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Raccolta di saggi di Giorgio Mancinelli
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

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- Religione

La morte che vince la morte - meditazione di don Luciano.

Meditazione di Don Luciano afferente al Vangelo della prossima Domenica delle Palme.

LA MORTE CHE VINCE LA MORTE : Quanta distanza da Gesù!
Luca 22,14—23,56

L’ascolto di questo racconto della passione ci fa prendere nuova e più profonda coscienza di quanto il Signore ci abbia amato e di quanto egli ci sta amando. Amore chiede amore; un dono così immenso chiede gratitudine; una fedeltà così estrema esige la nostra fedeltà. Ma quanta infedeltà tra Gesù e i suoi discepoli, quanta distanza tra i suoi sentimenti e i miei sentimenti. Tra me e il Signore non c’è solo distanza, c’è di più, c’è infedeltà, incoerenza e incomprensione. Il Vangelo di Luca ci invita a meditare sul contrasto profondo che divide il comportamento dei discepoli da quello del Maestro. Da parte dei discepoli c’è un’aperta resistenza a comprendere quello che Gesù sta vivendo. Già la sera della cena durante la quale Gesù ave-va spezzato e offerto il pane perché, mangiandone, si immedesimassero con tutta la sua vita, in particolare con quel gesto di donazione suprema che stava per compiere, vediamo che i discepoli sono ben lontani dal considerare i pensieri e i sentimenti del Maestro. Mentre Gesù si pre-senta come ‘colui che serve’, i discepoli vengono sorpresi in discussio-ni meschine ‘su chi di loro poteva essere considerato il più grande’.

Ma ciò che veramente commuove in questo episodio è che, nonostante la meschinità degli apostoli, Gesù non solo non li rimprovera, ma addirittura prende l’occasione per fare loro la più grande promessa che avrebbe potuto fare. Egli, infatti, prepara per loro un regno perché possano mangiare e bere alla sua mensa e sedere in trono a giudicare le dodici tribù di Israele. La bontà, la gratuità di Gesù supera infinitamente la durezza e la meschinità umana. Egli non si ferma mai, nemmeno di fronte alla mia indegnità. Proprio nel momento in cui gli apostoli si mostrano estrema-mente lontani dalle categorie di pensiero del Maestro e impermeabili al suo insegnamento, Gesù, noncurante di questo, prospetta e promette loro le gioie, l’abbondanza e la gloria della vita senza fine. Gesù è come una mamma paziente con i suoi figli un po’ difficili, compatisce la debolezza, la fragilità, l’incostanza e la superficialità dei suoi amici, li prende per mano, li sostiene, ma non rinuncia ad accompagnarli fino alle altezze che ha preparato per loro.

Il Getsemani. Arrivato sul posto Gesù comincia a pregare, a provare angoscia e a sudare sangue; quest’ultimo particolare è solo di Luca. Gesù non è un eroe come lo intendiamo noi, non affronta la morte con quella spaval-deria stoica che fa la fortuna di tanti personaggi mitici della storia. Gesù è uomo vero e intero e quindi ha paura del dolore e della morte perché questa non appartiene all’umano. Gesù prova il sentimento terribile dell’angoscia. Senza addentrarci in analisi che non ci competono, il sudore di sangue è certamente il segno di una sofferenza inaudita e in-contenibile. Ma improvvisamente la scena cambia; si avvicina una folla di gente guidata da Giuda, uno dei dodici. ‘Uno dei dodici’ è l’espressione che sottolinea la costernazione dell’evangelista: proprio uno dei dodici ha consegnato l’amato Maestro ai suoi persecutori. Cosa inaudita! È la stessa costernazione di Gesù: ‘Giuda con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?’. Proprio con un bacio? Tutto questo avviene di notte. La notte è l’ora delle tenebre, della vigliaccheria, l’ora di coloro che non hanno il coraggio di compiere i loro misfatti alla luce del giorno. Pietro lo segue da lontano.

Dapprima dimostra un certo coraggio, ma poi vacilla e cade: ‘Non lo conosco!’. ‘Il Signore, voltatosi, guardò Pietro’. Il suo sguardo non è di giudizio e di condanna. ‘Pietro scoppiò a pian-gere!’. Dobbiamo imparare a sentire su di noi questo sguardo intenso e tene-rissimo di Gesù. Questo sguardo ha provocato uno sconvolgimento e un pentimento profondo nel cuore di Pietro. Un pentimento così lo vive chi guarda a lui, non chi guarda solo a se stesso. Oggi sarai con me in paradiso!Il Signore Gesù si preoccupa, fin dentro l’ultima agonia, della sal-vezza di chi gli muore a fianco e non della propria salvezza. Le sue ultime parole per gli uomini sono indirizzate ad un malfattore, ma an-che a tutti noi che rischiamo di arrenderci ad una cultura di morte. Lì, in quel malfattore, c’è tutto il mistero della persona umana. L’uomo, nel suo limite più basso, è ancora amabile, la persona è ancora sal-vabile e salvata, anche nel suo limite ultimo.Questo vuol dire che nessuno è perduto per sempre, nessuno potrà andare così lontano dalla casa del Padre, da non poter essere raggiunto.Sarai con me! Le braccia di Gesù, distese e inchiodate in un abbraccio perenne, dicono accoglienza che non esclude nessuno. Il suo cuore è dilatato fino a lacerarsi. L’amato nasce dalla ferita del cuore di chi lo ama. L’uomo, ciascuno di noi, nasce dal cuore trafitto del suo creatore.

Sarai con me in paradiso! Parla di uno spazio felice e immenso, lui che ha come spazio appena quel po’ di legno e di terra che basta per morire. Non c’è nulla che possa separarci da Cristo, né male, né tradi-menti. Io vengo a prenderti anche nelle profondità dell’inferno, se tu mi vuoi. Solo se tu mi vuoi. Ma io continuerò a morire d’amore per te, anche se tu non mi vorrai e appena girerai lo sguardo troverai uno eter-namente inchiodato in un abbraccio che grida: ‘Ti amo!’. La crocifissione e la morteCi colpisce la sobrietà dell’evangelista Luca nel narrare la crocifis-sione. Il supplizio più crudele e umiliante che la malvagità umana abbia mai potuto concepire viene presentato in un linguaggio asciutto ed es-senziale da dare quasi l’impressione di qualcosa di normale, di ordina-rio, come se nulla fosse. Alla feroce crudeltà del supplizio fa contrasto la misericordiosa preghiera di Gesù: ‘Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno!’. Luca non registra il grido angosciato: ‘Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?’.

Di Gesù crocifisso vuole sottolineare la misericor-dia infinita che non solo arriva a perdonare un crimine così efferato, ma addirittura lo scusa. Egli vuole mettere in evidenza l’infinita bontà di Gesù che non pensa a sé nemmeno in questa tremenda circostanza. Il contesto, però, intorno a Gesù, anche di fronte a tanta bontà, continua ad essere di ostilità e di disprezzo. I capi e i soldati lo schernivano. L’amore è circondato dall’odio.I segni poi che accompagnano la morte di Gesù sono il buio su tutta la terra e il velo del tempio squarciato. Il buio è simbolo dell’oscurità della morte. Senza Cristo il mondo tutto è avvolto dal buio; il velo squarciato è il segno che il tempio non serve più. Ormai tutto il mondo, tutta la storia è il luogo dove l’uomo può incontrare il suo Dio. Alla fine di tutto Gesù muore gridando ad alta voce, con il suo dolo-re, ma la sua speranza, il suo abbandono fiducioso e filiale: ‘Padre nel-le tue mani consegno il mio spirito!’. Gesù muore da Re. Sulla croce la sua regalità si manifesta in tutto il suo splendore. Gesù muore, ma il racconto della passione non si chiude con lo scon-forto di un totale fallimento. La sua morte sembra produrre subito alcu ni cambiamenti.

Lo scenario improvvisamente si trasforma. ‘Il centurione glorificava Dio’! Le folle se ne ritornavano battendosi il petto, riconoscendo dunque il loro peccato. Anche i suoi conoscenti e le donne che lo avevano assistito fin dalla Galilea, insomma quelli più vicini, forse parenti e amici, hanno partecipato a questi avvenimenti con amore e trepidazione. Il racconto si conclude non a caso, con un accenno alle luci del saba-to che già splendevano, annunciando non solo il nuovo giorno, ma il giorno eterno che di lì a poco la risurrezione di Gesù avrebbe inaugura-to. Gesù è l’immagine dell’homo patiens, dell’uomo solo, dell’uomo sofferente, ma bisogna subito aggiungere che la sofferenza lui non l’ha mai amata. La sofferenza è un male!La croce non è stata una scelta di Gesù. Era infatti pienamente convinto che a salvare non fosse la sofferenza, ma soltanto l’amore. È stato il suo amore verso il Padre e verso le persone più umiliate a procurargli l’opposizione dei capi religiosi e a fargli subire il tormento della croce. La croce è stata la conseguenza della sua fedeltà.

Ma proprio dall’amore che portava nel cuore egli ha potuto attingere quella pace profonda che, nel racconto di Luca, lo accompagnerà fino al mo-mento estremo della morte. Gesù ama fino alla fine morendo sulla Croce. Sulla Croce Gesù è l’illustrazione vivente dell’amore ostinato di Dio, di cui parla tutta la Scrittura. Ci rivela quanto siamo amati e a quale prezzo. L’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è essere insieme con l’amato, vicino e unito a lui. Gesù è salito sulla Croce per essere con me e come me e perché io possa essere con lui e come lui. Come una madre che vuole prendere su di sé il male del suo bambino, ammalarsi lei per guarire suo figlio. Solo un Dio non scende dal legno, solo il nostro Dio. Il nostro è il Dio ‘differente’; è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte, perché là va ogni suo amato figlio. La Croce è l’abis-so, dove Dio diventa l’amante. Incredibilmente e imprevedibilmente Gesù rivela la sua divinità, proprio nell’annientamento della croce. È in questa prova suprema del suo amore che egli rivela la sua ineffabile divinità. In questa morte che vince la morte, in questa morte che annunzia la risurrezione egli si rivela il Signore della vita.

Contatti: Mirella Clementi miry.clemy@gmail.com


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- Teatro

’Progetto Demoni’ - prime date in Campania

Stagione Mutaverso Teatro

Prime date in Campania del "Progetto Demoni"
Top secret per la location dello spettacolo 'Come va a pezzi il tempo'di e con Alessandra Crocco, Alessandro Mielein coproduzione con Capotrave / Kilowatt, Infinito srl.

Per il penultimo appuntamento della Stagione Mutaverso Teatro, il direttore artistico Vincenzo Albano di ErreTeatro, propone lo spettacolo "Come va a pezzi il tempo", prime date in Campania – messo in scena da Progetto Demoni, che potrà essere visto solo in tre date, dal 5 al 7 aprile. La pièce, di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele, si terrà in una location top secret, fuori dai teatri, che sarà comunicata solo al momento della prenotazione, obbligatoria anche per gli abbonati. Lo spettacolo prevede 5 repliche giornaliere, per massimo 5 spettatori alla volta, per rappresentazioni che si terranno ai seguenti orari: h. 17| 18 | 19 | 21 | 22. Lo spettatore entra in una casa abbandonata da poco. Ogni cosa è ancora al suo posto e il tempo sembra essersi fermato. Ma quella casa è stata vissuta ed è carica di segni che a poco a poco iniziano a parlare. Dal silenzio riaffiorano ricordi, momenti differenti, legati eppure distanti. Le porte, le stanze, gli oggetti, gli odori raccontano una storia, evocano le persone che hanno abitato quel luogo, le chiamano a ripetere scene già vissute. È una storia ridotta in pezzi, come la memoria di una vita, come un sogno ripercorso con la mente al risveglio. È l’ultimo canto di un luogo prima che il tempo lo faccia lentamente decadere. Lo spettatore viene condotto dentro la storia, attraversando le stanze e nello stesso tempo le vite di chi le ha abitate, testimone discreto dell'eco di un passato che risuona ancora una volta. Tenuto sul limite tra mondo reale e mondo immaginario, potrà solo andare con gli attori alla "ricerca del tempo perduto" e quasi toccare i due protagonisti ma non intervenire, perché ormai tutto è già accaduto. Vedrà i due rincorrersi, incontrarsi e separarsi nelle diverse stanze e infine lasciare l’appartamento per sempre. Il visitatore si ritroverà quindi di nuovo solo, nel silenzio irreale della casa inanimata eppure ormai familiare. Il distacco provato all’ingresso cederà il passo alla sensazione che si prova quando si abbandonaun luogo pieno di ricordi. Come va a pezzi il tempo è un ritorno ai luoghi non teatrali che erano stati al centro di Demoni-frammenti, il nostro primo progetto. Di questa modalità di lavoro ci interessa la vicinanza tra attori e spettatori e la ricerca di una recitazione fatta di piccole sfumature, quasi cinematografica. In Demoni-Frammenti avevamo estratto da Dostoevskij tre episodi che venivano programmati in giorni diversi, offrendo allo spettatore un appuntamento quotidiano con i personaggi del romanzo.

In "Come va a pezzi il tempo" invece proviamo a riunire i frammenti di una storia in un unico piano sequenza considerando l’occhio dello spettatore come l’obiettivo di una telecamera.5- 6- 7 aprile 2019, ore 17| 18| 19 | 21 | 22 per 5 repliche giornaliere per n. 5 max spettatori alla voltaIl luogo sarà comunicato al momento della prenotazione (obbligatoria anche per gli abbonati)

ALESSANDRA CROCCO Nata nel 1981 a Salerno, dove ha iniziato la sua formazione teatrale con Claudio Di Palma e Ruggero Cappuccio. Dopo la Laurea in Lettere Moderne all'Università di Napoli, si è trasferita a Milano per frequentare la Scuola del Teatro Arsenale diretta da Kuniaki Ida e Marina Spreafico. Ha seguito seminari con diversi maestri tra cui Leo De Berardinis, Elena Bucci, Marco Martinelli, Marco Baliani, Claudio Morganti. Nel 2006 è autrice e attrice con la compagnia “Fuori Quattro” dello spettacolo Chiamiamo a testimoniare il barone di Munchausen, finalista al Premio Scenario Infanzia. Nel 2007 partecipa al Corso di Alta Formazione “Progetto Interregionale Teatro”, organizzato dai Cantieri Teatrali Koreja a Lecce, che si conclude con lo spettacolo Lezioni d'amore – Studio per un Barbablù di Antonio Viganò. Nel 2009 è autrice e interprete di Non ti ho mai tradito, progetto finalista al "Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti". Collabora con i Cantieri Teatrali Koreja come attrice negli spettacoli La parola padre di Gabriele Vacis, Giardini di Plastica, Alice e Il calapranzicon la regia di Salvatore Tramacere, e Mangiadisk, con la regia di Enzo Toma.

ALESSANDRO MIELE Nato a Pompei nel 1983. Dopo la scuola di mimo corporeo diretta da Michele Monetta, ha partecipato al corso di formazione “Epidemie” con il Teatro delle Albe e alla creazione dello spettacolo Salmagundi per la regia di Marco Martinelli (produzione: Ravenna Teatro, Emilia Romagna Teatro Fondazione). Ha seguito seminari diretti da Ermanna Montanari, Fiorenza Menni, Marco Martinelli, Marise Flach, Riccardo Caporossi, Roberto Latini, Roberto Bacci, Claudio Morganti. Nel 2005 è autore e interprete di Sono solo un uomo, testo vincitore del Concorso di Drammaturgia Sportiva indetto dal Festival SportOpera 2005. Nel 2006 è finalista con la compagnia “Fuori Quattro” al Premio Scenario Infanzia 2006 con lo spettacolo Chiamiamo a testimoniare il Barone di Munchausen. Ha fondato con Consuelo Battiston e Gianni Farina la compagnia “Menoventi” (Premio Rete Critica 2011, Premio Hystrio-Castel dei Mondi e Premio Lo Straniero 2012), realizzando come co-autore e attore gli spettacoli In festa, Invisibilmente (produzione: Menoventi – Emilia Romagna Teatro Fondazione), Postilla, Perdere la faccia, L'uomo della sabbia(produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival delle Colline Torinesi, Programma Cultura dell'Unione Europea nell'ambito del Progetto Prospero)website: www.progettodemoni.it

MUTAVERSO TEATRO(LA) QUARTA STAGIONEIDEAZIONE E DIREZIONE ARTISTICA VINCENZO ALBANO/ ERRE TEATROANNO 2018-2019 UFFICIO STAMPA CLAUDIA BONASI|RENATA SAVOcomunicazione@puracultura.it- 339 7099353rensavo@gmail.com- 320 1915523INFO E PRENOTAZIONI info@erreteatro.it - 329 4022021





Da venerdì 5 a domenica 7 aprile
Il luogo sarà comunicato al momento della prenotazione obbligatoria (anche per gli abbonati)
cinque repliche giornaliere per 5 spettatori alla volta (durata: 40 minuti)
turni ore 17:00, 18:00, 19:00, 21:00, 22:00
biglietto unico intero: € 10,00

Ufficio Stampa

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- Musica

“Emozioni private,Lucio Battisti, una biografia psicologica

“Emozioni private. Lucio Battisti, una biografia psicologica”:

è questo il titolo della nuova biografia su Lucio Battisti in uscita giovedì 28 marzo, scritta dalla giornalista e critico musicale Amalia Mancini ed edita da Arcana. A 20 anni dalla morte del celebre autore, avvenuta il 9 settembre 1998, questo nuovo volume si discosta dalle precedenti biografie indagando nei meandri più nascosti della vita e della psicologia del “primo” Battisti, rivelando l’intima essenza di un uomo molto diverso dal personaggio pubblico che tutti conoscono, ma così bene trasmessa dalla sua musica.

Reatina come Battisti, Amalia Mancini ha affrontato una lunga fase di ricerca nei luoghi e nel passato dell’artista, culminata con un’intervista esclusiva a Giulio Rapetti, in arte Mogol: l’autore dei testi che hanno contribuito a rendere immortali i brani di Battisti. Il loro è stato il sodalizio più celebre e controverso della canzone italiana: legati da una profonda amicizia, all’inizio degli anni ’80 i due artisti hanno deciso bruscamente di interrompere il loro rapporto, proseguendo su strade diverse.
Nella lunga conversazione con Amalia Mancini, Mogol svela molti segreti dell’amicizia e della fertile collaborazione con Lucio, un artista tanto discreto nella vita pubblica quanto espressivo e sincero in quella musicale.

Nel libro, i temi ricorrenti nelle canzoni di Battisti: l’amore, la malinconia, la libertà, la natura, l’ecologia, la paura, l’alienazione, la solitudine, il timore di una catastrofe naturale e umana.

“Ascoltare significa qualcosa” diceva Lucio, e riascoltare la sua musica, con il punto di vista di questa nuova biografia, può essere un’operazione stimolante e coinvolgente.

Sabato 30 marzo a Roma un evento speciale per festeggiare l’uscita del libro in collaborazione con Honda Moto Roma: dalle 12, presso la filiale Honda di via Tiburtina 1166/1168, il libro autografato dall’autrice andrà in omaggio a tutti coloro che effettueranno un Test Ride dei nuovi modelli Honda in presentazione. Dalle 12, la musica di Lucio Battisti sarà reinterpretata dalla cantante Jen V Blossom.

Amalia Mancini è una giornalista, scrittrice, sceneggiatrice e critico musicale reatina. Collaboratrice di varie testate, ha iniziato giovanissima la sua carriera di scrittrice, aggiudicandosi diversi premi tra cui il Premio Capit Terzo Millennio e il Premio Viareggio Carnevale. E’ autrice di 20 Sillogi Poetiche inedite e dei volumi “Lucio Battisti l’enigma dell’esilio”, “L’amore piace a tutti”, “La Tata dei Divi”; è coautrice del volume “Giovani e Droga, Perché?” e curatrice del libro “Le mie Prime vere Scarpe”.

Ufficio Stampa MArtePress:
Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 328.1743236 email fiorenza.gherardi@martelive.it
Francesco Lo Brutto – tel. 331.4332700 email francesco.lobrutto@martelive.it

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- Psicologia

La forza del desiderio - un libro di Massimo Recalcati

“LA FORZA DEL DESIDERIO” – un libro di Massimo Recalcati – Qiqajon/Sympathetika 2014

Del perché leggere Massimo Recalcati, psicanalista e saggista, è un’esperienza davvero singolare, lo apprendiamo dalle pagine di ogni suo nuovo libro, sia del singolo argomento trattato in ogni suo intervento televisivo (“Lessico amoroso” in onda su RAI3), dal modo in cui riesce ad attrarre l’attenzione di un pubblico sempre più numeroso e affascinato dal suo linguaggio accattivante.
È un fatto che le argomentazioni di ogni suo intervento si basino sull’uso orale e colloquiale della parola, solo qua e là forbita dalla colta conoscenza dell’intelletto umano di cui non fa ostentazione e, per lo più, scandita con voce suadente e specifica nelle risposte, alle domande che il pubblico gli rivolge direttamente. Ciò, proprio perché sono argomentazioni che riguardano il nostro conscio / inconscio, ci si sente pienamente coinvolti in trattazioni professionali.
Non certo allo stesso modo in cui si viene ‘curati’ dallo psicanalista che ci vuole sdraiati sul lettino apposito, sconvenientemente alla stregua delle sue ossessioni interlocutorie che, per quanto ci riguardino da vicino, ci fanno sentire scavati nell’intimità di quella ‘privacy’ che non riveleremmo neppure a noi stessi. È questo il lavoro che l’autore di questo piccolo (ma assai grande) libro che tratta della ‘forza del desiderio’ che improvvisamente scopriamo avere la connotazione del nostro (pur assai grande) essere nascosto: il nostro inconscio.

Massimo Recalcati riflette qui sulle contraddizioni che attraversano quella che secondo lui è “innanzitutto una esperienza” (umana e corporale) che, strutturata com’è dal rischio dello smarrimento e della perdita di qualcosa e/o di qualcuno, ha come effetto l’essere dominati dal desiderio che, talvolta, prende forma di esperienza necessariamente negativa. La direste una contraddizione in termini, ma non è così, non c’è violenza nelle parole, per quanto esse possano avere effetto vessatorio, che non risparmiano né i sentimenti, né la sensibilità dell’individuo.
Ciò non toglie che le parole possano far male nel profondo anche al solo evocarle ma, c’è pur sempre un altro aspetto da considerare, per effetto dei loro ‘sinonimi e contrari’, con cui avvalersi della ragione, (qualunque essa sia), ed è il compromesso che facciamo e/o accettiamo con noi stessi, che già Jacques Lacan, qui ripreso più volte da Recalcati, esprimeva come: ’responsabilità senza padronanza’ e che riguarda l’apertura al desiderio. Quel desiderio che spesso abbiamo tenuto nascosto e/o segregato, perché avevamo e/o abbiamo ‘paura’ di esternarlo, e che guarda caso, come un tarlo continua a condizionare la volontà dei nostri sentimenti e le nostre azioni.
Al punto che tradire di fare l‘esperienza del ‘desiderio’ è un po’ come tradire noi stessi, ma poiché siamo esseri antropici, diversi dagli animali che provano solo istinti, dovremmo anche ammettere a noi stessi di non essere perfetti, anzi di essere imperfetti e quanto più diversi, per questo considerati ‘umani’ e alquanto meravigliosi. Se pure alla stregua di una transumanza d’intenti (di desideri) da considerare senza alcuna colpa e/o responsabilità; nella possibilità di fare d’ogni eventualità un’esperienza:

"Finché c’è desiderio, c’è vita; il desiderio allunga la vita, nella misura in cui il desiderio ci attraversa, dilata l’orizzonte della nostra vita".
Dunque, la prima considerazione da fare è che:
“Noi siamo portati dal desiderio, […] (o meglio), siamo posseduti dal desiderio, non nel senso negativo del termine”,(bensì) “il desiderio ci attraversa, […] che non è la forza dell’io semplicemente, ma che è qualcosa di ulteriore rispetto all’io; […] l’esperienza di una forza che mi supera.”
“Dove c’è l’io, dove c’è la supponenza dell’io di governare il desiderio, non c’è desiderio. Viceversa, esso appare quando l’io si indebolisce, quando l’io riconosce la sua insufficienza. È per questo che l’io è in fondo la malattia mentale dell’uomo: credersi un io è veramente la ‘follia più grande’, (J. Lacan). Credersi un io è una follia, e questa follia adombra l’esperienza del desiderio.”

Si è detta ‘paura’ utilizzando un termine che può sembrare scorretto, ma è questo il vero paradosso: la paura d’essere dominati dal desiderio e/o assoggettati, quanto più permettiamo al desiderio di soppraffarci. È allora che quello che doveva essere “il desiderio del -e/o nel- desiderio dell’altro” (Lacan), diviene la negazione del desiderio stesso. Mentre, invece, il desiderio deve far appello e/o congiungersi con il desiderio dell’altro per avere una sua valenza intrinseca:

“Ed è quando la vita umana prende la forma dell’appello all’altro, dell’invocazione dell’altro, - potremmo dire radicalmente - della preghiera: che la vita umana può dirsi ‘vita che si rivolge all’altro’. Quando ciò che noi siamo, è tradotto in domanda d’amore, in domanda di presenza”; quando cioè il desiderio si fa corrispondenza con l’altro nell’assunzione di corresponsabilità.
Paura che nella notte (dei nostri giorni) possa non rispondere nessuno al nostro grido di desiderio:
“La vita umana per umanizzarsi ha bisogno di questo sì, (corrispondente all’ammissione di presenza), ha bisogno di essere adottata (dall’altro), e dunque che qualcuno dia senso alla nostra vita.”

Nel volervi vedere una qualche contraddizione, se di questa si tratta, sta nel fatto che “il desiderio esige al tempo stesso di realizzarsi in proprio”; mentre è pur vero che “il desiderio dipende dal desiderio dell’altro, […] dall’accoglienza dell’altro”, quasi che il nostro desiderio fosse il desiderio dell’altro e/o, comunque, dipendesse dall’altro. Ma se escludiamo che ciò possa sussistere, il nostro desiderio risulterebbe acefalo, strettamente legato al nostro individualismo, al nostro narcisismo quanto al nostro egoismo.
Semmai dovremmo imputare al nostro desiderio una fuga dalle emozioni, la cui assenza sfocia nella solitudine, nella volontà di non misurarci con gli altri, né con la società, né col mondo che ci circonda; una sorta di patologia malata che non ci mette al riparo dalla sofferenza:

“Il desiderio si nutre del desiderio dell’altro, ma il desiderio esige anche di avere un proprio oggetto (presenza), una propria vita (da spendere e scambiare), un proprio percorso (esperienza), e in questo si manifesta come fuoco (possessione), come forza (volontà). Ciò va riferito agli atti che compiamo e che compiremo, e che “spiega, per esempio, tutta la turbolenza della giovinezza”: le inquitudini, le ripetute crisi, i fallimenti, gli abbandoni, i sensi di colpa e di sbandamento cui si è soggetti in gioventù, e non solo. Ci sono età in cui la giovinezza ostinata, l’invecchiamento, la non accettazione del decadimento fisico, creano quelle ‘paure’ insospettate (spesso inconsce) cui solo la psicoanalisi ha saputo e può dare risposte valide.
La fuga in avanti e/o dalla realtà attuale, ad esempio, ha determinato l’attaccamento morboso all’uso del cellulare, la cui ‘presenza’ è qualcosa che nel bene e nel male ci rassicura; così come i video-giochi ci danno la dimensione della nostra potenza di riuscire ad essere ciò che (ancora) non siamo, o che ‘forse’ non abbiamo il coraggio né la volontà di essere: cioè despoti di noi stessi. Ma attenzione, non saper tenere sotto controllo i sentimenti può anche scatenare in manifestazioni violente di quell’io che crediamo di essere, dacché l’arroganza, la violenza, lo stupro,
il masochismo che ci rende comunque schiavi di noi stessi.

È dunque questa, in assoluto, la ‘forza’ cui detenere il controllo, saperla conformare alle esigenze reali, non utopistiche di ciò che non ci è dato, ma, per fare ciò, in primis bisogna conosce se stessi, chi siamo, cosa vogliamo, dove vogliamo andare, cosa vogliamo costruire, che sono poi i segni di una maturità per certi casi irrangiungibile.
Sia nei casi in cui “la vita si dà come esigenza di separazione” da un precedente status; sia in cui necessita di una rottura col passato e/o con l’attuale status, e si da inizio a una forma di ‘erranza’ dove, oltre ad incontrare se stessi, si va incontro all’altro, in termini di instaurare un rapporto con l’altro, scavalcando le differenze di genere (sesso) che le diversità d’intenti (comunità, famiglia allargata ecc.).
Da cui si evince che, per non entrare in conflitto con se stessi, per continuare a soddisfare il (solo) desiderio dell’altro, veniamo a mancare di quella ‘volontà’ che altresì dovrebbe dare corso alla naturale esposizione dei nostri sentimenti, mancando così di affermare il nostro desiderio di intima soddisfazione:

“Al contrario la vita soddisfatta è la vita che si incammina con decisione (determinazione) lungo la via del proprio desiderio, e il desiderio esige rottura, conflitto. […] Essere ostinati con il proprio desiderio è una buona cosa: rende la vita felice, soddisfatta, e dunque la rende anche generosa, perché vita generosa è la vita soddisfatta.”

Rammento un vecchio detto in cui si affermava con saggezza che «non si vive di solo pane», e questo è il caso più lampante che abbia annotato negli anni della mia lunga esperienza in vita: “Certo, perseguire con determinazione il proprio desiderio significa anche far soffrire”, per quanto le risposte che Recalcati dà su questa argomentazione filosofica prima ancora che scientifica, si avvalgono di esempi maturati nel tempo, vuoi sulla sua persona, vuoi basate sull’esperienza di tanti anni passati a contatto con i giovani presso l’Università di Pavia in cui insegna ‘psicopatoloia del comportamento’.
Ciononostante mette in guardia sull’uso sconsiderato della psicanalisi:

È indubbio –scrive l'autore– che “la psicanalisi è una possibilità di traduzione dell’inconscio, ma rimane il fatto che il desiderio fa fatica a essere accolto, perché straniero a noi stessi, […] parla appunto un’altra lingua – una lingua straniera – che dobbiamo tradurre. Il desiderio non parla la lingua dell’io: è per questo che è difficile coglierlo e avere un rapporto diretto con il proprio desiderio”.
E aggiunge che per certi versi l’analista permette di tradurre metaforicamente la lingua cifrata in cui parla l’inconscio, ma che una volta tradotta, la difficoltà sta nell’indurre il paziente a decidere di andare nella direzione in cui il desiderio spinge; aggiungendo che paradossalmente, il desiderio spinge, ad esempio nei giovani, verso la dipendenza necessaria di andare incontro “all’appartenenza e all’erranza, al desiderio dell’altro e al desiderio di avere un proprio desiderio”.

Si direbbe una forma di realizzazione alquanto singolare, ma è proprio così che accade, almeno per una grossa percentuale di casi, allorché ‘incarniamo il desiderio’:
“Ora, il desiderio è sempre incarnato. Non c’è desiderio separato dal corpo. In questo senso il desiderio è sempre erotico […] in quanto porta con sé il corpo. Il desiderio non è l’io, è più dalla parte del corpo che dalla parte dell’io. Pensiamo all’arte: quando un musicista suona, uno scrittore scrive, un attore recita, quando c’è vocazione nell’arte, lì c’è il corpo, il corpo erotico”. Ovvero, la piena soddisfazione del corpo, qui inteso anche come forma intellettiva.
In fondo il cervello per quanto elastico sia va comunque considerato una parte del corpo, ciò che muove i sentimenti, da cui si sprigiona il desiderio, quell’eros corporale implicito nello spirito che possiamo distinguere in diverse espressioni intellettive consequenziali: nel dare oggettivo (donarsi) e/o nel ricevere (soddisfarsi); nel creare (generare) e/o distruggere (de-strutturare); ma ed anche nell’amore (elettivo - dinamico) e/o nell’odio (destitutivo – distruttivo).

In questo senso ogni evoluzione intermedia è, nel rapporto con il desiderio in quanto: “manifestazione del corpo, della dimensione vivente del corpo, apertura degli orifizi del corpo”; cioè apertura a/del desiderio “perché il desiderio esige l’apertura dei mondi (verso la natura umana, verso gli altri esseri antropici ecc.), perché in questo (e solo in questo) si respira la trascendenza del desiderio”.
“Anche il desiderio di Dio porta con sé il corpo …”, ma questa è un’altra parentesi che si apre dalle pagine di questo libro e in altro modo, più ampio, è documentata dall’autore in altre sue pubblicazioni: “Lacan suggerisce di andare al fondo di questo desiderio come desiderio d’altro. […] Possiamo dire che il desiderio, attratto com’è dall’illusione del nuovo, si trova anche la dimensione di apertura del desiderio”, da cui “emerge una responsabilità irriducibile” (specifica dell’essere). Responsabilità che si traduce in ‘vocazione’: “ una spinta, un orientamento fondamentale e singolare della vita, di una vita”.

Onde ciascuna vita è animata e/o orientata dalla vocazione del desiderio: “una legge che è fondamento di tutte le civiltà, della possibilità del vivere insieme, della possibilità della comunità, che inscrive nel cuore dell’umano l’esperienza dell’impossibile, legge che veicola l’esperienza dell’impossibile. È nella misura in cui la vita fa esperienza del limite (di quel tutto che ci è negato), che diventa possibile generare il desiderio”.
Ma c’è una frase in questo libro che più mi ha sconvolto al pari di un’onda d’urto in pieno petto, e che pur mi affascina e mi sorprende: “C’è un solo peccato, un solo senso di colpa giustificato, ed è quello di cedere, nel senso di indietreggiare, sul proprio desiderio”; che riscatta tutta l’argomentazione dall’essere fin troppo filosofica, per la parte in cui la filosofia infuenza la psicologia e anche la psichiatria.
“Non ci sono altri peccati – ci dice ancora l’autore – il che la futilità del capriccio, quando sentiamo che nella scelta che siamo chiamati a comnpiere, lì c’è la dimensione del desiderio e – come direbbe il filosofo – ne va di tutta un’esistenza, della stessa vita”.

Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista tra i più nori in Italia, è membroanalista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi. Dirige l’Irpa (Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata) e insegna presso l’Università di Pavia. Tra i suoi libri tradotti in numerose lingue, oltre a quello qui recensito, vanni segnalati: “L’ora di lezione” (2014), “Le mani della madre” (2015), “Il mistero delle cose” (2016), “Contro il sacrificio” (2017), inoltre a “Il segreto del figlio” (2017).



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- Letteratura

Euterpe Rivista di Letteratura n.28

EUTERPE Associazione Culturale,
è lieta di comunicare l’uscita del n°28 della Rivista di Letteratura rivolta al tema “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”, con particolare interesse all’attualità delle argomentazioni messe in campo da quanti, poeti e scrittori, hanno inteso partecipare con articoli e saggi di rilievo.

L’apertura di questo numero vuole essere un omaggio al poeta Guido Oldani, padre del ‘realismo terminale’, con alcuni suoi inediti e un commento a cura del critico letterario Lucia Bonanni.

ARTICOLI

Mario De Rosa – “Una mistica fra rock e poesia: Patti Smith”
Iuri Lombardi – “Gli scrittori nella canzone d’autoreitaliana”
Fabia Baldi – “La querelle del Premio Nobel a Bob Dylan”
Corrado Calabro’ – “Musica e poesia”
Bruno Centomo – “Buonaterra e Centomo: la parola in musica”
Cinzia Perrone – “Bob Dylan il menestrello del rock”
Giorgio Mancinelli – “Musicologia all’origine della cultura globalizzata”
Francesca Camponero – “La poetica, cuore del melodramma”
Paolo D’arpini – “Musica come espressione ecologica dell’anima”
Denise Grasselli – “Dalla letteratura alla musica: l’enigmatica storia di Orfeo e Euridice”
Cetta Brancato – “Canto per Francesca”
Vincenzo Prediletto – “Beat in rosa: musica beat ed emancipazione femminile”

SAGGI

Cinzia Baldazzi & Adriano Camerini – “Bob Dylan tra Keats, Leopardi e Shelley”
Luca Benassi – “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica”
Stefano Bardi – “La nuova frontiera della poesia in Italia: Rap & Company”
Lucia Bonanni – “Da La terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico”
Franco Buffoni – “Ritmo sopra tutto”
Cinzia Demi – “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini”
Lorenzo Spurio – “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio di Alice nel Paese delle Meraviglie”
Maria Grazia Ferraris – “Fryderyk Chopin e George Sand. La goccia d’acqua”
Gabriella Mongardi – “Letteratura e musica in La morte a Venezia di Thomas Mann”
Valtero Curzi – “Letteratura e musica: influenze e contaminazioni”
Marco Tabellione – “La Musica silenziosa. La poesia e la sua musicalità”
Angelo Ariemma – “Les Chansonniers ovvero poesia permusica”
Graziela Enna – “Due poeti francesi reinterpretati da Fabrizio De André: François Villon e Pierre de Ronsard
Carmen De Stasio – “Pienezza espressiva tra musica e letteratura”
Francesco Martillotto – “La musica, “dolcezza e quasi anima de la poesia” in Torquato Tasso

RECENSIONI
Gabriella Mongardi – “Come se di Luigi Santucci”
Laura Vargiu – “Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in opere scelte della letteratura straniera di Lorenzo Spurio”
Laura Vargiu – “Quadro imperfetto di Stefania Onidi”
Carmelo Consoli – “Così è. Colloqui con Dio di Ermellino Mazzoleni”

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito dell’Ass. Euterpe (www.associazioneeuterpe.com). Segnaliamo la possibilità di poter visualizzare e leggere la rivista anche in altri formati compatibili con altri dispositivi: ISSUU/ Digital Publishing
Formati e-book:
Azw3 per Kindle di ultima generazione
Mobi per compatilità con tutti i Kindle
Epub per tutti i lettori non Kindle

Si ricorda inoltre che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “I drammi dei popoli in letteratura: genocidi, guerre dimenticate, questioni irrisolte, rivendicazioni e speranze deluse”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 31 Maggio 2019 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista.

È inoltre gradita la partecipazione al 4° Concorso di Letteratura “Storie in viaggio” di cui il bando sul sito concorsostorieinvigaggio@gmail.com entro e non oltre il 30 giugno 2019.

Dopo le precedenti edizioni che hanno avuto la loro cerimonia di premiazione rispettivamente nei comuni di Cingoli (MC), Camerata Picena (AN) e Corinaldo (AN), ed essendo il Concorso volutamente itinerante, l’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN), con il Patrocinio del Comune di Morro d’Alba e della Provincia di Ancona, indice la quarta edizione del Concorso “Storie in viaggio” cambiando denominazione da “Concorso di Racconti brevi” a “Concorso di Letteratura” a ragione dell’ampliamento delle sezioni di partecipazione. La partecipazione al concorso è regolamentata dal bando pubblicato sul sito suddiviso nelle seguenti sezioni:

1.Racconto a tema il viaggio
2.Racconto a tema libero
3.Libro edito (poesia, saggistica, fotografico, altro riconducibile al tema “il viaggio” e diari di viaggio)
4.Video-poesia / video-racconto riconducibile al tema del viaggio.

Per quanto attiene alle sezioni A e B si partecipa con racconti editi o inediti, ma in quest’ultimo caso è richiesto di indicare in che libro o antologia sono stati precedentemente pubblicati. L’autore, comunque, deve essere l’unico detentore dei diritti sul testo che invierà. Riguardo alla sezione C si partecipa con un libro edito (appartenente ai generi sopra indicati) pubblicato regolarmente con casa editrice o autoprodotto dotato di codice identificativo ISBN.

Relativamente alla tematica del “viaggio” (sezioni A, C e D) si fa presente che può essere interpretata liberamente a intendere viaggi fisici, di spostamento sul territorio nazionale o internazionale e di viaggi interiori, percorsi di approfondimento e di crescita personale, educativo, morale, spirituale o di altra tipologia.

Ass. Culturale Euterpe c/o Lorenzo Spurio
Via Toscana n°3 - 60035 – Jesi (AN)
Per info rivistaeuterpe@gmail.com

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- Arte

Matera: Capitale Europea della Cultura

La Lucania, terra di sentimenti nascosti.
Matera, città d’arte, designata dall’UNESCO ‘Capitale Europea della Cultura 2019’.

“Come amorevolmente protetta da robuste braccia, fra le due estreme penisole della Iapigia e della Calabria, regni delle Murge e delle Sile, si apre la classica costa ionica dela Basilicata, alla quale fanno corona la tragica Metaponto, bella ancora di templi dorici, la bianca Pisticci ricca d’industrie, Montalbano Ionico, centro agricolo e la fiorente Policoro, vicina ai resti di Heraclea che col castello dei Berlingieri, attorniato da umili abituri, domina la sua opulenta pianura e il mare. […] La spiaggia e la circostante silenziosa pianura, sembra ora ridestarsi da un sonno che si perde nei tempi ed avvince per il suo vero e molteplice aspetto antico e storico, artistico, culturale e pittoresco: contrada che meglio custodisce il tipo del paesaggio classico, solenne e suggestivo. Proprio in questo sacro silenzio emergono le linee di una energia primaverile, in cui il soffio stesso è il caldo alito di una febbre di altezze e di aspirazioni sante. E la campagna racchiude in sé i segni possenti delle età passate”.

Inizia così il bel libro postumo “La mia Basilicata” in memoria di Concetto Valente che il figlio Giuseppe Valente ha voluto dedicargli nel centenario della sua nascita. Ben poco rimane all’immaginario da fantasticare, la colta descrizione parla da sola, ancor più quando lo scrittore si abbandona al canto lirico del poeta che lo insigna, e che ritroviamo nelle pagine seguenti:

“Dal golfo s’inerpica la terra lucana tra colli e monti, le cui vette brulle ed immacolate immerse nell’azzurro formano la gradinata gigante dinanzi alla immensa valle solitaria ed all’arco aurato della spiaggia. Dalle schiere di colline e monti, interrotte da strette pianure ubertose e da fresche valli, s’innalza repentino, come nube a Mezzogiorno, a confine con la Calabria, il massiccio del Pollino, dalla cui vetta l’occhio abbraccia un vastissimo orizzonte che comprende la visione di mezza Basilicata e spazia dal Tirreno, fino al porto di Taranto ed oltre. [...] E già emergono terre più ricche e sane, specie intorno all’oasi di Policoro, già bella di superbi e fregranti frutteti, e così in tutta la pianura ionica stanno estendendosi più fitti aranceti, albicocchi e pescheti, salutati sulle prime colline dall’antico fluttuare di ulivi, di potenti carrubi, di grandi quercie, di favolosi pini, di pruni, fichi, mandorli ed ancora aranceti e cedri”.

“Le montagne della Basilicata hanno una caratteristica tutta particolare: vette superbe dominanti panorami meravigliosi e vari, profili staglianti ed ora armonici, che a guisa di anfiteatri racchiudono ridentissimi piccoli laghi selvaggi. Spesso città antiche, belle e custodi di opere d’arte d’immenso e pregevole vale subliminano queste alture; l’antichissima Matera dei Sassi, ricca di opere d’arte di ogni tempo d’inestimabile valore, Montescaglioso, Irsina, Tricarico, Acerenza, Venosa, Lavello, Melfi e l’aerea Potenza, che dalla sua altezza giganteggia sull’antica e gloriosa Valle del Basento e su quella ampia di rione S. Maria, verde di boschi, ‘boschetti’, ‘macchie’ e giardini”.

“La Basilicata non è terra improvvisata, cova dentro il suo fuoco ed ha il pudore e la gelosia dei suoi sentimenti più profondi. La bontà gli è riconosciuta; la giustizia presiede a qualsiasi giudizio delle moltitudini. Capace d’impeti mistici e di lunghe vigilie, la sua gente è ragionatrice, ponderata per indole, è vigile nelle analisi e si eleva a mirabili sintesi. Vuole essere epicurea ed è di natura nostalgica. Il suo custico umorismo non uccide ed è edificatore. Vuol ridere e si accora di un niente. Ascoltatela nelle ore gravi, terra sacra ai campi; terra sacra alle opere eterne. La sua gente vi fatica senza amarezza: la stella dell’alba è salutata dal canto del boaro; quella del crepuscolo ancora sente cantare gli uomini che ritornano verso le case disperse, che il monte cova ed il cielo inazzurra. La divina natura spesso inspira il cantore popolare, che commosso trova un’alta espressione sulle labbra per la terra madre”:

“Sienti,sienti! La terra mi parla chiani / sienti sta mamma antica / ca mi chiami e mi vole se songh luntani!”

“Per la gente lucana la maggior vita è all’aperto, la sua primavera è gagliarda, tutta vissuta nei riti agresti della semina, della mietitura, della vendemmia.I contadini di Maratea e di Acquafredda, a breve distanza dal classico lido dei templi pelipteri immortali di Paestum, come quelli delle colline del Mare Ionio, così del Pollino, Volturino, Areoso e Vulture o lungo il Bradano, Basento, Agri, Sinni e Ofanto, al tempo della mietitura del grano, verso sera quando il sole sta per giungere al tramonto, sospendono il lavoro e si inginocchiano dinanzi al sole che muore. Nella dolcezza dell’ora il massaro intona una Ave Maria alla quale i mietitori rispondono in coro sollevando le falci verso il sole”.

“Le tradizionali visioni mistiche ridestano la gente nei campi il contadino è tutt’uno con la sua terra, alla quale la sua vita è connessa immutabilmente. La ama profondamente. Conosce il cammino della sua casa, conosce l’ombra dei suoi pagliai. Ogni angolo dei suo campi, ogni fossatello, ogni vite, ogni olmo gli sono familiari ancor più della faccia della donna sua. E questo gli basta. Egli non può far passare il giorno che non percorra i suoi campi fra le siepi ben tenute; va fra la nebbia o la neve; studia i frusoli delle sue viti, le gemme dei suoi peschi, il verde dei grani pallidi, che debbono cespire. Non chiede di più. Emigra; arricchito ritorna in patria e riprende a lavorare il suo lembo di terra, al quale ha dato una fisionomia, un nome e un cuore. Riprende l’opera di rinascita a favore del suo tempo”.

“Risuonano nel suo cuore di uomo antiche melodie. E così nei vecchi orti di Venosa ove grandi massi poligonali, fra torri, dominano il Vallone Ruscello, formando insieme il loro miracolo di poesia e di realtà, di presente e di passato, di rovine classiche e di architetture medievali, io potetti ascoltare un canto leggere, fresco, di seminatori”:

“Lu cieli si inondava di grazia / mentre la selva mormorava cupa. / A Vergine Maria s’assettò / all’ombra dell’auliv; tutt’e frasche / abbasciannisi vasaren’a Gesù. / Evviva Maria / e chi la creò. / Lu cieli si inondava di grazia / mentre la selva mormorava cupa”.

“La bella strofa mistica, come per un canto umbro, pareva munita, pel suo volo, di candide ali, fra i severi ruderi latini. Un altro canto mistico nel periodo dei pellegrinaggi a San Miche le del Gargano ed alla grotta di San Michele di Monticchio, richiama il culto bizantino per San Luca Corleone e per San Vitale – che dopo aver difeso leoninamente Armento contro i Saraceni, maceravano le loro carni nelle grotte basiliane del torrente Melfia (Vulture), ove dipinsero santi ieratici e simboli del Cristianesimo – e ricorda ancora la tradizione dei cavalieri longobardi e dei loro rappresentanti spirituali, i monaci latini, che ne arricchirono la leggenda introducendo nell’Italia meridionale il culto per San Michele Arcangelo, il cristianizzato giovane Sigfried uccisore del drago, al quale furono dedicati santuari sulle cime dei monti della Lucania”.

Qualcuno leggendo si chiederà dove poter trovare la Lucania, oppure il Cilento, paradossalmente ‘inesistenti’ su gran parte delle carte geografiche, dopo l’avvenuto accorpamento di queste regioni con altre o la cancellazione dai flussi di comunicazione di zone del territorio rurale, ritenute di scarso interesse turistico ed economico. Per trovare alcune notizie interessanti sono tornato a sfogliare la Treccani con davvero scarsi risultati, se non che si tratta di una sub-regione la cui popolazione è dedita alla pastorizia e all’agricoltura. Mentre ho trovato qualcosa in una ‘Guida d’Italia’ del Touring Club Italiano nientemeno che del 1928 in cui si annovera la Lucania, come un’antica regione italica successivamente compresa nella Calabria e, infine, annessa alla Basilicata. Ma solo perché la sua storia è legata alle numerose guerre combattute da Greci e Lucani, fra Lucani e Romani contro Pirro e Annibale seguite da grandi devastazioni del territorio, niente di più.

Quel che verosimilmente rimane di questa regione, è infine un ‘amaro’ che viene regolarmente pubblicizzato in TV. Ovviamente non può essere solo questo, mi sono detto, ne vale la dignità di un popolo autoctono già famoso nell’antichità per la produzione artigianale della ceramica, sono famosi i vasi lucani, in cui si distinse per la sua qualità e il livello artistico. Poco o quasi niente rimane della conoscenza degli usi e costumi dei Lucani e dei Cilentani, letteralmente ignorati nella grande “Storia d’Italia” dell’editore Einaudi che, nei volumi dedicati a ‘I caratteri originali’ e ‘I documenti’ fa riferimento solo alle popolazioni della Basilicata e distrattamente alla Lucania in quanto agglomerato della prima, dacché la Lucania e il Cilento verosimilmente non esistono:

“Non si deve certo disconoscere che vaste aree contadine e pastorali del Sud sono rimaste sostanzialmente escluse dal contatto con le egemonie urbane e con le ‘città contadine’ ed altre ne abbiano subito solo marginalmente la pressione, ma è tuttavia ipotizzabile che il particolre ordinamento socio-economico del Sud abbia potuto mettere in movimento processi trasformativi della cultura tradizionale in grado di riprodursi attivamente lungo un arco temporale assai lungo, considerando la compresenza di altri elementi e il fatto che la tendenza a organizzare su base urbana la società contadina permane, nel Meridione, fino a noi. A questo elemento un altro può essersi congiunto nel determinare una particolare disposizione della comunicazione orale del Sud verso moduli che oggi ci appaiono assai prossimi a forme della ‘poesia culta’ della prima età della nostra storia letteraria.”

“Se infati osserviamo come quei caratteri ‘culti’ paiono essere emergenti più in Sicilia che nelle altre regioni meridionali e come la connotazione più ‘profonda’ e ‘primitiva’ il nostro Sud la trova non già nei suoi territori più meridionali ma piuttosto in un’area, per lo più interna, che comprende Campania, Puglia, Lucania e Calabria settentrionale, possiamo immaginare che anche quel processo di tardiva rilatinizzazione, che i linguisti hanno rilevato in Sicilia e nella Calabria meridionale, possa aver agito nel senso di caratterizzare in modo più ‘moderno’ una parte almeno degli oggetti comunicativi. In una simile prospettiva si può allora ipotizzare un duplice indirizzo d’influenza (dalle città meridionali verso le campagne e dalla Sicilia verso il continente) sulla cultura ‘arcaica’ del nostro Sud, con le conseguenze abbastanza sorprendenti che oggi ci è dato di osservare.” Ciò per quanto concerne le informazioni contenute in “Enciclopedia” (Einaudi 1973).

Tuittavia ritengo autorevole quanto scritto da L. M. Lombardi Satriani (*) sulle possibile ‘tecniche di distruzione di una cultura’ cioè, di un vero e proprio etnocidio a discapito di alcune popolazioni che assistono alla negazione e spogliazione della propria espressione culturale. Quando, a fronte di una cultura sommersa pur comprensibilmente autentica che pur andrebbe finalizzata alla comprensione di un ‘vissuto’, anche se in certi casi inconsapevole, da tutti, in ragione d’una sua comprovata esistenza territoriale.

Sommersa come lo è una certa religiosità commista di antiche superstizioni che sopravvivono nel sacro e nel divino che, ancora oggi sono parte integrante del quotidiano, sintomi di una tensione verso il sacro che il cristianesimo ha storicamente individuato e da sempre incanalato verso una religiosità autentica che si professi più autentica. Per quanto è altrettanto vero che questi agglomerati esistono e sono sempre esistiti, come bisogni non materiali che il godimento di sempre maggiori beni di consumo non riesce a soddisfare, anche se la cultura industriale li ha spinti ai margini, svalutati, soffocati, bollati dentro il loro stesso alone del ridicolo che verosimilmente li ha maturati.

Ma è tempo questo di restituire allo spirito quello spazio che gli concerne con un canto tradizionale raccolto presso un bracciante agricolo di S. Marzano, in cui la discendenza da antichissimi riti di morte e resurrezione, accentuate dall’uso melodico e una metrica insolita, fanno di alcuni canti veri esempi di grande rilevanza dell’espressività popolare:

“Né Carnuvà, pecché si’ muorto” (tipico lamento rituale per la morte del Carnevale)

“Né Carnuvà pecché si’ muorto / che nce vogliono ‘e sorde belle p’e schiattamuorte / che ggioia / t’aggio sentut’o o rummore r’re campanielle / mo se me vene ‘o cavallo ‘e puleciello /che ggioia / t’aggio sentut’o o rummore r’re carrettelle / mo se me venen’ ‘e femmene co’ ‘e canestrelle / che ggioia”.

L’espressività dionisiaca del ritmo, caratteristica di alcune danze più antiche relative alle feste organizzate in onore della divinità pagana, può essere ricondotta alla funzione originaria di scansione musicale e coreutica all’interno del Carnevale sotto la denominazione generica della ‘tarantella’, accomunata ad altre danze ‘taranta spagnola’, ‘tarantulata pugliese’ ecc. in cui la particolare diffusione dell’organetto come strumento d’accompagnamento la fa da padrone. L’originalità del canto che segue sta nel fatto di elencare una serie di strumenti che variano da luogo a luogo e che ci permette di connotarne l’uso:

“Caro cumpare”
(canto sull’organetto, chitarra, tamburello, campanelli)

“Caro cumpare che bai sunanno
vaco sunannu lu viulinu
comme lu suoni lu viulinu (uè cumpà)
minghillu-minghillu fa ‘u viulinu
don-don-don fa ‘u campanone
dan-dan-dan fa la campana
din-dindin fa ‘u campaniello
e dipidindà fa ‘u tamburiello

Caru cumpare che bai sunanno
vaco sunannu la rancascia
comme la suoni la rancascia (uè cumpà)
t’ ‘o ‘ncascio t’ ‘o ‘ncascio fa la rancascia
te ‘mponno te ‘mponno fa le zampogne
bai e bbene l’urganettu
nze-nze-nze fa la chitarra
minghillu-minghillu fa ‘u viulinu
don-don-don fa ‘u campanone
dan-dan-dan fa la campana
din-dindin fa ‘u campaniello
e dipidindà fa ‘u tamburiello

Caru cumpare che bai sunanno
vacu sunannu lu cuornu re caccia
comme lu suoni lu cuorno re caccia (né cumpà)
e musciu e bbuono t’ ‘o sbattu ‘mpaccia
ecco ca suona lu cuorno re caccia”.

Ed ecco cosa ci dice un vecchio libro scolastico sulle “Regioni d’Italia” sulla Basilicata allorché, superate le informazioni sul clima, la flora, la fauna e l’aspetto orografico del territorio, l’industria e l’artigianato, ci ricorda le principali città come Potenza, Matera, Avigliano, Melfi, Maratea, Piosticci, Tursi, Acerenza, Tricarico Montescaglioso con le rovine della Magna Grecia, così come Metaponto (dove insegnò Pitagora), e che sulle monete rinvenute (Lucania) appare il simbolo della spiga d’orzo, un tempo sacra a Cerere e simbolo della regione. Un solo sporadico accenno è dato sulla Lucania:

“isolata fra i suoi monti, percorsa da profonde vallate di difficile accesso che in tempi antichissimi vide giungere gruppi di ‘coraggiosi’ che spingevano avanti le loro mandrie e trasportando gli utensili agricoli, e che quindi vi si stabilivano attratti dalla bellezza naturale del luogo. Mille anni prima di Cristo giunsero i Lucani; più tardi i Greci, i Goti, i Longobardi, i Bizantini che ne cambiarono il nome in Basilicata da ‘basilikos’ che in greco significa ‘funzionario imperiale’.

Ancora oggi la più grande personalità lucana è il poeta latino Orazio Flacco (Venosa 65 a.C. - Roma 8 aC.) autore di Epodi e Odi, Satire ed Epistole appartenenti al genere lirico. Per saperne di più ho sfogliato quell’incredibile documento storico in due volumi che “Antica Madre” (AA.VV. Garzanti-Scheiwiller 1989) ha dedicato alle genti italiche: “Italia: Le genti della Basilicata antica”, che ci informa sui Lucani anche detti Enotri o Coni di origine arcade, forse discendenti da Sparta, già presenti attorno al 1800 a.C. quindi agli inizi dell’età del bronzo. E successivamente allo spostamento di gruppi etnici dalla Campania alla Sicilia a partire da un certo momento (e dunque da un certo mutamento culturale profondamente ellenizzato), in cui si identifica la fisionomia culturale delle rispettive popolazioni insediatesi nelle regioni meridionali, fra cui i Sanniti in Campania e i Lucani nell’area di Metaponto.

Poco o nulla è detto delle profonde trasformazioni avvenute nell’espressione del sentimento religioso e ancor meno degli strumenti musicali utilizzati nei rituali funebri e nelle feste calendariali in questa zona così sentite profondamente. Tuttavia, per quanto concerne la grande permeabilità culturale che ormai accomuna tutto il mondo italico meridionale, corrisponde una sostanziale unificazione dello scenario culturale si conosce l’esistenza di qualche sporadico flauto di canna (Eboli), della ciaramella (Auletta), dell’aulos a due canne forate, delle nacchere cilentane d’importazione ellenistica, e la cosiddetta ‘tromba degli zingari’ detta anche ‘marranzano’ presente in tutta la Magna Grecia.

Lo strumento importato probabilmente dall'Asia dalle popolazioni nomadi è conosciuto anche con il nome di ‘scacciapensieri’, è costruito in metallo a forma di un piccolo ferro di cavallo, con al centro una linguetta pur’essa di metallo fissata ad una sola estremità al telaio, viene fatto suonare tenendolo tra i denti e facendo vibrare con un dito la linguetta, la cui ‘nota’ può essere in parte modulata variando la forma della cavità orale attraverso il movimento delle guance e della lingua ed usata come accompagnamento negli intervalli musicali nel canto, insieme alla chitarra battente e al tamburello.

Sebbene la trascrizione dei canti non tiene conto delle riprese e delle ripetizioni di temi pur numerosissime, sia nella sua complessità e sia nella varietà, ciò avviene per nuclei musicali separati da brevi pause, attraverso una peculiare successione per ripetizione-cumulazione di un verso dopo l’altro, per cui si collegano in modo frequente di esecuzione, ma spesso anche per bruschi scarti su altro tema o, con improvvisazioni occasionali, tipici del cantare popolare che prevede l’intervento dei presenti secondo la disposizione soggettiva dei cantanti. Tutto ciò spiega in parte la variabilità del contenuto delle sequenze e la successione ininterrotta, ad esempio nella ‘tammurriata’ (canto e ballo alla tammorra) e/o della ‘pizzitata’ eseguita sulla chitarra battente. La nota ‘pizzitata’, termine che designa la tarantella utilizzata nel Salento per l’esorcismo coreutico-musicale nella terapia del ‘tarantismo’, anche conosciuta col nome di ‘pizzica’.

Allo stato della ricerca etnomusicologica si ignora se e quali connessioni e interrelazioni possano essersi sviluppate in passato fra ‘pizzica’ e ‘pizzitata’, la cui esecuzione tuttavia risente idealmente di un solo organico strumentale in accumulo di una serie di strumenti diffusi nell’area cilentana, sui quali una volta la ‘pizzitata’ veniva quasi certamente suonata durante le cerimonie pubbliche lucane: “..una mescolanza di cattolicesimo popolare e di relitti di forme religiose antico-arcaico connessi con i diversi momenti che regolano il mondo agricolo.

“ Tra le feste del ciclo dell’anno ‘carnevale’ e ‘capodanno’ hanno in gran parte hanno conservato caratteristiche abbastanza integre ed autonome. […] Tra queste ultime si pone il ‘giuco della falce’ che ha luogo (almeno fino a pochi anni fa) a San Giorgio Lucano, in provincia di Matera, e che appartiene a quelle feste di mietitura diffuse in gran parte dell’Europa. Elemento essenziale di questo ‘giuoco’ è il mascheramento dell’atto del mietere con quello di una battuta di caccia a un caprone, personificato da un uomo ricoperto da una pelle d’animale. I contadini, fingendo la battuta, in effetti mietono il grano e stringono sempre più il cerchio intorno al capro fino a raggiungerlo e ad ucciderlo simbolicamente”. (C. Valente, op.cit.)

Le cerimonie a carattere privato più diffuse sono quelle magiche, soprattutto la ‘fascinazione’, la pratica ancora presente e soprattutto la memoria culturale ancora viva, nonché l’importanza dell’aspetto etnomusicologico, dovrebbero essere di stimolo per gli operatori culturali e di quanti sono alla ricerca di stimoli musicali, che dal ‘vivo’ del passato, giungono fino a noi a insegnarci quel certo virtuosismo creativo mai dismesso, e che ritroviamo in ogni regione limitrofa. Tuttavia un aspetto particolare e una certa diversità distinguono l’assetto della Lucania/Basilicata dalle altre regioni come la Sicilia o la Campania, pur dividendo con queste talune somiglianze e evidenti scambi, se vogliamo, invevitabili con la Iapigia per il grande dominio culturale che sul litorale ionico ebbero con le città della Magna Grecia, le cui superstizioni sopravvivono nel sacro e nel divino di oggi.

Con ciò si vuole qui offrire un prezioso materiale di demopsicologia con l’intento di studiare l’anima popolare e di offrire alcuni documenti dei valori spirituali della razza, senza escludere quelle che sono le tradizioni pagane tutt’ora ‘vive’ sul territorio. Molti paesi sappiamo, offrono un largo campo di osservazione per quanto riguarda i costumi, i canti, i riti occulti e l’arcano dei ricordi orali, che attraversano la favolosa antichità del medioevo.

“Una usanza senza dubbio del periodo di Metaponto, di Siris, di Heraclea, di Paestum, è il rito che si pratica lungo la costa jonica di Pisticci, di Policoro, di Nova Siri e sui colli del Senise, di Sant’Arcangelo, di Ferrandina, Colobraro (in Lucania), e di Calimera, di Melpignano e di Castrignano (nella Iapigia) e che consiste nella celebrazione delle ‘prefiche’ sui morti, anche dette ‘repite’ che, a somiglianza delle antiche ploratrici, piangono e cantano lungamente sui cadaveri dei defunti” (C. Valente, op.cit.).

A questa usanza l’etnografo Ernesto de Martino dedica nel libro “Morte e pianto rituale” (Boringhieri 1975), un intero capitolo: “Il lamento funebre lucano”: “Può sembrare strano che una ricerca storico-religiosa sull’antico lamento funebre rituale si apra con una giustificazione metodologica che riguarda una particolare indagine etnografica. […]Un procedimento così eccezionale, e a prima vista così discutibile, è certamente bisognoso di una giustificazione che riguarda la determinata ‘tecnica del piangere’ come quella messa in atto nel Sud, cioè un modello di comportamento che la cultura fonda e la tradizione conserva al fine di ridischiudere i valori che la crisi del cordoglio rischia di compromettere. In quanto tecnica (quella del pianto rituale) che riplasma culturalmente lo strazio naturale e astorico (lo strazio per cui tutti piangono ‘ad un modo’), il lamento funebre è azione rituale circoscritta da un orizzonte mitico”.

“Al contrario i relitti folklorici del lamento antico ci permettono ancor oggi di sorprendere l’istituto nel suo reale funzionamento culturale: e ciò che la documentazione antica ci lascia soltanto intravedere o immaginare, cioè il lamento come rito in azione, la documentazione folklorica ce lo pone sotto gli occhi in tutta la sua evidenza drammatica, offrendoci in tal modo non sostituibili opportunità di analisi. […] Tuttavia anche se il lamento funebre folklorico ha perso il nesso organico con i grandi tempi della religiosità antica, e anche se i suoi orizzonti mitici sono particolarmente angusti e frammentari, esso può fornire ancora, almeno nelle aree trattate e di migliore conservazione, utili indicazioni per ricostruire la vicenda rituale che, nel mondo antico, strappava dalla crisi senza orizzonte e si reinseriva nel mondo della cultura autoctona.” (De Martino, op.cit.)

A questo proposito, per meglio comprendere la lezione di De Martino, riporto qui un passaggio riferito alla ‘morte’ di Vincenzo Boda (*) “La religione sommersa” (Rizzoli 1986): “La ripercussione attraverso la parentela (che pure si esplicitava come dolore per la perdita, diventava, ed era, un ‘crisi di gruppo’ di appartenenza. Ciò scaturiva da certi comportamenti rituali (mitici e sociali) nei quali certamente agivano , e interagivano, componenti diverse da quelle mortuarie. Ma non c’è dubbio che in tali mitologemi e in tali comportamenti rituali, sia a livello di crisi collettiva che accompagnava ogni morte, sia a livello della tensione e dell’angoscia che apparivano radicate nel sentimento dell’incertezza e della precarietà esistenziale. La vicenda ‘morte’ aveva ed ha una motivazione predominante e prevalente, tanto che non mancano studiosi i quali, a livello di ipotesi, fanno risalire l’origine della religione al tema della morte. In questa prospettiva, le mitologie dell’al di là, della sopravvivenza, dell’immortalità, i riti di seppellimento, di placazione, di venerazione dei morti e degli antenati si fondevano nella comune funzione di risposta all’illogicità della morte; diventavano tentativi per sostituire la sicurezza alla precarietà. Così il mito assolveva una funzione salvifica nel senso che, reagendo attraverso l’ideazione mitica, l’uomo e il gruppo si riscattavano dall’angoscia esistenziale e risolvevano la crisi emergente da ogni singola morte.”

“Il rito – prosegue Vincenzo Boda – doveva invece soddisfare sia l’esigenza istintiva, immediata, di esprimere il dolore e il dramma del distacco (che era più intensa e naturale quanto più prossimo era il grado di parentela o il rapporto di convivenza e di consuetudine), sia quella di risolvere il problema di fondo che stava nella crisi e nell’angoscia provocata dall’evento. Entro queste linee vanno pure riletti i miti dell’origine della morte e dell’immortalità primordiale, i miti di trasformazione della morte in passaggio all’immoertalità (si pensi, per esempio, nell’ambito dei miti più conosciuti ed elaborati, all’Ade pagano, ai misteri orfici, alla trasmigrazione delle anime ecc.), i miti della sopravvivenza (si pensi ai fantasmi, agli spettri, ma anche ai morti che ritornano, alle anime, alle ombre). Entro tali linee vanno pure riletti i fenomeni di ritualizzazione del duolo e del lutto, trasformati da ‘fatto primario istintivo’ (dolore per la morte e per il distacco) in una manifestazione che, seguendo schemi obbligati, tradizionali che, non solo si rende necessaria anche quando il fatto istintivo viene meno, ma può essere delegata a terzi, come a detentori delle giuste tecniche del duolo, appunto: la prefiche.”

Scrive ancora C. Valente: “Ma, oltre alle laudi severe della Settimana Santa, fra i monti della Lucania risuonano altri canti mistici, lì ove c’è anima, c’è sentimento, c’è dolore, ove c’è finalmente poesia. [...] Come nelle laudi dei poeti umbri, nei canti mistici l’espressione nuda del sentimento ha tutto l’impeto e il singulto della pura verità umana e l’amore divino non è che un riflesso dell’amore umano.” Richiamo qui di seguito un leggero e fresco canto mistico della gente lucana:

“Stedda Mattutina”

“È fatte juorne e sie lu benvenute / beneditte sia Die ca l’ha criate / Ti preje Gesù mje de darme aiute / concedami la pac’e la virtute / inta a chesta santa sciurnate.”

Famosi sono anche i riti nuziali, quelli per il Calendimaggio, le Cavalcate, le Processioni e i Pellegrinaggi che vengono talvolta riproposti con grande partecipazione popolare, come: “Il carro trionfale di Matera”, “Il pellegrinaggio di Fondi” e “La processione dei Turchi a Potenza”; quella per il “Corpus Domini al Santuario di Viggiano”, e la “Leggenda dei petali” (I pip’l): È questa una leggenda di alta ispirazione mistica in cui si narra: che nei tempi del martirologio cristiano una popolana di Potenza, nel lavare la biancheria giù al fiume Basento, ricordandosi che là vicino era stati suppliziati dodici martiri cristiani venuti dall’Africa, volle prendervi qualche loro reliquia – come scrive Paolo da Grazia (cit. Valente):
“Raccolse dei fiori inzuppati del loro sangue e se li portò a casa e li conservò in una pezzuola di candido lino. Dopo parecchi anni trovò i fiori ancora verdi come se fossero stati colti allora. Stupita li portò ad una asceta perché li conservasse in chiesa. Il ministro di Dio così fece e li conservò. E da allora ogni anno, il primo di settembre, in occasione della festa per i Dodici Martiri, si mostranvano al popolo i fiori verdi che aprivano i loro bocciuoli o petali, detti “pip’l”. Per questa tradizione d’ispirazione religiosa e di candida fede migliaia di giovinette del popolo, per la festa del Corpus Domini, dalle finestre e dalle terrazze di via Pretoria, adorne di damaschi, di tappeti e di coperte di seta, come un leggiadro e fantasioso mosaico di broccati, di oro e di ricami, salutano il passaggio del Santissimo sollevato dal Vescovo sotto una pioggia di fiori.”

Propongo quindi un canto ‘umoristico’ legato a “Lo scaricavascio” di Melfi con significazione storica risalente al 1799, epoca in cui i maggiorenti melfitani, in luogo di organizzare una strenua difesa della città, preferirono aprire le pèorte di casa propria alle orde devastatrici del Cardinale Ruffo. L’atto ritenuto vile, urtò il sentimento della popolazione che, non potendo altrimenti esprimere la propria indignazione in quei tempi di scarsa libertà, riuscì a significare nel canto detto dello ‘scaricavascio’, la insicura stabilità del dominio paesano che i maggiorenti, i sanfedisti, avevano ottenuto dal favore del Ruffo in cambio della resa. Il gaio ritornello – (come scrive A. Cantela nel libro di Valente) – è cantato da otto giovani contadini, quattro dei quali danzando sostengono il peso degli altri quattro, che si levano in piedi sulle spalle dei primi, tenmendosi stretti l’uno all’altro con le braccia. Nel balletto faticoso delle improvvisate torri umane che ne conseguono, la fertile fantasia popolare ricamò alcune strofe d’occasione i cui versi rivelano ai dominatori che se il popolo si sottrae al gioco del loro dominio, il capitombolo è inevitabile. Lì dove ‘Pizzic’Andò’ sta a significare: con tutto il pericolo, balliamo pure!
“Canto per lo ‘scaricavascio’”

“Vuoie ca state da sopra / Statev’attinte ancora: cadite … / Se si spezza lu ram di sotto / Ve ne sciate di capisotto. / Lu vide lu scaricavascio? / Lu vide e sembra mo /
Pizzic’Andò, pizzic’Andò.”

Ma in Lucania si canta anche all’amore Valente: “Il canto sgorga su dal cuore innamorato e trae ispirazione dalle tempeste dell’anima. Il popolo canta ed esprime la sua consolazione della fatica, la gioia del vivere e la sua fede con immagini delicate e pensieri pieni di tenerezza. A volte la poesia si fa profonda, più vivace e dolorante e accenna a intime lotte in descrizioni di vita popolare che raggiunge un alto valore lirico. Nenie nostalgiche e canzoni d’amore rivelano una malinconia pensosa, che è poi l’essenza dell’anima lucana, gaia talora solo in superficie, come nell’esempio di ‘fronna’ che segue:

“Canzuna nova” (in C. Valente, op.cit.)

“Voghhiu cantari ‘na canzuna nova,
pa gilusia ca mi struggi u core.
Gioia, l’amuri toj strittu mi teni!
Vurria tuccari l’unna ri lu mari
vurria vulà pi li cieli sireni.
Vurria cent’uocchi pi ti riguardari
milli cori pi ti vulì chiù beni.
La gilusia mi consumi u core
e ti voghhiu cantà a canzuna nova.”

Molte sono le canzoni d’amore cantate come messaggi da una gioventù priva di ogni distrazione, il cui pane e sale della vita era (un tempo) nient’altro che fatto di ansie e di lavoro, di stati d’animo e di desiderio, di sdegno e d’odio che si susseguono con vigorosa autenticità in una vena poetica e schietta, spesso insolita, nella giovinezza ardente … “E sia benedetta questa luce fatta di passione, di sentimento puro inestinguibile”. Tuttavia la Lucania e tutta la Basilicata non è solo questo. Con questa ricerca pur breve, si può ben immaginare quanto ancora ci sarebbe da dire, ma quest’oggi voglio con ciò salutare la gente lucana tutta e dare il benveuto a Matera città d’arte designata dall’UNESCO quale ‘Capitale Europea della Cultura 2019’.
Ma è qui doveroso ricordare lo studioso Concetto Valente che voglio ringraziare per il suo libro più volte citato, dal quale ho tratto a piene mani ogni sfumatura, e che tra le altre interessantissime cose di cui ci narra, ho appreso talune meraqviglie nascoste della città Matera:

“Una nota possente del paesaggio materano [...] è dato dalle ben note gravine scavate nei tufi e nei calcarei compatti – nelle voragini che separano le doline delle murge scendenti a gradinata verso il mar Ionio. La città si distende sui declivi di due valli profonde scavate dalla natura nel tufo seguendone la forma ed il declivio, chiamate Sasso Barisano e Sasso-caveoso. È dominato il Sasso-caveoso da un irto e severo scoglio con ai piedi una chiesetta bizantina scavata nella roccia. E le case dei Sassi, in gran parte aperte nelle doline tufacee, sono costruite in modo che l’una serva di base all’altra. Serpeggiano ripidi viottoli fra abitazioni primitive dominate da rocce e con scalinate sostenute da rozzi archi rampanti., in cui le caratteristiche abitazioni trogloditiche sostengono spesso ampie e impervie vie che si incurvano fra i comignoli delle case, il cui interno è rivestito di intonaco bianco ed ha lo stesso arredamento della casa comune”.

“Del sentimento religioso della gente lucana, le cappelle, le edicole e le croci, presenti nelle costruzioni, ci parlano le leggende sacre, le grotte aperte nei cupi recessi del monte Vulture, del monte Raparo e delle gravine di Matera, [...] ma perché il ‘frutto’ dell’arte si colga, conviene attivare questo semplicissimo criterio: laddove fioriscono forme speciali d’arte esse dovranno rinnovarsi, essere prese, continuate, adattate ai gusti dei tempi nuovi, senza che perdano nell’uso nulla della loro essenza, della natura propria della razza che vi impresse spontaneamente i suoi caratteri, le sue intime tendenze, le sue idealità.”

E con questo commiato, che a me sembra il messaggio più cospicuo e appagante dell’opera di Concetto Valente, scomparso nel 1954, al quale l’insigne Paolo Toschi ha voluto lasciare una dedica in cui gli riconosce la nobiltà della figura di studioso e di poeta, saluto e ringrazio il figlio Giuseppe che ha permesso di accedere all’opera del padre con la già citata sua pubblicazione.

Nota:

Concetto Valente (1881-1954) nativo della Lucania, fu direttore del Museo Archeologico Provinciale della città di Potenza, dal 1928 al 1954 anno della sua morte; colui che più di tutti si occupò di arricchire le collezioni artistiche museali. Nel 1925 ottenne la medaglia d’oro dei “Comuni d’Italia” dal Ministro della Pubblica Istruzione; ancora la medaglia d’argento nel 1942 concessa sempre dal M. della Pubblica Istruzione per la diffusione ed elevazione della cultura e dell’educazione nelle arti e nella tutela del patrimonio artistico e storico della Nazione. Infine, nel 1955 è stato insignito della medaglia d’argento alla memoria, dal Presidente della Repubblica per i benemeriti della cultura. Nel 1932 curò la “Guida artistica e turistica della Basilicata” una monografia con testo a stampa, riproposto poi con aggiunte nel 1948.


Note bibliografiche:

“Guida d’Italia” - Touring Club Italiano, 1928.
“Storia d’Italia” - Einaudi in ‘I caratteri originali’ e in ‘I documenti’.
“Enciclopedia” - Einaudi 1973.
“Antica Madre” (AA.VV. Garzanti-Scheiwiller 1989): “Italia”.

(*) Ernesto de Martino, “Morte e pianto rituale” - Boringhieri 1975;
“La terra del rimorso” - “Sud e Magia” - Boringhieri 1976.
(*) Vincenzo Boda, “La religione sommersa” - Rizzoli 1986.
(*) L. M. Lombardi Satriani, sulle possibile ‘tecniche di distruzione di una cultura’. Annabella Rossi in “Basilicata”, in “Santi, Streghe & Diavoli” a cura di L. M. Lombardi-Satriani, Sansoni Editore 1973.

Si ringrazia inoltre il Teatrogruppo di Salerno per le note e la trascrizione dei testi; Gelsomini D’ambrosio per le illustrazioni di copertina e i disegni che accompagnano i booklet davvero preziosi che accompagnano i due LP; l’Editoriale Sciascia di Milano per la produzione del catalogo Albatros/Zodiaco; la Oedipos Edit. per il libro-album "Fantocci, principi e marchesi. Il Teatrogruppo di Salerno" (2011) , scritto e curato da Luciana Libero con un ottimo archivio di foto in bianco e nero che, a prescindere dalla valenza strettamente tecnico-artistica, restituiscono, fanno rivivere e ci lasciano ‘affascinati’ da uno dei periodi più ricchi e creativi della storia della nostra musica popolare.



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- Religione

Cercatori di Dio : Epifania

CERCATORI DI DIO
‘EPIFANIA’

Carissimi buongiorno.
Vi trasmetto la meditazione di Don Luciano afferente al Vangelo della prossima Domenica Solennità dell' Epifania del Signore.
Rinnovo a ciascuno di voi e ai vostri cari di vivere con gioia il tempo di Natale e un Anno colmo della Grazia del Signore.

Dal Vangelo di Matteo (2,1-12):

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dovè colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”.
All’udire questo, il re Erode restà turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero:
“A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo:
“Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i
loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra via fecero ritorno al loro paese.‘
La storia dei Magi è la nostra storia; è la storia del credente che risponde alla chiamata di Dio che gli giunge in mezzo alla confusione di questo mondo e che, nonostante le notti dello spirito che deve attraversare, persevera nel suo cammino. Nella loro storia ci sono tutti gli ingredienti di un vero cammino di fede.
Dio spesso si nasconde e raramente si svela a quelli che vuole chiamare al suo servizio, giusto quel tanto per spingerli a un primo passo che dovranno proseguire, come i Magi, nell’oscurità, nella fedeltà e nella fede, fino all’incontro faccia a faccia’
(J. Goldstain).

Mi piacciono i Magi, perché sono uomini in ricerca, cercatori della verità e dell’Assoluto. Il loro viaggio è il ‘santo viaggio’, il pellegrinaggio della fede, che inizia con il rendersi conto che quello che si conosce e che si possiede non basta, ma che bisogna dare ascolto alla propria sete profonda di verità.
Cercano, si mettono in viaggio insieme, interrogano, non pretendono di trovare da soli, non si scoraggiano nella loro ricerca, sanno ricominciare...
Mossi da questa ricerca di verità, i Magi alla fine si incontrano con Gesù Cristo, che è la Verità.
Lessing ha detto: ‘Se Dio mi si presentasse tenendo in una mano tutta la verità e nell’altra tutta la ricerca della verità e mi facesse scegliere, io risponderei: ‘La verità piena è solo per te, Signore: a me, uomo, concedi sempre l’ansia della verità’.
‘Ci hai fatti per te, Signore, ed inquieto è il nostro cuore finché non riposi in te’
(S. Agostino).

Certo, noi non siamo pagani come i Magi, che si accostano per la prima volta alla fede, ma dai Magi siamo stimolati a fare un cammino all’interno della fede che già abbiamo. ’Conduci benigno anche noi, Signore, che già ti abbiamo conosciuto
per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria’
(Colletta).

La ricerca di Cristo non è mai esaurita. ‘Concedici di cercarti ancora dopo averti trovato’. Trovare Cristo vuol dire cercarlo ancor ‘andando di inizio in inizio, per inizi sempre nuovi’
(Gregorio di Nissa).

Quello dei Magi è un autentico percorso di fede; da loro possiamo imparare molto.
• Quali sono le domande più vere e più importanti che riconosciamo nel nostro cuore? Abbiamo mai scelto veramente di muoverci da dove siamo verso la Città di Dio, incontro al suo dono d’amore?
•Siamo pronti a lasciare le nostre certezze per vivere l’avventura della ricerca dell’amore più grande, quello che solo Dio potrà darci? All’inizio c’è un segno più o meno luminoso. Ognuno lo scorge là dove si trova a vivere e a lavorare. Questi Magi scrutano il cielo, il segno lo troveranno lì in una stella. Qui non c’entra tanto l’astrologia; si tratta invece di un atteggiamento esistenziale profondo.
Guardare in alto: cercare una verità sulla propria vita, chiedersi cosa
il Cielo voglia dagli uomini. E’ necessario spesso alzare lo sguardo da se stessi, autotrascendersi. Del resto il presente non basta a nessuno.‘In alto i nostri cuori! ‘
Cercate le cose di lassù! Oggi si corre il rischio di non interrogare più i cieli, tanto siamo oc-cupati a fissare la terra! Il segno ha suscitato nel loro cuore un desiderio. Com’è importante il desiderio nel cammino di fede! Il desiderio di conoscere il senso profondo della nostra vita, il desiderio di verità, il desiderio di Dio!
Il segno più il desiderio spingono i Magi a fare il gesto più coraggioso: quello di partire.
‘Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio!’. E questo desiderio provoca in loro una domanda: ‘Dov’è il Re dei Giudei?’.
Qui emerge con molta chiarezza che l’incontro con Gesù avviene quando si portano in cuore degli interrogativi forti. Diffido di quelle persone che vivono una fede senza interrogarsi mai, senza approfondimento. Oggi c’è il pericolo di soffocare la domanda e di stordirsi nel rumore. E’ l’alienazione nel banale e nel superficiale.
La risposta la si trova nelle Scritture. Per incontrare il Messia non basta consultare il cielo, occorre consultare la rivelazione delle Scritture. Credo che non ci sia domanda nella nostra vita che non trovi una risposta nella Scrittura o nel Vangelo. Potremmo dire che, alla fine, la vera stella che porta i Magi a incontrare quel Bambino è la Scrittura.
Per noi è il Vangelo: ‘Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino’.
Senza seguire la stella del Vangelo non è possibile incontrare Gesù.
Se vuoi incontrare il Dio vivente fidati della sua Parola: mettiti in ascolto umile, perseverante e fiducioso di essa. Impara dalle Sacre Scritture il linguaggio di Dio, che ti aiuta a riconoscere gli appuntamenti con la sua grazia.
•Leggi assiduamente la Parola di Dio?
•La ascolti con desiderio e fede?
‘La civiltà occidentale sembra aver smarrito l’orientamento, naviga a vista. Ma la Chiesa, grazie alla Parola di Dio, vede attraverso queste nebbie. Non possiede soluzioni tecniche, ma tiene lo sguardo rivolto alla meta, e offre la luce del Vangelo a tutti gli uomini di buona volontà’
(Benedetto XVI).

Ma non basta conoscere le Scritture per incontrare Gesù, perché c’è modo e modo di leggerle. La competenza degli scribi sulle Scritture, poiché non è guidata dal desiderio e dalle domande, non porta a nulla.
Non basta il Libro! Sono informati, ma non sono coinvolti, perciò non si decidono mai a intraprendere il ‘santo viaggio’.
C’è poi anche l’incontro pericoloso con Erode, che potrebbe avere conseguenze drammatiche. Sulla via della ricerca di Dio il vero possibile rischio è fare del nostro ‘io’ e delle nostre ambizioni l’idolo cui sacrificare ogni cosa. Il cercatore di Dio o sarà umile e impegnato a vincere le trappole dell’orgoglio, o non arriverà mai alla meta, sciupando quanto di più bello può esserci nell’esistenza umana.
Per i Magi, invece, l’indicazione della Scritture risulta illuminante e ciò permetterà loro di compiere l’ultima tappa: Betlemme, il bambino con Maria, sua madre. Riconoscono in questo figlio di povera gente, in questo bambino, bisognoso di tutto, l’atteso, il Re dei Giudei.
I Magi portano doni al Signore, ma soprattutto il vero dono che gli fanno è quello di se stessi (si prostrarono e lo adorarono).
Non è possibile credere in Dio e mantenere nello stesso tempo le distanze. Non si va a Dio a mani vuote. L’oro ci invita a offrire a Gesù una fede limpida, sincera, splendente, purificata dalle scorie dell’abitudine, della pigrizia, della superficialità. L’incenso ci invita a portare a Gesù una vita che profuma, generosa, serena e bella. La mirra ha un sapore forte, amaro. Ci invita a offrire a Gesù il coraggio di credere in lui.‘
Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese’.
Quando si è veramente incontrato Cristo, nulla può essere più come prima. Quando si ha il Signore nel cuore non si può più percorrere la strada di sempre. Il mio incontro con Cristo quando è autentico incide sulle mie scelte e mi riorienta. Un’altra via sta per un’altra vita. E’ sempre differente il percorso che decidiamo di fare dopo essere stati segnati dall’incontro con Cristo!
Perché lo incontro tante volte e tutto resta come prima?
Signore, fa’ che io mi doni sempre più profondamente a te, che ti sei donato e sempre più ti doni a me.
Nell’abisso che mi separa da te, hai voluto venirmi incontro.
Mi hai chiamato, ti ho cercato: la tua luce mi ha raggiunto nella silenziosa eloquenza del creato, nei segni che mi hai donato nel tempo, nella via della carità vissuta.
Soprattutto, hai voluto parlarmi nella tua Parola, lampada ai miei passi, luce del mio cuore.
Fa’, che io ti doni agli altri per la semplice forza dell’amore che hai
voluto far abitare in me, e che scompaia perché tu solo cresca in ognuno di coloro cui mi mandi e che mi affidi.

Contatti: miry.clemy@gmail.com

VI

Con l’Epifania di Nostro Signore si conclude il ciclo delle festività legate alla Natività. Il Natale e l’Epifania sono infatti interscambiabili, perché storicamente, calendarmente, liturgicamente dicendo, fissavano un tempo, e in qualche modo ancora oggi, la medesima festa solstiziale, che abbraccia quindi i giorni e le notti incluse dal 24 dicembre al 6 di gennaio del nostro Calendario attuale.

È qui utile sapere che il calendario riferito al Natale, fa parte di un ‘ciclo’ di dodici giorni, le cui date d’inizio variano sostanzialmente, sebbene siano scandite dalle ‘calende’ che vanno: dal 13 novembre al 4 dicembre; dal 25 dicembre al 5 gennaio; dal 1 al 21 gennaio; in rapporto con le credenze arcaiche di trarre buoni presagi per il futuro. Recita un vecchio detto popolare ancora in uso:

“Le Calende della festa del Sol
le mostra al mondo quel che
Crist’vol”.

La fantasia popolare ha avuto, indubbiamente, parte preponderante nel costituirsi dell’alone ‘meraviglioso’ che circonda la festa del Natale e ovviamente l’Epifania che la Chiesa celebra nel giorno calendariale del 6 gennaio, con la quale si commemora la visita che i Magi federo, passati tredici giorni dalla nascita del Bambino a Bethleem, e con la quale si stabilisce la continuità del racconto evangelico che riafferma la contemporaneità della realtà storica e la tradizione popolare dell’evento miracoloso.
Più che in ogni altra memoria, l’avventuroso quanto misterico cammino dei Magi, trova nella “Legenda Aurea” del XII sec., di Jacopo da Varagine (1228-1298), e nella successiva “Historia Trium Regum” del XIV sec., di Giovanni da Hildesheim (1310/20-1375), quella immediatezza di linguaggio tipica del racconto popolare, umanamente accettabile, capace di affascinare e stupire dopo quasi un millennio. Il cui significato, trascende il confutabile della storia, per avvicendarsi nell’inconfutabile della narrazione fantastica e che, tiene ‘la vicenda’ come sospesa al filo incantato della ‘favola’ bella.

Il ‘ciclo’ delle leggende riferite all’arrivo dei Magi a Bethleem è indubbiamente tra le cose ‘meravigliose’ riservate dalla tradizione all’evento del Santo Natale. L’arrivo dei Magi va quindi legato ai doni che questi portano al Bambino dall’Oriente: l’oro, l’incenso e la mirra, entrambi simboli della missione ‘divina’ del Signore fin dalla sua nascita. La fantasia popolare, che nulla lascia di intrapreso, ha trasferito l’atto del portare i doni al Bambino di Bethleem, come un gesto d’amore che si ripete ancora oggi, portando in questo giorno calendariale i doni ai bambini, ripetendo così un ‘atto’ divenuto catartico nella storia, delle vicissitudine (leggi colpe) a cui si legano i genitori nel metterli al mondo.
La parte laica, cercando fra i personaggi della realtà cui attribuire questa incombenza, si fa riferimento alla figura del ‘buon padre’, talvolta riconosciuto in uno dei Magi, che torna dal suo viaggio; e dalla Befana nel personaggio della vecchia o la nonna, appartenente in origine al mondo delle fate della più antica tradizione Europea.
Originariamente erano queste giocose giaculatorie e, in seguito, liriche e ispirate canzoni popolari, dedicate alla festa ed entrate a far parte delle festività natalizie, un po’ come lo sono le luminarie, gli addobbi, i biglietti augurali, le candele colorate, i cibi appositamente confezionati e i pacchetti regalo a conferma della trasformazione di una festa dalle origini umili e contadine in ‘fatto’ esclusivamente speculativo e commerciale. All’origine, infatti, rientrava nei ‘gesti di costume’ e prendeva esempio dall’usanza romana delle ‘strenne’, cioè dai rami d’alloro in segno di regalità, e di ulivo in segno di pace che la gente si scambiava come augurio di prosperità e di abbondanza, durante le calende del mese di gennaio.
Lo scambio dei doni avveniva e avviene tutt’ora in segno di amicizia e quindi di fratellanza, quale simbolo augurale e significativo nei rapporti conviviali, di unione, di lieta dipendenza, come segno di affabilità e di felicità raggiunte; ed anche di stretta intimità che da sempre caratterizza il ‘tempo della festa’. Tempo in cui si esprime il ‘senso’ del quotidiano vivere comunitario, e del ‘meraviglioso’ reciproco scambio augurale di ‘pace’ e rinnovata ‘speranza’.
Spero sia gradita ai molti lettori leggere qui di seguito un componimento poetico di Arcangelo Galante davvero provvidenziale inviatomi qualche anno fa e solo oggi riscoperta, che ho il piacere di proporre a tutti voi lettori:
‘IL CANTO DELLA NOTTE DI NATALE’

Giunge sempre
da lontano
dolce e soave canto
mistico accordo
di cori leggeri.
Giunge sempre
lieve sospiro
di delicati sorrisi
sciolti nella notte
di Natale.
Giunge sempre
lieta melodia
nata nella capanna
di un luogo
al tempo sconosciuto.
Giunge sempre
la voce celestiale
armoniosa
incantevole
degli angeli tutti.
Non ascoltiamo oltre
non avviciniamoci.
Tutto languirebbe
nei rumori di sempre.
Restiamo in famiglia.
Quel religioso canto
giungerà sempre
ai nostri cuori.

*

- Letteratura

Etnomusica – alle radici del sole: Giappone

ETNOMUSICA XII – Alle Radici del Sole: Giappone
‘Sarugaku-no-Nō’ / ‘La Cerimonia del Tè’ / ‘La Via del Samurai’.

“Sulla spiaggia del mare
sta una capanna solitaria
nella luce evanescente
d’una sera autunnale”.
(Sen no Rikyū)

Il Sole preso a simbolo della terra detta del ‘Sol Levante’ che svetta sulla bandiera del Giappone (1), non è, come si è portati a pensare, una licenza poetica; bensì occupa a ragione un posto di primo piano nella mitologia e nella relione giapponese, che hanno contribuito entrambe a formare il carattere del suo popolo. Secondo la leggendaria cosmologia nipponica, a dare origine al Giappone furono il dio Izanagi e la déa Izanami, entrambi posti all’inizio del tempo nel culto Shintō, basato sull’adorazione della natura e degli antenati, che attribuisce grande importanza alla purezza e alla purificazione.
Leggenda questa che si vuole legata alla rappresentazione scenica carica di pathos di un antichissimo rito, in cui è fatta menzione della déa Amateratsu, anch’essa nume della primigenia religione, alla quale si fa risalire l’origine dell’aristocratico Nō, di cui si è già parlato a lungo nella prima parte di questa ricerca. Qui riproposta in quanto espressione ‘catartica e sacra’ di un ‘fare teatro’ rievocativo di un primario culto religioso che, seppure con ben altri canoni espressivi, si ritrova nelle più popolari configurazioni del teatro Kabuki e del Bunraku. Nei quali, come si è visto, sono confluite modalità caratteristiche dell’intrattenimento popolare. In primis, l’apparizione degli dèi presente nelle forme arcaiche del folklore, e che evidenziano il rapporto dialettico stretto del corpo con la gestualità espressiva nella danza rituale.

“Secondo una teoria avanzata dagli storici, tutto ciò rientra nelle consuetudini tradizionali del Giappone, di riti agrari più arcaici legati alla coltivazione del riso confluiti nella festa danzata ‘dengaku’ che celebrava, sacralizzandolo, il lavoro nei campi coltivati con questo alimento primario, fondamentale nell’avvio allo sviluppo della futura cultura nazionale. In particolare, è testimoniato il fare ricorso ad alcune forme di credenze primitive in cui alcuni individui venivano ritenuti dalla comunità capaci di entrare in comunicazione con le forze misteriose ‘attive’ che risiedevano nell’universo e che permeavano le anime dei defunti e gli spiriti della natura”. (2)

È in questo contesto quindi che si originarono, attraverso il canto e la danza rituali le successive visioni esoteriche ‘taoiste’, da cui la spiritualità legata alle divinità ‘shintoiste’ e ad alcune pratiche ‘buddiste’ iniziatiche alle forme esperienziali della possessione estatica del Nō, in quanto proiezione scenica in grado di allontanare il male a beneficio del bene, riconducibile alla primitiva esorcizzazione degli spiriti ed a stabilizzare l’ordine cosmico della creazione.

Sappiamo inoltre che alla fine del XIII secolo, i sacerdoti della setta Jishu, come gli antichi sciamani con le loro danze e con i loro canti, assolvevano una funzione medianica evocando, in particolare, gli spiriti dei guerrieri caduti in battaglia, afferenti alle figure mitiche dei Samurai, ed alla più rigida disciplina dell’ ‘arte marziale della spada’, in cui essi, facendo rivivere gli spiriti del passato, evocati per esplorare le profondità dell’animo umano, vedevano la rappresentazione dei loro valori incarnata in una forma aristocratica altamente simbolica. Così come abbiamo appreso precedentemente dai drammi Nō riportati nei capitoli I e II, e giunti a noi soprattutto attraverso i veicoli letterari del romanzo e della poesia:

“Aki hiyori / “Cielo chiaro d’autunno
Senb a suzume no / tutti questi passeri
haoto kana” / frullare d’ali”
(Ryōkan)

È così che ritroviamo inglobate nella codificata forma teatrale del “Sarugaku-no-Nō” (3) alcune tradizioni teatrali anteriori, già all’origine delle prime rappresentazioni che si fanno risalire a origini mitico-religiose che, tramandate di padre in figlio fino a Zeami Motokiyo (1363- 1443), che le ha trasmesse nel cerimoniale rituale del Nō. Secondo la tradizione, il “Surugaku-no” nacque dalla danza mitica di Uzume, figura esemplare delle danzatrici sacre ‘miko’, nella quale le donne agitavano un ramo di ciliegio e che veniva eseguita in stato di trance allo scopo di far uscire la ‘déa del sole’ Amateratsu, dalla cavità della caverna dove si era rifugiata, propiziando in tal modo, la fertilità della vegetazione e il riequilibrio dell’ordine cosmico.

“Curt Sacks (4), il noto antropologo studioso di tradizioni popolari dei diversi popoli del mondo, ci ricorda ancora una volta che la visione antropologica aiuta nell’individuare gli intrecci tra la realtà mitica e quella storica, che stanno alle sorgenti delle forme teatrali; a comprendere come le valenze rituali trovino le loro radici, in epoca arcaica, nei fenomeni sciamanici di possessione estatica e, successivamente, nella sfera esoterica e metafisica del sacro e del religioso. […] Inoltre, a decodificare le convenzioni del linguaggio del corpo all’interno delle diverse forme teatrali e quindi, anche quelle specifiche del teatro-danza.”

Come nel ‘Nō’, anche nel ‘Kabuchi’, la modalità di apparizione degli dèi è evidenziata nel rapporto dialettico tra due ruoli dicotomici: il dio ‘kami’ e l’intermediario ‘modoki’. In questa opposizione è rappresentata la dicotomia tra principi opposti quali il ‘sacro’ e il ‘profano’, l’aristocrazia e il popolo, la vecchiaia e la giovinezza. Ma, al contrario, si celebra in esso la vitalità delle nuove classi sociali, fautrici di un’arte popolare rivolta al presente. I modelli di recitativo e dell’azione teatrale, rispettivamente chiamati ‘kata’, si diversificano negli stili detti ‘aragosto’ e ‘wagoto’. Mentre, all’interno della codificazione gestuale troviamo le posizioni ‘mie’ e ‘tate’, all’interno delle quali s’ergono le ‘tecniche di combattimento’ (più di mille), utilizzate nelle cosiddette ‘arti marziali’.

Va qui ricordata la figura dello ‘shite’ del teatro Nō che si muove sul palcoscenico strisciando senza staccare mai i piedi dal suolo ‘fonte di energia’, mentre danza con gesti ieratici e ipnotici nei quali si condensa l’essenza dell’azione, rivelando al tempo stesso il mistero che avvolge la sua anima, al suono del canto del ‘coro’ che, come una voce interiore, commenta le sue azioni. I suoi movimenti sono lenti, tragici e rarefatti e ogni gesto evoca potentemente la dimensione della trance in cui il suo stesso ventaglio, poi entrato nel costume giapponese, è il fulcro della sua danza, in quanto riserva infinita di simboli che arriva a rappresentare persino il pensiero dello ‘shite’ medesimo.

Ad ogni luogo, quindi, così come ad ogni personaggio e situazione, corrispondono specifici brani musicali prodotti per lo più dall’uso dello ‘shamisen’, da flauti di canna, da tamburi di diverse dimensioni e, talvolta, da bastoni di bambu percossi l’uno contro l’altro. Si conoscono almeno cinquecento brani circa, spesso eseguiti in scena da musicisti professionisti con strumenti antichi tradizionali. Cosa questa che ha permesso al noto regista cinematografico Serghej Eizenstein (5) di sintetizzare questa peculiarità: “udiamo il movimento e vediamo il suono”. Da cui si può ben comprendere l’enorme portata di questo patrimonio musicale estemporaneo del quale il popolo giapponese va altamente fiero.

“Ikutsure ka sagi / “Piccoli stormi d’aironi
no tobi yuku / solcano il cielo
aki no kure” / crepuscolo d’autunno”
(Ryōkan)

Anche il costume e il trucco risultano rigorosamente codificati: si conoscono circa duecento tipologie relative al costume, e altrettante per gli arredi di scena, in cui si realizzano l’unione delle arti della danza, della musica e dello stile recitativo. Tutte componenti spettacolari queste, in cui è molto evidente e si presuppone anche un lungo addestramento da parte dell’attore che si cimenta nelle diverse discipline, che gli consentono di interagire con il pubblico, coinvolgendolo con una interpretazione che, pur rispettando le componenti codificate della struttura teatrale, si fonde in una partitura personale che sa cogliere stimoli visivi e sonori.

È così che nel ‘Kabuki’ spesso l’erotismo e la crudeltà sono l’espressione simbolica di un cerimoniale ritualizzato che, pur essendo nato dalle danze della leggendaria Okuni, venne interdetto alle donne e i ruoli femminili interpretati da attori di sesso maschile, gli ‘onnagata’ che, acconciati e truccati alla maniera femminile, vennero presi a simbolo dell’essenza e della ‘bellezza’ sublimata. Codici questi divenuti poi simboli di una fase evolutiva della cultura giapponese che ritroviamo anche nella ‘cerimonia del Tè’ detta ‘cha no yu’, nel solo modo in cui una Gheisha (芸者 gheiscia) colta e raffinata riesce a colmare lo spazio attorno di pura bellezza estetica, al pari di un’opera d’arte originale.

La semplicità e la purezza de “La Cerimonia del Tè” (6), codificata in maniera definitiva nella forma ‘wabi-cha’ dal maestro del tè Sen no Rikyū (1522-1591), il monaco buddhista che a sua volta ne aveva emulato l’uso secondo i fondamenti posti dal cerimoniale rituale Zen, in quanto interpretazione giapponese del buddismo, in cui il tè veniva servito sul ‘takonoma’, il posto d’onore nella stanza giapponese dove, per il piacere degli ospiti che giungevano in visita, venivano disposti creazioni di fiori ‘ikebana’ e piccoli dipinti e xilografie ‘kuchi-e’, rientra tra le forme d’arte più esclusive dell’odierno Giappone.

Tutti i grandi maestri giapponesi del tè furono discepoli Zen e si sfozarono d’introdurne lo spirito nella vita quotidiana. Così la ‘stanza’, come gli altri elementi che la adornano e che sono funzionali nella ‘cerimonia del tè’ a ricreare un ambiente altamente estetico, per quanto minimalista, riflette i molti aspetti dottrinali afferenti al primo stadio della ‘meditazione’. Il pubblico conosce profondamente il valore e il significato di quest’arte sublime e segue affascinato ogni gesto, anche il più impercettibile, rapito dalla precisione e dalla bellezza dei codici gestuali, fin dal momento in cui la Gheisha avvia i propri passi attraverso il ‘rōji’: il ‘sentiero’ che nel giardino Zen conduce dal ‘machiai’ (corpo centrale della casa) alla stanza del tè, e che allude alla sua ‘mistica ispirazione’, concepita nell’infrangere ogni legame col mondo esterno, e muovere lo spirito interiore verso l’auto-illuminazione.

“Chi abbia percorso quello stesso ‘sentiero’, scrive Okakura, autore del “Il Libro del Tè” (7), non può cancellare il ricordo del suo spirito levato sopra le cure quotidiane, mentre, accanto a lanterne di granito che il muschio ricopre, comminava nel giardino, tra la luce crepuscolare dei sempreverdi, sulle regolari irregolarità delle pietre che tracciano il passaggio, tra le quali riposano, ormai secchi, aghi di pino. Si può essere al centro di una città e sentirsi a un tempo in una foresta, lontani dalla polvere e dal frastuono della civiltà. Grande era l’abilità che i maestri del tè hanno mostrato nel ricreare un’atmosfera di serenità e purezza.

La natura delle sensazioni da stimolare percorrendo il ‘rōji’ differiva da maestro a maestro. Alcuni, come Rilyü, miravano a una solitudine assoluta; il segreto di un ‘roji’, sostenevano altri, era contenuto nella canzone antica e cercavano effetti diversi, come diceva un altro ‘maestro del tè’ e straordinario architetto di giardini Kobori Enshū (1579-1647), che l’idea del ‘sentiero’ nel giardino, andava rintracciata nei versi che seguono”:

“Un gruppo d’alberi estivi
un poco di mare
una pallida luna serale”.
(Kobori Enshū)

Un tema questo della ‘solitudine’ interpreato in splendida serenità estatica, quasi che un ‘sentiero di luce’ illumini il cammino di colui che abbracciato lo Zen, (anche fosse solo in una stanza al buio), vede davanti a sé spalancarsi la cosmica natura della creazione. “È questo il tema di “L’allievo e le stelle” (8) in cui un giovane monaco si lamentava con un anziano maestro di non riuscire a giungere alla comprensione. Il maestro allora lo portò una notte nel giardino del monastero e gli chiese: “Le vedi le stelle?”. La storia pone l’attenzione sulla facilità con cui lo Zen pensa si possa giungere alla comprensione, se solo ci si affida al credere piuttosto che al sapere. Molte intuizioni giungono infatti alla mente che si libera dalle sovrastrutture della conoscenza comune, quando essa è intenta solo alla contemplazione delle bellezze del creato”.

“Nessun pensiero, nessuna riflessione
vuoto perfetto.
Eppure in esso qualcosa si muove
seguendo il proprio corso.
L’occhio la scorge
ma la mano non può cogliere
la luna nel rio …”
(Miyamoto Musashi)

Non è difficile leggere il significato intuitivo e complementare di questa immagine poetica, in quanto partecipe di una ‘strategia’ letteraria, in cui è ricreato l’atteggiamento di un’anima appena risvegliata che ancora indugia fra oscuri sogni del passato, mentre (ormai cosciente) s’immerge, nell’incoscienza dolce di una calda luce spirituale, e si meraviglia per la libertà intravista nello spazio più oltre, affatto ‘vuoto’, contenuto in alcuni ‘waka’ (epigrammi in versi) che esprimono lo stesso ‘concetto’ dal punto di vista Zen. La tecnica utilizzata è quella dell’Hejō (strategia), indicata nel “Libro di Ku” (il vuoto), afferente all’arte della spada, e che troviamo nel “Libro dei Cinque Anelli” (9) di Miyamoto Musashi.

Un ‘vuoto perfetto’ qui utilizzato per introdurre il concetto ‘neutro’ dello spazio cosmico in cui si rivela lo spirito Zen, secondo il quale il ‘vuoto’ è l’opposto di ‘nulla’: un grande ‘O’ per significare che tutto esiste già nell’uomo, ma che, per raggiungere la perfetta conoscenza, deve prima eliminare il superfluo, creare cioè il ‘vuoto necessario per ricrearsi’. Un vuoto onirico quindi, che le discipline Tao/Zen (buddista, shintoista), fanno derivare dal comune concetto di ‘sentiero’ da percorrere, onde per cui è detto: «Il ‘ku’ sarà la vostra via e la vostra via è il ‘ku’. Il bene è nel ‘ku’, esso non conosce il male; dov’è la saggezza, la ragione, la Via: lì è il ‘ku’.» (10)

Il ‘sentiero’ designato è quello all’interno del giardino giapponese (日本 庭园 nihon teien), qui preso come metafora di ‘via’ per introdurci nell’ambito intimistico della natura di questo popolo. Natura in cui la specifica ricerca qui avviata intende iniziare il lettore attraverso l’immagine del ‘vuoto onirico’, così come esso si rispecchia nella moltitudine delle sue rappresentazioni: nella scrittura e nell’arte ad esempio, così come nel teatro, nella danza e nella musica. Ma vediamo insieme quali sono le ‘Immagini del vuoto” (11) cui fare riferimento: il primo dei simboli che incontriamo è sicuramente il ‘sacro specchio’ menzionato nel culto della regina Hime(i)ko dell’antica gente Wa, abitante del regno di Yamatai, nel Kyushu (Nara), una regione a nord-ovest del paese.

I giapponesi ritenevano che lo ‘specchio’, a suo tempo importato dalla Cina, fosse un oggetto di grande pregio poiché in esso si ‘rifletteva’ non solo la natura virtuale della figura umana, bensì la trasposizione filosofico-escatologica del ‘vuoto assoluto’, in cui far rientrare la natura nel suo insieme. Quindi non solo uno strumento di grande utilità, bensì oggetto estetizzante del pensiero ‘interiore’ giapponese, che si avvolge della ‘bellezza’ di tutto ciò che lo circonda: dalla cura dedicata alla persona, all’arredo sostanziale della casa, dalla conformazione dei giardini; all’utilizzo dell’ombrello da passeggio per proteggersi dal sole, al ventaglio divenuto a un tempo oggetto di sofisticata gestualità.

Ed oltre, dal trucco facciale in grado di soddisfare l’esigenza estetico-artistica di una bellezza appariscente, fino alla disposizione artistica dei capelli, raccolti in più piani adornati con fiori e pagode come dei piccoli ‘giardini’ in miniatura, talvolta combinati con riempitivi interni e parrucche, tali da concorrere in un autentico capolavoro d’acconciatura. Come ci fa notare il noto cosmetologo Paolo Rovesti in “Alla ricerca dei cosmetici perduti” (12), “A iniziare dal VII secolo, si diede in Giappone la priorità di un culto notevole riguardo alla bellezza non solo nella donna, ma anche della natura, attraverso l’uso di fiori nelle acconciature,nell’abbigliamento e nei profumi, fondendo gli orientamenti estetici dell’arte con le applicazioni cosmetiche del corpo”.

E ancora, in “Alla ricerca dei profumi perduti” (13): “Nell’epoca Heian (I millennio circa) e nei secoli successivi, l’impiego dei cosmetici fu molto intenso, soprattutto più complicato e sofisticato nella donna. […] Pochissimo tenuti in conto dagli uomini, i prodotti di bellezza erano invece usati dalle ‘musmè’, a incominciare dalla grazia fragile dei paesaggi evanescenti ricamati sui loro tradizionali ‘kimono’ di splendida seta, con i loro fantasiosi ricami di fiori esotici, di fantastici pesci d’argento e oro, e degli straordinari uccelli dai più vividi colori, nonché di grandi draghi dalle fauci spalancate, personaggi mitologici di demoni e altre divinità mostruose che facevano e fanno tutt’ora contrasto con la grazia gentile delle indossatrici”.

Sono state scritte pagine su pagine interamente dedicate alla toeletta delle dame nell’antico libro: “Specchio dell’educazione delle vere signore” (14), utilizzato dalle dame della buona società inoltre che dalle Gheishe nella ‘Casa del Tè’, e dalle ‘musmè’, le ragazze delle case di piacere, in cui si parla dell’acconciare la folta capigliatura di cui le donne giapponesi vanno a buon ragione fiere: “La capigliatura raccoglieva gran parte delle cure ed era talvolta così complicata di spille di madreperla e di lacca, pettini di varie grandezze, di fiori e di ornamenti vari, da significare un linguaggio e un valore di convenzione sociale, così come il modo di disporre i fiori e di servire il tè”.

Ecco come un cortigiano del X secolo descrive al suo sovrano una bella dama che vorrebbe introdurre alla sua corte: “Sotto un’onda scintillante di capelli neri in cui brillano come stelle fiori e fermagli, il suo viso lisciato di ‘noi-ambra’, ha la grazia della luna a primavera. Uno sguardo dei suoi occhi languidi allungati di nero e Voi perderete la vostra città; un altro e Voi perderete il vostro regno.” (15)

“Yo no naka / “Tutto attorno a noi
wa sakura no / il mondo non è altro
hana ni nari ni keri” / che fiori di ciliegio”
(Ryōkan)

È fatto qui riferimento al ‘giardino giapponese’e alla sua mimetica reperibilità in natura, in quanto contenitore del senso universale ed esoterico dell’estetica narrativo-filosofica di questa cultura avvolta nel mistero delle sue origini. Senza alcun dubbio l’archetipo del ‘giardino giapponese’ venne progettato per la ricreazione e il piacere estetico degli imperatori e dei nobili di corte, mentre il giardino legato al tempio serviva alla contemplazione e alla discussione filosofica, in particolare con riferimento al ‘mappō’ (dal sanscrito e riferito alla fine del Dharma). Tuttavia, stando alla credenza popolare, il giardino tradizionale è spesso un modo altamente astratto e stilizzato con cui si creano, ispirati dalla meravigliosa natura circostante, paesaggi ideali in miniatura, che ritroviamo sia in pittura che nella grafica e nelle incisioni, arti queste in cui gli artisti giapponesi sanno essere eccelsi.

Per secoli i ‘giardini giapponesi’ (16) si sono sviluppati sotto l'influenza dei giardini cinesi, ma a partire dal periodo Heian (VIII, XII sec.) i progettisti giapponesi cominciarono a sviluppare i loro stili, basati su materiali della cultura giapponese. Ma è durante il periodo Edo (XVII al XIX sec.), che il giardino giapponese raggiunse il suo massimo livello e cristallizzò le sue forme in aspetti distinti. Successivamente, a partire dalla fine del XIX secolo, i giardini giapponesi hanno iniziato a modellarsi fondendosi con le influenze occidentali dando l’avvio ai diversi stili, derivati dalle diverse discipline, e distinti in ‘shodō’ e ‘bonsai’: il cosiddetto ‘karesansui’ giardino secco formato solamente da sabbia e rocce; il ‘roji’, giardino rustico che circonda le case da tè; e il ‘kaiyu-shiki-teien’, dove il visitatore può seguire un percorso per vedere paesaggi ricostruiti; così come il ‘tsubo-niwa’, piccolo giardino situato nel cortile ricavato fra le ali dello stesso edificio, il primo giardino Zen costruito in Giappone da un sacerdote cinese nel 1251 a Kamakura.

Molti giardini-tempio di Kyoto costruiti successivamente, almeno fino agli inizi di questo periodo, comprendono il ‘Kinkaku-ji’, ovvero il ‘Padiglione d'oro’ (17) del 1398, (di rifermento nel romanzo omonimo di Yukio Mishima); e il ‘Ginkaku-ji’, il ‘Padiglione d'Argento’ del 1482, entrambi edificati seguendo i principi Zen di spontaneità, estrema semplicità e moderazione, anche se, per altri aspetti, seguendo la tradizione cinese. In questi due edifici siamo dunque di fronte a una vera e propria rinascita giapponese dell’architettura e delle arti più in generale, in particolar modo alla concezione del vero giardino giappponese improntato sui canoni della religiosità massima. Si pensi che i piani superiori del Padiglione d'Oro erano davvero ricoperti di foglie d'oro, ed erano circondati da giardini acquatici tradizionali, dove vivono numerose specie di ninfee.

Lo stile più notevole inventato in questo periodo è appunto il giardino Zen detto Ryōan-ji a Kyoto, indubbiamente uno degli esempi più belli in assoluto: 9 metri di larghezza per 24 metri di lunghezza, composto da sabbia bianca rastrellata con cura per sembrare acqua e quindici rocce accuratamente disposte come piccole isole. È pensato per essere visto da una posizione seduta sotto il portico della residenza dell'abate del monastero: “Ci sono stati molti dibattiti su ciò che le rocce dovrebbero rappresentare, ma, come lo storico Gunter Nitschke ha scritto, "Il giardino di Ryoan-ji non simboleggia nulla. Non ha il valore di rappresentare una bellezza naturale che può essere trovata in natura, reale o mitica. Lo considero come una composizione astratta ‘naturale’ degli oggetti nello spazio, una composizione la cui funzione è quella di incitare la mediazione.” (18)

“Wasuseretemo / “Sia pur per dimenticanza
kumu ya shitsuran / non attingono
tabibito no / i viaggiatori
Koya no oku no / l’acqua nel giardino
Tamagawa no mitsu”. / all’interno di Koya”.
(Kukai)

È questa una composizione poetica altamente estetica che ritroviamo anche nell’ordinata scrittura giapponese ‘shodō-shodō’. In quanto ‘memoria antica’ del popolo che verosimilmente l’ha concepita e che, interpretata nelle forme più diverse, è servita a trasmettere il grande patrimonio artistico della civiltà giapponese, costituitasi attorno al XIX secolo. Allorché, abbandonate le strutture feudali cinesi, il Giappone si avviò verso un decisivo rinnovamento, risorgendo alla prosperità e portando una nuova ventata di eleganza e raffinatezza che in seguito avrebbe influenzato il resto del mondo.

“Di fatto la nobile ‘arte della scrittura’ giapponese, che il termine occidentale traduce con ‘calligrafia’, non riesce ad esprimere correttamente il significato legato alla sua pratica, e che altresì si può riassumere in ‘la via della scrittura’, richiedente un impegno incessante. E che, seppure in modi diversi, prende le caratteristiche di un ‘percorso’, tramite un certo perfezionamento tecnico che conduce a un affinamento interiore dell’individuo”. (19)

Si noti come nelle descrizioni e nelle definizioni riferite al Giappone, appare costante la parola ‘arte’, ma non è un vezzo di chi scrive, più semplicemente che ogni cosa è parte integrante di una autentica disciplina, assai vicina alla forma dell’arte. In quanto, rappresentativa delle diverse ‘vie’ da perseguire, o meglio di ‘percorsi possibili’ per il raggiungimento dell’autodeterminazione, composta di nozioni stilistiche, formali, utili (se non necessarie), come conoscere e interpretare “l’espressione degli stati d’animo e dei sentimenti”; “l’affinamento della sensibilità e il perfezionamento di sé” e, “la collaborazione e l’instaurarsi di corrette relazioni sociali e di lavoro”. (20)

Una disciplina questa, nata dal processo di mutamento e del ‘divenire di tutte le cose’ su cui si basa la filosofia taoista del ‘Dō’, applicata in Giappone intorno al XIX secolo a numerose arti tradizionali conseguenziali agli influssi di culti autoctoni e alla loro pratica. In particolare desunte dagli insegnamenti delle differenti religioni shintoista e buddhista, da cui derivano le discipline del ‘bushidō’, il codice di condotta e al tempo stesso lo stile di vita adottato dalla casta guerriera dei Samurai; il ‘kendō’, l’arte marziale della scherma, evolutasi dalle tecniche di combattimento con la ‘katana’, anticamente utilizzate dai Samurai nel ‘kenjutsu’; inoltre al ‘Judō’ come forma di lotta difensiva; il ‘kyūdō’ ovvero il tiro con l’arco, e il ‘chadō’ appunto ‘la cerimonia del tè’.

Quanto anche riguarda la ‘scrittura’, dove infatti l’azione del pennello traccia un ‘percorso’ che converte in segni i gesti del calligrafo. Segni che possono essere decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, ma che contengono sempre una forza che tradizionalmente è definita ‘qi/ki’ (traducibile approssimativamente in ‘energia vitale’), la cui forza è circolatoria, che dai singoli segni passa nei rapporti che s’instaurano tra di loro. Nel pronunciamento del singolo ‘carattere’, infatti, si fornisce la rappresentazione di un’idea, ma tracciandolo si tende a trasmettere soprattutto la relazione che s’instaura tra l’interiorità del calligrafo e la circolazione ‘sanguigna’ che il carattere stesso possiede: “ Volendo esprimere in altri termini questo concetto si può dire che l’istantaneità calligrafica permette di registrare un ritratto ‘interiore’ del calligrafo, nel momento stesso in cui questi scrive.” (21)

Ne rendono luminosa testimonianza gli innumerevoli disegni paesaggistici e i pannelli dipinti ‘così pregni di forza vitale’ di Hokusai e Hiroshige, solo per citare i nomi più noti, le cui opere possiamo ammirare nelle ormai innumerevoli mostre che fanno il giro del mondo. Ma anche nell’odierna attività artistica, dalla pittura alla scultura; dalla cartellonistica pubblicitaria ai video-clip; dalla grafica creativa dei cartoons, all’odierna produzione cinematografica (di cui si parlerà nel prossimo articolo), e le cui competenze sono costantemente in evoluzione, grazie anche alla tecnologia avanzata messa in campo nella loro produzione.

Tuttavia si vuole che l’origine della ‘scrittura’ giapponose sia derivata dall’uso della lingua cinese a sua volta appreso dal più famoso testo “Da Xue” (22) o ‘grande apprendimento’, di Kong Zi (Confucio): “Il maestro Kong era convinto che tutta la saggezza risiedesse nell’imparare a chiamare le cose con il loro giusto nome e che solo attraverso la ‘rettificazione dei nomi’ fosse possibile progredire verso un’esistenza illuminata”. Il “Da Xue” è uno dei ‘classici in pietra’ scolpiti intorno al 175 d.C., verso la fine della dinastia Han, nella città capitale di Luoyang, nato come parte integrante del “Li Ji” o ‘memoria dei riti’, divenuto ‘libro’ a sé stante solo settecento anni dopo, quando Lu Ji nei suoi studi sul confucianesimo, nel tardo III secolo avanzato.
Il ‘pittogramma’ (23) alla base della scrittura, fortemente stilizzata, presenta somiglianze sorprendenti con quella cinese sebbene quella odierna giapponese si possa considerare nei caratteri diversa. Ciò per quanto vi sussistano tracce ben visibili di pittogrammi più antichi riconducibili alla sua origine orientale, forse ancora più antica di Cina e Corea, le cui regole compositive obbediscono a una serie di norme ancora più sofisticate e che sono elemento di maggiore unità linguistica. Infatti, nella pittura cinese e giapponese la calligrafia dei caratteri è anche elemento semantico: grafismo, colore e intensità del tratto si uniscono per dare all’elemento visivo tutta la sua intelligibilità, costituendo allo stesso tempo il testo e l’elemento decorativo.

Di particolare interesse nei manoscritti del passato, presi ad esempio, è l’evidenza di combinazioni di alcuni caratteri che, a seconda della grafia, danno a uno stesso suono significati completamente diversi e, tuttavia, una dimensione assolutamente poetica e musicale. Acciò Lu Ji (III sec. d.C.), funzionario di corte e valoroso condottiero di eserciti, nonché scrittore e poeta cinese, è oggi ricordato come autore di un libello dedicato a “L’arte della scrittura” (24) quasi un’ideale prosecuzione del cammino indicato dal maestro Confucio sulla strada della conoscenza. Uno dei primissimi manuali di poetica appartenenti alla tradizione cinese, ormai considerato un classico della cultura orientale, che affronta la scrittura come una rigorosa disciplina spirituale quasi ascetica, in cui la parola diviene forma privilegiata del viaggio interiore, della ricerca e di una più alta comprensione di sé e del mondo. “Il poeta sta al centro / di un universo / contempla l’enigma / e trae nutrimento / dai capolavori del passato.

Suoi sono gli ‘haiku’ seguenti:

“Lo scrittore offre
la fragranza dei fiori freschi
un’abbondanza di germogli che sboccia”.

“Vènti vivaci sollevano le metafore
nuvole si alzano
da una foresta di pennelli”.

Come tutto questo, e molto altro, stiano a monte della ‘cerimonia del tè’ è qui ancora da dimostrare, così come lo è anche il fatto che prima ancora bisogna conoscere come queste arti: la disposizione dei giardini, la disciplina della scrittura, l’estetica nella grafica e nella pittura, nel teatro e nella musica, siano divenute in Giappone, del tutto o quasi, una prerogativa maschile. Ciò perché, a un certo momento, la donna venne esclusa dall’esibirsi davanti al pubblico in teatro e in spettacoli ritenuti offensivi della decenza femminile. Ciò che in altro modo poteva avvenire esclusivamente in luoghi adibiti a forme di intrattenimento comunitario, quali ad esempio, nella festa danzata ‘Denkaku’ che celebrava, sacralizzandolo, il lavoro agrario dei campi di riso, le festività socialmente riconosciute dove la donna poteva esibirsi nelle sfilate dei costumi tradizionali; e in privato, nelle cosiddette ‘case del tè’, a loro discrezione e in completa riservatezza.

Una più recente rivisitazione dei questo aspetto sociale vede molta parte dei cultori di quest’arte, non solo giapponesi, attribuire alla creativà femminile, l’aver dato un grosso contributo alla cultura del paese e, alla sua entrata nel circuito internazionale della moda, della cosmesi, del disporre i fiori, ‘ikebana’, e di quant’altro concernente la grazia e la bellezza del corpo nella danza. Forma quest’ultima che si vuole derivata dalla leggendaria déa Uzume, alla quale si fa risalire l’origine del teatro, nel momento della sua più alta drammaticità emozionale, sottolineato, in scena, dal ‘vuoto’ creato dal silenzio delle lunghe pause, dalla staticità del gesto, scandito dal parossistico ritmo musicale lasciato improvvisamente cadere.

È questo il ‘vuoto’, ricreato ad effetto, che stabilisce a un tempo lo stacco e l’unione di tutti gli elementi fin qui elencati, attuato non necessariamente dalla parola, bensì dal ‘concetto’ espresso dalla sola presenza degli oggetti adibiti alla composizione della scena; che dal ‘gesto’, rappresentativo della sublimazione dello spirito esoterico taoista, atto a favorire l’incontro degli elementi ‘umani’ e non, o forse ‘disumanizzati’, che fanno della ‘cerimonia del tè’ un quadro di assoluta e raffinata ‘bellezza’.

“You sareba / “Quando viene la sera
shiokaze koshite / attraverso il vento del mare
Michinoku no / sul Tamagawa di Noda
Noda no Tamagawa / nel paese di Michinoku
Chidori nakunari” / piangoni i pivieri”.
(Noin)

Apprendiamo ancora da Okakura, redattore de “Il libro del Tè” (25), quanto segue:
“Per la religione, il futuro è dietro di noi. nell’arte, il presente è l’eterno. I maestri del tè ritenevano che l’arte potesse essere compresa appieno soltanto da coloro che ne fanno sostanza viva, capace di alimentare l’esistenza. Essi cercavano quindi di modellare la vita sui vertici della raffinatezza raggiunti nella stanza del tè. In ogni cicostanza, bisogna mantenere la mente serena e si deve conversare senza che sia turbata l’armonia dell’ambiente che più si accosta alla sua ‘bellezza’. Così il maestro del tè cercava di essere qualcosa più dell’artista – l’arte stessa. La perfezione è dovunque, se solo scegliamo di riconoscerla”. È questo uno degli insegnamenti più efficaci dell’estetismo Zen.

“Dal non essere nasce l’essere
dal silenzio
lo scrittore genera una canzone”.
(Lu Ji)

Mi si passi la divagazione musicale basata sul ‘mettere e levare’ per cui in un ‘vuoto ipotetico’ venga ‘levato’ qualcosa per ‘mettere’ qualcos’altro, o viceversa, in fine l’origine non cambia, resta il ‘vuoto assoluto’. Così come, ‘decostruire’ una partitura musicale per poi ‘costruire’, o ricostruirne una più adeguata alla sensibilità del musicista, nulla cambia se quest’ultima corrisponde in modo adeguato all’originale contestualizzato. Nulla dunque, comunque più di quanto si apprende da questo lungo excursus sulla riscoperta del Giappone moderno cui si affida questa ricerca. In sintesi faccio mia la volontà di riempire quel ‘vuoto onirico’ creato attorno a questo popolo che, all’apparenza, sembra confinato all’estremo margine del mondo reale, ma che tuttavia esiste da millenni.

Un popolo che sembra sfuggire alla possibile elencazione imperativa di un Oriente immaginario, e tuttavia giunto ad autodeterminarsi dentro la progressiva unicità dei suoi modelli caratterizzanti. In cui la singola funzione individuale e/o comunitaria nella formazione dello spirito, ha dato risultati altrettanto importanti, seppure in assenza di una qualche valenza superiore dell’uno sull’altro dei modelli di riferimento. Un esempio è dato dalle molte discipline zen/taoiste che da millenni ottemperano sul territorio alla funzione catartica della formazione.

