ciò che è permesso. Attorno al fallo coronato, centoventi donne ondeggiavano gridando. Le iniziate erano in abiti maschili e le altre indossavano lunghe tuniche aperte.

 

L'odore dei profumi e il fumo delle torce fluttuavano tra noi come fossero nubi. Io piangevo lacrime brucianti. E tutte ai piedi della Dea ci siamo gettate sul dorso.

 

Infine, quando l'Atto religioso fu consumato, e quando nel triangolo Unico fu infisso il Fallo di porpora, cominciò il mistero, non posso dirvi di più.

 

© Paolo Melandri (27. 12. 2018)

*

Il mare di Cipro

Il mare di Cipro

 

Sul più alto promontorio mi sono coricata protesa. Il mare era nero come un giardino di viole. La Via Lattea ruscellava dalla grande mammella divina.

 

Mille Menadi attorno dormivano tra i fiori strappati. Lunghe erbe si mischiavano alle loro capigliature. Ed ecco che il sole nacque nell'acqua orientale.

 

Erano gli stessi flutti e la stessa riva che videro apparire un giorno il corpo bianco di Afrodite… Dovetti all'improvviso nascondere gli occhi tra le mani.

 

Perché avevo visto tremare sull'acqua mille piccole labbra di luce: il sesso puro o il sorriso di Venere Ciprigna.

 

© Paolo Melandri (24. 12. 2018)

*

Vieni nel parco che è dato per morto

Vieni nel parco ch'è dato per morto.

guarda: ridono là luci lontane·

di pure nubi l'insperato azzurro

rischiara stagni e variopinte vie.

 

Là cogli il giallo intenso· il tenue grigio

di betulle e di bossi· il vento è mite·

le tarde rose non ancora sfatte·

scegli baciale e intreccia le corone·

 

Ma non dimenticar gli ultimi asteri·

la porpora tra grappoli selvatici·

quello che resta della vita verde

leggero nell'autunno si dissolve.

 

© Paolo Melandri (15. 12. 2018)

*

Io non posso caderti grato ai piedi

Io non posso caderti grato ai piedi·

sei della terra da cui noi veniamo:

al conforto ch'io porto al tuo soffrire

accennerà di no con un sussulto.

 

Sei ferma alla straziante decisione

di non avvicinarti al tuo dolore

solo per darti con lui e me al fondo

e chiaro freddo fiume addormentato?

 

© Paolo Melandri (15. 12. 2018)

*

Viandante nella neve

Venni da te con una mia preghiera

la sera che per te candele ardevano

così sopra tessuti di velluto

ti ho dato la mia dote di diamanti.

 

Ma non sai nulla tu del sacrificio·

di candelabri con le braccia alzate·

del fumo senza nubi del braciere

che scalda il buio di templi severi·

 

Di angeli raccolti nelle nicchie

riflessi in lampadari di cristallo·

del balbettare di preghiere ardenti

dei sospiranti nell'oscurità

 

E nulla sai dei desideri che

gemono giù al fondo dell'altare..

prendi esitante gelida indecisa

pietre brillanti di fervide lacrime.

 

© Paolo Melandri (9. 12. 2018)

*

Inno alla notte

Inno alla notte

 

Le masse nere degli alberi incombono come montagne. Le stelle riempiono un cielo immenso. Un'aria calda come un respiro accarezza i miei occhi e le guance.

 

O Notte che generasti gli Dei! Come appari dolce sulle mie labbra. E come sei calda tra i miei capelli. Come entri in me questa sera, e come mi sento incinta di tutte le tue primavere!

 

I fiori che stanno per fiorire sono tutti nati da me. Il vento che respira è il mio alito. Il profumo che passa è il mio desiderio. Tutte le stelle sono dentro i miei occhi.

 

La tua voce è forse il silenzio del mare, o il silenzio disteso della piana? Io non comprendo affatto la tua voce che mi sconvolge dalla testa ai piedi e mi bagna di lacrime le mani.

 

© Paolo Melandri (8. 12. 2018)

*

La suonatrice di flauto

La suonatrice di flauto

 

Melissa, con le gambe serrate, il corpo chino, le braccia in avanti, tu passi il tuo doppio flauto leggero tra le labbra molli di vino e suoni al disopra del letto dove Teleas ancora mi stringe.

 

Non sono forse imprudente, io che affitto una tale ragazza per distrarmi durante il lavoro, io che così nuda la mostro agli occhi curiosi degli amanti, non sono forse sventata?

 

No, Melissa, piccola musicista, tu sei un'amica onesta. Ieri non hai rifiutato di cambiare il tuo flauto con un altro quando non riuscivo a condurre in porto un amore difficile. No, tu sei molto sicura.

 

Io so bene a cosa tu pensi. Aspetti la fine di questa notte eccessiva che ti eccita crudelmente invano, e alle prime luci dell'alba correrai per la strada, col tuo timido amico Sillo, verso un materasso sfondato.

 

© Paolo Melandri (7. 12. 2018)

*

Dopo la Vendemmia

Parlo a voi primi anni che mi dite

di ricercare lei tra questi rami:

devo dirvi di no chinando il capo·

dorme in terra assolata l'amor mio.

 

Voi di nuovo mi offrite lei che al fuoco

dell'estate e nel volo degli amori

mi si è donata timida compagna

ora felice la saprò accettare.

 

L'uva matura bolle nelle botti·

i nobili germogli e tutti i semi

che belli dall'estate mi rimangono

voglio per lei versare dalle mani.

 

© Paolo Melandri (7. 12. 2018)

*

Il desiderio

Il desiderio

 

Ella entrò, e con gli occhi chiusi e con evidente passione unì le sue labbra alle mie, unì la sua lingua alla mia… Mai in vita mia c'è stato un bacio così appassionato.

 

Stava ritta contro di me pazza di desiderio e di amore. Un mio ginocchio forzava il caldo delle sue cosce; e lentamente cedeva come fossi un amante.

 

La mia mano sulla sua tunica cercava di indovinare il suo corpo, che di volta in volta si piegava ondeggiante o si raddrizzava con fremiti della pelle.

 

Con occhi di delirio indicava il sicuro approdo del letto; ma non avevamo il diritto di amare prima che fosse il giorno sacro alle nozze e bruscamente ci separammo.

 

© Paolo Melandri (6. 12. 2018)

*

La pioggia del mattino

La pioggia del mattino

 

La notte muore. Le stelle si allontanano. Ecco le ultime cortigiane rientrano con i loro amanti. Io nella pioggia che invade il mattino scrivo inutili versi sulla sabbia.

 

Le foglie sono cariche di acqua brillante. E attraverso il sentiero i ruscelli trascinano terra e foglie morte. La pioggia a goccia a goccia cancella le strofe della mia canzone.

 

Sono qui triste e sola. Le più giovani non mi guardano più; le più anziane mi hanno scordata. Ebbene, impareranno i miei versi, e i figli dei loro figli.

 

Ecco ciò che né Mirtale, né Tais né Glichera non si diranno il giorno in cui le loro gote oggi sì belle saranno avvizzite. Coloro che ameranno dopo di me canteranno insieme le mie strofe.

 

© Paolo Melandri (2. 12. 2018)

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Sera accanto al fuoco

Sera accanto al fuoco

 

L'inverno è duro, Mnasidica, tutto è freddo, a eccezione del letto. Però alzati, vieni con me, ho acceso un bel fuoco con ciocchi grevi e legna spezzata.

 

Ci scalderemo nude e accovacciate con i capelli sul dorso, berremo latte nella medesima coppa e mangeremo dolci di miele.

 

Come è sonora e gaia la fiamma! Non sei troppo vicina? La tua pelle si arrossa. Lascia che baci dovunque il fuoco l'ha resa rovente.

 

Scalderò il ferro tra i tizzoni ardenti e ti farò le pieghe ai capelli. Poi con i carboni spenti scriverò il tuo nome sul muro.

 

© Paolo Melandri (2. 12. 2018)

*

La coppa

La coppa

 

Licante mi ha vista arrivare, coperta solo di una gonna succinta, poiché le giornate sono torride; e ha voluto modellare il mio seno che restava scoperto.

 

Ha preso dell'argilla fine, impastata nell'acqua fresca e leggera. Quando l'ha premuta sulla mia pelle ho creduto di svenire, per l'impressione di quella terra così fredda.

 

Del mio seno ha fatto una coppa rotonda e ombelicata. L'ha messa a seccare al sole e l'ha dipinta di porpora e d'ocra schiacciando fiori tutto intorno.

 

Poi siamo andati fino alla fontana consacrata alle ninfe, e abbiamo gettato la coppa nella corrente, assieme a steli di violaciocca.

 

© Paolo Melandri (29. 11. 2018)

*

Melitta

Melitta

 

Bisogna intonare un canto pastorale, invocare Pan, dio del vento d'estate. Io custodisco il mio gregge e Selene il suo, all'ombra rotonda di un olivo che trema.

 

Selene è sdraiata sul prato. Si alza e corre, o cerca delle cicale, o coglie fiori con erbe, o lava il suo viso nell'acqua fresca di un ruscello.

 

Io toso la lana dal dorso biondo dei montoni per fornire la mia conocchia, e filo. Le ore scorrono lente. Un'aquila passa nel cielo.

 

Un'ombra gira, cambiamo posto al cesto di fiori e alla giara di latte. Bisogna cantare un inno pastorale, invocare Pan, dio del vento d'estate.

 

© Paolo Melandri (25. 11. 2018)

*

Pamphilia

Pamphilia

 

Mi sono svestita per salire sull'albero; le mie cosce nude abbracciavano la scorza liscia e umida; i sandali percorrevano i rami.

 

In alto, ma ancora sotto le foglie e all'ombra del sole, mi sono messa a cavalcioni su una biforcazione scoperta facendo oscillare i piedi nel vuoto.

 

Era piovuto. Gocce d'acqua cadevano e colavano sulla mia pelle. Le mie mani erano macchiate di muschio, e i miei piedi erano rossi, per i fiori schiacciati.

 

Sentivo il bell'albero vivere quando il vento passava; allora serrai le gambe di più e appoggiai le mie labbra aperte sulla nuca fronzuta di un ramo.

 

© Paolo Melandri (24. 11. 2018)

*

Osorio

Su una scabra roccia,

una roccia, ricordo, molto vicina a una macchia di abeti

le cui foglie aghiformi al soffio sedato dal vento

mandavano un suono sommesso tanto simile al mare lontano,

io restavo fermo come se fosse trascorsa l'ora della morte,

e io fossi seduto nel mondo degli spiriti,

perché tutte le cose sembravano irreali! Restavo fermo.

La rugiada cadeva viscida, e la notte scendeva,

nera, pesante, vicina – e prima della mezzanotte

si scatenò una tempesta, che sommava tutti i suoni della paura

e boschi e cielo e monti sembravano scossi da una catastrofe.

La seconda sciabolata di lampo rivelò un tronco

appena colpito, vicinissimo a me. Mi levai in tumulto:

si gonfiava la mia anima: alzai la testa nuda contro la tempesta,

e con voce alta, e lasciando gridare la mia angoscia

in ginocchio ho pregato il grande spirito mio creatore,

ho pregato che il Rimorso si avvinghiasse ai loro cuori,

e si attaccasse inestricabilmente, con il dente velenoso

come il morso cruento del leone.

 

© Paolo Melandri (20. 11. 2018)

*

La straniera

È fredda e buia, là, la notte?

È fredda, ma non è buia la notte.

La nube grigia in alto si distende,

la nube vela il cielo, non lo asconde.

La luna è dietro, ed è la luna piena;

eppure sembra piccola ed opaca.

La notte è fredda, l'alta nube è grigia:

siamo ad un mese dal mese d'aprile,

lenta sale la neve in queste valli.

 

Venne furtiva, senza nulla dire,

levava fondi e teneri sospiri,

niente era verde sulla quercia antica

se non il muschio e raro l'agrifoglio:

in ginocchio sotto la grande quercia,

silente ella pregava.

 

La notte è fonda; la foresta è nuda;

il vento si lamenta desolato?

Non tanto vento bianco era nell'aria

da sollevar la ciocca inanellata

d'in sulla gota della bianca dama –

non tanto vento da far via volare

l'unica foglia rossa, della schiera

che balla spesso quanto può ballare,

appesa così lieve, così in alto,

a un ramoscello in cima, in faccia al cielo.

 

Allora vede là dama fulgente,

vestita in bianca tunica di seta,

che riluceva opaca al fioco lume

della recente e fredda e lattea luna:

il collo illividiva il bianco in veste,

il nobile suo collo e le sue braccia

erano nude; il piede suo di neve

dalle vene azzurrine è tutto scalzo,

e vivide e selvagge brillan sparse

le gemme ai capéi d'oro suoi intrecciate.

Credo che fosse pura la visione

d'una dama vestita riccamente

come lei era – candida in quel luogo.

 

E la dama straniera le parlava,

e la sua voce simile all'incanto

e dolce e mite come primavera

e la sua voce era silenzio bianco.

Fuori dal suo canile, l'invecchiata

mastina addormentata nei suoi sogni

giaceva, in mezzo al freddo chiardiluna.

Ma non si desta la vecchia mastina,

ma emette un lungo ringhio lamentoso:

cosa turba la cagna, la mastina?

Non mai ringhiato aveva prima d'ora

di sotto agli occhi della sua signora.

Forse è lo strido della civettina:

che cosa turba la cagna mastina?

 

Riluce opaca all'aperto la luna,

e qui non entra che un raggio di luna.

Ma senza la sua luce può vedere

la stanza sculta sì curiosamente,

scolpita con figure strane e dolci

uscite dalla mente del marmista,

convenienti alla stanza d'una dama:

la lampada con catena d'argento

sospesa al piè d'un angelo è spavento.

 

È fredda e buia la notte di neve?

È fredda, ma non è buia la notte.

La nube grigia in alto si distende,

la nube vela il cielo e non lo prende.

La luna è dietro, ed è la luna piena,

all'angelo è sospesa la catena;

la luna vela, il cielo non asconde,

la luna sembra piccola e confonde.

La notte è fredda, la nube è più grigia:

siamo ad un mese dal mese di aprile,

sale la neve lenta ed è gentile.

 

© Paolo Melandri (1. 9. 2018)

*

Il calice a rovescio

Non sprecar l'ora né vano inseguimento

di questo o quello tentare e disputare;

meglio è godersi il fecondo vino

che tormentarsi di un amaro o nessun frutto.

 

Per le glorie del mondo c'è chi sospira

e chi per il futuro paradiso dei profeti;

prendi i contanti e lascia perdere la promessa!

Non dar retta al rullo di un lontano tamburo!

 

E quel calice a rovescio che chiamiamo cielo

sotto cui rinserrati e carponi viviamo e moriamo

non supplicate per averne pietà, perché esso

rotola impotente come voi e come me.

 

© Paolo Melandri (26. 7. 2018)

*

Guarda le stelle le prede

Guarda le stelle, le prede

di luce e d'etere e il mare,

quali canti di pastori

portano al calar delle ombre,

anche tu, udite le voci

e misurato il tuo cerchio,

segui giù per i muti gradini

il messo della notte.

 

Svuotati che hai miti e parole,

è ora che te ne vada,

una nuova coorte di dèi

non la vedrai mai più,

né i loro troni sull'Eufrate,

né le scritte né il muro –

rovescia, Mirmidone,

il cupo vino in terra.

 

Comunque si chiamassero le ore,

lacrime e pena dell'essere,

tutto fiorisce nel flutto

di questo vino notturno,

in silenzio trascorre l'eone,

non c'è più traccia di sponde –

rendi dunque al messo corona

e sogno agli dèi.

 

© Paolo Melandri (21. 7. 2018)

*

Le ombre

Un tempo, quando veniva l'inverno,

tu trattenevi dai suoi veli,

dai villaggi al crepuscolo, dagli stagni

le ombre.

 

O quando le città bruciavano

blu sfinge e neve e mare –

dov'è andato mai a finire

e nessun ritorno.

 

Tutto il tormento e i doni

precoci nel nostro sangue –:

quando abbiamo sofferto,

è poi un bene?

 

© Paolo Melandri (21. 7. 2018)

*

Le fronde offusca morbido sfacelo

Le fronde offusca morbido sfacelo,

vasto silenzio nel bosco s'annida.

Spettrale in curve il paese si china,

la bocca sua bisbiglia rami neri.

 

Dileguerà il solingo in oro stanco,

forse un pastore per sentieri oscuri.

Da verdi arcate piano un animale

esce, s'apron le palpebre al divino.

 

Il fiume azzurro scende dolce al piano,

le nuvole affaticano la sera;

in un silenzio angelico sta l'anima.

Immagini dorate al fondo brillano.

 

© Paolo Melandri (20. 7. 2018)

*

Sempre più muto

Tu negli ultimi regni,

tu nell'ultima luce,

non c'è luce nel pallido

volto che fissa,

là sono le tue lacrime,

là sei denudato a te stesso,

là è il dio, l'unico,

che scioglie tutti i tormenti.

 

E da tempi innominabili

uno ti ha distrutto,

appelli e canti ti accompagnano,

uditi sull'acqua,

resti di alberi tropicali,

boschi del fondo marino,

spazi pervasi di orrore

li portano fin qui.

 

Antico era il tuo desiderio,

antichi sole e notte,

tutto: sogni e sgomento

meditati fino a smarrirsi,

sempre più alla fine, sempre più puro

tu stratificato in distanze,

sempre più muto, nessuno

aspetta e nessuno chiama.

 

© Paolo Melandri (15. 7. 2018)

*

Il Leviatano

Il drago che l'uovo protegge

da tempo quest'uovo ha bevuto;

la chioccia che cova fedele

in nulla si sente colpita.

Continua a covare;

che nasce? Ziz, l'essere alato.

 

© Paolo Melandri (12. 7. 2018)

*

In una notte che nessuno sa

In una notte che nessuno sa,

sostanza di nebbia, umidìo e pioggia,

in un luogo che a stento ha nome

tanto è ignorato, piccolo, in disparte,

 

di ogni gioire e patire ho visto l'insania,

di desiderio e fine l'intersecarsi profondo,

la teatralità in ogni dove,

il sostegno non mai divino delle mani,

 

che ti accarezzano cocenti e non lavate,

che ti vogliono ben tenere, eppure non sanno

come si tenga l'altro, a quali maglie

si debbano cucire le reti perché non si lacerino –

 

ah questa nebbia, quest'uggia di freddo

questo scadere di ogni durata

legame, fede, possesso, fervore,

ah Dio – gli dèi! Umidìo e brivido!

 

© Paolo Melandri (8. 7. 2018)

*

Nessun raggio si asconde

Nessun raggio si asconde, nessun atomo si perde,

la mia forza più antica è pur sempre la più nuova;

la rosa fresca, laggiù sulla sua aiuola,

mi rimanda, in rugiada, l'ampia curva del cielo.

 

© Paolo Melandri (6. 7. 2018)

*

Frammento lirico

Cammino guardandomi intorno. Nella zona ci sono molte querce di grosso fusto, ma molte altre ne devono esser state abbattute in passato, e dai tronchi mozzi ora non cresce che sterile sterpaglia. Guardando lontano, verso ovest, si vedono parecchie tenute con piccole fattorie.

 

© Paolo Melandri (4. 7. 2018)

*

Rimanere

I figli della terra

sfuggono i più l'inusitato e il nuovo;

rimanere in se stessi, a questo è volta

la vita delle piante e gli animali

entro i loro confini essi hanno cura

di permanere ed oltre non si stende

l'animo loro in vita.

 

© Paolo Melandri (3. 7. 2018)

*

Memoria

E sempre

allo sfrenamento va una brama. Ma molto

è da conservare. È necessaria la fedeltà.

Ma né avanti, né indietro

noi vogliamo vedere. Ci facciamo cullare

come su dondolante barca del mare.

 

© Paolo Melandri (3. 7. 2018)

*

Olimpica

Dalla muliebre schiera innàlzati ora

che infiora l'intero paese,

te ne distacchi, la sacra unzione tu porti

della sublime eletta all'arroventarsi dell'amore.

 

Da stirpe e tempi innàlzati,

da popoli, avi, da mescolarsi e morire,

ora sei tu la forma – imperturbate quieti,

aspettazione, lusinga tu porti, ma chi

 

attendi tu per il tuo brivido,

chi ti beve così e chi riconoscerebbe te

nella tua eternità di godimento e doglia –

è il dio che attendi –? Attendi Me!

 

© Paolo Melandri (1. 7. 2018)

*

Il Semidio

Nell'edera buia sedevo, alla porta

della foresta, proprio quando il meriggio d'oro

per visitare il fonte scendeva

le scale dell'Alpe,

che per me è la rocca dei numi,

costruita da mano divina,

secondo l'antica voce, ma donde

più di un segreto verdetto

giunge ancora agli uomini: di lì

imprevisto ebbi il senso

di un destino, ché appena poc'anzi

mi si era, in calda ombra

molto seco conversando, l'anima

allontanata verso la Sicilia

e più oltre alle coste di Morea.

 

Ma ora, là dentro ai monti,

nel profondo sotto le argentee cime

e fra il verde lieto,

dove i boschi rabbrividendo

e le teste delle rupi s'affollano

a guardarlo per giorni,

là nel più gelido abisso udii

gemere a liberazione l'adolescente; e lo udivano furente

accusare la madre terra

e il Tonante che l'ha generato,

i genitori, mossi a pietà,

ma i mortali fuggivano il luogo,

ché metteva paura, quando al buio

nelle catene si voltolava

la collera del Semidio.

 

© Paolo Melandri (1. 7. 2018)

*

Molta ho veduto bellezza

Di alti pensieri

molti ne sono

scaturiti dal capo del Padre

e grandi anime

da lui venute agli uomini.

Udito ho

dell'Ellade e di Olimpia, sono

stato sul Parnaso

e sopra i monti dell'Istmo

e anche oltre

a Smirne e giù

fino a Efeso sono andato:

 

molta ho veduto bellezza

e cantato del Dio

l'immagine che vive

fra gli uomini. Ma pure,

o numi antichi e voi tutti

strenui figli degli dèi,

Uno ancora io cerco

che amo, fra voi

l'ultimo di vostra stirpe,

della casa il gioiello, che a me,

straniero ospite, nasconderete.

 

© Paolo Melandri (30. 6. 2018)

*

Un tempo ci allegravamo

Un tempo ci allegravamo

di mattino quando taceva l'officina

al dì di festa: e i fiori nel silenzio

più belli fiorivano e chiare gorgogliavano vive fontane.

Di lungi scrosciava dei fedeli rabbrividente canto,

in cui come sacro vino erano invecchiate

più arcane le sentenze, ma più potenti un giorno

crebbero d'estate negli uragani del dio.

Eppure le ansie mi calmavano

e i dubbi; ma non seppi mai come fu,

che, appena nato, già mi spargeste

sopra gli occhi una notte,

tanto che più la terra non vedevo e a fatica

dovevo voi respirare, aure del cielo.

 

© Paolo Melandri (30. 6. 2018)

*

Verranno come il tuono

Ma aiuta vagare,

come un assopimento. Il bisogno e la notte

danno forza. Finché cresceranno eroi in culle di bronzo,

simili per potenza agli Dèi, come un tempo.

Verranno come il tuono.

 

© Paolo Melandri (29. 6. 2018)

*

Da anemoni e violette lastricata

C'era un'isoletta erbosa

da anemoni e violette

come mosaico, lastricata –

e il suo tetto era di fiori e foglie

che il soffio dell'estate intesse,

dove né sole né scroscio di pioggia né brezza

penetrano i pini e i liriodendri,

ognuno una gemma intagliata.

 

Cinta da molte onde turchine

con cui le nubi e le montagne lastricano

l'azzurro baratro di un lago.

 

© Paolo Melandri (24. 6. 2018)

*

Mondi su mondi scorrono in eterno

Mondi su mondi scorrono in eterno

da creazione a declino,

come su un fiume bolle che sfavillano,

scoppiano e via sono spinte.

Ma restano immortali quelli che,

avanti e indietro correndo fra il portale

d'oriente della nascita e il buio abisso della morte,

vestono il loro incessante volo

con l'effimera polvere e la luce

raccolta attorno ai loro carri mentre avanzano;

nuove forme possono ancora ordire,

nuovi dèi, nuove leggi ricevere,

fulgidi od opachi sono, come le vesti che al fine

avevano gettato sull'ignudo costato della morte.

 

Una potenza venne dal dio ignoto,

un vincitore prometeico;

calpestò come in trionfo

le spine di morte e di vergogna.

Una forma mortale era per lui

come il vapore fioco

che il pianeta d'oriente anima di luce;

peccato, inferno e schiavitù

vennero come domestici segugi,

miti, senza aggredire, finché il loro Signore prese il volo;

la luna di Maometto

sorse e tramonterà,

mentre innalzata come sull'immortale culmine del cielo

la croce guida generazioni avanti.

 

Ratte come forme fulgide del sonno

da uno che ha sognato il Paradiso

volano via, quando il meschino si risveglia al pianto,

e il giorno spunta col suo sguardo vuoto;

così rapide e flebili e leggiadre,

le potenze della terra e dell'aria

fuggiron dalla stella dell'ovile di Betlemme;

Apollo, Pan e Amore,

lo stesso Giove olimpio

indeboliti, ché la verità assassina era rifulsa su di loro;

i nostri colli e i mari e le correnti

dei loro sogni spopolati,

le loro acque volte in sangue e la rugiada in lacrime,

piansero l'età dell'oro.

 

Nota. Le popolari nozioni di cristianesimo sono rappresentate in questa poesia come vere in relazione al culto che sostituirono, e che con tutta probabilità sostituiranno, senza considerarne i meriti in una relazione più universale. La prima strofe contrasta l'immortalità degli esseri viventi e pensanti che abitano i pianeti e, per usare un'espressione comune e inadeguata, si rivestono di materia, con la transitorietà delle più nobili manifestazioni del mondo fisico.

I versi conclusivi indicano un progressivo stato di più o meno esaltata esistenza, secondo i gradi di perfezione che ogni distinta intelligenza può aver raggiunto. Non si supponga che voglia dogmatizzare su un soggetto, del quale tutti gli uomini sono parimenti ignoranti, o che pensi che il nodo gordiano delle origini del male possa essere sciolto da quella o da una simile asserzione. L'ipotesi ricevuta che un essere somigliante all'uomo negli attributi morali della sua natura, avendoci chiamato dalla non-esistenza, e dopo averci inflitto la sofferenza dell'aver commesso un errore, debba aggiungere quella del castigo e delle privazioni che vi conseguono, continua ad essere inspiegabile e incredibile. Che ci sia una vera soluzione all'enigma, e che nel nostro stato attuale quella soluzione non possa esser da noi raggiunta, sono proposizioni che possono esser considerate ugualmente certe; nel frattempo, essendo compito del poeta di aderire a quelle idee che esaltano e nobilitano l'umanità, gli sia concesso d'aver congetturato la condizione di quel futuro verso il quale siamo tutti spinti da una sete inestinguibile di immortalità. Finché non si potranno produrre argomenti migliori dei sofismi che screditano la causa, il desiderio stesso deve restare la più forte e unica presunzione che l'eternità è il retaggio di ogni essere pensante.

 

© Paolo Melandri (23. 6. 2018)

*

Serenata notturna

Io mi desto d'averti sognata

nel primo dolce sonno della notte.

Quando i venti spirano più lievi

e scintillano le stelle ininterrotte:

io mi desto d'averti sognata,

e uno spirito i miei piedi,

chissà come, mi ha guidato,

alla finestra della tua stanza, o cara!

 

I venti vaganti svaniscono

sulla buia, tacita corrente –

gli odori di champaka si dileguano

come dolci pensieri nel sogno della mente;

il pianto dell'usignolo

muore sopra il suo cuore;

e così devo io sul tuo,

io che ti sono fratello d'amore!

 

Oh, su dall'erba levami!

Io muoio, io svengo, io manco!

Che il tuo amore su me si dispieghi

baciando le labbra, le palpebre stanche.

La guancia ho fredda e bianca, ahimè!

Il mio cuore batte forte e veloce; –

oh, premilo ancora stretto a te,

dove poi si fermerà la sua voce.

 

© Paolo Melandri (22. 6. 2018)

*

Improvviso

Tre giorni i fiori del bel giardino

furono come stelle quando la luna è sveglia;

o le onde di Baia, prima che luminosa

emerga fluttuando dal fumo del Vesuvio.

 

E il quarto giorno, la Sensitiva

sentì il suono del canto funebre,

e i passi lenti e pesanti dei portatori,

e i singhiozzi di lutto profondi e cupi;

 

lo stanco suono e il respiro pesante

e i taciti movimenti della morte che passa,

e il tanfo, freddo, opprimente e umido,

esalato dai pori delle assi della bara.

 

L'erba scura e i fiori fra l'erba

luccicavano di lacrime al passare del convoglio;

da quei sospiri il vento prendeva un tono luttuoso

e sedendo fra i pini echeggiava i lamenti.

 

Il giardino, un tempo bello, divenne laido e freddo

come il corpo di lei, che ne era stata l'anima,

un corpo dapprima leggiadro come nel sonno,

poi lentamente mutato a divenire un ammasso

da far tremare uomini che non piangono mai.

 

Svelta l'estate trascorse nell'autunno,

e la brina nella nebbia del mattino saliva,

sebbene il sole meridiano sembrasse chiaro e splendido,

deridendo le spoglie della notte segreta.

 

I petali di rosa come fiocchi di neve cremisi

coprivano la zolla e il muschio sotto:

i gigli s'afflosciavano, bianchi ed esangui,

come la testa e la pelle di un moribondo.

 

E piante indiane, per aroma e colore

le più dolci che fossero mai nutrite di rugiada,

foglia dopo foglia, giorno dopo giorno,

venivano ammassate nella comune argilla.

 

E le foglie brune, e gialle, e grigie, e rosse,

e bianche, del biancore di una cosa morta,

come torme di spettri sull'arido vento passavano;

il loro suono sibilante atterriva gli uccelli.

 

E raffiche di venti svegliarono i semi alati

dalle loro culle di brutte erbacce,

finché s'attaccarono agli steli di molti dolci fiori,

che marcirono insieme nel terreno.

 

I fiori d'acqua sul fondo del ruscello

caddero dagli steli su cui si ergevano;

e i vortici li spinsero di qua e di là,

come fecero i venti con quelli dell'aria.

 

Poi scese la pioggia, e gli steli spezzati

si piegarono in groviglio sui sentieri;

e la spoglia rete delle pergole di piante parassite

s'ammassò in rovine – e così tutti i dolci fiori.

 

Fra il tempo del vento e della neve

tutte le erbacce più ripugnanti presero a crescere,

con foglie ruvide cosparse di chiazze

come il ventre della biscia acquatica e il dorso del rospo.

 

E i cardi, le ortiche e il fetido loglio,

la lappola, il giusquiamo e l'umida cicuta

stesero i loro gambi lunghi e cavi,

e ammorbarono l'aria, finché il vento morto divenne putrido.

 

E piante, ai cui nomi il verso è nauseato,

riempirono il luogo di una mostruosa vegetazione,

spinosa e molle e purulenta e plumbea,

bluastra e costellata di una livida rugiada.

 

E agarici e funghi con muffa e ruggine

spuntarono come nebbia dall'umido freddo suolo;

pallidi, carnosi, – come se i morti disfacendosi

fossero stati animati da uno spirito di crescita.

 

La loro massa imputridì e cadde a fiocchi,

finché lo spesso fusto s'irrigidì come una forca,

dove stracci di carne lacerata tremano ancora in alto,

infettando i venti che passano accanto.

 

Lordura, spore ed erbacce, una lebbrosa schiuma,

resero la corrente del ruscello densa e torbida:

al suo sbocco canne enormi come pali

la ostruirono con radici nodose come bisce d'acqua.

 

E d'ora in ora quando l'aria era ferma,

s'alzavano vapori con forza di uccidere:

si vedevano al mattino, si sentivano a mezzogiorno,

a notte erano un buio che nessuna stella scioglieva.

 

E viscide meteore di frasca in frasca

strisciavano e schizzavano in pieno mezzogiorno

invisibili; ogni ramo sul quale si posavano

da una ruggine letale era morso e bruciato.

 

© Paolo Melandri (21. 6. 2018)

*

La neve sulle mie montagne senza vita

La neve sulle mie montagne senza vita

si scioglie in vive fonti,

i miei solidi oceani rifluiscono e cantano e risplendono,

uno spirito erompe dal mio cuore,

veste con nascita inattesa

il mio freddo, nudo grembo: oh! deve essere il tuo

sul mio, sul mio!

 

Guardandoti io sento, so,

spuntano verdi steli, e luminosi fiori crescono

e forme vivono e si muovon sul mio grembo;

musica è in mare e in aria,

nuvole alate si librano qui e là,

oscure della pioggia che nuove gemme stan sognando:

è Amore, tutto Amore!

 

© Paolo Melandri (15. 6. 2018)

*

Il dramma vivente

La grande età del mondo ricomincia,

gli anni dell'oro tornano,

come serpente la terra rinnova

le vesti smesse dell'inverno;

sorride il cielo, e fedi e imperi splendono

come relitti di un sogno che dilegua.

 

Un'Ellade più luminosa da un oceano

ben più sereno innalza le sue montagne;

nuovo Peneo spinge le sue fonti

incontro alla stella del mattino;

là dove fioriscono più belle Tempe, dormono

giovani Cicladi su un più assolato mare.

 

Un'Argo più superba fende le onde,

carica di un tesoro più recente;

un altro Orfeo di nuovo canta,

e ama e piange e muore;

un nuovo Ulisse lascia un'altra volta

Calipso per la sua nativa sponda.

 

Oh, non scrivete più di Troia la leggenda,

se pergamena di morte

dev'essere la terra! e non mescolate di Laio l'ira

con la gioia che sui liberi sorge;

sebben più astuta Sfinge chieda ancora

enigmi di morte che mai Tebe conobbe.

 

Un'altra Atene sorgerà, legando

a un tempio più remoto,

come il tramonto ai cieli,

il suo fulgore; e lasciando,

se nulla così splendido può vivere,

quanto può ricevere la terra o donare il cielo.

 

Saturno e Amore dal loro lungo sonno

proromperanno, più brillanti e buoni

di tutti coloro che caddero, dell'Uno che risorse,

dei molti indomiti; né oro,

né sangue adorna il loro altare,

ma lacrime votive e simbolici fiori.

 

Basta! la morte e l'odio devono tornare?

Gli uomini uccidere e morire?

Basta! non bere fino alla feccia il calice

dell'amara profezia.

Il mondo è stanco del passato,

possa morire o riposare infine!

 

© Paolo Melandri (15. 6. 2018)

*

Così ti aprivi giorno

Così ti aprivi giorno:

tu pieno di promesse

da fanciullesca valle

giubilo risonava.

 

Ti effondi col tuo serto

e tu radiante augusto

hai rutila cesarie –

sì emergi a efflorescenze.

 

Nell'ebbro amante coro

nella caccia tremante

verso i pascoli l'onda

smeraldo verso argento

 

lieto così ti segue

chi il tuo sorriso sceglie ·

giorno a me così grande

così presto rapito.

 

© Paolo Melandri (7. 6. 2018)

*

Sguardo a ritroso

Davo forma un tempo (solerte correva la vendetta)

a corpo e occhi e labbra secondo il mio capriccio,

beffardo gridavo fra lieta brigata:

è così poca tutta la bellezza? rido.

 

Adesso il mio affanno ha bramosia di ogni pallido sembiante,

un sopracciglio mi abbacina,

un ciglio l'anima mia sconvolge,

un braccio di corniola ornato.

 

Come oggi lascerà il luogo del patire

appena con rugiada si bagneranno i fiori dell'etere

nella danza delle donne rosse attorcigliato

gavazzando sventato in giubilo sonoro?

 

Vorrà ancora, in attesa del suo dono,

tornare a ciò da cui si è separato un giorno:

nella vita delle sue fide pergamene

fino a che il sogno nel giaciglio lo lambisca?

 

© Paolo Melandri (6. 6. 2018)

*

O vecchia Europa

O vecchia Europa, che hai rimesso i piedi

nell'orme intrise tante volte e colme

già del tuo sangue; e nelle stesse sempre

ricalchi uguale per crescente esizio,

quasi, tenace ormai tu negli errori

sola non veda quanto mutò il mondo

da allor che fosti arbitra e maestra;

e fai come colui che in cieca notte

uscì di strada, e dall'inganno attratto

e dall'affanno del proceder vano,

non sa che torna in giro sui suoi passi,

finché cadrà stremato ad esalare

l'anima dalla bocca della peste;

or maestra d'errore e di sciagura,

ai tuoi danni accanita, o triste Europa,

per l'età stanca più crudele e folle,

che stoltiziando fra le tue macerie

rinfreschi le decrepite esperienze,

gli errori antichi con demenze nuove;

se del retaggio delle tue nazioni,

che le divide e ti dilania, quello

che ognuna serba di sua antica vita

è la pietra d'inciampo in cui trabocchi;

se quanto resta in lor vigore e ardire,

delle memorie lor passione e fede,

s'è in questo che ti scavi tu la fossa,

nostra fine è segnata e la tua sorte.

Tra feroci stranezze e gesta insane,

ebbra di pianto e sangue e di destino,

perduta Dio ti vuole, e ci dissenna.

Forza è creder così; pure, non voglio;

ma in quel che tu consumi contro te,

un mondo or sua rivincita matura:

e l'Asia innumerevole, l'antica

Asia, tuo fato e tuo castigo sempre,

Asia severa il gran letargo ha scosso,

o fratricida Europa, e suicida;

ma il negro malamente incivilito

e più felice adesso che da schiavo,

fra poco riderà di te anche il negro,

vendicato del male che gli han fatto

da che i bianchi esploraron le sue selve;

e a quanti, da te usciti, or ti soppiantano

con l'arcigno cipiglio magistrale

che merita il tuo senno, tu avvilita,

distrutta e forsennata ti assoggetti:

o padrona del mondo, e in tutto il mondo

e castighi e padroni vai cercando,

tu schiava ormai già di odii inespiabili!

Oh quanto scenderai, se hai da calare

in basso quanto in alto ti levasti;

ma quanto penerai, se le tue pene

ben pareggiano quelle che hai inflitte,

e son tanto lontano da finire!

Già pingue addormentata ti conobbi;

malridesta or ti stremi nei furori

di un'atroce agonia disperata,

né arte ti soccorre o raziocinio

se non a sprofondarti più nel baratro

coi sillogismi della tua follia.

E sì, la tua potenza millantavi

qual civile progresso di ogni gente

che fosse per accoglierla sommessa;

ma in questo error perenne già d'imperi

e popoli e senati, ti usurpavi

le intenzioni di Dio; le sue vie

troppo ingombrasti con la tua iattanza:

or poi che l'uso appreser tutti quanti

d'essa funesta più dei più mortiferi

congegni bellicosi, Iddio le sgombra,

la forza a premer forza e la superbia

superbia ad abbassare suscitando

dall'alto arcano della sua giustizia.

Tu, nella tua vorresti perfidiare

anche adesso che vedi inane e rotta

la fallace superbia, e che nessuno

vi si vuol sottoporre e rassegnare,

onusta Europa, enorme, miserevole.

Ma le genti depresse e semivive,

e quelle pervenute innanzi te

sul tuo stesso cammino fin in fondo,

le stirpi che hai soppresse, e l'altre, prima,

che la fine nei secoli han raggiunta,

la pace della morte unica vera,

dal silenzio ti chiamano accennando

che tu dal tuo rumore vi discenda.

Scordavi tu, e vorresti anco ignorare,

che il vincitor ripaga anche in moneta

di morte, di dolore e umiliazione,

quel che ai vinti costò la sua grandezza.

Nelle vittorie è posta la rivalsa,

conseguite sul prossimo e che importano

empietà di uccisione e ingiuria ed odio,

di superbia che s'alza sopra i deboli.

Antica verità, siam tutti nati

a contrastare e a contrastar fra noi

per il pane o la gloria o pe·l piacere,

e in ogni passione ed atto nostro

cupidigia divien sopraffazione,

né sarebbe, senz'esse, questo mondo;

ne discende la legge che ci stringe

a dar morte e a riceverla fra simili:

ma insuperbirne fu imprudenza nuova

di una stanca e sofistica ragione,

che frutta ormai, nell'epoca corrotta,

un riflesso e ricorso di barbarie,

ottusa, fosca, fatua e ferina.

Ipocrita o vanesio o tracotante

ignorare o mentire il nostro limite,

non lo perdonan gli uomini o la storia;

se non già i padri, lo scontano i figli.

Ma se fin d'ora il debito matura

di quanti in terra e in mare e in aria, di ogni

regione or chiama a flagellarti Iddio

ed il debito tuo ti fa pagare,

futura d'altrui pena a te che giova,

autrice Europa della tua sciagura?

Ecco l'ora fatale che ti affonda

nella nausea e nell'odio di te stessa

e nell'orror, mortali; e teco noi,

fino alla bocca immersi, fino agli occhi,

nella tristezza di essere arrivati

finalmente ad un tempo che era meglio

non esser nati prima che vederlo.

Noi vediamo l'Italia, noi quest'oggi,

la madreterra nostra in guerra immane

battuta, violentata, lacerata;

e la mente ricusa ogni argomento,

poi che il cuore mi scoppia di dolore,

sol orrore comprende, angoscia sola,

feroci e tristi dentro come lupi

ululanti di fame in un deserto,

di maledetta fame snaturata.

Sul cuor ricadon morte le parole

che tutte rendon nota di sgomento,

d'affanno e perdizione, di rimorso;

e il pianto, che non esce, il cuor mi affoga

d'angoscia in petto che lo disumana.

Io come un camminante stancomorto

si butta sopra il margine di strada,

e benché veda ancora, non distingue

nella folla di chi gli passa innanzi

fuor che una torma di piedi pesanti,

e vuol chiudere gli occhi e non può farlo

nell'ambascia dell'ultima stanchezza;

così vorrei io pure addormentarmi

di un sonno oh senza fondo né risveglio;

pure argomento e penso, per mio male,

e non posso dormire, ma non sogno

questo tormento peggiore dell'incubo.

 

© Paolo Melandri (6. 6. 2018)

*

Il tralcio che orna

Il tralcio che orna

il frutto che illude

sia caro, tu glorialo ·

cio ch'è turba evita

 

ch'è infermo e marcisce

che furia e che urla ·

dal raro esplorata

la quantità involta

 

grigio enfio tu brama

che più non si schianta ·

la beltà ch'è in mostra

riscalda non brucia

 

quieto sogno in alto

il raggio in te muta

un risonar aureo

tua vita vanita.

 

© Paolo Melandri (5. 6. 2018)

*

Il cantore

Germi, genesi di concetti,

Broadways, azimut,

nebbia e ippodromi

mischia il cantore nel suo sangue,

sempre cercando forme,

sempre cercando parole,

obliata la scissione

fra io e tu.

 

Lira neurogena,

pallide iperemie,

vertigini di pressione sanguigna

tramite caffeina,

nessuno può misurare

questo: esser rivolto all'uno,

per sempre all'oblio

fra io e tu.

 

E se un tempo il cantore

faceva del dualismo,

oggi è un eversore

tramite principio cerebrale,

e d'ora in ora nel tutto

proteso al sogno della poesia

tesse le sue grevi sostanze

rado e lento nel nulla.

 

© Paolo Melandri (3. 6. 2018) «Explicit cantus».

*

Cariatide

Cariatide

 

Sottraiti alla pietra! Fa' crollare

l'antro che ti soggioga! Prorompi

nella campagna! Schernisci i cornicioni –

guarda: traverso la barba all'ebbro Sileno

da un tumultuante in eterno

chiassoso unico intronato sangue

cola vino sul sesso!

 

Sputa sulla mania delle colonne: senili

mani di morti uccisi le offersero

tremando ai cieli coperti. Fa' franare

i templi davanti alla nostalgia del tuo ginocchio

in cui brama la danza!

 

Distenditi, fiorisci tutta, oh, lascia sanguinare

la tua tenera aiuola da larghe ferite:

guarda, Venere con le colombe si cinge

di rose la porta d'amore delle anche –

guarda, di quest'estate l'ultimo alito azzurro

che va su mari di asteri alle lontane

sponde brune di alberi: guarda

albeggiare quest'ultima ora fallace di felicità

del nostro sogno di sud

volta immensa.

 

© Paolo Melandri (3. 6. 2018)

*

Mi meraviglia di lontano un sogno

Mi meraviglia di lontano un sogno

lo portai al lembo d'una terra estremo

 

E attesi fino a che la grigia norma

il nome ritrovò nella sua fronte

 

E meraviglia o sogno potei allora

tutto afferrare consistente e forte

ora fiorisce in tutta marca e splende

 

Un giorno fin là giunsi in lieto viaggio

con vezzi di smeraldo ricchi e fini

 

Cercò ella a lungo e giunse poi l'annuncio:

«Nulla d'eguale dorme qui sul fondo»

 

Al che sfuggì pur esso di mia mano

e mai più la mia terra ebbe tesoro

 

Così la triste appresi anch'io rinuncia

e niente sia dove parola manca

 

© Paolo Melandri (1. 6. 2018)

*

L’amore voi negaste al Dio d’un tempo

L’amore voi negaste al Dio d’un tempo –

si mostra ora con ciglio di vendetta:

chiamaste giogo mia preziosa legge

lasciaste casa mia sommessi e fieri.

 

Non v’appressate a un turpe, ora, servire?

non spossa egli le avviticchiate braccia

più degli avvinti suoni che frangeste?

pietà invocando non vegliate in lacrime?

 

D’umiltà e di desio sì pieni un tempo

ai piedi sanguinanti ci chinammo

del Salvatore; così ora vassalli

al nuovo Dio; noi, come prima l’estasi

 

e il tremare, ora innalza altro sentire

di rinuncia minore e più struggente

quando dei vespri la pesante luce

nel tempio affonda in rossi spicchi e d’oro.

 

© Paolo Melandri (1. 6. 2018)

*

Splendore e gloria! così è desto il mondo

Splendore e gloria! così è desto il mondo

pari agli eroi consacriam alpe e oceano

possente orfano lo spirito guarda

al campo e alla marea che increspa intorno.

 

S’infrange in un chiarore, vola immagine

scuote ebrietà selvaggia con sua croce.

Plora la legge e pensa in sé riflessa

«Tu mia salvezza, gloria, tu mia stella»

 

Poi d’alto orgoglio il sogno s’alza e doma

strenuo il Dio che l’ha eletto: finché un grido

lontano giù ci scaccia innanzi a morte

ci spoglia in breve. Tutto questo infuria,

 

scuote saetta ed arde; tardi a noi

nel ciel notturno si disegna un quieto

e rutilo gioiello della luce:

splendore e gloria, sogno e morte e croce.

 

© Paolo Melandri (31. 5. 2018)

*

È di luna o di sole questo bianco

È di luna o di sole questo bianco?

e per le strade morte di Bisanzio

in brividi si frange, plora e flagra

tenebrante, brolo e atrio schiara.

 

Gioie a voi specchia sempre lì un campo

viandanti orfani ploranti al varco

sì che stupite e piangete obliando

muti, premuti labbro contro labbro.

 

Che meraviglia v’è nell’anno arido!

io non vi prego di fronte ad un feretro

voi in un’angusta a voi fredda dimora

non obliate: non vi sia lontano!

 

Pronti alle imprese i vostri sguardi intrepidi

fan dalla fonda oscurità faville

presagiscono, annunciano al congedo:

per noi già mai tal raggio si fa pallido.

 

© Paolo Melandri (31. 5. 2018)

*

Si può un dolore simile inchiodare

Si può un dolore simile inchiodare

un simile respiro ed una luce?

e si può comandare anche al mattino

che straniero e beato in noi s’è franto?

 

Come attraverso i larghi campi andavano

i sentieri – così attraverso l’anima.

Miti speranze in noi si nutricavano

e poi si riversavano selvatiche.

 

Cupo, come tra lacrime nuotando

è l’albero – la casa noi riceve.

Un ardere di bianchi giorni in festa

il ramo che là sporge di ciliegio

 

un tinnire d’orpelli e boa di struzzo

ammalia e opprime – rende gravi e liberi.

Un oscillare dolce-amaro come

un canto strano giunge di lontano.

 

© Paolo Melandri (30. 5. 2018)

*

Ancora primavere di passato

L'amore ti è morto tra le braccia;

ti ricordi il momento dell'incontro?

È morto, un altro ne troverai, già

ti viene incontro.

 

Ancora primavere di passato.

Quanto aveva di dolce? penso io;

e tu stagione che finisci addio:

dolce altrettanto ancora tornerai.

 

© Paolo Melandri (24. 5. 2018)

*

Ora i cigni nuotare nella sera

Ora i cigni nuotare nella sera

noi guardavamo colma di tepore,

sul grande lago dove le spioventi

rame umiliano i salici piangenti,

ed era l'ora quando il giorno muore.

 

© Paolo Melandri (23. 5. 2018)

*

I profughi

Noi da lontano vedemmo la polvere ancor prima che i prati

scesi avessimo; il traino dei profughi via si perdeva

di collina in collina, incommensurabile agli occhi.

Poco si distingueva; ma quando arrivammo alla strada,

che attraversa di sghembo la valle, era ancora assai grande

il tumulto e dei carri e degli emigranti la ressa.

Noi purtroppo abbastanza vedemmo di quei poveretti

via passarci dinanzi; sapemmo dai singoli a prova

come l'esilio è amaro, ma come è pur senso giocondo

quel della vita salva con celere fuga. Era triste

le masserizie varie vedere che cela una casa

ben provveduta, ognuna serbata dal saggio padrone

al suo posto, ove si offre ai tanti bisogni, ché tutto

è necessario e utile, tutte vedere queste cose,

nella affrettata fuga, su carri e vetture diverse,

cariche alla rinfusa: il letto sta dentro alla madia,

sullo stipo coperte di lana, e lo straccio e lenzuola

son sullo specchio. Ahimè, nel pericolo l'uomo smarrisce

la propria testa. Così con premura insensata vedi stipate

sotto i panieri le gerle e saliere ripiene d'inutili ciarpe,

ché l'uomo lascia a stento pur l'infima delle sue cose.

 

© Paolo Melandri (17. 5. 2018)

*

Il tardo Io

O tu, guarda: onda di violaciocche

cui l'occhio già trabocca,

tu sterile seme, immortale in proprio,

ed è già tardi.

 

Con ultime rose, poiché la favola

dell'estate da tempo lasciò la terra –

moi haïssable,

ancor tanto menadico analitico.

