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Raccolta di recensioni scritte da Giuliano Brenna
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Paul Auster - Romanzo - Einaudi

Invisibile

 

La ricerca della giustizia e della verità, la propria capacità di mantenere un atteggiamento equo di fronte ai capricci dei violenti – in un libro che prende forma nel corso degli anni tra il 1967 e il 2007 –, sono i fili con cui Auster tesse questo “Invisibile”. Sulla bravura dell’autore penso vi sia ben poco da dire, è ormai considerato uno dei più importanti scrittori americani, autore anche di poesie e film. Ma credo che con questo libro, Auster, abbia veramente superato sé stesso. Il romanzo è assolutamente avvincente, del tutto privo di orpelli o parti superflue: scivola, pagina dopo pagina, con una forza incredibile, che si manifesta sorniona lungo tutto il libro, catturando il lettore. È uno di quei romanzi da cui è difficile staccarsi, finché l’occhio giunge, con malcelato rammarico, a pagina 223, con la geniale visione di uomini che, armati di scalpello, spaccano pietre, un lavoro da forzati, al limite dell’assurdo, come lo sono certe decisioni che costano una fatica immane: sembrano voler cambiare mille cose, ma poi tutto resta così com’è, la fatica è rimasta vana, l’unica cosa che resta è un rumore aspro, continuo, nel fondo della mente. Un qualunque accenno alla trama temo possa impoverire il gusto di chi leggerà il libro, e mi rendo conto che il voler sintetizzare il romanzo lo renda inevitabilmente banale. Mi sembra arduo riprodurre quell’atmosfera tersa che sovrasta il romanzo, ricostruire in poche righe, i tormenti di un’anima, le sue peregrinazioni, l’amore che lega di legami, invisibili ma tenaci, le vite delle persone, l’amore che diventa morboso, l’attrazione che nasconde altro, il rimpianto, la perdita. Sono questi alcuni degli elementi che Auster impiega nel suo romanzo, ma il lettore ha costantemente l’impressione che dietro le parole, o gli accadimenti, vi sia qualcos’altro, che sfugge, che si paleserà più avanti, oppure che già c’era ma è sfuggito. Nulla di tutto ciò, il romanzo è assolutamente liquido, cambia di forma secondo il punto in cui si trova la vicenda; per proseguire il paragone, viene raccolta in diversi contenitori e ne assume la forma ma senza cambiare di sostanza, la narrazione viene portata avanti cambiando il punto di osservazione, arricchendosi di ciò che non è in primo piano in quel momento, espandendosi lungo il corso del tempo, attraversa cambiamenti sociali, sia epocali, votati a prendere il nome di Storia, sia quelli personali e intimi destinati a svanire, ma che danno il loro contributo ai cambiamenti delle epoche e della società.

La moralità sembra apparire come uno dei cardini dell’opera, ma anch’essa non sfugge all’ellitticità del romanzo. Qual è la morale da applicare? Quella che fa confessare un fatto atroce o quella che scava un animo dal di dentro e lo fa capace di pensieri che possono sembrare mostruosi? La verità è quella sotto gli occhi di tutti o si nasconde altrove? Oppure, ancora, la si può ricreare, attraverso artifici o facendola apparire tale solo perché sapientemente inventata? E ancora, come una persona mostruosa nell’animo può legarne a sé una pura, forse nel modo in cui vittima e carnefice esistono l’una in funzione dell’altro, quasi un rapporto simbiotico tra creatore e creato, tra colui che schiude un mondo e l’altro che ne resta affascinato sebbene ne voglia fuggire.

Queste alcune delle impressioni di lettura di un’opera immediata e profonda in cui le esistenze ed il racconto di esse si intreccia, i tempi e i piani di narrazione cambiano, in quello che mi sento di definire il miglior romanzo di Auster, e uno tra i migliori letti. Lo consiglio vivamente a tutti.

 

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Marinella Mariani - Romanzo - Gruppo Albatros Il Filo

La luna e il lupo – fra passato e presente

 

Il romanzo si apre con una bellissima quanto drammatica scena, una donna getta da un dirupo una valigia che, scopriremo in seguito, contiene la sua non meglio precisata metà. Parallelamente il libro termina con un’altra bella scena in cui vi è sempre una perdita, un abisso, e la donna che si getta qualcosa alle spalle. Tra le due scene, il libro, un romanzo fresco e scorrevole che narra principalmente di una donna. Diana, questo è il suo nome, dopo aver gettato il pesante fardello nel lago, decide di cambiare vita e chiudere metaforicamente fuori dalla sua vita il passato. L’operazione sembra riuscire, complice il cambiamento di città e di professione, con l’aiuto di un’amica, Sara, dalla non ben precisata ma intuibile professione. Purtroppo per Diana, il passato non si è lasciato costringere all’interno di una valigia, inabissatasi in un lago, e sembra più desideroso che mai di riprendere il proprio posto nella sua vita, facendo brandelli coi tentativi della donna di crearsi una nuova esistenza. La valigia, che nelle prime pagine pareva inabissarsi cupamente, sembra voler tornare a galla e lasciare che il suo contenuto torni ad occupare un posto nella vita di Diana. Ciò che la donna sopravvaluta è la sua capacità di erigere un muro fra sé e gli altri, ma è un muro destinato a sfaldarsi quando gli altri sono forti di un sentimento puro, o della volontà di aiutare. Il romanzo è scritto in modo completamente lineare, la vicenda si svolge con l’andare dei mesi ed è scritta con un linguaggio semplice e schietto. Tuttavia, dopo la scena della valigia e l’allontanamento di Diana da Prodo, la vicenda pare sgonfiarsi un po’, la tensione si alleggerisce di molto e la narrazione tende ad arrancare. Quando le vicende cominciano a farsi delicate per Diana, allora la scrittura si fa più vigorosa ed incisiva. Se si tratta di delineare lo stato emotivo della protagonista, ricco di sfaccettature e tentennamenti, la giovane autrice riesce a sfoderare un certo talento e una suggestiva capacità espressiva, uniti a una interessante conoscenza dell’animo umano e della fragilità femminile. Nelle parti di raccordo, invece, il passo rallenta, le tinte sbiadiscono un po’ e si assiste a strane ripetizioni, o descrizioni geografiche che sembrano prese direttamente dall’Atlante, e usate per rimpannucciare l’economia generale. Ciò nonostante l’intero romanzo pare dotato di una buona architettura, i personaggi sono ben caratterizzati, dotati di una loro personalità, e non servono da puro contorno alla vicenda ma hanno un loro peso nell’economia globale della storia. Questo “La luna e il lupo” è un romanzo che ha degli spunti molto interessanti e può vantare una certa originalità, il finale è una autentica sorpresa e non delude affatto, anzi aggiunge un grande valore all’intera opera, tanto da far balenare agli occhi, leggendo l’ultima pagina, qualche brano del finale di “Delitto e castigo”. Concludendo, la nostra Mirella Mariani ha creato un bel romanzo, con idee e spunti originali, e se in qualche punto incespica un po’, la cosa viene ampiamente ricompensata da tante belle pagine.

 



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Scott Heim - Romanzo - Neri Pozza

Le sparizioni

 

Tredici anni dopo Mysterious Skin, e con ben dieci anni di lavorazione, Scott Heim pubblica questo Le Sparizioni. Uscito nel 2008 negli Stati Uniti col titolo più centrato We disappear, non semplici sparizioni, siamo noi a scomparire, e quel noi è ben interpretato dal protagonista e voce narrante, Scott, lo stesso nome dell’autore, quasi a voler sottolineare il fluire della voce interiore di chi scrive. Il libro è decisamente amaro, a tratti scabro, l’ambientazione ben descritta della campagna del Midwest che si avvia al riposo invernale, appare a tratti al lettore come pietrificata, immagine riflessa della pietrificazione degli animi dei protagonisti, esposti così all’erosione da parte del tempo e degli elementi. Infatti, gli animi e i corpi dei tre protagonisti si stanno lentamente ma inesorabilmente consumando: Donna, madre di Scott consumata dal cancro, Scott si auto annienta con droghe di sintesi e Dolores, salvatasi dal cancro, ma non dall’abbandono da parte del compagno, è facile preda per la bottiglia. A dare il tono di un “thriller” al romanzo è un misterioso caso di rapimento cui fu vittima Donna da bambina, forse reale forse inventato, che ha lasciato una misteriosa traccia nella sua vita. Frammenti di ricordi talvolta emergono, poi si confondono, vengono raccontati in modi sempre differenti, o usati per creare attenzione nelle persone, o per riavvicinare i figli (oltre a Scott, Donna ha anche una figlia, Alice, che appare però molto distante). Il trauma ha conseguenze sull’intera esistenza della madre di Scott la quale ha dedicato buona parte della sua vita a raccogliere testimonianze di casi di bambini svaniti nel nulla, con la speranza di scoprire cosa le successe in quello strano giorno della sua infanzia e chi fosse la misteriosa coppia che la prese e tenne segregata insieme a un altro bambino, un certo Warren che Donna vorrebbe tanto rivedere.

Nel momento in cui il romanzo inquadra le vite dei protagonisti, Donna richiama a se il figlio Scott per tentare finalmente di svelare questo grande mistero, ma è palese che la madre, sapendo di essere la termine della sua vita, vuole a sé il figlio in un tentativo disperato di distoglierlo dalla vita pericolosa da tossicodipendente che egli conduce a New York. Il romanzo, come dicevo, è molto amaro, nella narrazione non vi è spazio per ironia o momenti di leggerezza, la penna di Heim va a fondo delle persone, quasi scarnifica i protagonisti mostrandoceli nudi, alle prese con le loro debolezze, la morte che li avvolge, la follia che sembra essere un ultimo appiglio per non essere inghiottiti in una palude nera, la sparizione, appunto, l’essere più nulla. Malgrado ciò, o forse proprio grazie a ciò, il libro è di una bellezza che quasi toglie il respiro in certi tratti. In una folle ricerca di una verità sepolta chissà dove, o forse mai esistita, Donna e, soprattutto, Scott rivivono le loro esistenze, le rivedono quasi al rallentatore raccogliendo indizi smarriti ma prodromi delle loro condizioni attuali. La fine verrà a galla, in un finale assolutamente struggente, in cui vi è il solo abbandonarsi al sentimento, Heim mette in parole l’amore sublime tra Donna e Scott, ma che esiste fra qualsiasi madre e qualsiasi figlio. In poche frasi, fra cui una che sembra una filastrocca, tra le nebbie e il dolore di una crisi di astinenza, Scott disegna tutto il proprio mondo, che è fatto di sua madre. Si tratta di trecento pagine davvero toccanti, sono di una bellezza glaciale; le frasi sono cesellate, spesso la perfezione è raggiunta con poche manciate di parole, pochissimi aggettivi, e tanti colori dell’animo.

Tra Le sparizioni e Mysterious skin alcuni punti di contatto, quasi la firma dell’autore: le ambientazioni, il tema dei rapimenti dei bambini, la deriva di molti giovani che cercano facili avventure e droghe nei parchetti di squallide cittadine americane, sorte in fretta attorno ad uno svincolo autostradale. Se alcuni personaggi ne ricordano altri della precedente opera è perché è l’ambiente, e l’egoismo degli adulti, che li forgia così, Heim si limita a fare una istantanea che raccoglie, come una foto di gruppo, tutte le vittime di un disagio che serpeggia indisturbato dietro la facciata per bene della provincia americana. Le sparizioni è un romanzo non semplice, può quasi far desistere il lettore dopo poche pagine, soprattutto chi aveva amato la freschezza di Mysterious skin, ma continuando la lettura si finisce col restarne ammaliati, si conficca come una scheggia di ghiaccio nel cuore di chi legge, depositandovi tante domande.

 

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Roberto Maggiani - Romanzo - Italic pequod

Affinità divergenti

 

Al termine della lettura di questo romanzo, quando si è soliti andare a ritroso con la mente lungo le pagine appena chiuse, riassaporando quanto letto, molte sono le sensazioni e le riflessioni che cominciano a circolare nella mente. A mio avviso, uno dei tratti più marcati di questo romanzo è la speranza, una speranza alimentata dall’intelligenza, non una sorta di attesa in qualcosa di bello che possa pioverci addosso, ma uno sprone a costruire una visione che sia in grado di alimentare un futuro migliore. E già questo, nel clima sociale attuale, è un segnale sicuramente importante, troppo spesso la chiusura verso la diversità e l’alterità sono sbandierate con orgoglio e protervia. Invece, per Maggiani, è un caposaldo la ricchezza insita nella diversità: affini seppur diversi (divergenti). Ecco dunque che la parola “divergenza”, che fa capolino nel titolo, vuole significare il fatto di trovare uguaglianza e similitudine di intenti e vedute attingendo da ciò che accomuna e rende affini e non da ciò che divide. E qui giunge un altro degli elementi caratteristici della scrittura di Maggiani, elemento oserei dire debordante poiché lo si ravvisa in altri dei suoi ultimi lavori, anche in poesia, e cioè l’unità. Lo sforzo ad abbracciare una unità di pensiero e di affinità del sentire, che ben lungi dall’essere livellamento ed omologazione, è prettamente amore. Amore puro e universale, quell’amore verso l’altro che crea, appunto, unità, partendo insieme da soggettività diverse e apparentemente inconciliabili. E sull’amore si basa il narrato di questo romanzo, amore che trascende le convenzioni, che si esprime in un fugace momento di intimità non vincolato a promesse, a giuramenti o falsità, semplicemente è amore per l’altro, speculare e opposto ma accomunato dall’affinità. O diventa amore e dedizione sino al sacrificio nei confronti di chi è, ancora una volta, diverso ma reso affine nella differenza, nell’incomprensione degli altri. L’amore riesce ad abbattere i muri dell’ipocrisia delle persone donando ricchezza e ragione di vita, amore che trascende i rituali sociali, il genere o le inclinazioni, ma si rende puro e unico nell’essere semplicemente il bel sentimento che anima la vita delle persone. Senza voler rubare il gusto della lettura, con anticipazioni o spoiler, vorrei sottolineare la bellezza del personaggio di Elisa che sa trarre piacere dal suo corpo senza sotterfugi o finzioni, o, peggio ancora, sottostando a un frusto gioco delle coppie da cui il sessismo continua ad alimentarsi. Invece lei si dona e riceve, in modo puro e semplice, perfettamente paritario con l’uomo con cui decide di giacere.

Un aspetto a mio parere sorprendente in questo romanzo è come nel primo capitolo, in un sogno del protagonista, siano contenuti, in nuce, in maniera simbolica, i temi poi sviluppati nella stesura del libro. Un meccanismo che mi ha ricordato le celeberrime pagine che aprono la Recherche, nelle quali Proust, da un tempo imprecisato, getta uno sguardo su quello che è l’intero arco dell’Opera, tracciando una sorta di solco interiore nel quale germoglieranno le vicende. Mi soffermerò su questo inizio, il bianco inizio per dirla con Emmanuel Carnevali, sempre, come dicevo, per evitare spoiler al lettore che potrebbe indispettirsi.

 

L’incipit dà il la a questo primo capitolo che rivela ma non esplicita, dice ma nasconde, si tratta di una sorta di presagio che è anche il seme poetico della successiva narrazione in prosa. L’avvio del romanzo vede il protagonista alle prese con un “peso”, che potrebbe essere imbarazzante, una cosa che di solito non si narra, forse con un pizzico di ipocrisia, in quanto perfettamente naturale. Apro una breve parentesi per sottolineare come questo dire il non detto si lega a quanto ho esposto sopra riguardo a Elisa: Maggiani rompe l’omertà su fatti che per assurda pruderie non si possono dire, destano imbarazzo, ma sono perfettamente connaturati nel nostro essere umani. Un coming out di umanità, dunque, esposto e sbandierato nella prima pagina: è il non detto a creare diversità e imbarazzo, è il dover nascondere certi elementi a renderli dirompenti. Quindi, una condizione di disagio che è meglio non dire, ma che spesso orienta nell’oscurità alcuni momenti, se non l’intera esistenza. Ed ecco che in questo frangente un orribile sconquasso sembra capovolgere il creato, cade una forte, improvvisa pioggia, ma sembra quasi che sia il mare a riversarsi sulla terra, segno che per mettere in moto la narrazione bisogna osservare le cose da un punto di vista differente. Da questo cataclisma compare un mostro, che scivola via seminando panico e terrore, dolore, aggiungerei, un mostro che è alimentato forse dalla nera fanghiglia del non detto, del non si può dire, non si può fare, spesso presente sulle labbra della società. Il mostro caracolla sino a inabissarsi nel mare, simbolico altrove o forse nuovo inizio, piantonato da uomini in uniforme che potrebbero rappresentare quello Stato del diritto che molti auspicano in luogo di uno Stato che emana menzogne e odio. D’improvviso l’occhio del protagonista svela la mancanza di un simbolo celeste, quello stesso simbolo eletto ad emblema di pace, uguaglianza e diritti; esso è stato strappato: nello strappo si può leggere l’odio che toglie, con violenza, anche l’idea stessa del diritto. Il sogno termina, il sipario si chiude, la scena è la stessa ma è abitata dai medesimi personaggi, trasfigura in un reale nel quale si muoverà la vicenda. Ed ecco che Maggiani ci dona una chiave per la lettura del romanzo, e della sua visione del mondo. Chiave che sarà il motore ctonio del romanzo. Il protagonista, sebbene affaccendato in una attività solo sua, nel chiuso della sua abitazione, volge lo sguardo verso l’esterno, incontra l’alterità, il diverso da sé. E gli si schiude, gli va incontro. È il movimento simbolico che tinge le pagine del romanzo: andare incontro all’altro, non chiudersi e non volerlo fare proprio, ma aprirsi in un confronto franco, unica forma di dialogo capace di tessere l’amore, in primis, ma anche la pace e la liberazione. Ed è a questo passaggio che il titolo si schiude mostrando il suo arcobaleno di letture, di significati, tutti riconducibili al fatto che è nella diversità che vanno cercate le affinità e su di esse tessere il dialogo.

La lettura scivola veloce sulle pagine di una vicenda capace di catturare l’attenzione del lettore sin dall’inizio, e che non lo lascia neanche dopo la fine del libro, rimangono molte riflessioni e anche un sospiro del cuore, un senso di leggerezza e di gioia.

Nell’ultima pagina sembra di scorgere il Maggiani che ci fa notare quanto sarebbe più bello il mondo, se tutti la smettessero di dare adito a divisioni e disuguaglianze, la gioia non è fatto personale ed egoistico ma si nutre di unità e apertura verso gli altri.

 

 

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Luca Soldati - Biografia - Luce Edizioni

In stato di minima coscienza

 

Appunti per la biografia di un professore comunista

 

Per rendere visibile e presente in ogni parola la scomparsa dei genitori, Georges Perec, nel 1969, scriveva il romanzo “La Disparition” (La scomparsa), senza fare mai cenno alla terribile tragedia che aveva vissuto. La scomparsa dei genitori durante la guerra, tuttavia, è evidenziata in ogni parola, in ogni riga, attraverso l’omissione, per tutta la lunghezza del romanzo, della lettera “e”. Ne consegue una scrittura che si adatta a un suo andamento del tutto singolare, scorre liscia e lineare ma in qualche modo pare stridere; leggendo sembra che qualcosa si debba spezzare, è un rumore di fondo che non scompare mai. In un modo che potrei definire parallelo, il protagonista di questi “appunti” che costituiscono il libro di Luca Soldati, non viene mai nominato, ecco la prima disparition, qualcosa manca, scricchiola la definizione stessa di biografia. Ma cosa, al pari di Perec, scompare? Anche in questo caso, colpevole la guerra, colpevole la follia nazista, è il padre a venire ucciso una manciata di ore prima della fine della guerra. E se Perec nel suo lipogramma sottrae, e sottrae qualcosa di fondamentale per una lingua, in particolare per quella francese, il nostro professore comunista, la cui vita è descritta negli “appunti” di Soldati, invece aggiunge, si fa contenitore vuoto per lasciarsi invadere da qualcosa che possa sostituirsi alla figura paterna mancante. E di cosa si riempie, di cosa si fa contenitore? Ancora, nel parallelo con lo scrittore francese, si fa carico di una grammatica nuova, fitta, precisa, assorbe in sé un linguaggio, che si fa pervasivo ed omnicomprensivo. È il linguaggio del sapere, la conoscenza di chi ci ha preceduto, quasi a voler ottenere una risposta, a un dolore cocente e attuale, con il sapere di coloro che sono venuti prima e meglio hanno letto l’animo e la mente umana e del mondo. Potremmo dire mille padri per cercare di comprenderne uno solo. La lettera ‘e’, che in francese regge sia padre che madre (père e mère), è come la parola che manca al padre defunto del nostro professore, cercata e anelata in milioni di parole di chi prima ha saputo dire. E l’anelito al sapere crea, inevitabilmente, una struttura nuova in chi la vive, dona una visione nitida, forse algida, fatta di logica e di intuizione. Tutto questo, unito al terribile dolore dovuto all’ingiustizia per la perdita del padre, crea un desiderio di verità, quasi di purezza, di concretezza, che genera un rifiuto per i compromessi e i mezzucci dell’uomo contemporaneo. Da qui segue il rifiuto per la religione, ma non per agnosticismo, bensì proprio per una più elevata e sublime ricerca del sacro e dello spirituale. Rifiuto che si attua anche nei confronti della politica, primo grande amore del professore, che non a caso viene definito comunista già in copertina, ma che non riesce ad essere pura e assoluta, come puro e assoluto è l’amore verso il padre ucciso, e che la mancanza di rigore politico renderebbe un cadavere caduto invano, in primis, e segnerebbe il tradimento verso chi si è speso sino all’estremo sacrificio per il raggiungimento dell’ideale. Così anche la vita politica, alla fine, gli è impraticabile. Non resta che l’amore per i cari, la madre sopravvissuta al marito, in una vita di stenti e privazioni, i parenti e le amatissime figlie in cui si riversa tutta la mancanza del padre. Non entro nelle vicende narrate dal libro ma voglio sottolineare, a memoria, un passo che mi ha colpito, si trova nell’ultima sezione, quella che ricostruisce un dialogo fra il professore e Luca Soldati, l’autore del libro. Il professore, in una riflessione sul suo rapporto con le figlie, alle quali, usando una espressione che potrebbe apparire stereotipata, ma non lo è in questo caso, in alcune frasi di una purezza indimenticabile, dice che nulla in realtà ha fatto per le figlie se paragonato al suo di padre, che ha donato la vita per assicurare al figlio una società più giusta e libera. Credo che questa riflessione sia uno dei cardini della biografia, riesce a gettare una luce inestinguibile su di un’esistenza.

Leggendo dei primi tumultuosi giorni in cui iniziò gli studi presso dei collegi ecclesiastici, in cui si nutrì di sapere ma vide l’enorme abominio perpetrato dalla chiesa nei confronti dei poveri e oppressi, spesso mi è riecheggiata nella mente la frase attribuita a Goethe: “Più luce, padre.” E così, anche per il professore, cui i sacerdoti cercavano di inculcare riti e precetti, il nostro eroe chiedeva “più luce”: più sapere, più aria di libertà, più luminosità di vedute. E volteggiando sui parallelismi è forse anche quello che ha sempre chiesto al padre defunto: più luce, più giustizia, più democrazia, un faro che, effettivamente, lo ha guidato per tutto l’arco temporale della sua esistenza e grazie all’amore di Luca Soldati non si spegne, né nell’urna delle ceneri, né nelle pagine di questo libro, ma riverbera sulle vite di chi lo ha conosciuto e amato come insegnante, come guida e come amico. Segno che se vi è una luce non basta l’orrore a spegnerla, ma illumina le menti anche in questi nostri giorni di lunghe ombre scure che avanzano.

Concludo questi miei appunti di lettura, che sono molto più tali della biografia che modestamente l’autore definisce “appunti per la biografia”, ma hanno più l’aria dell’opera completa e compiuta. Forse non è una biografia in senso stretto, ma è sicuramente una bella lettura. L’autore conduce il lettore sulle tracce di una esistenza con mano salda e accenti eleganti, una lingua precisa e stabile, con venature di eleganza classica e dotta che immagino ben rappresenti il discorrere del professore.

 

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Raffaele Montesano - Romanzo - Annulli Editori

Le guerre dei poveri

 

Si sente, da sempre, in Italia parlare del sud, o meglio del mezzogiorno, che arranca, che non tiene il passo con il resto del Paese. Ed ecco che anche Raffaele Montesano ci dice la sua su di un paesino della Lucania negli anni Settanta, in cui anche le notizie più clamorose filtrano a rilento, distorte dall’aria immobile che regna nella zona, tant’è che anche un caso eclatante, come fu quello che vide protagonista Aldo Moro, era per Rosa, una delle protagoniste del romanzo, poco più di un mistero la cui eco le era giunta chissà come. Il romanzo si snoda, sornione, tra i vicoli scoscesi e le vecchie case di Borgo Nemone, l’autore rende intatte al lettore le vicissitudini e il sentire di quella che non si esiterebbe a definire “povera gente”. Povera al punto che un’automobile o una scalcinata Ape Piaggio, glorioso emblema della modernizzazione del caro carretto, sono segno di distinzione e modernità. E, proprio su questo sgangherato mezzo di trasporto, la protagonista sbandiera il suo emblema di donna rimasta sola con un figliolo da crescere e mille incombenze ma che non si arrende e, come e meglio di un uomo, sbarca dignitosamente il lunario.

Come ogni borgo che si rispetti, anche quello raccontato da Montesano ha le sue figure chiave, il medico, il gestore del bar e così via, ognuno di loro ha la sua piccola o grande storia da presentare agli occhi del lettore, il quale non tarda ad affezionarsi a questo microcosmo che, sebbene ormai distante, ha un richiamo nel cuore e nei ricordi di pressoché ciascuno di noi. Montesano ricrea egregiamente l’aria di paese, coi pettegolezzi e i fatti antichi che diventano quasi mitologia, personaggi che vanno o che restano; grandi e piccoli scandali servono a tenere vivo e mobile il tessuto sociale. In fondo le cosiddette guerre, viste dal di fuori, sembrano più che altro scaramucce o piccole schermaglie ma dentro l’ambiente conchiuso sono dei veri e propri fatti epocali. A smuovere le acque stagnanti del paesello giunge la sorella di Rosa dal Canada, portando con sé la figlia seducente. Quest’ultima porterà ulteriore scompiglio in città, coi suoi modi di fare “moderni” ed emancipati e, soprattutto, per una abitudine che viene vista con un misto di sospetto e soggezione, ella, infatti, ama leggere. L’introdurre un elemento così misterioso ed estraneo alle abitudini locali, quale è l’amore per i libri, fa da elemento catalizzatore, facendo scorgere nuovi assetti nelle placide vite dei campagnoli. E il più colpito, sia dalla leggiadra fanciulla sia dagli inseparabili amici cartacei, è il figlio di rosa, adolescente pacioso e sornione che verrà catapultato nel ruolo primario della vicenda sino a diventare portatore della verità ultima della narrazione. E potrei riassumere questo pomo dorato, nascosto nella crepe di una vecchia dimora, come l’illuminazione che tutti attendono, non importa come e da dove giunga, anche per la mente che apparentemente è la più ottusa e refrattaria, basta un piccolo raggio di luce proveniente dal sapere per creare uno sconvolgimento capace di creare un uomo nuovo, con occhi nuovi in grado di vedere, oltre i viottoli polverosi, oltre le cime degli alberi che circondano il paesello, il Mondo che vive e palpita. Penso che questo sia il nocciolo del romanzo, dopo aver incuriosito e divertito il lettore coi fatti di Borgo Nemone, d’un tratto Montesano squarcia il fondale agreste del teatrino e dice al lettore che va bene gingillarsi coi fatterelli della propria aia, ma se si vuole iniziare a vivere veramente, per sé e per la società che ci culla fra pettegolezzi e vecchie storie, bisogna aprire gli occhi e imparare a leggere il mondo che ci circonda e aspetta di essere conosciuto.

 

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Marcel Proust - Narrativa - Editori Riuniti

Gelosia

 

Le pagine che compongono questo libro sono generalmente contenute ne La parte di Guermantes II, ma vengono qua riproposte come parte indipendente per ricordare ai lettori di come Proust le estrapolò dal manoscritto per farle pubblicare dalla rivista Les œuvres livres. Operazione pubblicitaria per destare l’attenzione dei lettori durante il lento procedere della stesura della Recherche, e che in parte serviva per far soffrire l’editore Gallimard che attendeva il manoscritto per la pubblicazione, ma doveva ancora scontare la pena per l’iniziale rifiuto.

Scrive Daria Galateria nella prefazione, citando Debenedetti: La ricerca del tempo perduto è l’immensa istruttoria di un geloso, l’implacabile interrogatorio che Proust con l’ossessiva ostinazione della mania gelosa, rivolge alla sfuggente vita. Ed in effetti la gelosia vena tutto l’arco della Recherche: dapprima verso la madre che si intrattiene in giardino e trascura l’ansioso figlioletto, poi tocca a Swann nei confronti di Odette, si sposta di una generazione e colpisce il narratore invaghitosi di Gilberte Swann e così via tra sofferenze e sospetti, inganni svelati od immaginati. Summa dell’arte del geloso, e dei suoi trucchetti e sotterfugi è La Prigioniera, in cui il Narratore alimenta il suo amore proprio della sofferenza causatagli dalla gelosia e dal distacco, sino a considerare finito il suo amore nei momenti in cui Albertine è più disponibile e sincera.

In questo frammento assistiamo al passaggio del testimone tra Swann, malato e che sa di poter vivere ancora per poco, ed il giovane narratore, specchio dell’ambizioso Charles, uno dei pochi non aristocratici ad avere le porte del Fauburg e dei suoi salotti più prestigiosi sempre spalancate, così come fu per il giovane Proust, accolto dovunque per il suo acume e la sua intelligenza vista la mancanza di sangue blu nelle sue giovani vene. Durante uno sfarzoso ricevimento dalla principessa di Guermantes, Swann confessa la sua gelosia al Narratore, il quale se ne dichiara immune, salvo poi scoprirsi completamente geloso al termine della serata stessa, momento in cui la gelosia si manifesterà modificando tutta una serie di ricordi, tingendoli del suo triste tono e dando origine ad un meccanismo tipicamente proustiano. Nel corso del ricevimento della principessa di Guermantes vediamo apparire quasi tutti i personaggi che nella Recherche fanno parte della Parigi che conta, tutte le altezze, le ambasciatrici e le duchesse con mariti, figli e fidanzati al seguito, ad affollare i salotti di quello che sembra quasi un museo, più che una abitazione. Ma la storia dei Guermantes, si sa, è antichissima e le loro magioni rispecchiano la loro gloria. Gloria che ai giorni del narratore appare effimera, perché se da un lato gli aristocratici brillano per lignaggio e posizione, il narratore, osservandoli, ne mette in luce tutta la bassezza. Questa è una delle parti in cui i più, soprattutto ad una prima superficiale lettura, evocano il Proust mondano, quello che appariva a tanti (sempre meno, per fortuna) come un “cronista mondano”, capace di raccontare degli sfarzosi salotti in cui passava, oziando, le sue giornate, e completamente scollegato dalla realtà. Invece, è proprio in queste pagine che Proust sfodera la sua sagacia e la sua profonda onestà intellettuale e di giudizio. Il suo sguardo e la sua penna non si fanno abbindolare dai blasoni o dalle toilettes mozzafiato, ma riesce a vedere lo strato sottostante, quello dell’ipocrisia e della bassezza intellettuale. I nobili danno giudizi arzigogolati, ma sbagliano le parole e hanno idee comuni, conformiste, i gusti sono dozzinali e gli errori di valutazione, spesso, marchiani. L’affaire Dreyfuss, sta passando e tutti si scoprono improvvisamente dreyfusardi, ma se ne vergognano, perché incapaci di ammettere che la loro opinione può essere sbagliata e accomunabile a quella del “popolo”. E così la serata ruota come una sfarzosa giostra, fra sorrisi di circostanza, espressioni dettate dall’educazione o dalla voglia di apparire. Ognuno fa del suo meglio per conquistare chi desidera, tenere alla larga chi sembra inaccettabile, fra lazzi e baciamano, distrazioni volute e attenzioni non richieste, in quella grande scena corale che costituisce una delle colonne dell’intera Recherche. Scena che avrà il suo parallelo nel bal de tête del “Tempo ritrovato”, in cui per alcuni il mondo pare essersi fossilizzato, ma in realtà è irrimediabilmente perduto, e anche in questo caso, lo sguardo del Narratore è quello che coglie la sottile differenza fra quello che appare e quel che in realtà è. Queste pagine oltre i contenuti di rilievo, mostra l’aspetto più “simpatico” di Proust, molti passi fanno sorridere, l’ironia permea molti dei passaggi e dei dialoghi, l’ironia come arma contro l’ipocrisia. Nelle 165 pagine di questo frammento compaiono anche due dei personaggi misteriosi che costellano la Recherche, le due signore armate di alpenstocks che tanto hanno fatto discutere i critici proustiani e che forse sono una specie di ricordo fossile di quando Parigi era una piccola città circondata di colline.

Al di là di queste divagazioni, il frammento in questione riesce, in poche pagine, a fare un riassunto di svariati argomenti presenti nell’opera completa, ritorna l’amore di Swann per Odette, riappare la Balbec delle fanciulle in fiore, pronta per il prossimo soggiorno del Narratore, assistiamo ai maneggi di Charlus per coltivare e al contempo celare le sue inclinazioni, dando, anche a chi non è un lettore di Proust, l’immediata sensazione dell’atmosfera che permea l’intera Recherche, inutile dire che per un lettore di Proust queste pagine non bastano, sono solo uno stuzzichino.

 

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Michele Cocchi - Romanzo - Fandango Editore

La casa dei bambini

 

Devo dire che al termine della lettura di questo romanzo, dovendolo riporre in una metaforica, quanto ipotetica, libreria, ho esitato parecchio pensando sullo scaffale di quale tematica sistemarlo. Ovvero che posto attribuirgli nei miei ricordi, che ruolo fargli rivestire nella mia continua formazione. Ho tentennato su alcuni temi principali che la narrazione affronta e, forse sviato dal titolo, ho iniziato a pensare alla maternità negata. Infatti il romanzo muove i primi passi fra le solide mura di un orfanatrofio, e proprio il tentativo di scalare il muro/simbolo è uno dei primi episodi narrati. Quando l’autore ci fa entrare nell’edificio, che accoglie i bambini e le loro misteriose “vice-madri”, incontriamo i vari personaggi e le loro storie. Questa casa è sia reclusione sia rifugio, i bambini vi stanno perché privi di genitori o perché i genitori hanno voluto liberarsi di loro? È una delle domande che serpeggia lungo le prime pagine. Ma, leggendo, viene anche il sospetto che l’orfanatrofio serva a tenere isolati i bambini dal mondo esterno, troppo instabile e pericoloso. L’orfanatrofio assurge, così, a simbolo della maternità privata del materno e ridotta a mera appartenenza forzata, cui sfuggire, ma anche rifugio che tiene indissolubilmente a sé i congiunti, benché privati della loro storia e del legame affettivo. Nella seconda parte della narrazione ritroviamo i bimbi ormai cresciuti, la casa viene abbandonata e la vita prosegue nel mondo esterno. I protagonisti sono privati, di nuovo, del legame, gettati fra le braccia di vincoli importanti per la crescita ma sempre emendati dal sentimento, e dal sentimentalismo. L’ambiente da domestico si fa ostile, vi è una sanguinosa guerra civile in corso e molti degli adulti hanno animi ombrosi e corrotti. Si creano così nuovi legami, oserei dire crudi, anche audaci, in grado di spingere gli elementi in alto verso vette mirabili, penso all’eroismo, ma anche in abissi di oscurità, di prova e abbandono. Abissi in cui si perde, definitivamente, il cuore per poi ricucirselo addosso come si può, il come lo si è dovuto imparare in fretta così che spesso si ritrova a battere, incompreso, da una parte del petto che parrebbe sbagliata, ma che, nell’intimo, si intuisce essere un cedimento necessario, ineluttabile. Nella terza sezione si re-incontra l’appartenenza, collocata di nuovo in un materno deprivato, ci si sente dalla parte del giusto, del vincitore, ma il prezzo pagato è alto, è un legame che resta pencolante, come cavi dell’alta tensione recisi da un violento temporale. Urge riallacciarli, è necessario ma è pericoloso, perché possono restarvi appese parti di sé.

Nel finale, magistrale, la narrazione torna al luogo di partenza, sfigurato: cosa ci resta dei ricordi d’infanzia dopo che con essi si è combattuta una guerra, sicuramente giusta, coraggiosa, ma altrettanto ingiusta se collocata in un ambito differente? È compito di uno dei bambini riportare il legame nel luogo dell’origine, mediante uno slittamento delirante, ovvero lucidissimo, decontestualizzato e per questo rivelatore.

Pertanto, attraverso questa lettura, su quale scaffale si colloca, per me, nel segreto del mio animo, questo romanzo? Lo collocherei nel reparto, vasto, scuro e mai abbastanza esplorato, della paura ancestrale dell’uomo moderno. La narrazione, col suo apparire quasi decontestualizzata, mancando un dove e un quando immediatamente individuabili, sembrerebbe parlare di archetipi, cui ognuno può dare i connotati che sente più rappresentativi.

La prima paura che si incontra, nella vita e in questo romanzo, e credo di poter affermare che ha accomunato ciascuno di noi, è quella ancestrale della perdita della madre, ovvero del rifugio e dell’abbraccio. Perdita rimpiazzata dai protagonisti del libro con una sorta di simulacro, una casa feticcio capace di ridare un senso alla fanciullezza, sebbene poi questo senso, a tratti, si riveli per quello che è, un altrove timoroso in una provvisorietà. Questo obbliga ad inventare mille madri per sentirsi figli e fratelli, rivelando così la vera e profonda essenza di quel che si chiama “famiglia”: l’amore e l’appartenenza. Uscendo dal rifugio dell’orfanatrofio si va incontro a quello che è uno dei più sentiti timori del nostro tempo, giunto a noi dai millenni, quello della guerra, che stravolge famiglie, sicurezze, fa piantare un pugnale nel petto di chi si è dimostrato amico, o addirittura fratello. Ma anche capace di ingenerare una paura speculare, come una vertigine, quella di sentirsi in pace solo nella sopraffazione, amare l’ebbrezza estrema dei gesti forti e risolutivi, congiungersi in una funzione capace di sostituire l’identità; cui fa da corollario il terrore della non vittoria, di arrivare a piantare la bandiera della propria appartenenza su un terreno usurpato, sul quale ancora ci sono i segni, addirittura i cadaveri, a indicare il prezzo pagato per il trionfo, duplice e beffardo, definitivo ed effimero. Nell’ultima delle tre parti, quella dell’età matura, del raccolto e del riposo, fa capolino un’altra paura umana, quella terribile del non appartenere, del non essere appartenuti, e basta un fioco lume in lontananza per far accorrere a rinsaldare un legame che sembrava non essere mai esistito prima di essere spezzato.

 

Un romanzo molto bello questo di Michele Cocchi, in cui traspare l’esperienza, dello scrittore e dello studioso della mente umana, nel tratteggiare personaggi quasi epici portatori dell’essere di chiunque. Il collante della vicenda è un linguaggio semplice, lineare, spoglio di orpelli o vezzi e per questo forte di una lunga tradizione, capace di portare la narrazione fuori di un tempo ben preciso e collocarlo direttamente nella sfera dell’esperienza, del vissuto. Ecco, allora, su quest’ultima riflessione, un sunto della lettura potrebbe proprio essere nel dire di questo romanzo che è un libro che vive e pulsa accanto al lettore, lo rende partecipe e dopo l’ultima pagina si colloca direttamente nel vissuto, come una esperienza, anche dura, ma necessaria.

 

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Daniele Trovato - Romanzo - Autodafé Edizioni

Ali e corazza

 

Una lettura, questa, che mi ha stimolato e colpito, tratta di argomenti molto attuali da un punto di vista assai interessante. Angela è un transessuale che gravita in un ambiente metropolitano odierno, fatto di sesso, feste a base di cocaina e prostituzione usata per raggiungere potere e celebrità. In filigrana alla storia, che vedrà compiersi la parabola di Angelo, prima, e poi Angela, si dipana il grande tema, quello che a me è parso essere l’asse portante del libro. Ovvero la solitudine di chi si sente diverso, e non accettato. Il giovane protagonista segue un ben noto cammino, triste e comune a tanti adolescenti che crescono in una società omofoba e discriminante, dapprima si getta nella religione, e dalla sacrestia alle braccia del parroco il passo, si sa, è breve, le cronache ce lo raccontano. In questo caso la protervia sacerdotale si scolora in timidezza e imbarazzo, e il giovane Angelo, a quel punto, sarebbe anche disposto a lasciarsi andare al gioco, pur di trovare conforto e affetto tali da ripagare le mancanze che vive. Ma così non è, il sacerdote, forse avvezzo a prevaricare, non sa cosa significhi amare e preferisce defilarsi. Angelo, allora, vuole distruggere quella parte di sé che gli crea tanto imbarazzo e aderisce a una formazione di estrema destra, dove trovano ricettacolo molti cresciuti nell’ignoranza e nell’istigazione all’odio e molti che, come Angelo, vogliono nascondere quella parte che dà loro dolore: è noto come molti omofobi siano in realtà omosessuali che vogliono stornare i sospetti, o, appunto, uccidere, esorcizzare, la parte scomoda di sé stessi. Il viaggio a braccetto della destra sarà condiviso da una fidanzata di facciata, forse lesbica, che sembra condividere e capire quel che alberga nell’animo del protagonista. L’esperienza di odio e omofobia arriverà la notte in cui Angelo si troverà di fronte a quel che vuole essere, uno specchio che dovrebbe rompere, ma nel quale invece indugia a riflettersi. Il percorso ormai è segnato, la strada chiara, non resta che compiere l’ultimo passo, quello decisivo, che porterà Angelo a essere Angela, nuova vita e solitudine ancora maggiore. Senza rivelare oltre la trama, aggiungo che in un fatidico momento Angela si ritroverà di fronte a quello specchio che aveva le segnato il destino, specchio che non può essere infranto, neanche questa volta, e che si rivelerà ancor più decisivo.

Un bel romanzo, come dicevo, scritto in modo elegante e asciutto, l’argomento, che qualcuno definirebbe scabroso, è costruito in modo semplice e pulito. Laddove sarebbe facile cadere nel sensazionale, o nel trito voyeurismo, l’autore continua a tessere con intelligenza e tatto la sua storia. Nel racconto Angela è protagonista e voce narrante e sembra davvero di sentire la voce di chi troppe volte ha assistito a certe scene per trovarle ancora eccitanti o scandalose, sono semplici scampoli di vita, che uniti tra loro mostrano un tessuto, più interessante da guardare in profondità e nel dettaglio. L’autore, attraverso Angela, scandaglia l’animo umano e porta alla luce i guai dei nostri tempi in cui troppe giovani vite vengono usate per alimentare le menti distorte di chi ha il potere. E penso alle giovani che si prostituiscono per una comparsata in tv e ai giovani che soffrono a causa di chi detiene il potere attraverso l’odio, la discriminazione e l’omofobia.

Non posso terminare questi miei pensieri su “Ali e corazza” senza sottolineare una specie di intermezzo che l’autore inserisce a spezzare la tensione narrativa, la trama è interrotta da una breve parte quasi onirica, in cui gli avvenimenti vengono trascolorati in accenni poetici decisamente inaspettati, che sorprendono il lettore in modo piacevole, una sorta di breve viaggio nelle parti più recondite del pensiero di Angela, un trasporto su di un piano totalmente diverso di quanto narrato e che negli ultimi accenni rimanda, vivide, le sensazioni della protagonista.

I miei complimenti a questa opera prima di Daniele Trovato, scritta in modo lucido e appassionato, senza mai scivolare nello scontato o nel banale.

 

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Truman Capote - Romanzo - Garzanti

A sangue freddo

 

 

Io e questo libro, malgrado le colossali differenze, condividiamo alcuni dettagli, l’anno di nascita, per esempio, e una strana costante assiduità tra gli scaffali di una certa libreria Feltrinelli. Infatti per anni l’ho visto tra le novità, le ultime uscite e i clamorosi quanto vani “best seller” della velina o del giornalista del momento. Tante volte l’ho preso in mano, guardato e poi riposto, un po’ intimidito, un po’ assuefatto alla sua precisa esistenza in quel preciso punto, tanto che, se avessi portato via una copia, il vederla sugli scaffali di casa, avrebbe potuto rappresentare una anomalia spaziale, una aberrazione della visuale solita, una discontinuità un po’ difficile da sopportare.

Poi improvvisa la decisione, un attimo di quel capogiro che colpisce quando l’oggetto desiderato è finalmente, saldamente, diventato di nostra proprietà, infine l’assoluzione burocratica dello scontrino, busta sì no grazie e finalmente il poderoso volume targato Garzanti si è depositato sullo scrittoio a casa. Dopo vari tentativi, assalti direi, sempre puntualmente respinti dalla fitta stampa in corpo minuscolo, complice una provvidenziale influenza, una discontinuità, di nuovo, eccomi inerpicarmi tra le vette e gli abissi di questa narrazione, in costante bilico fra schemi noti: il poliziesco, il romanzo d’ambiente, l’analisi psicologica, il reportage giornalistico. Ho messo l’accento varie volte sul concetto di discontinuità, volutamente – ça-va-sans-dire – perché di una fortissima discontinuità tratta l’opera. Una elisione in un contesto sociale ristretto, la sospensione della vita civile, sostituita dall’orrore, dapprima, ben presto sostituito da un sottile brivido costante, dovuto al vivere su di una sorta di filo del rasoio, fatto di sospetti, di ombre che scivolano nel buio, anche in pieno giorno. E per i due assassini una sospensione di giudizio, in un atto già privo di giudizio in sé, pianificato da tempo, ma che li coglie proprio nel vertiginoso e infinito momento del dover premere un grilletto, più volte, sebbene proprio in quel momento l’accorgersi dell’errore di giudizio porta a un’altra sospensione ma che sopraggiunge tardiva, non emenda, anzi aggrava l’atto criminale. L’atto efferato in sé, da cruciale climax si trasforma in alibi capace di riscattare una esistenza intera, ineluttabile quindi per evitare di svuotare del suo significato una intera vita, di stenti ed espedienti, certo, ma pur sempre vissuta. E chi mette il dito definitivo sul grilletto, in qualche modo impalma il compagno di avventure in un surreale e simbolico amplesso, che non può avere cittadinanza, nome o appartenenza, ma è afferente di uno spasmodico bisogno di affermazione, di sostituzione di un modello sfuggente che l’assassino vuole fissare col sangue in quella che sembrerebbe in tutto e per tutto una relazione, squilibrata, di appartenenza e che attraverso l’atto estremo vuole ridiventare paritaria. Sicuramente vi è anche l’intento di mostrare quel che la società americana era (è) realmente, dietro l’immagine patinata e fiera che normalmente appare e anche la difficoltà, quasi l’incapacità del romanzo americano di rappresentare la società reale. Quindi doppia denuncia sia della società sia del mondo culturale, il quale rispedì al mittente le accuse e bollò con l’antipatica etichetta di voyeurismo l’ambizioso progetto di Capote. L’omicidio efferato e apparentemente senza motivo appare per Truman Capote l’occasione per affacciarsi alla bocca di un pozzo profondissimo, il cui fondo sparisce nell’oscurità. E sarebbe quello che in molti fanno, la singolarità, mista a coraggio e passione sta nel calarsi pazientemente - lentamente - nel pozzo per giungere sul fondo, noncurante dell’orrore, della paura, del raccapriccio. Capote giunge a Holcomb, un piccolo centro nei pressi di Garden City, in Kansas, dopo che quattro componenti di una rispettabile famiglia sono stati misteriosamente assassinati durante la notte, come inviato del New Yorker, per i cui tipi il libro verrà inizialmente pubblicato a puntate. Appena giunto si avvale dell’aiuto di Harper Lee, autrice di “Il buio oltre la siepe” la quale riesce a entrare più facilmente in confidenza con le persone del luogo, in particolare con la moglie del detective incaricato delle indagini, dimostrando da subito la volontà di raccontare e spiegare il delitto dall’interno, partendo dall’ambiente che lo ha visto germogliare, crescere e dare l’orribile frutto vermiglio.

Dalla lettura possiamo immaginare come ben presto Capote si appassioni alla vicenda in modo quasi morboso, dedicandovi lunghi anni e lasciandosi assorbire interamente dalle indagini sia poliziesche sia psicologiche sui due colpevoli, che vengono ben presto rintracciati e arrestati. Dice l’autore, nella prefazione, “Tutto il materiale di questo libro non derivato da mia osservazione diretta o è stato preso da registrazioni ufficiali o è risultato di colloqui che si sono protratti per un tempo considerevole”. Truman Capote ha impiegato circa sei anni per comporlo, (dopo aver scritto “A sangue Freddo” l’autore non ha più portato a termine nessun’altra opera, come se fosse rimasto prosciugato da dentro) ha seguito da vicino le indagini della KBI (Kansas Bureau of Investigation), immagino abbia passato molte ore coi colpevoli e si suppone che ad un certo punto il suo coinvolgimento mentale, con uno dei due, sia stato perlomeno intenso. Paradossalmente l’intento di uno dei due omicidi sembrerebbe aver sortito il suo effetto proprio sull’autore del libro, il quale oltre a descrivere i fatti molto minuziosamente, sa bene che comunque uno scrittore (e un grande scrittore come Capote lo sa, e lo fa benissimo), anche nel descrivere in maniera anodina la realtà, riesce a instillare nel lettore il suo punto di vista e i suoi dubbi, sempre tanti in questi casi, oltre alla visione critica verso la società che produce simili casi. Il libro giustappone le vicende degli assassini e delle loro famiglie con quelle della ristretta società di Holcombe (dove avviene il fatto), e di quella placida società americana a parole aperta a tutti ma dove in realtà sotto la cenere covano le fiamme del razzismo e dell’esclusione di quanto vissuto come corpo estraneo. Un simile omicidio è un avvenimento quasi catartico per una piccola comunità in cui tutti conoscono praticamente tutti, ma immediatamente ognuno si trasforma in potenziale assassino. I rapporti cordiali, financo amichevoli, sembrano gelarsi e tutti si ingegnano per trovare ombre nelle vite degli altri, anche in quelle stroncate dagli assassini. In fondo, sembrano dirsi un po’ tutti, se è successo a loro può succedere anche a me, e anche, se è successo a loro forse è perché un po’ se la sono cercata, sebbene le loro vite ci siano apparse sempre irreprensibili. La paura verso l’ignoto, sia esso rappresentato da uno sconosciuto di passaggio o da un segreto nella vita di una persona conosciuta, raggiunge livelli di isteria e un parossismo tali che l’intero sistema sociale della placida cittadina del Kansas pare vacillare.

Ma l’aspetto su cui l’autore concentra maggiormente la sua attenzione, le ricerche, le riflessioni, è la vita dei due assassini, Capote analizza meticolosamente ogni gesto compiuto dai due dal momento in cui concepiscono l’efferato omicidio sino a quando la “giustizia” pone fine alle loro esistenze.

Molto si è detto sul rapporto fra l’autore e gli assassini, Capote passò lunghissime ore in compagnia dei due assassini e in effetti appare al lettore quasi maniacale la profondità dell’indagine e la gran quantità di minuzie con cui vengono ricostruite le ore di latitanza dei due. Ogni minimo gesto o pensiero viene messo sotto la lente d’ingrandimento, i fatti analizzati in profondità e i dettagli anche minimi fatti oggetto di attenzione. Il quadro che ne emerge è quanto di più completo si possa immaginare, il delitto appare come al centro di una vasta ragnatela composta dalle esistenze dei due omicidi, sembra quasi che a un certo punto non possano fare null’altro che entrare nella casa e ammazzare i quattro componenti della famiglia Clutter, ma anche contemporaneamente non commettere l’omicidio, semplicemente dimostrare a loro stessi che in fondo entrare nella casa di una famiglia e in qualche modo prenderne possesso già è un atto sufficiente. Ma a quel punto scatta la competizione fra i due, il voler primeggiare, uno dei due non vuole essere sempre il secondo del duo e gli appare perfettamente normale, forse l’unica scelta, commettere un tremendo crimine. Tanto che a un tratto l’omicidio, col suo terribile carico, passa in secondo piano, diventa un fatto marginale, il vero omicidio diventa simbolico e lo commette uno dei due nei confronti dell’altro. Appena arrestati i due confessano quasi subito e il loro destino è immediatamente segnato dalla pena capitale, la corte e l’intera società hanno già deciso la loro colpevolezza e la pena che li attende, addirittura i due imputati sono i più convinti del dover essere giustiziati per porre fine all’intera vicenda, quasi un coronamento della stessa. Durante il dibattito processuale Capote porta alla luce un dilemma che mi ha molto colpito, ed è sulla capacità di intendere e di volere, generalmente percepita come discrimine netto. Un assassino sa quello che sta compiendo, o no? E da lì, se lo sa allora è colpevole perché nel sapere quel che compie ha chiare nella mente tutte le conseguenze, e forse anche in prospettiva un pentimento, che renderà più amara la pena. Ma in questo caso siamo di fronte a uno straniamento del concetto, i due erano in grado di capire perfettamente quello che stava succedendo, ma per una dinamica interna loro e legata a quel momento l’omicidio diventa insignificante, certo sanno che stroncare quattro vite può avere delle conseguenze, ma non sono importanti in quel momento, nulla è importante, la cosa che conta è compiere quel gesto, in quel momento, di fronte all’amico con cui si sono fatti tanti chilometri per giungere fin lì. E poi ripartire, silenziosi e invisibili verso una nuova facile vita che però non si riesce a trovare, e i quattro cadaveri svaniscono nella affannosa ricerca di un benessere che tarda ad arrivare, che non si trova per i due ormai indivisibili resi uniti da quattro vite sacrificate. Paradossalmente una volta isolati nelle celle di isolamento i due sembrano quasi dimenticarsi l’uno dell’altro, e i giorni che li separano dalla pena capitale vengono vissuti con pacifica rassegnazione.

A un certo punto della lettura ci si aspetta quasi di sentire la voce di Truman Capote che in sussurro, quasi un soffio, dice: “Si fa presto a dire psicopatici”, al di là di questa digressione tuttavia è chiaro di come Capote sia veramente andato sin sul fondo del pozzo oscuro di cui dicevo e vi abbia anche grattato un po’ il fondo per portare alla luce le enormi contraddizioni sia della società americana ma anche dimostrare di come sia facile giudicare una “diversità” un comportamento deviato, fuori dalla norma, una discontinuità, un inatteso. Sicuramente l’intento non è assolutamente di giustificare il crimine, o di farne in qualche modo l’apologia, certamente no, il rigore morale e la ferma condanna sono nel dna del libro, ma sicuramente, se si pensa alla vita, alla discriminazione anche feroce di quegli anni, voglio credere che Capote abbia voluto anche portare alla luce il fatto che prima di giudicare bisogna conoscere, bisogna sapere i dettagli, le motivazioni, che animano le persone. E se un terribile omicidio è sempre un fatto mostruoso, possiamo leggerlo come rappresentazione estrema di atti che anziché condannare in modo frettoloso vanno prima capiti. E che la verità, sebbene una, porta con sé milioni di frammenti di altre verità tutte valide tutte reali e da saper leggere.

 

Queste righe sono semplicemente alcune considerazioni derivate dalla lettura e dai pensieri che essa mi ha suscitato, certo ci sarebbe molto ancora da dire, infatti moltissimo è stato scritto e detto su questo libro, e anche da persone molto più autorevoli di me. Su di esso sono stati scritti numerosi saggi, una enorme quantità di articoli e ha ispirato tre film: Al romanzo di Capote sono ispirati i film A sangue freddo (1967) di Richard Brooks, Truman Capote: A sangue freddo (2005) di Bennett Miller e Infamous - Una pessima reputazione (2006) di Douglas McGrath. Inoltre il libro è considerato uno dei più importanti del XX secolo, e ha dato vita ad un genere letterario detto “reportage narrativo” o “romanzo verità”.

 

Malgrado le mie parziali considerazioni su alcuni aspetti che mi hanno colpito, e senza che lo vada a sottolineare, vale assolutamente la pena di leggere questo libro, per la profondità, l’intensità e l’acume dispiegato dall’autore nel costruire e portare avanti la narrazione. Naturalmente per dirla con Tom Wolfe, ma senza acredine, se il nome degli assassini è noto dall’inizio ciò che spinge il lettore ad andare avanti è la ricerca di particolari, anche raccapriccianti, o di qualcosa che possa stupire ancora di più di quattro corpi massacrati a sangue freddo. Ma è sicuramente anche perché affascinati dallo stile e dalla profondità della scrittura.

 

 

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Ezio Sinigaglia - Romanzo - Nutrimenti

Eclissi

 

Tra le ultime frasi di Proust, al termine de “Il tempo ritrovato”, troviamo “Se mi fosse stata lasciata, quella forza, per il tempo sufficiente a compiere la mia opera, non avrei dunque mancato di descrivervi innanzitutto gli uomini” e qualche riga più avanti “esseri che occupano un posto considerevole accanto a quello così angusto che è riservato loro nello spazio” e per chiudere “come giganti immersi negli anni, periodi vissuti da loro a tanta distanza e fra cui tanti giorni si sono depositati – nel Tempo.” Ed è di tempo passato, ma anche in qualche modo ormai perduto, che narra Sinigaglia in questo suo “Eclissi”. Il protagonista, nel momento in cui avverte il suo di tempo battere gli ultimi rintocchi, intraprende un viaggio verso nord, verso l’Iperbòreo, per ammirare un’ultima volta una eclissi di sole. L’uomo, un triestino di nome Akron, è solo, la sua solitudine densa, magmatica, lo tiene ancorato a un sé non immediatamente percorribile e, nell’oscurità fuori posto dell’eclisse, dovrà trovare l’ordine perduto che lo sigilla nel suo essere solo. Durante il soggiorno sull’isola la solitudine esteriore di Akron si lega a quella di una signora americana dal buffo accento, sola come lui. I tentennamenti dei dialoghi, in un misto cangiante di italiano, inglese e italiese, ben rappresentano la corazza ideologica entro la quale i due stanno rinchiusi, fatta di chiavi e linguaggi difficilmente decodificabili per quel preciso momento. In vista del fatto quasi prodigioso della completa eclissi, i due tentano di aprirsi, esporsi, l’uno all’altro. Lo fanno, ma con un misto di slancio e riluttanza, ciascuno mostra all’altro, però tenendo sempre qualcosa celato, soprattutto Akron, alimentando l’idea che quei pezzi oscuri ci sono, sono ben conservati, magari stentano a trovare una collocazione, nell’intima speranza che l’improvvisa oscurità, in ore diurne, renderà i frammenti bui uguali a tutto ciò che li circonda e quindi perfettamente integrati, visibili e leggibili. Per non sciupare l’attesa del lettore, mentre veleggia verso il finale, lungo i sentieri ventosi dell’isola dove si svolgono i fatti, che Sinigaglia racconta in modo sensibile e molto efficace, non farò ulteriori cenni alla trama, e terrò ben celato nel mio segreto il finale, bellissimo e spiazzante. Farò come Akron, quasi incapace di leggere la rivelazione, anche a sé stesso, mentre sembra ricacciare indietro il vero motivo che l’ha spinto in un luogo tanto remoto. Tuttavia la rivelazione si creerà di fronte ai suoi occhi, mano a mano che il fatidico incontro con l’oscurità si avvicina. L’oscurità che l’ha avvolto nel corso degli anni si diraderà in vista dell’eclissi, rendendola epifania di luce. La repentina tenebra si riallaccia a una tenebra antica e sepolta, vi si congiunge e il cerchio si chiude. Una stella si aggiunge alla costellazione che, “secondo un’antica leggenda babilonese, in una notte così le stelle visibili in cielo sono tanto numerose che chiunque potrebbe, congiungendo punto a punto, brillante a brillante, disegnare la sua costellazione personale…”

Un libro sulla memoria, come accennavo all’inizio, un uomo che sentendo finire il suo tempo vuole descrivere quegli uomini che hanno davvero significato tanto nella sua vita, quelli per cui si è trascinato su di un’isola del mare del nord. E per descriverli deve compiere il passo più doloroso, ri-incontrarli, ritrovare i momenti che hanno un posto tanto considerevole per lui, sebbene siano sepolti, dimenticati, e abbiano quasi completamente perso il peso sia delle notizie che dei fatti memorabili. Frammenti quasi diafani, stille, ma stille – sempre con Proust – sulle quali si regge l’immenso edificio del ricordo per Akron. Edificio immenso ma ctonio, sul quale il sole difficilmente ha posato i suoi raggi, e lo dovrà fare proprio nel momento in cui la luna lo occulta alla vista, nel doppio significato di celare quel che è visibile, e per questo avendo la forza di palesare quel che è sempre stato nascosto. L’eclissi acquista questo duplice significato di occultare, Akron eclissa dentro altre urgenze il solo fatto per cui vive, e lo porta alla visione interiore nel momento in cui la sua vita stessa perde significato e prospettiva rendendo tutto tenebra sulla quale la tenebra più fitta spicca in modo quasi doloroso per la vista. E Akron, gigante immerso nella deriva del tempo, che a lungo è giaciuto sotto la superficie dei suoi ricordi, deformando ogni presente che vi è trascorso, appena sente che i giorni si fanno sottili, lascia che il ricordo di un giorno tanto ponderoso, da aver reso tutti gli altri volatili come sabbia su uno scoglio esposto al vento, torni alla luce e così fa suo il tempo, lo rende Tempo, lo riporta nella sua vita rendendola improvvisamente degna di essere stata vissuta e così risolta, al punto da sentire di poterla lasciare andare nell’effimera notte di una eclissi.

Fanno da cornice e sfondo le bellissime descrizioni dei panorami nordici, la lingua, perfettamente cesellata, e che si può permettere di saltellare anche su vezzi, dialetti e traduzioni estemporanee, senza perdere malìa, incisività e la musicale perfezione che accompagna la narrazione.

 

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Antonio Castronuovo - Racconti - Quodlibet

Ossa, cervelli, mummie e capelli

 

Anni fa, un amico mi raccontava di un alto prelato che amava collezionare reliquie di santi e beati nel suo appartamento, e amava mostrare ai visitatori questa collezione un po’ macabra ma certamente bizzarra. L’eminenza amava elencare il dito di santa Brigida, il naso di san Pancrazio, l’appendice di santa Balbina, la narice di san Galgando e così via, elencando parti anatomiche rinsecchite e vite di persone che per la chiesa furono di mirabile esempio, ed oggi pressoché dimenticate. Senonché alcune loro parti sono sopravvissute come segnalibri in un polveroso e imponente volume le cui pagine rischiano di essere tutte uguali. Ma la collezione aveva forse un’altra funzione oltre quella della collezione, era forse quella quasi cannibalistica dell’acquisizione di virtù tramite l’ingestione o il semplice possesso di personaggi, o parti di essi, in qualche modo ammantati di virtù. Quindi io, persona del ventesimo secolo, sono santo tanto quanto santa Brigida perché ho il suo dito, sono fervente quanto san Pancrazio grazie al possesso del suo naso e così via. Questo è un meccanismo molto presente nella religione, molte chiese ospitano scheletri o mummie più o meno raccapriccianti cui attribuiscono poteri e valenze enormi, le persone non sono sante per quel che fanno o pensano, ma proprio attraverso il loro corpo, la parte fisica e tangibile rappresenta la virtù, una visione che ci riporta direttamente agli albori della civiltà umana in cui l’animismo iniziava a far venerare sole, piante e lampi. Con una radice così antica e solida è normale che il culto dei corpi, o parti di questi, sia sopravvissuto a qualunque vicenda storica, e che sia tracimata dall’ambito religioso a quello laico, o non  strettamente legato ad un culto organizzato. Castronuovo ci conduce, con  leggiadria e senza sembrare mai troppo serioso o compiaciuto, in una passeggiata di dieci tappe, quasi stanze di museo, ad incontrare dieci “pezzi” di persone celebri o celebrate che hanno conquistato un posticino nel pantheon degli immortali, oltre che per le loro opere anche perché c’è un pezzo tangibile che è sopravvissuto alla caducità della materia organica. L’autore sembra indicare che accanto a reliquie trafugate nel tentativo di fare qualche soldo, ce ne sono altre che sono tali per precisa volontà dei loro “proprietari”, così Carlo Giacomini, dopo una vita spesa in studi anatomici, è arrivato a desiderare di essere egli stesso oggetto di studio e presenza immortale nel Museo di anatomia umana Luigi Rolando di Torino presso il quale aveva lavorato tutta la vita. Discorso analogo per il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham, il quale scrisse nelle disposizioni testamentarie: “Lo scheletro sarà composto in maniera tale che l’intera figura possa essere sistemata sulla sedia che ho occupato per tutta la vita, e nell’atteggiamento che prendo quando sto pensando, tipico dei momenti dedicati alla scrittura”. Forse questi personaggi una strizzatina d’occhio a santi e crocifissi l’hanno data, cercando di essere quasi dei santi laici, o dei padreterni delle loro discipline. Discorso a parte merita la salma di Lenin, ancor oggi in perfetto stato grazie ad una serie di stratagemmi e che forse è quella che si avvicina maggiormente ad una santificazione non religiosa ma pregna di altrettanto fanatismo. Una lettura sempre divertente, e sorprendente, sicuramente inusuale, che ha lo scopo di raccontare per il piacere di farlo, non va a cercare orizzonti sociologici, o a tentare di dipanare questioni fondamentali. Semplicemente ci intrattiene, e sembra che il racconto scivoli nel raccontato, le reliquie, alla fine delle loro peregrinazioni, restano quel che sono, un dito, ossa, un cervello, una ciocca di capelli cui nessuno chiede loro un miracolo, una volta varcata la porta del museo “virtuale” creato da Castronovo ci resta un gradevole ricordo, e così i racconti ci raccontano, ci fanno passare il tempo, sorridere e diventano la reliquia della reliquia in un paradossale gioco di specchi. Un libro veramente singolare per l’argomento trattato, ma di piacevolissima lettura per la bravura di Castronuovo, dallo scrivere colto e leggiadro, misurato ma libero di scivolare fra descrizione scientifica, fedeltà storica e sottile e costante humor. La narrazione non cade mai nel didascalico, rischiando di farsi sterile e innaturale reliquia, ma regala una nuova esistenza a pezzi di vita costretti a un futuro privo di emozioni, per gli ineffabili istanti della lettura il sangue sembra ricominciare a pulsare in corpi imbalsamati e così Castronuovo riesce nel miracolo di riattaccare il significato a parti anatomiche che altrimenti rischiano di restare una fredda collezione.

 

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Leonardo Bonetti - Romanzo - Italic Pequod

Una relazione pericolosa

 

Sembrerebbe che la cosa più pericolosa in questo bel romanzo di Bonetti sia una facile assonanza con il ben noto lavoro di Choderlos de Laclos, per il resto l’autore segue una sua linea ben personale per raccontare all’affascinato lettore la non sempre facile relazione del protagonista con l’altro sesso. La vicenda inizia a Positano in un sensualissimo scenario di rocce scogli e mare. La scena appare tranquilla, incontriamo il protagonista, Gregor Läkla, affermato docente universitario, alle prese con l’amante Josephine e le difficoltà di vivere in segreto questa relazione. Ben presto si aggiunge al quadro la giovanissima figlia di un collega dello stimato docente e le acque placide del golfo cominciano ad agitarsi. Con l’urgenza di uno scenario in movimento, e che prepara il gran finale, l’azione e i protagonisti si spostano a bordo di un transatlantico diretto verso il circolo polare artico, dove il professore ha in serbo una sorpresa, l’esecuzione di una sinfonia di Dvoràk, suo amato compositore nonché connazionale.

Il professor Läkla sembra rappresentare il maschio totemico, affermato nella sua carriera, ha una piccola e adorante corte, non teme la solitudine, e ha quella sicumera tipica degli accesi nazionalisti. Accanto a lui le rappresentanti dell’ideale femminile: Bonetti divide la donna moderna in tre per rappresentarne meglio le sfaccettature, legate alle varie condizioni e alle epoche della vita. Josephine, la moglie del collega, innamorata e devota, ha le sue richieste ma sa accettare le condizioni, è soggiogata dall’uomo anche se in apparenza vorrebbe non esserlo, fedele al marito, fedele all’amante e, forse, infedele solo a sé stessa. L’altra donna Christine, giovanissima, sembra l’innocenza che non bada a forma e posizioni sociali ma tenta di passare indenne attraverso le difficoltà della sua età e di presentarsi al mondo sotto un aspetto nuovo, suo, ma che non sa essere omologato già da tempo. Sembrerebbe la ninfetta facile preda dell’uomo maturo a cui tenta di sfuggire, e così farsi inseguire, ma non sa che nell’eterno circolo di cacciatore e preda, inseguitore e inseguito sono perfettamente intercambiabili. La ragazzina fa di tutto per provocare, scandalizzare il professore, per respingerlo e attrarlo a sé. Il professore appare stizzito per le continue messe in scena ma partecipa al gioco, vi porta tutta la sua forza e ne viene sconfitto, se invece si fa spettatore passivo e subisce smancerie e provocazioni, esce trionfante dal confronto, in questo continuo vorticare i due si fanno sempre più vicini, indissolubili sino ad alitare ciascuno nel fiato dell’altra. Poi abbiamo la terza sfuggente ed enigmatica figura, apparentemente una bimba giovanissima, ma più probabilmente la Donna per eccellenza nel suo essere inafferrabile e dai contorni tanto sfumati da non poter non incantare il professore, cuore inquieto e mente sempre alla ricerca. A completamento del quadro la Musica, figura allegorica amatissima dal Bonetti, impenetrabile crogiuolo dove tutto verrà rimescolato e i ruoli travolti, nella quale il professore, sempre misurato, potrà far esplodere tutti suoi sentimenti. La vera relazione pericolosa forse è proprio questa, la musica, capace di accendere la passione più totale, di liberare l’energia a lungo e a stento trattenuta. L’unica relazione alla pari che il professore intrattiene, nutre e usa come ricettacolo di speranze, è con il concerto di Dvoràk, entro il quale getta senza remore il ribollire dei suoi sentimenti; la furia che rischia di travolgerlo nella relazione con le due donne, si fa maestà del suono, sovrano del cuore e della mente. Ma è anche trionfo dell’ego, nel parallelo della cittadinanza del compositore e del protagonista, la matrice unica e quindi madre di entrambi, Dvoràk e Läkla, fusi e trionfanti al termine della crociera lungo i Fiordi nella maestosa sinfonia. E come non intravedere nella navigazione verso nord del professor Läkla il mito del carro e dell’auriga verso l’Iperuranio, dove risiedono le idee e a cui il professore anela, dove annullare le passioni, le insidie delle due donne, la fascinazione della misteriosa creatura e abbeverarsi alle idee, pure, ma anche far gioire l’intelletto e lasciare il corpo gelare. Infatti il viaggio è verso un Nord sempre più freddo, mentre la passione arde, e le relazioni si fanno via via più pericolose, ma nell’ideale anfiteatro il professor Läkla potrà abbeverarsi all’intelletto e forse mettere fine alla pericolosità della relazione fra corpo e mente. A tratti questo viaggio in crociera sui Fiordi, idealmente iniziato nel calore assolato del Mediterraneo, mi ha evocato la relazione fra la cultura classica, incarnata dal professore, che vuole preservare sé stessa dall’irriverenza dei tempi cosiddetti moderni, o della contemporaneità. Giorni di ridicolizzazione, o di sgarbata ignoranza verso un sapere che viene dall’antichità e che ha dato le basi alla nostra civiltà, sapere che viene dal grembo del mediterraneo ed è alimentato dalla linfa del cuore dell’Europa, il professore difende una forma, che è contenuto, Christine sembra farsi beffe, Josephine usa tutto per stabilire una posizione strategica nella quale barcamenarsi. Ma, fatto non trascurabile, è Anton, collega e amico del professore, ad affidargli sua figlia Christine, in un passaggio di testimone archetipale fra il sapere locale, quasi domestico, e quello quasi assoluto dei grandi, universale; ma anche significativo del voler far entrare in contatto le generazioni più giovani con la Storia. Di passaggio sottolineo che Anton ricorda molto da vicino il nome di Dvoràk e sempre in un fiorire di simboli il compositore affida l’opera al professore, senza il quale è come una fanciulla, già dall’aspetto di donna ma in qualche modo immatura, aspetta l’uomo che la sappia capire e accompagnare per giungere al suo compimento, alla sua massima e migliore estensione. Il professor Läkla, sebbene a una prima e superficiale analisi sembri rappresentare l’immoralità, in realtà si fa paladino della più pura ed elevata moralità, ovvero quella che si rapporta non a dogmi fasulli o a etichette roboanti ma basate sul pregiudizio e non sul giudizio, intendendo il giudizio come un sinonimo di senno, ed è la moralità del rispetto del sapere antico, della cultura come pilastro e roccaforte di qualunque essere umano. E qui spunta un altro significato per il titolo del romanzo, ovvero quanto è pericoloso far relazionare la cultura classica con il modo di vedere e intendere delle nuovissime generazioni, quanto è pericoloso temere che il sapere antico possa non essere attuale e tentare di fargli rincorrere vezzi e capricci giovanilistici. Ma sarà (sempre la musica, la grande musica) una grande esecuzione, ovvero l’armonia nella sua purezza, l’equilibrio fra conoscenza, passione, fedeltà e interpretazione rispettosa, ad accogliere e conciliare il sapere antico con l’imprevedibile direzione che il mondo moderno sta prendendo. Una affermazione, forte, ma anche una speranza, uno sguardo al futuro già presente.

Come sempre la scrittura di Bonetti incanta e affascina il lettore, l’esposizione procede lineare, con metodo sinfonico, abbiamo un’apertura di luce e passioni, tinte forti ma rallegrate da trilli come in una vera e propria ouverture sinfonica, i temi sono presentati e i vari personaggi fanno sentire la loro voce, ciascuno con una sua coloritura personale. Poi, nel procedere della narrazione, i toni cambiano, ma l’armonia iniziale non ci abbandona mai, gli sprazzi di luce squarciano a volte le scene per lasciarci incantati, a volte i toni si fanno più riflessivi, sembra veramente di sentir riecheggiare, fra le parole scritte, la Serenata per archi di Dvoràk. Il linguaggio di Bonetti è una continua fucina di assonanze, contrappunti, immagini appena accennate che poi ritroviamo sotto un’altra luce ad occhieggiare un significato che era rimasto fra le pieghe ma che riluce come un sassolino sulla spiaggia appena le nubi, nel loro incessante andirivieni, lasciano filtrare un raggio di sole. E così le pagine del romanzo, terre di tesori, a volte ombreggiate dalle nubi, altre rifulgenti nel sole ma sempre ricche, ricche di emozioni e sorprese. Sovente le parole di Bonetti sono come elementi in un crogiuolo alchemico, possono diventare qualsiasi cosa, l’autore è come un demiurgo capace di far sorgere mondi ed astri, e di farceli ammirare e scrutare qualche secondo per poi riporli, rimescolarli nel calderone, e trasformarli di nuovo in altro, sempre sorprendendo, ma senza strafare, usando solo ottimi ingredienti: la letteratura dei grandi del Novecento, la musica che ha accompagnato il fluire della modernità prima che questa esaurisse la sua parabola pochi lustri orsono, il conoscere i cuori dall’averli osservati, e dai colori e dalle immagini raccolti con uno sguardo sempre vivido e attento. Bonetti usa tutto questo con sapienza per creare un romanzo sorprendente, fuori dai canoni e dagli schemi in cui altri si adagiano, con irrequietezza e voglia di gettare uno sguardo oltre l’orizzonte, e forse nel tentativo di far trovare all’animo l’iperuranio.

 

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Michael Cunningham - Narrativa - La nave di Teseo

Un cigno selvatico

 

Nel teatro Ariston di Sanremo durante l’edizione del 1978 ad un certo punto, grazie all’ugola di tale Franco Fanigliulo, riecheggiò la frase “girare tra le favole in mutande ma il principe dormiva la strega s’è arrabbiata” che lasciò molti perplessi. Poi la strana passeggiata tra le favole piano piano come spesso accade è scivolata nel dimenticatoio. Mi è improvvisamente tornata alla mente leggendo questo libro di racconti. E quello che fa Michael Cunningham, generalmente impegnato con temi molto seri e profondi, è proprio passeggiare tra le favole, magari non in mutande ma un po’ sbracato ed irriverente quello sì. L’autore prende dieci favole note e arcinote e le smonta, ne mette a nudo i meccanismi narrativi, svela con fare talvolta impietoso i profili psicologici di re, regine, streghe, maghi e componenti vari della allegra famiglia dei personaggi delle favole. Soggetti che quando eravamo piccoli ci apparivano quasi come divinità, li percepivamo come familiari ma irraggiungibili e perfetti nello svolgimento delle loro semplici funzioni nella narrazione fiabesca. Chi erano in realtà, come occupavano il tempo una volta spenti i riflettori del racconto, perché si comportavano così, erano domande che nessuno osava porsi, sarebbe stato mettere in dubbio il dogma che ci veniva somministrato dagli adulti. I personaggi si animavano nel momento che venivano raccontati e cosa facessero già si sapeva ma era confortante quella continua e immutabile vita fatata, bellissima nella certezza della sua immobilità, al contrario dei mille timori e delle numerose incognite che ci attanagliavano, soprattutto col calare delle tenebre. Le favole erano un mondo perfettamente rappresentato dai libri pop-up, si animavano quando serviva di una animazione a raggio limitato, i personaggi “prendevano vita” esattamente quando lo decidevamo noi: funzione, contenitore e contenuto perfettamente sovrapponibili ed integrati. Invece non è proprio così, e Cunningham, ce lo svela e dimostra come personaggi creati secoli fa siano perfettamente attuali, scavandone la psiche si vede come i vezzi e i difetti non sono mutati nei secoli, si sono semplicemente rivestiti di spoglie differenti. Ma, per fare un esempio, la fiaba di Hänsel e Gretel, sebbene scritta agli inizi del diciannovesimo secolo, opportunamente ripulita dei fronzoli dell’epoca ci mostra dei profili attuali in modo sconcertante; la strega che vuole piacere ad ogni costo, e quando la bellezza è ormai sfiorita ricorre ad orpelli, trucchi e stratagemmi, sino a tentare di accalappiare qualcuno mostrando una certa disponibilità sbandierata mediante una ardita e appariscente costruzione. E i due ragazzi che arrivano in realtà giungono nel cuore del bosco in cerca di un paradiso artificiale, nella versione Cunningham sono infatti tossici, ma anche i fratellini originari erano a caccia di un paradiso. E se alla fine è la povera anziana donna che finisce nel forno è forse per una eccessiva foga della situazione. E così via, il libro procede smontando e portando alla luce nefandezze tutte umane nascoste in personaggi fantastici, la cui fiabesca bontà forse è solo astuzia o opportunismo. E la modestia di Bella usata per mascherare una certa noia nei confronti dell’angusto ambiente in cui cresce, diventa una virtù nel momento in cui il padre, risparmiando una bella sommetta, se la leva di torno. E la Bestia forse è bestia per tenere a bada i suoi istinti, pronti a farsi ferini e famelici non appena l’incantesimo è rotto e riacquista il suo (bel) fisico di giovanotto in salute. E via così dissacrando e raccontando con un linguaggio schietto e moderno le favole della nostra infanzia, rendendole racconti attuali e anche divertenti che invece di farci sognare, come già hanno fatto, ci fanno riflettere e alla fine della lettura ci si sente come quei fatidici giorni post natalizi in cui si smontavano i balocchi ricevuti nella speranza di trovare, che so, il carrista nel carro armato, il pilota del missile o il capotreno; puntualmente non c’erano ma nella loro assenza ci avevano insegnato a districare fili, girare viti e allentare bulloncini. Naturalmente poi i giocattoli non eravamo più in grado di rimontarli, avevano un nuovo aspetto, diverso, forse meno armonioso, ma che comunque rifletteva la nostra smania di scoprire e di sperimentare, esattamente come ha fatto Cunningham con le dieci favole smontate in questo libro. La penna dell’autore è famosa per la sua brillantezza, in questo caso credo di dover sottolineare la bravura del traduttore a rendere certe espressioni in modo gustoso e azzeccato, senza tentare di tradurre i calembour o le espressioni gergali, ma rendendole perfettamente in italiano. Mentre i bimbi si addormenteranno beati, dopo aver ascoltato per l’ennesima volta le rassicuranti fiabe della buonanotte, gli adulti potranno ri-incontrare gli stessi personaggi, magari invecchiati e inaciditi, e trovarli finalmente simpatici e familiari.

 

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Roberto Mosi - Narrativa - Europa Edizioni

Non oltrepassare la linea gialla


Cosa succede alle automobili vittime di incidenti, cosa resta delle confidenze che ogni automobilista fa al suo veicolo mentre guida, e quanti sospiri, pensieri, discorsi le auto captano dai loro proprietari nel corso di lunghi o brevi viaggi? Che fine fa questo insieme di parole, emozioni, speranze quando le auto per vari motivi diventano inservibili, si domanda Roberto Mosi in questo volumetto. Forse i veicoli fanno la stessa fine dei vecchi racconti, le antiche favole che i nonni raccontavano, diventano qualcos’altro forse muto, forse che non si nota, sebbene sotto gli occhi di tutti in ogni momento. E così il bravo Mosi immagina, divertendosi e divertendo il lettore, che le anime delle vecchie automobili restino intatte e ben funzionati anche se le lamiere vengono pressate e fuse per diventare qualcos’altro. Così pure le vecchie storie diventano altro, nelle mani dello scrittore si trasformano in nuove storie: in un trionfo della fantasia e dell’immaginazione un gruppo di auto, incidentate e trasformate in pezzi di una stazione, osservano, commentando, le umane vicissitudini che nel corso degli anni sono cambiate solo per la maggior velocità con cui i protagonisti si muovono. Ma la fantasia e lo spirito del raccontare sono sempre intatti e traggono nuova linfa dalle situazioni moderne. Così Mosi crea un romanzo snello che ha le radici nel futurismo, che vedeva le macchine protagoniste dei secoli a venire, ma nello sviluppo dà alle pagine una grazia e una dolcezza che rimanda forse a Calvino o Rodari, con quello sguardo un po’ fanciullesco e innocente, ma anche profondo e sagace nel mettere in mostra personaggi e debolezze dei giorni nostri. In questo libro l’autore gioca con la realtà e ne pone in evidenza altri aspetti, altre tonalità creando un caleidoscopio in cui talvolta sono le tinte del surreale oltre all’iper-reale a farla da padrone, ma sempre con grande garbo ed eleganza, in modo da tenere avvinto il lettore ed incantarlo, come quei prestigiatori da circo di provincia che divertono tutti con illusioni semplici ma fatte con amore e voglia di divertire il pubblico. E sono proprio questi i veri maghi rimasti nel presente dalla notte dei tempi, perché tra i trucchi che gli spettatori si illudono di smascherare sono capaci di fare una vera ed inspiegabile magia che lascia tutti di stucco: come il nostro bravo Mosi che fa una vera magia con questo bel volumetto all’apparenza semplice, ma in realtà è uno scrigno magico che incanta, diverte e fa riflettere. Una lettura veloce e snella ma dal forte impatto.

 

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Antonio Piscitelli - Romanzo - Edizioni Scientifiche Italiane

Dentro una passione

 

La famiglia è tema assai ricorrente e molto distorto. Molti ne vogliono fare un comodo paravento dietro cui nascondere, ma tener vivo, un feroce razzismo. Tuttavia, la società, o la parte più cospicua e progressista di essa, ha già ben capito che famiglia è semplicemente l’amore che lega le persone, abbattendo così secoli di manipolazioni in favore di coppie eterosessuali ritenute uniche depositarie del nucleo familiare. Ed è in questa visione moderna, progressista, ma in fondo semplicemente libera e reale, che Piscitelli incardina il suo bel romanzo, in cui racconta le vicissitudini di un giovane astro del calcio e dei suoi congiunti, vicini e lontani. La passione che spicca nel titolo è l’autentico ed inimitabile motore che anima le gesta dei personaggi, rendendoli esseri capaci di amore e dedizione al di là degli stupidi ed assurdi steccati imposti dalla società, e dall’onnipresente cono di ombra oscura proiettato dalla chiesa cattolica. Il romanzo ha un ampio respiro, brilla di napoletanità, ma allarga lo sguardo in tutte le direzioni, sia geografiche che interiori, diventando una sorta di romanzo mondiale, trasversale di latitudini e strati sociali, andando a posare lo sguardo sul cuore pulsante di ciascuno e di tutti, di quella massa talvolta indistinta che è la società, rendendola un coacervo di passioni, buone, ottime ma anche nocive ed oscure. Una sorta di Middlemarch tra i vicoli di Napoli, in cui l’osservazione di un ristretto gruppo di persone serve a Piscitelli per descrivere la società occidentale, in cerca dell’autentica passione e delle zavorre che invece la bloccano. Nella seconda parte del libro affiora un’ombra nera e minacciosa giunta dal passato, un passato difficile e con cui bisogna confrontarsi. L’autore, in queste drammatiche pagine, descrive gli avvenimenti con precisione da storico e non esita a tratteggiarli nella loro portata drammatica, senza nascondere le parti di verità che per molti potrebbero sembrare imbarazzanti, ma utili a chiarire anche certe dinamiche moderne.

Alcune domande vengono poste con insistenza, sembrano navigare sotto la superficie del libro, talvolta affiorano, talaltra ottengono una risposta e tengono desta l’attenzione del lettore. Spesso sono i rapporti fra padri e figli ad essere oggetto di analisi; quali colpe i padri lasciano nel futuro dei figli e come i figli possono proteggere le generazioni che giungeranno, dalle colpe dei genitori: con la passione, vivendo le proprie passioni senza timore di guardare in faccia la realtà, perché è solo vivendo nella realtà che lo sguardo si fa lucido e appassionato mostrandoci la via.

Piscitelli è certamente un bravo romanziere, preparato e cólto, riesce abilmente ad inserire fatti reali, la Storia, la cronaca e le proprie personali opinioni nella trama del romanzo senza farlo appesantire, ma rendendolo una lettura cangiante ed appassionante. Lo stile è molto personale, la scrittura procede a volute, avvolge il lettore, con un trionfo di assonanze, termini dotti e popolari, una lingua, oserei dire, barocca, che del barocco ha l’incanto e l’eleganza arzigogolata che fa perdere lo sguardo tra volute, viticci e fiorami ma che stupisce per la bellezza e la ricchezza.

Piscitelli sembra prendere per mano il lettore che spaesato si affaccia al libro, forse un po’ intimidito dall’immagine “importante” della copertina, per accompagnarlo in una lunga passeggiata tra le strade e vicoli di Napoli, raccontando raccontando, come un cicerone, quel che è visibile e quel che si nasconde, quel che è alla luce del sole e facendo notare quel che si cela nell’ombra delle case e della Storia, un viaggio impareggiabile, quasi rapinoso, di un notevole spessore sia intellettuale sia letterario.

 

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Giampaolo Rugarli - Romanzo - Marsilio Editori

Le galassie lontane

 

Questo romanzo trae spunto da un episodio realmente accaduto all’autore. Rugarli ci ha abituati alle sue rivisitazioni grottesche della realtà, con la sua scrittura riesce sempre a puntare il dito sul marcio della società riproponendolo in una forma che lo potrebbe far sembrare frutto di fantasia o un’ipotesi di lettura dei nostri tempi. I contorni, a volte, appaiono sfumati, chi è corrotto forse non lo è, così come è onesto, forse aspira a mire ben poco chiare. In questo romanzo la postfazione dell’autore sottolinea la parte di verità contenuta nel testo e ci indica i fatti come accaduti a Rugarli medesimo. Tuttavia anche il lettore più ingenuo riesce a individuare la traccia di realtà contenuta fra le righe del libro, e se magari non riferibile a qualcuno in particolare, la certezza della veridicità del narrato è facilmente confrontabile con quanto si legge ogni giorno sui quotidiani. Ebbene, dopo aver detto ciò, non è difficile intuire di cosa parla il libro: corruzione. Il settore esattoriale di una grande banca riesce, tramite mance, ad evitare ai suoi clienti di pagare le tasse. Un uomo ne diventa il direttore e vuole far luce sulla vicenda e riportare l’ufficio al rigore dovuto. Naturalmente ha immediatamente contro la direzione della banca e i colleghi. La sua testa deve saltare, e quale miglior pretesto se non quello di aver mancato di rispetto alla santa patrona della città. Ed è subito cronaca di ogni giorno, è lecito rubare a più non posso, essere corrotti e corrompere ma bisogna rendere il dovuto omaggio alle gerarchie ecclesiastiche, e tutto ridiventa candido e immacolato.

Nel romanzo, a questa vicenda portante, si intreccia tutto il mondo del protagonista, la moglie fedifraga, i ricordi del passato, l’amore per la scrittura. Ne esce un bel romanzo, raccontato col linguaggio tipico di Rugarli, ricco di citazioni, dotto in misura gradevole e venato di ironia e sarcasmo. Le atmosfere sono spesso crepuscolari e caliginose; attraverso il grigiore di una città è facile leggere, in trasparenza, il grigiore di una vita circondata dalla menzogna e dall’inganno. Un misterioso ponte che attraversa un fiume ribollente, dalle acque anch’esse misteriose, è il confine tra sogno e realtà, fra ricordi reali e tentativi di ricostruzione del passato. E rappresenterà anche la soluzione a parte dei problemi del protagonista. La forte amarezza che questo libro sprigiona sta anche nell’impunità dei misfatti, in una sorta di via di uscita che non risolve nulla ma riesce a dare una pace fittizia. Malgrado queste atmosfere, a volte cupe, la lettura è molto gradevole, il libro è scritto con l’abituale maestria dell’autore e riesce a divertire col suo sarcasmo amarognolo e, pur con i notevoli voli della fantasia, si mantiene sempre ancorato alla realtà quotidiana.

Riporto un breve passo:

 

«Le irregolarità sono state sanate?» domandai, ma già conoscevo la risposta. Tutto era stato lasciato al punto di partenza.

«Lei è un bel tipo» protestò Tantumergo, «e mi scusi se le parlo in libertà. Non è stato sanato un bel niente, e io sono diventato il capo della baracca proprio perché nulla venisse modificato. Mi sono messo contro di lei, e mi dispiace; ma sono stato costretto. Come si dice? Mors tua, vita mea. Che cosa voleva facessi? Ho dei figli da tirar su, e sono solo. Posso confidare soltanto nell’aiuto della Madonna e della Santa Melania, e la preghiera è l’unica forza della quale dispongo.»

«La preghiera e la delazione» sorrisi con ironia.

 

Quanti dialoghi così si svolgono ogni giorno negli uffici del cosiddetto potere? E quanti tentano di celare i propri misfatti e la disonestà della propria vita dietro il paravento della devozione?

Un grazie a Rugarli per la bella lettura e per la denuncia di un caso tra i tanti, ma pur sempre significativo, che non può passare sotto silenzio.

 

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Playground - Romanzo - Michel Tremblay

Il quaderno nero

 

Quanti si saranno sentiti ripetere dai propri genitori quella frase capace di minare una intera vita di certezze: non ce la farai mai, non è una cosa che puoi fare. Uniamo questa frase a quelle che, chi nasce “diverso”, riesce a collezionare numerose già durante i primi anni della sua esistenza. Frasi ancora più taglienti se si pensa che dalle stesse bocche dovrebbe giungere amore, approvazione e supporto. La protagonista di questo quaderno, autobiografico, nella finzione narrativa, se le sente piovere addosso, dalla madre alcolizzata, quasi ogni giorno. La ragazza decide comunque di fare di testa sua, come si suol dire, e accetta un lavoro per il quale, a detta della madre, non è tagliata. Ma c’è un’altra sfida, ben più ambiziosa, nella quale si impegnerà: per la natura stessa della sua diversità potrebbe apparire insormontabile, tuttavia sarà proprio questa sfida a trasformarsi nell’evento catartico che scardinerà il piccolo e nocivo sistema gravitazionale che imprigiona la protagonista fra legami familiari ed incombenze lavorative. Celine, la protagonista, si trova così ad oscillare, grazie al suo lavoro, tra gruppi di studenti d’arte, durante il giorno, e frotte di pittoreschi e vivaci travestiti, la notte, “diversi” per antonomasia. Celine si avvicina al primo dei due gruppi per una sorta di ambizione alla normalità, ma trova, nel secondo, una accettazione più ampia e un futuro nuovo.

Non mi addentro ulteriormente nella trama per non danneggiarla a scapito del lettore che si troverà immerso in un libro che si disvela piano piano, e nel quale un certo gusto per la sorpresa illumina le pagine e la bella trama. Ho parlato della diversità, ricordo come si può essere diversi per vari motivi, sia legati alla propria condizione, sia per delle scelte. Quel che conta è la condanna che inesorabile giunge dagli altri, col consueto corollario di dileggio e battute, sempre le solite, oltretutto: per parafrasare l’immortale Karenina direi che l’intolleranza (e gli ignoranti) si assomigliano fra loro, ma ogni diverso è diverso a modo suo.

Un quaderno molto bello e stimolante che, sicuramente, non può mancare nella biblioteca del lettore più attento.

L’autore, Michel Tremblay, nato a Montreal, dove anche questo romanzo è ambientato, è molto noto in patria per la sua intensa attività di romanziere e di drammaturgo. malgrado la sua notorietà credo che questo sia il suo primo romanzo tradotto in Italiano. Un grazie particolare quindi all’editore che mi ha permesso di conoscere e leggere questo autore.

 

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Marco Saverio Loperfido - Romanzo - Annulli Editore

Claude glass

 

Difficile inscatolare questa narrazione in una definizione certa, forse quella di pensieri filosofici, oppure diario di viaggio, o epistolario di formazione, non sono certo. Certo però sono del fatto che è facile lasciarsi catturare da questo libro, ad iniziare dalla macchina narrativa costruita dall’autore: per una strana distorsione spazio temporale, due giovani uomini comunicano scrivendosi lettere che viaggiano, da uno all’altro, attraverso un divario temporale di circa duecento anni. chi ricorda un non vecchissimo film di Alejandro Agresti con la coppia Bullock Reeves intenta ad innamorarsi attraverso lettere, che “saltano” dal 2004 al 2006, capirà cosa intendo. In questo caso a scrivere le lettere sono un giovane aristocratico inglese che, per amore della pittura e delle scoperte, intraprende il cosiddetto “Grand Tour” attraverso l’Italia. L’altro protagonista è un giovane contemporaneo, meno affascinato dalle bellezze che lo circondano, viste con occhio più cinico e meno romantico, anche a causa di una certa malinconia che ne permea l’esistenza e, fatto non trascurabile, certe difficoltà economiche. I due incontrano l’un l’altro attraverso delle epistole che attraversano i confini spazio temporali e subito sviluppano una forte empatia, tanto da considerarsi ottimi amici nel giro di poche missive. Se il “pretesto” è affascinante, lo è ancor di più la direzione che l’autore dà al contenuto di quanto i due scrivono. Ed è un continuo confronto su quel che è l’Italia, vista nel Settecento e oggi, con le logiche e inevitabili differenze, ma anche, e mi sembra più interessante, con il differente modo di porsi dei due. Più romantico l’uno, più pragmatico e disincantato il nostro contemporaneo. Quel che giova alla narrazione è il lento e inesorabile fondersi delle due visioni, ciascuno impara dall’interlocutore a porsi con occhi differenti e nuovi rispetto alla realtà che lo circonda. Essenza, questa, vera e ultima del viaggiatore, per riecheggiare un noto aforisma proustiano. Ma l’equilibrio non è perfetto e mi sembra che alla fine l’italiano ceda alla visione romantica dell’inglese. Così, dopo qualche pagina di schermaglie fra i due, sul senso della vita e dell’amore, verso la seconda metà del libro vediamo il nostro contemporaneo abbracciare la visione del britannico e ricominciare a vedere con occhi d’amante le bellezze che lo circondano. Come se duecento anni di esistenze avessero depositato una patina grigiastra e triste sull’ambiente. E in parte ciò è vero, basti pensare alla speculazione edilizia, alla deforestazione e a tutti i vari crimini contro le bellezze storiche e ambientali commessi in nome del “progresso”. Quel che ne risulta è una bella lezione, per tutti noi contemporanei, ad avvicinarsi o, meglio, ritornare a una dimensione più umana del viaggio, la lentezza e la curiosità capaci di farci ritrovare la bellezza nell’Italia di oggi e che rispetto a quella di duecento anni prima sembra scomparsa: invece esiste ancora, basta saperla trovare, e un occhio più “romantico” sarà capace di scoprire anche una certa armonia, o addirittura grazia, in quei fabbricati che spesso costellano i nostri paesaggi, e che, a tutta prima, ci paiono come dei veri e propri oltraggi al paesaggio.

La narrazione sembra faticare un po’ all’avvio, il marchingegno narrativo ha bisogno di tempo per funzionare alla perfezione, in alcuni tratti le situazioni sembrano leggermente sfaldarsi facendo calare la tensione narrativa, tuttavia, col procedere il libro trova un forte e fresco impulso che, con il misterioso e inatteso finale, lascia al lettore che giunge in fondo, a pagina 159, la piacevole sensazione di avere appena concluso una bella lettura.

 

 

(Claude glass. Si trattava di uno specchietto tascabile, convesso e colorato, che uomini e donne portavano con sé nei loro viaggi e utilizzavano quando volevano amplificare la bellezza naturale di una determinata scena.)

 

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Piergiorgio Paterlini - Romanzo - Einaudi

Lasciate in pace Marcello

 

Si dice spesso che l’amore è universale, che è un sentimento bello, bellissimo, fa sognare, eccetera; ci si costruiscono Imperi, lo si sventola di qua e di là come giustificazione o come viatico. Ma come ben sappiamo, soprattutto noi italiani, di questo bel sentimento spesso si fa strame. Lo si usa per giustificare le proprie idiozie, il razzismo, la falsa morale. Ed è quello che impara a proprie spese Marcello, un ragazzo normale, verrebbe da aggiungere, ma sappiamo molto bene che non esistono ragazzi non normali, come non esiste amore non normale. Tutto è normale quando viene spontaneo, lo si vive con naturalezza e ci si abbandona con fiducia.

Marcello è un ragazzo che si sta affacciando al mondo, comincia ad avere dimestichezza e fiducia di sé, nella prima pagina del racconto si guarda compiaciuto, sa che il suo corpo è capace di accendere desiderio, così come è capace di provarne, la sua fisicità inizia ad aderire al suo pensiero, la passione veicolata dallo sport preferito gli fa capire che corpo e passione, desiderio e piacere vanno perfettamente d’accordo e formano quell’armonia che accompagna gli adolescenti verso la crescita interiore che sarà la cifra di quel che saranno da adulti. È normale che tutto questo sfoci nella passione e nell’amore carnale verso un’altra persona. Quel che non è normale è che questa passione possa essere additata come sbagliata dalla società: non lo è, non lo è per chi la vive, ma la morale corrente pone un ostacolo che a Marcello appare insormontabile. Pone una sorta di barriera allo sviluppo armonico del Marcello senziente. Il ragazzo sa che se andrà a sbattere contro questo ostacolo ci saranno vittime, innocenti - perfettamente - e per questo ingiustamente colpevolizzate. Decide così di aggirare l’ostacolo, di aggirare anche la sua vita, tenendola al centro se ne allontana: comincia a percorrere una lunga e lenta spirale. Non rinnega il suo amore, non cerca di seppellirlo sotto strati di morale comune, ma lo tiene ancorato al proprio punto più profondo mentre se ne allontana percorrendo spire rapide e concentriche, al centro delle quali vi è la fedeltà al proprio essere. Marcello in questo percorso innalza barriere per chi lo vorrebbe anche solo vedere, sentire, ma che rischierebbe di giudicarlo senza averlo capito, osservandolo con un paio di spesse lenti deformanti davanti agli occhi. Il protagonista conosce l’allontanamento dal mondo per trovare il vero sé stesso,  potrebbe annullare quel sé che gli provoca dolore e sgomento ma invece sceglie di tenerlo vivo, di distillarlo nel vuoto e viverlo continuamente goccia a goccia, isolato in quel che crede essere un ambiente sterile. Finché un giorno il calore del sentimento viene di nuovo a bussare al cuore di Marcello, sotto l’inatteso aspetto di un uomo anziano, che si rispecchia nella fuga del giovane, quasi vi si sovrappone, e a lui Marcello riapre il suo cuore chiuso al mondo, e la forza del sentimento lo travolge di nuovo, intatta. Quel che si voleva far sparire è ancora vivo e pulsante, pronto a far inforcare di nuovo la bicicletta che attende paziente.

Un romanzo molto bello, pensato per ragazzi ma che in realtà è davvero per tutti, il tema è, come dicevo, universale e la singolarità dell’avventura di Marcello è molto ben presente nella società, basta avere gli occhi aperti per cogliere chi si è spostato dal baricentro del mondo per paura che il proprio amore possa cozzare con quel che la società indica come normale. Ma se va contro il cuore e la mente è certo che normale non può essere. Un romanzo sulla libertà di scegliere di seguire i propri istinti, leggerli e capirli, non farsene sopraffare ma viverli con pienezza e consapevolezza. Consapevoli che l’amore sicuramente non è mai qualcosa di sbagliato.

 

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Ignazio Apolloni - Narrativa - Edizioni Arianna

Da Parigi all’Isola d’Elba

 

Devo ammettere che da sempre amo i libri illustrati, da bambino amavo vedere ritratti i personaggi delle favole con quei disegni colorati e traboccanti dolcezza che si usavano a quei tempi. La passione mi è rimasta da allora; nei libri da “adulti” le illustrazioni non ci sono praticamente mai, talvolta, in qualche volume, per un desideri di originalità o motivi legati alla trama, vengono inseriti disegni che ammiro e guardo più volte: leggo più volentieri il testo. Che gioia, quindi, nello scoprire questo bellissimo volume, dall’insolito e maestoso formato, fatto per la maggior parte da foto, cartoline, riproduzioni di biglietti pasquali, natalizi e ogni altro tipo di missiva le poste abbiano permesso di spedire dal 1968 in poi. La prima delle lettere porta la data del 24 marzo 1968: in questa, il mittente, lamenta che, per i quattro anni precedenti, il destinatario della missiva non ha dato notizie di sé. La cosa potrebbe fare un po’ sorridere ai tempi di whattsapp in cui, se si nota che il destinatario ha letto il nostro messaggio, dopo dieci secondi già scalpitiamo perché vorremmo avere risposta. Ma nel libro di Apolloni si parla di altri tempi, di un tempo perduto che riaffiora dalle pieghe della memoria in tutta la sua forma tangibile di ricordo. Dunque non un tovagliolo dalla particolare inamidatura, o un cozzare di cucchiaio su di una tazza, ma proprio la materia viva del ricordo, parole, sì ma anche fotografie, cartoline e immagini che ricostruiscono una lunga storia di amore – forse – sicuramente un legame epistolare di natura letteraria. A tratti l’autore, Ignazio Apolloni, che nelle missive diventa amichevolmente Giany, poiché chi le invia è di lingua francese, abita in Francia e si chiama – ohibò – Gilberte, sembra sottrarsi al rapporto epistolare, ma poi sembra che il legame riprenda vigore, alimentato da ambo le parti. Talvolta Giany si nega alle sporadiche visite della simpatica francese, talaltra vi si abbandona con dolcezza e determinazione, il carteggio prosegue sino alla morte della donna, e la improvvisa mancanza fa scattare l’impellenza della pubblicazione. In un’ottica proustiana il tempo non basta quasi più, il tempo dei vivi sembra affievolirsi, la memoria ridona le sue immagini, ora tocca all’uomo farsi artista per immortalare la sua vita in un’opera d’arte che la strappi all’insipienza di un quotidiano stiracchiato e ormai all’ombra della morte. E l’ombra della morte, o del declino, è richiamata proprio dal titolo, “Da Parigi all’Isola d’Elba”: se è vero che all’Elba avvenne l’incontro fatale fra Giany e la sua Gilberte, è anche vero che lo stesso viaggio fu fatale all’Imperatore Bonaparte, che lì, e poi nella più remota Sant’Elena, vide la fine della sua grandezza. Salvo poi essere riabilitato nello sfarzo d’oro zecchino del Dôme des Invalides. Forse Apolloni vuole sottolineare un abdicare a una vita precedente, gloriosa ma effimera, per affidarsi a un’altra, dorata e di ben altro sfarzo, addirittura eterna. È un abdicare dalle cose del mondo, è strappare un sentimento al momentaneo presente per affidarlo all’altare dell’imperitura gloria letteraria.

Questa la parte più cospicua del volume, che si apre con una breve e deliziosa descrizione di come inizia l’idillio fra Apolloni e la sua interlocutrice; il volume si compone anche di altre sezioni apparentemente disgiunte fra loro o, perlomeno, legate da un filo sottile, sebbene proprio questa disgiunzione, la mancanza di unitarietà tanto cercata è proprio la cifra del libro, che vuole essere un fulgido esempio di disunitarietà dell’arte, tema molto caro all’autore. Mi sembra di intravvedere tra le pagine proprio il cercare di disomogeneizzare le forme d’arte ricomponendole in modo casuale o arbitrario, richiamando su carta l’ormai imperante stile tipico di chi fruisce della lettura su Internet. Il tema si apre a ventaglio, da una riga di una lettera si accede alle foto, alle cartoline, il passaggio di una lettera si schiude agli occhi del lettore con delle immagini d’epoca. Dopo quella che appare una specie di introduzione, si passa a quello che è più un racconto che riprende il titolo dell’intera raccolta e sottolinea il destino da esiliato, evidenziato dalla destinazione dell’isola toscana di cui dicevo. Ed è un esilio tra amanti, in cui la passione letteraria e l’inventare storie insieme, non necessariamente cela una passione nella vita reale, ma per due menti, infervorate dai libri, anche un volontario confino, se fatto insieme, è un atto quasi d’amore. Anche se foriero di una sorta di eutanasia sentimentale, o un semplice tornare a rincantucciarsi in solitudine in un bar a sorseggiare un infinito caffè, guatando le passanti mentre un occhio vaga tra le  miserie mortali e le grandezze letterarie.

 

Proseguendo nel volume troviamo due scritti sull’autore, un saggio di Jean Fracchiolla, e la trascrizione di un intervento di Raffaele La Capria. Entrambi sul romanzo “Gilberte”, scritto da Apolloni nel 1994. Libro che in qualche modo si ricollega all’epistolario di cui sto parlando, e che in qualche modo ne spiega la funzione e la genesi, svelando parti del pensiero dell’autore. Inoltre, anche i saggi introduttivi a Gilberte, esplicano vieppiù la vena creativa di Apolloni, e molto bene si ricollegano a questo bel volume. Tant’è vero che La Capria, riguardo al romanzo dice: È uno scrittore, come è stato detto, che non ama il centro ma l'eccentricità e dunque la frantumazione, il non-sense, la digressione e così via. Insomma lo avete capito già, lui è uno scrittore sperimentale nel senso più vero della parola perché può dire di sé quel che diceva il nostro Giambattista Vico "conosco facendo" anzi nel caso suo sarebbe meglio dire "mi conosco facendo". Cioè man mano che lui scrive, si definisce, sa chi è, si scopre, lui insomma si conosce scrivendo i suoi libri autoreferenziali ed avvolgenti, omninglobanti come questo metaromanzo intitolato Gilberte che se dovessi riassumere e dire in due parole di che si tratta mi troverei in forte imbarazzo perché è difficile sintetizzarlo. Diciamo che si tratta di un viaggio, di un viaggio in cui ricorre in varie accezioni e con vari cognomi - il nome di Gilberte; così come con varie accezioni cioè con vari cognomi ricorrono e vengono menzionati molte celebrità, attori cinematografici, scrittori ecc... Diciamo ancora che questa Gilberte viene continuamente inseguita in varie città del mondo e in vari continenti da un io narrante. Si nota che le definizioni potrebbero sovrapporsi per alcuni versi, se è vero che Gilberte delle epistole porta sempre lo stesso cognome, c’è un costante inseguimento di Giany, che vedete come ha cambiato nome, anche se poi avrà solo delle inziali, poi il titolo accademico, e così via; si fa inseguire per il mondo, si nega, si disvela, sembrerebbe che dopo aver inseguito Gilberte, si faccia inseguire a sua volta. E attraverso i due brevi saggi, la nota iniziale, esplicativa del titolo e del racconto di cui parlerò tra poco, Apolloni, sperimenta, introduce il concetto di meta-libro e attraverso queste voci, la diversità degli stili, dei mezzi espressivi, sperimenta per incontrare sé steso e dell’incontro rende partecipe il lettore che resta ammirato di fronte alla velocità – in senso marinettiano – del libro e del pensiero di Giany. L’ultima sezione di cui parlo è quella che inizia a pagina 29 e si fonde con l’epistolario per immagini e porta il titolo, chi l’avrebbe mai pensato, di “Lettera a Marcel Proust”. Il piccolo Marcel evocato, richiamato, accennato, cui si allude comunque quando in un libro appare il nome Gilberte. L’autore, in un dialogo con Proust, ne ripercorri passi, con aria assolutamente scanzonata, ma ne riporta una delusione. I turisti in canottiera non sembra abbiano rispetto per la magia del Grand Hotel di Cabourg, della Normandia incantata ormai restano solo boutiques di grandi firme e così via. Ma quel che lega Marcel a ciascuno che ami la sua opera, è il fatto che essa è comunque custodita in fondo al cuore. Così Apolloni vaga fra negozi di antiquariato, spiagge assolate, eccetera, in un incessante dialogo in cui interroga Marcel del perché di alcune sue scelte. Finendo con la finta mancanza di comprensione a dirci qualcosa di profondo e rimasto in ombra fra le pagine della Recherche. Salvo poi finire con un omaggio allo sfortunato amore del Narratore de LaRecherche per Albertine, segno che in fondo in fondo, nel proprio cuore, un proustiano, anche se impolverato e stanco per un improbabile viaggio in Normandia, con mezzi non del tutto ortodossi, conserva per Marcel l’angolo più dolce e caldo.

