chiudi | stampa

Marco Furia
[ LaRecherche.it ]

I testi sono riportati a partire dall'ultimo pubblicato e mantengono la formatazione proposta dall'autore.

*

Galassie parallele. Storie di artisti fuori norma

 

Poesia e follia

 

 

A pagina 149 del suo “Galassie parallele”, Marco Ercolani si chiede

 

“cosa accade quando poesia e follia, scrittura e patologia, vanno a saldarsi assieme in un testo”?

 

Questo interrogativo, che, forse, potrebbe essere posto a sottotitolo del volume, richiama, a mio avviso, il concetto di misura: taluni atteggiamenti e modi d’essere, superata una certa soglia, richiedono l’intervento psichiatrico.

Quanto al quesito posto (riferito, nello specifico, a Dino Campana), la mia opinione è la seguente: “quando poesia e follia, scrittura e patologia” si saldano tra loro nasce un nuovo, originale, linguaggio.

Fenomeno, si dirà, che avviene anche nel caso del poeta non folle, sicché la risposta potrebbe risultare inconcludente.

Tuttavia, proviamo a immaginare un lettore dei “Canti orfici” del tutto ignaro dell’opera, della biografia e perfino del nome del poeta di Marradi: costui si porrebbe il problema dell’eventuale follia dell’autore?

Potrebbe anche non porselo.

Il linguaggio del poeta insano di mente, allora, è da ritenersi a priori distinguibile da quello del poeta tout court?

Sia chiaro, non condivido l’idea secondo cui nella poesia alberghi, di necessità, un quid di pazzia, né penso che, in generale, non esista una (talvolta sottile) linea di separazione tra sanità e malattia mentale: intendo mettere in evidenza, piuttosto, la peculiarità del campo al quale ci riferiamo (quello poetico e, in genere, artistico).

Direi così: il poeta può anche essere affetto da disturbi mentali ma il suo linguaggio sarà in ogni modo poetico e basta: quello che “accade” (o è accaduto) per il lettore può non essere poi così rilevante.

Lo è, però, per chi professionalmente indaga sotto certi profili talune manifestazioni idiomatiche: tocca a lui misurare il caso concreto, stabilire se il limite è stato superato.

Sarà forse compromessa, per costui, una lettura non strettamente psichiatrica?

Non direi proprio (anzi): lo dimostrano, senza possibilità di dubbio, gli attenti, articolati, scritti proposti con precisa eleganza da Marco nel suo “Galassie parallele”.

Cito a questo proposito:

 

“Lorenzo Calogero, una volta “relegato nel ghetto della malattia mentale” (Stefano Lanuzza), resta pur sempre un “poeta per poeti”, uno scrittore che non ha esitato a trasformare la sua intera opera poetica nella modulazione musicale e reiterata di un nulla interminabile, senza altro argine che una parola dai confini fluttuanti”

 

e

 

“Lorenzo [Pittaluga] non ha avuto il tempo di raggiungere, tra il sé e il non sé, un equilibrio in cui riformulare in termini meno drammatici la sua personale scommessa contro l’ordine mediocre del mondo, e si è perduto. Ma oggi, a oltre vent’anni dalla scomparsa, rimane a noi che sopravviviamo il suo tragico “modo” di dire che la vita è straordinaria e va vissuta anche perdendola”.

 

Un libro da non perdere.

 

*

L’attenzione

 

Un attento invito

 

 

“L’attenzione” di Angelo Andreotti, si mostra raccolta i cui versi, piani, precisi ed eleganti, tendono a mostrare una percorribile via.

In quale luogo conduce simile via, quali territori attraversa?

Spetta al lettore rispondere: il poeta, da parte sua, con risoluta assiduità, composizione dopo composizione, si mostra in cammino.

Ciò che conta è il percorso?

Certo, ma non soltanto, poiché l’autore segue una direzione la cui meta può essere la nostra.

Si legge a pagina 13

 

“Con passo paziente

tu cerchi l’ombra nel primo chiarore

che sfugge tra le gambe dell’aurora”

 

e, a pagina 16

 

“Dall’oblio vai togliendo parole

di cui avverti quel senso lontano

che non sai”.

 

Disegnare un itinerario in regioni in cui “ombra” e “chiarore” non paiono ben definiti e in cui le “parole” si riferiscono a un “senso lontano” parrebbe impossibile: tuttavia, quel “senso lontano / che non sai” c’è e il tentativo è quello di riuscire a saperlo.

A pagina 31, la pronuncia

 

“Di te il te stesso estraneo in te ritorna

e non sai quanta vita ti porta”

 

mostra un inedito rispecchiamento capace di promuovere feconde riflessioni: per riuscire a vederci davvero non occorre forse considerarci anche come estranei?

Dare a noi stessi e agli altri una consapevole (non definitiva) immagine del nostro vivere è impresa ardua: soltanto promuovendo, come ritengo suggerisca Angelo, un’attenta considerazione del nostro esistere saremo in grado di scoprire che la duplicità io/mondo può essere composta in una coscienza ulteriore.

Non a caso, a pagina 38 si leggono versi

 

“In fondo all’anima qualcuno canta

mettendo in metrica la cavità

di questo piccolo mondo che è il nostro”.

 

D’altra parte

 

“ma un passo dopo l’altro ti avvicina

a quella meta che con te si muove”.

 

La “meta” si muove assieme a noi perché è anche parte di noi che ne possiamo parlare.

E se

 

“tanto pensosamente un tempo chino

sembra tornare sui suoi passi”

 

non dobbiamo meravigliarci (o, peggio, preoccuparci): anche il tempo è nostro, cammina con noi assieme a tutto il resto.

Riusciremo, alla fine, a riconoscerci in questa universale, poetica, connessione?

È da augurarselo.

E “L’attenzione”, con le sue originali cadenze , aperte nella loro esattezza,  sarà di assiduo aiuto lungo un cammino proposto eppure, in qualche modo, già nostro: è tipico del vero poeta riferirsi con peculiari parole alla vita propria e a quella di tutti?

Sì e Angelo mostra di saperlo bene.

 

*

Luogo del sigillo

 

Il sigillo del senso

 

 

“Luogo del sigillo”, di Alfonso Guida, è poetico percorso ricco di emotiva percezione.

A tratti descrittivi, quali

 

“Le scarpe strette, le zagare appena

spuntate sotto l’ombrello di rafia,

l’ombrello coricato in mezzo al campo”,

 

non privi, talvolta, di tendenza a conciso surrealismo

 

“Mi proteggo la testa perché i sassi

che la pioggia lascia cadere sono

pesanti […]”,

 

a tratti descrittivi, dicevo, lo sguardo linguistico del poeta non manca di aggiungere sensazioni, immagini, pensieri, ricordi.

Il tutto pone in essere un dettato la cui semplice complessità coglie di sorpresa per la risoluta tendenza a proporsi e riproporsi secondo cadenze piane, leggibili, eppure intimamente coinvolgenti.

Non mancano pronunce tramite cui il discorso, che potrebbe condurre a conclusioni prevedibili, riesce invece, proprio in virtù della sua ben delineata chiarezza, a risultare originale, a dire qualcosa di diverso:

 

“Nulla ne è uscito. Solo un pigro viaggio

tra realtà infagottate: un libro, le iridi

vuote, una porca stagione, l’eccetera

del male che strofina le tue guance”.

 

Spontanea, naturale, appare a pagina 37 una riflessione sul linguaggio:

 

“[…] Non siamo ladri,

ma le parole torneranno a tratti

nel vuoto, dureranno quanto un soffio

nell’odore del cibo scodellato”.

 

Ci troviamo al cospetto d’una precisa messinscena di cui la presenza idiomatica è protagonista: protagonista, negli stessi (o simili) termini, anche dell’intera raccolta?

Non mancano veri e propri personaggi, per esempio un certo Rocchino, mostrati nei loro illuminanti particolari secondo ritmi dagli echi pascoliani:

 

“Ti piaceva la chitarra, Rocchino,

sognavi di suonarla al refettorio

simulando con le dita inarcate

sulla pancia una nota, una ballata”.

 

Davvero, siamo accompagnati lungo un cammino la cui straordinaria usualità si fa sempre più intensa, poiché i versi si sedimentano in noi per via del loro profondo senso.

È come se una memoria interna allo scritto si manifestasse facendosi avvertire con assiduità: una memoria, certo, fatta d’immagini, pensieri, emozioni, ma soprattutto, appunto, di senso.

