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Raccolta di saggi di Franca Colozzo
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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Meritocrazia all’italiana. »
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La Cultura »
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- Poesia

E’ morta la Poesia?

 

La poesia che in passato era composta in metrica e rima, è stata volutamente - a partire dagli esordi del secolo scorso, in particolare durante e dopo le due guerre mondiali - avviata verso una forma di scrittura prosaica. Unica invariante, ma non sempre, l'andata a capo come a mimare una sorta di metrica o rima, ovvero uno stile poetico cadenzato come per gli antichi greci e latini.  

 

...“Per gli antichi le cose andavano diversamente. L'accento tonico della parola e la durata delle sillabe costituivano due aspetti coesistenti e autonomi. L'accento tonico, che poteva cadere sia su sillabe lunghe che su sillabe brevi, doveva essere fatto sentire con un innalzamento dell'intonazione vocalica sulla sillaba accentata, che pertanto risultava più acuta rispetto alle sillabe non accentate. Questo doveva accadere sia nel parlare quotidiano che nella recitazione poetica.

Dovremo quindi concludere che per gli antichi la lettura di un brano poetico non comportava nessuna difformità rispetto ad una normale lettura, né nella pronuncia di chi recitava né nella percezione dell'ascoltatore. La ritmicità della recitazione era l'inevitabile risultato dell'alternarsi regolare di sillabe lunghe e brevi che costituivano il testo poetico.

L'abilità del poeta consisteva dunque nel produrre un testo significativo, espressivo e nello stesso tempo costituito da una successione di sillabe lunghe e brevi coerente con lo schema metrico di volta in volta prescelto. Le lingue classiche, sia il Greco che il Latino, si differenziano dalle nostre lingue, oltre che per molti altri aspetti, in particolare per il fatto di distinguere consapevolmente, nell'ambito delle parole, sillabe brevi e sillabe lunghe. Come dire che le singole sillabe hanno una durata che di volta in volta è determinata da vari fattori: la durata della vocale che costituisce la sillaba, il fatto che si tratti di sillaba aperta o chiusa, terminante cioè in vocale o consonante, ecc…. Quello che importa è il fatto che ogni parola è costituita da una sequenza di sillabe, ciascuna delle quali è lunga o breve. In una normale sequenza di parole, quale potrebbe essere un qualsiasi brano in prosa, il susseguirsi di sillabe lunghe e brevi è inevitabilmente irregolare, con la conseguenza che la lettura di un brano in prosa non dà come risultato nessuna percezione di ritmicità.

Diverso il discorso per la poesia, che proprio in questo si distingue dalla prosa: la successione di sillabe lunghe e brevi deve presentare una qualche regolarità, tale da garantire la ritmicità della lettura di un brano poetico. Per metrica si intende appunto lo studio sistematico dei ritmi della poesia, determinati da una successione regolare di sillabe lunghe e di sillabe brevi. Da queste premesse risulta chiara la peculiarità della poesia classica rispetto alle nostre più recenti forme di poesia, la cui musicalità è determinata dalla presenza della rima, o dal susseguirsi di versi caratterizzati da un identico numero di sillabe o dalla collocazione degli accenti tonici della parola su sillabe prestabilite.

È per questo che si parla di poesia quantitativa e accentuativa per indicare rispettivamente la poesia classica e le altre forme di poesia”... Tratto da”Metrica greca e latina”. 

 

Da Dante e dal Dolce Stil Novo (1200) in poi c’è una sostanziale evoluzione del linguaggio poetico che avrà conseguenze anche sul linguaggio successivo.

Ad esempio, la rima " incatenata " (ABA BCB CDC …) si ha nelle terzine dantesche (schema usato da Dante nella Divina Commedia) così come su “La riva del Serchio, a Selvapiana” di Giovanni Pascoli o anche in Pier Paolo Pasolini ne "Le ceneri di Gramsci", con connotazione alquanto diversa e più popolana (metrica e rima non sempre vengono rispettate).

Dopo l’Ermetismo del 1900, in cui il poeta si chiuse in sé stesso, naufrago da un mondo squassato da conflitti e senza apparente redenzione, si diventò inclini a perseguire nuove forme e sperimentazioni artistiche in tutti i campi delle Arti.

