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Raccolta di recensioni scritte da Anna Maria Vanalesti
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Marcella Graziosi - Poesia - Aletti

Il gioco della campana

 

Scrivendo questo libro, che ha fortemente sentito e voluto, la Graziosi ha compiuto un viaggio, fuori e dentro di sé, ripercorrendo tutti gli itinerari e i sentieri attraversati, per ritrovarsi e per capir meglio la sua vita. E’ questo del resto che fanno i poeti, ridisegnano l’esistenza e mentre penetrano e ricostruiscono quella propria, spalancano finestre su quella altrui. Il gioco della campana , o della rayuela, come si dice in argentino, è titolo ma anche metafora di questa silloge di poesie ed il lettore ne è avvertito sin dall’incipit, non solo dalle parole della stessa autrice nell’introduzione, ma dalla lirica di apertura che dando il via alla prima sezione dell’opera, Autobiografia, annuncia il viaggio, ne mostra le difficoltà e le sofferenze, con una serie di frammentazioni di immagini che si potrebbero definire folgorazioni della memoria, unico filo conduttore e guida del procedimento poetico. E’ la memoria, infatti che presiede alla scrittura, rintracciando i momenti del passato e ricomponendoli con una proustiana operazione di recupero, per restituirli ad un loro più autentico significato. Il segreto è volver ( verbo spagnolo che intitola la prima poesia), cioè tornare indietro, non per restare, ma per riandare con maggior sicurezza avanti. Il viaggio comincia lungo una mappa che ha evidenti segni da distinguere, come il mare, il dolore, la notte, la nave, canti di sirena e poi sole, vento, natura. Sono parole chiave che troveremo disseminate nelle liriche, quasi a mostrarci come il poeta non possa che immergersi nella natura, per cantare il suo paesaggio interiore. La realtà è sempre presente, una realtà da deformare, come dice in una poesia, o da modellare, che poi significa riedificare, vivificata di senso e avvalorata dall’esperienza. C’è anche una continua esigenza di riaffermare l’amore, come necessario e indispensabile, infatti leggiamo che non risorgerà chi non ha creduto nell’amore( in Valchirie) e ne sentiamo la forte mancanza nel verso inesorabili labbra spensero/ la coscienza dell’amore( in Verso casa) e ancora in messaggi d’amore mai scritti è quasi presente il rimpianto di non averlo dichiarato mai abbastanza questo amore. Lacrime, solitudine, sogni, accompagnano il percorso, ma c’è sempre la speranza di rinascere, di progettare, di arrivare alla terra promessa. Tutto è espresso in modo molto emblematico, mai scopertamente, perché l’autrice custodisce gelosamente i suoi segreti, li conserva serrati nel cuore e parla per immagini, lasciando intravedere solo frammenti delle sue lacerazioni e dei suoi sentimenti. C’è un pudore che sorveglia la lingua e la ancora a metafore, a simbolismi, a figure, mentre la parola inventa nuovi paesaggi da posare su pagine bianche ( in Scrittura). La prima sezione termina con la lirica Al sud che è in qualche modo la conclusione del viaggio iniziale, dall’Argentina, terra natia, al sud d’Italia dove la Graziosi ha trascorso l’adolescenza, tra la Sicilia e Napoli: adagio al sud/la mia anima nuova rende l’aspettativa di un nuovo e migliore domani. In sostanza tutta la prima sezione è un racconto accorato e sofferto della infanzia e di quel periodo che vide l’autrice transitare in territori diversi, dal sud America, al sud di Italia con il carico delle speranze, dei sogni e delle difficoltà che lei e la famiglia affrontarono. Ciò che sorprende è comunque la fiducia nell’avvenire e il profondo senso di attaccamento ai cari e alla terra, che le impedisce di perdere le persone amate e, grazie alla poesia, gliele fa sentire vicine e presenti. La seconda sezione del libro si intitola Malattia e si svolge in un tempo ingrato, caratterizzato appunto da una lunga e grave malattia. Il poeta non dice di che cosa si tratta ma racconta e rivede quell’iter angoscioso attraverso la trasfigurazione che solo la poesia sa operare. Inventa uno stratagemma, ben evidente nella lirica intitolata Mongolfiera, prova ad astrarsi e a rappresentare la sua condizione dal di fuori, come se il cuore fosse fuggito tra terra e cielo, in una mongolfiera per guardare stupito il mondo e fottersi di risate. L’espressione è molto forte, trasgressiva e denigratoria ma proprio per questo vale a sdrammatizzare il male e ad esorcizzarlo. La paura della malattia, però, non svanisce, rimane, specie di fronte a quelle impronunciabili parole con cui la malattia stessa viene denominata. C’è un’altra presenza accanto a lei, sorella nel dolore, nel cui abbraccio ripone il suo capo di allodola, felice e poetica metafora, che indica tutta la tenerezza e la debolezza della creatura, ma ancor più felice è il verso in cui si ammette che in quell’abbraccio l’angoscia non poteva arrivare a trovare le sue vittime. La terza sezione si intitola Amore e reca, in apertura, la lirica Rayuela. Siamo nel vivo del gioco della campana: la bambina ha già saltato con una gamba sola nelle caselle per inseguire il sasso che ha lanciato, è ormai nel bel mezzo della vita, ma deve tornare indietro, alla casella di partenza, per non perdere il giro e ritrovare se stessa e soprattutto per ritrovare l’amore, un amore aspettato, atteso, desiderato. Proseguono le immagini che frastagliano il pensiero in sequenze naturalistiche che catturano lo sguardo: c’è il finire del giorno, c’è l’approdo immaginario all’infinita quiete di un’isola, c’è un abbraccio che scioglie ogni paura (Al calar del sole). E prosegue il flash back lungo i giorni trascorsi di un autunno in cui si scioglie una canzone a due voci, mentre il cammino va avanti insieme per scongiurare la meta, con un passo a due che conforta e dà coraggio. Il ritrovamento del compagno viene ad un tratto arditamente paragonato al momento in cui avverrà il ritrovamento da parte della morte, con dolcezza, come se anche la morte le dovesse mettere una mano sulla spalla, come ha fatto il compagno e dirle “ti ho trovata”. Sono versi che scolpiscono gli stati d’animo, li scandagliano impietosamente rappresentandoli con colori e suoni. L’amore per esempio viene paragonato ad un boato (nella lirica Questo amore) per l’esplosione di gioia e di passione che suscita, le giornate acquistano consistenza, cioè calore, odore e sapore soltanto se condivise con chi si ama; e ancora la bocca amata diviene una rosa e il poeta sente le ore cantare. Si avverte qua e là l’influenza della poesia di Prevert a cui l’autrice rende omaggio, ma soprattutto si sente il bisogno di condivisione, di stare insieme, di incontrarsi. Parole chiave sono calore, assieme, viaggio, corpi, ancora allodola. L’ultima sezione si intitola Intorno a me perché siamo all’oggi, al mondo circostante che c’è intorno al poeta, il gioco della campana si sta concludendo, con una vittoria ed un traguardo, il sasso è ancora inseguito, ma la bambina che lo ha lanciato non è più sola. Intorno ci sono persone amate, alcune delle quali scomparse come l’amica che appare nella prima poesia (Sandra) o il giovane ucciso a Monaco di Baviera, o Lorenzo che cade in un incidente stradale, tuttavia non c’è disperazione, dolore sì, ma lenito dalla certezza che il mattino possa far luce, nella solitudine ( si legga Giunchi). Ed è evidente in quest’ultima parte del libro che l’autrice parteggia per le donne, stima lo spirito femminile e lo crede invincibile: un dono ci rende regine……fatte d’amore/non temiamo la morte/ ci precedono angeli in cielo. Che altro c’è intorno? C’è la babelica Roma, il territorio in cui la Graziosi è approdata definitivamente dopo il suo lungo peregrinare, una città disincantata, colma di contraddizione, affollata, eppure lei ci vive, protesa verso un dio nascosto. Un altro omaggio ad un poeta letto ed amato è quello a Saint – Exupery, segno che la lunga frequentazione della poesia, viene anche da letture care e predilette: rosa, dolcissima rosa/pungesti le dita/ del poeta. Poi, di nuovo, uno sguardo di commiserazione alla precarietà umana, del mondo e della storia; i resti maestosi dell’impero, nello scenario romano, sovrastano la pochezza degli individui, la loro inconsapevolezza, dinnanzi alla quale il poeta è certo che le nostre idee non voleranno oltre questo cielo. Il libro si avvia alla conclusione, il gioco della campana sta per finire definitivamente, la bambina ha saltato tutti i quadrati, rincorrendo il sasso con bravura, pur su di una gamba sola. Si è difesa dalla vita, ha recuperato il tempo perduto, ha salvato l’amore, ha riannodato i fili della sua esistenza, ha incontrato un’altra se stessa, come dice in Rinascere, una se stessa che è rinata con ali di farfalla. Ora lo skyline che ha di fronte è completamente diverso, sembra quello delle case che si specchiano dalla collina nell’acqua, ma in verità è il confine e il limite di noi stessi che il poeta vede, di noi uomini né ignari mitili, e quindi ben consapevoli del destino mortale, né eterni fossili e quindi consci di non poter durare eternamente. Chiudono la raccolta due liriche assai emblematiche, Incantesimo e Compleanno. La prima fa pensare alla magia della parola poetica che copre la deforme realtà ed offre orizzonti di giada. Basterebbe riflettere su queste due espressioni per comprendere il potere salvifico della visione poetica che ogni cosa sa sostanziare di valore e di significato, creando un’immagine che ne idealizza la forma. La seconda ed ultima composizione, pur sembrando alludere ad una banalissima ricorrenza, quale può essere un compleanno, riassume l’intero percorso compiuto, nella vita e in questo libro: una strada disseminata di sassi scalciati da piedi in corsa, una strada su cui l’onda del vento ha sollevato piumini evanescenti di pioppo, una strada che conta gli anni vissuti e che ancora può portare lontano. Ma per raggiungere la meta, per sentire l’eternità, il poeta ha bisogno dell’altro, che l’altro sia vicino ed è ancora una volta una scelta di condivisione che suggella il cammino. In definitiva il libro della Graziosi si connota per una sua grazia interna, per una lingua leggera ma sostenuta sempre da un saldo legame tra significante e significato, per un ritmo quasi elegiaco, che non nasce dalla rima, ma da assonanze e consonanze sonore, facilitate da un armonioso disegno strofico che privilegia l’accoppiamento dei versi, disposti in una sorta di distici anomali a verso libero. Riguardo ai temi si è visto che i principali sono il viaggio, il ritorno, l’amore, il dolore, la morte, temi che Borges riteneva fondamentali in poesia, perché insiti nella natura umana. Si potrebbe aggiungere il tema del gioco, che qui è quello della campana, come canovaccio di fondo, archetipo del gioco della vita e al tempo stesso trama sottesa della creazione poetica.