 

 

Per un approfondimento sull'autore Ignazio Apolloni

 

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Maria Pia Moschini - Racconti - Edizioni Gazebo

Quattro tazze francesi

 

Il titolo di questa raccolta di racconti – brevi e brevissimi – richiama alla mente qualcosa di elegante, fragile ma anche un po’ passato di moda. Racconta di un garbo, di una delicatezza che, ormai, sempre più spesso viene messo da parte per far posto alla faciloneria, alle cose urlate e buttate lì; invece con delle tazze francesi bisogna avere modi delicati, sapere apprezzare il loro fine decoro, ammirarne la passione per i dettagli, preziosi e magari non immediati. Immagino delle belle tazze di Limoges, con un disegno che richiama i fasti di un impero che esiste solo per chi ha abbastanza fantasia per rammentarlo e fare propri quei chiaroscuri che animavano i salotti più intimi, dove storie vere venivano raccontate e ricamate così tante volte da assumere i contorni della fiaba o della leggenda. Immagino una di queste tazze, tolta al suo ambiente diurno, ad attendere, paziente, accanto ad un lume da notte, le mani di chi, lì accanto, sta avidamente leggendo un libro: attende che la raccolgano, per lasciarsi scaldare le membra da una delicata tisana, il cui gusto di oriente accompagna il viaggio della mente infervorata dalla lettura. Tutte queste suggestioni, profumi e sapori si ritrovano, insieme a tante altre coloriture, in questa bella raccolta di racconti di Maria Pia Moschini. I racconti sono piccole e magiche storie: Storie, storie… la vita immaginata, creativa, disegna il destino di ognuno con fatti che hanno dell’incredibile, ma per chi ha il dono della percezione assoluta sono solo piccole incidenze del caso, fenomeni mirati a una visione più complessa dell’esistenza, a una sua interpretazione magica dispersa nel pulviscolo del quotidiano come una polvere cosmica (pag. 44).

Le storie qui raccontate hanno un gusto marcatamente noir, o del soprannaturale, genere che attraversa da sempre gli anni della letteratura e si ripresenta, per mano di Maria Pia Moschini, con garbo moderno ma con un forte legame col passato, si ritrova una passione delicata per i fini arredi, le decorazioni accennate che non rimangono elementi astratti ma si animano di ricordi, pensieri, anche speranze. Basti pensare al familiare comfort di certe poltrone dette Bergère che non si fanno più ma che sono ben presenti nell’immaginario di ciascuno: La poltrona logora, detta dagli attempati proprietari la “bergère”, attendeva da giorni il ritorno di Hughes, scomparso durante una tempesta con la sua barca Hinithial. Odette ne aspettava il ritorno, ma di Hughes nessuna traccia fino a quando una sera non sentì qualcosa pulsare dietro di lei. L’uomo aveva fatto ritorno a casa, deponendo il suo cuore nello schienale della poltrona come in un candido nido. Per sempre (pag. 70). Il noir di cui dicevamo non è fatto per spaventare o per stupire, è presentato con naturalezza, come parte integrante di ciascuno di noi, o forse solo dei più sensibili. Spesso si narra di apparizioni, di fantasmi, di presenze, ma non sono spiriti vendicativi o minacciosi, semplicemente rappresentano il passato che non vuole rassegnarsi a scivolare via in silenzio e venire dimenticato. Talvolta il fuoco di una passione, la forza delle idee o il forte legame non cessano col trapasso, o la sparizione, ma restano talmente vividi da attraversare la materia tangibile e ritornare come sogni ad occhi aperti, o sogni che si protraggono nella veglia. Spesso le apparizioni rincuorano, danno nuova forza e speranza a chi le vive, spazzano via la patina grigiastra del quotidiano sostituendola con pagliuzze dorate, poco percettibili ai più, ma che scaldano il cuore a coloro a cui sono destinate. La solitudine non è mai così completa come può sembrare, ci sono presenze che ci aspettano nell’ombra, arrivano a dare un senso alle giornate. In alcuni dei racconti, l’apparente caso disegna un nuovo destino per chi sa cogliere coincidenze nei numeri, o nella targhetta di un abito. Allo scrittore sembra concesso il potere speciale di modificare la realtà, trasformare una torrida giornata in una suggestiva notte invernale, o di trasformare una automobilina giocattolo in un minaccioso bolide nero e al lettore viene chiesto solo di fidarsi, farsi condurre in un gioco di specchi in cui nulla è come o dove sembra essere, sino a perdersi in un mondo fatato, che affascina e fa riflettere, spesso stupisce per la rapidità con cui la scena viene presentata e poi quasi capovolta a mostrare un’altra realtà. E al lettore non resta altro che lasciarsi scivolare in questo bellissimo mondo fatato, noir ma sornione, creato abilmente da Maria Pia Moschini, sino a prendere commiato, con un po’ di rimpianto per la fine di una lettura tanto bella, insieme alle quattro tazze francesi del titolo, che si animano in un “piccolo teatro d’ambientazione” (pag 75) in cui l’autrice commemora qualcuno che è scivolato via, ma che resta vivo nella penombra dei ricordi e, come i personaggi dei racconti della raccolta, non se ne va: resta legato, da un tenace filo invisibile, a chi è rimasto a tessere ricordi per ricordare che il passato non scivola via invano e non se ne va per sempre, è solo un’altra faccia della realtà che conosciamo. Ecco cari signori, il vostro the ben caldo, nelle tazze francesi, le migliori per l’aroma… Oggi è metà novembre, una data speciale, ricordate? Volammo via come foglie quella notte, lungo il fiume, giù giù fino alla foce… E per concludere Quel che sembra distante è qui fra noi, reale. Non siamo soli. Il vento porta voci: quattro foglie strappate all’autunno da un albero di luce. Il libro è dedicato a Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, fondatrici della casa editrice che ha pubblicato questa raccolta ed infaticabili anime del panorama letterario e poetico italiano. Loro ricambiano la dedica, rispettivamente, con un acrostico e una poesia, delicati incipit e gioielli nel prezioso diadema.

 

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Gianfranco Martana - Romanzo - Elleraedizioni

Un’opera di bene

 

Gianfranco Martana, nel proporre questo suo breve romanzo, oltre all’Opera di bene che si prefigge sin dal titolo, a mio parere, fa anche un’altra importante opera, altrettanto di bene, ma forse più sotterranea, e per questo più sedimentata nell’essenza profonda dell’autore medesimo. Detto questo mi preme sottolineare che il romanzo non è un trattato più o meno saccente sul mestiere dello scrivere, o un fine manuale di disquisizioni del diametro di un capello sul posizionamento degli aggettivi o degli avverbi letti in chiave lacaniana piuttosto che junghiana. Assolutamente no, trattasi di uno svelto romanzo che indaga le vite di alcune persone concittadine dell’autore stesso, e che Martana sembra avere sotto gli occhi quando ne racconta debolezze e affanni; talvolta l’uso di termini dialettali, oltre ad alleggerire vieppiù il testo, porta il lettore a posare lo sguardo nelle iridi dei personaggi che si muovono tra le righe dello scritto. Un’aria familiare, oserei dire, a tratti scanzonata, ma non prevedibile, aleggia tra le righe, sebbene l’avvio del libro sia leggermente farraginoso, e si perda in un paio di volute distratte, forse per mettere a fuoco il bersaglio, sia per l'autore che per il lettore; la penna tentenna, ma poi la narrazione prende slancio e lo scrivere si fa deciso e solido, coinvolge il lettore che alla fine resta sia sorpreso che emozionato dalla lettura. E qui il compito del romanziere è assolto a voti più che pieni, e tondeggianti: il compito principale di un romanzo è assolto egregiamente e ciò potrebbe bastare. Ma, come accennavo all’inizio, a tratti affiora molto di più, l’autore sembra sussurrare fra le righe un certo timore nel vestire completamente i panni dello scrittore (aggiungiamo: “professionista”, ma se non piace si può tralasciare). Così la parte dello scrittore affermato, nel romanzo, è affidata a un anziano, brontolone e afflitto dall’artrite che lo rende vulnerabile e malfermo, oltre che inabile alla sua funzione primaria, la scrittura, tant’è che si deve affidare a un dittafono computerizzato. Strumento gestito da suo nipote, personaggio che lascia trasparire la figura di scrittore più moderno, nuove forme di creatività soccorrono le mani malferme della scrittura, i giovani, quale Martana è, supportano i passi malfermi di un’arte millenaria che però sembra indebolirsi e non stare al passo coi tempi nostri, distratti e poco delicati.

L’autore, sommo e anziano, diventa anche demiurgo, creatore di mondi, oltre che sentinella della società e del costume, come viene più volte descritto; il giovane è invece guardiano-guardingo di questi mondi, questi astri paralleli, che tangono o si allontanano, ma restano un po’ ambigui. Tanto più che sull’anziano scrittore aleggia un sospetto ben poco gradevole e per nulla leggero, che riporta il parallelo fra generazioni, la nuova accusa la “vecchia” di aver sottratto qualcosa che non può tornare e manca, dolorosamente manca, ma la pena si mescola al rimpianto e insieme vigilano e supportano il vecchio.

L’autore, come demiurgo, crea mondi fatati, ma ne crea anche di spaventosi, e questi ultimi sembrano i più maledettamente reali, ed è una perfetta igiene del sentimento e del capire a evitare che il mondo quotidiano possa venire infettato dall’immaginario. I due mondi appaiono quindi in equilibrio, fra rimpianti e richieste, elaborazioni di lutti e mancanze invadenti, finché entra in scena la follia, che mischia e annebbia i sentimenti; per un suo scopo malvagio vela gli occhi del giovane e permette, anzi auspica, che l’infezione tra reale e immaginario, tenuta sotto controllo, dilaghi, coi suoi contorni di dolore e distruzione. Follia che è rappresentata da una madre a cui il figlio muore e invoca l’aiuto dello scrittore per ricostruirne un’immagine ideale, così come lei lo ricorda. Ma subito il conflitto esplode, perché la scrittura segue percorsi propri, l’arte non si china neanche di fronte al dolore di una madre, ma anche perché una figura idealizzata si scontra pesantemente con la realtà portando dolore. Lo scrittore in questo frangente subisce la colpa della verità, intravede la realtà, ne resta ammirato e al contempo vittima: ne trae materiale per scrivere una storia che intreccia la propria con quella della madre addolorata. Nel bellissimo e struggente finale tutti i tasselli troveranno il loro posto.

Per finire sottolineo l’amore di Martana per la letteratura indicando, come ennesima migrazione da Dostoevskij, la celeberrima scena della scala buia da “Delitto e castigo”, ricostruita con le sue ombre, i personaggi ostili, le voci che si avvicinano, forse a sottolineare il tema ancestrale della necessità di redenzione che permea un’esistenza a confronto della sete di vendetta, barlume effimero e dettato da un momentaneo incontro con la Follia, madre dei figli degli altri poiché sterile ed incapace di vero amore.

  

Intervista a Gianfranco Martana: in occasione della vincita della prima edizione (2015) del Premio letterario Il Giardino di Babuk - Proust en Italie, sezione Narrativa

 

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Michaël Uras - Narrativa - Voland

Io e Proust

 

Devo confessare che l’ossessione che colpisce il giovane protagonista di questo romanzo non mi è apparsa stravagante, né impossibile da succedere o, semplicemente, frutto di fantasia. Conosco molte persone per le quali il culto di un autore o di un’opera arriva a tingere di un solo colore l’intera loro esistenza senza che questi facciano nulla per arrestarne l’avanzata, anzi, se ne lasciano totalmente sommergere con la gioia di esserlo. E un autore sopra tutti è in grado di ammantare le esistenze dei suoi lettori, è Marcel Proust. I motivi naturalmente non si sanno, forse perché l’opera e la vita dell’autore sono fra loro simili ma non sovrapponibili, creando una magica galleria di specchi in cui chi ci si avventura finisce col perdersi e non uscirne mai più. O quasi.

Il giovane Jacques Bartel soccombe in tenera età al culto di Proust, sacrificandovi ogni altro piacere giovanile, sino a destare sgomento nei genitori, stupiti di tanta passione del giovane figlio verso uno sconosciuto ormai deceduto e addirittura omosessuale. Bartel regola la sua intera esistenza sul metronomo proustiano, fatto di letture, incontri, convegni, studi e articoli, sino a diventare studioso proustiano di professione. Ma il culto è tiranno e ad esso, Jacques, sacrifica ogni cosa, anche la fidanzata; solo quando il peso proustiano sembra schiacciarlo completamente egli, con un guizzo, se ne libera e scrive la sua opera, finalmente scevra di ogni traccia riconducibile a Marcel.

Il libro è molto godibile, scritto con accento spigliato e scorrevole. È denso di ironia, strappa più di un sorriso. A tratti ci si ritrova a pensare di aver fatto o detto qualcosa di molto simile, in qualche occasione, a quello che si sta leggendo. Insomma chi si sente proustiano si ritrova, almeno un po’, spettatore ma anche protagonista della storia.

Se guardiamo la trama, in filigrana cosa troviamo?

Un protagonista che vorrebbe fare un certo lavoro ma i risultati sono scadenti, se non assenti; una fidanzata infedele che dice le bugie sulle quali Jacques indaga e raccoglie anche involontariamente indizi; una madre abbastanza pressante con cui il protagonista farà una vacanza al mare; storie di prostituzione e, dulcis in fundo, dopo essere guarito dall’ossessione di fare una professione che si era rivelata sterile, improvvisamente, l’agnizione e la scrittura dell’opera, immaginiamo la medesima che stiamo terminando di leggere.

A quale libro appartengono i frammenti? Alla Recherche? Certo, ma anche a Io e Proust. Ecco l’arcano e la bellezza di questo romanzo. Pur con l’aria di raccontare tutt’altro, Uras, ci racconta pezzi di Recherche, in una sorta di caleidoscopico pastiche, che non riesce ad apparire né plagio né parodia, ma è un’opera totalmente nuova, sebbene scritta con materiale autenticamente proustiano. Geniale!

Concludendo; mi ero ripromesso di scrivere questa nota senza tirare in ballo Alain de Botton e c’ero quasi riuscito, ho messo il punto esclamativo, ed ho pensato: “Certo che Proust cambia davvero una vita!” In meglio…

 

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Leonardo Bonetti - Racconti - Italic

La quercia nella fortezza

 

Discorso tenuto in occasione della presentazione del libro, Roma, 8 aprile 2015

ascolta la registrazione dell’intervento

 

 

Conoscevo già Leonardo Bonetti attraverso i suoi romanzi, la bellissima trilogia dedicata alle stagioni, iniziata con “Racconto d’inverno” che me l’ha svelato come autore capace e inusuale. Recentemente ha pubblicato “Una storia immortale”, confermando l’ottima impressione dei precedenti lavori. Oltre ai romanzi ho avuto il piacere di incontrarlo anche come costruttore e cesellatore di aforismi nella infinita raccolta “A libro chiuso”. Infinita nel senso borgesiano del termine, poiché incapace di un inizio e di una fine: circolare e mutevole, continua ad avvolgere il lettore come una sostanza cangiante e proteiforme, in grado di cambiare il senso di lettore e letto. Il classico libro da comodino, mai finito mai iniziato ma sempre letto.

Ora questa raccolta di racconti, “La quercia nella fortezza”, me l’ha presentato sotto una nuova luce. Il racconto, più o meno breve, dimostra, inequivocabilmente, la forza della parola bonettiana, parola ma anche filosofia e, oserei dire, una psicologia del Bonetti. Psicologia perché spesso, quando penso ai suoi testi, mi viene quasi spontaneo pensarli come parti di uno studio psicologico, uno scandaglio vivo, curioso e mutevole sull’animo e sulla psiche umani. I frammenti dei suoi libri sembrano vere e proprie particelle di psiche che affiorano, vedono la luce e illuminano, da angoli inattesi, le pulsioni, le reazioni, le attese umane. In Bonetti tutto è centrato, infatti, sull’uomo padrone del proprio destino, senza attendere l’intervento divino, che infatti è assente o presenzia in modo arcaico, quasi totemico, attraverso la sua emanazione più visibile: la Natura. E il divino non è mai padrone dei destini, artefice del fato o monarca dei sentimenti, della liceità delle posizioni. In Bonetti lo scettro del giudizio e delle scelte, con il suo inalienabile peso, è affidato all’uomo; all’essere – in senso di quintessenziale sostanza – umano, carico di dubbi, di incertezze, di paure e sogni. L’uomo guidato dalla luce, interiore ed astrale, capace di squarci nel cielo azzurro, a dispetto degli enormi nuvoloni che si addensano sulla testa di Leonardo, nel suo incedere su petraie, tra alberi, in foreste dalle quali si intravvedono corsi d’acqua, elementi molto ben presenti nella scrittura, mai come sfondo o scenografia ma come elementi vivi, la voce della natura si fa forte, si fa richiamo, monito e spiegazione tra le pagine.

Ho citato gli aforismi  e i romanzi, ecco, penso che la nascita dei racconti si debba ad un “miracoloso” cortocircuito fra i due mondi. Frammenti strappati dalla carne viva della letteratura, immersi nella materia sfuggente e misteriosa del sogno, del ricordo e della fantasia propria dei romanzi, hanno dato vita a questa raccolta, “La quercia nella fortezza”.

La prima impressione leggendo? Ah la letteratura! che bellezza. Perché la mano di Leonardo è quella dell’orafo cesella ed accostata con gusto proprio raffinato, le frasi sono pensate, da orafo e l’orecchio bravura del bravo musicista fa sì che la melodia non stoni mai, le frasi si susseguono armoniche, con respiro sinfonico, sinfonia, che nei racconti si fa breve, concisa, urgente direi, ma mai affrettata o troppo stringata. L’autore si prende il suo tempo, racconta con calma, svela l’arcano del vivere con passo da alpinista, quel passo che, prima di posarsi, saggia brevemente il terreno per non posarsi su qualcosa di instabile. La scrittura di Bonetti qui ha una sorgente antica, trae linfa da quell’indimenticabile Novecento del Gadda, di Palazzeschi, Landolfi, si allunga fino a Moravia, ma inatteso si allinea al Giappone: ombreggia come Kawabata e ricorda Murakami. Le frasi hanno una bellezza cubista, le parole sembrano essere squadrate con perizia ma per non incastrarsi perfettamente le una nelle altre.

“Il cubismo non è il parallelismo”, e infatti, in queste costruzioni affascinanti, le forme e i volumi sono accostati in modo ammirevole ma mai scontato, in modo da far passare al lettore l’immagine esatta che l’autore vuole trasmettere. Ma improvvise giungono le famose metafore di Bonetti, a sbilanciare, a spostare il baricentro del sentire verso altezze o precipizi inattesi, quasi disarcionando il lettore, ma si sa quanto per un lettore l’inatteso sia fonte di godimento. Le metafore, rendono visibile lo spigolo del cubo, svelano lo slittamento tra i due piani di realtà, ma poi ecco arrivare un gerundio in soccorso di chi legge, a riportarlo tra le dolci note della musica del testo. Gerundio che, come un compasso, ricomincia a disegnare un cerchio e raccoglie in un abbraccio il lettore; sembra dirgli: non temere, anche questa è realtà, solo vista in un modo differente, ma vieni proseguiamo nella storia.

 

Il titolo di questo libro La quercia nella fortezza, racchiude due elementi tipici della scrittura di Bonetti, l’inespugnabile fortezza, baluardo inattaccabile, eterno, custode di misteri, richiama per esempio la misteriosa abitazione di “Racconto d’inverno”; e la quercia elemento apparentemente immobile che, invece, riesce a espugnare la fortezza, si colloca al suo interno.. Dicevo, poco prima, della casa del “Racconto d’inverno”: case, abitazioni, manufatti comunque umani capaci di racchiudere la storia, il sapere, ricettacoli di dubbi e di inseguimenti di speranza, contrapposti all’eterno sapere ed essere presente della natura. Lo svettare della quercia richiama gli alberi di “Racconto di primavera”, a formare un luogo eterno in cui essere al sicuro, elementi che ci parlano del nostro essere precari rispetto alla sterminata presenza nel tempo della natura. Alberi come monito all’uomo: “bada con me nascondi qualcosa che hai creato tu, uomo, ma ci sono io a vegliare”, sembrano dirci per fare in modo che le aberrazioni umane restino controllate, non provochino uno sbandamento eccessivo. La natura è molto ben presente nei racconti, soprattutto con un elemento che, forse, è la cosa più cubista che essa ha creato: le pietre. Cesellate, levigate ma sempre col loro carattere, fatto di forma e colori (sono le prime sensazioni che ho avuto dalla lettura). Certo, in un racconto fanno da sfondo alla vicenda, ma è per quanto ho detto prima che tutto il racconto ha un gusto, un suono vagamente petroso, e lo dico nel modo più positivo possibile. Cerco di spiegarmi, le pietre come elemento simbolico, di solidità, legame con la terra, col mondo arcaico, ma anche elemento alchemico, capace di cambiare quel che appare. E il suono, che producono, quel mormorio che si sente camminando su di esse, mai stonato, sempre in sincrono coi passi di chi cammina ma di volta in volta inatteso, come il suono delle fasi di questo libro. E nel suono delle pietre vi è l’eterno, i milioni di anni passati di piogge, di folate di vento, di gelate, di foglie posatesi e dissolte dal tempo ma in qualche modo rimaste impresse nella materia della natura. Così come Bonetti richiama questi milioni di mutamenti atmosferici per costruire il suo presente romanzesco, propaggine del “sempre” del tempo e che dal tempo risorge.

 

Passeggiando negli scenari, mirabilmente costruiti per accogliere le vicende narrate nei racconti, si ha l’impressione che il campanello di palazzo Guermantes continui a riecheggiare in una foresta e il viandante che vi si addentra senta, sulle sue labbra, l’inamidatura del celeberrimo tovagliolo proustiano portato dal vento. Così, in ogni angolo, risorgono, dallo scrigno fatto di passato, dei ricordi, delle sensazioni, prima fra tutti la Verità. Ed è la verità del sentimento a costituire la materia con cui Bonetti costruisce le sue scritture, è la verità che rende il romanzo capace di svelare il passato, renderlo presente e proiettarlo verso il futuro. Perché senza verità non vi è sentimento, i ricordi sono scatole vuote, le parole non sono romanzo – o racconto – sono ellissi disegnate su di una nuvola, sono parole spese nel vento. Le parole di Bonetti, invece, hanno la verità del vento, la verità dell’aria, la solidità dell’acqua perché sorrette da un sentire di sentimenti forte, vero, vissuto. Non immaginato ma vissuto, l’uomo esce di prepotenza dallo scrivere, diventa tangibile – tridimensionale – ed è la verità del sentimento a donare a un foglio di carta le dimensioni che gli mancano. Ritorno sul simbolo delle pietre, ben presenti in questa raccolta, che, insieme agli alberi, creano la simbiosi con la natura e, obbligatoriamente, con il passato, proiettando il presente verso il futuro. D’altra parte, come elemento alchemico, creano quel particolare istante in cui il piombo inizia a rilucere ed appare come oro…  o forse lo diventa? Non si sa, ma è quel che accade nei racconti di Bonetti: basta un istante affinché il reale scivoli verso un reale differente, quel che era visibile assume un’altra forma, forse cambia di sostanza, o quel che cambia è l’occhio dell’osservatore. Un padre che forse non riconosce più i figli è perché sono cambiati loro – o gli occhi di chi li guardava e li ha attesi a lungo?

Vi è poi, nello scrivere di Bonetti, una ricerca di qualcosa che si è perduto, che potrebbe non ritornare più. Ed ecco quindi i bimbi, portatori dell’innocenza che non torna, ma che è ancora racchiusa dentro di noi; ecco i bambini riportare alla luce antiche domande che si credevano sepolte, antichi ricordi, arcaiche paure che si pensava di aver sconfitto. Ma basta uno dei quei piccoli slittamenti, di cui dicevo, per farle tornare vive e, forse, per farsi risolvere. Accanto alla ricerca di qualcosa che sfugge, a volte sembra essere la scrittura stessa che il Bonetti teme di non raggiungere. Forse un ideale più alto, dimostrazione di una costante ricerca, e di una continua attenzione al mondo circostante per trovare qualcosa o ritrovare qualcosa che è sfuggito. e con la ricerca giunge anche la domanda: ma anche cosa cerco cercando? cosa troverò? Veramente voglio trovare quel che cerco? Domande che simboleggiano una paura atavica e vibrano in questi racconti, si forse più che nei romanzi perché, nella brevità gli elementi si dissimulano meno, o perché Bonetti vuole che la paura sia un asse portante del libro. Sottolineo che non condanno la paura, non la giudico una debolezza, assolutamente no, è una forza: è umiltà, e mi ripeto, è la ricerca, è il volerla capire per sconfiggerla. La paura si guarda, se si è uomini, la si nasconde se non lo si è, e l’autore la guarda, la scruta ce la fa vedere perché vi combatte una lotta.

 

Ora vediamo, brevissimamente, la composizione del libro nel dettaglio, mi voglio soffermare un attimo sulle dinamiche dei vari racconti, due parole, anche se su ogni racconto ci sarebbe da parlare a lungo.

 

“Le due sorelle”, racconto d’apertura, suite sinfonica, magistrale overture, abbiamo proprio il tema della scomparsa, del ritorno, una scomparsa che giace dietro l’orizzonte del protagonista, il tempo, inteso come clima lo trae a sé (il protagonista) lo porta all’interno di un edificio ove avviene la visione, il riformarsi del ricordo, il risorgere dell’immagine, immagine che modifica la visione del reale e si fa ricerca e attenzione per vedere il ritorno E’ singolare che nell’edificio si debba scendere in uno scantinato, portarsi quasi sotto al livello del terreno: si scende per osservare dal basso una danza. Noi la natura la osserviamo dal basso, la danza delle fronde degli alberi la vediamo da sotto. Questa visione turba il narratore (Bonetti/protagonista) abbiamo una donna, ha abbandonato la casa–rifugio perché tradita, ed è scomparsa, morta. La scrittura abbandona l’uomo che non la comprende, la maltratta, ma, comunque sia, c’è sempre un uomo che ne è irresistibilmente attratto. Ora la deve ritrovare, e la ritroverà dopo parto ancestrale, dopo un immersione nel mito (il Novecento di cui dicevo prima) la letteratura/madre rinasce e chiede delle figlie: “Leonardo tu che mi hai capita e cercata come tratti le mie figlie? Come tratti la scrittura?”

“Così dopo averla ingannata (la guardiana/madre) ogni volta, mi calo nell’inghiottitoio giù nella pozza, dove le due sorelle mi conducono per mano al Liri che sbocca dal monte: un punto tanto, troppo vicino alla vita e alla morte da apparire davvero senza significato, danzante e a boccapesci; per questo, ogni volta, io canto mentre vado”.Canto o scrivo mentre vado incontro alla vita e alla morte, non conta, l’importante è la testimonianza.

 

“Zio Sorgo”, è una nostalgia, bellissima, vissuta con gli occhi dell’infanzia, verso l’infanzia strappata, racconto quasi onirico, di un ritorno che non può avvenire, perché mai è avvenuta la cesura del legame, lo strappo c’è stato, ma qualcosa resta. Qualcuno se ne è andato ma resta il legame e il legame coi vivi che lo alimentano, sempre attraverso la terra madre.

 

Ne “L’annegata” torna il tema della rinascita attraverso il ventre dell’acqua, lo slittamento fra chi resta e chi se ne va, chi ha abbandonato e chi invece rimane incredulo testimone. In questo racconto c’è forse il giacimento più ricco di dolore. La natura si fa quasi edenica, puledri, germani, il racconto si vena di sensazioni alchemiche, di tratteggi alla Andrei Tarkowskij, la simbologia è ricca: la pieve, l’oliva interminabile, per dare struttura ad un dolore senza eguali. Anche qua il racconto sembra essere un sogno, ma forse è chi sogna a generare una realtà onirica. È un racconto molto complesso, stratificato ma di una bellezza struggente, i simboli si susseguono incalzanti fra pietre, acqua e foglie, a costruire un mistero che solo uno sguardo innocente sa comprendere e celare. La ricerca, spasmodica, continua, che fa trovare, incontrare, qualcosa o qualcuno che si deve celare perché il mondo perché non lo capirebbe, ma che si annida nel cuore, dando nuovo sguardo agli occhi. “Lina le gira intorno per illuminarla con la sua luna ma da ogni parte trova, di fronte a se, una cortina di capelli, di linfe, di mari…” Quel che si trova non sempre – non subito – mostra il suo aspetto, ma resta compagno e guida.

 

“La quercia nella fortezza”, che dà il titolo alla raccolta, è il racconto a mio parere che più richiama Borges, cosa nasconde la quercia se non un umanissimo Aleph, in grado di illuminare e mostrare il mondo ad una bambina rinchiusa in sé? Trovo assolutamente geniale quel che trova dentro la quercia. Ma non so se posso rivelarlo e rovinare la sorpresa ai prossimi lettori. Comunque, in un mondo fittizio, che ha snaturato l’essenza della fortezza, la natura si riprende il suo posto, si sbarazza degli orpelli umani e ridona un frammento di un grande occhio tutto umano creato ed andato distrutto. Direi la cultura del Novecento prebellico, spazzata e frantumata dagli orrori della guerra che riaffiora nel grembo della natura e si offre a chi la sa cercare con occhi innocenti e non artefatti. Non cinematografici. Immagino Leonardo sgusciare furtivo la notte dalle mura della certezza per inerpicarsi su di una collina a cercare la luce misteriosa che lo guida. Immagino… per concludere aggiungerei che la condizioni di orfani è fortemente simbolica per chi si trova a fare cultura in un paese che ben poco dedica ad essa, soprattutto a chi emerge senza amicizie ed apparizioni televisive.

 

“Lisa e Leo”, è un dolcissimo racconto che ammorbidisce la lettura simbolista caricandola di realismo, un inno alla speranza, alla rinascita dalla morte, sotto altra forma, e tanto amore anche in “Libero”, amore non carnale, non procreativo, amore e dedizione verso il prossimo, in una cornice di periferia urbana che trasuda quel calore asfaltato delle domeniche estive in città a cui si contrappone la delicatezza delle descrizioni e la inusitata dolcezza di un tradimento singolare.

 

“Un treno perduto”, è un treno à la Durrematt, nella sua corsa qualcosa nella struttura spazio temporale si altera, il protagonista ne è prigioniero, non sa dove lo porterà questo misterioso viaggio, ma è ben deciso a difendersi e proseguire. Il racconto più metallico, unico, chiuso in uno spazio circoscritto, la natura scorre muta e separata, gli altri uomini sono forse ostili, forse ignari o disinteressati. La solitudine della ricerca.

 

“La terza cantoniera”, è più lungo degli altri, quasi un romanzo breve, quello più incastonato nella natura, una natura amica protettiva, di pietra e di montagna. La montagna, topos caro a Leonardo, qua ritorna e vi si accosta il tema del viandante perduto, accolto ma minaccioso. Vi è una pistola. Arrivano dei loschi figuri, che forse sono da sempre attesi, ma attesi sotto altre forme, con altri occhi, come dicevo all’inizio. Un racconto bellissimo, questo, che ho letto e riletto, che parla di una vita ai margini, di cosa sarà quando i nostri figli se ne saranno andati, chi aspetteremo. Quando i nostri libri saranno pubblicati cosa ci tornerà, chi verrà a trovare l’autore nel suo rifugio e portandone quale impressione? E l’autore sarà disposto, dopo anni, a riguardare in faccia i propri libri, o preferirà guardarne uno nuovo, giunto inatteso?

 

Chiude la raccolta “L’ombra del bambino”, ombra atta a mettere in risalto sia la luce che permea l’atmosfera, sia una oscurità che si cela nel cuore del bimbo. Fatti più grandi di lui ne hanno precocemente segnato l’esistenza, la sua vita è frugale, fatta di campagna e speranza. La speranza arriverà insieme a tre bambine che gli insegneranno a leggere per poter liberare la pistola che giace fra i libri. Gran finale bonettiano, aperto al domani, al futuro, nelle mani dei bimbi e verso l’alto, a bordo di una mongolfiera che già aveva forato l’orizzonte di “Racconto d’estate”.

 

Per concludere queste note, una riflessione su di un elemento che fa spesso capolino nei racconti della raccolta: la pistola. Presenza arcana, col suo metallo ed il suo peso sembra perforare le coscienze cadendo senza fine ma poi rieccola di nuovo salda, al suo posto, fra i libri, la ragione e il sapere fanno calare una palpebra immaginaria su quell’occhio nero spalancato verso gli uomini. La pistola è anche elemento catalizzatore del romanzesco europeo che si proietta a noi dall’ideale arcadia dell’Ottocento russo, ramificandosi in molteplici virgulti che fanno capolino qua e là ancor oggi fra le pagine dei libri. E quindi, per chiudere, anche in Bonetti la famosa pistola di Chechov: sparerà, deve sparare. Ma forse sparerà quando le luci del racconto si saranno spente, quando sulla casupola vicino alla montagna tutto tacerà, perché io credo la pistola rappresenti la grande paura di Leonardo, portavoce di tutti noi, la morte è in agguato. Non basta nascondere l’arma, essa esiste, è presente, quasi vigila, il suo occhio nero ci segue silenzioso e, prima o poi, porterà Jorge, il protagonista del racconto, verso il precipizio. Ma non finirà, si ritorna all’inizio della raccolta, due piedi danzeranno di nuovo sotto la pioggia, e dall’acqua l’annegata ritornerà, la madre chiederà ancora delle proprie figlie, il bimbo accanto al misterioso cavaliere ci donerà un ultimo sguardo e la letteratura consegnerà Bonetti e il suo bellissimo libro all’eternità, perché nella scrittura di Leonardo spira il refolo dell’essere indimenticabile.

Grazie a Leonardo Bonetti per l’ottimo libro e grazie a tutti per avermi seguito in questa passeggiata fra le mura di una fortezza verso le radici di una quercia.

 

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Leonardo Bonetti - Romanzo - Italic

Una storia immortale

 

La porta di una stanza d’albergo, col suo numero e il suo spioncino, chiusa ma disabitata è la protagonista delle prime pagine di questo nuovo romanzo di Leonardo Bonetti. Le prime pagine sono narrate in modo quasi contrappuntistico, la porta resta serrata, chi la abitava è scomparso, l’obiettivo della narrazione si sposta quasi convulso dalla porta alle persone che vi stanno intorno, le parole si rincorrono, quasi a rappresentare un vortice, sempre più veloce, e in questo vortice cade la realtà, quella che conosciamo, al suo posto si delinea una realtà parallela. Lo sfondo del romanzo è l’Italia di oggi, ma un’Italia parallela, quella che il Paese sta diventando, o è già diventato, sotto l’apparenza di quotidiano conosciuto e familiare. Tutto sembra al proprio posto, ma forze oscure serpeggiano inquiete qualche millimetro – o parola – sotto la superficie del “normale”. Ci si aspetterebbe di vedere sorgere una luna verdastra e appena più piccola di quella cui siamo abituati, per tentare un parallelo con il noto 1Q84. In questa Italia semi-invisibile si muovono i personaggi, un uomo ed una donna all’inseguimento di altri uomini e donne che hanno offuscato un pezzo di passato e gettano un’ombra sul presente nel suo divenire futuro. I personaggi hanno talvolta due nomi, a sottolineare l’essere paralleli a una realtà che non ha nome definito ma che sembra voler deragliare verso l’oscuro.

Una storia davvero immortale sembra prendere corpo durante la lettura, la storia del bene contro il male, del delitto cui spetta un castigo. Ma è possibile emendare il male con altro male? O quanto male si fa per coprire un dolore, una colpa? Ed è il male, sempre il male, che si annida nelle lotte di potere. Ineluttabile giunge lo scontro finale ma la vendetta avrà un gusto trasversale, il bene riuscirà a trattenere l’oscurità ad un passo dal baratro, prima che vi precipiti chi ha già conosciuto il male e di esso sembra volersi nutrire. Ed è il male che spinge verso la vendetta che non può essere soluzione perché problema in sé, generatrice di altro male. I toni della narrazione sono cupi, spesso gli elementi della natura fanno presentire una sorta di catastrofe imminente, ci sono forze misteriose che tramano in atmosfere dense, quasi cariche di nubi, un po’ come accadeva nella Troga di “rugarliana” memoria.

Bonetti traccia i personaggi con filosofica precisione, ne scompone i caratteri, talvolta le fisionomie, vi sono tratteggi di situazioni che riportano alla mente il cubismo. Molte descrizioni, siano di sensazioni o di situazioni, hanno pennellate inconsuete, le analogie si susseguono con toni inusuali, sorprendenti. La scrittura segue una sua visione, è ricca e variegata, nutrita da suggestioni del Novecento italiano, Landolfi, Gadda e Palazzeschi sembrano essere i numi tutelari di questo romanzo, ma al loro fianco fanno capolino i maestri del noir e di certa letteratura nipponica. Il romanzo è ricco di accurate descrizioni, ha un suo divenire spazio-temporale senza esitazioni o sbavature; il disvelamento delle trame, avviene per mezze ammissioni, con l’intrecciarsi dei sentimenti e dei pensieri riesce a trattenere il lettore, reso avido di sapere dalla bellezza delle parole ma anche dal perfetto concatenarsi degli elementi. Non è una scrittura che si possa avvicinare a quella tricolore contemporanea, è quasi fuori dal tempo, e forse è proprio “lei” ad essere immortale, scardinata dal tempo, collocata in una ambientazione che solo apparentemente è riconducibile a qualcosa di noto, una narrazione volutamente collocata al di fuori dei canoni consueti. Immortale perché senza tempo, senza caducità dell’effimero voler essere contemporanea. Bonetti ha una abilità tutta particolare a cambiare completamente registro ad ogni romanzo che pubblica, dalle assolate visioni del “Racconto d’estate”, dalla natura madre e maestra di “Racconto di primavera” si approda qua in un gelido autunno, quasi asettico, su cui si stagliano i personaggi con le loro espressioni, le loro urgenze di ritrovare soprattutto sé stessi in una dimensione in continuo sconvolgimento, cambiamento, divenire, in qualcosa di sempre più sfuggente, opprimente ma capace di far sgorgare dai cuori delle persone la loro intima essenza, renderli umani di un presente che rischia di essere disumano. E forse l’immortalità è proprio in questa condizione di dover restare sé stessi in un momento in cui le condizioni vorrebbero far travalicare il senso di una vita verso direzioni imprevedibili dettate da forze buie e brute.

Contrariamente ai già menzionati romanzi, in questo non sembra esservi una musica di fondo percettibile, siamo più in una scrittura di colori, umori anche odori, ho accennato al cubismo di certe immagini ma talvolta la scrittura assume dei connotati più impressionisti, certe descrizioni sono fatte di pennellate che ben poco – apparentemente – hanno a che fare con l’immediato, con la realtà circostante, ma che esprimono molto chiaramente quel che vogliono dire a colpo d’occhio, si risolvono e non continuano nella pennellata, ma restando impresse nella retina del lettore, quando questi vi si allontana procedendo sulle pagine, si uniscono ad altre linee, altri schizzi, regalando una visione d’insieme notevolmente affascinante. Dicevo della distanza di questo romanzo con i precedenti, solo nel finale vi è il sorgere di un astro prettamente bonettiano: un uomo in fuga sulla neve cerca, cerca sé stesso, cerca scampo, giunge ad una costruzione che è riparo e mistero, la natura sembra arcigna, perfida ma è anche rifugio… Sì, siamo tornati in una delle dimensioni di “Racconto d’inverno”, qua resa funzionale a questo racconto, un giungere, più che un ricominciare, ma è un giungere che potrebbe portare un nuovo inizio. Ed è questo topos bonettiano a raccogliere tutta l’energia irradiata dal romanzo e a ricondurlo in una galassia che si sta lentamente svelando e che, spero vivamente, continui a mostrarci nuovi, sorprendenti e inesplorati mondi, racchiusi in un animo ma portati alla luce dalla precisa ed elegante penna di Leonardo Bonetti, che a mio avviso è una delle voci più singolari, autentiche e coraggiose del panorama letterario italiano dei nostri giorni. Panorama che spesso si nutre di linguaggi aridi, resi spediti dalla velocizzazione delle comunicazioni, spesso risentono dell’influenza delle news, dei tweet, di altri metodi che devono colpire all’istante e in poche parole. Bonetti invece si prende tutto il tempo di far degustare le sue parole al lettore, le condisce con echi di studi filosofici, alchemici e di tante appassionate letture. Immortali.

 

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Nikos Kazantakis - Romanzo - Crocetti Editore

Zorba il greco

 

Questo romanzo è stato reso famoso dal film che ne fu tratto nel 1964 e che fece conoscere al mondo, oltre al romanzo, una danza, il Sirtaki, la quale, contrariamente a quanto molti credono, non è tradizionale ma venne creata a bella posta per il film. Ora l’editore Crocetti ripropone questo libro in una nuova traduzione condotta direttamente dal greco, curata dal signor Crocetti stesso; la precedente traduzione, del 1955, fu invece realizzata a partire dalla versione inglese.

Il libro muove i suoi primi passi in una locanda sul porto, in un giorno di tempesta, quando l’io narrante incontra un misterioso e originale personaggio, Zorba, e decide di condurlo con sé a Creta per aprire una miniera. I due vivranno insieme in una capanna vicino al mare per un anno, periodo durante il quale l’impresa zoppicherà e verrà affiancata da un’altra, più folle e ambiziosa. Ma il senso del libro non è assolutamente da cercare nel resoconto dell’attività economica della miniera o delle condizioni dell’isola di Creta a quei tempi. Il libro è carico di simbolismo e, sin dalle prime pagine, appare abbastanza chiaramente che Zorba rappresenta l’anima antica, arcaica, della Grecia, in qualche modo è la Grecia stessa, sopravvissuta nei millenni, con le sue tradizioni, leggende, credenze, tradizioni e, naturalmente, con la musica e il ballo.

Sirtaki a parte, quando Zorba non sa più affidare alle parole il suo pensiero, la sua anima li affida al canto e al ballo. Torna in sostanza a un’epoca ancora più remota, precedente la parola e assolutamente fisica. Per contro, e ovviamente, l’io narrante, che si suppone essere Kazantakis medesimo, rappresenta il “nuovo”: ha idee di impiantare industrie e attività fiorenti ma ha anche una religione importata, ha amici in giro per l’Europa, con cui condivide idee rivoluzionarie. Non a caso il libro si apre su una tempesta, nell’anno in cui fu pubblicato l’Europa era tutt’altro che pacifica. Su Creta questa tempesta non arriva, il tempo è quasi immobile. L’isola diviene un luogo mistico dove si può vivere nel passato e osservare i flutti della modernità frangersi, senza scomporsi, vivendo l’indecisione tra il gettarsi nelle onde o restare sulla solida roccia della tradizione, della Madre Grecia che ha generato quella terra, le sue abitudini e la sua cultura. Il romanzo procede fra i tentennamenti e le indecisioni, accompagnate da dolore e fatica, dell’uomo moderno, subito capito e lenito da Zorba, che col carico di storia e tradizione riesce a portare sempre la pace nell’animo dell’amico.

Il libro, come dicevo, è fortemente simbolico, non mancano personaggi chiave, come la vecchia prostituta che sembra rappresentare la Grecia stessa contesa fra le potenze straniere; la vedova, immagine del peccato; i giovani, le persone del paese, insomma tutto l’armamentario necessario a mettere in scena il conflitto fra presente e passato, fra simbolismo e naturalismo. La narrazione copre l’arco di un anno, così da mettere in scena anche le varie festività religiose, caricandole della loro valenza popolare ma anche di una certa critica verso il clero e i suoi misfatti. Nello scorrere delle pagine, Zorba subisce varie trasfigurazioni, cambia in rapporto a determinate circostanze, dimostrando anche la capacità della tradizione di adattarsi senza mai perdere la propria fisionomia. Una delle trasfigurazioni più singolari di Zorba è quella che lo vede a tratti sembrare Gesù, parla per parabole, usa passi dei vangeli e sembra quasi in procinto di fare miracoli, ma Zorba è – come viene ripetuto spesso – un uomo, e come tale umanissimo e non di origine divina. Tuttavia queste sfumature fanno a tratti apparire la lettura come un più vasto dialogo fra l’uomo moderno, capace di letture scientifiche, speculazioni filosofiche e via dicendo, e la religione medesima, ancorata, com’è normale, a tradizioni e credenze antichissime. In estrema sintesi il romanzo rappresenta proprio il dialogo, ma anche lo scontro, il confronto, il tentativo di sopraffazione, tra l’uomo moderno e la tradizione, intesa nel più ampio dei modi possibili.

La scrittura è fatta di un dialogo fittissimo, incessante, sembra quasi di avvertire in sottofondo l’interminabile frinire delle cicale, spesso la parola è eco, ronzio, rombo, musica, tuono, la natura intera è chiamata a tessere questo continuo confronto, questa conversazione ininterrotta fra mondi che sembrano distanti ma che alla fine si rivelano complementari, l’uno frutto dell’altro. E in fondo che dialogo potrebbe esistere se le due voci non sono dipendenti l’una dall’altra?

La lettura è molto affascinante anche per i toni poetici che l’amore di Kazantakis tributa alla sua terra; oltre le parole giungono al lettore i colori, i profumi e l’eco millenaria di una terra che tanto ha dato all’umanità. Forse ci sono troppi pochi Zorba a danzare quando le parole non bastano più.

 

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Alessandro Cortese - Romanzo - Edizioni Saecula

Polimnia

 

Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse.

 

Avevo già visitato Susa e la Persia in compagnia di altri scrittori, così come ormai ho percorso in lungo e in largo la Grecia, sempre sulle pagine di molti libri che mi hanno fatto compagnia nel corso degli anni. Ora ci sono tornato facendomi guidare da Alessandro Cortese, e stavolta l’iconografia, fatta di torri dorate, palazzi movimentati da harem, eunuchi, nobili e servitori, è rimasta relegata nei miei ricordi di lettore. Certo, se Cortese scrive “Susa”, mi appare la città che piano piano e nel corso delle letture i miei occhi hanno edificato, maresta una sorta di scenario posticcio ove la mia immaginazione colloca i personaggi. In Polimnia, Susa, con il suo palazzo del Gran Re, è ricostruita attraverso sensazioni ed intenzioni di chi quei luoghi anima; è il luogo che ha la consistenza della forza, del desiderio e della determinazione, ed è quasi immateriale nella sua reale solidità, ove la forza e la sopraffazione si alimentano ed espandono. Così, anche le mura e le arene di Sparta sono scomparse nella lettura, lasciando il posto alla più stupefacente ed incorruttibile solidità della Legge spartana. Atene e la Grecia, acquisiscono la poliedrica struttura della libertà, del diritto e della democrazia. Sono i pensieri, le azioni e le tradizioni ad edificare le Nazioni di Cortese, sottraendole alla caducità del tempo e trasportandole nell’immortalità del Mito, consegnandole alla Storia coi loro abitanti, reali colonne dei loro mondi.

 

Il canovaccio narrativo sul quale Cortese va a costruire questo romanzo è quello delle guerre che la Persia ingaggiò contro l’Ellade, e in particolare il punto focale sono le giornate delle Termopili, ma viene raccontato tutto l’arco temporale che comprende i vari tentativi della Persia, capeggiata da Serse, per piegare Atene e le sue genti. Cortese narra i fatti con accuratezza notevole, gli avvenimenti ed i pensieri che li hanno originati sono scrupolosamente ricostruiti e raccontati con la precisione cui l’autore ha abituato i suoi lettori. Così come delinea i personaggi, che col tempo si sono tramutati in Eroi, ponendoceli di fronte come uomini in carne e ossa, soprattutto gli Spartani, mentre reggono gli scudi e si stringono in formazione, determinati a non indietreggiare nemmeno di un passo, si trasformano, sotto gli occhi del lettore, in Immortali.  Il linguaggio è spesso asciutto, quasi scarno, non si abbandona a ghirigori, la penna di Cortese è un bisturi che seziona pezzetti di umanità nel momento in cui costruisce la Storia, e ce li mostra al microscopio.

Il romanzo è all’apparenza una costruzione corale ma nella sostanza è un fascio di singole voci, esperienze e vite, solo dopo, col sedimentarsi degli eventi e degli anni, queste voci, saranno indissolubilmente legate in quello che possiamo definire Mito. Si tratta di storie di uomini che hanno edificato un pezzo di umanità, un ricordo collettivo che ci viene mostrato da angoli inusuali, precisi, quasi come se l’autore si fosse aggirato nei luoghi e nelle memorie portando una handycam, e restituendo alle pagine primi piani ravvicinati, fotogrammi di umanità, di coraggio, di determinazione. Gli dèi e il divino vengono spesso evocati, com’è logico che sia, ma non intervengono mai nelle cose decisive, restano più una speranza o uno sprone ad agire; qualche volta, come accade ancor oggi, un alibi per azioni nefaste, o un modo per suggestionare i deboli ed indurli a mostrare il loro lato peggiore. Quanta attualità in questo uso della divinità e della credulità. Perché se la storia narrata è fatta di persone scomparse da millenni e vive solo nei libri, le guerre tra Persiani e Greci sono ancora oggi vivissime e purtroppo esattamente attuali. La Persia vuole distruggere Atene e i Greci perché essi hanno “inventato” la libertà e l’uguaglianza, mentre Serse vuole schiacciare e soggiogare, egli è un dittatore che vuole sradicare una modalità sociale che lo mostrerebbe dalla parte sbagliata. Quanta attualità, quante vite ancora oggi falciate da questo nefasto principio. E quando la manciata di Spartani si stringe in formazione e respinge gli attacchi delle enormi armate persiane, non sono forse le genti legate dalla democrazia, che fanno della Legge la loro forza, la coesione necessaria per resistere? Verrebbe veramente da dire che si tratta dell’uomo moderno contro la barbarie, l’ordine dell’uguaglianza contro la cieca rozzezza del desiderio di mera sopraffazione. I Greci sono individui legati dall’ideale, i persiani una massa indistinta usata come una macchina, come bestie da soma di un principio perverso. E se poi i persiani riescono a bruciare e saccheggiare Atene, i greci sono ormai altrove, la loro forza non richiede – più – simboli, essa è ormai parte di loro. La vittoria fu sicuramente dei greci che per far fronte all’invasione persiana riuscirono a trovare una nuova unità, affermarono in quei frangenti – in sostanza quasi creandolo – il concetto di nazione moderna, figlia della libertà e della legge.

A lungo mi sono chiesto perché Alessandro Cortese abbia scelto per il suo romanzo di raccontare la battaglia delle porte di fuoco, ebbene, mi piace immaginare che abbia scelto questa guerra perché simbolo della lotta che ogni giorno individui o interi popoli devono sostenere per l’affermazione della propria libertà. Quanti sparuti drappelli di uguali lottano fianco a fianco stretti in formazione, legati tra loro dalla Legge e dal rispetto reciproco sfidando le masse becere che li vogliono travolgere per far tacere l’ideale della libertà? Molti, troppi, purtroppo, e il plauso va ad Alessandro Cortese per aver dato voce a tutti loro.

Il romanzo è davvero bello, avvincente e completo, narrato con precisione e sicurezza, senza fronzoli o scorciatoie, con un linguaggio molto misurato ed erudito.

 

Leggi l'intervista a Alessandro Cortese, a cura di Giuliano Brenna

 

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Maria Cristina Petrucci - Romanzo - Incontri Editrice

Felicità nuda

 

Dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789: ...affinché le proteste dei cittadini, d’ora innanzi fondate su principi semplici ed incontestabili, portino sempre al mantenimento della Costituzione ed alla felicità di tutti. Come possiamo vedere la ricerca della felicità è un elemento intangibile e costante dell’animo umano, tanto che dopo la Rivoluzione Francese si ritenne necessario sancirla a livello costituzionale. Scendendo dalle spire della Storia giù giù alle storie quotidiane di ricerca e, laddove possibile, mantenimento, della felicità, incontriamo questo romanzo di Maria Cristina Petrucci in cui seguiamo la ricerca, ostinata, caparbia, di Virginia verso quella che è la felicità per lei auspicabile. Una felicità quasi araba fenice, inafferrabile, sfuggente, poi docile e casalinga sino a bruciare del suo stesso fuoco, per poi dalle ceneri rinascere, per restare, o per spiccare di nuovo il volo, lasciando le palme della protagonista impolverate e grigiastre, ed il cuore lacero ed ammaccato, ma indomito ed ancor più caparbio nell’ostinata ricerca. La storia si dipana dall’infanzia sino alla maturità della ragazza attraverso momenti di gioia cristallina o di cupa amarezza, tra ferite e rinascite, cadute e voli pindarici. Si direbbe che la frase che fu storica negli anni 90, cioè bisogna essere fedeli a sé stessi, rimasta più aforisma dai risvolti incomprensibili nella maggioranza dei casi in cui venne utilizzato, qua, proprio perché mai appare, sembrerebbe brillare di nuovo lustro; Virginia mai demorde e mai volta le spalle alla sua profonda essenza, sembrerebbe davvero attaccata alla sua vita ed al suo modo di essere, anche laddove questi portano ad un distacco dalla agognata mèta. Ma se la vita di Virginia appare composta di pienezze è poi nei distacchi e nelle mancanze che trae la sua linfa ed essenza vitale. Da uno “svuotamento” della sua vita Virginia appare assai profondamente cambiata, al punto che la luce di cui brilla appare spenta, sembra che la svolta impostale da una amara esperienza finisca per dare il ritmo alle esistenze, alle Virginie future. Il nome dell’amato cambia ma l’essenza ricercata è sempre la stessa,  entità, direi, capace di fare pieno quel vuoto improvvisamente spalancato nella vita della giovane. Il vuoto è assenza, mancanza, ma ha anche voce, chiama, urla, si fa sentire per assenza, ed ecco il vuoto che viene rievocato in ogni nuova relazione, la felicità si compone di vuoti sovrapposti, incapaci di dare quella risposta che venne a mancare e tanto ferì la ragazza. Ed ecco Virginia baloccarsi in relazioni, fino al momento di formulare quella domanda che resta senza risposta, evocatrice di quel vuoto d’assenza iniziale. Se fosse possibile etichettare, cristallizzare una istantanea dal romanzo si potrebbe dire di essere dentro un libro di pieni e vuoti; vuoti che si travasano in pienezze per dare loro quell’idealizzazione che è l’agognato desiderio della protagonista.

 

La felicità della giovane, che impariamo ad amare quasi come una amica di infanzia, passa, lungo le pagine del libro, attraverso disgrazie, tradimenti, perdite di passione, brillando, meteora, nei cieli della vita anche di chi le sta intorno, mostrandoci altri momenti, sino a far diventare il libro una sorta di romanzo generazionale, in cui Virginia ed i suoi amici crescono, si fanno adulti, si legano e slegano tra loro, in una società in continuo fermento. Il romanzo, attraverso Virginia, ci mostra altre vite, quasi trasfigurando la protagonista in essenza stessa della gioventù del nostro tempo, alle prese con i mutamenti anche nell’intendere l’ancestrale rapporto fra i due sessi. Il romanzo scorre spigliato e veloce, talvolta assottigliandosi a pura cronaca, talaltra diventando indagatore dell’animo e fine conoscitore delle psicologie. Mi è sembrato che i nomi e i soprannomi dei personaggi a tratti disorientino un poco, anche perché spesso le scene si schiudono d’improvviso agli occhi del lettore, già animate e in pieno fermento. Il romanzo appare assai dinamico, ed in dinamismo si legge, complice un linguaggio semplice e diretto, talvolta familiare; a tratti evoca sorrisi per i semplici consigli di cucina, e per l'appassionarsi del lettore alla vita irruenta della simpatica Virginia.   

 

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Anna Maria Boffo - Romanzo - Rogiosi editore

Il quadro e il glicine

 

È dal 1764 che il romanzo gotico accompagna la vita della letteratura occidentale, conoscendo periodi più o meno fortunati, dopo il precursore Walpole molti autori ci si sono dedicati. Con l’avvento del cinema poi il genere gotico  ha avuto una autentica esplosione di estimatori soprattutto per il fatto di poter finalmente vedere in carne ed ossa – e fiumi di sangue – i protagonisti di vicende perlopiù ambientate in vecchi castelli, magioni isolate e dimenticate o semplici abitazioni cittadine in cui il soprannaturale ed il misterioso hanno deciso di insediarsi per tormentare le vite di malcapitati ed ignari personaggi, generalmente baciati da qualche iniziale letizia che finisce poi, inesorabilmente, come il minaccioso ticchettare di un immancabile orologio, di trasformarsi in sventura ed amarezza. Ma la paura da sola non basta a creare un buon romanzo gotico, l’intreccio con una linea di sentimenti, spesso puri e cristallini, contrapposti al buio e all’oscurità degli elementi terrorizzanti, consente di creare la solidità del romanzo e a costruire, nel finale, il “teatro” in cui bene e male si daranno battaglia per la supremazia di uno dei due. Viste queste premesse posso affermare che la brava autrice di questo romanzo ha rispettato tutti i “parametri” che il gotico suggerisce, abbiamo, infatti, alcuni personaggi animati dalla purezza dei loro sentimenti, altri invece dalla cattiveria, e a far da cornice al tutto la casa stregata che cela un terribile segreto. In questo caso la nebbiosa campagna inglese ha ceduto il posto alla soleggiata e sorridente Napoli, cambio che permette al lettore di assaporare quel brivido che coglie quando, da una strada soleggiata e tiepida si entra in un luogo in penombra e assolutamente poco rassicurante. La vena polemica che questo genere letterario ospitò nei secoli passati sarebbe stata qui anacronistica, l’autrice, con colpo sicuro, ambienta la vicenda nell’immediato dopoguerra, dandosi agio di raccontare la sopravvivenza della città nei disagi e nelle privazioni tipiche del periodo bellico. Detto questo credo che gli elementi per descrivere questo bel romanzo ci siano tutti, non mi pare corretto dilungarmi ulteriormente sulla trama per non rovinare le continue sorprese che l’autrice ha preparato per il lettore, posso solo dire che la lettura è godibilissima e terrà l’attenzione incollata alle pagine del libro, sino a giungere, con un sospiro, all’atteso finale, sede di tutti i chiarimenti e risoluzione di tutti gli elementi che contribuiscono alla trama del romanzo. L’autrice dimostra di avere un buon talento narrativo e abilmente costruisce un romanzo abbastanza affollato di personaggi ed elementi, ma trovano tutti una loro collocazione e peso nell’economia del romanzo, cosa che non è sempre così semplice, ma qui svolta in modo che oserei definire egregio. Molte delle situazioni hanno un gusto sentimentale ed intimista ma non sfigurano nel contesto del misterioso e del soprannaturale, ma lo completano e lo rendono caro e comprensibile al lettore, il quale saprà cogliere le delicate intenzioni della Boffo a voler far risaltare la forza dei sentimenti in mezzo alle sventure più temibili, siano esse dettate dagli eventi storici o da crudeltà personale. L’amore – e la famiglia - appaiono qua come i veri protagonisti del romanzo, autentiche fonti di energia positiva capaci di dare sostegno e conforto a chi ha la fortuna, e la forza, di costruirli attorno a sé. Questo romanzo saprà far sorridere e spaventare, commuovere e stupire, con un linguaggio ed una narrazione solidi ed efficaci, condotti con mano sicura e capace. Un ottimo libro di svago ed intrattenimento. 

 

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Alessandra Ponticelli Conti - Romanzo - Edizioni Esordienti E-book

Un solo colpevole

 

Per qualche misterioso motivo mi aspettavo da Alessandra Ponticelli Conti un romanzo completamente diverso, non so, un altro genere, altre situazioni, forse più ieratiche, od eteree, ma la colpa è mia e delle mie idealizzazioni, diciamo che alla base di questo malinteso c’è un solo colpevole (grazie Alessandra) e cioè io. Ma non sono certo lettore che si lascia scoraggiare perché il libro non è come me lo ero immaginato, anzi, ed è un “anzi” cubitale, sono davvero felice quando l’autore riesce a sorprendermi, a propormi qualcosa di inatteso. Ed inatteso mi è giunto questo bel romanzo, che è in fin dei conti, e se ci piacesse attaccar etichette, un cosiddetto romanzo giallo. Sì, perché la storia si basa su di un duplice omicidio avvenuto molti anni prima del piano narrativo, e l’unico testimone è la figlia della coppia assassinata. La bimba, ovviamente traumatizzata, vive una vita con un lato in ombra rappresentato dall’omicidio cui assistette nella casa natia ed in cui i genitori persero la vita. Il proverbiale bel giorno arrivò e la ragazza decise di tornare nella casa dell’assassinio per riprendersi sì i suoi beni materiali, ma anche un pezzo di vita che le era stato strappato. Questo, in estrema sintesi, lo spunto da cui parte la narrazione. Il delitto in questione sembrerebbe essere un cosiddetto delitto passionale, infatti la lei della coppia era donna da far girare la testa a molti uomini, e in un paese piccolo le passioni presto divampano, complici le poche occasioni, e si sviluppano in modo imprevedibile. Ma non voglio addentrarmi troppo nella trama perché è tutta da scoprire e non vorrei privare il lettore delle sorprese e delle emozioni che questo romanzo riserva. Mi vorrei più soffermare sulle indiscutibili doti di narratrice della Ponticelli Conti. Il romanzo è narrato con un linguaggio preciso, scandito dalla tensione e intervallato da pause, creando un tessuto narrativo sul quale il lettore si sente perfettamente a suo agio, può dedicarsi allo svolgimento della trama senza temere tranelli linguistici o inceppamenti nello scorrere delle immagini. Immagini appunto, non parole, perché la perfezione della narrazione è capace di scomparire e lasciare il posto a vere e proprie immagini che ciascuno plasma a modo proprio, ma comunque assicurano una certa tridimensionalità al narrato. Il piano narrativo è intersecato da più linee temporali, condotte magistralmente senza creare garbugli o soluzioni abborracciate con facili espedienti. Tutt’altro, l’autrice costruisce il suo universo, fatto di persone, fatti e luoghi, e lo manovra perfettamente, sapiente regista di una storia che appare semplice ma si complica sempre di più con l’aggiunta di nuovi elementi, sino alla soluzione finale, inattesa e geniale come nella migliore tradizione giallistica. Accanto alla vicenda e alla musica costruita da Alessandra con la tessitura della trama, vi è la denuncia di certi pregiudizi, soprattutto retaggio delle piccole società chiuse, in cui una donna, perché avvenente, avendo sbagliato strada, si ritrova a subire dei ricatti, e a causa del passato non può cominciare a condurre una vita normale ed irreprensibile, animata e riscaldata dall’amore familiare, pure anche se sbocciato su di un terreno che potremmo definire inquinato dalle esperienze precedenti e dalle vite passate che nel cuore della donna si sono sovrapposte.

Se la struttura generale del romanzo è, come dicevo, quella di un giallo, quindi dalle tinte abbastanza decise e marcate, dalla delicata penna di Alessandra non possono non sbocciare fior di citazioni, che punteggiano con delicatezza le pagine, dimostrando grande conoscenza della letteratura, anche perché sono citazioni assai ricercate e disposte in modo da far comprendere meglio certe situazioni e trasportarle per un attimo in un ambiente più poetico. Ma la narrazione di un giallo ha i suoi tempi e quindi il racconto immediatamente riprende col suo preciso ritmo. A sottolineare e descrivere meglio la non facile vita sia della protagonista, brutalmente privata degli affetti familiare, sia della madre assassinata, l’autrice non fa mancare un sottile lavoro di cesellatura psicologica, preciso e ben definito, capace di dare una notevole profondità ai personaggi ed al romanzo stesso. Nella lettura sono rimasto molto colpito dalla capacità di Alessandra ad affrontare situazioni assai controverse (magari per qualcuno scabrose) con una grande delicatezza mista a determinazione, a non voler nascondere nulla, scevra dal dolciastro perbenismo che trasforma il non voluto dire in nauseante esibizionismo.

In questo romanzo il passo è davvero misurato e ben calibrato, e conduce il lettore nei meandri di una storia complessa, narrata in modo molto bello, che denota una coraggiosa mancanza di pregiudizio e capace di ammonire chi invece si cela dietro un perbenismo di facciata ma che nasconde vizi e nefandezze ben peggiori di chi fa oggetto di giudizio e di scherno. In definitiva un giallo ben costruito, che non si ferma all’indagine poliziesca ma si addentra nell’indagine psicologica ed esistenziale, scritto in modo esemplare ed elegante. Penso che più di così non si possa desiderare, giunga così ad Alessandra Ponticelli Conti il mio grazie per queste belle pagine (elettroniche).

 

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Aa. Vv. - Antologia - LaRecherche.it

L’Orto Botanico di Monsieur Proust

 

‹‹Mia cara Céleste come ingannate il tempo durante le lunghe attese che la vita con me le impone?›› ‹‹Cucio Merletti, Monsieur Proust. ›› ‹‹Ma, Céleste, bisogna leggere! ››

Tratta e liberamente adattata da Monsieur Proust di Céleste Albaret, SE

 

 

Nel creare la sua Opera, Marcel Proust, dovette dedicarsi ad una nutrita serie di professioni, dal medico allo psicologo, dal pittore al fabbro e non da ultimo quella del giardiniere. Fra tutte le professioni quest’ultima appare come la più irraggiungibile per il povero scrittore segregato in casa da una terribile asma, che gli faceva temere anche le visite degli amici, poiché questi avrebbero potuto incontrare, nelle ore precedenti la visita, qualche dama agghindata da un bouquet floreale e portare così, nella celeberrima stanza foderata di sughero, qualche micidiale particella di profumo di fiori che avrebbe potuto scatenare una violenta crisi nei polmoni del malato. Ma come ben sappiamo per la poliedrica mente di Marcel le pareti della stanza non erano un limite, né una reclusione, essa poteva intraprendere lunghi viaggi, pur restando ben ancorata al corpo scosso dalla tosse, steso sotto il vecchio cappotto foderato di pelliccia di lontra. Anzi, forse proprio grazie alla reclusione, la mente di Proust riuscì a creare i più bei panorami e le località più sorprendenti unendo ai ricordi e alle letture le suggestioni dell’anima, cui bastavano le sillabe del nome del luogo per creare colori e profumi capaci di rendere le descrizioni più reali della realtà. Proust, abile giardiniere e paesaggista, dicevo, basti ricordare i prati fioriti di Firenze, minuziosamente descritti in modo assai efficace, ma creati tutti dallo zelante giardiniere rinchiuso a Boulevard Haussmann. Accanto a questa funzione da architetto paesaggista Proust si distinse anche per le sue mansioni da giardiniere e vivaista vero e proprio. Con quanta cura ha disposto le aiuole nel giardino della casa della zia Léonie, e anche se talvolta ne calpestava le zolle appena smosse per avvicinarsi ad ammirare un lillà, era comunque con tutto il rispetto che curava – costeggiandole – le aiuole di convolvoli e piselli odorosi. Anche nei dintorni della leggendaria casa Amiot si prese molta cura del verde, soprattutto facendo crescere spalliere quasi mitiche di biancospini, punteggiando canali e fiumi di ninfee e nenufari. Anche a Parigi il giardiniere e vivaista Proust ebbe il suo bel daffare consegnando fasci di fiori a tutte le altezze del Faubourg Saint-Honoré per decorare salotti, o farne deliziose acconciature, o anche per immortalarli in acquarelli. Ma siccome Proust fu soprattutto un profondo conoscitore dell’animo umano, riuscì ad infondere in ciascuno dei fiori, di cui le sue serre erano prodighe, caratteristiche umane, tanto da far diventare le piante quasi delle personalità vegetali. I biancospini vivevano così la loro fioritura con la trepidazione delle giovani vergini che si affacciano al mondo, e raccomandano i loro primi incerti passi alla Madonna. Oppure le orchidee, le quali, sotto il sensuale candore delle loro livree, nascondevano la promessa dei piaceri della carne, tutta umana, ma dissimulata da fragili petali; i crisantemi di Proust evocavano il lontano Oriente, ed anche il lusso segreto di una padrona di casa con la quale sembravano chiacchierare durante i lunghi e crepuscolari pomeriggi trascorsi in casa in attesa di una visita tanto più gradita quanto più furtiva, proprio come l’infiorescenza di certe specie rare ed esotiche. Il lavoro di giardinaggio di Proust fu zelante e metodico, e riuscì a decorare molte delle pagine della Recherche (ma anche del Jean Santeuil) con numerosissime piante, fiori, alberi, siepi e cespugli, messi quasi con noncuranza, non per dare nell’occhio, ma per completare una scena, proprio come un accorto giardiniere sa fare nel progettare un giardino, tutto appare naturale ma è studiato nei minimi particolari. E quest’ultima analogia ricopre tutta l’Opera di Proust, in cui ogni minimo dettaglio è curato con maniacale precisione, ogni frase scritta e riscritta, ma poi alla fine, nell’insieme, tutto scorre con estrema naturalezza, proprio come scorre la Vita, proprio come fiorisce un giardino.

 

Quest’antologia, quest’anno, vuole rendere omaggio all’immenso giardino del ricordo, osando parafrasare Proust; quel giardino in cui ogni fiore nasconde un personaggio, ogni colore cela un vizio, una virtù, un piacere, ma anche rende l’immensa cattedrale della sua Opera un luogo più colorato, più lieto, in cui perdersi è ancora più emozionante.

 

Qualche giorno dopo aver terminato i lavori per l’inaugurazione dell’Orto Botanico, mi sono ritrovato a dover rimettere in ordine tutti gli utensili, dare un’ultima sistemata ai viottoli. Nel ripulire l’atelier degli acquarelli, dove gli operai, dopo aver terminato di montare la mostra, avevano lasciato polvere, e altri scarti, un po’ dovunque, mi sono imbattuto in un ripostiglio, che non avevo notato prima. Al suo interno alcuni quadri che non avevano trovato posto nell’esposizione, ed una specie di album, dalla copertina logora, ma di squisita fattura. Il tempo di un sospiro di stupore e già lo stavo sfogliando, era una raccolta di istantanee scattate durante la vita di Proust, e molte di esse ce lo mostrano nel suo particolare rapporto con il mondo vegetale. Mentre sfoglio ve ne racconto qualcuna.

Bè, la prima è forse un po’ triste, immerso nella vegetazione il piccolo Proust capisce che non avrà una vita normale, ma lo scatto è di qualche minuto precedente la crisi che Robert racconta così Marcel fu colto da una spaventosa crisi di soffocamento che poco mancò lo facesse morire di fronte a mio padre atterrito; la foto è del 1881, siamo a maggio, Marcel ha nove anni e con lui il fratello Robert, mamma Jeanne e papà Adrien, con loro il professore di medicina Duplay con la famiglia, il gruppo passeggia al Bois de Boulogne, e sta tornando verso casa (a rue de Courcelles). Quante volte Marcel tornerà al bois dopo quella tragica volta, ma sempre senza muoversi dalla sua stanza.

Un’altra istantanea è datata 1892, mostra il giovane Marcel, una camelia all’occhiello e una caraffa in una mano, accanto a lui, su di un cavalletto il ritratto che Blanche ha appena terminato, la caraffa andrà a lui in segno di riconoscenza, la camelia all’occhiello testimonia che l’asma non dà tregua, e l’unico fiore che si può usare è quello che non profuma. Blanche non lo sa e trasforma il fiore, ma questa è un’altra storia… 14 aprile 1893, la foto mostra Marcel accanto al conte Robert de Montesquiou e un bouquet di fiori che rimanda ai versi di quest’ultimo: Beati gigli, pallidi iris di Firenze probabilmente innestati in una rosa, e una copia di Chauves-souris in lussuosa edizione. Poi i sorrisi si spensero, qualche anno dopo, tanto che Proust un giorno, poco dopo la partenza del conte per il Midi, disse a Céleste sa, il conte sarebbe capace di mandarmi dei fiori avvelenati, e non esagero. Una foto, senza data, ci mostra la contessa de Chevigné, sulla pagina, accanto alla foto troviamo questa frase: Era bella e portava sempre cappelli magnifici. Ne aveva uno, ricordo, con dei fiordalisi e dei papaveri, ma soprattutto una toque meravigliosa, con delle violette di Parma; il “vivaista” Proust prendeva appunti per le sue “clienti”? Le pagine scorrono ed eccoci a Dieppe, agosto 1895, Marcel e Reynaldo immersi negli splendidi giardini di Madame Lemaire (la villa della pittrice diventerà la Raspéliere); altra foto scattata in villeggiatura, quella del 1899, ha come sfondo villa Bassaraba ad Amphion, vicino a Évian con i suoi giardini dove crescevano direttamente dal suolo i fichi, le palme i rosai, e persino in quel mare, d’un azzurro e d’una calma così spesso mediterranei (diventano mediterranei quando magicamente nella Recherche si trasferiscono a Féterne, e diventano dei Cambremer). Nella primavera del 1907 Proust è ritratto nella sua casa intento nella lettura, sulla scrivania notiamo L’Intelligence des fleurs di Maeterlinck, che servirà per la costruzione di Sodoma I, soprattutto per le immagini floreali e la difficile riproduzione delle orchidee, che poi caratterizzerà le difficoltà dei rapporti fra omosessuali.

Una foto scattata in un salotto nel 1911 ci Mostra Proust sorridente accanto a Marthe Bibesco, anche se quest’ultima poi ebbe a dire che Marcel non la voleva incontrare per la sua abitudine di profumarsi troppo, ma non è vero, fra i due si stabilì una forte amicizia, anche se per Proust i profumi erano una seria minaccia, ma dalle foto non possiamo sentirli.

Un’altra istantanea dello stesso anno raffigura Proust nell’automobile di Odilon Albaret, nella valle della Chevreuse; i finestrini sono ben chiusi e Proust ammira estasiato la fioritura dei meli.

Una foto del 1912 ci mostra il ballatoio della scala di servizio di casa di Boulevard Haussmann invaso da rami di biancospino fioriti, accanto alla foto un biglietto vergato dalla mano di Proust ed indirizzato a Céleste, Io li amo così tanto, questi fiori, che ho scritto un articolo su di loro, sui rosa e sui bianchi. Sono certo che lei non li ha mai guardati attentamente. Ce ne sono sul ballatoio della scala di servizio, li ho fatti portare qui da Odilon: la prego, vada a vederli. Ammirerà da vicino quelle roselline e vedrà che miracolo, nella loro piccolezza. Quanto a me non conosco nulla di più grazioso.

Una foto dal sapore intimista ci mostra la stanza di Proust, siamo nel 1919, in particolare sul letto notiamo due coperte: una di lana e un copripiedi rustico, trapunto, a fiori gialli, di melo, su fondo rosso. Anche sulle coperte aveva i suoi amati fiori di melo… Ma soprattutto quel copripiedi somigliava a quello che aveva visto, da bambino, sul letto di una zia, da cui poi ha tratto zia Léonie…

Una delle ultime foto è del maggio 1922, ritrae Marcel con un bel giovane: Jacques Benoist-Méchin, i due ridono sguaiati, Proust si copre appena la bocca con la mano guantata, il giovane ride apertamente mostrando i denti bianchissimi e un’aria davvero sincera. Perché i due ridono tanto? Perché Marcel crede di ricordare la madre del giovane splendida e altissima e vuole dal figlio una foto di lei, dicendo Sono sempre interessato a queste reincarnazioni di un tipo ammirato in un altro sesso; Jacques però precisa che la donna in questione non è sua madre ma la prima moglie di suo padre, Proust, non demorde e dichiara La vostra fotografia mi ha confermato la fondatezza delle mie convinzioni sull’amore… Penso infatti che gli uomini non amino questa o quella donna isolata, ma un certo tipo di donna da cui non si discostano mai. La frase è detta seriamente ma l’effetto “pezza” dopo qualche istante scatena la risata.

Conclude l’album un disegno con il quale Proust esorcizza la sua morte, che sentiva vicina. Marcel, con il nomignolo scherzoso di Buncht aveva disegnato delle vetrate per Reynaldo, qua Bunchtnibuls, e nelle didascalie scherza proprio sui suoi ultimi momenti “Dottore mediko con occhiali dice a Buncht sta per morsire”, “Morte di Buncht (questa vetrata ha sofferto molto)”, “Hanno messo dei fiori sul letto su cui riposa Buncht morto”, “Tomba di Buncht sulla quale fiori, alberi, biancospini sopra e sole adesso che non gli fa più malen. E il suo Bunchtnibuls, col cappello a cilindro, viene nel piccolo Kimitero a presentare i suoi saluti a Buncht” Quando ormai non avrebbero più potuto fargli male, Proust desiderava alberi biancospini e sole…

Chiude l’album un bigliettino su cui una mano sconosciuta ha riscritto la frase che Proust scrisse in una sua lettera del 1911, È arrivato il giorno in cui la luce se ne va confondendo e cancellando tutti i riflessi e l’acqua che non riflette non è più altro che l’acqua del Lete, la data è quella del 18 novembre 1922 e fa da sigillo all’album.

 

G. B.

Luglio 2014

 

Ringrazio profondamente, certo che mi perdoneranno il saccheggio, Jean-Yves Tadié (Vita di Marcel Proust, Mondadori) e Céleste Albaret (Monsieur Proust, SE)

 

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Francesca Luzzio - Poesia e Prosa - Genesi Editrice

Liceali – L’insegnante va a scuola

 

La scuola e, di conseguenza, gli insegnanti che ancora vivono la professione come una vera e propria missione, sono un osservatorio privilegiato per assistere alle evoluzioni della nostra italica gioventù. Quando all’ardore dell’insegnamento, inteso come insegnamento alla vita più che alle singole materie di studio, si unisce una vera e capace passione per le lettere, ecco il bel libro di Francesca Luzzio, “Liceali”, appunto. Ma il sottotitolo sibillino “L’insegnante va a scuola”, lascia sottintendere, oltre al lapalissiano senso di colui – o colei – che si reca nell’edificio adibito ad uso scolastico per esercitare la propria professione, anche che l’insegnante, quello vero, ogni giorno trae insegnamento dai giovani cui impartisce le sue lezioni. Ed è su questo doppio filo che si snodano i veloci racconti che compongono la prima parte della raccolta. I protagonisti sono talvolta i professori, talaltra gli studenti, tutti alle prese con quell’immane fatica che è il “diventare grandi”, fatica che tocca anche chi grande lo è già, almeno dal punto di vista dell’anagrafe, ma ancora non ha smesso di apprendere, di capire, di crescere. Dalle pagine della Luzzio, traspare netto un forte sentimento di amore verso gli studenti, certo non fisico come rischia di diventare quello della giovane insegnante Lo cascio, proprio nel primo racconto, e per questo ancor più emblematico, ma si tratta di un amore più puro, stilizzato, imbrigliato in uno schema, e per questo differente, forse talvolta più forte, rispetto a quello materno. Nello scorrere dei racconti incontriamo studenti oppressi, alle prese con la droga o col primo amore, con furtarelli o violenze, o alle prese con famiglie troppo opprimenti, o tutt’altro che presenti. Molti tra gli scenari che la crescita presenta ad un giovane dei nostri giorni, sono analizzati in modo profondo ed efficace dall’autrice. I racconti, nella loro morale, sono quasi del tutto scevri da giudizi, ciò accresce il loro valore sia dal punto di vista didattico, sia dal punto di vista di testimonianza umana. Infatti la Luzzio si limita a narrare i casi, e a porre sotto la giusta luce quei meccanismi che le sta a cuore portare all’attenzione del lettore, per mostrare quel che succede negli animi e nelle menti dei giovani, e da lì trarre un insegnamento globale, su quali sono i rischi che gli adolescenti corrono e quali sono i metodi che adottano per uscire dalle situazioni complicate o semplicemente per sopravvivere. Mancanza di giudizio, dicevo, e con ciò non vi è una mancanza di presa di posizione, tutt’altro, la posizione è di chi osserva, capisce e trae un insegnamento, non quella di chi si limita a dire sì o no, giusto o sbagliato, perché in definitiva non vi è – quasi – nulla di completamente giusto o sbagliato, vi è solo un tentativo che non ammette prove o cambiamenti, e che si chiama vita, con le difficoltà proprie di chi si sta affacciando su un mondo, quello degli adulti, che già è incomprensibile per chi lo vive, e magari influenza, figuriamoci per chi vi appare per la prima volta.

I racconti, come dicevo, rappresentano la prima parte della raccolta, la seconda è dedicata alla poesia, l’argomento non cambia, ciò che cambia è il metodo espressivo, e con esso la coloritura e la quantità di sentimento cui l’autrice si lascia andare. Perché dico questo? Dopo quanto detto della sezione dei racconti, narrati in modo asciutto e quasi schematico, a tratti quasi con toni di cronaca, in questa seconda parte la Luzzio si lascia (finalmente?) andare, e il suo occhio si vela di affetto, gli spigoli vengono smussati, le labbra si addolciscono in una piega di amorevole comprensione. Le poesie sembrano quasi essere lo sguardo dolce, talvolta dolente, sulla vita scolastica, su quelle stesse situazioni narrate nei racconti ma, con la loro collocazione al termine del volume, sembrano volerci dire: “Ecco, lo avrei anche potuto dire così”, con più dolcezza, usando un linguaggio più elevato. Ma l’autrice ha forse voluto dare al lettore una prima lettura dei fatti più chiara, nitida e poi ha usato la parte poetica quasi come una colonna sonora, prima la visione della mente, poi quella del cuore. Ed il risultato è davvero molto bello.

I racconti sono narrati con un linguaggio pulito e talvolta conciso, immagino volutamente semplice quasi a riecheggiare le voci che si odono in una qualunque scuola in cui alle dotte citazioni e ad una lingua usata in modo didattico, e quindi un po’ formale, si vanno – inevitabilmente – a mescolare cadenze ed espressioni che appartengono alla calata locale.

Secondo il mio personalissimo parere, ma è una questione di gusto mio, le espressioni tipiche dello slang giovanile sembrano davvero un inserimento molto forzato, senza di esse forse (sottolineo forse) alcune parti avrebbero mantenuto un maggior lucore. Ma si tratta di minimi granelli in un ingranaggio narrativo che funziona assai bene ed arriva a toccare il cuore di chi studente lo è stato ma un po’ si sente ancora sui banchi di quella scuola che si chiama esistenza.

 

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Luca Terenzoni - Romanzo - Albatros

Gli inevitabili incontri del destino

Dopo il romanzo Primavera in Borgogna, pubblicato nel 2010, Terenzoni torna ai lettori con questo suo nuovo libro, che racchiude una bella e dolce storia di abbandono e riconciliazione, prendendosi tutto il tempo necessario per raccontare - per bene - questa vicenda. La narrazione procede con passo sobrio e ben cadenzato, l’autore crea le solide basi per il futuro ramificare della vicenda, presenta con dovizia di particolari i protagonisti, li inserisce nel loro ambiente e li fa muovere sulle tracce che la sua brillante immaginazione ha creato. Lentamente nel dipanarsi di quasi duecentocinquanta pagine tutti i tasselli che compongono l’arcano trovano la loro collocazione, vanno ad inserirsi perfettamente nel nitido quadro finale, così come i protagonisti trovano la giusta dimensione delle loro esistenze. Al termine della lettura resta l’impressione di aver letto un romanzo di solido impianto, in cui un linguaggio pacato e misurato accompagna il lettore con placida fluidità attraverso le vite dei personaggi, i quali appaiono solidi, ben costruiti, con una psicologia romanzesca chiara e schematizzata.

Nella sua soffice calma il romanzo è gradevole, si legge con piacere, si entra facilmente in sintonia coi personaggi, sino a parteggiare per l’uno o per l’altro, e, nella luce dorata di cui il romanzo è circonfuso, ci si lascia cullare dal bravo Terenzoni, che ce la mette tutta per costruire un romanzo con la R maisucola. L’autore rispetta la sottintesa carta dei diritti del lettore, per cui non maramaldeggia, non fa sparire e riapparire situazioni a colpi di illusionismo o sbadataggine, misura le parole, dosa i sentimenti e li pone al posto giusto. Talvolta incappa in qualche piccola ingenuità da autore meno navigato, forse dovuta ad un eccesso di zelo nel costruire il tessuto di un romanzo, che deve essere forte e al contempo leggero, resistente e perfettamente adattabile al lungo utilizzo e alle molteplici esigenze che porta il buon Luca a rallentare un po’ il passo, immagino in buona – buonissima – fede, per coccolare meglio il lettore e farlo sentire accompagnato nei meandri di quattro vite. 



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Sándor Márai - Narrativa - Adelphi Edizioni

La donna giusta

 

Esiste davvero una “Donna giusta”, ovvero un grande e perfetto amore che resta incrollabile e fermo lungo il corso degli anni e degli eventi e soprattutto è in grado di valicare le differenze sociali? Marai ci fa raccontare da quattro voci diverse una storia d’amore che sembra capace di rispondere a queste domande. Una contadina, di estrazione sociale davvero bassa, diventa cameriera nella casa di una famiglia borghese altolocata, il rampollo della famiglia se ne invaghisce, vivendo metà della sua vita in attesa del momento di poter finalmente sposare la sua donna giusta; nel frattempo si sposa con una donna del suo rango ma lascia naufragare il matrimonio struggendosi per la bella Judit, cameriera della madre. La prima a prendere la parola è appunto l’ex moglie, Marika, che inizia ad illustrare la storia dal suo punto di vista, quello della donna mai amata e tradita, anche se solo nei pensieri. Marika scopre casualmente la verità grazie all’accidentale ritrovamento di un pezzetto di nastro, e questa strisciolina di tessuto sarà il suo personale filo di Arianna attraverso i meandri di una verità scomoda e lacerante. La seconda voce cui è affidato il successivo capitolo/monologo è quella di Peter, il marito, che ricostruisce la sua vita di borghese custode dei valori apparentemente inossidabili ed immutabili della società cui appartiene, alle prese con l’amore verso una donna di rango sociale troppo basso perché la relazione fra i due non assuma le tinte di uno scandalo sociale. Peter, lentamente, si disfa di tutti gli orpelli sociali per sposare Judit, ma quel che scoprirà sarà una grande e dolorosa delusione. Conduce il terzo dei monologhi Judit, ormai lontana da Budapest, raccontando la storia al suo giovane amante, un musicista, al quale è affidata anche la quarta ed ultima parte.

La storia è molto bella e profonda, narrata con la grande maestria di Marai, ed è leggibile come un tentativo di ascesa di una povera contadina verso il mondo magico e sognato della vita agiata e del lusso. Da parte di Peter vi è tutto l’amore possibile tra esseri umani, ma frenato dalla consapevolezza delle difficoltà di una simile unione agli occhi della società. Marika vive un grande ma fatuo amore per Peter, ella cerca di penetrare completamente l’animo del marito, anche usando come pretesto il figlio che darà alla luce durante il breve matrimonio, ma capisce ben presto che nulla sa del marito, e che è impossibile pensare di possedere profondamente una persona che sfugge. Il giovane musicista, infine, rappresenta l’animo scapestrato di un giovane cui una donna fa affidamento per tentare di riscattare con una follia una vita passata nell’attesa e nel calcolo. Tra i quattro personaggi narranti fa capolino un amico di Peter, un affermato scrittore di cui Judit sembra innamorarsi dopo il naufragio del suo matrimonio con Peter. Questi è il personaggio più enigmatico del romanzo, scrittore, amante delle parole sino al punto di non scrivere più romanzi per non imbrigliarvi le parole tanto amate, ma anche consapevole della fine dell’arte, del graduale disinteresse delle persone verso forme più elevate di comunicazione. Questo personaggio, sebbene appaia forse in misura più marginale nella vicenda è quello che invece fa da perno e riesce a portare la vicenda dalla sfera intimista a quella più ampiamente sociale.

Faccio una breve parentesi per dire che il romanzo si pone a cavallo della seconda guerra mondiale, e tra le pieghe delle vicende umane fanno capolino quelle di un Paese di fronte ad un radicale cambiamento, la fine di una società fondata sulla borghesia sostituita dal comunismo portato dai soldati russi, con tutto quello che ne conseguì per la società ungherese.

Alla luce di questi fatti possiamo immaginare come Judit rappresenti il proletariato, l’umile popolo che vuole ad ogni costo impossessarsi di almeno un po’ della ricchezza di cui hanno, sino a quel momento, goduto i pochi borghesi. Peter, come già detto, appartiene all’alta borghesia, e ne è l’emblema, più volte nel romanzo viene sottolineato come la borghesia sia soprattutto uno stile di vita e di pensiero, una società nella società, una tradizione da difendere. Judit, nel suo rappresentare il popolo umile, tenta di entrare in possesso di quanto ha sempre desiderato avere, sin dal giorno in cui per ripararsi dal freddo, con la sua famiglia passò l’inverno in una buca nel terreno. Eccellente metafora questa per sottolineare come i poveri siano frutto della terra, mentre i ricchi di un empireo celeste, lontano ed arduo da scalare. E mentre Judit fa crollare i bastioni del mondo borghese, distruggendo dapprima il rassicurante matrimonio di Peter con Marika, e poi rubando tutto quello che può dai beni del marito, la Storia fa crollare le mura della città stessa. A questo punto interviene il legame con lo scrittore, legame sterile, i due non si toccano nemmeno, Judit passa le ore ad ascoltare le parole o i silenzi dell’uomo, che le parla dell’arte, del suo disfacimento in una società sempre più legata ai bisogni materiali. Ed è qui che la donna, dimentica dei beni e delle ricchezze della borghesia, anela ad un livello superiore, quel che è mancato nei secoli al popolo, ai contadini come lei e la sua famiglia, è soprattutto l’istruzione, l’arte, il bello.

In seguito ad un bombardamento, lo scrittore scompare, Judit visita le macerie della sua casa, ne ritrova i libri abbandonati, i ponti sul Danubio sono stati fatti crollare, il presente si stacca dal passato. Vi è una stasi. Quando i ponti sono ricostruiti, la Storia riprende il suo corso, passato e futuro sono di nuovo in comunicazione attraverso il presente, passaggio in cui tutti si affollano. Ed è sul ponte appena ricostruito che Judit vede per l’ultima volta Peter, poi parte verso Roma, per ritrovare lo scrittore. Si riconcilia e dice addio al mondo borghese che desiderava, rincorre qualcosa di più elevato, ma non ce la fa a raggiungerlo. Trova uno squattrinato e bel musicista cui affida il testimone del popolo desideroso di riscatto. Gli dà i gioielli da vendere per raggranellare qualche soldo e potersi illudere, ancora. Al termine del romanzo troviamo il giovane emigrato in America, grande – nuovo – miraggio del popolo, una terra nuova dove potersi affermare.

La grandezza di questo romanzo, oltre alla sua bellezza e perfezione narrativa sta nel raccontare la Storia attraverso una vicenda apparentemente d’amore, di desiderio, di attesa che mostra in filigrana le attese di una nazione intera.

 

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G. Baldaccini - A. Pasterius - L. Riommi - Poesia e Prosa - Fermenti Editrice

3 d’union

 

Uno degli aspetti che compone la grandezza di un autore è il saper fecondare il pensiero di chi legge. Uno scrittore può definirsi un grande scrittore quando è in grado, attraverso le sue idee e le sue parole, di aprire una nuova prospettiva nella mente del lettore, e di porre in essa idee potenzialmente capaci di germogliare e creare nuove dimensioni. Quando poi la mente che le ha ricevute, facendole proprie, ne permette la germinazione, si potrebbe dire che il cerchio si chiude nella sua perfezione, l’arte ha compiuto il suo corso, non si è arrestata sulle pagine o tra i volumi degli scaffali ma continua una sua vita propria, scollegata da chi l’ha creata. Se a questa ideale conclusione aggiungiamo che se a ricevere i doni dell’arte sono menti particolarmente fervide, allora l’arte si accresce del tessuto esperienziale e creativo di chi la raccoglie, facendola propria riesce a creare qualcosa di totalmente nuovo, inatteso e magari ancor più grande. Quando il lettore unisce la propria visione, la propria arte, a quanto letto, si ha una sorta di innesto su quanto creato dall’autore iniziale, sboccia qualcosa di completamente nuovo, fatto di comprensione, esperienza, cultura e sensibilità, siamo di fronte ad una nuova forma di vita artistica. Un nuovo libro si crea da un libro letto, una nuova idea germoglia su altre idee, rinnovando il patrimonio genetico, artistico e comunicativo, dando vita ad un nuovo fiorire, ad un gettar nuovi e sorprendenti virgulti, di fronte ai quali non si può che rimanere estasiati, e grati verso chi ce li ha donati. Ed è questo il caso di “3 d’union”, agile libretto, dalla struttura proteiforme, firmato da tre lucide e profonde menti: Giovanni Baldaccini, Antòn Pasterius e Luciana Riommi; un impasto sapientemente dosato e amorevolmente lavorato a sei mani, pronto a trapassare la mente del lettore per condurlo tra i ripiani di una immensa e sorprende libreria, dove i libri non sono corpi esposti alla polvere in attesa di essere chissà quando ripresi, ma sono vere e proprie anime in movimento che si fondono tra loro, mantengono viva la loro capacità rigeneratrice e creatrice, alimentata dalla fertilità delle menti dei tre autori.

Il libro si compone di racconti, poesie e aforismi, come sottolineato in copertina, e quindi vorrei condurvi in una rapida passeggiata in quella che ho testé definito una sorta di libreria vivente.

Inizia Baldaccini, il quale, forse per diritto alfabetico, firma l’introduzione e il primo racconto, “Lascaux”, in cui l’autore vive una sorta di viaggio iniziatico, alla ricerca di Pasterius, rievocando alla mente certi paesaggi dell’animo dal forte sapore dei primi del Novecento mitteleuropeo, variegato dai misteri della conoscenza alchemica; si tratta di una scrittura precisa, incalzante, perfetta, intessuta di reminiscenze di letture, ma mai plagio, è nuovo materiale da una arcana radice comune, lontana ma pulsante. Prosegue Pasterius, nella sua passeggiata lunga un “Pomeriggio (di Antòn)”, in cui, lungo le strade parigine l’arte prende forma, si dissolve, si ricrea, cambia, si condanna ed autoassolve nella mente di Pasterius. La ricerca del gallerista è quasi una madeleine che da una tazza di tiglio crea mondi sepolti ma non irraggiungibili. La lettura prosegue con gli aforismi creati da Luciana Riommi, intitolati “Da uno scaffale all’altro” e dedicati all’umanità & dintorni, ed è qui che avviene la vera magia che soffonde questo libro, che lo fa rassomigliare ad un bagliore bluastro che tra le costole dei volumi riposti in uno scaffale pulsa di nuova vita, in questo capitolo la linfa ricomincia a scorrere tra titoli di opere, creando aforismi che evocano mondi e universi in continua evoluzione, nascosti tra le pieghe dell’essere uomo. Ogni frase di ciascun aforisma è il titolo di un libro, ed il risultato è sorprendente, una sorta di mappa del tesoro racchiuso in ciascuno di noi. Dopo questo inesauribile capitolo Baldaccini riprende le fila del viaggio con un hommage a Joseph Roth, “La musica dei tarli”, in cui una scrittura scattante, quasi una prosa aforistica, costruisce scenari in cui vite si consumano e sembrano sul punto di dissolversi, fin quando non interviene una parola a dar loro certezza e colore; una parola che costruisce una cornice entro la quale vite prendono forma, movimento e sembianze di una umanità affascinata dal dolore, che nel dolore si rannicchia per sognare il calore umano e una nuova vita, che non verrà ma che esiste tra le pieghe della memoria e tra le pagine dei libri. In questo racconto si respira un’aria mitteleuropea, gialla e grigia, illuminata qua e là da vecchie lampadine scalcinate, proiezioni di una degna povertà. Si ritorna poi fra gli scaffali con Luciana Riommi, ed il tema questa volta è Eros & Thanatos, dove, con lo stesso meccanismo, si creano immagini di ciò che è l’amore. Fra tutti ne cito uno: “il lato oscuro dell’amore / un riflesso dell’altro” composto da due frasi, titoli di libri, una della Cvetaeva, l’altro di Virginia Woolf, che proietta le due opere in una dimensione nuova ed unica. La lettura prosegue con un altro hommage di Giovanni Baldaccini, questa volta a Kafka, dove all’ispirazione kafkiana si unisce uno stile totalmente nuovo, una visione personale dell’autore su un mondo: Kafka padre spirituale di un mondo nuovo dove il Castello resta sullo sfondo e qualche bagliore dalle sue vetrate torna a ricordarcelo di tanto in tanto.

Si prosegue poi col sorprendente “Sistema binario” di Pasterius, dove le poesie sono costruite con le parole usate da Giovanni Baldaccini nella sua raccolta di racconti “Desiderare altrimenti”. Ed è sorprendente osservare questa quasi fusione di menti, questo utilizzo del medesimo materiale per dare vita ad opere nuove. In questo caso si potrebbe parlare di profonda conoscenza di Baldaccini da parte di Pasterius, capace di scrivere l’inedito dall’edito, di infondere nuova vita alle parole, far uscire di nuovo al sole sillabe chiuse in un libro posto in uno scaffale, della memoria, prima ancora che materiale. Siamo di fronte ad un caso luminoso di fecondazione della mente del lettore, di cui parlavo nel prologo, capace di far germogliare nuove idee, nuovo sentire, nella mente fervida, in grado di dare nuova forma e nuova linfa a idee create da un artista.

Luciana Riommi ci riporta nella sua biblioteca per illustrarci attraverso la forma aforistica la sua visione di un tema che immagino le sia caro, la psicoanalisi. Passeggiando fra i titoli di Laing, Buber, Freud, Hillmann, Plutarco, Marquez e tantissimi altri ci sentiamo dire “teatri del corpo: / l’Io e i suoi partner / in carne e ossa”; oppure “Il generale nel suo labirinto: / il problema della malattia mentale”, espressioni capaci di farci riflettere a lungo. Chiude Antòn Pasterius, ma solo in ordine materiale, la bellissima lettura, poiché questo è libro che non inizia e non termina, è una lettura circolare inesauribile, dicevo che comunque l’ultima parola spetta ad Antòn Pasterius a pagina 91 con “Intimo di donna”, una ghiotta piccola pièce che un tempo si sarebbe definita licenziosa. La lettura è gustosissima ed assolutamente di tipo visivo, le parole quasi scompaiono davanti ai nostri occhi, dove restano le scene amabilmente illustrate dall’autore.

Un libro sorprendente questo “3 d’union”, mirabilmente costruito e scritto, capace di donare al lettore una visione nuova ed inedita sul mondo della letteratura, dove le sorprese abbondano e vi abbonda l’amore per la scrittura, l’amore per l’arte. Un concentrato di Bellezza.

 

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Fabio Casto - Romanzo - Edito in proprio

Bruciate lentamente

 

Secondo quelle che per alcuni sono leggende, per altri testimonianze storiche, l’antica civiltà indiana era tecnologicamente molto avanzata, grazie all’intervento di entità aliene, forse soprannaturali, che infusero agli antichi indiani conoscenze tecnologiche inarrivabili ancor oggi. In particolare gli antichi indiani erano in grado di costruire i vimana, progenitori degli attuali aerei, o forse navicelle spaziali. Di ciò è fermamente convinto il protagonista di questo romanzo, uno strano personaggio dallo strano nome di Pac. Nella vita di tutti i giorni egli svolge la professione di diserbante dell’economia, ovvero deve distruggere quelle piccole realtà economiche locali che potenzialmente potrebbero essere in grado di portare scompiglio nel mercato globale. Ma in segreto, Pac ha un ideale più alto, quello di salvare l’umanità, o parte di essa, a bordo di un vimana, detto StarPac, che dinascosto sta costruendo in un laboratorio segreto nascosto a casa sua. Un po’ come quei sognatori degli anni Settanta che si costruivano la barca nel garage. Nel corso della lettura assistiamo alle peripezie del povero Pac per accaparrarsi una pietra in grado di fungere da carburante per il suo vimana, e che pare donata agli uomini dalle divinità che abitavano il nostro pianeta quando gli esseri umani erano poco più che scimmioni, e pare che proprio quelle divinità abbiano insufflato nei primati quell’illuminazione che ha portato alla sorprendente evoluzione del genere umano.

Detto così sembrerebbe un altro di quei romanzi fantascientifici in cui da una antica civiltà vengono le chiavi per comprendere ed affrontare il futuro, invece non è esattamente così, perché questo romanzo è permeato da una forte ed irresistibile vena di humor, talvolta sarcastico, talvolta cinico, che fa passare un po’ in secondo piano le gesta di Pac e la sua strampalata combriccola, per godersi invece un linguaggio frizzante e spumeggiante, capace di continue sorprese e che a tratti si eleva talmente alto sopra la trama da salvare il romanzo stesso dalle secche del già visto. Ciò che voglio dire è che se la trama a volte sembra rallentare un po’ e avvolgersi in alcuni punti su se stessa, la scrittura procede sempre spedita, carica di ironia, di trovate letterarie notevoli e di una tenuta davvero esemplare. Naturalmente ogni lettore che affronta un romanzo dai simili presupposti, da un certo punto in poi comincia a prefigurarsi il finale, scegliendolo tra i libri di argomento simile già letti, e attribuendone uno o un altro a seconda di come procede la lettura, ma anche qua l’autore, il bravo Fabio Casto, spiazza tutti con un finale pop, davvero geniale.

Una lettura gradevole e fuori dagli schemi, malgrado il filone abbastanza sfruttato, ed una grande prova di scrittura, realizzata con idee ed espressioni fresche dal linguaggio rapido ed irriverente e senza pestare i piedi alla grammatica. In fondo uno potrebbe pensare che il vimana è proprio il romanzo, capace di trasportarci fra nuvole di originalità, lasciando a miglia sotto di noi la banalità.

 

[ Il libro è disponibile sia a stampa che in formato Kindle ]

 

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Henri Raczymow - Narrativa - Parigramme

Le Paris retrouvé de Marcel Proust

 

Ecco un delizioso libro-strenna che molti proustiani vorrebbero avere sullo scaffale della libreria, e che schiude lo sguardo sui veri panorami che Proust ebbe modo di ammirare e descrivere, e in cui, laddove le immagini d’epoca mancano, ci viene mostrato l’aspetto attuale di quei luoghi. Come tutti sappiamo, nella Recherche, sono descritti, a volte minuziosamente, a volte di sfuggita, numerosi luoghi di Parigi, tipo caffè o teatri, e frequentemente troviamo l’esatta indicazione della via (o del boulevard) dove si svolge la scena descritta. Essendo la topografia di Parigi cambiata assai poco durante l’ultimo secolo, è possibile passeggiare per la ville lumiere usando la Recherche come guida, e nel corso di un pomeriggio magari ricalcare i passi del petit Marcel che dal 45 di rue Courcelles si dirigeva verso gli Champs Elysées per i giochi del pomeriggio, ed intanto occhieggiare avenue Gabriel casomai Gilberte avesse deciso di farsi viva. Da lì è semplice poi passeggiare fino a rue de la Perouse dove sorgeva (e probabilmente sta ancora lì) il palazzetto di Odette. Oppure rivivere le angosciate ore in cui Swann tentava di ritrovare Odette dispersa nella fitta nebbia dopo essere uscita dalla Maison Dorée. Gli itinerari sono molteplici e con le indicazioni di questo simpatico libro si possono scoprire angoli meno noti di Parigi, o strapparne dall’anonimato altri, cospargendoli della dorata luce proustiana. Il volumetto è suddiviso in aree geografiche: Auteuil, Monceau, i due faubourg e così via, ed è corredato da numerose foto, ritroviamo tutte le celeberrime immagini di Nadar che vengono sempre tirate in ballo in operazioni di questo tipo, ma tuttavia sono le uniche disponibili, ed è sempre bello rivederle incorniciate in modo nuovo e inserite in un nuovo contesto. Oltre alle foto dei personaggi troviamo qua e là foto di luoghi risalenti agli anni proustiani, o giù di lì, e possiamo vedere il Parc Monceau o i Grandi Magazzini du Printemps in belle immagini seppiate e libere dalle automobili. Per completare il corredo fotografico abbiamo anche numerose immagini dei luoghi d’elezione della Recherche così come appaiono ai giorni nostri, scopriamo così che un grazioso, quanto anonimo, palazzetto in rue la Fontaine ad Auteuil diede i natali a Marcel Proust, o che all’Hotel Ritz ora vi è una elegante suite dedicata a Proust, o ancora che un petit pavillon degli Champs-Elysées (in un tratto che ora si chiama allée Marcel Proust) è ancora intatto, anche se ha cambiato varie volte uso e nome. A legare abilmente insieme vecchie-nuove foto e riproduzioni di tele famose vi è un testo, in francese, in cui vengono abilmente mescolati brani della Recherche, scritti da altri autori dell’entourage di Proust, e parti inedite, di pugno dell’autore della raccolta. I brani inediti utilizzano episodi della biografia di Proust, o altri riferimenti storici o tratti dalla Recherche per contestualizzare i luoghi e le immagini presentati, e sono redatti con grande perizia; dei luoghi danno un'ampia panoramica storica e dell’evoluzione in seno alla città, e l'autore dimostra una grande conoscenza degli usi e delle persone in vista del primo Novecento. L’autore si lancia in minuziose descrizioni della aristocrazia di quell'epoca, e mentre ci addita i luoghi dove le cose succedevano, fornisce anche dettagliate spiegazioni su chi erano i personaggi e le loro relazioni. Così, molti personaggi della Recherche, assumono il loro volto e il loro vero nome e li vediamo incorniciati dalle loro residenze, o quelle dei loro amici, mostrandoci un interessante spaccato della società parigina del primo Novecento, oltre al “serbatoio” da cui Proust attinse nel creare la sua Opera. Inoltre, molte figure di cui Proust fa un rapido accenno, qua vengono descritte ed analizzate con dovizia di particolari. Non manca naturalmente una fornita parte dedicata alla famiglia Proust, che nei primi capitoli, legati alle diverse residenze avute nel corso della sua evoluzione sociale, viene minuziosamente descritta.

Questo libro è un simpatico, colto ed utile vademecum per chi vuole andare alla scoperta della Parigi proustiana, aiuta a capire qualcosa su quel misterioso ambiente che fu l’aristocrazia parigina, fotografata da Proust nelle immortali pagine della Recherche.

Buon viaggio alla scoperta dei luoghi proustiani.