 

© Paolo Melandri (17. 5. 2018)

*

Monologo

L’intestino nutrito di moccio, il cervello di menzogne –

popoli eletti buffoni di un clown,

con giochi, oroscopi, voli di uccelli

che spiegano la propria sporcizia! Schiavi –

dai paesi freddi e da quelli ardenti,

sempre più schiavi, carichi d’insetti,

massa affamata, sottomessa alla frusta:

si gonfia poi tutto, e la peluria

tignosa fino a farsi barba di profeta!

 

Ahi, Alessandro e il rampollo di Olimpia,

il male minore! Adocchiano

l’Ellesponto, e schiumano Asia! Gente tronfia, fanfare

col drappello alla testa, favoriti, scaglioni nascosti

perché nessuno li disturbi! Favoriti: - posti buoni

per duelli di forza e di diritto! Se nessuno dà fastidio!

Favoriti, commedianti, fasce, larghi nastri –

di larghi nastri sogno e mondo sventolano:

piedi storpi vedono stadi distrutti,

puzzolenti animali entrano in campi di lupino,

perché il profumo inganna il loro odore:

sanno solo di sterco! – Obesi

inseguono la gazzella,

veloce come il vento, bella bestia!

 

Qui s’inverte la misura:

la pozza mette a prova la sorgente, il verme il braccio,

il rospo sputa in bocca alla violetta

alleluja! – e affila il ventre nella ghiaia:

segno di rospi, monumento a monito della storia!

L’impronta dei Tolomei come segno di riconoscimento dei briganti

viene il ratto a conforto della peste.

Il traditore canta l’assassinio. Spie strappano

dai Salmi la lussuria.

 

E questa terra mormora con la luna,

poi cinge intorno ai fianchi una festa di maggio,

poi fa strada alle rose, cuoce il grano,

non permette al Vesuvio d’eruttare, impedisce che la nuvola

diventi lisciva, che trafigge e brucia

la razza di bestie che ha tramato questo. –

Ahi, di questa terra gioco di frutti e rose

è sottomesso al male che devasta,

alla spugna del cervello, al fallace incrinarsi della gola

del tipo sopraddetto – misura capovolta!

 

Morire significa lasciare tutto ciò irrisolto,

le immagini indifese, lasciare i sogni

a morire nella fessura dei mondi

agire, però, significa servire la bassezza,

recar soccorso alla vergogna, abbattere di sorpresa

la solitudine, la grande solitudine delle visioni,

la brama sognante di vantaggi, guai, promozione, fama,

mentre la fine, falena che si dibatte,

indifferente come scheggia è vicina

e annuncia un altro senso…

 

Un suono, un arco, quasi un balzo dall’azzurro

attraversò una sera il parco,

dove io ero –: una canzone,

soltanto un tocco, tre note messe lì,

lo spazio tanto invase, la notte caricò

a tal punto, e popolò di immagini il giardino

e creò il mondo e affondò la mia nuca

nella corrente, la luttuosa, sublime

debolezza della nascita dell’essere –:

un suono, un arco soltanto –: nascita dell’essere –

un arco soltanto, e portò indietro la misura,

racchiudendo tutto: l’azione, i sogni…

 

Da una corona di cervelli scarlatti,

fiori febbrili disseminati

che si conservano distinti, solo se uniti insieme:

«nel colore inflessibili», «elaborati

fino all’ultimo capello», limati a freddo

invocheranno, sudari salati della materia primigenia:

qui s’avvia la metamorfosi! La razza delle bestie

marcirà, giacché la parola decomposizione

sa sin troppo di cielo – già gli avvoltoi

affilano il becco, sono affamati i falchi – !

 

© Paolo Melandri

16 maggio 2018

*

Elegia

La rivedrò? Cosa mi apporta il fiore

di questo giorno ancora in boccio? Alterni

si agitano presagi nel mio cuore,

ti stanno innanzi paradisi, inferni…

Cessa il dubbio: alla porta ella si affaccia,

solleva in cielo te fra le sue braccia.

 

E così fosti in paradiso assunto,

come se degno dell'eterna vita.

Il vertice supremo era raggiunto,

ogni voglia, ogni brama era finita.

Contemplavo quel vago unico incanto,

si placava il desio, cessava il pianto.

 

Come volava il giorno! Al ratto segno

delle ali sue fuggivano i minuti.

Il bacio a sera, un fido sacro pegno:

nulla per noi col nuovo dì si muti!

L'ore andavano, simili a sorelle,

ugualmente ma variamente belle.

 

L'ultimo bacio, dolce, atroce, straccia

quella rete di amori e la distrugge.

Un fiammeggiante arcangelo ti scaccia

dall'eden; il tuo piede or sosta or fugge.

Sulla via la pupilla erra confusa;

riguarda indietro: quella porta è chiusa.

 

Ed ora, chiuso in sé, come se il cuore

mai non avesse aperto, mai provate

non avesse al suo fianco fulgide ore,

lucendo a gara con le stelle aurate:

cruccio, rimorso, pentimento e cura

l'opprimono, come aria greve, oscura.

 

Non c'è la vita intorno? Le erte rupi

non corona la sacra ombra boschiva?

Non matura la messe? Chiari e cupi

verdi laggiù non vestono la riva?

E non s'inarca il sopramondo enorme,

ora in precise ora in incerte forme?

 

Come leggera e vaga, chiara e frale,

da fosche nubi, nell'azzurro cielo,

vedi una forma eterea che sale,

fatta di bianco vaporoso velo:

tale, danzante in circolo giocondo,

ti apparve lei, la più leggiadra al mondo.

 

Ma quella forma eterea non dura,

e quell'affinità poco ti illude.

Nel cuore va'! Che lei, viva e sicura,

in infinite immagini racchiude.

Di tante una si forma e si rischiara,

sempre diversa e sempre a me più cara.

 

Quando stava sull'uscio nell'attesa,

e poi di grado in grado mi beava;

dopo l'ultimo bacio, di sorpresa,

ancora l'ultimissimo mi dava:

così, limpida e vivida, risiede

nel cuore, ove l'impresse ardente fede.

 

E il cuore, saldo come salda rocca,

di sé per lei, di lei per sé custode,

gode per lei, se vivere gli tocca,

ode se stesso, solo quando la ode;

più franco in quelle amabili catene,

sol batte a dirle grazie di ogni bene.

 

Era svanita, spenta, la baldanza

di amare, il sogno di sentirsi amato.

Ma pronta è già risorta la speranza,

il volitivo spirito è rinato.

Se amore mai creò vita da morte,

concesse a me questa sublime sorte.

 

E fu con lei! – Una temenza trista

mi pesava sull'anima, sul sangue;

fantasimi turbavano la vista,

nel deserto del cuore arido, esangue.

Ora la speme, come un'alba, spunta

da quella soglia, ed ella, il sole, è giunta.

 

Pari alla pace in Dio, pace del cuore,

che appaga l'uomo più dell'intelletto

(dice il Verbo), è la pace dell'amore,

se ti è vicino l'essere diletto.

In questa pace senti che non sei

più tu, che le appartieni, sei di lei.

 

Ferve nei puri petti la tendenza

di darsi ad un più puro eccelso Vero,

in un impeto di riconoscenza,

svelando a sé l'intermine mistero.

Questa è la Fede. Sommo fra gli incanti,

lo provo, se mi trovo a lei davanti.

 

Davanti agli occhi suoi, possente sole,

al suo respiro, zefiro d'aprile,

si dissigilla nelle algenti gole

il rigido egoismo, il pensier vile;

ogni ostinato spirito si strugge,

davanti a lei che passa, sfuma e fugge.

 

Come s'ella dicesse: «D'ora in ora

benignamente s'offre a noi la vita;

poco è rimasto del passato ancora,

la vista del futuro è proibita;

sempre, se mi angosciò che il sole muoia,

venne la sera, e n'ebbi ancora gioia.

 

Seguimi, dunque! L'attimo fuggente

guardalo in viso! Senza mai rimando!

Incontralo con animo fidente,

pronto a godere oprando, agendo, amando!

Dovunque sei, sii tutto, sii bambino!

Essendo tutto, domini il destino».

 

Tu puoi dirlo, pensai; ti fu concesso

il favore dell'attimo fugace;

e ciascheduno che ti vive appresso

all'incanto dell'attimo soggiace.

Io trepido all'idea di allontanarmi…

tanta saggezza, cosa può giovarmi!

 

Ecco, sono lontano. In tale istante,

che mi richiede l'attimo? Lo ignoro.

Le sue vaghe attrattive sono tante;

ma non per me: devo sottrarmi a loro.

Una smania indomabile mi punge.

Unico sfogo il pianto. E il pianto giunge.

 

Ti effondi, dunque, irrefrenato pianto!

Ma non perciò l'ardore in me si ammorza.

Già vita e morte nel mio petto infranto

combattono con aspra irosa forza.

Farmaci lenirebbero le pene

del corpo, ma gli spiriti non sostiene

 

la volontà. Donde verrebbe tregua?

Quel caro aspetto sempre mi seduce:

ora sosta, ora subito dilegua,

ora confuso ed ora in viva luce…

Quale conforto in questo moto vale,

in questo mare che discende e sale?

 

Voi lasciatemi qui, fedeli amici!

Qui, nella valle, fra le rupi, solo!

L'universo è dischiuso a voi felici:

coraggio, dunque! dispiccate il volo!

Scrutate, analizzate il vario vero,

della natura diteci il mistero.

 

Per me tutto è perduto; più non sono

il prediletto degli dèi; provato

mi hanno col dono di Pandora, dono

ricco di troppi rischi; avvicinato

a quelle labbra di virtù divine,

mi staccano e mi spingono alla fine.

 

© Paolo Melandri (10. 5. 2018)

*

Alle delizie estreme

Giovani amanti e donne innamorate

in cui ferve d'amor dolce desio,

per voi scrivo, a voi parlo, e voi prestate

favorevole orecchio al cantar mio.

Esser non può che alla canuta etate

abbia punto a giovar quel che cant'io.

Fugga di piacer vano ésca soave

bianco crin, crespa fronte e ciglio grave.

 

Spesso la curva e debole vecchiezza,

che gelate ha le vene e l'ossa vuote,

incapace dell'ultima dolcezza

aborre quel che conseguir non puote.

Uom non atto ad amar, disama e sprezza

anche il tenor delle amorose note;

e il ben che di goder si vieta a lui,

per invidia dannar suole in altrui.

 

Anime stanche, lungi, anime schive

dalla mia molle e lusinghiera Musa.

Da poesie così tenere e lascive

incorrotta onestà vada via esclusa.

Non venga a biasimar quant'ella scrive

d'implacabil censor rigida accusa,

la cui calunnia con maligne ammende

le cose irreprensibili riprende.

 

Di poema morale aspri concetti

udir non speri ipocrisia ritrosa,

che annotando nel ben solo i difetti,

suol còr la spina e rifiutar la rosa.

So che fra le delizie e fra i diletti

degli scherzi innocenti alma amorosa

cautamente trattar saprà per gioco

senza incendio o ferita il ferro e il fuoco.

 

Suggon lo stesso fior nei prati Iblei

ape benigna e vipera crudele,

e secondo gli istinti o buoni o rei

l'una in tosco il converte, e l'altra in miele.

E se avverrà che alcun dai versi miei

concepisca veleno e tragga fiele,

altri forse sarà men fiero ed empio

che raccolga da lor frutto d'esempio.

 

Sia modesto l'autor; che sian le carte

non pudiche talor, curar non deve.

L'uso dei vezzi e il vaneggiar dell'arte

o non è colpa, oppure è colpa lieve.

Chi dalle rime mie d'amor cosparte

vergogna miete o scandalo riceve,

condanni o scusi il giovanile errore;

ché se oscena è la penna, è casto il cuore.

 

© Paolo Melandri (28. 4. 2018)

*

Sogni di infermi e fole di romanzi

Le cose belle, preziose e care,

saporite, soavi e delicate

scoperte in mano non si devono portare,

perché dai porci non siano imbrattate:

dalla natura si vuole imparare,

che ha le sue frutte e le sue cose armate

di spine e reste e ossa e buccia e scorza

contra la violenza ed alla forza

del cielo, degli animali e degli uccelli,

ed ha nascosto sotto terra l'oro,

e le gioie e le perle e gli altri belli

segreti agli uomini, perché costino loro;

e sono ben smemorati e pazzi quelli

che fuori portando palese il tesoro,

pare che chiamino i ladri e gli assassini,

e il diavolo che li spogli e li rovini.

Poiché anche pare che la giustizia voglia,

dandosi il bene per premio e guiderdone

della fatica, che quello che ne ha voglia,

debba esser valentuomo e non poltrone;

e par anche, che gusto e grazia accoglia

a vivande che sien per altro buone,

e le faccia più care e più gradite

un saporetto con che sian condite.

Però quando leggete l'Odissea

e quelle guerre orrende e disperate,

e trovate ferita qualche dea

o qualche dio, non vi scandalizzate;

ché quel buon uomo altro intender volea,

per quel che fuor dimostra alle brigate:

alle brigate goffe, agli animali,

che con la vista non passan gli occhiali.

E così qui non vi fermate in queste

scorze di fior, ma passate più innanzi;

ché se esserci altro sotto non credeste,

per Dio avreste fatto pochi avanzi;

e di tenerle ben ragione areste

sogni di infermi e fole di romanzi;

or dell'ingegno ognun la zappa pigli,

e sudi e si affatichi e si assottigli.

 

© Paolo Melandri (22. 4. 2018)

*

Bisbiglio di giunchi commossi

Bisbiglio di giunchi commossi,

di canne sorelle brusio,

sussurro di salici scossi,

di tremuli pioppi fruscio,

lenite in un dolce languore

la pena del sogno interrotto.

Un fremito pieno di orrore,

che scuote di sopra e di sotto

i cardini tutti del mondo,

mi desta dal sonno profondo

dormito tra liquide spire

di onde in tranquillo fluire.

 

© Paolo Melandri (21. 4. 2018)

*

Lavoro infinito

Ciò che ci impone l'animo di fare

è lavoro infinito. Noi vorremmo

grandi le nostre azioni nel presente,

quali saranno poi, quando i poeti

le avran magnificate nei lor canti,

lungo il corso degli anni, per diverse

terre e generazioni. Come suona

alto il racconto delle antiche gesta

al giovinetto che nell'ombra dolce

della sera l'ascolta fra gli accordi

dell'arpa. Ma non sono i nostri fatti

differenti da quelli: pieni tutti

di fatica, e slegati. E noi corriamo,

così, dietro a qualcosa che ci fugge,

e al cammino intrapreso non pensiamo,

innanzi a noi scorgendo appena le orme

degli avi nostri il segno di lor vita

terrena. Dietro le lor ombre, sempre,

ci affrettiamo, che, simili a divine

immagini, coronano le vette

dei monti, sopra nuvole dorate.

Io non ho stima di colui che pensa

di sé tanto alto quanto forse un giorno

potrà innalzarlo il popolo. Ma tu,

giovane come sei, gli dèi ringrazia

che già per mezzo tuo gran cose han fatto.

 

© Paolo Melandri (In partenza per Roma, per il «classico suolo», in Viaggio di Istruzione, oggi 8. 4. 2018)

*

Limite umano

Quando l'antico

padre felice

con mano nobile

da rotolanti nuvole

semina sulla terra

lampi benedicenti,

io bacio l'ultimo

orlo della sua veste,

tremando come un bambino

dentro il petto fedele.

Mai non deve

l'uomo con i Celesti

mettersi a pari.

Benché si esalti

e creda attingere

con la testa le stelle,

i suoi piedi insicuri

non poggiano su nulla:

non è che un gioco

di nubi e di venti.

Si accampi pure

con valide ossa

sopra la solida

terra durevole;

ma non potrà per questo

alla quercia e nemmeno

uguagliarsi alla vite.

Cos'è che separa

gli dèi dagli uomini?

Davanti a quelli

molte onde passano,

un fiume eterno;

noi l'onda innalza,

noi l'onda inghiotte,

e giù scendiamo al fondo.

Un breve anello

chiude la nostra vita;

molte generazioni

via si susseguono,

e con i loro durare

fan catena infinita.

 

© Paolo Melandri (2. 4. 2018)

*

Pasqua

Come avvoltoio,

che fra le nubi grevi di un’altra alba

sulle ali ferme si libra e riposa

spiando la preda,

così vola il mio canto.

 

Ché un dio ha prescritto a ognuno il suo cammino,

che il fortunato, rapida letizia,

fino alla meta percorre:

ma a chi sventura

il cuore strinse,

invano si dibatte in agonia

contro la ferrea morsa

del duro filo

che una volta soltanto

con colpo secco troncano le forbici.

 

Nel fruscio della macchia

si serrano le fiere irsute

e con i passeri ormai

sono caduti i ricchi

nelle loro paludi.

 

Facile è seguire il carro

che la Fortuna conduce,

come su buone strade

con comodo il corteo segue l’ingresso

del principe che va a cacciar la volpe.

 

Ma chi è là, in disparte?

Nella macchia si perde il suo sentiero,

dietro i suoi passi

si chiudono di scatto felci e arbusti,

e le erbe si rialzano,

la solitudine lo inghiotte.

 

Chi sanerà i dolori di colui

per il quale balsamo si fece veleno?

Che da copia d’amore

sol odio per gli uomini trasse!

Dapprima dispregiato, or spregiatore,

segretamente, in inetto

amore di sé,

il suo valore sperpera e consuma.

 

Se v’è, padre d’amore, nei tuoi salmi

pur una nota che giunga al suo orecchio,

conforta, conforta il suo cuore!

Apri i suoi occhi

alle mille sorgenti

che nel deserto scorrono nascoste

accanto a chi di sete sta morendo.

 

Tu che di gioie ad ognuno

tanta parte dispensi

sulla pista di fiere che s’occultano,

ricolma di baldanza e d’allegria,

di lieta sete di sangue

che inebria i bei fratelli della caccia,

tardi vendicatori dell’ingiuria,

cui da anni invano si oppone

la mazza del contadino.

 

Ma delle tue nuvole d’oro

avvolgimi quel solitario,

di sempre virenti incorona

finché non risbocci la rosa,

le fradice chiome

del tuo poeta, amore!

 

Con l’albore della tua fiaccola

lo illumini

nei guadi notturni, lo guidi

su impervi cammini

per desolati campi e solitari;

al suo cuore sorridi

coi mille colori dell’alba;

con l’aspra tempesta lo innalzi;

e il capo nevoso

della vetta più temuta

che popoli presaghi

incoronaron di notturne danze,

altare gli è di più grata preghiera

e dalla cima lui ti pregherà.

 

Tu stai con il tuo cuore inesplorato,

aperto e impenetrabile allo sguardo,

di sopra al mondo che si stende attonito

e dalle nuvole guardi

i suoi regni e la sua magnificenza

che nel cuore ferito egli si industria

ad occultare

e tu fin dalle vene dei fratelli

farai del suo deserto il tuo giardino.

 

© Paolo Melandri (30. 3. 2018)

*

Tyche o il Fortuito

Τύχη, Il fortuito

 

Ma, fuori e dentro a noi, un dio mutevole

quei limiti prefissi circuïsce.

Non resti solo, ti educhi socievole,

e spesso agisci come un altro agisce.

Al vivere ora è grato, ora sgradevole:

è un gioco, e come un gioco si subisce.

Intanto un anno all'altro si avvicenda;

il lume attende il fuoco che lo accenda.

 

© Paolo Melandri (30. 3. 2018)

*

Dàimon

Δαίμων

 

Come nel giorno in cui quaggiù nascesti

rispetto al sole stavano i pianeti,

con moto inarrestabile crescesti,

in base alla tua legge, ai suoi decreti.

Non puoi sfuggirti, avvinto all'io tu resti:

sibille già lo dissero e profeti.

Né forza né fortuna mai dissolve

la viva forma che da sé si evolve.

 

© Paolo Melandri (29. 3. 2018)

*

Il passato nel presente

Gigli e rose imperla il gelo

nel giardino a me d'accanto;

retrostante, si erge al cielo

la montagna in verde ammanto.

 

E, coperto di foresta,

culminante in erme mura,

corre un arco, dalla cresta

alla succube pianura.

 

E un profumo quivi spira,

come quando amavo ancora,

e la tenera mia lira

gareggiava con l'aurora:

 

quando il corno, tra le piante,

chiaro e fervido echeggiava,

infiammante, ravvivante,

come il cuore abbisognava.

 

Or che il bosco si riveste,

il rimpianto non vi roda;

ciò che un dì per voi godeste,

or godete che altri goda.

 

E l'accusa sia smentita

di egoismo e cuore gretto:

ogni fase della vita

sia per noi di gioia oggetto.

 

E del vecchio, del poeta,

qui torniamo ai saggi accenti:

quando il giorno si completa

va goduto coi gaudenti.

 

© Paolo Melandri (28. 3. 2018)

*

La spartizione del mondo

Prendete il mondo, disse Zeus dalle sue cime,

agli uomini, prendete, sarà vostro.

Ve lo dono in eredità e in legato eterno,

spartitevelo però come fratelli.

 

Allora ciò che ha mani si affretta a sistemarsi,

giovani e vecchi, tutti si affacendano.

Il contadino colse i frutti della terra,

il gentiluomo andò a caccia nel bosco.

 

Prende il mercante quanto sta nei magazzini,

l'abate sceglie il vino nobile invecchiato,

il re mette barriere a ponti e strade,

e dice: la decima è la mia.

 

Tardissimo, da tempo ormai si era spartito,

giunse il poeta, veniva da lontano,

ma ovunque non c'era più nulla in vista

e tutto aveva il suo padrone.

 

Povero me, così fra tutti solo io

sarò scordato, il tuo figlio più fedele?

Così risuonò alto il suo lamento

ed egli si prosternò al trono di Giove.

 

Se tu indugiasti nella terra dei sogni,

rispose il dio, con me non lamentarti.

Dov'eri mai quando si spartì il mondo?

Con te, disse il poeta, io stavo.

 

Il mio occhio era attratto dal tuo volto,

il mio orecchio dall'armonia del cielo tuo.

Perdona allo spirito che, dalla tua luce inebriato,

smarrì ciò ch'è terreno.

 

Che fare! disse Zeus, già preso è il mondo,

non son più miei l'autunno, la caccia e il mercato.

Se tu con me vuoi viver nel mio cielo,

quando verrai per te rimarrà aperto.

 

© Paolo Melandri (26. 3. 2018)

*

In cielo vi è agitazione

In cielo vi è agitazione,

la bandiera della torre è sbattuta dal vento,

corrono in corteo le nubi,

la falce della luna ondeggia e la notte

è percossa da baleni di un incerto

chiarore. Nessuna stella è visibile.

 

© Paolo Melandri (25. 3. 2018)

*

Stella maggior della cadente notte

Stella maggior della cadente notte,

deh come bella in occidente splendi

e come bella la chiomata fronte

mostri fuor delle nubi, e maestosa

poggi sopra il tuo colle. E che mai guati

nella pianura? I tempestosi venti

di già son cheti, e il rapido torrente

s'ode soltanto strepitar da lungi,

che con l'onde sonanti ascende e copre

lontane rupi: già i notturni insetti

sospesi stanno in su le debili ali,

e di grato sussurro empiono i campi.

E che mai guati, o graziosa stella?

Ma tu parti e sorridi; ad incontrarti

corron l'onde festose, e bagnan liete

la tua chioma lucente. Addio, soave

tacito raggio: ah disfavilli ormai

nell'alma mia la più serena luce.

 

© Paolo Melandri (24. 3. 2018)

*

Alla patria

Isole della Grecia, ove già Saffo

ebbra d'ardore via cantando amava,

ove fiorìa di guerra l'arte e pace,

e crebbe Delo e Febo nacque, eterna

estate ancor vi illumina,

benché tutto sia spento, tranne il sole.

 

Di Scio la musa e la tebana cetra,

arpa d'eroi, e degli amanti il liuto,

colser la fama che tue sponde sdegnano.

Ma sordo è il natìo lido

ad echi che si perdono a ponente,

oltre le “Isole Sacre” dei padroni.

 

Guardano Maratona gli aspri monti

e l'alma Maratona il mar sovrasta;

e quante volte in su le vostre sponde

meditando in disparte

sognai che Grecia ancor foss'ella libera;

se, fermo il piè sulle tombe de' Persi,

non potevo, pur io, sentirmi schiavo.

 

Colmatemi la coppa in vin di Samo.

Su la roccia di Suli, in sulla spiaggia

di Parga, pur soggiornano i tuoi figli,

di stirpe in madri doriche forgiata.

E là, fors'anco, qualche seme è sparso

a sebar l'eracleo fiammante sangue.

 

Non sperate nei Franchi, né negli Angli,

né nei Germani pure, e né negli Itali,

né negl'Ispàni: un re che compra e vende

essi hanno ancora, e gli altri son del paro,

benché repubblicani; nelle spade

paterne e negli eroi dei patrii lidi

siede la sola gloria di speranza:

la forza slava, l'inganno latino

infrangeranno il vostro sì ampio scudo.

 

Colmatemi la coppa in vin di Samo.

Nell'ombra intreccian danze ancor le vergini,

gli occhi corvini in un lampo brillare

veggo, ma rimirando

ogni ardente fanciulla, amare lacrime

mi velano lo sguardo, se pur penso

che nuovi schiavi a quei seni si nutrono.

 

Ponete me su la rocca di Sunio,

ove nulla, se non se l'onda e me,

più nulla udir potrà

il vano suon del mutuo lamento.

E, come cigno, là, ch'io canti, ancora:

che terra schiava mai non sia la mia

e i flauti sian spezzati,

le cetre ammutolite,

e la coppa di Samo infranta sia.

 

© Paolo Melandri (19. 3. 2018)

*

No non ditelo alla gente

No, non ditelo alla gente,

solo a elette menti accorte;

canto l’essere vivente,

quei che anela all’ignea morte.

 

Fin nell’ombre dolorose

dove crei e sei creato

provi, insetto, brame ascose

quando t’arde un cero a lato.

 

Non dimori ove sei cinto

dell’ombrifero elemento,

il desìo t’ha ormai sospinto

a più alto abbinamento.

 

Un incanto ti seduce,

voli alla tua nuova vita;

finché, poi, bramando luce,

sei, farfalla, incenerita!

 

E finché non attuerai

questo «muori e poi rivivi»

solo cieli cupi avrai

sopra i tuoi terrestri clivi.

 

E pur nasci e pur t’inzuccheri,

penna mia, dell’universo;

sgorghi sempre dal mio càlamo

qualche bel terrestre verso.

 

© Paolo Melandri (15. 3. 2018)

*

Origini

Era già fatto prima il primo cielo,

e la terra e la luce ormai creata,

e già distinta era la notte e il giorno

ed era fatto appresso anche quel cielo

che dalla sua fermezza il nome prende,

confine estremo del mondo sensibile

che quanto più s'estrema più si estende:

e l'arida, già prima occulta e immersa

tutta nell'acqua, era scoperta in parte

dall'ondeggiante umore: e insieme accolta

era già l'acqua nel suo proprio luogo.

Pieno la terra ormai dei propri parti

aveva il grembo e di fecondi germi,

dipinto e sparso in bianchi fiori e di erbe:

e frondeggiava delle ombrose piante

la verde chioma; eppure ancora non vi è

il radiante bagliore della luna,

improvvisa bianchezza a mezzogiorno,

azzurra luce che improvvisa e fredda

dilaga e abbaglia e gli occhi chiude e illumina,

fermo lo sguardo, al sortir da una porta

principale di casa in sulla strada

silente ove un veicolo ti aspetta.

 

© Paolo Melandri (14. 3. 2018)

*

Più asciutta e più sottile la veggenza

Più asciutta e più sottile la veggenza

è di beltà e d'amabile e armonioso

e più squisita è la capacità

individua di gioia, e vieppiù grandi

i mezzi e le occasioni son di gioia,

così pesante più l'uomo subisce

la pena d'esser solo, e più brumoso,

insostanziale diventa il festino

che gli è spiegato intorno. Che importanza

ha mai per lui, se di fatto son ombre

o splendidi sembianti le vivande

nutrificanti che le grazie apprestano,

straripamenti di una vastità,

per lui che non ha mani per raccoglierle

né braccia o chele a cingerle e portarle?

 

© Paolo Melandri (11. 3. 2018)

*

Forma e apparenza alla terra sottratta

Forma e apparenza alla terra sottratta

ogni accidente di nascita e specie

erano ormai scomparsi. E mai non v'era

traccia di nulla in quel viso di luce,

di sotto alla pietra spaccata

si levava lo spirito di lei;

lei, proprio lei, soltanto lei splendeva

visibilmente, a traverso il suo corpo.

 

© Paolo Melandri (11. 3. 2018)

*

Un bimbo poca cosa elfo leggero

Un bimbo, poca cosa, elfo leggero,

che per se stesso solo canta e danza,

una cosa fatata e rosse guance,

che trova sempre, e non ricerca mai,

è per la vista di un padre visione

tal di riempire di lucenza gli occhi;

rapido e denso il piacere fluisce

nel cuore suo, che infine a forza deve

il padre dir l'eccesso dell'amore,

parole dir di non premeditato

amarume. Forse è bello forzare

insieme intersecati

pensieri così in tutto diseguali;

bisbigliare imitando

uno spezzato incanto,

scherzare con un mal che non è male.

E forse è ancora più tenero e bello

a ogni parola folle sentir dentro

un dolce contraccolpo di pietà.

Ma che, se in ogni mondo di peccato

(dolor, vergogna se mai questo è vero)

tale ebbrezza del cuore e della mente

di rado vien se non da furia o pena,

così parla come più spesso suole.

 

© Paolo Melandri (10. 3. 2018)

*

Lunga ombra di alcun preceduto

Ben vedo lunghesso la strada

erbe alberi pallidi farsi,

men verde la terra, velarsi

monti e campagne.

 

Lunga ombra di alcun preceduto

dall’ombra sua, d’uno che viene

con dietro alle spalle una luce che

l’ombra precede…

 

© Paolo Melandri (9. 3. 2018)

*

Lama di lampo e strepito di tuono

Su di una scabra roccia, era una roccia,

ricordo, assai vicina ad una macchia

di abeti le cui foglie forme d'ago

al soffio sedato dal vento

mandavano un sommesso suono simile

all'oceano lontano, ed io restavo

fermo come se fosse già trascorsa

l'ora di morte, ed io fossi seduto

nel mondo degli spiriti, perché già

tutte le cose irreali sembravano.

Restavo fermo. Cadea la rugiada

viscida, e la notte scendeva

nera, pesante e sempre più vicina.

E un poco prima della mezzanotte

si scatenò tempesta, che sommava

i suoni tutti di paura immensa

e boschi e cielo e monti parean scossi

d'una catastrofe. Poi la seconda

sciabolata di lampo svelò un tronco

colpito appena, a me così vicino. In un tumulto

io mi levai: gonfiàvasi a me l'anima:

alzai la testa contro la tempesta,

la testa nuda, e con la voce alta,

e lasciando gridare la mia angoscia

in ginocchio ho pregato il grande spirito

creatore mio, ho pregato che il rimorso

ai loro cuori si avvinghiasse

e si attaccasse inestricabilmente,

con dente velenoso, come il morso

cruento del leone.

 

© Paolo Melandri (9. 3. 2018) «lama di lampo e strepito di tuono»

*

La roccia del naufragio

Un tempo entro quest'onda si specchiava

splendido il sole, stelle riposavano

sul mio petto che dolcemente ansava.

Lo splendore del giorno ora è scomparso.

Nel periglio non conosco me stesso,

né mi vergogno più, se lo confesso.

Rotto è il timone, la barca si sfascia

per ogni parte. Già lo scafo s'apre,

si spacca sotto i miei piedi. Ti afferro

con le mie mani! Così il navigante

si aggrappa infine su per quella roccia

su cui dianzi credea fare naufragio.

 

© Paolo Melandri (7. 3. 2018)

*

La fenice

Nel più remoto vi è ed estremo clima

ultimo suolo e cima dell'Oriente

luogo, dove la porta al ciel disserra

aurea il sole di ghiaccio cui serpeggia

portando ivi aspra guerra in fronte al giorno

e folgorando azzurrissimi rai

su oceani senza vita che non fu,

inceneriti. Negli aperti campi

quivi si stende un larghissimo piano,

né valle o poggio in quell'ampiezza immensa

declina o sorge e in quelle selve alberga

di tra le querce e tra gli ontani antichi

appresso il fonte eterno senza luce

silente occulta l'unica fenice

che della morte sua nasce e rivive.

 

© Paolo Melandri (7. 3. 2018) "ché senza posa omai m'estremo e attardo"

*

Quale un miraggio nella lattea luna

È fredda e buia, là, la notte?

È fredda, ma non è buia la notte.

La nube grigia in alto si distende,

la nube vela il cielo, non lo asconde.

La luna è dietro, ed è la luna piena;

eppure sembra piccola ed opaca.

La notte è fredda, l'alta nube è grigia:

siamo ad un mese dal mese d'aprile,

lenta sale la neve in queste valli.

 

Venne furtiva, senza nulla dire,

levava fondi e teneri sospiri,

niente era verde sulla quercia antica

se non il muschio e raro l'agrifoglio:

in ginocchio sotto la grande quercia,

silente ella pregava.

 

La notte è fonda; la foresta è nuda;

il vento si lamenta desolato?

Non tanto vento bianco era nell'aria

da sollevar la ciocca inanellata

d'in sulla gota della bianca dama –

non tanto vento da far via volare

l'unica foglia rossa, della schiera

che balla spesso quanto può ballare,

appesa così lieve, così in alto,

a un ramoscello in cima, in faccia al cielo.

 

Allora vede là dama fulgente,

vestita in bianca tunica di seta,

che riluceva opaca al fioco lume

della recente e fredda e lattea luna:

il collo illividiva il bianco in veste,

il nobile suo collo e le sue braccia

erano nude; il piede suo di neve

dalle vene azzurrine è tutto scalzo,

e vivide e selvagge brillan sparse

le gemme ai capéi d'oro suoi intrecciate.

Credo che fosse pura la visione

d'una dama vestita riccamente

come lei era – candida in quel luogo.

 

E la dama straniera le parlava,

e la sua voce simile all'incanto

e dolce e mite come primavera

e la sua voce era silenzio bianco.

Fuori dal suo canile, l'invecchiata

mastina addormentata nei suoi sogni

giaceva, in mezzo al freddo chiardiluna.

Ma non si desta la vecchia mastina,

ma emette un lungo ringhio lamentoso:

cosa turba la cagna, la mastina?

Non mai ringhiato aveva prima d'ora

di sotto agli occhi della sua signora.

Forse è lo strido della civettina:

che cosa turba la cagna mastina?

 

Riluce opaca all'aperto la luna,

e qui non entra che un raggio di luna.

Ma senza la sua luce può vedere

la stanza sculta sì curiosamente,

scolpita con figure strane e dolci

uscite dalla mente del marmista,

convenienti alla stanza d'una dama:

la lampada con catena d'argento

sospesa al piè d'un angelo è spavento.

 

È fredda e buia la notte di neve?

È fredda, ma non è buia la notte.

La nube grigia in alto si distende,

la nube vela il cielo e non lo prende.

La luna è dietro, ed è la luna piena,

all'angelo è sospesa la catena;

la luna vela, il cielo non asconde,

la luna sembra piccola e confonde.

La notte è fredda, la nube è più grigia:

siamo ad un mese dal mese di aprile,

sale la neve lenta ed è gentile.

 

© Paolo Melandri (1. 3. 2018)

*

Neve

Ma questa notte, ora tanto tranquilla,

non senza venti e nevi avrà corona,

perturbata da soffi, che promettono

un'arte intensa, eletta, assai maggiore

di quella dei modellatori delle

lontane, pigre nuovole o di questo

soffio tremulo e fiacco, che, a intervalli,

e geme e gratta sulle bianche corde

di questa Eolia arpa, che sarebbe

assai meglio se muta fosse. Guarda!

Sì, guarda! nel suo fulgore invernale

la luna nuova tra la neve splende

ammantata di luce fantomatica

e i silenti ghiaccioli anche scintillano

e gli arabeschi incanti alla finestra

di luce fantomatica ammantati

ma orlati e cinti da righe d'argento.

Vedo la vecchia luna nel suo grembo,

predir l'arrivo di gelidi fiocchi

e un mondo bianco e raffiche in tempesta,

davvero! che ora già vorrei che fosse

rigonfia la tempesta di aghi rigidi

e i molli fiocchi e il desolato incanto,

né pur discerno in incolore ammanto

i tegoli dei tetti e le grondaie

e un lor cappuccio hanno pure i comignoli

d'arcana neve senza mutamento,

e rapido e silente vorrei pure

che sussurrasse il funebre lenzuolo

di fiocchi nella notte. Quante volte

quei suoni arcani mi hanno consolato,

imponendomi rispetto e sgomento,

facendo dilagare la mia anima,

e fin d'ora, ecco, questa pena scuotono

e la fan muover via e mi fan rivivere.

 

© Paolo Melandri (1. 3. 2018)

*

Perciò ti sarà grata ogni stagione

Perciò ti sarà grata ogni stagione

o che l’estiva vampa il mondo intero

arda terribile, o il pettirosso canti

tra fiocchi di neve su ramo spoglio

di muscoso melo, quando fumiga

la paglia nel disgelo; oppure cadano

lungamente dalla grondaia gocce

o il gelo le tramuti occultamente

in silenti ghiaccioli, e le sospenda

con infinita quiete scintillanti

al mite lume della quieta luna.

 

© Paolo Melandri (1994)

*

Dolore cupo senza fitte vuoto

Dolore cupo senza fitte, vuoto,

e buio e tetro, spento, torbo, apatico

dolore, che non trova naturale

lo sfogo, ed il sollievo, di parole,

di lacrime e sospiri – donna! – in questo

affetto d'animo disanimato

esangue, mentre il tordo ormai tentava

sedurmi ad altre lacrime e pensieri,

per tutto questo serotino esangue

sipario e sera lunga, tanto odiosa

ed odorosa e pura, son rimasto

fermo a fissare il cielo di occidente,

e la sua tinta peculiare verde

e gialla: e fisso ancora – e con che sguardo

vuoto – le belle nuvole sottili

in alto, in fiocchi e strisce, che palesano

il movimento loro innanzi a stelle;

le stelle, scivolando dietro oppure

di tra le nubi, e cangiando brillanti,

più opache, ma pur sempre anco si vedono:

quella falce di Luna, tanto ferma

siccome se crescesse dentro al lago

azzurro senza nubi, senza stelle;

io vedo tutto sì supremamente

bello, lo vedo, ma non anche sento

quanta bellezza ha tutto questo ancora.

 

© Paolo Melandri (28. 2. 2018)

*

Visione che svanisci parla ancora

Delizie tali,

quali fino al terrestre grembo scorrono,

visitatrici sante. Quando, a volte,

in un momento di solenne giubilo,

del Paradiso le massicce porte,

senza eccezione tutte, in uno spasimo

di arcane strida si spalancheranno:

ed in frammenti rotti ne verranno

dolicissimi echi di armonie celesti

e non mai udite, e profumi verranno

di essenze tolte ai letti di Amaranto,

e canti bianchi d'angeli amaranto,

e insieme ad essi le pervinche ancora

e i raggi obliqui e i canti dell'aurora,

assieme a quelli che dal cristallino

di vita fiume con ali leggere

si levano, aure ambrosie, rimpanti,

sospiri e soffi e sbuffi ed aure e pianti.

 

© Paolo Melandri (26. 2. 2018)

*

Sfiorata dalle ombre delle morti

L'anemone è sbocciato nel giardino

e l'aquilegia, ove tra sdegno e amore

assisa dorme la malinconia.

Chieder non devi altrove le tue ombre:

 

le scioglierà la notte; un cupo sole

disparirà con esse e il mio cammino.

I tuoi capelli colano deiformi

mostruosità di deità marine.

 

Passa. Bisogna ancora che tu insegua

cieli incolori e culle, cadenzando;

pasticci ed ossobuchi col ragù,

lingue di fuoco e le mie pentecoste.

 

© Paolo Melandri (25. 2. 2018)

*

Il più caro

C'è un luogo oltre quel colle fiammeggiante

dove piovon le stelle un lor lucore;

un luogo oltre ogni luogo, ove un cattivo

o corrotto pensiero mai fu accolto;

ove, si dice, i santi eroi per sempre

vivono nel riposo della festa,

desiderando ciò che loro è dato,

d'un solo ben godendo, del più caro.

 

© Paolo Melandri (23. 2. 2018)

*

Tu mai finisci

Tu mai finisci, e ciò ti fa divino;

né mai cominci: e questo è il tuo destino.

Gira il tuo canto come il cielo astrale,

l'inizio al fine eternamente uguale,

e nel frammezzo non apporti tu

che ciò che poi sarà, che un giorno fu.

Tu delle gioie sei l'eterna polla

che inonda in onde innùmeri la zolla.

Bocca di baci ogni istante golosa,

canto che all'anima risponde,

gola di bere sempre bramosa,

un cuore umano che si effonde.

Canzone, un nuovo ardor con me ti muova:

ché più sei vecchia, più ti fai più nuova.

 

© Paolo Melandri (22. 2. 2018)

*

E soprattutto non lasciarti affliggere

E soprattutto non lasciarti affliggere

dall'afflizione,

e sii serena,

sì come Dio vuole,

così sii tu allietata,

mia volontà.

 

E perché mai vorresti tu occuparti

della dimane?

Colui che solo è il tutto

a tutto veglia,

ed a te dona ancora

il tuo retaggio.

 

Perciò sii tu costante in ogni cosa

e sii immutabile,

sii ferma,

perché ciò che Dio decide

si avvera, e ben questo si appella

il meglio.

Amen.

 

© Paolo Melandri (18. 2. 2018)

*

La margherita si schiude a farfalla

La margherita si schiude a farfalla

notturna, la nebbia si leva al mare;

un grande uccello niveo, una civetta

scivola da lontano.

 

Ebe, amore, che hai fiori più bianchi

di quanto bianca sia la nebbia al mare;

non hai fiori del tropico più splendidi

con una vita di scarlatto, a me?

 

© Paolo Melandri (1997)

*

Vuoi fondare con me un regno del sole

Vuoi fondare con me un regno del sole

dove una sola gioia ci incoroni?

gioia che faccia sacri prati e gole

prima che lo splendore ci abbandoni.

 

Di questa dolce vita infine paghi

vogliamo abitare qui. –

E tu canzone mediti, che vaghi

lento un lamento tra i rami più su.

 

Tu canti il canto di terre ronzanti,

dolce canto la sera ad una porta,

e insegni a sopportare come i forti

velando puro nel sorriso il pianto.

 

© Paolo Melandri (1998)

*

Noi passammo tenendoci per mano

Noi passammo tenendoci per mano,

mamma, nella foresta;

ma ora ci riposiamo dagli affanni

nella campagna silenziosa.

 

Tutt’intorno declinano le valli

e l’aura s’imbrunisce nella sera:

rimangono due allodole nel cielo

e sognano nella brezza profumata.

 

Accostati qua e guardale aleggiare,

ché presto di dormire sarà tempo –

ma prima smarriamoci…

 

© Paolo Melandri (1999, revisione 2004)

*

Le api costruiscono nelle fessure

Le api costruiscono nelle fessure

delle mura sbrecciate, e nello stesso luogo

le madri degli uccelli portano vermi e mosche.

Anche il mio muro è sbrecciato; api operaie,

venite a costruire nella dimora vuota dello storno.

 

La nostra porta è chiusa, siamo dentro, e la chiave

è girata sulla nostra incertezza; in qualche luogo

un uomo viene ucciso, o una casa bruciata,

eppure nulla di questo ci appare chiaramente:

venite a costruire nella dimora vuota dello storno.

 

Una barricata di pietra o di legna;

due settimane di guerra civile;

l'altra notte trascinarono lungo la strada

il corpo sanguinante del giovane soldato ucciso:

venite a costruire nella dimora vuota dello storno.

 

Di fantasie ci nutrimmo il cuore, e con simile dieta

il nostro cuore è ormai senza pietà;

in tutti i nostri rancori c'è maggior sostanza

che in tutto il vostro amore; oh voi, api operaie,

venite a costruire nella dimora vuota dello storno.

 

© Paolo Melandri (6. 2. 2018)

*

La lama di Mantova

Io convoco all'antica scala a chiocciola;

poni tutto il tuo spirito all'ascesa ripida,

sul bastione merlato spezzato e diroccato,

all'aria senza respiro accesa dalle stelle,

alla stella che indica il polo nascosto;

ferma tutti i pensieri vaganti

a quella rampa dove tutto il pensiero è compiuto:

chi può distinguere l'oscurità dell'anima?

 

La spada consacrata che sta sui miei ginocchi

è l'antica lama di Mantova, che è come fu un tempo,

ancora a filo di rasoio, come uno specchio

rimasto immacolato col passare dei secoli;

quell'antico ricamo di seta tutto a fiori, strappato

dalla veste di qualche dama di corte, e ravvolto

lacero attorno al fodero di legno, può ancora,

consunto e sbrindellato, essere protezione ed ornamento.

 

© Paolo Melandri (7. 2. 2018)

*

Alla ora incerta prima del mattino

All’ora incerta prima del mattino,

quasi alla fine della notte lunga,

alla fine che sempre qui ricorre

all’infinito, fino a quella fine

che d’ogni fine resterà la fine,

quando la misteriosa, fiammeggiante

colomba come lingua di un incendio

era trascorsa sotto l’orizzonte

nel suo ritorno al nido dell’Altissimo,

mentre le foglie morte crepitavano

ancora e ancora con rumor metallico

sopra l’asfalto silenzioso all’alba

dove non altro suono era avvertibile

a quell’incrocio che a Faenza è detto

del Fontanone e che al lungo Stradone

mette fine, onde si levava il fumo

di polvere e da poco eran passati

gli operatori di Nettezza Urbana,

incontrai uno che mi camminava

innanzi, e camminava lento e in fretta,

come se il vento urbano dell’aurora

lo sospingesse là dov’io ero fermo

insieme e lui volasse, quasi, tanto

eran veloci e lievi i passi suoi.

E come fissai sul suo volto chino

l’esame acuto con cui noi affrontiamo

all’imbrunire un uomo al primo incontro,

io colsi all’improvviso il noto sguardo

di una persona da molt’anni morta,

che avevo conosciuto ed obliato,

o mezzo ricordato, e uno e molti;

e nelle cotte sue fattezze brune

occhi di spettro familiare, uno

intimamente di parti composito,

di mille parti di diversi spiriti

insieme fuse in unica figura.

Non identificabile pareva,

così con lui giocai la doppia parte:

alta levai la voce nel saluto

e udivo un’altra voce che gridava:

«Come? siete voi qui?» Benché non fossimo.

Io ero ancor lo stesso, conoscevo

me stesso, ed ero, eppure, qualcun altro –

ed egli volto senza forma ancora;

ma le nostre parole poi bastarono

al riconoscimento l’un dell’altro.

E così docili al vento comune

e l’uno e l’altro troppo estranei per non

intenderci, concordi in questo tempo

d’intersezione nel (non) incontrarci

in nessun luogo, non prima né poi,

sul lastricato andammo. Ed io gli dissi:

«La meraviglia mia m’è naturale,

ma la naturalezza è meraviglia.

Perciò parla: potrei non ricordare».

Ed egli: «Ora m’è in uggia il mio pensiero

e non bramo ridire quel che dissi

e la teoria che hai dimenticato.

Queste cose servirono a uno scopo:

dimentica, e così fa’ delle tue

e prega che ci siano perdonate

dagli altri, come in cielo e così in terra,

com’io ti prego di dimenticare

il male e il bene che ti ho fatto. Il frutto

dell’ultima stagione è mangiucchiato

da bestia sazia, senza più appetito:

veniamo in uggia anche a chi ci ha amato

e alla fine il padrone darà un calcio

al secchio vuoto. Perché le parole

dell’anno ch’è trascorso hanno il linguaggio

dell’anno ch’è passato e le parole

dell’anno che verrà, dell’anno prossimo

attendono altra voce. Ma, e qui attendi,

poiché ora il passo non presenta ostacoli

allo spirito inquieto e peregrino

tra due mondi venuti assai vicini

l’uno all’altro, così trovo parole

che mai pensai che un giorno t’avrei dette

per strade che non avrei più immaginato

di tornare a vedere, quando il corpo

lasciai nel mondo per la cremazione.

Poiché noi di parole ci occupammo

e ci sforzammo di purificare

la lingua avuta in dono e rivolgemmo

la nostra mente a esatte deduzioni,

lascia ch’io ti racconti i grandi doni

serbati alla vecchiaia, quando giunga,

per mettere corona ai duri sforzi

della tua vita. Primo, quel contatto

così freddo dei sensi moribondi

senza incanto, che non offre promessa

se non l’amaro vuoto di sapore

di frutti d’ombra e di foschìa perenne

quando l’anima e il corpo ormai cominciano

a separarsi e meno interagiscono.

Secondo, la conscia impotenza d’ira

per l’umana follia, lacerazione

di risa per ciò che non ci diverte.

Ed ultimo, la pena lacerante

di passare in rassegna ciò che hai fatto,

sei stato; una vergogna dei motivi

svelati così tardi, una coscienza

di cose fatte male e a danno d’altri

che una volta prendevi per virtù.

E poi, l’approvazione degli stòlidi

ferisce, ed ogni onore è fatto onta.

D’errore in errore l’esasperato

tuo spirito procede verso il buio,

se non lo emenda il fuoco che ci affina,

dove ti devi muovere in cadenza

siccome il danzatore sulla sabbia».

Stava sorgendo il giorno. Nella strada

sformata ei mi lasciò, con un commiato

di sguardi e al suon del corno egli scomparve.

 

© Paolo Melandri

28 giugno 2012 

*

Dente di leone

Semplice e fresco e bello dal finir dell'inverno emergendo,

come se mai fosse esistito artificio di mode, affari, politica,

dal suo cantuccio erboso riparato e solatio – innocente, dorato, tranquillo come l'alba,

il primo dente di leone primaverile mostra la faccia fidente.

 

© Paolo Melandri (23. 1. 2018)

*

La sensazione di vivere

«Ci vogliono giorni, passano anni»:

Goethe, mio eroe

e maestro del dire essenziale,

anche questa volta hai colto nel segno:

la durata ha a che fare con gli anni,

con i decenni, con il tempo della nostra vita:

ecco, la durata è la sensazione di vivere.

 

© Paolo Melandri (24. 12. 2017)

*

La durata

È molto che voglio scrivere qualcosa sulla durata,

non un saggio, non un testo teatrale, non una storia –

la durata induce alla poesia.

Voglio interrogarmi con un canto,

voglio ricordare con un canto,

dire e affidare a un canto

cos'è la durata.

 

Quel senso di durata, cos'era?

Era un periodo di tempo?

Qualcosa di misurabile? Una certezza?

No, la durata era una sensazione,

la più fugace di tutte le sensazioni,

spesso più veloce di un attimo,

non prevedibile, non controllabile,

ineffabile, non misurabile.