Insomma, un esserci preciso ed aperto, esatto e non chiuso in sé: un quid emerge e il poeta lo cattura anche per noi servendosi di un dire specifico, per nulla ambiguo che, tuttavia, è anche un suggerire.

Il linguaggio poetico, senza dubbio diverso da quello comune, è tale in virtù della sua inconfondibile risolutezza a guardare oltre, riconoscendo nel confine non un limite ma una possibilità ulteriore.

Un linguaggio impronta del mondo?

Direi, almeno per Alfonso, il mondo stesso.

 

*

Per ordine di indefinita vita

 

Etici, assidui, ritmi

 

“Per ordine di indefinita vita”, di Giovanni Infelíse, si presenta quale raccolta le cui assidue pronunce, frutto di attentissimo uso del linguaggio, tendono a trattenere il lettore entro immagini, pensieri, ricordi, dall’incessante, tenace, affiorare.

Per via di una fitta rete idiomatica dall’inconfondibile ritmo, il Nostro propone, ad esempio, un’inconsueta “emozione” dal “pervasivo” aspetto cromatico (pag.8), un “glicine” non estraneo a un “fiume innamorato” (pag.9) e un “sorriso” che partecipa di un “inafferrabile dolore” (pag. 15).

Come si vede, gli accostamenti inediti non mancano nel susseguirsi di versi che non intendono tanto forzare le parole quanto mostrarne i limiti: per rivolgersi, in maniera feconda, all’ “oltre” occorre tenere debito conto dei canoni ordinari, quotidiani (Giovanni lo sa bene).

Si legge a pagina 20

“E noi? Basterebbe guardare le architetture

naturali dei pensieri, i gesti che fanno

l’insieme dei sensi e gli inediti sguardi

più cari e cambiare quel luogo nascosto”

Quel “Basterebbe” dice davvero molto.

Di sicuro, si tratta di un arduo itinerario, ad esempio perché

“Il ricordo illude il presente, un tempo avvolto

nel buio che scorre vuoto e riaccende rotto

in una trasparenza perfetta, nell’immobile luce,

nel passaggio di un nulla o di un rovescio dissolto”.

Certo, capita che non sia soltanto “Il ricordo” a creare illusioni: la realtà è ingannevole?

Anche, ma, vorrei dire, in senso alto: il poeta avverte l’enigma quale intima condizione dell’essere.

Normalmente, ciò che appare non muta di colpo, tuttavia aspetti diversi possono provocare meraviglia e stupore.

Si legge a pagina 35

“Gradito agli spazi di Torresotto di Piella

alla finestrella o all’affaccio sul Canale della Molina

per metà discorro con i portici e per metà

con la nebbia che vende vapori di assenzio e di terra”.

Durante una passeggiata, l’autore discorre “con i portici” e con una strana “nebbia”, secondo un’immagine, tutt’uno con la sequenza verbale, coerente, fonte di sorpresa e, assieme, di accettazione.

Siamo anche questo se un poeta riesce a dirlo.

E poi, è possibile

“Rendere intelligibile l’amore

cessare di amare i futuri amori”?

Difficile rispondere ma, viene da chiedersi, occorre proprio farlo?

Non si può, semplicemente, lasciare tutto come sta?

Non si può e anche si può, poiché a noi è assegnato il compito di decidere quali soglie superare e quali itinerari percorrere: sotto questo profilo, la raccolta può essere considerata un monito, un richiamo alla responsabilità.

Queste assidue, ben calibrate, cadenze partecipano della raffinata insistenza tipica della più sincera propensione etica: un’etica che non si nutre di meri precetti ma, soprattutto, mostra lo spazio in cui può (deve) svilupparsi una “vita” che è e resta “indefinita”.

 

*

Senza vera regola, Sparire … apparire

 

La parte è anche il tutto

 

Appare davvero preziosa la raccolta di versi e d’immagini opera, rispettivamente, di Roberto Capuzzo e di Carlo Guarienti, recante il doppio titolo “Senza vera regola” (Capuzzo) e”Sparire … apparire” (Guarienti): una raccolta la cui evocativa raffinatezza induce a riflettere, a pensare.

Mi riferirò, in questa breve nota, alle due pagine 76 e 77, che giudico rappresentative, in cui a una poesia segue un’immagine, eccola:

 

 

I primi cinque versi della poesia

 

Violagiallo il colore

sgranato per punti

sulla costa.

 

Da lontano lo stesso luogo

è macchia, oltre ancora, volto.

 

con le loro precise pronunce conducono il lettore verso regioni poetiche in cui l’aspetto cromatico e quello fisionomico paiono tendere a coincidere, diversificandosi soltanto dal punto di vista, più o meno “lontano”, da cui vengono osservati.

Vedere è fenomeno ottico, senza dubbio, ma è anche far parte di certi significativi contesti iconici: non siamo quello che vediamo, tuttavia lo siamo anche.

Con gli ultimi sei versi

 

Nascosto nella sabbia

hanno sguardo gli occhi

la mano sospesa

del corpo divenuto crosta.

 

Dello stare rovente fino al mare

la traccia è impercettibile.

 

il poeta introduce, tra l’altro, una “mano sospesa, un “corpo divenuto crosta” e una “traccia” “impercettibile”: l’atto dell’osservare, qui, sembra quasi riflettersi in uno specchio idiomatico al fine di ottenere ragguagli sulla sua stessa natura.

Le uniche risposte possibili risultano essere queste ben scandite cadenze che paiono aprirsi su scenari dai molteplici significati: gli oggetti della nostra osservazione sono poi così oggettivi?

Capuzzo aderisce al mondo manifestando un’appassionata, consapevole, partecipazione che per lui è già poesia: rendere testimonianza di ciò per via di parole è suo precipuo compito.

 

A pagina 77 è ritratta una mano (su cui è impressa una scrittura in bella calligrafia) che prende o posa uno strumento appuntito: tutt’intorno uno sfondo tra il grigio e il blu, “sgranato per punti”.

Polso, dorso e dita emergono e l’utensile non poggia (o non viene appoggiato) su alcun piano: un vero enigma.

L’impressa scrittura, poi, non fa che rendere ancora più intenso il mistero di questo fisionomico apparire.

Inutile chiedersi se l’immagine illustra la poesia o viceversa: quei versi e quei segni grafici sono intimamente congiunti pur non fondendosi gli uni negli altri.

Quanto linguaggio è contenuto in queste due pagine?

Quello che è possibile, ma anche molto altro, poiché esse sono rivolte a lettori-osservatori.

Tutto, alla fine, riguarda noi, il nostro naturale desiderio di accettare e modificare il modo di esistere.

L’uomo nella sua interezza è richiamato da pronunce che mai lo nominano e da un’immagine che ne rappresenta unicamente una parte: i frammenti sono proprio soltanto tali?

L’arte del frammento non è facile da praticare (poiché implica l’assidua coscienza di un’integrità nella cui mancanza il particolare stesso non potrebbe esistere): mi pare che Roberto e Carlo siano riusciti a darne un valido esempio.

 

*

Annina tragicomica

 

Poetici dettagli

 

“Annina tragicomica”, di Viviana Scarinci, è una raccolta di prose poetiche che si rivolge al lettore per via di brevi, specifiche, sequenze dall’intensa allusività.

La dimensione umana viene considerata nella sua immanenza evocativa e ogni immagine, ogni pronuncia, perfino ogni parola, sembra occupare uno spazio che è proprio quello eppure potrebbe essere qualsiasi altro.

Merito di una risolutezza compositiva che, di fronte a un’immensa indeterminazione, s’impegna a descrivere la vita di ciascuno e di tutti facendo emergere molteplici dettagli.

Il lettore non è coinvolto, è già lì.

Il nostro esistere si svolge secondo coordinate spazio-temporali e secondo sentimenti, emozioni, sensazioni: nel caso in esame, gli aspetti esterni e interni sembrano (non confondersi ma) fondersi.

Si legge a pagina 46:

 

Dicono che la città ha un doppio e perciò è abitata da coppie

di sosia in lite e in pace tra loro, che stanno un po’ di qua, un

po’ di là, a seconda. Tuttavia il discrimine logistico non è la li-

tigiosità degli omologhi per somiglianza, né il conflitto tra linee

guida e mozioni di tendenza interiore”.

 

Come si vede, da un’immagine iniziale di gusto surrealista, si passa, con immediatezza, a una riflessione articolata, la cui efficace valenza narrativa è in grado, senza esitare, di porre l’accento su certe circostanze.

Simile vedere-prendere atto promuove un discorso tendenzialmente infinito in cui il lettore può riconoscersi.