“L’utilizzo, nel rito ‘shintō’ di corde di paglia sacre ‘shime o shimenawa’, al fine di circondare, per esempio, alberi molto vecchi, o legare due rocce l’una all’altra indicando così la presenza di un dio ‘kami’, è una forma di appropeiazione spirituale della natura. Questo tipo di costruzione si incontra dappertutto nel paesaggio giapponese. Giova sottolineare che questa grande sensibilità alla natura è una delle costanti dello spsito giapponese: lo ‘shintō’, “il cammino degli dèi”, è infatti la religione più antica e più diffusa, e prevede tra i riti, la sacralizzazione e talvolta la deificazione dei simboli della natura”. (26)

Stando al mito shintoista che vuole le isole che formano il Giappone generate da Izanagino-mikoto e dalla sua divina sposa Inazami-no-mikoto, dalla cui unione nacque Amaterasu-no-mikoto la grande ‘déa del sole’, che regnò nelle regioni dell’empireo celeste. Isole che, rappresentate nello strano ‘gioiello’ dalle pietre uncinate disposte in forma di collana anche detta ‘magatama‘, e che ritroviamo quale ‘simbolo’ mitico, nella leggenda euroasiatica degli antichi sciamani che verosimilmente l’hanno tramandata. Si narra che Amaterasu, avesse inviato suo nipote, Ninigi-no-mikoto, sulla terra per fondarvi un impero e gli avesse consegnato quelli che sarebbero stati i simboli della sua sovranità: lo specchio detto ‘chokkomon’; il gioiello in forma di collana, fatto di perle, tante quante erano le isole che formavano l’arcipelago; e infine la sciabola di tipo rituale, detta ‘koshigatana‘, facente parte del costume e della formazione del Samurai, a complemento dei tre emblemi della corona imperiale.

Lo ‘specchio’ dunque, in quanto ‘vuoto’ in cui si riflette l’anima ed è giudice inattaccabile di essa, rivelatore della verità assoluta; il gioiello, in cui si concentrano la bellezza e la purezza, a simbolo della morale e della virtù imperitura; la sciabola, nell’accezione di lama tagliente,simbolo di una giustizia efficiente.

Oggetti rituali questi che troviamo riprodotti in molti esempi artistici e che formano il corredo nazionale recuperato nella campagna giapponese di più antiche sepolture dell’era Yayoi (300 a.C. al 250 d.C.), considerate luoghi sacri, in quanto misteriose porte che s’aprono sull’al di là. Un mondo ‘altro’ cui i giapponesi fanno un distaccato riferimento nei miti come un qualcosa di molto lontano, all’estremo di una galassia dorata che hanno saputo riempire di bellezza, ampiamente riportato nelle rappresentazioni teatrali che formano il patrimonio del teatro classico. Soprattutto in letteratura nei numerosi trattati sulla formazione cosmica del ‘chi’ (la terra), allorché, separato dal ‘mizu’ (l’acqua), nel cui scontro molto hanno significato sia ‘hi’ (fuoco), sia ‘kaze’ (vento), che di fatto è all’apice dell’evoluzione artistica e tecnologica tutt’ora in atto, da porsi in riferimento con l’etica e la morale dell’Hejō, riconosciuta quale ‘strategia di vita’ che porta all’illuminazione.

Nel suo “Gorin No Sho”, ovvero “Il libro dei cinque anelli” (27) di Miyamoto Musashi, si apprende come la via dell’Hejo fosse in Giappone un manuale privilegiato di tattica militare che i guerrieri dovevano conoscere perfettamente. In passato l’Hejō era compreso fra le dieci deità e le sette arti come attività utile non solamente alla scherma, tantomeno la sua importanza era confinata soltanto alla tecnica. E per quanto vada qui evidenziato che l’uso della sciabola ‘shira-tachi’ o più semplicemente ‘tachi’, con il fodero a intarsi di madreperla decorato con disegni sul fondo di lacca e oro, corrisponda a un’arma micidiale puntata contro il nemico, l’olimpo shintoista conosce anche una Déa della Misericordia alla quale è dedicato un famoso inno religioso ‘sutra’:

“E se si scontra con dèmoni divoratori di uomini / draghi velenosi e altri mostri / egli pensa al potere di Kannon / e nessuno oserà sfiorarlo. / E quando è circondato da belve spietate / con scaglie aguzze e artigli orrendi / egli pensa al potere di Kannon / e nessuno oserà ucciderlo.” (28)

Dacché, la disciplina medievale dei ‘guerrieri’, dai più umili fanti autorizzati a portare i ‘daisho’, fino a combattenti più agguerriti e di rango più elevato, autorizzati a servirsi di cavalli, tutti appartenenvano alla stessa classe guerriera cosiddetta ‘buke’, ed erano conosciuti come ‘shi, bushi’ o, più comunemente, come ‘shizoku’. Un nome divenuto famoso in molte lingue, in quanto sta a significare ‘uomini di guerra’, i famosi ‘Samurai’, dediti al ‘Dō’, l’imperativo etico che trasforma una tecnica in disciplina d’illuminazione e di perfezionamento sociale che ritroviamo nella ‘startegia’ giapponese improntata sull’ ‘Hejō’.

“Tu sia la benvenuta,
o spada dell’eternità!
Attraverso Buddha,
come attraverso Bodhidharma
ti sei aperta la strada”
(Okakura Kazuzō)


Titolo quello di ‘Samurai’ che nella forma antica era assegnato ai capi dei clan armati del Nord e, in forma lievemente modificata ‘goshozamurai’, a quei guerrieri dei clan aristocratici legati alla corte imperiale dello Shōgun, il generalissimo, (governatore di fatto del Giappone feudale), autorizzati a portare la spada lunga ‘daito’ o ‘tachi-katana’, e la spada corta ‘wakizashi’ o ‘koshigatana’, che mettevano al servizio di un qualche signore feudale ‘daimyō’. Ma per meglio comprendere ciò necessita qui di conoscere (almeno in parte) la struttura medievale della società giapponese in cui il Samurai si trovava ad operare.

“La società emergente durante il periodo Tokugawa operata dal governo Edo era strutturata in classi in cui l’uomo poteva vivere soltanto seguendo una delle quattro ‘vie’, qui di seguito trascritte in ordine d’importanza: la classe militare al vertice ‘buke’, con i suoi guerrieri professionisti e le loro famiglie ‘shi, bushi’; seguita dai contadini e agricoltori ‘hyakushu’; dalla classe industriale ‘ko’ che consisteva soprattutto di artigiani ‘shokunin’, e la classe commerciale ‘sho’, rappresentata dai mercanti ‘akindo, chionin’. In quanto agli individui comuni ‘heimin’, che costituivano la pate di gran lunga più numerosa e produttiva della nazione, per quanto fossero ricchi, saggi e intelligenti, lo volessero o no, essi non avevano quasi diritti politici”. (29)

In Giappone i poeti e gli scrittori ancora oggi paragonano i Samurai ai fiori di ciliegio, la cui bellezza, di breve durata, si disperde al primo vento. La vita del Samurai è simile all’albero di ciliegio, coltivato non per i suoi frutti, ma per il suo fiore, simbolo di purezza e lealtà che, nell’Impero del Sol Levante, designava un principio essenziale del ‘bushi’, soprattutto nell’addestramento dei Samurai: “Ricordate che la vita è un fenomeno breve e passeggero, un evento caduco, e che la morte sul campo di battaglia al servizio dell’imperatore fosse il fatto più glorioso nella vita di un uomo”. (30)

Per quanto nel “La via del Samurai” (31) l’autore, Yukio Mishima, fa dire all’adepto guerriero che si inpegnava a seguire la propria ‘via’ secondo il proprio talento: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte”; la cui meditazione ripone nel guerriero il gloriarsi delle tradizioni del proprio paese, l’assolvere pienamente i propri doveri, essere leali verso il proprio signore, filiali nei confronti dei genitori, onde prolungare la propria esistenza e accrescere la propria dignità:

“Affrontate ogni giorno della vostra esistenza come se fosse l’ultimo e preoccupatevi di concludere tutti i vostri compiti affidatevi. Non accarezzate mai la fallace illusione di una lunga vita, finireste con l’abbandonarvi ad ogni sorta di dissipazione e concludereste i vostri giorni nella più nera disgrazia. […] Il guerriero dovrebbe seguire con onore almeno due vie: quella della spada (abilità nell’uso della ‘katana’, e quella del pennello (maestria nella scrittura); un’importanza che esorbita dai limiti della concezione comune, conferiva al Samurai una fama e un onore ineluttabili. […] Era noto a tutti che il guerriero doveva accettare stoicamente l’idea della morte; solo ai monaci, alle donne e ai contadini e alla gente appartenente alle classi inferiori, era dato morire per adempiere un dovere oppure per vergogna, ma l’accettazione della morte da parte di un guerriero era una realtà molto più seria e aveva radici profonde”: (32)

Conoscendo la via dell’Hejō, si può comprendere tutto il resto, anche che:

“Takuhodo wa kaze ga motekuru ochiba kana” / “Per fare il fuoco / il vento mi porta in dono / foglie secche d’autunno”.

“Taorure ba taoruru mama no niwa no kusa” / “E là si sdraia, e là resta sdraiata, l’erba del giardino”. (Ryōkan).

Non ci si poteva rattristare davanti all’uscita di scena senza esitare di un Samurai, così come, ancora oggi, non ci si rammarica davanti alla caduta dei fiori di ciliegio:

“La prossima primavera porterà con sé una nuova fioritura”…

E il grande ‘vuoto’ lasciato dai fiori s’aprirà accogliendo i suoi frutti, schiudendosi a una nuova generazione d’uomini, onde l’etica ‘dai severi ideali’ del Samurai, trova la sua ragione d’essere, sospesa sul crinale tra regola ed eccesso, amore per la vita e fascino, il mistero e l’indicibile che separa e congiunge la vita all’arte di vivere, splendidamente rivelata: “solo chi è vissuto nella bellezza, può morire nella sua tragica bellezza”.

“Con tenerezza e un leggero sorriso sulle labbra, Rikyū guarda intensamente lo scintillio della lama fatale, ed entra nell’ignoto” (33)

“Un po’ come separare il seme dal fiore e attribuire maggior valore al fiore”; è detto nell’Hejō, attribuibile a tutte le attitudini cui anche oggi prestiamo il nostro interesse, alle arti come ai mestieri, nella cura di noi stessi come alle cose dello spirito; così come nell’accettazione della vita accettiamo l’essere guerrieri di fronte alla stoica idea della morte. Così come ho affidato in questa ricerca ‘di oscura chiarezza’ la mia interminabile scrittura.


Note / riferimenti bibliografici:

1) Michael Hardwick, “La scoperta del Giappone”, Mondadori 1971
2) Giusy Barbagiovanni, “Le identità del corpo”, Ananke 2006
3) Zeami Motokiyo, “Sarugaku-no-Nō”, dramma
4) Curt Sacks, “Storia della Danza”, Il Saggiatore 1996
5) Serghej Eizenstein, in “Le identità del corpo” op.cit.
6) Sen no Rikyū, “La Cerimonia del Tè”,
7) Okakura Kazuzō , “Il Libro del Tè”, Editoriale Nuova 1983
8) AA.VV., “L’Allievo e le Stelle”, in “Storie Zen”, Edizioni del Baldo, 2009
9) 10) Miyamoto Musashi, “Libro dei Cinque Anelli”, Edizioni Mediterranee 1984
11) Giancarlo Calza, “Immagini del vuoto”, in “Alle Radici del Sole”, CRT/ERI 1983
12) Paolo Rovesti, “Alla ricerca dei cosmetici perduti”, Blow-up / Marsiglio Edit. 1975
13) 14) 15) Paolo Rovesti, “Alla ricerca dei profumi perduti”, 1980
16) Wikipedia, rif. a ‘giardini giapponesi’
17)Yukio Mishima, “Il Padiglione d’Oro”, Feltrinelli 1962
18) Wikipedia, rif. a ‘giardini giapponesi’
19) Miyamoto Musashi, “Libro dei Cinque Anelli”, op.cit.
20) 21) Lu Ji, “L’arte della scrittura”, Guanda 1991
22) Kong Zi (Confucio), “Da Xue”), …………..
23) AA.VV. “La scrittura”, Electa/Gallimard 1992
24) Lu Ji, “L’arte della scrittura”, op.cit.
25) Okakura Kazuzō, “Il Libro del Tè”, op.cit.
26) Ryokan, “Novantanove Hayku”, La Vita Felice Edit. 2012
27) 28) Miyamoto Musashi, “Gorin No Sho”, “Il libro dei cinque anelli”, op.cit.
29) 30) Oboroya Hisashi, ‘Presentazione’ al libro di Miyamoto Musashi, op.cit.
31) Yukio Mishima, “La via del Samurai”, Bompiani 1983
32) Miyamoto Musashi, “Il libro dei cinque anelli”, op.cit.
33) Okakura Kazuzō, “L’ultimo tè di Rikyū”, in “Il Libro del Tè”, op.cit.

Discografia di riferimento:

“Japan” , Semi-classical and Folk Music, Musical Atlas - Unesco Collection, direttore Prof. Alain Daniélou. EMI 1984
“O-Suwa-Daiko” – Japanese Drums, Musical Sources - Unesco Collection, direttore Prof. Alain Daniélou. PHILIPS 1978
“Tradizioni Musicali del Giappone”, Universo Folklore Collection direttore Ariane Sègal, ARION 1975
“Nagauta” Japanese Kabuki Music, The Kyoto Kabuki Orchestra, Albatros 1979
“Koto Kumiuta”, Song Cycles of 17th & 18th siècle, Namino Torii, ALbatros 1979


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- Libri

Invito alla lettura d’autunno … Libri poesie e altro

INVITO ALLA LETTURA D’AUTUNNO … LIBRI POESIA ED ALTRO

“Il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto; con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura” - scrive Ezio Raimondi. Quante volte abbiamo aperto un libro e scorrendo le sue pagine ci è sembrato di aver trovato proprio quello che volevamo leggere, o magari, solo sentirci dire? Altre volte, rammento, di aver sfogliato un libro e averlo subito riposto, perché non lo sentivo adatto a me; oppure averlo ricevuto in regalo e messo via, nel limbo delle attese. Come dire, in stand-by, aspettando il momento migliore per leggerlo e che talvolta è arrivato dopo anni, che quasi non rammentavo neppure di averlo nello scaffale. Invece era lì, aspettava il momento giusto, per imporsi alla mia attenzione, e accipicchia, quante volte l’ha spuntata Lui, il Libro e devo ammettere che ‘in qualche modo’ mi ha cambiato la vita. È quanto accaduto con “Pinocchio”, “Cuore”, “Tre uomini in barca”, e con “Bel-Ami” quando ormai avevo l’età giusta, con “La luna e i falò”, “I fratelli Karamazov”, “Il Maestro e Margherita”, e tantissimi altri. Ma il grande libro che più mi ha conquistato, e che è quasi stupido citarlo, è stata “La Divina Commedia”, a seguire “I promessi sposi”, “Iliade” e “L’Odissea”, “Don Chisciotte” e poi “L’interpretazione dei sogni”, “L’idiota”, “La nausea”, “L’odore dell’India”, “Cent’anni di solitudine”, “Memorie di Adriano” e immancabilmente e irrimediabilmente “La Recherche” di Marcel Proust. Quanti altri? Tantissimi altri che, per uno come me, che legge anche il biglietto del tram, non basterebbe questa recensione per elencarli tutti. Ma forse avrei dovuto citare, oltre quelli degli scrittori, i nomi dei poeti che dopo Dante si sono susseguiti instancabilmente nelle mie letture: Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Marinetti, Pasolini, Ungaretti, Neruda, Celan, Hölderlin, Kerouac, Carver, e molti di quelli a me contemporanei …

POESIA
GIAN GIACOMO MENON … O LA POESIA DEL TEMPO LINEARE
Essai su “Geologia di silenzi” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.

Apparsa di recente nella collana ‘Itinera’ da Anterem Edizioni 2018, la seguente raccolta poetica rende omaggio a un personaggio così poco conosciuto (direi misconosciuto), portandolo alla ribalta di quanti, ad esempio, si adoperano in ambito poetico, alla divulgazione e alla conoscenza di quella che potremmo definire ‘l’essenza stessa della vita’, o se preferite, in egual misura ‘il sale dell’esistenza’, ciò che rende alla ‘nuda parola’ il colore e la forza dei suoi più reconditi sentimenti: la poesia: “non più di un bisbiglio nella pena dell’essere”.
Gian Giacomo Menon (1910-2000), insegnante emerito di storia patria e filosofia, stimato e rispettato dai suoi allievi, diventa quasi un requisito indispensabile alla comprensione del nostro tempo. Se mai si è amato il proprio professore di lettere questa raccolta di suoi scritti costituisce il ‘dono più sentito e più grande’ da parte dei suoi ex allievi di diverse generazioni che hanno voluto rendere omaggio a colui che ha fatto dell’insegnamento e dello scrivere l’unica sua ragione di vita, e noi tutti non possiamo che essergliene grati. “Geologia di silenzi” riunisce in un unico volume – con il titolo che l’autore avrebbe desiderato – una minima parte del suo capitale poetico dal 1988 al 1998. Sono diverse, infatti, le date di composizione e cifra stilistica delle singole raccolte da cui il libro è desunto, e che pure presentano una comune caratteristica: di essere state personalmente selezionate dall’autore all’interno della sua sterminata produzione in vista di pubblicazione. Il contenuto di questa raccolta poetica, rappresenta solo un breve sapiente assaggio dell’autore di ‘migliaia di carte, foglietti, appunti contenuti nei 25 contenitori trovati nella casa del poeta e confluiti nel Fondo Menon della Biblioteca comunale Vincenzo Joppi di Udine.
Molto dobbiamo all’oculata e dotta biografia di Cesare Sartori che ci introduce alla conoscenza dell’autore: “che per un’ostinata, sofferta ‘decisione di assenza’ praticata con coerenza e determinazione, ha trascorso più della metà della sua vita praticamente tappato in casa […] accuratamente nascosto agli occhi dei più, sfuggendo ogni anche pur minimo côté sociale, ha diligentemente cancellato le proprie tracce dal mondo”; il quale, tuttavia, avverte il lettore che potrebbe “sembrare sciocca presunzione pretendere di racchiudere in poche paginette una vita come quella di Menon, ‘filosofo del nulla e poeta assoluto’ (Carlo Sgorlon), che sembra fatta di niente, ma che in realtà è una foresta lussureggiante” …

«..pomeriggi di infanzia sotto gli alberi
adunata di tende
ruote di spazio sulla città
palloncini rincorsi dai passeri
fucili di luce contro i cartoni
chi grida gli zuccheri
chi le scimmie maestre dell’uomo
l’angelo piombato dentro la carne
lungo tubi di ossa sentieri di midolla
a scuotere fiumi sepolti un ribollire di pietre
la pelle sconsacrata dall’affiorare di un dente
per ferire greggi di stelle navigazione di erbe
non sazia fame dell’essere
e noi nocchieri impazziti per nuove correnti
a reggere inconsulti timoni
nella rapina delle mani»

FRANCA MARIA CATRI … O L’ALTROVE INDICIBILE DELLA POESIA CONTEMPORANEA
“Ti chiedo al vento” – Anterem Edizioni / Cierre Grafica 2018.

Con un’espressione finemente poetica in apertura della sua silloge di recente publicazione “Ti chiedo al vento”, Franca Maria Catri ne offre al lettore un esempio tangibile: “..tra petali di libri / il tramestio di foglie / il giusto e l’ingiusto del fiore”. C’è un tempo di frattura minimale in cui si misura lo spazio restante da quello che precede l’attimo successivo, anche detto crack-up*, che si offre come spazio liminare all’impulso creativo da cui scaturisce la ‘luce’ primordiale e avveniristica dell’idea, dell’arte, della composizione musicale come della poesia. Impulso propulsivo che permette alla parola poetica di disgiungersi dalla materia letteraria e divenire pura essenza dispersa nell’aere della concettualità estetica e percettiva. Ciò che nulla toglie alla scrittura poetica allorché, nell’interscambio modale con il poeta, il lettore interpone la propria empatia a quella dell’autore/trice. In cui la chiave di lettura ‘psicologica’ è fissata nello stato d’animo del poeta in quello che è il suo momento creativo, nel coinvolgere emotivamente il lettore nel suo messaggio: lì dove l’amore per i libri, connaturale alla sostanza fibrosa della materia, si scioglie/sfoglia in petali di fiori che s’aprono alla nascente/morente stagione; in cui il frusciare delle pagine coincide con il tramestio delle foglie al vento/aere che l’accompagna attraverso l’arco/soglia posto tra l’inizio e la fine, al limitare de “il giusto e l’ingiusto del fiore”. Non la ricerca di una soluzione al crack-up iniziale, bensì il responso imperscrutabile di un ‘altrove indicibile’ che trova luogo nell’assenza, nel pieno/vuoto cosmico della sua proiezione filosofica nella poesia contemporanea; di un ultimo grado di investigazione cui sottoporre ogni intima certezza/incertezza della relatività umana. Una ‘immagine inadeguata del morire – scrive Flavio Ermini nella postfazione che accompagna la silloge poetica – in cui lo splendore essenziale, si fa strada attraverso l’inerzia della materia visibile e si riverbera proprio su quell’invisibile alfabeto che immaginiamo ..a un passo dal cuore’. Al dunque, “se la fine ha un principio” – rivela l’autrice Franca Maria Catri – la vita è ciò che sta nel mezzo, quanto ci concerne di apprezzare in quanto dono, nel bene e nel male di un ‘principio che contempla la fine’ quale mezzo di affrancamento al nostro pur meraviglioso esistere.

FABIO SQUEO … O LA DIFFICILE ‘IDENTITÀ’ DEL SUO ESSERE POETA
“I poeti fioriscono al buio” – raccolta poetica – Bibliotheka Edizioni 2017.

Cancellare i vincoli dell’identità per scivolare nell’infinito errare della poesia nel labirinto delle molteplici coincidenze virtuali della contemporaneità, non è cosa facile da intraprendere. Si rischia di condurre una vita impersonale, immergersi in un’attività di erranza nello spazio e nel tempo impropri delle cose del mondo; che è poi come vagheggiare e/o fantasticare, su qualcosa che va oltre la concomitanza delle situazioni, quasi un voler ‘fuggire da se stessi’, dal frastuono delle diverse identità che si è costretti ad assumere nella concretezza del reale. Una tangibilità che, estranea alla dissolvenza filosofica, moltiplica l’identità in numerosi altri sé dalla personalità conforme e/o difforme, solo apparentemente diversa quanto più affine a quella ‘desiderata’, ovvero ‘sospesa’ nel rimando della coscienza, come processo narrativo di sé. È allora che dalla relazione fra le due parti, diverse e uguali, narrativa e poetica, si erge il romanziere e il poeta, l’uno compenetrato nell’altro. Da cui le strutture dotte che spesso s’intersecano, si moltiplicano, si completano nel ‘diverso e uguale’ linguaggio letterario: “..nella bellezza di un sentire che vuol essere dedizione, comprensione, per un’esistenza che oltrepassa le barriere dell’umano.”
Fabio Squeo si inserisce in questa dualità, nei passaggi interstiziali delle forme che appartengono alla parola detta, ancor più che ai segni grafici della scrittura, interponendosi nelle ‘pieghe del tempo’ che ancor giovane ha fatto sue, andando qui alla ricerca del proprio essere poeta pur conservando ‘una mente prigioniera del passato’, che ‘lentamente si consuma’ nelle ‘incertezze degli istanti’ che lo ‘separano dalla vita’. Un ‘consumarsi sotto il sole dell’esistenza’ che sembra non concedere(gli) tregua, ma che altresì l’aiuta a trovarsi e/o ritrovarsi, al di qua e al di là della soglia di avanzamento della propria esperienza poetico – crepuscolare. Perché in fine questo è il ‘poeta’, colui che ha ricevuto in eredità il suono e il canto iniziali, afferente a ciò che noi tutti siamo, individui effettivi del nostro comune essere, spuri abitatori d’una costellazione imperfetta nel ricalcare l’orma pessoana di ‘Una sola moltitudine’, l’essenza stessa della nostra vita: “..nella solitudine del poeta / … / quando il fumo delle notti / agita le sue onde. /…/ la nascita non è più una nenia / oscura / da ricordare / ma una fulgida gemma / di acero fiorito”.
Fabio Squeo, laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, è studioso del pensiero di Sartre e della filosofia esistenzialista del XX secolo. Autore di poesie svolge la sua attività di saggista e curatore di opere letterarie e collabora ai progetti editoriali della casa editrice Limina Mentis.

IRIA GORRAN … O ‘L’ARTE DELLA GUERRA’ NELLA POESIA D'AUTORE CONTEMPORANEA
“Corpo di guerra” - Cierre Grafica / Anterem Edizioni 2018.

L’accostamento con l’opera di Sun-Tzu è affatto casuale quanto cercato, per sottolineare la portata di un fare poesia che inscena l’essenza di una tentazione contemporanea: condurre una ‘guerra’ essenzialmente intimistica contro il proprio sé. Questa la cifra elettiva della silloge poetica ‘Corpo di guerra’ di Iria Gorran, in cui la passione competitiva è sempre in bilico tra appagamento e/o perdita mediante l’‘artificio della ‘guerra ’, conflitto questo che si fa scontro duro tra vincitore dominante e il perdente arrendevole, da affrontare con la calma e l’irruenza necessaria …
“Ho sempre sentito il corpo come uno scudo / un mezzo lo strumento di difesa / dal mondo – la macchina umana un filtro / con esigenze minime / […] / che la necessità / l’angoscia hanno spinto quasi oltre il limite / ma tutto quello che volevo era / che mi riconducesse – mi portasse a casa”.
Per quanto si voglia che anche una ‘guerra individuale e personalizzata’ la si faccia per vincerla, altresì essa risulta remissiva di affrancamento e/o riscatto che necessita di continuare a combattere dall’interno, sul campo nemico. Come del resto insegna il ‘fautore di tutte le guerre combattute fin qui', Sun-Tzu: “se non puoi vincere il nemico, allora fallo re”; così facendo “si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, poiché “la vittoria si ottiene quando le due parti in lotta, quella superiore e quella inferiore sono animate dallo stesso spirito”… “Atomi dispersi estranei alla configurazione” / “Avevano qui / una vaga idea di questa guerra?” La sottolineatura nel titolo 'arte' è qui utilizzata per meglio evidenziare l’immagine impressa sul fondo di una tela (mettiamo di un corpo materiale) in attesa d’essere riempita di colore, ‘secondo i dettami della propria anima’ e/o secondo il presente-anteriore-infinito che ci siamo preposti fin dall’inizio, qualora riempire gli spazi vuoti divenga sinonimo di volontà: quasi che l’espansione dell’anima nel silenzio della solitudine, similitudine d’assenza e/o di presa coscienza, avalli statue di carne vive per un teatro della fine, in assenza di applausi e tuttavia senza compianto.
Ciò che accade quando il ‘corpo emozionale’ si tinge di un’inquietudine opaca, o avviene a una mutazione incessante per una guerra annunciata col proprio sé fin troppo differita; allorché l’unica condizione possibile per continuare a vivere è in un rapporto nuovo, diverso, con se stessi, con gli altri e con il mondo intero. Ma è tuttavia una ‘guerra costante’, eppure non definitiva, una levata di scudi per un combattimento ‘corpo a corpo’ contro un nemico invisibile, sempre diverso, che fa uso di spade e lance affilate, onde infierire sull’eventuale perdente senza resa.
“Si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, rammenta Sun-Tzu l’eclettico filosofo della guerra, di quella stessa ‘guerra’ che Iria Gorran in queste pagine conduce in prima persona attraverso una “scrittura d’esistenza che è lingua di forte energia poetica, spezzata dall’esperienza di sé: dal corpo che la porta dentro e dal linguaggio che ne illumina la percezione. […] Il segno fondante è un’incisione dura, un graffio che designa i luoghi di un brusio dentro il silenzio ‘terribile’ che opprime il parlare e rende incerti i suoni (e le parole), mentre la voce spezza la rapidità del ronzio esistenziale continuo, scuro” – scrive Giorgio Bonacini nella sua intensa postfazione al volume. Incerto il prosieguo, se Iria Gorran vincerà o no la sua guerra lo scopriremo in futuro con l'avanzare della sua esperienza poetica o se magari ritiene di averla già vinta (e perché no) con la pubblicazione di questa sua ‘Opera Prima’ edita da Anterem Edizioni con le immagini grafiche di Bartolomé Ferrando che, come in nessun altro caso, coglie nella mescolanza di lettere dell’alfabeto il senso intrinseco della fugacità dell’autrice dalle parole; segno indubbio di una sensibilità artistica pregna d’inconsuete voci, come di geroglifici di una lingua estensibile all’infinito. L’autrice: Iria Gorran ha origini croate e formazione classica, un curriculum di tutto rispetto in ambito artistico e teatrale, autrice di testi poetico-filosofici e narrativi: ‘Il corvo e i racconti del mistero di Poe’, la ‘Commedia di Dante’. Risiede per lunghi periodi a Vienna e a Londra, attualmente vive a Torre d’Isola (PV). direzione@anteremedizioni.it

AMINA NARIMI … DA UN PUNTO DI PAURA ALLO SPLENDORE.
“Nel bosco senza radici” silloge poetica – Terra d’Ulivi Editore 2015.

“Eppure tutto è / ancora oscuro mentre segreto / ci plasma e ci àncora un volto nuovo / nuova la spinta ad amare / un attimo prima di nascere / un istante prima di dimenticare.”
C’è una poesia che scorre silenziosa lungo il crinale della sofferenza, talvolta solo interiore, perché insormontabile è il dolore che l’ha causata. È allora che questa si mostra a noi come una forza ctonia, allorché la ragione oscura della sopravvivenza richiede un atto di forte solidarietà che la contenga. Ben lo sa il poeta la cui emotività afferra gli spasimi dei sentimenti assopiti nel dolore, quello stesso che, in certo qual modo, esplode nell’anima prima di addivenire verso, parola lirica e canto, prima d'essere preghiera, ancor prima di farsi pianto, cui alcun fiume possa contenere le lacrime sparse … “..tra la crisalide e la rosa ricomposta / c’è un dono che si sporge dalle labbra / danzando per minuscole fiammelle / da un punto di paura allo splendore.”
Nessun altro colore che non sia sporcato di rossa terra, sarebbe accolto nella tavolozza d’amore che l’autrice, Amina Narimi, ancor prima d’essere poeta, usa nel tessere le sue tele che del suo arcano sembiante portano il segreto. Un lontano afflato confidenziale che la restituisce alla natura genitrice di quell’eredità ancestrale, mai venuta meno, che ha attraversato deserti, valicato montagne, navigato fiumi scorsi a cercare l’immensità di quel mare che un giorno, forse troverà, ma solo quando l’incoffessato e profondo amore per la vita, si tacerà dal ridestare i fantasmi del creato, nei suoi versi.

GIORGIO BONACINI … O L’ALGORITMO DELLA POESIA DESCRITTIVA CONTEMPORANEA
“Quattro Metafore Ingenue”, Piero Manni 2005. E in “Argini”, Anterem Edit, Rivista di ricerca letteraria n. 94.

Nello specifico metaforico del linguaggio musicale la ‘poesia’ abbraccia l’idealità del ‘suono puro’ che sta all’origine dell’armonia di fondo, di prevalenza variabile piuttosto che statica, nell’indugiare osservante di una partitura. Suono quindi, partecipe di quella mobilità simbolica che ogni ‘variazione sul tema’ apporta in forma creativa allo svolgimento narrativo di una sinfonia corale ... “Dalla concentrazione pura / le prime parole emergono con una velocità / senza fretta - come se si dovesse / contemplare l’estraneità dei fiori / nella ripetizione di un principio insoddisfatto …” Contestualmente a: “Si pensa allora a un’alternanza di rugiade / a un oscuro lavoro di meditazioni / nella similitudine terrestre …” Formula quella della ‘variazione’ che accomuna all’afflato poetico, per definizione ‘cantabile’, la verbalità per eccellenza ‘orale-narrativa’ della scrittura tensiva di Giorgio Bonacini, che trova nella ‘epitasis’ greca quello che ben possiamo definire l’algoritmo della poesia simbolico-descrittiva che lo contraddistinge, la cui tensione espressiva egli spinge in modo del tutto personale nell’imperfetto contemporaneo ... “Trilli / fonòfoni / e suoni / e quanda’anche / cervello / arzigogoli / chiari / il pasticcio / neurotico / e cerebro”. L’insolita chiave di lettura matematico-filosofica delle ‘performance poetiche’ che l’autore mette in atto, palesa un officiare ‘verità obliate’ che rispondono al richiamo degli elementi in natura che, una volta evocate, si dispongono secondo ‘combinazioni concatenate di locuzioni’ per una esibizione integrale di se stesse, dando senso all’indecidibile derridiano, ineffabile e indefinibile del “..perché si rannuvola il cielo / ad esempio” …
Conformemente a: “L’artificio è equiparabile / al mio sguardo / un astratto rinnovarsi / di andature / in carreggiate fisiche”. La reminiscenza di qualcosa ch’è stato e che invita alla meditazione di quella ‘conoscenza primaria’ che fa da cassa di risonanza al silenzio che tutto avvolge: ‘il silenzio del sacro’; il cui pieno coinvolgimento porta alla separazione dello spirito (soprasensibile) dall’intelletto (sensibile), emotivamente insostenibile in quanto antròpico dell’umano sentire. Ne scaturisce una sorta di ‘discantus’ che nel linguaggio musicale assume forma polifonica del canto, consistente nell'aggiunta di una ‘voce’ in moto contrario all'andamento uniforme e parallelo dell'organum primitivo che si colloca al di sopra del canto dato, per un dialogo diretto con un ‘ipotetico prescelto’, relativo all’ego creativo dei sogni, ma … “La saggezza dei sogni è diversa / trascorre / la sua nitidezza e dilegua/ Nel sonno / la perdita è tutto / la dissipazione stupenda / lo squilibrio abissale […] Immancabile scorre inesausta / la sapienza dei sogni.” La forma del ‘discantus’ si inserisce qui, fra gli interstizi lasciati dalle parole, come suono a se stante, pulito e inequivocabile, di un risentimento di avvenuto distacco che risponde a una intenzionalità superlativa d’elevazione dall’ordinario, di per sé ‘pedestre e spesso mediocre’, equivalente di una fuga dalla realtà ingenerata da una infelicità reiterata nel tempo, alla ricerca costante del proprio riscatto … “Cos’è che ci trattiene dal toccare? / Si isola una prima conoscenza / nella dimestichezza delle gocce naturali / e appare la durezza di una pietra…”.
O meglio, all’ancorché motivata composizione/scomposizione di quella ‘musica assoluta’ che dia equanime risonanza al proprio concerto interiore … “Cosa manca allora per incidere ripetere o svelare in sé la qualità fine di un’ombra? … Penso a ciò che si può amare alla coscienza che cerchiamo nelle cose – non è più quella dell’ombra né il ricordo o l’esclusione che si vuole. […] Forse l’invasione è solo questa – una città dai tempi morti e gli occhi grandi come guardi una figura nell’infanzia o l’illusione che verrà.” Ma se la ‘lingua’ è l’anima che tiene vivo un popolo, la libertà d’espressione equivale alla sua identità come il bene più prezioso da conservare, ciò che da senso all’atto di apprendere, e che l’io collettivo (che non esiste), pur definisce in senso di comunitario e glocalizzato della globalizzazione in atto, necessario a raccontare il mondo attuale, la tecno-sfida di quel linguaggio intraducibile che in qualche modo va riconquistato.
Fra le sue molte pubblicazioni figurano inoltre ‘poesie visive, sonore e artistiche’ nate dalla collaborazione con il gruppo Simposio Differante, in cui figurano testi di critica letteraria apparsi in riviste nazionali quali “Anterem” ad esempio, in cui il ‘linguaggio concreto’ delle performance si spinge alla ricerca dell’assoluto interiore, onde - egli scrive ... “..scavare, conoscere e riconoscere, così come pensare e interrogarse sono l’essenza stessa dell’odierno esistere". È in questo suo vagare tra la distanza e il limite raggiungibile del suo pensiero che la dimensione onirica della ricerca affronta l’algoritmo del ricongiungimento (impossibile) col sacro, in quel dualismo che sta alla base del soccombere umano prima di giungere in cima alla piramide inanimata del divino, ove già Icaro tentò il grande balzo, per poi rovinare in discesa …

C’è da restare sgomenti che nel ‘pensiero finale’ “..la perplessità resiste - / deve darci lo spasimo di un sentimento / inabile, patire i gesti impellenti / e farli vivere / schiudere l’ombra del riconoscimento / l’idea fondamentale di un conflitto / […] / essere il furto di una lingua / un dono amabile e sleale / […] Indicibili i suoni – al riparo del vento (ultimo che gelido spira) / (è allora che più) li senti così irrefrenabili e persi … / e così inafferrabili”. “Ha senso che parlandoci riapriamo / la ferita? L’illusione inospitale del richiamo / non si oppone – non ha nulla da portare / Ma ugualmente è un’esistenza / in altri segni, tra le rocce, nella pioggia / dov’è il nome del bagnato”… Come in questa ‘Chiusura’: “Un segno – un piccolo preciso, indelebile segno È da qui che dovremmo partire – e qui ritornare E se cadono i suoni? E li nomina l’acqua? Le parole ora scrivono là – nel fantasma del sole Un salto e un ricordo – un cespuglio di segni L’inizio oltrepassa così l’illusione e la fine. È qui che dovremmo tornare – e qui ripartire”. Ma non tutto ci è dato! “Non è nostro dunque il sole né il riverbero / dei suoni né la voce – libertà di un’atmosfera / firmamento di follie non destinato, recita / il suo corpo intimorito questa luce, si tortura / per un’ombra e l’universo che la accoglie / fascia il mondo con ardore, senza pace” / […] / «Così, per assenza di voce / un’aria difficile buca e risuona. / E la mente si ferma. Non parte. Rimane.»

TAIYE SELASI – “LA BELLEZZA DELLE COSE FRAGILI” – Libro Einaudi 2013

Una scrittura elegante e raffinata fin nelle virgole e le parentesi per una storia evocativa sopra le righe e al di fuori dei canoni della narrativa tradizionale che ripercorre le tappe eloquenti di una letteratura ancora poco conosciuta e ancor meno studiata quale è quella africana ganaense, nigeriana, senegalese, camerunense ecc. Forse anche relativamente minima e stereotipata, tuttavia generosa di corrispondenze e separazioni per una conoscenza ‘altra’, insolita e arcana. Più vicina alla cifra poetica che alla narrativa tout court cui siamo abituati. Certamente più inerente alla liricità tipica della nenia prossima al canto che accompagna il sonno e che permette al sogno quella ‘felicità’ edenica che il mondo sembra aver perduto, e in cui gli esseri umani si muovono come sospinti dal vento che spazza la savana, che increspa le acque dei grandi laghi e rende impetuoso lo scorrere dei fiumi.
La stessa che ancor più permette alla linfa vitale della ‘natura’ di rigenerarsi, il confluire in essa di legami di appartenenza e sentimenti mai dismessi che accomunano le persone e i popoli dentro un unica grande storia universale che tutti andiamo scrivendo, capace di ricongiungere le famiglie disperse, i cuori spezzati nel segno di quell'amore che - se vogliamo - ancora fa girare il mondo. S’è detto un canto, accompagnato da violini e tamburi “..poi danze e festeggiamenti, il pesce alla griglia (il nutrimento divino), la capra sgozzata (il sacrificio), scintille rosse (il fuoco purificatore) che saltano di gioia elevandosi verso il cielo, un cielo nero fitto di stelle (l’accoglienza generosa) mentre l’oceano ruggisce (l’ospitalità cultuale); la madre con le lacrime agli occhi (la gioia), lo sbigottimento dei fratelli (la meraviglia)” – per una riunione "..improvvisamente consapevole del silenzio" (l'inizio dal nulla), attesa quanto desiderata: “..un ponte; la gioia di sua madre: il primo mattone (della ricostruzione) il rumore della sua solitudine chiaro, assoluto".
Ecco, “La bellezza delle cose fragili” di Taiye Selasi, è ricolma di quel simbolismo africano che va reinterpretato oltre le parole e reinserito nell’ambito ‘vitale’ che continua a scorrere dal passato dentro la contemporaneità: dal linguaggio delle città urbanizzate, alla contaminazione musicale, alla globalizzazione poetica e narrativa, capaci di avvicinare i popoli, di assecondarne la comprensione e di renderla universalmente fruibile senza preclusioni di sorta (pregiudizi, tabu, falsi moralismi). La rivelazione narrativa è tutta qui, contenuta nell’originalità scrittoria dell’autrice che si affaccia sulla scena letteraria con questa sua ‘opera prima’, che a una lettura superficiale può risultare finanche minimalista, perché ‘minimalista’ è la bellezza (senza peso), ‘minimaliste’ sono le cose (fragili). Mentre è l’afflato ispiratore di questa storia ad essere massimalista in senso rivoluzionario, eclatante e sbalorditivo insieme “..come le lacrime non sufficientemente mature” che si sciolgono amare dentro lo sguardo del protagonista Kweku Sai:
“All’inizio erano semplici incrinature che per anni non ha mai curato”. Fin quando: “Il cuore di Kweku si spezzò in un punto. La prima rottura lui la sentì. E Olu guardò sgomento la farfalla poggiata sul dito del piede della nonna. Nera e azzurra appena posatasi, una tonalità quasi fluorescente di turchese, disegni neri, puntini bianchi. Svolazzò pigramente intorno al piede della madre di Kweku, poi volò via, sbattendo allegramente le ali, verso la cupola triangolare, e uscì dalla piccola finestra” (della capanna).
Il passo qui riportato è argomento antropologico lì dove mette in relazione le credenze ‘animiste’ mai abbandonate del tutto, con la religiosità cristiana che ne confuta il significato intrinseco ma che pure ne accoglie la simbologia, seppur relegandola all’uopo alla escatologia tipica delle popolazioni africane.
Confluita, successivamente, nella ritualità e nelle usanze tribali; nella narrativa orale in chiave di miti e leggende così come nella favolistica e nella poesia che, se vogliamo, ripercorrono le strade che sono state degli avi ancestrali, eredità di un ‘archetipo primordiale’ mai venuto meno. Allora ecco che la ‘farfalla’ (allegoria univoca di fragilità e leggerezza), recupera qui il simbolismo cui è appartenuta nel tempo: l’esalazione dell’anima che si allontana dal corpo del defunto; il colore turchese delle notti africane costellate dalle stelle amiche; il ‘fragile’ equilibrio tra il vento e le dune, la savana e la foresta, il bene e il male, l’amore e la morte nei grovigli di forze contrastanti mai dissipate. Così come la ‘leggerezza’ che si esprime nel battito delle sue ali, capace di mettere in moto una tempesta di sabbia capace di cancellare ogni cosa; come del suono sordo e cantilenante di un’immensa orchestra formata dalla polvere del Tempo.
“Un’ode all’oblio … senza clamore né premeditazione, come si spostarono (un tempo) le greggi … per istinto, senza bagagli, alle prime luci dell’alba”. Finché la farfalla, svolazzante nel giardino, si sofferma sopra il piede di Kweku e vi si adagia “..Un contrasto spettacolare, turchese e rosa. Una cosa che si apre e poi si chiude, ed è dunque la morte", allorquando il ‘Silenzio’ inonda la pagina lasciata appositamente in bianco e torna a invadere tutto nella calma ritrovata del creato.
Ma è anche un’elegia delicata e intima all’amore di una donna, un’amante, una madre – suggerisce Selase – nell’introdurre Folásadé Savage, detta anche Fola, e la sua ricerca della felicità. Una donna che come ‘madre’ dei propri figli ha fatto della sua famiglia una costruzione grande come una cattedrale; che come ‘amante’ ha dovuto affrontare la solitudine dei sentimenti; e come ‘donna’ l’umiliazione dell’abbandono, la frustrazione di dover farcela da sola e ricominciare. Mettendo in pratica quello spirito di sopravvivenza che solo la donna (in quanto femmina del branco) a un certo momento sente salire dal profondo del proprio inconscio, allorché è chiamata a difendere la progenie in quanto ‘sangue del suo sangue’, la discendenza della propria stirpe, il fondamento e il ricongiungimento.
Quasi ad avere qui il ribaltamento di un ruolo che si è sempre voluto individuare nel maschio (maschilismo storico), quando invece, e in questo romanzo è reso palese, l’uomo è all’opposto del carisma esistenziale della donna. Quasi che all’uomo, in quanto maschio del branco, non spetti l’osservanza della paternità dopo il concepimento ma solo di raccogliere la palma dell’impresa, così come nella lotta per il primato, nel combattimento o in battaglia, nell’offesa come nella vendetta, tale da apparire egli (solo) lo spirito del bene, il regolatore di conti sospesi. Altresì egli è il male, dispensatore di piacere e dolore, sofferenza e conforto, patimento e infelicità.
Non è così, non questo intende la scrittrice mettendo in evidenza le qualità di Sela, la protagonista presente/assente (perché abbandonata e quindi sospesa) di questa storia (di viaggio, perché di questo infine si tratta, di un viaggio all'interno dell'animo umano), dai tratti drammatici eppure miracolosi: “E questa scoperta è un’assoluta rivelazione!”, solo per il fatto che in essa si rincorrere la felicità da una città a un’altra, da un continente a un altro, da un passato remoto al presente contemporaneo che tutti ci accomuna. Ma quale felicità? In che modo? Quando? Non sono domande che Taiye Selasi pone ai suoi protagonisti, e i lettori farebbero bene a non attendersi risposte, per quanto queste risultino in forma di allegorie nelle immagini copiose che si rincorrono attraverso i flashback narrativi, traslate dalla realtà (nei colori, nei suoni e nelle forme che le compongono), per un quadro che fuoriesce dalla cornice e si espande sulla parete intima di una sensibilità poetica diffusa in ogni pagina, ora illuminata dall’aura di una verità ‘altra’ reinventata all’uopo che la rende universale; ora nella completezza infinitesimale della nostra ‘fragile’ esistenza.
Taiye Selasi è scrittrice e fotografa, nata a Londra e cresciuta in Massachusetts, da padre ghanese e madre nigeriana. Laureatasi a Yale ha conseguito un Master of Philosophy in Relazioni internazionali a Oxford. Attualmente vive a Roma. Il suo racconto d’esordio, 'The Sex Lives of African Girls' (Granta 2011), è contenuto in 'Best American Short Stories' 2012 ed inoltre è stata selezionata tra i migliori venti scrittori contemporanei.

ALESSANDRO D’AVENIA – UN LIBRO ‘RICOLMO DI STELLE’
“L’arte di essere fragili”– Mondadori 2016.

Cari amici poeti …
all’inizio pensavo di dover leggere un romanzo e invece stavo leggendo una fiaba che, per quanto menzognera, scorreva leggera come impastata di quell'amorevolezza verso l'incredulità che ognuno si porta dentro. In realtà era poesia vestita da fiaba quella che stavo leggendo e di quella più pura, quasi che, a un certo punto, mi sono convinto che qualcuno mi stesse dicendo che le stelle nascono sugli alberi e che, al contrario delle foglie, anziché cadere all’ingiù, salgono verso cielo per perdersi nell’universo infinto, e vi ho creduto. Più avanti ho però mutato opinione, quello che avevo tra le mani non era il frutto di una favola menzognera al pari di un oroscopo, come quello che si va a cercare aulle pagine del quotidiano, era davvero un libro di poesia ricolmo di stelle, delle stelle dei poeti, quelle che invitano a sognare, che elargiscono la speranza, che inebriano e si lasciano afferrare, ma solo se si è capaci di apprendere ‘..l’arte di essere fragili’.
Ecco detto il titolo del libro che non avrei voluto svelare perché preso dalla gelosia morbosa di tenerlo per me, a tenermi compagnia sul comodino o meglio, sotto il cuscino, per poter dare adito a quei sogni di ragazzo che verosimilmente sono stati dell’autore così come i miei e immagino anche di qualcuno di voi. Sì, ‘L’arte di essere fragili’ di Alessandro d’Avenia non è un romanzo, ma neppure un libro qualunque, ci si può innamorare nel leggerlo così come si è sempre innamorati della ‘bellezza’. Finanche nella sua sfuggevole accezione, quando cioè la bellezza trova il suo equivalente nella ‘fragilità’ di ciò che non si può afferrare, che solo è lasciata all’incanto dell’osservatore attento, che la esalta e la celebra su tutte le cose: come il pittore fa con la natura, l’uomo con la donna, quando il sentimento sublima l’amore.
Dopo ‘I libri ti cambiano la vita’ di Romano Montroni (vedi recensione su questo stesso sito) e ‘Le voci dei libri’ di Ezio Raimondi (citato nel testo), che hanno segnato momenti di piacevolezza dove tutto avviene per una sorta di simbiosi, data dalla necessità interiore di interloquire che ci fa stendere la mano verso il libro e le parole ‘scritte’ che in quel momento più necessitiamo, ècco arriva d’Avenia a farci dono di un ‘salvavita’ che molti non stenteranno a riconoscere come il più bel libro mai letto prima. Insieme a tanti altri ovviamente, ma in senso assoluto quello che più asseconda la necessità attuale di riconciliazione con gli altri, col mondo in cui viviamo, con la bellezza della natura che ci circonda e, non in ultimo, con noi stessi.
Quei ‘noi’ che forse non conosciamo fino in fondo o che volutamente disconosciamo per scelta, per ansietà o per disamore di quelle cose che pure abbiamo amate, alle quali senza ragione non prestiamo più alcuna attenzione.
Paul Celan afferma essere “..l’attenzione, la preghiera spontanea dell’anima”, che come in “Francesco (d’Assisi), trae il suo canto dal dolore.” E che d’Avenia giustamente attesta all’immenso Giacomo Leopardi, a quella sua breve vita costellata di stelle, fissate per un così breve scorcio di tempo dentro il cielo oscuro delle sue pene, eppure ‘luminosissimo’ che ha traslato nelle sue opere. Non c’è in questo trattato poetico nulla che sappia di vecchia morale, di nebbiosa credulità, di ingiusta etica, nulla che nel bene e nel male delle faccende umane sappia di stantio, tutto è qui riportato al giorno d’oggi. Così le storie che vi sono riportate, le impressioni che danno lustro alla nostra modernità obsoleta, le esperienze maturate sul campo dal giovane prof d’Avenia calatosi nel raffronto agevole con il poeta, sono tali da riuscire a formulare un epistolario impossibile eppure verosimilmente attestabile ai nostri giorni.
È il caso di questo passaggio dedicato all’insegnamento: «L’uomo superficiale; l’uomo che non sa mettere la sua mente nello stato in cui era quella dell’autore (..) intende materialmente quello che legge, ma non vede (..) il campo che l’autore scopriva, non conosce i rapporti e i legami delle cose ch’egli vedeva.» (Leopardi: Zibaldone 1820) Scrive d’Avenia: «Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra, e ciò che la rallegra è la scoperta dei legami che uniscono cose e persone, che rendono viva la vita. Cogliere quei legami, e ripararli è la felicità del cuore e della mente.» Ed è forse questo il breve lucido resoconto che scaturisce da un dialogo siffatto in cui il termine ‘raffronto’, produce tuttavia una sorta di seduzione che modella l’incanto della lettura, lo scherzo intelligente di esistere e di nascondersi a noi cercatori d’oppio letterario che stanchi, lasciamo talvolta al caso di offrirci le sue leccornie poetico-filosofiche.
Che sia il caso o l’attrazione di una così ‘idilliaca’ quanto delicata copertina, ma ancor più il titolo ‘l’arte di essere fragili’ a suggerirne la lettura? Forse l’una e l’altra delle cose, per quanto è l’aver scoperto che le ‘cose’ davvero «..tornano a reclamare i loro diritti, la loro tenerezza, la loro impurità, la loro ombra luminosa, la loro fragilità. Le cose e le persone, i loro volti, tornano a invocare la nostra misericordia: custoditeci e riparateci, nonostante tutto.(..) Così è la poesia, ci costringe ad abbassare la luce artificiale e tornare a vedere il mondo, mutilato e fragile, ridotto così dalla nostra indifferenza. (..) Se le stelle riuscissero ancora a colpire i nostri occhi, non solo una volta all’anno quando cadono, credo che avremmo più possibilità di costruire la nostra casa su fondamenta celesti, quelle della nostra unicità.» (d’Avenia).

Un libro quindi che consiglio di leggere per la sua ricercatezza e nascosta seduzione; che riapre una discussione sempre in corso e mai conclusa, sulla lettura e sui lettori, nel momento in cui i mezzi, gli scrittori, gli editori, stanno cambiando con il cambiare della società e dei suoi interessi; nel momento in cui la ‘lingua’ sta perdendo e acquisendo connotati talvolta controversi, o quando ormai sembra non si parli d’altro che delle solite cose obsolete, ma che forse torna utile per contrastare la ‘stupidità’ di certi programmi televisivi, improbabili quanto inutili. All'occorrenza trovo molto interessante l’enunciato di Ginevra Bompiani che in “Vari” ipotizza sui libri quanto segue: “Se i libri non ti cambiano la vita, certo la fanno. (..) Direi piuttosto che i libri ti costruiscono la vita, la ondeggiano, la sprofondano e poi la sollevano, come un sentiero in cresta fra le colline. (..) Non c’è difesa da loro, non c’è protezione. L’emozione e la cattura sono totali. (..) L’emozione non ha sempre a che fare con la qualità, piuttosto con la forza. Quando si invecchia, si scopre che l’emozione è una forma di malattia. Non sempre si guarisce, ma quando la malattia si spegne, si rimane svuotati, come in una mattina di ottobre, tersa, pungente, senza veli di nebbia, persi in un orizzonte che non ha segreti”.
Ed è questa malattia che spesso diventa ‘magia’ capace di stravolgere la vita con le parole. Una ‘magia’ che incanta e che lascia spazio ai sogni, alle illusioni, al canto lirico e alla poesia, quando ottimisticamente “credevamo altresì di trovarci all’alba di qualcosa di nuovo”, quel qualcosa che Enrico Brizzi nel parlarci de “Il giovane Holden” di Salinger, ci ha condotti per mano nella sensazione d’incredulità irreligiosità e diffidenza che ci attraversa tutti. E chi meglio di Giacomo Leopardi che non ha avuto il tempo di invecchiare, ha potuto investigare nei sentimenti umani la fragile essenza dell’essere? – si chiede l’autore d’Avenia – Chi ha dato a questa nostra epoca, la dimensione di come davvero "la poesia può salvarci la vita”? «Forse se il nostro lettore, Giacomo, stanotte spegnesse tutte le luci e guardasse il cielo in silenzio, saprebbe che la bellezza e la gratitudine ci salvano dallo smarrimento dovuto alla nostra carenza di destino e destinazione.
Forse se in quel buio luminoso avesse accanto o nel cuore qualcuno, ne scorgerebbe meglio la seducente fragilità, un infinito ferito che chiede cura e riparazione, e capirebbe di esser ‘poeta’, cioè chiamato a fare qualcosa di bello al mondo, costi quel che costi. Forse allora saprebbe che solo uno è il metodo della faticosa ed entusiasmante arte di dare compimento a se stessi e alle cose fragili, per salvarle dalla morte: l’amore. Questo è il segreto per rinascere … questa è l’arte di essere fragili.» Per poi aggiungere in poscritto quanto segue: «I libri, scelti bene, caro Giacomo, possono salvare la vita, soprattutto quella fragile, facendole cogliere il frutto del futuro che si porta dentro. (..) Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili.»

L'autore: Alessandro d’Avenia, dottore di ricerca in Lettere classiche, vanno ricordati ‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’ (Mondadori 2010) dal quale è stato tratto nel 2013 l’omonimo film; ‘Cose che nessuno sa (2011); ‘Ciò che inferno non è’ (2014) con il quale ha vinto il premio speciale del presidente al premio Mondello 2015. Da questo libro l’autore ha tratto un racconto teatrale che porterà in giro per l’Italia.
Grazie Alessandro.

ALTRO

MASSIMO CERULO – “SOCIOLOGIA DELLE EMOZIONI” : Autori, teorie, concetti - il Mulino 2018

Questo innovativo manuale introduce alla sociologia delle emozioni attraverso una puntuale disamina degli autori, delle teorie e dei concetti che definiscono il campo della disciplina. Partendo dai testi dei pensatori classici per giungere ai contributi più recenti, gli stati emotivi si configurano come una preziosa lente di ingrandimento per analizzare le interazioni fra gli individui e le tipologie di agire che prendono forma nelle dinamiche sociali.

Indice:
Introduzione.
- Parte prima. la sociologia classica. - I. I padri fondatori. - II. Gli innovatori. - III Gli autori «di passaggio».
- Parte Seconda. La Sociologia Contemporanea. - IV. L’ufficializzazione della disciplina. - V. I concetti chiave I. - VI. I concetti chiave II. - VII. Il dibattito in corso. - Riferimenti bibliografici. - Indice analitico.
Massimo Cerulo insegna Sociologia e Sociologia delle emozioni nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia. È chercheur associé presso il laboratorio CERLIS alla Sorbona - Paris V. Tra i suoi libri: «Il sentire controverso. Introduzione alla sociologia delle emozioni» (Carocci, 2010), «La società delle emozioni. Teorie e studi di caso tra politica e sfera pubblica» (Orthotes, 2014) e «Maschere quotidiane. La manifestazione delle emozioni dei giovani contemporanei» (Rubbettino, 2015).

GARETH KNIGHT – “VIAGGIO INIZIATICO NEI MONDI INTERIORI” - Un corso in magia cabalistica cristiana – Spazio Interiore Editore 2018

“Come si è scoperto recentemente, per risolvere un problema non serve tanto saper rispondere a una domanda difficile, ma riuscire a porre la domanda giusta”, avverte cauto Emanuele Mocarelli in chiusura della sua esaustiva prefazione a questo libro appena tradotto in italiano e che ci ha colti tutti di sorpresa, studiosi e intenditori, ricercatori e semplici appassionati di esoterismo, che a loro volta disquisiscono di accadimenti rimandanti all'inconscio, di apparizioni e di miracoli, di immagini oniriche e quant’altro, talvolta ponendosi domande, talaltre dandosi risposte che spesso scaturiscono in ulteriori interrogativi cui necessita dare risposte adeguate.
Ciò per quanto l’argomento esoterico, che pure ha una sua consistente letteratura volutamente tenuta sottobanco, a lungo andare è naufragato nello sconvolgimento dell’informazione primaria che, originariamente si poneva quale domanda di un problema di difficile soluzione, e che, tuttavia, riusciva sempre (o quasi) a trovare una spiegazione ‘altra’, più o meno inerente alla tipologia di vita che l’individuo e/o la comunità sviluppava all’interno del propria realtà domestica e/o della società di appartenenza che altresì, proprio nell’essergli familiare, trovava nella natura circostante in risposta a una domanda di realistica necessità.
Lasciato questo approccio per così dire ‘intuitivo-naturalistico’, il problema di porre la domanda ‘giusta’ rimane irrisolto in ragione del fatto che non governiamo più la nostra esistenza bensì, ci sottoponiamo a quelle che sono le esigenze di mercato e le intransigenze dell’attività speculativa che la società odierna richiede, finendo per soggiacere a stili di vita sempre più effimeri che non soddisfano nessuna delle nostre reali esigenze, o almeno quelle che dovrebbero essere considerate primarie, cioè relative alla scansione del tempo del lavoro, del riposo, della ricreazione spirituale, ecc. mettendo a repentaglio la stessa nostra sopravvivenza. Non c’è più il ‘tempo’ per apprendere dalla natura tutto ciò che ancora ha da insegnarci in fatto di conservazione e sussistenza, in quanto tutto avviene ormai al chiuso di laboratori scientifico-tecnologici in autonomia. Allo stesso modo che non troviamo il ‘tempo’ da dedicare alle cose dello spirito, divenuto terreno arido spazzato dal vento della contemporaneità, in cui tutto accade nel momento stesso del suo accadimento, che se da una parte ci sorprende, dall’altra ci spaventa non poco, perché a detta di Zigmunt Bauman, si trasforma in ‘Paura liquida’ tutto quanto ci sconcerta, da un verso e l’altro delle nostre buone o cattive intenzioni. Allora la domanda ‘dove trovare riparo?’, se non addirittura ‘come proteggerci?’ è in ogni modo sbagliata.
Non una quindi ma due preminenti domande cui è difficile rispondere, tuttavia riuscire a formulare la domanda giusta significa anche dare (non solo cercare) risposta a un’obiettiva esigenza che oggi diremmo ‘virtuale’, cioè coinvolgente entrambe le nostre capacità intellettive razionali e irrazionali, compenetrando il nostro ‘inconscio istintivo’ e il nostro ’inconscio somatico’, nei termini congruenti di un’esplicita equazione con quelli adoperati dal grande psichiatra svizzero C. G. Jung; il quale in ‘Psicologia e alchimia’ aggiunge: “..ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e irresistibile che opera in modo silenzioso e spietato”. Che sia questa l’irresistibile domanda cui non sappiamo dare una risposta plausibile? È dunque questo il ‘quid’ su cui ci si barcamena lungo la nostra esistenza spirituale? Conosciamo una eticità che possa aiutarci a discernere le ragioni del nostro ‘presente anteriore infinito’ dal nostro ‘presente finito’ che si prospetta senza futuro? Se capire i linguaggi interiori, imperfetti e capaci al tempo stesso di realizzare quella suprema incompiutezza che ci differenzia l’uno dall’altro, o meglio, che diversifica il nostro impatto irrazionale del passato con la nostra ‘spiritualità’ negando ogni possibile verbalizzazione razionale con la ‘materialità’ del nostro presente, questa a mio avviso rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca; allora inseguire l’idea di una possibile ‘perfezione’ che pure ha contrassegnato fin qui il cammino della nostra inspiegabile esistenza, è stata erronea, cioè frutto di un’utopia mai raggiunta e che mai raggiungeremo. Forse sì, forse no?
Ovviamente non è tutto qui, la magia cabalistica cristiana prospettata nel titolo è in sé rappresentativa di quella “branca della scienza fisica che studia le forze e le forme occulte immediatamente evidenti alla nostra percezione fisica, […] per quanto il fatto che non si riconosca l’esistenza di tali forze sia irrilevante, non significa che esse non esistano, […] solo che non sono così facilmente dimostrabili come quelle della scienza fisica. […] La confusione che insorge su questo punto è dovuta soprattutto alla mancata distinzione tra ‘mistica’ e ‘magia’, ovvero tra ciò che appartiene allo spirito elevato e ciò che appartiene alla dimensione interiore del creato.
Per indagare meglio questa ‘incoerenza’ si potrebbe prendere come riferimento la distinzione che ne fa lo stesso Jung: “Ciò che però continua a rimanere oscuro, proprio per questo miscuglio di fisico e psichico, è se le trasformazioni ultime di questo processo (alchimistico) vadano ricercate maggiormente in campo materiale o in campo spirituale? La domanda in effetti è mal posta: a quei tempi non si trattava di alternativa; esisteva piuttosto un regno intermedio tra materia e spirito: cioè un regno psichico di corpi sottili aventi la proprietà di manifestarsi in forma sia spirituale che materiale.” E in prosieguo: “Naturalmente questo regno intermedio di corpi sottili in sé e per sé, prescindendo da qualsiasi proiezione, rimane nell’ambito della non-esistenza finché noi crediamo di sapere qualcosa di definitivo sulla materia e sull’anima. Ma se viene il momento in cui la fisica sfiora ‘regioni inesplorate, inesplorabili’, e contemporaneamente la psicologia è costretta ad ammettere che esistono altre forme d’esistenza psichica al di fuori delle acquisizioni personali della coscienza, in cui cioè anche la psicologia cozza contro un’oscurità impenetrabile, allora quel regno intermedio ritorna in vita, e il fisico e lo psichico si fondono una volta di più in un’unità indivisibile”.
Ciò sebbene oggi sappiamo che l’indivisibile non esiste, che tutto è frammentabile dal momento che ogni cosa è formata da miliardi di infinitesime particelle che siamo riusciti a scorporare, a suddividere ed elencare, in breve a ‘quantificare’ e a rendere visibili nella loro essenza sia materiale che immateriale. Al dunque sorge una ulteriore domanda sulla materia e sull’anima: dove avviene l’innesto dello ‘spirito elevato’ con la dimensione ‘dello spirito interiore’? In quale campo della quantistica tutto ciò si consuma? Seppure qualcosa ancora sfugga della nostra conoscenza occulta, ‘inesplorabile’, quanto è possibile dire di definitivo su ‘misticismo’ e ‘occultismo’?
A tal proposito l’autore scrive: “La struttura psichica interna a ogni corpo celeste riflette il modello archetipico dell’universo. All’interno della sfera eterica del pianeta una coscienza individuale non consapevole della divinità dal proprio punto di vista soggettivo potrebbe benissimo identificare Dio con la totalità delle cose che percepisce, supponendo inoltre che al di là della realtà di cui è consapevole esista il caos informe o il mondo ‘immanifesto”. […] Per l’uomo Dio è totalmente inimmaginabile, proprio come per un pensiero è impossibile immaginare la persona nella cui mente esso si trova”.

Molte sono le risposte prospettate da Gareth Knight in questo suo ‘viaggio iniziatico’ che non s’arresta davanti ad alcuna ‘soglia’, ottemperando in pieno a quanto premesso introducendo il lettore nel labirinto contemporaneo nei ‘luoghi del silenzio imparziale’, muovendosi liberamente sulla superficie dello spazio, aggrovigliandosi talvolta entro le pulsioni dello spirito, contrastanti e continue, come solo un Maestro (dell’occulto) riesce a fare, schiudendo l’esistenza a mille esiti imprevedibili, fuori dalle direzioni previste e/o prevedibili, lungo sentieri non praticabili da certezze anticipate o da progetti rassicuranti. Ciò che gli è possibile servendosi del fattore ‘tempo’ per misurare il ‘non-tempo’ della sua narrazione forbita di citazioni e rimandi a numerosi testi (spesso introvabili) di riferimento; la cui distanza presiede ogni scambio interlocutorio tra l’autore e il lettore, senza la possibilità del riconoscimento della memoria, nella disseminazione di bivii e incroci intercambiabili, avvitandosi sul proprio perno senza sosta e senza commuoversi davanti alla catastrofi silenziose prodotte dal suo movimento delimitato dai termini della ‘vita’ e della ‘morte’ in cui l’esistenza è disseminata dentro l’interstizio che corre tra le due diverse circostanze temporali.
Come se la ‘vita’, per lo più fondata sul sentimento e/o sull’emotività individuale che sfiora la tragedia subliminale di una solitudine pervadente e assidua rigidamente fissata dal segno cabalistico dell’ ‘infinito’, che non conosce altra direzione se non quella prefissata dal ‘fato’ (destino?), o da un Dio ineluttabile che, prescindendo dalla creazione, ha posto la sua creatura lungo sentieri mistici e/o occulti che lo portano ad errare, non riuscendo egli a produrre risposte all’arrovellata investigazione sulla sua esistenza, in cui la verità e la conoscenza non hanno approdo se non nell’astrattezza di un percorso senza fine, per l’appunto ‘infinito’. […] Non credete che bisognerebbe aggiungere che la vita eterna non è semplicemente una vita che continua all’infinito, ma una vita che possiede la particolare qualità di essere al di fuori dello spazio e del tempo? Forse sì, forse no.
Ma, poichè viaggiare è anche un modo per conoscere se stessi, i progressi in questo campo sono altresì coadiuvati dalla proposta e/o invito di Gareth Knight, a dare seguito a un ‘corso di magia’ che egli ha incluso in ‘indice’ di questo libro afferente all’occultismo come scienza pratica da utilizzare per neofiti e principianti in chiusura dei singoli capitoli con ‘esercizi spirituali’ ed altri di chiaro riferimento ‘mistico-magico’ e un’ampia visualizzazione grafica dei simboli cabalistici onde proseguire il viaggio iniziatico prospettato : “L’immaginazione non è semplicemente uno strumento della fantasia, ma un organo con cui si percepiscono cose reali”. Interessante è l’apparato storico-cronologico delle citazioni che vanno dal ‘Corpus hermeticum’, al ‘Picatrix’, alla ‘Magia naturale e talismanica di Marsilio Ficino’, gli ‘Inni orfici e Thomas Taylor’; da ‘Dante Alighieri’ a ‘Pico della Mirandola e la magia cabalistica’, alle ‘Gerarchie angeliche e celesti’, da ‘Cornelius Agrippa alla Filosofia magica e religione di John Dee, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, fino a ‘L’universo modello dei Rosacroce, Athanasius Kiecher e Robert Fldd, alla separazione tra scienza e magia. Infine, ma non ultimo è il percorso e il lavoro di consultazione occulta, coadiuvata da esperienze di magia teatrale, esercizi magici, sviluppo di alcuni rituali fino allo sviluppo della preghiera di invocazione.

“Qui non stiamo parlando di cavilli accademici, teologici o filosofici; infatti, credere una cosa o l’altra ha delle conseguenze molto profonde e rilevanti. Per costruire un edificio teologico o filosofico dobbiamo conoscere molto bene il terreno su cui verrà fondato.” Pertanto l’esigenza di un testo elaborato su questa materia così esposto rientra in quel ‘vuoto editoriale’ creatosi dopo che l’esercizio intellettuale, manualistico e informativo è, in un certo qual modo, scemato a livello di curiosità per addetti ai lavori, e/o speculativa per generazioni di ginnasti mentali per sviluppare l’intuito, a patto che non si prendano troppo sul serio i suoi contenuti. Di realtiva importanza letteraria (alfine di non dover sembrare tendenziosa) risulta quanto afferma Gareth Knight in chiusura del libro: “Ho scritto questo libro con lo scopo di presentare un sistema di insegnamenti e di pratiche dell’occulto che affondano le radici nel contesto della tradizione e della fede cristiana. È davvero un peccato, a mio modo di vedere, che la magia in quanto arte e scienza sia separata dal pensiero scientifico e dalla religione ufficiale. La magia è stata così privata di una certa impostazione razionale e disciplinata, la scienza è diventata senz’anima e la religione ha perso molta della propria vitalità. Spero che questo libro possa servire agli apprendisti di occultismo per recuperare le fila di una tradizione vitale che è parte integrante della nostra eredità spirituale e culturale”.

L’autore:
Gareth Knight è un esoterista britannico, annoverato fra i più profondi conoscitori della tradizione esoterica occidentale e della Kabbalah, e autore di decine di libri su svariati argomenti, tra cui ‘Tarocchi’, ‘Kabbalah magia e occultismo’ con i quali conduce gli appassionati di occultismo a riappropriarsi di una tradizione vitale che è parte integrante dell’eredità spirituale e culturale dell’uomo occidentale. Nel 1954 entrò a far partedella Fraternità della Luce Interiore, organizzazione esoterica fondata da Dion Fortune nel 1924, per poi fondare un suo gruppo di ricerca ora conosciuto come Avalon Group. Ha trascorso tutta la sua vita riscoprendo e insegnando i principi della magia come disciplina spirituale e metodo di autorealizzazione. Delle sue innumerevoli opere è stato tradotto in italiano anche un altro libro importante dal titolo ‘Tarocchi e Magia’ – Spazio Interiore 2017.


IN RICORDO DI STEFANO RODOTÀ.
Tutti gli articoli rintracciabili sulla rivista on-line larecherche.it

“IL MONDO NELLA RETE” - Quali i diritti, quali i vincoli.
Articolo di Giorgio Mancinelli - Argomento: Informatica
Editori Laterza 2012

“IL DIRITTO DI AVERE DIRITTI”
Articolo di Giorgio Mancinelli - Argomento: Economia – Editori Laterza 2012

“INTERVISTA SU PRIVACY E LIBERTÀ” – Stefano Rodotà e Paolo Conti – Recensione di Giorgio Mancinelli - Editori Laterza 2013
“ELOGIO DEL MORALISMO” – Editori Laterza 2012

“L’obbligo di verità da parte delle istituzioni diviene diritto d’informazione sul versante dei cittadini”.
“Non un sussulto moralistico ma l’affidabilità stessa del politico rende inammissibile la menzogna”...

...Scrive Stefano Rodotà in questo breve e concentrato ‘elogio’ della moralità rivolto ai fatti più recenti della politica italiana e il quadro che se ne evince non è certo dei più illuminati della nostra storia patria. Tuttavia, “nessun discorso nostalgico, ma la presa d’atto dell’accantonamento colpevole di un tema politico centrale (la mancanza di moralità), causa non ultima della crisi di cui siamo (noi tutti) vittime” e aggiungerei ‘carnefici’. Quasi fossimo tutti quanti superstiti di una carneficina autolesionista che ci siamo inflitti masochisticamente. Ed è così. “Rifiutata, appunto, come manifestazione di fastidioso moralismo, l’aborrita «questione morale» si è via via rivelata come la vera, ineludibile «questione politica»” da tutti noi accettata e sostenuta coi nostri voti. “Ma questa spiegazione (per così dire) antropologica non è convincente, anzi rischia di offrire una giustificazione e una legittimazione ulteriore a chi vuole sottrarsi agli imperativi della legalità e della moralità pubblica” cui siamo chiamati, tutti indistintamente, a incominciare dai politici che abbiamo visti derubricare l’imperativo della ‘moralità’ a sostegno di situazioni materiali indecenti (leggi disoneste), e prendere le difese di posizioni immorali indifendibili.
“Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere – scrive Rodotà – ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal discorso pubblico ogni barlume di etica civile. L’intransigenza morale può non piacere, ma la sua ripulsa non può divenire la via che conduce a girare la testa di fronte a fatti di corruzione pubblica, derubricandoli a ininfluenti vizi privati, annegandoli nel «così fan tutti» (e tutte, non tanto per tornare alla corretta citazione mozartiana, ma per alludere a recentissimi costumi). La caduta dell’etica pubblica, indiscutibile, è divenuta così un potente incentivo al diffondersi dell’illegalità, ad una sua legittimazione, sociale”. Far decadere o archiviare una sentenza (per colpa o innocenza che sia) della Magistratura significa delegittimare uno Stato di Diritto a favore della barbarie istituzionale, la ratifica dell’illegalità, a scapito dell’autorità giudiziaria e l’imparzialità della giustizia.
L’esigenza di razionalità come criterio per discernere la qualità metodologica di un comportamento morale, corrisponde a una presa di coscienza formativa che ha come oggetto la ‘responsabilità morale’ che, non andrebbe mai messa in discussione, come invece spesso avviene, in ambito politico. Poiché attinente alla dignità della persona, infatti, essa rientra in quella condizione, per cui ci si sente in dovere di rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo determinante: si dice, infatti: “assumersi le proprie responsabilità; fare qualcosa sotto la propria responsabilità; incarico, mansione di cui si è responsabili; così come assumere un impegno, o obblighi che derivano dalla posizione che si occupa, compiti, e incarichi che si sono assunti, ecc. per cui un soggetto giuridico è tenuto a rispondere della violazione amministrativa, civile, penale, da cui si forma spesso un giudizio”.

Addio Professore!


OMAGGIO A SEBASTIANO VASSALLI
Nuovo libro “I racconti del Mattino” edito da Interlinea 2017, curato e introdotto da Salvatore Violante.

Dello scrittore scomparso nel 2015 emergono dalle pagine del Mattino, il quotidiano di Napoli, una serie di racconti pubblicati dall’82 all’85 grazie alle amicizie partenopee dell’autore della Chimera nate al tempo della neoavanguardia e del Gruppo 63. Vassalli mette in scena storie in cui si sente il profumo del Sessantotto, con il 18 politico e il dibattito sul nozionismo di quella stagione, la violenza che accompagna la passione cieca del tifoso di calcio, la superstizione bonaria, lo stile della politica italiana. L’ironia pervade le brevi narrazioni che compongono un primo mosaico di quel carattere degli italiani che l’autore ha rappresentato nei suoi romanzi in cui «l’Italia non è soltanto un Paese vecchio e sostanzialmente immobile: è anche due Paesi in uno. C’è il Paese Legale, sotto gli occhi di tutti, e c’è il Paese Sommerso, che tutti più o meno fanno finta di non vedere». Questi testi lo raccontano.
L’investigazione letteraria delle radici e dei segni di un passato che illumini l’inquietudine del presente e ricostruisca il carattere nazionale degli italiani approda al Seicento con ‘La chimera’, un successo editoriale del 1990 (premio Strega), poi al Settecento di ‘Marco e Mattio’, uscito l’anno dopo, quindi all’Ottocento e agli inizi del Novecento con ‘Il Cigno’ nel 1993.
Dopo la parentesi quasi fantascientifica, inquietante e satirica, di 3012 e il viaggio al tempo di Virgilio e Augusto di ‘Un infinito numero’, ricrea in ‘Cuore di pietra’ un’epopea della storia democratica dell’unità d’Italia simbolizzata da un grande edificio di Novara, Casa Bossi dell’architetto Antonelli. Nei libri a cavallo del Duemila lo scrittore si avvicina al presente riscoprendo anche il genere del racconto, soprattutto con ‘La morte di Marx e altri racconti’ del 2006 e ‘L’italiano’ dell’anno successivo, prima del ritorno al romanzo fondato sulla storia: la prima guerra mondiale in ‘Le due chiese’, del 2010, e gli antichi Romani in ‘Terre selvagge’, che segna nel 2014 il passaggio dall’editore di quasi cinquant’anni di libri, Einaudi, a Rizzoli, dove appare nello stesso anno una nuova edizione di ‘Chimera’.

Con Interlinea Vassalli pubblica ‘Il mio Piemonte’, la raccolta illustrata’ Terra d’acque’ e, tra gli altri titoli (oltre a ‘Natale a Marradi’ e ‘Il robot di Natale’ nella collana Nativitas), l’autobiografia Un nulla pieno di storie. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore nel tempo (con Giovanni Tesio in forma di intervista con documenti e immagini) e ‘Maestri e no’. Dodici incontri tra vita e letteratura. Tra gli studi sullo scrittore novarese si segnala il recente numero di Microprovincia 49 (2011) La parola e le storie in Sebastiano Vassalli, oltre a 'La chimera'. Storia e fortuna del romanzo di Sebastiano Vassalli, a cura di Roberto Cicala e Giovanni Tesio (Interlinea, Novara 2003). Una curiosità: allo scrittore è dedicata la prima guida italiana di itinerari letterari cicloturistici: Nella pianura delle storie di Sebastiano Vassalli, in italiano e inglese (Interlinea-ATL, Novara 2013).
Vassalli pubblica interventi militanti su quotidiani: dopo la collaborazione a La Repubblica e La Stampa, è opinionista del Corriere della Sera (i suoi Improvvisi. 1998-2015 sono raccolti dalla Fondazione Corriere della Sera nel 2016). Muore nel luglio 2015 e nello stesso anno esce postumo da Rizzoli ‘ Io, Partenope’.

OMAGGIO A ERMANNO REA
“La parola del padre” - Manni Editore 2017

Napoli L'Inquisitore accusa Caravaggio: di non ubbidire a Santa romana Chiesa, di essere un ribelle, un seguace dell'eretico Giordano Bruno, di dipingere prostitute, ubriaconi e tavernieri nella convinzione che Dio va cercato proprio lì. È un monologo in cui le parole e le espressioni del pittore si raccontano attraverso gli occhi e la voce dell'Inquisitore. Il quale è un uomo a un passo dalla morte: più volte durante il suo discorso gli mancano le forze, ed è sfiorato dai dubbi di chi sta facendo i conti con la fine e non può certo mentire a se stesso, ed è quasi tentato di riconoscere le ragioni di Caravaggio, di cedere all'ammirazione che nutre per lui. Ma sono solo istanti, perché il suo dovere è richiamare all'obbedienza, all'obbedienza dell'Autorità, all'obbedienza del Padre: il padre che è Dio, il padre che è il Papa, il padre che è il Cesare, il padre che è il genitore.
È questo un viaggio attraverso i quadri di Caravaggio, uomo libero, è l'arringa di un potere ottuso, che si immagina nel Cinquecento ma in realtà ci parla del potere di oggi. Sinossi. Si racconta della vostra passione, di anno in anno sempre più incontenibile, per uomini e donne di basso rango; della vostra smania di riprodurre sulla tela bari, indovine, musici, ubriaconi, tavernieri; del vostro concepire la pittura quasi come cronaca o specchio di quella vita degradata che alligna ai margini di tutte le città – ma soprattutto oggi qui a Roma, diventata la capitale di ogni genere di malaffare – nella convinzione che è là che Dio va cercato.
Per voi insomma è la carne il luogo di residenza di ogni verità. E questa, prima ancora che una bestemmia, è un’eresia. L'Inquisitore accusa Caravaggio: di non ubbidire a Santa romana Chiesa, di essere un ribelle, un seguace dell'eretico Giordano Bruno, di dipingere prostitute, ubriaconi e tavernieri nella convinzione che Dio va cercato proprio lì. È un monologo in cui le parole e le espressioni del pittore si raccontano attraverso gli occhi e la voce dell'Inquisitore. Il quale è un uomo a un passo dalla morte: più volte durante il suo discorso gli mancano le forze, ed è sfiorato dai dubbi di chi sta facendo i conti con la fine e non può certo mentire a se stesso, ed è quasi tentato di riconoscere le ragioni di Caravaggio, di cedere all'ammirazione che nutre per lui.
Un documento carico di tensione civile, una riflessione sull'autorità, sulla ragione critica e la difficoltà di esercitarla, è un viaggio attraverso i quadri di Caravaggio, uomo libero, è l'arringa di un potere ottuso, che si immagina nel Cinquecento ma in realtà ci parla del potere di oggi. “Io stesso mi facevo personaggio dell'intreccio”, scriveva Ermanno Rea. E raramente è stato così vero: in 'La parola del padre' il comunista critico, il fotografo che è arrivato alla grande letteratura partendo dalla durezza del giornalismo d'inchiesta, si fa Caravaggio che passa dalla aspra e vile realtà, e si fa Inquisitore che vive di dubbi e riconosce la stoltezza delle certezze incrollabili.

ALBERTO ROLLO – “UN’EDUCAZIONE MILANESE: Il romanzo di una città e di una generazione” – Manni Editori 2016.

“Cerco ponti in cui lo spaesamento e il sentirmi a casa coincidano. E su quei ponti finiscono con l’apparire, teneri e meridiani, i fantasmi che mi riconducono là dove io sono cominciato e dove è cominciata, per me, questa città.”

Questa è una ricognizione autobiografica ed è il racconto della città che l’ha ispirata. Si entra nella storia dagli anni Cinquanta: l’infanzia nei nuovi quartieri periferici, con le paterne “lezioni di cultura operaia”, le materne divagazioni sulla magia del lavoro sartoriale, la famiglia comunista e quella cattolica, le ascendenze lombarde e quelle leccesi, le gite in tram, le gite in moto, la morte di John F. Kennedy e quella di papa Giovanni, Rocco e i suoi fratelli, l’oratorio, il cinema, i giochi, le amicizie adolescenziali e i primi amori fra scali merci e recinti incustoditi. E si procede con lo scatto della giovinezza, accanto l’amico maestro di vita e di visioni, sullo sfondo le grandi lotte operaie, la vitalità dei gruppi extraparlamentari, il sognante melting pot sociale di una generazione che voleva “occhi diversi”. A questa formazione si mescola la percezione dell’oggi, il prosciugamento della città industriale, i progetti urbanistici per una Grande Milano, le trasformazioni dello skyline, il trionfo della capitale della moda e degli archistar. Un romanzo autobiografico magistralmente scritto, lo sguardo teso della visione: la storia di una città, di una generazione.

L’autore:
Alberto Rollo è nato a Milano. Dal 2005 è Direttore letterario della casa editrice Feltrinelli, dove lavora da oltre vent'anni. Nei decenni Ottanta e Novanta ha firmato recensioni di libri, teatro e cinema per vari quotidiani nazionali, e saggi su riviste (“Belfagor”, “Quaderni Piacentini”, “Ombre Rosse”, “Il Maltese”, Tirature); è stato collaboratore di “Linea d’Ombra” e ha tradotto autori inglesi e americani contemporanei, da Jonathan Coe a William Faulkner. Ha scritto per il teatro e ha realizzato documentari per la tv.
Questa è la sua prima opera di narrativa. info@mannieditori.it

OMAGGIO A ZYGMUNT BAUMAN. Saggi / recensioni di Giorgio Mancinelli.

"La nostra vita è un'opera d'arte, / che lo sappiamo o no, / che ci piaccia o no. . . . / Che lo vogliamo o no.”

"Zigmunt Bauman ... O la coscienza liquida" - saggio di Giorgio Mancinelli in larecherche.it argomento filosofia / sociologia.

Zigmunt Bauman ... "Paura Liquida" - Saggio / Recensione libro in larecherche.it argomento sociologia.

Zygmunt Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori al mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida», di cui è uno dei più acuti osservatori. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, ha pubblicato numerose ricerche sull’argomento, fra le quali mi sento in dovere di sottolineare: “Voglia di comunità” (2008); “La società sotto assedio” (2008); “Vita liquida” (2009); “Modernità liquida” (2009); “Intervista sull’identità” a cura di B. Vecchi, (2009).


VIAGGI

FRANCO CARDINI
“LA VIA DELLA SETA” IL VOSTRO PROSSIMO VIAGGIO NELLA LEGGENDA – di Franco Cardini e Alessandro Vanoli - il Mulino 2017. RECENSIONE DI GIORGIO MANCINELLI IN LARECHERCHE.IT

“SAMARCANDA” - Franco Cardini - il Mulino 2016 . RECENSIONE DI GIORGIO MANCINELLI IN LARECHERCHE.IT

“ISTANBUL” - Franco Cardini - il Mulino 2015. RECENSIONE DI GIORGIO MANCINELLI IN LARECHERCHE.IT

Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul, un viaggio attraverso chiese cristiane, alti minareti e grandiose moschee, bazar e labirinti di piccole strade in cui una moltitudine variopinta di turisti spesso s’inoltrano senza neppure conoscere ciò che osservano con tanto clamore, mescolando al mito la narrazione della storia che i luoghi, e non solo quelli adibiti al culto, raccontano di conquiste e distruzioni, di regni caduti e risollevati, di splendori e meraviglie, ma anche di ricchezze e fasti così come di ombre e oscurità improvvise nonché di orrori e miserie umane che nel tempo ne hanno fatto una ‘seduttrice, conquistatrice, sovrana’. L’unica città al mondo che più d’ogni altra sfugge ostinatamente dalla sua cornice ‘metropolitana’ per innalzarsi al di sopra delle sue cupole nel mistero che la contempla, separata dal resto del mondo, come di soglia posta fra Oriente e Occidente a rimarcare un’ultima possibilità di congiungimento.
Quasi una ‘fibbia di civiltà’ che pure contiene le due diverse sponde del vecchio e del nuovo mondo (la Roma Imperiale e la Nuova Roma), non necessariamente in contrasto con la modernità dei tempi, né con il medioevo in cui ciò che rimane del passato debba considerarsi oscuro e polveroso. Il futuro della modernità passa da Istanbul, una città viva in cui ogni pietra, ogni accadimento, parla della storia che sarà, una storia ancora tutta da scrivere in cui il passato si congiunge con il futuro. Una storia che Franco Cardini pone come ‘in prospettiva’ e che un soprassalto di civiltà salverà dall’eterno conflitto con se stessa e con il mondo intero, la cui vera identità è forse da cercare nella conoscenza (mai obsoleta) di ciò che la distingue, all’interno del conflitto religioso che ne contende la supremazia. In quel suo essere stata Bisanzio e poi Costantinopoli e in epoca moderna essere Istanbul la cui ‘storia’ va riletta e reinterpretata secondo il punto di vista degli storici arabo-mussulmani, osservata dalla parte opposta del Bosforo, cioè dalla parte orientale-balcanica, per acquisire veridicità.

Dunque non una qualsiasi guida ma più di una semplice guida, la città di ‘Istanbul’ contenuta in questo libro ‘unico’ rivendica a suo favore un confronto con l’approssimarsi del tempo che la separa da noi occidentali per riprendere a correre nel tempo della realtà, in cui il dibattito delle idee (che ci siamo fatte) su di essa, trovano un loro riordino della costruzione smessa, intrapresa in illo tempore, della Nuova Roma, con quella in atto di Istanbul in quanto nuova città metropolitana condivisa e sostenibile. Innumerevoli quindi i punti di osservazione suggeriti, e quanti aspetti inusitati da quelli proposti al visitatore e dal turista che si voglia chiamare; tuttavia la differenza è quasi totale perché ciò che si propone il visitatore è qualcosa di diverso da ciò che riesce a malapena a cogliere il turista. C’è un mare di cultura di mezzo, la conoscenza in primis, cosicché documentarsi, consultare, aprirsi è quanto suggerisce di fare Franco Cardini con questo ‘libro’ documentatissimo di storia, di aneddoti ricercati, d’arte e di stili, di usi e costumi di popoli a confronto, che in ‘Istanbul’ egli propone come una lunga narrazione mai interrotta:
“Ed eccola Istanbul: caotica e rumorosa eppur fasciata dall’assordante silenzio delle sue pietre e dei suoi secoli; cupa sotto l’abbacinante sole meridiano che obbliga a chiudere gli occhi o a proteggerli dietro spesse lenti color verdi o bruno; iridescente nella coltre di bruma che così spesso la fascia nei crepuscoli; luminosa di millanta luci nelle notti con e senza luna, con e senza le stelle. Inutile illudersi di conquistarla. (..) Istanbul non si conquista, esiste solo un modo per impadronirsene. Lasciarsene impadronire. (..) si fa presto a dire Istanbul. La città è propriamente una e trina, divisa in tre parti: dalle acque del golfo mediterraneo detto Mar di Marmara a sud – Propontis, la «Propontide» (il mare anteriore) -, il vasto e profondo bacino lungo 280 chilometri e largo 80 che attraverso i Dardanelli comunica con il Mar Egeo e che verso nord si biforca insinuandosi a nordest in uno stretto che misura più o meno una trentina di chilometri (Bogaziçi), che separa la costa europea dall’asiatica fino al Mar Nero; dal Corno d’Oro (Haliç), l’ampio fiordo che dal Mar di Marmara e Corno d’Oro, è la vera e propria sede dell’antica Costantinopoli”.
Dacché si comprende come Franco Cardini procede nell’illustrarci un suo (fra i molti possibili) itinerario per visitare la città, spostandosi di conseguenza da una zona all’altra, da una storia all’altra, da una realtà all’altra e raccogliere così quello che si definisce lo ‘spirito del viaggio’ che tutto coinvolge e trasforma: in cui la storia si fa dapprima leggenda per poi entrare nel mito. È allora che la narrazione di Istanbul diventa ‘una città nel mare della storia’; i frangenti dei mari che la bagnano ‘i flutti del tempo contro il molo dell’eternità’; la falce di luna simbolo dell’Islam turco ‘il segreto del crescente lunare’ che rischiara le notti del harem e del Serraglio, con le sue storie ‘romantiche’ e ‘sanguinarie’, tuttavia eccitanti quanto sconvenienti (per la nostra cultura). E inoltre le musiche, le danzatrici di ‘belly dance’, i sultani coi loro ‘padiglioni’ ricoperti di tappeti e cuscini, il tè alla menta, il caffè turco, l’hammam (sauna), le armi dalle impugnature incrostate d’oro e di pietre preziose, i vapori odorosi di essenze pregiate ecc. ecc.
Accompagnati dalla guida esperta di Franco Cardini sostiamo per un istante davanti al Gran Palazzo, in turco il Sarayi (da cui l’italiano Serraglio), cioè il palazzo imperiale d’epoca ottomana: “Si trattava in realtà di un insieme di giardini e padiglioni (..) separato dal resto della città da una cinta muraria esterna, all’interno della quale si situavano – come il visitatore moderno può ancor oggi constatare – spazi ordinati in cortili e giardini disseminati di padiglioni adibiti a vari uffici e servizi. Entriamo quindi nell’immenso complesso che ancora oggi prende il nome dal suo portale fortificato aperto verso la piazza Sultan Ahmet, il ‘Topkapi’, ovvero la «Porta del Cannone», praticabile da parte di sudditi e di stranieri fino ai quartieri riservati ai militari di guardia, ai funzionari di governo, alle donne”. Ben altre sono le porte che si richiamano alle diverse ‘corti’, a cominciare dalla «Grande Porta» (Bab-|Alì), denominata anche «Soglia della Felicità» o «Sublime Porta» destinata a divenire proverbiale:
Mi fermo qui, anche se ho trovato utile (quanto accattivante) da parte dell’autore l’avvisaglia di retro-copertina dedicata al lettore: “Viaggiatori avveduti e turisti intelligenti che mettete in conto di affidarvi, prima di partire, a voluminose guide: nelle mie intenzioni – e nelle mie speranze – l’ideale sarebbe che lasciaste da parte libri, guide e mappe e vi affidaste fiduciosamente a queste pagine. Certo, questa è la «mia» Istanbul. Non pretendo che diventi anche la «vostra»: mi basterebbe che quanto qui leggete vi aiutasse a trovarla”. Ha scritto Iosif Brodskij (citato nel libro): “Ci sono luoghi in cui la storia è inevitabile come un incidente automobilistico – luoghi in cui la geografia provoca la storia”.
Ed è così, qui ogni pagina racconta più d’una storia, una dentro l’altra che s’intersecano a formare un grande quadro d’insieme, finanche poetico che permette al lettore di spostarsi dal reale all’immaginario con la disinvoltura che solo Franco Cardini, per questo unico e quindi raro, ha nel districarsi in certe faccende di per sé complicate, che cedono, arrendendosi, alla sagace penna del narratore per eccellenza che occupa un suo preciso spazio nella nostra letteratura, in quanto storico e saggista, che ha sfruttato al meglio la sua potenza istruttoria negli studi sul Medioevo di cui è indubbiamente il più apprezzato conoscitore di scritti cristiani e arabo-islamici. Inutile qui ripercorrere la sua enciclopedica attività professionale la conoscenza della quale è oggi accessibile su tutti i media, così come citare la sua sterminata bibliografia. Pertanto mi limito a segnalare quelle che sono le sue più recenti pubblicazioni:
“Testimone del tempo. Ritorno a Coblenza”, Rimini, Il Cerchio, 2009 “7 dicembre 374. Ambrogio vescovo di Milano, in I giorni di Milano”, Roma-Bari, Editori Laterza, 2010 “Cristiani perseguitati e persecutori, Roma, Salerno Editrice, 2011 “Il turco a Vienna”, Roma, Laterza, I Robinson. Letture, 2011 “Gerusalemme”, Bologna, Il Mulino, Intersezioni, 2012 “Istanbul”, Bologna, Il Mulino, Intersezioni, 2014 comprende inoltre un’ampia appendice ricca di note, cronologia, carte, glossario, bibliografia e delle bellissime riproduzioni d’arte.

Per il lungo ponte del 1° novembre, due proposte molto differenti tra loro, ma entrambe di grande spessore, realizzate in collaborazione con Viaggi di Cultura de il Mulino.
‘SULLA VIA DELLA SETA . IRAN’ - 27 ottobre - 4 novembre
“Da Ciro il Grande a Khomeini, storia di un grande impero e della sua presenza nel vicino Oriente.

Assistenti culturali: Giovanni Curatola, esperto d'arte e dell'Islam persiano e Vittorio Emanuele Parsi, esperto di Relazioni internazionali”.

Per informazioni: diffusione@mulino.it
Società editrice il Mulino - Strada Maggiore 37 - 40125 Bologna
tel. 051 256011 - fax 051 256041
Giunti al dunque, non mi resta che augurarvi: Buon Viaggio!

LE PAROLE E I LIBRI (recensioni)

GIANRICO CAROFIGLIO – “LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE” - Rizzoli 2011, recensione di Giorgio Mancinelli in larecherche.it

Pochi libri hanno la capacità di affabulare il lettore e convincerlo di quello che dicono dalla prima pagina all'ultima, da lasciarlo addirittura senza fiato, per la sua sconvolgente autorevolezza. Spogliato qua e là di qualche marcata presa di posizione che non cambia l'indirizzo etico ed estetico del saggio, il resto è tutto un rincorrere concetti, di cui abbiamo perduto il senso, che Gianrico Carofiglio recupera e ci omaggia di una chiave di lettura più vicina a noi, al nostro tempo, alla società attuale che, sempre più, si perde nelle concatenazioni superate e fittizie della politica. Nell'economia del libro, infatti, la politica è nelle cose, negli atti, così come nei pensieri e addirittura nelle parole divenute "sconvenienti" perché - come scrive l'autore - manomesse in funzione di qualcos'altro che non è il terreno originario per cui sono state coniate. Inutile dire che qualcosa non funziona in questa società (che ricordo abbiamo costruito noi), in questa democrazia che, pure, ci siamo dati noi.
Qualcosa certo non deve aver funzionato a dovere se stiamo ancora qui a sbattere la testa contro il muro, dopo aver affrontato ogni argomentazione per milioni di volte, esserci fatti propositi, aver fatto promesse (a noi stessi prima che agli altri), se poi siamo rimasti più o meno quelli che eravamo un secolo fa. Viene da domandarci a cosa sono servite tutte le guerre se ce ne sono ancora in corso? Tutti gli incontri al vertice (G8 - G10 - G20 e quelli sulla fame, sull'ecologia, sul nucleare, sul salviamo il mondo) tra le nazioni, se tutto rimane come è sempre stato, anzi peggiora di giorno in giorno? Tutto questo per pensare in grande per quanto riguarda la comunità, l'intera umanità, ma che succede se per un istante ci inoltriamo nel "labirinto" di noi stessi, noi intesi singolarmente come entità pensante e giuridicamente responsabile?

Nota d'autore: "Mi è difficile definire la natura di questo libro che verrà classificato come un saggio (e in un certo senso lo è), ma tengo a dire che, per me, è soprattutto l'esito di un gioco di sconfinamenti. Un'antologia anarchica. Una ricerca di senso, anche, soprattutto attraverso le parole e le pagine di altri, da Hannah Arendt a don Milani, da Aristotile a Bob Dylan, da Goethe a Gramsci, fino alle pagine esemplari della nostra Costituzione". E ciò che egli vuole dirci è che dovremmo re-incominciare a chiamare le cose con il loro nome, ripensare il linguaggio come un gesto in prospettiva che vada verso il futuro, "immaginare una nuova forma di vita".

L’autore:
Gianrico Caeofiglio è uno scrittore, politico ed ex magistrato italiano. Autore di numerosi romanzi ha pubblicato recentemente Il 25 ottobre 2016 esce L'estate fredda con un nuovo caso per maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio, piemontese in servizio nel Sud delle mafie, già conosciuto come protagonista di Una mutevole verità.
A Ottobre 2017 esce Le tre del mattino, storia del serrato confronto fra un padre ed un figlio, confronto da cui ambedue riemergeranno profondamente diversi.
Nel febbraio 2018 esce Con i piedi nel fango, Conversazioni su politica e verità, un saggio socio-politico all'insegna del dialogo sotto forma di intervista, con Jacopo Rosatelli.
In totale i suoi libri hanno venduto cinque milioni di copie e sono stati tradotti in ventotto lingue.


CARLO POMPILI – “La Prova” – Augh! Edizioni 2017 - recensione di Giorgio Mancinelli in larecherche.it.

La reiterata descrizione di un ambiente naturale all’interno di un romanzo d’azione solitamente determina una stasi nell’evoluzione dinamica dell’azione stessa, l’equivalente del flash-back in una pellicola cinematografica che rallenta lo scorrimento della trama, non consentendo il raggiungimento ultimo di quella vertigine, di puro stile giornalistico, che di per sé costituisce il ‘fatto di cronaca’ in un qualsiasi thriller …
“Qualche istante ancora, ed ecco mille piccole gocce di pioggia, ritmare il loro suono cadendo copiose sulle tavole dell’impiantito, allegre, leggere, inascoltato presagio del temporale che, di lì a poco, si sarebbe scatenato vittorioso. Neppure qualche cupo brontolio, dapprima indistinto, quindi, sempre più rabbioso, era riuscito a rimuovere Valeri da quella postura. Fu solamente alcuni istanti più tardi che l’uomo decise di allontanarsi dal pontile, quando il cielo, compatto nel suo colore cinereo, ebbe raggiunto l’apice della sua drammaticità, squassato dal bagliore delle scariche. Il lago (Bolsena) appariva come un gigante intrappolato nel suo bacino vulcanico, percosso dai giochi concentrici che si susseguivano sempre più intensi sulla superficie dello specchio d’acqua.”
Sorprendentemente, ‘il caso’ afferente a questo romanzo poliziesco, porta in scena gli insoliti anfratti della tranquilla provincia viterbese: la verde Tuscia, infatti, è una nicchia ecologica la cui condizione sociale e quella umana, storicamente integrate sul territorio, interagiscono nel comportamento psicologico dei personaggi, fornendo loro un ‘alibi moralistico’ necessario al riscatto ultimo delle loro azioni, bonarie o malevoli che siano, per quanto condizionate nell’intento scrittorio dell’autore, la cui penna sagace penetra efficacemente nella psicologia addomesticata dei personaggi creati …

L’autore:
Scrittore fine ed oculato, appassionato di storia e cultura dell’Alto Lazio, coltiva interessi grafici e letterari, dando seguito a sue collaborazioni in campo commerciale e pubblicitario. Dopo ‘Il potere’ (Alter Ego 2014) con questo suo nuovo romanzo “riporta i suoi lettori in quell’atmosfera da lui creata dove thriller e storia si intersecano strettamente con richiami ancestrali e misteriosi, in un sequel nel quale ogni colpo di scena conduce magistralmente fino a un epilogo inaspettato”.

Buona lettura!

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- Libri

La Prova un libro di Carlo Pompili

‘La Prova’, un libro di Carlo Pompili – Augh! Edizioni 2017

La reiterata descrizione di un ambiente naturale all’interno di un romanzo d’azione solitamente determina una stasi nell’evoluzione dinamica dell’azione stessa, l’equivalente del flash-back in una pellicola cinematografica che rallenta lo scorrimento della trama, non consentendo il raggiungimento ultimo di quella vertigine, di puro stile giornalistico, che di per sé costituisce il ‘fatto di cronaca’ in un qualsiasi thriller …

“Qualche istante ancora, ed ecco mille piccole gocce di pioggia, ritmare il loro suono cadendo copiose sulle tavole dell’impiantito, allegre, leggere, inascoltato presagio del temporale che, di lì a poco, si sarebbe scatenato vittorioso. Neppure qualche cupo brontolio, dapprima indistinto, quindi, sempre più rabbioso, era riuscito a rimuovere Valeri da quella postura. Fu solamente alcuni istanti più tardi che l’uomo decise di allontanarsi dal pontile, quando il cielo, compatto nel suo colore cinereo, ebbe raggiunto l’apice della sua drammaticità, squassato dal bagliore delle scariche. Il lago (Bolsena) appariva come un gigante intrappolato nel suo bacino vulcanico, percosso dai giochi concentrici che si susseguivano sempre più intensi sulla superficie dello specchio d’acqua.”

Sorprendentemente, ‘il caso’ afferente a questo romanzo poliziesco, porta in scena gli insoliti anfratti della tranquilla provincia viterbese: la verde Tuscia, infatti, è una nicchia ecologica la cui condizione sociale e quella umana, storicamente integrate sul territorio, interagiscono nel comportamento psicologico dei personaggi, fornendo loro un ‘alibi moralistico’ necessario al riscatto ultimo delle loro azioni, bonarie o malevoli che siano, per quanto condizionate nell’intento scrittorio dell’autore, la cui penna sagace penetra efficacemente nella psicologia addomesticata dei personaggi creati …

“Fino a quando sarebbe durata quell’angoscia? Un dolore mai espresso pienamente, che avrebbe voluto condividere con lei (sua madre), allo scopo di scacciare quel fantasma che sembrava allontanarle sempre più l’una dall’altra”. […] Sara si voltò rapidamente, serrando le braccia in modo tale da nascondere il nervosismo che provava, tradito da uno spasmo inconsulto della spalla destra.”

Sebbene ‘la prova’ (del titolo) sia qui intesa quale indizio finale che porta alla scoperta dell’assassino, si è messi di fronte ad una realtà provinciale talmente radicata sul territorio, ‘da trasformare ogni abitante in un possibile indiziato’, la cui esistenza travalica i limiti imposti dall’ambiente se non in chiave onirica, fantasticando, e tuttavia senza mai superarli. Limitandosi, in almeno un caso, a una diversa realtà sociale, e forse (mentendo a se stessi), a una vita differente da doversi realizzare lontano dal proprio habitat naturale, magari nella grande città, dove ricominciare e/o forse ‘fuggire’ …

Fuggire dove, da chi, dagli altri, dalle malelingue del paese, dai misfatti della sorte, dalle anomalie delle cose? “Non si diranno le cose, si diranno le cose stravolte […] dalla sua forma e dal suo senso vero, supposto, inventato da una parola” – scrive il poeta (*); una parola bisbigliata in un confessionale, succube di un pensiero cattivo, di un sentimento atipico, in malafede. Se ne trova riscontro nel linguaggio esteso dei dialoghi, a tratti scarno, solo talvolta ridondante a causa dell’interferenza che l’ambiente esercita sul quotidiano in cui agiscono i personaggi: il bonario maggiore dei Carabinieri Lorenzo Valeri, l’amichevole medico legale Giacomo Serra, il parroco suadente, il contadino sanguigno, la madre benevola, il ragazzo sciocco, ed altri che, appunto, come in un film di carattere, s’adoperano dentro la cornice statica di un ‘evento’ legato a una sorta di ‘passato-presente-passato’ che contrassegna il loro insoddisfatto esistere …

“Federica, affannata, aprì la porta dell’appartamento di colpo, richiudendola rumorosamente dietro di sé. Fuori di ogni sentimento, si lasciò cadere su di una delle poltrone della sala, tenendosi la testa tra le mani. Fu allora che diede sfogo a tutte le sue ansie, esplodendo in un pianto liberatorio, fragoroso e incontenibile, tale da consentirle di esorcizzare, con quel gesto, le mille tensioni accumulate. Il dialogo appena concluso con Sara le aveva consentito solo parzialmente di condividere i timori che la turbavano, ma, nel contempo, le sembrava di aver tradito le aspettative del suo nuovo compagno.”

Un altro fattore importante in questo romanzo è rappresentato dallo ‘spazio-tempo’ che pure funge da contenitore di una catena di omicidi consequenziali, non sempre dettati da una effettiva ragione, bensì da quel passato-presente-passato cui nessuno sembra in grado di sfuggire, e che trasforma ‘ogni abitante in possibile indiziato’. Da qualcuno che pure s’aggira furtivo nell’ombra e che colpisce non proprio allo scopo di compiere un omicidio, quanto di voler dare seguito a una vendetta ‘morale’, azzarderei quasi ‘etica’, che riporti a quel ‘passato’ che non può morire, complice per l’appunto, la reiterata tranquillità dell’ambiente naturale in cui la storia si dispiega. La prova provata che ‘tutto cambia e nulla cambia’ se non cambiando il verso delle cose, la concezione della nostra vita interiore …

“Lorenzo Valeri aveva tentato tutto ciò che era umanamente possibile per scongiurare quella fine atroce, al punto da mettere in gioco la propria vita , pur di salvare quella altrui. […] Valeri fece cenno al suo subalterno di fermarsi, affiancandosi, egli solo, all’uomo ritto in piedi di fronte alla lapide. […] La sua espressione non era mutata affatto. Solamente quando i due uomini in divisa furono a qualche metro da lui, sollevò lentamente lo sguardo, come colui che attende un ineluttabile avvenimento nell’atto di compiersi. Quelle pupille , stanche e afflitte, non trovavano alcun conforto nella cornice marmorea che lo attorniava; nessun giovamento al tormento che straziava un’anima in costante tumulto. […] Ma ciò non era stato sufficiente. Sara non sarebbe mai ritornata sui suoi passi, di questo ne era certo. Un triste destino davvero, il suo, che sentiva di non meritare, ma contro il quale non desiderava più combattere, comprendendo, questo sì, davvero, l’inutilità di ogni iniziativa personale.”


L’autore Carlo Pompili:

Scrittore fine ed oculato, appassionato di storia e cultura dell’Alto Lazio, coltiva interessi grafici e letterari, dando seguito a sue collaborazioni in campo commerciale e pubblicitario. Dopo ‘Il potere’ (Alter Ego 2014) con questo suo nuovo romanzo “riporta i suoi lettori in quell’atmosfera da lui creata dove thriller e storia si intersecano strettamente con richiami ancestrali e misteriosi, in un sequel nel quale ogni colpo di scena conduce magistralmente fino a un epilogo inaspettato”.

Note:
(*) Gian Giacomo Menon “Geologia dei silenzi” – Anterem Edizioni 2018.

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- Poesia

Iria Gorran o l’arte della guerra’ nella poesia d’autore

Iria Gorran o ‘l’arte della guerra’ nella poesia d'autore contemporanea – Cierre Grafica / Anterem Edizioni 2018.

 

L’accostamento con l’opera di Sun-Tzu è affatto casuale quanto cercato, per sottolineare la portata di un fare poesia che inscena l’essenza di una tentazione contemporanea: condurre una ‘guerra’ essenzialmente intimistica contro il proprio sé. Questa la cifra elettiva della silloge poetica ‘Corpo di guerra’ di Iria Gorran, in cui la passione competitiva è sempre in bilico tra appagamento e/o perdita mediante l’‘artificio della ‘guerra ’, conflitto questo che si fa scontro duro tra vincitore dominante e il perdente arrendevole, da affrontare con la calma e l’irruenza necessaria …

 

“Ho sempre sentito il corpo come uno scudo / un mezzo lo strumento di difesa / dal mondo – la macchina umana un filtro / con esigenze minime / […] / che la necessità / l’angoscia hanno spinto quasi oltre il limite / ma tutto quello che volevo era / che mi riconducesse – mi portasse a casa”

 

Per quanto si voglia che anche una ‘guerra individuale e personalizzata’ la si faccia per vincerla, altresì essa risulta remissiva di affrancamento e/o riscatto che necessita di continuare a combattere dall’interno, sul campo nemico. Come del resto insegna il ‘fautore di tutte le guerre combattute fin qui', Sun-Tzu: “se non puoi vincere il nemico, allora fallo re”; così facendo “si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, poiché “la vittoria si ottiene quando le due parti in lotta, quella superiore e quella inferiore sono animate dallo stesso spirito”…

 

“Atomi dispersi estranei alla configurazione” / “Avevano qui / una vaga idea di questa guerra?”

 

La sottolineatura nel titolo 'arte' è qui utilizzata per meglio evidenziare l’immagine impressa sul fondo di una tela (mettiamo di un corpo materiale) in attesa d’essere riempita di colore, ‘secondo i dettami della propria anima’ e/o secondo il presente-anteriore-infinito che ci siamo preposti fin dall’inizio, qualora riempire gli spazi vuoti divenga sinonimo di volontà: quasi che l’espansione dell’anima nel silenzio della solitudine, similitudine d’assenza e/o di presa coscienza, avalli statue di carne vive per un teatro della fine, in assenza di applausi e tuttavia senza compianto …

 

“Annuvola sulla fuga dei pioppi / in faccia ai girasoli / oppongo un argine fulmineo / al cuore esploso a un altro pomeriggio / la dea delle stagioni il fuoco vivo / sono vapore e cenere / sul lungo sguardo di marmo del nemico”

 

Ciò che accade quando il ‘corpo emozionale’ si tinge di un’inquietudine opaca, o avviene a una mutazione incessante per una guerra annunciata col proprio sé fin troppo differita; allorché l’unica condizione possibile per continuare a vivere è in un rapporto nuovo, diverso, con se stessi, con gli altri e con il mondo intero. Ma è tuttavia una ‘guerra costante’, eppure non definitiva, una levata di scudi per un combattimento ‘corpo a corpo’ contro un nemico invisibile, sempre diverso, che fa uso di spade e lance affilate, onde infierire sull’eventuale perdente senza resa …

 

“..voluta di fumo nella monocromia metallica / s’increspa lo sguardo / segregato nel cielo di Marte / assorbi il mio mistero senza conoscerlo / inscritto nella città di pietra / nel corpo estraneo”

 

Non rimane che - allerta Sun-tzu: “Quando muovi, sii rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco, incrollabile come la montagna”, e aggiunge: “Adesca (il nemico) con la prospettiva di un vantaggio, e conquistalo con la confusione; se è solido preparati (a combatterlo); se è forte evitalo, se è collerico mostrati cedevole, se è umile, arrogante. Se è pigro affaticalo, se è compatto disperdilo. Attaccalo quando è impreparato e appari all’improvviso”, l’effetto sorpresa sgomina la paura rimessa, onde vincere è solo un’ultima prerogativa …

 

“Acqua sulle mani / non splenderà / in gocce brillanti / alto l’azzurro si spacca / come una torre crolla / fatto spiraglio / taglia indica la stanza / un piccolo silenzio / passa / l’estate si è appoggiata / alle nostre tende chiuse / e quasi è l’Ora”

 

Oppure ci si arrende e si subiscono le conseguenze sperando nell’indulgenza del vincitore, che non tarderà ad arrivare, spietato e violento che sia, forse sì / forse no, per una remissione di colpe sottratte al giudizio ultimo, contro il proprio sé; onde col passare del tempo si spegneranno le arsure, le istintive voglie, la vanità della giovinezza, l’avidità del potere; l’insana voglia di condurre il proprio ‘corpo di guerra’ sul filo del crinale e rimettere il tutto nel fondo del burrone, per una ‘pace dei sensi’ di una ‘guerra a perdere’ che rende vincitori …

 

“E la meravigliosa morte / come la prima luce / mi assolverà dal non essere / Fiamma / avrei assorbito / l’umidità terrestre / che mi trattiene / nel susseguirsi di cicli / divampare / staccando il respiro di vendetta / non c’è amore in questa vanità / il mondo è stato uno spiraglio”

 

“Si può sempre vincere senza necessariamente vincere”, rammenta Sun-Tzu l’eclettico filosofo della guerra, di quella stessa ‘guerra’ che Iria Gorran in queste pagine conduce in prima persona attraverso una “scrittura d’esistenza che è lingua di forte energia poetica, spezzata dall’esperienza di sé: dal corpo che la porta dentro e dal linguaggio che ne illumina la percezione. […] Il segno fondante è un’incisione dura, un graffio che designa i luoghi di un brusio dentro il silenzio ‘terribile’ che opprime il parlare e rende incerti i suoni (e le parole), mentre la voce spezza la rapidità del ronzio esistenziale continuo, scuro” – scrive Giorgio Bonacini nella sua intensa postfazione al volume …

 

“Calata in questo luogo nel corpo di guerra / esco dalla trincea la mia sommossa fredda / densa la tua paura /.../ al circo di parole sul filo del trucco / non si scioglie / Guardami scorrere non si scusa la mia faccia nuda / in un silenzio di passaggio”

 

Incerto il prosieguo, se Iria Gorran vincerà o no la sua guerra lo scopriremo in futuro con l'avanzare della sua esperienza poetica o se magari ritiene di averla già vinta (e perché no) con la pubblicazione di questa sua ‘Opera Prima’ (*) edita da Anterem Edizioni con le immagini grafiche di Bartolomé Ferrando che, come in nessun altro caso, coglie nella mescolanza di lettere dell’alfabeto il senso intrinseco della fugacità dell’autrice dalle parole; segno indubbio di una sensibilità artistica pregna d’inconsuete voci, come di geroglifici di una lingua estensibile all’infinito.

 

L’autrice: Iria Gorran ha origini croate e formazione classica, un curriculum di tutto rispetto in ambito artistico e teatrale, autrice di testi poetico-filosofici e narrativi: ‘Il corvo e i racconti del mistero di Poe’, la ‘Commedia di Dante’. Risiede per lunghi periodi a Vienna e a Londra, attualmente vive a Torre d’Isola (PV).

 

Note:

(*) Sun-Tzu (544 a.C., 496 a.C.) è stato un generale e filosofo cinese, a lui si attribuisce uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti I tempi: ‘Larte della guerra’ – Mondadori 2003.

(*) ‘Opera Prima’ , collana di poesia e prosa poetica a cura di Flavio Ermini, dedicata ad autori che ancora non hanno pubblicato i loro testi poetici in volume. L’iniziativa, fondata nel 2003 non ha finalità di lucro tanto che i libri non sono destinati alla vendita, ma inviati a università, centri culturali, stampo petica, biblioteche, oltre che a filosofi e a teorici della letteratura e dell’arte. ‘Opera Prima’ si propone di mettere in scena eventi di scrittura che spingono a portarsi più in là degli esiti espressivi, verso il pensiero: quella particolare forma di pensiero che nasce dalla poesia.

 

Contatti:

direzione@anteremedizioni.it   / www.poesia2punto0.com

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- Teatro

La Costituzione: valori a voce alta - a Bologna

La Costituzione: valori a voce alta
concerto- spettacolo dedicato ai 70 anni della Costituzione Italiana

Mercoledì 5 settembre ore 21:00
Giardino Parker Lennon (via del Lavoro – via Vezza) Bologna

Simona Sagone: voce; Salvatore Panu: fisarmonica; Mauro Malaguti: chitarra
A cura di Associazione Culturale Youkali APS

Rassegna “Parker Lennon: ci giochiamo l’estate 2”, sezione "Ci cantiamo d'estate"
Ulteriori informazioni www.youkali.it
Sostenuta dal Quartiere San Donato San Vitale - Lato baracchina Gelateria Modà.

Youkali è l’isola che non c’è, è l’utopia, che con il nostro lavoro quotidiano in associazione, noi soci vogliamo realizzare concretamente nel nostro territorio, 'che include e non esclude' il lavoro fatto da attori e musicisti professionisti che credono fortemente che l’arte serva per rendere migliore la società e che attraverso Youkali si possano concretizzare progetti per il bene comune.

L'Associazione Youkali organizza concorsi letterari per l’infanzia, festival di teatro e storytelling, convegni sulla narrazione, rassegne spettacoli e corsi teatrali e musicali, con attenzione ai temi interculturali collaborando con Il Comune di Bologna e la Città Metropolitana, nonchè con numerose Istituzioni Pubbliche e private.

Dalla sua fondazione, nel 2000, ha inteso rivalutare la narrazione orale e valorizzare l’inventare fiabe come attività fondamentali alla crescita delle bambine e dei bambini. Il progetto ha prodotto la trasmissione radiofonica Il Polverone Magico in onda dal 2004 al 2015 su emittenti locali, nonchè laboratori teatrali e musicali realizzati in scuole e Centri Sociali di Bologna.
Dal 2004 al 2012 ha realizzato un concorso letterario Oggi racconto io: la fantastoria del popolo migrante che ha coinvolto centinaia di ragazzi, famiglie e adulti, nella scrittura di fantastorie, progetto che valgono a Youkali 3 medaglie dalla Presidenza della Repubblica. Nel 2012 il progetto è passato dalla dimensione provinciale a quella nazionale grazie al Ministero dell’Istruzione e alla collaborazione dell’ Associazione Italiana Biblioteche.
Dal 2004 ha ideato il progetto teatrale per fascia 3 e 6 anni Maga Rossina racconta… realizzandolo da allora spettacoli nei Comuni di Monzuno, Sala Bolognese, Anzola e nei Quartieri di Bologna Reno, Porto e S. Donato.
Dal 2004 al 2013 collabora all’organizzazione di manifestazioni culturali per Festa Internazionale della Storia e il Laboratorio Multidisciplinare di Ricerca Storica dell’Università di Bologna realizzando spettacoli, trasmissioni televisive e presentando per alcuni anni la manifestazione “Il passamano per San Luca” grazie all’attrice Simona Sagone.
Nel 2005 nasce la rassegna di lezioni spettacoli per la fascia 8- 12 anni Fiabe dal mondo in collaborazione con Sala Bolognese -replicata nei Quartieri Reno, S. Donato, Porto. Dal 2008 al 2012 Fiabe dal mondo diventa una rassegna provinciale parallela al concorso di fiabe.
Tra il 2008 e 2015 tiene corsi sulla lettura espressiva, la costruzione di radiodrammi e audiofiabe, di teatro e canto presso Istituti scolastici anche con il riconoscimento del MIUR Emilia Romagna.

Youkali ha creato negli anni numerosi spettacoli per il pubblico adulto sia di prosa che musicali, molti centrati su temi sociali tra cui ricordiamo Bertolt Brecht dell’amore e della guerra, Las Madres, dedicato alle Madres de Plaza de Majo e Per il pane la pace e la libertà dedicato alle partigiane del territorio di Bologna e Provincia.
Nel 2013 ha vinto il premio AMITIE’ per le creatività plurali – sezione teatro consegnato dal Comune di Bologna per lo spettacolo Le regole del migrare realizzato insieme al Coro Multietnico Mikrokosmos.
Dal 2012 Youkali è impegnata in un percorso di costruzione de Le vie delle fiabe europee. Il progetto Le vie delle fiabe ha prodotto tra il 2012 e 2014 quattro convegni realizzati a Bologna con ospiti di rilievo a livello nazionale.
Nel giugno 2013 realizza a Bologna il primo Festival di Narrazioni Interculturali per l’infanzia Le vie delle fiabe: percorsi interculturali
Dal 2013 al 2015 è stata partner del Progetto Europeo Comenius Regio Cahrs- Bologna guidato dal comune francese di Cahors realizzando laboratori e conferenze sull’uso del teatro per l’apprendimento attivo della storia.
Nel 2014 parte il progetto Media allo scoperto prima attraverso un bando LFA del Quartiere Saragozza e poi, nel 2015, come progetto di Cittadinanza Attiva finalizzato alla creazione di una redazione permanente di cittadini che lavorino sulla comunicazione di tutti i progetti di Cittadinanza Attiva avviati dal Comune di Bologna, verso la costruzione di una start up creativa autonoma sui temi della comunicazione.
Il 10 dicembre 2015 si avvia il progetto Portiamo a scuola la comunicazione di genere finanziato con i fondi dell’8 x 1000 della Chiesa Valdese.
*Youkali è l’isola inesistente immaginata da Kurt Weill nel 1933 durante l’Esilio in Francia, allorquando la sua musica era stata considerata “Musica degenerata” dal regime nazista.

•Portiamo a scuola la comunicazione di genere , seconda edizione
•Un nuovo corso di formazione gratuito per adulti di 70 ore; 4 seminari sullo stalking, 8 laboratori da realizzare in Scuole e Centri giovanili di Bologna per prevenire forme di violenza e abuso e vincere gli stereotipi di genere
•L’Associazione Culturale Youkali insieme a Tavola delle donne sulla violenza e la sicurezza nella città, UDI Bologna e al Circolo Arci Guernelli di Bologna, con la collaborazione di Radio Città Fujiko e di AICS, hanno ottenuto un finanziamento di 7.500 euro dalla Regione Emilia Romagna tramite il bando volto alla promozione ed al conseguimento delle pari opportunità e al contrasto delle discriminazioni e della violenza di genere sulle annualità 2016/2017 ed è in attesa di un sostegno di 14.000 euro dalla Tavola Valdese tramite il bando 2016 per l’assegnazione dei fondi dell’8 x 1000 per realizzare il progetto Portiamo a scuola la comunicazione di genere 2.
•In continuità con il progetto chiuso il 31 dicembre 2016, Portiamo a scuola la comunicazione di genere 2 intende diffondere nell’ambito scolastico e dei centri di aggregazione giovanile di Bologna, azioni di empowerment relative alla consapevolezza della convivenza tra i generi attraverso l’elaborazione creativa del tema utilizzando gli strumenti della comunicazione massmediatica quali la radio, il web, i giornali (off e on line) per catturare l’attenzione dei giovani allievi rendendoli al contempo protagonisti attivi nel riconoscere e individuare forme attive e creattive di gestione dei conflitti, in particolare di genere.

•Mentre i formatori perseguiranno l’obiettivo primario di consentire ai ragazzi partecipanti ai laboratori scolastici di essere in grado di riconoscere i propri e altrui pregiudizi e stereotipi legati al genere e di acquisire sicurezza nell’uso di un linguaggio sessuato, specialmente quando si parla di professioni al femminile, al contempo promuoveranno la piena partecipazione dei giovani alla vita democratica cittadina, fornendo strumenti per l’acquisizione di competenze inerenti il funzionamento del linguaggio dei media.
•I laboratori scolastici già realizzati nel 2016, così come i nuovi laboratori che a breve verranno attivati negli istituti scolastici che ne faranno richiesta, mirano in ultima analisi a incentivare l’innovazione sociale anche attraverso l’autonoma formazione tramite l’utilizzo di piattaforme e ambienti digitali, software liberi e open source. La diffusione dei risultati dei laboratori tramite il blog Mediaalloscoperto.it e la pagina facebook dedicata al progetto (Portiamo a scuola la comunicazione di genere), consente ai giovani partecipanti di attivare una formazione tra pari agendo essi stessi da moltiplicatori dei risultati.
•Il 13 marzo 2017 verrà avviato un nuovo corso di formazione per adulti di 70 ore che si terrà a Bologna presso il Circolo Arci Guernelli di V. Gandusio 6 per realizzare il quale l’Associazione Culturale Youkali si avvarrà della stretta collaborazione di esperte dell’Associazione Tavola delle donne sulla violenza e la sicurezza nella città e di UDI sezione di Bologna, come anche di giornalisti e blogger.

•Il Corso di formazione, come il precedente, è diviso in due parti: Riconoscere e prevenire le forme di violenza e abuso nelle relazioni di genere e Comunicazione di genere.
•I volontari ammessi alla formazione saranno scelti tra: studenti universitari, giovani sotto i 35 anni in cerca di occupazione, disoccupati di lungo corso (in particolare over 45), in cerca di riqualificazione, onde offrire loro occasione di specializzarsi e/o riqualificarsi nel campo della comunicazione sociale. Si preferiranno candidati con formazione umanistica.
•Attraverso la formazione degli adulti intendiamo porre le basi per la realizzazione di nuovi progetti all’interno delle scuole che uniscano la tematica della gestione del conflitto, con la produzione di spot, video, radiodrammi, articoli giornalistici, spettacoli teatrali.

•Grazie al personale già formato nel corso della prima edizione del progetto, sostenuto da Tavola Valdese, tra ottobre e novembre 2016, sono già stati realizzati 2 laboratori scolastici presso la Scuola secondaria di I grado di Sant’Agata Bolognese e, grazie ai finanziamenti regionali, altri 2 laboratori gratuiti di 8 ore sui temi dello smascheramento degli stereotipi di genere verranno realizzati entro maggio 2017 in altri Istituti Secondari di I e II grado di Bologna e Provincia che ne faranno richiesta. E’ prevista inoltre l’attivazione di 4 seminari di 2 ore sullo Stalking che saranno tenuti dall’Avvocata Nicoletta Macrì di Tavola delle donne.