 



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Antonin Artaud - Narrativa - Via del Vento

La razza degli uomini perduti

 

Antonin Artaud fu scrittore, commediografo, attore, regista teatrale, durante una vita costellata da ricoveri in manicomio, viaggi, droghe e tentativi di liberarsi da esse. Dalle pieghe della vasta e nota produzione artistica questo quaderno di Via del Vento propone alcune brevi prose meno note, alcune facenti parte della produzione giovanile, altre come testimonianze dell’esperienza manicomiale. I primi tre scritti: Il sorvegliante di collegio dagli occhiali azzurri, La stupefacente avventura del povero musicista e Il villaggio dei lama morti, risentono dell’influenza che su Artaud ebbero alcune letture fatte ai tempi del soggiorno in casa di cura, fra esse spiccano Poe e Baudelaire, che influenzarono in maniera evidente soprattutto il primo e il terzo degli scritti; mentre l’avventura del musicista trae evidentemente origine da una antica leggenda orientale. Questi racconti iniziali, mostrano i primi passi di Artaud nel mondo dello scrivere, da qui alcune incertezze, uno stile che risente di una certa ampollosità, non ancora smussata dall’esperienza, e che denota una certa propensione verso gli stilemi del movimento simbolista, oltreché una propensione verso il mondo orientale che accompagnerà tutta l’esistenza di Artaud. Gli altri due brevi scritti, che completano il volumetto, vedono la luce nel periodo tra il 1945 e il 1948, anno in cui Artaud verrà trovato morto a Ivry-sur-Seine, nei sobborghi di Parigi. Questi testi conclusivi della vita e della produzione artistica hanno un andamento molto asciutto, scabro, quasi a voler prendere le distanze dalla letteratura, vi sono descritti momenti della vita manicomiale, dei diari di una esistenza passata per lunghi periodi in case di cura. E non dimentichiamo che a quei tempi le cure psichiatriche assumevano dei tratti da vera e propria tortura, ma per una mente fertile e geniale, spesso la pazzia si mischiava con la magia e l’ascendere ad una dimensione altra. Ecco perché, parlando della sua malattia, Artaud dice: Poiché ha presentato con il tempo i sintomi di cento malattie diverse, addirittura contraddittorie, e di cui adesso so che non si trattava che di una lunga, minuziosa, ostinata e [...] licenza di sortilegio. La rabbia di queste reclusioni, viste come un tentativo di porre freno alla sua indole artistica, fanno terminare questi brevi scritti con parole forti, a tratti blasfeme, in cui alle invettive si unisce una sorta di dolore mistico, sebbene al di là di tutte le amare esperienze ci resta un finale consolatorio: Posso dire che nessun alienato mi è parso delirare, ritrovato il filo della verità, insolito forse ma quanto mai accettabile, che il cosiddetto pazzo cercava

 

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Aa. Vv. - Rivista - Associazione Amici di Marcel Proust

Quaderni Proustiani 2013

 

Per concludere in gaudio e tripudio quest’anno di festeggiamenti per il centenario di Dalla parte di Swann propongo la lettura del ricchissimo Quaderni Proustiani targato 2013, ricchissimo di ghiottonerie proustiane. Dietro a questa bellissima e lodevole iniziativa c’è l’associazione Amici di Marcel Proust, capitanati dall’ineffabile professor Gennaro Oliviero, grande amante, amico e profondo conoscitore di Marcel Proust e della sua opera. A sottolineare il solido legame con la patria di Proust, ed un afflato internazionale, che scardina la rivista da un ambito nazionale per proiettarla in una dimensione europea, a dimostrare la sua posizione di rilievo nel campo degli studi proustiani, la rivista si presenta in edizione bilingue, con parte degli articoli in italiano, e altri in francese. Inoltre, per rimarcare la natura di “rivista”, al suo interno offre una sezione con recensioni di testi dedicati al nostro petit Marcel.

Andare ad analizzare e raccontare ogni singolo testo sarebbe estremamente prolisso in quanto da ogni articolo germogliano miriadi di ramificazioni, rimandi, riflessioni, a dimostrare la sempre verde natura del pensiero proustiano, capace, dopo un secolo, di essere non solo attuale ma proiettato verso il futuro, capace di visioni e pensieri inediti, molti ancora da scoprire. Tuttavia non posso far mancare una veloce carrellata sui testi presenti, almeno per dimostrare la straordinaria ricchezza e varietà del menu che il professor Oliviero, erudito maître à penser proustiano, ha imbandito per noi.

Si parte dopo la deliziosa introduzione olivieriana con Lo statuto narrativo del nome proprio proustiano e le traduzioni proustiane di Du côte de chez Swann, di Viviana Agostini-Ouafi; come sappiamo la Recherche è costellata di nomi: persone comuni, aristocratici, artisti, ma anche luoghi, opere d’arte e così via. Spesso però, nella traduzione, suddetti nomi perdono parte del loro smalto, del lucore che Proust attribuisce loro incastonandoli come piccole gemme in frasi che acquistano, proprio grazie al nome che portano, una musicalità perfetta, ma che magari in italiano passano un poco inosservati. Stesso discorso per i numerosi calembours di cui la Recherche è costellata, e che spesso si basano proprio su di un nome per rivelare all’interno di una frase, apparentemente innocua, una caustica critica. Articolo questo molto bello ed interessante che rivela, anche al più incallito lettore dei frammenti nuovi, un ulteriore giro del caleidoscopio. Si prosegue con Lo sguardo trascendentale in margine ad una pagina de Il tempo ritrovato di Marcel Proust, di Valeria Chiore, in cui l’importanza dello sguardo viene accuratamente analizzata ed esplicata, perché: Proust trapassa l’ambiente di uno sguardo trasversale, che tutto attraversa senza soffermarsi su nulla in particolare, attratto com’è quasi esclusivamente dalla generalissima trama di strutture, sistemi, relazioni. E come noi tutti lettori sappiamo, spesso in uno sguardo descritto da Proust vi è un universo. A pagina 31 brilla Florence Godeau col suo splendido e a tratti amusante Alcune riflessioni sull’animalità in Alla ricerca del tempo perduto dall’ibridismo de “L’essere in fuga” all’impossibile addomesticamento del desiderio nell’ottima traduzione di Laura Cherubini Celli, in cui, come il titolo suggerisce, si fa luce sugli animali presenti nella Recherche, i loro rapporti tra di loro, i sottili legami che uniscono paroline apparentemente dolci ma assolutamente evocative. La lettura è assai interessante e rivelatrice, e pone in luce piccoli misteri, ad esempio il nome di Saint-Loup, laddove la nonna ad un certo punto chiama il piccolo narratore “lupacchiotto”; oppure, se lo chiama “topolino” troviamo Albertine “piccola gatta” pronta a lanciarsi sulla proverbiale preda… Nell’articolo l’autrice prende anche in esame un altro aspetto dell’animalità, ovvero l’addomesticamento e la cattività, simboliche, ovviamente, ma con un grande peso nella narrazione e, immagino, nella psiche proustiane. Per terminare il piccolo zoo, sottolineo, con suggerimento dell’autrice, la fine della povera Albertine tramite un animale. E proseguendo la lettura di questo ricco Quaderno troviamo un argomento assai caro ai proustiani, e che è stato ampiamente trattato anche dal professor Oliviero nel suo saggio “Apparizioni pittoriche nella Recherche” (eBook n. 141 LaRecherche.it, 2013), qua si scende nelle profondità proustiane delle prime opere e l’attento sguardo indagatore di Eleonora Sparvoli si posa su “I Piaceri e i giorni”, col suo ricco articolo Proust pittore neoimpressionista: un’ipotesi di lettura di Mélancolique villégiature de madame de Breyves. L’articolo è molto bello e dettagliato, corredato da riproduzioni di quadri di Seurat, ed indaga la capacità pittorica della scrittura di Proust, capace di far acquisire alla parola stampata, nuda e piatta, tonalità e sfumature color pastello, nuances inattese e profondità proprio come nelle tele. Intrecciato al tema della pittura vi è quello della melanconia, gettando così un ponte tra pittura e musica. E nell’analisi del personaggio di M.me de Breyves, si scoprono i tratti che poi verranno sviluppati da Proust creando i personaggi di Swann, di Charlus e del narratore stesso all’interno della Recherche. E dalla pittura a quello che oggi si chiama ‘design’ basta girare pagina, ed ecco Giuseppe Scaraffia con I mobili parlanti, in cui non si parla di arredamento ma dell’incolmabile solitudine di Proust, quasi prigioniero del suo essere un genio, probabilmente dell’aver quello “Sguardo” di cui ci parlava Valeria Chiore. Proust fece un passaggio di “ambiente” dalla borghesia all’aristocrazia e si circondò di amici, cui scrisse numerosissime lettere, ma rimase comunque sempre solo, Scaraffia ci dà una spiegazione di ciò. Giuliana Giulietti appare a pagina 77 col suo splendido Uno scroscio incessante di atomi, imperniato sul rapporto fra Marcel e Virginia Woolf, la quale riconobbe prestissimo il genio proustiano e attraverso le parole della Woolf ne esaminiamo, grazie alla Giulietti, aspetti meno esplorati. Abbiamo parlato di pittura e da bravi proustiani sappiamo che la musica è immancabile, ed ecco ad illuminarci, da una insolita prospettiva, Peter Houle con L’equivalente musicale di “La mort des cathédrales” di Proust e di “Cathédrales de la mémoire” di Lavinio Sceral (Rif. eBook n. 119 LaRecherche.it), prendendo in esame anche l’opera del pittore napoletano, da sempre profondo conoscitore e prezioso traspositore su tela dell’immensa cattedrale proustiana. L’eleganza dello scritto di Peter Houle è resa nella nostra lingua con maestria da Elena Donadio. Le pagine di Houle sono musicate da Debussy, il quale, tra parentesi, è da sempre additato come uno dei probabili modelli di Vinteuil. In “Les Anneaux nécessaire d’un beau style” intuizioni ed osservazioni scientifiche in À la recherche du temps perdu, Gabriele A. Losa analizza citazioni e menzioni di carattere prettamente scientifico che, spesso, traspaiono lungo la Recherche. Proust infatti era molto attento a tutto quello che accadeva intorno a lui, e suoi contemporanei furono molti uomini di scienza che fecero parlare di sé nei campi più svariati, dalla fisica alla psicanalisi. A molti di loro Proust ha donato una menzione, così come per i personaggi eminenti nel campo dell’arte, per gli scienziati c’è un posto di tutto rispetto nell’immensa cattedrale. E i motivi sono molti e profondi, con questo articolo ne sapremo un po’ di più. Il mio volo sull’immenso arcipelago che è questo Quaderno proustiano procede, per forza di cosa, spedito, incontrando ora Daniele Garritano e il suo De Man chez Proust: allegoria, traduzione e pratica del dettaglio, di cui rubo le prime righe per dare al lettore di queste mie note una idea di cosa troverà nel testo: “ Nel 1979 Paul de Man dedica a Proust un importante capitolo di un testo che darà alla critica letteraria, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, molti argomenti su cui riflettere. Allegorie della lettura – e in particolare il suo terzo capitolo, intitolato “La lettura (Proust) – si interroga sulla logica interna del linguaggio figurale della Recherche. De Man si muove nello spazio di uno scarto: quello tra vita e opera all’interno del romanzo.” La lettura è molto interessante, a tratti tecnica ma certamente avvincente e ricca di spunti di riflessione. Sullo stesso tono, a tratti scientifico e di analisi dell’immensa ragnatela di letture e rimandi che vede Proust al suo centro, si colloca anche “Le reminiscenze anticipate” e il tempo “favoloso”: note sul rapporto Proust-Maeterlink di Sabrina Martina. Anche in questo caso uno splendido lavoro che farà riflettere il lettore e gli rivelerà qualche aspetto che nella Recherche resta a volte un po’ in ombra. A pagina 155 un tema sempreverde per i proustiani: La madeleine come feticcio, di Fabio Libasci, che non si limita ovviamente al dolce paffuto e dalle scanalature simili a quelle di una cappasanta (cito a memoria) ma analizza una vasta varietà di ‘feticci’ presenti nella scrittura proustiana. La lettura prosegue con l’ampio saggio di Mario Autieri: Deleuze e Merleau-Ponty interpreti di Marcel Proust. Come sappiamo Proust è anche l’ispiratore di numerosi scrittori e filosofi, fra essi i due citati nel titolo, i quali ci conducono, con Autieri, in un viaggio inaspettato all’interno del pensiero proustiano. La sezione italiana si conclude con il professor Oliviero che propone il bellissimo scritto con cui ha molto gentilmente collaborato all’antologia proustiana Da Illiers a Cabourg, realizzata da laRecherche.it. La sezione in lingua francese è animata dai grossi calibri della critica proustiana: Chardin, Henrot Sostero e altri per i quali varrebbe davvero la pena che vincessi la mia proverbiale pigrizia e mi mettessi a leggere in francese. Ma tant’è. I titoli sono davvero succulenti, ne cito un paio: “Un amour de Swann”, roman de l’entre-deux, Rilke et Proust: amour de la mére et rapport à l’enfance e quello che maggiormente mi attira Des mots mangeables: la gelée come synecdoque du style dans le roman proustien.

La produzione letteraria ispirata a Proust è sempre vasta ed interessante, e l’anno del centenario di Swann l’ha ulteriormente stimolata, così il quaderno ci offre una gustosa carrellata di titoli che non possono assolutamente mancare in una libreria proustiana, ed infatti, scorrendo le pagine dedicate alle recensioni, è quasi impossibile trattenersi dall’esclamare “Li voglio tutti!!”

Insomma un caloroso grazie all’ottimo professor Oliviero, ai suoi “Amici di Marcel Proust”, sempre attivissimi nel proporre iniziative di assoluto rilievo nel panorama culturale e proustiano, un grazie a tutti gli autori e collaboratori presenti in questo Quaderni Proustiani, davvero un ottimo lavoro, serio, intrigante, innovativo e assolutamente lontano anni luce dal banale e dal già visto.

 



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Leonardo Bonetti - Romanzo - Marietti 1820

Racconto d’inverno

 

Un uomo fugge da una guerra, in un’epoca ed un luogo non precisati, sembra un tempo appena trascorso, o forse che sta per accadere, lo sfondo però è ben riconoscibile, anzi minuziosamente descritto: la montagna. L’uomo, presentato come uno sbandato, cacciato ai margini della società maciullata dalla guerra, vive di espedienti, o meglio, sopravvive, tentando di fuggire. Nel corso delle sue peregrinazioni giunge presso una casa, circondata da una faggeta. L’unico abitante della casa si offre di condurlo al confine di quello Stato, oltre il quale troverà la pace, forse. Il cammino inizia, le difficoltà ed i tentennamenti sono molteplici, fra i due uomini si crea presto una certa ostilità che lo sbandato vive come aggressività, mentre l’altro sembra subire quasi di buon grado. Il percorso è ignoto, si svelerà man mano alle coscienze dei due, qualora essi vogliano realmente trovarlo, ma le avversità o la non volontà li spingono a tornare verso la casa nella faggeta. La casa si presenta quasi come un cubo di Rubik, fatta di stanze tutte uguali, l’una che si apre nell’altra, con porte murate, passaggi sbarrati e finestre che danno direttamente sul fianco della montagna. Nella casa, oltre i due uomini, un’altra presenza, o forse una assenza, la sorella del padrone di casa, scomparsa a causa della guerra. Nella casa l’uomo in fuga cerca di ritrovare la ragazza, inizia una spasmodica ricerca dentro e nei dintorni della casa. Il fuggiasco inizia l’esplorazione della casa cominciando dal piano interrato ove ribolle una sorta di melma primordiale, che tutto ammuffisce e digerisce, oscurità e strani scrosci d’acqua incorniciano un misterioso luogo, ed il romanzo si vena di mistero alchemico, forse è proprio qua che ha visto la luce la ragazza scomparsa, quasi un ricordo delle “Nozze alchemiche” di Rosenkreutz.  Il primo piano che dall’esterno della casa è palese, ma dove pare non si possa metter piede è solidamente murato e cela una sterminata biblioteca rosa da miriadi di ratti. Bonetti depone in questo piano il sapere antico, la conoscenza classica che viene divorata dai mali della società contemporanea.

Uscendo dalla casa la presenza più evidente è la faggeta che la circonda forse a simboleggiare la natura piegata dall’uomo, (numerosi sono gli alberi abbattuti) o anche il sapere ottenuto con l’uso sapiente di certe essenze vegetali. Ma  è nel successivo romanzo di Bonetti “Racconto di primavera” che la faggeta acquisisce un ruolo da protagonista, qua velatamente accennato, ma è il bosco quel luogo di passaggio e culla dell’uomo, protezione ma anche smarrimento, mèta o inizio della ricerca di Bonetti. Ilbosco come luogo che la natura ci dona come casa, ancor più delle abitazioni medesime, il focolare, fulcro dei legami è racchiuso nel bosco. Soprattutto la faggeta circonda, lambisce la misteriosa casa, prigionia e anche protezione dell’uomo, eterno monito a non abbandonare la radice seppur nella spasmodica spinta verso la ricerca. Nei passaggi attraverso questi ambienti il dentro e il fuori, il cuore caldo e pulsante, l’arcana faggeta, la brulicante biblioteca, e, naturalmente le stanze abbandonate, vissute o mai abitate ma pronte per accogliere chi vi giunge, Bonetti sottolinea e porta avanti la ricerca dell’uomo che si delinea come ricerca di qualcosa di profondo, che si sente celato dentro di sé ma che non riesce a portare alla luce.

Schematizzando il romanzo attraverso la varietà degli ambienti creati potremmo tentare un analisi in base alle loro caratteristiche. Il passaggio attraverso la montagna inseguito dagli echi della guerra è il voler rifuggire la società, cercare un modo per cambiare lo stato delle cose. La zona sotterranea e ribollente è una sorta di grembo materno, il grembo stesso della terra che ribolle di mistero, tutto viene da esso corrotto, ma da esso rinasce, in forma nuova. Le stanze che l’uomo ha modo di visitare rappresentano l’abbandono della consuetudine, l’ambiente più caro all’uomo, quello domestico, stravolto e caricato di significati misteriosi inerenti la ricerca e l’abbandono, il voler comporre una esistenza e le lacerazioni che questo inevitabilmente comporta. La biblioteca murata è il sapere acquisito, la conoscenza così come ci viene tramandata, trasmessa,ci giunge attraverso i secoli, importante, basilare, sta alla base dell’edificio, ma che la società corrompe, la trasforma in qualcosa di ripugnante e non fa nulla per salvaguardare, anzi se ne nutre, trasformandola in materiale organico. L’uomo facendo proprio il sapere alimenta sé stesso, ma inevitabilmente lo corrompe, ne modifica la forma.

Attraverso tutte queste fasi, immerse in un clima in bilico fra un sogno e una metafora, con pennellate alla Schnitzler, l’uomo che fugge appare più come un uomo che cerca, cerca la donna misteriosa, cerca la letteratura. Ed alla fine la troverà, misurandosi coi propri fantasmi, il proprio sapere, le paure, gli abbandoni e le illusioni. Trovandola non potrà più avere la sua vita intatta come l’ha vissuta sino a quel momento, si deve far carico della letteratura, viverla (amarla, sino ad un amplesso) da cui la letteratura stessa uscirà dilaniata (squarciata da immane parto?) e così anche l’uomo non può più essere il medesimo, muore a sé stesso per rinascere alla letteratura.

Come emerge da queste brevi note il racconto si colloca in una dimensione immaginaria, appare come una grande, tondeggiante, metafora in cui il lettore è chiamato a raccogliere elementi utili, confrontarli con la sua stessa vita sino ad una sorta di immedesimazione con il protagonista. Inizia con questo romanzo la quadrilogia che Bonetti dedica alle stagioni, e rappresenta la radice di un grande albero, traente nutrimento dai millenni passati, letteratura, alchimia, ricerca spasmodica di una dimensione, ricerca della letteratura medesima. Dall’albero al bosco rappresentato dalla faggeta che sembra osservare tutto coi suoi occhi muti; immobile, in attesa che l’uomo compia il suo viaggio, che lo riporterà a cercarne la saggezza, ad invocare il sapere della natura. La natura sarà ancora al suo posto, quando si tratterà di proteggere di nuovo degli esseri umani, e giungiamo a “Racconto di primavera”, che si apre su di un bosco, forse lo stesso che circondava frusciando la misteriosa casa, a sottolineare l’immobilità della natura che vede nel suo cuore le spasmodiche ricerche di suo figlio, l’uomo. Un sapere vegetale da cui scaturisce il sapere prettamente animale dell’umanità, antica saggezza e ricchezza per il futuro

.Anche in questo primo romanzo della quadrilogia, la scrittura di Bonetti si fa ammirare per la sottile precisione e il ritmo incalzante che avvolge il lettore trasportandolo in un'altra dimensione, nel mondo di Bonetti, fatto di metafore calibrate, di frasi dalla precisione musicale e millimetrica. Una lingua curata, misurata, da cui trapela una grande cultura ed un profondo rispetto per essa e con il mirabile aspetto di non scivolare mai nella saccenza. Un libro molto bello che richiede forse più di una lettura per esser colto appieno nelle sue mille sfaccettature e per raccogliere gli indizi di cui è disseminato, i quali nascondono molto più di quello che le parole dicono.

 

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Un divertissement

la scrittura singolare e fortemente sinfonica di Bonetti mi ha ispirato un innocente giuoco. Leggendo il libro nelle sue prime parti con i due uomini a contatto con la scabra montagna mi ha ricordato certe tinte presenti nella sinfonia Manfred di Čajkovskij. Beninteso, anche la fuga del personaggio creato da Byron potrebbe dare adito a sovrapposizioni o rimandi, ma il paragone che mi pare più calzante e con la sinfonia che il grande musicista russo compose nel 1885.

Ho voluto dare il sottotitolo a queste note di divertissement poiché non rappresentano una analisi sistematica od approfondita, ma semplicemente si basano su delle mie sensazioni, diciamo che ho notato certe assonanze e certe associazioni di colori fra le due opere. Non direi Pëtr Il'ič Čajkovskij,vs Leonardo Bonetti, o quest’ultimo rilegge il precedente, no no, piuttosto propongo una colonna sonora alla lettura, basandomi su mie personalissime sensazioni. I lettori più sensibili, od esigenti mi scuseranno la divagazione.

La parte della montagna pare riecheggiare delle note del Manfred di Čajkovskij, quel Lento lugubre che apre la sinfonia, sembra fare da contrappunto al vagare tra le cime montuose, tra crepacci e improvvisi ostacoli, con quel senso di gravida attesa che dipinge le prime parti del Racconto d’inverno. Il vivace con spirito invece sembra animare di mille spiriti la faggeta che circonda la casa, fa risuonare la speranza di libertà che il protagonista ad un tratto prova, ma che con subitaneo intestardirsi decide di procrastinare, scopre che la sua missione è nella casa, solo attraversando quegli ambienti potrà ritrovare sé stesso e potersene così andare, integro. Andarsene prima significherebbe non ritrovare mai più sé stesso. Sempre in questo movimento della sinfonia abbiamo anche le parti che coi timpani e il cadere della tensione verso coloriture più oscure sottolineano il passaggio al grembo della madre terra. Per restare sulle note di Čajkovskij, l’andante con moto accompagna protagonista e lettore attraverso le stanze, fa zampillare la fontana del cortile, schiude il cancello, vede i topi fuggire a frotte. Ed è nell’allegro con fuoco finale che la musica sottolinea quel grande travaglio che giunge cupo, perverso ma illuminante ad un epilogo, atteso e desiderato quanto temuto. la musica si fa minacciosa, veloce, ma non trova una pace, un compimento, molto deve accadere, il ritmo si fa incalzante, l’uomo deve morire, deve nascere, il tempo è giunto al termine, la ricerca sembra terminata, o forse è giunta semplicemente ad un nuovo inizio.

 

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Iréne Némirovsky - Narrativa - Via del Vento Edizoni - Ocra Gialla

La confidenza

 

Questo racconto, inedito in Italia, e qui magistralmente tradotto da Antonio Castronuovo, per la prima volta, fu pubblicato sulla Revue des deux mondes il 15 ottobre 1938. In questo racconto la penna dell’autrice spazia su di un tema forse meno ‘nemirovskiano’ rispetto a quelli cui siamo abituati. Il protagonista principale è una scialba e tetra istitutrice che sa che sta per morire, e dunque, forse per questo, decide di affidare il ricordo che le è più caro alla insolente e disattenta ragazzina cui impartisce lezioni. La ragazzina si trattiene nell’appartamento della donna non tanto per le lezioni e per ascoltare il racconto della vecchia, ma per un suo motivo e una sua finalità che dapprincipio illudono la donna che intravvede un barlume di forse affetto, forse interesse. Quando il gioco è svelato, la donna torna ad essere l’arcigna insegnante che non manca di vendicarsi, ma l’episodio rischia di gettare una luce completamente differente anche sul passato in cui riluce l’unica gemma della vita della donna. La breve trama, direi ad orologeria, è come sempre perfetta, le descrizioni ed i dialoghi impeccabili e si ha una volta di più la conferma dell’assoluta maestria con cui la Némirovsky si esprime nel racconto breve, poche pagine in cui si condensano due esistenze, una al declino, l’altra pronta a sbocciare.

Il testo, invece, lascia aperte un po’ di considerazioni su cosa volesse veramente significare l’autrice in questo racconto. Personalmente mi sembra che l’autrice si sia interrogata sulla sua funzione di testimone e di scrittrice, forse temeva che con l’avvicinarsi della vecchiaia nessuno le avrebbe più dato ascolto. Immagino che la Némirovsky temesse che quell’immenso patrimonio che era la sua vita, la sua esperienza, in Russia prima e a Parigi poi, avrebbe finito con l’annoiare le nuove generazioni, disposte ad ascoltarla solo per mascherare un loro secondo fine. L’avvicinarsi della morte, per cause naturali, avrebbe relegato la brillante scrittrice nel ruolo di una povera vecchia un poco arcigna, bacchettatrice del malcostume, ma in fondo tollerata ed usata più che amata. E per finire la tristezza dell’abbandono da parte dei suoi amati lettori avrebbe finito per gettare una luce negativa su quei ricordi a cui lei maggiormente era legata, quelli dell’infanzia in Russia.

Un'altra chiave di lettura potrebbe essere più semplicemente l’eterno conflitto con la madre nei panni dell’istitutrice, e della giovane figlia Iréne che tollera l’anziana genitrice solo per la posizione che ha e le consente di amoreggiare con chi le piace.

 

Queste sono comunque amare considerazioni poiché, come sappiamo, la Némirovsky non giunse ad essere una vecchia minata da un male terribile, la follia nazista la strappò infatti alla vita appena quarantenne, e non diventerà mai una vecchia i cui racconti sono appena tollerati da chi li ascolta, perché la loro grazia e la loro bellezza li renderà sempre fonte di vivo interesse.

 

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William Somerset Maugham - Racconti - Adelphi Edizioni

Una donna di mondo e altri racconti

 

Il primo aggettivo che appare alla mente del lettore di questi dieci racconti è: impeccabili. Di Maughm sono da tempo acclamati il talento narrativo, l’eleganza delle ambientazioni e dei dialoghi e la perfezione maniacale, che tuttavia appare del tutto naturale, nel costruire situazioni e personaggi. Ma questi dieci, ambientati nel bel mondo londinese, sembrano essere racconti fatati, nei quali l’autore ha distillato la sua perizia e la sua bravura per renderli dei piccoli, fulminanti capolavori. La donna di mondo del titolo è il prototipo della nobildonna britannica che governa la casa con piglio dolce ed autoritario, è sempre un po’ sottomessa al marito, ma guarda un po’, gratta gratta, sotto l’impeccabile superficie, la scopriamo capace di passioni audaci e licenziose, ma tenute a freno, nascoste sotto un’aura di britannica rispettabilità. Oppure, altra donna esemplare è quella scrittrice che per dare alla luce il capolavoro che le porterà danaro, oltre al già consolidato successo, sarà capace di rinunciare al marito. E se le donne di mondo sono le protagoniste di questi racconti, come ci suggerisce il titolo, sembrerebbe che la vera first lady della raccolta sia la scrittura. Tra i racconti fa spesso capolino lo scrivere, l’autore che parla spesso in prima persona e ci racconta le vicende, descrive sé stesso come un romanziere e commediografo di successo, quale è realmente; tuttavia anche gli altri personaggi dei racconti, sebbene cambino completamente di volta in volta, hanno la passione dello scrivere. Abbiamo così romanzieri alle prime armi, scrittori di racconti per hobby, autrici affermate e una donna che decide di confessare la sua vita segreta attraverso una raccolta di poesie che le darà una grande notorietà, ma farà passare il marito per uno sciocco. E in quest’ultimo racconto abbiamo dei commenti che mi sono sembrati molto calzanti anche per la nostra società attuale, molti infatti si stupiscono per il grande successo di un libro di poesie, visto che anche a quei tempi un libro di poesie, sebbene di ottima qualità, era merce invendibile.

Dentro la cornice dorata di questi bei racconti, Maugham non si limita a descrivere passioni ardenti o cene mondane, quel che serpeggia tra le pagine sono una notevole ironia ed un feroce sarcasmo con cui l’autore stigmatizza il bel mondo britannico, tenuto vivo da abitudini, buone maniere e ricevimenti raffinati, ma che nasconde sotto la superficie una vita immorale e licenziosa. Ma questo solo per le idee dell’epoca, oggi nessuno troverebbe da ridire se una giovane e ricca vedova amasse il proprio maggiordomo, ma a quei tempi la dama doveva vivere in modo da salvare le apparenze, mantenere una certa rispettabilità e nascondere a tutti la relazione considerata licenziosa. Questo è solo un esempio, la raccolta ne ha molti altri, ed è una lettura assai divertente, sia per la forma sia per la gogna cui sottopone l’aristocrazia inglese dell’inizio del secolo scorso. Ed in più in questa raccolta il sarcasmo giunge a lambire le rive dell’ambiente letterario e poetico, e molti dei lettori che si sono cimentati anche nella veste di scrittori, riconosceranno – senza ammetterlo – molti vezzi, o vizi, che contraddistinguono questi ultimi.

I racconti sono narrati da Maugham con un meccanismo che gli è tipico, cioè il mettere su carta una vicenda che gli è capitata nel corso di un viaggio, o così come gli è stata raccontata da un testimone diretto che ha assistito, o vissuto, ai fatti narrati. Questa costruzione dei racconti, unita agli ambienti e ai personaggi che vi sono narrati, dà l’impressione di essere in un club inglese, sprofondati in una vecchia Chester, un bicchiere di Porto ed un Havana tra le mani, ed un vecchio e strampalato amico che ci racconta le sue ultime avventure.

Una lettura davvero accattivante ed esemplare nello stile e nella costruzione… forse qualcuno potrebbe accarezzare l’idea di rinunciare al partner per riuscire a scrivere una raccolta così e farci un sacco di soldi, come la protagonista del primo racconto. E da qui un altro aspetto della grandezza di Maugham, le vicende narrano ambienti magari irraggiungibili e personaggi altolocati ma che sotto la lente d’ingrandimento dello scrittore si rivelano composti da tutti noi.

 

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Federico Basso Zaffagno - Aforismi - Genesi Editrice

Il re del proprio mondo

 

Penso che la vita sia qualcosa che accade nel momento in cui uno non riesce a dormire.

 

Per cominciare diamo uno sguardo a Wikipedia: Un aforisma o aforismo (dal greco άφορισμός, definizione) è una breve frase che condensa - similmente alle antiche 'locuzioni latine' - un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale.

Se a questa stringata definizione aggiungiamo il sottotitolo del volume in questione, gli aforismi contro l’incertezza della banalità, ecco che abbiamo una bella e coinvolgente miscela. L’aforisma è materia sfuggente da recensire, in quanto ogni frase, in se stessa, condensa ed alimenta un mondo, non richiede consecutio, potremmo dire che ogni aforisma vale un libro intero e spesso in poche righe vi è riassunto talmente tanto del vivere che svariate pagine possono non bastare per tentare di esplorare un mondo contenuto in poche righe. Tuttavia, il recensore talvolta è ostinato e cercherà di raccontare qualcosa al lettore che vorrà accostarsi a questo bel volumetto, sapientemente prefato da Sandro Gros-Pietro. Il tema dominante è il rapporto dell’autore col proprio campo esistenziale di cui afferma già dal titolo di sentirsi re, ovvero di non lasciarsi sopraffare dalla sub cultura dominante e mantenere così una autonomia di vedute. Infatti a pagina 25 troviamo Il proposito di combattere quelli che lasciano che la vita li viva è la tendenza ad avere condizioni migliori per sé. Ovvero, aggiungerei, eliminando chi si fa trasportare dagli eventi raggiunge come scopo il dominare gli eventi e il lasciarsi fluire dal mainstream imperante, ma per giungere al proprio scopo non è l’essere cocciuti che può aiutare. Sempre più di frequente vedo scambiare la testardaggine con la forza e una battaglia persa non significa che la guerra sia compromessa, se si rimane fedeli a certi ideali, Con il gusto puoi perdere una battaglia, ma vincerai sempre la guerra. Da questi pochi e rapidi esempi è forse possibile intravvedere la filosofia di vita che l’autore vuole trasmettere al lettore, un essere fedeli a sé stessi per avere la meglio sulla propria vita e contro il malcostume imperante. Alcuni degli aforismi sono come delle polaroid scattate all’improvviso su determinate scene, altri hanno il gusto dell’antica saggezza, C’è più pregiudizio nell’ipocrisia che nell’intransigenza, oppure, Sono tutti bravissimi a cercare alibi quando si tratta di giustificare una pazzia che si vuole fare. Insomma uno sguardo acuto e disincantato è quello che Basso Zaffagno pone sulla società, distillando le immagini che raccoglie in questi numerosi aforismi. Dalla molteplicità degli aspetti presi in esame e dei vizi della società, sembra emergere la decisa volontà di perseguire una propria strada, fedele ai propri principi ma non per questo di rinunciare a misurarsi con il prossimo. E nell’impari tenzone col mondo che lo circonda, fatto di bassezze e miserie, il pensiero dell’autore ne emerge trionfante limpido e cristallino, scevro da romanticherie o cadute per compiacere il pubblico. Ed in tutto ciò lo sguardo ed il dire restano privi di accenti sprezzanti o puramente cattivi, ma nel mostrare la piaga ne indicano anche la cura e l’origine, altrimenti resterebbero fermi al palo di uno spoglio giustizialismo in parole. L’autore, in queste pagine, dispiega tutta la sua capacità di osservazione critica, oltre ad un sapiente ed essenziale uso della lingua italiana. Il libro ci appare inesauribile, non una lettura da compitare da cima a fondo ma quasi un manuale da portare sempre con sé da consultare perché solo nell’esperienza della vita gli aforismi acquistano il loro pieno significato. Le pagine di questa raccolta sono profondamente radicate nella vita quotidiana, altrimenti resterebbero un mero esercizio di scrittura, invece ci appaiono come una road map ed un prezioso atlante per affrontare la vita di ogni giorno.

Chiudo con qualche esempio di pensiero lampante:

 

La velocità è credere nella meta.

I sogni realizzabili passano per i bisogni assimilati.

L’opportunità non è il mezzo, ma la coscienza.

 

E uno sguardo sul malcostume, Gli ipocondriaci non hanno la minima intenzione di essere curati dalle loro paure: vogliono soltanto una malattia, per essere finalmente trattati da malati.

 

Buona lettura!

 

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Paolo Mazzocchini - Racconti - Aracne Editrice

L’anello che non tiene

 

Una bella raccolta di racconti che esce di netto dal panorama delle banalità per gettare uno sguardo fermo ed ispirato su quei momenti in cui la vita sembra prendere un binario inaspettato, quando appunto nel concatenarsi di un'esistenza un anello, improvvisamente, cede creando un deragliamento capace di mettere a nudo l’anima dei protagonisti. Sette racconti molto differenti tra loro, con personaggi che spaziano tra ricercatori universitari, insegnanti, frati alle prime armi , donne disilluse, sino a giungere sulle vette dell’inaspettato laddove, in un bellissimo racconto, si esamina la verità sulla morte di Lazzaro. Davvero singolare è poi l’ultimo dei racconti che ha per protagonista una giovane volpe che si immagina quaglia, preda e cacciatore che si scambiano i ruoli, ma la crudeltà umana mostrerà come poi si è sempre prede. Colpisce, in questi racconti, una sorta di lucida follia, i protagonisti dei racconti, forti di ragionamenti inattaccabili e stringenti, scivolano nella follia e nel grottesco proprio per una loro, singolare, lettura del proprio io, portato ad ingigantirsi nello scorrere degli eventi. È forse quell’essere fedeli a se stessi che intima loro di strappare una verità dal cuore, esacerbandola sino alle estreme conseguenze. In Maschere di carnevale un uomo che vuole primeggiare, fare del suo fascino un'arma sicura e vincente, tende a mettere alla berlina il suo entourage professionale, salvo essere vittima del suo grottesco gioco sino a rivelare il suo fallimento umano, nero specchio del collega rivale che con la sua apparente tetraggine fa da cartina tornasole alla sua inaudita ma fasulla vitalità. Forse l’unico personaggio veramente vincente è la donna protagonista di Atto d’amore, moglie tradita negli affetti trova il modo di donare l’estremo sacrifico al marito che non la ama e dandogli ciò che egli maggiormente anela lo conduce dove ella non vorrebbe ma nel suo essere fedele all’amore pagherà poi le conseguenze alla società.

La raccolta, molto originale nei contenuti, ma anche nella grafica e nel formato, si legge con estremo piacere e coinvolgimento, l’autore non fa mistero della sua vasta erudizione, anzi la usa a piene mani, sia disseminando il testo di citazioni e rimandi ad autori classici, sia nell’uso di una lingua cristallina e inusualmente elegante. Lingua che, anziché sottolineare un certo autocompiacimento, è utilizzata per dare tinte poetiche e dal sapore classicheggiante che ben si addicono ai testi, sottolineando così, con delicati tratteggi color pastello, quanto si va narrando. D’altronde se si scorre la biografia dell’autore si viene a sapere che Mazzocchini è docente di lettere nei licei e studioso di letteratura classica. La professione principale dell’autore emerge predominante nei racconti, visto che tre di essi hanno come protagonisti insegnanti e la passione per le lettere classiche sale con forza proprio nel primo racconto, il title track, in cui un docente universitario e papirologo dedica gli ultimi momenti della sua vita ad una scoperta che potrebbe rivoluzionare il mondo delle lettere classiche e dargli grande fama. Ma il solito anello che cede lo porta poi altrove, in un finale molto bello e dai forti accenti classicheggianti e densi di poesia.

Una raccolta molto bella, come dicevo, assolutamente piacevole per i suoi contenuti originale e il suo stile misurato ed elegante e che esce dagli schemi con gradevoli guizzi di classicismo.

 

 

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Marco Furia - Narrativa - Edizioni L’Arca Felice

La parola dell’occhio

 

Un libro, questo, davvero molto bello, da leggere, e da non riporre mai, una specie di museo personale, tra le cui pagine passeggiare ed incantarsi, ogni volta che vi si entra. Dodici famose tele, elencate sotto il nome dell’autore, fra cui notiamo una preponderanza di Turner, che coprono un arco di tempo dal 1747 al 1910, quindi con una certa eterogeneità, che rende il libro capace di percorrere epoche e stili in modo trasversale. Di ogni tela il poeta fa una descrizione, a grandi linee, indicando al lettore quali sono i punti focali su cui soffermare lo sguardo; poi Furia prende per mano lo stupito visitatore e, letteralmente, lo porta all’interno del quadro. L’autore stabilisce, per mezzo della sua raffinata poetica, un punto di vista unico ed essenziale da cui ammirare e capire l’opera. Le descrizioni, se così si possono chiamare, sono in prosa ma gli accenni sono fortemente poetici; mai didascaliche, mostrano al lettore tutta la forza evocatrice delle tele, evidenziandone aspetti insoliti, spesso irraggiungibili con uno sguardo abituale. Il poeta si fa pittore e ridipinge a sua volta i celebri quadri, restituendoli ammantati della forza poetica dei medesimi. Ogni quadro diventa – o ritorna – poesia, viceversa, ogni brano diventa un quadro in una simbiosi unica, sensazionale, che rapisce il lettore dotandolo di occhi nuovi che lo trasportano al fianco del pittore nel magico momento della creazione artistica. Il libro non vuole essere un catalogo d’arte, ma una raccolta poetica che fa poesia proprio nell'intima fusione fra immagine e testo. Mi viene da pensare che l’autore dia degli ingredienti segreti a ciascun lettore rendendolo capace di creare egli stesso la sua poesia, dettata dalle immagini e dalle parole ma fatta dello stesso materiale della bellezza e dell’incantamento.

 

Casa in Provenza, di Paul Cézanne

 

Come esempio prendo, da pagina 9, Cézanne 1885 – 1886; subito apprendiamo che Tra il 1885 e il 1886, Cézanne dipinse ‘Casa in Provenza’; segue una descrizione intima di quel che appare nel quadro, quel che è sotto gli occhi di tutti, ma che messo a fuoco da Furia ci appare come nuovo, lo ‘de-ignoriamo’. Poi l’autore inizia a svelarci quel che è sensazione, che filtra dalle immagini e che un animo predisposto e sensibile riesce a cogliere, L’aspetto non è quello di una casa abbandonata./ Un silenzioso, ininterrotto, rapporto lega tra loro muri e rocce. Un rapporto silenzioso, far emergere il silenzio da un quadro, muto per antonomasia, è operazione da mente sublime, ma una volta sottolineato il silenzio del quadro ci appare con tutta la sua forza. Poi, usando la stessa tavolozza di Cézanne e lo stesso materiale, Furia inizia a dipingere per il lettore lo stesso quadro, rendendolo poesia, e al contempo rivelandone l’essenza intima. La fatica è rappresentata in maniera diretta ma anche intima: quei campi richiedono impegno e sudore, sicché il riposo nella frescura dell’abitazione non è gratuito, è meritato. / Come sa bene quel contadino che non vediamo, la natura, lungi dall’essere inerte materia, è viva entità. Il contadino col sudore della sua fronte, elementi non direttamente presenti nel quadro, ma evocati dalla sensibilità del pittore e del poeta, completano il quadro, danno tridimensionalità e sostanza al dipinto. Ora il dipinto ha assunto un nuovo aspetto, ha profumi, odori, vita, Furia, a ragione, può chiudere il capitolo su Cézanne dicendo Immagine di una semplice casa di campagna, di un terreno coltivato, di un bosco, di un albero isolato e di una parete di roccia, immagine che difficilmente potremo dimenticare.

E altrettanto difficilmente potremo dimenticare questa bella plaquette, fatta di quadri, di prosa e di poesia ma soprattutto fatta di amore, sensibilità ed arte.

 

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Lorenzo Bonadè - Narrativa - Arduino Sacco Editore

Domus Dei

 

Sii saggia, o mia pena, e sii più tranquilla, così invocava Baudelaire in Recueillement, dalle pagine dei suoi celeberrimi I fiori del male. Oggi, Bonadè, fa sua questa invocazione e sembrerebbe ribaltarla, dicendo alla sua pena, ai suoi dolori, di sfociare e scorrere liberi, non più tranquilli né mansueti, non saggi ed avveduti, ma in grado di pervadere ogni cosa. Non più la dolcezza di una tenera invocazione, a quella pena che attende la sera per gettare il suo sguardo compassionevole sul mondo sferzato dal piacere, ma un dolore che non attende, urgente, che non getta nessuna commiserazione, ma odia e ribolle d’ira per le ingiustizie, per lo sfascio di quanto vi è di più bello nella vita. Non una atmosfera oscura che scende portando pace od affanno, ma una nube, oserei dire pestilenziale, che soffoca ogni cosa, espirata dal petto dell’autore, e che porta a tutti affanno e disprezzo. Quella Paix per alcuni è solo un pallido ricordo, per tutti vi è la sferza, non del piacere, ma di altro boia senza pietà, quella debolezza di pensiero che sebbene fosse stata in voga negli anni Ottanta, ha portato miseria e pensieri minori sino ai giorni nostri, ed è questa miseria che l’autore sembra voler combattere con la sua ira, cavalcata dai deliri più profondi. Profondi e radicati in capricci, vizi, licenziosità, quasi nel modo evocato da De Quincey e reso reale dalla morsa del dolore che fa sanguinare la penna di Bonadè. Una cattedrale, quella edificata in pochi profondissimi passi dall’autore, di cui possiamo ammirare affreschi e udire il coro riecheggiare fra le navate, incapace di elevare a sublimi altezze l’animo del lettore ma inchiodandolo alla bassezza umana, dito accusatore e braccio del castigo al contempo. Pochi, umili e reietti, si salvano. I fiumi di lava, incandescente e gelido disprezzo, tutto travolgono, creando volute di nero fumo nelle quali occhieggiano castighi, dolori, visioni oppiacee e ansanti desideri a stento repressi. Il linguaggio è scabro, viaggia più per accenni e situazioni che per mere descrizioni, sono sensazioni e flutti fatti inchiostro, la scrittura sembra imbrigliare a fatica l’animo inquieto e ribollente dell’autore, il confine fra prosa e poesia è quasi sospeso, così come la cesura fra sogno e miraggio, realtà e sensazione, è flebile e si muove, a capriccio del Bonadè, facendolo rimbalzare fra gli autori maledetti, Burroughs e una avanguardia, attuale, ma sommersa.

La scansione dei capitoli rimanda il libro ad una suggestione sinfonica, con un tema principale costellato di ballate, canti e cori, che ben si addicono all’impianto minerale del libro. Se aggiungiamo il finale si direbbe aperto e che rende la costruzione circolare, siamo di fronte ad un vero e proprio luogo del sogno e dello spirito da visitare ed in cui perdersi, un libro che non si esaurisce nella lettura ma che rimane dentro, un grumo oscuro cui fare ritorno spesso e da cui si resta sempre incantati per la materia proteiforme ed avvolgente di cui è sostanziato.

Riporto un passo, che fa anche da esergo al libro:

È il cantone dei peggiori ladri, farabutti e covo d’ogni vizio: prostituzione, ricettazione, spaccio di droga, mercato nero. Come rigare dritto? Rimanere fuori da tutto ciò? Fare orecchie da mercante all’abisso tornato prepotentemente nel quotidiano, invocatemi in continuazione? Quante possibilità ha un uomo si sbagliare e redimersi? Sono esse infinite? No.

E, verso il finale riappare una immagine in cui traluce un barlume di speranza

Odierò l’essere umano in ogni sua più stupida manifestazione: ma forse, i poveri, un poco meno. O mendicante sorridente, ragazzina orientale, violinista in erba…ancor mi sovvieni…!

La foliazione termina, l’autore si accende migliaia di Gitanes ma il libro non finisce, non ha contorni, come una nube aleggia nella misteriosa cattedrale che è l’umanità e ciascuno di noi, e vibra al suono di possenti note d’organo e sottili ballate cantate da un coro di anime invisibili.

 

Il Gioco termina.

Mi accendo centinaia di Gitanes nella fumosa Città Vecchia e mi appisolerò ancora in ‘altre Cattedrali’.

Non mi rimane null’altro.

 

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Marcel Proust - Narrativa - Tranchida Editori Inchiostro

Paesaggi

 

Marcel Proust fu un grande amante della pittura e dell’architettura, come sappiamo amava le cattedrali gotiche, ne incontriamo molte nella lettura dei suoi scritti, ed egli stesso ne edificò una di proporzioni colossali. La pittura, parallelamente, era molto amata sia da Proust sia dal suo alter ego, dapprima Jean Santeuil, poi dal soggetto che dice io nelle pagine della Recherche. Pittura talmente amata da far vivere un personaggio come Elstir che accoglie in se la summa dei pittori contemporanei a Proust, e portatore di quelle correnti che si sono sviluppate nel corso dei primi anni del Novecento e che sappiamo di forte impatto sull’arte moderna. Dunque Proust amante ma anche costruttore di architetture, e parallelamente amante della pittura ed anche pittore egli stesso. La Recherche è infatti costellata di citazioni, descrizioni, allusioni a quadri celebri, amati dall’autore, che però è autore a sua volta di indimenticabili “quadri” fatti di parole, ma non privi di colori, ombre, spessore e profondità. In questo volumetto sono raccolti alcuni brani in cui si assiste alla creazione proustiana, di luoghi, ma anche di veri e propri quadri; il lettore può saggiare le pennellate, la pastosità del colore, le suggestioni, come se stesse guardando un dipinto, ma con la possibilità, che solo la lettura può dare, di entrare nella tela, far parte del paesaggio, quasi di indossarlo e viverlo. E se la pittura fu una delle sfaccettature della mente geniale, il titolo di questa piccola raccolta “Paesaggi” va dritto al cuore di Proust. Ricordiamo come furono le passeggiate col padre e col nonno, ad ammirare paesaggi, a creare quel magico imprinting di colori, luci, suoni, profumi e sensazioni che diedero vita alla magia della pagine di Combray e che si riverberano lungo tutta la Recherche. Ma Proust non fu solo creatore di paesaggi visivi, lo fu anche di paesaggi dell’anima, invisibili ai più ma che egli fu in grado di mostrare, creando una suggestiva commistione tra quanto è reale e quanto è aggiunto dall’anima e dalla memoria, ed aggiungerei, anche dall’abitudine. Dunque Proust fu un esponente dell’impressionismo, mostrando nella Recherche, attraverso le parole di Elstir, una sorta di suo “manifesto” su cosa dovrebbe essere la pittura, ma che possiamo leggere in falsariga ammirando uno dei paesaggi letterari offerti dall’autore.

Nel volume abbiamo, innanzitutto, Nomi di luoghi: il nome, primo e sublime esempio, presente nella Recherche, di come un luogo venga trasfigurato dal suono del suo nome (Parma non designa una città dell’Emilia, situata sul Po, fondata dagli Etruschi, che conta 138.000 abitanti; il vero significato di queste due sillabe è composto da due semi: la dolcezza stendhaliana e il riflesso delle violette) sul quale vanno ad incrostarsi tutte le sensazioni e le attese, così come nella vita di un corallo, ad una base quasi invisibile ed insignificante vanno a crearsi ramificazioni sempre più spettacolari ed affascinanti. Parlando di paesaggi proustiani non posso proprio mancare le due “parti”: Méséglise e Guermantes, luoghi delle passeggiate simbolo dell’infanzia dell’autore. E simbolo dell’educazione alla sensibilità, radice e coacervo di sensazioni e sentimenti che nel corso delle lunghe notti di scrittura diventarono gusti, profumi, sentimenti e colori. Il volumetto prosegue con due brani dedicati al mare, e per mare i proustiani puntano immediatamente il dito su Balbec. Luogo d’elezione dell’impressionismo proustiano e luogo simbolo del modificarsi dell’ambiente – o della percezione di esso – in funzione del visitatore e della sua esperienza di vita. Ricordo brevemente come Balbec apparve del tutto diversa al primo soggiorno, quando alla cattedrale lambita dai flutti si sostituì una placida cittadina di mare, poi funestata da librerie a vetri e maligne vetiverie. Elementi che poi divennero familiari e anziché nemici divennero amichevoli compagni, resi mansueti dall’abitudine. E nelle deliziose descrizioni del sole e del mare, visti dalla finestra della stanza al Grand Hotel, è quasi nitido il sole che appare sul mare a sovrapporsi a quel Impression, soleil levant di Monet che tanta parte ebbe per l’impressionismo. E sempre il panorama marino di Balbec si disgrega al secondo soggiorno dell’autore, uomo totalmente nuovo, cambiato dalla morte della Nonna, prima, e dal – funesto? – incontro con Albertine. Ed immancabili, irrinunciabili, nell’ultimo capitolo, I paesaggi di Elstir a chiudere il cerchio della immane passione pittorica di Proust, generatrice di capolavori, di paesaggi dell’anima e della mente.

Concludo la breve nota su questo prezioso libello, con una citazione di Proust; spesso la geografia appare mutata nelle descrizioni paesaggistiche proustiane, non sono semplici errori o distrazioni, bensì la trasposizione terrestre e geografica di luoghi che originano dalla mente e da essa sono plasmati, collocati su una mappa che si adatta ai sentimenti ed ignora la volgarità di miglia e chilometri.

Tra parentesi quadre una parte presa dalla nota presente nel libro “Percezione e conoscenza dello spazio in Proust” di Piergiorgio Monaci, a seguire un estratto da Sodoma e Gomorra tradotto Elena Giolitti (Einaudi, 1978):

 

[ Il pezzo che proponiamo di seguito, in cui Proust coglie la modificazione della visione delle cose imposta dai nuovi mezzi di comunicazione, ci sembra che sia la dimostrazione più lampante di come Proust abbia capito in modo chiaro che per interpretare la realtà non è sufficiente la semplice descrizione “oggettiva” ma va individuata la scala di osservazione come premessa indispensabile per proseguire l'analisi e trasformare così il paesaggio-visto dei letterati in oggetto di conoscenza ].

 

Lo capimmo non appena la vettura, prendendo la corsa, superò d’un solo balzo venti passi d’un ottimo cavallo. Le distanze non sono che il rapporto dello spazio con il tempo e variano con esso. Noi siamo soliti esprimere la difficoltà che troviamo nell’andare in un luogo per mezzo di un sistema di miglia, chilometri, che diventa falso appena tale difficoltà si attenui. Anche l’arte ne è modificata, poiché un villaggio, che sembrava situato in un mondo diverso rispetto a un altro diventa suo vicino in un paesaggio in cui le dimensioni son mutate. Comunque sia, imparare che esiste forse un universo dove 2 e 2 fanno 5 e dove la linea retta non è quella più breve da un punto a un altro, avrebbe fatto stupire Albertine assai meno che non udire l’autista dirle come fosse facile andare nello stesso pomeriggio a Saint-Jean e alla Raspeliére, Douville e Quetteholme Saint-Mars-le-Vieux e Saint-Mars-le-Vetu, Gourville e Balbec-le-Vieux, Tourville e Féterne, prigionieri fin allora chiusi nella cella di giorni distinti altrettanto ermeticamente quanto, un tempo, Méséglise e Guermantes,. e sui quali non potevano posarsi gli stessi occhi in un .solo pomeriggio, adesso liberati dal gigante degli stivali delle sette leghe, vennero a radunare, intorno all’ora della nostra merenda, le loro torri, i loro campanili, i loro vecchi giardini che il vicino il bosco si affrettava a scoprire.

 

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Marcel Proust - Narrativa - Robin BdV – Bibliofollia

Balzac, naturalmente

 

Balzac, naturalmente, come gli altri romanzieri, e più di loro, ha avuto un pubblico di lettori che non cercavano nei suoi romanzi l’opera letteraria, ma semplicemente fantasia e spirito d’osservazione. Questi non si lasciavano scoraggiare dai difetti del suo stile, ma piuttosto dalle sue qualità e dalla sua ricercatezza.

 

Quando penso, e mi capita spesso, alla lettura della Recherche, la mia mente va direttamente alla prima edizione che acquistai, I Meridiani di Mondadori, appena l’ottimo Raboni ebbe messo – questa volta lui – la parola fine, a pagina 761 del quarto volume. E le mie dita nella realtà, come nell’immaginazione, accarezzano un blu ed oro ormai sbiadito dall’uso, le sottili pagine un po’ ingiallite, che fanno da ricetto a sabbia, fili d’erba, foglioline, briciole, mute testimonianze di come i volumi siano entrati nel quotidiano, di viaggi o giornate in casa. Sogno spesso di ricomprare i quattro volumi, ma a quelli che già ho, un po’ sdruciti e consunti, va lo stesso affetto che si può rivolgere ad un vecchio cappotto un po’ logoro, dal colletto liso e qualche cucitura fuori posto, ma che è diventato, con l’uso, comodo come una seconda pelle, ed è l’unico che ripara veramente dal freddo delle giornate più gelide. Questo amore per una determinata edizione di un’opera, è lo stesso che alimenta il Monsieur de Guermantes nel breve ritratto che emerge dalle poche paginette di questo prezioso libro bilingue. L’opera è quella completa di Balzac (amo immaginare che Proust abbia pensato alla sua Recherche, nella casa di ciascuno di noi); l’edizione è quella da sempre presente nella biblioteca di famiglia, M. de Guermantes l’ha infatti ereditata ed è rilegata in pelle di vitello con tassello di cuoio verde e dorature nell’edizione di Monsieur Béchet o Werdet. Il signore di Guermantes ama rifugiarsi nella sua biblioteca del secondo piano, per sfuggire agli invitati, che amabilmente assediano il salotto della consorte, e finge di non essere in casa per non essere disturbato nella lettura, e solo il giovane Narratore è ammesso nella ombrosa biblioteca. Il Conte tiene le imposte accostate per non essere scorto dalla corte dove attendono le carrozze. Tuttavia la moglie dice sempre, con un’aria di negligente distrazione, non priva di orgoglio, al giovane Narratore di raggiungere il marito in biblioteca perché il marito dice di non esserci ma vi vedrà volentieri, fatevi accompagnare al secondo piano. La Contessa sa che così può mettere in risalto una delle doti invidiabili del marito, pari solo a quella del saper maneggiare lo “stereoscopio”, cosa che avviene solo in occasioni importanti ed in presenza di qualche ospite di riguardo.

Il brano presentato nel volume in questione è tratto da uno dei famosi Cahièrs ed è un’abbozzo, pressoché definitivo, di un brano che poi non entrò a far parte della stesura della Recherche. Una parte di esso è però rintracciabile nel Contre Sainte-Beuve, anche perché la seconda parte di esso è una critica al voler criticare uno scrittore. Appare infatti ad un tratto la Marchesa di Villeparisis che racconta di come Balzac fosse un parvenu, che nulla contava nella buona società della provincia, e che quindi la descriveva senza cognizione di causa. E la povera Marchesa si lancia in una critica allo scrittore ed alla sua opera, però filtrata dal pregiudizio della mancanza di nobili natali, ed al suo carattere, sistema poi ampiamente stigmatizzato nel succitato Contre Sainte-Beuve. Non sarà sfuggito ai lettori che ho definito i Guermantes Conti, e non Duchi, come li troviamo nella Recherche, e che nel brano in questione si chiamano Pauline ed Henri. Questo è dovuto al fatto che si tratta ancora di un abbozzo, una sorta di studio preparatorio in cui i personaggi non hanno ancora acquisito la loro identità definitiva. Vi sono tuttavia degli accenni e dei germogli che poi nell’opera definitiva prenderanno vita e colore e sbocceranno inattesi traendo linfa da questo e da molti altri brani sepolti nei Cahièrs. Se i Guermantes hanno già i loro nomi ma non hanno i loro caratteri definitivi, la Marchesa è una dolce e remissiva vecchietta che ancora non ha maturato lo spirito bellicoso che le conosciamo, ama cucire a maglia perché – forse – non ha ancora imparato a destreggiarsi con pennelli e tele. Monsieur de Guermantes, invece, ha già un debole per le belle donne, ma non un nome definitivo, così come già detto, e ciò vale anche per la moglie, la quale, a sua volta, non ha ancora acquisito i vezzi mondani e linguistici per la quale va fiera nella Recherche. Il salotto del secondo piano è attualmente la biblioteca, ma poi diventerà il luogo ove vengono custoditi i quadri di Elstir, e comunque il narratore vi verrà inviato, sebbene per altri motivi. Vi è pure un accenno alla fanfara il cui suono giunge di lontano, e che nella versione definitiva arriverà marciando davanti il cancello di casa a Combray, riducendo la buona Françoise in lacrime. Abbiamo poi il Marchese, fratello del Conte che non è ancora diventato il capriccioso Barone di Charlus, e qua si limita ad apprezzare i libri (ancora non ha scoperto giovani librai, o tramvieri) e usa vezzi linguistici in voga tra chi vuole far colpo per la sua erudizione, o chiamando i libri col titolo provvisorio che avevano durante la stesura, per sottolineare come le opere siano quasi una proprietà di famiglia.

La lettura del libretto ha quindi il fascino dello sbirciare da dietro le quinte le prove di un balletto, o dare un’occhiata agli ingredienti che uno chef ha predisposto per cucinare il suo piatto forte, vi si trovano numerosi elementi noti, situazioni familiari, ma con un’aria un po’ strana, come se qualcosa fosse ancora fuori posto. Molto forte e già composito come lo conosciamo, invece, lo sguardo impietoso sul rapporto che la nobiltà ed il bel mondo avevano nei confronti della letteratura, tema ricorrente nella Recherche.

Tra le fitte pagine si annida un gioiellino della scrittura proustiana, brano che io amo molto e che trovo paradigmatico della scrittura e dello stile proustiani. Basta qualche goccia di pioggia fuori da una finestra per spalancare un mondo tutto nuovo, la narrazione si interrompe per un attimo, sembra un fermo immagine, solo il narratore resta in movimento, si stacca dal suolo e si libra nell’aria. Sembra volare via dalla finestra per andare a gettare uno sguardo su un mondo tutto nuovo che si è appena creato, evocato dal rumore delle gocce di pioggia. Per magia sulla pagina appaiono scene distanti, di un mondo interiore, ma altrettanto reale. Dopo poche pennellate il narratore rientra dalla finestra socchiusa della biblioteca dei Guermantes, raccoglie un paio di immagini fuggenti, le ricolloca al loro posto, tutti gli altri personaggi tornano animati e la narrazione riprende. Fino alla prossima suggestione.

Ecco il brano, buona lettura

 

Non dico che il rumore della pioggia che cadeva, entrando dalla finestra, dipanasse da lui il filo di quel profumo sottile e gelido, la cui sostanza fragile e preziosa Chopin ha teso fino all’estremo nel suo celebre brano "La Pioggia". Chopin, questo grande artista morboso, sensibile, egoista e dandy che dispiega nella sua musica, dolcemente, per un istante, gli aspetti successivi e contrastanti di una disposizione intima che muta incessantemente e che non esiste per più di un attimo, mentre cresce dolcemente, senza che un’altra del tutto diversa non intervenga a fermarla, urtandola e sovrapponendovisi; ma sempre con un intimo accento morboso e ripiegato su se stesso nella sua frenesia di azione; sempre capace di sensibilità e mai di cuore; spesso di furiosi slanci, ma mai di distensione, di dolcezza, di fusione con qualcosa di diverso da sé. Musica dolce come lo sguardo di una donna che vede che il cielo sarà coperto per tutta la giornata e il cui solo movimento è come il gesto della mano che nella stanza umida stringe appena sulle spalle una pelliccia preziosa, senza avere il coraggio, in questa anestesia di tutte le cose a cui partecipa, di alzarsi, di andare a dire nella camera accanto una parola di riconciliazione, di azione, di calore e di vita, e che lascia che la sua volontà si indebolisca e il suo corpo geli sempre più di secondo in secondo, come se ogni lacrima che ella non piange, ogni attimo che passa, ogni goccia di pioggia che cade, fosse una goccia del suo sangue che fugge, lasciandola più debole, più gelida e più sensibile alla dolcezza morbosa della giornata. D’altronde la pioggia che cade sugli alberi quando le corolle e foglie superstiti vogliono sembrare la certezza e l’eterna e fiorita promessa del sole e del caldo che presto tornerà, questa pioggia non è che poco più del rumore di un annaffiare un po’ prolungato al quale si assiste senza tristezza. Ma sia che questo entrasse così dalla finestra aperta, sia che, come un orlo scintillante alla calura polverosa, nei cocenti pomeriggi assolati, si sentisse in lontananza la musica di una fanfara militare o di una fiera paesana, a Monsieur de Guermantes sicuramente piaceva trattenersi nella biblioteca, dal momento in cui, arrivando e chiudendo le imposte, scacciava il sole disteso sul suo divano e sulla vecchia carta reale dell’Anjou appesa sopra, con l’aria di dirgli: "Levati da lì, che mi ci metto io"; fino al momento in cui si faceva portare il necessario per uscire e faceva dire al cocchiere di attaccare i cavalli.

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Irène Némirovsky - Narrativa - Adelphi Edizioni

Il ballo

 

In questo breve romanzo ,datato 1928 ma pubblicato nel 1930, la Némirovsky porta in primo piano uno dei suoi leitmotiv, quello della madre arida d’amore verso la figlia, ed innamorata del piacere, del lusso e dello sfarzo che tragicamente poi le si ritorcerà contro. Il tema, ampiamente autobiografico, verrà ripreso ed ampliato ne Il vino della solitudine che vedrà le stampe nel 1935, ma in Italia solo nel 1947, dopo la fine della guerra e la tragica morte dell’autrice. Ne Il ballo, quindi, abbiamo una bimba che si affaccia all’adolescenza nella fastosa casa che i genitori si sono dati dopo una oscura e redditizia manovra del capofamiglia, che ha proiettato la famiglia dalla più triste modestia ad una vita di lussi. Ma, si sa, il danaro non basta per essere soddisfatti, bisogna che gli altri lo vedano, lo percepiscano, ne assaggino il gusto e il profumo. Quale miglior occasione se non uno sfarzoso ballo dove invitare la créme de la créme della società. Che poi a ben guardare si riduce a qualche funzionario, una manciata di vecchie signore e qualche astuto cicisbeo, perché è in questo demi-monde che la madre pesca per scrivere gli inviti, ma la vita dell’alta società è in salita e da qualche parte si deve pur cominciare. Un ballo è anche l’occasione per una fanciulla di fare il suo debutto in società, se non fosse che l’accidia della madre vuole relegare la piccola, nella fatata notte che potrebbe vederla finalmente rifulgere di luce propria, in un angusto sgabuzzino. Ma quasi per caso la bimba innescherà il diabolico meccanismo che la libererà per sempre dell’oppressione genitoriale e vedrà finalmente smascherati i due per quel che sono: dei miserabili, volgari arricchiti. E qui la narrazione incrocia un altro dei temi cari all’autrice: il denaro fatto con troppa facilità, o con espedienti poco puliti, non può portare alla felicità, è un denaro di cui non si può godere, è come il tesoro custodito da Fafner in Siegfrid, il drago non può far altro che giacervi e sa che sarà la sua rovina. Il breve romanzo, nella brevità delle sue 83 pagine nell’edizione Piccola Biblioteca Adelphi, ha la consistenza e la levità di un racconto ma riesce a mettere in scena una ricca complessità di sentimenti e situazioni degna di un romanzo.



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Peter Cameron - Romanzo - Adelphi Edizioni

Il weekend

 

Il dolore è una materia oscura che si annida nel profondo dell’animo e da lì irradia le sue onde nefaste che vanno a colpire inaspettatamente punti vicini e lontani. E ancora, per dirlo invece con le parole di Cameron, lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che il tempo si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un libro, dunque, sul dolore, quello della perdita di Tony, compagno amato per il protagonista Lyle, fratello per Marian. Lyle vive l’invito per trascorrere un weekend nella casa di Marian e del marito come un segnale di svolta, ad un anno dalla scomparsa del compagno ha ricominciato a lavorare, ha pubblicato un libro che sta riscuotendo un certo successo, in più ha conosciuto Robert, giovane pittore di origini indiane che potrebbe ridargli la gioia e la serenità dell’essere amato. Ma le cose non vanno per il verso giusto, la mancanza di Tony si fa prepotente, quasi tangibile, nella casa riaffiorano alla memoria gli ultimi momenti della vita di Tony, il trapasso, la sofferenza. Ma se il giovane Robert potrebbe rappresentare una via verso il futuro, verso l’uscita dai momenti più cupi, Marian sembra voler bloccare questo passaggio. Sembra che la donna voglia mantenere in qualche modo vivo e straziante il dolore di Lyle, forse per preservare intatto il ricordo del fratello o forse per continuare ad avere la sua parte da consolatrice verso Lyle, tenendolo così in una sorta di morsa di dolore e consolazione che solo lei, depositaria di tutti i momenti principali della coppia, può alleviare o alimentare. Marian donna apprensiva, neo mamma di un bimbo, che ai suoi occhi ha dei problemi, è la chiave della vicenda, con il suo fare sprezzante e superiore riesce a mettere in difficoltà il giovane Robert ed assicurarsi la supremazia nel cuore ferito di Lyle, con l’aria ingenua ed innocente, pensando di farlo per il suo bene, di Lyle, in realtà lo fa per il bene di se stessa, per continuare ad essere – ormai – l’unica nel cuore dell’amico, e riuscire così a sentirsi importante. È un meccanismo comune quello narrato da Cameron, di amiche che in segreto gioiscono della disgrazia dell’amico per poter assumere il ruolo ambito di madre consolatrice che le rende insostituibili agli occhi del malcapitato, donando loro quella soddisfazione che non riescono a trarre dalla vita. Il romanzo è molto gradevole, ben scritto da Cameron che sta dimostrando una certa maturità, in Coral Glynn e in questo Weekend riesce a costruire luoghi e situazioni immaginari e perfettamente reali, in cui va a deporre le uova fatate delle frustrazioni, i dolori le sconfitte di ogni giorno e col tepore della sua fluida penna fa schiudere queste uova dando alla luce domande ed interrogativi che sono alla base della società stessa. In questo ultimo romanzo Cameron dà prova di leggerezza, il libro è snello, pur ammantato della forza di cui dicevo, le pagine sono venate da una buona dose di ironia, la scrittura è svelta e lieve nel tipico stile asciutto a stelle e strisce, le descrizioni dolci e garbate fanno da contrappunto ai caratteri forti di certi personaggi e la luminosità estiva che pervade la narrazione sembra voler sottolineare, in maniera nitida, le zone d’ombra, capaci di offrire ristoro e rifugio ma fitte di domande che non sempre riescono a trovare una risposta.



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Irène Némirovsky - Narrativa - Via del Vento Edizioni

L’inizio e la fine

 

La riscoperta della Némirovsky è iniziata qualche anno fa da Adelphi che ha incominciato sistematicamente a pubblicare i romanzi della prolifica autrice, e visto che il materiale è vasto, soprattutto per quanto riguarda i racconti brevi, molto editori si sono buttati capofitto nell’eredità letteraria della donna assassinata ad Auschwitz. Come è palese al lettore, spesso i temi trattati ritornano, l’autrice ha degli argomenti che le stanno a cuore e spesso affiorano nei suoi scritti. All’editore Via del Vento e al curatore del volumetto Antonio Castronuovo, va il merito di aver scovato questo breve racconto che si allontana un po’ dagli schemi abituali. La cornice è immancabilmente nemirovskiana (mi si conceda) un delitto nell’alta società, forse per passione, forse per danaro. Ma la lente d’ingrandimento stavolta si va a posare su chi dovrà giudicare il caso nel corso del processo. Il verdetto non è semplice, poiché attraverso l’accusa di omicidio per vili ragioni monetarie, si vuole andare a screditare il padre del presunto assassino, politico di spicco della cittadina. L’opinione pubblica è perfettamente al corrente di tutti i risvolti del caso, ma quel che la massa ignora è che il procuratore che giudicherà è minato da un oscuro quanto inesorabile male. Forse l’approssimarsi della fine indurrà il procuratore ad essere clemente, risparmiando all’accusato la sicura pena di morte, o forse il delirio d’onnipotenza di chi può disporre della sorte di un uomo avrà la meglio sul male oscuro che è già condanna per il condannante? Il destino porterà pace ai corpi e alle coscienze, anche perché non forzato da un giudizio dettato da interessi personali. La morale della Némirovsky è inflessibile e noi lettori siamo abituati alle sventure che precipitano sul capo di chi usa mezzi poco chiari o sotterfugi per i propri scopi. La singolarità di questo breve racconto, racchiuso nelle canoniche 35 pagine cui Via del Vento ci ha abituati è che sembra a tratti tingersi di fumosità pastello più tipiche di Simenon, ma è una sensazione forse dettata dalla traduzione, peraltro ottima e inedita, curata dal summenzionato ed encomiabile Castronuovo. Sempre del curatore sono la bella nota al testo e la esauriente biografia.

 

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Christopher Isherwood - Romanzo - Adelphi Edizioni

Addio a Berlino

 

Molti, immagino, conosceranno il bellissimo film di Bob Fosse, Cabaret, tratto a sua volta da un musical, che a sua volta è stato ispirato da questo libro di Isherwood del 1939, dove troviamo la famosa Sally Bowles, che per il grande schermo fu interpretata da una strepitosa Liza Minnelli.

Nel romanzo vediamo un timido ed un po’ impacciato giovane inglese, che porta lo stesso nome dell’autore, giungere nella Berlino prenazista della repubblica di Weimar. Il giovane si prefigge, con le parole dell’autore, di essere una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, descrizione efficace ma forse un po’ riduttiva. Perché il giovane Christopher ha anche il cuore ben aperto, e vi accoglie gli strani personaggi che incontra durante il suo soggiorno berlinese. Tra essi spicca appunto Sally Bowles, che nel libro è più una strampalata diciottenne, che cerca di vivacchiare intrecciando rapporti con uomini facoltosi, che una cantante del Kit-Kat cabaret. Se una buona parte del romanzo ruota intorno alle avventure di Sally e i suoi altalenanti rapporti col protagonista, non mancano altri personaggi rappresentativi dei tempi e della situazione. In primis campeggia, immancabile – per i romanzi dell’“epoca” –, la pensione con la sua brava padrona che coccola e rimbrotta i suoi pensionanti, e rende un eterogeneo gruppo raccattato un po’ per caso, una quasi famiglia con le sue relazioni, visibili e sotterranee, le gelosie, i favoritismi, un microcosmo reso ben rappresentativo del mondo che pulsa al di fuori delle quattro rassicuranti pareti. Un altro personaggio di spicco è Otto, giovane tedesco di belle speranze ma assai svogliato, raccattato da un amico inglese di Christopher sull’isola di Rügen nel corso di una vacanza in cui si sviluppa una ambigua relazione fra il tedesco e l’amico di Isherwood, che forse è tratteggiato sulla figura di Spender, il quale, nella realtà, passò un periodo in Germania (come testimoniato ne Il Tempio, versione Spenderiana di Addio a Berlino). La galleria non si esaurisce qua e comprende anche la famiglia di Otto, con la quale Christopher dividerà la fumosa soffitta, e i facoltosi amici ebrei ai quali l’autore impartisce lezioni di inglese e nelle cui case viene accolto come un amico più che come un insegnante. Al di là dei tratteggi psicologici di un microcosmo, qual è l’entourage del protagonista, a colpire il lettore è l’atmosfera generale della città, che si fa via via più cupa, i cieli sembrano farsi grigi, le risate più sommesse, le voci abbassarsi come di fronte ad una grande paura. Ciò che infatti avviene, sullo sfondo del romanzo, è l’avvento del nazismo, con il suo bagaglio di orrore e morte che all’epoca non era palese ma non era difficile presentire. Sottilmente, ma inesorabilmente, nelle persone si insinua una sorta di disagio, qualcuno comincia a vedere gruppi di camicie brune fare atti di prepotenza, vessare inutilmente cittadini, e qualcuno comincia prima sommessamente, poi con voce sempre più forte ad inneggiare al nazismo. Situazione efficacemente descritta nel film citato all’inizio, quando in una taverna un giovane comincia a cantare una canzone nazi-patriottica e piano piano tutti si uniscono al coro che si fa sempre più forte e minaccioso, i protagonisti, Christopher, Sally e l’amico di turno se ne vanno. L’addio a Berlino del titolo non è il saluto che il protagonista rivolge alla città nel momento di andarsene, è l’addio a quel che Berlino rappresentava in termini di libertà di costumi, di apertura mentale, di visioni avanzate e concilianti verso chiunque, Berlino rappresentava la libertà e tale libertà fu spazzata via brutalmente dal nazismo. Addio, quindi, a un simbolo, ad una luce moderna nel cuore di una Europa ancora ottocentesca, addio ad un fiore spezzato e calpestato con cattiveria da un paio di scarponi da soldato. Christopher lascia Berlino al termine del romanzo, mentre Berlino sta sprofondando in un lungo e doloroso inverno; andandosene, il protagonista, cerca di rintracciare i vecchi amici per salutarli, molti non ci sono più, partiti o fatti sparire. Il romanzo resta oltre che una bella e piacevole lettura un valido documento su un periodo storico carico di mutamenti, la prova generale di una catastrofe.

 

Il romanzo ha ispirato un lavoro teatrale, I Am a Camera scritto da John Van Druten. Dal libro e dalla pièce sono state tratte alcune versioni cinematografiche: La donna è un male necessario (I Am a Camera), regia di Henry Cornelius (1955), Cabaret, regia di Bob Fosse (1972), To cabare film tv, regia di Takis Vougiouklakis (1979), Cabaret film tv, regia di Sam Mendes (1993).

 

 

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Édouard Manet - Narrativa - Via del Vento Edizioni

Trascrivere la vita – Pensieri sull’arte

 

Il celeberrimo autore di Le déjeuner sur l'herbe e Olympia si mette a sua volta a nudo attraverso questa raccolta di suoi pensieri e scritti.

 

  

 

Si comincia con un rimbrotto rivolto alle modelle: proprio non riuscite a comportarvi con naturalezza? È questa la posa che assumete quando comprate un mazzo di ravanelli dal fruttivendolo? Che dietro l’apparenza di un simpatico aneddoto ci svela la forza della volontà creatrice del pittore, sforzo proteso alla ricerca – spasmodica – della realtà, del vero dietro l’apparenza. Le modelle si sforzavano di essere naturali, mentre in realtà facevano l’opposto, dovevano perdere la loro essenza di modelle e riacquistare quella di donne. E sempre in tema di ricerca della naturalezza, della vita dietro l’immagine ferma, rivolto ad un pittore alla moda: Vedo che ha dipinto una finanziera. E di eccellente fattura. Ma dove sono finiti i polmoni della modella? Sembra che sotto l’abito non respiri. Come se non avesse un corpo. È un ritratto da sarto. E così via, tra invettive contro chi non riconosce il valore del colore o è troppo legato ad accademismi; non mancano accenni alla rivalità ammirata verso il quasi omonimo Monet, o giudizi su altri pittori contemporanei e non. Manet esprime anche il suo giudizio sul come le sue tele andrebbero esposte, con la preghiera al critico Proust, Antonin: Per favore, promettimi una cosa, non farmi mai entrare a pezzi in un museo, senza almeno protestare; e anche: Se sarà impossibile assegnarmi una parete, preferisco non avere nulla. Buona parte degli scritti comunque riguarda il colore, il riprodurre modelli in carne ed ossa, la passione del dipingere propriamente detta, la sua capacità di cogliere il movimento, la vita, con le pennellate.

È una lettura svelta, ma capace di mostrare il doppio volto dell’autore, quello di uomo, immerso nel proprio tempo eppur già con lo sguardo verso il di là da venire, e quello dell’artista, proteso a lasciare dietro di sé le proprie opere attraverso le quali continuare a testimoniare il bello, la passione per la vita ed offrire ai visitatori la propria concezione di pittura e di colore. Chiudono gli scritti le disposizioni testamentarie del pittore. E per completare le 35 pagine canoniche dei quadernidiviadelvento, troviamo “La rivoluzione della grazia”, un arguto ed illuminante scritto di Marco Alessandrini, curatore e traduttore del volumetto, il quale firma anche le note biografiche che concludono la panoramica, breve ma assai esauriente, sul pittore.

 

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Roberto Bolaño - Romanzo - Adelphi

Un romanzetto lumpen

 

Due fratelli restano improvvisamente orfani in seguito ad un tragico incidente su un’autostrada del sud Italia. Nelle loro esistenze si apre così un vuoto, amaro, incolmabile, di cui sembrano non rendersi perfettamente conto. Abbandonano gli studi, uno trova lavoro in una palestra e la sorella, Bianca, perno centrale del romanzetto presso una parrucchiera. Ai due fratelli si aggiungono due ambigui personaggi, che si insediano nella loro casa e sembrano in combutta con il fratello. La ragazza, più per noia che per passione, accoglie nel suo letto talvolta l’uno o l’altro senza badare a capire con chi sta, in fondo ammazzando il tempo e tentando di far fronte al suo vuoto interiore. Un bel giorno i due, spalleggiati dal fratello, decidono che la ragazza deve andare a letto con un ex culturista cieco, noto come Maciste, per tentare di derubarlo. Dopo molti giorni passati con l’uomo, Bianca si rende conto che nella sua casa non c’è alcuna cassaforte da svaligiare, la ragazza forse si innamora di lui, o forse no, vive solo gli strascichi della sua noia e del suo disorientamento. La breve vicenda giunge all’epilogo quando Bianca prende finalmente in mano le redini della sua sorte, e del fratello. Sembra che un raggio di consapevolezza squarci finalmente i veli dell’apatia e dell’abbandono in cui viveva sino a quel giorno. Forse Bianca trova veramente l’amore tra le pieghe della ambigua relazione prostitutiva o l’intravede, o vede l’abisso della abiezione e della delinquenza. L’ombra dei genitori scomparsi assume il suo giusto spessore e riesce a controbilanciare la caduta libera dei due giovani, donando un equilibrio di stabilità, perlomeno apparente. Il breve romanzetto lumpen, che dovrebbe significare da lazzaroni, cencioni, e potremmo sovrapporre col termine meno forte di borgataro, è ambientato in una Roma resa vagamente surreale dai toponimi che sembrano gettati qua e là senza molto corrispondere alla città reale ed ha il tratto amaro e graffiante dei migliori lavori di Bolaño. I personaggi non hanno nome, a parte Bianca, nome peraltro molto evocativo, gli altri sono “il bolognese” e “il libico”, amici intercambiabili del fratello, anch’egli senza nome. L’unico altro con un nome e cognome, ed addirittura un soprannome, è Maciste, colossale residuato di una carriera di sportivo e di attore, che si erge nel mezzo della storia quasi come il perno sul quale ruotano senza sosta quelle giostrine di periferia, fatte di maschere grottesche ed ammiccanti, apparentemente impegnate in una corsa senza sosta, ma che tornano quasi inconsapevoli, sempre, sui propri passi. Il romanzo, pardòn, romanzetto, si legge avidamente, bello nella sua apparente sciatteria, voluta, cercata, che crea un’aria quasi da vecchio film, in un bianco e nero un po’ sbiadito, a causa della scarsa qualità della pellicola e dalle innumerevoli proiezioni, che mi immagino in cinemini un po’ trasandati e poco affollati, ed in cui i pochi spettatori sono più affaccendati in altro che a seguire la trama del film. L’aria che trasuda dal libro è di un inizio degli anni ‘70, di una società che cerca di conservare dei valori ricevuti ma che non esita a ricorrere ad espedienti per tirare avanti; una frattura fra l’educazione dei genitori e quella della strada, e la mancanza dei genitori, fa ben presto propendere i ragazzi verso la seconda, sebbene in loro alberghi, minima ed in buona parte velata, la consapevolezza di fare qualcosa di moralmente scorretto. Queste sono le sensazioni visive, trasmesse dalla lettura, tuttavia non vorrei sminuire la scrittura dello scomparso autore che è in realtà molto bella, asciutta e priva di fronzoli, capace di smascherare realtà minime ma toccanti. Per concludere tiro in ballo l’ultimo dei fantasmi evocati dalla lettura: Milan Kundera, è quasi una insostenibile leggerezza dell’essere quella che disarciona i due fratelli dalla loro esistenza, il dramma del loro lutto è un fardello talmente pesante che tutto il resto della loro vita non ha più alcuna gravità al confronto e si libra in una sorta di non-vita finché Bianca non riacquisisce il senso di una sua dimensione e ritorna, col fratello, a posare i piedi per terra. Ultimissima osservazione, tirata per i capelli, e sempre in tema di sensazioni da lettore: e se Bianca fosse una giovane Emma Zunz di borgesiana memoria? Ai prossimi lettori farmi sapere se è vero, e intanto auguro una buona lettura con questo bel romanzetto lumpen che ha nella brevità il tempo di compiersi e di mostrare la bravura di Bolaño tenendo celati certi suoi piccoli nei che sulla lunga distanza (2666) talvolta emergono.



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Claudio Secci - Narrativa - Seneca edizioni

Non ti avrò mai

 

Il romanzo si apre in una corsia d’ospedale, in cui, su di una barella, la giovane voce narrante si dibatte fra la vita e la morte, lasciando spaesato il lettore. Cosa sarà mai successo al bel Zoran per ridursi in questo modo? E così, dopo una operazione chirurgica dagli esiti incerti, parte la narrazione ante ospedaliera. Il giovane con tre amici e quattro amiche organizza una bella vacanza nelle Asturie, dove godersi la vita in allegria e spensieratezza e anche godersi le grazie e le gioie dell’amore. Una specie di “gioco delle coppie” in cui ciascuno ha messo gli occhi su un esponente dell’altro sesso; ma siccome al cuor non si comanda non si sa se il prescelto corrisponderà alle bramose mire. In particolare il nostro protagonista ha il cuore che palpita per la bella Consuela, che sarà l’inconsapevole deus ex machina della vicenda e, si suppone, causa - perlomeno parziale - della corsa in barella di Zoran. La narrazione si dipana fra vita vacanziera, battibecchi ed amoreggiamenti, serate in discoteca e gite in quad, tutto il repertorio della bella gioventù vivace spagnola, e si suppone pure italiana e del resto d’Europa. Ognuno cerca di far prendere per bene la mira a Cupido in modo che il cuore trafitto dal magico dardo sia quello voluto, ma spesso le frecce vanno un poco per conto loro, complicando la vita dei giovani e dando materiale narrativo all’autore. Finché non si giunge alla fatale giornata della scarrocciata del suv giù per un burrone, e che ha come conseguenza quanto appreso nell’incipit e nel primo capitolo. Da qua il romanzo riprende e giunge al degno epilogo, amaro e toccante che, per ovvie ragioni, non rivelo. Il romanzo nasce sicuramente da una idea molto bella, la costruzione della storia è molto ben eseguita, l’autore aveva ben chiaro quali tasti toccare lungo la storia e come giungere all’epilogo, da lui preparato e reso mirabilmente. Insomma una buona storia, un ottimo canovaccio sul quale scrivere il romanzo. Ma talvolta ciò non basta per un ottimo romanzo, infatti la narrazione tentenna un po’, ha delle lacune di linguaggio e sintassi abbastanza evidenti, e - forse - un pochino di lavoro di editing avrebbe risparmiato al lettore la lettura di certi simpatici svarioni. Sono d’accordo sul fatto che un romanzo così richieda un linguaggio giovanile ed immediato, ma sempre nei confini della lingua italiana, anche perché le vampate infatuose o possessivismo, non appartengono a nessuna lingua né slang, tanto per citare due “trovate”. Tuttavia la prefazione ed il primo capitolo sono scritti assai bene, molto coinvolgenti e degni di un grande romanzo. Posso immaginare il grande lavorìo di cesello dietro a queste pagine, poi, invece, quando la narrazione prende il largo, l’autore bada un po’ di più al contenuto che alla forma, forse la storia gli premeva sotto i polpastrelli e, come visto sopra, qualche cosina strana sfugge, poi al finale si rientra nella precisione, senza di nuovo raggiungere quella dell’incipit. Anche la spiegazione finale su chi ha narrato realmente la vicenda mi sembra un po’ forzata, come se all’ultimo ci si sia resi conto che qualche pezzo non si incastrava bene col resto. E anche se ho sollevato qualche punto a mio avviso da rivedere sotto la supervisione di un editor attento e bacchettatore, il giudizio sul romanzo rimane buono, per la fantasia dimostrata, per la bella morale di fondo, per il finale commovente e per la capacità di tenuta della narrazione. Tuttavia […]segnato dal dolore ma proiettato nel tram tram quotidiano[…] è una frase che non è stata riletta. Attendo la seconda edizione riveduta.



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Aa. Vv. - Antologia - LaRecherche.it

Salon Proust

I SALONS

Introduzione di Giuliano Brenna Salon Proust

 

 

Per lo scrittore lo stile, come il colore per il pittore, non è un problema di tecnica ma di visione

(Da Il Tempo ritrovato, trad. G. Raboni, Mondadori)

 

 

Honoré Daumier, caricatura del Salon de Paris

 

I Salons, furono delle esposizioni, soprattutto pittoriche, che si svolsero a Parigi con cadenza regolare, o meglio, come ci illustra con concisa precisione l’enciclopedia Treccani: “Esposizioni periodiche parigine di pittori contemporanei, in uso dalla seconda metà del 18° secolo. Soprattutto nel 19° sec., rappresentarono la tendenza accademica. Per la storia della pittura moderna sono importanti alcuni S. organizzati in polemica con i S. ufficiali e divenuti, in qualche caso, istituzioni stabili. Tra essi si ricordano il S. des refusés (dal 1863), che accoglieva i rifiutati dai S. ufficiali; il S. des indépendants, fondato nel 1884 da artisti d’avanguardia e aperto a tutti coloro che volessero esporre; il S. d’automne, fondato nel 1903 con l’intento di dare risalto a manifestazioni artistiche d’avanguardia riconosciute, che organizzò importanti retrospettive. Da ricordare inoltre il S. des surindépendants, fondato (1934) da L. Garcin e C. Bryen, il S. des réalités nouvelles, inaugurato nel 1939 ma avviato con regolarità nel 1946 da F. Sidès, il S. de mai (1945)”.

 

Possiamo immaginare che Proust, grande ammiratore della pittura contemporanea, sia stato un assiduo frequentatore di tali esposizioni, dalle quali poi filtrava e distillava le descrizioni, più o meno celate tra le righe della Recherche, di opere che l’avevano colpito. In particolare, dai pittori suoi contemporanei creò il personaggio di Elstir. Questo pittore, dapprima sconosciuto e dileggiato nel salotto dei Verdurin con appellativi non del tutto lusinghieri, quali Tiche o Biche, acquista uno spessore ed una fama sempre maggiori nel corso della narrazione. Se i suoi quadri sono appesi in un salotto poco frequentato nella residenza della duchessa di Guermantes è perché per amor dell’arte, che oggi chiameremmo trasgressiva, unito ad un indiscutibile valore, Oriane sa che non può farseli mancare, è anche vero che, comunque, il perbenismo imperante e il doversi/volersi adeguare al gusto ufficiale non le permette di tenerli esposti come meriterebbero. Nello scorrere delle pagine apprendiamo che Elstir ha dapprima uno stile che ricorda Whistler (ed è forse un omaggio al pittore amato da Montesquiou/Charlus) ma via via diventa un grande pittore di marine in cui però nulla sembra essere al suo posto, ricordando così Monet, soprattutto, e per certi versi Chardin o Manet. Nel corso della celeberrima visita del Narratore all’atelier di Elstir, durante la vacanza a Balbec, assistiamo ad una sorta di inventario di quadri impressionisti, ma anche (volendo tirare il narratore per la manica) ad una sorta di Salon, in cui la voce narrante ci racconta le tele esposte.

 

Se Elstir rappresenta il pittore proustiano per antonomasia, poiché il suo personaggio è creato fondendo tanti pittori, tuttavia non mancano, nella Recherche, rimandi ad altri artisti, resi perfettamente visibili, non celati sotto il tipico artificio proustiano del fondere varie persone per creare un personaggio tutto nuovo, ma perfettamente reali e talvolta riconoscibili. Ciò per rendere omaggio a chi, Proust, aveva modo di ammirare nella sua vita reale. Sappiamo dell’amore fortissimo per Vermeer; Bergotte muore dopo aver visitato una mostra per poter ammirare quella “Veduta di Delft” che fu il quadro più caro a Proust. Quindi il quadro come apoteosi di una esistenza, l’immagine che si fa capolinea dell’esistenza di parole. Ed in effetti la scrittura proustiana è assolutamente pittorica, spesso le frasi hanno autentici colori, spessori di pennellate, chiaroscuri ed evanescenze, soprattutto impressioniste, ma anche nitori fiamminghi e angolosità inaspettate che si potrebbero ricondurre ad un pre-cubismo letterario che forse rimase solo in fasce. La Recherche, insomma, un grandioso Salon, in cui Proust esponeva, in primis, i suoi quadri, fatti di parole, ma condivideva quell’immenso spazio che andava creando con altri pittori, contemporanei e non. Ad esempio, di Rembrandt scrisse “Quando osserviamo un quadro di Rembrandt, vi vediamo una vecchia che taglia le unghie d’una giovine donna, una collana di perle che brilla oscuramente su una pelliccia, dei tappeti rossi o delle stoffe rossastre d’indiana…”. Una descrizione che rimanda anche a certi interni proustiani, pensiamo al salotto di Odette, circonfuso di lucori rossastri delle lampade giapponesi, ed ingombro di ninnoli e tessuti buttati qua e là con apparente noncuranza dalla padrona di casa, ma perfettamente ordinati dalla penna proustiana per creare il giusto effetto di un interno fiammingo. E parlando di Moreau esce dalla penna proustiana una descrizione di alcune pagine della Recherche medesima “Un quadro è una specie di apparizione d’un cantuccio misterioso, di cui conosciamo alcuni altri frammenti, che sono i quadri dello stesso artista. Ci troviamo in un salotto, stiamo chiacchierando, alziamo d’improvviso gli occhi e scorgiamo un quadro che non conoscevamo e che abbiamo tuttavia già riconosciuto, come il ricordo di una vita anteriore”.

 

Molti di questi pittori erano già stati celebrati in Ritratti di pittori (e musicisti) generalmente raccolti fra le sue poesie. Per finire il breve excursus sui Salons proustiani non mi pare del tutto peregrina l’idea di accostare il giovanile Les plaisirs et les jours ad un precoce Salon: molti dei brevi racconti sono come acquarelli o piccole tele; realizzati con mano mirabile ed assoluta maestria, immortalano momenti o sensazioni che, in massima parte, confluiranno poi in quell’immenso affresco che diventerà la Recherche. Ma queste splendide miniature vennero considerate alla stregua degli acquarelli di M.me Villeparisis/Madeleine Lemaire, che tra l’altro illustrò la prima edizione dei Plaisirs, ovvero degli esercizi fini a loro stessi, un passatempo simpatico e un po’ snob di un giovane mondano, ma sterile e fine a se stesso. E non rimarcherò un’altra volta il fatto che questi avventati critici, col solo dono della superficialità, si sbagliarono in modo madornale. Mi viene da pensare che tutti i monocoli che ondeggiano sui petti elegantemente abbigliati dei personaggi della Recherche stiano proprio ad indicare la miopia dei contemporanei del giovane e salottiero Marcel, che molto difficilmente scorsero in lui la stoffa del genio.

 

Dunque Proust frequentatore dei Salons e creatore egli stesso di un grande Salon in continuo movimento ed espansione, grande quanto sono le interpretazioni cui si prestano le pagine della Recherche. Ma anche critico d’arte e appassionato descrittore di opere d’arte. Quale miglior regalo, quindi, per il suo compleanno, di un Salon creato appositamente per lui. In cui ciascuno degli artisti che vi espone gli rende un duplice omaggio. Il primo rappresentato dal ricordo e dalle sensazioni che ognuno trae dalla lettura dell’opera proustiana, dimostrando l’eterna attualità dell’opera e la sua grande capacità di alimentare ancora oggi nuove scritture e nuove opere d’arte, quasi fosse in grado di rilasciare a ciascuno l’enorme mole di informazioni che Proust riusciva a immagazzinare nella sua mente (tutti ricordano la sua memoria prodigiosa, soprattutto Céleste). Proust come linfa per le nuove leve, albero secolare su cui fioriscono continuamente nuove gemme, foglie e fiori. Ed il secondo dono che facciamo a Proust, è quello di un Salon tutto per lui, che egli potrà visitare con comodo, dopo il crepuscolo, senza incontrare troppa folla, senza esporsi a malanni e pollini letali, per ammirare quanto la sua opera, a distanza di anni, ancora alimenta, e sorridere sornione per la gioia del dono che da ciascun espositore riceverà.

 

La grandezza dell’arte vera sta nel farci ritrovare quella realtà da cui viviamo separati e da cui ci allontaniamo sempre di più a misura che la conoscenza convenzionale che le sostituiamo acquista in spessore e impenetrabilità – questa realtà è la vita stessa e rischieremmo di morire senza averla conosciuta.

(Da Il Tempo ritrovato, trad. G. Raboni, Mondadori)

 

G. B.

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Alain Senderens - Anne Borrel - Jean-Bernard Naudin - Narrativa - Édition du Chêne

La cuisine selon Proust

 

Negli scritti di Marcel Proust vi sono numerosissimi riferimenti a quelle che erano le mode dell’epoca, come la lettera che il narratore riceve prima di un pranzo e nella sua inesperienza delle cose mondane non sa che farsene; oppure il cappello posato per terra; e molto vi è riportato in termini di abbigliamento e moda in generale. Contemporaneamente gli scritti proustiani sono un catalogo pressoché inesauribile di opere d’arte, pittoriche, musicali, di tessuti e tutto quello che il genio creativo umano ha prodotto sino ai giorni in cui Proust era vivente ed attento annotatore di tutto quel che possiamo racchiudere sotto il termine generico di gusto dell’epoca. I lettori più attenti avranno notato che tra un cappellino e una aigrette, un concerto e un Salon, Proust non manca di elencare quel che la tavola offriva in quei giorni ai commensali. Potrei anzi dire che forse i piaceri della tavola e le ricette semplici di una colazione, o le opere d’arte gastronomica di un pranzo importante, sono un ricordo precedente a quello dell’arte vera e propria. Dalla parte di Swann, è la parte della Recherche più legata alle sensazioni dell’infanzia, e la sua tavolozza ricchissima di colori, suoni e profumi è anche fitta di riferimenti ai sapori e alle prelibatezze, sono i pasti stessi a segnare le giornate di vacanza a Combray; basti pensare al pranzo anticipato a causa della passeggiata pomeridiana più lunga, diventa quasi una “legge” che va fatta notare e rispettare anche agli estranei. Oppure è sintomatico il dubbio del giovane narratore nello scegliere quale sarà lo spettacolo in cui finalmente potrà ammirare la Berma, che è tanto lacerante quanto quello che vive a tavola dovendo scegliere tra il riz à l’Impératrice e la mousse au chocolat. La vita prende i colori del cibo ed esso è posto sullo stesso piano di una tragedia di Racine. Sorvolando velocissimamente tutta la Recherche si noteranno tavole imbandite (“con una scodella piena di una massa nerastra che ero ben intenzionato a non assaggiare. Scoprii solo più tardi che si trattava di caviale”, cito a memoria), fastosi pic nic, le tavole marine del Grand Hotel di Balbec, le specialità alimentari offerte dai venditori lungo i boulevard, i cui richiami uditi dal narratore ed Albertine, prigionieri, diventano una canzone sensuale. E gli alimenti stessi con le loro forme evocative assumono i contorni della vita segreta che si svolge dietro le persiane sempre chiuse dell’appartamento di Proust. Ed ancora, sempre da La Prigioniera, il lungo dialogo con Albertine sulle forme dei gelati e di come mangiarli, con frasi dense di riferimenti ed allusioni sessuali. Il cibo come fonte di piacere e come elemento di unità fra i personaggi, perno della vita familiare e sociale, ed anche, talvolta, ciambella di salvataggio: quando il narratore fa la sua figuraccia col signor di Norpois, Françoise salva la situazione col suo squisito Bœuf mode. Insomma spulciando la Recherche, e gli altri scritti proustiani, è possibile farsi un’idea di come si vivevano i piaceri della tavola; ma spesso, le mode cambiano e si lasciano indietro cose che si pensavano irrinunciabili. La salade japonaise che una audace Odette serve ad una cena fa scalpore perché è una novità, ma oggi ben pochi saprebbero come farla. Ecco quindi che per tutti quelli curiosi di sapere come erano fatti quei piatti, o per tutti quelli che si vogliono divertire a ricostruire una cena di casa Verdurin, o un pranzo tra ufficiali di guarnigione a Doncières, questo splendido e coltissimo ricettario. E se è Proust l’ispiratore dell’opera la prefazione non poteva che essere affidata ad un Maestro dei fornelli, oserei, un poeta della cucina, il grande chef Alain Senderens. Il libro è diviso in due parti, la prima propone dei menu legati ad un determinato “periodo” degli scritti proustiani. Si apre immancabilmente con Les saveurs de l’enfance (i sapori dell’infanzia) dove si ripercorrono i menu che il narratore gustava da bimbo, capitolo sottotitolato D’Auteuil à Illiers, d’Illiers à Combray, sottolineando così la metamorfosi dei luoghi reali in quello d’elezione, immaginario, ma comunque con le radici ben piantate nella casa della famiglia materna nei sobborghi di Parigi, e quella paterna vicino Chartres. Si prosegue il viaggio, letterario gastronomico, con una invito da Mme Odette, una merenda da Gilberte, un mercoledì dai Verdurin, il Grand Monde, le ricette del Grand Hotel di Balbec e così via. Ogni capitolo porta ampie citazioni dalla Recherche, talvolta anche dal Jean Santeuil, con commenti che analizzano e contestualizzano gli scritti in chiave sia gastronomica che sociale e ricostruiscono alcune fasi della vita di Proust. Per ogni capitolo una proposta di menu, e trovo molto divertente che ognuno possa proporre agli invitati una cena da Verdurin: una salade “Francillon” per cominciare o quella Sole à la Normande che la lentezza di Mme Verdurin fa raffreddare facendogli accusare il cameriere di essere troppo precipitoso nel servizio. Oppure nella bella stagione si potranno ricreare i sapori di quelle lunghe cene che il narratore trascorreva a Rivebelle con Robert de Saint-Loup. Ognuno potrà ricreare i piatti grazie alla seconda sezione del libro, quella delle ricette, appunto. Ogni piatto è minuziosamente descritto ed accompagnato da una citazione proustiana, cosicché organizzare una cena letteraria dedicata all’amatissimo Proust sarà alla portata di tutti – o quasi.

Il volume è molto ben realizzato, oltre alla dovizia di materiale letterario ha numerose foto molto belle, appositamente realizzate, che contribuiscono a ricreare il sapore di un’epoca andata ma non perduta, tuttora palpitante nei nostri cuori grazie all’immenso edificio costruito da Proust e che ospita anche una cucina.

 

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Jean Echenoz - Romanzo - Einaudi

Al pianoforte

 

Max Delmarc, il protagonista di questo libro, è un pianista di successo; prima di ogni concerto viene preso da un autentico terrore, che si scioglie solo suonando e scomparendo del tutto all’applauso finale del pubblico. Grande desiderio della vita di Marc è rivedere Rose, donna che lui insegue da una vita. Purtroppo durante un tentativo di rapina Marc viene ucciso. Ma il romanzo non termina, anzi il bello, come si suol dire, giunge proprio ora. Il protagonista si risveglia in una particolarissima casa di cura, dove viene accudito da Doris Day e Dean Martin, dopo poche righe si scoprirà essere il Purgatorio. Dopo un breve soggiorno presso la clinica ci sono, ovviamente, riguardo al soggiorno definitivo, due possibilità, una è una  lussureggiante foresta che rappresenta il Paradiso, a volte noioso e tutto sommato poco attraente, e l’altra, va da sé, e l’Inferno. E proprio quest’ultima possibilità è quella assegnata al povero Marc, il quale scoprirà che l’Inferno è proprio la Parigi nella quale ha sempre vissuto, dove viene rispedito coi lineamenti leggermente contraffatti e l’obbligo di non riprendere l’antica professione. Insomma, per Marc si avvia una nuova vita in sordina; si ritrova a fare il barista in un locale ambiguo, dove incontrerà la sua ex guardia del corpo che lo riconoscerà malgrado i lineamenti contraffatti e gli proporrà un nuovo lavoro che, per un grande concertista, sarà proprio l’inferno. Il libro rappresenta una visione particolarissima e nuova sul concetto di inferno e paradiso, e ad essere analizzato è proprio il primo e stupisce il fatto che si rivela sorprendentemente simile alla vita di tutti i giorni, compreso l’amaro finale, in cui la cocente delusione di Marc viene sottolineata da Béliard, una sorta di angelo o diavolo (o addirittura novello Virgilio che accompagna il protagonista nella vita ultraterrena) dai tratti umanissimi, dicendo “Funziona in questo modo, quello che voi chiamate inferno, in un certo senso”. Un inferno quotidiano, che viviamo prima o dopo essere morti, non sembra esservi grande differenza, almeno secondo Echenoz.

Il romanzo è diviso in tre parti, la prima con Marc in vita, seguono Purgatorio ed Inferno, chiamato settore urbano nel libro, di conseguenza la prima risulta essere il Paradiso. Quindi alla luce di questi paradossi la vita quotidiana può essere sia inferno che paradiso, secondo i momenti, le occasioni e i casi della vita. Il romanzo è molto divertente, attraversato da una sottile, francesissima, ironia attorno alla quale la storia viene raccontata in modo scoppiettante e sorprendente. L’autore trasforma un concetto antico, quale l’essere mandati all’inferno o a godere delle grazie di una vita agiata, in modo sorprendente, costruendo un romanzo che sorprende ed incanta il lettore. Le pagine avvincono sempre più il lettore, che riga dopo riga si accorge di non potersi staccare dal libro sino a che non ha letto l’ultima, la quale giunge a completare un romanzo non grandemente corposo ma notevole nella trama e nella narrazione. Complice di Echeloz, nel rendere per i lettori italiani il particolare andamento narrativo, è la traduzione di Maurizia Balzelli, capace di rendere i cambiamenti di registro, i pianissimo, gli andanti e i cantabili presentando la narrazione vivace, musicale  e sorprendente. Il libro è costellato di genialità, di piccoli marchingegni letterari capaci di coinvolgere il lettore, stupirlo, divertirlo, e poi c’è una simmetria fra prime ed ultime righe: “Due uomini compaiono al fondo di boulevard de Courcelles, provenienti da rue de Rome”, si legge nell’incipit, e prima di chiudere il libro il lettore trova: “rimpicciolire nella prospettiva del boulevard prima di svoltare a destra e svanire in rue de Rome.”Il mondo è tutto racchiuso nel quartiere in cui serpeggia rue de Rome, o i fatti di una vita sono talmente circolari che finiscono col riportarci negli stessi luoghi, uno deve morire, passare dal Purgatorio, tornare sulla terra come suppliziante dell’Inferno ma rimane sempre al punto di partenza? Sono i piccoli misteri che si celano in questo bel libro, al lettore le conclusioni. O anche no, si può gustare la lettura simpatica e dinamica come un bel passatempo, senza porsi troppe domande. Forse è meglio, chissà che non siamo già passati dal Centro e abbiamo già subito la plastica facciale?

 

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Stig Dagerman - Narrativa - Via del Vento Edizioni

I vagoni rossi

 

Poche ma intensissime pagine per raccontare la parabola di una mente che si fa preda della follia, dell’abbandono e di una depressione senza fine, alimentate da una amara solitudine. La narrazione procede spedita e ferrea, con i vagoni che col loro passaggio notturno, carichi di misteriosi suoni e di vaghi simboli tracciati con la vernice rosso scuro, fanno breccia nella mente del protagonista. La prima parte del racconto si apre con l’immagine di una stazione nella morsa della neve, e del viaggio del personaggio principale verso il compimento del suo destino; il viaggio è raccontato in modo sublime con rapide pennellate, dense di colore, ricorda le aeropitture futuriste in cui i particolari sono nitidi ma stravolti dalla velocità, ne indicano l’irrefrenabile energia, immersi in un contesto urbano che viene modificato dal movimento stesso. Tra il viaggio in treno e l’epilogo, troviamo l’antefatto che ci presenta il protagonista, il signor Samson, dare i primi segni di cedimento mentale, il suo essere sempre racchiuso in spazi angusti, solo di una solitudine tutta urbana, compresso fra cose, persone, doveri, ma senza nessuno realmente vicino. La follia si fa strada nella vita di Samson, così come i vagoni rossi del titolo transitano ogni notte sotto le finestre della stanzetta in cui vive, inesorabili e potenti,  e più egli li vuole rifuggire più se li trova confitti nei pensieri e costretto in ambiti sempre più angusti, senza riuscire a liberarsi della presenza di vagoni reali e simbolici, carichi di quella umanità che lentamente erode la mente e logora le capacità di raziocinio. Avviandosi verso il finale la narrazione si fa più cupa e frammentaria, le immagini emergono a tratti da una massa in continua involuzione, dando perfettamente l’idea di quanto accade nella mente malata, e ormai annebbiata di Samson. Il finale, direi filmico, narrato quasi con una sorta di intermittenza, dona, chiara, l’immagine degli ultimi, convulsi, battiti cardiaci. Il male di vivere del signor Samson fu tratto dominante dell’esistenza dell’autore del racconto, Stig Dagerman, che infatti morì suicida, con i gas di scarico dell’auto, a soli 31 anni. Nei vagoni possiamo intravedere i prodromi della morte attraverso un mezzo meccanico, simbolo della società inarrestabile nella sua corsa e che non ha tempo né voglia di fermarsi a raccogliere il più debole, chi è in difficoltà, ma che col suo incessante movimento tutto travolge. Un breve racconto capace di schiudere un mondo in poche, incalzanti pagine, bello e intenso da togliere il fiato. Completano anche questo bel “quadernodiviadelvento” una acuta nota, “Una scrittura di passioni” e una breve biografia di Dagerman, entrambi a cura di Marco Alessandrini che è anche il traduttore e a cui vanno i miei complimenti.