D’altronde

 

“Con tutto quell’ammontare limitrofo, l’unica azione possibile

era non. Alcuni, però, erano stati condotti fin lì da amenità ge-

neriche, nel senso che la loro compunzione si riduceva spesso

a quella mancanza di vivacità di quando ci si vuole  dimostrare

all’altezza. In questo avvilimento di realtà, quasi tutti sembra-

vano la stessa persona”

 

e

 

“ [ …] Naturalmente la numerazione era in con-

tinua perdita e, allo scadere repentino dei totali, le parole, non

c’era verso che obbedissero alla consegna”.

 

Insomma, la nostra esistenza incontra limiti non definitivi  ma variabili, modificabili.

Viviana non manca di parlare del poeta:

 

“Tra tutta quella gente, il poeta evitava parole già dette e cose

morte avendone paura soprattutto se accompagnate da altre

socievolezze”.

 

Certo, il dire del poeta è originale, inedito: le sue parole, anche se tratte dal comune dizionario, vivono in maniera straordinariamente espressiva e, nello specifico della raccolta in argomento, secondo pronunce molto intense nel loro alludere a un’integrità narrabile soltanto nei suoi particolari.

Se l’intero, sostiene qualcuno, non è mera somma delle sue parti, in queste ultime, proprio perché tali, non può non avvertirsi l’aroma di un tutto che talvolta, come dimostra “Annina tragicomica”, riesce a farsi feconda, poetica evocazione.

 

*

Alfabeto Baudelaire

 

Un poetico-artistico linguaggio

 

“Alfabeto Baudelaire”, di Mario Fresa, si presenta, a prima vista, quale raccolta di traduzioni, con testo a fronte, di dodici poesie di Baudelaire con il corredo di raffinati “disegni” di Massimo Dagnino.

Si tratta di una breve, elegante, antologia?

No, non soltanto.

La presenza dei versi non esaurisce la portata del libro e, a loro volta, le immagini non svolgono il ruolo di mero accompagnamento iconico.

C’è, dunque, qualcosa in più: ma che cosa?

Parole e immagini riescono a congiungersi in maniera originale, davvero insolita, quasi i disegni anche dicessero e le parole anche disegnassero.

Baudelaire è autore celeberrimo e notissime sono le sue poesie: perché proporle ancora?

A mio avviso, il libro è vivida, vigile, passione nel suo stesso divenire: “Alfabeto Baudelaire”, nel riprendere versi famosi, stabilisce un’autentica complicità con un autore ormai scomparso.

Quel qualcosa in più, di cui parlavo, consiste, insomma, in una  partecipe testimonianza capace di rinnovarsi.

Merito dell’autore di “Les Fleurs du Mal”?

Sì, certo, ma, assieme, di Mario Fresa che non teme di presentarsi, di dirsi, con le sue scelte e degli inserti iconografici, che non possono definirsi tali in senso stretto.

Le immagini si fondono con la scrittura per via di un’apparente noncuranza: non accompagnano illustrando, bensì pongono in  essere una sorta di attualità continua che, distinguendosi, si riconosce nei testi.

Questo libro è un vero e proprio articolato accadere.

La novità può scaturire da ciò che non è recente a condizione che attuali siano i modi secondo cui un’espressione viene proposta, come accade nel caso in argomento.

Il superficiale lettore che considerasse il libro mera scelta antologica, accompagnata da raffinate illustrazioni, perderebbe gran parte di quel senso di cosciente naturalezza che aiuta a meglio comprendere l’umano stare al mondo.

Passato, presente e futuro sono importanti paradigmi, nondimeno esiste una persistenza dell’esserci, affrancata da calendari e orologi, che è intima, intensa, fisionomia: fisionomia su cui i Nostri pongono l’accento con delicata fermezza, tendendo a presentarla quale possibile fonte di conoscenza.

Se, come scrive Mario, nella sua nota finale

 

“La poesia baudelairiana persegue il compito di mostrare l’atroce verità di un mondo che si presenta siccome un male radicale, corrotto sin dalla sua nascita”

 

e se l’opera di Massimo, riprodotta in terza di copertina, “Non ha titolo”, non è soltanto il senso di una drammaticità nemmeno nominabile ma, anche, di un assiduo desiderio di adesione poetico-artistica, ciò di cui “Alfabeto Baudelaire è testimonianza che aspira a farsi etico invito.

Invito da accogliere, senza riserve.

 

*

Trittici-Il segno e la parola

 

Una parola-immagine

 

Con “Trittici-Il segno e la parola”, Annamaria Ferramosca presenta equilibrate sequenze poetiche la cui originale attitudine all’evocazione trae spunto dai dipinti di quattro artisti (Modigliani, Kahlo, Bove, Laglia).

Il tema dell’immagine, come indica il sottotitolo, è assiduamente presente: di più, direi che si mostra sempre attuale nel suo iconico apparire.

Una poetica attualità, costruita con sottili, efficaci, allusioni, con messinscene brevi e incisive, con esatte parole mai dimentiche delle illimitate dimensioni dei mondi ai quali si riferiscono, una poetica attualità - dicevo - emerge per via di peculiari ritmi in grado di attirare il lettore con il loro discorsivo svolgersi: la versificazione della nostra poetessa non è mai lontana, poiché per lei la figura, come la parola, è espressione di contingenze esistenziali.

Lo stile, certo, distingue i singoli artisti, ma qualcosa d’intimamente vivido li unisce, qualcosa che abita lo spazio-tempo dei dipinti, qualcosa di cui l’autrice ci vuole rendere partecipi, consapevole di come la normale comunicazione incontri, talvolta, ostacoli superabili soltanto ricorrendo all’idioma poetico.

Così, accanto a pronunce descrittive di non comune immediatezza espressiva (cito, ad esempio:

 

“sempre ti sposo    sempre

sul fondale di letto nuziale

sono da poco sveglia e ancora

non mi abbandona il sogno    mi vesto”),

 

incontriamo sorprendenti, non estranee, fisionomie:

 

“inspiro la tua vernice lunare

da narici africane

mentre tenti di de-finirmi”.

 

Non mancano, poi, acute riflessioni sul linguaggio

 

(“movenze inaudite sul palco

e silenzi

il mimo ha una parola perfetta”),

 

né fanno difetto sequenze nel cui àmbito dimensioni differenti tendono a dialogare tra loro.

Si noti, a tale proposito, quest’enigmatica sequenza:

“il sogno è un muro bianco

che mi separa da me stessa”.

Vivere in immagini-parole mi pare tratto fondante di una scrittura che, non propensa, almeno nel caso di “Trittico”, ad affidarsi al saggio, consegna ai versi il compito di mostrare l’illuminarsi d’inattesi, inediti, significati.

Il tutto con la compostezza linguistica propria di chi sa bene come certe esperienze possano essere trasmesse unicamente per via di suggerimenti, evocazioni, metafore, che trovano in una specifica misura non soltanto la migliore forma espressiva, ma anche la stessa ragione d’essere.

Un invito rivolto a indurci a partecipare, a nostra volta, in maniera nuova (e feconda)?

Mi pare sia questo l’intento di Annamaria.

 

*

Il poema ininterrotto di Francesco Marotta

 

Un’articolata continuità

 

Nel leggere l’antologia “Il poema ininterrotto di Francesco Marotta”, dedicata al poeta di cui al titolo e sapientemente curata da Marco Ercolani, ci si trova al cospetto di un’originale sorta di realismo immaginativo.

Marotta, senza temere la simultanea presenza di tratti dissimili, pone in essere un articolato sviluppo verbale che si spinge oltre, verso dimensioni sempre diverse.

La scrittura, qui, non tende a ripresentare se stessa, poiché la sua precipua attitudine è quella del continuo farsi e rinnovarsi, verso dopo verso: ci troviamo, insomma, di fronte al vivido divenire di un originale atteggiamento poetico capace di proporre fisionomie non corrispondenti a precostituiti modelli espressivi.

Si può fare davvero molto a condizione di sapersi concedere alla lingua fino al punto in cui quest’ultima, a sua volta, si offre quale frutto di (non scontate) consapevolezze ulteriori.

Ogni cambiamento costa, perché se fosse gratuito non sarebbe tale.

L’inerzia è una circostanza dell’esistere, come lo è la noiosa ripetizione di modelli idiomatici bolsi: simili pericoli, insegna il poeta, devono essere evitati.

Possiamo apprezzare la poesia ma non possederla una volta per sempre: da qui il desiderio di leggere e rileggere, partecipando a un discorso altrui che riconosciamo anche nostro.

Lungi dall’annullarci nei versi, possiamo trovare nel loro sviluppo l’occasione di un ampliamento della coscienza.