•A beneficiare del nuovo progetto, così come nel corso della prima edizione, non sono solo gli studenti delle Scuole Secondarie di I e II grado, ma gli stessi volontari in gran parte giovani o disoccupati di lungo corso che, attraverso il percorso di formazione, acquisiscono nuove competenze. Conclusa la formazione, ai corsisti viene offerta l’occasione di una sorta di tirocinio con un rimborso orario, durante il quale sperimentare immediatamente le strategie definite nel workshop finale confrontandosi con una classe di giovanissimi sotto la supervisione dei tutor esperti.
•Qualora il progetto riceva, a settembre 2017, un sostegno dai fondi dell’ 8 x 1000 della Tavola Valdese, verrà completata la formazione degli adulti con i moduli laboratoriali previsti tra settembre e novembre 2017; verranno realizzati altri 2 laboratori di 10 ore presso centri giovanili; un laboratorio teatrale di 20 ore e altri 3 laboratori di 8 ore su tematiche di genere presso istituti scolastici che si renderanno disponibili ad accoglierli.
•Già nel 2016 è stata attivata una Palestra digitale, attraverso il sito web Mediaalloscoperto.it, per la condivisione dei materiali e buone pratiche prodotte sia dai formatori volontari che vanno nelle scuole, che dagli allievi degli Istituti Scolastici e centri giovanili. La palestra digitale attualmente bisognosa di implementazione, è un utile strumento per tenere traccia delle esperienze formative.
•E’ prevista anche un’azione di valutazione trasversale all’intero progetto che consentirà aggiustamenti in itinere della progettualità, per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
•A breve verrà attivata una campagna di crowdfunding per sostenere il progetto dal basso assicurando i finanziamenti necessari al suo completamento anche nella peggiore delle ipotesi che i co- finanziamenti richiesti non vengano accordati. Il crowdfunding consentirà a chiunque creda nelle metodologie attivate dalle associazioni proponenti, di donare anche pochi euro perché possa essere portata avanti la necessaria campagna contro gli stereotipi di genere partendo dall’educazione dei più piccoli.

INFO@YOUKALI.IT
•VIA DEL PRATELLO 97 SCALA B, 40122 BOLOGNA 051 8493013

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- Società

Bla, bla, bla, una questione di dignità

Bla, bla, bla … Questione di ‘dignità’.

Se per ‘dignità’ intendiamo quel rispetto che l'uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di sé stesso e tradurre in un comportamento e in un contegno adeguati, possiamo dire che la politica è fuori come un ombrellone da spiaggia, cui il sole di questa estate infuocata deve aver confuso non solo le idee ma anche la cognizione della realtà. Perché la mancanza di rispetto di se stessi equivale a un ‘non valore’ e non a un ‘plusvalore’ come qualcuno pensa di far passare nell’ignoranza dei molti che, al contrario del suo significato intrinseco, spaccia (leggi spacciatori di vergogna) come comportamento responsabile, misurato ed equilibrato che si dovrebbe tradurre in rispettabilità e decoro. Niente affatto, siamo piuttosto dalla parte opposta della decenza, per cui la traduzione che più si adatta è l’indegnità, la scorrettezza, la disonestà, l’arroganza.

Per non dire della bassezza d’intenti, la volgarità dei linguaggi, la villania e la maleducazione dei molti, dei tanti parlamentari, sindacalisti, giornalisti, e di quanti ‘leccano il culo’ a tutta quella risma di irrispettosi della Costituzione e della Democrazia. Insomma di quanti senza contegno parlano (bla, bla, bla) senza dire niente ‘in nome del popolo italiano’ e ‘per il bene dell’Italia e degli Italiani’. Di quanti ormai sono saliti sul carro dei vincitori senza sapere neppure se l’ ‘orgoglio’ nazionale di cui parlano li riguarda in prima persona o se li stanno solo fregando a più non posso. Il fatto eclatante è che ‘gli piace’, e godono quando qualcuno se la prende coi gay, con le lesbiche, con gli immigrati, i clandestini, e con tutti gli ‘altri’ che non sono loro. Ma forse hanno dimenticato che arriverà anche il loro momento (storia docet), quando caduta la maschera si ritroveranno fottuti e contenti.

Se invece con il termine dignità, ci si riferisce al valore intrinseco dell'esistenza umana che ogni uomo/donna, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per sé stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta, ecco che entriamo in ambito socio-legislativo ancor prima di quello culturale-spirituale che alla fin fine rende il termine degno di rispetto. Ciò per quanto il ‘rispetto’ si vuole sia retaggio di un ordinamento pre-costituito sancito dal ‘diritto giuridico’ in vigore, le cui leggi hanno dato forma a quell’ ‘ordinamento’ che non trova più alcun riscontro nell’ampio spettro dell’universalità: per cui ‘ogni uomo è libero’ nell’ambito della globalità dello sviluppo storico-sociale in stretta relazione con il pensiero filosofico dominante.

Concettualmente paritetico di quel processo di conversione che ha trasformato il ‘positivismo relativo’ del secolo scorso, nel ‘pensiero negazionista’ contemporaneo, in cui il ‘tutto’ è verosimilmente sostituito dal ‘nulla’, di per sé non uguagliabile al ‘vuoto cosmico’ da riempire di pericolose ideologie. Bensì un ‘nulla’ antropico, cioè relativo all’analisi degli assetti organizzativi umani conseguiti, ovvero allo studio (scientifico) di quei processi che nel corso del ‘tempo’ hanno condotto alla formazione degli assetti evolutivi comunitari che oggi trovano nell’unione delle nazioni una ragione di sopravvivenza e di evoluzione all’interno di una cooperazione fattiva che nell’unità fanno un ‘pieno’ di energie da spendere all’insegna della solidarietà e della pace duratura.

Come ci si rapporta alla situazione politico-giuridica in una realtà democratica consistente nella possibilità di costituire, modificare o estinguere un ‘rapporto giuridico’, attraverso un ‘atto’ che non sia al tempo stesso la configurazione di un qualcosa di ‘preconcetto’ e/o ‘insostenibile’ che tuttavia permetta una risoluzione del problema suddetto? A una siffatta domanda, previene Emmanuel Levinas nel suo “Gli imprevisti della storia” (*), il quale intravede una leggittima linea ideale equivalente a un salto nel buio, poiché: “Questo mondo che trascende il mondo in cui siamo immersi, non è anche al di là di questa comprensione specifica che noi abbiamo dell’individuale, dello storico, dell’umano, e in cui il reale si presenta non solo come una concatenazione di proposizioni ma come un’esistenza che vale e che pesa”.

Ma di quale ‘dignità’ parliamo quando si parla di ‘rispetto? Le risposte sono delle più variegate quando tutti se ne riempiono la bocca, trascurando che parlare di ‘rispetto’ è una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza, sul consenso individuale alla reciproca fiducia e all’equilibrio sociale. Nel dibattito su quelli che definiamo ‘valori morali’ e se questi sono relativi o assoluti (?), la risposta di gran lunga più motivata è ‘che sono relativi’: “Se molti sono i modi ragionevoli in cui gli esseri umani possono organizzare la loro vita – scrive Maurizio Ferraris (*) – resta che ce ne sono alcuni che sono sicuramente inaccettabili.” Ma se è altrettanto scontato che il ‘relativismo’ presenta dei limiti, la cui soglia oggi è stata abbondantemente superata, è altresì realistico che persi nei meandri dell’attuale complessità sociale, multietnica e multiculturale, ci si pongano alcuni interrogativi fondamentali. Uno dei quali riguarda il ‘senso del proprio agire’ nell’ambito della proprie scelte, che non può più essere solo individuale ma riguarda la società nella sua percezione globale o comunque comunitaria, che va esaminata nel suo insieme.

Un’analisi approfondita diviene pertanto necessaria se, come in questo breve saggio, si vogliono individuare gli strumenti di una possibile ricognizione del ‘rispetto’ in seno all’etica morale e l’intrinseca criticità di merito che l’accompagna. Acciò, e nel migliore dei casi, è necessario tornare al passato e rileggere il cartesiano “Discorso del metodo” (René Descartes 1596-1650) (*), lo strumento per eccellenza che più ci aiuta a comprendere i termini e i limiti, pur nella logica della scoperta scientifica, vuoi filosofica che sociologica del pensiero libero concettuale, è questo ancora oggi considerato un caposaldo della liberalità civile.

Un testo tra i “..più rivoluzionari su cui meditare, in quanto il suo autore aveva perfettamente compreso che le vere rivoluzioni cominciano nel proprio intimo e non nel cambiamento delle cose, ma nella riforma di se stessi” – scrive Giovanni Reale nella Prefazione al testo. (*). Una ‘questione di metodo’ dunque, la cui applicazione restituisce al ‘rispetto’ una sua posizione prioritaria all’interno delle ‘virtù etico-morali’, qui individuata in tre passaggi essenziali che ben definiscono la relativa prova scientifica: ‘Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza’, ‘Metodo del rispetto civile’, ‘Metodo del consenso basato sulla fiducia e la temperanza’.

1) Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza

Volendo significare l’insieme delle varianti insite in una probabile ‘anatomia del rispetto’ qui presa a soggetto, è obbligo avvalersi di discipline diverse (antropologia, sociologia, psicologia, etica e filosofia) che, in qualche modo ed entro i limiti consentiti, permettono di individuare quegli elementi sostanziali alla metodologia della ricerca, da osservare nell’ottica della ‘volontà’ più volte espressa dalla società, di risolvere quelle che sono oggi considerate ‘problematiche sociali’. Una volontà attualmente evasiva se esaminata nella prospettiva pragmatica delle politiche giuridiche (pari opportunità, coppie di fatto ecc.) ad essa inerenti.

Alla luce dei mutamenti sopravvenuti nella società e delle nuove realtà ideologiche, la costruzione etico-morale del ‘rispetto’, pur impostata sulle basi antropologiche dei ‘riti di riferimento’ come la tradizione e la cultura, la religiosità e la sacralità degli affetti, si è rivelata da qualche tempo a questa parte, inaspettatamente anacronistica, mostrando le sue crepe profonde. Segni di una erosione che non l’ha risparmiata da risentimenti diffusi e punti di criticità, sia per i suoi aspetti discordanti (quanto inevitabili), che ne hanno limitato il ‘riconoscimento’ configurativo all’interno di una specifica ‘tipologia virtuosa’; sia in ambito famigliare che educazionale, formativa ecc., che da sempre vieicolano le cosiddette ‘differenze di genere’.

In qualità di ‘soggetto sociale’, infatti, la rilevanza delle ‘differenze di genere’ ha dato luogo a un fenomeno collettivo d’interesse antropico che un ‘liberalismo’ metodologicamente preconcetto, attribuisce a forme di ‘società’ e di ‘economia’ migliori di sempre, neppure fosse l’‘archetipo’ di una modernità immaginaria quanto inafferrabile e tuttavia possibile; nonostante i ‘comportamenti umani’, si siano gradualmente integrati con le nuove problematiche introdotte nella società, secondo le ripartizioni attuate dalla ‘psicologia sociale’ all’interno di discipline meglio diversificate come: ‘individuali’, ‘collettive’ e ‘comunitarie’ che comunque rimangono universali.

Ciò, per quanto l’esperienza esistenziale dell’individuo sociale (umano), pur nella sua identificazione e la sua irriducibile complessità, sia ancora oggi tutt’altro che scontata e in antitesi con una completa istituzionalizzazione, a causa dell’ ‘assenza o mancanza’ (anomia) di norme sociali specifiche che, entro certi limiti, risultino appropriate al comportamento dell’individuo stesso nei confronti degli altri e, pertanto, volte a costituire una specifica ‘identità’ nel processo educativo e di ‘socializzazione’ (paideia) in atto. Onde per cui, il ‘riconoscimento’ è il primo passo necessario per il superamento relativo alle ‘differenze di genere’ e la definitiva attuazione del processo di uniformazione dell’ ‘ethos politico’ nell’ambito della riorganizzazione sociale.

Se vogliamo, è a partire dalla ricerca dinamica del ‘riconoscimento’ che prende il via la giustificazione metodologica che si vuole qui perseguire: cioè, nell’individuare quei fattori relativi, intrinsechi della sfera della ‘personalità individuale’ e dell’ ‘identità collettiva’ in quanto ‘soggetti’ delle ‘differenze di genere’, ai quali pur ineriscono esperienze di rifiuto di ‘legittimazione’ e ‘approvazione’ di diritti più spesso negati. “Il riconoscimento dunque - scrive Mario Manfredi (*) – come obiettivo di un processo di piena responsabilità radicale verso i soggetti di ‘genere’ (umani e non), specialmente quando si confrontano posizioni di potere da una parte, e di vulnerabilità dall’altra. Soprattutto perché la responsabilità che ne deriva, si fa carico anche di realtà remote nello spazio (uomini e territori lontani) e, nel tempo (l’umanità futura)”.

Certamente la modernizzazione dei costumi e delle idee non è approdata a un risultato integrale ed esaustivo perché si è dovuta misurare con fattori limitanti, con istanze individuali e sociali di tipo politico, economico e imprenditoriale non sempre confacenti al ‘rispetto sociale’. Non a caso il sociologo Zigmunt Bauman (*) ha molto insistito nella ricerca instancabile di quell’ ‘identità’ che è poi “..divenuta precaria come tutto nella nostra vita”, essendo venuto meno il vincolo temporale nei rapporti interpersonali a causa di dialoghi preferibilmente a distanza, pause troppo lunghe di riflessione, richieste di chiarimenti mai espletate e sconfinamenti in territori diversi.

Sconfinamenti che hanno dato seguito al senso di smarrimento, incapacità di introspezione, inconsapevolezza dell’attenzione, che ha colpito tutti, uomini e donne indistintamente, trascinandoli in un processo di sterilizzazione dell’immagine sedimentata di “ciò che è stato” (assenza di memoria storica), per approntare una domanda tipo: “chi sono io oggi?” (mancanza di identità futura), che ha portato l’individuo a discernere nella “paura liquida” che affligge l’intera comunità umana, segno evidente di una collettività in dissolvimento che non contempla in sé alcuna risposta propositiva. Sebbene si metta ancor più in evidenza il sorgere di un nuovo ‘problema’ – individuato da Bauman – che va ad aggiungersi ai tanti altri che una ‘società liquida’ quale è quella in cui viviamo, che all’apparenza sembra impossibile contestualizzare, se non andando a “...ricercare un modello ‘ultimo’, migliore di tutti gli altri, perfetto, da non poter essere ulteriormente migliorato, perché niente di meglio esiste né è immaginabile”.

“Ma non basta ‘concettualizzare’ una identità qualsiasi – ha inoltre asserito Bauman – bisogna puntare sulla ‘identità sociale’, radicale e irreversibile, che coinvolga gli ordinamenti statali, la condizione lavorativa, i rapporti interstatali, le soggettività collettive, il rapporto tra l’io e l’altro, la produzione culturale e la vita quotidiana di uomini e donne”. Quasi si fosse davanti a una catastrofe considerata inevitabile; conforme cioè all’intraprendenza della ‘natura umana’ di fronte a una forzata convivenza democratica e alla mancanza di un comportamento ‘etico’ austero che non lascia comprendere e non giustifica le proprie e le altrui convinzioni.

Una chiave di investigazione su base teorica questa, che non consente qui di considerare la “trasformazione del presente” in atto, cui volenti o nolenti assistiamo, in quanto “costruzione di senso” attraverso l’utopia di un agire solo apparentemente incondizionato, anche se spesso utilizzato come interfaccia di nuove aggregazioni dell’esperienza fenomenologica che, si vuole, portino a una “ridefinizione critica del reale”. Un argomentazione che a sua volta aveva appassionato Alberto Melucci (*), ritenuto il ‘sociologo dell’ascolto’, aperto ai temi della pace, delle mobilitazioni giovanili, dei movimenti delle donne, delle questioni ecologiche, delle forme di solidarietà e del lavoro psicoterapeutico.

“Sono convinto – scrive Melucci – che il mondo contemporaneo abbia bisogno di una sociologia dell’ascolto. Non una conoscenza fredda, che si ferma al livello delle facoltà razionali, ma una conoscenza che considera gli altri dei soggetti. Non una conoscenza che crea una distanza, una separazione fra osservatore e osservato, bensì una conoscenza capace di ascoltare, che riesce a riconoscere i bisogni, le domande e gli interrogativi di chi osserva, ma anche capace, allo stesso tempo, di mettersi davvero in contatto, con gli altri. Gli altri che non sono solo degli oggetti, ma sono dei soggetti, delle persone come noi, che hanno spesso i nostri stessi interrogativi, si pongono le stesse domande e hanno le stesse debolezze, e le stesse paure”.

2) Metodo del consenso individuale alla fiducia

La consapevolezza del ‘rispetto’ è quindi una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza che, ai fini di una valida prerogativa di senso è tuttavia carente di un supporto solido che lo sostenga e che solo una certa dose di altruistico ‘consenso’ può, in certo qual modo, convalidare. Cioè l’accettazione di una fattiva ‘uguaglianza nella diversità’ necessaria per una convivenza senza conflitti, in cui vengano riconosciute e accettate le differenze di razza, di colore, le diversità di status sociale, i comportamentali degli individui e i diversi ruoli che ognuno si trova ad occupare, in ragione di favorire le relazioni interpersonali e intergovernative, in una società sempre più rivolta alla cooperazione tra i popoli e gli stati, dedita agli scambi reciproci di idee, informazioni, conoscenza, tecnologia ecc..

Altresì nel ‘rispetto’ individuale e nel confronto fattivo con le diverse posizioni dell’altro/a, e cioè nell’investire il proprio ‘consenso’ nelle scelte della/e partnership individuata come consone alla qualità della vita che si vuole o si vorrebbe attuare, ponderata sulla ‘fiducia’ e comunque nel ‘rispetto’ delle ‘differenze individuali’ (genetiche, pedagogiche, psicologiche), dell’estrazione pedagogico-socio-culturale, formativa, nonché delle diverse disposizioni comportamentali acquisite, senza cercare di manipolarle; così come di non giudicare le scelte e le opinioni dell’altro/a in modo sommario perché considerate minoritarie che rasentino una qualche forma di razzismo.

Per quanto, in ambito giuridico il ‘rispetto’ si affacci alla soglia del ‘diritto’ di ogni individuo di avere un suo modo di pensare, di esprimere la propria opinione, di sentire, di agire e persino di scegliere i suoi gusti e le sue preferenze di vita, di pretendere che nessun altro possa permettersi di obiettare o decidere al suo posto; nella specifica tipologia delle ‘scienze umane’ si tratta di offrire/accordare una relazione consensuale basata sul ‘consenso’ che porti all’ascolto non valutativo, dove si concentra la comprensione dei sentimenti nel rapporto emozionale e/o intellettuale di merito e di partecipazione ai bisogni fondamentali degli altri.

Nell’uso comune è detta ‘empatia’ l’attitudine ad essere completamente e/o parzialmente disponibili verso gli altri, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri individuali, pronti ad offrire la piena attenzione al processo di comunicazione, accesso all’informazione e partecipazione alla cooperazione attiva ‘non coercitiva’ che, secondo il ‘metodo del consenso’, non significa ‘unanimità’ di intenti e di voleri di singoli individui o del gruppo di appartenenza, bensì di funzione espletata democraticamente cui la maggioranza dei soggetti avrà acconsentito secondo la propria onestà intellettuale. Se non c’è l’onesta volontà di venirsi incontro, il metodo del consenso non funziona, bensì si rende più che mai necessario anche nella difesa di quella ‘privacy’ che ostinatamente promulghiamo come visione utopistica di una realtà che non è più tale, se mai lo sia stata.

Acciò, dare oggi il ‘consenso’ all’utilizzo dei propri dati personali che diventano così di pubblico dominio può essere un modo (facendo attenzione) di aprirsi al mondo degli scambi e della collaborazione reciproca a livello internazionale; così come mettersi in gioco sul web significa la ‘volontà’ di ampliare la propria cerchia di conoscenze, e perché no di fare nuove amicizie e così abbassare il tasso dilagante di sentirsi abbandonati, sotto l’egida del “non siamo soli”, necessaria ai fini della reciprocità sociale che ci vede sempre più affetti dalla solitudine.

3) Metodo del consenso alla temperanza comunitaria

L’approccio qui espletato equivale a ‘farsi un’opinione’ sul merito se oggi il ‘rispetto’ sia o no essenziale nei rapporti umani (?) Se la domanda serve di fatto a chiarificare un problema etico-teorico, la risposta non può che essere: «sì, è essenziale», ma è come asserire l’esistenza di un 'dualismo’ insopprimibile per cui la risposta non è affatto univoca. Gli ultimi avvenimenti di cronaca ben lo evidenziano ponendoci di fronte situazioni insostenibili quanto sconvolgenti, riferite all’assoluta mancanza di tolleranza, reciprocità, liberalità e democracità che superano ogni limite di sopportazione e comprensione umana. Per quanto intraprendere guerre fratricide e stermini di massa, privazioni e allontanamenti dagli originari territori di appartenenza, innalzare muri ai confini e barriere di chiusura al libero accesso, più spesso eretti in nome di questa o quella ‘supremazia’ territoriale-supernazionale in cui domina l’intransigenza e la severità di giochi di potere, non sembra portare a una risoluzione dei problemi.

Tanto meno risultano determinanti i molti tentativi di ‘risoluzioni di pace’ affatto conciliabili e, sempre più spesso, avanzati in nome di una diversità etico-morale del tutto confutabile, di cui sono andate perdute quelle che sono le ‘ragioni primarie’ di una possibile convivenza fra i più deboli e i diseredati, venendo così a mancare quel ‘rispetto’ e quell’indulgenza necessaria che mettono a rischio la sopravvivenza. Ma non è già il falso ‘moralismo intelluale’ dei pochi ad erigere le barriere che oggi delimitano le frontiere degli stati e i campi d’azione dei politici del malaffare, quanto la mancanza di ‘temperanza’ e l’indifferenza fraudolenta dei molti a derubricare il sistema economico-produttivo e la convivenza dell’illegalità giuridica e l’illegittimazione sociale.

“Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere – scrive Stefano Rodotà (*) – ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile. (..) Contro malaffare e illegalità servono regole severe e istituzioni decise ad applicarle. Ma serve soprattutto una difusa e costante intransigenza morale, un’azione convinta di cittadini che non abbiano il timore d’essere definiti moralisti, che ricordino in ogni momento che la vita pubblica esige rigore e correttezza.” Il merito di una tale affermazione si gioca su quei comportamenti resi affidabili dal rapporto fiduciario che in illo tempore è stato stabilito con la natura e successivamente tra le diverse comunità interessate a limitare i rischi delle carestie e della fame, quantomeno coinvolte nella volenterosa sopravvivenza della specie. In una società complessa come quella in cui siamo chiamati a vivere (o sopravvivere dipende dai punti di vista), la crisi nella ‘fiducia’ non riguarda solo chi viola la legge o non si adegua agli standard di vita diffusa, ma investe ogni ambito della vita socialee comunitaria.

“Di fatto – scrive Umberto Galimberti (*) – non possiamo prescindere dal ricorrervi (alla fiducia), perché degli altri, piaccia o non piaccia, non possiamo fare a meno. (..) Nei nostri comportamenti accordiamo di continuo una fiducia che intimamente non (sempre) nutriamo, perché non abbiamo alternative. Infatti, laddove le abbiamo, non esitiamo ad adottarle, affidandoci a tecnologie sempre più complesse”. D’altro canto “Il mercato indotto dalla sfiducia ha assunto proporzioni notevoli, sforzi e costi sono cresciuti in proporzioni, ma i risultati sono tutt’altro che esaltanti. Quanto più la nostra società si fa complessa, quanto più diventiamo gli uni estranei agli altri, tanto più siamo costretti a muoverci e a vivere tra attività, organizzazioni e istituzioni le cui procedure e i cui effetti non riusciamo a controllare e a capire. E perciò siamo inclini a crederci esposti a pericoli invisibili e indecifrabili, con conseguente perenne stato d’ansia facilmente leggibile nei tratti tirati e circospetti dei volti di ciasscuno di noi, (..) caratterizzati dalla precarietà dell’esistenza.”

“Allo stesso modo – accorda Galimberti – questa nostra ‘società del rischio’ è percorsa per intero da una sospettosità diffusa, dovuta ad un tasso troppo elevato di estraneità degli individui che compongono il sociale. A meno che non si debba pensare che la cultura dell’individualismo, tipica dell’Occidente, e la fruizione delle libertà individuali, che vantiamo nei confronti del resto del mondo, abbiano passato a tal punto il segno da rendere ciascuno di noi una singolarità così precaria che, oltre a fare esclusivamente i propri interessi, o forse proprio per questo, non sa più muoversi nel mondo se non all’interno di una cultura del sospetto. Questo mi pare il punto dove le nostre società sono le più vulnerabili, più di quanto vulnerabili le renda il terrorismo”.

In conclusione dignità e umanità sono quindi termini sovrapponibili collegati alla libertà dell'individuo di potersi esprimere senza vincoli di sorta. Ma il dibattito è ancora aperto, una risposta alla domanda “che cos’è il rispetto?”, è tuttavia possibile: cos’è se non un principio etico che ci restituisce la libertà di scegliere (libero arbitrio). Cos’altro, se non quella virtù morale che più d’ogni altra ci rende ‘umani’ (?) o, come scrive Alasdair MacIntyre, ‘Animali razionali dipendenti’ (*) e così poco sociali (?). “Che cos’è la dignità”, se non l’unico e sufficiente titolo necessario per il riconoscimento di un individuo è la sua partecipazione alla comune umanità.
Tutti gli uomini, senza distinzioni di età, stato di salute, sesso, razza, religione, grado d'istruzione, nazionalità, cultura, impiego, opinione politica o condizione sociale meritano un rispetto incondizionato, sul quale nessuna ‘ragion di stato’, nessun ‘interesse superiore’, la ‘razza’, o la ‘società’, può imporsi. Secondo Papa Bergoglio, “ogni uomo è un fine in se stesso, ugualmente riconosce dignità alle alte cariche dello stato, politiche o ecclesiastiche quando chi le ricopre agisca per il rispetto della dignità umana. Pertanto la ‘dignità’ non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli”.

La dignità nelle sue prime concezioni non aveva niente a che vedere con il significato odierno essendo al contrario collegata all'esercizio di una carica pubblica: un significato aristocratico, elitario questo che permane nel termine di ‘dignitario’ e che si oppone al senso democratico che caratterizza oggi questo termine. Così per Thomas Hobbes la dignità non è un valore intrinseco dell'uomo ma solo il ‘valore pubblico’ dell'uomo che gli viene attribuito dallo Stato. Così anche per Montesquieu la dignità denota la distinzione propria dell'aristocrazia e si oppone in questo senso all'uguaglianza, cui attribuisce come primo significato del termine ‘dignità’ quello di ‘funzione eminente di rispetto che si deve a sé stessi’. Nella filosofia morale di Kant la dignità viene riconosciuta a ogni uomo in quanto essere razionale e perciò degno di essere considerato sempre come fine mai come mezzo.

Ma non serve qui rifare la storia del pensiero filosofico morale o politico per comprendere dove stiamo andando (?), oggi si abusa fin troppo del termine e tutti ne parlano come se fosse merce di scambio e non il risultato delle azioni individuali tali da far perdere quella ‘dignità’ di cui parlano, quella ‘dignità’, in quanto ‘entità’ sovrasensibile, che contraddistingue l’essere umano, cioè tutti coloro che agiscono moralmente al di sopra delle determinazioni sensibili della sua volontà che deve essere libera dalle inclinazioni del desiderio e della carnalità (Kant), e che va oltre il rispetto della vita in quanto essa è, al contrario nel rispetto della libertà umana.

Sembra a voi che oggi tutto questo accada? Dov’è finita la ‘dignità’ di questa classe politica? Come del resto accade per le parole ‘cultura’, ‘rispetto’, ‘fratellanza’, ‘comunanza’, ‘pace’ e tantissime altre, anche per ‘dignità’ sembra arrivato il momento della sua cancellazione dal vocabolario della lingua italiana (e non solo). Ma va qui rammentato che è quando un popolo lascia decadere la propria lingua in uno stato confusionale e nel progressivo abbandono, è sintomatico il suo ravvicinato e devastante declino morale.

È questo che vogliamo? Se la risposta è sì, personalmente non sto dalla vostra parte. Urge fare qualcosa per arrestare il flusso di questo degrado incombente. Meditate gente!


Bibliografia di riferimento:

(*) Emmanuel Levinas “Gli imprevisti della storia” – Inschibbollet 2016
(*)Maurizio Ferraris, ‘Introduzione’ a “Morale” ed a “Uguaglianza” in Le domande della Filosofia - Gruppo Edit. L’Espresso 2012 ,
(*)René Descartes, “Discorso del metodo”, RCS Libri 2010
(*)Giovanni Reale, ‘Prefazione’ a “Discorso del metodo”, op.cit.
(*)Mario Manfredi, “Teoria del riconoscimento”, Le Lettere 2004
(*)Zigmunt Bauman, “Intervista sull’identità”, Editori Laterza 2008 e “Modernità liquida”, Editori Laterza 2011
(*)Alberto Melucci, "Rassegna italiana di sociologia", n.43 (2002), e in “Identita e movimenti sociali in una societa planetaria: in ricordo di Alberto Melucci”, Milano, Guerini Studio, 2003.
(*)Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti”, Editori Laterza 2012
(*)Umberto Galimberti, “Fiducia”, in ‘Le grandi parole’ – Polizia Moderna 2010
(*) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali dipendenti” – Vita e Pensiero Edit. 2001

E inoltre:
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948)
Paul Ricœur, in J.-F. de Raymond, Les Enjeux des droits de l'homme, Paris, Larousse, 1988.
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, 2013
Vatican insider Documenti (in La stampa , 2015)
Th. Hobbes, Leviatano, cap.X , in A.Schulman, Definizione della dignità[collegamento interrotto]
I. Kant, La metafisica dei costumi

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- Teatro

Algeciras tra Flamenco e Oriente a Santa Severa

ALGECIRAS, TRA FLAMENCO E MEDIORIENTE - 12 agosto a Santa Severa - Roma

Se non sarete ancora partiti per le vacanze l'invito è per il 12 agosto alle 21.30 nella magnifica cornice del Castello Di Santa Severa per lo spettacolo ALGECIRAS, TRA FLAMENCO E MEDIORIENTE della compagnia Algeciras Flamenco.

'La danza gitana e il baile flamenco', tratta da 'Gitanos' articolo di GioMa presente in questo stesso sito.

Delle danze più arcaiche che il popolo nomade dei Gitanos era in uso improvvisare davanti al fuoco nelle notti di luna piena, come quelle propriamente rituali d’origine mitologica, oggi non si hanno notizie certe o quantomeno attendibili. Chiunque abbia avuto modo di vedere un gruppo danzare può rendersi conto che quei passi scaltri e quei gesti ieratici non appartengono a un linguaggio coreografico bensì sono l’espressione tipica dell’improvvisazione, tali da rispondere al riproporsi di una tradizione che non è mai venuta meno, che rispondono a una creatività sempre nuova e inaspettata, mai sconsiderata, che definirei piuttosto impulsiva nella loro arcana fruibilità. Riguardo allo stile si può facilmente dire che la ‘danza gitana’ come il ‘baile flamenco’ abbiano derivato la loro forma attuale partendo da concezioni diverse pur non del tutto dissimili. Diversi appaiono infatti i modi di esecuzione rilevati in un gruppo ‘gitano’ da un altro ‘flamenco’, variabile di zona in zona che sia il Sud o un’altra regione della Spagna; così come diversi sono gli esecutori ‘bailadores’ che improvvisano indipendentemente in uno stile o l’altro, una ‘zambra’ eseguita in una ‘cueva andalusa’ o di eseguire un ‘flamenco’ sul ‘tablao’ di un baraccamento gitano.

Influenze di altre danze risultano circoscritte all’interno del corpus fondante sia del ‘flamenco’ che della ‘danza gitana’ entrambe relegate a una forma espressiva per una certo verso ieratica, dall’altra tipicamente sensuale. In entrambi i casi legate all’interiorità del ‘gesto’ o a tutta una serie di ‘passi’, (aspetto esteriore della danza), come anche di un atteggiamento amoroso e passionale (che rispecchi invece l’aspetto interiore della stessa). Per questo è necessario scrutare nell’abilità e nel rigore di chi danza e di chi interpreta la danza. È così che nella costante ricerca delle culture individuate si possono riscontrare influenze etniche diverse: indiane, ebraiche, egiziane ed arabe confluite nel ‘baile flamenco’come nella ‘danza gitana, tali da renderle ancora più suggestive agli occhi di chi l’osserva. Oltre alla ‘zambra mora’ dove non mancano testimonianze dell’uso delle nacchere, troviamo la ‘moresca’, il ‘bolero’, la ‘malaguena’, la ‘sevilliana’ tutte estrapolazioni della ‘zambra’ medesima di cui si rintracciano poche e superficiali alterazioni nel ‘flamenco’ma che, in qualche modo riprendono lontane danze rituali importate dalla lontana India (accertata terra d’origine dei Gitanos), sebbene lontana ormai da ogni contestuale riferimento per la perdita del significato rituale originale.

Il ‘baile flamenco’ propriamente detto si presenta come una sequenza composita di temi espressi con costante ed eccessivo straniamento, capace di una trasposizione che in qualche modo vuole essere manifestazione fisica dell’emozione appassionata e furtiva dell’emozione intimistica, espressa nella tremenda liturgia della danza. Manuel Barrios scrive: “Con il sudore che le scende per tutto il corpo, nel mentre ripete una, mille volte un passo; una mille volte trasfigura nel tremore del gesto che l’accompagna; come tenuto da un fantasma nell’esercizio della grazia e del dolore, con lo sguardo al suolo, con la bocca contratta in un sorriso sdegnoso, arcano”. Sì che viene da chiedersi perché di tutto questo, la cui risposta è racchiusa nel ‘duende’. Quel ‘duende’ che Garcia Lorca ha pienamente espresso nella conferenza “Teorya y fuego del duende” come principio spirituale e demoniaco dell’estetica gitana, che supera ogni esteriorità folkloristica ed imprime un’estrema purezza alla rappresentazione “..in cui le forme si fondono in un anelito superante le loro espressioni visibili”.

Una serata che mette in scena il fascino della molteplicità culturale depositata nel bacino del Mediterraneo.

Lo spettacolo è inserito all'interno del prestigioso Festival Sere D'Estate 2018.

Elisa Fantinel
Ufficio Stampa e Comunicazione
3358160566
www.elisafantinel.it

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- Cinema

Giornate degli Autori a Venezia

VENEZIA 2018 Giornate degli Autori in collaborazione con CINEUROPA il meglio del cinema Europeo.

Rithy Panh, Joachim Lafosse e Stefano Savona alle Giornate degli Autori
di Vittoria Scarpa

24/07/2018 - La 15a edizione della sezione parallela alla Mostra si svolgerà a Venezia dal 29 agosto all’8 settembre, con 11 film in concorso, eventi speciali e Jonas Carpignano presidente di giuria.

Un ‘festival nel festival’ ricco e variegato, con proiezioni, eventi speciali, incontri con gli autori e momenti di riflessione sul cinema, la creatività e l’identità europea. E’ quanto promette la 15a edizione delle Giornate degli Autori, la prestigiosa e vitale sezione autonoma guidata da Giorgio Gosetti che si svolgerà parallelamente alla Mostra di Venezia dal 29 agosto all’8 settembre 2018.

Undici i film in concorso, tra opere prime, seconde e di cineasti affermati, di cui la metà diretti da donne. Si partirà con Rithy Panh (candidato all’Oscar 2013 per L’immagine mancante e la sua coproduzione Cambogia-Francia, Les Tombeaux sans noms, che, attraverso la storia di un uomo che va alla ricerca delle tombe dei suoi familiari sterminati dai Khmer rossi, si interroga sul senso della memoria. Un western femminile è Continuer di Joachim Lafosse (Belgio-Francia), con Virgine Efira, primo adattamento letterario (dal romanzo omonimo di Laurent Mauvignier) per il regista di À perdre la raison e Dopo l’amore. La francese Claire Burger debutta ‘in solitaria’, dopo il premiato Party Girl, con C’est ça l’amour, racconto della vita di un uomo (interpretato da Bouli Lanners), che in assenza di sua moglie deve occuparsi di due figlie adolescenti in crisi. L’italiano Valerio Mieli torna invece a Venezia, dopo Dieci inverni nel 2009, con Ricordi?, una lunga storia d’amore raccontata attraverso i ricordi, ‘un fantastico viaggio nella testa di ciascuno di noi’ lo definisce il delegato generale Gosetti, con protagonista Luca Marinelli.

Tra gli altri titoli europei in concorso, l’austriaco Joy di Sudabeh Mortezai, viaggio verso la libertà di una donna nigeriana costretta a prostituirsi, e l’opera prima franco-svizzera P.E.A.R.L. di Elsa Amiel, ambientato nel mondo del bodybuilding femminile. Coprodotto dalla Francia è il brasiliano Domingo, tragicommedia surreale co-diretta da Clara Linhart e Fellipe Barbosa (Gabriel e la montagna); belgo-canadese è il film di chiusura, fuori concorso, di Nicole Palo, Emma Peeters, una commedia che tratta in modo originale e ironico il tema del malessere dei trentenni.

Tra gli eventi speciali si segnala l’omaggio al tedesco Alexander Kluge, classe 1932, di cui sarà presentato in prima mondiale Happy Lamento, un film che Gosetti definisce ‘sorprendente, spiazzante, giovanile’, e poi Il bene mio dell’italiano Pippo Mezzapesa, il titolo cipriota The Ghost of Peter Sellers di Peter Medak e la produzione tedesca Why Are We Creative?, in cui Hermann Vaske pone ad artisti, intellettuali, premi Nobel e Oscar, nell’arco di trent’anni, la stessa domanda: Perché siamo creativi?

La rivelazione dell’anno Stefano Savona, premiato a Cannes per il suo La strada dei Samouni, animerà una delle ‘Notti veneziane’ alla Villa degli Autori, pensate quest’anno come uno spazio informale di dialogo e riflessione con gli autori, tra cinema e racconti personali. I Miu Miu Women’s Tales di questa edizione sono diretti da Dakota Fanning, al suo esordio come regista, e da Haifaa Al-Mansour (La bicicletta verde).

Si ricorda infine che ad assegnare il GdA Director’s Award 2018 saranno i 28 giovani europei selezionati nell’ambito del programma 28 Times Cinema, realizzato in collaborazione con Cineuropa. Quest’anno la giuria sarà guidata per la prima volta da un regista italiano, Jonas Carpignano, candidato nazionale all’ultima edizione degli Oscar con A Ciambra.

Tutti i film in concorso delle Giornate degli Autori 2018:

Les Tombeaux sans noms - Rithy Panh (Cambogia/Francia)
C’est ça l’amour - Claire Burger (Francia)
Continuer - Joachim Lafosse (Belgio/Francia)
Domingo - Clara Linhart, Fellipe Barbosa (Brasile/Francia)
Joy - Sudabeh Mortezai (Austria)
José - Li Cheng (Guatemala/Stati Uniti)
Mafax - Bassam Jarbawi (Palestina/Stati Uniti/Qatar)
P.E.A.R.L. - Elsa Amiel (Francia/Svizzera)
Ricordi? - Valerio Mieli (Italia/Francia)
Three Adventures of Brooke - Yuan Qing (Cina/Malesia)
Ville Neuve - Felix Oufour-Laperrière (Canada)
Fuori concorso
Emma Peeters - Nicole Palo (Belgio/Canada)

Eventi speciali
As We Were Tuna - Francesco Zizola (Stati Uniti/Italia)
Dead Women Walking - Hagar Ben-Asher (Stati Uniti, in collaborazione con il Tribeca Film Festival)
Goodbye Marilyn - Maria Di Razza (Italia)
Happy Lamento - Alexander Kluge (Germania)
Il bene mio - Pippo Mezzapesa (Italia)
The Ghost of Peter Sellers - Peter Medak (Cipro)
Why Are We Creative? - Hermann Vaske (Germania)

Notti veneziane
‘Carta bianca a Stefano Savona’
Il teatro al lavoro - Massimiliano Pacifico (Italia)
I villani - Daniele de Michele (Italia)
L’unica lezione - Peter Marcias (Italia)
One Ocean - Anne De Carbuccia (Italia)
Miu Miu Women’s Tales
Hello Apartment - Dakota Fanning (Italia/Stati Uniti)
The Wedding Singer’s Daughter - Haifaa Al-Mansour (Italia/Stati Uniti)

PREMIO LUX 2018
Styx, Woman at War e The Other Side of Everything in lizza per il Premio LUX
di David González.

24/07/2018 - I tre finalisti viaggeranno per tutto il continente. Il premio verrà consegnato al Parlamento europeo il 14 novembre.

Today, at the Giornate degli Autori press conference, President of the European Parliament Antonio Tajani and Coordinator of the Committee on Culture and Education Silvia Costa announced the three films in competition for the 2018 LUX Prize. Styx by Wolfgang Fischer (Germany/Austria), The Other Side of Everything by Mila Turajlić (Serbia/France/Qatar) and Woman at War by Benedikt Erlingsson (Iceland/France/Ukraine) have been chosen from the ten-title Official Selection.

The three films – all of which coincidentally put female characters in the spotlight – and the topical themes that they address are a call to action in these difficult times. Styx is the odyssey of a solitary woman into the blue of the ocean, tackling the vital challenge of immigration and refugees. The Other Side of Everything marks the second time in LUX Prize history that a documentary has featured among the three finalists and is a tender portrayal of a woman, whose story tells the history of her country and Europe as a whole, from a tumultuous political past to the dangers of nationalism. Meanwhile, Woman at War is an energetic, environmental and feminist saga, a call for civil resistance to fight for and save nature from industrial greed and hegemony.

The announcement followed the screening at Casa del Cinema in Rome of last year’s LUX Prize winner, Sámi Blood by Amanda Kernell. The film, which was also awarded with the Audience Mention at the Karlovy Vary International Film Festival recently, was introduced to audiences by Silvia Costa.

The three films will become the core of the 2018 LUX Film Days in the autumn, and will be screened in more than 50 cities and festivals across 28 European countries. With each film subtitled in the 24 official languages of the European Union, every year an even wider audience will be able to discover these films and identify with the topics they address. This year’s LUX Film Days will again be organized by the European Parliament Liaison Offices, and thanks to the cooperation with Creative Europe, audiences throughout Europe can enjoy the unique cinematic events of simultaneous screenings: the movies will be screened in several theatres at the same time, connecting audiences via live interactive discussions with the filmmakers.

The winning title, voted for by the members of the European Parliament, will be further adapted for those with visual and hearing impairments. The winner – which will be announced on 14 November in Strasbourg – will also receive promotional support during its international release.

Lastly, this year’s participants in the 28 Times Cinema initiative will be attending LUX Prize events during the Giornate degli Autori at Venice, taking part in workshops and debates, before becoming the LUX Ambassadors in order to present the seventh edition of the LUX Film Days in their respective countries.

Diciannove in tutto i film della sezione dedicata alle nuove tendenze del cinema mondiale, che saranno valutati da una giuria presieduta dalla regista greca Athina Tsangari e composta dal regista americano Michael Almereyda, l’attrice iraniana Fatemeh Motamed-Aria, il critico cinematografico francese Frédéric Bonnaud, lo sceneggiatore egiziano Mohamed Hefzy, la regista canadese Alison Mclean e il regista italiano Andrea Pallaoro.

Tra i titoli selezionati, altri due film italiani, entrambe opere prime: Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, ‘un piccolo film che rischia di passare inosservato ma che, come Manuel l’anno scorso, potrebbe diventare un piccolo caso. Da non sottovalutare’, assicura Barbera; e La profezia dell’armadillo di Emanuele Scaringi, dalla graphic novel del fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare.

Dalla Francia arrivano i debutti di Mikhaël Hers (Amanda) e di Sarah Marx (L’Enkas). Il resto della selezione spazia in tutto il mondo, ma con una diffusa partecipazione europea: tra gli altri, La noche de 12 años, terzo lungometraggio dell’uruguayano Álvaro Brechner (una coproduzione Spagna/Argentina/Francia), l’opera prima autobiografica Deslembro di Flavia Castro (Brasile/Francia/Qatar) e il titolo kazako coprodotto da Polonia e Norvegia The River di Emir Baigazin.

Si segnalano inoltre l’israeliano Stripped di Yaron Shani (coprodotto dalla Germania), primo capitolo di una trilogia che svela, secondo Barbera, ‘un grande talento registico’, e il terzo film dell’autore palestinese Sameh Zoabi, Tel Aviv on Fire, una commedia satirica sui conflitti culturali tra israeliani e palestinesi, coprodotta da Lussemburgo, Francia, Israele e Belgio.

Infine, un cenno alla nuova sezione non competitiva Sconfini, dedicata alle opere senza vincoli di genere, durata e destinazione: da segnalare il nuovo film del fumettista Gipi, Il ragazzo più felice del mondo; Arrivederci Saigon di Wilma Labate, l’incredibile storia di una girl band in tour in Vietnam durante la guerra; e l’extended cut (189 minuti) di The Tree of Life di Terrence Malick.

I film della selezione Orizzonti 2018:
Sulla mia pelle - Alessio Cremonini (Italia) (film d’apertura)
Manta Ray - Phuttiphong Aroonpheng (Thailandia/Francia/Cina)
Soni - Ivan Ayr (India)
The River - Emir Baigazin (Kazakistan/Polonia/Norvegia)
La noche de 12 años - Álvaro Brechner (Spagna/Argentina/Francia)
Deslembro - Flavia Castro (Brasile/Francia/Qatar)
The Announcement - Mahmut Fazil Coşkun (Turchia/Bulgaria)
Un giorno all’improvviso - Ciro D’Emilio (Italia)
Charlie Says - Mary Harron (Stati Uniti)
Amanda - Mikhaël Hers (Francia)
The Day I Lost My Shadow - Soudade Kaadan (Siria/Libano/Francia/Qatar)
L’Enkas - Sarah Marx (Francia)
The Man Who Surprised Everyone - Natasha Merkulova, Aleksey Chupov (Russia/Estonia/Francia)
Memories of My Body - Garin Nugroho (Indonesia/Australia)
As I Lay Dying - Mostafa Sayyari (Iran)
La profezia dell’armadillo - Emanuele Scaringi (Italia)
Stripped - Yaron Shani (Israele/Germania)
Jinpa - Pema Tseden (Cina)
Tel Aviv on Fire - Sameh Zoabi (Lussemburgo/Francia/Israele/Belgio)

PALIĆ 2018
Neil Young • Programmatore, EFF Palić

‘L'idea è di rispondere a ciò che sta succedendo’ di Bénédicte Prot
23/07/2018 - Cineuropa ha incontrato il nuovo programmatore di EFF Palić, il critico cinematografico britannico Neil Young, per parlare dell'identità del festival.

Starting this year, for the 25th edition of the European Film Festival Palić, film critic Neil Young (The Hollywood Reporter, Sight & Sound, Tribune), also the former director of the Bradford International Film Festival and a consultant for such events as the Viennale, has been called upon to bring his distinctive eye and enthusiasm for fresh, daring, surprising offerings to two different programmers: the competitive Parallels and Encounters section, which gathers together Central and Eastern European films ‘touching on political and social topics in accessible and illuminating ways’, in Young's words, and Young Spirit of Europe, which screens movies in an open-air theatre and takes the public on a trip through a selection of ‘experimental, avant-garde, offbeat, underground and unclassifiable cinema from all over the continent’.

Cineuropa: What brought you to Palić? How would you describe the identity of the festival?
Neil Young: I first came here as a jury member in 2011. At the time, I didn't know much about Palić or Subotica in terms of culture, etc – although I had been interested in the ex-Yugoslavian area ever since I reviewed Bread and Milk by Jan Cvitković [who has a film here, Out of Competition, The Basics of Killing) back in 2001 at Tallinn, which took me to the Ljubljana Festival, which then led me to meet Serbian people, etc – but I've been here pretty much every year since then, and I've learnt more about the area.

Over the last 25 years, Palić has gradually developed as a film festival, of course, but in the last seven years, this part of the world has become a focus internationally, as a kind of geopolitical frontline between the EU and the non-EU. In 2011, the Hungarian border, just a few kilometers away from Subotica, was basically a metal pole that you went through – I remember an old lady cycling through – but as it became a key point where lots of migrants and refugees were crossing into Europe, now it's like a fortified military encampment, and ‘Fortress Europe’ is the new catchphrase, if you listen to people like Austrian Chancellor Sebastian Kurz. So Palić is a film event, but it is also part of this region, and you cannot ignore the fact that there are things happening that we are now at the epicenter of, which of course culture has to respond to.

Parallels and Encounters is in fact dedicated specifically to the Central and Eastern European film industries.

We are actually talking about a gigantic area extending from, let's say, Slovenia and the Czech Republic to Vladivostok – so that's half of Eurasia there, and in this gigantic area, we also decided to include Turkey. So diversity is the key word here. In this spirit, this year, we have selected three short films in the section, which hadn't been done before, as well as two documentaries. The idea is, again, to respond to what is going on in the world of cinema. What the artists do can be very different, from Slovenia to Murmansk, and funneling that into a limited number of programmers, that is the challenge – but if there are interesting artists making short films or documentaries [such as Radu Jude with The Dead Nation, which is the final film in the program, in agreement with Miroslav Mogorović, the other selector for the program, I'm choosing to respond to that. If the audience, in turn, is receptive, next year I might add some more short films. It's all about adjusting the balance and trying things. With a festival of this size, you get direct feedback, so if the audience don't like it, they will tell you.

The bold and surprising qualities of both of your programmer suggest that you are keen on bringing something new to the table. Is there a certain direction you would like to see the sections you are curetting take?

Obviously, there is a certain degree of autonomy for each programmer, but we have to work within the structure that the festival has developed over the years, as a team, also bearing in mind the fact that there are a dozen sections which are catering to different audiences – again, it's a very diverse festival – and that you have to work with them in mind, and think of the kind of audience that you can develop for the films. The movies that Nenad Dukić is showing in the evening at the big outdoors Summer Stage, which is beautiful, are mainly seen by local people and some holidaymakers, while obviously I get a very different audience at 10pm at the outdoors screenings showing more avant-garde, experimental cinema. What we want to do is keep that diversity and extend it, to get even more of everybody.

KARLOVY VARY 2018
Adele Tulli • Regista
‘Miro a generare prospettive per contrastare le narrative eteronormative’ di David González

17/07/2018 - KARLOVY VARY 2018: Abbiamo incontrato la filmmaker italiana Adele Tulli, che ha vinto l'Eurimages Lab Project Award a Karlovy Vary con il suo progetto Normal
The Karlovy Vary International Film Festival’s industry events included the Eurimages Lab Project Award selection once again this year, boasting projects with concepts that go beyond traditional film methods and are based on international cooperation. A €50,000 prize was bestowed upon the project by Italian filmmaker Adele Tulli, entitled Normal and produced by FilmAffair, and depicting a journey through gender norms in contemporary Italy. We met up with her to discuss the film, still in the making.
Cineuropa: What is at the core of your project? What are its origins?

Adele Tulli: I began this project as a piece of PhD research four years ago. At the time, while the Italian Parliament was discussing several progressive issues such as gender education in schools and gay civil unions, the very word "normal" became omnipresent within the national public debate: it was being used by both the conservative groups encouraging the protests against the bills, and the organisations defending and promoting them. Both sides were somehow involved in defining polar-opposite ideas of what counts as "normal" – which gender roles and sexual preferences are worthy of a respectable social identity. My intention with the film was to articulate some of the thoughts and ideas regarding the everyday practices and routines that establish what is acceptable group conduct in terms of gender and sexuality. By sketching a portrait of the ritualised performance of femininity and masculinity during ordinary interactions, Normal looks at the daily spectacle of gender normativity through a slightly distorted yet intimate lens, exploring the contradictions and struggles that populate our existences, as we have to conform to society’s expectations.

How do you think your film will respond to the current issue of the representation of gender in art, and in cinema in particular?

The representation of gender in art and cinema has generated the most challenging, thought-provoking and revolutionary approaches as well as the most normative and even offensive ones. I think my film does not intend to offer any clear-cut responses, but rather aims to raise critical questions about how we construct and inhabit our identities as females and males, and what the internalized behaviors’, gestures, attitudes, roles and expectations are for each gender. Essentially, the film investigates the complex dynamics that shape people’s desires and identities, and it attempts to do so by using cinema as a form of art that can interrogate and challenge reality, rather than simply representing it.

You are one of two female professionals behind this project. Will the female experience be highlighted in it particularly?

For me, being a female director does not equate to having a specifically ‘feminine’ point of view, which is necessarily antagonistic to that of a male colleague. I do not believe in anything ‘essentially’ feminine or masculine. I think we need to fight in order to have more films directed by women simply because opportunities are not the same at the moment: despite women now being well represented in film schools, very few manage to get their first film made, and on average, women directors get lower budgets than their male counterparts. In Normal, my aim is to stimulate reflection on how both genders are constructed and performed by individuals in contemporary society, and how this process translates into several forms of oppression.

What are your views on the flagrant inequality between women and men in the film industry? How can we work to fix it?

The statistics on gender inequality in the film industry are disheartening. In almost every role – from directors to writers and cinematographers – women are underrepresented. But this is also true in so many other sectors. It is difficult to say in a few words how we can work to fix this, but I believe the first step in every change always starts with education. As I have the privilege to teach film students, I invest a lot of energy in creating a feminist learning environment (which for me includes not only what and how you teach, but also being aware of the power dynamics within the classroom). Then, of course, at the industry level there should be programmers encouraging equal gender representation in festival selections, juries, funding bodies and so on, to build a more inclusive industry.

You are interested in exploring this topic through creative documentary. What are the positive things that this approach can bring to the subject?

I consider documentary to be a ‘per formative act’ between images and the reality that they are supposed to represent. My approach to non-fiction does not necessarily pursue objective truths, but instead subjective perspectives. In other words, for me, documentary forms can be used to provoke a critical interpretation of the reality they observe. In my film, I aim to present a disorientating portrait of accepted ideas of normality, and to generate critical and open-ended perspectives to counter hetero normative narratives.
What will the Eurimages award help you with in particular? What do you still need in order to complete the film?

We are extremely happy and grateful to have won the Eurimages award because it will help us to complete the post-production of the film.

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- Poesia

Paola Parolin - intrigo e magia della poesia-descrittiva

Paola Parolin … intrigo e magia della poesia-descrittiva contemporanea.
“E uscire alfine” – Cierre Grafica - Anterem Edizioni 2018.

“… il piano sequenza di vita / unica / in evoluzione / non per giustapposizione di esperienze / - vero viso vero nudo - / rivelato”

Brevità e concisione per una scrittura senza maiuscole, ove finanche gli accapo risultano fittizi di un discorso sospeso, distonico e audace. Altre volte del disimpegmo ma solo apparentemente, poiché la sintassi in realtà non sembra servire al linguaggio descrittivo dell’autrice basato non sulla narrazione bensì nell’adempiersi di una concezione ontologica del senso, oltremodo racchiuso nell’oggettività del concetto medesimo cui è tolto il senso, preso in ‘a solo’ e nella piena significazione della parola scritta …

Esempi:
“quanto di tanto conosciuto fidato sentire amicale se non / amoroso al ricordo icona di cavaliere su stele marmorea / in appartato luogo oppure in spazio vitale aperto alle folle / uno solo tradito e per tutti un’ombra scura cappa di malinconia / i passi futuri a ricordare come chi segue rivive del / fatto incompiuto come il tradito ricostruisce ogni giorno / il cammino”

“una raggiera di righi / da un foro centrale / specchio o cervello malato / una ragnatela che chiude / quanto più s’allarga // spicchi taglienti / immagini distorte / un pensiero unico scabro / si rannicchia nel vuoto / e ancora // spicchi di foro / in cervello a raggiera // scabri righi / damnatio memoriae”

Dove non c’è significazione di frase, nulla è tolto alla chiarezza delle parole che altresì si affermano per quelle che sono, cioè singole portatrici di senso, scaturito dalla stessa materia connettiva che ne determina la portata e che il potere della mente mnemonica predispone a un medesimo denominatore ‘altro’, libero dal pretesto poetico-letterario del significare, del diffondere messaggi o distribuire morale. Si è qui davanti a un atto creativo del linguaggio, funzionale di una scrittura dettata non tanto da emozioni contenute quanto dall’intuizione dell’attimo …

Esempi:
“Il saluto gioioso al principio / si spegne / poi / quando si stringe il contatto / vira in poche sillabe il disincanto (discanto) // stupore / dolore / - il saluto gioioso al principio / ingessato / nel suo non significare”

“dal coro / le voci / un’eco / nello spazio – sequenza - // parlano / oggetti angeli rosa turrite città / trasparenti fonemi da triplici segni – e unico sentire -// per quanto sono parola / leggerezza spogliata / isolata un poco / dissociata / fuori dal mondo”

Quasi che il linguaggio poetico di Paola Parolin abiti sì la lingua parlata dall’autrice ma non la sua scrittura che appartiene invece all’esperienza inintelligibile dell’ultima generazione poetica che non lascia spazio a interpretazioni di sorta, in ragione di una forma di astenia che la imprigiona nel chiuso del guscio espressivo dal quale stenta a liberarsi ed esternare ‘en plein aire’ la linfa che altresì scorre fluente nelle sue vene. È indubbiamente un fatto di ‘ipersensibilità’ sonora di cui si avvale la musica contemporanea che ha destabilizzato l’‘armonia’ assoluta, in funzione dell’assorbimento degli effetti sonori esteriori, cioè esterni al luogo di registrazione o della sala da concerto deputati all’ascolto ...

Esempi:
“cosa hanno veduto / quanto era stato mostrato / binari di genere / consolidate armonie / consuetudini / in cerca // una radice / a formare vero / un dire forte / come / in principio era il verbo”

“altro / lo sguardo perduto / provoca la sua impazienza / inerte // richiama la sua stizzita attenzione / schizoide / male appaiato / all’anima // un impeto / soltanto per aggredire / dall’altra parte // mostra il suo viso”

Ovviamente senza nulla togliere alla poesia contemporanea che si esprime per linee urbane e metropolitane, ci troviamo davanti a un uso ‘pedestre’ dei concetti assorbiti dalla porosità dei muri sui quali sono graffiti, coadiuvati da una scrittura nuova o, per così dire ‘altra’ non conforme alla grafia poetico-letteraria cui siamo abituati; ciò nulla toglie alla sua validità, che va oltremodo studiata e apprezzata per la sua capacità immediata di comunicare di cui il linguaggio poetico è spesso stato carente. Se verosimilmente la musica è ferma alle ultime battute della contaminazione sonora e della manipolazione elettronica spesso asettica, altresì il testo ha sviluppato linee di un lessico assoluto e incondizionato proprio della insonorizzazione delle parole di cui fa uso …

Esempi:
“travolgente / strafottente / esilarante / esagerato / il deserto per mettersi a nudo / per mascherarsi la città / nello specchio / lo stesso riflesso / ingentilito dalla luce del tramonto”

“fu sera / e fu mattina nel racconto / poi che le cose furono create / multiformi vite / insieme con occhi diversi / le danze del convito un simulacro / pure si va con piede leggero / uno accanto all’altro / in disegno complicato / cercando il nucleo di quella fede”

Lo rileviamo nell’odierna ‘canzone’ la cui base musicale, pur essendo per lo più sempre la stessa, fa da supporto a interazioni lessicali straordinarie, non solo di un certo spessore culturale, quanto portatrice di contenuti inusitati, per l’appunto ‘altri’ che sforano (spaccano), i consensi ordinari di un fare comunicazione oltremodo ficcante (cioè che arriva) che è poi il raggiungimento dello scopo non sempre e necessariamente predeterminato, ma altresì dinamico-creativo …

Esempi:
“in una dimensione sferica / s’incontrerebbero tutti / - visi a occupare lo spazio - / dimenticando la sequenza dei giorni / atmosfere corrosive hanno sottratto colore / fantasmi di frme felici / dove era il tempo / una malinconia concreta di niente / si appesantisce come cappa”

“la bellezza in un attimo / riconoscersi effimere sull’acqua / che divora // si può così / non lasciare il segno anime visibili // - un mondo sull’acqua (mondo liquido) / parla / la lingua trattenuta ora e là / in concorrenza / disvela senza pudore la via / la tua corrisponde”

Ovviamente l’autrice di questa silloge non scrive canzoni, tantomeno si presta all’uso rapper di volgere la rima ma, c’è sempre un ma che adocchia da dietro lo stipite di una porta, il musicista rap potrebbe fare buon uso dei suoi testi e volgerli nella giusta direzione ‘sonora’ e altrettanto accattivante di quella che senza alcun dubbio è la cifra poetica di Paola Parolin.

Lo confermano le immagni grafiche di David Raimondo utilizzate nell’impaginazione, riprese dall’immaginario simbolico del pensiero taumaturgico, e lo stesso inserimento nella collana ‘Via Herákleia’ che accoglie le divrse ‘forme della poesia contemporanea’… “il nulla dei giorni a venire all’improvviso voi mortificati di / nuovo imparare per rimandi in immagini moltiplicate dal / tempo evoluta creazione i risorgenti sulle strade di/ Darwin disconoscono il diritto del sangue e del suolo e / camminano sulle tracce dei fratelli minori”.

L’autrice Paola Parolin è medico in Verona, più volte segnalata al Prenio Lorenzo Montano, ha partecipato ad alcuni laboratori poetici coordinati da Ida Travi negli anni 1999-2008. È del 2011 il libro “Parola corale”. Nel 2013 ha pubblicato la raccolta in versi “Interni, Esterni, Interni”. Nel 2007 insieme ad altri autori ha pubblicatola raccolta poetica “Trittico della sera di carta”, tutti editi da Cierre Grafica.

‘E uscire alfine ‘… per ritrovarci insieme a parlare di poesia ‘oltre le apparenze’.

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- Poesia

Giorgio Bonacini o l’algoritmo della poesia descrittiva

Giorgio Bonacini o … l’algoritmo della ‘poesia descrittiva’ contemporanea.

 

Nello specifico metaforico del linguaggio musicale la ‘poesia’ abbraccia l’idealità del ‘suono puro’ che sta all’origine dell’armonia di fondo, di prevalenza variabile piuttosto che statica, nell’indugiare osservante di una partitura. Suono quindi, partecipe di quella mobilità simbolica che ogni ‘variazione sul tema’ apporta in forma creativa allo svolgimento narrativo di una sinfonia corale ...

 

“Dalla concentrazione pura / le prime parole emergono con una velocità / senza fretta - come se si dovesse / contemplare l’estraneità dei fiori / nella ripetizione di un principio insoddisfatto …”

 

Contestualmente a: “Si pensa allora a un’alternanza di rugiade / a un oscuro lavoro di meditazioni / nella similitudine terrestre …”

 

Formula quella della ‘variazione’ che accomuna all’afflato poetico, per definizione ‘cantabile’, la verbalità per eccellenza ‘orale-narrativa’ della scrittura tensiva di Giorgio Bonacini, che trova nella ‘epitasis’ greca quello che ben possiamo definire l’algoritmo della poesia simbolico-descrittiva che lo contraddistinge, la cui tensione espressiva egli spinge in modo del tutto personale nell’imperfetto contemporaneo ... “Trilli / fonòfoni / e suoni / e quanda’anche / cervello / arzigogoli / chiari / il pasticcio / neurotico / e cerebro”.

 

L’insolita chiave di lettura matematico-filosofica delle ‘performance poetiche’ che l’autore mette in atto, palesa un officiare ‘verità obliate’ che rispondono al richiamo degli elementi in natura che, una volta evocate, si dispongono secondo ‘combinazioni concatenate di locuzioni’ per una esibizione integrale di se stesse, dando senso all’indecidibile derridiano, ineffabile e indefinibile del “..perché si rannuvola il cielo / ad esempio” …

 

“È quindi impossibile / perdere il senso / di roccia nel vento / l’immagine attende / e si vede la calma / si forma l’inganno”.

 

Secondo la teoria introiettata dall’autore di “Quattro metafore ingenue” (*), la ‘poesia’, quando osservata da vicino, s’avvale di un’autonomia essenziale che la rende ‘invisibile’, (da cui l’inganno), in ragione di una sospensione del tempo che la proietta verso una soglia estrema, irraggiungibile, tuttavia partecipe di quella ‘esistenza interiore’ precipua dello spirito eletto …

 

“I rami che si staccano dai rami / cadono / e non ci dice più nulla / della loro caduta / il loro schianto / sensibile”.

 

Conformemente a: “L’artificio è equiparabile / al mio sguardo / un astratto rinnovarsi / di andature / in carreggiate fisiche”.

 

La reminiscenza di qualcosa ch’è stato e che invita alla meditazione di quella ‘conoscenza primaria’ che fa da cassa di risonanza al silenzio che tutto avvolge: ‘il silenzio del sacro’; il cui pieno coinvolgimento porta alla separazione dello spirito (soprasensibile) dall’intelletto (sensibile), emotivamente insostenibile in quanto antròpico dell’umano sentire.

 

Ne scaturisce una sorta di ‘discantus’ che nel linguaggio musicale assume forma polifonica del canto, consistente nell'aggiunta di una ‘voce’ in moto contrario all'andamento uniforme e parallelo dell'organum primitivo che si colloca al di sopra del canto dato, per un dialogo diretto con un ‘ipotetico prescelto’, relativo all’ego creativo dei sogni, ma …

 

“La saggezza dei sogni è diversa / trascorre / la sua nitidezza e dilegua/ Nel sonno / la perdita è tutto / la dissipazione stupenda / lo squilibrio abissale […] Immancabile scorre inesausta / la sapienza dei sogni.”

 

La forma del ‘discantus’ si inserisce qui, fra gli interstizi lasciati dalle parole, come suono a se stante, pulito e inequivocabile, di un risentimento di avvenuto distacco che risponde a una intenzionalità superlativa d’elevazione dall’ordinario, di per sé  ‘pedestre e spesso mediocre’, equivalente di una fuga dalla realtà ingenerata da una infelicità reiterata nel tempo, alla ricerca costante del proprio riscatto …

 

“Cos’è che ci trattiene dal toccare? / Si isola una prima conoscenza / nella dimestichezza delle gocce naturali / e appare la durezza di una pietra…”.

 

O meglio, all’ancorché motivata composizione/scomposizione di quella ‘musica assoluta’ che dia equanime risonanza al proprio concerto interiore …

 

“Cosa manca allora per incidere ripetere o svelare in sé la qualità fine di un’ombra? … Penso a ciò che si può amare alla coscienza che cerchiamo nelle cose – non è più quella dell’ombra né il ricordo o l’esclusione che si vuole. […] Forse l’invasione è solo questa – una città dai tempi morti e gli occhi grandi come guardi una figura nell’infanzia o l’illusione che verrà.”

 

Ma se la ‘lingua’ è l’anima che tiene vivo un popolo, la libertà d’espressione equivale alla sua identità come il bene più prezioso da conservare, ciò che da senso all’atto di apprendere, e che l’io collettivo (che non esiste), pur definisce in senso di comunitario e glocalizzato della globalizzazione in atto, necessario a raccontare il mondo attuale, la tecno-sfida di quel linguaggio intraducibile che in qualche modo va riconquistato.

 

Come andare alla riconquista di un passato latente che va incontro, strano caso futuribile, al pensiero ancestrale degli antenati, in quanto sindrome illusoria d’illegalità legittimata dall’ego, privato e isolato, che esprime la propria individualità, al tempo stesso ambivalente e unanime, in ambito sociale, per un’autonomia della vita interiore, che si rivela nella …

 

“..forza contratta / esclusiva / (come di) una forma di fuoco / che inventa nel nulla / e induce il suo canto / tra il ritmo battente / e ciò che soltanto / le ciglia pensiamo / possano avere / se fossero fili / intuibili d’erba / di pioggia e di vento / […] / o alternanze di scavi / di anfratti / visibili solo / immergendo le dita / in quel vuoto / impassibile duro / dissimile in tutto / dal mondo di […] di chi scrive / e rivolge lo sguardo / a una sillaba assurda / a un dolore apparente / ma vivo”.

 

Come in Gaston Bachelard, filosofo, epistemologo illustre, autore di numerose riflessioni legate alla conoscenza e alla ricerca del nuovo spirito scientifico, le cui osservazioni sul ‘l’impegno razionalista’ e ‘l’intuizione dell’istante’, la ‘poetica dello spazio’ e la ‘psicoanalisi del fuoco’ aperte alla disamina filosofica contemporanea, Giorgio Bonacini può vantare nel suo stretto ambito critico, un’importante intromissione ‘poetica’ nel campo della linguistica emergente.

 

Fra le sue molte pubblicazioni figurano inoltre ‘poesie visive, sonore e artistiche’ nate dalla collaborazione con il gruppo Simposio Differante, in cui figurano testi di critica letteraria apparsi in riviste nazionali quali “Anterem” ad esempio, in cui il ‘linguaggio concreto’ delle performance si spinge alla ricerca dell’assoluto interiore, onde - egli scrive ...

 

“..scavare, conoscere e riconoscere, così come pensare e interrogarse sono l’essenza stessa dell’odierno esistere".

 

Contestualmente a: “Di tutto non si può dire. / Qualcosa ci attraversa / e ci separa – il vetro è silenzioso / il paesaggio muto / […] / Di noi si è senza /Non ho visto mescolanze / non ho visto niente / […] Ma non è così stabile / questo sgomento – ha l’incauta esattezza / dell’erba e la stessa aderenza / Di noi si è senza, impropriamente / senza / drasticamente senza / […] Ha devastato l’illusione il corpo / d’ombra, la sua impronta, l’equilibrio / del disegno nel ricordo del riflesso / Non ho visto smarrimenti / non ho visto niente – di noi / si è senza, naturalmente senza”.

 

È in questo suo vagare tra la distanza e il limite raggiungibile del suo pensiero che la dimensione onirica della ricerca affronta l’algoritmo del ricongiungimento (impossibile) col sacro, in quel dualismo che sta alla base del soccombere umano prima di giungere in cima alla piramide inanimata del divino, ove già Icaro tentò il grande balzo, per poi rovinare in discesa …

 

“Troppa la distanza, il limite / il confine – l’esistenza di un distacco / ancora opaco e irraggiungibile / […] / Troppo antica quell’altezza / in sommità – il prolungamento / innumerabile disposto nel disagio / […] / Mi riduco a sconfinare / a farti correre all’istante proprio qui / in un tempo preso ad inseguire / ad esaudire una distanza / Ma nel viaggio resto immobile / e costretto – e mi concentro in ogni cosa / cerco il vuoto di un tormento / Forse è l’albero, la luce, il forte / esempio che raggela e salta in bilico / agli antipodi di un suono – furto / e falso, senza limite né fuoco”.

 

C’è da restare sgomenti che nel ‘pensiero finale’ “..la perplessità resiste - / deve darci lo spasimo di un sentimento / inabile, patire i gesti impellenti / e farli vivere / schiudere l’ombra del riconoscimento / l’idea fondamentale di un conflitto / […] / essere il furto di una lingua / un dono amabile e sleale / […] Indicibili i suoni – al riparo del vento (ultimo che gelido spira) / (è allora che più) li senti così irrefrenabili e persi … / e così inafferrabili”.

. . .

“Ha senso che parlandoci riapriamo / la ferita? L’illusione inospitale del richiamo / non si oppone – non ha nulla da portare / Ma ugualmente è un’esistenza / in altri segni, tra le rocce, nella pioggia / dov’è il nome del bagnato”… Come in questa ‘Chiusura’: “Un segno – un piccolo preciso, indelebile segno È da qui che dovremmo partire – e qui ritornare E se cadono i suoni? E li nomina l’acqua? Le parole ora scrivono là – nel fantasma del sole Un salto e un ricordo – un cespuglio di segni L’inizio oltrepassa così l’illusione e la fine È qui che dovremmo tornare – e qui ripartire”.

 

Ma non tutto ci è dato!

 

“Non è nostro dunque il sole né il riverbero / dei suoni né la voce – libertà di un’atmosfera / firmamento di follie non destinato, recita / il suo corpo intimorito questa luce, si tortura / per un’ombra e l’universo che la accoglie / fascia il mondo con ardore, senza pace” / […] / «Così, per assenza di voce / un’aria difficile buca e risuona. / E la mente si ferma. Non parte. Rimane.» (*)

 

Referenze:

Giorgio Bonacini, “Quattro metafore ingenue”, Piero Manni 2005. (*) in “Argini”, “Anterem”, Rivista di ricerca letteraria n. 94 – Anterem Edizioni.

Gaston Bachelard, “L’intuizione dell’istante. La psicoanalisi del fuoco”, Dedalo 1993.

Jacques Derrida, “Luoghi dell’indecidibile”, Rubettino Editore 2012

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- Arte

International Tattoo Fest Napoli

International Tattoo Fest Napoli 2018
Dal 25 maggio alle 13:00 al 27 maggio alle 12:00

Quasi 300 tatuatori di fama nazionale ed internazionale, si presenteranno al pubblico in una cornice di grande fascino e bellezza e in un contesto di puro divertimento.
All’interno degli spazi dedicati alla convention troverete aree per lo svago e il relax, con artisti di strada, balli e giochi di animazione e aree per il ristoro, con manufatti della tradizione artistica partenopea e non solo.
L’evento si svolgerà alla Mostra d’Oltremare di Napoli, una delle più importanti e caratteristiche sedi fieristiche in Italia. La Mostra si trova nella zona di Fuorigrotta ed è facilmente raggiungibile da qualunque parte del capoluogo campano.

Dal 25 maggio ore : 13:00 al 27 maggio ore : 22:00 presso i padiglioni della Fiera:Padiglione 10 e Giardino dei Cedri - Piazzale Tecchio - Napoli, 80125

Contatti:
http://www.tattoofestnapoli.com
INTERNATIONAL TATTOO NAPOLI S.R.L.
Telefono: 0818854876 - Email: info@tattoofestnapoli.com
Sito web: www.tattoonapoliexpo.it

Programma:
Venerdì 25/05/2018
ore 13:00 – Apertura al pubblico
"BACK TO THE STYLE"
writers live performance Mr.Pencil & Zeus40 su furgoncino Volkswagen
“APERITIF PARTY” ore 13:00 – 17:00
Dj Set – Pj Jonson + GGNO ore 17:00 – 19:00
Dj Set Marco Corvino alle 19:00 – “Gablis Circus” – Performance Danza Aerea 19:00 – 21:00
Dj Set Hollen alle 21:00 – End Live performance con Dario Rossi
Sabato 26/05/2018 dalle ore 12:00 – Apertura al pubblico
"BACK TO THE STYLE"
Graffiti live performance area giardino dei Cedri ore 13:00 – “X35” – Music Live ore 14:00 – “Gablis Circus” – Spettacoli Danza aerea.
Ore 15:00 – Break Dance Battle (2 vs 2) Dj Set – Dj Uncino
– Dj Max Bucci Hosting: Oyoshe
16:00 – Iscrizione Tattoo Contest
19:30 – “Gablis Circus” – Perfomance Danza aerea
20:00 – Contest Tattoo
Dj Set Frank Carpentieri
Mc Gallo
21:00 – Sfilata Tattoo
22:00 – Premiazione Contest Tattoo

Domenica 27/05/2018
12:00 – Apertura al pubblico
Live concert – The Steel
Esposizione lavori BACK TO THE STYLE
14:00 – Dj Set Pj Jonson + GGNO
“Gablis Circus” – Spettacoli Danza aerea
16:00 – Iscrizione Tattoo Contest
18:30 – “Gablis Circus” – Perfomance Danza aerea
19:00 – Contest Tattoo
Dj Set Frank Carpentieri
Mc Gallo
20:00 – Sfilata Tattoo
21:00 – Premiazione Contest Tattoo
22:00 – See you Next Year!

ETNOMUSICOLOGIA 4 - “Tattoo & Body Art” by Giorgio Mancinelli in larecherche.it

Alla base di questa ricerca comparativa che vuole anche essere un’inchiesta sulle diverse forme di comunicazione visiva e artistica, e la gestualità e i modi comportamentali, dall’uomo primitivo a quello moderno, del perché ci si tatua, la psicologia del tatuaggio e i suoi significati, del perché ha influenzato intere generazioni su scala mondiale e abbia influenzato nel profondo il comportamento sia degli uomini che delle donne. A incominciare dai cosi detti “mosaici” corporali ottenuti con l’ausilio di minuscole tessere lisce di legno o di pietre colorate che vengono applicate sulla pelle preventivamente preparata con disegni rituali e fissate con sostanze adesive, usate nelle feste e nelle cerimonie iniziatiche e, particolarmente, per segnare il numero dei figli o degli adepti di una setta, o nel caso di amputazione e forme di mutilazione tribale. Un esempio lo sono la limatura dei denti incisivi nelle popolazioni dell’Africa e l’uso di incastonare pietre di solito preziose o semipreziose, sullo smalto dei denti dell’ultima moda, già praticata in India e da alcune popolazioni sud sahariane.
È noto che l’immagine del proprio corpo da sempre ha provocato un effetto considerevole sui comportamenti degli uni verso gli altri. Alcuni studiosi hanno rilevato l’importanza per i due sessi di stabilire le loro prerogative sentimentali e sessuali: il sesso maschile, quella di possedere un sesso di più grandi dimensioni; quello femminile di possederne uno più piccolo, ma dotato di seni e glutei più grandi, anche se indubbiamente sono cambiate molte cose. È evidente che esiste una correlazione fra l’autovalutazione del proprio corpo e la ricerca di giudizio positivo da parte del sesso opposto. Non a caso molte persone sono considerate più attraenti di quanto esse stesse credono e viceversa.
Così amuleti, costumi e ornamenti finiscono con l’essere sotto controllo di chi li indossa a scopo apotropaico, cioè servono ad allontanare o ad annullare influssi magici maligni, in modo da ottenere particolari effetti negativi provenienti dagli altri, e che invece oggigiorno vengono esposti per una forma di narcisismo. A questo desiderio di comunicare, che è considerato esigenza primaria dell’uomo, fa riscontro un desiderio più grande che è quello di esprimersi. Scrive Edmund Husserl (11): “Fra ciò che veramente mi appartiene io trovo solo il mio corpo che si distingue da tutti gli altri per una particolarità unica. È il solo corpo all’interno dello strato astratto ritagliato da me nel mondo, al quale, conformemente all’esperienza, io coordino, in modi diversi, campi di sensazioni”.
Desmond Morris (12) nel suo famoso “L’uomo e i suoi gesti” rileva quanto segue: “L’indossare abiti è soltanto uno dei modi in cui l’animale uomo si adorna . Ma oltre a vestirsi, egli si può incidere la pelle, forare la carne, tagliare i capelli, profumarsi, dipingersi gli occhi e le labbra, incipriare la faccia e limare i denti, truccarsi, mettersi parrucche, travestirsi con forme di abbellimento che operano come importanti esibizioni umane, che indicano lo stato sociale, la condizione sessuale, la disponibilità individuale, l’alleanza di gruppo”. Ma si tratta di ornamenti per lo più temporanei. Le decorazioni costanti, quelle che comportano qualche forma di mutilazione fisica, sono forse quelle più tipiche del linguaggio visivo che danno l’avvio alla nostra ricerca improntata come si è detto sul tatuaggio.
Il progredire del senso estetico porta successivamente al compiacimento di sé, a un incipiente narcisismo che fa scoprire nuovi mezzi naturali per arricchire sempre più il proprio corpo con colori, ornamenti e forme estetiche originali. Creatività che raggiunge valori e livelli notevoli nel tatuaggio, un’espressione cosmetica usata per gli scopi più diversi. Ci dice il professor Rovesti: “Per le figurazioni più semplici la reazione cutanea è di solito poco dolorosa, ma per quelle più estese si può verificare una reazione edematosa più o meno intensa e dolorosa che però scompare in pochi giorni. Se i tatuaggi sono limitati a pochi punti, di solito costituiscono solo segni di riconoscimento fra tribù, ma quando interessano tutto il corpo significa che si perseguono scopi ben diversi, estetico, religioso, propiziatorio, medico, magico”.
Può farci degli esempi?
“I tatuaggi più complessi e appariscenti li troviamo tra i melanesiani e i polinesiani; tatuaggi che occupano nei capi e nelle persone di maggiore importanza nella tribù, quasi la totalità del corpo. Si conoscono diverse preferenze di tatuaggio che in un certo senso segnano la diversità tra i vari popoli anche dello stesso continente”.
Quali parti del corpo sono prevalentemente sottoposte al tatuaggio?
“Sono preferite le spalle e le natiche, il volto, il petto negli uomini nel caso si tratti di etero tatuaggi, mentre gli auto tatuaggi di preferenza sono l’avambraccio, le cosce, la zona palmare sinistra, le dita della mano sinistra. In realtà è più nella simbologia e nella grafia che si trovano queste differenze. Nelle isole Cook, ad esempio, troviamo numerosi i tattoo sugli organi genitali maschili; mentre nelle isole Ponape troviamo in prevalenza tattoo sugli organi di riproduzione femminili. Curiosa può risultare l’usanza di farsi tatuare la lingua dalle vedove nelle isole Sandwich, o di farsi tatuare il cranio calvo dei vecchi nelle isole Marchesi. Mentre invece a Tahiti troviamo quasi esclusivamente tatuaggi sui seni e i glutei femminili con uccelli, lucertole, pesci, mani maschili. Nelle isole della Sonda alcune ragazze adornano la loro bocca con corone di fiorellini tatuati. Nelle Caroline, appena una fanciulla diviene donna si fa tatuare un triangolo sul basso ventre più o meno vistoso, senza il quale, nessun uomo l’avvicinerebbe”.
Non si pensi che mi sia dimenticato della nostra ricerca primaria riferita all’etnomusicologia applicata. Se la tematica sembra non dover lasciare spazio alla musica o al canto, è solo perché in questa specifica trattazione scritta, non c’è lo spazio materiale per l’ascolto, in cui l’ascoltatore è chiamato a partecipare della ricerca musicale che accompagna i testi. Cercherò di rimediare con un’ampia sezione discografica di riferimento, di cui ci si potrà avvalere per indurvi all’ascolto di alcuni brani che ho scovato nell’ampia discoteca che ho raccolto nei miei frequenti spostamenti in giro per il mondo. Come in questo caso del brano “saka” registrato nell’isola di Bellona in Melanesia, cantata durante il tattoo di una isolana per distrarre la sua mente dal dolore. La canzone, più semplicemente “canto per il tatuaggio” è stata composta da un esponente di questa cultura dal nome originale “Mautikitiki” (13). L’accompagnamento è costituito dal suono di un bastoncino che scandisce il picchiettio dell’ago a imitazione del tatuaggio reale. Una pratica interrotta solo da pochissimi anni.
Esistono quindi diverse tecniche di esecuzione del tatuaggio? – chiedo al professor Rovesti.
“Il tattoo per infissione è certamente quello più diffuso nei paesi che ce lo hanno trasmesso, quali l’Oceania, Melanesia, Nuova Guinea, Tasmania e in alcune zone centrali dell’Australia dove, ancora oggi, sopravvivono un gran numero di popolazioni allo stato aborigeno. Mentre in Africa è maggiormente in uso la scarificazione, in India e nei paesi arabi troviamo il tatuaggio per puntura sulla fronte, sul mento e sulle mani, e solo raramente si sono visti casi di tatuaggio totale, come ad esempio presso alcuni popoli della Siberia”.
Immagino si riferisca al rinvenimento archeologico dell’uomo tatuato di Pazyryk nel massiccio montuoso dell’Altai?
“Certamente, anche se non ho sufficiente documentazione per parlarne”.
Ho raccolto alcune notizie stampa e sono venuto a conoscenza che si tratta di uno dei più importanti ritrovamenti d’interesse antropologico del secolo, avvenuto tra le sepolture della vallata da cui ha preso il nome. Il corpo completamente tatuato, sembra appartenesse a un capo o forse uno stregone di una tribù nomade risalente addirittura al IV° V° secolo a. C. giunto fino a noi grazie alla protezione del gelo che lo ha mantenuto in buono stato di conservazione, insieme agli animali e gli oggetti con cui era stato sepolto. A Pazyryk (14) nella regione dei monti Altai (Siberia - Russia) è presente un gruppo di circa 40 tombe preistoriche rinvenute dall' archeologo Rudenko nel 1920. Queste tombe (del quinto secolo avanti Cristo), quasi tutte violate durante la storia, fin’ora hanno restituito 3 corpi, imbalsamati, ben conservati e, quasi incredibile a dirsi, ricoperti di splendidi tatuaggi. I Pazyryk erano cavalieri con la passione per la caccia, pastori pronti a combattere per aggiudicarsi i pascoli migliori ed artisti erano a stretto contatto con il mondo naturale - un mondo che comprendendo leopardi della neve, aquile, renne - favoriva in questi artisti la propensione a rappresentare animali fantastici.
Uno di questi corpi apparteneva quasi certamente ad un capo, un uomo dalla corporatura possente, intorno ai 50 anni. Sul suo corpo, disegni vari che rappresentano una varietà di creature fantastiche e non. I tattoo ancora riconoscibili ci mostrano un asino, un ariete, cervi stilizzati dalle lunghe corna ed un feroce predatore sul braccio destro. Due bestie mostruose decorano il torace e sul braccio sinistro si intravedono figure che sembrano rappresentare due cervi ed una capra. Dal piede al ginocchio si dipana il disegno di un pesce, un mostro sul piede sinistro e sul polpaccio quattro figure di arieti in corsa si uniscono a formare un solo disegno. Sul dorso piccoli cerchi in corrispondenza della colonna vertebrale. Si tratta dunque di una ridda di animali fantastici che sembrano “in movimento” su quel corpo come esseri viventi: “una moltitudine di animali reali e immaginari, saltanti sulle prede, galoppanti, scalpitanti o fuggenti, che corrono alla rinfusa sulle due braccia, su una parte della gamba destra, sul petto e sul dorso. I motivi erano stati ottenuti per mezzo di punture nelle quali veniva iniettata della fuliggine. Una tecnica già conosciuta che è rimasta per lo più la stessa da allora.
Un altro rinvenimento di cui si è molto parlato, risale al 1993, anno in cui l'archeologa Natalia Polosmak (15) scoprì la tomba di una donna soprannominata poi "La Dama di Ghiaccio". Sotto i corpi di 6 cavalli sacrificati all'occasione, la dama giaceva in una tomba ricavata da un tronco di larice. La tomba è decorata da immagini di cervi e leopardi delle nevi intagliate nel cuoio. Il corpo, adagiato come se si fosse dolcemente addormentato, apparteneva ad una ragazza sui 25 anni dai capelli biondi, alta circa 1,65 m. Anche la dama presenta diversi tatuaggi (di un blu intenso) sulla sua pelle chiara: creature dotate di lunghe corna che si compongono in immagini floreali. Due anni dopo il marito dell'archeologa, Vyacheslav Molodin (16), scopriva il corpo di un altro uomo, con un elaborato tatuaggio raffigurante un alce, due lunghe trecce, sepolto con le proprie armi.
Si pensa che, come nel caso di Oetzi (17), nelle Alpi italiane dove, nel 1991 è stata trovata una mummia databile al IV millennio a.C.. con bellissimi tatuaggi, il che lascia pensare che anche queste antiche popolazioni adoperassero il tatuaggio a scopi lenitivi, ma in questo caso ottenendo allo stesso tempo risultati dalla grande valenza artistica. Non si conosce come venissero eseguiti i loro tatuaggi, ma è probabile si servissero degli stessi finissimi aghi utilizzati per creare tessuti e tappeti, arte nella quale erano maestri.
“Come vediamo dalle date se ne ricava che la storia del tatuaggio inizia con la storia dell'uomo in epoca preistorica (uomo di Cro-Magnon, 35000 – 10000 a.C., e Neolitico, VIII – IV millennio a.C.). Grazie ad alcuni ritrovamenti di statuette con segni geometrici sul corpo, si suppone che gli uomini, dotati dell'abilità di ricavare colori da minerali e vegetali, utilizzassero strumenti appuntiti per realizzare segni permanenti sul corpo”.
Ma c’è un altro fatto da prendere qui in considerazione ed è il mondo dell’immaginazione e la raffigurazione legato ad animali fantastici, come motivo ricorrente nel tatuaggio. Rammento che in una mostra che poi ha fatto il giro dell’Europa sugli “Ori degli Sciti” gli animali fantastici e “straordinari” vi erano frequentemente raffigurati: leoni con la testa di bue, grifoni rampanti, tutti resi nella dinamica del movimento.
“Ancor più ne troviamo nei tessuti e nel cuoio, o parzialmente ricoperti d’oro che oggi abbelliscono corpetti, giubbe e selle delle popolazioni siberiane. E che non sono soltanto belle a vedersi ma riflettono di una cultura che richiederebbe però uno studio più approfondito nell’ambito dell’artigianato e dell’arte”.
Ma che dobbiamo rimandare ad altra sede e in un altro momento. Per adesso soffermiamoci ancora sull’aspetto, come dire, cosmetico del tatuaggio. Cosa ci dice in proposito?
“Non si tratta di un accessorio cosmetico inutile o di pura e semplice decorazione occasionale, bensì che riveste un significato profondo e importante, come quello che si è dimostrato in alcuni popoli con diversa cultura dalla nostra, addirittura lontana migliaia di anni da noi contemporanei che lo facciamo quasi per metterci alla prova. Si pensi il dispendio di tempo, di pazienza, di sacrificio e di dolore fisico che chi vi si sottopone deve affrontare. Ovviamente chi vi si sottopone lo fa con convinzione di aver accolto in sé qualcosa che gli altri non hanno, una sorta di “tesoro” di bellezza che porterà per sempre sulla propria pelle”.
A questo proposito ho scovato i versi di un ritornello polinesiano che dice:

“Ho imprigionato bellezza nella mia pelle e nessuno potrà mai rubarmela, nemmeno gli spiriti del male”.

Canta una ragazza polinesiana:
“Mi sono scelta i miei compagni / che nella loro casa dentro la mia pelle / non mi lasceranno mai sola. / Sono uccellini e fiori dai vivaci colori. / E quando abbraccio il mio amore / mi sembra di sentire sommessamente / sulla mia pelle / con le sue carezze, i cinguettii e i profumi squisiti dei fiori”.

Sorge evidente che la pratica del tatoo non serve soltanto a trasferire segni sulla pelle, ma ha motivazioni diverse e complesse. Mentre per i primitivi, di cui ne abbiamo dimostrato la necessità, facciamo ricorso al fatto che lo praticavano come norma di costume, e che quindi mantenevano una certa purezza d’intenzione e una loro poesia di fondo, possiamo ben intuire come a confronto, prevale in noi moderni una certa sofisticazione riferita alla moda, grazie anche a fatto che l’evoluzione tecnologica ha ridotto di molto l’effetto dolore. Dobbiamo ammettere che la pratica del tatuaggio oggi si pone in disaccordo con la natura, sia con l’ambiente urbano che ci circonda, sia con l’abbigliamento che lo nasconde, e ancor più con quella poesia, talvolta benevola, altre oscura, nell’uso discutibile che ne fa la moda. Non è invece da considerare solo una moda la pratica del “piercing”, tornata in auge in occidente al seguito dell’esperienza in musica del punk. In parte autentica e in parte mimetizzazione di un coraggio di cui andare fieri, l’uso di spilli, barrette, anelli, infissi nelle guance e nel naso, nelle orecchie e le sopracciglia, sulle labbra e sulla lingua, colorazioni indelebili del viso, lenti a contatto di diversi colori, e altri accessori da falsare le ciglia o le palpebre degli occhi, è espressione di un disagio profondo in cui il nostro corpo non ci basta più, la nostra sicurezza interiore necessita di prove per essere poi messa al bando a fronte di un vuoto culturale che non ha eguali.

Colgo l’occasione per farvi leggere il bellissimo racconto di un pescatore somalo il quale porta tatuato sul petto, il volto della sua ex ragazza:

“Questa è Liré, la mia ragazza scomparsa in mare non più di un anno fa. Qui ride col capo rovesciato all’indietro, come faceva quando le parlavo d’amore. la sua vera tomba è qui, dove pulsa il mio cuore, dove ella può ancora vivere il dolce ricordo. E qui, si anima della luce del sole, del moto che faccio quando esco in mare, dell’argento lunare che la rendeva adorabile, delle mie parole e dei miei baci. Da un lato all’altro del viso ci sono i fiori che lei amava tanto; sopra e sotto i pesciolini d’argento che ora le tengono compagnia nel profondo del mare”.

Sembra di leggere un ingenuo Lee Masters, tanto è limpida la sua dimensione poetica raccolta nel tatuaggio che porta nel cuore. È il canto di un uomo nudo, solitario che osserva il mare, quanto mai ricco di un gioiello sentimentale che oggi può venerare al pari di un idolo. A questo proposito si potrebbe parlare della superstizione che accompagna il tatuaggio che vede la sua creatura incontaminata da sovrapposizioni fantastiche, quanto invece infervorata da un profondo credo.

Il tatuaggio (più in generale), porta con sé un retaggio favoloso di tradizioni estetiche e rappresenta l’esempio più toccante di una tradizione artistica mai venuta meno. È indubbiamente una forma dell’arte naturalistica, spontanea come solo può essere una sorgente, per dire una trasfigurazione della realtà in una zona viva come la pelle.
Non c’è dubbio che molti tatuaggi vanno attribuiti alla superstizione latente che stenta a scomparire e che ritroviamo nella riproduzione di “ferri di cavalli”, “corna”, “chiavi” ecc. usati contro il malocchio e la iattura, così come anche ve ne sono detti di scongiuro a forma di “stella”, “lampada”, “fiore”, “bandiera”; o di vendetta come di “teschio” o di “testa recisa”, di “cassa da morto”, di “cuore morso dal serpente” o “trapassato dal ferro di un pugnale” con l’aggiunta spesso di motti e scritte di difficile interpretazione, ma è proprio qui, nel messaggio che si rappresenta, nella veridicità della sua funzione, che il tatuaggio esprime il suo linguaggio poetico e virtuoso, tutta la sua forza comunicativa che le parole, talvolta, non possono o non riescono a esprimere.

Formule magiche di sicura origine onomatopeica, fonosimbolica e imitativa, accompagnano spesso i disegni e le figurazioni propiziatorie contro le influenze del male. Fra questi vanno ricordati i tatuaggi dei pastori della Lombardia e dei pellegrini al santuario di Loreto, che consistono in una croce sovrapposta a una sfera o a un cuore, a una stella, e riferiti all’immagine del sacramento, al santo Patrono, ai simboli della Passione. In altre regioni, come la Romagna e l’Abruzzo, ad esempio, è in uso il monogramma di Cristo, spesso ridotto a una H maiuscola. C’è però un altro tipo di tatuaggio di cui vorrei qui parlare, ed è quello a scopo erotico/indicativo.

In proposito ne parla il prof Paolo Rovesti:
“I tatuaggi con soggetti erotici e comunque eseguiti su quelle parti del corpo cosiddette erogene, tanto scarsi fra i primitivi, sono invece frequenti fra i marinai, i soldati, i carcerati, i delinquenti, e solo recentemente fra la gente comune. Vi figurano ideogrammi riferiti a prove d’amore, e piccole poesie amorose dedicate ora a questa o quella donna, ma solo raramente, immagini di lussuria e oscenità, che vanno riferiti a promesse fatte o a giuramenti”.
A quale simbologia si rifanno?
“Per lo più, possiamo dire che dimostrano “un carattere osceno” distinto dagli altri dato dalla loro estensione ma, anche, perché spesso sono eseguiti in parti invereconde. Diversi da altri che si contraddistinguono in specie che sono di “castigo” o di “sfregio”, o come abbiamo già detto, di “vendetta””.
Vi sono poi quelli di tipo informativo.
“Soprattutto nelle associazioni criminose, dove il tattoo serve a indicare i gradi gerarchici, così come, ad esempio, avveniva nella vecchia Camorra in cui, una lineetta e un puntino servivano a indicare il giovanotto onorato; una lineetta e due puntini il “picciotto”, una lineetta e tre puntina il camorrista vero e proprio. Il tatuaggio allora chiamato in gergo “devozione”, così detto perché suppliva al santino che suggellava la sua spavalda identità, il gusto spacconesco, l’estro picaro della Camorra”.
E ovviamente quelli per così dire “a ricordo”.
“Questi vengono eseguiti in onore di una persona cara perduta, un animale prediletto scomparso, ecc. allo scopo di indicare, almeno presso i primitivi, che l’iniziato tatuato era maturo per la vita sociale e pronto per la vita sessuale. Presso alcuni popoli invece era indicativo della tribù d’appartenenza, in altre semplicemente un segno d’onore o sanciva un patto di sangue, o anche per distinguere i capi, i sacerdoti, gli sciamani. In alcuni casi il tattoo esposto informava dei nemici uccisi, delle bestie feroci catturate, delle imprese memorabili compiute, che ne facevano, agli occhi degli altri, quasi un eroe”.
Diverso è invece il tatuaggio strettamente simbolico di tipo “totemico” di non facile interpretazione, la cui funzione magica, fa parte del retaggio di una tradizione artistica e devozionale che attribuiscono al tatuaggio una funzione magica, che pur se lontano, “ricondurranno l’anima del defunto alla sua terra e al suo popolo”. L’esempio più eclatante che ci viene in mente, lo stavamo appunto dicendo con il professor Rovesti – è quello descritto da Herman Melville in “Moby Dick”, lì dove parlando del ramponiere Quiqueg, egli ravvisa:
“Con una stravaganza bizzarria, egli adibì ora la bara a cassetta e, vuotandoci dentro il sacco di tela degli abiti, ve li ordinò. Trascorse molte ore libere a intagliarne il coperchio con ogni sorta di figure e disegni grotteschi, e pareva che con ciò cercasse di riprodurre, nella sua rozza maniera, parti dell’intricato tatuaggio del suo corpo (..) opera di un defunto profeta veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo. Questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

Ma non è tutto. All'interno dell'International Tattoo Fest Napoli 2018 avrete occasione di incontrare un artista di cui ci siamo già occupati in passato: "Mario Compostella … ‘o la memoria creativa del tempo’" -(vedi articolo in larecherche.it)ento' che ha preparato un 'evento' speciale per l'occasione e di cui ci occuperemo prossimamente.

Un grande evento per una grande città che vi aspetta tutti indistintamente per una grande festa insieme.

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- Società

Bla, bla, bla, 2 come reinterpretare il futuro

Bla, bla, bla, n. 2 … re-interpretare il futuro.

“L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale, la capacità di valorizzare al meglio ciò che distingue una persona dall’altra.” (Nelson Mandela)

Secondo l’ironia del banale che mi identifica, preludere a tale specifica affermazione può essere un modo, uno dei tanti, per eludere la realtà che ci circonda e dare libero sfogo al dibattito sempre aperto sull’educazione. Un incarico indubbiamente molto impegnativo se si considera l’incresciosa debacle socio-culturale in cui noi tutti ci dimeniamo, talvolta senza sapere perché. Come dire di un annaspare a occhi chiusi per cercare quello che è andato smarrito di una formazione culturale come la nostra, e dover mantenere la salvaguardia delle parole che più volentieri avrei usate (spregevoli volgarità) e, al tempo stesso, aprire qui a un dialogo professionale (politically correct) ma sensa senso, copia-conforme di un menefreghismo generalizzato.
Da dove incominciare? E perché no dalla scuola. Del resto la scuola rimane, come qualcuno afferma, ancora il luogo dei valori (?), il punto di riferimento forte in cui ricercarare e ritrovare certezze e convinzioni sempre più solide (?), seppure in questo mondo ‘liquido’ (Z. Bauman), e sempre più spesso ‘del disimpegno’ (J. Derrida), che tutti ci travolge. Acciò si dovrebbe immaginare una scuola dinamica, democratica e partecipata che assicuri uno ‘status’ equanime di responsabilità (compiti di servizio, clima di lavoro costruttivo e condiviso) al fine di garantire una scuola efficace e di alto livello. Inoltre credere fermamente che una comunità educante richieda sempre e comunque un approccio sereno, basato sull’accoglienza e sulla comunicazione efficace, fattiva di una presa-di-coscienza-sociale (utopia?) che attualmente non c’è.
Un ‘edificio di vetro’ dunque (al pari di uno zoo), per far sì che il corpo insegnante, gli alunni, le famiglie e l’intera comunità sociale arrivino a comprendere come realmente riformare un’istituzione scolastica che si dica ‘aperta al futuro’, cosciente delle diversità socio-culturali (autoctone, regionali, immigrate) presenti sul territorio e, più in generale, di quelle esistenti nel mondo (etnia, religione, ideologia). Acciò di consentire la perfetta integrazione individuale all’interno della sfera sociale di appartenenza che di per sé escluda diversificazioni di colore di pelle, di sessualità (utopia?). In breve di ciò che oggi distinguiamo, più o meno consapevolmente, come rilevanti di ‘genere’, con la possibilità di cadere in errore nella valutazione a seconda degli stimoli emozionali, per cui siamo indotti a includere e/o escludere gli altri dalla nostra sfera sociale.
Educare, pur con le crescenti difficoltà di contesto, significa il raggiungimento di importanti obiettivi istituzionali nel panorama dell’istruzione (elementare e professionale) al fine di formare menti brillanti e mani (risorse umane) in grado di intervenire in ogni ambito di lavoro. Cioè, guardare con attenzione ai cambiamenti sociali ed economici del contesto territoriale; intraprendere lo studio di stategie tendenti ad aumentare le capacità di intervento (fattivo) nelle esigenze comunitarie (incidenti di gravità superiore, catastrofi naturali ecc.). Dare adito all’emergente offerta formativa tecnologica, alternativa a quella classica, la più completa possibile, per l’inserimento nel mondo produttivo.
Il confronto e il dialogo su questa possibile riforma ‘educazionale’ di formazione-istruzione dovrebbe interessare l’intero ordinamento scolastico proprio in funzione di quella reciprocità che i cittadini (contribuenti alla gestione dello stato) reclamano da tempo. È detto: “chi educa è anche educato e il suo sapere si gioca nell’atto dell’educazione”, che va letto nel modo seguente: “chi educa è (dovrebbe essere) anche educato e il suo sapere (che va costantemente aggiornato) si gioca nell’atto dell’educazione”. Un’ulteriore prova con qualche possibilità di successo in cui si intuisce una corresponsabilità educativa, al processo formativo e alla crescita gestionale delle nuove generazioni, al fine di mantenere la custodia dell’immenso patrimonio culturale di cui siamo eredi e divenire guide instancabili del loro futuro.
In un tempo in cui sembra prevalere il contrario, l’educazione prioritaria rimane indubbiamente quella familiare, nella quale trovare (si dovrebbe) quell’accoglienza e solidarietà (fin troppo spesso negata), la sola capace di avvalorare, indirizzare e sollecitare le prospettive future dei propri figli, così come di instaurare rapporti di correttezza e cogliere i segnali positivi nel relazionarsi con gli altri. Il cui fine è nella formazione identitaria soggettiva che li rende ‘protagonisti’ del proprio ‘sapere’ (conoscenza) attraverso l’impegno e la partecipazione allo studio. Ed a tenere un comportamento corretto e collaborativo in sede comunitaria per rispondere alla complessità del quotidiano di cittadini attivi e consapevoli, nonché futuri professionisti e imprenditori seri e preparati.
La famiglia deve (o almeno dovrebbe) operare la sua azione educativa delle sue possibilità, affinché i giovani sappiano davvero dare il meglio di sé: i loro sogni, il desiderio di ottimizzare e potenziare le loro capacità, la forza di chiedere aiuto, il valore di un sorriso, l’ottimismo, la ricerca dell’amicizia autentica, l’impegno attraverso il sacrificio personale. Insomma, le solite cose che si dicono da sempre, anche se noi genitori, al nostro tempo figli, non le ascoltavamo, se ben anche oggi non vengono ascoltate, insomma, aiutarli a crescere significa essenzialmente coltivare questa parte positiva di sé e della relazione con il prossimo.

La Buona Scuola? ...è un'idea!

Da parte mia posso dire di non aver mai smesso di studiare, tant’è che sono iscritto almeno in due università pur senza frequentarne alcuna, e forse solo per tenermi aggiornato sul metodo d’insegnamento che dovrebbe essere per così dire ‘up-to-date’ ma che di fatto non è. O almeno non da ché io, or sono decenni, frequentavo i banchi col calamaio incorporato e la scanalatura per le penne e le matite, col piano di sotto dove riporre i libri e i quaderni, e i sedili erano tutt’uno (a coppia) senza nessuna possibilità di agili spostamenti se capitavi dalla parte della parete.Poi gli anni corrono e ti ritrovi già grande con un sacco di minchiate per la testa e non sai se alle molte domande hai sempre delle risposte da dare. Ma le risposte no, non te le hanno insegnate ...e allora che fare? Devi metterti alla prova e affrontare la realtà!
Ma la realtà qual'è?
È una parola, ci vuole tanto di spinta interiore per mettersi continuamente alla prova. Tant'è che ti ritrovi con i ‘i figli’ che non ti permettono di rimanere indietro, per cui puoi anche essere quel mostro che in verità sei, che loro immancabilmente esercitano su di te una sorta di ‘giurisdizione’ scolastica che giammai può essere pari alla loro ma nemmeno indietro, almeno un tantino più avanti. Quel tanto che serve a insegnargli alcune cose (leggi furberie), che se non le hai apprese in precedenza, sei comunque tagliato fuori perché loro, da lì a breve, ne sapranno molte più di te. Se minimo non sei stato un secchione o un bambino prodigio, preparati a subire quel poco che (per rispetto di paternità e se qualcuno glielo ha insegnato) hanno appreso pro-loro in ambito scolastico ...
Così i loro libri diventano i tuoi libri per quanto riguarda il contenuto, rimasto lo stesso da decenni, ma non i loro quaderni, perché mentre tu eri occupato a tenerli in ordine, senza macchie, senza orecchie, senza … I loro non sono neppure quaderni, sono per così dire ‘differenziati’: stralciati, bisunti, scarabocchiati, simili in tutto a chiazze di una qualche ‘allergia della pelle’, o forse di ‘orticaria’ pregressa per quelle che sono state per noi le ‘regole’ inerenti allo ‘scritto’, prima che l’istruzione tendesse alla sola ‘oralità’ delle parole, parolacce incluse. Sì, perché se le parole scritte (in italiano) ieri avevano un senso, oggi suonano come strafalcioni; tant’è che anche quelle scritte o trascritte che sia non sono più in una qualche lingua comprensibile (conosciuta), bensì un misto di vernacolo siculo-calabro-milanese o romanesco-laziale-partenopeo, se non addirittura appartenenti a un certo gergo etrusco-tosco-umbro.
Per così dire, uno ‘slang’ oceanico-indoeuropeo-turcomanno, passato attraverso l’antica Persia o l’antico Egitto, ècco sì l’antico che si vuole chiamare ‘moderno’… Rammento che non c’era verso che t’insegnassero a copiare, né dai libri né dai compagni che ne sapevano di più (sbagliando). Perché se c’era una cosa che si doveva rendere più semplice era proprio ‘copiare’, molto più vicino alla rivisitazione e all’interpretazione di un testo che non dover creare, reinventare, resuscitare dal nulla qualcosa che non avevi affatto compreso. E dire che copiare rimane l’unico vero momento di creatività che non ripetere le parole del libro a pappardella. Per il resto si continua a studiare date e fatti di battaglie, guerre, pestilenze, la storia più bieca che nulla ha insegnato all’umanità se non la violenza, il sopruso, la vendetta, il razzismo, l’intolleranza, l’apartheid; e non (pensate, pensate) l’evoluzione del genere umano, le scoperte scientifiche, le ‘passioni’ della mente, la socializzazione, il rispetto civico, l’amore per l’arte, per la musica, l’amore per gli altri, insomma, quella ‘bellezza’ che pure fa grande l’essere umano e lo riscatta dai primordi di un ‘cannibalismo’ allora latente, oggi presente più che mai.
Sì, insegnare quell’amore per la vita, che non conosce ostacoli insormontabili, o diversità di genere, di razza, di colore della pelle, di confini geografici invalicabili. Quell’amore che ci rende tutti ugualmente liberi, gerenti di noi stessi, dei nostri affetti, del nostro corpo come del nostro sesso che sempre bistrattato ha creato mostri di narcisismo, di egotismo, di vanità; per tacere di super-uomini, eroi-divini, ecce omini diventati quelli che siamo, anticristi senza alcun credo e senza orgoglio. No, l’amore che qui intendo elogiare è quello più naturale che si esprime nella ‘bellezza’ per il creato, per tutto ciò che ci è dato e che immancabilmente stiamo distruggendo. Utopia? Forse, come moneta di scambio non meno apprezzabile di quell’odio razziale che oggigiorno spendiamo nell’indifferenza che ci allontana dagli altri e da noi stessi, trasformati in esseri ‘umani (fin) troppo umani’, appunto mostri di malvagità, disonestà, iniquità: ingiusti nella giustizia, volgari pur nella moralità, scorretti finanche nelle opportunità, blasfemi perché irriverenti, sacrileghi, miscredenti.
Allora ben tornino gli ideali, le chimere alate che s’involano, le illusioni che infine ci aprano gli occhi su questa realtà ‘umana’ fatiscente e obsoleta; che si torni a sognare in nome della ‘bellezza’ e cercarla fino al limite dei mondi possibili, in quella sostenibilità che pur ci consente di sopravvivere. «La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no...» – scrive Zygmunt Bauman e con modestia mi sento di aggiungere: “..che lo vogliamo o no.” Perché è nella volontà/non volontà che si gioca la ‘gran partita’ fin dall’infanzia; e la volontà in tutto questo assume il ruolo più importante. Rammento che alla domanda se mi sarebbe piaciuto andare a scuola, di aver risposto no perché non sapevo né leggere né scrivere. Oggi, a distanza di tempo, viene da chiedermi: perché si nasce ignoranti? Perché non conosciamo già quelle cose ‘essenziali’ che ci permettono di proseguire nel nostro cammino verso l’infinito? La verità è che non tutto ci è dato, che solo la volontà e la nostra determinazione e forse l’intraprendenza ci permette di svelare a noi stessi tutta la ‘bellezza’ del mondo in cui viviamo, e afferrare il senso della ‘grandezza’ che sì ci è data …
Ecco che allora la Scuola non può essere l’’utopia dei pochi’, non può trascurare quelli che sono i valori acquisiti da millenni di scoperte (in campo scientifico, meccanico-industriale, spaziale e tecnologico, medico-terapeutico, logistico - informatico, artistico e filosofico, linguistico - letterario, idealistico e spirituale, ecc.). Non può disconoscere l’importanza del ‘vissuto’ a livello antropologico e strutturale dell’esistenza umana, come neppure cancellare i segni del passato di antiche civiltà che a loro modo pur hanno lasciato testimonianze importanti dell’evoluzione umana. Oggi ci si chiede: quali materie abbiano ancora una precipua funzione conoscitivo/educativa? Quali materie se non quelle basate sullo studio dell’ ‘evoluzione umana’ in ogni campo della sua applicazione pratico-logistica alla base del nostro esprimerci (linguaggio); di osservazione (conoscere, distinguere); del pensare (formulare concetti) che sono all’origine del nostro ‘essere’.
Al dunque m’accorgo d’essere andato oltre, come dire, di essermi lasciato prendere la mano stufo di dover rileggere sui libri dei miei figli, tutto quello che a mia volta avevo studiato (?) sui miei libri di scuola: che in quella data si sono svolte le Guerre Puniche, in quell’altra si sono consumate le ‘Idi di Marzo’ con l’uccisione di Giulio Cesare, quindi facendo un salto di tempo si è giunti all’egemonia delle Repubbliche Marinare, alle lotte intestine dei Comuni, e poi Trafalgar Square con la statua di Nelson che ha sconfitto Napoleone, quindi la Prima, la Seconda, la Terza (?) no quella si è consumata con Hiroshima e Nagasaki, ecc. Che l’Italia è una penisola che fa parte dell’Europa unita (?), che Gli Stati Uniti si chiamano così perché … (?), che la Cina è una grande potenza mondiale, che siamo ormai più di due, tre, quattro miliardi (chi più ne ha più ne metta) di individui che affollano il pianeta, e che …
Ma che palle! (passatemi l'esclamazione), davvero non se ne può più. Allora perché cambiarli ogni anno questi libri se le date restano le stesse (?), se gli accadimenti sono sempre uguali come in un film d’azione che finisce per mancanza d’attori (?). Che forse la Peste a Milano al tempo del Manzoni ha fatto più morti di Auschwitz? Che Don Abbondio lo hanno fatto Papa? Lo capirei se la Rivoluzione Francese dov’esse ancora avvenire (ops!), oppure se Lorenzo de’ Medici fosse in gara per la presidenza della Banca Centrale Europea. Perché se non è così, allora Italo Svevo, classe 1898, che nel suo romanzo ‘Senilità’ narrava di Emilio, un uomo inetto diviso tra la brama d’amore e il piacere che prova per non averli goduti, oggi potrebbe riscriverlo in chiave erotico - viagrano sulla falsariga di ‘Cinquanta sfumature di sesso estremo’.
Chissà, magari Albertino, il primo della classe che raccoglieva le foglie nel parco, anziché farne quadretti di natura morta, potrebbe arrotolarle e farne delle canne per i vivi. E forse Marietta, la mia ex compagna di banco della Terza A, anziché collezionare farfalle spiaccicate tra le pagine dei libri potrebbe succhiare il lecca-lecca sotto il banco. Fatto è che la scuola non mi ha insegnato che Dante, ad esempio, soffriva di incubi notturni e che portava sfiga; che Monti era un triste frequentatore di tombe; che Leopardi era un anarchico rivoluzionario; che Pasolini guardava alla realtà più bieca, o che Lussuria.. beh, lasciamo perdere. Comunque resta il fatto che tanti sarebbero i modelli da ‘copiare’ e che in qualche caso la ‘volontà’ non c’entra se si diventa bravissimi a copiare, come del resto hanno fatto e continuano a fare tutti, da sempre. L’importante è superare il proprio modello.
Per il resto si può essere diversi esattamente come fare cose diverse nella vita, non c’è un ‘must’ che regoli il flusso delle emozioni e dei sentimenti: «Il problema dell'umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi.» - scriveva filosofando Bertrand Russell. Mentre io sono qua che mi sbatto il cervello su cos’altro la scuola potrebbe fare (?). Infine convengo che forse, anziché insegnare ai giovani, così come ai genitori, oltre agli inutili tabù sessuali e le idiosincrasie sociali, si dovrebbe insegnare loro come diventare adulti e anziché contrastarlo, riscoprire il piacere sottile della masturbazione, (in modo da non mettere al mondo così tanti prof imbecilli).

D'evesserci pur stata una ragione se Albert Einstein dopo aver tanto studiato è arrivato a dichiarare: "Temo il giorno in cui il mondo sarà popolato da una generazione di idioti."
Dobbiamo dargli ragione ... oppure no? E che dire in fatto di religione?

Una plausibile risposta è data in “L’eredità della Secular Conference 2017: la libertà dalla religione come diritto umano”. articolo di Monica Lanfranco ripreso da ‘MicroMega’. https://www.nuovaresistenza.org/.../leredita-della-secular-conference-2017-la-liberta-d...

Mentre montavo le brevi interviste che ho realizzato alla Secular Conference di luglio a Londra cercavo di capire cosa mi disturbava, (al netto dell’ovvio disgusto per il tracimare di razzismo e sessismo della rovente estate italiana), nel dibattito intorno agli stupri e alla nazionalità di chi li commette, tralasciando (si fa per dire) l’hate speech diffuso nei social, ormai un must come l’ombrello pieghevole in autunno. L’ho capito quando ho rivolto lo sguardo alla borsa di tela distribuita all’incontro londinese contenente il programma dei lavori: il suo titolo, che ogni anno cambia e sintetizza l’angolazione scelta per ragionare di fondamentalismo, cultura femminista, critica al multiculturalismo era lì, stampato e chiaro:

#Iwant2Bfree recitava il logo: voglio essere libera/libero.

Da cosa? Volendo semplificare si tratta di liberarsi dalla religione, il che non significa dal proprio anelito alla spiritualità, ma dal legame pesante del dogma e dell’osservanza di regole su base religiosa che diventano dettami sociali e politici. Dall’automatismo che, a seconda del colore della pelle, dei tratti somatici e della provenienza geografica ingabbia e categorizza gli esseri umani in uno specifico ambito religioso, culturale, tradizionale. E, così facendo, antepone le (presunte) caratteristiche legate dall’appartenenza culturale all’universalità dei diritti e dei doveri.
Nel caso di Rimini, infatti, molti degli scambi, il più delle volte violenti e rancorosi, si sono appuntati non tanto sullo stupro, ma sul fatto che gli stupratori fossero africani, quindi tout court islamici. Un procedimento di spostamento dal problema della violenza contro le donne, (che è un problema universale) a quello della nazionalità/religione degli stupratori, che è relativo e sposta l’attenzione dal tema principale. Si tratta di un modo di ragionare pericoloso, perché sposta continuamente il focus dal problema principale che, nel caso del fondamentalismo religioso, è il bisogno di rimettere al centro il diritto di critica e la libertà di espressione e di pensiero.
Come ha ben spiegato a Londra Pranga Patel, fondatrice delle Southall Black Sisters:
“La libertà di espressione e di pensiero sono fondamentali, sono scritti nella Dichiarazione dei diritti umani universali e sono il cardine di ogni altro diritto, quindi sono connessi all’autodeterminazione, alla libertà di cultura e di professare, o non professare, la religione, senza essere minacciati da intimidazioni. Poter discutere e criticare è espressione di progresso, e viceversa il progresso si nutre della libertà di espressione. Tuttavia esiste un limite alla libertà di espressione, e per me questo limite scatta quando si diffondono odio e intimidazione contro le altre persone o quando la libertà di espressione viene usata per manipolare e creare un contesto che fomenta la violenza attraverso l’uso regressivo della religione e della fede, che alimenta la violenza e l’odio. L’esercizio della libertà di espressione e di coscienza è fondamentalmente connesso con la libertà di dissentire. Come femministe dobbiamo occuparci del dissenso in varie forme: dissenso verso il patriarcato, verso il neoliberismo, verso il razzismo, verso ogni forma di discriminazione”.
Ciò che alla Secular Conference è stato ribadito in ogni panel è che la libertà di pensiero e di espressione non sono pienamente attuati se nel mondo ci sono paesi dove esiste il reato di blasfemia e apostasia e si rischia il carcere, e la morte, per accuse relative all’offesa della religione. Secondo il recente ‘report pubblicato dall’Economist, citato anche alla Secular Conference’, si tratta di 71 paesi del mondo, a maggioranza islamica, nei quali l’attivismo laico e ateo è perseguito con una repressione violentissima, che quasi sempre colpisce donne e persone omosessuali, due categorie in prima fila nella difesa dell’universalità dei diritti.
L’esistenza così diffusa e persistente nel mondo dei reati di blasfemia e apostasia è un preoccupante indicatore di resistenza del totalitarismo politico su base religiosa.
“Non si tratta di un dibattito filosofico, ha sottolineato Imad Iddine Habib, fondatore del Consiglio degli Ex Musulmani in Marocco; si tratta di questione di vita o di morte per molte persone che si trovano a dover abbandonare tutto ciò che hanno solo per la paura di esprimere quello che sentono. Penso che sia importante stare a fianco e sostenere le persone coraggiose che osano sfidare le regole e alzare la voce dicendo di non essere d’accordo con le imposizioni religiose e di non avere problemi con l’omosessualità o l’apostasia”.
Alla domanda sul perché la libertà di espressione e di pensiero, le due parole chiave della Secular Conference 2017, siano così importanti l’attivista curdo-irachena Houzan Mahmoud non ha esitazione: “La libertà di espressione è sotto attacco nel mondo quando si cerca di criticare la religione, ogni religione: se lo fai nel caso dell’islam, però, il rischio in Occidente è quello di essere accusata di essere razzista o islamofobica. Questo è il motivo per il quale è importante enfatizzare la centralità della libertà di espressione e difendere il diritto alla laicità”.
È il nodo più evidente che a Londra ha percorso tutti gli interventi, come emerso in modo potente nei due momenti di apertura e chiusura dell’assise londinese, affidati rispettivamente a Inna Shevchenko, leader del gruppo Femen, e a Zineb El Razoui, giornalista di ‘Charlie Hebdo’. Mentre la prima ha sostenuto che diritti delle donne e religioni sono incompatibili, El Razoui si è rivolta direttamente alle seconde generazioni in Europa e alla sinistra, che crede di rendere un buon servizio alla causa migrante e antirazzista sottovalutando il fondamentalismo islamico e abbracciando il relativismo abbandonando l’universalismo dei diritti.
“Non ho dubbi sul fatto che l’estrema destra da fermare in Occidente sia l’islamismo - ha scandito El Razoui. Voglio dire agli europei e specialmente alla sinistra: ‘Non cadete in questa trappola. Ricordate cosa hanno fatto gli islamisti alle persone comuniste e di sinistra in Iran o in Afganistan; ricordate che gli islamisti sono finanziati dai peggiori sistemi capitalistici come l’Arabia Saudita o il Qatar. Queste persone non sono rappresentative della cultura del mondo musulmano. Voglio dire in particolare ai giovani musulmani che vivono in Europa: è una cosa buona se volete far conoscere la vostra cultura, ma allora imparate la lingua, scoprite la bellissima letteratura del mondo musulmano, scoprite la musica del mondo arabo invece di vestire un burka o un costume afgano pensando che questo rifletta la cultura del nord Africa”.
Per Zehra Pala, presidente dell'Atheism Association of Turkey: “la laicità è importante per me come donna e come attivista in Turchia, perché è molto più difficile vivere nel mio paese, oggi diventato più islamista: il governo ha ristretto le libertà di espressione soprattutto nei confronti delle donne. Se giri per la strada con i pantaloncini rischi le botte perché i fondamentalisti ti attaccano; se vai alla polizia a denunciare le violenze ti viene detto che sei contro l’islam, visto come ti comporti, e quindi non ti difendono.
Nel mio paese c’è una forte pressione sia in famiglia che a scuola affinché tu stia dentro una gabbia ideologica. Oggi a scuola, sin dalle elementari, viene insegnata la jihad e si è deciso eliminare dai programmi la teoria darwiniana dell’evoluzione perché si tratta di una visione laica.
Come motivo il governo sostiene che il cervello infantile non può capire Darwin, ma mi chiedo: e invece nell’infanzia si possono capire le regole della jihad islamica? È una abile tecnica manipolatoria, perché è più facile avere consenso se sin dall’infanzia si indottrinano le menti. La violenza non è solo quella fatta al tuo corpo con lo stupro, ma anche quella che si fa manipolando le menti più fragili e malleabili. Il meccanismo adottato è anche quello della paura, perché a scuola si minacciano i piccoli dicendo che se non segui queste regole vai all’inferno. È così che sono stata educata anche io: la mia famiglia ha provato a fare pressione su di me, così come la scuola, ma non ha funzionato perché ero lì continuamente a fare domande. Per questo è così importante pensare in modo libero e, anche se ci sono pressioni, dobbiamo fare in modo che le persone possano pensare liberamente con la loro testa”.

Pensiamo allora a come ‘reinterpretare il futuro’ che se non spetta a noi matusalemme certamente spetta ai nostri figli, e costruiamo insieme oltre che de-costruire il passato, per sostituirlo con il nulla (di fatto e di pensato), e postiamoci a diventare creativi di nuova volontà, se non altro per lasciare la possibilità di rimettere insieme i pezzi di questo mondo (pianeta) che abbiamo ridotto in frantumi. In “Non sperate di liberarvi dei libri” – Umberto Eco / Jan-Claude Carrière, scrive, parafrasando in chiave brillante l’ammonimento a non buttare via il passato di una cultura di conoscenza, la cui universalità è parte integrante del DNA antropico. Piuttosto preoccupiamoci “..quando la salvaguardia è possibile, quando si trova il tempo (e il modo) di mettere gli emblemi di una cultura in luogo sicuro”, di ripararla dalle incursioni disgregative (de-costruttive), pensiamo piuttosto a come salvarla, a cosa salvare, prima di esporla al rogo di icariana memoria.
Se “..il sogno di volare ossessiona(va) l’immaginario collettivo da tempi immemorabili”, oggi non è più così. “Io credo – scrive Jean-Claude Carrière (op.cit. Bompiani 2009) – in effetti che molte invenzioni del nostro tempo siano la concretizzazione di sogni molto antichi. […] Come se Virgilio, scendendo negli inferi, avesse preconizato il mondo virtuale del quale ci stiamo compiacendo. Questa duscesa agli inferi è un tema molto bello che la letteratura mondiale ha affrontato in modi molto diversi. È il solo modo che ci è stato dato per vincere contemporaneamente lo spazio e il tempo, ovvero per penetrare nel regno dei morti, o delle ombre, e viaggiare contemporaneamente nel passato e nell’avvenire, nell’essere e nel nulla (che non è il ‘niente’ come ultima parola). Di raggiungere così una forma di immortalità virtuale”.

Come re-impossessarci del futuro imprevedibile (?).

“Il futuro non tiene conto del passato ma neanche del presente – scrive ancora J.C. Carrère - . Entri cinquant’anni saremo tutte creature bioniche. Quello che veramente mi colpisce è la completa sparizione del presente. […] L’avvenire è come sempre incerto e il presente progressivamente si restringe e si sottrae. […] Se la nostra memoria è corta, allora è questo passato recente che incalza il presente e lo spinge, lo sbilancia verso un futuro che ha assunto la forma di un immenso punto interrogativo. O forse esclamativo. Dov’è passato il presente? Il meraviglioso mopmento che stiamo vivendo e che molti cospiratori cercano di rubarci?” …
“Riprendo contatto con questi momenti, certe volte, in campagna, ascoltando la campana della chiesa che suonando le ore mi dà una specie di ‘la’ che mi riporta a me stesso: Ah, sono solo le cinque… Come te (Umberto), anch’io viaggio molto, mi perdo nei corridoi del tempo, nelle sfasature delle ore e ho bisogno, sempre di più, di riconnettermi a questo presente che ci è ormai impercettibile. Altrimenti avrei l’impressione di essere perso. E forse, anche, di essere morto”.
“In questo caso – scrive ancora U. Eco (op.cit.) – non è un problema di memoria [collettiva] che va perduta. Si tratta piuttosto, a mio parere, di un problema di labilità del presente. Non viviamo più un presente placido ma siamo costantemente sotto sforzo nel prepararci al futuro.” A cui risponde J.C. Carrère (op.cit.): Sì, certo “quando il mondo è in rivoluzione permanente, sono i figli che insegnano ai genitori. Ma i loro figli cosa impareranno da loro”, se avranno buttato via il bagaglio che tanto abbiamo fin qui salvaguardato? “Siamo ormai collocati nella mobilità, nella mutevolezza, nella rinnovabilità, nell’effimero (spinto), in un’epoca in cui, paradossalmente viviamo sempre più a lungo”.