Eppure con il suo aiuto

avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario

e disarmarlo

e se mi considerava un uomo malvagio

l'avrei convinto a pensare:

«Egli è buono!»

e se esistesse un Dio

sarei stato la sua creatura

finché provavo quella sensazione di durata.

 

© Paolo Melandri (3. 12. 2017)

*

Un tardo sguardo

Qui nulla è repentino, nulla è lento,

tutt'uno è ciò ch'è pietra e ciò che vive,

è il contorcersi in curve di un serpente

sulle cui spire immagine s'iscrive.

 

Un tardo sguardo – nulla è lento o rapido,

tutt'uno è ciò ch'è torpido o commosso,

è il contorcersi in curve di un serpente

che ad aggredire la preda si è mosso.

 

© Paolo Melandri (3. 11. 2017)

*

Il fiore delle fiabe

Conosci il fiore, quello delle fiabe,

la leggendaria rosa d'acqua? Oscilla

sul gambo esile, etereo, la diafana

corolla che i colori ha cancellato;

fiorisce sullo stagno fra i canneti,

nel bosco, e il cigno che le gira intorno,

solitario, la vigila e protegge.

Solo al chiaro di luna essa si schiude.

 

© Paolo Melandri (29. 9. 2017)

*

Il canto

Un torrente di pioggia dai dirupi,

arriva con furia il tuono,

pezzi di rocce seguono i rovesci,

dove passa crollano le querce.

Stupito, con voluttuso orrore

il viandante lo sente e sta sospeso,

dalle rocce ode mugghiare il flusso,

ma non sa da dove rumoreggi.

Così sgorgano le onde del canto

da sorgenti sinora mai svelate.

 

Alleato con gli esseri tremendi

che muti svolgono il filo della vita,

chi può del cantore scioglier la magia,

chi può resistere al suo canto?

Quasi avesse un caduceo divino,

sul cuore commosso egli comanda,

lo immerge nel regno dei morti,

al cielo, stupefatto, lo solleva,

tra gioco e serietà lo fa oscillare

sulla scala incerta del sentire.

 

Come quando nei cerchi della gioia

d'un tratto, con passo da gigante,

pien di mistero, a mo' di spettro,

una sorte atroce si presenta -

ogni terrena grandezza ora si inchina

all'estraneo che vien dall'altro mondo,

si tace il frivolo frastuono

del giubilo, e ogni maschera vien giù,

e davanti alla grande vittoria del vero

dilegua ogni prodotto dell'inganno.

 

Così, quando risuona la chiamata

del canto, l'uomo ogni fardello vano

si scuote e assurge a dignità di spirito

ed entra in potestà divina.

Agli dèi adesso è consacrato,

e nulla di terreno può sfiorarlo,

e ogni altra potenza ha da tacere,

e non si abbatte su di lui la sorte,

svaniscono le rughe dell'affanno

finché impera la magia del canto.

 

E come dopo aver desiderato a lungo invano,

dopo il dolore aspro di un lungo distacco,

con lacrime calde di rimorso

si stringe un bimbo al cuore della madre,

così il canto rimena alla capanna

della sua giovinezza il fuggitivo,

alla pura felicità dell'innocenza

dagli usi estranei di luoghi lontani,

di nuovo in braccio alla fida natura

per riscaldarsi dalle fredde norme.

*

Le tre parole

Vi dico tre parole, piene di senso,

vanno di bocca in bocca,

ma non provengon da fuori,

solo il cuore le rivela.

All'uomo è tolto ogni valore

s'egli non crede più alle tre parole.

 

L'uomo è creato libero, è libero,

foss'anche nato in catene,

non fatevi sviare dall'urlo degli oppressi,

non dall'eccesso di pazzi furiosi!

Davanti allo schiavo che spezza la catena,

davanti all'uomo libero tremate.

 

E la virtù non è un vano suono,

l'uomo può esercitarla nella vita,

e se trovasse ostacoli ovunque,

può tendere a quella divina.

Quel che la ragione dei saggi non vede,

fa in semplicità un cuore di bambino.

 

E se un dio c'è, vive una volontà divina,

se pur quella umana vacilla,

e lassù, sopra il tempo e lo spazio si svolge,

vitale, un pensiero supremo,

e anche se tutto gira in eterno mutare

nel mutare permane uno spirito quieto.

 

Custodite le tre parole, piene di senso,

che vadano di bocca in bocca,

e se anche non vengono da fuori

l'animo vostro le rivela.

All'uomo non è mai tolto il suo valore,

sino a che ancora alle tre parole crede.

*

Fede senza rispetto antico errore

 

Roberto mio, le carte ove l’umana

vita esprimer tentai, con Salomone

lei chiamando, qual soglio, acerba e vana,

spiaccion dal Laviniaio al Chiatamone,

da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo,

e spiaccion per Toledo alle persone.

Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo

impinguan del Mercato, e quei che vanno

per l’erte vie di San Martino a volo;

Capodimonte, e quei che passan l’anno

in sul Caffè d’Italia, e in breve, accesa

d’un concorde voler, tutta a mio danno

s’arma Napoli a gara alla difesa

dei maccheroni suoi; ché ai maccheroni

anteposto il morir, troppo le pesa.

E comprender non sa, quando son buoni,

come per virtù lor non sien felici

borghi, terre, province e nazioni.

Che dirò delle triglie e delle alici?

Qual può bramar felicità più vera

che far d’ostriche scempio tra gli amici?

Sallo Santa Lucia, quando la sera,

poste le mense al lume delle stelle,

vede accorrer le genti a schiera a schiera,

e di frutta di mare empier la pelle.

Ma di tutte maggior, piena d’affanno,

alla vendetta delle cose belle

sorge la voce di color che sanno,

e che insegnano altrui dentro ai confini

che il Liri e un doppio mar battendo vanno.

Palpa la coscia, ed i pagati crini

scompiglia in su la fronte, e con quel fiato

soave, onde attoscar suole i vicini,

incontro al dolor mio dal labbro armato

vibra d’alte sentenze acuti strali

il valoroso Elpidio; il qual beato

dell’amor d’una dea che batter l’ali

vide già dieci lustri, i suoi contenti

a gran ragione ormai crede immortali.

Uso già contra il ciel torcere i denti

finché piacque alla Francia; indi veduto

altra moda regnar, mutati i venti,

alla pietà si volse, e conosciuto

il ver senz’altre scorte, arse di zelo,

e d’empio a me dà il nome e di perduto.

E le giovani donne e l’evangelo

canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede

di sua molta virtù spera nel cielo.

Pende dal labbro suo con quella fede

che il bimbo ha nel dottor, levando il muso

che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede,

Galerio, il buon garzon, che ognor deluso

cercò quel che ha di meglio il mondo rio,

ché da Venere il fato avealo escluso.

Per sempre escluso: ed ei contento e pio,

loda i raggi del dì, loda la sorte

del gener nostro, e benedice Iddio.

E canta; ed or le sale ed or la corte

empiendo d’armonia, suole in tal forma

dilettando se stesso, altrui dar morte.

Ed oggi del suo duca egli sull’orma

movendo, incontro a me fulmini elìce

dal casto petto, che da lui s’informa.

«Bella Italia, bel mondo, età felice,

dolce stato mortal!» grida tossendo

un altro, come quei che sogna e dice;

a cui per l’ossa e per le vene orrendo

veleno andò già sciolto, or va commisto

con Mercurio ed andrà sempre serpendo.

Questi e molti altri, che nimici a Cristo

fûro insin oggi, il mio parlare offende,

perché il vivere io chiamo arido e tristo.

E in odio mio, fedel tutta si rende

questa falange, e santi detti scocca

contra chi Giobbe e Salomon difende.

Racquetatevi, amici. A voi non tocca

dell’umana miseria alcuna parte,

ché misera non è la gente sciocca.

Né dissi io questo, o se pur dissi, all’arte

non sempre pieno esce l’intento, e spesso

la penna un poco dal pensier si parte.

Or mia sentenza dichiarando, espresso

dico, che a noia a voi, che a doglia alcuna

non è dagli astri alcun poter concesso.

Non al dolor, perché alla vostra cuna

assiste, e poi sull’asinina stampa

il piè per ogni via pone fortuna.

E se talor la vostra vita inciampa,

come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio

il non sentire e il non saper vi scampa.

Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio

rompon l’alme ben nate; a voi tal male

narrare indarno e non inteso io soglio.

Portici, San Carlin, Villa reale,

Toledo, e l’arte onde barone è Vito,

e quella onde la donna in alto sale,

pago fanno ad ognor vostro appetito,

e il cor, che né gentil cosa, né rara,

né il bel sognò giammai, né l’infinito.

Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,

a cui grava il morir; noi femminette,

cui la morte è in desìo, la vita amara.

Voi saggi, voi felici: anime elette

a goder delle cose: in voi natura

le intenzioni sue vede perfette.

Degli uomini e del ciel delizia e cura

sarete sempre, infin che stabilita

ignoranza e sciocchezza in cuor vi dura:

e durerà, mi penso, almeno in vita.

*

Pigmalione A Giacomo Leopardi

Così da me, infedele, vuoi staccarti,

con le tue dolci fantasie,

coi tuoi dolori, le tue gioie,

con tutto, inesorabile, fuggire?

Nulla può, fuggiasca, trattenerti,

età dorata della mia esistenza?

Invano si affrettan le tue onde

giù verso il mare dell'eternità.

 

Si sono spenti i soli gioiosi,

che della gioventù rischiaravano il sentiero,

dispersi si sono gli ideali,

che gonfiavano un cuore inebriato,

se n'è andata la fiducia dolce

in esseri che il mio sogno ha partorito,

della ruvida realtà fu preda

quel ch'era prima così bello e divino.

 

Come una volta con fervente desiderio

abbracciò la pietra Pigmalione,

finché nelle marmoree fredde gote

non si riversò un caldo sentire,

così strinsi con braccia amorose

la natura, con passione giovanile,

finché a respirare ed a scaldarsi

essa iniziò sul mio cuore di poeta.

 

Condividendo i miei impulsi ardenti,

lei, che era muta, trovò un linguaggio,

mi ricambiò il bacio amoroso

e comprese il suono del mio cuore;

e l'albero e la rosa per me furono vivi,

per me cantò il getto d'argento delle fonti,

perfino le cose inanimate

sentiron l'eco della mia esistenza.

 

Con sforzo potente espanse un tutto

in divenire il petto angusto,

per emergere alla vita

in parole ed atti, in immagini e suoni.

Com'era grande questo mondo nella forma

sino a che albergava ancora il germe,

quanto poco, ahimè, si è sviluppato,

e questo poco è così piccolo e avaro.

 

Com'è balzato nel cammino della vita

il giovane, sulle ali dell'audacia,

reso felice dall'inganno del suo sogno,

non ancora imbrigliato dagli affanni.

Fino alla stella più pallida del cielo,

i suoi piani l'han fatto volare,

niente era così alto, niente così lontano

che non ve lo portassero le ali.

 

Come vi fu facilmente trasportato,

per lui felice, nulla era troppo grave!

Come danzava davanti al carro della vita

il suo corteggio di figure d'aria.

L'amore con la dolce ricompensa,

la fortuna con la sua corona d'oro,

la fama con il suo serto di stelle,

la verità nella luce del sole!

 

Ma, ahimè, ancora a mezza via

si persero i compagni,

i loro passi volsero, infedeli,

e sparirono l'uno dopo l'altro.

A piè leggero la fortuna era fuggita,

non fu appagata la sete di sapere,

si addensarono le scure nuvole del dubbio

intorno al sole della verità.

 

Vidi le sacre corone della fama

profanate su fronti volgari.

Troppo presto dopo la breve primavera

fugge la bella stagione dell'amore.

E sempre più sull'aspro sentiero

il silenzio e l'abbandono crebbe.

Qualche raggio pallido gettò soltanto

la speranza sulla strada oscura.

 

Di tutto il corteggio rumoroso

chi con me è rimasto per affetto?

Chi mi sta accanto e mi consola

e mi segue sino alla casa oscura?

Tu, che guarisci tutte le ferite,

dell'amicizia mano tenera e leggera,

i pesi della vita condividi con amore,

tu, che presto ho cercato ed ho trovato.

 

E tu, che volentieri con essa ti congiungi,

come lei, della tempesta dell'anima gravata,

attività che mai s'arresta,

che lentamente crea, ma non distrugge,

che all'edificio dell'eternità porta

solo un grano di sabbia dopo l'altro,

ma dalla gran colpa dei tempi

va cancellando minuti, giorni, anni.

 

*

Vicino al Creatore

Sei salito su creste,

hai visto chiare le vette:

le aquile, le vere, volano

mute e infeconde.

 

Breve è qui la stagione dei frutti

ed è presto finita,

vicino al Creatore allignano

solo poche specie.

 

Azzurro che tace in eterno,

chi pensa ancora alle voci

ha di nuovo lo sguardo, il ciglio

calati nel desiderio.

 

Tu però servi figure

al di sopra dell'argine,

al di sopra di sorde potenze

sono popoli e neve e mare:

 

formare è la tua pienezza,

il compito della specie,

formare finché l'involucro

non regge tutto il profondo,

 

l'involucro allora mostra,

e nessuno può sfuggire,

che forma e profondo sono un cerchio

che le aquile attraversano.

*

Molto Adagio Come un Riepilogo

Alla baia vola il gabbiano

Ed il crepuscolo irrompe.

Sugli umidi banchi di sabbia

Riluce il sole - al tramonto.

 

Grigi uccelli volano

Rapidi - lungo l'acqua,

Le isole sembrano sogni

Nella nebbia sul mare.

 

Odo il segreto sciacquìo

Della fanghiglia inquieta.

Solitario richiamo d'uccello -

Stato è - sempre - così.

 

Ancora una volta - freme

Lieve, poi tace, il vento;

Ora - si odon le voci

Vaganti - sull'abisso.

*

Le tue ghirlande

Le ghirlande che nei verdi anni intrecciavi,

sono appassite, da lungo tempo svanite in polvere;

però i gelsomini e i lillà, come allora, sono in fiore,

e i bambini intrecciano di nuovo le tue ghirlande.

*

La passeggiata meridiana

La via s'apriva attraverso il giardino accanto,

dove nell'erba folta si ergevano azzurri i prugnoli;

indi, oltre la siepe su un ponticello finiva

in un prato, recinto tutt'intorno

da un'alta siepaglia di variopinto fogliame:

fitti quercioli fra cespugli di rose canine,

su cui s'incurvava libera la madreselva,

ciuffi di more frammischiate a bacche;

lungo le felci l'edera intesseva

a ridosso del muro il suo oscuro tappeto.

Mi inoltrai, e ora il mio passo turbava

l'ape ronzante tutt'intorno al cardo,

e ora udivo scivolar tra le erbe

la serpe riscaldantesi al sole.

Regnava ovunque, altrimenti, un sacro silenzio,

mi spaventava la solitudine meridiana. -

L'aria era calda, immota, senza vento;

e avanti a me si aprì una radura assolata,

dove, senza riparo, correvano obliqui i sentieri.

Mi era ben duro, ed io lo sopportavo appena;

ma, camminando più rapido, presto mi vinsi.

Raggiunsi un ruscello, un argine da superare,

ancora un ponticello, e il bosco mi si stese innanzi,

le foglie già d'un rosso autunnale.

Sopra, alto nell'aria azzurra, si librava

un nibbio possente, avido di preda,

battendo le ali nell'alone del sole;

dalla boscaglia giunse il grido della ghiandaia.

Profumo autunnale di foglie, resina odorosa di abeti

già mi fluivano incontro nel cammino,

e là nell'alto muro apparve, chiaro, il varco

per cui io m'inoltrai dentro il recinto.

Là s'innalzavano, simili a colonne di una cappella,

i tronchi degli abeti sino all'alto fogliame.

Ecco, ero giunto, e come sulla soglia di una chiesa

m'inondò tutt'intorno la frescura dell'ombra.

*

Grigia città sul mare

Sulla grigia spiaggia, sul grigio mare,

appartata, si stende la città;

pesante, la nebbia opprime i tetti

e nel silenzio rumoreggia il mare,

monotono, intorno alla città.

 

Non stormisce alcun bosco, non cinguetta mai

uccello alcuno, senza sosta, in maggio;

l'oca migrante, con aspro stridìo,

vola solitaria nella notte autunnale;

sulla spiaggia ondeggia l'erba.

 

Ma tutto il mio cuore è teso a te,

grigia città sul mare;

l'incanto della giovinezza per sempre

su te sorridente riposa, su te,

grigia città sul mare.

*

Il sole del tramonto

Io ti chiamai dolcemente al mio cuore,

ma le mie braccia rimasero vuote.

L'incanto della voce cui tu un tempo

mai resistevi, non aveva più forza.

 

Cosa riempirà ora la tua vita,

dove tu vada, ovunque tu ti aggiri,

io davvero non so, ma questo solo -

non rivedrò mai più il tuo sorriso.

 

Ma quando giungerà quel tempo silenzioso

in cui la vita ci lascia soli,

solo il mio cuore ti sarà vicino,

come una volta, nella gioventù.

 

Allora ciò che adesso può accadere

per te sarà passato come un'ombra,

e solo il tempo che ormai è trascorso,

ed era nostro, rimarrà per sempre.

 

Quando un dì il sole al tramonto

rischiarerà il tuo ultimo cuscino,

sarà sempre anche il sole di quel giorno

in cui la prima volta ti ho baciata.

*

Corrispondenze

Non fosse l'occhio un organo solare,

come potremmo la luce ammirare?

Se non vivesse in noi forza divina,

come potrebbe estasiarci il divino?

*

Unità nella duplicità [n° 2]

La farfalla alla candela

vola lesta, come sposa:

l'orna con duplice vela

finché in essa non riposa.

 

Mi consumo per far luce:

sono io quella candela;

ma pur sete ho anch'io di luce:

m'orno di duplice vela.

 

La candela e la farfalla,

sposo e sposa, pur son io:

quell'abbaglio che sfarfalla,

quel tesoro, è solo il mio.

 

Son la vittima più eletta

che s'immola per la luce,

ma quel bene che m'alletta

alla morte mi conduce.

 

Lo splendore che rifulge

resti traccia, segno, vita

per chi vede consumarsi

la mia anima smarrita.

*

La farfalla e la candela

Non riditelo alla gente,

solo a sagge menti accorte!

Canto l'essere vivente,

quei che anela all'ignea morte.

 

Nelle tenebre amorose,

dove crei e sei creato,

provi nuove brame ascose,

quando t'arde un cero a lato.

 

Più non resti ove sei cinto

dall'ombrìfero elemento;

nuovo impulso t'ha sospinto

a più alto accoppiamento.

 

Un incanto ti seduce,

voli alla tua nuova vita;

finché poi, bramando luce,

sei, farfalla, incenerita!

 

E finché non attuerai

questo "spegniti e rivivi",

solo cupi giorni avrai

di sui bei terreni clivi.

*

Ritrovarsi

Possibile! Stella fra le stelle,

ti stringo di nuovo sul mio cuore.

Che dolore, che baratro

la notte della lontananza.

Sei tu, immortale amata,

rispondi alla mia gioia.

Memore delle passate sofferenze,

tremo ora del presente.

 

Quando, nel suo più profondo abisso,

nel grembo di Dio giaceva il mondo,

lui comandò la prima ora,

con gioia sovrana di creare:

e disse una parola: Fiat!

Risonò allora un sospiro di dolore

quando il Tutto, con gesto poderoso,

irruppe nel reale.

 

La luce si dischiuse. Schiva,

la tenebra si separò da lei.

E, subito divisi,

gli elementi si sperdono.

Veloce, in sogni selvaggi e scatenati,

ognuno cercò di andare lontano,

irrigidito, in spazi sconfinati,

muto e senza desideri.

 

Tutto taceva, deserto e silenzioso,

e per la prima volta Dio era solo.

Allora creò l'aurora, che pena

sentì per il suo tormento.

Trasse dalla penombra

un risonante gioco di colori,

e quel che un tempo si era separato

poteva nuovamente amarsi.

 

E con irrefrenabile tensione

di sé va in cerca quanto gli appartiene,

e verso una vita illimitata

ci volgono lo sguardo e il sentimento.

Ci si prenda, ci si afferri,

purché ognuno tenga l'altro!

Allah non ha più bisogno di creare,

il suo mondo lo creiamo noi.

 

Con ali rosse come aurora

fui trascinato fino alla tua bocca.

E, luminosa, la notte

con mille sigilli rafforza il patto.

Esempi noi due su questa terra

di gioia, esempi di dolore.

Un secondo Fiat

più non potrà dividerci.

*

Bisbiglia la terra

Taciuta ogni umana vaghezza

bisbiglia la terra sognante,

raccontan sommesse le piante

d'antiche età la tristezza,

appena presaghe nel cuore;

e, come un lampo, un tremore

il petto leggero carezza.

*

La doppia foglia

 

La doppia foglia

 

Il fogliame del virgulto
giunto a me dai lidi eòi,
cela un fine senso occulto,
quale piace, o saggi, a voi.
 
È un sol essere vivente,
che nell’intimo s’è scisso?
O una coppia amante, ardente,
ch’esser una s’è prefisso?
 
A tal dubbio trovai, parmi,
il responso più opportuno:
non lo senti, dai miei carmi,
l’esser mio, ch’è doppio ed uno?
 

*

Un albero

Immobile, fui un albero nel bosco,

seppi la verità di cose ignote;

di Dafne e della fronda dell'alloro,

dei vecchi sposi che gli dèi ospitarono,

roveri ora in mezzo alla brughiera.

 

Non prima che gli dèi fossero stati

benignamente invitati ed accolti

al focolare di diletta casa

poteron essi compiere il miracolo.

 

Eppur nel bosco sono stato un albero

ed ho compreso molte cose nuove,

prima pura follia per la mia mente.

*

La felicità

Grande, sì, è colui che creatosi e formatosi da solo

vince la Parca con il potere della volontà;

ma non estorce la felicità e ciò che l'ìnvida Grazia

gli nega, il coraggio e lo sforzo non potranno mai conseguire.

Dalle cose indegne la volontà severa ti può preservare,

ma i doni supremi vengono spontanei dagli dèi.

Non serbare rancore al felice se gli dèi gli donano

facile vittoria, se Venere sottrae il beniamino alla battaglia.

Non ti crucciare contro la bellezza perché è bella, perché è senza merito,

fulgida come il calice del giglio, per grazia di Venere.

Lascia che sia felice, tu la guardi, sei tu che ne godi.

Come splende senza merito, così ti delizia.

*

Pazzo di gioia

Nell'ardore dell'estate provo immensa gioia

quando le tempeste sulla terra ne uccidono la fiacca pace.

E i fulmini dal cielo nero sfolgorano vermigli,

e i tuoni furiosamente ruggiscono a me la loro musica

e i venti ululano tra le pazze nuvole, nell'opporsi,

e per tutto il cielo lacerato le spade di Dio cozzano.

 

Io, non ho vita tranne quando cozzano le spade.

Ma quando vedo stendardi d'oro, di vaio, violacei

e i vasti campi sotto loro farsi vermigli,

allora urla il mio cuore quasi pazzo di gioia.

*

Memoria di te

Sii in me come l'eterno corruccio

del vento gelido, e non

come sono le cose fuggitive...

allegrezza di fiori.

 

Tienimi nella forte solitudine

di rupi senza sole

e d'acque grige.

Fa' che gli dèi parlino di noi serenamente

nei giorni a venire,

i fiori ombrosi dell'Orco

abbiano memoria di te.

*

Qualcosa a stento affiora

E se anche su quei prati vagasse

ancora quello splendore lunare di fiaba,

e se essa indugiasse ancora fra le ombre

del bosco in quella notte estiva;

 

e se io stesso ritrovassi come in sogno

il cammino nella palude e nei campi,

essa però non scenderebbe mai più

dal margine del bosco giù nel mondo.

 

*

O Padre Nostro e Volontà creatrice

O Padre Nostro e Volontà creatrice

che per noi tutti chiese l'Esistenza,

conferma che il tuo Amore Originario

possa intrecciare in noi la libertà

del realmente inadeguato insieme

al giustamente vivo e Tuo e reale.

 

Sebbene scritto dai Tuoi inetti figli

con sbavature, omissis, tratto incerto

il Verbo Tuo per sempre è a noi leggibile,

il Tuo Significato uno ed univoco

e per la Tua Bontà pure il peccato

simbolo e segno vale in noi scolpito.

 

Infliggici le Tue promesse ed ogni

occasione d'angoscia e d'incertezza,

così che su dall'incoerenza nostra

impariamo ad aver fiducia in Te

ed i fatti brutali ancor c'inducano

verso Avventura, Luce, ed Arte, e Pace.

*

Il giardino è immutato

Il giardino è immutato, il silenzio intatto

perché lei cammina ancora nel suo sonno d'infanzia:

molti prima di lei

vi si sono avventurati, come lei, e ne sono usciti

inconsapevoli della loro visita e inalterati,

il giardino è immutato, il silenzio intatto:

lì nessuno si può svegliare se non Uno che sarà svegliato.

*

Italia bella

Italia bella, Italia fior del mondo

è patria nostra in monte ed in campagna;

Italia forte arnese che, secondo

si legge, ha spesso visto le calcagna

degli inimici, quando a tondo a tondo

ebbe talor Tedeschi, Francia e Spagna;

ché se non fosser le gran parti in quella,

dominerebbe il mondo, Italia bella.

 

1

La stella di Saturno, o sia pianeta,

è quella che mi fa d'uomo chimera,

ed io non ebbi mai né avrò mai quieta

la mente in fantasie mattino e sera:

ciò dico, perché officio è del poeta

giovar e dilettar con tal maniera

di stile, che il lettore non s'attedia;

e ciò fa Dante nella sua Comedia.

 

2

Quel Dante, sai, lo qual "Omer toscano"

appellar deggio sempre, come ancora

Virgilio è detto "Omero mantovano",

per cui la patria mia tanto s'onora;

e chi il Petrarca fa di lui soprano

ne l'arte matematica lavora,

ché Dante vola più in alto, e lo dico

col testimonio di Giovanni Pico.

 

3

Lo quale disse che ambi hanno l'onore,

questo di senso e quello di parole:

vero è che quanto al frutto cede il fiore,

quanto del sole il lume ad esso sole,

cotanto d'ogni stile il bel candore

concede a quella vasta orrenda mole

d'un alto ingegno, d'un concetto tale,

ch'oltre l'ottavo cerchio spiega l'ale.

*

La fine di qualcosa

C'è una cosa al mondo nuova,

una corona, che prima non era

che fogliame, e io l'ho fatta:

e stranamente ora sembra

più scura e grande, come se

da me bevesse il buio e l'infinito.

E inorridisco a volte per la notte

qui insieme alla corona

perché non si sapeva, no, non si sapeva

quello che poi sarebbe nato

dai tralci avvolti e intrecciati tra loro;

una notte unicamente per apprendere

la fine di qualcosa. Qualcosa

sperduta ancora tra pensieri

irraggiungibili, e meraviglie,

che una volta devo avere immaginato...

 

... Verso valle se ne vanno i fiori,

nella corrente, dopo che i bimbi

li strappano per gioco: dalle loro dita

piccoli crollano uno per uno

e così ogni mazzo va perduto.

Finché l'erba che gli rimane

non la gettano quasi al fuoco.

Allora di notte piangeremmo i fiori

quando tutti invece pensano a dormire.

 

Arminia, tu che dall'inizio

avevi un destino: morir giovane,

morire bionda. Deciso

prima che venissi al mondo.

Perciò ci furono un fratello

e poi anche una sorella;

due che davanti a te, a te vicini,

ti dovevano mostrare

la tua vera morte.

Eran venuti lì per insegnartelo,

perché saper dovevi e abituarti,

dopo due mortali, la terza eri tu,

minacciata, da sempre.

E per la tua morte

ci sono volute altre vite.

E mani che stringevano i tuoi fiori,

sguardi che vedevano rosse le rose

e generosi gli uomini, vite

che furon generate e poi distrutte

mentre per due volte si cantò

la morte, prima che a te rivolta

sorgesse dal buio improvvisamente.

 

Ti faceva paura avvicinandosi?

Era la veduta di un nemico?

Piangendo hai cercato compassione

nel suo cuore? Mia compagna di giochi,

dimmi, ti strappò dai tuoi caldi

cuscini nella notte lampeggiante

mentre nessuno riusciva a dormire?

Come è stato? Tu lo sai...

Per questo eri tornata a casa.

 

Sapevi tante cose, i fiori

dei mandorli e il colore dei mari.

Cose che una donna prova

con il primo amore. Tu le sapevi,

la natura ti aveva parlato

nei lunghi crepuscoli del sud;

cose meravigliose come solo

sanno pronunciare le labbra

di chi è felice insieme,

e insieme crea un solo mondo,

una sola voce -

lo sapevi in silenzio, con l'intuito -

e fu atroce la ferita

nella tua profonda umiltà.

Le tue lettere arrivavano ancora

calde di sole, ma sfinite, -

e così arrivasti tu, da un lungo

viaggio dietro alle tue lettere

di pianto; perché non era tuo

quello splendore e troppa luce

si ritorceva in te come una colpa

e ti faceva ansiosa; perché sapevi:

sapevi che questo non è tutto.

Vivere è solo una parte... ma di che cosa?

Una sola voce... tra quante altre?

Ha senso vivere se si raggiungono

i cerchi di uno spazio smisurato, -

vivere qui è solo un sogno dentro

un sogno; essere svegli è già altrove.

Perciò l'hai interrotto.

*

La metamorfosi irrisolta

L'intestino nutrito di moccio, il cervello di menzogne -

popoli eletti buffoni di un clown,

con giochi, oroscopi, voli di uccelli

che spiegano la propria sporcizia! Schiavi -

dai paesi freddi e da quelli ardenti,

sempre più schiavi, carichi d'insetti,

massa affamata, sottomessa alla frusta:

si gonfia poi tutto, e la peluria

tignosa fino a farsi barba di profeta!

 

Ahi, Alessandro e il rampollo di Olympia,

il male minore! Adocchiano

l'Ellesponto, e schiumano Asia! Gente tronfia, fanfare

col drappello alla testa, favoriti, scaglioni nascosti

perché nessuno li disturbi! Favoriti: - posti buoni

per duelli di forza e di diritto! Se nessuno dà fastidio!

Favoriti, commedianti, fasce, larghi nastri -

di larghi nastri sogno e mondo sventolano:

piedi storpi vedono stadi distrutti,

puzzolenti animali entrano nei campi di lupino,

perché il profumo inganna il loro odore:

sanno solo di sterco! - Obesi

inseguono la gazzella,

veloce come il vento, bella bestia!

 

Qui s'inverte la misura:

la pozza mette a prova la sorgente, il verme il braccio,

il rospo sputa in bocca alla violetta

- alleluja! - e affila il ventre nella ghiaia:

segno di rospi, monumento e monito della storia!

L'impronta dei Tolomei come segno di riconoscimento

dei briganti

viene il ratto a conforto della peste.

Il traditore canta l'assassinio. Spie strappano

dai Salmi la lussuria.

 

E questa terra mormora con la luna,

poi cinge intorno ai fianchi una festa di maggio,

poi fa strada alle rose, cuoce il grano,

non permette al Vesuvio d'eruttare, impedisce che la nuvola

diventi lisciva, che trafigge e brucia

la razza di bestie che ha tramato questo. -

Ahi, di questa terra gioco di frutti e rose

è sottomesso al male che devasta,

alla spugna del cervello, al fallace incrinarsi della gola

del tipo sopraddetto - misura capovolta!

 

Morire significa lasciare tutto ciò irrisolto,

le immagini indifese, lasciare i sogni

a morire nella fessura dei mondi

agire, però, significa servire la bassezza,

recar soccorso alla vergogna, abbattere di sorpresa

la solitudine, la grande solitudine delle visioni,

la brama sognante di vantaggi, guai, promozioni, fama,

mentre la fine, falena che si dibatte,

indifferente come scheggia è vicina

e annuncia un altro senso...

 

Un suono, un arco, quasi un balzo dall'azzurro

attraversò una sera il parco,

dove io ero -: una canzone,

soltanto un tocco, tre note messe lì,

lo spazio tanto invase, la notte caricò

a tal punto, e popolò d'immagini il giardino

e creò il mondo e affondò la mia nuca

nella corrente, la luttuosa, sublime

debolezza della nascita dell'essere -:

un suono, un arco soltanto -: nascita dell'essere -

un arco soltanto, e portò indietro la misura,

racchiudendo tutto: l'azione, i sogni...

 

Da una corona di cervelli scarlatti,

fiori febbrili disseminati

che si conservano distinti, solo se uniti insieme:

"nel colore inflessibili" e "elaborati

sino all'ultimo capello", "limati a freddo"

invocheranno, sudari salati della materia primigenia:

qui s'avvia la metamorfosi! La razza delle bestie

marcirà, giacché la parola decomposizione

sa sin troppo di cielo - già gli avvoltoi

affilano il becco, sono affamati i falchi - !

*

Adesso non mi sembra vero

Ogni mattina li trovavo lì,

ai miei piedi, pronti per me.

Qui il cavallo a dondolo,

lì il gallo e la bambola

con una gamba rotta; quanto

ho patito per loro!

Facevo un cielo piccolo piccolo

come lo vedevano loro, perché

capivo: quanta solitudine

in quel cavallo di legno.

 

Anche se è una cosa e si può fare

ricavandola dal legno nella

grandezza che si vuole, e

colorarla, e poi anche giocarci

e allora si vede come traballa

difficilmente sulla strada vera.

 

Ma era forse una bugia quando

dicevo "Il mio cavallo"?

Non ci facevamo anche noi,

con la criniera, un po' cavalli,

forti e a quattro zampe (anche

se crescendo alla fine come uomini)?

Non si diventava anche noi

un po' di legno, per amore suo,

e con la faccia lunga?

 

A ripensarci mi sembra oggi

che ci scambiavamo sempre, io e lui.

Così con il torrente, allora

anch'io facevo il rumore dell'acqua,

se lui lo faceva, fino a entrarci

dentro io stesso. Così dove

qualcosa suonava io subito

risuonavo e volevo addirittura

esserne io la causa.

 

In questo modo travolgevo tutte

quelle cose, che pure erano in pace

senza di me e quasi mi vedevano

malvolentieri. E ora, improvvisamente,

sono lontano da tutto. Cominceranno

adesso nuove domande e un nuovo

apprendistato? Dovrò dire

come stanno davvero le cose tra voi?

No. Questo mi fa paura. La casa?

Non mi è mai stata del tutto chiara,

e le stanze? Quante cose contenevano.

Senti... mamma, ma chi era

veramente il cane? E nel bosco,

quando noi andavamo a cogliere

le more, adesso non mi sembra vero.

 

Ma ci saranno dei bambini morti

che ora giocheranno con me.

Sempre è stato così, che

qualche bambino morisse.

Rimangono a letto nella loro camera,

come me, e non guariscono più.

 

Guarire: che strano suono ha

questa parola adesso. Ha senso?

Qui, credo, nessuno si ammala mai.

Da quel mio mal di gola,

quanto tempo è passato da allora -

 

Qui siamo fresche bevande.

 

Ma ancora nessuno ci beve.

*

La donna e il sortilegio

Ma stiè mùtolo il patrono

ch'era di ceppo di noce;

sordo fue il legno santo,

Sant'Onofrio non rispose.

 

E disse allora la terza

(miserere di noi, Signore!)

e disse allora la bella:

"Ecco pronto lo mio cuore.

 

Se vuol sangue a medicina,

prendetelo dal cuor mio;

ma di questo ei non s'avveda,

ma di questo ei non s'addìa".

 

Subito il legno getta un ramo,

getta un ramo dalla bocca,

getta un ramo per ogni dito.

Sant'Onofrio è rinverdito.

*

Stasi e regressione

O gli avi nostri fossimo primevi.

Grumo di muco e una palude calda.

Vita, morte, fecondazione, parto

verrebbero dai nostri muti umori.

 

Fossimo un'alga, fossimo una duna,

che il vento forma, greve verso il basso.

Già testa di libellula, od ala di gabbiano

sarebbe troppo e già troppo soffrire.

*

Oltrevita di un infante

Ma quali nomi ho imparato,

il cane, la mucca, l'elefante,

da tanto tempo e ormai

così lontani, e la zebra,

e non so più perché?

Quello che mi ha preso ora

trabocca oltre a tutto.

Ed è la pace sapere finalmente

che esistevamo senza cercare

oltre le cose, lievi o resistenti,

un volto che comprende?

 

E queste mani solo incominciate -

 

Voi dicevate, a volte: Lui promette...

Ma le mie promesse non mi fanno

paura ormai. Talvolta

seduto accanto alla casa

guardavo il volo degli uccelli.

Avessi potuto diventare io

quella contemplazione. Mi trascinava

in alto, gli occhi sempre più

spalancati. E non amavo nessuno,

amore che significava aver paura -

 

Tu lo sai, vero, che mai

sarei stato un "noi", eppure

ero più grande di un uomo,

come se fossi io la paura

e dentro ne fossi il nocciolo.

 

Quel nocciolo, lo lascio, lo getto

per strada e nel vento.

Perché non ho mai creduto che noi

fossimo insieme, tutti uguali.

Lo giuro. Parlavate, ridevate,

eppure in quel ridere e parlare

nessuno era davvero se stesso.

Né la zuccheriera, né il bicchiere

del vino si muovevano come voi.

La mela anche stava ferma.

Bello era prendere quella mela,

talvolta, piena e solida, come

quel tavolo, quelle tazze

silenziose della colazione;

e come erano a posto, come

il tempo si tranquillizzava in loro.

Anche i miei giocattoli mi parevano

a volte rassicuranti. Erano

fidati, come le altre cose;

solo non così tranquilli.

*

In metro antico

Se corso d'acqua o ben fiorito ramo

o strepito di venti o di bell'ale

chieda l'onor di un breve madrigale

 

non l'ottiene però se una gioconda

forma di donna alla romita scena

non dia il senso d'amore ond'ella è piena.

 

Mira il vate che a lei sussurra l'onda,

cantan gli uccelli e inarcasi la fronda.

 

La ballatetta vien temprando il passo

al ritmo della danza; un canto lieto

versa dal labbro, ma nel suo segreto

il cor sospira, e dice: - Ohimè lasso!

 

Or voi, bei metri, a cui diè freschezza

il popolo d'Italia ai suoi bei giorni,

diede il Petrarca l'aurea politezza

e il Poliziano i nuovi modi adorni:

 

ite, bei metri, col mio cuor cantando

per l'Italia d'amore e cortesia,

mentr'io con gobbe spalle vo sfregiando

nella scuola gli error d'ortografia.

*

Era un fantasma di felicità

Era un fantasma di felicità,

lei che per prima m'illuminò gli occhi -

stupenda apparizione, lei mandata

a far bello un istante.

E gli occhi suoi le stelle dell'aurora,

e dorato imbrunire i suoi capelli,

e quanto la circonda sembra tratto

dal maggio e dall'alba più radiosa -

la danzatrice, immagine giocosa,

per tormentar, sedurre, sbigottire.

 

E in ore liete la vidi da presso,

spirito eletto e forte donna ancora,

con movimenti lievi e aperti in casa,

incedere in candore e libertà,

e i lineamenti amati, un'armonia

di dolci istanti e tenere promesse -

e splendida creatura, forte e buona,

un nutrimento alla natura umana,

per pene passeggere, ingenui inganni,

rimbrotti e lodi, lacrime e sorrisi.

 

E ora vedo con occhi sereni

pulsare d'un etereo congegno,

esser che spira aneliti pensosi,

tra vita e morte musa pellegrina;

salda ragione, volontà temprata,

chiaroveggente intuito, pia pazienza,

fortezza nobile, genio e talento -

donna perfetta, nobil concepita,

consolare, ammaestrare, comandare:

eppur sempre uno spirito fulgente,

in un alone d'una luce angelica.

*

Universale

Guarito alfine dalla brama ardente

del sapere il mio cuor più non si chiuda

per l'avvenire a alcun dolore e quanto

l'intera umanità ricevé in sorte

voglio provar dentro me stesso, attingere

la sua vita più alta e la più bassa,

nel mio petto addensar tutto il suo bene,

tutto il suo male, ed ampliar la mia

anima alla sua anima stessa.

*

Qualche cosa di soave

Qualche cosa di soave mi è nel pensiero,

che, una volta, nel passato, fu mio;

ma dove sia andato a finire io non so,

e, quel che era, ho anche dimenticato...

 

Fra verdi ombre era il luogo - 

se tanto spazio non mi dividesse,

se io potessi colà recarmi,

chi sa, - forse lo ritroverei ancora.

*

Cerulei

Io vorrei dormire, ma tu devi danzare -

*

Da questi fogli esala

Da questi fogli esala il profumo della viola

che cresceva colà, nel mio paese, nella nostra landa,

un anno dopo l'altro, di cui nessuno sapeva,

e che io più tardi non ritrovai in alcun luogo.

*

Stagione e patria perduta

Nella mia vita c'è una stagione,

una stagione che ha l'aspetto della patria perduta,

ad essa aspirano nostalgicamente i miei pensieri.

 

Anni sereni,

giorni felici,

come acque di primavera

siete svaniti via.

 

Ah se non fossi qui stato nel mese fiorito!

Amore e vita - tutto è svanito!

 

Nella mia vita c'è una stagione...

una stagione...

*

Nel mondo

Fuori, nel mondo!

Fuori, lontano da casa,

è sempre la vita più bella!

Chi ama starsene a casa

non è fatto per il mondo - 

Campi pure!

*

Il gioco del reale

Talvolta un'ora, e tu esisti; 

il resto è ciò che accade.

Talvolta i due mondi s'innalzano

in un solo sogno. Quando sei distrutto.

Qual era stato il cammino dell'umanità fino a quel punto?

Aveva voluto mettere ordine

in ciò che sarebbe dovuto / rimanere un gioco.

Ma alla fine era rimasto un gioco,

poiché niente era reale.

Lui, era reale? No: solo

tutto il possibile, questo era lui.

*

A me stesso

Non si conierà una moneta per te

come fece la Grecia per Saffo.

Che non ti si rompa la testa, in Italia

è già alto tradimento, per la cultura.

*

Ciò che può vegetare

Volevo conquistare la città, ora una foglia

di palma mi sfiora il capo. S'avvoltolò,

s'avvoltolò nel muschio: contro il gambo

nutrito d'acqua la mia fronte, larga

un palmo. E poi comincia. Poco dopo

risuonò una campana. I giardinieri

andavano al lavoro; allora lui

prese una brocca e sparse tutta l'acqua

sopra i torelli che gli provenivano

da un sole smorto, dove molte cose

evaporavano. Come possibile?

Non poteva venire, a mezzogiorno. Dovette sostenere

che oggi non poteva venire a mezzogiorno.

Curiosare? Fotografare? Passeggiare? Gli sembrava

escluso. Puntava su invecchiamento

e su edificazione dello spirito.

Dopo la distruzione del midollo,

centrale, ciò che può ancor vegetare.

*

Amor di donna e vita

Lui, il più nobile tra tutti,

come mite, come grande!

Labbra pure, limpidi occhi,

chiaro spirito e coraggio!

 

Come nelle immensità bluastre

brilla e irraggia ogni stella,

egli brilla nel mio cielo,

chiaro e nobile, sublime e lontano!

 

Va', percorri il tuo cammino,

non voglio contemplar che il tuo bagliore,

che contemplarlo in tutta umanità,

ch'esser per te radiosa e tanto triste!

 

Disdegna pur le preci mie silenti

ch'altro non voglion che la tua allegrezza.

Disdegna me, non sono altro che niente,

o stella e fuoco d'ogni mio splendore!

 

Lui, il più nobile tra tutti,

come mite, come grande!

Labbra pure, limpidi occhi,

chiaro spirito e coraggio!

 

La più degna sol di tutte

sia l'oggetto di tua scelta,

io benedirò l'eletta

mille volte e mille ancora.

 

Allora mi rallegrerò e piangerò

e sarò, così, felice;

e se il cuor mio si spezzasse,

muori, cuore, a me che importa?

 

Lui, il più nobile tra tutti,

come mite, come grande!

Labbra pure, limpidi occhi,

chiaro spirito e coraggio.

*

Spregevoli gli amanti

Spregevoli gli amanti, gli irridenti,

e disperare e struggersi e chi spera.

E siamo dèi appestati e doloranti,

pure pensiamo di sovente a Dio.

 

Baia sinuosa. Sogni, oscure selve.

Le stelle fiori di viburno grevi.

Pantere saltano mute fra gli alberi.

Tutto è riva. Ed eterno chiama il mare -

 

*

Il giorno che sorge

Come cantarono i galli, ripensavo a malincuore

a quel tuo gentile congedo che a malincuore,

amor mio, avevo ascoltato. Poiché,

come tutto era oppresso da grave silenzio,

tutte insieme mi si riaffacciavano in folla

le pene più amate, le gioie / già dimenticate.

 

La luce della lampada si ritrae dai calici rovesciati

e mi lascia solo nelle nere tenebre, le care,

solo a ricordarmi di me. Si fa l'alba: lontana

è la mamma, e il babbo è lontano, e la casa:

un ignoto sole fulgente mi illumina nell'esilio

una terra ignota di pace e risveglio, la vita.

*

Il sentimento che non invecchierà mai

Tesoro saresti a me parso, miniera

di anni sereni, cronaca

del cielo - 

di tutti i raggi del sole splendenti,

il più gradito avei donato a te.

 

Sarebbe stato un quadro di pace che dura,

d'elisia quiete, senza travagli o contese,

né moto alcuno, se non di brezza o marea,

solo la vita, la vita che spira da muta Natura.

 

Così, 

nell'amoroso inganno del mio cuore,

così avrei dipinto il quadro allora,

avrei colto l'anima del vero nei particolari,

la fede e la speranza mai tradite.

 

Così sarebbe stato un tempo, or non è più,

a un nuovo dominio mi sono piegato,

un potere è svanito che niente mi può restituire,

un dolore infinito ha umanizzato l'anima mia.

 

Ora non potrei mirare nemmeno un istante

il mare sorridente ed esser quel che fui -

il sentimento della mia perdita non invecchierà mai,

questa cognizione esprimo con animo sereno.

*

E tu cammini [n° 2]

E tu cammini nel folto brillio

dal corridoio di faggi al cancello;

guardiamo oltre le sbarre là nel campo

il mandorlo che torna a rifiorire.

 

E cerchi le panchine senza l'ombra

dove voci di estranei non ci turbino

e le braccia s'intrecciano nei sogni

della tenera luce della sera.

 

Nel silenzioso frusciare sentiamo

piogge di luce dalle cime a soffi;

solo guardiamo ed ascoltiamo quando

frutti maturi battono il terreno.

*

Volto bestia quiete e poi silenzio

Volto, bestia, quiete, e poi: silenzio,

e suono, primavera, fonte e onda,

specchio, caverna, sera, ecco: corazza,

ed occhi di papavero.

*

En cadence

C'è un giardino che ogni tanto scorgo,

di là del fiume, dove la pianura è grande,

e un fosso, un ponte e io che sto vicino

a trepidi azzurri lillà.

 

C'è un ragazzo che ogni tanto rimpiango,

che va sul lago, tra le canne e i flutti,

ancora fermo il fiume di cui tremo,

che gioia si chiamava e poi oblio.

 

C'è un motto su cui spesso ho meditato,

che dice tutto poiché non promette niente -

e l'ho intessuto dentro questo libro,

era sopra una tomba: "tu sais" - tu sai.

*

Sotto sigillo

Le tante cose che sotto sigillo

porti dentro di te per i tuoi giorni,

non dissigilli neanche quando parli,

non metteresti in lettere né sguardi,

 

le silenziose e buone e le cattive

e le sofferte, dentro cui cammini,

puoi liberarle solo in quella sfera

dove tu muori e morendo risorgi.

*

Vedemmo che il mare ingialliva

Vedemmo che il mare ingialliva di sabbie agitate sul fondo

ed eruttava le sue cime a coprire i campi;

come l'Oceano, quando si versa in mezzo ai terreni,

preme e abbandona con le sue onde incostanti i coltivi:

sia che s'infranga rifluendo da un'altra terra sulla nostra,

sia che svanisca in pasto agli astri corruschi.

*

La Luna

Ma troppo spazio si è forse lasciato alla digressione,

torniamo ora con i versi al nostro cammino.

Scivolando veloci veniamo alle candide mura

cui la sorella che del sole splende illumina.

Supera con i suoi massi i gigli ridenti

e, screziata, irraggia levigato nitore la pietra.

Ricca di marmi è la terra, e con la luce del colore

sfida sontuosa le inviolate nevi.

*

Deuxième partie

Non lungo ancora, né avvolto in molti giri,

poteva bene farsi più lungo il mio libro;

temé la noia di uno sforzo continuo, e che,

a prendere un'opera

senza mai soste, si spaventasse il lettore.

 

Spesso, coi cibi, smettere tardi apporta nausea

l'acqua è più grata, nella sete, a brevi sorsi.

 

Sembra disporre nel percorso intervalli

per i viandanti stanchi

la lapide che annota il susseguirsi delle miglia.

 

Distribuiamo così in due distinte operette il rossore

che era meglio forse affrontare una volta sola.

*

Conforto del mondo intero

Dove sei, conforto del mondo intero?

La tua dimora è pronta da tempo.

Ognuno con anelito di guarda,

e si offre alla tua grazia!

 

Effondila, padre, con forza sovrana,

sospingila a noi dalle tue braccia:

innocenza, amore, delicato pudore

da noi la tengono lontana ancora.

 

Da te fra le nostre braccia allontanala,

calda ancora del tuo alito;

raccoglila in nuvolaglia greve

e quaggiù lasciala scendere.

 

Mandala qui in scrosci freschi,

in vampe di fuoco fiammeggi,

in aria e olio, in clangore e rugiada

tutta la nostra terra pervada.

 

Così si combatte la sacra lotta,

così l'astio dell'inferno si soffoca,

ed erompe eternamente fiorito

quivi l'antico paradiso.

 

La terra pulsa, verdeggia, è viva,

ogni cosa piena di spirito aspira

ad accogliere amica il redentore

e turgida il petto a lui offre.

 

Un anno nuovo, mentre cede l'inverno,

sta all'altare maggiore del presepio.

Il primo anno si è del mondo

che il bambino, lui solo, si è imposto.

 

Gli occhi guardano il redentore

ma sono colmi del redentore,

il suo capo è adorno di fiori, con grazia

da questi lui stesso ci guarda.

 

Egli è la stella, egli è il sole,

è della vita eterna la fonte,

da erba e pietra, da mare e luce

il suo volto infantile traluce.

 

Il suo fare di fanciullo in tutte le cose.