La poesia ci educa e ci modifica?

Senza dubbio.

Ci accorgiamo, così, di come quel realismo immaginativo di cui parlavo all’inizio sia inedita forma che occorre ma che non è mai chiusa in se stessa.

Il gesto stilistico di Francesco coglie dell’immaginare la non canonizzata attitudine espressiva e della realtà la dimensione meno vaga e non per questo priva, a priori, di possibili sviluppi creativi.

Il reale è anche immaginario e viceversa?

A mio avviso, il Nostro risponderebbe con un “sì”.

Un “sì” immediato, sincera testimonianza di un modo di essere e di scrivere con (e in) cui l’autore riesce a riconoscere se stesso e gli altri in maniera non ambigua e tuttavia, com’è tipico degli artisti, mai definitiva.

Cito, a questo proposito, alcuni versi:

 

“tu dialoga con lo stupore

che non conserva tracce,

con la stella che dissigilla

un senso che non dura,

con l’assenza che si desta

in palpiti migranti fatti verbo,

al verbo estranei per legge

d’indicibile esperienza –

per osservare la vita

nello specchio albale

di una luce

pensata prima d’ogni dire,

prima del silenzio”

 

e

 

“ci sono versi scritti

con gli occhi, li

riconosci quando

tornano in superficie

spaiati in

sincronie di vuoto

e all’albero

toccano in sorte”.

 

Quanto al curatore, è da notare come Marco Ercolani, di fronte alla complessità della materia, abbia proposto distinti aspetti individuandoli e, nello stesso tempo, unendoli in una raccolta che, non certo incline a presentare sequenze di meri frammenti, tende, con felice esito, a tratteggiare un’articolata fisionomia nei cui confronti il lettore non può sentirsi estraneo.

Non è facile coinvolgere per via di scritti altrui: Marco riesce nell’impresa ponendo in essere un’antologia dotata di vita propria, ossia non semplice rimando ai singoli testi e alle opere di cui fanno parte.

Complimenti al poeta e al curatore, davvero.

 

*

D’aria e di terra

 

“D’aria e di terra” è una raccolta di brevi prose dall’intensa valenza poetica: evidentemente per Viviane Ciampi, che ne è l’autrice, i generi letterari sono da considerarsi fisionomie linguistiche tra loro non disgiunte.

Così, ad esempio, la sequenza

 

“Chiama la gioia abbraccia il silenzio incolla i

cocci della parola senza orpelli costruisci una storia lontana dalle

fiamme delle guerre tra cani. Qualcosa. La riparazione. Un’ipotesi.”

 

rende chiara testimonianza di come chiedersi che cosa sia prosa e che cosa sia poesia nasconda un rischio di fraintendimento.

Meglio domandarsi, invece, quando diciamo (o pensiamo) di trovarci a contatto con un brano di prosa o uno di poesia.

Particella disgiuntiva, quella “o”, che, nel caso in esame, appare ingiustificata poiché i due generi vivono l’uno nell’altro.

Forma e contenuto, parola e significato divengono ampio e diffuso senso, fecondo suggerimento di un indicibile al quale consapevoli cenni possono in qualche modo riferirsi.

Suggerimento, certo, perché quel quid che, a ben vedere, non abita oltre ma dentro la lingua, quel quid non assoggettabile ad alcuna grammatica, può tuttavia essere avvertito quale assidua presenza.

La pronuncia

 

“E improvvisammo la forma del

tempo e la freccia del tempo e il senso e la fortuna e

c’improvvisammo noi da soli danzatori sulla scacchiera”,

 

con il suo incipit dal sapore espressionista, mostra che il suddetto suggerire per cenni, assimilabile al gesto, costituisce un’importante modalità espressiva del e nel mondo.

Un mondo di cui, ovviamente, fa parte la stessa autrice: Viviane, lungi dal chiamarsi fuori, dall’osservare da lontano, si colloca ben dentro, si scopre fatta “D’aria e di terra”, riconoscendosi non in una fusione generica con quanto la circonda, bensì nelle vivide collocazioni in cui viene di volta in volta a trovarsi.

Il suo dire, insomma, è già essere.

Domande quali

 

“Chi interroga le galassie e tanto lo

sa che non rispondono? Chi accetta le mezze verità? Chi ha

messo ortiche nei sogni?”

 

non pretendono risposta, poiché, cosmiche ed esistenziali, sono consce della loro natura di fruttuoso atteggiamento.

Un brano musicale, certo, è composto dalle singole note tracciate sul pentagramma, nondimeno la melodia che ascoltiamo è quella scrittura con qualcosa in più.

Così le parole di Viviane superano la loro mera valenza identificativa e, lungi dal combinarsi in accostamenti sterili, rivelano come gli esseri umani partecipino, in maniera precipua del continuo farsi (e modificarsi) di costellazioni espressive.

Non è facile, davvero, scrivere la vita: la nostra autrice ci riesce per via di una scrittura semplice e, nello stesso tempo, complessa, frammentaria eppure completa, integra.

E nemmeno è facile fotografare il mondo, come fa Lino Cannizzaro con la sua copertina.



*

La parte dell’annegato

 

Non tutto è perduto

 

Con “La parte dell’annegato”, Laura Accerboni presenta una ritmata raccolta in cui la sempre più problematica quotidianità viene illuminata da immagini davvero inattese.

“Questo a un pesce

non si dovrebbe fare:

costringerlo

a nuotare tra le vene

e obbligarlo a imparare

la geografia polmonare

di altre specie”

dice la poetessa, mostrando, con articolata messinscena, una sorta di sorprendente rispetto per il dato biologico.

Un rispetto stravolto, eppure presente: forse, ormai, l’attenzione per l’altrui vita (e per la propria) può manifestarsi soltanto in tal modo?

Forse siamo giunti a un punto di non ritorno?

Questo quesito attraversa tutta la silloge senza trovare risposta sul piano del mero linguaggio: né può trovarla, perché l’evidente dato di fatto mostra l’urgente necessità dell’azione responsabile.

Se tutto fosse davvero perduto non varrebbe nemmeno la pena di parlare o scrivere: tuttavia è ben chiaro che la parola comune non basta più.

C’è un vivido senso dell’urgenza nelle immagini proposte.

A pronunce in cui ogni speranza sembra annullarsi (si vedano, ad esempio, i versi

“mentre lasciavo niente

e me lo riprendevo

ad ogni istante”),

si alternano, senza contrapposizione, originali sequenze poetiche in cui il contatto con il mondo riesce ad aprirsi su aspetti inediti:

“non so come

si saluti

una pietra”.

Chi si pone il problema di salutare “una pietra” può pensare di trovarsi in prossimità della fine?

O, forse, può ritenere che a simile prossimità ci si possa opporre soltanto coll’abitare i territori dell’assurdo?

Assurdo non privo, in questo caso, d’interesse per una comunicazione affettiva che, alla fine, ci può ancora salvare.

“Il sorriso nuovo

lo metto solo

quando esco”

scrive la poetessa, ma ciò non vuole dire che il sorriso vecchio abbia esaurito la sua benefica efficacia e che, perciò, non si possa unire al “nuovo” secondo un’inedita fisionomia ulteriore.

Certo

“una casa distrutta

è solo una casa distrutta”,

nondimeno, come sembra indicare quel “solo”, è possibile ricostruirla.

D’altronde

“Tarzan sul materassino”

che

“ha spasmi d’annegato”

non potrà essere soccorso? Non potrà essere restituito alla sua avventurosa esistenza nella giungla selvaggia ma anche protettiva?

E noi, a nostra volta, non potremo ricominciare a vivere in maniera migliore?

Il monito di Laura (perché di questo si tratta) è preciso, composto, succinto: soltanto un alacre e consapevole equilibrio sarà in grado di salvarci.

 

*

Sono la foce e la sorgente - Antologia poetica 1984-1995

 

“Sono la foce e la sorgente” è una ricca antologia dedicata a Lorenzo Pittaluga, artista della parola morto suicida nel 1995, all’età di ventotto anni.

Il volume, curato con scrupoloso affetto da Marco Ercolani, presenta un’ampia scelta di versi accompagnata da illuminanti interventi critici e da partecipi testimonianze.

Vittima di un drammatico interrogarsi, più che sul senso generale dell’umano esistere, sulla necessità individuale dello stare al mondo, Pittaluga pone in essere la sua poesia partendo da entità evocative tratte dalla vita di ogni giorno.

“Plaga lucescente d’ombre

dove acque e cartine

e tabacchi così aromatici”

sono i primi tre versi di un componimento intitolato “Paradiso”.