Riprendiamoci la speranza ... già che ci siamo (?)
Se il futuro è imprevedibile voglio pensare che da qualche parte uno spiraglio di luce, seppure effimero, ci aspetti:

‘nella luce del tempo’ (Gioma)
..fin dentro il mistero della vita
nato e rinato
un’infinità di volte
senza coscienza del trascorso
d’intraprendere mai stanco
nuove strade
nel segno dell’avventura
d’ogni giorno
ciò che mi suggerisce
di spingermi alla ricerca
di continenti visti forse
ignorati sempre

luoghi e paesi diversi
luminosi e oscuri mai
dove risorgere e rigenerarmi
felice infelice
d’elemosinare l’acqua al cielo
nutrirmi di radici
trovare linfa e forza
nella madre terra
la cui natura forse ho calpestata
violata mai
genti diverse
volti conosciuti mai e sempre

con gli stessi fardelli portati
sulla testa con dignità
dentro il peso degli anni
sulle spalle stanche
di un vivere conteso
a un destino benevolo
solo talvolta iroso
crudele
solo un modo di dire
l’afflato della vita che scorre
a oltranza è un fiume
mai nato / mai morto.

“Be’ allora smetto di imparare a memoria (e di scrivere) poesie e mi bevo due bottiglie di whisky al giorno. Grazie di avermi dato una speranza. ‘Merdre!’, come diceva sempre Ubu” (U. Eco op.cit.).

Se è vero che il passato non smette di sorprenderci, più del presente, più del futuro forse! Voglio qui ricordare – scrive J.C. Carrière – una citazione del comico bavarese Karl Valebtin: “Anche l’avvenire era meglio un tempo”. È sua anche quest’altra annotazione piena di buon senso: “Tutto è già stato detto, ma non per tutti”. “Siamo in ogni caso arrivati a un momento della storia in cui possiamo delegare a delle macchine intelligenti, intelligenti dal nostro punto di vista, la preoccupazione di ricordare al nostro posto, sia le cose buone che quelle cattive. Michel Serres ha toccato questi temi in un’intervista rilasciata a “Le Monde de l’éducation” dicendo che se non riusciamo più in questo sforzo di memorizzazione, allora “ci resta solo l’intelligenza”.
“Probabilmente c’è una cosa che non sparisce (e che dobbiamo preservare dallo scomparire), ed è la memoria di ciò che abbiamo provato nei diversi momenti della nostra vita. La memoria preziosa, e talvolta ingannevole (pur sempre meravigliosa), dei sentimenti, delle emozioni. La memoria affettiva. Chi potrebbe liberarcene e a che pro?”.

Non disperate, ci sarà un prossimo 'Bla, bla, bla', è una promessa.


Note:

“Non sperate di liberarvi dei libri” – Umberto Eco / Jean-Claude Carrière - Bompiani 2009.

Jean-Claude Carrière
È sceneggiatore cinematografico e televisivo, autore teatrale, romanziere, poeta e saggista. Ha collaborato con Buñuel, Marco Ferreri, Giuseppe Bertolucci, Louis Malle, Jean-Luc Godard e Jasùs Franco.

Umberto Eco
È stato un filosofo, medievalista, critico e saggista, semiologo e romanziere di chiara fama, tra le sue opere ricordiamo “I limiti dell’interpretazione” 1990; “Kant e l’ornitorinco” 1997; “Dall’albero al labirinto” 2007; e numerosi romanzi, fra i quali “Il nome della rosa” 1980 cui hanno fatto seguito numerosi altri, fino a “Numero Zero” settimo ed ultimo romanzo edito da Bompiani 2015.

Monica Lanfranco
È giornalista indipendente, femminista, blogger di Micromega e del Fatto Quotidiano, scrittrice e formatrice su differenza di genere, sessismo, comunicazione e conflitto. Nel 1994 fonda il trimestrale Marea. Dal 2013 gira l’Italia con la piéce teatrale “Manutenzioni, uomini a nudo”, primo laboratorio italiano per uomini contro la violenza tratto da “Uomini che odiano amano le donne”. Nel 2016 è uscito “Parole madri. Ritratti di femministe: narrazioni e visioni sul materno”.




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- Libri

Felice come una PasQua - filosofia e altro.

Felice come una PasQua.
(una risposta filosofica al ‘rito della festa’ e ‘due uova molto sode’ magari di buon cioccolato).

Il mondo è pieno di luoghi incerti, suscettibili e variabili che non sempre si rivelano o a cui semplicemente non facciamo caso. Spazi che cambiano come cambia il vento, la stagione o il punto di vista di chi li osserva. L’indole dell’uomo è multiforme ma la verità raggiunta finora ha una sola forma: la ‘forma dell’uovo’.
«Dell’uovo?»
Sì, proprio così, in quanto simbolo millenario, l’uovo ha guadagnato un ruolo di tutto rispetto nella storia dell’alimentazione come dell’arte, della musica come della letteratura. Fra pitture rinascimentali e declinazioni contemporanee, fra storici interpreti e nuove valenze performative, la forma dell’uovo è riconosciuto quale archetipo ‘cosmico’.
Simbolo di fecondità e di rigenerazione, rinascita e trasfigurazione ha assunto nel tempo gli aspetti del tutto particolari che sono poi confluiti nella tradizione cristiana, e non solo, della vita eterna, e che ritroviamo fino ai giorni nostri nella produzione di forme nuove proprie dell’immaginario collettivo: dalle nuove vie della rappresentazione, della metafisica applicata alle nuove tecnologie, alla fantascienza.
Insomma, quella che sembra una domanda impropria, un banale trompe l’oeuf sul dilemma più sterile nell’universo delle domande retoriche, è invece seria. Quante volte ci siamo sentiti domandare se ‘è nato prima l’uovo o la gallina?’, e mai siamo stati in grado di rispondere; mai che qualcuno ci abbia dato una spiegazione verosimilmente logica.
A quanto pare la logica c’entra fino a un certo punto, ma se spostiamo la domanda e la riferiamo a un’intenzione di ricerca della forma, potremmo ben dire che è piuttosto un progetto infinito dell’estetica dell’arte. Altresì se la riferiamo alla socializzazione del pensiero e/o dell’immaginario, ècco entrare in campo l’estetica filosofica. Non di meno, nella prospettiva filosofica, alla domanda iniziale, potremmo rispondere con un’altra domanda: ‘la forma dell’uovo’ è un presupposto di un processo di teorizzazione dell’ozio?’.
«Dell’ozio?»
Sì, proprio così, in quanto è figlia del senso altruistico dell’ozio, che trova nell’attività riflessiva (della gallina), il significato fenomenologico dello spirito (Hegel) che gli da forma. Dove si descrive il percorso che ogni individuo deve compiere, partendo dalla sua coscienza, per identificare le manifestazioni (la "scienza di ciò che appare", la "fenomenologia"), attraverso le quali lo spirito si innalza dalle forme più semplici di conoscenza a quelle più generali fino al sapere assoluto.
Un’appropriazione, come dire, impropria, che non nasconde segni di criticità se la confrontiamo con l’affermarsi dell’individualismo moderno dove molti ‘vizi’ del passato diventano ‘virtù’ del presente come fossero principi cardine di ogni relazione sociale. Non è affatto così che può girare l’uovo che abbiamo appena trovato, né può esserlo se non a scapito di quelle attività che ci sforziamo di promuovere come la socievolezza, il collettivismo, la solidarietà, l’altruismo, non vi pare?
«No, non ci pare!»
Al contrario l’egoismo, l’indifferenza verso l’altro, si tramutano dal bene (verso l’altro / gli altri) nel male, producendo feroci gerarchie, dinamiche di esclusione, disuguaglianze foriere di guerre e stermini di massa, di intere popolazioni che fuggono in massa ecc. La realtà della ‘forma dell’uovo’ sta ad affermare un principio ‘etico altruistico’ (Nussbaum) di appartenenza ed empatia sociale, capace di stabilire un rapporto empatico anche con qualcuno che sta al di fuori del proprio gruppo: in termini sociali, della propria comunità, della sfera pubblica come di quella privata, di fare della sobrietà uno stile di vita.
L’ozio quindi come forma di altruismo che si colloca nello spazio-tempo di una scelta di vita, per ritrovare il senso della libertà che viene meno a causa dei ‘paletti’ (confini, soglie, impegni, scelte ecc.) che costantemente usiamo per infliggerci, masochisticamente, quel ‘qualcosa da fare’ che tenga impegnati, e che ha schiavizzato, demoralizzato e depresso l’umanità fin dalle origini. Ma attenzione, ‘oziare’ non significa libertà di ‘non fare niente’ ma di scegliere di essere liberi di vivere la vita che vogliamo fare con dignità, nel rispetto degli altri e della società in cui viviamo. Preso alla lettera significa anche ottemperare ai doveri sociali pur mantenendo il ‘libero arbitrio’ dei gioudizi.
«Libero arbitrio?»
Non è forse autodeterminazione della gallina fare l’uovo o non farlo? Non c’è nulla che dev’essere fatto per forza, in fondo aver deciso ‘la forma dell’uovo’ è stato indubbiamente frutto di una costruzione mentale. Un pensiero autonomamente riflesso di ciò che la natura in sé permetteva di esprimere. Ciò per quanto ‘la gallina non sia un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente’ (Jannacci –Pozzoni-Pozzetto) e che, infine, conferma di avvalersi del ‘libero arbitrio’ (proprio degli animali) di lasciarsi prendere e cucinare.
Compiacente o no la gallina può pensare senza l’uso delle parole e ciò che pensa è che per quanto ce la possiamo mettere tutta, non siamo capaci di fare le uova, solo di romperle. È così che noi ‘..facciamo uso di una montagna di parole tutti i giorni, parliamo spesso troppo, e a volte abbiamo la fondata impressione di parlare senza pensare. Il che ci sembra una cosa sconsigliabile, non solo per le sue conseguenze pratiche (non logiche), ma anche perché lede una sorta di presupposto implicito del linguaggio: che dietro a ogni parola ci sia un pensiero’ (Ferraris).
«Perché, che cosa si fa con il linguaggio oltre a pensare?»
No, proprio non saprei. Ciò che so è che ‘..il nesso tra pensiero e linguaggio non è sempre coerente; che la dimensione pragmatica del linguaggio va oltre ogni dimensione pratica; e infine, che ‘..consiste in quello che nel gergo dei filosofi si chiama caveat, cioè una messa in guardia contro quello che, sempre nel gergo, si chiama olismo linguistico, l’idea che tutto sia linguaggio (per strano che possa apparire qualcuno l’ha davvero pensato) o che il linguaggio possa tutto’ (Ferraris).
Ma non tutto avviene così, sarebbe come ‘mettere tutte le uova in un paniere’, similarmente alla nota canzone ‘I'm putting all my eggs in one basket’ (Berlin); magari scommettendo di non romperne nemmeno una. ‘Be, è chiaro, tutto dipende da come vogliamo cuocerle , avverte Giovanni Nucci, autore di “E due uova molto sode” (Gaffi Edit. 2017) apparso nella Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile.
Niente di più azzeccato se si tiene in conto l’efficacia di una scrittura come metafora della cottura delle uova, in cui ‘la forma dell’uovo’ è ‘..al contempo il creato e la creazione: e la creazione, come è noto, si esprime nelle più svariate forme e differenti elaborazioni. In sintesi, più o meno tutto quello che abbiamo da dire a riguardo è che dentro un (solo) uovo c’è già tutto, il poco e l’assai, sia l’uno che l’altra, l’universo e il vuoto contenuti da un buco chiuso in se stesso: ma da quello che dice di sé, di solito, non lo si capisce’ (Nucci).
«Ma di che cosa stiamo parlando?»
Non certo dell’Uovo di Colombo che è tutt’altra cosa, come è noto l'espressione 'Uovo di Colombo' si usa quando si descrive un modo incredibilmente banale di risolvere un problema che sembrava senza soluzione. Si narra infatti che Cristoforo Colombo venne invitato a una cena al suo ritorno dall’America e che durante tale banchetto alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire le sue imprese, dicendo che chiunque ci sarebbe riuscito. Ebbene Colombo li sfidò a mettere un uovo diritto sul tavolo, senza che cadesse. Non riuscendoci, i gentiluomini sfidarono Colombo, chiedendo anche a lui di farlo: il navigatore battè leggermente l’uovo sul piano e lì lo lasciò, dritto e fermo. Gli spagnoli si lamentarono affermando che anche loro potevano fare una cosa così e Colombo rispose che loro l’avrebbero potuto fare, ma lui l’aveva fatto. Come dire che “l’uovo ha una forma perfetta benché sia fatto col culo”. (Munari)
«Tutto qui?»
Assolutamente no, ‘..Inutile cercare di classificare questa raccolta. Non si tratta propriamente di racconti – avverte l’autore – semmai sarebbe il caso di parlare di resoconti, e neppure troppo attendibili. Certamente questo non è un libro di cucina. Forse l’unica sua certezza risiede nel fatto che qui si parla di uova. Per il resto è un po’ come in uno di quei pasticci di spaghetti che sanno fare così bene a Napoli: sono le uova atenerlo insieme, ma dentro puoi trovarci di tutto.’

Un ricco menu quindi in cui troviamo piatti originali di chicche filosofiche, aneddoti, short stories più o meno inventate, e ossimori come dessert:

Intro:
Stracciatella per principianti.
Primi piatti:
Uova alla Benedict – al prosciutto cotto o al salmone affumicato
Lo scrittore alla coque – con tanto di sigla musicale ‘Morning Glory’
Il Maestro al piatto – musicista e letterato e quant’altro
Secondi piatti:
Frittate e Soufflé – per tutti i gusti
L’uovo di Amleto – per gli addetti ai lavori un po’ pesante da digerire
E due uova molto sode … (un epilogo improprio)

Certo direte voi, non sono tutte uova di giornata, però l’autore Giovanni Nucci, cela fra le righe una freschezza degna di uno scrittore di grande attualità linguistica. Convincente a tal punto da far credere che le preferisce con la maionese, ‘piuttosto che al tartufo’, nel modo in cui Mina canta “Più del tartufo sulle uova” di A. Mingardi …

“Più di qualsiasi cosa possa dire
Più di una giornata in riva al mare
Più del pane col salame
Più di quando mangio quando ho fame
Più di un tramonto rosso fuoco
Più di una vincita al gioco
Di una serata con gli amici
Più dei bei tempi felici
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio che lo dica piano
Perché ho paura che il mondo se ne accorga
E mi riporti dall'alto fino a giù
Più di un grattacielo di New York
Di una medaglia d'oro nello sport
Più di un rialzo in borsa
Più di una bella corsa
Più di un qualsiasi invito
Di un lavoro ben riuscito
Più del tartufo sulle uova
Di una motocicletta nuova
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio …
Più di un qualsiasi invito
Di un lavoro ben riuscito
Più del tartufo sulle uova
Di una motocicletta nuova
Io ti amo, io ti amo
E forse è meglio …
Fino a giù, fino a giù
Io ti amo, io ti amo, ti amo di più.”

E che dire di ‘sei uova alla coque’ che Lelio Luttazzi elenca in “Canto” (anche se sono stonato)? Solo …

“Perché da cinque mesi canto
il mio amore in sordina perché,
cara,
temo di farmi sentire da te.
Ma da quest’oggi ho deciso di cambiare,
provando ad urlare con voce da rock.
Mi faccio sei uova alla coque
e come una belva da ring,
ti sforno quintali di swing.
Sperando di darti lo shock
che forse mi dirai di sì.”

E voi come le preferite?, con la maionese o con il salmone, strapazzate con una goccia di aceto balsamico o al chili che più piccante non si può, a voi la scelta. L’importante è continuare a leggere, ben sapendo che si tratta di ‘letteratura inutile’ benché di prestigio.

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- Poesia

Flavio Ermini o la ricerca infinita della Poesia d’Autore

FLAVIO ERMINI … o la ricerca infinita della Poesia d’Autore.

“l’alto dei cieli”
non ha fondamento né gravità l’alto dei cieli
discosto com’è dal fuoco al pari del mondo abitato
che dalle acque creaturali viene circoscritto
per quanto non si tratti che di assecondarne la caduta
consentendo così alle forze relittuali
di protendersi una volta ancora verso il principio
per misurare delle forme il grado di accoglienza
nell’inclinazione dei sensi entro i poli del finito
in cui si situa il divino per annunciare il dolore
(Flavio Ermini)

Immagini per a-solo di poesia.

Con l’affermazione “La poesia non è un genere letterario”, tema del Simposio aperto nell’Ottobre 2017 alla Biblioteca Nazionale Braidense, Flavio Ermini, poeta, narratore e saggista, nonché direttore della rivista di ricerca letteraria Anterem fondata nel 1976 con Silvano Martini, di fatto conferisce alla ‘poesia’ una prospettiva dinamica esclusiva che la distingue dalle altre forme narrativo-letterarie, in ragione di una di empatia sostanziale che l’accomuna al canto e alla musica, per lo più afferenti alla sfera del patrimonio immateriale. La ‘poesia’, non necessariamente scritta, offre quindi la possibilità di catturare molti aspetti della vita delle immagini che ancora oggi sfuggono alla descrizione letteraria, per quanto la si concentri in due ambiti distinti che si profilano nella nostra incompiutezza e nella nostra mancanza d’essere, ancorché non rispondenti alla domanda sulla nostra esistenza:

“L’essere umano è il suo avvenire ma anche la domanda sul suo avvenire, cioè non solo esiste, ma vuole sapere il perché della sua esistenza.” (Fabio Squeo)

Da un lato, quindi, la rappresentazione onomatopeica della ricerca linguistica oltre che acustico-sonora che è all’origine della parola, e “che consente di riguadagnare la continuità originaria tra parola e mondo”; dall’altro, l’avanzare costante di una ricerca che adotta dalle varie scuole stilistiche, i differenti approcci teorici e metodologici, riguardanti ‘il pensiero visivo’ e la ‘percezione dell’immagine’, qui intesa nell’accezione di ‘percezione delle forme dell’arte’. La ‘poesia’ dunque come forma d’arte a se stante di un “pensare che può strettamente coniugarsi con il poetare, alla luce di un rapporto sempre nuovo tra parola e senso”, e per quanto la ‘ricerca di senso’ oggi possa sembrare in contrasto con l’attualità intimistico-minimalista inerente più all’indicibile che al non-detto. O, diversamente, con il linguaggio massimalista-globalizzato in cui la ‘poesia’ ripone la riflessione sul ‘senso’ che, seppure in differenti modalità di ricezione e comunicazione, ciò non diminuisce la portata antropologico-culturale del messaggio poetico che racchiude in sé.

La natura della poesia, infatti, si avvale di suoni ‘suggestivi d’immagini’ che si traducono in lineamenti audio-visivi conformi alle diverse espressioni dell’arte tout-court; e successivamente in forme connaturate al canto e alla danza (vedi il canto degli uccelli, la danza di corteggiamento di molte specie animali, ecc.). Ciò che nel tempo ha permesso di penetrare l’universo sonoro dell’habitat in cui viviamo, riscattandolo da culture e tradizioni diverse, entrate a far parte del ‘patrimonio immateriale’ dell’umanità. Ma ‘vedere la poesia’ nelle immagini della rappresentazione visiva, ed ascoltarne la musicalità intrinseca (nelle forme come nei colori), fa capo al concetto fondamentale della ‘performance‘, (Victor Turner) inerente all’estetica e al liminale:

“La performatività può essere utilizzata come chiave interpretativa di alcuni caratteri delle nuove tecnologie e in particolar modo può essere una nozione utile per connotare di una veste teorica la ‘costruzione di senso’ attraverso l’agire favorita dagli strumenti mediatici digitali”, oggi a nostra disposizione. “Per comprendere appieno il concetto di ‘performatività’ è però necessario leggerlo come pratica necessaria a una ridefinizione critica del reale e potenziale non-luogo di margine e di passaggio da situazioni sociali e culturali definite a nuove aggregazioni sperimentali. La riflessione teorica sul concetto di ‘performance’ permette infatti di penetrare le fenomenologie liminoidi (zone potenzialmente feconde di riscrittura dei codici culturali) e da qui anche la trasformazione sociale stessa” (Wikipedia).

Poesia per immagini.

Con l’aver dato ‘forma scritta’ al ‘dire’, attraverso il percorso accidentato dei segni grafici e, successivamente, alla sua trasposizione simbolica in quanto metafora figurativa, la ‘poesia’ assurge alla sua forma preminente di ‘creatrice d’immagini’, raggiungendo il suo apice nell’aver dato ‘voce’ all’immagine che la rappresenta. Per cui attribuire alla ‘poesia’ una certa corrispondenza e/o la relazione con l’immagine (grafica, pittura, scultura, fotografia ecc.), è inevitabile. L’alleanza introspettiva, di segreta comunicazione fra le parti, è, per così dire, incommensurabile. Al punto tale che un’immagine è poetica anche senza la suggestione del verso scritto che l’accompagna. Allo stesso modo che si può vedere un componimento poetico, se non addirittura ascoltarlo, senza la necessità di utilizzo di una immagine o di una forma specifica d’arte. In questo la ‘poesia’ è paritetica alla musica, al canto e alla danza, perché: “fonte di formazione e deformazione di un nuovo atto significante” (Giorgio Bonacini).

Atto comprensibile di un prevedibile prosieguo di andare ‘oltre’ la forma, aprire un varco subliminale al testo scritto o figurativo, alla esegesi della parola contenuta e/o scivolata negli interstizi bianchi che intercorrono tra le righe, in cui il ‘dire’ risulta destrutturato dalla forma del ‘voler dire o non voler dire’ (nel senso di edificazione); e dal logos in quanto pensiero e verbo (edificante) del poetare. “Il dire del poeta ci parla di un ‘altrove’ dov’è in opera una prospettiva rovesciata rispetto al mondo sensibile” – scrive Flavio Ermini (in “L’altrove poetico” Editoriale n. 95 - Anterem), in cui l’immaginario è il vero interfaccia del poeta che se “non nomina le cose esperibili”, pur si avvale di binomi di ‘senso’ come: fisico-psichico, interiore-esteriore, indefinito e comunque intenso e/o estremo. Allora l’ ‘altrove’ è il Nulla e il Tutto è l’oceano e il deserto, la germinazione e la seccura, la speranza e l’abbandono, il moto e la quiete, l’essenza e l’assenza, l’immobilità e il trapasso, la stasi e la morte, plausibilmente contenuti nel dialogo poetico.

Immagini e forme queste, preminenti di concetto e contenuto, tuttavia impossibili da identificare e/o configurare se non nell’ambito di un ‘altrove’ in costante trasformazione, nelle differenti modalità di una cultura recepita nelle sue diverse identificazioni verbali-acustiche e sonoro-musicali, nonché coloristiche e luminose che danno luogo alla trasparenza dell’aere, in cui il ‘senso smarrito della poesia’ si ritrova e ci orienta verso il mistero del nostro essere. ‘Immagini coloristiche’ e ‘forme poetiche’ dunque, come memoria storica dell’esistenza antropico-naturale compresa tra realtà massima e finzione estrema, all’interno di una location-abitativa e una docu-fiction in cui la presenza e/o l’assenza umana si realizza nello ‘sconfinamento di senso’, allo stesso modo che nell’espresso sentimentalismo e nell’amore fugace, nella commedia liminale (farsa), come nella drammaticità luttuosa (tragedia), al livello della soglia della coscienza e della percezione.

Le dimore della poesia.

“Qui si viene non per celebrare una dimora, un giardino, ma perché ci si è persi” – cita Flavio Ermini (in “Non c’è fine al principio” Editoriale n. 94 - Anterem). La frase è del filosofo Lacoue-Labarthe alla quale inavvertitamente sembra rispondere proponendo alla lettura un’altra frase: “Se volete incontrarmi, cercatemi dove non mi trovo. Non so indicarvi altro luogo.”, del poeta Giorgio Caproni (in “L’altrove poetico” n. 95 - Anterem). Un non-luogo dunque che pure è “il luogo che ospita la domanda sull’essere, testimoniando la profondità della physis quale si era rivelata agli albori del pensiero”. Se si considerano qui le due frasi contigue, non senza una forzatura intellettuale, si potrebbe qui raffigurare un ‘ossimoro’ dove dimora-persi / altro luogo (dove non mi trovo), spingono verso quell’ ‘altrove’ dove “non c’è fine né principio”, che è poi il luogo della ‘poesia’, in cui:

“… la natura può ancora parlarci come all’origine parlava ... dove le antiche parole tornano alle nostre labbra come strappate al silenzio; vere quanto è vero lo sgomento dinanzi all’inconoscibile.” (Flavio Ermini)

Ancora più significativo è il principio immateriale poetico espresso nella ‘physis’ nel quale fin dall’antichità si cercò di cogliere il ‘senso’ della realtà in cui l’uomo è immerso nel suo divenire: “La poesia impone di accettare l’essere nel mondo in cui si dà, e implica un interrogarsi sul venirci incontro della molteplicità, un interrogarci sul come la parola può salvaguardare l’essere dall’apparenza. La parola è poetica – e quindi vera – allorché fa sì che l’essere sia. È in questo ‘lasciar essere’ che la parola svela il senso (della poesia) ed è dunque presso di essa quando ne preserva la differenza”. Differenza in quanto termine di opposizione e contrapposizione che interviene a spiegare le realtà particolari intrinseche della funzione poetica sottoposta al divenire, che dev’essere immutabile, previo l’inconfutabilità del pensiero che l’ha espressa, nel modo e nei termini del poeta, perché verità dell’essere.

Il ‘gioco filosofico’ (perché di questo si tratta) si avvale qui dell’interposizione di punti di riferimento alquanto labili, in cui la ‘poesia’ è sinonimo di mobile (solubile), contro la ‘parola’ per sua natura immobile (insolubile), malgrado l’alterità dei contrari che ne negano la relativa effettuazione. Si ha dunque che se possiamo considerare la ‘parola’ come ‘liquida’ per effetto della ‘Retrotopia’ (Zigmunt Bauman) in atto; ancor più la ‘poesia’ si fa evanescente, si volatizza nell’aere, spingendosi nella germinazione del nuovo che, al pari della fotosintesi clorofilliana s’avvale della metamorfosi della forma data, onde per cui dissoi-logoi “le parti mutano ma tutto resta immutevole” (Anassimandro), in quanto le differenze ‘affermazione e negazione’ mantengono uno stesso valore.

Flavio Ermini, in qualità di scrittore e poeta si inserisce nel ‘gioco’ sfruttando proprio questa formula inconfutabile con le sue pertinenti scelte Editoriali, interponendosi, per così dire, nelle linee direttrici della raccolta dei testi che compongono ogni singolo numero della Rivista Letteraria Anterem.

Alcuni esempi di ‘altrove’ poetico:

“Non m’interessa pensare al mondo al di qua del mondo” (Nietzsche)
“Si potrebbe dire che abbiamo due destini: uno mobile e senza importanza, che si compie; e un altro, immobile e importante, che non si conosce mai.” (Musil)
“Lontano dal cammino degli uomini.” (Parmenide)
“Ma i viventi commettono tutti l’errore di troppo forte distinguere. Fiorire e inaridire sono a noi ugualmente noti.” (Rilke)

Alcuni dialoghi inerenti all’ ‘altrove’ poetico:

“Poesia e pensiero in dialogo” - di Adriano Marchetti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017 (estratto).

Poesia e pensiero sono distinti come i due poli in cui si coniuga il linguaggio, in ciò che vi è di più profondo, di più elementare e più iniziale, per vibrare infinitamente in tutta la sua estensione. […] Appartiene alla tradizione occidentale una poesia che parla nella convinta presunzione di essere poetica. Diventa arte, il suo rapporto con la filosofia è apparso difficile, forse ossessivo. Nell’arroccamento sul proprio territorio autonomo e nella irresponsabilità verso qualunque altra disciplina che ha attraversato, si riflettono i grandi stereotipi: si dice per esempio che la poesia è irrazionale, emozione, sentimento, immaginazione, rivelazione. Mentre il pensiero sarebbe rappresentazione, razionalità, logica. Il filosofo, difende in forme diverse la sua idea. Il poeta maschera in forme diverse quell’idea. L’ambiguità che nel filosofo è una colpa, nel poeta è un pregio. […] I decostruzionisti giungono persino a ipotizzare che poesia e filosofia siano la stessa cosa e che si diversificano solo nella scrittura che utilizzano. […] La filosofia inizia come una domanda di senso e non ripudia la rivelazione verbale del canto. E la poesia sa di trasmettere un certo sapere.
C’è, per così dire, una sovranità terroristica della poesia rispetto a una sorveglianza sapiente dei filosofi. Il tessuto del linguaggio filosofico si sottopone a una sorta di metafora continua, costringendo gli stessi concetti che utilizza a trasformarsi. In più ambiti i filosofi riconoscono nei versi forme dell’esperienza che già hanno avuto una sorta di canonizzazione filosofica; si fanno aiutare dai poeti in ciò che dicono a cornice della loro opera. Tuttavia non si tratta né di poesia filosofca né di filosofia poetica. Per comprendere tale indissolubilità e insieme singolarità occorre risemantizzare i due termini del rapporto. La poesia che pensa spporta la contraddizione, porta dentro di sé il pensiero e resta come in attesa sulla soglia, lasciando che le domande siano sospese al centro della coscienza profonda e dolorosa dell’ambiguità. Da una parte il rigoglio dell’essere e dall’altro la sofferenza – facce di una stessa medaglia – fanno sì che il poeta assuma su di sé, […] “tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia” (Arthur Rimbaud). […] La filosofia non smette d’interrogare la poesia e si trattiene su quella soglia dove la poesia continuando a pro-vocarla e a sfidarla, le restituisce le parole con un tono nuovo.
La poesia smaschera la filosofia se questa presume di essere l’ultima parola del mondo. L’ultimissima parola non è mai stata detta; risuonerà al di là del mondo, altrove. […] Dal canto suo il pensiero impedisce al canto di essere poesia di se stessa. Né identità né confusione, né esclusivamente ombra né piena luce, né reciproca impenetrabilità. Il loro dialogo è possibile a condizione che il pensiero non sia ridotto a esoressione logica autosufficiente e che la poesia non sia compresa come un riflettersi estetico di se stessa. La nostra epoca, enigmatica nella sua oscillazione tra illimitata potenza e radicale alienazione, ci offre la prova dell’assenza di fondamento. […] Il tempo favoloso della scoperta del mondo – l’infanzia del mondo – è solo un relitto alla deriva, e risibile è il progresso nella sua presunzione di perfezione ‘naturale’. […] Il linguaggio raggiunge il poeta che lo eredita per la sua estrema sfida nell’epoca di compimento ed esaurimento della metafisica. […] Anche la filosofia, o (ri)pensa se stessa su modalità conoscitive che a lungo andare la inducono a riconoscere il proprio vuoto, o deve uscire da sé, dal circolo virtuoso dell’autotrasparenza, rinunciando al dominio logico che si dà ragione da sé.
La separazione tra poesia e pensiero è in realtà una relazione unitiva dei due modi ritmici che portano il linguaggio al linguaggio. La poesia dà da pensare al pensiero e si accolla il dovere di pensare, ma non si pensa. Da parte sua, il pensiero, benché con modalità differenti, scruta la poesia, impedendole di essere poesia della poesia, cioè autolegitimazione di fronte al pensiero. Quest’ultimo, per quanto assolutamente radicale, non è in funzione di una conoscenza fondatrice, ragionevole e rassicurante, così come la poesia non è letteratura assoluta né tanto meno mistica ante litteram. […] La loro conversazione accade nell’intersezione della loro comune origine. L’origine non può essere pensata né come nulla né come qualcosa; la poesia scaturisce tra quel nulla e quel qulcosa, tra l’indefinito della negazione e la potenza dell’affermazione. Tra il nulla del nichilismo che nega il reale e l’illusione della rappresentazione che imita la natura c’è questo luogo vuoto , in cui ciò che è può apparire e raccogliersi nel suo dire silenzioso: un prima dell’inizio, un movimento inaugurale – vibrazione scaturente di ciò che perviene continuamente a sé.
Non c’è origine, ma accordo immediato con una perpetua nascita a cui s’intonano i modi e le interrogazioni della scrittura, attraverso l’arte della variazione, della brevità esplosiva dell’istante al vocativo ostinato, verso qualcosa che si rivela riservandosi. […] La parte radiosa, l’alêtheia della physis, si lascia intravedere solo sfuggendo alla vista. Il suo dischiudersi universale appare nel suo ritiro in seno all’oscurità, dove la parola si rifiuta di dimostrare e decifrare, facendo solamente segno alla sua scaturigine. (Del resto), … se fosse la piena chiarezza, sarebbe compiuto e immutabile; se fosse totale oscurità, il suo accesso sarebbe impossibile. L’esperienza della rivelazione è nella rivelazione stessa, nel circolo del rivelarsi sottraendosi. Il poeta corre il massimo rischio, arrischia la propria identità di poeta:

“Io è un altro”, annuncia Rimbaud.
“… di insensato gioco di scrivere”, dice Mallarmé.
“… di cadere in servitù di parole”, parla Ungaretti.
“… (rischia) attraverso l’intuizione della ‘decreazione’, l’unico atto autentico di donazione la sua identità”, affiora negli appunti di Simone Weill.

“Il lavoro della poesia” – di Giampiero Moretti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017 (estratto).

[…] “La grandezza artistica (del fare poetico) può mai essere storicamente efficace, può inserirsi nel processo del divenire?”; (la domanda è così posta nel saggio “Problematica della poesia” da Gottfried Benn), e si pone nella prospettiva evoluzionista interpretata in senso biologico-meccanico, e non invece in senso ‘spirituale’. Spirituale vuol dire per Benn: che il cambiamento, lo sviluppo, nel grande e nel piccolo, avviene in senso goethiano, in maniera tale cioè che sia una variazione sul fondamento e non una variazione-accrescimento del fondamento.
In campo poetico, la differenza sta nel fatto che nel primo caso l’individualità lirica resta ‘soggetta’ a una sostanza che, mutandosi, muta il soggetto poetico, mentre, nel secondo caso, l’individualità lirica assoggetta a sé il fondamento che, il fatto, scompare nell’Io che lo ‘esprime’. Il fondamento insomma, ‘resta’. […] In effetti, Benn sottolinea la preminenza della libertà poetica dell’Io lirico sulla meccanicità della sostanza interpretata in senso positivistico. […]
Tra le considerazioni più degna di nota, e massimamente in linea con il pensiero di Nietzsche, troviamo quella secondo cui «l’Io è un tardo stato d’animo della natura, e addirittura uno stato d’animo fuggevole», ricondotta perciò al contesto fortemente nietzschiano all’interno del quale e dal quale nasce la prospettiva poetica di Benn, quella affermazione significa che l’Io ha un ‘suo’ tempo, dal quale emerge, e che esso è del pari fatto di tempo, e ciò senza alternative, senza ulteriori possibilità che non siano veri e propri inganni, abbagli (non insomma finzioni poetiche ‘volute’). […] Tra queste due strettoie, l’Io poetico esprime la sostanza, che non è però mai un mero niente e che quindi non può mai semplicemente appartenere all’Io che la esprime. […] E tuttavia: quell’espressione è dell’Io, gli appartiene come una ‘cosa’, una pertinenza (?) […] La poesia (e la sua espressione dell’Io) non viene tanto legata e collegata alla vita ‘spirituale’ del singolo, quanto piuttosto al suo ‘corpo’, come zona autenticamente antica, arcaica, in cui in qualche misura riposa l’emozione come dimensione e fatto primario: non frutto di mero stimolo esteriore, dunque, quanto piuttosto di una temporalità interiore, profonda e intensa che nessun cervello può oltrepassare o trascurare. […]
Quella temporalità arcaica è ‘già spirituale’, ed è al contempo un fatto, irraggiungibile tuttavia dalla scienza intesa in maniera diversa da Goethe. Entra qui in scena, secondo la nostra lettura di Benn, la sua ‘proposta’ della poesia come un ‘fare’ che abbia, al contempo, caratteri individuali e universali, aspetti sia di irripetibilità (e quindi in un certo qual modo se non proprio irrazionali quantomeno a-razionali), sia di stile, comunicativamente avvicinabili, quest’ultimo, all’ambito del sapere. […] Poesia (quindi) come linguaggio e però come conoscenza, una mescolanza all’interno della quale non indisciplina e sregolatezza, bensì disciplina e regola sono al centro del processo poetico. […] In questa prospettiva, è possibile concludere che il ‘fare poetico’ è un fare ben più somatico che cerebrale e che esso presenta caratteri di universalità non di rado iscritti ‘nel corpo stesso del poeta’ non solo.
Affrontando la questione del sorgere e del significato della genialità Benn evidenzia efficacemente come, nella sua prospettiva, l’elemento individuale (‘degenerativo’) della genialità si trasformi in qualcosa di universalmente riconosciuto, accertato e celebrato soltanto nella misura in cui l’universalità popolare (oggi diremmo: il pubblico) ne decreta il successo che viene fondato, radicato – diremmo noi – sul ‘corpo’ del poeta, vale a dire radicato in quelle profondità arcaiche le quali, sole, garantiscono una universalità non effimera all’opera d’arte ‘espressa’ dal genio. […]
Le poesie vengono fatte, scrive Benn, e intende : le ‘poesie’ non sono il resoconto, il ‘racconto’ di stati d’animo individuali e passeggeri. Il ‘fare’ poetico è dunque ora al centro della riflessione; il difficile ciò che rende ‘rara’ la poesia, consiste nel fatto che essa non ha tema-argomento ma deve trasformare ciò che l’esistenza ‘sente’ in poesia. Se l’esistenza sente se stessa è ‘solo’ se stessa, la poesia sarà forse anche per certi aspetti ‘ben riuscita, ma non vera in senso ultimo. […] Forse, ma non è poco, se consideriamo che quella ricerca consapevole di un’apparenza (che non può mai, naturalmente, essere mera maniera) poggia a sua volta non tanto o soltanto sulla volontà artistica ‘del’ poeta quanto invece sulla potenzialità poetica dell’essere. È quest’ultima, se così stanno le cose, che ‘libera’ la poesia come risultato puro e semplice dalle strettoie del mestiere. Naturalmente, indicare cosa, in una poesia, non va nella direzione suddetta, è molto spesso ben più semplice del contrario.
Si leggano con attenzione, a tal proposito, le pagine che Benn dedica a sottolineare i quattro elementi che (a suo dire) tanto frequentemente compaiono nelle poesie quanto altrettanto frequentemente, segnalano un cortocircuito nella poesia. In conclusione però il punto è uno solo e uno soltanto, nella poetica moderna, la poesia del nostro tempo è quella in cui la nostra esistenza si ritrova appieno, o almeno può ritrovarsi l’Io che, parlando di se stesso parla d’altro, e questo altro non è una sua proiezione, ma è davvero Altro. E se non è, tale parlare,una modificazione, davvero diventa difficile ipotizzarne una più radicale.

Poesia dunque come variazione, cambiamento, sconfinamento, digressione, erranza.

Queste le tematiche ampiamente trattate dalla Rivista Letteraria da illustri studiosi traduttori e commentatori di saggi filosofici e poetici dei migliori e riconosciuti scrittori di ogni epoca, con particolare riguardo agli autori a noi contemporanei. Nelle sue pagine troviamo, inoltre a Flavio Ermini, Giorgio Bonacini, Vincenzo Vitiello, Carlo Sini, Alejandra Pizarnik, Laura Caccia, Enrico Castelli Gattinara, Alfonso Cariolato, Ranieri Teti, Massimo Donà, Henri Michaux, Davide Campi, Mara Cini, Marco Furia, e numerosi altri collaboratori. Ma non è tutto, sono regolarmente accolte inoltre le ‘voci’ dei grandi poeti, come Friedrich Hölderlin, Paul Celan, Emily Dickinson, Giuseppe Ungaretti, Giacomo Leopardi, Marina Cvetaeva, Claude Esteban, Camillo Pennati, Rainer Maria Rilke, Yang Lian, solo per citarne alcuni. Anche se è facile immaginare che nei 42 anni dalla fondazione della Rivista siano apparsi, verosimilmente, tutti o quasi sulle sue pagine.

Un pregio questo che attribuisce ad Anterem il primato di una lunga impegnativa produzione letteraria, della quale, Flavio Ermini, da sempre, mantiene alto il vessillo dell’impegno filantropico socio-culturale nel nostro paese. “Non c’è fine al principio” va quindi considerata come ‘massima’ che da sempre distingue e sostiene Flavio Ermini, e va letta come impegno progressivo e conseguente nel duro lavoro di direttore e redattore della Rivista, giunta quest’anno al suo 95 numero con il quale si è voluto in questo articolo, dare una risposta confacente a “La poesia non è un genere letterario”, come abbiamo avuto modo di accertare. Relativamente a un modo dirompente e in qualche modo provocatorio di tornare ad argomentare un dialogo schiuso in illo tempore, ma pur sempre attuale, sul ‘fare’ poesia e sul ‘lavoro’ del poeta, con l’affrontare tematiche vecchie e nuove inerenti e/o differenti all’argomento poetico.

Lo attestano le numerose adesioni alle diverse ‘sezioni’ del Premio, ed ancor più le varie pubblicazioni indotte ad esso, come avviene ad esempio con ‘Limina’ Collezione di scritture, e con ‘Opera Prima’ che accoglie fra le sue pagine le ‘voci’ di autori inediti e in parte sconosciuti nella scuderia del Premio intitolato a Lorenzo Montano giunto alla sua XXXII edizione, che la Rivista Anterem indice ogni anno nella ricerca infinita della Poesia d’Autore. Autori che si aprono con spirito innovativo a questa parte legittima di infinito, dando maggiore forza al riconoscimento della ‘poesia’ come forma d’arte a se stante, capace di affermare l’universalità del suo messaggio, sconosciuto in quanto imperscrutabile, suggestivo quanto più ispirato. Afferente al pensiero e alla parola, così come al canto e alla musica, in quanto ‘voce poetica’ definitivamente liberata dai lacci misteriosi delle afasie di un linguaggio ampiamente superato, appartenuto al passato, per quanto glorioso, ma che oggi pur s’avvale della bellezza terrena dei sentimenti e dell’ebbrezza spirituale che inevitabilmente pervade l’universo futuro.

Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta e saggista.
Dirige dalla fondazione (1976) la rivista di ricerca letteraria “Anterem”. Tra le sue ultime pubblicazioni: ‘Poema n. 10. Tra pensiero e poesia’, (poesia 2001; edito in Francia nel 2007 da Champ Social), ‘Il compito terreno dei mortali’ (poesia, 2010; edito in Francia nel 2012 da Lucie Éditions), ‘Il matrimonio del cielo con la terra’ (saggio e poesia, 2010), ‘Il secondo bene’ (saggio, 2012), ‘Essere il nemico’ (pamphlet, 2013), ‘Rilke e la natura dell’oscurità’ (saggio, 2015), ‘Il giardino conteso’ (saggio e poesia, 2016), ‘Della fine’ (prosa poetica, 2016). Collabora all’attività culturale degli “Amici della Scala” di Milano. Per Moretti&Vitali cura la collana di saggistica “Narrazioni della conoscenza”. Partecipa a seminari e convegni in molte istituzioni accademiche italiane e straniere. Vive a Verona, dove lavora in ambito editoriale.

Riferimenti bibliografici oltre quelli citati:
Fabio Squeo, “L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza”, Bibliotheka Edizioni 2017.
Victor Turner, “Antropologia della performance”, Il Mulino 1993.
Wikipedia, Enciclopedia libera on-line – by Wikimedia Foundation
Giorgio Bonacini, Prefazione a “L’inarrivabile mosaico” di Enzo Campi – Anterem Ed. Premio Lorenzo Montano ‘Raccolta inedita’ 2017.
Zigmunt Bauman, “Retrotopia”, Laterza Editori 2017.
Gottfried Benn, “Lo smalto sul nulla”, Problematica della poesia, Adelphi 1992, in
“Il lavoro della poesia” – di Giampiero Moretti, in Anterem n. 95 - Dicembre 2017.
Artur Rimbaud, in “Poesia e pensiero in dialogo” di Adriano Marchetti, Anterem n. 95 - Dicembre 2017.

Recensioni di Giorgio Mancinelli sul sito larecherche.it:

Flavio Ermini, "Il Giardino Conteso" - Moretti & Vitali, 2016. Pubblicato il 20/04/2016 04.
Flavio Ermini, “Serata/Evento dedicata a Rainer Maria Rilke, a 90 anni dalla morte”. Pubblicato il 29 dicembre 2016.
ANTEREM 91 apre il 2016 con uno straordinario numero da collezione. Pubblicato il 03/03/2016.
“91 E NON LI DIMOSTRA” ANTEREM RIVISTA DI LETTERATURA E POESIA . Pubblicato il 30/12/2015
“Premio Di Poesia 'Lorenzo Montano' Edizione Del Trentennale”. Pubblicato il 10/02/2016

Sitografia:
ANTEREM – Rivista di Ricerca Letteraria: www.anteremedizioni.it Premio Lorenzo Montano: premio.montano@antermedizioni.it


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- Teatro

Atelierspazioperformativo, danza e teatro a Salerno

ATELIERspazioperformativo, danza e teatro con uno sguardo alla formazione, alla scuola e all'impegno sociale.

E’ stata presentata questa mattina presso l’Ente provinciale per il Turismo di Salerno l’ottava edizione di ATELIERspazioperformativo, realizzata da Artestudio e Teatro Grimaldello, in collaborazione con il Teatro Nuovo, concept e coordinamento di Loredana Mutalipassi. La rassegna domenicale è dedicata a danzatori, attori e studenti come spazio alternativo, ma non esclusivo, all’interno del quale approcciare o approfondire l’arte performativa, o meglio la forma rappresentativa risalente agli anni Sessanta, legata alla riscoperta del corpo dell’attore da parte del teatro novecentesco. In particolare, attraverso l’incontro con artisti di rilievo internazionale nell’ambito della danza e del teatro, Atelier si pone l’obiettivo di individuare, potenziare e raffinare le possibilità espressive del corpo sperimentandone la duttilità e migliorandone la qualità.

L’evento, che ha il patrocinio del Comune di Salerno, si propone di ampliare sempre più l’orizzonte dello spazio teatrale inteso come luogo del corpo dell’attore nella sua totalità; una dimensione nella quale spazio e tempo siano profondamente correlati e traslati dalla sensibilità rappresentativa degli interpreti. Anche quest’anno la proposta è eterogenea ma profondamente univoca proprio nella ricerca, da parte di registi, coreografi e interpreti di mettere in scena “il corpo” sulla scena, corpo che attraverso la sua stessa materialità ri-crea la realtà e la offre al pubblico, sempre più esso stesso interprete e chiamato ad agire e non ad essere agito da ciò che prende vita sulle assi del palcoscenico. La formula organizzativa ripropone una co-direzione artistica – Loredana Mutalipassi e Antonio Grimaldi – e si estende con la creazione di una rete di promotori, tutti operanti a Salerno e in provincia, che hanno messo in comune idee ed energie, non solo in fase di realizzazione dell’evento in senso stretto ma proprio dal punto di vista del progetto culturale di cui Atelier si fa promotore, che è quello della fruizione critica, della formazione non solo dell’attore ma soprattutto del pubblico.

La formazione e l’impegno sociale.
A tale proposito ci piace sottolineare una delle caratteristiche fondamentali di ATELIERspazioperformativo, che ne informa profondamente la struttura da sempre, e cioè la dimensione della formazione: l’atelier, quello dei pittori e degli scultori, ma anche delle sartorie, è il luogo deputato alla “costruzione”, alla creazione del veicolo espressivo attraverso il quale si produce proprio materialmente l’ “opera”. L’idea di fondo è proprio la formazione, il ritorno ad una visione educativa del teatro in senso lato, non soltanto nella fruizione (com’era presso Greci e Romani) ma nel suo stesso processo creativo, nei codici che ne sono alla base, nelle tecniche attraverso le quali si esprime e che costituiscono il “linguaggio non-verbale” o una verbalità che si trascende attraverso il corpo dell’attore stesso.

Da sempre ATELIERspazioperformativo ha avuto una sezione laboratorio che quest’anno assume un rilievo ancora più ampio, di livello internazionale. Infatti il comparto formazione si avvarrà della presenza a Salerno del Maestro Milton Myers, direttore della sezione contemporaneo dello Jacob’s Pillow, docente presso Alvin Ailey American Dance Theatre, di Max Luna III, direttore del Reale Balletto delle Filippine, docente ospite della The Ailey School, già primo ballerino dell’Alvin Ailey American Dance Theatre, con una full immersion nella tecnica di danza contemporanea fondata da Lester Horton, di cui gli artisti summenzionati rappresentano la più diretta testimonianza. Per completare ancora di più un’esperienza squisitamente tersicorea, che vedrà affluire a Salerno danzatori provenienti da tutta Italia, e, ci auguriamo, da tutta Europa, la sezione seminario di ATELIERspazioperformativo edizione 2018 vedrà inoltre la partecipazione di Massimiliano Scardacchi, AND (Accademia Nazionale di Danza), per la danza classica e Roberto D’Urso, RAI e Mediaset, per il genere modern jazz. Il tutto arricchito dalla presenza di maestri accompagnatori alle percussioni quali Paula Jeanine Bennett, dalla Juilliard di New York e il maestro Ruggiero Botta. Per il seminario si è avviata la collaborazione con il Liceo Coreutico Alfano I di Salerno.

L’attenzione alla formazione si traduce, inevitabilmente in un particolare impegno rivolto al territorio, in particolare alla fascia degli adolescenti e dei giovani, ma anche più in generale, ai gruppi sociali più deboli e, quest’anno, si tradurrà nella disponibilità ad offrire 100 posti per assistere alle quattro performance in programma a persone segnalate dal Segretariato Sociale. Puracultura è mediapartener della rassegna.

Programma:

Domenica 28 gennaio
Kollettivo Kairos (1.7)
ENEA WHAT THE HEALTH - uno studio
Coreografie di V. Guarracino e Kollettivo Kairos (1.7)

Domenica 11 febbraio
Scuola Elementare del Teatro diretta da Davide Iodice
R.A.P. - REQUIEM A PULCINELLA,
di Damiano Rossi

Domenica 4 marzo
Compagnia Danza Flux,
REDEMPTION SUITE
coreografia di Fabrizio Varriale/Danza Flux

Domenica 11 marzo
Teatro Grimaldello,
CALIGOLA
di e con Antonio Grimaldi

SEZIONE LABORATORIO: 28-31 marzo 2018

HORTON EXPERIENCE
seminario internazionale con:
MILTON MYERS (New York) – Horton avanzato e repertorio
MAX LUNA III (Manila) – Horton intermedio e principianti
PAULA JEANINE BENNETT (New York) – maestro accompagnatore
RUGGIERO BOTTA – maestro accompagnatore

www.puracultura.it / comunicazione@puracultura.it 339.7099353

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- Teatro

Mutaverso Teatro di Salerno presenta..

Il pluripremiato 'Cantico dei Cantici' di Roberto Latini
apre la Stagione 2018 Mutaverso Teatro.

La Stagione 2018 Mutaverso Teatro, giunta alla terza edizione, diretta da Vincenzo Albano/Erre Teatro, in scena all’Auditorium Centro Sociale di Salerno (in via Cantarella 22, quartiere Pastena) ha premiatot il suo pubblico venerdì 19 gennaio alle ore 21, con uno spettacolo che ha al proprio attivo due Premi Ubu 2017 per ‘Miglior progetto sonoro’ e per ‘Miglior attore o performer’ appena conquistati.

Il 'Cantico dei Cantici', della compagnia Fortebraccio Teatro, adattato e interpretato in maniera straordinaria da Roberto Latini, già vincitore nel 2014 di un altro premio Ubu, che ha collazionato anche il Premio Sipario nell’edizione 2011 e il Premio della Critica dall’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro nel 2015, ha fatto da apripista ad una stagione che si preannuncia ricca di interpretazioni interessanti.

Le note di regia chiariscono che il Cantico "è uno dei testi più antichi di tutte le letterature. Pervaso di dolcezza e accudimento, di profumi e immaginazioni, è uno dei più importanti, forse uno dei più misteriosi; un inno alla bellezza, insieme timida e reclamante, un bolero tra ascolto e relazione, astrazioni e concretezza, un balsamo per corpo e spirito".

«Non ho tradotto alla lettera le parole, sebbene abbia cercato di rimanervi il più fedele possibile – ha dichiarato Roberto Latini – ma ho tradotto alla lettera la sensazione, il sentimento che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine. Ho cercato di assecondarne il tempo, tempo del respiro, della voce e le sue temperature. Ho cercato di non trattenere le parole, per poterle dire, di andarle poi a cercare in giro con il corpo, di averle lì nei pressi, addosso, intorno. Ho provato a camminarci accanto, a prendergli la mano, ho chiuso gli occhi e, senza peso, a dormirci assieme».

Musiche e suoni di Gianluca Misiti; luci e tecnica Max Mugnai.

Info: info@erreteatro.it - tel. 329 4022021 - 348 0741007.
Informazioni: info@erreteatro.it | 329 4022021 | 348 0741007.

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- Cinema

L’Arte di fare Cinema

L’ARTE DI FARE CINEMA
Backstage / Note di regia.

“La prima cosa che disegno indipendentemente dall’inquadratura è anche la prima cosa sulla quale si posa il nostro sguardo, cioè il volto, la posizione del volto determina l’inquadratura”, si trovò ad affermare Alfred Hitchcock nel corso di un’intervista ai Cahier du Cinéma.

Se con ciò fu allora possibile risolvere l’incognita del primo piano e ci si accorse che era rivolto alla figura umana, nulla vieta oggi di spostare l’attenzione sull’immagine del volto che per primo si definisce entro lo spazio filmico. Il volto è infatti il punto di contatto, di presenza e definizione, eletto a protagonista dell’intero spazio che intercorre tra il prima e il dopo di una sequenza filmica, capace da solo di determinare l’impatto visivo diretto con chi l’osserva. Ed è ancora il volto, soggetto unico e originale in quanto arcano e misterioso, fonte dell’inquadratura primaria, a costituire il perno d’identificazione di questa insolita impresa registica in cui, passato e presente, sono parte integrante di un vuoto temporale, privilegiato e sensibile, che solo casualmente coincide, con lo spazio che lo circonda.

Allo stesso modo la 'sceneggiatura' svolge un ruolo liberatorio dello spazio-tempo che intercorre tra i diversi accadimenti, volutamente narrati in chiave di fiction, per stemperare la tensione fortemente drammatica, vecchia di duemila anni e pur sempre attuale, della tragedia che racchiude. In cui sono raccolti accadimenti che annotano il ripetersi di azioni di guerriglia, di condanne e di assoluzioni, ma anche di persecuzioni nell’ambito di lotte fratricide interminabili, alle quali assistiamo ancora oggi, non solo come sfondo pseudo-storico delle vicende narrate, bensì nel ripetersi della vita reale che viviamo sulle pagine dei giornali e dei notiziari, in cui esseri umani in carne e ossa soccombono e muoiono in nome di una “guerra santa” che non ha alcuna ragione di essere. E che, ancor più, scorgiamo in presa diretta, sui volti sofferenti e negli sguardi di quanti si domandano increduli: “perché?”.

In quanto alla 'location', la dimensione internazionale dei fatti narrati, ampliati in un tutt’uno che abbraccia il passato e il presente, volutamente estesa per infondere alla narrazione la veridicità di cui necessita e nella quale si è voluto riallacciare i fatti di ieri, avvenuti nell’ambito piuttosto ristretto del mondo allora conosciuto, con quelli di un oggi allargato, in cui le comunicazioni occupano un posto prioritario. Le tecnologie, sicuramente più avanzate di quelle di allora, testimoniano lo sperpero di risorse enormi nel dar seguito a guerre che non hanno più alcun senso, se mai lo hanno avuto, mentre si consuma una delle più efferate contraddizioni all’universale senso di sopravvivenza.

Un parallelo che, come nella realtà, non ha ragione di essere consumato, ma che forse rende, pur nella finzione, come vanno le cose del mondo e di quale realtà oggettiva è fatto il genere il umano. Se soltanto ci guardassimo più negli occhi, se solo incrociassimo un po’ più gli sguardi l’uno dell’altro, forse ci accorgeremmo di quanto, tra sfiducia e incredulità, passa sui nostri volti. Donde l’importanza di accedere al cast originario, ovvero alla scelta di quelli che sono stati e sono i protagonisti della vicenda qui di seguito narrata, ripercorrendo i labirinti di un vissuto qua e là forzato quanto ignoto. Andare cioè alla ricerca dei volti della storia come immagini in sequenza, in tempi narrativi diversi e diversificati, in un parallelismo funzionale al soggetto, in cui fisicamente coinvolti, faranno infine da veicolo all’identificazione cinematografica, secondo scelte che possiamo definire razionali o irrazionali a seconda della diversità del caso.

Così come, a loro volta, hanno operato nel cinema, oltre ad Hitchcock (in quasi tutti i suoi film), Welles (in Il Terzo Uomo), Cassavettes (nel film Facies), e Bergman in (in Volti), in cui lo sforzo registico, per l’appunto, sta nel catturare l’essenza delle diverse individualità, non già attraverso il dramma narrato, bensì, nell’espressività dei volti.

Immaginiamo per un momento che qualcuno abbia chiesto al grande regista del brivido Alfred Hitchcock di svelare quali fossero i segreti della sua arte che a distanza di tempo ancora rendono i suoi film così particolarmente coinvolgenti:

“I miei segreti! – avrebbe esclamato con suo sorriso sornione che di per sé sarebbe già una risposta – I miei segreti sono qui, sotto gli occhi di tutti, da anni ho imparato che se desideri celare qualcosa alla stupidità umana, il posto migliore è quello in cui il mondo intero lo possa vedere”.

Ma non lasciamoci ingannare dalla risposta, che invece appartiene a un altro grande maestro, questa volta dell’arte pittorica, Leonardo Da Vinci che la riferisce alla domanda di Agostino di Leyre inviato del Santo Uffizio a supervisionare la sua opera più discussa e ritenuta eretica: il Cenacolo. E quale simbolo a questo scopo è più elettivo del volto umano colto nella sua essenza incomprensibile e misteriosa? Che ci piaccia o no, che lo vogliamo o no, per necessità o per scelta, il volto, isolato in una fotografia o messo in primo piano nel singolo fotogramma di una sequenza filmica, si trasforma in un unico e assoluto atto di creazione, diventa, per così dire, la nostra opera d’arte, che ci accalappia nel vortice dei sentimenti. E solo perché niente di meglio, o forse di peggio, è in quel momento diversamente immaginabile.

Ciò è ancora più evidente in Michelangelo Merisi da Caravaggio, che nelle sue opere si spinge a mettere in luce, con tagli mirati, i volti dei personaggi dei suoi dipinti, facendosi partecipe dell’azione che si sta compiendo sulla tela. È indubbiamente il caso del suo La cattura di Cristo, (utilizzato in copertina), conosciuto anche col nome assai riduttivo Il bacio di Giuda della National Gallery of Ireland di Dublino, in cui il centro visivo del quadro è formato dalle due teste contrapposte dei protagonisti, i cui volti, “..immortalati in uno stupendo notturno, risplendono a incorniciare in un’unica parabola, carica di molteplici valenze, le teste del tradito e quella del traditore”. È ancora il buio del peccato ad avvolgere ogni cosa, lì dove “..pochi fulgidi bagliori rischiarano questa notte senza tempo: il luccichio delle armature dei soldati, il volto presago del Cristo, le sue mani intrecciate, l’urlo di San Giovanni bloccato di tre quarti sulla tela”.

Quel che colpisce è la forza che il quadro emana, la rapidità delle pennellate, l’innegabile forza delle forme, il suo intenso impatto estetico ed emozionale a conferma della tragicità di un evento cruciale, che ancora oggi stupisce per la compiutezza dell’esecuzione tecnica con cui il pittore ha delineato i tratti dei modelli scelti, restituendo la loro immagine come riflessa da specchi segreti. Fatto rilevante ed eccezionale è che per la prima volta il pittore introduce la fonte di luce internamente al quadro stesso. La luce sulla tela è ben più di un semplice elemento della natura che irrompe sulla scena per darle rilevanza sicura, è come una lente puntata prevalentemente sui volti e sulle mani di personaggi che una lanterna innalzata, ma forse anche quella di una invisibile luna che li fa risaltare sul fondo scuro con sorprendente chiarore. Un bagliore che esplicita sui volti i fermi sentimenti dei protagonisti, quasi che il pittore volesse attirare l’attenzione sull’intensa drammaticità dell’azione che si sta svolgendo, al tempo stesso, rimettendo a sé “l’amore che tradisce e l’amore che subisce”, rendendoli contemporanei anche a ciascuno di noi.

Tutto si evolve nel presente in cui si concentra la storia vecchia di duemila anni e più, che in un istante si svolge sulla scena allestita dal grande regista lombardo, in mezzo al clangore di armi di ferro che risuonano corrusche contro lo sfondo di una notte immaginabilmente buia. Una storia senza fine, rischiarata da una luce che non è soltanto bagliore naturale, ma luce di grazia, in cui l’evento narrato si snocciola al pari di una sacra rappresentazione all’interno di una scenografia teatrale, riallestita in uno spazio montano che si annulla. Dove il tempo si ferma nell’istante carico di emozione e le figure dei protagonisti sembrano essere così reali che, addirittura, potrebbero raccontare in prima persona le proprie ‘storie’ e recitare ognuna la propria parte. Ancor più da parte di chi, per propria decisione e per decisione altrui, ha voluto ricostruire quanto realmente è accaduto nell’orto degli ulivi molti secoli prima e che non riesce a comprendere del tutto, benché come spettatore egli ne sia coinvolto, tuttavia non ponendosi dalla parte dello spettatore, poiché si rivela testimone oculare di un ‘fatto’ ed è chiamato ad assolvere il compito di testimoniare.

Che è poi quanto si vuole qui testimoniare, un qualcosa che fa parte della presa diretta e che, in un certo senso, potrebbe far pensare a un fare cinema tendenzialmente motivato dalla spinta emotiva che un regista motivato si porta dentro, appunto come dovette essere per Caravaggio, finalizzata a dare movimento alla tela, all’insieme della scena, quasi da renderla animata. Come di una sequenza che scorre veloce dopo l’altra di quell’arte onirica che matura nei sogni, o forse negli abbagli e nelle allucinazioni, e che prende nome di sequenza filmica. O meglio, come di una ininterrotta trasformazione del latente nel manifesto, del nascosto nel rivelato, paragonabile a un continuo e costante lavoro di realizzazione di ciò che in fondo è l’arte dell’illusione, cioè di quella che per lo più chiamiamo la “grande arte del cinematografo”.


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- Società

Christmas Happiness / 2

CHRISTMAS HAPPINESS / 2
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, qualche evento cinematografico, quanto basta di poesia, qualche mostra, un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo Natale è anche Vostro, o no?

‘ikutsure ka sagi no tobi yukyu aki no kure’

‘Piccoli stormi
d’aironi solcano il cielo
crepuscolo d’autunno.’

‘shibagaki ni kotori atsumaru yuki no asa’

‘La siepe spoglia
gli uccelli vi si posano
mattina di neve.’

‘yuku aki no aware o dare ni takara mashi’

‘L’autunno finisce
a chi poter confidare
la mia malinconia?’

(da “Novantanove Haiku “ di Ryöcan – La vita felice 2012)

Un’introduzione particolarmente cercata questa di usare alcuni‘haiku’ famosi di Ryöcan per fare da cornice alla mostra dedicata a Katsushika Hokusai – Sulle orme del Maestro - al Museo dell’Ara Pacis - Lungotevere in Augusta, a Roma dal 12 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018. A cura di Rossella Menegazzo.

Ɣ “HOKUSAI - Sulle orme del Maestro”
L’importante Mostra sul maestro giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849) è visitabile fino al 14 gennaio 2018. Attraverso circa 200 opere (100 per ogni rotazione della mostra per motivi conservativi legati alla fragilità delle silografie policrome) provenienti dal Chiba City Museum of Art e da importanti collezioni giapponesi come Uragami Mitsuru Collection e Kawasaki Isago no Sato Museum, oltre che dal Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova, la mostra racconta e confronta la produzione del Maestro con quella di alcuni tra gli artisti che hanno seguito le sue orme dando vita a nuove linee, forme ed equilibri di colore all’interno dei classici filoni dell’ukiyoe.
Dal paesaggio alla natura, animali e fiori, dal ritratto di attori kabuki a quello di beltà femminili e di guerrieri, fino alle immagini di fantasmi e spiriti e di esseri e animali semileggendari: questi i soggetti che i visitatori romani troveranno in mostra. Hokusai variava formati e tecniche: dai dipinti a inchiostro e colore su rotolo verticale e orizzontale, alle silografie policrome di ogni misura per il grande mercato, fino ai più raffinati surimono, usati come biglietti augurali, inviti, calendari per eventi e incontri letterari, cerimonie del tè, inviti a teatro.
Il maestro soprattutto deve la sua fama universale all’opera ‘La Grande Onda’ (parte della serie di Trentasei vedute del monte Fuji) ma anche all’influenza che le sue riproduzioni hanno avuto sugli artisti parigini di fine Ottocento, tra i quali Manet, Toulouse Lautrec, Van Gogh e Monet, protagonisti del movimento del Japonisme.
Tra i suoi allievi ci sono Hokuba, Hokkei (1790-1850), Hokumei (1786-1868) che segnano la generazione successiva di artisti, insieme a Keisai Eisen (1790-1848), allievo non diretto di Hokusai, ma che da lui è stato influenzato, che ha determinato gli sviluppi delle stampe di bellezze femminili e paesaggio degli anni 1810-1830.
Proprio a Eisen, presentato in Italia per la prima volta in questa mostra, appartiene la bellissima e imponente figura di cortigiana rappresentata nella silografia che Van Gogh dipinge alle spalle di Père Tanguy e utilizzata anche in copertina del Paris Le Japon Illustré nel 1887.

La mostra si compone di cinque sezioni:
1- MEISHŌ: mete da non perdere
Presenta le serie più famose di Hokusai: le Trentasei vedute del Monte Fuji, le Otto vedute di Ōmi, i tre volumi sulle Cento vedute del Fuji e un dipinto su rotolo del Monte Fuji, presentato per la prima volta in Italia e in anteprima assoluta.
2- Beltà alla moda
Una serie di notevoli dipinti su rotolo e silografie policrome dedicate al ritratto di beltà femminili e cortigiane delle famose case da tè del rinomato quartiere di piacere di Yoshiwara mettono a confronto lo stile del maestro Hokusai con quello di alcuni tra i suoi allievi più famosi tra cui Gessai Utamasa, Ryūryūkyō Shinsai, Hokumei, Teisai Hokuba.
3- Fortuna e buon augurio
Nel formato della silografia, di Eisen in questo caso, e attraverso una serie di undici dipinti su rotolo di Hokusai che rappresentano le divinità popolari della fortuna, si evince uno dei soggetti in voga all’epoca come portafortuna, protezione, augurio per occasioni speciali.
4- Catturare l’essenza della natura
Hokusai e allievi a confronto attraverso una serie di dipinti su rotolo provenienti dal Giappone sul tema della natura e degli animali per sottolineare i motivi classici della pittura di ‘fiori e uccelli’ e la valenza simbolica di alcuni animali quali il drago, la tigre, la carpa, il gallo riproposti nello stile di ciascun artista.
5- Manga e manuali per imparare
La serie completa dei 15 volumi di Manga di Hokusai sono esposti in questa sezione e rimandano ai tratti e alla forza che il maestro sa dare a ogni creatura che decide di rappresentare ma anche alla sua volontà di insegnare le regole della pittura ad artisti e appassionati. A fianco dei volumi di Hokusai, un album dell’allievo Shotei ripercorre i soggetti e le forme del maestro proponendo pagine simili fitte di disegni e schizzi.

Ɣ “HUMAN”
del regista Yann Arthus-Bertrand è un documentario per certi versi sorprendente quanto appassionante che si avvale di una altrettanto eccezionale quanto straordinaria ‘colonna sonora’ del compositore israeliano Armand Amar . Un dittico di storie e di immagini del mondo, per immergerci nella profondità del genere umano, che risalta per la capacità di sintesi che ne fa un'opera sorprendente meritevole di una particolare attenzione. Trasmesso da RAI5 e dalle televisioni di tutto il mondo ‘Human’ passa attraverso testimonianze piene d’amore, di felicità ma anche di odio e violenza, ‘Human’ ci permette di confrontarci con l’altro e riflettere sulla nostra vita con monologhi struggenti e di rara sincerità che si alternano a immagini aeree inedite, accompagnate da musiche particolarmente coinvolgenti.

‘Human, l’amore che salva il mondo’ è un bell’articolo/intervista di Cristina Barbetta – 07/ marzo/2016 apparso in VITA – Cultura:
Il grande fotografo e regista francese Yann Arthus-Bertrand ha presentato a Milano il suo ultimo film, ‘Human’, uno straordinario ritratto dell'umanità, un documentario che si interroga sul senso della vita e dell'essere uomini. Attraverso la voce di gente comune di tutto il mondo. 2020 interviste, 2 anni e mezzo di riprese realizzate in 60 Paesi diversi nel mondo e in 63 lingue diverse. Parole, immagini che mostrano la bellezza del mondo e musiche, che ci toccano e ci interrogano ‘per fare emergere l'empatia necessaria per vivere in quest'epoca difficile’.
‘Tutti gli esseri umani sono importanti e hanno qualcosa da dire’. Lo mostra Yann Arthus-Bertrand, fotografo, ambientalista e regista francese di fama internazionale, nel suo ultimo film, Human, uno straordinario ritratto dell'umanità, un documentario che si interroga sul senso della vita e dell'essere uomini.
Attraverso la voce di gente comune di tutto il pianeta. 2020 interviste, 2 anni e mezzo di riprese in 60 Paesi diversi nel mondo e in 63 lingue diverse per realizzare un film (191 minuti), che ci tocca profondamente perché ci riguarda tutti da vicino, perché ‘siamo tutti strumenti che suonano nella gigantesca orchestra della vita’ e queste persone che parlano sono il nostro specchio. Oltre alle persone, immagini della bellezza del mondo e musica, per riflettere e lasciare sedimentare.
Cinque anni dopo il film ‘Home’, prodotto da Luc Besson, che è stato visto da 600 milioni di persone in tutto il mondo, Yann Arthus -Bertrand lancia una nuova sfida con ‘Human’, presentato all'Assemblea Generale dell'ONU e al Festival del Cinema di Venezia del 2015, è stato proiettato già in 50 Paesi nel mondo, ed è destinato a raggiungere il maggior numero di persone grazie a un piano di distribuzione a molti livelli, dal cinema, alla televisione, a internet, dove si può visionare su Youtube.

Intervista a Yann Arthus-Bertrand:
Abbiamo incontrato Yann Arthus-Bertand in occasione della presentazione di Human a Milano, al cinema Anteo, dove il film, che in Italia è distribuito da Academy two, sarà proiettato per tre settimane tutti i giorni, alle ore 13:
Com’è nata l’idea del film?
Mentre realizzavo “La terre vue du ciel” (“La terra vista dal cielo”), un progetto fotografico e un libro che ha venduto più di 3 milioni di copie, sono stato in Mali con i contadini che praticano l'agricoltura di sussistenza, che in tutto il mondo sono un miliardo. Mi hanno parlato delle loro paure: la paura della morte, della malattia, la paura di non sentirsi parte del mondo. E quello che mi hanno detto, guardandomi dritto negli occhi, è stato molto più potente di quello che avrebbero potuto dirmi dei giornalisti o degli scienziati.
Ho iniziato nel 2003 a realizzare il progetto: “7 milliards d'Autres”, sulla gente del mondo. 6000 interviste filmate in 84 Paesi da circa 20 reporter per cercare l'"Altro". Human è ispirato a questo progetto.
Che cosa l'ha spinta a realizzare Human?
Volevo cercare di dare una risposta a tutte quelle domande essenziali che ci poniamo sul senso della vita : perché c’è la guerra, la povertà, la crisi dei rifugiati, l'omofobia... Human è un film politico, che ci fa riflettere sul significato della nostra esistenza attraverso il confronto con l'altro. Ed è un saggio di un regista che vuole parlare d'amore. Nel film le persone parlano anche di felicità, di valori come la famiglia, di amore. Come dice un ragazzino disabile nel film “è solo l'amore che ci salverà”. Human è un film utopistico, ma forse l'utopia è una verità prematura.
Che film è Human?
È un film che parla al cuore della gente. Mostra chi siamo, attraverso le parole di tutte quelle persone che parlano e ti guardano dritto negli occhi, e sono il nostro specchio. Sono tutte quelle persone intervistate che fanno la forza del film. Che deve essere guardato con molta umiltà perché è fatto da tutte quelle persone. È un film molto intimista e spirituale. Ed è sicuramente molto difficile, perché è lungo, è duro, e perché la vita è difficile. È un film che amo molto, che mi arricchisce e mi dà molta felicità. Quando ho fatto il montaggio ho realizzato che nessun attore avrebbe potuto essere più bravo di queste persone, nessuna storia inventata avrebbe potuto essere più forte.
Come avete scelto le persone che hanno parlato nel film?
Le abbiamo selezionate a seconda dei temi che volevamo trattare. Siamo andati in giro per il mondo, nelle strade, nei campi, nelle scuole, nelle carceri... Abbiamo intervistato rifugiati in Marocco, in Sicilia e a Calais.
A ciascuna delle persone intervistate abbiamo fatto 40 domande, sempre le stesse, indipendentemente dalla provenienza, dalla cultura, dall'età, partendo da quelle più semplici fino ad arrivare a quelle più complicate, come “Qual è stato il momento più difficile nella tua vita?” “Che senso ha la vita?”.
Abbiamo detto a queste persone che quello che avrebbero detto sarebbe stato ascoltato da milioni di persone nel mondo e che tutte le cose che avrebbero detto sarebbero state importanti. È stato come fare delle sedute psicanalitiche perché le domande venivano fatte con molta empatia e gentilezza e alla fine le persone si lasciavano andare e moltissime piangevano e abbiamo pianto, riso assieme a loro, siamo diventati amici, è stato bello e difficile.
Cosa vuole fare emergere il film?
Viviamo in un’era molto difficile. E’ la prima volta nella storia della umanità in cui il futuro appare cosi incerto: il riscaldamento globale, la crisi dei rifugiati, il divario crescente tra ricchi e poveri, la crisi economica... L'unica cosa che possiamo fare per affrontare i periodi difficili che stanno arrivando è vivere assieme, accettando il mondo per quello che è e cercando di fare il meglio che possiamo. Perché tutti abbiamo una missione. Come dice un bambino africano nel film” tutti abbiamo una missione che ci ha dato Dio”, il nostro compito è capire qual è la nostra missione. Questo film e il mio lavoro vuole fare emergere l’empatia necessaria per vivere tutti assieme in questo mondo dal futuro così incerto.
Come si è strutturato il documentario?
Si è sviluppato senza una sceneggiatura. Abbiamo fatto due anni e mezzo di riprese e un anno di montaggio, che è stata la parte più impegnativa dal momento che non c'era una storia. Abbiamo creato il film con 2020 interviste di cui abbiamo utilizzato una parte, e molte ore di riprese aeree. La difficoltà è stata nell'armonizzare le parole, la bellezza del mondo e la musica.
Spero che questo film vi cambi, così come ha cambiato me.
‘Human’ è il primo lungometraggio realizzato grazie alla collaborazione di due fondazioni non profit..
Il documentario è stato finanziato dalla Fondazione Bettencourt Schueller, grazie alla quale la visione del film è gratuita in tutte le scuole e in tutte le associazioni del mondo. E' un progetto della Fondation GoodPlanet, che ho fondato nel 2005 e sensibilzza su tematiche di sviluppo sostenibile globale.
Qual è il suo prossimo progetto?
Si chiama ‘WOMAN’ ed è un progetto dedicato alle donne, perché dopo avere girato questo film è stato chiaro che dovessimo parlare di donne.
Il copyright di tutte le immagini pubblicate è: HUMANKIND Production.
Photo of Yann Arthus-Bertrand: ©A. Miquel. Aerial iamges.
Sul web: vita.it/it/interview/2016/03/07/human-lamore-che-salva-il-mondo/43/
La versione di ‘Human’ con sottotitoli in italiano è visibile su Youtube con/anche
la colonna sonora di Armand Amar registrata su etichetta ERATO.


Ɣ “TEORIE DEL CINEMA. Il dibattito contemporaneo”
Un libro antologico di Adriano D’Aloia, Ruggero Eugeni – Raffaello Cortina Editore 2017, dal quale traggo questa ‘Postfazione’ di Francesco Casetti.

Le immagini in movimento continuano a costellare la nostra vita quotidiana, immersa in una miriade di schermi – grandi e piccoli, fissi e mobili, personali e collettivi – e in un flusso ininterrotto di narrazioni audiovisive. Anche i discorsi e le riflessioni sul cinema e sui film non cessano di animare il dibattito culturale contemporaneo coinvolgendo un gran numero di istituzioni (accademiche e non), appassionati di cinema e semplici spettatori. Se, da un lato, i film rappresentano da sempre le tendenze e le tensioni sociali della nostra cultura, dall’altro le teorie del cinema riflettono sempre più l’incontro (e lo scontro) fra differenti visioni del mondo e della conoscenza. Questa antologia presenta per la prima volta in italiano i contributi dei più autorevoli e originali rappresentanti dei film studies degli ultimi quindici anni. L’idea di fondo è che la riflessione sul cinema e sull’audiovisivo non si svolga in un perimetro chiuso e invalicabile, ma in aperto dialogo con altre discipline: con la filosofia, intorno al concetto di esperienza; con le scienze sperimentali, a proposito del concetto di organismo; con la teoria dei media, rispetto al concetto di dispositivo.
Un’articolata introduzione e una postfazione intenzionalmente provocatoria permettono al lettore di comprendere “dal vivo” come il pensiero sul cinema, nei suoi rizomatici mutamenti, sia fondamentale per interpretare la complessità dell’esperienza mediale contemporanea.

Biografia dei curatori:
Adriano D’Aloia è ricercatore all’Università Telematica Internazionale UniNettuno, Roma. Si interessa del rapporto fra teorie dei media, estetica, psicologia e neuroscienze. È autore di La vertigine e il volo. L’esperienza filmica fra estetica e scienze neurocognitive (2013) e curatore del volume di Rudolf Arnheim, I baffi di Charlot. Scritti italiani sul cinema 1932-1938 (2009).

Ruggero Eugeni è professore di Semiotica dei media all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove ha diretto l’Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo. È fra i principali studiosi dell’incontro fra semiotica dei media e scienze neurocognitive. È autore di Semiotica dei media. Le forme dell’esperienza (2010) e La condizione postmediale (2015).
Con Adriano D’Aloia ha curato il numero monografico di Cinéma&Cie sul tema “Neurofilmology. Audiovisual Studies and the Challenge of Neuroscience” (2014).

Ɣ “DIECI FILM ITALIANI VOLANO A BARCELLONA”
di Vittoria Scarpa in collaborazione con Cineuropa
12/12/2017 - Torna dal 15 al 19 dicembre la Mostra de Cinema Italià de Barcelona, l’evento che promuove nella capitale catalana il meglio del cinema italiano dell’anno.
Sempre dalla selezione veneziana provengono altri tre film rappresentativi della new wave partenopea, che abbracciano in vari modi il tema della criminalità: l’opera seconda d’animazione di Alessandro Rak,Gatta Cenerentola (Orizzonti), Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino (Settimana della Critica, e fresco vincitore del Gran Premio della Giuria al Tokyo Film Festival) e L’Equilibrio di Vincenzo Marra, presentato quest’anno alleGiornate degli Autori, così come Il Contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, che esplora invece la criminalità organizzata di Roma.
Arriva dalle Giornate degli Autori anche Dove cadono le ombre di Valentina Pedicini, ambientato in Svizzera, mentre è stata applaudita all’ultimo Festival di Locarno la commedia Easy di Andrea Magnani, road movie dall’Italia all’Ucraina. Ancora commedia con Amori che non sanno stare al mondo, il nuovo film di Francesca Comencini presentato al Torino Film Festival, e con Moglie e marito di Simone Godano, in proiezione speciale. Da Cannes, infine, approda Fortunata di Sergio Castellitto. Quattro di questi titoli hanno già un distributore spagnolo: Cinemaran per Amori che non sanno stare al mondo e Dove cadono le ombre, Savor Ediciones per Fortunata e Selecta Visión per Moglie e marito.
Ad accompagnare i film a Barcellona ci saranno: Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, Simone Godano, Silvia Luzi e Luca Bellino, Andrea Magnani, Marco Manetti, Vincenzo Marra, Lucia Mascino, Valentina Pedicini, Edoardo Pesce e Alessandro Rak.
Spazio inoltre ai cortometraggi presentati alla Settimana della Critica di Venezia quest’anno: Adavede di Alain Parroni, Due di Riccardo Giacconi, Les fantômes de la veille di Manuel Billi, Il legionario di Hleb Papou, Malamènti di Francesco Di Leva, Piccole italiane di Letizia Lamartire e Le visite di Elio Di Pace. I sette cortometraggi concorrono per il Premio Corti di 2.000 euro che verrà assegnato da una giuria composta da Dimas Luis Rodríguez Gallego, Valentina Pedicini e Toni Benages.
La Mostra de Cinema Italià de Barcelona è organizzata da Filmitalia-Istituto Luce Cinecittà in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, il Consolato Italiano e il Centro Sperimentale di Cinematografia.


Ɣ “THE SQUARE”
Il film di David González trionfa agli European Film Awards – in collaborazione con Cineuropa.
09/12/2017 - Il film di Ruben Östlund he seguito l’esempio di Toni Erdmann in occasione della serata berlinese che ha celebrato l’identità culturale e politica europea.
Per la seconda volta di fila, un unico film, un commedia per la precisione, ha portato a casa la maggior parte dei premi in occasione della cerimonia degli European Film Awards. Se lo scorso è toccato a ‘Vi presento Toni Erdmann’, quest’anno, nel 30° compleanno dell’evento, è stato ‘The Square ‘ il film che ha fatto piazza pulita di riconoscimenti.
Ruben Östlund, già vincitore della Palma d’Oro a maggio, ha ricevuto, da una giuria presieduta da Pedro Almodóvar, i premi principali della serata: il premio Attore europeo, andato a Claes Bang, i premi Sceneggiatura europea e Regista europeo, assegnati a Östlund, il premio Commedia europea e, ovviamente, il premio Film europeo. È bene notare che il film è stato anche tra i vincitori degli Excellence Awards: Josefin Åsberg ha fatto suo il premio Sceneggiatore europeo.
Östlund, ricevendo uno dei premi, ha affermato: “Volevamo lanciare un messaggio importante, ma volevamo anche intrattenere ed emozionare”. Quando è salito sul palco per ricevere il premio Film europeo, il produttore Erik Hemmendorff ha aggiunto “Non so se ci meritiamo così tanti premi”.
Oltre a ‘The Square’, gli unici film che sono riusciti a ottenere un qualche riconoscimento sono stati ‘Corpo e anima’ di Ildiko Enyedi, la cui protagonista, Alexandra Borbély, ha vinto il premio Attrice europea (ha dovuto trattenere le lacrime per poter pronunciare il suo discorso sul palco), ‘Communion’ di Anna Zamecka, premio Documentario europeo, ‘Loving Vincent’ di Dorota Kobiela e Hugh Welchman, premio Film d’animazione europeo, ‘Lady Macbeth’ di William Oldroyd, premio Scoperta europea - Premio FIPRESCI e Stefan Zweig: ‘Farewell to Europe’ di Maria Schrader, insignito del People’s Choice Award.
Nel corso di una cerimonia che ha evidenziato il ruolo degli European Film Awards nella creazione di un’identità europea attraverso il cinema negli ultimi trent’anni, il discorso del presidente dell’Accademia del Cinema Europeo Wim Wenders è stato di quelli che lasciano il segno. Un discorso carico di contenuti politici e che ha posto le seguenti domande: “Come è possibile che il nazionalismo stia tornando nelle nostre vite? Perché sta uccidendo i nostri più grandi sogni?”. Quando ha ricevuto il premio alla carriera dalla presidentessa dell’Accademia Agnieszka Holland, Aleksandr Sokurov ha ricordato tutte le difficoltà che ha dovuto superare nella sua carriera. Julie Delpy ha sottolineato il fatto di aver perso i finanziamenti di cui aveva bisogno per il progetto che ha in cantiere ritirando il premio Miglior contributo europeo al cinema mondiale (lasciando spazio anche a un messaggio di Ethan Hawke, che ha ricordato l’indimenticabile coppia che avevano formato nella trilogia Before di Richard Linklater). Ha poi continuato annunciando una lotteria durante la cerimonia con in palio alcuni biglietti per il film per sostenere il progetto, in quanto sta “semplicemente sopravvivendo con questa professione”.
La 30a edizione degli European Film Awards è stata, ancora una volta, un’occasione per celebrare il cinema europeo e l’identità culturale e politica dell’Europa, senza vincitori a sorpresa. Il prossimo anno, la cerimonia si terrà per la prima volta in Spagna, a Siviglia.

Ecco la lista completa dei vincitori:
Film europeo
The Square – Ruben Östlund (Svezia/Germania/Francia/Danimarca)
Documentario europeo
Communion – Anna Zamecka (Polonia)
Regista europeo
Ruben Östlund – The Square
Attrice europea
Alexandra Borbély – Corpo e anima (Ungheria)
Attore europeo
Claes Bang – The Square
Sceneggiatura europea
Ruben Östlund – The Square
Film d’animazione europeo
Loving Vincent – Dorota Kobiela, Hugh Welchman (Polonia/Regno Unito)
Commedia europea
The Square – Ruben Östlund
Scoperta europea - Premio FIPRESCI
Lady Macbeth – William Oldroyd (Regno Unito)
People's Choice Award
Stefan Zweig: Farewell to Europe – Maria Schrader (Germania/Austria/Francia)
Cortometraggio europeo
Timecode - Juanjo Giménez (Spagna)
Premio universitario film europeo (premio parallelo)
Heartstone – Guðmundur Arnar Guðmundsson (Islanda/Danimarca)

Ɣ “MOMENTI DI FELICITÀ”
di Marc Augé – Raffaello Cortina Editore 2017
Il piacere di incontrare un viso, un paesaggio, un libro, un film, una canzone, l’emozione del ritorno o della prima volta: sono impressioni fugaci, momenti di felicità concessi a tutti, indipendentemente da origini, cultura, sesso. Spesso arrivano improvvisi, in situazioni dove nulla sembrerebbe favorirli: nondimeno esistono e resistono, contro venti e maree, al punto di abitare stabilmente la nostra memoria. Marc Augé esplora questi momenti di felicità, mescolando riflessioni e ricordi personali, con un piccolo cammeo dedicato ai canti e sapori d’Italia, delizioso omaggio ai piaceri dei sensi che il nostro paese gli ha sempre offerto e offre a chiunque sappia intenderli come forma di autentica cultura. Ma lo sguardo dell’antropologo si fissa anche sull’oggi, sui momenti felici che oppongono resistenza all’epoca presente, all’inquietudine e all’angoscia: momenti “di felicità nonostante tutto”, perché nei periodi di incertezza avviene di norma che si vada in cerca di salvagenti.

Biografia dell'autore:
Marc Augé, etnologo e scrittore, è stato presidente dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales dal 1985 al 1995. Nelle nostre edizioni ha pubblicato, fra gli altri, ‘Il tempo senza età’ (2014), ‘Un etnologo al bistrot’ (2015) e ‘Le tre parole che cambiarono il mondo’ (2016).


(continua)




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- Società

Christmas Happiness / 1

CHRISTMAS HAPPINESS / 1
In cerca del regalo perfetto da fare agli altri (soprattutto a se stessi): qualche libro, un certo evento, quanto basta di poesia, qualche mostra, forse un concerto, il resto createlo Voi lettori … in fondo il Natale è anche Vostro, o no?

IN MOSTRA A: ‘PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI’ – NUVOLA FUKSAS EUR/ ROMA
(appena terminata)

In-oltre a fare incetta di segnalibri ho fatto scorta di contatti più o meno graditi da parte degli editori che sono lì solo per vendere libri (senza sconti) e incamerare denaro (€), per non dire di tutto quello che si trova sul Web tra nuovo / usato / super-scontato / regalato ecc. Per non parlare poi della fantomatica presenza di certa media e piccola editoria che spesso non si comprende se è presente per promuovere una qualche attività legata alla letteratura e alla cultura più in generale, oppure a cosa? Quando, almeno per alcuni/e, farebbero meglio a produrre erbaggi e alimenti per animali.
In-vece più interessanti sono stati gli incontri (meeting), le convention, la presenza di autori che hanno illustrato le proprie opere e il loro operato scrittorio (molti a proprie spese) talvolta con semplicità e/o l’affabulazione di chi si misura costantemente con la realtà; altre con la prosopopea (vanagloria) di aver superato la soglia della mediocrità. Sarà vero? Solo perché ha scritto uno straccio di libro e fatto qualche apparizione in TV o in qualche trasmissione Radiofonica dicendo la sua pro o contro (V/S) questo o quel politico di turno, tutti destinati, primo o poi al dimenticatoio, quando sarà passata la bufera. Passerà? (Speriamo).
Fatto-accertato è che anche il lavoro dei media come RaiLibri (uno spazio per ogni canale e solo per conoscenza acquisita), Il Libraio, Radiolibri, Lo Scaffale, coi loro verosimili indirizzi e contatti (mai accessibili direttamente) vogliono passare per informatori e mediatori culturali quando invece risultano negoziatori tendenziosi (speculatori) a fini economici-politici con le loro ‘parole in sintonia’ (con chi?); ‘leggiamo insieme’ (a chi?); ‘guida all’uso dello scaffale dei libri’ (ma di chi?), per così dire, quando a scrivere e a pubblicizzare i propri libri sono gli stessi che conducono un programma (più o meno di successo), o che prendono parte a un reality (signori spesso sconosciuti senza arte né parte).
Tutta-via, riprendendo il verso da un noto modo di dire ‘non si può fare di tutta l’erba un fascio’ (scusate la parola che non si dovrebbe neppure pronunciare), c’è sicuramente da fare qualche distinguo, soprattutto se parliamo del ‘Il piacere della lettura’ (laFeltrinelli), come lo intendeva (a suo tempo) Marcel Proust e che qualcuno obietterà che si era nel 1916 e che da allora ‘ne è passata d’acqua sotto i ponti’, un altro modo di dire referente a Roma Ca-(pitale) (ma di che?). Sicuramente di un’Italia che si legge addosso, o che non legge affatto.
Delle-due una, si ma quale? Quella che si perde nella deludente Nuvola di Fuksas diventata per l’occasione della manifestazione libraria ‘piena di smog del falò dei libri da ardere’; oppure quella intelligente (e direi finalmente), della ‘Piccola Biblioteca Di Letteratura Inutile’ ideata e edita da Giovanni Nucci? La scelta non è così scontata se si pensa allo slogan di laFeltrinelli: “I libri raccontano molte più storie di quelle scritte tra le loro pagine”. Bello no? Tant’è che ho pensato a una libreria fatta di soli titoli di copertina (magari bene illustrate) e un interno completamente bianco, dove ogni lettore può leggere (o anche scrivere) ciò che gli pare. Anche perché un siddetto slogan, se pronunciato ad alta voce, ha lo stesso valore dell’inutilità di leggere, o di continuare a leggere.
Ma non è questo il messaggio che voglio qui dare a chi mi legge, (e sembra ormai che siano davvero in molti) piuttosto preferisco citare un forbito articolo che riprendo alla lettera dal blog posted 21/03/2016 di Annamaria Testa in home, idee (sperando nella sua autorizzazione a riprodurlo e che invito tutti a visitare), in cui fa il punto sul significato di leggere:

“LA FATICA DI LEGGERE E IL PIACERE DELLA LETTURA” dal sito di Annamaria Testa.

La fatica di leggere è reale. Per questo il piacere della lettura è una conquista preziosa. Lo è perché leggere arricchisce la vita. E lo è doppiamente proprio perché leggere è anche un’attività del tutto innaturale. I lettori esperti tendono a sottovalutare questo fatto. O se ne dimenticano. Comunicare è naturale. Come ricorda Tullio De Mauro, la capacità di identificare, differenziare e scambiarsi segnali appartiene al nostro patrimonio evolutivo e non è solo umana: la condividiamo con le altre specie viventi, organismi unicellulari compresi.
L’INNATURALE FATICA DI LEGGERE. Leggere, invece non è naturale per niente. Ed è faticoso. La fatica di leggere è sia fisica (i nostri occhi non sono fatti per restare incollati a lungo su una pagina o su uno schermo) sia cognitiva: il cervello riconosce e interpreta una stringa di informazioni visive (le lettere che compongono le parole) e le converte in suoni, e poi nei significati legati a quei suoni.
Poi deve ripescare nella memoria il significato delle singole parole che a quei suoni corrispondono, e a partire da questo deve ricostruire il senso della frasi, e dell’intero testo. Tutto in infinitesime frazioni di secondo, e senza pause. È un’operazione impegnativa, che coinvolge diverse aree cerebrali e diventa meno onerosa e più fluida man mano che si impara a leggere meglio, perché l’occhio si abitua a catturare non più le singole lettere, ma gruppi di lettere (anzi: parti di gruppi di lettere. Indizi a partire dai quali ricostruisce istantaneamente l’intera stringa di testo). Un buon lettore elabora, cioè riconosce, decodifica, connette e comprende tre le 200 e le 400 parole al minuto nella lettura silenziosa.
LA LETTURA SILENZIOSA DI SANT’AMBROGIO. La stessa lettura silenziosa è una conquista recente. Greci e latini leggevano compitando il testo a voce alta, o sussurrando. Quando il giovane Agostino di Ippona va a trovare sant’Ambrogio, che è un gran lettore, resta talmente colpito dal fatto che legga in silenzio da registrarlo, poi, nelle Confessioni: «Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente.»
IMPARARE A LEGGERE. La lettura silenziosa si afferma, secondo gli studiosi, solo nel 1600: appena quattro secoli fa. E la diffusione della reale capacità di leggere è ancora più recente, specie nel nostro paese: nel 1861, anno dell’unità d’Italia, gli analfabeti sono quasi l’80 per cento della popolazione, con punte del 90 per cento e oltre in Sardegna, Calabria e Sicilia. Un’intensa opera di scolarizzazione riduce gli analfabeti totali a meno del 13 per cento della popolazione nel 1951.
TRA DOVERE E VOLER LEGGERE. Ma oggi, e a dirlo è l’Ocse, il 69 per cento degli italiani è ancora sotto il livello minimo di competenza nella lettura necessario per vivere in un paese industrializzato. Se questo è il dato di base, non deve stupire che il 58 per cento degli italiani dai sei anni in su non abbia spontaneamente (cioè non per obbligo scolastico o lavorativo) aperto neanche un libro negli ultimi 12 mesi, manuali di cucina e guide turistiche comprese. Tra saper decifrare un testo semplice, si tratti di un sms o di una lista della spesa, e saper agevolmente leggere e capire un testo di media complessità al ritmo di centinaia di parole al minuto c’è un abisso.
MOTIVARE A LEGGERE. Prima di interrogarsi sulle strategie per colmarlo bisognerebbe, credo, farsi un’altra domanda: che cosa può motivare le persone che leggono poco a leggere di più (e, dunque, a imparare a leggere meglio? In altre parole: che cosa compensa davvero la fatica di leggere? Bene: sapete (ne abbiamo già parlato) che le motivazioni più forti sono quelle interne, o intrinseche (sentirsi bravi, capaci, appagati) Le motivazioni esterne (o estrinseche) come premi e punizioni, voti scolastici compresi, funzionano meno.
LA FATICA DI LEGGERE E IL SUO COMPENSO. C’è, credo, un’unica cosa che può pienamente compensare l’innaturale fatica di leggere, ed è il piacere della lettura: il gusto di lasciarsi catturare (e perfino possedere) da una storia, o il gusto di impadronirsi di un’idea, una prospettiva, una competenza nuova attraverso un testo. È il piacere di sentirsi appagati, o migliori. Ma è un piacere difficile perfino da immaginare finché non lo si sperimenta, arduo da evocare e raccontare (non a caso molte campagne in favore delle lettura lasciano il tempo che trovano. Non tutte, però) e impossibile da imporre.
LEGGERE A VOCE ALTA, AI PICCOLI (E NON SOLO). Per questo, credo, è così tremendamente importante leggere a voce alta ai bambini più piccoli. È l’unico modo per renderli partecipi del piacere della lettura prima ancora di sottoporli alla fatica di leggere. Se sanno qual è la ricompensa e l’hanno già apprezzata, affronteranno più volentieri la fatica. E, leggendo, a poco a poco poi se ne libereranno.
Ho però la sensazione che l’assai sottovalutata lettura a voce alta possa conquistare ai libri anche gli studenti più grandi, e perfino qualche adulto. Ma gli insegnanti e gli addetti ai lavori sono per forza di cose lettori più che esperti, ormai estranei alla fatica di leggere. A loro, l’idea di regalare un po’ del (contagioso!) piacere di leggere a chi non sa sperimentarlo attraverso la lettura ad alta voce può sembrare un’idea strana, antiquata o bizzarra. Eppure a volte le idee antiquate o bizzarre danno risultati al di là delle aspettative. Prometto di tornare a breve sull’argomento.

Leggiamo insieme alcuni commenti:

giacomo 21/03/2016
TORNIAMO AL 1600!
1) Su Radio 3, ogni giorno va in onda il programma ‘Ad alta voce’, durante il quale un attore legge un romanzo o un racconto (adesso stanno trasmettendo i Racconti Ferraresi, di G. Bassani). Non fare scorrere gli occhi su un testo ma aprire le orecchie alla voce di un’altra persona è meraviglioso. Un po’ tornare bambini, un po’ scoprire passo passo (ascoltare richiede più tempo che non leggere) la complessità e la coerenza di un testo. D’altra parte credo che ascoltare letture ad alta voce possa sollecitare curiosità e desideri di letture autonome.
2) C’è poi, dal punto di vista professionale, la necessità di leggere ad alta voce i propri testi prima di congedarli. Su questo AT è tornata in più occasioni, esprimendo pareri totalmente condivisibili.
3) Che ‘il 69 per cento degli italiani è ancora sotto il livello minimo di competenza nella lettura necessario per vivere in un paese industrializzato’ non provoca stupore: basta seguire i quotidiani (anche qui, sempre su Radio 3, alla mattina alle 7,15 c’è la rassegna stampa in cui un giornalista diverso ogni settimana legge le notizie) per rendersene conto… Sigh!!

Margherita 21/03/2016
Il gusto di lasciarsi possedere da una storia, di perdersi, ritrovarsi, identificarsi, arrendersi, bilocarsi, viaggiare nel tempo, provandone contemporaneamente gli effetti fisici. Perchè gli ormoni secreti sono poi gli stessi che produrremmo se i fatti narrati ci succedessero realmente. Trovare nelle storie dei navigatori competenti delle nostre esistenze, ascoltarle per nutrirsi, per connettersi, per trovare risposte, o simulare situazioni di vita senza correrne davvero i rischi. Che meraviglia!
E dato che ognuno di noi vede riflessi di sè nelle storie, desidero prendere queste parole come un augurio speciale. ‘A loro, l’idea di regalare un po’ del (contagioso!) piacere di leggere a chi non sa sperimentarlo attraverso la lettura ad alta voce può sembrare un’idea strana, antiquata o bizzarra. Eppure a volte le idee antiquate o bizzarre danno risultati al di là delle aspettative.’ Perchè Laura e io, ci stiamo spremendo di fatica e gioia per porgere storie e mondi emozionali letti ad alta voce <3 <3 <3 e in questo pezzo ci sentiamo tanto capite.

Magari 22/03/2016
Aggiungo una nota, sempre ricordando trascorsi attoriali: ovvio che un genitore non ha bisogno di grandi studi per leggere una favola ai figli, ma la lettura ad alta voce è una faccenda difficilissima e che richiede competenze per nulla banali! Italo Svevo non si può leggere ad alta voce, non si capisce niente. Pirandello invece scriveva con gli attori e il palcoscenico e il pubblico in mente, si intuiscono intonazioni e sfumature quasi alla prima lettura. In mezzo ci stanno mille gradazioni, ma chi vuole leggere regolarmente davanti a un pubblico dovrebbe studiarsi un po’ di recitazione, soprattutto se il suo scopo è trasmettere il piacere della lettura.

Sara 13/04/2017
Annamaria, seguo un canale di un tipo in gamba su YouTube che usa la videoclip come formato per trattare efficacemente argomenti complicatissimi. Ad un certo punto fa una riflessione: per comprendere c’è bisogno di tempo e fatica. La nostra parte ‘pigra’ del cervello è in realtà quella che interiorizza i concetti. Per farlo, deve spendere un sacco di energie. Il video sembra velocizzare il processo di apprendimento perché riduce i concetti, li scorpora, e li accompagna con immagini e scene che riassumono o scremano le cose più fitte di dettagli. In realtà, si è accorto, non si consolida una nuova conoscenza, si crea soltanto l’illusione di aver capito.
Mi sembra interessante: non c’è modo di usare scorciatoie, proprio come con la palestra. Non a caso si chiamava ginnasio.

IN MOSTRA AL: MAXXI - MUSEO NAZIONALE DELLE ARTI DEL XXI SECOLO
02 dicembre 2017 - 29 aprile 2018

'Gravity. Immaginare l’Universo dopo Einstein' - Galleria 4
a cura di Luigia Lonardelli, Vincenzo Napolano, Andrea Zanini
consulenza scientifica: Giovanni Amelino-Camelia

Spazio-tempo, crisi, confini: un percorso attraverso questi concetti chiave fra loro dipendenti e interconnessi.
Nel 1917 Albert Einstein pubblica un articolo che fonda la cosmologia moderna e trasforma i modelli di cosmo e universo immaginati fino ad allora da scienziati e pensatori, rivoluzionando le categorie di spazio e tempo.
A cento anni da questa pubblicazione il MAXXI dedica una mostra a una delle figure che più ha influenzato il pensiero contemporaneo.
Il progetto è il risultato di una inedita collaborazione del museo con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per la parte scientifica e con l’artista argentino Tomás Saraceno per la parte artistica.
Indagando le connessioni e le profonde analogie tra l’arte e la scienza, Gravity. Immaginare l’Universo dopo Einstein racconta gli sviluppi della teoria della relatività nella visione odierna dell’universo e le affascinanti ricadute che essa produce ancora oggi in campo artistico.
Attraverso il coinvolgimento di artisti internazionali, la mostra rende omaggio allo scienziato che ha cambiato radicalmente le nostre conoscenze, la percezione e l’immaginario dell’universo.
Installazioni artistiche e scientifiche immersive, reperti iconici e simulazioni di esperimenti per avvicinarsi all’essenza delle innovazioni scientifiche introdotte da Einstein e svelare le profondità sottese all’Universo conosciuto, ma anche i meccanismi che legano insieme tutti gli uomini nella ricerca della conoscenza, in un processo collettivo nel quale gli artisti e gli scienziati svolgono un ruolo ugualmente significante e fondamentale per la società.

MEDIATORI SCIENTIFICI
Dal martedì al venerdì, dalle 11:00 alle 17:00, e il sabato e la domenica, dalle 11:00 alle 19:00, sono presenti in galleria dei mediatori scientifici per informazioni e approfondimenti sui temi della mostra. Attività a cura dell’impresa sociale Psiquadro.

Pensato come un grande campus per la cultura, il MAXXI è gestito da una Fondazione costituita nel luglio 2009 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e presieduta da Giovanna Melandri. Da dicembre 2013 Hou Hanru è il Direttore Artistico del museo, di cui fanno parte il MAXXI Architettura, diretto da Margherita Guccione, e il MAXXI Arte, diretto da Bartolomeo Pietromarchi.

La programmazione delle attività - mostre, workshop, convegni, laboratori, spettacoli, proiezioni, progetti formativi - rispecchia la vocazione del MAXXI ad essere non solo luogo di conservazione ed esposizione del patrimonio ma anche, e soprattutto, un laboratorio di sperimentazione e innovazione culturale, di studio, ricerca e produzione di contenuti estetici del nostro tempo.
Sede del MAXXI è la grande opera architettonica, dalle forme innovative e spettacolari, progettata da Zaha Hadid nel quartiere Flaminio di Roma.

IL BIGLIETTO D'INGRESSO AL MUSEO CONSENTE LA VISITA ALLE MOSTRE IN CORSO PRESSO IL MUSEO.

MAXXI Architettura
Il MAXXI Architettura è il primo museo nazionale di architettura presente in Italia e il suo radicamento nel contesto culturale e territoriale italiano ne definisce l'identità. Nel Museo di Architettura convivono due anime distinte, quella che procede verso la storicizzazione dell'architettura del XX secolo e quella contemporanea che vuole rispondere agli interrogativi del presente, interpretando le aspettative della società attuale. Museo storico e museo contemporaneo, quindi, in cui passato e attualità si intersecano, adottando di volta in volta le forme e i modi utili a sviluppare un percorso di conoscenza, ad analizzare tendenze e personalità, modelli culturali e comportamenti sociali. Il Museo svolge attività scientifiche e divulgative; tra queste le esposizioni temporanee che offrono ai visitatori opportunità sempre diverse di fruizione e approfondimento: al piano terra, nella Galleria 1, le mostre sul XX secolo, nella Sala Carlo Scarpa le mostre di Fotografia; al primo piano, nella Galleria 2 quelle sull'architettura del XXI secolo. Dal programma culturale discendono le acquisizioni, le attività di produzione e di ricerca promosse direttamente dal museo anche in coproduzione e collaborazione con altre istituzioni.

MAXXI Arte
Il MAXXI Arte è un museo del contemporaneo all'interno di un'architettura fuori dagli schemi, punto di partenza per una nuova pratica museografica che rompe con il passato. Naturalmente orientato alla creatività contemporanea, Il MAXXI Arte vuole essere interprete e portavoce delle sue differenti voci, consapevole che la contemporaneità ha forme diverse, radicate nel XX secolo e talvolta più indietro. Il museo è volto quindi alla promozione dell'arte giovane e alla valorizzazione di quelli che possiamo considerare i suoi maestri, ricerche che hanno mosso i loro passi nel XX secolo ma non per questo non dialogano con il XXI. Con i suoi 13.500 metri quadri di superficie e la sua collezione, il museo di Arte rappresenta, coerentemente all'idea con cui è nato, uno spazio sperimentale che oltre alla sua collezione e all'attività espositiva propone una programmazione culturale multidisciplinare che comprende naturalmente l'arte ma anche il teatro, la danza, la musica, la moda, la grafica, il cinema, la pubblicità.
Una attività, quella del museo, che ben si sposa con la sua struttura a flussi che rende possibile una lettura non condizionata degli spazi e delle opere, un momento unico per il visitatore, invitato a scoprire una contemporaneità – che è anche temporale e spaziale – di eventi, esposizioni, performance.

Seguendo questa vocazione di apertura alla contemporaneità nelle sue diverse forme e nei suoi tempi, il MAXXI Arte ha costruito nel tempo la sua collezione grazie ad acquisti, premi, donazioni e comodati arrivando oggi a circa 300 opere con l’obiettivo di ampliare ancora il suo patrimonio per offrire al proprio pubblico uno sguardo sempre ampio e informato sulla contemporaneità nazionale e internazionale.

Hashtag della mostra
#GravityExhibit

(continua)

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- Musica

Australia e Italia si fondono nel Jazz

Jazz australiano e italiano si fondono: esce il primo album del trio 'Torrio!' formato da Paul Grabowsky, Mirko Guerrini e Nico Schäuble.

 

Dopo l'ottima anteprima live dello scorso febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il trio australiano ‘Torrio!’ fa il suo ingresso nel mondo discografico con il suo primo e omonimo album, una produzione italiana dell'etichetta Encore Jazz (distr. Egea), già presentata in Australia lo scorso agosto meritandosi la candidatura come ‘Best Jazz Album’ per The Age Music Victoria Awards.

 

‘Torrio!’ rappresenta un'interessante fusione artistica che nasce a Melbourne cinque anni fa durante un concerto in onore del sassofonista australiano Bernie McGann: il sassofonista italiano Mirko Guerrini incontra due tra gli artisti australiani più importanti, il pianista Paul Grabowsky e il batterista Niko Schäuble, che collaborano insieme da oltre trent'anni. Ne nasce musicalmente una vera e propria conversazione a tre fondata su un costante movimento degli equilibri e dunque da un ottimo interplay, nonché da un approccio al suono molto appassionato che va riferendosi ora alla tradizione, ora al jazz contemporaneo, arrivando a toccare anche musica classica, pop e musiche da film.

 

Il risultato, racchiuso in questo disco, è una tracklist di dieci brani firmati dai tre musicisti, giocosi, gioiosi e al tempo stesso molto profondi. Paul Grabowsky e Niko Schäuble sono considerati tra le personalità musicali più importanti in Australia. Per i suoi meriti artistici, è stato insignito Cavaliere dell’Ordine d’Australia; ha suonato con nomi del jazz internazionale quali Chet Baker, Art Farmer e Johnny Griffin. E’ fondatore della Australian Art Orchestra, ha vinto 5 ARIA Awards (Australian recording Industry association), 2 Helpmann Awards, diversi APRA e Bell Awards nonchè un Deadly Award. E' stato eletto il Sydney Myer Performing Artist of the Year nel 2000 e ha ricevuto il Melbourne Prize for Music nel 2007.

 

Niko Schäuble è uno dei batteristi e compositori più affermati d’Australia. Ha vinto numerosi premi tra cui l'Australian Jazz Award/Best Drummer, Honorable MentionJulius Hemphil Awards, New York, Nomination for the 'Leo' Award (music for short film) al Braunschweig Filmfestival, Finalist at Annecy Film Festival. Tra le sue collaborazioni: Sam Rivers, Lee Konitz, Enrico Rava, Trilok Gurtu, Branford Marsalis, Mike Nock, Wynton Marsalis, Dewey Redman, Arthur Blythe, Steve Lacy, Greg Osby. Mirko Guerrini, che in quest'album suona oltre al sax anche il flauto pakistano e l'armeno duduk, è uno dei musicisti di punta della scena italiana.

 

Poliedrico multistrumentista, produttore e direttore d’orchestra, da qualche anno ha deciso di vivere in Australia, dove è diventato docente alla Monash University di Melbourne ed ha ottenuto in Australia la Permanent Resident per il suo talento e per i titoli artistici di livello internazionale in ambito jazz. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Stefano Bollani, con cui - insieme a Davide Riondino - ha anche condotto la fortunata trasmissione radiofonica ‘Dottor Djembè’ di Radio3. Ha all’attivo oltre 60 album e collaborazioni illustri tra cui quelle con Billy Cobham, Paul McCandless, Caetano Veloso, Hermeto Pascoal, Brian Auger, Mark Feldman, Dave Douglas, Enrico Rava, Stefano Battaglia, Giorgio Gaber e Ivano Fossati.

 

Hanno scritto di sé: ‘Desideriamo suonare come se fossimo un solo musicista, sublimando noi stessi nello scorrere degli eventi. Una musica senza frontiere giocosa, gioiosa e molto profonda.’ CONTATTI iTunes: http://bit.ly/torrioITUNES www.encorejazz.it - www.torriojazz.com Ufficio stampa Encore Jazz: Fiorenza Gherardi De Candei Tel. +39 328 1743236 – fiorenzagherardi@gmail.com

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- Poesia

Andrea Bassani o l’anima nuda della poesia d’amore

Andrea Bassani … o l’anima 'nuda' della poesia d’amore.
‘Lechitiel’ - Terra d’ulivi Edizioni 2016

“Ma che ne sai tu del pianto di un vetro, quando la luce scompare?..”

… scrive l’autore di questo libro per così dire ‘insolito’ di Andrea Bassani, in cui l’esercitazione nell’arte poetica, nella scrittura così come nella lettura, richiede una pronunciata enfasi drammatica che mette a nudo il senso intrinseco delle parole. Non necessariamente delle frasi compiute o incompiute che siano, quanto il suono racchiuso negli interstizi del ‘senso’ o dell’insensatezza (spazi bianchi, vuoti passati sotto silenzio); così come dell’incongruenza illogica o dell’assurdità tragicomica in cui il suo mondo poetico trova ispirazione. Senso e nonsenso in cui si propaga il suono delle parole, proprio come avviene in musica nel controcanto e nel discanto, contrario all’andamento uniforme del canto:

“La poesia ha questo di brutto (o forse di straordinario?):
ti salva la vita una volta e poi le appartieni.
Ti carica in spalla moribondo
e ti nasconde per curarti, non so dove.
Ma quando ti ha guarito
ti costringe a cantare
tutti i mali del mondo.”

Un ossimoro, se vogliamo, che in musica trova il suo corrispettivo nel cosiddetto ‘canone’, la forma più conosciuta di imitazione contrappuntistica nei canti a più voci, in cui il tema principale può essere tuttavia esposto anche rovesciando specularmente gli intervalli, come ad esempio nel ‘canone inverso’. Un modo di procedere questo, che ritroviamo in ‘Lechitiel’ la silloge poetica che Andrea Bassani ha intitolato all’angelo della pace interiore, invocato dagli scoraggiati caduti nella disperazione e che non hanno la forza di rialzarsi. Ma anche di chi cerca invano di oltrepassare la soglia dell’invisibile assoluto per entrare in quell’universo parallelo dove prevale la mutazione fra ciò ch’è reale e l’effimero visibile, fra l’occulto e l’incomprensibile. Dove infine si amalgamano il segreto palpabile dell’esistenza e ciò che è l’eterno dell’arte, la voce suprema e il verbo, la musica eccelsa e la poesia della parola, utilizzando l’esercizio pratico dell’eloquenza, l’insieme di tecniche, schemi e figure che regolano l’arte poetica ma che, tuttavia, per quanto possa sembrare un controsenso, non appartengono al Bassani poeta di questa raccolta:

“Non cercate di salvare i poeti,
non vi seguiranno:
loro vegliano, giorno e notte,
la salma assente del corpo amato,
nella camera ardente
del vuoto d’amore.”

Scrive l’autore riferendosi ai poeti che nell’estaticità della loro illusione, leccano le ferite della propria anima da essi stessi violentata, uccisa, smembrata, morta di niente, e se ne stanno in solitudine al chiuso della propria torre d’avorio, dominata dalle fiamme dell’inferno (masochista) in cui essi stessi ardono e si bruciano:

“Lascia che il mio sogno continui
Per la follia della mia penna delirante.”

Simile al delirio del ‘nudo’ Adamo che non sa come coprirsi per il freddo che lo incalza, e come ripararsi dallo sconcio immorale di una realtà che lo sovrasta, così, raccolto nel nichilismo adamitico della sua funzione poetica, l’autore mette a nudo la parola nel segreto della propria oscura visione che ha dell’amore. Nel senso che egli ‘denuda’ la poesia spogliandola degli orpelli declamatori, e apre all’esercizio dell’elaborazione minimalista, talvolta ripetitivo e claustrofobico, decisamente peggiorativo dell’arte del dire, interiorizzando tutto quello che ruota intorno al ‘suo’ dramma personale:

“Subisco la bellezza come una violenza inaudita.
Il mistero della bellezza è un’incomprensibile tortura.”

Ogni volta accogliendo e dismettendo le continue metamorfosi della sua anima inquieta, nel modo inedito in cui Paul Celan scompone e cristallizza le figure alla luce della sua attualità retorica, mirando a un contenuto di verità che trascende il loro significato consueto. Allo stesso modo che trasforma la ‘bellezza dell’amore’ (narcisistico) in amore universale, avulso dalle branche della forma poetica per entrare negli interstizi della forma letteraria, e lo fa proprio nel suo “Cantico della bellezza”, in cui dice:

“Ogni desiderio è figlio di una bellezza.
Dunque la bellezza è madre, una madre che non ama.”

Ma se un madre non ama chi altro può dare soccorso a chi è caduto o ripetutamente cade nell’incauto difetto, per debolezza o anche per imperfezione, poiché nulla ci è dato senza laggio, finanche la redenzione richiede un equo riscatto. Né l’espiazione di una colpa avviene senza aver oltrepassato la ‘soglia’ dell’invisibile assoluto:
“Se tu mi avessi amato, (donna, madre, sorella, amante)
nel niente, nel buio, nel vuoto,
non sarei qui a dirti: ‘ti amo’.”

Perché l’autore di questi versi ama davvero, profondamente, e senza mezzi termini si prostra alla passione, fino ad esautorarsi, a dissanguarsi davanti all’inspiegabile presenza della bellezza d’amore che lo consuma. La cui assenza è rivelatrice della bassezza della sua anima primordiale, della sua volgarità e nefandezza per cui, ancor prima, amare significa ‘bruciare tutto cià che è attorno’, come la Fenice che attende di risorgere per poi bruciare di nuovo:

(da ‘Cantico della Bellezza)

“Alzati!
Segretamente mi comando
ogni qual volta malcapitato mi capita d’incontrarla.
Eccola che arriva,radiosa, stupendamente cinica,
impassibile mi passa accanto con l’aria superba
di un angelo mortifero,
impunita,
sempre assolta per mancanza di prove.
Le sue vittime paino tutte suicide!
Alzati!
Eccola che arriva, sediziosa,
lei che di tutte le anime conosce la chimica.
Per questo predilige i tuoi spasimi, poeta!
Alzati!
Eccola che arriva,
e mi coglie impreparato col suo incedere regale.
La sua mano invisibile,
osannata dalla mia povertà,
mai si eleva a benedire il mio capo chinato.
Alzati!
Tacitamente le offro la mia intera esistenza
che puntualmente oltrepassa snobbandola
Alzati!
Perché la mia vita non le interessa.
Alzati!
Si prende gioco del tuo mancato, del tuo mancante.
Alzati!
. . .
È così avara e taccagna,
mostruosamente incaritatevole,
ama soltanto se stessa.”

“Ma la realtà è un’altra …”, scrive ancora Bassani rinvenendo nei sacri testi biblici le ragioni di una sconfitta che brucia.
“Siamo noi a mentire con forza per sopportarne la visione. Siamo noi che ci voltiamo empi giunti alle porte di Sodoma. Noi, come la moglie di Lot, a rimanere di sale.” … Ma non c’è ragione che tenga contro l’abiura a dover essere e di volere, nulla contro il sale (senso) della vita che chiede, che pretende altri sacrifici, come di continuare a soffrire e di proseguire lungo la strada dell’afflizione d’essere uomini tra gli uomini, umani sdraiati sulla terra, polvere da calpestare:

“Oh Cristo, preservami dalla bellezza!
. . .
Che cos’è ch’io non sappia resisterle?
È una bianca colomba adagiata
Sulle spire ipnotiche di un serpente
dall’apparenza gentile?
. . .
Per quanti anni l’ho inseguita,
volevo averla, ne pretendevo il possesso.
Ma ho appreso consumandomi che
chi desidera la bellezza è all’anticamera della follia.
Perché la bellezza non si lascia possedere,
soltanto si contempla.”

Come ‘I borghesi di Calais’, (l’impressionante gruppo statuario di Auguste Rodin), che scalzi vanno verso la morte, o forse restano (aspettando la morte), la cui abnegazione fa virtù, destinati a essere martiri o a diventare eroi (?) di una realtà liquida destinata a scomparire. Anche per questo: “Come un ricordo collettivo di sofferenza e sacrificio”, la figura dello scrittore Andrea Bassani va qui celebrata come un esempio di chiara elettività poetica.

Nota d’autore:

“… A ventitré anni fui abbandonato dalla donna che amavo più di me stesso. Ho trascorso poi tre anni di buio che mi hanno visto cadere nella rete dell'alcolismo. In quei tre anni la poesia mi ha salvato diverse volte ma in molte altre occasioni avrei voluto liberarmene per sempre, perché la poesia era diventata il surrogato della donna che mi aveva condannato alla sofferenza: la schiavitù di quella pesante assenza e la nuova schiavitù di una poesia necessaria a risalire la china talvolta si alleavano e insieme mi torturavano. La poesia non è sempre straordinaria (lo diventa quando riusciamo a gestirla): da qui "la poesia ha questo di brutto, ti salva la vita una volta e poi le appartieni". A ventisei anni, in condizioni disastrose, fui portato da quello che è il mio attuale padre spirituale, un francescano che mi ha riportato alla luce, per il quale ho lasciato l'azienda, famiglia, casa, amici e mi sono trasferito nella comunità in cui tutt'oggi vivo, occupandomi di persone bisognose e della cura dell'anima. La conversione spirituale mi ha aperto gli occhi su un nuovo modo di concepire il mondo e l'amore. Il passaggio dall'amore umano per una donna all'amore universale, la lotta che ne consegue, l'elaborazione del dolore, la nostalgia del passato, la sua rivisitazione, la volontà di ricominciare, la resistenza alla bellezza e alla sensualità, passi necessari per intraprendere la nuova via spirituale/religiosa, costituiscono il mio ‘Lechitiel’, scritto a più riprese: in parte nell'abisso, in parte nel periodo di transizione/metamorfosi, in parte nella luce di una spiritualità rivelata che mi chiedeva di chiudere col passato e di resistere a ciò che un tempo era ragione di vita e ora niente più che tentazione e peccato. ‘Lechitiel’ non è un libro di poesia scritto pensando al lettore: questi versi sono intrisi di lacrime e sangue, concepiti quasi istericamente. Ogni poesia è stata necessaria in un determinato momento di grande difficoltà emotiva. Se non avessi scritto ‘Lechitiel’ molto probabilmente non sarei qui a stendere questa email.”


bassanieco@libero.it
terraduliviedizioni@libero.it


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- Cinema

The Place il nuovo film di Paolo Genovese

‘The Place’ il nuovo film di Paolo Genovese presentato alla 12a Festa del cinema di Roma.

 

‘A Wondefull Place’, mi viene da dire, per la sua originale quanto 'audace' sceneggiatura, benché adattamento cinematografico della serie tv americana del 2010 ‘The Booth At The End’ di Christopher Kubasik, che si avvale della firma, oltre che del regista Paolo Genovese, di quella di Isabella Aguilar, l’ormai nota sceneggiatrice di lungometraggi e fiction per il Cinema e la TV, e scrittrice di successo che ha partecipato al Festival di Venezia, ha vinto il David di Donatello, il Nastro d’Argento e numerosi altri premi nazionali e internazionali.

Quanto basta per non dubitare della sua bravura, infatti Paolo Genovese che immagino abbia curato massimamente la regia, l’ha voluta al suo fianco per dare a questa ‘piece teatrale’ un notevole risvolto psico-filosofico da non sottovalutare, se non altro perché la Auguilar ha una Laurea e un Dottorato di Ricerca in Filosofi, che non guasta se si vuole raggiungere tale profondità introspettiva. Per quanto la sceneggiutura del film non calchi la mano sulle intemperanze squilibrate dei personaggi, ma lo fa con un linguaggio lineare, direi canonico, giocato sul non detto che richiede una certa intuizione e il coinvolgimento dello spettatore.

Per quanto, sappiamo che l’emotività dello spettatore può fare brutti scherzi come, disorientarlo, metterlo in difficoltà, costringerlo a un esame voluto e, soprattutto, non cercato. Così come, in certi casi, metterlo a nudo davanti allo specchio invisibile che è la sua coscienza, che tutto nega, o se preferite, tutto rimette al ‘libero arbitrio’ (non citato nel film ma che può essermi sfuggito), che altro non è che l’illusione di poter scegliere chi siamo e/o chi vogliamo essere per noi o davanti a quegli altri che non vorremmo essere noi.

Scusate il gioco di parole ma in quanto spettatore è esattamente quello che ho provato dopo i fatidici quindici minuti dall’anizio, per cui infastidito sarei volentieri uscito dal cinema. A fermarmi con forza sono stati i cinque minuti successivi e che mi hanno letteralmente inchiodato alla poltrona, appunto per il risvolto psicologico-negazionista che noi tutti attuiamo per metterci al coperto: protagonisti relativamente umani, piuttosto ‘mostri’ dell’inconscio individuale e collettivo, che ci appropriamo delle vite degli altri solo perché non sono come noi vorremmo che fossero, e/o come noi vorremmo che si svolgessero.

È concettualmente accertato che l’uomo post-moderno, sempre in bilico tra l’uomo arcaico e l’uomo futuro, non riesce a trovare un proprio equilibrio che gli dia stabilità all’interno della sfera evolutiva, in ragione della sua incontenibilità precostituita, dovuta per lo più all’andamento accelerato con cui la società si trasforma e, rispetto alla velocità di assorbimento psico-fisica diversa per alcune tipologie di individui e aree di sviluppo intellettuali. O, almeno, per quanto concerne i comportamenti umani elementari dall’inizio dell’evoluzione naturale delle coscienze ad oggi, in cui è d’obbligo riaprire un proficuo discorso su ‘chi veramente (noi) siamo?, e cosa siamo disposti a fare per ottenere ciò che vogliamo?’.

Che è poi la chiave di lettura del film. La risposta è (ovvia) in noi stessi, il film lo dimostra molto bene, così come altrettanto bene scrisse a suo tempo il noto etologo e linguista Irenäus Eibl-Eibesfeldt: “Se smetteremo di erigere barriere alla comunicazio¬ne fra gli esseri umani e di degradare a mostri coloro che sono umani come noi, anche se aderiscono ad altri sistemi di valori . Ma se, al contrario, accentueremo ciò che a loro ci lega, noi - uomini e donne di coscienza – prepareremo per i nostri nipoti un futuro felice. Le potenzialità del bene sono biologicamente presenti in noi quanto quelle (del male) e dell’autodistruzione”, che convenientemente dobbiamo in ogni modo evitare.

Ciò dunque, per rispondere a una ‘decisione sovrana’ che non trova oggi riscontro nell’ampio spettro dell’universalità umana: per cui ‘ogni uomo è libero’ nell’ambito della globalità dello sviluppo storico-sociale in stretta relazione con il pensiero filosofico dominante, concettualmente paritetico di quel processo di conversione che ha trasformato il ‘positivismo relativo’ del secolo scorso, nel ‘pensiero negazionista’ contemporaneo, in cui il ‘tutto’ è verosimilmente sostituito dal ‘nulla’; che è comunque un ‘nulla’ antropico, cioè relativo all’analisi degli assetti organizzativi umani conseguiti, ovvero allo studio (scientifico) di quei processi che nel corso del ‘tempo’ hanno condotto alla formazione degli assetti evolutivi cui si riferiscono.

Assetti questi indubbiamente inerenti al ‘passato’, che potrebbero dirsi superati se messi a confronto con la rivoluzione socio-economico-politica, nonché filosofica ed esistenziale che la pressante globalizzazione di massa impone al ‘presente’. Qullo stesso presente e che sta trascinando tutto e tutti verso una caduta inarrestabile, difficile da predeterminare. Di fatto l’‘evoluzionismo’ filosofico/scientifico (darwiniano e lamarckiano) sembrerebbe ormai superato e aver lasciato il posto a più attuali problematiche dettate da una ‘sovranità giuridica’ irrevocabile, nonché da una maggiore ‘responsabilità politica’ insormontabile che, in ogni caso, vanno rapportate a quel ‘futuro’ che incombe alle porte della coscienza di noi moderni.