Non poserà mai l'ardente suo amore,

egli si stringe, di sé dimentico,

con vincoli saldi a ogni petto.

 

Un dio per noi, un bambino per se stesso,

tutti ci ama con intimo affetto,

diviene nostro cibo e bevanda, il più caro

grazie per lui, se fedeli gli siamo.

 

La miseria ci aggrava di giorno in giorno,

ci opprime e angoscia un cruccio fosco,

lascia, padre, partire il diletto,

con noi di nuovo potrai riceverlo.

*

Aura che intorno spiri

In forza di quale parola (chiave a inaccessi sentieri)

potrò esplorare gli ardui abissi di amore

finché le onde del canto, aprendosi, scoprano la riva -

come il mare che Israele guidò a piedi asciutti?

 

Perché sì, donna, in qualche povero giro di ritmi -

io vorrei poter dire come - sempre - 

io non distingua l'anima tua dal tuo corpo,

né te da me, né il nostro amore da Dio.

 

Sì, nel nome di Dio e di amore - e tuo - io vorrei

trarre da un solo cuore amoroso la prova

che esprima a tutti i cuori tutte le cose: tenera

 

come il primo fuoco d'alba sui colli, e intensa

come un sentore, penetrante e immediato - nell'ora

in cui primavera nasce - d'antiche primavere.

*

Sogno e destino

Che cosa dopo quell'ora

sarà quando ciò sarà stato

nessuno lo sa, notizia

di là non venne mai,

e che potrà riaccendersi

da soffocate gole,

dalla luce offuscata,

io non lo credo.

 

Eppure un segno lo vedo:

traverso il regno d'ombre

da lontananze, da regni

una grande, bella mano

che non mi toccherà,

lo spazio non lo consente:

ma io la sentirò

e sei tu questa.

 

E tu scivolerai

lungo la spiaggia, il mare,

da vastità, lontananze:

"- anche lui redento";

io conoscevo i tuoi sguardi,

tu in fondo al tuo grembo

raduni le nostre felicità,

il sogno, il destino.

 

Un giorno è alla fine,

i giochi, i cerchi portati via,

poi suonano ancora due mani

il canto della notte,

dalla stanza ove la tastiera

effonde il buio dei suoni

si vedono il mare e alberature

andare verso nord.

 

Quando partirà la notte,

quando cominciò il giorno,

tu porti segni

che nessuno spiega,

segrete impronte

malate di ore lontane,

e vuoti la coppa

cui prima di te ho bevuto.

*

Un divenire dubbio

Avevamo preso la strada diretta

sulla scarpata, grandi lucertole

facevano scivolare la loro assenza di sguardo

sui nostri cadaveri traslucidi.

 

La rete dei nervi sensitivi

sopravvive alla morte corporea

credo alla Buona Novella,

al destino approssimativo.

 

La coscienza esatta di sé

scompare nella solitudine.

Viene verso di noi l'infinito...

Saremo dèi, saremo re.

*

Salt of earth

Ti amo, faccio delle bambinate,

tu sorridi soltanto, e ciò ti rende incantevole;

è il regno delle fiabe, che un tempo ci ammaliava,

l'ultima traccia meravigliosa dell'infanzia?

*

Vorrei soltanto vivere

Perciò vorrei soltanto vivere

pur essendo poeta

perché la vita si esprime anche solo con se stessa.

Vorrei esprimermi con gli esempi.

 

Gettare il mio corpo nella lotta.

Ma se le azioni della vita sono espressive,

anche l'espressione è azione.

 

E poi, tu credi,

credi che si possa fare un sogno, non ricordarlo,

e avere - da questo sogno - mutata la vita?

 

Cioè, non è stato,

è ora, è proprio ora che esso comincia ad essere.

In questo momento.

 

Non sa, il poeta, dialogare con la realtà?

*

Brodo di stecchino

Che senso hanno queste costruzioni,

metà calcolo, immagine e parola,

che cos'è in te donde preme la pena

d'un mesto sentimento senza voce?

 

Dal nulla in te questa fiumana croscia

da un dettaglio, da un pot pourri,

là ceneri tu prendi, là le fiamme,

e le spargi, le spegni e custodisci.

 

Lo sai, non puoi tutto afferrare,

dàgli un confine, la verde siepe

a questo e quello intorno, distaccato

sei, ma pur sempre esiliato nel dubbio.

 

Così giorno e notte è il tuo turno,

anche il giorno di festa ti scalpelli

l'argento incastri nella commessura

e poi lo lasci - ecco è: l'Essere.

*

Un riflesso del prodursi

Tempro la cetra. Tempro, per produrmi.

Perché prodursi è l'atto dell'artista

dell'altre cose non son specialista

ma sono specialista del produrmi.

 

L'opera d'arte non è che un residuo

dell'indiarsi dell'artista assente:

non sono, invero, non son qui presente

qual uom pensante, come un individuo.

 

Ma sono, in carta, qui un capolavoro

mentre sorrido, e mi piace ascoltare

chiacchiere oziose da dopolavoro.

 

Queste parole avrà da meditare

chi crede all'arte delle brocche d'oro,

chi crede all'arte posta su un altare.

*

Notturno e sintesi

Tacita notte. Tacita casa.

Ma io sono una delle più silenti stelle

e la mia luce propria porto

fuori di me nella mia propria notte.

 

Cerebralmente sono rimpatriato

da cieli, antri, bestie e lordura.

Anche ciò che ancor si dà alla donna

è solo dolce, buia onanìa.

 

Io muovo il mondo. Io rantolo rapina.

E la notte sto nudo nella gioia:

non c'è spasmo di morte, non c'è fetida

polvere che me, concetto dell'io, richiami al mondo.

*

Sculture

Voi intagliate e modellate: l'agile scalpello

in una mano delicata e morbida.

Io scavo con la fronte

la forma dal blocco di marmo,

le mie mani lavorano per il pane.

 

Io mi sono ancor molto lontano.

Ma voglio diventare io!

Io porto nel mio sangue uno

che grida e invoca

cieli divini e umane terre da lui create.

 

Mia madre è una donna così povera

che ridereste a vederla,

noi abitiamo in un misero tugurio

all'estremo del villaggio.

 

La mia gioventù è per me come una crosta:

sotto c'è una ferita

e ogni giorno fa sangue.

Ecco perché sono così sfigurato.

 

Di sonno non ho bisogno.

Di cibo quanto basta per non crepare!

Inesorabile è la lotta,

e il mondo è irto di punte di spade.

Tutte hanno fame del mio cuore.

Una per una devo, disarmato,

fonderle nel mio sangue.

*

Accensione

Per te - girasoli,

per te un'aiuola spenta,

per te un'antichità

che volge alla fine,

palazzi Vendramin

e funebre laguna,

dove il cuore è nei resti

e gli sguardi riposano.

 

Crepuscoli - nessuna

tendenza generale,

di tanto in tanto lo sfiora

una lieve immanenza,

lui, l'autoeccitatore,

stella e sogno di stelle,

il portatore di coscienza

muto dentro il suo spazio.

 

Sono giorni maturi,

è la fine di agosto,

quasi saga feacia,

quasi un trust di asfodeli,

ma non più motivazione

né raggio dello spirito -:

per te - o autoaccensione,

o funebre fanale!

*

Il genio della bellezza

Bellezza come la sua è magia. Non il richiamo

del sublime cuore di un Dante o di un Omero -

né la mano di Michelangelo che solca le zone del tempo -

è, per armonici misteri, più musicale;

 

no, no: con il lieve andare di primavera o estate

l'esuberante vita non offre doni più abbondanti

di questo volto sovrano, la cui amorosa magia

spira anche dalla sua ombra, se s'inarca sul muro.

 

E se molti sono i poeti in gioventù, solo per una

dolce anima vibrante le corde prolungano

il canto indomabile, anche oltre ogni mutare;

 

così, egualmente, gli anni avvelenati il cui dente

dilania via la grazia con impietosa rovina

non faranno ingiuria al potere di una tale beltà.

*

Il maiale e la quercia

Un maiale, sotto una quercia secolare,

mangiò ghiande fin quasi a scoppiare.

Mangiò tanto, sotto la quercia si addormentò,

poi, quando si svegliò,

le radici col grugno cominciò a scalzare.

 

Disse il corvo da un ramo: "Potrà seccare

la quercia se ne metti a nudo le radici".

Fece il maiale: "Ma tu cosa mi dici?

Si secchi pure, per quello che mi fa,

in esso vedo poca utilità.

Stia secca per un secolo, purché rimangano

le buone ghiande che tanto m'ingrassano".

 

Allor disse la quercia: "Bell'ingrato!

Se quel tuo sporco grugno avessi alzato,

avresti visto che

le ghiande crescono su di me!".

*

Tutto è come prima

Sono così sventurato come sembro?

Così debole come appaio?

Ho perduto tutto? Come se la terra avesse tremato,

il dolore ha fatto di ogni conquista

uno spaventoso mucchio di macerie?

 

Dov'è l'ingegno che mi distraeva

e proteggeva in mille modi?

La forza che infiammava

il mio seno s'è spenta?

 

Io non sono nulla ormai, nulla?

Tutto è come prima e io sono nulla!

Mi sono strappato a me stesso e lei a me!

*

Civettina

Sull'olmo la civetta si lamenta,

e si lamenta, sull'olmo.

C'è posto nel mondo per entrambi.

Perché si lamenta la civetta sull'olmo,

di morte e sempre di morte?

 

E di fronte, oltre il sentiero,

canta l'usignolo.

Ahimé! l'amore se n'è andato.

Perché canta dolcemente l'usignolo

d'amore e sempre d'amore?

 

A destra, limpido, un canto d'amore,

a sinistra, stridulo, un canto di morte.

Quando l'amore è finito, nulla, dunque, rimane

se non un canto di morte,

a pochi passi, oltre il sentiero?

*

Tardo inverno

I rami del tiglio si muovono al vento,

tutti cosparsi di rossi germogli;

sono le culle in cui la primavera

sognando, trascorre il crudo inverno.

*

Sei ancora in tempo

La gioventù ben presto sarà lontana,

ritorna indietro, sei ancora in tempo!

La fortuna è in attesa, in disparte -

sei ancora in tempo, ritorna indietro!

*

Autunno della coscienza

Sulla brughiera suona il mio passo,

cupa dal suolo l'eco mi segue.

 

La primavera è lungi, ora è autunno -

ci fu una volta un tempo felice?

 

Vagano dense ombre spettrali;

l'erica è nera, il cielo è vuoto.

 

Qui mai non fossi venuto a maggio!

Vita ed amore - tutto è finito.

*

Ricordo di un incontro

Il dolce sorriso ti morì sul volto,

le mie labbra tremarono come per febbre;

ma tacquero - non ci salutammo neanche,

ci guardammo e passammo oltre.

*

Il bucaneve

E dalla terra occhieggia soltanto,

solitario, il bucaneve.

La campagna è ancora tanto fredda

ed esso gela nella sua candida veste.

*

La più adorabile

Quale palpito d'aurora al cuore del cielo

o ultimo fiore incarnato del giorno al suo culmine;

quali ordinate meraviglie sulle vesti del maggio

o canti in pieno coro, lode del dolce giugno;

 

quale vario splendore ammassato dalle mani di Natura

può gareggiare con i tanti astri di mutevole grazia

che in quest'ora, in questa stanza, sono passati

su volto e forme di una donna la più adorabile?

 

Era abito, era eletto trasmutarsi in Amore

ogni suo gesto grazioso - incanto appena nato

di giglio, o cigno, o galea con prua di cigno -

 

gioia alla vista di chi ora amaramente geme

perché di nuovo diviso; e dolore per gli occhi

non nati - che queste parole non leggono, lei non videro.

*

La vita scorre come un sogno

Il tordo che canta,

e primavera mi commuove il cuore;

sento che benigni si mostrano

gli spiriti sorgenti dalla terra.

La vita scorre come un sogno -

mi sento fiore, albero, foglia.

*

Un libro in dono

Tu avanzi nella luce del mattino -

io vado nella luce della sera -

lascia ch'io ponga questo libro nelle tue mani;

e se una volta ti ho saputo commuovere,

non lo dimenticare.

*

La divina inutilità

Lungo queste giornate in cui il corpo ci domina

in cui il mondo è lì, come un blocco di cemento

queste giornate senza piacere, senza passione, senza tormento,

nell'inutilità praticamente divine

 

in mezzo ai pascoli e alle foreste di faggi,

in mezzo ai palazzi e alle pubblicità

viviamo un momento di assoluta verità:

il mondo è lì, sì, e tale che sembra esistere.

 

Gli esseri umani sono fatti di parti separabili,

il loro corpo coalescente non è fatto per durare

soli nei loro alveoli accuratamente murati

aspettano il volo, il richiamo dell'impalpabile.

 

Il guardiano arriva sempre al cuore del crepuscolo;

il suo sguardo è pensoso, egli ha tutte le chiavi.

Le ceneri dei prigionieri vengono ben presto disperse;

qualche minuto basta a lavare la cella.

*

Il racconto del giullare

 

Il racconto del giullare

 

 

Come Morgana manda al re Artù

lo scudo che predìce il grande amore

del buon Tristano e d’Isotta fiorita.

E come Isotta beve con Tristano

il beveraggio, che sua madre Lotta

ha destinato a lei ed al re Marco,

e come il beveraggio è sì perfetto

che gli amanti conduce ad una morte.

 

«Or venuta che fue l’alba del giorno,

re Marco e il buon Tristano si levaro…»

 

*

Ricordo del futuro

Da queste pagine

sale il profumo della viola,

che a casa fioriva nella nostra landa,

tutti gli anni - nessuno la sapeva,

e anche più tardi non l'ho più trovata.

 

*

Il dono ultimo

Al suo cantore, Amore offrì lucente

una foglia, e disse: "Il rosaio e il melo

vantano frutti, e fiori che adescano l'ape;

e frecce d'oro sono nel piumato covone

 

del gran ministro delle messi, fulcro dell'anno,

Estate vittoriosa; sì, e sotto il caldo mare

erbe strane ed arcane si celano inviolabili

nei meandri che fiottano tra gli scogli fondi.

 

Miei fiori, tutti: e tutti i dolci fiori d'amore

donai a te mentre Primavera e Estate cantavano;

ma Autunno si ferma e ascolta, straziato

 

da quelle più tristi cose di cui il vento si lagna".

Solo questo alloro non teme gli inverni: "Prendi

il mio estremo dono: il tuo cuore cantò la mia lode".

*

Un moto di gioia

Come quando il desiderio, a lungo oscuro, inalba, e la madre

guarda la prima volta il pargolo neonato,

così la mia donna, intenta, sorrise, mentre

l'anima sua riconobbe alfine l'amore da lei nutrito.

 

Nato con la sua vita, creatura di ardente sete

e di squisiti appetiti, lì, accanto al suo cuore

pulsava nelle tenebre - finché quel giorno una voce

chiamò per lui, e i lacci del nascere si sciolsero.

 

Ombrati dalle sue ali, i nostri volti ora ardono

assieme - mentre il suo piede, fatto adulto, vaga

nel bosco e le sue calde mani ci apprestano il giaciglio.

 

Finché, al suo canto, le nostre anime incorporee

a loro volta nascano - sue figlie, ora -

quando la vece nuziale della morte

 

lascia a noi per luce l'aureola dei suoi capelli.

*

Mia speranza adorata

Quand'è ch'io meglio ti vedo, speranza mia adorata?

Quando, nella luce, gli spiriti dei miei occhi

dinanzi al tuo volto - loro altare - celebrano

il culto dell'amore che grazie a te si rivela,

 

o quando nelle ore vespertine - se siamo soli fra gli altri,

o siamo soli - baciato forte, ed eloquente nel muto rispondere,

il tuo volto traluce nell'ombra del crepuscolo

e solo la mia anima vede la tua come sua?

 

O amore, mio amore... Dovessi io non più vedere

te o neanche, in terra, l'ombra di te,

né il riflesso dei tuoi occhi in una fonte,

 

come suonerebbe - per l'oscuro pendio della vita -

il turbinìo delle perse foglie di speranza,

l'aliare dell'imperitura ala di morte?

*

Talvolta mi sembri non te sola

Talvolta mi sembri non te sola,

ma come il senso di tutte le cose che sono;

una meraviglia sospesa, che di lontano inombra

un solstizio celeste silenzioso e sereno;

 

le cui labbra immote sono il tono visibile della musica;

i cui occhi aprono le assolate porte dell'anima,

profetici dei suoi fuochi più arcani:

cuore evidente d'ogni vita e seminata e mietuta.

 

Tale è l'amore; e il tuo nome non è Amore?

Sì, per tua mano il dio Amore squarcia via

le dense nuvole delle ambigue arti della notte;

 

e giù le precipita, e i tuoi occhi pone al di sopra;

e con semplicità, come un pegno di fiore o di sfida,

sorridendo scommette il mondo contro il tuo cuore.

*

Love in vain [Recitativo e Aria]

Recitativo:

Bella mia fiamma, addio! non piacque al cielo

di renderci felici! Addio, addio per sempre!

 

Aria:

Amore, temerò la morte più per te o per me?

Però, se muori tu, non potrò seguirti forzando

le strette del mutare? Ahimè, ma chi

strapperà un pegno all'ostinarsi della notte,

 

prima che l'anima mia temeraria riesca

ad esser per lei presidio, ed evitarle

ciò di cui la furia sua possa pentirsi?

 

Ahi, nei tuoi occhi alfin raggiunti quale

addio muto, o abissi oscuri d'eternità desolata?

 

E se morirò prima io, anima del cuor mio, allora la morte sarà

uno spalto senza luce donde ti vedrò piangere? Anima

del cuor mio! O - povero me! - un letto da cui il mio sonno

 

mai scorga (quando alfine vuoterai la dolce coppa di morte)

l'ora in cui anche tu saprai che tutto è vano

e che speranza semina ciò che mai amore raccolga?

*

Epitalamio

E il loro lungo bacio si separò, con dolce bruciore;

e, come ultime, lente gocce stillano a un tratto,

finita la tempesta, da scintillanti grondaie,

così, divisi, si placò il battito dell'uno e l'altro cuore.

 

I loro petti si scinsero, come il primo aprirsi

di fiori intrecciati che sbocciano ai due lati

d'un solo stelo; ma ancora le bocche, rosso fuoco,

si suggevano intime, nel separarsi supine.

 

Il sonno li sprofondò oltre la marea dei sogni

e i loro sogni li videro sprofondare - e vanirono.

Lente, le anime poi riaffiorarono su, tra bagliori

 

di liquida luce e oscuri naufraghi relitti del giorno;

finché, da chissà qual prodigio di freschi boschi e ruscelli

lui si destò e - stupore! - lei gli giaceva accanto.

*

Perché sì saggio io sia non so ben dirti

 

Perché sì saggio io sia non so ben dirti:

il sole illumina gli ultimi spicchi

di polvere negli angoli; ed i gatti

guardano attenti porte che vuoi aprirti.

 

Da un tavolino alzarsi, inquieti scatti,

due passi: siedi a un altro: eccoti ricchi

vassoi, portate, rosmarini e mirti.

Si gioca a carte: stanchi gli occhi ed irti

 

i gomiti sul tavolo. E qui a Londra

è capodanno, il carnascial de’ matti.

A gran falcate corri estremi tratti.

 

Per Santo Stefano la festa a casa

di Sandra. I taxi quietamente vanno.

Collaborare al bene assieme al diavolo.

 

 

 

 

Paolo Melandri

31 dicembre 2014

Londra, dopo pranzo

 

*

E la fiamma di lei lo prolungò

E il grillo non era ancora morto sul suo stelo,

e la fiamma di lei lo prolungò,

come aveva fatto con il cervo volante

invicta.

 

E che essa non volle abbandonare la speranza

e che qui c'era una volontà di continuare a vivere

nonostante tutti i tradimenti,

sero sero

che lei non poteva credere a tanta perfidia.

 

E Rossaro disse che l'uomo onesto

non può credere che il "mascalzone" ecc.

lui, l'onesto

non vede la malvagità dell'altro

finché questa non lo sorprende

*

I giorni del canto lungo

Didone soffocata di lacrime per il morto Sicheo;

e la Musa addolorata, vedova e vogliosa,

la Musa addolorata

piange Omero,

piange i giorni del canto lungo,

piange il fiato dei cantori,

venti che spaziano, mari che scorrono a levante,

fiato regolare dei rematori,

triremi sotto Cipro,

il lungo corso dei mari,

le parole intessute ai relitti di vento,

le voci spruzzate di sale.

 

Tiro giace verso riva agile con Nettuno

e l'onda vetro trasparente su loro si inarca;

la foca gioca nei cerchi sbiancati di schiuma fra scogli,

testa lucida, figlia di Lir,

sotto cappuccio di pelo nero,

agile figlia di Oceano

*

Sotto il tocco di lei

Quale consunzione di sensi nel triste indugio di morte

o quale assalto di maligna vicessitudine

deruberà questo corpo dell'amore, o spoglierà

quest'anima dalla veste nuziale oggi indossata?

 

Perché, sì - le labbra di lei composero or ora

con le mie un tal concorde interludio quale Orfeo,

coronato di lauro, agognò, inseguendo quel volto

intenso - a lui sottratto - con l'estremo canto.

 

Io, un fanciullo sotto il tocco di lei; un uomo

quando petto a petto ci stringevamo, io e lei;

uno spirito quando lo spirito di lei mi scrutò dentro;

 

un dio quando il nostro respiro vitale si unì, alitando

sul nostro sangue vitale, finché ardori d'amore emuli

corsero, fuoco entro fuoco, desiderio in deità.

*

Senza [Assenza]

Cos'è il suo specchio senza di lei? Il grigio vuoto

lì dove lo stagno è orbo del volto della luna.

E le sue vesti, senza di lei? Lo spazio vuoto e agitato

della nuvolaglia quando la luna è sparita.

I suoi sentieri, senza di lei? Il proprio dominio

del giorno, usurpato da tetra notte. E il suo letto,

il cuscino, senza di lei? Lacrime - per buona

grazia d'amore - e freddo oblio di notte e giorno.

 

Che n'è, del cuore, senza di lei? Ma via, povero cuore,

di te che parola resta, prima che taccia la lingua?

Un povero viandante, senza di lei, tu sei,

per vie ghiacciate e sterili, per vie stanche e dolenti

dove la lunga nuvola - lungo riflesso del bosco -

spande una duplice oscurità sull'aspro colle.

*

Strumento di vita contemplativa

L'enorme spazio

di un verde morente

si confonde nell'eternità;

laggiù il sole d'estate

indugia il suo tramonto

fra strisce di veli nebbiosi,

sprazzi di torbido carminio

e lattee evanescenze.

 

Nessuna bocca

potrebbe dire

quando e come il riflesso mobile

e argentato del mare

si trasformi in un unico scintillio

di madreperla,

in un gioco di colori pallidi, opalini

come lo splendore della pietra lunare...

 

Ah, misteriosamente com'era sorta

moriva la magia silenziosa.

Il mare s'addormentava... Tuttavia

le dolci orme dell'addio del sole

restavano ancora qua e là.

Non si fa buio se non a notte fonda.

*

Solo la tua voce è qui

La madre non si volta, quando crede ascoltare

il primo balbettìo del suo bimbo farsi distinto;

ma anelante, con gli occhi intenti, esultanti,

siede, con labbra e con orecchie tese

a che lui la chiami ancora. Tra dubbi e angosce

così spesso l'anima mia ha ascoltato; finché il canto,

solo un brusìo per giorni, trovò espressione

e infine dolce musica sgorgò, e dolci lacrime.

 

Ma ora, benché l'anima sia desiderosa

di udire l'usato mormorìo - quasi fosse

un fondo, assiduo balbettìo o accordo di conchiglia -

non un sospiro di canto; solo la tua voce è qui,

mio amaro amore! E tutto ciò che ottiene

non è che spasmo di una preghiera vietata.

*

Dono improvviso

Dono improvviso dell'estraneo

favore d'ignota beltà

nessuna gloria antica svanisce nel mondo

 

Alte sale con le loro decorazioni splendide

nascoste dietro un muro meschino

Non c'è pensiero alto che non conservi affetto

per il suo ostello

Nessuna gloria antica svanisce mai nel mondo

 

Fronte tagliata liscia come da tornio di giada

Acqua fresca di laghi montani, acqua calma come gli occhi

 

Nessuna gloria antica

svanisce mai nel mondo

*

Galla Placidia

Ma perché odo queste voci

nell'aere perso?

"Placidia sono,

sotto l'oro dormivo..."

 

La romana prende la sua forma dalle pietre

più chiaramente

(Sono stato seduto qui, sapete, quarantaquattromila anni)

 

La bizantina si disintegra,

indossa zoccoli veneziani

scava nel suo passato polveroso

annusa il pizzo sporco dei tuoi polsini...

 

E intanto io?

sollevavo poltrone, preparavo

la rivoluzione (in un giaccone

di fustagno bruno)

 

pagando il conto

per il "banchetto" di Veronese

senza imparare mai...

Diavolo, forse non impariamo mai...

 

e lei è sepolta a Ravenna

illuminata da finestre d'alabastro,

giallo, giallo sole, nella foschia d'oro

raccoglie la luce intorno a sé

*

Programma

E sono un poeta d'affanno

ben noto là dove son nato:

se i nomi più eletti si fanno

il mio viene ancor nominato.

 

Il tempo mi ha reso pacato,

l'occaso di mille ed un anno;

asciugo il sudore con panno

finissimo e ben lavorato.

 

N° 2

Più quieto infine divenni e freddo;

ora vorrei contemplar di lontano

il mondo, quasi ne fossi di fuori:

sofferto ha il mio trepido cuore

brama, paura, orrore;

 

sofferto ha la sua parte di dolore,

né ripone più fede nella vita.

La possente natura ormai gli serva

solo come strumento per crearsi

un mondo con le sue sole forze.

*

Benedice la terra in pace eterna

Tu hai suscitato in me l'impulso nobile

a scrutare l'animo del vasto mondo;

nella tua mano mi ghermisce una fede

che di certo mi sorregge in tutti gli uragani.

 

Con i presagi hai allevato il bimbo,

e t'inoltri con lui per prati favolosi;

hai scosso, come un archetipo di donne miti,

il cuore del fanciullo in supremo slancio.

 

Cosa mi incatena alle fatiche terrene?

Non son forse il mio cuore e la vita sempre tuoi?

E non mi ripara il tuo amore sulla terra?

 

Posso, in tuo nome, dedicarmi alla nobile arte;

poiché tu, mia amata, diverrai mia musa,

e muto spirito guida della mia poesia.

 

Ci saluta in perpetue mutazioni,

quaggiù, la forza segreta di un canto,

là, benedice la terra in pace eterna,

mentre qui, come gioventù, ci avvolge.

 

Lei è che versa la luce nei nostri occhi,

che ci ha dato il gusto di ogni arte,

e gode del cuore dei lieti e degli stanchi,

in un'ebbra orazione prodigiosa.

 

Al suo petto formoso succhio la vita;

grazie a lei divenni tutto ciò che sono,

e potei alzare, lietamente, il mio viso.

 

Era ancora assopito il mio gusto supremo,

quando la vidi, angelica, fluttuare su di me,

e volai, ridestato, nelle sue braccia.

*

Mormora la terra come in sogno

Ove taccia il rumor di umane voglie,

mormora la terra come in sogno

insieme a tutti i suoi alberi

quello che il cuore nemmeno sa;

 

antichi tempi, miti dolori,

lievi angosce percorrono,

lampi estivi, l'anima. Chi può mai saperlo,

se il mondo non percorra nuove vie,

 

e quello che a noi pareva eterno,

l'arte dei grandi maestri nei secoli

in misteriosa intesa di evo in evo,

quasi preso dal vento, non si sperda?

Tristi pensieri, certo, inconcepibili...

*

Liberamente da Milton e chiose

O Salve, Luce Sacra, primogenita

figlia del Cielo, o raggio coeterno

del Dio Eterno, sempre che sia lecito

definirti così senza rimprovero;

e poiché è luce Iddio e se non in luce -

e mai se non in luce inattingibile

ebbe per sua dimora Eternità,

Egli dimora in Te, splendente effluvio

di risplendente Essenza non creata.

O allor forse vorresti alfin piuttosto

sentirti definire come un fiume

puro ed eterno, cui nessuno scorse

sorgente occulta come in erba l'angue?

Eri prima del Sole, pria dei Cieli,

e alla voce di Dio a quel sorgente

mondo donasti quasi un manto d'acque

profonde e tenebrose, ormai strappato,

strappato al vuoto e all'infinito informe.

Ora con ali ardite di rivisito,

or ora risalito, or ora appena

sfuggito alla palude dello Stige, anche se lungo

fu l'oscuro soggiorno...

 

Liberamente questi versi trassi

da Milton, Libro III, in sull'inizio,

del Paradiso ormai sempre perduto

e perciò vero sempre, Amore Eterno.

Poiché solo il Perduto è Vero e Eterno...

O Dio perduto mio, mio amore eterno!

O Terra Santa...

 

Eterna Morte, mio perduto amore,

volgi a me pietoso il ciglio:

in me sol trovar tu puoi

sposo, amante, e più se vuoi...

Idol mio, più non tardar...

il mio Dio nei tuoi occhi vedrò,

nel buio

riposerò...

 

Amata Morte, non so spiegarti le mie sensazioni, è una specie di vuoto che mi fa proprio male, un desiderio che non viene mai appagato e quindi non si placa mai; è incessante e anzi cresce di giorno in giorno.

 

"M'Amour, m'Amour, 

cos'è che /

amo

 

e

dove /

sei?"

 

Signore, i giacinti romani...

 

Anima, attendi (ancor)

soltanto un po' /

tra i rami ora trasale un dolce vento /

anima, attendi...

riposerai / anche tu...

 

Ma perché sento in me confuse voci?

Gli inganni della memoria, si capisce!...

lo specchio degli inganni!

 

Confuse immagini, specchi,

lasciatemi!

echi dileguate!

e tu, mondo, dilegua!

 

Ah, si capisce, pensieri proprio così senza costrutto... che non significano proprio niente! lo si può ben dire... pensieri, così, che dileguano... non è male, quando fa sera... si capisce, l'inganno di un attimo! un pensierino, così, che dilegua... Hoplà! e piroetta! gambe in spalla pivello! e ancora! ancora! fino alla prossima volta!

*

Cara sposa come dirti

Cara sposa,

come dirti,

sempre un vuoto

quel ch'io provo,

gioco a carte,

fanti muovo, 

scherzo a parte

con la Rosa,

una presa

di tabacco,

ho di ponce

ripieno il sacco,

ma ecco il vuoto,

questo vuoto,

sempre langue,

ma non muor.

 

Questo vuoto,

cara sposa,

come dirti,

sempre cresce,

sempr'è meco

a tutte l'ore

ma non smuor che nel sognar.

 

Getto in alto

le mie carte,

già già cadono

quai lapilli,

quai vessilli dell'arcan.

Di tabacco

un'altra presa

non mi ha resa

sicurtà.

 

Ecco vado 

alla gabbietta,

vi cinguetta

lo stornel.

Fischio un poco

un ritornello,

lo stornello

l'eco fa.

Per fregare

la tristezza,

"Va', bellezza"

vuo' cantar.

Canto ed ecco

mi commuovo

e rinnovo

il mio penar.

Canto e l'eco

cresce sempre,

danzan meco

lor carole

tutte l'ore,

e pur sempre

tra tant'eco

ecco è meco

vuoto ancor.

Ecco cresce,

cresce sempre,

né quel vuoto

così immoto

potrà meco

riposar.

 

Cara sposa,

a quel ch'io provo,

l'ultim'ora

può suonar:

sento i passi

suoi appressar.

 

Cara sposa,

se sapessi...

ma è già tardi

e ti mando

i miei bacetti.

 

Acchiappa,

al volo!

corre il tempo

ed io son solo...

 

Adieu adieu mille bac(c)i, 604115 abbracci, e una lagrimuccia: lecca, succia,

se n'andrà.

Vedi, vedi,

passerà.

*

Dèi e gioco di dèi

 

Dèi, e gioco di dèi

 

Spettri. Tutte le note, le scale

intona di notte l’anima,

morsa e bacio e gli scialbi

ceffi quando ti desti.

Frana e, ah, i tuoi tratti

in fiore scintillanti,

Maréchal Niel della menzogna –

never, o nevermore.

 

Macerie, tutte le rovine

la mattina son così nude,

vero è sempre soltanto:

tu e lo sconfinato –

bevi e tutte le ombre

accostan le labbra al bicchiere,

se nutri le tue spossatezze –

ah, lascia –!

 

Impudicizie emerse dalla spuma del mare,

acropoli e graal,

templi, fori al tramonto,

catadiomenali;

galoppata febbrile,

spettri, tutte le scale di basso

hypermalade singhiozzando,

ultimo pronome jactif.

 

Vieni, stravolte le lettere,

recluse dietro le sbarre,

come cielo vuoto le onde che tutto

sconvolgono, i lineamenti, e la mano.

Caduta: fola che si dilegua,

mutamento: sorride a voi –

tutto: sole e sfera,

poli e astri: tu.

 

Vieni, se con seni si tende

verso mammelle per un tête à tête

l’ultima brama di vita,

lascia, è già troppo tardi,

vieni, tutte le scale intonano

spettri, senso di sfascio –

vieni, cadono come rose

dèi, e gioco di dèi.

 

*

Dietro un vetro

Oggi come ieri

è il documentario della simulazione globale,

senza luogo, senza scampo,

che ci mostrano a titolo pubblicitario

notte e giorno,

dietro lo schermo di vetro

che abbiamo in dotazione

per vivere da queste parti.

 

Ma poi si sa

che quando uno è lasciato dietro un vetro,

tende a sentire che gli manca qualcosa,

anche se ha tutto

e non gli manca niente,

 

e questa mancanza di niente

forse conta qualcosa,

perché uno potrebbe anche accorgersi

di non aver bisogno davvero di niente,

 

tranne del niente che gli manca davvero,

del niente che non si può comprare,

del niente che non corrisponde

a niente,

il niente del cielo

e dell'universo,

o il niente che hanno gli altri

che non hanno niente.

*

Verso sera

Poi la sera è irresistibile,

comincia dalle sei e mezza,

con grande passeggio e mescolanza

di tipi sulla strada centrale.

 

I più anziani stanno sui lati a guardare,

i giovanotti vanno in bande

in esplorazione, e compaiono

strani personaggi (come quel tipo di ieri

 

con vestito di cuoio, bandoliera

a tracolla, capelli lunghi,

occhi da matto, che sembrava

Robinson Crusoe).

 

Dopo quest'ora

c'è una lenta mutazione nei ritmi,

nelle andature, nei modi di parlare,

dove tutta la vivacità

 

sembra spegnersi, ma non è vero.

Ricomincia in altre chiavi

verso le otto, verso le nove,

verso le dieci... le undici...

*

Madama Fortune Teller

Davanti alla locanda del villaggio

il giorno della fiera

Gruppi animati, indaffarati

variopinti

 

Saltimbanchi, contadini, animali

Sotto il porticato della locanda

la vecchia Fortune Teller,

madama Fortune Teller

 

predice la sorte

ai contadini, ai mercanti

Mamma Fortune Teller

è una vecchia zingara cattiva

strega invidiosa

 

Sa leggere l'avvenire

nelle linee della mano

I paesani si avvicinano

a destra... a sinistra...

i saltimbanchi fanno i loro numeri

 

Organetti, musici,

ammestratori d'animali

La Regina delle Fate e il Poeta

seguiti da tutta la brigata

di allegri giovani

sbucano in quel momento sul piazzale

del mercato

 

Le loro risa, i loro salti

fanno fuggire i clienti

della vecchia Fortune Teller

La sua bancarella è rovesciata

 

La vecchia maledice quella loro

farandola. Impreca... bestemmia

minaccia... I giovani rispondono a tono

e la prendono in giro

 

Poi ci si riconcilia un po'

le ragazze si avvicinano

anche il Poeta

la vecchia 

non vuol più leggere

loro la mano

 

Offesa, irritata

altri diverbi

la vecchia afferra allora la mano

della Regina delle Fate

 

Tutti gli altri prendono in giro la vecchia

le fanno le boccacce

La vecchia getta il malocchio

sulla Regina delle Fate

sul Poeta

 

A questo punto scoppia il temporale

cade la pioggia

la folla si disperde

la ronda si scompagina

 

Giovani e paesani fuggono

rientrano a casa

solo la vecchia rimane sulla grande piazza del mercato

è sola sotto il temporale

 

Sghignazza

balla i "malefizi"

Ora è lei a prendere in giro i giovani

mima le loro pose

 

le galanterie

i loro maneggi amorosi

Balla zoppicando il ballo delle Streghe

La vegliarda maligna

tutt'intorno alla scena

traversata dai lampi

e dallo schianto

della folgore

 

Ma adesso la festa cresce

tornano i folletti

spiritati

la festa cresce

 

si espande

sommerge tutta la piazza

tutto lo spazio

tutti gli echi

 

Il povero Poeta

tutto smarrito

con il suo bastone da dandy

si dimena tutto solo contro quella folla

contro quella gioia

quella follia

 

l'immensa farandola...

 

*

I folletti scompaiono nel bosco

I folletti scompaiono nel bosco

la Regina delle Fate fa segno agli amici

di raggiungerla subito nella radura

Svelti! Svelti! Fa segno

 

di avere visto i folletti

danzare nella radura

Gli altri ridono, increduli

Sono parecchi, giovani e belli

 

Ragazzi e ragazze... Iniziano anche loro

a ballare nella radura. Giochi

Mosca cieca Bronci Civetterie

Uno dei giovani è particolarmente insistente

 

Fa una corte appassionata

alla Regina delle Fate

è il Poeta

è vestito da "poeta"

 

Abito reseda, calzamaglia

Capelli biondi e riccioluti

fasci di poesie sotto il braccio

è il fidanzato

della Regina delle Fate

 

Ancora danze

Sempre festose danze!

*

Regina in tutù

Gli spiritelli della foresta

danzano, saltano, piroettano

è la ronda dei folletti

dei genietti degli elfi

 

Il loro capo è un folletto coronato

il Re dei folletti

agile

sveglio

sempre all'erta

 

Giocano

alla cavallina

Insieme a loro

nell'allegra ronda

una timida e delicata 

cerbiatta

la loro amichetta

 

E poi un amicone

il grosso gufo

Anche lui balla

di qua

di là

 

ma tranquillamente

sempre un poco in disparte...

è il consigliere

il saggio

della combriccola

 

sempre un po' imbronciato

 

C'è anche il coniglietto

col suo tamburo

Si sentono le grida di un'altra

allegra brigata

ragazzi e ragazze

che si avvicinano alla radura

 

la prima ragazza appare

tra le siepi: la regina delle Fate

una bellissima, gioiosissima

radiosa sfavillante fanciulla

 

Proprio in quell'istante

intravede l'ultimo dei folletti

che fuggono all'approssimarsi

spaventati dagli umani

*

Un pezzo di strada nel Sogno

Tra le pozzanghere dell'ultima pioggia,

il cantante vestito di stracci

variopinti si ferma,

si gratta senza ritegno,

osserva passare la folla...

 

attraverso la sua miseria... Ha un meschino

piccolo pensiero d'invidia

per tutta quella gente

che s'affretta verso il pranzo... Lui che

 

non ha ancora il suo, né in pancia,

né in tasca. Da un sacco lercio

estrae una chitarra

dalle corde allentate... la cosa geme

sotto le sue sudicie dita...

 

Guarda in alto, il vento...

 

Con la sua rancida voce

emette delle note che si cercano;

si sta ad aspettare,

ci sono altri insieme a noi...

 

e anche il piccolo Filippo,

una volta.

 

Si forma un cerchio che si espande

e copre il marciapiede,

allontandando le auto

che passano sulla carreggiata.

 

Un cerchio incantato. Ci siamo!

E allora via.

Il brutto grattanote vuole uscire dalla vita...

come? Così... si vedrà...

Seguiamolo...

Un pezzo di strada nel Sogno.

 

Passa mezzogiorno, e quel gruppo

di persone, canta,

presa in un sortilegio che l'appetito

non riesce a rompere.

 

Quelle canzoni non sono né gaie né tristi,

sono ricche della magica sostanza

o altrimenti ne sono sprovviste,

quelle povere si dimenticano,

ma quelle ricche vanno dritte al cuore.

 

Come la grande musica,

fanno anch'esse capire il Divino.

Soltanto che per la grande musica

bisogna essere perlomeno un po' istruiti,

musicisti; per amare la canzone del popolo,

quella vera,

basta amare l'amore,

avere sentimento,

e poi le parole, aiutano...

 

Ascoltate nell'anima tutta sorpresa,

tutta contenta

di essere liberata da un poco d'ombra,

l'incanto di queste quattro note

messe insieme...

 

Quattro note luminose,

è il dono del coraggio,

delle forze della speranza

che il talento dà a coloro che non sanno...

che non sono abbastanza gioiosi, abbastanza

credenti, abbastanza sinceri,

abbastanza forti...

per essere felici.

 

Ma la musica si spegne...

la cerchia si disperde...

e il cantante, un po' stanco, elemosina

il suo pranzo.

 

Tutti quanti hanno fame.

Il dolce mistero svanisce...

con rincrescimento,

nel cuore di ognuno.

 

La strada ricade

al livello del rigagnolo.

La chiesa intima si chiude,

tacciono gli organi,

tutto è triste

più di prima.

 

Rimangono soltanto coloro che il destino designa

per la messa eterna dell'amore infinito.

Formano solo una piccolissima cappella

di chiarore, nello spazio e nel tempo.

*

Poi una sera dice che ha smesso di scappare

Poi una sera dice che ha smesso di scappare,

e s'è seduta sui gradini d'una chiesa,

in una bella piazza ovale,

con i portici davanti

e tutte vecchie case all'intorno.

 

Immaginava tutta la gente

chiusa in una penombra

grigia e tombale,

come tanti automi caricati con la molla

per fargli fare un urlo

ogni dieci minuti.

 

Le era venuta una tale depressione

che non la smetteva più

di fumare,

una sigaretta via l'altra.

 

Tutto un pacchetto fumato

in due ore nella piazza deserta,

dice,

nella metropoli deserta degli automi

davanti al cosiddetto televisore,

secondo le sue precise parole,

proprio queste.

 

Deve essersi addormentata,

seduta contro un muro.

*

Porta a termine il tuo compito

Sii pronto a porre l'ultima

pietra dell'edificio:

questo è il senso del tempo.

 

Se puoi mostrar finito

tutto il disegno tuo,

se compiuta è l'immagine

tua com'era apparsa

nel primo ardor creativo,

allora irraggi limpido,

risuoni allora puro

il canto,

ultima pietra, tu

della catena.

 

Ben detto! Presto detto... Ahimè, non io!

 

Non io, non io, son debole e manchevole:

né posso più sperare mutamenti.

Io sono un vecchio, un uomo stanco a morte,

alla fine di un'epoca maestosa.

Davanti a me non vedo che tristezza,

non posso più forzare la mia anima.

 

A mezzo del cammino della vita,

per una selva oscura... ecco, ho smarrito

la via... forse qualcuno può additare?

 

Viveste da forti in un'epoca forte,

racchiusa ancora e scura nell'inconscio

come un chicco nel grembo a madre terra.

 

Ma la luce mortal della coscienza

che si alza cruda come crudo giorno

è nemica alla dolce trama dei sogni,

alle opere dell'arte; anche il più forte

davanti a quella forza abbassa le armi.

 

Porta a termine il tuo compito!

 

Voglio fuggir dal tempo a occhi aperti

affondando nel gorgo della vita...

 

Il cerchio degli eletti ha nostalgia

di colui che lo chiude: tu, l'Eletto.

 

Se tu sapessi...

Quanto altro ancora in me sussurra e brama

di parlare, i pensieri anche più cupi,

spaventosi... perfino troppo mite

pena a te sembrerebbe per me il rogo!

 

E se il Papa lo comandasse? di', il Papa?

 

Può comandare

soltanto a me, al mio genio, mai!

 

Porta a termine il tuo compito!

 

Voglio fuggir dal tempo ad occhi aperti

affondando nel gorgo della vita...

e piroetta! capriola! voila! Finis!

No!

Non te la caverai così a buon prezzo!

Ascolta!... il tuo compito! Ascolta!

 

Sii pronto a porre l'ultima

pietra dell'edificio:

questo è il senso del tempo.

Se puoi mostrar finito

tutto il disegno tuo,

se compiuta è l'immagine

tua com'era apparsa

nel primo ardor creativo,

allora irraggi limpido,

risuoni allora puro,

Paolo Melandri,

ultima pietra, tu

della bella catena...

 

ultima pietra,

tu,

della bella catena...

 

Non io, non io, debole e manchevole:

né posso più sperare mutamenti.

Io sono un vecchio, un uomo stanco a morte,

alla fine di un'epoca maestosa.

Davanti a me non vedo che tristezza,

non posso più forzare la mia anima.

 

Voglio fuggir dal tempo a occhi aperti,

dissolvermi, così, in un arabesco...

un soffio, un'onda... questa sera... giunge!

La nebbia avvolge tutto... Ah non si parli

più di doveri... ecco il miraggio... il sogno!

Che i passanti mi scansino...

mi lascin qui a sognar, ignoto a tutti...

un soffio, un arabesco... or ecco, è Grazia...

*

Fra Girolamo il poeta iconoclasta

Già, questo Savonarola... Che ne penso?

Beh, non saprei.

Come amatore e collezionista

d'arte e d'altro

so apprezzare gli oggetti

secondo la loro rarità.

 

A Firenze c'è una legione

di gente solerte

capace di fare

bellissimi scanni,

 

ma di Fra Girolamo

ce n'è uno solo...

 

Così, dal passato, un'onda... che arriva... Che poi non è mica tanto

passato,

questo passato! Eh, perbacco!

Savonarola, il novatore fanatico e sanguinario... sì, sì...

ma novatore! Lo fossimo talvolta

anche noi!... Ma che ne so,

forse, ignari, lo siamo...

inconsapevoli, probabilmente...

così questa riflessione

un'onda

che arriva

dal tempo che fu

*

Borghese

Allor che il mondo intero era in dissidio

entro le mura ognun trovò presidio:

si piegò il cavaliere entro di quelle,

in angustia il villan le trovò belle.

D'onde le mosse la cultura prese,

e che sarebbe mai sei non borghese?

*

Padronanza del proprio lavoro

Più quieto infine divenni, e freddo;

ora vorrei contemplar di lontano

il mondo, quasi ne fossi di fuori:

sofferto ha questo "trepido cuore"

brama, paura, e orrore (!

 

sofferto ha la sua parte di dolore,

certo, la sua parte! come no?

parecchio! anche di più!

e ancora!... allora, dicevo:)

 

sofferto ha questo trepido mio cuore...

brama, paura, e orrore;

 

sofferto ha la sua parte di dolore,

né ripone più fede nella vita.

La possente natura ormai gli serva

solo come strumento per crearsi

un mondo con le sole sue forze...

 

con le sole

sue 

forze.

*

Fede nella vita come si suol dire

Putridi odori invadono la stanza...

è proprio tempo

che se ne vada.

 

Ma si accanisce fino all'estremo

a rimanere

nel nostro mondo

con un cervello impossibile

su un corpo a brandelli.

 

Sembra svanito,

perduto nell'ombra,

quando un'ultima rivolta,

proprio in vicinanza della fine,

gli rende la luce e il dolore.

 

Improvvisamente si drizza sul letto.

Devono riadagiarlo.

"No, No..."

urla più volte.

 

Sembra

che non ci sia

in fondo a quell'essere

nessuna indulgenza per la sorte

comune, per la Morte,

 

e null'altro possibile in lui

che una immensa fede nella vita.

Lo sentono chiamare ancora:

"Thomas!... Thomas!..."

che non ha riconosciuto.

 

Alle sette di sera

entra

nella pace.

*

E la musica è tornata nella festa

E la musica è tornata nella festa,

quella che senti fin dove arriva il ricordo

dai tempi che eri piccolo,

quella che s'arresta mai qua e là,

nei cantucci della città,

nei posticini della campagna,

 

dovunque i poveri

vadano a sedersi

alla fine della settimana,

per sapere quel che sono diventati.

 

E poi fanno andare della musica per loro,

un po' qui un po' là,

da una stagione all'altra,

ha un rumore 

metallico,

macina tutto quel che l'anno prima

faceva ballare i ricchi.

 

Si è la musica meccanica

che vien giù dai cavalli di legno,

dalle automobiline

che non lo sono,

dalle montagne

che non sono russe

e dal palco del lottatore

che non ha bicipiti

e non viene da Marsiglia,

dalla donna che

non è barbuta,

dal mago

che è cornuto,

dall'organo

che non è in oro,

dietro il tiro a segno

con le uova vuote.

 

Si è la festa ingannapopolo

di fine settimana.

 

E vanno pure a berla

la birra senza schiuma!

Ma il cameriere,

lui, ha davvero il fiato che puzza

sotto i boschetti

finti.

 

E le monete che dà di resto

contengono dei pezzi strani,

così strani che non finisci

di studiarli per settimane e settimane

e li rifili agli altri

con alquanto imbarazzo

e quando fai la carità.

 

La festa insomma.

 

Bisogna divertirsi quando si può,

tra la fame e la prigione

e prendere le cose come vengono.

 

Dal momento che sei seduto,

non è più il caso 

di lamentarsi.

L'eterna farandola...

*

Un frammento della mia beatitudine

Se solo potessi offrire all'universo

un frammento della mia beatitudine...

 

La menzogna lusinghiera delle religioni

non m'assopisce più

e la loro nebbia delicatamente scintillante

non oscura più il mio giudizio.

Il mio spirito sempre libero

mi dice: sei solo.

Sei schiavo del freddo caso,

sei padrone dell'universo.

 

Perché affidi agli dèi

il tuo destino, miserabile mortale?

Puoi e devi, tu solo,

portare sul volto radioso

il sigillo glorioso della vittoria.

Meravigliosa immagine della Divinità.

 

E il più bel canto di tutti i canti,

il tuo sacrificatore lo canta, da te ispirato.

Regna, onnipotente sulla terra

il tuo spirito libero e forte.

Elevato da te, l'uomo

compie gloriosamente la più bella impresa:

libera creazione...

*

Notte trasfigurata

Come comprenderla,

come lasciarla,

questa voluttà,

lontana dal sole,

lontana dal giornaliero

dolore della separazione!

Senza illusione

mite aspirare;

senza timore

dolce desiderare;

senza dolore

alto disciogliersi;

senza languire,

grato annottare;

senza distacco,

senza separazione,

caramente soli,

ad un focolare eterno,

in interminati spazi,

sovrumano sognare:

 

Tu,

io,

non più io!

 

Io,

tu,

non più tu!