 

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Angelo Australi - Racconti - Pezzini Editore

Vittoria e altre storie di volo

 

Il libro si compone di tre racconti, il primo, più lungo, dà il titolo alla raccolta, gli altri due sono più brevi: Il sugo di coniglio che faceva mia madre, e È caduta la neve. Nei tre racconti sono evidenti, la grazia quasi poetica con cui Australi costruisce le proprie storie, le leggere pennellate di sensazioni e colori, appena sfumati, che compongono le linee portanti di quanto scritto. Il testo appare aereo e aggraziato, come un volo di aquiloni, che leggeri ed indipendenti seguono le spire del vento, senza mai perdere il loro legame con la terra con colui che tiene l’altra estremità del filo. Allo stesso modo, nei racconti vi è un’estremità del filo ben ancorata al mondo, ma l’altra è libera di vagabondare nel cielo in voli incontrollabili e liberi, che nessuno sa prevedere o indirizzare. Così accade ne Il sugo di coniglio che faceva mia madre, in cui un vuoto non apparente fatto di gite domenicali e dell’abbaiare di un cane si riempie, improvvisamente, di un lontano profumo e dell’immagine di una madre intenta ai fornelli, sepolta da chissà quanti anni e chissà dove, ma sempre pronta a librarsi in quello che Proust definiva l’immenso cielo del ricordo. Ed è sempre fatto di ricordi il cielo del protagonista del terzo racconto, che si perde in una tormenta di neve ma ancor più si perde nel turbinio dei ricordi, i quali sembrano riempire un mondo vuoto dandogli un nuovo spessore ed un nuovo aspetto, così come la neve cambia magicamente il panorama circostante. Di questo racconto amo pensare che il protagonista si addormenti nella macchina e resti sommerso dalla neve per sempre, chissà perché, e soprattutto non me ne voglia l’autore per aver aggiunto una mia personalissima appendice al suo racconto. Ed è nel primo racconto, il Title Track, che questa caratteristica dei vuoti e dei voli si fa più evidente. L’autore, qua, veste i panni di una madre, la quale in seguito ad un incidente si ritrova senza lavoro, in un vuoto legato al presente, soprattutto attraverso il dolore. Questo vuoto si riempie via via di ricordi, riprendono vita il marito e il figlio come furono negli anni precedenti. La vita della donna acquista così una nuova leggerezza, capace di fronteggiare la pesantezza della sua situazione, facendola volare negli spazi siderali del ricordo, del passato che si è andato stratificando inosservato lungo il corso degli anni. Ed ora quel passato è lì pronto ad essere letto e riletto dalla donna nel suo nuovo presente di donna disoccupata, con delle giornate da riempire, ove forse la follia fa capolino, o si tratta solo di una differente consapevolezza. Nel racconto Vittoria e altre storie di volo, affiorano qua e là reminiscenze kunderiane, legate alla celeberrima leggerezza dell’essere: quando la vita si carica di un fardello troppo grave, l’essere, il sé, sente il bisogno di librarsi al di sopra di tutto, acquistando così una inedita leggerezza, insostenibile poiché alimentata da un peso troppo grande. Ed il peso troppo grave per Vittoria è il vedere la propria vita svuotarsi, del lavoro, del figlio, di certi gesti del marito, avverte il peso che acquistano i ricordi e tenta la fuga verso l’alto, il suo essere si libra, come aquilone. Una raccolta molto ben realizzata da Angelo Australi, dai toni eleganti e col vezzo di qualche frase dialettale che non fa altro che mettere in risalto la preziosità della scrittura che appare così costellata di gemme che non passano inosservate, ma senza disturbare il lettore. Agli accenni poetici cui facevo riferimento non mancano i tratteggi psicologici dei personaggi, creando così una trama variegata e ben cesellata che si legge come ci si lascia scompigliare i capelli dal vento.

 

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Sebastiano Mauri - Romanzo - Rizzoli

Goditi il problema

 

Ecco qua il romanzo cosiddetto “post-gay”, io l’ho letto e non ho capito il perché di questa definizione, sarò stato distratto durante la lettura… Anche il sottotitolo “La commedia indiavolata di un single seriale a un passo dalla monogamia” non l’ho capita fino in fondo, anche perché il protagonista la monogamia se la cerca in tutti i modi. Poi fa qualche scivolone, vuoi perché il ragazzo è lontano, vuoi perché le tentazioni a New York non mancano, però la tendenza è quella della casetta calda e il lettuccio in compagnia. Poi che la scelta della compagnia sia magari bislacca fa parte del gioco. Se ad un certo punto nella pienezza della sua scelta gay una amica gli fa balenare l’ipotesi di un figlio, allora ecco che tutto si rimette in gioco; per un figlio, e che diamine, si farebbe qualunque cosa, anche non accorgersi che era tutto un gioco. L’amica che aveva prospettato la maternità si tira fuori dal gioco vuoi perché praticamente soffocata dalle ambizioni del bravo futuro papà, vuoi perché la cosa era totalmente campata per aria. E il romanzo scorre così in allegria, tra gag divertenti, situazioni un tantino surreali e riflessioni profonde. Nel quadro generale non manca il capo dispotico, addirittura dittatoriale, ma a questo siamo ormai avvezzi, capita un po’ a tutti noi, in bilico fra le ambizioni di una carriera e la dura realtà con la crisi e le difficoltà. Inoltre, aggiungiamo che il nostro protagonista, Martino, ha una famiglia tetragona e invadente rimasta in Italia, ma che non si perderà l’occasione di far visita nella Grande Mela, per aggiungere un po’ di movimento alla sua esistenza. In equilibrio tra la Kinsella e White, con accenni di post minimalismo, il romanzo scorre veloce e leggero, giungendo perfettamente al suo scopo – credo –, far divertire il lettore e raccontare l’esistenza bislacca di tanti ragazzi, in fondo dall’animo genuino, che si affacciano al mondo con la testa piena di buoni propositi ma che si rivelano coperti da uno spesso strato di confusione e tenuti sotto scacco dall’inesperienza. Il linguaggio è semplice diretto, la narrazione lineare, qualche personaggio famoso si affaccia qua e là a dare un’aria un po’ più glamour, ma l’ingenuità del protagonista e i suoi continui tentennamenti collocano la storia nell’ambito di un racconto di “uno di noi”, un ragazzo come tanti, che tenta una vita fra spensieratezza e progetti per il futuro, ancora indeciso fra il voler restare fanciullo e farsi strada nel mondo con passo da uomo. Una lettura spensierata, forse per un pubblico un po’ più giovane, io diciamo che ho vissuto la lettura come il racconto di un imberbe e simpatico nipotino; non ha accenni malevoli questa mia nota, non mi si fraintenda, il libro mi ha trasmesso tenerezza e simpatia, serenità e divertimento e, vi assicuro, non è cosa da poco.

 

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Michele Nigro - Narrativa - Amazon - Formato Kindle

Call Center

 

Il più classico esempio di moderna schiavitù e di precariato, il Call Center, luogo in cui chi lavora è solo un paio di cuffie collegate ad un terminale e la persona ha come aspetto il numero di contatti andati a buon fine che riesce a collezionare in una giornata. Ma c’è anche chi dice no al sistema e con un atto di inaudita ribellione, stacca lo spinotto delle cuffie. Il protagonista, in un fitto dialogo fra sé ed un sé più profondo, che in corsivo gli parla sottolineando le brutture del sistema, va all’origine del sistema stesso, scende nel profondo dell’edificio che ospita il famigerato Call Center e nel mentre scende anche nel proprio profondo a trovare la risposta che gli preme. In un crescendo in bilico tra Kafka e Matrix il protagonista giunge alla radice del male, la quale sembra essere solo una delle numerose ramificazioni di una immensa ragnatela che ha inesorabilmente catturato l’uomo. Ma più che aver catturato le persone sembra averne carpito gli animi, l’indipendenza esistenziale e di pensiero. Il classico epilogo sottolinea, con aspra forza, la voglia di riscatto, il desiderio di purificare il nostro mondo quotidiano da simili ed imprigionanti brutture.

La narrazione breve, l'eBook consta di sole 28 pagine, è però densissima di rimandi letterari, le voci in corsivo si esprimono in modo alto, e pungolano l’animo del protagonista: “Il pleomorfismo occupazionale nasce dal bisogno di soddisfare quelle esigenze primarie di un’esistenza biologica e culturale a cui si intende dare il nome “Vita”. Gli imprenditori, incoraggiati dall’invenzione vergognosa dei cosiddetti “contratti a progetto”, utilizzano consapevolmente il bisogno così come il contadino adopera la carota appesa a un filo dinanzi agli occhi dell’asino dubbioso…” Quindi il Call Center visto come esemplificazione di tutti quegli ambiti in cui sull’altare della produttività e del lavoro (ultimamente aggiungerei anche della crisi) vengono immolati i diritti dei lavoratori. Un romanzo dal forte connotato di denuncia sociale costruito con un linguaggio forte ed elegante, mescolato ad accenni poetici e frammenti di canzoni, incanta per lo stile e fa rifletter per il contenuto. Il libro, nella sua brevità, apre lo sguardo del lettore su ampi orizzonti, letterari e politici.

 

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Giuseppe Cassieri - Racconti - Manni

Scommesse e altri racconti

 

Un’agile raccolta di racconti che appare come una sorta di album dei ricordi dell’autore, lo immaginiamo come descritto nelle prime pagine della raccolta. Un uomo in pensione che tenta di riempire il suo tempo con varie attività. E tra queste, due ci sembrano quelle in cui il soggetto eccelle. La prima è l’osservazione, l’autore riesce a sezionare gli avvenimenti con passione entomologica e a gettare il suo sguardo indagatore sulle minuzie dell’animo umano. Minuzie che si fanno emblematiche di tutte le persone, rivelando quella personale universalità che risiede in ognuno di noi e ci rende unici e molteplici al contempo.

L’altra grande dote del Cassieri è la capacità di riportare su carta quanto raccolto nelle sue esplorazioni siano cavallette morte o l’atto creativo di un compositore. Nell’incasellarsi delle parole nelle frasi dell’autore emerge una grande capacità descrittiva, venata da una sottile e costante ironia, rendendo davvero gustosa e piacevole la lettura di queste Scommesse.

In questi 13 racconti l’autore racchiude in un linguaggio elegante e preciso, una notevole dose di sdegno per i tempi perfidi in cui gli capita di vivere, oltre ad una grande ironia per le miserie e le facezie del genere umano. Ma non vi è traccia di condanna o di giudizio, tutt’altro, basta rendere evidenti certi atteggiamenti per trasformarli in un che di grottesco. Per meglio esplicare quanto detto posso citare Flaiano, nei brevi scritti in cui, attraverso un vezzo, mette alla berlina un intero popolo. Così per Cassieri, ma in vicende minime, che però si gonfiano di tutti gli esempi che al lettore balenano nella mente una volta sottolineati da un implacabile passaggio. Sembra che l’autore ci indichi con il mento una scena qualsiasi, ma bastano un suo sopracciglio sollevato, una certa piega della bocca, per sottolineare che nell’apparente quotidiano vi è una specie di stortura, c’è quel lato ridicolo capace di seppellire molte persone. Quanti non riconoscono nel Jogger molti concittadini che, per fare i comodi loro, non si fermano di fronte a nulla; o nel viaggiatore della Capra di Eleusi, quegli illusi sapientoni che fanno milioni di chilometri dietro un’illusione ma si ritrovano a seguire palline di sterco.

Ho spesso stigmatizzato l’uso improprio che molti autori fanno delle briciole della loro esistenza facendone castelli di sabbia di parole. Molti si concentrano sul proprio diario o sull’affetto verso i cari per sommergere il lettore con sproloqui vuoti del benché minimo avvenimento degno di nota e soprattutto del più flebile interesse. Ma quando alla tastiera siede un autore capace veramente di scrivere e non solo di pigiare tasti, ecco che si compie quella sorta di miracolo minimo, per cui tra le righe di uno scritto appare la letteratura, pagine e pagine di parole si animano, prendono vita e si personificano in quella misteriosa entità che chiamiamo romanzo, o racconto. Il nostro Giuseppe Cassieri ha, credo, questa capacità, trasforma un fatto privato in un racconto, facendo sorridere e riflettere il lettore, offrendo uno spunto di interesse universale in un atto singolo e privato. Credo che il cosiddetto talento in uno scrittore sia proprio questo, creare dalla vita qualcosa che ha a che fare con l’arte. Penso che ognuno sia capace di fotografare, disegnare o, per esempio, descrivere due contadini che si riposano addossati ad un covone di fieno, ma solo una persona è stata in grado di distillarne un’opera d’arte. Così immagino molti abbiano avuto una costipazione al ventre, ma ben pochi abbiano tratto da quel passeggero quanto fastidioso malessere, un racconto breve, ma bello da leggere. Cassieri ci è riuscito e direi che ha vinto in pieno la scommessa del titolo: far divertire il lettore, e di questi tempi non è cosa da poco. Concludendo stavo anche per tirare in ballo il Guareschi, per certi giri di parole e un certo loro uso, sempre preciso e lontano da certi stilemi che vanno oggi per la maggiore, spesso insipidi e simili a facili scorciatoie. Qua l’inciso è breve, ben marcato e sempre perfettamente scandito, omogeneo al discorso ma dal gusto personale.

Per chi ama il piacere dello svago nella lettura consiglio questa raccolta di racconti.

Per concludere una breve nota sull’autore, recentemente scomparso, che io, ammetto la colossale ignoranza, non conoscevo; è stato un prolifico scrittore e romanziere con dozzine di titoli al suo attivo. Questo per dire con quanta fatica un autore riesca a farsi conoscere nel vasto panorama, anche da chi i libri li cerca e li ama. Purtroppo nel nostro amato Paese bastano una frase insulsa e un sorriso forzato davanti ad una telecamera per essere più noti di chi ha inanellato frasi intelligenti ed argute per anni.

 

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Maria Antonietta Pinna - Racconti - Annulli Editori

Fiori ciechi

 

Due racconti, introdotti da inquietanti disegni di Carlo Farina, compongono questo volume scritto con leggiadra scorrevolezza dalla professoressa Pinna. I fiori menzionati nel titolo, aprono la narrazione, protagonisti ed abitanti esclusivi di un mondo dal quale ogni traccia animale è stata debellata. Soprattutto l’uomo è scomparso dalla Terra, mettendola così al sicuro dalle catastrofiche nefandezze umane. Ma, per dirla con Battiato, “il carattere umano si insinuò, e non sopportarono neppure la felicità”, così, preda di ambizioni e cattiveria tutte umane, i garofani cominciano a fare guerre. E sin qui assistiamo ad una metafora dell’umanità trasposta nel mondo floreale, sennonché il racconto vive un sussulto di genialità, e scopriamo che i fiori sono personaggi di uno spettacolo, solo uomini camuffati, ma ai quali l’autore non riesce a dare un finale, ed è così invitato, se non costretto, ad un viaggio dentro di sé per ritrovare la via della narrazione ed i fili che compongono la sua esistenza. In sé ritrova il mondo dei fiori coi quali entra in rapporto, sino al disvelamento di tutto il racconto in una frase: “Forse non hai afferrato il concetto. I miei fiori sono ciechi, capito? Ciechi di rabbia, di paura, cinici, arrivisti, mercanti, puttanieri, guerrafondai. Sono uomini travestiti da garofani! Voglio che la storia abbia un respiro moderno, irriverente e realistico, a dispetto dei protagonisti. Il pubblico deve avere l’illusione che stiamo mettendo in scena un messaggio, che non facciamo teatro per il gusto di fare teatro e basta, due risate e arrivederci alla prossima.” E l’autrice pare davvero non voler fare letteratura per il gusto di scrivere e basta, vuole dare un messaggio, mettere alla berlina il genere umano, ormai cieco, incapace di vedere quanto sta distruggendo intorno a sé, messaggio che ritornerà forte e vigoroso anche nel secondo racconto. La narrazione, dopo questo chiarimento, acquista un notevole spessore di sondaggio psicologico e filosofico, capace di abbracciare, nelle sue meditazioni, l’intera umanità, cercando di dare un senso a quanto accade e alla sempre più affannosa e spasmodica ricerca di un qualcosa che è sfuggente poiché già racchiuso dentro di noi.

Negli ultimi passaggi del racconto entra in scena, seppur celata, anche l’autrice stessa, e con lei – immagino – tutti gli scrittori, nel momento in cui si dibattono alla ricerca dell’Idea, tra difficoltà simili ad un parto, accuditi dalla Terra, dai miti, dalle leggende e da un proprio io che ci guarda dal di fuori: forse in qualche modo l’aiuto arriva da dentro, ma bisogna essere capaci di prendere una certa distanza da ciò che siamo per avere una visione più nitida.

Ritengo il racconto molto interessante, oltre che per i contenuti anche per il suo andamento ellittico, la storia inventata e la realtà si confondono, si compenetrano, si riallontanano per poi tornare a fondersi; una costruzione davvero encomiabile.

Il tema della Terra tradita, rientra prepotente nel secondo racconto dove si immagina un futuro, ahimè, neanche tanto lontano, in cui le città saranno sommerse dai rifiuti. L’unico modo per liberarsi di essi viene escogitato da uno scienziato, avviene attraverso la manipolazione di certi batteri capaci di distruggerli. Purtroppo, quando l’uomo si mette al posto del Creatore, dal dottor Frankestein in giù, da un iniziale successo riesce a fare un dramma. E così è, il creatore dei superbatteri è costretto a fuggire e affida i suoi ricordi alla cara vecchia bottiglia in mare. Il messaggio viene raccolto da quello che potrebbe essere l’autore del messaggio, a distanza di anni, in una sorta di loop duremattiano che dona una straordinaria ed implacabile vertigine al racconto.

 

Una raccolta snella e veloce da leggere che corre su una lingua trattata abilmente, i temi sono ampi ma trattati nella giusta misura, tra finzione e monito, una matrioska letteraria capace di celare sempre nuove sorprese. Se nel primo racconto l’approdo sicuro si trova celato dentro di noi, nel secondo, invece, il dramma che ci circonda è capace di giungere in una zona protetta seminandovi l’ombra della follia, e la soluzione forse, umilmente, è proprio quella di cercare e trovare una soluzione prima che sia troppo tardi.

 

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Antonia Mazzotta - Narrativa - Edizioni Gazebo

Il drago del pozzo

 

Celato dentro una favola che vede protagonisti un drago e una bimba, troviamo una sorta di catechismo buddista. Attraverso i racconti che il drago fa alla piccola Ania, che immagino essere l’autrice rivestita dei suoi panni fanciulleschi per poter meglio parlare ai bimbi, ed in particolare al nipote Mirko, menzionato in prefazione, il lettore si addentra nella filosofia, o religione – non so – , buddista.

Lungo il viaggio immaginario di Ania attraverso un mondo fatato in cui prendono corpo gli insegnamenti buddisti, la bimba continua a tessere un parallelo con la vita e gli insegnamenti del nonno. Si costruisce così una sorta di ponte con quella che è l’antica saggezza dei più umili, capaci di relazionarsi agli altri con animo semplice e sereno, scevro di cattiverie e rivalità. Questa semplice filosofia di vita la ritroviamo nel buddismo, mostrandoci così quest’ultimo molto più radicato nella nostra cultura di quanto non si possa immaginare, considerando la provenienza esotica e distante in termini culturali e geografici.

Il libro si legge in un soffio e in un soffio è racchiusa la sua soavità di favola per bimbi e di insegnamento sussurrato anche per gli adulti. Immagino non sia esaustivo per una conoscenza del buddismo, ma penso che per chi intenda muovere i primi passi verso la buddità possa essere un buon inizio, soprattutto perché pone l’accento su aspetti che a ben guardare dovrebbero animare qualunque persona, come il rispetto per il prossimo e l’armonia con la natura e quel che ci circonda. Io sono poco addentro questa filosofia, ma dalla lettura l’ho percepita come vicina all’essere umano, forse molto più di certe religioni radicate alle nostre latitudini che talvolta si inceppano in una stratificazione gerarchica, in cui l’uomo semplice appare come l’ultima parte di un meccanismo governato da altri; il buddismo appare come una religione in cui ciascuno è artefice della propria vita e della conseguente salvezza. Ma non voglio dilungarmi in un campo che non padroneggio e che appare insidioso per uno poco incline alle religioni.

Resta una graziosa e delicata lettura per bimbi, siano essi di età o di inclinazione e curiosità.

 

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Nicola Lecca - Romanzo - Mondadori

La piramide del caffè

 

I desideri sono ossigeno per il futuro, ma è il presente l’unico istante in cui è possibile essere felici per davvero. Rimpiangere quel che è stato o preoccuparsi di ciò che ancora non è accaduto è faticoso per l’anima: la sfinisce.

Aspettavo, devo ammetterlo, questo nuovo romanzo di Nicola Lecca, un po’ come si aspetta la piacevole consuetudine di quelle cose che si amano per gli amati sapori un poco familiari. Come le birre e i dischi di Murakami, le colonie e le donne isteriche di Maugham, così i toni diafani, la leggerezza e certe ripetizioni musicali di Lecca, sono quanto ci si aspetta in un suo romanzo. In questo nuovo lavoro però Nicola si supera, mi sembra di notare, con una sorta di inspessimento della costruzione, di maggior solidità di impianto. Non voglio insinuare mancanze dei romanzi precedenti, solo sottolineare come certe rarefazioni di alcuni scritti, che potevano assottigliare sino a rendere un po’ evanescente il gusto della lettura, qua sono sparite. Restano la leggiadria e l’eleganza, ma il tutto acquista un peso maggiore, ma la narrazione si mantiene lieve e conserva quell’incanto quasi fanciullesco cui Lecca ci ha abituati. La storia non ha confini, come l’autore giramondo; comincia in un ambiente spesso utilizzato come luogo triste ed avvilente per antonomasia, un orfanatrofio, però raccontato nei suoi momenti di gioia, serenità, fino a diventare un sicuro e confortevole approdo e non una sorta di segregazione come spesso è visto. Senza perdere di vista i bimbi dell’istituto l’occhio dell’autore si sposta in una grande e moderna città, luogo in cui il piccolo protagonista Imi ripone tutte le sue speranze per un futuro radioso. Nel raccontare la metropoli e i suoi abitanti non manca qualche gustosa pennellata dickensiana ma i lugubri tuguri diventano scintillanti ed efficienti negozi, senza perdere però, nella trasformazione, i caratteri di luogo di sfruttamento. Imi ha dalla sua parte un formidabile ottimismo e una grande scorta di felicità che cerca di arricchire anche con frammenti che luccicano, sebbene siano “patacche”.

Perché della felicità, dice Lecca: è bene che ne facciano scorta, che l’accumulino in una specie di dispensa interiore: un magazzino dove poterla conservare al sicuro, per disporne durante gli inverni dell’anima. Che verranno presto”. La felicità, ecco il tratto sottile che lega questo bellissimo romanzo, la ricerca di essa, ma anche il viverci immersi. Cercarla, attraverso l’ingenuità, anche dove non può esserci. I vari personaggi la inseguono e ci si appollaiano per viverne il tepore: la donna che ospita il protagonista, la stramba vicina londinese, l’anziana scrittrice e gli altri personaggi cercano la felicità della vita a modo loro. E Imi, il giovane, di scorta deve averne fatta parecchia per trovare affascinante il lavorare in una grande compagnia dallo stampo dittatoriale, in cui ogni atto è scandito dalle regole di spietati manuali, fatti per cancellare il pensiero e la dignità delle persone. E se i manuali sono gli aguzzini, i libri saranno in qualche modo anche i salvatori di Imi. E nella ricerca della felicità dei protagonisti, nel loro voler vedere il mondo come un luogo che può essere il migliore per vivere appare la speranza, linea sottile, aurea, che attraversa tutto lo scritto, sostiene anche il bimbo vessato che si immagina di ammazzare con uno stratagemma il padre violento, diventa quasi un simbolo del futuro per chi ha un passato talmente oscuro da non essere visibile, trasformando il domani nell’unica ricchezza possibile e vera.

Ho delineato alcuni dei tratti principali del romanzo: speranza, felicità e il mondo dei libri. Accanto a questi temi non posso non menzionare la dignità, condizione indispensabile per i protagonisti, e la denuncia verso le spietate leggi del mercato, che fanno diventare il bisogno di lavorare, per potersi assicurare una vita dignitosa, simile alla schiavitù, con ritmi frenetici e superiori che badano al profitto e al rispetto di fantomatiche, quanto aleatorie regole, senza tenere conto del fattore umano. Ed è qua l’ultimo degli aspetti del libro che mi premeva sottolineare, l’umanità, il conservare la propria dimensione salda anche nel tumulto quotidiano e la corsa verso quel bene effimero ed inconsistente che è il successo, così come è visto oggi.

Ho volutamente cercato di non svelare troppo della trama del romanzo perché è assolutamente da scoprire, molto bella e dolce, e dove si intrecciano le storie di più personaggi, accanto a quelli principali, i quali popolano il libro rendendolo ancor più ricco e sorprendente. Ho iniziato queste note parlando dello stile di Lecca, ci ritorno brevemente per sottolineare la sensazione musicale che si ha durante la lettura, potrà sembrare paradossale, ma si ha netta la sensazione che la storia sia sussurrata, non ci siano strilli, né stridore, l’autore conduce con dolcezza il lettore nel viaggio del racconto, dove si alternano parti anche amare, ma sempre raccontate con levità. Lo stile è una qualità che si dice innata, penso che Nicola Lecca abbia avuto questo dono, e che sappia coltivarlo bene, visto che ha posto questo romanzo su di uno scalino ancor più elevato dei precedenti. La storia fa riflettere ed a tratti riscalda il cuore, riesce a commuovere, anche con la sua eleganza. E’ bello leggere un autore italiano, giovane, scevro da certi sensazionalismi, da certe sguaiataggini di stampo televisivo e con uno stile molto personale, e che soprattutto ha qualcosa da dire. Chiudo con un’altra frase rubata dal libro e che ne racchiude l’aspetto principale: nella certezza che il più grande privilegio, in questo mondo gelido e senza speranza, è quello di riuscire a scatenare una scintilla: un’emozione capace di far battere forte il cuore. E di sicuro il libro è capace di scatenare la scintilla e far battere il cuore, un po’ più forte.

I miei complimenti a Nicola Lecca

Ho letto il libro in formato Kindle.

 

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Michele Laurenzana - Romanzo - Amazon - Formato Kindle

La segreta verità

 

Una settimana in compagnia di Tommaso, immersi nella sua vita, la famiglia, il lavoro part-time, i sogni, le illusioni e la ricerca dell’amore. Il tutto raccontato in modo scanzonato, mescolando alla narrazione sms, termini gergali ed espressioni dialettali. La vita del giovane scorre serena, gli amici non mancano, il rapporto coi genitori è quello di sempre, tipico di tutti i giovani: una presenza fatta di apprensione ed affetto, sicurezza ed accoglienza che a volte si tinteggiano di oppressione. Una vita semplice e spensierata, ma che piano piano rivela delle ombre, piccoli fatti misteriosi che sembrano nascondere qualcosa. Un ragazzo col berretto che appare sulla strada di Tommaso, sembra volergli parlare ma le sue apparizioni sono troppo fugaci; l’incontro con una statua di Gesù che pare lo voglia ammonire, gettano sottilmente ma inesorabilmente dubbi e domande irrisolte nell’animo del ragazzo. E l’alone di fatti inspiegabili travolgono anche quella che si sta delineando come una delle poche certezze nell’esistenza di Tommaso. La spiegazione giunge nell’ultimo capitolo in cui l’autore capovolge completamente tutta la vicenda e ci mostra finalmente la verità. Tutti i tasselli del misterioso puzzle trovano la loro collocazione ed innalzano il romanzo da un piano di piacevole narrazione giovanile a quello di un vero e proprio romanzo costruito e strutturato con grande abilità e gusto per il colpo di scena finale.

“La segreta verità” parte un po’ in sordina, ci sono fatti ed episodi tipici della vita di giovani in una città, il linguaggio è quello semplice che ben si adatta ai personaggi e alla vicenda, ma la costruzione appare solida ed efficace ai fini della narrazione. L’abilità dell’autore a mescolare i granelli scuri del mistero in una miscela dai toni pastello è notevole, non si ha l’impressione di trovarsi in un thriller, né in un fantasy, vi sono semplici indizi, fatti apparentemente normali ma vagamente fuori posto. Talvolta si ha l’impressione delle famose incursioni da una realtà parallela a cui ci ha abituati Murakami. E di fatto siamo in presenza di una realtà parallela, ma assolutamente plausibile, reale, ma della quale non posso aggiungere altro per non rovinare la sorpresa finale dei prossimi lettori.

Questo romanzo è stato pubblicato inizialmente dal sito ilmiolibro.it ed è stato uno dei titoli più scaricati, successivamente è stato reso disponibile in formato kindle, da amazon.it ed anche qui ha avuto grande successo. Una dimostrazione, questa, che anche al di fuori dei consueti canali della grande editoria tradizionale la letteratura è assai vivace e se un autore è meritevole riesce a trovare il suo spazio.

 

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Paolo Ciafardone - Racconti - Centro Studi Tindari Patti

L’una tra i soli

 

Il sottotitolo della breve raccolta è più esplicativo dell’enigmatico titolo: “Racconti di una giornata qualunque”. Si tratta di una giornata sezionata in modo minuzioso, con passione quasi entomologica dal giovane autore. Ogni gesto, parte di quella costellazione che chiamiamo giornata, è posto sotto la lente d’ingrandimento, analizzato e messo in correlazione con la miriade di altri gesti che l’hanno preceduto e seguito, e reso capace di mostrare l’enorme numero di varie ramificazioni che la minima cosa fatta porta con sé. Quel che emerge dalla lettura è la vita di un uomo qualunque, impiegato in un ufficio, vagamente snob, amante del proprio microcosmo, che vezzeggia con delicate considerazioni ed aperti complimenti, come nel caso del bel cappotto che l’accompagnerà nella passeggiata che dà anche il titolo alla raccolta. Racconti che potrei definire immobili, se ciò non rischiasse di dare un’aria di ingessatura alla scrittura. Immobili perché analizzano, sezionano e descrivono fatti che si svolgono nel giro di pochi attimi, o di ore, ma che sembrano non portare il protagonista in alcun luogo, che lo mostrano mentre attraverso i suoi gesti esprime il suo essere.

Una scelta singolare, quella di Ciafardone, che ci rivela, attraverso le parole, la sua passione per la fotografia; il suo occhio è capace di cogliere attimi che lasciati passare potrebbero rischiare di apparire insignificanti, ma che posti in luce e nella giusta prospettiva hanno molto da dire. I gesti sanno rivelarci l’esistenza del protagonista, la sua solitudine, a tratti compiaciuta, la sua curiosità dettata più da un capriccio momentaneo che da una voglia di scoperta, solitudine che segna una ricerca, attraverso una finestra, una vetrina, ma che rende al protagonista sempre la sua immagine riflessa. Solitudine dettata dalla consuetudine, dal bastarsi più che da una mancanza. Il tempo si dipana lento tra la svogliatezza e il compiacimento di ciò che si ha, ogni oggetto e descritto, preparato per l’analisi da parte del lettore, alle volte l’autore si abbandona con gusto quasi fanciullesco alla passione per le raccolte impossibili di Perec, altre volte la minuziosa descrizione delle cose le trasforma in oggetti chimerici, quasi inesistenti e forgiati dalla fantasia, poiché più delle volte, per descrivere la realtà, bisogna ricorrere all’irrealtà.

I racconti mostrano il dipanarsi di una giornata del protagonista e sono raccontati sviluppati con millimetrica precisione, con un linguaggio misurato e di sicuro effetto, quasi che le cose esistessero solo per il piacere di raccontarle. La parola sembra ricreare gli oggetti ammantandoli di una luminosità che non hanno o non possono avere, Ciafardone fa intravedere che è l’occhio attento dello scrittore a giustificare le cose e a trovare per loro una precisa collocazione, salvandole dalla banalità del quotidiano, donando loro l’immortalità aureolata della letteratura. Un libro singolare molto ben scritto e assai piacevole. Per finire sarei tentato di provare una spiegazione per il calembour del titolo, ma preferisco lasciarlo nel suo ellittico e vagamente luminescente mistero.

 

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Luca Favaro - Racconti - I Libri di Emil

Il sentiero della libertà

 

Devo confessare una mia naturale – e culturale – ritrosia verso i libri che si preannunciano di stampo diaristico e nei quali agli avvenimenti di una vita, o parte di essa, vi siano intrecciati degli elementi riconducibili più al catechismo che a un romanzo o ad una raccolta di racconti. Devo anche aggiungere, a mia parziale discolpa, che, avendo in assoluto dispregio chi è bigotto, di idee fondamentaliste e talebane, ottuso verso quelle degli altri, mi pare assurdo fare in egual modo e restare arroccato sulle mie posizioni. Ordunque, è il caso in questione. Il nostro Luca si descrive una persona credente che prega, unendo il titolo – evocativo – dell’opera ai due elementi biografici, mi sono detto, eccone un altro. Ma per quanto su esposto ho intrapreso fiducioso e senza preconcetti la lettura. Quel che mi sono trovato davanti è stata una bella raccolta di racconti, scritta con semplicità, dal linguaggio misurato, senza cadute e senza grandi pretese, in cui l’autore dimostra una buona tenuta di scrittura e soprattutto una capacità di raccontare in modo delicato e lineare. Il testo denota anche un buon lavoro di cesello, non vi sono parti inessenziali, e una buona revisione, infatti il libro si presenta scevro di svarioni e strafalcioni che spesso accompagnano le opere prime edite da editori minori. E fin qui, per quanto riguarda il testo, tutto bene, un punto a favore di Luca. Dal punto di vista dei contenuti, emerge, forte, una ricerca di fede, un voler comunicare la propria appartenenza religiosa, ma prendendone il lato più bello, nobile e condivisibile; vi è più volte, infatti, sottolineata la volontà del voler aiutare, dell’empatia, e del mettersi a disposizione dell’altro, di chi sta peggio. Complice la professione dell’io narrante (immagino anche di Favaro), cioè l’infermiere, professione che tende spesso a far scivolare il malato in una massa indistinta di numeri e terapie da somministrare, ma non è così nel nostro caso, il malato è una persona da seguire, aiutare, finanche da amare. E, come accennato, la fede, la ricerca di essa o il goderne, entra con forza fra le pieghe del libro; a titolo esemplificativo, vi è un racconto sul ritorno di Gesù sulla terra, oggi e a Roma, capitale – anche – del cattolicesimo. In queste pagine si manifesta forte la speranza dell’autore, il ritorno del Messia fra noi allo sbando, colpisce con estremo piacere il sottolineare la cecità delle gerarchie vaticane nel riconoscere colui che in fondo è il fondatore della medesima. E così anche il miope bigottismo è scansato dall’autore il quale non si lascia accecare dal fumo delle candele ma giunge diretto e con forza al suo ideale. Nella raccolta non mancano momenti di delicata innocenza, come nel passo in cui il protagonista riceve una lettera direttamente dalle mani di Dio, ma non si tratta di una caduta, è il sottolineare il desiderio una fede semplice, diretta, un rapporto con l’altissimo, scevra da interposizioni mondane e gerarchiche. Non mancano ampi accenni di amore e ammirazione della natura che donano un respiro ampio e allargano l’orizzonte narrativo, ed accenni ad un soprannaturale un po’ casareccio come la strega che si trasforma in fata nel primo racconto, nel quale, tra l’altro si mischia maggiormente un sogno fanciullesco, ai limiti del fetish e che fa tentennare un po’ le prime pagine, ma la nebbia presto si dirada e la scrittura scorre limpida e nitida. Se mi fossi fermato alle mie ideologie e ai miei preconcetti mi sarei perso 159 pagine di delicata e piacevole lettura… ma forse è anche questo uno dei messaggi del libro: aprire la mente. Ed è il mio augurio pasquale.

 

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Alberto Gandini - Romanzo - Edizioni Gazebo

Il guardiano delle dune di Massenzàtica

Immaginiamo, con Gandini, che per riportare la Pace nel mondo e scongiurare una possibile, irrimediabile e definitiva, guerra atomica bisogna rinunciare a metà della popolazione. E nella fattispecie a tutti gli uomini. Detto fatto, due scienziate, che chissà perché mi hanno ricordato Thelma e Louise, per mezzo di messaggi subliminali inseriti in certi documentari molto diffusi, istigano il cosiddetto sesso debole a farsi leone e a “sbranare” tutti gli aitanti, e non, maschi del pianeta. Quelli che per forza di cose sono costretti a restare vivi sono ridotti ad eunuchi. Un mondo di amazzoni, quel che resta sulla Terra. Per grazia e spirito sperimentale, però, qualche esemplare di maschio resta intatto, per vedere che cosa combina, però ridotto al silenzio e monitorato costantemente, onde evitare possa dare raccapriccio alle regine incontrastate della Terra. Sennonché, sulle dune di Massenzàtica*, uno di questi simpatici maschietti integri decide di sostare col suo camper, e di esplorare la amena zona. Nessuno sa che tra le dune sono sepolte delle misteriose entità aliene capaci di alterare leggermente il corso degli eventi. Complice delle entità è lo strabordante testosterone del maschio e la naturale inclinazione del genere femminile verso il suo opposto. Si verrà così a scoprire che l’inseminazione artificiale cui sono sottoposte le fanciulle, ed in cui si usano cellule manipolate e non sano e genuino sperma maschile, a lungo andare sembra indebolire la razza umana. Il lieto fine è naturalmente dietro l’angolo, pardon dietro la duna, non senza un immancabile viaggio a Machu Picchu, sede storica delle entità.

Una lettura singolare e che dà un piccolo brivido lungo la schiena ai lettori maschi, narrata con semplicità, più per il gusto del narrare che quello di andare a costruire un mondo avveniristico. Infatti la vicenda si colloca all’incirca, secondo gli indizi contenuti nel libro, nel 2360, ma del futuro non v’è traccia, si usano automobili, fax, televisione radio. O forse futuro non è, è solo un presente parallelo, ma la mia impressione è che l’autore abbia voluto dire semplicemente quanto è bella la pacifica convivenza, senza prevaricazioni, e che è inesorabile che uomini e donne vivano in armonia ed in equilibrio fra loro. E, badate, non è un messaggio da poco in una società come quella odierna in cui le donne sono sempre più vittime innocenti della follia e della furia dei maschi. E, naturalmente, l’amore e l’attrazione fisica tra due persone che si trovano affini è una molla forte ed indistruttibile, sempre capace di raddrizzare le sorti del mondo, senza far rumore e dal basso.

 

* Le Dune Fossili di Massenzatica sono antichi cordoni dunosi litoranei databili all’incirca al IX secolo a.C., che ora si trovano nell’entroterra per via dell’avanzamento verso est della linea costiera, causato dal graduale accumulo di depositi alluvionali. Questo antico litorale corrisponde alla linea di costa pre-etrusca che, da Ravenna, passava per le attuali località Argine, Agosta, Marozzo, Ponte Maodino, S. Basilio proseguendo verso nord sino a Chioggia. A Massenzatica e S. Basilio le dune erano particolarmente elevate (massimo 7 m s.l.m.) e quindi sono ancora oggi ben visibili.

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Robert Musil - Narrativa - Via del Vento Edizioni

Narra un soldato e altre prose

 

Per chi ha conosciuto Musil con L’uomo senza qualità potrà restare forse un po’ stupito per l’esiguità di questo volumetto. Leggendolo, tuttavia, lo stupore non potrà che alimentarsi per la nitidezza della prosa, la precisione del descrivere, tipica della monumentale incompiuta, ma assolutamente riconoscibile ed intatta in questi cinque brevi racconti. L’universo interiore dell’autore austriaco vive e pulsa in queste brevi prose, si distinguono i tratti caratteristici del suo scrivere e alcuni degli argomenti prediletti. I brevi racconti hanno un gusto quasi sfumato, quell’incompiutezza che poi divenne sistema ne L’uomo senza qualità. Quasi dei semi pronti a germogliare e produrre mille rami colorati dei fiori musiliani, degli abbozzi per narrazioni future, brevi pennellate che descrivono un soggetto, che agli occhi del lettore ha una sua compiutezza, ma che si collocano in una prospettiva più ampia, in un divenire che forse verrà sviluppato o forse rimarrà una piccola perla. Molto forte questa sensazione appare in Archivista in cui la narrazione si frammenta in brevi note, appunti da sviluppare: “Archivio dei ritagli di giornale, proprio così suonava la denominazione per questo ufficio di assistenza sconvenientemente allestito. Descrizione dell’impiego. Come è avvenuta l’assunzione – svegliarsi nel mezzo di un sogno caotico…” Come si nota in una attività singolare e quasi inutile (ricorda un po’ la preparazione dei festeggiamenti per l’imperatore) ogni sfaccettatura di una esistenza è pronta a dar vita ad un universo. La grandezza di uno scrittore credo si misuri anche da questi particolari, oltre al grande affresco, il saper dare un quadro chiaro ed esaustivo con pochi precisi dettagli, riservandosi di creare da ogni dettaglio un grande disegno. Quindi, l’interesse nella lettura, oltre a conoscere dei brani di Musil sinora inediti in Italia, ottimamente tradotti dalla curatrice del volumetto Claudia Ciardi ed Elisabeth Kammer, sta nel trovarsi davanti una sorta di canovaccio, la struttura con cui un grande della letteratura inizia la costruzione di un romanzo, una sorta di laboratorio di idee.

Completano il volumetto una nota alla lettura molto interessante dal titolo Narrare l’Europa e una breve biografia dell’autore.

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Georges Braque - Aforismi - Via del Vento Edizioni

’Dipingere è meditazione’. Pensieri sull’arte

Marco Alessandrini cura questo volumetto della serie iquadernidiviadelvento dedicato al grande artista francese Georges Braque. I frammenti sono tratti da conversazioni con artisti, critici d’arte e scrittori del suo tempo, oltre a qualche estratto da vari libri. Quel che ne emerge è una visione molto profonda, un pensiero quasi zen, che vede ogni cosa collegata, ogni singolo elemento far parte di una sorta di grande organismo. Le cose materiali agli occhi del grande pittore si smaterializzano per soggiacere all’idea che si ha di esse, sono pronte ad una sorta di transustanziazione funzionale alle modifiche dell’ambiente circostante. Quando uno spettatore guarda una cosa, la fa sua; aggiunge a essa i suoi desideri, i suoi bisogni, rendendola qualcosa di totalmente diverso. Visione, questa di Braque, che per forza di cose abbraccia e comprende in modo totale la pittura, la sua pittura nella quale il concreto si trasfigura in ideale, il pittore mette su tela l’immagine che ha dell’oggetto visto.

Dipingere è innanzitutto un percorso mentale, il quadro si forma nella mente del pittore, in una forma che egli ancora non conosce, poi rendendo le immagini sulla tela si materializza qualcosa che potrebbe essere quanto visto ed immaginato, ma è in realtà una cosa nuova. Il dipinto si materializza nel contatto con la natura. Dipingere è meditazione. E’ contemplazione, perché il dipinto viene creato nella testa. Bisogna rigurgitarlo. Bisogna ridarlo. Il dipinto è una restituzione. E ancora Tutto si basa sulla relazione. La relazione tra uomo e donna genera un figlio. Lo stesso accade tra l’artista e il tema, che insieme generano un dipinto. Ma nessuno guarda l’artista o il tema: sono irrilevanti. Ciò che conta è il dipinto che risulta dalla loro relazione. Il dipinto quindi come creatura indipendente dal pittore, somma dei desideri e della volontà di chi crea, di chi osserva, ma anche una certa indipendenza di quanto creato …utilizzando un bianco, applicato sulla tela, ho dato forma a un tovagliolo. Ma di sicuro la figura bianca è qualcosa che ho concepito prima di sapere che cosa avrebbe preso forma. Ciò significa che una determinata trasformazione ha avuto luogo… In un dipinto ciò che conta è l’inatteso. Nel volumetto non mancano i commenti di Braque riguardo i suoi contemporanei pittori e correnti, fino al rapporto fra cubismo, impressionismo e fauve, o semplici consigli per i giovani pittori, ma tutti comunque sempre permeati da una sorta di ascetismo di chi dice Io non credo in nulla. Non credo in questo, né in quest’altro. Non credo nelle cose: credo soltanto nel loro rapporto, nelle loro circostanze. Il quadro che ne emerge è quello di un uomo in assoluta armonia, quasi simbiotica con la natura, giunge ad esserne immerso per poterla assimilare dentro di sé e renderla attraverso i colori in forme nuove ed inattese. Tema principe per Braque furono gli uccelli: Gli uccelli sono la sintesi di tutta la mia arte – sono più che pittura.

La lettura è assai affascinante, un percorso di meditazione molto profondo e senza tempo né luogo, alcune riflessioni riguardano la pittura ma potrebbero essere applicate in ogni campo dell’esistenza; il volume si chiude con una sorta di massima o di punto finale sul percorso di artista: Se si tenta di definire una cosa, questa è sostituita dall’idea che si ha di essa, e che in genere è falsa. Nella mia arte ho detto ciò che avevo da dire.

 

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Alessandro Cortese - Romanzo - Società Editoriale ARPANet

ad Lucem

Nonostante il trauma dell’impatto, tuttavia, in molti sono sopravvissuti sul fondo del baratro, trascinandosi nel fango e cibandosi di coloro che non ce l’hanno fatta. Il destino degli angeli sarebbe stato quello di strisciare tra i cadaveri sino all’estinzione... se Lucifero, custode del lume, non si fosse rialzato dinanzi al suo popolo”. Così Alessandro Cortese traccia il trait d’union tra il precedente “Eden” e questo “ad Lucem”, secondo romanzo di una trilogia che vedrà il suo compimento con il prossimo Genesi. I lettori ben ricorderanno la congiura avvenuta in “Eden”, con la conseguente cacciata dalla cittadella celeste del custode del lume, alias Lucifero, e degli angeli suoi compagni di congiura, e di sventura, cui vengono anche strappate le ali, prima di essere gettati sul fondo dell’Abisso, scavato molti cicli prima, quando Yahweh sconfisse la bestia ba SHE e la volle sprofondare in un luogo irraggiungibile, dal fondo del quale la bestia non potesse più nuocere alla amorevole pace della celeste cittadella. Il fosso scavato dal gigantesco animale è stato poi riutilizzato dal Grande Monarca per gettarvi tutti quelli che nel corso del tempo gli sono andati storti, o lo hanno in qualche modo tradito. Questa è un po’ la situazione che Lucifero trova intorno a sé quando si risveglia sul fondo dell’abisso, oltre al dolore dell’essere stato cacciato dal proprio Padre, essere stato privato delle ali dal fratello e aver perso il proprio status di angelo, vi è anche il dolore dei morsi degli altri sopravvissuti alla caduta che tentano di nutrirsi con quel poco che trovano. Urge vendetta, pensa Lucifero, e nel suo rialzarsi da terra si scorge simbolico il volersi elevare al di sopra dell’infausto destino e mondare l’ingiustizia subita, poiché se egli ha ordito una congiura contro Yahweh, questi ha rigirato la medesima contro i congiurati per una sua personale vendetta. La celestiale bontà del monarca di Eden non è poi così cristallina e, soprattutto, venata di ingiustizia. Per por rimedio a ciò, e per risollevare la sorte dei derelitti gettati nell’Abisso, Lucifero si erge a giustiziere, anzi a Messia, e, con frasi sulle labbra che la Bibbia attribuisce a Gesù, raduna il suo popolo e comincia a tessere la sua trama. Naturalmente il concetto di democrazia è troncato di netto, e il portatore del lume si autoproclama capo di tutti senza ammettere discussioni, né insubordinazioni. Inizia così un affascinantissimo viaggio attraverso tanti dei miti cosmogonici che l’uomo ha creato nel corso dei secoli per dare una collocazione del suo essere nello spazio e nel tempo. Eva e Noè convivono con Parche e Centauri, il Minotauro e il sonatore di The convivono in armonia grazie alla sapiente e coltissima tessitura dell’autore, fra i personaggi fa capolino un burattinaio, forse di collodiana memoria, accanto ai kafkiani amministratori della giustizia. Nel calamaio dell’autore troviamo antiche leggende, scritture più o meno sacre, ma anche letteratura moderna. Il piano di Lucifero sembra chiaro a tutti, anche al sapiente Signore delle Mosche, ma in realtà nelle ultime pagine vi è un disvelamento che rimette tutto in discussione e cambia ogni prospettiva, con un coup de theatre davvero geniale. Nell’opposizione del duplice doppio universo Eden/Abisso piano piano ne fa capolino un terzo, è l’umanità che timida ed insicura si affaccia alla vita e subito combina nefandezze, la Torre di Babele, Sodoma e Gomorra, ed in tutto vi è lo zampino di Lucifero, che gioca ogni carta pur di aver vinta la partita contro Yahweh.

Ma la trama del romanzo talmente polimorfa sfugge a racconti e riassunti, va letta, vissuta e immaginata, facendosi prendere per mano dal fascino ammaliatore di Lucifero, e dall’indiscutibile bravura di Cortese nel mescolare tutti i miti e i loro personaggi per creare una cosmogonia antica e radicata eppur nuovissima, in cui l’eternità stessa, e l’esistenza di Dio, vengono poste in una prospettiva più ampia; al concetto del “sempre”, sembra aggiungersi una pagina, dietro a quel che vediamo vi è quel che immaginiamo, ma dietro a questo vi è dell’altro, qualcosa che immagina l’immaginario. E parte di questo oscuro meccanismo è una trovata assolutamente, secondo me, geniale di Cortese, una equazione che scrivendosi determina il succedersi degli eventi; senza dire altro su questo “meccanismo” trovo che porti le leggende antiche e antichissime in una dimensione più contemporanea ed attuale, togliendo loro la patina di antico e collocandole al di fuori del tempo, proiettate verso il futuro. Un'ultima riflessione riguarda il sollevarsi del popolo dell’abisso, sembrerebbe che mettendo in filigrana le azioni di Lucifero si tracci una sorta di percorso dell’umanità stessa, il cammino reale, posto in contrapposizione col cammino così come invece ce lo raccontano le leggende. Lucifero dapprima striscia nel fango, si rialza, attraverso strati primordiali e dopo aver incontrato i simulacri di leggende, false credenze, e altri personaggi che potremmo definire di cartapesta, tuttavia destinati a svanire, si avvia verso la modernità e la scienza attraverso la quale riesce ad affrancarsi dal retaggio delle superstizioni e delle credenze.

Al di là delle letture in controluce “ad Lucem” resta una lettura molto convincente, scritta con grande bravura, soprattutto nel riuscire a mettere insieme tali e tanti personaggi, alcuni noti, altri arcinoti, o semisconosciuti, senza grinze, senza forzature e tenendo la linea della narrazione senza sbavature lungo tutto il romanzo. Come dicevo, questo romanzo è la continuazione di “Eden”, però rispetto al precedente in “ad Lucem” si respira un’aria completamente diversa, le atmosfere nebbiose e misteriose di “Eden” si sono diradate, forse smarrendo quell’aria incantata e capace di riservare una sorpresa ad ogni pagina. Lasciate le brume di “Eden” Cortese procede con sicurezza e a fari ben accesi, per illuminare ogni singolo dettaglio, senza ombre di dubbi, per rendere chiaro al lettore ogni dettaglio, fatto molto utile perché in alcuni passaggi si rischia di perdersi. Ma la mano di Cortese è sempre pronta ad afferrare il lettore che rischia di scivolare o sbandare e lo tiene sulla via maestra della sua narrazione sicura, inappuntabile ed incalzante. Un romanzo sorprendente, molto ben costruito, l'argomento è insolito ed avvincente; Cortese è una voce unica ed originale nel panorama letterario, sempre più affollato di ricordi dei nonni e amori finiti male. Certo che potrà vantare più tentativi di imitazione della settimana enigmistica, un grazie all’autore per il bel libro e la piacevole lettura. 

 

[ Presentazione del libro sabato 2 marzo 2013 a Roma... ]

 

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Claudio Angelini - Romanzo - Graus Editore

La donna d’altri

 

Un romanzo d’amore, questo del professor Angelini, dall’andamento polimorfo, con una narrazione semplice, quasi diaristica. Ampie aperture, simili ad ondate di pensiero, sensazioni, che si diramano in rivoli via via sempre più minuti nel quotidiano, a frangersi tra le mura domestiche.

Il protagonista deve alla sua maschia prestanza il brutto momento che passa: una affascinante ed algida signora elvetica irrompe nella sua pacifica esistenza fatta di avventure galanti e superficialità. La donna ed il protagonista, Giorgio, vivono brevi attimi di intensa passione carnale, poi la donna se ne va, non senza avergli rivelato che è già sposata ma non innamorata del marito, e, fatto ancor più fondamentale, di essere molto ricca. Il povero Giorgio perde la testa, non si capacita del fatto di essere stato usato, per la proverbiale botta e via, da una donna, abituato com’è ad essere lui quello che usa le donne per il proprio piacere e poi le getta. Dopo questa avventuretta, il nostro maschio alfa, torna alla sua placida vita imprenditoriale, ma non riesce a togliersi dalla testa la dama elvetica, non riesce più a concentrarsi sulle sue cose, anche le donne che gli si offrono con abnegazione ed ardore non lo coinvolgono, l’unica con cui si trova bene è la zia Marietta, una arzilla vecchietta generosa e un po’ bigotta che consola il nipotino quando egli non riesce a trovare pace. Poi il mistero si chiarisce e al contempo si complica, la spietata sciupa maschi svizzera ha scelto Giorgio per la sua esuberante bellezza, giusto per concepire un figlio con lui, e che di lui avesse i geni della italica beltà (con buona pace di Gregor Mendel). Alla ferale notizia il bel Giorgio non si darà pace e quando il bimbo nascerà, settimino, per accelerare i tempi della narrazione, si precipiterà a Losanna a bordo della sua fiammante decapottabile per incontrare la famiglia al gran completo: madre, bimbo, marito becco e seguito di bambinaie e governati dal silenzio teutonico. Il finale salverà tutti e metterà tutto nei binari della “normalità” ma se lo rivelassi strapperei al lettore il gusto della tempestosa agnizione.

 

Il romanzo è leggero e gradevole, scritto in modo semplice, oserei dire domestico, con ampie descrizioni di cene, interni, mugugni e chiacchiere dal gusto vagamente minimalista. Tuttavia devo dire che, a volte, qualche passaggio mi è sembrato velato di una certa misoginia, sebbene la frase che più ha mi dato tale sensazione stia in bocca ad un personaggio un poco bislacco, per cui potrebbe essere messa lì per stigmatizzare certi atteggiamenti mentali. Anche il fatto che la maggior parte delle fanciulle della narrazione siano di mutanda abbastanza svelta, e solo l’essere desolatamente integerrimo di Giorgio, a causa del suo dolore, evita che gli incontri finiscano sotto le lenzuola, può far suonare qualche campanellino nella mente di chi legge. A far da contraltare però c’è il fatto fondante del libro, ovvero che la fanciulla svizzera decide liberamente di fare un figlio con chi le pare, riaffermando che l’utero è suo e lo gestisce lei. Naturalmente questa sorta di pacifica ribellione è poi stemperata in seno alla Chiesa, ma per quel che mi pare di capire dalla formazione dell’autore è anche giusto – e prevedibile – così. Comunque, tra qualche slittamento e piccole ingenuità il libro scorre gradevole, tiene desta l’attenzione di chi legge. Nelle ultime pagine svetta poi una frase, capace da sola di gettare una luce diversa su tutto il romanzo (e quasi cancellare la parte sospetta di misoginia): “Ma c’è una cosa che dà un connotato certo ed indubbio, a ognuno di noi: siamo tutti figli di Dio, che ama ognuno di noi per quello che è, e ci ha creato perché ci ama. E quando uno sa di essere amato è capace, grazie a questa certezza, di trasformare il mondo.” Amare ed essere amati, questa è la cosa importante, ma lo è anche, forti dell’amore di Dio che non ci giudica, fare le proprie scelte: fare un figlio con uno sconosciuto, andare a letto col capo, sposare una donna che non si ama, ognuno è libero di vivere la propria vita, e questo è quello che conta, senza giudicare ed essere giudicati.

 

 

P.S. Da non confondere questo libro con quello di Gay Talese, edito da Rizzoli.

 

 

Roma, 2 febbraio 2013

(Giorno in cui la Francia ha approvato il matrimonio gay: siamo tutti figli di Dio, che ama ognuno di noi per quello che &egrav

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Leonardo Bonetti - Romanzo - Casa Editrice Marietti

Racconto d’estate

Terzo appuntamento della quadrilogia delle stagioni, di Leonardo Bonetti; dopo le stagioni più fresche ecco, in questo Racconto d’estate, una bella stagione interminabile, una estate, appunto, che tutto ha sommerso, non ci si ricorda quando ha avuto inizio, e non si sa dove avrà un termine. Un manipolo di ragazzi, novelli argonauti di borgata, capitanati da Zampa di cane, che è anche “colui che dice io all’interno del romanzo”, decide di partire per raggiungere quella striscia luminescente che appare all’orizzonte, e che segna la fine dell’estate. Stagione metaforica, dunque, questa estate perenne, con la quale si vuole delineare la nostra stessa società, che pare cullata dagli agi, ma senza rendersi conto che ne è prigioniera. Una società dalla facciata bella ed invitante, come può essere l’estate, ma, laddove non ha fine, diventa carcere, trappola, e per carcerieri vi sono i cosiddetti signorini, i chi di dovere, come li ha battezzati l’io narrante, designando così tutti quelli che credono di saperla più lunga, o di avere gli agganci più utili, quelli che amano ricordare al prossimo, lei non sa chi sono io. Oltre che una metafora, questo romanzo, è anche un viaggio di ricerca. Ricerca di qualcosa che ci è stato tolto, qualcosa che non sappiamo se riusciremo a trovare ma che vale comunque la pena di cercare; e metafora in quanto nel corso del viaggio i nostri eroi si imbatteranno in tutta una serie di figure archetipali e della letteratura e della nostra società, pasciuta ed addormentata nella sua estiva sazietà.

Nel corso della narrazione, si fondono e si assommano vari tratti e aspetti della narrativa moderna, frammenti di Novecento italiano, incastonati in filoni di Ottocento francese. Ad esempio, il rifuggire del nostro piccolo gruppo i signorini, non ricorda forse l’odio dei Verdurin verso i noiosi, rifuggiti come la peste. E non è forse vero che quando una misteriosa figura fa invaghire, ricambiata, la Giusy del gruppo, il piccolo clan si richiude su di essa per salvaguardare l’unità del gruppo, così come si teme che Swann possa distogliere Odette dagli appuntamenti nel salotto di quai Conti. E proprio nel finale del romanzo si cela il doppio proustiano coi Verdurin, che nel Tempo ritrovato finiscono coll’innalzarsi simbolicamente verso l’aristocrazia, lasciando svaporare tutta la loro alterigia ed alterità, per fondersi con l’ambiente che sembra accoglierli dopo averli dilaniati. Così il nostro gruppetto, dopo essere stato crivellato di colpi, si fonde con l’elemento che li ha accolti dopo mille peripezie. Ed è il finale, aperto, volutamente ambiguo ed incompiuto, a sottolineare il tono picaresco del romanzo, che nell’incompiutezza quevediana, promessa di nuovi viaggi ed avventure, ha la sua cifra e caratteristica. Ma i nostri novelli bricconi, questi Verdurin dei sette mari, cosa vedono nel loro viaggio? Vedono uno spaccato della nostra società, specchiantesi nella storia sociale e della letteratura, con tutto il suo crogiuolo di stilemi e vezzi, dal Rosenkreutz delle Nozze alchemiche sino al Rugarli della Troga, col suo sabba dei potenti della terra. E, soprattutto, tra le righe del romanzo ciò che scorre e vibra, incessante, è un desiderio di ricerca, una domanda inespressa che nella anelata risposta trova la sua completa formulazione.

Se questo fosse un romanzo a sé stante, ci si potrebbe fermare ad ammirare la perfezione della costruzione e l’eleganza del linguaggio, qua reinventato da Bonetti, modellandolo su quello di certi telefilm degli anni Sessanta, mescolato allo slang delle periferie. L’abilità dell’autore sta nel non scivolare mai nella volgarità, o nel facile calembour da cabaret, invece riesce a dare vita ad un linguaggio colorito e singolare, apparentemente da strapaese in certe affermazioni del parlato, ma leggero ed aulico nella sua costruzione, preciso ed incalzante in ogni suo punto, lasciando al lettore la sensazione di una grande naturalezza, pur nel suo essere sempre perfettamente misurato, costruito con eleganza ed erudizione, e senza cader mai nel banale o nel già visto. E direi che non è poco, soprattutto perché Bonetti, sceglie una sua via, crea un suo linguaggio, senza copiare mai, forse con una strizzatina d’occhio al Gadda e a Moravia, qua e là.

Tuttavia, come dicevo, nel considerare questo romanzo, non si può non andare col pensiero al primo dei romanzi della quadrilogia (ad oggi ferma a questo Racconto d’estate, ma l’attesa è ormai tanta per la quarta parte), Racconto d’inverno, perché Racconto d’estate ne è l’immagine speculare e negativa. Laddove il primo racconto era rinchiuso nel gelo, dentro una guerra, e tra quattro – claustrofobiche – mura, il racconto d’estate è al caldo, in uno spazio sconfinato – il mare, l’Africa, i deserti – e sempre all’aperto. Ma pur sempre di una ricerca si tratta, ricerca finalizzata ad una evasione dal reale circostante, prima una guerra – misteriosa, interminabile – ora una calda stagione che tutto permea, simboli, entrambi, di una società che non è fatta per l’uomo, ma che è invece oppressione e malessere, e dalla quale l’autore cerca una via di fuga, un nuovo sé, in un nuovo dove, al riparo dai mali della società, una nuova circostanza. I paralleli fra i racconti d’inverno e d’estate sono molteplici, quasi una fitta trama, celati assai bene, sono frammenti quasi invisibili, ma ben presenti, ed una volta avvistati riescono a gettare una nuova prospettiva sulla lettura, raddoppiandone il significato e la portata. La creatura alchemica fa un po’ da specchio magico fra i due mondi: attraverso il piccolo ed ignudo Mercurio, rivediamo i sotterranei della villa immersa nella faggeta e il suo ribollire che, finalmente, ha dato alla luce una creatura. Anche il bosco, creatura amata da Bonetti, in Racconto d’estate si estende ancor più sino a diventare foresta animata da mille sguardi e mille creature, la faggeta di montagna, misterioso riparo, diventata amabile bosco, capace di proteggere in Racconto di primavera, diventa qua vasta foresta, protezione, ma anche rito di passaggio verso una nuova dimensione.

Dunque, romanzo di passaggio e di scoperta, tassello fondamentale nella ricerca incessante di Leonardo Bonetti, che dimostra in questo romanzo le sue grandi capacità inventive e di narratore, costruendo un mondo capace di agire animato da personaggi, umani e concreti, che finiranno col volatilizzarsi nel cielo, ma non chiamiamolo Palazzeschi!

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Edmund White - Romanzo - Playground

Jack Holmes e il suo amico

Prendiamo un giovane laureato in una materia che richiami l’antica Cina, facciamolo giungere a New York dal Midwest, in cerca di lavoro e di una vita con più libertà, scevra dall’oppressione genitoriale, ed avremo un breve ed efficace ritratto di Edmund White. Comincia così, questo sontuoso romanzo del noto romanziere e biografo, che da anni ha abituato il lettore a sue autobiografie usate come pretesto per una ricca descrizione dell’ambiente newyorkese, e talvolta europeo, negli anni settanta, o della cosiddetta liberazione sessuale, che per i paesi più evoluti si è poi trasformata in una ricerca di eguali diritti. Ben presto il nostro Jack esce dal cono d’ombra del suo creatore, la sua vita si scolla dalla biografia di White, e Jack vive la sua vita indipendente e molto ben nutrita dalla fertile fantasia di papà Edmund. Nel primo capitolo il protagonista mette a fuoco la sua esistenza in termini professionali e, diciamo così, sentimentali, accettando la sua omosessualità; vive le sue esperienze con l’ottima compagnia che gli fa quella virtù tanto celebrata quanto innata negli uomini. Il lettore più maliziosetto potrebbe addirittura giungere ad immaginare che l’amico del titolo è proprio quell’“inseparabile presenza”. Ma invece no, senza cadere nel boccaccesco, il romanzo svela il vero amico di Jack: Will. I due sono colleghi di lavoro, ma Will ha ambizioni più elevate, vuole essere scrittore, questo fatto, unito ad un’aria sorniona ed aristocratica, fa innamorare Jack, il quale vive una passione tanto tenace quanto impossibile. La vicenda si snoda lungo un arco temporale abbastanza vasto, ma con un salto centrale, un po’ come le cure proustiane che precedono il bal-de-tête, e ci riporta i due protagonisti ormai adulti, sistemati, nel caso di Will, in seno ad una confortante famiglia. Ma se Jack ha sempre nutrito un amore forte e tenace, posto in contraltare ad una vita sessuale totalmente libertina, Will ha nutrito un tiepido amore per la compagna ed ha sempre invidiato all’amico la libertà sessuale. Il loro incontro da adulti darà fuoco alle proverbiali polveri covate nell’animo di Will e lo condurrà ad un periodo di follie sessuali, che però non riescono a mettere in discussione la solidità del suo matrimonio. Pare che Will, nutrendosi dell’amore che gli giunge dalla moglie e da Jack, possa dedicarsi a far gioire il proprio corpo, liberato dalla sete d’amore. Parafrasando il buon Kundera, la pesantezza dell’amore ricevuto, dona aerea leggerezza agli istinti sessuali, sgravati da orpelli sentimentali. Will, allontanatosi dalla moglie, vive con Jack, il quale gode della presenza dell’amico, Will può avere al suo fianco un amico fidato, che non lo giudica per la sua spregiudicatezza, in quanto condivisa, è la quadratura del cerchio. Tutto perfetto? Basterà un misterioso virus che si sta iniziando a diffondere, soprattutto fra i più libertini, a riportare Will a casa, e a far tentare a Jack di costruirsi un legame. Un ulteriore e finale salto avanti nel tempo ci mostrerà un epilogo rasserenante e di tolleranza, sempre un sogno, quest’ultima, per noi – lettori – italiani.

Il romanzo è molto ben scritto, con la particolarità dell’alternarsi dei capitoli dedicati ai due protagonisti, ma se quelli relativi a Jack sono narrati in terza persona, Will, invece parla in prima persona, scombinando ulteriormente l’idea che l’autore si celi dietro Jack, anche se sappiamo, da altre letture, che il buon White ha effettivamente vissuto un’impossibile storia d’amore per un suo amico/coinquilino; ma con White si sa che l’ordito dei libri è composto da tratti autobiografici, invenzione romanzesca e tratti di storia contemporanea. Su questo ordito White tesse un romanzo di assoluta eleganza formale, infiocchettando la narrazione di metafore vagamente ellittiche ma che ben si prestano a rendere il linguaggio e la lettura densi di significati nascosti, piccole sorprese e piacevoli sottolineature.

Un romanzo sull’amore, sull’amicizia, e sul cambiamento dei tempi, ma anche sulle illusioni perdute ed infrante. Will da aspirante scrittore ripiegherà sullo scrivere brochure, la moglie da donna sicura e indipendente si rivelerà una persona insicura ed instabile. E soprattutto un libro sulla difficoltà di accettare pienamente se stessi.

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George Sand - Romanzo - Feltrinelli

François le Champi

Il più noto romanzo campestre della prolifica Aurore Amantine Dupin meglio nota con lo pseudonimo maschile di George Sand. Il libro narra della sorprendente parabola del trovatello François e lo strano rapporto che lo lega alla seconda madre adottiva. Il piccolo viene incontrato dalla giovane mugnaia Madeleine Blanchet presso un fontanile ove ella si reca a lavare il bucato. Il piccolo è scoperto, forse malaticcio e farneticante, la signora, mossa a pietà, lo copre e questi, placido, si addormenta. Inizia così il burrascoso rapporto tra il fanciullo e la mugnaia, ostacolato soprattutto dall’infedele marito di lei. Dapprima la signora Blanchet aiuta la Zabelle, madre adottiva ufficiale di François, e poi via via crea un legame diretto con il trovatello. Il passaggio da una madre all’altra avviene quando la Zabelle viene convinta dal malvagio mugnaio ad andarsene e riportare il bimbo all’orfanatrofio. Ma la mugnaia fa di tutto per fermarla, giungendo a “comprare” il bimbo, cosa non del tutto ortodossa per i nostri giorni, anche un po’ bieca, se vogliamo, ma l’autrice la fa passare come atto d’amore. François sviluppa ben presto una sorta di venerazione per la pia mugnaia, e cerca di aiutarla in tutto, giunge sino a lavorare presso il mulino del signor Blanchet, distinguendosi fra tutti per la sua bravura e le sue grandi capacità. Dopo qualche tempo di operosa serenità, la perfida amante del mugnaio fa in modo che il ragazzo venga allontanato, dalla casa e dal mulino, cosa che il ragazzo accetta per devozione verso madame Blanchet. Ma la lontananza è terribile da affrontare per madre e figlio, e, se quest’ultimo cerca di ingegnarsi in ogni modo per tentare di tornare al mulino, la mugnaia invece, desolata, cade malata e prossima alla morte. Con un meccanismo abbastanza tipico per i romanzi dell’epoca (è stato pubblicato nel 1850) François, ormai uomo, torna al mulino giusto in tempo per salvare Madeleine dalla morte e dalla rovina economica, riesce a punire i malvagi e ritrova il suo posto al mulino accanto alla ormai vedova Blanchet. Ma ancora qualcosa rode l’animo di François, è qualcosa di inesprimibile, è forse anche un po’ scabroso, ma alla fine impossibile da nascondere, e François diventa il marito della mugnaia, già madre adottiva. Un finale, dicevo, che può apparire scabroso, e sicuramente lo fu all’epoca della pubblicazione, ma che si percepisce come imminente almeno dalla metà del romanzo. Certi languori tipicamente ottocenteschi, mezze frasi, improvvise malinconie, sono sempre foriere di amori difficili. Il lettore resta sicuramente un po’ spaesato di fronte al fatto che alla fine la saggia Madeleine accetta il trovatello come marito. L’amore trionfa sempre, si dice, anche sulle differenze sociali, sulle differenze di età e anche sul fatto che una persona da madre si trasforma in moglie, ai giorni nostri forse ci si stupisce un po’ meno, Woody Allen troverebbe la cosa normalissima, ma credo che qualche decennio fa la vicenda abbia fatto storcere il naso a parecchi.

 

Ora andiamo qualche anno avanti, un bimbo, disperato, desidera che la madre gli dia il bacio della buonanotte, ricorre ad un escamotage per raggiungere il suo scopo, fa recapitare alla madre una lettera in cui le dice che ha cose importantissime da dirle. Quando gli ospiti se ne vanno la madre si avvia verso la camera da letto e trova il bimbo piangente, capisce l’angoscia che attanaglia il cuore dell’infelice e decide di passare la notte accanto a lui, per tentare di calmarlo gli legge un libro: François le Champi. Quel bambino era Marcel Proust, e la scena è immortalata nelle prime pagine della Recherche, nel primo capitolo. Ora, perché Proust, che nulla lasciava al caso, si fece leggere proprio quel libro? E non, per esempio, il prediletto Capitan Fracassa? Io penso che in quel passaggio Proust abbia voluto sancire una sorta di rito di passaggio, dall’età della fanciullezza, in cui la madre è sacra, è colei che nutre e protegge, all’età adulta, in cui la madre si trasfigura in donna, e come tale può essere soggetto d’amore (non filiale) e di possessione. Infatti madame Weil, nella Recherche diventerà la nonna, amore allo stato puro, protezione e cura, mentre la madre, amata da Proust in modo addirittura morboso, sarà un'altra figura, più distante, a volte quasi distaccata, quasi come una donna amata, profondamente ma non d’amore filiale. L’attacco di asma del piccolo Marcel si sovrappone alla disperazione del piccolo Narratore, come punto in cui viene sancito il diritto all’amore materno, il bacio come esigenza, come dovere della madre per garantire la salute del piccolo, non più come segno di affetto, ma come suggello del predominio del figlio sulla madre. Proprio come François diventa lo sposo della signora Blanchet, così il Narratore acquisisce un diritto privilegiato d’amore sulla madre, tant’è che nella famosa scena del bacio, la madre si trattiene nella stanza del piccolo e non dorme col padre.

 

Nota: Champi significa “bambino trovato nei campi” nel dialetto della regione d

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Anna Belozorovitch - Racconti - Besa Editrice

Banane e fragole

Vi sono oggetti-culto nell’infanzia di ognuno di noi, una maglietta, un pallone, il Lego, un dolce, rappresentavano quel non so che di inaccessibile e desiderato, pensato e bramato sino a solidificarsi nei ricordi in modo inscalfibile. Nei ricordi di questa brava autrice dalle origini russe i due frutti del titolo probabilmente hanno svolto questa funzioni di oggetti culto capaci di rievocare un intero mondo, anni e latitudini sui quali l’occhio non si posa più da tempo. E partendo dai frutti la Belozorovitch ci fa sfogliare l’album dei ricordi di una infanzia russa, che in letteratura si tende a trasformare in drammatica o sublime, sorta di paradiso perduto da guardare con amaro rimpianto. La Belozorovitch non cede e ci mostra con affetto ed orgoglio le istantanee della sua infanzia, serena si direbbe, dallo sguardo incantato sul mondo degli adulti, con tanti perché ma anche con tante certezze. I giorni scorrono nei ricordi con nevicate, visite di parenti, strane apparizioni di banane, sino al gusto della neve, ritenuto il non plus ultra, forse perché trattiene il candore e la semplicità della vita. In questa raccolta di brevi racconti, l’autrice tratteggia la sua infanzia moscovita, fatta di momenti semplici e tradizionali, punteggiati dalle novità che inesorabili giungevano ad animare vite e desideri di bimbi ed adulti. Nella raccolta l’infanzia dell’autrice è rappresentata da momenti salienti, da piccole epifanie e traguardi, forse comuni nell’infanzia di tutti, ma resi unici dall’amore che li circonda, dalla dolcezza del ricordo. Leggendo sembra quasi di percepire lo sguardo dell’autrice che accarezza ogni pagina con dolcezza, regalando al lettore, quasi a malincuore, ricordi tanto preziosi. La lettura è semplice e, oserei dire, tenera: con tenerezza si osservano le giornate di questa bimba, che ancora da qualche parte vive nel cuore della donna adulta che scrive, ed è lei, la piccola Anna a parlarci dalle pagine di questa graziosa raccolta. Raccolta di vicende private, di sentimenti domestici, che presi nel loro insieme ci danno una idea vivida della vita della gente di quel periodo, uno spaccato di storia minima e sociale. Il linguaggio è quello semplice ed immediato, ma non superficiale, che può avere una bimba che si affaccia al mondo. Una lettura rilassante e serena che farà intenerire e riflettere anche il più distratto dei lettori. 

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Edmund White - Romanzo - Playground

Hotel de Dream

Siamo agli inizi del Novecento, Stephen Crane è consunto dalla tisi, la moglie decide di portarlo, come ultimo tentativo di guarigione, in Baviera, ma il viaggio si rivelerà, fatalmente, l’ultimo per il giovane e promettente scrittore americano, con lui la moglie Cora, conosciuta nel bordello da lei gestito, quell’Hotel de Dream che dà il titolo all’opera. Durante il viaggio Crane avverte l’impellenza di dettare alla moglie l’ultimo libro, vuole raccontare una storia riguardo una persona conosciuta a New York anni addietro, storia con la quale aveva già fatto un tentativo, ma la “morale corrente” lo aveva fatto desistere, ora o mai più sembra pensare lo scrittore morente, e tra atroci sofferenze racconta la storia di Elliott. Elliott giunge a New York dopo essere fuggito da un paesino di campagna  e dalle violenze quotidiane del padre e due dei fratelli, il ragazzo vive di espedienti ed arriva a vendere il suo corpo unendo una sua inclinazione al bisogno di sbarcare il lunario. Nel corso dei suoi vagabondaggi il giovane incontra Theodore, integerrimo banchiere dalla vita irreprensibile che con il classico colpo di fulmine, perde completamente la testa per il ragazzo. Questo amore porterà con sé la dannazione per entrambi, e li trascinerà in una spirale in cui perderanno tutto quello che avevano. Crane racconta la storia senza falsi pudori e dimostrando una mancanza di pregiudizi notevole per l’epoca, anche per i giorni nostri sotto certi aspetti. Il racconto di Elliott prende il nome de “Il ragazzo truccato”, ed è una sorta di romanzo nel romanzo, dove White con notevole abilità intreccia con fili sottili, quasi invisibili, la trama romanzesca con quella biografica, tessendo un interessante parallelo vfra le vite di Crane, la moglie, Elliott e Theodore, e mostrando nella filigrana della narrazione la forza dell’amore, che può nascere in qualsiasi ambiente, e toccare persone apparentemente distantissime. Crane conosce la moglie in un bordello, Theodore incontra Elliott che si prostituisce, ma ciò non impedisce all’amore di svilupparsi e di diventare tenace,  lo scrittore e la moglie lasciano l’America dove è nota la di lei vita, Theodore getta al vento la sua esistenza rispettabile, Elliott rischia seriamente la vita, e tutto ciò per la forza dell’amore. White attraverso Crane ribadisce quanto poco si possa giudicare l’amore, esso nasce dove deve farlo, non vi sono pregiudizi o classi sociali a vincolarlo, chi, tra i benpensanti, si erge a dare un giudizio è perché probabilmente non conosce tale sentimento. Nell’impellenza di Crane nel raccontare la storia di Elliott si mischiano i suoi ricordi all’Avana, durante un viaggio fatto anni prima dove anche lui aveva conosciuto l’amore vero, ma che ha dovuto abbandonare per gli schemi sociali. White usa materiale reale, la sua bravura di biografo è nota, Crane incontra Conrad, Wells, e addirittura Henry James dovrebbe terminare il libro, ed è una sua lettera a concludere l’opera; inoltre White costruisce l’ambiente che poi diventerà quello cosiddetto gay (il termine omosessuale ai tempi in cui si svolge la vicenda non era ancora stato coniato,  gay è stato adottato molto più tardi), creando l’antefatto storico allo sfondo di tanti suoi romanzi, e costella il racconto di fatti e giudizi che sono tanto del secolo scorso come attuali. Il tema dell’attempato e distinto uomo che si innamora del giovinetto non è esattamente una novità, ma è singolare la forza dell’amore che nasce tra i due, sebbene, visti i tempi ci voglia proprio l’alibi di un filo di trucco sul volto del ragazzo per schiudere la porta di un mondo sconosciuto. Il parallelo tra Elliott e Theodore, verso il finale del racconto giunge a quello con Adriano e Antinoo, creando una sorta di ponte temporale dall’antichità al nostro recente passato e, di conseguenza, ai giorni nostri, in cui il legame fra le epoche sono l’amore e la passione, capaci di manifestarsi dove il destino li porta, non si può parlare di vizi o immoralità, l’amore, semplicemente, è libero. Il libro è molto bello, la formula del romanzo nel romanzo è assai convincente e riesce a mostrare cosa spesso sta nella mente del romanziere durante il processo creativo, White mostra tutta la sua bravura di grande narratore riuscendo a dare alle due parti che compongono il libro “voci” differenti, ricreando lo stile di Crane intrecciato alla precisione biografica e alla creatività tipiche di White che usa un linguaggio semplice ed elegante, velato di ironia e che sa avvincere il lettore per la sua notevole originalità. Un gran bel romanzo.




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Lorenzo Spurio – Sandra Carresi - Racconti - Lettere Animate

Ritorno ad Ancona e altre storie

Una raccolta di tre racconti, scritta a quattro mani, per parlare di sentimenti, traducendoli in tessere musive, piccoli frammenti di esistenze raccolti minuziosamente per dare vita e corpo alle moltitudini di sentimenti che albergano in un cuore. Quando si parla di sentimenti, si sa, la banalità o il grottesco, attendono acquattati – con ghigno ed artigli di belva – dietro ogni angolo, pronti a divorare in un boccone libro ed autore che troppo indulgono in sdolcinatezze, o particolari anatomici, facendo scomparire l’opera al lettore, il quale si troverà a sfogliare un libro vuoto, un catalogo di banalità che scomparirà dalla sua mente man mano che gli occhi avranno terminato di compitarne il testo. In questi racconti, invece, le belve restano a bocca asciutta, la trama e l’ideazione dei tre racconti non risentono della sindrome della banalità. I due autori (mi piace immaginarli anche amici) scelgono di raccontare il nascere e il crescere dei sentimenti dal punto di vista più semplice, e per questo più complicato: immersi nella quotidianità. Il racconto scorre come ticchettando sulle lancette di un orologio, gli autori scandiscono il volgere di minuti e giornate, creando così la fitta e solida trama sulla quale poi il ricamo dell’amore compie il resto. Non per magia, ovviamente, ma grazie alle sapienti pennellate dei due, al loro sezionare la spinta di un sentimento nei passi che lo costruiscono, studiandone e tracciandone la traiettoria, sia che giunga al bersaglio, sia che dopo arcuata e mirabile traiettoria il dardo si conficchi nel semplice e poco glorioso prato. Un parlare di sentimenti quello del duo Spurio/Carresi che nasce dalle cose semplici, dai gesti quotidiani, dal vivere in semplicità dei giorni nostri e comuni. Un linguaggio quasi minimalista fatto di semplici pensieri, e di altrettanto semplici gesti: un caffè, le piante da bagnare, una vacanza, i giorni di scuola dei figli. Nei gesti sono racchiusi i sentimenti, non viceversa, non sono grandi gesta dettate dai sentimenti – quelle dei protagonisti – ma semplici atti del vivere quotidiano, sul quale sboccia e si irradia l’amore. Tre trame sincere ed avvincenti, narrate con linguaggio semplice ed immediato, senza ricorrere a frasi roboanti, o a scenici artifizi, che scoprono quella parte tanto frequentata quanto sconosciuta dell’essere umano: il cuore. Ma oltre che di trama anche di parole è fatto un libro, e in questo caso sembra che qualcosa sia andato un pochino storto. Forse non vi è stata una maniacale rilettura del testo, o forse gli autori hanno voluto mettere totalmente in risalto la forza del pensiero senza curare la forma dello scritto. Questo non sono in grado di saperlo, tuttavia la mia opinione di lettore è che i troppi scivoloni del testo riescano alla fine ad irritare l’occhio che legge, ponendo in un cono d’ombra il testo che ne risulta così svilito. So che è abbastanza comune trovare piccoli refusi di stampa ma quando la collezione si ingrossa sorgono alcune domande, tra cui la più banale: ma nessuno ha letto il manoscritto? Anche perché se qualcuno l’avesse fatto si sarebbe accorto che è impossibile andare da Campo dei Fiori a via Traspontina con la metro, o che un personaggio nel volgere di poche pagine si trasforma da ciccione a macilento, o che la parola melangiate forse ha un sinonimo dal suono più armonioso, che la macchinazione non è una produzione o che una open house non è la stessa cosa di un open space. E così via, tra consecutio non rispettate, spazi mancanti, date che slittano o frasi ripetute – si direbbe – col copia e in colla, giù giù sino a definire “discutibile” il metodo Montessori, ma quest’ultima è solo un’opinione ed esula dal discorso sviste. Insomma un ottimo libro caviardé – per approfittare stiracchiandolo un po’ di un termine caro alla diplomazia zarista – da una serie di trabocchetti in cui il lettore rischia di deragliare dalla lettura, soprattutto nel primo dei tre racconti, che risulta quello più raffazzonato. Forse una rilettura più attenta avrebbe potuto donare al lettore un piacere più sopraffino. E queste sono semplicemente opinioni personali.


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Alessandro Cortese - Romanzo - ARPABook

Eden

Molti sono gli aggettivi che si possono utilizzare per tentare di definire brevemente questo romanzo, da insolito ad originale, passando per eccentrico, e addirittura si potrebbe scomodare quell’aggettivo un po’ burbero che talvolta accompagna una messa al bando: blasfemo. Io, che non ho potere di mettere opere all’indice, e ritengo ben poche cose davvero blasfeme, perché tiro in ballo proprio questa definizione? Perché l’argomento, come non è difficile capire dal titolo, non è un luogo qualsiasi di una amenità tale da poter esser paragonato al paradiso in terra, ma si tratta proprio di quel luogo ove mosse i primi passi il genere umano. Cortese va ben oltre una mera descrizione, crea una vera e propria città – fumosa e crivellata di cunicoli e passaggi – abitata da angeli mascherati, arcangeli, cherubini e altre figure paradisiache, e, in un palazzo su un’altura, proprio lui il Grande Padre, che ovviamente è chi dovrebbe essere. Quel che riesce a fare l’autore lungo le pagine del romanzo è costruire una storia del tutto differente da come ci è stata mostrata dalla Genesi. Alcuni angeli ordiscono una congiura, invocano la Libertà, che il grande Padre, mascherandola da bontà estrema (divina?) stenta a concedere. Nel frattempo i nostri progenitori si arrovellano nei pressi dell’albero del Bene e del Male, in un giardino sotterraneo, ad indicare la Libertà “condizionata” di cui godono, e l’albero stesso simboleggia il volere divino alla sottomissione delle sue creature attraverso una colpa che pesa come una maledizione ma è solo un gioco di potere (passaggio geniale, in cui, a mio avviso, il Cortese getta un’occhiata su certe gerarchie ben radicate ai giorni nostri). I personaggi del libro sono divini ma animati da passioni del tutto terrestri, rivelano umane passioni e debolezze nella divinità che li avvolge. Gli arcangeli sono spietati censori, praticamente una specie di corpo di polizia, non del tutto scevri da rivalità e gelosie, il Grande Padre è l’ultimo di una millenaria stirpe, custode di arcani segreti, molto simili a studi alchemici, ma che ricorre a espedienti per conservare il suo potere. Dopo un inizio un po’ spiazzante, il lettore trova un’ottima lettura e una vicenda assai ben costruita: tra doppi giochi, tranelli, omicidi e una singolare storia di passione carnale, si giunge all’ovvio epilogo della caduta di colui che portava la luce, rimastagli solo nel nome, successivamente rinnegato. Andare a sottolineare quei punti che rendono la lettura degna di nota significherebbe svelare troppo e privare i lettori del piacere di scoprire una storia arcinota ma che la ri-lettura e “romanzatura” di Cortese rivestono di nuovi e singolari significati. Come dicevo prima, qualcuno potrà storcere il naso, o invocare le fiamme dell’Inquisizione, io credo invece si tratti di un’opera interessante, che dimostra una notevole conoscenza della materia trattata, unita a una grande inventiva, usando come collante un’arguzia e un acume singolari. Immagino che questa elaborazione sia nata dal porsi quella fatidica domanda che illumina spesso la penna del romanziere: e se non fosse andata esattamente così? Alessandro Cortese si sarà – immagino – posto la fatidica domanda e ha elaborato su di un canovaccio, più che storico miliare, una sua reinterpretazione, ricca di stupefacenti inquadrature, ma anche di spunti di riflessione molto interessanti, capaci di toccare le corde profonde di quel che sappiamo e riteniamo solidamente acquisito. Tanto per fare un esempio rubacchiato dalle pagine di Eden: Il terzo giorno raccolse le acque scoprendo le terre del mondo, così che quanto scoperto potesse asciugarsi e germogliare di erba e di alberi. La sua bontà permise tutto ciò?” “No. Fu l’interesse”. Ripeto si tratta pur sempre di un romanzo, non di un’opera teologica, quindi mettendo da parte, credo, messale e arcaici insegnamenti, a mio avviso si può trarre un sincero piacere nel seguire le vicende degli angeli raccontate in questo bel romanzo. Una nota sulla scrittura del Cortese, in questo libro, com’è ovvio che sia, il linguaggio è misuratissimo e controllato, riprende quel che dovrebbe essere lo stile delle scritture, vagamente ampolloso, e con stilemi un po’ fuori del tempo, ma perfettamente funzionale a quanto narrato. Ogni parola è ben calcolata e le frasi cesellate ad arte, con un effetto di ottima coesione fra quanto narrato e le parole scelte per farlo. Accanto ad una bella copertina, in modo assai singolare (accade molto di rado) il carattere ed il corpo di stampa sono scelti per sottolineare l’aspetto “biblico” e la scelta è caduta su uno stampatello totale, sembra quasi di avere di fronte una antica iscrizione o una lapide; purtroppo però, ma è un mio parere, questa scelta, se bella sul piano estetico, rende un po’ complicata e disagevole la lettura. Un plauso a un autore che ha saputo creare un bel romanzo che si discosta in modo netto dalla stragrande maggioranza delle “opere prime” imperniate sull’aia dei nonni o sull’ombelico dell’autore. Ampio respiro, credo sia un ottimo modo per definire questo romanzo nel modo più breve possibile.


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Giulio Pinto - Romanzo - Albatros

Folle estate

Samuele e Silvia, due fidanzatini, poliziotto juventino lui, insegnante amante dei cavalli lei, i loro ultimi giorni di lavoro in città e una lunga e spensierata vacanza in giro per l’Italia. Questa in estrema sintesi la struttura portante dell’opera prima di Pinto. Le avventure che segnano i due sono allegre e spensierate e ci mostrano i protagonisti piuttosto inclini a quella zona grigia che caratterizza spesso gli italiani: il confine labile fra legale ed illegale. Nel liceo privato di cui Silvia è proprietaria e vicepreside nessuno può essere bocciato, causa ripercussioni negative sul business, quindi si ricorre ad ogni sorta di espediente per riuscire in questo. Spesso Samuele, malgrado la carica pubblica, aiuta Silvia con vari sotterfugi per garantire la promozione ai suoi allievi. Sempre Samuele indulge in atteggiamenti non del tutto corretti e che magari non ci si aspetterebbe da un tutore dell’ordine. Ma quel che i due fanno, alla fine, è sempre a fin di bene, non commettono alcun crimine vero, cercano di aggiustare un po’ le cose, magari a loro vantaggio, ma senza danneggiare nessuno. Il romanzone scorre lungo l’estate del 1998, con grande florilegio di parole, infatti la narrazione è a mio parere assai prolissa, e se ciò non bastasse l’autore inserisce vere e proprie liste, quale l’ordine di piazzamento dei partecipanti ad una corsa di cavalli, di cui non si capisce l’utilità, appesantisce le pagine e fa vacillare l’attenzione del lettore. L’autore approfitta del romanzo per esprimere i suoi concetti su fatti reali di cronaca, quali le vicende della Uno Bianca o delle Brigate Rosse, e mi pare che indulga un po’ nelle lodi della DC. Tutte opinioni personali che, nell’economia generale del libro, risultano forse un po’ forzate. Come se ciò non bastasse l’autore ama sottolineare particolari un po’ raccapriccianti cui forse sarebbe più opportuno  accennare piuttosto che esplicare a gran voce, come per esempio le funzioni intestinali o sessuali dei protagonisti. In alcuni tratti si trovano delle autentiche trovate di pessimo gusto quale: “Micia era originaria di Giava, isola dove si balla, si canta e si chiava”, fioritura che forse starebbe meglio in un film con Alvaro Vitali che in un romanzo. Dico tutto ciò usando ovviamente il mio gusto personale, forse l’autore ha proprio voluto fare una sorta di goliardata, cercando di strappare risate ai lettori piuttosto che raccontare i fatti di una estate. O forse ha voluto supplire all’esiguità di quanto voleva raccontare rimpannucciando i fatti con descrizioni infinite e minuziose, dialoghi al limite dell’inutilità e conversazioni estenuanti come la serie sugli alcolizzati di un paese o le diatribe sulle squadre di calcio preferite. Il libro non riesce neanche a collocarsi nel genere picaresco, tutto accade abbastanza facilmente ai protagonisti, non ci sono trucchi, stratagemmi, trovate geniali, Silvia e Samuele sono, in buona sostanza, due come noi, come tanti, che vivono le loro vacanze felici ed innamorati. Tutto ciò potrebbe sembrare un giudizio negativo, ed in parte lo è, la narrazione è troppo prolissa, densa di elementi che appesantiscono la lettura, distraggono o irritano il lettore; a mio parere il libro andava sfrondato in maniera abbastanza decisa, salvando le avventure più significative e i giudizi sui fatti di cronaca dell’epoca, per contestualizzare meglio l’epoca narrata e consentire all’autore di mettere in risalto le proprie opinioni accanto ai fatti della coppia. Detto questo è doveroso aggiungere che il romanzo strutturalmente è ben scritto, l’autore ha un certo talento narrativo, conosce e padroneggia i mezzi espressivi. Lungo la narrazione non vi sono cadute o ripetizioni, la lingua è usata in modo estremamente corretto. Secondo me Pinto possiede la stoffa del narratore, ha forse bisogno di calibrare meglio quel che scrive, sfrondare e tagliare, e non cercare il facile effetto con battute e giochi di parole, che rendono il romanzo più simile ad una storia narrata a voce in modo estemporaneo che non un libro meditato e costruito quale un romanzo dovrebbe essere. L’autore dovrebbe, a mio avviso, lavorare sulla sua capacita costruttiva, sulla freschezza del suo scrivere e tagliare un po’ di più, soprattutto sulle parti di raccordo, e lasciar perdere particolari boccacceschi e frasette precostruite.


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Mario Calabresi - Narrativa - Mondadori

Spingendo la notte più in là

Che cosa può dire un figlio rimasto orfano a causa di una guerra mai dichiarata, ma combattuta con armi e proiettili veri. E cosa può dire ancora dopo che l’immagine del padre ucciso, sebbene innocente, viene infangata per anni. Tutti potrebbero immaginarsi odio, frustrazione, voglia di vendetta. Non sempre è così, Mario Calabresi ci racconta con animo pacato, sebbene profondamente ferito, quale corso hanno preso le vite sua, dei suoi fratelli e della madre dopo la barbara uccisione del padre, il famoso commissario Calabresi, reo, agli occhi manipolati della società, dell’omicidio dell’anarchico Pinelli. Fatto mai commesso da Calabresi e completamente scagionato da una inchiesta, ma sulla quale molti hanno continuato a ricamare e tessere storie inverosimili, pur di offrire agli italiani un nemico, che è stato necessario giustiziare. La cosa che salta agli occhi, e al cuore, leggendo questo appassionato libro è come una morte sia sempre un dolore inimmaginabile, una persona strappata alla famiglia, ai cari, in qualsivoglia modo, per qualunque motivo, crea sempre un abisso di dolore, incolmabile, inconsolabile. Calabresi racconta con passione e sincerità la fatica di crescere senza un padre, i momenti di panico, in cui i fatti di quella tragica mattina tornano ad apparire vividi agli occhi di chi li ha vissuti, intatti, mai scalfiti dagli anni che sono passati. E’ in modo commovente che gli anni vengono raccontati da calabresi, senza sentimentalismi o manierismi, ma mettendo a nudo il proprio cuore, e quello della famiglia, sino a giungere alle ulteriori spine conficcate nei cuori, dalla mancanza di giustizia, dal voler a tutti i costi ricordare accanto a chi è morto chi ancora vive, vittime dello stesso abbaglio politico, degli stessi errori, ma con effetti così devastanti ed evidenti che pare una eresia accostarli. Ma questo è quel che è successo. Calabresi dipinge il dolore di chi vede gli assassini del padre sedere sugli scranni di Montecitorio, o pontificare dalle colonne dei giornali su quelli che furono gli anni di piombo, riuscendo a farsi passare come delle vittime, o affermando il proprio diritto a rifarsi una vita dopo aver pagato il fio per quanto commesso. Ed ogni volta che una di queste persone afferma il proprio diritto ad avere una vita completa, malgrado gli errori fatti, e tralasciando di ricordare come gli errori fatti continuino a pesare per chi ha perso parte di sé e come se i misfatti perpetrati continuino ad essere presenti, e non vadano mai a finire in quello che la memoria generale chiama passato e dimentica presto. Chi è stato ucciso non può tornare, ma chi ha ucciso pare aver diritto a continuare a far sentire la propria voce, anche senza un vero e chiaro pentimento. A costoro si associano tutti quelli che avevano in qualche modo giustificato l’omicidio, dando connotazioni politiche e di giustizia al fatto, ma purtroppo ignorando (o non volendo sapere) la verità dei fatti. Non vi è spirito di vendetta nelle pagine di Calabresi, figlio del noto commissario, ma vi è sete di giustizia, di verità. Desiderio che tanti anni passati nel dolore, nella paura, abbiano almeno quella visibilità che viene concessa agli assassini, l’ingiustizia sta nel fatto che chi ha una colpa può cancellarla, anche senza un vero pentimento, e chi invece non c’è più? Calabresi condivide questi suoi sentimenti con altre vittime del terrorismo, persone ormai dimenticate, ma che continuano a vivere con uno strappo nelle loro esistenze, qualcosa è stato tolto a forza e il vuoto continua ad essere incolmabile. La lettura è molto interessante, getta una luce inedita su fatti del recente passato del nostro paese, senza le consuete manipolazioni dei media. La narrazione umanissima, con tinte politiche è molto avvincente e riesce a commuovere e a far riflettere. In alcuni passi l’orizzonte della scrittura si fa ampio e giunge all’eterno dilemma su chi può decidere di togliere la vita a qualcuno e con quali conseguenze su chi rimane? Mario Calabresi conclude il libro con un dolcissimo ed intimo ricordo, che però dà la tinta di fondo a tutto il libro. In un momento speciale e in un luogo speciale, ricordando il padre, l’autore conclude il suo racconto così:

[…] trovai il nonno, poi papà Gigi. Rimasi ad ascoltarlo a lungo e sentii che era giusto andare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina nel rispetto della memoria. Dovevo portarlo con me nel mondo, non umiliarlo nelle polemiche e nella rabbia, così l’avrei tradito. Bisognava scommettere tutto sull’amore per la vita. Non ho più cambiato idea.

 


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Serena Maffia - Romanzo - Edilet – Edilazio Letteraria

Le passioni di Ginevra

Una pittrice, di cui la Maffia non rivela il nome, vive di colori, suoni, fiori, vive la vita a “piene mani”, assaporandone ogni istante. Questo sino al fatidico incontro con l’uomo che diventa suo marito. Dopo il matrimonio la donna si trasferisce nel paesino della Calabria di cui è originario il marito. Qui si ritrova rinchiusa in una casa i cui muri non hanno colori, dove non le è permesso vivere il suo essere, deve sottostare alle ancestrali abitudini che colà ancora sopravvivono. Il marito della donna, agiato ristoratore, succube della anziana ed arcigna madre, fa di tutto per apparire, per dimostrare la sua ricchezza, così come i suoi compaesani, che più si mettono in mostra l’esteriore più dimostrano la pochezza interiore. E questa pochezza assilla la giovane donna, la impoverisce, ella riesce a respirare solo quando può tornare in seno alla sua famiglia, a Roma, a respirare l’aria libera della grande città. La donna resta ben presto incinta e se, sulle prime, il marito mostra qualche tenerezza, col passare dei mesi si allontana sempre di più, accecato da una folle gelosia e dalle maldicenze della madre. La protagonista, preda di una bigia solitudine, grazie ad uno dei suoi quadri, entra in contatto con una quindicenne, Ginevra, che le confida, come ad un diario, tutta la sua vita più intima, le sue passioni. Per la donna è un contatto verso l’esterno, è un legame importante, la fa sentire utile ed importante, ma il marito, pazzo di gelosia, sebbene profondamente infedele, distrugge il pc e con esso l’ultimo legame con il mondo pulsante, oltre le bianche pareti dell’appartamento. Alla donna, quasi sempre chiusa in casa, non resta che cercare conforto ed amicizia nei volti della televisione, i quali con la loro patinata e superficiale amicizia le daranno la forza di prendere una decisione per salvarsi, per salvare il suo mondo di fiori e colori, per salvare la bimba che porta in grembo e che vuole veder crescere con l’amore e la fantasia, e non con la vita di facciata e il grigiore che il padre ritiene essere le cose migliori. Se si esclude il marito, e poche altre rapide apparizioni del suocero o del vicino, il romanzo appare quasi completamente al femminile, la madre, la sorella, la nipote e così sino ad una nota presentatrice della televisione. Considerando inoltre il fatto che la protagonista non ha nome il romanzo appare come una narrazione sulla donna, intesa come archetipo, come mondo a sé, non una donna quindi, ma la Donna. E’ la donna a portare nel mondo il carico dei colori, dell’amore, a portare in grembo le nuove generazioni, a vivere d’istinti e di slanci ed è il mondo degli uomini, e l’obbedienza ad antichi preconcetti, a ingabbiare il carico che le donne portano per il mondo. Il tema della violenza sulle donne è stato trattato spesso, la giovane Maffia lo fa con piglio originale, rendendo la protagonista una amica, con le sue confidenze ce la fa sentire vicina, coi suoi colori ce la rende simpatica e al termine della lettura ci pare di conoscerla da sempre. Il pensiero va a tutte quelle donne che per la società sono mute, non hanno contatti con il mondo esterno per la gelosia o l’egoismo dei mariti, per le società che impongono usanze frustranti per le donne e di facile gratificazione per l’uomo. Quante volte si sente biasimare chi passa le giornate davanti ad uno schermo televisivo, considera amiche le persone che vi appaiono, eppure, pensandoci, grazie a Serena Maffia, è facile capire come la televisione sia l’unico volto amico per chi è segregato fra quattro mura e non ha materiale per costruire i propri sogni perché se lo vede negare. Il romanzo si svolge con piglio deciso, affidandosi talvolta ad immagine oniriche, e descrivendo in maniera chiara la parabola della vita della giovane sposa da innamorata felice a creatura maltrattata ed incompresa, di cui l’autrice riesce a sondare mente, e cuore, attraverso immagini lucide ed appassionate di una donna, come ce ne sono tante, spesso costrette al silenzio e all’invisibilità. In questo romanzo l’autrice pone in campo due modelli da sempre in guerra tra loro, la modernità cosmopolita di una mente aperta, capace di apprezzare l’arte e le piccole gioie e dall’altra la mentalità gretta di paese (qui è la Calabria, ma può essere dovunque) di provincia dove ciò che conta è l’apparire e la tradizione. Serena Maffia dà voce a tutte le persone che in questo scontro rischiano di soccombere e finire schiacciate.


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Scott Heim - Romanzo - Playground

Mysterious Skin

Di tutti i crimini orrendi di cui le persone si possono macchiare la violenza verso i fanciulli è forse la peggiore. L’orrore sta nel fatto che un fanciullo non capisce cosa esattamente gli succede, colloca i fatti nel posto sbagliato della propria coscienza e da quanto accaduto germina una pianta velenosa capace di infestare gli anni a seguire dando una visione distorta, malata della vita.

Nell’esistenza di due ragazzini di otto anni, in un piccolo paesino del Kansas, in the middle of nowhere, come amano dire gli americani di città, compare un allenatore di baseball, molto affettuoso e comprensivo, forse un po’ troppo. Sua vittima diventa ben presto Neil Mc Cormick. Forse anche per la mancanza di un padre, Neil si affeziona ben presto all’uomo, giungendo a ritenere che quel che succede tra loro sia l’amore vero. Neil si sente felice ed appagato nell’aver trovato qualcuno che gli dimostra tante attenzioni. Invece Brian, coinvolto a causa di un contrattempo nei “giochi” dell’allenatore, e a cui Neil è presente e partecipe, dimentica tutto, e ricorda solo di essersi ritrovato dolorante ed insanguinato in un sottoscala di casa sua, in preda alla confusione ed in stato di choc. Gli anni passano e Neil diventa sempre più scapestrato, è consapevole di essere attratto dagli uomini, ma vive questa sua inclinazione in modo distorto, basandosi sul modello di quanto vissuto con l’allenatore all’età di otto anni. Brian, invece, è sempre più confuso, tenta di ricordare quanto successo quell’estate e finisce per credere di essere stato rapito da un Ufo, ipotesi avvalorata da una presunta vittima degli alieni, con la quale si metterà in contatto. Raccogliendo tasselli microscopici dalla sua memoria e rivivendo certe situazioni, richiamategli alla memoria da alcune situazioni o frasi sentite, quasi con un meccanismo di memoria involontaria, Brian comincia ad essere consapevole di quanto accadutogli. Sarà reincontrare Neil, ormai diciottenne, che permetterà a Brian di fare piena luce sul suo passato, luce che si spanderà sino al cuore di Neil, dandogli una nuova consapevolezza di sé. Trovo molto interessante il fatto che il pericolo proviene dall’allenatore di baseball, ed è un bianco, normalissimo ed atletico, ribaltando molti pregiudizi razziali di stranieri pericolosi, anzi, con questa collocazione Heim sottolinea come il male sia proprio sempre in agguato in quanto di più vicino c’è al cuore di una nazione e di una città. Sarebbe come, se il libro fosse ambientato in Italia, vedere l’allenatore di calcio, approfittare dei bimbi che sono quasi costretti dalle famiglie a vivere questo sport quasi come una religione che rende gli adepti degli intoccabili, basti pensare che è inimmaginabile pensare che un calciatore possa essere gay (e molti lo sono) ponendo i ragazzini nella difficile posizione di dover accettare qualunque cosa proveniente dagli adulti che fanno parte del mondo dello sport. E anche da questo aspetto l’autore ci regala il primo insegnamento, cioè spesso il male e la perversione si annidano in chi sembra più per bene o “normale”: questo in contrapposizione al fatto che durante una scampagnata Neil, la stravagante madre e un amico vengono pesantemente apostrofati da alcuni avventori di un ristorante.

Il romanzo è molto ben costruito, alternando le voci dei vari personaggi che raccontano in prima persona, dando una struttura corale alla vicenda, permettendo di vedere la vicenda da differenti punti di vista, mostrando al lettore sia quello che vivono i due ragazzi, sia come sono visti e percepiti da chi sta loro intorno. Nella narrazione si scopre anche molto della società americana delle zone agricole, la sua credulità e la lacerante omofobia. Quel che l’autore riesce a portare in luce, ed è uno dei pregi di questo libro, è il segno profondo, la lacerazione, che la violenza arreca a chi la subisce, come dicevo all’inizio, corrodendo tutta la naturale innocenza dei bimbi, e creando in loro dei meccanismi che lo portano a reagire in modo del tutto imprevedibile al presentarsi di situazioni che richiamano quanto vissuto. Neil sembra essere quello dei due che meglio ha reagito allo stupro, ne ha un buon ricordo, crede che il fatto di aver perso l’allenatore sia sovrapponibile all’aver perso un amante, vive ed accetta la propria omosessualità. Questo in apparenza, perché poi vediamo il ragazzino prostituirsi, con uomini più grandi, e questo è sinonimo palese dell’aver svuotato la propria sessualità e l’affettività che porta in sé quanto di bello c’è, riducendola ad un mero scambio in un gioco pericoloso che metterà catarticamente Neil in un grosso pericolo. Al contrario Brian si barrica in sé stesso, per lui il contatto con un’altra persona è stato angoscia e pericolo, inammissibile a sé stesso, rimosso, e il parallelo con gli extraterrestri deriva probabilmente dal fatto che ha relegato le attenzioni dell’allenatore in un contesto al di fuori della vita, una situazione aliena, che però interferisce sul vissuto quotidiano. L’autore racconta con leggerezza anche le parti più crude, senza ombra di compiacimento o per cercare di stupire, ed analizza molto profondamente le reazioni degli animi dei due giovani protagonisti e di chi li circonda.

Heim racconta di famiglie disgregate e ricostruite in modo provvisorio in nuovi, instabili, nuclei, e di come i giovani membri di queste siano spesso alla ricerca di una forma di amore che li contestualizzi e li faccia sentire desiderati, al punto, come nel caso di Neil, da confondere una brutalità con un atto d’amore. Lungo il romanzo non vi sono condanne, né giudizi sui modelli comportamentali analizzati, l’autore si limita a mostrare al lettore i danni che certi comportamenti possono arrecare. La narrazione rappresenta lo stile americano contemporaneo alternando parti di crudo realismo a parti più poetiche costellate di delicate metafore. Molto bello il modo che ha l’autore di raccontare i momenti della violenza e del loro riemergere nella coscienza di Brian, o nei ricordi di Neil, avvolgendoli di una luce azzurra, che dona a quelle parti una sorta di collocazione onirica, che tornerà nel finale per avvolgere i due ragazzi, così come li aveva avvolti quando le loro innocenze erano state spezzate. Una lettura che mi sento di consigliare sia per il modo che ha di affrontare una tematica abbastanza grave, sia per l’eleganza e la ricchezza del linguaggio, grazie anche all’ottima traduzione di Carlotta Scarlata. Completano il piacere di questo libro, una interessante postfazione di Sandro Veronesi e una bella copertina. Dal libro è stato tratto il film omonimo con la regia di Gregg Araki con Joseph Gordon-Levitt, Brady Corbet, Michelle Trachtenberg, Elisabeth Shue.
Guarda il film...


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Blaise Cendrars - Narrativa - Ocra gialla – Via del Vento

Il raggio verde

Scorrendo la biografia di Frédéric-Louis Sauser, alias Blaise Cendrars, ce lo immaginiamo alle prese con viaggi di ogni tipo, con qualunque mezzo a qualunque latitudine. Appare quindi naturale vederlo spaparanzato sul ponte di una nave, anzi una bagnarola, in mezzo all’Oceano a fare null’altro che a godersi la vita e il sole, rinfrescandosi di tanto in tanto in una piscina improvvisata sul ponte dall’equipaggio. E’ quanto narrato nelle 26 pagine di questo racconto marinaro, che rende intatto il gusto di una indolente navigazione di chi non ha alcuna fretta di giungere a destinazione. Nel racconto troviamo le immancabili leggende marinaresche, come quelle relative ad immani catastrofi pronte ad abbattersi sulla nave nel momento in cui questa varca la linea dell’Equatore. La tranquilla navigazione del nostro uomo è disturbata dalla comparsa di un misterioso personaggio che si colloca indisturbato, e senza chiedere il permesso, accanto alla piscina ove sguazza Cendrars. Il nuovo arrivato è preda di alcuni dei peggiori vizi, a detta dell’autore: spara agli uccelli, cosa considerata iettatoria, e scatta foto in continuazione. Il gelo fra i due pare sciogliersi quando fa capolino in cielo il raggio verde, strano fenomeno che accade nelle giornate più luminose. L’intruso, dal bizzarro nome di Delœil, avvertito da Cendrars ammira l’effetto luminoso, con gli occhi, senza scattare foto, e si fa una breccia nel cuore del compagno di viaggio. Da questi primi contatti ad una vera conversazione il passo è breve, sino a scoprire che i due si erano già conosciuti, in Guerra, quando Cendras, legionario si era ritrovato tra le fila di Delœil, nel settembre del ’15. La guerra li aveva uniti, la vita divisi e ora il mare li aveva uniti di nuovo: i due potevano finalmente bere insieme. La breve narrazione si legge tutta d’un fiato perché narrata in modo veloce ed avvincente; Cendrars riesce a racchiudere fra le parole tutta la magia della luce accecante del sole, il rincorrersi di nubi e uccelli nelle distese azzurre. Leggendo sembra di avvertire il lento cigolìo dei legni della vecchia nave, pare di aver avuto come compagni in un qualche viaggio il cuoco, il cameriere e il barman, silenziosi di una ubriachezza cupa e clienti essi stessi dell’unico cliente a bordo. L’atmosfera marina è resa in tutta la sua essenza e la sua ricchezza di immagini da colui che fu definito il “Matisse della scrittura” il quale, oltre girovago avventuriere ed infine Legionario, fu prolifico ed appassionato scrittore. Se la guerra gli aveva portato via il braccio destro, il braccio della scrittura, dovette imparare a scrivere con la sinistra, dando l’impressione che le sue parole sgorgassero direttamente dal cuore. Il volumetto è tradotto ed annotato dal bravissimo Antonio Castronuovo, che ripescando questo titolo ha voluto rendere omaggio al cinquantennale della morte dell’Autore, ma anche ha saputo proporre ai lettori italiani un autore tra i meno noti ma che meriterebbe una maggiore diffusione. Il testo venne pubblicato la prima volta il 30 giugno 1938 sul settimanale “Candide” e quindi venne inserito nella raccolta di racconti dall’emblematico titolo di La vita rischiosa, per le edizioni Grasset. Un ringraziamento al curatore, quindi, per aver riproposto un testo che rischiava l’oblio, per la bella traduzione e le impareggiabili ed utilissime note esplicative e biografiche che aiutano il letture a contestualizzare l’autore, e a capirne aspetti che in una breve lettura come questa rischierebbero di restare irrisolti. Chiudo con una citazione di Cendrars che cita a sua volta, da pag. 11: “Si stava troppo bene sul ponte. Niente sarebbe riuscito a farmi scendere. Neppure una donna…

…Il vino del sole trangugia il mare di sera…

…L’ho ritrovata!