L’Eden è dunque rintracciabile sul pianeta Terra o, forse, soltanto su di esso?

Domanda davvero assillante per un poeta che nel quotidiano cercò di trovare la fiducia di cui avvertiva la carenza.

Si sentì – credo – tradito da una vita che c’era, era lì, alla quale partecipò per quasi trent’anni in maniera intensa, pur nell’estrema sofferenza provocata dalla malattia psichica.

La sua tragica delusione fu provocata, probabilmente, proprio dal non riuscire a entrare fino in fondo nelle cose, nelle emozioni, nei sentimenti.

Occorre, a un certo punto, arrestarsi e aprire la strada a quell’alacre accettazione che promuove la conoscenza: occorre, insomma, conservarsi per meglio comprendere.

Il poeta si avvicinò a simile (salvifico) atteggiamento ma non riuscì a integrarlo nella sua tormentata personalità.

“Ora noi non abbiamo che noi – dobbiamo

scontare l’intrico di finitezze e mesti

orgogli: l’infinità non ci cerca”.

Certo, “l’infinità non ci cerca” e noi, a nostra volta, non dobbiamo cercarla, nemmeno nella (o per mezzo della) scrittura poetica.

Lorenzo, invece, la cercò inutilmente.

Non mancano vere e proprie riflessioni sulla stessa attività del comporre versi:

“Perché, per fare una poesia

mica ci attacchi la lingua

al sugo delle parole che scrivi”

e, poco oltre

“Ma io la poesia me la parlo

me la porto a letto, ci faccio

la frittata, un pollo, la romanza”.

L’autore, nel parlare della sua arte, adopera vocaboli assolutamente usuali, come se volesse aprirsi senza riserve, in maniera quasi disarmante.

Si tratta del tentativo di avvicinarsi alla vicenda esistenziale comune, ossia di rompere l’isolamento o, almeno, di affievolirne la pena?

Oppure siamo dinanzi a una solitaria pronuncia in cui l’essere poeta è considerato tutto ciò che resta e che potrebbe non bastare?

L’elegante volume rende efficace testimonianza di un drammatico percorso umano e artistico: non è un invito al ricordo, è, piuttosto, un richiamo al qui e ora in cui i versi proposti non smettono di abitare.

È dunque un felice tentativo di continuare a vivere con il poeta di Cremeno pur in sua assenza.

La semplice memoria, in questo caso, non basta, occorre qualcosa di più: “Sono la foce e la sorgente” vuole essere (ed è) quel di più.

 

*

Metà di niente

 

Una poetica metà

 

Con “Metà di niente”, Mauro Macario presenta intense successioni di versi nel cui àmbito immagini esterne e interiori si alternano secondo coinvolgenti ritmi.

Si legge a pagina 20

“Il mio canto prende vita da tutti i canti della terra”.

È presente in questa pronuncia il senso dell’appassionata partecipazione a una melodia diffusa che sembra quasi avvolgere l’intero pianeta.

Echi di simile (ragionata) musicalità poetica, particolarmente attenti al rapporto perenne / momentaneo, si avvertono, a pagina 27, nel verso

“l’eternità dell’istante”.

Che cos’è l’eternità? Che cos’è l’istante?

Si tratta di quesiti posti in maniera non corretta in un caso, come quello in esame, in cui l’autore intende cogliere del vivere tutte le (talvolta antitetiche) dimensioni.

L’attimo può anche avere durata infinita e l’eternità essere istantanea, poiché gli opposti vivono gli uni negli altri e gli uni per gli altri, alimentandosi a vicenda.

Venendo all’argomento di cui al titolo, s’incontra, a pagina 29, una vera e propria dichiarazione:

“La metà di niente

è un bazar di merce inutile”.

Secondo i normali canoni, “La metà di niente” non può che essere pari a zero, nondimeno la versificazione di Macario mette in forse tale certezza (di più: quel “bazar”, che, in ogni modo, è qualcosa, non sembra essere così “inutile” se un poeta si prende la briga di parlarne).

S’illuminano, all’interno di quel nulla, fisionomie ricche di vivide sorprese in grado di mostrare l’esistenza di mondi ulteriori.

Mauro ribadisce a pagina 31:

“La conosco bene

la metà di niente

l’ho ricevuta in dono

confezionata con cura

e pure con un sorriso”.

Il Nostro conosce l’oggetto del suo scritto e sa di non poterne esaurire l’intera portata.

Alcuni sorprendenti aspetti emergono, divengono poesia e tanto basta: toccherà ad altri (o, in futuro, al poeta medesimo) continuare.

Non mancano immagini che si riferiscono a esperienze comuni: siffatti lineamenti vengono proposti con una sincera immediatezza capace di conferire loro un’atmosfera di consueta eccezionalità dai toni crepuscolari:

“la spiaggia non è quella di allora

ma ogni tanto ci torno soprattutto d’inverno

mi piace intristirmi tra gli stabilimenti dismessi

e guardo il mare

e penso al juke-box affondato”.

Sul finire della raccolta, una pronuncia richiama quella di pagina 27, citata in precedenza:

“Ci sono distanze infinite nel mondo

che copriamo senza timore di perderci

ma tra quattro pareti

temo sempre di non raggiungerti”.

L’infinito non sempre è immensamente grande ed esterno, può essere anche intimo e, per così dire, piccolo, poiché il mistero che ci circonda abita anche la nostra interiorità: se ce ne dimenticheremo, poeti come Mauro Macario non mancheranno di ricordarcelo.

 

*

Marmo in guerra

 

Una poesia fotografica

 

La lettura di “Marmo in guerra”, raccolta di versi di Roberto Maggiani e di fotografie del fratello Paolo, induce a pensare a una poesia che è anche immagine (e viceversa).

Le potenti figure proposte narrano la storia di morte e devastazione (ma anche di retorica) tipica di ogni guerra: nello specifico, ci si sofferma sulle feriteche le armi del secondo conflitto mondiale hanno inferto a monumenti dedicati al primo.

L’occhio di Paolo, attento a cogliere una sorta di persistenza attuale del passato, si sofferma su certi particolari, mostrando una guerra in un’altra guerra, una follia in un’altra follia.

L’atmosfera cupa non è priva di una livida luce che delimita zone più chiare, mettendo in evidenza come lo sguardo, pur inorridito, debba sforzarsi di recuperare lo spazio non oscuro del pensiero, il senso del poter proseguire.

Così, i pesanti scarponi del milite inginocchiato ritratto a pagina 41, nonostante trasudino orrore, sarebbero ancor oggi in grado di svolgere la loro funzione se un proiettile non avesse attraversato una suola, colpendo il piede dell’uomo.

 

 

Il marmo in cui è scolpita la statua, com’è ovvio, resta indifferente, ma la memoria di chi guarda (o, se più giovane, l’immaginazione) può dire molto.

Come dice molto la fotografia di pagina 45, in cui una mano armata sovrasta un foro di proiettile che irradia attorno a sé sottili venature.

 

 

Venendo ai versi di Roberto, si nota un’intensa e precisa partecipazione, davvero adatta a fare da contrappunto alle fotografie.

Anche gli aspetti, per così dire, esistenziali vengono riportati sulla pagina in maniera sobria e composta.

Si legge, a pagina 16, a proposito di due personaggi di cui almeno uno si trova in fin di vita:

“Dei loro occhi immagino il colore

quel brillio insistente che fa di ogni uomo

un uomo”.

 

 

Non mancano, poi, sequenze poetiche in cui le figure scolpite sono considerate quasi vive.

Si legge a pagina 18:

“Ignudo difende la sua terra

fiancheggiato dal soldato di pietra

che nel tempo sospeso del bassorilievo

non si accorge di avere un buco nel torace

la gola squarciata e il naso sanguinante

a causa di un’altra guerra”.

 

 

L’intento di quel militare sembra essere quello di correre inutilmente

“a difesa della madre e della sposa  –

mai raggiungendole”.

La serenità, tuttavia, non è del tutto estranea a questa silloge: è presente nel tranquillo incedere di due giovani, ritratti a pagina 29, che, data l’età, non parteciparono ai drammatici avvenimenti delle due guerre mondiali.

 

 

La loro condizione è delineata, con concisa efficacia poetica, nel verso

“è bello non avere coscienza del male”.

L’altrui racconto, dunque, per quanto vivido, non può farsi coscienza di (tragici) avvenimenti anteriori alla propria nascita?