 

Senza chiamarsi,

senza separarsi,

nuovo riconoscere,

nuovo ardere;

senza fine eternamente,

intimamente conosci:

cuore ardente come la fiamma,

suprema voluttà d'amore!

 

ardente

come 

la

fiamma!

gioia immortale!

*

Che la notte finisca

Stiamo a guardare

quello noialtri

dall'alto in basso

per ore intere,

 

e di fianco,

anche quella specie

di lungo acquitrino...

l'odore risale

sornione

sino alla strada

carrozzabile.

 

Ci si abitua.

Non ha più colore

'sto fango,

tanto è vecchio

e lavorato

dalle piene.

 

Certe sere d'estate,

diventa qualche volta come dolce,

il fango,

quando il cielo,

in rosa,

va sul sentimentale.

 

Là sul ponte

si viene a sentir la fisarmonica,

quella delle chiatte,

mentre se ne stanno

ad aspettare

davanti alle chiuse,

che la notte finisca

per passare al fiume.

*

Fischiano la partenza

Sulla banchina

la nobile altezza

delle predelle dei treni

internazionali l'impressiona.

Esita a inerpicarsi

su quei gradini

maestosi.

 

Si raccoglie davanti al vagone

come sulla soglia

d'un monumento.

Lo aiutiamo un po'.

 

Avendo preso la seconda,

ci fa in proposito

un'ultima osservazione,

comparativa,

pratica e 

sorridente.

"Le prime

non sono meglio"

fa lui.

 

Gli tendiamo la mano. L'ora è giunta.

Fischiano la partenza che sopravviene

con un grande scossone,

una catastrofe di ferraglia,

al minuto esatto.

 

I nostri addii ne escono

parecchio brutalizzati.

"Arrivederci, figli miei!"

ha appena il tempo di dirci

e la sua mano s'è staccata,

strappata alle nostre...

 

Si agita laggiù nel fumo,

la mano,

proiettata nel rumore,

già sulla notte,

attraverso i binari,

sempre più lontana,

bianca...

*

Questa poesia pensiero a stomodo a Lorenzo Mullon

Allora certo, una volta che viene l'inverno,

è dura rientrare, dirsi che è finita,

ammeterlo. Si resterebbe lo stesso

lì, nel freddo,

nell'età,

si spera ancora.

 

Si può...

si può capire. Siamo ignobili.

 

Non bisogna dar la colpa

a nessuno, s'intende... Godere

ed essere felici anzitutto...

è quel che penso. E poi quando

cominciamo a nasconderci agli altri,

è segno che abbiamo paura

di divertirci con loro...

è una malattia

a sé.

 

Bisognerebbe sapere

perché ci ostiniamo

a non guarire dalla solitudine.

 

Mah! tu che dici,

Lorenzo?

*

Tutte le mattine della settimana

Nei parchi di provincia

le panchine

restano

quasi

tutto il tempo

vuote

durante le mattine

della settimana,

 

ai bordi

degli imponenti cespugli

di canne e margherite.

 

Vicino alle

rocce

con le conchiglie,

su acque assolutamente immote,

una barchetta di zinco,

cerchiata di

ceneri

leggere,

è fissata alla riva

dalla sua corda

muffa.

 

Il battello

naviga la domenica,

sta annunciato sul cartello,

con il prezzo del

giro sul lago:

"Cinque euro".

 

Quanti anni? quanti studenti? quanti

fantasmi? In tutti gli angoli

dei giardini pubblici

ce n'è per così di

cose dimenticate,

mucchi di piccole bare

fiorite d'ideali,

boschetti di promesse

e fazzoletti pieni di tutto.

Non c'è niente di serio.

 

Comunque, bando alle fantasticherie! 

*

Canto di Marte le armi

 

Molto ben detto!… Molto bene! Lei dice bene! Bel parlare! Bel fare! Ossessione è questa, grigia, installata, s’appesantisce, incespica a ogni passo con un nuovo dubbio… Nulla s’afferma, nulla riluce!… Un gran cumulo d’orrore e d’ombra!

 

È tutto?

Sviolinate! Attraversare l’inferno solo per farsi venire un po’ più di sete!

Fanfaluche!

Quale bruto ubriaco di giugno al principiare

Di follia in agosto si smarrisce

Sotto un cannone

Riemerge nel delirio a metà settembre!

In un bistrot.

Assassina un Crucco al bigliardo.

Vendetta delle Fiandre!

Tutto di colpo tutto rifulmina.

La guerra è da ricominciare.

Eccovi qua tutti frementi.

Che nitrite avidi di piroette.

Sotto i diluvi d’artificio.

Pestando i piedi pronti alla sfida! e yùppele!

In splendida salute!

Torce alla mano!

Il mascherone da morti vi aspetta

Avete bevuto il filtro magico!

Siete rifritti e ridannati

Ah! La congiuntura atrocissima!

Ah! La filtreria carognesca!

Gli astri sono fetenti con il Secolo

Le magnifiche sorti e progressive

Tutti gli almanacchi ancora da vendere…

C’è più un solo onesto occultista!

È tempo che me ne occupi! Sacramento!

Ho dei dubbi tremendi su Giovanna d’Arco dopo quella messa di Orléans!…

Era un brutto campanello…

Tutto ciò che si tocca ha un cattivo sapore…

Ci capite niente?

Ho visto a Parigi Santa Genoveffa…

Ero alla messa di Reynaud…

C’erano Israeliani in tutte le cappelle…

Che ci avevano i bidoni pieni di benzina…

Io non parlo giammai senza sapere –

Cos’è, perseguiteranno i Frammassoni?

Cosa dicono i Palestinesi?

Perfetto! Magnifico come inizio…

Gli Israeliani… I Massoni…

Ma se gli toccano

I loro amichetti?

Se gli sfiorano i Mani del Tempio?

Allora son finite le facezie!

È una polvere che scopriranno… al fondo d’un diabolico alambicco!

Lo predìco non senza emozione!…

Do l’allarme! l’allarme! La sirena!…

L’Inferno cuoce mica in un sol giorno…

Ci vuole dell’olio e del sapere.

Chi sa?

Occorrono collaborazioni…

Avete visto tutto là sulla strada…

Il mondo intero che s’affrettava!…

E quale concorso di sperduti, furibondi, martoriati, fantastici!

Mica fare flanella!

Insaziabili di martirio!

Li avete visti quei veicoli?

L’esoterica decorazione?

 

*

Ne dovranno passare di strane acque

Io faccio dei progetti, è il mio carattere,

ma se divento completamente cieco,

allora mille scuse! Mi sorprendo appeso!

Inteso!

Riaprirò gli occhi nell'altro mondo,

 

vi ritroverò fatale,

in pieno appagamento dei vostri sogni,

a svendere i liuti, le aureole!

le innocenze dei Serafini!

la piccola Teresa di Lisieux

e la piccina Odile!

a profittare su tutto!...

 

niente vi sarà sacro!...

tutto all'asta! la via lattea! il ponte

delle Vendette!...

il convento di Cecilia!...

 

ballo e festa delle piccole nuvole bianche...

tombole dei fanciulli di coro teneri...

grande liquidazione degli Universi supersteiniani!...

 

Ne dovranno passare di avvenimenti

di strane acque sotto i ponti,

di pesci a criniera celebri!...

*

La notte è uscita

La notte è uscita da sotto le arcate,

è salita lungo tutto il castello,

ha occupato la facciata,

le finestre,

una dopo l'altra,

che fiammeggiano davanti all'ombra.

E poi,

si sono spente anche loro,

le finestre.

 

Non resta che andaresene

una volta di più.

 

*

Vacuo sfondo di ciel che scorgo e notte

Vacuo sfondo di ciel che scorgo e notte

interminata sovra e tetti e colli,

silenzio ininterrotto che contorni

l’immobil sonno là de’ firmamenti,

ammiccante baglior di luci inquiete

sovra l’alta struttura d’una torre,

ah quanto a me famigliari sembianze

e cotidiane, in questa notte forse

susurrarmi attentate novi sensi

e sovrano sentir che tutto involve,

d’amor stillando accenti, arcani detti?

 

Ah, non m’inganno, è presso quel balcone

svettante sovra angusto, ignoto calle,

di là soleva meco favellare

talfiata quella che nomar non posso

la donna mia, ché tal non m’estimava,

e pur al raggio di radente luna

le sere al plenilunio dell’estate

indugiavasi in sollazzosi motti

con me, che pur ignoto le era in tutto

e sconosciuta l’aspra vita mia,

e le carte affannose e tormentate.

 

Veniva, or mi rimembra, un suon di squilla

dalla propinqua pieve, una melòde

di ripercossi bronzi, arcanamente;

e soggiornando a volte tra festanti

voci sodali al lume incerto e vago

d’una profana méscita, il cor mi si stringeva

per questa vita strània e peregrina

ch’i meno, sol, tra il giubilante

tintìnno de’ bicchieri e degli evviva

e salutando a un sol moto di guardo

queste lande riarse del Vesévo,

e il lungomar, di Capri la marina,

e di Napoli il porto e Mergellina.

 

Odo una musichetta volgaruccia

e festaiola a me salir dal borgo

e il gaio cicalar di bimbi in frotte,

e il correr mio m’occorre, e i primi giochi, interminati

spazi fingendo e il rimirar que’ colli

che superare un giorno io mi credea

e quell’azzurro mar, que’ vaghi poggi

circonfusi di nebbie come un nimbo,

que’ campi ch’io credea lasciare un giorno

e ramingo vagar nel vasto mondo,

come lampo guizzar di monte in monte

e la face che il genio mi commette

agitar forse sull’eccelse vette,

ignaro del mio fato, e quante volte

questa smarrita vita e nuda e oscuro

ben soffocata avrei quel rivo a lato

che soave recinge ameno prato,

né mi diceva il cor, che l’età verde

sarei dannato a soffocare in questo

natio soggiorno angustamente vòto

tra umana greggia ineducata e vile,

cui argomento di riso e di trastullo

son dottrina e saper. Ah, ti smarrisco

in questa fuga di versicolòri

vacue parole, giovinezza mia,

anco passata omai, né più ritorni

a visitar di sogni il disinganno

ch’eterno vedo, né m’è via di scampo,

ché non v’è piaggia o lamentar d’augelli

che il cor mi spetri o la tristezza molca.

 

Questa sera è di festa e ognun s’allegra

per il solenne della dimane

che già s’affaccia e nel pensier presente

una gioia distilla in ogni core.

Garzoncello scherzoso, or non sottentri

a te giammai quel tedio di romìto

che troppo acerbamente, ahimè, conobbi

ed ai sollazzi decretò la fine.

Giunge il suon della squilla e par che pianga

il dì che more, e già di sovra i tetti

su dai comignoli salgono fumi

e lunghe già da’ colli scendon l’ombre.

Fredda è la notte che il mio cor disgombre.

 

 

Paolo Melandri, mp. sabato 25 8bre 2014.

 

 

*

Scende la sera muta come annunzio

Scende la sera muta come annunzio

di quieti interminate a questa villa:

aliti freddi salgono a soffi

i tetti non indora

languente raggio d'occidente sole

né pur rischiara

scialbo pallor radente d'alba luna.

 

Leopardi, ove sei tu? Rinato eroe

di nuovo ineterminato de-pensare:

sulle tue spalle incerti miriam l'orbe

nell'Oceàno scendere dei vacui

dì nostri frammentari, arcane sillabe

imaginando...

 

La luna rischiarando i tetti e queste

che anguste scorgo vie sopite attorno,

visitate di pace, angelo occiduo,

ribelle Prometeo là su dal cielo

sbalzato a queste balze e questi colli

che veder non m'è dato e non intendere

ma nominar soltanto, fratel mio...

A rivederci, candido fanciullo,

e non t'adombri omaggio d'un futuro

polve calcando roggia come un tempo

calcasti tu, sognando interminati

spazi -

*

A una Cariatide

Sottraiti alla pietra! Fa' crollare

l'antro che ti soggioga! Prorompi

nella campagna! Schernisci i cornicioni -

guarda: traverso la barba all'ebbro Sileno

da un tumultuante in eterno

chiassoso unico intronato sangue

cola vino sul sesso!

 

Spunta sulla manìa delle colonne: senili

mani di morti uccisi le offersero

tremando a cieli coperti. Fa' franare

i templi davanti la nostalgia del tuo ginocchio

in cui brama la danza!

 

Distenditi, fiorisci tutta, oh, lascia sanguinare

la tua tenera aiuola da larghe ferite:

guarda, Venere con le colombe si cinge

di rose la porta d'amore delle anche -

guarda, di quest'estate l'ultimo alito azzurro

che va su mari di asteri alle lontane

sponde brune di alberi; guarda

albeggiare quest'ultima ora fallace di felicità

del nostro sogno del sud

volta immensa.

*

Le rughe e il tormento

 

Le rughe e il tormento

 

«Per quanto ancora e poi non capiremo

né amarezza né giogo,

tu non mi puoi lasciare

e tu lo sai,

i giorni che ci unirono,

il loro sempre e mai,

le notti che piangemmo

tu le dimentichi?

 

Se tu a fine estate

vai per questa campagna,

per i campi, la landa,

e già sei nel crepuscolo,

non è forse il vuoto,

l’oscurità che fuggi,

non è forse la pena

di quando non mi vedi?

 

Le rughe e il tormento

scavati nei miei tratti,

però è anche il sonno

che la vita dormiva,

i marchi impressi a fuoco,

e qua e là i segni

son pur dei nostri regni

e li soffrimmo noi.

 

Sì, se vai nella tomba

così che non c’è più nulla,

va’ – ah,

io ti ho amato tanto,

ma se questa è una svolta,

mai non dimenticare,

c’è poi un fine estate

e ci sono le notti

 

che rinserrano il cuore

in amarezza e giogo –

quelli che abbandonasti

e respirano ancora –

con dolori e perdite

martellanti, dove

nel crepuscolo cerchi

i già lontani!»

 

 

Paolo Melandri, 22 ottobre 2014.

*

Consumo

I.

Sentivo il rumore dei monconi striscianti,

è l'amputato del pianerottolo che passa

la portinaia aveva degli alleati

che pullulavano dopo la tempesta

 

il sangue dei vicini sventrati,

era necessario che ciò avvenisse

discussioni sulla verità,

parole d'amore che lasciano tracce.

 

La vicina ha abbandonato il palazzo,

la cucina è arrivata

avrei dovuto comprarmi dei mobili,

tutto avrebbe potuto essere evitato.

 

Poiché era necessario che tutto ciò succedesse,

Gianni ha cavato gli occhi al gatto

monadi isolate che vanno alla deriva,

dissociazioni e salti di gioia.

 

II.

Fra i forni a microonde,

il destino dei consumatori

si definisce a ogni secondo;

non c'è margine d'errore.

 

Sulla mia agenda di domani,

avevo scritto: "Detersivo per piatti";

sono tuttavia un essere umano:

pubblicità sulle buste della spazzatura!

 

Ogni istante la mia vita oscilla

nell'ipermercato Continent

mi slancio e poi indietreggio,

sedotto dai condizionamenti.

 

Il macellaio aveva dei baffi

e un sorriso ferino,

il suo viso si copriva di macchie...

Mi sono buttato ai suoi piedi!

 

III.

Ho incrociato un gatto comune,

il suo sguardo mi ha pietrificato;

il gatto giaceva nella polvere,

legioni di insetti ne uscivano.

 

Il tuo ginocchio di giovane otaria,

inguainato in un collant a rete,

si piegava senza il minimo rumore;

nella notte, gli assenti scintillano. 

 

Ho incrociato un vecchio proletario

che cercava il figlio scomparso

nella torre, al cimitero

dei rivoluzionari delusi.

 

I tuoi occhi scorrevano fra i tavoli

come la torretta di un carro armato;

forse eri desiderabile,

ma io ne avevo abbastanza.

*

Con un sorriso gioioso

Angelo radioso, risvegliati

di un dolce risveglio

rispondi al nostro appello,

con un sorriso gioioso.

 

Concedici di riversare la luce

nella nostra vita di dolore,

concedici di amare, di creare

 

tu che dormi in noi, in piedi!

Concedici di superare la frontiera...

di oltrepassare il limite tracciato,

concedici di dissipare la notte.

 

Il raggio, il bianco raggio

si è spezzato in noi in un canto,

con le sue delizie,

con le sue carezze, è potente.

 

Fragile, si è sparpagliato

in luci e suoni...

Gli abissi hanno risuonato

di pianti voluttuosi...

 

Giocano gli arcobaleni

si dischiudono i pensieri

in fiori ammalianti

di una sensuale primavera.

 

Ovunque riflessi,

ovunque meraviglie,

risuonano richiami sacri

voci si fanno sentire...

 

Tutto è penetrato

dall'odore delle piante

che, languide, nascondono

gli orrori dei veleni.

 

Il mondo è colto

da uno sconosciuto fremito

nei miraggi gli dèi

sparpagliano i loro sogni.

 

Le passioni inappagate

attendono sazietà

sentori

attirano e chiamano.

*

Trio con pianoforte Confutatis maledictis

Da dove vengono le tragedie?

è da lì che vengono le tragedie!

dalla mancanza di tutto...

Sentite così delle onde...

dei pareri che passano... delle sinfonie...

vi dite è nell'atmosfera...

e poi ecco!... e poi me ne frego!

TOO! too! TO! TO! to!

ta... ta... a... a!... ci siamo!

starete a vedere!... La!... fa!...

sol!... la!... si!... do... la...

Do!... molto bene... molto bene...

non chiedo di meglio... L'ho detto

anche altre volte... Perfetto!

Messaggio?... vi rompo le scatole!...

Perfetto! Tutti padronissimi! anch'io

sono allegro d'atmosfera e maledettamente in forma si può ben dirlo!...

tutti quelli che mi conoscono!...

Non toglie che è proprio così:

Taa!... too! o! o! o! oo... il richiamo dei Cigni

è una cosa che vi afferra! che sconvolge il cuore!

per poco che se ne abbia!...

Ah! io lo sento... mi confonde!...

Ne è piena la pianura!... i dintorni!...

e poi addirittura il cielo!... scusate!...

di quelle nuvole!

giganteschi temporali che arrivano

pavoneggiandosi!...

Mostri di nulla!... presi tra mille fuochi...

e miraggi... di gioie volate via!...

gabbiani oziosi giravoltano...

con ala viva sfiorano i nostri affanni...

pronti a freccia... sopra...

sotto l'arcata infiocchettano tristi passanti...

il loro broncio... la loro fila indiana,

capricciosi pellegrini da una sponda all'altra.

*

Notte straniera

Più buio non potrà fare

che in quest'ora che affonda,

con tutti i pesi terrestri

naufraga in notte straniera,

si stravolgono le forme

in una grande figura,

i lémuri minacciano

dal bosco d'ombre.

 

Se dalle cose ti stacchi,

hai la pallida sorte:

manti di tristezza ti alitano

sulla bocca e sul grembo -

se anche pieghi le foglie

di ogni albero singolo,

non concatenerai

il tuo sogno-trance.

 

Nella breccia della coscienza,

immoto sopra i presagi,

sta il frassino del mondo

Yggdrasil,

sta anche il bastone di Aronne

che da secco germoglia,

poi col prodigio del sangue

rende Israele felice -

 

Solo a te si è svelata

vuota sin nelle fauci

l'eterna inadempiuta

promesse du bonheur,

e solo a te non tocca,

ogni ora che affonda,

con tutti i pesi terrestri

naufraga in notte straniera.

*

Eterno fiorisse

Fiore del primario,

genuino no

alle chimere dell'utile,

e sviluppi e progressi,

cosmica acausale

avversione al lavoro,

s'intravvede il totale

di una preregione.

 

Non si senton nel capo

a tratti spazi invenduti,

quasi che rinverdisse

una profonda parte,

o montasse un'ebbrezza

vasta come un'onda,

si sconvolgesse il sistema

tramite l'infinito?

 

Se è un sogno del malato;

in eterno senza confini,

se sono pensieri coatti

però è forte la coazione,

se brillasse come costellazione,

greve come Orione d'autunno,

se come fiore fiorisse

e fosse una peonia.

*

Intermezzo di fiaba per palati esigenti

 

Tiro fuori la mia canzone… ve l’ho fatta cominciare a sentire un’altra volta… ci ho delle canzoni… guardate, questa strofa: «Intermezzo»

 

Ti troverò carogna!

una brutta sera!

Ti farò dei lucenti!

Due gran buchi spenti!

La tua anima di vacca nella

Superfiacca!

Prenderà la rincorsa!

Vedrai sta bella

astanza!

Vedrai vedere come

che si danza!

Al Palazzo-Ossa dei

Bravi Ragazzi in fossa!

 

È aggressivo per qui?… ammetto… ma allora il ritornello? puro fascino! una roba quasi lasciva!… sentireste!… e musica!

 

(l’istante lì appunto, l’artista sorpreso!… gioco di scena!… vede delle persone!)

 

Ma ecco tata Estrême

e il suo piccolo Léo!…

Ecco Clémentine e il prode

Totò!

Tocca dire a sti fidi

che la festa è finita?

 

(gioco di scena: Eh, che vada a farsi fottere lo schifoso!)

 

Al diavolo le tue sorti!

Che il vento via ti porti!

Addio foglie morte! spropositi di ieri

E pensieri!

 

la fine, non è vero, librata, briosa! tutto un turbine!… e poi nevvero gli avvenimenti!… C’era ancora sei strofe… elevate, vi assicuro!… Essere cantato a Sanremo… per me è la gloria!…

Poteva succedere!

È un panorama la vita! Ti visioni dentro… che scenari!… Impeccabile! coscienza! carattere!… e scenari! musica… danza… leggerezza… Grazia!… pantomime… fino alla prossima volta!… se ci sarà, s’intende! che la storia dell’Occidente, la nostra storia, è bell’e che finita!… tramontata!… Il tramonto dell’Occidente… già Oswald Spengler… togo a sto modo… Il Cavaliere della Rosa… Hofmannsthal-Richard Strauss… loro la trenodia… la nostalgia… i flâneur! Ah! mica finita! finita no, st’agonia! che è un secolo che agonizziamo! Vi pare una roba possibile?

 

Tocca dire a sti forti

 

(reclamano il loro «diritto alla vita»!… fare epoca! fare storia! Ah!… venuti tardi… al banchetto giunti tardi… sai tu che ridere! tutto sparecchiato… d’una desolazione assoluta a sto modo a partire dal 1914 le sedie gambe all’aria… rovesciate… e non da ieri!)

 

Tocca dire a sti forti

che la festa è finita?

Al diavolo le vostre sorti!

Addio foglie morte!

che il vento vi porti!

 

Sogni d’ieri… e pensieri…

 

Addio foglie morte!

che il vento vi porti!

 

(questo sì è finale!… sparisce…)

 

  

*

Forse non ancora

Quando tutto è in fiore,

quando il mare dà sale

e il colle vino,

non è l'ora.

 

Campi, bordi di mare

che tutto portarono: olio e greggi,

siringhe di Pan, pietre chiare,

finché si spezzò loro il cuore

per la felicità e gli dèi -:

questo è forse il colore e l'ora.

 

Colonne che riposano, delfini,

abbandonate schiere

che portarono Giacinto, il fanciullo,

per tempo tramutato

in cenere e aroma di fiori -:

là forse ancora di più.

*

Il grande Ospedale

 

Appena che c’era un po’ di nebbiolina il grande Ospe si vedeva più,

con tutto ch’era un bell’edificio,

grande e bello largo…

Si scioglieva nei bordi, occorreva avvicinarsi,

toccarlo quasi… Era pitturato

come di nebbia e in più in giallo e lampone.

È una roba di desolazione assoluta a partire da ottobre,

che entra dappertutto, confonde

tutto, le teste, le cose, vi stordisce pian pianino al punto

da farvi dimenticare che ora è, il tempo che passa,

il giorno che muore… Dal

fiume che sorge, s’intasa in fondo al quartiere,

abbraccia tutti i moli, i docks, le persone, i tramway…

Tutto passa via nel confuso,

nel vago…

Dal La Vaillance, il pub di fronte,

si vede più niente l’Ospedale,

nei giorni che davvero viene su a zaffate…

quando le nubi di vapore si dispiegano

in enormi torrenti… Si vedono soltanto delle

lucine… che tremolano un po’ alle finestre…

e il grande fanale giallo sulla porta…

È già cancellato ormai quasi… Non è male

quando si hanno dei pensieri…

che se ne vanno…

vi lasciano in pace…

Io devo dirlo, vorrei quando sarò morto che mi lascino così

uguale sul marciapiede… a ’sto modo tutto solo

davanti al London… che tutti vadano via…

che si veda più niente di quel che succede…

Credo che mi lascerei

portare pian piano…

Ci ho l’idea così… fede nell’ombra…

Che non ha mica nessun fondamento,

si capisce!… Ah! è proprio il caso di dirlo…

sto scherzando, è solo

un’impressione… futilità

d’un attimo… un’onda che mi arriva…

Eh! perbacco!…

 

*

Mi risveglio nel ricordo di te Song

Le campane suonano a festa,

mi risveglio nel ricordo di te:

ieri sera in mezzo alla pista

tu sei stata uno spatacco per me...

 

se i miei canti per svagarci

han destato in te diletto,

ai miei balzi in giusto ritmo

salterà fraterno il tuo petto!

 

Fate ch'io balzi,

fate che m'alzi!

datemi ali per volare fra i nembi!

Per terra invano

restar non voglio:

che la mia mano,

la penna, il foglio

libero sia:

son cosa mia!

 

Più lieve ora qui volteggio

tra questa gaia gente.

Forse la melodia

al moto ben consente!

 

Nessun più mi vuol capire.

So una legge onnipotente:

ha dal cuor pur sempre da uscire

quel che oprar deve sul cuore!

 

Fate ch'io balzi,

fate che m'alzi!

datemi ali per volare fra i nembi!

Per terra invano

restar non voglio:

che la mia mano,

la penna, il foglio

libero sia:

son cosa mia!

 

Se ti pieghi, tu terribile,

ad accenti di lusinga,

giusto è ben che un poco al pianto

con il canto ti sospinga...

 

Lascia il sole tramontare

pur che resti all'alma in fondo:

ritroviam nel nostro cuore

quel che a noi rifiuta il mondo!

 

Fate ch'io balzi,

fate che m'alzi!

datemi ali per volare fra i nembi!

Per terra invano

restar non voglio!

che la mia mano,

la penna, il foglio

libero sia:

son cosa mia!

*

essere coi nervi al vivo per la danza

essere coi nervi al vivo per la danza,

minuetti di riscatto, leggeri,

diafani!

che non pesano più niente sulle onde,

evaporàti, un turbine d'ali,

deliziati assai di questo di quello,

nel bel mezzo della Primavera!

nel bel mezzo delle Voghe!

tutti birichini e furtivi e allegri!

cortesi col mondo

dentro al suo segreto,

tutto di magìa si rinnova!

con scrosci di fiori

e muschi!... Più leggeri ancora aleggianti...

nel vento di rose!

Ogni pena stancata dalla musica...

sparsa portata via

nei giochi d'aria! Zefiri!...

*

Che ognuno se la prenda col suo demone

Che ognuno se la prenda col suo demone!

s'accanisca, l'inchiavardi, l'ancida,

lo sgolli, ritrovi nel suo cuore la canzone,

avvizzita... il segreto grazioso delle fanciulle...

oppure muoia a mille morti

e risusciti a mille pene! Nell'atrocissima soffocazione,

mille scorticamenti per diversivo

e verdi contorsioni di ferite,

nella pece bollente appiccicata,

attenagliata, i muscoli sfilacciati,

sguazzando così tutt'un giorno e tre mesi,

una settimana sul fondo del calderone

grasso e caldo, serpenti che fischiano attorcigliati

a gonfi rospi, con la lebbra, bavosi,

gialli di veleno, succhiati golosamente dalle salamandre,

vampiri disgustosi sui corpi dei dannati,

ballerini

nelle

budelle

per risvegliare il vostro dolore,

brandelli di

carni

strapazzate, rimaciullate da dardi di fuoco,

di mille anni in mille anni,

placando a piacere la vostra sete

solo nell'otre pieno d'aceto,

di vetriolo d'un tale ardore

che la vostra lingua si pela,

frigge,

ciocca,

schiatta! e passerete a morte dal gran soffrire

con ululi d'Inferno fatti a pezzi!

giorno dopo giorno! e così per un tempo d'eternità...

la cosa lo ripeto

è seria.

*

La cosa è seria

Una volta che siete iniziati la vita

mica restate lì

a gingillarvi sopra gli abissi.

Per sublimarvi ancor vivi, vaporizzati, fragili giocattoli

al vento! O perbacco! O perbacco!

In malora i timidi! Morte

alle allucinazioni! è il momento di prodi gesta!

Di sublimi aspri colpacci!

La fede che salva! Niuno al fallimento cede

chi anzitempo trovasi straziato!

Maciullato! Dissanguato! bianco di vergogna!...

 

Quando i prodi si fanno riconoscere,

i puri, i duri, gli intrattabili,

i cuori di lince, allora si può dire

che diventa pesante! che il rogo crepita aspro!

che niente si salva!

Tranne qualche mismino d'amore, mughetto,

dubbi triviali! Proprio così!

All'estirpazione del sortilegio! Nessuna pietà!

Lentamente ai solforosi soggiorni

l'un dopo l'altro s'appresentano in fila...

Ecco la prova!... Torvi e pentiti...

nei ricordi... Mugugnanti e codardi!...

Terribili ammantati di menzogne...

Lo so bene!...

 

Sfrontati superbi dissimulatori...

arroganti o vili o muti un dopo l'altro...

Vitelli al martirio!

Vedete che la cosa è seria...

*

Indiscrezioni dietro le quinte

Naturalmente non vi dico tutto.

Furon con me troppo infami.

Sarebbe rendergli

troppo grande servigio.

Voglio che degustino un altro po'...

Non è vendetta né polemica, solo prudente sentimento,

una precauzione esoterica.

Coi presagi non si scherza, ad essere indiscreti

si paga con la vita. Gliene dico solo un po'

e basta! Faccio un piccolo sforzo, d'accordo,

non esaurisco il mio incantesimo.

Resto in sintonia con le musiche, le piccole bestie,

l'armonia dei sogni, il gatto,

le sue fusa... è così

che è perfetto. Un godimento,

niente di più, altrimenti mi impapocchio,

altero le cose, mi snervo,

mi metto in vista, da spaccamonti mi perdo,

ed è finita! A ramengo

tutti i prestigi!

Vado a contar formiche, sbatto dappertutto,

mi lascio andare, mi proclamo Imperatore,

la magistratura mi cerca, mi trova,

resto lì rincoglionito, tutti mi attaccano,

mi fanno a pezzi, è il colpo alla Napoleone!

E non alludo a nessuno. Capisce chi vuole!

Nato sotto una buona stella...

Siamo intesi allora!

*

Leggenda Angelo mio Cuor mio

Lui (con esaltazione):

Come sei stata! E come sei!

Nessuno lo sa, né lo immagina alcuno!

Lei:

In questo c'è un rammarico, amor mio?

Vorrebbe che lo sapessero in molti?

Lui (con fuoco):

Angelo mio! No! Sono felice!...

a sapere io soltanto come sei!

Non lo immagina alcuno! E nessuno lo sa!

Tu, tu, tu! - Che dice "tu"? E "tu ed io"?

C'è un qualche senso?

Sono parole, vuote parole, o no? Dimmelo tu!

Eppure: nelle parole c'è qualcosa;

uno stupore, una brama, un'ansia e un impeto,

uno spasimo e un fuoco:

come ora la mia mano cerca la tua,

il desiderarti e stringerti,

questo son io che desidera te;

ma l'Io si dissolve nel Tu...

Sono il tuo bimbo - ma se la vista a me si dissolve e l'udito -

dove sta più il tuo bimbo?

*

Tutto nella vita

Il jazz ha sbaraccato il valzer,

il rock ha sbaraccato il jazz,

l'Impressionismo ha sbattuto via la luce da studio,

scrivete "telegrafico" o non scriverete più niente!

 

L'Emozione è tutto nella vita!

Bisogna saperne approfittare!

L'Emozione è tutto nella vita!

E quando siete morti è finita!

 

Tocca a voi capire! Emozionatevi!

"Non ci sono che baraonde nelle sue poesie"!

Che razza d'obiezione! Che vaccata solenne!

Ohé! attenzione! Imbranati! In sella!

Via sull'onda! Emozionatevi dio cristo!

Ratatatan! Saltate! Vibrate! Fate scoppiare il guscio!

venite fuori, granchi!

Schiudetevi!

Trovatevi il palpito, sacramento d'un dio! Ecco!

Già qualcosa! Sveglia! Allé via!

Robot di merda! Cazzo! Trasponete o è la morte!

Non posso far di più per voi!

Baciate quella che volete! Se

siete a tempo! Tanti auguri!

Se siete vivi! Il resto

verrà da solo! Felicità,

salute, grazia e scappatelle!

Non preoccupatevi di me! fatelo andare

il vostro cuoricino!

Sarà tutto quello che ci mettete voi.

Tempeste o musica!

come all'Inferno, come tra gli Angeli!

 

P.S. Dedicata a Lorenzo Mullon, aeropoeta libertario, mistico nichilista dell'Uno neoplatonico... Viva! 

*

Partenza e via

Siamo partiti nella vita

coi consigli dei genitori. Siamo piombati in pasticci

uno più tremendo dell'altro.

Siamo venuti fuori alla bell'e meglio

da conflagrazioni funeste,

più o meno di traverso,

come granchi bavosi,

a dietroculo, qualche zampa in meno.

Delle volte ci siamo divertiti,

bisogna essere giusti, anche con la merda,

ma sempre in preda all'inquietudine

che le porcate ricomincino... E sono

ricominciate sempre... Ricordiamoci un po'!

Si parla delle illusioni, che perdono

la gioventù. Noi l'abbiamo perduta

senza illusioni la gioventù!...

E ancora storie!...

 

Come dico... è successo

tutto all'inizio. Eravamo piccoli,

stronzi di nascita,

sdrenati d'origine.

Partenza... e via!

recriminazioni no... si va!

gambe in spalla... e sotto pivello!

Canta la sol la fa do

cavallin do do

cavallin do do

buona fortuna!...

Eh, perbacco!

*

Incanto del Tamigi

Una domenica mattina mi decido...

mi dico: "Ragazzo! si va!"

Mi trovavo dalle parti

di Barbeley Dock,

il Trasbordo era lì

che aspettava, era invitante,

il piccolo boat,

ci volevano dieci minuti sul fiume...

Io sono tentato appena vedo l'acqua...

la minima ragione e via!...

farei il giro della vasca delle Tuileries

con il minimo pretesto!

nel vetro d'un orologio se fossi una mosca

per un po'... qualunque cosa

pur di navigare! Attraverso tutti i ponti

per niente...

Vorrei tutte le strade fossero fiumi...

è l'incantesimo... la malia...

è il movimento dell'acqua...

Là in 'sto modo, senza volontà,

ossessionato, solo per la maretta del Tamigi...

restavo imberlocchito... l'incanto è troppo forte

per me soprattutto con le grandi navi...

tutto ciò che scivola attorno...

fila, spumeggia...

i piccoli battelli...

l'imbarcadero sud dei docks...

cutters e brigantini che beccheggiano...

ammainano... Trainano... sfiorano la riva...

vogano agili!... è la magia!... si può ben dirlo!...

Un balletto!... roba da allucinazione!...

Difficile distaccarsene...

*

Uscire dal buio

"Uscire dall'ombra

che tanto ti danneggia...

far conoscere il tuo genio...

risplendere!"

Così mi diceva un amico dei miei...

Seeh! - che gli faccio...

rispondere ai telefoni

chicchirichire alla radio, alla TV!

farmi filmare... youtube!

fotografare... fronte profilo!

ferma ogni altra bega!

far vedere a tutti i chili che ho perso!

che è una roba magnifica... parlo di 30 all'ingrosso...

trenta chili! capite che c'ho la differenza atroce!

Già mi vedevo imbarcato in una di ste imprese da baraonda...

mica possibile... addio pace! alè hop!

disposto a tutto...

poi un amico... un altro... dei miei...

e poi tutti... a tratti all'unisono

mi fanno passare i bollenti spiriti...

"Ma ti sei visto? dico, ce l'hai uno specchio?

rotto no? la ghirba che ci hai? la biffa!

Ti sei sentito, mon cher Paul?

la voce? violino incatramato?"

Insomma... né filmabile né registrabile!

e ho ripreso la vita di sempre...

da asceta posso dire!

me solo una cosa che mi manda in solluccheri!

la musica! le ariette di piano!

oh per quella mi stano...

vado in capo al mondo!

che non mi interessa granché questa falsa primavera

di mezz'autunno! ma la musica... direte voi...

il fascino in onde... la leggerezza... la danza...

la Grazia! c'est tout!

il volo... gli echi... che tutto ne rimbomba...

che non se ne parli più...

eccomi in strada! gambe in spalla! trallalero!

trallalà...

*

Inno selvaggio

Tema gli dèi

la razza degli uomini!

Essi tengono la forza

nelle mani eterne,

e possono usarla

come vogliono.

 

Doppiamente li tema,

chi essi innalzano!

Sopra rocce e nubi

sono preparati seggi

intorno alle tavole d'oro.

 

Se nasce una disputa,

oltraggiati e disonorati

gli ospiti precipitano

nelle profondità notturne,

e attendono invano,

legati nelle tenebre,

un giusto giudizio.

 

Ma essi, gli dèi, restano

in feste eterne

intorno alle tavole d'oro.

Camminano di monte

in monte:

dalle fauci degli abissi

vapora verso di loro il respiro

dei Titani soffocati,

come un profumo di sacrifici,

una leggera nuvola.

 

Da intere stirpi

i signori distolgono

il loro occhio benedicente

e non vogliono vedere nel nipote

i tratti una volta amati,

e silenziosamente parlanti,

dell'avo.

*

Sommerso dalla terra

Sommerso dalla terra **tra acqua e fuoco

tra guardie e mostri **mostri selvaggi

fra vita e morte **quasi esanime

tormentato da sete...

Ascoltate i suoi gemiti!

come si strugge,

salvate salvate vostro figlio!

 

Che silenzio **che tristezza intorno a noi

che fremito nascosto

sempre la tristezza nel mare sconfinato /

Sempre più forte da lontano

sento i tempi uscire dai cardini **

La tenebra piomba sul cielo dorato!

E le stelle svaniscono già al mio sguardo.

 

Invano vi affannate lassù

così tanto /

Corre l'uomo **ma il fine mutevole

fugge davanti a lui...

Lui tira... si aggrappa invano

alla tenda che copre pesante

pesante

i misteri della vita

**che riposa sui giorni e sulle notti.

Invano tende verso l'aria.

Invano ** verso il sepolcro profondo /

L'etere gli rimane **oscuro,

oscuro...

Il buio

si rischiara

**ma il chiarore si fa presto scuro,

scuro,

e lui sale e scende,

di follia in follia.

*

Rottamatore

Amo, come si deve,

qualcuno; odio nessuno.

Ma se odiare si deve

sono pronto anche a questo:

odio a caterve intere.

 

Vuoi studiarle da presso?

Guarda l'ingiusto e il giusto:

a chiamarsi eccellente

non è detto sia il giusto.

 

Per comprendere il giusto

bisogna vivere a fondo:

perdersi nelle chiacchiere

mi pare sforzo inutile.

 

Prego, "Rottamatore",

si associ al "Distruttore":

così il "Disgregatore"

si crederà il migliore.

 

Ma voi mi avete chiesto

che cosa so, che cosa

ho meditato, cosa

la natura sollecita

mi ha già lasciato in mano.

 

Ve la sentite anche voi

la stessa forza? E allora,

pensate ai fatti vostri.

Ma ricordate, prima di guardare

quello che scrivo: è questo che intendeva.

*

La prua che monta e fende

Le vele bianche, le curve,

a bordo la rotta lucente

sono solo una sorta di onde

e solo una sorta di vele.

 

Dell'altro animale, dell'Uno,

centaurico, senza tormento,

del mondo primevo, del suo,

in fumi e banchetti di arieti.

 

La chiglia nell'elemento,

la prua che monta e fende,

chi avesse ancora domande,

chi è costui -?

 

Dove posano argano e gomena

e si orientano i pennoni,

come attribuire a chi domanda

una sostanza?

 

Ma davanti a vessilli e bandiere

ergiti senza tremore:

anche il tuo sentire la storia,

tu te lo sei conquistato.

 

Nessuno può farti dono

o di pane o di vino,

tuo è il soffrire e pensare:

così tu accogli l'essere.

 

Traversare correnti dell'est,

arcaiche, sbiancate da incanti,

a ovest fissare l'altezza

dove si arriva, da sé.

 

Vegliare ed essere pronti

a ciò che la metamorfosi promette,

è vicina l'ora che la terra

ascenderà a te come spirito.

*

Madre

Io ti porto sulla fronte

come una ferita che non si chiude.

Non sempre duole. E il cuore

non ne muore dissanguato.

Ma ogni tanto d'improvviso son cieco e mi sento

del sangue in bocca.

*

Le notti del nulla

Già greve di oblìo

ah, già così recline,

da infinitudine

suono dopo suono

e segni d'ombra

dell'ultima luce,

o finale,

notti del nulla.

 

I mondi durano,

gli eoni...

il freddo della morte

pesa sull'uomo,

per non dire di boschi...

e dell'eterna riserva di caccia -

quando noi tramontiamo,

dov'eri tu,

tu?

 

Punico in gioghi,

eredità,

ossa malate

di Filottete,

smorfia la fede,

smorfia la gioia,

con nulla torna

a Noè la colomba.

 

Cimiteri di crani, 

mania del concetto,

nessun verbo si salva

e nemmeno la storia... -

a ogni oblio,

a ogni disdegno,

all'infinitudine

panatenea -

 

e in santuarii

del Mare Tirreno

toro fra i fiori,

toro per Danae,

in cortei di leoni

canto di menadi,

e dèi preparano

la fine ultima,

la fine ultima...

*

Inno terzo

Come un fiore

tenero e grazioso

spiega i suoi lucenti petali

sul seno

della terra nutrice, se lo crescano

la rugiada e la pioggia;

così fiorisce

la mia tenera-mente

se la nutrisca

la dolce rugiada

dello Spirito Vivificante.

 

Se questo manchi,

subito comincia a languire

proprio come un

fiore nato in arida terra

se la rugiada e la pioggia

non lo crescano.

*

Il ritratto di Pitagora

Quei che più volte, è fama, rinata anima, visse

spesso tornando in corpo nuovo dal cielo,

ecco ritorna ancora, per l'arte di Asyla ha vita,

e la bellezza antica serve nelle fattezze.

Certo alcunché di grande medita, tanto la fronte

seria, potentemente in sé chiuso:

l'arte direbbe percezioni dell'anima, stretto

però dall'antica religione tace.

*

Nostalgia della primavera

Se in febbraio il freddo rilascia la morsa

e quel santo che ama l'amore chiama all'amore

e suona CRAS AMET da ogni siepe

e da ogni oliveto "t'amet, amet" risponde

in contrappunto

e il giovinozz' va in baldanza

e il vecchio si ringiovanisce

così io mi sciolsi a sentir la loro canzone

e il bel tepore dell'aer sembrava dorato

ma senza sole ch'io vidi

*

Noia no

Non lungo ancora, né avvolto in molti giri,

poteva bene farsi più lungo il mio canto;

temé la noia di uno sforzo continuo, e che,

a prendere un canto

senza mai soste, si spaventasse il lettore.

Spesso, coi cibi, smettere tardi apporta nausea

l'acqua è più grata, nella sete, a brevi sorsi.

Sembra disporre nel percorso intervalli

per i viandanti stanchi

la lapide che annota il susseguirsi delle miglia.

*

Agli dèi Helios Gea Marte

Ogni beato porta con sé il cielo

nel periplo che fa il nostro Sole

ammiraglio dei pianeti, servo di natura

rade le nostre scogliere

con la sua flotta, la barca sua rade la nostra piana

e le scogliere al bordo, la barca ci accosta

or stando in mare, ed ora di vicino

 

accosta le ripe e scogliere della pianura nostra,

della pianura sì bella, dove cantiamo a spasso

con tutta la sua flotta, or Gea, sua, vostra

or la stella Marte

 

ora di Marte

nunc Martis

arma virumque cano

 

il sangue chiama noi

quando è sparso, come ora è sparso

 

da me non hai bisogno ch'io ti spieghi

non cerco i vostri: a migliaia cadono e giacciono

sotto, fra neve e nebbia

*

Musica di gloriosa decadenza

Ripresero allora i dolci suoni

che accompagnarono la frase interrotta

di Galla dell'Esarcato

i cui cavalieri le tenevan bordone

il cigolar, e il contrappunto

nello zaffiro mite dell'aere di quell'orizzonte

prima che Febo fosse ai merli giunto

 

Poi dove la salita pare scendere per un triedro

fra rocce grige nell'oliveto

sotto l'immagine e fano di Maria-Iside

incontrai una compagnia di persone

che parevan di carnevale a prima vista

"Doutz brais e critz" cantarono

finché io ne riconobbi una e fui mosso a dire...

*

Voce dal di dentro

La puttana di mia madre,

è lei che m'ha ammazzata!

Quel beone di mio padre,

è lui che m'ha mangiata!

Piccolina sorellina

raccoglie l'ossa

in fresca fossa.

Bell'uccellin di bosco allor n'uscìa;

vola via, vola via!

*

Le nebbie


Le nebbie

Ah, tu che ti dissolvi,
ah, tu già inabissato
suono di gioia nascente
che sulla bocca si fonde,
ah, così ti dissolvi,
ora fugace, e non sei,
ma eternamente t’intessi
dentro le nebbie.

Ah, lo diciamo sempre
che non potrà finire,
e ci scordiamo il bagliore
delle neiges d’antan,
e nell’essere intriso di baci, di lacrime
e di notturni singhiozzi
scorre l’altrui, il preso a prestito
e s’intesson le nebbie.

Ah, noi soffriamo e invochiamo
le più antiche divinità:
sopra noi due in eterno
«sempre e tutto: tu»,
ma agli arieti, ai rami,
ara e pietra sacrificale,
fin su agli dèi che tacciono
s’intessono le nebbie.


*

Essere ancora


Essere ancora

Avevamo attraversato il giardino delle felci,
l’esistenza all’improvviso ci parve leggera
sulla strada deserta andavamo alla ventura
e, varcato il cancello, il sole si fece raro.

Serpenti silenziosi strisciavano nell’erba folta,
il tuo sguardo tradiva un dolce sconforto
eravamo in mezzo a un caos vegetale,
i fiori attorno a noi esibivano i loro petali.

Animali senza pazienza, erriamo nell’Eden,
posseduti dalla sofferenza e consapevoli delle nostre pene
l’idea della fusione persiste nei nostri corpi
siamo, esistiamo, vogliamo essere ancora,

non abbiamo nulla da perdere. L’abietta vita delle piante
ci riporta alla morte, subdola, invadente.
In mezzo a un giardino i nostri corpi si decompongono,
i nostri corpi decomposti si copriranno di rose.

*

Musica


Musica

La nostra vita fu un continuo fascino.
La primavera ci offrì tutti i suoi doni,
ci rovesciò nell’anima
la sua cornucopia orchestrale di fiori.
Le belle pavonie dall’abito di seta
si dondolavano come regine orientali
nelle soffici amache delle rose;
i padiglioni azzurri dei giaggioli
raccoglievano peritosi maggiolini;
le libellule, verdi amazzoni, partecipavano
alla policroma bicchierata dei tulipani.
Ammirammo le rozze scampagnate delle margherite,
assistemmo ai sulfurei parti delle thee
dalle gonne succinte di ballerina;
ascoltammo indicibili avemarie
venire dai turchini campanili dei convolvoli;
anatomizzammo le orchidee ortopediche,
strane complicate staffe
delle follie e delle stravaganze;
seguimmo il crescere dei martiri capelli
di vergine bionda morta dei giacinti
nelle bare delle caraffe
ed attendemmo con religione
l’assurgere dell’anima fiorifera
miracol di colore e di profumo;
camminammo rapiti
per vie lattee di gelsomini,
per giardini fioriti
della luce elettrica dei gigli;
salutammo con gioia
il ritorno sereno delle prime violette
come rondini dei fiori.
E nelle notti d’Aprile
c’inebriammo delle canzoni
dei piccoli usignoli
fulvi come leoni,
alpinisti del canto,
giocolieri di stelle.
E in un impeto folle di giovinezza
sentimmo un bisogno prepotente d’amore.

La musica ci aprì tutte le sue regge,
c’incoronò su tutti i suoi massicci troni d’oro,
ci eccecò con il barbaglio dei suoi tesori,
ci sprofondò nei suoi più neri abissi.
In orribili catacombe,
come anime condannate
a un eterno martirio
lacrimavano popolazioni nude di stalattiti,
clessidre del pianto.
La nostra vita si trovò prona
sopra una lunga ghigliottina:
nei suoi capelli sentì correre
come un brivido elettrico
la sensazione ghiaccia della luna giustiziera
della scure che stava per calare sul suo collo
a cingerlo d’un nastro di velluto rosso.
Rimbombò il nostro cuore
come un’eroica incudine incandescente.
E tristezze infinite
ci chiusero nel loro cerchio grigio,
ci condussero per deserti camposanti
a deporre corone di malinconia
sopra fradici amori morti
sopra salme rachitiche d’ideali,
a rinnovare scialbe orme di nostalgia
e di rimpianto, per limbi di sogno,
in cerca d’antiche lacrime,
d’illusioni svanite.
E davanti alle nostre pupille malate
s’apriorono giardini meravigliosi,
pieni d’alberi rosei
come giganteschi coralli,
dalle fontane di champagne inebriante.
Bei pavoni dal pennacchio di gala
come carabinieri in festa
stavano a guardia delle porte di madreperla
di palazzi miracolosi d’argento.
Le trepide trombe nuziali
della sveglia del Lohengrin
annunciavan l’arrivo
della nostra anima tremante
che andava sposa a un dolce sire biondo,
vestito di turchino,
coronata di rose pallide.
Erano i pensosi violinisti,
segatori d’arcobaleno;
erano l’esili pianiste,
Walchirie cavallerizze dei piani scapigliati;
era la musica macinata
delle ghironde pellegrine
alle cui tristi arie
danzavano le placide marmotte
sulle spalle dei savoiardi;
erano gli spolmonati organetti,
ventagli di malinconia;
erano i funebri flauti nevrastenici
che sibilavan nei crepuscoli;
erano i nostalgici tamburi
che rullavano rullavano
di barbagli di stelle spente.

