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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Regardez-les, conversazioni con Proust

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 10/07/2011 06:09:18


Regardez-les. . .

(tratto dal romanzo inedito "Tutte le sfumature del nero" - stralcio del Cap.V)


La lampada liberty accesa sul basso tavolino di legno intarsiato di manifattura orientale, diffondeva sul soffitto una luce sfrangiata di molteplici colori, l’atmosfera giusta per Helen de Bergére, la nota gallerista d’arte parigina che, seduta nella sua comoda poltrona in giunco con molti cuscini di seta fantasia, s’intratteneva a leggere nelle ore che precedevano la sua andata a letto. Diede appena uno sguardo al volume della Recherche che, poco prima di sedersi a tavola aveva tralasciato di leggere, pensando che Marcel Proust sarebbe stato davvero un ospite ideale del suo “salotto” dopocena – «..che fosse un insanabile cinico? No, direi piuttosto un beffardo dileggiatore della società» – si disse, dubbiosa del fatto che quella fosse una nuova e interessante chiave di lettura per riprendere a leggere.
Ne aveva appena scorsi alcuni capitoli senza cedere neppure per un momento alla noia, né tantomeno alla malinconia che l’autore doveva aver provato lui-mếme, nel rivangare le temps perdu, quando si lanciò in alcune considerazioni. Tutt’altro disse – «..il tempo sembrava non essere trascorso affatto» – il piccolo “clan” dei Verdurin con i suoi ospiti démodé e tuttavia “di riguardo” l’avevano in qualche modo finanche divertita. Per non dire del piacere che aveva provato durante la cena, nel rimuginare sull’– «..eleganza del pittore alla moda, e l’intraprendenza del giovane musicista» – Per non dire di quello Swann – «..quel suo perseguire l’amore attraverso la musica – era quello – un fatto che l’aveva intimamente ammaliata.»
Poco prima, infatti, si era intrattenuta al piano sulla scia dei ricordi che le pagine della Recherche avevano risvegliato in lei: – «..del resto non era forse la musica a raccogliere il meglio di sé, le sensazioni preziose e le sottili ebbrezze della sua natura di donna? Non era forse la musica la sua unica lingua, oltre a quella dell’arte, s’intende!» –rammentò di aver ammesso apertamente al telefono con Sophie, la sua migliore amica, in osservanza di quel distacco estetico che ormai concedeva solo alle parole.
«Oh sì, certo, trovo Monsieur Swann indubbiamente molto affascinante!» – ripeté, e si compiacque di averlo ritrovato integro, seppure soltanto fra le pagine di un’opera letteraria che da sempre incontrava il suo favore. Si chiese se Swann potesse assomigliare in qualche modo al suo autore, e se mai le fosse capitato d’incontrare un tipo simile– «..nella realtà, s’intende?» – disse poi, osservando la fotografia di Proust stampata in sovraccoperta. Dopodiché fece un salto indietro nel tempo. Erano passati almeno dieci anni, o forse più, da che lei e Ghiannis, assidui frequentatori delle sale da concerto e del Théatre, erano ben accolti nei salotti della bonne société parisienne, ma non riuscì a ricordare nessuno che somigliasse a Swann, se non, e solo per certi aspetti, il suo carissimo amico Jean-Claude – «..ma forse più per l’eleganza della figura che per affinità di carattere» – convenne infine con se stessa.
Come Swann, Jean-Claude era melanconico e voluttuoso, padrone assoluto delle proprie emozioni – «..specialmente in quanto cercava di nasconderle» – si disse, considerando che a tratti, anche lui si atteggiava a bohemien, subitamente tradito dai suoi modi ricercati, tali – “..da essere talvolta affettati, e dalla sua apparente sensualità, che era alla lunga la sua prerogativa migliore”. Tuttavia l’aspetto che lo rendeva più vicino al personaggio della Recherche era indubbiamente la trasgressione, quell’irresistibile attrazione che logorava il perdurare della sua felicità – quasi che la gratificazione senza la sventura stesse a Jean-Claude come l’ombra alla luce, fatta oggetto di un’immediata indifferenza.