Sì e no: se il coinvolgimento reale lascia tracce (o meglio, in questo caso, “cicatrici”) tali da non poter essere condivise dagli assenti, è altrettanto certo che l’altrui memoria, divenuta narrazione, è, in ogni modo, non trascurabile.

Siamo anche ciò che altri sono stati: l’esserci presenta diverse fisionomie ma non rigidi confini e la totalità non viene meno anche quando ci soffermiamo su un suo specifico tratto.

Di più, si potrebbe affermare che esaminiamo quasi esclusivamente singoli aspetti e che proprio il nostro interesse limitato illumina, come per opposizione, un vasto territorio che, nel tutto comprendere, consente di aprirsi verso dimensioni più ampie del vivere.

Come insegnano Roberto e Paolo.

 

 

Su facebook: www.facebook.com/marmoinguerra

*

Oscillazioni

 

La compagnia dell’ombra

 

Con “Oscillazioni”, Stefania Negro presenta una raccolta il cui tono dichiarativo non va a scapito di un vivido senso del tutto: secondo lei, le fisionomie linguistiche (anche quelle tra loro dissimili e perfino opposte) non sono mai inconciliabili.

Che cosa le accomuna?

Se non altro, il fatto di potere essere dette.

Si legge a pagina 20:

“ogni carezza sulla mia pelle e ogni parola che

sappia ricordarmi di esistere e di esserci stata”.

Senza linguaggio non c’è memoria?

Quesito di non poco rilievo, al quale danno (nemmeno troppo indiretta) risposta i versi

“Il mare non sa del suo definirsi

di onda in onda sino a infrangersi”

e i versi

“il vento non sa del suo soffiare tra le

brume nere o tra le fronde scure”.

Tutto ciò che ci circonda, insomma, acquista significato in virtù delle nostre descrizioni, tuttavia

“L’ombra che ci accompagna

delinea il nostro essere tra la

luce e il buio”.

“L’ombra” non si limita ad accompagnarci, ma “delinea il nostro essere”: qualcosa di non chiaro ci contraddistingue.

L’io, poi, occupa una posizione particolare, in quanto l’individuo partecipa all’esistenza soltanto se non rifiuta il discorso sul mondo propostogli fin dalla più tenera età.

Può, certamente, scegliere, ma deve tener conto di certe evidenze.

Il genere umano trascorre la propria vita in una sorta di prigione?

No, perché, come insegnano scienziati e artisti, il gesto creativo è sempre possibile, anche se, per così dire, il punto di partenza è, sia pur provvisoriamente, già dato.

La poetessa è ben conscia di ciò quando scrive

“con l’immaginario plasmare l’incerto e

al di là del definito verso l’ignoto navigare”.

Quello che ancora non c’è, potrà esserci, se sapremo “plasmare l’incerto”, ossia se saremo in grado di conferire forme ulteriori agli oggetti del nostro interesse.

Stefania, davvero, s’impegna in una complessa analisi poetica.

Ho usato non a caso la parola “analisi”, perché l’esigenza dell’esame scrupoloso, della scomposizione finalizzata a successiva ricomposizione, caratterizza, assiduamente, pronunce poetiche dichiarative ricche di valenza evocativa.

Da qui, quel senso di sospensione di cui parla Flavio Ermini nella sua articolata nota critica: una sospensione tra sentire e comprendere, tra parola e azione, tra linguaggio e mondo.

Sospensione, appunto, non contraddizione.

Abbandonare sterili rigidità e tendere a scoprire il consono nel discorde al fine di raggiungere una condizione di armonia: questo è l’accorato appello rivolto ai lettori.

Un’armonia globale che ci libererà, un giorno, da ogni fatica e scoramento?

Un Paradiso in Terra?

No, perché le “Oscillazioni” implicano l’idea del continuo fluttuare, non del raggiungimento di un traguardo definitivo.

L’autrice non crede nell’assoluta perfezione, bensì nel possibile miglioramento: l’apertura è, per lei, il destino dell’uomo.

Come non condividere tale (appassionato) pensiero?

 

*

Quando sorride il mare

 

L’assidua meraviglia dell’attimo

 

Con “Quando sorride il mare”, Floriana Porta presenta una raccolta la cui precisa sobrietà non è priva d’intime valenze allusive.

Si legge a pagina 11

“Noi viviamo nell’istante

di una forza procreatrice

che abita ogni cosa”.

Siamo dunque immersi, secondo la poetessa, in un’energia “procreatrice” ininterrotta e ovunque diffusa.

Sorge l’interrogativo: come “viviamo” in quel continuo “istante”?

È difficile, in ogni senso, misurare l’attimo: quest’ultimo tende a sorprenderci, sicché appare arduo averne esperienza in modo pienamente consapevole.

La sua minima durata è anche infinita.

Minuscolo e immenso si toccano, di più, si confondono, come accade nel caso della distesa marina, ossia di una sconfinata estensione acquea che, in piccola parte, può essere contenuta nell’incavo della mano.

Simile superficie è pure acustico abisso

“tra le macerie sonore

di profondi fondali”,

addirittura è sinfonia

“il mare inventa

musiche solitarie”.

L’autrice coglie nell’affascinante elemento oceanico una specifica dimensione della propria interiorità che, lungi dall’essere incline al mero riflettersi nella natura, si riconosce in essa.

L’uomo e l’ambiente non sono rigidamente separati l’uno dall’altro: questo suggerisce, ad esempio, la pronuncia

“Le mani diventano memoria

mentre scavano

tra le stelle e i ricci di mare”.

Si legge, poi, a pagina 47

“Non hanno parole

i corpi

distesi e paralleli

di terre nuove”.

L’uomo definisce se stesso e ciò che lo circonda con il linguaggio, tuttavia l’esistente, quasi fosse una terra nuova, potrebbe costituire oggetto di diversa valutazione.

Occorre tenere ben presente siffatta circostanza, poiché se nulla è, a priori, scontato, appare del tutto legittimo il desiderio di un dire che riesca a farsi poesia, cioè parola intensa, ricca di originale valore espressivo.

Se

“Onde cosmiche

afferrano

le mani invisibili

dei confini del mondo”

e se esistono

“Dentro e fuori

orizzonti di mari

e di parole”,

allora possiamo nutrire qualcosa di più di una semplice speranza.

La meraviglia non è un sentimento effimero, una fugace sorpresa, una precaria immagine che si mostra per un attimo, è (o, almeno, può essere) un fecondo atteggiamento capace di rivolgersi al mondo con sollecita sensibilità.

Meravigliarsi è ricominciare a comprendere, è abbandonare quella nociva tendenza a sottomettersi al giogo di uno sterile senso del già visto e già vissuto che impoverisce, fino ad annullarla, la “forza procreatrice” di cui si parlava all’inizio.

Quanto, poi, al quesito concernente il concreto modo di comportarsi, Floriana risponde con quattro concise e sincere parole

“Cerco

sorrisi da amare”.

 

*

Prose buie

 

Si legge a pagina 20 di “Prose buie”, elegante libretto di Marco Ercolani:

“la mia opera sono io che cerco di perderla dentro e fuori di me (grida), dal mio sacrificio dipenderà qualcosa di straordinario e di bello, forse una nuova civiltà (grida), poi dimentica testa, braccia, mani, mente, parole. Non è più uno straniero, uno scrittore. Basta con il peso delle pagine. Seduto sul bordo dell’aria, in mezzo all’acqua fittissima, comincia a tacere”.

Ci troviamo dinanzi a un desiderio di scomparsa.

Chi scrive (un personaggio immaginario? L’autore stesso?) è ben conscio delle sue capacità, nondimeno una sorta di aspirazione al dissolvimento si è impadronita di lui: decide, allora di “tacere”.

Dove si trova?

“Seduto sul bordo dell’aria, in mezzo all’acqua fittissima”.

Immagine davvero inusuale, quest’ultima, definibile quale tendente a una consapevole astrazione.

Quel silenzio sembra più il manifestarsi di un’intima urgenza che un atteggiamento di dolorosa denuncia: lo scrittore avverte un greve senso di fatica e decide, così, di rifugiarsi nel territorio della non parola (“Basta con il peso delle pagine”).

Quanto durerà siffatto mutismo?

Non lo sappiamo.

Il Nostro non intende proporre un breve racconto, bensì una sorta di espressivo flash linguistico, un’immagine vivida non certo volta a provocare statici indugi.

Questa, in generale, è la caratteristica precipua delle intense sequenze verbali di “Prose buie”, la cui dinamica articolazione è in grado d’indurre noi lettori a esaminare attentamente tutti i particolari e, nel medesimo tempo, a spingerci oltre.