*

Il Temistocle in Persia [dramma lirico per musica]


Il Temistocle in Persia
(dramma per musica in cinque Atti)

N°1 – Ouverture

Atto I Scena I (Una strada d’Atene, davanti al palazzo di Temistocle)
(Demòfilo, figlio di Temistocle, indi l’amico Xenia)

Recitativo

DEMOFILO:
Ah, ciel! L’amico Xenia
Qui attendo invan. Alfin non tenne
La sua promessa… L’impazienza mia
Cresce nel suo ritardo. Oh come mai
È penoso ogni istante
Al core uman se pende
Fra la speme e il timor. I dubbi miei…
Ma non m’inganno: ei vien. Lode agli dèi.

XENIA:
Demofilo oh con qual gioia
Pur ti riveggo! Deh, lascia
Che un pegno io t’offra or che se lieto appieno,
D’amistade, d’affetto in questo seno.

DEMOFILO:
Quanto la tua venuta
Accelerò d’auspicî
L’inquieta anima mia. Quai non produsse
La tua tardanza in essa
Smanie e spaventi, e quali
Immagini funeste
S’affollâro al pensier. L’anima diaccia
S’affanna… si confonde…

XENIA:
Il mio ritardo altro motivo asconde.
Tutto da me saprai.

DEMOFILO:
Deh non t’offenda
L’impazienza mia… Ilia… la cara,
La fida sposa è sempre
Tutt’amor, tutta fé? Quei dolci affetti,
che un tempo a me giurò, rammenta adesso?
È il suo tenero cuore ancor lo stesso?

XENIA:
Ella estinto ti piange…

DEMOFILO:
Ah come… ah dimmi…
Dimmi: e chi tal menzogna
Osò d’immaginar?

XENIA:
L’arte d’Arbace,
Che te e il padre esiliò,
Per trionfar di lei sul fido amore.

DEMOFILO:
A consolar si voli il suo dolore.
(In atto di partire.)

XENIA:
Ah! t’arresta! E non sai
Che il tuo ritorno è così gran delitto
Che guida a morte un Cittadin proscritto?

DEMOFILO:
Per serbarmi una vita
Ch’odio senza di lei
Dunque lasciar potrei la sposa in preda
A un ingiusto, a un crudel?

XENIA:
M’ascolta. E dove
Di riveder tu speri
La tua Ilia fedel? Nel proprio tetto
La trasse Arbace…

DEMOFILO:
E Xenia
Ozioso spettator soffrì?…


XENIA:
Che mai
Solo tentar potea? Purtroppo è vano
Il contrastar con chi ha la forza in mano.

DEMOFILO:
Dunque, ditemi oh dèi,
Di riveder la sposa
Più sperar non poss’io?

XENIA:
M’odi. Non lungi
Da questa ignota parte
Il tacito recinto ergesi al ciel
Che nelle cupe soglie
Dei trapassati eroi le tombe accoglie.

DEMOFILO:
Che far degg’io?

XENIA:
Passarvi
Per quel sentiero ascoso
Che tra l’ampie ruine a lui ne guida.

DEMOFILO:
E colà che sperar?

XENIA:
Sai che confina
Col palagio d’Arbace. E là sovente
Dai fidi suoi seguìta
Al tramonto del dì Ilia discende.
Ivi dolente
Alla mest’urna accanto
Del padre tuo Temìstocle,
Che suol bagnar di lacrime,
Sorprenderla potrai. Potrai nel seno
Farle destar la speme
Che già s’estinse, e consolarvi insieme.

DEMOFILO:
Oh me beato!…

XENIA:
Altrove
Coi molti amici in tua difesa uniti
Frattanto io veglierò. Spera. Gli dèi
Oggi render sapran dopo una lunga
Vil servitù penosa
La libertà ad Atene, e a te la sposa.


Atto I Scena II (Atrio magnifico e molto scuro, che introduce a sotterranei in cui si alzano i sontuosi monumenti degli eroi di Atene)
(Demòfilo solo)

N° 2 – Recitativo accompagnato

DEMOFILO:
Morte, morte fatal, della tua mano
Ecco le prove in queste
Gelide tombe. Eroi, duci, regnanti
Che devastâr la terra
Angusto marmo or qui ricopre, e serra.
Già in cento bocche e cento
Dei lor fatti echeggiò stupito il mondo,
E or qui li avvolge un muto orror profondo.
Oh dèi!… Chi mai s’appressa?
Ilia… la cara sposa?… Ah non è sola!
M’asconderò… ma dove? Oh stelle! In petto
Qual pàlpito! Qual gioia! E che far deggio?
Restar?… partire?… oh Cielo!
Dietro a quest’Urna a respirar mi celo.
(Si nasconde dietro l’urna di Temistocle.)


Atto I Scena III (S’avanza Ilia col seguito di donzelle e di nobili al lugubre canto del seguente Coro)

N° 3 – Coro e Soli

CORO:
Fuor di queste urne dolenti
Oh ne uscite alme onorate
E sdegnose vendicate
L’ateniese libertà.

DEMOFILO (Da dietro l’urna di Temistocle):
O del padre ombra diletta
Se d’intorno a me t’aggiri
I miei pianti, i miei sospiri
Deh ti muovano a pietà.

CORO:
L’empio Arbace che d’Atene
Stringe i lacci nel cordoglio
Rovesciato oggi dal soglio
Sia d’esempio ad ogni età.

DEMOFILO (c. s.):
Se l’empio Arbace, o padre
Fu sempre l’odio tuo finché vivesti,
Perché Demòfilo è tuo figlio,
Perché sangue ateniese ha nelle vene
Supplice innanzi all’urna tua sen viene.

ILIA:
E tu pure Ombra adorata
Del mio perduto ben vola e soccorri
La tua sposa fedel. Da te lontana,
Di questa vita amara
Odia l’aure funeste… (Esce il séguito)


Atto I Scena IV (Demòfilo ed Ilia)
...

*

Piccola scena per tenore e orchestra


Piccola scena per tenore e orchestra


Qual mi conturba i sensi
equivoca favella!
Ne’ suoi casi
qual mostra a un tratto intempestiva gioia
la Frigia principessa? Quei ch’esprime
teneri sentimenti per il prence…
sarebber forse, ahimè!…
sentimenti d’amor, gioia di speme?… Ah,
non m’inganno, reciproco è l’amore.
Troppo, figliolo, a scior’ quelle catene
sollecito tu fosti… Ecco il delitto
che in te punisce il ciel… Sì, sì, a Nettuno
il figlio, il padre, e ancor la principessa
tre vittime saran sull’ara istessa,
da egual dolore afflitte:
una dal ferro, e due dal duol trafitte.

*

La verità è la morte

La verità è la morte. Devi scegliere:

morire puoi, o mentire. Per te il vero

arido e muto, o libertà feconda.

La libertà: aggirar la verità.

 

Nessuna idea. Esser stile... fino in fondo.

Prestar la penna alle apparenze basta,

la fantasmagoria, il gran rigodone.

E vi dirò ben come che si danza

 

sull'armatura d'una gru d'acciaio

o in cima a un grattacielo (cento piani).

L'azzardo, il rischio... ciò che costa molto

dovrai scontare tutto da innocente.

 

Le idee... sono volgari. Tra le pagine

d'ogni enciclopedia ne trovi molte.

Il che è perfetto... Scrivere è altra cosa.

Piccolo trucco, musica, veggenza.

 

Un po' di sogno... infinita emozione.

La razionalità è dei glossatori...

la forza del parlato nello scritto...

le intonazioni, gli echi, ecco: la musica...

*

Frammenti di un Poema Urfuturista

 

Frammenti di un Poema Urfuturista

 

 

N° 2

 

Ancora una volta ha voluto l’Eterno

conoscere in voi la gioia della creazione

ancora una volta, nel finito,

l’Infinito vuole contemplarsi.

 

In questo slancio, questo serpeggiare

di fulmine,

nel suo soffio rovente,

tutto il poema della genesi del mondo

l’istante d’amore genera l’eternità

e la profondità dello spazio,

l’infinito respira i mondi

e sonorità avvolgono il silenzio.

 

Coro:

Grande, ciò che nuovamente

si compie, o dolcezza!

L’amore nasce!

L’Amore si anima d’amore

e per amore

l’amore si crea da se stesso.

 

O vita! Infiamma

la tua luce divina.

L’universo nasce

è la gioiosa risposta.

 

 

Aria (Soprano):

A te nell’aurora,

a te, che serpeggi,

rispondi alle lacrime azzurre,

al canto d’aiuto.

 

Aria (Baritono):

Chi sei tu, cantata

dalla bianchezza sonora?

Chi sei tu, rivestita

dal silenzio dei cieli?

 

Chi sei tu, volto di splendore

volto di fiamma

luce diffusa

chi sei?

 

Recitativo accompagnato (Contralto):

Sono il compimento ultimo

beatitudine della rivelazione

diamante di innumerevoli astri

silenzio onnisonoro

bianca sonorità della morte,

sono libertà, estasi.

 

Concertato (Soprano, Tenore, Contralto, Basso):

O morte! Come trovarti?

Luce magica, come raggiungerti?

 

Gli abissi della vita si aprono tra noi

con i loro sogni eternamente bugiardi

gli spazi scintillanti si stendono tra noi

costellati di astri d’oro

questi spazi, devi superarli

percorrerli, dominarli.

 

Dove sono questi spazi e questi abissi

queste nebbie stellate d’oro?

 

Al pari di me, sono in te, nel tuo volere.

Ascolta la mia voce profetica

nella gioia illuminante li vedrai

li distinguerai

sono in te fino a quando il tuo fanale non si spegne.

Tu riempi tutto della tua presenza

io non sono, tu solo esisti

quando nei raggi dei tuoi sogni

come immagine di beltà novella

giocando io sorgo

con questo gioco votandomi alla vita

sciami di sogni, nuvole di pensieri

cori armoniosi di mondi.

Io non sono, tu solo esisti

tu riempi tutto della tua presenza.

 

Mozart:

In te parlo, ti chiamo

da altezze radiose di divini voli

ti chiamo per il compimento di un elevato fatto

esigo sacrifici e solenni giuramenti.

O forte, devi vincere sette tentazioni,

compiere sette imprese gloriose.

Riportare su di te sette vittorie

sacrificare sette vittime, grandi e preziosi sacrifici.

 

Il tuo primo sacrificio – il tuo slancio verso di me

il carezzevole sogno devi obliare

e precipitarti negli abissi che ci separano

e ci danno ali per conquistare l’amore.

 

O divina prodezza, danza degli astri tutti,

ci dai la vittoria sull’abisso

in te nella gioia ci troveremo

nella beatitudine moriremo l’un nell’altro.

 

La tua danza hai iniziato. Delle altezze annuvolate

sono io i tuoi movimenti, o Signore,

distinguo i colori delle sfere che ti attorniano

gli ornamenti nuziali che ti ornano e vestono.

 

Già tu vivi, e a me t’avvicini.

Ma le esistenze ti afferrano e ti allontanano

ti circondano di sogni inebrianti,

giocano e schiumano, sfavillano e risuonano.

 

 

Voci maschili e femminili:

Impacciato da vesti pesanti,

verso te tuttavia volo

dalla potenza spinto

di bruciante speranza.

 

Se il grido del mio gioioso richiamo

nella tua anima non avesse risuonato

non avresti creato, o mio grazioso Signore,

l’inizio di tutti gli inizi.

 

Ma tu non sei che languore ed attesa di me

così, per superare tutto ciò che si oppone

al tuo divino slancio,

in tuo aiuto verrà l’abisso della notte.

 

Sette angeli dalle vesti d’etere

sette araldi delle glorie tue imperiture

sette pilastri infuocati, sette volti bianchi,

capi delle potenze della luce

nel pericolo t’assisteranno.

 

Abitanti celesti

portatori di fuoco

conduttori di destini

costruttori d’universo

guardiani delle frontiere

combattenti di Dio

che i muri fanno crollare.

 

Sono tuoi, fanciulli tuoi che ti torturano

da te nati, dal tuo petto ansimante

la tua strada verso di me, nel loro sbocciare negatore

sotto la loro apparenza, va’ a compiere la grande impresa.

 

Essi sono i costruttori del tempio scintillante

ove deve compiersi il dramma della creazione

ove nella danza voluttuosa, nelle tue nozze con me

quest’altro mondo che tu desideri possederai.

 

 

N° 3

 

Sono la tua volontà, arma minacciosa

delle tue alte realizzazioni

non ascolto pianti lagrimosi

i deboli non mi raggiungono.

 

Sono il tuo sogno di un universo futuro

un anello della catena dell’essere doppio.

Ti catturo, ma presto sarò catturata,

stella preziosa diverrò sulla tua corona.

 

Lampi di volontà, noi i compimenti bramiamo,

di incarnarci in decisioni brutali!

Frastuono di esplosioni, tuoni di crolli,

vivremo nei sogni temerari

servitori insieme dell’oscurità e della luce.

 

Siamo i riflessi delle divine visioni,

ci risveglieremo nel cuore degli uomini, delizie sognate

allora solamente saliremo verso di te

quando morremo nella realizzata bellezza.

 

Siamo lo sciame radioso dei pensieri, fiamme,

mazzo profumato – colori – orifiamma,

per te – pensieri, nostalgiche visioni del mondo,

per la terra – sogno del banchetto ove gli astri giubilano.

 

Siamo generati dal tuo desiderio di differenze

ci sveglia il riflesso del raggio immortale

significhiamo un mondo di menzogne e apparenze,

fai balenare in noi quasi una sorgente schiumante.

 

Siamo le onde della vita

 

prime

onde

timide

onde

primi

mormorii

timidi

sussurri

primi

fremiti

primi

mormorii

 

onde

tenere

onde

in moto

teneri

scambi

tenere

schiume

teneri

voli

rapidi

slanci

 

tutte siamo

unico flusso che scorre

dall’eternità all’istante

in viaggio verso l’umanità.

Della trasparenza

verso la lugubre pietrificazione

affinché nella pietra

attraverso il fuoco della creazione

il tuo volto divino

sia scolpito.

 

 

N° 4

 

Fanciulli da me generati, marosi dell’oceano d’amore,

lo so, contro il Padre vi rivolterete: il Padre, che vincerete.

Mi sono scagliato contro me stesso per farvi sorgere dai sacrari profondi

dandovi la vita, mi sono votato a sofferenze e torture,

ma la forza mi manca, di rinunciare alla gioia di creare.

La gioia di generare supera gli orrori della morte corporale

sì, corporale, ancora lo dico perché il mio spirito immortale

in voi e in voi discendenti per sempre si manifesterà.

Voi dovete abbattermi e per coloro che contravverranno per timore

la mia unica legge dell’eterno amore e della rivolta eterna,

il destino ha preparato grande sofferenza e dolore della separazione.

 

Tutti da te generati e sottomessi alla volontà paterna,

prendiamo tristemente il cammino che tracciò la tua santa destra

per cogliere i fiori misteriosi sbocciati nella valle

dalla vita da te irradiata e verso te ritornare.

Ma nei cuori separati non cesserai di vivere

per l’eterna aspirazione verso il differente, l’inaudito, la rivolta eterna

la tristezza segreta che proietta la sua ombra su tutte le gioie.

Verranno istanti in cui lo stesso rimpianto di te si assopirà in noi

ore terribili, ma dopo… o festa delle feste!

Il tuo risveglio esploderà in noi come una danza dalle ali di fiamma,

sarà grande, ma al momento presente, perdonaci, o Padre

rapida, la vita ci strappa lontano da te e per quella via ci riavvicina.

 

Tutte siamo

flusso unico che scorre

dall’eternità all’istante

in viaggio verso l’umanità.

 

Prime

onde

timide

onde

ondate

ondeggianti

onde

dopo onde

onde

in moto

onde

carezzevoli.

 

Cos’è questa nuova sensazione?

Che cosa nasce in noi?

Chi misteriosamente

in noi si risveglia?

 

Questa nuova cosa

la gioia della cattività

questo mistero

la delizia della dissoluzione.

 

Squisita, la dissoluzione

poiché in ciò che si dissolve

la tua impronta

può essere scolpita.

 

Squisita, la dissoluzione

poiché solo in ciò che si corrompe

nel mondo delle apparenze

tu puoi vivere.

 

 

N° 5

 

Gioie nuove

di teneri fruscii

dolcezza segreta

di umidi baci

 

dolci pianti

dei primi languori

misteriosi richiami

di seduzioni torbide

 

nuove carezze

primi consensi

racconti misteriosi

di paesi amorosi

 

turbamenti squisiti!

Ricevi la confessione

il segreto tenero

del primo amore.

 

noi trascinate

dal flusso della vita

da questa corrente

appesantite

 

ci vestiamo

di veli di desiderio

ci immergiamo negli abissi

di lunghe ricerche

 

più profondamente velate

verso le valli

onde discendete

più in basso ancora più in basso

 

più segrete più chiuse

le dolci prigioni

più deliziose

le corruzioni voluttuose

 

più amoroso più dolce

più prossimo più squisito

più dolorso più soave

più sensuale più corporale

 

o nostra prigione

squisita dissoluzione

onnipresente

inevitabile

 

che da ogni parte ti avvolgi

divenuta veste divenuta nostro corpo

 

 

N° 6

 

noi ispessiamo la nebbia dell’amore

più strettamente essa ci rinserra

noi proviamo la voluttà

ancora più intensamente

 

in questo sforzo

verso la pienezza crescente

nasce l’aspirazione

al limite del possibile

 

nella stretta carezzevole

nel seno di sogni addormentati

nel doloroso rinchiudersi

nell’umidità delle dolci lagrime

 

l’istante, come un raggio che scoppia

si scopre il raggio

vittima rivelata offerta

alla spada della conoscenza

 

verso l’istante si è precipitato

il dovunque senza volto

e dal tempo è stata generata

la dolorosa domanda “dove”?

 

nel cielo senza sfondo

nella lacerazione delle nubi nere

nell’amore stupito

il raggio si rivela nell’onda

 

ferita di tenero amore

sono un’onda dolce

alla languida beatitudine

dolorosamente abbandonata

 

verso le regioni sopraterrestri dello spirito

ove è apparso il filo della vita

ove si innalzano i tuoi palazzi eterei

slanciarsi in una preghiera!

 

Risvegliati in me, coscienza

portatrice di luce, risvegliati

discendi al mio incantesimo

fonditi, fonditi in me.

 

Da tempo, in riflessi leggeri

tu giocavi in me, raggio immortale:

con i tuoi riflessi cangianti

mi chiamavi e mi attiravi

 

cadi, sciogliti in carezze

versami la tua felicità

ti conoscerai nelle magie

dei raggi spezzati.

 

Dimenticando l’elemento oscuro,

sola, salto verso di te

immergiti nel mio languore

immergiti, sono l’onda

 

sono l’amore che in te gioca

tu sei la luce che in me gioca

sono l’onda che si è conosciuta

come risposta al tuo gioco.

 

Sarei rimasta indifferente

dimorante nelle profondità

se strane luci

non avessero sfavillato in me.

 

Risvegliati in me, coscienza

portatrice di luce, risvegliati

obbedisci al mio incantesimo

e fonditi, fonditi in me.

 

 

N° 7 (Dove andrai farfallone) E i Mozart vanno, vanno

 

I

Napoli giù dalle spalle

già invisibile mare

cieli bigi montagne

d’ambo i lati e sassosa

carreggiata volata dai cavalli

coppia nera e in sudore

ricciuto Postiglione

fustiga pigro e guida insonnolito

alla volta di Roma.

 

II

Coppia di viaggiatori

e coppia di violini

nelle oscure custodie

sobbalzano scordati

bambino insonne il babbo greve cupo

ansioso di prostrarsi con suo figlio

qualche istante in preghiera

rinomata basilica Italiana

austera su collina veglia

“La Madonna del Buon Consiglio”.

 

III

Appena deviando

e la salita è dolce

raggiungere potrebbero la chiesa

Genazzano di sera

arde e soffoca luci

scocca ore tediose il campanile

risponde ’l cigolio da Palestrina

Tempio e Tempio

bendata Dea Fortuna

girandola ferrata

se lo saprà il ragazzo

avido attento al suono

minuscolo vibrio

quando tacito lampo

squarcia orizzonte basso

spaventa strepita tremando scroscia

rovescia un Improvviso di Tempesta.

 

IV

Ed è del postiglione ora il consiglio

prima che il cielo irato

devasti la carrozza

i Signori si lascino condurre

al Caput Mundi al Colosseo alle Terme

ai Fori a San Pietro preghiere

nel rifugio protetto

all’alta quiete.

 

V

Giocando al poemetto,

lungo settenari predominanti, amabili,

tentando l’esclusione della punteggiatura, omettendo

pensieri posteriori legati al ricordo di un, allora sgangherato, albergo torinese, antico luogo per i doganieri, dai notturni spiati e dove pretendevano la coppia mozartiana fosse scesa, riesco un poco a recuperarmi sussurri che nulla sanno aggiungere all’ebook; si ha sete di parole intonate, il manoscritto minimo guardo negli occhi quel bimbo che un ritratto abusato pinge di celeste, o grigio? E rideva, rideva quando in Italia storpiavano il suo primo nome chiamandolo Wolfango senza quella g nel mezzo, WolfGang, che sta per banda di lupi.

 

 

Paolo Melandri, 16 settembre 2014

 

*

Sincronia di trasparenze

Tu, il labbro che sa forte di vino,

azzurro bordo di argilla, schiera di rose intorno

al fiotto di luce micenea,

non-arnesi, desiderio di fonti

sperso lontano, nell'aria.

 

Allentamenti. Si compie

libero generamento. Lieti, disciolti risplendono

animali, dirupi, delfinizzate chiarità:

bande di viole, tiepidi crani,

come fiori di campo.

 

Onda contro rigidezza e fronte,

esca di fondi baccanali

contro i segni della distruzione:

crescita e cervello e coscienza,

dilava, dissolvi - mani di fanciulli,

membra di corridori, dallo spazio avvinte,

ti arenano, fanno di te vaso e clivo,

quando con teste di pesce, cipolle, flauti

feste di Leda rosarosseggiano

copula, pianura, declino.

 

 

*

Una trama di corimbi

I brividi soavi. Alba di fiori. Giunge

come da calde pelli di boschi.

Un rosso avvampa. Il grande sangue monta.

 

Traverso tutto quest'autunno giunge la sconosciuta.

La calza al collo del piede è qui vicina. Ma dove finisce

è lontano da me. Io singhiozzo alla soglia:

tiepido fiorire, umidori altrui.

 

Oh, come la sua bocca sperpera l'aria tiepida!

Tu cervello di rose, mare-sangue, tu penombra di dèi,

tu aiuola di terra, come ancheggia

frescura del tuo passo mentre vai!

 

Oscuro: ora vive sotto i suoi abiti:

solo animale bianco, muto e disciolto aroma.

 

Un povero cane di cervello e Dio il suo greve addobbo.

Io sono così sazio della fronte. Oh, se potesse

una trama soave di corimbi sostituirla,

e con me lievitare e fremere e irrorarsi.

 

Così separato da tutto. Così stanco. Voglio camminare.

Senza sangue i sentieri. E dai giardini cantano.

Ombre e diluvio. Felicità lontana: un naufragio

nel profondo azzurro del mare che salva.

*

Flusso unico che scorre

Tutte siamo

flusso unico che scorre

dall'eternità all'istante

in viaggio verso l'umanità.

 

Prime

onde

timide

onde

ondate

ondeggianti

onde

dopo onde

onde

in moto

onde 

carezzevoli.

 

Gioie nuove

di teneri fruscii

dolcezza segreta

di umidi baci

 

dolci pianti

dei primi languori

misteriosi richiami

di seduzioni torbide

 

nuove carezze

primi consensi

racconti misteriosi

di paesi amorosi

 

turbamenti squisiti!

Ricevi la confessione

il segreto tenero

del primo amore.

 

Ferita di tenero amore

sono un'onda dolce

alla languida beatitudine

dolorosamente abbandonata.

 

Verso di te mi slancio, audace,

un istante e raggiungo le altezze

e nell'umida dolcezza,

tenera schiuma, sono penetrata.

 

O istante sacro della creazione

istante del "sì" che realizza

radiosa è apparsa

la stella creata all'inizio.

*

La messa bianca

 

Non temere, bambino mio, sono colei che desideri!

Da me accecato, non mi riconoscevi!

Più di una volta, inattesa, sono venuta a chiamarti

la morte ti spaventava, la morte, la fuggivi.

 

Le passioni carnali ci separavano allora.

Lo sguardo inchiodato alle cose terrestri,

non eri pronto per la comunione santa,

non potevi essere meravigliato da me.

 

Puoi tu essere colei che con un dardo avido

trapassava i prigionieri nelle prigioni del tempo.

Le tue carezze mi sembravano dei pugnali

e gli occhi della paura hanno deformato il mio volto.

 

Perché sei venuta da me sotto l’apparenza

di un mostro cieco con la bocca di morto?

Bimbo, così vedesti la maestà della morte,

attraverso lo sguardo del terrore, tutto a te sembrava odioso.

 

Il mio volto radioso, il mio volto di luce

non puoi conoscerlo, non puoi adorarlo

che rinunciando alla vita terrestre,

che con il puro amore che sgorga verso di me.

 

Nel tempio della tua anima, dolcezza consonante,

sono i sogni alati che cantano il cielo,

la delizia dell’unione, la carezza cantante

nell’accordo felice delle voci confuse.

 

La tua rinuncia alla porpora del mondo

in te ha risvegliato me, tua fidanzata.

Conosci dunque tutte le gioie dell’azzurro del cielo

ti rivelerò i misteri del fuoco.

 

O Vergine purissima, dolcezza sognata

concedimi di unirmi a te in amore perfetto.

Amico dolcissimo, il cammino delle prove non è terminato

il tuo peccato non è espiato, i tuoi abiti sono tinti di sangue.

 

Devi andartene verso i fratelli in pericolo,

donare la tua anima per il servizio degli uomini,

prepararli a ricevere la sofferenza,

cadere come vittima e così conquistare la beatitudine.

 

Ai richiami segreti dell’anima tua

porgi orecchio e affrettati

a portare il messaggio celeste

a coloro che periscono.

 

Insegna loro

ciò che ha dissipato le tenebre

ciò che hai appreso da me

dell’inizio degli inizi

che nella sofferenza è la luce

e nella luce la risposta

questa risposta che io sono,

luce di un’altra esistenza.

Di’ loro che noi siamo tutti

nella luce dell’aurora,

che nel lontano colore di perla

brillano i cristalli

affinché verso la coppa di fuoco

tutti affluiscano, maledicendo

la potenza cieca delle passioni

i loro pericolosi tranelli.

Che ciascuno al fondo della coppa

trovi il cristallo,

che lo lavi con le sue lacrime

per esser pronto

a ricevere la grazia

e ad elevarmi un tempio

dove tu ed io

il giorno del giudizio,

all’ora dei miracoli d’amore

nella danza degli astri

cadenti dai cieli,

saremo introdotti.

 

La tenera visione si dissolve nella bruma

che la circonda. Di nuovo cade il velo

di nuovo è solo, steso nel deserto

ma non è più lo stesso: nella sua anima, la primavera.

 

Verso gli uomini si slancia, rinnovato dalla sofferenza,

ad insegnar loro ciò che li attende nel cammino

la conoscenza e l’amore gli danno ali

li salverà dalla schiavitù delle passioni.

 

Disceso dal cielo

sono il dio dei miracoli d’amore,

venuto in questo mondo

non per insegnare, ma per carezzare

lo sciame delle anime alate

colui che le conosce le chiama al festino.

Sono risposta ad ogni sete,

dono il fiorire,

non il giogo della verità,

la libertà viene verso di voi.

 

Sono l’affermazione che tutto vivifica,

sono la negazione che tutto crea.

 

Disperdetevi, fiorite,

prendete il vostro volo verso le altezze,

festeggiate la vittoria sugli elementi

con una danza sacra,

nella bellezza delle gerarchie,

nell’inesprimibile bellezza.

 

La danza è la causa prima.

E il padrone veridico del giudizio

unirà tutto in un’unica

e luminosa sovranità!

 

Il più chiaro è vicino al cuore,

ciò che è oscuro sta più in basso.

Colui che osa sul divino volto nascosto

volgere lo sguardo,

che questo sia benedetto, se si slancia,

per lui, i sentieri sono aperti.

 

Sono l’ultimo compimento

la beatitudine della rivelazione,

il diamante di tutti gli astri,

 

sono libertà, sono estasi!

 

Nasciamo nel soffio del vento,

svegliamoci al cielo

mescoliamo i nostri sentimenti in un’unica onda!

 

E nello sfavillìo sontuoso

dell’ultimo fiorire

appartendendo l’uno all’altro

nella denudata bellezza

delle anime infuocate

scompariamo…

dissolviamoci…

 

 

*

Flussi da un incendio

Io inizio la mia storia,

la storia del mondo,

la storia dell'universo.

Io sono, e nulla al di fuori di me.

Io non sono nulla, io sono tutto,

io sono l'unico e in lui

la molteplicità uniforme. Io voglio vivere.

Io sono il fremito della vita,

sono il desiderio,

sono il sogno.

 

O mio universo radioso,

mio risveglio,

mio gioco, 

mia espansione,

mia scomparsa,

flusso capriccioso di sentimenti sconosciuti.

Ancora, sempre ancora, in tutt'altro,

del nuovo, più forte, più tenero,

nuove delizie, nuove torture,

nuovo gioco.

Finché non sarò scomparso,

finché non mi sarò

consumato. Io sono incendio,

io sono caos.

 

Sono venuto a rivelarvi

il mistero della vita,

il mistero della morte,

il mistero del cielo e della terra.

 

I miei desideri sono imprecisi

e i sogni confusi.

Non so ancora cosa creare.

Ma attraverso ciò che desidero

creare, io creo già.

Il desiderio di creare è creazione.

 

Spettri terribili

di verità pietrificata

il mio spirito ha sete

di vincervi.

 

Voi, rocce della mia collera, voi,

linee delicate delle mie carezze, dolci sfumature dei miei

sogni, voi, stelle, lampi del mio sguardo,

tu, sole della mia beatitudine - voi

siete le espressioni spaziali delle mie

sensazioni temporali.

 

Io parlo così

immerso nel tempo,

staccato dallo spazio.

O vita, o slancio creatore,

volere che tutto crei.

Tu sei tutto. Sei la beatitudine del dolore (sofferenza),

come sei la beatitudine della 

gioia e io vi amo ugualmente.

Tu sei l'oceano delle passioni,

ora tumultuoso, ora calmo.

Amo i tuoi gemiti, amo

la tua gioia (è solo la disperazione

che non amo).

 

Io sono libero. Io non sono nulla. Io voglio vivere!

Voglio il nuovo, l'inesplorato. Voglio creare

liberamente. Voglio creare

coscientemente. Voglio essere

all'apice. Voglio incantare

con la mia creazione,

con la mia meravigliosa bellezza.

Voglio essere la luce più brillante,

il più grande (unico) sole,

voglio rischiarare (l'universo) con la mia luce,

voglio assorbire ogni cosa,

includere (tutto)

nella mia individualità.

Voglio dare (al mondo)

la voluttà, voglio possedere

il mondo come una donna.

Ho bisogno del mondo.

Sono interamente i sentimenti che vivo,

e con questi sentimenti creo il mondo,

creo te, 

passato infinito,

crescita della mia coscienza,

ricerca di me stesso,

e futuro infinito,

acquietamento in me,

tristezza e gioia per me stesso.

E come muta il mio sentimento

cangiante come un sogno,

come un capriccio,

così tutto si muta,

il passato e l'avvenire.

Voi non siete,

esiste solo il gioco

della mia fantasia,

libera e unica,

che Vi ha creato

e Vi osserva.

Per ogni curva della mia fantasia

c'è bisogno di un altro passato,

come di un altro avvenire.

Voi giocate e mutate

come gioca e muta il mio desiderio, il mio sogno

libero e unico.

Io non sono nulla, sono soltanto ciò che voglio.

Io sono Dio. L'universo

è il mio gioco,

il gioco dei raggi

del mio sogno.

 

Infiammerò la tua immaginazione

con il fascino misterioso delle mie promesse.

Ti vestirò

con lo splendore dei miei sogni,

coprirò il cielo di tuoi desideri,

di stelle scintillanti delle mie creazioni.

 

Saresti stupito se ti dicessi

che ancora non sei,

al tempo stesso, che non sei già più.

Hai concentrato tutto in te stesso

le idee, lo Spazio, il Tempo.

Con un solo sguardo, con un solo pensiero, ti stringo, mio universo,

come l'insegnamento di Cristo,

come l'atto di Prometeo.

*

Il gioco della libertà

Sono l'istante che irradia l'eternità

sono la libertà che gioca.

Sono la vita che gioca.

Sono il flusso delle sensazioni sconosciute che gioca.

 

Sono la libertà

sono la vita

sono il sogno

sono il languore

sono il desiderio infinito e bruciante

sono la beatitudine

sono la folle passione

io non sono nulla, sono un fremito

sono un gioco, sono libertà, sono vita, sono sogno,

sono l'attesa, sono la sensazione,

io sono il mondo

sono la folle passione

sono il pazzo volo

sono desiderio

sono luce

sono slancio creativo

ora teneramente affettuoso,

ora accecante,

ora consumato,

mortale 

vivificante

sono il torrente scatenato delle sensazioni sconosciute

sono limite, sono vetta

io non sono nulla

sono sentimento

sono la pace, sono la beatitudine

la superba coscienza

d'una forza divina

attraverso questa coscienza

io genero

la sua crescita nel passato.

 

Io non sono nulla

sono l'attesa, sono la sensazione

io sono il mondo

Ricordo e sogno

Voi, profondità del passato, nascenti nei raggi della

mia memoria, e voi, altezze dell'avvenire, creazioni del

mio sogno! Voi esistete, voi -

Io sono Dio,

io non sono nulla, sono la libertà, sono la vita

sono limite, sono cima

io sono Dio

sono apertura, sono beatitudine

sono la passione che consuma tutto,

che inghiotte tutto

sono l'incendio che invade l'universo

e lo precipita negli abissi del caos

(sono riposo) sono il caos

sono il gioco cieco delle forze dissolte

sono la coscienza sopita, la Ragione spenta

tutto è fuori di me

sono la moltitudine indifferenziata

ho perduto la libertà

perduto la coscienza

e solo il suo riflesso

rimane in me

come uno slancio cieco

del centro

del sole

del riflesso

della mia Divinità passata,

che mi schiaccia al presente

verso la libertà

verso l'unità

verso la coscienza

verso la verità

verso Dio

verso di me

verso la vita

o vita, slancio creatore

desiderio

slancio che crea tutto

fuori dal centro, eternamente fuori dal centro

verso la libertà

verso la coscienza

*

Settembrina

Settembrina, settembrina che fremi,

investi del fremito l'ora,

cieli, i cieli ascoltano,

chi può vivere ancora,

ognuno sa dei giorni

quando vediamo lontano:

vivere è gettar ponti

su fiumi che se ne vanno.

 

Settembrina, settembrina che fremi,

è l'eterno questo

dove autunno e rose si scambiano

sguardi vasti di morte,

allora echeggia anche dai mari

ciò che non trova pace,

da pallidi lidi, da isole

la luce dell'onda.

 

Settembrina, settembrina che ti curvi

a musica profonda,

ciò che muore ama tacere:

silence panique,

prima gettati i ponti,

l'altopiano di sangue,

poi, quando i ponti portano,

i fiumi sono - dove?

*

Truth is death

Our life is like a travel

through the darkness of the night:

we do search our proper level

in the sky with saddest fright.

 

[2003, Corsica]

 

*

Addio

Scende da cavallo, offre a lui la coppa

dell'addio. Gli chiede dove va

e perché deve. "Amico mio,

 

la felicità mi ha sorriso poco su questa terra.

Vado. Cerco in queste montagne

il silenzio, la pace del cuore. La mia patria,

non errerò mai più lontano da essa.

 

Il mio cuore è fermo, e attende la sua ora.

Guarda: la terra è rifiorita,

è primavera, è nuovamente come nuova,

 

le cime ovunque ridiventano blu.

Ti dico addio. Questa

è l'ultima volta che ci vediamo in questo mondo.

Per sempre,

per sempre scroscia l'acqua, rifiorisce

l'erba".

 

Per sempre... per sempre...

Fino a quando?

*

In alto mare un atrio nel cielo

In alto mare un atrio nel cielo.

Il sole, al di là. Il comandante

del vecchio mercantile riceve un viaggiatore.

Un oblò è aperto, le onde sono vicine.

 

E lui che fa? Si è alzato, lancia

da questo oblò una cosa, poi dell'altre.

Così: perché, mi dice, questa sciarpa,

mio padre me la donò, alla mia partenza

 

per il primo di tanti vani viaggi.

L'ho amata, mi è parso che mi dicesse,

l'ho serbata per questo giorno in cui muoio.

 

La spinge fuori, essa si ripiega

sulla sua mano, e si gonfia, poi si dispiega.

Per un istante su noi due tutto il cielo è rosso.

*

Sostando sul prato ti devi stordire

Sostando sul prato ti devi stordire

col primordiale profumo, senza il tedio dei pensatori,

sì che ogni cosa sia fatta polvere da brezze inconosciute,

l'occhio guardando aspetti d'essere esaudito.

 

Già dalle irte cornici dei rami

rifulgono con le stellari città campi beati,

il volo del tempo perde gli antichi nomi

e nell'immagine solo rimangono spazio ed esistere.

 

2.

Quindi l'impronta del volgo sconcia ogni parola,

la bocca dello stolto guasta i dolci suoni.

Voi lamentate: clangore di tuoni, clangore di templi,

tu onnipotente ancora una volta ci afferri.

 

3.

La parola del profeta è comune a pochi,

già quando vennero i primi temerari desideri

nell'infrequente regno severo e solitario

inventò egli per le cose nomi propri.

 

Qui essi tonavano di comandi

immani, oppure mormoravano come preghiere,

simili al Pattolo nei fuochi di rubino

e subito guizzavano come torrenti di primavera,

 

al cui rombo e alla cui forza egli si dilettava,

ed erano, quando sotto i sogni, nel più alto

slancio, allontanandosi dal mondo si posava,

arpa del tempio e sacra lingua.

 

4.

Barlume a me sorge come in un fonte magico

dal tempo mattutino dov'ero ancora re.

*

Questo pezzo di tela

Questo pezzo di tela, e lacera? Il cielo

su una landa in cui i pastori vagano

con nulla, la notte, se non i loro richiami

per turbare delle loro bestie il gran sogno.

 

E intuisco che il pittore ha voluto

che l'angelo che ripara l'ingiustizia

cerchi con gli occhi, anche in un quadro,

Agar, e quel bambino che fugge con lei.

 

Ed eccoli, e l'angelo è loro accanto,

ma è qui che l'immagine si cancella.

L'invisibile riprende al colore

 

il pane miracoloso, la brocca d'acqua fresca.

Non rimane, del bambino, che un lucore

che fa sognare che in lui spunti il giorno.

*

Scrivendo qui al Calypso

Scrivendo qui al "Calypso" d'altri soli

e di tramonti soli al mondo incendi,

incendi di parole non di soli,

non trovo ahimè un sol motto che consoli:

 

un vuoto m'è nel petto che s'accresce,

un nido d'usignoli ho dentro il cuore

e un gufo nel cervello. Cerco aurore

e attender Giove più non mi riesce.

 

Apollo forse, con più lento corso,

tutto strali, saetterà quel solo,

presente in tutto il cielo, nudo il torso?

 

Tarda è la penna a seguitare il volo,

o il tempo ad ora ad ora, acuto morso,

il solo estollerà all'estremo polo?

 

*

Allegria di iniziati

Ridenti cuori voi che la gioia contemplate

come fanciulla fosse che dalle nubi scenda

e doni vada spargendo, che unici fortemente cercate

accrescendovi l'un l'altro la speranza:

 

voi che i più grati raggi del sole adunate

sullo smalto invermigliato di guance finemente fiorite

cancellando giorni oscuri come corta penitenza

pensieri gravi arrestate graziosamente supplicando:

 

danzanti cuori che ammiro e cerco

di buon grado umiliandomi, sì che i vostri balli non fermo

voi lievi a muovervi - voi che tutto fate pieno

e che io venero sì che voi stessi sorridendo stupite:

 

voi che m'avvolgete nelle vostre gaie ridde

giammai si sappia come soltanto la mia maschera vi somigli

gioiosi cuori che a me vi fate attorno come a un amico:

quanto lontani siete dal mio cuore che batte.

*

Un ricordo [Il sesamo e il giglio]

Fiori dell'estate vi spargete ancora così ricchi:

convolvoli agresti nel sentore afro delle biade

tu m'attrai lì verso gli arenti ripari

alieno mi divenne in serre altere il sesamo.

 

I sogni tu inanelli dall'obliare: il fanciullo

sosta sulla gleba incorrotta del campo di spighe

nella vampa del raccolto presso i nudi mietitori

con la falce lustra e l'occhio rinsecchito.

 

Sonnolente oscillavano vespe al canto del meriggio

e gli gocciavano sulla fronte infocata

per tenui argini delle ombre-stelo

petali di papaveri: larghe tracce di sangue.

 

Nulla di quanto fu mio mi preda il vespro che diroccia.

Languendo come allora giaccio nei languenti orti

dalla smorta bocca mi si mormora: come son io

dei fiori affranto - dei bei fiori affranto.

*

Sono bella o mortali [Aria da Concerto]

Sono bella, o mortali,

come un sogno di pietra? No, non è

questo triste assenso che mi aspetto da voi.

Il bambino piange sul sentiero e lo dimentico,

 

sono la bellezza

solo perché stuzzico il vostro sogno?

No, ho in fondo a me degli occhi spalancati,

io sono nascosta, spaventata, sono pronta

 

a scagliarmi in avanti, a graffiare,

o a fare la morta se sento

che la mia causa è persa ai vostri sguardi.

 

Chiedetemi di essere più nel mondo.

Patite ch'io non sia che questo corpo inerte,

curatemi con i vostri auspici, con i vostri ricordi.

*

Di che avvolgersi nella luce

Una sola prateria fino all'orizzonte,

un solo pensiero,

qui nomina l'altrove col volo delle gru,

mi preoccupo solo di ricordarmi

 

dell'ora che sale, è un'onda,

dall'immenso fuori riconciliato

con quel che si fa e si disfa

o si vuole e disvuole, nella parola.

 

Venga, ragazzina col vestito a quadretti,

la fine di tutto, non sarà, ridente,

che la piega dei termini sul colore.

 

Di che avvolgersi nella luce

d'un giorno d'estate in terra straniera,

stringendo a sé il vocabolo e la sua ombra.

*

Non sarà

Nessun dio l'avrà voluto, e neanche saputo,

nessuno l'ha accompagnato nella sua fatica,

un sogno, questo bambino sul viale

che cammina accanto a lui, cinto di luce.

 

Nessuno è morto all'ora in cui è morto,

ha preso la sua mano nel letto sfatto,

nessuno avrà mai lavorato accanto a lui

nell'officina che sostituì la vita.

 

Risale, nelle parole che dicono il mondo,

il suo silenzio, che le nega, che mi chiede

d'immaginarne altre, ma non posso.

 

Nessuno ha posato lo sguardo su di lui.

Quel che avrebbe potuto essere non sarà.

La parola non salva, talvolta sogna.

*

Immagina posto in una stanza

Immagina posto in una stanza

un grande specchio. Il chiarore delle finestre

vi si riflette, vi si moltiplica. Ciò che esiste

diventa ciò che acquieta. Là, fuori,

 

è di nuovo il luogo originario. 

Passano Adamo ed Eva, le cui mani

si congiungono qui, in questa stanza,

lei, in gonna lunga, a falpalà.

 

Ho preso un frutto, era in uno specchio,

l'immagine non ne fu offuscata, il giorno d'estate

ne ebbe appena un fremito.

 

Ne percepii il colore, il sapore, la forma,

poi lo posai, fuori. E giunse la notte

nello specchio, e le finestre sbattono.

*

Sembrava molto anziano

Sembrava molto anziano, quasi un bambino,

avanzava lentamente, stringendo con la mano

un brandello di stoffa inzuppato nel fango.

Ma con gli occhi chiusi. Ah, non è vero

 

che credere di ricordarsi è il peggiore inganno,

la mano che prende la nostra per perderci?

Ma mi parve che sorridesse

allorché presto l'avvolse il buio.

 

Mi parve? Certamente no, sbaglio,

il ricordo è una voce rotta,

la si sente male, anche se ci si china.

 

Eppure si ascolta, e così a lungo

che talvolta la vita passa. E che la morte

già dice no ad ogni metafora.

*

A Mozart

 

A Mozart

 

 

Pure ti devo nel vento del mattino

sempre origliare alla tua porta, ed è come

stendardi garrissero di solenni processioni

e dal porto movessero vascelli d’oro.

 

Incedono i tuoi sogni seguiti dal rimprovero

dello sguardo malvagio della gran moltitudine

si dice che da mondi fatati

dopo la nascita li rapì un’aquila.

 

La loro vita scorre nel moto incessante

come di valle in valle ricercassero

la terra con gli aratri d’oro

dov’era la cuna della loro buona sorte.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

9 agosto 2014

Othonì di Grecia

 

 

*

Intersezione breve

Vieni per l'ultima volta,

poiché eravamo così soli

e ci rifugiammo in una coppa

con immagini e sogni.

 

Ma era appena oggi

e il nostro mare era notte,

preda fummo uno all'altro,

il carico bianco.

 

Ci sfiorammo come due razze,

due popoli ai primordi,

le stirpi, le scure, le pallide,

si arresero.

 

Tu vieni per l'ultima volta,

poiché era solo un gioco,

o vedesti che nella coppa

cadevano lacrime e ombre -

 

vedesti, vedesti il suo inclinarsi

e spargere questo vino a fiumi

e poi il suo cadere e tacere:

la mutazione dell'essere -?

 

*

Per il mio quarantesimo compleanno

Si può un dolore simile inchiodare

e un respiro simile, e una simile luce?

si può comandare il mattino

che straniero e beato in noi s'è franto?

 

Come attraverso i campi andavano

i sentieri - così attraverso l'anima.

Miti fragranze si nutrivano

quindi si riversavano preste e selvatiche.

 

Cupo, come tra lacrime nuotando

l'albero - la casa che noi riceve.

Un ardere di bianchi giorni di festa

il ramo che sporge, del ciliegio

 

un tinnire d'orpelli

ammalia e opprime - fa gravi e liberi.

Un oscillare dolce e amaro

un cantare un canto strano...

*

Le tre arie

Tre arie sa lo sciocco del villaggio

che sempre, ovunque vada, risuonano

la prima: come l'alito dei padri, avanti

la loro morte, si raccomandasse a Dio.

 

Consacrazione alla virtù la seconda possiede

come sedute al naspo la cantassero sorelle

oppure serve che in lunga fila girassero

un tempo migrando per le vie del vespro.

 

La terza minaccia - Peccato e vendetta

con antico pugnale dal fodero azzurro-cielo

con afflizione ereditaria grazie a qualche parentela

con malvage stelle sopra qualche tetto.

*

Estate

Dapprima ricolma procedeva e soffriva per la troppa luce

da lei stessa emanata. Tesoro di doni che devozione a lei dava

a pena soppesava e sovente la fortuna rimpiangeva

nella rigida fierezza della gioventù che non parla.

 

Crebbe e si mosse e inseguì

ciò che poi sfuggiva - s'affisava con ardenza e desiderio

nei vivi che non le corrisposero

nei morti, tutti, ancora disamati.

 

Lì rimaneva un tempo con il suo dolore - che le appariva

lene, vano - intorno guardava, attenta,

e raggelava - sì addosso al cieco bimbo la frescura

gli dice quando ormai la sera è giunta.

 

Ora lacera e goccia di nuovo pristina pena

come altre volte e altre ogni sua fibra è senso...

tutto correva via - restava eguale solo nel mutamento

ciò che afferra lei ciò che lei ancora sempre cerca.

*

Lied alla maniera romantica

Quando, deh, quando esaudirai,

fato, l'estremo mio desio,

e una casetta mi darai,

e un focolare tutto mio,

un buon saggio amico fidato,

libertà, pace senza pena,

e lei che ho tanto sospirato,

la compagna dolce e serena.

 

Dopo tanta speme tradita,

un ultimo sogno coltivo:

per la sera della mia vita

un luogo bello, quieto e schivo;

poche cose a me d'intorno

e alla donna premurosa

che vorrà cospargere un giorno

la mia tomba di qualche rosa.

 

la, la, la, la...

 

Un ultimo sogno coltivo

per la sera della mia vita...

... che venga a cospargere un giorno

la mia tomba di qualche rosa

 

la, la, la, la...

 

*

Vero è che questo mondo in cui respiriamo male

Vero è che questo mondo in cui respiriamo male

ispira ormai in noi solo un disgusto manifesto,

una voglia di fuggire senza voltarsi indietro,

e non leggiamo più i titoli dei quotidiani.

 

Vogliamo ritornare nell'antica dimora

in cui i nostri padri sono vissuti sotto l'ala dell'arcangelo,

vogliamo ritrovare quella morale strana

che santificava la vita fino all'ultimo istante.

 

Vogliamo qualcosa come una devozione,

come una stretta di dolci dipendenze,

qualcosa che superi e contenga l'esistenza;

non possiamo più vivere lontano dall'eternità.

 

*

Alla maniera di Hafez

 

 

Alla maniera di Hafez

 

Veramente infinita è la bruna dolcezza di un corpo,

e il bruno vino dell’occhio, e il riso del labbro, e la grande letizia del volto!

Io sono schiavo di tutte le bocche soavi del mondo,

ma questo è un sovrano che tutte le bocche soavi suggella.

Questa gota colore del grano maturo c’insegna

perché, come Adamo si volse alla spiga, si perse.

In nome di Dio, dite, amici, per questa ferita

quale balsamo resta sul cuore, se egli è partito?

Bello il volto, è perfetta virtù, ed è limpido il grembo:

a lui gli angeli ed i puri del mondo s’affannano attorno.

Chi potrà credermi dunque se è lui che petroso m’uccide,

e pur lui che qual Cristo richiama con soffio lievissimo a vita?

Io sono un poeta che crede: si tenga di me qualche conto,

perché conosco la grazia, conosco il perdono dei santi.

 

 

*

Elegia

Preso ancora da ebbrezza

sempre lo seguivo

si volgeva egli a lui che

lui amando implorava.

 

Si librava sull'ale

per lui la mia lode

sino a occaso la nube

tutto lo avvinghiava.

 

Per chi debbo contendere

con minore strepito

come Lui niente è grande e

come Lui niente compiuto.

 

Man mano, a lutto, incedo e

diligente spio

per i botri flesso al loro

buio e oscuro impero.

*

Canta un nuovo canto

Canta un nuovo canto mentre incedi, anima mia!