 

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Marcel Proust - Romanzo - LaRecherche.it

Du côté de chez Swann

 

[ 14 novembre 1913 - 14 novembre 2013, cento anni dalla prima pubblicazione con l'editore francese Grasset di Du côté de chez Swann ]

 

Iniziando la lettura del primo libro della Recherche dobbiamo essere consapevoli che stiamo entrando in una cattedrale, la prima forse che la letteratura del Novecento ha visto innalzare, splendida e misteriosa, solenne e altissima, in nulla inferiore alle grandi cattedrali dell’architettura medioevale europea. Ne parlò Luc Fraisse nel suo saggio L’Oeuvre cathédrale (Paris 1990) e lo stesso Proust dice nelle ultime pagine del Temps retrouvé, che uno scrittore che volesse scrivere un’opera sull’idea del tempo, dovrebbe prepararla “minutieusement.….le costruire comme une église” Dobbiamo quindi entrarvi da iniziati, spogliandoci di ogni pregiudizio critico, riconoscendo religiosamente che questo capolavoro non ha precedenti e non ha epigoni. Ognuno di noi pronunci dunque la frase di rito “Odi profanum vulgus et arceo” e si incammini in questo tempio della parola, che ha fatto crollare le fondamenta del romanzo tradizionale e ha destabilizzato tutte le regole e i canoni della narrativa. Qui domina sovrano il tempo, unico protagonista di un infinito racconto che ha, come solo strumento, la memoria e come oggetto centrale di studio il cuore dell’uomo. La mappa da seguire per percorrere il tracciato interno di questa cattedrale è piuttosto complicata, un intrico di figure che si sovrappongono in ogni persona che incontriamo, una trama invisibile di situazioni reali e immaginarie che si intrecciano di continuo, sotto lo sguardo indagatore di chi scrive, simile ad un navigatore solitario per un oceano senza confini. Come osservò Carlo Bo nella sua illuminante prefazione al primo volume dell’opera proustiana, nell’edizione dei Meridiani, Marcel “partito per raccontare le esperienze della propria vita, si è trovato a poco a poco a investire altri domini e a trasformare la realtà in una filosofia dell’esistenza”. Non era privo di bagaglio nell’intraprendere quel viaggio in mare aperto, aveva con sé le sue letture, l’inattaccabile tradizione del romanzo naturalista, la conoscenza del mondo dell’arte pittorica, specialmente attraverso la frequentazione di Ruskin, il critico d’arte inglese che per un lungo periodo Proust considerò suo maestro, dopo aver letto il libro di Robert La Sizeranne Ruskin et la religion de la Beauté. Sentiva di poter condividere il concetto espresso da Ruskin della bellezza come entità a se stante, essendo un assetato di valori assoluti e nella prefazione alla Bible d’Amiens, di cui fece nel 1904 una splendida versione, mostrò tutta la sua approvazione di quella teoria. Ma ciò durò solo fino a quando si rese conto che Ruskin, apparentemente oppositore degli esteti, era lui stesso un esteta, anzi un idolatra, pronto a sottomettere l’etica all’estetica. Proust, dotato di una sensibilità raffinatissima, che certo gli proveniva dalla sua diversità, si preparò attraverso una ricca esperienza di letture, al suo grande lavoro. Il metodo della lettura, le “giornate di lettura”, come egli stesso le descrive, furono già la prefigurazione del suo modo di raccontare e del suo stile di narratore. Quella tendenza a distaccarsi da tutto e da tutti, quando leggeva, quella capacità di uscire dal flusso degli avvenimenti circostanti, per vivere in un mondo e in un clima chiusi nella profondità del suo animo, quella trasformazione continua che operava della nozione di realtà, erano già i sintomi di quella che sarebbe stata la sua febbre di scrittore proiettato a far rientrare nelle pagine di un’opera vastissima, la sua ricerca del tempo perduto, per innalzare sulla precarietà e la fallacia della vita, le colonne di una costruzione imperitura, destinata a durare per sempre.