Cosa questa che Georges Bataille si era trovato, seppure molto tempo dopo, ad elogiare con l’ormai nota frase – “..il pregio della felicità consiste nel non essere frequente”. A Swann, come del resto anche a Jean-Claude – «..mancava la delizia estrema del senso morale che conferiva ai misfatti quel sapore di crimine, senza il quale sembrano naturali, senza il quale sono naturali (..), soprattutto perché la felicità, da sola, non essendo per se stessa desiderabile, porterebbe alla noia se le prove dell’infelicità non ne risvegliassero l’avido desiderio”– ripeté quasi a menadito.
«Povero Jean-Claude!» – esclamò Helen, rilevando come sempre negli uomini di tipo fine – «..gli entusiasmi fossero piuttosto controllati, e il buongusto una delle note caratteriali più evidenti e pressoché infallibile». Non era per nulla un caso che gli riuscisse così spesso di mettere a segno le sue intuizioni artistiche su questo o quell’artista che in breve riusciva a piazzare sul mercato – «..cosa piuttosto difficile da realizzare se non si era più che affermati nel campo dell’arte» – convenne ancora Helen con risolutezza.
In quanto a Swann era certa di non averlo mai incontrato e si convinse che nonostante la sua sensualità e l’apparente dolcezza, fosse della stessa specie di Jean-Claude, un irriducibile edonista – «..anche se andava considerato che era passato quasi un secolo dagli avvenimenti descritti, e che gli uomini, i parigini in particolare, non erano certo rimasti a guardare» – aggiunse poi, con una punta di sottile e inconsueto sarcasme. «No» – convenne con se stessa, anche se Jean-Claude non le sembrava all’altezza, neppure Swann era il tipo d’uomo che avrebbe voluto accanto. Sebbene, potesse dire, non senza un pizzico di civetteria, che era senz’altro – «..il tipo d’uomo che forse avrebbe conferito un più alto valore alla sua sensibilità» – ma che, al dunque, avrebbe preferito avere – «..più come amico che come amante, come del resto lei considerava Jean-Claude» – si disse, nascondendo un più intimo desiderio, o forse soltanto un’altra verità.
«Siamo ormai prossimi all’autunno della vita, mon cher ami» – disse poi a fior di labbra, come se articolare le parole l’aiutasse ad accettare con rassegnazione l’inarrestabile passare del tempo che pure incombeva su tutti, protagonisti e non, di quel particolare momento che stava vivendo. Ne constatò i segni posandosi le mani sui fianchi – «..non più snelli come una volta» – disse poi guardandosi, riflessa nell’ampio specchio del salone. «E che dire della piccola ruga d’espressione che le era apparsa attorno alle labbra?» – niente di più di un’ombra appena indefinita sul bel volto luminoso, ma che indubbiamente faceva la differenza.
Sebbene fosse alle soglie dell’età matura, Helen de Bergére aveva conservato integro il suo particolare charm, con quell’aria raffinata e vagamente intellettuale che la rendeva oltremodo affascinante e altrettanto desiderabile – «Erano davvero passati dieci anni, da che Ghiannis..?» – la cosa non le sembrava possibile. Dieci lunghissimi anni trascorsi troppo in fretta. Come in fretta adesso le sembravano passare davanti allo specchio le ombre dissepolte della Recherche – «..quasi a voler rilevare lo stillicidio morboso della solitudine che incombe».
“Se la solitudine (..) vuol dire lontano dallo spazio costantemente invaso dalla presenza altrui, allora preferisco restare sola, impigrirmi affinché la mia anima abbia il tempo e l’agio di crescere (..) sarò felice, se nessuno verrà a disturbarmi (..) dove c’è silenzio, ho scoperto c’è la pace” – furono le uniche frasi che le riuscì di leggere, poi, mise il segnapagina nella piega del libro e lo richiuse, cui fece seguito un momento di completo abbandono.