Canta su otto corde una vaga poesia.

Se colmo è il cuore, trabocca in canto soavemente,

più prezioso dell'oro, dell'oro più fine in massa ingente,

e più del miele dolce, più del vergine miele,

perché io porto annuncio di primavera lieve.

Il suono della mia arpa, o popoli tutti, ascoltate!

A ciò che di annunciarvi mi è dato, attenzione prestate!

A me toccò in sorte nel modo più squisito,

fra tutti i figli dell'uomo, fra tutti io solo fui prescelto,

il più meraviglioso soggetto a me fu riservato

che mai a compositore sotto le mani sia capitato,

sulle mie otto corde questo io posso modulare

e al grande amico l'aurea novella riportare.

 

Graziosa dei suoni è la ridda e la danza,

balsamo a ogni dolore del mondo:

ma quanto più se a elevato silenzio

umana si accompagna la parola che rischiara.

Quale sublimità allora essa attinge!

Quale senso acquistano i suoni!

Sopra ogni cosa io lodo

la nobile parola, il canto e il suono!

*

Addio agli antichi giorni

Addio agli antichi giorni

che d'estate e di serene campagne

colmi e felici stavano

nella mano sognante del bimbo.

Addio, tu grande divenire,

su campi, lago e casa,

in temporali esplose la terra

prendendosi il giusto potere.

Addio a quanti antenati

mi concepirono da quest'essere

che ancora all'orbita del sole,

ancora alla notte s'inchinava.

Da presto a tardi,

e le immagini tramontano -

addio, da grandi città

senza sogno e senza tomba.

*

Un pomeriggio lento

Quando scompare il senso delle cose

a metà pomeriggio,

nella dolcezza di un sabato,

quando si è inchiodati dall'artrosi.

 

La sparizione delle traversine

in mezzo alla strada ferrata

si verifica proprio prima dell'acquazzone,

i ricordi vengono dissotterrati.

 

Penso al mio segnale di chiamata

dimenticato in riva allo stagno,

mi ricordo del mondo reale

in cui sono vissuto, molto tempo fa.

*

Le primavere dei parchi

 

Le primavere dei parchi

 

Luce – d’orilucente foglia

Gemma dalla silvana – tenebra

Dia ombra la cauta ginestra

Alla mestizia – quieta.

 

Mandorle odorano ai giardini accanto

Occhi là colmi di brace e di sogno

Vedi – voglio che nuovamente io vaghi

Per giardini, e che le mani bagni

Alla fiorita – piuma.

 

Penne d’alati più rari

Fan giravolte ciuffi in leggiadria

Ebbre farfalle fan vela

Più ricchi risuonano là i – canti.

 

Con più pregio di quelli è la sorgente spersa

Al fontanile fragile

Ora faville sprillano

Daranno luce adesso – mi daran luce oggi

Amerò quegli occhi di sogno Amerò la loro – dolcezza.

 

*

Signore dei Mondi

 

Signore dei Mondi

 

Barlume a me sorge come in un fonte magico

dal tempo mattutino dov’ero ancora re.

Ivi mi consultai con gli dèi sul più alto loro disegno,

i loro figli scesero per il mio piacere e sudditi.

 

Oh torni fanciullo chi cerca nell’albereto quiete!

Nel mezzo si fermò, dalla violenza dei pensieri atterrito.

Con fine fresco pallore per la traccia del pesante anno di cambiamento

verresti al mio fianco, tu con me, e non un’ombra soltanto.

 

S’inclinò il capo, cadde la mano agli esausti lavoranti,

la materia divenne informe, implasmabile, e fredda.

Ecco – senza desiderio né segno – irrompe nel carcere

una striscia per la fessura, come puro argento.

 

Lieve si leva quanto era sordo e plumbeo,

purificato splende quel ch’era tributo della polvere.

Un Rivelare virgineo e del principio,

ora l’Eterno parla: io voglio, voi dovreste.

 

E tu soffri per l’esitazione dei padri,

ché il frullare di forme cangianti, multicolore,

e la loro soverchia abbondanza ti fanno smarrire,

tu annientato dal numero dei mondi nell’etere:

 

in quel luogo vieni dove faremo alleanza,

il mio albereto scrosciante suona di consacrazione,

migliaia sono anche le forme delle cose,

soltanto una – la mia – sia per te annunciata.

 

*

Fiamme

 

Fiamme

 

Il volo m’alleviava

ogni più cupo fasto

ogni messe di brace

della notte ogni spasimo

 

e l’orda delle donne

di noi asserviti serva

in loro errante chioma

sol nella danza belle.

 

E il coro adolescente

che ardente m’accommiata

il verbo suo ho esaltato

i fastigi baciato.

 

Con voi soltanto e tardi,

sommi amici, toccai

quel che ci disfa a gradi

quel che c’infiamma eterno.

 

*

Capolinea

Alla fine, ci saranno un mattino di neve

in una stazione di provincia

il cadavere di un piccolo cane beige,

possibilità molto tenui.

 

Alla fine del bianco, c'è la morte

c'è l'evanescenza dei corpi

nel mattino gelato, prigioniero,

termino il mio pensiero emotivo.

 

Termino la mia vita, mi corico,

il suolo somiglia a una bocca

le cui labbra di terra annerita

sono pronte a raccogliere la mia

esistenza.

*

Canto del pensatore

I.

A lungo ho pensato,

ora lascio le cose

e schiudo i loro cerchi

alla nuova potenza.

 

Fermo sull'argine - 

le acque chiare mormorano,

si mescolano gli elementi

avanti, indietro.

 

Grigio ardesia è la corrente,

colore di rocce primigenie,

quando la terra ancora

costituiva i suoi strati.

 

L'agonia dell'estate

regala anche una vigna,

canti del torchio e del vino

l'attraversano.

 

Di chi è questo e chi?

Di chi tutto fece,

di chi tutto pensò

già sapendo la fine?

 

A lungo ho pensato,

vivevo di pensieri,

finché essi non chinarono la testa

davanti a quale potenza?

 

II.

Non cedere al potere,

non placarti in ebbrezze,

tu stesso sei bere e bevanda,

il pensatore sei tu.

 

Tu già non sei il pastore,

non vai con la zampogna,

se come te ha sbagliato

per lui non c'è perdono.

 

Tu già non sei il cacciatore

del megalitico e di Ur,

tu sei il forgiatore di forme

sul percorso bianco.

 

Tanti sono morti e passati

nella luce del torrente, del ponte,

chi non conosce il desiderio

di rocce primordiali -:

 

ma per te c'è: nessun divenire,

qui sei confitto e sei

dei cieli e della terra

il formalista.

 

A nessuno lo puoi dimostrare,

a nessuno celarlo,

tu porti per notte e silenzio

il pensatore - lui.

 

*

Sogni di mediterranei approdi

 

Sogni di mediterranei approdi

 

Splendore e gloria Così è desto il mondo

pari agli eroi consacriamo alpe e oceano

possente orfano lo spirito guarda

al campo e alla marea che increspa intorno

 

S’infrange un chiarore vola un’immagine

scuote selvaggia ebrietà con la sua croce

plora la legge e pensa in sé riflessa

«Tu mia salvezza tu gloria tu stella»

 

Poi di alto orgoglio il sogno si alza e doma

strenuo di Dio che l’ha eletto finché un grido

lontano in giù si scaccia e innanzi a morte

ci spoglia in breve Tutto ciò infuria

 

scuote va saetta e arde più tardi a noi

nel notturno cielo si disegna un quieto

gioiello di luce rutilo splendore

e gloria ebrietà e croce sogno e morte.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

25 giugno 2014

 

 

*

Al crepuscolo tra la vita e la morte

Di noi riempimmo le vesperali perse

pergole tempio lucente sentiero ed aiuola

lieti lei col sorridere io col bisbigliare

ora è vero che andrà per sempre.

 

Alti fiori sbiancano o si frangono

si fa pallido il vetro dello stagno e si crina

fra l'erba marcescente metto il piede in fallo

palme pungono con aguzze dita.

 

Di foglie frolle sibilo e Trambusto

corrono a strappi mani sfrenate invisibili

fuori attorno ai muri scialbi dell'eden

la notte s'è coperta di pesanti nubi.

*

Dal primo attimo

Nell'immobilità, nel silenzio impalpabile,

sono qui. Se mi colpiscono, mi muovo.

Cerco di proteggere una cosa sanguinante e rossa,

il mondo è un caos preciso ed implacabile.

 

Ci sono delle persone attorno, le sento che respirano

e i loro passi meccanici si incrociano sulla grata.

Ma ho sentito il dolore e la rabbia;

vicinissimo a me, vicinissimo, un cieco sospira.

 

Da un pezzo sopravvivo. Strano.

Mi ricordo benissimo del tempo della speranza

e mi ricordo anche della mia prima infanzia,

ma credo di essere al mio ultimissimo ruolo.

 

Sai l'ho capito fin dal primo attimo,

faceva un po' freddo e sudavo di paura

il ponte era spezzato, erano le diciannove

l'incrinatura era là, silenziosa e profonda.

*

Verso silenti dimore eterne

Argentea lontananza del cielo si arcua

sul senza-fine della tua quieta pianura.

Quel ch'è misconosciuto da anni e a entrambi è concesso

fra solchi tu cerchi meditando?

 

Sotto il primo fiorire dei salici

sono in ascolto i fanciulli da un flauto giocoso incantati

nel rosso che accieca nube di violette

fanno salti e danzano fidenti e audaci.

 

Dai luccicanti balocchi una vegliarda si volse

altrove al più tenue splendore degli abeti

perché fedeltà esercitasse ai sepolcri che fanno felici -

lei, presaga, bisbiglia d'un'altra terra.

 

E - cui fu strappata la veste ingannevole

però come noi ancora di terrìgene brame nutriti:

quelli cerchi tu nell'immagine? hai tu paura - compagno pallido - 

del nostro viaggio verso le tenebre?

*

Targhetta di congedo

Ti sei avvicinata al focolare

dove la brace si è estinta.

Luce era solo per terra

dalla luna di colore cadaverico.

 

Hai affondato nelle ceneri

le dita smorte

col cercare tentare ghermire

ancora una volta viene splendore.

 

Guarda la luna che ti consiglia

con gesto di consolazione

dal focolare va' via

s'è fatto tardi.

*

Irradiazioni

Dapprima ricolma pendeva e soffriva per la

troppa luce. Tesoro di doni che devozione a lei dava

a pena soppesava e sovente la fortuna rimpiangeva

nella rigida fierezza della gioventù che non parla.

 

Crebbe e si mosse e inseguì

ciò che poi fuggiva - s'affisava con ardenza e desiderio

nei vivi che non le corrisposero

nei morti, tutti, ancora disamati.

 

Lì rimaneva un tempo col suo dolore - che le appariva

lene, vano - intorno guardava, attenta,

e raggelava - sì addosso al cieco bimbo la frescura

gli dice quando ormai la sera è giunta.

 

Ora lacera e goccia di nuovo pristina pena

come altre volte e altre ogni sua fibra è senso...

tutto correva via - restava eguale solo il mutamento

ciò che afferra lei ciò che lei ancora sempre cerca.

*

La falena si dibatte

 

La falena si dibatte

 

L’intestino nutrito di moccio, il cervello di menzogne –

popoli eletti buffoni di un clown,

con giochi, oroscopi, voli di uccelli

che spiegano la propria sporcizia! Schiavi –

dai paesi freddi e da quelli ardenti,

sempre più schiavi, carichi d’insetti,

massa affamata, sottomessa alla frusta:

si gonfia poi tutto, e la peluria

tignosa fino a farsi barba di profeta!

 

Ahi, Alessandro e il rampollo di Olimpia,

il male minore! Adocchiano

l’Ellesponto, e schiumano Asia! Gente tronfia, fanfare

col drappello alla testa, favoriti, scaglioni nascosti

perché nessuno li disturbi! Favoriti: - posti buoni

per duelli di forza e di diritto! Se nessuno dà fastidio!

Favoriti, commedianti, fasce, larghi nastri –

di larghi nastri sogno e mondo sventolano:

piedi storpi vedono stadi distrutti,

puzzolenti animali entrano in campi di lupino,

perché il profumo inganna il loro odore:

sanno solo di sterco! – Obesi

inseguono la gazzella,

veloce come il vento, bella bestia!

 

Qui s’inverte la misura:

la pozza mette a prova la sorgente, il verme il braccio,

il rospo sputa in bocca alla violetta

–                   alleluja! – e affila il ventre nella ghiaia:

segno di rospi, monumento a monito della storia!

L’impronta dei Tolomei come segno di riconoscimento dei briganti

viene il ratto a conforto della peste.

Il traditore canta l’assassinio. Spie strappano

dai Salmi la lussuria.

 

E questa terra mormora con la luna,

poi cinge intorno ai fianchi una festa di maggio,

poi fa strada alle rose, cuoce il grano,

non permette al Vesuvio d’eruttare, impedisce che la nuvola

diventi lisciva, che trafigge e brucia

la razza di bestie che ha tramato questo. –

Ahi, di questa terra gioco di frutti e rose

è sottomesso al male che devasta,

alla spugna del cervello, al fallace incrinarsi della gola

del tipo sopraddetto – misura capovolta!

 

Morire significa lasciare tutto ciò irrisolto,

le immagini indifese, lasciare i sogni

a morire nella fessura dei mondi

agire, però, significa servire la bassezza,

recar soccorso alla vergogna, abbattere di sorpresa

la solitudine, la grande solitudine delle visioni,

la brama sognante di vantaggi, guai, promozione, fama,

mentre la fine, falena che si dibatte,

indifferente come scheggia è vicina

e annuncia un altro senso…

 

Un suono, un arco, quasi un balzo dall’azzurro

attraversò una sera il parco,

dove io ero –: una canzone,

soltanto un tocco, tre note messe lì,

lo spazio tanto invase, la notte caricò

a tal punto, e popolò di immagini il giardino

e creò il mondo e affondò la mia nuca

nella corrente, la luttuosa, sublime

debolezza della nascita dell’essere –:

un suono, un arco soltanto –: nascita dell’essere –

un arco soltanto, e portò indietro la misura,

racchiudendo tutto: l’azione, i sogni…

 

Da una corona di cervelli scarlatti,

fiori febbrili disseminati

che si conservano distinti, solo se uniti insieme:

«nel colore inflessibili», «elaborati

fino all’ultimo capello», limati a freddo

invocheranno, sudari salati della materia primigenia:

qui s’avvia la metamorfosi! La razza delle bestie

marcirà, giacché la parola decomposizione

sa sin troppo di cielo – già gli avvoltoi

affilano il becco, sono affamati i falchi – !

   

*

Perché questo incalzare di versi

Perché questo incalzare di martellan_

_ti versi, queste strofe e questi ritmi?

Perché la gazza e sbadigliante luce?

L'ambra preistorica e la libellula

 

in essa imprigionata? E poi le Galatee,

Veneri, Arianne, Lede senza il cigno

che si sollevano dai loro cuscini,

sotto archi, raccolgono frutti,

 

velano il loro lutto, lasciano cadere

viole, inviano un sogno...

Feaci, megaliti, Lerna, Astarte,

oliva, anche, e teogonie inattese.

 

Parole, parole - sostantivi! Basta che apra_

_no le ali e millenni cadono

dal loro volo.

Già un'occhiata sommaria,

 

il semplice sfogliare crea talvolta

una lieve ebbrezza. Se soffri,

aiutati, sei la tua unica redenzione

e il tuo dio;

 

se hai sete, devi bere

il tuo sangue, bevi il tuo sangue e basta

con la verità! Chi ama le strofe ama anche

le catastrofi; chi è per le statue

deve essere anche per le macerie.

Volevo conquistare una città, e ora mi sfiora

una palma.

*

Singolo

Trattenuto,

non aperto in rami e fronde,

per cacciare un grido nel blu del cielo -:

solo tronco, chiusure,

alto e tremante,

una curva.

 

Il vischio fugge,

lo sterminatore di semi,

e quando la rovinosa benedizione dei fulmini

si scatenò sul mio tronco

a disunire,

a divaricare

ciò che era albero?

E chi mai vide boschi di pioppi?

 

Singolo,

e in fronte, sulla corona, il segno dei gridi

che senza tregua le notti e il giorno

entro il dolce aperto iridato fosforescente

morire dei giardini,

ciò che gli sugge la radice e la corteccia divora

agita in spazi morti, 

avanti e indietro.

*

Dileguando

Dove sono

finito? Dove mi trovo ora? Un minimo

frullare d'ali, uno svanire.

 

Sono spossato

da qualcosa sopra di me.

Non ho più un sostegno

dietro gli occhi. Lo spazio

ondeggia senza fine; un tempo fluiva

verso un punto. Si è disfatta la corteccia

che mi

portava.

 

Ora tengo sempre il mio io nelle mani

e devo sempre indagare

quel che posso fare di me.

 

Da sempre avrei voluto volar via,

come un uccello dalla forra;

ora vivo fuori nel cristallo.

 

Ma ora, vi prego, lasciatemi andare,

torno a librarmi

ero così stanco

su ali è questo andare

con la mia azzurra spada di anemoni

nel crollo meridiano della luce

nelle macerie del Sud

nel disfarsi delle nubi

fronte polverizzata

tempia

dissolta.

*

I visitatori e noi

Adesso sono qui, riuniti a metà del pendio;

le loro dita vibrano e si sfiorano in una dolce ellisse.

Un po' ovunque cresce un'atmosfera di attesa;

sono venuti da lontano, è il giorno dell'eclissi.

 

Sono venuti da lontano e non hanno più paura dell'Apocalisse;

la foresta era fredda e praticamente deserta.

Si sono riconosciuti dai segni di colore, dai pigmenti, negli abissi;

quasi tutti sono feriti, il loro sguardo è inerte.

 

Su questi monti regna una calma da santuario;

l'azzurro si immobilizza e tutto si mette a posto.

Il primo si inginocchia, il suo sguardo è severo;

sono venuti da lontano per giudicare la nostra razza.

 

 

II.

I campi di barbabietole sormontati da piloni

rilucevano. Ci sentivamo estranei a noi stessi,

sereni. La pioggia cadeva senza rumore, come un'elemosina;

i nostri fiati trattenuti formavano oscuri emblemi

nel cielo del mattino.

 

Un divenire dubbio batteva nei nostri petti,

come un'allucinazione.

La civiltà non era ormai altro che una rovina;

questo lo sapevamo.

 

 

III.

Avevamo preso la strada diretta

sulla scarpata, grandi lucertole

facevano scivolare la loro assenza di sguardo

sui nostri cadaveri traslucidi.

 

La rete dei nervi sensitivi

sopravvive alla morte corporea

credo alla Buona Novella,

al destino approssimativo.

 

La coscienza esatta di sé

scompare nella solitudine.

Viene verso di noi l'infinito...

saremo dèi, saremo re.

*

Insetti extraterrestri

Fluttuavano nella notte accanto a un astro innocente,

osservando la nascita del mondo organico,

lo sviluppo delle piante

e il brulicare impuro dei più antichi batteri;

venivano da molto lontano, dal mare immu_

_tabile delle galassie, dai tronchi imputriditi, avevano

tutto il loro tempo.

 

Non avevano veramente

un'idea sul futuro, 

vedevano il tormento

e la mancanza e il desiderio

radicarsi sulla Terra

in mezzo ai vivi,

conoscevano la guerra,

cavalcavano il vento.

 

Si sono adunati in riva allo stagno;

la nebbia si alzava e riaccendeva il cielo.

Ricordatevi, amici, delle forme essenziali;

ricordatevi dell'uomo. Ricordatevene a lungo.

*

Fin dalle origini

Tu negli ultimi regni,

tu nell'ultima luce,

non c'è luce nel pallido

volto che fissa,

là sono le tue lacrime,

là sei denudato a te stesso,

là il dio, là l'unico,

che scioglie tutti i tormenti.

 

E da tempi innominabili

uno ti ha distrutto,

appelli e canti ti accompagnano,

uditi sull'acqua,

resti di alberi tropicali,

boschi del fondo marino,

spazi pervasi d'orrore

li portano fin qui.

 

Antico era il tuo desiderio,

antichi sole e notte,

tutto: sogni e sgomento

meditati fino a smarrirsi,

sempre più della fine, sempre più puro

tu stratificato in distanze,

sempre più muto, nessuno

aspetta e nessuno chiama.

*

Broncodilatatore

I microgranuli del broncodilatatore s'incollano allo stomaco

nello sforzo si ripresenta la tosse

il termometro segna sempre la stessa febbre

un fomento per favorire la diuresi.

 

La trachea è irritata, la voce è rotta -

in natura il fenotipo conta poco, quello che conta

è la perpetuazione e l'evoluzione del genotipo

il resto è storia di eccezioni, la maggior parte delle quali

ingialliscono in vecchi libri di storia.

 

Storia e natura, due limiti opposti,

la voce è gesto, la poesia è

additare: una sosta, una

sospensione, un attimo di grazia.

 

Chi ha insegnato il "buongiorno" al pappagallo -

non fosti tu, o un principio imminente nella natura?

Propendo piuttosto per la trascendenza

il mio sguardo sfuocato sulla natura è metafisico.

 

Ho la pressione bassa, come sempre sento la

nausea - niente di nuovo sul piano culturale -

non riesco neppure a rileggermi

la pioggia cade su di me come un greve verdetto.

*

Il tuono e la luce [Al Ministro Madìa]

Non si osa quasi pensare:

tu nel giardino sul mare,

sollevano e abbassano l'eterno

nonsenso le acque,

mischiate - Cartagine di Didone

e la porta del Sahara -

mischiate acque trasportano

il notturno finale.

 

I fiordi azzurri, le porte,

il tuono e la luce,

traverso cui l'oratoria

della gran terra irrompe,

e tu ne sei il corimbo

e verso i cieli fiorisci,

ma sei anche l'Isotta del nulla,

caducità anche tu.

 

Intorno alla tua casa, terrazza,

crolla la serra dei garofani,

e spazza il giardiniere

la pallida ora sfiorita,

anche tu, venuta da chissà dove,

anche tu chissà dove svanita,

e quel che per te si è sofferto

si fa già freddo e tardo.

 

Dove ci attorniano spazi

che già più d'uno ha varcato,

e nube che fuggendo

su altre teste è passata,

e terra si dà a figure

con mille impulsi,

alle potenze mortali

amate come te.

 

In miti immerso, in saghe

già affonda il giardino sul mare;

decadenza, in quanti giorni

si svuotano mari e giardini,

mischiate - i tempi di Didone

e le porte del Sahara -

le solitudini portano

oltre - al notturno finale.

 

[Alla bellezza senza pari dell'eccelsa donna, Ministro Madìa, il cui sguardo limpido e intelligente e la cui compostezza nell'agone politico ispirano fiducia e venerazione ai cittadini. Si seguono i Suoi assennati e pregnanti discorsi con il cuore in gola. "Mostrasi sì piacente a chi la mira" o "She walks in beauty". Invero è difficile ricordare di aver mai scorto una grazia pari alla sua, che sarebbe stata non indegno modello alle tele di Dante Gabriele Rossetti. Infine in Lei la natura ha raggiunto la massima perfezione immaginabile. Con i sensi della più profonda e "abbandonata" adorazione questo carme è dedicato.]

*

Suoni segreti

Nel mondo dei suoni che uomini crearono,

figure sonore disposte in ritmi,

a un tratto le frasi abbandonate

di una terra che muta si sostiene.

 

Senza suono la fine, la caduta dei fiori,

la scomparsa di fiori di lunga durata,

solo un corrugamento e di vecchiaia muore

un'ultima antica stirpe.

 

Pula del tutto, una grigia cava di stelle,

una palata di sassi - una mano

che arrestò in frane e mute rocce

il turbinio della tenebra cosmica.

 

Crostacei, conchiglie, banchi di corallo,

freddo mondo dei pesci, ma anche anfibio e gnu:

tutti crollarono dentro una morsa,

muti, e il labbro è ancor chiuso.

 

Là, in brividi, nel corrugarsi, nel rantolo

delle potenze primeve, nella prima traccia d'espressione

sento dei flauti sviluppare un lamento:

Tosca -: tempeste d'espressione: corni fendono

l'indicibile attendere della natura -

della Natura! 

*

Arcadia vintage

L'esercizio della riflessione,

l'abitudine alla compassione,

il sapore rancido dell'odio

e gli infusi di verbena.

 

Nella dimora Arcadia,

le sedie inutili e la vita

che si rompe fra i pilastri

come un fiume per annegati.

 

La carne dei morti è tumefatta,

livida sotto il cielo vetrificato

il fiume attraversa la città

sguardi spenti, sguardi ostili.

*

Monotonia di vita

Un mattino di sole rapido,

e voglio accarezzare la mia morte.

Leggo nei loro occhi uno sforzo:

mio Dio, quanto è insulso l'uomo!

 

Non si è mai abbastanza sereni

per sopportare i giorni dell'autunno

Dio quanto è monotona la vita,

quanto sono lontani gli orizzonti!

 

Un mattino d'inverno, dolcemente,

lontano dalle abitazioni degli uomini;

desiderio di un sogno, assolutamente,

di un ricordo che nulla cancella.

*

Il compagno dagli occhi senza palpebre

Sono in un tunnel fatto di rocce compatte;

alla mia sinistra a due passi un uomo senza palpebre

mi avvolge con gli occhi. Si dice libero e fiero;

molto lontano, più lontano di tutto, rimbomba

una cateratta.

 

Il declino dei monti, e l'ultima fermata;

l'altro uomo è sparito. Proseguirò da solo.

Le pareti del tunnel mi sembrano di basalto;

fa freddo. Ripenso al paese dei gladioli.

 

L'indomani mattina l'aria sapeva di sale;

allora sentii una doppia presenza.

Sul suolo grigio serpeggia un tratto profondo e denso,

come l'arco distrutto di un antico rituale.

 

Lentamente, scivoliamo verso un palazzo fittizio

circondato di lacrime. L'azzurro

ci sollevava come un pallone frenato;

gli uomini erano armati.

*

Mezzogiorno estivo

Mi sveglio e il mondo ricade su di me come un blocco;

il mondo confuso, omogeneo.

Il sole attraversa la sala, inizio un soliloquio,

un dialogo di odio.

 

Veramente, diceva un tale, la vita dovrebbe essere diversa,

la vita dovrebbe essere un po' più viva;

non si dovrebbero vedere queste cose;

né vederle, né viverle.

 

Adesso il sole attraversa le nuvole,

la sua luce è violenta;

la sua luce è possente sulle nostre vite schiacciate;

è quasi mezzogiorno e il terrore s'insedia.

*

Deus sive Natura

Non invidio quegli enfatici imbecilli

che vanno in estasi davanti alla tana di un coniglio

poiché la natura è brutta, noiosa e ostile;

non ha alcun messaggio da trasmettere agli uomini.

 

Dolce, al volante di una potente Mercedes,

attraversare luoghi solitari e grandiosi;

manovrando abilmente la leva e il cambio

si dominano i monti, i fiumi e le cose.

 

Le foreste vicinissime scivolano sotto il sole

e sembrano riflettere antiche conoscenze;

in fondo alle loro valli si presagiscono meraviglie,

dopo qualche ora si è fiduciosi;

 

si scende dall'auto e cominciano le noie.

S'inciampa in mezzo a un disordine ripugnante,

a un universo abietto e privo di senso

fatto di pietre e di rovi, di mosche e serpenti.

 

Si rimpiangono i parcheggi e i vapori di benzina,

lo sfavillio sereno e dolce dei banconi di nichel;

è troppo tardi. Fa troppo freddo. Comincia

la notte. La foresta vi stringe nel suo sogno crudele.

*

Notturno

Tracce della notte.

Una stella brilla, sola,

preparata per lontane eucarestie.

 

Destini si radunano, perplessi,

immobili.

 

Camminiamo lo so verso mattini strani.

*

Il come

Si cerca la neve dell'anno passato.

Ma questo come accade?

Come il buon Dio può farlo?

Io resto sempre uguale.

E se anche deve fare così,

perché Egli vuole inoltre che io assista a tutto,

con mente così chiara? Perché non me lo cela?

 

Tutto è un mistero, un grande mistero,

ed esistiamo per questo, per sopportarlo.

 

E nel "come"

sta la vera differenza. 

*

Lo scoglio e il flutto

Non servono gli esempi della storia:

non c'è mai stato un animo nobile

che abbia sofferto quanto soffro io,

in nessuno posso riconoscermi e trovare conforto.

Tutto è svanito, ma una cosa resta:

la natura ci ha donato le lacrime,

ci ha donato il grido, quando il dolore

diventa insopportabile - ma sopra ogni cosa

a me ha lasciato, nel tormento, parole melodiose

con cui lamentare il profondo gorgo dell'angoscia:

e se nel dolore l'uomo ammutolisce

a me un dio ha concesso di dire quanto soffro.

La natura possente

che ha dato solidità alla roccia,

ha donato all'onda il movimento

e se scaglia tempeste, l'onda fugge,

si agita, rigonfia e si infrange spumeggiando.

Un tempo in quest'onda si specchiava

splendido il sole, le stelle riposavano

sul mio petto che ansimava dolcemente.

Lo splendore del sole è scomparso e così la quiete!

Nel pericolo non riconosco me stesso

e non mi vergogno di confessarlo.

Il timone è rotto e la barca si sfascia

da ogni parte. Lo scafo si apre

spaccandosi sotto i miei piedi. Scoglio,

ti afferro con le mie mani! Così

il navigante si aggrappa infine

a quella roccia su cui credeva naufragare.

 

*

Lo specchio

E mi trovo uno specchio fra le mani,

ci guardo dentro volentieri,

come se, in doppio splendore,

portassi un messaggio divino.

Non certo compiaciuto di me stesso

ovunque mi vado ricercando.

Mi piace sempre stare in compagnia,

e questo è proprio il caso.

 

Se mi guardo allo specchio,

solitario nella mia casa quieta,

mi ritorna, inatteso,

lo sguardo dell'amata.

Subito mi volto e subito

appena vista, lei scompare.

Ma se guardo nei miei versi,

eccola, compare nuovamente.

 

Ne scrivo sempre di più belli

e più di gusto mio,

a mio vantaggio quotidiano,

alla faccia di critici e censori.

Riccamente inquadrata, la sua immagine

si fa sempre più splendente,

nei tralci dorati delle rose

e in cornicette di smaltato azzurro.

 

*

Sguardo retrospettivo

In tripudio una parte e parte in lacrime,

in certe ore era luce e più che luce,

in questi anni era il cuore e le tempeste

in quelli - di chi tempeste - chi?

 

Mai nella felicità, radi i compagni,

velato agli altri l'intimo accadere,

sempre più vasti scorrevano i fiumi

e l'esterno ti toccava sol di dentro.

 

Chi ti vedeva duro, chi più mite,

chi fare ordine, chi far distruzioni,

ma non vedevano che mezze immagini,

perché l'intero solo a te appartiene.

 

All'inizio più chiaro il tuo volere,

c'era una meta, eri vicino a credere,

ma quando poi scorgesti il tuo dovere,

l'occhio di pietra dall'alto sul tutto,

 

non c'era più una luce né più un fuoco

in cui il tuo sguardo estremo s'irretisse:

un capo nudo, insanguinato, un mostro,

al cui ciglio una lacrima pendeva.

 

*

Una parola dischiusa

Come si può vivere così?

tu non ti dai proprio pausa alcuna! -

una bella serata si avvicina,

quando il giorno intero ho lavorato.

 

Se mi si trascina qua e là,

dove nulla io posso,

sono da me stesso allontanato,

allora non ho una buona giornata.

 

Se si presenta invece ciò di cui ho bisogno,

e che io sono ben in grado di fare,

entro così in azione, e lavoro bene,

allora ho la mia buona giornata.

 

Io mi sembro fuori da tutti i luoghi,

anche il tempo non è tempo,

una parola dischiusa

agisce nell'eternità.

 

*

Saprei a stento dire

Saprei a stento dire

se io sono ancora lo stesso,

se mi si vuole chiedere nel complesso,

dico allora: sì, così è il mio animo:

è un animo che talvolta

preoccupa oppure rasserena,

ed in tante migliaia di righe

di nuovo in equilibrio torna.

*

Cielo e terra

La neve della luna cade sul prugno;

i suoi rami sono pieni di luminose stelle.

Ammiriamo il disco luminoso che gira;

il giardino lassù getta le sue perle alla nostra erbaccia.

*

La corona

Tu non freni le stelle buone e quelle cattive;

tutti i loro umori si riversano.

Sulla fronte il solco mi dolora,

la profonda corona dalla luce fosca.

*

il regno

... scese allora appoggiandosi al bastone

da un'incolore casa suburbana

della città più scialba fra le nostre

un obliato disadorno vecchio

 

e il consiglio dell'ora egli trovò

e salvò quello che i chiassosi istrioni

avavan tratto all'orlo dell'abisso:

il regno...

*

Modulazioni chimiche

Fiore del primario,

genuino no

alle chimere dell'utile,

e sviluppi e progressi

cosmica acausale

avversione al lavoro,

s'intravvede il totale

di una preragione.

 

Non si senton nel capo

a tratti spazi invenduti,

quasi che rinverdisse

una profonda parte,

o montasse un'ebbrezza

vasta come un'onda,

si sconvolgesse il sistema

tramite l'infinito?

 

Se è un sogno del malato:

in eterno senza confini,

se sono pensieri coatti

però è forte la coazione,

se brillasse come costellazione,

greve come Orione d'autunno,

se come fiore fiorisse

e fosse una peonia.

*

Ora Marina

Là ove tu sei la magnolia

è muta e meno pura,

ma lo sfondo grandioso

è il tuo darti, il tuo spargerti:

come polline: - scena profonda

cui l'anima si abbevera,

mentre lo schizofrenico

china sgomento la fronte.

 

Intorno a te solo giri e curve,

piste erbose e vantaggiose scommesse -

ah, chi sapesse il silenzio

di un dio che non dorme -

ancora sulle schegge del Golgota

si avvolge il vello d'oro:

"domani sarai al mio fianco

in Paradiso".

*

Sogno e presagio

Da' alla tua felicità, alla tua morte,

sogno e presagio scambiati,

quest'ora, la tua domanda

è così di corimbi inebriata,

falce e segni d'estate

presi dalle campagne, 

brocche e orci dell'acqua

crollati in dolce stanchezza.

 

Tu devi darti tutto,

niente ti danno gli dèi,

datti il lieve fluttuare

fra le rose e la luce,

a tutto l'azzurro dei cieli

datti in balìa,

gli ultimi suoni ascolta

muto, tacendo.

*

Attesa

Poiché noi siamo come la terra verde,

che aspetta la neve,

e come la neve, che attende il disgelo.

*

Si accetta tutto

Mi sono sentito vecchio poco dopo la nascita;

gli altri si battevano, desideravano, sospiravano;

io sentivo in me solo un informe rimpianto.

Non ho mai avuto nulla che somigliasse all'infanzia.

 

Nel folto di certi boschi, su un tappeto di muschio,

dei tronchi d'albero nauseanti sopravvivono alle loro foglie;

attorno ad essi si sviluppa un'atmosfera luttuosa;

la loro pelle è sudicia e nera, vi crescono dei funghi.

 

Non sono mai servito a niente e a nessuno;

è un peccato. Si vive male quando si vive per se stessi.

Il minimo movimento costituisce un problema,

ci si sente disgraziati e tuttavia insignificanti.

 

Ci si muove vagamente, come un microbo;

non si è quasi più niente, eppure quanto si soffre!

Si trasporta con sé una specie di abisso

portatile e meschino, vagamente ridicolo.

 

Non si crede più veramente che la morte sia funesta;

soprattutto per la forma, ogni tanto, si ride;

si cerca invano di accedere al disprezzo.

Poi si accetta tutto, e la morte fa il resto.

*

Tristi tropici

I gesti abbozzati finiscono in sofferenza

e dopo cento passi si vorrebbe rientrare

per sprofondare nel proprio malessere e andare a dormire

perché il corpo di dolore fa pesare la sua presenza.

 

Fuori fa molto caldo e il cielo è splendido,

la vita fa volteggiare corpi giovanili

che la natura chiama a feste primaverili

Lei è solo, ossessionato dall'immagine del vuoto,

 

e sente pesare la Sua carne solitaria

e non crede più nella vita sulla Terra

il Suo cuore stanco palpita con difficoltà

 

per rimandare il sangue alle Sue membra troppo pesanti,

ha dimenticato come si fa l'amore,

la notte cade su di Lei come una condanna a morte.

*

Tramonto ultimo

Già greve di oblìo,

ah, già così recline,

da infinitudine

suono dopo suono,

e segni d'ombra

dell'ultima luce,

o finale,

notti del nulla.

 

I mondi durano,

gli eoni regnano,

il freddo della morte

pesa solo sull'uomo,

per non dire di boschi

e dell'eterna riserva di caccia -

quando noi tramontiamo,

chi eri tu,

tu?

 

Punico in gioghi,

eredità,

ossa malate

di Filottete,

smorfia la fede,

smorfia la gioia,

con nulla torna

a Noè la colomba.

 

Cumuli di crani,

mania del concetto,

nessun verbo si salva

e nemmeno la storia -

a ogni oblio,

a ogni disdegno,

all'infinitudine

panellenica,

panatenea -

 

ed in santuari

del mare Tirreno

toro fra i fiori,

toro per Danae,

toro per Pasìfae,

in cortei di leoni

canti di ménadi,

gli dèi preparano

la fine ultima.

*

Il tempo che resta

Guarda: onda di violaciocche

cui l'occhio già trabocca,

tu sterile seme, immortale in proprio,

ed è già tardi.

 

Con ultime rose, poiché la favola

dell'estate da tempo lasciò la terra -

me detestabile,

ancor tanto monodico analitico.

*

Solo quando

Senza risposta in modo schiacciante!

Speranza di onorario non è,

giacché parecchi muoiono di fame. No,

è un impulso della mano

da lungi guidato, una disposizione cerebrale,

forse una terapia tardiva o un animale totemico,

a spese del contenuto un priapismo formale.

*

Fuori stagione

La rotta è persa, vi è un porto che ricordo,

placenta o ameba o un'ala di gabbiano;

chiamano le maree, Sirene forse,

Dioniso cerca rifugio sotto la statua di Apollo;

rompere il marmo e vita alle Cariatidi -

i Telamoni guardano sereni (posa haissable

stile tardo rinascimentale)...

 

Quel tale parla come un secolo fa,

costui scrive come un secolo fa,

niente guerra né Plank né USA:

quel che abbiamo visto e sofferto noi

per lui è Ecuba.

*

Dimmi

Perché hai morso la pietra

con denti di latte?

Perché t'affrettavi, se poi

sei rimasto per strada?

 

Perché non hai fatto di notte

i tuoi sogni?

Cosa volevi, infine,

dimmi?

*

Finché ero caro a te

Finché ero caro a te,

e le tue bianche braccia

mi intrecciavan la faccia,

felice come un re,

il re dell'Oriente,

io vissi il mio vivente.

*

Selvaggiamente confuso

Così urge il tempo nuovo, selvag-

giamente

confuso...

 

Il nuovo incalza, le vecchie

generazioni si estinguono. Vedi?

Così il tempo ci ricompensa

per i nostri affanni, per i nostri

piaceri. Ci succhia e

ci trova poi appassiti, mentre si gloria

con le nostre

forze migliori.

 

Voi non volete più costituire

un Tutto, volete soltanto

essere parti.

 

Sei bella, ma anche pericolosa,

per il giovane come per l'esperto;

snervante soffia il tuo vento estivo,

o Capua degli spiriti.

Su di te si cammina morbidamente,

e monti e boschi stendono intorno a te

un paese incantato, attraverso il quale

scorrono fiumi.

Non si parla, si pensa appena

e si vive col sentimento

ciò che si è pensato a metà,

a ciò arriva il tuo popolo,

onesto cuore e sana ragione,

che avvolge di favole e celie

l'immagine della verità.

 

*

Requiem

Non invecchieranno come invece invecchieremo noi:

l'età non potrà logorarli, né gli anni condannarli.

Ed al calar del sole e alla mattina

di loro ci ricorderemo.

 

Non si uniscono più ai loro compagni ridenti;

non siedono più a casa alla tavola di famiglia;

non hanno parte alla nostra fatica diurna;

dormono al di là della quiete notturna.

 

Ma dove i nostri desideri e le nostre intime speranze

stanno come fonti celate alla vista,

nel più profondo cuore della loro terra sono conosciuti

come le stelle sono conosciute alla notte.

 

Come le stelle brilleranno quando noi saremo polvere,

marciando sulle pianure celesti;

come le stelle che risplendono nel tempo della nostra oscurità,

alla fine, alla fine, rimangono.

 

*

Duplice epigrafe

Qui giace la specie umana che abitava in un pianeta chiamato terra.

Mentivano spudoratamente.

Ornavano di fiori sia la gioia sia il dolore.

Tenevano in gabbia uccellini.

Arrivavano in ritardo agli appuntamenti.

Ridevano sovente.

Riposino in pace nel sonno eterno.

 

Qui giace la specie umana che abitava in un pianeta chiamato terra.

Erano degli artisti.

Usavano gli stessi simboli sia per la gioia sia per il dolore.

Privavano gli altri della libertà affermando per contrasto la propria.

Non riuscendo a fermare il tempo si limitavano a essergli infedeli.

Conoscevano l'arte di spazzare via temporaneamente il vuoto con il loro fiato.

Riposino in pace nel sonno eterno.

*

Eppure la luce splende

Eppure la luce splende,

e gli uomini lodano il giorno;

io fuggo il sole, e in una tana tenebrosa

getto l'anima.

*

La verità saprai

Languire tutta vita per amore,

e morire d'amore senza mai

il nome pronunciare dell'amata,

o dell'amato, ecco il significato

ultimo e vero dell'amor-follia.

 

Morirò per il mio amore.

La verità saprai solo dal fumo che aleggia...

Il nome del mio amore, fino all'ultimo, segreto.

 

*

Lattiginosa e obliqua luce cade

 

Lattiginosa e obliqua luce cade

 

Lattiginosa e obliqua luce cade

nel geometrico perimetro dei tetti

l’occhio del mondo è chiuso dalle nuvole

regna sospesa pace. Pare invero

 

viver fantascentifici fumetti

nel morto tempo lunghi istanti vuoti;

passeri e merli accennano protervi

motivi, che non posson terminare:

nulla oggi anch’essi, nulla han da cantare.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

22 maggio 2014

 

 

*

Un disco frigge le ultime sue note

Un disco frigge l'ultime sue note,

garrir di balestrucci, lode d'angeli;

la veduta rincuora e l'uomo all'utile

s'allegra. L'orizzonte è incoronato

 

di rocce; antiche fole ci abbandonano.

In breve lasso molte cose passano,

non dilegua la sera al par del piombo,

ma si mostra come luce dorata:

 

la perfezione è priva di lamento.

 

*

Scorre la estate fulgida di immagini

 

Scorre l’estate fulgida di immagini

 

Scorre l’estate fulgida d’immagini

e i colli un lor vapore alzano al cielo;

ancor cantano i merli, e i balestrucci

un volo lor di sbieco intreccian ardui,

 

simìli all’ebbra ombra d’una vertigine

blanda. E bellezza è propria dei fanciulli.

Aprile, maggio, giugno son passati;

io non son più. Il cielo ride e canta.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

21 maggio 2014

 

 

*

Assillo di una idea fissa [Quasi un sonetto]

Un abisso infernale colmo di paura è per me la vita,

e i miei pensieri sono furie schiumanti d'ira,

e i miei desideri una nidiata di serpi astute

che sollevano i loro denti contro questo cervello.

 

La speranza, infedele, vidi fuggire da me,

come a quegli sventurati nel fuoco eterno;

e le mie lacrime bruciano, come i flutti

del Flegetonte, tra lamenti e vita.

 

E la mia voce è Cerbero che abbaia;

la valle infernale, in cui non cade raggio di luce,

è la mia anima spenta, colma di notte;

 

il destino, solo, mostra ancora a me benevolenza:

vuole che quelli siano tormentati da uno spirito infernale,

io, da una sola idea di questa terra.

 

*

Perché questo è rimpianto ed è un confondersi

 

Perché questo è rimpianto ed è un confondersi

 

Perché questo è rimpianto. Ed è un confondersi

continuo, un fare senza averne il tempo.

Ma no, questa è speranza. Ed è parlare

nelle ore lunghe di giornate lente.

 

Così si vive. Ma un giorno tra quelle

arriva un’ora ignota e solitaria

sorella delle altre ma diversa

che echeggia muta nell’eternità.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

17 aprile 2014

Giovedì Santo

 

 

*

E tu cammini nel folto brillio

E tu cammini nel folto brillio

dal corridoio di faggi al cancello -

guardiamo oltre le sbarre là nel campo

il mandorlo: ora torna a rifiorire.

 

E cerchi le panchine senza l'ombra

dove voci di estranei non ci turbino...

e le braccia si intrecciano nei sogni

della tenera luce della sera -

 

nel silenzioso frusciare sentiamo

piogge di luce dalle cime a soffi

solo guardiamo ed ascoltiamo quando

frutti maturi battono il terreno.

 

 

*

Voglio fuggir dal tempo a occhi aperti

Voglio fuggir dal tempo a occhi aperti

affondando nel giogo della vita.

*

Non posso più forzare la mia anima

Non io, non io, son debole e manchevole:

né posso più sperare mutamenti.

Io sono un vecchio, un uomo stanco a morte,

alla fine di un'epoca maestosa.

 

Davanti a me non vedo che tristezza,

non posso più forzare la mia anima.

*

Ricordi la bellezza di colui #poesiapoeti

 

 

Ricordi la bellezza di colui

 

Ricordi la bellezza di colui

che ricercava rose negli abissi –

dimenticando il tempo della caccia

gustava un denso miele di corolle?

 

Se ne andò a quel parco per riposare

lontano io lo portai con frullo d’ali

e pensoso nell’angolo fiorito

ad ascoltare la profonda quiete…

 

Ma il cigno ha ormai lasciato i giochi d’acqua

e dalle pietre al muschio di quell’isola

ha abbandonato il suo collo flessuoso

alle carezze di mani infantili.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

21 marzo 2014

 

 

*

Beati parchi a verdi rocce inducono

 

Beati parchi a verdi rocce inducono

 

Beati parchi a verdi rocce inducono

dove fiori ad azzurre onde s’uniscono

e ardenti all’alba leni venti frangono

ad un avvinto metalliche asprezze.

 

Faville i poggi ai cieli lilla spargono

albori in grotte di zaffiro incantano

e va una flotta in lontananze rùtile…

lo bevve e lo baciò un fremere infante,

 

egli, che gioco e cuna d’anca sfiorano,

quel solo nome geme e dice e modula

come un sospiro nell’anello magico

e vino e miele e latte e catacombe

ed il sorriso ondoso senza soste

 

donò nel regno dove i sogni acquietano…

dove al canto del cipresso benevolo

terre ghiacce ed imprese egli dimentichi

lento sciogliendosi in purpurei golfi.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

12 marzo 2014

 

 

*

Cercavi luci nel parco annebbiato

 

Cercavi luci nel parco annebbiato

 

Cercavi luci nel parco annebbiato

e ai soffi d’ombra a tratti trasalivi –

ti s’offrono più amiche le panchine

dove lo smalto ancor non è corroso.

 

Gli squilli dei giacinti insanguinati

sono corona – e pensi: forse i venti

di luce che ora piovono dagli alberi

sono promesse di speranza nuova

 

che il canto a marzo, schivo, ci sussurra.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

8 marzo 2014

 

 

*

Vieni ora il pensiero si interrompe

 

Vieni ora il pensiero si interrompe

 

Vieni. Ora il pensiero si interrompe

e qui non ha più strada il tuo paese.

Insinua nel mio cuore a che non cessi

il tuo silenzio come una pausa

perduta –

 

Vieni. Qui il tuo mistero s’interrompe –

avanza all’orlo di quest’alba diaccia

che ti offre da spartire il mio paese.

 

Canta. Pianger due volte quel che piangi

è metter fine al tuo grande rifiuto.

Sorridi e canta. Egli crede che resti,

luce cupa, sugli occhi del passato.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

5 marzo 2014

 

 

*

Nel libero quadrato pietre gialle

 

Nel libero quadrato pietre gialle

 

Nel libero quadrato pietre gialle

nel cui centro zampillano fontane –

vuoi ricordare ancora i tuoi discorsi

ché chiare come mai ti son le stelle

 

appare dalla conca di basalto

fa cenno d’inumare i morti rami –

spira freddo nella luce lunare

più che sotto l’ombra dei bui pinastri.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

5 marzo 2014

 

 

*

Cervi di Làllage culture bianche

Cervi di Làllage culture bianche

e tu non ne puoi più di ancor soffrire

sprofondo inebriato col termometro

e Putin pare al passo con la storia

 

ossessionato voci in redazione

perché si sta morendo consunzione

sarà un sussurro anzi non sarà nulla

ci si può accomodare - ultimi giorni

 

lunghi abbastanza che non te ne accorgi.

 

*

Sembra che tu ritiri con ribrezzo

 

Tu vuoi attingere l'acqua alla fontana

e immergerti per gioco tra i suoi getti -

sembra che tu ritiri con ribrezzo

le mani da una testa di leone.

 

Cercavo di sfilarti dalle dita

anelli con le pietre incastonate...

il tuo occhio umido mi baciò l'anima

fu risposta al mio vano supplicare.

 

 

 

Paolo Melandri

4 marzo 2014

*

Lo stagno silente aggiravi

Lo stagno silente aggiravi

 

Lo stagno silente aggiravi –

là sboccano rivoli d’acqua –

tu cerchi il mio cuore sereno

avvolti nel vento di marzo

 

le foglie ingialliscono al suolo

diffondono un nuovo profumo

m’incanti con sagge parole

tra i faggi mi rendi felice.

 

Conosci la gioia profonda –

godere le lacrime mute –

schermandoti gli occhi sul ponte

tu segui le zuffe dei cigni.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

28 febbraio 2014

 

*

Erba striata dagli argentei ciuffi

L’erba striata dagli argentei ciuffi

 

L’erba striata dagli argentei ciuffi

e la luce del giorno tra gli ontani

ci riconoscono e ci chiedono

se una stella più buona ci ha mandato.

 

Passano uccelli in alto nell’azzurro

sembra uniscano ciò che la paura

separa e bruciano sulle labbra arse

dello straniero le domande vane.

 

Facciamo che la vita non minacci

chi della vita altrui sempre si nutre

guardiamo uniti nella bianca estate

che ci saluta amica l’onda chiara.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

26 febbraio 2014

 

 

*

Gli avi [rielaborazione da Gottfried Benn]

 

Oh gli avi nostri fossimo primevi (rielaborazione da Gottfried Benn)

 

Oh gli avi nostri fossimo primevi.