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Aa. Vv. - Poesia - Edizioni L’Arca Felice

Quanti di poesia

QUANTI DI POESIA
Antologia a cura di Roberto Maggiani


C’è chi cerca spazio per la propria poesia e chi crea spazio per la poesia: Roberto Maggiani, insieme a pochi altri, è tra coloro che creano spazio per i poeti, offrendo loro un “dove” pubblicare i propri testi; lo fa con la rivista on line La Recherche e lo ha fatto con questo “Quaderno di poesia” che ospita le voci di otto poeti, con un impianto fotografico originalissimo, aggiunto da suo fratello Paolo. Nella sua ormai dichiarata e codificata ricerca del nesso tra scienza e poesia, Roberto questa volta si appoggia alla teoria di Planck e alla fisica quantistica, osando quasi parafrasarne il linguaggio e le ipotesi, annoverando cioè la poesia tra i fenomeni che non si possono inquadrare in nessuna categoria determinata, al pari di alcuni fenomeni della fisica, quali l’energia elettromagnetica che si comporta come se fosse emessa ed assorbita per “quanti”. Le voci dei poeti qui raccolte, divengono in tal modo “quanti di poesia” e perciò inafferrabili completamente, assimilandosi sempre più a quelle cifre nascoste di una scrittura straordinaria che Novalis intuì per primo. Maggiani lo spiega nella prefazione, quando manifesta la sua intenzione di dare, con questa antologia, “avvio ad una ricerca poetica fondata su nuovi paradigmi scaturenti da una sorta di principio di indeterminazione tra senso della visione e parola”
E’ vero che la parola non può mai del tutto rendere ed esprimere una visione, perché contiene un’impotenza, che è avvertita dal poeta, benché si sforzi, per dirla con Dante, di adeguare “il posse e il velle”, ma è pur vero che la parola poetica, avendo un alto tasso di concentrazione, è l’unica che possa cogliere e penetrare i recessi più reconditi del reale. Più è determinata e precisa e meno comunica l’intuizione del poeta, più è indeterminata e vaga, più consente, a chi legge, di avvicinarsi a ciò che il poeta intendeva rappresentare. Il “vago” e “indefinito” di cui parlò Leopardi, sono elementi fondamentali nella poesia, che escludendo la determinazione precisa di una visione reale, (si pensi alla “siepe” che il “guardo esclude”) consentono di spingere al massimo l’immaginazione e di avvertire l’infinito. Ed è questa l’indeterminazione di senso a cui fa cenno Maggiani, presente in misura diversa, nel poeta e nel lettore, ma nel primo risolta con la consapevolezza piena di ciò che egli intendeva dire, nel secondo invece, irrisolta, per il fatto stesso che egli è persona diversa dal poeta e come tale, intende, sente e si emoziona, differentemente.
I “Quanti di poesia” sono per Maggiani i “ mediatori” del campo poetico, i “veicolatori” della parola poetica, attraverso i quali, sensazioni, intuizioni e percezioni del poeta divengono reali e comunicano quel “significato altro” del mondo che soltanto il poeta riesce a cogliere e che costituiscono “la cifra nascosta di una scrittura straordinaria”. In questa antologia, si affacciano, l’uno accanto all’altro, i quanti di poesia, rilevati e composti da otto poeti che si sono messi alla prova, accettando una sfida. Essi rispondono a domande di un’intervista estesa a tutti, in cui chiariscono che cosa sia la loro poesia, da quali atomi del reale potrebbe giungere, se fosse un “quanto” di luce e infine a che cosa serva la poesia oggi. Si viene così a disegnare una mappa, che per itinerari diversi, ma tendenti alla medesima meta, l’illuminazione della realtà, spiega ed esplicita la funzione della poesia, come vita altra che si intreccia alla vita reale e ne aiuta a comprendere il senso e il valore.
Avviene dunque che la voce poetica diviene un angelo assetato, caduto nella cisterna, nella poesia di Franca Alaimo, o desiderio di restare, mano nella mano, sulla terra, malgrado il tempo porti via tutto, nella poesia di Anna Belzorovitch, o tentativo di connettere tra loro le cose esistenti e di stabilire una relazione tra il conosciuto e l’ignoto, negli aforismi di Franco Buffoni, oppure dialogo tra l’io e il sé, ma anche assoluzione delle colpe, canto nel sogno, cattura dell’universo, nella voce di Salvatore Contessini. E ancora la poesia si fa interpretazione della vita nei versi di Francesco De Girolamo, lunghi, affastellati con ritmo serrato, di grande efficacia espressiva, si spezza e si frantuma invece nelle strofe brevi e guizzanti di Giacomo Leronni,, animate dalla voglia di decodificare la realtà, di capire la disperazione e il dolore, di dare un nome alle forme; la poesia si fa “stupore cromatico”, in Eugenio Nastasi, senza pretendere di razionalizzare, o spiegare le cose, ma semplicemente dando loro un nome, per raccoglierle, insieme, all’interno del cerchio poetico e ristabilire l’armonia di “un istante di pupille che si illuminano” e nella voce di Loredana Savelli , così sommessa, così pregna di umiltà e di senso dell’insufficienza, la parola poetica tenta un viaggio di luce, si identifica con la luce e compie l’avventura dei quanti, per rendere particelle di emozioni e comunicare un’estatica contemplazione della natura, pur nella precarietà del tempo (ci sfioriamo come foglie al vento) . A questo punto le otto voci si interrompono, essendosi ormai disposte all’interno di questo coro poematico, in cui ogni nota solista si annulla, per accordarsi indissolubilmente con le altre. L’antologia è conclusa, la suggella la fotografia di Paolo Maggiani, che scandisce la declinazione di questi quanti di poesia e li orchestra in un ordine sinfonico, in cui le immagini dell’acqua, della terra, di una roccia marmorea di Carrara, di un angolo di bosco, di un riflesso sull’asfalto, smerigliano la realtà e trasferiscono i quanti dall’uditività della parola poetica alla visività dell’arte fotografica.

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Se ne parla anche qui: http://www.robertomaggiani.it/pubblicazioni_curate.asp

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Elio Pecora - Poesia - Edizioni Empiria

Tutto da ridere?

IL RISO INTERIORE DEI POETI
(a proposito del “Tutto da ridere?” di Elio Pecora)