La scrittura, precisa e mai chiusa, segue le consuete regole idiomatiche: proprio tale aperta normalità tende a promuovere l’emergere d’idee ulteriori.

Quasi vorremmo, dopo aver letto ogni singola proposizione, chiudere il libro e dare inizio al corso del pensiero.

La lingua di Marco, insomma, è viva e non è priva d’effetti.

“Al risveglio, qualche ora prima dell’alba, qualche ora prima di vedere, ricostruirà la cattedrale a memoria, con sogni e ricordi mescolati insieme, nella prima nebbia del mattino, senza aprire gli occhi, chiamandola con il suo nome. Solo così sarà in grado di comprendere una cosa che esiste durante il giorno e che esiste durante la notte”.

Talvolta, gli uomini vedono meglio al buio, poiché l’immagine, che la memoria è in grado di ricostruire, può dire più del dato reale: l’assenza può essere più stimolante della presenza.

E così, tra desiderio di silenzio e senso di mancanza, si articola, a mio avviso, tutta la complessa trama dell’opera in esame.

Gli scenari, in genere, non sono gioiosi, tuttavia la scrittura riesce a soffermarsi sui singoli dettagli con delicata fermezza: una possibilità c’è, è quella di stare al mondo anche accettandolo.

La felicità potrebbe esistere senza il suo contrario?

Potrebbe considerarsi felice chi non è mai stato triste?

Tutti noi, davvero, siamo simili a quei “giovani macilenti” “che sorridono, intonando poemi d’amore ai loro dèi, che vogliono vivere, vivere ancora e di più, nonostante la polvere nera”.

Ricca d’enigmatico fascino la pregnante allusività delle tavole di Carlo Merello.

 

*

Nel fruscio feroce degli ulivi

 

Un fruscio feroce?

 

“Nel fruscio feroce degli ulivi”, ultima fatica poetica di Angela Caccia, è un’elegante raccolta di versi in cui, non proprio a dispetto dell’aggettivo “feroce” (su questo punto tornerò alla fine), la serenità si distingue dalla coscienza.

Strano a dirsi, perché la serenità, di per sé, è uno stato d’animo e, dunque, è coscienza.

Nel caso di Angela, tuttavia, tale stato d’animo sembra quasi staccarsi dal resto, vivere una vita propria fino a divenire oggetto di una poesia incline tanto all’esperienza quanto alla contemplazione.

La coscienza, intanto, pare quasi attendere, nascosta dietro la scrittura: non si vede eppure c’è.

Fuor di metafora, la poetessa non intende, ovviamente, compiere meccaniche (impossibili) separazioni, bensì liberare ulteriori fisionomie.

La vita è biologia, geologia, astronomia, chimica, fisica, geometria, eccetera, è, insomma, un tutto che presenta fattezze definite, distinte.

Chiedersi cosa sia parte e cosa sia intero è porsi un quesito filosofico?

Sì, ma anche poetico.

Incontriamo cadenze leggere e precise in cui la quotidianità, lungi dal risultare banale, è come rischiarata da una luce complice e, nello stesso tempo, autonoma:

“guardo la stanza del mattino

così ariosa

e già arredata di primavera”.

La nostalgia, argomento davvero difficile, viene trattata con una (non comune) spontaneità verbale capace di renderla poeticamente interessante:

“è un film in bianco e nero

l’emozione

già consumata

mi culla ancora

con onde piccole”.

Troviamo, poi, brevi sequenze di versi che sorprendono con equilibrio, poiché riescono a far emergere da un’immagine imprevista un richiamo per nulla estraneo:

“solo al vento

sarà dato scollinare le frontiere?”.

Non manca il tema della lacrima.

“Conservati una lacrima

dalle un posto importante”

è pronuncia in grado di trattare efficacemente un aspetto intimo, creando un’atmosfera sospesa, quasi interrogativa.

Interrogazione alla quale, più avanti, è data risposta:

“C’è qualcosa di virtuoso in una lacrima che sale

e non si piange più”.

Argomenti come la nostalgia e la lacrima potrebbero indurre a pensare a crepuscolarismo di ritorno, ma non è così: l’interiorità, nella raccolta in esame, non è malinconica, poiché consiste in una composta persistenza tendente a oggettivarsi, a offrirsi al lettore con distinte fattezze.

Il tutto si svolge nell’àmbito di una fede religiosa vissuta quale illuminante, affettivo attimo durevole e, di conseguenza, quale sollecitudine nei confronti di un mondo ritenuto degno di attenzione e di cura.

Siffatta fede, pur testimoniata da poesie specifiche ed esplicite, è ovunque diffusa come sentimento di partecipe esserci.

Forse, a ben vedere, quel “fruscio” non è poi così “feroce” o, forse, è un grumo da sciogliere anche per via poetica.

 

*

A schermo nero

“A schermo nero”, di Marco Ercolani, è un evidente gesto d’amore nei confronti del cinema.

Qualcosa di veramente intimo è presente in questa nutrita serie di dialoghi, racconti, colloqui, proposti da un autore che riesce a immedesimarsi nei suoi personaggi (celebri personalità del cinema di tutti i tempi) secondo le pronunce di un racconto diretto, non privo di una certa propensione al surrealismo.

Le immagini dei film, assieme alle persone che le hanno create, divengono immediata presenza nella scrittura.

Ercolani, insomma, è anche il suo cinema, ossia il cinema vissuto da lui.

A partire dalle prime proiezioni cui assiste con la madre che

“a quattordici anni descriveva le minime scene di ogni film con una calligrafia minuta, a matita, senza tracce di correzione, in quadernetti quadrettati”,

a partire, dunque, dall’infanzia, Marco entra in contatto con un mondo d’immagini che costituiscono qualcosa che è lontano e, contemporaneamente, molto vicino.

Non si tratta, nel suo caso, di entrare in scena come accade nella stupenda sequenza di una famosa pellicola di Buster Keaton, si tratta, piuttosto, di amare lo schermo in quanto tale.

Una sorta di magia realistica viene riconosciuta quale ineliminabile parte della propria personalità.

Lo scrittore diventa lo spettacolo, è regista, attore, sceneggiatore, scenografo, direttore della fotografia, eccetera.

Riporto di seguito uno dei pensieri inediti di Robert Bresson / Ercolani:

“Si dicono cose così imbarazzanti e false sul cinema che mi viene voglia di parlarne solo per difenderlo dagli stupidi. Per me il cinematografo è una scrittura con suoni e immagini in movimento: nel film non ci sono attori vivi – nessuna traccia dello sforzo muscolare o del sudore dei teatranti – ma gesti, oggetti, immagini che creano fra di loro legami diversi e imprevedibili”.

Ebbene, simili legami, lungi dall’esaurirsi con il riaccendersi delle luci di sala, entrano a far parte dell’immaginario e, perciò, della vita degli spettatori.

L’immaginario non è àmbito distinto in maniera netta e rigida dal reale, poiché l’essere umano è vivido impasto di differenti, molteplici, aspetti: assistere alla proiezione di un film è esperienza concreta in grado di consentire lo sviluppo della fantasia.

Qualcosa, dall’esterno, richiama la nostra attenzione e, con i suoi specifici lineamenti, offre al nostro divenire la possibilità di compiere ulteriori percorsi.

Di professione psichiatra, autore, assieme a Lucetta Frisa, dell’illuminante “Anime strane”, Marco sa bene che qualunque personalità è viva persistenza complessa eppure semplice, è grumo di energia che, quando giunge a felice esito espressivo, dice davvero.

Si parla di cinema, ma si potrebbe benissimo parlare di poesia, di pittura, di musica o, anche, di un intenso e fecondo colloquio, oppure di una madre che, nei non poi così remoti anni cinquanta e sessanta dello scorso secolo, rende partecipe il figlioletto della sua grande passione.

Riconoscerci, dunque, è riuscire a dirci, ossia a esistere in una parola o in un gesto da cui non ci distinguiamo, ma in cui, quali esseri viventi, intensamente siamo.

*

Uno stupore quieto

Un quotidiano stupore

 

Con “Uno stupore quieto”, Mario Fresa presenta una raccolta dalle cadenze molto articolate e per nulla rigide.

Si tratta di un’assidua attenzione rivolta a lineamenti minimi ma vividi, a distinte fisionomie che emergono per poi inabissarsi.

L’interesse per l’arte di raccontare è evidente in una scrittura che trova in sé e nel proprio oggetto le ragioni di un’intima consapevolezza capace di farsi forma, originale accento stilistico.

Il tono, appunto di “stupore quieto”, mostra una saggezza emotiva inconfondibile.