Prima e dopo la  Grande Guerra,  c’è stata una riscossa in tutti gli ambiti artistici, un desiderio di rinnovamento,  la rottura dei preesistenti schemi.

Al giorno d'oggi imperversa l’uso o abuso di nuovi stilemi: haiku (è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo, composto in genere da tre versi), aritmie del verso, parole a volte senza senso buttate là per sorprendere e stupire il fruitore della poesia, non per rappresentare un’emozione.

Nell'epoca digitale, ci si sente quasi obbligati ad usare frasi brevi, un gergo conciso e stringato.

L’aforisma è molto in voga, anche se non sempre nel linguaggio comune che si lascia spesso andare a contrazioni linguistiche, nel gergo telefonico abbreviato, costituite da “xchè” o “ke”.

Si brucia tutto in fretta: amore o poesia, poco importa! Quest’ultima viene avvertita sostanzialmente come malinconia, una forma di tristezza, sgradita ai più, giovani o meno giovani.

In quest’epoca di sfrenato edonismo, in cui si cerca di rimuovere ogni sofferenza distogliendo lo sguardo da ciò che non ci appaga, è importante consumare tutto in fretta dal sesso alla lettura, dai sentimenti alla pratica di vita.

La poesia, quella vera, risulta troppo impegnativa, rendendo le persone più riflessive e tristi, anche quando canta la gioia che, però, non vibra più tra le pieghe di anime ormai anestetizzate.

E’ morta dunque la Poesia? Eppure c’è, oggi più che mai, una proliferazione di poeti, veri o sedicenti. Evidentemente, è innato nell’uomo quel sentimento di natura e di bellezza con tutti i suoi fardelli di sofferenza, che induce a riflettere sul proprio destino e a cercare un riscatto anche attraverso il dolore.

 

 

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Anatomia del Rispetto »
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- Politica