Chi pensa che la poesia possa nascere solo da una condizione drammatica dell’animo, o e unicamente dalla sofferenza, si sbaglia alla grande, perché la poesia non è fatta solo di contemplazione del dolore e non sorge solo per cantare la negatività della vita, ma ha come sua primordiale origine lo stupore interno del poeta, nei confronti di tutto ciò che lo circonda, uno stupore che si traduce in canto e può avvalersi di varie corde, come dimostrano i diversi generi poetici (lirico, epico, satirico, ecc.). Ma che cos’è esattamente questo stupore interno, che dà al poeta il primo imput per comporre? E’ una singolare capacità di osservazione, distaccata e al contempo partecipe, una singolare inclinazione a cogliere il guizzo vitale che c’è in tutte le cose e in tutte le situazioni, persino nella morte, una sostanziale illuminazione, o meglio una tendenza ad illuminare il reale e riconoscerlo degno di essere attraversato e vissuto in ogni caso. Tutto ciò lo definirei “il riso interiore” dei poeti. Non sto percorrendo la strada pascoliana del fanciullino, non condivido né l’infantile rimpicciolimento degli oggetti, né la regressione all’infanzia, ma sto cercando di allinearmi con quanto già gli antichi (Aristotele in testa) sostenevano, che il riso illumina l’esistenza, ne scopre i significati più reconditi e l’intima bellezza. Del resto il vocabolo latino ridens significa anche giocondo, piacevole, bello, il verbo rideo poteva essere usato per indicare lo splendore di un prato fiorito (ager florum coloribus ridet) e Dante fa diventare il “riso” di Beatrice, lo splendore del suo sguardo (dentro a li occhi suoi ardeva un riso / tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo / de la mia gloria e del mio paradiso). Questa luminescenza del riso, trasferita in poesia, può produrre degli effetti straordinari, e non quando dà luogo all’umorismo e alla satira, ma quando genera quell’esplorazione di alcuni aspetti della vita, che di per sé potrebbero darci una sensazione di squallore e di sconforto e che invece, ripresi con la lente del riso, rivelano una verità insospettata, ma accettabile e persino leggera da assumere. E’,infatti, la leggerezza che il riso riesce a creare, quella leggerezza di cui la poesia è maestra, se è vera poesia, e di cui il lettore saprà avvantaggiarsi accostandosi ad essa. Sappiamo bene come, nel primo Novecento, il riso sia stato addirittura isolato come elemento centrale della poesia, basti pensare alla “poetica del divertimento” di Aldo Palazzeschi (Il poeta si diverte / pazzamente, / smisuratamente. / Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire), ma pur nell’esasperazione che tale centralità poteva comportare, il riso continuò ad esercitare la sua funzione illuminatrice, consentendo al poeta di testimoniare la crisi dei valori morali, storici e sociali, attraverso l’assunzione di una materia poetica, apparentemente priva di serietà e drammaticità. E che dire, infine, del riso interno alle leopardiane Operette Morali, rispetto alle quali non c’è niente di più riuscito, quanto a disvelamento dei mali dell’esistenza attraverso una scrittura leggera, ironica, piacevole e, spesso, addirittura divertente.
Oggi ritorna la dignità del riso nell’opera di un nostro poeta contemporaneo che non finisce di sorprenderci, perché dalla miniera del suo vastissimo serbatoio di umanità e poesia , ogni tanto estrae qualche diamante rimasto nascosto, lo pulisce della polvere del tempo e lo restituisce alla luce. E’ ciò che è accaduto per questo libro nuovo (mi sovviene il catulliano cui dono novum lepidum libellum?), dall’emblematico titolo “Tutto da ridere”, ma che da ridere non è, almeno dal punto di vista della serietà dei temi trattati e dei contenuti, espressi con leggerezza e levità, senza togliere nulla all’importanza del messaggio, all’autenticità delle parole e alla veridicità delle situazioni rappresentate. Per un poeta come Elio Pecora, che ha scelto di compiere “l’avventura di restare” dentro la vita e dentro la società, per continuare a denunciarne i guasti e i mali, ma anche a cantare la bellezza dei valori, la solidarietà tra gli uomini, la genuinità dei sentimenti, facendo circolare tra la gente la sua poesia, esprimendo sempre il suo pensiero, mantenendosi coerente nella sua integrale rettitudine di intellettuale e di poeta, il riso diviene lo strumento, non alternativo, del suo canto poetico, ma essenziale per sgretolare le falsità, demistificare le finzioni e restituire un’accettabilità all’esistente.
“Leggerezze” o “lepidità” le chiama nella prefazione queste sue poesie vagabonde, scritte in tempi diversi, forse dimenticate e poi riprese, ora “raccolte”, come egli dice e affidate ad un’editrice amica (perché nel mondo di Pecora tutto nasce da una relazione profondamente amicale con la gente che incontra), insomma una scrittura “ritrovata” per la quale ha deciso una rinascita, o forse la prima reale nascita.
Quando un’opera vede la luce, non è soltanto importante la fase della composizione, che non necessariamente avviene in modo consecutivo, ma ancor più fondamentale è la fase dell’edizione, che comporta la raccolta delle composizioni, la loro sistemazione riguardo all’ordine (che non è mai meramente cronologico), l’unificazione, che non è un semplice assembramento delle parti. La vera opera nasce dopo che queste operazioni sono state eseguite, pensiamo al lavoro del Petrarca per unificare le Rime sparse nel Canzoniere; pensiamo al lavoro del Leopardi, che dopo la prima edizione dei Versi, coll’editore Stella, riunisce le sue liriche negli Idilli e infine nei Canti (un lungo lavoro di composizione e ordine degli scritti, che segna l’intero percorso della poetica leopardiana). Per un poeta che guarda ogni istante attraverso la poesia, e che scandisce il proprio tempo e i propri rapporti con gli altri, inglobandoli sempre nel suo cerchio poetico, il riso è indispensabile per accettare ciò che lo circonda, anche quando è doloroso. L’idea espressa in limine al libro che il lettore possa partecipare al suo divertimento, fa da iniziazione del viaggio, per un cammino non impervio, che le poesie tracciano, lungo il quale, chi legge sia disposto a dimenticare per un po’ le opprimenti necessità quotidiane e a perdersi in un puro divertimento che vale per quello che la parola significa, un “volgersi altrove”, per guardare oltre e scoprire meglio se stessi.
“Il riso giova a traversare l’oggi” suggerisce sin dall’inizio il poeta ed è questo il segreto, continuare ad attraversare l’oggi, anche se pesa ed è difficile; ci aiuta la poesia, ci aiuta il riso, perché si può ridere di tutto, non deridere l’impegno del vivere, ma accettarlo, capirlo meglio, rinunciando alle pretese e cercando altre misure.
“Per altre misure” recitava un verso di Pecora in un altro libro, infatti, egli ha sempre cercato altre misure, per resistere ai faticosi affanni esistenziali, senza smarrire se stesso; non l’amor proprio che si confonde con l’egocentrismo, non l’autoreferenzialità, non la polemica distruttiva e il giudizio incondizionato sul prossimo.
E dunque, con passo cadenzato e leggero proviamo a ridere leggendo In margine, Il dono, Varie e svariate, in cui la vita è vista da opposti diversi, la passione è analizzata in tutti i suoi paradossali aspetti, e i protagonisti sono quelli che ben conosciamo e che affollano ogni giorno le nostre strade: l’uomo illustre e potente, il pensatore impegnato, il solito Narciso scontento, l’uomo che aspetta, il poeta che scrive brutte poesie. Il viaggio prosegue per circostanze, situazioni, confronti (Il padre e il figlio, Lui e lei, Il parlatore e l’uditore) fino all’ultimo incredibile poemetto La società dei poeti, dove l’ironia esilarante si accompagna al serrato ritmo dei versi e delle rime.
Parliamo di quest’ultime: Pecora sa scrivere in rima, conosce i metri, non li ha ripudiati come quei poetucoli ignoranti che pensano che per essere un Leopardi, basta scrivere in versi liberi. La rima nelle sue mani si trasforma in un pentagramma, su cui le note rimbalzano al punto giusto, accentuando i toni, creando effetti timbrici, concertando armonie musicali che rimangono nell’orecchio e divengono inconfondibili elementi di questa poesia. Dopo questa lettura , ci sentiamo meglio, non siamo più arrabbiati col mondo, anzi siamo disposti a perdonare. Pecora perdona continuamente, accetta, dimentica il male, accoglie chiunque generosamente e ride dei difetti degli amici, guardandoli con affetto e tenerezza, facendoli diventare quasi dei pregi, che li rendono più simpatici. Che inesauribile versatilità! Che straordinaria duttilità di pensiero! Che ariostesca visione del mondo! Non possiamo che stupirci dinnanzi a questo caleidoscopio di personaggi che specialmente nella società dei poeti sfilano ciascuno con una sua maschera , non pirandelliana, ma affettuosamente umana, che ce li rende cari.

E’ un’impresa un po’ balorda
questo treno sillabato
per la Musa così ingorda
il percorso è interminato.
Ma chiudiamo con i fuochi
d’artificio alla Totò:
sette colpi di grancassa
ed un fischio, perché no!

E’ divertimento puro, condito con scoppi di grancassa, alla maniera musicale e ritmica di Pecora, che la musica e il canto ce li ha nel cuore.
Conta poi molto il messaggio finale:

Al dunque l’esclusione
mutata in inclusione
non può che farci ridere
ancor più che sorridere:
è una strada sicura
fuori della paura.

La poesia è questo, include ciò che in genere il consorzio umano esclude, riprende e recupera le macerie della vita sparse dietro e dentro di noi, le ricompone in un ordine che ha un significato, riorganizza strade, dove c’erano boscaglie impraticabili, vale a dire nel nostro pensiero e nella nostra volontà, annulla la paura, perché consegna a ciascuno di noi, che legge, o che scrive, una lucerna che ci guida, un riso che fa luce, dove gli incubi notturni avevano azzerato le risorse del coraggio.