- Cosa?

- L’eternità.

E’ il mare che si sposa col sole.”

Ma questo omaggio nel testo originale è in tedesco.

Buona lettura e buona navigazione.

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Georges Simenon - Romanzo - Biblioteca Adelphi

Il piccolo libraio di Archangelsk

Il signor Jonas è il libraio della piazza del Vieux-Marché, metodico e sistematico, quale può essere un libraio e, soprattutto, un filatelico. Egli vive una tranquilla e dignitosa esistenza, a fianco della giovane ed irrequieta moglie Gina, dall’incedere ancheggiante e soffuso di caldo afrore ascellare. Un giorno Gina sparisce, forse una delle sue solite scappatelle, tanto che il marito non si agita più di tanto, ma per salvare le malconce apparenze comincia a mentire al vicinato dicendo che la consorte è in viaggio nella città vicina per visitare una amica della quale si sa essere dai facili costumi, un po’ come Gina, ma in questo caso estranea alla sparizione. Sconcertato, il libraio, scopre che la moglie è partita senza bagagli ma senza dimenticare di portare con sé i pezzi più rari della collezione di francobolli, dall’elevato valore ma assolutamente intraducibili nell’immediato in danaro contante. Col passare dei giorni e col prolungarsi dell’assenza della donna il sentire comune del popolino del Vieux-Marché comincia a mutare sino a sfociare in un vero e proprio odio verso il piccolo ed innocente libraio, il quale si sente lentamente ma inesorabilmente escludere da quello che è stato sino quel dì il suo microcosmo. Ambiente dal quale non si è mai voluto staccare, considerandosi parte di quella variegata società che aveva accolto la sua famiglia esule dalla Russia in rivolta. Il signor Jonas nelle angoscianti ore dell’assenza di Gina rivive la sua esistenza, soffermandosi sul matrimonio con la donna, già additata dai più come “leggera” ma sposata forse proprio per porla al riparo dalle maldicenze e per tentare di aiutarla. Col matrimonio l’uomo rammenta di come, quasi in segreto, ha abbandonato la religione ebraica per diventare cristiano, per essere ancor più intimamente parte di quel nucleo nel quale la sua esistenza si è inserita. L’unico legame che serba con la Russia è un album di francobolli, sterile sostituto del più tradizionale album di fotografie. Jonas sente di essere parte integrante della vita della piazza del mercato ove la sua bottega affaccia, accanto al caffé e agli altri negozi. Quel che non sospetta il nostro protagonista è che la sparizione di Gina rimetterà in moto l’odio sordo e cieco che le folle hanno verso il diverso, l’estraneo, l’alieno. Nelle ore che si susseguono, nella mancanza della consorte, Jonas si sente catapultato fuori dalla società di cui era convinto di essere parte, il suo essere Russo, ebreo, colto diventano improvvisamente fardelli dal quale è impossibile liberarsi e che lo porteranno sempre più a fondo. Paradossalmente Jonas verrà giudicato aspramente per il suo non voler giudicare, per il cercare di capire, per la sua diversità di vedute resterà schiacciato proprio sotto quel che lui non vuole fare od essere. Sarà banale definire perfetto un romanzo di un grande scrittore come Simenon, ampiamente riconosciuto da chiunque come grande romanziere? Io lo dico, sottovoce, per sottolineare la perfezione della costruzione del romanzo, che sembra quasi matematico, dalle proporzioni esatte, nella lunghezza, nella divisione tra le varie parti, nelle descrizioni. La trama è assolutamente geniale, riesce a portare alla luce sentimenti comuni e che purtroppo capita sovente di vedere da una angolazione originale. La narrazione inizia in modo quasi lento, regolare, e a qualche diecina di pagine dall’inizio al lettore sembra che il romanzo si sia esaurito, è a quel punto che iniziano le sorprese, la scrittura accelera, comincia a modificare la sua struttura, dopo il viaggio in Russia con la famiglia di Jonas, l’atmosfera cambia. Pagine che sembravano di quieta attesa diventano più minacciose, l’atmosfera diventa cupa, la scrittura si fa più tesa, la tranquilla meticolosità del protagonista pare a tratti rasentare la follia; la linea di demarcazione che separava buoni e cattivi, verità e menzogna, sospetti e certezze si va scolorando, sparisce alla vista del lettore e del protagonista, giungendo ad un parossismo di tensione e sospetto che mi ha ricordato certi film di Hitchcock. Il linguaggio rispecchia fedelmente quel che doveva essere la conversazione nelle cittadine francesi dell’epoca, siamo nel 1956, laddove salutare una persona aggiungendo o meno il cognome faceva una grande differenza; Jonas capisce di essere perduto agli occhi della società quando viene salutato con un semplice “Buongiorno” anziché l’abituale “Buongiorno signor Jonas” simbolo di rispetto e di appartenenza, ed il protagonista più di ogni altra cosa sente la mancanza di quel “signor Jonas”  attestato di cittadinanza al Vieux-Marché. Il romanzo scorre veloce nella brevità delle sue 172 pagine ottimamente tradotte, con ritmi quasi da cronaca giornalistica, sebbene siano presenti tutti gli elementi che danno grazia ed eleganza ad un bel romanzo; tuttavia l’assoluta mancanza di ironia o di alleggerimenti dai fatti suscita nel lettore un senso di grande serietà, a volte quasi di cupa oppressione, dimostrando la maestria di Simenon nel creare un romanzo anche con le impressioni che riesce a trasmettere tra le righe, anche con il non espressamente detto. Il senso crescente di cupezza claustrofobica rispecchia nel lettore quel che è il sentire del protagonista.


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Richard Mason - Romanzo - Einaudi

Alla ricerca del piacere

Il giovane autore di “Anime alla deriva” mi ha decisamente sorpreso con questo breve romanzo, al di fuori degli schemi abituali della sua narrativa. Nel volume in questione, infatti, si narra di un giovane spiantato ed ambizioso agli inizi del secolo, in Olanda, Piet Barol a cui la madre aveva insegnato le buone maniere, il bel canto e la gioia degli agi. Mentre dal padre Piet aveva tratto la voglia di fuggirsene lontano, e il ribrezzo per la vita disagiata. Il nostro protagonista, bello, virile ed affascinante, giunge come istitutore nella bella dimora di una ricca famiglia. Qui, con la sua immediatezza riuscirà nel compito per cui era stato assunto, cioè strappare dalle folli manie di persecuzione il giovane rampollo della famiglia, mentre con i suoi sotterfugi e ammiccamenti riuscirà a far breccia nel cuore di tutti gli abitanti della casa. Inconsapevolmente Piet con la sua focosa passione riuscirà a riavvicinare i due coniugi che lo ospitano, riaccendendo in loro la passione che pareva sopita soprattutto a causa di un fioretto da parte dell’uomo. Portato a termine il suo compito di istitutore e per evitare scandali Piet si imbarca su una lussuosa nave alla volta del Sudafrica, sul panfilo ne succedono veramente di cotte e di crude, facendo correre seri rischi a Piet, ma il nostro eroe trova sempre il modo di trarsi d’impaccio grazie al suo notevole fascino. Il libro scorre brioso e movimentato, sempre venato da un cauto erotismo, rappresentato soprattutto dalla descrizione del bel fisico di Piet e da tutti i desideri che questo scatena, il tono comunque non cade mai, neanche quando Mason racconta nel dettaglio gli amplessi di varia natura che occorrono al nostro bell’eroe. Tutta la vicenda è molto divertente con un deciso piglio ironico e scanzonato, l’ambiente è ricostruito e raccontato con precisione e fantasia tanto che al lettore sembra quasi di trovarsi dentro un vecchio film della coppia Ivory-Merchant. Credo che tutto il libro sia costruito con l’intento del divertissement, con qualche pennellata leggermente cochon, ma non vi ravviso grandi spunti di riflessione o scavo psicologico; i personaggi sono molto ben costruiti e suscitano simpatia nel lettore, ma alla fine fanno esattamente quel che ci si aspetta da loro. La mia non vuole essere una critica ad un giovane e già affermato scrittore, il quale dimostra notevole bravura nel costruire la vicenda e a non concluderla, infatti la parola “continua” in questo caso sostituisce l’attesa “fine”; ed è a questo punto che si ripensa con un sorriso alle gesta del bel Piet e ci si pone in attesa di un seguito. Alla luce di questo strano finale sorge il parallelo con Vita del briccone di Quevedo, che farebbe ascrivere il romanzo a quel filone detto picaresco, e che mi pare assai poco frequentato in questi ultimi anni. Piet, in fondo, vivacchia di espedienti, millanta conoscenze che non ha, sfrutta abilmente quelle che ha, desidera fare breccia nel cuore di belle fanciulle, ma non disdegna, per i suoi scopi, le donne un po’ più attempate, finge di essere quel che non è. Tutto ciò unito ai davvero poco nobili natali accomuna Piet al briccone di Quevedo, che termina proprio con la promessa, mai mantenuta, di un proseguimento delle mirabolanti avventure.
E così Mason ci stupisce ancora: con un bel romanzo divertente e di ampio respiro e per aver riportato vigore e nuova linfa al genere picaresco, un poco abbandonato. Comunque, picaresco o no, il romanzo è bello e ben scritto, fa sorridere e anche stuzzica.


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Salvatore Scalisi - Romanzo - Demian Edizioni

Linea 429

Capita spesso, almeno a me, di fantasticare sulle vite degli sconosciuti che mi trovo a incrociare rapidamente nel corso delle giornate nei luoghi più disparati: chi sarà quella signora che beve il caffè con aria assorta, cosa avranno da dirsi quei due visti di sfuggita ad un incrocio, che vite faranno le persone che ci circondano a bordo di un autobus urbano. E sarà stata proprio quest’ultima domanda a mettere in moto la fervida fantasia di Scalisi, il voler capire cosa celano i volti di quelle che ci sembrano semplici comparse, e cosa potrebbe accadere se i tratti caratteriali di ognuno vengono esasperati da una emergenza. Un autobus urbano è sembrato all’autore il luogo migliore per esplorare la psiche di un gruppo di persone che per caso si incontrano e per caso sono costretti ad una prolungata convivenza nel corso di alcune – drammatiche – ore. La linea 429 che dà il titolo a questo agile romanzo è proprio una di quelle che intersecano le nostre città punteggiate da variopinti ed ansimanti autobus. A bordo di uno di questi, si incontrano le persone più disparate: una mamma col bimbo, un borseggiatore, una procace signora, un rappresentante di orologi e così via. La serenità della corsa mattutina del 429 viene però improvvisamente a mancare a causa di un inatteso quanto violento acquazzone che trasforma ben presto la città in una giungla fatta di ruscellanti corsi d’acqua e alberi caduti. All’interno dell’autobus la naturale riservatezza di ciascuno lascia spazio alla consapevolezza di essere tutti uniti da un unico destino che rischia di assumere le fosche tinte della tragedia. La forzata intimità favorisce il rinascere di rapporti umani e l’esacerbarsi delle più disparate idiosincrasie, punteggiate di ricordi, di sogni, di vecchie e nuove abitudini. Scalisi costruisce le scene e affida la descrizione dei tragici momenti alla viva voce dei passeggeri dell’autobus, con un serrato uso dei dialoghi, come abitudine già evidenziata in altre sue opere. Attraverso i dialoghi la storia acquisisce una estensione temporale, va al di là dell’immantinente  presentando spaccati di vita dei personaggi, facendoli apparire rischiarati dalla luce delle loro esistenze, coi loro sogni, aspirazioni, affetti. Scalisi nel breve arco del romanzo ne costruisce le psicologie, dando alla vicenda una particolare tensione narrativa, con un fitto tessuto di umanità, osservato con occhio attento ed indagatore.

In questo romanzo ho ritrovato le qualità che da tempo apprezzo in Scalisi, prima fra tutte la capacità di costruire storie originali, trovando nella vita quotidiana un angolazione molto personale da cui osservare le persone e i loro animi. In questo Linea 429 la capacità di scrittura dell’autore si è ulteriormente affinata, la lettura scorre più fluida e si nota una maggiore pulizia, soprattutto nei dialoghi, con grande piacere del lettore, la cui attenzione è sempre tenuta desta. A suggellare una bella esperienza di lettura non manca un colpo di scena finale.


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Jean Echenoz - Narrativa - Adelphi

Lampi

Un bambino può vedere la luce, nascere, mentre un impressionante temporale squarcia l’atmosfera, i fulmini illuminano la casa in cui avviene il travaglio e le pendole si arrestano, come se il temporale immane segnasse anche la fine del mondo, e diventare una persona normale? Secondo Echenoz no. L’elettricità che ha accolto la nascita del bimbo, in qualche modo, lo accompagnerà per tutta la strana esistenza. E se quel bimbo si chiama Nikola Tesla, tutto acquista un senso, chiaro, come la luce di un fulmine, appunto. I misteri attorno alla nascita dovuti al torrenziale acquazzone cominciano subito, infatti non si sa esattamente quale sia il giorno in cui il bimbo ha visto la luce, era prima o dopo la mezzanotte? Non si sa, di conseguenza si ignora quale sia l’esatto giorno in cui collocare il genetliaco del genio. Ma poi, nel volgere degli anni, Tesla avrà ben altri problemi che il compleanno, la sua mente infatti continua a concepire invenzioni in modo vorticoso, che acquisiscono subito una forma compiuta nella mente di Tesla, quasi riuscisse a vedere, con uno sguardo “interiore”, un progetto già bell’e pronto. A questo fa seguito una notevole abilità manuale, e così dall’idea alla realizzazione il passo è assai breve. Se poi non c’è tempo di depositare un brevetto fatto per bene, è affare trascurabile, là per là, ma si rivelerà fonte di frustrazione e una enorme mole di mancati guadagni per il geniale inventore. Tesla, praticamente, inventa e scopre tutto quello che conosco relativamente all’elettricità; purtroppo, se nessuno è profeta in patria (Tesla emigra ben presto nei più accoglienti Stati Uniti) raramente lo è anche nei tempi in cui vive, e così, sebbene osannato per i suoi vistosi esperimenti in cui crea fulmini e saette, sovente le sue idee vengono definite visionarie e non prese in considerazione. E si parla di idee veramente folli o irrealizzabili? il lettore giudicherà: radar, radio, televisione, solo per citarne alcune. Un progetto cui Tesla ha lavorato molto e che colpisce assai per la larghezza di vedute è un metodo per produrre energia a bassissimo costo e distribuirla praticamente a chiunque in modo facile e gratuito. Si potrà facilmente immaginare come quest’ultimo aggettivo abbia suonato male alle orecchie dei magnati dell’energia che avrebbero dovuto finanziare gli studi.

Intorno a tutto questo Echenoz costruisce il “personaggio” Tesla, che nel romanzo si cela dietro il nome di Gregor, spogliando il volume della caratteristica di biografia. Allora il nostro Gregor è molto schivo, sembrerebbe asessuato, con una grande passione per gli uccelli, attenzione ai più maliziosi, uccelli nel senso di volatili, egli infatti ama visceralmente i pennuti, giungendo a metter in piedi una sorta di clinica per pennuti malati. E negli ultimi anni della propria vita, deluso ed amareggiato per le incomprensioni, si dedica esclusivamente ad essere veterinario di piccioni raccattati a Central Park. Forse riconosceva nei volatili emissari di entità aliene con le quali ha sempre cercato di comunicare attraverso potenti antenne radio. Inoltre il nostro Gregor appare come un incorreggibile dandy, sempre elegante e un po’ istrione, per la sua propensione a fare dimostrazioni mirabolanti delle sue scoperte. pare che negli ultimi anni dei suoi studi Gregor/Nikola abbia inventato un arma formidabile, il possesso della quale avrebbe reso una nazione invincibile, ma qua, tra l’istrionismo e la follia ha prevalso il buon senso e il voler aiutare l’umanità. Gregor taglia il progetto di questa micidiale arma in cinque parti e ne invia ciascuna a una grande potenza in modo che le stesse avrebbero dovuto pacificamente incontrarsi per mettere insieme il progetto che sarebbe così stato di proprietà comune e quindi mero deterrente di ulteriori guerre. Purtroppo anche questa idea cadde nel vuoto. Gregor si spense a New York il 7 gennaio 1943 in seguito a quello che Echenoz ci presenta come un rocambolesco incidente che avrebbe potuto trovare collocazione più nel Lohengrin che su una strada della metropoli. Ma così è, Echenoz si è assai divertito a raccontare la vita di questo scienziato, con toni accorati e un po’ burleschi, stemperando il tutto con la consueta dose di ironia cui questo scrittore ci ha abituati.

Il libro è veloce da leggere e leggero per il lettore, in quanto le 176 pagine sono stampate con un insolito grande formato, adatto anche agli occhi meno acuti, o per far apparire più polputo un breve racconto? Oltre i misteri dell’elettricità siamo di fronte anche ai misteri della maison Adelphi.


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Antonio Mazziotta - Narrativa - Book Sprint Edizioni

Suonilontani

Tanti anni fa, quando andavo a trovare mia nonna nella sua strana casa piena di oggetti antichi, o semplicemente vecchi, accadeva che ella mi mostrasse dei libriccini, generalmente in piccolo formato, con delle rigide copertine scure, sovente sbiadite dall’uso. Le storie narrate in questi libretti avevano come protagonisti dei fanciullini, talvolta buoni e docili, tanto da essere tratti su di una nuvola o accompagnati da graziosi cherubini, talaltra i bimbi erano cattivelli, solo un po’ golosi o un po’ birichini, ma per la morale dell’epoca erano cattivi, tanto da essere portati sottoterra da arcigni diavoletti, circondati da nuvolette di zolfo. Erano le cosiddette letture edificanti, che avrebbero dovuto porre gli animi ancora acerbi al riparo dalle tentazioni e dalle cattiverie. Ora, dopo tanti anni, mi sono ritrovato fra le mani un nuovo esempio di lettura edificante: un bimbo, Alberto, o Albi per gli amici, dopo che il padre ha abbandonato lui e la madre, e quest’ultima non sa come sbarcare il lunario, viene parcheggiato in un Istituto religioso, una sorta di orfanatrofio per bambini anche provvisoriamente orfani. Lungo le righe del libro sentiamo la voce di Alberto narrare in prima persona partite di calcio, giornate di studio, estati all’aperto a giocare con gli insetti o a ruba bandiera; non manca la pipì a letto, simbolo estremo di disagio infantile, qua assai tollerato e giustificato da suore e assistenti laiche. Dopo essere stata invocata e sognata ogni giorno da Alberto, la mamma torna e libera il figliolo dall’Istituto per riportarlo nel mondo normale con annessa iscrizione ad una scuola mista. La mamma, assai distratta, ritiene che il bimbo sia rimasto al punto di quando ella lo lasciò all’istituto e gli regala un libro per la primissima infanzia, sebbene Albi sappia già leggere fior di romanzi – viene spontaneo domandarsi questa madre che tipo di rapporto abbia col figlio e come viva la sua crescita, ma dalla lettura non è dato saperlo –, ma egli è contento delle carezze della madre e alla fine si accontenterà di una clamorosa bugia che metterà in pace madre e figlio.

Il racconto è per sua natura infantile, narrato dalla voce di un bimbo, che racconta cose di bimbo, è una specie di amarcord dell’autore che nell’introduzione evoca una sorta di processo di memoria involontaria di tipo proustiano, in cui basta poco per richiamare alla memoria anni lontani, sopiti ma mai dimenticati e sempre pronti a riapparirci con il loro carico di colori, gioie, malinconie, colori, e, per l’appunto, suoni, che ritornano da distanze lontanissime. Il libro contiene tutte le variopinte esperienze e sensazione che un fanciullino può vivere, talvolta l’ingenuità, cui non siamo più abituati, fa sorridere e fa tenerezza. Purtroppo come ogni diario di bambino, anche qui troviamo piccole distrazioni, errori di battitura e imperfezioni lessicali, che rendono a volte accidentato il percorso della lettura. Una lettura edificante, dicevo, dolce e zuccherosa, come un bambino che racconta le sue scoperte, con le sue semplici parole e il suo stupore. E sono certo che Alberto con tutte le preghierine dette e il bramare la madre potrebbe ben figurare in uno dei libelli della nonna, accanto a biondi e zazzeruti angioletti che si fanno beffe da una nuvola dei diavolini marroni rimasti incastrati nelle loro nefandezze.

 


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Raymond Carver - Racconti - Einaudi

Cattedrale

Vi sono autori che esercitano un sottile, lontano, fascino sui lettori; come divi cinematografici sono noti, acclamati e menzionati. A differenza di un divo cinematografico, la cui immagine appare un po’ dovunque, o di un noto cantante, la cui voce può capitare di sentire un po’ dovunque, senza premeditazione, uno scrittore necessita di un ben preciso ragionamento, viene il momento per un lettore medio di dirsi, ora leggo Carver, magari approfitta dei numerosi sconti nelle librerie e si munisce di una copia di un libro dello scrittore-icona. La scelta non è facile, visti i roboanti strilli sulle manichette e gli entusiastici toni nelle recensioni, nel mio caso la scelta è caduta su “Cattedrale”, considerato uno dei massimi esempi della scrittura dell’autore americano, e non nasconderò che il titolo ha sottilmente vellicato in me quel mai sopito desiderio di trovare in qualunque pagina echi o e reminiscenze di colui che veramente edificò una cattedrale con foglio e penna dal letto della sua stanzetta. Ora, in questa raccolta di racconti di echi di cui poc’anzi detto non ne serba traccia, i personaggi si muovono in quella sorta di America minore, che sono i villaggi nel “middle of nowhere” statunitense che sembrano anni luce distanti dagli scintillii della costa est o dalla rutilante vitalità californiana. Qui incontriamo operai, spazzacamini, professori di liceo, alle prese con vite scialbe e costellate di fallimenti. L’atmosfera aleggiante tra le guglie di questa cattedrale è grigiastra e pessimista, gli uomini sono spesso abbandonati – o ignorati - dalle mogli, le quali spesso fuggono col primo venuto o sopportano a fatica la presenza in casa di un uomo dedito alla bottiglia o aggrovigliato nelle proprie delusioni al punto da non alzarsi dal sofà di casa. L’alcool scorre a fiumi, anestetico di vite amare, inconcluse. È una America del disincanto, dei cocci esistenziali, quella raccontata da Carver, il quale racconta in parte sé stesso quando parla di matrimoni alla deriva, di crisi dovute all’alcool e interminabili bevute che distruggono tutto ciò che circonda una esistenza. La raccolta comprende dodici racconti i quali pur conservando una matrice comune, riconoscibile, sono tutti ben differenziati fra loro, le ambientazioni cambiano, le trame sono sempre originali e narrate da punti di vista sempre nuovi, anche il linguaggio si differenzia da un racconto all’altro, esplorando vari registri: si va da quello tipo vecchio west con espressioni quali “che io possa essere dannato se non l’ho visto con questi occhi”. Altri sembrano raccolti dalla viva voce dei protagonisti su di un nastro registrato con quelle ripetizioni tipiche di chi ricorda e si sforza di fare un discorso lineare; sino a giungere ad accenti più sofisticati, quasi esistenzialisti, come nel racconto “Il treno” particolarissimo, che si staglia netto sugli altri rappresentando una variazione importante di ambiente e di struttura, circonfuso di una atmosfera grigiastra pare per metà sognato e per metà vissuto. Per concludere il racconto che dà il titolo alla raccolta in cui Carver apre all’ottimismo, e il protagonista dapprima restio ad accettare l’altro – l’intruso – alla fine si lascia andare permettendo alla fantasia e alla comunicazione di erompere nel suo piccolo chiuso mondo. I racconti sono formalmente perfetti, molto precisi, ben costruiti, quasi cesellati, com’è lecito aspettarsi da quello che è considerato uno dei massimi autori americani, la raccolta si legge con grande piacere, ci si appassiona e si ammira l’inventiva dell’autore, coadiuvato per i lettori nostrani dall’ottima traduzione di Riccardo Duranti. Se posso concludere con una mia impressione che mi creerà molti nemici, durante la lettura accanto all’ammirazione verso l’autore come già detto, ho avuto talvolta una sensazione di gelo, spesso la bellezza di un racconto non riusciva ad emozionarmi, come un lavoro svolto perfettamente ma con poca anima. Sono sensazioni difficili da spiegare, e forse infondate per una raccolta di racconti che si legge con leggerezza e che con leggerezza si dipana lungo le pagine con un effetto paradigmatico su quel che significa scrivere un racconto.


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Antonio Piscitelli - Romanzo - Alfredo Guida Editore

Si dà il caso

Un tempo, anche non lontano, prima dell’occupazione totale ed orizzontale dell’immaginazione delle persone da parte della TV, uno dei passatempi principali per intrattenere i fanciulli era raccontare loro delle storie. Arte questa assai nobile e di lunghissima storia, la tradizione orale ha accompagnato l’umanità da sempre, e, malgrado sia pratica assai indebolita dalla tecnologia, ancora sopravvive. Il narratore di questo libro è un sostenitore della tradizione orale, egli, nel corso di un lungo ed articolato prologo, spiega ai lettori come abbia sempre inventato storie per intrattenere le sue figlie e se ora si cimenta nel mettere in forma scritta una di queste, è un po’ per mancanza di tempo ed attenzione da parte delle fruitrici della storia e un po’ per sfida a sé stesso. Infatti, come anche più volte sottolineato nel corso della narrazione, la voce narrante si rivolge alle tre figlie, facendo sentire il lettore come un ficcanaso che ha casualmente scoperto un carteggio privato e se lo voglia gustare con quel sottile fascino del vietato. La trama della storia narrata è abbastanza semplice e si basa sull’inanellarsi di una serie di coincidenze legate ad un incidente piuttosto grave occorso ad un bel figliolo, che immediatamente il lettore identifica col bel faccino dall’occhio azzurro che campeggia sulla copertina del volume. Il lettore più smaliziato riesce a capire quasi subito il mistero che la vita di Donato, questo il nome del bell’infortunato, cela, anzi sembra quasi che il piccolo segreto sia messo lì con una certa falsa ingenuità, quasi a sottolineare che non è la trama, non sono i fatti narrati che creano l’ossatura del romanzo, ma è il raccontarli il fine ultimo del romanzo. Infatti, la voce narrante approfitta di ogni piccolo sentiero che appare sulla via maestra della trama per concedersi lunghe divagazioni, il flusso narrante si perde in mille rivoli. La voce del narratore conduce il rapito lettore in viaggi nel tempo, illustra la vita dei napoletani (mi pare di capire che Napoli è il luogo dove si svolgono i fatti, ma il nome della città è sempre celato dietro quello fittizio di Gomorra) durante la Guerra, la ricostruzione, di come molti siano stati costretti ad emigrare. Col narratore scopriremo molto di come funziona una sala operatoria, di quali cure vengono somministrate ad un infortunato durante il tragitto verso l’ospedale, ci sembrerà di scoprire le zone verdeggianti che circondano Gomorra, o resteremo con lui invischiati nel traffico caotico dell’ora di punta. Le famiglie dei protagonisti verranno analizzate ed ogni singolo membro avrà la sua manciata di righe di gloria. Una narrazione proteiforme quella del Piscitelli, capace di passare agevolmente da termini tecnici, a forme colloquiali, a frasi ampollose accanto ad altre più schiettamente popolari, quel che conta è raccontare, intrattenere oserei dire. Al termine della lettura il libro si chiude un po’ a malincuore, contenti per il confettato, zuccheroso e meritato finale, ma un po’ dispiaciuti di dover salutare la voce che ci ha incantato per 388 pagine senza far mai pesare neanche una riga. La narrazione di Piscitelli procede spedita lungo mille divagazioni, mille approfondimenti, puntualizzazioni, precisazioni, collezioni, senza però mai pesare, con la grande capacità di tenere sempre desta l’attenzione del lettore, facendolo divertire, anche commuovere con l’impressione di essere in poltrona, accanto ad un bel caminetto scoppiettante in compagnia di un vecchio amico che ci racconta una bella storia per farci divertire e passare il tempo. Tuttavia, sebbene l’impianto sia quello del racconto orale, che si vuole far passare per semplice – popolare – tra le righe traspare una fine intelligenza ed una acuta erudizione, lo si nota dalla scelta di molti termini, da certi preziosismi lessicali, dalla mancanza assoluta di ripetizioni o di cadute verbali o di tensione narrativa.

Una narrazione sorprendente, questa, si inizia immaginandosi un romanzo comune, ed invece non lo è, si capisce che vuole essere una storia narrata, così, per passare il tempo, ma l’assoluta raffinatezza mal si addice ad una storia che vuole essere solo un racconto verbale. Forse per questo libro si potrebbe rispolverare il termine di feuilleton, ponendolo sotto l’egida protettrice di Hugo, ma a Piscitelli va riconosciuta una estrosa e graffiante ironia che nel Maestro risulta latitare. Si dà il caso che questo sia davvero un bel romanzo per chi si vuole rilassare e divertire, passare qualche ora in compagnia di un narratore arguto e divertente, che conosce perfettamente le regole della narrazione e della lingua italiana, cose, credetemi non così usuali o scontate. Da parte mia oltre a ringraziare il signor Piscitelli per il bel romanzo gli sono grato per aver rispolverato il termine pinzochere, assai utile, soprattutto in questi nostri giorni in cui proprio le pinzochere che si credevano estinte tendono a dilagare.

 


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Kawakami Hiromi - Romanzo - Einaudi

La cartella del professore

Si parla spesso di amori contrastati perché chi li vive si deve scontrare coi pregiudizi della società, vuoi per motivi razziali, o religiosi o di ceto sociale. Talvolta però accade che la difficoltà nel vivere un amore sia insita nella differenza di età dei componenti della coppia. Tsukiko ha poco meno di quarant’anni, è single e piena di incertezze, suo tratto saliente l’incapacità di decidere e una strana apatia che talvolta la prende e la rende incapace di alzarsi dal futon per ore e ore. Grande piacere della vita di Tsukiko è il cibo, accompagnato da pantagrueliche libagioni di sake e/o birra. In una trattoria, od osteria con cucina come vezzosamente si dice da noi, semplicemente Nomi-ya per i giapponesi, incontra un suo vecchio insegnante del liceo, col quale instaura una sorta di amicizia casuale. I due si incontrano per mangiare e bere, ma senza mettersi d’accordo, in nessun modo, affidando al caso i loro incontri. Ma, si sa, conoscendo le abitudini dell’altro è facile incontrarlo “casualmente” quando se ne ha voglia. È quel che fa Tsukiko, illudendosi di incontrare per caso il professore, o brevemente prof, come lei lo chiama, retaggio degli anni di scuola. E così come riesce ad incontrarlo quando ne ha voglia, la protagonista riesce anche ad evitarlo in occasione di alcune banali liti avvenute davanti a un bel piatto di kimuchi o in presenza di una serie di caraffe di sake svuotate. Lentamente, ma inesorabilmente, Tsukiko si renderà conto di essere innamorata del prof, il quale non le nasconde nulla della sua vita e del suo passato, immagino per farla desistere da un amore che pare non avere futuro. Tra mangiate e bevute, un capodanno triste, una festa dei ciliegi piena di sorprese, il libro scorre rapido costellato dai pasti e dalle bevute, anche una gita in montagna è l’occasione per una bella mangiata. La vita tradizionale dei giapponesi fa capolino tra le pagine con i suoi momenti tipici, come la fioritura dei ciliegi (che si rivelerà densa di sorprese) o l’immancabile gita ad una stazione termale, visto che i giapponesi amano visitare tali luoghi per passeggiare nella natura e poi immergersi in una grande vasca di acqua termale per il benamato bagno. Proprio in una stazione termale avverrà la catarsi e Tsukiko aprirà gli occhi all’evidenza del suo innamoramento per il prof e anche il professore si renderà conto del legame che lo unisce alla ex studentessa e, a modo suo, le chiederà, in un certo senso, la mano. Il romanzo scorre delicato e con la naturale eleganza nipponica, i pochi personaggi sono ben costruiti e delineati e hanno una struttura psicologica ben definita. La narrazione ha i tipici infiorettamenti derivanti dalla tradizione giapponese ed elementi che per noi paiono secondari hanno un loro valore ben preciso per definire la qualità del momento, la densità dell’aria o dei suoni in essa contenuti, elementi che aiutano a rendere i sentimenti che animano i protagonisti in quel momento. Ad esempio: “Di nuovo mi ha detto che ero una brava ragazza. Gli ho risposto che l’amavo. Intanto sentivamo fischiare i tordi”; quasi una poesia per descrivere i sentimenti distanti dei due che diventano un sentire comune. La storia ha una sua solidità che si manifesta sin dall’inizio, non si concede grosse divagazioni, sebbene doni al lettore preziose descrizioni, e marcia dritta sino al finale, neanche l’intervento del bel Kojima Takashi farà desistere la protagonista dai suoi intenti. A metà circa del volume troviamo un sogno, molto bello, in cui la scrittura riverbera le antiche tradizionali calligrafie, dove ad elementi concreti si associano caratteri rituali od evocativi capaci di suggerire inattesi significati a quanto immediatamente visibile. Una volta terminata la lettura e sparecchiata la tavola dall’infinità di piatti mangiati, dalle numerose bottiglie di birra e caraffe di sake, rimane una storia delicata e romantica in cui i sentimenti vanno contro quello che sono le convenzioni, per trovare una loro particolarissima e segreta dimensione dove prosperare e far sbocciare fiori bellissimi, altrettanto se non di più di quelli che sbocciano in seno a vicende che procedono nella scia della cosiddetta normalità. Un romanzo che intenerirà chi è innamorato, farà sperare e sognare chi ancora non lo è, è sicuramente un ottimo regalo per la festa di San Valentino, e vi si trovano ottimi spunti su cosa ordinare in un ristorante giapponese.


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Vladimir Pozner - Narrativa - Biblioteca Adelphi

Tolstoj è morto

In questi nostri tempi caratterizzati dalla diffusione su larga scala di qualunque evento, anche minimo, anche privato, morti, nascite, drammi familiari si susseguono su radio, tv e discorsi della gente comune. Un tempo non era così, si veniva a sapere, al più, che qualche testa coronata aveva dato alla luce un erede al trono o un qualche personaggio in vista aveva detto addio alle spoglie mortali. Ma un fatto ben preciso ha sancito il passaggio dal privato al pubblico, ha esposto agli sguardi e ai pensieri di milioni di persone un dramma familiare, ed è appunto la morte dello scrittore russo Lev Nicolaevič Tolstoj, avvenuta nella sperduta stazione ferroviaria di Astapovo. Tolstoj aveva abbandonato la moglie ed intrapreso un viaggio, la sua forte tempra non lasciava presagire l’imminente fine, ma un improvviso malore costringe il grande scrittore russo ad abbandonare il treno sul quale viaggiava per essere ricoverato nella casa del capostazione, in mancanza di un ospedale nelle vicinanze della strada ferrata. Dall’arrivo dello scrittore nella residenza del capostazione si mette in moto un enorme flusso di persone e telegrammi; sul posto vengono inviate decine di reporter incaricati di tenere informati il più possibile i lettori dei più importanti quotidiani russi. Le gerarchie ecclesiastiche vorrebbero che Tolstoj pronunciasse delle parole di pentimento per poterlo riaccogliere in seno alla Chiesa e poter celebrare i suoi funerali, con grande ritorno di immagine. Anche i servizi segreti e la polizia si precipitano ad Astapovo, si teme che il popolo, fomentato dalla presenza della celebrità agonizzante, faccia qualche manifestazione non autorizzata o addirittura una rivolta. Ad Astapovo naturalmente giungono anche i familiari e i collaboratori più stretti di Tolstoj, compresa la moglie, che, però, non sarà ammessa al capezzale dell’augusto malato finché questi non avrà esalato l’ultimo respiro. Grande protagonista di tutto questo movimento attorno alla figura dello scrittore morente è il telegrafo, ognuno telegrafa da e verso Astapovo, per informare, per ricevere e impartire ordini, controllare, essere informato, o semplicemente per sentirsi vicino e partecipe ad una grande imminente disgrazia. E proprio attraverso i messaggi telegrafati Pozner costruisce l’ossatura della cronaca, oggi si potrebbe dire “telecronaca” tanto è attenta ad ogni minuto e ad ogni avvenimento in esso contenuto. Il linguaggio è asciutto e preciso, nel ricostruire, nel collegare fatti, testimonianze, traducendo dai segnali morse al consueto alfabeto gli stati d’animo dei numerosi protagonisti della vicenda. Astapovo dunque, centro di una fitta ragnatela di messaggi telegrafati, e Tolstoj, nel suo letto il ragno attorno al quale si sviluppa la gigantesca tela che, col passare delle ore, invischia sempre più persone. E basterebbe questo a rendere la lettura avvincente ed appassionante, da scorrere tutta d’un fiato, così come si scorrono le edizioni dei giornali che si susseguono quando una star dei nostri tempi sta male o decide di convolare a nozze, merito dell’abilità dell’autore e sicuramente della precisione dell’ottima traduzione di Giuseppe Girimonti Greco. Ma non è tutto qua. Devo ammettere che mi sono disposto alla lettura del ponderoso volume con lo spirito che anima la famosa rana di fronte all’areopago, ovvero una candida ignoranza sulla vita di Tolstoj, certo sapevo che egli era esistito (cosa di non poco conto oggigiorno) avevo anche letto i suoi più noti libri, addirittura due volte la Karenina, ma ahimè non conoscevo nulla della vita dello scrittore, i suoi rapporti con la moglie e coi suoi tempi. E qui mi si è disvelata la grandezza dello scritto di Pozner, egli ritaglia brani di epistolari e diari, di Tolstoj e della moglie, soprattutto, e di poche altre persone vicine ai due, e, oserei dire, li incastra ai telegrammi delle spasmodiche ore, alle poche frasi rubate ai medici e ai familiari durante l’agonia, dando al lettore la sensazione sì di essere ad Astapovo ma anche di sapere esattamente perché la moglie non può ricongiungersi al marito, perché la polizia è attenta, perché arriva un vescovo, e così via. Nel punto della morte di Tolstoj, Pozner ne annoda i fili dell’esistenza, riuscendo ad illuminare anche la mente del lettore più digiuno di tolstoismo, non con una vera e propria biografia, ma con una scrittura che appare più come un romanzo, costellato di flashback, che, con uno stile paragonabile al giornalismo attuale (schivando, graziealcielo, le bassezze che lo contraddistinguono), ricostruisce una intera esistenza, e ne mostra la fine in una sorta di racconto corale di tutti coloro che hanno vissuto quei momenti. Una lettura molto interessante, dal piglio singolare e modernissimo, sebbene Pozner la diede alle stampe nel 1935, che scandaglia una celebre esistenza e come reagisce l’oscura massa delle persone di fronte ad un avvenimento capitale. Forse quella documentata in questo libro è la prima morte sotto i riflettori della storia umana. Nell’epilogo della vicenda, quando la salma riprende il treno, piano piano la gente se ne va, la stazione si svuota e Astapovo torna la tranquilla cittadina che è sempre stata, destinata a sbiadire nella memoria del “pubblico”, così come accade ancor oggi per luoghi ed avvenimenti attorno ai quali si crea un grande scalpore, ma non appena l’attenzione si sposta altrove vengono ben presto dimenticati. Però, quel che, in questo caso, non si dimentica è la figura di Tolstoj, mostrata soprattutto dal suo lato umano, capace di donare una ulteriore dimensione ai suoi scritti.


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Aa. Vv. - Rivista - Arte Tipografica Napoli

Quaderni Proustiani

Scrisse Giacomo Debenedetti nel suo saggio “Proust 1925”: Proust ha quasi terminato il suo turno di autore alla moda: dunque si può parlare di Proust. E da quei giorni, sino ai nostri, di Proust si è parlato, si è detto, si è analizzato, in un immane processo che, si suppone, durerà ancora a lungo: uno degli aspetti più emozionanti dell’opera proustiana è la sua costante attualità, unita alla singolare capacità di stimolare nuovi studi, creare nuove correlazioni e riservare sempre nuove sorprese a chi vuole esplorare quell’immenso territorio di cui la Recherche è una dettagliata mappa. Appare subito chiaro, anche al neofita, che la Recherche è densa di rimandi, dietro quasi ogni parola vi è celato un mondo, quel Sesamo che Charlus promette di aprire all’ingenuo narratore è in realtà in potere di Proust e il lettore può scegliere se addentrarsi in quel mondo o restare sulla visibile e bellissima superficie. Tra coloro che hanno deciso di addentrarsi sempre più nel mondo proustiano, immergendovisi e riportando spesso a galla frammenti mirabili ed invisibili ai più, è il professor Gennaro Oliviero, Presidente dell’Associazione Amici di Marcel Proust, facente parte del più ampio IMPI (Institut Marcel Proust International, con sede a Combray, presso la casa-museo di tante Léonie). Tra le tante attività del professor Oliviero, dedicate al grande autore francese, vi è la pubblicazione dei Quaderni Proustiani, con cadenza annuale. Già dal nome si intuisce la stretta correlazione tra queste pubblicazioni e gli scritti proustiani, notoriamente vergati a mano sui celeberrimi cahiers. Quasi una germinazione diretta dall’opera proustiana agli scritti di questi quaderni. Se i cahiers vedevano ricrearsi un mondo dalla mente di Proust alle pagine della Recherche, nei Quaderni Proustiani vediamo questo stesso mondo sezionato ed analizzato, si vanno scovando relazioni ed interiezioni tra l’autore francese e i suoi contemporanei, in un intreccio di influenze, quasi insospettabili se si pensa all’autore recluso nella propria stanza. I Quaderni Proustiani si librano leggeri sugli anni passati e ci danno una immagine vivissima del lavoro e della vita di Proust, e, in particolare, nel recentissimo sesto numero, vediamo Proust assistere alla prima de Il martirio di San Sebastiano, di D’Annunzio, unico scrittore italiano presente nella Recherche. Ma perché? Grazie agli articoli di Giovanna Napolitano e Gian Gaspare Napolitano potremo far luce su questo piccolo mistero, e trovare una inaspettata correlazione nel piacere degli oggetti fra l’italiano e il francese; così come Sandro Lombardi accompagna il lettore ne I teatri di Marcel Proust, una raffinata ed inedita analisi sulla presenza di sipari che si aprono su vere e proprie scene teatrali contenute nella Recherche. Nell’articolo di Sabrina Mori Carmignani, Rilke e Proust. Variazioni su Albertine, vediamo come, sin dal suo apparire, la Recherche influenzò altri scrittori; anche Proust subì influenze nella stesura della sua opera, e, anche se il principale “maestro” della scrittura proustiana è ritenuto Bergson, nell’articolo di Sabrina Martina La materia delle visioni e le visioni della materia: Leibniz in Proust, scopriamo un inatteso legame tra i due scrittori. Per quanto riguarda i rapporti fra Proust e le altre menti che hanno segnato l’epoca, troviamo, in due articoli, le influenze tra Rilke e Proust e quella che Leibniz ebbe su quest’ultimo. Non mancano una rilettura della recente critica proustiana, articoli su temi molto cari a Proust – il quale, sono certo, avrebbe apprezzato moltissimo –, come quello delle cattedrali e dell’amore, e belle riflessioni d’amore e morte. Completano il volume una sezione in lingua francese ed una di recensioni, come intermezzo alla profondità e serietà dei saggi, la rivista propone anche tre racconti ed una poesia, liberamente ispirati al mondo proustiano.

 

La lettura dei Quaderni Proustiani si rivela assai interessante ed offre al lettore una panoramica sui più recenti studi proustiani e sull’influenza che Proust continua ad avere sul mondo delle lettere e dell’arte. La grandiosa cattedrale dimostra così di avere ancora molti argomenti con cui stupire ed affascinare chi la osserva, e offre lavoro a chi si voglia dedicare ad aggiungervi qualche piccolo tassello. Proust oltre ad essere stato il più grande scrittore del secolo scorso entra a pieno diritto anche fra quelli del ventunesimo, proprio con la capacità dei suoi scritti di essere sempre attuali, fonte di studio e scoperta, oltre che di ispirazione. I Quaderni Proustiani sono una sicura guida per chi voglia approfondire la conoscenza di Proust, o per chi voglia confrontare le proprie impressioni e conclusioni, derivanti dalla lettura dell’opera di Proust, con quelle dei maggiori studiosi proustiani.

Ma ora lasciamo la parola agli Amici di Marcel Proust, che sapranno meglio spiegarci la vita dell’Associazione e gli intenti dei Quaderni Proustiani; di seguito potrete prendere visione del sommario del n. 6.

 

 

Vita dell’associazione

 

L’Associazione degli Amici di Marcel Proust, costituita nel 1998 con sede a Napoli, organizza conferenze, seminari, incontri e letture, volti a produrre e diffondere una conoscenza più vasta e precisa dell’opera del grande scrittore, universalmente considerato tra i massimi della letteratura mondiale.

In questo senso, rientra in una federazione europea di associazioni proustiane che fa capo all’IMPI (Institut Marcel Proust International), con sede a Illiers-Combray presso il Musée Marcel Proust-Maison de Tante Léonie.

Le iniziative e le attività promosse dall’Associazione — tra cui la pubblicazione della rivista annuale Quaderni Proustiani — hanno ormai raggiunto una vasta notorietà, confermata dalla visita a Napoli, il 16 e 17 giugno del 2010, di una delegazione francese guidata da Mireille Naturel, Secrétaire générale de la Société des Amis de Marcel Proust.

L’Institut Français de Naples (Le Grenoble) e l’Istituto italiano per gli studi filosofici costituiscono le sedi prestigiose nelle quali si svolgono abitualmente gli eventi promossi dall’Associazione proustiana napoletana, che dispone di una sede operativa nel “Giardino di Babuk” (con annessa “Saletta Marcel Proust”) sita nel centro storico cittadino.

 

Per ulteriori informazioni: www.amicidimarcelproust.it

 

 

QUADERNI PROUSTIANI (n. 6)

A cura della redazione dei Quaderni Proustiani

 

Nel dare inizio al “secondo ciclo” dei Quaderni Proustiani con la pubblicazione del presente sesto numero, caratterizzato dalla decisione di dare alla rivista una costante cadenza annuale (a differenza di quanto accaduto in passato) nonché dalla inclusione di una Sezione in lingua francese, intendiamo portare all’attenzione dei soci e dei lettori alcune riflessioni sulle finalità della iniziativa editoriale e di questo secondo ciclo cui si è fatto cenno.

Si è trattato, come per il passato, di individuare studiosi che avessero come comune denominatore un’elevata conoscenza dell’opera proustiana ma anche amateurs, per lo più giovani, animati da quella passion proust che è spesso alla base di interpretazioni e letture nuove della Recherche, più rispondenti allo spirito del tempo presente e che confermano l’attualità dell’opera proustiana.

Al tempo stesso, pur nella varietà dei differenti angoli visuali, costante è stata l’attenzione a mantenere l’unità e l’organicità della rivista. In questo senso, sebbene non spetti al curatore dare giudizi e apprezzamenti, si può dire che la rinnovata iniziativa abbia ottenuto un sicuro successo; poiché se mirava a stimolare la conoscenza dell’opera di Marcel Proust, che continua a destare un largo e vivo interesse nel mondo degli studi, tale conferma è sopraggiunta con l’afflusso sempre crescente di collaboratori (e speriamo anche di lettori).

Ad ogni modo, l’impegno che l’Associazione Amici di Marcel Proust ha assunto fin dalla sua fondazione (1998) e che inizialmente derivava da una libera determinazione, si è ora tramutato nel dovere, anzi nell’obbligo di rispondere nella misura possibile, non soltanto all’altezza del nome prestigioso che la rivista porta (unica in Italia, e tra le poche in Europa e nel mondo) e delle responsabilità che esso le impone, ma alla fiducia che è stata accordata alla iniziativa. E tale fiducia la rivista cercherà di meritare sempre meglio, accogliendo con animo aperto tutte le osservazioni volte a renderla sempre più degna della sua funzione culturale e innanzitutto del suo specifico scopo, che è di interpretare e diffondere l’opera proustiana, miniera inesauribile di suggestioni e fascinazioni culturali ed umane.

 

 

SOMMARIO

 

Musicalità poetica e tradizione letteraria:

Giacomo Debenedetti critico e traduttore di Proust

di Viviana Agostini-Ouafi                                                    9

 

La mort des cathédrales:

una difesa proustiana del paesaggio nazionale francese?

di Giuseppe Girimonti Greco                                             35

 

I teatri segreti di Marcel Proust

di Sandro Lombardi                                                             59

 

Rilke e Proust.Variazioni su Albertine

di Sabrina Mori Carmignani                                                83

 

Le cose, le case, gli oggetti nella scrittura di Proust e D’Annunzio

di Giovanna Napolitano                                                      93

 

D’Annunzio e Proust

di Gian Gaspare Napolitano                                                97

 

Il martirio dell’intelligenza.

Percorsi proustiani nel campo del sensibile

di Daniele Garritano                                                            103

 

La materia delle visioni e le visioni della materia: Leibniz in Proust

di Sabrina Martina                                                               131

 

Proust e l’amore nella Recherche

di Valentina Corbani                                                            159

 

Tre racconti

di Giuliano Brenna                                                              173

 

Robert de Saint-Loup

di Roberto Maggiani                                                            181

 

Riflessioni d’amore e morte in compagnia di Proust

di Gabriele A. Losa                                                              183

 

Frammenti proustiani: vita e opera

di Gennaro Oliviero                                                            187

 

SEZIONE IN LINGUA FRANCESE

Les Plaisirs et le jours: une oeuvre à relire

di Mireille Naturel                                                                207

 

PROUST EN PERSAN. La traduction de l’oeuvre de Proust dans l’histoire

de la traduction persane des oeuvres françaises

di Christophe Balay                                                             219

 

Des mots en chemin: Proust et les savoirs du Hazard

di Marco Nuti                                                                       227

 

RECENSIONI

Rassegna di studi prustiani

di Giuseppe Girimonti Greco e Guillaume Perrier            267

 

Viviana Agostini-Ouafi, NEL BUIO REGNO. Proust, Michelet e Debenedetti

di Simonetta Boni                                                                272

 

Mario Lavagetto, Quel Marcel!

di Felice Piemontese                                                            273

 

Marco Nuti, De Combray à Venise. Archéologies imaginaires chez Proust

di Daniele Garritano                                                            275

 

Bruno Moroncini, Gli amici non si danno del tu

di Gennaro Oliviero                                                            278


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Aa. Vv. - Poesia e Prosa - Ee. Vv.

La calza della Befana

[ Ho l'impressione che qualche scherzetto la Befana ce lo abbia fatto... sono tutti veri i titoli che ci propone? ]

Anche quest’anno torno a salutare grandi e piccini, a patto che essi abbiano ancora nel cuore un angolino da riempire con la fantasia e la magia. Per gli altri sono solo una povera vecchia malandata che gira con una vecchia ramazza, da compatire doppiamente, una perché gira con una scopa, quindi non ha né patente né aspirapolvere e l’altro, ben più grave, motivo di biasimo è che non ho né le labbra rifatte modello canotto, né il seno imbottito di silicone sino a sfoggiare una bella quinta abbondante. Pensate un po’ che vecchia bislacca. Quest’anno, come tradizione, mi tocca portar via le feste, sebbene sia rimasto ben poco, visto che certi avvoltoi hanno iniziato a divorare tutto quello che rimaneva ai poveri italiani ben prima dell’inizio dell’Avvento. Quindi, visto la carenza che c’è in giro il sacco della befana sarà……bello pieno!! Come farà dite voi? Cari miei (come direbbe la mamma di Peter Smart) la Befana la sa lunga e da brava pensionata sa come far quadrare i conti. La vostra vecchiarda ha scelto bene tra gli scaffali delle librerie e ora è bella carica di libri, per tutti, vi do qualche anticipazione, giusto per far venire l’acquolina in bocca a chi, invece, riceverà dei bei pezzi di carbone! Il primo titolo è L’uomo di Milesia di Stig Dagerman (I quaderni di Via del Vento, pagg. 33, euro 4,00) un breve ed intensissimo racconto che vide la luce nel 1947, una sorta di oscuro gioco a rimpiattino che si svolge tra tre quartieri della stessa città: Tropico, Milesia e Sirley. Una angoscioso viaggio attraverso gli incubi che popolano un’anima inquieta e che si riflettono nelle cupe atmosfere della città. Una corsa a perdifiato fra ambigui personaggi, fatiscenti bar e stanze ammobiliate che diventano una sorta di cella in cui il recluso anela all’aria aperta, ma ciò che troverà fuori, nelle strade dei tre quartieri, è forse ancora peggio. In bilico fra Kafka e Schnizler il racconto scivola velocissimo con un taglio cinematografico e porta alla luce il travaglio di un anima nel momento più cupo della sua breve parabola terrestre, l’autore infatti morrà suicida a 31 anni. Sempre permeato di cupe atmosfere il duplice libretto L’Innamorata di Michel De Ghelderode (I quaderni di Via del Vento, pagg. 31, euro 4,00). Duplice, dicevo, in quanto composto, oltre dal racconto omonimo, anche da La brava ragazza; come i titoli lasciano supporre, la conquista di un animo femminile fa da filo conduttore alle due narrazioni dello scrittore belga nato nel 1898. I due racconti, a prima vista di argomento gaio e spensierato, si inseriscono in quella sorta di filone horror tipico degli anni anni a cavallo fra Otto e Novecento, ed entrambi hanno come protagonista il tipico soggetto di gesta amatorie dell’epoca: l’affascinante sottufficiale di cavalleria, noto rubacuori ed incline alla gozzoviglia. Le gesta erotiche del soggetto in questione terminano nell’incubo sia nel primo come nel secondo racconto, quando dalla superficie di divertissement di una avventura galante fa capolino la morte in persona. Il volumetto è assai avvincente, un interessante modo per conoscere un autore tanto prolifico quanto poco noto; il tutto è redatto ed annotato dall’ottimo Antonio Castronuovo, noto ai lettori per le sue sapienti traduzioni ed acute note. Passando ad autori più recenti in una calza che si rispetti non può mancare il grande Raymond Queneau col suo celeberrimo Esercizi di stile (Grandi tascabili economici Newton, pagg. 255, euro 12,50). Il meccanismo credo sia noto, un breve racconto, un giovanotto ha un alterco a bordo di un autobus e poi si incontra con un amico che gli dà consigli sull’abbigliamento, cronaca questa che occupa una mezza paginetta. Da questo breve testo Queneau prende il via per una serie (esattamente 99 sia nella prima che nella seconda edizione) di variazioni, in cui il testo viene modificato secondo i metodi dell’enigmistica, della metafora, della traslitterazione e così via in un testo pirotecnico costellato di lipogrammi, metoti, anagrammi, ma anche variazioni gustative, olfattive, onomatopee e così via in un caleidoscopio linguistico impareggiabile. Complice dei lettori italiani, Umberto Eco, che si prende la briga di spiegare e poi di tradurre, impresa che definire ardua sembra riduttivo, soprattutto per quei testi che si basano sostanzialmente sui suoni della lingua francese, e che inevitabilmente si perdono nella versione tricolore. Ma Eco, astuto e giocherellone com’è ci si dedica assai, rendendo in italiano le creazioni e i giochi di Queneau, ma anche inventando e partecipando al gioco molto più attivamente di quanto la veste di traduttore lascerebbe supporre, tant’è vero che nel capitolo Omoleuti, le sette righe originali diventano undici in traduzione, quel che s’è aggiunto è farina del sacco di Eco. Una lettura gradevolissima e divertente, piena di sorprese e di enigmi, molto meglio di tanti giochini insulsi della TV e del suo linguaggio scialbo. Per passare a una lettura più convenzionale, perlomeno nella forma, abbiamo Un giovane americano di Edmund White ( Playground, pagg. 240, euro 16,00) in cui il romanziere e traduttore americano racconta la sua gioventù cominciando da una vacanza in famiglia in cui avverrà la scoperta del sesso, passando dal divorzio dei genitori sino agli incontri che segneranno la sua vita durante gli anni del college, tra cui spicca la figura ormai leggendaria per i lettori di White, del dottor O’Reilly. Il libro percorre con arguzia gli anni formativi di un giovane alle prese con la propria omosessualità, i dilemmi e i desideri che tale condizione porta con sé, soprattutto nell’America provinciale di quegli anni. Se le vicende scorrono leggere e, per chi ha già letto altre opere biografiche di White, quasi scorrendo un album di famiglia, quel che stupisce sempre è la perfezione stilistica del linguaggio dell’autore. Le metafore di White sono sempre perfettamente calzanti e al contempo sorprendenti, mostrano un lato inatteso delle cose, i mutamenti dell’animo vi sono perfettamente rispecchiati, tenendosi a miglia di distanza dalla banalità o prevedibilità. Passiamo ora agli autori nostrani e contemporanei, la prima è Maria Rita Borzetti col suo Senza potere (Edizioni Lepisma, pagg.143, euro 10,00). Pare che il buon Giulio Andreotti durante un’intervista abbia detto: Il potere logora chi non ce l’ha; la Borzetti in questo breve racconto capovolge questa affermazione, e ci mostra il caso di un manager logorato appunto dal potere e dagli sforzi per conquistarlo e conservarlo. Il racconto è costruito da non molti fatti ma da una approfondita ed acuta introspezione psicologica e comportamentale del protagonista e del suo ristretto entourage, soprattutto la moglie ed una collaboratrice. La parabola umanissima e edificante di un uomo alla ricerca di una vera ragione di vita, narrata con uno stile molto particolare, composto da un susseguirsi di metafore ad incastro e vive pennellate di sentimenti umani. Naturalmente la spiritualità ha un certo spazio all'interno del racconto, e se certi passaggi fanno temere un appiattimento sul cattolicesimo, con grande sollievo l’autrice apre anche ad altre forme di religiosità. Un libro molto particolare che farà riflettere. Sempre di un autore italiano, Michele Stilino, è Apriti cielo (Edizioni Altomare, pagg. 156, euro 12,00) lungo le pagine di questo romanzo d’esordio seguiremo le vicissitudini di Alfio, un arrotino che ha una grande passione per la lettura e si occupa, nel tempo libero, di recensire libri per una piccola rivista letteraria. L’onestà intellettuale di Alfio lo porta a scrivere un pezzo ponderatamente critico su di un libro, capitatogli per caso tra le mani, quel che il protagonista non si aspetta è la reazione stizzita, dapprima, e via via più maniacale dell’autore recensito, che metterà il giovane arrotino in un vortice di avvenimenti sino a sfiorare la tragedia, sventata, grazie… e va bene che sono la Befana e tutto mi è concesso ma svelare il finale di un libro, questo non lo posso fare, quindi passo al prossimo, ho scelto un libro di poesie di una giovane poetessa Giovannangela Sturbio e il suo incantevole Abissi di abitudini (Asfodelo Editore, pagg 91, euro 8,00). Nei versi della delicata poetessa si apre un mondo fatto di quotidiano e di abitudini, quasi una elegia della vita domestica, della modestia di una vita periferica rispetto alle mode imperanti e all’arrivismo. Il linguaggio asciutto e serafico della Sturbio è capace, con rapide ed efficaci pennellate, di costruire un microcosmo di quotidianità scevra della banalità e carica e consapevole del dono di una esistenza vissuta pienamente anche se in condizioni apparentemente non eccelse ma resa vivida e palpitante dal fuoco della poesia e del nutrimento dell’intelletto. Riporto alcuni versi in cui è facile scorgere i tratti della poetica della poetessa vigevanese: Case di fòrmica / dove il pronto / non arriva- / neanche il sole / solo un indigesto neon / e centrini che / incorniciano lo squallore […]. Dalla poesia al giallo il passo è arduo, ma ci provo, ecco il nuovissimo libro di Matilde Tavoleri, dal titolo Tutto d’un fiato (Edizioni Pantagruel, pagg. 276, euro 14,00). Al centro della vicenda una ex carmelitana caduta nella spirale dell’alcolismo che si trova ad assistere ad un misterioso omicidio, il trauma la risveglierà dalla dipendenza al vino e la porterà a scoprire lati oscuri della città in cui vive, fatti di stamperie di denaro falso, case d’appuntamenti, fumerie d’oppio e la misteriosa “Officina” ove è in corso un mostruoso esperimento. Al termine di una sorprendente serie di rocambolesche avventure la protagonista risolverà il mistero, troverà un fidanzato e un lavoro onesto; tuttavia il finale aperto che vede la donna iniziare un corso per diventare ballerina di pole dancing, lascia presagire un nuovo attesissimo capitolo di avventure. E se non bastasse, il celeberrimo Alan Bennet ci propone La cerimonia del massaggio (Piccola biblioteca Adelphi, pagg. 95, euro 8,00) in cui tutto il racconto si svolge durante la commemorazione di un giovane defunto alla quale partecipa una gran folla di membri della Londra-bene. Così tanta gente importante per quello che era un semplice massaggiatore? Sì perché ognuno dei partecipanti pensa di essere l’unico a conoscere un segreto del defunto, invece ciascuno ne è al corrente ed è quel lato della professione dell’estinto che rimpiange con più calde lacrime. Anche il sacerdote che celebra la commemorazione è stato partecipe della segreta attività, ma quel che ignora è che tra i devoti si nasconde una spia, mandata dai suoi superiori per capire se è il caso di accordargli una promozione oppure no. Bennet come sempre sarcastico e pungente si prende gioco con raffinato humor della chiesa anglicana e del perbenismo di facciata degli inglesi, strappando sorrisi e risate ad ogni pagina. Per chiudere ho ritrovato un bigliettino che mi ha lasciato Babbo Natale, si era dimenticato di portare un libro di ricette, io sono abituata a cucinare scorpioni e zampe di pipistrello, però nella calza ho infilato un bel volumetto, Olio & Aceto di Anne Iburg (Gribaudo, pagg. 299) che svelerà i segreti di due dei più comuni ingredienti che penso non manchino in nessuna casa. Il libro illustra la storia e i metodi di produzione dei due condimenti e propone delle interessanti ed utili ricette che vedono olio ed aceto spiccare come protagonisti nella lista degli ingredienti e come dominatori del gusto del piatto finito, vi è spiegato addirittura come realizzare degli ottimi cioccolatini all’aceto, da provare.

E ora che vi ho svelato cosa conterrà la mia calza quest’anno devo davvero scappare, la mia vecchia scopa non corre più come ai bei tempi andati, e pure io non sono più proprio in formissima, ma finché ci sarà anche solo una persona ad aspettarmi non mancherò di giungere, con la ramazza, il cappellaccio e il bitorzolo sul naso. Buona Befana a tutti e buona lettura!!

Befana


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Loretto Mattonai - Racconti - Edizioni Gazebo

Il giardino di Lin Piao

Questa bellissima raccolta trae il suo titolo dal nono racconto che la compone; tuttavia iniziando a leggere si ha davvero l’impressione di giungere in un giardino. Così come il giardino di Lin Piao è circondato da un alto ed impenetrabile muro, che difende quella sottile linea fra la fantasia della fanciullezza e la razionalità dell’età adulta, questo libro/giardino è circondato da un semplice, agevolmente valicabile invisibile muro. Ma seppur invisibile è pur sempre un muro, ed esso racchiude un giardino, vasto, vivido di colori e profumi, tutti coloro che si trovano a passare vi gettano uno sguardo e credono di avere visto tutto, non c’è bisogno di pile di materassi o attacchi aerei con elicotteri, è come se si vedesse tutto da fuori. E questo è il segreto, e la difesa, se vogliamo chiamarla così, di questo sorprendente libro. L’apparenza è quella di una raccolta di racconti, ma bisogna fermarsi, raccogliersi un istante e cominciare ad esplorare questo vasto, lussureggiante e, soprattutto, sorprendente giardino. Ogni racconto è un mondo in sé, autonomo, che appare in uno spazio parallelo alla realtà quotidiana, è fatto degli stessi elementi, ma ne è difforme. Lo spazio creato da Mattonai nei suoi racconti è simile al nostro, ma vive una sua vita, in esso anche le forme più strane, od inconsistenti, prendono vita, si muovono, come le Voci del primo racconto, o le paure e le incertezze assumono forme tangibili ma pur tuttavia invisibili a chi non ha sensibilità, e cito “La nuvola azzurra”. Le cose paiono non aver senso, iniziando uno dei racconti, ma poi senza rendercene conto Mattonai ci fa capovolgere nel suo mondo, che appare perfettamente lineare, dove quanto si va leggendo è strettamente – perfettamente –logico, ma di una logica che sfugge, o forse non esiste, nel nostro mondo abituale, e nella lettura scopriamo una varietà di mondi possibili, mondi che ci sono preclusi e che possiamo intravvedere, o penetrarvi, con la fantasia, guidati dall’intelligenza e dall’acume dell’Autore. I racconti parlano di mondi altri, dove quel che accade potrebbe accadere ad ognuno di noi, oppure di mondi costruiti della stessa materia del nostro, ma nei quali vigono leggi diverse, che rendono quanto leggiamo, comprensibile, ma su un altro piano rispetto a quanto noto. Alcuni racconti attingono alla tradizione letteraria, come in “Diario di un aspirante dama di corte” in cui il lettore si trova in una sorta di rilettura dei racconti del cuscino ma ponendosi di fronte una specie di enorme specchio deformante; oppure “Il manoscritto di Kulwaim” o nel – geniale – “Cruciverba alla fine del tempo” che portano alla memoria vaghi sentori borghesiani. Altri racconti percorrono la via della fantasia e della creazione artistica – senza dimenticare un monito all’umanità distratta: “Dopo aver trascurato a dovere i dintorni collinari del piccolo centro, e calpestato fino ad infierire i lastricati delle vie antiche…”  o quella che appare come una sorta di vendetta della natura bistrattata in “Una pianta rampicante”. La raccolta si legge e si rilegge con sorpresa, gioia e divertimento, ad ogni pagina ci si sorprende, ci si smarrisce come in un labirinto, di citazioni, di realtà e di immaginazione, e, soprattutto, si gioisce di tanta bellezza di lettura. E dico bellezza perché i racconti hanno un'aria di spontaneità, oltre che di eleganza e abilità di scrittura che desta ammirazione nel lettore, e spesso vi sono, tra le pieghe dei racconti, frasi preziose ed uniche, frasi che dimostrano il talento di uno scrivere che scaturisce da una vera vocazione, e non tanto per riempire pagine con un passatempo che rasenta ormai la moda. Solo un esempio: “I genitori rimasero trasecolati, a detta di qualche parente traslocarono addirittura; ma intanto in paese le chiacchiere correvano l’una dietro l’altra, talvolta facevano girotondo nella piazza principale…” Questa è una delle sensazioni che si hanno leggendo questa raccolta, di uno scrittore che scrive per necessità propria, perché sente sgorgare da dentro quanto va posando sulla carta per farne dono al lettore e non alla propria vanità; tra tanti libri di molti autori scritti per raccontare il niente o fatterelli risibili, questo di Mattonai è un libro scritto per schiudere agli occhi del lettore un mondo ancora vergine, mai visitato, e credo che questo sia uno dei principali, se non il principale, scopo della letteratura. In questo Giardino di Lin Piao chi legge può ringraziare il fatto di essere un lettore e Loretto Mattonai per avergli svelato un luogo incantato e prezioso.

“Ma il buco nella barriera che difendeva il giardino rappresentava anche l’irrompere del mondo reale nel paesaggio fittizio dell’età infantile, il rompersi di un equilibrio ormai saturo di sé e l’aprirsi dell’individuo ad un nuovo senso della vita, consapevole della sua durezza e dei suoi dolori”.

 

Completano armoniosamente il bel volume i disegni di Giacomo Guerrieri e Ornella Butti. 


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Paul Bailey - Romanzo - Playground

Le confessioni di Peter Smart

Le confessioni di Peter Smart, ovvero Autobiografia di un attore fallito, inizia da un tentativo di suicidio fallito di Peter, il quale coglie l’occasione per raccontare la sua vita. Quel che ne emerge è un quadro grottesco ed impietoso della società britannica del dopoguerra, animato da una serie di personaggi che, chi più, chi meno, in un modo o nell’altro cercheranno di annullare la personalità di Peter. Maestra indiscussa in ciò è l’arcigna madre, con la sua tagliente accidia e che non darà mai uno straccio di soddisfazione al malcapitato figlio, il quale se può contare su di un po’ di affetto lo deve alla nonna paterna, amorevolmente definita una barbona dalla madre. Intrapresa la carriera di attore ed in salvo dalle attenzioni materne, Peter approda nell’orbita di Neville Drake, collega attore, amante di Wagner e dei giovani tedeschi, che tra accessi d’ira, scenate apocalittiche e intere casse di champagne, condivide la sua casa ed un amante occasionale con il nostro eroe. Inevitabile giunge il matrimonio, ma anche la moglie ben presto si dimostra, oltre ad una inesauribile bugiarda, una copia – sebbene in “minore” – della madre, il matrimonio naufraga ben presto tra scenate, bugie e fiumi di alcool. Ultimo giungerà il suicidio, quello definitivo, perché tutta la vita di Peter è stata accompagnata dalla morte: un cadavere penzolante da un albero, alcuni tentativi di suicidio, la morte del padre e così via. Da tutto ciò si potrebbe immaginare un dramma dalle tinte fosche e strappalacrime, fortunatamente, grazie alla brillante verve di Paul Bailey il romanzo si rivela essere irresistibilmente spassoso lungo tutte le pagine in cui si snoda la vicenda. L’autore prende i peggiori vizi della classe media britannica e li amplifica, li rende grotteschi, per mostrarli al lettore in tutto il loro orrore travestito da perbenismo. Il personaggio della mamma è quello forse in cui l’autore dà il meglio della sua vena umoristica, l’acredine con cui ella risponde al figlio è quasi proverbiale. L’insipienza del dottor Cottie, presso il quale Peter e la madre dimorano, è mascherata da antica e profonda saggezza, e portata a livelli paradossali dall’anziano dottore, nonché autore del libro più noioso nella storia della letteratura. Neville Drake, con la sua magniloquenza e il suo voler sempre essere assolutamente al di sopra delle righe e di qualunque altra cosa è sovente di una prevedibilità pazzesca. Infine la moglie, che Peter conosce salvandola da un tentativo di suicidio è la summa di molte delle manie e vezzi femminili degli ultimi decenni. Ce n’è davvero per tutti in questo amabilissimo romanzo, che non disdegna la messa in ridicolo di un certo teatro d’avanguardia, che nel suo voler rappresentare un progresso è fatto di improvvisazione e goffi tentativi, che vengono però acclamati da critici in cerca di notizia, più che di contenuti veri. Un libro, questo, che partendo da una profonda conoscenza del carattere umano, ne propone al lettore una caricatura irresistibile, proprio perché fatta con tratti presi dalla realtà, visti con occhio sagace ed interpretati con il miglior humor britannico. Il linguaggio con cui è narrata questa autobiografia è inarrestabile e scoppiettante, tradotto ottimamente da Alessandro Bocchi senza far rimpiangere al lettore le sfumature tipiche della lingua inglese, che contribuiscono, con la loro minuziosa perfezione, a rendere ancor più esilaranti certe trovate lessicali dell’autore. La lettura scorre agevole per lunghi tratti, solo in alcuni punti cede leggermente e disorienta per qualche istante il lettore, ciò è dovuto al fatto che Peter Smart non racconta la sua vita come lungo le pagine di un diario, ma tende a spostarsi in modo a volte imprevedibile lungo gli anni; questi però restano episodi marginali nella struttura di un libro costruito con sapienza e grande capacità. Il romanzo è molto divertente con delle assolute perle, come per esempio la vedova che sbaglia funerale o quando la mamma si riferisce con malcelato astio al vecchio dottor Cottie chiamandolo “il vecchio ermellino del piano di sopra”, ma ogni pagina riserva esilaranti sorprese.




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Claudio Nebbia - Romanzo - Sovera Edizioni

Ritorno a Norrland

Come promesso dall’autore, e dal finale aperto del precedente “Il Leone di Norrland”, rieccoci in compagnia di Eothian, nella fatate Sette Terre. Questo sequel delle avventure del giovane eroe di Norrland, ci riporta nelle mitiche terre inventate dalla fantasia dell’autore, Claudio Nebbia, il quale ha creato un mondo in maniera meticolosa e puntuale, animandolo di personaggi e tradizioni che parrebbero talvolta essere presi da fatti reali, tanto è precisa e concreta la loro costruzione. In questa seconda parte della saga molti fili lasciati in sospeso si riannodano, Eothian torna vittorioso dalle terre dei sarzin, sconfitti grazie all’abilità e all’ingegno del giovane, uniti a un coraggio encomiabile. Ma la facile gloria al servizio di una compagnia di ventura non basta al nostro eroe, egli vuole dedicarsi a ritrovare la sorella anch’ella scampata all’eccidio della famiglia, e con lei riconquistare il regno che forze oscure tramano per sottrarre ai legittimi sovrani. Ma non è solo il regno di Irmongard ad essere in pericolo, ma tutte le pacifiche terre governate con equità e giustizia dal re Leodegrance. Ed è proprio quest’ultimo ad essere vittima di una cospirazione che lo vuole morto e sostituito da uno dei ceffi che già organizzarono l’assalto e la morte dei genitori di Eothian. Il cammino di quest’ultimo verso la riconquista del proprio regno sarà proprio costellato di rischi e colpi di scena dovuti alla oscura macchina della congiura che si è fatalmente messa in moto. Non starò a svelare ulteriormente la trama di questo avvincente romanzo per non togliere il gusto della lettura e il piacere dei numerosi stratagemmi messi in atto dal protagonista per giungere alla agognata meta, ma mi preme di sottolineare come la narrazione sia concreta, quasi una precisa cronaca di fatti avvenuti. L’autore non cede a facili scappatoie o semplicistiche vie di uscita che spessa rabbuiano il piacere di questo genere di letture. Anche la magia, che com’è naturale fa capolino, è usata con parsimonia, giusto un ingrediente in più, ma non è mai escamotage per risolvere situazioni difficili. L’autore dà sempre l’impressione di tenere tutta la vicenda sotto controllo, la porta avanti con mano sicura e felice. Tutti gli elementi che via via si incontrano nella lettura hanno il loro peso e significato nella narrazione, non vengono scordati o lasciati in sospeso ma utilizzati sapientemente, come precisi ingredienti: ciascuno ha il proprio peso e la sua importanza nell’economia della storia, e non c’è mai l’impressione delle figurine vuote messe lì dall’autore e poi dimenticate. Un altro degli aspetti piacevoli in questo romanzo è lo studio della società delle Sette Terre, immaginaria, direte voi, sì certo, però in alcune dinamiche si svela una attenta conoscenza da parte dell’autore dell’animo umano. Il manipolare la società attraverso “disturbatori” che inveiscono contro il regno equo e giusto, non ricordano forse certi disturbatori televisivi dei nostri giorni? O i pregiudizi verso talune classi sociali, le iniquità verso i più deboli, o il voler conquistare il potere per il proprio tornaconto, che sono vezzi tanto malauguratamente diffusi ai giorni nostri, vengono contestualizzati nell’ambito immaginario della storia, donandole così una sorta di ossatura reale. Il tutto diventa molto plausibile ed è simpatico vedere come Nebbia riesca a miscelare in una storia di fantasia una sorta di antropologia nel nostro Paese, rendendo gli abitanti delle Sette Terre molto più simili a noi di quanto si possa immaginare.

Ma al di là di ciò resta un bel romanzo, nato da un grande lavoro di costruzione dell’ambientazione e dei personaggi che non mancherà di divertire i più giovani, e non intendo di età anagrafica.

Ora che il regno è riconquistato, la sorella Deirdre ritrovata, e pace fatta, non credo che Eothian se ne starà buono buono nel suo castello, vero signor Nebbia? Chissà, qualcosa mi fa pensare che ci ritroveremo presto a cavalcare tra gli assolati prati in qualche nuova avventura; e poi a Eothian manca una moglie, ogni sovrano che si rispetti ne ha una. Quindi buona lettura a tutti e buon lavoro al bravo “papà” di Eothian, Claudio Nebbia.

 


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Bianca Mannu - Narrativa - La Riflessione - Davide Zedda

Da nonna Annetta

L’educazione alla vita avviene attraverso la vita stessa, può sembrare lapalissiano, ma non lo è del tutto. Vivere può significare lasciarsi scorrere addosso gli avvenimenti, i giorni, i luoghi, oppure entrare con tutta la nostra essenza nei fatti che ci vedono protagonisti o semplici spettatori, traendone insegnamenti e ricordi indelebili, che andranno a formare la nostra personalità. Paloma Mirau è una bimba nata in Sardegna, in una realtà composta da secoli di fatti stratificati in una massa esperienziale solida e all’apparenza immutabile. Ma l’immutabilità è solo una condizione apparente, sotto gli occhi di Paloma ogni cosa è in continuo movimento ed evoluzione, soprattutto grazie all’acutezza e alla curiosità della protagonista, e dell’autrice. Le “due”, mescolando impressioni momentanee e racconti di accadimenti, riescono a dare di ogni minimo avvenimento una visione tridimensionale, aggiungendo o togliendo spessore anche in base all’evoluzione che i fatti ebbero con l’andare del tempo. La nostra Paloma vive con ansioso desiderio e sentita partecipazione ogni attimo della vita, ogni gesto compiuto da lei e dai suoi parenti diventa un tassello importante nella costruzione di quella singolarità che è un individuo. E credo di poter affermare che ogni individuo è formato da quella miriade di piccole e grandi cose che succedono e ci circondano in ogni istante della nostra vita, basta saperle cogliere. Bianca Mannu ha sicuramente saputo cogliere tutte queste suggestioni che la vita le ha donato e ne ha fatto tesoro, raccogliendo, coll’andar dei giorni, preziosi fili dai molteplici colori coi quali ha saputo tessere questo grande arazzo che rappresenta un pezzetto di vita, ma anche un pezzo di Storia di tutti noi, perché la Storia, quella che si accumula capitolo dopo capitolo, è fatta di individui, di singolarità, ed è attraverso le vicende di ciascuno che si apprende la storia di un Paese. Infatti attraverso le vicende di Paloma si ricostruisce anche l’atmosfera che regnava nell’Italia di quel periodo, tutti i sommovimenti, le variazioni, gli umori del cosiddetto popolo di fronte al cambiamento delle epoche. Passano gli anni, i governi, le guerre e la pace ma sono le vite di tutti a scandire l’andare della storia; testimonianze come questa sono come tasselli di un mosaico che raffigura la vita di un popolo, ma, osservato con attenzione, ciascun tassello ha un suo aspetto, unico ed irripetibile, così come Bianca ci mostra la storia della famiglia di Paloma come unica ed irripetibile, ma parte di un contesto più ampio. Le 421 pagine del libro scorrono leggiadre, dense di interesse e raccontate con mano felice dall’autrice, capace di uno stile molto singolare, dal lessico meticoloso e dai periodi elegantemente cesellati e posti l’uno accanto l’altro con armonia e grazia. Il linguaggio usato dalla Mannu non tenta di cavalcare le mode, ma si fa custode di un suo incedere quasi classicheggiante, oserei deamicisiano, che rende la lettura molto gradevole e non banale. Un grazie a Bianca Mannu per il suo interessante spaccato di società italiana, narrato con eleganza e la giusta dose di ironia.



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André Gide - Racconti - Via del vento Edizioni

Storia di Pierrette

Il volumetto racchiude due brevi racconti del premio Nobel (1947): la “Storia di Pierrette” e “Il racconto di Michel”, sino ad oggi inediti in Italia. In realtà più che di racconti veri e propri si tratta di due canovacci sul quale l’autore francese si riprometteva di lavorare per ampliarli sino ad ottenere due racconti, o romanzi, con una struttura tradizionale, che non vennero però mai sviluppati. La forma embrionale che troviamo nell’elegante traduzione di Antonio Castronuovo (che cura anche la nota in appendice) ci permette di notare le idee e gli spunti che Gide si era, per così dire, annotato, una trama sulla quale poi costruire le vicende. La prima rivela la grande attenzione che nei primi anni del Novecento era rivolta alle malattie mentali, alle ossessioni, grazie anche alla neonata teoria della psicoanalisi. Ma nella vicenda della domestica Pierrette è facile anche intuire come da fatti semplici ed innocui si possa creare un mondo a parte, una sorta di creazione fantastica che attinge dal reale per nutrire l’immaginario. In questo breve racconto, in cui si mescolano elementi del vissuto di Gide, una donna crede di smascherare in ogni persona l’artefice di un complotto ordito ai suoi danni, e si dice pronta a sposare chi invece la difende dai misteriosi attacchi, sebbene ella abbia visto questo suo immaginario benefattore giusto un paio di volte. In particolare un innocuo pacchetto pubblicitario inquieta oltre misura la povera donna, che lo vede pieno di minacce alla sua vita. E qui apro una parentesi per una congettura, sarà forse il rimorso di Gide per non aver neanche aperto il plico inviatogli da Proust a pesare sulla coscienza dello scrittore, sino a fargli gettare un’ombra minacciosa sulla sua stessa esistenza – va da sé – artistica?

Il secondo breve racconto narra di una fanciulla e del suo innamorato, il quale reso miope dall’amore e dalla delicata costituzione della fanciulla non riesce a vedere l’abiezione di cui ella è vittima o volontaria fautrice. Anche qui un tema caro alla narrativa dell’epoca, il vizio, la ricerca del peccato che alligna nei bassifondi di Parigi, capace di tentare ragazze dall’aria più innocente. Si legge in filigrana la biografia di Gide, la sua stessa sessualità, capace di dare scandalo, unita all’alternarsi di ricerca spirituale in seno alla religione cattolica e il profondo paganesimo, il suo ambire al sublime unito ad una discutibile promiscuità, unito all’ineffabile “odore del vizio che si rivela essere l’odore del mercurio, usato a quei tempi, per curare la sifilide”. Tuttavia in questo racconto di abiezione, non vi è giudizio, non si trovano accuse legate alla religione o alla cosiddetta “morale corrente”, vi è solo registrata una perdita graduale di dignità, di annullamento del sé, il che potrebbe ricondurre anche questo frammento nel solco psicoanalitico del precedente, una mente che va alla deriva e trova qualunque appiglio per perdersi, Pierrette vive di terrori legati al quotidiano, Marta,la protagonista del racconto di Michel, trova in ogni angolo occasioni per perdersi. Le note finali di Gide a questo secondo canovaccio, lasciano intuire l’andamento della vicenda con una immancabile maternità accompagnata dalla follia della protagonista.

I due racconti sono una gradevole testimonianza del percorso creativo dello scrittore parigino, in quanto sono qui evidenziati i punti cardine delle vicende attraverso i quali è possibile cogliere quali erano i punti chiave su cui Gide avrebbe poi costruito – qualora lo avesse fatto – i suoi romanzi, è facile, nella scrittura ridotta all’osso, leggere i pensieri dell’autore nell’attimo immediatamente precedente alla loro trasformazione da esperienza a letteratura.


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Edmund White - Romanzo - Playground

Ragazzo di città

Quando si pensa a New York la prima immagine che affiora alla mente è quella di capitale del glamour, città scintillante sempre in fermento, giorno e notte, coi suoi ambitissimi appartamenti su Central Park, o l’incessante andirivieni di gente scandito dalle quotazioni della Borsa e del Nasdaq continuamente aggiornate e in continuo movimento sui ciclopici display di Time Square. Ma la cosiddetta grande mela non è sempre stata così, lo è da relativamente poco tempo, sino agli anni settanta la città era sporca, pericolosa, con rifiuti ad ogni angolo, poca illuminazione e tanta delinquenza. Era una città che si poteva amare o odiare, e non vi erano vie di mezzo, chi viveva a Manhattan e pochi altri che sognavano di andarci la idolatravano, tutti gli altri statunitensi la odiavano. La città che oggi è il fiore all’occhiello dell’economia a stelle e strisce era, fino a pochi lustri fa, talmente a corto di finanze che la municipalità dovette licenziare i poliziotti, lasciando campo libero a delinquenti di ogni genere. Ma New York aveva una grande ricchezza, che forse ha contribuito a dare alla città l’immagine che ora si è consolidata, i suoi abitanti, dicevo, innamorati, malgrado tutto, della loro città, ed attratti dalle pigioni relativamente basse. La città divenne così polo d’attrazione per ogni genere di artista che poteva vivere con pochi mezzi e in un ambiente dei più tolleranti, noncurante di qualsiasi stravaganza o debolezza. Ed è in questa sorta di crogiuolo che approda il giovane Edmund White, spinto in città dal desiderio di continuare a stare vicino al ragazzo dei suoi sogni e dal desiderio di diventare uno scrittore. Il primo sogno, si vedrà, vivrà fasi alterne e porterà tanta amarezza nel giovane. Il secondo sogno, invece, verrà coronato da un grande successo editoriale, che dura tuttora e soprattutto ha legami con praticamente tutto il mondo della cultura di lingua inglese, e non, che sia passato da New York negli ultimi trent’anni. Vi è nel libro un rapido accenno ai viaggi a Parigi e a Roma, qualche pagina è dedicata al soggiorno a Venezia, ma è soprattutto la vita trascorsa a New York che viene narrata in queste pagine dalla fortissima connotazione autobiografica.

Nella fitta e raffinata cronaca di White il lettore vivrà l’evoluzione della città avvenuta di pari passo con l’affermazione dei personaggi che la abitavano via via che essi raggiungevano la notorietà. White rivive tra le pagine la prima rivolta gay, allo Stonewall bar, che diventerà la pietra miliare della affermazione dei diritti gay e contro la loro discriminazione. Maggiori diritti ai gay significava maggiore visibilità e quindi maggiori probabilità di avere avventure sessuali, sino ai giorni tetri della comparsa del virus HIV e della sindrome ben nota ad esso correlata. Fu, probabilmente, proprio la grande sciagura a fare da estremo collante per la comunità gay: essa aveva preso coscienza della sua forza all’inizio degli anni settanta, aveva vissuto spensierata per una ventina di anni, poi la grande epidemia aveva fatto capire ai gay che essere una comunità non significava solo facili incontri e avventure da un paio d’ore, ma significava anche essere una struttura ordinata. Ed infatti la società gay di New York reagì prontamente alla calamità dell’infezione dandosi severe norme che fecero calare quasi da subito il numero delle persone infettate dal virus.

Ma non solo di gay si parla nel libro, vi sono soprattutto scrittori, raccontati da chi li ha visti da vicino e con occhio raffinato ha saputo cogliere tratti che li caratterizzano, accompagnati dai loro vizi che generalmente vengono omessi dai biografi ufficiali, come la cocainomania di Truman Capote, le bizzarre abitudini di Susan Sontag in compagnia di una nuova amica. Gossip, anche, forse, ma soprattutto la storia della letteratura, e delle arti contemporanee americane e del resto del mondo. Se White nel suo recente “My lives” narra la sua vita in funzione delle persone incontrate nella vita privata, in questo “Ragazzo di città” la narra attraverso fatti che l’hanno visto insieme a personaggi famosi, celebrati e, alcuni, purtroppo già dimenticati. Nelle pagine del libro sfilano quasi tutti i nomi noti, oltre ai già citati Capote e Sontag, appaiono Chatwin, Burroghs, Bishop, tra gli scrittori; inoltre appaiono, tra gli altri artisti, Mappelthorpe, Peggy Guggenheim, e fa addirittura una velocissima comparsata Vittorio Sgarbi. Di questi e molti altri personaggi White ha modo di creare delle biografie esaurienti di poche righe, realizzandole, con la sua abilità, da fatti apparentemente insignificanti (White è noto biografo, vi sono sue biografie di Proust, Rimbaud, Genet), ponendo in relazione il lato umano di ciascun personaggio con la sua produzione artistica, creando dei mirabili, ancorché velocissimi e succinti, quadri di una notevole completezza, dotati di quelle poche informazioni, fondamentali, che consentono di capire un artista partendo dalle sue manie o dalla sua vita. Tutto questo senza mai giudicare, ma tentando piuttosto di dare una spiegazione o una lettura da una prospettiva più corretta delle opere.

Assistiamo, nello scorrere delle pagine di questo “Ragazzo di città”, al crescere di una città sino a diventare un faro del mondo occidentale, allo svilupparsi di vere correnti artistiche che saranno determinanti in tutto l’Occidente e alla crescita di un ragazzo, quasi fuggito dalla provincia, che diventa un uomo e un grande scrittore. Tra le righe si trovano interessanti riflessioni sulla letteratura, su quella che si considerava “di genere” e su quella dall’afflato più universale; su come un contesto sociale possa influire sulla produzione artistica oltre a simpatici quadretti sulla vita di ogni giorno in una metropoli malandata.

Una lettura assai piacevole, densa di aneddoti che farà gettare al lettore uno sguardo indiscreto sulla vita di tanti personaggi considerati “mostri sacri” ma, malgrado ciò, molto umani.


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Murakami Haruki - Romanzo - Einaudi

Nel segno della pecora

Pubblicato in Giappone nel 1982, e ora riproposto da Einaudi, questo romanzo dal bizzarro titolo fa originariamente parte della cosiddetta “Trilogia del ratto” in quanto il personaggio chiamato “il Ratto” (detto anche “Il sorcio”) compare, oltre che in questo, anche nei due precedenti “Il flipper del 1973” e “Ascolta la canzone del vento” di cui però non vi è traduzione in italiano (credo). Di conseguenza, “Nel segno della pecora” rappresenta l’esordio di Murakami per i lettori italiani. Anche in questo, come in altri romanzi di Murakami, la ricerca è il perno attorno al quale ruota l’intera vicenda, e i conoscitori dello scrittore giapponese sapranno che non è una ricerca banale, qualsiasi, ma di qualcosa che sfugge, forse non esiste o esiste in un’altra dimensione che raramente entra in contatto con la nostra. Nel corso della ricerca il protagonista dovrà liberarsi di alcuni orpelli e certezze sin lì portate e dotare gli occhi del proprio animo di una notevole acutezza per tentare di sbrogliare la matassa di quanto gli accade. Al di la della bellezza della trama e la già notevole capacità del giovane Murakami appaiono alcuni elementi che caratterizzeranno i libri che seguiranno. Il momento della stesura di questo romanzo è assai particolare per Murakami, scrivendo questo libro decide che la scrittura sarà la sua vita, vende infatti il Jazz Bar che gestiva con la moglie e si dedica completamente ai romanzi. Con un suo meccanismo tipico il jazz bar scompare dalla sua vita reale e si trasferisce nel mondo immaginario, esso è infatti un elemento caratteristico sia di questo che dei successivi romanzi. Parallelamente alla vendita del bar e all’inizio della vita di scrittore, Murakami avverte la necessità di praticare uno sport, ed eccolo in tuta e scarpette a fare jogging intorno a casa, e così anche il protagonista di questo romanzo, nel momento in cui ha un periodo più sedentario si dedica al podismo.

È un romanzo molto affascinate, come dicevo contiene i semi dei romanzi futuri: il gatto Sardina – finalmente si capisce perché ha quello strano nome –, la moglie che se ne va, le citazioni di canzoni e così via. Il discendente più diretto di questo romanzo è “Dance, dance, dance” infatti qua appare l’hotel Delfino con l’“Uomo Pecora”, torna la ragazza misteriosamente scomparsa, oltre ad altri piccoli indizi che legano i due lavori. Gli amanti dell’autore giapponese avranno insomma di che gioire con questo romanzo in puro stile  Murakami, con tutti i suoi elementi caratteristici, gli ambienti a cui ci ha abituati, i pranzetti preparati in fretta con quel che si trova in frigo, i mondi che si sovrappongono per poi svanire, il luogo magico in cui il tempo diventa rarefatto, la neve e così via. Però nella lettura qualcosa ancora non è perfettamente a punto, si direbbe che Murakami non sia ai vertici della sua produzione, la narrazione non procede sciolta e leggera come nei successivi lavori, la trama, quella sì, è perfettamente creata, i personaggi descritti con arguzia e meticolosità, gli ambienti non sono creati a caso, giusto per dare una cornice alle persone, ma ogni cosa che Murakami pone nell’arredare una scena ha un suo preciso significato, un suo scopo, tutti gli ingranaggi sono al posto giusto, e funzionano bene. Tuttavia, come dicevo, qualcosa non sembra essere perfettamente riuscito al grande nipponico, soprattutto nell’inizio è enormemente prolisso, tanti dialoghi sono vuoti e anche le scene sembrano girare a vuoto, il motore fa fatica a mettersi in moto, il linguaggio non è ancora perfetto, sebbene rappresenti in modo evidente, in alcuni tratti, quello che diventerà lo stile sapientemente parco di parole, tutte perfette e utili allo scopo. Non siamo neanche di fronte alle atmosfere rarefatte, intimiste e sviluppate nei dialoghi, come in “Norwegian Wood”, siamo forse, ed è un mio parere, di fronte a qualche giovanile incertezza, qualche debolezza stilistica, certamente superata nel successivo “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” del 1985 in cui un Murakami non più titubante realizza uno dei suoi libri più belli. Al di là di queste noterelle che sono ben lontane dal voler essere critiche, anzi vogliono semmai risaltare i segni di una crescita, e che vede lo sviluppo di quel mondo che sta dall’altra parte dei sogni, che Murakami sempre cerca e cercandolo ce lo descrive, già perfettamente formato nel suo immaginario, ma che ha messo un po’ di tempo per poter essere sapientemente descritto e reso tangibile agli occhi dei lettori. Resta un piacevolissimo romanzo, dagli spunti profondi che lascia nella mente del lettore sempre qualche interrogativo, anche dopo l’ultima pagina ci si accorge che il mondo in cui viviamo la nostra quotidianità non è il solo ed unico mondo possibile.


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Edoardo Monti - Racconti - I Libri di Emil

Vangelo del cavolo

Il giovane poeta, romano di adozione, dopo due sillogi poetiche è, con questa raccolta di racconti dall’ammiccante titolo, alla sua prima opera narrativa. “Se esiste perfino un ‘Vangelo di Giuda’, perché non può esistere un ‘Vangelo del cavolo’”, afferma Monti in quarta di copertina, e dopo averne appurato la mancanza, l’autore raccoglie 14 racconti e li propone ai lettori rivestiti di una bella copertina arancione zucca. Che cosa rende questa raccolta di racconti un “Vangelo del cavolo” è proprio l’insinuarsi della narrazione nelle vite quotidiane di persone ordinarie, mettendone in risalto la rettitudine e l’aderenza, talvolta maniacale, agli insegnamenti propriamente evangelici, o a quel più moderno vangelo che sono le regole di vita comuni. Lo slittamento da comune verso il del cavolo lo si ottiene quando i personaggi per dimostrare aderente convinzione ad una delle regole comportamentali di cui accennavo poco fa, ne calpestano decine di altre che forse sarebbe più logico prendere in considerazione, perlomeno sarebbe un poco meno assurdo. Mi spiego, chi pagherebbe per lavorare? Mi sa nessuno, ma se uno non vuole sembrare uno sfaccendato e vuol passare per una persona laboriosa si vede costretto a pagare una azienda affinché lo annoveri tra i propri impiegati. E se una brava ragazza, come si dice, timorata di Dio, ambisce ad un onesto matrimonio col ragazzo che ama, chi può biasimarla se è costretta ad un tradimento con conseguente gravidanza per coronare il suo sogno, e così via. A gonfie vele navigano i racconti di Monti, sospinti da quel vento sempre teso che è la salvaguardia dell’onorabilità di facciata, conseguita con qualunque mezzo. Chi si rallegrerebbe se la propria azienda, con i suoi dipendenti, venisse annientata da terroristi islamici se non un impiegato che non ce la fa più ad andare ogni giorno a lavorare ma reputa inopportuno rassegnare le proprie dimissioni. Lungo le 86 pagine della raccolta, l’autore mette a nudo vezzi ed ipocrisie della gente, scopre i nervi scoperti del voler apparire senza poi in realtà essere, smaschera chi mette in piedi sotterfugi rocamboleschi per coprire una piccola magagna che è tale solo agli occhi di chi la vive e sarebbe molto più semplice correggere che non mascherare. Ma così è, la gente si sente autorizzata a fare qualunque cosa pur di avere quella candela che spesso non vale il gioco.

Edoardo Monti si destreggia assai bene con la narrativa, così come è indiscusso il suo talento poetico, crea i racconti di questo Vangelo sui generis con rapide e semplici pennellate, con un linguaggio essenziale, costruisce i personaggi con le loro idiosincrasie e il loro carattere ben delineato. Talvolta il percorso narrativo di qualche racconto è un po’ tortuoso e lascia in dubbio il lettore, il quale si sente girovagare in un labirinto per il volgere di qualche frase, salvo poi ritrovarsi quasi di colpo e con – inaspettata – sorpresa nel punto esatto in cui l’autore lo voleva portare, per rendere quel punto – quella pagina – fascinosa scoperta. Un vangelo, questo libretto arancio, che, a dispetto del nome, non mi è sembrato affatto del cavolo, anzi è una lettura arguta ed interessante, dall’andare semplice e lineare, ma capace di riservare piacevoli illuminazioni e acute riflessioni su quanti ci circondano con le loro stranezze… forse anche su noi stessi…


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Christopher Isherwood - Romanzo - Adelphi

Un uomo solo

George è rimasto solo, Jim è morto in un incidente. A chi sopravvive resta la casa vuota, le abitudini un tempo, condivise e ora portate avanti dall’abitudine e una costante malinconia ed un senso di vuoto, nel ricordo del compagno scomparso. Isherwood ci propone una giornata di George, professore universitario, dal risveglio sino al tormentato sonno, che preclude, chissà quando, la morte. Seguendo il protagonista nell’arco di una sua giornata il lettore riesce a ricostruire praticamente tutta la vita del protagonista, i ricordi che emergono, i rimpianti, il piglio con cui affronta le lezioni con gli studenti, che un po’ lo ammirano e un po’ lo trovano balordo. Sarà uno degli studenti a fargli dire una frase che fa da pietra miliare nella narrazione; la frase è inserita in un confronto fra un anziano ed un giovane, dove quest’ultimo si interroga sul passare degli anni e la saggezza che esso porta: “Lascia che ti dica una cosa, Kenny. Non posso parlare per gli altri, ma per quel che mi riguarda nulla mi ha fatto diventare saggio. Certo, siccome alcune cose mi sono già capitate, quando si ripresentano mi dico: ci risiamo. […]” Dunque la vita come una catena di ricordi, piuttosto che una crescita. Ma la cosa importante è che la vita continui, non si può soccombere al peso della memoria, bisogna continuare ad accatastare fatti, nomi, volti, bisogna guardare avanti. Ed è quello che si scopre fare al protagonista, l’amarezza della perdita dell’uomo amato gli dà un passato, ma in fondo perché non continuare a cercare, ci deve pur essere un altro Jim, un’altra via da far imboccare ad una vita che procede verso il tramonto. Come dicevo il romanzo copre l’arco di una intera giornata, e sembra una collezione di istantanee, scattate in rapida successione, più che di pennellate, si tratta di vere e proprie fotografie, nitide, ben definite, che unite l’una all’altra creano un mosaico assai avvincente in cui Isherwood traccia con meticolosa passione i tratti di una vita non più giovane, privata dell’amore da un tragico destino, circondata da amici malmessi e radicata in un tranquillo scorrere, nell’America degli anni ‘40, dove si dovevano ancora salvare le apparenze, ma la tolleranza stava prendendo piede. Molto belli i passaggi in cui George in palestra vive una sorta di sospensione delle differenze di età, invece così tangibile nell’ambiente universitario in cui lavora. Forse Isherwood, da sempre attratto dalle persone di ceto sociale meno elevato, vuole qui dimostrare come l’attività meramente fisica sia un collante maggiore tra le persone che non l’agiata e speculativa vita accademica. Il tema dell’uomo maturo e del giovane domina anche il bellissimo finale, in cui è chiaro quanto la differenza di età sia più un valore che non un elemento di divisione.

Il romanzo è molto bello, scritto con il consueto stile di Isherwood, asciutto e lineare, ma ricco di correnti che si muovono sotto la superficie quasi calma della narrazione. La giornata di George è analizzata passo dopo passo, ma dopo alcune pagine è evidente al lettore che ciò è solo una illusione, è l’animo stesso del protagonista ad evolvere col passare delle ore. Il finale, come dicevo, è molto bello, lascia con un pizzico di dubbio. L’ultimo capoverso è assolutamente straordinario, rende gli istanti quasi tangibili, ricorda un brano musicale che termini in un pianissimo, o ad uno di quei vecchi film col finale in dissolvenza. Dopo l’ultima riga il romanzo continua a riverberare. Una lettura davvero bella ed intensa, ricca di spunti di riflessione, da cui è stato tratto il primo film diretto da Tom Ford nel 2009 e che porta il medesimo titolo del libro.


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Walter Siti - Romanzo - Mondadori

Autopsia dell’ossessione

Questo geniale romanzo conclude la trilogia iniziata con “Troppi paradisi” ed “Il contagio”, anche se “Il canto del diavolo” non è del tutto estraneo e potrebbe far allargare a tetralogia la serie di libri, sebbene quest’ultimo sia più propriamente un reportage di viaggio, ma almeno la prima parte si ricollega in modo abbastanza uniforme a “Il contagio”. Comunque sia, questo è, a mio avviso, il più bello fra i romanzi menzionati. Conclude sì la trilogia, ma è come se l’ampliasse nella dimensione temporale che essa copre, fungendo da prequel, ed ampliando la tematica della narrazione, portandola su di un piano più universale e condivisibile. Autopsia dell’ossessione, narra di quella stessa ossessione che serpeggia nei precedenti libri, ma la porta al di fuori di un contesto domestico ben definito, da un ambito personale – Siti narrava infatti i primi due romanzi in prima persona, rendendoli una sorta di diario – ad un ambito più sociale, sebbene la narrazione sia ancorata ad un personaggio ben definito. Brevemente, la trama vede un agiato giovane fare le prime esperienze sessuali che danno vita in lui ad una ossessione, quella di possedere in maniera pressoché totale un corpo di maschio, nella sua più alta perfezione: quello di un culturista. Trovato il soggetto dall’evocativo nome di Angelo (Siti abbandona il Marcello, usato fin qui, per esprimere tutta l’evocatività del corpo “comprato”, ma salvatore, terreno e sanguigno ed al contempo celestiale) il protagonista, Danilo, lo usa per delle sfrenate sessioni sessuali che hanno più l’aspetto di un esercizio fisico preorganizzato e calcolato che di un amorevole amplesso. Per il dominio totale dell’altro Danilo scatta ad Angelo delle foto, costruite e meditate; purtroppo per lui una di queste foto viene vista da una persona che ha lo stesso desiderio di Danilo, diventandone così il rivale, anzi Il Rivale; egli è un professore con ambizioni di scrittore, un po’ sovrappeso, e anche a tratti patetico… non ci vuole molto ad indovinare chi è questo rivale, e qui ci si ricollega ai precedenti romanzi.

L’andamento del romanzo traccia la biografia di Danilo, con le sue prime esperienze, vissute però con insofferenza, una specie di abbassarsi, emendato con massicce dosi di musica classica, di arte, insomma, da un lato il sesso, sporco, dall’altra l’arte sublime capace di innalzare l’animo sebbene custodito in un corpo che si sporca. La sessualità di Danilo vive di dark rooms, di locali leather in cui al desiderio vero viene sostituita una sorta di commedia, di gioco di ruoli, significativo è il passaggio di una conversazione in un bar leather in cui ciò che conta è l’abbigliamento, ed uno degli avventori dice che se vede un uomo nudo non capisce se gli piace, a lui piace che l’uomo abbia l’abbigliamento adatto. Ovvero il sesso come fatto mentale, scivolato fuori della sua dimensione di piacere, di desiderio di contatto, per andare a collocarsi in un mondo costruito, di desideri regolati da un preciso codice comportamentale. Danilo sceglie come professione di aprire un negozio di antiquariato, anche qui una chiara traccia della mercificazione dell’arte, del rendere una passione moneta sonante, fruibile, tangibile: così come sarà la relazione col bel culturista un po’ tonto, è la mercificazione dell’amore, la pianificazione del piacere, il mettere in scena riti che hanno molto a che vedere col sesso ma ben poco con l’amore. Una sorta di tableaux vivants sessuali, di cui Danilo prende nota, li numera, proprio come un mercante d’arte fa con i suoi tesori. Inoltre Angelo viene fotografato in pose ben studiate, atte a mettere in luce determinate caratteristiche fisiche che vanno ad incidere le ossessioni di Danilo, il quale traccia anche delle similitudini tra il sesso, tra Angelo, tra il loro rapporto, con la mitologia, scelta che parrebbe un poco scontata, essendo la mitologia piena di massicci uomini, nerboruti e desiderabili, ma la bravura di Siti fa sì che siano dei paralleli molto sorprendenti ed originali. Le fotografie costellano il volume con le loro brave didascalie a punteggiare dei brevi incisi, detti proposizioni, e numerati, che analizzano in modo acuto cosa è una ossessione, fotografie emblematiche che chiudono il cortocircuito corpo arte. Danilo possiede il corpo di Angelo, nei rapporti con lui crea delle opere d’arte (e tuttavia Angelo stesso è un’opera d’arte) ma per il perverso meccanismo di mercificazione e catalogazione di cui dicevo, l’unico modo di chiudere questo cerchio è immortalare Angelo. Purtroppo per Danilo, mercificando l’arte (o un corpo) il passaggio naturale è che qualcun altro se ne possa impossessare. Ecco arrivare il buon professore che offre ad Angelo i soldi, quelli sì, ma anche un barlume di sentimento, che sarà la mina che farà esplodere il mondo di Danilo. È assai divertente leggere di questo professore sovrappeso, anche un po’ patetico, irriso dallo snobismo di Danilo, con la sua casetta da provinciale, la sciatteria da cui emerge un impietoso ed assai sarcastico autoritratto dell’autore.

Nello scorrere delle pagine vi è il rapporto complicato di Danilo con la madre sempre più assente con la mente ma sempre oppressiva, e un po’ chiave di volta della vita e delle ossessioni del protagonista, in un rapporto costruito con mirabile passione ed amore e capace di far meditare a fondo sui rapporti familiari.

Il romanzo è assolutamente molto di più di quanto contenuto in queste brevi note, ricchissimo di particolari, di citazioni e di rimandi al mondo classico, alla musica, alle opere d’arte, che lo rendono una lettura molto piacevole. La scrittura è come sempre ammirevole, il fraseggio è elegante, mai banale, sempre teso in uno sforzo che non pesa, ma rende la lettura agevole ed unica. Il professor Siti gioca come al solito con pezzi di autobiografia, con personaggi reali mischiando verità e fantasia sino ad ottenere un background molto credibile e che riesce spesso a spiazzare il lettore. La vicenda qui narrata pur nei suoi intrecci è perfettamente esposta, le psicologie dei personaggi costruite in modo assai mirabile ma soprattutto il tema dell’ossessione è sviscerato in maniera esemplare, la scrittura fa luce senza indugio e senza falsi moralismi su di una zona buia che è presente in molte persone, spesso tenuta nascosta con forza e negata con veemenza, ma che talvolta trapela e, se passa inosservata, è perché quando fa capolino si preferisce guardare da un’altra parte. E poi vi è l’eterna domanda: cosa si compra quando si compra un corpo, e si può avere il dominio su di una mente passando attraverso il fisico e l’umiliazione? Domande che forse non troveranno una risposta gradita, o soddisfacente, a tutti ma che almeno sono poste senza ipocrisia e a cui si cerca di rispondere gettando luce sui meandri dell’animo umano. Infine sorge il dubbio se il sesso è davvero scisso dall’amore quando è fatto solo per l’appagamento fisico o porta comunque con sé sempre un sentimento?