Grumi di muco, calda la palude.

E vita e morte, concezione e parto

venissero dai nostri muti umori.

 

Fossimo un’alga, fossimo una duna,

che il vento forma, greve verso il basso,

già testa di libellula, o un’ala di gabbiano

sarebbe troppo già e troppo soffrire.

 

 

II.

 

Spregevoli gli amanti, gli irridenti,

e disperare e struggersi e chi spera.

Siam dèi appestati, eroi con il morbillo,

pure sovente ripensiamo a Dio.

 

Baia sinuosa. Sogni oscure selve.

Le stelle fuori fiori di viburno.

Pantere mute saltano fra gli alberi.

E tutto è riva. E eterno chiama il mare.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

22 febbraio 2014

 

 

 

*

è come se un tuo sguardo al buio brilli

È come se un tuo sguardo al buio brilli

 

È come se un tuo sguardo al buio brilli –

così tremante mi hai scelto ad amico

benedicevo l’arduo cammino

toccato dai tuoi passi e dalla voce…

 

Lodavi lo splendore della terra

tra fogliame d’argento e freschi raggi

 

e confessammo ai suoi duri poteri

che su nell’aria antica errano suoni

e il cielo si riempie di figure

solenni più che di una notte a maggio.

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

22 febbraio 2014

 

 

*

Quando dai pioppi il fresco del mattino

 

Quando dai pioppi il fresco del mattino

 

Quando dai pioppi il fresco del mattino

ti soffiò sul viso le fresche perle

(la ghiaia scricchiolando sul sentiero

ci rammentava sensazioni mute)

 

La tua voce mi sembrò roca quando

nel battito dei miei polsi sentisti

ansie che in te vivevano – e nel gelido

contatto prosciugava la rugiada.

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

14 febbraio 2014

 

 

*

Lascio che tu fraintenda la mia grave

 

Lascio che tu fraintenda la mia grave

 

Lascio che tu fraintenda la mia grave

malinconia per non turbarti ancora –

sento che appena il tempo ci divida

non abiterai più nei miei luoghi.

 

Quando il parco dorme sotto la neve

credo che nasca ancora nel silenzio

conforto dai bei resti – 

nella tranquillità del freddo inverno.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

13 febbraio 2014

 

 

*

Tutte le pietre che dalla tua strada

 

Tutte le pietre che dalla tua strada

 

Tutte le pietre che dalla tua strada

sbucano ecco ora compre il molle grembo

che di lontano si alza al cielo – i fiocchi

volteggiano sul pallido lenzuolo

 

e se un soffio li porta alle mie ciglia

tremano come quando noi piangiamo…

così smarrito guardo alle tue stelle –

lasciato solo con l’orrida notte.

 

Lentamente su bianca superficie

incosciente vorrei che mi adagiaste –

se i vortici mi tirano nel vuoto

venti di morte mi colpite lievi:

 

è facile che dentro quelle alture

dorma nascosta una speranza nuova

che al primo dolce réfolo si desta.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

13 febbraio 2014

 

 

*

Liberamente usare ogni tesoro

 

Liberamente usare ogni tesoro

 

Liberamente usare ogni tesoro –

come alle piante

disseccate

per troppo sole

dare alle arse membra

tiepida pioggia ed un luogo felice.

 

Cogliere il meglio dei germogli quando

le prime stelle brillano –

che ti sia dato tanto fa piacere.

 

E chiamare follia credere un male

aver baciato in sé lontane immagini

e non aver saputo conciliare

un bacio avuto in sogno ad uno vero.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

12 febbraio 2014

 

 

*

Vieni dove api

 

Vieni dove api

 

Vieni dove api

su seta ingiallita

ricamano figure

di capri e di uccelli

nel sudario.

 

E io fossi

un mendicante

di sonno.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

11 febbraio 2014

 

 

*

Il male degli ultimi fiori

 

Il male degli ultimi fiori

 

Nell’autunno che avanza ti sorride

sommesso ancora un alito di vento,

il profumo dorato del giardino.

S’intrecciano ai capelli tuoi ondeggianti

 

gli ultimi fiori d’ànice e veronica.

Imputridite biade ancora s’agitano

in un fulgore stanco d’oro vecchio.

Forse non così alte né più sì ricche

 

salutano le rose amiche ancora.

Anche il loro splendore è fatto pallido.

Taciamo ciò che non ci è più vietato.

E promettiamo d’essere felici

 

anche se ancora non ci fu concesso

che di danzare un giro a due al crepuscolo.

Cuori che mi abbracciate come amico,

come siete lontani dal mio cuore.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

5 febbraio 2014

 

 

*

Mobile al vento il platano spandeva

 

Mobile al vento il platano spandeva (locus amoenus)

 

Mobile al vento il platano spandeva

nel mezzo dell’estate la sua ombra,

e Dafne incoronata di sue bacche

e i pini ben potati e gli ondeggianti

cipressi tutt’intorno alla svettante

cima stormivano a brevi intervalli.

 

E tra di loro spumeggiava lieta-

mente scherzando un rivo innamorato

e le sue onde lucide lambivano

allegramente grigioazzurre pietre.

 

Che il luogo fosse degno dell’amore

diceva l’usignolo nelle selve

e la rondine urbana anche il diceva

con canti freschi più di prime aurore

sfiorando i prati molli in folli cerchi,

e le violette delicate un canto

alzavano all’azzurro e alla campagna.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

1 febbraio 2014

 

 

*

A Napoleone Bonaparte

 

A Napoleone Bonaparte

 

Liberatore, tu che mai sconfitto

ci mutasti così, che il segno tiene,

tu che fondasti più mite diritto

sui basamenti solidi d’Atene,

 

volgi i fulminei rai del tuo destino

verso le sorti italiche in periglio

e dal tuo sguardo màntico, aquilino

trapassi a noi sapienza di consiglio.

 

Che giovan gli alti sensi, imperatore,

al popolo ch’è nave in gran tempesta?

Studio nel vento il tuono annunciatore

 

o mi preparo a una divina festa?

Ah no, sfuma il ritratto tuo in pallore

ed ogni giorno è un sogno in cartapesta.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

25 gennaio 2014

 

 

*

Trascorsa tra atmosfere

 

Trascorsa tra atmosfere di sott’acqua…

 

Trascorsa tra atmosfere di sott’acqua

fra inabissati specchi e chiuse stanze

oh triste infanzia mia tra cupi armadi

in fondo al mare. Arredi e madreperle.

 

Aeroplanini giunsero traguardi

di soffitto: smaglianti orate morte,

e rondoni che annegano. Acque calme.

(Qui senza grida il mio naufragio è fermo.)

 

Ora ho trovato un senso nella vita

e so la gioia di guardare il cielo

per caso, e riconoscere l’azzurro.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

12 gennaio 2014

 

 

*

Le prime case si destano

 

Le prime case si destano…

 

Le prime case si destano

con un respiro esitante

che pare un riso pianissimo

distante distante.

Lo sfiora fugace, d’intorno,

con ali di rondine,

il volo radente del giorno.

E dove tu approdi, repente,

è trepida angoscia di cose sgomente.

Ma ogni barlume è in tremore,

ed ogni suono ribelle:

son troppo nuove le stelle

e la bellezza è il pudore.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

11 gennaio 2014

 

 

*

Sorella prendi tu la brocca grigia

 

Sorella, prendi tu la brocca grigia…

 

Sorella, prendi tu la brocca grigia,

e accompagnami. Perché non hai

dimenticato l’usanza. –

Sono oggi sei estati che la udimmo,

quando attingemmo al fonte e ci parlammo:

ci è morto nello stesso giorno il padre.

Vogliamo

attingere acqua dalla brocca grigia

dove stanno due pioppi ed un abete

sui prati ripidi.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

8 gennaio 2014

 

 

*

Ai chiari vetri le finestre brillano

 

Ai chiari vetri le finestre brillano

 

Ai chiari vetri le finestre brillano,

vedute in controluce, il cielo splende;

vien con la notte un brulicar di stelle,

la compiutezza è priva di lamento.

 

A metà della vita aver gustato

ciò che di bello v’è nell’esistenza;

si leva a sera il vento, dolcemente,

non è remoto il riso dell’infanzia.

 

Sulle montagne alberi verdeggiano,

amici, amore, chiesa, santi e immagini;

una siepe selvatica profuma,

più bianca neve adorna tetti e campi.

 

Esiste tutto in un presente acronico,

gli amici vanno a contemplar le stelle;

il caro borgo e l’isola sul mare,

i coppi della piccola città.

 

Lontano il cielo sta quasi immutabile,

natura appare immota, fresco è il vento;

vanno i giorni ai fruscii d’aliti caldi,

chiarìa dal monte allide a fondovalle.

 

Varia col tempo ogni alito di vita,

nella stagione spoglia i giorni passano;

non ho pregato il fulgor di un momento,

l’agnello infiocchettato è il sacrificio.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

5 dicembre 2013

 

*

Quando dal monte al cielo la veduta

 

Quando dal monte al cielo la veduta

 

Quando dal monte al cielo la veduta,

il lirico paesaggio che rinasce

in un presente acronico risplende

l’uomo da lontananze beve pace

 

e l’usato lavoro acceso ferve

ed un ruscello scorre fino a valle

e il molto che soffrimmo è immaginario

e vaporoso è il polverar degli anni.

 

Possibile cantare altro destino,

forse Giovanni. Cristo. Nella carne

nascosto mi rimane. Ma i giardini

pendono vuoti sul freddo canale.

 

Giacché rovinerà la mia dimora

e nulla stabilmente mai dimora

e un villeggiante contempla le vette

e cresce il muschio e tornano le rondini.

 

È necessario essere fedeli,

ma non vogliamo andare avanti e indietro,

ma vedere, lasciandoci cullare

sul lago in un dondolii di vecchie barche.

 

Angolo dopo angolo conoscere

le cose care e le ore, quando è sera,

di tramontanti uccelli. Il canto è vano,

il sole punge prati nella valle.

 

Ci segue il tempo e immagini di un rito

si affacciano su terra oscura e immobile;

mi sembra, presso Lui vorrei restare

ma non è dato ridestare i morti.

 

 

 

Paolo Melandri

3 gennaio 2013

 

*

Angelo Muto

 

L’Angelo Muto

 

Mentre pallidamente io esploravo

le mie poesie, le strofe dove un crudo

tormento sordi abissi rotolava,

su la soglia apparì l’Angelo Muto.

 

Ella recava all’anima smarrita

Ella di ricchi fiori un bel portento;

ed una brocca era tra le Sue dita

e rose, rose ornavano il Suo mento.

 

Corona a Lei sul capo aurea splendeva,

la voce Sua era prossima all’Incanto:

“La Vita bella e il Canto a te m’invia”

ora che sorridendo Ella diceva,

 

Le cadevano i gigli e le mimose.

Ed a raccôrli come io fui chinato,

Ella s’inginocchiò: tuffai beato

io tutto il viso fra le fresche rose.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

31 dicembre 2013

 

 

*

Respirar aria forte delle cime

 

Respirar l’aria forte delle cime

 

Respirar l’aria forte delle cime,

esistere liberamente tra i crepacci:

si aprono abissi dietro i tuoi passi,

non puoi tornare indietro, né lo vuoi.

 

Prosegui ancora, solo, tra le altezze…

piccolo e misero sei, in balìa dei venti –

uomo, ascolta! segui quel cammino

che nessun passo ha mai tracciato ancora

 

e nessun passo mai percorrerà,

se non il tuo – il tuo libero cammino,

sei tu… il trascorso ed il presente

sono quel viaggio, non temi gli abissi.

 

Tra nevi forti come l’aria forte

emergono soltanto antiche rocce,

così pure che sembrano irreali…

ti sembrano un giocattolo da bambini.

 

Son mete, forse? Procedi avanti ancora,

i piedi affondano nel ghiaccio che scricchiola…

non provi più inquietudine, soltanto

sei libero, sei tu, libero e solo.

 

In cima un teatrino ch’è un miraggio:

chi vi è, uomo, lassù? guarda un po’ meglio:

le figlie del deserto per te danzano,

o il vento scherza con forti folate?

 

Libero sei, meschino, un nulla solo.

Prosegui ancora. Cerca. Arriverai?

Dove? Non sai. Prosegui la ricerca,

là, tra le nevi, tu, libero e solo.

 

 

 

 

Paolo Melandri

29 dicembre 2013

 

*

Il ritorno maieterno

 

Il ritorno maieterno

 

Eccomi a casa: mai tale marea

di nostalgie mi ha accolto… (Ed è) (un) pulsare

(un) continuo […] continuo

per campi et boschi di sopite forze;

e vidi: fiumi, colli, e voi contrade,

nel cerchio dell’Incanto, e voi, fratelli!

voi quali eredi prossimi del Sole

e le stelle ormai prossime all’Incanto –

nel rassegnato sguardo un Sogno posa,

un muto Segno (è “annuncio” – la parola?)

e in sangue un affluire nostalgia…

 

[Ma questo non è mai – un de-finire…:

che sarà mai

(un) de-finire! Bara ermetica e sudario !

Questa è una volontà, una promessa,

un ultimo tagliare (tutti) i ponti,

vento di mare, (questo è) un levar d’àncora…]

 

Presto sperabile una palingenesi

(metatesi programma metamorfosi):

risorgeranno nuovi i fusi d’oro…

vere, favole esperie, se mai vere.

(Fammi tremante verso, Hölderle, scrivere.)

 

Fredda brezza sospesa a fiati giunge;

la vita (già – dolente) piega al Sogno –

e premia la promessa dei Celesti

benigna il pio – cui s’interdice il Cielo.

 

Il verbo io scrissi: “Il Circolo è concluso”.

(’Tis said:) anzi che l’Ombra il lume assorba,

alcionia nube-àncora rapisce: (il)

delfino danza tra le ionie plaghe

lo splendore afferrabile di nevi.

 

 

 

Paolo Melandri

27 gennaio 2013

 

*

Il fiore che coltivo alla finestra

 

Il fiore che coltivo alla finestra

 

Il fiore che coltivo alla finestra

custodito dal gelo dall’invaso

malgrado le mie cure mi rattrista

e piega il capo come per morire.

 

Per cancellare dalla mia memoria

il ricordo del suo primo fiorire

afferro armi affilate con cui taglio

il fiore dal mio cuore ammalato.

 

Perché nell’amarezza mi sprofonda?

Dalla finestra voglio che sparisca… –

e levo di nuovo gli occhi vuoti

e nella vuota notte mani vuote.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

27 dicembre 2013

 

 

*

Lo spettro

 

Lo spettro

 

Se greve nebbia per le vie ancor pende,

figlio, passando, no, non ti fermare –

parla alle pallide ombre, e non tremare:

a un refolo strisciano in alto lente.

 

Quando per viali sul cammino impietri

(curvi di brina i vertici dormienti),

o figlio, origlierai i più alti venti

che piangono i lor aridi deserti.

 

Sempre desta così la vita stanca,

figlio, tu non cadrai giù nell’abisso,

se il fioco lume della meta manca

e su te l’astro mio sereno fisso.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

27 dicembre 2013

 

 

*

Quando le voci morte della lingua

 

Quando le voci morte della lingua

 

Quando le voci morte della lingua

torneranno parola? Quando il soffio

in noi s’incarnerà, che di una svolta

ci accenni, che un futuro anche a noi indichi?

 

Lontani doni, le parole dicono

pur senza designare in un rinvio

di segni, esse non mostrano, dimostrano,

portandoci in un luogo ch’è concetto

 

di primigenio appartenere all’essere

(mentre chi muore già appartiene all’uso

originario), là, dove ci chiama

la campana squillante del silenzio,

 

dove l’alba è pensiero, dove il canto

a determinazione d’un vissuto

in chiarezza arrendevole si eleva.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

25 dicembre 2013

 

 

*

Pensare esserci ed essere [è difficile]

 

Pensare esserci ed essere (è difficile)

 

Errare con velocità di brivido

nello spazio, nel nulla, ovunque. Errare.

Sentirsi intatti, essendo essenza prima.

E dileguare, noi non più individui.

Vivere l’universo dentro il suo

organamento, nella vita urgente.

Però dentro l’azione sempre nuova

e rinnovantesi, “qualcosa” urge

a un fine ignoto, senza fine mai.

E il nostro agire non è multiforme,

non è possente, non è ultrapossente:

è una povera cosa, un nulla forse

senza intenzione, senza intedimento.

L’angoscia cresce di non trovar pace,

di non abbeverarsi mai alla quiete

desiderata, all’acqua che disseta

(là presso il pozzo di Giacobbe);

e questa angustia ci sospinge all’essere

di nuovo, non bastandoci più l’esserci.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

25 dicembre 2013

 

 

*

23 dicembre 2013

 

 

23 dicembre 2013

 

Sui libri mi galleggia luce livida,

verdognola, azzurrastra; angeli escono

da sudari di risorta speranza.

Nevica. Dalla caldaia si espande,

 

si diffonde un frullìo, un crepitare,

la sveglia ricchettante ormai riposa.

Sussurrano di vento aliti freddi.

Nevica. Ogni emergenza sfuma in bianco.

 

Fenomeni dolenti, ombre corrose,

figure evanescenti senza pace,

che mai non troveranno nebbie o vuoti,

vagano intorno a me, intorno ai peccati

 

gementi. Nevica. Fin dall’inizio

velato si avvicina il tempo aperto

del mondo in armonia con sé, col tutto,

di chi in sé adora già l’ultimo dio.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

23 dicembre 2013

 

 P.S. Carissimi, vi ringrazio cordialmente della vostra amicizia calda, che tanto mi sostiene, ed auguro a voi tutti di trascorrere serenamente queste ferie invernali e di avere la ventura di poter recuperare qualcosa dell'incanto natalizio.

*

Ora che è tardi

 

Ora che è tardi

 

Ora che è tardi

per ragionare

ecco suonare

pìfferi giù.

 

Il cielo è scuro

ma non è nero:

pare un veliero

perduto invan.

 

Salgon le voci

dei compratori,

bacche ed allori

frigidi stan.

 

Spira una fredda

brezza serale,

vuoto invernale

ci stringe il sen.

 

Cércasi fingere

la contentezza,

ma l’amarezza

gli auguri fa.

 

Sempre si sperano

anni migliori,

ma i nostri ori

vecchi son già.

 

Groppi di lacrime

smorzan saluti,

tardan gli aiuti

a chi non ha.

 

Le luminarie

son fredde e bianche;

le membra stanche

cadono ormai.

 

Senti più soffici

lontani tocchi

come rintocchi

di un funeral.

 

Tutto è sospeso

come su un nulla,

là, dalla culla

fino all’avel.

 

Cadono puri

fiocchi di neve:

su dalla pieve

un canto vien.

 

Scende dai cieli

il re del mondo:

è senza fondo

il suo cader.

 

È fatto inerme

chi regge i fulmini:

solo, tra i culmini

del suo sperar.

 

Intanto piange

come un bambino,

ma già è vicino

il suo spirar.

 

Dai i cieli immobili

s’affaccia Dio:

morto pendio

è il viver qua.

 

Van freddolose

sagome alate:

son ritornate

l’anime a me.

 

Presto, miei cari,

sarò con voi:

verremo noi

nel buio imman.

 

All’improvviso

luce da un uscio:

esce dal guscio

altro mortal.

 

Tra le viuzze

andrà disperso

e sarà asperso

d’aghi del ciel.

 

La sua figura

ecco si perde:

forse lo prende

il buio, là.

 

Giungerà l’ora,

non più saremo,

non vagheremo

mai più quaggiù.

 

Il libro scritto

resterà chiuso:

dentro, rinchiuso,

non-senso invan.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

22 dicembre 2013

 

 

*

Passa la banda è tempo di marciare

 

Passa la banda è tempo di marciare

 

Passa la banda: è tempo di marciare.

Il tanburino ci cadenza i passi:

«Fratelli, altri festeggiano il Natale»

è la nostra canzone. Ah se una tregua

 

ci avessero concesso! No, marciare,

marciare giorno e notte al suon dei pifferi;

il clarinetto intonia la sua nenia.

Ma non c’è tempo: al passo, e poi, cadenza!

 

Marciam dalla mattina infino a sera

e poi, di notte, non giunge il riposo,

ché noi dobbiam marciare, andare, andare!

Fratelli, fratelli, là e la mia casa!

 

Volgono gli occhi muti gli altri fanti,

senza stupore guardano una casa.

Il colonnello grida: al passo, al passo!

Rulla il tamburo, in posa è lo smargiasso.

 

Si rede forse un nuovo Garibaldi

in posa mentre sfilano i suoi mille?

Ma il filo rosso sangue degli ingenui

guida la storia alle mete dei Grandi.

 

Mete, s’intende, solo provvisorie,

che non conducono a un porto sicuro.

Sennò, perché dovremmo ancor marciare,

marciare sempre, in tempo di Natale.

 

Siamo sfiniti. Il fiato risparmiamo,

per non deprimer oltre il nostro umore

non diamo un fiato, mai ci lamentiamo!

Lalì! Lalà! Tralàlla! Trallaléra!

 

La colonna procede, siam tra i primi.

Non lo sappiamo. Tra le retroguardie

molti son morti, e marciano anche scheletri…

Avanti, avanti! Vivi o morti, andare!

 

Per chi se lo permette, Buon Natale!

Siamo soldati, amiam la disciplina…

chi non l’amasse, mai potrebbe andare?

Lalì! Lalà! Tralàlla! Trallaléra!

 

Senza riposo mai, senza mangiare,

per valli e colli al passo amiamo andare!

Fratelli, fratelli, guardate la mia casa…

volgono gli occhi i fanti, intendon “cassa”.

 

Ma no! per noi non v’è cassa veruna,

siamo soldati: andiamo alla fortuna!

Marciano i teschi, i fanti morti al grido,

rulla il tamburo, fra scricchiolii d’ossa.

 

Non visse qui Matilde di Canossa?

Al passo! al passo! futili pensieri!

chi si rammenta più del tempo d’ieri?

Al passo! al passo! polpa oppure ossa,

 

andate al fronte, alla sola riscossa!

Natale passa, e per l’Epifania

ristanno i fanti: ignota poesia!

Nel gelo sono immobili le ossa,

 

la terra avvampa tra la neve rossa.

Pace godiamo ormai: che bel Natale!

a me seppe di morte, e non fu male.

L’anno novello ci slegò le ossa.

 

Fu in questa pace la nostra riscossa.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

22 dicembre 2013

 

 

 

*

Poiché perduti i giardini di infanzia

 

Poiché perduti i giardini di infanzia

 

Poiché perduti, i giardini d’infanzia

sono l’irraggiungibile tesoro;

sono tesoro perché irraggiungibili,

vera realtà impossibile e precaria.

 

È infatti questa – o pare – la natura

dei desideri: il loro non-coincidere

con la realtà concreta, il loro tendere

(abietto è il parossismo) all’impossibile.

 

Eppure, riflettendo, ci è spontanea

la tenerezza ai meccanismi inconsci:

tali noi siamo, in fondo, ed è guadagno

conoscere noi stessi per sorridere

a chi ci è accanto, a volte; ma il sorridere

 

non è sorriso mai di scherzo e scherno

se non nell’acqua della superficie;

e tantomeno questo è compassione

perché cum-pati è raro ed è miracolo

e poche volte irradia il quotidiano.

 

Ma sparagmòs è il vivere sperduti

in mezzo agli altri, dis-autenticandosi;

(la) disponibilità cresce totale

e nel crescendo della vita sparsa,

 

nel (non) soffrire dei disiecta membra,

troviamo convergenze entro i confini

dei verdeggianti giardini d’infanzia,

perduti paradisi, (ça) va sans dire,

 

ma un minimum che, proprio perché perso,

rende realtà, vissuto, un’esprienza

che, declinata nei più vari modi,

ci fa tutti soggetti intercambiabili:

 

orfani siamo tutti dell’eterna

tensione del desiderare invano:

l’iperbole dei mondi immaginati

fa condivisa questa in-esistenza

in divenire precario e imperfetto.

 

Mistero è la realtà del desiderio:

poco vediamo, un poco più intuiamo;

sentiamo in noi un esistere dinamico

che ci motiva gli atti e le rinunce.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

18 dicembre 2013

 

 

*

Non bello né piacevole il momento

 

Non bello né piacevole il momento

 

Non bello né piacevole il momento

(ben lo sappiamo) del nostro defungere:

probabilmente vivo e insopportabile

dolore, e dopo, l’esser nulla.

 

Neanche un momento per poter pensare

alla liberazione: dal più truce

soffrire, senza guide o provvidenze,

al non esister più, neanche ricordo.

 

Del resto chi ha mai visto provvidenze,

disegni nell’errare senza scopi

non precari? Il tedoforo la teda

passa a chi segue, lampada di vita.

 

Ben presto cancellato ogni ricordo,

fantasmi siamo sussurranti al vento

e a chi ci ascolta suggeriamo a volte

la nostra collettiva identità.

 

Non poetizzo istanti di trapasso.

Eppure mi consola, qui ed ora,

e solo qui ed ora, contemplare

quell’infinito vuoto che mi fredda.

 

Ogni memoria umana sarà persa

quando la specie nostra sarà estinta:

non ci sarà nessuno a ricordarci

perché, fuori di noi, nessuno esiste.

 

Gesù non è risorto e Dio non è,

la notte nera è il nostro freddo nulla;

ma se contemplo questo arido vero,

arido e secco e senza più bellezza,

 

si placa la mia mente: la coerenza

della mancanza di ogni provvidenza,

sperimentata mia agonia di esistere,

è un tutto senza ipocrisie né strappi.

 

Nell’assenza di scopi vedo l’ordine

che regge gli universi freddi e bui:

nessuno ha cura mai del nostro esistere

e noi siamo incuranti di quel Nulla.

 

La teologia cristiana invece è beffa

crudele e irrispettosa all’individuo:

se Shakespeare vide il mondo come burla

fu perché, schizofrenico, credeva.

 

Ora viviamo un tempo fortunato,

privo di precedenti nella storia:

possiamo contemplare pure assenze

e sapere il non-senso il solo senso.

 

Il Nulla non è senso e non è burla,

non rimarrà di noi che il freddo Nulla.

Non rimarrà di noi traccia veruna,

senza cieli stellati e senza luna.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

9 dicembre 2013

 

 

*

Quando la ventarola alla finestra

 

 

Quando la ventarola alla finestra

 

Quando la ventarola alla finestra

sibila a scatenarsi di bufere…

 

Quando sotto il piovoso ciel squarciato

all’improvviso scivola un incerto

raggio di sole su incerte calìgini

di alpeggi…

 

Non giungiamo mai ai pensieri.

Essi giungono a noi.

 

Quando in diuturna attesa dell’estate

isolati narcisi in mezzo al prato

fioriscono e tra gli aceri risplende

la rosa montana…

 

Non giungiamo mai ai pensieri.

Essi giungono a noi.

 

Quando, mutando all’improvviso, il vento

brontola sull’impalcatura vecchia

della baita montana e par che il tempo

diventi uggioso…

 

Tre pericoli minacciano il pensiero.

 

Il pericolo buono e perciò salvifico è

la vicinanza del volere il nulla.

 

Il pericolo maligno e perciò

massimamente malefico

è il pensiero medesimo. Esso deve

pensare a volte contro se medesimo,

ma raramente questo esso può fare.

 

Pericolo cattivo ossia confuso

non è nient’altro che il filosofare.

 

Quando nel giorno lento dell’estate

si cala una farfalla sopra i fiori

e, chiuse l’ali, assieme ad essi ondeggia

nel vento intermittente d’arsi prati…

 

Chi pensa in grande, in grande deve errare.

 

Quando nel fitto notturno silenzio

il torrente montano va narrando

della discesa sua – a precipizio

fra le rocce…

 

Essere antico…

 

Accostarsi a una stella…

 

Quando in notti d’inverno avvien che infurii

neve a tormente su strette capanne

e il lucido paesaggio d’un mattino,

nell’innevarsi, è reso silenzioso…

 

L’onnipotenza del linguaggio porta il pensiero

davanti al proprio oggetto.

 

L’impotenza del linguaggio

fa sorgere la “cosa inesprimibile”

(ch’è l’unica che importi).

 

Quando la luce della sera cade

da qualche parte in folto di foreste,

ne indora i tronchi…

 

Cantare e pensare sono i vicini

tronchi gemmanti del chiuso poetare.

 

E gemmano dall’esser finché giungono

alla sua verità, arida e nuda.

 

Il legame fra loro spinge e muove

a pensare, a intuire ciò che Hölderlin

canta degli alberi della foresta:

 

«e rimangono l’uno all’altro ignoti,

finché staranno eretti, i vecchi tronchi».

 

Dilagano foreste senza stelle,

a precipizio scendono i torrenti,

anche le rocce continuano ad essere

la pioggia scroscia ad intervalli lunghi.

 

E restano in attesa i verdi campi

e sgorgano le fonti e non s’arrestano

e i venti a quando a quando anche s’arrestano,

benedizione eterna è ogni pensiero.

 

 

 

Paolo Melandri

8 dicembre 2013

  

*

Lasciare dire il dire originario

Lasciare dire il dire originario

 

Lasciare dire il dire originario,

la forza propulsiva di un pensiero,

esporre ciò ch’è solo: unico e solo

(riposi nel silenzio ogni rigore).

 

Così solo i poeti, anche di rado,

canti oseranno – accordo disadorno,

disadorno preludio della mente

di chi scompone e fa poeticamente.

 

Solo chi canta, a lungo inascoltato,

conosce la pensosa pacatezza,

perseverante attesa forse d’un

giardiniere invecchiato: ecco una via.

 

Si mostra qui una via: l’appartenersi

l’un l’altro. Guida estrema

della composizione e del pensare?

Trasfigurata è ogni identità.

 

Sboccia una diade di canto e pensiero

da un ceppo unico e antico e trascurato:

rendersi debitori a sé di cenni,

improvvisi baleni dall’oscuro.

 

Ancora le parole, ancora i doni

lontani e quel che dicono

(ma senza designare alcun rinvio)

per un silenzio che si ode squillare.

 

Ancora le parole, quando portano,

mostrando, al luogo dell’appartenere

originario, all’uso originario,

verso dove ci chiama lo squillare

 

del silenzio profondo, dove l’alba

di ogni pensiero alla destinazione

in luce di arrendevole chiarezza

si eleva verso una condivisione.

 

 

 

 

Paolo Melandri

7 dicembre 2013

 

 

*

Renderci debitori di noi stessi

 

 

Renderci debitori di noi stessi

 

Renderci debitori di noi stessi:

lasciarsi dire originariamente,

appartenere in fondo a quell’evento

che si appropria di noi, ci inganna ed usa.

 

Quanto lungo il sentiero verso questa

località, (da cui) il pensiero può pensare

contro se stesso, e arrendersi all’altrui,

per salvare così il solo ritegno

della sua povertà, inadeguatezza.

 

Ma ciò ch’è inadeguato, custodisce

felicemente la propria modestia.

E l’inespresso làscito di essa

serbare fermi in fondo alla memoria:

 

dire spontaneamente “verità”

come “radura” a tratti è proprio dire:

nell’atto si dischiude la potenza

del verbo che a ogni senso si sottrae.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

4 dicembre 2013

 

 

*

Bufera sotterranea si dispiega

 

Bufera sotterranea si dispiega

 

Bufera sotterranea si dispiega,

inudibile a tutti i molti, via,

verso gli spazi iperuranii in fuga,

lampo lontano di ciò che rimane.

 

Da tempo son congiunti mondo e terra,

sconvolti nella legge di contesa,

sottraggono alle cose ogni modestia.

 

E si disperde il numero nel vuoto,

non offre connessione né figura.

 

Esiste ciò che “vive”, ma soltanto

è vivo ciò che rientra nel proclama

astratto del più chiassoso presumere

che a ciò ch’è più vicino giunge tardo.

 

Eppure vegliano occulti custodi

di un mutamento che non ha mai inizio:

lampo lontano di ciò che rimane

fra il torbido gestire il proprio “fare”

e le crepe di ciò ch’è stato fatto.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

1 dicembre 2013

 

 

*

Prendi la brace di benedizione

 

 

Prendi la brace di benedizione

 

 

Prendi la brace di benedizione

dal focolare oscuro dell’essenza

perché ti accenda una risposta forte:

sono una cosa il divino e l’umano.

 

Ardita getta la necessità

della radura fra il cielo e la terra

come il canto che sorge da ogni cosa

per ringraziare ordine e armonia.

 

In ogni tua parola custodisci

la silenziosa novella d’un balzo

ch’è oltre ciò ch’è grande e ciò ch’è piccolo.

 

Non ti curare più dei resti vani

della fiammata di una frale vita

che procede all’eterna – ed infinita.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

28 novembre 2013

 

 

*

In questo calice di fresca birra

In questo calice di fresca birra

 

 

In questo calice di fresca birra

con il limone giallo tra la spuma

i più begli anni – quando ti aspettavo,

che a me venissi in veste d’amaranto,

o attesa dalla vita mia nel sogno,

felicità dagli occhi di promesse…

 

A me venisti, né ti riconosco

se non espressa su volto d’altrui.

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

24 novembre 2013

 

 

*

Argentea luce scorre verso il lago

 

Argentea luce scorre verso il lago

 

Argentea luce scorre verso il lago

e corre alle lontane rive oscure,

nei giardini sfiniti dell’estate

scende la notte come un cenno vago.

 

Tra le vette dipinte di pallore

s’impiglia ancora il grido d’un uccello,

ciò che il giorno d’estate ha procurato

incombe su di me come un annuncio.

 

Senza più frutto l’albero riposa

bevendo un peso al di là d’ogni senso -

ora il deserto è un morbido sentiero

e smisurata è la semplicità.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

20 novembre 2013

 

 

*

Giallo intristisce il parco abbandonato

 

Giallo intristisce il parco abbandonato

 

Giallo intristisce il parco abbandonato

che tanto spesso ci attraeva a sera;

ai nostri piedi il vento ancora porta

l’ultima foglia verde, forse: un resto.

 

Voglio dormire; tu, devi danzare.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

20 novembre 2013

 

 

*

Echi di passi

 

Echi di passi

 

Sulla brughiera suonano i miei passi,

cupi dal suolo gli echi non mi lasciano.

 

La primavera è lungi, ora è squallore -

ci fu una volta il tempo della gioia?

 

Vagano dense ombre di spettri a sera;

l’erica è così nera, il cielo è vuoto.

 

Qui mai non fossi giunto nell’estate!

Vita ed amore – tutto è tramontato.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

20 novembre 2013

 

 

*

Nel suo sguardo beato brilla amore

Nel suo sguardo beato brilla amore

che morte a noi dispensa col piacere;

sulla sue labbra vaga il vago amore

che si diffonde in diffuso respiro.

E nel suo petto palpita l'amore

che sì lo gonfia di dolce desìo.

Non mancano a lei grazia e folle fascino

per infiammare il càssero del cuore.

 

 

*

perché cantare ancora poeti devoti

 

dai nostri cuori vola il canto, appena

dolore e gioia li ha sfiorati appena.

il canto come petali di rosa

strappati, se ne vola via nel vento

 

cantare, allora - ancora alta risuoni

la ben percossa lira che suoniamo

nel confuso frastuono della terra

qualche voce dal cielo che la ammanta

 

mezzo mondo è crollato... il resto pende

desolata visione agli occhi e al cuore

ferita angoscia freddo agli occhi e al cuore

 

sulle ghiacciate rovine s'addensi

come l'edera verde il nostro canto

e il nostro amore

e l'anima...

 

*

un cardo è la mia anima

...un cardo è la mia anima, e in cima

per ornamento, un rospiciattolo da niente:

gracida, e finché il suo vantaggio sente

con le rane più anziane s'accontenta...

se da lontano uno smeraldo ti pareva,

prendilo! ti resterà un poco di bava

sulle dita

 

*

Il fumo variopinto trasfigura

 

Il fumo variopinto trasfigura

 

Il fumo variopinto trasfigura

il monte. Facilmente trovo le orme

sul mio cammino e riconobbi voci

in mezzo al folto. Ora è silenzio grigio

 

sul viale grigio dell’ultima sera.

Nessuno più cammina, che per breve

tratto risvegli speranza di via.

Un piccolo conforto ancor desidero

 

in questa oscurità cotanto fonda

che più non vi cammina alcun viandante.

Cinabro di fogliame fiammeggiante,

metallo grigio dei più neri abeti:

 

alberi visitammo “ospiti muti”

su vie diverse in amorosa disputa

e in mezzo ai rami ormai ascoltava ognuno

il canto di quel sogno che non nacque,

 

che non è mai esistito e poi finì.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

8 novembre 2013

 

 

 

*

A Napoli la istoria incominciò

 

A Napoli la istoria incominciò

 

In quella storica napoletana piazza,

cielo e stelle ammiravano i ragazzi,

senza genitori onestamente occupati,

non facevano purtroppo vita normale;

di Ferdinando e Carlo troneggiavano,

imperituro maestoso risplendendo onore,

le gloriose borboniche statue,

e tuttavia turbati erano i sensi.

 

“Che fare?” Pietro accenna a Paolo,

così indichiamo gli eroi del poema,

splendida la città attorno appariva,

il mare ripeteva i suoi lamenti,

solenne in chiesa come immenso un organo

che sparga il suono per gli archi, per gli ampi

archi, felice intanto passeggiava la gente,

ricordando congressi nazionali.

 

La festa a riguardo imprevista passò

e i Grandi del mondo tornano a casa,

le sorti della terra non risolte,

ma questi incontri danno un po’ speranza,

recuperato il regno Ferdinando

decise allora di sciogliere il voto,

il famoso ministro Pietro Bianchi

a Napoli portò l’intero Pantheon.

 

Ma nel neoclassico tempio robusto

vennero genti varie a curiosare,

ed ecco all’improvviso un grosso velo

davanti ad essi stese la sua ombra

e venne fuori un giovinetto altissimo,

biondo di viso e con sereno sguardo,

acuto lumeggiando di candore

e Pietro e Paolo non eran più soli.

 

“Come ti chiami?” gli chiesero entrambi.

“Sempre diverso è stato il mio nome,

ma voi sodali chiamatemi il Santo,

con pura forza vengo qui ad amarvi”.

Più tetri riecheggiavano i rumori,

colombi sulla vasca starnazzavano,

di gioia un grido laggiù si levava,

assorti i tre camminano nel porto.

 

Fu a Napoli, così, che venne il Cristo,

la sera dolce e chiara come il vento,

i tre stanno seduti a un tavolino,

guardano il golfo fino a Mergellina.

Splendevano le stelle come annunci,

tutta la baia un infinito canto

e i fuochi d’artificio scoppiettavano,

correvano i monelli dietro un carro.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

6 novembre 2013

 

 

*

A fresco [omaggio a Stefan George]

A fresco (omaggio a Stefan George)

 

Giorno ti aprivi

le tue promesse

dalla valle

risuonavi

 

Ti effondi

radiante

hai splendore

emergi

 

Coro ebbro

tremante

verso i prati... l'onda

argento verso smeraldo

 

Ti segue lieto

chi sceglie il tuo sorriso

"giorno a me così grande

così presto rapito"

 

Libera traduzione-rielaborazione di "Tag-gesang I" di Stefan George. Cfr. Stefan George - Ludwig Klages, "L'anima e la forma", Roma, Fazi Editore, 1995, p. 108.

 

*

Lettori

Pochi senza dubbio a leggermi
e fra questi chissà
se anche uno solo
farà mai sue
mie parole
magari una
solo una
sarebbe già un appiglio
fuori di me

Offrire parole
fa nascere tormento
di una grande pretesa
non si può che supporre
un ignoto in ascolto
ma non si esce
dal proprio guscio
ed è questo il tormento
eppure è già molto
anche troppo così

*

He sent a thick darkness

 

He sent a thick darkness

 

Un abbaglio di luna

sullo squarcio di tragiche nubi

originario bagliore

di una promessa tremenda,

gettato sopra il mondo delle tenebre

come un gesto di Dio

 

Il cielo ha pianto tutte le sue lacrime

sulla limpidità del tramonto

ed ora la notte si è avvolta

in un manto profondo

per soffocare i palpiti

sommessi delle stelle

 

Cupa voragine il cielo

è tutto un tremolio

di piccole luci sperdute

che cercano solo nel buio

la mano del bambino che le ha accese

 

Tutte le stelle tutte

sono piovute a liste giù dal cielo

quando la morte ha sghignazzato

sull’arida crosta

dei mondi deserti

 

Come un gesto di Dio

la fitta nebbia è calata sul mondo/

oscurità ha ammantato luci-stelle

(anche l’oscurità che non si sente…)·

e quanto oscure sono le Tue vie

Signore

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

2 novembre 2013

 

*

la notte inghiotte

la notte inghiotte

i tetti e cupa cresce

su luci sparse nel mondo assonnato

o notte

vorrei esser consolato

dalla tua assenza ma

non mi riesce

 

incede

il tempo

come su

binari

ignoti

verso mete sconosciute

 

la nostra vita di anime

perdute

è errar nel buio cupi

e solitari

 

e percepisco un'aura di altri mondi

mentre il freddo serale

sale a soffi

sussurran pace e spiran quiete i

soffi

getto le reti in attimi

profondi

 

la notte

inghiotte

i tetti e

mi smarrisce

la strana pace d'anima

assonnata

 

son come sotto una tenda assolata

e nulla al mondo più

mi intimorisce

 

 

[Paolo Melandri / 1 novembre 2013]

 

*

Antica notte dolcemente sacra

O notte, vorrei

 

poter camminare sempre

 

lungo strade deserte,

 

verso il cielo terso

 

là dove non paiono nubi:

 

ma ecco di fronte

 

alla nera chioma di un pino

 

altra chioma nera ancora

 

di un altro di un altro,

 

opache macchie

 

che piegano a terra

 

e fanno pensare

 

che forse anche tu, notte, terso cielo,

 

hai la tua fosca impronta.

 

 

 

In fondo

 

tutte le nostre impressioni

 

sono ricordi

 

di ricordi

 

di richiami

 

stupiti

 

dietro lontananze

 

che sono i soli nostri paradisi

 

perduti.

 

 

[Paolo Melandri / 1 novembre 2013]

 

*

Dopo questo ancora questo

"Dopo questo, anche quest'altro ancora..."

 

è il tratto dell'artista

 

che solo è specialista del prodursi.

 

"Ancora un tratto e l'opera è compiuta"

 

ma dopo ch'è compiuta

 

si affaccia un altro smalto

 

nuove possibilità

 

e rincresce lo sbaglio

 

ma ormai il peccato è fatto

 

per esso non hai pronto alcun riscatto.

 

 

 

Tanto vale altri mondi creare

 

e in essi spiare

 

con infinita nostalgia

 

quando nuova creatura al mondo appare.

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

 

1 novembre 2013

 

 

 

*

Barcarola di Ognissanti

 

Barcarola di Ognissanti

 

Giardini a muschi e rocce ancora inducono

là dove fiori all’azzurro si uniscono

e ardenti all’alba lievi venti frangono

asprezze di metallo, antico esagono.

 

Fiammate i colli ai cieli lilla innalzano,

albori in grotte di zaffiro incantano,

là va una flotta in lontananze d’ebano·

lo bevve e lo baciò fremito inutile

 

colui che gioco e scarto d’anca sfiorano,

quel solo nome geme e dice e modula…

e quel respiro nell’anello magico

vicino a lui nel mare dell’incognito

 

gli donò il regno dove i sogni acquietano·

là dove canta il cipresso benevolo·

terra di ghiaccio e imprese egli dimentichi

e lento sciolga il giorno che morì.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

1 novembre 2013

 

 

*

La verità è la morte e morte è il nulla

 

La verità è la morte e morte il nulla

 

La verità non è l’amore, forse

l’odio sarebbe dell’amor più vero,

ma verità non è l’odio neppure,

né il bello, il giusto, ma neppure il male.

 

La verità contraria non è al falso:

il falso non esiste, e neanche il vero.

La verità è la morte, e morte è il nulla,

e il nulla non è approdo, è puro zero.

 

Il nulla non è scopo della vita,

la vita non ha scopo, è puro scopo.

Cerchiamo il senso della vita in cielo,

ma il cielo non ha senso e non dà senso.

 

Neppure il cielo è senso, e senso è nulla,

ma nulla non significa un occaso

bellissimo, un vanire od un nirvana,

neppure un perder sé nell’universo.

 

La notte è il freddo nulla e tutto il nulla

è nulla, non è scopo e non è assenza

di scopo – non c’è spazio per il male

e per il bene. Non delude nessuno

 

la verità, non rallegra nessuno.

La verità è la morte, e morte è il nulla.

La morte non è brutta e non è bella,

la morte non esiste, e neanche il nulla.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

31 ottobre 2013

 

 

*

Univoca semantica in quartine

 

Univoca semantica in quartine (Ars poetica)

 

Univoca semantica in quartine

con rime ed il “soggetto”, cosiddetto,

il “lirico” – a scomparsa, splende il monte,

isotopo è il chiarore della luce.

 

Astrazione di oggetti reali,

simboli-icone in un presente neutro,

totale assenza di riferimenti

deittici, eleganza impersonale.

 

L’incipit stesso sia costituito

da una temporale / condizionale,

introdotta da “quando”, oppure “se”,

la chiusa non concluda l’inconcluso.

 

“Visione eccelsa”, s’anche d’un tugurio,

“pacata” la natura sempre “splende”,

il cielo è “vasto”, “splendido” l’erbario,

la luce non è come sotto il mare,

ma come sotto il neon di un acquario.

 

Caleidoscopio di combinazioni,

poche parole-chiave: monte, mare, cielo…

calligramma d’astute variazioni:

la verità è la morte, tolto il velo.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

31 ottobre 2013

 

 

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Troverai tra le pagine un profumo

 

Troverai tra le pagine un profumo

 

Troverai tra le pagine un profumo

di violette e frasche di lavanda,

là immaginaria esiste la mia landa

dove visioni e sofferenze aggrumo:

tra marmi desideri non espressi

e fresche fonti ed ombre di cipressi.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

29 ottobre 2013

 

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Pensieri sparsi e spenti del suicida

Pensieri sparsi e spenti del suicida

 

Sugli stagni si libra l’avvoltoio

sinistramente tra le grevi nubi

dell’alba e sulle ferme ali riposa

e spia la preda solitaria in basso.

 

Ma in disparte, chi è? Il suo percorso

si perde ansioso nel fitto del bosco,

nella boscaglia – vittima – s’inoltra,

ferito il suo respiro si nasconde.

 

Dietro di lui si chiudono gli arbusti,

al suo passaggio frasche lo percuotono

e l’erba folta torna a sollevarsi,

l’angoscia inghiotte lo strisciante panico.

 

(Il vuoto lo avviluppa – è fantasia che domina.

Luccica l’arma in mano all’illusorio).

Un avvoltoio tra le grevi nubi

dell’alba sulle ferme ali riposa

 

e spia la preda. Invano si dibatte

chi la sventura ha stretto nello spirito,

contro la ferrea morsa si dibatte

invano, cerca svincolarsi invano

 

contro la stretta del filo spinato

che una volta soltanto amare forbici

posson troncare. Striscia l’arma in tasca,

il sentiero serpeggia nella macchia.

 

Fruscìo di macchia, là le irsute lebbre

si serrano spaurite, già i più ricchi

coi passeri si calano in palude.

Il cuore è inesplorato e impenetrabile.

 

Dietro i suoi passi scattano gli arbusti,

ricolme si rialzano le fronde,

ansiosa solitudine lo stringe,

nella selva smarrisce anche l’angoscia.

 

Nessuno sana lo spirito spento,

il balsamo lucente ora è veleno,

l’abbondanza d’amore è diventata

un risentito odio per i simili.

 

Dal calice ricolmo dell’amore

odio per tutti ha tratto, e per se stesso.

Il disprezzo del prossimo lo assedia

e l’odiatore in segreto disprezza.

 

Inetta stima di sé lo consuma

e sperpera nel nulla ogni valore.

Un colpo secco, un balenìo, stramazza

tra folti arbusti l’uomo spregiatore.

 

Padre amoroso che non l’hai ascoltato,

è scoppiato il suo orecchio, si dibatte

ancora al suolo e cerca una tua nota,

son secche le sorgenti alla sua sete.

 

Dalle nuovole d’oro, tua insensibile

silenziosa letizia, solo, avvolgi

il solitario mentre i sempreverdi

stringono i suoi capelli insanguinati,

 

roride chiome di sudore e sangue,

le straziate agonizzanti membra,

il volto sfigurato, il duro ghigno

del tuo poeta, amore! Te ne stai

 

col cuore inesplorato, impenetrabile,

aperto e impenetrabile sul mondo

attonito e schiacciato dal mistero

della magnificenza del tuo altrove.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

26 ottobre 2013

 

 

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Calura fiato soffocante e corto

 

Calura fiato soffocante e corto

 

Calura, fiato soffocante e corto,

le fresie finte fruscian sul divano,

fiori per morti, il cielo un che di attorto

oscuro, fiacca carne e soffrir vano.

 

Triste il giardino senza movimento

langue d’ottusità, di strana calma;

nemmeno tu ricordi i tenui grigi

delle betulle, legno senza chioma.

 

Lo spampanato fiore d’acre màlva

recido per mozzare il suo veleno;

t’offro la chioma sparsa in un baleno

di petali che d’un tratto si svàlva.

 

Il buio avanza, il parco è ormai deserto,

sediamoci, se vuoi, sulla panchina

per non udire l’incerto concerto·

silenzio acuto i nostri sensi affina.

 

Passano per il viale grevi e tristi

spettri di larve verso la banchina,

non più ricordo donde a me venisti

con i capelli intrisi d’alghe e brina.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

24 ottobre 2013

 

 

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Scende la sera solo sale a soffi

 

Scende la sera, solo sale a soffi

 

Scende la sera, solo sale a soffi

la soffice frescura di un mistero:

la notte si rinnova, eterna notte,

sempre la stessa, e nulla nuovo sempre.

 

Stelle non sono, il buio è ovunque fitto,

il vento è una frescura senza vento,

più nulla è più, e più nulla è il puro nulla,

la luce nelle tenebre si espande.

 

Grata mi è l’ora, oblio trovo a me stesso,

stanchezza del mio esistere qui, ora:

consola il canto silenziosamente

chi solo nel silenzio ha il suo sublime.

 

Sparire con i soffi, dileguare,

non esser mai, non esser più, svanire,

inganno della mente eppure pace

non illusoria mai, non più sperare.

 

Guarda, s’incurva il cielo come un arco,

colomba cova calma oltre il confine:

s’ogni cammino d’uomo ha la sua fine,

tra questa pace il mio confine varco.

 

 

 

 

 

 

Paolo Melandri

22 ottobre 2013

 

 

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Melanconia

 

Melanconia

 

Madre di greve sangu