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Roberto Maggiani - Poesia - LietoColle

Scienza aleatoria

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“Una mente scientifica – diceva Einstein – è una mente che pensa e quindi dubita e ricerca”, ma se si unisce ad un animo poetico, che sa cogliere il respiro delle cose e l’incorporea presenza del reale, per inseguirla e catturarla, chiudendola nel cerchio della poesia, si compie il prodigio di un binomio perfetto di intelligenza e fantasia, di cifre e di parole, di forme e di suoni.
E’ questo che accade nel libro di Roberto Maggiani “Scienza aleatoria”, dove di aleatorio non c’è nulla, se non il rischio che capiti nelle mani di chi non crede nella casualità e non ammette dubbi.
L’autore, che è poeta, ma è anche un fisico, ha una precisa volontà di leggere e interpretare il reale attraverso la duplice lente, della poesia e della scienza, compiendo un’ardita operazione di razionalità e immaginazione, al tempo stesso, che comporta un continuo sforzo emotivo e linguistico.
Dichiarando Riparto dalle forme / in esse si manifesta / la cifra nascosta / la grammatica di una scrittura straordinaria / annuncia il viaggio che si prepara ad intraprendere, dall’esterno all’interno, dal concreto all’astratto, per capire le voci nascoste che solo l’intuizione può percepire. Si pone quindi in ascolto della natura, proteso verso il mistero che l’avvolge, servendosi delle cifre e delle formule con cui la scienza decodifica l’invisibile e lo traduce nel visibile e trasforma, così, la realtà metafisica in realtà metapoetica. Tutto questo è possibile grazie all’elaborazione di una lingua poetica particolarissima, giocata tutta sulla base di aree semantiche ben individuabili, che ruotano intorno ad elementi sostanziali e primari nella poesia di Maggiani. Stelle, per esempio, è parola chiave che apre un campo ampio e frequente in cui s’ infittiscono atomi, galassie, notti, nebulose.
Da Universo, si generano cosmi, mondi, vita e al termine realtà, si connettono gli aggettivi possibile, reale, immaginabile. L’armonia, invece, suscita luce, visione, equilibrio, mentre il campo semantico che accerchia l’uomo è connotato da vocaboli come peccato, costume, dolore, ferita, morte; infine le cose, si associano subito alle forme, allo spazio, al rumore e non manca un’area riservata ai colori, rosso, giallo, azzurro (il più frequente), bianco, contrapposto alle tenebre e all’oscurità. In tale vasta materia, magmatica e dinamica, si aggirano, costantemente insieme, il poeta e lo scienziato, l’uno in estatica contemplazione di una realtà ideale e irreale, l’altro alla ricerca spasmodica di una soluzione degli enigmi dell’esistenza, animato da un vibrante desiderio di svelare quel principio primo che gli appare ora, organizzatore, ora, creatore, ora semplicemente come Dio.
Il viaggio si svolge sotto il segno di alcune costellazioni che splendono, quasi archetipi di un’iniziazione misterica, nel cielo del nostro poeta: la mistica e totale immersione nel poema della natura, da parte di Sophia de Mello Andresen; la necessità espressa dal Novalis che la forma compiuta delle scienze sia poetica; la biblica opposizione di Isaia al convenzionale modo di intendere la sapienza e l’intelligenza; l’affermazione poetica di Amendolara della presenza del divino nell’umano. Si tratta di abbrivi che ogni volta rilanciano il viaggio, infondendo nel poeta e nello scienziato un nuovo spleen che li conduca al largo, in mare aperto.
La meta, ineguagliabile e sublime, è l’infinito, che però né il poeta vuole raggiungere con la sola fantasia, né lo scienziato vuole misurare solo con le sue formule, perché il marinaio, nel quale l’uno e l’altro si compenetrano, vuole soprattutto vedere, appagare il suo sguardo assetato di luna, di azzurri, di orizzonti.
Si legga la prima lirica che avvia il libro ( e il viaggio), in cui lo sguardo cade/nella distanza/dall’albero maestro alla Luna-/come una freccia/diretta nel bersaglio,/nell’occhio. Si coglie già la fermezza della volontà di colpire il bersaglio e raggiungere l’obbiettivo. Le tappe successive sono sequenze liriche precise, di brevi frammenti di vita e di poesia, nei quali sempre l’azione del “vedere” è in primo piano, pur, quando il poeta si mantiene tra la veglia e il mondo reale ( bellissimo il verso Torno dai luoghi della notte/ dove la mente riposa/), vigile nell’osservare le cose, spingendosi però con l’immaginazione oltre il muro ( che ci ricorda la siepe leopardiana), dietro le stelle e le galassie, per interrogarsi sulla vita, su come potrebbe cambiare, se il nostro calcolo probabilistico fosse solo uno scherzo. E ancora lo scienziato insegue e incalza il poeta, indagando sulla cosmogonia, riflettendo sulla contraddizione tra la materia dell’universo e la spiritualità degli umani che lo abitano e che lo incidono come un’eterna ferita. Intorno è uno sfolgorio di colori, di visioni, di immagini che emozionano il poeta ( sale nella gola un canto), ne trascinano lo sguardo sui prati, sugli alberi, fino alla sfera lunare, lo fanno sentire libero e insieme prigioniero nell’incorporea presenza del reale, lo fanno rabbrividire nell’avvertire l’invisibile. Dinnanzi all’invisibile il poeta arretra, cedendo il posto allo scienziato, che si riaggancia alle forme e alle cifre ( riparto dalle forme).
Ma è la poesia che insegue le forme/ traccia cerchi/ intorno alle cose, perciò è di nuovo il poeta a riappropriarsi del reale, anzi a catturare l’irreale per renderlo reale. La prima fase del viaggio si chiude con un bilancio di parità tra realtà e immaginazione, con una conquistata filosofia cosmogonica, direi, al centro della quale sta la dichiarazione che il mondo è retto dalla possibilità del reale, ma soprattutto che la parola poetica ha la forza/ necessaria a sorreggere questo mondo.
Dunque il pensiero di Maggiani è chiaro: è solo la poesia che fa leggere l’universo.
Novalis a questo punto può guidare l’autore e prenderlo per mano, nella seconda fase del viaggio: le scienze devono essere poetizzate ………laddove la scienza divide il poeta unisce. Da qui si dipana un attento e scrupoloso esame dei compiti e delle funzioni del poeta e dello scienziato e, conseguentemente, della poesia e della scienza, che lungi dallo sfociare in una tediosa e prosaica analisi, dà luogo ad una sorta di fuga musicale verso la luce, l’armonia, il sole del mattino, in un abbandono lirico che ha per protagonista ancora una volta lo sguardo. Il poeta ripete: io vedo,solo vedo/ amo guardare/ il sole del mattino/ sulle cime azzurre dei cipressi/quando l’azzurro/ s’azzurra ancor di più/ e dietro quel nitore/ vedo e immagino/ tutto l’universo/ e altre vite/ e penso: che piccolezza/ che inutile fermento-… Alta poesia! Sovviene il passo della Ginestra in cui Leopardi, con un analogo sentimento di estatico stupore e sconcerto per il confronto impari, mirando in purissimo azzurro…. quegli ancor più senz’alcun fine remoti/ nodi quasi di stelle/ esclamava: al pensier mio/ che sembri allora, o prole/ dell’uomo?
Il viaggio s’ interrompe, il rapporto tra la poesia e la scienza è stato messo a fuoco, il poeta non si sente poeta, ma scienziato, nel travaglio della sua ricerca sa però che la poesia soltanto è attenta alle variazioni del reale.
Quando il viaggio riprende, il poeta crea stelle, dilata un’area semantica a lui cara e gioca con anafore e allitterazioni appartenenti ad un medesimo e unico repertorio. Si produce da ciò una spirale concettuale: l’idea delle stelle introduce quella degli atomi, da questi deriva l’idea dell’aggregazione e quindi quella dell’organizzatore. Strano modo, questo, di denominare la divina mente organizzatrice del cosmo, ma anche geniale modo per sottrarla da qualsiasi confessionalità religiosa e restituirle il carattere di pensiero assoluto e immortale. Dall’idea dell’organizzatore, si passa all’idea della luce, che è colore, se vista dal poeta, è invece insieme di elettroni che saltano e tornano o fotoni non accettati – espulsi – se considerata dallo scienziato. A quest’ultimo ora la parola non basta più, non può definire verbalmente i campi elettromagnetici, che esistono nella realtà che lo circonda, ha bisogno perciò di ricorrere alle formule e alle equazioni di Maxwell. Nulla di più ardito si è visto in un poema: parole e cifre si rincorrono, con effetti talora devastanti per un critico letterario che voglia capire tutto, ma senz’altro sorprendenti per il sincronico alternarsi di due codici linguistici diversi, quello poetico e quello matematico. E’ la luce a ristabilire l’equilibrio, con una composizione di colori che restituisce alla poesia il suo status symbol di immagini e di suoni in Radiazioni luminose.
La quarta e ultima fase del viaggio mi sembra dedicata alla bellezza, naturale conseguenza di quella spirale concettuale a cui prima si accennava. Da una mente organizzatrice – creatrice dell’universo, non poteva che derivare la bellezza, perché quella mente, è essa stessa la Bellezza.
L’azione del “vedere” è di nuovo centrale, ( fatemi vedere ancora oltre), insegue la luce, viandante invisibile negli spazi oscuri e al poeta si rivela la bellezza del mondo, dall’informe tutto prende forma. L’organizzatore diviene ora creatore della bellezza del mondo che ha la sua matematica ed è precisa. Questa è la grande scoperta del poeta al termine del viaggio, la bellezza del mondo non sarebbe tale se non avesse le sue regole matematiche, poste dal creatore: così poesia e scienza possono incontrarsi, il poeta contempla e canta, lo scienziato sistema e ricompone, ma entrambi possono trovare Dio, chiamarlo oltre che organizzatore e creatore, anche evoluzionista, perché ha pensato e progettato l’evoluzione del cosmo. All’approdo, li attende la certezza che Dio sa che senza la nostra vita/ l’universo è sprecato-/ dal nulla ci ha destati/ e nel nulla non piomberemo/poiché un filo d’erba/ un pensiero, un’invenzione/ non avverrà senza il nostro consenso.
Il libro si chiude con un inno alla bellezza del mondo, alla vita, alla resurrezione, nella splendida lettura che dell’affresco di Piero della Francesca fa il poeta Maggiani, ma essenzialmente con un’esaltazione della poesia, mantello regale/ razionale/irrazionale visione del cosmo. Anche se tutto cambia, se le cose passano e finiscono, se ci attende una fine biologica, è dato all’uomo e in particolare al poeta, di desiderare di risorgere e se non ha chiesto la nascita, chiederà la vita, incorrotta e incorruttibile, dove gli alberi con le foglie traslucide/ alla luce tersa del giorno/ mai seccano.
Il poeta e lo scienziato hanno trovato l’infinito, superando per sempre l’orrore antico del pensiero della morte e il lettore, che si allontana da questo libro, reca in sé un senso di pace e di rasserenamento.