La vera saggezza, ben lungi dal giungere dall’esterno, è ben radicata nell’esistere e il suo apparente distacco deriva da raggiunta chiarezza, non certo da apatia.

Vedere chiaro non è aver risolto un problema, è prepararsi ad affrontarlo in modo opportuno.

In questi testi c’è vita: molto di quanto costituisce la nostra esistenza è , ci parla.

Dico “ci parla”, perché le parole del Nostro promuovono un confronto e inducono a rispondere.

Avvertiamo l’esigenza di dire (o pensare) qualcosa di opportuno di fronte a queste specifiche fattezze tendenti a diventare un’atmosfera, una condizione di vita in cui ci troviamo a essere sempre più coinvolti con il procedere della lettura.

Cenno dopo cenno, trama dopo trama, ci addentriamo in regioni affettive di cui, quasi senza accorgercene, entriamo a far parte: non si tratta di perdersi in uno sterile labirinto, ma di aderire a una fervida dimensione immaginativa capace di acquisire energia proprio in virtù della sua compostezza.

 

“Da oggi fisseremo sulla carta ciò che ci ha sfiorato

e non ci è mai stato chiaro”.

 

Il desiderio, come si vede, non si distingue dal proprio oggetto in un àmbito in cui non si vuole conquistare ma condividere, ossia non si ambisce a raggiungere una meta ma a percorrere un itinerario.

Il traguardo di questa scrittura è molteplice e diffuso, la sua intima propensione è quella d’illuminare sequenze di attimi che prevedono soltanto punti d’arrivo non definitivi.

La vita ci avvolge e qualunque avvenimento è parte di un più ampio accadere.

La conclusione

 

“Così queste parole saranno cancellate, dimenticate presto;

o finiranno in un miele appiccicoso

o in un terribile segreto”

 

può far pensare al prevalere di un silenzio inespressivo, di una sterile ambiguità, di un tragico “segreto”.

Io penso, invece, che siffatta pronuncia non vada letta quale dichiarazione aprioristica, ma che il suo senso profondo debba essere cercato (e trovato) in una coraggiosa apertura poetica, tale da non misconoscere l’importanza del dire proprio ammettendone l’indole accidentale.

Anche i caratteri incisi su bronzo o su marmo tendono a svanire con il trascorrere del tempo, eppure simile processo non sminuisce il valore dell’umano esprimersi per via di linguaggio.

Talune parole, senza dubbio, vengono ricordate più a lungo di altre (si pensi a certi versi di celebri poeti), ma questa circostanza non deve indurci a sottovalutare il buon discorso che pratichiamo ogni giorno.

I risultati più alti, partecipi anch’essi della materia di cui è fatto il mondo, illuminano gli aspetti consueti, non li oscurano.

Insomma, suggerisce Mario, l’eccellenza è già nel quotidiano e siamo tutti invitati a imparare a riconoscerla.

 

 

Leggi anche la nota di Domenico Cipriano

*

Gli occhiali di Spinoza

[con dipinti di Celeste Di Luca]


Geometriche passioni


Tra passione e geometria si svolge l’articolata raccolta “Gli occhiali di Spinoza”, di Daniela Monreale.

Viene da chiedersi: esiste tra le due uno spiccato dualismo?

La risposta della poetessa parrebbe affermativa, almeno a giudicare dal verso:

“ma solo l’Amore spezza i teoremi”.

Tuttavia

“Allora – mi dico – vorrei un piacere di geometrie”

attenua una dicotomia che, pur esistente, pare non escludere una composizione.

Le “geometrie”, dunque, possono essere fonte di “piacere”.

Un piacere disgiunto dall’amore?

La vivida affettività che attraversa l’intero testo non consente di propendere per questa tesi.

Il verso

“Essere nel silenzio”

è utile suggerimento.

Dal silenzio che non esclude l’essere emerge la lingua in tutti i suoi complessi aspetti: qualcosa di comune, perciò, anche tra elementi discordanti, è possibile riscontrare.

Siamo, insomma, di fronte a differenti fisionomie della natura umana.

Può la passione spegnere ogni razionalità o viceversa?

Forse in casi straordinari, ma non nella vita di tutti i giorni.

Razionalità e passione coesistono, convivono nei nostri gesti, nelle nostre parole: soltanto l’estraniarsi dalle vicende quotidiane, esercitando il pensiero in maniera slegata dai concreti contesti, consente l’emergere di una netta contrapposizione tra le due.

E se

“La poesia è il canale che collega finito ed Infinito.

Così si chiude il cerchio, a riunire due sorrisi”,

ciò può avvenire perché gli opposti sono “sorrisi” riuniti in un cerchio privo di fratture.

Un invito a comprendere, ossia a distinguere e includere nello stesso tempo, pare il senso profondo di un dettato poetico nato dall’intima esigenza di superare certe rigidità.

Siamo al mondo, viviamo: questo alla fine conta.

Certo, le distinzioni sono importanti, anch’esse fanno parte del nostro esistere, ma non dobbiamo cadere nell’errore di considerarle anelastici modelli.

Non meraviglia, perciò, la presenza di versi come

“Le mattonelle del pavimento

come soldatini in avanscoperta,

solcati senza pietà dalle macchine che a sera

portano a casa la malinconia

in un rombo diaccio di solitudine”,

ossia versi capaci di presentare oggetti ed emotività, “macchine” e sentimenti, distinguendo senza contrapporre.

Impegnata in riflessioni davvero feconde, precisa nel proporre pronunce la cui equilibrata musicalità a volte “s’increspa in scaglie di diamante”, Daniela convince per quel suo mirare direttamente al cuore del problema, per quell’accorgersi, con poetica sapienza, che mostrarlo è già molto e spiegarlo è impossibile.

Talvolta, pena cadere in espressioni prive di senso, occorre sapersi fermare, come lei.




*

Moniaspina

Ridefinire vocaboli

 

“Moniaspina”, di Monia Gaita, è raffinata silloge le cui ritmiche trame possono indurre a pensare sia a un atteggiamento d’offerta, sia a uno di pervicace arroccamento.

È una sorta di fortilizio idiomatico ciò che viene eretto da versi come

 

déntro le dita

lunghebbromaghe

dell’estate

 

o come

 

Legata come cane

a disetànei guinzagli di stanchézza ?

 

Potrebbe sembrare di sì, quasi nel caso in parola la versificazione costituisse uno scudo dietro al quale proteggersi.

Potrebbe, nondimeno, essere vero il contrario.

Dinamiche sequenze, consistenti in originali contrappunti polifonici, verrebbero offerte, senza timidezza, da una consapevole autrice in grado di praticare un’articolata scrittura con impegno assiduo e leale.

Propendo per quest’ultima ipotesi: nulla, d’altronde, appare più falso del cercare una facile leggibilità a tutti i costi.

Il dire poetico non sgorga spontaneo e immediato, è, piuttosto, frutto di un intenso lavoro sul linguaggio, sicché certi esiti rappresentano il raggiungimento di un risultato, non un fittizio punto di partenza - arrivo.

L’accanirsi sulle forme, insistendo su vocaboli e accenti, è la peculiare via seguita da una poetessa che sceglie, con tenacia e coraggio, talune pronunce, proprio quelle e non altre, per nulla intimorita dal proporre testi non dei più agevoli.

Non si tratta di sdegno nei confronti del lettore, poiché siamo di fronte ad un vivido atto di fiducia nelle possibilità di non usuali (poeticamente soddisfacenti) tratti linguistici.

È presente, insomma, desiderio d’offerta in questi versi tesi a promuovere una comprensione non tramite bolsi ammiccamenti, bensì in virtù di precise opzioni idiomatiche.

Né mancano fulminee immagini, la cui maggiore compostezza non va a scapito di un intento poetico coerente:

 

Brùcia com’una fiamma ossìdrica

il passato

 

In oggettivo contrasto con quanto sostiene nella breve intervista rilasciata a Mario Fresa (autore di un’illuminante nota introduttiva), Monia tende (e riesce) a comunicare secondo una lingua poetica specifica e sollecita, non volta a chiudersi, ma a instaurare contatti.

Del resto, quando scrive, ad esempio,

 

Vado a pésca

di cèfali di luce

col pensiero

 

mostra d’essere perfettamente a conoscenza di come l’arte della parola, lungi dall’aspirare a un indefinito Assoluto, costituisca, efficacemente, quel diverso dire la cui costruzione è compito del poeta.

 

Sènza aliantisti d’esitante,

ridefinisco i vocaboli

 

appunto.