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Voltaire e la tolleranza

Argomento: Filosofia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 15/07/2014 19:36:18

 

Voltaire e la tolleranza

 

         “Che cos’è la tolleranza? È l’appannaggio dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura”[i]. Con questa frase si apre l’articolo “Tolleranza” del Dizionario filosofico, apparso nel giugno 1764, un anno dopo la pubblicazione, nell’estate del 1763, del Trattato sulla tolleranza. Ma il tema della tolleranza non è certo relegato – nel Dizionario filosofico – a questa sola voce. Basta scorrere altri articoli, da “Filosofo” ad “Ateo, Ateismo”, da “Cristianesimo” a “Fanatismo”, da “Superstizione” a “Religione”, per vedere come l’idea di tolleranza si unisca inscindibilmente a quella di lotta al fanatismo e di critica delle religioni storiche, in una prospettiva capace di richiamarsi, anche in àmbito religioso, a un’ipotesi di razionalità concreta e flessibile.

         Del resto la condanna delle religioni storiche è l’obiettivo prioritario che Voltaire si propone in questi anni sessanta. Il grido di guerra “écrasez l’Infâme” che, come ricorda Pomeau, appare per la prima volta nel maggio del 1761[ii] ricompare spesso nella corrispondenza di quegli anni e mostra bene come in questo momento emerga in primo piano la polemica contro il cristianesimo e, segnatamente, contro la Chiesa. Infatti nel giro di tre anni – tra il 1762 e il 1764 – appaiono a stampa non solo il Trattato sulla tolleranza e il Dizionario filosofico, ma anche quell’Extrait du sentiment de Jean Meslier che riconduce a puro deismo l’ateismo anarchico del curato di Eptrépigny. Dall’insieme di questi testi emerge una vera e propria opera di propaganda culturale e religiosa contro la Chiesa e contro ogni sorta di superstizione, che ritrova nel deismo il proprio credo e la propria teologia razionale. È la propaganda di chi sa di avere udienza presso un pubblico di “philosophes”, ma insieme di chi mira a estendere la cerchia dei propri lettori unendo le istanze della lotta e della polemica al controllo e alla misura della ragione. La scrittura di queste opere di ricerca religiosa e filosofica diventa allora forma di intervento politico e insieme peculiare cifra stilistica: basti pensare alla prosa limpida e asciutta, a tratti stringata, che si ritrova nei capitoli del Trattato sulla tolleranza o nelle voci del Dizionario filosofico.

         Ma in questo programma filosofico e civile quale lo spazio peculiare occupato dal Trattato sulla tolleranza? Esso nasce innanzitutto dall’esigenza di un intervento politico immediato: è un “pamphlet”, un testo di impegno diretto, un’arma contro la “superstizione” e l’ignoranza. Ma sarebbe impossibile, oltre che riduttivo, conchiudere il Trattato nei limiti delle circostanze – seppure eccezionali, come in questo caso – che lo hanno prodotto. E infatti ci troviamo di fronte a uno scritto lucido, accorato, teso, dove passione e ragione, polemica religiosa e programma filosofico, diventano una delle testimonianze più alte del secolo dei Lumi.

         Voltaire utilizza un fatto di cronaca per promuovere una battaglia in difesa della tolleranza, ma nello stesso tempo riesce a esprimere un’istanza più ampia, un’idea di universalità e di libertà intese come frutto di una lotta incessante della ragione contro ogni forma di oscurantismo.



[i] Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di M. Bonfantini, Torino, Einaudi, 1971, p. 414.

[ii] R. Pomeau (sotto la direzione di), Voltaire et son temps, vol. iv, “Écraser l’Infâme” 1759-1770, Oxford 1994, p. 230.


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