Per quanto tutto ciò possa sembrare astruso stiamo comunque parlando di cinema, di un film molto teatrale, come se ne sono visti tanti in passato, eppure sofisticato a tal punto che alla fine della visione mi sono chiesto se a scriverlo fosse stato Pirandello e il regista un certo Hitchcock. In vero c’è nel film: statico ma equilibrato, sadico e malvagio quanto basta, minimalista per eccellenza, un qualcosa che mi ha ricordato (non so bene perché) ‘Il terzo uomo’ di Orson Wells, per il suo penetrare negli interstizi della trama. Una non trama che, al dunque, preferisce di gran lunga lasciare al contesto filmico il ruolo di definire il significato e allo spettatore, di essere parte attiva di qualcosa che lo riguarda da dentro … il che può anche risultare scioccante!

Ne risulta una fiction ben curata, splendida la fotografia, montaggio strepitoso senza sbavature, ottima l’interpretazione di tutti. Che altro dire? Se non vi sentite preparati o se avete degli scheletri negli armadi, non andatelo a vedere. Altrimenti va visto condiviso e discusso con gli altri. Cosa che ho fatto di proposito, all’uscita dalla sala ho chiesto a qualcuno/a se gli era piaciuto. Risposte: Non saprei? Neanche un po’! Dovrò rivederlo per capire meglio. Decisamente sì, perché in qualche parte mi ci sono ritrovato.

 

Da Cineuropa News, che ringrazio per la cortese collaborazione, riporto una recensione di Vittoria Scarp datata 09/11/2017:

 

‘The Place’: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? 

Presentato in chiusura alla 12a Festa di Roma, il nuovo film di Paolo Genovese. Un huis clos (‘A porte chiuse’ da Jean Paul Sartre) con dieci personaggi in un bar, davanti alla propria coscienza. Era uno dei film più attesi della stagione. Dopo il successo travolgente di 'Perfetti sconosciuti' , Paolo Genovese poteva osare e così ha fatto, estraendo dal suo cilindro un film ambizioso, metaforico, non per tutti, dove abbandona davvero per la prima volta il registro della commedia. 'The Place' è il titolo del film e il nome del bar con tanto di vistosa insegna luminosa, dove siede un uomo, sempre allo stesso tavolo, e dove entrano ed escono dieci personaggi, tutti i giorni, a tutte le ore, per incontrarlo e parlare con lui.

Un film di dialoghi, una prova di attori, un huis clos concettuale, che pone allo spettatore un’unica sostanziale domanda: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? Se 'Perfetti sconosciuti' indagava la parte più oscura delle persone che ci stanno accanto, 'The Place' scandaglia l’anima nera che ognuno porta dentro di sé. L’uomo seduto al bar giorno e notte (incarnato da Valerio Mastandrea) dà indicazioni alle persone che si rivolgono a lui su come esaudire i propri desideri, anzi, stipula con loro un vero e proprio contratto.

Diventare più bella, passare una notte con una pornostar, salvare il proprio figlio, riacquistare la vista, ritrovare Dio, sono alcuni dei desideri che i vari personaggi del film espongono all’uomo del bar. “Si può fare”, risponde lui mentre scrive convulsamente sulla sua grande agenda, fitta di appunti in ogni angolo di ogni pagina. Ma c’è un prezzo da pagare. Un prezzo in alcuni casi molto alto: rubare una grossa somma di denaro, mettere una bomba in un locale, violentare una donna… Se si svolge il compito assegnato, il successo è garantito. Starà a ognuno di loro decidere se accettare o rifiutare l’accordo.

 

Paolo Genovese adatta con questo film una serie tv americana del 2010, The Booth At The End, vi aggiunge dei personaggi, ne toglie altri, intreccia le storie fra di loro, trova un finale per ognuna. Seguiamo il progredire delle missioni assegnate, i personaggi si presentano puntuali davanti all’uomo per aggiornarlo (“raccontami i dettagli”, ripete lui a ciascuno di loro), assistiamo a esitazioni, ripensamenti, ma c’è anche chi mente, chi va oltre i limiti stabiliti, in un vortice di degenerazione umana da dove però si fa sempre in tempo ad uscire, basta volerlo. Il regista varia le inquadrature il più possibile, riprende i suoi attori da ogni angolo, ma non riesce a evitare una certa ripetitività nei gesti, nei movimenti, nelle dinamiche dei personaggi, che nel formato seriale originale (puntate da 12 minuti) è forse più digeribile che non in un lungometraggio di un’ora e tre quarti.

Il regista Paolo Genovese si conferma tuttavia un autore coraggioso, alla ricerca di strade nuove, e come in 'Perfetti sconosciuti' spinge lo spettatore a mettersi in discussione e lo manda a casa con una domanda in testa: cosa farei io al posto loro?

 

Il cast all star è composto da Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Rocco Papaleo, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Silvio Muccino, Silvia d’Amico, Giulia Lazzarini, con Sabrina Ferilli nei panni della cameriera del bar che, a porte chiuse e durante le pulizie serali, cerca di capire chi sia veramente quell’uomo misterioso cui tutti chiedono qualcosa (Dio? Il diavolo? La nostra coscienza?).

Prodotto da Medusa Film con Lotus Production, The Place esce oggi, 9 novembre, in 510 sale con Medusa.

Le vendite internazionali sono affidate a True Colours, che durante il recente MIA di Roma lo ha già venduto per la distribuzione in Russia e CIS, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Bosnia, Croazia, Slovenia, Estonia, Lituania e Taiwan.

 

Regia: Paolo genovese

Sceneggiatura: Paolo Genovese, Isabella Aguilar

Cast: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Borghi, Silvio Muccino, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Sabrina Ferilli, Silvia D'Amico, Rocco Papaleo, Giulia Lazzarini, Vinicio Marchioni, Marianne Mirage.

Fotografia: Fabrizio Lucci montaggio: Consuelo Catucci costumi: Camilla Giuliani

Musica: Maurizio Filardo

Produttore: Marco Belardi

Produttore esecutivo: Noel Bright, Steven A. Cohen

Produzione: Lotus Production, Leone Film Group

Distributori: Medusa Film, Estinfilm OÜ, Aurora Films, Film Europe s.r.o.

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- Turismo

Fogli/e d’Autunno 3

“Fogli(e) d’Autunno” 3
(letteratura, poesia, narrativa, libri, editori, concorsi, con uno sguardo all’arte in fatto di mostre, cinema, teatro, musica, viaggi).

Estratto da “La Piazza Universale” - Catalogo della Mostra a cura di Elisabetta Silvestrini - Mondadori/De Luca - Museo delle Arti e Tradizioni Popolari - Roma 1988, in 20lines.

C’è gran confusione nella piazza del Vecchio Borgo, un andirivieni di gente arrivata da ogni parte del contado per l’occasione della ‘Fiera delle meraviglie’ come qualcuno la definì nei tempi andati. Un forte richiamo per i venditori che vi accorrono in massa, con carrette e teloni variopinti, mercanzie e oggetti d'artigianato che mettono in bella mostra. Ci sono gli ambulanti che richiamano l'attenzione del ‘gentile’ pubblico a raccolta; i contadini con i prodotti della terra, tuberi e granaglie appena macinate che riempiono cesti e canestri; l’arrotino, il falegname e l’impagliatore di sedie; il ritrattista, il fotografo delle grandi occasioni, lo speziale e anche il ciarlatano, degno parodista della buffonaggine umana che, in piedi sullo sgabello, declama gli ultimi ritrovati della scienza, l’ultima invenzione della tecnica, e commenta gli ultimi ‘sberleffi’ della moda.
Tra le bancarelle c’è chi espone le masserizie per la casa, utensili e pentolame, scarpe e ciabatte, stoffe e preziosi, ed anche chi, alquanto stravagante, da spettacolo di sé, di quel poco che possiede o che sa fare, ammirato e applaudito da un nugolo di bambini che scorazzano in qua e in là, ora incalzando il venditore di palloncini, ora facendo la fila davanti al banco dello zucchero filato e dei pasticcini coi canditi; e chi tra essi conduce un capro per le corna, chi porta del latte appena munto, chi rincorre il ‘cerchio’ e chi, per un soldo, si mette a fare le capriole sopra il prato.
Ed è qui che, alle grida levate dal banditore, tutti accorrono per vedere aprirsi le porte variopinte della ‘Piazza Universale’, felici di assistere a più d’uno spettacolo offerto dalle Macchine da Fiera: del ‘Mostro divoratore’ e delle ‘Montagne russe’, nonché dai congegni meccanici del Luna Park, come la 'Grande Ruota' panoramica, la 'Giostra' che instancabilmente continuava a girare, coinvolgendo tutto e tutti nella fantasmagoria della musica e delle luci colorate.
Non in ultimo, per l'attrattiva di fare i 'giochi' della Tombola e della Lotteria, o per tentare la Ruota della Fortuna e regalarsi un ‘sogno’ che, il più delle volte, si traduce in un innocente momento di svago. Tuttavia lo spettacolo più grande è offerto dai ‘funamboli’ che, sospesi in equilibrio sulla fune tesa attraverso la piazza, fanno salire la tensione al cielo e arrestare il battito del cuore di chi li osserva: dal ‘mangiatore di fuoco’ che s’avvampa nell’incendio dell’immaginario, ai venditori di spezie ed erbe medicinali cosiddetti ‘speziali’ che rifilano 'elisir' ed altri 'aromi' afrodisiaci. Come pure dai Maghi, ideatori di numerosi artifici, e dagli Zingari dai costumi colorati, con i loro tipici strumenti musicali, le danze sfrenate e, soprattutto, coi loro animali ammaestrati, le cui capacità raggiungono talvolta l’inverosimile, tanto sono 'intelligenti'.
Nondimeno lo spettacolo è assicurato da ‘saltimbanchi’ un po’ acrobati e un po’ buffoni che scatenano antiche paure del vuoto e il riso per la burla giocata ai buontemponi; il cui ruolo è riconducibile a quello del ‘trickster’, imbroglione della tradizione inglese, preso poi a soggetto della maschera grottesca del ‘clown’ che tutti quanti abbiamo e continuiamo ad apprezzare. Grazie al quale, ancora oggi, ci appaiono ‘veri’ tutti i personaggi di fondo che esso impersona: dai ‘burattini’ del romano Ghetanaccio, ai ‘mendicanti’ di Giovanni Serodine, ai ‘birbanti’ di Giuseppe Maria Mitelli, fino ai ‘maccaronari’ di Domenico Gargiulo, protagonisti di molte gesta leggendarie e di altrettanti romanzi popolari.
Tutto questo riguarda un passato prossimo non poi così lontano da noi, ma è qui d’obbligo ripercorrere la strada a ritroso per ritrovare quelli che sono i ‘motivi fondanti’ che hanno portato all’origine della tradizione della ‘fiera di piazza’ avente come scopo primario, lo scambio delle mercanzie e dei prodotti dei campi, sia in forma di acquisto diretto che di baratto. Nonché delle forme ludiche imprescindibili della ‘festa popolare’, con i suoi lazzi e giochi, competizioni, svaghi e intrattenimenti: dall’ ‘albero della cuccagna’, alla ‘rottura delle pignatte’, allo ‘scoppio dei petardi’, fino al ‘grande falò’ che veniva acceso, quasi a notte tarda, nella piazza del mercato, in cui venivano bruciate assieme ai rifiuti, le masserizie ormai inservibili.
Avvenimento questo del 'falò', che ancora oggi, lì dove è stato conservato, presenta almeno due aspetti antropologici di grande rilievo: uno mitico, certamente arcaico, con il quale si salutava la fine della passata stagione invernale e l'inizio della primavera; l'altro, più recente a carattere popolare che prevedeva di ‘saltare’ attraverso le fiamme. Un gesto sicuramente catartico atto a recuperare una originaria prova iniziatica di purificazione. L’occasione della Fiera, infatti, cadeva più volte all’anno e solitamente coincideva con il passare delle stagioni, quando la cacciagione o la raccolta permettevano di portare ‘in piazza’ le mercanzie e i prodotti stagionali della terra. Era allora che la ‘piazza’ si animava dei ‘giochi’ e delle ‘attività’, specifiche ed esemplari, che l’hanno vista trasformarsi con successo nella ‘Piazza Universale’.
Tali e tante erano le 'novità' che richiamavano ogni gente, di ogni ceto ed estrazione che si mostrava per quello che era, con le sue disponibilità economiche e le possibilità raffinate dei ricchi, con la povertà e la carenza culturale dei ceti più abbietti, ma anche con l’arguzia degli intelligenti in cerca di fare affari. Certo non sono mai mancati i traffichini, i farabutti, gli arrampicatori sociali o la gente di malaffare che vedeva nella ‘piazza’ l’occasione per arricchirsi rubando o mettendo a segno qualche vendetta personale. Ma era, per così dire, l’umana stortura di una società che s’avviava a confluire in ciò che oggi si chiama ‘collettività’ e che vede nella interazione popolare, una necessaria forma di conservazione e una certa scambievolezza reciproca.
Vanno qui inoltre menzionate le ‘attività comunitarie’: sia religiose, come partecipare alla Messa in Chiesa o sul Sagrato di fronte alle autorità cittadine, le processioni della Settimana Santa o del Santo Patrono, e le Sacre Rappresentazioni che portavano in scena i fatti salienti dei testi biblici; sia laiche come i balli, le mascherate, il teatro burlesco, fino ai più scenografici spettacoli che muovendo dall’interno delle Corti, sfilavano in quella che pubblicamente era considerata “La Piazza di tutte le Professioni del Mondo”, come la definì nel lontano 1500 il canonico Tommaso Garzoni, autore di curiose opere d'erudizione, caotiche e capricciose, nelle quali sono accatastate le notizie e le osservazioni più varie, cose, usi, costumi, vizî, passioni, virtù, miserie dei tempi antichi e moderni.
Opere queste che hanno messo in evidenza come a sua volta, la tradizione si è impossessata di quel ‘meraviglioso’ cui la ‘Piazza’ era legata da fila sotterranee fin dagli esordi della sua esistenza. Unico momento in cui, dopo i mesi di duro lavoro, era possibile conoscere le ultime novità, i fatti salienti della cronaca di altre città, acquistare e scambiare informazioni, ed anche per familiarizzare, per misurarsi con gli altri e mostrarsi in pubblico, il che conferiva ai molti di acquisire una certa ‘identità sociale’. E che, infine, si è rivelato uno dei filoni più ricchi della creatività popolare: l’arte dell’incontro, dello scambio reciproco e quindi del commercio, il cui esito arriva alla concezione della moderna pubblicità e al concetto fondante dell’attuale sviluppo delle Pubbliche Relazioni.
La ‘Piazza Universale’ dunque come banco di prova, luogo iniziatico dove si evincevano le antiche paure del singolo, per affermare noi stessi di fronte agli altri, nel reciproco scambio delle parti di giudici e giudicanti e raccogliere il necessario consenso di fronte alla comunità raccolta. Sebbene quello della Piazza sia stato sempre visto come forma di spettacolo ‘casuale’ o ‘procurato’, con esso si metteva a nudo una indistinguibile verità chiassosa che al ricordo degli avvenimenti anche più recenti, a volte ci da un brivido di inconsistenza che pure mette in azione i moti dell’anima, allorché per soddisfare la vanità che ci rivela, inventiamo il nostro effimero, lasciandoci guidare da ‘burattinai’ politicizzati e sindacalizzati, che nulla hanno a che vedere con lo spirito che in passato ha animato la ‘Piazza Universale’ cui si fa qui riferimento.
E sempre più ci sembra d’essere al tempo stesso ‘attori e spettatori’ di noi stessi, personaggi d’una rappresentazione che non ci appartiene, che ci procura quella strana, caduca sensazione, d’essere in bilico su un palcoscenico che oscilla, che vortica all’interno di un ingranaggio che non riusciamo più a fermare e che ci schiaccia, azionato da un altrui volontà: che sia l’orco affamato delle fiabe che ci rincorre, la divinità infernale del mito che ritorna, il mangiafuoco che ci divora, la globalizzazione che ci cannibalizza, che ci annienta come individui, come popolo, come ‘umani che mangiano altri umani’?, non so dire. Ma forse una risposta sta nel disconoscere il passato, i ricordi e i rimpianti che portiamo dentro di noi, e lasciarci ‘divorare’ dalla realtà di oggi, perché altrimenti finiremo per ridurci al solo ruolo di ‘attori’ della nostra vita, e quindi solo ‘spettatori’ della nostra ‘vanità’.
Anche per questa ragione oggi dobbiamo riprenderci la ‘Piazza Universale’, recuperare la nostra dignità dalle mani di quei ‘burattinai’ che si accordano per sottomettere la ‘piazza’ ai propri interessi economici, ai propri avidi propositi di potere. Allora la risposta non è che una: ‘libertà’ di pensiero, di parola, d’intendimenti, d’incontrarsi, di dialogare, di votare i propri capi elettivi; libertà di contribuzione, di cooperazione, di sopravvivenza; libertà di gestire, di misurarsi con gli altri, di esistere come entità umana pensante e discernente; onde abbattere le differenze sociali, le diversità di genere, le discordanze culturali e razziali, per riaffermare quelli che sono i ‘nostri diritti’, e noi stessi, nell’ambito di quella realtà socio-culturale economico-politica che più ci conviene, rappresentata qui dall’immagine della “Piazza Universale di tutte le Professioni del Mondo” e dell’intera umanità consapevole.
E allora chissà? Magari questa nostra umanità così oltraggiata e offesa, questa nostra vita così vilipesa, questa stessa nostra Terra sfruttata e derubata ritroverà la pace di cui abbisogna, e tornerà ad essere quella ‘giostra’ tante volte sognata, che ‘meraviglia delle meraviglie’ ad ogni Fiera di Piazza continua a girare, col movimento di un argano meccanico che suona, gira e suona, suona e gira, con le sue luci colorate e i cavallucci bianchi e morelli che nel girare oziosi s’alzano e si abbassano in attesa di prendere il volo, per un' 'altra' stagione della vita.

Ɣ – Amicizia, amore, identità, diversità sono i temi ricorrenti nella letteratura di tutto il mondo, nelle diverse lingue e modi di tutte le genti che lo abitano e che lo ‘vivono’, e che sono anche i ‘luoghi comuni’ in cui si ‘perdono’ e si ‘ritrovano’, amano, sperano in un mondo migliore. Oppure che abbia fine, ma quest’ultimo è un discorso ‘altro’ che non rientra nel prospetto di questo articolo e che un giorno vedrò di affrontare. Per adesso mi limito ad onorare l’Autunno, (la stagione che più rinfranca il mio cuore), con alcune proposte di viaggio fra quelle poco conosciute, anche se molto apprezzate, e quasi per così dire, fuori della porta di casa. Con l'arrivo dell'autunno, cosa c’è di meglio, di approfittare di una vacanza all’aria aperta. Spesso in questo periodo il cielo è terso e la vista si apre su panorami spettacolari, anche in lontananza.
Con delle condizioni così, come si può rinunciare ad una vacanza in agriturismo con tante belle escursioni in montagna? Se non l’avete ancora provato, scoprite come la natura in Alto Adige – Südtirol si trasforma in un ‘luogo dell’anima’ di colori dalle tonalità calde e intense, di ‘poesia’ casereccia dal carattere amicale. In più, l'autunno è senza dubbio la stagione ideale per chi ama la buona cucina. Una ricca colazione a base di delizie da gustare in uno dei tanti ‘masi’ sparpagliati sul territorio è sicuramente il modo migliore per affrontare la giornata. Nella stagione colorata sono infatti le delizie del palato a dettare legge: si raccoglie, si vinifica e si preparano le scorte per l'inverno.
La tradizione che meglio rispecchia questa stagione è il Törggelen, un periodo in cui, secondo un'antica usanza contadina, gli agricoltori festeggiano il raccolto ben riuscito nelle osterie contadine "Buschenschank": il momento ideale per assaporare tante delizie fatte in casa, caldarroste fumanti e altre specialità tipiche accompagnate da mosto fresco. I contadini degli oltre 1600 agriturismi "Gallo Rosso" saranno lieti di darvi il benvenuto, allietati da feste e mercatini, coi loro tipici strumenti e musica folkloristica.

Sitografia Gallo Rosso | Südtiroler Bauernbund: info@gallorosso.it, www.gallorosso.it

Ɣ – Immerso nella pace della campagna, circondato dalle dolci colline del Chianti e a pochi chilometri da Siena, sorge Villa Curina Resort, piccolo borgo cinquecentesco ricco di storia e di fascino dove potrete godere di una vacanza di charme e raffinatezza. Le sue camere eleganti, il suo staff sempre disponibile, il suo ristorante con cucina tipica e all’avanguardia nel rispetto della migliore tradizione toscana, il suo bellissimo giardino all’italiana, piccolo gioiello del ‘700, sono il luogo ideale per un soggiorno indimenticabile. La villa risale al XVI secolo e fu trasformata nel corso del Settecento, precisamente tra il 1776 e il 1780. Assunse così il tipico aspetto delle costruzioni del XVIII secolo, a pianta rettangolare con base a scarpata e con sviluppo su tre piani coperti con un tetto a padiglione, come possiamo ammirarla ancora oggi.
A tale data risale anche il bellissimo giardino all’italiana situato di fronte all’ingresso della villa, piccolo gioiello architettonico. A poca distanza dalla villa la piccola Cappella di San Liberato, anch’essa del XVI secolo, affrescata da Arcangelo Salimbeni nel 1573, data che compare nella parete interna dell’archivolto. Gli affreschi al suo interno costituiscono un evento artistico di tutto rispetto per la quantità e l’importanza dei temi trattati. Per tale motivo l’oratorio di Curina viene definito la piccola “Cappella Sistina del Chianti”.
Ma non è solo questo, Villa Curina Resort offre un ricco ventaglio di servizi a disposizioine per gli ospiti, che vanno da una splendida piscina all’aperto e solarium, campi da tennis, ampio parcheggio custodito, transfer service, connessione wifi, Light lunch dalle 12.30 alle 14.00 con vista sulle colline del Chianti, servizio bar in piscina dalle 11.00 alle 20.00, ristorante “Il Convito di Curina” aperto per cena dalle 19.30 alle 22.00. Nonché degustazioni di Champagne e dei migliori vini toscani e di molte altre regioni italiane, Corsi di Cucina, prenotazioni per visite guidate a Musei e città d’arte, trasferimenti ed escursioni nelle più belle realtà della provincia di Siena, prenotazioni per passeggiate a cavallo e voli in mongolfiera.Tramonti mozzafiato con Siena all’orizzonte faranno da cornice alla vostra vacanza, rendendola un sogno che al vostro ritorno vorrete condividere con chi vi sta vicino.

Inoltre, ecco alcuni piacevoli luoghi da scoprire a Siena e dintorni,. Villa Curina Resort è a soli 20 km, famosa per la sua splendida piazza e il Suo palio, per la sua atmosfera medievale e la sua maestosa cattedrale. Le sue strette vie ricche di fascino e di storia, vi conquisteranno:
Abbazia di S.Galgano, a soli circa 50 Km non molto distante da Siena, la suggestiva e maestosa Abbazia di S.Galgano, famosa per la sua leggendaria spada nella roccia che vi invitiamo a visitare.

San Gimignano e Volterra, a circa 60 Km “Monteriggioni di torri si corona”, come scrive Dante Alighieri nella Divina Commedia. Ma è sempre incantevole questo piccolo castello che sorge dall’alto di una collina, e insieme a San Gimignano e a Volterra.

Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, a circa 40 Km, circondata da boschi secolari dove potrete ascoltare gli antichi canti gregoriani dei Monaci Benedettini.

Montalcino, Montepulciano e Pienza, a circa 60 Km, Montalcino, città del vino e del miele, che insieme a Montepulciano, uno dei più importanti centri vitivinicoli del mondo che si erge sopra la Valdichiana, e a Pienza con la sua storia e i suoi prodotti locali, per un itinerario tutto da godere.

Abbazia di S.Antimo, a pochi Km da Montalcino, l’affascinante e antichissima costruzione del lontano 781, voluta da Carlo Magno e ancora oggi retta dai famosi Canonici Bianchi, come ricorda il loro abito. Un paradiso dove natura e architettura si intrecciano e si fondono.

Villa Curina Resort è in Località Curina 53019 Castelnuovo Berardenga (Siena)
Email: info@villacurinaresort.com

Ɣ – Per chi abbia voglia di evasione totale ma discreta suggerisco di pianificare una vacanza a Malta cardine nella storia dei Cavalieri Crociati, in cui l’autunno si veste di prosperità per via del meraviglioso clima.
Qui la stagione estiva si prolunga piacevolmente nell’Arcipelago, grazie alle temperature miti ed alle correnti marine che rendono l’acqua del mare tiepida e ancora piacevole per i bagni. L’appuntamento per quest’anno è per ottobre, un mese in cui molti grandi eventi vengono organizzati, a incominciare dalla ‘Birgufest’, la ricostruzione storica che è anche un appuntamento romantico. E' questo un evento molto amato dai maltesi e dai turisti che ogni anno per questa occasione si ritrovano a migliaia a Vittoriosa, una delle Tre Città conosciuta anche come Birgu, affacciata sul Grande Porto di Valletta proprio di fronte la capitale.
Nato per offrire ai suoi visitatori la possibilità di vivere la città in un contesto unico, ovvero illuminata esclusivamente con torce e candele, il ‘Birgufest’ nel corso del tempo si è trasformato in un grande happening di eventi culturali. Le strade, le chiese ed i monumenti cittadini prendono vita ospitando cortei storici, rivisitazioni, feste, concerti ed appuntamenti culturali sempre rigorosamente illuminati dalla luce di candele.

Nota per cinefili e cineasti:
negli ultimi cinque anni ad ampliare l’offerta culturale legata al ‘Birgufest’, viene organizzato anche un appuntamento dedicato ai cortometraggi, il BirguFest Short Film Festival a cui è possibile iscrivere i propri film brevi mandando una mail a alancassar4@gmail.com.

Un viaggio quindi tra eventi e cultura che, per questa occasione, si carica di una suggestiva ed avvolgente atmosfera che riporta i visitatori ad un’ambientazione antica e romantica ‘una vacanza al lume di candela’, una perfetta situazione per chi cerca un’occasione speciale e poetica. Tutta la bellezza di Malta è raccontata in un video che potete consultare su Youtube e che in meno di tre minuti illustra la magnificenza del suo mare, delle coste, dei suoi porti, della sua gente, della sua diversità … la sua unicità.

Sitografia: www.malta-vacanze.it, www.visitmalta.com

Ɣ – È appena arrivato in libreria “Basilicata d'autore. Reportage narrativo e guida culturale del territorio” (Manni Editore 2017). Per chi vuole scoprire la Lucania ma anche per chi vuol solo leggere un bel libro. Ne viene fuori una lettura antropologica e allo stesso tempo il documento di una conoscenza reale, approfondita. Non solo un itinerario di percorsi e mete lucani dunque, ma un vero e proprio reportage narrativo, in cui ogni autore guida in un luogo, un'atmosfera:
Potenza e Matera naturalmente, ma anche il Vulture, il Pollino, le valli dell'Agri e del Basento, la salita sul monte sacro di Viggiano, le Dolomiti lucane..., fino al viaggio Basilicata coast to coast, in cui conoscere le bellezze naturali del territorio, attraverso percorsi itineranti, quali: ‘I calanchi’ di Tursi, Policoro, Valsinni, Aliano, Sant'Arcangelo, Craco.
-Venosa: un esempio di convivenza; Acerenza, la città dei vescovi; Matera, la città dei sassi; I carnevali di Tricarico, Lavello, Satriano; I luoghi dei poeti; I due mari di Metaponto e Maratea; Il Pollino. Ed inoltre: i riti arborei di Accettura; i percorsi federiciani a Melfi e Lagopesole o le Piccole Dolomiti lucane e Potenza, la città verticale.
Una guida d'autore, la narrazione dei luoghi, materiali o culturali, più significativi della Basilicata, raccontati dalla penna di intellettuali e personaggi celebri del territorio: Franco Arminio, Giovanni Caserta, Antonio De Rosa, Eliana Di Caro, Andrea Di Consoli, Pasquale Doria, Giuseppe Lupo, Alessandro Musto, Raffaele Nigro, Rocco Papaleo, Antonio Petrocelli, Gilda Policastro, Biagio Russo, Giovanni Russo, Mimmo Sammartino, Giancarlo Tramutoli, Mario Trufelli … per una letturadi viaggio alla scoperta di un intero mondo, in gran parte sconosciuto dai più, che pure è dietro l’angolo,uno dei migliori di questa nostra Italia che risponde a tutte le nostre vicissitudini elettive e che sempre più spesso bistrattiamo alla ricerca di un’evasione senza meta. Un modo come un altro per viaggiare nel nostro splendido paese, o no?

Sitografia: www.mannieditore.com, - e-mail info@mannieditori.it

Ɣ – “Di cosa è fatta la creatività nella narrativa di viaggio, e non solo?” Ce ne parla Piera Rossotti-Pogliano direttore editoriale della EEE-book.
“È la domanda che mi sono posta questa settimana a proposito della creatività nel campo della narrativa, ma credo che gli stessi meccanismi che portano alla stesura di un romanzo o di un racconto valgano anche per altre forme d’arte e non solo: c’è il momento dell’idea di scrivere qualcosa che susciti un certo tipo di emozione o trasmetta un certo messaggio che ci pare importante; poi viene il momento della riflessione razionale e della documentazione, ed infine il momento creativo, quello dell’emozione che deve provare lo scrittore.
Soltanto allora, se davvero prova emozione, lo scrittore saprà di poterla trasmettere ad altri. Poi, per chi scrive, c’è un ulteriore ingrediente ‘segreto’, purtroppo molto trascurato da troppi aspiranti scrittori che potrete scoprire nel video postato su Youtube. Come affermo sempre, le buone letture aiutano tutti: indispensabile per chi vuole scrivere, la lettura fa in ogni caso bene a tutti.
Nei link che seguono e che portano ad Amazon-Kindle e a Kobo, potete trovare la nostra sezione e-book. Tuttavia, prima di acquistarli, suggerisco comunque di scaricate la versione ‘free’ direttamente dal blog di EEE-book. Potrete leggerne gratis una buona parte, per il quale non è richiesta nessuna forma di registrazione. Un cordiale saluto ai lettori de larecherche.it e … buona lettura!”

Ɣ – “L'uomo che sognava le onde” (I Mainstream), Formato Kindle di Milos Hiljada - Editore: Edizioni Esordienti E-book 2017).
Eccone una breve sinossi:

“Camillo Mille, un passato da direttore strategico di una multinazionale e deluso dal mondo degli affari e da una vita priva di ideali e di punti di riferimento, si trova, a cinquant’anni, a insegnare presso un istituto per ragazzi con problemi comportamentali. Due dei suoi allievi lo colpiscono in modo particolare: David, scalmanato ed egocentrico, e Mirta, misteriosa e introversa. Ad entrambi Camillo salverà la vita: a David, in difficoltà per essersi temerariamente tuffato nel mare in tempesta, e a Mirta, finita accidentalmente in un giro perverso di traffico di minorenni. I due ragazzi vivono una situazione familiare difficile: il padre di David è infatti sempre lontano per lavoro, mentre i genitori di Mirta sono separati e vivono entrambi all’estero. Mirta e David mantengono i contatti con il professor Mille e stringono amicizia con Lorenzo, il figlio di Camillo. Le vicissitudini a cui andrà incontro, la capacità di trovare in se stesso il coraggio di agire e la generosità per mettersi in gioco permetteranno a Camillo di acquisire una nuova consapevolezza e di rinsaldare il rapporto con l’ex moglie Bianca e con il figlio Lorenzo.”

Il quotidiano della realtà sociale che giace sul fondo di questo libro per molti aspetti ‘giovane’ ci mette davanti a ciò che siamo, o se preferite, a ciò che siamo diventati per le molteplici ragioni che ogni giorno ci ingiungono di vivere/sopravvivere nella foresta dei problemi che ci troviamo/dobbiamo affrontare. Ma è anche un libro sull’amicizia, sull’amore e sulla speranza che i nostri giovani infine trovino la loro strada, quella migliore che pure sembra essergli negata. Grazie quindi a Piera Rossotti-Pogliano che nel suo pur difficile lavoro di scelte, offre al lettore una selezione di argomenti sempre attuali e di ‘autentica’ sincerità intellettiva.

Sitorafia: www.edizioniesordienti.com, info@edizioniesordienti.com)

Ɣ – Ho qui il piacere di evidenziare una fonte di comunicazione che mi è recapitata da Puracultura, distributrice del bollettino mensile di informazione letteraria Oèdipus: presentazioni, appuntamenti e festival che, puntualmente mi tiene al corrente su Presentazioni, Meeting e Reading che si tengono mensilmente in giro per l’Italia, ai quali haimé pur ringraziando non riesco a partecipare, ma che ritengo siano di primario interesse per quanti, lettori e curiosi di apprendere, letterariamente parlando, e di partecipare agli eventiqui sotto elencati, rifacendomi a quell’ ‘arte dell’incontro’ che ci permette di avallare nuove conoscenze e nuove amicizie:

Faenza, 30 settembre - 1 ottobre, Mei - Meeting etichette indipendenti, Monica Matticoli, L’irripetibile cercare (Oèdipus 2017).

Salerno, giovedì 5 ottobre, ore 17, Palazzo della Provincia, sala giunta, Massimo Corsale, Perdersi o ritrovarsi? navigare (serenamente) nelle nostre angosce quotidiane (Oèdipus 2017), forum con Pino Cantillo (filosofo), Barbara Cangiano (giornalista) Gabriele Pulli (sociologo).

Napoli, venerdì 6, ore 18, Libreria Ubik, via Benedetto Croce, Floriana Coppola, Cambio di stagione ed altre mutazioni poetiche (Oèdipus 2017), intervento critico di Enza Silvestrini, letture di Mena Saracino.

Milano, sabato 7, ore 18,00, Libreria Popolare, via Tadino, Carmine De Falco, Bruno Di Pietro, Emmanuel Di Tommaso, Eugenio Lucrezi, Paola Nasta, Enzo Rega, Marisa Papa Ruggiero discutono intorno a Levania – rivista di poesia alla VI edizione della rassegna Tu se sai dire dillo.

Treviso, sabato 14 ottobre, ore 11,00, Palazzo di Francia, Cartacarbone festival, Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne (Oèdipus 2017); Francesca Tini Brunozzi, Il grado zero della buona educa-zione, intervengono Andrea Breda Minello ed Elisabetta Perfumo.

Marina di Massa, domenica 15, ore 18,00, Villa Cuturi, Via A. Vespucci 11 - Adriana Lazzini, Ho dimenticato come si piange (Oèdipus 2017). Con l’autrice, Stefano Carlo Vecoli. Letture di Andrea Grillotti.

Napoli, venerdì 20, ore 19,00, ass. Ricostruttori nella preghiera, via Ponti Rossi, 105, Massimo Corsale, Perdersi o ritrovarsi? navigare (serenamente) nelle nostre angosce quotidiane (Oèdipus 2017), con l’autore interviene Roberto Rondanina.

Agropoli, domenica 22, ore 18,00, libreria l’Argolibri, viale Lazio, 16, Elvira Morena, Domani mi vesto uguale (Oèdipus 2017), intervengono Milena Esposito e Francesco G. Forte.

Salerno, mercoledì 25, ore 18,00, Palazzo Fruscione, vicolo Adelberga, in coll. con Tempi moderni. Idee in movimento, Guido Caserza, I 20 di Auschwitz (Oèdipus 2017), intervento critico di Angelo Petrella. Letture di Attilio Bonadies.

Napoli, giovedì 26, ore 18,30, Evaluna libreria caffè, piazza Bellini, 72, Guido Caserza, I 20 di Auschwitz (Oèdipus 2017), intervento critico di Angelo Petrella. Letture di Attilio Bonadies.

Oèdipus è inoltre Editore di pregevoli pubblicazioni di libri e documenti sonori, come questo “Compendio Jim Grimm - Protocollo Walter Faith”, di Dario Agazz,“I processi di ingrandimento delle immagini, per un’antologia di poeti scomparsi” di Paola Silvia Dolci;
“L’irripetibile cercare” con CD allegato, di Monica Matticoli;
“Milano blues”, di Andrea Carobbio; “Inno Selvaggio” di Claudia Neri; “Ex-voto”, di Alessandra Carnaroli.

Sitografia: www.newsletter.oedipus.it www.infopuraculturacomunicazione.it

Ɣ – Relativamente alla poesia si tiene a Fano 28-29 Ottobre la festa di ‘Nazione Indiana’ 2017 “Una Rete di Storie” - Mediateca Montanari P.za Pier Maria Amiani.
Sulla scia della presentazione avvenuta il 6 Ottobre dell’antologia tematica della poesia novecentesca “Dare tempo al tempo” curata da Alma Gattinoni e Giorgio Marchini (Giulio perone Edit. 2016).
“Nell’intento dei due curatori, che hanno una lunga esperienza d’insegnamento nella scuola secondaria, vi è senza dubbio anche un aspetto pedagogico. E un approccio alla poesia attraverso un tema fondamentale come quello del tempo risulta particolarmente fecondo”. All’occorrenza riporto qui di seguito una interessante recensione/commento di Antonella Anedda:
“Dare tempo al tempo: Variazioni sul tema della poesia italiana del Novecento”, raccoglie, intorno a un grande tema poetico, filosofico e umanissimo, come quello del Tempo, centotrenta autori italiani del Novecento (il più “vecchio è Pascoli, i più “giovani” sono nati oltre la metà degli anni Sessanta), rappresentati ciascuno da un solo testo e proposti in sequenza alfabetica. Il criterio anticronologico, apparentemente burocratico e casuale, produce una rete estesissima di relazioni, di rimandi, di “accoppiamenti giudiziosi”, tra poeti molto diversi per personalità, stili, generazioni.
Nell’approccio al tema e nell’originalità di lettura, poeti così detti ‘minori’, più nel senso della notorietà che della qualità, coesistono con i poeti “laureati” ormai diventati classici, come Bertolucci, Caproni, D’Annunzio, Fortini, Giudici, Gozzano, Luzi, Marin, Montale, Pascoli, Pasolini, Penna, Quasimodo, Raboni, Rebora, Rosselli, Saba, Sereni, Ungaretti, Zanzotto. Poeti della prima metà del secolo convivono con tutti i protagonisti della poesia più recente, e anzi, proprio dal loro incontro, un insieme di voci autonome diventa un ensemble armonico.
Nel labirinto del tempo costruito dalla poesia di un secolo, l’intento dei curatori è stato quello di individuare costanti e piccoli o grandi scarti, ricorrenze con soluzioni via, via, sempre più originali, lontane dagli archetipi di partenza, per tradurre una grande passione e ridare smalto a “quella cosa superflua e necessaria che è la poesia”, alla sua forza conoscitiva. (…) Poesia e tempo si coniugano a partire da una semplice constatazione: la natura metrica del suo linguaggio.
Volendo affrontare l’indagine di questo connubio solo nella campionatura novecentesca, è quasi ovvio verificare l’ipotesi che la frantumazione dell’io dei canzonieri moderni sia rispecchiata dal proliferare abnorme del tema tempo, concettualizzazione attraverso cui si fonda l’identità individuale e collettiva, che nel secolo XX tende a lacerarsi, a parcellizzarsi in una babele cronologica di tempi reali e virtuali. […]
Così, accanto alle prevedibili scansioni del giorno o dell’anno o della vita, si estende una costellazione di immagini metaforiche caricate di senso temporale: la rivelazione epifanica, l’età dell’oro, le nostalgiche “nevi di un tempo”, lo scialo dei giorni, per citare solo qualche esempio. E su tutte, per frequenza e pregnanza, il fluire continuo dell’acqua, l’alveo del fiume nel quale due correnti si mescolano e si fondono, gli eventi sottratti alla nostra volontà e le scelte del nostro agire nel tempo.
A più ampio raggio semantico, ma sempre ascrivibili a questa area, si propagano i corollari della vecchia sorpassata divisione di presente-passato-futuro: il valore del quotidiano; la noia del presente uniforme; la memoria come riscatto del tempo trascorso; la maturazione come abbandono del tempo precedente; il ricordo come prolungamento o traccia del tempo umano; il tempo deformato, rallentato o accelerato dell’attesa, del desiderio, del sogno; il tempo come catalizzatore della passione amorosa; il tempo poetico come antidoto alle discrasie del vissuto; la morte come tempo ultimo”.

Sitografia: www.newsletter.nazioneindiana.org

Numerosi sono i ‘concorsi’ letterari dedicati alla poesia in questo inizio di stagione autunnali e tanti altri se aggiungeranno per l’arrivo dell’inverno e delle festività natalizie. Nell’impossibilità di citarli tutti, mi limito solo ad alcuni ‘gratuiti’ di qualche rilevanza. Anche perché, e insisto, molti più sono quelli a pagamento e a pseudo pagamento, a meno che non si tratti di pochi spiccioli a copertura delle spese di redazione, che sconsiglio vivamente per molteplici ragioni, una fra tutte l’inutilità, vale più il tempo che si spreca a seguirli.

Ɣ – Tra quelli più abbordabili c’è senz’altro c’è il “Premio Letterario Il Giardino di Babuk – Proust en Italie” per opere inedite con scadenza il 15 gennaio 2018. Ideato e conseguito da Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, già curatori della rivista-on-line di poesia e letteratura larecherche.it, il Premio è ormai giunto con successo alla sua IV edizione che si prevede sarà entusiasmante per il numero di partecipazioni già pervenute e la presenza di numerosi autori. Il Premio è diviso in due Sezione A: Poesia | Sezione B: Racconto breve.

La partecipazione è completamente gratuita.
Se hai già proposto una tua Opera in concorso, ti verrà mostrata

La premiazione avverrà in data 8 aprile 2018 dalle ore 15:00 alle ore 18:30 a Roma in luogo da decidere: sarà comunicato in questa stessa pagina. Si prega di scaricare il bando di concorso 2018 (pdf).

Ɣ – Premio letterario “Teorema del corpo II – Dire d’eros”
Fusibilia Ass. Cult. in collaborazione con FusibiliaLibri bandisce un concorso per la pubblicazione dell’antologia poetica in scadenza 11 dicembre 2017 sul tema ‘Dire d’eros’:

“L’erotismo è una delle basi di conoscenza di sé, tanto indispensabile quanto la poesia.”
Anaïs Nin – Essere donna e altri saggi, 1977

“In ogni incontro erotico c’è un personaggio invisibile e sempre attivo: l’immaginazione.”
Octavio Paz

Dopo l’ottima riuscita della precedente edizione prosegue l’invito di Fusibilia a sviscerare tematiche di frontiera, come la relazione con il proprio corpo e l’attenzione per ciò che Wilheim Reich definisce “forza vitale”, il fondamento della Natura da lui definita ‘orgone’, ovvero la sessualità. Questo secondo concorso, come il primo si articola in due sezioni, 'Desideranti' e 'Amanti', con l’ambizione di voler coinvolgere le ‘penne’ poetiche contemporanee nelle trame dell’amore il cui spettro erotico-affettivo spazia, secondo la cultura greca, dall’himeros al pothos fino all’anteros.
L’eros, dimensione umana primordiale che da sempre un certo oscurantismo vuole sottaciuta, e violentemente contrastata dall’oppressione, spesso truce, della cultura moralista. L’affrancamento dalla repressione passa soprattutto attraverso il rafforzamento della propria immagine interiore come attrici/ori e soggetti della pulsione erotica, intesa come inclinazione alla vita e accettazione del proprio essere. Riconsiderare l’archetipo erotico, immanente in tutti gli aspetti naturali, preservare il valore della propria sessualità, sentirlo leva e parte integrante della sfera affettiva, questo è ciò che chiediamo alle autrici, agli autori, di esprimere.

Il concorso è aperto alle poete, ai poeti, dai 16 anni in su (per le/i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci). Il concorso “Teorema del corpo” si articola in due sezioni: “Desideranti” e “Amanti”, sui temi del ‘desiderio dell’altro’ (la prima) e della ‘reciprocità con l’altro’ (la seconda).Si può partecipare limitatamente a una sezione, con l’invio di 2 poesie, per un massimo di 30 versi ciascuna,I testi, che devono essere inediti e che non siano stati già premiati, o al momento dell’iscrizione al concorso non siano già inviati in analoghe competizioni, premi, concorsi, pena l’esclusione, vanno inviati in formato testo (no pdf)alla redazione Fusibilia via mail a fusibilia@gmail.com indicando in oggetto “Concorso: Teorema del corpo, sezione…”.
La partecipazione è gratuita;La scadenza per l’invio dei testi è fissata al 11 dicembre 2017;Il giudizio della giuria è insindacabile;Le/i partecipanti i cui testi siano stati selezionati per la pubblicazione saranno informate sui risultati delle selezioni mediante mail personale e segnalazione sul sito dell’associazione www.fusibilia.it.Le poesie selezionate saranno pubblicate nel volume Teorema del corpo-Dire d’eros, per FusibiliaLibri edizioni; il volume sarà portato all’attenzione del pubblico in più presentazioni che verranno in seguito calendarizzate.

Referente concorso: Dona Amati cell: 3460882439 info:www.fusibilia.it

Ɣ – XVII edizione del Premio Massimo Troisi 2017
Bando di concorso e Regolamento - Migliore Scrittura Comica - Opera edita – Racconto inedito.

Il Comune di San Giorgio a Cremano organizza la XVII Edizione del Premio Massimo Troisi. Il Premio è dedicato a opere di genere comi¬co realizzate da autori italiani e stranieri. Il presente bando è relativo alla Migliore Scrittura Comica in lingua italiana, scritta da uno o più autori, e si propone di scoprire, valorizzare e promuovere testi che contribuiscano al rinnovamento espressivo dell’arte di far ridere.
Alla sezione A possono partecipare opere in lingua italiana pubblicate in formato cartaceo da case editrici nazionali o straniere a partire dal 1° gennaio 2015.Alla sezione B possono partecipare racconti inediti aventi una lunghezza massima di 20 pagine formato A4 progressivamente numerate e contenenti non più di 40 righi ciascuna.Per entrambe le sezioni, le opere partecipanti devono avere riconoscibili e prevalenti caratteristiche di genere comico e/o umoristico.
Le opere partecipanti alla sezione A possono essere inviate sia dagli autori sia dalle case editrici che ne hanno curato la pubblicazione. Saranno assegnati premi in denaro per entrambe le sezioni. Inoltre la Giuria si riserva di assegnare Menzioni Speciali per opere particolarmente meritevoli. Pertanto le decisioni della Giuria – i cui componenti saranno resi noti a conclusione delle attività di valutazione delle opere partecipanti – sono insindacabili e inappellabili. I vincitori dei due premi e delle eventuali Menzioni Speciali si impegna¬no a pubblicizzare e a diffondere in ogni forma l’attribuzione dei riconoscimenti ricevuti e il logo del Premio Massimo Troisi, anche nell’eventualità di una auspicabile successiva trasposi¬zione teatrale, cabarettistica, televisiva, artistica o cinemato¬grafica delle loro opere. Ogni autore o gruppo di autori può partecipare a una sola sezione del concorso con un solo lavoro. La partecipazione al concorso è gratuita.
Le opere dovranno pervenire in un plico chiuso entro e non oltre le ore 12:00 del 31 Ottobre 2017. Esse potranno essere recapitate a mano al Protocollo Generale del Comune di San Giorgio a Cremano o inviate tramite posta (non farà fede la data del timbro postale) o tramite spedizioniere/corriere. Sul plico dovrà essere indicato il seguente indirizzo: Comune di San Giorgio a Cremano - Servizio Patrimonio PREMIO MASSIMO TROISI - Concorso Migliore Scrittura Comica - Piazza Vittorio Emanuele II, 10 - 80046 San Giorgio a Cremano (NA)

Per informazioni Comune di San Giorgio a Cremano - Servizio Cultura Tel. 081.5654335/356 Fax 081.5654374 - E-mail: maria.benedetto@e-cremano.it - Sito web: www.e-cremano.it

Ɣ – La Città di San Pellegrino Terme promuove per l’anno scolastico 2017-2018 l’ottava edizione del “Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini” con lo scopo di creare occasioni in cui esprimersi, attraverso la lettura e la composizione di poesie, rime e filastrocche, nell’ambito scolastico e familiare. L’organizzazione del Festival è affidata al Centro Storico Culturale Valle Brembana “Felice Riceputi”.

Sono invitati a partecipare, guidati dai loro insegnanti o stimolati da genitori e famigliari, i bambini dalla terza elementare alla prima media e gli adulti che amano leggere e comporre poesie. Alcune classi di dieci scuole del territorio sono state scelte come giuria popolare per la lettura e la selezione delle poesie degli adulti finalisti partecipanti al concorso. Il tema proposto quest’anno è “Guardo fuori di me e vedo… La poesia nasce, più che dall’ispirazione, dall’attenzione; da uno sguardo attento a quello che c’è e a com’è. Uno sguardo così attento da vedere le cose, anche le più consuete, i paesaggi, anche i più noti, i volti, anche i più familiari, come per la prima volta…”

Il SanPellegrino Festival Nazionale di Poesia per e dei Bambini si articolerà nelle seguenti fasi:
Ottobre – novembre 2017 (solo per le scuole designate come giuria popolare): – Lettura animata di poesie di autori contemporanei o del passato sul tema del concorso – Corso di formazione per i docenti
Entro sabato 16 dicembre 2017: consegna poesie dei partecipanti al concorso, sia bambini che adulti.
Entro martedì 16 gennaio 2018: selezione dei cinque autori adulti finalisti da parte della giuria qualificata, da proporre alle classi-giuria
A febbraio verrà rappresentato per le scuole-giuria uno spettacolo teatrale. Entro sabato 24 febbraio 2018 la giuria qualificata designerà i vincitori per le categorie bambini-ragazzi. nello stesso giorno le classi-giuria faranno pervenire le loro valutazioni relative alla categoria adulti. Sabato 24 marzo 2018, alle ore 16,00, presso il teatro del Casinò Municipale di San Pellegrino Terme: conclusione del Festival e premiazioni.

Possono partecipare al concorso:
– i bambini e i ragazzi delle classi 3ª-4ª-5ª di scuola elementare e di 1ª media, che potranno presentare individualmente una o più poesie, rime o filastrocche, che non superino complessivamente i 25 versi. Sono ammesse anche poesie di gruppo o di classe, con una o più composizioni, che non superino complessivamente i 100 versi.
– gli adulti, che potranno presentare proprie composizioni inedite per bambini, in lingua italiana, con una o più poesie, rime o filastrocche, che non superino complessivamente i 25 versi.

Tra i partecipanti in forma individuale verranno premiati i primi 3 classificati per ognuna delle seguenti categorie:
A – bambini delle classi 3ª- 4ª elementare
B – ragazzi delle classi 5ª elementare – 1ª media
Riceveranno in premio una pergamena e una dotazione di libri di poesia.

Tra i partecipanti in gruppo o come classe si individueranno i primi 3 classificati per ognuna delle due categorie, come sopra specificato. Anche a loro verranno assegnati in premio una pergamena per gruppo o per classe e un libro di poesia per ogni componente.
Le classi che verranno segnalate per la qualità del lavoro svolto riceveranno una pergamena e un buono monetario per acquisto di materiale didattico.

La giuria qualificata si riserva inoltre di assegnare premi e menzioni speciali.
Il poeta adulto che si classificherà al primo posto riceverà in premio edizioni pregiate di opere di poesia.
Le poesie vincitrici dei bambini e le cinque finaliste degli adulti saranno pubblicate sul sito internet del Festival e su “Quaderni Brembani”, Annuario del Centro Storico Culturale Valle Brembana “Felice Riceputi”, nell’edizione 2018.

Una giuria qualificata, composta da poeti e lettori esperti e presieduta dalla poetessa Giusi Quarenghi, selezionerà, tra i bambini e i ragazzi, i vincitori per ogni categoria e deciderà eventuali premi e menzioni speciali.
La giuria popolare, composta da alcune classi delle dieci scuole prescelte, voterà le poesie dei 5 adulti finalisti, selezionati dalla giuria tecnica, determinando il vincitore.

L’adesione al Festival è gratuita. Le composizioni presentate dovranno essere inedite e originali, vale a dire che siano frutto di lavoro personale e che non abbiano avuto una pubblicazione editoriale. Ogni autore sarà responsabile del contenuto degli elaborati inviati. Le composizioni dovranno rispettare il tema proposto e la lunghezza prescritta, pena l’esclusione dal concorso. Le poesie, redatte in formato testo e accompagnate dalla relativa scheda di partecipazione, dovranno pervenire esclusivamente come allegato di posta elettronica entro le ore 24 di sabato 16 dicembre 2017, all’indirizzo e-mail della segreteria del Festival: sanpellegrinofestival@culturabrembana.com

Ai finalisti del concorso, contattati dalla stessa segreteria, sarà richiesto di inviare successivamente, prima del giorno della premiazione, la dichiarazione liberatoria, con la firma in originale; per i minori è richiesta la firma del genitore o l’esercente la patria potestà: se si utilizza il mezzo informatico si invii la scheda in formato .jpg o .pdf allo stesso indirizzo e-mail; se si utilizza il supporto cartaceo, si invii la scheda tramite posta o fax all’indirizzo:

Segreteria del Festival di Poesia dei Bambini c/o Biblioteca di San Pellegrino Terme – via S. Carlo 32 – 24016 San Pellegrino Terme (Bg) –fax 0345.22755 – tel. 0345.22141- I relativi moduli sono pubblicati sul sito del Festival.

Organizzazione: Centro Storico Culturale Valle Brembana “Felice Riceputi”
Coordinamento: Bonaventura Foppolo
Per informazioni: www.culturabrembana.com/sanpellegrinofestival
E-mail: sanpellegrinofestival@culturabrembana.com

Ente Promotore: Comune di San Pellegrino Terme
Patrocinio: Provincia di Bergamo – Comunità Montana di Valle Brembana – Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia.

Ɣ – Concorso letterario “Il mistero delle cose III” - La Temperino Rosso Edizioni indice per l’anno 2017 il concorso letterario riservato a opere inedite e riguarda esclusivamente: Raccolta di poesie.

Il concorso non ha restrizioni di tema ma è rivolto prevalentemente a quelle persone che hanno necessità d’offrire ai propri pensieri, fluttuanti e misteriosi, la sembianza del segno e del simbolo, affinché altre persone li possano riconoscere e riconoscersi, lanciandosi in un’impresa nella quale coraggio e curiosità prevalgano, al fine di avvicinarsi sempre più all’inebriante sensazione suscitata dal quesito: perché non scrivere quello che mi frulla incessantemente in testa? Ciò per accostarsi maggiormente all’essenza autentica e primordiale delle cose, nel tentativo di svelarne, con l’immaginazione, i suoi molteplici misteri.
Non esistono restrizioni di lunghezza, tuttavia i lavori ritenuti troppo brevi, da non rientrare in una possibile pubblicazione autonoma (in genere 20-30 poesie), non potranno essere considerati. I candidati potranno partecipare al concorso con una sola raccolta di poesie. Premiato sarà il primo classificato. Il premio consiste nella pubblicazione dell’opera da parte della Casa editrice che indice il concorso, senza spese da sostenere, in qualsiasi forma, dall’autore o dall’autrice, al quale verrà proposto un regolare contratto d’edizione.
Le opere dovranno pervenire in un unico esemplare entro il termine massimo del 18 dicembre 2017. Gli scritti dovranno essere inviati in un unico file, preferibilmente in formato elettronico PDF a segreteria@temperino-rosso-edizioni.com accompagnati dal modulo di adesione compilato in tutte le sue parti, l’assenza di questo documento potrà pregiudicare la partecipazione al concorso. Nel caso non fosse possibile spedire in formato elettronico, si potrà inviare i testi cartacei al seguente indirizzo:

Temperino rosso edizioni, Via dei Musei 14, 25121 Brescia. I manoscritti ricevuti non saranno restituiti. Dei giurati scelti discrezionalmente dalla Casa editrice valuteranno insindacabilmente tutte le opere ricevute e assegneranno le loro preferenze. Il 9 gennaio 2018 sarà comunicato a tutti i partecipanti il risultato del concorso.

(prosegue alla prossima puntata)

*

- Poesia

Alberico Lombardi o l’iperbole infinita della poesia d’amore

Alberico Lombardi … o l’iperbole infinita della poesia d’amore.

C’è un mare d’onde piane dalla parvenza tranquille che avanzano sulle distese di sabbia fine accarezzando lo sguardo del poeta che, memore degli anni passati a rimirarlo, si chiede se sia giunto il momento di trascrivere sulla carta le frasi che il mare stesso, amico di sempre, gli ha suggerito.
Copiose le parole del suo dire gentile, talvolta appassionato, per un amore che sorge dalle maree della vita e che mai declina, assecondando l’onda che ritorna e si rinnova, nel suo costante erodere la battigia, così come nell’infrangersi sui flutti che dirimpetto formano la scogliera.
Frasi come onde che ci rivelano affetti, emozioni e passioni conservate per anni al chiuso di un segreto ‘amare’ che talvolta lo sovrasta, frutto di un sentimento tenace e caparbio, esternato solo nell’intimità, quale palpito fremente in costante attesa di un qualcosa che non c’è o che forse, è andato smarrito …

‘..l’eco disperde le nostre grida / e il dolore si scioglie nella speranza.’

Né può esserci, perché il mare, generoso quanto risoluto, come di risacca si riprende quanto dà, in un susseguirsi di suggestioni e turbamenti che il poeta non riesce a contenere, liberando in versi la rabbia o, forse, la consunta illusione che trattiene da gesti incontrollabili d’affetto, straripanti d’amore …

‘..Vento, sospingi oltre le onde impetuose / la voce fioca del mio spirito inerte. Tergi i miei occhi umidi di rugiada salmastra, / trascinami al di là delle fosche nubi, / verso l’infinito, / ch’io possa liberar l’affanno.’

Questa la forza intrinseca di un fare poesia che, prendendo avvio da rimembranze del passato, si fa canto nell’attualità del tempo della percorrenza, come di preghiera
nell’interpretare il futuro che l’aspetta, in cui l’ego si ravvisa e richiama amore a sé d’appresso, come pasto di frutti di mare d’assaporare con palato sottile.
Una sottigliezza poetica giocata sul filo dell’onde, la cui chiave melodico-sentimentale trascritta sul pentagramma della vita, non lascia spazio a dubbi sull’autenticità delle emozioni, per quanto, in sottofondo, s’ode l’eco di uno sconcerto commosso per qualcosa che dev’essere andato perduto …

‘..Un peso insopportabile (…) Un dolore innominabile, perfido e senza appello, / contro un futuro imprevedibilmente anonimo, fugace, triste, senza speranza alcuna.’

Quasi la linea sottile dell’orizzonte interrotta all’improvviso dal passaggio di un gabbiano, che la luce infuocata nell’ora del tramonto attrae a sé … colà, ‘là dove il mare luccica’, per un ritorno alla genesi narrativa da cui il poeta è partito alla ricerca della propria felicità …

‘..Tra sole e mare noi soli, / inebriati da salsedine marina, / in cerca dell’onda peregrina, / a tentar improbabili voli.’

Quanti preludi e controcanti, quali effrazioni e variazioni sul tema, si susseguono nell’andamento di quella melodia che il mare sussurra all’anima, che pur fugace, s’acquieta sull’onda. Come barca timorosa alla deriva che il marinaio affanna, col petto tronfio dell’ardore che giovinezza inganna.
Siamo gabbiani in mezzo alla tempesta dei ricordi, nel mare pur quieto di banali correnti sommerse, delle gioie e delle speranze in cui errante il poeta pur s’inginocchia davanti allo spettacolo della natura, le cui albe e tramonti si susseguono in un baluginare d’accordi di luce, per una clemenza che sa non essergli concessa.
Dimentico quasi che ‘la vita è sogno’ (Calderon de la Barca), e che il firmamento è indivisibile; che finanche ‘la luna dei poeti’ (Garcia Lorca) pur nel suo costante andare, rimane indifferente alle palpitazioni che agitano l’acque torbide dei sentimenti umani …

‘..Là, dove il mare luccica (…) e sprofonda negli abissi, l’alto nascente sole, / aurora dopo albeggiar m’allieta, di un argentato mare, / la sabbia di Sentina, sembra dar forza all’onda che ribatte, / tal che dorata musica che s’apre, sei lì a passeggiar silente, / quale gabbiano a veleggiar, padrona contro l’onda ruggente.’

‘..Mentre le onde battono la spiaggia / tumida e mai doma a frantumar carcasse / vomitate da una terra umiliata e affranta, / rifuggo in te o mare, senza ritegno alcuno, / tra le tue braccia a soffocar d’amore / e rilasciar rimpianti e sogni andati.’

Ma anche i sentimenti così come i sogni, cui talvolta il poeta si affida, vacillano e finiscono tra i flutti di un ‘amore liquido’ che tutto sommerge, per finire egli stesso travolto dall’onda anomala del proprio ‘ubriaco’ sentimento, subissato da un eccesso d’amore che non ha eguali …

‘..L’amore, quale pulsare celestiale della terra, / fa parte del disegno pimordiale, / l’Uomo, la Donna e il soffio (creatore) di Dio, / d’irreversibili tessere d’Amore.’

‘..Più che il pensiero (…) di contro nostri alterni destini, / fanno platonico l’amore, / donando dolci approcci, unico pensiero, da virtuosi inganni, / che a tal desio tutto s’avvera, sol che tu voglia. / Stringimi a te, immagine di vento, sicché a sparir sei desta, / strana e crudele a ricomporti, quale materia inerte, / al cuor frusciante, esposta ad altro evento. / Non al mio cuore riponi tua versione, / ma al solo piacere di mio scrivere dell’animo l’avvento. / (…) Continuerò ad amarti, non più d’ingannevoli sogni, / pendandoti felice tra le braccia d’Orfeo , / tu mia Euridice, meravigliosa ninfa da mia vision creata, / di poesia vivrò per te, nella frenesia del vento.’

‘..Si come il mar che ad ogni sera inghiotta / il sole all’orizzonte, / speranza ancor mai doma sopravvive, / quale respiro oppresso da apnea silente. / Tu dolce chimera lasciati andare al tuo poeta, / che da natura trae vigore, eterno sognatore.’

‘..Ed ogni sera cedo al sonno che m’avvince, / (…) dolce chimera , rincorrendo te, / mia vana porta verso l’immenso cielo, / arranco dietro destino tuo, perdente, / da retrovie d’inutile passato. Ah … l’amore!’

Tuttavia, attraverso la sua poesia, l’autore ci rammenta che la costruzione etica dell’amore, s’avvale di parole autentiche quali ‘sincerità’, ‘onestà’ e ‘libertà’, nella consapevolezza d’una possibile condivisione, per cui …

‘..Il vero amore è quello che fa trasalire il cuore, / tra l’infinito e il naufragar nel mare.’

Nulla di meno di quanto rivelato dal sociologo Zigmunt Bauman in ‘L’arte della vita’ (Laterza 2008), cioè che: ‘..la nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no’. A cui mi sento di aggiungere: ‘..che lo vogliamo o no’, e questo è ciò che fa la differenza nell’iperbole infinita della poesia d’amore di Alberico Lombardi.

Nota d’autore.

Chi, come me, lo conosce un poco, ha potuto apprezzare l’indomita esuberanza che lo conduce al mare, quella spinta interiore che lo fa ora marinaio, ora pescatore e subacqueo di ben più profondi anfratti. Quegli stessi che come uomo scruta nell’animo umano, nel segreto dei suoi imperscrutabili silenzi, come nelle sue attenzioni di padre e di nonno, nell’essenzialità della sua presenza.

‘Là dove il mare luccica …’ di Alberico Lombardi, è la sua prima raccolta poetica – edita da Montedit Collana ‘I Gigli’ – 2016.
Inoltre, è vincitore del Concorso Premio E-book 2017.

Poesie tratte dal volume: ‘Là dove il mare luccica …’ , prefazione e postfazione di Massimo Barile.

‘Albore da luna nascente’

Crepuscolpo del mattino, luna crescente … tu
falce argentata che t’apri al mondo fredda d’inganni,
senza curar l’affanni che ai nostri cuori dai,
improvvida creatura.
Seppur brillante, senza calore appari sento salir l’ardore
empio desìo carnale forte m’assale, palpiti balzanti al cuore
onde sacrilego slancio sarebbe morir
che lento di tuo apparir mostri infingardo.
E quando di luce riflessa m’adagio stanco sul mare
tua immagine fluente cerco stravolto nella sinuosa onda
tanto fugace e chiara visione tua
m’appare viva e mordace.
Avida all’apparir, cruenta t’appresti al dominar passione
sfuggi tra nuvole striate di vento ad abbagliar veduta
rifuggi e strappi l’onda che perigliosa copre e dissolve
ove ramingo e deluso che sol d’amor è anonimo miraggio.

‘Il rumore del mare’

Il rumore del mare
Tua eco o sibilo profondo mare sento
l’onda insistente su nudo scoglio sbatte
mentre ti accingi a risalir risacca d’anonima marea
tu stella marina immantinente soffri, affondando.
Sicuro approdo d’alghe e secolar detriti
sento fragore d’onda su pietra perigliosa
peregrinar furente allo scoprir dolce visione
per guadagnar battigia, ove languire.
Pulzella fragile a vista, ma forte di passione
balzasti in onda, tagliente prua al cuore
calzante maestrale sospinge verso desìo
avvinti, come fascio d’erbe maturate al sole.
La sabbia avvolse i nostri corpi erranti
estranei al vulgo, alla mercé dell’onda
Iside dea madre luna, nascose nostre sembianze
tra firmamento e mare, e stelle fisse in cielo
eterni amanti … noi.

‘Dove sei?’

Ti ho persa tra ricordi di un passato mai lontano
da tempo incagliato fra rovi spinosi
ora dissolta tra dune roventi
lascinado il cuore mio a balbettar tradito.
In preda a sogni di nuovo ardor silente
vedo altro volto alieno scorgere
immagine di fulgida bellezza
a riaprir il cuor mio da sentimento avvezzo.
Mentre m’attrai oltre la gravità dell’aere
sento nel corpo ansante il tuo vitale fuoco
quale iperbole d’un inprobabile incontro
verso un amore incerto e con destino avverso.

‘Mare d’inverno’

Forza inesauribile d’energia solare
riportami là dove sorge l’alba della vita
montando l’asprezza marina d’argentea salsedine …

.. i miei occhi, seppur velati, leggono il tuo pianto.

Invoco la tua fulgida luce o mare impietoso
che da millenni solca le tue rotte impervie
senza speranza alcuna …

..di un improbabile e folle primavera d’amore.

Vento, sospingi oltre le onde impetuose
la voce fioca del mio spirito inerte
tergi i miei occhi umidi di rugiada salmastra …

..trascinami al di là delle fosche nubi verso l’infinito.

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- Libri

Le parole blu - un libro di Marina Torossi Tevini

‘LE PAROLE BLU’

un libro di Marina Torossi Tevini - Campanotto Editore 2010

 

‘Le parole blu’ sono quelle che disciogliamo nel nostro parlare quotidiano con le quali cerchiamo di convincere noi stessi, sebbene siano pur degne di considerazione, se non altro perché sottolineano certe nostre attitudini nel relazionarci con gli altri. Parole che verosimilmente abbiamo apprese da letture scolastico-universitarie pregne di letteratura classica ma, anche, dai quotidiani e dalle riviste e, perché no, dai fumetti come dalla cartellonistica pubblicitaria e dall'informazione radio-televisiva.

Quelle stesse parole che usiamo come concessioni fatte al nostro essere e/o sembrare accolturati sotto forma di citazioni, reiterazioni, corrispondenze ecc. e riformulate per ampliare il nostro linguaggio descrittivo-narrativo, e dare così un senso compiuto alle 'frasi' della nostra oralità. Frasi che, fino a un certo tempo (di scolastica memoria), venivano contrassegnate con un segno ‘blu’, contrapposte ad altre invece sottolineate in ‘rosso’ (con la punta opposta della matita), che s’imponevano allo sguardo come catastrofiche del nostro discorso intellettivo-concettuale.

Ciò per quanto ci fossimo impegnati a far capire agli altri (prof giudicanti) dell’esistenza di un ‘inenarrabile’ che pure avremmo voluto esprimere fra le righe della nostra concettualità; ma che di fatto spariva dentro gli spazi lasciati bianchi che solo apparentemente avrebbero dovuto sembrare vuoti. Mentre, al contrario, (e lo scopo era disperatamente spontaneo), promettevano un potenziale conoscitivo e dimostrativo del nostro sapere, in quanto (pensavamo) ci avrebbe permesso di inserirci nel dialogo ‘aperto’ con gli altri.

Il contrasto fra le parti, seppure in qualche modo disgiunto dalla forma colloquiale, sia che fosse narrativo o affermativo, interrogatorio o speculativo,  invero serviva ad esprimere una qualche considerazione che, di fatto, ci apparteneva e ci rappresentava, inquanto pur sempre improntato su un potenziale comunicativo. Potenziale che, in qualche modo, andava comunque considerato, sia che fosse qualunquista o nichilista, costruttivo o de-costruttivo; sia che fosse allargato e quindi aperto a nuove ipotesi costruttive.

Del resto ci si rende conto di quanto si abbia bisogno delle parole, soprattutto quando, in mancanza di contatti diretti, si aggiunge l’impossibilità di comunicare con qualcuno, dacché l’ansia della solitudine, il decadere di certezze e del senso di sicurezza interiore. Al contrario, lo scambio di parole diventa di per sé salutare per l’attività cerebrale e, quindi, per lo sviluppo mentale degli individui, (specialmente negli anni della formazione).

Ben sappiamo quanto la nostra esistenza di per sé, necessiti di emozioni per sentirsi ‘viva’, ècco che al dunque le parole, possono avere un effetto apotropaico sul nostro comune ‘sentire’, panacea che allevia ogni male e riempie gli interstizi delle nostre reciproche diversità (di genere), colmando di benessere quei vuoti che noi stessi abbiamo avallato, permettendoci in fine quel compiacimento che, da solo, dà l’essere compresi e in qualche caso sostenuti dalle parole degli altri.

Non in ultimo vanno qui fatte alcune considerazioni di tipo filosofico, onde l’analisi di noi stessi (in particolare dei giovani protagonisti di questo libro), è speculativa del pensiero psicologico, per cui, il quotidiano entrare e uscire dalla formula d’una ipotetica drammatizzazione (tipica dell’azione teatrale), porta con sé il presumere di un dialogare con l’altro/a, nella ricerca costante di parole costruttive, per un interloquire accessibile e di reciproca comprensione.

I personaggi di questo libro, (quei giovani d’oggi che si muovono sulla scena di un teatro senza quinte), somigliano molto a certi Pupi siciliani che, entrati a far parte di un copione costruito sul ‘botta e risposta’ nel quale pur vanno costuendo la propria esistenza, sono chiamati in causa da un dialogo intelligente (talvolta fin troppo colto e zeppo di citazioni sentenziose), che li conduce verso una meta ad essi stessi ignota quanto istintiva, in cui il passato è parte di un retaggio inconscio, e il futuro sembra essere lontano e da 'non prendere in considerazione'.

Tesi questa che l’autrice di buon grado ci trasmette come forma veritiera del nostro tempo’. Si da il caso che abbia ragione lei (l’autrice) dacché il suo libro (pubblicato nel 2010), riferisce di una realtà oggettiva del qualunquismo incombente, ulteriormente trasformato da un nichilismo dialogante già presente nell’ ‘L’ospite inquietante’ (Galimberti), e nel de-costruzionismo sociale di ‘L’animale che dunque sono’ (Derrida). Sì, credo proprio che l’autrice avesse ragione, in quanto prevedeva una realtà assordante pari a quella che sta dilagando in ogni maglia del tessuto socio-culturale in cui i giovani sono chiamati a interloquire e a rispondere.

Ciò ha dello straordinario, perchè l’interlocutore (sia esso scrittore, lettore o ascoltatore), sembra non conoscere le risposte che invece sono sotto gli occhi di tutti e che non lasciano spazio alcuno al dubbio, davanti al catastrofismo cui il mondo intero va incontro. Dietro tutto questo s’affaccia però l’antica ma sempre valida speranza dell’aver compreso, in fine, ‘di quanto poco’ (o forse ‘di quanto meno’) abbiamo bisogno per sopravvivere, per riuscire a raggiungere quel ‘dialogo di pace’ e di ‘comprensione reciproca’, pur costruiti sulle parole, cui tutti in segreto agognamo.

Quel che in questo romanzo-saggio e insieme reportage-di-viaggio, l’autrice tende a rammentare al lettore è che, in fondo, lo spartiacque fra il bene e il male sta nelle scelte che facciamo. Sia che ci conformiamo ai costrutti della società in cui viviamo, sia che ci si costituisca in singolo nucleo o gruppo comunitario, la ragione per continuare a vivere è in quel ‘libero arbitrio’ in cui la nostra ‘essenza/assenza’ si barcamena: «Ancor più – come osserva Galimberti citato nel libro – in cui l’uomo non si accorge neppure, perché curiosamente la non libertà viene vissuta come il massimo della libertà.»

Ma il filosofo non si ferma qui, infatti aggiunge che: «Solo chi si munisce di un approccio sofisticato potrà de-costruire quel fenomeno di vastissime proporzioni che va sotto il nome di ‘mondializzazione’ o ‘globalizzazione’ e che non può essere inquadrato esclusivamente entro limiti tecno-economici’, come se fosse il mondo migliore possibile. (...) Dobbiamo evitare un doppio errore: il nuovismo in base al quale si crede che tutto nasce dal nulla, e il passatismo che si fa schiavo della tradizione. Del resto il mondo non (ri)nasce ogni giorno continuamente e non è senza passato.»

Al tempo stesso non possiamo credere che nulla cambi o che tutto ci sia dato, ogni cosa ha un prezzo. E come dice un altro filosofo (Bodei) citato: «È invece necessario concepire la realtà come qualcosa in movimento. Sono necessarie nuove regole nei confronti dei poteri occulti delle grandi società multinazionali, dei paradisi fiscali. È ora di strappare il velo con nuovi rigorosi controlli. (…) La globalizzazione sta riducendo il ruolo degli Stati nazionali. E tutto ciò riguarda anche la filosofia e l’etica. »

Del resto – come scrive l’autrice Marina Torossi Tevini – ‘quando spalanchi abissi, quando ti annulli per essere tutti e lasciar risuonare dentro di te gli echi del mondo, succede sempre qualcosa di irreparabile’, che traduco volentieri in ‘qualcosa di imprevedibile’ che talvolta ancora ci sorprende. Quel qualcosa che dev’essere di riferimento per ognuno di noi e che va riferito a quella ‘bellezza’ che in-illo-tempore è pur stata mortice di questo nostro mondo, come qualcosa che vorrei rammentare a tutti voi che mi leggete: ‘anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno’.

 

Marina Torossi Tevini, è nata a Trieste e laureata in lettere classiche, dedicandosi per molti anni all’insegnamento liceale. Oggi fa parte del direttivo di alcune Società culturali triestine e collabora a riviste, tra cui Arte&Cultura, Stilos, Zeta ed alla rivista web Il sottoscritto. Tra i suoi libri più recenti vanno ricordati: ‘Il migliore dei mondi impossibili’ (Campanotto Edit. 2002); ‘Viaggi a due nell’Europa di questi anni’ (ivi 2008); ‘L’Occidente e parole’ (ivi 2012). Alcune sue opere sono reperibili in rete.

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Marcel Proust … ou Le parfum du temps »
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- Sociologia

Preconcetto e Insostenibilità - Saggio sul libero arbitrio

Dal preconcetto all’insostenibile, dal ‘libero arbitrio’ all’‘arbitrio politico’.

 

Pubblicato in 'Quaderni' n.6 - Decisioni sovrane.  InSchibboleth - 2017

 

È concettualmente accertato che l’uomo post-moderno, sempre in bilico tra l’uomo arcaico e l’uomo futuro, non riesce a trovare un proprio equilibrio che gli dia stabilità all’interno della sfera evolutiva, in ragione della sua incontenibilità precostituita, dovuta per lo più all’andamento accelerato con cui la società si trasforma, rispetto alla velocità di assorbimento psico-fisica, diversa per alcune tipologie di individui e aree di sviluppo intellettuali. Un ossimoro questo che non prevede una particolare valutazione delle varianti intrinseche del fattore ‘tempo’, in quanto nozione del passato-presente-futuro, connaturato con il concetto evoluzionistico di svolgimento e mutazione, sviluppo progressivo e trasformazione di cui l’uomo post-moderno è a sua volta dominante e subordinato del/al ‘potere' prevalente della medesima società in cui il fattore ‘tempo’ (epoca, periodo, lasso) si evolve.

 

Ciò che si vuole retaggio di un ordinamento pre-costituito, sancito dal ‘diritto giuridico’ in vigore nelle diverse epoche storiche, le cui leggi comunque redatte da uomini per altri uomini, hanno dato forma a un ‘ordinamento preconcetto’ della società. Per così dire, a una ‘decisione sovrana’ che non trova oggi riscontro nell’ampio spettro dell’universalità umana: per cui ‘ogni uomo è libero’ nell’ambito della globalità dello sviluppo storico-sociale in stretta relazione con il pensiero filosofico dominante. Concettualmente paritetico di quel processo di conversione che ha trasformato il ‘positivismo relativo’ del secolo scorso, nel ‘pensiero negazionista’ contemporaneo, in cui il ‘tutto’ è verosimilmente sostituito dal ‘nulla’; che è comunque un ‘nulla’ antropico, cioè relativo all’analisi degli assetti organizzativi umani conseguiti in illo tempore, ovvero allo studio (scientifico) di quei processi che nel corso del ‘tempo’ hanno condotto alla formazione degli assetti evolutivi.

 

Assetti indubbiamente inerenti al ‘passato’, al punto che potrebbero dirsi superati se messi a confronto con la rivoluzione socio-economico-politica, nonché filosofica ed esistenziale che la pressante globalizzazione di massa impone al ‘presente’, e che sta trascinando tutto e tutti verso una caduta inarrestabile, difficile da predeterminare. Di fatto l’‘evoluzionismo’ filosofico/scientifico (darwiniano e lamarckiano) sembrerebbe ormai superato e aver lasciato il posto a più attuali problematiche dettate da una ‘sovranità giuridica’ irrevocabile, nonché da una maggiore ‘responsabilità politica’ insormontabile che, in ogni caso, vanno rapportate a quel ‘futuro’ che incombe alle porte della coscienza di noi moderni.

 

Come ci si rapporta alla situazione politico-giuridica attiva in una realtà democratica, consistente nella possibilità attribuita a un qualsiasi ‘soggetto’ di produrre ‘effetti giuridici’, ossia di costituire, modificare o estinguere un ‘rapporto giuridico’, attraverso un ‘atto’ che non sia al tempo stesso la configurazione di un qualcosa di ‘preconcetto’ e/o ‘insostenibile’ che tuttavia permetta una risoluzione del problema?

 

Una siffatta domanda, previene Emmanuel Levinas nel suo “Gli imprevisti della storia” (1), è leggittima in linea ideale, tuttavia equivale a un salto nel buio, poiché:

Questo mondo che trascende il mondo in cui siamo immersi, non è anche al di là di questa comprensione specifica che noi abbiamo dell’individuale, dello storico, dell’umano, e in cui il reale si presenta non solo come una concatenazione di proposizioni ma come un’esistenza che vale e che pesa (?).

 

Una risposta se vogliamo reversibile che si trasforma in una domanda concettuale se l’analizziamo sulla base della storicità socio-politica, in quanto estingue molti di quei ‘valori’ che in passato abbiamo sostenuto essere fondanti. Quegli stessi ‘valori’ che la teoria dell’‘evoluzionismo’ ha conseguentemente inculcato nella mente-scientifica tout-court, a causa o in ragione della quale è progredita la nostra piena conoscenza. Ma tutto questo cos’è, se non la realizzazione di un pre-concetto dato ‘in assoluto’ che, preso a sostegno di un qualcosa in astratto, oggi, a distanza di tempo, si prefigura insostenibile?

 

L’interrogativo resta sospeso nell’aria, tuttavia lascia comprendere quanto il fattore ‘tempo’, necessariamente introdotto a scandire le età storiche, influenzi il tra¬scorrere degli eventi umani, cui affidiamo la complessità (pre-concetta) delle teorie sul ‘tempo’ presente e futuro che noi, post-moderni, andiamo sostenendo, quand’anche soggette alla simultaneità e alla casualità nozionistica formulate. Per quanto non ci sia errore in tutto questo, ma che è solo un modo di riprodurre il ‘tempo’: “..un modo unico per il tempo di temporalizzarsi”. Un lasso necessario, teologicamente parlando, per darsi il ‘tempo’ di morire e rinascere, (la mitologica fenice, la parabola di Cristo ecc.) in modo di ‘secolarizzarsi’ all’inteno dell’ordinamento religioso e, successivamente, per essere divulgato come parola data, in quanto ‘verbo’ consolidato e riconosciuto giuridicamente, di una ‘decisione sovrana’ religiosa quanto laica.

 

Questo pre-sentimento del destino nella morte sussiste (nella religione cristiana, come nel paganesimo) – scrive Levinas – basta darsi una durata (di tempo) costituita, per togliere alla morte la potenza (e il dominio), di interromperla. [...] Collocarla nel tempo significa precisamente superarla, trovarsi già sull’altra sponda del precipizio, averla dietro di sé. La morte-nulla è la morte dell’altro, la morte per il sopravvivente. Il tempo stesso del ‘morire’ non può darsi l’altra riva. Ciò che questo istante ha di unico e di straziante riguarda il fatto di non poter passare. Nel ‘morire’, l’orizzonte dell’avvenire in quanto promessa di un presente nuovo è rifiutato: si è nell’intervallo, per sempre intervallo. Intervallo vuoto [...] la cui minaccia è nel suo avvicinamento, non essendo possibile alcun gesto per sottrarsi a questo avvicinamento, ma questo avvicinamento non potendo mai finire.

 

Tuttavia - come pure accade nell'arte - sussiste una dimensione di evasione proprio nel  raggiungimento estetico, in cui l’esistenza umana si rispecchia e, nello specchiarsi, ricrea se stessa nel confronto diretto con la storicità del 'tempo', per cui passato, presente e futuro, rappresentano (nell’arte come nel destino di ognuno) la propria dimensione dinamica. Superata non senza qualche difficoltà, la nozione pre-contestuale di ‘tempo’ torna però ad affacciarsi un concetto pregresso mai venuto meno, sul quale il dibattito è ancora oggi molto acceso: il ‘libero arbitrio’, con implicazioni in campo religioso, etico e scientifico in grado di condizionare sia le scelte individuali, sia di interi gruppi sociali sulla base della responsabilità scientifica ,ancor più di libertà e indipendenza di pensiero. Seppure in entrambe le soluzioni del caso si affermi che quanto accaduto in passato e quanto accade nel presente sia frutto di una certa consequenzialità deduttiva, ciò non rende possibile stabilire quel che sarà in futuro, in ragione di una ‘incompatibilità’ di tipo deterministico/indeterministico – come si è visto – incapaci per contrapposizione, di confermare all’individuo una qualche coerenza, in fatto di libertà, delle proprie scelte (psico-fisiche, culturali e politiche), e non solo delle proprie azioni.

 

Queste due posizioni esauriscono le possibilità logiche da contemplare. Se il determinismo è vero, noi non siamo liberi. Se l’indeterminismo è vero, le nostre azioni sono casuali e la nostra volontà manca di controllo per essere comunque moralmente responsabili. [...] Tuttavia anche nel caso diametralmente opposto, ovvero nel caso in cui le stesse leggi fisiche fossero interpretate con la fisica classica e quindi risultassero ‘deterministi-che’, si vedrebbe di nuovo venir meno la libertà della ‘scelta’, in quanto conseguenza di una complessa serie di processi psico-fisici, e anche qui il (concetto di) ‘libero arbitrio’ verrebbe a decadere. [...] Dunque, rimangono solamente due possibilità: l’interpretazione deterministica della natura, secondo la quale sono solo le leggi fisiche a dettare i comportamenti umani; e l’interpretazione indeterministica, per cui ogni evento è dettato dal caso e le scelte individuali sono la naturale conseguenza di questi processi casuali. In entrambi i casi non rimarrebbe molto spazio per il ‘libero arbitrio’, se non tramite una ‘teoria del tutto’ che apra la via per differenti interpretazioni. (*)

 

Di gran lunga il più importante tra i tentativi di risolvere il problema se il ‘libero arbitrio’ sta nella capacità da parte dell’individuo di scegliere da sé le prorpie azioni, scrive Emmanuel Kant: “Se non avessimo il ‘libero arbitrio’ saremmo come robot, o automi, incapaci di scelte autonome” . È quanto dibattuto in seno alla filosofia antica: da Platone ad Aristotele come fondamento della responsabilità morale; da Sant’Agostino a Tommaso d’Aquino nella prospettiva cristiana; nel contrasto tra Erasmo da Rotterdam e Martin Lutero, per arrivare ai giansenisti, ai calviniani e ovviamente anche dai più recenti filosofi fautori del ‘docostruzionismo morale’, con risultati spesso contrastanti e apologetici. Ma ripartiamo da Emmanuel Kant (2), il quale opponendosi ai fumi di Hobbes e Spinoza distinguendo fra il mondo fenomenico e il mondo noumenico, giunse in fine a dare seguito al dibattito per cui sareb¬be invece possibile l’iniziativa autonoma dell’uomo, per spingerci oltre, fino ad arrivare ai giorni nostri con Nigel Warburton (3) che, nella prospettiva di una possibile elencazione, include il ‘libero arbitrio’ tra i grandi temi della filosofia ancora irrisolti:

 

L’assunzione principale dell’argomento in un mondo in cui siano presenti il libero arbitrio e la possibilità del male è preferibile a un mondo di persone simili ad automi che non possono commettere azio¬ni malvagie. [...] Questi esseri pre-programmati potrebbero anche essere stati progettati in modo da credere di possedere il libero arbitrio, anche se di fatto non lo possiedono: potrebbero avere l’illusione del libero arbitrio, con tutti i benefici che seguono dal pensare di essere liberi, ma senza gli svantaggi. [...] Tuttavia si deve osservare, a favore dell’argomento, che la maggior parte dei filosofi ritiene che gli individui lo possiedano davvero, in un senso o nell’altro, e che il libero arbitrio è generalmente considerato un elemento essenziale dell’essere umano.”

 

Per quanto all’interno di questa argomentazione, si denota una sorta di conoscenza di carattere comunitario desunta dal ‘funzionalismo sociale’ con il compito di formulare giudizi pertinenti alla situazione e, progressivamente, per arrivare fino a quei ‘principi primi’ che ispirano ogni tradizione di ricerca: 

 

In fine - scrive Marco d'Avenia (4) - nel caso di criteri conflittuali (come quello sopra evidenziato), sarà da mettere in atto una ‘decostruzione’ o genealogia nietzscheana che arrivi a mostrare come ci si inganni nel perseguire i fini preposti (di giungere a una soluzione), in base ai medesimi strumenti di cui si fa uso, in una sorta di confutazione elenchica storicamente consapevole. [...] Non esiste nessuna ricerca che non sia collocata nello spazio e nel tempo, con tutti i suoi limiti, vantaggi e condizionamenti, [...] perché parte inevitabilmente da alcune assunzioni che dovranno risultare valide. Il termine della ricerca, è una conclusione valida so far, cioè: fino a prova contraria.

 

Purtroppo il pregiudizio culturale è – scrive Alasdair MacIntyre (5) – qualcosa che frequentemente separa la percezione che l’uomo d’oggi ha di se stesso dalla sua storia passata. Come se non bastasse, il pregiudizio culturale trova talvolta delle apparenti conferme da parte di alcune teorie fio-sofiche che sarebbero di per sé prive di preconcetti: il modo di strutturare la nostra comprensione del futuro dipende naturalmente in parte dall’uso consolidato [...] e dei modi di programmazione in uso nelle culture nelle quali ci troviamo. Per quanto in grado di immaginare differenti possibili futuri [...] è immaginabile un movimento che dal punto di partenza del presente punti in differenti direzioni. Infatti, progetti futuri differenti o alternativi offrono serie differenti e alternative di beni da raggiungere, in differenti modi possibili del vivere. [...] È importante che si sia in grado di prospettare futuri più prossimi e più lontani e che si sappia calcolare la probabilità dei risultati futuri dell’agire in un modo piuttosto che in altro, anche se solo in modo approssimativo. Per questo sono necessarie sia la conoscenza (l’onniscienza nelle religioni monoteistiche); sia nel caso diametralmente opposto, l’immaginazione indeterministica (per cui ogni evento è dettato dal caso).”

 

Ora noi ben sappiamo che nella ricerca individuale sussiste tutta una se¬rie di relazioni oppositive spesso nascoste, e ancor più ve ne sono (li dove esse siano accettate) nella ricerca condivisa. Il dualismo intrinseco di questa specifica ricerca sta tuttavia nel ‘compromesso’ che le parti consciamente/inconsciamente sottoscrivono allo scopo di raggiungere la meta della ricerca stessa:

 

Allo stesso modo non possiamo replicare a Nietzsche – prosegue MacIntyre – il fatto di per se stesso istruttivo, che ci ricorda quanto (l’individuo razionale) è implicato nell’obbedienza a una concezione del bene comune che richiede sia le virtù dell’agire razionale indipendente, sia le virtù della dipendenza riconosciuta. [...] Nondimeno, all’inizio di ogni ricerca filosofica svolta in questo senso, va fatta una qual¬che puntualizzazione, per quanto non si da nessun punto di partenza che sia privo di presupposti. [...] Ciò che giustifica questo o quel punto di partenza è quanto viene dopo, la ricerca che ne consegue e il risultato raggiunto nella comprensione del problema. Un indice di comprensione adeguata è che essa spieghi retro¬spettivamente perché la ricerca ben concepita per realizzarla avrebbe potuto muovere da certi punti di partenza ma non da altri. Le nostre assunzioni e procedure iniziali sono giustificate soltanto quando alla fine si arriva alla formulazione conveniente di un insieme adeguato di ‘principi primi’. [...] Non sorprende che anche la conoscenza di sé abbia questo medesimo doppio aspetto, dal momento che la conoscenza che abbiamo di noi stessi presuppone ed è presupposta dalle nostre attribuzioni personali (individuali) d’identità.”

 

Per la teoria fenomenologica di Edmund Husserl (6), la ricerca della 'significazione' in sé è un’astrazione in quanto: “..sfugge all’interpretazione filosofica costruita, portata dal di fuori, tradendone il senso [...] nella convinzione che la significazione filosofica e ultima del ‘fenomeno’ è raggiunta quando il fenomeno si colloca nella vita cosciente, nell’individuale della nostra vita concreta. [...] Resta da sapere se noi comprendiamo veramente questo linguaggio.”

 

Al quale replica Levinas, dalla cui prospettiva vengono messi in evidenza due temi: lo scetticismo del linguaggio filosofico e il carattere inequivocabilmente giuridico-politico del ‘libero arbitrio’. Sul problema, in questi ultimi anni, abbiamo assistito a prese di posizione alquanto arbitrarie, secondo dove tirava il vento sono stati introdotti rapporti relazionali fra scienza ed economia, come pure fra filosofia e politica inevitabilmente manipolativi.

 

Secondo MacIntyre – rileva ancora Marco D’Avenia – è impossibile, senza vivere correttamente all’interno di reti solidali di dare e avere, perché senza di esse lo scambio utiliritaristico e manipolativo viene a soppiantare quel più profondo bisogno di reciproco e incondizionato riconoscimento che è tipico del mondo delle persone. L’alternativa che attraversa tutto il pensiero teologico, filosofico e politico occidentale riferito al ‘libero arbitrio’ è per molti versi ancora presente nelle discussioni contemporanee che si svolgono soprattutto nell’ambito della filosofia analitica, che può essere così riassunta: ‘libero arbitrio’ come assenza di costrizione, ossia libertà di scegliere anche in contrasto con le proprie preferenze, senza essere univocamente determi-nati dal proprio carattere per un verso o per un altro verso le circostanze in cui venga fatta la scelta; [...] ma ed anche la capacità di autodeterminazione della volontà individuale, che viene aggiunta al presupposto indeterministico e giudicata da molti filosofi come una nozione intrinsecamente oscura. [...] Rimane tuttavia un certo scetticismo sulla possibilità attuale per l’individuo/massa di elaborare un progetto politico propositivo improntato a un’etica della relazione sociale e politica che abbia senso logico. Contrariamente parrebbe quasi intravvedersi in questa argomentazione una logica apocalittica del ‘tanto peggio tanto meglio’: si tratta solo di sperare che il mondo corrotto arrivi a una sorta di eucatastrofe, per poi riemergere di nuovo una volta toccato il fondo dell’inautenticità, maggiormente ancorato alla realtà e disposto a riconoscere una volontà trascendente ai propri schemi riduttivi.

 

Mi ripeto – questa volta filosoficamente parlando – per darsi il tempo (l’individuo umano) di ‘morire’ e di ‘rinascere’, come la mitologica fenice, e nella parabola del Cristo, dentro la parola data (verbo) e prima d’ora mai venuta meno, in modo di re-incontrare se stesso nel riconoscimento d’una volontà giuridicamente convalidata da una ‘decisione sovrana’ non più in contrasto con un ipotetico ‘altro’: (la società, lo stato, le leggi, ecc.); bensì in piena intesa con la piena libertà acquisita.

Utopia del tempo che rimette in discussione parole ch’erano già desuete almeno trent’anni fa e che sembrano aver perduto ogni ancoraggio con la realtà. O, perlomeno, con quella realtà fittizia, che si esprime in termini di: ‘volontà’, ‘uguaglianza’, ‘libertà’, ‘morale’, ‘senso’, in quanto estremità di un discorso filosofico in¬globato o definitivamente cancellato dal vocabolario moderno soprattutto dal lessico delle giovani generazioni.

 

Senza tentare di approfondire tematiche che ci condurrebbero troppo lontano sia a ritroso nel passato, che in avanti nel prossimo futuro, basterà osservare nel quotidiano come l’originale apertura esistenziale (spirituale e intellettuale) dell’uomo sia rivolta altrove verso una decadenza irrefrenabile. Decadenza alla quale Walter F. Otto (7):

 

"..imputa la stessa interpretazione heideggeriana dell’angoscia e della cura come essenza dell’esistenza. [...] Secondo il quale, in un passo importantissimo che richiama il ‘decisio¬nismo’ di Jünger, la possibilità di ‘scegliere’, pur strettamente connessa alla sua visione dello spirito e della soggettività spirituale, va messa a confronto con il pensiero di colui che ha tirato le fila del Novecento, Nietzsche: l’abile ‘distruttore d’ogni certezza’. [...] Del pari, viene respinta l’interpretazione corrente secondo cui la chiave per comprendere (il tempo attuale), risiederebbe esclusivamente nel piano funzionale ‘comunicativo’ del lin¬guaggio stesso” e, in senso lato, nella dimensione ‘linguistica’ elaborata nel discorso ‘decostruttivistico’ nietzschiano.

 

Maurizio Ferraris (8), ad esempio, denota una certa difficoltà di fondo della nozione di ‘libertà’: “..in cui si mescolano due elementi, la libertà come principio politico e il ‘libero arbitrio’, ossia l’idea che le nostre azioni siano dipendenti dalla nostra volontà e non dal determinismo naturale di cui ci sfuggono i principi. [...] Di contro, le manifestazioni del potere risultano ben più articolate di quanto non ne lasci supporre la tripartizione di Weber: tradizionale, carismatico e legale-burocratico. [...] La posta in gioco, resa drammaticamente attuale all’incrocio tra economia, media e politica nel mondo contemporaneo, è capire quanto solida sia la realtà sociale, e in particolare quanto la sfera della ‘documentalità’, delle iscrizioni che popo¬lano la nostra vita e riempiono le nostre tasche, i nostri portafogli e i nostri telefonini, possa costituire un baluardo contro la riduzione postmoderna del mondo.”

 

Riguardo all'applicazione ‘morale’ va detto che c’è molta incoerenza relativamente se applicarla alla società e/o agli individui. Fin qui, qualsiasi affermazione in merito, non ha risolto un dualismo renitente, insito nella possibilità di una ‘critica morale’ dei valori centrali di una società:

 

Se i giudizi morali si definiscono in relazione ai valori centrali di una società, nessuna critica di tali valori può servirsi di argomenti morali contro di essi [...] per cui diventa impossibile sostenere che ogni teoria (relativista o no) sia assolutamente vera. [...] Pertanto, attivare una teoria etica (deontologica) alla morale consiste (per l’individuo) nel compiere il proprio dovere (sociale), qualunque conseguenza ne possa derivare. L’idea che alcune azioni siano giuste o sbagliate in modo assoluto, indipendentemente dai risultati che ne conseguono, e che distingue le teorie etiche deontologiche dalle teorie etiche consequenzialiste.

 

Il richiamo è ancora una volta all’ ‘l’imperativo categorico’ di Kant, il quale definisce i ‘doveri’ di noi esseri umani razionali come assoluti e incondizionati all’interno di un sistema etico-morale in contrapposizione con i doveri cosiddetti ipotetici relativi a ottenere o evitare un determinato effetto positivo/negativo, economico/politico, culturale/ sociale, individuale/comunitario, fondamentale e universalizzante: “Agisci solo seguendo massime che tu possa al tempo stesso volere come leggi universali”. Una massima questa che ci fornisce una risposta corrispondente alle intuizioni fin qui incontestate della maggior parte degli studiosi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

 

Personalmente penso che in filosofia e in tutto ciò che riguarda le scienze umane non ci sia nulla di sbagliato quando gli obiettivi sono degni di essere perseguiti; pur tuttavia vanno prese le giuste distanze da ciò che riguarda apertamente e/o direttamente posizioni insostenibili specie nella politica e nell’estensione delle leggi, nei dipartimenti della giustizia, nell’economia reale, nella distribuzione dei beni, nell’accesso alla cultura, nell’uguaglianza delle oppurtinità come di fronte alle necessità, senza discriminazioni di sorta.

 

Difficile ammettere che l’uguaglianza’ non sia un valore e un diritto assoluto che va riconosciuto e tutelato sopra ogni cosa; se così non fosse, verrebbe a decadere tutto quanto fin qui accettato in fatto di libertà e di quell’unico diritto che ancora resta in piedi che è il ‘libero arbitrio’. Un’ostentazione la mia in difesa di questo principio assoluto che trova nell’uguaglianza la sua fonte primaria perseguita nel ‘diritto/dovere’ conseguibile nella partecipazione di tutti ‘indistintamente’ all’arbitrato politico. Si può notare come fin qui si sia parlato esclusivamente di ‘doveri’ in quanto parlare di ‘diritti’ avrebbe implicato tutta un’altra riflessione e una ricerca forse più corposa, specifica della psicologia-politica e delle sue accezioni, in ambito di competenze che, secondo Julien Freund, trovano nell’istanza statale o governativa, quale le “libértes concrètes”, la loro mediazione; per quanto il potere, la libertà, l’uguaglianza o la disuguaglianza, rimandino tutte all’unico baluardo di cui fino ad oggi ci siamo dotati (o dietro il quale ci siamo barricati) che è la politica, sia in democrazia che nella sovranità dittatoriale o dell’assolutismo popolare.

 

Ciò che per noi post-moderni equivale alla ‘democrazia rappresentativa’ è di fatto un ‘arbitrio democratico’ che è possibile declinare in forme di governo più o meno simili tra loro, fondata sul principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alle leggi che si esprimono innanzitutto esercitando il proprio diritto di voto costituzionale. Cioè sul riconoscimento dell’uguale ‘diritto’ di tutti a scegliersi i propri rappresentanti politici, attraverso l’espressione del ‘voto’, in ugual peso e misura di ognuno che il ‘voto’ ha nella formazione della rappresentanza socio-politica. Va qui comunque riconosciuto che il valore dell’uguaglianza politica nella nostra società non ha un significato univoco, ma trova riscontro nei rapporti all’interno della società e dei gruppi che la compongono, privati e pubblici che siano e per quanto rispondenti a decisioni che di volta in volta vengono prese dalla comunità eletta riunita sotto l’egida di ‘decisioni sovrane’ cui di dovere va il rispetto dei componenti soggetti e di quanti condividono lo status costituzionale di cittadini.

 

Fin qui la centralità e il paradosso dell’agire politico-democratico che più ci riguarda da vicino, ma in questo contesto, insieme alle grandi emergenze umanitarie ed ecologiche internazionali che hanno motivato la formazione di associazioni non-governative (onlus, no-profit, non violenza ecc.) e di volontariato impegnate nel sociale e in difesa dei diritti a noi consentiti (non si sa bene perché proprio dalle democrazie). Come anche quelli degli animali e dell’ambiente di cui va difesa la sicurezza rispetto alle tensioni politiche tra loro divergenti, trova maggiore affermazione la funzione critica degli aspetti più discutibili dell’azione democratica rispetto ai problemi sociali emergenti e, di dare piena espressione ai bisogni di autorealizzazione di cui è portatore il pensiero liberale giovanile.

 

Una riflessione tuttavia si pone e, come ormai consueto alla comprensione, è necessario fare un passo indietro, alla domanda sul ‘senso’ formulata da Martin Heidegger nel percorso tracciato in ‘analitica esistenziale’ della condizione particolare in cui si trova l’individuo in quanto essere partecipe della qualità fondamentale di ‘esistere’.

 

Scrive Gianni Vattimo (10):

Gli esiti di questa ricera mostrano come l’uomo sia un ‘progetto-gettato’, vale a dire un individuo determinato da una condizione storica, che non ha deciso lui stesso (in ciò consiste la sua gettatezza), ma anche un individuo libero ed essenzialmente in grado di strutturare la propria esistenza (in ciò consiste il suo lato progettuale). Su queste basi, il mondo non può presentarsi all’individuo semplicemente come un insieme di cose, bensì come un numero di possibilità aperte. Il mondo è piuttosto costituito di oggetti che si trovano ‘a portato di mano’ e che sono ‘utilizzabili’, poiché lo sguardo che l’uomo getta su di essi è interessato, rendendoli parte dei suoi progetti e della propria esistenza. [...] Ciò che Heidegger tenta dunque di realizzare, soprattutto con una svolta notevole della sua filosofia, è la ‘progettualità’, in contrapposizione con la ‘società dell’organizzazione totale’ (Adorno e la scuola di Francoforte), in cui l’accadimento e la storicità sono i veri tratti dell’essere dell’uomo, [...] intesi come una risposta a un appello. L’appello a ciò che proviene dalla storia dell’individuo (accadimento), dalle sue aspettative, dalla sua famiglia (storicità), dal suo linguaggio, dal migliorare il mondo intorno a sé (progettualità); e che figura in “Essere e tempo” e nei testi successivi prende il nome di ‘interpretazione’.

 

Esserci, l’essere umano compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo.” (Heidegger)

 

Proviamo quindi a farci interpreti dell ‘interpretazione’ che Heidegger esprime in questo suo aforisma, nel quale si avalla il pretesto per l’uomo post-moderno del suo ‘stare in bilico’ tra due concetti: ‘essere il tempo’ e non ‘nel tempo’; cioè di affermare la sua ‘presenza nel presente’ e rinuncia¬re definitivamente all’idea della scelta consentita dal ‘libero arbitrio’, per cui, ‘egli è’ prima ancora del suo ‘divenire’ preordinato o successivo. Per meglio dire, (e mi ripeto allo stesso modo del cane che si morde la coda): “..che non prevede una precipua valutazione delle varianti intrinseche del fattore ‘tempo’, in quanto nozione di quel passato, presente, futuro, connaturato con il concetto evoluzionistico di svolgimento e mutazione, progressivo sviluppo e trasformazione di cui l’uomo post-moderno è a sua volta dominante e subordinato del/al ‘potere’ prevalente della società con cui il ‘tempo’ (epoca, periodo, lasso) si evolve.

 

Dacché, ne deriva che l’uomo post-moderno preso in assoluto, non è dotato di libertà propria che l’illusione di un sé unitario fa sì che la democrazia ch’egli si è data, rientri nell’utopia di quella democrazia senza etica in cui ci osserviamo. Soprattutto perché “..l’interprete’ è spinto a cercare una relazione causa-effetto e continua a spiegare il mondo usando gli imput che riceve dallo stato cognitivo del momento e gli indizi che provengono dall’esterno. [...] Cominciamo a comprendere l’illusione del ‘libero arbitrio’ quando ci poniamo la seguente domanda: da che cosa vogliono essere liberi gli uomini della terra?” (Michael Gazzaniga) (11). Per quanto, cogliere il nesso di ‘qualcosa che causa cosa’ è sempre rimasto un problema di difficile soluzione, né è servita una buona dose di volontà e di ‘interpretazione’ costruttivista, di tipo filosofico-linguistico: “È probabile che dovremo trovare un linguaggio più appropriato, pittosto che cercare di rientrare in alcune categorie di pensiero decisamente obsolete”  (Gazzaniga); o di tipo nichilista.

 

Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora”  - ci ricorda ancora Heidegger - Acciò, egli avverte in un altro aforisma: “Il nichilismo non serve metterlo alla porta, perché è ovunque, gia da tempo, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in viso.

 

Che sia “L’ospite inquietante” cui fa riferimento Umberto Galimberti? (12)

 

Indubbiamente sì. Allora la domanda di Michael Gazzaniga (13): “Siamo macchine, quindi sistemi del tutto deterministici, o siamo liberi di scegliere come vogliamo?” , in realtà non trova il suo corrispettivo nella risposta, perché l’affermazione di Heideggher ci spinge verso la crici determinata dal caos cui andiamo (e lo stiamo vedendo) incontro. Non a caso Stefano Rodotà (14) nel suo “Elogio al moralismo” denuncia:

 

“..una trasparenza sociale della quale volentieri avremmo fatto a meno: quella minuziosamente, quotidianamente, incarnata da comportamenti (politici) che esibiscono la forza in luogo del diritto, la sopraffazione al posto del rispetto, l’impunità invece della responsabilità. E dunque forza, sopraffazione, impunità diventano regole e indirizzi (della società), di fronte ai quali non può esservi solo frustrazione o acquiescenza.[...] Contro malaffare e illegalità servono regole severe e istituzioni decise ad applicarle. Ma serve soprattutto una diffusa e costante intransigenza morale, un’azione convinta di cittadini che non abbiano il timore d’essere definiti moralisti, che ricordino in ogni momento che la vita pubblica esige rigore e correttezza”.

 

Ciò per quanto la libertà, l’uguaglianza, la moralità, il potere politico, le nuove tecnologie della comunicazione, trovano nella democrazia una verità assoluta, per cui dire che esiste un solo (e unico) modo di vivere, non è un ossimoro del decostruzionismo derridiano, bensì il corrispondente dell’ordine cosmico che include e/o esige vincoli e doveri di etica individuale, diritti che diano autorità all’individuo sociale.

 

Una possibile soluzione al problema ci è suggerita da Bertrand Russell (15):

 

Se non vogliamo che la vita umana diventi una cosa polverosa e priva di interesse, è importante convincersi del fatto che vi sono cose che hanno un valore del tutto indipendente dall’utilità. [...] Trovare il giusto equilibrio tra i fini e i mezzi è cosa al tempostesso difficile e importante. [...] È negli individui (sociali), e non nel tutto privato o particolare), che dovranno cercarsi i valori utili. Una società buona è un mezzo per una vita buona di coloro che la compongono, e non è qualcosa che abbia, per proprio conto, una sua specie separata di eccellenza.

 

"È dunque giunto il momento di pensare a un sistema di diritti/doveri per il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia mai conosciuto – scrive Stefano Rodotà in “Il mondo della rete” - : ai diritti politici della piazza virtuale, alla cittadinanza digitale, alla neutralità e all’anonimato di chi è ‘interprete’ e di chi è ‘rappresentato’, nonché al diritto all’oblio di chi chiede (e può pretenderlo) di non farsi né interprete, né essere rappresentato.” Del resto la ‘rete’, che oggi rappresenta l’orizzonte conoscitivo-significativo da cui tutto si diparte, “..non è un’invenzione felice dell’umanità più o meno antica, e men che meno ‘primitiva’, bensì è una (la) rivelazione originaria dell’essere comunicativo.” “Allora qual è il destino della democrazia nel tempo in cui le tecnologie d’informazione e della comunicazione ridisegnano i luoghi e le aspirazioni della politica, abbattono i confini, negano gli stessi vincoli che fin qui ci hanno guidati dello spazio e del tempo? – si chiede ancora Rodotà – .È forse a portata di mano l’ideale della democrazia ‘continua’? Oppure sta per materializzarsi la società della sorveglianza totale?

 

Seminare dubbi, non già raccogliere certezze”, è stato da sempre il motto di Norberto Bobbio (17), per quanto anch’egli si sia posto alcune domande di estremo interesse sociale, una delle quale va riferita all’ ‘arbitrio politico’ riferito alla sfida della democrazia. “È in atto un irrimediabile deterioramento dei regimi (?) democratici, tale da lasciarne presagire un triste futuro, una fine irreversibile?”, per darsi poi la migliore delle risposte plausibili: “È possibile rendersi conto delle contraddizioni in cui versa una società democratica senza smarrirvisi, riconoscere i suoi vizi congeniti senza scoraggiarsi e senza perdere ogni illusione nella possibilità di migliorarla.

 

Scrive Jacques Derrida (18): “Quando ci interroghiamo sull’avvenire della democrazia due grandi orientamenti si offrono alla riflessione. Il primo consiste nell’interrogarsi sulle opportunità della sua estensione, del suo progresso o (più raramente, ma in via del tutto necessaria) sui rischi che minacciano di farla regredire o arretrare? [...] Il secondo, riguarda più da vicino quali sono le sfide che deve raccogliere? [...] Quello che è in gioco nell’avveniresi identifica allora con l’evoluzione dei rapporti di forza tra ognuna delle componenti, (tenendo presenti) gli sconvolgimenti (guerre, rivoluzioni, crisi di regime), violenti e non, che potrebberomodificare la sua fragile partizione. Pensare l’avvenire vuol dire comprendere la natura della forza o della potenza implicate nella complessità dei rapporti (economico, militare-industriale, tecnico-scientifico, spirituale o altro), all’epoca di ciò che chiamiamo la mondializzazione. [...] Questo orientamento riguarda, detto altrimenti, ciò che potrebbe ancora accadere alla democrazia, in meglio o in peggio, che non si lascia né programmare né calcolare nel conforto delle istituzioni, dunque, ancora una volta, indissociabilmente, la sua fortuna e la sua minaccia – ciò che chiameremo la sua perfettibilità”.

 

Va qui ricordato che tutte le strategie sopra delineate per costruire o decostruire il ‘libero arbitrio’ e trasformarlo in ‘arbitrio politico’ fino a raggiungere lo status di ‘democrazia’ all’esame di questa tesi, queste cominciarono a evolvere molto tempo prima che emergesse una coscienza popolare, (forse non appena iniziarono a fiorire vere e proprie menti), e ciò accadde non appena venne a crearsi un numero sufficiente di comunità autosufficienti a formare un’organizzazione della vita a sfondo socio-culturale. Quindi in un lungo, lunghissimo tempo in termini di esigenze e di gestione efficiente dei processi vitali e di conseguenza, le aumentate probabilità di sopravvivenza. Per cui la ‘coscienza libera’ stabiliva, sulla base della condizione umana e la consapevolezza della propria conoscenza culturale, una con-nessione fra la lotta per l’esistenza e un organismo unificato, identificabile nella socializzazione democratica.

 

Per quanto, ora più che mai, si rende necessario riprendere il discorso, da quella storia dei comportamenti umani elementari, dall’inizio dell’evoluzione naturale delle coscienze, per cui, come scrive il famoso etologo e linguista Irenäus Eibl-Eibesfeldt (19): “Se smetteremo di erigere barriere alla comunicazio¬ne fra gli esseri umani e di degradare a mostri coloro che sono umani come noi, anche se aderiscono ad altri sistemi di valori . Ma se, al contrario, accentueremo ciò che a loro ci lega, noi - uomini e donne di coscienza – prepareremo per i nostri nipoti un futuro felice. Le potenzialità del bene sono biologicamente presenti in noi quanto quelle dell’autodistruzione”, che convenientemente dobbiamo in ogni modo evitare.

 

Note e bibliografia:

 

(*) Wikipedia - Enciclopedia Libera.

 

1) Emmanuel Levinas, Gli imprevisti della storia, Inschibboleth 1994.

2) Emmanuel Kant, Vita, pensiero, opere scelte, Il Sole 24 Ore 2006.

3) Nigel Warburton, Filosofia: I grandi temi, Il Sole 24Ore Edit. 2007.

4) Marco d’Avenia, «Presentazione» in A. MacIntyre, Animali razionali dipendenti”, Vita e Pensiero Edit. 2001.

5) Alasdair MacIntyre, Animali razionali dipendenti, Vita e Pensiero Edit. 2001.

6) Edmond Husserl, Vita, pensiero, opere scelte, Il Sole 24 Ore 2006.

7) Walter F.Otto, Il volto degli dèi, Fazi Edit. 2016.

8) Maurizio Ferraris, Derrida e la decostruzione, Gruppo Edit. L’Espresso 2009.

9) Martin Heidegger, Vita, pensiero, opere scelte, Il Sole 24 Ore 2006.

10) Gianni Vattimo, Heidegger e la filosofia della crisi, Gruppo Edit. L’Espresso 2009.

11) Michael Gazzaniga, Chi comanda? Scienza, mente e libero arbitrio, Le Scienze 2013.

12) Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli Edit. 2007.

13) Stefano Rodotà, Elogio al moralismo, Laterza Edit 2011.

14) Bertrand Russell, Autorità e Individuo, Longanesi Edit. 1980.

15) Stefano Rodotà, Il mondo della rete, Laterza Edit. 2014.

16) Stefano Rodotà, Tecnopolitica, Laterza Edit. 1997.

17) Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi Edit. 1995.

18) Jacques Derrida, Luoghi dell’indicibile, a cura di F. Garritano ed E. Sergio, Rubettino 2012.

19) Irenäus Eibl-Eibesfeldt, Amore e odio, Adelphi 1989

 

 

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- Poesia

L’arte di essere fragili – un libro ‘ricolmo di stelle’

L’arte di essere fragili – un libro ‘ricolmo di stelle’ di Alessandro D’Avenia – Mondadori 2016.

 

Cari amici poeti …

all’inizio pensavo di dover leggere un romanzo e invece stavo leggendo una fiaba che, per quanto menzognera, scorreva leggera come impastata di quell'amorevolezza verso l'incredulità che ognuno si porta dentro.  In realtà era poesia vestita da fiaba quella che stavo leggendo e di quella più pura, quasi che, a un certo punto, mi sono convinto che qualcuno mi stesse dicendo che le stelle nascono sugli alberi e che, al contrario delle foglie, anziché cadere all’ingiù, salgono verso cielo per perdersi nell’universo infinto, e vi ho creduto. Più avanti ho però mutato opinione, quello che avevo tra le mani non era il frutto di una favola menzognera al pari di un oroscopo, come quello che si va a cercare aulle pagine del quotidiano, era davvero un libro di poesia ricolmo di stelle, delle stelle dei poeti, quelle che invitano a sognare, che elargiscono la speranza, che inebriano e si lasciano afferrare, ma solo se si è capaci di apprendere ‘..l’arte di essere fragili’.

Ecco detto il titolo del libro che non avrei voluto svelare perché preso dalla gelosia morbosa di tenerlo per me, a tenermi compagnia sul comodino o meglio, sotto il cuscino, per poter dare adito a quei sogni di ragazzo che verosimilmente sono stati dell’autore così come i miei e immagino anche di qualcuno di voi. Sì, ‘L’arte di essere fragili’ di Alessandro d’Avenia non è un romanzo, ma neppure un libro qualunque, ci si può innamorare nel leggerlo così come si è sempre innamorati della ‘bellezza’. Finanche nella sua sfuggevole accezione, quando cioè la bellezza trova il suo equivalente nella ‘fragilità’ di ciò che non si può afferrare, che solo è lasciata all’incanto dell’osservatore attento, che la esalta e la celebra su tutte le cose: come il pittore fa con la natura, l’uomo con la donna, quando il sentimento sublima l’amore.

Dopo ‘I libri ti cambiano la vita’ di Romano Montroni (vedi recensione su questo stesso sito) e ‘Le voci dei libri’ di Ezio Raimondi (citato nel testo), che hanno segnato momenti di piacevolezza dove tutto avviene per una sorta di simbiosi, data dalla necessità interiore di interloquire che ci fa stendere la mano verso il libro e le parole ‘scritte’ che in quel momento più necessitiamo, ècco arriva d’Avenia a farci dono di un ‘salvavita’ che molti non stenteranno a riconoscere come il più bel libro mai letto prima. Insieme a tanti altri ovviamente, ma in senso assoluto quello che più asseconda la necessità attuale di riconciliazione con gli altri, col mondo in cui viviamo, con la bellezza della natura che ci circonda e, non in ultimo, con noi stessi. Quei ‘noi’ che forse non conosciamo fino in fondo o che volutamente disconosciamo per scelta, per ansietà o per disamore di quelle cose che pure abbiamo amate, alle quali senza ragione non prestiamo più alcuna attenzione.

“Il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto; con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura” - scrive Ezio Raimondi. Quante volte abbiamo aperto un libro e scorrendo le sue pagine ci è sembrato di aver trovato proprio quello che volevamo leggere, o magari, solo sentirci dire? Altre volte, rammento, di aver sfogliato un libro e averlo subito riposto, perché non lo sentivo adatto a me; oppure averlo ricevuto in regalo e messo via, nel limbo delle attese. Come dire, in stand-by, aspettando il momento migliore per leggerlo e che talvolta è arrivato dopo anni, che quasi non rammentavo neppure di averlo nello scaffale. Invece era lì, aspettava il momento giusto, per imporsi alla mia attenzione, e accipicchia, quante volte l’ha spuntata Lui, il Libro e devo ammettere che ‘in qualche modo’ mi ha cambiato la vita.

È accaduto con “Pinocchio”, “Cuore”, “Tre uomini in barca”, e con “Bel-Ami” quando ormai avevo l’età giusta, con “La luna e i falò”, “I fratelli Karamazov”, “Il Maestro e Margherita”, e tantissimi altri. Ma il grande libro che più mi ha conquistato, e che è quasi stupido citarlo, è stata “La Divina Commedia”, a seguire “I promessi sposi”, “Iliade” e “L’Odissea”, “Don Chisciotte” e poi “L’interpretazione dei sogni”, “L’idiota”, “La nausea”, “L’odore dell’India”, “Cent’anni di solitudine”, “Memorie di Adriano” e immancabilmente e irrimediabilmente “La Recherche” di Marcel Proust. Quanti altri? Tantissimi, che per uno come me, che legge anche il biglietto del tram, non basterebbe questa recensione per elencarli tutti. Ma forse avrei dovuto citare, oltre quelli degli scrittori, i nomi dei poeti che dopo Dante si sono susseguiti instancabilmente nelle mie letture: Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Marinetti, Pasolini, Ungaretti, Neruda, Celan, Hölderlin, Kerouac, Carver, ecc. ecc.

Paul Celan afferma essere “..l’attenzione, la preghiera spontanea dell’anima”, che come in “Francesco (d’Assisi), trae il suo canto dal dolore.” E che d’Avenia giustamente attesta all’immenso Giacomo Leopardi, a quella sua breve vita costellata di stelle, fissate per un così breve scorcio di tempo dentro il cielo oscuro delle sue pene, eppure ‘luminosissimo’ che ha traslato nelle sue opere. Non c’è in questo trattato poetico nulla che sappia di vecchia morale, di nebbiosa credulità, di ingiusta etica, nulla che nel bene e nel male delle faccende umane sappia di stantio, tutto è qui riportato al giorno d’oggi. Così le storie che vi sono riportate, le impressioni che danno lustro alla nostra modernità obsoleta, le esperienze maturate sul campo dal giovane prof d’Avenia calatosi nel raffronto agevole con il poeta, sono tali da riuscire a formulare un epistolario impossibile eppure verosimilmente attestabile ai nostri giorni.

È il caso di questo passaggio dedicato all’insegnamento: «L’uomo superficiale; l’uomo che non sa mettere la sua mente nello stato in cui era quella dell’autore (..) intende materialmente quello che legge, ma non vede (..) il campo che l’autore scopriva, non conosce i rapporti e i legami delle cose ch’egli vedeva.» (Leopardi: Zibaldone 1820) Scrive d’Avenia: «Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra, e ciò che la rallegra è la scoperta dei legami che uniscono cose e persone, che rendono viva la vita. Cogliere quei legami, e ripararli è la felicità del cuore e della mente.» Ed è forse questo il breve lucido resoconto che scaturisce da un dialogo siffatto in cui il termine ‘raffronto’, produce tuttavia una sorta di seduzione che modella l’incanto della lettura, lo scherzo intelligente di esistere e di nascondersi a noi cercatori d’oppio letterario che stanchi, lasciamo talvolta al caso di offrirci le sue leccornie poetico-filosofiche.

Che sia il caso o l’attrazione di una così ‘idilliaca’ quanto delicata copertina, ma ancor più il titolo ‘l’arte di essere fragili’ a suggerirne la lettura? Forse l’una e l’altra delle cose, per quanto è l’aver scoperto che le ‘cose’ davvero «..tornano a reclamare i loro diritti, la loro tenerezza, la loro impurità, la loro ombra luminosa, la loro fragilità. Le cose e le persone, i loro volti, tornano a invocare la nostra misericordia: custoditeci e riparateci, nonostante tutto.(..) Così è la poesia, ci costringe ad abbassare la luce artificiale e tornare a vedere il mondo, mutilato e fragile, ridotto  così dalla nostra indifferenza. (..) Se le stelle riuscissero ancora a colpire i nostri occhi, non solo una volta all’anno quando cadono, credo che avremmo più possibilità di costruire la nostra casa su fondamenta celesti, quelle della nostra unicità.» (d’Avenia).

Un libro quindi che consiglio di leggere per la sua ricercatezza e nascosta seduzione; che riapre una discussione sempre in corso e mai conclusa, sulla lettura e sui lettori, nel momento in cui i mezzi, gli scrittori, gli editori, stanno cambiando con il cambiare della società e dei suoi interessi; nel momento in cui la ‘lingua’ sta perdendo e acquisendo connotati talvolta controversi, o quando ormai sembra non si parli d’altro che delle solite cose obsolete, ma che forse torna utile per contrastare la ‘stupidità’ di certi programmi televisivi, improbabili quanto inutili. All'occorrenza trovo molto interessante l’enunciato di Ginevra Bompiani che in “Vari” ipotizza sui libri quanto segue: “Se i libri non ti cambiano la vita, certo la fanno. (..) Direi piuttosto che i libri ti costruiscono la vita, la ondeggiano, la sprofondano e poi la sollevano, come un sentiero in cresta fra le colline. (..) Non c’è difesa da loro, non c’è protezione. L’emozione e la cattura sono totali. (..) L’emozione non ha sempre a che fare con la qualità, piuttosto con la forza. Quando si invecchia, si scopre che l’emozione è una forma di malattia. Non sempre si guarisce, ma quando la malattia si spegne, si rimane svuotati, come in una mattina di ottobre, tersa, pungente, senza veli di nebbia, persi in un orizzonte che non ha segreti”.

Ed è questa malattia che spesso diventa ‘magia’ capace di stravolgere la vita con le parole. Una ‘magia’ che incanta e che lascia spazio ai sogni, alle illusioni, al canto lirico e alla poesia, quando ottimisticamente “credevamo altresì di trovarci all’alba di qualcosa di nuovo”, quel qualcosa che Enrico Brizzi nel parlarci de “Il giovane Holden” di Salinger, ci ha condotti per mano nella sensazione d’incredulità irreligiosità e diffidenza che ci attraversa tutti. E chi meglio di Giacomo Leopardi che non ha avuto il tempo di invecchiare, ha potuto investigare nei sentimenti umani la fragile essenza dell’essere? – si chiede l’autore d’Avenia – Chi ha dato a questa nostra epoca, la dimensione di come davvero "la poesia può salvarci la vita”? «Forse se il nostro lettore, Giacomo, stanotte spegnesse tutte le luci e guardasse il cielo in silenzio, saprebbe che la bellezza e la gratitudine ci salvano dallo smarrimento dovuto alla nostra carenza di destino e destinazione.

Forse se in quel buio luminoso avesse accanto o nel cuore qualcuno, ne scorgerebbe meglio la seducente fragilità, un infinito ferito che chiede cura e riparazione, e capirebbe di esser ‘poeta’, cioè chiamato a fare qualcosa di bello al mondo, costi quel che costi. Forse allora saprebbe che solo uno è il metodo della faticosa ed entusiasmante arte di dare compimento a se stessi e alle cose fragili, per salvarle dalla morte: l’amore. Questo è il segreto per rinascere … questa è l’arte di essere fragili.» Per poi aggiungere in poscritto quanto segue: «I libri, scelti bene, caro Giacomo, possono salvare la vita, soprattutto quella fragile, facendole cogliere il frutto del futuro che si porta dentro. (..) Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili.»

 

Grazie Alessandro.

 

Nota: Alessandro d’Avenia, dottore di ricerca in Lettere classiche, vanno ricordati ‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’ (Mondadori 2010) dal quale è stato tratto nel 2013 l’omonimo film; ‘Cose che nessuno sa (2011); ‘Ciò che inferno non è’ (2014) con il quale ha vinto il premio speciale del presidente al premio Mondello 2015. Da questo libro l’autore ha tratto un racconto teatrale che porterà in giro per l’Italia.

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- Musica

Pasqua di Resurrezione

Pasqua di Resurrezione.
(ricerca etnologica e musicale per una festa)

«Il nostro Dio è nero.
Nero di eterna bellezza,
con grandi labbra voluttuose,
capelli arruffati e scuri occhi liquidi.
Forma d’armonioso aspetto Egli è,
poiché a Sua immagine siam fatti,
il nostro Dio è nero.»

(poesia di E.E.G. Armattoe – Ghana, tratta da Nuova Poesia Negra – Guanda 1961)

Proiettati nella festitità cristiana d’origine ebraica della Santa Pasqua propongo l’ascolto di composizioni musicali estemporanee alla liturgia ufficializzata dalla Chiesa di Roma, ciò nondimeno qui raccolte a testimonianza di un ‘sentire religioso’ quanto mai ‘vivo’ che accomuna molti popoli da un capo all’altro del mondo.
È ormai ampiamente accettato che le diverse popolazioni che trovano nella comunanza cristiana un’autentica fonte di religiosità unificatrice, vogliano testimoniare ‘a proprio modo e nella loro lingua d’origine’ la vocazione spirituale che l’accompagna nella loro esistenza e, in certi casi dove sopravvivere assume una dimensione pressoché ardua, la loro sentita riconoscenza, con l’offerta di canti di lode e inni penitenziali dedicati, desunti dalle loro più aderenti tradizioni popolari in fatto di musica.