Marcel Proust continuava a guardarla dalla sovraccoperta in bianco-nero col suo sguardo languido e lontano, immerso nell’ombra del tempo, quasi volesse spezzare una lancia in favore dell’amato Swann – “Che fosse rimasto intrappolato nel labirinto della musica?”. Prigioniero cioè – “..di quella musica che si elevava per qualche istante sopra le onde sonore?” – si chiese Helen parafrasando lo stesso Proust, sorridendo infine per l’innocente sciarada che non chiedeva risposta.
A lei non erano certo mancati gli ammiratori. Al contrario, gli amici di un tempo erano ancora tutti suoi potenziali pretendenti. Incluso ovviamente Jean-Claude, intimo amico di Ghiannis, più che suo. L’unico che anche dopo l’assurda imprevedibile scomparsa di suo marito, le era rimasto accanto, e a sua volta, era diventato suo assiduo frequentatore. Fin quando le aveva fatto quelle odiose avances che lei non aveva affatto gradite e per nulla al mondo avrebbe voluto che la cosa si ripetesse. All'improvviso si rammentò di avere un appuntamento con Jean-Claude l’indomani, per l’ora di colazione, e si propose di stare in guardia dai suoi ricercati giochi di parole.
In un certo senso lo riteneva un bell’uomo, sebbene alla ricerca costante di quel successo che in qualche modo pure gli arrideva, ma anche che era un libertino privo di scrupoli – «Jamais!» – si era limitata a rispondere con fermezza alla sua amica Sophie che le aveva chiesto se il fatto che lo frequentasse non costituiva di per sé un’ovvia scusante alle sue avances.
«Del resto, è un uomo» – aveva aggiunto l’amica, suggerendole che era pur qualcosa di cui lei avrebbe dovuto tener conto.
«Ciò non dovrebbe significare assolutamente nulla, siamo soltanto amici. Ecco tutto. Dei buoni amici che fanno affari di lavoro, nient’altro» – aveva ribadito Helen con tutta la forza e l’incoscienza di cui certe volte era capace.
L’affermazione non aveva per nulla meravigliato Sophie, che aveva preferito tacere quel che anche Jean-Claude in fondo non le aveva mai rivelato, quel certo non so ché, che pure lei aveva intuito, e che attribuiva alla stretta relazione che da sempre egli aveva intrattenuta con Ghiannis. Un’intuizione questa che aveva tenuto per sé, soprattutto quando Helen, che aveva preso l’abitudine di telefonarle più volte durante il giorno, con la scusa di cambiare l’orario di un appuntamento, l’aveva informata di aver cercato in passato di dissipare un suo vecchio e farraginoso dubbio, riguardante appunto la stretta amicizia tra i due.
Helen raramente si soffermava sul proprio passato, quanto invece trovava sempre molto da dire sul presente, sulle ultime tendenze della moda, gli acquisti fatti o da fare, le novità letterarie, su cosa c’era di nuovo da vedere a teatro e al cinema, e ovviamente, sugli eventi dell’arte. Del resto si fidava molto della premurosa opinione della sua amica, il che significava che sarebbero andate d’accordo fintanto che l’una non avesse invaso lo spazio dell’altra. Soprattutto, che Sophie non avrebbe mai preso discorsi che riguardavano la sua vita privata, rimanendo dentro l’austera sfera della discrezione.
