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Gli ultimi anni di Goethe

Argomento: Letteratura

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 03/06/2014 12:46:14

 

Gli ultimi anni di Goethe

 

La mattina, appena sveglio, Goethe consultava il suo diario, dove negli ultimi anni registrava tutti gli avvenimenti e i pensieri della giornata. L’aveva diviso in rubrìche, ognuna con una intestazione latina. C’era la rubrìca dei Publica, dei Politica, e degli Oeconomica; quella dei Religiosa accanto a quella dei Privata, dei Domestica e dei Vinariensia: i Botanica e gli Ottica, i Chromatica e gli Osteologica. I Grammatica, i Poetica et Rhetorica guidavano il lungo corteo dei Graeca et Latina, degli Orientalia, dei Sinica e dei Theatralia; le faccende locali erano sbrigate come Coloniensia e Francofurtensia; gli Psichica rubricavano le passioni del cuore, e i Novissima e Varia erano pronti ad accogliere le sorprese che il mondo gli riservava ogni mattina.

Segnava sopra un foglio di diario le cose che aveva progettato di fare: anzi, come lui diceva, le agenda; e, nel corso della giornata, via via che le aveva compiute, le cancellava con un tratto di penna. Appena venivano registrati nei fogli del diario o nei capaci archivi della sua mente, tutti gli eventi sembravano assumere la stessa importanza: l’arrivo di un fossile, di una vecchia moneta, o la lettera di una mediocre altezza reale, diventavano qualcosa di «significativo» e di «incalcolabile» come la Klassische Walpurgisnacht o la discesa di Faust alle Madri. Tutte le cose venivano caricate di significati reconditi e di risonanze simboliche; e diventavano, al tempo stesso, maestosamente prive di significato.

Nelle tarde ore della mattinata, sbrigava la foltissima corrispondenza. Mentre passeggiava per lo studio con le mani dietro la schiena, il segretario, il signor Kräuter, si sedeva al tavolino. Prendeva un foglio di carta, lasciando da ogni parte un margine largo ed elegante; e cominciava a scrivere, intingendo delicatamente la penna nel calamaio, che non era mai troppo colmo. Quante precauzioni doveva osservare! Le facciate della lettera dovevano contenere lo stesso numero di righe: nessuna goccia di inchiostro poteva macchiare o adombrare il candore della carta. Quando la lettera era finita, Goethe prendeva il posto del signor Kräuter, come se lo ritenesse incapace di portarla alla perfezione definitiva. Non la spruzzava mai con lo spolverino: preferiva lasciarla asciugare per qualche minuto davanti alla stufa. Poi prendeva una scatoletta, in cui conservava dei fogliettini di carta grandi un pollice quadrato: ne estraeva uno e lo disponeva dove avrebbe impresso il sigillo di ceralacca. Così la ceralacca, sciogliendosi, non avrebbe sciupato nemmeno una parola del suo piccolo capolavoro epistolare.

Nella sua mente, tutto era distinto, ordinato e preciso. Ma cosa accadeva fuori dal piccolo studio, tra gli uomini «bassamente e metodicamente assurdi», che osavano affollarsi nei suoi saloni? Qualche volta doveva considerare il mondo come un immenso, polverosissimo archivio, pieno di carte in disordine: come una biblioteca, dove qualcuno aveva ammucchiato alla rinfusa dei libri sciupati e illeggibili. Ogni tanto, usciva dal suo ritiro. Convinto che la sua igiene mentale, persuaso che le sue idee di precisione fossero indispensabili al mondo, pretendeva che gli impiegati delle biblioteche di Weimar e di Jena tenessero un diario, e vi notassero le variazioni del tempo, le visite ricevute, i nuovi libri, il lavoro svolto, tutto quello che era accaduto nel corso della giornata. Oppure chiudeva i personaggi dei propri romanzi in un castello e li obbligava a disegnare carte topografiche, a preparare schedari, a rubricare documenti, a copiare carte e contratti: come se fossero anche loro dei diligenti archivisti e degli scupolosi notai[i].

Quanto tempo era passato dai giorni in cui il «giovane, grazioso cacciatore» aveva cercato di realizzare il regno dei cieli! Ora Goethe non prescriveva nessun comandamento religioso e nessun imperativo morale: non diceva: «Ama il tuo prossimo come te stesso» oppure «Non dire falsa testimonianza». Come un vecchio mandarino cinese, che insegna i riti cerimoniosi della cortesia: come un fariseo sapientissimo, che studia nella Torah i segni che regolano le abluzioni e le decime, egli raccomandava l’ordine esatto e le forme prestabilite dell’esistenza: l’elegante lettera della Legge. Mentre la Germania romantica pretendeva  di ascoltare soltanto la voce immediata del cuore, Goethe consigliava ai suoi giovani amici di tenere in ordine i propri diari, di sigillare attentamente le lettere, di disporre con cura i libri e i documenti negli scaffali, di ascoltare il battito ritmico degli orologi.



[i] A Goethe «amministratore» ha dedicato un bellissimo saggio Ernst Robert Curtius, Kritische Essays zur europäischen Literatur, Francke, 1954.


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