Evolutasi sulle stesse direttrici conformi alla realtà cristiano-cattolica e conforme all’utilizzo dei ‘salmi’, oltre ché suddivisa secondo i ‘canoni’ costitutivi della tradizione liturgica che tutti noi conosciamo, la ‘Messa’ di tipo etnico pone all’evidenza un fare musica di alto contenuto spirituale. Quello stesso che in ‘illo tempore’ deve aver forgiato le singole culture di tipo tribale, sia quelle riferite ad esempio alla cultura africana, che quelle presenti nelle difformi aree del bacino mediterraneo; sia quelle originarie di tradizione spagnola, sia quelle trasferite oltreoceano nel folklore latinoamericano. In ognuna delle quali si avverte il confluire di ‘forme’ di acculturazione tardive, verosimilmente diverse che, in qualche modo, hanno trasformato gli individui, considerati fino allora attori casuali di una vicenda ad essi estranea, in protagonisti di una situazione storica che appartiene ‘in primis’ a noi e alla sacralità del tempo. Il vasto processo di ‘cristianizzazione’ avviato per secoli nei confronti di alcune popolazioni erroneamente ritenute ‘pagane’, ha spesso dato vita, in campo musicale, a simbiosi religiose qua e là caratterizzate da influssi linguistici dialettali-gergali destinati all’uso quotidiano delle Missioni attive nelle aree di riferimento.

Le popolazioni del continente nero, qui prese ad esempio, pur vivendo esse in piccoli gruppi isolati e conoscendo poco o niente una lingua scritta, hanno saputo mantenere quell’equilibrio, quasi perfetto, con la natura circostante delle origini, articolando la propria struttura tribale sulle indicazioni fornite loro dagli antenati, che infine gli ha permesso il ‘riconoscimento’ d’una esistenza spesa alla conservazione dei loro idoli ancestrali. Idoli che il culto cristiano ha spazzato via lasciando al loro posto non più che ‘maschere’ svuotate del loro contenuto sapienzale che hanno ereditato. Tutto ciò che rimane dello ‘spirito’ comune delle popolazioni africane, e che vaga da un continente all’altro, da una religione all’altra nella costante ricerca di un ‘dio’, sia esso cristiano o d’appartenenza ad altro credo o ad altra confessione, purché garantisca loro una qualche forma, seppure coatta, di sopravvivenza.

«. . .
Sono di nuovo con me
-
Spriti del vento,
oltre il riparo delle mani degli déi
vanno a nord ed est e ovest,
guidati dall’istinto.
Ma per volere degli déi
Seduto su questa rupe
Li osservo andare e venire
Dall’alba al tramonto, con
lo spirito che urge di dentro …»

(essai da una poesia di Gabriel Okara – Nigeria, tratta da Nuova Poesia Negra – Guanda 1961)

La necessità spirituale della presenza di un ‘dio’ rientra nelle prime necessità dell’essere umano, da cui la credenza nella stregoneria o l’appartenenza religiosa derivano da una stessa radice clericale; poiché entrambe presuppongono la salvaguardia di quell’equilibrio ‘ideale’ che vede il bene opposto al male. Ne deriva che il ‘dio’ africano acquista rilievo e corposità solo se inquadrato nel contesto antropologico-culturale del continente nero, della sua estensione geografica e delle diversità inerenti alle sue popolazioni. Dove gli ‘déi’ primigeni (pagani) mantengono connotazioni proprie: divine e magiche, superstiziose e animistiche. Lì dove il Cristianesimo, pur in mezzo a tanti contrasti e nello scontro in atto di diverse culture, ha finito per innestare una sua ‘verità’ conciliante di pace.

* Quella stessa che è possibile riscontrare nelle forme prevalse nella liturgia cristiana
della ‘Messa’ africana , dove il ‘fatto’ religioso cattolico non annulla, né sovrasta la ritualità ereditata dalla tradizione (pagana). Anzi, è quest’ultima lo sovraccarica di vigore, onde è l’Africa con i suoi strumenti, i suoi ritmi, le sue voci, i suoi battimani e le sue grida che viene in primo piano, regalando all’ascoltatore un ‘evento’ rigoglioso di selvaggio brio. Proprio come in questo ‘African Sanctus’ elaborato da David Fanshawe (CD Philips 1989), ricco di tamburi africani e percussioni rock; registrazioni dal vivo di cori tipicamente africani e mediterranei e ‘voci’ soliste. Nel disco sono presenti brani liturgici come appunto il ‘Sanctus’ elaborato sulla danza Bwala dell’Uganda; il ‘Kyrie’ sulla ‘chiamata alla preghiera’ e il ‘Gloria’ ripreso dalla ‘musica per matrimonio’, di tradizione islamico-egiziana: il ‘Credo dal Sudan; il ‘Crucifixus’ dalla zona equatoriale; uno ‘Chant sul Qui tuum esr regnum’ da una ninna-nanna Masai; e infine l’Agnus Dei’ da una danza di guerra dei beduini del deserto del Sahara.

* Che dire in proposito, ce n’è da fare un riassunto culturale sulla musica africana; tuttavia in questa carrellata di ascolti non può mancare: ‘Missa Kongo’ abbinata in questo disco alla ‘Missa N’Kaandu’ (LP Philips 1970), comunemente cantate durante le funzioni religiose nella regione del Kisanto a Sud di Kinshasa (Zaire), che testimoniano dell’avvenuta interazione musicale zairota con l’esperienza religiosa cristiana. Le due ‘Messe’, decisamente diverse fra loro, utilizzano i toni ritmici degli strumenti tipici e il necessario impeto delle danze tribali, così come dai canti sorti dall’improvvisazione popolare. L’uso prorompente delle percussioni sulle grida spontanee delle donne Biyeki-yeki nella ‘Missa Kongo’ , interrotte da colpi simili a spari d’arma da fuoco tipiche delle popolazioni Bantu, suscitano, verosimilmente, quella sensazione di ‘paura’ ch’è figlia d’ogni avvenimento trascendentale che scaturisce da un fatto magico , o comunque trasgressivo. Apprezzabile inoltre l’intervento di ‘seconde voci’ in alternanza alla voce solista di ispirazione tradizionale liturgica. La ‘Missa N’Kaandu’ a differenza della precedente propone in alcune parti un effetto melodico di maggiore spessore pur non tralasciando la qualità ritmica accattivante. Ciò è dato dal fatto che si richiama alla drammaticità cerimoniale del sentimento cristiano. In special modo nella ‘Prière Universelle’, una sorta di ‘canto piano’ davvero apprezzabile e molto gradevole all’ascolto.

«L’uragano sradica tutto intorno a me
E l’uragano sradica da me fogli e parole inutili.
Vortici di passione sibilano in silenzio.
Sia pace sul turbine secco, sulla fuga delle bufere!
Tu Vento ardente, Vento puro, Vento di bella stagione,
brucia ogni fiore, ogni pensiero vano
Quando ricade la sabbia sulle dune del cuore.
Donna, sospendi il tuo gesto di statua, e voi bimbi,
i vostri giuochi e le vostre risa d’avorio.
Tu, distrugga la tua voce col tuo corpo,
secchi il profumo della tua carne.
La fiamma che illumina la mia notte come una colonna,
come una palma.
Avvampa le mie labbra di sangue, Spirito,
soffia sulle corde della mia ‘kora’.
S’alzi il mio canto, puro come l’oro di Galam.»

(poesia di L. Sédar Senghor – Senegal - tratta da Nuova Poesia Negra – Guanda 1961)

* La ‘Messa a Youndé’, raccoglie documenti sonori del Camerun, detto per questo anche ‘riassunto dell’Africa’, qui si trovano presenti le varie caratteristiche del Continente Nero: islamismo, animismo e cristianesimo professati da oltre 200 gruppi etnici divesi, due lingue ufficiali, il francese e l’inglese, inoltre ai varie dialetti autoctoni. Le forme melodiche praticate sono molto vicine al modo ‘gregoriano’ per quanto riguarda la liturgia cristiana, anche se sul piano melodico e ritmico, va detto, la musica europea mal corrisponde alle rigorose esigenze toniche, per esempio, del dialetto Ewondo, o alla vitalità africana. Diversamente accade per le influenze orientali portate senza dubbio dalle frange mussulmane del Nord di gran lunga superiori di quella cattolico-cristiana, fatto questo che, già negli anni ’60, alcuni studiosi tra folkloristi, sociologi, musicologi del Camerun si sono posti il problema dell’africanizzazione della liturgia cattolica. Ma infine è stato l’Abate Pie-Claudie Ngumu , già maestro di cappella della cattedrale di Notre Dame a Youndé, fondatore della Scuola Cantori della Croce d’Ebano, a passare dalla teoria alla pratica.

Ispirandosi ai testi biblici Padre Ngumu ha scritto quelli che oggi sono detti i ‘Cantici di Ewondo’, utilizzando una delle prinipali lingue vernacolari del Sud, dove è più influente il cattolicesimo, componendo sia la musica in stile africano; sia utilizzando strumenti originali tipici come il ‘balafon’, anche detto ‘omvek’, sorta di xilofono usato per il ‘canto d’Ingresso’ e la ‘lettura dell’Epistola’, entrambi basati su un movimento di danza tradizionale e fonte di vero divertimento dei fedeli. Nel prosieguo, la lettura del ‘Vangelo’ con relativa predica è invece inprontata sul suono dell’arpa ‘mvet’ tipica del Camerun, spesso mimata per una migliore comprensione dei suoi profondi significati. Lo stesso accade durante il ‘Credo’ in cui l’officiante apre una sorta di dialogo con il Coro con la partecipazione dell’intera comunità. Seguono il ‘Kyrie’ e l’ ‘Offertorio’ , durante il quale la Corale, fino allora limitata a seguire i movimenti ritmici dei tamburi e del tam-tam, si snoda in processione attorno allo spiazzo raccogliendo uomini, donne e fanciulli che, al tipico clangore di ‘campane’ di metallo, recano sulla testa le offerte dei prodotti della natura che depongono davanti all’altare per la benedizione rituale.

Successivamente la processione si scioglie e il Coro riprende il suo posto, mentre alcune donne, piegate su se stesse, lanciano l’ ‘oyenga’ (prerogativa delle sole donne), un urlo stridente che nell’esaltazione generale, riveste molti significati esoterici, ma che, all’occorrenza, è un semplice segno di ovazione, ripetuta in sequenza nell’ ‘Alleluia’ e nel ‘Canto finale’ che, come di consueto, appartengono allo schema latino ma che qui accrescono di colore e forza evocativa dal sapore ‘gospel’, con l’intendimento di creare uno stato di ‘ebbrezza mistica’, coreograficamente assai eloquente: contorsioni, spostamenti repentini di lato, palme volte al cielo, uniscono in uno stesso slancio officiante, musicisti e pubblico. Il tutto raccolto in una registrazione dal vivo e prodotto nella collana Universo Folklore (disco Arion 1975).

* ‘Missa Luba’, più volte riproposta da gruppi africani diversi, trova il suo originale nell’esecuzione dei Les Trobadours du roi Baudouin che ne furono i primi interpreti nel lontano 1958 (disco Philips BL 7592). Trattasi di una ‘Messa latina’ basata su ‘native songs’ in puro stile congolese (ex Congo-Belga), costruita su ritmi percussivi e armonie (ninne-nanna, weddings, ecc.) rituali delle regioni Kasai e Kiluba, da cui il nome. Frutto dell’intuizione del missionario belga padre Guido Haazen, fondatore e arrangiatore del Coro formato da 45 bambini tra i 9 e i 14 anni insieme a 15 insegnati del Kamina School che accompagnò in una lunga tournée iniziata nella Sala Nervi nella Città del Vaticano e prosegita nel resto d’Europa. ‘Missa Luba’ è indubbiamente la più rappresentativa di tutta la produzione ‘liturgica’ africana. Un piccolo capolavoro che ben riproduce l’alto livello di interazione raggiunta tra i diversi popoli e le diverse religioni: tradizione-etnica e cristiano-cattolica.

Musicalmente parlando il senso di influenza reciproca è raggiunto nell’eliquilibrio perfetto che tutto sublima in una stessa ‘delle parti’: ‘Kyrie’, ‘Gloria’ e ‘Credo’ infatti, si svolgono secondo l’andatura inalterata dei canti ‘kasala’ della regione Ngandanjika (Kasai) da cui provengono. Mentre il ‘Sanctus’ e il ‘Gloria’ sono costruiti su ‘canti di addio/arrivederci’ tradizionali ‘Kiluba’; mentre ‘Hosanna’ riprende il tempo di danza ritmica propria del Kasai, l’ ‘Agnus Dei’ si basa su un canto popolare di Luluabourg. Va sottolineato che nessuno di questi canti è stato fin’ora trascritto nelle lingue originali, pertanto la bellezza di questa ‘Missa Luba’ sta anche nel fatto che certi ritmi, armonie e abbellimenti scaturiscono dall’improvvisazione spontanea dei suoi componenti. Salutata come «.. il più significativo inno che le generazioni africane abbiano mai elevato al Dio non soltanto e necessariamente cristiano: un prezioso documento storico da sottolineare e da prendere come esempio, che ravviva la forza mistica di cui è dotata la musica sacra.»

Se quelli qui appena toccati possono essere considerati incredibili esempi di religiosità attiva nel mondo; sottolineare quanta strada si è fatta fin qui nel campo della trasmissione e della conoscenza, ciò non di meno possiamo sentirci forti di un sentimento che, per quanto oggi sia fortemente contrastato, pur ci permette di rinnovare la nostra adesione al ‘fatto’ religioso e di viverlo intensamente. Ed è forse proprio grazie alla spinta della ricerca etnologica che possiamo intraprendere la strada della concertazione e di uno stesso ‘modus vivendi’ con le altre culture; con il
recupero di quelle tradizioni popolari che al giorno d’oggi, e malgrado i contrasti inevitabili, non hanno mai smesso di far sentire il loro altissimo ‘grido’, levato in difesa di una unica identità da salvare, la nostra e quella di tutti quei popoli che giustamente riscattano la propria esistenza.

La liturgia cristiana – come abbiamo avuto modo di leggere – prevede l’offerta dei doni della natura durante la Messa, così come prevede anche la suddivisione dei prodotti della natura, trasformati in cibo, ai più bisognosi affinché possano godere della ‘gloria’ di Cristo con lo spirito colmo di quella gioia che nutre la fame. Questo per dire che alla ‘fame’ va corrisposta un’adeguata dose di sostentamento rigenerante per il corpo e per lo spirito. Allora ben venga la Pasqua che dopo i necessari ‘pianti rituali’ di espiazione, si presta a proponimenti di gioia per la festa di ‘Resurrezione’ e di ritorno alla vita. Questo in vero il senso della spiritualità religiosa proprio dello spirito comunitario della Pasqua affermatasi in Spagna agli albori del Medievo e che verrà ripresa solo al tempo dei Re cattolici avvenuta durante il XV secolo, allorquando Santa Romana Chiesa esercitò il suo pieno potere con l’instaurazione del Tribunale Ecclesiastico, più conosciuto come la Santa Inquisizione. Prima quindi che la religiosità popolare si trasformasse nelle tribolazioni edificanti delle Sacre Rappresentazioni a scopo esclusivamente penitenziale e nelle truculente Processioni per Settimana Santa, ed incendiasse i ‘roghi’ contro la stregoneria, i giudei-sefarditi, gli zingari, i diversi e quant’altri che abbiamo appreso ad elencare dalle insanguinate pagine della storia.

Pagine dalle quali abbiamo anche appreso che una tale ferrea disciplina, per quanto dovesse essere accettata forzatamente da tutti, ciò che avvenne nel lungo termine non senza trovare sul suo cammino molti ostacoli di carattere aconfessionale e quindi laico, riscontrò un certo disaccordo con l’allora potere regnante, di quelle frange dei vecchi cristiani che andavano soto il nome di Mozarabi, grazie ai quali già attorno all’Anno Mille dopo l’abolizione del rito da parte di Papa Gregorio VII nell’ XI secolo, avevano conservato la propria lingua ‘mozarabica’, (un continuum dialettale romanzo parlata nella penisola iberica da parte dei Cristiani nell'XI secolo e nel XII secolo), all’interno della loro secolare liturgia in comunione con lòa chiesa cattolica. In verità non poco si deve a quei a quei padri missionari che, giunti nei primi secoli della cristianizzazione della Spagna, incoraggiarono le popolazioni autoctone, compresi i nomadi zingari e zingaro-gitanos, a misurarsi con i canti cristiano-mozarabici durante le nuove funzioni liturgiche imposte loro.

* La celebrazione della ‘Messa Mozarabe’ nell’interpretazione dei cristiani che l’hanno trasmessa, è caratterizzata dal connubio di elementi ispano-gotici ed elementi di origine spagnola. Ciò è dovuto alla sua cristallizazione nel periodo della calata dei Visigoti in Spagna. In ogni caso è ritenuta la liturgia toledana per eccellenza, essendo Toledo all’epoca il centro di magior forza e vitalità della sua diffusione. Ma mentre nella Cattedrale veniva imposto il rito romano, un saggio compromesso permise al rito mozarabico di essere conservato nelle altre chiese. Gli esperti sono tutti d’accordo sul fatto che lo schema della liturgia morarabe è romano, quantunque essa presenti, come tutte le liturgie occidentali, elementi affini a liturgie orientali (bizantine). Alla liturgia Mozarabe è attribuita la più antica versione del ‘Pater Noster’ nell’uso proprio della ‘cantillazione’, una sorta di recitazione quasi intonata (derivata dalla maniera ebraica di cantare testi in prosa della Bibbia), fatta con voce nasale, usata dai cristiani orientali nella lettura dei testi liturgici. Ancor prima quindi della riforma gregoriana, il testo veniva eseguito nelle chiese spagnole durante l’occupazione dei Mori, facendo in modo che questi non ne comprendessero il senso. Una certa eleganza formale proviene da un altro esempio ripreso dall’antifona ‘In pace’ come preludio corale al Salmo successivo:

«Lumen ad revelationem gentium: et gloriam plebis tuae Istrael.
Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace.
Quia viderunt oculi mei salutare tuum.
Quod parastiante faciem omnium populorum.
Gloria Patri et Filio, et Spiritui sancto.
Sicut era in principio, et nunc, et semper,
et in saecula saeculorum. Amen.»

Quella registrata in questo disco venne eseguita dal Coro del Seminario di Toledo e del Collegio de Infantes diretto da P. Alfonso Frechel con una orchestra di elementi antichi, direttore José Torregrosa. Nota a parte: dopo aver ascoltato, il 15 Ottobre 1963, la ‘Messa Mozarabe’ nella Sala Conciliare del Vaticano II, uno dei cardinali presenti affermò che era il rito più bello che fosse mai stato celebrato nella Basilica di San Pietro.

* La ‘Misa Flamenca’ costituisce una chiave di lettura di particolare interesse etnico e musicologico all’interno della tradizione liturgica Gitano-Andalusa. Si è spesso detto delle possibili influenze indiane, ebree, arabe e bizantine che avrebbero concorso alla formazione del ‘flamenco’ nel suo insieme. Va detto della profonda trasformazione che molti gruppi ‘minoritari’, che subirono o che tentarono di sottrarsi al terrore dell’Inquisizione con la fuga, o anche nascondendosi nelle ‘cuevas’ (sorta di grotte nascoste fra le montagne), avrebbero apportata all’interno della religione cristiana. Fra questi gli Ebrei-sefarditi, mentre altri, come ad esempio i Gitanos, si convertirono al cattolicesimo ormai imperante, allorché migliaia di maestranze giungevano in pellegrinaggio da tutta Europa per lavorare alla costruzione dei grandi santuari di Montserrat, Barcellona, Toledo e di Santiago de Compostela, avviando quella che sarebbe poi diventata la grande tradizione liturgica della cattolica Spagna.

In quell’epoca, la religiosità consolidata sul territorio, successiva ai primi canti sacri improntati sul gregoriano ed entrati in uso durante le grandi festività stabilite dalla Chiesa Cattolica Romana, fecero la loro apparizione i primi ‘villancicos’ cantati per la Natività di Nostro Signore e ricreati sulle popolari ‘canciones de cuna’ (ninne nanne popolari) e, verosimilmente in contrapposizione lineare con questi, si ebbero le ‘lamentazioni funebri’ legate alla celebrazione della Settimana Santa che si officiava un po’ ovunque in tutta la Spagna con grande solennità, a cui partecipavano le masse con tanto di devozione e partecipazione più o meno sentita. Siviglia in quanto considerata epicentro della tradizione araba e moresca nonché gitana e quindi miscredente, si adeguò lentamente e straordinariamente produsse un’alta espressione liturgica, forse la più alta in assoluto con l’espressione conosciuta della ‘saeta’, un canto religioso fortemente espressivo che in seguito venne accolto nel corpus del ‘Cante grande’, e che possiamo definire una ‘specificazione ‘ dell’animo profondo del ‘Cante jondo’.

A sua volta elaborata nelle scuole di Jerez e di Siviglia sulle salmodie corali dei fedeli cattolici nelle processioni liturgiche. Le più antiche e forse le più belle ‘saetas’ rimangono quelle lanciate, anzi scagliate appunto come una saetta, o anche come frecce in onore della Vergine Maria o al Cristo durante il sostare della processione, quando all’interrompersi della banda musicale che l’accompagna, si crea un spazio liturgico espressamente dedicato al ‘Cante’. L’ambiente è dunque quello trecentesco del Medioevo che troverà il suo completamento alla fine del Cinquecento, ‘tempo’ in cui le celebrazioni per la Settimana Santa conobbero il loro apice nelle rappresentazioni della ‘Passione’. Quello qui sotto riportato è un passo ripreso da una ‘cronaca’ più recente che ben ricrea l’ambientazione e lo svolgersi di una processione:

“Nella mattina degli ultimi giorni stazionano nella Cattedrale (di Siviglia), varie Confraternite e Congregazioni recanti in solenne processione i rispettivi e meravigliosi ‘pasos’. Le Confraternite presenti sono in tutto 49 con complessivi 91 ‘pasos’, distribuite nei 6 giorni che compongono la Settimana Santa. I confratelli indossano ampie cappe e alti cappucci a punta con rispettivo stemma (di appartenenza) sulle spalle e sul petto. Impugnano lunghi ceri o pertiche con lo stesso stemma in cime. I gruppi statuari, montati su enormi palchi sorretti a spalla dai fedeli e stupendamente addobbati, rappresentano le vicende dell’agonia e della morte di Cristo, come è narrata nei Vangeli. L’accompagna la Vergine Maria lussuosamente vestita come persona viva, stringente nelle mani il fazzoletto o la corona, il petto trafitto da una o più spade. Il Venerdì mattina è il turno della Cofradia de los Gitanos con due ‘pasos’ entrati nella tradizione popolare.»

‘Pasos’ che Antonio Machado ha incluso in una sua raccolta poetica:

“Oh la saeta, el cantar / al Cristo de los gitanos, / siempre con sangre en las manos, / siempre por desenclavar! / Cantar de la tierra mia, / que echa flores / al Jesùs de la agonia, / y es la fe de mis mayores! / Oh, no eres tù mi cantar! / No puedo cantar, nì quiero / a ese Jesùs del madero, / sino al que anduvo en el mar!”
“Oh la saeta, il cantare / al Cristo dei gitani, / sempre con il sangue nelle mani, / sempre per dischiodare! / Il cantare del popolo andaluso, / che tutte le primavere / va chiedendo scale / per salire alla croce! / Cantare della terra mia, che lancia fiori ( al Gesù dell’agonia, / ed è la fede dei miei padri! / Oh, non eri tu il mio cantare! / Non posso cantare, né lo voglio / a questo Gesù sulla croce / se non a quello che camminò sul mare.”

Manuel Martinez Torner tuttavia non la include nel genere ‘flamenco’ e la considera a parte come di un genere decisamente religioso per la sua caratteristica spirituale tipicamente occidentale. In pieno accordo con quanto riferisce padre Diego da Valencina che fa risalire la ‘saeta’ alla ‘lauda’ francescana, si tratta qui di un autentico ‘grido’ pari a una frecciata che si leva improvviso e quindi inaspettato sopra la processione ad invocare il mistero che la liturgia contiene:

“Vienes de los remotos paises de la pena.
Viene dal remoti paesi della pena.”

Recita con accorato pianto chi effettua il lancio della ‘saeta’, riportando alla mente il “Pianto della Madonna” di Jacopone da Todi, per quanto non manchino attribuzioni a più antichi riti pagani. Su questo stesso terreno fortemente impregnato di religiosità si è formata nei primi anni ’60 l’idea di una “Misa flamenca” moderna in stile ‘flamenco’ che rispondesse alle esigenze del popolo andaluso. La sua celebrazione, in quanto avvenimento rituale che esprime un ‘mistero’ ha riscaldato gli animi dei Gitanos che infine ne hanno cristianizzato il senso in una performance di intensa drammaticità. La ‘Misa’ trasposta nell’uso interpretativo del ‘flamenco’, in quanto: “..evocazione di un atto storico unico e manifestazione di un fatto che permane nell’eternità al di là dell’umana capacità di comprendere e rappresentare”; trova la sua originalità nell’utilizzo di elementi d’ispirazione gregoriana e reminiscenze della più antica polifonia spagnola, connessi con temi gitano-andalusi, trascritti per l’occasione da solisti impegnati alla chitarra e cori misti. Ma è stato infine il ricorso fatto alla ‘saeta’ che nel momento più alto dell’ ‘eucarestia’ l’ha accesa di interiorità carnale, quasi da ricondurla alla trascendenza pagano-naturalista (e umana) delle origini.

“Non è stato facile adattare la Messa in spagnolo alla metrica fisica del canto flamenco – scrive Antonio Mairena co-autore di questa suggestiva ‘Misa Flamenca – in quell’occasione: non v’è espressione drammatica più graffiante della seguiriya; non c’è alcun cantico che eguagli la serenità della malagueña; né alcuna spiritualità potrà mai essere comparata a quella della soleà. In questo lavoro di trasposizione della prosa in versi, noi abbiamo cercato di rispettare alla lettera le parole sacre. Il rimanente è venuto da solo e molto è dovuto all’esperienza e alla tradizione del Cante.”

Non è un caso che all’interno della ‘Misa flamenca’ ritroviamo alcuni dei canti che hanno dato forma al corpus del ‘Cante gitano-andaluso’. Ma è ancora e soprattutto la struttura austera e ieratica del ‘Cante jondo’ a sovrastare l’intera partitura della ‘Misa’ pur rispettando l’ordine della sequenza ufficiale: Introito, Gloria, Kirye, Credo, Sanctus, Agnus Dei. In quanto frutto di un’autentica espressione artistico-musicale la ‘Misa flamenca’ trova la sua affermazione nell’ambito della moderna religiosa spagnola la cui salda continuità l’ha accolta nella tradizione, in quanto sintesi di una perfetta fusione del fatto religioso con la tensione drammatica espressiva del ‘Cante’. Esattamente così come l’hanno vissuta i suoi esecutori in prima persona e tutti coloro che assisterono al suo rito, registrata dal vivo il 29 Giugno 1968 nella Chiesa del Barrio ‘A’ del poligono di San Paolo a Siviglia. (presente su disco Philips 843.126 sul lato opposto alla Misa Mozarabe’):

«La piazzetta di Santa Ana era il cuore del flamenco di Triana. Giungeva fin lì il suono metallico del martello sopra l’incudine, e si univa al rintocco della campana che chiamava al tempio. Un gitano, Manuel Cagancho, creò al ritmo di questo suono un canto per seguiryas che ora figura nella Misa Flamenca. Nella preghiera e supplica del Kirye, l’eco profondo della malaguena imprime la sua andatura con reminescenze del canto gregoriano. Il Gloria, cantico di esaltazione e allegria per la presenza di Dio sulla terra, si fa solenne e rispettoso sull’eco del romance gitano. L’andatura grave nel lamento della petenera serve a introdurre il Credo, mentre per il Sanctus è usata la soleà; l’accordo della chitarra introduce la tonà, la debla e il martinete che si fanno preghiera. L’unione sublime del Padre Nostro con il sangue e la carne del Figlio di Dio medesimo nell’atto solenne dell’Agnus Dei è invece affidato alla seguirya gitana nello stile più puro del Cante jondo: ..se ha puesto de rodillas y vibra y reza canta y llora.»

L’eco profondo della malaguena tradizionale è qui trasposta nella forma del ‘Kyrie ‘sulla reminiscenza del canto gregoriano:

«Dime donde ba allegar. / Este querce tuyo y mio. / Dime donde ba allegar. (..) / Yo cada dia te quiero mas. / Que Dios me mande la muerte.»
“Dimmi dove ci porterà. / Questo amore tuo e mio. / Dimmi dove ci porterà. (..) / Mentre io t’amo ogni giorno di più. / Spero che Dio mi mandi la morte.”

Un tema, questo della morte, che ritorna spesso nella letteratura e nella canzone ispirata dei Gitanos, ma qui siamo di fronte a un fatto musicale che esula dalla semplice operazione colta sul folklore che possiamo facilmente abbinare all’impatto della tradizione spagnola come espressione singolare dei Gitanos che ha fatto del ‘flamenco’ e in particolare della ‘Misa’ un momento trainante e accomunante che si è poi imposto sulle diverse culture presenti sul territorio in quanto punto ideale delle diverse culture indiana, ebraica, araba e bizantina ma soprattutto cristiana, qui confluite come per un ‘encuentro’ ormai avvenuto con il popolo gitano-andaluso e il resto del mondo.

* Composta da Ariel Ramirez negli anni che vanno dal ‘50 al ‘63 come un’opera per solisti, coro e orchestra accompagnati da strumenti tipici delle popolazioni latino-americane, la ‘Misa Criolla’ denota con estrema originalità una simbiosi di intenti musicali diversi, realizzati grazie alla perfetta combinazione di temi religiosi ed elementi folkloristici ripresi da ritmi e forme musicali proprie della sua terra di appartenenza: l’Argentina. Forme che riprendono musicalità proprie molte popolari, come ad esempio il ‘carnavalito’, qui utilizzato come forma di esaltazione del fatto liturgico. La ‘Misa’ è a tutti gli effetti una Messa cristiana come la interpretiamo oggi, seppure con inserimenti popolari legati alla tradizione ispano-americana in cui Ariel Ramirez ha saputo conciliare il fervore religioso con l’elemento folklorico dando ad ogni sequenza della messa un elemento di originalità: Il ‘Kyrie’ apre la messa con i ritmi della vidala e della baguala, due forme espressive rappresentative della musica tradizionale creola argentina; il ‘Gloria’ è accompagnato dalla danza argentina del carnavalito, segnato dalle note del charango; il ‘Credo’ invece, è scandito dal ritmo andino della chacarera trunca; il Carnaval de Cochahamba, tipico della tradizione boliviana, fa da contorno al ‘Sanctus’, mentre infine, l’ ‘Agnus Dei’ conclude la messa sullo stile strumentale usato della Pampa argentina.
Bella e gradevole all’ascolto la ‘Misa Criolla’ raccoglie in se il pacato ‘spirito del tempo’ che si aggira sulle Ande. Uno ‘spirito’ stranamente dimesso, quasi sussurrato, che potremmo attribuire al vento, se non fosse che è proprio quest’ultimo a trasportarlo attraverso la Cordigliera che attraversa tutta l’America Latina fino agli estremi della Patagonia.

Quello stesso ‘spirito’ che fa vibrare le corde degli strumenti e ottunde le pelli delle percussioni, così come risveglia i semi contenuti nelle zucche sonore utilizzate per i ritmi-a-ballo durante le numerose feste che si tengono un po’ ovunque, dai piccoli pueblo arrampicati sugli altipiani alle ciudad delle vallate, ai villaggi dei pescatori che coronano le coste. Per quanto, tuttavia, è uno ‘spirito’ allegro, espressione di forme musicali puramente folkloriche caratterizzate dalla presenza di strumenti e ritmi tipici della tradizione popolare latino-americana che s’intrecciano con i temi della tradizionale messa religiosa.

Racconto sulla nascita di "Misa Crolla" di Ariel Ramirez – 1964.

«Nel 1950 presi una nave che, dal porto di Buenos Aires mi avrebbe portato nel continente europeo. Genova fu il luogo in cui, per la prima volta, posi i piedi su quelle terre. Il mio proposito era quello di lasciare un messaggio sulla nostra musica per mezzo del mio piano e aspiravo a porre al centro di quella illusione la città di Parigi. Però un invito da parte di un amico di infanzia, Fernando Birri, mi deviò a Roma nell’ottobre dello stesso anno. Da qui iniziò una serie interminabile di avventure con diversi pianoforti… diversi nuovi amici ed un’infinità di nuovo pubblico. Nei quattro anni in cui restai a quelle latitudini il mio domicilio fu Via della Lungara 229, nel cuore trasteverino di Roma.In quel periodo, con la mia musica, percorsi in lungo e in largo l'Italia, l'Austria, la Svizzera, la Germania, l'Olanda, l'Inghilterra, la Francia, la Spagna, ecc. in un costante andare e venire, che mi riportava comunque e sempre a Roma. In dignitosa povertà alloggiavo in alberghetti, collegi religiosi, conventi, ospedali, case di amici, Università, dove cento mani cattoliche si tendevano per aiutarmi.

Dal secondo anno in avanti il mio lavoro cominciò ad avere una certa continuità ed il numero di città interessate a conoscere la mia musica si ampliò notevolmente. Ripetutamente tornai in molte di queste città come Londra, dove stipulai contratti con la BBC, interessata affinché un mio programma radiofonico si diffondesse nel Latinoamerica. Alla stessa maniera stipulai contratti con Università come quella di Cambridge, di Utrech, di Delf, di Santander oltra a società concertistiche e di teatro. A poco a poco stavo convertendomi a questo mondo che lentamente si andava ricostruendo dopo la guerra. Tutti i miei profitti furono resi possibili grazie all'aiuto ricevuto da esseri umani straordinari che contribuirono non solo alla mia formazione culturale, ma anche alla mia crescita spirituale. Sapevo di dover trovare una forma di ringraziamento per tutto questo.

Un giorno del 1954, più o meno nel mese di maggio, a Liverpool, non potei resistere alla tentazione di prendere un’altra nave: la Highland Chefstein, questa volta diretto a Buenos Aires dove mi attendeva mia figlia di cinque anni ed i miei genitori che superavano la settantina. Ero convinto che in due mesi sarei tornato nei luoghi dove avevo deciso di stabilirmi per sempre, però il destino mi avrebbe riservato tutto un altro percorso. Su quella nave che attraversava l'atlantico verso il sud, non potei fare a meno di ricordare tutta la solidarietà umana, tutto l,amore che avevo ricevuto da parte di persone sconosciute con cui potevo appena comunicare per l,ignoranza reciproca della lingua. Mi commuoveva il pensare che quello che avevo ricevuto era esclusivamente dovuto all,amore di queste persone per la mia musica e per la mia persona, finché compresi che l'unico modo che avevo per ricambiare quelle persone era quello di scrivere in omaggio a loro un opera religiosa. Però non sapevo in alcun modo come realizzarla.

All'arrivo in Argentina tutto mutò nella mia vita: la mia carriera si andava affermando e le mie canzoni a diventare molto popolari; con il tempo l'Europa si allontanò, però il mio pensiero continuava ad essere concentrato su quell'idea sorta in mezzo all'Atlantico. A questo scopo cominciai a cercare e raccogliere informazioni e fu così che, in prima istanza, conobbi Padre Mayol, che mi passò una serie di poemi di carattere religioso di un religioso del Nord dell’Argentina perché li musicassi. In seguito incontrai Padre Antonio Osvaldo Catena, mio amico di gioventù a Santa Fe, la mia città natale. Padre Catena contribuiì realmente a trasformare il mio iniziale proposito, una canzone religiosa, in un idea che aveva dell'incredibile: la realizzazione di una messa con ritmi e forme musicali della nostra terra. Padre Catena, nel 1963, era Presidente della Comisión Episcopal Para Sudamérica, incaricata di realizzare in spagnolo la traduzione del testo latino della messa, secondo le direttive del Concilio Vaticano del 1963 presieduto da SS Paolo VI.

Quando ebbi terminato i bozzetti e le forme dello spartito della messa, lo stesso Catena mi presento a chi, con straordinaria erudizione avrebbe realizzato gli arrangiamenti corali dell'opera: Padre Jesú Gabriel Segade. Quest'anno, insieme, abbiamo celebrato, i 30 anni di Misa Crolla: tre decadi di amicizia. Questo è il racconto della nascita della Misa Crolla. Quando la sua composizione fu conclusa ci sentimmo di dedicarla ad otto amici, i cui nomi rappresentano in qualche maniera tutta la serie di care persone che mi avevano aiutato generosamente durante quegli anni cruciali della mia gioventù. Queste persone sono: Padre Avelino Antuńa (Argentina), Hnas, Elisabeth e Regina Bruckner (Germania), Ruth Hope (Germania), Herbert Koch (Germania), Maya Hoojvel (Olanda), Padre Wenceslao Van Lui (Olanda), Mauricio Sillivan (EE.UU.)

Un'opera musicale richiede - per essere conosciuta - una trasposizione concreta. Con questo sentimento noi possiamo già dare la giusta dimensione al nome del Direttore della Philips, Massimo Wijngaard colui che rese concretizzò il mio suono e contribuì alla sua realizzazione con un entusiasmo fuori dal comune, una volta superato il suo più forte interrogativo: "Maestro, chi comprerà mai una Misa Criolla?" (n.d.r. di quella Misa Criolla furono vendute 12 milioni di copie).»

Nello spito della lingua latino-americana utilizzata nella ‘sequenza’ della ‘Misa’ mi piace qui chiudere con un testo in ‘lengua’ del poeta spagnolo Pedro Salinas:

«Los cielos son iguales.

Azules, grises, negros,
Se repiten encima
del naranjo o la piedra:
nos acerca mirarlos.
Las estrellas suprimen,
de lejanas que son,
las distancia del mundo.
Si queremos juntarnos,
nunca mires delante:
todo lleno de abismos,
de fechas y de leguas.
Déjate bien flotar
sobre el mar o la hierba,
inmóvil, cara al cielo.
Te sentirás hundir
despacio, hacia lo alto,
en la vida del aire.
Y nos encontraremos
sobre las diferencias
invencibles, arenas,
rocas, años, ya solos,
nadadores celestes,
naufragos de los cielos.

(poesia tratta dalla raccolta ‘La voce a te dovuta’ – Einaudi 1979).

BUONA PASQUA a Tutti Voi.

*

- Antropologia

Maschere Rituali / 3

MASCHERE RITUALI / 3

Folkoncerto: Maschere Rituali.
(Ricerca filologica e musicale di Giorgio Mancinelli dal programma radiofonico RAI Radio3 del 1984).

Richiamo qui l’attenzione su una importante ‘mostra’ realizzata nel lontano 1980 dal titolo “Oggetti e Ritmi: Strumenti Musicali dell’Africa” (Catalogo DE Luca) dalla Soprintendenza speciale al Museo Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini a Roma, in cui erano messe a fuoco alcune peculiarità degli strumenti utilizzati dai popoli africani nei riti religiosi e nelle manifestazioni a carattere sociale all’interno delle singole realtà tribali. Il gruppo di ‘strumenti-oggetti’, più conosciuti o meno, sui quali si richiamava l’attenzione, e che documentavano un aspetto strettamente legato a espressioni della musica e della danza fermamente compiuti nella loro essenzialità, in quanto ‘capolavori’ della raffinata arte della creatività popolare, pur nell’accezione antica artigianale di questo termine.

Per questo motivo i realizzatori della mostra avevano voluto che la musica fosse immediatamente fruibile, sia come esegesi compiuta di ogni singolo strumento, sia come risultanza d’insieme che vivificasse l’impressione visiva. In modo tale che oltre alla forza visiva degli oggetti potesse scaturirne l’alto valore musicale, non meno importante, che permettesse, nella conoscenza delle culture etnologiche, un modo di intendere meglio alcuni aspetti delle diverse culture, alcune delle quali, va qui ricordato, hanno origini preistoriche. La scelta era stata stimolata principalmente da due motivi: dalla cospicua raccolta di strumenti musicali in possesso del Museo, di alto valore qualitativo, e dalla importanza che lo strumento musicale riveste in tutte le culture a livello etnologico, e particolarmente in Africa dove era diffuso largamente sotto varie specie, a seconda del tipo di cultura dei diversi popoli.

La mostra inoltre, presentava una buona esemplicazione tipologica e puntualizzata sulle diverse aree di raccolta e di sviluppo delle varie classi di strumenti, come si è detto quasi sempre connessi con la danza, perché i suoni e la musica erano un mezzo per comunicare e per esprimere, un elemento indispensabile per vivere comunitario come l’aria e il cibo. Infatti la danza accompagnava ogni tappa del ciclo della vita individuale: la nascita, l’imposizione del nome, le iniziazioni puberali, il fidanzamento, il matrimonio, così come la battuta di caccia, la guerra e la morte. Così come ogni danza era accompagnata dalla musica, anche il canto, spesso corale, era associato alla narrazione di fiabe e leggende e alla ‘poesia’ relazionale, per lo più individuale indirizzata all’amore e agli affetti del focolare domestico. Acciò voglio qui leggere insieme a voi una leggenda raccolta presso il popolo Wala o Wla del Ghana, in cui si narra dei Tamburi-parlanti:

‘LA SCOPERTA DEI TAMBURI PARLANTI’
Essai da “Leggende della Madre Africa” a cura di Roger D. Abrahams – Arcana Editore 1987.

«Ecco qua una storia!
Il miglior amico della gallina faraona era lo sparviero. Il nome dello sparviero era Setu, o Risata, mentre la gallina era chiamata Nmengu (a quel tempo gli animali avevano ciascuno il suo nome, come noi). Ma qualche cosa avvenne fra i due. Lo sparviero decise di costruire per loro dei tamburi parlanti, per poter danzare il ‘dogho’, e la faraona accettò di aiutarlo. Andarono nella boscaglia e tagliarono una grande quercia. Quindi fecero i tamburi e li misero ad essiccare al sole.
La faraona chiese allo sparviero di sorvegliarli. Ma lo sparviero aveva fame e voleva andarsene – una distanza come fra qui e Danko – voleva andare a mangiare e poi tornare. E disse alla faraona: “Quando i tamburi saranno asciugati, tu non batterli finché non sarò di ritorno. Se batti i tamburi prima del mio ritorno, finiremo per litigare.” La faraona disse: “Benissimo!”. Lo sparviero andò a Danko e trovò cibo da mangiare. I tamburi asciugarono. La faraona andò a ispezionarli per vedere se erano asciutti. E colpì i tamburi, e batté i tamburi “gben-gben-gben”. Quel suono le piaceva. E così cominciò davvero a battere di gusto e il suono era molto bello:

Setu, Setu, Setu, Setu
Setu yee Setu
Setu yee Setu
Setu yee Setu
Dzaan, dzaan, dzaan
Dzaan, dzaan, dzaan
Lo sparviero era a Danko, quando sentì il suono dei tamburi ne fu molto dispiaciuto e volò molto alto per tornare. La faraona continuava a suonare, non sapendo che più lei suonava, più lo sparviero si infuriava. Continuò a battere i tamburi e cantò tre volte:
Setu, Setu, Setu, Setu
Setu yee Setu
Setu yee Setu
Setu yee Setu
Dzaan, dzaan, dzaan
Dzaan, dzaan, dzaan
Lo sparviero volava velocissimo per raggiungere la faraona che a sua volta pensava che lo sparviero fosse contento di ascoltare il suono dei tamburi parlanti, e così suonò di nuovo i tamburi:
Setu, Setu, Setu, Setu
Setu yee Setu
Setu yee Setu
Setu yee Setu
Dzaan, dzaan, dzaan
Dzaan, dzaan, dzaan
Lo sparviero si precipitò a capofitto per staccare la testa della faraona dal collo. Quando vide arrivare lo sparviero, la faraona cominciò a correre, “pi, pi, pi”. Ecco come finì l’amicizia fra lo sparviero e la faraona, che anche oggi sono nemici, Né la faraona né lo sparviero presero i tamburi parlanti. Ma li presero gli abitanti del villaggio che da quel giorno li usarono per danzare il ‘dogho’.»

Scrive Eugenio Trìas in “Il canto delle sirene”(Tropea Edit. 2009):
«La musica non è soltanto un fenomeno estetico, (e forse non lo è mai stato fino alla nascita della sinfonia), né si riduce a una delle forme di quel sistema delle ‘belle arti’ che si è costituito a metà del Diciottesimo secolo: la musica è una forma di gnosi sensoriale, è conoscenza sensibile, emozionale, capace di offrire salvezza. La musica è ‘conoscenza salvifica’ – in questo coincide con il significato originario di gnosis – e per questa ragione è in grado di produrre effetti determinati sulla nostra natura e sul nostro destino.»

Ecco, la musica africana rientra perfettamente in questa cornice ‘mistico-sensoriale’ che è all’origine dei tempi, ed influisce su tutti gli aspetti della vita anche in coloro che si professano avulsi dall’ascoltare qualsiasi tipo di musica, o di quanti professano una sola religione per la musica sinfonica. Premetto che vi sono esempi straordinari di musica ‘non scritta’ che potrebbero meravigliare anche l’orecchio più sofisticato, basta trovare il tempo e avere l’occasione di ascoltarla. Gli esempi potrebbero non finire mai e non solo nella musica etnica occidentale, quanto anche in quella orientale e non in ultima quella africana. È così che sulla scia de “Il canto delle sirene” di Eugenio Trìas, riscopriamo come «‘in principio era il suono’, un’appassionata e vibrante ricerca filosofica che si immerge nella musica come fenomeno originario per riconoscere, attraverso la sua storia e le sue vette toccate dai grandi compositori che l’hanno scritta nel tempo, la sua pulsazione più autentica.»

È questo il pensare la musica come pensiero dell’origine – scrive ancora Trìas: «..La potenza allusiva, la sua capacità di suggerire la via d’accesso a un ordine nascosto, che sa mettere fra parentesi il piano illusorio della rappresentazione, diventa essenziale per entrare nel mondo della volontà, per farne propria la pulsazione più intima e nascosta, in una contrapposizione metafisica fra il mondo della rappresentazione (illusionistica) e del visibile (oggettivo), che si contrappone alla dimensione elusiva dell’udire.» Esattamente ciò che andavo cercando per affermare il concetto evoluzionistico intrinseco della musica africana, che dalla originaria e intimistica forma iniziale ha trovato la strada per imporsi a livello comunitario all’interno del proprio gruppo di appartenenza, assumendo aspetti cerimoniali e fattezze divinatorie.

Al pari della ‘poesia’ ciò rispecchia in pieno la vocazione ‘inconscia’ dei popoli africani in grado di articolare la realtà come una gigantesca azione coreutica nella danza e, allo stesso tempo corale nella ‘poesia’ e nella narrativa di tradizione orale. Ma la prevalenza dell’una o dell’altra attitudine non reca danno al mezzo espressivo. Anche il più modesto artefice della poesia africana esemplifica da un punto di vista analitico le condizioni di un mondo particolare, molto diverso dal nostro, non per questo ‘inferiore’ come si è spesso tentato di etichettare. Alla stregua di molti poeti di lingua, i poeti africani rappresntano un fenomeno singolare, soprattutto il loro fare ‘poesia’ non segue l’analogo svolgimento della cultura occidentale, ma germina dal patos stesso dell’esistenza.

Già secondo Jean Paul Sartre, il poeta africano era il simbolico custode di un linguaggio universale e la sua ricettività cosmica ai ritmi esprimeva la voce primordiale della poesia. Soggettivo, questo giudizio che spiegava la ‘negritudine’ come un segno distintivo non del colore della pelle, ma dello spirito africano, la cui liricità si articolava, come creazione polimorfa di cui era (ed è) automatico fermento. ‘Negritudine’ quindi come insieme dei valori propri della tradizione culturale nera nelle sue diverse affermazioni ed espressioni che lo studioso francese aveva a suo tempo espresso nella prefazione alla ‘Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache’ (1948), nel cercare di analizzare l’essenza della spiritualità dei ‘neri’, in particolare rivelandone i caratteri di originalità e di rivendicazione della propria dignità e del proprio valore, in confronto alla civiltà e alla tradizione dei ‘bianchi’.

Il concetto di ‘negritudine’ una volta entrato nell’uso comune come movimento filosofico, culturale, letterario e ideologico del mondo nero francofono, esaltava l’unicità e l’essenza della natura e spiritualità africane (o negre) rivendicandone il valore intrinseco della cultura e delle tradizioni autoctone, con senso di fierezza, come ‘proprio originale patrimonio spirituale’ delle popolazioni africane. Purtroppo al termine ‘negritudine’ corrispondeva più spesso il rifiuto della politica di ‘assimilazione’ perseguita, almeno sino al 1956, dai rispettivi governi occidentali. Ciò, malgrado numerosi poeti, letterati e pensatori africani, fra i quali: L. S. Senghor ex presidente del Senegal, A. Césaire, David Diop, Cheik Anta Diop, principalmente raggruppati intorno alla rivista Présence africaine (fondata a Parigi nel 1947 da Alioune Diop), recarono propri contributi positivistici all’analisi della negritudine.

Di Birago Diop “Respiri”:

«Ascolta più sovente
le cose che gli esseri.
La voce del fuoco s’intende.
Intendi la voce dell’acqua,
ascolta nel vento
il cespuglio e i singulti.
È il respiro degli antenati …

Coloro che sono morti non sono mai partiti,
sono nell’ombra che si rischiara
e nell’ombra che s’addensa,
i morti non sono sotto la terra:
sono nell’albero che freme,
sono nel bosco che geme.
Sono nell’acqua che scorre,
sono nell’acqua che dorme,
sono negli antri sono nella folla:
i morti non sono morti.

Ascolta più sovente
le cose che gli esseri.
La voce del fuoco s’intende,
intendi la voce dell’acqua,
ascolta nel vento
il cespuglio in singulti.
È il respiro degli antenati,
il respiro degli antenati morti,
che non sono partiti,
che non sono sotto la terra,
che non sono morti.

Coloro che sono morti non sono mai partiti,
sono nel grembo della donna,
sono nel bimbo che vagisce
e nel tizzone che s’infiamma.
I morti non sono sotto la terra,
sono nel fuoco che si spegne,
sono nell’erba che piange,
sono nella roccia che geme,
sono nella foresta, sono nella dimora:
I morti non sono mai morti.»

Inoltre a ripetere le sembianze degli ‘antenati’ i soggetti più frequentemente raffigurati nelle ‘maschere rituali’ sono gli elementi della natura floreale e faunistica come appunto fiori e alberi, animali stilizzati e simboli astrali per entrare nel vivo di quel ‘mondo naturalistico-magico’ che più spesso rappresenta la volontà di sentirsi/farsi parte del proprio habitat ed anche dell’universo con transizioni difficilmente classificabili. Nell’immaginifico rituale il nativo africano ama diversificare il suo stato in modo da non essere riconosciuto dagli spiriti maligni, vuoi per motivi di iniziazione, vuoi per l’appartenenza a società segrete ecc.; o anche per il semplice piacere del gioco di cambiare se stesso sul filo della fantasia, con un senso di compiacimento estetico che spesso ha dato luogo a veri e propri ‘travestimenti’ facendo uso abbondante di ‘maschere cosmetiche’ pari ad altrettante originali opere pittoriche.

Di Léopold Sédar Senghor “Donna Nera”:

«Donna nuda, donna nera!
Vestita del tuo colore che è vita, della tua forma che è beltà!
Crebbi alla tua ombra, la dolcezza delle tue mani blandiva i miei occhi.
Ed ecco che nel cuore dell’estate e del meriggio ti scopro
terra promessa dall’alto d’un alto colle calcinato.
E la tua beltà mi folgora in pieno cuore come il fulmine l’aquila.

Donna nuda, donna scura!
Frutto maturo della carne soda, altre estasi del vino nero,
bocca che rendi lirica la mia bocca.
Savana dai puri orizzonti, savana che fremi alle carezze ferventi del
Vento dell’est.
Tam-tam scolpito, tam-tam teso che risuoni sotto le dita del Vincitore
La tua voce grave di contralto è il canto spirituale dell’Amata.

Donna nuda, donna scura!
Olio che nessun vento increspa, olio calmo dai fianchi d’atleta,
dai fianchi dei principi del Mali
Gazzella dalle giunture celesti, le perle sono stelle sulla notte della
tua epidermide.
Delizie di giuochi dello spirito, i riflessi dell’oro rosso
sulla tua pelle marezzante.
All’ombra dei tuoi capelli, si rischiara la mia angoscia
al vicino brillare dei tuoi occhi.

«Donna nuda, donna nera!
Io canto la tua beltà che passa, forma che fisso nell’eterno
Prima che il destino geloso non ti riduca in cenere per
nutrire le radici della vita.»

In tutto il mondo il desiderio istintivo di mascherarsi sembrerebbe nato spontaneamente nei diversi popoli, ma per nessuno di essi le ‘maschere rituali’ hanno raggiunto una concentrazione, una icasticità, una espressività così profonde sul piano estetico come nei ‘primitivi’ africani, fra i quali inoltre ha mantenuto la sua preminenza di oggetto di culto, di riverenza e di timore. Al tempo stesso depositaria della capacità di metamorfosi e autosuggestione cui è soggetto colui che la indossa e al quale la ‘maschera’ trsasmette la virtù segreta che custodisce. Ma come si è detto la maschera può essere anche il semplice ornaramento cosmetico a cui si sottopone il soggetto, diverso dal tatuaggio che prevede l’intervento di tipo chirurgico sulla pelle e quindi di tipo durevole se non definitivo.

Il dipingersi la pelle con cosmesi ricavate da materie naturali è molto meno impegnativo del tatuaggio e viene diffusamente usato per il trucco del viso e in alcune parti del corpo con tinte semplici che vanno dal bianco, al rosso e al nero; che però si complica in figurazioni diversissime nella cosmesi dell’intero corpo che prevede l’utilizzo di terre o cortecce bruciate degli alberi. I materiali usati sono costituiti per lo più da pigmenti minerali impastati dopo fine macinazione con lacche adesive e olio di palma o di semi oleosi o di termiti. La decorazione viene eseguita su disegno preventivamente delineato sulle zone interessate, oppure in modo estemporaneo, di getto da ‘artisti’ che hanno appreso questo tipo di arte, oggi per l’appunto definita ‘body-art’.

La pittura del corpo ormai compresa nei trattati di etnologia dell’abbigliamento viene fissata direttamente sul corpo, mentre altre volte invece è ‘miniata’, cioè eseguita con aggiunta di pietruzze colorate macinate, o vetrini e conchiglie, e occupa solo parti di superficie epidermica. Questa è praticata solo da alcune tribù e solo in occasioni speciali. In alcuni casi è riservata a capi e sacerdoti con effetto simbolico-distintivo, in altri solo alle divinità e agli sciamani con effetto totemico.

Di grande effetto coreografico per il magnifico costume di piume colorate e che raggiunge nel corpicapo un’eleganza davvero ricercata è la maschera detta di ‘Ouénilégagui’ più conosciuto come ‘uomo uccello’ presso i Bobo dell’Alto Volta. Colui che la indossa si dipinge le parti che rimangono scoperte come il viso e gli arti di bianco a rappresentare lo spirito ammonitore. Ciò accade solo in occasione della morte di un alto dignitario tribale o di un sacerdote addetto al culto. La sua danza è accompagnata dal rullare ininterrotto di un piccolo tamburo battuto con una stecca da entrambi i lati. Nel mentre il ‘tam-tam’ annuncia l’inizio del rito alla comunità, il suo ritmo indica ai danzatori le figure da eseguire nella danza. Sul finire di questa l’uomo-uccello, avanzando con passo cadenzato, indica la via al feretro attraverso la foresta, quindi scompare.

Di Roland T. Dempster “Rullano i Tam-tam” – Liberia

«Odo, odo i tam-tam
D’Africa ridestare le giungle
Rullano lontano, recandomi il saluto
Di nuove regioni e regni.
Rullano i tam-tam
Rullano nelle giungle d’Africa
Riccche d’oro e di diamanti
Di coccodrilli nei laghi
Di liberi leopardi e serpenti
E abitanti delle foreste armati di frecce
Che rapide colpiscono la preda.
Delicate carezzevoli melodie
Dalle selvagge giungle d’Africa
Venite , venite gentili, blande al mio orecchio
Tenere nine-nanne che destate alla vita.
Tam-tam, rullano i tam-tam
Scuotendo dal sonno i figli d’Africa
Affinché vedano la natura meravigliosa
Che hanno ricevuta in dono.»

Ma già il suono arcano del tam-tam dice che è tempo di porci in ascolto dei ritmi talvolta sfrenati dei tamburi per la danza, o addormentarci sulle dolcissime note delle cantilene per flauti di canna che arrivano dal Cameroun dove le maschere sono altrettanto numerose, anche se ancora molte se ne trovano in Gabon, in Benin e in Congo; altresì in Malì da dove provengono le famosissime maschere Dogon, ma ci vorrebbe un capitolo a parte e uno maggiore spazio per descriverle tutte. Nell’impossibilità di proseguire, vengo a dire che le maschere sono spesso conservate in luoghi sicuri e protetti se non addirittura segreti. Quando sopravviene la morte del possessore di una maschera, questa passa a un suo erede oppure al diretto successore per via patriarcale nell’ambito della stessa tribù o a un membro della società segreta d’appartenenza. L’invecchiamento conferisce alla maschera un valore aggiunto dato dalla maggiore forza sacrale proveniente dalle generazioni che l’hanno posseduta e che le hanno trasmesse le loro migliori qualità.

Gelosamente tenute nascoste agli sguardi degli iniziandi le maschere in quanto oggetti di culto vengono nutrite come esserei viventi e ricevono offerte da parte della tribù fra cui molto frequente è l’aspersione con sangue animale ed anche, in caso di guerra, con quello dei nemici. Il legame ‘magico’ che intercorre tra la ‘maschera’ e la tribù di appartenenza va ricercato nei legami uomo-divinità proprie delle ‘società segrete’ che hanno imposto alla maschera la sua funzione primaria costituita all’origine della loro realtà tribale. Così come, nell’identificazione con le forze divine o demoniache, quegli spiriti degli antenati attraverso i quali l’uomo è entrato in contatto, per purificarsi e trarre profitto dalla loro ‘esemplare’ saggezza mitica.

Ancora dalla liberia ascoltiamo/leggiamo insieme questa breve “Canzone delle foglie di bambù” di Bai T. Moore:

«Che cosa esprime questo dolce canto nel vento
Delle piccole foglie di bamb§?
È un dolce canto che soltanto le foglie possono cantare
Le piccole foglie di bambù.»




*

- Teatro

La tradizione in Italia - Maschere popolari

La tradizione in Italia: Maschere popolari.
(Ricerca filologica di Giorgio Mancinelli tratto da ’Cantarballando’ un programma radiofonico RAI Radio3 del 1982).

Storie di Cantastorie: la battaglia.

La tradizione più antica in Italia è indubbiamente quella cavalleresca che rivive nei testi degli spettacoli dei Burattini e del Teatro dei Pupi, nei dipinti dei carretti e nella recitazione dei poemi medievali, rappresentati in questi luoghi o sulla pubblica piazza dove il Cantastorie, seduto in mezzo a un cerchio di vecchi e bambini, gesticola con in mano una spada di legno e racconta le interminabili avventure o disavventure di questo o quell’eroe del tempo passato.
Ma anche di altri relativamente più vicini a noi, come ad esempio le guerre di Carlo Magno, le cruente battaglie contro gli infedeli, le storie di Rolando e di Ruggero, di Astolfo sulla Luna ecc. che ha imparato a memoria e che sono, in parte, basate su poemi dell’Ariosto, del Boiardo, del Tassoni e molte di riferimento religioso desunte dalla Bibbia e dai Vangeli, e dalla vita di santi.
Tutti, ma davvero tutti, attendono però con impazienza le scene di battaglia, nelle quali il Cantastorie, il viso distorto dalla furia del combattimento, taglia l’aria con la spada e spezza le parole in modo da accrescere l’interesse dello spettatore. Nella scena qui presentata molto nota in Sicilia, ripresa dal Teatro dei Pupi, il Conte Gano, il fellone, sfida e combatte Rinaldo:

«Ma se tu vuoi fare la pace, io sono pronto, / ma se tu vuoi il mio sangue, sangue avrai. / perché tu ben sai che Fusberta (spada) / non ha mai avuto paura del taglio di / Durlindana (spada). / Quindi disse : Se vuoi venire a paragone / delle armi / e vuoi vendicare zio Carlo e quel patrigno / il Conte Cane di Magonza, prenditi la distanza / disse / chew son pronto ad affrontarti. / Come Carlo di Magonza vede Orlando / digrignare i denti / e lo bestemmia la sua sorte appellandolo / traditore vigliacco / e come si prende la distanza / lo stesso fece lo Conte Rinaldo. / Ma quando fussero a grande distanza / i due cavalieri in nome delle alte mura / guardavano attentamente / dei due terribili figlioli.»

È fuor di dubbio che stiamo parlando di ‘leggende’ sorte dalla fantasia degli scrittori del tempo ma ancor più di una tradizione orale che più spesso era re-interpretata da
cantastorie ambulanti e da quei cantori che talvolta le mettevano in musica con inserimenti di villanelle e strambotti, e gagliarde a ballo onde far divertire il pubblico che accorreva numeroso alle loro rappresentazioni.
La fantasia popolare, in quanto essenza di credenze magico-religiose entrate nei costumi tradizionali, ha in origine contribuito all’affermarsi di un Teatro Popolare Regionale di cui le ‘maschere’ e i ‘mascheramenti’ rappresentavano la più espressiva delle forme d’arte. Ogni regione, almeno per quelle riferite all’Italia, ne possiede di proprie che mettono in risalto i caratteri dei suoi abitanti ed è rappresentativa dell’eredità di una più antica arte ludico-rituale.
Molte delle ‘maschere’ qui di seguito presentate sono native di regioni diverse e relative a epoche più o meno recenti, tra il ‘500 e il ‘700. Addirittura alcune non nascono neppure come maschere a se stanti, quanto invece sono‘caratterizzazioni’ di personaggi veramente esistiti, per così dire messi ‘alla berlina’, entrate in seguito nelle rappresentazioni di piazza e nel teatro dei saltimbanchi.
Un teatro fatto di scherzi e lazzi, di burle salaci e di trovate in cui venivano presi di mira gli autori inconsapevoli di pettegolezzi cittadini; le deformazioni fisiche e i tic professionali di personaggi pubblici; come pure i rappresentanti di questo o quel mestiere e ovviamente i chierici e i prelati, tutti visti, neppure a dirlo, atttraverso la lente caricaturale.
Ma se il teatro o comunque la scena rappresenta il luogo deputato per la rappresentazione in maschera, la piazza (quella piazza universale di cui si è già parlato in altro articolo), e indubbiamente la stada cittadina comprensiva dell’intero ‘paese’, è al dunque il prototipo umano forgiato dalle chiacchiere della gente che vi abita. La tradizione, infatti, riconosce in questa o quella maschera il personaggio archetipo della singola regione.
È così che con ‘Geppin e Nena’, due maschere contadine genovesi risalenti al XVI secolo, approdiamo In Liguria, terra di marinai ma anche di coltivazioni terriere di cui entrambi sono rappresentativi e che ritroviamo durante il Carnevale a passeggio per i paesini liguri accompagnati dal suono della ‘piva’ (sorta di zampogna) e che recitino filastrocche satiriche indirizzate ora a questo ora a quel cittadino più o meno noto.
‘Geppin’ indossa un corpetto scarlatto sotto la giacchetta di fustagno color nocciola o di velluto verde; calzoni corti di velluto ner, le uose (scarpe) alla contadinesca e in testa un cappello di feltro a falda larga. ‘Nena’ vestita secondo l’uso contadino ama adornarsi di molti monili d’oro e d’argento e, durante il Carnevale completa il suo abbigliamento con un parapioggia.
D’origine ligure-piemontese è un ‘canto narrativo’ dal titolo ‘Ghe n’ea de tre figette’ conosciuto anche come ‘La pesca dell’anello’ desunta da quella raccolta ben più lunga del Nigra:

«Ghe n’ea de tre figette inscia riva du mar. / A ciù bella l’è a ciù picina s’è missa a navegà. / In to mentre ch’a navegava, gh’è cheitu l’anello in mà. / O pescator dell’onda, vegnilu in po’ a pescà. / Quando l’avrò pescato, che cosa lei mi darà?/ Darò trecento scudi, e una borsa ricamà.»

Con ‘Meneghino e Cecca’, due maschere milanesi del Seicento siamo invece in Lombardia. Per la tradizione Meneghino è ‘povero ma con il cuore in mano’. Si vuole che il suo nome derivi da Domenichino, nome dato alla servitù in servizio la domenica ma, più probabilmente, dal più antico Omeneghino. Indossa una casacca verde orlata di rosso, pantaloni e scarpe nere, calze a righe bianche e rosse, parrucca e tricorno.
Secondo Amina Andreola studiosa del nostro teatro regionale: “La sua comicissima maschera un tempo indicava il contadino inurbato, ignorante, bonario e pieno di buon senso ma ancor prima il servitore devoto, prudente, con un pizzico di spavalderia.” Ma che, rivisitato al giorno d’oggi è riscontrabile nel franco e dinamico tipo del milanese ‘faço tuto mi’.
L’affianca di solito la moglie ‘Cecca’ ,sorta di popolana irosa e linguacciuta che lo mette spesso in difficoltà davanti agli altri e, non in ultimo, lo rincorre spesso con il matterello da cucina per picchiarlo. Tuttavia Meneghino, con il suo buon carattere, in fine riesce a domare non senza qualche lamentela da parte di Cecca, finché la pace comune non è ristabilita.
Con ‘La cansiun busiarda’ si intende qui dare un tipico esempio della popolarità di certe maschere che in realtà sono più ‘costumi’ che mascheramenti in quanto esse non indossano una vera e propria maschera facciale ma il loro lato comico sta nella frivolezza dei loro costumi multicolori, nei modi del loro parlare desunti dalgli usi dialettali, nella gestualità tipica del teatro della Commedia dell’Arte, in cui la ‘bugia’ era di rigore, all’origine di tutta la confusione proverbiale che ne derivava sulla scena:

«E chi vol sentì, canté, sentì canté / l’è la cansun busiarda / larilalalà, larilalalà / l’è la cansun busiarda. / Sun pasà ‘nt un pais ‘nt un pais / viviju a la gruséra / larilalalà, larilalalà. / J’éra ‘l fèn ent i butai ent i butai/ e ‘l vin su la finéra / larilalalà, larilalalà. / E le fje j’eru sel giuch / e le galine filavu / larilalalà, larilalalà. / L’àn butaje la ruca al béch / e ‘l fus en més le gambe / larilalalà, larilalalà. / J’éra ‘l prèivi ‘nt el pursil ‘nt el pursil / e ‘l crin cantava messa / larilalalà, larilalalà.»

In Piemonte troviamo i noti ‘Gianduia e Giacometta’ nativi di Caglianetto (Asti), inizialmente noti come burattini. Trasferiti nella cittadina Torino diventano maschere del Carnevale. Conosciuto nell’uso dialettale come ‘Givan d’la donja’ ovvero Giovanni del boccale è così detto perché gli piace il vino, e che qualcuno dice: ‘anche un po’ troppo’, per dire che è un ubriacone.
Gianduia dal viso aperto, pienotto, ridanciano, col naso volto all’insù, veste il costume originale di Caglianetto consistente in un giubbino di panno marrone orlato di rosso, calzoni al polpaccio di panno verde e calze rosse. In testa ha la parrucca nera tirata all’indietro che finisce col codino, sotto al tricorno verde, il cappello indossato nel torinese alla fine del Settecento.
Caratterizzazione del galantuomo tutto cuore, integerrimo ma generoso, difensore dei deboli e degli oppressi, talvolta un po’ stordito e linguacciuto ma bonario. Esempio tipico del robusto contadino piemontese, ingenuo quel tanto che basta, amante dello scherzo, dello scherno a fin di bene, come del buon vino e delle ragazzotte.
È qui in Piemonte che si tramandano canzoni e filastrocche note fin dal secolo XV°, come quella riportata qui sotto dal titolo ‘La bergera’:

«A l’ombretta del bussòn bela bergera l’è andurmija, / j’è da lì passò ‘n très joll franssè / a l’ha dije: Bela bergera vòi l’eve la frev. / E se vòi la frev farai fè na cuvertura, / còn al mè mantel ch’a l’è còsì bel, / farai fè na cuvertura passerà le frev. / E la bela l’ha rispòndù:/ Gentil galant fè ‘l vostr viagi, / e lasseme ste còn al mè bergè, / con al sòn dla sòa viola ‘n farà danssè.»

Ed ecco giungiamo nella ridente Toscana dove incontriamo ‘Stenterello’ un po’ narciso un po’ giocherello di se stesso. Maschera del teatro popolare fiorentino conosciuta appena nel XIX° secolo , rappresenta il popolano piccolo borghese, tra il furbo e lo sciocco, ma buono e incredibilmente giusto. Sua principale caratteristica è l’agile e colorito uso della lingua fiorentina infiorata di frizzi e frasi boccaccesche.
Così ad esempio egli definisce le donne:

«Donna ciarliera e bizzosa, è peggio d’ogni cosa./ Donna che parla poco, nasconde in seno il foco. / Donna che parla assai, non ti fidar giammai. / Donna muta e silente, peggio di un accidente.»

Stenterello ha fronte spaziosa, volto biaccato con sopracciglia allungate col nero di sughero bruciato che le rende arcuate e folte, al pari delle maschere più antiche. Indossa una zimarra di stoffa blu, un panciotto verde o giallo canarino, braghe nere e calze diverse, una turchina e una gialla, oppure una a tinta unita e una a righe, scarpe basse con grande fibbia e il tricorno sulla parrucca bianca.
Alla Toscana è legata uno stornello amoroso dal titolo ‘La mamma ‘un vole’:

«Ho seminato un campo d’accidenti / se la stagione me gli tira avanti / ce n’è per te e per tutti li tu’ parenti. / La mamma ‘un vole, ‘un vole, ‘un vole / che io faccia l’amor con te / ma vieni amore quando la mamma ‘un c’è. / Ho seminato un campo di carciofi / giovanottino mi son bell’e nati / carciofi come te ‘un so venuti. / So’ nata per i baci e voglio quegli / come l’innamorati se gli danno / gli voglio sulla bocca e sui capelli / poi chiudo gli occhi, dove vanno, vanno. / E a me mi piace ‘l fischio del motore / perché il mio amore gli era macchinista / mi buggerava e ‘un me ne ero avvista. / E a me mi piaccion gli uomini biondini / perché biondino è l’amore mio / biondino lui moretta io / che bella coppia che ha creato Iddio. / E a me mi piaccion gli uomini fustini / perché fustino è l’amore mio / fustino lui piccina son io / che bella coppia che ha creato Iddio.»

Fra le maschere legate ai costumi popolari del Lazio spicca il romano ‘Rugantino’, una sorta di bravaccio di rione intelligente e coraggioso, sincero e patriottico, si vuole discendente da quel Miles Gloriousus di Plauto già entrato nella commedia antica, forse anche dal grottesco Manducus, a tratti sprovveduto e nullafacente, innamorato della popolana ‘Nina’ alla quale più spesso dedica la sua serenata.
‘Nina si voi dormite’ conosciuta come canzone d’autore è forse quella rimasta nel repertorio più a lungo di tutte le altre:

«'Nde 'sta serata piena de dorcezza / pare che nun esisteno dolori. / Un venticello come 'na carezza / smove le piante e fa' bacià li fiori. / Nina, si voi dormite, sognate che ve bacio, / ch'io v'addorcisco er sogno / cantanno adacio, adacio. / L'odore de li fiori che se confonne, / cor canto mio se sperde fra le fronne. / Chissà che ber sorriso appassionato, / state facenno mo' ch'ariposate. / Chissà, luccica mia, che v'insognate? / Forse, chi canta che v'ha innamorato. / Nina, si voi dormite, sognate che ve bacio, / ch'io v'addorcisco er sogno / cantanno adacio, adacio. / Però, si co' 'sto canto, io v'ho svejato, / m'aricommanno che me perdonate. / L'amore nun se frena, o Nina, amate, / che a vole' bene, no, nun è peccato. / Nina, si voi dormite, sognate che ve bacio, / ch'io v'addorcisco er sogno / cantanno adacio, adacio. / L'odore de li fiori che se confonne, / cor canto mio se sperde fra le fronne. »

Il costume di Rugantino ha però origini settecentesche, tipico dei carrettieri a vino, costituito da un farsetto rosso sulla camicia bianca, calzoni corti allacciati sotto il ginocchio, calze bianche a righe orizzontali, fascia ai fianchi e coltello alla cintola. Sua compagna è ‘Nina’ o anche Ninetta, una popolana orgogliosa di essere tresteverina e spendacciona; porta lo spadino fra i capelli che all’occorrenza usa contro i numerosi ammiratori che si rivelassero troppo arditi.
Un po’ smargiasso e attaccabrighe ma schietto e simpatico ‘Rugantino’ rappresenta il romano più autentico, un po’ millantatore di bravate ma di buon cuore, sempre pronto quando si tratta di bevute in compagnia, sia che si tratti di una ‘morra’ giocata all’ ‘Osteria del tempo perso’; sia che si tratti di stornellate in comitiva con tanto di sberleffi e narrazioni salaci.
Non a caso in epoca moderna il duo Garinei e Giovannini ha potuto costruire sulla sua leggendaria maschera il noto musical dal titolo omonimo: ‘Rugantino’, che tanto successo ha riportato nel mondo e del quale bene lo rappresenta questa ‘Ballata di Rugantino’:

«Ma pensa che bellezza / nun c'ho niente da fa' / porcaccia la miseria / nientissimo da fa' / e rompo li stivali a tutta quanta la città / perché 'n c'ho niente da fa'. /
Rugantinì... Rugantinà... nemmeno è giorno e già vòi ruga'
Rugantinì... Rugantinà... tranquillo e bono non ce poi sta'
Sto proprio come un Papa / anzi mejo, Santità / perché Lei, gira, gira, / quarche vorta ha da sgobba'. / Io, viceversa, sgobbo solamente si me va / perché 'n c'ho niente da fa'./
Rugantinì... Rugantinà... c'hai sempre voglia de sta' a scherza'
Rugantinì... Rugantinà... ma non c'hai voja de lavora'
Voja de lavora' sarteme addosso / ma famme lavora' meno che posso. / Non posso perde tempo / nun c'ho niente da fa' / levateve de mezzo / fate largo a Sua Maestà /
ariva Rugantino che c'ha voja de ruga' / perché 'n c'ha niente da fa'.
Rugantinà... Rugantiné... che vai cercando, se po' sapé?
Rugantinì... Rugantinà... 'sta smania in corpo chi te la dà?»

Gli fa coro una lista incredibilmente variegata di personaggi: Marco Pepe, Meo Patacca, Mastro Titta, Cassandrino, Mezzetino, Sora Menica, Ghetanaccio il burattinaio e finanche la Befana, figura questa tra le più complesse della tradizione arcaica, tra il magico e il religioso, entrata di traverso sia nel teatro popolare che in quello più specifico dei burattini. Alla Befana è legata più d’una filastrocca e conta fanciullesca che bene ne illustrano il personaggio, come questa dal titolo significativo ‘La Befana’ ripresa dalla tradizione umbro-laziale:

«La Befana gli è arivata / di colore d’arcobaleno / e le porta le puppe in seno / che gli fanno balla balla. / Massaina e Capoccino sem venuti a casa vosra / ci darete del quattrino / se l’avete nella borsa. / Noi vogliamo delle ova / o mia cara Massaina / e per far bòna figura / ce ne date una dozzina. / Noi si piglia anche dell’agli / o cipolle o sian capretti / empiremo queste balle / di coniglioli o galletti. / Poi si da la bonanotte / a ‘i segnore benedette / questa vorta non si sorte / ci farete anche ‘l rinfresco. / Se vi avremo contentati / con la mia grande squadriglia / sémo meglio noi de’ frati / fora de la porta / benediciamo tutta la famiglia.»

Ma era la maschera facciale infine che più d’ogni altra cosa trasformava la fisionomia del personaggio ch’era preso di mira e che lo rendeva immediatamente riconoscibile al folto pubblico che presenziava a detti spettacoli popolari. Era la maschera infatti, più del travestimento, ad esporre nell’immediato il carattere tipico dell’incongruenza d’ogni personaggio che si affacciava sulla scena. Che fosse una risata subito trasformata in una smorfia sarcastica, oppure una lamentazione amorosa, o ona constatazione di morte, la maschera facciale determinava la conseguente gestualità dell’attore al quale era richiesta grande maestria d’improvvisazione; tale che già nell’antichità il termine ‘maschera’ si dava come sinonimo di ‘persona’.
L’ambiguità e la varietà che il termine ha assunto sono esplicite in numerose citazioni di autori latini, nelle quali ricorre, oltre che con il principale significato di maschera teatrale, anche quello di attore o parte rappresentata sulla scena, ed ancora quello di carattere, personalità, che più si avvicina al valore che noi oggi gli attribuiamo.
Il significato tradizionale rituale-magico e religioso della maschera trova una sua precisa spiegazione proprio in ambito teatrale in quanto le maschere venivano indossate dai partecipanti in primis nelle cerimonie religiose in cui la ‘persona’ letteralmente si travestiva da qualcosa d’altro: satiri, animali, uomini/donne divinità. L’uso della maschera dunque per assolvere a esigenze pratiche.
Come i partecipanti del rito, attraverso la maschera che copriva il volto, gli attori venivano trasferiti in una diversa realtà che li possedeva completamente, annullando la realer individualità di ciascuno, così nella scena, l’attore si calava completamente nella situazione di cui era protagonista e la maschera era il mezzo essenziale per il trasferimento in una realtà ‘altra’ che si voleva rappresentare.
Ed ecco che come per incanto o per magia sotto il ritratto un po’ burlone, un po’ grottesco delle maschere popolari troviamo infine quelle relegate a personaggi che pur facendo riferimento a questa o quella regione, indossano la ‘maschera facciale’ propria della Commedia dell’Arte. Figure queste forse più note al grande pubblico e per certi aspetti forse più care.

“Ogni regione – scriveva Sergio Tofano – si è impadronita di una maschera venuta fuori non si sa bene da dove, ma vecchia quanto il mondo e destinata a non morire, che ha dato ad essa un’appropriata cittadinanza. Fatta sua, l’ha riforgiata, l’ha ripulita, l’ha rimpastata, arricchendola di pregi e difetti, modellandola come un monumento vivo sui suoi vizi e sulle sue virtù”.

Bologna, ad esempio, città universitaria per eccellenza, sembra sia la più antica università al mondo, ha il ‘Dottore’, profondo e pedante come solo sa essere un dotto. La città lagunare di Venezia, sede di traffici e luogo di avventurieri ha il suo bel ‘Capitano’ che, stando a quanti sono gli attori che l’hanno interpretato ha spalancato i confini d’Europa.
Bergamo così detta ‘soprana e sottana’ per via dei molti baciapile religiosi, ha il suo ‘Arlecchino’ che, con ‘Brighella’ forma il duo comico più famoso e ‘scassato’ che si sia visto al mondo. A Milano troviamo invece ‘Beltrame e Scopone’ fratelli di Meneghino che li rappresenta bene entrambi. A Napoli … beh, a Napoli quella che è la maschera più complessa e straordinaria che si possa immaginare: ‘Pulcinella’, per quanto accompagnato da altre notevoli maschere come Scaramuccia e Tartaglia.

“Ciò che ne è venuta fuori - scrive ancora Tofano – una girandola, e che girandola! Dai colori più smaglianti, tutta nostra, che ha dato tanto spesso al nostro paese e ha fatto ridere il mondo intero”. Come in questa ‘Canzone di Niccolò’ d’epoca medievale, attribuita a Niccolò Macchiavelli ed entrata nell’uso popolare tosco-emiliano:

«Perché la vita è breve / e molte son le pene / che vivendo e stentando ognun sostiene / dietro alle nostre voglie / andiam passando e consumando gli anni / ché chi il piacer si toglie / per viver con angoscia e con affanni / non conosce gli inganni / del mondo, o da quai mali / o da che strani casi / oppressi quasi sian tutti i mortali. / Per fuggir questa noia / eletta solitaria vita abbiamo / e sempre in festa e in gioia / giovin leggiadri e liete ninfe stiamo. / Or qui venuti siamo / con la nostra armonia / sol per onorar questa / sì lieta e dolce compagnia.»

Il bergamasco ‘Arlecchino’ figura tra le maschere italiane più antiche e fa la sua apparizione già nelle composizioni improvvisate dei ‘mimi’ attori della cultura latina. Ricoedata in un primo manoscritto di Bartolomeo Rossi risalente al 1584, successivamente passato dalla scena italiana ai teatri di tutta Europa grazie a Carlo Goldoni che lo scelse come protagonista di alcune sue commedie famose.
È il tipico esempio del servitore, semplice, ignorante e credulone, al tempo stesso arguto e malizioso. La sua figura piena di grazia ma anche di sveltezza e agilità ha sempre destato simpatia fra gli spettatori di ogni età data, forse, dal suo vestito fatto di tanti pezzi ‘rombi’ di stoffe e colorazioni diverse che lo rendono molto gradevole allo sguardo, quasi una figura ‘sfuggevole’ alla presa.
Va qui ricordato uno dei più grandi esempi del teatro italiano allorché l’eclettico regista Giorgio Strehler che negli anni ’60 lo riportò in auge nella goldoniana commedia: ‘Arlecchino servitore di due padroni’ interpretato dal pur grande Ferruccio Soleri che ha fatto il giro del mondo. Per quanto vadano qui ricordati gli storici anni della prima esecuzione del 1947, Marcello Moretti, Franco Parenti e Checco Rissone.
Non a caso ci troviamo a Venezia in casa di ‘Messer Pantalone’, un tempo chiamato ‘il Magnifico’ poi anche ‘de’ Bisognosi’, forse per il fatto che fosse così avaro e brontolone da rifiutare qualsiasi aiuto ad alcuno. Lo si vuole desunto dalle antiche Atellane del V° secolo a. C: farse romane caratterizzate da un linguaggio popolare e contadinesco e da maschere fiss il cui nome trae origini proprio dalla città di Atella, fra le popolazioni osche della Campania.
Rappresenta un anziano mercante all’antica, tutto sommato un buon vecchio astuto e grave, onesto ed onorato, spesso ingannato dai suoi servitori dei quali ne paga sempre le spese. Padre incline a tiranneggiare le proprie ‘putele’ quali Rosaura e Colombina che vuole a tutti i costi maritare a chi vuole lui, ma anche senza spendere un baiocco.
Vecchio e grasso con il naso adunco e la barba a punta, veste secondo la foggia dei veneziani benestanti del tempo antico, una zimarra lunga fino ai piedi che lo rende riconoscibile e figura di tutto rispetto. Carlo Goldoni lo ritrasse così nella figura di Lunardo in ‘I Rusteghi’ di cui è qui riportato il ‘Contratto di matrimonio’:

«Margarita - (A Lunardo) Via, caro mario, ve compatisso. Conosso el vostro temperamento: sè un galantomo, sè amoroso, sè de bon cuor; ma, figurarse, sè un pocheto sutilo (48) . Sta volta gh'avè anca rason: ma finalmente tanto vostra fia, quanto mi, v'avemo domandà perdonanza. Credème, che a redur una donna a sto passo, ghe vol assae. Ma lo fazzo, perché ve voggio ben, perché voggio ben a sta puta, benché no la 'l conossa o no la lo voggia conosser. Per ela, per vu, me caverave tuto quelo che gh'ho; sparzerave el sangue per la pase de sta fameggia; contentè sta puta, quieteve vu, salvè la reputazion della casa, e se mi no merito el vostro amor, pazenzia, sarà de mi quel che destinerà mio mario, la mia sorte, o la mia cativa desgrazia.
Lucietta - (Piangendo) Cara siora madre, sìela benedeta, ghe domando perdon anca a ela de quel che gh'ho dito, e de quel che gh'ho fato.
Filippetto - (La me fa da pianzer anca mi).
Lunardo - (Si asciuga gli occhi)
Canciano - (A Lunardo) Vedeu, sior Lunardo? Co le fa cusì, no se se pol tegnir.
Simon - In suma (49) , co le bone, o co le cative, le fa tuto quel che le vol.
Felice - E cusì, sior Lunardo?...
Lunardo - (Con isdegno) Aspetè.
Felice - (Mo che zoggia!)
Lunardo - (Amorosamente) Lucieta.
Lucietta - Sior.
Lunardo - Vien qua.
Lucietta - (Si accosta bel bello) Vegno.
Lunardo - Te vustu maridar?
Lucietta - (Si vergogna, e non risponde)
Lunardo - (Con isdegno) Via, respondi, te vustu maridar?
Lucietta - (Forte, tremando) Sior sì, sior sì.
Lunardo - Ti l'ha visto ah, el novizzo?
Lucietta - Sior sì.
Lunardo - Sior Maurizio.
Maurizio - (Ruvido) Cossa gh'è?
Lunardo - Via, caro vecchio, no me respondè, vegnimo a dir el merito, cusì rustego.
Maurizio - Disè pur su quel che volevi dir.
Lunardo - Se no gh'avè gnente in contrario, mia fia xè per vostro fio. (I due sposi si rallegrano).
Maurizio - Sto baron no lo merita.
Filippetto - (In aria di raccomandarsi) Sior padre...
Maurizio - (Senza guardar Filippetto) Farme un'azion de sta sorte?
Filippetto - (Come sopra) Sior padre...
Maurizio - No lo vòi maridar.
Filippetto - (Traballando mezzo svenuto) Oh, povereto mi!
Lucietta - Tegnìlo, tegnìlo (50) .
Felice - (A Maurizio) Mo via, che cuor gh'aveu (51) ?
Lunardo - El fa ben a mortificarlo.
Maurizio - (A Filippetto) Vien qua.
Filippetto - Son qua.
Maurizio - Xèstu pentìo de quel che ti ha fato?
Filippetto - Sior sì, dasseno, sior padre.
Maurizio - Varda ben, che anca se ti te maridi, voggio che ti me usi l'istessa ubbidienza, e che ti dipendi da mi.
Filippetto - Sior sì, ghe lo prometo.
Maurizio - Vegnì qua, siora Lucieta, ve acceto per fia; e ti, el cielo te benedissa; daghe la man.
Filippetto - (A Simon) Come se fa?
Felice - Via, deghe la man; cusì.
Margarita - (Poverazzo!)
Lunardo - (Si asciuga gli occhi)
Margarita - Sior Simon, sior Cancian, sarè vu i compari (52) .
Canciano - Siora sì semo qua, semo testimoni.
Simon - E co la gh'averà un putelo?
Filippetto - (Ride e salta)
Lucietta - (Si vergogna)
Lunardo - O via, puti, stè aliegri. Xè ora, che andémo a disnar.
Felice - Disè, caro sior Lunardo, quel forestier che per amor mio xè de là che aspeta, ve par convenienza de mandarlo via? El xè stà a parlar co sior Maurizio, el l'ha fato vegnir qua elo. La civiltà non insegna a tratar cusì.
Lunardo - Adesso andemo a disnar.
Felice - Invidèlo anca elo.
Lunardo - Siora no.
Felice - Vedeu? Sta rusteghezza, sto salvadegume che gh'avè intorno, xè stà causa de tuti i desordeni che xè nati ancuo (53) , e ve farà esser... Tuti tre, saveu? Parlo con tuti tre: ve farà esser rabbiosi, odiosi, malcontenti e universalmente burlai. Siè un poco più civili, tratabili, umani. Esaminè le azion de le vostre muggier, e co le xè oneste, donè qualcossa, soportè qualcossa. Quel Conte forestier xè una persona propria, onesta, civil; a tratarlo no fazzo gnente de mal; lo sa mio mario, el vien con elo; la xè una pura e mera conversazion. Circa al vestir, co no se va drio a tute le mode, co no se ruvina la casa, la pulizia sta ben, la par bon. In soma, se volè viver quieti, se volè star in bona co le muggier, fè da omeni, ma no da salvadeghi; comandè, no tiraneggiè, e amè, se volè esser amai.
Canciano - Bisogna po dirla: gran mia muggier!
Simon - Seu persuaso, sior Lunardo?
Lunardo - E vu?
Simon - Mi sì.
Lunardo - (A Margarita) Diseghe a quel sior forestier, che el resta a disnar con nu.
Margarita - Manco mal. Vogia el cielo che sta lizion abia profità.
Marina - (A Filippetto) E vu, nevodo, come la tratereu la vostra novizza?
Filippetto - Cusì; su l'ordene che ha dito siora Felice.
Lucietta - Oh, mi me contento de tuto.
Margarita - Ghe despiase solamente co le cascate xè fiape.
Lucietta - Mo via, no la m'ha gnancora perdonà?
Felice - A monte tuto. Andemo a disnar, che xè ora. E se el cuogo de sior Lunardo non ha provisto salvadeghi, a tola (54) no ghe n'ha da esser, e no ghe ne sarà. Semo tuti desmesteghi (55) , tuti boni amici, con tanto de cuor. Stemo aliegri, magnemo, bevemo, e femo un prindese alla salute de tuti queli, che con tanta bontà e cortesia n'ha ascoltà, n'ha sofferto e n'ha compatio.»

Quella del ‘Capitano’ è un’altra figura assai comune in ogni tempo, nella cui maschera sono confluiti personaggi nativi di luoghi ed epoche diverse, finché – scrive Vittorio Gleijeses – con l’instaurazione del predominio spagnolo in Italia, il suo aspetto tipologico si identifica con il ‘soldato sbruffone’, fanfarone e brutale, feroce ma anche ridicolo, oggetto di avversione e di odio per le angherie e ruberie di cui è capace e che ne fanno l’oggetto di una pietà sprezzante a causa della sua miseria materiale e morale.
Pur conservando in ogni sua rappresentazione la foggia militare del costume, la sua maschera seguì i tempi cambiando foggia. Una delle maschere indossate poi divenuta famosa soprattutto in Francia è certamente quella dello ‘Scaramuccia’ napoletano, amante delle belle donne e delle bottiglie di vino, divenuta celebre nel ‘600 grazie a un interprete d’eccezionale bravura, di uno : Tiberio Fiorilli, uno dei maestri di Molière, sempre agilissimo e spiritoso fino all’età di 83 anni.
Nota anche in Calabria col nome di ‘Giangurgolo’ diventa un soldato ancora più fanfarone e allo stesso modo fifone degli altri più famosi di lui, quali ‘Capitan Fracassa’ o quel ‘Capitan Spaventa’ i cui nomignoli fanno già pensare ai soggetti che vanno a interpretare. Con Giangurgolo eccoci proiettati nell’estreme Sud della nostra penisola. Lo testimoniano di già le musiche e le canzoni narrative tipiche della tradizione.
Come in questa Carnascialata dal titolo significativo ‘zza Marianna’:

«Zza Marianna, zza Marianna / lu campaneddu vostru cu’ vi lu ‘ntinna? / Ca vi lu ‘ntinnu jeu: / Zza Marianna, cori meu …/ Ha d’èssiri di Patti la pignata, / pe’ fari la minestra sapurita! …/ Zza Marianna, ciuri di bellizzi / non vidi ca ti pennunu ‘ssi lazzi! .../ Ti dicu ‘mi t’i pettini e t’i ‘ntrizzi, / ca L’ò mini pè tia nèsciunu pazzi …/ Lu cori di la donna estì ‘na canna …/ ma l’omu è forti comu ‘na culonna! …/ Zza Marianna , zza Marianna ‘na vota …/ jeu fari non la pozzu cchiù ‘sta vita! …/ La testa mi firria comu a ‘na rota: / Zza Marianna , figghia sapurita ! …/ Mangia carni di pinna, e m’è corbacchia; / dormi cu’ ‘na signura , e puro vecchia! …»

Con ‘Peppe Nappa’ maschera del servo pigro e sbadato approdiamo in Sicilia in rappresentanza dei prototipo dei ‘citrulli’, cioè lo sciocco degli sciocchi di questo mondo, tale che tutti i citrulli di questo mondo messi assieme non potrebbero combinare i pasticci che questi combina, al punto che viene da chiedersi se il Nappa sia davvero stupido o finga di esserlo. Peppe Nappa non porta maschera né s’infarina o si trucca in volto, è agilissimo nella danza, maestro nell’eseguire le più comiche e burlesche piroette. È riconoscibile per le sue ‘nappe’, cioè le toppe che ha nei calzoni, da ricordare la figura del più moderno ‘pagliaccio’ da Circo che, pur prendendo calci e bastonate riesce infine a far ridere e a farsi amare.
A Peppe Nappa dedichiamo questa ‘Terra ca nun senti’:

«Maledittu ddu mumento / ca raprivi l’occhi ‘nterra / ‘nta stu ‘nfernu / sti vint’anni di turmentu / cu lu cori sempre ‘nguerra / notti e juorno. / Terra ca nun senti / ca nun voi capiri / ca nun dici nenti / vidennumi muriri! / T / Terra ca nun teni / cu vole partiri, / e nenti ci duni / pi falli turnari. / E chianci, chianci / ninna oh! / E chianci, chianci / ninna oh! / maledittu ‘sta cunnanna, ca ti ‘nchiova / supra ‘a cruci d’a speranza! Maliditti cu t’inganna / prumittennuti la luci e fratillanza.»

Maschere di una certa rilevanza sono note in Sardegna, diverse se presenti al Nord o al Sud dell’isola dove rappresentano figure più o meno legate alla natura dei luoghi; come ad esempio quelle di sughero dell’Iglesiente e quelle invece di legno ‘più dure’ della Gallura. Ancora più arcaiche, forse d’origine pastorale magico-religiose risultano essere quelle dei ‘Mamuttones’ tipiche del Carnevale Barbaricino di Mamoiada.
Ricco di atmosfere suggestive, impreziosito da eventi come la sfilata appunto dei Mamuthones, personaggi arcaici rivestiti di pellicce d’animale e maschere sul volto, cadenzata dal cupo suono ritmato dei campanacci, portati a spalla in gran numero dalle maschere che conferiscono ai danzatori un significato per niente casuale e tantomeno effimero:

«Le maschere cupe, le loro movenze, i suoni lugubri che ne fanno da contrappunto, incutono rispetto e, al tempo stesso, metteno a disagio. Assistendo a una loro esibizione non è difficile immedesimasi in quel lembo di antiche tradizioni che le stesse intendono e riescono ad evocare. (..) Le maschere a loro volta sono attorniate dagli ‘Issokadores’, questi sfilano senza campanacci indossando il costume tradizionale sardo e recano in mano una fune detta ‘sa soca’ , con la quale riescono a catturare gli spettatori che a un certo punto vengono tirati al cospetto ravvicinato delle maschere, tra lo spavento e talvolta la paura che incombono.» (F. S. Ruiu)

Recenti studi, coralmente recepiti, collocano l’origine delle maschere del Carnevale barbaricino nel tempo delle religioni misteriche e dei riti dionisiaci. Logico pensare che i riruali proposti siano quanto rimane di antiche manifestazioni propriziatorie sopravvissute nel tempo, legate alla fertilità e all’alternanza delle stagioni.
Anche ‘Sa Sartiglia’ di Oristano, un tempo chiamata ‘sortija’, è la giostra equestre più affascinante della Sardegna tra cultura e tradizioni.
Menzionata per la prima volta in documenti che risalgono al 1547, così come è giunta sino ai nostri giorni, è da considerarsi come un pubblico spettacolo, organizzato allo scopo di intrattenere e divertire gli spettatori che ogni anno vi prendono parte sempre più numerosi. La particolarità di questa ‘sfida’, che si differenzia da tutte le altre conosciute, è racchiusa nella vestizione e infine nell’indossare la ‘maschera’ bianca che nasconde il ‘vero’ volto di chi la indossa: ‘su Componidori’.
L'espressione profonda di questa maschera trasforma ‘su Cumponidori’, lo rende inavvicinabile, inarrivabile. Da quel momento in poi, sino alla fine della corsa, il Cavaliere diventa un ‘semidio’ sceso tra i mortali per dare loro buona fortuna e mandare via gli spiriti maligni. Alla fine su Cumponidori, vestito con in capo un cilindro nero, la mantiglia, una camicia ricca di sbuffi e pizzi, il gilet e il cinturone di pelle, sale sul cavallo che è stato fatto entrare in una sala disposta a religioso silenzio per non innervosire la bestia, gli viene consegnata ‘sa pipia de maju’ e, completamente sdraiato sul cavallo, esegue ‘sa remada’ per passare sotto la porta ed uscire all'esterno, dove lo attendono gli altri cavalieri e una folla plaudente che subito inizia a benedire.

Con ‘Pulecenella’ si dovrebbe aprire qui un capitolo a parte per la sua complessità storico-sociologica e filosofica del popolo napoletano. Cosa questa che rimando ad altra occasione non solo per ragioni di lungaggine dell’articolo, soprattutto perché con essa si entra prepotentemente nella ‘storia del teatro popolare di piazza’ e non solo. Legata a origini più antiche la maschera di Pulicenella è un miscuglio di coraggio e cialtroneria, vanità e astuzia, all’occorrenza alterigia e ciarletaneria che ne fanno un esempio, o forse un ‘modello’ della complessità umana. Ghiotto e insolente, arguto e gioioso, piacevole e impertinente, pazzerello e ciarliero, Pulecenella accoglie in sé il sentimento più profondo e oscuro dell’allegria e della tristezza dell’animo partenopeo, misero e arguto al tempo stesso, che non conosce cattiveria infame e che pure, riesce a impietosire per un piatto di maccheroni:

«Pè tutte so nu principe / pè tutte no signore. / Solo per il mio pubblico / fedele servitore.»

Ed ecco infine abbiamo ritrovato il nostro buonumore, come per incanto o per magia sotto il ritratto un po’ grottesco e un po’ burlone delle maschere popolari della tradizione italiana, siamo giunti alla fine di questo ‘incontro’ con quei personaggi più o meno noti e per certi versi cari. Alla fine altro non mi rimane che ringraziare e come un Arlecchino … di fare a tutti voi (che mi avete seguito) l’inchino.

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- Cultura

La tradizione in Italia Il Carnevale 2

La tradizione in Italia: Il Carnevale 2

(Testo di Giorgio Mancinelli con la collaborazione di Landa Ketoff, desunto da Folkoncerto: ‘Maschere rituali’, un programma radiofonico di RAI Radio3 del 1980/81, prodotto da Pierluigi Tabasso).

“Noi ventagli e voi amanti / tra di noi ci somigliamo. / Or mutati, or scordati, / or dimessi, or cercati, / capovolti, raggirati,/ or di moda ed or nol siamo,/ come piace alle belle a cui serviamo.
Il tuo bene, il tuo bel foco / fa all’amore in altro loco. / E tu intanto che farai, / per passar questo momento? / Fatti vento.
De le belle il capo a nuoto / va in turbin di capricci. / Io movendomi do moto / a quel turbin di capricci: / e così con l’opra mia / impedisco che corrotti / non divengano pazzia.” (“Scherzi per ventagli” – elab. da G.Parini – N. Gargano)

A Venezia nei giorni del Carnevale.

In questo mese di Febbraio la Serenissima diventa il palcoscenico di sfilate in maschera e rievocazioni storiche con almeno cinquanta eventi sparsi per le calli e i campielli, in cui ‘vivere’ assume il più alto significato ludico che mai sia stato raggiunto e dal quale hanno preso spunto tutti i carnevali sparsi per il mondo. Perché ‘vivere’ non vuol dire soltanto affidarsi al ritmo biologico dell’esistenza, ma trovare le ragioni per continuare a farlo. Malgrado le tante avversità che si incontrano sul proprio cammino, la cosa più naturale da farsi, vuoi per neutralizzare le forze negative che si agitano nel mondo, vuoi per rigenerare la dose necessaria di saggezza che necessita, è pertanto l’apprendimento di una sola arte: quella di ‘vivere’. I filosofi antichi ne erano convinti, sia che puntassero, come gli epicurei sul piacere di ‘vivere’, o che raccomandassero l’accettazione del mondo, come gli stoici. Le religioni in genere, e il cristianesimo in particolare, contengono molti elementi ‘consolatori’ che hanno consentito per millenni a fedeli e non di affrontare con speranza le sfide del male e della morte.
Molte volte dall’antichità ad oggi, come abbiamo appurato nella prima parte di questo articolo, la religione ha cercato in vari modi di contrastare gli aspetti ludici del Carnevale che la vedevano coinvolta in prima persona, con esiti più o meno coercitivi, tuttavia senza riuscire ad estirparne del tutto l’essenza e pur nella coscienza di sé nell’azione e nello scambio comunitario. A Venezia nel Settecento, sia pure in contrasto con il ‘tempo del sacro’, si scontrano e si ritrovano allo stesso tempo, in quello che tutti chiamiamo il ‘Tempo di Carnevale’, nuove forme ludiche a sostegno dei sentimenti regressi in cui la gente cerca di esternare la propria ‘gioia di vivere’. Pertanto ‘vivere’ Venezia o semplicemente gioire del suo raffinato entourage di maschere e vezzi, significava riappropriarsi dei propri sentimenti, per quanto la breve durata del Carnevale lo consentiva.
Sarà il Volo dell’Angelo o come è meglio conosciuto ‘della colombina’, con la spettacolare discesa della fanciulla prescelta per l’occasione che, assicurata a una fune dall’alto del campanile di San Marco verso il Palazzo Ducale allo scoccare di mezzogiorno, a decretare ufficialmente l’inizio del così detto ‘Carnevale di Venezia’; allorché il Rio di Cannareggio si trasforma in palcoscenico per eventi acquatici e performance di artisti di strada, cortei e remiere di voga, spettacoli di saltimbanchi e di teatro con spirito godereccio e goliardico ...
Ed ecco che al suono di un tamburino è annunciata la rappresentazione nel campiello più vicino, dove una compagnia di ‘commedianti’ ha montato un paclco rimediato: la scena è disegnata con il carboncino perché la tela dipinta dev’essersi rovinata durante i continui trasferimenti. E già s’ode il brusio delle voci e dei rumori tra risa e lazzi degli spettatori accorsi numerosi …

- Entra Arlecchino in sella a un asino di legno che, con la maschera sotto il braccio, legge da un canovaccio quale scena dovrà rappresentare tra un momento: “Arlecchino cerca l’asino sul quale è salito.”

Immaginiamoci per un momento d’essere in uno dei molti campielli che s’aprono all’improvviso ‘come per magia’ fra ponti e calli, finestre aperte e balconi di antichi palazzi, canali d’acqua dove le gondole sforano le brume e i mille riflessi della laguna, dove l’arrivo di un ‘torototela’ (cantastorie) richiama l’attenzione degli abitanti a uscire di casa e unirsi alla sfilata tra suoni e canti, ciprie e ventagli, maschere e costumi rinnovando l’usanza di abbellirsi per la festa ...

“Xé ‘rivà el torototela.
Son tri giorni che camino / par venirla a ritrovar / o parona me fafaso avanti / par venirla a domandar / son el povaro torototela / son el povaro torototà / che domanda la carità.
Se la varda ne la credenza / che calcossa la trovarà / se polenta o pur farina / la me daga presto qua / che calcossa me darà.
Son el povaro torototela / la sachetina go preparà / e la ringrassio tanto / che ‘n’altr’ano so ancora qua.
Son el povaro torototela / che ‘gni ano arrivà per el Carnevà / son el povaro torototela / son el povaro torototà .”

Una ‘festa’ brillante d’incontri mondani, ghiotta di moda e di raffinatezze, di pettegolezzi e arguzia, incipriata di frivolezza e di veneziana malizia. Sono ormai migliaia i turisti e i curiosi che ogni anno si riversano nella città in festa per il Carnevale, ma non tutti sanno che la sua origine è molto antica, derivata dalla trasformazione di manifestazioni popolari arcaiche, ancor prima delle antiche Sacre Rappresentazioni che si tenevano sul sagrato delle chiese durante il medioevo.
È documentato che feste e divertimenti d’ogni genere si tenevano in Venezia in molte occasioni e invadeva la vita di tutti i giorni, fino a far dire di questa città ‘che vivesse in un carnevale infinito’.
Sembra che la popolazione si lasciasse trascinare da una sorta di ‘follia’ collettiva che oltrepassava i limiti e i confini della ricorrenza cui era legata, subito addentrandosi in quella successiva. Dovunque nei palazzi signorili e nelle strade, un pubblico numeroso composto non solo da veneziani ma anche da genti di passaggio e turisti, si riversasse nella Serenissima non solo per ammirarne le meraviglie, quanto per prendere parte a spettacoli teatrali, concerti strumentali, banchetti lussuriosi, ai quali l’intervento (mai casuale) del Doge e dei Senatori della Repubblica conferiva una maggiore solennità. Si vuole che a Venezia l’interesse maggiore consista nel fatto che il Carnevale sia fatto oggetto di vero e proprio ‘culto’ inteso come esibizione di maschere, lungi quindi dall’essere considerato un breve periodo di festa della durata di qualche giorno appena, bensì che riempie tutta una stagione di preparativi costanti.
Si pensi che in passato aveva inizio il giorno della ricorrenza di Santo Stefano fino alla Quaresima, per riprendere poi, dopo la Pasqua con l’inizio della primavera fino all’autunno inoltrato. Or sono più di mille anni, esattamente nel 979, che il Doge Orseolo I, al momento di ritirarsi a vita spirituale all’interno di un convento, lasciò una somma cospicua per i suoi tempi, al Governo della città da destinarsi alle feste pubbliche. Addirittura si narra che la morte improvvisa del penultimo Doge della Serenissima sia stata dissimulata (ritardata) per non turbare i festeggiamenti del Carnevale in corso.
Nel XVII° secolo quello di Venezia era già un carnevale cosmopolita, quale sarebbe stato più tardi, il carnevale di altre città europee. Per l’occasione confluivano nella Serenissima diplomatici da molti paesi stranieri e personaggi famosi del teatro e non solo la cui fama aveva oltrepassato i confini della penisola. Nelle molte sale adibite agli spettacoli nei palazzi patrizi, dei albeghi più lussuosi come nei teatri e nei casinò, si svolgevano spettacoli ‘unici al mondo’, come appunto li definivano le cronache dell’epoca. Una folla eterogenea e capricciosa assisteva alle commedie di Chiari e Gozzi o di Goldoni decretandone il trionfo o l’insuccesso nonostante le assoldate ‘claque’ dei gondolieri che venivano fatte entrare in sala dagli autori all’ultimo momento …

“Ostreghe, capetonde e caragoi / Oh issa! oh issa eh! / ma isselo in alto oh! / e in alto bene oh! / poiché conviene oh! / Te dago segno eh! / ma sarà de segno oh! / poi dimendemo eh! / ma vago i madri oh!”

Ai concerti strumentali e talvolta corali prendeva parte un pubblico ovviamente più raffinato che ascoltava musiche e madrigali dei compositori più in voga, come Marcello, Vivaldi, Tartini, Galluppi eseguite da vere e proprie orchestre e cori di madrigalisti. Per quanto non mancassero intermezzi di ‘villotte’ e ‘canzoni da battello’ eseguite da popolani virtuosi. Ciò per quanto la vera magnificenza del Carnevale di Venezia era e continua ad essere l’indossare la ‘maschera’ in ogni sua espressione, che sia semplicemente popolare o incredibilmente lussuosa, accessibile alle fasce più facoltose della società o dei ricchissimi imprenditori che qui misurano la loro creatività e la loro esuberanza, ma forse solo la loro ‘follia’ d’essere per un giorno, e perché no, ciò che non potrebbero essere mai.
L’assenza di carri e carrozze ad esempio è una delle ragioni per cui il Carnevale di Venezia è pressoché sentito, in quanto mette in scena proprio quella velleità personale di esibizionismo diretto della persona e del proprio corpo, concedendo ad essa piena libertà di espressione e di movimento. Alle maschere infatti è concesso di invadere calli e piazze, di entrare ed uscire dalla case o i palazzi dove si tengono feste, formare capannelli, di sciogliersi e rincorresi l’una con l’altra il cui fine è quello dell’incontro, del vicendevole riconoscimento, dell’intrattenimento. Benché il ‘Domino’ sia stato in passato il costume più diffuso, maschere di tutte le fogge e colori invadono oggi i campielli e le calli mescolandosi a una moltitudine di altre ed a quelle della tradizione della Commedia dell’Arte.
Accanto alla classica e nobilissima ‘bautta’ spesso indossata con un ‘tabarro’ che ricopriva l’intera figura, scrive ancora il Dazzi nel lontano …..: «Venezia schierava una folla di maschere e di travestimenti, dei quali i più celebri erano: il Mattaccino, il Magnifico o Pantalon, i due Zanni, Brighella e Arlecchino, il dott. Graziano e il dott. Balanzon; oltre a chiozoti, gnaghe, calabresi, pastori, cocchieri, ninfe, diavoli. I luoghi più frequentati erano la piazzetta, il molo, Riva degli Schiavoni, dove si tenevano anche lotterie, teatri dei burattini, di cantanti e di comici popolari; c’erano le ‘strologhe’, i venditori di profumi e cerotti, e non in ultimo, i cavadenti.» Inutile aggiungere che si stesse parlando di maschere e mascheramenti del Carnevale popolare. Oggi, per quanto una certa tradizione venga ancora osservata da sparuti esemplari veneti e limitrofi che giungono da fuori, ciò che si svolge è pressoché attribuibile alla ‘meraviglia estasiata’ dei nostri occhi.
Ma la maschera, come sappiamo, non costituisce solo un camuffamento della persona; essere in maschera significa essere in incognito e dunque, potersi abbandonare a lazzi e scherzi d’ogni genere. Ed è proprio a questa possibilità di ‘vivere’ in incognita costituiva il senso segreto del mascherarsi. Scrive a sua volta Pino Correnti: «La maschera assumeva in Venezia un’importanza mai riscontrata altrove, (…) tanto che ‘mettersi in maschera’ era diventata un’abitudine e la si indossava per evitare di fare incontri che dovevano permettere l’anonimato a chi la indossava. Tuttavia sussisteva un cosi detto ‘segno di maschera’, consistente in una sorta di distintivo, di un piccolo ‘domino’ in miniatura appuntato sul cappello. Chiunque lo portava era considerato come mascherato e non andava salutato, anche se, come accadeva sovente, chi lo portava era un personaggio importante. (…) In altre parolebastava il simbolo del ‘mascherarsi’ per fare tabula rasa delle gerarchie sociali.»
La libertà che l’indossare la maschera concedeva nella vita privata faceva tutt’uno con la possibilità di fare e ricevere scherzi o battite di scherno, come anche di dare sfogo alla naturale arguzia veneziana di «‘ndar ala Sensa» che in gergo significava e significa ancor oggi ‘perdere la testa’. Curioso a dirsi la Sensa è anche il nome di una festa marinara perdurata fino a tutto l’Ottocento il cui fulcro era ‘lo sposalizio del mare’, dacché Venezia ogni anno sposava simbolicamente il mare gettando in esso l’anello d’oro donato da Papa Alessandro III al Doge Ziani, per celebrare la vittoria sulla flotta dalmata, avvenuta nel 1177, che la rese dominatrice assoluta sul mare. Che fosse una propaggine del Carnevale? Sembrerebbe di no, anche se per l’occasione tutta la città si lanciava in festeggiamenti in maschera fastosi e straordinariamente regali. Ogni tipo d’imbarcazione in grado di galleggiare seguiva il Bucintoro, l’imbarcazione dorata del Doge che sfilava lungo il Canal Grande in un tripudio di gondole e balotine adorne di broccati, zendali, corone di fiori, tra spari di mortaretti e fuochi d’artificio …

“No gh’è ne la storia
del mondo una festa
più bela, più splendida
a Venezia de questa:
incanto de popolo,
de re e imperadori
delizia martirio
de artisti e scritori.
Superba memoria
de un tempo pasà
de cento città …”.

Inizia così la descrizione di uno spettacolo rimasto famoso e ripreso da una lirica riferita alla ‘regata’ che si tiene prima del Carnevale, di Riccardo Selvatico, commediografo veneziano del secolo scorso che scriveva in versi dialettali. La festa legata alla ‘regata’ che si svolge con un percorso rimasto sempre uguale nel corso dei secoli, si rinnova ogni anno sulle gondole e, come tutte le feste popolari veneziane richiama un gran numero di turisti che si mescolano all’allegria generale in cui Venezia, brulicante e multicolore, si trova a essere la sede naturale d’una gioia infinita che si diffonde per tutta la città. Festa che raccoglie attorno a sé giostre e tornei, assieme a gare di giocolieri, ‘caccde dei tori’, tra suoni, canti e saltimbanchi che si esibiscono nelle famose ‘forze d’Ercole’ in cui i più giovani si esibiscono nel dare forma ad alte piramidi umane.
Molte altre ‘feste’ si svolgevano in Venezia prima, durante e dopo il Carnevale di cui si rende impossibile riportare in questo breve articolo, ma che è possibile leggere in “Le feste e le maschere veneziane” di Giulio Lorenzetti ed anche in “Feste e Costumi di Venezia” di Manlio Dazzi. Di fatto c’è che ogni notte a Venezia può sempre accadere qualcosa di straordinario o quanto meno d‘inconsueto, come spesso narrato nelle avventurose ‘memorie’ di Casanova, e nelle ancor più accessibili ‘comedie’ di Carlo Goldoni: «Si trovano a Venezia, a mezzanotte come a mezzogiorno i commestibili messi in vendita, le osterie aperte, e cene pronte negli alberghi e nelle locande; perché i pranzi e le cene di società non sono comuni a Venezia, ma le partite di piacere e gli spuntini danno occasione a radunate con maggior libertà e allegria.»
A notte inoltrata poi, la folla si frantumava in piccoli gruppi e si avventurava per le calli illuminate dalle lanterne e addobbate con drappi e festoni. A bordo non mancavano i ‘fritoleri’ che ammannivano ciambelle e pesce fritto, mentre lungo le rive la gente affollava i caffè, le finestre delle bettole e delle cucine ambulanti per godersi lo spettacolo dato dai burattinai, dai ciarlatani e i cantastorie, ma nei canali, sui battelli pavesati di frasche e rischiarati da lampioncini di carta colorata, suonatori e cantanti accompagnavano le allegre comitive con canzonette popolari dal gusto satirico o quantomeno salace, come in questa ‘canzone da battello’ del Settecento veneziano …

“Premi o stali”
“Premi, via! Premi o stali! Se premar no ti vol, / a far el barcariol, dime, chi t’ha insegna? / Oh quanti carnevali che avèmo in sto mistier / senza un principio aver … / senza un principio aver de quel mister che i fa!
Ciò, varda come i va, / i va de qua e de là … / Sia! Topa, i ve dà drento! / Via, premi I vol stalir! / Stali se ghe pol dir, che alora i premarà! / I premarà!
Quando fa un po’ de vento quelo no i sa mai tor, / co i voga un poco i mor … / co i voga un poco i mor, sti corpi senza fià!
Ciò varda come i va … / Assae de sti paroni no i vol i boni, no! / La mazor parte se che i cerca el bon marcà …/ el vbon marcà.
Vien fora sti mincioni, un còdega, un vilan, / Ciò, varda come i va … / Miracolo xe intanto che co sti grezi alfin / in testa, un gondolin no s’abia rebaltà …/ rebaltà.
No ‘l xe picolo vanto, se ‘l crede qualchedun, / che gnanca mai nissun … / che gnanca mai nissun se n’abia sfracassà. / Ciò, varda come i va.”

Stando alle cronache del tempo, Piazza San Marco era ed è ancora oggi, il principale luogo di convegno delle maschere che si mettevano e si mettono in mostra nel corso di quello che è comunemente chiamato il ‘liston’, durante il quale tutti continuano a d avere l’opportunità di ammirare gli altri. Vi si raccoglievano un numero esorbitante di maschere da superare le quarantamila che poi si sparpagliavano nei teatri, nelle sale da ballo, nei caffè alla moda e, ovviamente, nei ‘festini’, quei balli pubblici in cui l’entrata era libera per ogni persona che indossasse una maschera, oggi non più. Ed ai quali Carlo Goldoni intitolò una sua commedia, ‘Il festino’ appunto, che portava in scena quello spettacolo ininterrotto che era il Carnevale.
Durante le ore notturne poi, si frequentavano i cosiddetti ‘ridotti’ e i ‘casini’ adibiti massimamente al gioco, dove la nobiltà veneziana teneva banco aperto a tutti coloro che si presentavano con l’intenzione di giocare. Sembra infatti che nel Ridotto di San Moisé, nell’antico Palazzo Dandolo, furono dissipate ingenti fortune dalla nobiltà dell’epoca in cui Giacomo Casanova ‘spogliava’ – per così dire – le Dame della migliore società: «Vi erano molti tavoli disposti in fila, innanzia ai quali stava un gentiluomo con davanti mucchi di zecchini e ducati, prontissimo a tener banco con chiunque portasse la maschera, nonostante un editto del 1703 ne proibiva l’uso nelle case da gioco, o che appartenesse al ceto patrizio e, ovviamente, avesse contanti da scambiare.
Le maschere della Commedia dell’Arte attinsero a piene mani nell’ironico mondo del Carnevale di Venezia dando un impulso straordinario al teatro che da allora in poi poté dirsi: ‘che vivevano recitando e recitavano vivendo’. In proposito Paolo Toschi a riguardo scriveva: “Il teatro comico italiano nasce dal clima festoso del Carnevale proprio come la Commedia dell’Arte e ne conserva lo spirito tripudiante, irriverente e licenzioso. Uno stretto legame confermato dall’elemento folkloristico più caratteristico, cioè la maschera. Ma sarebbe un errore credere che le maschere in Venezia fossero tutte colorate e pazze come gli Arlecchini figli di zanni, discesi in città dall’alta Val brembana; o i Pantaloni in zimarra nere e brache rosse che dovevano rappresentare l’espressione più intima vis comica popolare. A Venezia le maschere erano per lo più silenziose, gravi, quasi tristi. Il piacere di mascherarsi era qualcosa di sottile, di intimo: una delle libertà più care ai veneziani.”
Cronista instancabile del costume di una società ‘sopra le righe’ Carlo Goldoni rappresentò nelle sue commedie gli svaghi e i costumi della borghesia mercantile veneziana facendo uso di un linguaggio ricco di grande sensibilità. Ogni momento del vivere quotidiano trovava in esse la sua giusta collocazione, dai sorrisi agli sguardi, alle mosse affettate, alle moine adulatrici, alle leziosaggini preziose; dalle riverenze alle riverenze, alle chiacchiere delle cameriere e dei servitori; dal pettegolezzo del barbiere imparruccato alle ‘Smanie per la villeggiatura’ della ragazza per bene; dalle ‘Baruffe chiozzote’ ai ‘Preparativi per il Carnevale’. In ogni sua commedia troviamo un amabile realismo e un inimitabile colore che ci permette qui, di scoprire un neo provocante o uno sguardo insistente dietro un occhialino; là una confidenza sussurrata dietro un ventaglio o un paravento per signore. E perché no, il propagarsi sommesso ‘di voce in voce’ di uno scandalo accolto da risa soffocate; come anche il modo tutto veneziano di presentarsi e congedarsi in società, o come apprendere la cadenza misurata e aggraziata di un passo di minuetto.
La Commedia dell’Arte fu, secondo una calzante definizione, un teatro antiletterario, nel senso che veniva messa in scena non già sulla scorta di un testo redatto in ogni sua parte, bensì su di un ‘canovaccio’ che serviva da trama di base su cui di volta in volta costruire i costrutti comici o drammatici, e sul quale gli attori erano chiamati ad improvvisare e a costruire il dialogo, le gag e gli sproloqui che tanto raccoglievano gli applausi del pubblico. Pertanto la rappresentazione scenica non era mai la stessa, che si potrebbe dire unica, un’autentica creazione collettiva. Il bravo attore/attrice era di per sé il perno della commedia rappresentata, il cui successo dipendeva dalla sua capacità verbale, dalla loquacità e spesso dalla proverbialità delle sue battute scelte di volta in volta a seconda del pubblico che si trovava di fronte. Occorreva però che nessuno degli attori in scena rovinasse goffamente l‘effetto ‘botta e risposta’ richiesto dal protagonista. Ognuno doveva sapersi tirare in disparte o intervenire prontamente e aiutare chi di loro si trovasse in difficoltà o venisse meno l’ispirazione.
Come pure osservava un contemporaneo: “Il risvolto comico di questo fare teatro consiste negli aspetti ridicoli o talvolta mostruosi della natura; deriva da volti deformi e nasi caricaturali, da fronti a bauletto e crani calvi, orecchie a sventola e gambe storte”, più spesso ottenuti artificiosamente mediante maschere e trucchi particolari. Il tutto risiedeva dunque nel gioco e nella sottigliezza caricaturale popolaresca rintracciabile nella variegata fauna che è l’umanità, colta nelle sue espressioni naturali e popolari. Scrive George Sand: “La Commedia dell’Arte non è solo lo studio del grottesco e del faceto, è soprattutto lo studio dei caratteri reali dall’antichità a oggi, con una tradizione ininterrotta di fantasie umoristiche, con un fondo però anche molto serio, tale che si potrebbe dire anche molto malinconico, come tutto ciò che mette a nudo le miserie umane”.
Una usanza popolare molto diffusa durante il Carnevale è il processo burlesco con il quale alcune figure vengono condannate al pubblico scherno finanche ad essere messe ‘a morte’. “La vecchia” ad esempio viene spesso bruciata o segata in pezzi come effige del Carnevale. In questa tragicommedia popolare, tanto amata dai veneziani, dal rogo si vedono apparire alcune maschere comiche, tra le quali appunto ‘la vecchia’ che fa testamento mentre gli attori che vi prendono parte infieriscono contro di lei, come in questa ‘vilotta a ballo’ …

“La la la la / A gera in orto che colgea fenoci / alzo la testa e vedo i bei oci / da tanto che ‘sti oci me sluseva / note che gera giorno me parea.
La la la la / Xè tanto tempo che no vedo el sole / e stamatina l’ò visto levare / xè tanto tempo che no vedo lo mio amore / ma stamatina l’ho visto pasare.
La la la la / Sonè ‘sto cimbanin, sonèlo forte / sonèlo ch’el se senta a la lontana / e se ghe fusse qualche bel sogeto / sonè lo forte, per farghe dispeto.”

A tutto questo va aggiunto che la Commedia dell’Arte rispecchiava, esagerandoli, gli aspetti ridicoli e le caratteristiche locali che tanta importanza hanno avuto in ogni paese in cui il teatro popolare trovava terreno fertile per ogni sua rappresentazione.
In Italia ad esempio, fu in particolare e in parte lo è ancora, l’uso dei dialetti regionali a fare la differenza proponendosi come mezzo di distinzione e oggetto di scherno tra città e città; così se a Firenze si rideva dell’accento veneto, a Venezia lo si faceva del bolognese, come del bergamasco o del siciliano che figurassero in maschera o senza. A tal proposito lo studioso della materia Gleijeses scrive: “la maschera rappresenta sostanzialmente la vita del secolo in cui si vive e di volta in volta cambia necessariamente sulla scena le sue caratteristiche in quanto deve uniformarsi ai tempi”. Pur tuttavia la Commedia dell’Arte in special modo a Venezia conservò i suoi tipi tradizionali per molti secoli ancora dalla sua origine popolare, restando per lo più immutata nei suoi gesti e nell’improvvisazione. Soprattutto non perdette la sua vivacità, la battuta pronta capace di colpire nel segno con i suoi strali comici e satirici riferiti alla società Ciò a voler dire che la Commedia dell’Arte non è mai stata fine a se stessa, bensì trovava una sua precipua collocazione nel tempo in cui essa era funzionale all’aspetto sociale che andava affrontando.
Va anche detto che vis comica era molto varia, la comicità non sempre di facile definizione perché peculiare di un certo territorio. Tale varietà di caratteri o caratterizzazioni derivava dal fatto che ogni città italiana, ogni regione o addirittura ogni singolo paese, aveva una sua versione dello stesso personaggio, finanche della stessa maschera. Così, ad esempio, il ‘vecchio’ che a Bologna città universitaria, riassume i tratti del dottor Balanzone, a Venezia diviene il mercante Pantalone, a Napoli veste i panni di Tartaglia ma anche di quel Pulcinella, maschera però assai più complessa di cui spero di poter parlare in un altro articolo dedicato. Di fondo il personaggio è lo stesso ma differiscono per l’abito indossato, la maschera, i tic della voce e nelle espressioni del volto, così come negli aspetti della singola comicità; di quel fare il ‘vezzo di se stessi’ tipico di certi personaggi che oggigiorno possiamo vedere soprattutto al cinema.
Va qui fatto un appunto alla mancanza di figure femminili nella Commedia dell’Arte se si esclude la risma tuttavia numerosissima di servette, fidanzate, mogli e amanti che per lungo tempo sono state escluse dall’apparire sulla scena ma delle quali conosciamo parecchi risvolti perché sostituite da attori uomini che ne rifacevano i vezzi. Duchartre azzarda due ipotesi per questa mancanza di maschere femminili: la prima è che la vera maschera è la stlizzazione di un carattere ben definito, non riscontrabile nelle donne della Commedia dell’Arte in quanto sì pieno di sfumature e di varianti, ma estremamente vago. L’altra è che nessuna maschera femminile riesce a rendere l’effetto prodotto da un bel viso, e questo perché le prescelte erano sempre molto belle e ciò bastava a renderle ‘sublimi’. Tuttavia una certa caratterizzazione venne attribuita anche a loro; le ‘innamorate’ ad esempio variavano dalla fanciulla casta e di animo nobile ‘da sposare’; alla civetta furba pettegola e bugiarda, alla cortigiana vera e propria, cioè colei che ‘non è da sposare’ e tuttavia sempre fedele all’uomo cui concede i favori.
Ma ecco che infine, mentre le note del “Carnevale di Venezia” di Giovanni Bottesini già invita alla danza, gli intervenuti fan sentire il loro chiassoso andirivieni lungo le calli e nei campielli. Il ‘tempo’ è quello della festa e per l’occasione qualcuno fa esplodere i mortaretti dando luogo a un fuggi fuggi generale che si sparpaglia in tutta la città: “..e qui s’ode un gondoliere che canta un antico ritornello, più in là una lavandaia che s’accora; una compagnia che leva il suo teatro improvvisato, un giocoliere che fa il suo numero davanti a una folla rimediata per caso lungo la via, e sotto gli archi uno zanni che prova l’abito di scena dell’anno passato che non gli va più … mentre un Goldoni di marmo dall’alto dello scranno che lo tiene sollevato dalla piazzetta a lui dedicata, passa in rassegna gli ‘innamorati’ di sempre, la ‘locandiera’ che accoglie gli ospiti sull’uscio, la gente seduta al caffè che chiacchiera e sparla ora di questo ora di quella, un gondoliere che passa e si balocca, una servetta che bighellona con lo sguardo nell’aria, di questa città unica al mondo, persa negli effluvi di un Carnevale che egli sa non poter durare in eterno, ma che a tutto c’è rimedio, come in questa canzone popolare raccolta a Venezia ancora nel 1965 da Luisa Ronchini del Canzoniere Popolare Veneto …

“El Carneval xe ‘nda”
El carneval xe ‘nda go perso la morosa
come gogio da far par ‘ndarla ritrovar
vestio da capucin mi me vogio ‘ndar.
Vestio de capucin el ga bussà la porta
el fassa piano pian el fassa pian pianin
che go la fia in leto che la xe par morir.
Se la xe par morir bisogna confessarla
e voi che siete padre padre confessor
monté su par le scale e confessela vu.
E sera ben le porte e spensi su i balconi
che no’ senta nissuni far la confession.
Col padre ha finito si leva e poi va via
la figlia vien da baso e dice ‘mama mia’
e dice ‘mama mia’ il frate m’à guarì.
Sia benedetto el frate e anca el cordon ch’el porta
e anca el cordon ch’el ga
che m’à guario la figlia in leto amalà.”