Amo molto i libri del  professor Siti, ed in questo ho ritrovato la bellezza archetipale, la complessità e l’ampiezza di “Un dolore normale”. Lo ringrazio per la bellissima lettura che mi ha affascinato e divertito e faccio i miei più vivi complimenti per una scrittura che non esito a definire molto bella.

 

Riporto la – bellissima – “proposizione numero 7”:

L’ossessione allude al mito negandolo e accelerandolo in folle; le curve del maschile e del femminile si sovrappongono in una famelica anamorfosi. L’ossessione è la morte che si rovescia sulla vita disarmata, cancellando la sciocca distinzione tra meccanico e psichico. Volontà e coscienza cessano di agire: egoismo e altruismo, perfino attrazione e repulsione non sono più concetti pertinenti; l’io è riassorbito nella bava di un cane cosmico, che marca il territorio e lecca il sale della pietra.”


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Giampaolo Rugarli - Romanzo - Marsilio

La viaggiatrice del tram numero 4

Un bislacco quanto eterogeneo gruppo di persone parte da Roma alla volta delle isole tropicali Scian Katiuss. Ognuno dei personaggi si lascia facilmente convincere da Elisabetta ad intraprendere il viaggio, ma in realtà ognuno parte con uno scopo ben preciso, e sa che il viaggio terminerà nella meno esotica Parigi per motivi che si verranno via via a scoprire lungo le pagine del romanzo. La vicenda è ricostruita, a beneficio del lettore, attraverso gli interrogatori di un commissario che si occupa di un caso di terrorismo internazionale e, nel corso delle indagini, mette le mani sui protagonisti del libro. Da una gita di piacere veniamo così a scoprire un fitto intrigo criminal-politico in cui a semplici ladruncoli di borgata si mescolano teorici di una rivoluzione sociale di ben più alta levatura. Da sfondo alla prima parte della vicenda la città di Roma, sconvolta da omicidi di onorevoli e bislacche rapine in banca, dove strani personaggi trovano dimora in un cimitero. Rugarli sotto l’aspetto di puro divertimento di un feuilleton mette in scena una vera ed impietosa analisi della situazione politica italiana, dove chi vuole fare la rivoluzione comunista è ormai troppo vecchio e tende a confondere le cose, inoltre per mettere in moto la macchina rivoluzionaria si mette nelle mani di ladruncoli e criminali da strapazzo. Del sangue degli onorevoli assassinati sembrano sporche le mani di molti, salvo poi scoprire che gli omicidi hanno motivazioni molto più futili ma non per questo meno inquietanti. Ognuno dei personaggi mostra aspetti riscontrabili nella società di oggi, coi tratti portati all’eccesso, rendendo ognuno simile ad una maschera della commedia dell’arte portata ai giorni nostri. L’autore ripercorre con brio e originalità i suoi argomenti preferiti: la misteriosa trama politica, la vita legata più all’azzardo che al calcolo, l’emergere di lati sordidi e talvolta ingenui dell’animo umano. La parte dell’intrigo politico, affibbiata alla sgangherata banda di personaggi potrebbe assimilare questo titolo ad uno precedente di Rugarli, parafrasandolo in “La Troga dè noantri”, ma non per questo di minor valore o meno elegante costruzione. Durante la lettura la tensione resta sempre alta, accompagnata dalla giusta dose di ironia costellata da scenette gustose o teatrali colpi di scena. Tra i vari personaggi spicca un misterioso imprenditore, tale Aligi Bernardini, che vuole entrare in politica e di cui leggiamo a pagina 391: “[…] Di Aligi Bernardini, al di là del mio pregiudizio irrazionale sulla desinenza in “ini” (tuttavia si vorrà convenire che le desinenze in “oni” sono più gioviali, più virili, più affidanti), sentivo ripetere che era un magnate, padrone di un impero economico finanziario: Banche, grande distribuzione, industrie alimentari e soprattutto comunicazioni. Bernardini reclamava un maggior potere a gran voce […]” e chissà chi si cela dietro questo misterioso personaggio?

Un simpatico e ricco (475 pagg.) romanzo questo di Rugarli dalla trama coinvolgente, egli esplora l’animo umano, e il sentire di un Paese, guarda dall’alto una situazione generale riuscendo però ad evidenziare tratti intimisti e particolari delicati. Alla vicenda del viaggio verso le Scian Katiuss è intrecciata quella che dà il titolo al romanzo, una storia nella storia bella e geniale, che si intravede qua e là sino a trovare il suo giusto spazio coi suoi collegamenti con alcuni dei personaggi e, sebbene la vicenda appaia quasi come indipendente dal resto, in realtà fa parte del romanzo e ne caratterizza in modo significativo le altre parti. Il colpo di scena finale conclude in maniera ottima il romanzo gettando un alone di dubbio sul lettore che oltre ad essersi divertito con la lettura qualche domanda comincerà a porsela. Una lettura davvero bella, stimolante e rilassante, capace di divertire e far riflettere narrata con grande capacità e perizia, cui Rugarli ha abituato i suoi lettori.

Buona lettura e…Garendi solitani Scian Katiuss


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Irène Némirovsky - Romanzo - Adelphi

Il malinteso

In molti possono vantare una vacanza “galeotta” che, in quanto di breve durata, non ha tempo di mostrare i lati peggiori o i limiti della persona ritenuta perfetta su di una spiaggia o in un luogo di villeggiatura. Yves, aristocratico decaduto e costretto ad un alienante lavoro, ogni anno fa un tuffo in quella che fu la sua spensierata vita concedendosi una lussuosa vacanza a Hendaye, dalle parti di Biarritz, zone predilette dalla Parigi-bene. Ed è qui che Yves incontra Denise, col marito e la figlioletta, famiglia notevolmente agiata che ricorda ad Yves la sua “precedente” vita, ed infatti il marito di Denise è una sua vecchia conoscenza. Fra il giovane e la bella moglie e madre la passione divampa veloce ed inarrestabile, e consuma in un vortice di passione e gioia i giorni che si vanno facendo più cupi e piovosi segnalando così la fine della stagione vacanziera. I due tornano a Parigi alle proprie occupazioni: Yves impiegato in un ufficio che lo deprime e lo fa soffrire per le ristrettezze in cui è costretto a vivere e di cui non riesce a farsi una ragione; Denise torna alle sue ore d’ozio, avendo come  uniche preoccupazioni le toilettes e gli svaghi, i locali lussuosi e le cene sopraffine, convinta che anche per Yves sia facile come per lei concederseli. Ma la realtà è un’altra, e per Yves, se l’amore è gioia infinita è anche incessante dolore e sconforto il non potersi permettere quel che piace a Denise, e ad ogni fine mese si sente ad un passo dal lastrico per le spese folli che si è costretto a fare per non scontentare l’amante. Denise è una bambina troppo viziata ed abituata agli agi e non riesce a capire le difficoltà del giovane, il quale, d’altronde, non gliele confessa per paura di perderla o di deluderla e si rinchiude sempre più in sé. L’autrice mostra in questo breve romanzo due aspetti dell’amore, da un lato vediamo l’amore come ricerca di conforto, un elisir per dimenticare le amarezze della vita e i suoi tiri mancini; dall’altro l’amore come eccitante avventura fatta di passione, sì, ma condita da locali lussuosi, regali costosi e gite in posti alla moda. L’amore come necessità di fronte all’amore come completamento degli svaghi. E sarà proprio l’incompatibilità e l’incomunicabilità fra i due vissuti, i due ambienti, a pesare come macigno sulla passione sino a ridurla in briciole. Un finale atteso, con una chiara morale, ed un messaggio tra le pagine: bisogna accontentarsi di un amore balneare vissuto con passione nei brevi giorni delle vacanze, tornati in città indossare, insieme ai completi invernali, le abitudini e i malumori, le difficoltà della vita e le amarezze che solo un amore vissuto con sincerità e scevro di illusioni (o malintesi) potrà tollerare.


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W. Somerset Maugham - Racconti - Adelphi

Honolulu e altri racconti

Quale miglior lettura per il periodo delle vacanze, se non quella che ci porta in paesi lontanissimi, resi ancor più distanti da un secolo in cui i cambiamenti sono stati tanto evidenti quanto radicali? Ed è li che ci conduce la spensierata penna di Somerset Maugham nel corso di questa raccolta di racconti che sembrano altrettanti film dall’ambientazione esotica, degli avamposti dell’impero britannico qualche decennio prima di cominciare a scricchiolare sino a sfaldarsi completamente. Lungo i nove racconti vedremo compassati sudditi della corte di san Giorgio vivere ai tropici, lungo fiumi melmosi, e in mezzo a foreste inestricabili con gli stessi ritmi e le stesse abitudini della madre patria. D’altronde molti inglesi vivono anche in Italia con lo stesso spirito, ovvero il ritrovarsi tra selvaggi e dover decisamente affermare la propria civiltà e supremazia, fatta di compassate cene, partite a carte ed incontri di tennis, sempre indossando l’abito giusto, senza dimenticare le classiche formalità verbali e comportamentali che si potrebbero ammirare al Royal Automobile Club di Londra ma che ai tropici sembrano un po’ forzate. Quindi, l’ambientazione è quella dei tropici dei primi del secolo, terra di conquista ma anche di conservazione del potere, i personaggi dei compassati inglesi nostalgici della Patria, dove temono di tornare per paura dei cambiamenti avvenuti durante la loro assenza, gli argomenti sono quelli da classico romanzo da appendice, o da feuilleton, l’incesto, il delitto, la gelosia, lo spirito cameratesco, affari che vanno a rotoli o fioriscono secondo le richieste di caucciù. Ogni racconto, come dicevo, è simile ad un piccolo film, le descrizioni di Maugham permettono al lettore di ricostruire con precisione le ambientazioni e i tratti, fisici e psicologici, dei vari personaggi; la narrazione, data la brevità, è incalzante, densa di avvenimenti, posti in fine simmetria con i tratti dell’animo umano e le forzature della lontananza da casa, in un luogo di difficile assimilazione per lo spirito anglosassone. I racconti tendono leggermente alla dimensione del “giallo”, i delitti, spesso irrisolti, si susseguono, favorevolmente alimentati dalle passioni del cuore e dalle gelosia che inevitabilmente questi portano con sé. Il tutto è narrato con piglio deciso e sicuro, il linguaggio è semplice ed immediato, complice l’ottima traduzione di Vanni Bianconi. La lettura è delle più rilassanti, molto adatta ad un periodo di relax, quando adagiati su di un balcone di città ci si può immaginare sulle rive del Mekong, con un cappello coloniale a tentare di risolvere i misteri di una società formata dagli indigeni e dagli inglesi, ovvero da due aspetti dell’umanità che più dissimili non potrebbero essere. Tuttavia l’involontario razzismo culturale di Maugham fa si che i racconti siano prevalentemente imperniati sui bianchi, trattando i personaggi locali come una cornice di servitori, contadini e pescatori, senza cattiveria o sarcasmo, ma con quel pizzico di esclusione che doveva essere uno dei tratti dominanti dei coloni britannici. Essendo stato l’autore uno di loro porta con sé questi tratti, ma lo perdoniamo facilmente per la bellezza dei racconti, l’originalità delle trame e la precisa ricostruzione degli ambienti.


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Mary Renault - Romanzo - Corbaccio

Il ragazzo persiano

Sulla vita di Alessandro Magno (noto anche come Alessandro il Grande, Alessandro il Conquistatore o Alessandro il Macedone) molto si è detto e scritto. Durante la sua seppur breve vita, egli fece quel che a nessun altro mortale era mai riuscito, conquistò città e imperi, vinse numerose battaglie e si spinse sino a quelli che erano considerati i confini del mondo. Di lui sono stati esaltati i lati leggendari e di grande condottiero, l’abilità in battaglia pari all’abilità nell’amministrare, un regno vasto come un continente; Alessandro fu, ancora in vita, una autentica leggenda, e continua qualche millennio dopo a far discutere di sé e suscitare ammirazione. In questo libro Mary Renault espone un aspetto della vita di Alessandro ignorato dai più, forse inventato, forse ricostruito con abilità dalle fonti storiche studiate con occhio più attento, per taluni particolari rispetto ad altri; quel che ne esce è una biografia intima del grande condottiero. A raccontarla in prima persona è Bagoa, un rampollo di nobile stirpe la cui famiglia resta vittima di un capovolgimento di potere, cosa assai frequente a quei tempi, e reso eunuco e schiavo dai nemici del padre barbaramente assassinato. Bagoa giunge alla corte di Dario, del quale diventa amante e dove impara a destreggiarsi fra perfidi eunuchi e sotterfugi di ogni tipo, ma viene anche avviato alla prostituzione. Finché un bel giorno arriva Alessandro il quale, impossessandosi di qualunque cosa, entra in possesso anche di Bagoa. Fra il grande conquistatore e il piccolo eunuco nasce ben presto qualcosa che non esiterei a definire amore, fatto di delicate attenzioni e discrezione da parte di Bagoa e cameratismo da parte di Alessandro. Il legame fra i due non conoscerà soluzione di continuità malgrado i due matrimoni di Alessandro e la sua particolare amicizia con Efestione, suo compagno di battaglie sin dalla Grecia. Il racconto di Bagoa è ricco di particolari sulla vita di corte, sui complicati rituali e sulle usanze tipiche di un popolo. Fa spesso sorridere il fatto che il ragazzo trovi Alessandro quasi un barbaro perché non conosce le raffinatezze della corte persiana, e non consideri sé stesso una divinità, ma permetta a chiunque di parlargli guardandolo negli occhi, cosa ritenuta sacrilega. E proprio la differenza di usanze sarà il granello di sabbia nel meccanismo messo a punto da Alessandro per legare i regni di Grecia e Persia sotto la sua corona. Il grande conquistatore dovrà cedere agli usi persiani, restando in bilico fra il biasimo dei suoi uomini greci a causa di tali cedimenti, e l’irrisione per tanta rozzezza da parte dei persiani conquistati, ma fieri della loro tradizione.

Il romanzo si srotola lungo i deserti e i territori persiani, sino all’India e lungo gli anni della conquista della corte di Ciro da parte di Alessandro fino alla sua morte, dovuta ad una infezione per una ferita riportata in battaglia. Il romanzo, malgrado le numerose, cruente, battaglie scorre con dolcezza, le descrizioni di Bagoa indulgono spesso sui particolari più delicati, mettono in luce più la dolcezza e bontà di Alessandro che la sua capacità di condottiero. In grande rilievo viene posta la sincerità dei rapporti fra i due amanti, e dove Bagoa tende a comportarsi più come un servitore, Alessandro pare privilegiare un rapporto più paritario, fatto di tenerezza ma anche di confronto e dialogo. Se la corte persiana era molto più evoluta in materia di cerimoniali e paramenti, la Grecia sembra già essere un passo avanti a tutti in fatto di diritti civili e di libertà dalle discriminazioni. Leggendo il libro si ha una sensazione di grande rilassatezza, la storia è avvolgente e morbida, non pare avere scossoni, senza per questo essere monotona, tutt’altro, la parte storica è costruita dall’autrice con grande capacità e competenza ed ogni particolare, ogni dettaglio, anche minimo, appare perfettamente inserito e completamente plausibile. Ciò che rende il romanzo una dolce lettura è forse connaturato nello stretto legame fra Bagoa e Alessandro, capace di sopravvivere ad ogni battaglia e ad ogni cambiamento nelle vite e nella Storia, una sorta di asse portante nella narrazione, fatto di puro sentimento. In qualche passaggio, tuttavia, Bagoa/Renault eccedono un po’ nel mellifluo, permeando qualche pagina di una sorta di alone rosato, o dando alle parole che si susseguono il gusto di un enorme confetto rosa, dolcissimo, ma si tratta di brevi passaggi, per il resto la lettura è assai dinamica.

Riflettendo, uno dei motivi di tanta serenità infusa dalla lettura è che gli uomini possono essere crudeli o spietati, traditori ed assassini, ma quel che conta nelle vite di chiunque, da un celeberrimo condottiero ad un povero eunuco, è un amore sincero e solido, ed anche la Storia passa in secondo piano. Un romanzo che allieterà tutti i lettori, regalando pagine di dolcezza e di ricostruzione storica perfettamente legate a una narrazione fresca e guizzante come un ruscello. Naturalmente i soliti bigotti e benpensanti non gradiranno, ma si tratta solo di pura invidia.




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Aa. Vv. - Narrativa - Ee. Vv.

5 libri per le vacanze

Per le vacanze ho raccolto un gruppetto di autori a stelle e strisce che potrebbero allietare le letture estive sia in villeggiatura che in città.

Ormai adulto Joe ricorda l’anno in cui la sua famiglia si trasferì a Great Falls, Montana col miraggio di far soldi, questo è lo spunto da cui parte Richard Fox per il suo Incendi (Feltrinelli Editore, 165 pagg, 7,50 euro). Fu un anno strano, quello, il padre perse il lavoro, le montagne intorno la placida cittadina presero fuoco e la madre di Joe si innamorò di un altro uomo. Richard Ford racconta tutti questi cambiamenti, con gli occhi del piccolo Joe, il quale sembra sempre fuori posto, sente che intorno a sé le cose cambiano e non sa quale collocazione darsi, e quale collocazione dare ai suoi genitori e alle azioni che compiono. Il padre si allontana per tre giorni unendosi alle squadre che cercano di domare il grande incendio e questo suo allontanamento sembra scombussolare la madre, o semplicemente acutizza dissapori che già erano sorti in seno alla famiglia. Al suo ritorno sarà attraverso una parodia del grande incendio che il padre di Joe riaffermerà la sua centralità nelle vite dei congiunti. Un libro che scorre veloce, sulle sensazioni del piccolo Joe, denso di punti su cui riflettere, imperniato su una sorta di diritto alla ricerca della felicità, e su un senso di appartenenza che sembra negare proprio la agognata felicità. È anche un libro sulla propria collocazione, e sull’essere, in definitiva, sempre soli, anche legati ad altri, ma sempre a dover affermare il proprio posto. Molto belli nella narrazione gli scorci di vita in una cittadina della provincia americana e denso il tessuto psicologico dei tre protagonisti della storia, soprattutto della giovane voce narrante, in bilico tra la fanciullezza e le soglie dell’età adulta, col suo carico di responsabilità e decisioni da prendere. Le famiglie nella provincia americana sono un vasto filone nella narrativa a stelle e strisce, salvo poi declinare gli elementi comuni in storie totalmente differenti e variegate oltre ogni immaginazione. Di tutt’altra natura, infatti, il romanzo di Richard McCann, La madre di tutti dolori (Playground, 153 pagg., 13,00 euro), dove vediamo una classica famigliola composta dai genitori e due figli, i quali apparentemente sono quanto di più differente ci possa essere, l’uno legato al virile mondo del padre, l’altro immerso nelle fantasie di eleganza e bei modi della madre. Sarà la vita, con le sue asprezze e difficoltà a riunire le strade dei due figli, ormai cresciuti e privati del padre, in un cammino di dolore e perdita, lungo il quale la madre, persa in una sua follia tra rimpianti e ricordi, non ammetterà mai quel che sono i suoi figli e perché lo sono. Sembra una trama in grado di toccare qualunque città del mondo, questa, una madre che accusa un figlio di essere gay per attirare l’attenzione mentre l’altro figlio non può ammettere di essere anche lui gay per non turbare la già turbata madre. La quale non vuole nemmeno sentire nominare la parola gay riferita ai figli, tenendoli di fatto lontani, non permettendo loro di portare a compimento il loro essere all’interno della famiglia. Il viaggio dei due ragazzi lungo la vita è così zavorrato dalla incomprensione e li porterà a conoscere dolore e abiezione, l’uno rifugiandosi nell’alcool e nelle droghe, l’altro a vivere l’amore fuggendo. Il romanzo è molto bello, con una narrazione asciutta, quasi scarna capace di andare nel profondo della psiche dei personaggi, mostrandoceli nudi di fronte le loro ambizioni e i loro insuccessi nella vita. La prima parte narra l’infanzia dei due ragazzi, Davis quello più attaccato al padre con la sua vita da ragazzo come tanti, in apparenza, ma bloccato dalla balbuzie e dall’incapacità di apprendimento, l’altro, il protagonista e voce narrante (che resta senza nome) immerso nel mondo fatuo della madre, incapace di essere quel ragazzo ardito ed intraprendente che il padre vorrebbe, e che sino a metà libro il lettore indica come unico gay della famiglia. Nella narrazione entra tutto il terribile carico delle vite condotte nella non comprensione, la droga, l’alcool, l’attaccarsi a chiunque sembri offrire un appiglio, da un lato, dall’altro l’incapacità di amare, se non fuggendo, legame tra tutti la malattia, terribile, e vissuta quasi come prevedibile epilogo, e capace di mostrare anche l’ipocrisia e i pregiudizi delle persone. La narrazione si muove spesso tra il tempo e lo spazio, non appare perfettamente lineare, ed in questo mostra il grande valore stilistico dell’autore oltre al suo acuto sguardo sulla società moderna. Se in questo libro le scelte, o i destini, sessuali sono chiari, nel pazzesco Myra Breckinridge di Gore Vidal (Fazi Editore, 294 pagg., 18,50 euro) la sessualità è in continuo cambiamento. Pare non ci sia una linea di demarcazione netta fra i cosiddetti generi sessuali, Myra è vedova di Myron che era gay, ma che forse non è morto, Rusty è dolce ed eterosessuale, però diventa aggressivo. Una girandola divertente e trasgressiva, pubblicata per la prima volta nel 1968 ed ancora attuale e assolutamente dissacratoria, nella prima edizione le parole con cui erano definiti gli organi sessuali erano sostituite dai nomi dei giudici della Corte Suprema americana, come supremo sberleffo e difesa contro una eventuale causa per oscenità. La causa non giunse, ed ora in questa nuova edizione tutti i nomi sono tornati al loro posto. raccontare la trama surreale del romanzo lo potrebbe veder sminuire, basterà forse accennare al linguaggio, colto e preciso con continui riferimenti al mondo dei film anni 40, che lo fa rassomigliare a tratti a quella che dovrebbe essere la conversazione dei nostri attuali teenager (e anche quelli un po’più grandicelli) che vivono degli idoli della TV. Un libro divertente ed imprevedibile, attraverso il quale Vidal mette alla berlina certa società benpensante e un’area politica del suo Paese (ma che è ben presente in tutto il Mondo) dalle idee arretrate ed oscurantiste. Dal libro venne anche tratto un film con Raquel Welch nei panni dell’esuberante protagonista. Questo libro narra di come un americano a-tipico vede il proprio paese, invece quando un americano va altrove, come Edmund White riporta aspetti che ad altri possono sfuggire. Ne Il flâneur (Guanda, 169 pagg., 12,00 euro) White ci porta a visitare zone di Parigi di norma escluse dai tour turistici, ed approfitta di queste escursioni per parlare della Francia e della sua capitale nel corso dei secoli. White predilige come sua abitudine la storia sociale a quella degli avvenimenti di vasta portata, come per esempio l’afflusso di cantanti di colore dagli stati uniti nella più integrata Francia degli anni ’20, e, sempre per la quasi nulla discriminazione dei francesi verso le persone di colore sia servita come lezione per i soldati di colore presenti tra le truppe americane giunte sul suolo francese durante la prima guerra mondiale. Nel reportage di White non mancano i riferimenti letterari, osservazioni sul carattere dei francesi, notazioni di attualità e frammenti di Storia ormai dimenticata, tutti particolari che in modo inaspettato hanno lasciato la loro traccia sul volto di Parigi. Per finire questo “pacchetto” vacanze un libro che non esito a definire superlativo: Il libro delle illusioni (Einaudi, 268 pagg. 11,50 euro), di colui che meglio incarna la letteratura contemporanea americana, e coi, a mio parere, migliori risultati, Paul Auster. Il romanzo vanta una trama ricchissima, con spunti creativi assolutamente geniali, include vari personaggi costruiti con perfette proporzioni e raffinatezze psicologiche degne di note, i quali ruotano intorno al personaggio-feticcio della vicenda, e di cui Auster non solo ricostruisce una notevole vita ma la fa costellandola di particolari che la rendono perfettamente e plausibilmente reali. In breve uno scrittore per uscire da un lutto scrive un libro su di un attore del Muto, misteriosamente scomparso agli albori del sonoro. Evocato dall’uscita del libro il misterioso personaggio manda incontro allo scrittore una messaggera, con la quale lo scrittore entra in una sorta di nuova vita, fatta di passato e di ricerca del futuro. Il libro sembra proprio voler comunicare questo al lettore, il grande gioco fra vita e morte, il passare, durante una esistenza attraverso sia la vita che la morte, la propria o quella di altri, la propria in senso metaforico, la vita degli altri che condizioniamo, la morte che provochiamo e che evochiamo. La morte, infine, che volta le pagine, e al rammarico di una pagina giunta al termine vi è la scoperta di una nuova pagina, una nuova vita, da scoprire ed inventare. All’interno del romanzo vi è la descrizione della trama di un film, che potrebbe essere il libro medesimo svolto in altra maniera, sono di nuovo la vita e la morte, la vita che nasce dalle pagine di un libro, ma mentre si trasforma in letteratura si sottrae all’esistenza reale. I segnali che Auster manda al lettore sono molteplici e variegati, vi è il rapporto fra creazione e distruzione, in parallelo a vita e morte, vi è la vita dell’artista, a che diventa quando nessuno conosce le sue opere, vi sono i personaggi creati che vanno incontro al loro creatore (come in Viaggi nello scriptorium, titolo evocato in questo romanzo) e ne condizionano la vita. Molteplici sono i piani di lettura di questo libro, ognuno può trovarvi qualcosa che pare scritto apposta per lui, ma unica è la bravura dell’autore e ancor più unica la bellezza del libro.

Con questo spero di aver dato un aiuto a passare una vacanza un po’ più divertente con dei libri con cui svagarsi senza cadere nei soliti mattoni creati apposta per essere comprati sulla strada verso la spiaggia, ma, dopo poche pagine, utilizzati per evitare che una folata di vento più forte delle altre si porti via l’ombrellone o il cestello della merenda.




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Marcel Proust - Narrativa - Via del vento Edizioni

La cameriera della baronessa Putbus

Ai lettori della Recherche la cameriera della baronessa Putbus appare più come un personaggio secondario, che appare per qualche passaggio e poi scompare, promette ineffabili piaceri, ma poi sbiadisce sino a scomparire. Ma invece nei cahiers preparatori Proust dedica ampio spazio a questo misterioso personaggio, facendolo emergere dai sogni giovanili ed ammantandolo di realtà. Salvo poi farlo di nuovo scomparire nella stesura definitiva, e naturalmente a nessuno è dato sapere il perché. Le supposizioni possono essere molteplici e a farci strada fra esse ci aiuta Franco Rella in una nota al testo che occupa la penultima pagina del volumetto ottimamente curato e tradotto da Susanna Mati. Con l’aiuto di Rella e di qualche rimando della Recherche, possiamo supporre che la fantomatica cameriera abbia verosimilmente lasciato il posto ad altri personaggi che sono via via cresciuti ed hanno acquisito spessore nel corso della stesura. Nel suo dipanarsi l’opera proustiana diventa sempre più articolata tra le mani dell’Autore, fino al momento in cui egli ha dovuto rinunciare a qualche parte, per meglio sviluppare forse il discorso sull’omosessualità; oppure, così come la parte dedicata ad Albertine doveva dapprima avere come protagonista Swann e poi si incentra sul Narratore, anche in seguito alla scomparsa di Agostinelli, e verosimilmente questa espansione di Albertine, ha sottratto spazio alla cameriera, facendola sbiadire, tant’è vero che una sera in cui il narratore deve incontrare la giovane Simonet congeda la viziosa cameriera della baronessa, di fatto congedandola dalla narrazione. In questa manciata di pagine possiamo vedere come Proust/Narratore organizza la scappatella con la piacente cameriera, facendo sovrapporre il di lei viso agli affreschi di Padova, ammirati in gioventù nella casa di Combray, città da dove proviene anche la ragazza. Ecco quindi, con questi pochi particolari, aprirsi una nuova serie di supposizioni, forse Proust voleva inserire un valore erotico ai ricordi d’infanzia, una sorta di profanazione di Montjouvain, in cui in faccia ai ricordi d’infanzia si compiono gesti audaci. Tesi che appare avvalorata anche dal fatto che il giovane Narratore organizza un piccolo sotterfugio per sottrarsi alla madre per incontrare l’amante, ed ecco il bacio materno sostituito, nell’inganno, dal bacio dell’amante. Di nuovo la profanazione, o un simulacro per sottolineare il fatto che Proust temeva di ferire la madre con l’immagine dei suoi amori (omosessuali), quindi questi avvengono sì in una cornice domestica, ma traslata, una persona che conosce Combray; le immagini – dal vivo – degli affreschi che decoravano la sua stanza presso la zia Léonie, ovvero dall’immaginato al reale. Come in altri frammenti preparatori alla Recherche, anche qui troviamo embrioni delle pagine della edizione definitiva dell’Opera, come l’innamorarsi di una persona perché ricorda il volto immortalato in un quadro, caratteristica poi prestata a Swann con Odette; o le bellissime descrizioni di Padova, dei cieli d’Italia che poi andranno, come gemme, ad impreziosire il viaggio che il Narratore farà a Venezia con la madre. Di sfuggita notiamo come poi il Narratore, al commiato dalla fanciulla, racconta che l’avrebbe incontrata in un paio di occasioni a Venezia.

Il volumetto termina con una bellissima frase che racchiude un discorso che nella Recherche tornerà più volte, in quella sorta di corto-circuito fra arte e realtà, tra una persona scorta in società e desiderata perché rassomiglia al volto angelico di un personaggio di una tela rinascimentale, ed in fondo è la contrapposizione fra ciò che si desidera e ciò che si ha realmente: “…si trovavano faccia a faccia la Vergine di Padova che avevo conosciuto quasi come francese durante tanti anni a Combray, e la ragazza di Pinsonville incoronata come dogaressa che avevo appena incontrato a Padova.” Anche in questo breve testo, pubblicato dalle edizioni Via del vento per la prima volta in Italia, assistiamo alla creazione letteraria proustiana, col suo costruire frasi e poi smontarle per ricostruirle più ricche, più belle. Come dicevo, queste pagine non troveranno posto nella Recherche, ma ne hanno tuttavia l’ampio respiro e la maestosa eleganza.




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Marcel Proust - Narrativa - Via del Vento Edizioni

I sonni notturni d’un tempo

Una prosa inedita


Chi non ha ben impresso nella mente (e nel cuore) il celeberrimo ed immortale incipit della Recherche:Longtemps, je me suis couché de bonne heure. Parfois, à peine ma bougie éteinte, mes yeux se fermaient si vite que je n’avais pas le temps de me dire : « Je m’endors…”? Ma a questa precisa formulazione, in cui le edizioni a stampa l’hanno immortalata, Proust è giunto dopo vari tentativi, dopo diverse prove cui tutta la Recherche è stata sottoposta durante i lunghi anni della sua stesura. Questo prezioso volumetto color ocra raccoglie varie versioni inedite dell’inizio di Dalla parte di Swann e conseguentemente dell’intera Recherche, proposte in modo quasi vertiginoso, una di seguito all’altra. Questa composizione è stata studiata dalla curatrice del volume Susanna Mati proprio per dare l’idea di come le idee nascevano e si sviluppavano nella mente, e sui cahiers, di Proust nel corso del tempo. Le frasi hanno il tipico andamento circolare, ma anziché dipanarsi lungo un discorso si avvitano su loro stesse, i concetti vengono ripresi ad ogni stesura, ed arricchiti di nuovi particolari. La lettura sembra il volo di un falco, a cerchi concentrici sempre più precisi sul bersaglio, così le varie stesure si avvicinano sempre di più alla forma finale, arricchendosi di dettagli, di impressioni e di suggestioni. Alcuni concetti o frasi della Recherche sembrano essere presenti nella mente di Proust da molti anni prima che l’Opera prendesse forma, nelle corrispondenze o negli scritti giovanili vi sono infatti episodi o concetti, in embrione, singole frasi ripiegate su loro stesse, ma pronte a sbocciare all’interno del capolavoro proustiano, piccoli abbozzi di frasi, si schiudono, lavorate e cesellate con pazienza nelle lunghe notti insonni di Proust, sino a mostrare la loro inaudita bellezza, ricchezza di colori e sfumature. Nei vari abbozzi proposti nel volumetto di cui stiamo parlando assistiamo allo svilupparsi di quelle descrizioni delle ore passate nel caldo delle coperte, al sicuro dal curato (o dallo zio) che vuole tirare i boccoli, o assistiamo al rapido trasformarsi delle stanze col loro vertiginoso movimento di mobili e suppellettili, sino a rendere all’eroe appena svegliato l’esatta immagine della stanza in cui si trova, sovrapponendola a tutte quelle in cui si era trovato nel corso della sua vita. La creatura che come Eva prende corpo dalla posizione di una coscia del dormiente, oppure il fischio del treno che misura la campagna immersa nell’oscurità, in queste brevi pagine cominciano a mostrarsi, sono in fase, diremmo, progettuale, eppure già gravide della loro forza evocatrice, ma con quella piccola nota fuori posto, che sarà destinata ad essere sostituita con quella perfetta che Proust saprà trovare nell’ultima stesura per rendere la sua Opera immortale una sinfonia perfetta, senza sbavature, o particolari di troppo, pur nella ridondanza di precisioni, infatti, ogni particolare sembra stare al posto giusto, e anche il minimo accenno riveste una importanza notevole nel complesso della Recherche. Le parti che iniziano con “Sono nella camera del castello di X…”, inoltre, raccontano di tutti i luoghi dove Proust ha soggiornato per brevi o lunghi periodi: castelli di amici in Normandia, la casa dei nonni alle porte di Parigi, l’albergo della località termale dove passava le vacanze con la mamma, sino alla camerata della caserma dove trascorse il servizio militare, luoghi che poi hanno lasciato il posto ad altri, ma non sono scomparsi, si sono trasformati, un castello è diventato Réveillon (nel Jean Santeuil), oppure alcune stanze d’albergo hanno unito i loro tratti a quelli della stanza del Grand Hôtel di Cabourg per dare vita all’Hotel di Balbec e così via. La sensazione che si ha da questa lettura è – lapalissianamente – quella che si potrebbe avere visitando l’atelier di un sarto, in cui accanto a tessuti e fili ancora informi vi sono bozzetti e abiti per metà cuciti e poi abbandonati, e, finalmente, trionfante in vetrina, su di un altero manichino, l’abito appena terminato, perfetto, unico, su tutti i materiali ed i modelli abbandonati via via dal sarto ma che è facile scorgere nella sua sinuosa linea. Così è per questi Sonni notturni di un tempo, rammentati da Proust, e dal suo io narrante a distanza di anni: l’addormentarsi, lo svegliarsi e rammentare le ore di sonno o le ansiose improvvise veglie, trasformati in parti di un ampio racconto, sono brandelli di tempo perduto da cui l’autore comincia la sua ricerca ma, se per molti potrebbero apparire già perfetti, a Proust questa perfezione non bastò e vi lavorò sino ad ottenere le bellissime pagine iniziali della Recherche


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Maria Luperini Panna - Romanzo - Aracne Editrice

La corte del glicine

Il libro si basa su di un fatto storico, nel 1525 Francesco I di Valois, venne sconfitto a Pavia, fatto prigioniero e rinchiuso a Pizzighettone, dove godette di onori e privilegi degni del suo rango reale, quindi venne trasferito all’Abbazia di Cervara dove rimase per tre giorni. La narrazione pone sotto la lente di ingrandimento questo periodo che, sebbene breve, ebbe ampi riverberi sulla vita dell’abbazia e di alcuni suoi abitanti. All’Abbazia la presenza dell’ingombrante ospite creò enormi dubbi soprattutto nell’abate, in particolare per i rapporti tra il Valois e Leonardo da Vinci, che presso di lui visse gli ultimi anni della sua esperienza terrena. E sono proprio gli studi di Leonardo ad infervorare e fiaccare la mente dell’abate, che fu, oltre che uomo di chiesa, anche uno scienziato ante litteram per la sua passione per la ricerca di piante officinali e medicamentose. Su questo si innesta una sorta di confronto fra la mente già scientifica, nell’accezione moderna, di Leonardo e la scientificità empirica e medievale dell’abate. Si crea così il perno – diciamo così – sul quale ruota la snella narrazione: la ricerca della Verità, e quali sacrifici essa richieda. Per l’uomo di Chiesa la verità cozza con i dettami della religione, spingendo l’animo di chi vuole scoprirla sin sul baratro della follia, ma anche di quel che è lecito per perseguirla e quel che va evitato affinché in nome della verità non si perda il proprio essere. Ed è proprio questo il limite cui giunge l’abate, il quale non sarà più sé stesso dopo avere gettato una fuggevole occhiata su quanto disvelato dal genio leonardesco, ma qualcun altro proseguirà la ricerca della suddetta verità, senza però farsi scrupoli, e oltrepassando i confini del lecito e dell’ammissibile, ma quando il vero, l’assoluto, sembrano a portata di mano certi scrupoli paiono più inutili zavorre che saldi legami con la propria coscienza.

Il libro si compone di un antefatto che inquadra la vicenda nel suo contesto storico e la inserisce nella prospettiva romanzesca, seguono tre capitoli, uno per ogni giorno di permanenza dei Francesco I all’abbazia, cui seguono altrettanti epiloghi che danno compimento alla vicenda, svelando alcuni misteri e mostrando al lettore a cosa condusse la suddetta ricerca della Verità; chiude l’opera una nota per il lettore che fornisce gli ultimi ragguagli su elementi restati in sospeso per esigenze narrative e che dà un senso di compimento e di precisione storica al libro.

L’autrice racconta con passo spigliato e con profonda cognizione i fatti storici, e lo fa con freschezza romanzesca, tenendo in bilico il lettore fra biografia ed invenzione, in una miscela assai precisa, che avvince con la dovizia dei particolari e fa riflettere con degli intensi spunti. Soprattutto ci mostra il lato strettamente umano dell’abate, il quale sebbene ligio ai suoi uffici religiosi ed ai suoi studi, mostra un animo ancora complesso, quasi fanciullesco, capace di stupirsi e di tentennare, anche laddove la Fede dovrebbe dargli un sicuro appiglio. Egli, soprattutto grazie alla umana e naturale curiosità, si lascia investire dal dubbio, sino alle estreme conseguenze che appariranno nel finale del libro. Anche il cristianissimo re Francesco ci appare assai più umano di quanto la sua condizione regale non faccia supporre. Di Francesco viene evidenziata soprattutto la notevole inclinazione verso le arti, le lettere e la scienza, tratteggiando un sovrano quasi rinascimentale e ponendolo così in netto contrasto ed antitesi con l’abate, assai legato al retaggio medievale. Vi è poi, la figura dell’abate Lupo, poco menzionato ma che appare poi quasi il deus ex machina della vicenda, è infatti nella parte romanzesca un suo lontano discendente a dare l’avvio alla vicenda, grazie al ritrovamento di certi documenti, ed è sempre Lupo a mostrare il travalicamento di confine tra lecito ed illecito, tra follia e lucidità, nella ricerca della Verità. Un romanzo breve ma intenso, questo, che ci mostra una pagina di Storia, breve e circoscritta, ma dagli inaspettati sviluppi, e capace di descrivere con straordinaria efficacia luci ed ombre di un animo umano in bilico fra scienza e fede, fra moderno e passato.

A fare da sfondo e legame ai fatti storici vi sono le bellissime descrizioni delle atmosfere e soprattutto del mare, l’abbazia si trova infatti sui monti di Portofino; l’autrice ricrea l’ambiente con sagacia e ne descrive la natura con animo poetico e - a tratti - magico, facendo quasi animare di vita propria gli elementi statici della natura, quali le rocce e gli alberi. Come dicevo il mare ha grande parte, riflettendo e suggerendo coi suoi umori gli umori delle persone, in una simbiosi avvincente e misteriosamente sensuale.

Il romanzo nella sua brevità riesce a ricostruire alla perfezione la vicenda storica e a dare uno spaccato degli animi dei protagonisti attraverso una analisi psicologica attenta e perspicace, rendendo la lettura agile ed accattivante ma densa di elementi su cui riflettere.


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Michael Cunningham - Romanzo - Bompiani

Al limite della notte

Vi sono, talvolta, nelle famiglie, dei figli giunti inaspettati, quando la madre sta abbandonando il suo periodo fertile e gli altri figli sono già grandi. Anche Ethan è nato a quel punto della vita della sua famiglia in cui non lo si aspettava più, quasi un errore, ed è con questo nome, abbreviato in Erry che la sorella ed il di lei marito chiamano questo ragazzo, bellissimo quanto indomito. Ed è nella vita dei due che ad un certo punto Erry piomba in cerca di riparo, di tutela, forse di salvezza dalla droga alla quale non sa dire di no. La sorella ed il marito, Peter, hanno vite sicure, lei lavora per una rivista, lui è un gallerista quasi noto e quasi affermato. Ed è con gli occhi di Peter che l’autore ci accompagna nella vicenda, Peter sicuro di sé, un uomo che ha poche certezze nella vita, e queste certezze gli appaiono incrollabili, soprattutto per quanto riguarda la sua sessualità e la sua unione con la moglie, tranquilla e sicura verso la vecchiaia, che già si fa sentire mentre la giovinezza spavalda cede il posto ad una sommessa abitudine ad un corpo che si invecchia. Nella vita di Peter vi è spazio anche per due assenze, quella del bellissimo fratello maggiore Matthew, morto giovane, sembrerebbe di AIDS, lasciando uno strano vuoto nel cuore di Peter, e quella della unica figlia di Peter e Rebecca, Bea, che se ne è andata a vivere da sola per una strana avversione verso i genitori, soprattutto il padre, reo di non averla amata abbastanza. Quando Ethan/Erry giunge nella casa di Peter, sembra catalizzarne tutti i fantasmi; il ragazzo sembra incarnare tutti gli ideali dell’uomo: la bellezza pari a quella di un’opera d’arte, la vita del fratello, le fattezze della moglie giovane e la figura filiale capace di sovrapporsi a quella di Bea. La miscela riuscirà a mettere a dura prova le certezze di Peter il quale si trova in un istante sospeso in una sorta di limbo fra una inattesa libertà e gli altri legami e le responsabilità. Peter innamorato dell’arte e del bello, prova una attrazione per Erry che ci ricorda l’amore di Swann per Odette, amabile perché simile ai volti nei quadri amati dal collezionista, così il moderno gallerista mescola bellezza e amore, arte e vita reale. Dopo il volo pindarico Peter crede di riapprodare nel suo abituale contesto, ma qualcosa si è inesorabilmente modificato, quel che Peter credeva di vivere in modo esclusivo, fatto apposta per lui stava capitando, in modo parallelo ma assai diverso anche alla moglie. E nulla torna com’era prima.

Questa, per sommi capi, la trama di questo settimo romanzo del premio Pulitzer Cunningham, grande talento della letteratura a stelle e strisce, che anche in Al limite della notte dà grande prova di bravura e di estro narrativo. La prima forte sensazione che il lettore prova entrando in questo romanzo è l’atmosfera fortemente newyorkese che permea tutto il libro. Sarà che il mondo delle gallerie d’arte e delle avanguardie è spesso, in questi anni, visto come aspetto peculiare della grande mela, ma anche tanti piccoli vezzi quali prepararsi un cocktail in casa prima di ordinare la cena da un take away, sono tasselli di cultura tipicamente di New York. Sembra di vedere i due protagonisti che bevono da una coppa martini nel loro salotto ritratti in una delle celebri vignette del New Yorker. Anche la descrizione dell’appartamento, degli abiti, insomma tutto contribuisce a rafforzare l’idea che i fatti possono svolgersi esclusivamente a New York. Questo per l’atmosfera generale, la scrittura, la costruzione delle frasi, invece rivela una eleganza notevole, frasi assumono per magia tinte mauve, o sfumano verso l’indaco, tutto grazie alla magia della penna di Cunningham. Il libro è da leggere due volte, la prima per capire l’architettura dell’opera, per capirne appieno gli intrecci della trama e i risvolti del non detto in contrapposizione con quanto affermato, la seconda volta per assaporarne le frasi, gustarle con piacere, lasciarsi inebriare dall’eleganza delle metafore, o delle immagini, colpiti dal perfetto incastro dei flashback, o dal preciso ticchettare delle parti di riflessione o intimiste.

E immersa nella bellezza della costruzione di questo romanzo vi è l’anima vera del libro, quella incertezza che serpeggia nella vita di chiunque, quel senso di precarietà che resta acquattato nell’ombra e poi ci si svela improvviso coi suoi denti aguzzi ad azzannare quel che ci si è costruito, con fatica, impegno, ma anche nascondendo a noi stessi ciò che siamo realmente, mentendo su quel che si ama per poter amare ciò che si desidera o ci conviene. Lo sguardo di Michael Cunningham è preciso, dolce ma inesorabile nel mettere a nudo le vite, nello squarciare il velo posto davanti le ipocrisie della società. La morte, nei romanzi di questo autore, è spesso in agguato, in questo caso è antecedente alla narrazione, ma vi è un altro tipo di morte, quello dell’assenza, della lontananza, e poi vi è una sorte di morte catartica, volta ad una resurrezione di un novello sé, modificato nell’intimo, spogliato del pregiudizio e mostrato al mondo con le sue debolezze e con le sue ferite. Quel che l’autore pare volerci insinuare nella mente è che le cose non sono esattamente come ce le aspettiamo, o abbiamo programmato che siano, ma neanche come paventiamo possano essere, semplicemente ci giungono addosso, e laddove pensiamo di essere più forti colgono le nostre debolezze.

Al limite della notte è un romanzo davvero bello, forte di una salda contemporaneità, vi si trova tutto quel che c’è di attuale, compresa la crisi economica, ma è ricco anche di quei valori – o disvalori – che sono immutati nel tempo, l’amore familiare, l’illusione di essere eternamente giovani, l’inganno e lo sfruttare i sentimenti a proprio vantaggio. In particolare Erry e Peter sono figure emblematiche di puer e senex che giungono a sovrapporre i loro ruoli, ottenendo esclusivamente l’intorbidirsi delle loro, seppur discutibili, purezze. Ed è forse proprio la purezza a venir violata nella nostra società contemporanea, ultimo baluardo che ci proteggeva da una deriva morale, è stata barattata per coprire un miserabile misfatto, e questa è forse una delle chiavi di questo romanzo, che non mancherà di parlare una lingua diversa a ciascun lettore, interpretando quelli che sono i suoi sogni più riposti o i sogni meglio celati.


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Laura Pariani – Nicola Lecca - Racconti - Marsilio

Ghiacciofuoco

Una raccolta di racconti scritti a quattro mani che ha come protagoniste le donne, ogni racconto (doppio) ha per protagonista una figura femminile: la madre, l’analista, la vecchia, e così via. Ogni racconto è ambientato in Sudamerica, per quelli scritti dalla Pariani, e nell’Europa settentrionale quando a scrivere è Lecca. Vediamo così la grande differenza che ci può essere nella vita di una donna dipendentemente dalla latitudine in cui è nata e vive; la vita di una ragazza madre avrà nettamente un diverso svolgimento se avviene in Argentina o in Islanda. La bravura dei due autori sta nel dipingere le vite di queste donne ed in esse convogliare tutto il retroterra culturale del luogo in cui vivono, creare uno spaccato di una società attraverso gli occhi di una donna, quasi ponendo nel grembo di ciascuna di esse tutta l’umanità di cui la nazione in cui vive è capace. Nella trama dei racconti filtra anche tutta l’atmosfera del luogo in cui sono ambientati, e ciò è reso soprattutto dallo stile di ciascuno dei due scrittori, la Pariani che vive e scrive dal Sudamerica, riesce a costruire i suoi racconti con pennellate vigorose, piene di vita e brucianti del calore del sole di quelle terre, dà a ciascuna voce l’eco di canti antichi, densi di ballate e leggende. Nel leggere un racconto della Pariani ci si cala in un mondo soleggiato e polveroso, dalle arcane note di struggenti tanghi, e dalle lunghe e tortuose radici che percorrono lunghi anni di emigrazione, un mondo bagnato dalle lacrime scaturite dal dolore di milioni di donne strappate dal loro mondo, private degli affetti, ingannate, ma pur sempre portatrici della speranza, e del ricordo immortale. La scrittura della Pariani, viva e poliedrica, rende perfettamente il sapore intimista dei racconti, quasi viaggi dentro il cuore di una donna, e del brulicante mondo che ruota inesorabili attorno alle vite delle protagoniste. Per contro i racconti di Nicola Lecca, dall’estremo nord dell’Europa, si fanno leggeri e rarefatti, sfumano le tinte verso il biancore delle nebbie e il grigio dei cieli da cui inesorabile la pioggia fa capolino ogni giorno. Le donne di Lecca, alter ego di quelle della Pariani, si muovono in modo quasi etereo in un mondo algido, in cui i sentimenti sono tenaci ma talvolta gelidi come il ghiaccio che attanaglia i cuori alle latitudini polari. Lecca costruisce i suoi racconti armato di fine cesello, meticolosamente e pazientemente intaglia le sue storie ornandole di piccoli particolari, di vaghi sorrisi, di lievi gesti infondendo ai suoi racconti la leggerezza bel baluginare della neve in un mattino sereno. Ma talvolta il meccanismo sembra non funzionare perfettamente, in un paio di racconti si avverte una certa aria un poco forzata, sembra che i racconti siano stati scritti proprio “su commissione”, quasi controvoglia, e una certa vacuità del contenuto, unita alla leggerezza della scrittura, che appare quasi scarna, lascia, al termine della lettura, una certa vaghezza, un barlume di insoddisfazione a cui non si riesce dare contorni ben precisi, quasi un “effetto morgana”, qualcosa di inafferrabile che proprio perché lascia a mani vuote rende una piccola insoddisfazione; ma questo accade, dicevo, in un paio di racconti, forse volutamente intimisti e minimalisti, da essere belli nella loro semplicità quasi disadorna. Il libro ha la grande forza di mettere a confronto latitudini, abitudini e condizioni sociali assai diverse tra loro, oltre alla gradevolezza dei racconti resta in sospeso un interrogativo – che non mancherà di far riflettere - riguardo il fatto di come, con gli stessi presupposti, una vita può prendere direzioni assai differenti, influenzata dal fattore sociale ed ambientale.

Nell’insieme, comunque, il libro si legge assai volentieri, la grazia e l’eleganza sorreggono sempre i bei racconti, e la lettura vola tra le due sponde dell’Oceano senza sbavature e con soavità, d’altronde sulla bravura dei due autori non vi sono dubbi.


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Federico Crosara - Romanzo - La Riflessione – Davide Zedda Editore

Prima che il mondo cominci a bruciare

Prima che il mondo cominci a bruciare – un problema italiano

 

Luca, il protagonista, è un giovane di 25 anni, ha passato un periodo nell’esercito, in una discutibile missione di “pace”, ed ora si ritrova a dover ricominciare daccapo la sua vita, da civile. Un suo ex commilitone, Edoardo, gli offre lavoro ed una stanza. Ben presto Luca si accorge di quanto di marcio vi sia nella società, di come il divario fra ricchi e meno abbienti si faccia sempre più ampio. Luca e quelli della sua generazione hanno ben poco su cui contare, il precariato è ormai la realtà del mercato del lavoro e il tirare avanti si fa sempre più aleatorio quando non si ha un contratto lavorativo, molte strade sono precluse, anche le più comuni, quali accedere ad un mutuo, affittare una casa e così via. Luca scopre, nello stabile in cui abita, un ex hotel, ora fatiscente alloggio, un gruppo di persone nelle sue stesse condizioni, tutti arrabbiati di come il mondo venga solo mostrato loro da dietro un vetro: per i giovani non vi sono possibilità di un inserimento nel mondo del lavoro, e di conseguenza nella società. Simbolo comune di questi giovani, e di cui Luca verrà ben presto insignito, è una testa di lupo tatuata sul braccio, a creare un legame visibile tra chi, pur non conoscendosi, vive allo stesso modo e nutre i medesimi ideali. Un marchio tribale che segna la fratellanza di vedute, ma col finale cala anche l’interrogativo se effettivamente questa comunanza, questo esser gruppo contro tutti vale davvero. Su di Luca incombono anche pesanti accuse per maltrattamenti compiuti dal suo battaglione durante la missione in Africa, a queste accuse se ne aggiungerà una nuova, quando il protagonista cercherà di farsi giustizia da sé, ma non si sa se la reazione dei carabinieri sia così eclatante per i fatti recenti o per mettere a tacere uno scomodo testimone tornato dalla missione in Africa. Non mi dilungo maggiormente sugli intrecci della trama per non anticipare troppo ai lettori che sicuramente resteranno avvinti nella bella trama di questo romanzo. Ciò che salta all’occhio sin dalle prime battute sono il linguaggio e la costruzione del fraseggio nella narrazione. Luca narra le vicende in prima persona, e lo fa con un linguaggio crudo, immediato, assai colloquiale, a tratti di tipo bloggistico, con vasto uso del linguaggio da strada, con il suo corollario di espressioni colorite ed imprecazioni. Anche l’andamento della trama è immediato nella sua costruzione, è colto nell’atto di scaturire dalla mente di Luca, ha una notevole spontaneità ed immediatezza. Dà l’impressione di essere partecipi delle scene o di sentirsele raccontare dalla voce di chi quelle cose le ha vissute. In alcuni tratti le parole diventano vere e proprie immagini, soprattutto quando Luca è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, la narrazione segue l’andamento allucinato di una mente non propriamente in sé, rende assai bene le circonvoluzioni, gli incubi e i sogni alterati dalla droga (perlomeno così suppongo si comporti chi è alterato dalla droga, non avendo io esperienza diretta del settore). Encomiabile la scena in cui Luca si immagina che il palazzo si trasforma in una astronave ed inizia la fase di decollo, davvero bella. Dando un’occhiata alla biografia del giovane autore si capisce il perché le sue parole divampano spesso in immagini, egli è creatore e produttore di videoclip e cortometraggi, e ciò si riflette nella sua bella scrittura, veloce e fatta di immagini, viva e pulsante. Il romanzo tuttavia farà arricciare il naso a qualcuno, il linguaggio spesso non è ortodosso, qualche parolaccia scappa qua e là, ma è così ricreato un contesto reale e vissuto, quel che forse andava visto meglio è qualche errore vero e proprio di battitura che di tanto in tanto fa inceppare la macchina narrativa, un paio in particolare sono da matita rossa, ed imputabili a un istante di distrazione. Ma in questo caso anche le piccole sbavature rendono il racconto ancora più vivo ed immediato, danno quel senso di velocità che rende il romanzo oltreché reale e tangibile, anche simbolo di una certa visione della società e di metodologia di rapportarsi ad essa, rappresentata dai protagonisti dell’opera. Si può ben dire che il contenuto, i personaggi ed il modo di raccontarli sono perfettamente amalgamati e resi uniformi dalla mano felice del nostro regista e scrittore Federico Crosara. Per concludere, se il linguaggio può far storcere qualche naso, l’aver sollevato problemi tanto seri è assolutamente da premiare, è simbolo di una scrittura viva e presente. Il libro è molto bello, mi ha appassionato e fatto riflettere, cosa non così comune, lo consiglio sicuramente e mi congratulo con l’autore, per quanto esposto sopra, e per il coraggio di avere affrontato certe tematiche, soprattutto quella del precariato, spesso relegato in ultima pagina dai quotidiani, usato in tempo di elezioni e poi abbandonato. Un grazie a Federico, e visto il finale, forse ci regalerà un sequel.


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Ario Gnudi - Narrativa - Pendragon

Anelli di fumo

“L’adolescenza è come un anello di fumo, sorge di colpo, incerta ma bella, rifulge un istante sorridendo, poi lentamente si sfalda e svanisce nel nulla".

 

Vi erano, sino a qualche anno fa, inviti a cena da parte di amici per vedere insieme le fotografie delle vacanze appena trascorse, o portatrici di ricordi di infanzia; ora questa funzione è affidata quasi interamente ai cosiddetti social network, o, in altri casi, ad un libro, di ricordi e di istantanee. Ed è questa la funzione che Ario Gnudi affida al suo “Anelli di fumo”, chiarendo nel sottotitolo che si tratta de “La Bologna degli anni 60”, libro scandito dalle stagioni, quella invernale dello studio, e quella estiva dello svago o della riparazione alle mancanze nei giorni di scuola, negli anni dal 1958, in cui vediamo apparire l’autore quattordicenne sino all’estate 1968, e con essa la laurea. Quel che emerge dalla lettura è la vita di un ragazzo, desideroso di trovare il proprio posto nella società tra combriccole di amici, ricerca di una donna da amare e l’inserirsi nella società adulta e borghese, vista come ambita meta. Il giovane Gnudi appare, giustamente, ambizioso ma poco propenso all’impegno scolastico, aiutato nella sua carriera da colpi di fortuna e salvataggi dell’ultimo momento, l’adolescente Ario, sembra spesso preferire la vita vissuta a quella del duro lavoro sui libri di scuola e costretto vari anni a trascorrere estati di studio col rammarico di non potersi concedere svaghi sulle spiagge alla ricerca di una fanciulla da amare. Per ciascuna delle epoche attraversate dal nostro novello Holden vediamo scorrere sulle pagine le preferenze musicali con ampie descrizioni, o dei film del momento, alternate a descrizioni di primati sportivi, creando così una cornice mediatica che rappresenta il legame tra il privato ed il pubblico, tra la vita privata ed interiore del protagonista/narratore e quella pubblica contestualizzandola in un ambiente di cronaca che appare un po’ come quegli inserti che i rotocalchi pubblicano alla fine di ogni anno mettendo in risalto ciò che ha caratterizzato i 365 giorni appena trascorsi. Gnudi nel raccontarsi si toglie anche qualche “sassolino”, sembrerebbe, soprattutto nei confronti della ex moglie, ma senza indulgere troppo nello spiegare quel che sarebbe accaduto ai vari protagonisti negli anni a venire, descrivendoli praticamente sempre – e solo – nel periodo posto sotto la lente d’ingrandimento narrativa. Se Bologna e le sue strade sono perfettamente descritte, tanto che, a questo punto, se io che non conosco quella città vi venissi catapultato potrei percorrere tranquillamente il tragitto da casa Gnudi alla scuola o all’Università, ciò che di Bologna viene forse a mancare è un affresco più sociale e politico, la narrazione è ancorata alla vita di Ario e alla sua ristretta cerchia, ma secondo me, poco contestualizzata nella più ampia cerchia sociale di una grande città e di un periodo che tutto sommato poteva fornire ben più ampie analisi sociali. Anche il movimento del 68 è appena accennato in poche righe. Ma queste sono considerazioni personali rispetto ad un’opera che vuole essere principalmente intimista e strettamente biografica, nel senso di mostrare la crescita e la presa di posizione sociale del giovane Gnudi, nel suo cammino formativo e di affermazione di sé. Così seguiamo il bel giovane dagli occhi verdi tra osterie popolate da promesse del mondo della canzone, feste tra amici e le immancabili vacanze sulle spiagge romagnole in cerca di avventure sentimentali, in un susseguirsi di ricordi compiaciuti e momenti di nostalgia. Il libro scorre placido con il suo linguaggio posato, la precisa e cronometrica ricostruzione, sembra proprio di sentire l’autore che con la sua voce ci racconta la sua dorata gioventù. Nella freschezza e nella simpatia risiedono i maggiori pregi di questa opera, tuttavia in alcuni passaggi la biografia non si discosta dalla semplice rievocazione, e lascia completamente sbiadito sullo sfondo quello che gravitava intorno alla vita del narratore. Il libro è capace di regalare bei ricordi, si fa ammirare per la meticolosità con cui è articolato e non difetta di simpatia, ma a tratti non emoziona, e costringe il lettore a qualche sbadiglio celato dietro un sorriso, come le serate di cui parlavo all’inizio, a casa di amici a vedere diapositive di luoghi bellissimi e di momenti felici, ma che restano uno sguardo su di un angolo di mondo che non riesce a coinvolgerci del tutto.


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James Baldwin - Romanzo - Le Lettere

La stanza di Giovanni

David ama Giovanni e crede di amare Hella, la vuole sposare ed essere così una persona normale, rispettabile. Ma l’amore verso Giovanni è più forte, molto più forte, in quanto vero, e la stanza in cui questo amore sboccia, quella di Giovanni, si trasforma così in un mondo, un enclave, protetto dall’esterno, dove finalmente si può essere sé stessi. La stanza di Giovanni, emblema del titolo del romanzo, ma anche metafora di un mondo più giusto, più umano, in cui due uomini possono amarsi, essere felici, progettare il futuro. Ma questa stanza è anche il luogo da dove David vuole fuggire, per incapacità di amare Giovanni, per incapacità di accettare il proprio destino, il segno invisibile che fa sì che il suo corpo e la sua mente siano attratti da una persona del suo stesso sesso. David soffre l’incapacità di arrendersi al proprio cuore e ai propri istinti, creando così dolore, sciagura e morte. Questa in estrema sintesi la struttura del romanzo, e il suo apparente significato. David sembra incapace di amare, così come è incapace di accettarsi. Ma è possibile essere incapaci di amare? La mia risposta è no, almeno in questo caso. David infatti si abbandona all’amore per Giovanni, lo vive, lo gusta e, quando lo distrugge, ne cerca un surrogato, non dubita mai del fatto che egli ama il giovane italiano, e non la bella compatriota destinata ad essere la sua sposa, e che non lo sarà mai. Ma di cosa è composta questa incapacità dunque? Secondo il mio parere essa si nutre dei pregiudizi, delle convenzioni sociali, non è una incapacità vera e propria, è forse più paura a vivere una vita diversa, diversa dalla società, dalla famiglia, dagli usi e costumi accreditati.

Baldwin, autore nero, noto soprattutto per i suoi scritti a difesa ed integrazione dei neri nella società, in questo romanzo si trasforma, dona la sua voce narrante ad un bianco, lo fa amare un altro bianco, sebbene emigrato, ed Hella è anche bianca, nel romanzo non compaiono fratture razziali, o discriminazioni di sorta. Da queste premesse si può evincere che il romanzo ha una portata di denuncia di discriminazione, pari ai romanzi in cui si pone all’attenzione del lettore la discriminazione razziale, la negazione dei diritti, le ingiustizie legate al colore della pelle o al paese di nascita. La negazione del diritto di amarsi tra due persone dello stesso sesso è gravissima e di pari portata della scellerata legge che impediva i cosiddetti matrimoni misti (tra neri e bianchi). La discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale è pari alla discriminazione razziale, ed in più è alimentata in modo scellerato da fazioni politiche o religiose, cattolici in prima fila, ed è ancor più odiosa perché colpisce una minoranza ancor più esigua degli immigrati, ma con effetti molto più nefasti, che vanno a colpire nel profondo i sentimenti e la pianificazione generale della vita. Inoltre Baldwin colloca la vicenda in Francia, ed i protagonisti sono due americani ed un italiano, spingendo ancora più in là la sua denuncia di discriminazione, rendendola universale, che ben si addice a qualunque località o Nazione. La decontestualizzazione geografica e la apparente estraneità tra i personaggi del libro e l’autore, collocano la vicenda, e la denuncia in esso contenuta, in una sfera direi universale, la quale, apparentemente priva di legami storici o biografici diventa un monito, un segnale, adatto a tutte le latitudini e a tutte le vite, da “stanza”, luogo privato e conchiuso al mondo, a specchio di una umanità che nel nome del perbenismo si trasforma in belva che non esita ad azzannare e calpestare chi non si uniforma a certi canoni.

Quindi, alla luce di queste considerazioni possiamo dire ancora che David è incapace di amare? Io non saprei: se la capacità di amare significa soltanto abbandonarsi anima e corpo ad un sentimento, lasciarsi cancellare nell’altro, distruggere la propria vita per il rimpianto della persona amata, perduta. Se è così, David è assolutamente capace di amare, solo che sente forti su di sé i legami e i vincoli della società che gli ostruiscono la visuale, rendendolo incapace di vedere sé stesso, felice, nella “Stanza di Giovanni”

Questo bellissimo, aspro, libro è stato scritto nel 1956 ma il suo messaggio è ancora profondamente attuale, l’omofobia dilagante ancora oggi distrugge i sentimenti, rende le persone incapaci di amare per la paura, il terrore della discriminazione e mi domando quanti Giovanni e quanti David dovranno ancora fare quella brutta tragica fine solo perché c’è qualche miserabile dittatorucolo che da uno scranno parlamentare o un pulpito punta il dito accusatore verso chi ha come unica colpa la capacità di amare.


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Simone Consorti - Romanzo - Besa Editrice

A tempo di sesso

La sparizione di una ragazza, la morte del di lei cugino, un politico, una famiglia conformista, e poi le chat con webcam, gli incontri frettolosi, le paranoie, la prostituzione, del corpo, dell’anima ed un investigatore, sono i punti toccati da questo bel romanzo del romano Simone Consorti. L’armoniosa narrazione si svolge in tre movimenti: gli interrogatori, il diario della ragazza scomparsa e le indagini dell’investigatore. Dalle voci dei vari protagonisti si costruisce, tassello dopo tassello, la vita di Stella, la protagonista, la quale però, sciorinando il suo diario, capovolge tutto quello che abbiamo appreso su di lei. Stella capovolge e dà la sua versione, ridipinge i protagonisti, ci fornisce la sua versione sul suo mondo di donna troppo bella e troppo desiderata, sino a scomparire come persona dietro l’immagine di un corpo che è considerato “troppo”. Un eccesso che la fa sbiadire, ed ecco che ella vuole distruggere quanto di lei la sovrasta, e riportare nella giusta luce e considerazione la sua essenza. Essenza posta in antitesi con quella della sorella gemella, simile ed opposta, la quale si rivelerà poi non dissimile da Stella, così come evocano i loro nomi, la prima già citata, la seconda, Luna.

La trama è tutta da scoprire, densa di colpi di scena e di sorprese, gli intrecci si annodano e si sciolgono, i punti di vista cambiano, e l’autore pian piano scava nell’animo umano, ne porta alla luce brandelli sepolti, nascosti, implacabile ed attento sezionatore delle menti e dei sentimenti. L’amore e la passione, l’odio ed il suicidio vengono infatti sezionati ed analizzati da Consorti, che ne rivela aspetti inediti e sorprendenti, pone in luce particolari seminascosti che riescono ad insinuare un dubbio nel lettore, su quanto sa di certe dinamiche. Simone Consorti è attento narratore, preciso e meticoloso, dietro la sua scrittura si nota un fine progetto, una architettura precisa ed armonica che sorregge un romanzo elegante e gradevole, di estrema attualità, e mai banale. Anche quando sarebbe facile buttare qua e là facili situazioni o volgarità gratuite, Consorti glissa e tiene alto il livello della narrazione, cambiando un poco le luci, spostando il suo obiettivo, per andare a scoprire i lati nell’oscurità, per svelare le ombre delle menti, che si annidano dietro i sentimenti o lo scambio di due corpi per una ricompensa. Lo stile del romanzo nella sua originalità, appare ben inserito nella corrente narrativa contemporanea, il meccanismo narrativo investigatore-persona scomparsa si colloca nella scia di Rugarli, con le sue situazioni di disperazione ed ironia, sarcasmo e tragedia che dipingono appieno una realtà italiana che attinge a questi sentimenti anche per la cronaca dei giornali. E, sempre restando tra cronaca e finzione, quale momento migliore per parlare di prostituzione e di politici? Tuttavia nell’accomunare Consorti a Rugarli, o ad altri, non voglio assolutamente sminuire il primo o insinuare copiature, tutt’altro, quanto dico è solo per proporre un elemento comune tra le scritture e contestualizzarle in una sorta di sentire nazionale di fronte ai fatti di cronaca e alla loro trasposizione – inevitabile – in forma romanzata.

Concludo rimarcando che “A tempo di sesso” è un ottimo romanzo, ben scritto, con lievità ed ironia, ma con la forza e la costanza di una grande capacità narrativa e di una notevole creatività.


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Michel Houellebecq - Romanzo - Bompiani

Le particelle elementari

Un libro, questo, assai controverso, ha numerosi estimatori, così come altrettanti detrattori, ne è stato anche tratto un film, ma alcuni si ostinano a considerarlo pornografico. Pubblicandolo l’autore si è attirato le antipatie di molti, così come ha suscitato l’ammirazione di molti altri. Per quanto mi riguarda confesso da subito una incondizionata ammirazione per il libro, per come è scritto e, soprattutto, per l’argomento che prende in esame e per come lo fa, con quale sguardo lucido e disincantato, originale e fuori da qualsivoglia schema o coro.

La vicenda copre la vita di due fratelli, Bruno e Michel, figli della medesima, snaturata, madre e di padri differenti, entrambi allevati da un parente, ma se per il primo l’infanzia è stata traumatica e gli ha portato squilibrio ed una bramosia inestinguibile di sesso, per l’altro si è sviluppata in una sfera di algido raziocinio ma scevro di sentimenti. Bruno è l’immaginazione, insegna e tenta di essere scrittore, segue il ventre, l’istinto, Michel è la logica, è uno scienziato, e non gli servono quasi le parole, niente affatto i sentimenti, la logica, ferrea, lo porterà sempre più lontano dal mondo degli uomini. Bruno nel ventre pulsante dell’umanità, Michel in una sfera quasi ultraterrena, sebbene radicata in quanto di più intimo vi è nell’essere umano: il Dna. Attraverso le vite dei due fratelli Houellebecq analizza la parabola della società negli ultimi cinquant’anni, in particolare quella francese, ma l’Europa in generale non sembra aver avuto vita molto diversa. Dalla lettura appare evidente come le scelte, i movimenti della cosiddetta società influenzino le vite dei singoli. Scelte fatte con leggerezza portano a mode, abbracciate dai più, ma nessuno si cura di chi da quelle mode risulta schiacciato. La società va verso la liberazione dei corpi, ma dimentica l’amore, per una parola d’amore non detta o detta in ritardo, qualcuno muore, qualcun altro vede la vita andare a rotoli. L’autore se la prende con tutti i falsi miti o mode degli ultimi cinquant’anni, in particolare i movimenti hippy, newage e di ritorno alla natura, che sembrano coprire un vuoto spaventoso, un disinteresse verso le proprie responsabilità. Mode che compiono una parabola avvitandosi su se stesse sino a generare l’esatto contrario di quel che si prefiggevano. Predicatori dell’amore libero e pacifico si trasformano in assassini efferati, nel voler spingere sempre più su l’asticella del loro record personale nell’essere liberi, più liberi, a scapito di tanti, troppi altri. In tutto ciò neanche la religione si salva, la religione come insieme di riti codificati, di ideologie radicate,  l’unica a salvarsi è la scienza, l’unica che può salvare l’umanità intera, ricreandola emendata dalla caducità della riproduzione sessuata, garantendo così anche la definitiva liberazione dal sesso. Non intesa come liberazione sessuale, ma proprio liberazione dal sesso, e tutti i traumi (e Bruno ne è un esempio) che esso comporta. E il finale fantascientifico con l’eredità spirituale di Michel è al contempo risoluzione delle brutture sollevate durante la narrazione e ulteriore atto di condanna verso alcune mode tanto in voga nei nostri tempi e considerate liberazione.

Un aspetto toccato con vigorìa da Houllebecq è comunque quello della già accennata liberazione sessuale, che tutti credono avvenuta per la facilità con cui si possono avere incontri sessuali, ma nessuno si accorge che dietro la facciata di liberazione vi è una maggior schiavitù dettata dalle mode del momento, come abbigliamento ed atteggiamenti; ma Bruno, sebbene affamato bulimico di sesso, a rapporti multipli preferisce una semplice carezza fatta con affetto.

Il libro mescola, così come negli argomenti, anche nel linguaggio, scienza e filosofia, teorie new age e grandi pensatori del passato, talvolta si concede lunghi periodi, sorta di approfondimenti, di materia scientifica, facendo balenare nella mente del lettore l’Oulipo e le collezioni impossibili di Perec, ma sono solo piccoli frammenti, che rendono la lettura ancor più variegata.

 

Tuttavia capisco come molti possano trovare irritanti certi tratti del libro, o dissentire vigorosamente con le teorie espresse da Houllebecq, io, come già detto non mi sono né irritato né scandalizzato, ma ho trovato la lettura assai interessante, aperta a nuove teorie, anzi creatrice e portatrice di idee inedite. Comunque, oltre i gusti personali o le personali convinzioni ritengo che la lettura di questo libro sia importante per la comprensione dei cinquant’anni di vita appena passata, oserei dire di Storia appena creata. La visione di questo libro sull’ultimo mezzo secolo è assai chiara ed avvincente, non vuole convincere, ma esprime con chiarezza quella che è una interpretazione possibile, certo non l’interpretazione in assoluto, ma una visione chiara ed intelligente, che ci può anche far riflettere.

Al di là delle ideologie e della filosofia contenute nel libro resta un grande lavoro letterario, costruito con maestria dall’autore francese, la trama copre cinquant’anni di esistenze ma non le snocciola come un diario, è costruito in modo sorprendente, usando vari sistemi per costruire i personaggi, il diario, il resoconto, l’articolo che rendono la lettura varia e piacevole. Il linguaggio varia di registro per rendere più reali le situazioni e i personaggi, e da quello elevato scientifico e filosofico vira improvvisamente a quello più crudo da strada, ma senza cadere nella volgarità gratuita o nella pruderie.

Un libro che è sicuramente da leggere, singolare e ben fatto, capace di convincere o deludere, far arrabbiare o essere condiviso, ma in fondo questo è un grande segno di vitalità per un libro. E per concludere, forse al mondo serve solo un po’ di amore in più e un poco di ponderazione da parte di chi può influire sulle vite degli altri, altrimenti uno di quegli infelici troverà il modo di creare una nuova umanità e farà estinguere quella che conosciamo, così come ci appare.

 

P.S. Per chi segue le tracce indicate da Valerio Magrelli col suo “Nero sonetto solubile”, in questo libro troverà la famosa scena in cui Bruno legge “Recueillement” in classe e Ben, dagli ultimi banchi esclama, andandosene,: “ Hei, vecchio mio, hai proprio il principio di morte in testa!....”.


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Paolo Ruffilli - Romanzo - Fazi Editore

L’isola e il sogno

Paolo Ruffilli nelle pagine di questo libro ricostruisce con amorevole cura l’ultimo tratto dell’esistenza di Ippolito Nievo, eroe garibaldino, diventato, dopo le battaglie, burocrate del nascente regno d’Italia, ed inviato nella “neo-annessa” Sicilia in veste di “intendente di prima classe” con il compito di amministrare la regione, come vice di Giovanni Acerbi. Dopo un primo periodo nell’Isola, Nievo è costretto a ritornarvi per raccogliere dei documenti e riportarli nella capitale. Purtroppo, come è noto, né i documenti né il giovane Nievo metteranno piede aNapoli, prima tappa del rientro. Ruffilli fa parlare l’eroe garibaldino e, soprattutto, l’uomo Nievo, mostrandolo in tutta la sua delicata essenza di scrittore, di uomo amante della natura e cultore della bellezza e dell’amore per il gentil sesso. Il periodo preso in considerazione in questa biografia – che oserei definire – romanzata, è quello che vede Ippolito imbarcato sul vaporeche lo sta conducendo per la seconda volta in Sicilia, come già accennato, e, di seguito, la manciata di giorni fra incarichi amministrativi, una nuova fiamma ad incuneare un dubbio nel cuore saldo dell’eroe, e il godersi la vita e il meritato riposo dopo le feroci battaglie. In questo breve lasso di tempo Ruffilli riesce a ricostruire tutta la vita di Nievo, fra ricordi e rimpianti, lungo le pagine del romanzo si snoda tutta l’esistenza, dalla scuola, alla battaglia, alla passione letteraria di colui che fu anche il cronista della spedizione dei Mille. Accanto alla passione patriottica di Nievo vediamo avere grande spazio la passione per la moglie del cugino, Bice Melzi d’Eril, casta amante e destinataria di numerose missive di Ippolito, ma che si vedrà offuscata proprio da una passione nata durante quel fatale ultimo soggiorno siciliano.

Ruffilli dà ampiamente voce ai moti del cuore del giovane Ippolito, come detto, ma ad infiammare il cuore del protagonista sono anche i luoghi amati, le sue terre d’origine, che egli ama con candore, ricordandosele in tutte le stagioni, e contrapponendo i cieli brumosi ed arcigni del Friuli natìo, con la chiarità quasi sfacciata del sud d’Italia ove la sua missione lo destina. Ed è appunto il confronto fra nord e sud, fra Friuli e Sicilia che spesso vela di rimpianto i giorni della missione del giovane Intendente – se oggi vi è un divario fra le due regioni, possiamo ben immaginare l’abissale distanza di quelli che all’epoca erano realmente due mondi distinti e lontanissimi.

Non mancano le frecciate all’indole lassista dei siciliani, ai quali, parole del Nievo, basta lo spirare del vento caldo per annientare ogni volontà lavorativa; ma poi tra le righe serpeggia un crescente amore per la Sicilia, che si rinforza via via che si fa più ampia la conoscenza dell’Isola e delle sue abitudini. La vita sicula diNievo si snoda così tra senso del dovere, ansia di tornare da Bice e desiderio di restare tra le braccia della bella Palmira, gettando nubi di dubb isull’animo di Ippolito, nubi che saranno, purtroppo, dissipate dall’ultima, fatale tempesta.

E così Ruffilli passa in rassegna l’intera esistenza del giovane eroe, senza tralasciare i ricordidell’impresa dei Mille, facendo la spola tra privato e pubblico, fra intimità e Storia creando un‘immagine tridimensionale di Ippolito Nievo, in un avvincente racconto che ha la precisione della biografia e la levità del romanzo. Inoltre il libro ben si colloca in quest’anno di commemorazione dell’unità d’Italia e dovrebbe essere letto dagli squallidi denigratori dell’evento, affinché capiscano quale enorme sacrificio di vite umane fu, e quanta tenace ed appassionata volontà c’era dietro il grande ideale di una Italia libera, unita e sovrana, poiché se il sud era nelle mani dei Borboni e tenuto in una arretratezza spaventosa che alimentò la rivolta, anche il nord, che oggi ritiene penalizzante far parte di uno stato unitario, a quei tempi era sotto il triste e doloroso giogo austriaco. Il Risorgimento fu un grande momento di libertà e di spinta per una modernizzazione del Paese, e Ruffilli, attraverso Nievo, che ne fu testimone diretto, tra un ricordo e l’altro, riesce ad impartirci anche questa piccola lezione di Storia, recente, ma un po’ “insabbiata”. Troviamo qui un romanzo avvincente che ci fa amare un personaggio importante della spedizione dei Mille, ma che fu anche bravo scrittore e poeta, nonché autore di un vasto epistolario che ci permette di ricostruire dalle piccole sfumature del quotidiano un evento di grande portata. Il linguaggio delRuffilli è molto elegante, poco ha a che vedere con una polverosa biografia, ma si veste dei colori di uno scattante romanzo, dall’ampio respiro e dalle delicate ed eleganti coloriture. L’autore non può fare a meno di mostrare l’altro suo lato, oltre che biografo e romanziere, egli è anche poeta, e così la scrittura assume talvolta l’aspetto cangiante dei versi. Sulle prime, in effetti, ho provato un piccolo spaesamento, leggendo con l’idea di leggere un romanzo, ripensando però alcuni passaggi in chiave poetica mi è diventato tutto più chiaro, e la lettura si è vieppiù arricchita, unendo al discorso romanzesco e ai particolari biografici le delicate note della poesia. Questa particolare miscela, creata con abilità e passione dall’autore rende il libro una piacevolissima, ed interessante, lettura.

Propongo che il libro venga inserito in una, ipotetica, lista delle letture da non perdere in questo 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Per chi volesse approfondire i temi di questo libro, Paolo Ruffilli è anche il curatore di “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo e di una antologia di scrittori garibaldini.


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Stefan B. Rusu - Romanzo - Playground

Quei giorni a Bucarest

Quei giorni a Bucarest erano quelli un po’ incerti e di transizione, dopo la caduta della dittatura di Ceausescu, e segnanti l’inizio della cosiddetta occidentalizzazione, una sorta di assimilazione ai valori occidentali, una tendenza che ebbe una immediata evidenza nel concerto di Michael Jackson che si tenne proprio in quei giorni a Bucarest. Sempre in quei giorni del 1992 in un liceo di Bucarest il giovane e bellissimo Gabriel stava facendo le prove per una recita tratta dal film Dichiarazione d’amore, icona di intere generazioni di rumeni. Sul palco Gabriel sa di poter vivere la sua apoteosi, è bello e tutti lo ammirano e ne sono innamorati, la sua vena artistica può uscire allo scoperto e non esprimersi più solo con foto “rubate”, bellissime, ma inesorabilmente chiuse nel cassetto. Sempre in quei giorni i primi imprenditori italiani, soprattutto veneti, cominciano una sorta di colonizzazione industriale della Romania, e fra essi Vittorio, padovano, elegante e sicuro di sé. E tanto per restare sempre in quei famosi giorni a Bucarest, il giovane Nicu, studente alla facoltà di giornalismo, nonché amante di Vittorio, decide di andare a fare un reportage sulle prove di Dichiarazione d’amore, ma una volta giunto nella palestra del liceo dove è allestito il palco, vedere Gabriel ed innamorarsi di lui è una cosa sola. Anche Gabriel nota immediatamente Nicu e se ne innamora a sua volta. Tutto bene, si potrebbe pensare, invece no, in quei giorni in Romania l’omosessualità era ancora un reato, e pregiudizi (“non esistono omosessuali in Romania”) erano ancora fortissimi. Se Nicu sembra non avere famiglia ed il suo unico legame è con Vittorio, il quale vedrà il suo amore rumeno sgattaiolargli di tra le braccia, Gabriel ha un padre ed un fratello che si oppongono fieramente alla relazione intensissima ed urgente dei due ragazzi. Ma l’Amore, aiutato dall’Arte, non sta certo a guardare e cercherà di fare il suo corso, che non rivelerò per non privare i lettori della sorpresa.

Il libro scorre veloce con la passione dei due ragazzi a fare da perno, un amore forte, immediato e bello, che non ammette mezze misure, e che, malgrado qualche problema, cresce; a tratti, paradossalmente, il più giovane ed inesperto tra i due sembra essere quello più determinato e con le idee più chiare riguardo al rapporto con l’altro. Purtroppo i due devono scontrarsi con i pregiudizi e la fortissima incomprensione che ammorbava l’aria a quei tempi (come anche ai giorni nostri, purtroppo anche in Italia) e che creerà non pochi problemi, molto bello però emerge il rapporto di amicizia tra i compagni di scuola di Gabriel, che sebbene riluttanti lo aiuteranno a vedersi con Nicu.

Il linguaggio è semplice ed immediato, a tratti giovanilistico, ma riesce a ricreare in modo molto efficace l’atmosfera di quei tempi, andando a recuperare anche oggetti vintage, quali la macchina fotografica o le sigarette; anche attraverso i dialoghi l’autore ricostruisce con perizia l’atmosfera di quei giorni, facendo trapelare quel diradarsi delle nebbie tipico della fine delle dittature e il desiderio unito ad un certo timore per il futuro. Il romanzo è molto gradevole e godibile, piacerà ai lettori più giovani e sarà in grado di suscitare una certa tenerezza mista ad un pizzico di malinconia nei più grandicelli. Leggendo questo libro (ma non solo questo, e anche semplicemente vivendo) viene lecito domandarsi perché se l’amore è un sentimento tanto bello, capace di trasformare chi lo vive, rendendolo capace di qualunque cosa – o quasi –, debbano continuare ad esistere pregiudizi vecchi ed assurdi, anche in nazioni che si definiscono moderne?

In tema di pregiudizio, capace anche di cancellare l’amore paterno, ecco un breve estratto dal libro, con un dialogo tra Gabriel ed il padre:

 

“È così impossibile da accettare?” chiede Gabriel, con un nodo alla gola.

[…] Il padre sospira, poi sposta leggermente un bicchiere. La luce troppo diffusa del neon. Il silenzio, interrotto dal ronzio della lampadina.

“Accettare? No, quello è semplice. Quello che è impossibile è immaginarti mentre…”

Gabriel si volta di scatto: “Non farlo. Non sei costretto a immaginarmi in quelle situazioni!”

“E come?” chiede il padre, scuotendo la testa.

“Ma in tutto il mondo…”

Il padre lo interrompe: “Noi siamo romeni. È diverso.”

Anch’io sono romeno, papà! E io sono innamorato di Nicu, lo capisci? […]”

 

E come in molte parti del mondo ed in milioni di famiglie il padre, invece di capire la felicità del figlio ed accettare l’amore che egli vive, preferirà farlo vivere nella sofferenza.

Per completezza segnalo che con l’autore, Stefan B. Rusu, ha collaborato alla stesura del romanzo Angelo Bresciani; inoltre la foto di copertina è di Dániel Borovi.


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Murakami Haruki - Racconti - Einaudi

L’elefante e i salici


L'elefante scomparso 

 
I salici ciechi e la donna addormentata



In questi giorni di tragedie dal Giappone, e per rendere omaggio a tutte le vittime dell’Impero, siano essi ancora in vita, siano trapassati, o dispersi, voglio parlare di queste due bellissime raccolte di racconti di Murakami Haruki, già candidato al premio Nobel e tuttora uno dei massimi esponenti della gloriosa letteratura nipponica. Poco e molto hanno a che vedere le raccolte di racconti col dramma di questi giorni, ma se andassimo ad analizzare le tematiche dei racconti, forse sveleremmo quel sottile filo rosso che lega raccontare storie e vivere tragedie. I Giapponesi, si sa, hanno già vissuto una immane tragedia nel passato recente, tragedia che apparentemente ha reciso i legami col passato, ma dalla narrazione di Murakami ecco i fili che legano passato e presente, tradizione e spinta tecnologica, riapparire con tutto il loro inquietante presagio di mistero. Per esempio il telefono che squilla improvvisamente a mettere in contatto il mondo reale con quello del forse possibile, dell’esistente, ma in una dimensione parallela da quella alla luce del sole. Oppure sono i bar o i grandi parcheggi quelle zone di riflessione, o di incontro in campo neutro, dove gli spiriti del passato parlano a chi è presente, ma in bilico fra le due dimensioni. E di due dimensioni si occupano sottilmente le due raccolte di racconti, che se per certi versi sono assimilabili nella forma e in certi contenuti, si differenziano invece per le modalità, chiamiamole così, di interferenza del mondo misterioso che ci circonda con quello che vediamo abitualmente. In “L’elefante scomparso”, come già il titolo lascia presagire, spesso qualcosa viene a mancare improvvisamente, può essere un elefante, macroscopico esempio di sparizione, come può essere un’idea, una alterazione dell’atmosfera che regna in una normale abitazione, a porre in contatto le persone con quel che si immaginano, forse presentono ma non crederebbero mai di vivere. Nel procedere dei racconti talvolta sono pagliai a sparire, bruciati per gioco, oppure in “l’ultimo prato del pomeriggio” è una persona a mancare e così via, una linea di sparizioni lega quasi tutti i racconti. Chiude la raccolta il bellissimo “Silenzio”, dove Murakami abbandona per un attimo le atmosfere a lui care e narra una storia assolutamente realistica, dove a rischiare di mancare è la stima in sé stessi, ed è solo recuperandola che il protagonista riesce ad uscire da un brutto vortice di amarezze; un racconto bello, che può essere un esempio per molti, giovani, in primis, ma non solo. I racconti sono narrati con semplicità, ma sempre con quella dovizia di particolari che rende un racconto di Murakami, anche breve una perfetta ricostruzione di un mondo davanti gli occhi del lettore, il quale si trova catapultato improvvisamente in un jazz bar, oppure in un appartamento di Tokio ove aleggia una strana aria bluastra.

Nell’altro libro di cui voglio parlare, lo scrittore racconta più in particolare di quei misteriosi punti di contatto tra il mondo fatuo ed immaginario con quello tangibile, ma il primo di essi, benché etereo – e forse inesistente - riesce a lasciare una indelebile traccia su chi giunge sino a quel confine e riesce a tornare indietro senza mai più essere quello di prima. All’interno di “I salici ciechi e la donna addormentata” troviamo un racconto, “Il settimo uomo” triste presagio dell’attualità, su di uno tsunami e del suo prendersi vite umane senza guardare in faccia nessuno, e le conseguenze che ciò può avere su chi rimane. In questa raccolta il soprannaturale fa spesso il suo ingresso in modo vistoso, mostriciattoli, “uomini tv”, scimmie e corvi che governano una fabbrica, si mescolano in modo assai naturale ad elementi più consueti delle vite quotidiane, dando un senso di instabilità a tutto, creando l’illusione che sebbene tutto sia tranquillo in un attimo qualunque cosa può succedere. E lapalissianamente aggiungo che ciò rende i racconti assolutamente unici, capaci di stregare il lettore avvincendolo alle pagine.

Nel corso delle due raccolte si incontrano anche gli scenari tipici della scrittura di Murakami, spaghetti e birre bevute a profusione a tutte le ore del giorno e della notte, la moglie che se ne va, il gatto, il jazz bar, e altri, creando un’atmosfera in cui il lettore si trova a suo agio, fra situazioni che già conosce, quasi un andare in casa di un amico ad ascoltarlo raccontare. Ma il ritornare di certi elementi non dà un senso di ripetitività, anzi aiuta nella brevità dei racconti a contestualizzarli meglio e a concentrarsi sulle vicende, sempre belle e sempre geniali, narrati col bellissimo, tipico stile di Murakami. Il tessuto dei racconti è, come sempre, fitto e ricco di annotazioni, sulla temperatura, sulla qualità dell’atmosfera, sull’odore dell’aria, tutto creato in modo mirabile, e tale da rendere il lettore partecipe dello svolgersi degli eventi, una scrittura tridimensionale, capace di attirare chi legge in un magico mondo, quasi immaginario, ma altrettanto reale di quello in cui ci si trova, e il cui confine è molto più labile di quel che si pensa.

Nei due libri si trovano sparsi alcuni “semi” di romanzi poi pubblicati da Murakami, che il lettore fedele riconoscerà immediatamente e, con interesse, noterà quali idee si sono poi sviluppate e quali sono rimaste in sospeso, forse per romanzi futuri o forse definitivamente abbandonate, o tornate nell’ombra da cui erano scaturite.

Due note personali, la prima è che leggendo questi racconti penso che chiunque voglia scriverne di propri abbia qualcosa da imparare; la seconda suona un po’ come la canzone dei Beatles “Norwegian Wood” che nell’omonimo romanzo evoca un mondo: “L’elefante scomparso” è stato il mio primo incontro con Murakami avvenuto tanti anni fa, rileggendolo, bè, chi conosce Murakami sa cosa intendo.

Termino con le amare riflessioni sul presente del Giappone, augurandomi veloce quella che sarà la certa ricostruzione della nazione, e l’ennesima rivincita dell’uomo contro le avversità, in questo caso immagino sarà una rivincita capace di dare nuova linfa anche alla letteratura giapponese, in bilico com’è fra tradizione e futuro con le radici che si alimentano costantemente sia del reale che dell’immaginario, sia dalle gioie che dalle disgrazie.

Citazione:

“[…] invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ho già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come faccio adesso, a volte vengo preso da una terribile angoscia. All'improvviso mi assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa […]”.


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Giorgio Mancinelli - Racconti - ilmiolibro.it

Per ora non ancora tuttavia...

Per ora non ancora tuttavia in qualsiasi altro momento

Giorgio Mancinelli indossa il suo elegante completo in tweed dall’aspetto puro British e ci snocciola il suo chilometrico titolo: “
Per ora non ancora tuttavia in qualsiasi altro momento”, cui aggiunge, dopo un attimo per riprendere fiato, “racconti in giallo, in nero e rosa shocking”, sottolineando con quest’ultima tinta la vocazione anni settanta dell’impresa. E chi si accinge alla lettura di questo denso libro di racconti non può fare a meno di imbattersi nella generosa dedica alle stelle del cinema che oserei definire “classico”: quello indimenticabile che viene trasmesso a ciclo continuo da tutti i canali televisivi in orari notturni. Dopo queste doverose presentazioni iniziali si parte di gran carriera con i racconti, densi, fitti, da leggere tutti d’un fiato, che rapiscono, anzi prendono per mano, il lettore, con tutta la bonarietà, l’indulgenza e l’autoironia che permeava i film cui l’autore rende omaggio. Come dicevo, il Mancinelli sornione, col suo sorrisetto beffardo si cala nella brumosa atmosfera britannica, facendo parlare per sé un misterioso George, che chissà chi sarà se il nostro George è brizzolato, coi baffi sul metro e novanta, cólto e fine dicitore. Se il lettore non conosce Mancinelli legge di un personaggio inventato ai fini della narrazione, viceversa, qualche dubbio, in buona, buonissima, fede su chi si cela dietro George, se lo fa venire. Ma d’altronde si sa, ogni autore scrive di sé stesso, di un sé stesso reale, immaginato, nascosto, o come sia, in ogni libro un tantino di autobiografia c’è. E poi che c’è di male nell’immaginarsi esperto d’arte, tombeur de femmes e bonne-vivant? Niente, aggiungo io, se costui ci incanta con inventiva simpatia nel narrarci di vecchi manieri, apparizioni misteriose a spasso di giardini, all’inglese, ça-va-sans-dire, o di spettrali stazioni deserte nella notte nebbiosa e piovigginosa. Devo dire che all’inizio sono rimasto un po’ disorientato dalla cifra narrativa, da uno stile assai immediato, non piatto, attenzione, immediato, senza preamboli, che intreccia i dialoghi senza interruzione con le descrizioni, rendendo veloce la lettura, ma assai bisognosa di attenzione. Passati gli attimi iniziali di sconcerto ci si può tuffare nella lettura dei simpatici racconti dai titoli in inglese, passando senza soluzione di continuità, come dice il titolo, dal giallo, al noir, al rosa, saltellando allegramente nei vezzi narrativi di certi racconti d’ambiente e soprattutto in certi film anni ‘40 e ‘50. Quante volte il simpatico George sembra un James Bond un po’ ingenuo, che battibecca con la bella di turno perché sospettata di essere una nemica, oppure lo immaginiamo mentre alza un sopracciglio di fronte all’apparizione di quello che sembra proprio un fantasma, o ancora come non immaginarlo con la faccia sorniona, ma terrorizzata alla Cary Grant mentre sfreccia su di un piccolo bolide attraversando la campagna inglese con la lei di turno al volante. E così via in un turbine di ricordi, rimandi, citazioni, intrecci di trame, che ricordano qualcosa ma sono tutt’altro, come il funambolico titolo. E a donare al tutto una simpatica luce dorata dagli iridescenti barbagli è l’ironia che pervade l’intera raccolta. I racconti sono tutti unici ed originali, le trame sono assai ben congegnate e il meccanismo ingenerato dalle parole dell’autore funziona assai bene, ticchettando preciso, come quelle vecchie pendole che vengono inquadrate nei film solo a mezzanotte meno cinque, quando stanno per battere coi rintocchi il presagio di sciagura che aleggia dovunque nel film… pardòn nel racconto. Ma c’è del vero in questo piccolo gioco, i racconti appaiono come dei piccoli, deliziosi film, qualche volta un po’ leziosetti, ma senza infastidire, anzi con grande garbo e simpatia, così come con grande tatto e simpatia procedono tutti i dodici racconti, con le loro caratteristiche comuni e con le loro originalità, con l’aria da vecchio film, o da ricordo rispolverato, comunque sempre scritti con affetto, come quando si racconta agli amici, un po’ per stupire, un po’ per tenere compagnia, sempre con la voglia di far stare bene, seriamente, ma cercando di strappare anche un sorriso.

Ed è a volte proprio l’ironia a dare aria nuova a certi cliché da vecchio film, un omaggio sì, ma non un ricalco, una nuova visione, più disincantata, con un certo spessore ma che non si autocelebra, riesce anche a ridere di sé. Mi pare di vedermelo il sornione George mentre dice certe cose serio serio, ma in fondo sa che la serietà è un po’ fuori posto e allora uno scintillìo della pupilla denuncia che anche in un discorso serio o una dotta citazione sta il tranello, lo specchio segreto che mostra il lato ironico sotto il manto della serietà. E poi qua e là alcune autentiche perle di comicità alla “Fumo di Londra”, per dire ma sì giochiamo agli inglesi ma non sbrachiamo del tutto al compassato modo British, e allora per un intero capitolo la zia Denise viene chiamata uncle al posto dell’aunt che le spetterebbe per sesso, oppure se la vie, laddove un c’est la vie sarebbe apparso troppo pretenzioso e chiuso la porta all’ironia.

L’autore nel corso dei racconti si abbandona a reminiscenze di film, libri, esposizioni d’arte, con dei dotti calembour o saporite citazioni, sempre calzanti a pennello; oppure il nostro George dice la sua sull’altra metà del cielo, parla col senno dell’esperienza di come le donne vivono, pensano, e, in generale, tendono a comportarsi, sebbene talvolta alcune affermazioni in sé possano apparire un tantino qualunquistiche, non bisogna dimenticare in che contesto sono inserite, e che è lo spavaldo donnaiolo George a parlare, e la sua esperienza gli detta – probabilmente – gli argomenti.

Un lavoro articolato, e simpatico, questo di Mancinelli, da leggere in un – famigerato – cottage nella campagna inglese, mentre fuori infuria un temporale e ci si tirano le coperte fin sotto gli occhi ma non si riesce a staccare lo sguardo dal libro, e ci si aspetta che la porta si spalanchi da un momento all’altro ed entri un fantasma… oppure il caro buon vecchio George che ci dice che era tutto uno scherzo. O no?


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Leonardo Bonetti - Romanzo - Marietti

Racconto di primavera

Un corposo romanzo che copre gli avvenimenti accaduti la settimana santa, si apre infatti con la Messa della domenica delle Palme e termina il giorno di Pasqua. In questo lasso di tempo l’autore costruisce interi mondi, e colloca la narrazione su vari livelli, rendendo i vari piani narrativi perfettamente intersecati, creando una sorta di sinfonia di voci e luoghi che fa emanare dalle pagine del romanzo una sorta di vapore silvestre (direbbe Anna de Noailles) in cui sono condensati gli aliti delle persone, le loro storie e la natura in cui sono immersi. Parlare della trama del romanzo sarebbe riduttivo, sarebbe scegliere alcune linee che compongono questo riuscito intarsio facendo credere che si tratti di una storia di amore finita male, oppure di una ribellione che cova negli animi, oppure semplicemente il riscoprire la natura in una cittadina degli Appennini, tale Arcevia, ma non sarebbe, tutto ciò, parlare del romanzo. Per parlarne bisognerebbe mettere a nudo i cuori e gli animi di tutti i protagonisti, sarebbe il raccontare la vita di ogni albero che ombreggia le strade che i protagonisti calpestano nel loro andirivieni, sarebbe contare i palpiti che fa il cuore di un bimbo nel grembo materno o i battiti di ala di un falco che si issa sull’orizzonte. Perché Racconto di primavera è tutto ciò, narrato col cuore, prima che con la mente, direttamente al cuore del lettore.

L’autore di questo romanzo, che ha già all’attivo il Racconto d’inverno, ben conosce l’arte di raccontare, tenendo avvinto il lettore lungo le quasi trecentocinquanta pagine di fatti eclatanti o di cose appena sussurrate, di grandi gioie e di tragedie private ma incommensurabili. In queste pagine, trova posto il bisogno di crearsi una famiglia, e, più in generale, di trovare la propria collocazione, sia essa un nucleo familiare, oppure un’idea politica, da vivere, inseguire o da usare come scudo contro quel che della società pare storto. Accanto a fatti presi dalla vita reale troviamo tratti quasi fiabeschi, sin dalle prime pagine, in cui coraggiosamente l’incipit è occupato da un soave dialogo tra alberi, che avrà pieno significato con le parti finali del romanzo, e questa aura fiabesca continuerà ad illanguidire la narrazione, velandone alcune asperità, e creando un legame magico, quasi mistico, fra personaggi e natura. Sorge spontaneo alla mente il parallelo con Mahler e la sua sinfonia n.1, “Blumine”, in cui ad un inizio etereo e quasi fiabesco fanno seguito tutte le coloriture che, prendendo in prestito quelle della natura, descrivono moti del cuore tutti umani, dipingendo l’essere umano nelle sue varie trasformazioni, legate sì alla natura ma rappresentative delle varie ere dell’uomo.

Le vicende sono narrate dalla voce del protagonista, il quale vive le vicende e le filtra attraverso il suo animo di orfano in cerca di un nido, e di attento spettatore della natura e degli animi umani. La narrazione in prima persona fa sì che alcune parti che potrebbero apparire prolisse siano in realtà un attento esame dell’animo umano, e rispecchino abbastanza fedelmente i tentennamenti e le circonvoluzioni di pensieri riscontrabili in chiunque. Il linguaggio è semplice ed immediato, raramente sconfina in un eccesso di colloquialità, ed alcune delicate venature dialettali lo rendono ancor più partecipato e reale; non mancano le divagazioni filosofiche e politiche che completano il quadro di sensazioni capaci di evocare in pieno il periodo e l’ambiente messo sotto la lente d’ingrandimento da Bonetti. Infatti grazie ad alcuni passaggi, che incernierano le storie dei protagonisti alla Storia più propriamente detta, il romanzo assume un carattere direi sociale, di attenta analisi su come alcuni movimenti sono sorti proprio dalle persone più umili e dislocate un po’ in ogni dove, contrariamente ad alcune teorie che vogliono le scuole di pensiero politiche ancorate quasi esclusivamente alla realtà delle grandi città dove anche traggono i loro adepti.

La grande quantità di elementi chiamati a costituire il romanzo, legati ad una sottile linea più intimista rendono questo Racconto di primavera una ottima lettura, soprattutto per chi ama leggere dello scorrere delle vite sullo sfondo della storia. Il giustapporsi di elementi onirici ad una più serrata analisi del reale danno una coloritura di ampio respiro al romanzo, ponendolo al livello dei più noti connazionali che occupano maggiormente le vetrine dei librai.

Ringraziando Bonetti per la piacevole lettura, i lettori attendono già il Racconto d’estate.

 

 

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Laura Pariani - Romanzo - Biblioteca Universale Rizzoli

Quando Dio ballava il tango

Nel fluire delle notizie di ogni giorno risalta il tentativo da parte di alcuni – forse troppi -  di dipingere l’Italia come terra di conquista da parte di stranieri senza scrupoli che cercano di svellere il nostro stile di vita per imporne uno totalmente estraneo, portato da chissà dove per tentare una sorta di colonizzazione che non darà pace né scampo ai poveri cittadini dello Stivale. Al di là della pochezza di questi argomenti e della sterilità delle conclusioni, che una volta tratte seminano odio e divisione, ben pochi rammentano di come nemmeno tanto tempo fa, erano gli italiani stessi a doversi imbarcare verso terre lontane, per sfuggire a povertà, mancanza di lavoro e persecuzioni politiche, allora come oggi, come i due lati della medesima medaglia. In questo libro Laura Pariani passa in rassegna le esistenze di quegli italiani che scelsero la lontana Argentina come nuova patria in cui coltivare i loro sogni. La narrazione è suddivisa in capitoli che appaiono quasi indipendenti gli uni dagli altri, quasi dei racconti imperniati sulle medesime persone che, talvolta – inevitabilmente – si intrecciano, come una grande famiglia che a tratti sostituisce il legame del sangue con quello della terra amata e lontana. La fatica, le lotte, l’amore, le lacrime ed il sangue, di una terra che spesso mostrava il suo lato più arcigno, con la fatica di adattarvisi, talvolta però la bellezza dei cieli e dei luoghi riusciva a dare alle persone quella speranza che le cose materiali parevano ostinarsi a negare. La narrazione intimista e personale riesce in modo molto efficace a ricostruire gli eventi sociali del secolo scorso e mostra intatto l’orrore della dittatura, e anche la comunità italiana annoverava tra i suoi componenti numerosi desaparecidos, oltre all’immenso terrore che chiunque viveva in quei tempi. Ciò che accomuna tutti i capitoli del libro, è il fatto di essere raccontato da una voce di donna, perché sono state le donne a subire maggiormente le trasformazioni e le peregrinazioni del microcosmo tricolore in terra andina. Le donne portate via dai loro cari per una decisione degli uomini, le donne lasciate ad aspettare, le donne che vengono ingannate ed attendono fiduciose chi ha promesso loro la felicità ma fugge per una parvenza di perbenismo. Donne adulte e donne bambine, e dietro le loro immagini, le loro parole, prendono forma gli uomini che condividevano le loro vite, ma sempre in secondo piano, perché se Dio a quei tempi ballava il tango è ovvio che lo ballava con le donne, che sul tempo struggente di questa musica disegnavano con i loro passi e i loro pensieri le loro vite ed affidavano nell’abbraccio con il divino i loro desideri e le loro speranze. Uno degli aspetti particolarmente belli della narrazione e che rafforza la bellezza della lettura è la caparbietà della memoria, punto saldo nel fluire della storia, monito per il futuro e legame col passato, rievocato assai efficacemente in alcuni dei piccoli affreschi di cui è composta l’opera, e sono di nuovo le donne, grandi protagoniste, che, come la madre terra, rinserrano nei loro cuori il ricordo, ricordo che aiuta a sentirsi vive, che serve a non lasciare morire del tutto le persone scomparse, che riesce a ricostruire le pareti della casa natìa a migliaia di chilometri di distanza. Laura Pariani riesce a dare ad ognuna di queste donne una voce particolare, riconoscibile, tesse con le parole un canto corale, sul cui sottofondo melodico si staglia la voce solista ora di una ora di un’altra, a parlare, col suo accento, i suoi vezzi, la personale cadenza, e raccontare quell’immensa spaccatura che fu l’immigrazione, con tutte le sue lacerazioni, talvolta sospensioni di responsabilità, perché tanto poi si torna in Italia ma che grazie alle donne divenne una sorta di talea che riuscì a dare vita ad una nuova, bellissima e rigogliosa vita in un altro continente. Il libro è molto bello, mescola parole argentine, italiane e dialettali rendendo in modo assai musicale e gradevole quella che doveva essere la parlata di chi si sta integrando in un nuovo lessico ma non rinuncia al proprio di origine; tra le righe,come evocate dal titolo, si insinuano le musiche del tango, con la sua nostalgia, col suo saper raccontare le passioni col cuore e con il sapore delle cose, proprio come sa – assai bene – fare Laura Pariani.