Sophie, che la conosceva fin dagli anni dell’Università, sapeva che una sua intrusione di campo avrebbe tenuta Helen lontana per chissà quanto di quel tempo. Bastava un nonnulla per farla adirare, e che ogni volta sarebbe stata poi lei a dover ricorrere alle scuse, anche se non dovute, e far sì che mettesse da parte la sua suscettibilità. Talvolta era invece Helen a farle delle confidenze in tutta spontaneità, seppure spesso fossero di poco conto – «..mi sentirei più a mio agio, se conservasse un po’ dell’antica deferenza» – le aveva detto un giorno, segnando il punto massimo della sua intimità riguardo all’amico.
Contravvenendo al suo modo di essere riservato, era stato lo stesso Jean-Claude a dire a Sophie d’essere innamorato di Helen – «..che l’avrebbe amata con devozione per tutto quello che aveva da farsi amare e che andava ben oltre la semplice amicizia in cui lei lo aveva relegato». L’aveva anche pregata, se mai ne avesse avuta l’opportunità, di spezzare una lancia in suo favore e di metterlo a conoscenza degli intendimenti dell’amica. Sophie in quel caso non gli aveva fatto alcuna promessa, poiché intuiva come un’ombra nello sguardo di Jean-Claude, che velava la sua sincerità – «..nulla più di una mera supposizione» – le era capitato di pensare, ma teneva più all’amicizia di Helen che alla sua, anche per questo conservava di lui un’opinione massimale di gradevolezza, nient’altro.
Sophie sì che poteva dire di conoscere certi tipi d’uomini, che in diverse occasioni le avevano procurato non poche delusioni, fin quando non aveva detto basta, e aveva reagito con determinazione – «..l’errore più grande che possiamo fare noi donne è credere che gli uomini siano in grado di darci la felicità mentre ci spingono ancora più a fondo nella nostra disperazione» – aveva sostenuto con previdente acutezza femminile. Cosa che Helen, non potendo alcun termine di confronto personale, aveva del tutto trascurato. Ciò nonostante Sophie, anche se non fosse stata messa a conoscenza degli intimi sentimenti di  Jean-Claude  verso Helen, si era fatta una sua precisa opinione del caso, e non vedeva fattibile un coinvolgimento fra i due.
Vedeva invece in entrambi possibili scambi d’intenti e di pensiero, fatto che andava oltre il linguaggio parlato, a quegli intendimenti dell’arte che rappresentavano in vero, qualcosa di diverso dalla banalità che di solito accomuna i simili. Una sorta di amicizia distaccata, se di questo si poteva parlare, ferma a uno stadio garbato, incapace di svilupparsi in un vero e proprio sentimento. Due amici cui faceva piacere dialogare e intendersi nell’ambito della stessa estrazione culturale, come era appunto quella dell’arte, ma del tutto incapaci di ricomporsi in una coscienza comune che li avrebbe tenuti insieme.
Ai suoi occhi disincantati, apparivano entrambi succubi del fascino che reciprocamente elargivano, e pagavano per questo loro essere connaturato con lo spleen che spesso li coglieva – quasi vivessero entrambi delle stesse esperienze e, in certo qual modo, condividessero un medesimo alibi. Quello stesso che, a suo tempo, aveva colto i poeti cosiddetti “maudit”, da Baudelaire a Rimbaud, a Verlaine, per quel velo di malinconia che si stendeva sulle loro azioni oltre che nelle loro poesie, e che riaffiorava silenziosamente in altre circostanze, per ritentare un nuovo o forse un vecchio enigma che sempre si ripeteva, laddove c’era qualcosa di contrastato o di oscuro da svelare.
A differenza di Helen, Sophie comprendeva attraverso i semplici sguardi, le leggere vibrazioni delle palpebre, le sottese modulazioni del respiro, la colpevole intensità degli impulsi di un uomo, la veridicità dello stimolo emozionale dei suoi sentimenti. E non le era sfuggito di sentire in Jean-Claude, la sottile ansietà di vivere la realtà nascosta dell’amica, di voler conoscere i suoi segreti. Come in un’esaltata continua vibrazione che lo vedeva, in certi momenti, veramente attratto da lei e, allo stesso tempo, comportarsi esattamente nella maniera che a lei più piaceva, ma – «..in quanto a provare un sincero affetto o addirittura un vero sentimento» – Sophie manteneva i suoi dubbi.