Quand’ecco già un ‘galante’ consegna un biglietto alla servetta, è una lettera d’amore per la sua padroncina. Un segreto da conservare di un presunto incontro, o cosa? – si chiede. Intanto fra il pubblico cresce l’attenzione. Suvvia! È questa una delle tante trovate del teatro che si costruisce giorno dopo giorno come per magia sulle tavole del palcoscenico della Commedia dell’Arte, così senza un copione ben definito, per quanto frutto di quotidiana fatica di chi ogni sera ricrea l’evento gioioso e talvolta amaro, che segue a ogni levarsi del sipario e che precede gli applausi di rito.

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- Musica

La tradizione in Italia Il Carnevale

La tradizione in Italia: Il Carnevale

(Testo di Giorgio Mancinelli con la collaborazione di Landa Ketoff, desunto da Folkoncerto: ‘Maschere rituali’, un programma radiofonico di RAI Radio3 del 1980/81, prodotto da Pierluigi Tabasso).

“Ciascun suoni, balli, canti
arda di dolcezza il core
non fatica, non dolore:
ciò c’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto … sia.”

Sui versi del ‘magnifico’ Lorenzo de’ Medici diamo inizio ai festeggiamenti che, nel rispetto dell’etimo mediovale prende il nome di ‘Carnovale’ coniato sulla perifrasi ‘carne-levare’, ossia quel ‘togliere la carne’ che nel calendario cristiano coincide con il primo giorno di Quaresima e la successiva astinenza ‘dalla carne’ per la durata fissata di ‘quaranta giorni’ che precedono la Pasqua.
In origine, si vuole, sostituisse un ciclo di festeggiamenti per l’inizio d’anno, i cui riti celebravano il ritorno della luce del sole che una cupa superstizione riteneva fosse prigioniera di alcune divinità ctonie legate al sottosuolo, al risveglio dei morti e alla venuta degli spiriti maligni che si presentavano sulla terra in forma di demoni mostruosi, in grado di infliggere le peggiori pene corporali.

Un chiaro esempio di tradizioni più antiche si svolge ancora oggi a Mamoiada in Sardegna, al centro delle celebrazioni del Carnevale, nella tradizionale processione detta dei ‘Mamutònes’, sorta di maschere rituali che hanno l’aspetto di vero e proprio travestimento di tutto il corpo, la cui origine risale ad epoca remota. La processione, ordinata secondo canoni secolari, esce dalla casa detta della vestizione nelle prime ore del pomeriggio e procede assai lentamente fino a notte inoltrata per le strade del paese. Legati ad una grossa fune dagli ‘Issaccadòres’, i Mamutònes rivestiti di pesanti pellicce di capra, procedono a piccoli saltelli ripetuti di volta in volta nel numero di tre, facendo risuonare il pesante fardello di campanacci che portano addosso attorno alla vita e alle caviglie, il cui suono incute una sorta di terrore mistico che si rinnova, per quanto suggestivo e solenne, come uscito dall’antro misterioso del ‘caos’.
Il Carnevale dunque in quanto una ‘festa’ che possiamo definire rappresentativa di un insieme di tradizioni religiose arcaiche che secondo le diverse credenze popolari, hanno rivelato a un tempo un carattere propriamente ‘magico’, fondato sulla presenza di esseri fantastici, come maghi e streghe, gnomi, folletti e altre creature fantastiche abitanti di un mondo estremo, animatori di sogni, di favole e di narrazioni mitiche, entrate poi nella tradizione culturale di molti popoli.
Ne parliamo oggi in occasione della sua ‘ricorrenza calendariale’ che si vuole desunta da più antichi riti apotropaici, la cui origine si fa risalire a un nucleo di ricorrenze pagane legate alla cultura agricola e contadina, governata dal susseguirsi delle stagioni, di cui l’avvento della primavera, dopo il periodo di sterilità dell’inverno, costituiva il momento focale dei festeggiamenti.

Canti e danze propiziatorie venivano improvvisati per l’occasione negli spazi all’aperto, sulle aie e nei campi con riti diversi, il cui intento era quelo di risvegliare e accattivarsi la simpatia i folletti dei boschi, le buone fate e gli gnomi animatori favolistici della natura. Bisognava però non farsi riconoscere e quindi rallegrarli con mascherate e giaculatorie. La prima manifestazione d’origine pagana riferita alla forma ‘carnevalesca’ che si ricordi risale all’antichità ed era dedicata al dio greco Dionissos, trasformata in epoca imperiale romana nel ciclo dei festeggiamenti detti Saturnalia che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, periodo in cui si festeggiava il Solstizio d’Inverno, fissato da Domiziano per l'insediamento nel tempio del dio dell’abbondanza Saturno.
I Saturnalia erano vere e proprie orge liberatorie, si aprivano con un sacrificio a cui seguiva un grande banchetto pubblico, in un crescendo che assumeva talvolta caratteri orgiastici, in cui i partecipanti inoltre usavano ‘maschere’ per non essere riconosciuti durante lo scambio degli auguri, quell’ ‘io Saturnalia’, accompagnato da piccoli doni simbolici, detti anche strenne. Avveniva che durante tutta la settimana, si nominasse un re burla detto ‘princeps saturnalicius’ al quale era concesso il potere di comandare l’andamento dei festeggiamenti. Per l’occasione si permetteva il capovolgimento di ogni forma di stato sociale, come quello dello scambio dei ruoli, finanche agli schiavi di essere serviti dai padroni.
A questi facevano seguito i Lupercalia, che si celebravano dal 13 al 15 di febbraio, in onore del dio Fauno, nella sua accezione di Luperco (in latino Lupercus), cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall'attacco dei lupi, con i quali si festeggiava in Roma il ritorno della fertilità dei campi con cerimonie di purificazione e rituali di propriziazione della fecondità. Considerati diretti progenitori del Carnevale, in quanto prevedevano inoltre manifestazioni collettive comprensive di mascheramenti, travestimenti e mimetizzazioni, i Lupercalia erano portatori di promesse e speranze di ‘ricongiungimento’ delle genti con la parte oscura della natura e si collocavano all’origine dell’amore pagano. Di fatto in essi si promulgava la negazione dei ‘principi fondanti l’ordine morale costituito’ che assumeva così l’aspetto di un mondo alla rovescia, inclusivo di esternazioni e ambiguità sessuali in cui, per così dire, si doveva ‘fecondare’ la natura stessa.

Un ‘fare estremo’ questo che in età medievale avrebbe dato luogo al corteo fragoroso e burlesco della ‘Festa dei Folli. “I cronisti dell’epoca e poi gli storici, si raccapezzano male fra le varie ‘Feste dei folli’ poiché non tutte si svolgevano nello stesso giorno”. Jean-Baptiste Thiers, uno dei primissimi studiosi di queste feste, scrive: “A volte gli ecclesiastici si facevano merito davanti a Dio e agli uomini di danzare in chiesa … così come all’interno di cattedrali e collegiate dove si svolgeva tutta una serie di feste, sottolineate da rituali d’eccezione e da danze liturgiche; una serie quasi ininterrotta che aveva spesso un’appendice nei giorni che seguono l’Epifania, fino all’ottavario incluso in gennaio. Si trattava dunque di un lasso di tempo superiore al mese contraddistinto da alcuni momenti focali, ognuno dei quali con una diversa origine e una forma di devozione particolare, limitata dapprima a un solo giorno e a una sola cerimnia, poi estesa a più giorni. In effetti, tutti questi motivi ispiratori, tutti questi temmi liturgici finivano col confondersi e ogni gruppo di chierici negli stessi monasteri celebrava una sola grande festa d’inverno, nel giorno imposto da una tradizione sempre molto antica, oppure da una innovazione del tutto arbitraria che nasceva dall’imitazione dei vicini o addirittura dal desiderio di superarli.” (J. Hers)
Malgrado tutto questo, la vicinanza calendariale con il Solstizio d’Inverno il Carnevale s’impose prepotentemente nel tessuto popolare ed è facile sentir parlare di ‘feste delle calende’. Da qui nasce evidentemente la tentazione di vedere in esse una semplice eredità dei famosi Saturnali romani, tanto spesso citati dai censori e dai più eruditi ma mai dimenticati del tutto. In effetti sembra che fra la festa pagana consacrata nel basso Impero al dio Saturno e quella dei primi secoli del Cristianesimo vi sia stata solo una brevissima frattura, ciò per quanto la rivoluzione dei ‘valori pregnanti’ dell’epoca, nata come per gioco, si trasformò ben presto in satira, aspra o divertita che sia, a secondo dei casi, in qualcosa di diverso, tra il cinico e l’infernale.
Così, nella cornice ristretta del coro e del chiostro canonicale, nasceva una efferata critica dei costumi che, sotto toni umoristici, sorprende per i suoi accenti liberi e irriverenti: “Capitava di vedere sacerdoti e chierici mascherati e travestiti da donna che intonavano canzoni oscene, che giocavano ai dadi e mangiavano pasticci di carne nei luoghi sacri. Negli stessi luoghi venivano bruciate vecchie scarpe maleodoranti, nel frattempo che alcuni uomini mascherati da ‘pazzarielli’ e schizzati di mosto, per così dire ‘pazziavano’ per le strade delle città, mettendo alla ‘berlina’ i chierici e i nobili della società. Tutti danzavano in girotondi nel mezzo della chiesa saltando e correndo per le navate contorcendosi e urlando parolacce blasfeme tra le risa degli spettatori, intanto che altri con indosso maschere di bestie mostruose, di donnacce lussuriose e saltimbanchi d’ogni specie, occupavano le navate processionali.” (M. Colangeli)
In riferimento alla tradizione più remota, il Carnevale costituiva, e probabilmente lo è ancora, la rivincita popolare sulla rigida disciplina imposta dagli innumerevoli tabù religiosi di allora, rispettare i quali non era soltanto una questione di salvezza o dannazione, ma sempre più spesso di vita o di morte. Va ricordato che in quel tempo di persecuzioni religiose le persone venivano messe al rogo anche per cose di poco conto che delatori, appositamente istruiti dalle gendarmerie locali, mettevano a frutto. Tuttavia la ‘Festa dei Folli’ ma anche altre, come ad esempio la ‘Danza Macabra’ e la ‘Festa dell’Asino’, tra quelle più conosciute, oltre a superare ogni eccesso dei ‘tabu’ costituzionali, assumevano il carattere parodistico della burla farsesca, per meglio dire, della ‘carnevalata’ volgare quanto blasfema, pesante da sostenersi da parte dei governanti e dei rappresentanti religiosi che di volta in volta venivano presi di mira.

Del resto ogni aspetto della religione era fatta oggetto di scherno, a cominciare dall’altare maggiore sul quale si banchettava come sul tavolo dell’osteria; come pure di mettere in ridicolo i costumi stessi dei prelati spesso derisi nelle loro funzioni; o di re-interpretare i Libri Sacri con sottintesi volgari e osceni. Si arrivò finanche a ridicolizzare il rituale stesso della ‘Messa’, re-interpretata con ragli d’asino al posto dei responsori apertamente trasformati in canti osceni, seguiti da danze impudiche che spesso si trasformavano in orgie collettive all’uso pagano. Ma come è facile intuire sebbene le autorità preposte non vedevano di buon occhio il grossolano darsi alla ‘pazza gioia’ del popolo, in realtà non potevano impedirlo in quanto ormai era parte della tradizione popolare.
Usanze così profondamente radicate che s’imponevano agli occhi di tutti come diritti acquisiti e inalienabili, almeno fino a prima dei riformatori del XVI° secolo, tale che risultava estremamente difficile poter sopprimere. È in questa tendenza che si inserisce in modo logico la famosa ‘Festa dell’Asino’, di cui tanti autori hanno così spesso parlato, forzandone a volte l’immagine e il significato. Pretesto per festeggiamenti di dubbio gusto, per eccessi e irriverenze nel momento stesso in cui la processione che l’accompagnava usciva dalla navata centrale e dilagava in strada. Ciò per quanto anche la ‘Festa dell’Asino’, come inevitabile conseguenza di un rovesciamento delle gerarchie, resta però all’interno della chiesa medievale, una celebrazione cristiana, rituale e liturgica, ammessa e riconosciuta dalle autorità religiose e spesso preparata con la massima serietà. Come il brano che segue, tratto dalla ‘sequenza’ che, per ragioni diverse, non è qui riportato interamente.
Da ‘La fête de l’âne’, Orientis partibus:
« Orientis partibus
adventavit asinus,
pulcher et fortissimus,
sarcinis aptissimus.
Hez ! Hez Sire Asnes, hez!
. . .
Hez va, hez va, hez va, hez !
Biaux sire asnes, car alez,
Bele bouche, car chantez!»
Si può non essere d’accordo con questa argomentazione, ma tutto ciò finora detto è il riflesso di civiltà e culture che il ‘Carnevale’ in particolar modo mette in mostra nei suoi risvolti politico-sociali, incluse le sue stravaganze, i suoi giochi burleschi, gli scherzi e i lazzi con i quali si attestavano le cure e le ambizioni, nonché le identità e i rapporti di forza che attraversavano le diverse sfere del potere politico-religioso. Ne sono un esempio i ‘Carmina Burana’ desunti da manoscritti sacri redatti in latino risalenti alla metà del secolo XIII° che, durante il Medioevo furono accorpati e trasformati in parodie gogliardiche in volgare, rappresentati e più o meno tollerati all’interno delle celebrazioni religiose.
Da ‘Carmina Burana’: Tempus est iocundum.
“Tempus est iocundum, o virgines!
modo congaudete, vos iuvenes !
o! o! totus floreo!
Iam amore virginali totus ardeo;
novus, novus amore est, quo pereo!
Cantat philomena sic dulciter,
et modulans auditur; intus caleo:
o! o! totus floreo!
Iam amore …
Flos est puellarum, quam diligo,
Et rosa rosarum, quam sepe video :
o! o! totus floreo!
Iam amore …
Veni, domicella, cum gaudio !
veni, veni, pulchra! Iam pereo!
o! o! totus floreo!”

Parodie di Sante in forma di rappresentazioni venivano allestite sui sagrati delle chiese e all’interno di esse, e più o meno tollerate dalla Chiesa dominante, a seconda dei governanti che fossero cattolici o protestanti, italiani, francesi o tedeschi. Trascrizioni di ‘inni sacri’ e ‘preghiere’ in volgare divennero così popolari da entrare a far parte di ‘messe profane’ intitolate agli stessi figuranti che le rappresentavano, come ad esempio la ‘Missa gulatorum’ ossia dei ghiottoni; la ‘Missa potatorum’ ossia dei beoni e la ‘Missa de’ villani’ ecc. spesso accompagnate da strumenti tipici come tamburelli e zufoli ed eseguite in forma ‘a ballo’, in girotondi e sfilate processionali.

All’occorrenza la ‘Festa dei Folli’ costituiva la provvisoria emancipazione dei subalterni, ai quali si lasciava di celebrare la loro breve sovranità mediante eccessi tanto più insensati in quanto destinati a durare per brevissimo tempo. Il rovesciamento dei ruoli sociali trovava quindi nuova espressione nella cerimonia dell’intronizzazione di un ‘papa’ o ‘vescovo dei pazzi’ che, issato su di un carro, era trascinato in corteo fra urla, lanci di uova e ortaggi, cui faceva seguito una folla euforica di chierici, giovani coristi e diaconi danzanti. Erano gli stessi ‘folli’ a custodire le chiavi del manicomio; addirittura potevano entrare nelle case e permettersi licenziosità più o meno piacevoli, e se avevano il volto coperto da una maschera non erano obbligati a rivelare la propria identità. Si ripeteva così l’inversione dei ruoli consuetudinari e il rovesciamento delle gerarchie conosciute fin dall’antichità e mai scomparse dalla memoria popolare.

Ma leggiamo insieme almeno due filastrocche tradizionali legate al Carnevale nei testi trasmessi da Dodi Moscati, interprete dell’area umbro-laziale che li ha ripresi dalla viva voce degli abitanti dei luoghi di riferimento regionale:

E qui passa il Carnevale.

“Qui passa il Carnevale
e tra suoni balli e canti
gli è la scena degli amanti
ne succede in quantità.

Carnevale non te ne andare
Carnevale non te ne andare
io ti ho fatto un bel mantello
ogni punto un fegatello
Carnevale non te ne andar.

E more, e more, e more lariciunferarillallero
E more, e more, e more il Carneval.”

Tuttavia, lungi dall’essere considerata una ricorrenza straordinaria per quanto pagana, una volta entrata a far parte del costume popolare e nel patrimonio culturale di molte regioni italiane e di gran parte d’Europa, la ‘Festa dei folli’ fu portatrice di notevoli cambiamenti nelle consuetudini musicali canore e strumentali all’interno della ‘musica sacra’ secolarizzata dalla Chiesa nel Canto Gregoriano.
Ciò che aprì la strada a un certo modo di interpretare il canto profano propriamente detto, nella forma dello ‘stornello a contrasto’, della ‘serenata’ ecc. entrati in seguito nelle esibizioni tipiche del Carnevale , come appunto si legge in numerose e particolareggiate descrizioni lasciate dai contemporanei e, successivamente, in molte manifestazioni regionali entrate nel patrimonio tradizionale popolare.

Ne è un tipico esempio il ‘Ballo delle fornaccine’ tratto dal ‘Carnevale di Bibbiena’ risalente al 1300, in cui si narra che “..nell’ultimo giorno di Carnevale due gruppi di suonatori erano soliti sfidarsi per le vie e le piazze del paese a raccogliere denari. Al termine della raccolta i gruppi si riunivano in Piazza Grande e davano avvio ai balli. La banda musicale raccolta presso la fonte, veniva circondata dalla folla che su un motivo uniforme si metteva a cantare alcune strofe di ballate molto conosciute. Nel frattempo, in un’altra piazza era stato organizzato un grande falò di ginepro, attorno al quale alcuni tra quanti giunti dalle campagne vicine, sempre assai numerosi, traevano gli auspici per la raccolta, dalla buona o la cattiva riuscita del falò.” (M. Colangeli)

Quella detta ‘delle fornaccine’ riproposta in tempi più recenti dalla viva voce di Caterina Bueno è forse la ballata più conosciuta giunta fino a noi di questa tradizione:

“Eran le Fondaccine che han fatto un ballo
bello ballo per amor
eran le Fondaccine che han fatto un ballo.
In mezzo di quel ballo c’è nato un pomo,
bello pomo per amor
in mezzo di quel ballo c’è nato un pomo.
Di là ne vien un uomo padron del pomo,
bello pomo per amor
di là ne viene un uomo padron del pomo.
Cavasi le scarpette s’alza nel pomo.
Bello pomo per amor.
Cavasi le scarpette s’alza nel pomo.
Sale di rama in rama fino alla cima,
bella cima per amor
sala di rama in rama fino alla cima.
Colse le tre ramelle delle più belle,
belle, belle per amor
colse le tre ramelle delle più belle.
A ognuno ne dié una salvo alla bruna,
bella bruna per amor
a ognuna ne dié una salvo alla bruna.
E benché son brunella son la più bella,
bella balla per amor
e benché son brunella son la più bella.”

Fondaccini erano chiamati gli abitanti del rione Fondaccio. Il ‘padron del pomo’ è riferito a Marco Tarlati che nel 1359 ebbe il dominio di Bibbiena. Il continuo riferimento allusivo si pone maggiormente in evidenza, allorché i partecipanti danno inizio al testo tradizionale della ‘Mea’, mostrando all’occorrenza con applausi scroscianti la loro gioia per i più bravi improvvisatori di rime.

La fuga della Mea.

“La Mea la fa ‘l bucato
per conquistar su’ amor;
la Mea la lo lava
alla fonte dell’amor;
la Mea la lo rasciuga
alla spera del sol;
la Mea la lo ripiega
all’ombra dell’allor;
l’alloro l’era verde
la Mea s’addormentò;
di lì passò ‘l su’ amor
la Mea lo sospirò;
non so sospirar più Mea
ch’io ti voglio sposar.
Le vie le son sassose
cavalli son sferà;
suo padre alla finestra:
‘lasciatela pure andar’.
Trovò un barcarolo
‘mi vuoi tu imbarcar,
cento zecchini d’oro e borsa ricamà’;
suo padre alla finestra:
‘lasciatela pure andar’.
‘Amor se sei Giulietta,
amor senza danar’;
suo padre alla finestra:
‘lasciatela pure andar’.”

Di riferimento alle celebrazioni canore propriamente dette che, al tempo stesso, sono la testimonianza viva della presenza magica di un mondo indubbiamente superstizioso di cui è impregnato tutto il nostro territorio, dal nord al sud, sono le ‘ballate a tema’ e le ‘canzoni amorose’ a scopo liberatorio e d’intrattenimento, strettamente legate alle tradizioni orali-narrative successivamente trasferite nei racconti e nelle leggende popolari delle nostre regioni. È così che giungiamo sulle montagne del bresciano in quel di Bagolino dove, in occasione del ‘martedì grasso’ le ragazze da marito si barricano in casa, mentre gli uomini, travestiti con sfarzosi costumi, s’improvvisano ballerini per conquistarle, al ritmo di ‘ariose’ e ‘polesane’. L’elemento caratterizzante del loro ricco costume è il cappello e la maschera di tela dipinta di bianco che li rende tutti indistintamente uguali e al tempo stesso dona loro un carattere leggiadro e arcano. Qui, nel mezzo degli scherzi ci si insegue per colpirsi nelle ‘glorie maschili’ e si rinnova il detto: “di carnevale ogni scherzo vale e, peggio per lui se dopo fa male”.

A Napoli, ad esempio, oltre allo scambio dei ruoli, assumeva aspetti quanto mai spettacolari l’orgia mangereccia, in cui l’ossessione della ‘scorpacciata’ era giustificata dalla prossimità della Quaresima, tipica di una cultura in cui la fame era la regola. Infatti già nel XVIII° secolo, si costruiva un teatro detto ‘della cuccagna’ con un mucchio di vivande d’ogni sorta, in cima al quale troneggiava il dio Saturno dell’abbondanza. Quindi, all’ora prestabilita lo sparo di un cannone tuonava e una folla immensa dava l’assalto alla montagna di cibo. Ne seguiva un’orgia immane di cui si trovano riferimenti in molta letteratura giunta fino a noi. Del Carnevale campano, più esattamente a Montemiletto in provincia di Avellino, ancora oggi si possono rintracciare testimonianze nelle rappresentazioni pubbliche dei cantastorie eseguite in occasione della festa. Ne è un tipico esempio ‘La canzone di Zeza’, dedicata appunto a Zeza, personaggio della tradizione popolare tratto da un vezzeggiativo napoletano del nome Lucrezia.

La canzone di Zeza – ovvero “redeculuso contrasto de matrimonio tra Pollecenella, Zeza e lo studente Nicola Pacchesicco”. Canto carnevalesco ancora vivo nella provincia napoletana, che alcuni studiosi vogliono derivato per la particolare struttura teatrale, da antiche ‘atellane’:

“Pollecenella – Zeza vi ca j mo jesco,
statte attienta a ‘sta fegliola
tu ca si mamma dalle bona scola.
Nu la fa prattecare
cu tutte ‘ste ffegliole
ca chello ca non sape se po ‘imparare.
Zeza – Non ce pensare a chesto
marito bello mio
ca ‘sta fegliola l’aggio ‘mparatt’io!
Io sempre le sto a dire:
‘na femmena ‘nnorata
È cchiù de no tesoro assai stemmato.”
. . .

“ I protagonisti della rappresentazione – scrive R. De Simone – sono cinque vecchie glorie tra i 50 e i 60 anni di età che, chiamate a impersonificare altrettante figure del passato, tra cui Zeza, Pulcinella, la loro figlia Tolla, il Dottore e lo studente/marinaio, danno luogo a un ‘contrasto’ di genere faceto, nel corso del quale sorgono contrasti e litigi fino ad arrivare agli insulti e alle fucilate. Alla fine però la ragazza sposa il suo amato e la festa si conclude con una grande ‘quadriglia’ ballata dalle coppie, alle quali si aggiunge tutto il vicinato.” La riuscita di questa rappresentazione che solitamente si svolgeva nelle piazze infatti era legata alla partecipazione del pubblico che vi prendeva parte. L’ultima di cui si ha ricordo è avvenuta a Napoli in Galleria, organizzata e diretta da Roberto De Simone ed eseguita dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare che, in seguito, la trasformò in un evento di portata ‘storica’, la cui eco ha varcato i confini regionali per protrarsi a livelli nazionali e internazionali, grazie anche al successo strepitoso in quegli anni della NCCP che ne realizzò un Lp per l’etichetta Rare.

Nei giorni di Carnevale, siamo ancora a Napoli, si svolgevano spettacoli di un certo rigore coreografico detti ‘balli di sfessania’, una tipica danza cinquecentesca napoletana alla quale si fa risalire la forma più antica della ‘tarantella’ danzata in chiave coreutica. Secondo alcuni questa era rappresentata da personaggi portatori di maschere successivamente assimilate ed utilizzate dagli attori della Commedia dell’Arte come segmenti comici dei loro spettacoli. Attualmente denominata ‘Vecchia del Carnevale’ viene eseguita, in forma musicalmente assai corrotta da uomini travestiti da donna, sebbene siano associati e studiati come facenti parte del repertorio teatrale piuttosto che come forma coreutica. Questi rivestono una grande importanza dal punto di vista etnografico in quanto vanno collocati al centro di un lungo processo evolutivo che dal tarantismo, grazie alla contaminazione del fandango spagnolo, ha originato la tarantella come danza di corteggiamento basata sull’affermazione del binomio maschio-femmina.

Ballo di Sfessania.

“O Lucia ah Lucia,
Lucia, Lucia mia,
stiennete accostate ‘nzeccate cca, Lucià
vide ‘sto core ca ride e ca sguazza
ausa sto pede ca zompo canazza.
Cuccurucù
zompa mo su
veco ca sauto ca giro ca zompo
nnante che scompo
zompa Lucia ch’ addanzo
io da ccà
tuba catubba e nania nà.
O Lucia ah Lucia
Lucia, Lucia mia.
Cotogni, cotogni cotognà, Lucià
vide chest’arna
ca scola ca squaglia
tiente ca passo sautanno ‘na quaglia.
Cuccurucù
sauta mo su
veco ca sauto ca torno ca roto
vi ca me voto
sauta Lucia ca zompo io da ccà
uh che te squosse e persovallà.
O Lucia ah Lucia
Lucia ah Lucia
Lucia, Lucia mia
cocozza de vino me sa, Lucià.
Vide cannella ca tutto me scolo
tiente ca corro ca roto ca volo.
Cuccurucù
rota mo su
veco ca roto ca corro ca giro
vi ca sospiro
rota Lucia ca scampo mo ccà.
‘ngritta ccà ‘ngritta e cuccurusà
O Lucia ah Lucia
Lucia, Lucia mia.”

A gettare nuova luce su questa antica forma coreutica è il saggio “I Balli di Sfessania Fra Tarantismo e Tarantella” del ricercatore isernino Rino Capone, già autore di vari saggi e studi sulle danze antiche e moderne. Si tratta di uno studio che raccoglie le risultanze di un lungo e rigoroso percorso di ricerca, che ha visto l’autore prendere in esame una corposa mole di documenti storici, provenienti da diversi circuiti internazionali, che spaziano dalle opere di Del Tufo e Andreini fino a Salvator Rosa, senza dimenticare le ventiquattro incisioni (foto di copertina) realizzate dal manierista francese Jacques Callot (1592-1635), che descrivono e documentano in modo magistrale non solo le precipue modalità coreutiche ma anche le maschere della commedia dell’arte italiana ad essa collegate.

All’insegna delle primitive feste agrarie contadine e delle medievali ‘Feste dei Folli’, il Carnevale a Napoli tendeva a mescolare in un delirio illimitato ogni singolo aspetto dell’intrattenimento, dalla parodia a giuoco, dal mascheramento alla frenesia del ballo, dallo spettacolo alla baldoria da osteria. Vi erano per così dire riassunti tutti gli aspetti, tra i più eclatanti della tradizione meridionale riversati all’interno di quel ‘mondo magico’ più volte annunciato che affonda le sue radici nel fanatismo religioso e per questo assai vivace. La più grande attrattiva di questo connubio è pienamente riassunta nella figura di Pulecenella, l’antica maschera sannita, bitorzoluta e cupa, che al di là dei suoi lazzi e scherzi, rappresenta la parte più oscura dell’anima umana, ma anche quella amaramente sollazzevole dello ‘scherno’ che la natura lancia all’umanità tutta, sollecitandola alla ‘vita’ sopra ogni cosa e, dalla quale, imparare ha significato di eternità. E che per questo lancia i suoi strali e i suoi strazianti lamenti d’amore.

Serenata di Pulecenella.

“Ué, ué, ué s’affaccia
ca sta Pulecenella, Pulecenella…
le caccia la linguella
e dice i’ sto cca, i’ sto cca…
Ué, ué, co sta resella
co st’uocchie e co sti vinoccole
comme a spruoccole
me staje a strazià, a strazià…
Gioia de st’alma mia jesce a’mmalora
si craje tu truove ‘nfosa sta chiazza
so llacreme d’ammore e no sputazza.”

Stando allo studioso Harvey Cox, “La scomparsa della ‘Festa dei Folli’ ha segnato una svolta nella storia della nostra civiltà, un segno del profondo mutamento in cui sono andati perduti certi valori culturali come la fantasia, l’immaginazione, il gusto per la satira e la beffa con cui si cercava (e talvolta si riusciva) a mascherare la paura delle tenebre e della morte.” Dallo storico Roland August apprendiamo invece quanto segue: “La cosa più sorprendente è l’esistenza nell’uomo di un bisogno profondo di negare le credenze e le istituzioni più serie, riducendole a livello di buffonerie. Un atteggiamento, forse, tuttavia la festa è la negazione dell’ordine e, non potendo eliminare l’anarchia che è dentro di noi, la società la organizza, la incanala nella festa, conferendole così le caratteristiche di una istituzione. La derisione cessa così dall’avere conseguenze pratiche, in quanto isolata dalla verità quotidiana : il giorno successivo alla ‘festa dei folli’ i partecipanti tornavano ad essere buoni cristiani senza che in loro fossero rimasti strascichi, nel senso che non si sognavano neppure di mettere veramente in discussione l’ordine della società. La festa era insomma una parentesi di ‘follia’.”

Come accade in tutti i Carnevali di qualche rispetto che si celebrano in molte città e piccoli centri della nostra Italia, in ognuno è mantenuto un certo riguardo per le tradizioni più antiche all’interno di manifestazioni folcloristiche organizzate all’insegna di una socializzazione pià recentemente andata smarrita. Come ad esempio a Cento, in provincia di Ferrara, dove ogni anno si tiene l’ormai famosa rappresentazione del ‘Testamento di Tasi’, in cui si confeziona un mascherone di cartapesta avvolto in un mantello nero, appunto il Tasi che impersona il Carnevale. Dapprima si prepara un rogo di fascine al centro della pubblica piazza, dove, prima che venga messo sul rogo e finire bruciato, il Tasi leggerà il suo testamento riferito al lascito che intende fare ai cittadini e basato sugli avvenimenti locali ed anche nazionali o internazionali con aggiunta di una buona dose di satira. Scritto appositamente per l’occasione in forma di ‘zirudela’, una forma tipica della poesia dialettale centense, viene rinnovato da poeti e scrittori locali che partecipano alla sua stesura.

Una grande ‘fagiolata’, a base di salsicce e carne di maiale, ed ovviamente di fagioli, si svolge ogni anno a Biella durante il ‘lunedì grasso’ nel rione S. Pietro parato a festa per l’occasione in cui si ingaggia una vera e propria battaglia con lancio di coriandoli. Intanto, nel resto della città si svolgono balli e brevi manifestazioni di carattere popolare come ‘la cuccagna’, la ‘corsa dei sacchi’ e ‘la pentolaccia’, ma è comunque la ‘fagiolata’ che infine riscuote il maggior successo, per il suo contributo mangereccio. Questa ha luogo in un ampio cortile dove diversi cuochi vestiti nel costume che li distingue, preparano tra i cinque e i nove quintali di minestra di fagioli che poi viene distribuita a tutti i partecipanti. Non prima però che siano arrivati il ‘Gipin’ con sua moglie ‘Catlina’ e il loro figlio ‘Gipinot’ a dare il via all’abbuffata generale. La ‘festa’ continua fino al fatidico ‘martedì grasso’, ultimo giorno di Carnevale, con ‘Il processo al Babi’, un grande rospo appositamente allevato che viene portato in gabbia , processato per le sue ‘malefatte’ verbalmente oscene, rivolte in chiave satirica alle istituzioni e ai personaggi più in vista della città. Ma è quando il ‘Babi’ viene messo simbolicamente al rogo, a rappresentare la morte del Carnevale, ecco che la campana maggiore scocca la mezzanotte e tutto ha fine.

Famosi tuttavia restano i carnevali che si svolgevano nelle grandi città e nelle corti dove assumevano forma spettacolari di gare pubbliche di canto, di recitazione e di eleganza, così come di estro della parodia e della satira, assecondando le forme preesistenti di spettacolo e festeggiamento pubblico nelle sfilate e nelle processioni, nelle giostre e nei palii così come nelle ‘quintane’, alla cui base stava il divertimento ma, spesso, anche il rischio intrinseco del gioco d’azzardo che prende la mano e più spesso l’intraprendenza accecante della vita. In ogni spettacolo popolare comunque, e ancor più nel Carnevale, è ancor sempre la musica a svolgere la parte più accattivante e culturalmente più interessante della festa, con l’accompagnamento di canti e balli da parte delle allegre brigate che vi prendono parte. Fin dal XVIII° secolo i festeggiamenti per il Carnevale divennero talmente sofisticati da rientrare nei termini del costume così come nel linguaggio, cioè nei canoni dell’estetica e della ricercatezza delle grandi corti europee che facevano a gara per fastosità e splendore, facendo mostra di sé nelle rappresentazioni pubbliche di piazza e in teatro.

Un esempio eclatante nel suo genere era il Carnevale Romano che, a suo tempo, conobbe un grande momento di splendore, in cui si portavano in piazza le ‘corse dei cavalli’, numerosi ‘carri allegorici’, nonché ‘giostre barocche’ e lo spettacolo dei ‘funamboli’ che più di altri raccoglieva il plauso del pubblico che riempiva le piazze. Come riportato in un annale risalente al XVI° secolo, durante il Carnevale Romano era in uso tra il pubblico festante bombardarsi ‘per ischerzo’ con uova preventivamente svuotate e riempite in parte di sabbia e pepe, successivamente sostituite dal lancio di rape a causa degli alti costi da sostenere. Una costumanza che venne ripresa più tardi introducendo l’usanza del lancio di confetti dolci, poi sostituiti con palline di gesso più leggere e colorate, in seguito trasformate nelle palline di carta che si vuole siano le antenate dei comuni coriandoli.
Ma va qui ricordata la ‘Festa delle lanterne’ così detta per le candele accese che venivano regolarmente spente l’un l’altra, allorché s’inconrava la persona che stava al gioco sottile e penetrante dello scambio amoroso che si concludeva quasi sempre, a notte inoltrata, con lo scambio di baci e regali, e spesso di accoppiamenti amorosi sotto un cielo illuminato da uno scenografico spettacolo pirotecnico.

Tutte le notti in sogno.

“Tutte le notti in sogno me venite
diteme, bella mia perché lo fate?
E chi ce vié da voi quanno dormite?
Vola, vola l’aritornello
core mio bello nun me scordà.
Pe’ volé bene a voi ce n’ho passate
de pene e patimenti e lo sapete
e adesso bella mia così me fate.
Vola, vola l’aritornello
core mio bello nun me scordà.
Le stelle su ner cielo so’ millanta
ar marinaro disse: conta, conta
quella che cerchi tu sempre ce manca.
Vola, vola l’aritornello
core mio bello nun me scordà.”

Del Carnevale Romano si ricordano figure celebri quali: Ghetanaccio, Rugantino, Meo Patacca, Mastro Titta, Marco Pepe, Gigi er Bullo, tutti personaggi reali divenuti in seguito ‘maschere’ del teatro popolare. Ognuno dei quali ama la propria donna e ne è riamato, che sia la marchesa di turno o la duchessa di qualcosa, ma anche, e soprattutto, la popolana Nina, o Nuccia o Ninetta. A ognuna era dedicata almeno una ‘serenata’ che in particolare assumeva forme diverse: a dispetto, lasciva o d’invito che, per quanto si volesse, preservava comunque una prerogativa appassionata.

La treccia bionda.

“Bella regazza dalla treccia bionda
per nome vi chiamate Veneranda
li giovani per voi fanno la ronda.
Papà non vole
mamma nemmeno
come faremo a fare l’amor?
Ciavete du’ bellissime pupille
a ‘gni gueriero fate abbassà l’arme
la fija sete der guerrieo Achille.
Papà non vole
mamma nemmeno
come faremo a fare l’amor?
Ciavete l’occhi neri e ‘r petto bianco
de qua e de là du’ lampene d’argento
chi ve vò bene a voi diventa santo.
Papà non vole
mamma nemmeno
come faremo a fare l’amor?”

Per quanto alcuni elementi preminenti siano ormai comuni ad ogni carnevale indistintamente, molti sono tuttora quelli che si celebrano in gran pompa, nei luoghi in cui il tempo del Carnevale si colorava di luci, di lustrini e di costumi sfarzosi, fruscianti sui selciati delle piazze e dei teatri e la cui fama che perdura ancora oggi. Fama che ha solcato i confini della licenziosità da divenire, più semplicemente, un fatto di costume che si ricollega alla storia del territorio, e comunque contrassegnato da un termine, come si vuole nel rispetto calendariale delle ‘Ceneri’ che precedono la Quaresima, il cui significato va oltre la messa al rogo dell’inverno ce preannuncia la morte simbolica di Cristo.

Usanza viva ancora oggi in molte altre regioni della nostra penisola e che riassume il carattere primitivo del sacrificio rituale, e come questo coincide con la fine della stagione invernale. L’inverno infatti, è spesso rappresentato dallo spauracchio della sua ‘morte’, qui fatto oggetto di insulti, lì dato alle fiamme, in altro luogo annegato, altrove impalato e via dicendo. Il perché di tanta crudeltà – dicono i teorici – costituisce da sempre il ‘capro espiatorio’ di tutti i mali sul quale vengono scaricati i peccati della comunità, quegli eccessi ai quali l’umanità si è abbandonata durante le feste e, forse, durante tutto l’anno appena trascorso.
Oggi che il ritmo del lavoro si è andato modificando profondamente, lasciando all’individuo spazi sempre più ampi di tempo libero, la voglia del divertimento impresso dal vecchio ‘carnevale’ potrebbe anche non conoscere fine. Ma non è così, il tempo della ‘festa’ come lo si intendeva nelle comunità contadine o nelle corti medievali ha perso il suo significato e anche il suo fascino; il ‘divertimento’ è vissuto a un diverso livello, indubbiamente astratto, privo di partecipazione e attrattiva e, soprattutto, privo del fervore che l’animava.

Il Carnevale ha per così dire assunto nuove forme di svago, tuttavia manca della sua parte creativa data dall’immaginazione e dal ‘mascheramento’ di un tempo, in breve ‘..l’uomo moderno è prigioniero della logica, della serietà che lo condiziona’. (H. Cox)
Oggi più che mai c’è bisogno di ritornare alle feste collettive di piazza e di costume a cui tutti possano partecipare con spirito di solidarietà. Soprattutto in ragione di quella solitudine che è tornata a farsi sentire in modo così preminente, a causa della perdita del proprio intrinseco significato di compartecipazione alla solidarietà. Quella che era la creatività e la fantasia di un epoca, sembra oggi aver ceduto il posto alla logica, lo scherno e il lazzo sacrificati alla ragione, il fantasma del Carnevale aver assunto il volto del passare del tempo dietro una smorfia, un bernoccolo, un naso, nell’espressione crucciata di una ‘maschera’ che non sembra avere alcun domani.

Resta da vedere se la nostalgia del ‘carnevale che verrà’ potrà assumere quella forza tale da creare e preservare le nuove forme di svago che andranno a sostituire le antiche tradizioni che, se abbandonate o quanto meno dimenticate, resteranno mute dentro lo specchio della storia, che è poi la nostra storia. Ma che cos’è il Carnevale se non lo svolgimento di una defezione dello spirito che ritrova nel tempo della festa la sua dimensione arcana e la sua sconsiderata allegrezza?

Meditate gente, meditate … nel frattempo:

“Ciascun suoni, balli e canti //
Ciò c’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto sia.
Di doman non v’è certezza!” (Lorenzo de’ Medici)



(continua sul ‘Carnevale di Venezia’)

*

- Poesia

Cristiana Fischer … o la forma ’poetica’ del levare

CRISTIANA FISCHER … o la forma ‘poetica’ del levare.

“Finalmente non ho altro da fare che scrivere poesie…”,
annuncia l’autrice di un certo numero di liriche inviate e pubblicate sulle pagine di larecherche .it , la rivista letteraria intitolata all’opera magistrale di Marcel Proust che nelle sue pagine annovera, oltre a una sezione specifica dedicata alla poesia, anche un Premio annuale “Il Giardino di Babuk”, quest’anno giunto alla sua IV edizione. In realtà non conosco se la poetessa le abbia mai inserite in una raccolta o se abbia mai partecipato al suddetto Premio, al quale altresì le rinnovo l’invito. Tuttavia, poiché in alcune sporadiche occasioni ha rivolto la sua attenzione con particolare sensibilità e profondità a testi pubblicati da altri poeti presenti nella rivista, e nello specifico ai miei, ho pensato di rivolgere uno sguardo attento alla sua produzione letteraria, seppur riferita alle sole poesie, non tantissime, che mi è dato leggere, nella speranza di farle cosa gradita.
Inutile dire che non conosco di persona l'autrice e che quindi non so nulla di lei, l’unico fatto rilevante della sua scrittura è contenuto in quell’incipit cui ella affida la sua esistenza poetica, quasi fosse nebbia notturna di una memoria antica, nella quale si smarrisce e si ritrova, barricata o forse protetta, dietro un argine che divide due sponde: l’amore cosmico fervido e instabile per tutto ciò che ruota attorno al creato, con particolare attenzione alla natura arborea e floreale in cui ha scelto di vivere; e la mite animalità corporale che si scioglie nell’ascolto di echi deliranti e perduti come per un convito di adescamenti dentro lo specchio imfranto del tempo …

‘Ma la morte non ha cuore se il cuore non muore’ - scrive la penna della poesia universale. È allora che nella vana ricerca della propria esistenza l’eco che dal bosco profondo sale, sollecita l’orecchio all’ascolto interiore dei propri ‘spazi frattali’, di quegli interstizi ‘transgenici e transcorporei’ che danno forma al soggetto impersonale che s’agita nell’anima corporale del suo essere ‘perdutamente umana’:

“ah non sono io né qui né lì, né viva né mai più io.. (...)
brava! brava! mi dicono
è così difficile capire che amo
e si capisce se si ascoltano
parole dell’amore tra parole
che d’amore non parlano
se non per amore
rivolte e indirizzate (...)
che nel campo d’onde collegato
non entra in risonanza né in interferenza
piane virtuose verdeggianti infiorate
che l’aria non impregnano (...)
l’infinito sentire del reale
chiamare domandare il mio cieco
amore incapace di dare”

Non siamo ancora alla ‘forma poetica del levare’, abbiamo solo sfiorato lo specchio infranto dell’acqua amniotica in cui la vita conosce la sua germinazione, e ne trascrive le ‘note’ sul pentagramma della futura esistenza:

“…è la poesia che scrive me, (...)
ballando leggerezza sulle punte"
(...)
‘ma accoglie la memoria altrui
cercando la bellezza nel creato’ (nota d’autore)
(...)
"metti il tono del verso dove vuoi..”

Quel ‘levare’ che in musica anticipa e segue il ‘battere’ determinando l’andamento ‘lento’ o ‘presto’ del tempo, qui espresso come tempo assoluto: ‘afferente e discendente’ che s’intende perseguire nella vita e che, a mio parere, è la chiave di lettura del connubio musica-poesia di Cristiana Fischer, per quanto frutto di una rivisitazione che la rapporta a un presente mai definitivamente accettato. E, tuttavia ricca di una scrittura paritetica tipica del ‘canto e controcanto’ nell’uso che ne facevano gli antichi aedi, con la quale evocavano gli déi, gli spiriti dei boschi e le ombre dei defunti o, anche, la turgida fertilità dell’inverno davanti al rigenerarsi del creato:

“siamo gli spiriti dell’aria
ci distingue fogliolina all’ascella
del ramo siamo ospiti
invisibili in corpi penetrabili
siamo incontri e influssi
di sostanze viventi siamo rari
natanti in vortice vitale
ci incalza la tempesta infernale
e scorrendo memoria rendiamo
tributo al Maestoso tremore
siamo come i viventi nel liquore
della profondità in densità oscura
corpi di marea colonie di organi
radici e architetture di ingegno in misure
di conoscenze vere
che certezza chiama in vari modo
primario riconoscimento
relazione ai vivi orientamento
figurale in intrico d’ampiezza”

C’è una sorta di verità sottesa in ciò che la poetessa Cristiana Fischer scrive ma che non riesce ad esternare appieno in una compiuta ‘simmetria concettuale’, causa la quale il suo linguaggio si scompone in ‘incertezza simbologica’, pur nella volontà “di ampliare la distanza del rapporto” e nello “sforzo di nominare la differenza dove sembra esserci in-differenza”. Un’incertezza questa che, riflessa nello specchio-magico dell’alterità, è inevitabilmente soggetta alle più diverse interpretazioni, quasi le molteplici immagini in essa sollecitate trasfondano in una unica identità … come appunto nella lirica qui riportata:

“guardami e guardati allo specchio
io profondità del tempo
tu segno invertito in simmetria
io misura tu i meandri del tratto
io trasparenza tu il riflesso
e sia lucemateria o gibigianna
io invisibile nella distanza
tu immagine cieca in lontananza
apri un varco alla mia figura
e fissa la mutevole sembianza
ferma le danze del pensiero
in forma artiglio del vero”

Tanto basta a descrivere l’addivenire di ‘viaggi interiori’, di un superamento di ‘soglie’ che, oltrepassato il muro del silenzio, introducono alla musica delle sfere, vicine a quel ‘levare’ che s’apre alla creazione, in cui cede l’incertezza di essere alla prerogativa del sapere, onde la conoscenza si trasforma in luce, dove finanche la morte diventa spoglia vivente:

“..ascolta – mi dice – il silenzio
ascolta l’eterno
il vuoto che insidia i tuoi sensi
(...)
..mi concentrerò per non morire
non in meditazione che condensa
la mente e il corpo in materia densa
secca e imbalsamata
in materia abbandonata al suo scadere
in sostanza naturale trasformata
a sola essenza spirituale
(...)
..mi solleverò per non morire
sarà beato lasciare
le spoglie viventi alla materia inerte
e volare
in trasformato ente
spirituale”

Ma all’assenza invocata fa riscontro la presenza cosciente d’essere qui ed ora a confrontarsi col quotidiano, con la cronaca dei giorni che infligge frequentazioni e continue domande sulla perplessità del vivere: “memoria da creare … allevare ricordi?”. Come un grido levato a chiedere perché?, che pure è scritto tra le righe delle sue poesie ma che non leggiamo e forse non leggeremo mai, perché la sua forza (o forse la sua debolezza) ricade nell’incapacità di quel ‘levare’ la voce a sostegno o al diniego di una qualche affermazione che la poesia non richiede e non concede ad alcuno:

“prima cadranno le foglie dei frassini
colore d’arancio e di vino
e gli aceri color di mora
e il sorbo rosso trionfale
un solo giorno spoglierà di vento

l’ulivo resta nei suoi fumi
grigi versanti. Intorno la foresta
di rami all’aria bianca
(...)
attesa d’inverno che asciuga
nuovi succhi di carne
artiglio d’ignoto sulle vesti
in fila i migranti respinti
come antichi popoli che hanno
perso la terra
le luci e il freddo in una morsa
(...)
che stringe gente libera alla fatica
a obbedire e servire perfino”

‘fratelli di una schiavitù nuova’ (nota d’autore)

Sul levare * (C. Fischer)
“..se seguito a sottrarre – nel comporre poesia / resterà un testo di premesse / di avvertimenti e rimandi … all’inespresso / allusioni al senso del tutto / illusione che sia sostanza (del) reale / non fiato e finzioni … di parole / nel sacchetto di pelle gusci secchi / ai confini dell’intonazione / segno l’accento dove tu / l’intento: è sempre ‘forma del levare’ sul rumore …”

Il ‘lavoro’ del poeta:
“.. una grande stanza / un musicista d’avanguardia con le iridi blu // e un’ampia pupilla / soffice come un cuscino / in effetti stavo dormendo / e nessuno guardava fuori / (…)
tutto avveniva in un vecchio appartamento /(…)
lavoro sullo schermo con cinque finestre / la posta una conversazione (anche due) / i testi poetici e un articolo / di scienza o di filosofia / splendidamente si intrecciano / scherzo sorprese e fantasia / e quel trasporto mentale / che la realtà virtuale dispone / nella contemporanea fruizione / di affetti ragione e armonia /(…)
la poesia è scrittura concentrata / in cui le parole si concertano non solo / si rinforzano di significato / si contraddicono si innamorano / l’una dell’altra e cercano parentele / e lontane amicizie e procreano / succedanei curiosi o progettano / cattedrali e teorie /(…)
se rinasco divento musicista / non parlo più / scompongo inseguo afferro / mi arrendo mi confonde mi consuma / il tempo /(...)
ah la poesia, che eterna, / felicità del parlare del pensare / e del ragionare! /(…)
segno l’accento dove tu … / metti il tono del verso dove vuoi / (…)
ma io rido e vedo conflitti / aspetto paziente sfortuna e malanni / e scherzo sul tempo che mangia la vita /(…)
ma ora da sveglia c’è solo il presente / e un anchilosante futuro /(…)
non oggi non ho fantasia / solo tragici avvertimenti di follia /(…)
ma un dio inconoscibile e muto / ascolta!, mi dice nell’anima mia”


Cristiana Fischer ha scelto di vivere in un bellissimo bosco delle montagne abruzzesi, “dove finalmente – come lei stessa scrive – non ho altro da fare che scrivere poesie “, che pubblica in rete sul sito Poliscritture, su Facebook e sulle pagine di La Recherche.it , sezione ‘poesia’.

*

- Libri

Auguri al Signor Bonaventura di Sto

Auguri al Signor Bonaventura per i suoi 100 anni di vita fra noi.

Quella volta, nel Giugno del 1988, mi ritrovai a Bari per la Fiera del Levante, nei giorni in cui si apriva la mostra mercato nazionale di cartoline d’epoca, stampe, libri e oggetti antichi: “Expo Bari Collezionismo”. Fu in quell’occasione che mi trovai a tu per tu con un prezioso cofanetto tutto giallo in tre volumi contenente teatro, novelle, poesie, scritte e illustrate da Sto, alias Sergio Tofano, uno dei più grandi attori del Teatro italiano, capocomico, regista, scenografo e costumista, che la Rizzoli aveva appena editato un anno dopo la sua dipartita, nel 1974. Mettendo così un ‘punto fermo’ da cui partire nella valutazione di un ‘grande del Novecento’.
Dipartita sì, perché Sto in realtà ha continuato ad essere con noi per tantissimi decenni e ha lasciato numerosi scritti e illustrazioni da riempire tomi per “Il Corriere dei Piccoli”.
Mi chiedo chissà quanti di voi si sono trovati a leggere le sue ‘novelle brevi’ come “I cavoli a merenda” o le sue “Storie di Cantastorie” e quel breve capolavoro “Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura”, la breve commedia magistralmente introdotta da Oreste Del Buono. E quanti ancora hanno ferme nella memoria le sue mirabolanti illustrazioni e i suoi bozzetti per il teatro.
Chi mai l’avrebbe detto che un bel giorno, siamo a Dicembre del 2016, incontrassi casualmente Sto per la strada, nelle mani di Maddalena Menza, giornalista, scrittrice e docente, che a Sergio Tofano ha dedicato un prezioso libro di ricerca sull’autore e sul suo personaggio, quel Signor Bonaventura d’infantile memoria che, a ben dire, ha coinvolto l’Italia intera col suo modo di dire ‘più vero del vero’ facendola sognare di potersi guadagnare ad ogni piè sospinto un fatidico ‘milione’ (di Lire). Specialmente per coloro, che negli anni della guerra, e successivamente del dopoguerra, si trovavano a rinverdire speranze di bontà e di futuro benessere.
Nel suo “Sergio Tofano e Il Signor Bonaventura” (Edizioni Kappa 2014) – Maddalena Menza scrive – essere «..uno dei personaggi del fumetto d’epoca più popolare tra gli italiani, tanto da potersi inserire nella storia del costume nazionale con la sua avventura ‘..che comincia male e si conclude sempre bene’ è (indubbiamente) la forza dirompente di Sto, come scrittore per l’infanzia, non tanto nella scelta delle storie quanto nella capacità di offrire al suo pubblico (di bambini e non) una via d’evasione in un linguaggio non allineato, in cui dalla selezione e dall’accoppiamento delle parole nascono sorprendenti e imprevedibili invenzioni verbali.»
D’altra parte è proprio la sua scelta orientativo-pedagogica indirizzata al rispetto dei valori educativi che Sto si pone in una sorta di ‘campo neutro’ nei confronti delle correnti letterarie dell’epoca anche di quelle più avanguardistiche come il ‘Futurismo’ in auge negli anni in cui egli scriveva. O, forse, e potremmo anche dirlo, generato dallo stesso, cioè quando il Futurismo non aveva ancora affrontato i virtuosismi più estremi.
Il ‘segno’ e la ‘forma’ così essenziali delle sue illustrazioni non ci ricordano in qualche modo nei colori un certo Depero?
Le sue storie dedicate al Signor Bonaventura nascono nel lontano 1917, quindi a 100 anni precisi dalle prime stringhe pubblicate sul Corriere dei Piccoli e ancora sorprendentemente vitali, sebbene al confronto con l’Euro, la Lira di quegli anni avesse un potere d’acquisto decisamente superiore, tale da divenire una sorta di filosofia del sano vivere:
«Non mi perdonerò mai di aver rivalutato il ‘milione’, trasformandolo in ‘miliardo’. Insomma , il miliardo sono mille milioni, è un numero vero, mentre il milione è un’entità irreale, eterea.» (Sto)
«Queste semplici parole pronunciate da Sto – scrive ancora Maddalena Menza – forniscono la chiave per capire quella che con un parolone potremmo chiamare ‘la filosofia del milione’. D’altro canto come è possibile pensare a Bonaventura senza associarlo al milione (come se fosse un riflesso condizionato) ed è naturale interrogarsi su cosa ci sia dietro quel fatidico pezzo di carta, con cui è premiata (astronomicamente) la bontà (spesso involontaria, a dire il vero)» … che, in una visione ampliata forse a dismisura, rappresenta il paradosso della povertà.
Scrive Oreste Del Buono nella ‘Introduzione’ alla Commedia scritta e illustrata da Sergio Tofano: «Oggi, giorno in cui scrivo queste righe, trovo scritto sul calendario: San Bonaventura. Chi fu costui? È inevitabile: se penso San Bonaventura, vedo immediatamente l’ometto dal cappelluccio rosso, la redingotta rossa, i pantaloni bianchi le scarpe rosse. Un ometto, dinamico più per forza di eventi che per forza propria, rimbalzante di avventura in avventura, anzi, a prestar fede all’incipit della prima puntata, di sciagura in sciagura, la maggior parte delle volte con soddisfazione generale, a lieto fine.»
Non c’è che dire, sembrerebbe l’annuncio di una moda che sta tornando o che forse non è mai passata e l’ometto di cui Sto parla, non può che essere uscito dalla fantasia bambinesca di un adulto che suo malgrado avrebbe fatto volentieri a meno di consacrarsi alla filosofia. Tuttavia chi abbia avuto in sorte di leggerlo può, in certo qual modo, addurre di aver ricevuto un certo insegnamento filosofico di tipo ‘pratico’, oggi comunemente trasferito negativamente nel ‘buonismo’ che tutti ostentano ma che nessuno davvero applica con sincerità d’intenti.
Almeno non come a suo tempo e secondo l’insegnamento di Sto faceva il Signor Buonaventura dalle pagine del “Corriere dei Piccoli”: «..un giornale per i piccoli che quasi riusciva più gradito ai grandi. Probabilmente senza quasi.» (Del Buono), e il perché lo si sapeva fin dall’inizio, in quell’incipit “Quì comincia la sventura …”, allorché giunti all’ultimo quadretto, si tramutava in promessa, la garanzia che la sciagura prima o poi, prima comunque e non poi il penultimo quadretto, sarebbe finità con la ricompensa della cambiale da un milione di lire.
Può sembrare pleonastico elencare qui i prosecutori di questo ‘genere’ che dal fumetto sfocia nella rarità letteraria, dalla novellaria arguta nella satira di costume, dalla caricatura alla pantomima teatrale. Si è qui messi di fronte all’originalità indiscussa, alla ‘nemesi creativa’ in cui la riuscita della bontà sull’esito negativo della cattiveria umana, pur restando nell’ambito della favolistica narrativa, vengono esaminate per contrasto con le controparti di un dialogo fondato sulla riscrittura orale, da teatrino delle marionette.
Se ben pochi sono i protagonisti della scena letteraria che hanno affondato le mani in Sto, una schiera di scrittori a loro modo ‘originali’ possiamo comunque elencarli senza offesa per alcuno, anzi, a incominciare da Achille Campanile, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e giornalista italiano, celebre per il suo umorismo surreale e i giochi di parole nonché inventore delle “Tragedie in due battute” (1925); Italo Calvino scrittore e intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, uno dei narratori italiani più importanti del secondo Novecento, autore tra l’altro di “Le cosmicomiche” (1965).
E inoltre: Stefano Benni scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo italiano, autore di “Bar Sport ” (1976) e “Il bar sotto il mare” (1987), considerati classici della narrativa umoristica italiana, e caratterizzato dalla particolare comicità; oltre e moltissimi altri di grande successo. Daniel Pennac, pseudonimo di Daniel Pennacchioni, è uno scrittore italo-francese autore di molti libri per ragazzi, tra i quali “Il paradiso degli orchi” (1985), “The rights of the reader” (2006), “Lone Riders” (2012).
Nel suo completo vademecum Maddalena Menza ci accompagna attraverso quelle che sono le ‘tappe artistiche’ di Sto, alias Sergio Tofano, nonché le tappe formative del personaggio del Signor Bonaventura, visti attraverso l’occhio critico ma anche amorevole d’una scrittrice che ama il mondo del teatro (laurea in Storia dello Spettacolo e Dottore in di Ricerca Pedagogica), con afflato qua e là poetico che non guasta. In Indice troviamo infatti oltre a ricordi di attori famosi come Milena Vukotich, Paolo Poli e Monica Vitti, anche una nbota registica di Carlo Ludovico Bragaglia. Ampio è l’apparato critico, inoltre a un’ampia biografia corredata da bibliografia e filmografia dell’autore e notizie riguardanti Tofano illustratore, del quale sono riportate nel libro numerose tavole a colori; nonché del Tofano attore di cinema e di TV e Tofano comico e poeta.
«Parlando con suo figlio Gilberto Tofano – scrive ancora l’autrice del libro – che tanto ha contribuito alla memoria paterna con la realizzazione tra l’altro di un cartone multimediale, ho avuto la conferma di un entusiasmo vivo non solo tra gli studenti universitari (talvolta obbligati a studiarlo), bensì anche tra le giovani generazioni, e, cosa altrettanto straordinaria, proprio tra i destinatari per eccellenza delle storie fantastiche quali sono i bambini, a dimostrazione della proposta ‘narrativa’ del “milionario”. (..) Nel presente lavoro è stata analizzata soprattutto l’attività di Sergio Tofano scrittore, illustratore e regista nell’ambito della letteratura per ragazzi a cui si è avvicinato con l’eleganza, ancor più nella pulizia del segno che lo ha contraddistinto in ogni sua attività espressiva; nonché da una scrittura lontana da ogni prescrizione moralistica e da valori precostituiti, soprattutto nei racconti e nelle poesie, dove è riuscito a portare una ventata di rinnovamento (..) lontana dal provincialismo italiano e ispirata alle avanguardie artistiche del tempo.»
Nella ricorrenza della nascita dell’ormai mitico Signor Bonaventura, noi de larecherche.it a nome di tutti i poeti che si affacciano sulle pagine del web auguriamo a Sergio Tofano ‘Buon Centenario’ anche per tutti i prossimi a venire, ricordandolo con sincero affetto.

Note:
“Sergio Tofano e il Signor Bonaventura” di Maddalena Menza per Edizioni Kappa 2014 - Via Silvio Benco, 2 – 00177 Roma.
Autrice inoltre di “Parole e cartoons. Il linguaggio delle fiabe e il cinema d'animazione” – Arbor Sapientiae Editore 2015 - Via Bernardo Barbiellini Amidei, 80 – 00168 Roma.
“STO: Teatro, novelle, poesie scritte e illustrate da Sergio Tofano”, cof. 3 volumi. Rizzoli Editore 1974.

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- Musica

Stelle di Carta e Strenne di Natale - terza parte

STELLE DI CARTA E STRENNE DI NATALE
(poesia, libri, arte, musica)
(terza parte)

“..Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine..” (Giacomo Leopardi – ‘Le ricordanze’)

“..E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono …” (Giacomo Leopardi – ‘Canto di un pastore..’)

¶ «Tutti gli esseri umani per natura amano guardare il cielo stellato. Lo considerano uno degli spettacoli più belli e commoventi che si possano contemplare e in effetti, l’osservano estasiati da migliaia e migliaia di anni, forse da quando la specie si è eretta sulle sue gambe. (..) Filosofia, scienza e poesia provengono dal medesimo impulso, la ‘meraviglia’: è una fede che condividono, millenni dopo, il persiano al-Qazwini, Dante, Kant ed Eisenstein, (..) parlando di ‘stupore’ come stordimento d’animo, di ‘rapimento’» (Pietro Boitani, “Il Grande Racconto delle Stelle” - Il Mulino 2012).
È forse giunto il tempo per noi di tornare a scrutare la volta stellata alla ricerca d’una qualche cometa di passaggio che sia messaggera di ‘pace’, o anche solo di una speranza nuova che sia foriera di solidarietà e di fiducia, portatrice di una maggiore convinzione nella fratellanza e nella pace fra i popoli tutti, nell’affermazione di quella “Pacem in Terris” auspicata nell’Enciclica di P.P. Giovanni XXIII nel 1963, il cui messaggio non mi stancherò mai di ribadire:

«Ogni essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di dimora all’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consigliano, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi con esse. Per il fatto di essere cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale.»

Pur non essendo questo un articolo di astronomia ed ancor meno di astrologia, come è detto nel titolo, rivolgo qui lo sguardo alle stelle, benché di carta, cartonate o in brossura che siano, in breve, ai molti libri che pur nel loro distinto silenzio, offrono al lettore attento qualche istante di luminosità. Nello specifico ai libri di ‘poesia’ sempre più bistrattati e tenuti in disparte, nel luogo più recondito delle librerie, mentre dovrebbero far bella mostra di sé addirittura sui tavolini nei salotti delle case, in ragione dell’essere portatori di luce e più spesso di verità …

“La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo”. (Sebastiano Vassalli “Amore lontano - 2005).

Quanti di noi sfogliando un qualsiasi libro (romanzo o saggio che sia), hanno trovato una frase che nella sua essenza ha colpito la sua sensibilità? Quanti hanno trovato nella ‘poesia’ un rifugio sicuro alla propria emotività, o che, talvolta senza accorgersene, hanno trovato quelle parole che mai avrebbero pronunciato, e che gli hanno permesso di esprimere un sentimento come l’amore, ad esempio? Quanti hanno trovato nella ‘poesia’ una frase che fosse di conforto alla loro solitudine o, alla loro incertezza di vivere cui neppure la filosofia ha saputo dare una risposta? La filosofia in sé non da risposte ma aiuta, mentre la ‘poesia’ sprona a cercare nel marasma dei silenzi, come nelle parole e nei suoni, ma anche nei colori e nelle linee dell’arte, quel quid necessario ad addolcire l’amaro che s’accumula nel tempo, nei giorni e negli anni del quotidiano vivere e che, inesorabilmente, segnano la vita di ognuno. Acciò anche desiderare, sperare, illudersi, finanche sognare e amare, altro non sono che i segni tangenti di un fare ‘poesia’ che travalica le soglie di quell’ ‘infinito’ cui tendiamo; quell’eternità cui l’essere umano da sempre anela, solo perché non gli è data. Sta nel principio effimero delle cose il destreggiarsi umano nel mare della follia che lo coglie, allora anche nella vaga luminosità delle stelle può mostrarsi la ‘soglia’ che induce alla fede in un aldilà di serenità e di pace. L’anelito è di bellezza cui solo la poesia sa come rendere omaggio.

¶ Come in questo ‘canto’ in cui la poetessa Amina Narimi recupera l’ancestrale pulsante essenza del nascere alla vita:

“Eravamo lievi,
accovacciati sui nostri sessi primitivi
come giovani fiori verso l’alba
illuminando l’intorno di erba verde
del rosso acceso dalle nostre ombre,
nella lingua semplice di uccelli,
e tanta rena nei palmi delle mani,
di tutto un cielo su, verso la vita.
Adesso che respiro, ora che salti
dentro ogni più piccola voce,
adesso che siamo fradici di luce
come fanno i caprioli quasi in cima,
stiamo nascendo, Noi ? Con le tue dita
se alzi il bordo sotto i fili d’erba
le ali ripiegate intorno al seno
si levano davanti ai nostri occhi
così a lungo. E silenziosamente,
candidi, nel buio
ripeteremo insieme ogni poesia,
con ogni gesto immaginato negli stretti
un largo d’aria disegnerà una promessa,
fra l’oro della polvere e il salgemma.
. . .
Più di ogni altra cosa
ci saremo inginocchiati,
pronunciando grazie, lucidi d’amore,
e, sottilissimi, sapendo di pregare
uno spazio per il fiato,
benedetto.”

Tratta da ‘Nel bosco senza radici’ –raccolta di Amina Narimi, Terra d’Ulivi Editore 2015.


Ma che ne è della ‘poesia’, dov’è finita? – mi chiedono in molti, alcune delle molte risposte giunte sono qui di seguito riportate:

¶ “Leggiamo poco la poesia, come mai? A mio parere è così perché la poesia è difficile, richiede impegno da parte del lettore. Eppure, può essere molto gratificante…” – scrive Piera Rossotti Pogliano editrice - che ha deciso di offrire tutti i titoli della collana ‘Poësis’ a solo 99 centesimi. “È il nostro piccolo regalo di Natale” – aggiunge, avvertendo che l'offerta degli ebook di poesia insieme a molte edizioni in formato cartaceo, è valida su tutti i webstore, sia sul sito specifico (EEE per gli amici) www.edizioniesordienti.com , dal quale è spedita senza spese aggiuntive”:
“Leggendo un romanzo, possiamo anche distrarci, interrompere la lettura, c'è una storia con una trama da seguire, è più facile e rilassante. Non è così per la poesia: il lettore deve essere attivo, esercitare tutte le sue capacità di penetrazione, di analisi, e nello stesso tempo essere pronto a lasciarsi andare all'emozione. In un'intervista del giornalista Jules Huret, del 1891, Mallarmé, accusato di essere "oscuro", risponde che esiste sempre il rischio che l'oscurità derivi dal lettore o dal poeta, ma che non si può barare, ci vuole impegno nel poetare e nel leggere poesia.
Se un lettore di media intelligenza e preparazione letteraria apre a caso un libro di poesia e pretende di goderne, c'è un malinteso di fondo: deve esserci sempre enigma in poesia - ed è questo, del resto, l'unico scopo della letteratura - ossia quello di "evocare". Certo, Mallarmé aveva un sogno penso irrangiungibile, ossia quello di voler isolare l'essenza della poesia, di scrivere poesia allo stato puro, l'utopia di voler scrivere poesia che non contenesse altro che poesia, ma questo porta verso il nulla estetico. Il fatto che il lettore debba mettersi in gioco quando legge poesia, è una profonda verità, ed è un impegno che ha la sua ricompensa. Fare poesia è usare il linguaggio verbale come materia, come un pittore usa il colore, uno scultore la creta o il marmo, un orafo l'oro. Il linguaggio è la materia più difficile, senza alcun dubbio. Oro, tubo di colore, marmo ecc. sono oggetti puramente materiali, attraverso i quali esercitare la propria creatività. Il linguaggio è una materia molto più complicata, porta con sé migliaia di anni di evoluzione dell'uomo, se ci pensiamo è qualcosa di davvero affascinante.”

“Si, la poesia richiede impegno, risponde Andrea Leonelli un assiduo navigatore del web, è difficile da leggere ed è come la magia, evoca, a volte evoca sogni, altre volte i demoni interiori che ognuno ha. E, come la magia, usa le parole per l'incantesimo: incanta. La poesia è la formula magica che il poeta-mago utilizza per risvegliare, tramite simboli vestiti di parole, quanto è nascosto nel lettore.” Quanto di più vero se nella prefazione al suo libro (op.cit.) Pietro Boitani inoltre avverte il lettore di essere “..stato guidato attraverso la ricerca d’una «poesia cosmica» del bello e del sublime, (..) articolato ma non infinito, del grande racconto che il cielo fa di se stesso, dei suoi moti e colori, delle forme e dei miti, del suo canto e della sua musica”...

“E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”. (Friederich Nietzsche)

Cos'è la poesia noi tutti crediamo di saperlo: la poesia è parola, verso, musica, canto, danza, bellezza, ecc. tuttavia volendo speculare sul significato intrinseco del 'fare poesia', mi sento di assecondarla nel 'fare violenza', verbale s'intende, (ma non solo), poiché in fondo è questo che la rende 'viva' o quanto meno 'sentita', come dire, maggiormente 'vissuta', straordinariamente 'oltre' il senso della parola, così come va oltre il verso che la contiene, la musica che la diffonde, il canto e la danza che le danno forma, fino a raggiungere (quando la raggiunge) quella 'bellezza' che la rende sublime. Scrive in proposito sulle pagine de larecherche.it il poeta e critico Lorenzo Mullon:

“Per me la poesia, per come la vivo, è una tecnica per avvicinarsi alla realtà così tanto da poter saltare dall’altra parte. Avevo scritto un aforisma su questo, è esattamente quello che sento. Credo che noi tutti (quasi tutti, insomma...) la poesia non la sappiamo utilizzare pienamente, rimaniamo troppo spesso all’involucro delle parole, all’aspetto intellettuale. C’è qualcosa che non riesce a realizzarsi, e si riflette negativamente nelle nostre vite concrete. Un parto che non avviene, un parto senza partenza. Restiamo dalla parte meno interessante della scrivania. Da qui una certa noia, di cui parlano molti poeti, che mi sembra davvero incomprensibile, se non in questo inceppo esistenziale. Gravissima la perdita della tradizione orale, aver staccato la parola dal corpo è un crimine forse non del tutto inconsapevole. Ahhh, il progresso..”

¶ “Presente ed eternità stanno l’uno nell’altro, che è quello poi che Dante ci ha mostrato” - scrive il giovanissimo Alessandro D’Avenia in “L’arte di essere fragili” (Mondadori 2016), che consiglio vivamente di leggere così come di frequentare il suo blog ufficiale: alessandrodavenia@profduepuntozero.it – “La vita eterna prende forza dentro il tempo, comincia dal presente, è un futuro che si fa presente, è una qualità dell’esistenza. Dante lo mostra con le stelle. La fine di ogni cantica dantesca parla di stelle, a dimostrazione del fatto che il suo viaggio non riguarda l’aldilà e basta, ma l’aldilà nell’aldiqua, uno dentro l’altro. Il suo viaggio è un viaggio nel cuore di ogni uomo che ha i suoi inferni, purgatori e paradisi.”

Che è poi quanto di più concerne l’intento esplicito di questo articolo che con l’avvicinarsi del Natale vuole offrire ai lettori una selezione di ‘letture’ e di ‘ascolti’, con il solo scopo di favorire il vicendevole scambio di doni, come da sempre avviene in segno di amicizia e auspicio di fratellanza, quale simbolo augurale, significativo nei rapporti conviviali, di unione, di lieta dipendenza, o come segno di affabilità e di felicità reciproca, ed anche di stretta intimità che da sempre caratterizza il ‘tempo della festa’.

Non a caso l’Inferno del nostro massimo poeta si chiude con questo verso: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Dante ‘Commedia’ 34, 139 )

¶ Alla Commedia dantesca è dedicato il non trascurabile saggio “La Commedia senza Dio: Dante e la creazione di una realtà virtuale”, libro di Teodolinda Barolini (Saggi Feltrinelli 2013). La ‘Commedia’ è qui rivisitata in quanto fiction-letteraria come una geniale costruzione artistica in cui l’autrice esamina le strutture fondamentali della Commedia, scegliendo di illustrare ora alcune tecniche della manipolazione dantesca della narrativa per creare prospettive dialettiche entro il testo, ora le capacità di coinvolgimento del lettore, ora le modalità di rappresentazione dell’ineffabile. In questa lettura Dante, fabbro, artefice, poeta, è visto come creatore di ‘realtà virtuali’ piuttosto che di armonie fittizie.
“Questa la tesi dell’autrice che, proponendo una lettura deteologizzata, mette in luce i meccanismi narrativi, formali ed espressivi che contribuiscono a dare all’opera l’illusione della verità. Un percorso affascinante quanto rigoroso, sorretto da una solida informazione e da una conoscenza della Commedia fondata sulla concretezza del testo.” Assolutamente imperdibile è il capitolo 9 sull’ “Agiografia dantesca: la meditazione narrativa del cielo del Sole” per l’inerenza con l’articolo qui proposto. “Il progetto tematico del cielo del sole - scrive l’autrice in apertura del capitolo - è una riproposta in chiave di sapienza di ciò che Dante cerca di rappresentare e promuovere nel corso dell’intero Paradiso: un paradiso in cui la differenza è sufficientemente amalgamata all’uno da raggiungere pace e armonia, ma non abbastanza da perdere ciò che la rende tale, ciò che la rende differente..”

Teodolinda Barolini è una eccellenza della critica etteraria italiana, direttrice del dipartimento di Italiano della Columbia University di New York dove insegna Letteratura Italiana. È autrice di numerosi saggi e articoli sui massimi poeti e scrittori del Duecento e Trecento. Risale al 1993 la traduzione in italiano del suo primo libro “Il miglior fabbro2 (Bollati Boringhieri), uno studio sull’autobiografia poetica di Dante.

Propongo qui di seguito una 'poesia' di Flavio Ermini - Anterem Edizioni:

“Il cielo disabitato
diviene la propria negazione a in pari tempo se stesso
l’essere umano che nella caduta è divorato dalle ombre
quando accede al presente sui limiti di un precipizio
non essendo che un albero cresciuto su poca terra
connesso strettamente com’è alla fragilità di un’efflorescenza
che di carne e argilla è fatta nell’opaco fondo animale.”


¶ Con “Cieli celesti” (Fazi Editore 2016) Claudio Damiani ha scritto un libro in cui il suo pensiero filosofico si apre all’orizzonte della scienza. La chiarezza espressiva e la forma contemplativa dei versi, però, sono le stesse dei libri precedenti, quelle apprese dalla lezione dei latini e di Petrarca. Così come il ritmo continua a essere dialogante: il suo rivolgersi agli uomini, agli animali, alla natura, all’intera creazione come fossero tutti parte di una “comunità” – che poi significa capire quanto ogni cosa è indispensabile all’altra e che proprio questo è il “miracolo” di cui facciamo quotidianamente esperienza. Nel tempo della nostra vita, all’interno di un universo tanto vasto e tanto misterioso da sovrastarci e spesso spaventarci, Damiani percepisce un disegno – la rivelazione di un’intelligenza universale che illumina la mente – come una linea che scorre inesorabile lungo i secoli e i millenni. Di quella linea, l’essere umano, l’individuo, non è solamente un punto tra gli infiniti altri, ma è un nucleo di energia, un «quanto di tempo», scrive il poeta servendosi dei termini della fisica: è la possibilità che il disegno – un disegno che Dio, o qualcuno a cui abbiamo attribuito questo nome, ha pensato – si compia.
Come l’anello infinitamente piccolo di una catena infinitamente grande, la sua stessa esistenza determina il passato, il presente e il futuro dell’universo. Allora, il tempo dell’uomo non è mai veramente finito, e pure la morte è parte del disegno. Ed è necessario viverci, nel tempo, al massimo delle nostre possibilità, come il sole, che ogni giorno e ora «ha scaldato e illuminato / i corpi intorno, senza mai fermarsi». Cioè viverci anche in comunione con tutte le cose viventi – che in virtù di questo sono sacre –, scoprendo che siamo parte di una “continuità”, e che il nostro presente sarà il passato e la ragione di vita per chi verrà, così come noi siamo il futuro di quelli che sono stati, e che tutto il tempo è l’ “essere” stesso, cioè il senso del nostro stare e compierci nel mondo.

Damiani è tra le voci poetiche più originali e vere del nostro tempo, e in questo libro ci regala la più alta sintesi di un pensiero e di una forma espressiva che si vanno definendo nella perfezione raggiunta, ancor più fedele a se stesso, di una grande personalità letteraria a tutto tondo. «La sua voce ha un’autorità che supera i confini della letteratura… Senza essere per questo meno poeta, Damiani ci appare, in tutta naturalezza, come un segreto Maestro, qualcuno che indica una Via»- ha scritto di lui Giovanni Mariotti (Corriere della Sera).

¶ “Conoscere il carattere dell'oscillazione ... la lacerazione e la sofferenza, impone di rendere lieve tutto ciò che esiste, alleggerire il peso di vivere ... il carattere poetico dell'esistenza ...il sapere della bellezza.” – scrive Flavio Ermini direttore della rivista letteraria Entherem che ci propone una poesia di Stefania Negro tratta da 'Oscillazioni' - Collana Limina:

“Lo so di non essere immortale,
per questo divento il mare che spumeggia e incanta
nei suoi moti e s'infrange sulla riva,
il soleche è anelito di vita e illumina
i giorni e fiorisce sui nostri vasti
volti e sulle nostre labbra,
il vento che risuona
tra le fronde e spinge i flutti e crea le maree,
ogni carezza sulla mia pelle e ogni parola che
sappia ricordarmi di esistere e di esserci stata.”

Tuttavia c’è qualcosa che mi sfugge in questo Natale, che non riesco ancora a definire, come una lucida apprensione che mi fa levare con affanno lo sguardo verso il cielo, a ‘quella stella’ di cui vi ho parlato fin dall’inizio; un desiderio che mi fa cercare le piccole emozioni di sempre, quel sentimento di speranza che pure affronta ‘l’infinito’ e che come il poeta Leopardi …”sempre caro mi fu … e mi sovvien l’eterno”, e che ritrovo nella poesia che vi ripropongo:

“Dagli albori dei tempi, nascondi la verità,
con ingannevoli lusinghe e sfaccettature.
Non udisti, non vedesti, ma inaspettata giunse la tempesta.
Non è la tenebra, ma la luce, quella sottile attrazione che ti spinge
a gaurdare oltre il sipario.
Svuotiamoci dal torpore che inibisce il nostro risveglio.
Oltre le vesti il cuore, donando, amando.
Dentro quel silenzio che nulla toglie alla bellezza che noi tutti,
nel confronto visuale delle Sue opere, ci portiamo dentro.”
(Vittoria Marziari-Donati 'Catalogo delle opere' 2015)

¶ “Giacomo Leopardi: L’incanto e il disincanto” di E. Boncinelli e G. Giorello – Guanda 2016. Dalle liner notes de “Il Libraio” Dicembre 2016 www.illibraio.it sulle novità editoriali degli editori che vi aderiscono, apprendo dell’uscita in libreria di questo interessante lavoro di Edoardo Boncinelli e Giulio Gioriello, i quali indagano la vita e le opere di Giacomo Leopardi da una prospettiva anticonformista e vi: “scoprono un uomo malinconico, ‘scontroso’ e ‘ribelle’, dotato di raffinata ironia, appassionato sin da ragazzo alla conoscenza e affascinato dalle scoperte di Galileo e Newton. Ma, soprattutto, emerge il filosofo coraggioso, capace di una visione del mondo scevra di ogni aspetto consolatorio, libera dall’ossessione di Dio e del senso di colpa; un filosofo così rivoluzionari da intuire che la pretesa umana di essere al centro del creato è un inganno e la sua supremazia sulla natura un arbitrio. Una figura che smaschera le illusioni della politica e individua nella Storia le radici dei mali che ancora oggi affliggono l’Europa”. Si tratta di un ennesimo riscontro dell’adeguatezza al presente di Leopardi che amplia la sua già corposa biografia e ne fa un precursore della modernità cui attendiamo.

Giulio Giorello è ordinario di Filosofia della scienza all’Università degli Studi di Milano, e collabora con il Corriere della Sera. Edoardo Boncinelli, genetista, è professore di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, collabora a Le Scienze e al Corriere della Sera.

¶ Se è vero che nei libri passa la modernità della vita, nella ‘poesia’ passano tutte le vie di fuga che abbiamo escogitato nella ricerca di quella realtà che la ‘filosofia’ spesso nega. In “La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà” (Giuliano Ladolfi Editore 2015) guarda alla tutela del patrimonio socio-culturale con particolare attenzione, principalmente – come l’editore stesso afferma – “..di fronte all’attuale emarginazione della poesia contemporanea dal mondo della scuola, delle università, della distribuzione e del circuito massmediatico, nel tentativo di restituire dignità a quest’arte che per quattro millenni è stata strumento di civiltà e cibo di umanità”. L’intera raccolta poetica si presenta come il primo tentativo, dopo più di vent’anni di studio, di raggruppare in un’opera organica i numerosi ‘saggi’ pubblicati sulla rivista «Atelier – pubblicazione trimestrale di letteratura, poesia e critica» e dedicati alla Poesia Italiana dal Novecento ai nostri giorni, suddivisa in 5 volumi ordinati per categorie nell’intento di conferire al lettore linee di comprensione di un fenomeno sfuggente a causa della difficoltà ad essere inquadrato in categorie.

L’edittore infatti, avverte la necessità che la sua interpretazione venga supportata da due elementi fondanti: “..una personale concezione estetica e una visione che dallo sviluppo della civiltà trovi linfa e motivazioni; (..) come pure da una militanza in grado di attivare energie giovanili e di coinvolgerle in un progetto di rinnovamento della poesia, della narrativa e della critica italiana, (..) la concezione autoreferenziale e ludica della poesia, nel rifiuto dello scetticismo, nella concezione della poesia come originale interpretazione del reale, nella consapevolezza della fine del ‘novecento’ e nel rapporto con i maestri della tradizione che stanno compiendo una vera e propria rivoluzione mediante una serie di raccolte di versi destinate a tramandare ai posteri il volto della nostra martoriata epoca. In questa raccolta infatti, sono inseriti gli studi su un gruppo di poeti che hanno pubblicato dagli anni ‘70 fino al 2014, i quali, nel superamento delle maniere avanguardiste e sperimentaliste, hanno cercato e stanno cercando nuovi approdi che inducono a sperare in una prossima fiorente stagione della poesia italiana.” L’intera collana è reperibile presso l’editore g.ladolfi@alice.it

“Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione”. (Umberto Eco)

¶ A comprendere i linguaggi umani ci aiutano Stephanie Marango e Rebecca Gordon rispettivamente medico olistico e astrologa, nel loro “Il Corpo e le Stelle” – (Corbaccio 2016) con questo manuale che utilizza i segni zodiacali come una mappa del benessere psico-fisico, con un approccio rivoluzionario basato appunto sulle costellazioni. E che mostra la connessione che ciascuno di noi ha con il cosmo. Aiuta a ‘sentire’ in modo corretto il proprio corpo in un contesto più ampio e favorisce i processi di guarizione. Dopo aver spiegato in termini generali le stelle in rapportosia all’astrologia sia al corpo umano, ogni capitolo si sofferma su una zona particolare del corpo in associazione a un segno zodiacale. È, a ogni parte del corpo, dedica un programma specifico da seguire per mantenersi in buona salute da tutti i punti di vista: fisico, mentale, emotivo. (Il Libraio Dicembre 2016). www.illibraio.it

Ma ècco giunto il momento di salutarci, mi sono dilungato molto lo so, ma chissà, forse qualcuno mi dirà se ne è valsa la pena. Se in fine sono riuscito a tenervi informati e, soprattutto, ad impigliarvi nella matassa delle suggestioni, poiché questo era l’intento.

“Forse il tempo a disposizione mi è parso troppo breve non a causa della mia ormai veneranda età, ma perché quanto più vecchi si diventa tanto più si impara che, per quanto grandi i pensieri possano sembrare, non lo saranno mai abbastanza da inglobare, e tanto meno trattenere, la munifica prodigalità dell'esperienza umana. Non è forse vero che una volta che è stato detto tutto sulle più importanti questioni della vita umana, rimangono ancora da dire le cose più importanti?” (ZYGMUNT BAUMAN - ‘L’ARTE DELLA VITA’ ).
Tempo in cui si esprime il ‘senso’ del quotidiano vivere comunitario, e del ‘meraviglioso’ reciproco scambio augurale di ‘pace’ e rinnovata ‘speranza’. Lo so, posso essere sembrato un buonista dell’ultima ora, per quanto credo fermamente che volersi bene alleggerisce e in qualche caso annienta voler fare del male a noi stessi e agli altri. Che volete, io sono fatto così, credo inoltre ad un “Meraviglioso quotidiano” che, nel bene e nel male, illumina la starda che insieme percorreremo:

“Meraviglioso quotidiano”
(Carlos Sanchez da “La poesia, le nuvole, e l’aglio”, Edizioni Librati 2009):

“In questa vita dove tutto sembra così reale
il tuo canto si accumula nella materia grigia
nella punta delle dita delle tue mani
e questo sembra ugualmente molto normale.
Il vento che non muove una foglia
il cielo incerto con le sue nuvole
l’orologio che ha perso l’equilibrio
la gatta partoriente che geme
la mia signora che legge un libro di filosofia
il figlio che brilla per la sua assenza
la televisione che non si accende
il rubinetto col suo irritante sgocciolare
l’uccello e le briciole di pane
la vicina col suo tappeto sul balcone.
Tutto sembra così normale dicevo
in questo meraviglioso quotidiano.”

Ed ecco! Il dono che avevo in serbo per tutti Voi è giunto appena in tempo: facciamo anche noi in modo di poter cantare un giorno che ‘la guerra è finita e che la pace è ristabilita nel mondo’. Uniamoci dunque al coro, in ossequio al grande poeta scomparso Leonard Cohen, con questo straordinario “Hallelujah”:

"Now I've heard there was a secret chord
That David played, and it pleased the Lord
But you don't really care for music, do you?
It goes like this
The fourth, the fifth
The minor fall, the major lift
The baffled king composing Hallelujah
Hallelujah , Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Your faith was strong but you needed proof
You saw her bathing on the roof
Her beauty and the moonlight overthrew you
She tied you
To a kitchen chair
She broke your throne, and she cut your hair
And from your lips she drew the Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
You say I took the name in vain
I don't even know the name
But if I did, well really, what's it to you?
There's a blaze of light
In every word
It doesn't matter which you heard
The holy or the broken Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
I did my best, it wasn't much
I couldn't feel, so I tried to touch
I've told the truth, I didn't come to fool you
And even though
It all went wrong
I'll stand before the Lord of Song
With nothing on my tongue but Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah!"

“Ho sentito che c’era un accordo segreto / Che David suonava, e piaceva al Signore/ Ma non è che ti interessa la musica, vero? / Fa così / La quarta, la quinta / Minore diminuita, maggiore aumentata / L’imperscrutabile re compone l’Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
La tua fede era forte / ma avevi bisogno di prove / L’hai vista farsi il bagno sul tetto / la sua bellezza e la luce della luna ti sconfissero / Ti ha legato / alla sedia d’una cucina / Ruppe il tuo trono, / e tagliò i tuoi capelli / E dalle tue labbra delineò l’Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Dici che ho preso il nome invano / Non lo conosco neanche il nome / Ma se lo conoscessi, bè, davvero, / cosa significa per te? / C’è un incendio di luce / In ogni parola / Non importa quale hai sentito / L’Hallelujah santo o quello stentato
Hallelujah, Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah
Ho fatto del mio meglio, non è stato molto / Non riuscivo a “sentire”, / così ho provato a toccare / Ho detto la verità, / Non sono venuto a raggirarti / E anche se / Fosse stato tutto sbagliato / Starò dritto davanti al Signore della canzone / Solo con l’Hallelujah nella mia bocca
Hallelujah, Hallelujah
Hallelujah, Hallelujah!”

Termina qui il nostro excursus nella ‘musica per una festa’ che ho avuto il piacere di regalare a tutti voi ‘Poeti’ de larecherche.it per questo Natale, nella speranza che il messaggio, solo apparentemente banale, d’un pur semplice cantare, possa fare qualcosa per alleggerire il peso in un momento di recessione come quello che stiamo vivendo, e che le difficoltà non esistono per chi sa cantarle o interpretarle con un verso. La ‘poesia’ non porta gli allori ma indubbiamente può far molto per alleviare la pena di questa esistenza straordinaria che ha del ‘meraviglioso’ solo per il fatto che c’è.

Auguri vivissimi dunque per un Felice Natale e un migliore Anno Nuovo.


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- Letteratura

Fabrizio Casu e il suo ..lungo viaggio di una chemise

Fabrizio Casu e il suo …

“Il lungo viaggio di una chemise. Un’epoca attraverso un abito” – Europa Edizioni 2014 / ristampa 2016.

 

Costantemente aperta a ogni influenza, grata a ogni ispirazione, la moda ha sempre accettato suggerimenti e nuove tendenze nel suo scorrere lungimirante, ciò per quanto la storia dell’abbigliamento in realtà non sia mai stata scritta per intero o, comunque, ancora non abbia potuto misurarsi con l’evoluzione del ‘costume’ nelle sue accezioni di utilità, di praticità e perché no di abbellimento, riferito al quotidiano adornarsi. E chissà che non debba ancora passare del tempo prima che una tale storia possa essere scritta.

Più spesso le aree periferiche rispetto ai centri tradizionali della moda hanno dato originali contributi alla trasformazione dell’abbigliamento. Seppure, è indubbio, che la ‘moda’ tout court sia da considerarsi un prodotto privilegiato di una società elitaria, proprio di «..un fenomeno collettivo che nel modo più immediato ci fornisce la rivelazione che vi è del sociale nei nostri comportamenti» (Stoetzel), e che presenti «una dialettica del conformismo e del cambiamento spiegabile solo sociologicamente» (Barthes).

Questo il quantum del raffinato libro di Fabrizio Casu che va a colmare un ‘vuoto editoriale' specifico dei manuali enciclopedici ove la specialistica richiede maggiore approfondimento di ciò che all’apparenza può sembrare soltanto interstiziale, nell’evoluzione di un’ ‘epoca illuminata’, fiorita tra il XVIII e il XIX secolo, che ha visto, in assoluto, i maggiori cambiamenti culturali e sociali, nonché le prime avvisaglie del progresso industriale.

In ciò la scelta del singolo capo d'abbigliamento femminile, la ‘chemise’ per l’appunto, in quanto parte integrante della ‘specialistica’ dell’autore, tesa a superare la dicotomia del pretesto storico elitario/popolare qui delineato. Se non altro per alimentare in modo organico il fenomeno poliedrico, per fare il punto su un tema vastissimo, squisitamente futile e rigidamente serio che è la ‘moda’: «Nello stesso tempo imprevedibile e sistematico, regolare e sconosciuto, aleatorio e strutturato», (Barthes), e che ha richiamato l’interesse degli studiosi di estetica e degli storici dell’arte, ma anche di psicologi, sociologi ed etnologi, e soggetto a tutt’oggi di interpretazioni spesso contrastanti.

La moda dunque vi appare come fenomeno di processi evolutivi tendenzialmente collegabili a questo o a quell’ordine di idee estetico-psicologiche nonché sociologiche ed etnologiche, che va registrata come tendenza nella continua invenzione ‘fantasiosa e arbitraria’ della quotidianità, per quanto sia entrata a far parte del patrimonio ereditario delle diverse culture dei popoli.

Pretesto questo che ci permette di leggere, o forse andare a ri-leggere, gli appunti che Francesco Alziator scrisse a fronte de “La collezione Luzzietti”, (libro illustrato De Luca Editore 1963): «Per una storia dell’abbigliamento popolare in Sardegna», in cui l'autore altresì rende manifesta una prerogativa assoluta della moda: "..per cui la singolarità delle fogge si è sempre distinta in quanto motivo di curiosità e attenzione da parte di studiosi di filologia linguistica, mito, fiaba, narrativa, folklore".

Non di meno vanno tenute in conto la manualità artigianale, la merceologia, la chimica e via via la tecnologia dei tessuti, la sartoria, progettazione e design, che trova nell’originalità dell’arte, così come nell’immaginazione, proprie linee ‘poetico-strutturali’, tipiche della cultura popolare. Per quanto è ancora oggi riscontrabile nei musei, nelle raccolte private e quantaltro; ricostruibile attraverso le varie fonti a disposizione, a incominciare dalle Biblioteche Universitarie di Cagliari e di Sassari, solo per citarne alcune.

Non sembri quindi azzardato supporre che la moda, nei fondamentali aspetti che la caratterizzano, è di fatto nata con l’uomo storico, sebbene è con l’avvento della società capitalistica che si fa coincidere l’insorgere di quella specie di ossessione per il nuovo o ‘neomania’ di cui l’abbigliamento rappresenta uno degli aspetti più eclatanti. È interessante ricordare come lo storico del costume Jules Quicherat abbia fissato intorno al 1750 i canbiamenti più rilevanti della moda, nella prospettiva storica più ampia, evolutisi secondo un ordine proprio tendenzialmente autonomo, a conferma di come le ragioni attraverso le quali ogni novità s’impone, siano da ricercarsi sul piano dei significati sociali necessariamente insiti al fenomeno collettivo.

È a questo punto che la ‘ricerca’ di Fabrizio Casu s’innesta, soffermandosi sugli aspetti più nascosti e segreti del fenomeno, sollecitando in chi legge la curiosità e il mistero intrinseco in un elemento personale così ‘intimo’ da stimolare le più recondite sollecitazioni: «Semplice e sciolta come una tunica, la ‘chemise’, con la sua immacolata innocenza, affronta la modernità più radicale, promuovendo la simbiosi fra corpo e abito, concellando gli artifici e le costrizioni della moda.» (scrive l’autore) Affermazione questa che rende  possibile ripercorrere a grandi linee la storia di almeno un secolo di intima ‘fashionable’ eloquenza della moda, quella simbolica e luminosa di ‘essere’, ma anche quella imperfetta e misteriosa del ‘l’apparire’, inscindibili l’una dall’altra, e che pure permette a noi post-moderni, di conoscere meglio chi siamo. Di porci - per così dire - davanti allo specchio coperti del candore della nostra intima nudità, prima di rivelarci all’amore e di lasciarci andare ai turbamenti del sesso.

Parlo ovviamente di immagini ricorrenti, relative al contesto quotidiano e che, in qualche modo, il solo il pensarle spinge alla libidinosa fragranza degli eccessi. Ma non aspettatevi tutto questo che silente pur si annida nelle pagine di questo libro, nell'eloquenza del non detto, nelle frasi còlte utilizzate dall’autore, benché i capitoli siano allettanti: ‘La Regina è nuda’, ‘La familia delle robes de fantasie’, ‘Merveilleuse!’, ‘La chemise come travestimento’. C’è tanto di femminilità che improvvisamente, e sotto i nostri occhi attoniti, è qui recuperata per intero una certa ‘grazia’ dell’essere donna e che - in certo qual senso - sembra andata perduta. Soprattutto recentemente, allorché la globalizzazione ha portato sulla scena metropolitana qualcosa che di ‘femminilità’ ha davvero poco, anzi niente.

Tuttavia in questo ipotetico viaggio nella moda l'autore mette in evidenza una sua particolare chiave di lettura che va oltre le avvenute variazioni del semplice vestire, annotando come la 'chemise' si sia adattata a tutte le varianti possibili e le molte interpretazioni che di volta in volta si sono succedute fino a noi contemporanei. Come, ad esempio, che si può essere diverse/i conservando la propria femminilità/mascolinità in concomitanza con quella dei propri partners. Infatti sempre più spesso l'utilizzo e il dichiarato scambio dei ruoli, così come appare sulle pagine dei rotocalchi e ancor più nel cinema, permette ormai di dire che c’è più motivo di nascondere o mistificare chi si è, travestirsi da ciò che non si è, mistificando che il lesbismo e l’omosessualità esistono da sempre, solo per fare un esempio inerente alla 'chemise' e alla 'chemiserie'.

Non che le donne o gli uomini, prima e dopo il Settecento, non conoscessero e frequentassero le piacevolezze delle letterarie “amicizie particolari”, o “pericolose” che dir si voglia. Nel suo libro ‘Système de la Mode’ Roland Barthes analizza secondo i canoni dello strutturalismo il linguaggio usato da un campione di stampa femminile (strumento senza il quale la moda sarebbe ormai inconcepibile) e ciò gli permette di ravvisare nella moda un «sistema» indipendente a tutti gli effetti. A promuovere questo sistema e la sua annessa retorica è ovviamente l’esigenza di trasformare gli oggetti dell’abbigliamento, in beni di consumo originariamente durevoli, in prodotti di rapida usura, alquanto psicologica.

Non a caso si dice 'a ognuno la propria scelta' per avallare il sottile piacere di ognuno di seguire la moda a modo suo e 'perché no?', darsi la possibilità di eccepire il superfluo, fare le proprie esperienze, adattarsi alle convenienze concettuali, riconoscersi nella realtà che ci circonda, perché – va detto – la moda è dentro e fuori di noi e ci consegna a quell’effervescenza della modernità in cui – volenti o nolenti – ci conduciamo. L’importante è mantenere una certa ‘identità nella dignità' che serve alla conservazione della specie, nella continuità che ci vede umani allo stesso modo, con le nostre defiance, i nostri dubbi, la nostra diversità (talvolta negata), pur nella somiglianza e nella similitudine, al di dentro dei mutamenti sociali e delle mode.

Ciò che induce qualcuno a credere che il passaggio dalla moda storica a quella attuale rappresenti il progresso da un sistema di rigida codificazione sociale a uno stato di «emancipazione», in armonia con l’attenuarsi di talune disuguaglianze sociali, non più strumentalizzato a fini classisti; che l’abbigliamento moderno avrebbe insomma acquistato la libertà di svilupparsi a livello estetico-funzionale diventando sempre più bello e più razionale. O almeno così sembrerebbe, ma è vero semmai il contrario: la moda contemporanea determina, sia pure a livelli nuovi e diversi, una costrizione tanto più rigorosa quanto meno dichiarata, spinta dalla sua stessa dinamica ad aumentare costantemente l’ampiezza della scelta e ad accelerare i tempi del consumo.

L’industria dell’abbigliamento sembra oggi annunciare il passaggio a una produzione coordinata su nuove basi techiche e ispirata ad altri significati sociali, a una moda sostanzialmente diversa da quella che conosciamo. C’è da chiedersi se – alla stessa stregua del fazzoletto di carta sostituitosi a quello di stoffa senza assumerne il carattere di moda – il vestito non riuscirà così a liberarsi dell’attuale tirannia. Se un giorno l’abito dovesse rispondere anzitutto ai naturali criteri di protezione, pudore, economicità, non potrebbe non guadagnarne anche in ogni altro senso.

Va anche detto che il libro, questa mini-enciclopedia del 'senso' sulla moda della ‘chemise’ ci regala inoltre pagine profumate di fascino settecentesco intorno alla figura immortale di una déa della femminilità: Maria Antonietta Regina di Francia, un personaggio complesso capace di vivere fino in fondo le contraddizioni del suo tempo. Una figura eclettica che trasformò Versailles nella culla dell’ ‘eleganza’ per eccellenza, e un’intera Corte in un inno alla ‘bellezza’ eccentrica.

Ma nel leggere il libro non rifugiatevi nella grettezza di coloro che vi riconoscono solo i lati fortemente negativi di una impresa che a suo tempo ha dilaniato un paese portandolo alla Rivoluzione civile; bensì godete dell’idea profumata di una fiaba, o di un bel sogno altrimenti possibili: "Che la bellezza insita nella moda è per sua definizione l'essenza stessa della vita, che forse vale la pena di rincorrere".

Come è qui riportato da Fabrizio Casu introducendoci ai versi di H. Tayne:

“Da tutte le parti, nel momento in cui questo mondo sta per finire, una compiacenza reciproca, una dolcezza affettuosa vengono come un soffio tiepido e molle d’autunno a fondere quel che di duro c’era nella sua aridità , e ad avvolgere in un profumo di rose morenti le eleganze dei suoi ultimi istanti. Si incontrano allora parole e azioni di una grazia suprema, uniche nel loro genere come una piccola e adorabile figurina di vecchio Sévres… Quando il cuore e lo spirito riuniscono le loro delicatezze, producono dei capolavori che, come l’arte, la cortesia e la società che li circonda, hanno un fascino che niente può superare, se non la loro fragilità”…

Mi domando se non sembra anche a voi lettori di sentire l’effervescenza di quella vanità che fuoriuscire dalle pagine di questo libro e che si lascia leggere come un intimo romanzo d’amore? Di percepire l'effluvio soporoso di una 'chemise' appena tolta, promessa in sé di un corpo che si svela? Beh, provate di tanto in tanto a chiudere gli occhi per un istante e ben presto il suo profumo presto vi ammalierà.

 

Fabrizio Casu è nato a Sassari nel 1980, ha frequentato il corso di fashion design alla NABA di Milano e si è laureato nel 2005 con qualifica di “esperto e creativo del settore moda”. Dopo aver intrapreso un corso di cool hunting e uno di texile design, ha lavoratp presso la Mantero Seta di Como, operando nel “La Tessitura”. Inoltre, ha svolto docenza di Storia del Costume e Progettazione Moda in scuole pubbliche e private di Sassari. Nel maggio 2013 ha pubblicato due saggi per la casa editrice EDES: “Novecento: il secolo della moda” e “Madonnna, vampira postmoderna”.

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- Sociologia

Rispetto una questione metodologica per l’equilibrio sociale

Il Rispetto:
Una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza, sul consenso individuale alla reciproca fiducia e all’equilibrio sociale.

Nel dibattito su quelli che definiamo ‘valori morali’ e se questi sono relativi o assoluti (?), la risposta di gran lunga più motivata è ‘che sono relativi’: “Se molti sono i modi ragionevoli in cui gli esseri umani possono organizzare la loro vita – scrive Maurizio Ferraris (1) – resta che ce ne sono alcuni che sono sicuramente inaccettabili.” Ma se è altrettanto scontato che il ‘relativismo’ presenta dei limiti, la cui soglia oggi è stata abbondantemente superata, è altresì realistico che persi nei meandri dell’attuale complessità sociale, multietnica e multiculturale, ci si pongano alcuni interrogativi fondamentali. Uno dei quali riguarda il ‘senso del proprio agire’ nell’ambito della proprie scelte, che non può più essere solo individuale ma riguarda la società nella sua percezione globale o comunque comunitaria, che va esaminata nel suo insieme.
Un’analisi approfondita diviene pertanto necessaria se, come in questo breve saggio, si vogliono individuare gli strumenti di una possibile ricognizione del ‘rispetto’ in seno all’etica morale e l’intrinseca criticità di merito che l’accompagna. Acciò, e nel migliore dei casi, è necessario tornare al passato e rileggere il crtesiano “Discorso del metodo” (René Descartes 1596-1650) (2), lo strumento per eccellenza che più ci aiuta a comprendere i termini e i limiti, pur nella logica della scoperta scientifica, vuoi filosofica che sociologica, del pensiero libero concettuale, ancora oggi considerato un caposaldo della liberalità civile. Un testo tra i “..più rivoluzionari su cui meditare, in quanto il suo autore aveva perfettamente compreso che le vere rivoluzioni cominciano nel proprio intimo e non nel cambiamento delle cose, ma nella riforma di se stessi” – scrive Giovanni Reale nella Prefazione al testo. (3).
Una ‘questione di metodo’ dunque, la cui applicazione restituisce al ‘rispetto’ una sua posizione prioritaria all’interno delle ‘virtù etico-morali’, qui individuata in tre passaggi essenziali che ben definiscono la relativa prova scientifica: ‘Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza’, ‘Metodo del rispetto civile’, ‘Metodo del consenso basato sulla fiducia e la temperanza’.

1) Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza

Volendo significare l’insieme delle varianti insite in una probabile ‘anatomia del rispetto’ qui presa a soggetto, è obbligo avvalersi di discipline diverse (antropologia, sociologia, psicologia, etica e filosofia) che, in qualche modo ed entro i limiti consentiti, permettono di individuare quegli elementi sostanziali alla metodologia della ricerca, da osservare nell’ottica della ‘volontà’ più volte espressa dalla società, di risolvere quelle che sono oggi considerate ‘problematiche sociali’. Una volontà attualmente evasiva se esaminata nella prospettiva pragmatica delle politiche giuridiche (pari opportunità, coppie di fatto ecc.) ad essa inerenti.
Alla luce dei mutamenti sopravvenuti nella società e delle nuove realtà ideologiche, la costruzione etico-morale del ‘rispetto’, pur impostata sulle basi antropologiche dei ‘riti di riferimento’ come la tradizione e la cultura, la religiosità e la sacralità degli affetti, si è rivelata da qualche tempo a questa parte, inaspettatamente anacronistica, mostrando le sue crepe profonde. Segni di una erosione che non l’ha risparmiata da risentimenti diffusi e punti di criticità, sia per i suoi aspetti discordanti (quanto inevitabili), che ne hanno limitato il ‘riconoscimento’ configurativo all’interno di una specifica ‘tipologia virtuosa’; sia in ambito famigliare che educazionale, formativa ecc., che da sempre vieicolano le cosiddette ‘differenze di genere’.
In qualità di ‘soggetto sociale’, infatti, la rilevanza delle ‘differenze di genere’ ha dato luogo a un fenomeno collettivo d’interesse antropico che un ‘liberalismo’ metodologicamente preconcetto, attribuisce a forme di ‘società’ e di ‘economia’ migliori di sempre, neppure fosse l’‘archetipo’ di una modernità immaginaria quanto inafferrabile e tuttavia possibile; nonostante i ‘comportamenti umani’, si siano gradualmente integrati con le nuove problematiche introdotte nella società, secondo le ripartizioni attuate dalla ‘psicologia sociale’ all’interno di discipline meglio diversificate come: ‘individuali’, ‘collettive’ e ‘comunitarie’ che comunque rimangono universali.
Ciò, per quanto l’esperienza esistenziale dell’individuo sociale (umano), pur nella sua identificazione e la sua irriducibile complessità, sia ancora oggi tutt’altro che scontata e in antitesi con una completa istituzionalizzazione, a causa dell’ ‘assenza o mancanza’ (anomia) di norme sociali specifiche che, entro certi limiti, risultino appropriate al comportamento dell’individuo stesso nei confronti degli altri e, pertanto, volte a costituire una specifica ‘identità’ nel processo educativo e di ‘socializzazione’ (paideia) in atto. Onde per cui, il ‘riconoscimento’ è il primo passo necessario per il superamento relativo alle ‘differenze di genere’ e la definitiva attuazione del processo di uniformazione dell’ ‘ethos politico’ nell’ambito della riorganizzazione sociale.
Se vogliamo, è a partire dalla ricerca dinamica del ‘riconoscimento’ che prende il via la giustificazione metodologica che si vuole qui perseguire: cioè, nell’individuare quei fattori relativi, intrinsechi della sfera della ‘personalità individuale’ e dell’ ‘identità collettiva’ in quanto ‘soggetti’ delle ‘differenze di genere’, ai quali pur ineriscono esperienze di rifiuto di ‘legittimazione’ e ‘approvazione’ di diritti più spesso negati. “Il riconoscimento dunque - scrive Mario Manfredi (4) – come obiettivo di un processo di piena responsabilità radicale verso i soggetti di ‘genere’ (umani e non), specialmente quando si confrontano posizioni di potere da una parte, e di vulnerabilità dall’altra. Soprattutto perché la responsabilità che ne deriva, si fa carico anche di realtà remote nello spazio (uomini e territori lontani) e, nel tempo (l’umanità futura)”.
Certamente la modernizzazione dei costumi e delle idee non è approdata a un risultato integrale ed esaustivo perché si è dovuta misurare con fattori limitanti, con istanze individuali e sociali di tipo politico, economico e imprenditoriale non sempre confacenti al ‘rispetto sociale’. Non a caso il sociologo Zigmunt Bauman (5) ha molto insistito nella ricerca instancabile di quell’ ‘identità’ che è poi “..divenuta precaria come tutto nella nostra vita”, essendo venuto meno il vincolo temporale nei rapporti interpersonali a causa di dialoghi preferibilmente a distanza, pause troppo lunghe di riflessione, richieste di chiarimenti mai espletate e sconfinamenti in territori diversi.
Sconfinamenti che hanno dato seguito al senso di smarrimento, incapacità di introspezione, inconsapevolezza dell’attenzione, che ha colpito tutti, uomini e donne indistintamente, trascinandoli in un processo di sterilizzazione dell’immagine sedimentata di “ciò che è stato” (assenza di memoria storica), per approntare una domanda tipo: “chi sono io oggi?” (mancanza di identità futura), che ha portato l’individuo a discernere nella “paura liquida” che affligge l’intera comunità umana, segno evidente di una collettività in dissolvimento che non contempla in sé alcuna risposta propositiva. Sebbene si metta ancor più in evidenza il sorgere di un nuovo ‘problema’ – individuato da Bauman – che va ad aggiungersi ai tanti altri che una ‘società liquida’ quale è quella in cui viviamo, che all’apparenza sembra impossibile contestualizzare, se non andando a “...ricercare un modello ‘ultimo’, migliore di tutti gli altri, perfetto, da non poter essere ulteriormente migliorato, perché niente di meglio esiste né è immaginabile”.
“Ma non basta ‘concettualizzare’ una identità qualsiasi – ha inoltre asserito Bauman – bisogna puntare sulla ‘identità sociale’, radicale e irreversibile, che coinvolga gli ordinamenti statali, la condizione lavorativa, i rapporti interstatali, le soggettività collettive, il rapporto tra l’io e l’altro, la produzione culturale e la vita quotidiana di uomini e donne”. Quasi si fosse davanti a una catastrofe considerata inevitabile; conforme cioè all’intraprendenza della ‘natura umana’ di fronte a una forzata convivenza democratica e alla mancanza di un comportamento ‘etico’ austero che non lascia comprendere e non giustifica le proprie e le altrui convinzioni.
Immersi in questo modello di società fin troppo ‘individualistica’ e solo astrattamente ‘egualitaria’, assistiamo al perseguimento di sommovimenti socio-economici (ipertecnologia, globalizzazione, squilibri geografici, nazionalismo, razzismo, fondamentalismo), che segnano il punto focale di una svolta ‘retroattiva’ dei limiti dello ‘status quo’ secolarizzato, accettato e difeso un tempo da un ‘rispetto’ imperante che, seppure ieri consentiva una sicurezza interiore e una apparente possibilità collaborativa, oggi più non appaga, minacciando una catastrofe imminente sul piano del ‘rispetto’ interpersonale e quindi comunitario. Se altresì osservato, in quanto paradigma di un ‘fare’ più libero e aperto, il più ampio possibile a noi assuefacente, rivela invece una “...propria autonomia che inneggia alla rottura della coazione, come condizione sine qua non per sostenere un dialogo franco con il futuro” (Bauman), che comunque non da garanzia di un’autonomia certa.
Una chiave di investigazione su base teorica questa, che non consente qui di considerare la “trasformazione del presente” in atto, cui volenti o nolenti assistiamo, in quanto “costruzione di senso” attraverso l’utopia di un agire solo apparentemente incondizionato, anche se spesso utilizzato come interfaccia di nuove aggregazioni dell’esperienza fenomenologica che, si vuole, portino a una “ridefinizione critica del reale”. Un argomentazione che a sua volta aveva appassionato Alberto Melucci (6), ritenuto il ‘sociologo dell’ascolto’, aperto ai temi della pace, delle mobilitazioni giovanili, dei movimenti delle donne, delle questioni ecologiche, delle forme di solidarietà e del lavoro psicoterapeutico. Il quale, in anticipo sui tempi, aveva già esplorato il mutamento culturale dell’ ‘identità’, in funzione della domanda di cambiamento proveniente dalla sfera lavorativa, affrontando i temi dell’esperienza individuale e dell’azione collettiva nella loro ricaduta sulla vita quotidiana e sulle relazioni di gruppo; non di meno riconfermando la validità dell’interazione scientifica tra le diverse discipline, e apportando innovativi contributi alla ricerca sociologica.
“Sono convinto – scrive Melucci – che il mondo contemporaneo abbia bisogno di una sociologia dell’ascolto. Non una conoscenza fredda, che si ferma al livello delle facoltà razionali, ma una conoscenza che considera gli altri dei soggetti. Non una conoscenza che crea una distanza, una separazione fra osservatore e osservato, bensì una conoscenza capace di ascoltare, che riesce a riconoscere i bisogni, le domande e gli interrogativi di chi osserva, ma anche capace, allo stesso tempo, di mettersi davvero in contatto, con gli altri. Gli altri che non sono solo degli oggetti, ma sono dei soggetti, delle persone come noi, che hanno spesso i nostri stessi interrogativi, si pongono le stesse domande e hanno le stesse debolezze, e le stesse paure”.

2) Metodo del consenso individuale alla fiducia

La consapevolezza del ‘rispetto’ è quindi una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza che, ai fini di una valida prerogativa di senso è tuttavia carente di un supporto solido che lo sostenga e che solo una certa dose di altruistico ‘consenso’ può, in certo qual modo, convalidare. Cioè l’accettazione di una fattiva ‘uguaglianza nella diversità’ necessaria per una convivenza senza conflitti, in cui vengano riconosciute e accettate le differenze di razza, di colore, le diversità di status sociale, i comportamentali degli individui e i diversi ruoli che ognuno si trova ad occupare, in ragione di favorire le relazioni interpersonali e intergovernative, in una società sempre più rivolta alla cooperazione tra i popoli e gli stati, dedita agli scambi reciproci di idee, informazioni, conoscenza, tecnologia ecc..
Altresì nel ‘rispetto’ individuale e nel confronto fattivo con le diverse posizioni dell’altro/a, e cioè nell’investire il proprio ‘consenso’ nelle scelte della/e partnership individuata come consone alla qualità della vita che si vuole o si vorrebbe attuare, ponderata sulla ‘fiducia’ e comunque nel ‘rispetto’ delle ‘differenze individuali’ (genetiche, pedagogiche, psicologiche), dell’estrazione pedagogico-socio-culturale, formativa, nonché delle diverse disposizioni comportamentali acquisite, senza cercare di manipolarle; così come di non giudicare le scelte e le opinioni dell’altro/a in modo sommario perché considerate minoritarie che rasentino una qualche forma di razzismo.
Per quanto, in ambito giuridico il ‘rispetto’ si affacci alla soglia del ‘diritto’ di ogni individuo di avere un suo modo di pensare, di esprimere la propria opinione, di sentire, di agire e persino di scegliere i suoi gusti e le sue preferenze di vita, di pretendere che nessun altro possa permettersi di obiettare o decidere al suo posto; nella specifica tipologia delle ‘scienze umane’ si tratta di offrire/accordare una relazione consensuale basata sul ‘consenso’ che porti all’ascolto non valutativo, dove si concentra la comprensione dei sentimenti nel rapporto emozionale e/o intellettuale di merito e di partecipazione ai bisogni fondamentali degli altri.
Nell’uso comune è detta ‘empatia’ l’attitudine ad essere completamente e/o parzialmente disponibili verso gli altri, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri individuali, pronti ad offrire la piena attenzione al processo di comunicazione, accesso all’informazione e partecipazione alla cooperazione attiva ‘non coercitiva’ che, secondo il ‘metodo del consenso’, non significa ‘unanimità’ di intenti e di voleri di singoli individui o del gruppo di appartenenza, bensì di funzione espletata democraticamente cui la maggioranza dei soggetti avrà acconsentito secondo la propria onestà intellettuale. Se non c’è l’onesta volontà di venirsi incontro, il metodo del consenso non funziona, bensì si rende più che mai necessario anche nella difesa di quella ‘privacy’ che ostinatamente promulghiamo come visione utopistica di una realtà che non è più tale, se mai lo sia stata.
Acciò, dare oggi il ‘consenso’ all’utilizzo dei propri dati personali che diventano così di pubblico dominio può essere un modo (facendo attenzione) di aprirsi al mondo degli scambi e della collaborazione reciproca a livello internazionale; così come mettersi in gioco sul web significa la ‘volontà’ di ampliare la propria cerchia di conoscenze, e perché no di fare nuove amicizie e così abbassare il tasso dilagante di sentirsi abbandonati, sotto l’egida del “non siamo soli”, necessaria ai fini della reciprocità sociale che ci vede sempre più affetti dalla solitudine.

3) Metodo del consenso alla temperanza comunitaria

L’approccio qui espletato equivale a ‘farsi un’opinione’ sul merito se oggi il ‘rispetto’ sia o no essenziale nei rapporti umani (?) Se la domanda serve di fatto a chiarificare un problema etico-teorico, la risposta non può che essere: «sì, è essenziale», ma è come asserire l’esistenza di un 'dualismo’ insopprimibile per cui la risposta non è affatto univoca. Gli ultimi avvenimenti di cronaca ben lo evidenziano ponendoci di fronte situazioni insostenibili quanto sconvolgenti, riferite all’assoluta mancanza di tolleranza, reciprocità, liberalità e democracità che superano ogni limite di sopportazione e comprensione umana. Per quanto intraprendere guerre fratricide e stermini di massa, privazioni e allontanamenti dagli originari territori di appartenenza, innalzare muri ai confini e barriere di chiusura al libero accesso, più spesso eretti in nome di questa o quella ‘supremazia’ territoriale-supernazionale in cui domina l’intransigenza e la severità di giochi di potere, non sembra portare a una risoluzione dei problemi.
Tanto meno risultano determinanti i molti tentativi di ‘risoluzioni di pace’ affatto conciliabili e, sempre più spesso, avanzati in nome di una diversità etico-morale del tutto confutabile, di cui sono andate perdute quelle che sono le ‘ragioni primarie’ di una possibile convivenza fra i più deboli e i diseredati, venendo così a mancare quel ‘rispetto’ e quell’indulgenza necessaria che mettono a rischio la sopravvivenza. Ma non è già il falso ‘moralismo intelluale’ dei pochi ad erigere le barriere che oggi delimitano le frontiere degli stati e i campi d’azione dei politici del malaffare, quanto la mancanza di ‘temperanza’ e l’indifferenza fraudolenta dei molti a derubricare il sistema economico-produttivo e la convivenza dell’illegalità giuridica e l’illegittimazione sociale.
“Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere – scrive Stefano Rodotà (7) – ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile. (..) Contro malaffare e illegalità servono regole severe e istituzioni decise ad applicarle. Ma serve soprattutto una difusa e costante intransigenza morale, un’azione convinta di cittadini che non abbiano il timore d’essere definiti moralisti, che ricordino in ogni momento che la vita pubblica esige rigore e correttezza.”
Il merito di una tale affermazione si gioca su quei comportamenti resi affidabili dal rapporto fiduciario che in illo tempore è stato stabilito con la natura e successivamente tra le diverse comunità interessate a limitare i rischi delle carestie e della fame, quantomeno coinvolte nella volenterosa sopravvivenza della specie. In una società complessa come quella in cui siamo chiamati a vivere (o sopravvivere dipende dai punti di vista), la crisi nella ‘fiducia’ non riguarda solo chi viola la legge o non si adegua agli standard di vita diffusa, ma investe ogni ambito della vita socialee comunitaria.
“Di fatto – scrive Umberto Galimberti (8) – non possiamo prescindere dal ricorrervi (alla fiducia), perché degli altri, piaccia o non piaccia, non possiamo fare a meno. (..) Nei nostri comportamenti accordiamo di continuo una fiducia che intimamente non (sempre) nutriamo, perché non abbiamo alternative. Infatti, laddove le abbiamo, non esitiamo ad adottarle, affidandoci a tecnologie sempre più complesse”. D’altro canto “Il mercato indotto dalla sfiducia ha assunto proporzioni notevoli, sforzi e costi sono cresciuti in proporzioni, ma i risultati sono tutt’altro che esaltanti. Quanto più la nostra società si fa complessa, quanto più diventiamo gli uni estranei agli altri, tanto più siamo costretti a muoverci e a vivere tra attività, organizzazioni e istituzioni le cui procedure e i cui effetti non riusciamo a controllare e a capire. E perciò siamo inclini a crederci esposti a pericoli invisibili e indecifrabili, con conseguente perenne stato d’ansia facilmente leggibile nei tratti tirati e circospetti dei volti di ciasscuno di noi, (..) caratterizzati dalla precarietà dell’esistenza.”
“Allo stesso modo – conclude Galimberti – questa nostra ‘società del rischio’ è percorsa per intero da una sospettosità diffusa, dovuta ad un tasso troppo elevato di estraneità degli individui che compongono il sociale. A meno che non si debba pensare che la cultura dell’individualismo, tipica dell’Occidente, e la fruizione delle libertà individuali, che vantiamo nei confronti del resto del mondo, abbiano passato a tal punto il segno da rendere ciascuno di noi una singolarità così precaria che, oltre a fare esclusivamente i propri interessi, o forse proprio per questo, non sa più muoversi nel mondo se non all’interno di una cultura del sospetto. Questo mi pare il punto dove le nostre società sono le più vulnerabili, più di quanto vulnerabili le renda il terrorismo”.

In conclusione il dibattito è ancora aperto, una risposta alla domanda “che cos’è il rispetto?”, è tuttavia possibile: cos’e se non un principio etico che ci restituisce la libertà di scegliere (libero arbitrio). Cos’altro, se non quella virtù morale che più d’ogni altra ci rende ‘umani’ (?).

Cioè ‘animali razionali dipendenti’ (9) e così poco sociali (?)

Bibliografia di riferimento:

(1)Maurizio Ferraris, ‘Introduzione’ a “Morale” ed a “Uguaglianza” in Le domande della Filosofia - Gruppo Edit. L’Espresso 2012 ,
(2)René Descartes, “Discorso del metodo”, RCS Libri 2010
(3)Giovanni Reale, ‘Prefazione’ a “Discorso del metodo”, op.cit.
(4)Mario Manfredi, “Teoria del riconoscimento”, Le Lettere 2004
(5)Zigmunt Bauman, “Intervista sull’identità”, Editori Laterza 2008 e “Modernità liquida”, Editori Laterza 2011
(6)Alberto Melucci, "Rassegna italiana di sociologia", n.43 (2002), e in “Identita e movimenti sociali in una societa planetaria: in ricordo di Alberto Melucci”, Milano, Guerini Studio, 2003.
(7)Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti”, Editori Laterza 2012
(8)Umberto Galimberti, “Fiducia”, in ‘Le grandi parole’ – Polizia Moderna 2010
(9) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali dipendenti” – Vita e Pensiero Edit. 2001





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- Musica

Il Jazz a Roma con Voi


28Divino Jazz - via Mirandola, 21 - Roma - www.28divino.com
Prenotazioni 340 82 49 718

Il Jazz a Roma con Voi.

VENERDI 18 NOVEMBRE
ore 22.00
ANTONIO RAGOSTA
"Back to the Trio"
Antonio Ragosta: Chitarra
Stefano Napoli: Basso
Mattia Di Cretico: Batteria

Dopo l'esordio discografico con “Il mare e l'incanto a Roma est” edito dalla Slam (UK) Antonio Ragosta torna in studio per un nuovo lavoro discografico che vedrà la
luce a breve, con una formazione inedita. Un sound contemporaneo che attraversajazz, blues, rock, musica classica ed atmosfere mediterranee, per approdare in un
linguaggio autentico e spontaneo. Nei nuovi brani continua il viaggio iniziato nelprimo disco, ma con un orizzonte che si amplia includendo nuove possibilità.
Antonio Ragosta è un chitarrista compositore di origini napoletane, trapiantato aRoma. Tra le sue collaborazioni: Sandro Joyeux, Pape Siriman Kanoutè, Gerardo
Casiello, Alessio Bonomo, Paolo Zanardi, Titti Smeriglio, Pilar, Paolo Damiani, Moni Ovadia, Alessandro Haber.

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SABATO 19 NOVEMBRE
ore 22.00
STOCKHOLM vs NAPOLI
Imparato Hedberg Duo
Giovanni Imparato, percussioni, voce
Mats Hedberg, chitarra, ebow, voce

Un duo "patafisico" dove l'improvvisazione è fatta con i fiocchi. E' un piacere ricevere nuovamente questi due artisti sul palco del "28".

l Duo si incontra e suona insieme per la prima volta nell 2006 all Auditorium Parco della musica Roma con il progetto "Roma Caput Music"
entrambi invitati come ospiti solisti per la serata! Nasce in seguito all’inevitabile feeling riscontrato vicendevolmente l ́idea del progetto Stockholm vs Napoli
che stimola i due artisti a confrontarsi con le rispettive tradizioni di origine. Un mix tra musica folk tradizionale/Moderna svedese& Napoletana
inserito in un contesto musicale dove confluiscono molteplici generi, da influenze Progressive ad Afrocubane, in un mix di musica totale! …il tutto
privilegiato da un approccio di estemporaneità ispirata, adottando i moduli della"nobile"musica improvvisativa. nel 2011 Mats realizza un disco proprio
( con Morgan Ågren (Frank Zappa…..) dal titolo VargtonProjekt & invita giovanni a suonare sul CD.