La Turchia di Erdoğan

PREFAZIONE
di
Franca Colozzo

alle tesi di Laurea e di Master, rispettivamente, di
Mara e Valeria Di Marco


Alla luce dei recenti avvenimenti che hanno investito la Turchia con il golpe del 15 luglio 2016, mi è sembrato opportuno pubblicare le tesi in Relazioni Internazionali delle mie due figlie, Mara e Valeria Di Marco.
La prima tesi per la laurea triennale in Relazioni Internazionali, conseguita in data 26 novembre 2009, è stata redatta in lingua italiana e parte in inglese per l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; la seconda in lingua inglese per un Master in Global Studies + Certificate in International Security, giugno 2006 – novembre 2007, presso l’Università di Denver (Colorado – USA).
Ambedue trattano del problema dell’eventuale ingresso in Europa da parte della Turchia e delle difficoltà oggettive riscontrate durante il percorso di accoglimento delle istanze turche da parte dell’Unione Europea. Ambedue affrontano le premesse poste alla base dell’accoglimento in base ai trattati U.E. e accordi intercorsi tra le parti in causa.
Analizzando le tappe salienti seguite finora, alla luce degli attuali avvenimenti appare interessante confrontare le due opposte argomentazioni a conclusione di analisi parallele. In sostanza, le sintesi sono difformi e addirittura opposte, come si evince dalla lettura conclusiva delle due tesi.
Quale destino possa essere riservato alla Turchia, lo dirà la storia e gli eventi che si stanno svolgendo sotto i nostri increduli occhi.
Essendo stata per ragioni di lavoro, per un settennio, in quel Paese con le mie due figlie, colgo l’occasione di levare la mia voce senza entrare nel merito degli attuali eventi politici.
All’ingarbugliata situazione politica che si avvita sulle Primavere Arabe, sulla questione curda e sulla questione mediorientale, si aggiungono ulteriori tasselli legati all’egemonia su territori, quali il Kurdistan e la Siria, dove ormai è preclusa ogni possibilità di azione, soprattutto dopo lo scoppio della guerra civile siriana e l’instaurarsi di un regime del terrore legato ad Al Qaeda e all’ISIS.
La Primavera araba, irradiatasi dall'Algeria alla Tunisia, fino al Maghreb e al Mashreq e soffocata in Siria nel sangue, non ha facilitato certo la situazione attuale. Basti pensare all'ondata dei profughi che si riversa ormai da tempo ormai nei territori ubicati alle estreme propaggini del sud della Turchia, ai confini con la Siria...
Oggi pare che gli estremi si tocchino, come le rette parallele all'infinito secondo la geometria euclidea. Assurdo, no? Eppure non lo è se il pericolo terrorista bussa alle porte della Turchia. Sunniti contro Sunniti si contendono il potere in Iraq; Al Qaeda ha generato quella mostruosa creatura che è l’ISIS o ”Daesh”, con il suo Califfato del terrore nel sud dell’Iraq; gli integralisti Salafiti ordiscono trame all'ombra delle moschee e i Komeinisti si attestano su posizioni estreme, antiamericane ed antioccidentali.
Questa escalation di deriva islamista ha già contagiato libici, tunisini, egiziani. Confrontate i dati delle ultime elezioni di questi ultimi: in Tunisia aveva vinto il partito islamista; mentre in Egitto i “Fratelli Musulmani” avevano avuto la meglio, in un primo tempo, per essere poi scalzati dal potere con un golpe militare…
Cosa fa l'Europa in mezzo a questo guazzabuglio? Rimane a guardare, attanagliata da una crisi economica senza precedenti e dalla Brexit inglese del 23 giugno 2016 che rischiano di farla implodere.
Intanto la Libia del dopo Gheddafi si trova frammentata in più anime tribali, ognuna delle quali intende prevalere sulle altre, mentre il Califfato si è stanziato a Sirte, a pochi chilometri dalle coste italiane e continua ad arruolare giovani disperati, in particolare, tunisini.
Il potere si è trasformato in un mostro che s'ingigantisce di giorno in giorno, divorando ogni cosa e travolgendo equilibri, consolidati da tempo, su cui l'Occidente aveva scommesso.
Oggi che gli aiuti occidentali languono per carenza di denaro, la miseria che dilaga in quelle aeree porta inevitabilmente ad una deriva religiosa su cui fanno leva le frange più integraliste. Il turismo, di conseguenza, è collassato sia in Tunisia che in Egitto per tema di rivolte e di destabilizzazioni.
In questo quadro di devastazioni, inimmaginabile solo qualche anno fa, è stato impiantato il germe della discordia su cui soffia l'Iran. Un vento di guerra che non promette niente di buono…
Questo gioco d'azzardo ha scosso i nervi dei governanti occidentali, terrorizzati che potesse venir chiuso lo stretto di Ormuz, con tutte le ripercussioni immaginabili per il petrolio diretto in Occidente...
La deriva integralista appare inevitabile anche per un paese come la Turchia che finora si era mantenuto su posizioni laiche, tali da garantire gli equilibri geo-politici in tutta l'area limitrofa.
Avete visto le abili manovre strategiche del primo ministro Erdoğan che è riuscito ad anticipare le mosse dei partner europei durante le Primavere Arabe?
L'Europa, incapace di elaborare una strategia politica unitaria per il nord Africa ed il Medio Oriente,si è vista scavalcata dal decisionismo turco. I I blitz di Erdoğan in Libia, Tunisia ed Egitto, con un tempismo inatteso, hanno voluto lanciare un segnale: la Turchia, scrollandosi di dosso la veste europea di stato membro - non ancora perfezionata per mancanza di volontà di rispettare i diritti civili richiesti dall'Unione come conditio sine qua non er il suo ingresso ufficiale in Europa - ha voluto rimarcare il proprio ruolo egemone all'interno dello scacchiere del Mediterraneo nella sua qualità di stato laico islamico.
In grado di dialogare con maggior successo con i vicini popoli musulmani rispetto agli altri interlocutori europei, ha intessuto una serie di rapporti a sorpresa con quei Paesi usciti dalla guerra, come la Libia, o dagli esiti incerti delle Primavere Arabe...
Adesso, dopo il golpe subito o cavalcato per ragioni politiche dal presidente Erdoğan, la situazione in Turchia è ancor più deteriorata con un imprevedibile epilogo che si spera non conduca alla guerra civile in quel Paese.