«Perché quello che affascina maggiormente gli uomini è la bellezza esteriore?» – le aveva chiesto ingenuamente Helen prima di darle la buonanotte al telefono.
«Per sentirsi orgogliosi di se stessi» – le aveva risposto Sophie, volendo colpire con sottile ironia la vanità intrinseca presente in tutti i rappresentanti dell’altro sesso.
Helen aveva sorriso per la vena di stupidità che Sophie riscontrava negli uomini in genere, e almeno per un istante immaginò se stessa nei panni della seducente Madame Verdurin, che nelle pagine della Recherche si scioglieva in lacrime, mentre il giovane che le teneva le mani – “..provava per lei un amore sconosciuto (..) senza ch’egli sapesse se avrebbe potuto mai almeno rivedere, colei che già amava, e di cui ignorava persino il nome”.
«Doveva essere un’epoca bellissima..» – affermò Helen, rammaricandosi quasi di non provare intimamente certi sentimentalismi, quella romantica devozione che lei non aveva mai provato, alla quale, romanzieri e poeti invece, avevano dedicato pagine altrettanto memorabili – «..chissà quanto fossero sentite?» – si chiese, anche se in realtà tutto dipendeva dal fatto che amava dipingere con delicata sobrietà la sua vita, bandendo ogni asprezza e ogni bruttezza dalla tavolozza dei suoi colori.
«Oh sì, la letteratura m’incanta, la musica m’inebria, l’arte in generale mi stordisce, ma sono la mia vita, null’altro conta di più per me..» – aggiunse, rifacendo il verso all’amato Proust, ma era quella una speciale qualità della sua mente, che se da un lato le permetteva di sentirsi viva, dall’altro squarciava la sua esistenza da improvvisi lampi a ciel sereno, che non sempre riusciva a diradare, mentre, intanto, le nuvole si andavano lentamente accumulando all'orizzonte.
Come i personaggi dei romanzi che amava leggere e rileggere, Helen era del tutto incapace di sfuggire alle forze misteriose che determinavano il corso del proprio destino. Nella sua concezione più pessimistica c’era solo una realtà a sovrastare ogni cosa e di cui si diceva certa – «..un punto fermo nel tempo” – qualcosa di immutabile, che sembrava abolire la temporalità che dava corpo all’istante. Varcata la soglia del quale, entrava nella sua essenza sacrificale, e nient’altro la affascinava come la morte – «..c’è in essa un lato così oscuro e freddo che quasi pare vi si consumi un’anomala bramosia di sensualità» – aveva affermato durante una conferenza tenuta sui Simbolisti, lanciandosi in un’ammissione che non era sfuggita alla platea dei cronisti.
Niente di più che un gioco di parole – «..il exist l’amour por l’amour, n’est pas» – col quale alludeva all’amore con una espressione ricercatamente ambigua, capace di trasfondere le parole in musica, la musica in poesia, e la poesia negli smaglianti colori della pittura. «Come del resto sempre accadeva per Monét e Cézanne, o Matisse, così come per Manet, Renoir e Degas, i cui i colori donavano alla vita l’indispensabile supporto del sogno..» – aveva poi aggiunto in quell’occasione, e ne era stata pienamente soddisfatta. Non che le accadesse molto di frequente di lanciarsi in simili affermazioni, per lo più si conduceva nei limiti del casuale, cercando nelle parole una possibile simbiosi di tutte le arti – quasi che certi passaggi narrativi, insiti nella poesia o in una partitura musicale, potessero in qualche modo fondersi in una sola cosa: “..l’amore dell’arte per l’arte”, capace di farla vibrare interiormente per l’emozione straordinaria che le procurava.




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