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Nicola Lecca - Romanzo - Marsilio Editori

Ritratto notturno

Anne-Rose, una poetessa, vive solitaria a Parigi, dopo aver abbandonato il paesello natio, ed ha come compagna unica ed insostituibile la sua solitudine. Ella non ama Parigi, a differenza di molti che scelgono quella città per vivere spinti da un desiderio irrefrenabile, quasi un desiderio carnale, Anne-Rose lo fa per calcolo, quasi come accettando una ineluttabile sorte capitatale e alla quale non si può sottrarre. La donna piuttosto preferirebbe vivere a Stoccolma, città che conosce benissimo, per averla spesso visitata in sogno, di persona non c’è mai stata e difficilmente ci andrà, preferisce viverla così in modo immateriale, viverla svuotata della sua essenza umana, come pensiero fra i pensieri. Quasi come fa nel suo candido appartamento parigino, dove vive una vita pressoché impalpabile, fatta di pochissimi piaceri, o lussi, causa le ristrettezze economiche, in cui Anne-Rose si smaterializza nello scrivere poesie e rivivendo i suoi ricordi. Pian piano nella narrazione tutta la vita della donna si srotola davanti agli occhi del lettore, raccontata dalla viva voce della protagonista, che ripercorre gli eventi della sua gioventù e come l’hanno portata alla rarefatta esistenza attuale. La sua solitudine ha una radice profonda, fatta d’amore e di confidenza, ma un brutale doppio colpo di forbici la priva di questa radice e la rende come sospesa in una atmosfera che si fa sempre più rarefatta e che difende caparbiamente, così come difende la propria vita, o come un madre difende il proprio figlio. La solitudine, potremmo dire, è come un figlio per Anne-Rose, ella la nutre, la fa crescere, la preserva dai pericoli. In questo romanzo la solitudine non è vista come una condizione in cui uno si ritrova, quasi suo malgrado, e vorrebbe uscirne, qua piuttosto è una condizione cercata, nutrita, un bozzolo entro il quale vivere, addirittura in virtù del quale essere. Non starò a dilungarmi sulla trama semplice ma assai avvincente del romanzo per non privare il lettore dell’incanto della scoperta ad ogni pagina, quasi ad ogni rigo. Mi voglio soffermare piuttosto sull’eleganza musicale di Nicola Lecca, e non è questa una novità, egli è scrittore di rara bravura e giustamente ormai affermato, ma ogni qualvolta ci si imbatte in qualcosa di davvero ben fatto è giusto sottolinearlo. Più che un romanzo, visto l’amore di Lecca per la musica, è una partitura in cui una voce solista conduce il filo della narrazione, e gli altri - pochi - personaggi fanno da contrappunto, una sorta di orchestra in sordina che accompagna la partitura solista e ne sottolinea alcuni passaggi. A tratti mi ha ricordato il movimento del trio di Ravel in do minore, con il suo violino a riecheggiare la solitudine di Anne-Rose, e gli altri due strumenti a punteggiarlo, a riecheggiarvi il passato e tentare di portarvi un po’ di presente, un po’ di velocità in una esistenza rallentata ed imbozzolata sull’assenza di chi manca e sul ricordo di chi non manca perché non gli è mai stato consentito d’essere. La narrazione di Lecca, in questo breve romanzo, si fa austera e glaciale, ma non per questo manca di palpitante umanità, tutt’altro, è il linguaggio a voler essere asciutto, a non indulgere in sentimentalismi ma teso a creare con le sue coloriture, più che con le parole, l’aria evanescente di una esistenza ammantata di solitudine come di un mantello capace di rendere invulnerabili. L’unico contatto di Anne-Rose con il mondo è la poesia, ella è scrittrice affermata e il suo personaggio consente a Lecca di impreziosire il tessuto narrativo con brevi tratti poetici, che alimentano la vicenda e le donano talvolta un aspetto ancor più staccato dal rutilante quotidiano, relegando la Ville Lumiere in una sorta di acquario, attraverso il quale il brusio della grande città giunge come enormemente attutito, facendo risuonare la voce della protagonista nel torpido rumore di fondo della città. Ad un certo punto l’autore fa scrivere alla protagonista “Soltanto la poesia è in grado di uscire dal sogno” ed infatti la protagonista che si nutre di sogno, alimenta la propria vita isolandosi in un sogno del passato, riesce comunque a vivere nel mondo reale grazie alla poesia ed è anche la scrittura di Lecca, in questo libro, assolutamente poetica ad emergere dal sogno a piene mani capace di ricostruire da brandelli di sogni un libro che riesce a rappresentare il sogno in modo tangibile. Questo Ritratto notturno è un libro davvero bello, prezioso, capace di far risuonare le corde dell’anima con impercettibili tocchi, ma nel suo insieme è anche un grande affresco sull’animo umano, scritto con grazia e grande capacità, delicato ma vigoroso nel tratto fatto di pallidi riverberi e candida solitudine. Ricorda nella sua perfezione, algida, perfetta ma inamovibile ed elegante, le trine di ghiaccio che si formano sui vetri delle finestre.


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Claude Monet - Biografia - Via del vento Edizioni

All’aria aperta

Oscar Claude Monet, nato nel 1840 a Parigi è uno dei padri dell’impressionismo, movimento pittorico fondamentale, dal 1874 sino ad oggi, per la storia dell’arte. A chi si deve questa definizione, “Impressionismo”? Ci viene incontro Wikipedia: “Il nome di battesimo del nuovo movimento si deve al critico d’arte Louis Leroy, che definì la mostra Exposition Impressioniste, prendendo spunto dal titolo di un quadro di Monet, Impression, soleil levant. Inizialmente questa definizione aveva un’accezione negativa, che indicava l’apparente incompletezza delle opere, ma poi divenne una vera bandiera del movimento” Dobbiamo in qualche modo proprio a Monet la paternità del nome che di tanta gloria fu allora ricoperto, sebbene i primi tempi gli impressionisti non vennero visti molto di buon occhio dalla critica tradizionale, tanto che vennero addirittura rifiutati al salon del 1863, ma la loro forza dirompente, accompagnata dall’innegabile bellezza dei dipinti, li fece ben presto acclamare. L’impressionismo e i suoi protagonisti sono un argomento vastissimo, qua mi limito a parlare della bella plaquette dedicata proprio all’artista delle ninfee o delle celeberrime cattedrali di Rouen. Il volumetto non raccoglie una vera e propria biografia, o un trattato accademico, è una spontanea e fresca testimonianza di Monet, i suoi primi anni e la grande voglia di ribellione che, accompagnandolo tutta la vita, sfocerà nella ribellione estrema e con la conseguente “distruzione” del modo di concepire la pittura. Nel volgere di quindici pagine, vediamo il giovane Monet, dal pennello già felice, marinare la scuola per dipingere sorprendenti caricature di personaggi della sua città. Queste “marchette” gli permettono di accantonare un bel gruzzoletto che lo rendono indipendente dalla famiglia, la quale vorrebbe per lui tutt’altra carriera che non l’effimero mondo dell’arte. Ma la caparbietà del giovane Claude, unita all’innegabile talento, fanno capitolare anche il più cocciuto dei pater familias. Infatti il giovane Monet, dopo aver tentato la carriera militare, che non ha minimamente scalfito i suoi propositi artistici, si iscriverà, finalmente con l’avallo del padre, ad un atelier di pittura. Atelier che non soddisfa i desideri del giovane Monet, ma che verrà frequentato – tollerato – giusto per non dare dispiacere al padre. Ma la carriera è ormai in procinto di sbocciare e l’incontro, a Parigi, con personaggi del calibro di Cézanne, Degas, Sisley ed altri, oltre che con il mercante Durand-Ruel, lanciarono la quasi mitica carriera di Claude Monet. Il racconto autobiografico si ferma agli esordi della celebrità, ma espone con grande chiarezza, ribadendolo più volte, il particolare che da sempre rappresenta la cifra stilistica di Monet: il dipingere all’aria aperta, giustamente esclamato nel titolo della plaquette.

La seconda parte del libretto si compone di “lettere e confidenze” brevi frammenti dagli scritti del pittore fra cui mi piace sottolineare questo: “Un atelier non l’ho mai avuto, e infatti non capisco perché chiudersi in una stanza. Certo, va bene per disegnare, ma non per dipingere. Per quanto mi riguarda, il mio atelier è la natura”. Attraverso queste lettere e dichiarazioni è possibile continuare a seguire la vita di Monet, dal punto in cui la parte biografica termina, seguendo i suoi viaggi alla ricerca della luce, dei colori della natura, e vivere con lui anche le incertezze lo sconforto e il crescere della carriera.

In appendice al bel volumetto, curato dalla felice mano di Antonio Castronuovo, una breve ma chiarificatrice postfazione ed una succinta biografia.


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Edmund White - Biografia - Playground

My Lives

Capita spesso di incontrare libri in cui gli autori prendono il loro diario, le loro esperienze di vita e, cambiando qualche nome qua e là, confezionano un romanzo. Ma questo appare comunque per quel che è: un sommario di una vita, che può anche far scattare l’indifferenza nel lettore di fronte a fatti assolutamente personali. talvolta gli autori rendono queste loro opere gradevoli, riuscendo ad estrarre dal personale quanto c’è di universale, quel che è un valore per loro viene convertito in qualcosa che solletica le menti dei lettori ignari di quanto sta dietro e all’interno di certe esperienze. In altri casi a salvare il romanzo/diario vi è una grande capacità di scrittura e l’effetto disinteresse è disinnescato dalla gradevolezza della lettura, ma in ultima analisi resta solo ed unicamente una prova d’autore. In questo “My Lives”, White riesce invece a raccontare la sua vita (anzi le sue vite, traducendo il titolo) attraverso fatti e situazioni assolutamente personali, spesso intime, ponendole su di un piano di universalità che riesce ad avvincere il lettore; dalla sua lo scrittore americano ha una grande capacità descrittiva ed un senso - oserei dire innato - della biografia (ha pubblicato biografie di Genet, Proust e Rimbaud) ma è l’analisi costante, spasmodica, degli avvenimenti, delle sensazioni a far leggere i tormenti di una intera epoca in filigrana di una esistenza irrequieta. L’autobiografia, perché tale è, di White non è strutturata, come solitamente accade, per periodi, scanditi dal susseguirsi degli anni, bensì attraverso le figure chiave della sua vita: gli analisti, gli uomini, le donne, Genet e così via. Attraverso le personali esperienze dell’autore si profilano, chiaramente, i cambiamenti sociali e culturali che si sono succeduti mentre la vita di White procedeva. È assai interessante leggere di come certi comportamenti ritenuti ormai del tutto naturali siano invece giunti ad essere tali solo recentemente, e questa loro naturalizzazione nel sistema comportamentale abbia inciso così significativamente sulla vita delle singole persone, le quali senza saperlo, col solo fatto di vivere, hanno contribuito a cambiamenti sociali di vasta portata. Basti pensare a quando White parla dei suoi analisti, il capitolo inizia con il desiderio dello scrittore da giovane di diventare “normale”, curare la propria omosessualità e questo voler essere normale nel corso degli anni si trasforma nel voler essere felice come tutti gli altri, in una relazione stabile, ovvero dal vivere una condizione indesiderata, sino a voler vivere la propria condizione con più felicità. Oppure l’apparizione di quel vasto dramma che è l’Aids, che è riuscito a sradicare certi comportamenti che si credevano acquisiti per sempre, o come la malattia trasforma le persone e si insinua in tutti i rapporti esacerbando le asperità dei caratteri. O ancora White mette in luce, in modo spietato, amplificandolo, il bisogno di protezione e di amore che speso si trasforma in una voglia di sottomissione, capace - forse - di creare un legame più forte di quello dei sentimenti anche perché solletica la vanità, anche se ben nascosta, delle persone.
Attraverso il sistema dei capitoli caratterizzati da ciò che ha influenzato la vita dello scrittore, anziché - come dicevo sopra – lo srotolarsi degli anni, vediamo certi fatti e certe persone ritornare in più capitoli, visti da un differente punto di vista, si crea così una trama assai fitta, densa di particolari, la quale, però, vista nel suo insieme, mostra al lettore i cambiamenti della società, vissuti, e in certo qual modo anche causati, da una esistenza. La lettura è piacevolissima ed interessante, anche perché White non difetta certo di ironia e sarcasmo, cosa che spesso svanisce quando uno scrittore racconta sé stesso, e l’analisi che fa dei suoi comportamenti e delle sue scelte è assai profonda e meticolosa, correndo il rischio, calcolato ça-va-sans-dire, di fare una brutta figura agli occhi del lettore. Ma l’effetto brutta figura è scongiurato, dalla grandiosità del libro, dal suo ampio respiro, dalla sua capacità di catturare il lettore in una galleria di personaggi e di accadimenti che è la trama stessa della società degli ultimi cinquant’anni. Un libro molto bello, talvolta crudo, perfettamente costruito (ottimamente tradotto da Giorgio Testa) da White, che diventa un’analisi sociologica, psicologica ed umana di una vita in rapporto alla sua epoca. Ed un grande esempio per chi vuole affrontare la via della scrittura, sia per come è fatto il libro, sia perché dà modo di seguire passo dopo passo la carriera di quello che può essere considerata una delle massime voci letterarie americane contemporanee.

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Franco Buffoni - Narrativa - Transeuropa Edizioni

Laico alfabeto in salsa gay piccante

Titola, Franco Buffoni, Laico alfabeto in salsa gay piccante, e precisa, L’ordine del creato e le creature disordinate, una raccolta di testi scandita da due paragrafi per ogni lettera dell’alfabeto più cinque approfondimenti e due appendici per mettere a nudo la verità sulla condizione degli omosessuali nell’Italia e nel mondo. Perché in Italia, fanalino di coda in Europa, non si vuole dare pari dignità a quel dieci per cento della popolazione che pure paga le tasse, vota, produce e consuma? Soprattutto per mero pregiudizio medievale di parte delle gerarchie cattoliche avallate dai politici che nel Vaticano vedono una sorta di sponda per difendere la propria ottusità oltre ad un serbatoio di voti e di favoritismi. Il laico alfabeto analizza e smonta, voce per voce, le assurdità messe in piedi dalla Chiesa di Roma per ribadire un netto no alla parità dei diritti civili, base per l’integrazione e la felicità di tutti i cittadini. Facendo questo la Chiesa disattende forse il suo primo comandamento, velando di misantropica ipocrisia tutto quel che va predicando, cioè l’amore. Perché l’amore tra persone dello stesso sesso dovrebbe essere considerato differente da quello fra persone di generi diversi? Le gerarchie cattoliche scomodano ad ogni piè sospinto ogni sorta di assurda prova per dimostrare il “disordine” di certi soggetti. Da cosa nasce questa assurdità? In primo luogo dalla convinzione della Chiesa di essere detentrice della verità unica e dalla ambizione di essere l’unica interprete del pensiero divino. Favorendo invece, molto spesso, emarginazione, dolore e disperazione, che hanno come beffarda origine una personalissima interpretazione dei testi biblici. Si sa che la Chiesa basa il suo potere innanzitutto sull’ignoranza e sulla coercizione, quale metodo migliore per esercitare il potere sugli individui se non quello di attaccarli su quel che non è una scelta, ma una semplice condizione? La Chiesa, non dimentichiamolo si è opposta fermamente alla risoluzione ONU contro l’omofobia, ribadendo a gran voce il suo favore verso quelle nazioni che puniscono l’omosessualità, in alcuni casi addirittura con la morte. Le gerarchie vaticane hanno quindi le mani macchiate del sangue di quegli innocenti che hanno come unica colpa una condizione naturale, come se si punissero quelli coi capelli ricci o i mancini. Senza dimenticare i milioni di casi di misteriosi suicidi adolescenziali dovuti, spesso, alla condizione omosessuale vissuta con paura. Alla lettera V, è ricordato come il parlamento italiano abbia bocciato la legge Concia contro la violenza verbale e fisica verso gli omosessuali. Legge invocata a gran voce dal trattato di Amsterdam; ma se una legge simile fosse passata, quanti alti prelati sarebbero stati passibili di condanna? Quei prelati che a Roma animano le saune gay e fanno registrare come proveniente dal Vaticano il più alto numero di contatti con le chat di incontri per omosessuali. E, sempre in tema di mani macchiate di morte, alla lettera L di Lancet (prestigiosa rivista medica), si ricorda di come il Papa, in viaggio verso l’Africa, abbia negato l’efficacia del profilattico per la lotta all’AIDS, negando così a chi ne ha davvero bisogno l’unico modo di avere salva la vita.

In tema di discriminazioni assurde troviamo, come già accennato, alla lettera M, un brano sui mancini, visti anch’essi per secoli come portatori di una condizione innaturale. L’altro articolo, sotto la medesima lettera, riguarda le Moschee e vi si evince come una visione laica della società permetterebbe una pacifica convivenza fra luoghi di culti differenti, con grande beneficio della comunità intera. Nell’ordine alfabetico troviamo, come è naturale, la N, con due interessantissimi articoli sul nascere e su quel che è naturale, e anche qui assistiamo alla dimostrazione di quel che è considerato naturale, lo è per un semplice punto di vista, che calpesta beatamente i diritti di milioni di persone negando loro il diritto alla felicità.

Pare proprio essere la denuncia di mancanza di laicità dello Stato italiano quello di cui è maggiormente intriso questo laico alfabeto buffoniano; quante leggi in Italia sono prive del fondamento del diritto in quanto etiche, cioè privilegianti una visione considerata morale della società. Ma morale non lo è, è invece solo di parte, in quanto dettata dal pregiudizio medievale della Chiesa Cattolica, che continua, malgrado ogni sorta di smentita scientifica, e logica, a considerare le donne inferiori, gli omosessuali degli abietti, a frugare fra le lenzuola della gente per rinfocolare i sensi di colpa. Le lettere scorrono veloci, da Animali e Ateo sino a Zapatero, i brevi testi sono chiari e godibili, Buffoni è grande e colto narratore, ma nell’avanzare della lettura cresce un forte senso di disagio, perché ci tocca vivere con un piede nel medioevo quando intorno a noi c’è l’Europa che cresce e avanza, si libera da assurdi fardelli e garantisce (disattesa solo da Vaticalia) pace e serenità a tutti i suoi cittadini. Le due appendici “Perché sono favorevole al matrimonio fra cattolici” e “Vorrei vendere mia figlia come schiava” Squarciano il velo, in modo ironico ma assolutamente esatto, su come l’ipocrisia cattolica usi due pesi e due misure quando si tratta di reprimere, insultare e fare dell’autentico terrorismo psicologico.


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Di seguito alcuni estratti dal libro, gentilmente messi a disposizione dall'autore: dal capitolo con la lettera E il paragrafo ETICA, l'approfondimento ODIO e l'appendice Vorrei vendere mia figlia come schiava...


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ETICA

 

Punti centrali del cristianesimo sono l’incarnazione e la resurrezione. Io credo sia dannoso indurre un bambino a basare la propria etica su una nascita “divina” e sulla “resurrezione” di un uomo.

Perché glielo si insegna da piccolo, costruendogli un’etica su due eventi che deve accettare in modo dogmatico. Mandandolo incontro a due pericoli: accettare anche altre ingiunzioni di tipo dogmatico, oppure diventare cinico, amorale, sprovvisto di un’etica.

Infatti, quando - crescendo - gli frana, alla luce della ragione, l’impianto etico basato sui dogmi, è ben difficile che l’ex giovane sia in grado di configurarsi in un’altra etica radicata e profonda. Anche da questo - secondo me - viene molto del cinismo, dell’opportunismo, della schizofrenia, delle ipocrisie, delle piccole e grandi astuzie che caratterizzano gli italiani.

Invece del catechismo e dell’ora di religione cattolica sono favorevole all’insegnamento di un’etica basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze,  dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Se penso a quanti giovani si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.

Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto della natura - intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna - e del metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità. Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la negative capability: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti. Liberandoci una buona volta da quella gabbia organizzativa e dogmatica calata da Paolo in poi sul pensiero greco e su certi comportamenti etici normati dalla cultura ebraica.

Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero.

Nelle scuole italiane la resurrezione e il principio di gravitazione universale vengono trasmessi come se fossero verità analoghe, dalle stesse cattedre. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica condivisa.

Così si tenta la restaurazione più bieca del vecchio: sostenendo che l’insegnamento dell’evoluzionismo è degradante, e immettendo nei ruoli delle scuole di stato non degli insegnanti di storia delle religioni e delle civiltà culturali, bensì gli insegnanti di religione cattolica scelti dai vescovi, e dando loro anche la possibilità – su semplice richiesta – di “passare” ad insegnare storia e filosofia.

Quanti dimostrano tanto disprezzo per una concezione laica e illuministica della vita e dell’educazione, in cuor loro, consapevolmente o inconsapevolmente, non credono che l’uomo possa essere seriamente educato, ma solo manipolato.

 

p.s. Ovviamente uso il termine “etica” in un’accezione ampia e generica: le neuroscienze, al riguardo, avrebbero oggi molto da insegnare.

 

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ODIO

 

Diceva Freud: “Non è l’odio per i nostri nemici che ci consuma, ma quello per le persone che amiamo”. Una forma di odio particolarmente significativa, in questa ottica borghese di inizio Novecento, è quella del fils de famille omosessuale, ben rappresentato dal grido di André Gide: “Famiglie, io vi odio”. Anche Proust non fu molto tenero al riguardo: si pensi soltanto alla fine che fecero i mobili di famiglia alla morte dei genitori: immediatamente trasferiti ad arredare un bordello maschile. Trattamento non dissimile, per altro, subì pochi anni dopo - alla morte dello stesso Proust - il suo stupendo cappotto foderato di pelliccia, immediatamente svenduto dalla affezionatissima governante a un volgare ambulante.

Rimanendo nell’ambito della cultura francese - dove Jean Genet appare illuminante nella drastica epigrafe a I negri: “Quel che ci occorre è l’odio. Dall’odio nasceranno le nostre idee” - in un’ottica di schemi di confezione narrativa e di onniscienza del narratore, mi sembra significativa la radicale trasformazione che avvenne nel passaggio da Proust a Gide. Mentre Proust ancora manteneva l’impalcatura della finzione assoluta, scrivendo come se egli stesso e i suoi lettori fossero eterosessuali, Gide già scrive da omosessuale, rivendicando con orgoglio il suo diritto ad essere tale. Questa è la ragione per cui Gide fu – molto più di Proust – oggetto di odio da parte di critici bempensanti e sedicenti intellettuali. Emblematica fu la reazione in Italia di Roderigo de Castilla (lo pseudonimo di Palmiro Togliatti) che dalle colonne dell’Unità - quando a Gide venne assegnato il Premio Nobel - parlò di una “confraternita di pervertiti”, lasciando pochi dubbi su quale sarebbe stata la reazione del Pci qualora un militante si fosse dichiarato omosessuale. E pochi anni dopo se ne ebbe la riprova a Casarsa con l’odiosa espulsione di Pasolini dal partito.

Gide - che si liberò in quello che potremmo definire un vero e proprio coming out letterario – aveva preso coraggio dal primo Wilde. Che a sua volta aveva recepito istanze di liberazione da Walter Pater, l’autore di Mario l’epicureo, grande conoscitore del mondo classico e anche liberal convinto. Su Pater aveva avuto fondamentale influenza il Saggio sulla libertà di John Stuart Mill, dalla cui concezione di stato e delle libertà consegue che “il solo scopo per cui si possa legittimamente esercitare un potere su qualche membro della comunità civilizzata contro la sua volontà è quello di impedirgli di nuocere agli altri. Su se stesso, sul suo corpo e la sua mente l’individuo è sovrano”.

“Preferisco l’odio che mi rispetta all’amore che mi insulta”, replica il romanziere Giuseppe Rovani all’amico che gli nega l’assenzio asserendo: “E’ per il tuo bene”. Ce lo ricorda il Dossi nella sua biografia dello “scapigliato” Rovani, rimasta purtroppo incompiuta. E qui la riflessione potrebbe aprirsi a tutti i proibizionismi e ai conseguenti odi, portandoci molto lontano. Conosciamo bene l’impermeabilità al pensiero di Mill da parte della cultura italiana.

 

“A quanti l’odio consuma e l’amore è dato sotto il cielo di vedere”, è la definizione che Umberto Saba dà degli uomini in una poesia famosissima. L’uomo, dunque, è l’animale capace di provare in somma misura odio (e poi amore). Qual è la differenza tra il coccodrillo che - se ha fame - ti divora, e un appartenente alla Sapiens-sapiens che tortura il suo simile traendone sadico godimento? Quando si può odiare al punto da torturare un bambino? Da ucciderlo dopo averlo fatto soffrire? Può sembrare paradossale ma la risposta è: quando la violenza da cieca diventa intelligente. In altri termini: quando smette di essere puro istinto l’aggressività, divenendo uno scenario disegnato già prima dalla mente. Il male animale, istintuale, incosciente contrapposto e quello storico, biografico, cosciente. Darwin vs Gobetti; l’occhio biologico vs l’occhio antropologico.

In etologia questo processo viene definito di pseudospeciazione. Ricordo, al riguardo, che nei campi di sterminio le migliaia di persone quotidianamente uccise venivano definite “pezzi”. Non persone, dunque, ma pezzi, oggetti. Gli ebrei, i rom, gli omosessuali... erano stati odiati prima, sui banchi di scuola, nella fase di indottrinamento, di manipolazione delle menti, quando erano ancora persone. Poi non più. Poi erano diventati dei pezzi.

E da dove scaturisce la pseudospeciazione se non dalla più ampia possibilità di scelta che la Sapiens-sapiens si è conquistata nel corso dei millenni rispetto al primordiale, originale, “animale” istinto? E’ lì, in quel più ampio spettro di possibilità comportamentali, che si colloca per l’uomo l’opzione tra il compimento del bene e il compimento del male. E lì che l’odio nasce e trae alimento e infine viene trasceso, superato, allorché l’oggetto di odio viene disumanato. C’è una riflessione illuminante di Agamben, al riguardo: “L’umano è ciò che può essere infinitamente disumanizzato”. Pensiamo a coloro che praticano il dileggio del prigioniero: l’iconografia del “Cristo deriso” ne è l’emblema.

Il procedimento contrario - rispetto al dileggio del carnefice - è quello definito in criminologia dell’overkilling. L’odiata vittima è già morta, però l’assassino continua ad infierire sul cadavere: fino a novanta coltellate mortali si è arrivati a contare sul cadavere di un omosessuale recentemente ucciso da un “ragazzo di vita”. Come se l’assassino, oltre alla vittima, avesse inteso uccidere anche l’odiosa immagine di sé che la vittima - malgrado tutto - continuava a rimandargli.

La mia personale reazione, di fronte a tematiche di questa portata, è di cercare di concettualizzarle, tentando fenomenologicamente di descriverle. E sul punto specifico della sublimazione dell’odio per via di pseudospeciazione, con conseguente trasformazione dell’uomo in “pezzo”, percepisco come una ideale contrapposizione tra Paul Celan e Louis Ferdinand Céline. Tra il céliniano “chiamarsi fuori”, a osservare dall’esterno l’avventura della specie sapiens-sapiens, e il celaniano “porsi a fianco” di chi vuole comunque trovare ragioni per resistere continuando a sentirsi dentro l’umanità.

Io - come credo molti di voi - sono stato educato da persone che credevano che la Terra fosse al centro dell’Universo, che la Chiesa fosse al centro della Terra, che l’Uomo fosse al centro delle creature. Penso che il nostro problema oggi - detto molto in sintesi - sia: come possiamo entrare decentemente nella modernità? Nascondendo la testa sotto la sabbia? Cercando antistoricamente e ascientificamente di continuare ad assecondare “i noster tradisiun” in un’ottica di esclusione del diverso e del non conforme, e fomentando volta a volta incredibili quantità di odium politicum, di odium sexicum e di odium theologicum ?

Dal Libro della Sapienza (2, 12.17-20): “Dissero gli empi: ‘Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti, per conoscere la mitezza del suo carattere e saggiare la sua rassegnazione. Condanniamolo a una morte infame, perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà’.”  Gli empi sono i razionalisti che prendono alla lettera il do ut des dogmatico. Un essere pacato e ragionevole - che vuole fare leva sulla fratellanza universale come valore in quanto tale, non perché una pia frode gli promette un aldilà - piuttosto parla di pseudospeciazione. E di ancora maggiore grandezza dell’istituto cristiano del perdono - desumibile per esempio da Matteo 5, 38-48 - se disancorato da un’ottica metafisica.

“Fanatismi terribilmente crudeli, disumani” – scrive Danilo Mainardi – “sono comparsi in tutti i tempi e all’interno di molte, se non tutte, le culture. Merito dell’etologia è avere delineato la dinamica biologica, sociale e culturale che può portare convincimenti “per fede”, siano essi politici o religiosi, fino alla degenerazione del fanatismo. E dunque della pseudospeciazione. Comprendere, e usare la ragione, può essere un passo determinante perché certi errori finalmente non continuino a ripetersi”.

La via del superamento delle barriere dell’odio è la via verso un adeguamento delle capacità emotive della specie sapiens-sapiens alle capacità cognitive raggiunte dalla stessa. Perché è palese che le capacità emotive della specie non si sono evolute in misura adeguata rispetto alle capacità cognitive. Lo spiega molto bene Rita Levi-Montalcini in un lucidissimo libretto, Tempo di mutamenti, che secondo me la scuola dovrebbe donare a ciascun adolescente, insieme al manualetto di educazione civica, di educazione stradale e di educazione sessuale.



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Vorrei vendere mia figlia come schiava...

DALLE FREQUENZE DI UNA RADIO MOLTO FREQUENTATA, UN NOTO RELIGIOSO DISPENSA ALLE PERSONE CHE TELEFONANO INDICAZIONI E CONSIGLI SPIRITUALI TRATTI DIRETTAMENTE DALLE SCRITTURE. QUALCHE TEMPO FA, IN UNA DELLE RISPOSTE AGLI ASCOLTATORI, HA AFFERMATO CHE L’OMOSESSUALITA’ - COME SI LEGGE NELLA BIBBIA (LEVITICO, 18, 22) - E’ UN ABOMINIO E NON PUO’ ESSERE TOLLERATA IN ALCUN CASO. UN ASCOLTATORE GLI HA SCRITTO PER CHIEDERE LUMI SU ALCUNI ALTRI PROBLEMI DI VITA VISSUTA

 

Caro sacerdote, le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore.

Ho imparato davvero molto dal suo programma, e ho cercato di condividere tale conoscenza con più persone possibile. Adesso, quando qualcuno tenta di difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel Levitico 18:22 si afferma che ciò è un abominio. Fine della discussione.

Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi specifiche e come applicarle.

 

- Vorrei vendere mia figlia come schiava, come prevede Esodo 21:7. Quale pensa sarebbe un buon prezzo di vendita?

- Quando do fuoco ad un toro sull’altare sacrificale, so dalle scritture che ciò produce un piacevole profumo per il Signore (Levitico 1.9). Il problema è con i miei vicini. Quei blasfemi sostengono che l’ odore non è piacevole per loro. Devo forse percuoterli?

- So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni (Levitico 15:19-24). Il problema è: come faccio a chiederle se ce le ha oppure no? Molte donne s’offendono.

- Levitico 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico afferma che questo si può fare con i filippini, ma non con i francesi. Può farmi capire meglio? Perché non posso possedere schiavi francesi?

- Un mio vicino insiste per lavorare di sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?

- Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei è un abominio (Levitico 11:10), lo è meno dell’omosessualità. Non sono d’accordo. Può illuminarci sulla questione?

- Levitico 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all’ altare di Dio se ho difetti di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere … La mia vista deve per forza essere 10 decimi o c’è qualche scappatoia alla questione?

- Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino alle tempie, anche se questo è espressamente vietato dalla Bibbia (Levitico 19:27). In che modo devono esser messi a morte?

- In Levitico 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri. Per giocare a pallone debbo quindi indossare dei guanti?

- Mio zio possiede una fattoria. E’ andato contro Levitico 19:19, poiché ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perché usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone/acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. È proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della città per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, più semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Levitico 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?

So che Lei ha studiato approfonditamente questi argomenti, per cui sono sicuro che potrà rispondermi a queste semplici domande.

Sempre suo ammiratore devoto.


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Alessandra Ponticelli Conti - Racconti - Ibiskos Editrice Risolo

Alla fermata dell’anima

Che cosa accade in genere ad una fermata, mettiamo, d’autobus? Si sale, o si scende, o si cambia mezzo, si è arrivati, o si è in mezzo ad un percorso. Questo è quanto accade alle anime raffigurate in questa raccolta di racconti: talvolta è l’anima ad andarsene, come accade negli ultimi istanti di una esistenza, oppure è di nuovo l’anima ad incitare un cambiamento di percorso, a dettare un nuovo percorso ad una vita. Di nuovo, è sempre l’anima, cui non si può mentire, né disobbedire, a muovere per noi i nostri passi. I quattordici racconti di questa raccolta sono come lenti d’ingrandimento poste su di un’esistenza, nel momento in cui avviene una svolta, in cui la vita giunge ad una di quelle fatidiche “fermate” per prendere un nuovo corso, una nuova consapevolezza, o per terminare il viaggio nelle umane spoglie, per proseguire la strada in quelle lande cui il cuore tanto ha anelato durante la vita, per essere ricompensato delle privazioni e della mancanza di un semplice “ti voglio bene”.

I racconti sono al contempo minimali e dall’ampio respiro, in poche battute, con lo sguardo su di un semplice personaggio, riescono a dare corpo e voce a milioni di persone, a moltitudini di situazioni, spiriti evocati alla mente del lettore dalla suadente voce narrativa dell’autrice. La scrittura è precisa e garbata, talvolta indulge sui dettagli, il primo racconto, pur nella bellezza della costruzione, sembra però compiacersi un po’ troppo nel dare ad ogni oggetto il suo preciso nome, dando la sensazione di tamburellare, spezzettando il ritmo, mentre il racconto procede. Tuttavia la bellezza - e la levità - con cui è narrato questo primo brano sprona senz’altro il lettore a continuare nella lettura, perseveranza premiata nello scorrere degli altri racconti, scevri del piccolo name-dropping di cui sopra, e dotati di una forza e di una “densità” davvero notevoli. Il libro è, oserei dire, ammaliante, scritto con maestria dall’autrice, che dimostra, oltre ad una sensibilità rara ed una notevole verve creatrice, anche una raffinata cultura e una conoscenza seria del mondo letterario. Questo “Alla fermata dell’anima” è un libro davvero bello, preciso, sotto tutti i punti di vista, preciso nelle dimensioni e nella forma, la lunghezza dei racconti è praticamente perfetta, così come ben dosate sono le descrizioni sia dell’ambientazione che della psicologia dei personaggi, e così pure il numero dei racconti è, a mio parere, esatto, non uno di più non uno di meno. a far sì che la raccolta giunga a ciò che il titolo prefigge, senza farsi mancare nulla e senza ripetersi mai. E se la morte appare un po’ più spesso è proprio per dar forza e significato al titolo, se non è la morte la fermata più importante per un’anima non saprei proprio qual sia. Al di là di queste considerazioni “geometriche” tuttavia direi – rischiando la ripetizione – che siamo di fronte ad una bella raccolta di racconti, raffinata e ben scritta, che lascia un grande spazio alla riflessione e all’introspezione, ed accompagna il lettore in un viaggio tra i chiaroscuri dell’animo umano davvero affascinate.


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Velio Carratoni - Racconti - Fermenti Editrice

Hai usato il suo corpo

Racconti (1975 – 2007)

 

Una raccolta di trentadue racconti brevi e brevissimi, narrati quasi sempre in prima persona, in cui l’autore dà voce sia a uomini che a donne, quindi non narrando da un solo punto di vista, bensì aprendosi ai due lati del mondo. Le storie sono spesso ambientate a Roma, una Roma resa riconoscibile dai nomi dei luoghi più che dalle descrizioni: ci vediamo a piazzale Ostiense, oppure verso viale Trastevere. D’altronde lo stile scarno dei racconti non consente all’autore di abbandonarsi a descrizioni minuziose dei luoghi, essi sono chiamati in causa in modo diretto, col nome, così come le parti del corpo, le illusioni spezzate, i sentimenti che pian piano naufragano tra le pagine sono narrati in modo asciutto, diretto, schematico, ma non povero, non esile, con una forza intrinseca alle parole, non piegata da pennellate di sentimentalismo, non affievolite da descrizioni o abbellimenti. Il corpo, centrale nel titolo, è centrale anche nelle narrazioni, esso viene usato, talvolta abusato, per colmare un vuoto di sentimenti, di fantasia, forse, da parte dei protagonisti dei racconti. Il corpo vive la sua più controversa prova, quella sessuale, quando i sentimenti vengono meno, o proprio per scacciarli, il corpo si fa parola quando le parole non servono più, o non c’è tempo per usarle, non c’è la volontà di seguirle nei loro riverberi, nel loro evolversi, e allora il corpo si presta a cancellare tutte le parole, a camuffare i sentimenti, a dare un nuovo diverso significato ai gesti e alle decisioni. Il corpo sembra funzionale a riempire un vuoto, senza badare che un suo indebito uso crea un vuoto ancora più angosciante e opprimente. Le descrizioni che Carratoni fa dei corpi e delle loro funzioni tuttavia non scadono mai nel pornografico, non vi è traccia di voyeurismo di tra le pagine, piuttosto vi è una notevole franchezza, non vi sono paraventi di pruderie, come non vi sono immagini grottesche o pecorecce, o, ancor peggio, di compiacimento sessuale fine a sé stesso. I fatti, anche i più intimi, sono narrati così come li si vivono, senza badare ai particolari, senza ripassarsi nella mente quanto accaduto, bensì vivendoli nel loro insieme: un momento non è distinto in mani, lingue, bocche o altro, ma è percepito, visto, rivissuto come deflagrazione di sensazioni, come assoluto di sentimento, o privazione di esso.

Carratoni scrive i suoi testi con grande franchezza, senza voler stupire, senza mostrare dal buco della serratura, ma amplificando i sentimenti, i gesti, le privazioni, attraverso quella meravigliosa cassa di risonanza che il corpo è.

I racconti si srotolano in modo essenziale ed asciutto ma lasciano dietro di sé un fitto tessuto di sensazioni, di sentimenti, di vissuto, che fa dell’autore un fine psicologo e conoscitore dell’indole umana, delle bassezze di cui può essere capace, dei gesti per rendere la bassezza ancor più disumana ed atroce. Spesso questa raccolta di racconti è intessuta di una sorta di strisciante male di vivere, di incapacità di sopportare la vita di ogni giorno; vi sono fughe in cui il corpo vive una nuova stagione, lasciando, metaforicamente, la mente ed il cuore a casa nel tran tran quotidiano.

Mirabile questa raccolta per come scava nell’animo umano, come mette alla luce certi moti del cuore che si tenta di celare, o che si affida al corpo per non doverli avere davanti agli occhi dei pensieri ogni giorno. Il libro è narrato con grande eleganza e finezza dal noto autore ed editore, il linguaggio è ben radicato nella tradizione contemporanea e riserva sempre belle sorprese per le efficaci coloriture, per gli sprazzi poetici e di ampio respiro. Le frasi si inanellano con eleganza, sono costruite con un uso molto bello della lingua italiana, e sono strutturate in modo mai banale, capaci di sorprendere piacevolmente il lettore.

Completano il volume una bella nota introduttiva di Domenico Cara e delle tavole a colori di Alessandro Monti.


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Chiara Prezzavento - Narrativa - Robin Edizioni

Somnium Hannibalis

L’ultimo dei Barca, la cenere e il sangue.

 

Nelle pagine di questo romanzo, come titolo e sottotitolo preannunciano, è narrata la vita di Annibale Barca, dal giorno in cui, tredicenne, il padre Amilcare gli affidò la guida e la difesa di Cartagine, sino agli ultimi, amari, anni dell’esilio e l’inevitabile – tragica fine. Il compito di raccogliere la testimonianza del valoroso generale è affidato dall’autrice ad Antioco, re della Siria ed ammiratore del Cartaginese, ripiegato presso la sua corte dopo i fatti di Zama e le pesanti condizioni dettate da Roma. Attraverso il racconto, lungo un giorno ed una notte, di Annibale ripercorriamo le gesta del cartaginese dall’Iberia, che lo vide diventare orfano, e contemporaneamente guida dell’esercito di Cartagine sino ai lunghi anni in Italia. Il soggiorno italico vide Annibale prima vittorioso, poi via via sempre più indeciso se attaccare direttamente Roma o continuare a giocare a rimpiattino con l’esercito dell’Impero in una sorta di guerra al logoramento in cui i romani lo tallonano ma evitano lo scontro diretto nel quale Annibale è indiscusso maestro, grazie anche alla sua fine strategia e all’indiscusso valore suo e dei suoi soldati. Dopo gli anni nella penisola, ormai isolato dalla Patria da cui attende rinforzi che non giungeranno mai Annibale torna in patria dove anziché alla spada si dedica alla politica, ma Roma cerca vendetta che giungerà con il volto di Scipione il quale avrà la meglio su Annibale durante la battaglia di Zama, persa dal cartaginese per un errore di calcolo. All’ultimo dei Barca resta, come ultimo tentativo di salvare la Patria, quello di prendere il comando della città, e cercare di far fronte alle condizioni dettate dai romani, ma questi, oltre alle pesanti sanzioni, vogliono la testa di Annibale, aiutati in questo dagli antichi nemici della sua famiglia. Ad Annibale ormai esule non resta che tentare di sollevare contro Roma la Siria prima e poi la Bitinia, ma i rispettivi sovrani incontrarono la sconfitta per non essersi decisi ad affidare il comando degli eserciti all’unica persona forse in grado di sconfiggere l’Impero: Annibale Barca.

Il romanzo è costruito assai bene, il linguaggio, semplice e lineare, è molto efficace, si snoda con eleganza lungo le pagine del romanzo, senza cedere a frasi ad effetto ma affidandosi ad una costruzione rigorosa e molto corretta. La ricostruzione storica appare assai precisa e dettagliata e la strategia di Annibale è illustrata molto bene, quasi come se l’autrice fosse stata presente sui campi di battaglia. La complessa psiche del Cartaginese è cesellata in modo concreto e con un escamotage gradevole l’autrice affida ad Antioco il compito di analizzare taluni comportamenti e di fornire una visione differente di quanto Annibale va raccontando. Il re della Siria spesso legge tra le righe del racconto e coglie le contraddizioni nell’animo di un generale che si dipinge tutto di un pezzo ma che invece nasconde tentennamenti ed ansie che vorrebbe tenere nascoste. E’ notevole il grande impegno e l’assoluta perizia dell’autrice, talvolta il racconto si fa assai austero, la cronaca, scandita con precisione e assoluto realismo, assume, qua e là, l’aspetto di un trattato di storia; sicuramente il romanzo primeggia tra i tanti di ispirazione storica che pasticciano con date ed avvenimenti mischiando troppi fatti inventati alla realtà, nel nostro caso, semmai, la grande precisione storica e la sobrietà rischiano di non emozionare il lettore. Tuttavia il romanzo si riscatta da ciò con la bellezza della storia trattata e dalla grande passione dell’autrice che non passa inosservata e dona al lettore un romanzo singolare e ben scritto.


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Albert Camus - Teatro - Via del Vento Edizioni

La commedia dei filosofi

Pubblicata per la prima volta in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del premio Nobel (1957) questa graffiante piéce teatrale venne pubblicata in Francia sotto lo pseudonimo di Antoine Bailly, in questo modo l’autore voleva lanciare il suo messaggio senza inasprire i contrasti, che andavano facendosi più accesi, con gli altri esistenzialisti. E sono infatti certi modi propri degli esistenzialisti, ed in generale del mondo filosofico, ad essere irrisi lungo le poche battute di questa deliziosa pochade. Basti dire, per illustrare brevemente il testo, che un misterioso personaggio che dice di provenire nientemeno che da Parigi, si introduce nella casa del farmacista e sindaco, signor Vigna, per renderlo edotto di una nuova filosofia, capace di cambiare il mondo. Questa mirabolante filosofia è contenuta in un in-folio, che il personaggio, signor Nulla, vuole vendere al farmacista. Il signor Vigna, colpito molto profondamente, cercherà di mettere subito in pratica la nuova filosofia, basata tra le altre cose sul “Essere nel farsi e farsi che ciò sia, è essere per chiunque senza essere ciò che sia sia”, senza rendersi conto che essa sovverte tutte le norme del buon senso. L’epilogo giungerà ben presto a salvare il povero Vigna e i suoi malcapitati familiari. Comunque già dalla lettura dei personaggi, all’inizio del testo, si capisce come si metteranno le cose, e quale sarà la logica soluzione del tutto, ciò non toglie che la lettura di certi passi, oltre a far sorridere, ci aiuta a capire come sia facile far abboccare le persone all’amo, anche a quello del più sprovveduto, promettendo fama e successo, che è quanto assicura il signor Nulla al Vigna nel caso in cui avesse comprato, e messo in pratica, il prezioso in-folio. Certo, immagino che nel 1947 questa operetta avrà destato parecchi mugugni nel mondo accademico, essa è infatti una perfetta presa in giro, nel suo svolgersi rapido ma denso di simboli e di ammiccamenti. Appare chiaro a tutti quel che sta per succedere e come, ma durante la lettura ci si lascia incantare, così come succede al signor Vigna, si lascia raggiare dalle parole e dalle promesse, e si suppone che fosse anche l’accusa ai filosofi che Camus voleva lanciare. Forse ai giorni nostri la diatriba fra esistenzialisti ha perso un po’ di smalto e di attualità, però, sorprendentemente, la commediola è ancora tremendamente moderna. Basti pensare a certi imbonitori televisivi che presentano qualche novità cui aderire, un prodotto da comprare, e tutti, come il Vigna, abboccano; se poi si aggiunge il miraggio della celebrità ecco tutti i telespettatori gridare al miracolo e gettarsi subito anima e corpo su quanto proposto. Non sottovalutiamo il fatto che il signor Nulla si presenta come “piazzista di una nuova dottrina”. Se al posto di un piazzista di prodotti mettiamo un politico, magari che ha fondato un nuovo partito e promette un nuovo mondo, già pronto, bisogna solo avere gli occhi per vederlo, e se al posto del signor Nulla mettiamo il suddetto politico che promette al Vigna/elettore “Precisamente, è qui che sta l’utilità della nuova filosofia. Perché prima per essere eroici, bisognava aver fatto qualcosa; oggi invece, grazie a questi magnifici pensieri, si è pienamente eroi senza fare nulla.”

Questa sarcastica Commedia dei filosofi, servì a Camus per uno scopo ben preciso, ma la sua grandezza sta proprio in questa sua eterna attualità che la rende leggibile e godibile in qualunque epoca ci sia un imbroglione che vuole vendere un’idea mirabolante, e forse Camus non lo sapeva ma di questa sua Commedia c’è maggior bisogno oggi che quando venne scritta.

Il volumetto è curato da Antonio Castronuovo, il quale, oltre alla ottima traduzione, firma il breve saggio in appendice “Alle origini della battaglia” nel quale il lettore troverà un ottimo approfondimento sulla Commedia, capace di illuminare anche i punti più complessi, e in generale sui rapporti tra Camus e suoi contemporanei. Chiude il volumetto una agile e puntuale biografia di Albert Camus


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Michela Zanarella - Narrativa - GDS Edizioni

Convivendo con le nuvole

In questa breve raccolta di racconti la giovane poetessa si cimenta con la prosa senza tuttavia abbandonare completamente la levità poetica che la caratterizza. Il volumetto appare più come un quaderno, cosa che, unita ai contenuti, dà all’opera un’aria da diario intimo, uno di quei libriccini in cui si fissano, più che gli accadimenti quotidiani, i moti di un cuore alla scoperta del mondo. Tuttavia i toni intensi, e spesso accorati, che punteggiano la scrittura lasciano intravedere dietro i personaggi la vita dell’autrice, la quale però con grande abilità riesce ad universalizzare quanto narrato, senza cadere nel semplicismo diaristico, da accadimento quotidiano, offrendo una vera e propria rielaborazione romanzesca di sentimenti puri e vissuti, e soprattutto analizzati e rielaborati con quel distacco necessario a renderli puri, vividi e capaci di far presa sullo spirito dei lettori. Sensazione vieppiù avvalorata dal primo dei racconti, in cui vediamo la giovane protagonista crescere senza mai dimenticare il suo primo amore verso un albero cresciuto con lei nel suo giardino. Questo racconto dà il la, la cifra poetica e simbolica alla raccolta: il crescere con lo sguardo rivolto verso il cuore e lo sbocciare dei sentimenti. L’autrice riesce ad assumere punti di vista differenti nello scorrere delle pagine, si fa fanciulla, poi giovane donna, ancora uomo o ragazzo, e ciò dimostra la forza e la sincerità delle idee e dei sentimenti provati, tanto vasti e profondi da andar stretti ad un personaggio solo, tante voci a declamare coi loro differenti timbri ed impostazioni la grandezza di un sentimento che sgorga dal cuore e si espande su quanto lo circonda. E può essere un circondario immediato come il già citato albero, od una misteriosa fanciulla che passa le sue giornate sulla riva di un fiume, ma può giungere anche più lontano, varcare i confini dell’immediato, come nel caso di un missionario o di un volontario in terra africana a portare un sorriso nel cuore di un fanciullo. Zanarella non manca di esplorare l’animo di due giovani amiche in vacanza legate da un legame che sembra apparire superficiale e prossimo a sbiadire ma si rivela invece forte più del previsto; e come tutte le medaglie hanno un rovescio, vi sono pure cuori che si infrangono su di una menzogna scoperta un po’ per caso.

Nello scorrere degli otto racconti che coprono la breve distanza di 26 pagine l’autrice riesce ad abbracciare, con lo sguardo del suo scrivere, tante e varie emozioni che accompagnano un cuore alla scoperta del mondo. La narrazione è semplice ed immediata, tratteggiata da frasi brevi, dotate di quella concisione tipicamente poetica, ogni racconto è cesellato con arguzia e si adatta perfettamente alla brevità dei racconti senza apparire un riassunto di fatti più ampi ma riuscendo a dare una chiara immagine in poche battute. I racconti appaiono come delle precise ed immediate istantanee che hanno spesso la caratteristica delle nuvole citate nel titolo, nella loro forma semplice e sotto gli occhi di tutti si celano mondi e molteplici immagini, basta saperle guardare col cuore.


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Aa.Vv. - Narrativa - Editori: Adelphi, Armando Curcio, Astoria, Minimum fax,
Playground, Via del Vento

I libri nella calza della Befana

Autori: Bernardini-Dinelli, Giannelli, Gibbons, Némirovsky, Rachid O., Simenon, White

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Dopo le feste natalizie con le loro inesorabili mangiate, visite forzate, sorrisi di circostanza e biechi giochi di società, giunge, liberatrice, l’Epifania, quest’anno con mirabile collocazione nel calendario offre qualche giorno di riposo e rigenerazione della mente. Qual è il modo migliore per iniziare l’anno e riprendersi dalle feste? Il primo è gettare la televisione nel cassonetto dell’immondizia e, contestualmente, leggersi un bel libro. Ecco qualche Polaroid (per restare in tema natalizio, la Polaroid fu uno degli oggetti più desiderati all’ombra degli alberi di Natale di qualche anno fa, ed ora, ingiustamente, caduta nell’oblio) su vari titoli con cui passare qualche ora in santa pace.

Inizio con l’amatissima e mai abbastanza rimpianta Irène Némirovsky, col bellissimo e struggente “I doni della vita” (Adelphi, 218 pagg, 18 euro), in cui si narra di una coppia che decide di sposarsi contro i desideri della potente famiglia di lui, che non verrà mai perdonato dal patriarca della famiglia per questo “sgarro”. Tuttavia la coppia disobbediente vivrà una bellissima storia d’amore, ininterrotta, per tutto l’arco dell’esistenza dei due componenti. Anche la guerra tenterà di dividere i due innamorati,ma li farà solo diventare ancora più uniti. Una bella storia, che più happy ending di così non si può. Comunque non si pensi ad un romanzetto rosa, è un libro assai ben scritto con una sua profondità notevole, e sfido chiunque a trattenere le lacrime sulle ultime due pagine. Apparentemente in contraddizione con sé stessa è la Némirovsky di “Due” (Adelphi, 237 pagg., 18,50 euro) in cui viene fatta una netta distinzione fra l’amore e l’accecante passione che porta con sé al di fuori del matrimonio e quella sopita, tenuta a freno dall’abitudine e resa insipida dalla noia che si vive all’interno del matrimonio. Passione che però non tarda a divampare quando può mescolarsi all’adulterio, quando può vivere, clandestina, al di fuori delle regole matrimoniali e sociali. Un romanzo più scabro del precedente, narrato a tinte fosche, con le sue morti per passione, disperazioni e attese vane al gelo di un giardino pubblico. Più pepato de “I doni della vita”, forse più movimentato, altrettanto bello e molto moderno; bellissimo l’inizio con la presentazione dei personaggi principali al termine di una notte di bagordi. Scenario di ambedue i romanzi dell’amata Irène il ceto medio-alto francese. Sempre oltralpe, ma in zone più assolate si svolge “Corte d’Assise” (Adelphi, 180 pagg., 18 euro) di Georges Simenon. Petit Louis, un simpatico gigolò un po’ svogliato partecipa distrattamente ad una rapina per poi sistemarsi presso una stramba ed apparentemente facoltosa signora. Purtroppo per il piccolo Louis la signora farà una amara fine ed egli si troverà suo malgrado invischiato fino al collo in una brutta faccenda. L’accusa farà di tutto per incriminarlo e paradossalmente le accuse più pesanti per lui verranno dal suo passato, da fatterelli di quando era ragazzo e cosette così piuttosto che da una vera indagine sull’omicidio. Petit Louis imparerà che contano di più i pregiudizi e le apparenze piuttosto che quanto realmente commesso. Il romanzo è assai divertente e scorre come un simpatico film con tutto il suo armamentario un po’ rètro di gangster, pupe, casinò e Costa Azzurra. Di tutt’altro tenore due romanzi del marocchino Rachid O.: “Il bambino incantato” (Playground, 122 pagg., 11 euro) e “Cioccolata calda” (sempre Playground, 88 pagg., 10 euro) in cui l’autore rivive in chiave romanzata la sua infanzia descrivendo riti e vita quotidiana in una città del Marocco, il rapporto di grande amore e comprensione col padre e il cammino verso l’adolescenza che porta con sé l’ammissione e poi l’accettazione della propria omosessualità. Libri narrati in modo semplice, a volte tenero, in cui l’amore, la mancanza della madre e i sogni ad occhi aperti la fanno da padroni. Una cosa che non mi sarei aspettato è la mancanza di pregiudizio e l’accettazione della diversità in una società che sembrerebbe più restìa alla diversità, come quella profondamente influenzata dall’Islam. “Il bambino incantato” a tratti può apparire un po’ petulante, più maturo è “Cioccolata calda” con la bellissima storia tra il protagonista in bilico tra un ragazzo in carne ed ossa ed un francese conosciuto solo attraverso una vecchia foto, e con il desiderio di essere come un europeo e sorseggiare la cioccolata che dà il titolo al libro. Visto che Rachid si trasferirà a vivere in Francia, forse il ragazzo in foto e la bevanda hanno avuto un certo effetto, più che il bel Youssr. Di tutt’altra ambientazione il romanzo di Stella Gibbons, pubblicato nel 1932 ed ora riproposto, La fattoria delle magre consolazioni” (Astoria, 287 pagg., 17 euro) in cui la protagonista Flora Poste, trovatasi orfana e nell’incapacità/mancanza di volontà di trovarsi un lavoro decide di farsi ospitare dai propri parenti. Tra i quattro candidati viene invitata a vivere alla fattoria del titolo, presso la famiglia Desoladder, capeggiata dalla zia Ada Funesta. Già questi cenni ed i nomi lasciano presagire che l’opera è pregna di tipico humor britannico, generosamente imbottito di puro snobismo e di altezzosità tipiche delle suddite di Sua Maestà di quel periodo, e anche oltre. La signorina Flora non si lascerà scoraggiare dalla tetra atmosfera che regna nella fattoria e dalla pazzia dei suoi abitanti, e si darà da fare per portare un po’ di ordine nelle cose, così facendo porterà un enorme scompiglio per tutti finché li renderà rispettabili e beneducati cittadini del Regno. Un esempio tra tutti: una ragazza viene considerata una poverina perché amante della natura e della poesia, e totalmente digiuna di buone maniere, abiti ed acconciature. Verrà abbigliata e pettinata dalla signorina Poste che le consiglierà di lasciar perdere la poesia se vuole trovare marito, cosa che succederà grazie ad un abito. Il romanzo è divertente, ma appare in alcuni tratti profondamente datato ed un po’ stucchevole, sembra di stare in una stanza ornata di Chintz a mangiare dolci rosa troppo dolci, alla fine il tutto risulta un po’ troppo nauseantemente dolciastro. Ammirevoli i tratti in cui la Gibbons si prende gioco di molti pregiudizi o mode dell’epoca salvo poi rimanervi incagliata lei stessa in alcuni passi. Tuttavia una testimonianza di un’epoca svanita. E oltre il romanzo? Bellissima la biografia curata da Edmund White di Arthur Rimbaud: “La doppia vita di Rimbaud” (Minimum fax, 186 pagg., 14 euro) in cui l’eccellente biografo di Cincinnati dà il meglio di sé, ricostruendo la travagliata vita del grande poeta. White seguirà l’esistenza del poeta negli anni della scuola, durante le fughe a Parigi, la tormentata relazione con Verlaine e, per finire, gli anni in Africa. L’autore non dà giudizi sulla vita del poeta ma cerca in modo ammirevole di spiegare il perché di certe situazioni, ponendo il personaggio in relazione col mondo della sua epoca, e il suo ambito familiare, da cui nacque un grande desiderio di ribellione. Grande parte della ricostruzione della vita di Rimbaud è dedicata alla creazione artistica, di come il sodalizio con Verlaine, pur nel suo essere burrascoso, abbia dato vigore e linfa creativa alla scrittura di entrambi. Una lettura molto interessante, che analizza in modo assai approfondito la vita del noto poeta, la scrittura ha il piglio romanzesco cui White ci ha abituati, ma tutto ciò che è scritto è frutto di serie e pazienti ricerche e se il biografo formula qualche supposizione non suffragata da dati certi, si premura di avvertire il lettore. na biografia molto più sui generis è quella che Enzo Giannelli dedica a Sandro Penna: “L’uomo che sognava i cavalli” (sottotitolo – inesorabile - “La leggenda di Sandro Penna” Armando Curcio Editore, 223 pagg., 11,20 euro). Giannelli frequentò per un certo periodo la casa di Sandro Penna, quando costui era già segregato volontario e non ammetteva alla sua vista che poche persone. Del grande poeta Giannelli fa un resoconto umano, delle sue paure, le sue cattiverie, l’odio malcelato verso gli scrittori suoi contemporanei, l’amore per i cani e per i fanciulli. Il ritratto che ne emerge tratteggia a tutto tondo l’umanità di Penna, soffermandosi poco sull’analisi della sua produzione poetica, risulta tuttavia assai godibile per le mattane del poeta, i suoi giudizi corrosivi su molti, la sua innocenza nel dire che non riusciva a leggere: conosceva tantissimi libri ma si scherniva sempre dicendo che ne aveva lette si e no tre pagine. E poi il disordine epico dell’appartamento, i quadri preziosi ammucchiati in qualche modo in mezzo a cose vecchie e prive di valore; e le memorabili polpette, “con tanta noce moscata, mi raccomando”. Una biografia che ci presenta il Sandro penna uomo, con la sua grande carica di umanità e di vitalità, a tratti divertente, soprattutto per gli insulti che riserva a personaggi considerati “mostri sacri”. Infine una snella biografia di un pittore forse un po’ meno noto “Antonio Puccinelli – l’uomo e l’artista” di Luciano Bernardini e Laura Dinelli (Edizioni Via del Vento, 39 pagg., 4 euro). La plaquette si apre con una interessante nota critica sulla vita e lo svilupparsi dell’opera del Puccinelli. Con lui vengono messi in risalto anche i suoi compagni del cosiddetto “Caffè Michelangiolo, scuola di pittura toscana, al quale Puccinelli portò aria nuova, e trascinò i compagni in una sorta di rinnovamento stilistico di una certa importanza. Il libro procede con 12 riproduzioni di tele del pittore, ciascuna corredata da una nota critica puntuale e rilevante. Chiude il volumetto una “nota biografica”, biografia vera e propria che si presenta snella ed essenziale, ma non frettolosa, che tralascia le parti aneddotiche per porre in risalto una analisi precisa ed efficace della pittura del Puccinelli, in rapporto con gli altri artisti della sua epoca, come la sua pittura si sia arricchita, da quali opere e quali influenze ebbe ed infine i significati che il pittore voleva porre nella sua opera. Tra i buoni propositi per il nuovo anno si può inserire anche la riscoperta di questo pittore toscano sicuramente degno di interesse anche se dal nome meno altisonante di altri.

Buona Befana a tutti.


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Paolo Ruffilli - Racconti - Fazi Editore

Un’altra vita

Sull’amore è stato detto e scritto, da sempre, e sembra sempre che sia stato detto tutto, e quindi anche parlare di questo libro, senza cadere in banalità e luoghi comuni non è cosa facile in quanto esso ha per tema proprio l’amore, quello fra due persone, fra due corpi, fra due spiriti che si incontrano; Ruffilli ne parla in modo appassionato ma senza cadere nelle numerose trappole del già visto o di semplicismi morali o antimorali. Nei venti racconti, scanditi con l’andare delle quattro stagioni, Ruffilli parla d’amore che nasce, divampa, si assopisce o continua, e lo fa con determinazione e chiarezza di vedute. A volte con toni forti, in altri momenti con delicatezza e soavità, ma sempre tenendo gli occhi bene aperti su quanto muove i protagonisti. L’amore non è sempre quello canonico di un matrimonio, o di un rapporto stabile, spesso si colloca fuori delle biografie ufficiali dei protagonisti, vive una vita che segue un suo percorso, quasi laterale alle esistenze, un’altra vita, appunto. Gli amanti si incontrano e si amano nel breve spazio dei racconti, il quale sembra dilatarsi sino a contenere le loro intere esistenze, perché nell’amore è un'intera esistenza che ne incontra un’altra, Ruffilli riesce, in brevi pagine, a dare corpo e fisionomia ai personaggi; in pochi tratti evoca esistenze, numerose serate che trascorrono uguali ai giorni che le precedono, poi d’improvviso la svolta, una manciata di attimi che cancellano una vita e ne costruiscono un’altra. Quando il capitolo finisce il bisturi dell’autore va a sondare altre vite, apre cuori e ne fa emergere l’essenza profonda, la porta alla luce, la dispiega, immergendola in paesaggi dalle tinte tenui ma esatte, come acquerelli, sullo sfondo dei quali le vite sono in piena luce. I protagonisti dei racconti si piegano gli uni agli altri, ma sembrano serbare una sorta di zona franca in cui si rifugiano, in cui intrappolano l’amante. Le storie sono come treni in corsa che improvvisamente appaiono a gran velocità su di un binario morto in una piccola stazione di campagna, lasciano sgomenti il lettore e gli stessi protagonisti che le vivono, aprono spiragli su quella che non è la vera vita che essi vivono, fatta di convenzioni sociali, opportunità, mostrando quella che sembrando essere un’altra vita, è in realtà La vita, quella che merita di essere vissuta, che si desidera vivere.
Per alcuni racconti sorge alla mente il ricordo della Némirovsky di “Due”: l’amore, quello vero, che accende la passione, termina con il matrimonio, che è il confine oltre il quale l’amore si trasforma in amicizia, cedendo alla consuetudine l’appagamento dei sensi, ma il “piacere” è sempre sornione in attesa fuori delle mura domestiche, lontano dalla noia del talamo nuziale.
La scrittura di Ruffilli è elegante e suadente, i racconti sono amabilissimi, se talvolta il senso di alcuni ha qualche punto comune con altri non si ha mai la sensazione di rileggere la stessa vicenda da angoli differenti, pericolo spesso in agguato in raccolte di racconti tematici, le vicende si svolgono sempre secondo traiettorie impreviste ed originali, riuscendo a catturare l’attenzione del lettore, e riservandogli belle sorprese.
Ogni capitolo del libro è dedicato ad uno scrittore diverso, così Ruffilli lo costruisce come una sorta di omaggio all’autore menzionato, senza fare degli autentici pastiches, ma creando in maniera assolutamente mirabile atmosfere care a ciascuno di essi. Così abbiamo la stazione termale dall’aria cara agli scritti di Čechov, aria di campagna nebbiosa alla Mansfield oppure l’atmosfera dei ritrovi mondani tipicamente proustiana, sebbene tutto quel fumo al povero Proust asmatico non sarebbe piaciuto molto… Tutto questo per dire come l’autore riesce ad evocare un’aria cara agli scrittori citati, senza però far sembrare il racconto una scrittura “à la” ma riuscendo proprio ad infondere una sorta di atmosfera, quasi intangibile, indescrivibile, che mantiene lo stile di Ruffilli intatto nella sua bellezza ma infonde ad ogni racconto un atmosfera diversa ed unica.
Una raccolta di racconti molto bella ed originale, soprattutto “autentica” da gustare con calma lungo l’arco di un anno, lasciandosi trasportare dalle stagioni evocate dalla felice scrittura di Paolo Ruffilli.
























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Georges Perec - Narrativa - Alfredo Guida Editore

La scomparsa

Che cosa scompare veramente in questo arguto testo del noto scrittore francese, nonché membro dell’“OuLiPo” (si veda la nota a fondo pagina). Forse i personaggi che ad uno ad uno escono di scena, o forse il quinto volume di una bislacca enciclopedia? Tutte le supposizioni sono corrette e contemporaneamente sbagliate, la sparizione certa all’interno del testo è quella della lettera “e”, essa infatti non compare mai una volta, facendo del romanzo un enorme lipogramma, non solo, ad un certo punto anche la lettera “a” smette di esistere, ma solo per un breve capoverso. La scomparsa della lettera “e” – appariranno nel testo solo due “&” – attira a sé come in un vortice tutto il circostante, anche il quinto capitolo del libro si trasforma in una pagina bianca, si espande verso l’esterno risucchiando pagine e pagine di letteratura mondiale, compare il borgesiano “Zahir”, accanto a frammenti di “Moby Dick”, brani di Poe, e via così. La scomparsa della vocale ingenera una sorta di enorme marchingegno capace di mescolare la letteratura, la matematica, la filosofia e i discorsi accademici, restituendo così al lettore una realtà trasformata, differente, pallida ombra dell’originale e nuova creazione, con nuovi aspetti, significati. La trama del libro si svolge quasi vertiginosa, con racconti del passato e un presente in costante movimento e trasformazione, riesce quasi a confondere il lettore, la narrazione getta continui argomenti, legami, supposizioni nel corso del suo svolgersi, quando sembra tutto chiaro, tutto di nuovo cambia, grazie all’instabilità creata dalla mancanza della vocale.
I personaggi della vicenda hanno origini nomi e vite totalmente diverse le une dalle altre, ma alla fine sono tutti legati da un terribile filo, che è legame e condanna, ha dato loro la vita ma non esita a toglierla. Il primo dei personaggi che compare, dall’evocativo nome di Anton Vokal, apre il sipario sulle scomparse, perde il sonno, l’appetito, un volume di un libro, capisce che qualcosa di terribile sta per accadere, prima di sparire lascia dietro di sé alcuni scritti: un pangramma che dovrebbe aiutare gli amici a ritrovare lui, o il bandolo della misteriosa matassa, lascia i suoi compiti di scuola in cui Perec trasforma insegnamenti e luoghi comuni in briciole – come in Pollicino –. Inoltre Vokal lascia una raccolta di scritti (“sei madrigali arcinoti che tutti abbiamo studiato”), lipogrammati da Perec, quali “Aria Marina” di Mallarmè, che per l’occasione si trasforma in Mallarmus; “Booz Assopito” di Hugo; “3 brani di un figliastro di Capitan Aupick” (sublime ed enigmistica definizione per Baudelaire); tra cui il memorabile “placati mia doglia” meglio noto come “Raccoglimento”: “placati mia doglia, dal tuo angolo nascosto / Invocavi l’oscuro: sta arrivando qui […]” anziché l’arcinoto “Fa la brava, o mia Pena, e stà più tranquilla. / Tu invocavi la sera; essa scende; eccola: […]”; “I gatti” e “Vocali” (poteva mancare?) di Rimbaud.
Sembra quasi che nel costruire il racconto Perec abbia usato materiali di cui è intrisa la cultura, soprattutto occidentale, trasformandoli, azzoppandoli, trasformandoli in qualcosa di altrettanto sublime dell’originale, ma monco, orbato. Un gioco, anche, sapendo Perec grande enigmista, ma cosa si cela dietro al sublime marchingegno? Partendo da alcuni presupposti, quali la condizione di parentela che lega i protagonisti, la quadruplice presenza della “e” nel nome dell’autore, così come nel modo di chiamare i genitori (père e mère in francese), si nota che l’autore vuole denunciare una sorta di profondissimo sradicamento sia personale che sociale, privazione che ha modificato per sempre qualunque cosa. Infatti con “La scomparsa” Perec vuole denunciare, a voce altissima al mondo la enorme gravità della scomparsa di milioni di ebrei nei campi di stermino, con la loro scomparsa l’umanità intera ha perso qualcosa, qualcosa che non tornerà mai più e lascerà una sorta di cicatrice visibile da tutti e per sempre.
Un altro aspetto, devo ammettere geniale, oltreché singolare, della lipogrammatura del testo è che dalla sparizione di una vocale, che si porta dietro interi nugoli di parole, sorgono o riemergono altrettante parole, emergono dall’oblio intere schiere di parole quasi dimenticate, chiamate a sostituire quelle sparite. Anche qua si ravvede un richiamo alla Shoah, il non dimenticare chi è scomparso, ma anche il tentare di proseguire quel che era intrapreso, una scomparsa non è un annullamento, ma una ferita, che richiede anche l’impegno di tutti per tentare di riempire lo spazio mancante – quindi una chiamata ad essere vigili – apportando la propria singolarità e le proprie caratteristiche, ma tenendo sempre ben presente che chi è scomparso lascia un segno, così come il bianco, spesso presente nel testo, è un colore, visibile e presente, ma che di fatto nega la presenza degli altri colori.
Un’ultima considerazione riguarda il capovolgimento di quest’opera nella successiva “La vita istruzioni per l’uso” in cui Perec amplia un aspetto appena accennato ne “La scomparsa” ovvero le “collezioni” vertiginose di cose, personaggi, parole, oggetti legati da un fattore comune, o evocati a far da corollario alla mancanza della vocale “e”: “[…] un girocollo corallo, una giacca porpora, una cintura rosso bruciato, un foulard carminio, un cincillà arancio, collant rubino, guanti scarlatti, stivali rosso lacca con tacchi a spillo […]”, per una donna vestita di rosso; questo modello di collezioni impossibili, unito al movimento del cavallo nel gioco degli scacchi, sarà parte dell’ossatura portante del libro che l’autore pubblicherà nove anni dopo “La scomparsa”.
Il libro è sicuramente interessante per il rutilante uso di citazioni, di allusioni di parole dette e non dette, ma è anche una lettura piacevolissima e sorprendente, e senz’altro unica. Una menzione anche all’abilità del traduttore, Piero Falchetta (che cura anche la ghiotta postfazione), che è riuscito a ricostruire il mondo perecchiano aggirandosi tra i trabocchetti, le allitterazioni, le assonanze costruite per la lingua francese rendendo con abilità il tutto nella lingua italiana. Il libro è stampato come di consueto in inchiostro nero per tutta la parte priva della quinta lettera dell’alfabeto, le altre parti sono, chissà perché, in verde, e purtroppo qualche piccolissimo errore di stampa insinua il fatidico granello di polvere in un meccanismo perfetto, ma si tratta di rarissimi episodi.
Concludo con il geniale incipit:
“Trois cardinaux, un rabbin, un amiral franc-maçon, un trio d’insignifiants politicards soumis au bon plaisir d’un trust anglo-saxon, on fait savoir à la population par radio, puis par placard, qu’on risquait la mort par inanition."
Così tradotto:
“Quattro cardinali, un rabbino, un ammiraglio affiliato alla Gran Loggia, un duo di politicanti da strapazzo agli ordini di un trust britannico, hanno avvisato il popolo prima alla radio, poi con avvisi murali, di un grosso rischio, la mancanza di cibo.”
Infatti il prologo parla di un’altra sparizione, quella del cibo, che provoca una rivolta in tutta la Francia, qual è il cibo più importante, assolutamente necessario inalienabile per un popolo se non il linguaggio; e se qualcuno oltre a far sparire un popolo, oltre alla scomparsa di una vocale nell’alfabeto dell’umanità facesse sparire piano piano – o di colpo – tutte le altre lettere? Leggiamo il geniale romanzo di Georges Perec, e vigiliamo.




Nota:
OuLiPo: Ouvroir de Littérature Potentielle, traducibile in italiano “officina di letteratura potenziale”.
Il gruppo definisce il termine littérature potentielle come la “ricerca di nuove strutture e schemi che possano essere usati dagli scrittori nella maniera che preferiscono”.
Si usano dei vincoli come strumenti per stimolare le idee e l’ispirazione; tra i più rilevanti la “macchina crea-storie” di Georges Perec da egli usata nella costruzione del romanzo “La vita istruzioni per l’uso” (La Vie mode d’emploi). Oltre alle tecniche più consolidate come i lipogrammi e i palindromi, il gruppo inventa nuove tecniche, spesso basate su problemi matematici e/o scacchistici, come quello delle permutazioni e il giro del cavallo.
Membri al 2002. (Si continua ad essere annoverati tra i membri anche dopo la propria scomparsa).
Noël Arnaud, Marcel Bénabou, Jacques Bens, Claude Berge, André Blavier, Paul Braffort, Italo Calvino, François Caradec, Bernard Cerquiglini, Ross Chambers, Stanley Chapman, Marcel Duchamp, Jacques Duchateau, Luc Etienne, Frédéric Forte, Paul Fournel, Anne Garetta, Michelle Grangaud, Jacques Jouet, Latis, François Le Lionnais, Hervé Le Tellier, Jean Lescure, Daniel Levin Becker, Harry Mathews, Michèle Métail, Ian Monk, Oskar Pastior, Georges Perec, Raymond Queneau, Jean Queval, Pierre Rosenstiehl, Jacques Roubaud, Olivier Salon, Albert-Marie Schmidt.

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Luca Terenzoni - Romanzo - Albatros

Primavera in Borgogna

Questo agile romanzo rappresenta l’esordio di Luca Terenzoni, quarantenne di Massa-Carrara, che mette in scena le vicende di un coetaneo, Francesco alle prese con un cambiamento epocale della sua esistenza. Il protagonista si vede lasciare dalla futura moglie, a pochi giorni dal matrimonio. Una inattesa opportunità gli darà modo di cambiare strada, riappropriandosi di un futuro roseo che sembrava svanito per sempre. Tutta la vicenda attraverso la quale il Terenzoni ci accompagna sembra proprio avere come asse portante il cambiare vita, il lasciarsi alle spalle quanto di grigio si è accumulato e trovare una nuova via, complici le coincidenze, senza lasciarsi andare al flusso del destino, ma afferrando saldamente i fili della propria vita, trovando dentro di sé la forza e la determinazione per imporre un percorso nuovo all’esistenza. Accanto a Francesco troviamo Ludivine, anch’ella proveniente da un passato triste, una gioventù privata dell’affetto dei cari, entrambi lavorano per il signor Robin, pure alle prese con un passato ingombrante e dal quale, al contrario degli altri protagonisti, non può attingere per alimentare il suo presente e le speranze per il futuro. Sarebbe un peccato raccontare di più della trama del romanzo: è così ben congegnata, piena di sorprese e di efficaci colpi di scena che anticiparne qualcosa significherebbe privare il lettore di una parte del piacere della lettura. Uno degli aspetti che restano più impressi dopo la lettura è la tenacia con cui i protagonisti affrontano il futuro, sanno come non abbandonarsi ad una disperazione che li svuota, che li rende inermi, tutt’altro, essi sanno come farsi padroni del loro destino e, pur facendo tesoro delle esperienze passate, sanno gettarsi a capofitto nel futuro, facendo balenare agli occhi del lettore la famosa “seconda giovinezza” che inizia proprio alla fatidica quarantina. Forse l’autore, giunto anch’egli alla medesima età, vuole dire ai coetanei di non gettare la spugna, che una nuova vita è in attesa di essere scoperta e vissuta, anche se non si hanno macerie dalle quali fuggire, ma semplicemente per un desiderio di rinnovamento.
Il romanzo è raccontato con mano sicura con un linguaggio semplice ed efficace, i personaggi sono ben costruiti e le loro psicologie tratteggiate in modo naturale, e la naturalezza è un po’ il tratto dominante della narrazione di Terenzoni. Una particolarità del testo sta nel fatto che l’autore ha scelto di andare a capo dopo ogni punto fermo, ciò dà l’impressione, a tratti, di una eccessiva frammentazione del fraseggio, una sapore vagamente giornalistico, in altre parti invece è molto efficace, soprattutto per sottolineare momenti particolarmente dinamici. La trama scorre lineare dall’inizio alla fine e i rari flash-back sono inseriti con capacità ed aiutano a chiarire i fatti del racconto, deliziosa l’idea – mi dispiace svelarla, ma d’altronde il titolo già svela – di far durare i fatti giusto i tre mesi della primavera, quasi a voler anche in questo sottolineare una rinascita. L’intreccio della vicenda è preciso e al termine della lettura ogni tassello giunge al suo posto, senza sbavature, anzi, la piacevolezza del romanzo porta a dirsi, dopo la fatidica pagina numero 155, e dopo? Cosa succederà ai protagonisti? Ed è la domanda che giro all’autore, dopo questa brillante prima prova cosa donerà ai lettori?
Per concludere un particolare encomio per l’ambientazione, la Borgogna. Luogo incantevole, per la sua storia, le sue vigne, le tradizioni gastronomiche e tante altre cose da scoprire; ed ammetto che è uno dei luoghi di Francia che amo di più.

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Leonardo Franchini - Romanzo - Edizione privata

Il castello dell’acqua

Sabina è la secondogenita di una famiglia di contadini del trentino, la vediamo la prima volta all’inizio del libro, nel 1921, bambina di dodici anni felice per la nascita di un fratellino, al quale fa una promessa. Nello srotolarsi delle 212 pagine che compongono il romanzo vedremo la bimba farsi donna, vivere una vita fatta di fatiche, piccole conquiste, grandi amarezze, sempre animata dal donarsi agli altri, e come obiettivo mai sopito il coronare la promessa fatta al fratellino. Nel corso degli anni si vede la Storia affacciarsi prepotente con le sue nefandezze nella vita di Sabina, fatti talmente grandi che ella non capisce fino in fondo ma sa che le hanno tracciato un solco profondo nel cuore e non mancano di velare di tristezza i suoi occhi, i suoi gesti generosi. La Storia come occasione di dolore, in particolare la guerra che non è mai umana riesce a distruggere le certezze e svellere le vite dall’alveo in cui scorrono, la guerra che non è mai umana perché sempre toglie alle vite quanto di umano hanno, trasformandole in incubi dolorosi e ferite che non smettono di sanguinare anche quando le armi sono ormai a riposo. Sabina riuscirà nel suo intento, la promessa sarà onorata solo quando le vite dei protagonisti sono al termine del loro percorso, la promessa col suo carico di speranza si proietta sulle generazioni future perché se il dolore appartiene a chi lo vive, la speranza e la bontà di ciascuno sono fari che possono illuminare i giorni di là da venire. Il libro scorre placido nella narrazione, l’autore usa un linguaggio semplice ed immediato, tratteggia i caratteri e le personalità con amorevole precisione, ricostruisce un mondo che si è perduto con la passione dello storico e la dolce precisione dello scrittore. La vicenda procede lineare attraverso gli anni e le vicissitudini, delicata e piena di amore e pietà per l’animo umano nei suoi momenti di strazio, porta alla luce le corde sensibili dei cuori senza cadere in sentimentalismi ma facendo leva sulla purezza del sentire, sulla chiarezza di rapporti che hanno alla loro base l’amore e la generosità verso il prossimo. Il donarsi sembra essere la cifra portante del romanzo, donarsi senza voler apparire, perché è la direzione giusta che l’animo umano deve avere. Un romanzo che lascia una grande pace, una serenità nel vedere che le vite non si buttano se vissute con il calore dei sentimenti più puri. La storia incede senza strappi sino al suo epilogo, assumendo toni e tinte un poco più leggiadri quando le giornate dei protagonisti si fanno meno amare e il fardello della vita contadina, sempre piena di insidie, si fa meno gravoso grazie all’intraprendenza della protagonista. Le ultime pagine hanno un’aria più intimista, i fatti lasciano il posto ai ricordi per l’ormai anziana Sabina, i suoi ultimi giorni sono sempre protesi verso gli altri sebbene ormai solo con i gesti e gli sguardi della sua mente che dona amore anche mentre sembra non provare più nulla. Un bel romanzo, di solida fattura, ben costruito ed efficacemente narrato, che riesce a dare una sensazione di serenità al lettore, lo avvicina ad un mondo quasi completamente scomparso, ritratteggia la storia attraverso la tavolozza fornita dalle personalità dei protagonisti e lascia il gusto della speranza.
Inoltre lungo la narrazione a Sabina va il merito di avere contribuito alla diffusione della grappa, intesa come bevanda con una sua personalità, non come semplice alcool con cui stordirsi, la sua sensibilità l’ha portata a creare le monovitigno, le acqueviti ottenute dalla distillazione dell’acino intero e non solo dalle vinacce, l’affinamento in barrique e così via. Instancabile Sabina, un ringraziamento, oltre che da un lettore, anche da un gourmet!

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Alfio Cataldo Di Battista - Narrativa - AndreaOppureEditore

Il confine invisibile

Un uomo e una donna si incontrano dopo dieci anni senza avere notizie l’uno dell’altra, sebbene siano stati legati sentimentalmente per un certo periodo. Lei è fotoreporter e quindi è rimasta a lungo lontana da casa, lui lavora come tecnico alla Record Music ed è qui che lo raggiunge, improvvisa, e raccolta grazie ad un contrattempo, la chiamata di lei, appena tornata da un lungo reportage di guerra. Decidono di incontrarsi la sera, e resteranno insieme tutta la notte, sino al mattino successivo, questo è l’arco temporale coperto dal libro: una lunga notte, di buio, di freddo e di parole, soprattutto queste a costruire abilmente, come in un puzzle tridimensionale, le vite dei due, che per tutta la narrazione restano senza nome, archetipi di tanti lui e tante lei dei nostri tempi. Entrambi hanno cose da dire, che tenevano in serbo da tempo per cercare di stupire – o ferire – l’altro ed entrambi hanno un lato sopito, appena presentito, che non vorrebbero mai rivelare. E poi c’è il motivo dell’incontro dopo così tanto tempo. Ebbene tutti questi elementi si inanellano uno dopo l’altro creando un affresco della nostra società, dei mali che l’affliggono e quella strisciante difficoltà del vivere che spesso affiora da parole, situazioni, sguardi, affresco davvero notevole in quanto a profondità e precisione dell’autore nel mettere a nudo i pensieri più reconditi delle persone. Il passato dei due viene pian piano alla luce, le difficoltà del loro rapporto, il perché sia durato, o come sia finito, come sono trascorse le loro vite, tutto questo viene costruito con passione e tenacia dall’autore, lungo le pagine del libro, la cui cifra principale è proprio l’assoluto realismo, sebbene narrato con un linguaggio personale ed originale, facendo largo uso di immagini, anche poetiche, costruendo gli scenari con sensazioni modellate, o rendendo visibili i moti interiori che increspano il racconto, sino a creare correnti ragguardevoli. L’equilibrio oscilla continuamente tra i due, chi è vittima chi carnefice, chi subisce o chi attacca, e l’epilogo, preciso, accattivante ancorché geniale, in qualche modo risolve la situazione, mette in chiaro chi ha detto il vero e chi ha giocato a rimpiattino con l’altro; ma è un finale – oserei dire -“aperto”, ognuno ne può trarre una sorta di morale, o un chiarimento su come sono le vite dei protagonisti, ma un filo di dubbio resta comunque a serpeggiare, forse non è esattamente così, si ripete il lettore, mentre legge e riflette e quando ha già terminato il libro e continua a riflettere. Già, perché questo è un libro che fa riflettere, i protagonisti, o la voce narrante, propongono argomenti profondi, impressionanti, abissi e vette, dandone una lettura, spesso inusitata o imprevista, ma comunque che trascinano il lettore, può essere la guerra, così come i rapporti madre figlio, o la mancanza di genitori, o il mentirsi all’interno di una coppia. L’autore costruisce i personaggi Lui e Lei, partendo dai loro pensieri, dalle loro emozioni od esperienze, e lo fa in maniera mirabile, concreta, una scrittura priva di fronzoli, orpelli o facili scorciatoie, forte, tesse una trama che si fa sempre più fitta, sulla quale si intravedono i le sagome dei personaggi riempirsi e caricarsi di tratti via via sempre più marcati, e nei quali ognuno può leggere quelli che sono tipici del mondo contemporaneo: le sue contraddizioni, la vacuità dei rapporti, l’andare alla deriva per non voler guardare indietro e trovarvi una spiegazione. Le frasi che compongono questo bel romanzo sono dense – come già accennato – si ha la sensazione di una notevole ricchezza, perché l’autore riesce ad inanellare e collegare fra loro metafore, rende le cose impalpabili visibili, mette davanti ai protagonisti i loro sentimenti facendoli diventare tangibili, è questa una peculiarità di questo romanzo. Il linguaggio, metaforico, o realistico, ma sempre legato ad una sua materialità tutta particolare, come “un ingorgo di emozioni che stritolano la sua anima già provata”, sono sensazioni, ma sono rese quasi palpabili e addirittura visibili dalla penna dell’autore. Il romanzo srotola così le sue 109 pagine dense, grondanti sentimenti e situazioni, attorno al volgere di una notte, catturando il lettore con un linguaggio estremamente originale e ben curato, mai lezioso o ad effetto, con effetti simili al linguaggio poetico, con frasi molto belle e ben costruite, la cui lettura è assai gradevole ed avvincente, senza sfiorare mai la banalità, anzi tenendosene ben alla larga veleggiando felice nel mare dell’originalità. Anche la veste editoriale è scarna ma con una sua eleganza, il racconto non è suddiviso in capitoli e fluisce come un racconto ininterrotto che rende l’impressione di aver osservato dal vivo un uomo e una donna immersi in una fredda notte, riuscendo a ricordare tutte le sensazioni, è come se oltre a ciò che li si è sentiti dire, dentro le parole siano rimasti imprigionati odori, sapori, rumori e movimenti del viso che rendono un quadro preciso di ciò che è accaduto nei cuori – e nelle menti – dei due. Gli unici nei lungo la lettura sono qualche minimo refuso lasciato qua e là, resta dalla lettura, intatta, la bravura dell’autore cui vanno i miei sentiti complimenti per questo bel romanzo, intenso, intelligente ed originale, il mio grazie ad Alfio Cataldo Di Battista per la bella lettura.

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Salvatore Scalisi - Romanzo - Besa

La mente del diavolo

Ogni notte il sonno di Luigi Reggiani è turbato dall’apparizione di un ragazzo, forse un vecchio compagno di giochi, l’unico modo che il protagonista ha per scoprire la verità è tornare al paese della sua infanzia. Qua lo attende una sorpresa davvero stupefacente, e dal ritorno di Reggiani al paese inizia un romanzo avvincente e denso di colpi di scena e misteri. Il protagonista, con i suoi inseparabili occhiali da sole, non tarda a fare incetta di cuori femminili, e le sue gesta tra le lenzuola contrappuntano qua e là le vicende lungo le strade della città per cercare di far luce sul mistero che la mente di Reggiani racchiude. Il passato resta caparbiamente aggrappato al presente e, nel corso di alcuni flash-back, l’autore ha modo di tratteggiare avvenimenti di anni prima e che ancora gettano la loro ombra sulla vita del protagonista, in modo da far riflettere il lettore senza lasciar intuire l’epilogo della vicenda.
In questo romanzo Scalisi si dimostra un autore in crescita, con un suo stile che si va migliorando ed affermando, rispetto ad altre opere, la scrittura appare più nitida, non costringe il lettore in frasi talvolta tortuose, ma procede in modo snello, tutto è ben delineato e chiaro. Il libro appare anche ben redatto, alcune storture che spesso accompagnano la lettura di questo giovane autore siciliano qua lasciano posto – con sollievo del lettore – a particolari determinanti per la vicenda o a coloriture che accompagnano lo snodarsi della trama, rendendo alcuni momenti particolarmente godibili, e facendo sentire chi legge vicino ai personaggi della storia. La costruzione del libri è affidata, come Scalisi ci ha abituati, quasi interamente ai dialoghi, e anche qui si riscontra una piacevole pulizia, le frasi che li compongono sono dirette e chiare, e, oltre a rendere la vicenda, caratterizzano in modo efficace i singoli personaggi.
In questo romanzo, dall’argomento, come si vedrà nel finale, triste ed amaro, l’autore affronta temi che gli stanno a cuore, molto interessante il raffronto di idee tra chi ha una fede, chi non l’ha e chi crede in modo “tiepido”, salvo poi affidarsi al credere in momenti di particolare difficoltà o sconforto. Scalisi, come già ne “L’uomo dei piccioni”, posa il suo sguardo sul mondo dei senzatetto e su quelle persone che si dedicano ad aiutarle, e appare encomiabile porre l’accento sui più bisognosi, reclamare attenzione per chi non ha nulla, facendo così di un romanzo noir, anche il portatore di un messaggio sociale importante.
Il lettore giungerà al termine del libro con l’ansia di scoprire cosa si nasconde dietro gli occhiali scuri di Reggiani, sebbene alcuni indizi facciano presagire qualcosa, e chiuderà il libro con una bella sorpresa, sapientemente celata dall’autore, sebbene sotto gli occhi di tutti. Il confronto tra il bene ed il male, in questo romanzo, assume aspetti inusitati, il bene non necessita di opere eclatanti per palesarsi, ed il male spesso riesce a camuffarsi dietro una maschera di perbenismo, i confini non sono mai così netti, anche le sfumature hanno il loro spazio, ma non si può sfuggire al male che si è fatto ed al dolore di cui si è causa.

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Valerio Magrelli - Saggio - Editori Laterza

Nero sonetto solubile

Ovvero: Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire.

Qualunque opera letteraria non rappresenta un mondo a sé stante ma fa parte di un organismo ben più complesso e ramificato, una sorta di grande foresta in cui ogni scritto appare talvolta albero, talaltra cespuglio o piccolo arbusto. Alcune di queste opere, così come i vegetali, si riproducono, oppure come rampicanti strisciando ed allungandosi riescono a trovare nuovi terreni su cui prosperare a far sbocciare, inattesi i loro fiori. Questo è il caso di un bellissimo sonetto di Baudelaire, Recueillement, Raccoglimento, in cui il dolore viene invocato, quale graziosa compagna, in quanto dolore, Douleur, in francese è femminile, mentre in italiano si è dovuti ricorrere a “pena” per tenere il genere nella traduzione. Così la prima quartina:

Sois sage, ô ma Douleur, et tiens-toi plus tranquille.
Tu réclamais le Soir ; il descend ; le voici :
Une atmosphère obscure enveloppe la ville,
Aux uns portant la paix, aux autres le souci.


diventa in italiano nella traduzione di Valerio Magrelli:

Fa la brava, o mia Pena, e sta’ più tranquilla.
Tu invocavi la Sera; essa scende; eccola.
Un’atmosfera oscura avvolge la città,
Agli uni portando pace, agli altri affanno.


Ed è proprio questo bellissima prima quartina a far scattare la ricerca di Magrelli, essa è infatti stata inviata via sms dall’attrice Marie Trintignant alla madre prima di essere uccisa. Come mai proprio le parole di questo sonetto in un momento tanto drammatico, si è chiesto il professor Magrelli. Ma quale sorpresa nello scoprire che il sonetto di Baudelaire, di tanto in tanto affiora tra le pagine di altri libri. L’autore del libro approfitta di dieci citazioni di Recueillement per fare un viaggio all’interno dell’opera di dieci autori e attraverso di essi riesce a mostrare i lati più insondabili del sonetto e dell’autore dello stesso. Appare chiaro che una invocazione al dolore così forte, così densa di significati, e il successivo svolgersi del sonetto, hanno segnato nel profondo le menti degli scrittori, e sicuramente dei lettori. Assistiamo così, tra le pagine di questo volume, al dissolversi del sonetto nelle acque della letteratura, ma senza sparire, lasciando affiorare qua e là qualcuna delle sue caratteristiche, sia sintattiche e musicali sia di significato. L’essere un sonetto quasi esemplare per la letteratura francese porta Recueillement ad avere una grande visibilità, ecco perché Perec lo include tra le opere lipogrammate nel lascito di Anton Vokal, per avvalorare la sua tesi di quanto una scomparsa incida profondamente su tutto l’esistente. Ed è un po’ per lo stesso motivo per cui anche Prévost lo riscrive, in questo caso però cambiandone la metrica. Ma questi sono i due casi in cui il sonetto viene rimaneggiato, riscritto, modificato nella sua forma, e ciò sottolinea la sua forza vitale, dimostrando che la forma in cui è stato scritto è quella perfetta, forse irraggiungibile, e quel sonetto, per rendere ciò che Baudelaire voleva rappresentare doveva essere scritto proprio così.
Poi Magrelli esamina i casi in cui le parole di Baudelaire ritornano pensiero e si insinuano nelle menti degli autori che, volontariamente o meno, permettono al pensiero di Recueillement di affiorare nelle loro opere. Ed è forse perché è tanto ideale di perfezione, o forse perché l’invocazione iniziale è così accorata da risultare quasi paradigmatica, che nel momento in cui si pensa al dolore, lo si chiama quasi per nome e gli si chiede di essere saggio, di fare il bravo (douleur, come dicevo, è femminile per la lingua francese al contrario che in italiano). Talvolta appare un’operazione cosciente, quasi una velata citazione, fatta dando per scontato che chiunque possa capire, tanto il sonetto è famoso, per cui basta una parola a rievocarlo, come quando si canticchia tra i denti una melodia nota e subito agli orecchi degli astanti si dispiegano i quasi cento strumenti di un’orchestra. In altri casi la contaminazione baudelairiana sembra apparire più nel pensiero di uno scrittore, come nel caso di Nabokov, per poi balenare tra le sillabe di poche parole, il sonetto si disgrega nella sua forma originaria ma traspare quasi in filigrana in un passaggio, salvo poi irradiare la sua magica luce su tutta l’opera che lo ospita.

Magrelli conduce in un affascinante viaggio nel profondo del sonetto di Baudelaire, e di un bel pezzo di letteratura del Novecento, facendo fare scoperte che lasciano il lettore a bocca aperta ed insinuano un dubbio ogni volta che si apre un libro, pare che dopo aver letto questo Nero sonetto solubile al lettore si sviluppi una sorta di senso in più, quello che cerca tracce di Recueillement in ogni libro che legge. Non è questo un segno della vitalità del sonetto di Baudelaire, e della sua capacità di continuare a vivere e brillare nella mente di ciascuno? Così come ha influenzato dieci autori, continua ad influenzare il lettore, e forse riapparirà. L’autore accompagna chi legge in questo interessante viaggio con linguaggio esperto ma dotato di grande chiarezza ed a tratti di semplicità, rendendo la lettura assai gradevole e di facile comprensione anche se talvolta affronta aspetti tecnici. In alcuni casi il sonetto appare fulgido nella sua essenza, in altri appare rarefatto o appena accennato e, in un caso, la sua apparizione sembra più frutto di una serie di supposizioni che ad una effettiva presenza, ma siccome siamo nel campo letterario e non della matematica non ci si attende una prova scientifica, ed in ogni caso il piacere della lettura è così sopraffino che se alla fine del capitolo le prove raccolte sono esigue non si rimane certo delusi.


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Antonio Colombo - Narrativa - Casa Editrice Kimerik

1659 – A Googol Stories

Molti sono i motivi per cui questo libro si colloca un poco fuori dalle abituali letture, soprattutto nel campo della fantascienza, ambito in cui questo lavoro di Antonio Colombo si colloca. Il primo e più evidente punto di singolarità sta nel titolo, composto dalla data di nascita dell’autore anagrammata e un sottotitolo in inglese che sta ad indicare la composizione del volume, un numero infinito di storie, ma è uno dei titoli possibili, tant’è che l’autore ne fa una carrellata di altri. Poi il lettore si trova di fronte all’impossibilità di collocare l’opera in un genere ben preciso, forse è un romanzo, segmentato e polimorfo, forse una raccolta di racconti, o storie, come suggerito in copertina, forse un lungo sogno, ramificato e tentacolare, forse ancora dei racconti che costellano un lasso di tempo prodigiosamente lungo, o semplicemente un sogno fatto nel volgere di pochi istanti ma con la capacità, che solo i sogni hanno, di abbracciare dimensioni e tempi lontanissimi tra loro. Superata una iniziale fase di smarrimento, dovuta alla fuggevolezza del punto focale, il lettore viene rapito in un viaggio che inizia agli albori del tempo per dipanarsi in ere future, saltellando qua e là sul presente, sul passato recente, su di un possibile futuro prossimo o su un tempo affatto incombente ma ancora inimmaginabile. Una vasta sezione del libro, che è una sorta di lungo racconto, narra di due persone dotate di uno straordinario potere, quello che – suppongo – tutti vorrebbero avere, che si devono fronteggiare per avere il dominio sull’umanità, umanità ormai sparpagliata in una sorta di diaspora universale, ma gli uomini non rinuncerebbero mai ad alcuni tratti del loro carattere, fanno le stesse mosse da milioni di anni, e notiamo che anche in un futuro lontanissimo continueranno a farle. E qui Colombo cala uno dei suoi magici assi, inserendo nella narrazione, a salvezza dell’umanità, quell’ingrediente che da solo, da sempre ha fatto muovere le sfere celesti: l’amore. L’amore e un tratto di semplice ingenuità possono capovolgere un destino che sembra già segnato, l’autore fa riverberare questo sentimento su tutte le sezioni che compongono la narrazione, donando al lettore una fantascienza un po’ sui generis, usando delle associazioni, a tratti termini, assai prossimi alla poesia, che non ci si aspetterebbe di trovare in un libro (o raccolta di racconti) dalla forte connotazione fantascientifica. E la poesia fa capolino di tanto in tanto tra le pagine, evidenziata dal corsivo, a fare da contrappunto a viaggi planetari, scoperte che provengono dall’abisso delle ere o semplici – per modo di dire – manipolazioni di cifre e dati.
La sensazione che si ha leggendo queste Googol Stories è quella di un fantasmagorico giro su di un ottovolante lanciato attraverso i tempi, non mancano ad ogni pagina emozioni e colpi di scena, gli scenari cambiano repentinamente creando un continuo legame tra lettore e pagina, le vicende riescono a stupire, non sono mai banali, anche se talvolta affrontano cammini già percorsi nel genere, riescono sempre ad offrire una svolta imprevista, un “ma chi l’avrebbe mai detto” che rendono la lettura appassionante e divertente. L’autore da una grande prova della sua (immagino) pressoché inesauribile fantasia sorretta da un nugolo di conoscenze storiche e scientifiche che lasciano sorpresi. Colombo non crea una storia con un tema ben preciso e lavora per tutto il libro su quello, no, egli sceglie vari temi, e differenti spunti per costruire una serie di racconti ognuno unico e singolare, che ha vita propria anche se scollegato dalla raccolta. Talvolta questo polimorfismo traccia anche un piccolo limite nella lettura, pur sottolineando la grande perizia e capacità con cui il libro e costruito, talvolta qualche racconto sembra terminare troppo in fretta, un ottimo inizio, molto promettente, alla fine si sviluppa e termina nel brevissimo spazio di un racconto; forse l’autore vuole dare un piccolo assaggio della sua bravura e sta meditando un Googol Stories più simile al google che tutti usiamo in internet: ad ogni racconto, ad ogni spunto, corrisponde/corrisponderà un romanzo in cui le bellissime e sorprendenti idee avranno modo di svilupparsi ramificandosi in vicende ed avventure nuove. Ma questo è un mio piccolo e modesto pensiero, il libro è bello e ben scritto, Colombo – e qui mi ripeto, ma è cosa da sottolineare – dimostra una notevole fantasia e freschezza di idee e di vedute, anche l’impaginazione e la grafica stessa del libro sono movimentate, con corsivi, andate a capo, spazi, tutte cose che non sono vezzi ma contribuiscono a far sentire più da vicino l’autore, come se stesse raccontando le sue singolari storie a ciascuno di noi.

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Rosa Gargiulo - Narrativa - EdiGiò

Cara Jo

Un libro costruito in forma di epistolario, una raccolta di lettere indirizzate alla Jo del titolo, una persona o forse tante, tra quelle incontrate lungo la sua vita dall’autrice. L’epistolario come pretesto per raccontare pagine di vita, quasi un diario, schietto ed intimista in cui Rosa Gargiulo rivive e racconta gli episodi salienti della sua esistenza. Si comincia, com’è giusto che sia, con l’infanzia, le prime letture, la scoperta dei libri, che evidentemente sono rimasti un grande amore dell’autrice. Dopo le prime pagine in cui il lettore potrebbe credere di essere di fronte ad un libro per fanciulli, la narrazione riprende con piglio più critico e dallo stampo decisamente adulto e si vede scorrere lungo le pagine la vita dell’autrice da adulta, l’amore, la maternità, il dolore della malattia, la fede, vissuta con spirito indipendente e scevra da bigottismi. La piccola raccolta si chiude con un delicato affresco di una giornata con gli occhi dell’autrice ben aperti sul mondo che la circonda con i suoi piccoli riti, i sogni e le speranze. Rosa Gargiulo scrive con fare sincero, semplice, privo di orpelli ma andando dritta all’essenziale, esponendo a cuore aperto le sue ferite e le sue gioie, i passi fatti e le soste di riflessione. Le quasi cinquanta pagine scivolano via in un soffio, dando l’impressione di avere un’amica in più che ci fa le sue confidenze e garbatamente ci mette a parte del suo mondo e del suo vissuto. Un libro tenero ed intimo dalla dolcezza tutta femminile, che si legge con serenità e che parla al cuore. L’autrice è insegnante elementare e sono certo che saprà donare ad i suoi alunni l’amore per la scrittura ed i libri, merce tanto rara di questi tempi e sicuramente l’esempio della sua dolcezza sarà un insegnamento importante per gli adulti del futuro.

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Helen Humphreys - Romanzo - Playground

Coventry

La notte del 14 novembre 1940 la città di Coventry subì un pesantissimo bombardamento da parte della Luftwaffe, nel tentativo di radere al suolo, oltre una grande città ed intimidire gli inglesi, i numerosi ed importanti insediamenti industriali della zona. In quella notte i destini di due donne ed un giovane uomo, insieme a quelli degli abitanti della città, verranno profondamente stravolti. I protagonisti del libro sono Harriett una vedova della prima Grande Guerra, Maeve, ragazza madre, anticonformista e con un forte senso artistico, ed il di lei figlio Jeremy. Il destino aveva già flebilmente intrecciato i cammini delle due donne, per dei brevi attimi si erano conosciute il giorno in cui Harriett vide per l’ultima volta il marito in partenza per la guerra, ma una serie di coincidenze le aveva subito separate, lasciando un piccolo seme nei ricordi di entrambe. Ora le due donne vivono nella stesa città, ignorandosi, e sarà proprio l’orrore del bombardamento a ricucire la loro conoscenza. Harriett, per una serie di concidenze, si trova sul tetto della Cattedrale, nella squadra antincendio, insieme a Jeremy, la notte del bombardamento; l’aria è gelida, la luna però splende alta e luminosa dando il suo lucore ai tetti di Coventry, luce che però attrae anche i bombardieri nemici, carichi di morte, che giungono come mortali falene a danzare in quella notte così luminosa. Inizia così la lunga notte di Coventry, in cui nulla sembra più sicuro, ogni strada è invasa dal fuoco, dalla distruzione, dalla morte; edifici interi vengono spazzati via, vite inermi interrotte nelle loro abitudini quotidiane. Gli abitanti della città corrono spauriti per le strade, chi cercando rifugio, chi cercando di aiutare gli altri, tutti spaventati ma indomiti. Harriett e Jeremy cercano di orientarsi tra cumuli di macerie, strade infuocate, cercano di soccorrere chi è ferito, mentre il pensiero principale è la propria casa, sarà ancora intatta o sarà sparita tra spire di fuoco? A chi dei vicini si potrà ancora dire Buongiorno domattina e chi invece non ce l’ha fatta? Nel frattempo Maeve, non avendo notizie del figlio esce dal rifugio in cui era riparata, torna a casa, poi decide di unirsi a chi fugge verso la campagna, certa che anche il figlio avrà preso la stessa direzione. Il destino farà il suo corso e le vite di tutti ne usciranno profondamente cambiate, nella desolazione avranno conosciuto la speranza, la solidarietà, la comunione dei cuori per fronteggiare un enorme pericolo. Dopo la notte del bombardamento la narrazione si sposta di 22 anni, mostrandoci nell’epilogo della vicenda, la direzione che hanno preso le vite delle due donne protagoniste.

Il libro, pur con il suo forte carico di morte e distruzione, riesce ad essere delicato, commovente, la precisa ed incalzante scrittura dell’autrice descrive il bombardamento con una partecipazione e una precisione straordinari, tratteggiando situazioni in modo realistico ma velato di una patina poetica che rende una notte di distruzione quasi magica. Attraverso gli occhi di Harriett il lettore vede una città accartocciarsi su sé stessa, come quando si bruciano delle foglie secche, riuscendo a scorgere in trasparenza la vita della donna, il modo poetico che ha il suo sguardo di catturare scene e sensazioni. Harriett ama osservare il mondo che la circonda, elabora ciò che vede in brevi scritti, ed anche durante gli incendi di quella notte non smette di registrare immagini e sensazioni, sino a scoprire tra le pieghe della sua esistenza, messe in luce dalla incalzante emergenza, il suo bisogno d’amore.

La narrazione della Humphreys, è delicata, oserei dire femminile, ma non cade mai nella leziosaggine, un fatto tragico è narrato con forte realismo, carico di particolari, ma l’autrice non abbandona mai una vena intimista, racconta di vite coinvolte in fatti molto più grandi di loro, ma la cosa importante è lo sguardo che le persone volgono dentro loro stesse, non per egoismo, per chiudersi agli altri nel momento del bisogno, tutt’altro, è per trovare da dentro la forza per affrontare l’immane prova, e per tentare di mantenere un equilibrio, che serva anche per il futuro, sebbene la Storia sembri voler rubare il futuro di tutti.
E’ davvero bello - e singolare – leggere come in un momento di paura, panico, annientamento, vi possa essere racchiusa tanta speranza, come l’amore riesca a trovare uno spiraglio attraverso cui far filtrare la sua luce. L’autrice con la sua prosa elegante e precisa, coinvolgente ed intimista dona al lettore momenti davvero commoventi, perché fatti di purezza del sentire, di disincanto che non abbandona la speranza, forte del fatto che certi legami sono impossibili da spezzare, neanche l’orrore della guerra riesce, magari li modifica, il destino strappa qualcosa per donare altro.

Una notte di fuga e di orrore, quella narrata in “Coventry” ma anche un viaggio verso il futuro, una fuga dal passato che dona ai protagonisti una nuova consapevolezza del presente. Non permettere che il proprio cuore si arrenda agli orrori della guerra e della vita è una vittoria, un traguardo che Helen Humphreys in questo romanzo bello e toccante indica con mano sicura.

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William Somerset Maugham - Racconti - Adelphi

Pioggia

Questo grazioso ed azzurrino libro di Adelphi, contiene due brevi racconti del celebre scrittore, il primo, che da il titolo al libro ed il secondo che si chiama “Il reprobo”. I due racconti hanno molti punti in comune, sono entrambi ambientati nei mari del Sud, le leggendarie “colonie” europee, e mettono a nudo l’ipocrisia dei cosiddetti missionari convinti di portare la “civilizzazione” agli indigeni mischiandola al loro puritanesimo e alla loro cinica quanto ipocrita volontà di sopraffazione nel nome della religione. In “Pioggia”, è proprio un interminabile rovescio ad essere lo sfondo sul quale si muovono i personaggi, tra cui spicca il reverendo Davidson, moralista ferreo ed intransigente, che riesce a risultare antipatico al lettore sin dalle prime righe. La vicenda, grazie ai buoni uffici del reverendo, avrà un tragico epilogo che lascia al lettore un fumo azzurrino di sollievo, è il finale che in fondo tutti desiderano, senza riuscirlo a confessare, e quando se lo vedono davanti nero su bianco, hanno certo un moto di simpatia nei confronti dello scrittore. Ne “Il reprobo” l’aria è senz’altro più frivola e Maugham lascia filtrare di tra le righe uno dei pensieri che talvolta ricorrono nelle sue opere, ovvero, le buone maniere e la rispettabilità innanzitutto, ma poi è il malandrino quello più affascinante.

I due racconti sono, quasi superfluo dirli, magistralmente concepiti e raccontati (e aggiungerei tradotti) l’ambientazione tropicale si confà all’autore britannico che aveva trascorso lunghi anni presso le colonie inglesi , ed è appunto in questi luoghi che vide la luce il più noto “La luna e i sei soldi” ispirato alla vita di Gauguin. In questo libro affiorano alcuni dei tratti tipici della scrittura di WSM, soprattutto la figura del vicario, egli infatti visse l’adolescenza presso uno zio vicario, dove, si suppone, ha imparato a smascherare l’ipocrisia spesso malamente celata dietro una facciata di buone maniere. L’aspra cattiveria del signor Davidson nel racconto che apre il libro, è camuffata da un rigore morale ineccepibile, magistralmente reso dall’autore, con tutte le sue crepe e le meschinità, e l’aria vagamente sarcastica che aleggia fra le righe svela al lettore la condanna che l’autore fa di un certo modo di pensare tipico dell’epoca. Nel secondo racconto lo scrittore ci dona tutta la sua graffiante ironia mettendo in scena personaggi tipicamente ipocriti e falsamente moralisti, quali un reverendo e la sorella zitella, la quale si deve creare una disavventura immaginaria per riuscire a dare un nome ed una fisionomia alle pulsioni malamente represse e fatte passare – probabilmente come l’uva per la nota volpe – per malvagità poiché ancora mai conosciute. Le storie occupano poche pagine, ma proprio per l’esiguità dello spazio a disposizione che l’autore ci stupisce con la sua grande abilità e bravura nel costruire un intero mondo, collocarvi i suoi personaggi donando a tutti loro ed a tutto tondo gli attributi che ce li rendono reali e vicini, quasi come quelle persone con cui si conversa qualche ora in treno e, giunti alla stazione, nell’atto di salutarli, ci pare che quelle poche ore trascorse insieme ce li faccia conoscere da una vita: ci si separa da vecchi amici ma non ci si rivedrà mai più. Maugham con l’aria tranquilla ed innocente di chi ci racconta una storia di vita spicciola riesce in modo spietato a mettere alla berlina certi tratti della società in cui viveva e smaschera in modo del tutto naturale l’ipocrisia che regna in certi ambienti e a quei tempi riusciva ad ammorbare l’aria sino a latitudini assai lontane.
Una lettura assai gradevole, che con aria spigliata e un po’ canzonatoria, induce il lettore alla riflessione, soprattutto riguardo quei fatti che ci appaiono come “la morale corrente” solo perché in tale contesto siamo avvezzi a collocarvi, ma che probabilmente se analizzati meglio di morale hanno assai poco.