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Flaviano Di Franza - Romanzo - Albatros il Filo

Il modo migliore di rovinarsi la vita

Il romanzo di un ingegnere giramondo


Le piccole case editrici, si sa, sono molto coraggiose e aiutano i giovani scrittori che vogliono pubblicare un libro, riuscendo spesso a lanciare lavori originali e pregevoli, che meritano di essere presi in considerazione. E’ appunto quello che ha dimostrato la casa editrice Albatros il Filo, pubblicando un curioso romanzo dal titolo “ Il modo migliore di rovinarsi la vita: essere ingegnere giramondo”. L’autore è un giovane ingegnere meccanico, Flaviano Di Franza, di Venaria reale (Torino) che a soli trentatre anni ha viaggiato per lavoro in tutto il mondo, accumulando un’esperienza umana straordinaria, che ha voluto raccontare, anche per meglio prenderne consapevolezza egli stesso. L’aspetto più singolare di questa pubblicazione inoltre, è che i diritti d’autore vanno a favore dell’ADMO, l’associazione dei donatori di midollo osseo, di cui l’autore fa parte (e questo fa onore alla causa).
Siamo di fronte ad un singolare romanzo, che di romanzesco non ha nulla, perché il contenuto è tutto vero, e che si snoda come un diario, tenuto giorno per giorno, il cui andamento narrativo è da romanzo, proprio per la volontà dello scrittore di inseguire la sua stessa vicenda per raccontarla agli altri e farli partecipi.
La vicenda è quella di un giovane appena laureato in ingegneria meccanica, al Politecnico di Torino, che comincia ad affrontare la vita lavorativa, con una smania incredibile di mettersi in gioco nelle esperienze più dure, per scoprire se stesso. L’occasione gli viene da alcune offerte di lavoro che molti avrebbero rifiutato, ma che egli accetta proprio perché riguardano luoghi rischiosi e pericolosi, in cui andare, come l’Africa, la Sierra Leone, in particolare, il Venezuela e l’Indonesia. Non è però lo spirito d’avventura che lo guida, ma il desiderio di contatti umani, con realtà poco conosciute, delle quali, l’immaginario collettivo, ha solo la conoscenza deformata che viene trasmessa dai mass media. Così, avviene il suo impatto con l’Africa, e con i problemi autentici di questo paese, rispetto al quale gli occidentali rimarranno sempre all’oscuro, nella loro presunzione di voler aiutare un popolo sfruttandolo. Intanto, ogni giorno il giovane si misura con gli altri, affrontando problemi d’ogni genere, compreso quello delle malattie (si ammala di malaria, tra l’altro) diviso tra l’affetto dei suoi cari lontani e il nuovo affetto per la gente dei luoghi dove lavora, per i bambini in particolare, per la loro ineffabile povertà. Analoghi sentimenti lo accompagnano anche nelle altre terre, come il Venezuela, ove la mercificazione del sesso e tante altre cose, è pane quotidiano. L’aspetto singolare di questa narrazione è che tutto viene descritto e narrato con grande ironia, quasi con una punta di umorismo, senza mai una sfumatura patetica, perché l’autore per primo non si prende sul serio e va avanti nella scrittura del libro con la forza di chi, vivendo in mezzo a difficoltà di ogni sorta, momento per momento deve riappropriarsi della sua esistenza, per non perdere di vista i suoi valori, i suoi obiettivi e la sua identità. Ne nascono pagine assai piacevoli, in cui vengono esaminati punti nodali di crescita della personalità, dalle amicizie, all’amore e al rapporto con le donne, viste come un universo da esplorare e capire. Ma quando si toccano argomenti come il mondo del lavoro, competitivo e aggressivo, la logica crudele e spietata del potere nei paesi sottosviluppati, con tutte le conseguenze tragiche di guerra e di morte che ne derivano, il tono della pagina diventa serio, sostenuto da un tragico pathos narrativo, che rende il senso del coinvolgimento da parte dell’autore. Lungo questo percorso, che possiamo definire di formazione, perché in effetti l’uomo che vive e racconta prende atto del suo graduale cambiamento e della sua progressiva maturazione, si avvertono alcuni referenti fondamentali quali Gino Strada, il cantautore Ligabue e Paolo Cohelo, accompagnatori ideali del cammino di Di Franza, con suggerimenti e stimoli, di notevole forza.
Il romanzo, un vero work in progress, non si conclude, o meglio non si conclude nel modo convenzionale, magari con un happy end che ognuno aspetta, ma con un “nostos” simbolico a quella che è l’Itaca dell’autore, Venaria, come luogo continuamente desiderato per ritornarvi, ma soprattutto come luogo che per primo gli ha dato gli stimoli e l’imput per partire. Ogni uomo ha la sua Itaca, basta saperla riconoscere e desiderare ritornarvi.