2016 i due artisti maturano finalmente l’idea di entrare in studio realizzando 11 brani, con lo smalto compositivo ed estemporaneo che li
rappresenta, meravigliando e compiacendo le personali aspettative vicendevoli, registrato a roma mixato e masterizzato da Roberto Barillari
(Lucio Dalla/Andrea Boccelli/Glenn Gould) da uscire.. "lo stile del duo è coinvolgente e minimale, fortemente evocativo, il risultato all’ascolto
suscita solarità ed apertura di spirito, si adatta a performance d’arte, a festival jazz, blues, rock, folk , progressive e world music, nonché
contesti di avanguardia innovativa, avendo un repertorio molto versatile stilisticamente."


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- Musica

Il jazz va al cinema al Palladium di Roma


Al Teatro Palladium torna la rassegna
'Il Jazz va al Cinema' con la New Talents Jazz Orchestra

Dopo il successo del primo concerto dedicato alla commedia italiana, domenica 13 novembre alle ore 18, al Teatro Palladium di Roma, si terrà il secondo appuntamento della rassegna "Il jazz va al cinema", manifestazione che celebra il grande legame che da sempre intercorre tra musica jazz e cinema, realizzata in collaborazione con il corso di laurea DAMS dell’Università Roma Tre coordinato dal prof. Luca Aversano.

Protagonista, come sempre, la brillante New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini, formata da talentuosi e giovani esponenti del jazz italiano che interpreteranno, con lo scorrimento delle immagini sullo schermo, alcuni brani resi celebri dalle colonne sonore del film proposti raccontandone trame, attori, registi, passioni.
Il concerto del 13 novembre è dedicato a “I grandi del jazz raccontati dal cinema”, con ospite il pianista Santi Scarcella. In "scena" saranno infatti rievocati i film biografici sui grandi jazzisti tra cui “Bird” di Clint Eastwood, dedicato alla vita di Charlie Parker, a “Round Midnight” con protagonista Dexter Gordon (e la colonna sonora originaria coordinata da Herbie Hancock) o la commovente pellicola su Chet Baker “Let’s Get Lost”.

I prossimi appuntamenti della rassegna, sempre al Teatro Palladium: domenica 4 dicembre “Il Jazz e il cinema noir” che farà rivivere “Ascensore per il Patibolo” - la cui colonna sonora, affidata alle note di Miles Davis con improvvisazione estemporanea sul filmato, fece storia -, “Anatomia di un Omicidio”, con il titolo originale “Anatomy of a Murder" musicato da Duke Ellington e diretto da Otto Preminger, e altri titoli tra cui “Taxi Driver”, “Mission Impossible”, “Vertigo”; domenica 15 gennaio “Hollywood e i classici del Jazz”: dalla celebre “My favorite things” dal musical “The Sound of music” a “Smile di “Tempi Moderni” a “Over the Rainbow” da “Il Mago di Oz”, al dramma de “I Giorni del Vino e delle Rose” con Jack Lemmon da cui il famosissimo standard “The Days of Wine and Roses”.

INFO MANIFESTAZIONE
9 ottobre 2016, 13 novembre 2016, 4 dicembre 2016, 15 gennaio 2017 - ore 18
Teatro Palladium - Università Roma Tre
Biglietto intero € 15 - ridotto studenti e over 65 €10.
Sito web: http://teatropalladium.uniroma3.it/
Prevendite: biglietteria.palladium@uniroma3.it; tel. 327 2463456

CONTATTI
Ufficio Stampa New Talents Jazz Orchestra: Fiorenza Gherardi De Candei
Tel.: 328.1743236 Email: fiorenzagherardi@gmail.com
Ufficio Stampa Stagione Artistica 2016-2017 Teatro Palladium: Elisabetta Castiglioni
Tel.: 06.3225044 – 328.4112014 E-mail info@elisabettacastiglioni.com

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- Poesia

Gianmaria Ferrante un poeta nel labirinto specchiato delle p

Gianmaria Ferrante … un poeta nel labirinto specchiato delle parole.

«Corrono i monatti, alla nuova pestilenza metropolitana … cadono tamburi, striscioni, fantasmi anneriti dal tempo … un cieco testimone batte i pugni, sotto i portici del Duomo … è Sabato» - scrive il poeta, traducendo dall’ebraico Shabbat, il giorno del riposo, ma che è anche il ‘giorno delle streghe’.

Voler conoscere Gianmaria Ferrante attraverso la sua poesia da la sensazione di riflettersi nello specchio del tempo e trovarsi, o forse solo ritrovarsi, dentro la dimensione onirica della conoscenza, in quella spazialità incommensurabile tra passato e presente che ottunde ogni riflessione razionale che si completa nel labirinto del presente. Lì dove, al dunque, ogni dimensione è resa possibile in divenbire esercizio mentale che dal realistico penetra nel fantastico e viceversa, dando luogo a una sequenza connettiva di emozioni, caleidoscopiche visualizzazioni e sentimenti fluidi di cui quasi si disconosce l’appartenenza. E dire che curiosando tra le righe (interconnessione di linee e spazi) si denota nel poeta, in quanto uomo del nostro tempo, una certa solidità di pensiero che mette in luce un’eredità agreste riconducibile a un’indubbia appartenenza secolare, consolidata nel tempo della sua formazione (crescita, maturità, affermazione sociale).

«Io dissi (loro), e tutti si girarono per colpirmi … vecchi guerrieri a caccia nella palude terrena … non riuscirete a sottrarre il manto prezioso (il vello), costruito nell’infanzia (dei miei giorni).»

Una testimonianza congruente questa solo se ci si sofferma a ponderare il ‘messaggio culturale’ costitutivo del suo fare poesia, «..estremamente profondo e complesso, che va affrontato con particolare attenzione», e aggiungo ‘particolare interesse’ nel voler conoscere il suo pensiero: cioè la sublimazione del sapere in tutte le sue accezioni significative, i pieni valori esponenziali, il senso che si vuole dare alla propria vita, per cui: «La poesia intesa come espressione sublime del linguaggio, può diventare un santuario dove rifugiarsi per una sosta rigeneratrice. Aiuta a ‘sentire’ la vita, fa riscoprire valori, amicizie perdute, incontri dimenticati tra le pieghe nebbiose dell’esistenza. Possiede una insospettata capacità evocatrice; può annullare il tempo e, nelle mani sensibili dell’artistsa, diventare uno scalpello. Crea figure dal nulla, scolpisce episodi, cristallizza sensazioni. Riempie il vuoto senza l’uso del marmo.»
La poesia quindi, intesa come espiazione di un passato che ci sospinge tutti verso quel futuro ‘futuribile’, in quanto concezione lineare del tempo, in base a una previsione razionale del possibile. Ecco che il ‘medioevo futuro’ concepito nella poesia di Gianmaria Ferrante trova la sua ragione d’essere in quanto riferimento allo spazio temporale di ‘infinito’, e non già che si oppone al passato quanto, invece, di avanzamento di quanto deve ancora accadere.

Una presa di posizione questa che definirei stoica in quanto coraggiosa, impertubabile di fronte agli accadimenti della storia, e se vogliamo eroica, che si scontra con la variabilità e la mancanza di senso della poesia dei nostri giorni. È questa una posizione forte, che vede abbandonare l’efferatezza della barbarie per rivendicare una contiguità che pure c’è stata, più che in letteratura e in filosofia, proprio nella poesia che, nel sostenere le emozioni, restituisce vitalità alle esperienze umane, al tempo stesso, offrendosi come opportunità dotata di dignità e individualità relazionale.

«Voi maledetti, lasciate sempre una traccia indelebile, al vostro passaggio … violenti demoni sbucati dai sotterranei, in fiume tumultuoso che tutto rovina al suo passaggio. … Era un giorno di Gennaio, il bosco intatto piangeva agli spari di un armigero calato dal grande freddo, con una maschera d’acciaio … venne il grido del figlio sconvolto, in ginocchio accanto al padre ucciso da un topo sotterraneo. Un moto di rivolta dopo tanta follia, raggiunse il Padrone del Creato … spiegò le mani al cielo madido, chiedendo aiuto … venne un alito leggero, il canto di un bimbo appena nato, il pianto di un corvo chiamato a testimonio.»

Ciò a dimostrazione di come il solo mero accordo morale, fine a se stesso, avvalori oggi come ieri e in futuro, lo scambio reciproco; quel donarsi astratto e indistinguibile che pur ci rende grandi. I sentimenti giocano un ruolo essenziale nella genesi e nella costituzione del principio di ‘poesia’, cioè: «..la capacità di ‘empatia’ come presupposto emozionale per un’assunzione di ruolo ideale. (..) Di immedesimarsi e di accettare la prospettiva degli altri, sia con individui socializzati in una forma di vita estranea o dissonante. (..) Si tratta di una disposizione cognitiva che ci rende sensibili alla ‘diversità’, cioè alla singolarità e alla particolarità dell’altro che rimane aggrappato alla sua alterità rispetto alla tradizione.» (Martha Nussbaum).

Per il resto, l’immaginazione narrativo-poetica di Gianmaria Ferrante è solo una parte di quanto egli riesce a trasmettere attraverso i suoi scritti, trasmessi in questo libro nel linguaggio degli haiku, quella caratteristica scrittura giapponese i cui segni, trasmissione di immagini, portano a decifrare sentimenti sensoriali ispirati da elementi naturali, un momento di bellezza o un’esperienza subliminale, pari a quella dei veri artisti e dei poeti, anche se non è di loro escluviva padronanza. Nasce da questa esperienza di scrittura per immagini: «..il parallelo tra il medioevo propriamente detto, quello curtense, e il medioevo metropolitano moderno, cioè delle metropoli, che si fa evidente nella commistione fra manifestazioni di popolo antiche e attuali, in un gioco volutamente allusivo e sognante, di sovrapposizione, di dissolvenza incrociata tra la naturale rappresentazione immaginifica del centro urbano medievale e la puntualizzazione di carattere attuale.» (dalla nota introduttiva la testo).

D’altro canto una scrittura siffatta, rappresenta una fonte di ispirazione per le emozioni del lettore (per me che scrivo in particolare), di richiamarsi al migliore impiego possibile dell’immaginazione letteraria in generale e, nella poetica (oralmente trasmessa) in particolare. Ma veniamo ad alcuni esempi ‘sonori’ insiti nell’utilizzo della parola ‘a se stante’ tenendo presente che le pause (i bianchi o i vuoti che siano) offrono un ampio spettro di forme ‘etiche’ del comunicare, proprie di chi legge in silenzio, o che emetta il suono delle parole. Così l’artista della materia che può essere la pittura o la scultura «..può farci comprendere come la vita sia dipingere un quadro, o dare forma a una scultura, non fare una somma di tutta un’esistenza.», (in M. Nussbaum). Da cui il ‘senso’ delle cose nella realtà/irrealtà dei sentimenti e delle emozioni che forgiano la nostra cultura.

In ciò Gianmaria Ferrante riveste i panni smessi del tempo per dedicarsi ai ‘suoni’ arcani delle parole, alle sospensioni diversificate dalle pause, dei contenuti aspersivi delle note musicali in essi contenute, così come negli accostamenti degli ossimori che riverberano l’ampiezza acustica aggettivante dei suoi concetti, talvolta inespressi, e che pure sono pregni dell’efficacia dell’esperienza ridondante di tutta una vita, la sua vita (?), che quasi viene da chiedersi, quanto di essa rientri nell’autodeterminazione agiografica dell’individuo; e quanto nella divulgazione futuribile di ciò che si è stati; e che preclude la ricerca di un’equilibrio irraggiungibile, che oscilla tra ciò che si è e ciò che si è cercato di essere nel corso dell’intera esistenza di un uomo. Senza considerare i confini (limiti e soglie) fra il vissuto e l’irrealtà filosofico-culturale d’indirizzo, come particolarmente significativi ai fini della scelta.

«L’acqua di cristallo, risplende nella nebbia mattutina che dirada leggera, nell’incanto di una valle nascosta … mormoro una preghiera sommessa, mentre scendo leggiadro la tua china … la stupenda pineta rinsce alla mia vista, mi avvolge un effluvio inebriante. Palpita serena l’anima mia … la vita fluisce libera come il frullo di un passero solitario, il canto del galo cedrone, nascosto nel bosco inviolato … il guizzo della trota salmonata che risale il torrente scosceso.»

Sebbene l’immergersi nel labirinto interstiziale della città/mente da cui prende forma ‘Metropolis’, dopo un inizio di cercata storicità, è qui abbandonato al fine di aprirsi a una visione ‘spalancata’ su un mondo che non gli appartiene, del quale il poeta vuole/cerca le linee intersecanti che gli restituiscano il ‘senso’ di un più sano vivere cui prestare attenzione, in quanto parte essenziale di un’educazione civica almeno accettabile e alla razionalità pubblica della giustizia che l’utilitarismo ha finito col soggiocare. Ma questo che potrebbe sembrare un parlare d’altri tempi non riguarda la vivida scrittura del poeta, tutto è sottinteso e resta nella sfera di quel sentimentalismo di disapprovazione interiore che talvolta lo sovrasta.

«Attendo, nel cristallo immobile del mattino, il tempo concesso al magico sortilegio … giocano luci opali a rimpiattino, stolte figure vagano minacciose sui binari d’acciaio … è un pallido giorno questo, dai vagoni ammassati nel deposito ferroviario s’aprono voragini oscure, risorte … nell’ultimo (mio) viaggio.»

Gianmaria Ferrante risponde con veemenza alla consuetudine dell’accettazione, a suo modo si ribella alla fatate sottomissione degli antichi, e invoca il sempiterno Iddio d’incedere senza clemenza su quei moderni che ‘a parer suo’ pur conoscendo i propri limiti attuano politiche di esclusivi interessi individuali, perdendo nel processo economico-utilitaristico, tanto l’identità quanto la dignità d’esseri umani. È forse il passato che ritorna? Proprio così, è il nostro passato che, anche dopo l’accurato rimaneggiamento e la necessaria quanto inevitabile evoluzione, sovrasta il presente e s’inoltra nel futuro d’una città (Milano), a ricreare tensioni e paure che da sempre ci poprtiamo dietro. Questi in sintesi i contenuti aperti, anzi spalancati, di un fare poesia d’attualità che, pur nella sua ‘liquida’ essenza d’intenti, non lascia spazio ad alcuna promessa di facile riscatto.

«..Il quadro dell’orologio ruota instancabile, l’indice tremante al soffitto plasticato … è l’ora tredicesima questa, l’attimo della sosta, in basso … gli uomini macchina.»

«..è un giorno strano questo … l’ultimo arrivato prepara il giaciglio, stende per terra cartoni sfatti e un sacco … nero di condominio.»

«..dai muri sorge un avviso imperioso, il dito puntato contro il randagio cittadino … lo scalpiccio continuo di piedi ansanti che grufola sotto il porticato.»

È allora che la città metropolitana che viaggia nel sottosuolo diventa la megalopoli di superficie, si popola di individui ‘pallidi’ come fantasmi, ‘scuri’ come la notte, ‘plumbei’ e spaventosi come la morte; i palazzi, le gallerie, i viali, le arcate, i portici, i semafori, l’asfalto che ricopre il tutto; gli strilloni di giornali, i Titoli di Borsa, i tram, le auto, le grida, gli spari, le sirene impazzite, i camminanti, i viandanti, gli impiegati che varcano i tornelli, i telefoni, le stampanti, gli orologi cristallizzati sotto la neve, ma basta una sferzata di forte vento per smascherare il tutto, si tratta di una finzione, di una sosta-pausa scritta, che solo il poeta-principe della regia riesce a far agire sulla scena. Il titolo? Metropolis: «Un rombo indistinto, compressori, fischiano idrovore, ventole arrochite … fruscianti filobus stracciano nel cielo violenti riverberi elettrici, sferragliano i tram sui binari, si bloccano stridendo vicino a grappoli di uomini …» ossessionati da una ricerca di fuga, da ‘uno strappo improvviso’ che li riporti alla ragione, o forse che li consegni alla definitiva pazzia.

«La gente, scivola lontano dal Metrò, portando il vuoto pauroso, fisso nello sguardo … Il mattino scende, in lavacro nelle strade polverose, ramazzando gli scarti della notte, presenta solenne un proclama al popolo in disarmo, il monatto dell’ultima pestilenza (di moda), schizza da un muro dipinto di bianco, il fagotto dell’Inverno si stringe, nelle spalle rattrappite dal gelo, scambierà l’abito grigio, per un tiepido intruglio.»

Quella gente che, come tutti noi e voi, possono dirsi monatti, o forse ‘migranti’ di pestilenze bugiarde, che di città in città si portano dietro il vuoto pauroso fisso nello sguardo. Quelli siamo noi, come voi, amorfi impiegati che sognano la fuga dal mondo: «..non sai decidere tra la prigione dorata che ha reso anonimo il tuo passo … e il grande spazio oltre le guglie del Duomo. Corri amico imbelle, vola sulle ali del sogno, la quinta stagione è questa … nessuno conosce la fine, nemmno il finto santone vestito d’arancio che agita il campanello … al tuo passaggio.»

Ed eccolo al dunque dall’angolo più remoto, affacciarsi sul nostro quotidiano, il ‘medioevo futuro’ di cui stavamo appena blaterando, i cui protagonisti non possiamo che essere noi, quei monatti imbrattati sulle pareti del tempo, fuoriusciti dalle figure graffite sui muri, nelle scritte d’una lingua misconosciuta dedotta da antichi libri esoterici che hanno dato sembiante ai simboli della trasformazione e dell’immaginazione mitica, agli animali e ai mostri fantastici, alle maschere rituali e agli Arcani maggiori, ai segni dello Zodiaco e agli oroscopi, alle fattucchiere e alle cartomanti che s’aggirano di notte in Galleria a Milano, come a Roma, a Napoli e Torino; a quei gargoiles che s’affacciano dalle guglie delle cattedrali, quei doccioni che tanto spaventavano le genti medievali con la promessa di mondarli d’ogni colpa contro la reiterata assenza di una fede certa.

«Cento guglie di marmo, forano il cielo nevoso, ringhia livore il passaggio dell’ultimo raduno … volano striscioni vermigli negli occhi puntati sul Duomo, corrono macchine e sirene attorno … sollevano bardature guerresche, caroselli impazziti sbucati dal passato, lo squillo di una sirena urlante … seguito da uno sparo.»

Uno sparo, un sussulto nel buio mentre… «Questa notte, le pareti oscillano curiose mentre viaggio oltre i confini del noto … la mente libera riordina il passato … affastella parole e suoni di morte raccolti dal tuo cuore malvagio … fra poco, lasciando a terra questo mio fardello, spiccherò il volo … per l’ultimo viaggio.»

C’è un ché di ‘nero’ che coinvolge il lettore di queste pagine, come di un desiderio regresso di giungere alla fine, una lunga infinita lettera di richiesta di perdono, verosimilmente mai spedita a un fratello sognatore, scomparso in illo tempore e amato oltre misura … ma chi può dirlo non è certo il lettore, se non il poeta chi?, in cui è detto: «..la vita è pastura di uccelli affamati, una pozza striata nel ghiaccio rigato di grigio … il viso impresso in un lago d’asfalto, il sogno temuto che irrompe improvviso ... mi blocco, pieno di spavento, smarrito in un pozzo … aperto sull’abisso.»

Note sull'autore:
Gianmaria Ferrante, a 22 anni si reca in Inghilterra per mezzo di una borsa di studio e si diploma agli studi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia svolge mansioni tecniche di rilevante importanza; passa poi alla Formazione del Personale e alle Relazioni Industriali di una grande azienda milanese, continua i propri studi e l’attività letteraria, gestisce inoltre uno studio professionale privato. Successivamente al suo ritorno in Italia pubblica "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la Trilogia della Pietra (La Città Bianca, Mediterranea e Metropolis) tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo " Un Uomo di successo " (per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante). Quindi prosegue nella revisione di quanto realizzato in un eterno punto di transito e rifugio, testimone di magici incontri e terrificanti battaglie, immerso nella sua storia millenaria, imbevuto di cultura proveniente dall'intero Mediterraneo e pubblica in questi ultimi due anni la Trilogia del magico (Vento del Nord, Il Cerchio Magico premiato nel 2014 a Lecce e Notte a teatro). Della successiva 'Trilogia del Sogno', nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge ‘I Cavalieri di Groen’. In Aprile 2016 esce per GOLDEN PRESS ‘La Soglia. Ritiratosi anzitempo dalla vita attiva per dedicarsi completamente alla letteratura, oggi vive principalmente nella propria azienda biologica, visitata da volontari provenienti da ogni parte del mondo, situata nel Parco degli Ulivi di Puglia, in territorio di Ostuni.

Opere pubblicate:
‘Gli amori verdi’ (romanzo), Editrice Arpa Letteraria, Milano; ‘Il sogno d’alabastro’ (poesie), Lo Faro Editore, Roma; ‘Una pallida notte’ (poesie), Gruppo Albatros, Viterbo; ‘La città bianca’ (poesie), 1° edizione Italiana, 2° edizione bilingue - Inglese con testo a fronte - Golden Press, Genova; ‘Mediterranea’ (poesie), 1° edizione Italiana, 2° edizione bilingue, Golden Press, Genova; ‘Metropolis’ (poesie) 1° edizione Italiana, 2° edizione bilingue, Golden Press, Genova e Il Cerchio Magico, Golden Press. Genova.

Tutti i ‘corsivi’ appartengono all’autore Gianmaria Ferrante tranne quelli in cui è citato un diverso autore.
Per Martha C. Nussbaum , ‘Giustizia Poetica: immaginazione letteraria e vita civile’ - Mimesis Edizioni 2012.

Larecherche.it ringrazia l’autore per aver concesso l’utilizzo dei testi inclusi nel libro ‘Metropolis’, raccolta poetica di Gianmaria Ferrante – Golden Press 2012 con traduzione in inglese a fronte di Peter De Ville.

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- Libri

Libri: Proust, le dossier

Jean-Yves Tadié, “Proust, le dossier”, Il Saggiatore 1985 – (ristampa NET 2003).

Si dice che non si conosce uno scrittore se non attraverso le sue opere, e che, ancor meglio, lo si può comprendere attraverso l’apparato critico che solitamente accompagna le sue opere, ciò che solitamente avviene post mortem dell’autore. Ma questa, che potrebbe essere una massima valutata sull’operato di ogni scrittore, continua ad avere delle profonde lacune se non è seguita da note biografiche che ne illustrano gli aspetti segreti e i risvolti nascosti nella sua scrittura. È questo il caso del libro di ‘critica letteraria’ dello scrittore Jean-Yves Tadié che, al tempo della prima edizione per Gallimard di ‘Alla riceca del tempo perduto’, era docente di letteratura francese alla Nouvelle Sorbonne a Parigi. Successivamente in Italia sono stati pubblicati altri due suoi saggi: ‘Il senso della memoria’ (Dedalo 2000); e ‘Vita di Marcel Proust’ (Mondaori 2002), che invito tutti ‘Gli amici di Proust’ a leggere per l’analisi accurata di tutto quanto c’è da sapere su quello che, a ragione, è stato definito: ‘il più grande scrittore del XX secolo’: Marcel Proust.

Si tratta in realtà dell’ ‘analisi critica’, pari a una lezione di ‘anatomia’, del testo della Recherche appunto, con escursioni appropriate negli altri scritti (romanzi incompiuti, racconti, lettere ecc.) di Marcel Proust, incentrata nella suddivisione dei diversi generi letterari in essa riscontrati, ricca di riferimenti biografici, cronologia, bibliografia e quant’altro possa incuriosire il lettore in fatto di estetica, cultura del tempo, storia ecc. Ancor più molto spazio è lasciato all’individuazione critica dei personaggi, l’infinita galleria di ritratti (più o meno definiti) che agiscono nell’opera letteraria in cui è facile perdersi, vuoi per il numero dei volumi di cui si compone, vuoi per la corposità del testo ricco di descrizioni dettagliate e una certa ostentazione dell’autore nel far prevalere alcuni aspetti psicologici che li riguardano direi, più che da vicino, dal loro ‘profondo’ onirico, preferenzialmente poetico, che non va sottovalutato.

Trascrivo dalla Premessa:
“Attraverso uno studio complessivo delle caratteristiche della sua scrittura viene messa (qui) in evidenza la rivoluzione che Proust ha portato all’interno del romanzo con la sua geniale commistione di elementi comuni alla narrativa, alla saggistica, alla poesia e ad altre arti quali l’architettura, la pittura, la musica. inoltre il libro tiene largamente conto delle seimila pagine di cahiers che precedettero la redazione definitiva della Recherche e dedica un ampio spazio alla critica proustiana, ripercorrendo i vari metodi di analisi e i risultati, a volte contraddittori, cui sono pervenuti. (..) Come, ad esempio, la sintesi di ciò che a tutt’oggi può essere conosciuto e detto sulla sua opera e sulla sua vita.”

Ma non è tutto, il volume dopo una presentazione generale riferita alla genesi e alla struttura dell’opera nei suoi risvolti culturali ed estetici, analizza le rilevazioni critiche della storia, la visione della società e l’elaborazione del tempo in cui è immerso il romanzo. Per poi spostarsi sui personaggi che esamina ‘uno per uno’ a cominciare dalla figura del Narratore (alias Marcel Proust) rivelandone più spesso il lato ironico-comico dissacratore della società del tempo. Cui fa seguito l’ ‘anatomia’ cui riferivo sopra, dei generi letterari toccati (rivoluzionati) da Proust nel romanzo, e che l’autore Tadié fa rientrare nella gamma comprensiva di stili, quali: comico-tragico, avventuroso-erotico, onirico-poetico, addirittura quale libro di ‘immagini’ che riprende da tutte quelle situazioni descrittive, quindi per immagini, ricreate dalla fantasia dello scrittore. La seconda parte riguarda invece, com’è detto nel sommario: l’analisi delle (altre) opere principali, la cui lettura si rende necessaria per una più approfondita conoscenza di Marcel Proust; rispettivamente:

‘I piaceri e i giorni’
‘Il Jean Santeuil’
‘Le cronache’
‘John Ruskin : le traduzioni e le prefazioni’
‘I Pastiches’
‘la critica letteraria’
‘Il Contro Sainte-Beuve’

E ovviamente della ‘monumentale’ opera : ‘Alla ricerca del tempo perduto’

Interessanti sono i capitoli che compongono la terza parte di questo copioso ‘vademecum proustiano’: a partire dall’apparato critico riferito alla stampa fin dalla sua prima apparizione delle sue opere, e le risposte degli scrittori che con Proust si sono confrontati nelle diverse epoche. Inoltre ad una ricca bibliografia, la corrispondenza tenuta, gli studi e le sintesi delle varie discipline toccate da Proust. Insomma, ce n’è di che rifarsi gli occhi e le orecchie, per quanto ritengo che una riedizione di un libro enciclopedico come quello qui preso in esame, e malgrado le economie editoriali, non possa essere ridotto a un paperback striminzito di carta e di spazi, dove il corpo del testo è ridotto a un minimo legibile da presumere l’uso della lente d’ingrandimento, in pagine senza bordi che non permettono annotazioni, tantomeno l’uso di stickers segnarighe.

Altre pubblicazioni di Jean-Yves Tadié, critico e letterato francese:
• Introduction à la vie littéraire du XIXe siècle, Bordas 1971.
• Lectures de Proust, Colin 1971.
• Proust et le romano, Gallimard, 1971.
• Le Récit poétique, PUF, 1978; Gallimard, 1994.
• Le Roman d'aventures, PUF, 1982.
• Proust, Belfond, 1983.
• La Critique littéraire au XXe siècle, Belfond, 1987.
• Études proustiennes Ho un VI, Gallimard, 1973-1988.
• Le Roman au XXe siècle, Belfond 1990.
• Portrait de l'artiste, Oxford University Press, 1991.
• Marcel Proust, biografia, Gallimard, 1996
• Le Sens de la mémoire (avec Marc Tadié ), Gallimard, 1999.
• Proust, la Cathédrale du temps, Gallimard, coll. "Découvertes", 1999.
• Regarde de tous tes yeux, regarde! Gallimard, 2005.
• De Proust à Dumas, Gallimard, 2006.

LEGGI ANCHE: “PROUST. FRAMMENTI DI IMMAGINI”
Roberto Peregalli - Bompiani 2013.
Recensione di Giorgio Mancinelli nella sezione ‘Narrativa’ su questo stesso sito.


*

- Poesia

Carlos Sánchez, o la stravagante vaghezza di vivere.

Carlos Sánchez, o la stravagante vaghezza di vivere.

“Per vivere ho scelto mille imbarcaderi incerti
e ha ancorato la mia nave senza presunzioni né smarrimenti.
Ho portato sempre il necessario dentro di me
una piccola fiamma di luce brillante come un faro
e una quantità imprecisata di parole senza voce..”.
. . .
“Non ho visto ancora volare la poesia
nello spazio vuoto della stanza
sarà come sempre incollata
ai vetri sporchi della finestra..”

In un vecchio libro che spesso leggevo da ragazzo c’era un racconto che ogni volta mi colpiva e che accendeva in me la voglia di viaggiare attraverso paesi che neppure conoscevo. ‘Dagli Appennini alle Ande’, tratto dal libro ‘Cuore’ di Edmondo De Amicis era il libro più amato che avevamo da leggere a scuola e sul quale, ogni volta, scorrevano le nostre lacrime di fanciulli. Allora le Ande potevano essere in qualsiasi luogo dell’emisfero a me sconosciuto come dietro l’angolo di casa e, per quanto il maestro si sperticasse a spiegarci in quale parte di mondo fossero situate, a me sembravano così a portata di mano che una notte sognai di poterci arrivare. E infine vi arrivai, ma avvenne tantissimi anni dopo, quando non ero più un ragazzo e da tempo avevo smesso di sognare. Solo allora ho capito il senso occulto del racconto, il peso di quella ricerca, la fatica del viaggio, la gratificazione a un volere/potere che sapeva di riconoscimento …

“Da grande ho imparato
che gli uccelli volano
guidati dalla necessità
che gli amori si dissolvono
nel vento del tempo
che le rivoluzioni
finiscono annegando
nei fiumi della storia
che l’eternità non dura.
Ma non mi dispero
continuo a cantare”.

E camminando canterò fin quando avrò fiato in gola, sembra voler dire Carlos Sánchez, nel ultimo libro di poesie ‘Continuerò a cantare’ 2015, e nel precedente ‘La poesia, le nuvole e l’aglio’ 2009, entrambi per le Edizioni Librati.

A distanza di tempo quel piccolo libro, polveroso di anni, mi è tornato tra le mani e non ho potuto far altro che aprirlo e rileggerlo qua e là anche se in modo diverso di quando lo avevo letto da ragazzo, quasi come un vademecum degli anni trascorsi, di una vita consumata tra le righe, nelle frasi più dolci e talvolta amare che hanno fatto di quei racconti una eccellenza della letteratura non solo italiana. A sua volta l’argentino Carlos Sánchez nativo di Buenos Aires ha viaggiato per lungo tempo per il mondo, dall’America Latina all’Estremo Oriente, per poi raggiungere l’Europa e approdare in Italia, dopo aver percorso una sorta di itinerario inverso: “Dalle Ande agli Appennini” dove, ‘dopo molto camminare’ in fine si è fermato …

“Per fortuna
ho imparato più dalla gente
che dai libri
di certo essi
mi hanno dato le parole
i concetti
coi quali il mio intendimento
insieme al vissuto
si sono fatti carne”.

Ed è a quel ‘vissuto’ che il poeta fa più spesso riferimento nei suoi versi che hanno il peso della leggerezza intrisa degli umori del tempo, che ha come attinenza la scioltezza del momento, l’effimera agiatezza della consolazione, “..il calcolo dei giorni è inesorabile”. La sua carriera di professore di lettere ci dice ch’egli è uomo di grande esperienza comunicativa e comunitaria che tuttavia, non ostenta nel parlare né nello scrivere, mantenendosi dentro una linearità affatto artificiosa che ‘dice quel che dice’ con la semplicità e l’uso del lessico comune, quasi pedestre, “in questo meraviglioso quotidiano” …

“Appena
una timida parola
di uso volgare
stordita
tra tante parole
confusa
tra tanti concetti
invecchiata
fucilata
dimenticata-
Libertà”.

Libertà non è una parola presa a caso per chi arriva da paesi che in passato hanno conosciuto le guerre e l’oppressione del potere, e non è neppure l’esternazione di un dolore ormai cessato che il poeta riversa nelle pagine di questo e dei suoi altri libri di poesia. Direi piuttosto, usando le sue stesse parole “..che certi spazi sono rimasti vuoti”, in quanto reiterati o, per così dire, ricompensati dalla serenità successivamente acquisita, “..Sarà che mi sono distratto oltremisura nell’aggiustare l’equilibrio nel suo contenitore; sarà che ho scelto solo una stanza buia dove sviluppare le mie fondamenta di vita” …

“Non so se sono confuso
se sono male orientato.
Non sono un uomo di cultura
non so se il Big Bang
si sia generato
solo per creare
in questo minuscolo pianeta
un Oriente e un Occidente..”
. . .
“..dove vivo abbaiano i cani
crescono gli orti
e gli uomini camminano.
Non ci sono luci che accecano
né grandi vanità
girando per le strade
si vive ridotti
stretti quasi senza parole.
Si sa che più in là
c’è il mondo
che ancora ricordo
nel suo terribile sgomento”.

Ma se la parola può risultare scarna non è per cinismo dell’autore, né per ricercato minimalismo del poeta, affatto. Direi per lo più, per “il mestiere incerto dell’ignoto” appreso, forse, dai suoi contatti con la filosofia taoista dell’ - agire senza agire - che, nei paesi orientali di grandi tradizioni, “..si veste del colore della poesia e la trascende, e nel proprio divenire si cangia in trascendenza”, e che noi (lettori) pur riusciamo a sentire nelle diverse liriche qui contenute che la contemplano. “La poesia è uno dei più bei soprannomi che diamo alla vita” – scriveva Jacques Prevert lanciandosi in un haiku risonante amore per il futuro che verrà, e che Carlos Sánchez, sembra voler suggerire nelle sue parole entro un’effimera eternità …

“L’aria è foriera
dei profumi dellinverno
solo con sforzo
posso immaginare la primavera
in agguato
i boccioli che eploderanno
senza dubbio
nella monotonia geniale
del tempo.
. . .
Non so quanto possa essere
rotondo questo mondo
che naviga
in uno spazio piccolo
di questo universo
non so neanche
se il grande spettacolo
sia degno dell’uomo”.

Siamo indubbiamente davanti a una sorta di ‘stravagante vaghezza di vivere’ che pure trova nella poesia la ragione d’una propria esistenza letteraria …

“Mentre cammino
mi frugo nelle tasche
le scarpe consumate
le mani screpolate
si annodano
vedo cartelli
con avvisi di pericolo
incroci
che non appaiono
sulle mappe.
Cammino, cammino
senza contare i passi
cammino
senza ricordare
quale fu il primo
l’istante
in cui mi trasformai
in un pellegrino.
Non so se arriverò
non so nemmeno dove”.
. . .
“Le distanze si misurano con i sogni
in quest’avventura fugace che è la vita”.

Per non dire delle ‘parole’ di cui fa uso nelle sue poesie, (ma è giusto chiamarle poesie?, che forse cambierebbe il senso di ciò ch’egli vuole comunicare?) …

“Le parole non sanno fare
provano inutilmente
ma non fanno
vanno troppo veloci
precedono di molto
le nostre buone intenzioni
che dopo si dimenticano.
. . .
Le avvolgo in carta regalo
e diventano oziose”.

Ma l’ozio è spesso foriero d’inganno, se chi medita lascia ‘fare senza fare’, allora anche prepararsi un tè può ricevere quelle attenzioni che si riversano in noi, in tutti noi, alllorché c’immergiamo nel vuoto onirico delle pacate emozioni …

“Preparo un tè
per quel pezzetto irlandese
del nonno
che porto in questo antico
cuore
carico di altre cose.
. . .
Bevo il mio tè
camminando per la casa
senza pensieri
dedito come sono
alla vita”.

Questa ‘vita’ cui il poeta cerca e vuole dare caparbiamente un senso, è in fondo la vita che noi tutti viviamo, seppure in modo diverso l’uno dall’altro, e che sempre più spesso ci fa chiedere: perché? E per quanto la domanda viaggi sospesa nell’aria in attesa che di una risposta che non arriva, siamo costretti nell’attesa di ciò che sarà, domani o in qualsiasi altro futuro, “alla catechesi di un dio vendicatore che ci accompagna fin dall’infanzia: (..) non so a cosa serva spiarmi se dopo non risponde. (..) Non sarà che alla fine lui avrà il mio volto?” …

“Ti seguo fino a perdermi
in un bosco
di alberi invertiti
cantano i cervi
le favole
le pietre che rimangono
sul camino
ti seguo
perché sei
l’unica cosa che ho
e non possiedo niente
se non questo seguirti
senza guardare dietro
sernza storia
come un lupo
che ulula
verso il mistero”.

Eppure sono certo di vivere, seppure sia assente nella mia ‘stravagante vaghezza di vivere’…

“Vivo in un mondo folle
dove la mia pazzia
passa inosservata
tra tante pazzie.
Nel manicomio
le ideologie sono morte
dicono i dottori
i laboratori farmaceutici
producono tranquillanti
per curare qualsiasi barlume
di libertà.
Così si calma il sistema
si democratizza la rassegnazione.
Gli dèi seduti
in una nuvola immensa
non si danno pace
e cercano senza consolazione
di scoprire
dove sia stato l’errore”.

Perché d’errore si tratta, non c’è dubbio alcuno …

“Una porta che si apre sul vuoto
una finestra senza vista
un soffitto che non copre il cielo
un uccello che non sa cantare
una montagna affondata in un pozzo
un sole misero che non illumina
un campo dove non cresce niente
un vento che non muove le foglie
un rumore di silenzi sordi
una rosa morta nel camino.
Visione fugace di un istante
che si ripete in questa mia vita”.

“Per vivere …
Ho visto centinaia di mari che ormai non ricordo con certezza
e un’incerta quantità di uccelli e pesci saltellanti.
Le tempeste hanno fustigato le mie vele senza abbatterle
e le correnti a volte mi hanno allontanato dalla rotta
venti tropicali ed antartici hanno colpito il mio volto
senza mai togliermi quel tenue sorriso da viaggiatore alla deriva.
Le grandi navi che ho incrociato nel mio lungo vagabondare
mi hanno lanciato segnali di pericolo che mi sono rifiutato
di decifrare ...
Non ho mai accettato passeggeri a bordo nelle mie
lunghe traversate
una certa timidezza di fondo invadeva le mie parole
ed i miei occhi …
Mi sento un uomo fortunato in mezzo all’oceano
un uomo che niente attende, che nessuno attende:
forse la morte”.

C’è una strana alchimia in queste sue parole che risale il fiume avito dell’esistenza e si trasforma in vita, come per “..l’illusione d’inchiodare il tempo al muro”, o forse “..per smettere di pensare all’avvenire”, mentre nel presente “tutto scorre come un fiume”. Perché scrivo? Si chiede l’uomo Carlos Sánchez, approfittando per un istante dell’assenza del poeta: “Scrivo ora, perché non ho voglia di riordinare la stanza, di andare a comprare il giornale con le sue orrende notizie, di abbandonare questa finestra che s’immerge, nelle montagne innevate, perché è migliore sguitare in questo mestiere di vagabondo, di collettore di parole, di diffide con me stesso e con questa società aberrante … Scrivo perché mi viene voglia, scrivo per essere vivo, scrivo senza animo d’eternità”.

..Solo ogni tanto mi trattengo nel cammino e guardo, ma solo perché ho imparato a guardare.

Carlos Sánchez è nato a Buenos Aires, in Argentina, nel dicembre 1942. Ha viaggiato in molti paesi dell’America Latina e del Medio ed Estremo Oriente come consulente ed esperto in comunicazione sociale per diversi organismi delle Nazioni Unite e della cooperazione internazionale. È cittadino italiano e risiede a Folignano (Ascoli Piceno). Ha lavorato come lettore e professore di Lingua e Letteratura Ispanoamericana presso l’Università di Cassino, “La Sapienza” di Roma, e “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Ha pubblicato: “Gestos”, poesie (ed. Juan Mejía Baca, Lima, Perú, 1964); “America Latina, il mio paese”, fotografie (ed. Experimenta, Napoli, 1976); “Appunti di vita”, poesie (ed. Experimenta, Napoli, 1978); “Segno di terra”, romanzo, (ed, Lalli, Siena, 1983); “L’inquilino scomodo”, poesie (ed. Gemina, Roma, 1991); “La efímera dulzura de vivir”, poesie, (ed. Búho, Santo Domingo, Repubblica Dominicana); “Doce cuentos para ser leídos en conchos y voladoras”, racconti, (ed. Búho, S.D., Repubblica Dominicana); “Alta Marea”, poesie, (ed. Quasar, Roma, 2005); “La poesia, le nuvole e l’aglio” (collana “I Poeti di Smerilliana”, ed. Lìbrati, Ascoli Piceno, 2009), “Ricordati che non sai ricordare” (ed. Lìbrati, Ascoli Piceno, 2010), “Sempre ai confini del verso - Dispatri poetici in italiano”, (Antologia a cura di Mia Lecomte, Ed. Chemins de tr@verse, Paris, 2011). Le sue poesie si trovano nell’“Antologia della poesia argentina”, a cura di Raúl Gustavo Aguirre, (ed. Librería Fausto, Buenos Aires, Argentina, 1979). Attualmente collabora nell’Area Europea alla rivista polidiomatica on-line d’arte e cultura “I Poeti Nomadi”. Poesie, racconti e articoli, sono stati pubblicati in riviste e giornali dell’America Latina e d’Europa, come pure su numerosi siti internet.

Una definizione che bene gli si attaglia lo ritrae come una “ mente corporale senza tregua attraversata da un’infinità di molecole materiali, memoriali, astratte. Le trafitture lasciano cicatrici. Le cicatrici producono metafore. Globetrotter instancabile o sedentario che indossa la maschera del Gaucho di Folignano, fotoreporter e scrittore, cittadino precario di una catena seriale di città del mondo, ospite provvisorio del deserto e del cielo, egli si ritrova alla fine nella ricchezza di due lingue, il castigliano e l’italiano, il cui impasto fantasmagorico regala al lettore i loro morsi e la loro dolcezza”.

Lieto di tornare a parlare del tuo essere poeta in questa società senza poesia. (G.M.)

*

- Poesia

Nel bosco senza radici, libro di poesie di Amina Narimi

‘Nel bosco senza radici’ – poesie di Amina Narimi, Terra d’Ulivi Editore 2015.

 

“Eppure tutto è

ancora oscuro mentre segreto

ci plasma e ci àncora un volto nuovo,

nuova la spinta ad amare

un attimo prima di nascere

un istante prima di dimenticare.”

 

C’è una poesia che scorre silenziosa lungo il crinale della sofferenza, talvolta solo interiore, perché insormontabile è il dolore che l’ha causata. È allora che questa si mostra a noi come una forza ctonia, allorché la ragione oscura della sopravvivenza richiede un atto di forte solidarietà che la contenga. Ben lo sa il poeta la cui emotività afferra gli spasimi dei sentimenti assopiti nel dolore, quello stesso che, in certo qual modo, esplode nell’anima prima di addivenire verso, parola lirica e canto, prima d'essere preghiera, ancor prima di farsi pianto, cui alcun fiume possa contenere le lacrime sparse …

 

“..tra la crisalide e la rosa ricomposta

c’è un dono che si sporge dalle labbra,

danzando per minuscole fiammelle

da un punto di paura allo splendore.”

 

Nessun altro colore che non sia sporcato di rossa terra, sarebbe accolto nella tavolozza d’amore che l’autrice, Amina Narimi, ancor prima d’essere poeta, usa nel tessere le sue tele che del suo arcano sembiante portano il segreto. Un lontano afflato confidenziale che la restituisce alla natura genitrice di quell’eredità ancestrale, mai venuta meno, che ha attraversato deserti, valicato montagne, navigato fiumi scorsi a cercare l’immensità di quel mare che un giorno, forse troverà, ma solo quando l’incoffessato e profondo amore per la vita, si tacerà dal ridestare i fantasmi del creato, nei suoi versi …

 

“..Il punto di partenza della voce è fermo.

Rimane il secchio d’acqua che ti porto

la vibrazione del legame.

Rimane la sete in un sottile movimento

lungo il taglio gli occhi di betulla che ricordo.”

 

Allorché le divinità arcaiche degli elfi e delle fate, delle streghe e dei geni primordiali della terra, così come degli stormi d’uccelli multicolori che affollano il suo ‘bosco senza radici’, le renne e i lupi delle sue ‘distese nevose’, la moltitudine dei suoi cavalli bai, assieme agli unicorni delle sue ‘fiabe amare’ e le sue mandrie strappate dalla ‘selva profonda’ dei suoi labirinti di parole, tutte convergeranno nell’arca d’amore che Amina Narimi va costruendo per loro, onde riscattarli, quasi per una rivendicazione di vita, da quel ‘paradiso perduto’ che noi tutti, anime vegetali, animali, umane, abbiamo ereditato per una colpa, o forse cento, mille colpe, che non avremmo mai commesso …

 

“..ho sognato per haiku, e per amore.

Nella grande volta delle palpebre, la notte che noi siamo”

.  .  .

“..la paura che mai hai avuto, deponi

nel cuore mio impaurito quella forza e solo

una niniva di mussola sottile

respiro di quiete, la neve.”

 

È allora che il canto, divenuto preghiera, s’apre e si consuma fra le righe di questo ‘dramma lirico’ che l’autrice sottopone in chiave poetica alla lettura di quanti sono propensi a seguirla lungo i crinali, i crepacci, le valli e i boschi d’una solitudine imperfetta perché audace, svolta come in una battaglia immaginaria sulla terra capestata dagli zoccoli dei cavalli, resa fendente dalle spade e dalle armature che cozzano, nel brivido dei corpi di eroi ed eroine invisibili che, quasi dessero corpo ad una tela, la colorano di rosso sangue, di cui solo s’impregna la polvere sollevata nel tramonto di un’era che non è mai stata nostra …

 

“..Un’esistenza fatta di visioni splende

estrema

vissuta nella pelle è intatta

nelle pupille chiuse evoca i nostri cristallini chiari,

non c’è polvere nel coraggio

né paura nella fame,

sto imparando il buio, è un eccesso di luce il nero

l’unione dei contrasti il suo splendore.”

.  .  .

“Nulla sappiamo

di promesse, di crudeltà, di paradisi e paralisi o

consumazioni

possediamo la parola divisa del luogo

il dove del giorno in cui ricomponiamo muta

la vita.”

 

Un crepuscolo luttuoso in cui vinti e vincitori, (ciò che noi siamo), giacciono sfiniti sull’orlo inconsistente della vita, come alberi di un ‘bosco senza radici’ …

 

“..Saremo lontani, al temp(i)o dell’ottava elegia

quando avremo colmato la misura dello scrigno.”

 

Una liricità antica quanto il mondo quella utilizzata da Amina Narimi in cui confluiscono tutte le parole i nomi e le cose dell’unica lingua possibile, capace di farle stare insieme, di dare un senso alla frase concatenata nel groviglio delle trame d’appartenenza atipica alla ‘poesia’ che qui si snoda e si riannoda, come il filo di Arianna che permise a Teseo di uscire dal labirinto o, forse, come le corde tese della tela di Penelope nella lunga attesa che precedette il ritorno (labirintico) di Ulisse: “..l’unica misura di una stessa distanza”. Misura in quanto grandezza, estensione di “..qualcosa che diviene, qualcuno che si forma, un attimo prima di sparire”. Ed ecco che la parola già avanza audace, si fa strada nel buio delle parole, nel ‘bosco senza radici’ della sua e nostra esistenza arcana, che ci consola e che insieme ci ‘appaura’.

 

Allora è il ‘canto’ e la ‘musica’ che tutta la percorre dentro il silenzio avito, che abbandonando ogni incertezza l’accompagna come …

 

“..un ramo tra i rami,

dove la foresta cresce,

all’ombra di un tronco che non ha memoria,

se non l’inizio … di una leggenda nuova,

in un inenarrabile solstizio antico.”

 

E come di trama che “..si elide lentamente, nelle forme cicliche del rito” anche la nostra traccia di lettori “..con quali occhi e mani”, cospiriamo di un divenire che forse non ci è dato “..nell’ansia che sa il termine di tutto” …

 

“..E frecce come occhi appuntiti sorvoleranno

i campi, di pianura in pianura tesseranno radici

annoderanno per noi tutti i fili

tra un cielo finalmente aperto e un varco

di poesia che brilla dentro il sangue, una miniera di

risposte per la fame e il dolore, un rifugio per chi nasce

o per chi ancora muore.”

 

No, non c’è finitezza nell’oscura morte, avverte l’autrice, (adesso sì che la chiameremo poetessa), “..È un refolo nel petto che ti avverte, un battito sospeso tra i colori” ...

 

“..C’è così tanto giorno …

nei cerchi dell’acqua disegnati dal vento …

dove formare un respiro di corpi celesti

un punto preciso …

nel piegare la notte dentro

una solitaria preghiera

ostinata e lunga una luce

che si muove e rincorre

l’apparente girovagare del sole.

 

C’è così tanto giorno

in cui fermarsi a pregare

per la tua fortuna e per quella di un fiore

per la magia di uno sguardo

per l’arco da cui balza lontano il nostro occhio

senza ombra raggiunge all’infinito

l’orizzonte il punto d’incontro dove fugge il mare.”

 

Ed è ancora la ‘lingua del poeta’ a parlarci in astratto di qualcosa che non abbiamo fin qui considerato: della luce e dell’ombra che al tempo stesso compenetrano il suo linguaggio, solo apparentemente criptico, quanto plasmato nella nuda terra (rossa s’è detto); ed è ancora la ‘forma’ linguistica dell’antico Aedo, l’epico cantore che si accompagnava al suono della cetra o, se vogliamo, la lingua dell’occulta Sibilla allorché colpita dall’oracolo del nume, che ci parla …

 

“..C’è un passo che lento gli somiglia

come un odore solo, senza corpo

incede il suono, s’inchina e dentro brilla

nell’involucro di creta e terra.

Prega, il nume che avanza, vicinissimo a dove ritrovarti si rivela

così potente e partorisce luce

un’ombra

in una lingua segreta ad ogni altra

sotto la superficie della forma

per tornare all’Anima e svanire

più grande e ferma

.  .  .

Assai più grande e di meraviglia pregna.”

 

A ritrovarci dunque non è facile, presi nel vortice delle parole che volteggiano nell’aria e tra le pagine di questo ‘poema amaro come il fiele’ eppure carico di infinita bellezza stilistica, originale e forse unica, giocata sul filo “..di una luce che ancora non esplode”, quale conseguenza di una volontà dolorosa che non si consuma, ma che brilla ...

 

“..tra gli alberi, scarna e improvvisa piena di suoni … nella certezza della fine

.  .  .

Invisibile … non udita viene, con il passo del lupo si

avvicina

nella notte, divorando la tua vita, liberata e calma

luminosa nell’inverno che impaura

spaventosa nell’impronta

attutita cede ad ogni altra forma, in una posa

alla fine intatta

l’orma senza peso di una morte bianca”.

 

 

.   .   . anche per questo forse non finiremo mai di stupirci.

 

 

Amina Narimi pseudonimo di Claudia Sogno è l’anagramma di ‘anima rimani’; pubblica sul suo blog personale e sul sito larecherche.it che ospita sue numerose poesie. Sue pubblicazioni inoltre sono presenti sul sito “Il giardino dei poeti” e sul “Word Social Forum”. Alcuni suoi testi si trovano in una recente raccolta di autori diversi pubblicata da Limina Mentis. “Nel bosco senza radici” è la sua ‘opera prima’ datata 2015 edita da Terra d’Ulivi Edizioni nella collana ‘I Granati’, acquistabile sui siti di riferimento o scrivendo direttamente all’Editore www.edizioniterradulivi.it

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- Cinema

Ivan Marinović intervista by Cineuropa

IN CONCORSO A SARAJEVO FILM FESTIVAL 2016 - CINEUROPA NEWS

The Black Pin: un film ben fatto proveniente da un'industria cinematografica poco nota
di Vladan Petkovic.

23/08/2016 - Il primo film del regista montenegrino Ivan Marinović (nella foto) è stato presentato in anteprima mondiale in concorso a Sarajevo.

Il Montenegro non produce molti film, come si può notare dalla mancanza di articoli sul cinema di questo Paese su Cineuropa, ma anche su altri portali di settore. Tuttavia, le cose sembrano destinate a cambiare, con l'istituzione di un centro cinematografico nazionale a Podgorica nei prossimi mesi e una delle prime voci sulla scena festivaliera internazionale proiettata di recente in concorso a Sarajevo: The Black Pin [+], scritto e diretto dall'emergente Ivan Marinović.

Il film è ambientato nella Baia di Luštica, parte della penisola che forma la Baia di Kotor, una parte storicamente distinta del Montenegro, che è stata per secoli sotto il controllo diretto o la forte influenza di Venezia. Oggi, Luštica e il resto della regione costiera sono il sogno di un albergatore che si avvera, e il denaro russo ha inondato il Paese in quantità enormi negli ultimi dieci anni, con investimenti che passavano per un governo corrotto, arricchendo solo una piccolissima elite politico-finanziaria. Pertanto, i proprietari terrieri in queste aree devono stare attenti ed evitare di essere truffati dagli intermediari, ma vedono ancora la loro unica possibilità di uno stile di vita normale nella vendita dei loro terreni.

Nel film, il pastore Peter (l'attore macedone Nikola Ristanovski, che interpreta magistralmente il protagonista) non vuole vendere il suo terreno. Sebbene non sembri avere molta fede religiosa rimasta (una delle sue prime battute recita: "Se siete infelici in questa vita, molto probabilmente sarà lo stesso dopo"), sente una responsabilità verso la sua famiglia e la sua parrocchia. Da quando la moglie lo ha lasciato, è tornato a vivere con l'anziana madre (la leggenda del cinema jugoslavo Jelisaveta Seka Sablić) e il figlio adolescente ribelle Djordje (l'esordiente da tenere d'occhio Filip Klicov), mentre tenta di gestire il mix frustrante di superstizione e religione male interpretata dei suoi parrocchiani.

Ma il suo appezzamento è esattamente ciò che manca agli abitanti del villaggio, che hanno trovato un acquirente, per vendere la loro terra. Senza il pezzetto di Pietro, non c'è abbastanza terra per chiudere l'affare. Così un gruppo di aspiranti venditori, guidato da Savo (il croato Leon Lučev) e Niko (il serbo Ljubomir Bandović), con l'assistenza astuta del marinaio esperto Dondo (la stella regionale Bogdan Diklić), provano di tutto per convincerlo a vendere - dalla persuasione amichevole ai modi incredibilmente creativi per farlo odiare dagli abitanti del villaggio. Questo, naturalmente, comprende alimentare la loro superstizione, e un'occasione ghiotta è il funerale di una vecchia donna che si diceva essere una strega.

Marinović si avvale di un uso fantastico dei paesaggi splendidi di Luštica, e mette una cura particolare nella progettazione di scene di interni e nell'illuminazione con il direttore della fotografia Djordje Arambašić (che ha dimostrato il suo talento in The Disobedient e Panama). Ma ancora più importante e interessante, in questa storia, che deve molto alla mentalità locale peculiare, il regista evita il sarcasmo d'accatto e le battute e i dialoghi banali, che sono così tipici delle commedie dei Balcani. Il risultato è un film ben fatto che potrebbe, con una corretta pianificazione e posizionamento, trovare la sua strada sia nei multiplex regionali che nei festival internazionali in cerca di un'opportunità più leggera, ma sempre valida artisticamente.
The Black Pin è una co-produzione tra Adriatic Western del Montenegro e la serba EED Productions, venduta all'estero da Soul Food di Belgrado.

THE BLACK PIN
Ivan Marinovic ex studente del FAMU di Praga e ora primo regista del suo Paese con un film nella competizione principale del Sarajevo Film Festival. Abbiamo parlato con lui del suo lavoro e di questo film.

Cineuropa: Cosa l'ha spinta a raccontare questa storia?
Ivan Marinovic: Bisognerebbe cominciare dal motivo per cui ho sempre voluto fare il regista.
Sono cresciuto in un posto dove c'erano tante storie che sentivo da bambino, e che riuscivo già ad immaginare nitidamente. Ho iniziato a pensare al cinema come mezzo di narrazione. Questa storia in particolare l'ho sentita mentre tornavo in Montenegro dall'estero, e affrontavo quella mentalità da una nuova prospettiva. Ho sentito quest'aneddoto su un prete e un funerale, una banda che lo interrompeva e la gente che voleva cacciarlo fuori dal villaggio. Questo tizio, che deve predicare "ama il prossimo tuo", era circondato da vicini che non mettevano troppo in pratica il consiglio. Ho iniziato a pensare alle persone, alla religione e alle superstizioni, e poi ho immaginato un prete misantropo. Ciò mi ha dato molto spazio per integrare altre cose, come queste vendite di proprietà che si effettuano oggi, con la gente che non sa che farsene. In realtà, mi rendo conto solo ora della politica presente nel mio film. Credo che il tradizionalismo e la superstizione abbiano creato molta ignoranza, che può facilmente portare alla corruzione.

Il suo film mescola vari stili: è un dramma buffo, una commedia seria...
Non è stato scritto volutamente come una commedia di genere. Mentre scrivevo la prima bozza, destinata ad essere più che altro un dramma, ho iniziato a ridere dicendo che era assurdo. È stato davvero interessante per me collegare l'assurdità delle situazioni con il luogo idilliaco, perché sembra che il tempo passi e che la bellezza duri, e si avverte quanto siano insensati questi conflitti. È più sottile di un semplice pescare nei tropi della dark comedy.

Per far ciò ha lavorato molto sui personaggi, probabilmente l'elemento più importante del film. Come?
Sono tutti ispirati da diverse persone che conoscevo da ragazzo, gente a cui voglio molto bene - cosa che mi ha impedito di fare caricature. Mi ha permesso di dar vita a personaggi in carne ed ossa, e il protagonista, a dire il vero, potrebbe essere basato su di me. Alcuni anni fa, mi avrebbero detto che ero intollerante, scontroso e misantropo come lui. Conoscevo il mio attore (Nikola Ristanovski) da prima, e ho subito messo la sua faccia sul personaggio in modo da poterlo torturare. È stato divertente.

È stato difficile mettere insieme il cast?
Avevo attori molto esperti provenienti da Macedonia, Croazia, Serbia e Montenegro, e molti esordienti. Cercare di fare un film corale e farlo funzionare allo stesso livello in termini di stile e di azione è stato una sfida. Ma quando la mia troupe ha visto queste persone credere in me, mi ha seguito facilmente.

Ciò è stato utile per il processo di produzione?
Per un'opera prima, è molto difficile costruire una grande co-produzione - ho fatto molto lavoro sul campo per ottenere location, alloggi, ecc. gratuitamente, in modo da investire il denaro sull'immagine e il cast. C'era questa decisione da prendere: o lavorare molto velocemente con gli attori più esperti, o per un periodo più lungo con attori meno esperti. Per fare un film ambizioso e con un budget basso bisogna necessariamente utilizzare gli ostacoli a proprio vantaggio.

Quanto è stato difficile lavorare dal Montenegro?
Il Montenegro non fa parte di Eurimages. Abbiamo ottenuto una co-produzione in Serbia, ma era davvero una piccola somma di denaro. Solo ora stiamo per istituire un centro cinematografico. Tutto fino ad ora è sempre dipeso dalle decisioni del Ministero della Cultura. Solo l'anno scorso siamo diventati parte di MEDIA, quindi le cose si stanno muovendo. C'è una nuova generazione di autori in erba che sta facendo molto per migliorare la situazione, con progetti molto interessanti. Credo che cambierà a breve.

titolo internazionale: The Black Pin
titolo originale: Igla ispod praga
paese: Montenegro, Serbia
anno: 2016
genere: fiction
regia: Ivan Marinovic
durata: 93'
data di uscita: ME 10/09/2016
sceneggiatura: Ivan Marinovic
cast: Nikola Ristanovski, Bogdan Diklić, Leon Lučev, Ljubomir Bandovic, Jelisaveta Sablic
fotografia: Djordje Arambasic
montaggio: Ivan Vasic
scenografia: Irena Marjanov
costumi: Magdalena Klasnja
musica: Toni Kitanovski
produttore: Ivan Marinovic
coproduttore: Vladimir Vasiljevic
produzione: Adriatic Western, EED// Productions


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- Musica

Sade Mangiaracina Live in Sicilia nuovo album


Sade Farida Mangiaracina in concerto al Castello Grifeo di Partanna (TP) presenta l'album in piano solo "La Terra dei Ciclopi", special guest Luca Aquino

CONCERTO DI ANTEPRIMA IL 25 AGOSTO ORE 21

In uscita a fine settembre con la Inner Circle Music - etichetta discografica statunitense guidata da Greg Osby - "La Terra dei Ciclopi" primo album in piano solo di Sade Farida Mangiaracina, talentuosa interprete e compositrice che, già giovanissima, vanta grandi collaborazioni e tournée internazionali.

"La Terra dei Ciclopi" nasce dall'amore incondizionato di Sade per la sua terra, la Sicilia: ognuno dei dieci brani è una fotografia che ne ritrae luoghi e persone, una popolazione dai tratti differenti, nordafricani ma anche nordeuropei, "padroni di una terra martoriata, che tutto dà e tutto prende". Un lavoro lirico, pieno di emozione ed atmosfere evocative, rese ancora più profonde dal grande talento pianistico di Sade e dal suo interplay nei brani "Ballarò" e "Sugnu tutta pi tia" con Luca Aquino, impegnato con tromba e flicorno.

Da una recensione, su Musica Jazz, del live al Festival Bari in Jazz, firmata da Alceste Ayroldi:

"Sade Mangiaracina scompone la tradizione sicula incastonata in "Ciuri Ciuri": il tema in vista viene frammentato con un incedere ritmico sfavillante, che sostiene l’energica improvvisazione tenuta a bada dal gioco ostinato della mano sinistra. Il fraseggio della Mangiaracina gioca sulle sfumature che mettono pace tra i costrutti della classica, gli imperiosi dettami del dialetto musicale siciliano e il pianismo jazz moderno che tiene a mente il migliore passato. La cantabilità dei brani ne rende ancor più appetitosa l’esecuzione: perfetta per dizione e vigoria, così come in "La fuddia di Archimede", tra forte e piano, note che si scavalcano lasciando sempre respirare la vermiglia melodia. Il lirismo di "My Sicily" sottolinea la purezza compositiva della pianista, rimarcando anche le sue frasi dense di ponderatezza e di misura, attente alle nuances di una dedica appassionata."

Sade Mangiaracina: "Avere avuto la possibilità di collaborare per questo disco con la "Inner Circle Music", è un onore immenso. E' stato lo stesso Greg Osby a propormi di far uscire l'album con la sua etichetta, dopo averlo ascoltato: per me è stato come un sogno. Nel disco ci sono due brani in cui ho il piacere di avere come ospite un amico fraterno e musicista straordinario, una punta di diamante nel panorama della musica Europea: Luca Aquino! Qualche anno fa avevo avuto il piacere enorme di suonare nel suo disco "aQustico" e, visto che adoro il suo suono, non vedevo l'ora di avere un'altra occasione per registrare insieme a lui...e così è stato proprio con questo mio album.

La tracklist: 1. La Terra dei Ciclopi - 2. My Sicily - 3.Sugnu tutta pi tia - 4.La fuddia d'Archimede - 5.Nicuzza - 6.Capaci - 7.Ballaro' - 8.Ciuri ciuri - 9.Mandorli in fiore - 10.Etna

CONTATTI
Ufficio Stampa Fiorenza Gherardi De Candei
Tel. 328 1743236 E-mail fiorenzagherardi@gmail.com

BIOGRAFIA SADE FARIDA MANGIARACINA
nata a Castelvetrano, Sade Farida Mangiaracina a 7 anni inizia lo studio del pianoforte classico. Dai 9 ai 18 anni partecipa a diversi concorsi nazionali e internazionali di musica classica (secondo premio al concorso nazionale isola di Pantelleria, terzo premio al concorso nazionale Vanna Spadafora, primo premio assoluto al concorso nazionale Tonino Pardo oltre al premio speciale quale più piccola partecipante, primo premio al concorso nazionale città di Alcamo). Appena finito il liceo classico si è trasferita a Roma per studiare jazz presso la scuola Percentomusica diretta da Massimo Moriconi dove si è diplomata nel 2007 con il massimo dei voti. In questi anni ha preso parte a molti progetti musicali, oltre la collaborazione con Laura Lala, con artisti del calibro di Luca Aquino, Simona Molinari, Pino Cangialosi, per lo spettacolo “Li Romani in Russia”, Violet trio, esibendosi spesso a Parigi e al jazz festival di Marciac e di St Germain des Pres e di Oloron ed aprendo i concerti di Dionne Warwick durante il suo tour italiano suonando in teatri come il “Sistina” di Roma o i teatri di Pescara e di Napoli. Nell’estate 2008 suona assieme al trombettista Fabrizio Bosso al jazz festival di Castelbuono che ha anche registrato con lei nel primo album uscito a suo nome con le sue composizioni originali uscito a maggio 2009 per l’etichetta Philology. Suona con il giovane batterista quindicenne palermitano Gianluca Pellerito, insieme al sassofonista newyorkese Michael Rosen, suona anche in trio con il bassista Massimo Moriconi al Selinunte jazz festival. Con la cantante Simona Molinari dal 2013 al 2015 in tour in tutti i più importanti teatri e festival italiani come Umbria Jazz, Verona Jazz Festival, Auditorium Parco della Musica, Blue Note di Milano, ma anche Blue Note di New York, Teatro Estrada di Mosca, palazzo Bulgari di Tokyo, Parigi, Cannes durante la mostra del cinema. Nel febbraio 2015 accompagna la cantante Amara sul palco dell'Ariston durante il Festival di Sanremo.

Fiorenza Gherardi - Ufficio Stampa
lun 10.44Fiorenza Gherardi De Candei (fiorenzagherardi@gmail.com)

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- Società

Ferragosto a San Benedetto del Tronto

Ferragosto a San Benedetto del Tronto

Nell’ambito della manifestazione Scena Aperta Estate 2016 organizzata dal Comune di San Benedetto del Tronto, la ridente cittadina dell’Adriatico ha salutato l’ Aurora Picena con un ‘Concerto per archi’ dedicato al levar del sole.
L’appuntamento, alle ore 05,30 del mattino ha coinvolto un gran numero di cittadini, villeggianti e ospiti, che si sono riversati sulla battigia antistante ‘Il pescatore’ (conces. n.13), organizzato dall’Istituto Musicale ‘A. Vivaldi’.
Il Quartetto d’archi composto da Piergiorgio Troilo e Paolo Incicco (violini), Emiliano Finucci (viola), Daniela Tremaroli (violoncello), hanno eseguito musiche di Bach, Vivaldi, Palladio, Morricone, Reverberi, Piazzolla, ed altri brani pop regalando al pubblico momenti di autentica emozione.
Il levarsi del disco del sole all’orizzonte ha fatto il resto lasciando gli intervenuti senza fiato nel momento del suo distacco sul mare, prima di iniziare il suo viaggio nell’immensità del cielo.

La Città di San Benedetto del Tronto rinnova l’invito per il prossimo anno 2017 per un’altra edizione di ‘Scena Aperta’ e i suoi numerosi eventi che si protraggono da Luglio a Settembre.

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- Letteratura

Yves Bonnefoy, per non dimenticare.

Yves Bonnefoy. Per non dimenticare.

Yves Bonnefoy, il più grande scrittore in lingua francese del Novecento, è morto il primo luglio 2016.

Bonnefoy ha collaborato per oltre vent’anni con “Anterem”, rivista alla quale era legato per il comune amore verso una scrittura che lascia la rassicurante forma saggistica e si apre alle mobili strutture del racconto. Così come accade nell’intervento inedito che ci ha donato per il numero 92 di “Anterem” in distribuzione. La traduzione, attenta e affettuosa, è di Feliciano Paoli.
È un racconto “ulteriore” quello che propone Bonnefoy perché ulteriore è il punto di vista della letteratura che affianca e trasforma l’analisi filosofica. Lo dimostra nel suo ultimo libro pubblicato in Italia e già disponibile in tutte le librerie: Il secolo di Baudelaire (traduzione di Anna Chiara Peduzzi). Il volume è edito da Moretti&Vitali (2016) nella collana “Narrazioni della conoscenza” diretta da Flavio Ermini.

Preziose anticipazioni per i nostri lettori ai link:
www.anteremedizioni.it/numero_92_giugno_2016
www.anteremedizioni.it/yves_bonnefoy_non_dimenticare

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- Letteratura

Forum Anterem rivista di ricerca letteraria

ANTEREM RIVISTA DI RICERCA LETTERARIA.

È in corso di distribuzione il numero 92 di “Anterem” (giugno 2016). È un numero eccezionale, come già si può rilevare dal sommario.
Il tema cui il numero è dedicato è "La natura del lavoro poetico". A tale proposito Flavio Ermini registra nell’editoriale: “Il lavoro poetico consiste nel volgersi all’essenza delle cose, quella che comunemente non si vede, abbagliati come siamo dalle apparenze”. Indicando in tal modo che la natura del lavoro poetico sta nel rimettere in gioco la verità.
Convengono al dialogo su questo numero poeti e filosofi di rilievo internazionale, in un succedersi avvincente di poesie e saggi.
Di particolare importanza sono le poesie del poeta cubano Ronel González Sánchez, tradotte da Carmen Lorenzetti.
Va altresì segnalato il racconto di Yves Bonnefoy, tradotto da Feliciano Paoli.
A tutti coloro che, sulla base di questi elementi, desiderano iniziare a confrontarsi con il nostro cammino di ricerca consigliamo di abbonarsi. L’abbonamento è biennale e consente un aggiornamento costante sulle più significative tendenze poetiche internazionali.
È comunque possibile richiedere anche solo questo “speciale” fascicolo.
Per richieste e informazioni scrivere alla direzione: flavio.ermini@anteremedizioni.it

Esiti 30^ edizione del Premio Montano per tutte le ‘sezioni’.

La giuria del Premio Lorenzo Montano, composta da Giorgio Bonacini - Laura Caccia - Davide Campi - Mara Cini - Flavio Ermini - Marco Furia - Rosa Pierno - Ranieri Teti, dopo aver comunicato i risultati finali per le sezioni “Una prosa inedita”, “Una poesia inedita” e “Raccolta inedita”, presenta gli esiti della 30^ edizione per “Opera edita”, nella home page del sito www.anteremedizioni.it
Questo inserimento conclude gli esiti della 30^ edizione.
Le premiazioni di segnalati, finalisti e vincitori si terranno a Verona sabato 12 e sabato 19 novembre p.v., nell’ambito del “Forum Anterem 2016”.

La redazione

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- Letteratura

Buona estate e Buona lettura a Tutti.

BUONA ESTATE E BUONA LETTURA A TUTTI!

"Buon giorno.
Premetto che sono una persona abbastanza disordinata (anche se ben organizzata, nel mio caos), eppure dico quella che potrebbe sembrare un'ovvietà, ossia che nella scrittura ci vuole un ordine logico. È una banalità? Fino a un certo punto, come sa bene chi, come me, vaglia decine di manoscritti di aspiranti autori ogni mese. Questa settimana farò arrabbiare qualcuno con un video intitolato ‘Elogio dell'ordine’.
I dadaisti avevano capito bene che, per mettere sotto accusa la cultura occidentale, la prima cosa da fare fosse proprio quella di demolire i presupposti della testualità, ossia le regole della sintassi, senza le quali un autore non ha gli strumenti per comporre e un lettore non ha gli strumenti per interpretare. L'ordine, invece, permette perfino a chi non ha mai studiato i geroglifici di comprenderne alcuni messaggi; nel video ho fatto un esempio... gli egittologi mi perdoneranno, spero".

Chi ci scrive è il Direttore Editoriale di EEE-book Piera Rossotti Pogliano che anche quest’anno 2016 ha partecipato al Salone del Libro di Torino con tutto il suo staff e con tanti autori entrati a far parte del panorama editoriale. Un Editore digitale per scelta, che non disprezza affatto il libro tradizionale, quello di carta, per intenderci, che nelle sue note, molto spesso accompagnate da video esplicativi e illustrtivi della propria produzione, introduce ai diversi aspetti della letteratura, con suggerimenti per i giovani autori che intendono entrare nel mondo della narrativa e non solo, sulla scrittura e la lettura creativa, con risultati davvero degni di nota che, negli anni, hanno fatto delle Edizioni Esordienti E-book una casa editrice di tutto rispetto, conquistandosi un distinto spazio editoriale all’interno della grande (e dispersiva) distribuzione.

Pensata e voluta da Piera Rossotti Pogliano, affiancata da un gruppo di giovani stagisti che hanno compiuto studi specifici per lavorare nell’editoria, per offrire la possibilità a scrittori esordienti ed emergenti di pubblicare le loro opere e di confrontarsi con un pubblico di lettori, il più vasto possibile, evitando quello che spesso si rivela un tranello, ossia la pubblicazione cartacea ad opera di sedicenti editori – che in realtà sono spesso solamente dei tipografi con scarse conoscenze della lingua italiana – che spillano loro un mucchio di quattrini per pubblicare dei libri che poi non saranno distribuiti in modo efficace.

"Anche quando si ha la fortuna di trovare un piccolo editore onesto e competente, tuttavia, il problema dei considerevoli costi legati alla stampa, alla gestione del magazzino, alla distribuzione e al recupero dei resi incide pesantemente sulla pubblicazione di un libro destinato a vendere, nei casi migliori, duemila o tremila copie (spesso, molte di meno!).Oggi il mercato dell’e-book è in grande espansione, anche se sono molti i nodi ancora da affrontare (perché non venite a discuterne con il gruppo di Facebook?), ma offre grandi opportunità, impensabili ancora pochi anni fa, e promette di affermarsi ulteriormente anche in Italia".

EEE-book si propone di svolgere alcuni ruoli importanti:
1 – casa editrice che lavora sul manoscritto in modo tradizionale, selezionando i testi da pubblicare, correggendo la bozza e applicando un codice ISBN alle opere selezionate, offrendo eventuali altri servizi, per esempio un editing molto approfondito, a discrezione degli autori, o anche stampa cartacea, secondo il principio del “print on demand”;
2 – libreria online che ospita e promuove i libri pubblicati o ripubblicati da EEE – book e le opere in self-publishing;
3 - distributore online attraverso la piattaforma Stealth, per raggiungere i più importanti web store.

Ma vediamo insieme di dare un volto (cartaceo) alla sua fondatrice e animatrice:

Piera Rossotti Pogliano ha conseguito la Maturità Classica presso il Liceo "Vittorio Alfieri" di Torino e, sempre a Torino, si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne nel 1975, con una tesi sulla fortuna francese dell'Etica Nicomachea di Aristotele nel Rinascimento, per la quale ha ottenuto 110lode/110 e dignità di stampa
Nel corso dei suoi studi, ha inoltre frequentato corsi di analisi testuale a Parigi, Università della Sorbona, sotto la guida di Yves Brunsvick.
Dal 1975 al 1978 ha insegnato come lettrice di Lingua Italiana all'Istituto di Filologia Romanza dell'Università di Liegi (Belgio) con il prof. Albert Maquet, ed è stata assistente alla cattedra di Storia della Lingua Italiana del prof. Jules Horrent; ha condotto ricerche sull'aristotelismo del Cinquecento.
Tornata in Italia, ha insegnato Lingua e Civiltà Francese nella scuola secondaria, terminando la sua carriera alla Scuola Internazionale Europea “Altiero Spinelli” di Torino.
Alla passione per la letteratura e la storia, Piera Rossotti unisce quella per la tecnologia: si è occupata per vari anni dell'applicazione di sussidi informatici alla glottodidattica, scrivendo articoli e dispense e organizzando corsi di aggiornamento per docenti, in collaborazione con l'A.N.I.L.S. (Associazione Nazionale degli Insegnanti di Lingue Straniere).
Dal 1999 coordina, presso il sito Internet "Il Rifugio degli Esordienti", il servizio di Lettura Incrociata: scrittori esordienti e semplici appassionati inviano il prodotto delle loro fatiche letterarie ai vari gruppi di lettura, guidati da bravissimi collaboratori (www.danaelibri.it/rifugio/rifugio.asp).
Dal 2002 ha assunto la direzione del catalogo di DANAE (Distribuzione Autonoma Nazionale Autori Esordienti, www.danaelibri.it) e seleziona opere di autori esordienti, prevalentemente di narrativa e poesia e collabora alla redazione della rivista DanaeMagazine.
Autore bilingue, è membro dell’AASAA (Auteurs Associés de la Savoie et de l’Arc Alpin,www.auteurs-arcalpin.com), ed è anche un'esperta ghost writer, cioè scrive libri che altri firmano: ovviamente, non saprete mai a chi si sostituisca, è un segreto professionale!
Nel 2004 ha conseguito la laurea in Comunicazione Interculturale, discutendo, con il prof. Fabio Levi, una tesi di Storia Contemporanea, e ha realizzato un Questionario interattivo sulla storia del Novecento, ottenendo il punteggio 110 lode/110.
Nell’ottobre 2011, infine (o per cominciare?) ha dato vita a EEE – book, una casa editrice che pubblica e-book di autori esordienti ed emergenti.

Pubblicazioni di Piera Rossotti
Ricerca e didattica:
L’Etica a Nicomaco nel Cinquecento Francese, in “Studi Francesi”, XXI, III, 1977, n. 63
La Politica di Aristotele: edizioni e traduzioni nel Cinquecento Francese, in Études de Philologie Romane et d’Histoire Littéraire offertes à Jules Horrent, Liège, 1980
Sussidi informatici per la glottodidattica, in “Scuola e Lingue Moderne”, XXX, aprile 1992
Narrativa:
‘La morte di Maria Dorowitz’, in “Il Testonese”, I, n. 1, febbraio 1998 (Racconto)
‘Il Bilancio’, in “Tam Tam di Scrittori, Poeti, Artisti”, I, n. 4, settembre-ottobre 1999,
‘Il diario intimo di Filippina de Sales, marchesa di Cavour’. Torino, Edizioni Angolo Manzoni, 2000. ISBN 88-86142-52-8 (trad. francese Journal intime de Philippine de Sales, marquise de Cavour, Chambéry, Éditions Altal, 2011, ISBN 978 2916736242)
‘R@cconti senza rete’, a cura di P. Rossotti Pogliano, Michele Di Salvo Editore, 2000, ISBN 88-87452-62-8.
‘Filippina va in città’ - En route pour la ville, in A.A.V.V., Mont-Cenis-Moncenisio, Sur les sentiers de la mémoire, St.Jean-de-Maurienne, Roux et Morra, 2002.
Sotto forma di e-book è in distribuzione gratuita su Amazon e sui principali webstore.
Oltrel@rete, a cura di P. Rossotti Pogliano, Roma, Proposte Editoriali, 2002, ISBN 88-87431-19-1.
Il ventre pieno di farfalle, Roma, Robin Edizioni, 2006, ISBN 88-7371-202-9
Venti d@lla rete, a cura di P. Rossotti Pogliano, Perugia, Graphe.it Edizioni, 2006, ISBN 88-89840-10-2
Con lo pseudonimo Virginia Sandry ha pubblicato quattro romanzi rosa: ‘Con amore e passione’; ‘Il profumo dell’amore’; ‘L’amore con un click’; ‘L’amore è un dolce al cucchiaio’ (Roma, Edizioni Alfa, Collana “Infinity”, 2007-2008, distribuiti in edicola, per dettagli vedi il sito www.virginiasandry.it)
Manualistica:
‘Il filo d’inchiostro’, in collaborazione con Maurizio J. Bruno, Chieti, Tabula Fati, 2007, ISBN 88-7475-129-X
‘Manuale Minimo di stile’, EEE-book, (2011), distribuzione gratuita da questo sito e da tutti i webstore.
‘Verlaine, due letture’, EEE-book, (2014), in distribuzione gratuita da questo sito e da tutti i webstore.

Tra le più recenti opere pubblicate su carta, o se preferite in edizione e-book, segnaliamo qui alcuni thriller di buona fattura, da leggere sotto l’ombrellone di questa estate che stenta ad arrivare:

‘La stanza dei fiori’, di Gianni Vigilante Edit. EEE.
logico e costruito con rigore, Il commissario Fantaguzzi indaga sull'apparente suicidio di un prete ma la vera protagonista è la città di Napoli, in un’Italia che non ha ancora superato le ferite della guerra e che si ammanta di perbenismo e di ipocrisia.

“Sarà mica per sempre” di Manuela Leonessa – Edit. EEE
Un presunto suicidio. Perché? Non certo per depistare le indagini alle quali è bastata l’autopsia per svelare la messinscena. Sembra, piuttosto, il rispetto di un rituale, di un sacrificio umano. La polizia archivia il caso, ma Emma, la migliore amica di Alice, esige delle risposte e convince l’ispettore Moreno a proseguire le indagini, almeno in via ufficiosa. Al loro fianco anche Barbara, psicologa radiata dall'albo per un errore letale, che si mantiene come domestica presso la famiglia di Alice.Forse Alice è morta al posto di qualcun altro?E chi è la misteriosa Savana? La sua storia si intreccia a quella di Emma e Alice in quello spazio ignoto che è la follia umana, e la soluzione di questo thriller psicologico ambientato a Torino sarà sconcertante e terribile

“Dentro un castello di carte”, di Marina Atzori – Edit. EEE
A volte, la soluzione più semplice, per difendersi dalle avversità della vita, è quella di costruirsi un castello di carte, nell’illusione di potervi trovare rifugio. Ben presto, però, ci rendiamo conto che è troppo fragile, che basta un soffio per farlo crollare. Proprio quando pensiamo che tutto sia perduto, a volte la vita ci riserva delle sorprese e troviamo la forza di costruire davvero qualcosa di più solido e duraturo. Dentro un castello di carte è il seguito della storia di Petra e Zefiro iniziata nel romanzo Il fiordaliso spinoso. Anche qui, la vita reale e la fantasia si mescolano... E la tartaruga Zippo, anche questa volta, ci metterà lo zampino. Perché l’amore, i sogni, che altro sono, se non belle favole? E nelle favole, si sa, anche le tartarughe non sono solamente degli animali, ma possono essere complici e messaggeri. Basta crederci.

Buona Estate e Buona Lettura a Tutti.

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- Cinema

Tiff, the largest film festival in Romania


TIFF - Transilvania Film Festival 2016.

Si è da poco concluso il Transilvania IFF 2016 con un numero di film che fanno onore alla cinematografia europea ma dei quali forse non avremo modo di vederli sui nostri schermi italiani, se non affidandoci ai trailer che Cineuropa mette a disposizione sul suo sito, insieme alle informazioni del caso e le news che solitamente ci invia, e per le quali gli siamo infinitamente grati. Vorremmo fare di più, essere più presenti , ma… sta di fatto che nessun film è presente nella lista dei candidati a questo pur importante Film Festival, perché. Comunque, qui sotto, ho elencati solo alcuni dei film che gradiremmo vedere sui nostri schermi, basandomi sull tematiche che essi trattano e per il rigore di alcuni film-maker che ci piacciono in modo particolare, perché hanno dimostrato e tutt’ora dimostrano di ‘avere delle idee nuove’ da portare sugli schermi, e non solo per gli argomenti trattati ma per come detti argomenti si presentano nel nostro quotidiano post-moderno. (Gio.Ma)

TIFF: The 15th edition of the Transilvania International Film Festival ended yesterday after a special screening of Belgica. On Saturday, Bogdan Mirică’s Dogs, winner of the FIPRESCI award in the Un Certain Regard section at Cannes, was announced as the recipient of the festival’s top award, the Transilvania Trophy. It is the fourth time in the festival’s history that a Romanian film has won the Trophy, the previous winners being Corneliu Porumboiu’s Police, Adjective (2009), 12:08 East of Bucharest (2005), and Cristian Mungiu’s Occident (2002).
Here is the complete list of the winners of the Transilvania IFF 2016:
Transilvania Trophy
Dogs - Bogdan Mirică
Best Director
Avishai Sivan – Tikkun
Special Jury Prize
Sparrows - Rúnar Rúnarsson
Best Performance
David D’Ingeo - Where There Is Shade
Special Mention of the Jury
Monika Naydenova, Alexander Benev – Thirst
FIPRESCI Award (#Animal Section)
Neon Bull - Gabriel Mascaro
Audience Award
The Open Door - Marina Seresesky
Romanian Days Award for Best Feature
The Last Day - Gabriel Achim
Romanian Days Award for Best First Feature
Discordia - Ion Indolean
Romanian Days Award for Best Short Film
A Night in Tokoriki - Roxana Stroe
Special Mention of the Jury
My Name Is Costin - Radu Potcoavă
Surprisingly, Dogs was completely ignored by the Romanian Days Jury, where it lost out on the Best Feature Award to Gabriel Achim’s The Last Day and on the Best First Feature Award to Ion Indolean’s Discordia.
‘Dogs: a dangerous legacy’ by Bogdan Mirica wins the top award at Transilvania IFF.
by Stefan Dobroiu per Cineuropa News.
Synopsis:
Roman, a young man from Bucharest, comes to the countryside near the border with Ukraine with the firm intention to sell the vast but desolate land he inherited from his grandfather. He is warned by old man Hogas, the local cop, that his grandfather was a local crime lord and his “boys”, led by the charismatic and cruel Samir, will not let go of the land - and their smuggling business - without a fight. Roman doesn’t give up and the three men clash in a triangle of violence.
‘DOGS’ by Fabien Lemercier per Cineuropa News.
15/05/2016 - CANNES 2016: With this highly accomplished blend of film noir and modern western, Bogdan Mirica makes the transition to the feature-length format with flying colours. Already screened in the ‘Un Certain Regard’ section at the 2016 Cannes Film Festival.
Over the last 15 years or so, we've become used to Romanian cinema regularly unveiling new auteurs who, more often than not, work in the realms of social realism. With Bogdan Mirica and his feature debut, Dogs [+], revealed in the Un Certain Regard selection of the 69th Cannes Film Festival, a new, talented face has just signed up to this trend, following in the footsteps of his elders (Mungiu, Puiu, Jude and Netzer, to name just a few). But more than anything else, it's the fact that he has opened up to a different style that really makes its mark here. Toying skilfully with the codes of film noir (set against a backdrop of an enigmatic reinterpretation of classic western figures), slowing the pace and capitalising on the power of suggestion provided by the natural settings, the young filmmaker has crafted a charming atmosphere into which he has inserted a rather mainstream plot, without ever abandoning stylish, high-quality cinematic standards when it comes to the mise-en-scène and a sleek visual sheen. This very promising approach, which is “arty” without taking it to extremes, and mainstream without the inherent luridness, probably explains why all of the Cannes selections had to battle it out to coax the movie into their own showcase.
"You're not made for this place." This is what Roman (Dragos Bucur) is told in no uncertain terms when he arrives from the capital city after having inherited a 550-hectare property from his late grandfather. We're in the middle of nowhere, the open countryside stretching as far as the eye can see, and the young man soon starts asking himself some questions. Where did his grandfather get the money to buy the plot in just nine months at the time, back in 1983? Why did the communists then leave him be? And above all, why did he settle down there, a place where there's no forest, no water and where nothing can grow? Another oddity is the fact that this extremely remote house is exposed to the full force of the wind, but is surrounded by a fence bristling with barbed wire. Once night falls, the plot thickens with the backing of the guard dog ("She only bites when she's angry") and a curious procession of cars nearby, before his friend in charge of putting the property up for sale simply vanishes ("It's as if the ground has swallowed him up"). All of this serves to crank up Roman's concern a notch, and yet he has no intention of giving in to intimidation... And meanwhile, the elderly head of the microscopic local police force (Gheorghe Visu) calmly conducts an investigation after a foot is discovered in a pond...
A laconic young hero, a sheriff on his last legs, a villain (Vlad Ivanov) who is particularly menacing under that wily exterior, rifles and hammers at everyone's fingertips, minimalistic conversations imbued with the unspoken, the deepest darkness and peacefulness of the countryside shattered by sudden flashes of light, and vast panoramas a stone's throw from the border and from the Danube: Mirica (who wrote the screenplay for this film being sold abroad by Bac Films) unspools his story patiently, slowing the pace, avoiding explanations and postponing the score-settling – and all of this enables the stirring under the surface of this vast space governed by its own rules, where "there are animals both large and small", to seep through more effectively. Add a dash of dark humour, a touch of the fabular teetering on the fine line between good and evil, and the extremely well-crafted cinematography of Andrei Butica, and you have a feature debut with a vaguely "Tarantino-esque" whiff (albeit less over the top and more Romanian), which immediately demonstrates all of the cinematic potential of its director, even if his personality still remains somewhat hidden behind this accomplished demonstration of his dazzling skills as a filmmaker. An enigma that will make the next episode in his career all the more fascinating.
international title: Dogs
original title: Caini
country: Romania, France, Bulgaria

sales agent: Bac Films

year: 2016

genre: fiction
directed by: Bogdan Mirica

screenplay: Bogdan Mirica

cast: Dragos Bucur, Vlad Ivanov, Gheorghe Visu, Costel Cascaval

cinematography by: Andrei Butică

film editing: Roxana Szel

producer: Marcela Ursu

co-producer: Elie Meirovitz, Katya Trichkova, Stephan Komandarev

production: 42 Km Film, EZ Films, Argo Film Ltd.

distributor: Bac Films


‘The Last Day’ by Gabriel Achim
Synopsis:
The Last Day centres on a special journey undertaken by four men from a provincial town. The mayor, the policeman and the leader of the Christian youth association accompany their friend Adrian on his trip to a monastery, where he has decided to start a new life as a monk. The mayor, an amateur filmmaker, offers to film the group's journey to the monastery, but he also has some secret plans for Adrian.
See also: Watch our interview with Romania's Gabriel Achim, who triumphed in the Romanian Days section of the Transilvania IFF with his film The Last Day.
international title: The Last Day
original title: The Last Day
country: Romania, France

year: 2016

genre: fiction
directed by: Gabriel Achim

screenplay: Gabriel Achim, Cosmin Manolache

cast: Doru Ana, Adrian Văncică, Adrian Ciglenean, Mimi Brănescu

cinematography by: George Chiper-Lillemark

producer: Gabriel Achim, Daniel Burlac

production: Green Film


‘Tikkun: The nature of faith and desire’ by Samuel Antichi
TIFF News by Cineuropa News.
17/11/2015 - Avishai Sivan's minimalist and enigmatic tale follows a Yeshiva student in Jerusalem struggling with the strict orthodoxy rites that have ruled his life.
A young Orthodox student, Haim Aaron (Aharon Traitel), the eldest child of a kosher butcher (Khalifa Natour) and his wife (Riki Blich), lives in Jerusalem, and his talents and devotion are the envy of the entire Hasidic Jewish community, a branch of Judaism that promotes mysticism as the fundamental aspect of the faith. One evening, he collapses in the shower in the family apartment while he is contemplating masturbation, and a head injury makes him lose consciousness. After 40 minutes attempting to revive him, he is declared dead by the paramedics until his father intervenes, insisting on continuing CPR, and Haim Aaron miraculously comes back to life. However, after this apparent return from death, he is altered physically as well as spiritually. His behaviour becomes more eccentric, inasmuch as he remains apathetic to his Yeshiva studies, for which he force-fed his brain while starving his body, continually falling asleep during class. Furthermore, he announces at home that he has renounced eating meat, which is a particular affront to his father's job, and he starts to experience an unpredictable bodily awakening, exploring his sexual desires. Unable to rest at night, he secretly wanders the streets by hitching rides with strangers. After noticing Haim Aaron's change in behaviour, the father is tormented by the fear of having acted against God’s will by resuscitating his son.
Avishai Sivan's Tikkun won the Best Feature Film Award at the Jerusalem Film Festival and the Special Jury Prize at the Locarno International Film Festival. Consequently, this bizarre coming-of-age story within an ultraorthodox Jewish community has attracted intense interest from other festivals such as the Stockholm International Film Festival, where it is screening in the main competition section.
Shot with a strikingly sublime and sensitive high-contrast black-and-white aesthetic, this minimalist allegorical mystery about the capriciousness of the Old Testament explores the intimacy of men and their souls through a crisis of faith. The mysterious narrative elevates our vision to the search for spirituality where religion, self and sexual desire intersect. Its formal construction and the calm gaze of the fixed camera shots with little or no dialogue magnify the grey areas (both morally and logistically speaking) in which a formidable father, because of a spontaneous act of love for his son, may have destroyed the natural order of his world. This powerful depiction of a journey from devotion to doubt gives rise to a climactic series of surreal events amid a heavy nocturnal fog, where the will of God is concealed. A cinematic and philosophical examination of a nightmare that delves into the very nature of faith and explores the core of existence itself.
‘Death by Death’, psycho-somatisation elevated to an art form.
by Aurore Engelen per Cineuropa News.
14/10/2015 - With his first feature film, Xavier Seron shamelessly takes on a tenderly indecent tragicomic world.
Michel Peneud is going to die. Just like you and me and his mother, except that his mother has been told she is going to die by her doctor. So she has decided to live. And for Michel’s mother, living means feeding her cats, drinking sparkling wine like it’s champagne, and loving Michel. But Michel sometimes finds her love a bit cumbersome. To the extent that he suddenly seems to develop symptoms very similar to those of his mother. What if Michel also has breast cancer? All by himself, Michel is a pretty picture of neuroses: hypochondria, hysteria, phobias, obsession. But what is even more unbelievable is the way that Michel Peneud raises psycho-somatisation to an art form, a unique art between martial arts (like in the ransacking of the apartment sequence) and iconography (like in the final shot, a child’s hallucinatory reinterpretation of the Virgin).
Death by Death is as excessive as its black and white shades are contrasting. But it is precisely this excess that make it exciting, this self-assured way of trying, even if it leads to failure. With this, his debut atypical feature film screened at the Festival International du Film Francophone (FIFF) in Namur, Xavier Seron goes all out: plays on words, schoolboy humour, embarrassing dizzy spells, scathing caricatures, and above all, an intimate relationship that flirts with the trivial. Seron relies on what is most intimate to us: life (notably the mother-son relationship) and death. And this dissection of the private lives of his characters takes a particularly emphatic aesthetic form. First of all is the striking black and white images, and Olivier Boonjing’s photography, with often-magnificent sequences of shots, especially in the choreographed scenes interspersed throughout the film (the household appliance shop, the yoga class, and the scene with the seesaw). These scenes are counterpoints that come one after the other, tender and farcical, and counterbalance a certain sense of deadly aftershock, the upsetting situation. The tragicomic use of Bach’s preludes or Italian song (the incredible Puoi Farmi Piangere, a cover of I Put a Spell on You) punctuate the plot, while a host of cheerful cameo actors bring a bit of levity when the story takes a darker turn, like Catherine Salée, who shows us around her retirement home.
True, Xavier Seron doesn’t leave much to his main actors, but he seems to film them with the benevolence of someone who shares their doubts and neuroses. Death by Death is a real blank canvas for the gentle madness of Jean-Jacques Rausin, the big tragicomic hero, a trashy sort of Michel Blanc. Myriam Boyer, on the other hand, bravely shoulders the difficult role of the downtrodden mother, who’s so sick and crazy that it could kill her, but full of humanity.
If Xavier Seron took several years to finish Death by Death, a film that was challenging to edit, he leaves us with the impression that he made the film he wanted, which is not at all obvious. The film was produced in Belgium by Novak Prod, and in France by Tobina Film, who has already worked on other atypical Belgian films (Amer [+] and The Strange Colour of Your Body’s Tears [+] by Cattet and Forzani). Death by Death received financial support from the CCA, the CNC and the Brittany region.
‘Death by Death’ by Xavier Seron per Cineuropa News.
Synopsis:
Michel Peneud is going to die. Just like you and me and his mother, except that his mother has been told she is going to die by her doctor. So she has decided to live. And for Michel’s mother, living means feeding her cats, drinking sparkling wine like it’s champagne, and loving Michel. But Michel sometimes finds her love a bit cumbersome. To the extent that he suddenly seems to develop symptoms very similar to those of his mother. What if Michel also has breast cancer? All by himself, Michel is a pretty picture of neuroses: hypochondria, hysteria, phobias, obsession.
international title: Death By Death
original title: Je me tue à le dire
country: Belgium, France

sales agent: Stray Dogs

year: 2015

genre: fiction
directed by: Xavier Seron

release date: BE 4/05/2016
screenplay: Xavier Seron

cast: Jean-Jacques Rausin, Myriam Boyer, Serge Riaboukine, Fanny Touron, Franc Bruneau

cinematography by: Olivier Boonjing

film editing: Julie Naas

art director: Erwan Le Floc'h

costumes designer: Laure Mahéo

producer: Olivier Dubois, François Cognard

production: Tobina Film, Novak Production

distributor: Happiness Distribution

‘Remainder: Reconstructing memory’ by Martin Kudláč
TIFF News by Cineuropa News.
03/06/2016 - Video artist Omer Fast has adapted Tom McCarthy’s reality-bending thriller, and the result is screening in competition at the TIFF
For his first feature-length directorial and narrative outing, Israeli video artist Omer Fast has tackled a novel by British artist and writer Tom McCarthy, Remainder [+], and the result is screening in competition at the Transilvania International Film Festival. Although the novel initially came out in a batch of 750 copies via a French publisher as a kind of art project, it was later picked up for a wider release. McCarthy himself describes the story as “the hero builds a film set, but there is no film”, thus confirming that the material possesses a certain cinematic quality. In his works, Fast investigates the recurrent topics of the psychology of trauma, the relationship between memory and reconstruction, and the link between reality and non-reality – an array of themes in sync with the novel’s motifs.
The director kick-starts the narration through a dramatic, freak Donnie Darko-like accident that leads to the victim, Tom (Tom Sturridge), being offered an £8.5 million reparations settlement if he agrees never to discuss the incident. Tom accepts; however, the aftermath not only leaves its mark on his body (a lost limb and scars are a testament to what he shall never discuss), but also damages his mental wellbeing as a result of the severe trauma. He awakes from his coma in a different reality that he does not remember, and thus clings with a rigor mortis-like grasp to a series of obscure memories that he is determined to re-enact right down to the smallest detail. This curious hobby turns into an obsession, and as an eccentric millionaire, Tom makes the transition from cardboard cut-outs to meticulous reconstructions, sealing himself in a cocoon of a conscientiously fabricated alternative reality.
The filmmaker builds up the structure of Remainder in the vein of puzzle movies, although less mysterious and more clinical, as the protagonist yearns for bigger and more realistic sets, akin to the events that unfold in Charlie Kaufman’s Synecdoche, New York, in an endless loop where the same event repeats over and over again. With his more detailed creations, Tom finds accidental flaws in the efficiently staged déjà-vu manifestations of reality (after all, a crack in a wall triggered this whole merry-go-round of manic repetition). Fast’s psychonautic dive into a deranged mind props up an intertwining parallel plotline of a paranoid heist thriller, in which the protagonist may or may not play a role. The filmmaker thus explores not only the themes of reality and non-reality, and trauma and memory, but also the conventions of video art and genre film in one functional and homogenous oeuvre, knitting together both approaches to synergetic effect.
Compared to Synecdoche, New York, the production design is less opulent, a decision clearly reflecting the protagonist’s retreat from outside reality, but not skimping on the complexity of the topics and motifs that Fast dissects. A monochromatic touch lends the imagery an aseptic quality, in line with the status of the protagonist’s sanitised memory and artificially (re)constructed reality – a fiction into which Tom free-falls uncontrollably.
Remainder was co-produced by the United Kingdom (Tigerlily Films) and Germany (Amusement Park Films). The film has a sales agent, The Match Factory, with Soda Pictures distributing the movie in the UK from 24 June.
Synopsis:
Based on the bestselling cult novel by Tom McCarthy, the plot follows a young man who tries to reconstruct his past out of fragmented memories. His obsessive efforts are funded by a large financial settlement for an accident he cannot remember, but neither his friends nor he can anticipate the extremes he will go to in realising his quest.
international title: Remainder
original title: Remainder
country: United Kingdom, Germany

sales agent: The Match Factory

year: 2015

genre: fiction
directed by: Omer Fast

film run: 97'
screenplay: Omer Fast

cast: Tom Sturridge, Ed Speleers, Cush Jumbo

cinematography by: Lukas Strebel

film editing: Andrew Bird

art director: Adrian Smith

costumes designer: Sam Perry

producer: Natasha Dack, Malte Grunert

production: Tigerlily Films, Amusement Park Films

distributor: Soda Pictures

‘Chevalier’, a tragicomic portrait of the contemporary male.
by Muriel Del Don per Cineuropa News.
13/08/2015 - LOCARNO 2015: The latest film of Athina Rachel Tsangari, screened in the International Competition at Locarno, is an unforgiving journey into the mind of modern man
Chevalier [+], the latest poignant and exhilarating feature film of Greek director Athina Rachel Tsangaris, which was screened in the International Competition of the 68th Locarno Film Festival, ventures into the complex and at times absurd male universe. After The Capsule, a film with an exclusively female cast, Tsangaris decides to explore ‘the other side’ and the relationships (of power) that exist between men, a world of domination in which appearances are everything. Despite the secrets and (hidden) anxieties that inhabit the personal realities of our Greek heroes, their ‘public’ life appears unblemished and socially perfect. An unsettling and thorny masculinity pervades the latest feature film of our Greek director, who tackles the fears and weaknesses of contemporary society with bravery and an irresistible dose of humor.
In the middle of the Aegean Sea, six men (an incredible cast which includes some of the greatest of Greek actors), all deep-sea fishing enthusiasts, are staying on a luxurious and majestic yacht. Tension and testosterone levels peak when the six men decide to play a game that will take them beyond the point of no return. Anything goes: blood tests, falsetto karaoke and even paradoxical comparisons of how they eat and sleep. Their apparent friendship soon turns into bitter rivalry before erupting into an outright social bloodbath. The winner, the ‘coolest’ man, will win the ring of victory: the Chevalier.
The latest piece by Athina Rachel Tsangaris is an irreverent and deliciously obscene satire of contemporary society in which everything is obsessively scrutinized. Chevalier explores the depraved mechanisms that cause individuals to show solely and exclusively their strengths, thus forgetting to nourish their more intimate side, their sensitivity: in a nutshell, what makes them human. The search for a hypothetical winner, an unsettlingly perfect superman who lives in constant fear of making a mistake, of putting a foot wrong, pushes the protagonists of Chevalier to commit extreme acts, both absurd and grotesque. But what does it mean to be ‘the best’ in a contemporary society that is obsessed with drumming up the most face-book ‘likes’? Can we still differentiate between reality and a virtual life in which the only things that count are appearance and popularity? In Chevalier this quest for recognition is taken to the extreme. In an exclusively male world, so imbued with testosterone that it is almost ‘homoerotic’, the protagonists of Chevalier constantly and obsessively judge themselves, but above all, others, in a ridiculous quest for perfection. The world created by Tsangaris is at times reminiscent of that of Pedro Almodovar, another undisputed expert at portraying the neuroses and fears of a society in the grips of delirium. The desires and self-respect of these men are put to the test in a claustrophobic world surrounded by the sea, a sort of prison that forces the protagonists to face their fears. A piercing film that uses humor/laughs to hide an unsettling truth.
Synopsis:
In the middle of the Aegean sea, on a luxury yacht, six men on a fishing trip have decided to play a fun game. Things will be measured, blood will be tested. The man who wins will be the best man, and he will wear upon his little finger the victorious signet ring: the “Chevalier".
international title: Chevalier
original title: Chevalier
country: Greece

sales agent: The Match Factory

year: 2015

genre: fiction
directed by: Athina Rachel Tsangari

film run: 99'
screenplay: Athina Rachel Tsangari, Efthymis Filippou

cast: Sakis Rouvas, Vangelis Mourikis, Panos Koronis, Efthymis Papadimitriou, Nikos Orphanos

cinematography by: Christos Karamanis

film editing: Yorgos Mavropsaridis

costumes designer: Vasileia Rozana

producer: Maria Hatzakou, Christos V. Konstantakopoulos

production: Haos Film, Faliro House Productions

distributor: Feelgood Entertainment


Si ringrazia la Redazione di Cineuropa per la collaborazione.

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- Cinema

Transilvania iff, the largest film festival in Romania.


TRANSILVANIA IFF, TH LARGEST FILM FESTIVAL IN ROMANIA ... by Stefan Dobroiu - from CINEUROPA News.

Transilvania IFF, the largest film festival in Romania, kicks off in Cluj, on Friday, 27 May, for 10 days. At its 15th edition, 248 films from over 64 countries will be screened and accompanied by concerts, special screenings, master classes, workshops and parties. Roughly 850 guests are expected - including Sophia Loren, who will receive the Lifetime Achievement Award, Mad Max: Fury Road producer Iain Smith, Lithuanian director Šarūnas Bartas, Japanese director Sion Sono and many more. Romanian directors will present six world premieres during the Romanian Days (2-4 June).
Transilvania IFF announces its 12 titles in competition.

11/05/2016 - Most of the competitors are first features and also European productions
The 15th edition of the Transilvania International Film Festival will kick off on 27 May, and the organisers have just announced the 12 titles that will be competing for the Transilvania Trophy. Nine of the competitors are first features, and nine represent European countries.
After several years with no Romanian film in competition, the 15th edition will host the domestic debut of Bogdan Mirică’s Dogs, which has also been selected in the Un Certain Regard competition at Cannes. Described by TIFF artistic director Mihai Chirilov as “a genuine Balkan anti-western”, Dogs may snatch some of this edition’s awards. Another Romanian in with a chance of winning a prize is actress Cosmina Stratan, who plays one of the main characters in Ali Abbasi’s Shelley (Denmark).
(The article continues below - Commercial information)
The festival has also announced four of the five jury members who will decide on the winners: Wieland Speck, curator of the Berlinale Panorama section; Bill Guentzler, artistic director of the Cleveland International Film Festival; Bulgarian actress Margita Gosheva; and Polish director Tomasz Wasilewski, whose Berlinale-awarded United States of Love will be shown in the Supernova sidebar.
The remaining TIFF competition titles are As I Open My Eyes by Leyla Bouzid (France, Tunisia, Belgium, United Arab Emirates), Fado by Jonas Rothlaender (Germany), Island City by Ruchika Oberoi (India), The Open Door by Marina Seresesky (Spain), Remainder by Omer Fast (UK), Sparrows by Rúnar Rúnarsson (Iceland, Denmark), Tanna by Bentley Dean and Martin Butler (Australia, Vanuatu), Thirst by Svetla Tsotsorkova (Bulgaria), Tikkun by Avishai Sivan (Israel) and Where There Is Shade by Nathan Nicholovitch (France, Cambodia).
The 15th edition of Transilvania IFF ready to kick off.

27/05/2016 - Sophia Loren is to receive the Lifetime Achievement Award at the closing gala
The first screenings have already begun at the 15th edition of the Transilvania International Film Festival (27 May-5 June, Cluj-Napoca), but the festival’s organisers are waiting till this evening to kick off the gathering with a bang. Hosted by the vast Unirii Square in the centre of Cluj-Napoca, the opening gala will show Nae Caranfil’s 6.9 on the Richter Scale as a world premiere, to an audience of more than 1,000.

With over 215 features from 64 countries, TIFF reconfirms its status as Romania’s biggest film event. The 15th edition also has one of cinema’s greatest as a special guest: Italian actress Sophia Loren, who will receive the Lifetime Achievement Award at the closing gala.
Among the festival’s attractions there are sections dedicated to directors and certain countries. Lithuania benefits from particular attention, with director Sharunas Bartas invited in the 3x3 sidebar, and ten classic or recent films selected in Focus Lithuania. Two other Focuses will present new films from Croatia and Lebanon, while late Belgian director Chantal Akerman and Turkish filmmaker Zeki Demirkubuz will also be presented in the 3x3 sidebar.
Besides the main competition (read the news) and the Romanian Days competition (read the news), this edition also has ten films vying for the FIPRESCI Prize, all grouped into the #Animal section, as they feature animals as the triggers or the heroes of the story.
The Supernova sidebar will show 25 recent award-winning movies, while the titles selected in the Shadows and No Limit sidebars seem determined to scare or shock the audience.
Scottish producer Iain Smith will receive the Transilvania Trophy for Special Contribution to World Cinema, while Romanian actresses Carmen Galin and Lujza Orosz will receive the Honorary Awards.

Tanks CINEUROPA!

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- Cinema

Cannes - Next presents 2

Call for Talents: The R/O Institute Is Looking for the Next Generation of Storytellers
by Ernesto Leotta

19/05/2016 - CANNES NEXT: The 2016 edition of NEXT draws to a close with some great news – the birth of the R/O Institute

Cineuropa editor-in-chief Domenico La Porta.

As dusk started to fall over the NEXT week, a new kind of “Bat-Signal” was lit up by Cineuropa’s editor-in-chief, Domenico La Porta. Instead of the well-known bat, though, the sky hosted a different symbol, this time summoning more than one single hero: R/O.
Its French pronunciation, /ˈeʀo/ (lit. "hero"), suggests a true call to arms in order to rescue something precious – in this case, intellectual property (IP). La Porta's new venture is, de facto, an incubator for the next generation of storytellers, aimed at providing them with the right tools to develop and market their ideas and projects.

After a swift introduction by Wallimage's "man in the white glasses", Philippe Reynaert, La Porta highlighted the importance of IP by picking the aforementioned DC Comics winged hero as an example. "The whole concept behind Batman was inspired by Zorro. While the latter met with mild success only in the 1990s, thanks to Antonio Banderas' movies, the former saw its success gradually escalate over its 50-year life span, culminating in a record-breaking PlayStation videogame. So technology matters when designing a project, but content is key. The Smurfs was a Belgian comic strip, but no one knows about that – kids only know the two 3D movies about the little blue men, and only 0.2% of the copyright revenues came back to their mother country. The R/O Institute aims to keep the project IP in the hands of its rightful owner, without selling it to bigger companies."
Putting the story at the centre of every creation, the Institute will help its participants to develop a transmedia approach, focusing on the subject's mythology, story world and characters, as well as providing them with a social-media strategy in order to build and activate their community.

Furthermore, a gamified app will allow the "student" to evaluate his project, reach goals, get ranked, rewarded and even communicate with fellow creators, especially resident ones. That's right – the R/O Institute also features a residency hub (more of a high-profile hotel) called the R/Ω (pronounced /ʀɔm/), based in Charleroi, Belgium, and including a Creative Sandbox in which technicians, developers and artists can gain access to the most advanced technology in order to develop, prototype and design their content.
"Our website has just been launched here at NEXT! Feel free to apply by sending us your story and telling us the way you think it can be adapted – you might be one of our 40-plus selected projects. We're looking for heroes, but not only male ones – if no female hero shows up, there can't be no R/O Institute!" joked La Porta.

Build story worlds.
We stand at the dawn of a new narrative era. Those formerly known as an audience have left the single screen for a multi-platform odyssey and digital has turned viewers into users and tech savvy explorers. Films, TV series, gaming, mobile apps, graphic novels, virtual reality, mixed reality (...) are pushing the boundaries of vast story worlds ruled by tomorrow’s creators and the next generation of heroes.
R/O {ˈeʀo} is an institute that fosters the creation of original content and the acceleration of transmedia projects built around tomorrow’s heroes and rich intellectual properties.

Apply now!
Learn from the best.
R/O is a 6 to 9 months immersive training that aims at tuning strong narrative projects for today’s convergent market. On top of solidifying their story architecture and building their cross-platforms storytelling, the talents are offered numerous networking opportunities and business deals ranging from development grants to post-production services and publishing hooks.
The origin: stories.
The world belongs to those who tell stories. Do you have a story to tell? Sometimes one platform is not enough to cover the full spectrum of your idea. Do you already have plans for a film, a TV series, a comic book or maybe a game that you want to develop? How about ambitions for all of them and more? But you are a storyteller and you probably don’t know where to start…

Convergence.
Apply now to the R/O institute. Let’s expand your story world across platforms and prep your intellectual property (IP) for the convergent market.
If your narrative project is selected, you and your team will benefit from a professional coaching packed with multi-disciplinary insights coming from a large variety of experts in the form of:

• Public and private talks
• Access to R/O sandbox (tech, artistic and software toolbox)
• Workshops
• One on one sessions
• Group sessions
• Case success/failure stories and analysis
• Benchmarking challenges
• Project evaluation and milestones objectives
• Pitching opportunities
• Networking
• Transmedia watch
• Follow-up over an extended period of time
• Access to market acceleration and possible output deals

Gamification.
Thanks to gamified analytics and an interactive evaluation app, talents are stimulated to reach objectives and improve their skills. The R/O training aims at tweaking the complete spectrum of the project from the essence of storytelling to the marketing strategy and the architecture of a case by case revenue model.

Commitment.
Cult stories did not blossom in a week. That’s why we ask the core selection of our talents to commit to the R/O institute for a 6 to 9 months period of training. The institute programme is sidebarred and followed by active prospection in order to breach the global market and finally meet the project’s audience on different platforms. The R/O label ensures that commitment goes both ways.
Duration: 3 months (Oct-Dec, 2016)
Following a pre-selection phase, around 40 projects are granted access to the R/O bootcamp. It is a programme of curated conferences followed by participative Q&A’s that stand as a source of inspiration to broaden the horizon of our future talents. The bootcamp introduces them to the opportunities of the convergent market. It is about bringing an overview of what the R/O institute can do for your Intellectual Property (IP) while acquiring the basics of any solid franchise. The R/O bootcamp also provides useful workshops that will help applicants to set up their final application to the R/O institute.

The R/O Institute.
Duration: 6 months (Jan-Jun, 2017)
Once selected on the basis of a promising application file, an exclusive batch of 10 project teams of talents are physically welcomed to the facilities of the R/O institute to start enhancing their project. Our creative methodology breaks down an IP in a series of skills regrouped in 6 different skillsets. Each skillset forms a module that is roughly unfolding over the course of one month. The 6 skillsets are:

1. Story World
2. Crowd Design
3. Tech/Art Craft
4. CrossMedia Architecture
5. Revenue Model (and financing)
6. Marketing M.O.

Each skill from every skillset is developed through a gamified process based on skill assimilation and collaborative milestones to reach. Projects are constantly monitored through an evaluation app that also allows talents and experts to communicate and share watch material. Each project is modulated in order to bring more focus on its weakest skills and specifically address them. Around 20 skills that are essential to any narrative IP’s are taken into consideration across the whole duration of the training such as #characters opacity, #IP iconography, #raconteur, #social currency, #environment, #mythology #revenue streams… Improving each of those skills will level the project up to global market standards.
Between 50 and 80 international experts will meet with the talents in order to work on their skills. Talents are encouraged to collaborate with other teams, R/O’s partners and guest projects. Rewards can be earned along the way…

The R/O Line-up.

Duration: +18 months
By accessing the R/O institute, projects become part of the R/O catalog that our agents are submitting to the attention of our partners and to market places around the globe. Being part of the R/O line up of IP’s does not end with the training at the institute. It goes on over an extended period of active prospection in order to bring the project to life and meet its producing and broadcasting partners all the way to its audience down the line.
The R/O team.
Domenico La Porta
Institute Director
dom@ro.institute
+32 476 702 732

Stéphanie Thirion
Operations Manager
stephanie@ro.institute
+32 491 56 77 02
Belgian Heroes SA and R/O are original initiatives initiated by François Pernot,
CEO of Media Participation BE.


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- Letteratura

Il tempo della letteratura - saggio/invito concorso


CISAT - Presentazione
'Il tempo della letteratura'- Italianistica e oltre.
Il Comitato Editoriale
Dopo il volume ‘900 e oltre. Inediti italiani di prosa contemporanea (pubblicato nel 2005 e prefato da uno saggio di Giuseppe Panella, professore ordinario di Storia della Filosofia alla Scuola Nornale Superiore di Pisa) – del quale si legge infra una parte del pieghevole illustrativo –, avendo avuto a suo tempo positivi riscontri di critica e di pubblico, l’Istituto Italiano di Cultura di Napoli intende pubblicare nelle sue Edizioni, nel primo anniversario a distanza di dieci anni, un nuovo volume collettaneo, a carattere antologico – Il tempo della letteratura. Italianistica e oltre – stavolta di saggistica breve dedicata alla Letteratura italiana – dalle origini ad oggi, anche in chiave comparatistica –, della quale aspira a dare uno specimen significativo e di rilevante qualità scientifica per quanto concerne l’articolo breve di Italianistica.
Gli autori interessati sono invitati a proporre, preferibilmente per posta elettronica, insieme ad una esauriente nota bio-bibliografica, uno o più più articoli inediti su temi di Italianistica, indicativamente della dimensione non superiore alle 6 cartelle incluse le note, che verranno esaminati dal Comitato scientifico di lettura dell’Istituto, composto da Steven Carter, Constantin Frosin, Antonio Illiano, Roberto Pasanisi, Mario Susko, Násos Vaghenás, Nguyen Van Hoan. Gli articoli dovranno essere composti secondo il modello formale delle ICI Edizioni allegato.
L’invito è rivolto tanto a studiosi riconosciuti (sia appartenenti ad istituzioni che non) quanto a scrittori, ricercatori, letterati e cultori di letteratura in genere che aspirino a far conoscere attraverso una pubblicazione qualificata (distribuita in libreria a livello nazionale da Libro Co. Italia www.libroco.it) ed in un àmbito istituzionale e non amatoriale la loro produzione scientifica sulla letteratura italiana, sottoponendo i propri testi ad un giudizio critico professionale.

In caso di adesione all’iniziativa, i testi vanno inviati possibilmente entro il 31agosto 2016.

Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli
ICI Edizioni

via Bernardo Cavallino, 89 (“la Cittadella”); 80131 Napoli (Italia)
tel. 081 / 546 16 62 - fax 081 / 220 30 22 - tel. mobile 339 / 285 82 43
sito www.istitalianodicultura.org - posta elettronica ici@istitalianodicultura.org

Ici Edizioni prefisso editore: 8889203 – codice Alice: 44935 – codice editore: 206490
Direttore editoriale: Roberto Pasanisi - distribuite in libreria da Libri Co . Italia

L’Istituto Italiano di Cultura di Napoli (www.istitalianodicultura.org; ici@istitalianodicultura.org), in collaborazione con la rivista internazionale di poesia e letteratura “Nuove Lettere” (da esso edita), pubblica cinque collane editoriali: due di poesia (entrambe dirette da Roberto Pasanisi: una intitolata Lo specchio oscuro, l’altra — di plaquette — intitolata Nugae), due di narrativa (una già diretta da Giorgio Saviane ed intitolata La bellezza;l’altra — di plaquette — diretta da Roberto Pasanisi ed intitolata Gli angeli) ed una di saggistica letteraria (già diretta da Franco Fortini ed intitolata Lettere Italiane).

Le ICI Edizioni Elettroniche pubblicano tre collane di libri elettronici: una di poesia (Adriana), una di narrativa (La Cittadella) ed una di saggistica (Neapolis).

Il Comitato di lettura delle Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli (ICI Edizioni) è costituito da Steven Carter (Lingua e letteratura inglese, State University of California, Bakersfield, Constantin Frosin (Lingua e letteratura francese, Università “Danubius”, Galaţi; scrittore), Antonio Illiano (Lingua e letteratura italiana, University of North Carolina at Chapel Hill), Roberto Pasanisi (Storia del cinema e del video; Teoria e metodo dei mass media, Accademia di Belle Arti “Fidia”; scrittore), Mario Susko (Letteratura americana, State University of New York, Nassau; scrittore), Násos Vaghenás (Teoria e critica letteraria, Università di Atene; scrittore) e Nguyen Van Hoan (Letteratura italiana e Letteratura vietnamita, Università di Hanoi).

‘900 e oltre' - inediti italiani di prosa contemporanea
Introduzione di Giuseppe Panella a cura di Ernesto L’Arab e Roberto Pasanisi

Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli
l'incipit della Prefazione di Giuseppe Panella

L’ANIMA DEL RACCONTO
“Le donne parimente e gli uomini tutti lodarono il novellare”

(Giovanni Boccaccio, Decameron, Introduzione)

1. Tradizionalmente il racconto come genere letterario non gode buona fama presso gli editori. A tutti coloro i quali si presentano con una raccolta di storie più o meno brevi, gli editori (dai colossi rampanti fino agli stampatori minimi) rispondono che il mercato non è interessato ai racconti e che sarebbe meglio dedicarsi alla stesura di un romanzo. Lo stesso Raymond Carver, uno dei più grandi scrittori americani di short stories nell’epoca del post-moderno, ha sempre ricordato come il primo anticipo ricevuto da un editore fosse relativo alla stesura di un romanzo che poi, ovviamente, non ha mai voluto (o potuto) scrivere. I testi brevi di narrativa non sembrano destare entusiasmi e successo di vendite rispetto alla più lunga narrazione articolata contenuta nei romanzi (anche quelli non legati a un genere specifico). Eppure, almeno in Italia, la tradizione del racconto sancisce e scandisce la nascita della prosa letteraria: che cos’è, infatti, il Decameron di Giovanni Boccaccio se non una raccolta di storie brevi tenute insieme da una cornice tutto sommato esile qual è quella dell’allegra brigata rifugiatasi in campagna per sfuggire alla terribile peste nera e che trascorre lietamente il suo tempo narrandosi storie più o meno intriganti? E lo stesso si può dire, mutatis mutandis, de Iracconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer che fin dal titolo reca inscritta la propria dimensione di narrativa breve affidata a diversi narratori che si alternano a raccontare per trascorrere meno noiosamente il tempo che impiegano a compiere il loro pellegrinaggio alla tomba di San Tommaso Becket.
Alle origini della narrativa c’è dunque il racconto come genere letterario, già codificato e strutturato come tale. La narrazione breve è probabilmente l’esempio più antico che abbiamo di pratica letteraria definita. Nata con la tradizione orale dei popoli più antichi (e che non conoscevano ancora la scrittura), continuata dagli egiziani [1], dalle vicende di uomini e Dei nell’India sanscrita, dalle vicende favolose de Le mille e una notte, presente dappertutto (anche nelle culture precolombiane dell’America Latina), essa rappresenta sicuramente il primo tentativo di comunicare le proprie esperienze da parte di popolazioni in cui il sapere orale era maggiormente rappresentato rispetto a quello scritto. Passando a periodi temporalmente a noi più vicini, il racconto breve si afferma negli Stati Uniti quale forma egemone di narrativa per il grande pubblico a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Il suo scopo editoriale era quello di riempire brevi spazi di lettura sulla stampa periodica che cominciava ad affermarsi allora quale forma principale di intrattenimento letterario. Fino a tutta la prima metà del Novecento, il racconto breve sembra avere (almeno in America) la stessa importanza e la stessa dignità letteraria del romanzo presso il pubblico dei lettori.
Lo stesso avviene in America Latina dove il racconto corto diventa una sorta di elemento “nazionale” della tradizione culturale dei paesi che la compongono, in particolare in Argentina (l’esempio di Jorge Luis Borges. magistrale autore di racconti fantastici e non,sembra esserne la migliore dimostrazione – e, d’altronde, proprio per questo, Borges si è sempre rifiutato di scrivere un romanzo!). L’età dell’oro della narrazione breve è, quindi, dalla metà dell’Ottocento alla Seconda Guerra Mondiale: in essa i periodici sono avidi di ospitare sempre più racconti insieme alle puntate dei romanzi d’appendice a favore di un pubblico che ha sempre più fretta. L’avvento della radio prima e dei mezzi di comunicazione di massa poi brucia la possibilità da parte dei racconti di essere forma di scambio di esperienze condivise o condivisibili ed è in questo contesto che il racconto sembra decadere dal punto di vista dell’interesse del pubblico più ampio.
E’ per questo che il racconto sembra non attirare più gli editori. Ovviamente, tale discorso non vale per i critici e per gli studiosi di teoria della letteratura per i quali il racconto è un genere letterario che gode della stessa dignità e dello stesso interesse dei romanzi e della poesia. La crisi del racconto breve, dunque, è tale solo dal punto di vista dell’industria culturale e della sociologia che ad essa si accompagna.

[1] “La funzione della scrittura sul versante più “letterario” della religiosità egiziana può essere messa in relazione, oltreché alla natura particolare dei culti dei morti e al loro stretto legame con l’arte pittorica, alla qualità dei materiali utilizzati.” (Jack Goody, La logica della scrittura e l’organizzazione della società, trad. it. di Piero Arlorio, Torino, Einaudi, 1988, p. 33). La società egiziana è la prima da noi conosciuta in cui scrittura e racconto sembrano essere strettamente intrecciati.

Giuseppe Panella
'Storia della Filosofia', Scuola Normale Superiore di Pisa

Roberto Pasanisi, italianista, scrittore, editore, giornalista e psicologo clinico, è nato a Napoli nel 1962.
Docente universitario di Lingua e letteratura italiana e di Psicologia clinica in Italia e all’estero, è direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli (del quale dirige anche le Edizioni omonime ed il Corso di Scrittura Creativa), della rivista “Nuove Lettere” e del CISAT (Centro Italiano Studî Arte-Terapia, dove è analista didatta, direttore dei corsi di Formazione e del “Giornale Italiano di Arteterapia”).

Ha pubblicato tre raccolte di versi (fra le quali Sulla rotta di Magellano, Napoli, Edizioni dell'Istituto Italiano di Cultura di Napoli, 1996; prefazione da Giorgio Barberi Squarotti), due volumi saggistici (fra essi Le «muse bendate»: la poesia del Novecento contro la modernità, Pisa-Roma, I.E.P.I., 2000) e circa trecento articoli in riviste specializzate italiane e straniere. Si occupa principalmente di metricologia (nell’àmbito della quale ha ideato la 'metroanalisi') e di psicologia della letteratura e, come autori, di Lorenzo Spirito Gualtieri, del D’Annunzio del Poema Paradisiaco, di poeti italiani del Novecento (Caproni e Pasolini specialmente), di Mallarmé. È uscito il suo romanzo Gli angeli, Salerno, Ripostes, 2004. Suoi racconti sono stati pubblicati in riviste letterarie e quotidiani.

Giuseppe Panella, nato a Benevento nel 1955, vive a Prato. Insegna Storia della Filosofia nella Scuola Normale Superiore di Pisa.

Si occupa prevalentemente di questioni relative al pensiero etico e politico e al suo intreccio con la dimensione estetica della società. Ha tradotto e curato un'antolog