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Ernest Hemingway - Narrativa - Via del Vento edizioni

La corrente

[Il volumetto è curato da Francesco Cappellini]

Questo prezioso libretto della collana “Ocra Gialla” contiene alcune prose inedite del grande scrittore dell’Illinois, scomparso nel 1961. Il primo e più lungo brano dà anche il titolo alla raccolta, segue “Incroci – un’Antologia”, sapida carrellata di personaggi nel tipico stile a cui Hemingway ci ha abituati nei suoi lavori seguenti e più maturi. In queste brevi storie troviamo già parte di quello che sarà il mondo dello scrittore, quel mondo scaturito dalla sua fantasia ma anche – e soprattutto – vissuto, come la boxe e il correr dietro alle ragazze più carine del villaggio. La corrente racconta proprio di uno scapestrato Don Giovanni che per conquistare la ragazza che ama, e per dimostrare di avere la capacità di impegnarsi in qualcosa deve diventare campione di pugilato; anche nel ritratto di Ed Paige, incontriamo questo sport, mentre la guerra fa capolino con Bob White; le solenni bevute, amate tanto dall’autore si trovano equamente sparse qua e là. In questi scritti giovanili è facile vedere la stoffa del narratore, la capacità di delineare persone e situazioni, con poche, efficaci, pennellate. La società dell’America rurale, è descritta con perizia venata da una sottile linea di ironia, che mette in mostra, impietosa, la naturale attitudine dei suoi abitanti, sempre pronti a colossali scazzottate e bevute riparatrici per non soccombere alla durezza delle loro vite, spesso piene di stenti in un territorio ancora “nuovo” quasi indomito, a contatto con i Nativi che a fatica mescolavano le loro esistenze con quelle dei colonizzatori bianchi, ma la guerra con loro era ormai lontana e l’unica cosa che restava era osservarsi con ironia, come descritto in Billy Gilbert. Tutto il mondo dell’Hemingway di là da venire racchiuso in 25 pagine che rappresentano un germoglio di quel maestoso albero che negli anni seguenti avrebbe allietato milioni di lettori, che rimane ancor oggi una lettura assai gradevole ed un modello per numerosi scrittori, spesso infatti si incontrano, leggendo, sfumature dei “colori” coi quali, a partire da queste brevi prose, Hemingway avrebbe creato i suoi immortali affreschi, fatti di vite reali, sofferenze e quei proverbiali amori vissuti in ogni angolo del pianeta.
Completano il librino una bellissima ed interessante nota al testo a cura di Francesco Cappellini ed una veloce biografia corredata da una bella foto dell’autore nel 1918.
Riporto, in conclusione, un breve estratto, secondo me molto rappresentativo dello stile giovanile di Hemingway, e che ha un gusto che spesso ho ritrovato nella lettura di altri autori degli ultimi cinquant’anni:
“Hurd cominciò a venire alla vecchia proprietà degli Amacker tutte le sere, senza dir nulla, limitandosi ad osservare tutto quel casino che lei stava combinando cercando di tirare avanti la baracca. Non è che si offriva per aiutarla a spaccar legna o altro. Stava semplicemente lì e osservava lei e il modo disperato in cui si dava da fare. Dopo esser stato lì per un bel po’ di tempo, diceva: – Sarah, faresti meglio a sposarmi. –
Così dopo un po’ lei lo sposò, e mia madre diceva sempre: – La parte tremenda della faccenda è che lui era esattamente come appare ora. –”

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Maurizio Marzulli - Romanzo - EdiGiò

L’autunno dell’animo. Storia di un cavaliere

Un romanzo storico, composto da due parti, in cui si narra di Biagio, cavaliere crociato di ritorno nella sua terra dopo la disfatta in Terra Santa. Biagio non sa cosa fare della sua vita dopo la fine delle Crociate, egli è un soldato, ma ormai la guerra è finita, vuole crearsi una nuova vita, ma le sue mani sono sporche di sangue, la sua professione è stata usare la spada e teme di non sapere fare altro. Sul suo cammino incontra una fattoria con due donne, madre e figlia, e sarà proprio l’amore verso le due ad indicare il cammino all’uomo. Ripone la spada ed impara ad usare l’aratro e le sue mani per coltivare la terra, falcerà grano, non più vite umane. Però anche nella sua tranquilla vita campestre la spada tornerà utile, per difendere la sua nuova vita e quella delle persone che nella semplicità rurale si sono legate a lui. Tutti i suoi sforzi in patria ed in Palestina verranno premiati, compreso un torto subito da giovane e che fu la causa della sua partenza con i Crociati. Un romanzo semplice, scritto con garbo, che piacerà anche ai più giovani, attratti dalle gesta di un crociato, argomento assai in voga di questi tempi. Nel libro però – per fortuna – non vi è spazio per le numerose leggende che circondano le gesta dei cavalieri, non vi è nemmeno traccia di magie o incantesimi, che spesso popolano romanzi di questo genere. La narrazione è solida e disincantata, parla con semplicità di fatti semplici, resi belli dai bei sentimenti che animano i protagonisti. Nel romanzo vi è spazio per l’azione e per la meditazione, per i sogni infranti e per la speranza. La scrittura è chiara e scorrevole, nitida, percorre le pagine del libro senza sotterfugi o inutili garbugli, rende in modo molto chiaro la storia e intreccia le vite dei personaggi in modo assai familiare riuscendo a rendere il lettore partecipe delle vicende senza annoiarlo con inutili giri o funambolismi. Nelle pagine si nota lo scorrere implacabile della Storia, del suo interferire nelle placide vite della gente lasciando segni anche profondi, ma poi quello che conta sono le storie di ciascuno di noi. Il finale è “aperto” e l’autore promette di mostrarci il protagonista, Biagio, nella veste di Visconte di Rocca Sabina, carica che sarà il premio per l’abnegazione del crociato e l’umiltà dell’uomo.

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Sergio Magaldi - Romanzo - EdiGiò

La tinozza di rame

La tinozza di rame del titolo è un dono fatto da un cardinale all’avo del protagonista e nel corso del romanzo più che luogo deputato alle abluzioni appare come una mistica alcova in cui il destino prende forma, una sorta di crogiolo in cui la vita del protagonista si ricongiunge con la vera essenza di sé al riparo dalle tribolazioni del mondo. Il romanzo inizia con uno stratagemma che introduce la narrazione vera e propria e narra la vita di un confessore agostiniano nel XVII secolo, narrata da lui medesimo. Nel corso della vicenda si vede il protagonista avviarsi alla carriera ecclesiastica grazie al sostegno di un augusto benefattore, ma la vita in seno alla Chiesa risulta assai travagliata per il povero frate, che conoscerà maldicenze, trame nascoste e perfino il carcere. Ma l’occhio acuto dell’autore getta, attraverso il protagonista del romanzo, un pungente, ed aggiungerei poco ortodosso, sguardo sulla Chiesa dell’epoca. Infatti il frate, nel corso della sua vita incontrerà riti pagani, la Qabbalah, seguaci del Grande Nolano, ed altre situazioni che ben poco hanno, apparentemente, di cristiano, ma che, unite nel contesto socio-culturale dell’epoca hanno dato linfa con cui la Chiesa è cresciuta e si è ramificata. Nel romanzo non mancano gli intrighi politici, soprattutto nel personaggio di Olimpia Maidalchini Pamphili, detta la “Papessa”, che vediamo molto attiva nel pilotare i Conclave, alla faccia dell’ispirazione santa, i papi erano eletti seguendo criteri tutti umani e di convenienza. Donna Olimpia inoltre risanerà conti dello stato Pontificio tassando il meretricio, e qui, considerazione personalissima, noterei una certa assonanza con i traffici che spesso hanno come fulcro i possedimenti vaticani. Il romanzo scorre godibilissimo, raccontato con linguaggio che risuona come dell’epoca, ma che non appesantisce la lettura, anzi la rende più realistica e a tratti alleggerisce e rende divertente quanto si va raccontando. L’autore dà prova di grande preparazione mescolando nella trama, come già accennato, elementi appartenenti a religioni antiche, per esempio nella descrizione di riti pagani, o parlando della Qabbalah, e dimostra come anche quelli che si considerano santi uomini vivono di incertezze e di tentennamenti, e che il fervore religioso, l’umiltà o il desiderio di aiutare il prossimo albergano spesso – e benissimo – in cuori che, al di là dell’abito, continuano a rivestire tratti del tutto secolari. Sono assai significativi i passi in cui il protagonista cede alle tentazioni della carne, o addirittura vive una relazione d’amore con una donna, pur senza rinunciare alla purezza del suo animo e continuando ad essere un buon frate. La miopia della Chiesa invece lo condanna per un fatto che non commette, solo per una supposizione; l’Inquisizione, dimostra tutta la sua assurdità e dimostra come l’ignoranza dei suoi propugnatori abbia causato tante sofferenze, senza riuscire in nessun modo a fermare lo svilupparsi delle idee di modernità, tanto avverse alla Chiesa, ma anzi, chi si ergeva a moralizzatore era colui che più aveva da nascondere, viene spontaneo pensare che nulla è cambiato nel corso dei secoli all’ombra del cupolone. Come si nota il romanzo è assai complesso, su di una trama lineare e molto ben costruita si innestano tanti spunti di riflessione su fatti storici, su come le antiche culture hanno dato linfa alla Chiesa nel suo evolvere, non è un caso che il protagonista, prima di diventare frate, ha un intreccio con il paganesimo; sembrerebbe quasi che nella vita del protagonista l’autore abbia voluto dispiegare la vita stessa della Chiesa con i suoi travagli e compromessi per giungere ad essere universale, e dicendo che in fondo gli uomini che la reggono sono sostanzialmente – e solo – degli uomini. Concetto che potrebbe sembrare lapalissiano, ma in realtà dire che un uomo di fede, di Chiesa, un alto prelato è soprattutto un uomo, capace di amore, di dubbi, di tentennamenti talvolta sembra sacrilego. Il romanzo è veramente ben costruito e ben raccontato, descrive in modo efficace un’anima alla ricerca della sua strada nel mondo, racconta la vita del confessore in modo complesso ma senza funambolismi, in modo colto e schietto. Questo “Tinozza di rame” è stato veramente una bella scoperta, assai piacevole, a tratti perfino spassoso, quando narra di amplessi un po’ casuali, un po’ “bizarre”, e serba una bellissima sorpresa nel finale, con un autentico colpo di scena che corona la bellezza del romanzo e lo rende ancor più vivo e palpitante di profondo sentimento. Un romanzo che dimostra una notevole capacità narrativa dell’autore, unita a una grande cultura ed a una notevole sagacia che non mancherà di deliziare i lettori più esigenti.

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Sandro Campani - Daniele Coppi - Graphic novel - Playground

Non ti avevo nemmeno notato

Questo libro, proposto dall’editore Playground nella sua collana High School, è un romanzo a fumetti, o meglio, una graphic novel, ambientata, per l’appunto, in un liceo ed ha come protagonisti due simpatici liceali alle prese col fatidico “diventare grandi” e scoprire la propria strada. Tutto ciò potrebbe far pensare ad un libro per liceali, o comunque giovani, in realtà, vista la triste ed arretrata situazione italiana, è un libro che, non dico tutti, ma molti dovrebbe leggere e capire a fondo. I giovani in questione sono omosessuali, o meglio, gay, e non la serie vergognosa di epiteti con cui vengono dipinti da, purtroppo, tante persone. I protagonisti vivono la loro esistenza come tutti i loro coetanei. Marco si dedica al tennis e allo studio, l’altro, Fabio, alla musica, addirittura ha una specie di altarino dedicato a Carmen Consoli. A far divergere la loro strada da quella dei coetanei è l’amore, che per Marco sboccia verso un professore supplente, ahinoi sposato e disinteressato alle avances dello scolaro, di Marco invece si innamora Fabio, quasi totalmente ignorato dall’oggetto del suo amore. Il tutto, ovviamente si sbloccherà con la fatidica prima volta di entrambi ed un bel bacio sulla bocca. Happy ending assicurato con tanto di nonno guardone che scrive una lettera nientepopodimenoche al papa, noto e fin troppo ascoltato omofobo, per dirgli che ha visto il nipote fare l’amore con il fidanzato e non gli è sembrato proprio nulla di male. Ecco il nocciolo del libro, e il perché andrebbe divulgato a piene mani: non c’è nulla di male ad essere innamorati, a cercare l’amore, a volerlo vivere liberamente, non si capisce perché la destra bigotta che impazza nel nostro paese, affiancata dalla notevole ed intransigente omofobia delle gerarchie vaticane voglia far credere che il male c’è. Ed è proprio questa irrazionale omofobia che scatena il clima di violenza tangibile e che sovente ha il triste onore della cronaca, ciò quando supera i limiti e sfocia in omicidio o poco meno. Ma quanta gente è vittima costante di odio, derisione, discriminazione, come anche uno dei protagonisti del libro, quanti misteriosi suicidi di adolescenti hanno come fattore scatenante l’omosessualità e l’omofobia? Non c’è nulla di male, dicevo, in due persone che si amano, è il messaggio che deve passare, che deve essere divulgato, solo così si potrà sradicare quell’odiosa forma di violenza che in Italia si fa sempre più spesso notare. Quale modo migliore per educare gli adulti del domani ad una maggiore tolleranza se non istruendoli, sin da giovani, che non c’è nulla di male se due ragazzi (o ragazze) si amano. In questo un plauso va alla casa editrice Playground che ha pubblicato questo bel libro, e tanti altri utili a far capire a tanta gente disinformata che “non c’è nulla di male”.
Il libro scorre veloce, complici i bei disegni di Daniele Coppi, che esprimono il clima di freschezza e semplicità che permea il libro, e con piglio giovanile dispiega il suo bel messaggio, incantando il lettore, anche commuovendolo un poco, vista la tetra omofobia delle prime pagine dell’opera. Il linguaggio è assai semplice, tipico dell’ambiente dei più giovani, senza scadere mai nell’ovvio o nel rozzo. Un lavoro ben fatto, che piacerà, come già accennato, ai più giovani, ma capace di donare un’oretta di serena lettura a tutti. Ne auspico la diffusione, soprattutto in quegli ambienti dove l’omofobia è solita far capolino.

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Stefano Peverati - Romanzo - Bastogi Editrice Italiana

L’occhio del potere

L’occhio del potere è un’antica quanto misteriosa pietra, che forse esiste solo nelle leggende, forse nella realtà, alla cui caccia si dispone un miliardario greco, certo che il ritrovamento del leggendario tesoro lo renderà padrone assoluto del mondo. Per questa ricerca assolda alcuni scienziati, ma una serie di capovolgimenti porterà alla ricerca della pietra una simpatica ed intraprendente coppia in vacanza, ma è bene non svelare troppo della trama per non guastare la lettura agli amanti del genere. Il romanzo inizia con calma, presentando i protagonisti della vicenda e gettando le basi per l’ottimo antefatto storico, infatti l’avventura scorre su due piani, l’uno attuale, l’altro in un remoto passato, molto ben costruito, in modo scientifico e non banale, oltreché ottimamente narrato. Questi misteriosi ed antichi fatti sono la “radice” di quanto accade nei giorni nostri, e sono anche la chiave per venire a capo di un immenso ed inesorabile puzzle che rappresenta una sorta di mappa del tesoro. La vicenda si svolge in modo via via più rapido ed intenso, accelerando in modo quasi spasmodico verso il finale in cui l’adrenalina giungerà al suo apice, con il bellissimo e coinvolgente finale.
Facile appare l’accostamento di Peverati con il noto Dan Brown, ma ciò potrebbe essere fuorviante per il lettore, infatti sebbene l’opera si inserisca in un filone ben preciso che vede nell’autore de “Il Codice da Vinci” uno dei suoi più acclamati rappresentanti, questo “Occhio del Potere” è un’opera completamente originale, non occhieggia a storie già viste ma procede ben spedita sul suo percorso fatto di originalità, sapienza e, come si evince dalle note, anche da una buona dose di riferimenti scientifici fondati ed attendibili. In definitiva un buon romanzo assai avvincente e ben costruito, che innesta su di una preparazione scientifica seria una sana e mirabolante serie di peripezie mozzafiato. Certo, talvolta l’azione pura si prende tutta la scena, lo spazio per lirismi o introspezioni psicologiche è risicatissimo, tutti si rifanno a due tipi principali, il bene ed il male, come da sempre è in questo genere di storie, e soprattutto nell’ultima parte ci si trova di fronte ad una pura cronaca di quanto avviene, fortunatamente l’autore stempera la spasmodica attesa per il finale con le immagini del passato della pietra, mescolando la tensione da thriller alle fosche tinte di un passato minacciato da un oscuro pericolo. E questa miscela di passato e presente, entrambi costruiti con singolare bravura, innalza “L’occhio del potere” sopra la media di molti romanzi d’avventura, i quali generalmente usano un rassicurante passato preso dai libri di storia già pronto per innestarvi il pericolo che minaccia il presente, Peverati invece, con grande bravura, crea un passato affascinate ed avvincente per creare il seme delle sciagure a venire. Il romanzo appare così di solida fattura, scritto con un linguaggio schietto e alla mano e riesce ad avvincere il lettore sino all’ultima pagina. Sono certo, le prenotazioni per una vacanza sull’isola di Kos saranno in rapido aumento da parte di aitanti giovanotti pronti a trasformarsi in micidiali agenti segreti.

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Salvatore Scalisi - Romanzo - I libri di Emil

Il mondo perfetto di Elisa

Una bellissima donna vive nel suo isolamento dorato, dedita al suo lavoro ed accudita da un domestico tuttofare, avvolta da un’aura di mistero. Un giorno nella sua vita irrompono un uomo ed una ragazza, con i loro amici quattro zampe al seguito, un grosso cane per lui, un simpatico gatto per lei. Ognuno dei personaggi porta con sé un segreto, ed Elisa sarà l’elemento catalizzante per queste vite, toccherà a lei portare giustizia per fatti avvenuti molti anni prima ma che continuano a proiettare la loro ombra funesta. Svelare di più della trama sarebbe rovinare la sorpresa al lettore, il quale viene portato pagina dopo pagina a raccogliere le tessere del mosaico che mostrerà il suo disegno in modo nitido e stupefacente nelle ultime pagine. Scalisi è narratore autodidatta, molto prolifico, ed ha dalla sua un grande talento nel costruire la trama e svolgerla in modo preciso ed avvincente. Il libro, come nello stile dell’autore, è costruito prevalentemente sui dialoghi fra i vari personaggi, le scene sono edificate con grande perizia, e le psicologie dei personaggi sono tratteggiate con capacità ed in modo realistico. Il romanzo si svolge su diversi piani paralleli in cui la protagonista si intrattiene con gli altri personaggi del libro, rivelando così i fatti del presente intrecciati con quelli del passato. Un ambizioso tipo di costruzione, assai complicato e che si potrebbe ingarbugliare facilmente viene invece svolto con grande abilità da Scalisi, che dimostra la sua capacità di narratore e la sua abilità di romanziere, intendendo con ciò la bravura nel creare una storia originale, ricca di colpi di scena, senza farla sembrare troppo artefatta, tenendo ben saldi i vari fili della vicenda, sino alla conclusione che non lascia nulla in sospeso ma dà una chiara immagine della storia. Le varie fasi del romanzo sono raccontate con chiarezza, senza cadute nel didascalico, a volte forse un po’ troppo colloquiale, con uno stile semplice ed asciutto.
“Il mondo perfetto di Elisa” rappresenta senza dubbio una crescita da parte dell’autore rispetto a suoi precedenti lavori, resta ancora qualche tentennamento, ma certi pasticci che rendevano ingarbugliati alcuni suoi romanzi sono risolti assai bene e non ve ne è traccia in questo libro. Resta purtroppo qualche refuso qua e là, qualche frase non perfettamente liscia, servirebbe, insomma, un piccolo lavoro di editing, qualche rilettura in più non guasterebbe, ma credo di poter affermare che Scalisi sia sulla buona strada per una crescita ulteriore. Molti autori meno noti tendono a scrivere libri fatti con esperienze vissute, copiandole pedissequamente dalla vita al libro, oppure si basano su storie un po’ banali, quasi esercizi di scrittura più che romanzi veri e propri. A Scalisi questo non basta, in ogni libro crea una storia nuova, ha una grande fantasia nel creare trame, costruisce personaggi sempre nuovi, le ambientazioni delle sue storie cambiano, le trame non sono mai sovrapponibili. Il fil-rouge tra i suoi libri è rappresentato dallo stile, inconfondibile, dell’uso dei dialoghi, e nella descrizione del quotidiano che colloca la trama del romanzo in un contesto quasi tangibile. All’autore vanno i miei complimenti e la certezza che saprà creare nuovi romanzi che segneranno importanti tappe nella sua carriera di romanziere, ed una piccola, bonaria, bacchettata sulle dita per qualche piccolo errore che qua e là fa ancora capolino dalle sue pagine.

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Salvatore Di Giacomo - Saggio - Edizioni Remo Sandron

Ferdinando IV e il suo ultimo amore

L’edizione originale di questo libro è datata 1914, ed è opera del noto saggista Salvatore Di Giacomo (Napoli, 1860 – 1934) ed è qui riproposta senza modifiche o tentativi di modernizzazione. L’opera è la biografia del cosiddetto Re nasone, Ferdinando IV di Borbone, re delle due Sicilie, dapprima, per poi diventare Re del regno di Sicilia. Il saggio del Di Giacomo prende in esame la parte finale della vita del sovrano, dal 1814 in poi, praticamente dal suo secondo matrimonio, con la Duchessa di Floridia, sposata dopo appena cinquanta giorni dopo la dipartita della prima consorte. Il libro ripercorre la vita del Re Ferdinando, della prima moglie ed in generale della società partenopea dei tempi, e lo fa in modo assai minuzioso, con amore, verrebbe da dire, visti i dettagli e la profondità del lavoro svolto dall’autore. Il saggista crea dapprima l’antefatto, descrive il nostro monarca, così come era visto dai suoi contemporanei, ricostruisce l’ambiente della corte, con una precisione sorprendente, arriva addirittura a raccontare nei dettagli i rapporti di Re e Regina, imperniati su una certa tendenza al despotismo della moglie avallata da una naturale tendenza di Ferdinando alla bontà e alla fiducia verso chi lo circondava. Il nastro degli anni scorre, passa la Rivoluzione Francese con la sua ombra di terrore per tutti i sovrani europei, passa per Ferdinando l’esilio, termina il primo matrimonio per il decesso di Maria Carolina e la vita di Ferdinando di Borbone riprende il suo solito svolgersi, tra battute di caccia, il teatro, la pesca a fianco, finalmente, di una donna che non lo biasima per i suoi passatempi che in realtà lo tengono molto più occupato che la ragion di stato. Il Di Giacomo ricostruisce tutto quanto troviamo nel libro con scritti dell’epoca, lo immaginiamo che fruga con infinita pazienza in vecchi e polverosi archivi, che fruga fra documenti anche di minore importanza, insignificanti biglietti, liste di invitati, programmi di teatro, per ricostruire con certosina perfezione la vita e l’ambiente che videro il re nasone. Nelle pagine di questo amabilissimo saggio il lettore si troverà a rivivere insieme ai protagonisti la vita di ogni giorno, i pranzi, il carnevale, per esempio si scopre che i teatri il venerdì erano chiusi, o che Ferdinando aveva un cuore d’oro verso i bisognosi.
Una vera miniera d’oro questo inestimabile saggio, costruito con documenti veri, scelti e uniti tra loro con grande conoscenza, poco si abbandona il Di Giacomo alla congettura, alla supposizione o alla fantasticheria, quello che si trova in questo saggio è (o era) documentato, provato, fatto di testimonianze vere. In ciò vi è l’altro grande motivo di interesse per la lettura di questo bel volume, la ricostruzione reale di un mondo ormai scomparso, le riflessioni ingenue, sarcastiche od appropriate dei viaggiatori stranieri in visita nel Bel Paese, l’umore delle varie corti d’Europa in relazione a fatti epocali come la rivoluzione del 99 o a fatterelli quotidiani. Vi si trova inoltre, assai ben raffigurato, come certi vezzi o abitudini visti da lontano, davano all’epoca – anche oggi, per certi versi – una immagine distorta delle persone, per esempio il modo in cui un sovrano generoso e dall’animo semplice, quale era Ferdinando IV, era visto come una bestia, salvo poi rivelarsi per quel che era, con una conoscenza più approfondita si scopre, per esempio, che aveva creato una mensa per i servitori per non farli stare all’aperto durante le battute di caccia, oppure l’aver aperto una tessitura presso un suo castello era visto come depravazione (vi erano impiegate solo donne) mentre vi era la volontà di dare un lavoro onesto al popolo affamato. Il tutto raccontato con un linguaggio in perfetto stile primi del Novecento, autentico, non maneggiato in occasione della riedizione, ma proprio con il fraseggio usato da Salvatore Di Giacomo, bello, elegante e gustoso, intelligente e al contempo sornione, scientifico ma che non disdegna il pettegolezzo. Un’opera questa che ci presenta a tutto tondo la figura di un sovrano, visto principalmente dal lato umano, scritta in modo da avvincere il lettore ed istruirlo, nelle sue pagine fitte di acume e sapienza, intrecciate ai documenti originali, inseriti a stralci, tradotti in italiano o lasciati nel francese originale, il tutto a creare un’opera molto originale e stimolante.
A questa biografia, e per completezza, segue il volume “Lettere di Ferdinando IV alla Duchessa di Floridia” che raccoglie le missive del Sovrano all’amata, durante gli anni dal 1820 al 1824. In esse troviamo oltre al tenero legame che faceva del re nasone un affettuoso marito, la vita di Corte raccontata fin nei particolari più minuti. Anche questo volume ci dà una chiara ed efficace visione della vita quotidiana del sovrano e del suo entourage, e permette al lettore di ricostruire con una certa chiarezza un mondo scomparso ma che continua a destare interesse per essere così tanto diverso dal mondo d’oggi, sebbene da esso ci separino solo un secolo e mezzo.

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Anne-Marie Bernard - Fotografia - Monum - Édition du patrimoine

Le monde de Proust - vu par Paul Nadar

Nel corso della lettura della Recherche si incontrano numerosi personaggi, alcuni diventano protagonisti, col Narratore, dell’intera Opera, altri restano un po’ sullo sfondo, quasi fossero delle comparse, radunate per riempire i salotti durante le feste o per animare la sala di un ristorante o il ridotto di un teatro. Di molti di questi personaggi l’occhio vigile e l’arguta penna di Proust danno una descrizione minuziosa ed arguta, tanto che, incrociando la descrizione fisica con quella - ancor più arguta – delle cartteristiche psicologiche, la quasi totalità dei lettori riesce a costruire nella propria mente i tratti delle persone che affollano la Recherche, dal giardino di Combray dell’infanzia di Proust, sino alla malinconica passeggiata negli stessi luoghi narrati nel Temps retrouvé. Molti lettori si saranno immaginati la baldanza del barone di Charlus o la leggiadra eleganza di Oriane de Guermantes,magari mescolando ai tratti disegnati da prosut quelli di qualche persona conosciuta che ricalca un poco i modelli del romanzo.
Come è noto tutti i personaggi della Recherche hanno un doppio nella vita reale, tutti dalle altezze ai lacchè sono stati plasmati su persone vere, in carne ed ossa, incontrate dall’autore durante la sua vita. Grazie all’immortalità dell’opera proustiana ognuno di noi può ancora familiarizzare coi vezzi di Charles Swann, o sorridere agli strafalcioni di Françoise, ma pochissimi, se li potessero incontrare in un salotto o lungo la strada, potrebbero riconoscere Charles Haas o Celeste Albaret, divenuti una sorta di imbottitura che conserva le fattezze dei personaggi “autentici” ma l’azione della memoria proustiana e della fantasia del lettore ha reso irriconoscibili.
Chi è dunque autentico e chi no? Per un lettore della Recherche autentica è la duchessa di Guermantes, o Robert de Saint-Loup, ovviamente ma per la vita reale, quella che ha alimentato coi suoi rivoli l’onda di piena della Recherche, veri sono la contessa Greffulhe o il tenente Armand-Pierre de Cholet. E finalmente li si può incontrare nel loro fasto o nell’austerità dell’uniforme, in questa sorta di galleria, che raccoglie le foto di Nadar, il fotografo dei VIP dell’epoca. Quando ci si accontentava di ritrarre le persone in posa, con gli abiti migliori e mai e poi mai si sarebbero fatte foto atte a screditare i personaggi, anzi, con ingenui trucchetti li si cercava di far apparire un po’ meglio, magari velando qualche ruga e dando una luce meno terrea a certi visi, ma, si sa, la delicatezza di un tempo si è perduta nei meandri della mercificazione di corpi e delle loro immagini. lasciamoci quindi sedurre da questa belle foto che immortalano, e consegnano all’eternità, al pari della Recherche, il mondo amato da Proust, la sua famiglia e le sue amicizie,talvolta ripresi in ingenui passatempi, come i tableaux vivants, o in maschera per una festa. Ed ognuna di queste immagini – con la sua inappuntabile didascalia - è in grado di rievocare passi dell’opera proustiana e farci vedere com’erano veramente le persone. per esempio la nonna/mamma della Recherche, che nella vita reale era Jeanne Weil, madre di Marcel e Robert, che io mi sono immaginato per anni come una minuta vecchina, dalla crocchia canuta (e tanto sorprendentemente simile alla mia nonna paterna), apparire come una robusta matrona dai capelli scuri ed un bizzarro neo sul mento. Non mancano persone che nella Recherche, sono rimasti dietro le quinte, come Gaston Calmette, a cui Proust dedica il primo volume della sua Opera, Reynaldo Hahn, amico intimo di Marcel per tanti anni, Alfred Agostinelli, con l’inseparabile vettura, che tanto peso ebbe nella creazione di Albertine e così via.
Un volume molto interessante, che ricostruisce il gusto e l’atmosfera di un tempo, che se Proust non avesse “ritrovato”sarebbe andato irrimediabilmente perduto, perché anche la bellezza di queste foto, si veste di fasto ed importanza grazie alla Recherche, senza di essa sarebbero vecchie foto di lontani parenti, magari ambite dai collezionisti, è l’opera di Proust a dare loro una tridimensionalità che le fa vivere attraverso il tempo, e le riveste di una importanza che forse Nadar non si sarebbe aspettato. è la luce di Marcel Proust che lungo gli anni illumina le vite e le effigi di questi personaggi,così come continua ad illuminare le menti ed i cuori dei suoi lettori.

Il libro si apre con una nota di Pierre-Jean Rémy de l’Académie Française, a cui segue, a cura di Anne Borrel un breve saggio sul mondo di Proust in rapporto a quello effigiato da Nadar. Prima della galleria fotografica trovano posto nel volume due brevi saggi, uno specifico sul fotografo Nadar e il ritratto fotografico e l’altro sull’arte del ritocco, spesso effettuato con mezzi meccanici o giochi di specchi e luci, nell’epoca dominata da Photoshop il tutto fa sorridere ma i risultati erano davvero sorprendenti, e, soprattutto, naturali. La raccolta di fotografie è suddivisa in cinque sezioni, si parte naturalmente dalla famiglia Proust e il loro entourage, si passa – come nella Recherche – alle frequentazioni mondane e alla sezione “Art set lettres”, e i confini tra le due sembrano più labili di come appaiono su carta, basti pensare alla contessa de Noailles, degna rappresentante di entrambi i “mondi”. Chiudono la carrellata il capitolo “Balse t scene”, una interessante passeggiata tra i famosi balli in costume tanto cari all’aristocrazia dell’epoca; chiude la raccolta uno sguardo sulle dimore, scenario naturale di tante pagine della Recherche che ci appare in tutto il suo splendore e la gustosa ricercatezza. L’edizione è molto ben curata, tutte le foto sono di grande formato, riprodotte molto nitidamente su carta patinata, e le didascalie che le accompagnano chiare ed esaurienti.

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Stefano d’Arrigo - Narrativa - Via del Vento Edizioni

Il licantropo

Questo librino della collana Ocra Gialla comprende “Il Licantropo” ed altre prose inedite del celebre ed enigmatico autore siciliano. I temi portanti delle brevi prose sembrano essere la memoria e una sorta di follia i cui lati spesso combaciano con quelli della fantasia e della lucidità creativa. E’ la luna che con la sua luce trasfigura la creazione della fantasia trasformandola ora in una ragione d’essere, ora in qualcosa da cui fuggire, per non restarne troppo coinvolti, per non vedere l’originalità, l’anelito a trasformarsi in qualcosa di scandaloso agli occhi dei più. La fantasia diventa anche luogo in cui rifugiarsi, modo di scacciare i demoni del presente e lasciar intravedere uno spiraglio di fuga in un luogo inaccessibile, sebbene a portata di mano. La luce lunare risveglia i ricordi, fa ribollire gli animi, tratteggia ricordi immaginari, di viaggi e ritorni, notti in camere d’albergo disadorne in compagnia di chi si è perduto per sempre, o non si è mai avuto. Il licantropo è colui che animato dalla vena artistica e creativa della fantasia se ne lascia trasportare incondizionatamente, verso lidi ignoti, che parrebbero essere oggetto di scandalo per la società cosiddetta civile, ma forse è solo una dimensione dell’essere che pensa e crea. L’autore dunque vede la fantasia come confine con la follia, entrambe da tenere controllate, a distanza, ma da cui essere ammaliati. Lasciarsi andare alla follia tentatrice è lecito, ma sino ad un certo punto, bisogna sapersi fermare, sebbene c'è chi vi si sia lasciato andare, ed i suoi vecchi compagni di giochi lo guardano con paura, un terrore dell’ignoto che non manca di affascinare, che mina il conformismo ma dà una visione più ampia, personale, differente sulla vita. In “A Taormina con la nonna” la follia lunare, i ricordi di fantasie sono rifugio dove trovare riparo dalla fantasia di paure, e da stenti reali, al contrario che ne “Il Licantropo” in cui una giovanile vena di follia lascia spazio ad una maturità solida, dove l’immaginazione rappresenta la perdizione, da commiserare ma anche cui guardare con una vena di amarezza per qualcosa che si è perduto, o non si è saputo trattenere.
La narrazione di D’Arrigo è fascinosa, talvolta tortuosa, ma capace di tinteggiare con rapide pennellate ampi panorami interiori e del mondo circostante, che danno un gusto preciso dell’istante colto, come : “L’ultima mia lettera è datata da P. e fu scritta in una stanza d’albergo afosa e stretta dove una ragazza cantava stornelli di leciti amori con una voce gradevole da coro, che s’interruppe ad un tratto su rosse fette di cocomero rinfrescante”. Le ventisette paginette della raccolta scorrono dense agli occhi del lettore, piene di rimandi tra realtà ed immaginazione, mondi costruiti per essere disfati in fretta, sempre sotto la luce ammaliatrice della luna, capace di trasformare l’animo, e con esso modificare il mondo circostante.
Concludono il volumetto, una nota biografica e una interessante postfazione di Siriana Sgravicchia, in cui queste brevi prose vengono sapientemente collocate nella prospettiva generale dell’opera di D’Arrigo, presentandole come le basi su cui l’autore ha saputo costruire la sua opera principale e più nota: Horcynus Horca.

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Ferdinando Albertazzi - Romanzo - Salani Editore

Il correttore di destini

Uno spietato serial killer, un commissario col suo giovane amico, la fiera del libro per ragazzi di Bologna e tutto il mondo letterario fatto di agenti, editori ed illustratori sono gli ingredienti di questo simpatico thriller per ragazzi. Qualcuno ha scritto un libro che può cambiare il destino di tutti i giovani, a questo libro però ha posto una premessa cui però gli editori, avidi di pubblicare il libro perché hanno fiutato gli incassi che ne potrebbero trarre, non vogliono dar spazio. L’autore del libro in questione, certo della sua missione e forte del messaggio profetico che ha posto nella suddetta premessa, non accetta compromessi e si fa giustizia da solo in un gioco a rimpiattino con la Polizia bolognese e con il commissario giunto da Torino per visitare la Fiera. Nella narrazione non mancano momenti mozzafiato ed indizi disseminati qua e là dall’efferato assassino, piccoli rompicapo che tutti i serial killer creano per essere certi che l’attenzione di stampa ed inquirenti sia centrata su di loro. Il racconto scorre in un soffio, avvincente come deve essere un thriller, con parti legate allo svolgersi della vicenda ed interessanti sguardi sulla mente dell’assasino. La vita della Questura è raccontata con avvincente realismo e mostra i poliziotti col loro volto umano prima che di tutori della legge. L’intreccio cattura il lettore, il finale giunge a ridosso di un bel colpo di scena anche se mi è sembrato un po’ troppo semplicistico, quasi che l’assassino preso dal suo gioco si sia lasciato catturare, ma questa è una mia impressione. La narrazione è svolta tenacemente, con un andare semplice ed interessante per cui qualche ingenuità si può perdonare, il romanzo è adatto ai lettori più giovani. Siccome io amo i libri che contengono delle illustrazioni, vezzo che mi è rimasto dall’infanzia, sottolineo le belle mappe della città di Bologna che punteggiano qua e là le pagine.
Interessante è lo spunto dell’autore sul fatto che spesso chi scrive un libro si sente così orgoglioso di ciò che ha scritto, trovando la sua opera come la migliore immaginabile, non dico che sarebbe pronto ad uccidere, ma tenta caparbiamente di difenderla contro tutto e tutti, sino a diventare insensibile alle critiche e ad odiare chi vuole correggere anche in buona fede l’opera. Immagino le minacce che editor, agenti e case editrici subiscono quando si vedono costretti, per palesi motivi, a rifiutare un manoscritto.

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Claudio Nebbia - Romanzo - Sovera Editore

Il leone di Norrland

Dalla mitica terra di Norrland, nelle Sette Terre, ci arrivano le avventure di Eothian, un fanciullo cui la malasorte, unita a cattiveria e voglia di sopraffazione di oscuri nemici della sua famiglia, hanno tolto quello che appariva come un avvenire tranquillo ed agiato. Al ragazzo non resta che cercare di costruire da sé il proprio destino, tentando dapprima con il percorso dello spirito, che si rivela inadeguato alla sua indole libera, anche perché Eothian vi trova un ambiente assai poco spirituale, venato di egoismo ed arrivismo che poco si addicono alla fede. Quando la sorte pone sulla strada del ragazzo una compagnia di soldati di ventura, quasi senza indugio, vi si unisce e capisce ben presto la sua vera vocazione. Presso le Aquile di Bohun, questo il nome dell’esercito che lo accoglie, Eothian trova ampia soddisfazione alla sua voglia di avventura e di ricerca della giustizia e riesce a dimostrare la sua astuzia e il suo valore in svariate occasioni.
Un romanzo, questo, destinato ai lettori più giovani e sognatori, appartiene al genere fantasy ma la storia è tutta solidamente ancorata alla realtà, non avendovi nessuna parte il soprannaturale o il magico, che in genere si riversa a piene mani in questo genere di narrazioni. Al contrario, l’autore pone le avventure del protagonista in un contesto realistico, il romanzo infatti gode di una veridicità che lo rende solido, e, senza essere prevedibile, porta il lettore a legarsi con Eothian e a proseguire la lettura con partecipazione e con il sottile dubbio se quanto letto è frutto di fantasia o di cronaca. L’altro elemento che suscita questa sensazione di realtà è la precisa meticolosità con cui Nebbia, l’autore, ha costruito le Sette terre, territorio che ricorda l’Europa centrale, (o, se vogliamo, la Terra di Mezzo di Tolkien) coi suoi abitanti, le sue leggi, religioni e fatti, collocando il tutto in una sorta di Medio Evo - ancora Pagano - con una sua Storia e un suo divenire dotati di una verosimiglianza degna di un trattato storico. In effetti sarebbe stato assai semplice situare la vicenda in un periodo ed un luogo tratti dalla realtà e confondere il tutto con un po’ di magia e qualche forzatura, invece Nebbia, prima costruisce un ambiente, strutturato in maniera esemplare e poi vi colloca il suo racconto e lo fa con esemplare bravura e senza facili scorciatoie. Certo, in alcuni tratti la struttura ricalca fatti storicamente noti, come gli attacchi dei saraceni, o le scorribande piratesche, ma l’abilità del narratore riesce a dare al tutto una notevole coesione e rende intatta l’impressione di leggere di un mondo fantastico, perché frutto di fantasia, ma non stucchevolmente o palesemente falso. Il fluire della vicenda è narrato con fare delicato ed elegante, con un periodare snello e semplice, in cui le descrizioni di Norrland, la sua storia e i suoi usi sono armonizzati perfettamente nel contesto. Anche quando Nebbia si sofferma a descrivere le armi in uso, le tattiche guerresche o le fortificazioni lo fa in maniera armonica col racconto senza dare l’impressione di fare una lezione al lettore, ma in maniera tale da aggiungere alla storia coloriture che la rendono anche istruttiva. Il romanzo procede con garbo e ottima tenuta sino al finale, aperto, – cui fa seguito una secondo romanzo (Ritorno a Norrland) – che non lascia la situazione in sospeso, ma coagula alcuni elementi raccolti nel corso della narrazione e perché tutta la costruzione così esemplare di un mondo non si può certo esaurire nelle 237, leggerissime, pagine di questo romanzo. La lettura pare rivolta ad un pubblico giovane, che potrà trovare di che svagarsi senza bagni inusitati di violenza o senza ricorrere a saghe di importazione, traendo spunto per fantasticare da qualcosa che ha le stesse nostre radici e le cui vestigia sono tuttora sotto i nostri occhi. Tuttavia anche il lettore più adulto e disincantato potrà trarre qualche ora di svago in un romanzo che vanta una storia perfettamente ideata, esposta con serietà e bravura.

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Nicoletta Santini - Favole - Prospettivaeditrice

La Mummiona e altre storie...

...Le avventure della gatta Panino Panino.

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C’erano una volta Andersen e i Fratelli Grimm, a raccontare di principesse e di fate, poi toccava alle mamme raccontare le loro belle favole ai bambini, ad un certo punto, però, purtroppo, fate e principesse hanno cominciato a perdere fascino agli occhi dei bambini: la televisione mostrava loro tutt’altri personaggi, spesso mutuati da letterature di paesi lontani. Alle mamme non è restato che arrendersi e far raccontare le favole ai bambini da uno schermo. Ma qualcuno non si è arreso, come Nicoletta Santini, e continua a raccontare favole ai bambini. Alcune di queste storie sono raccolte in questo libro dai disegni coloratissimi. I personaggi che le animano sono una gatta, un cane, uno scheletro ed un ragno. Una compagnia assai eterogenea, e assai poco ieratica rispetto ai nobili personaggi delle classiche fiabe. L’autrice fa vivere a questa simpatica compagnia delle avventure molto divertenti, e assolutamente contemporanee, si va dall’horror alla presa in giro delle miracolose diete dimagranti. Tutto raccontato con garbo e tanto humor, scritto in modo molto originale, con un capace uso della lingua italiana, velato di tanta ironia ma capace di trasmettere ai bambini l’amore per la nostra bella lingua, senza cedere a vezzi o maltrattamenti; certo, spesso ci si imbatte in pasticci o calembour, giri di parole strane sino a giungere alla parola voluta, ma tutto con capacità e finezza. L’andamento delle vicende riprende quello dei cartoni animati, il linguaggio è molto spiritoso e si presta anche ad essere recitato, coinvolgendo i bambini in un gioco senza fine in cui ciascuno può “interpretare” i vari personaggi, e farli vivere nei giochi oltre che nella lettura. L’autrice sembra divertirsi molto nello stravolgere i cliché della narrativa per adulti adattandola al mondo dei fanciulli, alcune citazioni resteranno addosso ai fanciulli fin quando affronteranno, più grandicelli, i libri che qua vengono accennati e messi in burla. Incontriamo addirittura Stefanella King, Attila, gli zombies e così via, tutti filtrati da una grande capacità della Santini di parlare ai bambini e insegnare loro facendoli divertire. Un libro, questo, che non mancherà di far divertire anche gli adulti che con i bambini si caleranno nelle avventure della gatta Panino Panino e dei suoi simpatici quanto bislacchi compagni.

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"In una casetta rosa confetto, certamente abitata da persone gentili, vive una gatta: la gatta Panino. Anzi panino Panino, pronta a raccontarvi tante favole. per sapere cosa sta "pasticciando" in questo momento basta sbirciare attraverso le tendine (sempre rosa) e [...]"

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Ken Harvey - Racconti - Playground

Ragazzo di zucchero

Una raccolta di 11 racconti – in cui il sesto dà anche il titolo all’opera, ma solo nella traduzione italiana – che dimostra in pieno il grande talento narrativo di Harvey, solidamente centrato nel solco dell’america contemporanea che scrive. I racconti narrano di americani, in patria, generalmente in un paesino del Massachusetts erto ad emblema della provincia, nel mezzo del nulla, e che del nulla alimenta la sua proverbiale middle-class, talvolta vede i protagonisti alle prese con viaggi all’estero, ma qua l’autore dimostra tutto il suo americanismo e svela, pare involontariamente, i tipici preconcetti dei viaggiatori a stelle e strisce.
Si può affermare che i racconti sono di ottima fattura, l’autore non è alle prime armi e si nota, la narrazione è solida, i personaggi ben costruiti e dotati di una vita reale, con meccanismi che li fanno subito assimilare al lettore quasi come vecchie conoscenze, fanno spesso un po’ tenerezza, anche vista l’acuta ironia che molto deliziosamente permea l’intera raccolta. Il ragazzo di zucchero è il protagonista di uno dei racconti, ma a ciascuno degli altri personaggi principali si potrebbe applicare questa etichetta, dolci, talvolta da tenere tutti alla larga, dolci da appiccicare, e dolci perché pronti a sciogliersi con poche gocce d’acqua. Ma la colonna sulla quale si imperniano tutti i racconti pare essere l’identità, negata o cercata, affermata o simulata, sembra essere la parola d’ordine che mette in moto i personaggi delle varie vicende. Il “ragazzo di zucchero” del titolo perde la propria identità, e con essa la capacità d’amare, mentre la madre sta morendo ed egli cerca di accontentare le sue ultime richieste; in “Signor Bolle ti amo” un fanciullo cerca di affermare la propria identità di innamorato, sebbene l’oggetto dei suoi desideri sia assai distante da lui, e così via, in una disperata rincorsa all’amore, alla coniugazione perfetta tra amore e personalità, a non rinunciare alla seconda per ottenere il primo. Nel corso della lettura si incontra una notevole galleria di personaggi, che incarna, come dicevo, la tipica middle-class americana, oggi purtroppo in crisi e costretta anche a fare i conti con la perdita del lavoro, ma comunque sempre concentrata sulla ricerca dell’amore, sulla disperata ed affannosa ricerca di come liberarsi dal dolore, costretta a fare i conti con la società, spesso crudele, ma durante questi brevi tragitti sotto gli occhi del lettore si intravede anche una America buona e giusta, che riesce anche ad essere tollerante. Nella narrazione si incontrano argomenti che in Italia sono ormai vietati a causa delle censure della destra benpensante e che deve compiacere le gerarchie vaticane, quali l’inseminazione eterologa, il matrimonio gay e l’omosessualità di un sacerdote. Nel libro di Harvey, questi argomenti per fortuna sono trattati con la giusta leggerezza, talvolta con ironia, ma con una visione di assoluta lucidità, inserendo questi fatti in un contesto assolutamente naturale – come è giusto che sia – della vita che scorre e che incontra sul suo cammino questi avvenimenti, e se nel libro assumono talvolta contorni drammatici è per l’abilità dell’autore a creare una giusta tensione narrativa, i fatti in questione sono semplicemente presi per tali, sono poi i singoli che si lasciano condizionare, ma la cosa che traspare è l’assoluta serenità che ormai si vive in molti Paesi di fronte ad aspetti della vita che in Italia fanno ancora gridare allo scandalo. Molto bello il racconto in cui un padre deve lasciare la famiglia perché omosessuale ed anni dopo il figlio lo vuole invitare alla commemorazione della madre defunta in cui lui sarà in tutta serenità col compagno ed il figlio adottivo, ma il padre ancora una volta scappa, non si presenta, è la differenza creata negli animi in soli 25 anni di evoluzione sociale: prima un gay doveva nascondersi, ora è normale che abbia anche un figlio, una cosa davvero bella e toccante. Ken Harvey crea con questo suo libro una serie di racconti davvero appassionanti, che, oltre agli aspetti descritti sopra, hanno anche il sapore della speranza, c’è sempre qualcuno che ti aspetta per amarti, come in “33 1/3”, o anche se pensi che tutto alla fine vada a rotoli invece ha solo preso una inaspettata strada, forse meglio di quella che avevi previsto, come in “L’immersione”. Tutto è narrato con una grazia ed una eleganza efficaci e molto gradevoli, con uno stile assai personale e assolutamente contemporaneo.

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Murakami Haruki - Narrativa - Einaudi

L’arte di correre

L’autore nella postfazione avverte: “ Penso che il libro si possa catalogare nella categoria «memorie». Non ha uno spessore tale da meritare la qualifica di biografia e nemmeno lo si può definire un saggio.” Un libro di memorie, dunque, e come il titolo afferma, sul correre, e più precisamente correre i 42.195 metri della classica Maratona, o i 100.000 della “stramaratona” sino a giungere al Triathlon. Cosa ha a che fare tutto ciò con l’amato scrittore giapponese? Niente, se si osservano i personaggi dei suoi libri, che mi ricordi io, nessuno di loro corre una maratona, ma, leggendo questo memoriale, i legami invece si rivelano essere tantissimi, com’è inevitabile che sia, tra la vita di Murakami, i suoi personaggi e la maratona. Non essendo una biografia il libro inizia arbitrariamente ad un certo punto della vita del protagonista, cioè quando egli decide di diventare scrittore e chiude il jazz bar che gestiva con la moglie, e qui i lettori di Murakami si illuminano, ah ecco perché vi è tanta musica nei libri e un bel bar con buona musica lo si trova – quasi – sempre tra le pagine dei romanzi, (senza pensare al protagonista di “A sud del confine, a ovest del sole”). Dopo la chiusura del bar, Murakami, decide di praticare uno sport che gli consenta di restare in forma, non ingrassare e che può praticare quasi dovunque: ecco che la corsa racchiude tutte queste caratteristiche. Così il racconto di Murakami si snoda tra allenamenti, tentativi falliti o ben riusciti di portare a termine una maratona, e quindi tra difficoltà, scoramento o gioia, secondo i risultati ottenuti. Ma facendo ciò Murakami apre le porte del suo mondo, quello reale, ed i lettori fanno incetta di elementi che poi si ritrovano nei romanzi, soprattutto di tratti psicologici che sono propri dell’autore e che egli spesso “travasa” nei protagonisti dei romanzi. L’altra grande ricchezza di questo libro è che tra l’allenamento costante e duro alla maratona, e lo scrivere c’è un legame fortissimo, l’autore ci insegna che la costanza e l’applicazione unite al talento danno risultati duraturi e proteggono dalle brutte sorprese, sia nella corsa che nella scrittura, un buon progetto ragionato e delle mete da perseguire senza cedimenti fanno parte dell’allenamento sulla strada e di quello alla tastiera, non lasciarsi andare quando ci si scoraggia e non adagiarsi di fronte ai successi sono qualità che il maratoneta e lo scrittore condividono. La disciplina è fondamentale nel poter portare a termine una corsa di 42 (o 100) chilometri, e nel portare a termine un romanzo, magari già chiaro nella mente ma che richiede lavoro e dedizione costanti per diventare un libro. Questo bel volume ha tanti bellissimi spunti di riflessioni e pacati insegnamenti che si possono applicare qualora si voglia diventare maratoneti, o scrittori, sono utilissimi nella vita quotidiana: la disciplina, la pazienza, l’applicazione; sono bei doni ma si possono anche coltivare se veramente si vuole perseguire una meta.
Il libro è narrato con semplicità e chiarezza, con uno stile un po’ più lineare o diaristico di quello che si trova abitualmente nei romanzi di Murakami, tuttavia la lettura è assai affascinante e, sebbene nel suo corso non vi siano le sorprese cui l’autore ci ha abituato, non manca una certa visione disincantata, ma profonda, sul mondo che ci circonda. L’autore con la sua capacità di osservazione, unita ad una particolare perspicacia, racconta fatti quotidiani, lasciando presagire che di essi si potrebbe anche dare un’altra interpretazione e molti possono essere un buono spunto per un racconto. Comunque il libro si basa totalmente su fatti reali e semplici ed è molto bello nella sua semplicità, ci fa sentire l’autore quasi un amico che ci racconta le sue vicissitudini col suo stile asciutto, rigoroso ed elegante. Nel capitolo dedicato al Triathlon tuttavia un dubbio si fa strada nella mente del lettore: se Murakami ha iniziato a correre quando ha iniziato a scrivere romanzi, ora che si è dedicato al Triathlon che sorpresa ci riserverà? Il volume è pieno, come Murakami ci ha abituati, di riferimenti musicali, per cui si potrebbe anche mettere insieme una colonna sonora per la lettura, ed è corredato da belle foto.

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Michela Duce Castellazzo - Romanzo - Maria Pacini Fazzi Editore

Il gioco del caso

Un uomo dalla vita agiata ed apparentemente felice e appagante, scopre di essere affetto da una grave malattia che lo porterà inesorabilmente alla paralisi e alla conseguente rinuncia di molte delle cose che compongono la sua vita. Questo fatto lo porta a scrollarsi di dosso tutto quello che lo ha reso a suo dire invulnerabile e, con gli occhi liberi e finalmente aperti, scopre una parte di sé che non aveva mai preso in considerazione: i sogni. Passando dalla dimensione onirica a quella reale alcuni oggetti cominciano a materializzarsi nella sua abitazione e con essi l’immagine di una donna della quale sa di essere inconcepibilmente ma certamente innamorato. Gli oggetti che gli compaiono al termine dei sogni sono i bandoli di una serie di matasse che conducono a persone e con esse alle loro storie. Il protagonista, Federico, decide che sarà il caso a svolgere le matasse, a risolvere il garbuglio di storie e identità che conosce solo parzialmente ma che sente come parte della sua vita attraverso i sogni. Sarà il caso, leggermente aiutato da Federico, e dagli altri protagonisti del libro, a mettere ciascuno nella propria casella, e ciascuno sarà veramente libero di percorrere la propria vita accettandovi quanto vi è di legato al sogno, al ricordo e alla fantasia – il sogno vissuto come parte reale della vita, perché spontaneo e significativo di quanto dal cuore non si vuole far trapelare.
Il romanzo è avvincente, il caso serpeggia e le vite si intrecciano e si allontanano, aiutate dagli oggetti di Federico, e sospinte dalla consapevolezza che ciascuno deve seguire le proprie inclinazioni, le coincidenze sono il dado gettato sul tavolo della sorte. L’autrice intreccia e scioglie le vite dei protagonisti del libro con mano felice, riesce a descrivere situazioni singolari, spesso sottaciute ma estremamente attuali e reali. I personaggi del libro vivono vite come tante che spesso si trovano nelle cronache dei giornali, ma la bravura dell’autrice ce le fa vedere sotto una luce assai particolare, non vi sono giudizi affrettati su certe scelte o inclinazioni ma una acuta analisi dell’animo umano e, spesso, una soffusa luce di speranza che fa bene a chi legge. Raccontare parti della trama di questo libro sarebbe ingiusto verso il lettore perché parte del fascino di questo romanzo sta nella sorpresa e nello stupore che si trovano pagina dopo pagina sino al magico finale, che lascia a bocca aperta. Finale non banale né scontato ma che riesce a gettare una luce completamente differente su tutte le differenti pagine, incanta fa sì che il libro non termini ma affida al lettore quasi un compito, dona una sorta di riflessione che prolunga il piacere della lettura anche dopo che si è girata l’ultima pagina.
Lo stile dell’autrice è assai elegante, il fraseggio è melodioso, mai tracotante o verboso; nel delineare i sentimenti o le essenze più fragili dell’animo umano non cade mai nel banale o nello sdolcinato ma ha una sua leggera fermezza molto gradevole. Il linguaggio è assai attuale, fresco e comprensibile, senza cadute di gusto anche in passaggi un po’ più “delicati”, appare moderno senza indulgere nella volgarità contemporanea e riesce ad esporre tutta la vicenda con chiarezza e melodia. Un romanzo molto bello questo di Michela Duce Castellazzo, fatto di sogno e di realtà, di speranza e di determinazione, pone l’uomo al centro del proprio universo, e, sebbene il sogno abbia la sua parte, è nella realtà che trae le sue origini ed i suoi fini. In fondo bisogna saper guardare dentro di noi per poter vedere la strada da percorrere, camminare chiusi su quello che di noi è apparenza non porta da nessuna parte, e una condanna quale può essere una grave malattia può essere vissuta come momento determinante per capire veramente di quale sostanza sono fatti i nostri rapporti con gli altri e con noi stessi. Dalla lettura di questo romanzo viene da dire che le cose che appaiono più inconsistenti in una esistenza, il caso e i sogni, sono in realtà la struttura portante di ogni cosa e l’autrice con bravura lo dimostra al lettore, incantandolo.

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Clelia Farris - Romanzo - Delosbooks

Nessun uomo è mio fratello

In una Indonesia sospesa tra passato e futuro, vede la luce Enki: egli, come tutti, sa da subito che la sua vita è segnata dall’appartenenza ad uno dei due gruppi in cui è divisa l’umanità: Vittime e Carnefici. Sino all’età di dodici anni ciascuno è incerto sulla sua appartenenza, ma dopo tale età il segno che indica a quale gruppo si appartiene si palesa sulla pelle rendendo chiaro ed ineluttabile il destino di ciascuno, ad ogni vittima infatti corrisponde un carnefice, uno soltanto, che ha il compito di uccidere prima o poi la vittima ad esso designata. Se una vittima ha da temere solo un carnefice, sa anche che questi può essere chiunque, anche uno dei genitori, un fratello, la moglie o uno sconosciuto, non si sa, ed il segno che lo indica viene tenuto nascosto. La società e le leggi, naturalmente, sono prone a questa situazione tant’è che un carnefice nel momento in cui uccide la propria vittima designata non è considerato un assassino e non è punibile. La consapevolezza di essere una vittima ingenera in chi lo è una paura assai profonda, mista ad una sorta di rassegnazione al fatto che il destino è già segnato, la morte giungerà prematuramente e forse, in fondo in fondo, si è vittime perché un po’ lo si è meritato. La società, ovviamente sempre pronta a cingere il capo a chi è più forte, tiene in gran considerazione chi è carnefice, giungendo a una sorta di razzismo contro le Vittime, ad esempio una vittima cui necessitano cure particolari per una rara malattia se le vede negare proprio per la sua condizione iniziale, le medesime cure saranno invece fornite senza esitazioni ad un carnefice nelle stesse condizioni. Enki però si ribella a questo stato di cose, egli è vittima ma non è remissivo nel carattere, anzi, arriva ad uccidere il padre che lo vessava e che riteneva il proprio carnefice. Questo ribaltamento di posizioni permette ad Enki di avere una visione differente della vita e del destino. Attraverso una sorprendente serie di situazioni e di trovate, non dimentichiamo che siamo in un libro di fantascienza, Enki riuscirà a sopravvivere, e non solo attraverso di lui si arriva a capire come, sebbene il destino sa segnato sin dalla nascita, ad esso ci si può sottrarre con volontà e forza d’animo. La classica dicotomia tra bene e male, bianco e nero, tra chi è considerato diverso e chi no è in questo bel romanzo analizzata e sezionata con estrema arguzia, facendo giungere il lettore alla medesima conclusione di Enki, e cioè che neanche un segno sulla pelle è sufficiente per creare divisioni nel genere umano, che non sempre ciò che appare, e appare assai certo, non può essere cambiato, sebbene con fatica e sforzi, nulla è così fermamente ancorato alla sua apparenza.
Come dicevo siamo di fronte ad un romanzo di fantascienza, e a tale mondo molte parti della narrazione appartengono, tuttavia una buona parte del libro racconta di cose reali e concrete, quali le risaie e il lavoro che esse comportano, e non scade mai in facili effetti o trovate per superare facilmente i punti critici. L’autrice crea un tessuto molto realistico sul quale poi costruisce parti di pura fantasia, ma tutto il lavoro appare perfettamente omogeneo, molto ben scritto, alternando parti più tese ad altre in cui si lascia posto alla meditazione o all’introspezione psicologica; soprattutto il personaggio principale appare splendidamente costruito, ed attraverso i suoi occhi e la sua mente il lettore vive tutta la vicenda. Il romanzo è sicuramente una ottima lettura, assai concreta, ma con voli di fantasia che sono assai gradevoli, l’autrice ha fatto un gran bel lavoro, con un linguaggio gradevole e preciso, avvince il lettore, anche il meno avvezzo al genere, alle pagine dense di avvenimenti, belle descrizioni e prive di sbavature o parti ridondanti.
Il libro è stato vincitore del premio letterario Odissea 2009, e leggendolo si ha l’impressione che il premio sia stato assai meritato.

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Maurizio Cucchi - Romanzo - Mondadori

Il male è nelle cose

Il male è certamente nelle cose, ed è forse da lì che lo attingiamo, ma pare più un alibi, una scusa per non dire che il male lo nutriamo noi stessi, lo creiamo distillando i nostri pensieri, titillando la parte di noi che si ritiene capace di giudicare gli altri, di ravvisare in quella che noi riteniamo meschinità una offesa al nostro intelletto. In questo romanzo, quasi diario in quanto scandito dai giorni che scorrono e danno il loro nome ai capitoli, la vicenda appare snodarsi dal 28 maggio al 5 luglio, un mese e mezzo sufficienti al lettore per conoscere il protagonista Pietro ed assistere al “male” farsi spazio in quella che sembra una vita quasi scialba, e darle una sorta di spina dorsale, una forza nuova che sospinge il protagonista ad uscire da un torpore che lo avvolge, e movimentare i legami in cui si sentiva un po’ imbrigliato, un po’ rassicurato, per tentare di trovare una nuova via. E questa via sembra passare attraverso l’odio e il male, verso chi appare miserabile, meschino, o comunque capace di urtare la sensibilità di Pietro che si ritrova, un po’ suo malgrado, a dover colpire la pochezza degli altri sino all’apoteosi finale in cui la vera pochezza sarà punita. Il libro procede con austera leggiadria disegnando un quadro in cui, su di uno sfondo di calma e normalità apparenti, si traccia un profilo che rasenta la mostruosità, quella stessa latente in molti animi dei cui risvegli sono spesso piene le cronache dei quotidiani. Cucchi riesce, con mano felice, a puntare i riflettori proprio su questa sorta di male oscuro che giace nell’animo e che quando non trova una solida fermezza viene alla luce con tutta la sua nefasta virulenza. Il breve romanzo è narrato con grande eleganza mista ad una sottile ironia sempre presente fra le righe, talvolta si mescola ad una virile malinconia, talaltra ad un amaro sarcasmo, ma senza indulgere al sentimentalismo a cui, anzi, l’autore sostituisce un lucido disincanto, narrato con parole di un lirismo semplice, quasi popolare, ma sempre assolutamente cólto e di un livello raro. La narrazione è densa di rimandi letterari e forse Cucchi si diverte ad intrecciare il racconto con l’avvertenza che il troppo leggere, il vivere nei libri, può essere fuorviante per l’animo; con monito che fu proustiano, il leggere non deve sostituirsi al vivere appieno la propria vita, altrimenti si insinua nelle menti, come in quella di Pietro, il male che è nelle cose, ma è la nostra mente che lo distilla e ve lo insuffla, così facendo permettiamo che da noi si espanda verso chi ci circonda, rendendoci miopi se non addirittura ciechi, come il romanzo sembrerebbe in fior di metafora suggerire. La lettura di questo lavoro di Cucchi è molto piacevole, egli da bravo poeta usa e piega le parole a suo piacimento creando una atmosfera quasi unica. Senza ricorrere a metodi prettamente poetici, l’autore costruisce un affresco reale e perfettamente delineato, dove i dialoghi sono autentiche aperture su di un pensiero forte e lucidissimo e le descrizioni costruiscono un mondo reale, preciso e pulsante, ma su tutto aleggia quella patina di romanzesco, che rende un libro solido e fascinoso. Cucchi si dimostra fine psicologo ed abile narratore, ed al termine del libro il lettore rimane con numerosi spunti di riflessione e un dubbio – forse. Chi leggerà il libro mi dovrà dire cosa pensa quando vede un criceto!

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Gabriella Maleti - Racconti - Edizioni Gazebo

Sabbie e altri racconti

Quando l’amore termina le parole, diventa doloroso,straziante, lascia un ricordo che è come una scia di sabbia sulla quale il cuore si graffia, la sabbia brucia sulle ferite ancora e ancora. L’essere umani trasmigra nell’accecamento della mancanza – della fine – dell’amore e assume tratti bestiali, al dolore si consacra l’esistenza, alla ricerca di esso si abdica dalla condizione di genitore. Ebbene, l’amore è protagonista in questo libro, bello, molto bello, che incanta il lettore con il suo dipanarsi in spire che riempiono il cuore e la mente, il suo ritmo affascina ed incanta, difficile è scostarsene o distrarsi. Le parole sono solide, a volte dure, legate in frasi brevi, quasi degli schiocchi, degli scatti di otturatore, che donano altrettante immagini, l’autrice è ottima fotografa e sa dare alle parole valenza di immagine. ma immagine mai banale, come di foto studiata, costruita che coglie l’attimo evanescente, senza farsi travisare dal banale ma riuscendo a coglierlo nell’essenzialità, apparentemente asciutta,ma in realtà, a chi come la Maleti la sa leggere, densa di vita, pullulante di germogli che si annodano, crescono e danno vita a nuove creature, a nuove visioni, dettate dall’intelletto, lette dal cuore e rese dalla mirabile mano di grande poetessa e scrittrice. Grande è l’incanto per il lettore che si avventura tra le pagine di questo bel libro, la vita è impietosamente analizzata, l’amore capovolto e privato dalla soluta patina di banale e stantio e sezionato, incidendo la carne viva e pulsante, abile la mano dell’autrice nel fare ciò, abile di grande esperienza con le parole , e si immagina di vita. La Maleti, immagino, ha letto nei cuori della gente, ha visto e vissuto in profondità la vita, ha saputo analizzarne la grammatica silenziosa, l’algebra misteriosa delle cifre che la contraddistinguono per poter distillare parole tanto amare ma assolutamente piene di vita, vissuta, amata, da incantare il lettore, da rendere le parole di questo “Sabbie” assolutamente universali nel loro saper cogliere aspetti che prima o poi capitano a tutti, ma sempre singolarissime. Grande coraggio lega l’autrice con il lettore di questa singolare opera, il coraggio di leggere ad alta voce le parole del dolore, del dolore straziante, capace di aprire crepe in un corpo, da lasciare sul “suo viso due binari neri” un dolore da rendere folli, da costringere a costruire un plastico in casa su cui rivivere il fugace pomeriggio in cui amore e malinconia si sono incontrati. E malgrado il nero che scaturisce dalle pagine del libro è impossibile non continuare a leggerlo, la poesia tesse le sue trine al di sotto delle frasi, rendendole dense armoniche di magia sonora, frasi brevi, dicevo, ma che riecheggiano all’infinito, riverberano le une sulle altre, creando una scrittura pluridimensionale, in cui le sensazioni dell’immaginario diventano sensoriali, avvincendo il lettore. Nero è il colore che di primo acchito emerge durante la letture, nero dolore, nera angoscia, nero abbandono, ma un nero affatto luminoso, chiaro di lucidità, del capire nel profondo l’animo umano, e fulgido di una scrittura capace, saggia, mai manierata, che può – deve – essere di esempio per tanti. Un libro assolutamente imperdibile, da leggere e portare dentro di sé, probabilmente uno dei libri più belli sull’amore, nel suo essere privo di stereotipi, nel suo essere implacabile, come l’amore è. I miei complimenti a Gabriella Maleti, Chapeau!!

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Nicola Zacchino - Narrativa - Albus Edizioni

Un minuto al tramonto

Come chiosa la quarta di copertina di questo volumetto “Questo non è un romanzo e neanche un racconto. Questa è una storia […]” e storia mi pare la definizione più appropriata per il narrare delle proprie esperienze, la propria storia, appunto, ed è quello che l’autore fa, celando nomi e luoghi ed affermando che gli eventi sono pura fantasia. Sicuramente ci sarà buona parte di costruito, probabilmente nessuno avrà mai vissuto quello che accade nel libro, ma certamente l’autore ha raccolto storie e testimonianze, dirette od indirette per mettere insieme questa storia. Zacchino narra di fatti semplici, di persone comuni, vite che ciascuno di noi potrebbe aver vissuto e qui, in questo – apparentemente semplice – cuore pulsante vi è la grandezza dell’esiguo volumetto. L’autore infatti non si lancia in voli pindarici, non crea fatti densi di suspense o non si abbandona a discorsi filosofici di chissà che portata. L’autore con precisione entomologica, pone la sua lente d’ingrandimento su di una piccolissima porzione di mondo, e ne svela i palpiti più minuti, le passioni vissute tra quattro vie o attorno ad un albero in un casale. Ed è di questo che la Storia, quella che passa incurante dei singoli, quella dei libri, è costruita, di tanti piccoli tasselli, che posti l’uno accanto all’altro creano un grande mosaico che è come un’istantanea scattata alla società di oggi. Ringrazio l’autore di questo libro, per aver raccontato una di queste tessere musive con tanta passione e tanta semplicità, perché di fatti semplici si tratta, ma riempiti di un tale amore, che è la sola cosa che rende anche il particolare più minuto una esperienza degna di essere condivisa. I ragazzi che animano le pagine di questo “Un minuto al tramonto” sono persone semplici, come tanti, ma che nutrono grandi speranze e grandi sentimenti. Il destino, poi, come spesso accade, li porta a disperdersi per le strade del mondo, ma non riesce a spezzare il legame profondissimo tra loro; ci riuscirà, in parte la Nera Signora, ma il ricordo è impossibile da cancellare, resta solo magari il rimpianto, composto da bei ricordi, e il dolore di non essere riusciti a fare qualcosa di più. Quando la vita scorre ed è come una giornata che dopo il calore e la luminosità del meriggio del fiore degli anni, volge al termine, resta poco, giusto un minuto al tramonto, ma la speranza ancora non è terminata, un minuto al tramonto significa ancora un minuto di luce, ed in quel minuto si possono fare ancora tante cose, compreso farsi perdonare da un figlio abbandonato. Il romanzo è breve e gradevole, l’autore ci racconta la storia che ci vuole narrare con mano salda, linguaggio immediato, fresco ed asciutto e ci dona 76 pagine di cielo azzurro e serenità non senza qualche nuvola qua e là a costringerci a fermarci a riflettere con uno sguardo all’orologio: quanti minuti abbiamo prima che giunga il tramonto?

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Stefano Saccinto - Narrativa - Rupe Mutevole Edizioni

Un’estate qui

Un’estate qui, ovvero coi piedi ben piantati per terra, nella propria vita, ma la mente, quella, è libera di volare alta nel cielo e proiettare la propria ombra sul futuro. Una scrittura fresca ed inappuntabile per questo libro di formazione che sembra scritto di getto, rincorrendo i pensieri e le riflessioni, nella speranza che quell’innocenza propria dell’età più verde non vada perduta con il passare degli anni. Saccinto ci conduce lungo la narrazione nei meandri della sua mente, fa vivere al lettore, in diretta, gli spasmi di un animo racchiuso dentro un corpo in crescita, che non sa se abbandonare o no la dimensione della gioventù per gettarsi a capofitto nell’età matura. L’io narrante del libro trascorre l’estate in questione nel fuoco delle torride giornate pugliesi, a bordo di una Panda, da solo o con gli amici o a fianco dell’amata Mia, tra giri a vuoto o letture che non riescono – più – a risollevare il senso delle giornate. E’ il peso della propria vita che si fa sentire sempre di più, è il doversi decidere a crescere quello che angustia l’autore-protagonista, crescere e trovare un mondo già pronto, senza poterlo modificare, senza potervi apportare qualcosa di personale, qualcosa di scaturito dalla propria mente e dal proprio cuore. Le riflessioni e i pensieri si susseguono a cascata, sottolineate dalla musica amata, e volano alte libere verso i confini della propria esistenza a crearne una inventata ma ben più reale, perché veramente cresciuta dal di dentro e non imposta dall’esterno. Talvolta il mondo è visto come uno sfondo di fronte al quale muoversi, inventando passo per passo il proprio copione, talaltra lo si sente sopraffare la vita del protagonista, come nelle pagine delle belle riflessioni sulla guerra israelo-palestinese. Da un realismo disincantato, a tratti il libro volge verso una certa colorazione psichedelica, dove i pensieri creano un vortice via via più veloce e, mulinando, conducono con sé ogni cosa che circonda la vita dell’io narrante, sino a creare uno spazio vuoto su cui tessere i propri pensieri più reconditi e le proprie ambizioni. Una lettura assai affascinante questo “Un’estate qui”, non un vero e proprio romanzo ma una sorta di diario interiore, dove le riflessioni ed i pensieri si intrecciano ad episodi di vita quotidiana facendo sembrare questi ultimi una specie di fondale, un po’ sfocato, su cui l’autore ricama pensieri ed ambizioni. La paura della perdita dell’innocenza sembra essere la cosa da evitare maggiormente, insieme alla paura di finire triturato nell’anonimato della vita dei più, e allora meglio affidarsi ad una tastiera con la quale edificare un mondo capace di proteggere ciò che esso racchiude ed influenzare ciò che lo circonda. Nella narrazione si intrecciano citazioni dai “classici” con reminiscenza della musica contemporanea, creando una miscela molto attuale e godibile; il libro è da leggere tutto d’un fiato per mantenere intatta quella sensazione di immediatezza insita nella scrittura, quasi una urgenza di dire, che si traduce in una scrittura agile e semplice ma non per questo meno preziosa. L’autore conduce il suo racconto sino alla fine con notevole abilità, senza cadere nel vezzo – comune ad opere di questo genere – di abbandonarsi a linguaggi finto-giovanili sboccati e quasi privi di senso, anzi dà prova di una buona capacità di scrittura, chiara ma non semplicistica, abbastanza colta ma non saccente. Un libro sicuramente da leggere, sia per chi vive le stesse ansie e slanci del protagonista sia per chi, ormai lontano con l’età, vuole dare uno sguardo alla galassia giovanile attuale (per poi accorgersi che non è cambiato poi molto in vent’anni).

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Angelo Scandurra - Narrativa - Bompiani

Quadreria dei poeti passanti

Questo volumetto, di una settantina di pagine, vanta un titolo che perfettamente incarna il contenuto che il lettore andrà a scoprire nel corso della lettura: una galleria, o meglio, una raccolta – preziosa – di immagini e sensazioni. Ogni pagina porta un titolo che, come in un dipinto, preannuncia ciò che l’osservatore troverà, tra le pennellate dell’autore, allo stesso modo, Scandurra per ognuno dei soggetti, disegna un affresco fatto di vigorose ed efficaci pennellate: quasi degli aforismi esplicano via via l’argomento trattato. Poche, secche frasi aprono agli occhi del lettore (visitatore di questa galleria) scenari inaspettati, le sensazioni sono prese per mano dall’autore e quasi costrette ad abbandonare i percorsi ordinari per andare a collocare i propri passi su terreni inesplorati, in un percorso di continua scoperta fatta di un sempre celare il traguardo finale per farne scoprire di nuovi e inusuali. La scrittura è secca, dicevo, ma non arida, bensì asciutta, come il legno stagionato, una sorta di cassa armonica dall’apparenza dura ma che non appena viene vellicata da mano capace riesce ad esprimere una voce tale da far dimenticare l’iniziale smarrimento visivo e far aprire gli occhi della mente ad armonie uniche e capaci di creare un moltiplicarsi di pensieri che continuano anche dopo aver terminato la lettura.
Scandurra usa la letteratura in modo sorprendente, tale da andare al di là dei processi descrittivi piani soliti dello scrivere e giunge a vette di pensiero dalle quali si intravedono le altre verdi vette del dire poetico. Poesia che non è raggiunta frontalmente ma sfiorata, lasciata presagire da uno scrivere colto ed armonico, in cui le parole risuonano amplificando i loro significati remoti e tratteggiando quella forma di pensiero che l’autore ci vuole mostrare. L’autore scava nel profondo della letteratura portandone alla luce le radici profonde, belle, solide, ripulite da tutto il successivo ramificare, per mostrarne la pura bellezza, quasi una sorta di letteratura archetipale, da cui immaginiamo si svolga poi tutto il florilegio che contraddistingue buona parte della letteratura attuale, lasciando tra le pagine di Scandurra la sua quintessenza, l’aspetto della vera origine di tante pagine. Come Scandurra dice a proposito dell’Appartenenza (a pagina 42) “L’onda dei benvenuti apre la costellazione della sapienza. […]”, così è benvenuto negli scaffali di ogni lettore, che davvero ama la letteratura, questo libro capace di aprire le porte della sapienza, permettendo di entrarvi ad ammirare le meraviglie di cui essa è capace. Angelo Scandurra, poeta, editore e da sempre immerso nella cultura dei nostri giorni crea tra le pagine di questa “quadreria” un percorso che può affascinare il lettore capace di lasciarsi andare. Anche se, a tutta prima, il libro potrebbe apparire come un po’ “chiuso”, nel suo iniziale splendore arcano vi è anche la chiave per la sua risoluzione, bisogna per un attimo dimenticare la forma di ciò che si è letto in letture precedenti e attraverso la conoscenza della sostanza con cui sono tessuti gli altri libri comprendere questa singolare opera, fatta di pura materia artistica e letteraria, impastata di calore e passione.

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Loretto Mattonai - Narrativa - Edizioni Gazebo

La strada bianca

Sulla copertina una vecchia foto un po’ sfocata che ritrae una madre con i due “figli gemelli anche nel nome” ed un cane, ai loro piedi la strada bianca che dà il titolo a questa elegante opera. La madre purtroppo non c’è più e uno dei due figli, il maschio, Loretto, appunto, compone questo libro per raccontarla, commemorarla e fissare i suoi insegnamenti, il suo amore per le cose semplici ed i fiori, amati e conosciuti, uno ad uno. Mattonai racconta della sua infanzia, di come i suoi occhi di fanciullo hanno visto questa madre, spesso china sui campi, laboriosa, quasi come un uomo, ma sempre con la serenità negli occhi buoni, e la sincerità nel cuore.
In questo prezioso volumetto, in bilico tra poesia e racconto, Mattonai non vuole rimpiangere la madre, o costruire coi ricordi una sorta di cattedrale del dolore, causato dalla mancanza di colei che oltre alla vita gli ha trasmesso l’amore e la sensibilità. Tutt’altro, l’autore vuole semmai raccontare, parlare ai lettori di come era l’esistenza della madre, di come sapeva riempire le giornate di attenzioni e di giorni grandi e piccoli; ed ora che non c’è più ogni momento è comunque pregno del ricordo di lei, di Franca, la sua essenza pervade ogni piccola cosa, il suo profumo ed il suo sapere si diffondono, ogni attimo non è vuoto della mancanza ma è pieno del ricordo.
La grandezza di questo libro, sta proprio in questo saper dipingere il dolore della scomparsa della persona amata con la sua presenza, il suo ricordo ed i suoi insegnamenti non sono momenti di rammarico di rimpianto ma sono spunti con cui valutare gli istanti, soppesare i giorni, valutare le sensazioni. Il dolore è sicuramente presente, immenso, asperrimo, ma vi è il desiderio di effondere Franca in ogni momento, di vedere con gli occhi di lei, per far sì che la sua vita non sia passata invano, che la morte non l’abbia presa anche dai cuori. Il dolore è ora il compagno di ogni giorno, che spesso si fa acuto, nei momenti della memoria involontaria, quando qualcosa fa balenare agli occhi di Loretto aspetti della vita condivisa con la madre; ma accanto al dolore vi è la gioia del ricordo dei momenti vissuti con lei, e la gioia del vederla vivere nelle piccole e grandi cose che, malgrado la sua scomparsa, continuano ad affacciarsi alla vita, il suo mondo continua a vivere, perché lei non è – come si dice – scomparsa, ma presente, sebbene non più visibile, non più tangibilmente presente tra le persone che l’anno amata, ed è l’amore che ella ha saputo far crescere intorno a sé che la mantiene viva e presente.

Attraverso le pagine del libro Mattonai ricostruisce la vita di una certa società contadina del dopoguerra, con le difficoltà, le speranze e le piccole innovazioni che l’era moderna portava anche nei paesini più piccoli. Tutto il libro comunica una grande serenità, non scade mai nel rimpianto, anzi, trasmette una certa gioia nell’aver vissuto certi momenti, che hanno nutrito l’animo e la mente dell’autore con una scorta di bei ricordi e momenti felici che continuano, dopo tanti anni, ad alimentare la sua penna. Il libro alterna pagine più prettamente poetiche ad altre in prosa, ma dovunque, riga dopo riga, il linguaggio è molto bello, assai curato e sempre melodiosamente poetico, da gaio a struggente, ma che non cede mai a leziosaggini o giri di parole per abbellirsi, tende piuttosto ad una certa sobrietà, talvolta addirittura indulge ad una semplicità quasi infantile ma ciò serve per rendere al meglio le frasi che un fanciullo rivolge alla madre e che gli resteranno per sempre nel cuore. Il ricordo della madre è l’asse portante del libro, e con essa Mattonai rammenta anche gli altri componenti della famiglia, ma la speranza di continuare ad essere sempre tutti insieme protegge dal dolore del vuoto, riguardo a ciò si può leggere: “Il momento del trapasso è stato difficile, / rivela Franca nel sogno di Elisa; lasciare / le persone più care. Ma adesso Lei dice / d’esser felice, di avere ritrovato tutti: / i presenti di ora, gli scomparsi di allora, / ogni petalo della corolla (luce alla luce)”. Un libro, questo di Mattonai, davvero molto bello, lascia nel cuore un calore leggero, come di petali di fiori. Franca non c’è più, i gemelli Loretto e Loretta sono ormai grandi, ma la strada bianca che essi hanno percorso è sempre là ad indicare la via dei sentimenti buoni e dei ricordi su cui continuare a crescere nel ricordo di un sorriso.

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Mario Masini - Romanzo - Lalli Editore

Serie sinfonica (suite)

L’amore, come è noto, dà grandi frutti alle vite cui si affaccia, a volte però tra questi frutti se ne nasconde qualcuno avvelenato. È quanto impara Matteo, lungo le pagine di questo romanzo. Ragazzo di umili natali, grazie alla sua bravura e dedizione riesce a farsi strada nella professione, giungendo a lambire un mondo abitato da persone diverse da lui, per il solo fatto di essere molto ricche. In questo milieu Matteo incontra Marina, bella e viziata, e se ne innamora. Marina non pare capace di nutrire un sentimento tanto bello e puro, ed in fondo assai semplice, ella preferisce la bella vita, le gite con gli amici e riserva a Matteo delle attenzioni puramente marginali, lo considera soltanto come un “oggetto” decorativo. Matteo è assai ostinato e riesce a sposarla, ma la vita matrimoniale si rivela ben presto molto diversa da come egli si era immaginato, la moglie non intende cambiare stile di vita e alle serate accanto al focolare domestico preferisce gli amici e le notti in discoteca. Tuttavia dal matrimonio nasce una bambina, subito affidata ad una balia per non stancare Marina, la quale non si capisce se è affezionata alla bambina o invece la consideri semplicemente un oggetto in più da possedere. Purtroppo sarà valida la seconda ipotesi, infatti, quando la piccola Sofia si ammalerà seriamente e verrà ricoverata in un centro specializzato, per Marina sarà la goccia che fa traboccare il proverbiale vaso: visto che il bell’“oggetto” è fuori uso, preferisce non considerarlo più, anzi perde l’ultimo briciolo di legame con il marito e lo lascia. Matteo si divide tra la bambina, il lavoro e il tentare di restare in contatto con la ex moglie alla quale in fondo si sente ancora legato. Questi tentativi di mantenere un minimo legame gettano Marina in un vortice di assurdo furore, la donna comincia a dimostrare come chi è incapace di dare amore è altrettanto incapace di riceverlo, e questa incapacità desta in Marina un autentico odio, misto a scherno per Matteo. Finalmente l’uomo incontra una donna capace di dargli la serenità appena intravista e mai gustata, e con mille tentennamenti, anche perché la ragazza è assai più giovane di lui, si lascia andare ad un rapporto sereno, capace di far tornare anche la piccola Sofia in seno ad una famiglia felice. Ma Marina livida d’odio organizza una vendetta atroce contro Matteo – reo di averla amata – che passerà proprio attraverso Roberta, la nuova fidanzata di Matteo; pagine amare e tristi per quanto succede ma che l’autore riempie anche di belle riflessioni sull’essere vittima di certe atrocità e di come l’amore, anche se vero e forte può vacillare di fronte all’orrore di certi avvenimenti. E da qua alla conclusione del romanzo il passo è breve, ma non voglio svelare oltre per non togliere ai lettori la sorpresa.

Il romanzo è narrato molto bene, con un efficace ricorso al flash-back, per completare il quadro narrativo, e la psicologia dei personaggi principali è assai ben costruita e condotta con estrema coerenza lungo tutte le pagine. Il linguaggio è asciutto e preciso, talvolta si tinge leggermente di dialetto toscano (l’autore è nato a Firenze), alcune pagine però assumono connotati più enciclopedici che romanzeschi e questo offusca leggerissimamente il nitore di pagine molte belle. L’autore affronta con piglio deciso e mano capace argomenti anche difficili senza mai cedere a giudizi affrettati o semplici soluzioni, anzi riesce ad approfondire in modo molto bello ogni tema che affronta nella stesura del racconto. Un altro aspetto importante di questo “Serie sinfonica” è che partendo da fatti semplici, quasi sotto gli occhi di tutti nel quotidiano, riesce a costruire una vicenda carica di partecipazione ed introspezione assai acuta. L’autore dimostra che oltre ad essere tecnicamente capace ha una visione precisa e interessante sull'animo umano. Le sfumature dei sentimenti vengono analizzate con maestria ed usate per costruire le vicende con una certa efficacia, e dimostrano come certamente il romanzo è stato scritto con l’intento di dire qualcosa, oltre che di voler raccontare una storia.

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Fiorenza Licitra - Racconti - Albatros - Il filo

Le ore blu

Una piccola raccolta di brevi racconti queste “Ore blu” dove per ore blu si intendono quei momenti in cui un pizzico di magia va a mescolarsi nella sabbia dell’ordinario. Vi è un momento in cui la realtà delle cose sembra scollarsi dal sogno, lasciandolo trapelare; i racconti di queste pagine sono proprio le istantanee scattate a quei sogni che ad un certo punto riescono a sfuggire da dietro la piattezza della realtà donando ai fatti la magia di un caleidoscopio. I racconti narrano di viaggi e viaggiatori, reali o che si muovono solo grazie alla fantasia, mischiandosi tra realtà e leggenda, ma anche di bambini la cui placida innocenza riesce ancora a pescare dalla fantasia per trasporla nella realtà di ogni giorno. Spesso le storie raccontano di sconosciuti che inaspettatamente si incontrano, si amano, per dimenticarsi l’un l’altra il mattino dopo, marinai che vivono in città ma restano sempre legati al mare, all’orizzonte vasto. Sembrerebbe che la cifra di questi racconti stia anche nella non appartenenza, nel non appartenere a nessuna persona o a nessun luogo, oppure che questi siano situati in un altrove che fa sentire le persone “in prestito” nel contesto in cui l’autrice ce li mostra, ma nel momento di dileguarsi. Vi è una ricerca costante, vi è una sorta di candore forse nell’immaginare che ci deve per forza essere qualcos’altro – qualcosa di più – altrimenti questo mondo, questa vita che conosciamo, rischiano di diventare troppo stretti. Ma il desiderare che ci sia è già qualcosa, riuscire poi a tratteggiarlo come l’autrice fa è impresa da non poco, e quindi lasciamoci cullare da questi bei racconti capaci di farci fare due passi in luoghi che appartengono alla fantasia ma che spesso ci dimentichiamo di immaginare. La scrittura della Licitra è come le sue storie, lieve ed aggraziata e riesce a prendere percorsi inaspettati, con eleganza e brio, e soprattutto con tanta bravura.


P.S. Se volete acquistarlo su ibs.it, come solitamente indichiamo nel pulsante "Acquista" a inizio pagina, sappiate che hanno fatto l'errore di associare il libro a certa Zanco Anna, ma il libro è di Fiorenza Licitra. Buona lettura.

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Edmund White - Narrativa - Playground

Caos

Una novella (come recita il titolo originale) e tre racconti compongono questo libro di Edmund White, ottimamente tradotto da Giorgio Testa.
Il caos suggerito dal titolo pare essere quello del non sapere più quale sia il proprio posto in quel pezzetto di mondo che consideriamo casa, qualcosa cambia e di colpo ci si sente fuori posto, immersi in un caos che apparentemente ha una sua vita spontanea ma in realtà è alimentato dalla nostra confusione, dal nostro straniamento dalla vita. Protagonista dei quattro brani è il solito professore, giunto in prossimità dell’età del riposo che si guarda attorno e scopre di non aver costruito granché; nel primo e più lungo racconto, veste i panni di uno scrittore ormai fuori moda, che tende a dimenticare le cose e fare confusioni tali da mettere in crisi la sua vita professionale, ma ciò è dovuto alla sua crisi personale in un mondo che fu il suo ma che ora vive all’insegna delle droghe di sintesi, dei muscoli e degli ormoni in eccesso. Lui che non usa droghe, non è mai andato in palestra e non dispone di quella caratteristica fisica tanto invocata dai più si vede costretto a pagare per avere un po’ di compagnia, e dall’incontro con Seth, un bel ventottenne mormone, nascono una serie di considerazioni sui desideri di dare e ricevere amore, e come spesso i soldi siano uno schermo dietro il quale ci si nasconde per non mettere a repentaglio i propri sentimenti. Le considerazioni di White su questo argomento sono sempre molto belle e partecipate, velate da quel sottile strato di ironia che riesce a porle nella prospettiva tale per cui riescono in modo efficace a far riflettere.
In questo lungo racconto entra anche una donna, amica del cuore del protagonista, anche per lei gli anni scorrono, e al maturo protagonista toccherà fronteggiare pure il declino di quella che pare essere l’unica persona che gli è rimasta accanto nel volgere della sua vita verso la vecchiaia. Amica che torna anche nel terzo racconto, “Buon viso a cattivo gioco”, come compagna di vecchiaia e dà lo spunto al protagonista per raccontare una divertente avventura occorsa ai due qualche anno prima in cui la donna forte del fatto di essere di sesso femminile e di bell’aspetto crede di avere conquistato il cuore di un gentile padrone di casa, ma la vita non va mai come previsto. Un giorno il padrone di casa presenta loro la promessa sposa creando forte imbarazzo alla donna infrangendole il sogno d’amore, ma la realtà non è neanche questa, ed al rassegnato protagonista non resta che lasciarsi andare a considerazioni sul valore dell’amicizia e su come sia difficile vivere in una società repressiva. Il secondo racconto è un'altra istantanea sulla vita di un uomo maturo che guarda cambiare il mondo intorno a lui, osserva il compagno andarsene e decide di farsi un regalo, che lo aiuterà a rassegnarsi ad affrontare con serenità la vecchiaia. Nell’ultimo racconto si va indietro nel tempo sino al 1953 nella cosiddetta “Epoca dei dischi” in cui assistiamo alla scoperta da parte dell’autore, da giovane, di quel mondo che gli permetterà di evadere dalla angusta provincia americana attraverso l’arte ed in particolare un film di Greta Garbo proiettato in una sperduta chiesa.
Il libro è, come sempre con White, molto bello, scritto in modo elegante ed efficace con spunti intimisti ed ampie pennellate da grande affresco, costruendo così la chiara sintesi tra la vita dell’individuo rapportata al mondo che lo circonda, alla serena rassegnazione di chi piano piano viene relegato alla parte del benefattore perché non più oggetto di desiderio, ma quasi oggetto che desidera. Il libro ci mostra come talvolta un ambiente ristretto possa mostrarsi spietato verso i suoi medesimi adepti quando questi cominciano a perdere le caratteristiche che i più desiderano, ma è altrettanto vero che basta un po’ di disincanto e un po’ di forza per continuare a trovare quell’amore che tutti paiono relegare in secondo piano ma in realtà desiderano.

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Riccardo Corsi - Narrativa - Edizioni Gazebo

Il sillabico sangue

Una cospicua raccolta di racconti, questa di Riccardo Corsi, che sembra non seguire un preciso tema conduttore, ma ogni racconto, ogni breve storia che inizia, stupisce il lettore con il suo essere inaspettato dopo aver terminato la lettura del precedente. La raccolta è composta da racconti, ma non solo, vi si trovano anche brevi storie, piccole favole, lampi di ricordi, brevi sortilegi linguistici che il bravo autore intesse tra loro usando un linguaggio agile e ricco, e l’agilità gli permette di portare a compimento una storia anche nel brevissimo spazio di una mezza paginetta, la ricchezza gli consente di non avere mai un tono monocorde nello scorrere delle pagine, come talvolta avviene per le raccolte di brevi scritti, dove la brevità dei flash si sorregge su di un linguaggio che tende a riecheggiarsi, tutt’altro, Corsi riesce a costruire una sorta di struttura polifonica ad una voce – si potrebbe azzardare questa definizione – usando cioè voci e timbri diversi secondo l’atmosfera che vuole evocare senza però perdere mai di vista l’unitarietà della raccolta. Il linguaggio usato dall’autore è molto aggraziato, nitido e fresco, non cade mai in facilonerie o sbaffi linguistici, anzi senza essere saccente è assai sapiente, ma di quella sapienza capita ed elaborata, e che affiora in un uso molto piacevole della lingua italiana, che qui ci giunge bella e pulita.
Gli argomenti toccati in queste scorribande dell’autore sono molteplici e spesso schiudono gli occhi del lettore sulla realtà nel momento esatto in cui smette di essere tale ed assume l’aspetto del sogno o della profezia o si tinge di toni quasi da parabola, sussurrando un monito o ponendo l’accento su qualche stortura della nostra società che rischia di degenerare. Alcuni racconti hanno lo scatto di un aforisma, creati con materia densa e difficile da scrollarsi dalla mente, altri scorrono con leggerezza e sinuosità, come dei veri romanzi in miniatura, la divisione in capitoli raggruppa gli scritti inerenti uno specifico argomento, ma senza assediarli o racchiuderli in uno stretto confine ma usando l’argomento stesso come un vero e proprio trampolino da cui spiccare un singolare volo, per mostrare gli aspetti della vita umana sotto una nuova ed inattesa luce. La maestria che il Corsi esprime in questa raccolta sta forse proprio in questo, nello scostare il sipario del fluire dei giorni reali per mostrare al lettore che dietro ad essi c’è molto di più, basta fermarsi a riflettere o semplicemente lasciandosi trasportare dalla fantasia. Questo Sillabico sangue è sicuramente un libro da leggere e rileggere perché può, come un caleidoscopio, cambiare la sua forma e il suo colore e con questi gettare una luce nuova su ciò che stiamo vivendo, facendo balenare nuovi aspetti e l’idea che forse spesso la realtà del quotidiano è tessuta coi fili dei sogni.

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Luca Attardo - Racconti - Sovera Edizioni

Non particolari pensieri

Il libro è una serie di istantanee, colte nell’attimo in cui il regolare ed uniforme fluire delle cose pare arrestarsi e, repentinamente, cambiare il proprio corso, oppure riprendere come prima, dopo aver semplicemente esalato un sospiro appena trattenuto. In alcuni racconti, che talvolta paiono delicati acquarelli, il mondo normale viene semplicemente descritto così com’è, e il descriverlo di già lo trasforma, l’occhio dello spettatore cogliendo un particolare modifica l’insieme: il porre lo sguardo su di un punto ricolloca tutti gli altri in un nuovo, differente, ordine. I personaggi di questi quadretti, sono sempre i medesimi, oltre all’io narrante, ed è questo il primo indizio che ci lascia presagire la materia di cui sono fatti i brevi – brevissimi – racconti, proseguendo nella lettura si insinua nel lettore una sensazione di familiarità con l’autore, come se ognuno avesse da qualche parte, nella propria coscienza – sopite – alcune delle sensazioni che emergono dalla lettura. Continuando nello scorrere delle pagine si palesano sempre più chiaramente i lineamenti di quel che stiamo leggendo: i racconti sono dei sogni. Come i sogni propongono volti e luoghi familiari, nel momento in cui questa familiarità disorienta e ci diviene estranea. Vi sono momenti, nei sogni, ed in questi racconti, in cui gli avvenimenti sembrano banali, ma non lo sono, in quanto privi di spiegazione – ai nostri occhi –, la spiegazione si colloca al di fuori del nostro campo visivo, nel campo del sogno per l’appunto. Il percorso proposto dall’autore attraverso i brevi flash dei sogni appare talvolta come un immenso gioco dell’oca, ad ogni lancio di dado, ad ogni cambio di casella, tutto il mondo caleidoscopicamente ruota, tutto cambia, è sempre lo stesso mondo, ma assume una luce e dei connotati diversi. Nella raccolta l’autore passa al vaglio praticamente tutti gli aspetti della vita umana, anche l’amore ed il sesso, ma anche questi sono visti con malcelato stupore, in un amplesso o nella posizione della donna amata, ciò che salta all’occhio è un particolare del tutto secondario, o una considerazione inattesa che gettano di nuovo all’aria tutte le tessere del mosaico e il racconto successivo parla poi di tutt’altro, o delle medesime cose viste da una angolazione del tutto differente. L’autore ha costruito con le pagine del libro una specie di affascinante ragnatela, creata da punti comuni amalgamati con sensazioni fuori dell’ordinario, in cui il lettore resta invischiato, si perde, passa da un filo all’altro, da una prospettiva all’altra, finendo coll’illudersi di essere la vittima ma anche il ragno che lo immobilizzerà rendendolo prigioniero della ragnatela per sempre. Vi è anche un che di “Borgesiano” in questo libro, quasi uno specchio attraverso il quale la realtà si trasfigura, restando perfettamente reale, ma gettando a ritroso un’ombra imprevedibile che comincia a rodere, come vorace tarlo, le certezze delle persone sino a gettarle nel dubbio totale tra ciò che è la vita reale, quella immaginata e quella sognata.
Luca Attardo ha creato con questo libro una sorta di collezione di fatti, reali o sognati che non mancano di incantare il lettore, usa un linguaggio assai semplice, immediato e quotidiano, ma mai banale, sempre preciso, se talvolta didascalico, tuttavia riesce ad essere ben movimentato e dare la giusta velocità e leggerezza ai brevi racconti. Nell’ultima sezione, “L’arcobaleno alla finestra”, riesce a far librare la scrittura con volo leggero, denso di colori inaspettati e vividi, mescolando al suo stile narrativo delle ventate poetiche davvero belle.

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Mauro Marchese - Narrativa - EdiGiò

Le lacrime di Paolo

Le lacrime, il dolore vero, ciò che sgorga da dentro ciascuno di noi è quel che serve per curare le ferite del mondo, le brutture ed il dolore che lo pervadono. Questo apprende il protagonista del romanzo, Paolo, dopo la sua morte; il romanzo è infatti – assai singolarmente – la cronaca di quel che accade a Paolo dopo il decesso, quando si ritrova in un luogo sconosciuto, una sorta di enorme sala d’attesa, un luogo di transito prima di giungere al luogo designato per l’eredità. Ma Paolo ha ancora troppi rimpianti, tanti ripensamenti sulla vita che ha appena lasciato, teme di aver vissuto senza aver combinato nulla di buono, pensa che nessuno senta la sua mancanza. Il ragazzo viene affidato ad una sorta di tutor, una persona, o forse un angelo o altra entità soprannaturale, per fargli trovare il suo cammino e sciogliere finalmente i legami con una esistenza ormai terminata. Ma Paolo è ben lungi dall’abbandonare i legami col mondo dei vivi e mettersi buono buono nel suo angoletto di Paradiso, vuole piuttosto vedere e capire tanti aspetti della sua vita, e soprattutto, cosa proibita ma a cui non riesce a sottrarsi, vuole intervenire sul mondo e cercare di togliere ai vivi un po’ di sofferenze. L’autore costruisce così un romanzo assai originale, ambientato in un aldilà che pare in tutto il mondo reale, diverso forse solo per il fatto che i contorni delle cose tendono a farsi meno stringenti e vi si può fare praticamente ogni cosa. La totale mancanza di verosimiglianza nel libro, appare come uno dei suoi punti di forza, cioè, quasi una sorta di gioiosa incoerenza, basti dire che ad un certo punto i morti tornano nel mondo dei vivi, inscenando quasi un romanzo giallo, e risolvendo poi tutto con il fatto di essere morti e di avere dei “poteri”. Ma tutto ciò, sebbene possa un poco stupire il lettore, appare come una trovata assai divertente, l’autore vuole far giungere il suo messaggio, e lo fa usando ogni mezzo che la sua fantasia gli mette a disposizione. L’autore avrebbe potuto costruire una storia in cui Paolo resta vivo e riesce a vedere la sua vita da una prospettiva diversa; è questo ciò che si trova tra le pagine del libro: non esistono vite sprecate, ogni vita è degna di essere vissuta al pieno delle proprie capacità, fidando in sé stessi e soprattutto non nascondendo ciò che siamo sotto la mole di ciò che ci sarebbe piaciuto o avremmo voluto essere, ciò che siamo è già abbastanza grande e bello e anche le nostre lacrime – le nostre debolezze – sono utili, se provengono dalla nostra intima essenza. Invece l’autore, Mauro Marchese, opta per questo bell’impianto narrativo, assolutamente originale e frutto della sua fervida fantasia; narra in modo divertente ed efficace una storia pregna di elementi fantastici, come dicevo, a volte sembra non curarsi di salvaguardare un minimo di coerenza o verosimiglianza, ma questa è la bellezza – la forza – del libro, l’aver mescolato in un tessuto completamente fantasioso, e quasi inafferrabile (non è forse vero che in fondo il paradiso ci è inimmaginabile?) una storia assolutamente concreta e carica di umanità. Marchese si dimostra bravo romanziere, capace sia di usare gli strumenti romanzeschi, sia di porre la propria fervida fantasia in un’ottica di disvelamento, attraverso meccanismi irreali, di ciò che c’è di più reale e profondo in ciascuno di noi.

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Gilberto Severini - Romanzo - Playground

Il praticante

Carlo, detto Carletto, nasce e cresce in una piccola città della provincia italiana, quando è il momento, considerato “giusto” dalla società, convola a nozze con Vittoria, sposa subìta più che cercata. Ma in realtà il cuore di Carletto è molto più tumultuoso di quel che traspare, e di quel che la società perbenista è disposta a supporre, già, perché il Carletto è sempre stato un po’ irrequieto, e seguendo i passi del suo istinto si è trovato coinvolto in piacevoli giochi con un anziano nobile. Carlo sa che i giochi che fa con l’anziano nobile non sono cosa di cui parlare, non ne può essere fiero come di una conquista femminile, ma gli danno comunque tanto piacere, ed è con grande rammarico che li interrompe a causa di una grave malattia del nobile.
In questo agile racconto vi è intrisa tutta la tristezza della vita immersa nell’ipocrisia della provincia, è molto meglio sposare una donna che non si ama, piuttosto che vivere l’amore che si vorrebbe. Il protagonista del libro, è un ragazzo un po’ schivo, rimasto forse ragazzo dentro di sé, piuttosto che l’uomo che desidera essere, anche la moglie durante la loro prima notte lo schernisce dicendogli che “è ancora un ragazzo”, e questo essere ancora un ragazzo è il fardello che Carlo porta nel petto, egli vorrebbe essere considerato un uomo, ma il carattere remissivo e l’eccessiva magrezza lo rendono sempre simile ad un fanciullo un po’ cresciuto. Paradossalmente, quando invece incontra un altro uomo nell’intimità la sua virilità viene salutata con entusiasmo dal partner, in quei momenti Carlo appare come un vero uomo, è chiaro che il poter vivere liberamente i suo istinti, il suo modo di intendere l’amore è l’unico modo affinché egli possa diventare effettivamente un uomo. Non sposando la grassa Vittoria, non passando da apprendista sarto ad operaio, ma semplice manto liberando i suoi istinti, vivendo appieno ciò per cui è nato.
Il libro è narrato dal Severini con grande garbo e notevole capacità narrativa, tra le sue pagine si sente il profumo di quell’Italia del dopoguerra che abbiamo perso da un po’, ma che comunque stenta a scrollarsi di dosso quell’aria tetra di bigotto perbenismo che, soprattutto in provincia, tarpa le ali di chi non è conforme alle aspettative. L’autore narra con l’eleganza ed il piglio delle grandi penne del secondo Novecento italiano, la sua scrittura è solida e non ricorre a fronzoli e sotterfugi per tenere attento il lettore, gli basta dispiegare la sua bella voce ed è bello lasciarsi andare alla narrazione, che si sposta agevolmente su piani temporali diversi, sino a mostrarci un Carletto a tutto tondo,con i suoi pensieri le sue pure ma con, forse,una sicurezza, quella dei suoi istinti, repressi ma assolutamente precisi e vivaci. Il libro si chiude la notte di Natale, quando Carlo ha la quasi certezza dell’infedeltà della moglie ma riesce a gettare una vivida e sincera luce dentro sé stesso, e dopo questa presa di coscienza, l’indomani, Carlo riceve la triste notizia che l’anziano nobile con cui tanto piacevolmente si era intrattenuto è spirato, il lettore si immagina che a questo punto Carletto ha tutti gli elementi tra le mani per incominciare a vivere davvero, terminare il suo praticantato e diventare un uomo a tutti gli effetti.

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Marta Barone - Romanzo - Rizzoli

Miriam delle cose perdute

Sin dal primo giorno della sua vita Miriam sa di non essere una persona come le altre, ancora ne ignora il motivo, ma è perfettamente cosciente del fatto che la sua vita non può essere come quella delle altre bambine. Il compito di questa fanciulla diventa evidente ai lettori dalle prime pagine della narrazione, ella, col più noto nome di Maria, diventerà la madre del Messia. Il romanzo ci mostra l’intero arco della vita “normale” di Miriam e termina la notte santa, quando vedrà la luce il figlio di Dio. Il percorso di questa giovanetta è in parte simile a quello delle sue coetanee israeliane, sebbene la santità già la avvolgeva, viene infatti mandata a vivere al Tempio insieme a tante altre bambine, ma anziché cenare con le altre riceve il cibo direttamente da un angelo, il quale viene a visitarla e a darle consigli quasi ogni giorno, e lo si suppone segretamente innamorato della fanciulla, che egli chiama “mangusta” si immagina per il suo destino di colei che schiaccerà la testa al serpente, infatti la mangusta è un animale che uccide i serpenti. Appena la fanciulla dà i primi segni di maturità fisica, viene data come promessa sposa ad un falegname, già vedovo, di molti anni più grande di lei. Questi la riconduce a Nazareth, città natale di entrambi, dove vivrà in compagnia di altre fanciulle mentre il promesso sposo si trova a Gerusalemme per lavoro. La narrazione procede in modo dolce e cauto, mostrandoci Miriam affaccendata ogni giorno con le mansioni consuete di tutte le donne, con le sue ire e i suoi momenti felici, i suoi dubbi e la voglia di non crescere sempre con la consapevolezza che per lei il destino è già scritto e non è un destino comune quello che l’attende. Questa sua unicità comincia a palesarsi nel momento in cui arriva un angelo, ma non è il suo angelo custode ed amico, bensì un angelo serio e temibile, egli farà il suo annuncio a Miriam ed ella resterà incinta, con non pochi problemi, in quanto non è ancora sposata ufficialmente con Josaphat, ma il Signore e i suoi angeli vigilano su di lei e tutto va per il meglio.
Il romanzo è costruito sulla testimonianza di vari Vangeli apocrifi, e ci mostra un lato della storia della religione cristiana assai poco proposto, dando così ampio spazio alla fantasia della giovane autrice. La vicenda prevedibile nel suo epilogo, tuttavia non è così prevedibile nel suo svolgimento, vediamo infatti Miriam/Maria preda dei dubbi, anche atroci, sia sulla presenza di Dio nelle vite della povera gente, sia sulla sua propria “Missione”, laddove invece ci si è sempre sentiti dire che Maria non ha mai avuto il benché minimo dubbio. Inoltre la storia ci mostra un lato credo completamente inedito della vita della giovane Miriam, ella infatti, nel libro, conosce e si innamora di un ragazzo, suo coetaneo, con quei meccanismi tipici dei giovani di qualunque tempo, e sta per cedere a lui