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Dante Maffia - Romanzo - Edizioni Hacca

Milano non esiste

Titolo intrigante, curioso, anche trasgressivo, questo che annuncia il romanzo di Dante Maffia, ma si sa che l’autore è un poeta e i suoi titoli sono sempre stati originali e sorprendenti. E’ una negazione dunque, che dà l’incipit al libro e lo caratterizza in qualche modo, conferendogli l’imprinting per un’attestazione di inesistenza di una città come Milano che invece non potrebbe avere un’esistenza più prepotente di quella che ha realmente. Dalla prima pagina si snoda, o meglio si sciorina, un lungo ininterrotto monologo, affannoso, ossessivo quasi, del protagonista che riattraversa tutta la sua vita, di operaio calabrese, trapiantato nel capoluogo lombardo, con un’unica prospettiva e un unico scopo, quello di ritornare al mare della sua Calabria e cancellare per sempre il ricordo degli anni trascorsi lontano dal suo vero mondo.
Lo scrittore si è immedesimato interamente in questo suo personaggio un po’ rozzo, ostinato, lavoratore e attaccato saldamente agli affetti e alle memorie, compiendo un’operazione linguistica assai interessante, perché ha abbassato volutamente il registro linguistico e il livello della scrittura, per avvicinarsi ancor più all’uomo del sud amareggiato e stanco, tradito dai suoi stessi familiari, nel sogno impossibile di ritornare al suo paese. Man mano che il protagonista ripercorre mentalmente l’itinerario della sua esistenza, si dipana la storia esemplare di un emigrante, capitato al nord per trovare lavoro, che pur avendo messo su famiglia, sposando tra l’altro non una sua conterranea, ma una milanese, non si è mai integrato né nell’ambiente della sua fabbrica, né in quello cittadino, chiudendosi a qualsiasi tentativo di comprendere la città e gli abitanti, sentendosi e credendosi sempre rifiutato da quella realtà che assolutamente egli considera ostile e desiderando soltanto di ritornare un giorno al paese di provenienza. Lavora molto e si affatica per accumulare il denaro necessario per costruire una bella casa in Calabria presso il mare, dove sogna di potersi trasferire con l’intera famiglia. Ma la moglie e i figli, non condividendo il suo progetto, con un gioco perverso e sottile di finzioni, lo illudono fino all’ultimo, senza mai accettare il paventato trasferimento. Così il calabrese parte da solo e raggiunge la terra amata, il suo paradiso, dove ritrova le origini, gli odori e i sapori dell’infanzia, che vorrebbe condividere con i suoi cari; perciò li aspetta, ogni giorno, convinto che essi arriveranno prima o poi, ma invano , perché essi non verranno mai in quel paese. La lunga e angosciante attesa della famiglia si traduce così in una snervante e reale attesa del treno Milano – Crotone, che ogni giorno arriva in ritardo e gli reca una nuova delusione, poiché da esso egli non vede scendere coloro che sta aspettando. E’ amaro questo bilancio della vita di un emigrante, specie oggi in cui erroneamente si pensa che i soli emigranti siano gli extracomunitari, mentre i nostri uomini del sud non hanno ancora superato l’impatto con la realtà dell’Italia settentrionale e di Milano in particolare. Milano è la grande metafora di una società estranea e ostile all’integrazione, non perché lo sia veramente, ma perché è l’uomo del sud che così la percepisce, l’uomo del sud perfettamente incarnato nel protagonista di questo romanzo. Il suo continuo farneticare intorno al mancato arrivo della famiglia e le sue ipotesi aggrovigliate e infondate circa i motivi di quell’ opposizione, sono scanditi con un ritmo implacabile da un linguaggio spezzettato e franto, isterico quasi, che se da una parte conferma l’ostinata volontà del calabrese di compiere una svolta nella vita decisamente opposta alla scelta forzata fatta nella giovinezza per necessità, di trasferirsi a Milano, d’altra parte, stigmatizza il suo rifiuto definitivo di tutto ciò che Milano ha rappresentato per lui e che gli ha dato, compresa la moglie milanese e i figli. Cancellare una parte della vita, densa di sofferenze, amarezze e umiliazioni subite, diviene dunque per l’uomo un obiettivo prioritario che si risolve non soltanto con l’abbandono della città detestata e col ritorno al mare della Calabria, ma soprattutto con la negazione dell’esistenza stessa di Milano. Quel treno Milano – Crotone, che per anni ha desiderato prendere e che, tornato al paese, aspetta con ansia che gli riporti la sua famiglia, è come un’ideale e utopistica via di fuga sempre esistita nella sua mente verso il luogo delle origini, verso un Eden incontaminato in cui ogni cosa gli è familiare e gli appartiene. Alla fine del romanzo, il cerchio si ricompone, ognuno è restituito al proprio mondo e rimane una separazione incolmabile tra il sud e il nord, che nemmeno gli affetti hanno potuto eliminare. Dante Maffia ha saputo penetrare in profondità nell’animo del suo personaggio, ne ha condiviso le pene, se non le ragioni, ne ha compreso le frustrazioni, immaginando una coraggiosa resistenza ad esse, ma si è arreso allo sforzo di sperare che un emigrante meridionale potesse alla fine integrarsi nell’ambiente milanese, fino al punto di preferire Milano al paese natio. Questo è impossibile per Maffia, calabrese egli stesso, che pure opera da tanto tempo lontano dalla sua regione. Egli è un uomo colto, che ha scelto di onorare il proprio paese, esaltandolo attraverso la poesia e la scrittura, mentre il protagonista del romanzo è un operaio sprovvisto di istruzione. Lo scontro tra Milano e l’uomo del sud è uno scontro fra tradizioni differenti e tra culture diverse, così come il conflitto tra il protagonista e i figli non è soltanto un conflitto generazionale, ma un problema di incomunicabilità dovuto a mentalità distanti tra loro, che non potranno mai uniformarsi.
Il romanzo pone sul tappeto problematiche attuali e antiche, al centro di un perenne dibattito, allargatosi oggi dagli emigranti meridionali, agli extracomunitari, che invano cercano condivisione, non essendo spesso essi stessi disposti ad accettare gli altri. Le ipotesi che Maffia lascia aperte sono molteplici, dal recupero individuale e solitario delle proprie radici, al sogno continuo e deluso di un ritrovamento degli affetti lasciati, ad una possibile futura comprensione, da parte degli altri, delle ragioni del ritorno, magari quando sarà troppo tardi per incontrarsi. E’ un finale irrisolto in sostanza, quello che chiude il libro, ma proprio per questo avvalora il racconto nella sua drammaticità e gli conferisce una venatura di profonda malinconia che rende le ultime pagine, particolarmente liriche. Il poeta Maffia non si smentisce, riporta anche la narrativa ad una dimensione poetica, trasfigurando i suoi patetici personaggi, in piccoli eroi perdenti che hanno tuttavia la forza di assumersi il coraggio delle proprie azioni, anche a rischio di tradire gli affetti più cari. In effetti al termine della vicenda è il protagonista a tradire i suoi cari per non tradire il suo paese e non piuttosto quelli a tradire lui nel non seguirlo. L’ossessione di riunire la sua famiglia non gli darà tregua, trasformandosi in un incubo che forse lo porta alla pazzia, se non addirittura alla morte.
Romanzo di denuncia, dunque, è questo, romanzo sofferto di accusa nei confronti della spietata divisione che da sempre separa il nord dal sud, ma romanzo anche di appassionata confessione d’amore verso la propria terra, bella e incompresa.

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Elio Pecora - Teatro - Bulzoni Editore

Teatro

Alla scrittura teatrale non si approda per caso, ma solo dopo un lungo percorso che abbia attraversato altri impervi sentieri letterari, dopo una lunga frequentazione della lettura e non senza un’abitudine a guardarsi dentro e intorno, per raccogliere quelle voci che ci inquietano e ci agitano, ma che attestano che siamo vivi. E’ accaduto questo ad Elio Pecora che è e rimane prima di tutto un poeta, con una consuetudine allo sguardo interiore e all’ascolto , che gli ha permesso, ad un certo punto del suo itinerario , di tradurre in testi teatrali, quel teatro autentico che egli ha sentito sommuovere entro e fuori di sé.
La parola, che nella sua poesia è espressione pregna di significato e di significante, la parola attraverso la quale egli sa chiudere in un cerchio melodico e musicale le cose, si è trasformata in gesto e il gesto si è naturalmente inserito in uno spazio scenico, che è essenzialmente spazio dell’anima. E’ nato così un teatro, fatto di creature che si muovono all’interno di storie personali e familiari, cercandosi e trovandosi, pur nell’angoscia che sembra assalirle e devastarle. Si tratta fondamentalmente di donne, di madri , che tentano di uscire dalla gabbia in cui il loro ruolo le ha imprigionate, non per una ribellione , né per un rifiuto, ma più semplicemente perché vogliono un distacco da ciò che sono state nel passato, per essere ciò che sono nel presente, rimanendo al proprio posto e ripartendo addirittura dal proprio corpo.
Appunto “il corpo” è elemento prioritario nell’universo poetico di Pecora, perché rappresenta, come egli dice in una sua lirica, “quella gabbia di ossa e di arterie” dalla quale vigiliamo nel mondo, senza mai potercene separare, con cui dobbiamo sempre fare i conti per vivere. Questo spiega perché i suoi personaggi teatrali, pur nel momento del dolore, sono fisicamente molto evidenti con i loro vestiti, i loro caratteri somatici, persino con il loro bisogno di cibo: accade che in pieno dramma, una donna insista per preparare un te al gelsomino e lo offra con una fetta di torta, a chi si sta macerando nel desiderio di morte. E a proposito di questo, nel teatro di Pecora, la vita prevale sempre sulla morte, anche quando sembra non esserci speranza: un figlio “nell’altra stanza” è chiuso dal padre perché non vada in cerca della droga ed è prigioniero di un forte desiderio di morte, ma nello spazio intorno a quella stanza, si agitano persone vive, che litigano, conflittuano, si rinfacciano responsabilità; poi d’improvviso tutti appaiono disposti ad una tregua, per addolcirsi con un po’ di te e con una assaggio di crostata, perché il corpo reclama di vivere e di avere quei ritmi naturali che scandiscono l’esistenza quotidiana.
Le grandi metafore poetiche di Pecora, “il recinto”, “il paradiso dove è dato abitare”, “il Narciso”, “Il giardino”, “la partenza”, “il viaggio e il ritorno”, ci sono tutte nei suoi testi teatrali, dilatate in forma di spazio e circoscritte in forma di gesto, ma nello stesso tempo, ci sono i segni di una presenza, in mezzo e tra le cose, cose apparentemente banali, ma che appartengono all’uomo e lo accompagnano nella sua vita di ogni giorno: una tazza di porcellana, dei vestiti, un cappello, dei mobili antichi o soltanto vecchi, come un cassettone, una porta a vetri spalancata su un giardino, e altra suppellettile, che in questo teatro non funziona da scenografia, bensì da elemento sostanziale per rappresentare l’esistere.
Il nodo, l’irrisolto contrasto che si profila sin dall’inizio del dramma, si scioglie nel modo più naturale, tornando alla vita e alle cose. Come nella poesia Pecora non persegue le facili consolazioni, o peggio, le evasioni, così nel teatro, non punta alla distrazione, ma fa compiere ai suoi personaggi “l’avventura di restare”, già annunziata da un suo noto testo poetico. I personaggi in definitiva non tentano di raggiungere la salvezza , nè di realizzare la soluzione dei mali che li affliggono o di guadagnare l’uscita di sicurezza, ma piuttosto sono alla ricerca di una nuova misura, per fare un patto con la vita e seguitare ad andare avanti. Anche nella raccolta poetica “Per altre misure” Pecora conferma questa sua volontà di stipulare un patto con la vita e lo dice con chiari accenti: “non più la salvezza o l’uscita/ solo un altro patto/ una nuova misura, per seguitare.”
All’uomo come alla donna non tocca che recuperare “la voce perduta” e accettare il presente, senza sottrarsene. Questa nuova misura, che nella poesia l’autore propone, nel teatro sembra attuarsi più facilmente, favorita, dai gesti, dall’intreccio delle voci, e in particolare, dal gioco del “fuori scena” e “in scena”, che consente di allargare lo spazio oltre i limiti con l’immaginazione e il pensiero e contemporaneamente di delimitarlo a quello che davvero si vede e si percepisce sul palcoscenico.
La donna, domina tale spazio e vi si muove con un sapiente andirivieni di parole e di gesti concentrando su di sé l’attenzione dello spettatore, divenendo creatura di sofferenza e di riscatto, che si perde, si dispera, annaspa, ma poi si ritrova perché torna alla sua realtà corporea, al suo presente, o come dice il poeta “alla sua faccia”, “ai suoi piedi” .
I personaggi femminili condensano in sé nel teatro di Pecora, il dolore atavico , di tutti i tempi; sono creature educate alla paura, all’abbandono, alla solitudine, in esse c’è Arianna che piange sulla spiaggia deserta, Medea che compie la sua vendetta, punendosi, Al cesti che muore perché viva lo sposo. Eppure queste creature, che nella poesia di Pecora compaiono sempre in guerra con se stesse, nel teatro ci appaiono come pacificate, perché decise ad allontanare il passato e ad accettare una vita momento per momento, che possa loro bastare.
Non si vuole però asserire che i personaggi maschili non abbiano una loro rilevanza nel teatro di Pecora, vi sono e sono importanti, ma hanno un ruolo diverso perché, come dice l’autore nella prefazione, spesso sono “guerrieri distratti e stanchi, incapaci di cercare altre strade, dopo essersi così lungamente perduti”. A volte si ha la sensazione che tra loro e le donne si sia innalzato un muro, che mostra tutta la loro incapacità di comprendere, o meglio l’unilateralità della loro comprensione. Ma proprio questo li rende più vulnerabili e indifesi, irrisolti e chiusi nella loro impossibilità di liberarsi del passato e di vivere nel presente.
Ma torniamo ai testi e alla parola poetica. Nel teatro certo non si compie la magia della parola poetica che in poesia riesce a raggiungere una purezza di suoni e una perfetta identità tra suono e immagine. Nel teatro il gesto si deve sostituire alla parola, ed è in ciò la straordinaria capacità dell’autore di ricreare i gesti e le azioni, attraverso un meccanismo verbale di battute concise, rapide, sature di umori , che anche a sola lettura del testo, disegnano spazi e configurano situazioni, atteggiamenti, caratteri.
Abituato ad animare serate di reading tra poeti e artisti del mondo letterario romano, Pecora ha saputo utilizzare la sua esperienza di arte combinatoria per armonizzare la teatralità della poesia, con la teatralità della vita, realizzando dei testi teatrali, che nella loro brevità riassumono in pieno la sua filosofia , basata sull’accettazione fiera del dolore e sulla pietas
da spandere sulle tragedie umane, una pietas fatta di reale compassione, cioè compartecipazione, sostegno, resistenza paziente alla quotidianità dilaniante, mai fuga o rifiuto.
C’è molto della classicità del mondo greco, nel teatro di Pecora e non solo nelle opere più direttamente ispirate ad essa, come l’Alcesti e il Pitagora, ma anche in quelle per così dire moderne, ove donne e figli e mariti dei nostri tempi si muovono all’interno di una storia o di singole storie individuali. Certo mancano gli dei, manca il loro intervento, ma rimane la iubris, rimane, l’incomprensibilità del caso o del fato, rimane la lotta dell’uomo ridotto ad una marionetta inconsapevole che vuole però trovare se stesso e aspira ad un’impossibile armonia. Nel dramma “Nell’altra stanza” Ugo dichiara: “gli eroi greci sono incerti, bugiardi, ma agiscono per superare l’incertezza e la bugia” e ancora: “sanno che si portano dentro come una fame inesausta, l’attrazione del niente. Contro questa attrazione fanno una guerra di pensieri e di gesti. Inventano genealogie, costruiscono templi”.
Tutti i personaggi del teatro di Pecora, fanno una guerra di pensieri e di gesti , per non arrendersi alla sofferenza e alla morte, e alla fine trovano pace, sebbene una pace momentanea, quasi un breve ristoro dopo la lotta, nel rimanere al proprio posto, prendendosi cura di sé, dando attenzione alle cose che li circondano, nelle quali sembra serrarsi il segreto della sopportazione del male.
Il teatro di Pecora ha dunque un’indiscutibile eticità che è identica a quella della sua poesia: poesia alta e colta, di un intellettuale che non è mai sceso a compromessi, teatro originale e nuovo di un uomo che da sempre vuole rilanciare la dignità umana e ridare valore all’esistenza, agganciandola al bene, all’amore, alla solidarietà.